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UN CORSO
INTRODUTTIVO

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GAETANO BERRUTO, MASSIMO CERRUTI lii m
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Il volume rifonde in una nuova stesura il Corso elementare di linguistica genera-


le e ne amplia i contenuti già sperimentati in numerosi corsi di Linguistica gene-
rale con l'aggiunta di un capitolo sul mutamento e la variazione, di un sintetico
profilo di storia della linguistica e di numerosi e aggiornati materiali di approfon-
dimento, documentazione ed esercitazione. Del volume di cui è rifacimento non
solo riprende interamente il taglio e la materia, allargando anche il panorama
alla linguistica storica e alla sociolinguistica, ma soprattutto cerca di mantenere
l'equilibrio fra necessario rigore scientifico, chiarezza di esposizione e accessibili-
tà da parte degli studenti. Il maggior dettaglio presente in punti cruciali della
trattazione e il materiale di corredo aggiunto consentono approfondimenti sele-
zionati anche per studenti non più principianti assoluti nella materia .

Gaetano Berruto, dopo avere insegnato alle Università di Bergamo e di Zurigo,


dal 1995 è attivo all'Università di Torino, dove tiene i corsi di Linguistica genera-
le e Sociolinguistica. Fra i suoi volumi: La sociolinguistica (1974), La semantica
(1976), L'italiano impopolare (1978), La variabilità sociale della lingua (1980),
Sociolinguistica dell'italiano contemporaneo (1987), Fondamenti di sociolinguisti-
ca (1995), Prima lezione di sociolinguistica (2004).

Massimo Cerruti insegna dal 2008 Linguistica generale all'Università di Torino.


Ha pubblicato nel 2007, assieme a M. Cini, una Introduzione elementare alla scrit-
tura accademica e nel 2009 la monografia Strutture dell'italiano regionale.

In copertina: © lmages.com/Corbis

Alla pagina web www.utetuniyersita,it/berruto sono disponibili materiali didat-


tici di supporto per i docenti e per gli studenti.

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€ 27,00
UTET
Gaetano Berruto, Massimo Cerruti

LA LINGUISTICA
Un corso introduttivo

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UTET
www.utetuniversita.it

Il presente volume è rifacimento e ampliamento del Corso elementare di linguistica genera-


le , uscito ad opera di G. Berruto in prima edizione nel 1997 e in edizione rivista nel 2006. La
concezione generale del rifacimento è comune ai coautori. La riscrittura del testo dei capitoli
I , 2, 3, 4, 5, 6 e la stesura del testo dei capitoli 7 e 8 sono opera di G. Berruto. Il rifacimento
e l'ampliamento degli esercizi dei capitoli 1, 5, 6 e l'intero apparato di esercizi dei capitoli 2,
3, 4 e 7 sono opera di M. Cerruti. Sono dovuti a M. Cerruti i box e le schede dei capitoli I, 2,
3, 4, 5, 6, 7 e a G. Berruto i materiali dei capitoli 7 e 8.

Proprietà letteraria riservata


© 20 I I De Agostini Scuola SpA - Novara
I a edizione: marzo 2011
Printed in ltaly

Tutti i diritti riservati. Nessuna parte del materiale protetto da questo copyright potrà essere riprodotta in
alcuna forma senza l'autorizzazione scritta dell 'Editore.
Fotocopie per uso personale del lettore possono essere effettuate nei limiti del I5% di ciascun
volume/fascicolo di periodico dietro pagamento alla SIAE del compenso previsto dall'art. 68, comma 4,
della legge 22 aprile 1941 n. 633.
Le riproduzioni ad uso differente da quello personale potranno avvenire, per un numero di pagine non
superiore al I5% del presente volume/fascicolo , solo a seguito di specifica autorizzazione rilasciata da
AIDRO - Corso di Porta Romana, 108 - 20122 Milano - e-mail.aidro@iol.it; www.aidro.org

Stampa: Stampatre - Torino

Ristampe: 2 3 4 5 6 7 8 9
Anno: 2011 2012 2013 2014 2015
Indice

IX Premessa
Xl Elenco delle sigle e abbreviazioni

3 Capitolo 1 Il linguaggio verbale


3 1.1 Linguistica, lingue, linguaggio, comunicazione
5 1.2 Segni, codice
7 1.3 Le proprietà della lingua
1.3.1 Biplanarità, p. 7 - 1.3.2 Arbitrarietà, p. 8 - 1.3.3 Doppia articolazione, p. 13 -
1.3.4 Trasponibilità di mezzo, p. 14 - 1.3.5 Linearità e discretezza, p. 21 - 1.3.6
Onnipotenza semantica, plurifunzionalità e riflessività, p. 22 - 1.3.7 Produttività e
ricorsività, p. 25 - 1.3.8 Distanziamento e libertà da stimoli, p. 26 - 1.3.9 Trasmis-
sibilità culturale, p. 27 - 1.3.1 OComplessità sintattica, p. 28 - 1.3.11 Equivocità, p.
30- 1.3.12 Lingua solo umana?, p. 30 - 1.3.13 Definizione di lingua, p. 33
33 1.4 Princìpi generali per l'analisi della lingua
1.4.1 Sincronia e diacronia, p. 33 - 1.4.2 Langue e parole, p. 35 - 1.4.3 Paradig-
matico e sintagmatico, p. 37 - 1.4.4 Livelli d'analisi, p. 38
40 Esercizi

44 Capitolo 2 Fonetica e fonologia


44 2.1 Fonetica
2.1.1 Apparato fonatorio e meccanismo di fonazione, p. 45 - 2.1 .2 Consonanti, p.
47 - 2.1.3 Vocali, p. 51 - 2.1.4 Semivocali, p. 52 - 2.1.5 Trascrizione fonetica, p.
53 - 2.1 .6 Consonanti, p. 57 - 2.1.7 Vocali e semivocali, p. 59
63 2.2 Fonologia
2.2.1 Foni, fonemi, allofoni, p. 63 - 2.2.2 Fonemi e tratti distintivi, p. 65 - 2.2.3 I
fonemi dell'italiano, p. 70 - 2.2.4 Sillabe, p. 74
76 2.3 Fatti prosodici (o soprasegmentali)
2.3.1 Accento, p. 77 - 2.3.2 Tono e intonazione, p. 79 - 2.3.3 Lunghezza, p. 81
83 Esercizi

88 Capitolo 3 Morfologia
88 3.1 Parole e morfemi
95 3.2 Tipi di morfemi
3.2.1 Tipi funzionali di morfemi, p. 95 - 3.2.2 Tipi posizionali di morfemi, p. 97 -
3.2.3 Altri tipi di morfemi, p. 99
104 3.3 Derivazione e formazione delle parole
117 3.4 Flessione e categorie grammaticali
126 Esercizi
VI Indice

131 Capitolo 4 Sintassi


131 4.1 Analisi in costituenti
136 4.2 Sintagmi
145 4.3 Funzioni sintattiche, strutturazione delle frasi e ordine dei costituenti
4.3.1 Funzioni sintattiche, p. 145 - 4.3.2 Schemi valenziali, p. 146 - 4.3 .3 Ruoli
semantici, p. 151 - 4.3.4 Struttura pragmatico-informativa, p. 153
160 4.4 Elementi minimi di grammatica generativa
171 4.5 Oltre la frase
4.5. l Frasi complesse, p. l 7 l - 4.5.2 Testi, p. 180
183 Esercizi

191 Capitolo 5 Semantica


191 5. I Il significato
196 5.2 Il lessico
198 5.3 Rapporti di significato fra lessemi
5.3.1 Omonimia e polisemia, p. 198 - 5.3.2 Rapporti di similarità, p. 199 - 5.3.3
Rapporti di opposizione, p. 202 - 5.3.4 Insiemi lessicali, p. 203
205 5.4 L'analisi del significato: semantica componenziale
209 5.5 Cenni di semantica prototipica
214 5.6 Elementi di semantica frasale
221 Esercizi

226 Capitolo 6 Le lingue del mondo


226 6.1 Le lingue del mondo
238 6.2 Tipologia linguistica
6.2.l Tipologia morfologica, p. 241 - 6.2.2 Tipologia sintattica, p. 249
258 Esercizi

265 Capitolo 7 Mutamento e variazione nelle lingue


265 7.1 La lingua lungo l'asse del tempo
7. l. l Il mutamento linguistico, p. 265 - 7 .1.2 Fenomeni del mutamento, p. 269
276 7.2 La variazione sincronica
7.2.1 Varietà di lingua e variabili sociolinguistiche, p. 276 - 7.2.2 Dimensioni di
variazione, p. 278 - 7.2.3 Repertori linguistici , p. 285 - 7.2.4 Il contatto linguisti-
co, p. 289
292 Esercizi

296 Capitolo 8 Cenni di storia della disciplina


296 8.1 Fino all ' Ottocento
304 8.2 Dall'Ottocento ai giorni nostri
8.2.1 La linguistica ottocentesca, p. 304 - 8.2.2 Il Novecento, p. 306

313 Appendice
313 l. Esercizi di riepilogo
318 2. Soluzioni di una scelta di esercizi
323 Bibliografia
323 B. l Bibliografia essenziale commentata
327 B.2 Elenco delle opere citate
333 Indice analitico
Indice Box, Schede e Materiali

Box 1.1 Sistemi di scrittura


Scheda 1.1 Proprietà della lingua: un riepilogo
Box 2.1 Meccanismi articolatori di alcuni suoni dell ' italiano
Box 2.2 Fonia e grafia. Suoni e grafemi dell'italiano
Box 2.3 Alfabeto fonetico internazionale
Box 2.4 IPA. Consonanti non presenti in italiano standard. Vocali non presenti in italiano
standard
Box 2.5 Tratti distintivi e regole fonologiche
Scheda 2.1 Alfabeto fonetico internazionale: alcune convenzioni di trascrizione
Box 3.1 Criteri per la definizione di parola
Scheda 3.1 Tipi di affissi: un riepilogo
Box 3.2 Le parole composte in italiano
Box 3.3 Alcuni dei principali prefissi e suffissi dell'italiano
Box 3.4 Tempo e aspetto
Box 4.1 Alcuni criteri per il riconoscimento dei sintagmi
Box4.2 La valenza verbale
Box 4.3 Ordini marcati dei costituenti di frase
Box 4.4 La teoria generativa: alcuni fondamenti
Scheda4.1 Frase semplice e frase complessa
Scheda 5.1 Rapporti di significato tra lessemi: un riepilogo
Box 6.1 Lingue d' Europa
Box 6.2 Universali linguistici
Materiali 7 .1 Pal latino all'italiano moderno. Esempi testuali
Materiali 7.2 Esempi di varietà di lingua
Box 7.1 Un esempio di repertorio plurilingue: le lingue del Camerun
Box 7.2 Lingue d'Italia (di insediamento tradizionale)
Materiali 8.1 Brani da momenti di storia della linguistica.
Premessa

Il presente volume costituisce un rifacimento integrale del Corso elementare di linguisti-


ca generale uscito in prima edizione nel 1997 e in una nuova versione con modifiche e
aggiornamenti nel 2006.
Rispetto alla materia presentata nel Corso elementare, sono stati qui aggiunti due nuo-
vi capitoli che trattano rispettivamente nozioni elementari di linguistica storica e di socio-
linguistica (cap. 7) e cenni di storia della linguistica (cap. 8). Pur mantenendo un impian-
to complessivo di linguistica generale, in questo nuovo assetto il volume si estende quin-
di a coprire anche nozioni di base di campi non strettamente pertinenti alla linguistica ge-
nerale.
Il testo è stato interamente riscritto e molti argomenti dei vari capitoli sono stati ap-
profonditi in numerosi dettagli, anche se il taglio del volume rimane quello di un 'opera in-
troduttiva destinata esplicitamente a studenti principianti nella materia, e quindi il livello
di approfondimento dei vari temi e problemi non è mai quello che ci si attenderebbe da
una trattazione scientifica specifica dell' argomento. L'intenzione degli autori è di fornire
alcune coordinate fondamentali di riferimento per cominciare a orientarsi nella disciplina
e a padroneggiarne le nozioni essenziali e il modo di procedere; l'opera non è dunque un
tentativo di sistemazione delle conoscenze nel settore, ma è volta in primo luogo a pre-
sentare le cose in maniera accessibile e plausibile per chi non abbia alcuna conoscenza
previa della materia, cercando di conciliare esattezza dell'approccio scientifico alle que-
stioni linguistiche, e consapevolezza dei problemi che questo pone, con intuitività di ap-
proccio, semplicità di esposizione e chiarezza sugli snodi fondamentali del discorso. Que-
sto non può ovviamente significare la rinuncia agli aspetti tecnici che sono intrinseci del-
la linguistica e ne caratterizzano il modo di procedere anche dal punto di vista teorico e
metodologico; quel che si è cercato di ottenere è un equilibrio ragionevole e soprattutto
organico fra i contenuti anche altamente tecnicistici specifici della disciplina e le cose che
chi abbia fatto un corso universitario di linguistica dovrebbe necessariamente sapere: tan-
te cose sì, ma non troppe. E possedute con chiarezza.
L'abbondanza di materiali di esercitazione e la presenza di una bibliografia commen-
tata e di un indice analitico molto puntuale sono altri aspetti coi quali si vorrebbe contri-
buire a migliorare il più possibile l'utilizzabilità didattica dell'opera. Sempre a questo sco-
po, rispetto al Corso elementare sono anche state aggiunte numerose parti fuori testo che
si prestano ad eventuali approfondimenti di vario genere. In particolare, sono stati allesti-
ti dei Box che trattano e illustrano in maniera più precisa e dettagliata vari temi toccati nel
X Premessa

testo, delle Schede di riepilogo che possono facilitare la visione di insieme nella classifi-
cazione di tipi di fenomeni e di concetti, e alcuni Materiali di esemplificazione e docu-
mentazione. L' apparato di questioni ed esercizi è anch'esso stato interamente rifatto, e
suddiviso per i vari capitoli. Nel complesso, il volume contiene tutto ciò che c'era nel Cor-
so elementare, e quindi si presta sempre ad essere usato a un livello introduttivo minima-
le; ma in più contiene altre cose, sia in estensione che in profondità, e si presta quindi an-
che ad accompagnare un corso completo di linguistica.
Un sentito ringraziamento va a tutti quelli (studenti e colleghi) che ci hanno segnalato
errori e incongruenze delle prime due edizioni, e in particolare ad Alberto Mioni. Se que-
sta edizione risulterà sensibilmente migliore delle precedenti è anche merito loro.

Gaetano Berruto
Massi mo C erruti
Elenco delle sigle e abbreviazioni

A/Agg aggettivo Quant quantificatore DET determinativo


Art articolo SAgg sintagma aggettivale DlM dimostrativo
Aus ausiliare SAvv sintagma avverbiale DIST distale
Avv avverbio SComp sintagma del comple- DL duale
e consonante mentatore DUR durativo
cfr. confronta SDet sintagma del determinante ERG ergativo
COMP complementatore SFless sintagma della flessione FEMM femminile
Comp complemento sing. singolare FUT futuro
CONG congiunzione SN sintagma nominale GEN genitivo
cons consonantico sn. sonora IMPF imperfettivo
CP complementizer phrase son sonoro INANIM inanimato
Det determinante spagn. spagnolo IND indicativo
ecc. eccetera Spec specificatore INDEF indefinito
es. esempio SPrep sintagma preposizionale INF infinito
F frase sr. sorda LOC locativo
fig. figura ST sintagma del tempo MASCH maschile
Fless flessione SV sintagma verbale NEG negazione / negativo
frane. francese tab. tabella NOM nominativo
G genitivo ted. tedesco NT neutro
g.g. grammatica generativa Trans transitivo NUM numero
germ. germanico Um. umano OGG oggetto
ingl. inglese V verbo/ vocale PART participio
IP inflection phrase v. vedi PASS passato
it./ital. italiano VP verb phrase PERF perfettivo
I. lingua vs. opposto a PERS persona
lat. latino glosse morfologiche PL plurale
lett. letteralmente ABL ablativo POSS possessivo
m. morfema ACC accusativo POT potenzialità
masch. (Masch.) maschile AGG aggettivo PRES presente
N nome ANIM animato PRO pronome
NP noun phrase ART articolo PROG progressivo
Num numerale ASS assolutivo RIFL riflessivo
p.n. parlante nativo ASTR astratto SG singolare
pers. persona CAUS causativo SOGG soggetto
plur. plurale CLASS classificatore sosT sostantivo (nome)
Poss possessivo CONC concordanza, accordo TOP topic
PP participio passato/ prepo- CONIUG coniugazione VB verbo
sitional phrase CONCR concreto voc vocativo
PRED VERB predicato verbale DAT dativo l, 2, ecc. classi nominali
Prep prepos1z10ne DECL declinazione l", 2", 3" persone verbali/ de-
PRO pronome DEF definito clinazioni
La linguistica
li linguaggio verbale
CAPITOLO 1

Obiettivi del capitolo


L'obiettivo di questo capitolo è di collocare il linguaggio verbale all'interno del
fenomeno della comunicazione, illustrando sia le caratteristiche generali che
esso condivide con altri sistemi di comunicazione sia le proprietà specifiche
che gli conferiscono un carattere peculiare. Dopo aver inquadrato l'oggetto del-
la linguistica (il linguaggio verbale e le lingue), e aver introdotto le nozioni ge-
nerali preliminari alla loro trattazione, vengono presentate le proprietà
costitutive del linguaggio verbale, che ne fanno un sistema di comunicazione
specifico della specie umana, e che consentono di arrivare a una definizione
complessiva del concetto di lingua. Vengono poi spiegate tre distinzioni di fon-
do da tenere presenti nella descrizione dei fatti di lingua ai vari livelli di analisi.

1.1 Linguistica, lingue, linguaggio, comunicazione

La linguistica è il ramo delle scienze umane che studia la lingua. Lo Definizione


studiò della lingua si può dividere in due sottocampi principali: la lin- di linguistica
guistica generale, che si occupa di che cosa sono, come sono fatte e co-
me funzionano le lingue, e la linguistica storica, che si occupa del-
l'evoluzione delle lingue nel tempo e dei rapporti fra le lingue e fra lin-
gua e cultura. Hanno valore più o meno analogo a 'linguistica generale'
altre denominazioni quali 'linguistica teorica', 'linguistica sincronica',
'linguistica descrittiva'. Nella tradizione italiana, spesso si contrappone
alla ' linguistica generale' la 'glottologia', come ambito che copre la lin-
guistica storica e lo studio comparato delle lingue antiche.
Oggetto della linguistica sono dunque le cosiddette lingue storico- Le lingue
naturali, vale a dire le lingue nate spontaneamente lungo il corso della storico-naturali
civiltà umana e usate dagli esseri umani ora o nel passato: l'italiano, il
francese, il romeno, lo svedese, il russo, il cinese, il tongano, il latino, il
sanscrito, il swahili, il tigrino, il piemontese ecc.
Tutte le lingue storico-naturali sono espressione di quello che viene
chiamato linguaggio verbale umano. Il linguaggio verbale è una fa- Il linguaggio
coltà innata nell'homo sapiens ed è uno (e il più raffinato, complesso e verbale umano
duttile) degli strumenti, dei modi e dei sistemi di comunicazione che
4 La linguistica

Dialetti questi abbia a disposizione. Si noti che da questo punto di vista non c'è
alcuna differenza tra lingue e dialetti, tutti i sistemi linguistici esistenti
ed esistiti, ed usati da un qualche gruppo sociale, sono manifestazione
specifica del linguaggio verbale umano. La distinzione fra lingue e dia-
letti è basata unicamente su considerazioni sociali e storico-culturali, in
funzione della distribuzione negli usi linguistici della comunità e del
prestigio dei singoli sistemi linguistici. Si apre qui il campo della so-
ciolinguistica, che studia l'interazione fra lingua e società, la variazio-
ne dei comportamenti linguistici e come le lingue si articolano in varie-
tà secondo diverse dimensioni di variazione (cfr. § 7.2).
Il segno Per inquadrare il linguaggio verbale umano fra i vari tipi e modi di
comunicazione può essere utile partire dalla nozione di segno. Un se-
gno, detto in maniera molto generica, è qualcosa che sta per qualco-
s'altro e serve per comunicare questo qualcos'altro (comunicare vale,
etimologicamente, "mettere in comune, rendere comune").
Ora, si può avere una concezione molto larga oppure molto stretta
di che cosa voglia dire 'comunicare' /'comunicazione'. Secondo una
concezione molto larga (diffusa presso gli studiosi di semiotica o se-
Nozione di miologia, la scienza generale dei segni), tutto può comunicare qualco-
comunicazione sa, ogni fatto culturale - e quindi anche i fatti di natura in quanto filtra-
ti dall'esperienza umana - è suscettibile di essere interpretato da qual-
cuno e quindi di dare/veicolare qualche informazione. In senso lato,
dunque, comunicazione equivale a 'passaggio di informazione'. È più
utile però intendere comunicazione in un senso più ristretto. Tale sen-
so ha come ingrediente fondamentale l'intenzionalità: si ha comunica-
zione quando c'è un comportamento prodotto da un emittente al fine di
far passare dell'informazione e che viene percepito da un ricevente co-
me tale; altrimenti, si ha semplice passaggio di informazione.
Le tre Con maggiore precisione, si potrebbero distinguere tre categorie al-
categorie della 1' intemo del fenomeno generale della comunicazione, a seconda del ca-
comunicazione
rattere di chi produce il messaggio (l'emittente) e chi lo riceve o inter-
preta (il ricevente o interpretante) e dell'intenzionalità del loro com-
portamento:

A. Comunicazione in senso stretto:


1. emittente intenzionale;
2. ricevente intenzionale (es.: linguaggio verbale umano, gesti, tutti
i sistemi artificiali di comunicazione: segnalazioni stradali, ecc.).
B. Passaggio di informazione:
1. emittente non intenzionale;
2. ricevente (interpretante) intenzionale (es.: parte della comunica-
zione non verbale umana: posture del corpo, paralinguistica,
prossemica; orme di animali; sintomi di condizioni fisiche; ecc.).
li linguaggio verbale 5

C. Formulazione di inferenze:
1. nessun emittente (ma solo: presenza di un 'oggetto culturale' che
viene interpretato come volto a fornire un'informazione);
2. interpretante (es.: case dai tetti aguzzi e spioventi= "qui nevica
molto"; modi di vestire; ecc.).

Da A a B a C l'insieme di conoscenze di riferimento (il 'codice')


che permette di interpretare correttamente l'informazione decodifican-
do il valore dei segni dÌventa via via meno forte e rigoroso e più debo-
le, vago e indeterminato, e l'associazione fra un certo segnale (o, più
genericamente, un certo ' fatto segnico', chiamando così ogni fatto o
comportamento che abbia un qualche valore informativo, sia cioè tale
da poter modificare uno stato precedente di conoscenze) e l'informa-
zione che esso veicola è più lasca, affidata all'attività dell'interpretante
e passibile di fraintendimenti.
Comunicàzione è quindi da intendere come trasmissione intenzio-
nale di informazione. Nel quadro generale della comunicazione, la po-
sizione del linguaggio verbale umano può essere individuata come nel-
lo schema seguente: le lingue sono una specificazione della comunica-
zione umana naturale.

verbale (LI NGUAGG IO


VER BALE UMANO )
naturale
non verbale (gesti, ecc.)
umana
artificiale (segnalazioni
comunicazione
stradali, ecc.)
(in senso stretto)

animale (latrati dei babbuini,


fatti 'danze' delle api, ecc.)
segnici
Fig.1.1
passaggio di informazione (e altro: formulazione di inferenze , ecc.)
<< <<<<

1 .2 Segni, codice

La singola entità che fa da supporto alla comunicazione o al passaggio


di informazione è un 'segno' in senso lato. 'Segno' è quindi l'unità fon-
damentale della comunicazione. Esistono diversi tipi di segni. Per av- Classificazione
viarci a capire la natura dei segni linguistici, possiamo rifarci ad una dei segni
qualche tassonomia (classificazione) di tipi di segni. Una possibile tas-
sonomia dei segni in senso lato, tra altre più semplici o più complesse,
6 La linguistica

basata sui due criteri fondamentali dell'intenzionalità e della motiva-


zione relativa, cioè del grado di rapporto naturale esistente tra le due
facce del segno (il 'qualcosa' e il 'qualcos'altro' per cui il primo sta)
potrebbe essere la seguente:

1. INDICI (sintomi): motivati naturalmente/non intenzionali


(basati sul rapporto causa o condizione scatenante > effetto. Es.:
starnuto = "avere il raffreddore"; nuvole scure = "sta per piovere";
una certa traccia sulla neve = "è passata/-o una lince/una volpe/un
cinghiale/un gatto/un camoscio/un orso", ecc.).
2. SEGNALI: motivati naturalmente/usati intenzionalmente
(es.: sbadiglio volontario = "sono annoiato"; lucina accesa di notte
su una montagna = "segnalo la mia presenza"; canti di uccelli per
segnalare il proprio territorio; latrati di allarme di scimmie; ecc.).
3. ICONE [dal gr. eik6n "immagine"]: motivati analogicamente/inten-
zionali
(basati sulla similarità di forma o struttura, riproducono proprietà
dell'oggetto designato. Es.: carte geografiche e mappe, fotografie,
disegni, registrazioni su nastro, diagrammi e istogrammi, simbolo-
gie impiegate in orari dei treni e guide turistiche, onomatopee, ecc.).
4. SIMBOLI: motivati culturalmente/intenzionali
(es.: colore nero/bianco= "lutto"; rosso del semaforo= "fermarsi";
colomba con ramoscello d'ulivo = "pace"; bandiere; alzarsi [in Eu-
ropa]/sedersi [in Giappone] davanti a un superiore = "rispetto";
ecc.).
5. SEGNI (in senso stretto) [spesso, in ingl., symbols, da cui in italiano a
volte 'simboli' sia per il caso 4 che per il caso 5]: non motivati (ar-
bitrari, totalmente immotivati, basati su mera convenzione)/inten-
zionali
(es.: messaggi linguistici; suono al telefono di una linea occupata;
molti segnali stradali [altri sono icone; altri, simboli]; comunicazio-
ne gestuale, come la 'lingua dei segni' (il linguaggio dei gesti dei
non udenti; ecc.).

Motivazione Dalla categoria (1) alla categoria (5) la motivazione che lega, nei
segni in senso lato, il 'qualcosa' al 'qualcos'altro' che viene comunica-
to diventa via via sempre più convenzionale, o, se vogliamo, immoti-
vata, meno diretta. Da (1) a (5) aumenta quindi anche in maniera deci-
siva la specificità culturale dei segni in senso lato: mentre gli indici, in
quanto fatti di natura, sono per definizione di valore universale, uguali
per tutte le culture in ogni tempo, i simboli e ancor più i segni in senso
stretto sono dipendenti da ogni singola tradizione culturale. Va tenuto
presente che per molti aspetti non vi sarebbero ragioni forti per distin-
li linguaggio verbale 7

guere il tipo (4) dal tipo (5): sia i simboli che i segni in senso stretto, in
quanto motivabili solo culturalmente e convenzionalmente, apparten-
gono in fondo, semplicemente, alla categoria dei simboli. Tale distin-
zione consente tuttavia di identificare meglio la specificità dei segni lin-
guistici.
In conclusione, comunque, i segni linguistici, per esempio la paro-
la gatto o la frase ho mangiato una mela, ecc., sono segni in senso stret-
to, prodotti intenzionalmente per comunicare, essenzialmente arbitrari.
Nella comunicazione in senso stretto, c'è dunque un emittente che
emette, produce intenzionalmente un segno per un ricevente. Che cos'è
che mette il ricevente in grado di interpretare il segno? Il fatto che esso
si riconduce a un codice di cui fa parte, cioè a un insieme di conoscen-
ze che permette di attribuire un significato a ciò che succede. Per 'co- Definizione
dice' si intende più precisamente l'insieme di corrispondenze, fissatesi di codice
per convenzione, fra qualcosa ('insieme manifestante') e qualcos'altro
('insieme manifestato ') che fornisce le regole di interpretazione dei se-
gni. Tutti i sistemi di comunicazione sono dei codici. Da questo punto
di vista, i segni linguistici costituiscono il codice lingua.

1.3 Le proprietà della lingua

Possiamo ora chiederci quali proprietà rilevanti presenti il codice lin-


gua - o, in termini più generali, il linguaggio verbale umano (quale fa-
coltà della specie Homo sapiens sapiens); ovvero ancora, in termini più
semplici e concreti, la lingua (ogni lingua storico-naturale)-, quali di
esse condivida con altri codici, e quali invece sembri avere come carat-
terizzanti.

1.3.1 Biplanarità
Una prima proprietà ovvia, tautologica in quanto costitutiva di tutti i se-
gni e quindi anche di quelli linguistici, è la biplanarità, il fatto che ci Biplanarità
siano in un segno due facce, o, appunto, due piani, compresenti (il dei segni
'qualcosa' e il 'qualcos'altro' che dicevamo prima). Vanno qui intro-
dotte le importanti nozioni di significante e di significato. Il 'signifi- Il significante
cante' - chiamato anche 'espressione ' e, con maggiori rischi di equi-
voci, 'forma' - è la parte o faccia o piano fisicamente percepibile del
segno, quello che cade sotto i nostri sensi (il 'qualcosa' che sta per qual-
cos'altro: per esempio, la parola gatto pronunciata o scritta); il 'signifi- Il significato
cato' - chiamato anche 'contenuto' - è la parte o faccia o piano non
materialmente percepibile, l'informazione veicolata dalla faccia perce-
pibile (il 'qualcos 'altro' : nell'esempio, il concetto o idea di "gatto"). In
altre parole, il significante o espressione è ogni modificazione fisica a
8 La linguistica

cui sia associabile un significato, un certo stato concettuale o mentale:


quest'ultimo è il contenuto. Tutti i segni sono indissolubilmente costi-
tuiti dal piano del significante unito al piano del significato. Un codice
si può allora definire come un insieme di corrispondenze fra significati
e significanti, e un segno come l'associazione di un significante e un si-
gnificato (d'ora in poi, indicheremo i significanti col corsivo e i signifi-
cati tra "virgolette doppie").

1.3.2 Arbitrarietà
L'arbitrarietà Un'altra proprietà importante dei segni in senso stretto, e quindi dei se-
dei segni gni linguistici, a cui abbiamo già fatto riferimento, è l'arbitrarietà.
Nella sua versione vulgata, essa consiste nel fatto che non c'è alcun le-
game naturalmente motivato, connesso alla natura o all'essenza delle
cose, derivabile per osservazione empirica o per via di ragionamento
logico, fra il significante e il significato di un segno. Il significante gat-
to non ha di per sé, intrinsecamente, nulla a che vedere con l'animale
"gatto"; nella natura di una cosa non c'è nulla che rimandi al suo nome,
che faccia sì che quella cosa si debba (o si possa) chiamare così. Questo
ovviamente non vuol dire che tra il significante e il significato di un se-
gno non esistano legami né rapporti: bensì vuol dire che i legami, i rap-
porti che ci sono - e che costituiscono il codice - non sono dati natural-
mente, ma posti per convenzione: in questo senso, quindi, arbitrari.
Se i segni linguistici non fossero fondamentalmente arbitrari, le pa-
role delle diverse lingue dovrebbero essere tutte molto simili: le cose,
cioè, dovrebbero chiamarsi più o meno allo stesso modo in tutte le lin-
gue. Il fatto che ovviamente non sia così implica che tra la natura (la
forma, la funzione, in genere i caratteri esterni, sensibili) di una cosa e
la parola che la designa non c'è alcun rapporto che non sia quello posto
dalla convenzione del sistema linguistico. "Gatto" è gatto in italiano,
kissa in finlandese, mace in albanese, kedi in turco, paka in swahili, bil-
lf in hindi, pusa in tagalog, mèo in thailandese, mdo in cinese, kucing in
malese-indonesiano, ecc.; e il fatto che si dica gato in spagnolo non si-
gnifica ovviamente che i gatti spagnoli siano più simili ai gatti italiani
che non i gatti albanesi o turchi o africani, ecc., ma dipende dalla pa-
rentela genealogica fra le due lingue, italiano e spagnolo, entrambe de-
rivate dal latino; il termine latino tardo alla base di quelli italiano e spa-
gnolo è cattu(m). La forte somiglianza fra le parole per "gatto" del ci-
nese e del thailandese sarà da attribuire al fatto che la forma ha presu-
mibilmente origine onomatopeica (v. sotto), costituendo un'imitazione
del verso dell'animale.
Allo stesso modo, se i segni linguistici non fossero arbitrari, parole
simili nelle diverse lingue dovrebbero designare cose o concetti simili:
anche questo è palesemente falso. Bello vuol dire ovviamente "bello" in
li linguaggio verbale 9

ital., ma in inglese beli vuol dire "campana" e belly vuol dire "pancia",
bellum in latino vuol dire "guerra" (e bello "alla guerra", "con la guer-
ra", è il caso dativo e ablativo della stessa parola; cfr. § 3.4), belli in tur-
co vuol dire "evidente", ecc.; e che per es. bel sia "pancia" anche in tok
pisin (una delle lingue pidgin: cfr. § 6.1) dipende dal fatto che il tok pi-
sin ha preso molto materiale dall ' inglese.
In realtà, la questione dell'arbitrarietà dei segni linguistici, o più in Il triangolo
generale del linguaggio verbale umano, è cosa più complessa di quanto semiotico
appaia da questa prima approssimazione. Occorrerebbe infatti distin-
guere quattro tipi o livelli diversi di arbitrarietà. Per affrontare il
problema, è utile introdurre a questo punto la considerazione che in re-
altà nel funzionamento dei segni linguistici sono tre, e non due, le enti-
tà effettivamente in gioco. La cosa viene spesso presentata sotto la for-
ma grafica del cosiddetto triangolo semiotico (fig. 1.2).
Si tratta di un triangolo molto noto negli studi di semiologia e di se-
mantica, ma la cui reale interpretazione rimane ancora in parte contro-
versa: non tutti identificano allo stesso modo le entità che stanno ai tre
vertici del triangolo; quella che forniamo qui è la lettura che pare più
ragionevole e convincente. Ai tre vertici abbiamo le tre entità in gioco:
un significante, attraverso la mediazione di un significato con cui è as-
sociato e che esso veicola (e assieme al quale forma il segno), si riferi-
sce a un elemento della realtà esterna, extralinguistica, un referente. La
parola sedia, formata dalle due facce del significante, s-e-d-i-a, e del si-
gnificato, "sedia", si riferisce all 'oggetto reale sedia, e lo identifica. La
linea di base del triangolo è tratteggiata, al contrario dei due lati, perché
il rapporto fra significante e referente non è diretto, ma è mediato dal si-
gnificato.
Tenendo presente questo schema, possiamo allora definire come se- I quattro tipi
gue i quattro tipi di arbitrarietà della lingua. di arbitrarietà
della lingua

a. A un primo livello, è arbitrario (= non motivato naturalmente né lo- 1. Rapporto


gicamente; totalmente convenzionale) il rapporto o legame tra se- tra segno
e referente
gno nel suo complesso e referente (o designatum): non c'è alcun le-

significato ("felino domestico, ecc.") Fig.1.2


Triangolo
semiotico

<< <<<<

significante (gatto) referente [= realtà esterna]


10 La linguistica

game naturale e concreto, di derivazione dell'uno dall'altro, fra un


elemento della realtà esterna e il segno a cui questo è eventualmen-
te associato, per esempio fra l'oggetto sedia e il segno sedia (il cor-
sivo può dunque indicare anche il segno globalmente; a voler esse-
re più precisi nella notazione, dovremmo dire: il segno sedia "se-
dia") o tra una persona e il suo nome.
2. Rapporto fra b. A un secondo livello, è arbitrario il rapporto fra significante e signi-
significante ficato: il significante sedia, come sequenza di lettere o suoni, non ha
e significato
in sé, al di fuori della convenzione posta dalla lingua, nulla a che ve-
dere con il significato "oggetto d'arredamento che serve per sedersi,
ecc." a cui è associato nella lingua italiana.
3. Rapporto c. A un terzo e più profondo livello, è arbitrario il rapporto tra forma -
tra forma = struttura, organizzazione interna - e sostanza - = materia, mero
e sostanza
del significato insieme di fatti concettualizzabili, significabili - del significato:
ogni lingua ritaglia in un modo che le è proprio (ed eventualmente,
anzi spesso, diverso da quello delle altre lingue) un certo spazio di
significato (e dà quindi una data 'forma' ad una data 'sostanza' se-
mantica) distinguendo e rendendo pertinenti una o più entità. Un
esempio classico è quello di ital. bosco/legno/legna a cui corrispon-
de in francese bois "bosco/legno/legna" e in tedesco Wald
"bosco"/Holz "legno/legna": l'ital. qui riconosce e designa diversa-
mente tre entità (il bosco non è il legno, e il legno non è esattamen-
te la legna) laddove il francese riconosce una sola entità e il tedesco
due(tab. 1.1).
Un altro esempio di diversa organizzazione o forma della stessa so-
stanza di significato: all'ital. andare, verbo di movimento con valo-
re generico, non corrisponde in tedesco un verbo unico con lo stes-
so valore generale, ma la stessa sostanza semantica è ripartita codi-
ficandola con verbi diversi in relazione al mezzo: gehen "andare (a
piedi)"/fahren "andare con un mezzo", eccetera.
4. Rapporto d. Infine, ad un quarto livello, è altrettanto arbitrario il rapporto fra for-
tra forma ma e sostanza del significante: ogni lingua organizza secondo propri
e sostanza
del significante criteri la scelta dei suoni pertinenti, distinguendo in una certa manie-
ra, eventualmente diversa da altre lingue, le entità rilevanti della ma-
teria fonica. Si noti sin d'ora, a questo proposito, che il significante
dei segni linguistici è primariamente di carattere fonico-acustico, co-

Tabella 1 .1- Forme diverse della stessa sostanza di significato


bosco legno legna
bois
Wa/d Ho/z
li linguaggio verbale 11

stituito cioè da onde sonore che viaggiano nell'aria (cfr. oltre,§ 2.1):
queste rappresentano la sostanza su cui ogni lingua effettua le sue
pertinentizzazioni. Un esempio di identica sostanza fonica organiz-
zata in maniera diversa in diverse lingue può essere dato dalla quan-
tità o durata delle vocali. Laddove l'italiano ha per esempio una so-
la a, senza distinzione di lunghezza (per cui casa pronunciato con
una a breve o media e caasa pronunciato con una a lunga non sono
che due realizzazioni della stessa parola, casa, in cui il suono a è
pronunciato con due durate diverse), il tedesco o il latino distinguo-
no due suoni diversi con carattere distintivo; cosicché per esempio
in ted. Stadt "città", con la a breve, e Staat "stato", con la a lunga,
sono due parole diverse; e così dicasi in latino, per esempio, per dnus
"vecchia", con la a breve, e dnus "anello", con la a lunga, o per puel-
lii, con la a breve, "(la) ragazza", caso nominativo (sui casi, cfr. §
3.4), e puelld, con la a lunga, "(con la) ragazza", caso ablativo.

Al principio dell'arbitrarietà radicale dei segni linguistici esistono


alcune eccezioni. Vi sono dei segni linguistici che appaiono almeno
parzialmente motivati. È il caso ad esempio delle onomatopee, che ri- Le onomatopee
producono o richiamano nel loro significante caratteri fisici di ciò che
viene designato. Parole e voci onomatopeiche come per esempio tintin-
nio, sussurrare, rimbombare, o din don dan, o chicchirichì (verso del
gallo) imitano nella loro sostanza di significante il suono o rumore che
designano, e presentano quindi un aspetto più o meno nettamente ico-
nico: sarebbero pertanto più icone che simboli o segni in senso stretto
(si veda sopra, § 1.2). Va tuttavia notato che anche le onomatopee e le
voci imitative possiedono un certo grado di integrazione nella conven-
zionalità arbitraria del singolo sistema linguistico, e una loro specifici-
tà che le rende almeno in parte diverse da lingua a lingua, nonostante il
referente rimanga identico. Tintinnio, per es., unisce ad una parte chia-
ramente onomatopeica, motivata, tintin, il suffisso nominale del tutto
' arbitrario' -ìo. Ed è risaputo che al chicchirichì italiano corrisponde in
francese cocorico, in inglese cock-a-doodle-doo, in tedesco Kikeriki, in
neerlandese (olandese) kukeluku, eccetera.
Più strettamente iconici sembrano invece i cosiddetti ' ideòfoni', Gli ideòfoni
cioè espressioni imitative o interiezioni descrittive che designano feno-
meni naturali o azioni, frequentemente usate nei fumetti, come per
esempio boom/bum "grande fragore", zac "taglio netto", gluglu "tran-
gugiare acqua", ecc.; che gli ideofoni abbiano lo statuto di effettive pa-
role, appartenenti al lessico della lingua italiana, è però dubbio.
Sulla presenza tutt' altro che marginale di caratteri iconici nel lin- Carattèri iconici
nel linguaggio
guaggio verbale umano hanno comunque posto l'accento recenti con- verbale umano
cezioni che tendono a ridurre l'importanza cruciale dell'arbitrarietà co-
12 La linguistica

me carattere costitutivo totale dei segni linguistici, notando come an-


che nella grammatica delle lingue esistano meccanismi chiaramente
iconici, e dunque in qualche misura motivati. È stato per esempio no-
tato che la formazione del plurale attraverso l'aggiunta di materiale lin-
guistico alla forma del singolare è un dispositivo molto diffuso nelle
lingue. Si è quindi sostenuto che questo fatto obbedirebbe appunto ad
un principio di iconismo: l'idea di pluralità, che implica più cose, più
materiale, nella realtà, sarebbe evocata o suggerita o riprodotta nella
lingua dal fatto che la forma plurale contiene più materiale fonico, lin-
guistico, che non la forma del singolare. La lingua riprodurrebbe quin-
di in un certo senso coi suoi mezzi propri la realtà. Si veda per es. per
"bambino", sing./"bambini", plur.: ingl. child I children, frane. (scritto)
enfant I enfants, romeno biiiat I biiiefi, ted. Kind I Kinder, turco kiiçiik
I kiiçiikler, arabo Tifl I aTfdl, swahili mtoto I watoto, malese-indonesia-
no anak I anak-anak (con reduplicazione), eccetera. Ma, si noti, non è
ovviamente così in italiano, che ha un plurale formato con alternanza di
desinenza: bambino I bambini (e in dialetti lombardi si hanno addirit-
tura casi di plurali formati mediante sottrazione di materiale, invece
che mediante aggiunzione, come nei casi sopra visti, o mediante alter-
nanza come in italiano: così in nomi femminili come dòna "don-
na"/don "donne").
Un'altra prospettiva che tende a vedere nei segni linguistici più
motivazione di quanto solitamente si creda è quella che sostiene l'im-
Il fonosimbolismo portanza del 'fonosimbolismo', affermando che certi suoni avrebbero
per la loro stessa natura associati a sé certi significati (denotativi o con-
notativi: cfr. § 5.1). Il suono i, per es., vocale chiusa (si veda oltre, §
2.1.3) e fonicamente 'piccola' (prodotta con un'apertura minima della
bocca), sarebbe connesso con 'cose' piccole, e quindi le parole che
contengono i designerebbero di preferenza la proprietà di essere picco-
lo o oggetti piccoli, come si vedrebbe per esempio in ital. piccino, mi-
nimo, ingLlittle, o in suffissi diminutivi come ital. -ino, ingl. -y, ted.
meridionale -i, eccetera. Affermazioni del genere incorrono tuttavia in
controesempi così evidenti e numerosi (sia nel senso che esistono pa-
role contenenti i o aventi i come vocale tonica che indicano grandezza,
come per es. ital. massiccio , ingl. big; sia nel senso ancora più ovvio
che esistono parole che indicano piccolezza e non contengono i, come
per esempio ital. scarso, corto, poco, ingl. small) da non poter essere
seriamente prese come argomenti contro il principio dell'arbitrarietà
dei segni linguistici. In conclusione, nonostante esistano eccezioni, per
lo meno parziali, al principio dell'arbitrarietà totale della lingua, esse
non sono così cruciali da mettere veramente in crisi lo statuto dell'ar-
bitrarietà come una delle proprietà più importanti del linguaggio ver-
bale umano.
li linguaggio verbale 13

1.3.3 Doppia articolazione


Una proprietà molto importante del linguaggio verbale umano, che nel- La doppia
la sua forma più piena e totale sembra posseduta, fra i sistemi naturali di articolazione
o dualità di
comunicazione, solo dalle lingue e che quindi ha un forte potere carat- strutturazione
terizzante in quanto specifica di queste, è quella che viene chiamata
'doppia articolazione'. (Si noti che i linguisti anglosassoni usano piut-
tosto il termine dualità di strutturazione).
La doppia articolazione, che non va confusa con la biplanarità (si
veda§ 1.3.1) consiste nel fatto che il significante di un segno linguisti-
co è articolato a due livelli nettamente diversi.
A un primo livello, il significante di un segno linguistico è organiz- La prima
zato e scomponibile in unità (elementi, parti, pezzi, 'mattoni') che sono articolazione
ancora portatrici di significato e che vengono riutilizzate (con lo stesso
significato) per formare altri segni (prima articolazione): la parola
gatto è scomponibile in due 'pezzi' più piccoli, gatt- e -o, che recano
ciascuno un proprio significato (rispettivamente "felino domestico" e
"uno solo", singolare) e che sono suscettibili di comparire col medesi-
mo significato in altre parole: gatt-i, gatt-e, gatt-ino, s-gatt-are, ecc.; lo
stesso, per es., per top-o, libr-o, cucchiai-o, beli-o, eccetera. Tali pezzi
o elementi costituiscono le unità minime di prima articolazione, e non
sono ulteriormente articolati (scomponibili) in elementi più piccoli che
rechino ancora un proprio significato. Non è possibile assegnare per
esempio in gatt- né a g- né ad -a- né aga- né ad -att- né a -tt- un signi-
ficato proprio e specifico.
Ogni segno linguistico, di qualunque estensione e in qualunque lin-
gua, è in linea di principio analizzabile, scomponibile in unità minime
di prima articolazione. Ad esempio: la nonna sforna la torta > l-a nonn-a
s-forn-a l-a tort-a.
Le unità minime di prima articolazione, che chiameremo 'morfe- I morfemi
mi' (si veda§ 3.1), poiché sono associazioni di un significante e un si-
gnificato, sono ancora segni, i segni più piccoli. A un secondo livello
(seconda articolazione), esse sono a loro volta scomponibili in unità La seconda
più piccole che non sono più portatrici di significato autonomo (sono articolazione
cioè meri pezzi di significante), e che combinandosi insieme in succes-
sione dànno luogo alle entità di prima articolazione: il morfema gatt- è
scomponibile nei suoni (rappresentati nella scrittura da lettere) g, a, t, t.
Tali elementi, che non sono più segni in quanto non hanno un significa-
to e che chiameremo 'fonemi' (si veda § 2.2.1), costituiscono le unità I fonemi
minime di seconda articolazione. Ogni segno linguistico è analizzabile,
scomponibile in unità minime di seconda articolazione: l-a n-o-n-n-a
s-f-o-r-n-a I-a t-o-r-t-a . La frase di esempio risulta così composta (con-
tando le ripetizioni della stessa unità) da undici morfemi, unità minime
di prima articolazione, e da venti fonemi, unità minime di seconda arti-
14 La linguistica

colazione. Si noti che unità minime di prima e di seconda articolazione


possono coincidere nella loro forma, com'è il caso di s- in sforna o di
-a in nonna nella nostra frase, che sono contemporaneamente unità mi-
nime di prima articolazione, se le consideriamo col loro significato, e di
seconda articolazione, se le consideriamo unicamente come suoni: s-
"togliere" e -a "singolare", e rispettivamente se a.
La doppia articolazione dei segni linguistici (si badi, per la preci-
sione, che a rigore la doppia articolazione è una proprietà del signifi-
cante dei segni linguistici) costituisce una vera proprietà cardine del lin-
guaggio verbale umano, secondo cui, come vedremo, si sviluppa la
struttura generale del sistema linguistico; non esistono altri codici di co-
municazione naturali che possiedano una doppia articolazione piena e
Economicità totale come la lingua. Essa consente alla lingua una grande economici-
del sistema tà di funzionamento : con un numero limitato (in genere, nelle varie lin-
linguistico
gue, poche decine) di unità di seconda articolazione, 'mattoni' elemen-
tari di costruzione privi di significato, si può costruire un numero gran-
dissimo (teoricamente illimitato) di unità dotate di significato. Basti
provare ad immaginare quali insormontabili complicazioni succedereb-
bero se ad ogni significato dovesse corrispondere un singolo suono (o
lettera) diverso inanalizzabile!
È di conseguenza anche molto importante nella strutturazione della
Combinatorietà lingua il principio della combinatorietà: la lingua funziona-, fonda-
mentalmente, combinando unità minori, possedute in un inventario li-
mitato, prive di significato proprio, per formare un numero indefinito
di unità maggiori (segni). È tale principio, il cui fondamento sta appun-
to nella proprietà della doppia articolazione o dualità di strutturazione,
che permette alla lingua la produttività illimitata (si veda oltre,§ 1.3.7) .

1.3.4 Trasponibilità di mezzo


La trasponibilità Il significante dei segni linguistici, oltre ad essere doppiamente artico-
di mezzo: lato, possiede un'altra proprietà molto importante, caratterizzante della
parlato e scritto
lingua: può essere trasmesso o realizzato (sostanziato, attuato, manife-
stato) sia attraverso il mezzo aria, il canale fonico-acustico - sotto for-
ma di sequenza di suoni e rumori prodotti dall'apparato fonatorio uma-
no (bocca e altri organi interessati alla produzione del parlare) che si
propagano come onde sonore e vengono ricevuti dall'apparato uditivo
-, sia attraverso il mezzo luce, il canale visivo-grafico - sotto forma di
segni ('disegnini', lettere nei nostri alfabeti occidentali), tracciati sulla
carta o su altro supporto solido e ricevuti tramite l'apparato visivo. A
tale proprietà si dà il nome di trasponibilità di mezzo (anche: 'trasfe-
ribilità di mezzo' o 'intercambiabilità del mezzo') .
Anche se i segni linguistici possono essere trasmessi o oralmente o
graficamente, e in linea di principio ogni messaggio detto, parlato, è tra-
li linguaggio verbale 15

ducibile, trasponibile in un equivalente messaggio scritto, e viceversa,


il carattere orale è tuttavia prioritario rispetto a quello visivo: il canale
fonico-acustico (o vocale-uditivo) appare per varie ragioni il canale pri- Priorità
mario, talché spesso si dice anche che una delle proprietà del linguag- del parlato
gio verbale umano è la fonicità. Occorre a questo punto aprire un ex-
cursus su lingua parlata e lingua scritta.
Il parlato(= realizzazione del linguaggio verbale umano attraverso
il mezzo fonico) è anzitutto prioritario antropologicamente rispetto al- Priorità
lo scritto (= realizzazione del linguaggio verbale umano attraverso il antropologica
mezzo grafico). Tutte le lingue che hanno una forma e un uso scritti so-
no (o sono state) anche parlate, mentre non tutte le lingue parlate hanno
anche una forma e un uso scritti: migliaia di lingue, soprattutto in Afri-
ca o in Oceania, non hanno una scrittura, non possiedono una conven-
zione di notazione grafica che permetta di usarle per la comunicazione
scritta. Ovviamente questo dato di fatto non contraddice la proprietà ge-
nerale della trasponibilità di mezzo: sono fattori contingenti, storico-
sociali, a far sì che una lingua non venga scritta e non abbia sviluppato
un suo codice grafico; ed è sempre possibile, in qualunque momento, se
ne sorge l'esigenza, dotare qualunque lingua di un suo sistema di scrit-
tura che ne permetta l'impiego scritto. Inoltre, l'importanza che risulta
avere oggi per noi la scrittura è di data piuttosto recente, nello sviluppo
storico dell'umanità. Ancora, il parlato ha anche nelle nostre culture
moderne una netta prevalenza statistica: nella vita quotidiana normal-
mente noi parliamo molto di più di quanto scriviamo, e attraverso il ca-
nale orale facciamo molte più cose che non attraverso il canale scritto.
La lingua parlata è impiegata in una gamma più ampia e differenziata di
usi e funzioni che non la lingua scritta.
C 'è una priorità ontogenetica (relativa al singolo individuo) del Priorità
parlato: ogni individuo umano impara prima, al momento della socia- ontogenetica
lizzazione primaria, e per via naturale, spontanea (senza bisogno di ad-
destramento specifico), a parlare, e solo in un secondo tempo, e attra-
verso addestramento guidato specifico, a scrivere. E da quanto notato
poco sopra si ricava inoltre che non tutti imparano (o sanno) anche (a)
scrivere.
C'è poi una priorità filogenetica (relativa alla specie umana) del Priorità
parlato: nella storia della nostra specie, la scrittura si è sviluppata certa- filogenetica
mente molto tempo dopo il parlare. Le prime attestazioni giunteci di
una forma scritta di lingua risalgono a non più di cinque millenni prima
di Cristo (scritture pittografiche), e quelle di un sistema di scrittura ve-
ro e proprio, la scrittura cosiddetta cuneiforme presso i Sumeri, a circa
il 3500 a.C.; si tratta di tavolette d'argilla contenenti in una grafia con
segni a forma di cunei (di qui, il nome della scrittura) presumibilmente
la registrazione di transazioni commerciali, ritrovate a Uruk nella bassa
16 La linguistica

Mesopotamia (oggi Iraq). La scrittura alfabetica, quella che darà luogo


al nostro alfabeto attuale, nasce probabilmente (la storia della scrittura
in questo periodo è complicata e ancora in parte oscura) sotto forma di
scrittura consonantica che non registra le vocali (cfr. § 2.1.3) presso i
Fenici attorno al 13_00 a.e., come sviluppo della cosiddetta scrittura
ugaritica, ancora di tipo cuneiforme, attestata dal XIV secolo a.e. a
Ugarit, nell'odierna Siria. Dalla scrittura fenicia derivano nel corso del
primo millennio a.C. l'alfabeto ebraico, l'alfabeto aramaico, base prin-
cipale della futura scrittura araba, e l'alfabeto greco, da cui evolveran-
no l'alfabeto cirillico e quello latino, usato dalle lingue europee occi-
dentali (v. Box 1.1).

Box 1.1 - Sistemi di scrittura


Per una classificazione dei sistemi di scrittura, occorre distinguere innanzitutto sistemi sema-
siografici e sistemi glottografici. La principale differenza tra i due sistemi è che i primi non fan-
no uso di simboli linguistici, i secondi sì. Sono esempi di sistemi semasiografici le pittografie,
che adottano convenzionalmente come elementi di scrittura dei disegni motivati analogica-
mente, specie di oggetti; e le ideografie, che assumono come elementi di scrittura dei simboli
grafici che rappresentano iconicamente concetti o idee.
I sistemi glottografici, dei quali soli si dà conto in questo Box, si suddividono ulteriormente in
sistemi non fonetici, o logografici, e sistemi fonografici, o fonetici. I primi non hanno, se non
parzialmente, basi fonetiche; fanno riferimento a unità non di significante ma di significato, e
più specificamente, in genere, a unità minime di prima articolazione, i morfemi: nella maggio-
ranza dei sistemi logografici moderni, più che di 'scrittura di parole' (logografia) si tratta infat-
ti di 'scrittura di morfemi' (morfografia). I secondi rappresentano invece i suoni del linguag-
gio; fanno quindi riferimento a unità di seconda articolazione; più in particolare, e specie in cer-
ti casi, si richiamano all'inventario fonematico di una certa lingua. Ci sono così sistemi fono-
grafici basati su sillabe, altri su consonanti o consonanti e vocali, altri ancora su tratti articola-
tori (v. sotto).
Qualunque sistema, di tipo logografico o di tipo fonografico, potrà poi fornire una rappresenta-
zione più o meno completa, o più e meno coerente, di tutte le unità rilevanti per la propria lin-
gua di riferimento. Data una certa lingua, un sistema logografico molto difficilmente potrà rap-
presentarne con completezza e/o coerenza l'intero inventario dei morfemi; e così un sistema fo-
nografico potrà non rappresentare integralmente e/o coerentemente l'inventario fonematico del-
la lingua cui si riferisce (per l'alfabeto italiano v. Box 2.2). Va detto ancora che qualunque si-
stema di scrittura non sarà mai puramente logografico o puramente fonografico; ciò è ben di-
mostrabile nel caso di sistemi logografici, ma vale ugualmente per quelli fonografici (in alfabeti
derivati da quello latino, ad es. , che pure sono tipicamente fonografici , non mancano segni lo-
gografici: &, f, $, ecc.).
Si riporta nello schema seguente una classificazione dei sistemi di scrittura glottografici.
li linguaggio verbale 17

Sistemi di scrittura con simboli linguistici (sistemi glottografici)

sistemi logografici sistemi fonografici (fonetici)

I
logografia o sillabografia abjad abugida alfabeto grafia di tratti
morfografia (scrittura di (scrittura (scrittura di
consonanti) alfabetico- consonanti
sillabica) e vocali)

Logografia o morfografia
Ogni carattere sta per un morfema. Sono sistemi di scrittura con componenti logografiche, ad
es., il cinese, il cuneiforme sumerico, l'egiziano geroglifico.
Vediamo il caso del cinese, che è per certi versi particolare. In cinese, che conta parecchie mi-
gliaia di caratteri (i dizionari più completi ne annoverano ben 40.000; una persona colta ne co-
nosce 6-7000; 2000 sono ritenuti la soglia dell 'alfabetizzazione), più del 90% dei caratteri com-
bina la rappresentazione di significati e di suoni; combina, in altre parole, componenti logogra-
fiche e componenti (parzialmente) fonografiche. Ogni carattere denota infatti un morfema e una
sillaba. Ogni carattere, cioè, è composto da un elemento di scrittura che indica l'area concet-
tuale, lo spazio semantico, a cui appartiene la parola, e un elemento che ne indica molto ap-
prossimativamente il suono. Si veda ad es. qui di seguito il carattere per "zucchero" , dato dalla
combinazione del classificatore (cfr. § 3.4) per "cereale" e dell'elemento che sta per la sillaba
tang:

Sillabografia
*
"cereale" tdng "zucchero"

Ogni carattere sta per una sillaba. Ogni carattere rappresenta una combinazione di fonemi di-
versa, quindi una sillaba diversa, senza che ci sia la possibilità di distinguere quali elementi gra-
fici rappresentino certi fonemi e quali altri. Sono sistemi di scrittura con componenti sillabo-
grafiche, ad es., il giapponese, il miceneo lineare B, il sillabario cipriota.
Il giapponese, in particolare, usa un sistema di scrittura misto, che comprende logogrammi ci-
nesi e sillabogrammi (oltre che, in misura minore, caratteri dell'alfabeto latino). Si vedano ad
es. qui sotto i sillabogrammi per sa, si (shi), su, se, so del sillabario katakana, uno dei due silla-
bari in uso nel giapponese moderno; si può osservare come per ciascuna delle cinque combina-
zioni di fonemi non sia possibile isolare elementi grafici rappresentativi di singoli fonemi:

sa se si (shi) so su .

Abjad [ab'd3ad]
Ogni carattere sta per una consonante. È un sistema di scrittura che tendenzialmente non segna
le vocali, anche se molti sistemi di questo tipo si sono dotati nel corso del tempo di segni divo-
calizzazione (elementi diacritici, posti al di sopra o al di sotto dei caratteri consonantici), che ri-
mangono comunque per lo più opzionali. Il primo sistema di scrittura a base fonetica della sto-
18 La linguistica

ria, il fenicio , era un abjad. Sono di questo tipo i sistemi di scrittura semitici: arabo, ebraico, si-
riaco, eccetera.
In arabo le parole sono costituite generalmente da un morfema lessicale triconsonantico di-
scontinuo e da un morfema grammaticale formato da uno schema vocalico anch'esso disconti-
nuo, intercalato nella radice triconsonàntica; es. [ki'ta:b] "libro", con radice k-t-b
"scrivere/scrittura" e schema vocalico -i-a :- "nome di oggetto/singolare" (cfr. § 3.2.2.). Il siste-
ma di scrittura dell'arabo, come la maggior parte dei sistemi semitici, nota di norma le sole con-
sonanti (in forme diverse a seconda della loro posizione all 'interno della parola: isolata, inizia-
le, mediana o finale) e procede da destra a sinistra. Le vocali dell'arabo, in tutto tre (a, u, i),
possono essere sia brevi ([a], [i], [u]) sia lunghe ([a:] , [i:], [u:]); nella scrittura, le vocali brevi
sono considerate implicite, mentre le vocali lunghe sono segnalate dalla presenza di una conso-
nante di prolungamento. Si veda qui di seguito come è resa la parola [ki'ta:b] "libro", con no-
tazione della sola radice triconsonantica k-t-b e della consonante di prolungamento (che segna-
la la presenza di una vocale lunga: [a:]):

'--" L .. ~

bfinale Cdi prolungamento


per [a:]
--
tmediana k iniziale

~GS
• [ki'ta:b] "libro"

Abugida [abugi'da]
Ogni carattere sta per una combinazione sillabica di consonante e vocale. A differenza della sil-
labografia, gli elementi grafici che rappresentano le consonanti e le vocali della combinazione
sono ancora distinguibili tra di loro. Si ha in genere un carattere di base, che denota una conso-
nante accompagnata da una vocale non marcata (a, nelle grafie dell'India), a cui si aggiunge
qualche elemento grafico per denotare altre vocali o l'assenza di vocali. Sono sistemi di scrit-
tura di questo tipo il devanagari, usato ad es. per sanscrito e hindi, e l'etiopico, usato ad es. per
amarico e tigrino.
Si vedano alcune combinazioni con [k] in devanagari:
[k(a)] k( a) [k] k
~ ~
cfiT [ka:] kii fcf; [ki] ki

~ [ku:] ku ~ [ko:] ko
"'
~ [ke:] ke ~ [kai] kai

Alfabeto
Ogni carattere (o grafema) sta o per una consonante o per una vocale. Sono notate obbligato-
riamente sia le consonanti sia le vocali. Il primo alfabeto della storia è stato quello greco, da cui
discendono, tra gli altri, quello cirillico e quello latino.
Alcuni esempi di traslitterazione dal russo:
A = a, A = d, E, I:: = e, r = g, n = l, M = m, H = n, n = p, p = r, e = S, B = V
li linguaggio verbale 19

Alcuni esempi dal greco:


Aa = Aa , M = Dd, BE = Ee, ry = Gg, Aì-. = Ll, Mµ = Mm, Nv = Nn, II:rc = Pp , Pp = Rr,
Laç = Ss , Bl3 = Vv

Grafia di tratti
Ogni carattere rappresenta, e riproduce in parte anche nella forma, una certa conformazione ar-
ticolatoria (v. § 2.1.2), e sta per il fono o i foni prodotti da tale conformazione. Un sistema di
grafia di tratti è il coreano hangul.
Si vedano qui di seguito i caratteri hangul per [n] , [t]/[<;,l] e [k]/[g]:

L [n]
e[t]/[<;,l]
1
[k]/[g]

Si può osservare come la forma di ciascuno di questi caratteri tenda a riprodurre analogicamente
una particolare conformazione articolatoria: L ([n]) rappresenta l'innalzamento della parte an-
teriore della lingua verso i denti superiori (propria dei suoni dentali, v. § 2.1.2.); l'aggiunta di un
tratto orizzontale in C ([t]/[<;,l]) indica la chiusura totale del canale (propria dei suoni occlusivi,
v. § 2.1.2.); 7 ([k]/[g]) mostra l'innalzamento del dorso della lingua verso la zona posteriore
del palato (propria dei suoni velari, v. § 2.1.2.).

Invece le origini del linguaggio sono certamente molto più anti- Le origini
che. A prescindere dalle diverse ipotesi avanzate circa il modo in cui il del linguaggio
linguaggio è sorto (la questione è molto complessa, e qui non vi accen-
niamo nemmeno), tutto porta in paleontologia a far risalire molto in-
dietro lungo l'albero genealogico degli ominidi l'origine del linguag-
gio verbale, sotto forma evidentemente parlata. È ipotizzabile infatti
che qualche forma embrionale di comunicazione orale con segni lin-
guistici fosse già presente nell'Homo habilis e poi nell'Homo erectus
(e quindi a partire da circa tre milioni di anni fa) . Sicuramente il lin-
guaggio verbale era presente nell'Homo neanderthalensis (100-50.000
anni fa) e a fortiori nell'Homo sapiens sapiens, come schematizzato
nella figura 1.3.
Sembra infatti che nel processo evolutivo della specie umana già
presso i nostri lontanissimi progenitori di molte centinaia di migliaia di
anni fa esistessero almeno in nuce i prerequisiti biologici (anatomici,
neurologici e cognitivi: cfr. § 1.3.12) necessari per il linguaggio verbale.
Il canale fonico-acustico e l'uso parlato della lingua presentano Vantaggi
d' altra parte tutta una serie di vantaggi biologici e funzionali rispetto al dell'oralità
nel linguaggio
canale visivo e all'uso scritto:

a. purché vi sia presenza di aria (condizione che si dà sempre sul no-


stro pianeta), possono essere utilizzati in qualunque circostanza am-
20 La linguistica

Fig.1.3 Linguaggio verbale

>>>> >> Homo habilis


I
=3.000.000 a.

Homo erectus =1.000.000 a.


I
Homo sapiens =500.000 a.

Homo Homo
neanderthalensis sapiens sapiens =100.000-30.000 a.

bientale, e consentono la trasmissione anche in presenza di ostacoli


fra emittente e ricevente e a (relativa) distanza (gli sviluppi nell'ul-
timo s.ecolo delle tecniche di riproduzione e trasmissione della voce
consentono ai messaggi di viaggiare a qualunque distanza, e anche
in assenza di aria);
b. non ostacolano altre attività, possono essere utilizzati in concomi-
tanza con molte altre prestazioni fisiche e intellettive (mentre il ca-
nale grafico, almeno nella produzione, impegna totalmente l'attivi-
tà dell'individuo); sono quindi particolarmente adatti all'impiego
del linguaggio per accompagnare e guidare le azioni;
c. permettono la localizzazione della fonte di emittenza del messaggio;
d. la ricezione è contemporanea alla produzione del messaggio, avvie-
ne in diretta;
e. l'esecuzione parlata è più rapida di quella scritta;
f il messaggio può essere trasmesso simultaneamente a un gruppo di
destinatari diversi e può essere colto da ogni direzione;
g. il messaggio è evanescente, ha rapida dissolvenza, non permane a
ingombrare il canale ma lascia subito libero il passaggio ad altri
messaggi. Si noti però che questo vantaggio può essere in certi casi
uno svantaggio: non per nulla un noto detto latino recita scripta ma-
nent, verba volant ("ciò che è scritto rimane, ciò che è detto vola
via"). Da questo punto di vista, l'unico vantaggio evidente del cana-
le visivo sta appunto nella permanenza del messaggio nel tempo e
nello spazio: il parlato è transeunte, lo scritto rimane, è stabile.
h. l'energia specifica richiesta è molto ridotta, il parlare è concomitan-
te con la respirazione e ne può essere considerato entro certi termini
un sottoprodotto specializzato. Dal punto di vista meramente fisio-
logico, infatti, appare evidente che il linguaggio verbale umano è
dotato di 'specializzazione': il parlare, pur avvenendo in concomi-
tanza con particolari funzioni fisiologiche, non assolve alcun altro
compito fisio-biologico che quello della comunicazione - non con-
tribuisce per esempio in nulla alla respirazione o all'alimentazione,
che usufruiscono in parte degli stessi organi-, ed è quindi un'attivi-
tà altamente specializzata.
li linguaggio verbale 21

Nelle società moderne, tuttavia, lo scritto ha una priorità sociale: Priorità sociale
dello scritto
avere una forma scritta è un requisito indispensabile per una lingua evo-
luta, a pieno titolo; lo scritto ha maggiore importanza, prestigio e utili-
tà sociale e culturale; è lo strumento di fissazione e trasmissione del
corpo legale, della tradizione culturale e letteraria e del sapere scienti-
fico; è il veicolo fondamentale dell ' istruzione scolastica (l'importanza
dell'alfabetismo è un cardine elementare indiscusso di ogni società ci-
vile); ha validità giuridica (si badi per esempio all'importanza della fir-
ma scritta della persona per ogni atto che abbia valore formale e legale),
eccetera.
Occorre ancora dire che d'altra parte la realizzazione parlata e quel-
la scritta dei segni linguistici non sono puramente diretta rappresenta-
zione l'una dell'altra. Lo scritto è nato come fissazione, trascrizione,
raffigurazione 'solida', stabile, del parlato; ma si è poi sviluppato con
aspetti e caratteri in parte propri: non tutto ciò che fa parte del parlato
(per esempio, il tono di voce, la modulazione del discorso, in genere i
tratti cosiddetti paralinguistici che accompagnano la comunicazione
orale, ecc.) può essere reso e avere un corrispondente nello scritto; né
tutto ciò che fa parte dello scritto (per esempio, uso delle maiuscole, di-
sposizione del testo sul foglio, ecc.) può essere reso e avere un corri-
spondente nel parlato. Insomma, parlato e scritto non sono semplice-
mente la traduzione l'uno dell'altro su supporti fisici diversi: la diversi-
tà del mezzo crea in parte dei caratteri strutturali diversi e irriducibili,
che conferiscono sia all'uno che all'altro una certa quota di peculiarità.
Del resto, anche il modo, le forme e le caratteristiche strutturali con cui
una lingua si manifesta nel parlato sono in parte diversi rispetto al mo-
do, alle forme e alle caratteristiche strutturali con cui una lingua si ma-
nifesta nello scritto: ma su questo non possiamo soffermarci qui (cfr. §
7.2.2, variazione diamesica).

1.3.5 Linearità e discretezza


Un' ulteriore proprietà dei segni linguistici, che è più propriamente an- La linearità
ch'essa una caratteristica del significante, è la linearità. Per 'linearità del segno
linguistico
del segno' si intende che il significante viene prodotto, si realizza e si
sviluppa in successione nel tempo e/o nello spazio. Successione linea-
re tale che non possiamo decodificare il segno, capire completamente il
messaggio se non dopo che siano stati attualizzati l'uno dopo l'altro tut-
ti gli elementi che lo costituiscono. Molti altri tipi di segni sono invece
'globali', vengono percepiti come un tutto simultaneamente. Es.: molti
segnali stradali; il colore del semaforo; i gesti; eccetera. L' ordine in cui
si susseguono le parti del segno è inoltre pertinente in modo fondamen-
tale per il significato del segno medesimo: Gianni chiama Maria e Ma-
ria chiama Gianni designano due stati di cose ben diversi (cfr. §
22 La linguistica

La discretezza 1.3.10). La linearità implica anche monodimensionalità del segno, giac-


del segno ché il significante si sviluppa in una sola direzione; ed è una proprietà
linguistico
strutturale strettamente connessa con la doppia articolazione, nel senso
che è una delle precondizioni che la rendono possibile.
Sempre relativa in primo luogo al significante è la proprietà dei se-
gni linguistici di essere discreti. Per discretezza dei segni si intende il
fatto che la differenza fra gli elementi, le unità della lingua, è assoluta,
non quantitativa o relativa: in altre parole, le unità della lingua non co-
stituiscono una materia continua, senza limiti netti al proprio interno,
ma c'è un confine preciso fra un elemento e un altro, che sono distinti e
ben separabili l'uno dall'altro. In particolare, le classi di suoni sono ben
separate le une dalle altre: pollo con la p e bollo con la b sono per esem-
pio due parole distinte che non hanno nulla in comune dal punto di vi-
sta del significato; un'eventuale pronuncia intermedia viene ricondotta
a una delle due forme , o a pollo o a bollo, non è un'altra parola che vo-
glia dire qualcosa a metà fra pollo e bollo. Usando termini noti nella
teoria della comunicazione, si può dire che i segni del linguaggio ver-
bale sono digitali, e non analogici.
Una conseguenza interessante della discretezza (combinata con
l'arbitrarietà radicale) è che nella lingua non possiamo intensificare il
significante per intensificare corrispondentemente il significato allo
stesso modo in cui lo facciamo per esempio con grida o interiezioni:
mentre un ahi! detto piano a voce bassa indica un dolore minore che un
AHI! gridato ad alta voce (e si può ritenere in linea di principio che più
forte sia l'ahi! più forte sia il dolore, essendo questo un segno - non lin-
guistico - dotato di variazione continua), un GAATTOO detto a voce al-
ta e forte non è più "gatto" di gatto detto piano a voce bassa (l 'intensi-
ficazione trasmette semmai valori emotivi, ma non tocca l'identifica-
zione del referente designato). Nella lingua, insomma, il significato non
varia in proporzione al variare del significante, né viceversa.

L'onnipotenza 1.3.6 Onnipotenza semantica, p/urifunzionalità e riflessività


semantica Tocchiamo ora una proprietà generale del linguaggio verbale umano
che lo contrassegna profondamente. Si tratta di quella che viene spesso
chiamata onnipotenza semantica (anche: 'onniformatività', 'illimita-
tezza del campo d'azione'), che consisterebbe nel fatto che con la lin-
gua è possibile dare un'espressione a qualsiasi contenuto, per lo meno
nel senso che un messaggio formulato in qualunque altro codice o si-
stema di segni sarebbe sempre traducibile in lingua, ma non (ovvia-
mente) viceversa.
Plurifunzionalità L'onnipotenza semantica si riferisce dunque, detto più semplice-
della lingua mente, al fatto che con la lingua si può parlare di tutto. Poiché però ri-
sulta a rigore difficilmente provabile che con la lingua si possa vera-
Il linguaggio verbale 23

mente dire tutto e che davvero ogni messaggio in un qualunque altro


modo di comunicazione possa essere tradotto compiutamente in un
messaggio linguistico (si pensi per esempio a certe espressioni artisti-
che o musicali), è se non altro più prudente parlare piuttosto di pluri-
funzionalità , come proprietà tipica e spiccata della lingua.
Per plurifunzionalità (o anche, se vogliamo, 'pluripotenza') si in-
tende che la lingua permette di adempiere a una lista molto ampia (teo-
ricamente illimitata) di funzioni diverse. In linea di principio, le fun- Funzioni
zioni a cui serve la lingua formano una lista aperta. Fra le più evidenti della lingua
e rilevanti, si possono comunque menzionare:

a. l'esprimere il pensiero (dando una forma esterna a contenuti menta-


li). La concezione della lingua fondamentalmente come riflessione
del pensiero, ben presente nel pensiero filosofico fin dalla classicità,
contrassegna in modo deciso alcune fra le più importanti correnti
teoriche della linguistica contemporanea, per esempio la linguistica
generativa (cfr. §§ 4.4 e 8.2.2); altre correnti della linguistica mo-
derna e contemporanea privilegiano invece come fondamentale la
funzione della lingua come strumento di comunicazione (e quindi b
e c sotto);
h. il trasmettere informazioni;
c. l'instaurare, mantenere, regolare, ecc. attività cooperative e rappor-
ti sociali;
d. il manifestare, esternare i propri sentimenti e stati d'animo;
e. il risolvere problemi (si pensi all'impiego scientifico della lingua;
ma non solo);
f il creare mondi possibili (si pensi all ' impiego letterario; ma non so-
lo); eccetera.

Occorre a questo punto, a proposito di funzioni della lingua, fare un Lo schema


cenno a un modello di classificazione molto noto. Si tratta dello schema diJakobson
proposto da R. Jakobson (cfr. § 8.2.2), che identifica sei (classi di) fun-
zioni, sulla base di un modello generale dell 'evento comunicativo. L'in-
staurarsi della comunicazione implica a ben vedere la presenza di al-
meno sei fattori, e a ciascuno di essi può essere collegata una funzione
(o classe di funzioni), come risulta dallo schema della figura 1.4.
Ogni funzione sarebbe incentrata su uno dei sei fattori, che costi-
tuisce anche il criterio di riconoscimento della funzione: un messaggio
linguistico volto specificamente ad esprimere sensazioni del parlante
avrebbe prevalente funzione emotiva o 'espressiva' (es.: che bella sor- Funzione
presa!); uno volto a specificare aspetti del codice o a calibrare il mes- emotiva
saggio sul codice avrebbe prevalente funzione metalinguistica (Gian- Funzione
ni è il soggetto della frase Gianni corre; ho detto pollo, con due elle , e metalinguistica
24 La linguistica

Fig.1.4
canale (o contatto)
>>>> >> (F. FÀTICA)

emittente messaggio ricevente


(F. EMOTIVA, O ESPRESSIVA} (F. POETICA) (F. CONATI VA}

codice contesto (o referenza)


(F. METALINGUISTICA) (F. REFERENZIALE, O DENOTATIVA)

non polo!; gatto è una parola di cinque lettere); uno volto a fornire in-
Funzione formazioni sulla realtà esterna avrebbe prevalente funzione referenzia-
referenziale le o 'denotativa' (l'intercity per Milano Centrale delle quindici e venti
è in partenza dal binario due; esistono piante carnivore); uno volto a
far agire in qualche modo il ricevente, ottenendo da lui un certo com-
Funzione portamento, avrebbe prevalente funzione conativa (dal verbo latino co-
conativa nor, inf. conari, "sforzarsi, darsi da fare") (chiudi la porta!); uno volto
a verificare e sottolineare il canale di comunicazione e/o il contatto fi-
Funzione fàtica sico o psicologico fra i parlanti avrebbe prevalente funzione fàtica (dal
verbo latino for, inf. fari, "parlare": quindi, funzione relativa al parlare
in sé) (pronto?; ciao, Gianni!); uno volto ad esplicitare, mettere in ri-
lievo e sfruttare le potenzialità insite nel messaggio e i caratteri interni
Funzione del significante e del significato avrebbe prevalente funzione poetica
poetica (la gloria di Colui che tutto move I per l'universo penetra e risplende I
in una parte più e meno altrove, Dante, Paradiso, l, 1-3; ambarabbà
ciccì coccò, tre civette sul comò). Si noti che per precisione occorre di-
re sempre 'funzione prevalente', giacché, essendo i sei fattori succitati
in genere sempre presenti in ogni atto di comunicazione linguistica,
ogni messaggio realizza in linea di principio tutte e sei le funzioni con-
temporaneamente; una delle funzioni (o anche più di una funzione) è
però di norma chiaramente predominante, ed è quella che qualifica fun-
zionalmente il messaggio come realizzazione specifica di una delle sei
funzioni.
Rifacendoci alla funzione metalinguistica nel modello di Jakobson,
possiamo osservare un importante corollario dell'onnipotenza o pluri-
funzionalità della lingua: con la lingua si può parlare della lingua stes-
Metalingua sa (es.: gatto è un sostantivo singolare), o, come si usa dire con termi-
e proprietà
riflessiva nologia più tecnica, la lingua si può usare come metalingua (o 'meta-
del linguaggio linguaggio '); la lingua di cui parla la metalingua viene in tal caso chia-
li linguaggio verbale 25

mata 'lingua-oggetto' (nell'esempio sopra gatto è un termine della lin-


gua-oggetto che diventa nella metalingua segno di sé stesso). A tale
proprietà viene spesso dato il nome di riflessività.
La riflessività è veramente unica e caratterizzante del linguaggio
verbale umano: non sembra che esistano altri codici di comunicazione
che consentano di formulare messaggi su sé stessi, che abbiano come
oggetto il codice di comunicazione medesimo. Varrà anche la pena di
notare che la capacità metalinguistica si sviluppa tardi nel bambino che
apprende la lingua: a sei anni, per esempio, risulta ancora del tutto nor-
male che alla richiesta "dimmi una parola lunga" un bambino risponda
treno, confondendo parole e cose.

1.3. 7 Produttività e ricorsività


Un'altra proprietà della lingua a cui si fa spesso riferimento, e che è
connessa da un lato con la doppia articolazione e dall'altro con l'onni-
potenza semantica, è la produttività (anche: 'apertura', 'non finitezza', La produttività
'creatività', e 'produttività illimitata'). Con questo termine si allude al della lingua
fatto che con la lingua è sempre possibile creare nuovi messaggi, mai
prodotti prima, e parlare di cose nuove e nuove esperienze, mai speri-
mentate prima, o anche di cose inesistenti (la lingua non è limitata a co-
dificare il mondo esistente, né un campo di esperienza stabilito a prio-
ri). Più precisamente, con la lingua da un lato è possibile produrre mes-
saggi sempre nuovi, in quanto combinano in una nuova maniera signi-
ficanti e significati, e dall'altro è possibile associare messaggi già usati
a situazioni nuove, non prodottesi prima.
La produttività è resa possibile in prima istanza dalla doppia artico-
lazione, che, come abbiamo visto(§ 1.3.3) permette una combinatorie-
tà illimitata di unità più piccole, formanti un sistema chiuso, in unità via
via più grandi e in numero teoricamente infinito, come riassunto dallo
schema della figura 1.5.
La produttività o apertura del sistema linguistico prende più preci-
samente la forma di quella che è stata chiamata creatività regolare (o La creatività
'creatività retta da regole'), vale a dire una produttività infinita basata regolare
su un numero limitato di princìpi e regole in genere dalla forma (molto)
semplice applicabili ricorsivamente. La ricorsività è posseduta in ma- La ricorsività
niera evidente dalla lingua ed è una proprietà formale molto importan-
te della lingua; e significa che uno stesso procedimento è riapplicabile
un numero teoricamente illimitato di volte, se sono date le condizioni in
cui questo si applica; un'istruzione di procedura per ottenere un certo
prodotto è riapplicabile al proprio prodotto o risultato. Un esempio: da
una parola posso ricavarne un'altra mediante l'aggiunta di un suffisso
(si veda oltre, § 3.2), e questa regola di suffissazione è ricorsiva (dalla
parola ottenuta mediante aggiunta di un suffisso posso ottenere un'altra
26 La linguistica

Fig.1.5 unità minime unità minime

>>>> >> di 2• artic. di 1• artic.

L si combinano in J L si combinano in _J
parole frasi
L si combinano in J
poche tante tantissime In numero Illimitato

(inventario
chiuso; s i s t e m a - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - (inventario aperto)
chiuso)

parola, più complessa, attraverso lo stesso procedimento di aggiunta di


un suffisso, e così via): da atto, per esempio, si ha attuale, da attuale si
ha attualizzare, da attualizzare si ha attualizzabile, da attualizzabile si
ha attualizzabilità. Un altro esempio: Gianni corre; Mario vede che
Gianni corre; Luisa dice che Mario vede che Gianni corre; ecc.: co-
struisco una frase compiuta con un nome e un verbo, e da questa posso
ottenere frasi via via più complesse inserendo la frase di partenza e le
frasi che successivamente ottengo in un'altra frase più ampia che le
contiene. L'applicazione della ricorsività è, come si è detto, in teoria il-
limitata: il limite, che fa sì che di fatto non si costruiscano parole o fra-
si al di là di un certo grado di lunghezza e complessità - cioè, che con-
tengano più di un certo numero di riapplicazioni dello stesso procedi-
mento-, sta nell'utente, e non nel sistema linguistico. Oltre un certo
grado di lunghezza e complessità, il segno non sarebbe più economica-
mente maneggiabile, provocherebbe grossi problemi nella memorizza-
zione, elaborazione e processazione del messaggio. In questo senso, noi
parlanti siamo utenti finiti di un sistema infinito.

1.3.8 Distanziamento e libertà da stimoli


Un'altra proprietà del linguaggio verbale umano, che a ben vedere non
è altro che un ulteriore corollario dell'onnipotenza semantica, è stata
Il distanziamento chiamata distanziamento. Si tratta di una proprietà che riguarda il mo-
do di significazione della lingua e che ha una notevole importanza, so-
prattutto per quanto concerne la differenza fra il linguaggio umano e i
sistemi di comunicazione animali. Infatti per distanziamento si intende
la possibilità, insita inerentemente nella lingua, di poter formulare mes-
saggi relativi a cose lontane, distanti nel tempo, nello spazio o in en-
trambi dal momento e dal luogo in cui si svolge l'interazione comuni-
cativa o viene prodotto il messaggio. Anzi, mentre ad esempio il mio
gatto può comunicarmi miagolando che ha fame e vuole mangiare, ma
non può comunicarmi con nessun miagolìo (in nessun modo) che ieri
aveva fame, con la lingua noi di solito parliamo appunto di cose non
presenti nella situazione e nell'ambiente immediatamente circostante,
remote nello spazio e spesso anche nel tempo (e anzi, spesso, indipen-
li linguaggio verbale 27

denti rispetto a qualsiasi localizzazione spazio-temporale, cioè del tut-


to astratte).
Il distanziamento consiste dunque essenzialmente nella possibilità
di parlare di un'esperienza in assenza di tale esperienza, o dello stimo-
lo che ha provocato tale esperienza. Con questo, la nozione di distan-
ziamento in fondo viene pressoché a coincidere con un altro aspetto,
sempre connesso con la particolare potenza del linguaggio verbale
umano, che spesso è citato come una sua proprietà a sé stante, vale a di-
re la libertà da stimoli. Essa consiste nel fatto che i segni linguistici ri- L'indipendenza
mandano a, e presuppongono, una elaborazione concettuale della real- del linguaggio
dagli stimoli
tà esterna, e non semplicemente stati dell'emittente, che inducano ne-
cessariamente ad emettere messaggi. In questo senso, si può dire che la
lingua è indipendente dalla situazione immediata e dalle sue costrizio-
ni/dai suoi stimoli: gli aspetti esterni della situazione, e le nostre rea-
zioni interne ad essi, non sono causa né necessaria né sufficiente del-
l'emissione di un determinato messaggio in un dato momento.
Anche la libertà da stimoli è un criterio importante che distingue il
linguaggio umano da quelli degli animali. Se prendiamo infatti com-
portamenti comunicativi animali molto studiati dagli etologi (gli stu-
diosi del comportamento animale), come ad esempio i latrati di allarme
dei macachi, constatiamo che la presenza di un predatore è causa - a
quanto ne sappiamo - necessaria e sufficiente dell'emissione di un la-
trato, in maniera deterministica (se il macaco si accorge del predatore, il
latrato è una reazione fisiologica istintiva); nell'emissione di messaggi
nel linguaggio verbale umano non c'è invece alcun aspetto determini-
stico.

1.3.9 Trasmissibilità culturale


Dal punto di vista antropologico, ogni lingua è trasmessa per tradi- Trasmissibilità
zione all'interno di una società e cultura, come uno dei fatti costitutivi della lingua
per tradizione
della cultura. Le convenzioni che costituiscono il codice di una deter-
minata lingua, le regole specifiche che ne costituiscono la norma, e il
suo patrimonio lessicale passano da una generazione all'altra per inse-
gnamento/apprendimento spontaneo, non attraverso informazioni ge-
netiche, ereditarie. Ogni essere umano impara e conosce almeno una
lingua, quella della comunità sociale in cui è nato e ha avuto la socia-
lizzazione primaria; e può apprenderne, sempre per trasmissione cultu-
rale, un'altra o più altre. Noi impariamo la lingua che è propria del-
l'ambiente in cui cresciamo, e che non necessariamente è quella dei no-
stri genitori biologici. Anche in questo il linguaggio verbale è diverso
dai linguaggi degli animali, i cui segnali sono per lo più istintivi, tra-
smessi geneticamente.
Questo non vuol tuttavia dire che il linguaggio verbale umano sia un
28 La linguistica

fatto unicamente culturale. Al contrario, la componente innata, facente


parte del patrimonio genetico della specie umana, è anch'essa special-
mente importante nel linguaggio verbale: in esso vi è infatti sia una com-
Le componenti ponente culturale-ambientale (che specifica quale lingua impariamo e
del linguaggio: parliamo), sia una componente innata, che fornisce la 'facoltà del lin-
culturale-
ambientale guaggio', cioè la predisposizione a comunicare mediante una lingua e le
e innata strutture portanti del linguaggio verbale, e crea la trama, le caselle vuo-
te il cui riempimento avviene poi con materiali tratti dall'ambiente cul-
turale che ci circonda, i quali specificano come le proprietà universali
innate sono realizzate dalla lingua che impariamo. Il linguaggio è in tal
senso universale, le lingue storico-naturali sono particolari.
L'interazione fra componente naturale, innata, e componente cultu-
rale, appresa, fa sì che abbia un ruolo particolare nel processo, molto
complesso, di acquisizione/apprendimento della lingua non solo la pri-
La prepubertà ma infanzia, ma anche il periodo della cosiddetta prepubertà lingui-
linguistica stica. Se entro l'età di 11-12 anni un essere umano non è stato esposto
a stimoli linguistici provenienti dall'ambiente culturale in cui vive, lo
sviluppo della lingua è in pratica bloccato; d'altra parte, entro tale età
l'apprendimento di una lingua avviene in maniera sorprendentemente
rapida e agevole, mentre imparare una seconda lingua più tardi diventa
un compito arduo e faticoso, che raramente porta ad un'abilità e com-
petenza comparabili a quelle del parlante nativo, cioè di chi ha impara-
to quella lingua nel periodo della socializzazione primaria.

1.3.10 Complessità sintattica


Vi sono infine due proprietà della lingua molto interessanti, meno lega-
te alla natura materiale dei segni rispetto alle ultime che abbiamo visto e
più inerenti alla natura e configurazione interna del sistema linguistico.
La complessità Una di queste (da vedere in relazione con la linearità, § 1.3.5) con-
sintattica siste nel fatto che i messaggi linguistici, a differenza dei messaggi in al-
tri codici naturali, possono presentare un alto grado di elaborazione
strutturale, con una ricca gerarchia di rapporti di concatenazione e fun-
zionali fra gli elementi disposti linearmente.
La disposizione reciproca in un segno linguistico degli elementi che
lo costituiscono non è mai indifferente; e i rapporti fra gli elementi o
parti del segno dànno luogo a una fitta trama plurima, percepibile nella
sintassi del messaggio. Questa proprietà si può quindi definire com-
plessità sintattica.
Fra gli aspetti che hanno rilevanza nella trama sintattica vi sono:

Ordine a. l'ordine degli elementi contigui, le posizioni lineari in cui essi si


degli elementi combinano: solo l'ordine ci permette di capire chi è che picchia e
chi è che viene picchiato in Gianni picchia Giorgio;
li linguaggio verbale 29

b. le relazioni strutturali e le dipendenze che vigono fra elementi non Dipendenze


contigui: in il libro di Chomsky sulle strutture sintattiche, l'elemen-
to sulle strutture sintattiche non dipende ovviamente dall'elemento
che lo precede immediatamente, Chomsky, ma da il libro, che è
l'elemento modificato. In generale, i rapporti gerarchici fra gliele-
menti che costituiscono una frase rappresentano una 'seconda' tra-
ma della strutturazione sintattica, che si sovrappone alla successione
lineare ed è indipendente da essa; la capacità degli elementi costitu-
tivi di una struttura di intrattenere relazioni a distanza, in generale, è
proprietà ignota ad altri sistemi cognitivi;
c. le incassature: in il cavallo che corre senza fantino sta vincendo il Incassature
palio, la parte del messaggio che corre senza fantino è incassata, o
incastrata, dentro la parte il cavallo sta vincendo il palio;
d. la ricorsività (cfr. § 1.3.7); combinata con la discontinuità dei rap-
porti sintattici (v. sopra punto b ), la ricorsività conferisce alle strut-
ture linguistiche un particolare carattere di complessità interna;
e. la presenza di parti del messaggio che dànno informazioni sulla sua
strutturazione sintattica (in genere, sono tali per esempio tutte le
congiunzioni coordinanti, come e, ma, ecc., e subordinanti, come
che, perché, ecc.);
f la possibilità di discontinuità nella strutturazione sintattica. Le costru- Discontinuità
zioni ammesse dalla lingua possono ammettere, o richiedere, che ele-
menti o parti strettamente unite dal punto di vista semantico e sintatti-
co non siano linearmente adiacenti. In tedesco, per esempio, spesso si
deve ricuperare in chiusura del messaggio un elemento indispensabi-
le per la sua comprensione. Ciò avviene per es. quando si abbiano i
verbi cosiddetti separabili, come in Paul macht das Fenster auf "Pao-
lo apre la finestra" (letteralmente "Paolo fa la finestra su"), oppure le
cosiddette ' parentesi verbali', come in Brigitte hat einen Apfel geges-
sen "Brigitte ha mangiato una mela", lett. "Brigitte ha una mela man-
giato": la preposizione, che in questo caso contribuisce a costituire il
verbo aufmachen (all'infinito), o il participio passato, nei tempi ver-
bali composti, si separano dall'elemento con cui costituiscono un'uni-
tà lessicale e si spostano alla fine della frase. Anche in latino capita
frequentemente che elementi che sono strettamente uniti dal punto di
vista strutturale e funzionale e costituiscono un'unica entità sintattica
si trovino separati in una frase da altri elementi: così, nella frase ini-
ziale del De bello gallico di Giulio Cesare Gallia est omnis divisa in
partes tres ("la Gallia nel suo insieme è divisa in tre parti") omnis, ag-
gettivo collegato al nome Gallia da esso modificato (omnis Gallia
"tutta la Gallia/la Gallia nel suo insieme"), è collocato a separare il
verbo copulativo est e il suo complemento attributivo divisa (anche
questi funzionalmente e strutturalmente formanti un'unità).
30 La linguistica

Tutti questi fattori, ed altri ancora, concorrono nel conferire ai segni


linguistici una complessità sintattica, almeno potenziale, molto alta.

1.3.11 Equivocità
Possiamo concludere il nostro elenco di proprietà del linguaggio verba-
le umano notando che la lingua possiede una proprietà molto interessan-
te in quanto codice, cioè in quanto insieme di corrispondenze, di regole
che associano significanti fonico-acustici e significati concettuali (cfr. §
L'equivocità 1.3.1). La lingua è infatti un codice tipicamente equivoco. È equivoco
della lingua un codice che pone corrispondenze plurivoche fra gli elementi di una li-
sta e quelli della lista a questa associata. Mentre un codice non equivoco
pone rapporti biunivoci (cioè rapporti tali che a ogni elemento di un in-
sieme A corrisponda uno e un solo elemento dell'insieme B, e vicever-
sa), la lingua pone anzi corrispondenze doppiamente plurivoche fra la li-
sta dei significanti e la lista dei significati. A un unico significante pos-
sono infatti corrispondere più significati (fenomeno della omonimia e
polisemia: si veda oltre,§ 5.3.1): per es. al significante carica possono
essere associati i significati 1) "mansione, funzione, ufficio svolto da
una persona" (il sindaco è in carica da quattro mesi), 2) "quantitativo di
energia" (il telefonino non ha più carica), 3) "assalto" (il Settimo Caval-
leggeri partì alla carica), 4) "piena" (aggettivo: un'automobile carica
di pacchi), 5) 3a pers. sing. del presente del verbo caricare (Gianni cari-
ca i pacchi sul!' auto). Così, a un significato possono corrispondere più
significanti (fenomeno della sinonimia: v. § 5.3.2): per es., il significato
"afferrare con la mente" può essere associato al significante capire o al
significante comprendere; il significato "parte anteriore della testa" può
essere associato ai significanti/accia, o viso, o volto.
, L'equivocità è quindi una proprietà importante della lingua, che,
contrariamente a quel che potrebbe sembrare in una chiave esclusiva-
mente logico-formale, non costituisce un difetto o uno svantaggio del-
l'organizzazione del sistema linguistico, bensì rappresenta un vantag-
gio: intimamente connessa con l'onnipotenza semantica e la produttivi-
tà, l'equivocità del codice lingua contribuisce a consentire l'ecceziona-
le flessibilità dello strumento linguistico e la sua adattabilità ad espri-
mere contenuti ed esperienze nuove. D'altra parte, i possibili problemi
derivanti dall'equivocità sono di solito immediatamente disambiguati
dal contesto, che interviene sistematicamente nell'interpretazione dei
messaggi (cfr. § 4.5).

1.3.12 Lingua solo umana?


A chiosa della rassegna di proprietà per qualche verso interessanti del
linguaggio verbale umano che abbiamo fatto (riassunte nella Scheda
1.1 ), sarà opportuno chiedersi se un sistema di comunicazione organiz-
li linguaggio verbale 31

zato come la lingua sia proprio e caratteristico soltanto degli esseri


umani oppure non rappresenti altro che la manifestazione presso gli uo-
mini di modalità comunicative diffuse in maniere quantitativamente di-
verse presso tutti gli esseri animati.
Le opinioni degli studiosi non sono del tutto concordi, ma è larga- Il linguaggio
mente prevalente la considerazione che la facoltà verbale, di esprimersi verbale come
caratteristica
attraverso sistemi comunicativi come le lingue, sia specie-specifica del- specifica
l'uomo e sia maturata come tale, quantitativamente e qualitativamente, dell'uomo
nel corso dell'evoluzione (cfr. § 1.3.4). In particolare, solo l'uomo pos-
siede le precondizioni anatomiche e neurofisiologiche necessarie per Precondizioni
l'elaborazione mentale e fisica del linguaggio verbale, vale a dire: anatomiche e
neurofisiologiche

a. adeguato volume del cervello, quantità delle circonvoluzioni della


corteccia cerebrale, quantità e plasticità dei collegamenti intemeu-
ronali;
b. conformazione del canale fonatorio cosiddetta 'a due canne' (con-
nessa con la stazione eretta), con un angolo, un cambiamento di di-
rezione, fra una 'canna', il cavo orale, e l'altra, la laringe, e con
un'ampia cavità intermedia (la faringe, che fa da cassa di risonanza;
cfr. § 2.1.1).

La prima condizione rende possibile la memorizzazione, l'elabora-


zione e la processazione di un sistema così anche neurologicamente e
cognitivamente complesso quale il linguaggio; la seconda, unitamente
alla funzionalità delle corde vocali sviluppatasi durante l'evoluzione
(cfr. § 1.3.4) consente le sottili distinzioni articolatorie e sfumature nel-
la produzione fonica necessarie per la comunicazione orale.
L'etologia, la zoologia, la psicologia animale e soprattutto la ' zoose-
miotica' (un settore disciplinare che si occupa appunto della comunica-
zione animale) hanno accumulato una vasta serie di studi e osservazioni
sui sistemi e modi di comunicazione utilizzati da diverse specie anima-
li, sia sui gradini più bassi che su quelli più alti della scala evolutiva, dal-
la comunicazione chimica (mediante feromoni) presso le formiche alle
danze delle api ('danza dell ' addome' e altri tipi di danze, con le quali
vengono comunicate direzione, distanza e consistenza della fonte di ci-
bo) ai richiami e canti degli uccelli agli allarmi e richiami vocali di varie
specie di mammiferi alle tecniche di comunicazione di balene e delfini:
ma in nessuno si sono riscontrate nemmeno lontanamente tutte o anche
solo una gran parte delle proprietà che ritroviamo nella lingua.
Negli ultimi venticinque anni del secolo scorso sono stati compiuti Esperimenti di
svariati esperimenti di insegnamento di (elementi di) sistemi di comu- insegnamento
del linguaggio
nicazione strutturati sul modello del linguaggio verbale umano ai pri- ai primati
mati più vicini all'uomo nell'evoluzione genetica (gorilla e soprattutto
32 La linguistica

scimpanzé). Si è scartato ben presto il tentativo, pur compiuto, di inse-


gnare linguaggio verbale parlato, data l'ovvia impossibilità anatomica
dei primati di riprodurre approssimativamente molto più di una dozzina
di suoni; e per di più con caratteristiche sensibilmente diverse da quel-
li umani. Si è invece cercato di far apprendere sperimentalmente siste-
mi di comunicazione che possedessero le stesse caratteristiche fondan-
ti ed esclusive del linguaggio verbale (come l'arbitrarietà e la doppia
articolazione), e in primo luogo la cosiddetta lingua dei segni, basata su
gesti e atteggiamenti del viso e degli arti invece che sul canale vocale
(cfr. esercizio 6 di questo capitolo), che permetteva anche di sfruttare
al meglio le notevoli capacità mimetiche dei primati. Ma i risultati sem-
brano scarsi e tutto sommato, dal punto di vista del linguista, deluden-
ti. Le capacità acquisite da scimpanzé e gorilla (alcuni dei quali diven-
nero famosi presso psicologi e linguisti: fra gli altri, Sarah, a cui è stato
insegnato a formare brevi 'frasi' mediante figurine di plastica; Lana, ad-
destrata all'uso di una tastiera con simboli; Washoe e Nim Chimpsky,
che hanno appreso rudimenti dell' American Sign Language [ASL, 'lin-
gua dei segni americana']; e la gorilla Koko), dopo anni di addestra-
mento specifico risultano tutto sommato ridotte, specialmente se para-
gonate a quelle di un bambino di tre anni, allo stesso stadio di sviluppo.
Nei casi migliori, gli scimpanzé arrivano a maneggiare un centinaio o
poco più di segni e a formare un repertorio limitato di combinazioni di
tre o quattro segni con struttura molto semplice; e sempre solo in rispo-
sta a specifici stimoli situazionali.
Più di un autore sostiene quindi che è presumibile (anche se è diffi-
cile dimostrarlo definitivamente) che i primati degli esperimenti produ-
cano quelle combinazioni semplicemente come risposta a uno stimolo a
cui sono stati addestrati: il loro comportamento sarebbe in effetti privo
di vera intenzionalità comunicativa, e consisterebbe piuttosto nella
messa in opera di imitazione (Washoe e Nim per es. fanno per lo più ge-
sti in risposta a gesti dei loro insegnanti, molte volte semplicemente ri-
petendoli) , e la loro attività gestuale codificata sembrerebbe un eserci-
zio appreso per ottenere una ricompensa più che un reale comporta-
mento linguistico. Si noti che è probabile che gli umani nell'interazio-
ne con le scimmie diano spesso stimoli e suggerimenti inconsci, invo-
lontari, ma percepiti dagli animali. Gli indizi di un comportamento
creativo da parte dei primati oggetto di esperimento che alcuni degli
sperimentatori hanno ritenuto di avere rilevato sono scarsi e in ogni ca-
so molto dubbi.
In conclusione, sembra ci siano a tutt'oggi più argomenti per dare
ragione a Noam Chomsky, il più noto linguista contemporaneo, quando
sostiene che il linguaggio è una capacità innata ed esclusiva della spe-
cie umana, che non per dargli torto.
li linguaggio verbale 33

Scheda 1.1 - Proprietà della lingua: un riepilogo


Proprietà specifica del linguaggio verbale umano, esclusiva dei segni linguistici
SÌ NO
1) Biplanarità X
2) Arbitrarietà X
3) Doppia articolazione X
4) Trasponibilità di mezzo X
5) Linearità X
6) Discretezza X
7) Onnipotenza semantica (plurifunzionalità) X
8) Riflessività X
9) Produttività X
10) Ricorsività (x?)* X
11) Distanziamento e libertà da stimoli X
12) Trasmissibilità culturale X
13) Complessità sintattica X
14) Equivocità X

* Ci sono ragioni per ritenere che nella forma specifica della ricorsività di strutture gerarchiche tale
proprietà sia propria solo della lingua.

1.3.13 Definizione di lingua


A conclusione della disamina sin qui compiuta, possiamo provare a for- La definizione
mulare una definizione riassuntiva della nozione di lingua, che tenga di lingua
conto delle principali proprietà che le sono state attribuite come carat-
terizzanti.
Potremmo allora dire che la lingua è '(a) un codice (b) che orga-
nizza un sistema di segni (c) dal significante primariamente fonico-acu-
stico, (d) fondamentalmente arbitrari ad ogni loro livello e (e) doppia-
mente articolati, (t) capaci di esprimere ogni esperienza esprimibile, (g)
posseduti come conoscenza interiorizzata che permette di produrre in-
finite frasi a partire da un numero finito di elementi'. Rimane ora da fa-
re un cenno a tre dicotomie o distinzioni binarie frequentemente usate
in linguistica, che costituiscono una sorta di princìpi generali entro i
quali si procede nell'analisi della lingua.

1.4 Princìpi generali per l'analisi della lingua

1.4 .1 Sincronia e diacronia


La prima di queste distinzioni è quella fra sincronia e diacronia. Iter- La distinzione
mini di sincronia (dal greco syn "insieme" e chr6nos "tempo") e dia- tra sincronia
e diacronia
cronia (dal greco dia "attraverso" e chr6nos) si impiegano per indicare
34 La linguistica

due diverse condizioni con le quali si può guardare alle lingue e ai fatti
linguistici in relazione all'asse del tempo. Per diacronia si intende la
considerazione delle lingue e degli elementi della lingua lungo lo svi-
luppo temporale, nella loro evoluzione storica (cfr. § 7 .1.1). Per sincro-
nia si intende invece la considerazione delle lingue e degli elementi del-
la lingua facendo un 'taglio' sull'asse del tempo, e guardando a come
essi si presentano in un determinato momento agli occhi e all'esperien-
za dell'osservatore, nel loro stato presente e nei rapporti in cui si trova-
no in quello stato, prescindendo da quella che è stata la loro evoluzione
Un esempio temporale e i mutamenti che in questa si sono avuti. Fare per es. l'eti-
di operazione mologia di una parola, cioè trovare la parola normalmente di un'altra
diacronica:
l'etimologia lingua precedentemente esistente da cui essa deriva, e cercare di rico-
struirne la storia e spiegare le modifiche eventualmente avvenute nel si-
gnificante e nel significato significa fare un'operazione tipicamente di
linguistica diacronica. Così, è la linguistica diacronica che ci dice che la
parola duomo, per esempio, viene dal latino domus, accusativo
domu(m), che voleva dire "casa", attraverso il latino medievale
domu(m) episcopi "casa del vescovo", con mutamento (cfr. § 7.1) a dit-
tongo (cfr. per i termini§ 2.2.4) uo della vocale obreve accentata (toni-
ca) in sillaba libera (cioè non terminante per consonante, cfr. § 2.2.4) in
parole piane (con l'accento sulla penultima sillaba, cfr. § 2.3.1), com 'è
normale nel passaggio dal latino all'italiano; cfr. buono, dal latino
bonu(m), cuoco, dal lat. cocu(m), eccetera.
Descrivere il significato che hanno oggi le parole in italiano, o stu-
diare com'è la struttura sintattica delle frasi semplici in una lingua, so-
no invece operazioni tipicamente di linguistica sincronica.
Nei fatti linguistici concreti è peraltro impossibile separare netta-
mente la dimensione sincronica da quella diacronica, giacché un qua-
lunque elemento della lingua in un certo momento è quello che è sia in
virtù delle relazioni che intrattiene con gli altri elementi del sistema lin-
guistico (visuale sincronica) sia in virtù della sua storia precedente che
lo ha portato alla condizione attuale (visuale diacronica), e c'è un ri-
mando continuo fra sincronia e diacronia. Si noti altresì che la sincronia
assoluta di fatto non esisterebbe, giacché la lingua, come tutti gli altri
fatti di cultura, è almeno in parte costantemente in movimento lungo
l'asse del tempo: talché l 'assoluta sincronia, cioè l'azzeramento del-
l'asse del tempo, è in una certa misura una (necessaria) finzione teorica.
Complementarità La distinzione fra la considerazione diacronica - esaminare lo svi-
tra sincronia luppo nel tempo - e la considerazione sincronica - descrivere le cose
e diacronia
nella lingua così come si presentano agli occhi dell 'osservatore in un dato momen-
to, prescindendo dall'evoluzione che le ha portate a presentarsi così- è
comunque uno dei fondamenti metodologici principali con cui ci si ac-
costa alla lingua. Solo l'astrazione concessa dalla visuale sincronica
li linguaggio verbale 35

permette infatti di vedere come funziona il sistema linguistico e di de-


scrivere le unità che lo costituiscono. Peraltro, al bambino che impara la
propria lingua materna la lingua stessa è accessibile come sistema in
uno stato sincronico, del tutto indipendente dai suoi sviluppi preceden-
ti: il fatto che gatto derivi storicamente dal latino tardo cattu(m) non ha
alcuna pertinenza per quanto riguarda l'apprendimento di questa paro-
la e la sua posizione nel sistema linguistico.
E tutti i parlanti italiano conoscono e usano col significato appro-
priato per es. la parola muscolo, mentre forse solo quelli che hanno a
che fare professionalmente con la linguistica sanno che i muscoli sono
venuti a chiamarsi così per via di un'immagine metaforica che associa
il rigonfiamento di un muscolo sotto sforzo al guizzare di un topolino
(musculus in latino era infatti normale diminutivo di mus, "topo"). Ma
sapere questo non ha nulla a che vedere col 'sapere l'italiano ' , non in-
cide in nulla sull'uso corretto e appropriato della parola muscoli e delle
strutture sintattiche che la contengono. La linguistica sincronica spiega
com'è fatta e come funziona la lingua, il sistema linguistico; la lingui-
stica diacronica spiega perché le forme di una determinata lingua sono
fatte così.

1.4.2 Langue e parole


La seconda importante distinzione da fare prima di passare ad occupar-
ci della struttura della lingua è quella fra sistema astratto e realizza- La distinzione
zione concreta (fra potenza e atto, fra enérgeia, attività virtuale, e ér- fra sistema
astratto e
gon, messa in opera). La distinzione si è ripresentata, nella linguistica realizzazione
moderna, secondo tre terminologie principali: la coppia oppositiva lan-
gue e parole (termini francesi), uno dei cardini del pensiero di Ferdi-
nand de Saussure (cfr. § 8.2.2); l'opposizione fra sistema e uso (che Le tre coppie
troviamo per esempio in Louis Hjelmslev, importante rappresentante oppositive:
langue/parole,
della scuola strutturalista attorno agli anni Cinquanta, e nel linguista no- sistema/uso,
stro contemporaneo Eugenio Coseriu; cfr. § 8.2.2); e l'opposizione fra competenza/
competenza ed esecuzione (pe,jormance), tipica della linguistica ge- esecuzione
nerativa, che fa capo a Noam Chomsky, il nome più illustre fra i lingui-
sti contemporanei (cfr. § 8.2.2).
Col primo termine di tutte e tre le coppie (langue, sistema, compe-
tenza) si intende all'incirca l'insieme di conoscenze mentali, di regole
interiorizzate insite nel codice lingua, che costituiscono la nostra capa-
cità di produrre messaggi in una certa lingua e sono possedute in ugual
misura come sapere astratto, e in genere inconscio, in ugual misura da
tutti i membri di una comunità linguistica idealmente omogenea. Col
secondo termine si intende invece l'atto linguistico individuale, vale a
dire la realizzazione concreta, in ogni determinata occasione specifica,
di un messaggio verbale in una certa lingua. Parole, che in questo valo-
36 La linguistica

re tecnico non può essere reso in italiano con 'parola' (così come non si
adopera 'lingua' nel senso specifico di langue), uso o esecuzione per
essere messi in opera richiedono l'esistenza di langue, sistema o com-
petenza rispettivamente, di cui sono in un certo senso l'esternazione.
In particolare, la coppia langue e parole comprende una triplice op-
posizione fra 'astratto', 'sociale' e 'costante' da un lato (la langue) e
La norma come 'concreto', 'individuale' e 'mutevole' dall'altro (la parole). Linguisti
intermediaria come il già citato Coseriu pongono una terza entità intermedia fra il si-
tra langue
e parole stema (langue) e l'uso (parole): la norma, che costituirebbe una sorta
di filtro tra l'uno e l'altro, specificando quali sono le possibilità del si-
stema che vengono attualizzate nell'uso dei parlanti di una lingua in un
certo momento storico. In italiano si ha, per es., la formazione di nomi
a partire da verbi (tecnicamente 'nomi deverbali'; cfr. § 3.3), con il va-
lore di indicare l'azione, il processo o il risultato di quanto significato
dal verbo, mediante il suffisso -azion(-e) oppure il suffisso -ament(-o)
applicato alla radice verbale. Il sistema prevede, e ammette, sia l'uno
che l'altro; ma nella norma vengono realizzate certe combinazioni ed
escluse altre: da ajj-ìdare si ha affidamento (ma non *affidazione), da
cambiare, cambiamento (ma non *cambiazione); da registrare, conser-
vare si ha registrazione, conservazione (ma non *registramento, *con-
servamento ). In certi casi esistono entrambe le suffissazioni, ma di so-
lito con significato un po' diverso (in genere, più concreto quello della
parola in -mento: mutare - mutamento/mutazione. In altri casi, non si
attualizza nessuno dei due suffissi, e il nome derivato dal verbo usa un
altro modulo di formazione: lavare - lavaggio (non *lavamento, né
*lavazione; esiste però, in linguaggio tecnico, dilavamento), consegna-
re - consegna (non *consegnazione, né *consegnamento; ma da asse-
gnare si ha sia assegnamento sia assegnazione). La norma, in questi ter-
mini, sarebbe dunque sociale e concreta, in quanto rappresenta l'insie-
me delle realizzazioni condivise del sistema; non tutte le possibilità da
questo previste sono in effetti realizzate nella norma, che compie una
scelta all'interno di quanto reso possibile dalla struttura del sistema.
La lingua come sistema si manifesta nell'esperienza fattuale sotto
forma di atti di parole. In linea di principio, ciò che interessa al lingui-
sta è la langue (il sistema, la competenza): per studiare e 'svelare' la
langue il linguista deve però partire dalla parole, che gli fornisce i dati
osservabili da cui eventualmente ricavare, servendosi anche dell'intro-
spezione e dell'intuizione del parlante circa la propria lingua, le leggi
del sistema. Porre al centro dell'attenzione del linguista la langue si-
gnifica porre l'astrazione e l'idealizzazione come momento necessa-
rio dell'analisi scientifica: partendo dalla loro manifestazione concreta,
a rigore sempre irripetibile hic et nunc, il linguista opera su oggetti d'in-
dagine astratti, ideali.
li linguaggio verbale 37

1.4.3 Paradigmatico e sintagmatico


La terza distinzione preliminare è queHa fra asse paradigmatico e as- La distinzione
se sintagmatico. Anch'essa venuta in auge dopo Saussure, nel quale fra asse
paradigmatico
peraltro compariva come opposizione fra associativo e sintagmatico, e e sintagmatico
nella linguistica strutturale (cfr. § 8.2.2), tale distinzione concerne un
duplice instaurarsi di rapporti nel funzionamento del sistema linguisti-
co e nella produzione di messaggi verbali.
Ogni attuazione di un elemento del sistema di segni in una certa po-
sizione nel messaggio implica una scelta in un paradigma (o insieme) di
elementi selezionabili in quella posizione: l'elemento che compare ef-
fettivamente esclude tutti gli altri elementi che pur potrebbero compa-
rire in quella posizione, e coi quali quel dato elemento ha appunto, al-
lora, rapporti sull'asse paradigmatico (detto quindi anche 'asse delle
scelte', o in absentia). D'altra parte, e contemporaneamente, l'attuazio-
ne di quell'elemento in una certa posizione implica la presa in conto de-
gli elementi che compaiono nelle posizioni precedenti e susseguenti
dello stesso messaggio, coi quali quel dato elemento ha appunto rap-
porti sull'asse sintagmatico (detto quindi anche 'asse delle combina-
zioni' o in praesentia), e coi quali quindi deve sussistere una coerenza
sintagmatica, lungo lo sviluppo lineare del messaggio (cfr. fig. 1.6).
Si può anche dire che l'asse paradigmatico riguarda le relazioni a
livello del sistema, l'asse sintagmatico riguarda invece le relazioni a li-
vello delle strutture che realizzano le potenzialità del sistema. Dimen-

ASSE SINTAG MATI CO Fig.1.6


<< <<<<
il gatto mangia
cane corre
topo scappa
cercopiteco nuota

la balena
ragazza
38 La linguistica

sione paradigmatica e dimensione sintagmatica costituiscono dunque la


duplice prospettiva secondo cui funzionano le strutture, le combinazio-
ni di segni linguistici, e secondo cui esse vanno viste. La prima fornisce
per così dire i serbatoi da cui attingere le singole unità linguistiche, la
seconda assicura che le combinazioni di unità siano formate in base al-
le restrizioni adeguate per ogni lingua. *Il mangia gatto, *gatto il man-
gia, *la gatto mangiano, ecc. sono per esempio frasi mal formate (im-
possibili) perché non rispettano la coerenza sintagmatica o le scelte pa-
radigmatiche dell'italiano. (Si noti che l'asterisco, *, preposto si usa in
linguistica per contrassegnare forme non esistenti, e cioè o per indicare
una frase o una parola mal formata, non prevista/ammessa dal sistema,
'agrammaticale' - come le frasi del nostro caso-; o per indicare una
forma ricostruita, non attestata ma di cui il linguista sulla base delle for-
me note ed attestate deve ipotizzare l'esistenza. Il primo di tali usi del-
l'asterisco è corrente in linguistica teorica, il secondo in linguistica sto-
rica). L'organizzazione secondo i due principì dell'asse paradigmatico e
dell'asse sintagmatico è molto importante in quanto dà luogo alla di-
versa distribuzione degli elementi della lingua, permettendo di ricono-
scere classi di elementi che condividono le stesse proprietà distribuzio-
nali in opposizione a quelli che hanno distribuzione diversa.

1.4.4 Livelli d'analisi


Dopo aver definito le proprietà della lingua e alcuni criteri generali me-
diante i quali analizzarla, passeremo ora a vedere com'è fatta una lin-
gua. Nel nostro percorso, partiremo dal basso, dalla seconda articola-
zione, studiando com'è fatta e come viene organizzata la materia fisica
grezza della lingua, vale a dire il piano del significante in quanto tale; e
ci sposteremo poi alla prima articolazione, salendo via via di livello.
I quattro livelli Fondamentalmente, esistono nella lingua quattro livelli di analisi (o
di analisi 'strati', o 'piani', o 'componenti', come vengono di solito chiamati nel-
della lingua
la linguistica generativa), stabiliti in base alle due proprietà della bipla-
narità e della doppia articolazione, che identificano tre strati diversi del
segno linguistico: lo strato del significante inteso come mero signifi-
cante, lo strato del significante in quanto portatore di significato, e lo
strato del significato. Tre livelli d'analisi sono relativi al piano del si-
gnificante: uno per la seconda articolazione, che consiste nella fonetica
e fonologia; due per la prima articolazione, che riguardano entrambi, a
sottolivelli diversi di taglia e di complessità delle unità considerate,
l'organizzazione del significante in quanto portatore di significato, e
che consistono nella morfologia e nella sintassi. E un ulteriore livello
è relativo al solo piano del significato e consiste nella semantica. Ad
ogni livello di analisi individueremo le unità fondamentali e i princìpi
del loro funzionamento. Occorre aggiungere che vi sono sottolivelli se-
Il linguaggio verbale 39

condari di analisi della lingua, che qui prendiamo in considerazione so- Altri livelli
lo per cenni: la grafematica (che riguarda i modi in cui la realtà fonica di analisi:
grafematica e
è tradotta nella scrittura: cfr. osservazioni sparse nel cap. 2, e i Box 1.1 pragmatica
e 2.2), e la pragmatica e testualità (che riguarda l'organizzazione dei
testi in situazione: cfr. § 4.5 e 5.6).
Va notato che 'fonetica e fonologia', 'morfologia', 'sintassi' e 'se-
mantica' sono termini che designano al tempo stesso il livello di anali-
si rispettivo e la parte o sottodisciplina della linguistica che lo studia.
Di questi livelli di analisi o componenti del sistema linguistico, la
fonetica/fonologia e la semantica rappresentano i livelli o componenti
più esterni, in quanto sono le interfacce del sistema linguistico con la
realtà esterna: da un lato, con la sostanza materiale che fa da supporto e
veicolo fisico della comunicazione linguistica (fonetica), dall'altro, con
la concettualizzazione e categorizzazione cognitiva che l'uomo compie
del mondo in cui vive (semantica). Morfologia e sintassi rappresentano
invece i livelli o componenti interni, in cui il sistema si organizza se-
condo i principi che governano la facoltà di linguaggio in quanto com-
petenza specifica dell'uomo. Il rapporto fra i livelli di analisi e la loro
posizione nel sistema linguistico può essere quindi schematizzata come
segue:

Fig.1.7
REALTÀ
FISICA
<< (({{
I
Fonetica Morfologia Sintassi Lessico
e fonologia e semantica
I
MONDO ESTERNO
COGNITNAMENTE
CODIFICATO
40 La linguistica

ESERCIZI

A. Lingue, linguaggio, comunicazione, segni, codice

o Che differenza e quali relazioni esistono tra linguaggio verbale umano e lingue storico-naturali? Si
può dire, e se sì in che senso, che il primo è universale e le seconde sono particolari?

fJ Che tipi di segno sono i segni linguistici?

IJ Che cosa contrassegna la comunicazione in senso stretto?

Il Nel seguente disegno sono rappresentati almeno due tipi di segni. Quali?

Che tipi di segni sono i seguenti? (i) la figurina stilizzata di una forchetta e un coltello incrociati, sul-
l'orario dei treni; (ii) striscia nerastra di gomme sull'asfalto; (iii) il disegnino di una mano in una va-
schetta d'acqua stilizzata, sull'etichetta di un capo d'abbigliamento; (iv) la sirena di un'autoambu-
lanza; (v) il nitrito di un cavallo; (vi) le caselline che indicano la copertura di campo nel display di un
telefonino cellulare; (vii) la bandiera italiana.
A quale tipo di segni appartiene la seguente configurazione gestuale (che nella LIS, Lingua Italiana
dei Segni, usata da e per i sordomuti, significa "strano")?

u Quale dei segni seguenti è un simbolo? (i); cartello stradale di "divieto di transito"; (ii) fori di proiet-
tile su un cartello stradale; (iii) cartello stradale di " lavori in corso " .

m Che cosa si intende per 'codice'? Fare esempi di codici semiotici.

m Quali sono le tre entità ai vertici del cosiddetto 'triangolo semiotico'? Perché la linea di base del trian-
golo è tratteggiata?

B. Proprietà della lingua


ED) Quale proprietà della lingua può essere esemplificata dalla seguente serie di parole di lingue e dia-
letti diversi? (i) inglese moon "luna"; (ii) tok pisin mun "mese"; (iii) piemontese mun "mattone";
(iv) thailandese mun "zanzariera"; (v) franco provenzale moun "mio".
li linguaggio verbale 41

E!J In che cosa consiste l'arbitrarietà dei segni linguistici? Quanti e quali tipi , o livelli, di arbitrarietà si pos-
sono distinguere?
El Si potrebbe dire che alcune parole negli enunciati seguenti hanno a che fare con l'arbitrarietà del
rapporto tra forma e sostanza del significato? Perché? (i) italiano i peccati della carne; (ii) italiano buf-
fet di carne e pesce, con stuzzichini, verdure e frutta fresca; (iii) inglese the sins ofthe flesh " i pec-
cati della carne "; (iv) inglese meat and fish buffet, with appetizers, vegetab/es, and fresh fruit "buffet
di carne e pesce , con stuzzichini, verdure e frutta fresca".
€1) Discutere in termini di forma e sostanza del significato il seguente brano (tratto dal presente volume,
cap. 7, § 7 .1.2.): «In latino per es. il campo semantico dei colori era strutturato anche secondo una
distinzione di brillantezza e intensità luminosa. Aterera " nero, come gamma cromatica " , o niger, co-
me "nero brillante " ; a/bus era " bianco, come gamma cromatica " , o candidus, come "bianco brillan-
te". L'opposizione si è mantenuta in italiano per il bianco, con bianco(< germanico blank " lucente",
che ha sostituito a/bus) opposto a candido, mentre si è annullata per il nero, ridotto al solo nero
(< nTgru(m)) ».
Il) Quale tipo di arbitrarietà è rappresentato dagli esempi seguenti? (i) olandese man "uomo " , maan "lu-
na"; (ii) italiano vai!, vaaaai!
Di) Siano date le seguenti parole , di lingue imparentate genealogicamente tra di loro: italiano notte, fran-
cese nuit, spagnolo noche, rumeno noapte, inglese night, tedesco Nacht, islandese n6tt, svedese
natt, polacco noc, russo noch ', sanscrito nakt. Il fatto che tutte queste parole presentino tra di loro
forti somiglianze mette in questione l'arbitrarietà dei segni linguistici?
€li) Che cosa sono brrr, ciufciuf, splash? Che cosa sono rimbombo, miago/ìo, ticchettio? Che cosa di-
stingue gli uni dagli altri?
El In che cosa consiste la 'doppia articolazione ' o 'dualità di strutturazione' dei segni linguistici? Che
rapporto c'è fra essa e la 'produttività'?
ml Qual è il segno linguistico minimo?
E!J I fonemi sono segni? Discutere.
li) Se la lingua non possedesse la doppia articolazione , quali sarebbero le conseguenze?
fil Completare le seguenti affermazioni con i termini appropriati:
(i) il parlato è anzitutto prioritario ........... rispetto allo scritto: tutte le lingue che hanno
una forma e un uso scritti sono , o sono state, anche parlate;
(ii) il parlato è poi prioritario ... . ..... : ciascun individuo impara prima a parlare e poi a
scrivere; e .............................. : nella storia della specie umana la scrittura si è sviluppata dopo
il parlare ;
(iii) lo sviluppo del linguaggio nella storia dell'umanità è iniziato con l' Homo
(iv) le prime attestazioni di una forma scritta di lingua (scritture pittografiche) sono databili intorno
al . .... ... . a.C.; quelle di un sistema di scrittura vero e proprio (scrittura cuneiforme)
risalgono invece al .............................. a.C.;
(v) la scrittura alfabetica nasce presso i .. .... intorno al .............................. a.C.;
e! È vero che tutto ciò che viene trasmesso con un messaggio espresso oralmente può essere tradot-
to in un corrispondente messaggio scritto, e viceversa? Discutere .
li) In che cosa consiste la priorità sociale che lo scritto ha nelle società moderne?
lfll Quali sono i vantaggi del parlato rispetto allo scritto? E quelli dello scritto rispetto al parlato?
li) Le lingue che non hanno una forma e un uso scritti non posseggono la proprietà della trasponibilità
di mezzo? Discutere.
1m) Quale semplice aspetto della linearità è esemplificato dalle seguenti combinazioni di segni? (i) Xl ;
(ii) 15 - 7 = 8; (iii) Bruto pugnalò Cesare;
42 La linguistica

Che cosa si intende per 'd iscretezza' del linguaggio verbale umano?
Che cosa si intende per 'plurifunzionalità della lingua '?
Qual è la funzione fondamentale di ciascuno dei seguenti messaggi linguistici , secondo lo schema
di Jakobson?
(i) sai che ore sono?
(ii) Tu così awenturoso nel mio mito, / così povero sei fra le tue sponde. / Non hai, ch'io veda,
margine fiorito. / Dove ristagni scopri cose immonde. (Umberto Saba, Il torrente)
(iii) pollo con la p e bollo con la b sono due parole distinte
(iv) diamine!
(v) ucci, ucci, sento odor di cristianucci
(vi) il bisonte soprawive in alcuni esemplari nel Nord America
(vii) MACELLERIA [insegna di un negozio]
(viii) vietato fumare
(ix) ninna nanna a sette e venti/ il bambino s 'addormenti/ s'addormenta e fa un bel sonno / e
si sveglia domani a giorno
(x) si comunica che potranno sostenere gli esami dell'appello di novembre anche gli studenti
iscritti ai corsi singoli che si sono svolti nella prima parte del primo semestre dell'a.a. 2010-
2011.
È vero che ogni messaggio espresso in un qualsiasi codice comunicativo può essere tradotto in un
messaggio nel linguaggio verbale umano? Discutere.
Che cosa si intende con 'creatività regolare '?
Che cos'è la ricorsività?
Che cosa significa l'affermazione che 'la lingua è un dispositivo che permette di ottenere infiniti mes-
saggi a partire da un numero limitato di elementi di base '?
Possiamo dire che sia l'enunciato in (i) sia la serie di numeri (nota come 'successione di Fibonacci ')
in (ii) possiedono la proprietà della ricorsività? (i) penso che tu non abbia visto che piangevo; (ii) O,
1,1, 2,3,5, 8 , 13,21, 34,55.
È vero che distanziamento e libertà da stimoli distinguono il linguaggio verbale umano dalla comuni-
cazione animale? Discutere.
La lingua è innata o è acquisita culturalmente? Perché parliamo una certa lingua determinata e non
un 'altra? Discutere.
Come si pongono nelle lingue i rapporti fra natura e cultura? Discutere.
Esemplificare aspetti della complessità sintattica della lingua.
Quale proprietà della lingua esemplificano i due casi seguenti? (i) mano: 1. "organo umano posto al-
l'estremità di ciascuno degli arti superiori ", 2. "qualità distintiva, stile: la mano di Raffaello" ; 3 . "ogni
copertura di tinta data su una superficie" ; 4. "nel gioco delle carte, turno di gioco"; 5. "sulla strada,
parte corrispondente a uno dei due lati " ; (ii) estrarre, rimuovere, togliere, levare, tirare fuori.
ID) La facoltà del linguaggio verbale è esclusiva della specie umana? Discutere.
9J Completare le lacune nel seguente brano con termini appropriati:
" Le due facce di un segno sono il .................................. e il .................................. ; il ..
può essere realizzato o nel canale o nel canale visivo-grafico. Il
....................... è l'elemento della realtà esterna a cui un segno linguistico rimanda;
....... ........ ..... tutti i segni linguistici hanno tuttavia un referente ".
li linguaggio verbale 43

C. Principi generali per l'analisi della lingua


La descrizione di com'è fatta e come funziona una lingua si basa sulla sincronia o sulla diacronia?
Sapreste illustrare almeno un argomento che dimostri come la struttura del sistema linguistico va-
da spiegata facendo riferimento alla sincronia e non alla diacronia?
Fare l'etimologia di una parola appartiene alla linguistica sincronica o diacronica? E studiare la pro-
nuncia di una parola? E studiare le frasi relative in latino? Discutere.
Quali delle seguenti considerazioni sono di carattere diacronico e quali di carattere sincronico? (i) in
latino la categoria del genere ha tre valori: maschile (es. LU PUS "lupo") , femminile (es. ROSA " rosa"),
neutro (es. BELLUM "guerra "); (ii) nell'evoluzione dal latino all'italiano si è perso il genere neutro, ne
recano traccia alcuni nomi maschili con singolare in -o e plurale in -a (es. lat. neutro sing. BRACH IUM
"braccio " , pi. BRACHIA "braccia" > it. moderno sing. braccio, pi. braccia); (iii) in italiano la categoria
del genere ha due valori: maschile (es. lupo) e femminile (es. rosa).
Quali delle seguenti considerazioni sono di carattere diacronico e quali di carattere sincronico? (i) nel
passaggio dal latino classico al latino volgare alcune parole spariscono, sostituite da altre: è il caso,
ad es., di VIR "uomo"' URBEM "città" ' PULCHRUM "bello " ' sostituite, rispettivamente , da HOMO, CIVITATEM,
BELLUM; (ii) in latino volgare, BELLUM significa "bello "; (iii) città deriva da CIVITATEM.

Nei fatti linguistici concreti è possibile distinguere nettamente la dimensione diacronica da quella sin-
cronica? Discutere.
Ui) Parlo italiano può voler dire "conosco l'italiano (ne conosco le regole)" oppure "sto parlando italiano
(ne uso le regole)". Quale dicotomia fondamentale dell ' analisi linguistica è qui chiamata in gioco?
UfJ Che cosa si intende con l'opposizione tra langue e parole?
li) In che senso intende Coseriu l'entità che egli chiama 'norma'?
IJ Attribuire a langue e parole gli attributi seguenti che siano appropriati per l'una o per l'altra nozione:
sociale, astratta, universale, attuata, individuale, mutevole, costante, concreta, potenziale. Uno de-
gli attributi non si può assegnare a nessuno dei due concetti: qual è?
Gi Che cos 'è la 'competenza linguistica'?
ii} Riconoscere quali delle seguenti coppie individuano entità tra di loro in rapporto sintagmatico e qua-
li in rapporto paradigmatico: (i) abbaiare, nitrire; (ii) pese-, -ò; (iii) cani, abbaiano; (iv) lui, lei; (v) sei,
colonnelli; (vi) pirata, pregiata; (vii) una, soprano.
li) Sapreste dire che cos 'è un 'paradigma'?
Fonetica e fonologia
CAPITOLO 2

Obiettivi del capitolo


Questo capitolo si occupa del primo dei livelli o piani di analisi della lingua: lo
studio dei suoni del linguaggio e di come questi si organizzano e funzionano
nel dare luogo alla forma delle parole. Partendo dalle basi anatomiche che
permettono la produzione dei suoni del linguaggio, questi vengono classifi-
cati e identificati in base ai fattori che intervengono a costituirli, e si introdu-
ce la loro rappresentazione grafica secondo un metodo scientifico. Si
esamina quindi come i suoni del linguaggio assumano funzione nel sistema
della lingua e valgano quindi come 'fonemi' (unità minime distintive prive di si-
gnificato); come sia possibile analizzarli; e quali di essi siano presenti in ita-
liano. Vengono infine trattate alcune proprietà generali delle combinazioni e
successioni di suoni nel parlato. L'obiettivo a cui mira il capitolo è di mettere
in grado di riconoscere i suoni, identificarli, trascriverli, capire il loro apporto
funzionale al sistema linguistico, vederli nel contesto più ampio della catena
parlata, ed avere consapevolezza della struttura fonica dell'italiano.

2 .1 Fonetica

Abbiamo detto che il significante, o mezzo fisico, primario della lingua


è di carattere fonico-acustico: suoni e rumori, onde sonore che passano
attraverso l'aria. Occorre quindi anzitutto rendersi conto di come sono
fatti fisicamente i suoni di cui le lingue si servono come di una delle
Che cos'è facce costitutive dei segni in esse espressi. La parte della linguistica che
la fonetica si occupa di questi aspetti si chiama 'fonetica' (dal greco phoné "voce,
suono"), che tratta quindi la componente fisica, materiale della comu-
nicazione verbale.
La fonetica si suddistingue in tre campi principali, a seconda del
punto di vista con cui si guarda ai suoni del linguaggio: la 'fonetica ar-
La fonetica ticolatoria ', che studia i suoni del linguaggio in base al modo in cui
articolatoria vengono articolati, cioè prodotti dall 'apparato fonatorio umano; la 'fo-
La fonetica netica acustica', che, applicando princìpi dell'acustica, studia i suoni
acustica del linguaggio in base alla loro consistenza fisica e modalità di trasmis-
La fonetica sione, in quanto onde sonore che si propagano in un mezzo; e la 'fone-
uditiva tica uditiva ' (o 'percettiva' o 'uditivo-percettiva'), che studia i suoni
Fonetica e fonologia 45

del linguaggio in base al modo in cui vengono ricevuti, percepiti dal-


1'apparato uditivo umano e decodificati dal cervello. Si prenderà qui in
considerazione unicamente la fonetica articolatoria, che può essere ri-
tenuta basilare rispetto alle altre due prospettive e che fornisce del resto
le terminologie classificatorie consuete secondo cui si identificano e de-
signano i singoli suoni.

2 .1 .1 Apparato fonatorio e meccanismo di fonazione


Per comprendere il meccanismo di articolazione dei suoni e le opera-
zioni mediante cui questi vengono prodotti, è opportuno partire da uno
schizzo dell'apparato fonatorio , cioè dall'insieme degli organi e delle
strutture anatomiche che la specie umana utilizza per parlare (fig. 2.1).
I suoni del linguaggio vengono normalmente prodotti mediante
l'espirazione, quindi con un flusso d'aria 'egressivo': l'aria muovendo L'apparato
dai polmoni attraverso i bronchi e la trachea raggiunge la laringe (in fonatorio
umano
corrispondenza del cosiddetto ' pomo d'Adamo'). Esistono suoni che si
realizzano mediante inspirazione (flusso d'aria 'ingressivo ' ) o senza la
partecipazione dei polmoni (e che quindi vengono prodotti indipenden-
temente dalla respirazione: questi ultimi sono detti 'avulsivi' , e si han-
no in lingue dell'Africa centrale e meridionale). Noi qui non ce ne oc-

Fig. 2.1
Apparato
fonatorio umano
__ ___,,- Cavità nasa'.~------- << <<<<

Dorso

Lingua

Trachea
46 La linguistica

cuperemo. Nella laringe, dove ha inizio il 'tratto vocale', l'aria incontra


le corde vocali (o 'pliche laringee'; la parte della laringe dove stanno le
corde vocali è detta 'glottide'). Quest'ultime, che durante la normale
Il meccanismo respirazione silente restano separate e rilassate, nella fonazione (=pro-
della fonazione duzione dei suoni del linguaggio) possono contrarsi e tendersi avvici-
nandosi o accostandosi l'una all'altra, e riducendo o bloccando in tal
modo il passaggio dell'aria. Cicli rapidissimi di chiusure e aperture del-
le corde vocali, provocati dalla pressione dell'aria espirata, costituisco-
no le cosiddette 'vibrazioni' delle corde vocali. Il flusso d'aria passa poi
nella faringe, e da questa nella cavità boccale (o orale). Nella parte su-
periore della faringe, la parte posteriore del palato (o ' velo'), da cui
pende l'ugola, può a questo punto lasciare aperto oppure chiudere, spo-
standosi all'indietro, il passaggio che mette in comunicazione la farin-
ge con la cavità nasale. Nella cavità orale, svolgono una funzione im-
portante nella fonazione alcuni organi mobili o fissi: la lingua, il più im-
portante degli organi mobili, in cui si distinguono una ' radice' (parte
posteriore della lingua), un 'dorso' (parte centrale della lingua) e un
'apice' (la punta della lingua, che assieme alla 'lamina' costituisce la
parte anteriore della lingua, detta nel suo insieme 'corona'); il palato,
in cui occorre considerare separatamente il velo (o palato molle); gli al-
veoli, vale a dire la zona immediatamente retrostante ai denti (cioè, le
gengive posteriori); i denti; le labbra. Anche la cavità nasale può parte-
cipare al meccanismo di fonazione, quando il velo e l'ugola si trovano
in posizione di riposo e permettono quindi il passaggio dell'aria attra-
verso il naso.
Parametri di In ciascuno dei punti compresi fra la glottide e le labbra al flusso
identificazione d'aria espiratoria può essere frapposto un ostacolo al passaggio, otte-
dei suoni
del linguaggio nendo così suoni e rumori che costituiscono fisicamente i suoni del lin-
guaggio. Il luogo in cui viene articolato un suono costituisce un primo
parametro fondamentale per la classificazione e identificazione dei suo-
ni del linguaggio; un secondo parametro fondamentale , e anzi il primo
parametro che occorra prendere in considerazione perché individua
grandi classi di suoni, è dato dal modo di articolazione, e cioè dal re-
stringimento relativo che in un certo punto del percorso si frappone o
no al passaggio del flusso d'aria. Un terzo parametro importante, che si
riconduce comunque fondamentalmente al modo di articolazione, è da-
to dal contributo della mobilità di singoli organi (corde vocali, lingua,
velo e ugola, labbra) all'articolazione dei suoni.
L'opposizione In base al modo di articolazione abbiamo una prima grande opposi-
tra vocali zione fra i suoni del linguaggio: quella fra suoni prodotti senza la frap-
e consonanti
posizione di ostacoli che creino perturbazioni al flusso d'aria fra la glot-
tide e il termine del percorso - e in presenza di vibrazioni delle corde
vocali - e suoni prodotti mediante la frapposizione di un ostacolo par-
Fonetica e fonologia 47

ziale o totale al passaggio dell'aria in qualche punto del percorso - sia


in presenza che in assenza di vibrazione delle corde vocali. I primi tipi
di suoni costituiscono le vocali, i secondi le consonanti. I suoni pro- La differenza
dotti con concomitante vibrazione delle corde vocali accostate e tese fra sonori
e sordi
sono detti 'sonori', i suoni prodotti senza vibrazione delle corde voca-
li discoste (o con una vibrazione molto ridotta) sono detti 'sordi' . Le
vocali sono normalmente tutte sonore, le consonanti possono essere sia
sonore che sorde.

2.1.2 Consonanti
Modo di articolazione
Come abbiamo visto, le consonanti sono caratterizzate dal fatto che vi è
frapposizione di un ostacolo al passaggio dell'aria. A seconda che questo
ostacolo sia completo, cioè mediante il contatto di parti di organi provo-
chi un 'occlusione o blocco momentaneo ma totale al passaggio dell'aria,
o sia invece parziale, cioè consista in un restringimento della cavità in
cui passa il flusso d'aria senza vero contatto e senza quindi che si crei un
momento di blocco, si riconoscono due grandi classi di consonanti: ri-
spettivamente, le 'occlusive' (dette a volte anche 'plosive' o 'esplosive' ; Le consonanti
ingl. stop) e le 'fricative' (o ' continue' o anche 'costrittive ' e a volte occlusive e
fricative
'spiranti'), così chiamate perché l'avvicinamento degli organi articola-
tori provoca un rumore di frizione. A un livello maggiore di precisione,
occorre distinguere dalle fricative le cosiddette 'approssimanti', in cui Approssimanti
l'avvicinamento degli organi articolatori non arriva a provocare una fri-
zione o un fruscìo così sensibile come nel caso delle vere fricative. Sono
approssimanti le semiconsonanti e semivocali (cfr. § 2.1.4).
Esistono suoni consonantici la cui articolazione inizia come un'oc-
clusiva (con una rapidissima occlusione del canale) e termina come una
fricativa (l'occlusione appena iniziata si trasforma in un restringimento
del canale). Si tratta di consonanti per così dire 'composte ' , costituite Consonanti
da due fasi, fuse assieme, e vengono chiamate 'affricate'. affricate
Nel modo di articolazione pertinente per alcuni tipi di consonanti
intervengono, oltre al grado di chiusura relativo del canale, altri fattori
quali movimenti o atteggiamenti della lingua o la partecipazione anche
della cavità nasale alla produzione del suono. Abbiamo così consonan-
ti 'laterali', quando l'aria passa solo ai due lati della lingua (o attraver- Consonanti
so uno solo di essi), e 'vibranti', quando si hanno rapidi contatti inter- laterali,
vibranti e nasali
mittenti tra la lingua e un altro organo articolatorio. Laterali e vibranti
possono essere riunite sotto l'etichetta di ' liquide ' . Si hanno invece
consonanti 'nasali' quando vi è passaggio dell'aria anche attraverso la
cavità nasale.
Le consonanti possono poi essere caratterizzate anche in base ad al-
tri parametri, di cui qui non ci occuperemo . Uno di questi è per es.
48 La linguistica

Forza e l'energia articolatoria (tensione muscolare) con la quale vengono pro-


aspirazione dotte, che dà luogo a una scala che va dalle consonanti più 'forti', le
occlusive sorde, a quelle più 'lenì', le approssimanti; le occlusive in ge-
nerale sono più forti delle fricative, e le sorde sono più forti delle sono-
re. Un altro parametro, che può riguardare le occlusive e le affricate da-
vanti a una vocale, è la presenza di 'aspirazione' , vale a dire di un in-
tervallo di tempo fra il rilascio dell'occlusione o della tenuta della con-
sonante e l'inizio della vibrazione delle corde vocali caratteristica delle
vocali, che produce una specie di soffio laringale; le consonanti così
prodotte vengono dette 'aspirate' .

Luogo di articolazione
Oltre che in base alla presenza o assenza di vibrazioni delle corde voca-
li e al modo di articolazione, le consonanti vengono classificate anche in
Le consonanti base al punto dell'apparato fonatorio in cui sono articolate. Partendo dal
(bi)labiali, tratto terminale del canale, che è peraltro anatomicamente il più avan-
labiodentali,
dentali zato, abbiamo anzitutto le consonanti '(bi)labiali', prodotte dalle lab-
e palatali bra o tra le labbra; abbiamo poi le consonanti 'labiodentali', prodotte
fra l'arcata dentaria superiore e il labbro inferiore; le consonanti 'den-
tali ', prodotte a livello dei denti (in una classificazione sommaria come
la nostra, esse comprendono anche le 'alveolari', prodotte dalla lingua
contro o vicino agli alveoli); le consonanti 'palatali', prodotte dalla lin-
gua contro o vicino al palato duro (o nella zona fra gli alveoli e il palato
duro: in tal caso si tratta più propriamente di 'postalveolari'); le conso-
Le consonanti nanti 'velari', prodotte dalla lingua contro o vicino al velo; le conso-
velari, uvulari, nanti 'uvulari' , prodotte dalla lingua contro o vicino all'ugola; le con-
faringali e
glottidali sonanti 'faringali' , prodotte fra la base della radice della lingua e la par-
te posteriore della faringe; e infine le consonanti 'glottidali' (o 'laringa-
li'), prodotte direttamente nella glottide, a livello delle corde vocali. In
una classificazione più precisa di tutte le consonanti prodotte nella ca-
vità orale, si può prendere in considerazione anche la parte della lingua
che interviene specificamente nell'articolazione: avremmo così per es.
consonanti 'apico-dentali', prodotte dall'apice della lingua contro o vi-
cino ai denti, o 'apico-alveolari', prodotte dall'apice contro o vicino agli
alveoli, o 'dorso-palatali', prodotte dal dorso della lingua contro o vici-
no al palato duro, o 'radico-velari', prodotte dalla radice della lingua
contro o vicino al velo - si veda oltre -, eccetera.
Esistono ancora altri modi e luoghi di articolazione, fra cui potrem-
Le consonanti mo qui fare un cenno alle consonanti cosiddette 'retroflesse' (dette an-
retroflesse che ' cacuminali' o ' invertite ' ), che vengono articolate flettendo all 'in-
dietro la punta della lingua, o apice, verso la parte anteriore del palato,
com'è per esempio nella pronuncia siciliana di dd in beddu "bello" e di
tr in tre.
Fonetica e fonologia 49

:::: Fig. 2.2

Le due figure A e B in Fig. 2.2 (a volte dette 'orogrammi', per det- ::::
tagli v. Box 2.1) mostrano schematicamente come siano disposti gli or- ::::
gani articolatori nella produzione di foni consonantici (per i simboli
grafici usati, cfr. sotto§ 2.1.5). Nella figura A, non c'è passaggio di aria
nella cavità nasale (l'ugola chiude il passaggio) e la lingua va a toccare
(contatto) il velo (zona posteriore del palato), quindi abbiamo una oc-
clusiva velare, che può essere la sorda [k] o la sonora [g], dato che nel-
la figura non viene rappresentata la glottide con la vibrazione relativa
delle corde vocali; se l'ugola fosse rappresentata abbassata, in modo ta-
le che lasci quindi passare l'aria egressiva nella cavità nasale, avremmo
invece la nasale velare [IJ] . Nella figura B, sempre con chiusura del-
l' ugola, la lingua si avvicina senza toccarle (il passaggio dell'aria non
viene quindi bloccato: v. freccette che simboleggiano il movimento del-
1' aria) alle gengive e alla parte posteriore dei denti: abbiamo quindi una
fricativa alveolare, sorda [s] o sonora [z].

Box 2.1- Meccanismi articolatori di alcuni suoni dell'italiano


I diagrammi seguenti, che rappresentano sezioni sagittali dell'apparato fonatorio, illustrano i
meccanismi di articolazione di alcuni suoni dell'italiano, mostrando la posizione e l'azione dei
vari organi coinvolti nella fonazione.

Nella figura A (i due diagrammi, od orogrammi, vanno immaginati in rapida successione, come
le due fasi di un veloce movimento articolatorio) è rappresentata un ' affricata dentale, [ts] (sor-
cia) o [dz] (sonora). L'articolazione del suono avviene in due fasi . In una prima fase la lingua
viene a contatto con i denti superiori, provocando una chiusura completa del canale (imposta-
zione); il velo è sollevato, impedendo il passaggio dell'aria nella cavità nasale, l'aria si accu-
mula dietro la lingua e la pressione aumenta (tenuta). In un secondo momento, quando la pres-
50 La linguistica

sione diviene sufficiente a rimuovere l'ostacolo, la lingua abbandona i denti, e l'aria, fino a quel
momento compressa contro le pareti della cavità orale, attraversa la fessura creata dalla posi-
zione parzialmente rilassata della lingua (soluzione). Si tratta, va ricordato, non di due suoni in
sequenza ma di un suono unico, la cui durata corrisponde invero a un solo segmento.

Fig. B

Nella figura B è rappresentata la nasale bilabiale [m]. Come nel caso dei suoni occlusivi, l'arti-
colazione determina una momentanea chiusura del canale orale: il labbro superiore e quello in-
feriore vengono a contatto provocando la chiusura delle labbra, a cui fa seguito un rilascio re-
pentino. A differenza dei normali suoni occlusivi, il velo è abbassato, consentendo il passaggio
dell 'aria nella cavità nasale. Le corde vocali, come in tutti gli altri suoni nasali, sono in vibra-
zione.

Fig.C

Nella figura C è rappresentata la semivocale (o meglio, semiconsonante) anteriore [j]. Il pre-


dorso della lingua si solleva rispetto alla posizione neutra e risulta spostato verso il palato duro.
Si produce un restringimento minimo del canale, senza che si generi una compressione d'aria ri-
levante contro le pareti della cavità orale. Il passaggio dell'aria è relativamente libero e veloce.
Le corde vocali, come nel caso della corrispondente posteriore [w], sono in vibrazione.

Fig. D

Nella figura D possiamo vedere come si presenta la glottide nello stato di fonazione sorda, im-
magine a sinistra, e nello stato di fonazione sonora, immagine a destra. La parte in alto di cia-
scuna delle due immagini rappresenta la zona anteriore della laringe, la parte in basso quella
Fonetica e fonologia 51

posteriore; le frecce segnalano il verso della pressione muscolare; la zona tratteggiata mostra
l'ampiezza della fessura tra le corde vocali. Nella fonazione sorda le corde vocali sono lieve-
mente discoste e lasciano fuoriuscire l'aria piuttosto liberamente. Nella fonazione sonora, in-
vece, le corde vocali, accostate e tese per effetto della pressione muscolare provocata dall'azio-
ne delle cartilagini aritenoidi (a cui le corde vocali sono attaccate a una estremità: in basso nel-
l'immagine), sono poste in forte vibrazione dal flusso d'aria egressivo.

2.1.3 Vocali
Abbiamo visto che le vocali sono suoni prodotti senza che si frapponga
alcun ostacolo al flusso dell'aria nel canale orale. Le diverse vocali non
sono quindi caratterizzate dal modo di articolazione né dagli organi che
partecipano alla loro realizzazione, ma dalle diverse conformazioni che
assume la cavità orale a seconda delle posizioni che prendono gli orga-
ni mobili, e in particolare la lingua. Per classificare e identificare i suo-
ni vocalici occorre infatti far riferimento in primo luogo alla posizione
della lingua, e precisamente al suo grado a) di avanzamento o arretra-
mento e b) di innalzamento o abbassamento. In base al primo parame-
tro le vocali possono essere 'anteriori' (se vengono articolate con la Vocali
lingua in posizione avanzata), 'posteriori' (se vengono articolate con anteriori,
posteriori e
la lingua in posizione arretrata) e 'centrali '. Con altra terminologia, an- centrali
ch'essa assai diffusa e basata questa volta sull'area a cui la lingua si tro-
va più vicina nell'articolare il suono relativo, si usano anche i termini
' palatali' invece che 'anteriori' e 'velari' invece che 'posteriori'.
In base al secondo parametro, cioè lo spostamento relativo della lin-
gua verso l'alto, le vocali possono essere 'alte', 'medie' (con ulteriore Vocali alte,
distinzione fra 'medio-alte' e 'medio-basse ') e 'basse'. Fra le vocali medie e basse
medio-alte e quelle alte e quelle medio-basse e basse si può introdurre
ancora un gradino diverso, e allora avremo vocali rispettivamente 'se-
mialte' e 'semibasse'. Una terminologia altrettanto diffusa, e basata sul-
l'ampiezza dello spazio fra lingua e palato, definisce 'chiuse' le vocali
'alte', 'semichiuse' quelle 'medio-alte', 'semiaperte' quelle 'medio-
basse' e 'aperte' le vocali 'basse'. La posizione in cui vengono articola-
te le vocali secondo il duplice asse orizzontale e verticale può essere
utilmente rappresentata da uno schema, detto per la sua forma 'trape- Il trapezio
zio vocalico' (fig. 2.3). vocalico
Un altro parametro importante nella classificazione dei suoni voca-
lici è la posizione delle labbra durante l'articolazione. Le labbra posso-
no trovarsi distese, formanti una fessura, oppure possono essere tese e
protruse, cioè sporgere in avanti e dare luogo a una specie di arrotonda-
Vocali
mento. Le vocali prodotte con le labbra protruse si chiamano appunto arrotondate e
'arrotondate' (o 'labializzate' o, con parola derivata dal greco, 'pro- non arrotondate
52 La linguistica

cheile'), le vocali prodotte senza protrusione e arrotondamento delle


labbra si chiamano 'non arrotondate' (o 'non labializzate' o 'aprochei-
le ' ). Normalmente le vocali anteriori tendono a essere non arrotondate,
le vocali posteriori tendono ad essere arrotondate. Esistono però anche
vocali anteriori arrotondate e vocali posteriori non arrotondate.
Vocali nasali Ancora, i suoni vocalici possono essere realizzati con o senza pas-
saggio contemporaneo dell'aria nella cavità nasale: nel primo caso le
vocali sono ovviamente dette 'nasali '.

2.1.4 Semivocali
Che cosa sono Vi sono suoni con modo di articolazione intermedio fra vocali e conso-
le semivocali nanti fricative, e quindi prodotti con un semplice inizio di restringi-
mento del canale orale, cioè con la frapposizione di un ostacolo appena
percettibile al flusso dell'aria, detti come abbiamo accennato 'approssi-
manti' , sulla base del fatto che avviene un inizio di avvicinamento fra
gli organi contrapposti (si veda§. 2.1.2). Fra le approssimanti vi sono
suoni di fatto assai vicini alle vocali, di cui condividono la localizza-
zione articolatoria, e che vengono appunto chiamati 'semivocali ', o an-
che 'semiconsonanti'. In una classificazione più precisa, semiconso-
nanti e semivocali andrebbero comunque tenute distinte, riservando il
primo termine ai suoni in cui la componente di fruscìo è più marcata, e

Fig.2.3
Il trapezio
vocalico
)) )) ))
Fonetica e fonologia 53

quindi li rende più vicini alle consonanti fricative. A differenza delle


vocali, le semivocali non possono costituire apice di sillaba (si veda ol-
tre, § 2.2.4), e assieme alla vocale a cui sono sempre contigue nella ca-
tena fonica costituiscono un dittongo (o trittongo, se più di una: si veda
Semivocali
§ 2.2.4). Una classificazione fondamentale delle semivocali può limi- anteriori
tarsi a distinguere quelle 'anteriori ' (o 'palatali') da quelle 'posteriori' e posteriori
(o ' velari').

2.1.5 Trascrizione fonetica


I diversi sistemi di scrittura utilizzati dalle diverse lingue rendono in va-
ria maniera nel mezzo grafico la realtà fonica della produzione verbale.
In particolare, nei sistemi alfabetici tipici delle lingue europee ogni sin-
golo suono viene reso in linea di principio da un particolare simbolo
grafico. Esistono comunque anche grafie sillabiche, che rendono con
appositi simboli intere sillabe - cfr. § 2.2.4 - e non singoli suoni; e gra-
fie originariamente di carattere ideografico, cioè basate su segni che ri-
producono schematicamente e in modo stilizzato tratti dell'entità signi-
ficata e in cui i caratteri corrispondono a morfemi o parole e non a enti-
tà foniche (per illustrazione e ulteriori e più precise distinzioni, v. Box
1.1). Le grafie alfabetiche formatesi storicamente per convenzione e Le grafie
accumulo di abitudini grafiche sono però tutt'altro che univoche e coe- alfabetiche
renti. Non c'è rapporto biunivoco tra suoni e unità grafiche (o 'grafe-
mi': le lettere dell'alfabeto). Allo stesso singolo suono possono corri-
spondere nella stessa lingua o in lingue diverse più grafemi differenti:
in italiano, per esempio, il primo suono della parola cane può essere re-
so, oltre che dalla lettera e, "ci", anche dalla lettera q, "qu", come in
quadro. Viceversa, uno stesso grafema può rendere suoni diversi: in ita-
liano è il caso, per esempio, sempre di e, la lettera "ci" , che in certe pa-
role (davanti a vocali posteriori o centrali) rende appunto il suono ini-
ziale della parola cane e in altre parole (davanti a vocali anteriori) ren-
de invece il suono iniziale della parola cena, evidentemente diversi. Un
singolo suono può essere reso da più grafemi combinati: in italiano è
per esempio il caso della combinazione di tre lettere sci, "esse ci i", che
solitamente rende il suono iniziale della parola scienza; o della combi-
nazione di due lettere eh, che rende anch'essa il suono iniziale di cane,
quando questo è seguito da vocali anteriori, come in chitarra, poche,
eccetera. Ad uno o più grafemi in una parola può non corrispondere al-
cun suono: in italiano, è il caso della lettera h, che non corrisponde ad
alcuna realtà fonica: una parola come ha, 3a pers. sing. del verbo avere,
consiste di un unico suono, quello rappresentato dalla lettera a; ecc.
(cfr. comunque Box 2.2).
Differenza tra
L'ortografia italiana si può comunque definire abbastanza fedel- fonia e grafia in
mente 'fonografica': siamo abituati ad associare a ogni suono, per rap- lingue diverse
54 La linguistica

presentarlo, una singola lettera (o al massimo in alcuni casi nessi di due


- come eh davanti a e, i, per es. in chimiche - o di tre lettere - come gli
davanti a a, o, u, e, per es. infoglia); e quindi siamo abituati a leggere e
pronunciare 'come si scrive'. Mentre la grafia dell'italiano è quindi nel-
1' insieme non troppo lontana dalla realtà fonica (e così quella del tede-
sco), quelle del francese e dell'inglese ne sono spesso assai distanti.
L'inglese ha un'ortografia con elementi addirittura logografici, spesso
con suoni singoli che corrispondono a sequenze diverse di lettere, e let-
tere che non hanno alcun corrispondente fonico (come in cough
"tosse", in cui gh rende il suono che più spesso troviamo scritto con la
lettera/; "effe"; o in knight "cavaliere", in cui k iniziale e gh nel corpo
della parola non corrispondono ad alcun suono, e i corrisponde al suo-
no che nell 'ortografia italiana viene reso con il nesso ai). Bisogna por-
re particolare attenzione su questo punto, giacché è facile farsi fuorvia-
re, nell'analisi e nel trattamento dei fenomeni linguistici, dai fatti mera-
mente grafici e dalle incongruenze in essi insite (si badi anche che si è
molto favoriti in tali fraintendimenti dalla confusione che nell'insegna-
mento scolastico spesso si fa tra lettere e suoni): va costantemente te-
nuto presente che la realtà della lingua è primariamente fonica, e quel
che conta è la fonia, e non la grafia. L'analisi linguistica deve sempre
basarsi sull'immagine fonica delle parole (anche quando queste - co-
m'è consueto quando l'interesse dell 'analisi non sia incentrato sulla fo-
netica e fonologia - siano rappresentate nella normale ortografia).

Box 2.2 - Fonia e grafia. Suoni e grafemi dell'Italiano


Il sistema di scrittura dell'italiano, come l'alfabeto greco e latino su cui si fonda, appartiene ai
sistemi di scrittura che si basano fondamentalmente sull'inventario fonematico della lingua (cfr.
Box 1.1). Qualunque sistema di scrittura, che sia di tipo logografico o fonografico (fonetico),
può poi offrire una rappresentazione più o meno completa, o più o meno coerente, di tutte le
unità rilevanti della lingua a cui si riferisce. L'ortografia dell 'italiano, come si è visto (§ 2.1.5.),
è piuttosto fedelmente 'fonografica', riproduce cioè le unità fonologiche con una certa fedeltà.
Ciononostante, non mancano casi in cui il rapporto biunivoco tra i suoni e i grafemi (le lettere
dell'alfabeto) viene a mancare. Alcune opposizioni fonematiche non sono rappresentate nella
grafia: /e/ - /e/, /o/ - hl, /si - /z/, /ts/ - /dz/, /i/ - /j/, /u/ - /w/; di conseguenza, ad esempio, a
uno stesso grafema possono corrispondere fonemi diversi (es. accetta rappresenta sia [a't:Jet:a]
"ascia", sia [a't:Jet:a] "(egli) accetta";fuso rappresenta sia ['fu:so] "arnese per filare", sia
['fu:zo] "part. pass. di fondere"; rau.a rappresenta sia ['rat:sa] "genere, stirpe", sia ['rad:za]
"pesce del genere Raja"; ecc.).
Altre opposizioni fonematiche sono preservate nella grafia per mezzo di combinazioni di gra-
femi, che occorrono in particolari contesti: è il caso, ad esempio, di eh e gh davanti a e, i (es.
china ['ki:na], ghiro ['gi:ro], di contro a Cina ['tfi:na], giro ['d3i:ro]); si hanno anche combi-
nazioni diverse per rappresentare lo stesso suono, come gli davanti a a, e, o, u, e gl davanti a una
i grafica (es. piglia ['pi&a], egli ['e&i]). Uno stesso suono può essere così rappresentato da gra-
Fonetica e fonologia 55

femi diversi o nessi diversi di lettere (digrammi, trigrammi) in contesti diversi ([k] è reso con e
in casa e eh in china, [,{] è reso con gli in piglia e gl in egli).
Si conservano inoltre alcune caratteristiche di grafia etimologica, senza che siano motivate dal-
la fonologia attuale della lingua; accade così, ad esempio, che a uno o più grafemi di una paro-
la non venga a corrispondere alcun suono (es. ho [o], hai [aj], ecc., dove è mantenuta la h ini-
ziale delle corrispondenti forme verbali latine, che rendeva la consonante glottidale del latino;
scienza ['fcntsa], dal lat. scientia(m)) o, come già visto, che a uno stesso suono corrispondano
grafemi differenti (es. quinto ['kwinto], dal lat. quintu(m), cane ['ka:ne]).
Si riporta qui di seguito una più completa casistica di rapporti non biunivoci tra suoni e grafe-
mi dell'alfabeto italiano.

Grafemi a cui corrispondono suoni diversi (un certo grafema non rappresenta sempre lo stesso
suono):
e [k] cane ['ka:ne] [tf] certo ['tfcrto]
e [e] mela ['me:la] [e] treno ['trc:no]
g [d3] giro ['d3i:ro] [g] gloria ['glo:rja]
[i] pino ['pi:no] [j] lieve ['ljc:ve]
n [n] dente ['dente] [llJ] anfora ['all)fora] [IJ] bianco ['bjauko]
o [o] posto ['po:sto] [o] mossa ['mos:a]
s [s] spago ['spa:go] [z] sbafo ['zba:fo]
u [u] uno ['u:no] [w] uova ['wo:va]
z [ts] puzza ['put:sa] [dz] mezzo ['mcd:zo]
Suoni a cui corrispondono grafemi diversi (un certo suono non è rappresentato sempre con lo
stesso grafema):
[k] e caro ['ka:ro] q quadro ['kwa:dro]
Grafemi che non rappresentano alcun suono:
h 0 ha [a]
0 (in certi contesti) sufficiente [suf:i'tfrnte]
Suoni rappresentati (sempre o in certi contesti) da combinazioni di grafemi:
[k] eh chilo ['ki:lo]
[tf] ci bacio ['ba:tfo]
[g] gh ghiera ['gjc:ra]
[d3] gi giallo ['d3al:o]
[A] gl egli ['e&i] gli aglio ['aA:o]
[Jl] gn gnomo ['Jlo:mo]
[f] se scelta ['felta] sci asciutto ['af:ut:o]

Per ovviare alle incongruenze delle grafie tradizionali ed avere uno


strumento di rappresentazione grafica dei suoni del linguaggio, valido
per tutte le lingue, che riproduca scientificamente la realtà fonica, i lin-
guisti hanno elaborato sistemi di trascrizione fonetica, in cui c'è corri-
spondenza biunivoca fra suoni rappresentati e segni grafici che li rap-
presentano.
L'alfabeto
Il più diffuso e importante dei sistemi usati per la trascrizione fone- fonetico
tica è l'Alfabeto Fonetico Internazionale, indicato solitamente con la internazionale
56 La linguistica

sigla IPA, dal nome della International Phonetic Association (intesa


spesso anche come International Phonetic Alphabet; a volte anche API,
dalla denominazione francese Association - o Alphabet - Phonétique
lnternational( e)), la società dei fonetisti che lo ha promosso e che già
nel 1888 ne presentò la prima versione, successivamente modificata e
integrata a più riprese.
Diamo qui le tabelle di una scelta dei principali grafemi utilizzati
dalla trascrizione IPA con l'indicazione dei fondamentali caratteri arti-
colatori dei suoni che vi corrispondono; come si vede, una parte dei
grafemi IPA corrisponde a quelli dell'alfabeto latino, usati nella grafia
normale dell'italiano, ma molti altri grafemi hanno una forma speciale.
Per una versione dettagliata dell'alfabeto IPA, v. Box 2.3. L'IPA per-
mette di riprodurre qualunque suono di qualunque lingua (e quindi, ac-
quisita la definizione articolatoria del fono rappresentato, di pronuncia-
re parole anche di lingue che non conosciamo).
Ecco ora una lista di esempi per ciascuno dei suoni che compaiono
nelle due tabelle delle consonanti (tab. 2.1) e delle vocali (tab. 2.2). Si
tenga presente che nelle tabelle sono riportati tutti i suoni consonantici

Tabella 2.1- Consonanti (sr. sta per 'sorde', sn. sta per 'sonore')

Bilabiali Labio-dentali Dentali e alveolari Palatali Uvulari Faringali Glottidali


sr. sn. sr. sn. sr. sn. sr. sn. sr. sn. sr. sn. sr. sn. sr. sn. ·
p b t d k g q ?
q> f3 f V s z I 3 X 'Y X 1S' 'ì h
0 3
pf ts dz tJ d3
m Il) n J1 lJ
I f...
r R

Tabella 2.2 - Vocali (e semivocali). Nelle colonne delle Anteriori e delle Posteriori, a sinistra stanno le se-
rie di vocali non arrotondate, a destra quelle arrotondate

Antenon (palatali) Centrali Postenon (velari)


w

y u
u
o
:,
re a
Fonetica e fonologia 57

e vocalici che esistono in italiano standard e soltanto un piccolo nume-


ro (a mo' di esempio) di quelli che non compaiono in italiano ma esi-
stono in alcune importanti lingue. Nel Box 2.4 è riportata esemplifica-
zione più ampia da diverse lingue, relativa a consonanti e vocali non
presenti in italiano standard.
Le parole che contengono il suono esemplificato sono date prima
nella grafia convenzionale e poi in trascrizione fonetica; le lettere in or-
tografia convenzionale che rappresentano il suono esemplificato sono
sottolineate. Si noti che per gli esempi italiani diamo sempre, tranne
quando diversamente indicato, la trascrizione fonetica nella pronuncia
standard a base fiorentina emendata, che non sempre coincide con le
pronunce normali nell'italiano delle diverse regioni; si veda oltre, §
2.2.3. La trascrizione fonetica, convenzionalmente, si pone fra parente-
si quadre([ ... ]). L'accento (si veda§ 2.3.1) nella trascrizione IPA è in-
dicato con un apice (') posto prima della sillaba su cui esso cade. Due
punti indicano l'allungamento della vocale (cfr. § 2.3.3).

2.1.6 Consonanti
OCCLUSIVE. Bilabiali: [p], sorda, come in 12ollo ['pollo], [b], sonora, Le occlusive
come in fz_occa ['bokka] (si noti - ma si veda oltre, § 2.3.3 - che conso-
nanti lunghe, o 'doppie', o 'geminate', o 'rafforzate', si possono rende-
re in grafia IPA in due modi: o raddoppiando il simbolo corrispondente
ovvero con due punti dopo il simbolo: ['bok:a]); dentali (o alveolari, a
seconda che siano articolate con la punta della lingua contro gli incisi-
vi o un po' più indietro, contro gli alveoli): [t], come in topo ['t::,po],
[d], come in d_ito ['dito]; velari: [k], come in ç_ane ['kane], [g], come in
gatto ['gatto]; uvulari: [q], sorda, come in arabo Iraa ['ìi'ra:q]; glotti-
dali: [?] (indifferente alla distinzione fra sorda e sonora), che si trova
per esempio in tedesco all'inizio di ogni parola cominciante per vocale
(ein Apfel "una mela" [?ajn '?apfal]). In italiano, si possono avere oc-
clusive glottidali quando si pronuncia una parola 'sillabandola', cioè
staccando le sillabe l'una dall'altra (per esempio, ho detto "la ama" [la
'?a:?ma], non "lama" ['?la:?ma]!).

FRICATIVE. Bilabiali: [cp], sorda, come nella pronuncia fiorentina di ti-


120 ['ticpo], [13], sonora, come in spagnolo cafz_eza "testa" [ka'f3e0a]; la- Le fricative
biodentali: [f], come infilo ['filo], [v], come in }l_ino ['vino]; dentali (e
alveolari): [0] (articolata, come la corrispondente sonora che segue, con
la punta della lingua fra i denti e definita quindi più propriamente 'in-
terdentale'), come in inglese think "pensare" [0il)k], [ò], come in ingl.
that "quello" [òret]; [s] (che è tipicamente alveolare), come in s_ano
['sano], [z] (alveolare), come in s_baglio ['zbaAAO] ([s] e [z], assieme
alle due fricative palatali - si veda subito oltre-, sono a volte anche det-
58 La linguistica

te 'sibilanti'); palatali (più propriamente, postalveolari): [J], come in


sci [fi], [3], come in francese jour "giorno" [3uB'] (la fricativa palatale
sonora [3] non esiste in italiano standard; e' è però nella pronuncia fio-
rentina di parole come valigia [va'li3a]); velari: [x], come in tedesco
Buch "libro" [bux] o spagn. hijo "figlio" ['ixo], [Y], come in spagnolo
agua "acqua" ['aYwa]; uvulari: [x], come in arabo shaykh "sceicco"
[frejx], [B'], come in francese jour_ [3uB'] (corrisponde alla tipica "erre"
fricativa francese); faringali: ['ì], sonora, come in arabo _Iraq ['ìi'ra:q];
glottidali: [h], sorda, come in inglese h_ave/ted. h_aben "avere" [hre:v]/
['ha:b;rn], o nella pronuncia fiorentina di parole come poç_o ['p:-,ho].
Spesso tale fricativa è, impropriamente, definita come 'aspirata' (cfr. §
2.1.2). Le pronunce fiorentine, e di una vasta area della Toscana, che
abbiamo esemplificato qui a proposito delle fricative bilabiale e velare
sorde, ma che riguardano anche le dentali sorde, sono note sotto il nome
di 'gorgia toscana'.

Le affricate AFFRICATE. Labiodentali: [pf], sorda, come in ted. Apfel "mela"


['?apfal]; dentali: [ts], come in pazzo ['pattso], [dz], come in -;_ona
['dz:-,na] ; palatali: [tf] , come in ç_ibo ['tfibo], [d3], come in gelo
['d3elo] . Si tenga presente che in IPA le affricate si trascrivono (oltre
che in altri modi che qui non consideriamo), corrispondentemente alla
loro natura fonetica, come la sequenza della occlusiva più la fricativa
dei relativi luoghi di articolazione: [ts], affricata dentale, è rappresen-
tata come [t], occlusiva dentale (prima fase dell'affricata), più [s], fri-
cativa alveolare (seconda fase). Per convenzione, le affricate lunghe o
doppie inoltre si trascrivono ripetendo il solo simbolo della fase occlu-
siva: ['pattso] e non ['patstso] (trascrizione alternativa: ['pat:so], cfr. §
2.2.3).

Le nasali NASALI. Bilabiale: [m], come in m_ano ['mano]; labiodentale: [llJ], co-
me in i!lvito [illJ'vito]; dentale (alveolare): [n], come in !lave ['nave];
palatale: [p], come in g_!locco ['p:-,kko]; velare: [IJ], come inja!lgo
['fal)go]. Tutte le nasali soI:J.o sonore.

Le laterali LATERALI. Dentale (alveolare): [l], come in lana ['lana]; palatale: [A],
come in gli [Ai]. Tutte le laterali sono sonore.

Le vibranti VIBRANTI. Dentale (alveolare): [r], come in r_iva ['riva] (la [r] italiana è
plurivibrante; esiste anche una corrispondente monovibrante, notata [r],
come in spagn. tor.o "toro" ['toro], inglese americano mat1er "materia"
['mrerg]); uvulare: [R], come in frane. rose "rosa" [Roz], ted. rot
"rosso" [Rot]. Tutte le vibranti sono sonore.
Fonetica e fonologia 59

2.1.1 Vocali e semivocali


ANTERIORI (non arrotondate). Semivocale (più propriamente, appros- Vocali e
simante): [j], come in pi.ano ['pjano] (un'approssimante anteriore a semivocali
anteriori
volte presente in italiano in pronunce particolari è la labiodentale [v],
la cosiddetta 'erre moscia': ['pa:due] padre pronunciato con 'erre mo-
scia'). Vocali: [i], alta, come in vi.no ['vino]; [1], fra alta e medio-alta
(più aperta di [i]), come in ingl. bi.t "pezzo" [bit] o nella pronuncia sici-
liana dell'italiano (es.: Si.ci.lia [s1'tJdja]); [e], medio-alta, come in ita-
liano standard mg_no ['meno]; [e], medio-bassa, come in ital. standard
bg_ne ['bene]; [re] bassa, come in ingl. bqd "cattivo" [bre:d]. Fra le an-
teriori arrotondate, ricordiamo: [y], alta, come in frane. m11.r "muro"
[myB'], ted. ki:ihl "fresco" [ky:l], dialetto piemontese ['sypa] "zuppa";
[0], medio-alta, come in frane. peu "poco" [p0], piem. [ci309] "gioco";
[re], medio-bassa, come in frane. peur "paura" [prern].

CENTRALI. Medio-alta (o media): [g], come in franc.jg_ "io" [3g] o ingl. Vocali centrali
thg_, articolo determinativo, [òg] (questa vocale, detta anche 'indistinta'
o 'neutra', è chiamata tradizionalmente schwa, dal nome di una lettera
dell'alfabeto ebraico); [a], bassa, come in mano ['mano].

POSTERIORI (arrotondate). Semivocale (più propriamente, approssi- Vocali e


mante): [w], come in 11.omo ['w::imo] . Vocali: [u], alta, come in m11.ro semivocali
posteriori
['muro]; [u], fra alta e medio-alta, come in ingl./11.ll "pieno" [fui] ; [o],
medio-alta, come in bQcca ['bokka]; [::,], medio-bassa, come in uQmo
['w::imo]. Fra le posteriori non arrotondate meritano un cenno: [A], me-
dio-bassa, come in ingl. bgt "ma" [bAt]; [o], bassa, come in ingl. cqr
"auto" [ko:], piem. [sol] "sale".
Le vocali possono anche essere realizzate come nasali: in questo
caso si trascrivono con una tilde C) sovrapposta, come in frane. un
"uno" [&], pain "pane" [pi':], eccetera.
60 La linguistica

Box 2.3 - ALFABETO FONETICO INTERNAZIONALE


CONSONANTI prodotte con processo polmonare egressivo, tabella standard (secondo la revisio-
ne del 2005):
.... ·.::ro
~ ...e:: ....:o
il)

"' ....
~ "O
il)
:.::L~ ~
"'
il)
i;::
.... ·.::ro ~
eo
~
ro
"O

~ :B
o ro o
... Il) -ro
e: > t;.;
o
ti ~ ·g :l .§ ·eo
o::l
ro
....i 8~~
il)
A::
~
o.. ~
;>
::i ~
ro
a
Occlusive p b d t <l e ;J.
Nasali m l1J n Il J1
Vibranti B r
Monovibranti V f {

Fricative <I> J3 f V e ò s z f 3 ~ ~ ç i
Fricative laterali ½ 6
Approssimanti l l j
Approssimanti
laterali l A

Legenda: Le caselle con sfondo grigio denotano articolazioni ritenute impossibili. Quando si
trovano due consonanti all'interno di una stessa casella, la consonante di sinistra è sorda e quel-
la di destra è sonora.

VOCALI

Anteriori Semianteriori Centrali Semiposteriori Posteriori


Alte i y t u w u
Semialte I y u
Medio alte e 0 ;) e 1( o
Medie ;)

Medio basse e re 3 (3 A ::,

Semi basse re 'B

Basse (a) CE a Q D

Legenda: Quando si trovano due vocali all'interno di una stessa casella, la vocale di sinistra è
non arrotondata e quella di destra è arrotondata
Fonetica e fonologia 61

Box 2.4 - IPA. Consonanti non presenti In Italiano standard


Occlusive
[t] retroflessa sorda es. svedese korJ. "carta (da gioco)" [kut:], italiano di Sicilia
magre ['ma:tce]
[cl] retroflessa sonora es. svedese jord "terra" [juq:], italiano di Sicilia bella
['beq:a]
[c] palatale sorda es. ungherese O!,uk "gallina" [cu:k], dialetto friulano ['caze]
"casa"
[;J-] palatale sonora es. ungherese magJ_ar "ungherese" ['mDJ-Dr], dialetto friula-
no [';J-al] "gallo"
[q] uvulare sorda es. arabo Qatar ['qotor]
[G] uvulare sonora es. somalo Mug_disho "Mogadiscio" [mua'dif:,]
[?] glottidale es. tedesco ein Ei "un uovo" [?ajn ?aj], arabo Allah
[?al:a:h]; segnale di iato in italiano: ho detto le elettrici [le
?elet 'tri:tfi] e non le lettrici [le ?let 'tri:tfi] (può comparire
anche nella sillabazione: es. le e-let-tri-ci [le ?e?let '?tri:?tfi])
Nasali
[r1J retroflessa es. svedese jiirn "ferro" [jrert:], italiano di Sicilia cart1.e
['kacrte] (o ['kart:e])
[N] uvulare es. arabo mat1_qulatun "trasportato" [maN'qu:latun]

Vibranti
[B) bilabiale es. kele (lingua austronesiana) [mBulim] "faccia"
[R) uvulare es. tedesco Rube "rapa" ['Ry:bg], francese rouge "rosso"
[Ru3]

Monovibranti
[y] labiodentale es. mono (lingua niger-cordofaniana) vwa "spedire" [ya]
[r) alveolare es. spagnolo cabi:.a "capra" ['ka{3ra]
[e] retroflessa es. norvegese blad "lama" [beo:], italiano di Sicilia madre
['ma:tce]

Fricative
[<I>] bilabiale sorda es. giapponesefuhai [<!>whai] "deperimento", italiano di Fi-
renze saaone [sa'q>o:ne]
[{3] , bilabiale sonora es. spagnolo caf2.ra "capra" ['ka{3ra]
[0] (inter)dentale sorda es. inglese thin "sottile" [0ml, spagnolo brag_o "braccio"
['bra0o], italiano di Firenze prato ['pra:0o], dialetto veneto
rustico ['0etu] "cento"
[ò] (inter)dentale sonora es. inglese/amer "padre" ['fo:òg], dialetto veneto rustico
[ma'ò:,:na] "Madonna"
[3] postalveolare sonora es. francese journal "giornale" [3uK'nal], italiano di Firenze
regina [re 13i:na)
[~] retroflessa sorda es. cinese shéhuì "società" ['~1r-xwej], italiano di Sicilia
scars_o ['skarno] (o ['ska~:o])
[:~J retroflessa sonora es. russo kog_a "pelle" ['ko~g], italiano di Sicilia s_rotolato
[~roto'la:to]
[ç] palatale sorda es. norvegese kyss "bacio" [çys], dialetto napoletano
['çum:g] "fiume"
62 La linguistica

li] palatale sonora es. svedese jord "terra" fjuq:]


[x] velare sorda es. tedesco Bach "ruscello" [bax], spagnolo caja "cassa"
['kaxa]
[Y] velare sonora es. spagnolo/uego "fuoco" ['fwcYo]
[x] uvulare sorda es. arabo khalq "creazione" [xo½q]
[If] uvulare sonora es. francese jour_nal "giornale" [3ulf'nal], tedesco Bar.t "bar-
ba" [barnth]
[h] faringale sorda es. arabo muflammad "lodato" [mu'ham:ad]
['ì] faringale sonora es. arabo al-'arabiyyah "arabo" [al'ìara'bij:ah]
[h] glottidale sorda es. inglese flim "lui" [h1m], tedesco flaben "avere"
['ha:b;;in], italiano di Firenze amico [a'mi:ho]
[fi] glottidale sonora es. inglese Oflio [o0 'fiaiou], cecoPraha "Praga" ['prafia]

Fricative laterali
[½] alveolare sorda es. gallese !lwyd "grigio" [½md]
[\3] alveolare sonora es . zulu (lingua niger-cordofaniana) indlala "fame"
[in'l3ala]

Approssimanti
[u] labiodentale es. olandese l1!,ang "guancia" [uaIJ], danese r.éd "sa" [ueò],
svedese r.iin "amico" [uc:n], dialetto veneto rustico [mI'uatqU]
(mi r.ago) "io vado"
[1] alveolare es. inglese r.ed "rosso" [1ed]
[-tl retroflessa es. svedese/orr "prima" [fce,t:]
[tq] velare es. neogreco s'agapo " ti amo" [satqa'p:,] , dialetto veneto
rustico [m1'uatqu] (mi vago) "io vado"

Approssimanti laterali
[l] retroflessa es. norvegese farl.ig "pericoloso" ['fa:li] , italiano di Sicilia
Carlo ['ka{lo] (o ['kal:o])
[L] velare es. wahgi (lingua australiana) agJ_agJ_e "vertiginoso" [arnLe]

IPA. Vocali non presenti in italiano standard

Anteriori
[y] alta arrotondata es. francese sfi_r "sicuro" [sylf], tedesco Rfd_be "rapa"
['Ry:b;;i], dialetto piemontese ['skyr] "scuro"
[0] medio alta arrotondata es. francese deux "due" [do], dialetto piemontese [fo] "fuo-
co''
[ce] medio bassa arrotondata es. francese seul "solo" [sce:l]
[re] semibassa non arrotondata es. inglese dg_d "papà" [dred], italiano di Bari Bari ['bre:ri]
[IB] bassa arrotondata es. svedese/ii.rr "prima" [fIB,t:]

Semlanteriori
[1] semialta non arrotondata es. inglese /i.li "riempire" [fil], tedesco .Mi.tte "centro"
['m1t;;i], italiano di Sicilia Mi.lana [m1'la:no]
[Y] semialta arrotondata es. tedescoffd_llen "riempire" ['frl;;in]
Fonetica e fonologia 63

Centrali
[i] alta non arrotondata es. russo jaz_yk "lingua" [j1'zik]
[a] alta arrotondata es. svedese hy_s "casa" [ha11s]
[s] medio alta non arrotondata es. russo sontsg_ "sole" ['sontss]
[e] medio alta arrotondata es. svedese dy_m "muto" [dem:]
[a] media es. francese qug_ "che" [ka], inglese fath er "padre"
['fo:òa], tedesco Mitte "centro" ['m1ta], dialetto napole-
tano ['jaJJka] "bianco"
[3] medio bassa non arrotondata es. inglese bird " uccello" [b3:d]
[o] medio bassa arrotondata es. irlandese Domhnach "domenica" ['dmnvax]
[u] semibassa es. inglese Asia ['efau], italiano di Bologna Portq Sqrq-
gozzq ['portu çurn'go~m]

Semi posteriori
[u] semialta es. inglese py_ll "tirare" [pul] , italiano di Sicilia by_co
['bu:ko]

Posteriori
[w] alta non arrotondata es. portoghese pg_gar "afferrare" [pw'gar], turco ayarilik
"differenza" [ajrw'twk]
[Y] medio alta non arrotondata es. cinese shi_huì "società" ['i_;y'xwcj]
[A] medio bassa non arrotondata es. inglese cy_t "tagliare" [kAt]
[o] bassa non arrotondata es. inglesejQ.ther "padre" ['fo:òa] , italiano di Piemonte
pqne ['po:ne]
[o] bassa arrotondata es. inglese hQt "caldo" [hot], italiano di Bologna PQrta
SaragQzza ['portu çurn'go~m]

2.2 Fonologia

2 .2.1 Foni, fonemi, allofoni


Ogni suono producibile dall'apparato fonatorio umano (rappresentabi-
le in una qualche casella della classificazione che abbiamo appena vi-
sto, e pertanto trascrivibile con un simbolo dell 'alfabeto IPA) rappre-
senta un potenziale suono del linguaggio, che chiameremo ora 'fono'.
Un fono è la realizzazione concreta di un qualunque suono del linguag- Definizione
gio. Il termine 'fono' a rigore può indicare sia un singolo suono concre- di fono
tamente realizzato in una certa circostanza da un certo parlante (un'uni-
tà quindi tipicamente di parole: cfr. § 1.4.2), sia la classe di suoni con-
creti che condividono le stesse caratteristiche articolatorie particolari.
Nella gamma di foni materialmente producibili, le diverse lingue ne
pertinentizzano un certo numero assegnando loro valore distintivo:
quando i foni hanno (in una data lingua) valore distintivo, cioè si op- I fonemi
pongono sistematicamente ad altri foni nel distinguere e formare le pa-
64 La linguistica

role di quella lingua, si dice che funzionano da fonemi. I foni sono le


La fonologia unità minime in fonetica. I fonemi sono le unità minime in 'fonologia '
(o 'fonematica' ). La fonologia studia l'organizzazione e il funziona-
mento dei suoni nel sistema linguistico.
La parola ['mare] è costituita da quattro foni diversi in successione;
io posso pronunciare ognuno dei foni costitutivi della parola in modi
diversi, per esempio la a anteriorizzata invece che centrale, ['m.ere],
ma la parola rimarrà sempre identificata come mare: i due foni diversi
non danno luogo ad un ' opposizione fonematica, corrispondono a un
unico fonema (sono membri dell'identica classe). D ' altra parte, ciascu-
no dei quattro foni distingue/oppone la parola in considerazione da/a al-
tre parole: [m] oppone ['mare] a, per esempio, ['pare] o ['kare] (si usa
anche la notazione /m~p/, /m~k/), [a] la oppone a, per esempio,
['m:,re], [r] la oppone, per esempio, a ['male], [e] la oppone, per esem-
pio, a ['mari]. La parola [mare] è quindi formata dai quattro fonemi /m/,
/a/, /r/, /e/: in trascrizione fonematica, dove si impiegano per conven-
Trascrizione zione le barre oblique(/ ... /) invece che le parentesi quadre([ ... ]), sarà
fonetica e /'mare/. Mentre la trascrizione fonetica può essere ' larga' o ' stretta',
fonematica
nella misura in cui cerchi di riprodurre il più possibile, o, no tutti i ca-
ratteri della pronuncia anche nei dettagli, la trascrizione fonematica ri-
produce per sua natura solo le caratteristiche pertinenti della realizza-
zione fonica, trascurando le particolarità e le differenze che non hanno
valore distintivo, ed è quindi sempre una trascrizione 'larga' . Ciascuno
dei quattro fonemi è identificato per opposizione, mediante un procedi-
mento di scoperta che consiste nel confrontare un'unità in cui compaia
il fono di cui vogliamo dimostrare se è o no fonema con altre unità del-
la lingua che siano uguali in tutto tranne che nella posizione in cui sta il
La prova di fono in oggetto. Tale procedimento si chiama 'prova di commutazio-
commutazione ne '. Va notato che vocali e consonanti non sono mai in opposizione fra
di loro, ma vocali si oppongono a vocali e consonanti (e semivocali) si
oppongono a consonanti (e semivocali); più precisamente, vocali e con-
sonanti sono in opposizione sintagmatica, o 'contrasto', mentre all' in-
terno delle due classi, cioè fra le consonanti e semivocali da un lato, e
fra le vocali dall 'altro, c'è opposizione paradigmatica, nel vero senso
del termine.
Definizione 'Fonema' è dunque l'unità minima di seconda articolazione del si-
di fonema stema linguistico. Più precisamente, un fonema è una classe astratta di
foni, dotata di valore distintivo , cioè tale da opporre una parola ad
Allofoni un ' altra in una data lingua. Foni diversi che costituiscano, come nel ca-
di un fonema so sopra esemplificato di ['mare]/['m.ere] , realizzazioni foneticamente
diverse di uno stesso fonema, ma prive di valore distintivo, si chiama-
no 'allofoni' (o anche, più genericamente, ' varianti') di un fonema: in
italiano, per esempio, [n] e [IJ] sono due allofoni dello stesso fonema,
Fonetica e fonologia 65

dato che possono comparire nella stessa posizione senza dar luogo a pa-
role diverse, come in ['dente], pronuncia standard della parola dente, e
['del)te], pronuncia settentrionale. Un fonema che abbia diversi allofo-
ni si identifica con il più frequente e normale degli allofoni: si dirà dun-
que che in italiano la n dentale (alveolare), [n], e la n velare, [IJ], sono
allofoni del fonema /n/ (dentale); o, meglio, che [IJ] è un allofono di /n/.
Una coppia di parole che siano uguali in tutto tranne che per la pre- La coppia
senza di un fonema al posto di un altro in una certa posizione forma una minima
'coppia minima'. Una coppia minima identifica quindi sempre due fo-
nemi. Nell'esempio di [mare] sopra fatto, ciascun'altra parola citata
(['pare], ['kare] , ecc.) costituisce con ['mare] una coppia minima; la
coppia minima ['mare~ 'pare] identifica i due fonemi /m/, nasale bila-
biale, e /p/, occlusiva bilabiale sorda. Per dimostrare che un fono è fo-
nema in una data lingua, bisogna quindi trovare in quella lingua delle
coppie minime (almeno una, in linea di principio), che lo oppongano a
un altro fonema. In italiano, una serie di coppie minime come per esem-
pio ['pattso ~ 'pettso ~ 'pittso ~ 'pottso ~ 'puttso] identifica i cinque
fonemi vocalici /a/, /e/, /i/, /o/, /u/. Si tenga presente che, mentre con-
tribuisce in maniera decisiva a distinguere parole, e quindi segni lin-
guistici, e quindi significati, il fonema non è ovviamente un segno, per-
ché, per definizione, non ha significato.

2.2.2 Fonemi e tratti distintivi


I fonemi sono, come abbiamo visto, unità minime di seconda articola-
zione, i più piccoli segmenti a cui si arriva nella scomposizione del si-
gnificante dei segni linguistici. Non sono dunque ulteriormente scom-
ponibili in segmenti più piccoli: non è possibile tagliare un fonema /t/,
occlusiva dentale, per esempio, in due pezzi più piccoli, un primo pez-
zo occlusivo e un secondo pezzo dentale. I fonemi si possono però ana-
lizzare sulla base delle caratteristiche articolatorie che li contrassegna-
no: potremmo identificare /t/ come 'occlusiva dentale sorda', /d/ come
' occlusiva dentale sonora', /m/ come 'nasale bilabiale sonora', eccete-
ra. Un fonema, da questo punto di vista, si può quindi ulteriormente de-
finire come costituito da un fascio di proprietà articolatorie che si rea-
lizzano in simultaneità. Le caratteristiche articolatorie diventano allora,
sul piano della fonologia, proprietà che permettono di analizzare, defi-
nire e rappresentare i fonemi in termini di diverse combinazioni possi-
bili di tratti facenti parte di un inventario comune. Fonemi diversi sa-
ranno definiti da combinazioni diverse di questi tratti, come mostra la
tabella 2.3.
Due fonemi sono differenziati da almeno un tratto fonetico perti-
nente binario(= a due valori,+, "sì; presenza", e-,"no; assenza"): nel-
la tabella 2.3, /t/ e /d/ sono distinti in maniera necessaria e sufficiente
66 La linguistica

------ -
Tabella 2.3 - Analisi di fonemi in tratti articolatori

+ + + +
+ +
+ +
+ + +
+ +
+ + +
+ + + + +

dal valore del tratto /+sonoro/ (lo stesso: /-sordo/); e un solo tratto ba-
sta a differenziarli pertinentemente. La 'correlazione' di sonorità, o
'sordità', è molto importante, perché in molte lingue interviene a diffe-
renziare parecchie coppie di fonemi uguali per gli altri tratti.
Partendo da queste considerazioni, è stata sviluppata in fonologia
I tratti distintivi la teoria dei tratti distintivi, che consente di rappresentare economica-
mente tutti i fonemi come un fascio di alcuni tratti distintivi con un de-
terminato valore+ o - grazie anche all'utilizzazione di proprietà acu-
stiche anziché soltanto articolatorie (come per esempio '+/- diffuso',
+/-bemollizzato', ecc.), che permettono un trattamento più soddisfa-
cente in termini di binarietà. Si è giunti infatti a formulare un certo nu-
mero, chiuso e relativamente limitato di tratti distintivi binari che per-
metterebbero, opportunamente combinati, di dar conto di tutti i fonemi
attestati e possibili nelle lingue del mondo (cfr. Box 2.5).
Dal punto di vista fonetico (fisico e fisiologico), i tratti distintivi bi-
nari rappresentano in fondo dei movimenti e atteggiamenti muscolari
degli organi preposti alla fonazione. Dal punto di vista fonologico, del
sistema linguistico, si tratta, come abbiamo detto, di proprietà astratte
realizzantisi in simultaneità nei singoli segmenti fonematici; in teoria, si
potrebbe anzi addirittura fare a meno del livello descrittivo dei fonemi,
ed esprimere tutto con i tratti, a un livello più alto di astrazione. Cara e
gara, per es., in questa prospettiva, risultano distinti non dall'opposi-
zione fonematica /k~g/, ma semplicemente perché sono opposti per so-
norità (nel segmento in prima posizione). I tratti consentono anche di
rappresentare economicamente, attraverso 'regole' (cfr. più avanti§ 4.4
e Box 2.5), fenomeni fonologici che avvengono di frequente nelle lin-
gue, per esempio le 'assimilazioni' (consistenti nel fatto che due foni
che vengano a trovarsi in posizione contigua tendono facilmente ad as-
sumere l'uno qualche tratto dell'altro, diventando più simili: cfr. avan-
ti § 7 .1.2). In italiano per es. una fricativa dentale o alveolare viene rea-
lizzata sempre sonora davanti a una consonante sonora di qualunque
Fonetica e fonologia 67

modo e luogo di articolazione: ['skala], ['sp::,zo], ma [zga'bdlo],


['zbaA:.fo]. Se volessimo rappresentare questo fatto con una regola (cfr.
§ 4.4) che operi con foni e fonemi, dovremmo elencare tutti i fonemi
consonantici che possono trovarsi in un nesso preceduti da una fricati-
va dentale/alveolare; utilizzando invece tratti, e chiamando 'sibilanti' le
consonanti fricative dentali o alveolari che sono soggette al fenomeno
in questo contesto, possiamo formulare la semplice regola fonologica

[sibilante]-[ +son]/_ _ _ [+cons]


[+son],

che si legge: 'una sibilante diventa (viene realizzata) sempre sonora nel
contesto davanti a una consonante sonora'. Si tratta ovviamente di un
regola contestuale, che specifica nell'uscita, dopo la barra obliqua, il
contesto in cui avviene il fenomeno (cfr. § 4.4).

Box 2.5 - Tratti distintivi e regole fonologiche


Un'analisi nei termini della tabella 2.3 del§ 2.2.2 risulta per molti versi inadeguata dal punto di
vista fonologico . Oltre a non portare grossi vantaggi sul piano dell 'economia di analisi e di rap-
presentazione, poiché fa ricorso a ben sette proprietà per definire soli otto fonemi, dà sì conto di
quali proprietà articolatorie (quindi fonetiche) contraddistinguano i vari fonemi, ma non ci di-
ce nulla circa l'effettiva pertinenza fonologica di queste proprietà.
Consideriamo ad esempio i rispettivi luoghi di articolazione dei fonemi rappresentati in quella
tabella. I fonemi /b/ e /d/- e quindi le coppie minime a cui la loro opposizione dà luogo (es. bal-
la e dalla) - risultano distinti tra di loro perché il primo è bilabiale e il secondo dentale; /t/ e /f/
(es. testa e festa) perché il primo è dentale e il secondo labiodentale (oltre ad avere un diverso
modo di articolazione); /n/ e /p/ (es. nani e pani) perché il primo è dentale e il secondo bilabia-
le (oltre ad avere un diverso modo di articolazione e grado di sonorità), e così via. In realtà tut-
te le caratteristiche citate, riferite al luogo di articolazione (bilabiale, dentale, labiodentale), di-
pendono dalla posizione che assume la parte anteriore della lingua, la corona. Questa si può
presentare sollevata e tesa verso i denti superiori (come in /t/, /d/ e /n/) o gli alveoli (come in /1/
e /r/) o la zona alveo-palatale (come ad es. in /tfI e /d3/), oppure abbassata e rilassata verso i
denti inferiori (sia in /p/, /b/, /IJ!/ che in /f/ e /v/). I fonemi /t/, /d/, /n/, da una parte, e /p/, /b/, /f/,
/v/, /ml, dall'altra, si distinguono quindi non tanto in base a opposizioni quali [±labiodentale],
[±dentale], [±bilabiale], ma, più in generale e da un punto di vista fonologico, in base all'atti-
vazione della corona: un'opposizione che può quindi essere definita come [±coronale]; i fone-
mi /t/, /d/, /n/ (così come /1/, /r//tJ/, /d3/) sono cioè identificati dal tratto [+coronale] e i fonemi
/p/, /b/, /f/, /v/, /ml dal tratto [--coronale]. Tale opposizione vale tendenzialmente per tutte le lin-
gue del mondo: sul piano della mera realizzazione fisica, una certa lingua potrà poi avere fone-
mi coronali in punti di articolazione tra di loro diversi (ad es. dentale, alveolare, alveo-palatale,
v. sopra). Fonemi con lo stesso tratto [+coronale] potranno essere prodotti in punti di articola-
zione differenti a seconda delle diverse lingue: i fonemi coronali /0/ e /ò/ dell'inglese, ad esem-
pio, che danno luogo a coppie minime come ether - either (/'i:0,l/ "etere" - /'i:òg'/ "o"), sono
realizzati in punti di articolazione estranei all'inventario fonematico dell'italiano.
68 La linguistica

Ad opera prima di R. Jakobson e poi, negli anni Sessanta, di N. Chomsky e M. Halle, si è giun-
ti a formulare un certo numero, chiuso e relativamente limitato, di proprietà (una dozzina se-
condo Jakobson, più di una trentina per Chomsky e Halle), denominate tratti distintivi, che
permetterebbero, opportunamente combinate, di dar conto di tutti i fonemi attestati e possibili
nelle lingue del mondo. Questo insieme di tratti distintivi, in altre parole, rappresenterebbe il
complesso degli atteggiamenti articolatori (e, specie nella prospettiva di Jakobson, delle pro-
prietà acustiche; es. [±diffuso], [±bemollizzato], ecc.) che in tutte le lingue del mondo possono
avere valore distintivo.
I fonemi della tabella 2.3 diventano quindi rappresentabili come segue (per i termini, cfr. Sche-
ma 'Tratti distintivi dell'italiano' sotto):

/p/ /bi /ti /di /f/ /v/ /ml /n/


sonorante + +
sonoro + + + + +
continuo + + + +
coronale + + +

Due fonemi si differenziano tra di loro per il valore, positivo o negativo, di almeno un tratto di-
stintivo. I fonemi /b/ e /d/, ad esempio, sono distinti in maniera necessaria e sufficiente dal va-
lore del tratto [±coronale] (se positivo indica che i fonemi sono prodotti con intervento della
corona); i fonemi /bi e /p/ dal valore del tratto [±sonoro], e così via.
Nello schema seguente si dà l'insieme dei tratti che si possono considerare necessari e suffi-
cienti a distinguere i fonemi dell'italiano, suddivisi nelle due classi delle consonati e delle vo-
cali; segue una breve descrizione del valore dei tratti.

Trat ti distintivi dell'Italiano

Consonant i e semivocali
p b f V t d ts dz s z k g 1f d3 f m n Jl ,{ r j w
sillabico - - -
consonantico + + + + + + + + + + + + + + + + + + + + +
sonorante + + + + + + + +
sonoro - + - + - + + - + + + + + + + + + + +
continuo - - + + - - + + + - + + + + +
nasale + + +
rilascio rit. + + - + +
laterale + +
arretrato + + - +
anteriore + + + + + + + + + + + + - + - +
coronale + + + + + + + + + - + + - +

Vocali
e e a ::, o u
arrotondato + + +
alto + - +
basso + + +
arretrato + + + +
Fonetica e fonologia 69

Definizione dei tratti:


1) sillabico (unico tratto non riferito a caratteristiche articolatorie): fonemi che possono costi-
tuire nucleo di sillaba; in italiano soltanto le vocali, in altre lingue anche consonanti nasali,
laterali e vibranti;
2) consonantico: fonemi prodotti con frapposizione di un ostacolo al flusso dell'aria: tutte le
consonanti;
3) sonorante: fonemi prodotti con passaggio d'aria relativamente libero, e quindi senza tur-
bolenza nel flusso d'aria nel passaggio attraverso il cavo orale, e con vibrazione delle cor-
de vocali (sempre sonori, privi di un corrispondente sordo): le vocali, le semivocali e le
consonanti nasali, laterali e vibranti; la pressione dell'aria nella cavità orale necessaria a
produrre i fonemi [+sonoranti] è simile a quella esterna ed è minore di quella richiesta per
la produzione dei fonemi [-sonoranti] (con turbolenza del flusso d'aria; detti anche
'ostruenti');
4) sonoro: fonemi prodotti con vibrazione delle corde vocali;
5) continuo: fonemi prodotti con una costrizione nella cavità orale, che consente al flusso del-
!' aria che esce dalla bocca di poter essere protratto nel tempo, finché c'è aria espiratoria a
disposizione: fricative, laterali, vibranti, semivocali;
6) nasale: fonemi prodotti con abbassamento del velo e conseguente passaggio del flusso
d'aria attraverso il canale nasale: le consonanti nasali;
7) rilascio ritardato (o soluzione ritardata) : fonemi realizzati in due momenti: un primo in
cui l'aria è trattenuta nella cavità orale e un secondo in cui è rilasciata; tipicamente, fonemi
che iniziano con un'articolazione occlusiva e terminano con un'articolazione fricativa: le
consonanti affricate;
8) laterale: fonemi prodotti con passaggio del flusso d'aria ai lati della cavità orale (il pas-
saggio è impedito nella zona centrale): le consonanti laterali;
9) arretrato: fonemi prodotti con il corpo della lingua ritratto rispetto al,la posizione neutra: le
consonanti velari e la semivocale posteriore; le vocali /a/, f':;/, /o/, fu/;
10) anteriore: fonemi prodotti con una costrizione nella zona alveolare o in un luogo anteriore
a questa: bilabiali, labiodentali, dentali;
11) coronale: fonemi prodotti con la parte anteriore della lingua sollevata rispetto alla posizio-
ne neutra: dentali, alveolari e alcune palatali;
12) arrotondato: fonemi prodotti con le labbra protese in avanti: /'J/, /o/, /u/;
13) alto: fonemi prodotti con la lingua sollevata rispetto alla posizione neutra: /i/, /u/;
14) basso: fonemi prodotti con la lingua abbassata rispetto alla posizione neutra: /e/, /a/, /'J/.

(Tutte le vocali, inoltre, si caratterizzano per i tratti [+sillabico], [--consonantico] e [+sonorante]).

Come si è accennato nel § 2.2.2, i tratti distintivi sono utilizzati nelle regole fonologiche.
Una regola fonologica ha una forma di questo tipo:
A-+B/_C,
che vale: 'A diventa, o è realizzata come,_B nel contesto seguita da C'. A rappresenta l 'elemen-
to che subisce il cambiamento, B il risultato del cambiamento, e ciò che si trova alla destra del-
la barra il contesto in cui si verifica il fenomeno (altri possibili contesti: C_, 'preceduta da C',
e C_D, 'tra gli elementi Ce D').
In italiano (come in molte altre lingue), per esempio, una consonante nasale tende a essere arti-
colata nello stesso punto della consonante che la segue. Operando con le unità segmentali, do-
vremmo formulare più regole distinte, quali:
70 La linguistica

(1) n---+ rn/_ [p, b, m]


(es.: in-previsto---+ imprevisto [impre'vi:sto], in-battuto---+ imbattuto [imbat'tu:to], in-modesto
---+ immodesto [immo'de:sto]);
(2) n---+ TTJ/_ [f, v] •
(es. anfora ['arrJfora] , invito [irrJ'vi:to]); eccetera.

Rappresentare il fenomeno con una notazione di q~esto tipo, che opera con foni e fonemi, è po-
co economico, poiché comporta che si debbano elencare tutti i fonemi che possono trovarsi in
un nesso preceduti da una nasale. Inoltre, non consente di cogliere le proprietà generali che
esercitano un'influenza sul verificarsi del fenomeno e lo caratterizzano, né permette di vedere
ciò che a un livello di maggiore astrazione hanno in comune le due regole.
Utilizzando i tratti articolatori, possiamo riformulare le due regole precedenti nel modo se-
guente:

(I b) [+nasale] ---+ [+bilabiale] / _ [+bilabiale]


[+dentale]
(2b) [+nasale]---+ [+labiodentale]/_ [+labiodentale]
[+dentale]

La regola (1 b) esprime ovviamente il fatto che una nasale dentale diventa bilabiale quando è se-
guita da una consonante bilabiale, la regola (2b) che una nasale dentale diventa labiodentale
quando è seguita da una consonante labiodentale. Entrambe le regole, cioè, ci dicono che una
consonante nasale acquisisce lo stesso luogo di articolazione della consonante che la segue. Una
notazione del secondo tipo rende evidente perché sia proprio davanti alle consonanti /p/, /b/,
/m/, da un Iato, /f/ e /v/, dall 'altro, che la nasale viene realizzata in quel determinato luogo, mo-
strando quali sono le proprietà articolatorie più generali che determinano il fenomeno. I feno-
meni fonologici, del resto, non si applicano mai casualmente a singoli fonemi, o gruppi di fo-
nemi, ma sempre in virtù di proprietà o tratti fra questi condivisi, che li accomunano.
Nemmeno questa formulazione, tuttavia, dà conto di come sul piano fonologico si tratti in real-
tà di un unico fenomeno, esprimibile quindi per mezzo di un ' unica regola che si applica rispet-
to a una stessa classe di suoni, quelli caratterizzati dal tratto [--coronale]; una classe a cui appar-
tengono tanto i fonemi /p/, /b/, /m/, bilabiali, quanto i fonemi /f/ e /v/ e l'allofono [TTJ], labio-
dentali. Ciò si può allora esprimere, a un grado maggiore di astrazione e di generalizzazione,
con una riformulazione mediante tratti distintivi inerenti, arrivando a un 'unica regola come:

(3) [+nasale]---+ [--coronale]/_ [--coronale]


[+anteriore]
[+coronale].

2.2.3 I fonemi dell'italiano


Non tutte le lingue hanno gli stessi fonemi, né tutte hanno lo stesso nu-
Gli inventari mero di fonemi. Gli inventari fonematici delle diverse lingue del mon-
fonematici do sono costituiti in genere da alcune decine di fonemi: l'inglese ne ha
34 (44 se si contano i dittonghi, cfr. sotto, § 2.2.4, come singoli fonemi
Fonetica e fonologia 71

a sé); 36 il francese; 38 il tedesco; altrettanti il russo; 24 lo spagnolo; 31


il cinese; 37 (o 64, a seconda di come si computano le consonanti lun-
ghe) l'arabo egiziano, eccetera. Si badi che non sempre gli autori sono
d'accordo circa gli inventari fonematici delle diverse lingue, il numero
delle cui entità può facilmente variare a seconda dei criteri di analisi
prescelti. Il più alto numero di fonemi, più di cento e fino a 140 (!),
sembra comunque si abbia in lingue khoisan, parlate in Africa meridio-
nale; i più piccoli numeri di fonemi, a quanto pare, si hanno in lingue
dell'America meridionale (mura, Amazzonia, 11 fonemi; moxo, Boli-
via, 19 fonemi), in lingue della Nuova Guinea (rotokas, 11 fonemi), in
hawaiano (13 fonemi) e in lingue australiane (bandjalang, 16 fonemi).
L'italiano standard ha 30 fonemi, o 28 secondo alcuni autori, che L'inventario
non considerano fonemi a sé le semivocali; si arriva peraltro a 45 se cal- fonematico
dell'italiano
coliamo come fonemi a sé le consonanti lunghe (cfr. sotto, e§ 2.3.3): standard

p t k
b d g
f s J
V z
ts tJ
dz d3
m n .J1
A:
r

J w
u
e o
e ::i
a

L'inventario fonematico dell'italiano è connesso con numerosi pro-


blemi: ci limitiamo qui ad accennare ad alcuni di quelli che più sonori-
levanti ai fini di un'adeguata trascrizione fonetica. Ovviamente, per tra-
scrivere foneticamente occorre basarsi sul modo in cui una parola è pro-
nunciata, e non sul modo in cui essa è scritta; sulla fonia, e non sulla
grafia. La grafia può spesso essere fuorviante, anche in italiano (si veda
in proposito Box 2.2). Si noti anche che uno stesso simbolo può indica-
re due cose ben diverse nell'alfabeto italiano e in IPA: la lettera z, "ze-
ta", per esempio, vale /ts/ o /dz/ (affricate alveolari) nella grafia nor-
male, ma il simbolo IPA z rappresenta la fricativa alveolare, vale cioè
appunto /z/. Nella parola giglio, per un altro esempio concreto specifi-
co, abbiamo già tre problemi: a) la lettera gin italiano è usata sia per in-
72 La linguistica

dicare il fonema /g/ - davanti a vocali centrali e posteriori - che il fo-


nema /d3/ - davanti a vocali anteriori: la pronuncia ci dice che qui è in
gioco il secondo, affricata palatale sonora; b) il trigramma gli rende, da-
vanti a vocali diverse da i, il fonema /li./, laterale palatale (nella parola
giglio, quindi, non ci sono due /i/, ma una sola, la prima: la seconda let-
tera i è un mero segno grafico); c) la consonante laterale palatale in ita-
liano standard quando è in posizione intervocalica, cioè preceduta e se-
guita da vocale (qui, /i/ e /o/), è sempre lunga o doppia. Trascrizione
standard di giglio è quindi: ['d3i/i./i.o]; variante accettabile, in base alla
pronuncia settentrionale (si veda sotto), ['d3i/i.o] (o, ancora più precisa-
mente - si veda§ 2.3.3 -, ['d3i:/i.o]); pronuncia settentrionale più mar-
cata, e meno accettabile: ['d3i:ljo]; pronuncia romana molto marcata e
non accettabile nello standard: ['d3ijjo] (cfr. § 7.2.2).
Lo statuto Veniamo allora ai problemi generali della fonologia dell'italiano.
delle consonanti Anzitutto, come abbiamo detto, è problematico lo statuto delle conso-
lunghe
nanti lunghe o doppie o geminate (si veda anche § 2.3.3). Se accettia-
mo che per esempio ['kane] vs. ['kanne] (['kan:e]) costituisca una cop-
pia minima- Io è, se prendiamo ['kanne] come formata non da cinque
fonemi, /k/, /a/, /n/, di nuovo /n/, /e/, ma da quattro, /k/, /a/, /n:/ (/n/ lun-
ga), /e/-, dobbiamo aumentare di 15 il numero dei fonemi italiani, es-
sendo appunto 15 le consonanti che possono dar luogo a coppie minime
basate sulla lunghezza: cioè tutte le consonanti tranne le cinque che in
posizione intervocalica sono sempre lunghe e la /z/, che non compare
mai lunga. Le affricate dentali, la fricativa palatale, e la nasale e la late-
rale palatali (cioè, [ts], [dz], [J], [p], [/i.]), sono in italiano standard sem-
pre lunghe o doppie se si trovano fra due vocali. Per la fricativa, la na-
sale e la laterale la cosa non è mai riprodotta nella grafia tradizionale,
mentre per le affricate in certi casi lo è - es., pazzo -, in altri no - es.,
azione [at'tsj:,:ne] (in grafia fonetica stretta, trascriviamo in questo ca-
so - e nel seguito - come lunga anche la vocale tonica in sillaba libera:
v. oltre,§ 2.3.3). Si badi quindi che le due rese alternative ['kanne] e
['kan:e] per canne (e ovviamente per tutti i casi di opposizione fra con-
sonanti scempie e geminate) rispondono a due analisi e interpretazioni
fonologiche diverse del fatto fonetico.
In genere, ci sono nella pronuncia dell'italiano molte differenze re-
Differenze gionali (cfr. § 7.2.2), evidenti anche nella pronuncia delle persone col-
regionali te. Le opposizioni fra /s/ e /z/, fra /ts/ e /dz/, fra /j/ e /i/ e fra /w/ e /u/
di pronuncia
hanno uno statuto non chi~issimo, con molta variabilità e differenti di-
stribuzioni nell ' italiano delle diverse regioni, e partecipano a formare
un numero non alto di coppie minime (si dice quindi che hanno un bas-
so 'rendimento funzionale'). Nell'italiano del Settentrione, per esem-
pio, la fricativa dentale (o alveolare) è sempre realizzata sonora in po-
sizione intervocalica, quindi ['kjc:ze] vale chiese sia come nome desi-
Fonetica e fonologia 73

gnante "edifici di culto" che come voce verbale ("domandò"), mentre


in toscano (e italiano standard) si distingue fra ['kjc:ze], con la sonora,
nel primo caso e ['kjc:se], con la sorda, nel secondo caso (formano
coppia minima); al Nord casa si pronuncia ['ka:za], ma al Centro e al
Sud si pronuncia ['ka:sa]. Così, allo standard ['tsi:o] zio corrisponde al
Nord ['dzi:o], allo standard e settentrionale [al'tsa:re] alzare corri-
sponde il meridionale [al'dza:re], eccetera.
L'opposizione fra vocali medio-alte e medio-basse (/e~c/ e /o~::>/), Differenze
che si attua peraltro soltanto in posizione tonica, cioè quando le rispet- di apertura
tive vocali recano l'accento, è tipica della varietà tosco-romana di ita-
liano, ma è ignota, o ha distribuzione diversa (compare cioè in elemen-
ti lessicali diversi) e molto più ristretta, in altre varietà regionali di
italiano. A rigore, quindi, avremmo /'peska/ "azione di pescare" vs.
/'pcska/ "frutto", e /'botte/ "recipiente per il vino" vs. /'b::>tte/ "percos-
se", costituenti entrambe coppie minime. Ma per esempio in molte pro-
nunce settentrionali non c'è opposizione, non si danno queste coppie
minime: in tutt'e due i casi si ha da un lato /'pcska/ e dall'altro/ 'b::>tte/.
La consonante nasale ha nello standard realizzazione (dorso)vela-
re solo davanti a consonante velare, ma nell'italiano del Settentrione
tende ad essere realizzata velare ogni nasale che si trovi in fine di silla-
ba: pronuncia standard [non] non, ['kampo] campo, pronuncia setten-
trionale [noi]], ['ka]Jpo] (anzi, spesso al Nord la n finale di sillaba pro-
voca la nasalizzazione della vocale che la precede: [n6JJ], ['kaIJpo]).
Infine, un fenomeno da menzionare è il cosiddetto 'raddoppia- Raddoppia-
mento (fono)sintattico', che consiste nell'allungamento (pronuncia mento
fonosintattico
come geminata) della consonante iniziale di una parola quando questa
sia preceduta da una delle parole di una serie che appunto provoca il fe-
nomeno (si tratta di tutte le parole con l'accento sull'ultima sillaba - si
veda§ 2.3.1 -, di molti monosillabi e di alcuni bisillabi): es. ['do:ve
vvaj] dove vai?, [a r'ro:ma] a Roma, eccetera. In certi casi (parole co-
me davvero, cosiddetto, soprattutto, ecc.) il fenomeno è arrivato a es-
sere rappresentato nell'ortografia. Anche il raddoppiamento sintattico
è molto variabile regionalmente: nella pronuncia del Settentrione di so-
lito non avviene, o, in certi casi, può avvenire dopo parole che nello
standard non provocano il fenomeno. Nella Scheda 2.1 si fornisce un
riepilogo delle convenzioni IPA da tenere comunemente presenti tra-
scrivendo l'italiano (o altre lingue).
74 La linguistica

Scheda 2.1- Alfabeto fonetico internazionale: alcune convenzioni di trascrizione


• La trascrizione fonetica si pone convenzionalmente fra parentesi quadre, la trascrizione fonemati-
ca fra barre oblique.
• In IPA non si adottano le convenzioni ortografiche o interpuntive in uso nella scrittura: non si uti-
lizzano maiuscole, apostrofi, virgole, punti fermi , punti esclamativi, ecc.
• L'accento è indicato soltanto sulle parole plurisillabiche, con un apice posto prima della sillaba su
cui esso cade; es. cane ['ka:ne], cantante [kan'tante].
• La lunghezza viene notata con due punti posti dopo il simbolo del fono. In italiano sono tenden-
zialmente lunghe le vocali toniche in sillaba aperta (cfr. § 2.3.3); es. ['ka:ne]. Sono brevi tutte le
vocali atone e le vocali toniche in sillaba chiusa, es. [kan'tante], o nelle parole ossitone, es. cantò
[kan'to].
• Le consonanti 'doppie' (o 'geminate') si possono rendere in due modi, che corrispondono a due in-
terpretazioni diverse dello statuto fonologico del fenomeno (cfr. § 2.2.3): o raddoppiando il sim-
' bolo corrispondente, es. bocca ['bokka]; o con due punti posti dopo il simbolo, es. ['bok:a].
• Le consonanti affricate 'doppie' si possono rendere in due modi: o ripetendo il solo simbolo della
parte occlusiva, cioè il primo simbolo del digramma, es. pazzo ['pattso]; o con due punti posti do-
po il simbolo della parte occlusiva, es. ['pat:so].
•Quandola vocale tonica è preceduta da consonanti 'doppie', l'accento si può rendere in due modi:
o con un apice posto tra il primo e il secondo simbolo consonantico, nel caso di notazioni del tipo
di [kk] o [tts], es. boccone [bok'ko:ne], tazzina [tat'tsi:na]; o con un apice posto prima del sim-
bolo consonantico che è seguito da due punti, nel caso di notazioni del tipo di [k:] o [t:s], es.
[bo'k:o:ne], [ta't:si:na].

2.2.4 Sillabe
Che cos'è Le minime combinazioni di fonemi che funzionino come unità pronun-
la sillaba ciabili e possano quindi essere utilizzate come 'mattoni preconfeziona-
ti' per costruire la forma fonica delle parole sono le sillabe. In italiano
e nella gran maggioranza delle lingue una 'sillaba ' (dal greco syllabé,
dal verbo syllambano "prendere insieme") è sempre costruita attorno a
una vocale: una consonante o una semivocale ha sempre bisogno di ap-
poggiarsi a una vocale, che costituisce quindi il picco sonoro, detto
'perno', o 'apice', o 'testa', o 'nucleo', della sillaba. In certe lingue, an-
che alcune consonanti, come r, e a volte le n, possono fungere da api-
ce di sillaba; si dice quindi che esse sono caratterizzate dal tratto (si ve-
da sopra, § 2.2.2) /+ sillabico/.
Struttura La struttura fonica della parola è comunque data da un'alternanza
della sillaba continua tra foni più tesi e 'chiusi', con minore sonorità (le consonanti)
e foni più rilassati e 'aperti', con maggiore sonorità (le vocali). Ogni sil-
laba è formata da almeno una, e non più di una, vocale e da un certo nu-
mero - da zero a qualche unità - di consonanti (o semivocali). Una vo-
cale da sola può pertanto costituire sillaba. Non tutte le consonanti pos-
sono combinarsi liberamente nel formare, assieme a una vocale, delle
sillabe: esistono al contrario numerose condizioni, o più tecnicamente
'restrizioni fonotattiche' (che qui non possiamo menzionare), sulla di-
Fonetica e fonologia 75

stribuzione e combinabilità dei fonemi e sulle sequenze possibili in ogni


lingua, che danno luogo quindi a restrizioni sulla struttura sillabica.
Vi sono comunque in ogni lingua strutture sillabiche canoniche, Le strutture
preferenziali. In italiano, la struttura sillabica canonica è (utilizzando i sillabiche
canoniche
simboli V per 'vocale', C per 'consonante') CV, come in ['ma:no], pa- in italiano
rola costituita da due sillabe entrambe CV ([ma]+[no]). Piuttosto fre-
quenti e 'normali' sono comunque anche le strutture: V (['a:pe] =
[a]+[pe]); VC (['alto] = [al]+[to]); CCV (['sti:le] = [sti]+[le]); CVC
(['kanto] = [kan]+[to]); CCCV (['stra:no] = [stra]+[no]. Non sono
possibili in italiano, per esempio, sillabe CVCC, che esistono invece,
ad es., in inglese ([lrend] land "terra"; l'inglese ha moltissime parole
monosillabiche) o in tedesco (['bjtgRn] lautern "chiarire, purificare"=
[bj]+[tgRn]); tanto meno sono possibili in italiano strutture sillabiche
ancora più complesse, come per es. nel saluto russo zdravstvujt' e ("sal-
ve!"), la cui prima sillaba sarebbe CCCVCCC. L'identificazione dei
confini sillabici (che permettono la divisione in sillabe di una parola) si
effettua in base a vari criteri fonetici e fonologici; un criterio pratico per
l'italiano, per es., è che due consonanti contigue all'interno di una pa-
rola sono assegnate entrambe alla sillaba che ha come nucleo la vocale
seguente (e quindi sono membri della stessa sillaba) se tale combina-
zione compare anche in inizio di parola (ma-gro, come gre-co), mentre
se questo non si dà sono assegnate la prima alla sillaba precedente e la
seconda alla seguente (tan-to, perché nessuna parola italiana inizia con
il nesso consonantico nt-). Se analizziamo le consonanti doppie o lun-
ghe dell'italiano come ripetizione dello stesso fonema, esse chiudono
la sillaba che le precede, in quanto analogamente il primo membro vie-
ne assegnato alla sillaba precedente e il secondo alla sillaba seguente
(gat-to). In italiano inoltre le vocali della sillaba che reca l'accento (v.
sotto) sono sempre lunghe se la sillaba è aperta (['ma:no], ma-no, con-
tro ['mando], man-do).
Con terminologia più tecnica, in una sillaba la parte che eventual- Costituenti
mente precede la vocale è detta 'attacco' (o 'inizio', onset), la vocale della sillaba
stessa è il nucleo e la parte che eventualmente segue la vocale è la 'co-
da' (in CVC, per esempio, la prima C è attacco o inizio, V è nucleo e la
seconda C è coda). In recenti teorie fonologiche basate sulla sillaba, nu-
cleo e coda assieme costituiscono quella che viene definita 'rima'. Sil-
labe con coda (che cioè finiscono con una consonante o una semivoca-
le) si chiamano 'chiuse' (o 'implicate'), sillabe senza coda si chiamano
'aperte' (o 'libere'). Correnti di analisi fonologica recentemente svilup-
pate (come la fonologia prosodica, la fonologia metrica, la fonologia
'autosegmentale') dànno molta importanza alla sillaba come unità fon-
damentale al cui livello trattare i fenomeni fonologici e sulla cui base
descrivere il ritmo dell'enunciato.
76 La linguistica

Una combinazione interessante di fonemi, che può sia fungere da


Il dittongo sillaba a sé stante, sia far parte di una sillaba più ampia, è il 'dittongo' .
Un dittongo è la combinazione di una semivocale (o approssimante) e
una vocale; la vocale costituisce sempre, ovviamente, l'apice sillabico.
Se la sequenza è V+ semiV, avremo un dittongo discendente (come in
['awto] = [aw]+[to ]), se la sequenza è invece semi V+ V avremo un dit-
tongo ascendente (come in ['pjc:no] = [pjc]+[no]). Si possono anche
dare combinazioni di due semivocali e una vocale: si avrà allora un
Il trittongo 'trittongo' , come per esempio in [a'jw::,:la] = [a]+[jw::,]+[la] (analiz-
zabile peraltro anche come [aj]+[w::,]+[la], con due dittonghi), [mjcj].
Sulla base del carattere ascendente oppure discendente del dittongo,
possiamo anche differenziare fra semivocali e semiconsonanti: nel dit-
tongo ascendente c'è un restringimento relativamente maggiore del ca-
nale, e quindi abbiamo approssimanti un po' più tendenti alle conso-
nanti fricative, cioè propriamente 'semiconsonanti'; nel dittongo di-
scendente invece le approssimanti sono più vicine alle vocali, cioè pro-
priamente 'semivocali' (/j/ sarà dunque, con terminologia più precisa,
una semiconsonante in /'pja:no/ piano e una semivocale in /'dzajno/
zaino; è anche possibile differenziarle nella trascrizione, impiegando
per le semivocali i grafemi [i] e [!J]). Si noti che nella linguistica ingle-
se è consuetudine - probabilmente anche per influsso della grafia- trat-
tare i dittonghi discendenti come un 'unica entità fonica, un sorta di vo-
cale composta costituita da due diverse fasi vocaliche, e trascrivere
conseguentemente, per esempio, baby "bambino" come ['be1b1] , bisil-
labico.

2.3 Fatti prosodici (o soprasegmentali)

Vi è una serie di fenomeni fonetici e fonologici rilevanti che riguardano


non i singoli segmenti, bensì la catena parlata nella sua successione li-
neare, i rapporti tra foni che si susseguono, ed hanno dunque la sillaba
e la successione di sillabe come contesto basilare di azione. All'insieme
I tratti di tali fenomeni si dà il nome di fatti, o tratti, 'soprasegmentali' - per-
soprasegmentali ché agiscono al di sopra del singolo segmento minimo, riguardando le
o prosodici
relazioni fra foni sull'asse sintagmatico - o 'prosodici' (dal greco pr6s
+ odé "verso il canto") - perché concernono nel complesso l'aspetto
melodico della catena parlata e ne determinano l'andamento ritmico. I
fondamentali tra di essi sono l 'accento, il tono e l'intonazione, e la lun-
ghezza o durata relativa. Non tratteremo qui altre caratteristiche sopra-
segmentali che pure contribuiscono in maniera importante all'anda-
mento della catena fonica, quali il ritmo (e le pause) e il tempo (o velo-
cità dell'elocuzione). Si tenga comunque presente che nella lingua par-
Fonetica e fonologia 77

lata quotidiana non formale la velocità più alta dell'eloquio e la bassa


attenzione posta al pronunciare le parole fanno sì che la catena fonica
risulti spesso 'ipoarticolata' (con fusione e riduzione delle sillabe e con
mancata realizzazione di tratti articolatori dei fonemi) rispetto alla for-
ma standard.

2 .3.1 Accento
L' 'accento' è la particolare forza o intensità di pronuncia di una sillaba L'accento
(e in primo luogo quindi della vocale che fa da apice sillabico) relativa-
mente ad altre sillabe, che fa sì che tendenzialmente in ogni parola una
sillaba (detta sillaba tonica) presenti una prominenza fonica rispetto al-
le altre (dette sillabe atone). Non in tutte le lingue tale prominenza ha lo
stesso rilievo o è ottenuta nello stesso modo, anche se in genere è do-
vuta a un aumento della pressione dell 'aria nel canale orale. In italiano
l'accento è fondamentalmente dinamico o intensivo, dipendente dalla
forza con cui sono pronunciate le sillabe: la sillaba tonica è tale grazie
soprattutto a un aumento del volume della voce (concomitante con una
durata relativamente maggiore); in altre lingue l'accento è piuttosto
musicale, connesso all'altezza della sillaba; in altre ancora è connesso
soprattutto con la durata della vocale (l'accento sta sulla sillaba mante-
nuta più a lungo).
L'accento come fondamentale tratto prosodico non va confuso con L'accento
l'accento grafico, un simbolo diacritico che in italiano è impiegato per grafico
indicare nella grafia la posizione dell'accento fonico nelle parole ossi-
tone (nelle quali l'ortografia italiana prevede che l'accento sia sempre
obbligatoriamente segnato: città, così) , e anche per altri scopi, quali in-
dicare la differenza fra monosillabi omofoni (da preposizione vs. dà 3a
pers. del presente del verbo dare), o la differenza di timbro delle voca-
li intermedie, con le quali l'accento grave può essere impiegato per in-
dicare la vocale aperta o medio-bassa, e quello acuto per indicare lavo-
cale chiusa o medio-alta: è [e] vs. é [e] (caffè [kaf'fr], ma perché
[per'ke]), ò [:,] vs. 6 [o], eccetera. L'accento grafico circonflesso è a
volte ancora usato nell'ortografia per indicare la vocale i risultante da
una fusione di due suoni: principi, plur. di principio. Si noti comunque
in generale che nella grafia convenzionale dell'italiano l'accento grafi-
co si segna di norma soltanto sulle parole plurisillabiche tronche e su
alcuni monosillabi, mentre le parole piane, sdrucciole, ecc. di solito non
recano accento grafico.
La posizione dell'accento, cioè la posizione della sillaba, all'inter- La posizione
no di una parola (o di strutture più ampie che costituiscano un unico dell'accento
gruppo tonale), su cui cade l'accento, può essere libera o fissa. In certe
lingue, è tendenzialmente o rigorosamente fissa, come in francese, do-
ve l'accento cade sempre sull'ultima sillaba o sillaba finale del gruppo
78 La linguistica

([kama'Rad] camarade "compagno", [yn bd a'mi] une belle arnie "una


bell'amica") o in turco, dove cade quasi sempre sull'ultima; o in un-
gherese, finlandese o svedese, dove cade sempre sulla prima sillaba
(sillaba iniziale); o in polacco, swahili o quechua, dove cade sempre
sulla penultima sillaba. In altre lingue, la posizione è invece libera, e
l'accento può cadere su una qualunque delle sillabe della parola, o co-
munque in posizioni sillabiche diverse. In questo caso, la posizione del-
l'accento può avere valore pertinente e opporre distinguendole due o
più parole tra loro segmentalmente del tutto uguali: si parla allora, un
po' impropriamente (dato che non c'è un'effettiva entità fonica seg-
Il valore mentale), di 'valore fonematico' dell'accento, intendendo appunto che
fonematico l'accento in base alla posizione della sillaba su cui cade ha valore di-
dell'accento
stintivo oppositivo. In certe lingue l'assegnazione dell'accento non è
correlata alla posizione sillabica, ma avviene con altri criteri, non ne-
cessariamente fonologici: in tedesco per es. l'accento tende a stare sul-
la radice lessicale (cfr. avanti§ 3.2.1).
Classificazione In italiano l'accento è tipicamente libero, e può trovarsi sull'ultima
delle parole in sillaba di una parola ([kwali'ta]; la parola allora si dice 'tronca'; più
base all'accento
tecnicamente, 'ossitona'), sulla penultima ([pja'tJe:re]; la parola allora
si dice 'piana', o più tecnicamente 'parossitona'; è la posizione più fre-
quente in italiano), sulla terzultima (['ka:mera]; la parola si dice allora
'sdrucciola' , o più tecnicamente 'proparossitona'), e, più raramente,
sulla quartultima (['ka:pitano], 3a pers. plurale del presente del verbo
capitare; parola bisdrucciola) o addirittura sulla quintultima (questo si
ha però soltanto in parole composte con pronomi clitici: es., ['fabbri-
kamelo] "fabbrica questo per me", trisdrucciola). Si chiamano 'clitici '
quegli elementi (particelle, parole monosillabiche) che nella catena fo-
nica non possono rappresentare la sillaba prominente e recare quindi
accento proprio, e devono dunque ' appoggiarsi' su un'altra parola; in
italiano, sono per esempio clitici gli articoli e i pronomi personali àtoni,
come me e lo nell'esempio sopra. Nelle parole con quattro o più sillabe
di solito oltre all' accento principale vi sono anche uno o più accenti se-
condari, cioè emergenze relative di altre sillabe che fanno da contrap-
peso alla sillaba tonica: in.fabbricamelo c'è per esempio un accento se-
condario su [lo], ultima sillaba.
Conseguentemente, in italiano l'accento interviene a differenziare
pertinentemente parole diverse a seconda della sua posizione:
es., ['ka:pitano], 3a pers. plur. di capitare vs. [kapi'ta:no], nome, vs.
[kapita'no], 3a pers. sing. del passato remoto del verbo capitanare (an-
che se in capitanò più correttamente la vocale finale dovrebbe essere
[::,] e non [o]); o ['su:bito], avverbio, vs . [su'bi:to], participio passato
del verbo subire. Anche in inglese la diversa posizione dell'accento può
dar luogo a opposizioni fra parole per il resto fonicamente identiche dal
Fonetica e fonologia 79

punto di vista segmentale: invite ossitono è "invitare", verbo ([in'vait]),


parossitono è "invito", sostantivo ('inva1t]), e così import può essere
verbo, "importare" ([1m p;):t]), oppure sostantivo, "importazione"
1

(['1mp;):t]).

2.3.2 Tono e intonazione


I fenomeni di tonalità e intonazione riguardano l'altezza musicale
(ingl. pitch) con cui le sillabe sono pronunciate e la curva melodica a
cui la loro successione dà luogo. 'Tono ' è precisamente l'altezza relati- Definizione
va di pronuncia di una sillaba, dipendente fondamentalmente dalla ten- di tono
sione delle corde vocali e della laringe, e quindi dalla velocità e fre-
quenza (numero in un'unità di tempo) delle vibrazioni delle corde vo-
cali; queste determinano la 'frequenza fondamentale', che è il principa-
le parametro dei fenomeni di tonalità (aumento di frequenza vuol dire
tono alto, diminuzione tono basso; innalzamento relativo della frequen-
za vuol dire tono ascendente, abbassamento tono discendente). In mol-
te lingue, dette appunto 'lingue tonali' o 'lingue a toni', il tono può Le lingue tonali
avere valore distintivo pertinente a livello di parola, cioè può distin-
guere da solo parole diverse per il resto foneticamente del tutto eguali.
Si parla in tal caso anche di 'tonemi'. Sono per esempio lingue tonali, in
maniere diverse, il serbo-croato, lo svedese, il cinese, il vietnamita, il
thailandese, molte lingue africane (per esempio, lo yoniba), eccetera.
Un esempio. In cinese mandarino (o putonghuà "lingua comune", Esempi
la varietà standard basata sul pechinese), [ma] con tono alto costante è di distinzione
tonale
la parola per "mamma", [ma] con tono alto ascendente vale "lino, ca-
napa", [ma] con tono basso discendente-ascendente vale "cavallo", e
[ma] con tono alto discendente è "ingiuriare, bestemmiare"; e c'è poi
anche un ma con intonazione neutra che funge da particella interrogati-
va posposta alla frase. Si noti che in cinese una gran parte delle parole
sono monosillabiche e monomorfematiche (si veda oltre, § 6.2.1), e
quindi le distinzioni di tono hanno un'importanza fondamentale.
Casi marginali di opposizione di tono si trovano, come accennato,
anche in lingue più vicine a noi: per es. svedese anden "l'anatra" vs . àn-
den "lo spirito", serbo-croato gréid "città" vs . gràd "grandine". In ser-
bo-croato (ora, serbo e croato), la questione delle opposizioni di tono è
complicata dal fatto che è concomitante con questioni di lunghezza vo-
calica. Si noti che gli accenti grafici (e altri segni diacritici analoghi)
possono essere usati, come in questi esempi, anche per indicare il tono
(accento acuto varrà 'tono ascendente', accento grave 'tono discenden-
te', e simili). Possiamo quindi rappresentare (in maniera peraltro sem-
plificata) i cinque diversi ma in putonghuà esemplificati sopra rispetti-
vamente come: md, ma, ma, mà e ma.
L"intonazione' è invece l'andamento melodico con cui è pronun- L'intonazione
80 La linguistica

ciata una frase o un intero gruppo tonale o gruppo ritmico (cioè la par-
te di una sequenza o catena parlata pronunciata con una sola emissione
di voce). L'intonazione è in sostanza una sequenza di toni che conferi-
sce all 'emissione fonica nel suo complesso una certa curva melodica:
sarà per es. ascendente un'intonazione in cui l'ultima o (una fra) le ul-
time sillabe dell'enunciato sono di tono più alto. In gran parte delle lin-
gue l'intonazione di frase distingue il valore pragmatico (si veda§ 5.6)
di un enunciato, o vi è comunque associata: permette cioè di capire se si
tratta di un'affermazione, un'esclamazione, un ordine, una domanda,
Intonazioni un'ammissione, eccetera. In italiano, per esempio, il contorno intonati-
fondamentali va degli enunciati è in molti casi l'elemento principale a fornire l'infor-
mazione cruciale che distingue il valore interrogativo di un enunciato,
associato a una intonazione ascendente: ['vjc:ne] pronunciato con cur-
va intonativa ascendente è una domanda (= viene ?); pronunciato con
contorno intonativo costante, senza grandi modificazioni dell'altezza
(in particolare, della frequenza fondamentale, ha un valore definibile
come 'sospensivo' e caratterizza le affermazioni 'neutre', è tipico cioè
degli enunciati dichiarativi(= viene); pronunciato con intonazione di-
scendente ha valore grosso modo esclamativo e caratterizza le afferma-
zioni decise(= viene!). Nell'ortografia, una parte della punteggiatura
(come si vede dagli esempi: punto interrogativo, punto esclamativo,
puntini) ha giustappunto la funzione di rendere, approssimativamente, i
principali tipi intonativi (così come altre parti della punteggiatura, come
il punto fermo, servono a segnalare, oltre a partizioni del testo, anche
l'andamento ritmico della catena parlata).
Con (rozza) indicazione della curva intonativa, potremmo rappre-
sentare così tre diversi valori assegnati dall'intonazione all'enunciato
Gianni viene:

Gianni viene ?

Gianni viene ...

Gianni viene!

Si badi che questa è in ogni caso una rappresentazione molto edul-


corata e semplificata dei fenomeni: nella realtà esistono parecchie cur-
ve intonative diverse, con altri andamenti, derivanti anche dalla cambi-
Fonetica e fonologia 81

nazione delle tre intonazioni principali che qui abbiamo esemplificato,


e dalla loro interazione con altri tratti soprasegmentali.

2.3.3 Lunghezza
La 'lunghezza' (o 'durata' o ' quantità') riguarda l'estensione tempora- La lunghezza
le relativa con cui i foni e le sillabe sono prodotti. Fondamentalmente, dei foni
infatti, ogni fono può essere breve o lungo, cioè durare nella realizza-
zione per un tempo più o meno rapido. L'articolazione delle vocali e
delle consonanti fricative, ad es., per la loro natura fonica può essere te-
nuta per un tempo teoricamente indeterminato, mentre l'articolazione
delle consonanti occlusive (o comunque con una componente di occlu-
sione) non può essere tenuta più che momentaneamente. Brevità o lun-
ghezza sono peraltro nozioni relative, definite in termini del confronto
fra segmenti nella catena parlata: sarebbe più appropriato infatti parla-
re di foni più e meno lunghi, invece che lunghi e brevi in assoluto.
La quantità delle vocali o delle consonanti può avere valore distin-
tivo. In italiano, la quantità, o durata o lunghezza, delle consonanti non
ha funzione distintiva, a meno che non supponiamo che le consonanti La lunghezza
che possono essere sia semplici che doppie realizzino appunto un 'op- consonantica
in italiano
posizione di durata. È infatti possibile analizzare ogni consonante dop-
pia che abbia una corrispondente semplice o come la ripetizione in con-
tiguità dello stesso fonema, o invece come fonema a sé, opposto alla
corrispondente scempia (soluzione da molti autori preferita). In tal ca-
so, le consonanti doppie sono considerate lunghe, e quelle semplici bre-
vi (o meglio non lunghe). In questa prospettiva l'opposizione lunga~
breve interverrebbe a costituire coppie minime (cfr. § 2.2.3); quindi
['ka:ne] cane~ ('kaone] canne sarebbe una coppia minima, /'kane ~
'kan:e/, che identifica due fonemi distinti, una nasale dentale breve, /n/,
e una nasale dentale lunga, /n:/) . In IPA, come abbiamo visto, la lun-
ghezza viene notata con due punti posti dopo il simbolo del fono. Per le
consonanti, può però anche essere adottata la ripetizione dello stesso
simbolo: la scelta dipende quindi ovviamente dall'interpretazione che si
dà della questione delle consonanti doppie, corrispondendo le due al-
ternative a due diverse analisi fonologiche. Si ricordi che per le conso-
nanti affricate la lunghezza in IPA si segnala, in relazione alle due di-
verse analisi fornibili, o ripetendo il primo simbolo del digramma che le
rappresenta, o coi due punti dopo di esso: per es., pazzo sarà ['pattso]
oppure ['pat:so]. Nella divisione in sillabe, se adottiamo la rappresen-
tazione delle consonanti doppie con la ripetizione dello stesso grafema,
il primo di essi sarà assegnato alla sillaba che precede, il secondo alla
sillaba che segue: mat-to-ne [mat'to:ne].
La lunghezza
Per le vocali, la durata in italiano non è pertinente. Una parola pro- vocalica
nunciata con una vocale decisamente lunga individua un 'accentuazione in italiano
82 La linguistica

enfatica della stessa parola, e non un'altra parola: una ['ma::no], con
[a] realizzata molto lunga, per esempio, non è qualcosa di diverso da
una ['mano], ma è la stessa parola detta con enfasi e sottolineatura
espressiva. In genere, la vocale suscettibile di tale allungamento enfati-
co è soprattutto la vocale della sillaba tonica; che a parità di altre con-
dizioni è sempre già un po' più lunga delle vocali delle sillabe atone. A
rigore, infatti, in italiano le vocali toniche in sillaba libera (cfr. § 2.2.4)
sono sempre tendenzialmente lunghe; per cui una trascrizione fonetica
stretta dovrebbe per esempio notare sempre ['ma:no]. Nella trascrizio-
ne fonematica invece non si segnalerà quindi mai la lunghezza vocali-
ca, essendo l'allungamento della vocale in.italiano o un mero espedien-
te espressivo o un tratto automaticamente determinato dal contesto fo-
netico, in entrambi i casi quindi privo di valore distintivo: ['ma:no] cor-
risponde fonologicamente a /'mano/. Nel parlato spontaneo italiano, le
vocali brevi hanno una durata fra i 40 e gli 80 millisecondi, e le vocali
lunghe fra 80 e 150 millisecondi.
In molte lingue la durata vocalica funziona invece da tratto perti-
nente, mentre normalmente non ha rilevanza la lunghezza consonantica
(fra le lingue più note, solo in italiano e in arabo esistono serie conso-
nantiche analizzabili in base alla rilevanza della lunghezza). Così la
lunghezza vocalica è per es. distintiva in latino classico: malum con la
a breve è "male, malanno", mentre malum con la a lunga è "mela"; o in
tedesco, dove [Jta:t] Staat è "stato" e [Jtat] Stadt è "città" (cfr. § 1.3.2).
In alcune lingue, sono pertinenti sia la lunghezza vocalica che quella
consonantica: per es., in finlandese (o finnico; suomi nella lingua stes-
sa) kuka "chi" ~ kukka "fiore"; sata "cento" ~ saata "accompagna" ~
sataa "piove".
Fonetica e fonologia 83

ESERCIZI
(Awertenza: le consonanti lunghe, doppie ne/l'ortografia, sono qui sempre trascritte secondo una
delle analisi alternative possibili: ad es., [s:], e non [ss])

A. Trascrizione fonetica
D Trascrivere in IPA: sgoccio/ìo, sciogliere, sbracciarsi, fraseggio, Giuliana, impiastricciato, schiac-
cianoci, sbilanciato, candeggina, chiediamocelo, congiunzioni, germogliante, ingegneri, cinque-
centotrenta.
fJ Trascrivere in IPA: ciao, svitiamo, preannunciai, ignavia, indigeribile, guarnizione, giallognolo, leg-
giucchiavano, scenario, /uccichìo, ciliegia, giungere, stanchezza, ghisa, civetteria, anfratto, spol-
veramelo.
IJ Trascrivere in IPA: scioglilingua, guadagnare, brogliaccio, ignominioso, qualunque, quaglia, Igna-
zio, tiroideo, scegliemmo, lusinghieri, aggiudicazione, sciocchezza, conciliazione, quercia, giovani.
IJ Trascrivere in IPA: risciacquai, specializzazione, inginocchiatoio, giochi, leggiamo/o, scucchiaiare,
quantificò, conguaglio, zia, allergia, chiosa, sbrigliare, giornalai, scia, vaghezza, sbucciatura, bru-
sio, uova.
m Trascrivere in IPA: dieci magliette gialle su quei pagliericci bianchi; giudizio a briglia sciolta sulle ac-
ciaierie marchigiane; qualche sciocca chiamata a singhiozzo; un castagnaccio bruciacchiato e due
cicche giù in legnaia.
Il Trascrivere in IPA: arcigni macchiettisti chiedono aiuto a giocolieri spilungoni; cinquantasei cinghie
sul bagnasciuga di una spiaggia con fanghiglia; sono sufficientemente equipaggiato con cesoie ta-
glienti da giardinaggio.
U Scrivere in ortografia normale le seguenti parole italiane trascritte in IPA: [aJ:en'sjo:ne], ['peJ1:o],
[kil)ka,{:e'ri:a], ['giJ1:o], [ifl)fil)'gardo], [aJ:u't:et:sa], [Ja'k:wi:o]. Le parole sono trascritte secon-
do la pronuncia italiana standard? Da che cosa si deduce?
BJ Scrivere in ortografia normale le seguenti parole italiane trascritte in IPA: [kontfe't:wa:le], ['gil)geri],
[zbatfu'k:ja:re], [d3a'k:e], [tfive't:wo:la], [kon'd3und3ere], [zberlut:fi'ki:o], [ril)'gjc:re],
[ven'ta,{:o], ['fo,{:ersi], [ind3inok:ja'to:jo], [kwadri 'n:,:mjo], [sa'ljrntsa], [lu'tfiJ1:olo].
Il Scrivere in ortografia normale le seguenti combinazioni di parole italiane trascritte in IPA: [kan't:,
'b:rne], [:, 'v:isto], [ke 'f:aj], [a 'k:a:sa], [se 'v:w:,j]. La trascrizione riflette la pronuncia italiana
standard? Da che cosa si deduce?
eD) Scrivere in ortografia normale le seguenti parole inglesi trascritte in IPA: ['mAÒ;J], ['d3Ad3m;int],
['0i;iri], ['b:n;i], [d3u:s], ['ta:91t], ['fju3n], ['w:,:t;ipru:f], ['strAktf;i], ['fa1;im;in], [':,:g;in], [wa1t],
['d3:igil)], [krref], [sa1'bl;id3i], ['nref;in].
El) Scrivere in ortografia normale le seguenti parole francesi trascritte in IPA: [ny'as], [paRs'b],
[trakil'ma] , [mcRvc'j0], [épo'ze], [ma'3e], [katR;i'vé], [dc'sadR], [l5'ta], [kwa], [fabR], [3wédR],
[vwaja'3e].
€I Scrivere in ortografia normale le seguenti parole spagnole trascritte in IPA: [na'0iòo], [i'1(wal],
['kin0e], [a{3an'0ar], [na'ral)xa], [de'xar], ['xenjo], ['naòa], ['keso], [bi'{3ir], ['xwi0jo], [mu'tfatfo] .
84 La linguistica

B. Proprietà articolatorie
El Scrivere in ortografia normale (non in IPA) una parola formata, nell'ordine, da una vocale posterio-
re alta , una nasale velare, un 'occlusiva velare sonora , una semivocale anteriore e una vocale an-
teriore medioalta.
EIJ Scrivere in ortografia normale (non in IPA) una parola di cinque lettere formata da una fricativa la-
biodentale sorda, una semivocale anteriore, una vocale posteriore alta, una nasale bilabiale e una
vocale anteriore medioalta.
E! Scrivere in ortografia normale (non in IPA) cinque parole che contengano una fricativa dentale so-
nora, cinque che contengano una fricativa palatale sorda, cinque che contengano una nasale ve-
lare.
&Il Quali sono i tre parametri articolatori fondamentali per la classificazione e l'identificazione dei suo-
ni consonantici?
EB Completare le seguenti affermazioni con i termini appropriati:
(i) Le consonanti . ..... ... .. ... .... sono quelle articolate nel luogo più avanzato dell'appara-
to fonatorio .
(ii) Le . .. sono caratterizzate dal fatto che non vi è frapposizione di un ostacolo
al passaggio dell'aria.
(iii) L'articolazione di una consonante affricata inizia come una ..... e termina co-
me una
(iv) Il modo di articolazione .... . è caratterizzato dal passaggio dell'aria ai lati del-
la lingua.
(v) Le consonanti . .......... ..... .. sono prodotte fra le labbra e i denti anteriori.
Bi) Trovare gli errori contenuti nelle seguenti affermazioni, sottolineando le formulazioni sbagliate e so-
stituendole con quelle ritenute esatte . Si tenga conto che una o più affermazioni potrebbero non
contenere errori.
(i) Le consonanti vibranti non possono avere articolazione bilabiale e sono sempre sorde.
(ii) Le vocali anteriori sono sempre arrotondate.
(iii) Non possono esistere consonanti labiodentali palatali.
(iv) La vocale [i] è articolata con la lingua vicina al velo.
(v) Le vocali posteriori tendono a non essere arrotondate.
e!) Quale termine è fuori posto in ciascuna delle seguenti quaterne, e perché?
(i) alta, bassa, arrotondata, bilabiale
(ii) [f]; [p]; [k]; [t]
(iii) [b]; [d]; [dz]; [g]
(iv) labiodentale, vibrante, bilabiale, velare
(v) [f]. [v], [t] , [z]
(vi) palatale, medio-alta, velare, laterale.
fl Completare le seguenti affermazioni con i termini appropriati:
(i) Nella frase è con molto piacere che ti saluto, ci sono [numero] ..... vocali centrali e [nu-
mero] . ....... .... consonanti occlusive velari.
(ii) Nella frase senza il tuo permesso non vengo vestita di bianco, ci sono [numero] ..... . con-
sonanti nasali dentali e [numero] ..... ... vocali anteriori alte.
(iii) Le consonanti dentali o alveolari dell'italiano sono: [d], [s]. [dz],
(iv) I foni [ts] e [r] hanno in comune la proprietà articolatoria ... .
(v) I fonemi [n] , [m]. [v], [z], [r], [l] hanno in comune la proprietà articolatoria .. ........... ... ........ ........ ....
Fonetica e fonologia 85

@D Associare simboli IPA a descrizioni articolatorie dei foni nelle due liste seguenti. Tenere conto che
non tutti i simboli sono associabili a una delle definizioni articolatorie date, e viceversa.
(1) 0 (2) j (3) IJ (4) u (5) ,{ (6) q (7) b (8) d3
(a) nasale palatale (b) laterale alveolare (c) semivocale posteriore (d) fricativa velare sonora (e) af-
fricata palatale sonora (f) nasale velare (g) occlusiva velare sorda (h) vocale posteriore alta .
Identificare per ciascuna delle seguenti serie di parole quale proprietà articolatoria hanno in co-
mune i suoni iniziali di ogni parola.
(i) naso, ventaglio, svagato, limbo
(ii) canederli, gheriglio, quelli, binarietà
(iii) uomo, hotel, ugola, oibò
(iv) tuonava, carnificazione, pino, scendiletto
(v) scellerato, favorire, sgusciare, sale
(vi) cinema, già, glielo, gnu
(vii)glicine, dadaismo, maneggione, no.
Qual è il fono identificato dalla posizione degli organi articolatori indicati nella figura seguente?
Rappresentarlo in IPA e definirlo nei termini delle proprietà articolatorie che lo costituiscono. È un
fono sordo o sonoro?

Qual è il fono italiano identificato dalla posizione degli organi articolatori indicati nella figura se-
guente? Rappresentarlo in IPA e definirlo nei termini delle proprietà articolatorie che lo costitui-
scono. È un fono sordo o sonoro?

C. Fonologia
Quali delle seguenti coppie di parole sono coppie minime? (a) foglio, meglio; (b) posta, pasto; (c)
di, sci; (d) gnocco, Rocco; (e) spia, svia; (f) piglia, pigna; (g) quarta, carta. Le coppie minime indi-
viduate quali fonemi permettono di identificare?
Quali delle seguenti coppie di parole sono coppie minime? (a) gioco, poco; (b) gatto, getto; (c) ci-
gno, ghigno; (d) sciolgo, colgo; (e) resto, presto; (f) sfatto, sbatto; (g) piano, mano. Le coppie mi-
nime individuate quali fonemi permettono di identificare?
Trovare una coppia minima che individui l'oppòsizione fra occlusiva velare sorda e affricata palatale
sorda, una che individui l'opposizione fra vocale centrale bassa e vocale anteriore medioalta, una
che individui l'opposizione fra nasale palatale e occlusiva bilabiale sorda.
Trovare una coppia minima che individui l'opposizione fra consonante vibrante dentale e semivo-
cale anteriore, una che individui l'opposizione fra nasale bilabiale e occlusiva dentale sorda, una
che individui l'opposizione fra vocale posteriore alta e vocale posteriore medioalta.
86 La linguistica

ti) Le seguenti coppie minime si oppongono tutte per lo stesso tratto distintivo. Quale? para ~ bara;
quanto ~ quando; faro ~ varo; cesto ~ gesto.
ii) L'opposizione sordità/ sonorità ha basso o alto rendimento funzionale in italiano? Perché?
i) Formare con la parola ottenuta nell'esercizio 14 una coppia minima che identifichi il fonema 'oc-
clusiva bilabiale sorda ' .
@I Trovare gli errori contenuti nelle seguenti affermazioni, sottolineando le formulazioni sbagliate e so-
stituendole con quelle ritenute esatte . Si tenga conto che una o più affermazioni potrebbero non
contenere errori .
(i) In italiano standard, i fonemi / t z/, / dz/, / J/, / JI I e /z/ sono sempre lunghi in posizione in-
tervocalica .
(ii) La nasale velare è un fonema dell'italiano.
(iii) In italiano, ogni consonante doppia che ha una corrispondente semplice può essere conside-
rata o come la ripetizione di uno stesso fonema o come un fonema a sé (opposto alla corri-
spondente semplice).
(iv) Una trascrizione fonematica non è mai una trascrizione 'larga' .
(v) In termini di tratti distintivi, cara e gara si opporrebbero tra di loro sulla base del tratto [±sono-
ro] .
ii) La frase seguente contiene in sole 63 lettere tutti e 30 i fonemi dell 'italiano (alcuni presenti più vol-
te): qui nella zona c 'è una fonte piena di pesci svegli e di gnomi saggi di razza gobba. Individuare
ciascun fonema alla sua prima occorrenza nella frase .
@Il Che cosa hanno di particolare parole come addio, pressappoco, cosiddetto, chicchessia, dappri-
ma, ebbene, frapporre , nemmeno? Quale fenomeno esemplificano?
ii) Trovare gli errori contenuti nelle seguenti affermazioni, sottolineando le formulazioni sbagliate e so-
stituendole con quelle ritenute esatte. Si tenga conto che una o più affermazioni potrebbero non
contenere errori .
(i) La trascrizione fonetica e quella fonematica della parola informatica sono identiche.
(ii) Foni e fonemi sono classi astratte di suoni.
(iii) Le parole velo e vello costituiscono una coppia minima se consideriamo vello come formata da
quattro fonemi.
(iv) Le lingue con inventario fonematico più ridotto hanno meno di cinque fonemi.
(v) La fricativa palatale sorda non ha un corrispondente sonoro tra i fonemi dell 'italiano standard.
@il Cercare di formulare attraverso una regola, e utilizzando i tratti distintivi, il fenomeno fono logico il-
lustrato dai seguenti esempi: dico -- dici, dice, diciamo; vinco -- vinci, vince, vinciamo, vincete;
piango -- piangi, piange, piangiamo, piangete.
ifj Cercare di formulare attraverso una regola, e utilizzando i tratti distintivi , il fenomeno fonologico il-
lustrato dai seguenti esempi : scossa [' sbs:a]; sguarnito [zgwar'ni:to] ; spina [' spi:na] ; sbadiglio
[zba'di,{:o].
@Ii) Siano date le seguenti parole in una certa lingua X: [tJed] "barbarie " , [ned3] "rabbonire " , [tJejd]
"tacchino ", [ne3] "facocero ", [ped3] "labbro ", [tJid] "macchiato ". Quanti e quali fonemi della lingua
X si possono identificare? In questi esempi, l'arrotondamento (ossia [±arrotondato]) è un tratto
pertinente, con valore distintivo?
@il Sia data la seguente lista di parole di una lingua Y:
[d3ad] "albero " ; ['d3irul] "sciocco" ; [d30d] "tamburo"; [dad3] "sole "; [d3uk] "cipria"; [d3i'rul] "zan-
zara " ; [lur'd3i] "mettere " ; [d3od] "pasticcio di melanzane " ; [k0 1d3i] "gettare " ; [d3u'kil] "scopa ";
[b'd3i] "stringere" ; [tJuk] " lampone"; [vlad] "scuro " . Quali fonemi della lingua Y permette di in-
dividuare questa lista? Fra i fonemi individuati c'è la laterale dentale? C'è una vocale anteriore ar-
rotondata? Se sì, quale? C'è un'affricata dentale? Se sì, quale?
Fonetica e fonologia 87

D. Sillabe e prosodia
li) Sia data la seguente lista di parole: (i) strano, (ii) zanzara, (iii) spalmali, (iv) dittongo, (v) maestro,
(vi) pieno, (vii) agnello, (viii) recipiente, (ix) rincaro, (x) mettitela, (xi) velarizzata. Riconoscere per cia-
scuna parola quali sillabe sono aperte e quali chiuse .
Scrivere una parola italiana che contenga la struttura sillabica CCCV, una che contenga la struttu-
ra CVC , una che contenga la struttura CCV, una che contenga la struttura CCVC.
Data la lista di parole della lingua Y dell'esercizio 39, che cosa si può dire sull'accento in quella lin-
gua?
Individuare la sillaba tonica di ciascuna parola dell'esercizio 40. Quali di quelle parole sono pa-
rossitone? Quali proparossitone?
Come si definisce ciascuna delle parole seguenti quanto alla posizione dell'accento? (i) accorge-
tevene, (ii) impostazione, (iii) radiocomando, (iv) lasciarglieli, (v) monocellulare, (vi) spegnetelo,
(vii) delegittimante, (viii) incostituzionale, (ix) parlategliene, (x) lucido, (xi) amichevole, (xii) appen-
dicelo, (xiii) andatevene, (xiv) caduco, (xv) indicamelo, (xvi) pavido, (xvii) acrobata, (xviii) saltò.
Individuare i pronomi clitici che compaiono nelle parole degli esercizi 40 e 44 .
Completare le seguenti affermazioni con i termini appropriati:
(i) In certe lingue, possono fungere da apice di sillaba anche certe consonanti , come

(ii) In italiano una curva intonativa ascendente ha valore .


(iii) Sillabe senza .......................................... si chiamano aperte (o libere)
(iv) La sequenza semivocale + vocale identifica un dittongo ....
(v) Nelle lingue tonali il tono ha valore distintivo pertinente: sbagliare un tono equivale a sbagliare
un . ................ in una parola di una lingua come l'italiano.
m Trovare gli errori contenuti nelle seguenti affermazioni, sottolineando le formulazion i sbagliate e so-
stituendole con quelle ritenute esatte. Si tenga conto che una o più affermazioni potrebbero non
contenere errori.
(i) Nelle lingue a toni non esiste l'accento.
(ii) Cardinale e salame sono due parole proparossitone.
(iii) La lunghezza consonantica in certe lingue ha valore distintivo.
(iv) In italiano le vocali lunghe sono sempre toniche.
(v) Un sillaba senza coda è sempre costituita dal solo nucleo vocalico.
(vi) Una successione di tono alto e tono basso dà un contorno intonativo costante .
Morfologia
CAPITOLO 3

Obiettivi del capitolo


Questo capitolo si occupa del secondo dei livelli o piani di analisi della lingua,
mettendo a fuoco le minime unità dotate di significato, i 'morfemi', ed esa-
minando come questi si individuino, e come si combinino nel dare luogo alle
basilari unità comunicative della lingua, le parole. Vengono distinte tre classi
diverse di morfemi sulla base del tipo di significato che essi recano e della
funzione che hanno nel sistema linguistico; vengon.o riconosciuti tipi di mor-
femi in base alle posizioni che essi assumono nella parola e alla forma con cui
si manifestano; e vengono descritti i modi nei quali i morfemi da un lato con-
tribuiscono alla formazione delle parole, giocando un ruolo importante per la
produttività del lessico di una lingua, e dall'altro danno luogo alle diverse for-
me che ogni parola variabile assume nel discorso, realizzando le categorie
della grammatica. Sono anche individuati tipi diversi di parole, a seconda dei
procedimenti che intervengono nella loro formazione e della struttura che es-
se hanno. Il capitolo mira a fornire le nozioni e le categorie necessarie per •
rendersi conto della struttura interna della parola e della complessità con la
quale i morfemi operano al loro interno.

3.1 Parole e morfemi

Dal piano del mero significante, che costituisce il primo livello, dal bas-
so, di analisi della lingua (e cioè la seconda articolazione), ci spostiamo
ora al livello superiore, prendendo in considerazione il piano del signi-
ficante in quanto portatore di significato (prima articolazione). Studie-
remo le unità minime di prima articolazione e il modo in cui queste si
combinano per dare luogo ai segni che fungono da entità autonome del-
Che cos'è la lingua, le parole. Il livello di analisi in causa si chiama morfologia
la morfologia (dal greco morphé "forma" + logia "studio", da l6gos "discorso");
l'ambito d'azione della morfologia è la forma, o meglio la struttura,
della parola. Anche se per i parlanti comuni le parole sono le unità ba-
silari costitutive di una lingua (che al profano risulta appunto essenzial-
mente fatta di parole), definire rigorosamente e in maniera univoca la
nozione di parola è purtroppo impresa non semplice: ci accontentiamo
qui di adottare una delimitazione approssimativa del concetto di 'paro-
Morfologia 89

la', utile per inquadrare i fenomeni di cui possiamo occuparci in questa


sede (per approfondimenti, cfr. Box 3.1). Definiremo, dunque, parola Definizione
la minima combinazione di elementi minori dotati di significato, i mor- di parola
femi (costituita, quindi, da almeno un morfema), costruita spesso (ma
non sempre) attorno a una base lessicale (cioè, a un morfema recante
significato referenziale; si veda oltre), che funzioni come entità autono-
ma della lingua e possa quindi rappresentare isolatamente, da sola, un
segno linguistico compiuto, o comparire come unità separabile costitu-
tiva di un messaggio. Fra i criteri che ne permettono una definizione e Criteri
individuazione più precisa, possiamo menzionare: di definizione
della parola

a. il fatto che all'interno della parola l'ordine dei morfemi che la costi-
tuiscono è rigido e fisso, inscindibile - ovvero i morfemi non posso-
no essere invertiti o cambiati di posizione, pena la distruzione della
parola stessa: gatto (gatt-o), ma non *ogatt (o-gatt);
b. il fatto che i confini di parola sono punti di pausa potenziale nel di-
scorso;
c. il fatto che la parola è di solito separata/separabile nella scrittura (al-
meno nella scrittura moderna: fino ancora al Settecento era normale
trovare scritture continue, senza spazi di separazione fra parole);
d. il fatto che foneticamente la pronuncia di una parola non è interrot-
ta ed è caratterizzata da un unico accento primario (cfr. § 2.3.1).

Box 3.1 - Criteri per la definizione di parola


I parlanti di una lingua possiedono la nozione di parola in maniera generalmente intuitiva; so-
no in grado di scomporre un enunciato in parole, elaborare elenchi di parole accomunate da cer-
te caratteristiche, isolare singole parole a partire da un enunciato, eccetera. Cionondimeno, la
nozione di parola è invero complessa. Una parola è allo stesso tempo un'unità fonologica, se-
mantica e grammaticale (cioè morfosintattica): rappresenta sempre l'unione di una particolare
combinazione di suoni (es. ['a:mo]) con un particolare significato ("provo affetto, amore"), su-
scettibile di un particolare uso grammaticale (prima persona del presente indicativo di amare).
Definire che cosa sia una parola in un modo univoco, che valga per tutte le lingue del mondo, è
un'operazione difficile. Definizioni basate su criteri ortografici, per cui è una parola ogni ele-
mento che in un testo scritto compare tra due separatori (spazi, segni interpuntivi, ecc.; cfr. §
3.1, punto c), sono applicabili soltanto a lingue che hanno una fonna scritta, quindi a una mi-
noranza delle lingue storico-naturali esistenti, e oltretutto non valgono per tutti i sistemi di scrit-
tura (cfr. Box 1.1). I soli criteri ortografici, inoltre, non sono sempre sufficienti a decretare se si
tratti realmente di più parole oppure di una parola unica; si pensi a casi come pesce spada o ca-
mera oscura e a unità lessicali polilessematiche (cfr. § 3.3) come luna di miele o sacco a pelo,
che possiedono forti attributi di unità autonome (per cui v. sotto).
Sul piano fonologico esistono alcuni criteri che consentono di identificare i confini di una pa-
rola nella catena parlata. Uno di questi è dato dalla posizione fissa dell'accento, in lingue che
presentano tale caratteristica. Dal momento che una parola ha di nonna un solo accento prima-
rio (cfr. § 3.1 punto d), in una lingua con accento fisso sulla sillaba finale, come il francese, la
90 La linguistica

presenza dell'accento segnalerà la fine di una parola e l'inizio di un'altra; in una lingua con ac-
cento fisso sulla sillaba iniziale, come lo svedese, la presenza dell'accento segnalerà l'inizio di
una nuova parola e la fine di quella precedente; e così via. Un criterio come questo, oltre che va-
lido soltanto per lingue con accento fisso, non consente tuttavia di distinguere gli elementi che
nella catena parlata non presentano un accento proprio, e può quindi indurre a considerare que-
sti come parti di parola, indipendentemente dal loro statuto grammaticale; così, per es ., in fran-
cese [elep'tit] elle est petite "lei è piccola" (con accento sulla sillaba finale del gruppo,§ 2.3.1)
risulterebbe costituire un'unica parola, nonostante che elle e est siano parole a sé stanti. Altri
criteri fonologici, che qui non menzioniamo, chiamano in gioco restrizioni fonotattiche (§ 2.2.4)
e regole fonologiche (cfr. Box 2.5).
Sul piano morfologico, una data combinazione di morfemi è individuata come una parola sulla
base del grado di coesione interna. Per valutare la coesione tra morfemi, si mostrano partico-
larmente determinanti alcuni criteri come: 1) la non interrompibilità della combinazione: una
parola non può essere liberamente interrotta da materiale morfologico; 2) la posizione fissa dei
singoli morfemi: l'ordine dei morfemi che costituiscono una parola non può essere modificato
(cfr. § 3.1 punto a); 3) la mobilità della combinazione: una parola può assumere posizioni di-
verse all'interno di un enunciato, nei limiti della relativa libertà o rigidità di ordine dei costi-
tuenti di una data lingua; 4) l'enunciabilità in isolamento della combinazione: una parola può
costituire un enunciato da sola (senza considerare i contesti metalinguistici). A questi si può poi
aggiungere il criterio della pausa potenziale (cfr. § 3.1 punto b), e la considerazione che una pa-
rola tipica contiene normalmente una sola radice lessicale.
Esemplificando: 1) una parola come il romeno fratii ("i fratelli"), formata da/rati- "fratelli" e
-i "i" (articolo determinativo masch.), non è interrompibile da materiale morfologico (fratii mei
"i miei fratelli"); diverso è il caso del corrispondente italiano i fratelli, sintagma nominale (v. §
4.2), che consente l'inserzione di altri elementi (es. i miei fratelli); 2) l'ordine dei morfemi che
compongono una parola, come ad esempio il tedesco Frauen "donne", non è alterabile, pena la
decomposizione della parola stessa (*Enfrau); 3) confrontiamo gli enunciati ille non currit, la-
tino, e he does not run, inglese, entrambi col significato di "egli non corre": di -it, nell'enun-
ciato latino, e does, in quello inglese, che veicolano lo stesso significato di "terza persona sin-
golare, presente indicativo", soltanto does può comparire in posizioni diverse (es. prima del
pronome in frase interrogativa: does he run? "egli corre?"); il latino -it non è una parola ma un
morfema flessionale (v. § 3.2.1); 4) parole come tu, bello o domani possono rappresentare au-
tonomamente un enunciato, ad es. in risposta a domande quali chi porta la torta?, com'è il tem-
po ? o quando parti?, rispettivamente; lo stesso non può dirsi per elementi quali anti-, pseudo,
-zion-, -es- ecc. (escludendo ovviamente enunciati metalinguistici, del tipo di -es- è un suffisso
che in italiano crea aggettivi etnici). Aggiungiamo che si può sempre avere una pausa, che non
sia agrammaticale, prima e/o dopo di parole come fra/ii, Frauen, does, currit, tu, bello, doma-
ni e simili; non è invece possibile, ad esempio, trafrati- e -i o tra curr- e -it.
Il confronto tra lingue mostra però una così ampia gamma di tipi diversi di parola (cfr. § 6.2.1)
da indurre a considerare in termini graduali e non categorici la nozione stessa di parola. Si po-
tranno così riconoscere alcune combinazioni di .m orfemi che rispettano tutti i criteri sopra men-
zionati, e che quindi rappresentano in modo più tipico il concetto di parola, e altre che invece ne
rispettano soltanto alcuni; queste potranno ancora definirsi parole ma in modo meno tipico, in
particolare tanto meno quanti meno criteri diagnostici saranno presenti. In questo senso, alcune
parole saranno da ritenersi 'più' parole di altre. Una parola come dormire sarà molto vicina al
concetto più tipico di parola, avendo un accento principale proprio ([dor'rni:re ], essendo enun-
ciabile in isolamento (es. che cosa vuoi/are? dormire), mobile (es. voglio dormire; è dormire
che voglio) e internamente stabile (*iredorm) . Così una parola di una lingua isolante (v. § 6.2.1,
per i tipi morfologici di lingue), come il vietnamita nhà "casa", che presenta la sola radice les-
Morfologia 91

sicale nuda, sarà tendenzialmente più 'parola' di una parola di una lingua polisintetica, che è
formata con più radici lessicali; per es. in nootka, lingua amerindiana polisintetica: inikwihlma
"(esso) brucia nella casa" (inik"'- "bruciare", -ihl- "nella casa", -ma "esso"), inik"'ihf?isma "(es-
so) brucia flebile nella casa" (inikw- "bruciare", -ihl- "nella casa", -1is- "flebile", -ma "esso").
Distante dal concetto più tipico di parola è anche un composto 'lungo' come per es. il tedesco
Feldarbeitsforschungsgruppe "gruppo di ricerca sul lavoro sul campo", formato con quattro ra-
dici lessicali (Feld "campo", Arbeit "lavoro", Forschung "ricerca" e Gruppe "gruppo"); che
può anche presentare un ordine diverso delle radici lessicali: Feldforschungsarbeitsgruppe
"gruppo di lavoro sulla ricerca sul campo". Casi analoghi si ritrovano in italiano nei composti
coordinativi (v. Box 3.3) con più di due costituenti, come bar-ristorante-pizzeria (anche bar-
pizzeria-ristorante). Si tratta tuttavia di casi eccezionali: i composti dell'italiano, oltre a non es-
sere generalmente interrompibili (es. pesce spada, ma *pesce quasi spada; camera oscura, ma
*camera molto oscura), presentano un ordine fisso degli elementi che li costituiscono (*spada
pesce; *oscura camera).
Sarà ancora meno 'parola' delle precedenti un'unità polilessematica come trovarsi alle prese :
oltre a essere interrompibile (es. mi trovo ancora una volta alle prese con lui), ha costituenti in-
terni fortemente mobili (es. alle prese con lui mi trovo). Saranno invece più 'parola' di trovarsi
alle prese altre unità polilessematiche, come buttare giù "deprimere", interrompibile (es. la te-
lefonata l'ha buttato proprio giù) ma internamente stabile, o come luna di miele e sacco ape-
lo, non interrompibili (es. *luna di dolce miele, ~sacco molto a pelo) e con costituenti non mo-
bili (*era di miele la luna, *è a pelo il sacco).
Sono distanti dal concetto più tipico di parola gli elementi clitici, come l'articolo gli o il prono-
me lo: se da un lato non sono interrompibili e presentano un ordine fisso dei morfemi, dall ' al-
tro non hanno accento proprio né mobilità di posizione (es. *cercavo amici gli, *cerco lo) - o
hanno mobilità fortemente limitata (devo cercarlo, lo devo cercare)- e da soli non possono co-
stituire un enunciato (chi cercavi? *gli I *lo).
Il concetto di 'parola' come minima associazione di significante e significato autonoma, usabi-
le in isolamento, presenta dunque un carattere nettamente prototipico (cfr. § 5.5). Nel prototipo
'parola' saranno compresi, oltre ai tratti coincidenti con i criteri di definizione e riconoscimen-
to sopra presentati, anche proprietà come l' avere un significato lessicale, referenziale (cfr. § 5.1:
le parole piene sono 'più parole' delle parole vuote), o - per lingue come l'italiano - il fatto di
essere soggette alla flessione (una parola delle classi suscettibili di recare morfologia flessiona-
le, e in particolare delle categorie lessicali maggiori, verbo, nome, aggettivo, è 'più parola' di
una parola invariabile).

Se proviamo a scomporre parole, che ovviamente appartengono al-


la prima articolazione della lingua, in pezzi più piccoli di prima artico-
lazione, cioè tali che vi sia ancora associato un significato proprio iso- Le unità
labile, troviamo allora dei morfemi. Prendiamo per esempio dentale. costitutive
della parola:
Possiamo scomporre l'aggettivo dentale in tre pezzi di tal natura, tre i morfemi
morfemi: dent-, col significato "organo della masticazione", -al-, col si-
gnificato "(aggettivo) relativo a", -e, col significato "singolare (uno so-
lo)". La parola dentale è dunque formata da (e analizzabile in) tre mor-
femi. Ciascuno dei tre morfemi è suscettibile di entrare come compo-
92 La linguistica

nente di altre parole, in cui si ripresenta portando naturalmente lo stes-


so significato: ritroviamo dent-, per es., in dente, dentario, dentatura,
dentista, dentiera, dentifricio, addentare, sdentato, ecc.; -al-, che è un
morfema che serve a ricavare aggettivi partendo da nomi, e ricompare
per esempio in stradale, mortale,fatale, globale, intenzionale, ecc.; -e,
che è un morfema che in italiano esprime il numero, ed eventualmente
il genere dei sostantivi e degli aggettivi (si veda oltre), e si ritrova in
gentile, abile,feroce, verde, mente, pelle, studente, e via elencando. Oc-
corre badare che la semplice presenza di parti di significante identiche
nelle parole non vuol dire che si tratti di un( o stesso) morfema. In stu-
dente, per es., non c'è affatto un morfema -dent-: la parola si scompone
in stud-ent-e; così come in spalare non c'è affatto un morfema -al-: la
parola si scompone in s-pal-are. Il morfema in causa deve ricomparire
come isolabile con lo stesso significato, con lo stesso apporto al signi-
ficato globale della parola che lo contiene; e nei due esempi citati non è
possibile attribuire né a -dent- né a -al- alcun significato o valore.
La Un procedimento pratico per scomporre una parola in morfemi è il
scomposizione seguente. Data la parola (nel nostro caso, dentale), la si confronta via
di una parola
in morfemi via con parole simili, dalla forma molto vicina, che contengano presu-
mi~ilmente uno per uno i morfemi che vogliamo individuare. Conviene
cominciare dunque con la forma più vicina che ci sia, dentali: il con-
fronto ci permette di identificare, per sottrazione della parte uguale, il
morfema -e col valore di "singolare" (e allo stesso tempo il morfema -i
col valore di "plurale"); confrontando poi dentale con per esempio stra-
dale abbiamo che -al- e dent- sono presumibilmente due altri morfemi;
la nostra analisi viene confermata confrontando dentale con dente. Ta-
le procedimento viene tecnicamente chiamato, come abbiamo visto,
prova di commutazione (cfr. § 2.2.1).
Definizione Morfema è dunque l'unità minima di prima articolazione, il più
di morfema piccolo pezzo di significante di una lingua portatore di un significato
proprio, di un valore e una funzione precisi e individuabili, e riusabile
come tale. Possiamo anche dire che il morfema è la minima associazio-
ne di un significante e un significato. Il significato di una parola, in li-
nea di principio, è dato dalla somma e combinazione dei significati dei
Morfema singoli morfemi che la compongono. Un termine sinonimo di morfema
emonema a volte usato nella linguistica europea è 'monema'. Gli autori che usa-
no 'monema' come termine generale per le unità minime di prima arti-
colazione distinguono di solito due grandi classi di monemi, che chia-
mano 'semantemi' quando sono elementi lessicali, e 'morfemi' quando
sono elementi grammaticali. Questo uso ingenera equivoci, in quanto
possiamo trovare 'morfema' o come termine generale per le unità mini-
me di prima articolazione, così come lo usiamo nella nostra trattazione,
o come termine designante una sottoclasse delle unità di prima artico-
Morfologia 93

}azione. Un altro sinonimo di 'morfema' a volte usato, e molto generi-


co, è 'formativo'.
Analoga, ma non del tutto equivalente, dato che qui interviene anche
il significato, alla distinzione che in fonologia si fa tra fonema, fono e
allofono, c'è in morfologia la distinzione fra morfema, morfo e allomor-
fo. Si noti che, dal punto di vista della terminologia, con il suffisso (cfr.
§ 3.2.2) -ema in linguistica si designano le unità minime fondamentali di
un dato livello di analisi viste come unità astratte, di langue (cfr. § 1.4.2),
mentre con il suffisso -o si designano le corrispondenti unità concrete, di
parole:fonema, morfema, ecc. vs.fono, morfo, eccetera.
Il morfema è l'unità pertinente a livello di sistema; il morfo è un Definizione
morfema inteso come forma, dal punto di vista del significante, prima e dimorfo
indipendentemente dalla sua analisi funzionale e strutturale. A rigore,
potremmo (e forse dovremmo) dire per esempio non "il morfema del
singolare è -e", ma piuttosto "il morfema del singolare è realizzato dal
morfo -e". Si badi in ogni caso che lavorando sui morfemi significante
e significato vanno sempre considerati assieme, inscindibilmente.
L'allomorfo è la variante formale di un morfema, che realizza lo Definizione
stesso significato di un altro morfo equifunzionale con cui è in distribu- di allomorfo
zione complementare; o, in parole più semplici, è ciascuna delle forme
diverse in cui si può presentare uno stesso morfema, che sia suscettibile
di comparire sotto forme parzialmente diverse. Il criterio in base a cui
possiamo dire che si tratti dello stesso morfema (e quindi stabilirne gli
allomorfi) è che l'elemento individuato abbia sempre lo stesso signifi-
cato e si trovi nella medesima posizione nella struttura della parola.
Il morfema lessicale col significato "spostarsi avvicinandosi verso Esempi
un luogo determinato" (il luogo in cui si trova l'ascoltatore, se il verbo di allomorfia
è usato alla prima persona; il luogo in cui si trova il parlante, negli altri
casi: si tratta di un significato tipicamente deittico: si veda § 4.5.2),
quello cioè che troviamo nel verbo venire, appare in italiano nelle cin-
que forme ven- (in venire, in venuto, in veniamo, in veniva, in venimmo,
ecc.), venn- (in venni, vennero, ecc.), veng- (in vengo, vengano, ecc.),
vien- (in vieni, viene), ver- (in verrò, verrebbe, ecc.): ciascuna di esse è
un allomorfo dello stesso morfema, che (parallelamente a quanto si fa
con gli allofoni: si veda § 2.2.1) possiamo designare con la forma più
frequente e normale (per i verbi, di solito, la forma dell ' infinito), e cioè
ven-. Diremo allora che il morfema ven- (di venire) ha quattro allomor-
fi diversi. Altri esempi: -abil-, -ibil-, -ubil- sono allomorfi di uno stesso
morfema, col valore funzionale di formare aggettivi con un significato
di potenzialità (mangiabile, leggibile, solubile, ecc.); in inglese, [-s] (di,
per esempio, cats "gatti"), [-z] (di, per esempio, dogs "cani") e [-iz] (di,
per esempio, horses "cavalli") sono allomorfi del morfema del plurale
(prescindendo da altri casi più particolari, come quelli di oxen "buoi",
94 La linguistica

children "bambini",feet "piedi" - cfr. § 3.2. -, ecc.). L'allomorfia, co-


me si vede, può riguardare sia i morfemi lessicali (v. § 3.2), come sopra
nel caso di ven-, sia i morfemi grammaticali, come sopra nei casi di -
abil- e delle varianti del suffisso del plurale in inglese.
Le cause Le cause dei fenomeni di allomorfia sono solitamente da cercare
dei fenomeni nella diacronia(§ 1.4.1), vale a dire da riportare a trasformazioni avve-
di allomorfia
nute nella forma delle parole e dei morfemi, spesso per ragioni foneti-
che, lungo l'asse del tempo: gran parte dei fenomeni di allomorfia, di
cui l'italiano è una lingua molto ricca, è dovuta ai mutamenti fonetici
(cfr. § 7 .1.2) e alle diverse trafile con le quali le parole si sono trasmes-
se dall'origine latina (o altra) all'italiano.
Perché si possa parlare di allomorfia occorre comunque che ci sia
sempre una certa affinità fonetica tra i diversi morfi che realizzano lo
stesso morfema. Tale vicinanza fonica è normalmente dovuta alla stessa
origine, da un punto di vista diacronico (come nel caso sopra esemplifi-
cato del morfema lessicale ven-); o anche, in sincronia, a modificazioni
fonetiche derivanti dall'incontro di determinati foni, o più tecnicamente
da 'fenomeni fonosintattici'. In- in inutile e il- in illecito sono allomorfi
dello stesso morfema, il prefisso (v. oltre, § 3.2.2) con valore di nega-
zione in-: davanti a una vocale la [n] finale del prefisso rimane invaria-
ta, mentre davanti a consonanti laterali, vibranti e nasali la [n] si assimi-
la (cfr. § 7.1.2) alla consonante iniziale della parola a cui il prefisso si
applica; in- più lecito dà illecito, e non inlecito (e così irregolare, immo-
bile, impuro, ecc.: tutti con forme allomorfiche dello stesso prefisso).
Il fenomeno del Si dànno anche, sia pure raramente, casi in cui un morfema lessica-
suppletivismo le in certe parole derivate viene sostituito da un morfema (e quindi rap-
presentato da un morfo) dalla forma totalmente diversa (e spesso di dif-
ferente origine etimologica) ma ovviamente con lo stesso significato:
per es., nel nome acqua e nell'aggettivo idrico troviamo che il morfema
lessicale per "acqua" si manifesta in due forme completamente diverse,
acqu- e idr-, l'una proveniente dal latino e l'altra dal greco (hydor "ac-
qua"). Così, cavallo e equino,fegato e epatico ecc.; casi di questo ge-
nere si hanno anche nei paradigmi verbali: il verbo andare (and-are) al
presente indicativo presenta forme come vado, vai (vad-o, va-i), di di-
versa provenienza. A tale fenomeno si dà il nome di 'suppletivismo'.
Nella stessa categoria di suppletivismo si fanno rientrare anche i casi in
cui l'origine della base lessicale è in diacronia la stessa, ma per stratifi-
cazione storica si hanno due morfi diversi, l'uno che mantiene intatta
la forma originaria e l'altro che ha subito le modificazioni della norma-
le trafila di sviluppo fonetico: il nome di una città del Piemonte per es.
è Ivrea, ma il nome dei suoi abitanti è eporediesi, entrambi dal latino
Eporedia (stesso caso, per es., in avorio e eburneo, entrambi dal lat.
ebiir "avorio").
Morfologia 95

3.2 Tipi di morfemi

I morfemi e la loro combinazione in parole presentano una fenomeno-


logia molto vasta e complicata, che esige di essere trattata ponendo al-
cune distinzioni essenziali. Esistono due punti di vista principali per in-
dividuare differenti tipi di morfemi: la prima e fondamentale è una clas- Classificazione
sificazione funzionale, in base alla funzione svolta, al tipo di valore funzionale
e classificazione
che i morfemi recano nel contribuire al significato delle parole; la se- posizionale
conda è una classificazione posizionale, basata sulla posizione che i dei morfemi
morfemi assumono all'interno della parola e sul modo in cui essi con-
tribuiscono alla sua struttura.

3.2.1 Tipi funzionali di morfemi


Dal primo punto di vista, in dentale abbiamo che dent- è un morfema
che reca significato referenziale, concettuale, denotativo (si veda§ 5.1),
fa cioè riferimento alla realtà esterna rappresentata nella lingua: è un
'morfema lessicale' (anche: ' radice', 'base', volendo 'tema'; ingl.
stem). Invece -al- e -e recano un significato o valore interno al sistema
e alla struttura della lingua, previsto dalla grammatica (hanno dunque
significato funzionale/grammaticale): -al- serve a formare (costruire)
parole derivandole da altre parole già esistenti, attaccandosi cioè a un
morfema lessicale o base di cui modifica il significato: è un 'morfema
derivazionale' ; infine, -e serve ad attualizzare una delle varie forme in
cui una parola può comparire, recando il significato previsto obbligato-
riamente dal sistema grammaticale di una lingua (ha cioè il valore di
marcare flessionalmente la parola, indicando che si tratta di una forma
al singolare, ma non modifica il significato della base): è un 'morfema
flessionale'.
Nella classificazione funzionale, dunque, la prima distinzione da La classificazione
fare è tra morfemi 'lessicali' e morfemi 'grammaticali'; i morfemi funzionale
grammaticali a loro volta si suddividono in morfemi 'derivazionali' (o
'derivativi') e morfemi 'flessionali' (o 'flessivi').
Morfemi Fig. 3.1
<< <<<<
M. LESSICALI: M. GRAMMATICALI
formano una classe
aperta

M. DERIVAZIONALI: M. FLESSIONALI:
formano una classe chiusa formano una classe chiusa
derivano parole da altre danno luogo alle diverse
parole forme di una parola
96 La linguistica

Morfemi I morfemi lessicali stanno nel lessico, nel vocabolario, di una lin-
lessicali
e morfemi
gua (cfr. 5.2), e costituiscono una classe aperta, continuamente arric-
grammaticali chibile di nuovi elementi in maniera non predicibile; mentre i morfemi
grammaticali stanno nella grammatica e costituiscono una classe chiu-
sa, non suscettibile di accogliere nuove entità (a meno di fenomeni di
mutamento linguistico piuttosto drastici che giungano a toccare l'in-
ventario morfologico), i cui elementi in un dato momento sono tutti
predicibili e si possono enumerare ad uno ad uno. La differenza tra i va-
lori dei morfemi lessicali e dei morfemi grammaticali si vede bene, per
es., se badiamo che, pur ignorando il significato di un morfema lessica-
le, sappiamo sempre qual è il contributo di significato che portano i
morfemi grammaticali ad esso aggiunti. Poniamo per esempio che esi-
sta la parola *breco, parola inesistente in italiano e di cui quindi ovvia-
mente non sappiamo il significato: ma in ogni caso sappiamo che *bre-
chi ne sarebbe il plurale (se è un nome o un aggettivo), che *brechizza-
re vorrebbe dire "rendere breco", che *brecoso vorrebbe dire "dotato di
breco", che *brechità vorrebbe dire "la proprietà di essere breco", ec-
cetera.
Le parole Non sempre tuttavia la distinzione fra morfemi lessicali e morfemi
funzionali grammaticali è del tutto chiara e applicabile senza problemi: in italiano
è questo il caso di molte 'parole funzionali' (o parole vuote), come gli
articoli, i pronomi personali, le preposizioni, le congiunzioni, che for-
mano classi grammaticali chiuse ma che difficilmente si possono defi-
nire morfemi grammaticali a pieno titolo; alcuni degli elementi di que-
ste classi di parole anzi sono scomponibili in morfemi, come per es.
l'articolo: lo (l-o, per commutazione con la, le), uno (un-o, per commu-
tazione con una). Una distinzione che si fa di solito e che può essere
Morfemi liberi utile in questo contesto è quella fra morfemi 'liberi'(= morfemi lessi-
e morfemi legati cali) e morfemi 'legati '(= morfemi grammaticali): i secondi non pos-
sono mai comparire in isolamento, ma solo, appunto, in combinazione,
legati, con altri morfemi. Tale distinzione peraltro, valida per lingue co-
me l'inglese (dove i morfemi lessicali spesso costituiscono da soli una
parola: cat, boy, good, run), mal si adatta in generale alla struttura mor-
fologica dell'italiano, in cui anche i morfemi lessicali, le radici, sono
per lo più morfemi legati: gatt-o, buon-o, corr-ere. Gli affissi (v. oltre,
§ 3.2.2) sono invece sempre, per definizione, morfemi legati. Adottan-
do tale distinzione, possiamo trovare una casella per i tipi di elementi
come le parole funzionali designandoli come 'morfemi semiliberi'.
La derivazione La derivazione, che dà luogo a parole regolandone i processi di
e la flessione formazione (si veda§ 3.3), e la flessione, che dà luogo a forme di una
parola regolandone il modo in cui si attualizzano nelle frasi (si veda §
3.4), costituiscono dunque i due grandi ambiti della morfologia. Si ten-
ga presente che, a partire da determinate radici o basi lessicali (eviden-
Morfologia 97

temente contenute nel lessico di una lingua: cfr. § 5.2), la derivazione


agisce prima della flessione: prima costruiamo parole, a cui poi appli-
chiamo le dovute flessioni. Questa priorità della derivazione, unita alla
caratteristica di 'non interrompibilità' delle parole (cfr. § 3.1), ha come
conseguenza che di solito i morfemi flessionali stanno più lontano dal-
la radice lessicale rispetto ai morfemi derivazionali, che invece tendono
a disporsi immediatamente contigui alla radice: cfr. can-e, con l' ordine
radice lessicale-morfema flessionale, e can-il-e, con l'ordine radice les-
sicale-morfema derivazionale-morfema flessionale. Inoltre, mentre la
derivazione non è obbligatoria (non tutti i morfemi lessicali suscettibi-
li di combinarsi con un certo morfema derivazionale si combinano in
effetti con esso; ogni modulo di derivazione presenta di solito delle la-
cune di applicazione: da punire si ha punizione, ma da stupire non si ha
*stupizione), la flessione è obbligatoria, cioè si applica invariabilmente
a qualunque base lessicale ad essa soggetta. In lingue come l'italiano, la
forma di parola corrispondente alla radice lessicale nuda (per es. can-)
non esiste, esistono sempre le forme di parola generate dalla flessione
(can-e, can-i); in lingue come l'inglese, non essendovi per es. nei so-
stantivi un morfema di singolare ma solo uno di plurale, al singolare
dog costituito dalla radice nuda si oppone il plurale dog-s con la marca
obbligatoria per questo valore della categoria.

3.2.2 Tipi posizionali di morfemi


Dal punto di vista della posizione, i morfemi grammaticali si suddivi- La classificazione
dono in classi diverse a seconda della collocazione che assumono ri- posizionale
spetto al morfema lessicale o radice, che costituisce la 'testa' della pa-
rola e fa da perno nella sua costruzione. Una parola 'piena' (cfr. § 5.1)
non è tale se non contiene un morfema lessicale; e un morfema lessica-
le da solo può costituire una parola piena autonoma. Le parole funzio-
nali, che sono spesso costituite da un solo morfema, sono invece 'paro-
le vuote', prive di significato lessicale. Quando siano considerati dal Che cosa sono
punto di vista posizionale, i morfemi grammaticali possono essere glo- gli affissi
balmente chiamati 'affissi': un affisso è ogni morfema che si combini
con una radice.
Esistono diversi tipi di affissi. Gli affissi che, nella struttura della I prefissi
parola, stanno prima della radice si chiamano 'prefissi'; quelli che stan- e i suffissi
no dopo la radice si chiamano 'suffissi '. In inutile, in- è un prefisso (dal
significato negativo, "non"); in cambiamento, -ament- e -o sono suffis-
si, l'uno con valore derivazionale, l'altro con valore flessionale. I suf- Le desinenze
fissi con valore flessionale, che in lingue come l'italiano stanno sem-
pre nell'ultima posizione- o nelle ultime, se sono più di uno, come può
succedere nelle forme verbali - della parola, dopo la radice e gli even-
tuali suffissi derivazionali, si chiamano 'desinenze': -o è quindi più
98 La linguistica

propriamente una desinenza. I prefissi in italiano sono solamente deri-


vazionali.
La distinzione fra prefissi e suffissi è quella fondamentale. Vi sono
però, nelle lingue del mondo, altri tipi di affissi, di definizione più com-
Infissi plessa. Abbiamo infatti degli 'infissi', che sono quegli affissi che sono
inseriti dentro la radice. In italiano non esistono veri e propri procedi-
menti di infissazione, anche se alcuni autori trattano come tali (esten-
dendo la nozione a coprire l'inserzione di elementi anche al di fuori del-
la radice lessicale) casi come quello di -ic- in cuoricino, campicello,
ecc. (che altri autori, trattandosi di un elemento che compare solo fra la
radice lessicale e un suffisso diminutivo, definiscono invece come 'in-
terfisso antesuffissale'). Può essere considerata un infisso la consonan-
te nasale che in verbi del latino e del greco contrassegna il tema del pre-
sente (e dell'imperfetto) rispetto a quello degli altri tempi: lat. rumpo,
rumpere "rompere", ma al perfetto rupi, al participio passato ruptum,
con radice lessicale rup-; lat. vinco, vincere "vincere", ma al perfetto
vici, al participio passato victum, con radice lessicale vie-; greco tam-
bano "prendo", aoristo élabon "presi", con radice lessicale lab-. Inta-
galog, lingua delle Filippine (cfr. § 6.1) con una morfologia verbale
molto complessa, esiste per esempio un morlema -in- che, assieme ad
altri, funziona grosso modo da marca perfettiva del verbo e si infigge
dentro la radice, fra la prima consonante e la prima vocale di questa: da
samahan "accompagnare" abbiamo per esempio sinamahan "ha ac-
compagnato" (s-in-amahan: l'infissazione, interrompendo la continui-
tà della radice, crea quindi morfemi discontinui).
Circonfissi Un altro tipo di morlemi discontinui sono i 'circonfissi', affissi che
sono formati da due parti, una che sta prima della radice e l'altra che
sta dopo la radice, e che quindi contengono al loro interno la radice: un
esempio è l'affisso del participio passato in tedesco ge-t, come in ge-
sagt "detto", da sagen "dire".
Potremmo introdurre a questo punto alcune convenzioni di rappre-
sentazione dell' analisi in morfemi. A un livello di maggior precisione,
La trascrizione può essere fatta una 'trascrizione morfematica', in cui la forma dei
morfematica morlemi si può scrivere tra graffe ( { }), indicando nella riga sottostan-
te, con opportune sigle e abbreviazioni in maiuscoletto (glosse) nel ca-
so dei morlemi grammaticali, il loro significato e valore. Dentale, e ge-
sagt, possono allora essere rappresentati così:

{denti-
"dente"
-{al}-
AGG
-{e}
SG
{ge- l

L
-{sag }-
"dire" J{-t}

PARTPASS
Morfologia 99

In alcune lingue esistono poi degli affissi che si incastrano alterna-


tivamente dentro la radice, dando quindi luogo a discontinuità sia del-
l' affisso che della radice. Si tratta dei 'transfissi' (detti anche 'confissi' Transfissi
- termine che altri autori usano invece per indicare la classe di formati-
vi lessicali non autonomi comprendenti prefissoidi e suffissoidi, cfr. §
3.3 -; o, meno bene, ' interfissi'), su cui è basata per esempio la morfo-
logia dell'arabo. Le parole in arabo si formano infatti generalmente a
partire da una radice di solito triconsonantica discontinua e da un mor-
fema grammaticale costituito da uno schema vocalico discontinuo (con
un suo schema accentuale) intercalato tra le consonanti della radice. In-
tercalando per esempio nella radice k-t-b "scrivere/scrittura" gli schemi
vocalici -i-a:- "nome di oggetto/singolare", o -u-u- "nome di ogget-
to/plurale", o -a:-i- "nome di agente", o -a-a-a "3" singolare maschile
del perfettivo", ecc., abbiamo rispettivamente: [ki'ta:b] "libro",
['kutub] "libri", ['ka:tib] "scrittore", ['kataba] "(lui) scrisse", eccete-
ra. Si noti che la 3a pers. sing. masch. del perfettivo (cfr. § 3.4) è in ara-
bo anche la forma di citazione dei verbi (quella cioè che troviamo sul
vocabolario), come in italiano, francese, tedesco l'infinito o in latino e
greco la prima persona singolare del presente indicativo.

3.2.3 Altri tipi di morfemi


La fenomenologia delle realizzazioni morfematiche è molto varia e può Morfemi
mostrarsi ancora ben più complessa. Esistono per esempio anche morfe- sostitutivi
mi i cui morfi non sono isolabili segmentalmente. Di questo genere so-
no i morfemi detti 'sostitutivi', perché si manifestano con la sostituzio-
ne di un fono ad un altro fono. Tali morfemi (a volte sono anche chiamati
' modulari', in quanto appunto consistenti in una specie di modulazione
fonica) consistono infatti in mutamenti fonici della radice e quindi sono
praticamente da essa inseparabili: è per esempio il caso di plurali come
ingl.foot "piede"/feet "piedi", goose "oca"/geese "oche", dove il valore
PL è reso dalla modificazione della vocale della radice (altri autori tratta-
no, poco convincentemente, questo come un caso di infissazione); o co-
me singolare [gat] "gatto"/plurale [get] in varietà del dialetto piemonte-
se (per esempio, nelle parlate biellesi). Vi sono morfemi discontinui co-
stituiti da una parte 'sostitutiva' e da una parte suffissale, come per
esempio in ted. Buch "libro", plurale Bucher "libri", Land "paese", plu-
rale Lander "paesi", dove il valore PL è recato contemporaneamente dal-
la desinenza-ere dalla modificazione (centralizzazione o avanzamen-
to/abbassamento) della vocale della radice ([u] > [y]).
Si parla in certi casi anche di 'morfema zero' -più correttamente, Il morfema zero
'morfo zero'-, laddove una distinzione obbligatoriamente marcata nel-
la grammatica di una certa lingua viene eccezionalmente a non essere
rappresentata in alcun modo nel significante: un esempio classico è
100 La linguistica

quello dei plurali invariabili in lingue che abbiano normalmente la mar-


catura del numero, come ingl. sheep SG/sheep PL("pecora/pecore"). Per
omogeneità del sistema si usa introdurre qui un morfo O (zero), che rea-
lizzerebbe il plurale di sostantivi invariabili, in cui il valore PL non è
marcato da alcunché nella forma fonica e viene segnalato appunto dal-
1' assenza di morfi. Un morfo o morfema O si ha in nomi della terza de-
clinazione in latino (come per es. exul, genitivo exulis, "esule"), in cui
ogni caso (cfr. § 3.4) ha una sua desinenza (al singolare maschile: GEN
-is, DAT -i, Ace -em, ecc.), ma il nominativo non è marcato da una desi-
nenza, coincide con il ' tema nudo': la marca del NOM (SG, perché NOM
PL è marcato: exules) va quindi analizzata come O.
L'ital. città SG/città PL è un caso un po' diverso, poiché in italiano il
plurale non è aggiuntivo, cioè non è dato da un morfo che si aggiunga
alla forma del singolare, ma è dato dall 'alternanza delle desinenze: i no-
minali in italiano in pratica non si presentano mai - tranne, appunto,
l'eccezione di sostantivi invariabili - in forma non marcata per il nu-
mero, e quindi non è del tutto corretto parlare di una realizzazione con
marca flessionale O per il plurale, dato che è O, in questo caso, pure il
singolare; si può, quindi, eventualmente parlare qui di morfema Oper la
categoria generale del numero.
I morfemi Esistono anche morfemi soprasegmentali (chiamati 'superfissi' o
soprasegmentali 'sopraffissi '), in cui un determinato valore morfologico si manifesta at-
traverso un tratto soprasegmentale come l(a posizione dell)'accento
(cfr. § 2.3.1) o il tono (cfr. § 2.3.2): è stata per es. interpretata in questo
modo la diversa distribuzione dell'accento in coppie di parole inglesi,
l'una sostantivo e l'altra verbo, come in record ('rck::,:d] "registrazio-
ne" vs. record [n'b:d] "registrare".
Processi Nella nostra rapida rassegna di tipi di morfemi ci fermiamo qui, non
morfologici non senza aver ricordato che l'analisi in morfemi (più o meno bene) seg-
riducibili
a morfemi mentabili non esaurisce la gamma dei modi in cui si manifesta la mor-
segmentali: la fologia delle lingue. Certi valori morfologici in certe lingue vengono
reduplicazione
affidati a processi, non riducibili a specifici morfemi segmentali: per
esempio la 'reduplicazione', che consiste nella ripetizione della radice
lessicale (o di una sua parte). Si riprenda l'esempio riportato nel§ 1.3.2
di indonesiano anak "bambino"/anak-anak "bambini": la reduplicazio-
ne è appunto uno dei modi in cui in indonesiano si forma il plurale. In
samoano (cfr. § 6.1 ), l'opposizione fra SG e PL nei verbi si attua attra-
verso la reduplicazione della sillaba accentata: moe "dorme", momoe
"dormono".
I morfemi Un 'altra nozione ancora è importante. Spesso morfemi grammati-
cumulativi cali recano contemporaneamente più di un significato o valore: così,
per esempio, nella forma di parola italiana buone {e) vale insieme
"femminile" e "plurale"; in latino pulchras puellas "(le) belle ragazze",
Morfologia 101

all'accusativo, {as} vale "prima declinazione", "accusativo" e "plura-


le", e nell'aggettivo anche "femminile". Si noti a margine che il valore
di indicare una classe flessionale (qui, prima declinazione) ha uno sta-
tuto un po' problematico nello stabilire la natura di un morfema, in
quanto non veicola propriamente un significato referenziale o gramma-
ticale, ma piuttosto indica una classe - o paradigma - formale di appar-
tenenza di una parola; il problema è analogo a quello delle cosiddette
vocali tematiche (si veda sotto, § 3.3). Si parla in tal caso di morfemi
'cumulativi' (anche, ma a volte con un valore lievemente diverso,
'morfemi portmanteau', specie nella linguistica americana). Trascri-
zione morfematica esemplificativa:

{pulchr }- -{ as} {puell }- -{ as l


"bell(o)" ACC "ragazz(a)" ACC
FEMM PL
PL (l " DECL)

Esemplifichiamo su queste stesse forme una variante di trascrizione


morfematica spesso utilizzata, anche questa su due righe:

pulchr - as puell as
"bello" - ACC.FEMM.PL "ragazza" - ACC.PL.( 1a DECL)

Un caso particolare, e un po' più complesso, di morfema cumulati- Un particolare


vo può essere ritenuto il cosiddetto amalgama (o morfema amalgama- caso di morfema
cumulativo:
to), dato dalla fusione di due morfemi in maniera tale che nel morfema l'amalgama
risultante non è più possibile distinguere i due morfemi all'origine del-
la fusione. Caso tipico è per esempio la preposizione articolata france-
se au "al" (foneticamente, [o]), da à "a" più le "il", in cui i due elemen-
ti costitutivi non sono più separabili e diventano invisibili, e che reca
tutt'insieme il significato multiplo della preposizione e dell'articolo de-
terminativo maschile singolare. Un esempio di amalgama in italiano
può essere i, articolo determinativo plurale in cui si trovano fusi il mor-
fo dell'articolo determinativo l- e quello del plurale -i. Gli amalgami
sono per definizione morfemi cumulativi, giacché si trovano uniti su un
solo morfema (o, meglio, morfo) i significati dei due morfemi da cui ri-
sulta l'amalgama (per un riepilogo dei tipi di affissi, v. Scheda 3.1).
102 La linguistica

Scheda 3.1 - Tipi di affissi: un riepilogo

MORFEMI ISOLABILI SEGMENTALMENTE

Continuità della radice e dell'affisso:

es. italiano disaccoppiare


{dis} {ac} {coppi} {are}
"reversione" "acquisizione "due unità" INF
di uno stato" (l" CONIUG)

lett. "ristabilire le condizioni precedenti l'acquisizione dello stato di coppia" (per i significati di al-
cuni prefissi e suffissi dell'italiano v. Box 3.3)

es. italiano impermeabilizzazione


{im} {perme} {abil} {izz} {azion} {e}
"contrarietà" - "attraversare" - "che può - "fare - "atto di" - MASCH
essere" diventare" SG

lett. "atto (procedimento) con cui si fa diventare in grado di non poter essere attraversato (da fluidi)"

Discontinuità della radice:

Influi
es. tagalog humanap na ng bahay ang mga batal "i bambini cercarono casa"
{h} - {um}- {anap} {na} {ng} {bahay} {ang} {mga} {bata?}

L ATINO _J "già" GEN "casa" DEF PL "bambino"


"cercare"

(l'infisso um agisce sostanzialmente da marca di diatesi attiva, segnala cioè che il soggetto del-
l'evento ha ruolo semantico di agente; per la diatesi v. § 3.4, per i ruoli semantici v. § 4.3.3)

Discontinuità dell'affisso:

Clrconflssl
es. tedesco /eh habe gemacht "io ho fatto"
{Ich} {hab} {e} {ge} {mach} {t}
PRO 1• SG "avere" l"SG "fare"
~---PART PASS - - ~
Morfologia 103

es. maltese qatel "(egli) uccise"


"uccidere"
I
{q} {a} {t} {e} {I I

PERF
3a SG
MASCH
(coniugazione di qatel "(egli) uccise": qtilt "(io) uccisi", qtilt "(tu) uccidesti", qatel "(egli) uccise", qa-
tlet "(ella) uccise", qtilna "(noi) uccidemmo", qtiltu "(voi) uccideste", qatlu "(essi) uccisero"; in mal-
tese, come in arabo, la forma di citazione dei verbi è la 3" persona singolare del maschile perfettivo)

MORFEMI NON ISOLABILI SEGMENTALMENTE

es. tedesco Mutter "madre", Miitter "madri"


PL
I
{Miitter}
"madre"
Morfemi con una parte sostitutiva e una parte affissale:
es. tedesco Mann "uomo", Miinner "uomini"
IPLI
{Miinn} {er}
"uomo"
es. tedesco singen "cantare", gesungen "cantato"
~---PART PASS - - - ~
I
{ge} {sung} {en}
"cantare"

Morfemi zero
es. ceco mui-0 "uomo" (nominativo singolare)
SINGOLARE PLURALE
nominativo mui-fi nominativo mui-i
vocativo mui-i
accusativo mui-e accusativo mui-e
genitivo mui-e genitivo mui-u
dativo mui-i, -ovi dativo mui-um
strumentale mui-em strumentale mui-i
locativo mui-i, -ovi locativo mui-ich

Ptrorfem so~~mif
es. shilluk (lingua nilotica del Sudan meridionale) wat "casa", wàt "case"
wat tono alto costante wat tono discendente
"casa" SG "casa" PL
104 La linguistica

PROCESSI MORFOLOGICI

es. samoano (lingua austronesiana) : il plurale si costruisce raddoppiando la sillaba accentata della
forma del singolare (la sillaba copiata è anteposta a quella originale)
moe "dorme", momoe "dormono"
alofa "ama", alolofa "amano"
savali "cammina", savavali "camminano"

CUMULO DI VALORI MORFOLOGICI

Morfemi cumulitlvl
es. russo bédnym mal'éikam "a(i) poveri ragazzi"
{bédn} {ym} {mal'cik} - {am}
"povero" - DAT "ragazzo" - DAT
MASCH MASCH
PL PL

es. turco colloquiale sen gelmicen "tu non verrai"


{seni {gel} {mi} {cen}
PRO 2a so "venire" - NEO FUT
2• SO
(non è più possibile distinguere i due elementi costitutivi del morfema -cen, ancora riconoscibili nel
turco standard: -yecek- "FUT" e -sin "2" so")

3.3 Derivazione e formazione delle parole

I morfemi I morfemi derivazionali - come abbiamo visto - mutano il significato


derivazionali della base cui si applicano, aggiungendo nuova informazione rilevante,
integrandolo, modificando la classe di appartenenza della parola e la
sua funzione semantica, o sfumandone il senso: nella parola derivata
(da dormire) dormitorio, per es., viene aggiunto al significato della ra-
dice lessicale di dormire il significato di "luogo in cui si 'fa'" la cosa
designata dalla radice lessicale; in dormicchiare viene aggiunta al si-
gnificato della stessa radice lessicale la sfumatura di 'fare la cosa' "in
maniera parziale e discontinua"; ecc.
Le famiglie I morfemi derivazionali svolgono una funzione assai importante, quel-
di parole la di permettere, attraverso processi soprattutto di prefissazione e suffissa-
zione (ma anche di altro genere), la formazione di un numero teoricamen-
te infinito di parole a partire da una certa base lessicale. In ogni lingua esi-
ste una lista finita di moduli di derivazione che danno luogo a famiglie di
parole. Una famiglia di parole (o famiglia lessicale) è formata da tutte le
parole derivate da una stessa radice lessicale. Un esempio: parole costrui-
te a partire dalla base socio. Ne riportiamo alcune nello schema seguente.
Morfologia 105

consociazione ---i socievole - socievolezza


consociare
dissociare I _ società - societario
consocio tsocialismo - nazionalsocialismo
socialista - socialistico
riassociare socialità
I
asrciare - ~ - - - socio--~- socil''j "''t:~aHu::o::=bmtà
associazione associativo
asociale socialmente
sociologia----sociologico
sociolinguistica J Lsociologo--- sociologizzare

Esaminiamo più da vicino alcune delle parole di questa famiglia.


Socializzabilità conta per esempio cinque morfemi (soci-al-izz-abil-ità;
più un eventuale morfema O- cfr. quanto detto sopra in proposito), ana-
lizzabili come segue:
{soci } - {al } - {izz} - {abil } - {ità} - ( {O})
"socio, - AGG . - VB. - AGG. - SOST. - (NUM.)
compagno" REL. POT. ASTR.
I I
I L,J
m. lessicale m. derivazionali m. flessionale
(radice) (suffissi) (zero)
Un cumulo di suffissi come quello esemplificato è piuttosto fre-
quente in italiano. La trafila derivazionale che porta alla parola sopra
analizzata è la seguente: socio - sociale - socializzare - socializza-
bile - socializzabilità. Esaminiamo ora più approfonditamente il mor-
fema {abil}, che serve a ricavare aggettivi con valore di potenzialità da
una base verbale: (socializzabile vale "che può essere socializzato").
Nella grande maggioranza delle forme verbali e deverbali (cioè parole
derivate da verbi) si pone in italiano il problema della cosiddetta 'vo- La vocale
cale tematica', la vocale iniziale della desinenza dell'infinito dei verbi: tematica
mangiqre, vedg_re, partire. Poiché si può ritenere che la vocale tematica
abbia un suo 'significato', sia pure di natura un po' speciale, del tutto
esteriore, in quanto indica l'appartenenza della forma ad una determi-
nata classe di forme della lingua (-a- = verbo della prima coniugazione,
-e- = verbo della seconda coniugazione, -i-= verbo della terza coniuga-
zione - dove le coniugazioni sono classi flessionali), potremmo a rigo-
re scomporre ulteriormente -abil- (che contiene la vocale tematica del
verbo da cui deriva, socializzare) in {a} e {bil}. Possiamo dunque con-
siderare unitariamente -abil- un allomorfo del suffisso che crea aggetti-
106 La linguistica

vi deverbali con valore potenziale; oppure analizzarlo ulteriormente co-


me formato da due morfemi, a uno dei quali, appunto la vocale temati-
ca, non corrisponde un reale significato che modifichi la base (morfemi
di questo genere vengono anche chiamati 'morfemi vuoti'). Entrambe
le soluzioni hanno ragioni a favore; le riterremo dunque ambedue ac-
cettabili: mangi-are e mangi-a-re , part-ire e part-i-re, ecc.; il problema
si presenta ovviamente anche con altri suffissi, per cui per es. cambia-
mento si potrà analizzare alternativamente cambi-ament-o (con relativa
allomorfia dei suffissi -ament-, -iment-, ecc.) oppure cambi-a-ment-o.
Occorre però dire che vi è una terza possibilità: quella di considerare la
vocale tematica come facente parte della radice lessicale, cambia-ment-
o. Tale alternativa, anche se un po' controintuitiva, non manca nemme-
no essa di argomenti a favore, ed è anzi quella preferita dalla teoria
morfologica recente (che spiega l'omofonia della radice con la 3a pers.
singolare come risultato della cancellazione di vocali in iato: cambia- +
-a= cambia).
Prefissoidi Attenzione, fra le parole del gruppo sopra esemplificato, meritano
anche sociologia e nazionalsocialismo . Qual è la natura dei morfemi
che costituiscono la parola sociologia? A prima vista, sembra che in so-
ciologia ci siano due morfemi lessicali, soci-, il capostipite della fami-
glia lessicale in causa, e -log-(i-a), col valore di "studio di" (come in
geologia, astrologia, zoologia, ecc.). Qual è in questo caso la base? Oc-
corre notare che sociologia non vuol dire "studio dei soci/studio del-
1'essere socio", ma significa "studio della società": socio- ['s:,tJo], e
non soci- [s:,tJ], è in realtà il morfema in gioco, che sta per società e
rappresenta quindi una radice lessicale (lo ritroviamo per es. in socio-
linguistica, socioterapia, ecc.) che si comporta, funziona, come un pre-
fisso, attaccandosi davanti a un'altra radice lessicale per modificarne il
significato. Possiamo chiamare morfemi di questa natura, che sono al-
lo stesso tempo morfemi lessicali e derivazionali, radici e prefissi, 'pre-
Suffissoidi fissoidi'. Esistono anche 'suffissoidi', cioè morfemi con significato les-
sicale, come le radici, ma che si comportano come suffissi nella forma-
zione delle parole: -logi(-a) può quindi essere considerato un suffissoi-
de, così come è per esempio un suffissoide -metr(-o) in cronometro, let-
teralmente "misuratore del tempo", o termometro "misuratore della
temperatura". Il suffissoide -metro va naturalmente distinto dalla paro-
la metro "unità di misura di lunghezza"; esiste anche un metro- prefis-
soide, come in metronomo "strumento che scandisce il tempo", a sua
volta parola costituita da un prefissoide e un suffissoide, -nom(-)o, dal
greco classico n6mos "legge, regola". Prefissoidi e suffissoidi, che per
lo più provengono da parole delle lingue classiche, specie dal greco, e
che funzionano in sincronia come suffissi, cioè come morfemi deriva-
zionali, ma recano il significato tipico dei morfemi lessicali ereditato
Morfologia 107

dalle parole piene da cui sono tratti, vengono anche chiamati nel loro
complesso ' semiparole' . Altro termine utilizzato per designare questi
formativi di parola è 'confissi' (da non confondere con i con/issi come
altro nome dei transfissi, v. qui § 3.2.2). I formativi provenienti dalle
lingue classiche (come bio- "vita", eco- "ambiente", pseudo- "falso",
mono- "uno", tele- "lontano" , semi- "metà", -logia "studio", -fobia
"paura", jero "portatore", ecc.) dànno luogo a parole che vengono per
questo anche chiamate 'composti (neo )classici' .
Un caso interessante di prefissoide è auto-. Dal greco aut6s "(sé)
stesso" si sono formate parole in cui tale prefissoide vale, ovviamente,
"da/di sé stesso": autonomia, autocritica, ecc., e fra le altre (veicolo)
automobile "(veicolo) che si muove da sé; macchina". Per la grande
frequenza d'uso di quest'ultima parola, se ne è fatta l'abbreviazione au-
to "macchina", che a sua volta può dare luogo a nuove formazioni con-
tenenti l'elemento auto- col significato "relativo alle automobili"; che
troviamo per esempio in autostrada, autolavaggio, autonoleggio, ecc.;
in questo caso auto entra a costituire parole con uno statuto diverso ri-
spetto all'auto- prefissoide da cui deriva attraverso la trafila che abbia-
mo accennato (abbiamo infatti una ' composizione', come nel caso che
vedremo subito dopo, e non più una prefissazione).
In nazionalsocialismo abbiamo un caso che sembra assai simile a Le parole
quello di sociologia, in cui però le due radici lessicali che coesistono composte
nella stessa parola mantengono entrambe il valore che avrebbero se uti-
lizzate come parole autonome: nazionalsocialismo equivale a tutti gli
effetti a socialismo nazionale, due parole si sono agganciate fra loro a
formare un'entità unica in cui i due membri sono perfettamente ricono-
scibili e recano il loro significato lessicale normale. Si tratta di 'parole
composte': così, per esempio, portacenere, apriporta , lavavetro, por-
tafinestra, asciugamano, altopiano, cassaforte, pastasciutta, eccetera.
Il procedimento di composizione è particolarmente produttivo in tede-
sco, dove troviamo spesso parole formate da parecchie radici lessicali:
per esempio, StrajJenbahnhaltestelle "fermata del tram", letteralmente:
"posto" (Stelle) di fermata (Halt-e) della ferrovia (Bahn) della strada
(Strafie-n)" ; Fufiballweltmeisterschaftsqualifikationsspiel "partita di
qualificazione al campionato mondiale di calcio", con ben cinque basi
lessicali, da destra a sinistra (il tedesco segue in questi casi rigorosa-
mente l'ordine modificatore-modificato: cfr. § 4.2) Spie!, Qualifikation,
Meister, Welt, Fufiball (ed anzi sei, se consideriamo che FujJball "cal-
cio" a sua volta è parola composta, FujJ "piede" + Bali "pallone").
L'italiano segue nella composizione delle parole principalmente l'ordi-
ne modificando-modificatore, cioè la seconda parola modifica la prima,
che funziona da 'testa sintattica' (cfr. § 4.2) del costrutto: portacenere
non è "cenere che porta (qualcosa)", ma "(qualcosa) che porta la cene-
108 La linguistica

re", e cassaforte è "una cassa che è forte". Non mancano tuttavia paro-
le composte con l'ordine inverso modificatore-modificando, come per
es. bagnoschiuma "schiuma per bagno" (e il modulo sembra in espan-
sione nell 'italiano contemporaneo).
Unità lessicali Non vanno confuse con le parole composte in senso stretto le unità
plurilessematiche lessicali plurilessematiche o polilessematiche o plurilessicali (dette an-
che, a volte con un significato più specifico, 'polirematiche'), costitui-
te da sintagmi fissi che rappresentano un'unica entità di significato, non
corrispondente alla semplice somma dei significati delle parole compo-
nenti, comportandosi quindi come se fossero una parola unica: gatto
selvatico, che non è un comune gatto che sia selvatico, ma è una specie
felina a sé (Felis silvestris), diversa dal gatto domestico (Felis catus);
gatto delle nevi, che non è un felino abitante delle distese nevose, ma è
un "mezzo cingolato per muoversi sulla neve";fare il bucato, avviso di
garanzia, eccetera. Spesso tali formazioni hanno valore idiomatico: es-
sere al verde, partire in quarta, arrampicarsi sui vetri. Le unità lessi-
cali plurilessematiche costituiscono infatti una categoria molto ampia ·
e variegata che può comprendere classi diverse di elementi, fra cui an-
che i cosiddetti verbi sintagmatici (andare via, mettere sotto, buttare
giù, portare fuori), o addirittura quelli che vengono chiamati 'binomi
coordinati': sale e pepe, anima e corpo, usa e getta, avanti e indietro,
bread and butter ("pane e burro"). Tali fenomeni si situano all'interse-
zione fra sintassi e semantica lessicale (cfr. § 5.1) e non sono più di per-
tinenza della morfologia derivazionale
Unità lessicali Una posizione intermedia fra le parole composte e le unità pluriles-
bimembri sematiche hanno formazioni bimembri come nave scuola, scuola gui-
da, parola chiave, ujjrcio concorsi, sedia elettrica: unità lessicali cioè
in cui il rapporto tra le due parole costitutive giustapposte non ha rag-
giunto il grado di fusione tipico delle vere parole composte e i due ele-
menti vengono rappresentati separatamente nello scritto (molti autori
considerano però anche queste come parole composte; cfr. comunque
il Box 3.2).
Altri meccanismi più marginali che formano parole e che hanno
aspetti in comune con la composizione sono la lessicalizzazione delle
sigle e l'unione di parole diverse che si fondono con accorciamento de-
Sigle o acronimi gli elementi costitutivi. Le sigle (o 'acronimi') sono formate in genere
dalle lettere iniziali delle parole piene che costituiscono un'unità pluri-
lessematica (anche con carattere di nome proprio), la cui pronuncia
compitata è promossa a parola autonoma: CGIL ("Confederazione Ge-
nerale Italiana del Lavoro") - cigielle, FS ("Ferrovie dello Stato") -
effeesse, TG ("TeleGiomale") - tigì (anche tiggì), TFR ("Trattamento
di Fine Rapporto") - tiejfeerre, SMS ("Short Message Service/Sy-
stem") - essemmeesse. Quando la sequenza delle iniziali che formano
Morfologia 109

la sigla è compatibile con la struttura fonologica della parola in italiano,


diventa essa stessa una parola autonoma: NATO ("North Atlantic Trea-
ty Organization") - Nato, IVA (''Imposta sul Valore Aggiunto") - iva.
L'unione con accorciamento dà luogo a quelle che sono state chia-
mate ' parole macedonia' : cantautore(< cantante+ autore), ristobar Parole
(<ristorante+ bar), mapo(< mandarino+ pompelmo) , ingl. smog(< macedonia
smoke "fumo"+ fog "nebbia").

Box 3.2 - Le parole composte in Italiano


Come la derivazione, così la composizione permette la formazione di parole nuove a partire da
una certa radice lessicale (da cassa, ad es., abbiamo cassaforte, cassapanca, cassa continua,
cassa integrazione, ecc.). Ciò che distingue la derivazione dalla composizione è che mentre una
parola derivata contiene una sola radice lessicale, una parola composta contiene più radici les-
sicali ciascuna delle quali suscettibile di comparire come parola autonoma (i cosiddetti compo-
sti neoclassici, come termometro,fonologia, telefono, costituiscono una classe intermedia fra le
parole derivate e le parole composte, essendo formate da due radici lessicali, di cui però una, o
tutt'e due, non compaiono come parola autonoma).
In italiano la larga maggioranza delle parole composte appartiene alla classe di parola (v. § 3.4.)
dei nomi. Nella gran parte dei casi, cioè, la composizione di due parole di qualsiasi classe che
possa partecipare alla composizione (nome, verbo, aggettivo, preposizione, avverbio) dà un no-
me; es. pesce spada (N+N), camera oscura (N+Agg), bassorilievo (Agg+N), scolapasta
(V+N), bagnasciuga (V+V), sottopassaggio (Prep+N), buttafuori (V+Avv). Si ha invece un ag-
gettivo quando entrambe le parole della composizione sono aggettivi; es. agrodolce, sordomu-
to, biancazzurro. Nondimeno, sono altresì possibili composti aggettivali formati da parole di
classi diverse (es. blucerchiato, N+Agg; maleducato, Avv+Agg; mozzafiato, V+N; ecc.), così
come composti numerali (es. millecentonovanta), verbali (es. manomettere, N+V; benvolere,
Avv+V; ecc.) e avverbiali (es. sottobraccio, Prep+N; malvolentieri, Avv+Avv; ecc.).
Parole composte come i nomi camera oscura , bassorilievo o sottopassaggio appartengono alla
stessa classe di parola di uno dei propri costituenti: camera, rilievo e passaggio, rispettivamen-
te. È centrale qui la nozione di testa di un composto. Il costituente che funziona da testa (che va
inteso qui non come 'testa sintattica'; cfr. § 4.2) assegna al composto la propria classe di paro-
la (es. camera oscura è un nome perché camera è un nome) e gli conferisce le proprie caratte-
ristiche di significato (una camera oscura è una "camera"), oltre ai tratti della flessione (came-
ra oscura è di genere femminile perché camera è femminile) . Per identificare la testa di un
composto si può applicare il test "è un", che deve valere sia per la classe di parola sia per le
proprietà di significato; ad es. bassorilievo è un nome, perché rilievo è un nome, e dal punto di
vista del significato è un "rilievo" (nella fattispecie, un "rilievo scultoreo che presenta forme po-
co rialzate rispetto al piano di fondo", quindi "basso"). Il che consente, in un composto N+N co-
me pesce spada, di riconoscere come testa pesce e non spada (un pesce spada è un "pesce"). In
termini di rapporti di significato tra lessemi (v. § 5.3), la testa è quindi iperonimo del composto.
Per quanto riguarda la posizione della testa, i processi di formazione di parola più produttivi in
italiano generano composti con testa a sinistra (come pesce spada). I composti con testa a de-
stra, invece, sono tendenzialmente o di origine latina (es. terremoto ; latino terrae motu(m)) o
frutto del contatto con altre lingue (es.ferrovia ; inglese railway, tedesco Eisenbahn).
Sono anche possibili composti senza testa. È questo il caso di parole come bagnasciuga, butta-
fuori e scolapasta. Se applichiamo il test "è un", né per bagnasciuga né per buttafuori è possi-
110 La linguistica

bile riconoscere una testa categoriale (entrambi nomi, sono formati da costituenti non nomina-
li), e tanto meno semantica (il bagnasciuga è una porzione di spiaggia, il buttafuori è un addet-
to a servizi di controllo). Nel caso di scolapasta, l'equivalenza categoriale con pasta (entrambi
nomi) non è sufficiente a fare di questa la testa del composto, data l'inapplicabilità del test "è
un" sul piano semantico (uno scolapasta non è una pasta; oltretutto il composto è maschile,
mentre pasta è femminile).
Composti che presentano una testa vengono chiamati 'endocentrici', composti senza testa 'eso-
centrici'. Esistono anche composti, detti dvandva (dal sanscrito: "due e due", "coppia"), for-
mati da due costituenti che sono entrambi teste, sia categoriali sia semantiche: es. cassapanca,
cajfelatte, agrodolce, tragicomico, biancazzurro.
Composti come tragicomico e biancazzurro, in cui l'individualità fonologica dei costituenti non
è preservata (per cancellazione, al confine fra gli elementi, di sillaba identica, in tragicomico, o
di vocale, in biancazzurro), sono detti composti stretti. Si definiscono invece larghi quei com-
posti in cui ciascun costituente mantiene la propria individualità fonologica (es. camera oscura,
agrodolce, mozzafiato, ecc.).
Se consideriamo poi il rapporto interno tra i costituenti, i composti si possono classificare in
subordinativi e coordinativi. Si definiscono subordinativi quei composti i cui costituenti sono
legati tra di loro da una relazione di tipo modificato/modificatore. In un composto come pesce
spada, ad es., spada rappresenta l'elemento modificatore, che determina la testa pesce, l'ele-
mento modificato, in maniera restrittiva ("tra tutti i pesci, quello con il muso a forma di spada").
Altrettanto frequente è il caso di relazioni modificato/modificatore con valore di specificazione,
come in capostazione ("il capo di, ossia chi dirige, una stazione ferroviaria"). Sono invece co-
ordinativi quei composti in cui non sussiste una relazione di tipo modificato/modificatore tra i
costituenti. Nei composti coordinativi la relazione tra i costituenti è generalmente di tipo copu-
lativo, come in un composto aggettivale quale sordomuto ("sordo e muto"). Sono tipo coordi-
nativo i composti dvandva (v. sopra).
Quanto alla flessione, infine, i composti dell'italiano presentano numerose irregolarità. La mor-
fologia flessionale può essere marcata al termine del ·composto, solo sul secondo elemento (es.
bassorilievi), o internamente, solo sul primo elemento (es. capistazione), o su entrambi gliele-
menti (es. cassepanche). Esistono inoltre composti, invariabili, a cui non si applica flessione
possibile (es. portaerei: la portaerei, le portaerei). La regola che può ritenersi comunque più
produttiva forma composti con testa a sinistra e flessione dopo la prima radice lessicale (come
il citato capistazione).

Il processo In italiano, il più importante e produttivo dei procedimenti di for-


di suffissazione mazione di parola è comunque la suffissazione. Fra i suffissi deriva-
zionali più comuni ricordiamo: -zion- (con i suoi allomorfi -azion-, -
izion-, -uzion-, ecc.) e -ment- (con allomorfi -iment-, -ument-, ecc.), che
formano nomi di azione o processo o risultato a partire da basi verbali,
come in spedizione, spegnimento, ecc.; -ier-, -a(r)i- e -tor- (e suoi allo-
morfi) che formano nomi di agente o di mestiere a partire da basi no-
minali o verbali, come in barbiere,fornaio, giocatore, ecc.; -ità (e suoi
allomorfi), che forma nomi astratti a partire da basi aggettivali, come in
abilità; -abil- (e allomorfi), -os-, -al-, -an-, -evo[-, -es-, -ic-, -ist-, che
formano aggettivi (l'ultimo, anche nomi) a partire da verbi o da nomi;
Morfologia 111

-izz-, che forma verbi a partire da nomi o aggettivi; -mente (e allomor-


fi) che forma avverbi a partire da aggettivi. Eccetera. Si noti che spesso
i suffissi derivazionali vengono designati, per semplicità, comprenden-
do in essi anche la desinenza, obbligatoria in italiano, e tralasciando la
vocale tematica: per cui si dice sovente, meno tecnicamente, i suffissi
-zione, -mento, -tare, eccetera.
È peraltro in italiano anche assai produttiva la prefissazione. La Il procedimento
prefissazione, al contrario di quello che avviene di solito con la suffis- di prefissazione
sazione, non muta in italiano, e in molte lingue europee, la classe gram-
maticale di appartenenza della parola: mentre aggiungendo un suffisso
a un nome, per esempio -os- a noia, ottengo un aggettivo, noioso, ag-
giungendo un prefisso a un nome od a un aggettivo riottengo un nome
o rispettivamente un aggettivo (per esempio, come visto, da socio ho
consocio, col prefisso comitativo con-; da utile, col prefisso negativo
in-, ho inutile).
Fra i prefissi più comuni, vanno ricordati per es.: in- (con vari allo-
morfi, causati dall'adattamento fonetico - 'assimilazione' (cfr. § 7 .1.2)
- della consonante nasale di in con la consonante iniziale della parola a
cui viene unito il prefisso: per esempio, in+ legale= illegale, con l'al-
lomorfo il-), s- (come in sleale) e dis-, con valore di negazione (o, l'ul-
timo, di "allontanamento"), ad- (ed allomorfi), con valore di "verso",
con- (e allomorfi), con valore di "insieme", a- (come in amorale), con
valore di "senza", ri- (con l'allomorfo re-), con valore di "di nuovo",
anti- con valore di "anteriorità" o di "contro" (come in anticamera e
antigelo rispettivamente: si tratta naturalmente di due morfemi diversi,
uno proveniente dal latino, l'altro dal greco; è un esempio di omonimia
tra morfemi).
Nella grande categoria della derivazione suffissale può essere fatto
rientrare un altro procedimento molto produttivo in italiano (e che anzi
contraddistingue per la sua rilevanza la formazione delle parole dell'ita-
liano rispetto a quella di molte altre lingue): !"alterazione'. Con i suf- L'alterazione
fissi alterativi si creano parole che aggiungono al significato della base
lessicale un valore generalmente valutativo, e associato a particolari
contesti pragmatici (cfr. § 5.6), che può essere, secondo la terminologia
tradizionale, 'diminutivo' (es.: gattino,finestrella, affaruccio; altri suf-
fissi con analogo valore: -ett-, -ott-, -ol-, ecc.) o 'accrescitivo' (tipica-
mente, -on-: donnone, librone, ecc.) o 'peggiorativo' (es.: amorazzo, ro-
baccia; altri suffissi con questo valore: -astr-, per i verbi -icchi-, ecc.).
Nell'inventario dei morfemi derivazionali dell'italiano non sonora- L'omonimia
ri i casi di omonimia: per es., in- come prefisso può avere valore di "ne- tra morfemi
derivazionali
gazione" (v. sopra), come in immobile "che non si muove" (con l'allo-
morfo im-), o di "avvicinamento, ingresso, direzione", come in immi-
grare "trasferirsi in un paese"; come suffisso, -in-, può avere valore di-
112 La linguistica

I verbi minutivo, gattino, o di nome d'agente, postino, imbianchino. In que-


parasintetici
st'ultima parola abbiamo anche in- prefisso con un significato connes-
so al secondo dei valori prefissali sopra detti: imbianchino è un nome
deverbale - cfr. sotto -da imbiancare "dare il bianco (a qualcosa)"; ver-
bi così formati (in genere, da basi aggettivali), con prefissazione, e suf-
fissazione consistente nella desinenza di una delle classi di coniugazio-
ne (-are, -ere, -ire), sono tradizionalmente chiamati 'parasintetici': ab-
bellire, inaridire, ecc. (più propriamente, dato che non si tratta di una
suffissazione derivazionale, le operazioni che intervengono simulta-
neamente sono qui la prefissazione e la conversione: v. subito sotto).
Criteri Le parole derivate si possono definire in maniera da tener conto a)
di definizione
delle parole
del procedimento di derivazione, b) della classe lessicale della base da
derivate cui derivano (direttamente), e c) della classe lessicale a cui appartiene il
risultato (cioè la parola derivata): lavaggio per es. è un suffissato nomi-
nale deverbale (I 'applicazione di un suffisso, qui -aggi-, [add3], a una
base verbale, qui lavare, fa ottenere un nome, lavaggio); asociale è un
•prefissato aggettivale deaggettivale (un aggettivo ottenuto da un agget-
tivo mediante un prefisso); polverizzare è un suffissato verbale deno-
minale; rileggere è un prefissato verbale deverbale. Per un inventario
di alcuni dei prefissi e suffissi più presenti in italiano, cfr. Box 3.3.

Box 3.3 - Alcuni dei principali prefissi e suffissi dell'italiano


Si riportano qui di seguito i significati di alcuni tra i più frequenti morfemi derivazionali del-
l'italiano, escludendo i significati di ambito tecnico-scientifico e i suffissi alterativi.

PREFISSI 2anti- (ante-)

a- locativo: "prima": +N (es. antibagno), +Agg


negativo: "contrarietà, privazione": +N (es. (es. antesignano), +V (es. anteporre)
asimmetria), +Agg (es. amorale) temporale: "prima": +N (es. antipasto, ante-
guerra), +Agg (es. antidiluviano, antebelli-
ad- co), +V (es. anticipare)
ingressivo (transizione da uno stato a un altro):
"acquisizione di uno stato": +V (es. accop- con- (co-)
piare); "avvicinamento, unione": +V (es. conativo: "unione, partecipazione, simultanei-
abbracciare) , anche con valore generica- tà, uguaglianza": +N (es. concausa, cofon-
mente rafforzativo (es. accorrere); "stru- datore), +V (es. compatire, coabitare),
mentalità": +V (es. accoltellare) +Agg (es. connaturale, cobelligerante)
1anti-
dis-
locativo: "movimento in senso contrario": locativo: "separazione, allontanamento": + V
+Agg (es. antiorario) (es. disgiungere)
negativo: "contrarietà": +N (es. antieroe); negativo: "contrarietà": +Agg (es. disuma-
"opposizione": +N (es. antifascismo), +Agg no), +V (es. disobbedire); "privazione": +N
(es. anticostituzionale) (es. disaccordo), +V (es. dissanguare)
Morfologia 113

reversivo : "ristabilimento delle condizioni -a(r)i-


precedenti un'azione, riporto a uno stato nominale denominale (N-+N): "persona che
precedente": +V (es. disfare); svolge un'attività relativa a N" (es. orolo-
giaio, giornalaio,ferraio, bancario); "per-
1ÌD• sona che ha comportamenti abituali caratte-
ingressivo: "acquisizione di uno stato": +V rizzati da o favorevoli a N" (es. buongusta-
(es. innervosire); "avvicinamento, inseri- io), anche in senso metaforico (es. pantofo-
mento": +V (es. invadere, imbucare); "stru- laio); "relativo a N" (es. sanitario); "luogo
mentalità": + V (es. imbullonare) di N" (es.formicaio, ghiacciaio, letamaio)

2in- -al- (-ar-)


negativo: "contrarietà": +N (es. insuccesso), aggettivale denominale (N-+Agg): "relativo
+Agg (es. incapace); "privazione": +N (es. a N" (es. grammaticale, equatoriale,florea-
inesperienza ), +Agg (es. inaffidabile) le, intellettuale, solare); "che ha caratteristi-
che tipiche di N" (es. gesto teatrale)
re-/ri-
locativo: "movimento in senso contrario": -(i)an-
+V (es. respingere, ridare) aggettivale denominale (N-+Agg): "relativo
reversivo: "riporto a uno stato precedente": a N" (es. repubblicano, africano, shake-
+V (es. riabilitare , reintegrare) speariano); "che ha caratteristiche tipiche
iterativo: "ripetizione": +V (es. rifare, rein- di N" (es. gesto cristiano)
vestire), anche con valore intensificativo
(es. ripulire) -at- (m.)
nominale denominale (N -+N): "carica, con-
s- dizione di N": (es. papato, celibato); "am-
ingressivo: "acquisizione di uno stato": +V bito, territorio, sede di N" (es. califfato,
(es. scaldare), anche con valore intensifica- commissariato); "attività di N" (es. volonta-
tivo (es. svuotare); "strumentalità": +V (es. riato); "insieme di N" (es. elettorato);
sforbiciare) aggettivale denominale (N-+Agg): "somi-
locativo: "separazione, allontanamento": + V gliante a N" (es. vellutato); "che ha N" (es.
(es. scarcerare) mansardato,fortunato)
negativo: "contrarietà": +Agg (es. scomo-
do); "privazione": +N (es. sfortuna), +V -at- (f.)
(es. smascherare), anche con valore peggio- nominale denominale (N-+N): "colpo dato
rativo (es. sragionare) con N" (es. manata); "colpo di N" (es. can-
reversivo: "riporto a uno stato precedente": nonata); "movimento (brusco) di N" (es.
+V (es. sbloccare) occhiata, pennellata); "atto tipico di N" (es.
stupidata); "quantità che può essere conte-
sumss nuta in N" (es. cucchiaiata); "attività o av-
venimento relativi a N" (es. tombolata,fiac-
-aggi-
colata); "serie di N" (es. scalinata); "cibo a
nominale deverbale (V-+N): "attività, ope-
base di N" (es. peperonata); "durata di N"
razione relativa a V" (es. pattinaggio, la-
(es. nottata)
vaggio);
nominale deverbale (V-+N): "(singolo) atto
nominale denominale (N-+N): "attività tipi-
di V" (es. scivolata)
ca di N" (es. crumiraggio, sciacallaggio);
"insieme di N" (es. tendaggio)
-(a/i/u)bil-
aggettivale denominale (N-+Agg): "tipico di
aggettivale deverbale (V-+Agg): "che può
N" (es. selvaggio)
essere PP" (PP di V; es. percorribile), nel
114 La linguistica

senso di "che è in grado di essere PP" e/o -ezz-


"che è permesso V"; anche con accezione nominale deaggettivale (Agg--+N): "l'essere
peggiorativa (es. un vino bevibile), e col si- Agg (disposizione umana)" (es. tristezza);
gnificato di "che va PP" (es. pagabile entro "l'essere Agg (giudizio estetico)" (es. ela-
la settimana) boratezza); "l'essereAgg (stato)" (es. sepa-
aggettivale denominale (N--+Agg): "che può ratezza)
essere in N" (es. futuribile), "che può stare nominale denominale (N--+N): "che è tipico
in N" (es. tascabile), ecc. di N" (es. prodezza)

-eggi- -ic-
verbale denominale (N--+V): "essere, fare aggettivale denominale (N--+Agg): "relativo
(come) N" (es. tiranneggiare, pavoneggia- a N" (es. nordico); "pieno di N" (es. eufori-
re); "fare N" (es. danneggiare); "mettere in co); "che ha N" (es. diabetico); "che contie-
(a, su) N" (es. posteggiare); "stare in (a, su) ne N" (es. alcolico); "che dà (ispira, provo-
N" (es. troneggiare); "svolgere un'attività ca, denota) N" (es. simpatico)
con N" (es. a,peggiare); "(far) diventare N"
(es. sunteggiare) -ier-
nominale denominale (N--+N): "persona che
-erì- svolge un'attività relativa a N" (es. petrolie-
nominale denominale (N--+N): "luogo in cui re, cioccolatiere, doganiere, banchiere);
si vende N" (es. salumeria); "luogo in cui si "luogo di N" (es. polveriera); "strumento,
fa N" (es. grissineria); "insieme di N" (es. macchinario, apparecchio relativo a N" (es.
argenteria); "l'atto tipico di N" (es. diavo- caffettiera, mattoniera, pulsantiera).
leria); "che ha caratteristiche tipiche di N" aggettivale denominale (Agg--+N): "relativo
(es. porcheria) a N" (es. petroliero)
nominale deaggettivale (Agg--+N): "l'essere
Agg", connotato negativamente (es. cialtro- -ific-
neria) verbale denominale (N--+V): "fare (mettere,
nominale deverbale (V--+N): "l'atto di V" produrre) N" (es. cornificare, panificare)
(es. millanteria); "luogo in cui si V" (es . verbale deaggettivale (Agg--+ V): "rendere
fonderia) (più) Agg" (es. intensificare)
-es- -in-
aggettivale denominale (N--+Agg): "di N" nominale denominale (N--+N): "persona che
(come aggettivo etnico: es. viennese, pu- svolge un'attività relativa a N" (es.postino)
gliese,francese); "gergo di N" (es. sindaca- "seguace, sostenitore di N (personaggi, or-
lese, burocratese, computerese) ganizzazioni, movimenti)" (es. garibaldino,
cigiellino, sessantottino)
-evol-
nominale deverbale (V--+N): "persona ad-
aggettivale deverbale (V--+Agg): "che è in detta a V" (es. attacchino); "strumento per
grado di V" (es. girevole); "che va PP" (PP V" (es. cancellino)
di V; es. deplorevole); "che V" (es. ingan-
nevole); "che abitualmente V" (es. arrende- -ism-
vole)
nominale deaggettivale (Agg--+N), nominale
aggettivale denominale (N--+Agg): "che dà
denominale (N--+N), nominale deverbale
N" (es. confortevole); "che è a N" (es.favo-
(V--+N): "dottrina, tendenza, movimento,
revole); "che è dotato di N" (es. ragionevo-
atteggiamento, insieme di attività attinenti a
le), ecc.
Agg, N, V (es. socialismo, giornalismo, al-
pinismo,futurismo, pessimismo, dirigismo)
Morfologia 115

-ist- fone, mammone); "che ha caratteristiche ti-


nominale denominale (N-N), piche di N" (es. volpone)
aggettivale denominale (N-Agg): "persona nominale deverbale (V-N): "che V esage-
che svolge un'attività relativa a N" (es . ratamente" (es. mangione)
giornalista, nutrizionista); "seguace, soste-
nitore di N (ideologie, movimenti)" (es . -os-
marx ista , animalista) ; "persona che ha aggettivale denominale (N-Agg): "dotato
comportamenti abituali caratterizzati da N" di N" (es. muscoloso); "pieno di N" (es. ru-
(es. consumista) moroso); "relativo a N" (es .fenomeno lumi-
noso); "simile a N" (es. gelatinoso); "che ha
-ità (-età) N" (es. coraggioso); "che fa N" (es. pauro-
nominale deaggettivale (Agg-N): "l'essere so); "che dà N " (es. affannoso); "incline a
Agg" (es. brevità); "relativo all 'essere Agg" N" (es. iroso)
(es. sanità); "quantità, numero o frequenza
di N" (dove N è la radice di Agg, es. salini- -(a/i/u)(t)iv-
tà, mortalità, scolarità); "i, gli, le N" (N ra- nominale deverbale (V-N): "capacità di V"
dice di Agg; es. gestualità, decisionalità); (es. attrattiva); "attività o atto di V" (tratta-
ecc. tiva, tentativo)
aggettivale deverbale (V-Agg): "che (ser-
-izz- ve a) V" (es. abrogativo); "relativo all'atto
verbale denominale (N-V): "(far) diventare di V" (es. digestivo)
N" (es. categorizzare) ; "(far) diventare co- aggettivale denominale (N-Agg): "relativo
me N" (demonizzare, stalinizzare); "fare N" a N" (es. televisivo)
(es. neologizzare); "mettere N" (es. semafo-
rizzare); "mettere in (a, su) N" (es. ghettiz- -(a/i/u)tor-
zare) nominale deverbale (V-N): "colui che pro-
verbale deaggettivale (Agg-V) : "(far) di- fessionalmente V" (es. educatore); "colui
ventare (più) Agg" (es. normalizzare, acu- che abitualmente V" (es. fumatore); "colui
tizzare) che sta V-ando o ha V-ato" (es . rapitore);
eccezionalmente, "strumento che V" (es.
-(a/i/u)ment- condizionatore).
nominale deverbale (V-N) : "l'atto di V"
(es. insegnamento); "il risultato di V" (es. -(a/i/u)(t)o(r)i-
miglioramento); "il modo di V" (es. porta- nominale deverbale (V-N): "stumento per
mento), ecc. V" (es. annaffiatoio); "luogo in cui si V"
(es. osservatorio, scorciatoia);
-mente aggettivale deverbale (V-Agg): "che (ser-
avverbiale deaggettivale (Agg-Avv): "in ve a) V" (es . liberatorio, propiziatorio);
modo Agg" (es. chiaramente); "in una posi- "relativo all'atto di V" (es. circolatorio)
zione Agg" (es. centralmente); "a intervalli
di un(a) N" (dove N è la radice di Agg, es. -(a/i/u)tric-
settimanalmente) ; "da un punto di vista nominale deverbale (V-N): "strumento che
Agg" (es. biologicamente); "in un periodo V" (es. lavatrice); eccezionalmente, "colei
Agg" (es. inizialmente), ecc. che V" (es. massaggiatrice).

-on- -(a/i/u)tur-
nominale denominale (N-N): "caratterizza- nominale deverbale (V-N): "l'attività di V"
to da N vistoso/i, inconsueto/i, o da un lega- (es. blindatura); "il risultato di V" (es. can-
me esagerato, inopportuno, con N" (es. baf- cellatura); "Io stato di essere PP" (PP di V;
116 La linguistica

es. apertura); "il modo di V" (es. andatu- (es. comunicazione); "il risultato di V" (es.
ra), ecc. espressione); "lo stato di essere PP" (PP di
V; es. concentrazione); "il modo di V" (es.
-(a/i/u)zion- catalogazione), ecc.
nominale deverbale (V-+N) : "l'atto di V"

La conversione Nei meccanismi della formazione di parola rientra anche il feno-


(derivazione meno della cosiddetta 'conversione' (o 'derivazione zero', o 'suffissa-
zero)
zione zero'), vale a dire la presenza di coppie di parole, un verbo e un
nome o un aggettivo, aventi la stessa radice lessicale ed entrambi privi
di suffisso, fra i quali quindi in termini meramente derivazionali non è
possibile stabilire quale sia la parola primitiva e quale la parola deriva-
ta: lavoro, lavorare; stanco, stancare;jìore,fiorire. Tuttavia, quando la
coppia è costituita da un verbo e da un nome è spesso da assumere che
la base sia il verbo, in quanto il nome designa l'atto indicato dal verbo;
di qui la definizione di 'derivazione zero': cambiare, cambio; giocare,
gioco. Invece quando la coppia è costituita da un verbo e da un aggetti-
vo si può intendere che il termine primitivo sia l'aggettivo, in quanto il
verbo indica l'azione di (far) assumere lo stato o la qualità denotata dal-
l'aggettivo: calmo, calmare. Il meccanismo della conversione è parti-
colarmente attivo, ed evidente, in inglese: cut "taglio/tagliare", shop
"negozio/fare compere", eccetera.
Tipi In conclusione, dal punto di vista della 'storia' derivazionale, ovve-
morfologici ro dai processi di derivazione operanti nella formazione della parola, si
di parole
dànno i seguenti tipi morfologici di parole (o, meglio, di unità lessicali):
parole basiche o primitive (es.: mano), parole alterate (manona, mani-
na), parole derivate (suffissate: maniglia, maneggiare; prefissate: rima-
neggiare, smanacciare), parole composte (corrimano), unità pluriles-
sematiche (mano morta). Il processo di derivazione di una parola (e
quindi la struttura interna di questa) si può rappresentare con un dia-
gramma ad albero, ripercorrendo dal basso all'alto la successione delle
operazioni applicate a partire dalla radice lessicale che ne costituisce la
base di formazione:
Parola

~
Desinenza
~
Prefisso
~
Radice Suffisso
I I I
ri- man- eggi- are
Morfologia 117

3.4 Flessione e categorie grammaticali

I morfemi flessionali non modificano il significato della radice lessica- La funzione


le su cui operano: la attualizzano nel contesto di enunciazione, specifi- dei morfemi
flessionali
candone la concretizzazione in quel particolare contesto. Libro dice che
di oggetti designati dalla radice lessicale in questione ce n'è, in quel-
1'attualizzazione particolare, uno solo; mangiavamo dice, dell'azione
designata dalla radice lessicale, che essa era attualizzata nel passato, in
maniera continuativa, e che erano più persone, compresa quella che
parla, a compierla.
È ora il momento di chiederci più precisamente quale genere di si-
gnificato venga veicolato dai morfemi flessionali, che dànno luogo alle
diverse forme in cui una parola può presentarsi nel suo impiego nel di-
scorso. Per es., un aggettivo come alto può presentarsi sotto quattro for-
me, alto, alta, alti, alte; un verbo in molte forme diverse, tutte quelle
della sua coniugazione: mangio, mangiate, mangiò, mangeremo, man-
giavano, mangereste, mangiasti, mangino, mangiassi, avrebbe man-
giato, eccetera. Si ricordi che la forma di citazione, cioè quella che rap-
presenta l'esponente generale della parola e che è riportata nei vocabo-
lari, è per nomi e aggettivi il maschile singolare (alto, gatto) in quanto
il maschile e il singolare vengono considerati i valori non marcati della
categoria del genere e del numero rispettivamente; e per i verbi l'infini-
to (giocare, partire).
Naturalmente, i morfemi flessionali intervengono solamente nelle
parole che possono assumere tali diverse forme: operano cioè sulle
classi cosiddette 'variabili' di parole (in italiano, nomi, verbi, aggettivi,
articoli e in parte pronomi), suscettibili di accogliere la flessione. I mor-
femi flessionali realizzano valori delle categorie grammaticali; più pre-
cisamente, un determinato morfema realizza un valore di una determi-
nata categoria grammaticale, è la 'marca' di quel valore. Le categorie Le categorie
grammaticali a loro volta pertinentizzano e danno espressione ad alcu- grammaticali
ni significati fondamentali , più comuni e frequenti, di portata generale,
che diventano categorici per una determinata lingua e che devono ob-
bligatoriamente essere espressi, in quanto previsti dalla grammatica, in
un messaggio in quella lingua e quindi applicarsi sulle parole suscetti-
bili di portarli, cioè di essere marcate per quel valore. 'Obbligatorio' va
inteso nel senso che ogni volta che produciamo in una certa lingua una
parola suscettibile di avere flessione, per esempio un nome o un verbo,
realizziamo anche le dimensioni semantiche elementari codificate nel-
la grammatica di quella lingua (e pertanto affidate alla morfologia fles-
sionale).
Fra le categorie grammaticali vi sono anzitutto quelle più propria- Le categorie
mente flessionali, che riguardano, appunto, il livello dei morfemi stes- grammaticali
flessionali
118 La linguistica

si: ogni categoria qui è l'insieme dei valori che può assumere una de-
terminata dimensione semantica basilare elementare, ciascuno rappre-
sentato da un morfema. In generale, si distinguono le categorie flessio-
nali in due grandi classi: quelle che operano sui nomi (o, almeno nelle
lingue a noi più familiari, in generale sui nominali: sostantivi, aggettivi,
pronomi, ecc.) e quelle che operano sui verbi. In lingue come l'italiano,
Il genere la morfologia nominale ha come categorie fondamentali il genere e il
numero. In italiano la categoria del numero si esprime coi due morfe-
mi del 'maschile' e del 'femminile', che sono appunto i due valori che
può, e deve, assumere in italiano tale categoria. In altre lingue, com'è
noto, o non esiste il genere, o il genere può essere marcato per più va-
lori, per esempio tre, maschile, femminile e 'neutro' (così, per es., in la-
tino e in tedesco), o anche di più. In latino, ingeniosa puella "ragazza
intelligente" è femminile, ingeniosus puer "ragazzo intelligente" è ma-
schile, e ingeniosum instrumentum "strumento ingegnoso" è neutro. Le
lingue bantu (cfr. § 6.1, parlate in Africa centrale, come per es. il swa-
hili, hanno una quindicina di prefissi diversi per marcare diversi valori
della categoria corrispondente al nostro 'genere', vale a dire diverse
classi di nomi differenziate su una base fondamentalmente semantico-
nozionale; morfemi che sono detti 'classificatori nominali': in swahi-
li per es. m- (al plurale, wa-) è il classificatore per "esseri umani" (mto-
to "bambino", watoto "bambini"), ki- (al plurale vi-) è il classificatore
per "cose, esseri inanimati" (kiti "sedia", viti "sedie").
Il numero La categoria del numero è marcata in italiano con i due morfemi del
singolare e del plurale: a seconda delle varie classi nominali e aggetti-
vali, -o/-i (gatto/gatti), -e/-i (pesce/pesci) , -al-e (sedia/sedie), eccetera;
alcuni nomi (come nozze) hanno solo la forma plurale. Anche qui, altre
lingue possono avere più valori, come il duale, il triale, il paucale, ec-
cetera. In greco, per es., al singolare tò kalòn doron "il bel regalo" cor-
rrispondono il plurale tà kalà dora "i bei regali" e il duale to kalo doro
"due bei regali". Si noti che il greco classico marca il duale anche sui
verbi: "(tu) fai" per es. è poiels, "(voi) fate" è poielte, ma "(voi due) fa-
te" è poielton. In arabo, il plurale di kitab "libro" è kutub "libri", ma il
duale è kitaban(i) "due libri". In arabo egiziano, ?asgar è "alberi", ma
"alcuni, pochi alberi" è sagarat.
Un'altra categoria flessionale molto rilevante per i nominali è il
Il caso 'caso', che svolge l'importante funzione di mettere in relazione la for-
ma della parola con la funzione sintattica che essa, o meglio il sintagma
(cfr. § 4.2) di cui essa fa parte, ricopre nella frase. La flessione di caso
è presente per es. in greco, in latino, in tedesco, in russo, in turco, in
hindi, in finnico (o finlandese), ecc.; in italiano esistono resti fossili di
flessione casuale nel sistema dei pronomi personali, dove per esempio
tu e te sono appunto distinti per essere l'uno soggetto (si veda subito ol-
Morfologia 119

tre), al caso 'nominativo' , e l'altro oggetto, al caso 'accusativo', lo e gli


per essere l'uno accusativo e l'altro 'dativo ' , ecc.; anche il pronome re-
lativo cui è forma marcata per caso, può essere solo 'dativo' o caso obli-
quo retto da preposizione. Nelle lingue che possiedono un sistema ca-
suale, il numero dei casi può variare: il tedesco per esempio ha quattro
casi, nominativo (che marca il soggetto; si veda qui sotto, e anche §
4.3.1), genitivo (che nell'analisi logica tradizionale marca il 'comple-
mento di specificazione'), dativo (che marca il 'complemento di termi-
ne'), accusativo (che marca il complemento oggetto); il latino oltre a
questi ne ha altri due, il vocativo (un caso un po' particolare, che marca
le parole designanti esseri umani, o ad essi assimilati, in funzione ap-
pellativa, quando cioè si rivolge la parola direttamente ad essi) e l'abla-
tivo (che marca molti complementi circostanziali - cfr. § 4.3.2 -: di
mezzo o strumento, di modo, di luogo, ecc.). Le lingue uraliche e so-
prattutto quelle caucasiche (cfr. § 6.1) hanno un numero di casi molto
alto, anche decine (per es. con distinzioni molto particolari nel settore
dei complementi di luogo).
Le diverse forme casuali di un nome della classe dei sostantivi lati-
ni maschili in -us (quindi, appartenente alla 'seconda declinazione': le
declinazioni sono classi flessionali contrassegnate da uno stesso para-
digma di desinenze) come lupus "lupo" saranno per es.: lupus NOM, lu-
pi GEN, lupo DAT, lupum ACC, lupe voc, lupo ABL. Il greco classico ha
cinque casi, gli stessi del latino meno l'ablativo. Come il latino, il gre-
co marca assieme al caso tre valori del genere (maschile, femminile e
neutro); marca però anche tre valori del numero, singolare, plurale e
duale, dando luogo quindi a una morfologia flessionale piuttosto com-
plessa: tau kalou d6rou è per es. "del bel regalo" (a differenza del latino,
il greco ha l'articolo), GEN NT SG, ton kalon d6ri5n "dei bei regali", GEN
NT PL, to[n kalozn d6rofn, "dei due bei regali", GEN NT DL.
Il processo attraverso il quale un verbo assegna il caso al suo com- Reggenza
plemento (cioè determina in quale caso debbano declinarsi gli elemen-
ti nominali che costituiscono i complementi del verbo - cfr. § 4.3) vie-
ne chiamato 'reggenza': si dice così per es. che in latino il verbo utor
"usare, servirsi" regge l'ablativo: clipeis uti "usare gli scudi" (uti è l'in-
finito del nostro verbo, e -is è appunto desinenza di ablativo plurale; si
noti che il latino non ha articoli e presenta normalmente il verbo alla fi-
ne della frase, cfr. § 6.2.2). Sempre ovviamente nelle lingue che hanno
casi, anche le preposizioni (e gli aggettivi quando sono teste di sintag-
mi aggettivali: cfr. § 4.2) possono assegnare il caso; in latino per es. la
preposizione cum "con" regge anch'essa il caso ablativo: cum militibus
"con i soldati", dove -ibus è la desinenza dell'ablativo plurale della
classe nominale a cui appartiene miles "soldato". La nozione di reg-
genza si applica per estensione anche al rapporto fra verbi e preposi-
120 La linguistica

zioni, quando appunto vi sono verbi che richiedono determinate prepo-


sizioni: pensare a, dipendere da, cambiare con, contare su, soffrire
di/per, parlare a/di, eccetera.
I gradi In molte lingue gli aggettivi possono poi essere marcati per 'gra-
dell'aggettivo do': comparativo, superlativo. L'italiano affida però alla flessione sol-
tanto l'espressione del superlativo, ammesso che accettiamo che bel-
lissimo sia una delle forme della parola bello, e non una sorta di parola
diversa, derivata: lo statuto flessionale del suffisso -issim- è per certi
versi opinabile; mentre i comparativi di maggioranza, di minoranza e
di uguaglianza sono realizzati con mezzi flessionali: più bello di/che,
meno bello di/che, (altret)tanto bello quanto/come. Il latino per es.
esprime invece con mezzi flessionali anche il comparativo, almeno di
'maggioranza': velox, velocis "veloce" ma veloc-ior "più veloce (di)";
e così l'inglese o il tedesco, col rispettivo suffisso -er: high-er "più al-
to", schon-er "più bello". Si noti che sia in inglese che in tedesco tale
suffisso -er del grado comparativo di maggioranza è omonimo del suf-
fisso dei nomi di agente (ingl. work-er "lavoratore", ted. Spiel-er "gio-
catore") e del suffisso etnico (ingl. York-er "di York, yorchese", ted.
Berlin-er "di Berlino, berlinese"); e in ted. è altresì omonimo della de-
sinenza del nominativo singolare maschile e di altri casi (schoner può
anche essere "bello NOM MASCH sa"; e altro). Altre lingue marcano poi
La definitezza con morfemi appositi sui nomi la 'definitezza' (cfr. § 5.6: in arabo, per
es., al-maktabatu è "la libreria", al nominativo singolare definito, ma
"una libreria", nominativo singolare indefinito, è maktabatun) o il
Il possesso 'possesso' (in turco, per es., si ha karde~im "mio fratello", kardqin
"tuo fratello", karde§i "suo fratello", ecc., dove -im, -in-, -i sono suf-
fissi possessivi), che vanno considerate dunque anch'esse categorie
grammaticali; eccetera.
Le categorie La morfologia verbale ha cinque categorie flessionali principali:
del verbo modo, tempo, aspetto, diatesi, persona. Il modo esprime la 'modalità',
Il modo cioè la maniera nella quale il parlante si pone nei confronti del conte-
nuto di quanto vien detto e della realtà della scena o evento rappresen-
tati nella frase: per es. indicativo, mangio (modo che indica certezza ri-
spetto a quanto affermato), vs. condizionale, mangerei (modo che indi-
Il tempo ca incertezza, supposizione, ecc.). Il tempo colloca appunto nel tempo
assoluto e relativo (fornendovi una precisa localizzazione e attualizza-
zione 'storica' in un preciso contesto temporale) quanto viene detto: per
L'aspetto es., presente, vedo, vs. futuro , vedrò, vs. passato, ho visto/vidi. L"aspet-
to' riguarda la maniera in cui vengono osservati e presentati in relazio-
ne al loro svolgimento l'azione o l'evento o il processo espressi dal ver-
bo: per es., 'perfettivo' vs. 'imperfettivo', che oppongono l'azione vista
come compiuta all'azione vista come in svolgimento; in ital. tale oppo-
sizione è per esempio resa da passato prossimo, ho visto, vs. imperfetto,
Morfologia 121

vedevo (sull'aspetto verbale, v. Box 3.4 qui sotto). La 'diatesi', o 'vo- La diatesi
ce', esprime il rapporto in cui viene rappresentata l'azione o l'evento
rispetto ai partecipanti e in particolare rispetto al soggetto (attivo vs .
passivo vs., eventualmente, medio: lavo, sono lavato o vengo lavato, mi
lavo). La persona indica chi compie l'azione o più in generale riferisce La persona
e collega la forma verbale al suo soggetto (e, in certe lingue, anche ad
altri complementi rilevanti) e si manifesta con morfemi deittici (cfr. §
4.5.2) o di accordo (si veda oltre). La marcatura di persona implica di
solito anche una marcatura di numero: (lui) gioca, 3a PERS so, indica che
il soggetto (colui che gioca) non è né il parlante né l'ascoltatore, ed è
uno solo (al singolare), giochiamo, I" PERS PL, indica che il soggetto è
un insieme di persone che comprende il parlante; eccetera. Certe lingue
inoltre marcano sul verbo, almeno in alcune persone, anche il genere
(come del resto fa l'italiano, limitatamente alla categoria verbale dei
participi passati, che è soggetta alla flessione nominale: sono partitQ,
era partitgJ si vedano, sotto, i fenomeni di accordo. E alcune lingue,
come il giapponese, hanno una complessa morfologia di marcatura sul
verbo - oltreché nei pronomi personali - del rapporto sociale gerarchi-
co, di rispetto, deferenza, confidenza, distanza o prossimità sociale, ecc.
fra il parlante e l'interlocutore.

Box 3.4 - Tempo e aspetto


Il tempo, come categoria grammaticale, localizza l'evento espresso dal verbo nel fluire del tem-
po fisico e Io colloca in una rete di relazioni temporali; fondamentale, tra queste, è la relazione
che si istituisce tra il cosiddetto 'momento dell'avvenimento' (MA), ossia il momento (da in-
tendere anche nel senso di arco di tempo) in cui l'evento si verifica, e il 'momento dell'enun-
ciazione' (ME), vale a dire il momento in cui l'enunciato viene prodotto dal parlante. Semplifi-
cando un po', in un tempo presente MA coinciderà con ME, in un tempo passato MA precede-
rà ME, in un tempo futuro MA seguirà ME. (Per completezza, occorrerebbe inoltre tener conto
del momento di riferimento, MR, rispetto al qu~le si posiziona MA; ad es. nella frase alle tre
era già partito, MA segue MR, alle tre, e precede ME).
L'aspetto, di contro, considera l'evento espresso dal verbo non sul piano del riferimento tem-
porale ma secondo il punto di vista che il parlante assume nei riguardi dell'evento stesso, ossia
rispetto al modo in cui l'evento viene osservato e presentato. I due valori principali che può as-
sumere l'aspetto verbale sono imperfettivo e perfettivo.
L'aspetto imperfettivo considera un evento da una prospettiva interna al suo svolgimento, sen-
za fornire indicazioni circa la sua eventuale prosecuzione. Può avere tre accezioni: i) progressi-
va, quando un evento iniziato precedentemente è colto in un singolo momento del suo svolgi-
mento, detto 'istante di focalizzazione' (es. quando sei entrato ascoltavo la radio) e si verifica
in una sola occasione; ii) continua, quando un evento è colto nella sua durata, tipicamente ri-
spetto a un certo periodo di tempo (es. mentre leggevi ascoltavo la radio), e si verifica in una so-
la occasione; iii) abituale, quando un evento è colto nella sua durata e si ripete con consuetudi-
ne (dunque non in una sola occasione; es. ogni sera prima di dormire ascoltavo la radio).
L'aspetto perfettivo considera invece un evento da una prospettiva esterna al suo svolgimento,
122 La linguistica

nella sua globalità, visualizzandone il momento finale. Questa corrisponde tipicamente all'ac-
cezione cosiddetta aoristica (es. lessi tutto il libro); un'altra accezione, denominata compiuta, è
caratterizzata dal perdurare, in un dato momento, del risultato di un evento che si è compiuto in
precedenza (es. a giugno mi sono laureato). ·
Tempo e aspetto sono dunque categorie grammaticali che esprimono valori tra di loro differen-
ti, e non vanno perciò confusi. Si vedano i seguenti esempi:

(I) a. quando arrivò la notizia , Ivo telefonò al maresciallo


b. quando arrivò la notizia, Ivo telefonava al maresciallo
(2) a. Emma ha dormito già
b. Emma dormiva già

In tutti e quattro gli enunciati l'evento descritto dal verbo si colloca in un tempo passato; MA
precede ME sia quando il verbo è al passato prossimo sia quando è all'imperfetto. Ciò che cam-
bia è l'aspetto verbale: il verbo della frase principale ha aspetto perfettivo negli enunciati a. e
imperfettivo, progressivo, negli enunciati b. Nei secondi, segnatamente, l'evento è presentato
come in corso nell'istante di focalizzazione (2.b. si potrebbe espandere ad es. così: quando ar-
rivai, Emma dormiva già).
È analogo il caso degli enunciati in (3), con il verbo in a. di aspetto perfettivo e in b. di aspetto
imperfettivo, questa volta in accezione continua.

(3) a. a poco a poco la sala si riempl di gente


b. a poco a poco la sala si riempiva di gente

In italiano, proprio passato prossimo e passato remoto, da un lato, e imperfetto, dall'altro, si op-
pongono in base alla distinzione tra aspetto perfettivo e imperfettivo. Va detto però che, ad ecce-
zione del passato remoto e del trapassato remoto, che veicolano valori rigorosamente perfettivi,
tutti i tempi verbali dell'italiano manifestano qualche ambiguità sul piano dell'aspetto. Si veda-
no ad es. gli usi dell'imperfetto 'narrativo' con valore perfettivo (4), seppure marginali, e del pas-
sato prossimo, e più in generale dei tempi composti, in un senso con valenza imperfettiva (5), co-
siddetto ' inclusivo' (per cui a perdurare non è il risultato dell'evento ma l'evento stesso):

(4) il centrocampista esordiva un anno fa in nazionale


(5) Sara ha dormito tutto il pomeriggio ("e dorme ancora")

Un certo evento, d'altro canto, può assumere lo stesso aspetto pur se inserito in reti diverse di
relazioni temporali, ossia pur con tempi verbali differenti. Riprendendo esempi citati, si con-
frontino ogni sera prima di dormire ascoltavo la radio e ogni sera prima di dormire ascolto la
radio (entrambi: aspetto imperfettivo, abituale); a luglio mi sono laureato e a luglio mi sarò
laureato (entrambi: perfettivo, compiuto; come si vede dal secondo esempio, la visualizzazio-
ne del momento finale dell'evento non ne implica l'effettiva conclusione), ecc.
Non esistono lingue con un sistema puramente temporale o puramente aspettuale; tutte le lin-
gue, in linea di principio, dispongono di un sistema ibrido, che presenta forme di commistione
tra valori temporali e valori aspettuali. Si hanno, nondimeno, lingue in cui prevalgono opposi-
zioni di natura temporale (come nelle lingue romanze e nella maggior parte delle lingue ger-
maniche) e lingue che invece privilegiano opposizioni di carattere aspettuale (come l'arabo e le
lingue dell'Africa occidentale).
Sono diverse, poi, le possibilità formali di espressione dei valori aspettuali. In italiano questi
vengono resi sostanzialmente attraverso l'opposizione tra tempi verbali, come si è visto, o per
Morfologia 123

mezzo di perifrasi verbali (ad es. stare+ gerundio, con valore progressivo: quando sei entrato
stavo ascoltando la radio; andare/venire + gerundio, con valore continuo: a poco a poco la sa-
la si andava/veniva riempiendo di gente; essere solito + infinito, con valore abituale: ogni sera
prima di dormire ero solito ascoltare la radio; ecc.), quando non per semplice inferenza conte-
stuale.
In altre lingue, invece, i diversi valori aspettuali sono marcati per mezzo di affissi specifica-
mente dedicati. Si vedano i casi seguenti, in cui l'aspetto verbale è espresso mediante prefissi:
na-, pre-, pro-, iz-, con valore perfettivo, nelle lingue slave e baltiche dell'esempio (6), e ni-,
con valore imperfettivo progressivo, in haya (7), una lingua bantu parlata in Tanzania (nel-
l'esempio 7, ba- e mu- sono dei classificatori nominali, cfr. § 3.4.):

(6) imperfettivo perfettivo


bulgaro . pi.sa napisa "scrivere"
ceco cist precfst "leggere"
russo éitat' proéitat' "leggere"
lettone lasit izlasft "leggere"
(7) bamukoma "lo legano" (lett. "essi legano lui")
nibamukoma "lo stanno legando" (lett. "essi stanno legando lui")
ba mu koma ni ba mu - koma
CLASS 2 CLASS 1 "legare" PROG CLASS 2 CLASS 1 "legare"
SOGG OGG SOGG OGG

Categorie grammaticali a livello di parola, che classificano le paro- Le parti


le raggruppandole in classi a seconda della natura del loro significato, del discorso
o categorie
del loro comportamento nel discorso e delle loro caratteristiche flessio- lessicali
nali e funzionali, sono invece appunto le classi di parole, o 'parti del
discorso', dette anche ' categorie lessicali ' o 'classi lessicali'. Nella
grammatica tradizionale, ereditata con qualche modifica da quella gre-
ca e latina (cfr. § 8.1), le parti del discorso sono nove: nome o sostanti-
vo (es.: libro, pazienza, albero, Gianni), aggettivo (es.: bello, corto,
possibile, veneziano), verbo (es.: giocare , mettere, credere , sedersi),
pronome (es.: tu, chi, il quale, qualcuno), articolo (es.: il, un), preposi-
zione (es.: di , per, secondo), congiunzione (es.: e, mentre, benché, dato
che), avverbio (es. : bene,facilmente, allora, soltanto, ieri, qua), e inte-
riezione (es.: ahi, ohibò, uffah, accidenti!), a cui, volendo, si potrebbe-
ro aggiungere gli ideòfoni, come zigzag, cfr. § 1.3.2). La reale natura
linguistica di quest'ultima classe è peraltro molto dubbia, costituendo le
interiezioni primarie (come ahi, ehm, ohi) un insieme di espressioni che
non appaiono integrate nel sistema linguistico e condividono molti
aspetti della comunicazione non verbale. Di molte parole non è ben de-
finibile l'appartenenza a una classe determinata, dato che si pongono a
cavallo fra più classi o presentano proprietà particolari che difficilmen-
te si possono ricondurre ad una certa classe: per es. , il quantificatore
124 La linguistica

tutto è ritenuto un aggettivo, perché si accorda col nome a cui si riferi-


sce, ma al contrario degli aggettivi sta prima dell'articolo, e non dopo
(tutti i libri, e non *i tutti libri); ecco è ritenuto un avverbio, ma ha an-
che una proprietà che pare esclusiva dei verbi, quella di poter reggere
un pronome clitico: eccolo, eccomi qua (è stato pertanto definito come
un 'paraverbo').
Le categorie Mentre le categorie grammaticali sinora viste sono definibili - a
grammaticali parte il caso - sull'asse paradigmatico, considerando quindi le parole in
paradigmatiche
e sintagmatiche isolamento, altre importanti categorie grammaticali si individuano in-
vece sull'asse sintagmatico, considerando le parole nel loro rapporto
con le altre parole all'interno di uno determinato messaggio. A queste
categorie grammaticali sintagmatiche, che operano a livello di sintagma
(cfr. § 4.2), e quindi rientrano nel dominio della sintassi (v. capitolo suc-
Le funzioni cessivo), si può riservare la definizione di 'funzioni sintattiche' (dette
sintattiche anche 'relazioni sintattiche'). Si tratta delle nozioni tradizionalmente
definite dall'analisi logica, come soggetto, predicato, (complemento)
oggetto, complemento di termine, complemento di specificazione,
complemento di luogo, complemento di modo, complemento di mez-
zo, ecc. (si veda oltre, § 4.3. l); a tali funzioni corrispondono, nella mar-
catura a livello di morfemi, come si è detto sopra, i casi.
La stessa distinzione fra sintagmatico e paradigmatico (cfr. § 1.4.3)
è rilevante anche per distinguere due diversi modi di funzionamento
della morfologia flessionale: la flessione inerente e quella contestuale.
La flessione La flessione inerente riguarda la marcatura a cui viene assoggettata
inerente una parola in isolamento, a seconda della classe di appartenenza, per il
solo fatto di essere selezionata nel lessico e comparire in un messaggio:
in italiano, o in inglese, per es. un nome viene attualizzato o come sin-
golare o come plurale, e la forma sotto cui esso compare deve presenta-
re uno dei rispettivi morfemi flessionali, appunto inerenti, previsti dal-
le due lingue (gatto o gatti; cat o cats). L'aggettivo può recare la mar-
catura inerente di grado; il verbo, quelle di tempo, modo e aspetto.
La flessione La flessione contestuale è invece quella che dipende, appunto, dal
contestuale contesto: specifica una forma e seleziona i relativi morfemi flessionali
in relazione al contesto in cui la parola viene usata, dipendendo quindi
dai rapporti gerarchici che si instaurano fra le parole all'interno della
frase. Marca, cioè, rapporti di natura sintattica. In italiano, aggettivo e
articolo devono assumere una forma che dipende da quella del nome a
cui essi si riferiscono, selezionando i rispettivi morfemi flessionali (unq
bellq tortq; lq tortq è buonq; i. libri_ sono cari.); e il soggetto e il verbo di
una frase devono concordare quanto alle categorie flessionali che rea-
lizzano, espresse dalla persona verbale (cfr. sopra: i giocatori_ corrono,
la tigrg_ dormg_). Una tipica flessione contestuale è quella di caso.
Più in generale, un meccanismo che opera in molte lingue è quello
Morfologia 125

della marcatura di 'accordo', che prevede che tutti gli (o alcuni) ele- Il meccanismo
della marcatura
menti suscettibili di flessione all'interno di un certo costrutto prendano di accordo
le marche (i morfemi congruenti) delle categorie flessionali per le qua-
li è marcato l'elemento a cui si riferiscono. Così, come abbiamo visto,
in italiano è obbligatorio l'accordo fra verbo e soggetto (un gattQ mia-
golq, i gatti. miagolano) e fra i diversi componenti di un sintagma no-
minale (cfr. § 4.2): lg_ bellg_ melg_ maturg_, con marcatura plurima (o mul-
tipla), in cui articolo e aggettivi riproducono, ' copiano' il morfema di
FEMM PL del nome a cui si riferiscono. Tale marcatura plurima è molto
pervasiva in lingue con numerose classi nominali, per esempio in swa-
hili (cfr. sopra): nella frase swahili alikisoma kile kitabu kirefu "legge-
va quel grosso libro", per es., tutte le parole della frase contengono il
morfema di accordo (o 'concordanza', CONC) (- )ki- che riprende e copia
il classificatore, vale a dire il prefisso della classe nominale di apparte-
nenza del nome kitabu "libro" (prestito dall'arabo - si vedano§ 3.2.2 e
§. 6.2.1-, che in swahili viene rianalizzato e classificato come un nome
della classe prefissale ki). Analisi morfematica:

a- li - ki - soma ki - le ki - tabu ki - refu


PRO PASS CONC "leggere" CONC DIM CLASS 7 "libro" CONC "grosso"
3" SG DIST

Ki- è precisamente il prefisso, nella ricca serie di prefissi classifica-


tori nominali del swahili (v. sopra), della settima classe, quella degli
"esseri inanimati, cose" (alla quale sono assimilati i nomi delle lingue,
attraverso l'utilizzazione di ki- anche come prefisso che forma espres-
sioni avverbiali di modo, da cui per es. kiswahili "il/al modo di quelli
della costa", che si applica anche alla lingua); al plurale, vi- (perciò, vi-
tabu "libri").
Può anche convenire, nella morfologia contestuale, distinguere fra La distinzione
accordo e concordanza, riservando preferenzialmente il primo termine fra accordo
e concordanza
ai fenomeni di accordo fra gli elementi del sintagma nominale, e il se-
condo all'accordo delle forme verbali con elementi nominali, in parti-
colare con il soggetto.
126 La linguistica

ESERCIZI
A. Scomposizione in morfemi
O Scomporre in morfemi: antifascismo, appropriatamente, lacrimevole, risistemazione, inginoc-
chiarsi, delle, postprandiale, ripescati, monetizzabile, pianoforte, incoraggiante, credevo, lavasto-
viglie, immancabilmente, scordato, accumulatore
f,J Scomporre in morfemi: retrobottega, anticamera, presidenziale, sui, salpavano, arrotondamenti,
rimboschimento, passaporto, ingiustificati, problematico, caotici, incerta, scarichi, burro, televisi-
vo, motoraduno, ripescaggio
IJ Scomporre in morfemi: smanacciare, troneggiavano, risvegliandosi, Enna, sbucciatura, scenario,
inginocchiatoio, dietro, internazionale, zia, evasioni, preannunciai, scintillìo, al/acciabilità, prescii-
stici, automedicazione, accorrere, riespatriare, spremuta, crisi, autoritario, ammaraggio, inserzio-
nisti
Il Scomporre in morfemi: virtù, concentrarsi, nazionale, impraticabile, verrò, manterremo, incondi-
zionata, disapprovazione, incapacità, disinteressamento, sconfortante, umanitarismo, benestan-
te, invecchiare, elettrocardiogramma, biblioteca
El Scomporre in morfemi: i/leggibile, in, rotolare, marciapiedi, anteporre, affamato, cristallizzare, ter-
ritorialità, dissuadere, famoso, antieroe, insolubile, siediti, inscrizione, assediare, antipasto, infa-
mia, sentimentale, scribacchino
mScomporre in morfemi: awenturiero, infelicità, canterà, programmabile, subappenninico, depo-
nendo, malaugurato, eccettuativo, zoo, tendenzioso, salire, incontentabile, pianoforte, riallinea-
mento, faciloneria, percorribilità, re, assemblea
U Scomporre in morfemi: dieci paracadutisti coraggiosi imprevedibilmente rimpatriati; constatazione
amichevole tra due parasubordinati indisciplinati; la ciabattina inferocita pernotta nella stanzetta
IJ Scomporre in morfemi: gioielli costosissimi su di un roccione strapiombante, la vigliaccheria de-
plorevole degli spalatori irriconoscibili, il pescivendolo disoccupato spadroneggiava a casa nostra,
le telepromozioni ingannevoli causeranno una rivoluzione pacifica

B. Morfemi e allomorfi, morfemi lessicali e grammaticali


tJ Dire quali delle forme o parti di parola seguenti sottolineate e in grassetto sono morfemi e quali
non lo sono:
Il Sole è sempre stato fonte di ispirazione per musicisti e cantanti. Ma oril_ gli scienziati sono riu-
sciti a .&gistrare, e il. rendere udibile al/'uomQ, la musica che lil. stella stessa è in grado di IHQ-
durre. Un'armonia musicme. generata dal campo magnetico nella parte esternil_ della sua atmo-
sfera, moltQ simile a quella delle corde di una chitarra. E di cui, sicuramentll, ignorava /'esisten-
~a lo stesso Lucio Battisti, quando, nel 1971, incantò gli italiani con la sua 'Canzone del Sole'
(Marco Pasqua, "Ecco la musica del Sole. Registrata la voce della stella", www.repubblica.it/scienze,
28 giugno 2010)
ED) Dire quali delle forme o parti di parola seguenti sottolineate e in grassetto sono morfemi e quali
non lo sono:
Il quintQ senso usato come una bussom per visitare la Francia. L'idea è venuta a piccole città in
cerca di promozione. Guide olfattive, percorsi sensoriali, visite in base al proprio odorato. La cit-
tà di Dunkerque, /!!ll'.Sa nellll nebbie del Nord, ha creato una fragranza ispirata alla brezza marina
Morfologia 127

che soffia sul porto e lungQ la costa. Funziona meglio di un dépliant. Il nuovo profumo 'Dun~ del-
le Fiandre' ha già venduto cinquemila flaconcini.
(Anais Ginori, "Il boom del turismo dell'olfatto " , http://viaggi.repubblica.it, 27 agosto 2010)
IJ Siano date le seguenti parole, delle quali, all'esercizio 4, si richiedeva la scomposizione in morfemi:
invecchiare, impraticabile, incapacità. Quali morfemi derivazionali e quali morfemi flessionali si pos-
sono riconoscere? Compare più di una volta lo stesso morfema? Se sì, quale e in quali parole?
fE Siano date le seguenti parole, delle quali, all'esercizio 5, si richiedeva la scomposizione in morfe-
mi: anteporre, antipasto, antieroe. Quali morfemi derivazionali e quali morfemi flessionali si pos-
sono riconoscere? Compare più di una volta lo stesso morfema? Se sì, quale e in quali parole?
E!l Siano date le seguenti parole, delle quali, all'esercizio 5 , si richiedeva la scomposizione in morfe-
mi: affamato, famoso, infamia, i/leggibile, insolubile. Quali morfemi derivazionali e quali morfemi
flessionali si possono riconoscere? Ci sono allomorfi nelle parole date? Se sì, quali?
m) Siano date le seguenti parole, delle quali, all 'esercizio 5, si richiedeva la scomposizione in morfe-
mi: cristallizzare, territorialità, sentimentale. Quali morfemi derivazionali e quali morfemi flessio-
nali si possono riconoscere? Compare più di una volta lo stesso morfema? Se sì, quale e in quali
parole?
E!l Siano date le seguenti parole, delle quali, all 'esercizio 5, si richiedeva la scomposizione in morfe-
mi: siediti, dissuadere, inscrizione, assediare, scribacchino. Quali morfemi derivazionali e quali
morfemi flessionali si possono riconoscere? Ci sono allomorfi nelle parole date? Se sì, quali?
fl Sia dato il paradigma dell'indicativo presente di andare: vado, vai, va, andiamo, andate, vanno.
Siamo in presenza di forme diverse di uno stesso morfema lessicale? Quale fenomeno è esem-
plificato?
El Sia data la seguente serie di parole: piombo, promozione, infuocato, amicale, accavallato, pirico,
ascoltare, pace, iniquo, amicizia, andare, equino, sentire, plumbeo, pacato, venire, promuovere,
equamente. Riconoscere tra queste: i) coppie di parole che presentano morfemi lessicali tra di lo-
ro in rapporto di allomorfia, e ii) coppie con morfemi lessicali in rapporto di suppletivismo. Ci so-
no parole i cui morfemi lessicali non sono in rapporto né di allomorfia né di suppletivismo con
quelli di altre parole della serie? Se sì, quali?
El Scrivere tre parole italiane di almeno due sillabe che non contengano morfemi derivazionali e altre
tre di almeno due sillabe che non contengano morfemi flessionali.
Bi) Quale delle seguenti parole non corrisponde a un morfema libero? Italiano blu, inglese blue, ita-
liano penna, inglese pen. Perché?
I;) Quale dei termini è fuori posto in ciascuna delle seguenti quaterne, e perché? [chiave: morfologia
derivazionale]
(i) spaventoso, spiritoso, noioso, riposo;
(ii) cassetta, sigaretta, stufetta, ricetta;
(iii) specchio, tornò, lealtà, suini;
(iv) universale, fatale, ospedale, ministeriale;
(v) scioccone, ciclone, calciane, ciccione;

C. Tipi di affissi e formazione delle parole


fD Siano date le seguenti parole: scacciare, sfiducia, scaricare, sragionare, sgradevole. In quale o
quali di queste il prefisso s- ha valore di negazione? Si può dire che il prefisso s- in scaricare ha lo
stesso valore di a- in amorale?
fl In quali delle seguenti coppie di parole compaiono morfemi in rapporto di sinonimia?
128 La linguistica

(i) asimmetrico, insuccesso; (ii) divertimento, quotidianamente; (iii) insegnamento, comunicazio-


ne; (iv) ammutolire, apartitico. Quali sono i morfemi sinonimi e qual è il loro significato?
In quali delle seguenti coppie di parole compaiono morfemi in rapporto di omonimia? (i) scaldare,
sfortunato; (ii) inconcludente, inaspettato; (iii) scontento, scandaloso; (iv) innervosirsi, inaffidabi-
le. Quali sono i morfemi omonimi e qual è il loro significato?
Quali delle seguenti parole contengono dei prefissoidi? semenza, glottodidattica, autoadesivo, se-
micerchio, umanoide, glottidale, androgino, automodellismo.
Distinguere tra le seguenti parole quali contengono un prefissoide e quali invece sono parole com-
poste: fotoreporter, fotografia, fotogenico, fotomontaggio, fotosintesi. Che cosa hanno di interes-
sante questi esempi? Discutere.
Quale tipo di affissi si ritrova nelle seguenti parole dell'arabo? nadara "osservò", nadira "fu os-
servato", nadir "osservatore". Quale affisso ha il valore di "nome di agente "?
Siano date le seguenti parole in lussemburghese (dialetto del tedesco): froen "chiedere", gefrot
"chiesto"; fillen "sentire " , gefillt "sentito"; soen "dire ", gesot "detto". Quale tipo di affisso marca
il participio passato?
Quale tipo di affisso è esemplificato dalle seguenti coppie di parole dell 'inglese? Che valore rea-
lizza? man "uomo"/men "uomini " , goose "oca"/geese "oche ", tooth "dente "/teeth "denti"
Siano date le seguenti parole in warlpiri, una lingua australiana: kurdu "bambino", kurdukurdu
"bambini", kamina "ragazza", kaminakamina "ragazze" , mardukuja "madre", mardukujamarduku-
ja "madri". Come si forma il plurale in questa lingua? Come si chiama questo processo morfologi-
co?
Si esamini la seguente lista di parole in kimaragang, una lingua austronesiana, con la loro tradu-
zione in italiano: gayo "grande", obibisa "molto vigoroso", igigitan "prendere l'impegno di sposar-
si ", bisa "forte " , mipapatai "uccidersi reciprocamente", igit "fidanzarsi", patai "morire/uccidere",
agagayo "un po' più grande". Sapreste individuare quale fenomeno morfologico si realiua in que-
ste parole e qual è il suo valore in kimaragang?

mQuanti e quali affissi con valore derivazionale ci sono nelle parole della frase rotolare sui marcia-
piedi? C'è una parola composta? Se sì, quale? Ci sono morfemi cumulativi? Se sì, quali sono e
perché sono cumulativi?
Quale delle seguenti parole è una parola composta? Quale un suffissato costruito a partire da un
aggettivo? Quale un prefissato costruito a partire da un verbo? Quale un alterato? androgino, con-
tentezza, asimmetria, parigino, portapenne, insostenibile, coraggioso, buddista, cagnaccio.
Quale tra le seguenti parole è una parola composta? Quale un aggettivo suffissato denominale?
Quale un prefissato deaggettivale? Quale una base lessicale non derivata? Quale un alterato? de-
siderabile, calciomercato, svitare, postino, onesto, climatico, madrina, indeciso, fiscaleggiare,
bimbino, interlinea.
Costruire due parole aventi la seguente struttura morfematica: prefisso+radice+suffisso (deriva-
zionale )+suffisso (derivazionale )+desinenza
Costruire due parole aventi la seguente struttura morfematica: prefisso+prefisso+radice+desi-
nenza
iii Completare i brani seguenti, riempiendo le lacune col termine appropriato:
(i) vi sono morfemi discontinui costituiti da una parte . ............. .... e una parte
.................. , come nel tedesco Stadte "città (plurale)"; singolare: Stadt.
(ii) il morfema russo -a, che vale "nominativo singolare femminile " in una parola come dévu§ka
"ragaua ", rappresenta un caso di morfema .
(iii) tom-a-r-é, tom-a-r-as, tom-a-r-a, tom-a-r-émos, tom-a-r-éis, tom-a-r-an è il paradigma dell'indicati-
Morfologia 129

vo futuro dello spagnolo tornar" prendere". La vocale -a-, che vale "verbo di prima coniugazio-
ne" è detta vocale .
(iv) cardio-, cino-, endo-, neuro-, semi- sono esempi di ...
(v) figlio d'arte, dare i numeri, piantare in asso sono esempi di .
(vi) fonderia è un suffissato nominale . .................... ; ferroviario è un suffissato aggetti-
vale ....... .. .. ..... .... ........ ...... ..... ; balcanico è un suffissato aggettivale ......... ; an-
tipopolare è un . . .................. aggettivale
@1J Quale dei termini è fuori posto in ciascuna delle seguenti quaterne, e perché?
(i) infisso, suffisso, circonfisso, prefisso [chiave: tipi di affissi]
(ii) leprotto, asciugatoio, bagnasciuga, merendina [chiave: formazione delle parole]
(iii) autorimessa, autotrasporti, automobile, autolavaggio [chiave: formazione delle parole]
(iv) infisso, sostitutivo, circonfisso, prefisso [chiave: tipi di affissi]
(v) motoscafo, motocicletta, motoraduno, motocarro [chiave: formazione delle parole]
Il) Correggere gli errori contenuti nelle seguenti affermazioni. Si tenga conto che una o più afferma-
zioni potrebbero essere esatte.
(i) nella parola televendita, tele è un prefissoide col valore di "lontano"
(ii) i morfemi derivazionali che formano le parole rasato e cucchiaiata sono tra di loro in rapporto
di omonimia
(iii) le parole pronipote e promuovere sono formate con uno stesso prefisso
(iv) la parola abilmente è formata da tre morfemi
(v) la parola sgattare è un verbo ottenuto con suffissazione
(vi) demotivare è una parola composta
ii) Si può dire che le seguenti coppie di parole esemplificano un medesimo fenomeno? Se sì, di qua-
le fenomeno si tratta? (i) inglese talk "conversazione", to talk "parlare"; (ii) italiano donare, dono.

D. Flessione e categorie grammaticali


Ui) Completare i brani seguenti, riempiendo le lacune col termine appropriato:
(i) i morfemi flessionali non modificano il . ....... .. ...... .... della radice lessicale su cui operano
(ii) i sistemi di caso fanno parte della morfologia ... ......................... e marcano nella forma della
... la ........... ... ..... ............. sintattica che il ............ a cui la parola ap-
partiene svolge nella .
(iii) gli aggettivi latini fortior"più forte (di) " , a/tior " più alto (di)", c/arissimus "il più chiaro (tra)" so-
no marcati per ..
(iv) la morfologia verbale ha come sue categorie flessionali principali: ........... ...... ... ............. ,

9I Siano date alcune parole in siglitan, una lingua eschimo-aleutina, con la loro traduzione in italiano:
iylu "una casa"; iyluk "due case"; iylut "più di due case " ; jaKajuaq "lui è stanco " ; jauajuak "noi
due siamo stanchi"; jauajuat "noi (più di due) siamo stanchi". In che cosa differisce la marcatura
del numero in siglitan rispetto alla marcatura del numero in italiano?
li Siano date le seguenti parole in danese: en dag "un giorno " , dagen "il giorno" , en star dag "un
grande giorno", den stare dag "il grande giorno"; en gas "un'oca", gasen " l'oca ", en star gas "una
grande oca " , den stare gas " la grande oca". Che cosa si può dire sulla marcatura della definitezza
in danese?
m) Esaminando le seguenti espressioni di una certa lingua X, sapreste dire se X ha morfologia di ca-
so? salami chaykul ikssumnita "l'uomo legge un libro ", sa/amui chayk " il libro dell'uomo ", salami
kaassta "l'uomo è andato".
130 La linguistica

GI Siano dati i seguenti materiali in nahuatl (o azteco), lingua amerindiana, con la traduzione in italia-
no: te:pe:,,f "monte"; tocme "conigli " ; noca "la mia casa "; te:pe:me "monti " ; namoca " la vostra
casa "; natoci "il mio coniglio " ; taci "coniglio "; ica "la sua casa" . Il nahuatl possiede la categoria del
numero? Se sì, qual è il suffisso del plurale dei nomi? Ci sono morfemi con valore di possessivo?
Se sì, quali sono? Come si dice in nahuatl "il suo coniglio "?
Ui) Siano dati i seguenti materiali in finnico con la traduzione in italiano: ka/al/a "sul pesce " ; ka/asta
"dall'interno del pesce " ; minu/fa on ka/a " ho un pesce " ; ka/alta "dall 'esterno del pesce " ; rauda
"ferro "; raudan "del ferro " ; minu PRo.l"sG; on "essere.PREs.3•sG" . C'è morfologia di caso in finnico?
Se no, da che cosa si capisce? Se sì, da che cosa si capisce? Come si traduce letteralmente in ita-
liano minul/a on ka/a? Come si traduce "del pesce"?
Ui) Sia data la seguente frase in ungherese: teljesitem a kfvansagot "esaudisco il desiderio " ; con la
re lativa rappresentazione morfematica: teljesit- "rendere completo, adempiere , esaudire " (-it- è un
suffisso che crea verbi , conferendo diverse sfumature semantiche alla base lessicale di partenza ;
qui te/jes- "completo , intero "); -em "1ND.PREs.1•sG.OGG" ; a "ART.DET.MASCH.sG"; kfvan- "desiderare " ;
-sag- "sosr. sG" ; -ot "oGG" . Che cosa si può dire sulla marcatura di accordo in ungherese? Che dif-
ferenza c'è rispetto all 'italiano?
Sintassi
CAPITOLO 4

Obiettivi del capitolo


Questo capitolo si occupa del terzo dei livelli o piani di analisi della lingua,
entrando nel cuore delle strutture della lingua per esaminare come le parole
si combinino nel dare luogo a frasi, e in base a quali principi queste siano co-
struite a partire da unità più semplici. Vengono introdotte le unità di base del-
la sintassi (i 'sintagmi'), vengono classificati tipi di sintagmi, viene esaminato
il modo in cui questi funzionano nelle frasi, e viene introdotta la rappresenta-
zione strutturale delle frasi attraverso diagrammi ad albero. Si illustrano le
quattro prospettive diverse attraverso cui occorre vedere le frasi per dare con-
to della complessità con cui queste si organizzano nel trasmettere significa-
ti e dell'ordine degli elementi al loro interno; e per ciascuna prospettiva si
introducono le categorie rilevanti e il modo in cui esse interagiscono le une
còn le altre. Vengono poi presentati gli elementi essenziali dell'approccio for-
male alla sintassi noto come 'grammatica generativa'. In conclusione del ca-
pitolo, si delineano alcuni dei princìpi e delle nozioni che agiscono oltre la
frase e spiegano come le frasi si combinino in testi. L'obiettivo del capitolo è
da un lato di indurre consapevolezza della complessità dei piani e dei fattori
che intervengono a determinare le strutture sintattiche, e dall'altro di fornire
l'apparato analitico minimo per analizzare e rappresentare la struttura delle
frasi.

4 .1 Analisi in costituenti

Passiamo ora al successivo importante strato o livello di analisi della


prima articolazione, la sintassi. A differenza degli altri termini che de-
signano i livelli di analisi linguistica (fonetica, fonologia , morfologia,
semantica), che risalgono all'Ottocento (come lo stesso termine lingui-
stica), il termine sintassi ha un'origine antica, si trova già presso i
grammatici greci dell'epoca alessandrina (Il, III sec. d.C.; cfr. § 8.1).
La 'sintassi ' (dal greco syntaxis, da syn "insieme" e tassein "ordinare, Definizione
disporre") è il livello di analisi che si occupa della struttura delle frasi: di sintassi
l'oggetto di studio della sintassi è come si combinano fra loro le parole Che cosa è
e come sono organizzate in frasi. La frase è quindi il costrutto che fa da la frase
unità di misura per la sintassi. Purtroppo, come la nozione di parola, è
anch'essa tutt'altro che facile da definire in maniera non controversa:
132 La linguistica

qui ci accontenteremo di inquadrarla molto approssimativamente come


l'entità linguistica che normalmente funziona come un ' unità comuni-
cativa, cioè che costituisce un messaggio o blocco comunicativo auto-
sufficiente nella comunicazione verbale, nel discorso. Una frase è iden-
tificata dal contenere una predicazione, cioè, all'incirca, un 'afferma-
zione riguardo a qualcosa, l'attribuzione di una qualità o un modo d'es-
sere o d'agire a un'entità; o, in termini più tecnici, l'assegnazione di
una proprietà a una variabile o di una relazione fra più variabili. Gian-
ni è alto per es. è una predicazione, giacché attribuisce all'entità chia-
mata Gianni la qualità chiamata altezza.
Poiché normalmente il valore di predicare qualcosa è affidato ai
verbi, in genere ogni verbo autonomo coincide con una frase; vi posso-
Le frasi no però essere frasi senza verbo, dette 'frasi nominali ', come per es.
nominali buona, questa torta, che funzionano da messaggi autosufficienti e con-
tengono pur sempre una predicazione (nel caso, l'attribuzione all'enti-
tà torta della proprietà della bontà: la frase è infatti sinonimica di que-
sta torta è buona). Problemi anche rilevanti sorgono quando si tratti di
individuare quante e quali frasi ci sono in un discorso o testo. Un crite-
rio, non sempre solidissimo ma comunque utile, sarà, in base a quanto
osservato, che c'è una frase quando c 'è una predicazione: un metodo
semplice e ingenuo, e non sempre valido, ma che ci dà comunque una
prima indicazione, per identificare quante frasi ci sono in un testo è
quindi quello di contare le forme verbali. Le parole non si combinano in
frasi per semplice giustapposizione casuale, ma secondo rapporti e leg-
gi strutturali a volte anche molto complessi (cfr. § 1.3.10), che è appun-
Differenza to compito della sintassi di studiare. Con 'frase' si designano anche co-
tra frase strutti dall'estensione più ampia e dalla composizione più complessa,
e proposizione
come vedremo, di una frase semplice costituita da un'unica predicazio-
ne; questa si può allora chiamare più precisamente, come gìà nella
grammatica tradizionale, 'proposizione' (altro termine usato perdesi-
gnare la frase semplice è 'clausola', che riprende l'inglese clause).
L'analisi Un primo passo per analizzare la struttura delle frasi consiste nel
della struttura rendersi conto del modo in cui sono organizzati fra loro le parole e i
delle frasi
gruppi di parole che insieme costituiscono una frase. Il principio gene-
rale impiegato per l'analisi delle frasi è anch'esso basato, come per i li-
velli di analisi inferiori (fonologia e morfologia), sulla scomposizione o
L'analisi segmentazione. A un livello elementare, è molto usato un tipo di anali-
in costituenti si che rappresenta le concatenazioni, e in parte le dipendenze, fra gli
immediati
elementi della frase scomponendola in pezzi via via più piccoli, che so-
no i 'costituenti' della frase. Tale analisi, introdotta dallo strutturalismo
americano degli anni Tr~nta e Quaranta del Novecento (cfr. § 8.2.2), va
sotto il nome di 'analisi in costituenti immediati' : essa individua diver-
si sottolivelli di analisi, e i costituenti che si isolano a ciascun sottoli-
Sintassi 133

vello 'costituiscono immediatamente'(= senza passaggi ulteriori) il


(costituente del) sottolivello di analisi superiore. Il criterio mediante il
quale attuare la scomposizione, e quindi effettuare i 'tagli' che indivi-
duano i costituenti di ogni sottolivello, è anche in questo caso quello
della prova di commutazione (cfr. §§ 2.2.1 e 3.1).
Data una frase, il primo taglio si attua confrontando la frase con Esempio
un 'altra più semplice ma che abbia la stessa struttura: questo ci con- di analisi
in costituenti
sente di individuare i costituenti immediati della frase stessa; confron-
tando i costituenti così individuati con altri della stessa natura ma più
semplici possiamo via via motivare i successivi tagli, sino ad arrivare
alle parole, termine ultimo minimo di pertinenza della sintassi e a cui
quindi di solito l'analisi in costituenti immediati si arresta. Data la fra-
se mio cugino ha comprato una macchina nuova, confrontiamola con,
per es., Gianni legge, che ha intuitivamente la stessa struttura pur se è
formata da due sole parole. Quest'ultima evidentemente ha come co-
stituenti immediati Gianni e legge; dal che si ricava che la frase di par-
tenza ha come costituenti immediati mio cugino, che svolge rispetto al
resto della frase lo stesso ruolo che ricopre Gianni rispetto a legge (ed
è dunque con questo commutabile), e ha comprato una macchina nuo-
va, che halo stesso ruolo di legge . Lo stesso ragionamento si ripete con
mio cugino, confrontandolo per es. con il gatto (e individuando così i
costituenti di questo sottolivello mio e cugino: siamo già arrivati, per
questo pezzo di frase, al termine dell'analisi); e con ha comprato una
macchina nuova, confrontandolo con, per es., legge un libro (o man-
gia una mela), il che ci permette di individuare come costituenti ha
comprato (che ha lo stessb ruolo di legge in legge un libro, o di mangia
in mangia una mela) e una macchina nuova (che ha lo stesso ruolo di
un libro, ecc.).
Esistono modi diversi per rappresentare schematicamente l'analisi
di una frase nei suoi costituenti: diagrammi o grafi ad albero, boxes
(scatole o caselle), parentesi, parentesi indicizzate o etichettate, ecce-
tera.
Il metodo di rappresentazione più diffuso, e il più utile, è comun- Il metodo
que quello degli alberi etichettati, che meglio permette di rendere vi- degli alberi
etichettati
sivamente la struttura della frase sia nel suo sviluppo lineare sia nei rap-
porti gerarchici che si instaurano fra i costituenti. Un albero è un grafo
costituito da nodi da cui si dipartono rami; ogni nodo rappresenta un
sottolivello di analisi della sintassi, e reca il simbolo della categoria a
cui appartiene il costituente di quel sottolivello. Un albero del genere, L'indicatore
come quello esemplificato sotto per Gianni legge un libro (1) (di qui in sintagmatico
di una frase
avanti, in questo capitolo, numeriamo progressivamente tutti gli alberi)
è l' 'indicatore sintagmatico' della frase.
134 La linguistica

(1) F
~
SN SV
IV~SN
N
~
Art N

Gianni legge
I
un
I
libro

Simboli Le sigle stanno rispettivamente per: F = Frase (in inglese, S, Sen-


di categoria nei tence), SN = Sintagma Nominale (o anche GN, Gruppo Nominale, o
grafi ad albero
NP, dall'inglese Noun Phrase), SV = Sintagma Verbale (o anche GV, o
VP, dall'inglese Verb Phrase), N = Nome, V= Verbo, Art= articolo.
Ogni nodo, col relativo simbolo di categoria, 'domina' i nodi dei rami
che si dipartono da esso: F domina SN e SV, SN domina Art e N, ecce-
tera. Gli elementi che stanno al termine di ogni singola diramazione,
cioè che sono direttamente dominati dallo stesso nodo, si chiamano
' (costituenti) fratelli'.
Ecco ora l'indicatore sintagmatico di mio cugino ha comprato una
macchina nuova:

(2) F

SN sv
~
Poss N
---------------
~
V
~
SN

Aus PP Art (Det) SN


~
N Agg

mio cugino ha comprato


I
una macchina
I
nuova

Nella rappresentazione di questa frase, cioè nell'albero (2), trovia-


mo alcuni aspetti già più complessi. Anzitutto, nuovi simboli di catego-
ria: Poss = Possessivo, Det = Determinante, Aus = Ausiliare, PP = Par-
ticipio Passato, Agg = aggettivo. 'Determinante' è una categoria, igno-
ta alla grammatica tradizionale, che può comprendere gli articoli, gli
aggettivi dimostrativi, e anche altri elementi, riconosciuti come appar-
tenenti a una stessa classe sulla base della loro distribuzione, cioè del
fatto che compaiono sempre e solo nel medesimo contesto, vale a dire
Sintassi 135

davanti a un Nome. La 'distribuzione', vale a dire l'insieme dei conte- Il criterio della
distribuzione
sti in cui gli elementi possono comparire nelle frasi , è un criterio im-
portante per distinguere diverse classi di elementi rilevanti per la sin-
tassi. I determinanti sono quindi tutti gli elementi, parole funzionali, I determinanti
che (in italiano e altre lingue) occorrono davanti a un nome e svolgono
la funzione di determinare il referente da esso indicato. In il cugino, un
cugino, questo cugino, ecc. , il primo elemento del sintagma nominale
ha appunto questo ruolo di identificazione; gli articoli sono una sotto-
classe dei determinanti, e sono i determinanti più comuni; per cui quan-
do vi sia un articolo nell'albero possiamo usare sia il simbolo Det che
quello Art.
Vediamo poi nell ' albero (2) che compare due volte lungo uno stesso
percorso di ramificazione (e quindi a due sottolivelli diversi) , uno stesso
simbolo di categoria, SN: una macchina nuova è analizzato prima in
((una (macchina nuova)) e poi in (((una))((macchina)(nuova))). Si noti La parentesiz-
che per rappresentare la struttura interna di costrutti non molto comples- zazione
si è in genere sufficiente la parentesizzazione, come abbiamo fatto qui:
ogni parentesi aperta e chiusa corrisponde a un sottolivello di analisi sin-
tattica. Le parentesi possono anche essere, per maggior precisione, nu-
merate, o etichettate con gli opportuni simboli di categoria: per esempio,
( / / 1una) 1\ ) (2( 1macchina) 1( 1nuova) 1) 2) 3; V sNGianni)(svcorre)).

Ai fini elementari che ci interessano qui, tale sintagma nominale


può anche essere rappresentato da una triplice ramificazione sotto il no-
do SN invece che da una ramificazione binaria con introduzione di due
nodi SN a diverso livello gerarchico (quindi, come 'Art + N + Agg' in-
vece che come 'Art+ SN' e 'N + Agg'); questa seconda notazione è tut-
tavia più precisa, ed è fra l'altro connessa con la ricorsività della lingua
(cfr. § 1.3.7). Il SN dominato direttamente dal nodo F è la posizione ti-
pica del soggetto della frase; tale posizione può anche non essere riem-
pita da materiale linguistico, ma va in ogni caso rappresentata nella
struttura dell'albero. Una frase minimale come corro avrà per es. come
indicatore sintagmatico:

(3) F
A SV
SN
I
V
I
0 corro

Ogni frase è dunque rappresentabile con un indicatore sintagmati-


co, che ne fornisce la struttura in costituenti. Questa può in molti casi
136 La linguistica

Ambiguità disambiguare frasi o costrutti che all'apparenza sembrano identici ma


hanno una duplice interpretazione semantica; un esempio classico è so-
no invitate tutte le ragazze e le signore col cappellino, che può essere
interpretata come (a) ((((sono invitate)))(((tutte))((le ragazze) e (le si-
gnore col cappellino)))) oppure come (b) ((((sono invita-
te)))(((tutte))((le ragazze) e (le signore))((col cappellino)))). Con indi-
catori sintagmatici, rispettivamente:

(4a) SN

SN CONG SN
~
D
le ragazze e
~
SN

le signore
~
SPrep

col cappellino

(4b) SN

SN
~
SN CONG SN
~I~
le ragazze e le signore col cappellino

Il triangolino sta a indicare che il ramo porta a un costituente che,


essendo la sua struttura non pertinente per il fenomeno che si vuole il-
lustrare, non viene analizzato nella rappresentazione.

4.2 Sintagmi

I sottolivelli Abbiamo visto come l'analisi in costituenti immediati individui tre di-
dell'analisi versi sottolivelli di analisi sintattica: sottolivello delle frasi, dei sintag-
sintattica
mi, delle singole entrate lessicali(= parole). Il più importante di questi
sottolivelli, per quanto riguarda il funzionamento della sintassi, è il li-
vello dei sintagmi (o gruppi). Così come una parola è la minima com-
Sintagmi binazione di morfemi usabile come unità lessicale autonoma, un 'sin-
tagma' è definibile come la minima combinazione di parole (costituita
da almeno una parola) che funzioni come un 'unità della struttura frasa-
le (o, più genericamente, della sintassi).
Sintassi 137

I sintagmi sono costruiti attorno a una 'testa', sulla cui base ven-
gono classificati e da cui prendono il nome. 'Testa' è la classe di paro- La testa
le che rappresenta il minimo elemento che da solo possa costituire sin- del sintagma
tagma, funzionare da un determinato sintagma. Se si elimina l 'ele-
mento che fa da testa e che determina quindi il tipo di sintagma, il
gruppo di parole considerato viene a perdere la natura di sintagma di
quel tipo: se, per es., nel SN la copertina blu eliminiamo la o blu o tut-
t'e due, abbiamo ancora sempre un SN, la copertina o copertina blu o
copertina; ma se eliminiamo copertina rimane la blu, che non è un SN.
(A meno che non l'interpretiamo come un sintagma ellittico - si veda
per l'ellissi § 4.5 .2 -, equivalente a quella blu, in cui la abbia valore
pronominale e il nome sia sottinteso). Un sintagma nominale è quin- Il sintagma
di un sintagma costruito attorno a un nome: N è la testa di SN. Si noti nominale
che i pronomi, PRO, possono sostituire in tutto un nome, e quindi pos-
sono essere loro la testa di un sintagma nominale, che necessariamen-
te in questo caso non conterrà un N e sarà tendenzialmente costituito
dal solo PRO.
Il sintagma nominale minimo è un N (o un PRO), il sintagma no-
minale massimo può avere una struttura assai complessa, anche se le
combinazioni di elementi permesse in un SN variano da lingua a lin-
gua. In italiano, un SN massimo (o 'massimale') potrebbe avere la se-
guente struttura lineare:

(Quant) + (Det) + (Poss) + (Num) + (Agg) + N + (Agg)


tutti quei miei quattro bei polli grassi

Le abbreviazioni e sigle che non sono autoevidenti valgono:


Quant, quantificatore; N um, numerale. Le parentesi tonde indicano
qui gli elementi facoltativi od opzionali, cioè quelli che possono ma
non necessariamente devono essere presenti nel sintagma. Si noti al-
tresì che l'ordine reciproco in cui compaiono gli elementi, quando oc-
corrono, è quello previsto dalla struttura sopra rappresentata: appa-
renti controesempi, come per esempio gli amici tutti, con ordine Det +
N + Quant, vanno considerati come trasformazioni stilisticamente
marcate dell'ordine normale, tutti gli amici, Quant + Det + N. Si noti
che nella posizione del secondo Agg, postnominale, e al suo posto, si
può anche trovare un sintagma preposizionale (SPrep) che funga da
modificatore del nome (si veda sotto): tutti quei miei quattro bei pol-
li di fattoria.
Le posizioni indicate fra parentesi sono facoltative, cioè possono
non essere riempite; se lo sbno, e nel caso che siano realizzate più posi-
zioni, gli elementi - come ~bbiamo detto - si dispongono però obbliga-
toriamente nell'ordine lineare reciproco sopra indicato (con la possibi-
138 La linguistica

lità tuttavia di invertire il posto del Poss con quello del Num: i miei
quattro polli/i quattro miei polli). Le posizioni, sia prenominale che po-
stnominale, dell' Agg (che sarebbe più corretto, ad essere precisi, indi-
care come SAgg: v. oltre) sono ricorsive (quindi, possiamo trovare più
di un aggettivo sia prima del nome che dopo il nome: brutti rissosi pol-
li grassi ruspanti). Inoltre in posizione postnominale - come abbiamo
visto -Agg può essere sostituito integralmente da un SPrep (polli gras-
si e polli da cortile realizzano la stessa configurazione strutturale; per
ricorsività, lo stesso è allora per polli grassi da cortile). Entrambe le ca-
ratteristiche possono aumentare ulteriormente anche in maniera consi-
derevole la complessità interna di un SN.
Le preposizioni Testa di SV è V, testa di SPrep è Prep, anche se quest'ultima asse-
come testa gnazione pone dei problemi sui quali non possiamo qui soffermarci.
Basti dire che nel caso del sintagma preposizionale la preposizione, che
nel sintagma preposizionale introduce, e regge, un sintagma nominale,
non condivide la proprietà che hanno le altre teste di sintagma di poter
rappresentare da sole il sintagma: un nome funziona da sintagma nomi-
nale (in Parigi è bella, Parigi è SN), ma una preposizione non funzio-
na da sintagma preposizionale (in parto per Parigi, per Parigi è SPrep;
ma in *parto per, per non è un SPrep: non è niente).
Tutte le categorie lessicali di parole piene possono essere teste di
sintagma. Possiamo quindi anche avere sintagmi aggettivali (SAgg),
che hanno per testa un aggettivo (per esempio, molto bello, pieno di sol-
di), e sintagmi avverbiali (SAvv), che hanno per testa un avverbio (per
esempio, abbastanza rapidamente). Sui criteri di isolamento dei vari
sintagmi cfr. Box 4.1.

Box 4.1 - Alcuni criteri per il riconoscimento dei sintagmi

Si è già detto al§ 4.1, confrontando la frase mio cugino ha comprato una macchina nuova con
Gianni legge, che tanto una singola parola quanto un gruppo di parole possono svolgere lo stes-
so ruolo all'interno di una frase, funzionando da sintagmi costitutivi della frase. Per riconosce-
re quali parole facciano gruppo tra di loro, e quindi costituiscano un sintagma, è possibile fare
riferimento ad alcuni criteri, detti anche 'test di costituenza' (alcuni dei quali validi altrettanto
per la definizione di parola, v. Box 3.1).

MOBILITÀ
Un gruppo di parole rappresenta un sintagma se le parole che lo costituiscono si muovono con-
giuntamente all'interno di una frase. Consideriamo ad es. la frase la scorsa settimana mio cu-
gino ha comprato una macchina nuova; possiamo muovere ad es. il gruppo di parole la scorsa
settimana dalla posizione iniziale a quella finale:
(1) mio cugino ha comprato una macchina nuova la scorsa settimana.
Sintassi 139

Il gruppo la scorsa settimana è perciò un sintagma, nella fattispecie nominale. Se provassimo a


muovere separatamente o la testa settimana o i suoi modificatori la scorsa otterremmo frasi
agrammaticali:

(l') *la scorsa mio cugino ha comprato una macchina nuova settimana;
(l") *settimana mio cugino ha comprato una macchina nuova la scorsa.

Il criterio, va detto, rimane valido anche quando lo spostamento modifichi il significato della
frase; si veda ad esempio:

(2) mio cugino ha denunciato il vicino di casa


(2') il vicino di casa ha denunciato mio cugino

SCISSIONE

Un gruppo di parole rappresenta un sintagma se può essere separato dal resto della proposi-
zione costruendo una struttura chiamata frase scissa (per cui cfr. § 4.3.4 e Box 4.3); si tratta per
certi versi di un caso specifico del criterio di mobilità. A partire dalla frase (1), ad esempio,
possiamo isolare per mezzo di una struttura del tipo di è ... che il gruppo di parole mio cugi-
no, che rappresenta quindi un sintagma (nominale), ma non le singole parole che lo costitui-
scono:
(3) è mio cugino che ha comprato una macchina nuova la scorsa settimana;
(3') *è mio che cugino ha comprato una macchina nuova la scorsa settimana;
(3") *è cugino che mio ha comprato una macchina nuova la scorsa settimana.

Più interessanti sono gli esempi seguenti:


(4) ho guardato dentro gli scatoloni;
(5) ho portato dentro gli scatoloni.

Applicando il test di scissione ci accorgiamo che queste due frasi non presentano la stessa strut-
tura sintagmatica, ancorché differiscano tra di loro per la scelta di una sola parola:
(4') è dentro gli scatoloni che ho guardato;
(5') *è dentro gli scatoloni che ho portato.

L'enunciato (5') è agrammaticale poiché ho portato dentro rappresenta un ' unità della struttu-
ra frasale, un sintagma verbale (che ha come verbo un'unità lessicale polilessematica: portare
dentro; cfr. § 3.3. e Box 3.1). Invece in (4) il verbo guardare e dentro appartengono a due di-
versi sintagmi, poiché dentro è la preposizione testa del sintagma preposizionale dentro gli
scatoloni.

ENUNCIABILITÀ IN ISOLAMENTO

Un gruppo di parole rappresenta un sintagma se da solo può costituire un enunciato, cioè se può
essere pronunciato in isolamento. Si veda l'esempio:
(6) A: chi ha comprato una macchina nuova? B: mio cugino
(6') A: chi ha comprato una macchina nuova? B: *mio (*cugino, *mio cugino ha, ecc.)
140 La linguistica

COORDINABILITÀ
Quest'ultimo criterio consente più in particolare di riconoscere quando due o più gruppi di pa-
role rappresentino sintagmi di uno stesso tipo. Sintagmi diversi sono dello stesso tipo se posso-
no essere coordinati. Si vedano ad esempio i casi seguenti, di coordinazione (cfr. § 4.5.1) tra sin-
tagmi nominali (7), aggettivali (8), avverbiali (9), verbali (10), preposizionali (11):
(7) Pietro e un suo caro amico sono partiti per la vacanze
(8) ho visto un uomo stanco e terribilmente disilluso
(9) ha frequentato il corso svogliatamente e poco assiduamente
(10) canta e balla come un vero uomo di spettacolo
(11) il tutto va mescolato per mezz' ora e con grande cura
Si noti tuttavia che possono essere coordinati anche gruppi di parole con funzione analoga ma
di genere molto diverso, come ad es. aggettivi e frasi relative (cfr. Scheda 4.1):
(12) ho visto un uomo stanco e che non ha più speranza.
Specularmente, può accadere che sintagmi diversi siano di uno stesso tipo ma non per questo
coordinabili:
(13) *il custode e il vento hanno aperto la porta;
il che può verificarsi quando i due sintagmi ricoprano ruoli semantici differenti (cfr. § 4.3.3):
nella frase sopra, il custode agente e il vento strumento.

I sottocostituenti I sottocostituenti dei vari tipi di sintagmi, cioè gli elementi che pos-
dei sintagmi
sono attaccarsi alla testa, e che quindi dipendono da questa, possono da-
re luogo, come si è accennato, a sintagmi anche assai complessi, dotati
di una strutturazione interna a vari sottolivelli. Nel quadro della gram-
matica generativa (si veda oltre, § 4.4.), è stato introdotto anche un
SDet, Sintagma (del) Determinante, avente dunque come testa Det, e
che conterrebbe al suo interno il SN: un libro costoso, per es., non sa-
rebbe più un SN analizzabile come Det + SN (e SN come N + Agg),
bensì, pur essendo sempre analizzabile (al livello molto semplice a cui
ci muoviamo) negli stessi termini, sarebbe un SDet.
La teoria Sempre nel quadro della grammatica generativa, il tema della strut-
X-barra tura interna dei sintagmi è stato particolarmente approfondito, sotto il
nome, un po' straniante, di 'teoria X-barra', che individua i diversi
ranghi di complessità di un sintagma (X) con l'indicazione di opportu-
ne 'barre' (più propriamente, lineette sovrapposte al simbolo) o, più
semplicemente, con apici (X', X", ecc.). Ogni eventuale lineetta o apice
indica un sottolivello di crescente complessità interna del sintagma.
Con questo accorgimento possiamo rappresentare come segue la strut-
tura di un sintagma nominale complesso che realizzi tutte le posizioni
previste (si tratta della 'proiezione massimale' del sintagma), come per
Proiezione
massimale l'appunto quello sopra riportato (con il SPrep da cortile a sostituire la
del sintagma posizione di Agg postnominale):
Sintassi 141

(5) SN'""
~
Quant SN""
~
Det SN"'
~
Poss SN"
~
Num SN'
~
Agg SN
~
N SPrep
I ~
tutti quei miei quattro bei polli da cortile

Più sono gli apici (o le lineette sovrapposte) che indicizzano il sim-


bolo di categoria (qui, SN), più complesso e dotato di più sottolivelli è
il sintagma interessato; che però funziona sempre allo stesso modo al-
1'intemo del costrutto frasale di cui è parte: SN"', SN", SN' hanno, o
possono avere, tutti il ruolo sintattico che ha un SN (e cioè anche solo di
un nome), né più né meno. Dal punto di vista pratico, si noti che si può,
per maggior precisione, usare tale notazione tutte le volte che ci sia lo
stesso simbolo di categoria in due nodi successivi (cioè, per es., SN si
trovi sia all'inizio che al termine di un ramo).
Un requisito fondamentale per la corretta rappresentazione della Rapporti
struttura delle frasi con un indicatore sintagmatico è che, rispettando la sintattici
tra i costituenti
successione lineare dei costituenti (a questo punto, dei sintagmi), sia e gerarchia
dato conto degli effettivi rapporti sintattici esistenti fra essi: ogni costi- nell'albero
tuente deve comparirvi al rango gerarchico in cui interviene a contri-
buire al valore generale della frase. Particolare attenzione richiedono a
questo proposito proprio i sintagmi preposizionali, il cui contributo al
senso della frase può porsi a livelli diversi e che quindi possono/devo-
no essere agganciati all'opportuno nodo, anche indipendentemente dal-
la semplice successione lineare: un SPrep che segua un SN, per es., non
necessariamente deve essere attaccato al nodo SN. Vediamo qualche
esempio: se prendiamo le frasi (a) Gianni ha letto un libro con gran
piacere, (b) Gianni ha letto un libro con la copertina blu, (c) Gianni ha
letto un libro per tutta la notte, vediamo che i tre sintagmi preposizio-
nali che compaiono in ultima posizione hanno funzioni sintattiche chia-
ramente diverse. In (a) con gran piacere specifica il modo in cui è av-
venuta l'azione di leggere, cioè determina il sintagma verbale (è il
142 La linguistica

'complemento di modo o maniera' dell'analisi logica tradizionale) e va


quindi fatto dipendere dal nodo SV; in (b) la copertina blu determina o
modifica il libro (ha cioè la stessa funzione che avrebbe un aggettivo) e
va quindi attaccato al nodo SN; in (c) per tutta la notte si riferisce al-
1' intero evento della lettura di Gianni rappresentato nella frase, ne in-
quadra la cornice temporale, cioè determina o modifica la frase, e va
dunque attaccato al nodo F direttamente. Avremo allora per i tre casi
(a), (b) e (c), in rappresentazione abbreviata e semplificata, i tre rispet-
tivi alberi (6), (7) e (8):

(6) F (7) F (8) F


~SY
SN
~SV
SN
~
SN SV SPrep
~ ~ I\SN
V SN SPrep V SN V
~
SN SPrep

Formulazione più precisa di (6) e (8) con ramificazioni binarie


(d'ora in poi adotteremo sempre e solo ramificazioni binarie, coerenti
con la struttura ricorsiva degli alberi):

(9) F (IO) F
~ ~
SN SY F SPrep
~ ~
SV SPrep SN SV
~ ~
V SN V SN

Della frase (b) diamo a mo' d'esempio l'indicatore sintagmatico


dettagliato:
Sintassi 143

(11) F

s~
I
N
~
V SN
~~
Aus
PP Det SN

N
~SPrep
~SN
Prep
~SN
Det

N
~Agg
I I
Gianni ha letto un libro con la copertina blu

Questa rappresentazione presuppone che il SPrep abbia qui l'iden-


tica funzione che avrebbe un aggettivo e operi quindi all'interno del
sintagma nominale di cui è un costituente, allo stesso sottolivello. È pe-
raltro accettabile anche la rappresentazione alternativa seguente, più
semplice:

(12) ( ... )

Det
~
-
SN

N
SN

~
Prep
SPrep

SN

(... ) un
I I
libro
I la~
con copertina blu

Il principio generale retrostante alle corrette rappresentazioni sin- Principio


tagmatiche è che, in un albero, ogni elemento che sta sul ramo di destra generale
per una
di un nodo modifica (o va messo in relazione diretta con) l'elemento corretta
che sta alla sua sinistra sotto lo stesso nodo (agganciato alla stessa ra- rappresenta-
zione
mificazione: cioè il costituente fratello). sintagmatica
Una posizione esterna al nodo F, che si diparte da un nodo F che ha
al terminale dell'altro ramo un nodo F più basso, come quella del SPrep
nell'albero (10) sopra, può essere occupata anche da un avverbio che
modifichi l'intera frase, come in probabilmente lui è partito per Parigi:
144 La linguistica

(13) F
~F
Avv
~SV
SN

PRO
I ~
V SPrep
A
Aus PP
A
Prep N

probabilmente lui
I
è
I I
partito per Parigi
I

Come abbiamo visto, un SN può contenere al suo interno uno o più


SPrep. Proviamo a rappresentare a mo' di esempio con alberi a ramifi-
cazioni binarie due SN contenenti ciascuno due SPrep. Si abbia il libro
di favole di Fedro, in cui il secondo SPrep, di Fedro, funziona da modi-
ficatore del SPrep contiguo, di favole:

(14) SN
~
Det SN
~
N SPrep
~
Prep SN
~
N SPrep
~
Prep N
I I
il libro di favole di Fedro

Sintagmi Si noti che questo sintagma ammette due interpretazioni, l'una in


con due cui Fedro è l'autore delle favole (che noi intendiamo nel contesto come
interpretazioni
la sola interpretazione voluta, se abbiamo la conoscenza enciclopedica
(cfr. § 5.1) che Fedro era un noto autore di favole dell'antichità), l'altra
in cui Fedro è invece chi possiede il libro. Di tale doppia interpretazio-
ne è possibile dar conto a livello di struttura sintagmatica, con due al-
beri diversi; rappresentiamo in (15) la struttura corrispondente alla se-
conda interpretazione (la struttura corrispondente alla prima interpreta-
zione è ovviamente uguale all'albero precedente).
Sintassi 145

(15) SN

---------------
Det
~
SN
SN

SPrep

N~rep /\

il
I
libro
~
di favole
LJ
di Fedro

4.3 Funzioni sintattiche, strutturazione delle frasi e


ordine dei costituenti

4.3.1 Funzioni sintattiche


Ai sintagmi che riempiono le posizioni strutturali di un indicatore sin- I princìpi di
tagmatico vengono assegnati diversi valori. La categoria formale di funzionamento
della sintassi
'sintagma', che abbiamo enucleato in base alla struttura in costituenti,
assume determinati valori funzionali richiesti e necessari per l' interpre-
tazione semantica delle frasi. Il modo in cui i diversi costituenti si com-
binano nel dare luogo alle frasi è infatti governato da princìpi piuttosto
complessi, che interagiscono fra di loro nel determinare, a seconda del
significato del messaggio da trasmettere e del contesto pragmatico in
cui esso viene trasmesso, l'ordine in cui si susseguono gli elementi e la
gerarchia dei loro rapporti, e a conferire alle frasi la struttura sintattica
di superficie con cui queste ci appaiono. Occorre distinguere chiara-
mente a questo proposito tre ordini o classi diversi di princìpi, ricondu-
cibili a piani diversi che intervengono nel determinare il funzionamen-
to della sintassi.
La prima fondamentale classe di princìpi è interna alla sintassi stes- Le funzioni
sa: si tratta delle 'funzioni sintattiche' (già introdotte in§ 3.4 a propo- sintattiche
sito della marcatura morfologica del caso). Le funzioni sintattiche ri-
guardano il ruolo che i sintagmi assumono nella struttura sintattica del-
la frase, in cui, essenzialmente, i sintagmi nominali possono valere da
soggetto o (complemento) oggetto, i sintagmi preposizionali possono
valere da oggetto indiretto o da complemento, i sintagmi verbali posso-
no valere da predicato. Una definizione rigorosa delle diverse funzioni
sintattiche non è facile da dare. Soggetto (tradizionalmente definito co- Soggetto,
me 'chi fa l'azione '), predicato verbale (tradizionalmente definito co- predicato
verbale e
me 'l'azione') e oggetto (o complemento oggetto; tradizionalmente de- oggetto
finito come 'chi subisce l'azione'; queste definizioni a base semantica
sono tuttavia largamente fuorvianti : si veda oltre) sono comunque le tre
funzioni sintattiche fondamentali. A queste si aggiungono numerosi
146 La linguistica

I complementi complementi, di cui la grammatica tradizionale fornisce una lunga lista


individuandoli e definendoli in genere sulla base del loro valore se-
mantico: specificazione (la zia di Gianni), termine (chiamato anche
' oggetto indiretto': ho dato un libro a Gianni), mezzo o strumento (bat-
tere il chiodo col martello), modo o maniera (procedere con lentezza),
argomento (discutere di investimenti) , tempo (di notte tutti i gatti sem-
brano neri), stato in luogo (sto in casa) e vari altri complementi di luo-
go (moto a luogo: andare a Milano; moto da luogo: tornare dal mare;
ecc.), secondo termine di paragone (Gianni è più alto di Carlo), eccete-
ra. Come abbiamo accennato, le funzioni sintattiche sono spesso mar-
cate morfologicamente. In particolare dalla morfologia di caso; ma an-
che dalla morfologia di accordo (cfr. § 3.4.). In molte lingue, incluso
l' italiano, il soggetto è individuabile (anche e soprattutto) per il fatto
che è il sintagma nominale con cui si accorda il verbo. Facendo riferi-
mento alla configurazione dell'indicatore sintagmatico di una frase o
proposizione 'normale', possiamo altresì definire il soggetto come il
SN dominato direttamente da F, e l'oggetto come il SN dominato diret-
tamente da SV.
I complementi Si noti che in una lingua come l'italiano, che per i nomi e gli agget-
in italiano tivi non ha morfologia di caso, i vari complementi sono in genere intro-
e nelle lingue
con morfologia dotti da un'apposita preposizione, e sono quindi espressi da sintagmi
di caso preposizionali. Nelle lingue con morfologia di caso, alcuni comple-
menti sono marcati contemporaneamente dal caso e da una preposizio-
ne (che regge quindi un determinato caso a seconda del complemento
da esprimere: lat. in urbem exercitum adducere "condurre l'esercito
nella città", dove la prep. in esprime il moto a luogo e regge exercitum
all'accusativo, vs. in silvis delitescere "nascondersi nei boschi", dove
la stessa preposizione esprime stato in luogo e regge si/vis "boschi" al-
l'ablativo; per il concetto di reggenza, cfr. § 3.4).

4.3.2 Schemi valenziali


Gli schemi Le funzioni sintattiche vengono in realtà assegnate a partire da 'schemi
valenziali valenziali' (detti anche 'strutture argomentali'), che costituiscono l'em-
o strutture
argomentali brione iniziale della strutturazione delle frasi e ne configurano il quadro
minimale. Quando noi dobbiamo enunciare qualcosa sotto forma di fra-
se, è ragionevole pensare che partiamo dalla selezione di un verbo (o
predicato) scelto nel nostro lessico (§ 5.2) mentale per rappresentare
l'azione o evento o stato di cose o processo che vogliamo descrivere.
Le valenze Questo verbo (o predicato) è associato a delle valenze (o 'argomenti'),
o argomenti che sono implicate, richieste, dal tipo di significato del verbo (o predi-
cato): ogni predicato, sulla base della natura del processo che rappre-
senta e codifica, configura un quadro di elementi chiamati in causa. Ta-
li elementi sono appunto le valenze (o argomenti). Ogni predicato, o, in
Sintassi 147

primo luogo, ogni verbo stabilisce il numero e la natura delle valenze o


argomenti (detti anche, a volte, 'attanti', o 'posti') che esso richiede,
rappresentate linguisticamente dai sintagmi nominali che li designano:
ha quindi un certo schema valenziale (o una certa struttura argomen-
tale) .
Da questo punto di vista, i verbi sono nella loro grande maggioran- Verbi
za 'monovalenti', 'bivalenti' o 'trivalenti' . Camminare o piangere sono monovalenti,
bivalenti,
verbi monovalenti (o 'a un solo argomento', o 'a un solo posto': impli- trivalenti
cano solamente 'qualcuno che cammini o pianga'); lodare, interrogare
sono verbi bivalenti (o 'a due argomenti', 'a due posti': implicano
'qualcuno che lodi o interroghi' e 'qualcuno che venga lodato o interro-
gato'); dare, spedire sono verbi trivalenti (o 'a tre argomenti', 'a tre po-
sti': implicano 'qualcuno che dia o spedisca', 'qualcosa che sia dato o
spedito', e qualcuno o qualcosa a cui si dia o si spedisca). Esistono an- Verbi
che verbi zerovalenti, o 'avalenti': si tratta dei verbi meteorologici, o zerovalenti
atmosferici, come piovere, nevicare, che non hanno alcuna valenza; e
verbi tetravalenti, con quattro valenze, come per es. spostare ('qualcu- Verbi
no sposta qualcosa da un luogo a un altro'), tradurre ('qualcuno tradu- tetravalenti
ce qualcosa da una lingua a un'altra), vendere (se ammettiamo che il
sintagma che rappresenta il prezzo o corrispettivo della vendita sia una
valenza richiesta dal verbo: 'qualcuno vende qualcosa a qualcun altro
per una certa somma').
Le valenze costituiscono con il verbo gli elementi nucleari essen- Valenze omesse
ziali delle frasi, anche quando non vengano tutte realizzate con mate-
riale nella struttura sintagmatica: mangiare è un verbo bivalente (Luisa
mangia una mela), ma la seconda valenza può non essere espressa, pur
intervenendo sempre nell'interpretazione semantica della frase (Luisa
sta mangiando, evidentemente 'qualcosa'); così, in andrò a Roma il
verbo è bivalente ma la prima valenza non è espressa. In questi casi, si
dice che non tutte le posizioni dello schema valenziale sono 'saturate'.
Molti verbi ammettono, in diverse accezioni (cioè con significato di-
verso), più schemi valenziali: attaccare, per es., è bivalente nel senso di
"assalire" (gli assedianti attaccarono la fortez za), ma trivalente nel sen-
so di "appendere; unire qualcosa a qualcos'altro" (Gianni ha attaccato
un quadro alla parete).
Sulla base degli schemi valenziali, allora, il soggetto si potrebbe Definizione
definire come la prima valenza di ogni verbo (l'unica, ovviamente, nel di soggetto
caso di verbi monovalenti); si ricordi che tutti i verbi, tranne i verbi me-
teorologici, hanno almeno una valenza, appunto la prima. In altri ter-
mini, il soggetto è l'argomento verbale più saliente (e per la sua pecu-
liarità viene a volte definito come 'argomento esterno', anche in consi-
derazione del fatto che negli indicatori sintagmatici è esterno al sintag-
ma verbale, essendo suo costituente fratello).
148 La linguistica

La seconda La seconda valenza coincide con la funzione sintattica di (compie


valenza mento) oggetto, nel caso normale dei verbi cosiddetti transitivi (sonc
transitivi i verbi che ammettono la costruzione passiva): Luisa mangil
una mela. Può tuttavia anche consistere in un complemento di luogc
(Gianni abita in città), un 'complemento predicativo ' del soggetto (Lui-
sa sembra una regina) o dell 'oggetto (l'assemblea ha eletto Rossi flli_·
sidente), o in altri complementi ancora (Gianni pesa novanta chili; i,
giornale costa un euro; questa villa appartiene a Rossi; una squadre,
consiste di undici giocatori; questo non dipende da me).
I circostanziali In una frase, oltre ai costituenti che rendono le funzioni sintattiche
previste dalla struttura argomentale, si possono trovare anche costi-
tuenti che realizzano altri elementi, che non fanno parte dello schema
valenziale. Questi sono detti 'circostanziali' (anche 'circostanti', in op-
posizione a 'attanti'), o 'avverbiali', o (specie nella linguistica anglo-
sassone) 'aggiunti'. I circostanziali o aggiunti, non essendo direttamen-
te implicati dal significato del verbo, non rientrano nelle configurazio-
ni di valenza dei predicati verbali e quindi non fanno parte delle fun-
zioni sintattiche fondamentali; ma svolgono comunque una funzione
semantica importante, in quanto, appartenendo per così dire alla corni-
ce degli eventi, aggiungono informazioni che spesso sono altrettanto, o
più, salienti, dal punto di vista del valore comunicativo della frase, di
quelle codificate dagli schemi valenziali. Negli indicatori sintagmatici,
i circostanziali funzionano tipicamente da modificatori a livello o della
frase nel suo complesso, o del sintagma verbale, o del sintagma nomi-
nale. In Luisa cuoce con pazienza la torta ne/forno per tre ore, alla fra-
se nucleare (con schema bivalente) Luisa cuoce la torta sono aggiunti
tre circostanziali: con pazienza, nel forno e per tre ore. I circostanziali,
o aggiunti, rispetto alle valenze o argomenti, godono di una certa liber-
tà di posizione: nella frase appena vista, per es., con pazienza è inserito
fra il verbo e il suo complemento oggetto; e sono possibili permutazio-
ni, cioè ordini diversi dei costituenti con diversa collocazione dei cir-
costanziali: Luisa cuoce per tre ore con pazienza la torta nel forno, Lui-
sa per tre ore cuoce con pazienza la torta nel forno, Luisa con pazien-
za cuoce nel forno la torta per tre ore, eccetera. Per approfondimenti
su tutta la tematica, v. Box 4.2-

Box 4.2 - La valenza verbale


Quando in una frase è presente un verbo, questo è sempre l'elemento centrale della frase. È pro-
prio il verbo, in virtù delle caratteristiche che possiede, a determinare la struttura della frase.
Sono, questi, due dei presupposti teorici di un modello frasale, quello -elaborato dal linguista
francese Lucien Tesnière, fondato sul concetto di valenza verbale. Il termine valenza, introdot-
Sintassi 149

to in linguistica dallo stesso Tesnière, è mutuato dalla lingua della chimica, dove fa riferimento
alla capacità degli atomi di combinarsi tra di loro nella composizione delle molecole, e sta a in-
dicare il numero di elementi linguistici la cui presenza all'interno di una frase è necessaria af-
finché la stessa frase risulti ben formata, ossia grammaticale. Tali elementi sono detti attanti,
nella formulazione originaria di Tesnière, o argomenti, secondo l'uso oggi forse più diffuso. Il
numero di argomenti è determinato dal verbo della frase.
In analogia con il comportamento combinatorio degli atomi, come un atomo di ossigeno è bi-
valente e richiede, per dare luogo a una molecola di acqua (Hp), di essere combinato con due
atomi di idrogeno, monovalente, così un verbo quale lodare in una frase deve essere accompa-
gnato da due argomenti, indicanti il primo qualcuno che lodi e il secondo qualcuno o qualcosa
che sia Iodato; es. il maestro ha lodato l'allievo (vs. *il maestro ha lodato).
Ricordiamo che in base al numero di argomenti richiesti dal verbo si possono riconoscere clas-
si diverse di verbi: i) zerovalenti , che non richiedono di essere accompagnati da alcun argo-
mento; ad es. i verbi meteorologici come piovere (es. piove), nevicare, grandinare, tuonare,
lampeggiare, ecc. (il che vale anche per lingue come francese, inglese o tedesco, che presenta-
no verbi meteorologici accompagnati da un elemento cosiddetto 'espletivo', dato che questo
non è riferibile ad alcuna entità concreta; es. francese il pleut "piove", zerovalente, di contro a
il court "egli corre", monovalente); ii) monovalenti, che richiedono di essere accompagnati da
un solo argomento; es. correre (es. Paolo corre), ridere, camminare, nascere, abbaiare, nuota-
re, dormire, viaggiare, ecc.; iii) bivalenti, che richiedono di essere accompagnati da due argo-
menti; es. picchiare (es. Paolo picchia Piero) , andare, sapere, apparecchiare, incontrare, am-
mirare, baciare, amare, pulire, aprire, eleggere, ecc.; iv) trivalenti, che richiedono di essere ac-
compagnati da tre argomenti; es. dare (es. Paolo dà una lettera a Piero), dire , regalare, attri-
buire, spedire, distogliere, paragonare, confessare, ecc.; v) tetravalenti, che richiedono di esse-
re accompagnati da quattro argomenti; es. tradurre (es. Paolo ha tradotto il brano dal latino al-
i' italiano), trasferire, trasportare, travasare, ecc. Si ritiene che quattro sia il numero massimo
di valenze possibili per un verbo.
Sussiste una certa corrispondenza tra verbi monovalenti e verbi intransitivi, da un lato, e verbi
bi- e trivalenti e verbi transitivi, dall' altro. Una corrispondenza che è tuttavia soltanto parziale,
poiché differenti sono i criteri di classificazione: un verbo come nuocere, ad esempio, tradizio-
nalmente definito intransitivo (non si ha un'azione che 'transiti' su di un oggetto diretto), è un
verbo tipicamente bivalente (es. il fumo nuoce alla salute); è bivalente pure un intransitivo co-
me costare, il cui secondo argomento non è un oggetto diretto (es. quella maglia costa trenta
euro); un verbo transitivo come dire e un verbo intransitivo come salire sono entrambi trivalenti
(es. il figlio ha detto una bugia al padre; l'ascensore è salito dal seminterrato al quarto piano);
eccetera.
Possono fungere da argomenti sintagmi nominali (anche costituiti da pronomi) e sintagmi pre-
posizionali (si noti che gli argomenti possono anche non essere realizzati: cfr. sotto). Un verbo
bivalente come andare avrà come primo argomento un sintagma nominale e come secondo ar-
gomento un sintagma preposizionale (es. Paolo va a Stoccarda) . Più rilevante è che possono va-
lere come argomenti anche intere frasi : un verbo bivalente come sapere, ad esempio, potrà ave-
re come secondo argomento, espressione dell'oggetto diretto, tanto un sintagma nominale (es.
Paolo sa il fatto suo; quando non un sintagma preposizionale, es. Paolo sa del tuo tradimento)
quanto una frase (es. Paolo sa che non tornerà); un verbo bivalente quale stupire potrà avere
come primo argomento, espressione del soggetto, tanto un sintagma nominale (es. il tuo penti-
mento non mi stupisce) quanto una frase (es. che tu sia tornato non mi stupisce); e così via. Pos-
sono quindi ricondursi a questo stesso modello frasale sia strutture di frasi semplici (in cui, cioè,
tutti i costituenti sono sintagmi) sia strutture di frasi complesse (o 'periodi', in cui, cioè, fra i co-
stituenti ci sono anche frasi) , che a prima vista potrebbero apparire anche molto diverse tra di
150 La linguistica

loro. È proprio in base all ' analogia con la funzione, e quindi con la posizione che i costituenti
oggetto e soggetto ricoprono nella struttura di una frase semplice, che si definisce a livello di
frase complessa la categoria delle frasi subordinate completive (o, appunto, argomentali), ri-
spettivamente oggettive e soggettive (cfr. § 4.5.1 e Scheda 4.1).
Il verbo e i suoi argomenti costituiscono ciò che è chiamato il 'nucleo' della frase. Nella strut-
tura di una frase possono tuttavia comparire anche elementi la cui presenza non è prevista dal
nucleo. Tali elementi, che aggiungono informazioni ' di corredo' all'evento descritto dal verbo
(precisando circostanze di tempo, luogo, modo, ecc.), sono detti circostanziali. La frase 'nu-
cleare' il maestro ha lodato l'allievo, ad esempio, costituita soltanto di verbo e argomenti, può
essere ampliata e dettagliata per mezzo di alcuni circostanziali; ad es. ieri al circolo dei lettori
il maestro ha lodato con entusiasmo l'allievo. Una proprietà importante che consente di distin-
guere argomenti e circostanziali è data dalla relativa rigidità vs. libertà di posizione nella frase;
mentre l'ordine degli argomenti è piuttosto rigido (nel nostro caso, ad esempio, l'inversione de-
gli argomenti produrrebbe una frase con significato diverso rispetto a quella di partenza, l' al-
lievo ha lodato il maestro), l'ordine dei circostanziali è soggetto a una certa libertà (es. ieri il
maestro ha lodato con entusiasmo l'allievo al circolo dei lettori; ieri al circolo dei lettori il
maestro ha lodato l'allievo con entusiasmo, ecc.).

con entusiasmo

VERBO

NUCLEO

al circolo dei lettori

Possono fungere da circostanziali tanto sintagmi nominali (es. tutte le mattine il maestro loda
l'allievo) e preposizionali (es. a fine giornata il maestro ha lodato l'allievo) quanto intere frasi
(es. dopo essere partito il maestro ha lodato l'allievo). Come nel caso del rapporto tra costi-
tuenti argomentali e frasi completive (v. sopra), è in base all'analogia con la funzione che svol-
gono i circostanziali all'interno di una frase semplice che si può identificare, al livello della fra-
se complessa, la categoria delle frasi subordinate dette avverbiali (o, appunto, circostanziali;
cfr. § 4.5.1 e Scheda 4.1).
Si considerino ora le seguenti coppie di frasi: i) Paolo ha passato la settantina vs. il raffreddo-
re passerà, e ii) Paolo apparecchia la tavola vs. Paolo apparecchia. In entrambe uno stesso
verbo mostra di poter essere accompagnato tanto da due argomenti quanto da uno solo, ferma
restando la grammaticalità della frase. Si tratta in realtà di due casi diversi; i) siamo di fronte a
un caso di polisemia (cfr. § 5.3.1): a uno stesso significante sono cioè associati significati di-
versi, che, nella fattispecie, hanno ciascuno un differente schema valenziale; in altri termini,
passare è un verbo monovalente nel significato di "finire" (come in il raffreddore passerà), bi-
valente nel senso di "superare" (come in Paolo ha passato la settantina), e così via (trivalente
nel significato di "dare", es. Paolo ha passato il compito al compagno e nel senso di "spostarsi
da X a Y", es. Paolo è passato dalla città alla campagna; ecc.). In ii) abbiamo invece a che fa-
Sintassi 151

re con un caso di ellissi (cfr. § 4.5.2): il secondo argomento, la tavola, la cui presenza è neces-
saria per costruire la struttura frasale completa, è omesso poiché agevolmente recuperabile dal
contesto linguistico. Simile è il caso per es. di mangiare, che è bivalente, Luisa mangia una me-
la; ma una frase come Luisa mangia è del tutto normale, viene intesa come "Luisa mangia qual-
cosa", con la seconda valenza generica sottintesa.

4 .3.3 Ruoli semantici


Un altro ordine di princìpi che intervengono nella costruzione ed inter- I ruoli
pretazione di una frase è dato da princìpi semantici che concernono pro- semantici
priamente il modo in cui il referente di ogni sintagma (l'entità che il
sintagma indica) contribuisce e partecipa all'evento rappresentato dal-
la frase. Per individuare tali funzioni, chiamate 'ruoli semantici' (e nel-
la grammatica generativa, cfr. § 4.4, 'ruoli tematici', con possibile con-
fusione terminologica con la nozione di 'tema': v. sotto,§ 4.3.4) occor-
re dunque spostarsi dalla considerazione della frase come struttura sin-
tattica, concatenazione di sintagmi governata da regole grammaticali,
generata da uno schema valenziale che attribuisce ai costituenti le fun-
zioni sintattiche; e guardare invece la frase come rappresentazione di
una scena o un evento, in cui i diversi elementi presenti hanno una cer-
ta relazione gli uni con gli altri in termini di che cosa succede nella sce-
na. La frase non è qui più vista dalla prospettiva del significante dotato La frase
di significato, come sequenza di espressioni legate da connessioni e di- come scena
di un evento
pendenze sintagmatiche, ma dalla prospettiva del significato, per cui la
frase si configura globalmente come una sorta di scena (che rappresen-
ta un evento) nella quale attori o personaggi o entità presenti interpreta-
no delle parti. Le parti volte sono appunto i ruoli semantici, o ruoli te-
matici; detti anche 'funzioni semantiche', o, nel gergo della linguistica
generativa, 0-roles, 'ruoli· theta' ; e a volte chiamati anche, in maniera
fuorviante , 'casi profondi' (perché non si riferiscono alla struttura della
frase così come ci appare nella sua forma immediata e non sono visibi-
li in superficie- sulla quale sono invece 'visibili' le funzioni sintattiche
realizzate morfologicamente coi casi-, ma, appunto, si riferiscono alla
'scena' che vi sta dietro).
Non esistono né un procedimento formale di definizione e indivi-
duazione né una lista completa dei possibili ruoli semantici, e, quando
si vada oltre il novero delle cinque o sei categorie che paiono fonda-
mentali in quanto designano ruoli semantici essenziali e frequenti, si ri-
schia di riprodurre la casistica impressionistica dei tradizionali comple-
menti dell'analisi logica. Anche la terminologia per designarli è in cer-
ti casi oscillante. Comunque, c'è accordo sulle categorie che vengono
152 La linguistica

Agente usate per designare i ruoli semantici principali. Vediamole. 'Agente' è il


ruolo semantico dell'entità animata che, nell'evento o scena rappresen-
tato dalla frase, si fa intenzionalmente parte attiva che provoca ciò che
Paziente accade: Gianni mangia una mela. 'Paziente' è il ruolo semantico del-
l'entità che, nell'evento o scena rappresentato dalla frase, è coinvolta
senza intervento attivo, in quanto subisce o è interessata passivamente
da ciò che accade, o si trova in una certa condizione: Gianni mangia
una mela; nella grammatica generativa, tale ruolo è invece definito, in
maniera non felice, come 'tema' (e a volte si distingue fra 'tema', gene-
ralmente l'entità toccata dall'azione, e ' paziente', più specificamente
Sperimentatore l'entità che subisce un 'azione). 'Sperimentatore', o 'esperiente', è il
ruolo semantico dell 'entità toccata da, o che prova, un certo stato o pro-
Beneficiario cesso psicologici: A Luisa piacciono i gelati. 'Beneficiario' (a volte,
'benefattivo') è il ruolo semantico dell 'entità che trae beneficio dal-
l'azione, a vantaggio della quale va a ricadere quanto succede nell'av-
Strumento venimento: Gianni regala un libro a Luisa. 'Strumento' (o 'strumenta-
le ' ) è il ruolo semantico dell'entità inanimata mediante la quale avvie-
ne ciò che accade, o che interviene nell 'attuarsi dell'evento, o che è fat-
tore non intenzionale dell 'azione. Gianni taglia la mela col coltello .
Destinazione 'Destinazione' (anche: 'meta', 'fine ' , 'goal') è il ruolo semantico del-
l'entità verso la quale si dirige l'attività espressa dal predicato, o che
costituisce l'obiettivo o la meta di uno spostamento): Luisa parte per lt
vacanze.
Su questi ruoli c'è ampio accordo fra gli studiosi. Altre categorie
Altri ruoli che sono state chiamate in causa sono per esempio: 'località' (anche:
semantici 'locativo', 'collocazione'), il ruolo semantico dell'entità in cui sono si-
tuati spazialmente l'azione, lo stato, il processo: Gianni abita in cam-
pagna; 'provenienza' (anche: 'origine', 'sorgente', 'fonte', 'source'), il
ruolo semantico dell'entità dalla quale un'entità si muove in relazione
all'attività espressa dal predicato: Luisa preleva soldi dal conto; 'di-
mensione' (anche: 'misura'), il ruolo semantico dell'entità che indic2
una determinata estensione nel tempo, nello spazio, nella massa, ecc. :
Luisa pesa cento chili; 'comitativo', il ruolo semantico dell'entità che
partecipa all'attività svolta dall'agente (Luisa ha discusso la tesi co,
professore).
I ruoli Anche per i predicati, cioè per i verbi, possono essere distinti diver-
semantici si ruoli semantici, come 'processo' (trasformare.fiorire, invecchiare)
dei verbi
'azione' (correre , picchiare) , 'stato' (esistere), eccetera.
I ruoli semantici agiscono per così dire al di sotto della struttura sin-
tattica. Il ruolo semantico di la porta rimane, per es., lo stesso in tre fra-
si con struttura sintattica diversa come (1) Gianni ha aperto la porta
(2) la porta si è aperta e (3) il vento ha aperto la porta, nonostante che
la sua funzione sintattica di questo sintagma nominale sia di compie-
Sintassi 153

mento oggetto in (1) e (3) ma di soggetto in (2): si tratta sempre del 'pa-
ziente'; mentre in (1) Gianni è 'agente' e in (3) il vento è 'strumento'. Si
noti per esempio che (3) è parafrasabile con la porta si è aperta per il
ventola causa del vento, ma (1) non è parafrasabile con *la porta si è
aperta perla causa di Gianni. Tra funzioni sintattiche e ruoli semantici Rapporti tra
ci sono rapporti preferenziali, per cui per es. ciò che ha il ruolo di agen- funzioni
sintattiche e
te in struttura semantica tende a comparire come soggetto in struttura ruoli semantici
sintattica, ciò che ha il ruolo di paziente tende a comparire come com-
plemento oggetto, ecc.; ma non c'è corrispondenza biunivoca tra ruoli
semantici e funzioni sintattiche, appunto perché si tratta di nozioni che
operano su piani diversi.
In una frase passiva (per es. Paolo è picchiato da Gianna), rispet- La frase passiva
to alla corrispondente attiva (Gianna picchia Paolo), è infatti diversa la
distribuzione del rapporto fra ruoli semantici (Gianna, agente; Paolo,
paziente) e funzioni sintattiche: l'agente, che normalmente fa da sog-
getto, è mandato a, appunto, complemento d'agente, mentre il paziente,
che normalmente è oggetto, diventa soggetto. La possibilità di avere
una trasformazione passiva è un criterio importante per distinguere
classi diverse di verbi in base al loro comportamento sintattico: sono
passivizzabili solo i verbi 'transitivi' (leggere, prendere, dare, portare; Verbi transitivi
verbi come questi ultimi, che reggono un complemento oggetto e sono
trivalenti, vengono anche chiamati 'ditransitivi'), mentre i verbi non
passivizzabili sono ' intransitivi' (camminare, lavorare, arrivare, cade-
re). All'interno della classe dei verbi intransitivi, oggi si distinguono Verbi
anche, sulla base della selezione del verbo ausiliare che ammettono o intransitivi
richiedono (e di altre proprietà), le due sottoclassi dei verbi cosiddetti Verbi
' inaccusativi', quelli che richiedono come ausiliare essere (arrivare, inaccusativi
cadere), e dei verbi .cosiddetti 'inergativi', quelli che richiedono come Verbi inergativi
ausiliare avere (camminare, lavorare), che presentano comportamenti
sintattici differenti.

4.3.4 Struttura pragmatico-informativa


Utilizzando le nozioni sinora viste, a questo punto potremmo concepi- Il meccanismo
re all'incirca nel modo seguente le operazioni che conducono alla pro- di produzione
della frase
duzione di frasi. Una frase collega la rappresentazione di un evento o
stato di cose del mondo esterno, la realtà effettiva o immaginata com'è
filtrata dall'intelletto umano (concetti, sensazioni, ecc., come sono co-
dificati nel lessico della lingua: cioè, significati) a una catena fonica (o
grafica), costituita dai suoni del linguaggio che dànno forma per così
dire alla materia grezza del segnale (cfr. § 1.4.4). A seconda dell'even-
to che vogliamo rappresentare verbalmente mediante una predicazione,
scegliamo nel patrimonio lessicale che fa parte della conoscenza che
abbiamo della nostra lingua un certo predicato, un verbo, che reca con
154 La linguistica

sé uno schema valenziale. Questo è l'embrione, la prima fase, (a), del-


la 'generazione' di una frase, che dà il quadro strutturale di riferimento.
A questo schema valenziale, il verbo con la sua costellazione di argo-
menti (con l'aggiunta di eventuali circostanziali), viene fornita una in-
terpretazione semantica attraverso l'assegnazione di ruoli semantici ai
diversi elementi che esso contiene (fase b).I ruoli semantici vengono
tradotti, 'proiettati', in funzioni sintattiche (fase c).Tutto questo viene
infine espresso, realizzato in una struttura in costituenti, un indicatore
sintagmatico retto dai principi della 'teoria X-barra'(§ 4.4, fase d).
Quest'ultima è la frase così come viene pronunciata (o scritta): è quin-
di ciò che sta alla superficie, è il prodotto finale visibile del processo
che genera una frase, mentre le fasi (a), (b) e (c) sono astratte, avven-
gono a un livello profondo, non sono 'visibili' direttamente in superfi-
cie. Di qui, la distinzione che è stata spesso fatta tra 'struttura profonda'
e 'struttura superficiale' (cfr. § 4.4).
Nel governare la strutturazione del prodotto finale della sintassi, le
L'organizzazione frasi, vi è però, oltre all'intervento delle valenze, dei ruoli semantici e
pragmatico- delle funzioni sintattiche, ancora un altro piano, quello dell'organizza-
informativa
zione pragmatico-informativa.
Dal punto di vista del valore con cui le frasi nel loro complesso pos-
sono essere usate nella comunicazione, e di ciò che il parlante vuol fa-
re producendole (cioè, dal punto di vista pragmatico: cfr. § 5.6) si di-
stinguono di solito cinque tipi di frasi. Frasi dichiarative, che fanno
Tipi di frasi un'affermazione generica che può avere più valori specifici (Luisa va a
Milano); frasi interrogative, che pongono una domanda, marcate in ita-
liano dall'intonazione (resa nello scritto dal punto interrogativo: Luisa
va a Milano ? cfr. § 2.3 .2) e/o da parole particolari come chi, che cosa,
ecc. (chi va a Milano ?); frasi esclamative, che esprimono un'esclama-
zione, marcate anch'esse dall'intonazione (Luisa va a Milano!); frasi
'iussive', o imperative, che esprimono un ordine, un 'istruzione, marca-
te da forme verbali particolari quali l'imperativo, il congiuntivo, l'infi-
nito preceduto da negazione (Luisa, va' a Milano!).
Dal punto di vista della strutturazione dell'informazione veicolata,
una frase, come abbiamo visto nel§ 4.1, può essere vista come un'af-
fermazione fatta attorno a qualche cosa. Di qui, un'importante distin-
Tema e rema zione fra la parte della frase che identifica e isola il qualcosa sul quale
verte l'affermazione e la parte della frase che rappresenta l' affermazio-
ne fatta, l'informazione propriamente fornita: cioè, fra 'tema' e 're-
ma' . Il 'tema' (dal greco théma "ciò che è posto") è ciò su cui si fa
un'affermazione, l'entità attorno a cui si predica qualcosa; più tecnica-
mente, il tema indica e isola il dominio per cui vale la predicazione. Il
'rema' (dal greco rhéma "verbo, parola, discorso detto") è invece la
predicazione che viene fatta, l'informazione che viene fornita a propo-
Sintassi 155

sito del tema. 'Tema', in questo contesto, non ha ovviamente nulla a Diversi valori
di 'tema'
che fare con 'tema' usato in morfologia come sinonimo di 'radice les-
sicale' (§ 3.2), né come 'tema' usato nella linguistica generativa nel
senso di 'paziente ' (cfr. § 4.3 .3). Vengono anche spesso usati, come si-
nonimi di tema e rema rispettivamente, i termini inglesi topic e com-
ment. In Luisa va a Milano, Luisa è il tema (o topic) , e va a Milano è il
rema (o comment) ; in ieri pioveva, ieri è il tema e pioveva il rema; in un
gatto insegue il topo, un gatto è il tema, e insegue il topo il rema; in
stanotte ha tirato un forte vento, stanotte è il tema, e ha tirato un forte
vento il rema. Poiché rappresenta in un certo senso il punto di partenza
dell'affermazione compiuta nella frase, il tema normalmente sta in pri-
ma posizione. Ogni frase in linea di principio ha una parte rematica,
mentre possono esistere anche frasi atematiche, senza tema, come per
es. prendi la valigia!
Un'opposizione che spesso viene considerata sinonimica a tema/re-
ma, quella fra 'dato' (o 'noto') e 'nuovo', concerne invece un altro Dato e nuovo
punto di vista ancora da cui è possibile considerare l'informazione da-
ta nelle frasi, relativo al rapporto col contesto precedente e alle cono-
scenze condivise presupposte di parlante e ascoltatore. 'Dato' è infatti
l'elemento della frase da considerare noto o perché precedentemente in-
trodotto nel discorso o perché facente parte delle conoscenze condivise,
'nuovo' è l'elemento portato come informazione non nota. Il dato spes-
so coincide con il tema, e il nuovo con il rema, ma non necessariamen-
te: in un gatto grigio sta giocando nel tuo giardino, per esempio, detta
da una persona a un'altra di fronte al giardino medesimo, un gatto è te-
ma ma è anche nuovo, il dato è il tuo giardino, che fa parte del rema. La
distinzione fra tema/rema e dato/nuovo riflette due aspetti diversi del
processo di elaborazione concettuale che porta alla produzione di una
frase: da un lato si sceglie ciò di cui si vuol parlare (tema) e si afferma
qualcosa a proposito di questo (rema), dall'altro si tiene conto della dif-
ferenza fra informazione già conosciuta (dato) e informazione che si ri-
tiene non nota (nuovo).
Nelle frasi 'normali', non marcate, soggetto, agente e tema tendono
spesso a coincidere sullo stesso costituente frasale, quello in prima po-
sizione. Così, in un gatto insegue il topo (che ha un ordine lineare SVO:
soggetto + verbo + oggetto), un gatto è contemporaneamente soggetto,
agente, tema e il topo oggetto, paziente, e parte del rema. Le lingue pos-
siedono però dispositivi per separare le tre funzioni e mutare o inverti-
re l'ordine non marcato dei costituenti; in italiano, per esempio, posso- La dislocazione
no svolgere tale compito le costruzioni note come 'dislocazioni asini- a sinistra
stra', che spostano davanti alla frase, cioè alla sua sinistra, uno degli
elementi che la costituiscono. Con la dislocazione a sinistra si può quin-
di mandare nella posizione di tema l'oggetto (che di solito è rematico),
156 La linguistica

o un altro complemento rematico, e mandare a rema il soggetto (che,


come abbiamo detto, di solito è tematico):
lil topo lo I I insegue I I un gatto I
o V s
tema rema

La dislocazione a sinistra dunque anticipa all'inizio della frase un


costituente (nell'esempio, il topo), riprendendolo con un pronome cliti-
co sul verbo che ne rappresenta la funzione sintattica (lo insegue).
La costruzione Si noti che un effetto analogo, di far diventare tematico l'oggetto, è
passiva proprio anche della costruzione passiva - si veda sopra - (che qui sa-
rebbe il topo è inseguito da un gatto), la quale però muta anche, rispet-
to alla frase non marcata, la correlazione fra ruoli semantici e funzioni
sintattiche: in il topo lo insegue un gatto, un gatto, che è agente, è sem-
pre soggetto, mentre in il topo è inseguito da un gatto soggetto diventa
il topo, che è paziente.
La dislocazione Due altri tipi di frase marcate per spostamento di costituenti sono
a destra la 'dislocazione a destra', che consiste nell'isolare 'sulla destra' (in
fondo alla frase) un costituente, riprendendolo anche qui con un clitico
sul verbo (lo vuole un caffè?), e attuando quindi un inversione dell'or-
dine naturale tema+ rema (in quanto l'elemento isolato a destra ha va-
La frase scissa lore tematico); e la 'frase scissa' (v. sotto), che consiste nello spezzare
una frase in due parti, portando all'inizio della frase, introdotto dal ver-
bo essere, un costituente, e facendolo seguire da una frase (pseudo)re-
lativa (è il gatto che insegue il topo). Se l'elemento mandato afocus è il
soggetto, possiamo avere in alternativa nel secondo membro di una fra-
se scissa una frase infinitiva introdotta da a: è Gianni ad aver rubato la
marmellata, equivalente a è Gianni che ha rubato la marmellata.
Ilfocus Un'altra funzione rilevante in termini di struttura informativa della
frase è quella di 'focus': per focus si intende il punto di maggior salienza
comunicativa della frase, l'elemento su cui si concentra maggiormente
l'interesse del parlante e che fornisce la massima quantità di informazio-
ne nuova. In genere ilfocus fa parte del rema ed è contrassegnato da una
particolare curva intonativa enfatica: in Carla al mattino prende il caffé,
il caffé è ilfocus (a meno che non vi siano altri elementi della frase sotto-
lineati intonativamente). Ilfocus è altresì l'elemento della frase che può
essere contrastato (Carla al mattino prende il cajfé, non la cioccolata!).
Le lingue possiedono inoltre mezzi particolari per evidenziare il focus,
quali per esempio la 'frase scissa' vista appena sopra (è Gianni che ha ru-
bato la marmellata, con Gianni afocus, rispetto a Gianni ha rubato la
marmellata), o avverbi o particelle deputati a introdurre ilfocus, e detti
quindi 'focalizzatori' (come anche, solo, addirittura, ecc.).
Sintassi 157

Data una certa frase con l'ordine normale dei costituenti, possiamo Commutabilità
dell'ordine
dunque sempre trasformarla in frasi marcate (fra i cui tipi principali ci dei costituenti
sono quelli appena visti) che mutano l'ordine dei costituenti e/o cam- di frase
biano la normale disposizione delle funzioni pragmatiche. Da Gianni
ha preso un caffè, possiamo per es. avere un caffè Gianni lo ha preso
(dislocazione a sinistra), Gianni lo ha preso, un caffè (dislocazione a
destra), è Gianni che ha preso un caffè (frase scissa). Cfr. su questi ar-
gomenti il Box 4.3.

Box 4.3 - Ordini marcati del costituenti di frase


Nelle lingue del mondo il tema tende a comparire preferibilmente in posizione iniziale di frase,
seguito dal rema, secondo un principio di organizzazione 'naturale' dell'informazione formula-
bile grosso modo come "chiarisci innanzitutto ciò di cui intendi parlare". Altrettanto valida in-
terlinguisticamente è la tendenza per cui ad essere tematico è il soggetto (S), generalmente an-
che agente, e rematici verbo (V) e oggetto (0), in un crescendo di rematicità: l'oggetto risulta
cioè tendenzialmente più rematico del verbo. L'ordine non marcato dei costituenti di frase pre-
ferito interlinguisticamente è quindi [S]TeMJOVNO] •• MA. I due ordini non marcati più diffusi
nelle lingue del mondo, SOV e SVO, coprono infatti da soli una percentuale di lingue che, a se-
conda delle stime, va dal 70% al 97% (v. § 6.2.2).
In italiano, l'ordine non marcato è SVO (considerando frasi principali dichiarative con Se O
non cliticj, es. Luisa mangia la mela, SVO; cfr. Luisa la mangia, SOV, e che cosa mangia Lui-
sa?, OVS). Laddove in una frase sia poi presente anche un oggetto indiretto, questo tende a se-
guire l'oggetto diretto, sempre secondo un crescendo di rematicità; ossia, con l' oggetto indiret-
to tendenzialmente più rematico dell 'oggetto diretto (es. Luisa ha dato un bacio a Gianni).
Come si è visto(§ 4.3.4), però, una lingua dispone anche di meccanismi strutturali che consen-
tono di mutare l'ordine non marcato dei costituenti frasali, per ottenere particolari effetti di ca-
rattere pragmatico-informativo. Si fornisce qui di seguito una schematica analisi di alcuni tra i
principali ordini marcati dei costituenti di frase in italiano.

Dislocazione a sinistra
Elena spegne il televisore il televisore lo spegne Elena
[Elena]TeMJspegne il televisore ]••MA [il televisore ]TeMJlo spegne Elena].EMA

La dislocazione a sinistra consente di mandare a tema un costituente che nell'ordine non mar-
cato è rematico, estraendolo dalla frase e ponendolo al margine sinistro dell'enunciato. Tale co-
stituente, di regola, è ripreso da un pronome clitico anaforico (cfr. § 4.5 .2) posto accanto al ver-
bo, che ne segnala la funzione sintattica.
Qualunque costituente rematico può essere dislocato a sinistra: oltre all'oggetto diretto (come
nell'esempio sopra, il televisore lo spegne Elena), l'oggetto indiretto (es. ad Elena le avevano
chiesto un favore), un locativo (es. a casa non ci torno), un'intera frase (es. chi sia il prescelto
non è dato saperlo), eccetera. In italiano l'unico costituente a non poter essere dislocato è il
soggetto, data la mancanza di clitici soggetto; si comportano diversamente lingue come il fran-
cese: ad es., nella varietà standard, Jean, il chante lett. "Gianni, egli canta" (di contro a Jean
(*il) chante "Gianni canta" o il chante "egli canta", con ordine non marcato).
Clitico di ripresa e marca di funzione sintattica, costituita in italiano da una preposizione, isti-
tuiscono un legame morfosintattico tra il costituente dislocato e la frase. Un costituente antepo-
158 La linguistica

sto a una frase senza marca della funzione sintattica (Elena, le avevano chiesto un favore) o an-
che privo sia di clitico di ripresa che di marca della funzione, e quindi senza alcun legame mor-
fosintattico esplicito con la frase da cui è estrapolato (Elena, avevano chiesto un favore) dà luo-
go al cosiddetto tema sospeso o tema libero (anche nominativus pendens); costrutto che nella
grammatica tradizionale va sotto il nome di anacoluto, e che occorre in varietà substandard
(v. § 7.2.2). In una lingua come il cinese, che struttura le frasi non secondo lo schema soggetto-
predicato verbale ma primariamente secondo l'ordine tema-rema (cfr. § 6.2.2.), il tema non è
normalmente legato da alcun elemento morfologico al resto della frase; si veda ad es. W ang wo
yijlng jiànguo (Wang nome proprio, wo 1• sa, yijlng "già",jiànguo "visto", con -guo elemento
suffissale di valore aspettuale), traducibile in italiano come "Wang l'ho già visto", con disloca-
zione a sinistra, ma letteralmente "[Wang]TEMA [io già visto] ••"."·

Dislocazione a destra
Elena spegne il televisore Elena lo spegne(,) il televisore
[Elena]TEMJspegne il televisore ]REMA [Elena lo spegne]REMJil televisore]TEMA

La dislocazione a destra, come quella a sinistra, rende tema un costituente che nell'ordine non
marcato è rematico; a differenza di quella, però, isola il costituente al margine destro del-
l'enunciato, facendolo precedere da un clitico cataforico (cfr. § 4.5 .2). Ne consegue un ordine
informativo marcato: rema-tema.
Il costituente tematizzato a destra rappresenta un elemento in certi casi ' dato' e in altri 'nuovo'
(§ 4.3.4), che viene tuttavia considerato 'dato' dal parlante sulla base del riferimento al contesto
extralinguistico o all'universo di discorso e alle conoscenze condivise in questo operanti (es.
"se continui a cambiare canale", Elena lo spegne il televisore , con curva intonativa unitaria; an-
che li hai portati i biglietti?, detto ad es. all'ingresso del teatro; lo vuole un caffè?, con curva in-
tonativa unitaria). In altri casi, considerabili dislocazioni a destra in senso meno stretto, il co-
stituente dislocato rappresenta una sorta di aggiunta esplicativa, il completamento per chiarez-
za di una frase di per sé già comprensibile (come per effetto di un ripensamento; es. Elena lo
spegne, il televisore, con interruzione della curva intonativa).
Può essere dislocato a destra qualunque costituente (es. le avevano chiesto un favore ad Elena;
non ci torno a casa; non è dato saperlo chi sia il prescelto; ecc.). Se l'elemento dislocato a de-
stra è il soggetto, si ha sempre l'interruzione della curva intonativa (è arrivata, la lettera): si
tratta quindi di dislocazioni a destra non in senso stretto.

Frase scissa
Elena spegne il televisore è Elena che spegne il televisore
[Elena]TEMJ spegne il televisore ]REMA è [Elena],ocus che spegne il tele;isore

La frase scissa consente di mettere afocus un costituente, separandolo dal resto della proposi-
zione. La frase risulta così divisa in due parti, una prima con il verbo essere seguito dall'ele-
mento focale e una seconda introdotta dal subordinatore generico che.
La seconda parte ha tipicamente valore di presuppo_sizione (cfr. § 5.6); ad es. da è Elena che
spegne il televisore si ricava come informazione presupposta che 'qualcuno spegne il televiso-
re ' (prima di andare a letto la sera, ad esempio). Trasformando la frase nella corrispondente ne-
gativa, non è Elena che spegne il televisore, l 'affermazione fatta nella seconda parte rimane di-
fatti vera (ad essere negato è soltanto che sia Elena quel 'qualcuno' che spegne il televisore). .
In italiano, quando a focus è posto un soggetto, la seconda parte della frase può presentare un
verbo di modo infinito (es. è Elena a spegnere il televisore). Possono essere focalizzati anche
altri costituenti, quali l'oggetto diretto (es. è te che abbiamo interpellato; ma il caso è raro, da-
Sintassi 159

to che nell'ordine non marcato l'oggetto diretto è già in posizione difocus), l'oggetto indiretto
(es. è a lei che devo delle scuse), frasi intere (es. è quando si lamenta che non lo sopporto), ecc.;
quando l'elemento posto a focus è un circostanziale di tempo, può perdere la preposizione che
ne marca la funzione sintattica: è da un anno che sto qua I è un anno che sto qua.

Rematizzazione a sinistra
Si ha quando un costituente frasale, tipicamente l'oggetto, viene messo afocus in posizione pre-
verbale: es. [te ] Focus cercavo ("non lui"). A differenza della dislocazione a sinistra, il costituente
anteposto non è ripreso da un clitico e soprattutto non è tematico ma rematico, anzi focale. Può
essere rematizzato a sinistra anche il soggetto: Gianni, non viene. Nella maggior parte dei casi
la messa afocus ha valore contrastivo (come negli esempi sopra) ma, specie se introdotta da fo-
calizzatori, può svolgere ugualmente altre funzioni: aggiuntiva (es. anche la televisione ci han-
no rubato), restrittiva (es. solo questo volevo dirti), ecc. Il costrutto è meglio noto come topi-
calizzazione contrastiva (denominazione tuttavia poco trasparente, data la non tematicità del
costituente anteposto).

Enunciati tetici
Esistono anche enunciati senza tema, interamente rematici (e 'nuovi'), detti 'tetici'. Sono usati
tipicamente per annunciare un evento, aprire un discorso o una sequenza narrativa, introdurre
un elemento nuovo; e si hanno in risposta a domande generiche quali che succede?!che è suc-
cesso? Sono di questo tipo gli enunciati con ordine VS (es. [è arrivata la lettera].EMA; anche con
soggetto indefinito: è arrivata una lettera, è capitato un guaio), e le strutture con il e' è presen-
tativo (es. [c' è la camera che ha bisogno di una ripulita] .EMA; in questo uso esserci è deseman-
tizzato, v. anche ad es.c'è qualcuno che manca).

In conclusione, possiamo allora (o, in determinati casi, dobbiamo) Le quattro


analizzare sintatticamente una frase secondo quattro diverse prospetti- prospettive
dell'analisi
ve, quattro punti di vista che interagiscono fra loro e ci permettono di sintattica
comprendere appieno, in tutti i suoi aspetti, la struttura della frase:

a. la prospettiva configurazionale, relativa alla struttura in costituenti;


b. la prospettiva sintattica propriamente detta, relativa alle funzioni
sintattiche;
c. la prospettiva semantica, relativa ai ruoli semantici;
d. la prospettiva pragmatico-informativa, relativa all'articolazione in
tema/rema (ed eventualmente in dato/nuovo, ecc.).

Esemplificando sulla frase elementarissima Gianni corre, avremo:

a. Gianni corre b. Gianni corre


SN+SV SOGG + PRED VERB
c. Gianni corre d. Gianni corre
AGENTE + AZIONE TEMA+REMA
160 La linguistica

4.4 Elementi minimi di grammatica generativa

La grammatica Nella linguistica degli ultimi quarant'anni ha acquistato sempre mag-


generativa giore importanza un'impostazione teorica particolare dello studio in
primo luogo della sintassi, nota come 'grammatica generativa' , lega-
ta al nome del grande linguista americano Noam Chomsky. La tratta-
zione generativa della sintassi, che si innesta su una concezione del lin-
guaggio verbale umano come di un sistema cognitivo specifico e inna-
to, presenta un grado molto elevato di tecnicità, per cui in questa sede
non potremo che limitarci a introdurre in maniera largamente ingenua
alcune nozioni utili per potersi avvicinare solo in primissima approssi-
mazione alla grammatica generativa.
Anzitutto, la nozione stessa di grammatica generativa (g.g.). Una
g.g. è una grammatica che intende predire in maniera esplicita e forma-
lizzata le frasi possibili di una lingua (escludendo contemporaneamen-
te le frasi agrammaticali, mal formate). 'Generativa' si rifà quindi al
senso logico-matematico del verbo generare, che vale "definire ed enu-
merare esplicitamente" (è all'incirca il senso in cui si dice che la for-
mula 'n 2 = n x n' genera tutte le potenze al quadrato, permettendo di ri-
cavare il quadrato di qualunque numero n). Il ruolo centrale per la 'ge-
nerazione' è svolto dalla sintassi, la parte 'interna' della lingua, che ha
il compito di accoppiare e 'interpretare' (fornire una interpretazione se-
mantica a) significati e significanti, le parti 'esterne' della lingua (cfr. §
4.3.4), e che è basata su un sostrato comune a tutte le lingue, una 'gram-
matica universale' (v. Box 4.4).

Box 4.4 - La teoria generativa: alcuni fondamenti


Nella prospettiva del generativismo, il linguaggio verbale è concepito innanzitutto come un si-
stema cognitivo. È specifico del genere umano, ossia presenta caratteristiche che i sistemi di
comunicazione degli altri esseri animati non possiedono (es. discretezza, distanziamento, ricor-
sività, dipendenza dalla struttura, ecc.; cfr. § 1.3), ed è costituito da quell'insieme di conoscen-
ze mentali interiorizzate che consentono a un parlante nativo (da qui in poi p.n.) ideale (cioè
non soggetto alle limitazioni e ai ' disturbi' che si hanno nelle realizzazioni concrete in situa-
zione delle produzioni linguistiche) di produrre messaggi verbali nella propria lingua. L'insie-
me di tali conoscenze è chiamato competenza (cfr. i concetti di langue e 'sistema',§ 1.4.2).
La competenza:

i) è quindi un'entità 'interna' alla mente umana; la messa in opera concreta delle conoscenze
linguistiche di un p.n., la cosiddetta esecuzione (cfr. i concetti di parole e 'uso', § 1.4.2), e
così gli aspetti storici, culturali e sociali dei fenomeni linguistici, non sono considerati per-
tinenti;
ii) è in larga misura inconscia (o implicita): un p.n. è sempre in grado di giudicare se una data
produzione linguistica sia o non sia accettabile nella propria lingua basandosi soltanto su
Sintassi 161

'intuizioni', ossia anche quando non sappia formulare (e questo è spesso il caso) un princi-
pio generale capace di rendere conto dell'accettabilità o dell'inaccettabilità di quella speci-
fica produzione. Per fare un esempio non sul piano della sintassi, con ogni probabilità un
p.n. di italiano giudicherà accettabile _nella propria lingua una parola come *breco (cfr. §
3.2.1) ma non una come *mbreco, ancorché nessuna delle due effettivamente esistente, pur
nel caso non sappia esplicitare il principio generale in grado di dare conto della propria in-
tuizione (in italiano, sillabe con struttura CCCV sono possibili soltanto con s iniziale; cfr. ad
es. sbrego "strappo, lacerazione");
iii) è individuale: va intesa cioè non come l'insieme delle conoscenze linguistiche, socialmen-
te condivise, che fa di un certo sistema linguistico la lingua di riferimento di una comunità
(e che quindi trascende il singolo individuo; cfr. il concetto di langue, entità sociale;§ 1.4.2,
ma come l'insieme delle conoscenze linguistiche interiorizzate di un singolo parlante; ne
risulta, in questo quadro, che l'intercomprensione è possibile laddove si diano competenze
individuali sufficientemente simili;
iv) è innata, cioè appartiene al corredo genetico della specie umana; l'acquisizione del lin-
guaggio verbale ha luogo non soltanto per effetto di procedimenti ip.duttivi generali di ana-
lisi dell'esperienza ma, e in primo luogo, per effetto di una capacità linguistica innata che è
trasmessa per via biologica; si ritiene perciò che la mente umana sia geneticamente predi-
sposta all'acquisizione del linguaggio.

Scopo della grammatica generativa è quindi costruire una teoria della competenza; in altri ter-
mini, esplicitare e formalizzare mediante regole e principi (in sviluppi più recenti, principi e pa-
rametri, v. sotto), l'insieme di 'intuizioni' che costituisce la conoscenza implicita che un p.n. ha
della propria lingua. Occorre dunque, in primo luogo, rendere conto di quali frasi siano gram-
maticali e quali no in una data lingua, a partire dai giudizi di accettabilità fomiti da un p.n. Una
frase complessa (v. Schema 4.1) come credo che l'avvocato sostenga che l'imputato non sa-
pesse che la giovane diceva che quel!' uomo ignorava che il fratello fosse scomparso, con un al-
to grado di incassatura, sarà presumibilmente giudicata accettabile, cioè grammaticale, da un
p.n. di italiano. Una delle regole che consentono di generare e comprendere una frase con que-
sta struttura è F-COMP+F, ricorsiva, che nell'esempio è riapplicata più volte al proprio pro-
dotto; la ricorsività, come già ricordato, è una proprietà specifica della mente umana (cfr. §
1.3.7). Un esempio tale, di una frase volutamente insolita, consente di chiarire come la teoria
generativa sia interessata a definire esplicitamente non la grammatica (né tanto meno la norma)
di una lingua specifica ma le strutture astratte del sistema linguistico quali sono possedute da un
p.n.; come sia interessata, in altri termini, a formalizzare le strutture che un p.n. ha la capacità
mentale di costruire, indipendentemente dalla loro effettiva realizzazione a livello di esecuzio-
ne. È questa stessa capacità che consente a un p.n. di generare e comprendere frasi che non ha
mai né prodotto né udito prima di quel momento. Ed è sostanzialmente per questa ragione che
i fatti di esecuzione non sono in linea di principio pertinenti per la teoria generativa: le frasi re-
almente prodotte da un p.n., è ovvio, sono soltanto alcune delle frasi che questo potrebbe pro-
durre.
A partire poi dalle competenze di singoli p.n. di lingue specifiche, la teoria generativa mira a co-
struire una Grammatica Universale, ossia a definire esplicitamente l'insieme delle capacità lin-
guistiche innate che costituiscono la facoltà di linguaggio degli esseri umani; in altri termini, le
conoscenze linguistiche che si può ritenere appartengano al corredo genetico dei p.n. di tutte le
lingue storico-naturali del mondo. Negli sviluppi del generativismo, è venuta assumendo un
ruolo via via più centrale la cosiddetta teoria dei principi e dei parametri. Secondo questa, le
lingue del mondo condividono alcuni principi universali mentre differiscono tra di loro rispet-
to ad alcuni parametri. Lingue quali l'italiano e il turco, ad es., rispettano entrambe un princi-
162 La linguistica

pio universale come "tutti i sintagmi hanno una testa" (per riprendere un esempio citato al §
4.4.), ma optano per valori diversi del parametro "testa in prima/in ultima posizione del sintag-
ma": l'italiano fissa questo parametro sul valore "testa in prima posizione" (v. ad es. l'ordine
NRel e la presenza di preposizioni in una frase quale un amico che ha sposato una decoratrice
di interni), e il turco sul valore "testa in ultima posizione" (cfr. ad es. la frase/ stanbula gelen va-
pur, glossata al § 6.2.2.). Un altro parametro, particolarmente studiato in questa prospettiva, è il
cosiddetto parametro del soggetto nullo, relativo all '"omissibilità/non omissibilità del soggetto"
(dato il principio universale per cui tutte le frasi hanno un soggetto, anche se non realizzato fo-
neticamente): lingue come italiano e spagnolo fissano questo parametro sul primo valore (es.
italiano cantiamo, spagnolo cantamos), lingue come francese, inglese e tedesco sul secondo (es.
francese nous chantons vs. *chantons, inglese we sing vs. *sing, tedesco wir singen vs. *sin-
gen). È importante sottolineare, benché non vi sia spazio per una spiegazione, che la fissazione
di un parametro su un dato valore determina tendenzialmente il valore di altri parametri (cfr. ad
es. cantiamo; arrivò Maria; chi dici che verrà?, da un lato, e le corrispondenti francesi *chan-
tons; *arrivait Marie, *qui dis-tu que viendra?, dall 'altro).
Si è già menzionato che per la teoria generativa l'acquisizione del linguaggio ha luogo per ef-
fetto di una capacità innata. Una concezione 'mentalista', questa, che si contrappone decisa-
mente a quella propria prima del comportamentismo e ora anche di impostazioni funzionaliste.
Per il modello comportamentista, che affonda le proprie radici nella tradizione di pensiero del-
l'empirismo (che ha Locke e Hume tra i suoi maggiori esponenti; cfr. § 8.1), l'acquisizione di
qualunque tipo di conoscenza - dunque anche di quella del linguaggio - avviene unicamente in
risposta agli stimoli prodotti dall'ambiente e per mezzo di procedimenti elementari di analisi
dell'esperienza basati su induzione, associazione analogica e generalizzazione; alla nascita, in
altre parole, la mente umana si presenterebbe sostanzialmente come una tabula rasa, provvista
soltanto di una generica propensione ad apprendere dall'esperienza. Per la concezione 'menta-
lista' (che si inserisce nel solco della tradizione di pensiero del razionalismo, di cui due dei prin-
cipali esponenti furono Cartesio e Leibniz; cfr. § 8.1), invece, l'individuo dispone nel proprio
corredo genetico non soltanto di procedimenti generali di analisi dell'esperienza ma anche di
una capacità innata, preposta all'acquisizione del linguaggio - dunque specifica-, che gli per-
mette di costruire un sistema astratto di conoscenze linguistiche a partire dall'esperienza. L'ac-
quisizione del linguaggio non è indifferente all' esperienza linguistica: se un bambino non fos-
se esposto ad alcuna lingua umana semplicemente non acquisirebbe alcuna lingua materna.
L'esperienza linguistica consente di 'attivare' quella capacità innata che porta il bambino alla
formazione di un sistema astratto di conoscenze linguistiche. L'attivazione di questa capacità
deve poi avvenire entro un certo periodo di tempo, determinato biologicamente (tra i 18 mesi e
l'età puberale, grosso modo); oltre questo periodo l'acquisizione del linguaggio a livello di lin-
gua materna non è più possibile.
I principali argomenti addotti a sostegno dell'ipotesi 'mentalista' sono riconducibili alla que-
stione della povertà dello stimolo. Si ritiene cioè che l'esperienza linguistica - cioè lo stimolo
- non possa da sola essere sufficiente a costruire la competenza di un p.n., poiché sussiste
un'evidente, forte, discrepanza tra i dati linguistici a cui si è esposti e la competenza finale che
si acquisisce come p. n. di una certa lingua. L'esperienza linguistica è frammentaria: il bambi-
no è esposto non soltanto a frasi grammaticali ma anche a frasi che contengono errori, interru-
zioni, false partenze, lapsus, esitazioni, ecc.; ed è oltretutto limitata: il bambino, necessaria-
mente, è esposto a un numero finito di frasi, che costituiscono fra l'altro un campione parziale
e casuale di tutte le forme e strutture possibili. Ciononostante, una volta acquisita la propria lin-
gua materna, un bambino di qualunque comunità o strato sociale, salvo patologie, è perfetta-
mente in grado di formulare frasi ben formate e di produrre e comprendere un numero infinito
di frasi, mai prodotte né sentite in precedenza. L'acquisizione del linguaggio, inoltre, avviene
Sintassi 163

con sorprendente rapidità e in assenza di un vero e proprio insegnamento esplicito da parte dei
genitori (cfr. esperimenti sui primati,§ 1.3.12).
La capacità innata che conduce alla costruzione di un sistema astratto di conoscenze linguisti-
che è proprio quella Grammatica Universale che la teoria generativa mira a definire esplicita-
mente. Una Grammatica Universale definisce quindi qual è lo stato iniziale della facoltà di lin-
guaggio della specie umana. L'esperienza linguistica, che come si è già detto attiva questa ca-
pacità innata, fissa poi i parametri su determinati valori. La fissazione dei valori parametrici è
ciò che consente al bambino di acquisire la grammatica di una lingua specifica: la propria lin-
gua materna. Dallo stato iniziale della facoltà di linguaggio si passa dunque a uno stato stabi-
le, rappresentato dalla lingua di cui un individuo è parlante nativo.

Una g.g. è fondamentalmente costituita - detto in maniera molto I componenti


della
grossolana - da un lessico (cioè, parole con il loro significato e le loro grammatica:
proprietà, compresi gli intorni sintattici in cui possono comparire: un lessico e regole
verbo come guardare, per es., sarà quindi specificato nel lessico anche
come SN__SN, in cui gli SN, le valenze, hanno l'interpretazione se-
mantica di ' agente' e 'paziente' rispettivamente) e da regole che gover-
nano i diversi aspetti della grammatica e descrivono formalmente il
meccanismo di formazione delle frasi.
'Regole' vanno qui intese non come ' norme di corretto comporta-
mento' r1é come 'leggi', bensì come 'istruzioni' da applicare nella ge-
nerazione di un determinato prodotto.
Nate all'interno della g.g., le regole si sono diffuse in tutta la lingui-
stica come strumento formalmente rigoroso per formulare i principi ope-
ranti nella struttura linguistica, o anche semplicemente per rappresenta-
re i fenomeni descritti. Utilizzare regole non significa quindi di per sé
lavorare nell'ambito della linguistica generativa. Le regole sono di soli- Regole
to regole di riscrittura a struttura sintagmatica, cioè hanno la forma ge- di riscrittura
nerale 'X -+ Y + Z', dove X, Y e Z sono simboli di categoria (o anche
elementi singoli appartenenti a una categoria), Y e Z sono i costituenti
immediati di X in un indicatore sintagmatico (diagramma ad albero: si
veda§ 4.1), e la freccia orientata a destra vale 'è da riscrivere come'. Il
tutto è da intendere come: costruendo un indicatore sintagmatico nei
suoi sviluppi progressivi a partire dal nodo iniziale, scindere una cate-
goria X nelle due categorie di sottolivello successivo Y e Z. Visto 'dal
basso': nella costruzione di una frase, unire le due categorie Y e Z in una
categoria di livello superiore X. All'operazione formulata in questo se- L'operazione
condo modo, elementare ma di basilare importanza nella costruzione 'fondi'
della struttura delle frasi, viene dato nell'attuale g.g. il nome di 'merge'
(reso in italiano con 'fondi' o salda'), che con la connessa operazione
detta 'move' ('muovi', 'sposta'; cfr. più avanti) costituisce il binomio dei
principi o regole fondamentali della struttura in costituenti.
164 La linguistica

In sintassi, e per i nostri fini molto elementari, è utile vedere le re-


gole come corrispondenti alle successive ramificazioni di un indicatore
sintagmatico. Che la prima ramificazione per così dire nucleare di un
nodo F sia quella in SN e SV dà quindi luogo alla regola

F--+SN+SV,

che si legge 'riscrivere frase come sintagma nominale più sintagma ver-
bale'. Le regole a struttura sintagmatica possono anche avere come
uscita specifici elementi lessicali; si tratta di 'regole di inserzione lessi-
cale', che sono ovviamente le regole che riempiono i nodi terminali del-
1' albero: è tale per es. una regola come

N--+ libro ('riscrivere N come libro') ,

Regole ricorsive che agisce nel primo albero del§. 4.1 sopra. Le regole possono essere
ricorsive (si veda§ 1.3.7); una regola è formalmente 'ricorsiva' quan-
do nell'uscita della regola (a destra della freccetta) è contenuto di nuo-
vo il simbolo di categoria che rappresenta l'entrata della regola (che sta
cioè a sinistra della freccetta): per esempio, è ricorsiva la regola

SN --+ SN + SPrep,

che genera sintagmi nominali complessi del genere di il libro di Gian-


ni, un uovo di struzzo al padellino, il cantante col cappello di paglia di
Firenze, eccetera. Le regole ricorsive rendono molto potente la gram-
matica, consentendo di formare costrutti anche con un alto grado di in-
cassatura, cioè di elementi dello stesso sottolivello inseriti gli uni den-
tro gli altri (frasi dentro frasi, sintagmi dentro sintagmi, ecc.). La possi-
bilità di incassatura interna di sintagmi è teoricamente illimi~ata: se è
quasi impossibile trovare nell'uso della lingua sintagmi nominali che
arrivino a contenere al loro interno più di tre, o al massimo quattro, sin-
tagmi preposizionali, ciò dipende dalla limitatezza dell'utente, e non
dalla natura del sistema.
Regole Per la lettura e la comprensione delle regole occorre tener presenti
contestuali alcune convenzioni. Le regole che contengono una barra obliqua sono
'regole contestuali', che si possono applicare solo nei contesti specifi-
cati da quanto viene formalizzato dopo la barra; la linea orizzontale in-
dica il contesto locale, cioè la posizione in cui sta la categoria interes-
sata dalla regola, le specificazioni contenute prima e/o dopo della linea
indicano le caratteristiche o proprietà che devono avere gli elementi che
stanno prima e/o dopo tale posizione perché la regola si possa applica-
re. Una regola come per es.

V--+ legge/[+Um.] _ _
Sintassi 165

(v. sempre il primo albero di § 4.1) è dunque una regola contestuale e si


legge: 'riscrivere V come legge nel contesto in cui V sia preceduto da
un elemento contenente la proprietà [+Umano] (cioè si riferisca a, o de-
noti, un essere umano; si veda § 5 .4 )'. Nelle regole possono quindi, Regole e tratti
quando è necessario, essere espressi ed esplicitati anche 'tratti', che
vengono indicati fra parentesi quadre. Questi sono proprietà rilevanti
per la grammatica, e sono o tratti morfologici o sintattici, riguardanti
caratteristiche morfosintattiche degli elementi (per es.,[+ Masch.], che
vale "di genere maschile", che è un tratto che sottocategorizza-v. sot-
to - i nomi, o [+Trans.], che vale "transitivo" ed è un tratto che come
abbiamo visto in § 4.3.3 sottocategorizza i verbi); oppure tratti seman-
tici (si veda oltre, § 5.4), riguardanti proprietà inerenti del significato
delle parole, per es. appunto [+Um.], che denota la proprietà di essere
un "essere umano", [+Concr.], che denota la proprietà di essere un "og-
getto concreto", eccetera). Insieme, tali tratti costituiscono le cosiddet-
te sottocategorizzazioni, che dànno luogo a 'restrizioni di selezione',
cioè specificano quali elementi della classe designata dal simbolo di ca-
tegoria siano combinabili con un determinato altro elemento.
Le regole generano una frase. Ogni frase di una lingua ha quindi as- L'interpreta-
segnato un indicatore sintagmatico che ne rappresenta la struttura e ne zione della frase
determina il significato globale, l'interpretazione. Sorge però a questo
punto un problema. Vi sono infatti frasi che pur mantenendo la stessa
identica forma ammettono due (o anche più) interpretazioni diverse, co-
me per esempio (a) l'interpretazione di Gramsci era sbagliata, che può
voler dire "l'interpretazione che Gramsci ha fatto (di qualcosa) era sba-
gliata" oppure "l'interpretazione che qualcuno ha fatto di Gramsci era
sbagliata"; e d'altra parte vi sono frasi diverse, con una struttura sintag-
matica chiaramente differente, che hanno però la stessa interpretazio-
ne, vogliono dire la stessa cosa, come per esempio (b) a Lucia piaccio-
no le balene/Lucia ama le balene, o (c) un gatto insegue il topo/il topo
è inseguito da un gatto (si vedano sopra, §. 4.3.3, i cenni su forma atti-
va e forma passiva) .
Per risolvere questo problema, e permettere di assegnare biunivo- La distinzione
camente indicatori sintagmatici a frasi, è stata introdotta una distinzio- tra struttura
superficiale e
ne molto importante, fra 'struttura superficiale' e 'struttura profon- struttura
da ', o 'struttura soggiacente'. La prima è la forma sintattica della frase profonda
così come appare, in superficie, vale a dire come è rappresentata dagli
indicatori sintagmatici che abbiamo visto nel § 4.1; la seconda è la
struttura che la frase ha a un livello più profondo, retrostante la forma di
superficie, e non riflesso direttamente in essa, che è quello a cui avvie-
ne la reale interpretazione della frase. Più precisamente, la struttura pro-
fonda è l'organizzazione strutturale astratta che sta dietro a ogni frase
possibile prodotta con una certa struttura superficiale e rappresenta gli
166 La linguistica

effettivi rapporti semantici e sintattici che danno conto della sua inter-
pretazione: è il luogo astratto in cui vi sono tutti gli elementi necessari
e sufficienti per l'assegnazione del corretto significato alle frasi. La fra-
se (a) sopra esemplificata, frase ambigua, dovrà quindi vedersi asse-
gnate due diverse strutture profonde, una per ciascuna delle due inter-
pretazioni a cui può dare luogo. Si tenga presente che la questione non
va confusa con quella di frasi ambigue a cui sia però possibile assegna-
re due diverse strutture superficiali, e che quindi sono disambiguabili
già a livello di analisi in costituenti immediati (come visto in § 4.1.).
Tornando allora alla frase (a), dovremmo avere una struttura profonda
Pertinenza dei in cui Gramsci sia soggetto e un'altra in cui Gramsci sia oggetto. O me-
ruoli semantici
in struttura
glio, dato che in struttura profonda (che è più 'vicina' all'elaborazione
profonda concettuale che sta dietro ad ogni frase, cfr. § 4.3.4) diventano perti-
nenti in primo luogo i ruoli semantici, avremo una struttura in cui
Gramsci è sperimentatore, o agente (a seconda che consideriamo inter-
pretare, che è la base di cui interpretazione è una nominalizzazione, co-
me processo psicologico o come azione), che è la struttura profonda che
dà conto della prima interpretazione possibile della frase ; e un'altra
struttura profonda in cui Gramsci è paziente, che dà conto della secon-
da interpretazione. Analogamente, dietro ciascuna delle coppie di frasi
(b) e (c) vi starà un'unica struttura profonda, che verrà tradotta (o 'pro-
iettata') in struttura superficiale in due modi diversi: nel caso di (b), è
chiaro che Lucia è sperimentatore, e che questo ruolo semantico può es-
sere portato in superficie in due funzioni sintattiche diverse, comple-
mento di termine nella prima frase e soggetto nella seconda, in dipen-
denza dalle caratteristiche di selezione sintattica del verbo: sia piacere
che amare implicano un essere animato che ricopra il ruolo semantico
di sperimentatore, ma mentre piacere lo realizza in struttura superficia-
le con un complemento di termine (caso dativo), amare richiede che es-
so in struttura superficiale vada a soggetto. Per il caso (c), si veda sopra
(§ 4.3): la forma attiva e quella passiva di una frase descrivono lo stes-
so stato di cose, devono quindi avere appunto la stessa struttura profon-
da; e rappresentano due modi diversi di trasporre tale struttura profon-
da, in cui vi è un verbo bivalente con un 'agente' (nel nostro esempio, il
gatto) e un 'paziente' (nel nostro esempio, il topo), nella forma di su-
perficie; cioè due opzioni diverse, nello schema valenziale dei verbi, di
realizzazione dei ruoli semantici in funzioni sintattiche. Si può anche
dire che la struttura profonda è quella in cui sono pertinenti i ruoli se-
mantici invece che le funzioni sintattiche, le quali sono invece proprie
della struttura superficiale.
La Per rappresentare la struttura delle frasi, in g.g. si sono venuti ad
rappresenta-
zione ad albero usare alberi più complessi, e che rappresentano le cose a un livello
in g. generativa maggiore di astrazione, rispetto a quelli 'ingenui' che abbiamo fin qui
Sintassi 167

utilizzato. Anzitutto, vengono introdotte nuove categorie che fungono Nuovi simboli
di categoria
da testa di sintagma: sono le ' teste funzionali ', rispetto alle 'teste lessi-
cali' quali quelle viste nel§ 4.2 (V, N, Prep, Agg, Avv; e Det). Sono te-
ste funzionali Flessione e Complementatore, che dànno luogo rispetti-
vamente a SFless (Sintagma della Flessione; anche IP, ingl. Inflection
Phrase) e a SComp (Sintagma del Complementatore; anche CP, ingl.
Complementizer Phrase). L'introduzione di queste nuove categorie è
basata su argomentazioni che qui non possiamo seguire. Per SFless, Il sintagma
uno dei fatti chiamati in causa è comunque la differenza strutturale che della flessione
c'è fra una frase come Luisa mangia sempre mele e Luisa ha sempre
mangiato mele: in tutt'e due l'avverbio (sempre) sta dopo la forma ver-
bale flessa, e quindi col tempo verbale semplice (mangia) sta fra V e
SN oggetto, mentre col tempo verbale composto (ha mangiato) sta fra
l'ausiliare e il participio passato: questo significa che la flessione deve
dominare il rapporto fra V e SN, e giustifica quindi l'introduzione di un
nodo SFless con la funzione di attualizzazione flessiva del predicato
verbale. Tale nodo (che viene anche chiamato, per la ragione appena ac-
cennata, e cioè perché concretizza la frase attualizzandola anche nel
tempo, ST, Sintagma del Tempo, o Temporalizzato) contiene al suo in-
terno SV. L'albero di Luisa ha sempre mangiato mele che se ne ricava
sarà (trascurando dettagli analitici)

(16) SFless'
~
SN SFless
I
Luisa Fless
~ SV"
I ~
ha Avv SV'
I ~
sempre SN SV
I
[Luisa] V
~ SN
I I
mangiato mele

Nella generazione di questo albero, (16), ha agito l'operazione mo- L'operazione


ve 'sposta', che ha fatto salire il SN soggetto in una posizione molto al- 'muovi'
ta dentro il SFless, a sinistra della testa, dato che esso governa l'accor-
do flessionale col verbo, e quindi deve essere processato prima di que-
sto, per poi poter accordare la persona della forma verbale. L'ausiliare a
sua volta va a occupare la posizione di testa di Fless, perché è appunto
l'elemento che reca le marche flessionalf.
168 La linguistica

Gli elementi che, sottoposti all'operazione di movimento, risalgono


lungo l'albero per assumere la posizione dove vengono realizzati nella fra- ·
se effettivamente prodotta (qui, Luisa; in (17) sotto, Luisa e mangia(re))
Le tracce non lasciano in realtà vuota la posizione originaria che hanno abbandona-
to, nella quale resta una 'traccia' , non realizzata da materiale linguistico,
della loro presenza in quella posizione all'inizio della processazione della
frase, che non può quindi essere occupata da altro materiale. Tali elemen-
ti compaiono quindi in due punti nell'albero che costituisce la generazio-
ne, o 'derivazione', della frase: in un punto, come realizzati in superficie,
e nell'altro, quello che hanno abbandonato, come elementi silenti.
L'albero di Luisa mangia sempre mele sarà quindi:

(17) SFless'
~
SN SFless
I ~
Luisa Fless SV"
I ~
mangia Avv SV'
I ~
sempre SN SV
I ~
[Luisa] V SN
I
[mangia(re)]
I
mele

In (17) mangia è andato ad occupare la posizione Fless perché lì atti-


rato, in quanto forma verbale flessa, dalle necessità di temporalizzazione.
Il sintagma Anche per giustificare un nodo SComp intervengono fatti di sposta-
delcomple- mento. In frasi interrogative del tipo cosiddetto aperto o parziale (dette
mentatore
'interrogative WH-', perché in inglese sono sempre introdotte da parole
che cominciano con le lettere wh-: who "chi", what "che (cosa)", where
"dove", when "quando", ecc.) infatti la parola interrogativa va a occupa-
re una posizione all'estrema sinistra della frase. Si confronti che cosa fa
il linguista ? rispetto alla corrispondente dichiarativa il linguista fa qual-
cosa, dove che cosa e qualcosa devono occupare nella generazione ini-
ziale della frase la stessa posizione, quella di complemento oggetto (SN
dominato direttamente da SV), ma nella forma interrogativa che cosa ri-
sale da questa posizione alla prima posizione in alto a sinistra. Si tratta
della stessa posizione dove compaiono gli elementi che introducono le
frasi subordinate, indicando appunto che si tratta di frasi dipendenti:
Gianni dice che Luisa legge un libro, dove la frase subordinata è che
Luisa legge un libro, e che funge da 'complementatore' (termine gene-
Sintassi 169

rale per designare gli elementi che segnalano che si tratta di frase subor-
dinata; si tratta di congiunzioni, o anche preposizioni, nel caso di subor-
dinate implicite col verbo di modo infinito: Gianni spera di partire per
Parigi). Il complementatore, COMP, è la testa del relativo sintagma.
Tutti i sintagmi di una lingua avrebbero inoltre una struttura sotto- La struttura
stante generale comune, rappresentata nella teoria x-barra dal seguente sottostante
generale
albero, dove X è la testa del costrutto, Comp (= Complemento, da non comune
confondere con COMP appena sopra visto) è il modificatore diretto del- ai sintagmi
la testa, Spec (= Specificatore) è il modificatore di un sottolivello supe-
riore a quello della testa:

( 18) X"(= SX')


~
Spec X'(= SX)
~
X Comp

A un livello ancora superiore, non più ' nucleare', possiamo anche


avere un nodo X"', con una ramificazione binaria che porta da un lato a
X" e dall'altro a un 'aggiunto'.
Questa struttura ci consente anche di dare conto delle due diverse Disambigua-
strutture profonde del sintagma ambiguo l'interpretazione di Gramsci zione in
struttura
(v. sopra). Poiché è lecito assumere che i nomi derivati da verbi eredita- profonda
no gli schemi valenziali dei verbi stessi, e quindi, dato che interpretare è
bivalente, interpretazione risulta un nome bivalente, con le due valenze
o argomenti che fanno da soggetto (che è tipicamente nella posizione
Spec della struttura) e da complemento oggetto (tipicamente nella posi-
zione Comp), possiamo allora rappresentare così le due strutture pro-
fonde corrispondenti alle due interpretazioni di l'interpretazione di
Gramsci sopra discusse: (a) è la struttura di l'interpretazione di Gramsci
nel senso di "Gramsci interpreta (qualcosa)", (b) è la struttura di l' inter-
pretazione di Gramsci nel senso di "(qualcuno) interpreta Gramsci".

(19) (a) X" (b) X"


~ ~
Gramsci X' 0 X'
~ ~
interpretazione 0 interpretazione Gramsci

La posizione della testa nella struttura costituisce un 'parametro' La posizione


della 'grammatica universale' (v. Box 4.4), in quanto è un tratto struttu- della testa come
parametro
rale rilevante che nelle lingue del mondo può assumere due valori: la
testa può infatti essere, sotto il nodo X', o il primo ramo, di sinistra, o il
170 La linguistica

secondo ramo, quello di destra, e quindi le lingue possono essere o lin-


gue con il principio costruttivo (ordine di base) testa-complemento (co-
me l'italiano) o lingue con il principio costruttivo complemento-testa
(come il latino).
Tornando alla generazione delle frasi, una proposizione come Gian-
ni mangia una mela viene allora nel modello generativo a essere rap-
presentata come segue:

(20) SFless'
~
SN SFless
I ~
Gianni Fless SV'
I ~
mangia SN SV
I
[Gianni] V
~ SN
I~
[mangiare] una mela

Quello che negli alberi di § 4.1 era il nodo F è dunque diventato


SFless (non ci sono più nodi F, in g.g.); che contiene al suo interno, nel-
la posizione di complemento (secondo lo schema 18), SV. Ciascuno dei
due sintagmi ha la struttura a due livelli lì sopra riportata; il SN Gianni
ha lasciato la posizione di specificatore di SV ed è andato ad occupare
quella di specificatore di SFless; il V mangiare ha lasciato la posizione
di testa di SV ed è salito ad occupare la posizione di testa di SFless, ri-
cevendo così i tratti di temporalizzazione e di accordo con il soggetto.
I tre campi Nella frase sopra, abbiamo visto il funzionamento nel modello ge-
della struttura
astratta nella nerativo di SFless e SV. Più ampiamente, la struttura astratta generale di
g.g.: SComp, una frase è vista nella g.g. attuale come composta di tre campi, o zone,
SFiess, SV SComp, SFless, SV, come sotto schematizzato, ciascuno dei quali dota-
to di diversi sottolivelli, e deputato ad esprimere valori e aspetti diversi
nel processo di generazione della frase e della sua interpretazione se-
mantica.

(21) SComp (CP)


~SFiess (IP)
~SV (VP)
~
Sintassi 171

SV ha una testa lessicale (o 'categoriale'), ed è il campo dove vanno a


collocarsi le entrate lessicali selezionate per la frase (è quindi l'inter-
faccia fra sintassi e semantica); SFless, con testa funzionale, è il campo
dove vanno a collocarsi gli elementi che attualizzano la frase con le ne-
cessarie marcature (è quindi l'interfaccia fra sintassi e morfologia);
SComp, con testa funzionale, è infine il campo dove vanno a collocar-
si gli elementi che segnalano come la frase vada intesa, quale modalità
abbia, la sua forza illocutiva (cfr. § 5.6), se è un'affermazione, una do-
manda, ecc. (è quindi l'interfaccia fra sintassi e pragmatica).

4 .5 Oltre la frase

Lungo il nostro percorso nella descrizione di come sono fatte le lingue, Dalle unità
ci siamo finora mossi, attraverso sottolivelli d'analisi via via più ampi e minime alle
unità complesse
più alti, dalle unità minime prive di significato alle unità complesse, le
frasi, che funzionano da 'blocchi' di significato impiegati concreta-
mente nella comunicazione linguistica, secondo l'itinerario seguente:

FRASI

SINTAGMI
il cane abbaia

i/cane
l
SINTASSI


---------------------------------------------------------------- oo~
~
PAROLE

MORFEMI
cane

can-
l
MORFOLOG IA
i5
z
.e

•:o
--< -
SILLABE

FONEMI
/ ka/

/ k/
l
FONOLOGIA
8 ~
~ ~
~ ~
.e

4. 5.1 Frasi complesse


Il livello della frase non esaurisce tuttavia il compito né il raggio
d' azione della sintassi. In primo luogo, spesso le frasi non vengono rea-
lizzate come unità isolate, ma si combinano in sequenze strutturate an-
che lunghe, frasi complesse o ' periodi ' : la sintassi del periodo, o 'sin- Sintassi
tassi superiore ', o 'macrosintassi', è un ulteriore importante sottolivel- del periodo
lo di analisi del sistema linguistico, a cui qui non possiamo fare più che
172 La linguistica

un accenno. Vi sono princìpi che regolano il modo in cui il sistema lin-


guistico organizza le combinazioni di frasi, e parole (dotate quindi di
significato grammaticale o funzionale) deputate a esprimere i rapporti
tra le frasi. È fondamentale a questo proposito la distinzione classica,
Coordinazione nell'analisi del periodo, fra coordinazione e subordinazione. La coor-
dinazione si ha quando le diverse proposizioni vengono accostate l'una
all'altra senza che si ponga tra esse un rapporto di dipendenza (sono tut-
Subordinazione te allo stesso livello gerarchico), mentre si ha subordinazione quando
vi è un rapporto di dipendenza tra le proposizioni, in quanto una frase si
presenta come gerarchicamente inferiore ad un'altra (la 'proposizione
I connettivi principale') e la presuppone. Gli elementi che eventualmente realizza-
no i rapporti di coordinazione o subordinazione tra le frasi sono spesso
chiamati 'connettivi' o 'connettori' (cfr. § 5.6). La coordinazione è rea-
lizzata con congiunzioni coordinanti come e, o, ma, ecc., o anche attra-
verso la semplice giustapposizione di proposizioni: Luisa legge e Gian-
ni scrive oppure Luisa legge, Gianni scrive (in questo secondo caso si
parla di coordinazione 'asindetica'). La subordinazione è realizzata con
congiunzioni subordinanti come perché, quando, mentre, benché, affin-
ché, ecc., o mediante modi verbali non finiti (l'infinito preceduto o no
da preposizione: ti chiedo di andare, lo vedo partire; il gerundio: tor-
nando a casa ho comprato una torta; il participio passato: tornato a ca-
sa, ho mangiato una torta).
Tipi di frasi Le frasi subordinate, dipendenti, si possono distinguere in tre prin-
subordinate cipali categorie a seconda del modo strutturale in cui si agganciano al-
la frase principale: etichette proponibili (ne esistono altre) per le tre ca-
tegorie sono 'avverbiali', 'completive' e 'relative' (v. Scheda 4.1). Le
Le avverbiali frasi avverbiali (dette anche 'circostanziali', perché svolgono funzione
analoga a quella che nella sintassi di frase hanno sintagmi preposizio-
nali, o anche nominali, che non facciano parte dello schema valenziale
dei predicati, cfr. § 4.3.2) sono frasi subordinate che modificano l'inte-
ra frase da cui dipendono: es., esco, benché piova; mentre Luigi mangia
le fragole, Carla gioca a ramino; sono normalmente avverbiali le su-
bordinate causali, temporali, concessive, ipotetiche, finali. Sotto forma
implicita (le subordinate si dicono 'esplicite' quando il loro verbo è di
modo finito, e 'implicite' quando il loro verbo è all'infinito, al gerundio
o al participio), e in particolare col verbo al gerundio, le avverbiali pos-
sono anche modificare un predicato verbale, trovandosi quindi, nell'in-
dicatore sintagmatico, a un ramo della prima biforcazione di un nodo
Le completive SV: Luisa ha ringraziato Gianni dandogli un bacio. Le completive so-
no subordinate che sostituiscono un costituente nominale maggiore
(cioè, il soggetto o l'oggetto, o anche il predicato nominale o l'oggetto
indiretto) della frase; o (meglio) che riempiono una valenza o argo-
mento del predicato verbale (per questo, sono anche chiamate 'argo-
Sintassi 173

mentali'; sono tali le subordinate soggettive e oggettive e le interroga-


tive indirette): ess., sembra che faccia bel tempo; Giorgio dice che
Chomsky ha ragione; penso a come risolvere il problema . Le relative Le relative
sono frasi subordinate che modificano un costituente nominale della
frase, hanno sempre un nome (o un pronome) come testa: es., non ho
più visto lo studente a cui ho dato il libro. La subordinazione è quindi in
parte considerevole un prodotto della ricorsività della lingua, in quanto
nei casi delle completive e delle relative abbiamo un nodo F inserito
sotto le ramificazioni di un altro nodo F più alto, o al posto di un SN, o
all' interno di un SN.
L'unione di una frase (o proposizione) principale con una frase (o Esempi
proposizione) subordinata dà luogo a una frase complessa. Proviamo di rappresenta-
zione ad albero
ora a rappresentare con un albero completo, utilizzando tutte le cono- di frasi
scenze che abbiamo accumulato in questo capitolo (e introducendone, complesse
ove occorre, di nuove), la struttura di una frase complessa. Prendiamo
la zia di Marisa ha detto che sarebbe partita per Parigi col treno not-
turno. La zia di Marisa ha detto è la proposizione principale, che sa-
rebbe partita per Parigi col treno notturno è la frase dipendente; si trat-
ta di una completiva oggettiva, in quanto tiene il posto di quello che sa-
rebbe il complemento oggetto di dire. Quindi:

(22)
F"
~SV
SN"
/\ ~
Det SN' V F'
/\
N SPrep
I \ ~F
Aus PP COMP
A ~
Prep SN SN SV'
I ~
N SV SPrep
~ A SN'
V SPrep Prep
~ I\ A
Aus PP Prep SN Det SN

N
I A
N SAgg
I
Agg
I
la zia di Marisa ha detto che (Z) sarebbe partita per Parigi con il treno notturno
174 La linguistica

Come si vede, la frase subordinata completiva oggettiva è inserita


ad occupare la posizione del SN dominato direttamente dal nodo SV.
La novità che troviamo qui è nella prima ramificazione di F', dove il ra-
mo di sinistra porta a COMP. La categoria COMP (come abbiamo visto
in§ 4.4) indica la posizione frasale di F' (vuota e inoperante in una fra-
se semplice principale affermativa) in cui sta la congiunzione subordi-
nante o comunque l'elemento che introduce frasi subordinate (come le
preposizioni di, a, per, ecc. in frasi dipendenti implicite, col verbo al-
1' infinito). In altri tipi di frase possono andare ad occupare tale posizio-
ne altri elementi della frase; per es., come abbiamo visto, in frasi inter-
rogative aperte COMP può essere riempito dall'elemento posto sotto
interrogazione: in che libro hai letto ?, il SN che libro sta appunto nella
posizione COMP, come focus dell'interrogazione.
Ecco infine, semplificando, schemi di inserzione negli alberi sin-
tagmatici dei tre tipi di frasi subordinate che abbiamo visto, che evi-
denziano dove va a collocarsi il nodo F' della subordinata:

(23)
(i) F"
~
F F'
~
COMP F

(ii)a F"
~
SN SV
~
V F'
~
COMP F

(ii)b F"
~
F' sv
~
COMP F
Sintassi 175

(iii)a F"
~
SN SV
~
SN F'
~
COMP F

(iii)b F"
~
SN SV
~
V SN
~
SN F'
~
COMP F

(i) è l'albéro di una frase complessa che contiene un'avverbiale; (ii),


l'albero di una frase complessa che contiene una completiva, rispetti-
vamente oggettiva (a, come nell'indicatore sintagmatico sopra costrui-
to) e soggettiva (b); (iii), l'albero di una frase complessa che contiene
una relativa introdotta da che, agganciata rispettivamente al SN sogget-
to (a) e al SN oggetto (b).Per ulteriori dettagli sulla rappresentazione di
frasi complesse, cfr. Scheda 4.1.

Scheda 4.1- Frase semplice e frase complessa


Abbiamo visto all'inizio del capitolo(§ 4.1) che il principio generale per l'analisi della struttura di
una frase è basato sulla scomposizione, e che questa si attua, come per fonologia e morfologia, ef-
fettuando una prova di commutazione: si confronta cioè una data frase con un'altra più semplice
che abbia la stessa struttura.
Si è detto poi, trattando della valenza verbale(§ 4.3.2 e Box 4.2), che possono ricondursi a uno stes-
so modello frasale, e quindi a una stessa struttura di base, sia frasi semplici sia frasi complesse, in-
tendendo con le prime quelle frasi, o proposizioni, in cui tutti i costituenti sono sintagmi (es. rico-
nosco le mie paure) e con le seconde quelle frasi, tradizionalmente dette 'periodi', in cui almeno un
costituente è una frase (es. riconosco che ho sbagliato).
Vediamo ora come ciò si traduca in una rappresentazione per mezzo di grafi ad albero, prendendo le
mosse dalle tre principali categorie tradizionalmente riconosciute di frasi subordinate.
176 La linguistica

Subordinate avverbiali (circostanziali)


La struttura di una frase complessa contenente una subordinata avverbiale è raffrontata qui di se-
guito alla struttura di una frase semplice che comprenda un circostanziale, nella fattispecie un av-
verbio:

FRASE COMPLESSA: I
i colleghi ripartiranno quando l'accordo sarà concluso I

F F
~V
SN
~F
COMP
A
Det N SN
~SV
A
Det N
A
Aus PP

colleghi ripartiranno quando l' accordo sarà concluso

FRASE SEMPLICE: I
i colleghi ripartiranno domani I
F

F Avv
~
SN SV
A N
Det
I
V
I colleghi
I I
ripartiranno domani

Nella frase complessa, la subordinata avverbiale quando l'accordo sarà concluso è dominata diret-
tamente dal nodo F più alto e si trova allo stesso livello gerarchico della frase i colleghi ripartiran-
no. Analogamente, nella frase semplice, l'avverbio domani è dominato direttamente dal nodo F più
alto ed è allo stesso livello della frase i colleghi ripartiranno. La subordinata avverbiale si aggancia
quindi alla frase principale nello stesso modo strutturale in cui nella frase semplice il circostanziale
si aggancia al nucleo, ossia secondo lo stesso schema di inserzione.
Sintassi 177

Subordinate completive (argomentali)


Oggettive
Poniamo ora a confronto la struttura di una frase complessa che contenga una completiva oggettiva
con quella di una frase semplice che comprenda un costituente argomentale in funzione di oggetto
diretto:

FRASE COMPLESSA: riconosco Iche ho sbagliato I

F
~SV
SN

V F
~
COMP F

s
~sv

Aus
A PP

O riconosco che ho sbagliato

FRASE SEMPLICE: rico~osco Ile mie paure I

F
~SV
SN

V SN
~SN
Det

Poss
~N

O riconosco le mie paure

Nella frase complessa, la completiva oggettiva che ho sbagliato è dominata direttamente dal nodo
SV più alto e si trova allo stesso livello gerarchico del V riconosco. Così, nella frase semplice, l 'og-
getto diretto le mie paure è dominato direttamente dal nodo SV più alto ed è allo stesso livello del V
riconosco. La completiva oggettiva nella frase complessa e il costituente argomentale oggetto nella
frase semplice condividono dunque lo stesso schema di inserzione nell'indicatore sintagmatico. Si
può notare inoltre come la frase complessa riconosco che ho sbagliato, di modo finito, abbia la stes-
sa struttura dell'equivalente di modo non finito, riconosco di avere sbagliato (e cfr. la corrispon-
dente semplice riconosco i miei sbagli, strutturalmente identica a riconosco le mie paure):
178 La linguistica

FRASE COMPLESSA (DI MODO NON FINITO): riconosco i di avere sbagliato I


F

---------------
SN

V
SV

---------------
COMP

SN
~
F

SV
~
Aus PP

riconosco di avere sbagliato

Soggettive
Simmetricamente, possiamo verificare come una completiva soggettiva in una frase complessa con-
divida la stessa posizione strutturale di un costituente argomentale soggetto nella frase semplice:

FRASE COMPLESSA: Iche tu sia partito Iintristisce gli amici

F sv
~F
COMP
~SN
V

~SV
SN
A
Det N
I
PRO
A
Aus PP

che tu sia partito intristisce gli amici

FRASE SEMPLICE: Iquella canzone Iintristisce gli amici

SN sv
~N
Det
~SN
V

Det
A N

quella canzone intristisce


I
gli
I
amici
Sintassi 179

La completiva soggettiva che tu sia partito è dominata direttamente dal nodo F più alto e si trova al-
lo stesso livello gerarchico del SV intristisce gli amici; allo stesso modo, il soggetto della frase sem-
plice quella canzone è dominato direttamente dal nodo F più alto ed è allo stesso livello del SV in-
tristisce gli amici.
Subordinate relative
A differenza delle avverbiali e delle completive, le subordinate relative non hanno un corrisponden-
te nello schema valenziale del verbo di una frase semplice; tuttavia, svolgono una funzione attribu-
tiva che è del tutto analoga a quella degli aggettivi. Si può osservare nei diagrammi seguenti come
una relativa in una frase complessa e un aggettivo in una frase semplice si aggancino a un SN nello
stesso modo strutturale, collocandosi a livello del costituente nominale che modificano:

FRASE COMPLESSA: gli studenti Iche hanno voti alti Iriceveranno una borsa di studio
F

SN sv
~SN
Det

N
~F
F V
A ~
SN

COMP Det SN

s
~sv N
~
SPrep
~SN Prep
A N
A
N A g

gli studenti che /2) hanno voti alti riceveranno una borsa di studio

FRASE SEMPLICE: gli studenti Ipromossi Iriceveranno una borsa di studio


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gli studenti promossi riceveranno una borsa


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di
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studio
180 La linguistica

4.5.2 Testi
Il testo Al di sopra dell 'unità 'frase ' bisogna riconoscere, dunque, un altro li-
vello di analisi della sintassi, che può essere chiamato il livello dei 'te-
sti'. Dal punto di vista linguistico, un testo è definibile grosso modo co-
me una combinazione di frasi (costituita quindi da almeno una frase)
Il contesto più il contesto in cui essa funziona da unità comunicativa. Per 'conte-
sto ' si deve intendere sia il contesto linguistico, vale a dire la parte di
comunicazione verbale che precede e che eventualmente segue il testo
in oggetto, sia il contesto extralinguistico, la situazione specifica in cui
la combinazione di frasi è prodotta. Il contesto linguistico è spesso chia-
mato più tecnicamente 'cotesto' .
La linguistica Entriamo qui nell'ambito della 'linguistica testuale' e della 'prag-
testuale matica linguistica' (cfr. § 5.6), su cui non possiamo in questa sede sof-
fermarci. Converrà tuttavia notare che vi sono elementi e fenomeni ap-
partenenti alla struttura sintattica di una frase il cui comportamento non
è spiegabile né descrivibile se non uscendo dalla sintassi della frase e
facendo riferimento, appunto, al cotesto oppure al contesto situaziona-
La pronomina- le (si veda anche oltre). Un caso di questo genere è solitamente la pro-
lizzazione nominalizzazione, cioè l'impiego e il comportamento dei pronomi, in
particolare i pronomi cosiddetti personali. Riprendiamo l'esempio del-
lo schema precedente, ampliandolo per passare dalle unità del livello
più alto, le frasi, a quelle del livello ancora superiore, i testi:

Il cane abbaia . Maria si affaccia


TESTI
alla finestra . Lo vede tutto infuriato( ...)

Nel pezzo di testo esemplificato, è impossibile spiegare l'interpre-


tazione di lo rimanendo all'interno delle strutture delle singole frasi: oc-
corre infatti riferirsi al contesto precedente, che ci permette di ricupera-
re che il pronome lo riprende il cane di due frasi prima e lo rappresenta
Anafore nella struttura della terza frase. Fenomeni di questo genere, vale a dire
e catafore la presenza di elementi per la cui interpretazione è necessario far riferi-
mento al contesto linguistico precedente, si chiamano tecnicamente
'anafore' (dal greco ana "indietro" e phéro "portare"). Il fenomeno
simmetrico e contrario, per cui occorra far riferimento al contesto lin-
guistico seguente, si chiama 'catafora' . Le anafore (e catafore) indivi-
duano elementi 'coreferenti', cioè che rimandano a un 'identica entità
designata; per indicare le coreferenze si possono utilizzare appositi in-
dici: il cane.' abbaia. Maria J.si.J affaccia alla finestra. Lo I vedeJ.tutto infu-
riato ( ... ).
I pronomi hanno o valore anaforico (o cataforico), come nel caso
precedente, o valore 'deittico', quando per 1~ loro corretta interpreta-
zione occorra far riferimento al contesto situazionale: col termine di
Sintassi 181

'deissi' (dal greco defxis, da defknymi "indicare") si designa infatti la La deissi


proprietà di una parte dei segni linguistici di indicare, o far riferimento
a, cose o elementi presenti nella situazione extralinguistica e in parti-
colare nello spazio o nel tempo in cui essa si situa, in maniera tale che
l'interpretazione specifica di ciò a cui il segno si riferisce dipende inte-
ramente dalla situazione di enunciazione. Non posso identificare, per
esempio, chi sia tu o a che giorno specifico si riferisca ieri o quale luo-
go indichi là, se non facendo riferimento ad uno specifico contesto si-
tuazionale in cui tali parole vengono utilizzate. Ieri può essere il 12
marzo 1996, il 23 febbraio 1865, il 5 luglio 1539, il 7 settembre 2010, o
qualunque altro giorno: dipende da quando dico ieri; ieri vuol infatti di-
re "il giorno prima di questo (in cui parlo, o scrivo)". Vi sono tre tipi
principali di deissi: deissi personale, deissi spaziale, e deissi temporale.
La deissi personale codifica il riferimento al parlante, all'interlocutore La deissi
e alle terze persone e che ha come centro il parlante stesso, chi dice io in personale
una determinata situazione; esprimono deissi personale i pronomi per-
sonali (io, tu, lui, lei, noi, voi, loro, ecc.), le persone verbali, i possessi-
vi (mio, tuo, suo, ecc.). La deissi spaziale codifica le posizioni delle en- La deissi
tità chiamate in causa rispetto al luogo in cui si trovano i partecipanti al- spaziale
i ' interazione; esprimono deissi spaziale i dimostrativi (questo, quello,
ecc.), avverbi di luogo (qui , qua, là, ecc.), verbi come andare e venire,
ed espressioni come a destra, a sinistra, in alto, dal lato opposto, ecce-
tera. Fra i deittici spaziali si possono distinguere le due sottoclassi dei
deittici prossimali, che indicano prossimità, vicinanza, rispetto all'ori-
gine del riferimento spaziale, cioè chi sta parlando (questo, qui, ecc.); e
dei deittici distali, che indicano invece distanza, lontananza (quello, là,
ecc.). La deissi temporale codifica il momento dell'enunciazione e spe- La deissi
cifica la localizzazione degli eventi nel tempo rispetto ad esso; è espres- temporale
sa da avverbi come oggi, ieri, domani, adesso, subito, ecc., dai tempi
verbali e da sintagmi come dieci anni/due mesifa,fra tre settimane/cin-
que anni, eccetera. Molti di questi elementi, in particolare i pronomi
personali e i dimostrativi, possono peraltro anche essere anaforici (o ca-
taforici). Molte delle espressioni deittiche, in particolare temporali, pos-
sono essere 'tradotte' in una corrispondente espressione non deittica, e
viceversa: ieri = il giorno prima, dieci anni fa = dieci anni prima. Si La deissi sociale
parla per estensione anche di 'deissi sociale', per designare gli elemen-
ti 'allocutivi', usati per codificare le relazioni sociali dei partecipanti al-
l'interazione, come in italiano i pronomi tu e Lei, in francese tu e vous,
in tedesco du "tu" e Sie "loro", ecc. (cfr. § 5.1), e in altre lingue anche i
fenomeni della cortesia (cfr. § 5.6). La deissi àncora quindi nel com-
plesso i messaggi prodotti alla situazione di enunciazione, ed è partico-
larmente rilevante nella lingua parlata.
Un altro fenomeno che può essere tipicamente spiegato solo supe-
182 La linguistica

L'ellissi rando i confini delle singole frasi è la cosiddetta 'ellissi' (dal greco él-
leipsis "mancanza, omissione"), consistente nella mancanza od omis-
sione, in una frase, di elementi che sarebbero indispensabili per dare
luogo a una struttura frasale completa, e che sono appunto ricuperabili,
per l'interpretazione della frase, dal contesto linguistico. È il caso nor-
male, per esempio, di coppie domanda-risposta, in cui la risposta soli-
tamente è ellittica, data l'immediata ricuperabilità degli elementi omes-
si, come in A: dove vai? B: a casa, dove il frammento a casa è automa-
ticamente integrato nella struttura frasale fornita dalla frase precedente,
(vado) a casa. In un certo senso, anche la frase più completa vado a ca-
sa sembra ellittica rispetto a io vado a casa: si noti tuttavia che in ita-
liano, a differenza per esempio che in francese, inglese, tedesco, ecc., e
come in spagnolo o ungherese, l'espressione del soggetto non è obbli-
gatoria; ed anzi, quando esso dovrebbe essere costituito da un prono-
me, è normale che non sia espresso, a meno che non assuma valori par-
ticolari, per esempio di contrasto: a colazione prendo sempre il caffè,
ma a colazione Carla prende la cioccolata, io prendo sempre il caffè.
Non si tratta quindi di ellissi, ma di una caratteristica sintattica. Dal
punto di vista tipologico (cfr. § 6.2) si dice quindi tecnicamente che
l' italiano è una lingua 'a soggetto nullo', o anche - nella terminologia
della linguistica generativa, per la quale l'obbligatorietà o meno della
presenza del soggetto pronominale è uno dei parametri della sintassi
(cfr. § 4.4) - una lingua PRO-drop.
I segnali Un ruolo rilevante nella strutturazione dei testi e non riportabile al-
discorsivi la sintassi frasale è poi svolto dai cosiddetti 'segnali discorsivi', quegli
elementi estranei alla strutturazione sintattica della frase che svolgono
il compito di esplicitare l'articolazione interna del discorso, come allo-
ra, senti, guardi, così, no?, insomma, cioè, sai, infine, anzitutto, basta,
in primo luogo, scusa, diciamo, eccetera. Meccanismi anaforici e se-
gnali discorsivi contribuiscono, assieme ad altri dispositivi a cui qui
non accenniamo, a conferire 'coesione' al testo, istituendovi una rete di
collegamenti al di là dei confini delle singole frasi.
Sintassi 183

ESERCIZI

A. Frasi, sintagmi e analisi in costituenti immediati


O Quali delle seguenti sono frasi nominali?
(i) Gianni e Luisa leggono; (ii) possiamo partire domani; (iii) domani trippa; (iv) venerdì è festa;
(v) pronti, via!; (vi) il leone è il re degli animali; (vii) Morandi vincitore a Sanremo; (viii) non tutte le
produzioni animali sembrano essere connesse al rispetto dei diritti di tutti gli esseri animati; (ix) fi-
ne settimana in montagna?; (x) tutti un momento in piedi; (xi) ostaggi in pericolo.
fJ Di che tipo di sintagma si tratta in ciascuno dei casi seguenti? E qual è la testa di ciascun sintag-
ma?
i) molto velocemente
ii) per il marito della cugina di Eva
iii) lei
iv) piuttosto impegnativo
v) giunse abbastanza rapidamente
vi) la foto della zia in tenuta da alpinista
IJ Di che tipo di sintagma si tratta in ciascuno dei casi seguenti? E qual è la testa di ciascun sintag-
ma?
i) le tracce incancellabili dei vostri misfatti
ii) fortuitamente incontrò
iii) ben prowisto di esplosivo
iv) tremendamente intelligente
v) per un uomo grosso, grasso e intelligente
IJ Quali posizioni della struttura massimale del sintagma nominale in italiano sono riempite in cia-
scuno dei casi seguenti?
(i) tutti i vagoni del treno
(ii) mio nonno
(iii) quella tua brutta storia
(iv) nessun problema
(V) lei
(vi) i quattro moschettieri
(vii) magnifiche rose gialle.
11 In che cosa il SPrep è diverso dagli altri tipi di sintagmi?
IJ Rappresentare con un indicatore sintagmatico (albero) la struttura delle seguenti frasi:
Il pacco di Natale della zia contiene dei regali che tutti invidiano
Gli operai in sciopero che tanto biasimavi hanno ottenuto il contratto
Il treno con le vetture di lusso arriva a Bilbao senza fermata alla dogana
fi Rappresentare con un indicatore sintagmatico (albero) la struttura delle seguenti frasi:
(a) Pierino era rosso di vergogna per aver rubato la marmellata
Sofia mangia i pasticcini alla crema che ha comprato in Belgio
Se torneranno con una medaglia organizzeremo una festa indimenticabile
(b) Finalmente ho saputo chi viveva in quell'appartamento
Umberto ha chiesto a Nora di rassegnare le dimissioni
Nei villaggi di frontiera guardano passare i treni per Tozeur
li) Rappresentare con un indicatore sintagmatico (albero) la struttura delle seguenti frasi:
(a) Graziano ha regalato a Rossella una colomba di Pasqua che ha riscosso molto successo
184 La linguistica

È strano che la connessione a Internet sia tremendamente lenta


So che il mercato del lavoro attende con impazienza la ripresa
(b) Sorprende sempre che un membro del governo chieda con fervore le dimissioni
Lucilla crede che le previsioni del tempo per le vacanze estive siano poco attendibili
Mio fratello inaspettatamente rimane a Londra, mentre Giulia parte per Mosca con lo zio
tJ Rappresentare con un indicatore sintagmatico (albero) la struttura delle seguenti frasi:
(a) li libro di Chomsky sulle strutture sintattiche inaugurò il generativismo alla fine degli anni Cin-
quanta
Abitualmente chiudo la porta a chiave quando torno a casa
Tutti i prowedimenti del governo per la diminuzione delle imposte sono rinviati all'anno pros-
simo
(b) Quel libro sulla cucina curda è molto bello perché è stato scritto con passione
Stupisce un po ' che rimanga a Bucarest per molto tempo
L'autore di quei film sul secondo dopoguerra progetta di scrivere la propria biografia
SI Scrivere una frase che sia rappresentabile per meuo del seguente indicatore sintagmatico (albero):
F

F sv
~F ~
COMP V Quant
~
SN SV
I
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~
Aus PP

eB Scrivere una frase che sia rappresentabile per mezzo del seguente indicatore sintagmatico (albe-
ro):
F

~N
Poss
SN
--------------- ~F
V
SV

~
COMP F
~
SN V

El (a) Scrivere una frase che sia rappresentabile per meuo del seguente indicatore sintagmatico (al-
bero):
F

F F
~ ~
COMP F SN V
~ I ~
SN V PRO Aus PP
~N
Poss

(b) Scrivere una frase che sia rappresentabile per meuo del seguente indicatore sintagmatico (al-
bero):
Sintassi 185

~
Quant
---------------
SN

SN SN
~
F

SV
~ I ~
Det N N V SN
~
N SPrep
~
Prep N

Il} Sia dato il sintagma Società di linguistica italiana. Può avere due interpretazioni? Se sì, spiegare
quali e rappresentare gli indicatori sintagmatici (alberi) che danno conto delle diverse interpreta-
zioni.
m) Sia data la frase ho parlato alla nonna di quel tuo collega. Può avere due interpretazioni? Se sì,
spiegare quali e rappresentare gli indicatori sintagmatici (alberi) che danno conto delle diverse in-
terpretazioni.
Il Sia data la frase indossava un maglione spesso. Può avere due interpretazioni? Se sì, spiegare
quali e rappresentare gli indicatori sintagmatici (alberi) che danno conto delle diverse interpreta-
zioni.
Bi) Sia data la frase i surrealisti e i dadaisti italiani hanno sottoscritto il manifesto. Può avere due in-
terpretazioni? Se sì, spiegare quali e rappresentare gli indicatori sintagmatici (alberi) che danno
conto delle diverse interpretazioni.
Efj Sia data la frase Zeus ed Era discutevano su/l'Olimpo. Può avere due interpretazioni? Se sì, que-
sta duplice interpretazione è disambiguabile a livello di analisi in costituenti immediati? Se sì, rap-
presentare gli indicatori sintagmatici (alberi) che danno conto delle diverse interpretazioni.
!i) Sia data la frase il contadino fa mangiare le galline. Può avere due interpretazioni? Se sì, questa
duplice interpretazione è disambiguabile a livello di analisi in costituenti immediati? Se sì, rappre-
sentare gli indicatori sintagmatici (alberi) che danno conto delle diverse interpretazioni.

B. Valenze verbali, funzioni sintattiche, e ruoli semantici


&Il Sia data la frase voglio regalare un pastore tedesco a mia figlia. Dire che cosa rappresenta a mia
figlia:
(i) sul piano dell'analisi in costituenti immediati;
(i i) sul piano dello schema valenziale del predicato;
(iii) sul piano delle funzioni sintattiche;
(iv) sul piano dei ruoli semantici;
(v) sul piano della struttura pragmatico-informativa.
i+) Sia data la frase ad Amelia piace rompere la crosta della crema catalana con la punta del cuc-
chiaino. Dire che cosa rappresenta ad Amelia:
(i) sul piano dell'analisi in costituenti immediati;
(ii) sul piano dello schema valenziale del predicato;
(iii) sul piano delle funzioni sintattiche;
(iv) sul piano dei ruoli semantici;
(v) sul piano della struttura pragmatico-informativa.
186 La linguistica

fl Sia data la frase la nostra squadra ha ricevuto i complimenti dal presidente della federazione. Di-
re che cosa rappresenta la nostra squadra:
(i) sul piano dell'analisi in costituenti immediati;
(ii) sul piano dello schema valenziale del predicato;
(iii) sul piano delle funzioni sintattiche;
(iv) sul piano dei ruoli semantici;
(v) sul piano della struttura pragmatico-informativa.
fl Individuare tra i verbi delle seguenti frasi quali sono monovalenti, quali bivalenti, quali trivalenti.
Compaiono anche verbi zerovalenti? E tetravalenti? Sono presenti dei circostanziali? Quali?
(i) ha piantato il lavoro su due piedi; (ii) muoio; (iii) porgo i miei omaggi alla signora; (iv) la banca
ha trasferito la propria sede da Potenza ad Ancona; (v) le circostanze lo favoriscono; (vi) così ride-
vano.
Individuare tra i verbi delle seguenti frasi quali sono monovalenti, quali bivalenti, quali trivalenti .
Compaiono anche verbi zerovalenti? E tetravalenti? Sono presenti dei circostanziali? Quali?
(i) ho nuotato per tutto il pomeriggio; (ii) grandina; (iii); quei fischi lacerano i timpani; (iv) ho man-
giato un ottimo filetto di scorfano in crosta di patate; (v) partiranno questa sera da Ostia per la
montagna; (vi) i ragazzi hanno risposto alla provocazione con l'indifferenza.
Nella frase durante /'allenamento il mister ha detto ai giocatori di fare silenzio, quale costituente
realizza la prima valenza del verbo? Quale la seconda? È presente una terza valenza? È presente
anche un circostanziale?
Siano date le frasi (i) il libro racconta la vita del poeta Dino Campana e (ii) ci raccontava che du-
rante la guerra rimase per una notte in mezzo al campo di battaglia. Quale costituente realizza la
seconda valenza del verbo nella prima frase? Quale nella seconda?
Siano date le frasi (i) ho sentito recitare una poesia e (ii) ho sentito recitare un vero attore. Le en-
tità una poesia e un vero attore hanno lo stesso ruolo semantico?
Nella frase dell'esercizio 20 è possibile riconoscere un'entità che svolga il ruolo semantico di pa-
ziente? Se sì, essa costituisce una valenza del verbo? E quale? È presente anche un'entità che ri-
copra il ruolo di agente?
Completare le seguenti affermazioni con i termini appropriati:
(i) il SN dominato direttamente dal nodo F è la posizione tipica del [inserire una funzione sintatti-
ca] . ... della frase;
(ii) nella frase ho letto il suo articolo con interesse, il SPrep con interesse è dominato diretta-
mente dal nodo . ... . ; rispetto allo schema valenziale, è un .
(iii) siano date le frasi tutte le mattine bevo un caffè e ieri ero al mare; tutte le mattine è un sin-
tagma . .. e occupa nell 'indicatore sintagmatico della prima frase la stessa posi-
zione che. . ....... occupa nell'indicatore sintagmatico della seconda; rispetto allo sche-
ma valenziale, sono entrambi
(iv) in termini valenziali, il soggetto si può definire come la . . ...... ... valenza di ogni verbo ;
(v) i verbi . .. sono quelli che reggono un complemento oggetto; se sono trivalenti ven-
gono anche definiti come
(vi) i verbi intransitivi che prendono l'ausiliare essere sono detti
(vii)l ' agente è l 'entità .... ...... ... che provoca ciò che accade; lo strumento è l ' entità
............................ mediante la quale awiene ciò che accade.
Sintassi 187

C. Tema/rema e ordini marcati dei costituenti di frase


fil Quale elemento della frase nell'esercizio 20 funziona da tema? I costituenti ad Amelia nella frase
20 e a mia figlia nella frase 19 svolgono la stessa funzione pragmatico-informativa (cioè , sono o
entrambi tema o entrambi rema)?
ii) Individuare in ciascuna delle seguenti frasi qual è il tema, qual è il soggetto e, se presente , qual è
l' agente.
(i) la settimana prossima ritorna a casa mia sorella;
(ii) all'esame, due candidati hanno consegnato il foglio in bianco;
(iii) l'editore ha chiarito ogni malinteso.
@D Individuare in ciascuna delle seguenti frasi qual è il tema, qual è il soggetto e, se presente, qual è
l'agente.
(i) l'acqua è mancata per una settimana;
(ii) quanto al calcio, le partite più importanti non devono essere trasmesse a pagamento;
(iii) la fotocopiatrice funziona ancora.
ii Individuare in quale o quali delle seguenti frasi è presente una dislocazione a sinistra e sottoline-
arne la parte dislocata.
(i) la prima e-mail di spam è stata inviata nel 1978 da un 'azienda statunitense
(ii) la prima e-mail di spam l'ha inviata nel 1978 un'azienda statunitense
(iii) nel 1978 un 'azienda statunitense ha inviato la prima e-mail di spam
(iv) è stata un'azienda statunitense che nel 1978 ha inviato la prima e-mail di spam
m Riconoscere quale costruzione con ordine marcato compare nella frase seguente in volgare (dal
Placito di Capua, 960): Sao ko kelle terre[ .... ] le possette parte sancti Benedicti (lett. "so che
quelle terre [ ... ] le possedette la parte di San Benedetto ").
il) Scrivere due frasi diverse costruite entrambe per mezzo di dislocazioni a sinistra a partire dalla fra-
se dell 'esercizio 19.
@i) Individuare tra le seguenti frasi quelle che contengono dislocazioni a sinistra e quelle che conten-
gono dislocazioni a destra, sottolineandone la parte dislocata. (Non tutte le frasi contengono di-
slocazioni).
(i) nel 1958 hanno inaugurato il museo del cinema
(ii) è nel 1958 che l 'hanno inaugurato, il museo del cinema
(iii) è nel 1958 che hanno inaugurato il museo del cinema
(iv) il museo del cinema l'hanno inaugurato nel 1958
(v) il museo del cinema, hanno inaugurato nel 1958!
ii) È vero che nella frase diglielo a mamma che la chiamo io compaiono due dislocazioni a destra? Se
sì, quali sono i due elementi dislocati? Quali i rispettivi clitici cataforici?
@i Scrivere una frase con dislocazione a destra che contenga un pronome clitico dativo.
@!l Quale delle seguenti è una 'frase scissa'?
(9 ) c 'è il gatto che gioca nel giardino;
(b) è il gatto a giocare nel giardino;
(c) il gatto ci gioca, nel giardino;
(d) è nel giardino che gioca il gatto;
(e) nel giardino, ci gioca il gatto
ii) Quale delle seguenti è una 'frase scissa'?
(a) a Marta voglio regalare un libro;
(b) un libro, voglio regalare a Marta;
188 La linguistica

(c) è a Marta che voglio regalare un libro;


(d) a Marta, regalare un libro?.
ID) In quali delle seguenti frasi una birra non ha valore di focus?
(i) è una birra che hanno ordinato;
(ii) hanno ordinato anche una birra;
(iii) l'hanno ordinata una birra;
(iv) so/o una birra hanno ordinato?;
(v) una birra l'hanno ordinata.
IJ Completare le seguenti affermazioni con i termini appropriati:
(i) nelle frasi non marcate , soggetto, . ... ........ e . ..... tendono a coincidere sul
costituente in ...... ... .. ... ... ... .... .. .. posizione;
(ii) la dislocazione a sinistra manda a ....... un costituente rematico; effetto analogo si
ottiene con la frase .
(iii) nelle frasi con dislocazione, l'elemento dislocato è ripreso nella frase mediante un

(iv) un lavoratore lo vorrai pagare? è un esempio di


(v) è con molto piacere che ti saluto è una frase ..... .. ...... ..... ..

D. Grammatica generativa
Nella frase seguente , quale regola (ricorsiva) è riapplicata al proprio prodotto? Vi racconto la sto-
ria del chirurgo che ha sposato la caposala di ostetricia di Villa Gemma
Nella frase seguente, quale regola (ricorsiva) è riapplicata al proprio prodotto? E venne il cane che
morse il gatto che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò
Il sintagma il ritratto di Laura può avere più interpretazioni? Se sì, quali? Come è possibile disam-
biguarle?
Le eventuali due interpretazioni della frase dell'esercizio 17 possono essere disambiguate anche
a livello di struttura profonda? Se sì, in che modo? Quali sono le categorie che hanno rilevanza nel-
la struttura profonda?
Trovare gli errori contenuti nelle seguenti affermazioni, correggendo le formulazioni ritenute sba-
gliate. Una o più affermazioni potrebbero non contenere errori.
(i) nella struttura profonda hanno rilevanza i ruoli semantici, non le posizioni strutturali in un in-
dicatore sintagmatico;
(ii) la regola F-+ F + SV corrisponde alla prima ramificazione di un albero di una frase complessa
che contiene una completiva oggettiva;
(iii) la regola F -+ F + F corrisponde alla prima ramificazione di un albero di una frase complessa
che contiene una subordinata relativa;
(iv) la regola F-+ COMP + SV non è una regola possibile;
(v) la regola F-+ SV + SN è una regola possibile;
(vi) due operazioni sintattiche fondamentali nel processo di generazione sono merge ('fondi' , 'sal-
da') e move ('muovi', 'sposta');
(vii) /a zia è un SDet generato dall'operazione merge;
(viii) spostandosi da una posizione ad un'altra in base al principio merge, un elemento lascia una
traccia nella posizione di partenza.
Che cosa rappresentano i campi SComp, SFless e SV?
Sintassi 189

=m Nelle due frasi Gianni ha guardato la partita e Gianni guardava la partita le due forme verbali ha
guardato e guardava stanno nella stessa posizione nella struttura sintagmatica sottostante? Se sì,
sotto quale nodo? Se no, sotto quali nodi rispettivamente?
UfJ Che cosa rappresenta il seguente albero? Qual è la posizione della testa del costrutto? Che cos'è
Comp? Si può anche avere un'inversione della posizione fra X e Comp?

X"(= SX')
~
Spec
X' (= SX)
~
X Comp

li) Che cos 'è un parametro della grammatica?

E. Fenomeni testuali
Individuare gli elementi anaforici e quelli cataforici nella frase seguente: lo so che è partito e ciò
non mi conforta.
Individuare gli elementi anaforici e quelli deittici nella frase seguente: quando verrà mia sorella
non potrò fare a meno di dirle la verità, perché gliel'ho tenuta nascosta per troppo tempo.
Di ciascuno dei seguenti elementi deittici dire se si tratta di un caso di deissi spaziale, temporale
o personale: (i) laggiù; (ii) venivo; (iii) prima; (iv) egli; (v) dopodomani; (vi) tuoi; (vii) questa.
Individuare nel testo seguente (trascrizione di parlato) (a) gli elementi deittici (b) gli elementi ana-
forici (c) i segnali discorsivi (d) le ellissi:
A: okay allora la partenza è guardando il televisore # in alto sulla sua sinis+ sulla tua sinistra
B: quasi vicino alla macchinina?
A: no no un po' più sotto diciamo-o # cinque centimetri sotto il parafango del maggiolone
B: va bene, a metà
A: okay?
8: sì
A: okay allora lì è la partenza
B: -Pi- uno metto? no ...
A: metti partenza fai una -lcs-
8: ehm
A: poi allora # dalla partenza # fai un semicerchio # che passa sotto il + praticamente il televi-
sore è il centro del cerchio e tu fai una-a semicirconferenza
8: sì# okay
A: okay? fino-o dunque ... eeh ... poi fai una-a fai l'altra parte di s+ di circonferenza, però al con-
trario, quindi rivolta-a verso la torta
B: passando sopra gli sci?
A: no gli sci io non ce li ho
B: perfetto, io passo sopra gli sci o no? sì, tanto abbiamo disegni diversi quasi #di sicuro# se no
il gioco non sarebbe abbastanza logico
A: SÌ... SÌ
B: okay
A: okay a un cer+ al+ / allora a questo punto
B: sono# sopra la torta
190 La linguistica

A: no no devi stare sotto la torta, praticamente la-a .. . il semicerchio deve essere-e eh a fianco al-
la torta, sulla sinistra della torta, guardando la torta sulla sinistra
B: okay# aspetta che cancello
A: s~ okay.... poi fai un'altra semicirconferenza
B: sì che passa vicino ... più vicino al televisore, o alla torta?
A: no che va verso la torta
B: e sale su verso il pettine?
A: no ... non c'è nessun pettine
B: verso il centro del foglio?
A: no, no, ehm devi farne una-a ... praticamente è come se tu il / il televisore fosse il centro del-
la circonferenza
B: e fin qua ci sono
(dal corpus CLIPS nel sito http://www.clips.unina.it/)
Semantica
CAPITOLO 5

Obiettivi del capitolo


Questo capitolo si occupa del quarto e ultimo dei livelli o piani di analisi del-
la lingua, quello che mette a fuoco il significato dei segni linguistici. Dòpo aver
discusso che cosa sia il significato, nozione assai difficilmente definibile con
rigore, e aver tratteggiato i diversi tipi di significato, si esaminano alcuni aspet-
ti del lessico (l'insieme delle parole, o 'lessemi', di una lingua), e si illustra-
no le relazioni di significato fra lessemi. Viene poi mostrato come sia possibile
'entrare nelle parole' analizzando secondo due impostazioni il significato dei
lessemi nei termini dei tratti semantici che lo costituiscono. Si passa quindi
a considerare i principali aspetti e fenomeni del significato delle frasi, o enun-
ciati, introducendo anche nozioni di pragmatica linguistica, la prospettiva che
considera la lingua, ciò che diciamo, come un modo di agire. L'obiettivo del ca-
pitolo è di mostrare la vastità dei problemi che concernono il significato dei se-
gni linguistici, di individuare una serie di concetti e categorie utili per mettere
ordine in un insieme così eterogeneo com'è il lessico di una lingua, e di mo-
strare i fenomeni in atto quando trasmettiamo significati usando il linguaggio
verbale.

5.1 Il significato

Ci spostiamo ora al piano del significato. La parte della linguistica che Definizione
si occupa del piano del significato è la 'semantica' (dal greco sema{no di semantica
" significare"). Il primo problema con cui si scontra la semantica è la de-
finizione stessa di che cosa sia il significato: se è facile e sicuro dire che
cos 'è il significante, la parte materiale dei segni linguistici, su che cosa
sia il significato, la parte immateriale dei segni linguistici, le idee e le
cose sono molto meno chiare. Il significato non è 'visibile', ed è il pun-
to di sutura fra la lingua, la mente e il mondo esterno. Lo studio del si-
gnificato si situa all'incrocio di linguistica, filosofia, psicologia e scien-
ze cognitive, e ciascuna di queste aree disciplinari affronta il problema
del significato secondo sue impostazioni peculiari. La discussione sul-
la natura del significato è del resto uno dei temi classici sempre dibat-
tuti nella storia del pensiero.
È peraltro anche difficile separare le varie dimensioni che può as-
192 La linguistica

sumere la trattazione del significato. Nella linguistica recente si sono in


generale diffuse da un lato prospettive di impianto filosofico e logico
che vedono il significato in termini di operazioni astratte con le quali si
costruisce la rappresentazione mentale della realtà; e dall'altro lato pro-
spetti ve di carattere cognitivista, che vedono il significato come strut-
tura cognitiva basata sul complesso dell'esperienza umana, con parti-
colare riguardo ai suoi aspetti fisico-percettivi. Nella prima direzione si
procede in genere con modelli formali che vanno facilmente a sfociare
nella sintassi, per cui a un certo livello, molto astratto, semantica for-
male e sintassi formale sembrano venire a coincidere; nella seconda,
viene spesso ad essere problematico il distinguere tra fatti semantici co-
dificati nella lingua, conoscenza del mondo e generale attitudine del-
l'uomo ad interagire con la realtà esterna.
Qui adotteremo una prospettiva molto elementare e strettamente
linguistica; occorre però essere consapevoli che tale prospettiva copre
solo una parte delle questioni connesse al significato.
Definire e analizzare il significato è insomma estremamente diffici-
le e problematico, anche solo dal mero punto di vista della linguistica in
senso stretto; possiamo comunque dire che esistono due modi fonda-
mentali di concepirlo, all'interno dei quali si possono poi trovare diver-
si filoni definitori e diversi approcci teorici. Vi è anzitutto una conce-
Il significato zione referenziale, o concettuale (ideazionale, denotazionale) del si-
come concetto gnificato: il significato è in questo caso visto come un concetto, un'im-
magine mentale, un 'idea o operazione creata dalla nostra mente, corri-
spondente a qualcosa che esiste al di fuori della lingua (si veda il 'trian-
golo semiotico', § 1.3 .2). In un'altra prospettiva, vi è una concezione
Il significato operazionale, contestuale, in fondo comportamentista, del significato,
come secondo cui esso è funzione dell'uso che si fa dei segni (la 'regola d'uso
operazione
dei segni'), vale a dire ciò che accomuna i contest~ d'impiego di un se-
gno e ne permette l'uso appropriato; o anche, in m_aniera più descrittiva
e distribuzionalista, la totalità dei contesti in cui esso può comparire.
Ciascuna delle due concezioni presenta problemi, ma ad ogni modo
sembra preferibile - se non altro perché di maggior plausibilità intuiti-
va - attenersi piuttosto alla visuale del significato come concetto, evo-
cazione di un ' immagine o operazione mentale codificata o codificabile
nel sistema linguistico.
Definizione In' un senso molto generico e preliminare, potremmo comunque ac-
generale contentarci di definire, ai nostri fini di un approccio elementare alla lin-
del significato
guistica, il significato come 'l'informazione veicolata da un segno o
elemento linguistico'. Poiché questa però è una definizione del signifi-
cato molto ampia e vaga, che può comprendere, e nascondere, cose as-
sai eterogenee, è importante stabilire subito alcune distinzioni fra tipi
diversi di significato. Quali tipi di informazione, in altri termini, posso-
Semantica 193

no veicolare i segni linguistici? Molto corrente è in linguistica la di-


stinzione fra significato 'denotativo' (detto anche 'concettuale', 'refe-
renziale', ecc.) e significato 'connotativo' (detto anche, con sfumature
un po' diverse, 'associativo', 'stilistico', 'espressivo', ecc.).
Il significato denotativo (anche 'denotazione', termine e concetto Il significato
introdotto, con un senso un po ' diverso da quello comune in linguistica, denotativo
dalla filosofia del linguaggio) è quello inteso nel senso oggettivo, di ciò
che il segno descrive e rappresenta; corrisponde cioè al valore di iden-
tificazione di un elemento della realtà esterna, un 'referente'. Il signifi-
cato connotativo (o 'connotazione') è invece il significato per così di- Il significato
re indotto, soggettivo, connesso alle sensazioni suscitate da un segno e connotativo
alle associazioni a cui esso dà luogo e da queste inferibile; non ha valo-
re di identificazione di referenti. Gatto ha come significato denotativo
"felino domestico di piccole dimensioni ecc."; e come significati con-
notativi "animale grazioso, furbo , pigro, indipendente, che può graffia-
re ecc.", nonché le eventuali sensazioni e valutazioni che associamo a
un gatto . Quindi il termine gatto denota una sottoclasse di felini, men-
tre può connotare un tipo di comportamento che sia associabile a quel-
lo del felino domestico; gatto, micio e felino domestico hanno uguale
significato denotativo, ma connotazioni diverse, essendo micio positi-
vamente connotato in senso affettivo, e felino domestico connotato co-
me 'neutro'.
Un'altra distinzione utile è quella fra significato 'linguistico' e si-
gnificato 'sociale': mentre il significato linguistico è il significato che Il significato
un termine ha in quanto elemento di un sistema linguistico codificante linguistico
una rappresentazione mentale, il significato sociale è il significato che Il significato
un segno può avere in relazione ai rapporti fra i parlanti, ciò che esso sociale
rappresenta in termini di dimensione sociale. Buongiorno ha come si-
gnificato linguistico "(auguro una) buona giornata" ma ha come signi-
ficato sociale "riconosco colui, colei o coloro a cui indirizzo il saluto
come persona; instauro un 'atmosfera cooperativa di possibile intera-
zione". Il significato linguistico di tu e di lei è rispettivamente "prono-
me di seconda persona singolare" e "pronome di terza persona singola-
re femminile", il significato sociale è invece rispettivamente di "allo-
cutivo di confidenza e solidarietà, di vicinanza sociale" e "allocutivo di
rispetto e deferenza, di distanza sociale". Si' badi che in espressioni di
questo genere, usate per regolare i rapporti sociali fra i parlanti e non
per descrivere la realtà esterna, quello che conta fondamentalmente è
appunto il significato sociale.
È da notare anche che possono avere significato sociale, in un senso
più ampio, elementi di tutti i livelli di analisi, suscettibili di funzionare
da indici che forniscono informazione di vario genere sulla collocazione
sociale del parlante, sulla sua età, sulla sua appartenenza di gruppo, ecc.
194 La linguistica

(cfr. § 7.2.2): una pronuncia come ['kalsa] per calza ['kaltsa] rivela per
esempio la provenienza geografica del parlante (Italia del Nord) e la sua
estrazione sociale (ceto basso, non istruito). Indicherà analoga prove-
nienza sociale una realizzazione della frase relativa (cfr. Scheda 4.1)
con che generico e pronome ci di ripresa: (l'uomo) che ci ho detto, per
(l'uomo) a cui ho detto. Inversamente, l'uso di una parola come deluci-
dazione, o sintetizzare, indicherà che chi la usa è una persona colta che
parla in una situazione formale (cfr. § 7.2).
Comunque sia, d'ora in avanti parlando di significato intenderemo
sempre, qualora non altrimenti specificato, il significato linguistico de-
notativo. Una distinzione di altra natura, interna questa volta al signifi-
cato denotativo, e che abbiamo già incontrato, è quella fra significato
Il significato 'lessicale' e significato 'grammaticale'. Hanno significato lessicale
lessicale (anche 'referenziale') i termini che rappresentano 'oggetti' concreti o
astratti, entità o concetti della realtà esterna (es.: gatto, buono, mangia-
Il significato re, bene) , hanno significato grammaticale (o 'funzionale' o 'struttura-
grammaticale le' ) i termini che rappresentano concetti o rapporti interni al sistema lin-
guistico, alle categorie che questo prevede o alle strutture a cui esso dà
luogo (es.: di "relativo a", il "introduttore di un nome definito", benché
"congiunzione concessiva", io "prima persona singolare", anche "ag-
giunzione focalizzante"). I termini dal significato lessicale vengono an-
Parole piene che chiamati 'parole piene', quelli dal significato grammaticale 'paro-
e parole vuote le vuote ' o ' parole grammaticali' o 'parole funzionali' (cfr. § 3.2.1).
Infine, è opportuno tenere distinto il significato vero e proprio, in
L'enciclopedia tutti i suoi vari aspetti, da quella che si usa chiamare 'enciclopedia' (o
'conoscenze enciclopediche'): il significato fa parte della lingua, è una
delle sue facce, è codificato da categorizzazioni e opposizioni nel siste-
ma, e non va confuso con la conoscenza del mondo esterno che noi ab-
biamo in quanto esseri viventi in un determinato ambiente e con una
determinata cultura (detta appunto 'enciclopedia') . "È morbido da ac-
carezzare", "miagola", "fa le fusa", "acchiappa i topi", "vive fino a 16-
18 anni", "è di dimensioni tali che si può prendere facilmente in brac-
cio", "ha i baffi", ecc., non fanno parte del significato di gatto: si tratta
di attribuzioni che dipendono dalla nostra conoscenza ed esperienza di
che cosa sono e che cosa fanno i gatti, ma che non sono codificate dal
sistema linguistico come tratti costitutivi del significato "gatto". Il si-
gnificato fa parte del sapere linguistico, l'enciclopedia fa invece parte
del sapere in senso generale; come tale, il sapere enciclopedico non ha
confini delimitabili. I confini tra ciò che è significato e ciò che va con-
siderato enciclopedia, e quindi non è rilevante per la teoria e la descri-
zione del sistema linguistico, sono però spesso assai difficili da stabili-
re. Ciononostante, la distinzione è molto importante, ed è motivata, ol-
treché da ragioni teoriche che qui non abbiamo modo di esaminare, an-
Semantica 195

che dalla semplice constatazione metodologica che, se non tenessimo


separato il significato dalle conoscenze enciclopediche, occuparsi di se-
mantica equivarrebbe a descrivere il mondo, ad occuparsi di tutto.
Un'altra distinzione che si fa spesso (è molto trattata in filosofia del
linguaggio, con valori un po' diversi da quello comune in linguistica) e
che può tornare utile in molti casi è quella fra significato e senso, dove
per 'senso' si intende il significato contestuale, vale a dire la specifica- La distinzione
zione e concretizzazione che il contenuto di un termine (che è un'enti- fra significato
e senso
tà astratta con valore generale, determinata all'interno del sistema lin-
guistico: appartiene alla langue, cfr. § 1.4.2) assume ogni volta che vie-
ne effettivamente usato in una produzione linguistica in un certo conte-
sto. Finestra per es. ha come significato "apertura in una parete", ma
viene usato, a seconda dei contesti, sia per designare, in un senso, le
aperture verso l'esterno sulle pareti di un edificio per dare luce, sia per
designare, in un altro senso, i riquadri che si aprono sulla 'parete' rap-
presentata da uno schermo di computer. A un significato possono quin-
di corrispondere diversi sensi; la questione è pertanto connessa con
quella della polisemia (cfr. §. 5.3.1).
Altre distinzioni interessanti per cogliere la natura dei significati
possono essere ricavate induttivamente e in maniera ostensiva da una
breve disamina dei casi contenuti nel seguente elenco:

ciao di perché buono vedere moglie


gatto giacca pazienza Antonio Milano

Gli undici termini distribuiti nella tabellina sopra non intrattengono


tra loro alcun rapporto di contenuto e hanno tipi di significato piuttosto
eterogenei: si distribuiscono però lungo una scala che rappresenta una
serie di opposizioni rilevanti del tipo di significato, che solo in parte si
possono riferire alle distinzioni sopra fatte. Possiamo infatti menziona-
re come dimensioni diverse della natura dei significati, esemplificate
variamente dalle parole del nostro schema, oltre alle opposizioni 'refe-
renziale/sociale' e 'lessicale/grammaticale' già viste: a) astratto/con-
creto, b) relazionale/non relazionale, c) oggetto/evento, d) cosa (entità
inanimata)/essere animato, e) artefatto/specie naturale,.f) valutativo/non
valutativo, g) classe/individuo, h) intensione/estensione, i) nome co-
mune/nome proprio.
Il significato di ciao è sociale (e pragmatico, si veda oltre, § 5.6), e
ciao è in un certo senso, per la natura linguistica del significato, il ter-
mine più periferico fra i nostri dieci. Di e perché hanno entrambi signi-
ficato grammaticale: più netto in di che non in perché, che può anche
essere inteso veicolare un rapporto fra due eventi e non semplicemente
fra parti del segno linguistico complessivo. Buono è astratto e valutati-
196 La linguistica

vo, in quanto esprime un giudizio positivo sull'entità alla quale è riferi-


to. Vedere è astratto e rappresenta un evento, non un oggetto; in parte è
anche relazionale, in tanto in quanto nell'uso normale si implichi "X ve-
de Y". Tipicamente relazionale è il significato di moglie, dato che im-
plica "X è moglie di Y", e non può valere altrimenti (*"X è moglie");
moglie è anche un termine che indica un essere animato. Simile in que-
sto è gatto, che indica un essere animato che però è una specie naturale;
e non è relazionale. Giacca non è una specie naturale, bensì un artefat-
to; ma come gatto è tipicamente referenziale, concreto, corrisponde a
una classe di oggetti percepibili, fisicamente esistenti nel tempo e nello
spazio. Pazienza è invece astratto, come buono, ma a differenza di que-
I nomi propri sto non è valutativo. Antonio e Milano sono 'nomi': i nomi (in seman-
tica, = nomi propri) sono etichette, termini a referente unico, che desi-
gnano un individuo e non una classe e che, nei termini della logica, han-
no solo estensione e non intensione; il che significa che noi possiamo
avere conoscenze enciclopediche su un certo Antonio e sulla città di Mi-
lano, ma non è possibile dire da che cosa sia costituito il significato con-
Intensione cettuale dei due termini. 'Intensione' e 'estensione' valgono rispettiva-
e estensione mente 'l'insieme delle proprietà che costituiscono il concetto designato
da un termine' e 'l'insieme degli individui (oggetti) a cui il termine si
può applicare' . L'intensione di cane è dunque l'insieme di proprietà che
costituiscono la "caninità", l'estensione di cane è data da tutti i membri
della classe dei cani, cioè dall'insieme di tutti gli individui a cui è pos-
sibile riferirsi adoperando il termine cane. Antonio, che designa un es-
sere animato (più precisamente, è un 'antroponimo', cioè il nome pro-
prio di una persona), ammette in verità più referenti, ciascuno dei quali
però unico hic et nunc, nel senso che quando dico Antonio mi riferisco
soltanto a un Antonio determinato, e non a tutti i potenziali essere uma-
ni di nome Antonio. Discorso analogo vale per il 'toponimo' (nome pro-
prio di un luogo) Milano: questo è sì un caso un po' diverso rispetto a
Antonio, giacché, mentre esistono moltissimi Antonio, ci sarà sulla ter-
ra solo qualche altra località denominata Milano (una è Milan, nel Ten-
nessee, USA), ma in ogni caso vale, quando lo si usa, come termine che
si riferisce a un'unica determinata città identificata da tale nome.

5.2 11 lessico

Anche per il livello semantico il linguista pone un'unità d' analisi mini-
Che cos'è ma fondamentale: tale unità è il 'lessema'. Un lessema corrisponde a
il lessema una parola considerata dal punto di vista del significato: studiare il les-
sema gatto o il lessema rivoluzione significa studiare i significati lin-
guistici "gatto" e "rivoluzione". Nell'analisi del significato, non hanno
Semantica 197

pertinenza i valori che sono codificati nella morfologia flessionale: è


per questa ragione che, anche se in una lingua come l'italiano i lessemi
sembrerebbero, a voler essere eccezionalmente precisi, coincidere piut-
tosto con le radici e le basi lessicali della lingua che non con la parola
flessa, la forma esterna del lessema è sempre indicata con la parola
completa nella forma di citazione, comprensiva di desinenza flessiona-
le. L'insieme dei lessemi di una lingua costituisce il suo 'lessico'. Lo Lessico,
studio dei vari aspetti del lessico è compito della 'lessicologia', che si lessicologia,
lessicografia
pone per molti versi a cavallo fra semantica e morfologia derivaziona-
le. La 'lessicografia' è invece lo studio dei metodi e della tecnica di
composizione dei vocabolari e dizionari, cioè le opere che raccolgono e
documentano il lessico di una lingua.
Dal punto di vista del linguista, il lessico presenta aspetti contra-
stanti. Da un lato, il lessico - al pari di princìpi, regole e costrutti della Natura
grammatica - è uno dei due componenti essenziali di una lingua; senza del lessico
lessico non esisterebbe una lingua, non potremmo comunicare verbal-
mente, i messaggi sarebbero strutture vuote. Non per nulla per il par-
lante comune una lingua è fatta fondamentalmente di parole, sapere una
lingua significa anzitutto sapere le parole di quella lingua, sapere come
si dice una certa cosa in quella lingua. Allo stesso tempo però il lessico
è lo strato più esterno e superficiale di un sistema linguistico, la parte
meno intima e più visibile esteriormente, più esposta alle varie circo-
stanze extralinguistiche e più condizionata da fattori estranei all' orga-
nizzazione del sistema. Nel lessico si fondono infatti il mondo esterno e
la lingua. Da questo punto di vista, il lessico è quindi anche il livello
d'analisi meno 'linguistico', e relativamente meno interessante per
l' analisi delle strutture e del funzionamento del sistema linguistico.
Il lessico è inoltre lo strato della lingua più ampio, comprendente, ri-
spetto alla fonologia, alla morfologia e alla sintassi, un inventario in-
comparabilmente più numeroso di elementi; e meno strutturato, appa-
rentemente asistematico e caotico, composto da elementi eterogenei. È
inoltre la parte aperta e fluttuante del sistema, suscettibile di essere con-
tinuamente incrementata con nuove unità. La numerosità, complessità,
eterogeneità che sembrano caratterizzare il lessico sono naturalmente
dovute al fatto che esso riflette la realtà esterna e incamera codificando-
le tutte le conoscenze che abbiamo del mondo reale e di quelli virtuali.
È impossibile enumerare tutte le parole che oggi o nel passato sono
state adoperate in qualche circostanza nello scrivere e/o nel parlare una
lingua e che possono quindi essere considerate facenti parte del lessico Estensione
di quella lingua. Tenendo conto di tutte le possibili entrate (lessemi ar- illimitata
del lessico
caici non più usati, lessemi appartenenti alle terminologie e ai vocabo-
lari specialistici propri dei vari settori del sapere e della scienza e della
tecnica, ecc.), si stima che il lessico di lingue come l'italiano, l'inglese,
198 La linguistica

il francese, lo spagnolo, il tedesco, ecc. ammonti ad alcune centinaia di


migliaia di lessemi. Questo, escludendo i termini meramente classifica-
tori delle tassonomie scientifiche (chimica, botanica, zoologia, ecc.),
che farebbero salire ancora molto considerevolmente la numerosità
complessiva del lessico.
Ampiezza I comuni dizionari generali di consultazione contengono fra i
e frequenza 90.000 e i 130.000 lessemi, o meglio 'lemmi' - termine tecnico per de-
d'uso del lessico
signare le entrate del dizionario: molti dizionari lemmatizzano anche
prefissi e prefissoidi (come a-, eso-, ri-, emi-), suffissi e suffissoidi (co-
me -aie, -ismo, -6so, -emìa), locuzioni, eccetera. Il lessico posseduto al-
meno dal punto di vista della competenza passiva (a livello cioè di com-
prensione e non necessariamente anche di produzione) da un parlante
colto si aggira mediamente attorno almeno alle 50.000 unità. Natural-
mente non tutte queste unità lessicali si pongono sullo stesso piano: la
frequenza d'uso, e la disponibilità immediata o meno, dividono le pa-
role in classi che si comportano in maniera molto differenziata. Inter-
mini di frequenza, vi è nel lessico di una lingua un gruppo non nume-
roso di lessemi che occorrono molte volte, con altissima frequenza;
meptre la stragrande maggioranza dei lessemi occorre nell'uso pochis-
sime volte, con frequenza ridotta o rara. Associando alla frequenza la
disponibilità (cioè il fatto che i lessemi siamo di valore comune, non
tecnico, e designino oggetti e concetti largamente presenti nella vita
quotidiana), si individua nel lessico un nucleo centrale (detto di solito
Vocabolario 'vocabolario di base'). Per l'italiano, esso risulta costituito da meno di
di base 7000 unità: comprende lessemi di altissima frequenza nell'uso (circa
2000, che costituiscono il cosiddetto 'vocabolario fondamentale': que-
sto, perché, cosa, albero, casa,fare, andare, dire, pensare, bello, alto,
largo, ecc.), e altri lessemi di frequenza relativamente alta (come can-
zone, cartolina, sprecare, tenda, veloce, ecc.) o di alta disponibilità pra-
tica (come ambulanza, bollo, cipolla, .fiducioso,forchetta, limare , pi-
gro, sciatore, spalmare, ecc.).

5.3 Rapporti di significato fra lessemi

5.3.1 Omonimia e polisemia


Come abbiamo visto, il lessico è un insieme aperto, molto numeroso ed
eterogeneo, che a prima vista si presenta come un elenco caotico di les-
semi, senza alcun apparente rapporto semantico gli uni con gli altri. Un
primo compito della semantica è pertanto quello di cercare di mettere
Relazioni ordine in questo insieme disordinato. Un modo per mettere ordine nel
semantiche lessico è di vedere se esistano relazioni di significato, rapporti semanti-
ci, e quali, fra un dato lessema e uno o più altri lessemi.
Semantica 199

Una prima nozione che si incontra qui è quella di 'omonimia'. So- Omonimia
no omonimi lessemi che abbiano lo stesso significante ma a cui corri-
spondano significati diversi, non imparentati fra di loro e non derivabi-
li l'uno dall'altro. Es.: riso "l'atto di ridere" e riso "cereale (Oryza sa-
tiva)"; pianta "albero" e pianta "mappa"; casco "cado" e casco "copri-
capo protettivo"; eccetera. A seconda che l'omonimia concerna solo la
grafia, il modo in cui sono scritte le parole, oppure anche la pronuncia,
possiamo distinguere più precisamente fra termini 'omografi' (per
esempio, pesca "l'atto di pescare" e pesca "frutto" in italiano standard
e tosco-romano, in cui le due parole sono differenziate dalla pronuncia
della -e-; cfr. § 2.2.3) e termini 'omofoni' (per esempio pianta/pianta
sopra citato).
Se i diversi significati associati a uno stesso significante sono im- Polisemia
parentati fra loro e derivati (o derivabili) l'uno dall'altro, abbiamo in-
vece la 'polisemia'; es.: corno "protuberanza del capo di molti anima-
li"/"strumento musicale a fiato"/"cima aguzza di una montagna", testa
"parte superiore del corpo umano"/"estremità iniziale"/ ecc., linguistico
"relativo alla lingua"/"relativo alla linguistica". In questo caso, non si
può più parlare di lessemi formalmente uguali aventi un diverso signi-
ficato, come nell'omonimia, ma si tratta di un unico lessema avente più
significati (si tratta, appunto, di lessemi polisemici). Gli omonimi spes-
so non appartengono alla stessa categoria lessicale (cfr. casco sopra,
verbo e nome), e di solito hanno anche diversa origine etimologica (cfr.
§ 7.1.2).
Un caso molto speciale di polisemia è dato dall' 'enantiosemia', che Enantiosemia
si ha quando significati diversi dello stesso termine sono tra di loro in
un rapporto di opposizione: per es. , tirare può avere i due sensi, in cer-
to grado inversi, di "lanciare" (tirare la palla) e di "trarre, attrarre ver-
so di sé" (tirare la barca a riva); ospite può significare "chi ospita" op-
pure "chi viene ospitato"; spuntare, "mettere la punta" (il germoglio è
spuntato) o "togliere la punta" (un carciofo spuntato).

5.3.2 Rapporti di similarità


I rapporti possono essere basati sulla compatibilità o somiglianza, vici-
nanza, semantica fra lessemi. Il primo di questi è la 'sinonimia'. Sono Sinonimia
sinonimi lessemi diversi aventi lo stesso significato (cfr. § 1.3.11); es.:
urlare/gridare, pietra/sasso, iniziare/cominciare, uccidere/ammazzare,
testa/capo, co rtese/gentile, gatto/micio, veloce/rapido, mette-
re/porre/collocare, padre/babbo/papà, raffreddore/rinite, dono/regalo,
eccetera. In realtà, avere propriamente lo stesso significato impliche-
rebbe l'essere intercambiabili in tutti i possibili contesti, il che è un re-
quisito difficile, se non impossibile, da soddisfare compiutamente, dato
che spesso la sostituzione di un termine con un suo sinonimo crea delle
200 La linguistica

sfumature diverse di significato, aggiungendo valori connotativi (fra i


lessemi sopra esemplificati, è per esempio il caso di gatto/micio e di pa-
dre/papà, in cui il secondo termine ha un valore affettivo ignoto al pri-
mo), o implica una diversa varietà di lingua (com'è per esempio il caso
di padre/babbo, in cui il secondo termine è tipico dell'italiano toscano
o risulta aulico; e di raffreddore/rinite, in cui il secondo termine è pro-
prio della lingua speciale della medicina; cfr. § 7.2.2), o non è possibi-
le in un dato contesto (pietra miliare, ma non *sasso miliare). Occorre
quindi valutare la sinonimia nei confronti del solo significato denotati-
La quasi vo. E più che di sinonimia sarebbe quindi esatto parlare di 'quasi sino-
sinonimia nimia'. I quasi sinonimi sono molto numerosi nel lessico, mentre i si-
nonimi veri (totali e completi) sono assai rari, e sembrano ridursi a casi
di varianti formali come tra/fra, devo/debbo (che sarebbero però presu-
mibilmente da trattare piuttosto in termini di allomorfia, cfr. § 3 .1).
Un altro importante rapporto di somiglianza semantica è quello no-
Iponimia to come 'iponimia '. Si tratta di una relazione di inclusione semantica:
il significato di un lessema rientra in un significato più ampio e generi-
co rappresentato da un altro lessema. Si ha iponimia fra due lessemi x e
y quando 'tutti gli x sono y ma non tutti gli y sono x'. In questo caso, x
è l'iponimo diy, il quale è 'iperonimo' (o 'sovraordinato', o anche 'ar-
cilessema') rispetto ax. Armadio è iponimo di mobile (che è iperonimo
rispetto ad armadio); altri esempi: gatto/felino, mela/frutto, narciso/fio-
re, liceale/studente. In termini di intensione/estensione (cfr. § 5.1),
l'iponimo ha un'intensione più ampia (il suo significato contiene più
proprietà) ma, proprio per questo, un'estensione minore (è applicabile a
una minor quantità di referenti) che il suo iperonimo. (La sinonimia si
potrebbe anche definire, da questo punto di vista, come 'iponimia bila-
terale': sono sinonimi termini per cui vale che 'tutti gli x sono y ~ tutti
gli y sono x').
Catene I rapporti iponimici possono costituire delle serie che percorrono il
iponimiche lessico. È importante a questo scopo introdurre la nozione di 'iponimia
diretta': gatto è sì iponimo di animale, ma non è iponimo diretto, in
quanto c'è fra i due termini almeno un altro termine che a sua volta è
iperonimo di gatto e iponimo di animale.felino. Possiamo su questa
strada costruire una catena in cui ogni termine è iponimo diretto del
successivo: siamese - gatto - felino - mammifero - animale. Si tratta
quindi di una 'catena iponimica'. La catena può essere ancora espansa
verso destra, 'verso l'alto': animale è infatti iponimo di essere animato,
e questo è iponimo di essere vivente. Ed anche verso sinistra, 'verso il
basso': per es., se Fuffi è il nostro gatto siamese, possiamo dire che Fuf-
fi è iponimo di siamese. Solo che in questo caso avviene un salto di li-
vello, passiamo a un nome proprio che designa un singolo individuo. Il
livello di designazione più specifico, verso il basso, è dunque quello di
Semantica 201

siamese; ma il livello di designazione normale, ottimale, quello che rap-


presenta il migliore compromesso fra quantità di informazione fornita e
necessità di specificazione (non troppo generico né troppo specifico), e
che viene di fatto normalmente usato nella comunicazione ordinaria, è
tuttavia quello di gatto. Per far riferimento a un gatto che passa per la
strada, non diremo, se non scherzosamente o comunque in maniera
pragmaticamente (v. oltre) marcata, guarda quel siamese! né guarda
quel felino /mammifero/an imale!, ecc., ma diremo appunto guarda quel
gatto! Da notare ancora che, salendo di genericità, arriviamo presto a
un livello di designazione (essere animato) che concerne una categoria
semantica così generale, da non aver normalmente bisogno di un termi-
ne singolo per indicarla, e tale quindi che la si denomina con un'unità
plurilessematica o un sintagma perifrastico.
Non va confusa con l' iponimia la relazione semantica basata sul
rapporto fra la parte e il tutto, detta 'meronimia'(dal gr. méros "parte"). Meronimia
È il rapporto che si ha fra i termini che designano una parte specifica di
un tutto unico e il termine che designa il tutto. Braccio, testa, piede, an-
ca, ventre, ecc. sono meronimi di corpo (umano): un braccio è una par-
te del corpo; mese è meronimo di anno: un mese è una parte dell'anno;
eccetera. I lessemi meronimi di un certo lessema possono essere visti
come iponimi del termine plurilessematico che specifica che si tratta di
"parti di x": braccio, testa, ecc. sono iponimi di parte del corpo.
Mentre la sinonimia e l'iponimia sono rapporti di carattere paradig-
matico (cfr. § 1.4.3), esistono anche rapporti di compatibilità semantica
sull'asse sintagmatico. Uno di questi è la 'solidarietà semantica' (o Solidarietà
'solidarietà lessicale'), basata sulla cooccorrenza obbligatoria, o forte- semantica
mente preferenziale, di un lessema con un altro, nel senso che la sele-
zione dell'un termine è dipendente dall'altro, e la possibilità di essere
usato in combinazione con altri lessemi è fortemente ridotta, se non as-
sente. Il significato di un lessema risulta in questo caso predeterminato
dall ' altro, dato che il lessema in questione può riferirsi nel discorso so-
lo a questo secondo significato. Es.: miagolare/gatto, leccare/lingua ,
raffermo/pane; solo dei gatti si dice che miagolano, solo con la lingua
si può leccare, solo del pane si dice che è raffermo.
Rapporti fra lessemi fondati su cooccorrenze regolari nel discorso, Le collocazioni
ma meno semanticamente determinate che non nel caso delle solidarie-
tà, si hanno anche in quelle che sono chiamate 'collocazioni' , come
bandire/concorso, porta/scorrevole, ringraziare/caldamente, saluti/
cordiali (e non gentili), rassegnare/dimissioni, avvenimento/tragico,
eccetera. A differenza del rapporto di solidarietà, che è basato sulle pro-
prietà e restrizioni semantiche previste dal sistema linguistico, il rap-
porto di collocazione riflette però piuttosto convenzioni e idiosincrasie
tipiche dell'uso della singola lingua e del 'costume linguistico' di una
202 La linguistica

certa comunità parlante, che dànno luogo ovviamente ad associazioni


preferenziali di lessemi ricorrenti in dipendenza dei diversi scenari rap-
presentati e degli oggetti e concetti in essi 'attivi'. Non c'è alcun moti-
vo interno alla lingua e al sistema linguistico perché per es. in italiano si
debba dire spegnere la luce (con lo stesso verbo che si usa per il fuoco),
mentre in tedesco si dice das Licht ausschalten "disinserire la luce", e
invece das Feuer (aus)loschen "spegnere il fuoco". La nozione di col-
locazione quindi da un lato non è ben definibile dal punto di vista lin-
guistico, e dall'altro non sembra portare alcun contributo di rilievo allo
studio dei rapporti semantici. Da alcuni inoltre il termine collocazione è
impiegato come categoria generale estesa ad includere cose diverse
(imparentate da una certa ricorrenza abituale di comune distribuzione):
dalle solidarietà semantiche ai rapporti di cooccorrenza preferenziale
sopra esemplificati alle unità lessicali plurilessematiche (come macchi-
na da scrivere) o agli stessi verbi sintagmatici e binomi coordinati, cfr.
§ 3.3, ecc., alle espressioni idiomatiche (come tirare le cuoia, calma e
gesso), alle formule convenzionali più o meno fisse (come grazie mille)
e addirittura ai detti e ai proverbi (il tempo è denaro, chi lafa l'aspetti).

5.3.3 Rapporti di opposizione


Mentre nelle relazioni semantiche di compatibilità prima viste un les-
sema è sempre sostituibile nel discorso dal lessema con cui instaura la
data relazione, esistono relazioni semantiche in cui ciò non può avveni-
re, dato che i significati sono opposti.
Fra i rapporti di incompatibilità semantica va menzionata anzitutto
Antonimia I" antonimia'. Sono antonimi due lessemi di significato 'contrario' nel
senso che designano i poli opposti di una scala, i due estremi di una di-
mensione graduale. Il criterio per stabilire che due termini siano anto-
nimi si può formulare così: 'x è antonimo di y sex implica non-y, ma
non-y non implica x (o, che è lo stesso, non-x non implica y)'. Esempi:
alto/basso, buono/cattivo, lungo/corto, giovane/vecchio. "Essere alto"
implica "non essere basso", ma "non essere basso" non implica "esse-
re alto" (come "non essere alto" non implica "essere basso". Fra gli an-
tonimi esistono sempre gradini intermedi lessicalizzabili: si può essere
"abbastanza alto", "abbastanza basso", "poco alto", "né alto né basso",
ecc.; e gli antonimi (in quanto indicano una proprietà relativa) sono mo-
dificabili con forme elative: molto alto, molto basso.
Due altre relazioni di incompatibilità o opposizione semantica sono
Complementa- la 'complementarità' e l ' 'inversione'. Sono complementari due lesse-
rità mi di cui uno è la negazione dell'altro, in quanto spartiscono uno stes-
so spazio semantico in due sezioni opposte; in questo caso, come crite-
rio distintivo si ha che 'x implica non-y e non-y implica x (o, che è lo
stesso, non-x implica y)'. Esempi: vivo/morto, maschio/femmina, par-
Semantica 203

lare/tacere. Sono inversi, o 'simmetrici', due lessemi di significato re- Inversione


lazionale che esprimono la stessa relazione semantica vista da due dire-
zioni opposte, secondo la prospettiva dell'una o dell'altra parte; es.: da-
re/ricevere, comprare/vendere, marito/moglie, sotto/sopra ('sex dà y a
z, è anche che z riceve y da x' , 'sex è marito di y, y è moglie dix'). I rap-
porti di inversione semantica si prestano tuttavia a distinzioni ulteriori
più precise che qui non possiamo fare.

5 .3.4 Insiemi lessicali


Finora abbiamo visto rapporti semantici che uniscono per lo più coppie
di lessemi. È anche possibile, lavorando per mettere ordine nel lessico,
individuare insiemi o sottosistemi lessicali, gruppi di lessemi che co- Sottosistemi
stituiscano complessi organizzati, in cui ogni elemento è unito agli altri lessicali
da rapporti di significato. Il concetto più noto e più usato in questo am-
bito è quello di 'campo semantico'. Si noti che 'campo semantico', o Campo
'campo lessicale' (il termine lessicale è spesso usato, e per ragioni ov- semantico
vie, in luogo di semantico per designare molti dei concetti che stiamo
trattando in questo§ 5.3) è un termine polisemico, usato a volte con va-
lori diversi rispetto a quello più tecnico che stiamo definendo qua: per
esempio, si può trovare 'campo semantico' per indicare l'insieme dei
significati che un certo lessema può assumere (accezione per la quale si
potrebbe meglio usare il termine generico di 'area semantica').
Un campo semantico è comunque l'insieme dei lessemi che copro-
no le diverse sezioni di un determinato spazio semantico, le partizioni
codificate di una data sostanza di significato: ogni termine corrisponde
a una delle sezioni in cui lo spazio semantico in oggetto è suddiviso in
una data lingua. Con maggior precisione tecnica, e in un senso più spe-
cifico, si può definire un campo semantico come l'insieme dei coiponi-
mi diretti di uno stesso sovraordinato, vale a dire l'insieme dei lessemi
che hanno tutti uno stesso iperonimo immediato (il quale non necessa-
riamente deve essere lessicalizzato, cioè rappresentato nel lessico, da
una parola unica). Costituiscono per esempio campi semantici gli ag-
gettivi di età (giovane, vecchio, anziano, nuovo, antico, recente, ecc.), i
termini di colore, i termini di parentela, i nomi dei felini, i verbi di mo-
vimento, gli aggettivi di bellezza, eccetera.
Una nozione più generica e ampia rispetto a quella di campo se-
mantico è quella di 'sfera semantica', termine con il quale si può desi- Sfera semantica
gnare ogni insieme di lessemi che abbiano in comune il riferimento a un
certo ambito semantico, un'area di oggetti o concetti, un insieme di at-
tività fra loro collegate. Si parlerà così di sfera semantica (e non di cam-
po semantico, che implica rapporti più stretti e ben determinati) per, ad
esempio, l'insieme delle parole della moda, o della musica, o delle pa-
role che si riferiscono all'abitazione, di quelle che hanno a che fare con
204 La linguistica

l'automobile, o con la coltivazione dei campi, ecc.; la sfera semantica


dell'agricoltura, per es., comprenderà termini come campo, aratro, con-
tadino, trattore, semina,frutteto,fieno,fienagione, zappa, vigna, pode-
re, motocoltivatrice, rastrello, potare, trebbiatura, dissodare, solco, e
centinaia di altre (fra cui moltissimi termini tecnici e specialistici). Le
sfere semantiche (per alcuni, anche 'aree semantiche') per la loro natu-
ra sono in parziale sovrapposizione fra loro, e contengono sempre nu-
merosissimi termini (comprendendo anche al loro interno più campi se-
mantici).
Meritano un cenno anche le nozioni di 'famiglia semantica' e di
Famiglia 'gerarchia semantica'. Una famiglia semantica (o 'lessicale') è un in-
semantica sieme di lessemi imparentati nel significato e (/perché) imparentati nel
significante. Si tratta cioè dell ' insieme delle parole derivate da una stes-
sa radice lessicale (e quindi dalla stessa base etimologica): un esempio
Gerarchia si trova nel § 3.3. Una gerarchia semantica è invece costituita da un
semantica insieme in cui ogni termine è una parte determinata di un termine che
nell'insieme lo segue (gli è superiore) in una certa scala di misura; per
es., i nomi delle unità di misura del tempo: secondo, minuto, ora, gior-
no, mese , anno, lustro, secolo. Il rapporto semantico che sta alla base di
questo tipo di sottosistema lessicale è quello della parte al tutto, cioè la
meronimia, che nel caso della gerarchia semantica è tuttavia più rigo-
rosamente strutturato, mediante appunto criteri di gerarchizzazione che
ordinano i termini in una tassonomia ben definita, che non nei generici
insiemi di meronimi. Nella Scheda 5.1 si dà un riepilogo delle diverse
relazioni semantiche fra lessemi.
Gli spostamenti Va sottolineato infine che tutti i generi di rapporti che abbiamo pre-
di significato so qui in considerazione, fra coppie di lessemi o fra i lessemi di un in-
sieme, valgono per il significato linguistico denotativo proprio, prima-
rio, dei termini. Molti lessemi sono suscettibili di assumere significati
(o, più precisamente, sensi, in quanto fatti scattare da un determinato
contesto, cfr. § 5 .1) traslati, che si allontanano più o meno dal normale
significato primario, non marcato. I processi fondamentali su cui si ba-
Metafora sano tali spostamenti di significato sono la 'metafora', fondata sulla
'somiglianza' concettuale (o anche connotativa): per es. coniglio "per-
sona molto paurosa": Gianni è un coniglio; e la 'metonimia', fondata
Metonimia sulla 'contiguità' concettuale (bottiglia "liquido contenuto in una botti-
glia": ho bevuto due bottiglie di Barbera, ecc.). Meccanismi semantici
del genere, molto evidenti anche nel mutamento diacronico delle lingue
(cfr. § 7.1), contribuiscono ovviamente molto anche alla creazione del-
la polisemia di parecchi lessemi.
Semantica 205

Scheda 5.1- Rapporti di significato tra lessemi: un riepilogo


OMONIMIA E POLISEMIA
Omonimia: es. vite "pianta arbustiva rampicante (Vitis vinifera)" e vite, plurale di vita "esistenza".
Polisemia: es. rete "manufatto a maglie, di fibra o di metallo (rete da calcio, rete del letto, ecc.)"/
"insieme di computer collegati tra loro"/ "complesso di vie di comunicazione, di trasporto o di di-
stribuzione (rete stradale, ferroviaria, ecc.)" /'complesso di impianti di telecomunicazione (rete te-
lefonica, rete televisiva, ecc.)"/ ecc.; enantiosemia: es. alto "che si eleva verticalmente rispetto a un
piano di riferimento" (es. hai i tacchi alti) e "profondo, detto di masse di liquido" (es. in alto mare).

RAPPORTIDISIMILARJTÀ
Sinonimia: es. pigliare e prendere
Iponimia: es. prosciutto (iponimo) e salume (iperonimo)
Meronimia: es. pagina e libro
Solidarietà semantica: es. elefante e barrire
Collocazioni: es. conseguire e laurea

RAPPORTI DI OPPOSIZIONE
Antonimia: es. ricco e povero
Complementarità: es. disponibile e indisponibile
Inversione: es. padre e figlio

INSIEMI LESSICALI
Campo semantico: es. bianco, nero, rosso, giallo, verde, blu, marrone, viola, rosa, arancione, gri-
gio, ecc.
Sfera semantica: es. regista, pellicola, cinepresa, panoramica , sceneggiatura, viraggio, contro-
campo, doppiaggio, carrellata, soggettiva, caratterista, cineasta, locandina, multisala,filmografia,
controfigura, ecc.
Famiglia semantica: es. pace, pacare, pacatezza, pacato, paciere, pacificare, pacificatore, pacifi-
cazione, pacifico, pacifismo, pacifista, ecc.
Gerarchia semantica: es. narice, naso, viso, testa.

5.4 L'analisi del significato: semantica componenziale

Ora che abbiamo visto i lessemi dall'esterno, esaminando i rapporti


strutturali di significato che possono intrattenere, vediamo se e come è
possibile analizzare com'è costituito internamente il loro significato.
L'analisi del significato dei lessemi pone problemi delicati e pressoché
insolubili. Uno dei metodi che, nonostante le sue carenze, si è dimo-
strato fra i più praticabili ed è ancora basilare per l'analisi del significa-
to dei lessemi è quello della 'analisi componenziale' (o 'semantica L'analisi
componenziale'). Il principio su cui si basa tale metodo è del tutto si- componenziale
mile alla scomposizione dei numeri in fattori primi in algebra, ed è ana-
logo a quello dell'analisi dei fonemi in tratti distintivi (cfr. § 2.2.2). Si
tratta infatti di scomporre il significato dei lessemi, comparandoli gli
206 La linguistica

uni con gli altri e cercando di cogliere in che cosa differisca il loro ri-
spettivo significato, in pezzi o unità(' atomi') di significato più piccoli,
più elementari e generali, tali che siano ricorrenti nel costituire il signi-
ficato di più lessemi.
Esempio Prendiamo per esempio alcuni dei lessemi del campo semantico de-
di analisi gli esseri umani, per es. uomo, donna , bambino, bambina, e cerchiamo
componenziale
di esprimere che cosa hanno in comune di significato e che cosa li di-
stingue l'uno dall'altro. Tutti hanno naturalmente in comune di desi-
gnare un essere umano (il significato dell'iperonimo è per forza conte-
nuto negli iponimi). Per vedere invece che cosa li distingua, confron-
tiamoli a coppie: uomo e donna sono differenziati dal fatto che un uomo
è di sesso maschile e una donna di sesso opposto, femminile, tutto il re-
sto essendo denotativamente uguale; uomo e bambino sono differen-
ziati dal fatto che un uomo è di età adulta, e un bambino è di età non
adulta, tutto il resto essendo uguale; eccetera. Ripetendo per ogni cop-
pia lo stesso ragionamento, arriviamo a una matrice come nello schema
seguente:

/UMANO/ /ADULTO/ /MASCHIO/


"uomo" + + +
"donna" + +
"bambino" + +
"bambina" +

I componenti o In maiuscolo fra barre sono indicate le proprietà di significato ne-


tratti semantici cessarie e sufficienti per dar conto del significato di ciascuno dei quat-
tro lessemi considerati. Esse costituiscono appunto i pezzi di significa-
to minimi, le proprietà semantiche elementari che combinandosi in si-
multaneità danno luogo al significato dei lessemi. Il loro nome tecnico
è 'componenti semantici' (o ' tratti semantici', o 'semi', sing. 'sema';
da cui anche il nome di 'analisi semica' dato al procedimento). Ogni
lessema, secondo questo metodo, è analizzabile in (e rappresentabile
come) un fascio di componenti semantici realizzati in simultaneità: uo-
mo = /+ UMANO + ADULTO + MASCHIO/, bambina = /+ UMANO - ADULTO
- MASCHIO/, eccetera. È convenzione scrivere in maiuscoletto i tratti o
componenti semantici e tra " " i significati.
I tratti semantici dovrebbero rappresentare in maniera sufficiente
tutto ciò che è pertinente, nel sistema linguistico, per definire il signifi-
cato denotativo di un lessema. Gli usi metaforici e in genere i traslati
semantici(§ 5.3.4) si possono interpretare come neutralizzazione o ab-
bandono, in quel determinato contesto, di uno (o più) dei tratti o com-
ponenti che caratterizzano il significato denotativo di un termine (ed
eventuale contemporanea valorizzazione di tratti o elementi connotati-
Semantica 207

vi). In una metafora come d'inverno il bosco si addormenta, per es., il


tratto /- ANIMATO/ di "bosco" viene annullato, in modo che bosco di-
venta compatibile con il tratto /+ ANIMATO/ richiesto dalle restrizioni se-
mantiche sul SN soggetto di un verbo come addormentarsi.
L'analisi componenziale assume quindi che il significato di un les- Natura
sema sia disaggregabile in elementi di significato più piccoli e più sem- dei tratti
plici, proprietà astratte che intervengono nel significato di più lessemi.
Naturalmente, l' analisi è economica in tanto in quanto con un numero
relativamente non elevato di tratti si riesca ad analizzare il significato di
un numero molto elevato di lessemi; e in effetti un certo numero di trat-
ti semantici sono fondamentali e probabilmente universali, poiché ri-
tornano nel significato di moltissimi lessemi in tutte le lingue. Fra i trat-
ti semantici possono esistere rapporti implicativi, come si vede per Rapporti
esempio dal seguente schema. fra tratti

- MASC HIO
[
+ MASCHIO
r=- ENU M ERAB ILE
l.:: ENU MERABILE ~ AN IMAT O ~
[
-ADU LTO

1L::- AN IMATO + ADULTO


r=- CONCRETO
l_:: coNCR E T O ~ - AN IMALE
[
+ AN IMALE ~ - UMANO
L+
~
PENETRABILE ~ UMANO
2 PENETRABILE -VIVENTE
[
3 PENETRABILE + VIVENTE

I tratti di carattere e applicazione più generale, in questo schema,


sono quelli a sinistra; di essi sono specificazioni via via i tratti a destra,
secondo i rapporti di implicazione indicati dalle frecce : /+ UMANO/
implica /+ ANIMALE/ il quale a sua volta implica/+ ANIMATO/ il quale a
sua volta implica/+ ENUMERABILE/ e /+ CONCRETO/. /+ ENUMERABILE/ è
il tratto semantico che accomuna tutti i lessemi indicanti entità consi-
stenti in singoli individui, e che quindi si possono enumerare, contare,
' pluralizzare' : gatto , sedia, mela, ecc. sono enumerabili (o anche 'con-
tabili'); acqua, sabbia , coraggio, ecc. non sono enumerabili. Posso di-
re tre sedie, ma non posso dire *tre sabbie. I nomi col tratto/- ENUME-
RABILE/ sono anche chiamati, con calco sull'inglese, 'nomi massa'./+
CONCRETO/ accomuna tutti i lessemi che indicano cose dotate di una lo-
ro realtà fisica, materiale, percepibile attraverso i cinque sensi: gatto,
sedia, acqua sono/+ CONCRETO/; coraggio, idea, sapienza sono/- CON-
CRETO/. I tratti posti nella stessa colonna verticale sono sullo stesso li-
vello gerarchico, e non hanno rapporti implicativi fra loro: /+ VIVENTE/
per esempio implica /+ ANIMATO/ ma non implica /+ ADULTO/, e vice-
208 La linguistica

versa. Le parentesi graffe indicano fasci di tratti sullo stesso livello ge-
rarchico che possono intrattenere rapporti implicativi con ciascuno dei
tratti racchiusi nella graffa contigua. Nella descrizione componenziale
di un lessema è sufficiente ed economico rappresentare solo il compo-
nente che implica quelli gerarchicamente più ampi: basta per esempio
dire che bambino è /+ UMANO/, e questo tratto contiene già quelli pre-
cedenti,/+ ANIMALE/, ecc.; allo stesso modo, cioè, come nell'analisi in
tratti distintivi di un fonema (cfr. § 2.2.2) non era necessario esplicitare
tutti i tratti, per es., per /g/, 'consonante occlusiva dentale sonora' (es-
sendo 'consonante' già compreso in 'occlusiva', che lo implica).
Binarietà I tratti semantici di solito sono binari, cioè ammettono i due valori
dei tratti + e - (= Sì e No); ma si possono utilizzare anche tratti non binari, a più
valori. Nell'esempio compare infatti anche un tratto a tre valori, /PENE-
TRAB ILE/ : 1, 2 e 3 rappresentano tre gradi diversi di penetrabilità, corri-
spondenti rispettivamente a sostanze solide (con un grado minimo di
penetrabilità), sostanze liquide (con un grado intermedio di penetrabili-
tà), sostanze gassose (le più penetrabili): /+ SOLIDO/ equivale allora a
/1 PEN ETRAB ILE/, ecc. (i valori si possono ancora aumentare, per indica-
re altri gradi di penetrabilità relativa, per esempio distinguendo fra ma-
terie solide dure e materie solide morbide, ecc.). Va anche notato che, se
pure usiamo parole della lingua per indicare i tratti semantici, questi
non vanno equiparati né confusi con i lessemi stessi loro omonimi. Le
designazioni dei componenti semantici sono infatti termini della meta-
lingua (cfr. § 1.3.6), che per comodità indichiamo con parole della lin-
gua stessa, ma che sono mere entità astratte, atomi di significato che po-
tremmo anche rappresentare mediante simboli del tutto convenzionali:
/UMANO/ non è il lessema "umano", bensì una proprietà semantica ele-
mentare esprimente 'l'umanità', parafrasabile come "esponente della
specie homo sapiens".
Analisi Finora abbiamo visto esempi di analisi componenziale applicata a
componenziale nomi. È possibile estendere l'analisi anche ad altre classi di lessemi, per
dei verbi
esempio ai verbi, per analizzare i quali spesso occorre far ricorso a trat-
ti di natura diversa rispetto a quelli sin qui esemplificati. Ecco un esem-
pio di come è stato analizzato in componenti semantici il significato del
verbo uccidere:

uccidere = /(X CAUSA)(Y DIVENTA)(NON VIVENTE)/

Questa rappresentazione, che si può parafrasare "qualcuno fa sì che


qualcun altro diventi non vivente", utilizza tratti non binari (tranne l'ul-
timo, /± VIVENTE/), in rapporto di incassatura successiva, e variabili in-
dividuali, come nei linguaggi formali della logica; queste ultime, X e
Y, sono i due ruoli semantici implicati da un verbo transitivo come uc-
Semantica 209

cidere, X agente e Y paziente. Si noti che tratti di questa natura opera-


no sul dominio del tratto che li precede nella descrizione semantica e
quindi il loro ordine è pertinente e non invertibile: mentre possiamo
rappresentare "donna" indifferentemente come /- MASCHIO + ADULTO/
o come /+ ADULTO - MASCHIO/, non possiamo rappresentare "uccidere"
come /(Y DIVENTA)(X CAUSA), ecc./.
L' analisi componenziale non è tuttavia scevra di problemi: tutt'al- Problemi
tro. Se funziona soddisfacentemente su insiemi lessicali delimitati e in- dell'analisi
componenziale
dicanti cose e azioni concrete, il metodo diventa molto problematico
quando si vogliano analizzare in tratti termini astratti. E le difficoltà di-
vengono praticamente insormontabili man mano che si estende la quan-
tità di lessico sottoposta ad analisi, dato che o non si riescono più a for-
mulare tratti specifici o essi diventano così numerosi e idiosincratici da
risultare una semplice parafrasi del contenuto del termine e da vanifi-
care quindi l'intento principale del metodo, quello di descrivere in ma-
niera esaustiva il significato dei lessemi utilizzando un numero relati-
vamente ridotto di elementi minimi di significato. Inoltre, nell'enuclea-
re i componenti semantici rischia spesso di diventare non sufficiente-
mente netta la distinzione fra significato e enciclopedia (cfr. § 5 .1 ).
I tratti semantici, o per lo meno un insieme di trattì semantici fon-
damentali, che individuano e oppongono grandi classi di elementi les-
sicali, mantengono tuttavia la loro importanza in linguistica come fat-
tori di sottocategorizzazione del significato delle entità lessicali che in-
tervengono in maniera pertinente anche nel comportamento sintattico
di queste.

5.5 Cenni di semantica prototipica

La semantica componenziale, come abbiamo visto, concepisce il signi- Categoricità


ficato di un lessema come costituito da un insieme di tratti semantici dei tratti
categorici, tutti ugualmente necessari e sufficienti a descriverlo. Il che
presuppone una concezione particolare delle categorie stesse, di matri-
ce aristotelica: presuppone cioè che una data categoria (''albero", "uc-
cello", "frutta", "rosso", "parola", ecc.) sia da intendersi come un 'enti-
tà a) definita da proprietà tutte necessarie e sufficienti, b) delimitata da
confini rigidamente netti, e c) costituita da membri tutti ugualmente
rappresentativi di quella categoria.
A partire da alcuni studi di psicologia cognitiva sulla natura e sulla La semantica
formazione dei concetti (condotti nella prima metà degli anni Settanta prototipica
del secolo scorso), si è andata affermando anche in linguistica, in con-
trapposizione a tale visuale, una concezione delle categorie fondata su
presupposti diversi. Secondo questi, una categoria andrebbe piuttosto
210 La linguistica

intesa come un'entità a) definita sia da un nucleo di proprietà di carat-


tere categorico, necessarie e sufficienti, sia da proprietà di carattere gra-
duale, non essenziali, b) delimitata da confini sfumati, in sovrapposi-
zione con quelli di altre categorie, e c) costituita da membri più tipici e
altri meno rappresentativi. A questa concezione, nota come teoria dei
prototipi, fa riferimento il metodo di descrizione e analisi del significa-
to denominato 'semantica prototipi ca' .
Che cos'è Il significato di un lessema in semantica prototipica è concepito per
il prototipo l'appunto come 'prototipo' . Il prototipo rappresenta l'immagine men-
tale immediata che per i parlanti di una certa cultura e società corri-
sponde più tipicamente a un dato concetto, l'immagine mentale a cui si
pensa subito se non vengono fornite indicazioni ulteriori per l'identifi-
Il punto focale cazione. Di un concetto il prototipo occupa il punto focale; i membri
non prototipici si allontanano tanto più dal punto focale, avvicinandosi
invece alla periferia del concetto, quante meno caratteristiche del pro-
totipo possiedono.
Esempio Il significato di, per esempio, uccello può essere definito in analisi
di analisi componenziale da un fascio di tratti come /+ ANIMALE - MAMMIFERO
prototipica
+ ALATO + CON PIUME/; ogni membro della categoria "uccello", che sia
"passero", "aquila", "pollo" o "struzzo", è ugualmente rappresentativo
di questa categoria. In un'analisi prototipica, invece, il significato di uc-
cello è dato dal concetto di volatile che per un certo ambiente e una cer-
ta cultura e società è il più tipico, viene a coincidere cioè con l'imma-
gine prototipica di "uccello"; per la nostra cultura, molto probabilmen-
te, il "passero", o magari il "piccione". Il significato di uccello, in altre
parole, contiene tutti i tratti costitutivi del prototipo; in italiano, ad
esempio, facendo ancora riferimento a una rappresentazione compo-
nenziale (ma se ne darà oltre una rappresentazione più adeguata, che
preservi il carattere graduale di alcuni tratti): non solo /+ ANIMALE/,
/-MAMMIFERO/,/+ ALATO/,/+ CON PIUME/, ma anche, pensando al "pas-
sero",/+ CHE VOLA/,/+ DI PICCOLE DIMENSIONI/, (in semantica prototi-
pica la differenza fra significato lessicale e significato enciclopedico, v.
§ 5.1, tende ad affievolirsi), eccetera. I membri non prototipici della ca-
tegoria "uccello" (es. "aquila", "pollo", "struzzo") non possiedono dun-
que tutti i tratti costitutivi della categoria. Membri diversi, come si è
detto, sono più o meno rappresentativi della categoria a seconda che
posseggano più o meno tratti costitutivi del prototipo; "aquila" (/- DI
PICCOLE DIMENSIONI/) sarà un uccello meno tipico di "passero", e "struz-
zo" (/- CHE VOLA/,/- DI PICCOLE DIMENSIONI/) ancora meno, tutti essen-
do pur sempre "uccelli".
In questa prospettiva, i tratti semantici in gioco vengono visti non
come tutti necessari e sufficienti e di uguale importanza nel determina-
re il significato di un lessema, bensì come dotati di un diverso potere
Semantica 211

identificativo e disposti in gerarchia di importanza. Alcuni tratti rappre- Diversa


· importanza
sentano criteri necessari a definire l'appartenenza a una data categoria, dei tratti
e devono perciò essere condivisi da tutti i suoi membri; altri invece, non
essenziali a decretare l'appartenenza categoriale, sono posseduti in nu-
mero diverso dai vari membri non prototipici. I primi, nel caso di "uc-
cello", saranno/+ ANIMALE/,/- MAMMIFERO/,/+ ALATO/,/+ CON PIUME/;
tra i secondi, ci saranno/+ CHE VOLA/,/+ DI PICCOLE DIMENSIONI/, ecce-
tera.
Si vedano come esempio i risultati di un ' indagine americana, nella
quale si chiedeva a un numero consistente di informatori di menziona-
re le proprietà che ritenevano presenti nel significato di bird "uccello":

/SI MUOVE/ 1.0


/ALATO/ 1.0
/CON PIUME/ 1.0
/VOLA/ 0.8
/CANTA/ 0.6
/PICCOLE DIMENSIONI/ 0.5
ecc.

Solo le prime tre proprietà sono state menzionate da tutti gli infor-
matori, mentre ad es. soltanto la metà ha menzionato il tratto /PICCOLE DI-
MENSIONI/; /SI MUOVE/ (ossia/+ ANIMATO/),/+ ALATO/ e/+ CON PIUME/ sa-
rebbero dunque secondo il parlante comune i tratti necessari e sufficien-
ti del significato "uccello" (si confronti con l'analisi componenziale ap-
pena sopra), mentre gli altri tratti sarebbero secondari, presenti nel pro-
totipo ma non necessariamente identificatori del concetto di "uccello".
I componenti semantici, dunque, non sono più una lista fissa di pro-
prietà tutte necessarie (e sufficienti) per definire il significato di un les-
sema, distillate dal confronto fra i significati dei termini di uno stesso
campo semantico, ma diventano un insieme di criteri più o meno im-
portanti nell'identificare una categoria. Alcuni tratti sono tipici, altri no.
I concetti, in questa prospettiva, hanno una struttura interna 'prototipi-
ca', basata sulla gradualità, sulla scalarità (sul 'più e meno'), e non sol- Gradualità
tanto sulla categoricità (sul 'sì o no', '+/-'). La semantica prototipica
non si oppone del resto a una concezione delle categorie nei termini di
una configurazione di proprietà, o tratti, ma all'esistenza di un insieme
chiuso di proprietà tutte discrete, volto a definire l'intero complesso dei
membri di una data categoria. L'analisi in tratti semantici può anzi ri-
sultare compatibile con l'analisi prototipica, a patto che la rappresenta-
zione componenziale riesca a preservare la dimensione necessariamen-
te graduale di alcune proprietà. Nella versione cosiddetta 'estesa' della
teoria dei prototipi, che si richiama al concetto di 'somiglianze di fami-
212 La linguistica

glia' di Wittgenstein e che qui non trattiamo, a garantire l'appartenenza


categoriale non è in realtà indispensabile un nucleo comune di proprie-
tà essenziali ma è sufficiente la condivisione di qualche proprietà pos-
seduta, a seconda delle interpretazioni, o dal prototipo o da alcuni (al
limite da uno soltanto) dei membri di una categoria.
Altrettanto graduale, come si è già detto, è la rappresentatività dei
li grado diversi membri di una categoria nei confronti della stessa. Un concetto
di esemplarità importante nella semantica prototipica è dunque anche quello di 'grado
di esemplarità' (o di 'rappresentatività', o di 'bontà di appartenenza'),
di un termine a una categoria. A titolo di esempio, si veda la graduato-
ria qui di seguito, che risulta da un'altra indagine americana, in cui si
chiedeva a un certo numero di informatori non di menzionare le pro-
prietà presenti in un certo significato ma di pronunciarsi circa l'appar-
tenenza di esemplari diversi a una data categoria: "frutta/frutto".

frequenza grado di esemplarità


mela 429 1.3
susina 167 2.3
ananas 98 2.3
fragola 58 2.3
fico 16 4.7
oliva 3 6.2

Ne risulta che mela è visto come il "frutto" più tipico, più vicino al
prototipo, mentre/ìco è considerato un "frutto" molto poco tipico, e oli-
va ancora meno tipico, anzi totalmente ai margini del concetto di "frut-
Confini sfumati to". Oliva, in particolare, sarà anzi in sovrapposizione col concetto di
tra categorie "verdura". Una conseguenza importante della semantica prototipica
consiste infatti nel rendere sfumati e in sovrapposizione i confini delle
categorie, che non risultano più netti e ben separabili come nella visua-
le, tipicamente discreta, della semantica componenziale: i termini che
sono meno tipici per una categoria e ne stanno quindi ai margini posso-
no anche essere considerati contemporaneamente membri di un'altra
categoria, giacché possono presentare tratti che giustificano l'apparte-
nenza sia all'una che all'altra. Tornando all'esempio discusso sopra, un
"pipistrello", che zoologicamente non appartiene alla categoria "uccel-
lo" (nei nostri termini, in quanto /+ ANIMALE + MAMMIFERO + ALATO
- CON PIUME/, non condivide tutti e quattro i tratti necessari e sufficien-
ti a decretarne l'appartenenza), può tuttavia essere considerato dai par-
lanti come un membro marginale della categoria (sulla base, ad esem-
pio, del possesso dei tratti /+ CHE VOLA/ e/+ DI PICCOLE DIMENSIONI/).
Prendiamo un altro esempio classico, concernente stavolta lessemi
astratti denotanti atti linguistici. Mentire significa "asserire qualcosa
Semantica 213

che (si sa che) non è vero con l'intenzione di ingannare qualcuno", e


quindi il significato di mentire/menzogna può essere analizzato in se-
mantica componenziale con i seguenti tratti: /ASSERZIONE, -VERO,+ IN-
TENZIONALE, + PER INGANNARE/. Ma non tutti questi tratti sono sullo
stesso piano, contrariamente a quel che si è portati ad assumere in una
prospettiva basata sui componenti semantici categorici: affermare qual-
cosa che si sa non essere vero senza l'intenzione di ingannare, o affer-
mare qualcosa che pur si sa essere vero con l'intenzione di ingannare
sono pur sempre una menzogna, anche se non sono una 'menzogna pro-
totipica' . La menzogna prototipica conterrà invece tutti e quattro i trat-
ti sopra indicati.
Anche la semantica prototipica, comunque, pur avendo messo in ri- Problemi
lievo alcuni aspetti assai importanti della natura dei significati, è lungi dell'analisi
prototipica
dall'aver risolto la maggior parte dei problemi connessi con l'analisi del
significato in linguistica. Essa ha introdotto utili correttivi ad una con-
cezione troppo rigida e limitante dell'analisi componenziale, ma si
scontra in problemi analoghi quando la si debba applicare alla descri-
zione non di oggetti o specie naturali o fatti, ma a valutazioni o proces-
si psicologici, e in genere a concetti astratti: esiste, e qual è, il prototipo
di "buono", o di "amore", o di "pazienza"? D'altra parte, una concezio-
ne prototipica spesso risulta più corrispondente alla realtà dei fatti
quando si vogliano definire concetti raggruppanti elementi molto ete-
rogenei, ed in quanto tale ha avuto successo anche nel determinare le
categorie della stessa metalingua (cfr. § 1.3.6) della linguistica, portan-
do a riconsiderare in termini prototipici unità di analisi (ad es. i fone-
mi), classi di morfemi (quali affisso e clitico), classi di parole (quali no-
me e verbo), funzioni sintattiche (tra le altre il soggetto). Anche concet-
ti teorici di portata più generale, come quelli di morfema o di parola, ri-
sultano avere una struttura prototipica. È facile per es. mostrare che non
tutte le 'parole' sono 'parole' allo stesso modo, presentando sia com-
portamenti condivisi da tutti gli elementi che siamo disposti a conside-
rare parole (e che quindi delimitano verso l'esterno la categoria) sia
comportamenti idiosincratici: per una lingua come l'italiano, ad esem-
pio, cane è 'più parola' di crisi, che non presenta flessione , o di il, che
inoltre non ha accento proprio; ma v. § 3.1 e Box 3.1). La prospettiva
prototipica ha recato quindi un contributo non secondario alla stessa
formazione della teoria linguistica.
Nel complesso, la semantica, e in particolare la semantica lessicale,
anche se in questa sede non ne abbiamo potuto che intravvedere alcuni
contorni (e ad un livello di superficialità ancora maggiore di quello con
cui ci siamo accostati agli altri livelli di analisi della lingua), rimane il
settore per molti versi più arretrato, in cui le conoscenze sono più in-
certe e i metodi più problematici, dell'intera linguistica sincronica.
214 La linguistica

5.6 Elementi di semantica frasale

Sinora abbiamo preso in considerazione alcuni elementi relativi al si-


gnificato in isolamento delle singole entità che costituiscono il lessico di
una lingua. È opportuno introdurre anche alcuni concetti che riguardano
invece il significato delle combinazioni di lessemi usate come messaggi
nella comunicazione verbale, cioè il significato globale delle frasi. Cer-
tamente in prima ipotesi il significato di una frase è la somma e combi-
nazione dei significati dei lessemi che la compongono. Questo non esau-
risce però il senso globale di una frase, l'informazione che essa veicola
e il valore comunicativo con cui viene impiegata. Una prima distinzione
terminologica da fare a questo proposito è quella tra 'frase' , che come
abbiamo visto è un'importante unità di analisi massimale nella sintassi,
Distinzione ed 'enunciato'. Chiameremo 'enunciato' una frase considerata dal pun-
tra frase to di vista del suo concreto impiego in una situazione comunicativa, co-
ed enunciato
me segmento di discorso in atto; enunciato è dunque il corrispettivo, nel
quadro dell'uso della lingua, della frase, unità del sistema linguistico.
Trascureremo peraltro qui del tutto le questioni relative al significato de-
gli enunciati in termini di condizioni di verità, che è ambito della logica
e della filosofia del linguaggio piuttosto che della linguistica.
Elementi cruciali per l'interpretazione del valore degli enunciati so-
Connettivi, no anzitutto i 'connettivi', o 'connettori', per es. molte congiunzioni
quantificatori coordinanti e subordinanti (come e, ma, o; se, benché, ecc.; v. § 4.5.1)
e negazione
che hanno spesso anche il valore di operatori logici: e è operatore di
congiunzione, o di disgiunzione, se di condizione ipotetica, eccetera.
Così, funzionano da operatori logici i 'quantificatori' (come tutti, nes-
suno, ogni, qualche, ecc.) e la negazione (non), per la cui trattazione
occorrerebbe rifarsi, appunto, alla logica.
Un altro aspetto assai importante del significato degli enunciati è
quello 'pragmatico' (dal greco préigma "fatto, azione concreta"), che
La lingua come riguarda che cosa si fa, con la produzione di un enunciato, in un deter-
modo di agire minato contesto situazionale e chiama quindi direttamente in causa l'in-
tenzionalità del parlante. In questa visuale, la lingua è studiata come
modo d'agire, e non più come sistema di comunicazione o come ri-
flessione verbale del pensiero: il criterio di analisi è all'incirca 'che co-
sa si fa, che azione si compie quando si dice qualcosa?'. Tematiche di
questo genere sono però studiate più propriamente dalla pragmatica lin-
guistica, e più in generale dalla filosofia del linguaggio.
Gli atti Gli enunciati prodotti nella normale interazione verbale costitui-
linguistici scono comunque, da questo punto di vista, degli 'atti linguistici'. Un
atto linguistico è l'unità di base dell'analisi pragmatica, e consta di tre
distinti livelli o componenti. Produrre un enunciato equivale infatti a fa-
re contemporaneamente tre cose distinte, a compiere tre 'atti' in uno:
Semantica 215

a. un 'atto locutivo' (anche: 'locutorio'), che consiste nel formare una L'atto locutivo
frase in una data lingua, una proposizione con la sua struttura fone-
tica, grammaticale, lessicale; es.: Gianni scappa come struttura SN
+ SV costituita da due parole fatte di certi fonemi, e con un suo si-
gnificato denotativo, ecc.;
b. un 'atto illocutivo' (anche: 'illocutorio'), che consiste nell'inten- L'atto illocutivo
zione con la quale e per la quale si produce la frase, nell'azione che
si intende convenzionalmente compiere proferendo quell'enuncia-
to; es.: Gianni scappa nel suo valore di "dare un'informazione, de-
scrivere, fare un'affermazione". Ogni enunciato ha una sua 'forza il-
locutiva' realizzata dall'atto illocutivo;
c. un 'atto perlocutivo' (anche: 'perlocutorio'), che consiste nell'ef- L'atto
fetto che si vuol provocare nel destinatario del messaggio, nel risul- perlocutivo
tato concreto effettivamente ottenibile (e ottenuto se l'atto linguisti-
co ha esito felice), da un enunciato prodotto in una determinata si-
tuazione; es.: Gianni scappa può avere l'effetto di "allarme alla po-
lizia", "chiamata di soccorso", "annuncio di sollievo" per gli amici
di Gianni, ecc.; l'atto perlocutivo non è retto da principi linguistico-
pragmatici, come sono l'atto locutivo da una parte e l'atto illocutivo
dall 'altra.

Chiuderesti la finestra? per es. ha la struttura fonetica e grammati-


cale di una frase interrogativa (atto locutivo), il valore di una richiesta o
un ordine (atto illocutivo), l'effetto (se la sua forza illocutiva raggiunge
l'obiettivo voluto) di ottenere che venga chiusa la finestra (atto perlo-
cutivo). L'aspetto centrale degli atti linguistici, studiato in particolare
dalla pragmatica (che in questo senso si può considerare come un ulte-
riore livello di analisi della lingua, quello in cui i messaggi linguistici
vengono analizzati in relazione alla situazione di enunciazione e agli
obiettivi dei parlanti che interagiscono), è l'atto illocutivo, che defini- Importanza
sce la natura e il tipo dell 'atto linguistico messo in opera. Sono atti illo- dell'atto
illocutivo
cutivi, e quindi atti linguistici specifici: l'affermazione (o asserzione),
la richiesta, la promessa, la minaccia, l'ordine, l'invito, il rifiuto, la con-
statazione, la felicitazione, il divieto, la confessione, ecc.; i singoli atti
linguistici specifici possono essere ricondotti a un certo numero di clas-
si o tipi, designati con termini quali 'direttivi' (come ordinare, suppli-
care, consigliare, ecc.), 'commissivi' (come promettere, garantire, ri-
fiutarsi, ecc.). Ciascun atto è caratterizzato da una certa serie di condi-
zioni necessarie perché l'atto valga come tale. In genere molti verbi de-
signano atti illocutivi, come si può constatare dal semplice elenco
esemplificativo appena sopra: il verbo garantire attua l'atto linguistico
del garantire. Vi sono verbi particolari, come per esempio prometto, Verbi
battezzo, autorizzo, condanno, proibisco, ecc., che, qualora usati alla performativi
216 La linguistica

prima persona del presente indicativo, annullano la distinzione fra con-


tenuto referenziale (facente parte dell'atto locutivo) e atto illocutivo
compiuto: tali verbi sono detti 'verbi performativi'. La realizzazione
dell'atto linguistico che essi designano consiste appunto nel proferire
quel verbo alla prima persona del presente: il valore illocutivo di divie-
to, proibizione, di fare qualcosa coincide con la realizzazione di (ti)
proibisco (di uscire); mentre normalmente i verbi hanno un valore con-
statativo o descrittivo di un'azione, non costituiscono essi stessi l'azio-
ne designata: compiere l'azione di vedere non consiste nel dire vedo.
Usati non alla prima persona o non nel presente, i verbi performativi
hanno anch'essi valore constatativo, descrittivo: Luisa proibì a Gianni
di uscire non costituisce un atto di proibizione, ma descrive la situazio-
ne in cui viene compiuto un atto di proibizione. I verbi performativi,
usati per 'fare' qualcosa, e non per 'dire' qualcosa, non sono per loro
natura assoggettabili a giudizi di verità. Mentre è possibile chiedersi,
per un qualunque verbo usato constatativamente, per es. mangio una
fetta di torta, "è vero o è falso", e assegnargli un valore di verità o fal-
sità confrontando l'enunciato con lo stato di cose reale (sì, o no), con un
verbo usato performativamente ciò non ha senso: ti proibisco di uscire,
"è vero/è falso??". Possono avere valore performativo anche espressio-
ni non con un verbo alla prima persona, come vietato fumare, divieto di
accesso, è obbligatorio usare i mezzi di protezione, eccetera.
Varietà Esistono modi diversi, cioè atti locutivi diversi, per realizzare uno
di realizzazione stesso atto illocutivo. Nell 'esempio sopra, chiuderesti laj1nestra?, è
di uno stesso
atto illocutivo scelta una forma parzialmente indiretta e cortese per attuare il valore il-
locutivo di richiesta/ordine, attraverso una frase di forma interrogativa
(che realizza una domanda) e l'impiego del condizionale (che attenua-
no molto la forza dell'atto, implicitando inferenze come "se sei d 'ac-
cordo"); un atto locutivo sinonimico, che realizza lo stesso atto illocu-
tivo, ma in maniera molto più diretta, è ovviamente chiudi la finestra!;
sempre sinonimico, ma con una forma invece ancora più indiretta e
'cortese', risulterebbe potresti (per favore) chiudere la finestra? (con
l'impiego anche di un verbo modale ed eventualmente di una formula
di cortesia). Un modo particolarmente brusco per realizzare lo stesso
atto illocutivo sarebbe costituito da una frase nominale, la finestra!,
magari detta con tono di voce alto e secco.
Atti linguistici Quando un certo atto illocutivo è realizzato mediante atti locutivi
indiretti che solitamente sono la forma tipica di realizzazione di un altro atto il-
locutivo, o mediante indicatori propri di atti illocutivi di altro tipo, si
parla di 'atti linguistici indiretti'. È molto importante qui, come si è ac-
cennato, la manifestazione della politeness, 'cortesia linguistica', basa-
La cortesia ta sul principio generale ' non t'imporre al tuo interlocutore, lasciagli
aperte alternative'. D'altra parte, se l'atto linguistico è formulato con
Semantica 217

'troppa' cortesia e diventa molto indiretto, tende ad assumere valori iro-


nici: realizzare l'atto illocutivo sopra esemplificato in una forma come
per es. c'è da pensare che non sarebbe sgradito se si chiudesse la fine-
stra (con cumulo di dispositivi di cortesia: uso di un verbo di opinione,
formulazione impersonale, uso del condizionale, uso di doppia nega-
zione - non [... ]sgradito-, sintassi condizionale con periodo ipotetico)
lascia troppo 'spazio di fuga ' al destinatario perché sia ancora ragione-
vole usarlo seriamente come 'ordine'.
La teoria degli atti linguistici ha enucleato e descritto le condizio- Condizioni
ni, di carattere linguistico e semantico, ma anche e soprattutto pragma- di realizzazione
degli atti
tico e sociale, convenzionale, che devono essere soddisfatte perché un linguistici
determinato atto illocutivo valga come tale, cioè rappresenti sia per il
parlante che lo produce che per il destinatario che lo riceve la specifica
azione voluta. Nel caso di un ordine (atto direttivo), come chiudi la fi-
nestra!, una di tali condizioni è per esempio che (chi enuncia il mes-
saggio sappia che) il destinatario è in grado di compiere l'azione ri-
chiesta. Si può in tal modo elaborare una specie di 'grammatica' degli
atti linguistici, analizzando quelle che vengono chiamate le 'condizioni
di felicità' di un atto linguistico. Un atto linguistico "promessa" ("X
promette Z a Y"), realizzato come atto locutivo tipicamente con l'enun-
ciazione del verbo performativo prometto reggente un complemento o
una proposizione che rappresenta il contenuto della promessa (Z), è va-
lido come tale se sussistono fra le altre le seguenti condizioni: a) Z è
gradito al destinatario (Y); b) il parlante X è oggettivamente in grado di
compiere Z; c) Z si riferisce a qualcosa nel futuro; d) X nel corso nor-
male delle cose presumibilmente non farebbe Z; e) X è sinceramente
intenzionato, e si impegna, a fare Z.
Un 'altra nozione importante per la semantica frasale è quella di Le
'presupposizione'. La presupposizione è il tipo più rilevante di signifi- presupposizioni
cato non detto, non esplicitato verbalmente ma fatto assumere o inferi-
re da quanto vien detto: rientra cioè nella casistica dell'implicito, vale a
dire di tutto ciò che non fa parte del significato letterale, espresso, degli Significato
enunciati, ma che è ricavato (o ricavabile) da ciò che viene detto e da implicito
come lo si dice. In uno scambio di enunciati come il seguente, per
esempio,

A: andiamo al cinema? - B: ho un po' di mal di capo ... ,

la battuta di B non pare avere alcun nesso con quella di A, ma in realtà


questo è vero solo se guardiamo al significato denotativo letterale espli-
citato dall'enunciato, mentre B vuole implicitare (cioè, dire senza dirlo)
che non intende andare al cinema. Così, l'enunciato non chiedermi il mio
parere! ha come implicitazione che "il mio parere è diverso dal tuo".
218 La linguistica

Le massime Esistono 'regole della conversazione', note come 'massime di Gri-


di Grice
ce' dal nome del filosofo del linguaggio che le ha formulate, mediante
le quali si può dar conto dei meccanismi con cui i parlanti attuano si-
gnificati impliciti del genere, ovviamente assai importanti nell'anda-
mento dell'interazione verbale. Tali massime sono basate sull'assun-
zione che fra i partecipanti a un'interazione comunicativa viga un 'prin-
cipio di cooperazione' e sono riunibili in quattro categorie, dette della
Quantità ('dare un contributo tanto informativo quanto è richiesto', che
non rechi troppa informazione ma nemmeno troppo poca), della Quali-
tà ('dare un contributo che sia vero', o il più possibile verificabile), del-
la Relazione ('essere pertinenti') e del Modo ('esprimersi chiaramen-
te', evitando per quanto possibile oscurità, ambiguità, confusione, pro-
lissità). La violazione di una o più massime (nello scambio sopra ripor-
tato, viene palesemente violata la massima della Relazione) genera, sul-
la base del principio di implicazione, 'implicature conversazionali' che
trasmettono comunque il significato voluto.
La presupposizione è invece un tipo particolare di significato im-
plicitato che sta nell'organizzazione stessa del sistema linguistico. Pos-
siamo definire, in maniera molto ingenua, come presupposizione la par-
Identificazione te del significato di una frase che rimane vera, o valida, negando la fra-
delle se (che quindi, come si suol dire, 'resiste' alla prova di negazione).
presupposizioni
Gianni legge presuppone che "esiste Gianni", perché questa proposi-
zione rimane vera anche se Gianni ' non' legge, cioè non è più vero che
Gianni legge. In termini più meramente logici, un enunciato A presup-
pone un altro enunciato B quando, affinché il primo, A, abbia un valo-
re di verità (cioè si possa dire che è vero o falso, se corrisponda o no a
uno stato di cose), il secondo, B, deve essere vero. Il gatto insegue il to-
po (A) ha come presupposizione "esistono un gatto e un topo, entrambi
noti al parlante (ed all'ascoltatore)"(B), Gianni ha smesso di fumare
(A) ha come presupposizione "Gianni fumava (prima del momento del-
!'enunciazione)" (B): in entrambi i casi, è necessario che gli enunciati B
siano veri perché gli enunciati A siano validi.
Il dominio Il gatto insegue un topo ha come presupposizione "esiste un gatto
della negazione noto al parlante (ed all'ascoltatore)", mentre la presupposizione di esi-
stenza di un topo qualunque è più problematica da stabilire, in quanto
dipende dal dominio (o scope) su cui agisce la negazione (detto anche
focus della negazione), La frase il gatto non insegue un topo può infat-
ti essere intesa nel senso che il gatto non insegue un topo, ma fa qual-
cos'altro (scappa, mangia i croccantini,fa le fusa, ecc.), e quindi come
negante l'intero SV, compreso il complemento oggetto; oppure può es-
sere intesa nel senso che il gatto non insegue un topo, ma gli fa qualco-
s'altro (lo guarda, lo ghermisce, ecc.), e quindi come negante solo il
predicato verbale; in questo secondo caso, se cioè il dominio della ne-
Semantica 219

gazione è rappresentato dal solo verbo, allora è valida la presupposi-


zione che "esiste un topo qualsiasi". In questo esempio, va notata anche
la rilevanza del valore dell'articqlo determinativo vs. indeterminativo,
che reca l'importante informazione della "definitezza" o "non defini-
tezza" del referente indicato da un nome. Il introduce normalmente un
referente dato e specifico, deitticamente o anaforicamente, un introdu-
ce normalmente un referente nuovo e, di solito, non specificato. La dif-
ferenza nel dominio della negazione ha sempre importanti effetti di-
scorsivi sulla semantica dell'enunciato: (a) non mi ricordo di aver det-
to questo e (b) mi ricordo di non aver detto questo sembrano voler dire
la stessa cosa, ma ciò che è veramente negato è in (a) il fatto che si ri-
cordi e in (b) il fatto di aver detto la tal cosa; quindi l'affermazione (a)
lascia in realtà aperta la possibilità che si sia effettivamente detta la tal
cosa, mentre (b) la esclude.
È stato Alberto a rubare la marmellata (che è una frase scissa, cfr.
§ 4.3.4) ha come presupposizioni, fra l'altro, "esiste un x di nome Al-
berto noto al parlante (ed all'ascoltatore)" e "qualcuno ha rubato la
marmellata" . Piero ha finito di leggere l'Ariosto ha come presupposi- Distinzione fra
zioni - cioè, come in tutti gli altri casi sopra visti, come affermazioni presupposizione
e altri tipi
che rimangono vere anche trasformando la frase nella corrispondente di implicito
negativa, Piero non ha finito di leggere l'Ariosto - "esiste un Piero no-
to al parlante e all'ascoltatore", "Piero leggeva (precedentemente al
momento dell'enunciazione)" e "esiste un libro/un autore che si chiama
Ariosto". Si noti che questo enunciato ha anche come implicito che
«Piero sa leggere», ma questa non è propriamente una presupposizione
di Piero ha finito di leggere, in quanto è insensibile alla prova di nega-
zione: si tratta piuttosto di un'inferenza (cfr. § 1.2). Le presupposizioni
sono infatti ancorate alla forma linguistica, hanno il loro aggancio pre-
ciso nella proposizione·che viene formulata; mentre le inferenze sono
per lo più fondate sulla nostra conoscenza del mondo (o enciclopedia,
cfr. § 5.1).
Finire è uno di quei verbi, detti 'verbi fattivi ' , come per esempio
sapere, o confessare, o rimpiangere, che veicolano automaticamente la
presupposizione di verità della proposizione che reggono: sapevo che
eri partito e non sapevo che eri partito lasciano entrambe come valido
che tu eri partito; Gianni ha confessato di aver rubato la marmellata e
Gianni non ha confessato di aver rubato la marmellata condividono Funzione
l'assunzione che effettivamente Gianni ha rubato la marmellata. conversazionale
della
La presupposizione si configura in conclusione come ciò che in un presupposizione
enunciato il parlante assume come vero o noto all'ascoltatore, e quindi
assodato, indiscutibile, al momento di produrre tale enunciato. Ogni
volta che diciamo qualcosa, poniamo sempre delle presupposizioni, che
riteniamo condivise dal destinatario del nostro messaggio. Le presup-
220 La linguistica

posizioni e il loro trattamento da parte dei parlanti fanno parte di una


ampia serie di princìpi di interpretazione messi in opera nell'attività
verbale, che permettono di 'costruire' (e 'ricostruire', da parte del de-
stinatario) ciò che il parlante intende precisamente trasmettere nell 'in-
terscambio comunicativo in atto in un dato contesto situazionale. Nella
normale interazione comunicativa di carattere cooperativo il destinata-
rio accetta le presupposizioni poste dall'emittente; ma può anche igno-
rarle o rifiutarle esplicitamente. In tal caso, però, viene violato il prin-
cipio di cooperazione e quindi l'interazione può facilmente sfociare in
fraintendimenti o in litigi.
Semantica 221

ESERCIZI

A. Tipi di significato
U In linguistica il significato può essere:
(i) il concetto al quale si associano i significanti
(ii) la struttura profonda di una frase
(iii) l'oggetto che è designato dal significante
(iv) la somma dei significati dei fonemi che costituiscono una parola
(v) l'insieme dei contesti in cui può apparire una parola
(vi) il piano non fisicamente percepibile del segno linguistico
(vii) l'immagine mentale associata a un significante
(viii) l'insieme dei ruoli semantici
(ix) uno dei tre vertici del 'triangolo semiotico '
(x) un fascio di componenti semantici
Quali di queste definizioni di 'significato' sono ammissibili? Quali invece vi sembrano inaccettabili
o errate? Perché queste ultime non sono accettabili e dove sono errate?
fJ Che rapporto c'è fra significato e referente? Discutere.
IJ Quali sono le ragioni per cui lo studio del significato è molto problematico e complesso e porta a
risultati meno solidi che non negli altri campi della linguistica?
Il Che cosa esprime la distinzione tra significato denotativo e significato connotativo? Che cosa vuol
dire che la distinzione tra significato lessicale e significato grammaticale è interna al significato
denotativo?
El Immaginate di dover tradurre dall 'inglese all 'italiano il dialogo seguente:
A: Damn! l'm going to f/y on Friday the 13'h l("Diavolo! Viaggerò in aereo venerdì 13!")
· B: Good /uck! ("Buona fortuna!")
È vero che una traduzione dell'enunciato A che ne restituisca soltanto il significato denotativo ri-
schia di non renderne il significato connotativo? Entrano in gioco fatti di enciclopedia? Discutere.
(I Associare ciascun elemento della lista A a uno o più elementi della lista B, sulla base del rappor-
to "il lessema A ha significato B" .
A B
(1) pessimo (i) grammaticale
(2) Tevere (ii) sociale
(3) addio (iii) valutativo
(4) fedeltà (iv) soltanto estensionale
(5) in (v) relazionale
(6) nuora (vi) astratto
fi Siano dati i seguenti lessemi : (i) celibe; (ii) scapolo; (iii) nubile; (iv) zitella. Si può dire che (i) e (iii)
hanno lo stesso significato denotativo di (ii) e (iv) , rispettivamente, ma diverso significato conno-
tativo? Si può dire anche che (i) e (iii) hanno la stessa estensione di (ii) e (iv), rispettivamente, ma
diversa intensione? Discutere.
liJ Discutere aspetti del significato dei seguenti lessemi sulla base del tipo di significato che essi vei-
colano: arancia, sguinzagliare, sempre, telefonino, simpatico, torre, cristallo.
222 La linguistica

B. Rapporti di significato tra lessemi


mCompletare le seguenti affermazioni con i termini appropriati :
(i) fra i lessemi allegro e triste esiste una relazione semantica di .. , basata sul-
l'asse
(ii) fra i lessemi barrire e elefante esiste una relazione semantica di ... , basata
sull 'asse .
(iii) fra i lessemi caldo e freddo esiste una relazione semantica di .. , basata sul-
l'asse .
(iv) fra i lessemi felice e contento esiste una relazione semantica di .... ... , basata sul-
l'asse
(v) fra i lessemi bello e brutto esiste una relazione semantica di ... , basata sul-
l'asse
fD Quali tra le seguenti coppie di lessemi sono esempi di antonimia? Quali di complementarità?
(i) presente/assente, (ii) buono/cattivo, (iii) vero/falso, (iv) partire/ arrivare.
IJ Associare ciascuna coppia di lessemi della lista A alla relazione semantica della lista B che essa
esemplifica. Si tenga conto che: a) due coppie della lista A sono associabili allo stesso elemento
della lista B, e b) un elemento della lista B non è associabile ad alcuna coppia della lista A.
A B
(1) calcio/ sport (i) antonimia
(2) sentire/ udire (ii) complementarità
(3) pieno/ vuoto (iii) inversione
(4) donna/uomo (iv) sinonimia
(5) alto/ basso (v) iponimia
(6) denti/ mordere (vi) solidarietà
e! Individuare quali rapporti semantici ci sono fra le seguenti coppie di lessemi. (In quale coppia di
lessemi non è individuabile alcun rapporto semantico?)
(i) veliero/ nave; (ii) /ente/ occhiali; (iii) cane/abbaiare; (iv) organizzare/ allestire; (v) lento/ veloce;
(vi) genero/ suocero; (vii) salame, bicchiere; (viii) grasso/magro; (ix) matto/pazzo; (x) parlare/chiac-
chierare; (xi) imparare/ insegnare; (xii) asp_ettare/ attendere; (xiii) dito/ piede; (xiv) piatto/ stoviglia.
&I Nella lista seguente, individuare quali rapporti semantici ci sono fra quali coppie di lessemi : (i) leg-
gero, (ii) cibo, (iii) pesante, (iv) frutta, (v) lieve.
El) Nella lista seguente, individuare quali rapporti semantici ci sono fra quali coppie di lessemi: (i) al-
lungare, (ii) restringere, (iii) accorciare, (iv) ago, (v) infilare.
E! Nella lista seguente , individuare quali rapporti semantici ci sono fra quali coppie di lessemi: (i) Pi-
no; (ii) spesso; (iii) pino; (iv) nodoso; (v) albero; (vi) bicicletta; (vii) sottile, (viii) ridicolo; (ix) mappa;
(x) mangiare; (xi) tronco; (xii) pianta. C'è almeno un lessema che non entra in alcun rapporto con
nessuno degli altri?
El Nella lista seguente, individuare quali rapporti semantici ci sono fra quali coppie di lessemi : (i) ma-
gro, (ii) abito, (iii) nudo, (iv) parente, (v) impronunciabile, (vi) sagoma, (vii) grasso, (viii) indicibile,
(ix) vestito, (x) verde.
El Trovare un sinonimo di buttare, un meronimo di stanza, un iponimo di edificio, un iperonimo di af-
fresco, un antonimo di stretto, un complementare di possibile, un iponimo di negozio, un iperoni-
mo di uva, un antonimo di magro.
fD È vero che un iponimo ha estensione minore e intensione maggiore del proprio iperonimo? Perché
sì o perché no?
Semantica 223

Bi) Che cosa sono: (i) un campo semantico, (ii) una famiglia semantica, (iii) una gerarchia semantica?
In quali di questi insiemi di lessemi è pertinente anche il significante?
fl Quale rapporto semantico è alla base dell 'insieme lessicale (i) unghia, dito, mano? Lo stesso rap-
porto semantico è alla base anche della catena (ii) stallone, cavallo, equino, mammifero, animale?
fD Siano date le seguenti serie di lessemi: (i) manuale, manovale, maneggiare, maneggione, mano-
scritto, manomettere, ecc. ; (ii) cruscotto, abitacolo, automobile; (iii) nome, aggettivo, verbo, pro-
nome, articolo, preposizione, congiunzione, awerbio, interiezione. Rappresentano tipi diversi di in-
siemi lessicali? Se sì, quali?
fl Dire quale termine è fuori posto in ognuno dei seguenti insiemi lessicali, e per ciascuno di questi
di quale tipo di insieme si tratta:
(i) latte, lattaia, lattina, latticino;
(ii) mela, ramo, foglia, tronco;
(iii) andare, cadere, credere, arrivare;
(iv) matto, ammattire, mattone, mattacchione;
(v) secondo, minuto, ora, tempo.

fi Quale dei termini è fuori posto in ciascuna delle seguenti quaterne, e perché?
(i) famiglia lessicale, campo semantico , iponimia , sfera semantica ;
(ii) sedia, violino, armadio, tavolo;
(iii) giallo, largo, alto, lungo;
(iv) campo semantico, sfera semantica , solidarietà semantica, gerarchia semantica;
(v) uomo, pomodoro, cavallo, scimmia;
(vi) antonimia, sinonimia, solidarietà , complementarità.
Il) Nel latino volgare testa(m) (> ital. testa) acquista il significato di " estremità superiore del corpo
umano , testa " a partire dal valore originario di "vaso di coccio" , per somiglianza connotativa. Qua-
le processo è alla base di questo spostamento di significato?

C. L'analisi del significato: semantica componenziale e prototipica


fl Quale lessema può avere la seguente rappresentazione componenziale? / (AZIONE) (x CAUSA) (coN UN
MOVIMENTO APPOSITO) (Y SI ALLONTANA) (VELOCE)/
!!i) A quali lessemi possono corrispondere le seguenti rappresentazioni componenziali? (i) / + UMANO
+ ADULTO + MASCHIO- SPOSATO/; (ii) / + UMANO + ADULTO - MASCHIO- SPOSATO/. Discutere tali analisi in trat-
ti semantici dal punto di vista della semantica prototipica.
mA quali lessemi possono corri spondere le seguenti rappresentazioni componenziali? (i) /RECIPIENTE
PER LIQUIDI, DI PICCOLE DIMENSIONI, CON MANICO, CON BECCUCCIO/; (ii) /RECIPIENTE PER LIQU IDI , DI PICCOLE DIMEN-
SIONI, CON MANICO, SENZA BECCUCCIO/. Discutere tali analisi in tratti semantici dal punto di vista della se-
mantica prototipica.
fil Quale lessema può avere la seguente rappresentazione componenziale? /MANUFATTO, PER SEDERSI,
PER UNA PERSONA, CON LO SCHIENALE, CON QUATTRO GAMBE, SENZA IMBOTTITURA, SENZA BRACCIOLI/. Come si può
discutere tale analisi in t ratti dal punto di vista della s emantica prototipica?
fil Completare l ' affermazione seguente: i traslati semanti c i si possono interpretare come
........... ............ ....... , in quel determinato contesto , di uno o più dei tratti semantici che caratterizzano
il significato . .. di un termine .
@i Siano dati i seguenti tre lessemi: (i) volpe " persona particolarmente astuta" , (ii) cane " persona in-
capace" , (i ii) orso " persona molto solitaria e scontrosa " . Quale tratto semantico comune ai rispet-
tivi significati denotativi è neutralizzato nell 'uso metaforico?
224 La linguistica

Provare ad analizzare in componenti semantici il seguente settore di un campo semantico: pianu-


ra, collina, montagna, altopiano.
Provare ad analizzare in componenti semantici Hseguente settore di un campo semantico: nonno,
figlio, nipote (nel senso di "figlio del figlio"), madre. A quale lessema potrebbe corrispondere la de-
scrizione componenziale seguente?/+ PARENTE - MASCHIO+ ASCENDENTE + DI SECONDO GRADO/.
Correggere la seguente affermazione: 'Il lessema "albero " contiene il componente semantico
/- CONCRETO/, ed è un antonimo di "quercia '"
Sia data la frase dicono che se mangi cioccolato scompare la tristezza. C'è un nome che presen-
ta il tratto semantico/- CONCRETO/? Se sì, quale? Che tratto semantico deve possedere il sogget-
to del verbo mangiare perché la frase sia grammaticale?
Sia data la frase ho scritto "ti amo" sulla sabbia. C'è un nome che presenta il tratto semantico
/- ENUMERABILE/? Se sì, quale? Che tratto semantico deve possedere il soggetto del verbo scrivere
perché la frase sia grammaticale?
Quali sono le principali differenze tra l'analisi componenziale e l'analisi prototipica del significato
dei lessemi?
Come si potrebbe definire dal punto di vista della semantica prototipica il concetto di "soggetto"?
Direste che in italiano il tratto / + ACCORDO coN IL VERBO/ è un tratto categorico, proprio del punto fo-
cale del concetto prototipico di "soggetto"?
Quali problemi incontreremmo se volessimo definire in termini prototipici concetti quali " amicizia ",
"fedeltà " o " ricchezza "? Incontreremmo problemi analoghi se intendessimo analizzarli in tratti se-
mantici? Discutere.

D. Semantica frasale e pragmatica


Completare l'affermazione seguente: un atto . . ...... . consiste nell'intenzione con la qua-
le e per la quale si produce un enunciato. Esistono atti . . ........ diversi per realizzare uno
stesso atto ...... ..................... ... (ad esempio: chiudi la porta!, chiuderesti la porta?, potresti gentil-
mente chiudere la porta?).
u.;J È giusta la seguente affermazione: " Frasi e atti linguistici sono la stessa cosa, vista da due pro-
spettive diverse "? Discutere.
Commentare dal punto di vista degli atti linguistici la scritta VIETATO FUMARE.
Commentare dal punto di vista degli atti linguistici la scritta è pericoloso sporgersi.
Commentare dal punto di vista degli atti linguistici la scritta è severamente vietato l'ingresso agli
estranei e alle persone non autorizzate. È appropriato l'uso dell 'awerbio severamente?
Che proprietà hanno in comune i verbi scommettere, ordinare, assolvere, giurare, promettere, proi-
bire, nominare? Un verbo come restituire possiede la stessa proprietà?
Esplicitare le implicature conversazionali presenti nei dialoghi seguenti: (i) A: come procede il tuo
lavoro?, B: hai una domanda di riserva?; (ii) A: sarò via per qualche giorno, ti secca?, B: non so
prepararmi nemmeno un piatto di pasta; (iii) A: c 'è molto da attendere? B: uno spettacolo come
questo non si può vedere altrove.
Commentare il dialogo seguente dal punto di vista delle implicature conversazionali.
A. buongiorno, mi scusi, sa che ore sono?
B. sì, arrivederci.
Individuare le presupposizioni dei seguenti enunciati: (i) Cesare non ammise di aver condotto la
Semantica 225

trattativa; (ii) Galileo scoprì che la Terra gira attorno al Sole; (iii) che tu possegga tre cavalli è una
novità.
Ui) Dati gli enunciati So che nel cortile della scuola vendono libri usati. È stato Matteo a chiedere il
permesso al preside, quali delle seguenti informazioni rappresentano delle presupposizioni?
(i) nel cortile della scuola sono in vendita libri usati
(ii) io so qualcosa
(iii) Matteo ha chiesto il permesso al preside
(iv) qualcuno ha chiesto il permesso al preside
(v) non si sa chi sia Matteo
(vi) i libri usati non sono nuovi
(vii)esiste un preside
lii) Siano dati i seguenti enunciati: (i) i mezzi di informazione hanno nascosto al paese la realtà della
crisi economica; (ii) sono stati i mezzi di informazione a nascondere al paese la realtà della crisi
economica. Hanno presupposizioni diverse? Quali?
Le lingue del mondo
CAPITOLO 6

Obiettivi del capitolo


In questo capitolo il filo conduttore fin qui seguito (vedere come sono fatte al
loro interno e come funzionano le lingue) è abbandonato, e ci si occupa inve-
ce della diversa fenomenologia delle Iingue concretamente esistenti. Per met-
tere ordine fra le migliaia di lingue del mondo, sono a disposizione criteri
diversi: le lingue si possono raggruppare secondo criteri storico-comparativi,
in riferimento ai gradi di parentela che fra esse si possono stabilire e alle fa-
miglie di lingue che corrispondentemente si possono individuare; si possono
considerare nei termini della loro importanza demografica, socioculturale,
economica; si possono classificare in base alle somiglianze e differenze strut-
turali che le contrassegnano. Quest'ultimo criterio è quello più importante
dal punto di vista della teoria linguistica, e permette di delineare una tipolo-
gia delle lingue sia per quanto riguarda la morfologia (struttura della parola)
sia per quanto riguarda la sintassi (in primo luogo circa l'ordine dei costituenti
della frase). L'obiettivo del capitolo è di dare un'idea della molteplicità delle
lingue che rappresentano la concretizzazione della facoltà del linguaggio uma-
no, e di mettere in evidenza i tratti strutturali che permettono di configurare su
una base comune tipi linguistici diversi.

6.1 Le lingue del mondo

Il problema Le lingue storico-naturali che rappresentano la realizzazione della fa-


del numero coltà del linguaggio presso le diverse comunità oggi presenti nel mon-
delle lingue
do sono numerose, dell'ordine delle diverse migliaia. Le cifre proposte
dagli studiosi sono tuttavia assai contrastanti, andando a seconda delle
stime da un numero minimo di circa 2200 a un numero più che doppio
di circa 5100 (e secondo alcuni le lingue oggi parlate sarebbero addirit-
tura sulle 12.000!). Il sito www.ethnologue.com, "Languages of the
world", del Summer Institute of Linguistics di Dallas (USA), censisce
circa 6900 lingue. L'enorme differenza fra queste cifre può stupire, ma
ha le sue buone ragioni. Enumerare tutte le diverse lingue del mondo è
un compito molto difficile, e il computo può variare di molto a seconda
dei criteri che si adottano. Anzitutto, certe aree linguistiche sono tutto-
ra insufficientemente studiate; e soprattutto spesso è tutt 'altro che sem-
Le lingue del mondo 227

plice stabilire se diverse parlate tra loro simili sono da considerare va-
rietà o dialetti di una stessa lingua (e quindi contare come una sola uni-
tà nel computo), oppure sono lingue a sé stanti (e quindi contano come
più unità).
L'Italia è già un caso esemplare per questo problema. In prima ipo- L'italiano
tesi, alla domanda 'quante lingue si parlano in Italia?' verrebbe forse da e le lingue
delle minoranze
rispondere: una, l'italiano. In realtà, una risposta del genere è del tutto
fallace. In primo luogo, bisogna tener conto non solo della lingua na-
zionale comune, ma anche delle lingue delle minoranze (cfr. § 7.2.3),
parlate da gruppi più o meno consistenti di parlanti in alcune aree o
areole del paese (tedesco, francese, sloveno, ladino dolomitico - queste
quattro, riconosciute legislativamente già prima della legge nazionale
492 del 1999 che stabilisce norme per la tutela delle minoranze lingui-
stiche-, neogreco, albanese, serbo-croato, provenzale e franco-proven-
zale, catalano, parlate zingare; e secondo molti apparterrebbero a tale
categoria anche il sardo e il ladino friulano; cfr. Box 7 .2), per cui supe-
riamo già abbondantemente la decina.
In secondo luogo, è dubbio lo statuto dei vari dialetti italiani (pie- I dialetti italiani
montese, lombardo, veneto, napoletano, pugliese, siciliano, ecc.), che
dal mero punto di vista della storia (cfr. § 7 .1) e della distanza linguisti-
ca avrebbero le carte in regola per essere considerati sistemi linguistici
a sé stanti, autonomi rispetto all'italiano e non sue varietà, anche se di
solito non sono computati separatamente. Se li calcoliamo ciascuno co-
me lingua a sé, arriviamo già ad una trentina di lingue ' indigene ' (non
di recente immigrazione) presenti in Italia.
Si noti anche che le lingue romanze o neolatine, derivate dal latino
(cfr. § 7.1.1) vengono ovviamente considerate ciascuna una lingua a sé
stante, mentre in altri gruppi linguistici sistemi con una distanza strut-
turale del tutto analoga a quella fra le diverse lingue romanze vengono
a volte considerati varietà della stessa lingua (è questo, molto spesso, il
caso del cinese, termine che viene volentieri usato per indicare, come se
fosse un'unica lingua, un gruppo di lingue tra loro strettamente impa-
rentate).
Comunque, le lingue del mondo sono alcune migliaia, moltissime
peraltro in via di estinzione. La maniera principale per mettere ordine in La
questo coacervo di sistemi linguistici consiste nel raggrupparli infami- classificazione
delle lingue
glie, secondo criteri di parentela genealogica, che si basano sulla possi- per famiglie
bilità di riportare le lingue ad un antenato comune, attestato storica-
mente o ricostruito induttivamente a partire dalle lingue odierne.
Il riconoscimento di parentela linguistica è in genere evidente com-
parando il cosiddetto lessico fondamentale: un insieme di circa 200 ter-
mini designanti nozioni comuni (i numeri fino a dieci, i principali fe-
nomeni meteorologici, le fondamentali specie naturali, le parti del cor-
228 La linguistica

po, le normali azioni quotidiane, ecc.), da considerare non esposti a in-


terferenze fra le lingue (cfr. § 7.2.4) e quindi diagnostici per il lessico
ereditario indigeno. L'assunzione di base è che se per questi termini tro-
viamo lo stesso o simile significante (fatte salve le differenze fonetiche
specifiche dei singoli sistemi linguistici) vorrà dire che questo rimanda
a una forma originaria condivisa, e che quindi le lingue che le presenta-
no hanno un antenato comune.
Esempio di Prendiamo a mo' di esempio la tabella 6.1, relativa a come si dico-
classificazione no i numeri 2 e 3 in una serie di lingue disposte casualmente.
per famiglie
Si vede subito che le coppie di parole per i numeri 2 e 3 della lista in
base alla somiglianza del significante si possono raggruppare come se-
gue: un grande gruppo (che comprende a, b, d, e, h,j, k, l, m); un grup-
petto di due (c,f); e due casi isolati, senza somiglianza con altri (g, i). E
infatti nel primo gruppo ci sono·tutte lingue della famiglia indoeuropea
(per le famiglie di lingue, v. sotto): a tedesco, b romeno, d svedese, e
spagnolo (e catalano), h italiano, j hindi, k inglese, l russo, m francese;
nel gruppetto di due abbiamo e finnico, festone, lingue della famiglia
uralica (ramo ugrofinnico); e le due lingue che mostrano forme del tut-
to diverse da tutte le altre sono il swahili (g), della famiglia niger-cor-
dofaniana, e il basco (i), lingua genealogicamente isolata (entrambe non
hanno nulla a che fare con le altre lingue esemplificate). Inoltre, all'in-
terno del primo gruppo di lingue imparentate, possiamo notare che al-
cune mostrano forme tra loro più simili che altre: b, e, h, m sembrano fra
loro più strettamente imparentate, e così a, d, k, mentre le j sembrano un
po' più lontane (in particolare, nella forma per 3, j). Infatti, nella fami-
glia indoeuropea, romeno, spagnolo (e catalano), italiano e francese ap-
partengono al ramo neolatino; tedesco, svedese e inglese appartengono
al ramo germanico; russo al ramo slavo; e hindi al ramo indo-ario.
Le lingue Per muoverci un pochino fra le lingue del mondo, partiamo dalla
romanze lingua a noi più familiare, l'italiano. L'italiano ha stretti rapporti di pa-
o neolatine
rentela con tutte le lingue provenienti, come l'italiano, dalla comune
base del latino, e costituisce assieme a queste il ramo delle lingue ro-
manze (o neolatine), che comprende: italiano, francese, spagnolo (ca-
stigliano), portoghese, romeno e altre lingue minori come gallego, ca-
talano, provenzale o occitano, retoromanzo, ecc., nonché svariate va-

..........................
Tabella 6.1 - Termini per due e tre in diverse lingue

zwei
drei
do}
tre}
kaksi
kolme
tvo
tre
dos
~
kaks
~
mbili
~
due
~ ~
bi do
~
two
~
dva
w
deux
~
Le lingue del mondo 229

rietà dialettali (come i dialetti italiani derivati dal latino, detti dialetti
italo-romanzi) per le quali il riconoscimento di lingue a sé stanti è oscil-
lante (sulla distinzione, assai più problematica di quello che si possa
pensare, e di carattere sociolinguistico e non linguistico interno, fra lin-
gua e dialetto cfr. § 7.2.3).
Il ramo romanzo, assieme ad altri rami con cui le lingue romanze La famiglia
hanno una parentela, più remota ma sempre dimostrabile, come le lin- delle lingue
indoeuropee
gue germaniche (tedesco, inglese, neerlandese, svedese, norvegese, da-
nese, ecc.), le lingue slave (russo, polacco, serbo-croato, sloveno, ucrai-
no, ceco, bulgaro, macedone, ecc.), le lingue baltiche (lituano, lettone),
le lingue celtiche (bretone, gaelico, gallese), le lingue indo-arie (hindi,
bengali, punjabi, marathi, romanì, singalese, nepali, ecc.), le lingue ira-
niche (persiano o farsi, curdo, pashto, ecc.) e tre lingue isolate (il
(neo)greco, l'albanese e l'armeno), forma la grande famiglia delle lin-
gue indoeuropee.
Il livello della 'famiglia' rappresenta il più alto livello di parentela I sottolivelli
ricostruibile con i mezzi della linguistica storico-comparativa, che indi- della famiglia:
ramo, gruppo
vidua le somiglianze (specialmente nello sviluppo fonetico e nel lessi- e sottogruppo
co) fra le lingue come prova della loro comunanza di origine, ed è quin-
di la categoria fondamentale della classificazione delle lingue su base
genetica. Più tecnicamente, e a volte con un'accezione che veicola un
grado di parentela meno netto e che quindi individua un livello ancora
superiore a quello della famiglia (comprendente quindi più famiglie),
si parla anche di phylum (o anche di stock). All'interno di una famiglia
di lingue, a seconda dei gradi più o meno stretti di parentela, si possono
riconoscere dei 'rami' (o sottofamiglie), che a loro volta si possono di-
videre in 'gruppi' (e questi via via in sottogruppi), a seconda del grado
sempre più stretto di parentela fra le lingue. L'italiano quindi si può
classificare (assieme ai dialetti italiani) come una lingua del sottogrup-
po italo-romanzo del gruppo occidentale (assieme ai sottogruppi ibero-
romanzo e gallo-romanzo) del ramo neolatino (o romanzo; assieme ai
rami germanico, slavo, ecc.) della famiglia indoeuropea.
La linguistica comparativa riconosce oggi fino a un massimo di di-
ciotto famiglie linguistiche, raggruppamenti separati tra i quali non so-
no dimostrabili (almeno allo stato attuale delle conoscenze) rapporti ul-
teriori di parentela a un livello più alto; più alcune (quattro o cinque, o
anche di più, a seconda degli autori) lingue singole isolate, di cui non si
è riusciti a provare la parentela con altre lingue e quindi ad appurare
l'appartenenza ad alcuna delle famiglie esistenti. Riportiamo, in forma
tabellare (Tab. 6.2) e a puro titolo esemplificativo (il campo è uno di
quelli più discussi, incerti e in continua evoluzione di tutta la linguisti-
ca, data anche la grande disparità delle conoscenze nelle diverse aree),
una possibile lista di queste famiglie, indicando il numero minimo ap-
230 La linguistica

Tabella 6.2 - Famiglie linguistiche

Lingue indoeuropee laotiano (o lao), kam, li, ecc. (da • nubiano, dinka, kanuri, h.!O, ecc.
circa 140 lingue (cfr. sopra) alcuni queste lingue vengono Lingue nlger-cordofaniane
Lingue uraliche considerate far parte con le lin- • circa 1060 lingue (è la famiglia
• 24 lingue gue austroasiatiche di una stes- più numerosa, con aree in cui la
• lingue ugrofinniche: ungherese sa famiglia, detta austrica) distribuzione delle diverse lin-
o magiaro, finlandese o finnico Lingue austroneslane gue è molto intricata e sovrap-
(suomi), lappone (saami), esto- • circa un migliaio di lingue posta, e complessa da studiare)
ne, ecc.; votiaco, lingue samo- • malese-indonesiano, tagalog • lingue bantu: swahili (più pro-
iede, ecc. (o, nella forma standardizzata, priamente, kiswahili), zulu, lin-
Lingue altaiche pilipino), giavanese, malgascio, gala, kikongo, shona, ruanda,
• 63 lingue ilocano, sundanese, samoano, ecc.; yoruba, ewe, igbo, fulani,
• lingue turchiche: turco, azero, tongano, figiano, maori, motu, fulfulde, bambara, ecc.
tataro, casaco (kazako), uzbe- hawaiano, tahitiano, .ecc. Lingue khoisan (ottentotto-bosci-
co; mongolo, evenki (o tungu- Lingue australiane mane)
so); calmucco; giapponese, co- • circa 200 lingue, molte delle • circa 30 lingue
reano, ecc. (l'appartenenza di quali in via di estinzione • nama, sandawe, ecc.
queste ultime due lingue alla • dyirbal, warlpiri, nunggubuyu, ti- Lingue amerindiane
famiglia altaica è tuttavia con- wi, ecc. (le lingue australiane, • circa 610 lingue
troversa) parlate oggi per lo più da poche • lingue nordamericane: eschi-
Lingue caucasiche centinaia, o addirittura decine, mesi (inuit, groenlandese),
• 38 lingue di parlanti ciascuna, rappresen- aleutino (queste lif')gue, con al-
• georgiano, àvaro, abcaso, ce- tano una delle aree linguistiche cune altre, vengono a volte con-
ceno, ecc. più complesse e intricate del siderate un ramo indipendente,
Lingue dravidiche mondo) chiamato eschimo-aleutino, im-
• 28 lingue Lingue Indo-pacifiche (anche lin- parentato alla lontana con le
• tamil, kannada, malayalam, te- gue papua, o papuane) lingue paleosiberiane); navaho,
lugu, ecc. • circa 730 lingue, per un totale di apache (assieme a una trenti-
Lingue sinotibetane meno di 3 milioni di parlanti (lo na di altre lingue, queste due
• circa 300 lingue statuto di questa famiglia lingui- vengono da alcuni considerate
• cinese (meglio il gruppo di lingue stica è comunque controverso) costituire una famiglia a sé,
cinesi: putonghuà o mandarino, • lingue della Nuova Guinea e di detta na-dene); lingue algonchi-
cantonese, wu, xiang, ecc.), ti- isole vicine: tasmaniano (estin- ne: cree, cheyenne, ojibwa;
betano, birmano, karen, ecc. ta), enga, iatmul, asmat, ecc. cherokee, dakota, ecc.
Lingue paleosiberiane (anche quest'area linguistica è • lingue centroamericane: hopi,
• una quindicina di lingue eccezionalmente frammentata nahuatl (o azteco), yucateco (o
• ciukcio, camciadalo (secondo e complessa) maya), zapoteco, otomi, moha-
alcuni queste due lingue costi- Lingue afro-asiatiche ve, ecc.
tuiscono un ramo autonomo che • circa 240 lingue • lingue sudamericane: lingue ca-
andrebbe considerato famiglia a • lingue semitiche: arabo, ebrai- ribiche, cuna, quechua, aymarà,
sé), coriaco, ecc. co, maltese, tigrino, amarico, tupi, guaranì, arawak, ecc.
Lingue austroasiatiche ecc.; lingue cuscitiche: somalo, Anche le lingue amerindiane mo-
• circa 150 lingue galla, oromo, ecc.; lingue ciadi- strano una situazione complessa
• vietnamita, khmer (cambogia- che: hausa, ecc.; lingue berbe- e intricata, per la quale sono stati
no), ecc. re: kabilo, tuareg, tamazight, proposti raggruppamenti diversi
Lingue kam-thai ecc. Lingue isolate:
• circa 60 lingue Lingue nilo(tico)-sahariane • basco, burushaski, ket, chilia-
• thai o tailandese (o siamese), • circa 140 lingue co, nahali, ainu (?)
Le lingue del mondo 231

prossimativo di lingue che la compongono e per ciascuna il nome di


qualche ramo significativo e di alcune lingue che vi appartengono (le
lingue più importanti o più note sono indicate in grassetto; fra parente-
si, eventualmente, il nome indigeno della lingua; non sono menzionate
le lingue antiche non più viventi).
A queste andrebbero aggiunte alcune decine (o più di un centinaio, Lingue pidgin
a seconda dei criteri di valutazione) di lingue pidgin e creole, nate dal- e creole
l'incontro e mescolanza in situazioni particolari di lingue per lo più tra
loro assai diverse e distanti, e sviluppatesi secondo loro tratti peculiari
di ristrutturazione; pertanto, spesso difficili da collocare con precisione
in una famiglia linguistica, anche se di solito vengono assegnate alla fa-
miglia della lingua che ha loro fornito la maggior parte dei materiali les-
sicali (detta 'lingua lessicalizzatrice'). Un pidgin, sistema linguistico
semplificato che non ha parlanti nativi, si sviluppa in un creolo quando
diventa lingua materna in una comunità. Fra i pidgin più noti vi sono il
tok pisin (parlato in Papua Nuova Guinea, e in parte creolizzato), il WA-
PE (West African Pidgin English, parlato in Nigeria, Camerun, Ghana),
il Chinese Pidgin English (parlato un tempo in località della Cina meri-
dionale), il russenorsk (parlato sulle coste del Mare Artico), il fanakalo
o fanagalò (parlato in Sudafrica, Namibia, Zimbabwe). Fra i creoli: lo
sranan (Suriname), il krio (Sierra Leone), il giamaicano (Giamaica), il
papiamento (isole di Curaçao, Aruba, Bonaires), il creolo haitiano (Hai-
ti), il mauriziano (isola di Mauritius), il seicellese (Seychelles).
La cartina l (figura 6.1) mostra la distribuzione geografica appros-
simativa tradizionale delle principali famiglie linguistiche (e di quattro
lingue isolate, prive di parentela riconoscibile).
Delle migliaia di lingue esistenti , soltanto alcune decine possono Le grandi
essere considerate 'grandi' lingue, con un numero sostanzioso di par- lingue
lanti e appoggiate a una tradizione culturale di ampio prestigio. Se-
condo stime relative al 2003, risultavano esserci al mondo 64 lingue
con più di 10 milioni di parlanti nativi, e 125 con più di 3 milioni. Per
'parlanti nativi' di una lingua si intendono i parlanti di una lingua che
hanno imparato quella lingua nella socializzazione primaria e quindi
la possiedono come lingua materna (la cosa può presentare qualche
problema: per es., per l'italiano vengono normalmente considerati par-
lanti nativi anche coloro che come lingua della socializzazione prima-
ria hanno avuto uno dei dialetti italiani). Molte lingue (soprattutto in
aree isolate e con pochi parlanti, in Oceania, in Amazzonia, ecc.) si
stanno peraltro estinguendo: si calcola che a inizio del Terzo Millennio
circa il 20% delle lingue esistenti al mondo siano in imminente peri-
colo di scomparsa. Riportiamo la graduatoria delle principali lingue
per numero di parlanti nativi ad inizio del Terzo Millennio. Occorre
tuttavia tener conto che il dato puramente demografico, il numero dei
Fig. 6.1- Distribuzione delle famiglie linguistiche nel mondo all 'inizio dell 'età moderna . rv
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Lingue isolate
Khoisan / o
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® = Burushaski
® =Chiliaco
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@ =Ainu
Le lingue del mondo 233

parlanti, è solo uno dei criteri coi quali giudicare dell'importanza del- Criteri per
valutare
le lingue: sono altrettanto, e forse più, rilevanti anche criteri come: il l'importanza
numero di paesi e nazioni in cui una lingua è lingua ufficiale o è co- delle lingue
munque parlata; l 'impiego della lingua nei rapporti internazionali, nel-
la scienza, nella tecnica, nel commercio, ecc.; l'importanza politica e il
peso economico dei paesi dove la lingua è parlata; la tradizione lette-
raria e culturale e il relativo prestigio di cui gode la lingua; l'insegna-
mento della lingua nella scuola come lingua straniera. Inoltre, dal pun-
to di vista demografico ha molto peso anche il numero dei parlanti non
nativi, che parlano una certa lingua come lingua seconda o straniera:
questo dato aumenterebbe assai il rango demografico dell'inglese, por-
tandolo verosimilmente quasi alla pari con il cinese mandarino, sul mi-
liardo di parlanti e più, e, anche se meno significativamente, di hin-
di/urdu, arabo e russo.

Lingue del mondo in base al numero di parlanti nativi (2003, parlan-


ti in milioni, cifre stimate; in percentuale la differenza con la situazione
di 20 anni prima; fra parentesi, indicazioni sui principali paesi in cui so-
no parlate alcune lingue; da Mioni 2005).

1. cinese mandarino 902 (+21 %)


2. hindi-urdu (India, Pakistan) 457 (+32%)
3. inglese 384 (+24%)
4. spagnolo 366 (+32%)
5. arabo 254 (+36%)
6. bengali 198 (+28%)
7. portoghese 171 (+27%)
8. russo 160 (+1,2%)
9. indonesiano-malese 157 (+33%)
10. giapponese 132 (+6,8%)
11. tedesco 98 (+3%)
12. wu (Cina) 93 (+19%)
13. giavanese 85 (+27%)
14. telugu (India) 85 (+30%)
15. marathi (India) 76 (+30%)
16. cantonese (Cina) 75 (+26%)
17. vietnamita 75 (+32%)
18. tamil (India) 73 (+27%)
19. coreano 72 (+14%)
20. panjabi (India) 72 (+39%)
21. francese 72 (+2,7%)
22. italiano 70 (+5,7%)
234 La linguistica

23. persiano-darf-tagico 68 (+47 %)


24. turco osmanli 63 (+28%)
25. min meridionale (Cina) 60 (+26%)
26. xiang (Cina) 53 (+20%)
27. tagalog (Filippine) 50 (+42%)
28. gujarati (India) 49 (+26,5%)
29. hakka (Cina) 47 (+23%)
30. thai (Thailandia) 46 (+13%)
31. swahili (Africa Orientale) 44 (+30%)
32. malayalam (India) 41 (+29%)
33. kannada (India) 40 (+29%)
34. hausa (Nigeria) 40 (+25%)
35. polacco 39 (+ 0,9%)
36. ucraino 39 (+ 0,9%)

Si calcola che all'inizio del terzo millennio il 60% delle lingue no-
te sia parlato dal solo 4% della popolazione; 1'85% delle lingue hanno
meno di 100.000 parlanti ciascuna. Molti paesi presentano un'eccezio-
nale frammentazione linguistica: si stima che in Papua Nuova Guinea
siano parlate circa 860 lingue, in Indonesia 670, in Nigeria 430, in India
380, in Camerun 270 (cfr. Box 7.3), in Australia 250, in Messico 240, in
Brasile e Zaire 210.
Le famiglie In Europa sono tradizionalmente parlate lingue di cinque diverse fa-
linguistiche miglie linguistiche: oltre alle lingue indoeuropee, di gran lunga predo-
in Europa
minanti, troviamo infatti 1. uraliche del ramo ugrofinnico (l'ungherese, il
finlandese, l'estone, il lappone, il mordvino, ecc.), 1. altaiche (il turco, il
tataro, ecc.), 1. caucasiche (il georgiano, il ceceno, l'àvaro, ecc.), 1. semi-
tiche (ramo della famiglia afro-asiatica: il maltese, che ha grammatica
semitica ma parte del lessico di provenienza italo-siciliana); oltre a una
lingua isolata, il basco. Per le lingue d 'Europa, cfr. Box 6.1.

Box 6.1- Lingue d'Europa


Elenchiamo qui le lingue attualmente parlate in Europa, suddivise per le famiglie linguistiche di
appartenenza. Ogni lingua compare sotto la propria famiglia linguistica e sotto il relativo ramo;
per ogni famiglia si indicano i rami rappresentati in Europa e le principali lingue per ogni ramo.
Le stime sul numero di parlanti e le aree di diffusione sono riferite solo all'Europa. In corsivo,
i paesi in cui una lingua è lingua nazionale/ufficiale. Quando una lingua è parlata solo in parti
di un paese (alcune aree, alcuni centri, o alcune repubbliche nel caso dell 'ex-URSS), questo si
trova fra parentesi quadre. Per ogni lingua si riportano solo le principali aree in cui è parlata, tra-
Le lingue del mondo 235

scurando le situazioni plurilingui di ridotta rilevanza demografica (per es.: Lettonia). Se il no-
me del paese è in tondo e non è tra parentesi quadre, si tratta di una lingua minoritaria dispersa
sul territorio. Non si tiene conto dei gruppi di recente immigrazione. Di ogni lingua è menzio-
nato qualche tratto caratteristico.

LINGUE INDOEUROPEE seppure in misura diversa, per una tendenza


comune all'analiticità), SVO; presenza dito-
amo: I DCI:!• e é6i nemi
GAELICO IRLANDESE
Repubblica d'Irlanda [Regno Unito: Irlanda ISLANDESE
del Nord] . Islanda
ca. 100.000 ca. 250.000
flessiva, VSO flessiva, SVO

GAELICO SCOZZESE TEDESCO


Scozia Germania, Austria, Liechtenstein, Lussem-
ca. 80.000 burgo [Svizzera, Belgio, Ungheria, Italia,
flessiva, VSO (cfr. irlandese e gallese); pre- Francia, Romania, Polonia]
senza di tonemi. ca. 100.000. 000
flessiva, SVO (ma SOV nelle frasi subordina-
GALLESE te); sistema a quattro casi (unica lingua ger-
Galles [Regno Unito: Gran Bretagna] manica ad avere mantenuto un sistema di ca-
ca. 500/600.000 si); lunghezza vocalica con valore distintivo
flessiva, VSO (cfr. irlandese e gaelico scoz-
zese). NE(D)ERLANDESE (o olandese; fiammingo in
Belgio)
BRETONE Olanda (Paesi Bassi) [Belgio]
[Francia] ca. 21.000.000
ca. 700.000 flessiva, SVO (ma con ordini diversi da su-
flessiva, SVO bordinata a principale), lunghezza vocalica
con valore distintivo
amo: I ~ • german ctie INGLESE
DANESE Regno Unito, Repubblica di Irlanda, Gibil-
Danimarca, Far Or, Islanda terra, Malta
ca. 5.200.000 ca. 60n0.000.000 (parlanti nativi)
flessiva, SVO flessiva , ma con caratteri anche di lingua
isolante (SVO, relativamente rigido)
SVEDESE
Svezia [Finlandia]
altre: feringio, lussemburghese, frisone, yid-
ca. 8.500.000
dish.
flessiva, SVO; presenza di tonemi
NORVEGESE (bokmàl e nynorsk)
Ramo: lingue romanze
Norvegia
ca. 4.200.000 PORTOGHESE
flessiva (ma con caratteri isolanti; tra le lin- Portogallo
gue germaniche, il danese, lo svedese, il nor- ca. 10.000.000
vegese e il feringio - ossia tutte le lingue del flessiva, SVO; inventario fonematico con
gruppo scandinavo, ad eccezione dell'islan- 13 vocali, di cui 5 nasali; clitici mai a inizio
dese -, oltre ali' inglese, si caratterizzano, frase
236 La linguistica

GAL(L)EGO
[Spagna] LITUANO
ca. 2.500.000 Lituania [Russia]
flessiva, SVO ca. 3.000.000
SPAGNOLO (castigliano) flessiva, prevalentemente SVO; lunghezza
Spagna, Gibilterra vocalica con valore distintivo, presenza di
ca. 46.000.000 tonemi
flessiva, SVO LETTONE
CATALANO Lettonia [Russia]
[Spagna, Francia, Italia] ca. 1.500.000
ca. 8.000.000 flessiva, prevalentemente SVO; lunghezza
flessiva, SVO vocalica con valore distintivo, presenza di
tonemi
FRANCESE
Francia [Belgio , Svizze ra, Lussemburgo,
Italia] Ramo: lln e slave
ca. 62.000.000 POLACCO
flessiva (con caratteristiche isolanti nel par- Polonia [Lituania, Bielorussia, Ucraina]
lato), SVO (relativamente più rigido rispetto ca. 35/40.000.000
alle altre lingue romanze); pronomi clitici flessiva , SVO; inventario fonematico con
soggetto obbligatori (unica tra le lingue ro- vocali nasali (unica tra le lingue slave)
manze); accento in posizione fissa, sulla sil-
CECO
laba finale di parola o di sintagma (mentre
Repubblica Ceca
ha posizione generalmente libera nelle altre
ca. 12.000.000
lingue romanze); inventario fonematico con
flessiva, SVO
16 vocali , di cui 4 nasali
(ceco e slovacco sono due varietà molto vi-
ITALIANO cine di una stessa lingua, che si sono rese au-
Italia , San Marino , Città del Vaticano, Croa- tonome per ragioni politiche)
zia, Slovenia, Malta [Svizzera]
SLOVACCO
ca. 57.000.000 ·
Slovacchia, Repubblica Ceca
flessiva, SVO; inventario fonematico stan-
ca. 5.000.000
dard particolarmente conservativo (presso-
flessiva, SVO
ché identico a quello trecentesco, caso ecce-
(slovacco e ceco sono due varietà molto vi-
zionale tra le lingue europee)
cine di una stessa lingua, che si sono rese au-
ROMENO tonome per ragioni politiche)
Romania, Moldavia [Ucraina, Ungheria]
ca. 20.000.000
Russo
Russia [ex -URSS]
flessiva, SVO; presenza di un sistema bica-
ca. 270.000.000 (compresi i parlanti non nativi)
suale; articolo determinativo in enclisi (uni-
flessiva, prevalentemente SVO; sistema a
ca tra le lingue romanze)
sei casi, inventario fonematico con 35 (o 33
o 38, a seconda delle analisi) consonanti, di
altre: asturiano, aragonese, occitano, franco-
cui una quindicina di palatali, e 6 (o 5) voca-
provenzale, còrso, romancio (lingua nazio-
li (il sistema di casi vitale, l'inventario con-
nale ma non ufficiale in Svizzera), ladino
sonantico ricco, l'inventario vocalico pove-
dolomitico, friulano, sardo, dialetti italoro-
ro, e le numerose opposizioni di palatalità
manzi, varietà aromune, ecc.
sono caratteri generali delle lingue slave, qui
più spiccate)
Le lingue del mondo 237

UCRAINO prevalentememente agglutinante, prevalente-


Ucraina, Crimea [Bielorussia, Russia] memente SOV (caratteri tuttavia non uniformi)
ca. 50.000.000
flessiva, SVO
BIELORUSSO ('figlie uniche' delle proprie lingue antenate)
Bielorussia [Polonia, Ucraina, Russia]
ca. 10.000.000 GRECO (neogreco)
flessiva, SVO Grecia, Cipro [Italia, Albania]
ca. 12.000.000
SLOVENO flessiva, SVO; morfologia flessionale di dia-
Slovenia [Italia] tesi medio-passiva, alfabeto greco
ca. 2.500.000
flessiva, SVO ALBANESE
Albania [Italia, Serbia, Macedonia, Monte-
SERBO-CROATO negro, Grecia]
Serbia, Croazia, Montenegro, Bosnia Erze- ca. 4.000.000
govina flessiva, SVO
ca. 20.000.000
flessiva, SVO; lunghezza vocalica con valo- ARMENO
re distintivo, presenza di tonemi; sistema a [Turchia]
sei casi (cfr. russo); alfabeto cirillico (serbo) ca. 100.000
e alfabeto latino (croato): oggi serbo e croa- flessiva, SOV .
to si sono rese lingue autonome per ragioni
politiche
LINGUE NON INDOEUROPEE
BULGARO
Bulgaria, [Grecia, Moldavia, Ucraina] Famiglia: lingue afro-aslatlche
ca. 9.000.000
flessiva, SVO
MALTESE
MACEDONE Malta
Macedonia [Grecia] ca. 370.000
ca. 2.000.000 introflessiva (unica tra le lingue non indoeu-
flessiva, SVO ropee d'Europa, tendenzialmente aggluti-
nanti), SVO (tra le lingue non indoeuropee
altre: serbo bosniaco, sòrabo, casciubo, ecc. d'Europa prevale invece SOV); alfabeto lati-
no (unica tra le lingue semitiche); molto les-
sico di provenienza romanza
Ramo: llllgue lnétcHranlcl1e
CURDO Famiglia: lingue uraliche
[Turchia]
12-14.000.000
agglutinante (con caratteri di lingua flessi- UNGHERESE
va); SOV Ungheria [Slovacchia, Romania, Ucraina]
ca. 14.000.000
ROMANÌ (lingua degli zingari)
agglutinante, tipo misto SOV/SVO; inventa-
Romania, Bulgaria, Ungheria, Slovacchia, rio fonematico con 15 vocali (l'inventario
Serbia, Montenegro, Spagna, Francia, Ger- vocalico ricco è una caratteristica generale
mania, Italia (questi i paesi europei con pre- delle lingue ugro-finniche; cfr. finnico); si-
senza più consistente) stema con più di 20 casi; coniugazione sog-
ca. 3.500.000 gettiva e coniugazione oggettiva
238 La linguistica

FINNICO (o finlandese, o suomi) altre: ciuvascio, baschiro, azero, gagauso,


Finlandia [Russia, Svezia] turkmeno, ecc.
ca. 5.500.000 parlanti
prevalentemente agglutinante e SVO;
sistema di casi complesso per le numerose clas-
si di declinazione; inventario fonematico con CALMUCCO
16 vocali (cfr. ungherese); lunghezza sia voca- Calmucchia
lica sia consonantica con funzione distintiva ca. 125/150.000
agglutinante, SOV
ESTONE
Estonia
Famiglia: lingue caucasiche
ca. 1.500.000
prevalentemente flessiva (con casi di flessio-
ne interna che lo avvicinano al tipo introfles-
GEORGIANO
sivo ), SVO
Georgia
altre: lappone, mordvino, ceremisso, votia- ca. 3.000.000
co, sirieno, ostiaco, vogulo, ecc. agglutinante, SVO; ergativa; tipi sillabici
molto complessi; alfabeto georgiano (mxe-
Famiglia: lingue altaiche druli), non derivato da quello cirillico
altre: abkhaso, circasso, ceceno, inguscio,
TURCO (turco osmanli o ottomano) àvaro, lak, ecc.
Turchia, Cipro del Nord [Bulgaria, Grecia,
Germania] LINGUE GENEALOGICAMENTE ISOLATE
ca. 50.000.000 BASCO
agglutinante, SOV (sostrato pre-indoeuropeo; la lingua più an-
TATARO tica dell'Europa occidentale)
Tataria [Russia] [Spagna, Francia]
ca. 6n.ooo.ooo ca.6noo.ooo
agglutinante, SOV agglutinante, SOV; ergativa

6.2 Tipologia linguistica

Molto più interessante dal punto di vista teorico che non una classifica-
zione per famiglie o per importanza relativa è però la classificazione
La tipologia delle lingue secondo una prospettiva tipologica. La 'tipologia lingui-
linguistica stica' si occupa di individuare che cosa c'è di uguale e che cosa c'è di
differente nel modo in cui, a partire dai princìpi generali che governano
le 'lingue possibili', le diverse lingue storico-naturali sono organizzate
e strutturate, attuando scelte tra loro compatibili nella realizzazione di
Gli universali fatti o fenomeni universali che ammettono più soluzioni. La tipologia è
linguistici dunque strettamente connessa con lo studio degli 'universali linguisti-
ci' , proprietà ricorrenti nella struttura delle lingue (indipendentemente
dai loro rapporti genetici e dagli eventuali condizionamenti reciproci)
sia sotto forma di invarianti necessariamente possedute dalle lingue in
quanto tali sia sotto forma di un repertorio di possibilità a cui le lingue
Le lingue del mondo 239

si rifanno in maniera diversa l'una dall ' altra. Un universale linguistico


(per es.: 'tutte le lingue hanno sia consonanti che vocali ') non è neces-
sariamente tale solo se è manifestato o posseduto da tutte le lingue co-
nosciute; l'importante è che non sia contraddetto dalle caratteristiche di
nessuna lingua. Un universale può trovare il suo fondamento nelle pro-
prietà che caratterizzano il linguaggio verbale umano come sistema se-
miotico o nelle restrizioni connesse alla base materiale, fisica del lin-
guaggio, ma anche essere frutto dell'osservazione empirica. Nel primo
caso, un universale dipende dall'assioma 'non può esistere una lingua
(in ragione delle proprietà che la definiscono o delle limitazioni del
mezzo in cui essa si attua) senza X', nel secondo caso un universale di-
scende dalla constatazione 'tutte le lingue note possiedono X' . Sugli
universali linguistici, cfr. Box 6.2.
Sulla base di tratti strutturali comuni si possono così classificare le
lingue non più dal punto di vista genealogico, della loro origine storica
e della riconducibilità ad un unico progenitore, bensì dal punto di vista
della loro appartenenza a tipi diver.si e della somiglianza relativa della
loro organizzazione strutturale. Un 'tipo linguistico' si può definire co- Tipo linguistico
me un insieme di tratti strutturali correlati gli uni con gli altri; e, in con-
creto, equivale all'incirca a un raggruppamento di sistemi linguistici
aventi molti caratteri comuni. 'Tipo' è un concetto molto idealizzato, a
un livello più alto di astrazione che non ' sistema': una singola lingua
non corrisponde mai totalmente, in assoluto, a un tipo particolare, e in
genere in una lingua determinata si trovano, in punti diversi del sistema,
assieme a caratteristiche tipologiche prevalenti di un tipo anche carat-
teri propri di altri tipi. Un sistema linguistico, in altre parole, realizza
fondamentalmente un certo tipo linguistico, mescolando però in genere
a questo caratteri di altri tipi linguistici ideali.

Box 6.2 - Universali llngulstlcl


Si propone di seguito una lista esemplificativa di universali scelti tra quelli che sono stati va-
riamente riscontrati nelle lingue del mondo e proposti dagli studiosi.

Universali assoluti (generalizzazioni sostanziali che a quanto si sa non conoscono eccezioni):


1. Tutte le lingue hanno vocali e consonanti.
2. Tutte le lingue hanno vocali orali.
3. Tutte le lingue hanno un inventario di fonemi vocalici costituito per lo meno da /i/, /a/, /u/.
4. Tutte le lingue hanno sillabe con struttura CV (consonante+ vocale).
5. Tutte le lingue hanno parole, sintagmi e frasi.
6. Tutte le lingue hanno un sistema pronominale composto per lo meno da tre persone e due nu-
meri.
7. Tutte le lingue hanno una costruzione negativa.
240 La linguistica

8. Tutte le lingue hanno costruzioni che permettono di disporre i costituenti di frase secondo
l'ordine tema-rema.
9. Tutte le lingue hanno termini specifici per "occhio", "naso", "bocca" (e altre parti del corpo,
quali "braccio", "mano", "unghia").

Universali implicazionali ('se A, allora B '):


10. Se una lingua ha vocali nasali, allora ha sempre vocali orali.
11. Se una lingua ha opposizioni fonematiche tra consonanti, allora ha sempre opposizioni fo-
nematiche tra vocali.
12. Se una lingua ha flessione, allora ha sempre derivazione.
13. Se derivazione e flessione seguono entrambe o precedono entrambe la radice, allora la de-
rivazione si trova sempre tra la radice e la flessione .
14. Se una lingua ha la categoria grammaticale del genere, allora ha sempre la categoria del nu-
mero.
15. Se il verbo si accorda nel genere con un soggetto o un oggetto nominale, allora si accorda
anche nel numero.
16. In lingue ergative, se il verbo si accorda con il costituente al caso ergativo, allora si accor-
da anche con il costituente al caso assolutivo.
17. Se una lingua ha affissi discontinui, allora ha sempre prefissi e/o suffissi.
18. Se una lingua ha ordine prevalente VSO, allora ha sempre preposizioni.
19. Se una lingua ha ordine prevalente VSO, allora la forma flessa di un ausiliare precede sem-
pre il verbo principale. Se una lingua ha ordine prevalente SOV, allora la forma flessa di un
ausiliare segue sempre il verbo principale.
20. Se .il pronome complemento oggetto segue il verbo, allora anche il nome complemento og-
getto segue il verbo.

Gerarchie implicazionali ('se A allora B, se B allora C, se C allora D' , ecc.):


21. Gerarchia del numero: singolare> plurale> duale> triale> paucale.
Se una lingua ha il pauc