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Sintesi

Questo volume fa parte di una serie di pubblicazioni del


“Campo freudiano” diretta da Antonio Di Ciaccia,
Jacques-Alain Miller, Massimo Recalcati.

Testi pubblicati

W.W. Gull, E.C. Lasègue, La scoperta dell’anoressia


A. Zenoni, Il corpo e il linguaggio nella psicoanalisi
A. Di Ciaccia, M. Recalcati, Jacques Lacan
EH. Freda, Psicoanalisi e tossicomania
E. Lemoine-Luccioni, Psicoanalisi della moda
M. Recalcati, Sull’odio
F. Lolli, Inombra della vita
Massimo Recalcati, Angelo Villa, Luisella Brusa
Roberto Pozzetti, Lucia Simona Bonifati
Marco Focchi, Domenico Cosenza

Civiltà e disagio
Forme contemporanee della psicopatologia

A cura di Domenico Cosenza


Massimo Recalcati, Angelo Villa

(0 Bruno Mondadori
Tutti i diritti riservati
© 2006, Paravia Bruno Mondadori Editori

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La scheda catalografica è riportata nell’ultima pagina del libro

In copertina: Hieronymus Bosch, Tavola raffigurante i dannati, 87 x 39 cm,


Venezia, Palazzo Ducale

www.brunomondadori.com
Indice

VII Introduzione

1 1. La personalità borderline e la nuova clinica


di Massimo Recalcati

33 2. Sulla perversione
di Angelo Villa

58 ò. Il trauma nella clinica psicoanalitica


di Luisella Brusa

93 4. La sfida della psicosi: prospettive teoriche e cliniche


di Massimo Recalcati

131 5. Teorie dell’alcolismo e delle tossicomanie


di Roberto Pozzetti

164 6. L’anoressia-bulimia nei modelli psicoanalitici contemporanei


di Lucia Simona Bonifati

195 7. Gli attacchi di panico


di Marco Bocchi

227 8. L’obesità nelle nuove forme del sintomo


di Domenico Cosenza

255 Gli autori

257 Indice dei nomi


Introduzione

Tra le due guerre mondiali Freud dà alle stampe, con il titolo 11 disa­
gio della civiltà, una riflessione lucida sulle ragioni profonde del ma­
lessere a lui contemporaneo ma più in generale sul binomio civiltà e
disagio. Freud pone con forza la sua tesi: l’iscrizione dell’uomo nel
campo della civiltà esige una «rinuncia pulsionale». Questa rinuncia
trova nella legge dell’interdizione del godimento sostenuta dal Super-
io sociale dell’epoca il suo agente fondamentale. Per essere civili, af­
ferma Freud, è necessario assumere la rinuncia ai propri soddisfaci­
menti pulsionali come condizione per l’appartenenza a una comunità
umana.
Scrivendo questo libro dedicato alle forme contemporanee della
psicopatologia abbiamo voluto ripensare il binomio civiltà e disagio
alla luce delle trasformazioni sociali profonde che hanno investito la
nostra condizione di vita. Tra queste, una delle più significative è il
cambiamento di segno dell’imperativo sostenuto dal Super-io sociale
contemporaneo rispetto a quello freudiano. Mentre quello freudiano
esige la rinuncia pulsionale, quello contemporaneo sembra porre la
spinta al godimento come un nuovo imperativo sociale. In effetti, le
forme sintomatiche più diffuse del disagio della civiltà sono oggi in
stretta relazione con il godimento, sono vere e proprie pratiche di go­
dimento (perversioni, tossicomanie, bulimie, obesità, alcolismo), op­
pure manifestazioni di una chiusura narcisistica del soggetto che pro­
duce un ristagno del godimento nel corpo (anoressie, depressioni, pa­
nico).
La diffusione epidemica di tali forme del disagio psichico rileva un
certo declino della clinica classica della nevrosi, a partire dalla quale
Freud aveva edificato la dottrina psicoanalitica. In quella clinica in
primo piano era la funzione costituente della rimozione e le formazio­
ni dell’inconscio (sintomo, atto mancato, sogno, lapsus) come ritorni
cifrati del desiderio rimosso. Si trattava, in altre parole, di una clinica
simbolica, costruita sull’idea fondamentale dell’inconscio strutturato

VII
Introduzione

come un linguaggio. L’attualità non nega quella clinica ma ne rende


più complesso il campo, poiché i cosiddetti nuovi sintomi si presenta­
no come irriducibili alla dialettica simbolica rimozione-ritorno del ri­
mosso. I riferimenti alle psicosi, alle personalità borderline e alle per­
versioni, ai cosiddetti disturbi postraumatici, alle dipendenze e agli
attacchi di panico, alle anoressie e alle tossicomanie assumono oggi
una rilevanza fondamentale proprio perché queste frontiere estreme
del lavoro psicoanalitico manifestano una clinica sempre più associata
all’agire compulsivo, alla difficoltà di simbolizzazione, alla disinibizio­
ne, all’uso dell’oggetto finalizzato al puro godimento che riduce la
centralità che la clinica classica della nevrosi aveva nel campo dell’ap­
plicazione terapeutica della psicoanalisi, e ci confronta con un disagio
che non è più l’effetto variegato del carattere repressivo e morale del­
la civiltà, quanto piuttosto l’effetto variegato di un “dover godere”
che sembra rifiutare ogni vincolo simbolico e rendere più difficile la
costituzione della singolarità soggettiva.

Vili
1. La personalità borderline e la nuova clinica
di Massimo Recalcati

1.1 L epoca della clinica degli stati al limite

André Green ha situato giustamente la problematica del borderline al­


l’interno di una trasformazione storica della clinica psicoanalitica. Mentre
il metodo freudiano aveva avuto come suo fondamento essenziale l’idea
della «nevrosi come negativa della perversione» l’attualità della clinica
psicoanalitica ci sospinge inevitabilmente verso una problematizzazione
di questo fondamento. «Senza mettere in dubbio la validità del modello
della nevrosi - si chiede Green - non si può forse pensare oggi che la sua
funzione di riferimento non è più così evidente?».1
La tesi della nevrosi come negativa fantasmatica della perversione - un
nevrotico, secondo una formula classica di Freud, si limita a fantasticare
ciò che un perverso invece mette in atto - deve essere necessariamente
ricalibrata se si considera come nell’attualità la funzione dell’inibizione -
centrale nella nevrosi - abbia lasciato il posto a una disinibizione genera­
lizzata, a una tendenza socialmente sempre più diffusa al passaggio al­
l’atto privo di pudore, al godimento come nuovo imperativo sociale.1 2
La crisi contemporanea del riferimento all’ordine simbolico e alla Leg­
ge edipica che lo sostiene rende la psicopatologia sempre più associata
alla dimensione dell’agire e sempre meno a quella della rimozione. In
questo senso ha ragione Green a sostenere che oggi «il modello implici­
to della nevrosi e della perversione si fonda sulla psicosi»,3 se con questo
si intende la psicosi come una posizione del soggetto caratterizzata dalla
presenza di un godimento in eccesso, non governato dalla legge della ca­
strazione, che invade abusivamente il soggetto. Da questo punto di vista

1 Cfr. A. Green, Psicoanalisi degli stati limite. La follia privata, Cortina, Milano
1991.
2 E questa una tesi sviluppata recentemente da Jacques-Alain Miller in Una fanta­
sia, in “La psicoanalisi”, 38,2005.
3 A. Green, Psicoanalisi degli stati limite, cit., p. 65.

1
Civiltà e disagio

un merito indubbio del lavoro di Green consiste nell’aver emancipato la


categoria dello “stato al limite” (della personalità borderline) da un ap­
proccio riduttivamente psicopatologico per fame invece una questione
storico-epocale della clinica psicoanalitica: quali coordinate teoriche in­
quadrano la nuova clinica psicoanalitica se il suo fondamento non è più
quello offerto dalla clinica classica delle nevrosi e dell’Edipo?4
Lo stesso lavoro di Otto Kernberg utilizza ampiamente il riferimento a
meccanismi di difesa arcaici tipici della psicosi (scissione, identificazione
proiettiva ecc.) per inquadrare la categoria del borderline, sottolineando
a suo modo come la clinica della rimozione sia divenuta insufficiente a
inquadrare in modo adeguato i fenomeni complessi che caratterizzano la
clinica contemporanea.
Con il lavoro di Kernberg, in particolare, la categoria di personalità bor­
derline vuole sottrarre l’esperienza del soggetto “al limite” da quelle che
apparivano come forme di psicosi travestite da nevrosi, psicosi compen­
sate, non conclamate, chiuse, non scatenate. Con la teorizzazione di
Kernberg lo stato al limite non riflette più questo carattere instabile del
soggetto al confine tra nevrosi e psicosi, ma intende indicare una nuova
organizzazione strutturale del soggetto. Questa nuova organizzazione della
personalità spinge la riflessione psicoanalitica in generale - al di là della
diversità delle sue correnti teoriche - a considerare 1 epoca attuale della
clinica come un’epoca che non trova più nel riferimento al complesso
edipico quel “complesso nucleare” che orientava, oltre il destino e la ne­
vrosi del soggetto, il programma stesso di un’intera civiltà.
Per Green i casi al limite mettono addirittura in questione «la pertinen­
za della metapsicologia acquisita attraverso lo studio delle nevrosi» (egli
parla a proposito dell’esigenza di formulare, dopo le due topiche freudia­
ne, una «terza topica»5) e riferendosi all’ultimo Freud - teorico della pul­
sione di morte - indica il luogo possibile dove reperire le coordinate teori­
che fondamentali per edificare una nuova topica del soggetto in grado di
inquadrare i fenomeni clinici introdotti dalla problematica del borderline.6

4 Un riconoscimento dell’importanza del lavoro di Green in questo senso si può


trovare anche da parte lacaniana. Si veda, ad esempio, J.-J. Rassial, Le Sujet en état li­
mite, Denoel, Paris 1999.
5 A. Green, Lanalista, la simbolizzazione e l’assenza nel setting analitico, in Id., Psi­
coanalisi degli stati limite, cit., p. 82.
6 Ivi, p. 32. Ma è innanzitutto all’insegnamento di Melanie Klein e di Jacques La­
can che va riconosciuto il merito di non rigettare come astrattamente speculativa la
nozione freudiana di pulsione di morte, ma di fame un concetto indispensabile della
psicoanalisi, in particolare per cogliere certi fenomeni radicali della psicopatologia.

2
La personalità borderline e la nuova clinica

1.2 Clinica simbolica e clinica del reale

Nella personalità borderline i fenomeni sintomatici non sono strutturati


simbolicamente in quanto metafore della verità rimossa del soggetto e
del suo ritorno cifrato. In essi infatti prevalgono, anziché la dialettica
simbolica rimozione-ritorno del rimosso, l’instabilità affettiva, il passag­
gio all’atto, l’utilizzo di meccanismi di difesa arcaici, l’inclinazione de­
pressiva, l’angoscia diffusa e l’impulsività come indici fenomenici di una
crisi della facoltà stessa della simbolizzazione sintomatica, ma si potreb­
be anche dire del funzionamento dell’inconscio come tale. Il modello di
riferimento implicito degli stati al limite e, più in generale, dei nuovi sin­
tomi (anoressie, bulimie, dipendenze, tossicomanie, depressioni, attacchi
di panico) non può più essere la nevrosi e la clinica della rimozione, ma
diventa piuttosto la psicosi, dunque una clinica che segnala l’inadegua­
tezza della dialettica simbolica e i suoi scacchi. Questo privilegio del rife­
rimento alla clinica delle psicosi, non deve però essere assunto nel senso
in cui, ad esempio, Laplanche e Pontalis definiscono il borderline come
una categoria che designa delle schizofrenie latenti - dunque delle psi­
cosi strutturali nascoste da nevrosi fenomeniche7 ~ ma in quello più ra­
dicale per cui la rimozione non sembra più essere il processo fondamen­
tale nella costituzione dell’inconscio.
Per certi versi è possibile sostenere che questa estensione della psicosi
nella clinica contemporanea sia una tesi di fondo che unisce i due grandi
modelli a confronto nella psicoanalisi dopo Freud: quello strutturalista e
quello evolutivista-oggettuale.8 Se Green può teorizzare la centralità del­
la questione borderline come segno di un superamento della clinica clas­
sica della nevrosi, l’insegnamento dell’ultimo Lacan, che si sviluppa nel
corso degli anni settanta, sospinge già verso una generalizzazione della
forclusione, ovvero verso un rovesciamento del privilegio freudiano ac­
cordato alla clinica della nevrosi. Per l’ultimo Lacan la forclusione non si
limita più a definire il processo causale in gioco nella psicosi, ma diventa
la condizione stessa dell’essere umano che, in quanto essere nel linguag­
gio, non è in grado di offrire una simbolizzazione integrale del reale del

7 Ecco la definizione di borderline proposta da Laplanche e Pontalis: «Termine


nato perlopiù per designare affezioni psicopatologiche situate al limite tra nevrosi e
psicosi, di solito delle schizofrenie latenti che presentano una sintomatologia ad an­
damento nevrotico» {Enciclopedia della psicoanalisi, Laterza, Roma-Bari 1973).
8 Cfr. M. Recalcati, Introduzione alla psicoanalisi contemporanea, Bruno Mondado­
ri, Milano 2003, cap. 1.

3
Civiltà e disagio

godimento.9 Questa generalizzazione della forclusione - evidenziata con


rigore nella lettura milleriana di Lacan10 - conduce a considerare la psi­
cosi come il vero paradigma della clinica psicoanalitica poiché il limite
della rappresentazione simbolica messo in evidenza dalla clinica del sog­
getto borderline non è altro da quel limite che il linguaggio come tale in­
contra nella sua operazione di significantizzazione del reale: questa ope­
razione, infatti, non può realizzarsi esaustivamente perché il reale del go­
dimento si sottrae a una messa in forma simbolica definitiva. Di qui la
centralità della clinica della psicosi che, diversamente dalla clinica della
nevrosi che è una clinica simbolica perché istituita sul carattere linguisti-
co-retorico della rimozione e sul fondamento normativo dell’Edipo, è
sempre una clinica del reale non governato dalla castrazione simbolica,11
dunque più prossima alla verità della struttura (il reale del godimento è
infatti strutturalmente impossibile da simbolizzare integralmente).12
Un altro aspetto che investe la problematica della personalità borderli­
ne e che tocca una dimensione assolutamente attuale della clinica psicoa­
nalitica è quello analizzabilità. I soggetti borderline sono soggetti
analizzabili, sono soggetti che possono trarre beneficio dall’applicazione
terapeutica della psicoanalisi? In effetti, la clinica contemporanea, che è
una clinica contrassegnata da una caduta della centralità della rimozione
e del suo fondamento edipico, è obbligata a problematizzare il criterio
stesso dell’analizzabilità. In questo senso lo stato al limite si scolla da una
semplice identificazione categoriale, di tipo psicopatologico, per definire
la problematica stessa dell’applicazione terapeutica della psicoanalisi nel­
l’epoca attuale. Il potere della parola su cui si fonda il dispositivo classico
della psicoanalisi come può intervenire efficacemente su sintomi che
sono in realtà pure pratiche di godimento, manifestazioni del reale più
che messaggi cifrati che invocherebbero la loro decifrazione simbolica?
Antonino Ferro - operando una congiunzione interessante tra il mo­
dello teorico bioniano e la concezione winnicottiana dello sviluppo psi­
chico - propone una nuova classificazione della “patologia psichica” che

9 Per il concetto di forclusione in Lacan rinvio a A. Di Ciaccia, M. Recalcati, Jac­


ques Lacan, Bruno Mondadori, Milano 2000.
10 Cfr. J.-A. Miller, Forclusione generalizzata, in Id., I paradigmi del godimento,
Astrolabio, Roma 2001, pp. 189-194.
11 Interessante nel sostenere questa prospettiva il lavoro di A. Zenoni, La psicosi e
l’al di là del padre, Franco Angeli, Milano 2001.
12 Per una sintesi di tutti questi temi si veda J.-A. Miller, I paradigmi del godimento,
cit.

4
La personalità borderline e la nuova clinica

si basa non tanto sui criteri differenziali della diagnosi strutturale - come
avviene, ad esempio, in Freud e in Lacan - ma sulla corrispondenza sta­
bilita tra l’ordine della patologia psichica e il livello di funzionamento
dell’attività di pensiero.13 Ferro isola tre patologie fondamentali: patolo­
gia determinata da una carenza della funzione alfa (che per Bion è la fun­
zione del pensiero e della simbolizzazione), patologia determinata da uno
sviluppo inadeguato del rapporto tra elementi alfa e capacità rappresen­
tativa della mente (come se la pellicola di un film si impressionasse ma
non riuscisse a organizzarsi in una trama ordinata, afferma Ferro) e infine
una patologia determinata da accumuli di eventi traumatici. In questa
classificazione l’elemento discriminante concerne la possibilità di operare
la trasformazione delle impressioni emotive originarie (elementi beta nel
linguaggio di Bion) nella loro rappresentazione simbolica resa possibile
dalla funzione alfa. Le patologie narcisistiche o di tipo borderline si riferi­
scono al secondo genere patologico, ovvero al genere che si caratterizza
per una carenza non tanto della funzione alfa come tale ma della capacità
del soggetto di finalizzarla in un modo corretto e non persecutorio. Per
questo, come nota giustamente Ferro, l’interpretazione semantica genera
nel soggetto più un sentimento di minaccia che di crescita.14
Il problema che il borderline pone alla psicoanalisi concerne proprio
questo limite della facoltà simbolica in un’epoca in cui l’esubero struttu­
rale di elementi beta viene come amplificato da un discorso sociale che
si sostiene sulla circolazione continua di oggetti-impressioni-stimoli che
non sono coordinati con una funzione simbolico-rappresentativa ade­
guata. Più in particolare, Ferro sembra collocare le patologie borderline
come patologie che segnalano un limite della trasformazione degli ele­
menti beta in elementi alfa, ovvero «in immagini visive della pellicola di
pensiero». Per questa via egli unifica le malattie psicosomatiche, i com­
portamenti senza pensiero (agiti caratteropatici) e le allucinazioni come
diverse modalità di evacuazione senza simbolizzazione di quei «fatti in­
digeriti» che secondo Bion è compito della funzione alfa ruminare sino
alla loro digestione simbolica effettiva.15
Un tratto caratteristico della clinica contemporanea come clinica del
reale che unifica la varietà dei suoi fenomeni non è forse proprio il limite
del simbolico come taléì Questa è la tesi che ha ispirato il potente lavoro
di riflessione svolto da Jacques-Alain Miller ed Eric Laurent intorno allo

13 Cfr. A. Ferro, Fattori di malattia, fattori di guarigione, Cortina, Milano 2002.


14 Ivi, p. 4.
15 Ivi, p. 41.

5
Civiltà e disagio

statuto del?Altro (simbolico) contemporaneo: l’epoca attuale è un’epoca


segnata dal declino dell’Altro - dalla sua inesistenza - nel senso che l’Al­
tro simbolico non è più in grado di offrire al soggetto un riferimento iden-
tificatorio costituente^ Da questa eclissi della funzione strutturante del-
l’Altro simbolico scaturisce una nuova clinica non più centrata sul con­
flitto soggettivo tra l’esigenza pulsionale e gli ideali sociali - poiché l’e­
poca contemporanea è l’epoca della crisi degli ideali sociali - ma sul pri­
mato incondizionato dell’oggetto del godimento (droga, cibo, immagi­
ne, psicofarmaco, alcol ecc.).
Questa crisi del carattere strutturante dell’Altro simbolico - di cui le ri­
cerche psicologiche e sociologiche sulla crisi del padre nell’epoca con­
temporanea sono solo uno dei tanti esiti possibili - viene messa in parti­
colare risalto proprio dalle personalità cosiddette borderline, le quali de­
nunciano clamorosamente questa decadenza della funzione di limite ga­
rantita dall’ideale edipico. Questa crisi della funzione (normativa) del li­
mite che caratterizza l’Altro simbolico contemporaneo può essere consi­
derata sia come difficoltà del potere rappresentativo del simbolo di fron­
te a patologie che si arroccano su un godimento narcisistico, autistico,
che pare refrattario a ogni dialettica con l’Altro, sia come limite che la
psicoanalisi stessa, in quanto prassi simbolica, incontra nel trattamento di
queste patologie.1617 Questo limite del simbolico e dell’operazione di sim­
bolizzazione-rappresentazione come tratto cruciale della clinica contem­
poranea è effettivamente segnalato, pur se in modi diversi, da molti auto­
ri ed è diventato effettivamente il problema cruciale della clinica psicoa­
nalitica contemporanea: le nuove forme del disagio della civiltà si caratte­
rizzano per la presenza di una crisi della virtù simbolica della parola e per
la tendenza di una spinta al godimento dai tratti mortiferi che sembra
sfondare ogni operazione possibile di simbolizzazione. Si tratta di una di­
rezione del lavoro psicoanalitico che costeggia l’opacità senza senso del

16 Cfr. J.-A. Miller, E. Laurent, LAutre qui rìexiste pas et ses comités d’éthique, se­
minario svolto presso il Dipartimento di Psicoanalisi dell’università di Parigi Vili,
1996-1997 (inedito).
17 La tesi che ho recentemente avanzato, proprio in considerazione di questo decli­
no dell’Altro simbolico, è di concepire la clinica psicoanalitica contemporanea tout
court (dunque non un tipo di personalità) come una clinica borderline, nel senso che
è la clinica contemporanea come tale a indicare sempre più il limite della rappresen­
tazione simbolica di fronte alla presenza di “sintomi” che si configurano come pure
pratiche di godimento (vedi l’esempio cardine della tossicomania). Cfr. M. Recalcati,
La clinica del vuoto: anoressie, dipendenze, psicosi, Franco Angeli, Milano 2002.

6
La personalità borderline e la nuova clinica

reale. E intorno a questa zona estrema che vediamo convergere percorsi


teorico-clinici tra loro assai diversi. Il carattere olofrastico e antimetafori­
co con il quale Lacan contraddistingue «tutta una serie di casi» (psicoso­
matica, debilità, psicosi),18 la tendenza a ridurre la simbolizzazione a pure
«equazioni» di cui parla Hanna Segai,19 l’idea della prevalenza del «pen­
siero operatorio» sulla funzione simbolica della scuola psicosomatica di
Marty,20 ciò che Winnicott sottolinea attraverso quei pazienti che non
sono in grado di strutturare un transfert simbolico riducendo la realtà del
proprio altro significativo a quello reale dell’analista (per certi pazienti,
scrive Winnicott, lo psicoanalista non rappresenta la madre, ma è la ma­
dre),21 la concezione di Green e di Kemberg dello stato limite come ac­
centuazione dei meccanismi psicotici di difesa,22 l’ipotesi della Kristeva
per la quale la nuova clinica è una clinica dell’assenza di rappresentazione
e della morte psichica del soggetto,23 le tesi di Miller e Laurent che defini­
scono la clinica contemporanea come la clinica dell’inesistenza dell’Al-
tro,24 la ricerca di Agostino Racalbuto e la loro convergenza con le mie
intorno alla clinica contemporanea come clinica del vuoto,25 sono indici
problematici di questa nuova frontiera della ricerca psicoanalitica. Con
una differenziazione necessaria, però, tra coloro che insistono nel porre
l’esperienza del reale essenzialmente come limite della rappresentazione,
come un non ancora pensato, come una difficoltà del pensiero simbolico
a ordinare il caos che lo concerne (è questa la corrente bioniana-winni-
cottiana) e coloro che invece isolano il reale come esperienza di un godi-

18 Cfr. J. Lacan, Il seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoa­
nalisi (1964), Einaudi, Torino 1976, p. 241.
19 Cfr. H. Segai, Alcune note sulla formazione del simbolo, in Id., Casi clinici, Il pen­
siero scientifico, Roma 1980.
20 Cfr. P. Marty, M. de M’Uzan, C. David, Idlnvestigation psychosomatique. Sept ob-
servations cliniques, PUF, Paris 1972.
21 D.W. Winnicott, Gli aspetti metapsicologici e clinici della regressione nell'ambito
della situazione analitica, in Id., Dalla pediatria alla psicoanalisi, Martinelli, Firenze
1975.
22 Cfr. A. Green, Psicoanalisi degli stati limite, cit.
23 Cfr. J. Kristeva, Le nuove malattie dell'anima, Boria, Roma 1998.
24 Cfr. J.-A. Miller, E. Laurent, LAutre qui riexiste pas et ses comités d'éthique, cit.
25 Cfr. A. Racalbuto, Tra ilfare e il dire, ^esperienza dell'inconscio e del non verbale
in psicoanalisi, Cortina, Milano 1994, e M. Recalcati, Clinica del vuoto, cit. Questa
“strana” convergenza è stata sottolineata da E. Lo Monaco, Clinica del vuoto: clinica
psicoanalitica dei sintomi contemporanei, tesi di laurea discussa all’università di Pado­
va, Facoltà di Psicologia (2005).

7
Civiltà e disagio

mento maligno, vincolato al potere della ripetizione (pulsione di morte),


che si manifesta strutturalmente come intrattabile in modo esaustivo dal
simbolico (è questa la corrente lacaniana).

1.3 La nuova clinica come clinica borderline

La clinica degli ultimi ventanni mette dunque sempre più in evidenza


quadri sintomatici che difficilmente sembrano compatibili con la distin­
zione strutturale classica, introdotta da Freud, di nevrosi e psicosi. E
questo non solo in riferimento alle personalità cosiddette borderline. La
clinica psicoanalitica classica - quella che nasce con gli Studi sull'isteria
(1892-95) - è una clinica costruita sul valore metaforico del sintomo,
sulla dialettica rimozione-ritorno del rimosso da cui il sintomo scaturisce
e sull’Edipo. Fu questo l’insegnamento storico dell’isteria: il corpo di­
venta il teatro di una messa in scena significante, diventa un corpo che
parla, che si costituisce come un vero e proprio discorso e attraverso il
quale ciò che era stato esiliato (rimosso) può fare ritorno anche se in una
forma simbolicamente cifrata.
Per Freud infatti il sintomo tiene il posto di qualcos’altro (è un “sosti­
tuto”), di qualcosa che ha subito l’esercizio della rimozione e che però
ritorna, appunto, secondo forme enigmatiche, sconosciute al soggetto
stesso. Il sintomo è esattamente un modo in cui il rimosso ritorna ordi­
nato simbolicamente, strutturato come una metafora. Il sintomo nevroti­
co è infatti, innanzitutto, un fenomeno di senso, un fenomeno di lin­
guaggio. E ciò che condurrà Lacan a proporre l’equivalenza del sintomo
con la figura retorica della metafora facendone «il significante di un si­
gnificato rimosso».26
Nella clinica delle nevrosi - che è costruita sul concetto di sintomo
come formazione dell’inconscio - il lavoro analitico decifra l’enigma in­
carnato nel sintomo. Dunque la sua condizione di possibilità è che vi sia
un rapporto di omologia tra il sintomo e l’interpretazione. Se, infatti, il
sintomo è un significante che sta al posto di qualcos’altro e se il soggetto
pone nel sintomo la propria verità rimossa, allora sarà compito dell’ana­
lista, tramite l’interpretazione, indicare il valore significante che il sinto­
mo stesso assume per il soggetto. Più precisamente, nella dialettica della

26 J. Lacan, Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi (1953), in


Id., Scritti, a c. di G. Contri, 2 voli., Einaudi, Torino 1974, voi. I, p. 274.

8
La personalità borderline e la nuova clinica

cura, ciò che trasforma il sintomo in una metafora che attende la sua de­
cifrazione è il transfert. Il transfert è infatti ciò che, dialettizzando l’ap­
pello contenuto nel sintomo (rivolgendo cioè questo appello all’anali­
sta), rende il sintomo stesso psicoanalizzabile.
Quando però, come abbiamo già ricordato, nel Seminario XI. I quattro
concetti fondamentali della psicoanalisi, Lacan introduce il concetto di
olofrase a proposito delle psicosi, dell’insufficienza mentale (“debilità”) e
dei fenomeni psicosomatici, ci segnala implicitamente la possibilità dell’e­
sistenza di un’altra clinica rispetto a quella delle nevrosi la quale, come
abbiamo visto, è una clinica della metafora, del significante, del simbolo,
del desiderio inconscio e della sua rimozione. Si tratta di una clinica che
segnala un’impasse nel funzionamento simbolico-rappresentativo del si­
gnificante. Nell’olofrase l’efficacia metaforica del significante sintomatico
è messa in crisi in quanto, come avviene ad esempio nella psicosi, il sog­
getto non è rappresentato dal significante ma vi si trova incollato senza
alcuna possibilità di separazione. L’olofrase è infatti una figura retorica
che, al contrario della metafora, non rappresenta nulla, non veicola alcun
messaggio, ma segnala piuttosto il fallimento dell’azione rappresentativa
della metafora. Un’olofrase è una parola-frase, una frase non scomponi­
bile, congelata, pietrificata. Lacan la definisce come una solidificazione
della catena significante che immobilizza il discorso. In essa il soggetto
non è rappresentato ma vi si trova incluso come un «monolito». Il punto
è che questo monolito non è metaforico. Non metaforizza il soggetto ma
lo inchioda a un’identificazione assoluta, priva di dialettica. Il soggetto re­
sta incatenato all’Altro, fa uno con l’Altro. L’olofrase annulla la separazio­
ne tra il soggetto e l’Altro e l’intervallo che separa tra loro i significanti.
Oltre alla psicosi Lacan si riferisce alla debilità27 e al fenomeno psicoso­
matico. Prendiamo l’esempio del fenomeno psicosomatico. Esso non ha
la natura simbolica del sintomo isterico, della conversione somatica pro­
pria del corpo isterico. H fenomeno psicosomatico non è infatti un feno­
meno di linguaggio, non è un fenomeno simbolico perché implica il reale
del corpo, la sua lesione, più che la sua disposizione espressiva. Questo
non significa che un fenomeno psicosomatico non abbia un senso, ma
che questo senso anziché prendere la via della metafora s’incarna diretta-
mente nel corpo, cortocircuita con il reale del corpo senza alcuna media­
zione simbolica producendosi direttamente come reale della lesione,

27 Sull’olofrase nella debilità, con particolare riferimento alla disabilità, vedi F. Lol-
li, Lingorgo del corpo, Franco Angeli, Milano 2005.

9
Civiltà e disagio

come avviene, ad esempio, nel caso dell’ulcera. In questo caso il sintomo


non funziona come un significante che rappresenta il soggetto per un al­
tro significante - secondo la celebre definizione di Lacan - ma diviene
una sorta di “numero” silenzioso, indecifrabile, una sorta di fissazione di
godimento che incrina il potere rappresentativo della metafora sintomati­
ca fissando il soggetto a un ripetizione priva di senso.28
La nuova clinica come clinica del reale si caratterizza dunque per que­
sta assenza, o estrema debolezza, della metafora sintomatica. Si pensi ad
esempio all’anoressia, alla bulimia, alla tossicomania o alla depressione.2930
In modi differenti ricorre uno stesso motivo: il soggetto è vincolato olo-
frasticamente all’Altro, di conseguenza il significante sembra non rap­
presentarlo più per un altro significante. In altri termini ciò che si incon­
tra nei nuovi sintomi è un difetto essenziale nella separazione. Invece del
sintomo e del suo valore metaforico c’è o la dipendenza dalla sostanza
(bulimia, tossicomanie) o un’identificazione senza dialettica, assoluta,
mortifera (anoressia, depressione, fenomeno psicosomatico). Il punto è
che né la sostanza (il cibo, la droga, l’alcol), né questa identificazione as­
soluta e mortifera assumono per il soggetto il valore enigmatico del sin­
tomo. Esse s’impongono piuttosto come evidenze fuori discussione. Il
tossicomane è un tossicomane, l’anoressica è un’anoressica. E in questo
modo autoidentitario si presentano, se si presentano, all’analista. Il sog­
getto non si pone come diviso, come spiazzato dal ritorno del rimosso
nelle formazioni dell’inconscio, come incalzato da un desiderio indi­
struttibile che non governa, quanto piuttosto come identificato monoli­
ticamente (olofrasticamente) alla propria pseudoidentità di tossicomane
o di anoressica. E ciò che Lacan ha definito come tratto umano™ Attra­
verso la sostanza il tossicomane prova infatti a “farsi” - come si dice nel
linguaggio comune tra tossicomani; “farsi” è darsi una consistenza a pre­
scindere dall’AItro -, a realizzarsi come un Uno che annulla ogni diffe­
renza con l’Altro, a “umanizzarsi” appunto. La ruota della dipendenza
dalla droga non apre infatti nel soggetto la dimensione della mancanza

28 Cfr. J. Lacan, Conferenza sul sintomo, in “La psicoanalisi”, 2,1983.


29 Sull’anoressia-bulimia e sulle tossicomanie vedi i capp. 3 e 5 in questo volume.
Sulla depressione vedi l’ottimo lavoro di E Lolli, Inombra della vita, Bruno Monda-
dori, Milano 2005 e U. Zuccardi-Merli (a c. di), Il soggetto alla deriva. Depressioni e
panico, Franco Angeli, Milano 2005.
30 Questo termine è stato particolarmente valorizzato dal lavoro di Hugo Freda
con pazienti tossicomani: cfr. Psicoanalisi e tossicomania, Bruno Mondadori, Milano
2001.

10
La personalità borderline e la nuova clinica

ma punta, una volta trasformata in vuoto, semplicemente a otturarla.


Così nella compulsione a ripetere delle abbuffate bulimiche nessuna me­
tafora viene costruita: in primo piano c’è solo la spinta acefala della pul­
sione che esige di godere, che spinge verso un godimento al di là del
principio di piacere, in eccesso, distruttivo, mortifero.
In queste forme contemporanee del disagio della civiltà, che Hugo
Freda - a partire dalla sua lunga esperienza clinica come psicoanalista
impegnato con la tossicomania - ha denominato come «nuove forme del
sintomo»,31 non è più in primo piano la rimozione del desiderio incon­
scio e il suo ritorno simbolico, quanto piuttosto il rischio di una cancel­
lazione radicale del soggetto dell’inconscio come tale. Un’inclinazione
olofrastica sembra infatti pervadere la psicopatologia contemporanea
nel suo insieme. Come dunque provare a deolofrasizzare un discorso
che sembra aver annullato la funzione simbolico-metaforica del sintomo
come indice della verità rimossa del soggetto? È questo un altro modo
di porre la questione dello stato cosiddetto al limite. Come fare, ad
esempio, per scongelare il gelo olofrastico dell’identificazione idealizzan­
te nella cura dell’anoressia? Come fare per sganciare il tossicomane dalla
dipendenza dalla sostanza, dalla dipendenza da un godimento che pro­
mette di annullare la mancanza?

1.4 La problematica psicopatologica del soggetto borderline

L’impostazione della clinica freudiana si fonda sulla distinzione fra ne­


vrosi e psicosi. Questa dicotomia viene messa in discussione soprattutto
con l’apparizione, nel campo della clinica psicoanalitica, di una nuova
concettualizzazione: V organizzazione borderline della personalità. Border­
line indica, appunto, uno stato marginale, di limite, di soglia, tra le ne­
vrosi e le psicosi. Si tratta di una concettualizzazione diagnostica che ha
aperto un intenso dibattito soprattutto negli ultimi vent’anni e che trova
il suo punto di partenza negli articoli di Helene Deutsch sulla persona­
lità “come se” e di Robert Knight.32 Ma già nel 1938 Adolph Stern de­
scriveva una nuova sindrome psicopatologica che caratterizzava soggetti
particolarmente refrattari alla terapia analitica a causa di un narcisismo

31 Ibid.
32 Per un’introduzione generale alla genesi del concetto di borderline, vedi O. Kem-
berg, Sindromi marginali e narcisismo patologico, Boringhieri, Torino 1978, cap. I.

11
Civiltà e disagio

radicale e patologico. La categoria clinica di borderline veniva utilizzata


in quel contesto per indicare una posizione del soggetto irriducibile sia
alla nevrosi che alla psicosi.33
Schematizzando possiamo distinguere almeno tre modelli fondamen­
tali per pensare la questione del borderline: un primo modello è di tipo
continuista e trova il suo referente teorico maggiore nell’opera di Mela­
rne Klein e della sua scuola. La tesi di fondo è che tra psicosi e nevrosi vi
sia un continuum evolutivo ed è in questo continuum che vanno iscritti
anche gli stati cosiddetti limite. Un secondo modello presuppone an-
ch’esso un continuismo evolutivistico tra psicosi e nevrosi ma giunge a
fare della personalità borderline un quadro clinico differenziato sia dalle
nevrosi sia dalle psicosi (è questa la posizione inaugurata negli anni ses­
santa da Kernberg). Infine, un terzo modello si mantiene coerente con le
indicazioni di Freud e nega in fondo la possibilità d’esistenza alla cate­
goria borderline in senso stretto perché ribadisce l’appartenenza del
soggetto a una delle due strutture della psicopatologia freudiana (nevro­
si o psicosi), escludendo la possibilità di una loro confluenza. Questo
modello si fonda su una dicotomia strutturale tra nevrosi e psicosi e tro­
va nell’insegnamento di Jacques Lacan e della sua scuola il suo riferi­
mento principale.
La categoria di borderline si caratterizza dunque come una delle mag­
giori novità del campo clinico della psicoanalisi degli ultimi cinquantan­
ni. Con essa si designa uno stato intermedio, di mezzo, uno stato cosid­
detto “limite” tra nevrosi e psicosi. Etimologicamente, infatti, borderline
significa in inglese sia la frontiera che separa, distinguendoli, due paesi
confinanti sia, in senso più generale, il bordo, il limite, la soglia. Da que­
sto punto di vista la clinica del borderline è effettivamente una clinica del
limite, ovvero, come si è visto poc’anzi, del venir meno della funzione
normativa (edipica) del limite.
Il presupposto che ne ha provocato l’impiego trae origine dall’espe­
rienza clinica e precisamente da un punto di impasse nella conduzione
della cura. Nel corso del trattamento analitico può verificarsi l’improvvi­
sa evoluzione di una nevrosi in una psicosi. Questa evoluzione imprevi­
sta della cura poneva innanzitutto il problema diagnostico dell’esistenza
di una struttura psicotica occultata da una nevrosi fenomenica. La smo­
bilitazione delle difese nevrotiche rivelava, appunto, dietro la facciata

33 A. Stem, Psychoanalytic investigation of and therapy in thè borderline group of


neuroses, in “Psychoanalytic Quarterly”, 7,1938, pp. 467-489.

12
La personalità borderline e la nuova clinica

nevrotica una psicosi di fondo; ciò faceva quantomeno supporre l’esi­


stenza di psicosi coperte da nevrosi che il trattamento analitico aveva
avuto incautamente l’effetto di slatentizzare.
I primi autori che si sono occupati di questa zona di confine tra psico­
si e nevrosi (ad esempio, tra la fine degli anni trenta e i primi anni ses­
santa, oltre a Stern, anche Knight e Frosch) fanno dunque valere un con­
cio aggettivale di borderline, nel senso che borderline connoterebbe
uno stato, una condizione del soggetto transitoria, di oscillazione, di zig
zag fenomenico tra nevrosi e psicosi.
Alla base di questo primo modello esplicativo (che potremmo definire
di tipo “descrittivo”) ce una concezione del soggetto di tipo evolutivisti-
co-continuista. Tra nevrosi e psicosi non c’è rottura, non c’è un salto
strutturale quanto piuttosto una continuità evolutiva lungo la quale psi­
cosi, nevrosi e, se si vuole, borderline sono tappe diverse d’arresto di uno
stesso sviluppo. Borderline indicherebbe, in altri termini, uno stato sog­
gettivo dove le acque della psicosi e della nevrosi, in Freud mantenute ri­
gorosamente separate, confluirebbero dando luogo a fenomeni clinici
particolari. Nello stato borderline, infatti, possiamo reperire tratti propri
del pensiero e della soggettività psicotica, quali, ad esempio, la presenza
di deliri e di allucinazioni in una personalità fortemente narcisistica; siste­
mi difensivi arcaici, ipersensitività, angoscia profonda, tendenza al pas­
saggio all’atto compulsivo, accanto a tratti propri del pensiero e della per­
sonalità nevrotica di cui si deve segnalare in particolare la conservazione
della capacità di formulare un adeguato esame di realtà.

1.5 L’opera di Otto Kemberg

In alternativa a questo modello descrittivo, che introduce un uso aggetti­


vale della categoria di borderline, nel corso degli anni sessanta con
Kemberg si afferma la categoria clinica di borderline come organizzazio­
ne permanente della personalità. Il passaggio epistemologico è dall’uso
aggettivale alla definizione sostantivale della categoria clinica di border­
line. In questo Kemberg, che per certi aspetti opera un’ampia sintesi e
un’assimilazione della letteratura scientifica che lo ha preceduto, è un
vero e proprio innovatore. Se infatti negli autori precedenti il borderline
indicava fondamentalmente una struttura soggettiva a forti tratti psicoti­
ci che rischiava in certe condizioni di palesarsi come tale (quando le di­
fese di superficie di tipo nevrotico finivano per scompensarsi), con
Kemberg l’organizzazione borderline della personalità si configura

13
Civiltà e disagio

come un terzo genere di struttura soggettiva rispetto al dualismo freu­


diano di nevrosi e psicosi.
La concezione kernberghiana della personalità borderline si dichiara
ispirata da un “metodo strutturale”. Ma lo “strutturalismo” di Kern-
berg, diversamente da quello di Lacan, non si nutre affatto di una con-
cettualità strutturalista in senso stretto. Il metodo strutturale di Kern-
berg non è debitore né a Saussure, né a Jakobson o a Foucault, ma si
ispira, secondo la lettura che la psicologia dell’io propone, al carattere
cosiddetto strutturale della seconda topica freudiana: Es, Io, Super-io.
In questa prospettiva, il metodo strutturale di Kernberg stabilisce una
correlazione clinica fondamentale tra le «caratteristiche strutturali del­
l’organizzazione della personalità» e le «caratteristiche strutturali delle
relazioni oggettuali interiorizzate», facendo dipendere le prime dalle
seconde. Con l’espressione “analisi strutturale” Kernberg intende pro­
prio riferirsi alla descrizione del rapporto tra queste due polarità: tra la
polarità delle relazioni oggettuali interiorizzate e i vari livelli di organiz­
zazione del funzionamento psichico della personalità.34 In questo
modo Kernberg si discosta dalla prospettiva giudicata “costituzionali­
sta” di Melanie Klein, la quale non terrebbe conto come si dovrebbe
dell’incidenza del fattore ambientale e finirebbe per schiacciare lo svi­
luppo del soggetto sull’internalizzazione degli oggetti primari equipa­
rati arbitrariamente «a strutture psichiche estremamente complesse»35
e in un unico stadio evolutivo (quello dell’introiezione scissa dell’og­
getto buono e dell’oggetto cattivo). Kernberg invece non vuole mai
perdere di vista la correlazione strutturale tra la costituzione degli og­
getti interni e la qualità effettiva delle relazioni oggettuali, ovvero la
correlazione fondamentale tra mondo interno e realtà esterna, come ti­
tola una sua celebre opera.36
L’insistenza di Kernberg sulla dimensione strutturale della diagnosi
psicoanalitica non punta solo ad assicurare una «maggiore attendibilità
alla diagnosi psichiatrica»,37 ma oppone resistenza a quelle tendenze del­
la psicoanalisi contemporanea che dissolvono l’importanza clinica della
diagnosi e dei suoi fondamenti strutturali nella dialettica transfert-con-

34 Cfr. O. Kernberg, La diagnosi strutturale, in Id., Disturbi gravi della personalità,


Bollati Boringhieri, Torino 1997, p. 17.
35 Cfr. O. Kernberg, La critica della psicologia dell’Io alle posizioni kleiniane, in Id.,
Mondo interno e realtà esterna, Bollati Boringhieri, Torino 1990, pp. 48-49.
36 O. Kernberg, Mondo interno e realtà esterna, cit.
37 Ivi, p. 16.

14
La personalità borderline e la nuova clinica

trotransfert così come si sviluppa in una cura. Egli si appella invece a


una prospettiva più classica che non trascura l’importanza cruciale, nella
clinica, della diagnosi strutturale e differenziale. La sua idea è quella di
considerare la personalità borderline non come un fenomeno di incerta
valutazione diagnostica, ma come una nuova struttura della soggettività.
Questa tripartizione strutturale della clinica psicoanalitica (nevrosi, psi­
cosi, borderline) costituisce il grande contributo teorico di Kernberg. Il
suo presupposto è che la rimozione non rappresenti il processo esclusi­
vo di costituzione dell’inconscio. Si tratta di una teorizzazione che rien­
tra nel contesto più generale del declino della clinica della rimozione che
abbiamo descritto come un vero e proprio tratto epocale della clinica
della contemporaneità.
Mentre Freud aveva messo in evidenza l’irriducibilità della rimozione
nevrotica delle pulsioni a una rimozione di genere diverso (specificata
in seguito da Lacan come forclusione), che non rimuoveva le pulsioni
ma la realtà stessa e che definiva il campo clinico delle psicosi, orientan­
do di conseguenza la clinica psicoanalitica sul fondamento di questa
biforcazione essenziale (nevrosi-psicosi), Kernberg pensa invece che la
non esaustività della rimozione non implichi solo l’organizzazione psi­
cotica della personalità, ma anche quella borderline. Se allora la rimo­
zione e la forclusione costituiscono i processi di costituzione della sog­
gettività nevrotica e psicotica, la scissione costituirà per Kernberg il
processo fondamentale di costituzione della soggettività al limite.38
La scissione non è dunque riducibile alla rimozione nevrotica. La ri­
flessione di Kernberg si inserisce così nel contesto più generale della cli­
nica psicoanalitica contemporanea che è sempre meno una clinica della
rimozione e del ritorno del rimosso - che come tale è una clinica della
rappresentazione simbolica - e sempre più una clinica della difficoltà,
dei limiti, appunto, della rappresentazione simbolica, ovvero una clinica
del reale.
L’opposizione scissione-rimozione diventa così un’opposizione chiave
per comprendere la prospettiva della clinica borderline come espressione
non solo di una organizzazione specifica della personalità ma anche come
espressione di una tendenza immanente alla clinica contemporanea come
clinica al di là della nevrosi.

38 Per essere più precisi Kernberg adotta la categoria di scissione come il fonda­
mento clinico sia delle psicosi che delle personalità borderline: «Le strutture al limite
e psicotica sono presenti in pazienti che mostrano un predominio di operazioni pri­
mitive incentrate sul meccanismo della scissione» (ivi, p. 18).

15
Civiltà e disagio

1.6 Dalla clinica della rimozione alla clinica della scissione

Per Kemberg la scissione, diversamente dalla rimozione freudiana, è un


meccanismo difensivo arcaico che ritroviamo sia nelle psicosi - dove di­
sgrega anche la funzione di esame di realtà - che negli stati al limite -
dove però lascia intatta la funzione di esame di realtà. Ma né la centralità
della scissione nella costituzione della soggettività umana, né il suo dina­
mismo interno è in realtà un contributo originale di Kemberg alla clini­
ca psicoanalitica. L’enfatizzazione teorica della categoria di scissione è
infatti uno dei capisaldi teorici maggiori del lavoro della Klein e della
sua scuola. Se per un verso Kemberg è un critico dell’opera kleiniana,
per un altro però recupera una serie di motivi propri dell’insegnamento
della Klein che si sforza di coniugare con la psicologia dell’io, quali
sono, oltre alla centralità della scissione nella costituzione originaria del­
la soggettività, l’importanza dell’aggressività in rapporto a un Super-io
arcaico, pre-edipico, e, soprattutto, le dinamiche dell’identificazione
proiettiva come effetto della scissione.39
Mentre la rimozione freudiana divide il soggetto ma lascia intatta la
sua facoltà di integrare in se stesso ciò che lo divide - il rimosso non è
semplicemente escluso dalla coscienza, ma è un’esclusione che può es­
sere riassorbita simbolicamente dal soggetto; la rimozione è una divi­
sione del soggetto non irrecuperabile simbolicamente; anzi il tratta­
mento analitico per Freud è un modo per operare un superamento del­
la rimozione -, la scissione mina proprio le facoltà di integrazione del
soggetto. Nelle psicosi ciò si verifica in modo palese: il soggetto non è
in grado di differenziare il mondo interno dalla realtà esterna, né tanto­
meno di far convergere su un solo oggetto amore e odio, bene e male,
investimento libidico e investimento aggressivo-distruttivo; l’impossibi­
lità di realizzare questa differenziazione tra mondo interno e realtà
esterna e di operare una convergenza tra attaccamento e tendenza di­
struttiva, dunque l’impossibilità di rimarginare la scissione, finisce per
far prevalere un’oscillazione senza dialettica tra idealizzazione e svalu­
tazione dell’oggetto.
Secondo Kemberg un doppio compito di integrazione caratterizza lo
sviluppo precoce dell’io:

39 Per avere un’idea più precisa del giudizio di Kemberg sull’opera della Klein,
vedi, in particolare, La critica della psicologia dell’io alle posizioni kleiniane, cit., e Me­
larne Klein e la sua scuola, in Id., Mondo interno e realtà esterna, cit.

16
La personalità borderline e la nuova clinica

differenziare le rappresentazioni del Sé da quelle dell’oggetto, e integrare rap­


presentazioni del Sé e dell’oggetto determinate libidicamente e aggressiva­
mente.40

Mentre nel caso delle psicosi questo doppio compito fallisce integralmen­
te, nelle personalità borderline riesce la prima operazione ma non la se­
conda. Il problema per il soggetto diventa allora quello di trovarsi esposto
a relazioni oggettuali minate da un’aggressività distruttiva di fondo, ag­
gressività che è un effetto dell’impossibilità per il soggetto stesso di accet­
tare - senza contraccolpi negativi - una frustrazione e, di conseguenza,
una disidealizzazione dell’oggetto amato. Kernberg si mantiene sulla linea
della Klein per quel che conceme l’importanza assegnata all’aggressività
distruttiva, ma anziché impiantarla, come fa la Klein,41 su una base “costi­
tuzionale” legata in ultima istanza all’azione della pulsione di morte (Tode-
strieb) di Freud, la collega alle vicende storiche che hanno caratterizzato le
relazioni oggettuali primarie di un soggetto. La pulsione aggressiva non
scaturisce dall’estroflessione della pulsione di morte - come voleva più
freudianamente la Klein - ma dalle relazioni del bambino con l’oggetto
primario (la madre reale). Una madre frustrante, assillante, capricciosa, in­
capace di empatia, sadica e tormentatrice è, secondo Kernberg, «la radice
ultima» della trasformazione della pura reattività rabbiosa in odio «croni­
co e stabile».42 Mentre infatti la rabbia caratterizzerebbe la reazione flut­
tuante e transitoria del soggetto di fronte a esperienze di frustrazione che
fatica a digerire e sarebbe finalizzata al ripristino di una condizione possi­
bile di gratificazione - la reazione rabbiosa vuole «eliminare un ostacolo
alla gratificazione» - l’emergere dell’odio «cronico e stabile» implica una
distorsione profonda delle relazioni oggettuali; la finalità dell’odio non è il
ripristino della gratificazione ma una volontà di distruzione dell’oggetto
come tale. Un’accentuazione eccessiva della pulsione aggressiva - determi­
nata dall’instabilità dell’oggetto primario - è alla base delle personalità
borderline secondo Kernberg. A causa di questa accentuazione, infatti, la
«normale integrazione» delle relazioni oggettuali dissociate («compieta-
mente buone o completamente cattive») risulta profondamente disturba­
ta. L’eccessiva aggressività, infatti, scrive Kernberg, «porta alla fissazione

40 O. Kernberg, La concettualizzazione delle strutture intrapsichiche, in Id., Mondo


interno e realtà esterna, cit., p. 20.
41 Cfr. M. Klein, Invidia e gratitudine, Martinelli, Firenze 1969.
42 Cfr. O. Kernberg, La psicopatologia dell'odio, in Id., Aggressività, disturbi della
personalità, perversioni, Cortina, Milano 1993, p. 32.

17
Civiltà e disagio

su un momento in cui le relazioni oggettuali interiorizzate “completamen­


te buone” o “completamente cattive” non erano integrate, mentre le rap­
presentazioni del Sé e dell’oggetto all’interno di ciascuna di tali relazioni
oggettuali all’insegna del “tutto buono-tutto cattivo” erano differenziate le
une dalle altre. Queste costituiscono - conclude - le condizioni psicostrut­
turali dell’organizzazione borderline di personalità».43
Di qui la prospettiva di fondo che anima il lavoro clinico di Kernberg:
ciò che lo interessa non è tanto il deficit intrinseco a tali soggetti (deficit,
ad esempio, di identità, che li esporrebbe al rischio di scompensazioni psi­
cotiche), quanto la specificità dei loro meccanismi difensivi. È su questo
punto che si concentra il discorso kemberghiano: esistono meccanismi di
difesa specifici che qualificano una personalità borderline e che sono dia­
gnosticamente rilevabili. Kernberg ne individua almeno cinque: scissione;
idealizzazione primitiva; identificazione proiettiva; negazione primitiva;
onnipotenza e svalutazione. In questa serie, occorre notare che è la scissio­
ne il meccanismo di difesa fondamentale di cui tutti gli altri sono delle va­
rianti secondarie.44
L’attività di questi meccanismi e, in particolare, della scissione manifesta
l’incapacità del soggetto di presiedere alle due operazioni fondamentali
che esso è tenuto a compiere al fine di adattarsi alla realtà esterna e che
sono, come abbiamo già ricordato, la differenziazione delle rappresenta­
zioni del Sé da quelle oggettuali e la loro integrazione con le corrispon­
denti rappresentazioni del Sé e degli oggetti che vengono costruite sotto
l’influenza di derivazioni libidiche positive o aggressive. È infatti questo
doppio movimento di differenziazione e di integrazione (della realtà inter­
na da quella esterna e dell’aggressività dall’attaccamento libidico) a rende­
re possibile, da una parte, l’instaurazione del principio di realtà (in questo
primo movimento svolgono un ruolo decisivo gli apparati dell’autonomia
primaria legati alla percezione e all’attività della memoria) e, dall’altra, la
realizzazione di una sintesi tra l’investimento libidico e l’aggressività pre­
genitale tendenzialmente distruttiva. Negli stati al limite ciò che si realizza,
secondo Kernberg, è solamente la prima di queste operazioni (quella della
differenziazione tra interno ed esterno, me e non-me, mondo interno e
realtà esterna). Diversamente dalle psicosi, nelle quali ciò che fallisce è la
demarcazione originaria tra interno ed esterno (ovvero la demarcazione
della «rimozione originaria» per Freud, della «barriera di contatto» per
Bion, della sbarra del Nome-del-Padre sul Desiderio della madre per La-

43 Ivi, p. 34.
44 O. Kernberg, Sindromi marginali e narcisismo patologico, cit., pp. 53-58.

18
La personalità borderline e la nuova clinica

can), nel borderline v’è una conservazione del giudizio di realtà, mentre
l’operazione che resta in impasse è quella relativa all’integrazione delle
rappresentazioni del Sé e di quelle oggettuali con i corrispondenti vissuti
soggettivi. Il nocciolo duro del borderline kemberghiano è in effetti l’inca­
pacità del soggetto di realizzare un’integrazione tra le rappresentazioni og­
gettuali e le rappresentazioni del proprio Sé. La possibilità di integrazione
viene infatti vissuta dal soggetto come una minaccia di disintegrazione-
persecuzione poiché troppo intensa è la spinta aggressivo-distruttiva che
anima il soggetto. Questa spinta - esacerbata da un’instabilità primaria
dell’Altro materno - può essere contenuta attraverso la scissione, ovvero
solo scindendo le buone e le cattive rappresentazioni del Sé e degli oggetti
il soggetto può far sopravvivere un legame libidico al di là della distruzio­
ne totale che minaccia l’esistenza di ogni legame. Non si tratta dunque di
un deficit cognitivo nell’integrazione, ma di un’attività di scissione partico­
larmente intensa, sostenuta rigidamente dal soggetto per garantirsi la pos­
sibilità di sopravvivere alla propria cieca distruttività che gli rimbalza ad­
dosso col segno invertito della persecuzione dell’altro.
Come si è già accennato, la scissione come meccanismo difensivo ar­
caico è un tema classicamente kleiniano. Nella posizione cosiddetta
“schizoparanoide”, la scissione degli oggetti buoni e gratificanti da quel­
li cattivi e persecutori è per il soggetto l’unica condizione per non essere
travolto e sommerso dalla propria aggressività distruttrice che, per un
effetto di ritorno, rimbalza, dopo essere stata esternalizzata, sul soggetto
medesimo. La scissione come difesa cerca di salvare gli oggetti buoni da
quest’ondata aggressiva e dal suo ritorno sul soggetto.
L’impianto teorico di fondo sul quale Kemberg costruisce il proprio
modello concettuale scaturisce in effetti da un’operazione particolare, ov­
vero dal tentativo di integrare due correnti della storia della psicoanalisi
contemporanea notoriamente antitetiche, quella annafreudiana e quella
kleiniana. I motivi di questa storica contrapposizione sono complessi ma
possono sintetizzarsi nell’opzione compiuta da Anna Freud nei confronti
dell’io e dei suoi meccanismi di difesa (è questo, tra l’altro, il titolo dell’o­
pera più nota della figlia di Freud: L’Io e i meccanismi di difesa) e nell’op­
zione compiuta da Melarne Klein e dalla sua scuola nei confronti della di­
mensione dell’inconscio e delle sue produzioni fantasmatiche arcaiche. La
prima opzione conduce a valorizzare la portata integrativo-maturativa (dal
punto di vista pulsionale: genitale) dell’io, mentre la seconda mette l’ac­
cento sulle funzioni arcaiche delle difese inconsce e sui processi primari
della simbolizzazione (dal punto di vista pulsionale: pregenitali).
Nella costruzione del proprio modello teorico Kemberg si sforza di far

19
Civiltà e disagio

dialogare questi due sistemi, pur riconoscendo di appartenere a quello del­


la psicologia dell’io che da Anna Freud si congiunge con Kris, Loewen-
stein, Hartmann e si sviluppa ulteriormente in autori come Margareth
Mahler ed Edith Jacobson, per fare solo due ma significativi nomi.
Il modello kleiniano, nonostante le critiche che Kernberg non gli ri­
sparmia, offre in realtà lo schema generale della dialettica di introiezio-
ne/proiezione e della funzione della scissione nei meccanismi di difesa
più arcaici, attraverso il quale Kernberg costruisce la genesi del soggetto.
La tesi della Klein è che il mondo delle relazioni intersoggettive, e più in
generale il rapporto del soggetto con la realtà esterna, si strutturi sull’effet­
to di rimbalzo di una estemalizzazione originaria da parte del soggetto dei
suoi moti pulsionali pregenitali di natura fondamentalmente aggressiva.
Questa proiezione dell’aggressività verso il mondo esterno genera un suo
ritorno fantasmatico nella forma di un’animazione persecutoria della
realtà esterna. Più è potente e incontrastata l’aggressività proiettata, più è
intenso e ingovernabile il ritorno persecutorio e il senso di minaccia perce­
pito dal soggetto. In questo senso il mondo esterno riflette specularmente
il mondo interno. Per sottrarre gli oggetti buoni e gratificanti (il “seno
buono”, secondo la Klein) da questo ritorno sul soggetto dell’onda aggres­
siva proiettata all’esterno, diventa necessario per il soggetto stesso ricorre­
re dapprima a una scissione degli oggetti buoni dagli oggetti cattivi e dalle
spinte pulsionali ad essi connesse. E questa precisamente la posizione
schizoparanoide che costituisce una tappa strutturale nello sviluppo del
soggetto secondo la Klein. L’oggetto buono è l’oggetto presente, che grati­
fica con la sua presenza ed è amato e sa amare proprio per questo. L’og­
getto cattivo è invece l’oggetto che non c’è e che è odiato e, di conseguen­
za, capace d’odio proprio per questo. Il modello originario che schematiz­
za questa relazione è quello della relazione (orale) bambino-seno. Per usci­
re dalla specularità schizoparanoide è necessario operare una sintesi di ciò
che sino a ora è stato costantemente mantenuto diviso. Il soggetto speri­
menta vissuti di angoscia non più causati dall’oggetto cattivo e persecuto­
rio ma suscitati dal timore di aver danneggiato in modo irreparabile l’og­
getto d’amore, che il bambino identifica con il corpo e il desiderio della
madre. In questo modo al centro della scena non c’è più l’oggetto parziale
ma l’oggetto totale costituito daU’Altro materno in quanto tale. E la cosid­
detta posizione depressiva che inaugura la possibilità per il soggetto di
sperimentare relazioni oggettuali non compromesse dalla dinamica imma­
ginaria dell’identificazione proiettiva.
Questa costruzione kleiniana passa sotterraneamente nel sistema di
Kernberg, ma quando questi deve appoggiare la propria costruzione su

20
La personalità borderline e la nuova clinica

un modello evolutivo non sceglie apertamente quello kleiniano. Piutto­


sto si rivolge a quello della Mahler e della Jacobson. Valendosi dei termi­
ni della Mahler, Kernberg prova a definire lo scacco nelle tappe dello
sviluppo per il soggetto borderline non nella fase della prima simbiosi
(arresto evolutivo definito come causa delle psicosi), ma in quella della
cosiddetta “separazione-individuazione”. Precisamente in un periodo
che segue quello dell’uscita dalla simbiosi con l’Altro materno (uscita
che dunque esclude l’ipotesi della psicosi) ma che precede ancora quello
della costanza dell’oggetto il cui raggiungimento è, per la Mahler, la con­
dizione affinché ci sia una tenuta stabile e non dissociata del soggetto.
Nello schema psicoevolutivo della Mahler questo stadio si realizza intor­
no al quarto anno di vita, dunque in un periodo dominato dalle vicende
edipiche.45 Il suo mancato raggiungimento, come avviene nel caso dei
soggetti borderline, caratterizza l’esistenza di esperienze costantemente
dissociate, non integrate, incoerenti poiché manca un principio di stabi­
lità sul quale il soggetto possa strutturarsi. Così avviene per il Super-io.
A questo proposito Kernberg teorizza una sua «mancata integrazione»
nelle personalità borderline appoggiandosi sulla teorizzazione di Edith
Jacobson relativamente al processo di formazione del Super-io.
Secondo la Jacobson esistono tre tornanti fondamentali nella formazio­
ne del Super-io: il primo, il più arcaico, è costituito dall’interiorizzazione
di precursori sadici del Super-io che riflettono l’introiezione nel bambino
di oggetti cattivi, sadici e repressivi, a partire dall’esperienza di una madre
frustrante e non sufficientemente accogliente. Si tratta di una rappresenta­
zione feroce e aggressiva del Super-io che ritroviamo anche nella descrizio­
ne del Super-io di matrice materna, pre-edipica, teorizzato dalla Klein. Il
secondo tornante concerne il tempo di costituzione dell’ideale dell’io, nel
quale il bambino integra l’oggetto cattivo con quello buono, dunque strut­
tura una rappresentazione ideale di sé e dell’Altro. Infine il terzo tornante
riguarda la modulazione più realistica delle caratteristiche repressive e im­
perative del Super-io che consentono una versione più adeguata e meno
immaginaria dell’Altro genitoriale.46

45 Per tutti questi riferimenti, vedi M. Mahler, La nascita psicologica del bambino,
Boringhieri, Torino 1978.
46 Cfr. E. Jacobson, I conflitti istitintuali ed emotivi dell'adolescente e il rimodella­
mento e la crescita delle sue strutture psicotiche, in Id., Il Sé e il mondo oggettuale,
Martinelli, Firenze 1964, pp. 169-190. Per la ripresa kemberghiana di questa teoriz­
zazione, vedi in particolare O. Kemberg, Aspetti clinici della patologia grave del Su­
per-io, in Id., Disturbi gravi della personalità, cit., pp. 312-327.

21
Civiltà e disagio

La tesi di Kemberg è che l’accentuazione dell’impatto coi precursori


sadici del Super-io impedisca nelle personalità borderline di consolidare
un Super-io positivo e realistico. E questo un tratto fondamentale della
descrizione kemberghiana degli stati al limite: la dimensione del senso
di colpa, dell’imperativo morale, della minaccia della punizione anziché
essere sintetizzata in un ordine morale coerente, sufficientemente dialet­
tico, anziché dar luogo all’edificazione simbolica dell’ideale dell’io come
risultato di un’identificazione pacificante con il volto umano della Leg­
ge, dà luogo piuttosto a una versione tirannico-aggressiva, arcaica, klei-
niana, del Super-io che subordina il soggetto a una Legge impazzita e
priva di ratio che finisce per perseguitarlo. E questo un altro punto di
contatto tra la clinica del borderline e la clinica delle psicosi; in entram­
be il Super-io appare “menomato”, “non integrato”. In particolare, se­
condo Kemberg, nelle personalità borderline il Super-io o sembra total­
mente assente, pregiudicando in questo modo la costituzione del mondo
morale e le possibilità stesse del senso del limite e del sentimento di col­
pa («l’io in questi casi è incapace di provare colpa»),47 oppure si sadiciz-
za radicalmente, nel senso che diventa agente di un’aggressività diretta
nei confronti del soggetto stesso.

1.7 I due tratti della struttura borderline:


«dispersione dell’identità» e «vuoto cronico»

I due motivi dominanti nella personalità borderline secondo Kemberg


sono quello della «dispersione dell’identità» e quello del «vuoto croni­
co». Questi due motivi, accanto al predominio della scissione come
meccanismo di difesa e alla conservazione della funzione dell’esame di
realtà, costituiscono le condizioni basali per una diagnosi di personalità
borderline.
Il motivo della «dispersione d’identità» indica l’assenza di un “centro”
identificatorio che permetta al soggetto, come avviene nelle nevrosi, di
strutturare un “Io forte”, dai confini definiti e con capacità di integrazio­
ne delle prime relazioni oggettuali e delle loro identificazioni. Il senso
della continuità del proprio essere risulta da questa integrazione del Sé
con le rappresentazioni oggettuali scaturite dall’incontro con gli altri. La
«mancanza di un concetto integrato di Sé e di un vero concetto stabile di

47 O. Kemberg, Sindromi marginali e narcisismo patologico, cit., p. 60.

22
La personalità borderline e la nuova clinica

oggetti totali in rapporto col Sé»48 - conseguenza diretta dell’uso eccessi­


vo della scissione - definisce la dispersione borderline dell’identità. Non
si tratta, come nel caso delle psicosi - secondo la lezione di Paul Fedem
- di una mancata definizione dei confini dell’io, quanto di una difficoltà
di integrazione nell’io delle proprie relazioni oggettuali. Non possiamo
in altri termini associare la sindrome della dispersione d’identità con
quella della frammentazione - ad esempio con l’idea lacaniana del «cor­
po in frammenti» - che caratterizza invece le psicosi. A fondamento del­
la dispersione d’identità non c’è la forclusione psicotica ma un uso ecces­
sivo della scissione. Nondimeno Kernberg intende differenziare la di­
spersione dell’identità anche dalla “crisi di identità” che caratterizza in­
vece l’adolescenza. Anche nell’adolescenza ci troviamo di fronte a rapidi
cambiamenti nelle identificazioni, ma questi cambiamenti non devono
essere presi necessariamente come una manifestazione clinica della sin­
drome della dispersione dell’identità.49 Mentre le mute identifìcatorie
nell’adolescenza possono essere anche solo un tratto tipico di un norma­
le processo evolutivo - la cosiddetta “crisi d’identità” - nel caso della di­
spersione d’identità si tratta invece di una sindrome narcisistica vera e
propria, nel senso che questi pazienti, in assenza di un “Io stabile” - ri­
sultato di un’identificazione edipica - ricorrono a «identificazioni con­
traddittorie e dissociate le une dalle altre»50 che provano a compensare
questa difficoltà di integrazione. La loro adattabilità camaleontica costi­
tuisce in realtà un “guscio vuoto” che la riflessione di Helene Deutsch e
di Donald Winnicott sulle personalità “come se” e sul “falso Sé” aveva
già isolato come manifestazione dell’esigenza di questi soggetti di trovare
un riparo, una difesa narcisistica di fronte alla propria inconsistenza di
fondo. L’identità soggettiva si disperde in queste identificazioni desog­
gettivate che però offrono al soggetto un sostegno e una difesa per lui vi­
tali. Il terapeuta impegnato con questi pazienti non può che notare, sul
lato del cosiddetto controtransfert, che «non può provare empatia affet­
tiva», che incontra sul lato del paziente «un’incapacità di comunicare»
autenticamente i propri vissuti.51
Il secondo motivo dominante nelle personalità borderline è il motivo
del vuoto. Il vuoto a cui si riferisce Kernberg è un vuoto radicale, un vuo­

48 Ivi, p. 63.
49 Cfr. O. Kernberg, La diagnosi differenziale nell'adolescenza, in Id., Disturbi gravi
della personalità, cit., pp. 67-83.
50Itó.
51 Cfr. O. Kernberg, La diagnosi strutturale, cit., p. 25.

23
Civiltà e disagio

to senza nome - simile in questo al vuoto innominabile che si ritrova nel­


le psicosi - che viene vissuto dal soggetto come “cronico”. Qui “cronico”
va inteso nel senso che il vuoto sperimentato dal soggetto non è in rap­
porto a vicende oggettuali (separazioni, abbandoni, fallimenti, perdite
ecc.), ma definisce la stoffa stessa di cui sembra fatto 1 essere del soggetto.

L’esperienza soggettiva del vuoto rappresenta una perdita temporanea o per­


manente del normale rapporto del Sé con le rappresentazioni oggettuali, vale
a dire col mondo di oggetti interiori che fissa intrapsichicamente le esperienze
significative con gli altri e costituisce una componente fondamentale dell’i­
dentità dell’io?2

L’inclinazione compulsiva all’agire (iperattivismo, vita sessuale sregolata,


uso di droghe, violenza, alcolismo, bulimia ecc.) o l’identificazione sper­
sonalizzata a ruoli rigidi, a uno «stile di vita meccanico», sembrano costi­
tuire i rimedi a cui ricorrono più frequentemente i soggetti borderline.52 53
Il vuoto cronico rivela l’incapacità dei soggetti borderline di stabilire rela­
zioni oggettuali autentiche, investite libidicamente. In realtà un narcisi­
smo grandioso e patologico è alla base di queste personalità e impedisce
loro di avvicinare effettivamente l’alterità dell’Altro.

1.8 Problematica critica

La teoria kemberghiana pretende di istituire il borderline come una ca­


tegoria psicopatologica a sé stante. Ma quello che si può notare è che la
descrizione “strutturale” e “genetica” di Kernberg finisce per isolare dei
tratti sintomatici (angoscia cronica, impulsività, dispersione dell’identità,
depressione, condotte perverse, passaggi all’atto) che di per sé non
emancipano affatto la diagnosi dal piano di una fenomenologia descritti­
va. Per questo gli sforzi di teorizzazione intorno al borderline come cate­
goria clinico-psicopatologica autonoma non evitano un suo scivolamen­
to verso la nevrosi o la psicosi. Più che una nuova struttura della perso­
nalità la problematica borderline mette dunque in evidenza il declino
della centralità della clinica delle nevrosi e la necessità di reperire un
nuovo modello metapsicologico per inquadrare i sintomi contempora­

52 Cfr. O. Kernberg, Soggettiva “esperienza di vuoto”, in Id., Sindromi marginali e


narcisismo patologico, cit., pp. 227.
53 Ivi, p. 222.

24
La personalità borderline e la nuova clinica

nei. La nostra ipotesi è che la clinica contemporanea sia come tale, nel
suo insieme variegato, una clinica borderline, una clinica del reale in pe­
nuria di simbolico, ovvero una clinica che necessita di un nuovo inqua­
dramento concettuale poiché le coordinate edipiche che consentivano di
operare nella clinica classica delle nevrosi si sono oggi storicamente
complessificate.5455
Una nozione così intesa di clinica borderline prescinde
dall’idea della personalità borderline come terzo genere di personalità ri­
spetto a quella nevrotica o psicotica, ma indica difficoltà specifiche della
diagnosi e della cura nell’epoca contemporanea nella quale la nevrosi e
l’armatura edipica del sintomo non sono più al centro della scena. Dun­
que la clinica borderline può chiarire la presenza di nuove forme del sin­
tomo (anoressie, depressioni, tossicomanie, attacchi di panico) che non
sono direttamente e facilmente riconducibili alla clinica classica della ne­
vrosi senza configurare però l’esistenza di una nuova struttura di perso­
nalità.
Gli esempi di Christopher Bollas e di André Green mostrano con evi­
denza l’aporia di cui parliamo. Con i contributi del primo si sviluppa
una critica efficace e razionale all’io inflattivo della categoria di border­
line che in molti casi non è altro che una difficoltà del clinico a ricono­
scere le forme contemporanee dell’isteria. Con quelli del secondo, inve­
ce, si delinea un programma teorico che individua nello stato al limite
uno stato intermedio rispetto a nevrosi e psicosi, anche se, di fatto, si fi­
nisce per spostare l’asse teorico sul lato di una clinica delle nuove psico­
si?5 Nel primo caso la categoria di borderline usurperebbe quella dell’i­
steria, ingiustamente archiviata dai DSM più recenti, mentre nel secondo
caso definirebbe in ultima istanza una nuova forma di psicosi mostrando
così la sua difficoltà intrinseca a consistere effettivamente come catego­
ria psicopatologica autonoma.

1.9 La psicosi bianca di André Green

La specificità del lavoro clinico di Green sugli stati al limite consiste nel
considerare l’angoscia che contraddistingue i pazienti borderline - ango­
scia non di castrazione, precisa Green, ma «di separazione e di intrusio­
ne» - non tanto in relazione alla dimensione del desiderio - dimensione

54 Cfr. M. Recalcati, Clinica del vuoto, cit.


55 Sul tema delle nuove psicosi vedi il cap. 4.

25
Civiltà e disagio

che resta centrale nella clinica classica delle nevrosi - ma, più bioniana-
mente, su quella della «formazione del pensiero».56 Con la categoria di
«psicosi bianca» Green intende definire proprio la condizione di un li­
vello di funzionamento psicotico del soggetto che non si esplica in ma­
niera manifesta attraverso i fenomeni elementari dei deliri e delle alluci-
nazioni, ma per la via negativa di un «vuoto di pensiero», di una diffi­
coltà di simbolizzazione dell’assenza dell’oggetto, la quale comporta l’e­
sistenza costante «di un oggetto intnisivamente presente».57 Ma poiché
l’oggetto non si assentifica ma si mantiene in un’aderenza costante con il
soggetto, la possibilità stessa del pensiero è ostacolata:

L’effetto è qui la paralisi del pensiero, che si traduce in un’ipocondria negativa


del corpo, in particolare della testa: impressione di testa vuota, di un buco nel­
l’attività mentale, impossibilità di concentrarsi, di memorizzare, etc.58

In realtà André Green introduce il concetto di «psicosi bianca» non


come una “famiglia” clinica delle psicosi, ma per caratterizzare una par­
ticolare posizione del soggetto irriducibile sia alla nevrosi che alla psico­
si. La psicosi bianca è infatti quella psicosi «senza psicosi in cui l’analisi
ci fa accedere all’ombelico della psicosi»,59 una sorta di «struttura matri­
ciale» della psicosi senza che ve ne sia necessariamente la manifestazione
palese. Come si vede è questo il problema clinico sottostante alla catego­
ria del borderline: irriducibilità alla nevrosi, ma assenza di indici diagno­
stici evidenti di una psicosi strutturale.
La psicosi bianca è bianca come lo schermo in cui si proietta un sogno
o un film, o come il foglio sul quale si scrive, dove il bianco non si vede
se non si sospende l’attività della rappresentazione. Ma cos’è il bianco
che non si vede, il bianco invisibile coperto dalle attività della rappresen­
tazione, si chiede Green?
Questo bianco è un vuoto, un vuoto strutturale del pensiero. Perché vi
sia pensiero è necessaria l’elaborazione dell’esperienza reale della frustra­
zione (è questo un punto in cui convergono, secondo Green, le ipotesi di
Winnicott e Bion). E solo l’incontro “frustrante” con il non-seno che può
generare l’attività di pensiero. Se il soggetto sceglie la via del rifiuto della
frustrazione, allora entra nel campo della psicosi: non ce elaborazione

56 A. Green, fanalista, la simbolizzazione e l'assenza nelsetting analitico, cit., p. 68.


57 Ivi, p. 69.
58 Ivi, p. 70.
59 A. Green, La psicosi bianca, Boria, Roma 1992, p. 221.

26
La personalità borderline e la nuova clinica

simbolica della frustrazione, ma un suo rifiuto radicale attraverso l’alluci­


nazione. Perché vi sia pensiero è necessaria invece la costituzione di un’a­
rea transizionale, un’area di “solitudine”, come affermava Winnicott.
L’assenza dell’Altro materno deve potersi verificare lasciando al bambino
la possibilità di simbolizzare questa mancanza. Il fallimento di quest’area
transizionale, di questa solitudine costruttiva, sarebbe all’origine della
psicosi bianca. Allora il soggetto, nell’impossibilità di separarsi dall’Altro,
appare, come scrive Green, «sequestrato dall’oggetto cattivo». La costitu­
zione dei legami simbolici tra i diversi contenuti dell’esperienza è impedi­
ta: in primo piano c’è solo un profondo vuoto di pensiero. Siamo di fron­
te al nucleo bianco della psicosi: il pensiero è perseguitato, per così dire,
dalla pulsione. L’oggetto cattivo sospinge infatti il soggetto a un’incessan­
te attività di evacuazione, di svuotamento (identificazione proiettiva),
senza che però possa mai raggiungere il suo obiettivo. L’oggetto non è as­
sente, ma presente in modo assoluto e coercitivo. E un oggetto tirannico,
presentificazione dell’imperativo sadico-arcaico del Super-io. Come affer­
ma in un altro contesto teorico Lacan, l’oggetto (a) non è ritagliato e loca­
lizzato dal significante ma aderisce al soggetto, nel senso che il soggetto vi
coincide essendo l’oggetto del godimento dell’Altro.
Il nucleo bianco della psicosi è per Green l’effetto di una saturazione al
posto di una non saturazione. E mancata l’esperienza della mancanza,
come Lacan ricorda avvenga a proposito degli stati d’angoscia.60 Non c’è
stata perdita dell’oggetto ma l’oggetto parassita il soggetto e gli si impone
in modo allucinatorio. Di qui la paralisi del pensiero che non può pensa­
re a causa di un troppo pieno nocivo al soggetto.
Il lavoro di Green risulta dunque nel suo insieme fortemente condi­
zionato dall’opera di Winnicott e di Bion, in particolare dove sostiene
l’idea che la psicosi sia una disgregazione radicale dell’attività di pensie­
ro, causata da un’aggressione della pulsione ai danni dell’apparato per
pensare. Nella fenomenologia della psicosi il delirio designa in effetti un
«imballamento del pensiero» e delle sue possibilità creative. Da un pun­
to di vista lacaniano questo «imballamento» segnala un disordine fonda­
mentale nell’ordine simbolico: il simbolo non uccide la Cosa ma vi si
trova sopraffatto come da un eccesso di presenza della Cosa, da un di­
fetto del suo trattamento significante. Tale impasse del pensiero si speci­
fica o in un eccesso di pensiero, dove tutto sembra essere pieno di senso,
dove tutto è segno di un senso che si rivolge costantemente e persecuto-
riamente al soggetto, oppure in un difetto radicale di pensiero che carat­

60 Cfr. J. Lacan, LeSéminaire. Livre X. Langoisse (1962-63), Seuil, Paris 2005.

27
Civiltà e disagio

terizza certi stati psicotici di frammentazione nei quali non c’è senso ma
assenza inerte di senso e di pensiero. Sono questi, precisa Green, i «due
aspetti fondamentali della psicosi». Nel primo caso avremo una specie
di surriscaldamento semantico, un’iperattività di significazione, mentre
nel secondo una depressione profonda, una «paralisi del pensiero», uno
stato di assenza, di pietrificazione, di vuoto, di gelo semantico. Ma anche
questa oscillazione tra un eccesso di presenza del senso e una sua ritra­
zione radicale che finisce per gettare il soggetto in un vuoto infinito è
qualcosa che abbiamo già incontrato nel presidente Schreber di Freud,
riletto da Lacan, come effetto dell’andirivieni di Dio sul soggetto: quan­
do Dio è troppo presente nella sua oscena voluttà il soggetto è persegui­
tato, quando invece si ritrae il soggetto è morto.61 Questa oscillazione
non distilla forse l’essenziale del ragionamento di Green?
La psicosi come patologia del pensiero è una definizione che Green ri­
cava dalla lettura di Bion e dall’importanza che questi assegna alla genesi
del pensiero nella costituzione della soggettività. Questa accentuazione
della funzione del pensiero precisa anche la posizione dell’analista nella
cura: esercitare la funzione di contenitore rispetto al debordamento deli­
rante del senso (eccesso di senso = attività analitica di regolazione e limi­
tazione) e di tessitore di nessi e legami rispetto alla sua pietrificazione
depressiva (assenza di senso = attività analitica di costruzione del senso).
Se, infatti, nella clinica delle nevrosi il punto pivot attorno a cui gravita­
no le produzioni sintomatiche era l’angoscia di castrazione, nella clinica
degli stati-limite questo punto pivot diventa secondo Green l’angoscia di
separazione e l’angoscia di intrusione. E se, nella clinica delle nevrosi, se­
guendo l’insegnamento di Freud, il conflitto che divide il soggetto era
quello tra Legge e desiderio, tra principio di realtà e principio di piacere,
negli stati-limite il conflitto diventa piuttosto quello tra pulsione e pensie­
ro. Ma in questo ragionamento Green finisce per spostare decisamente la
problematica delle personalità borderline verso la clinica delle psicosi.
Anche se, come teorizza, nella psicosi bianca bisogna considerare che c’è
l’Edipo, che c’è triangolazione edipica, tuttavia non c’è quell’articolazio­
ne della soggettivazione tramite il desiderio e l’identificazione come acca­
de invece nelle forme compiute dell’Edipo. In questa triangolazione pa­
dre e madre appaiono come declassati dalla loro funzione simbolica (le­
gata alla sessuazione del soggetto) e ridotti a una coppia di oggetti regola­
ta dai criteri buono-cattivo e presente-assente. Il problema è che il buono

61 Cfr. A. Di Ciaccia, M. Recalcati, Jacques Lacan, cit.

28
La personalità borderline e la nuova clinica

è sempre assente, idealizzato, fuori portata, inaccessibile, mentre il cattivo


esercita una presenza ossessionante e invadente sul soggetto. L’effetto di
questa scissione che permea i rapporti oggettuali realizza un potente at­
tacco al pensiero. L’assenza della Cosa - che è per Bion la condizione es­
senziale della possibilità stessa del pensiero - non si è prodotta, l’oggetto
è rimasto appiccicato al soggetto e ha tolto la possibilità di articolazione
al pensiero.62
Lo stato al limite indica allora questo oscuramento dello spazio poten­
ziale (Winnicott) che rende possibile la differenziazione tra il soggetto e
l’oggetto, l’interno e l’esterno, non secondo la logica irrigidita e mani­
chea dell’opposizione senza dialettica che contraddistingue, appunto, il
borderline, ma in quella di una loro integrazione reciproca. E questo il
grande merito di Winnicott: aver mostrato non solamente l’incidenza
dell’esterno (l’Altro materno) sull’interno, quanto l’interdipendenza del­
l’interno e dell’esterno.
La posizione dell’analista nella cura è, nel suo fondo, una riabilitazione
della posizione materna nella sua funzione contenitrice, di sostegno, di
holding winnicottiano. Green la specifica a livello dell’azione di pensiero.
L’azione dell’analista è quella di rendere attivi i cosiddetti processi terziari
(non primari, né secondari), ovvero quei processi che rendono possibili
nuovi legami simbolici tra i processi primari e quelli secondari.
Lo stato limite indica dunque, nella prospettiva di Green, il fallimento
dell’area transizionale. I sintomi che si producono non hanno tanto rap­
porto con la rimozione quanto con una supplenza fallimentare dell’og­
getto transizionale. L’esempio clinico più evidente è quello delle tossico-
dipendenze, dove la sostanza incatena persecutoriamente il soggetto ma,
insieme, lo ripara dall’angoscia di separazione.

1.10 II contributo di Christopher Bollas

Christopher Bollas può essere assunto come contrappunto critico agli esiti
a cui sbocca la riflessione di Green. Se Green finisce per sospingere la ca-

62 Sulla causalità psichica di questo processo le strade di Bion-Green e di Lacan si


separano nettamente: i primi insistono sulla carenza della funzione materna incapace
di sostenere il bambino di fronte all’esperienza della frustrazione - dunque dell’as­
senza della Cosa -, mentre per Lacan e la sua scuola la ragione strutturale dell’eclissi
psicotica del soggetto è da ricercarsi a livello dell’azione del simbolico sul reale della
Cosa, ovvero in un difetto fondamentale di questa azione.

29
Civiltà e disagio

tegoria di borderline verso la clinica delle psicosi, Bollas intende reagire a


un uso inflattivo della diagnosi di borderline mostrando come un ripensa­
mento rigoroso della clinica dell’isteria possa includere nei suoi quadri
certi casi diagnosticati come borderline. Negli interventi tenuti presso l’In-
stitute of Contemporary Psychotherapy di New York tra il 1987 e il 1996
Bollas s’impegna in un rinnovamento della clinica contemporanea dell’i­
steria in polemica con l’egemonia diagnostica della categoria di borderli­
ne: il significante borderline ha infatti generato una rimozione dell’isteria
che si tratta invece di ricuperare.63
Il soggetto isterico, per Bollas, patisce una fissazione arcaica all’ogget­
to primario che limita e mutila la libertà inconscia del soggetto stesso.64
La fonte dell’oggetto primario - sostiene Bollas riallacciandosi in questo
modo a una tradizione teorica della psicoanalisi dopo Freud che da
Winnicott giunge sino a Bion, ma integrandola con una mediazione per­
sonale di Laplanche e Lacan - sono le relazioni madre-bambino. L’in­
conscio materno, diversamente che per i kleiniani, svolge per Bollas
un’azione attiva nel produrre l’inconscio del bambino; la madre non è
solamente il contenitore degli oggetti interni che il bambino proietta al­
l’esterno ma è anche l’oggetto primario che abita l’inconscio del bambi­
no, nel senso preciso per cui l’inconscio del bambino sarà composto da
«rappresentazioni di cosa», ovvero dalle

tracce dell’esperienza che il Sé ha della madre [...] pertanto, non soltanto l’in­
conscio è modellato sull’impatto della madre in quanto cosa, ma il sistema in­
conscio mantiene questa madre dentro di sé per il resto della vita 65

Bollas costruisce così una clinica differenziale del soggetto a partire dalle
configurazioni assunte dalle tracce che l’inconscio materno e le sue ma­
nifestazioni sedimentano nel bambino. Nel caso della personalità narci­
sistica la madre è stata percepita come contrassegnata da un’instabilità
di fondo. Il bambino risolve il problema attraverso un massiccio investi­
mento su una parte idealizzata di sé che viene a prendere il posto dall’al­
tro materno. La scelta d’oggetto mirerà a selezionare un oggetto in gra­
do di riflettere questa immagine narcisistica del soggetto. Quando però
questo rispecchiamento non si realizza appaiono vissuti di angoscia e di
derelizione che riconducono il soggetto di fronte alla potenza annichi-

63 Queste lezioni costituiscono il nucleo di C. Bollas, Isteria, Cortina, Milano 2001.


64 Ivi, pp. 4 e 230.
65 Ivi, p. 53.

30
La personalità borderline e la nuova clinica

lente dell’oggetto materno. Nel caso invece del carattere schizoide la


madre si è presentata nella forma di un altro intrusivo. Al vuoto che ani­
ma il soggetto narcisista si sostituisce in questo caso un troppo pieno da­
gli effetti devastanti: il soggetto schizoide non insegue l’oggetto che lo
può mantenere in armonia col proprio ideale ma preferisce il distacco
emotivo. Per il soggetto borderline invece la traccia della relazione pri­
maria con l’oggetto materno si è fissata come traccia di una “turbolen­
za” continua. Il bambino ha sperimentato una presenza materna che an­
ziché trasmettere un sentimento di continuità dell’essere (per utilizzare
una formula di Winnicott) ha invaso il soggetto con una «miscela di
shock, ansia e rabbia»;66 il paziente borderline si troverà così vincolato a
ripetere incessantemente questa turbolenza delle origini. Diversamente
dalle figure cliniche della personalità narcisistica, del carattere schizoide
e delle personalità borderline, il soggetto isterico ha incontrato il deside­
rio dell’Altro - è una categoria lacaniana utilizzata apertamente da Bol-
las -, solo che lo ha incontrato nel suo carattere parziale, nel senso che
«il desiderio materno» esclude «il corpo sessuale del bambino».67
La difficoltà a sessualizzare il proprio corpo o, più precisamente, a
soggettivare la sessualizzazione del proprio corpo, come nucleo psicopa­
tologico dell’isteria, deriva da questo rifiuto materno nei confronti della
crescita sessuale del bambino. Per questa ragione la sessualità dell’isteri­
co «può realizzarsi solo se il corpo non viene preso in considerazione»,68
dunque solo in una divisione fondamentale tra sesso e amore, tra carnale
e spirituale, tra disgusto e idealizzazione.69 Questa divisione tende a in­
carnarsi secondo due forme fondamentali che Bollas definisce come
«isteria da pulsione di morte» e «isteria da pulsione di vita». Nella pri­
ma, l’isterica

prende la strada dell’ascetismo, attaccando la sessualità del Sé al fine di


schiacciare ai poli il desiderio materno (se è esistito) e la sessualità genitoriale
[...]. L’isteria ascetica trae la propria passione dal disinvestimento materno del

66 Ivi, p. 8.
67 Ivi, p. 11.
68 Ivi, p. 29.
69 L’appello inconscio rivolto alla madre perché possa assumere il corpo sessuale
del soggetto prende tendenzialmente le vie dell’appello all’Altro della scienza medica
e del sapere. Così, scrive Bollas, «l’isterico trova nelle attenzioni del chirurgo una
mano che sembra tanto più conscia dei bisogni del corpo rispetto a quelli della ma­
dre» (ivi, p. 73).

31
Civiltà e disagio
corpo e utilizza Fanti-libido come una forza. È l’assenza dell’oggetto che di­
venta passione del Sé, inevitabilmente masochista.70

Nella seconda invece, ella

investe la sovracompensazione che la madre mette in atto relativamente al


proprio disinvestimento psichico della sessualità del neonato. Usa l’erotismo
spostato della madre (ricordiamo che ella erotizza le superfici non genitali del
corpo del neonato) e combina tutto questo con la sua descrizione verbale e
teatrale della loro relazione amorosa, per condurre il Sé nel mondo della ses­
sualità adulta con l’energia passionale di una sorta di falso Sé.71

La tesi di Bollas secondo la quale il soggetto isterico si muove in modo


compiacente verso il desiderio dell’Altro dà ragione dell’uso inflattivo
della diagnosi di borderline. Diventare oggetto del desiderio dell’Altro,
per come lo intende Bollas, significa anche farsi l’oggetto di interesse cli­
nico privilegiato per il discorso della scienza. Dunque farsi borderline è
una modalità del soggetto isterico per inseguire il desiderio dell’Altro
nell’epoca della diffusione di interesse scientifico e clinico nei confronti
di questa categoria psicopatologica. L’avvertimento critico di Bollas con­
siste nell’invitare a non inseguire questa diffusione della diagnosi di bor­
derline. Se «l’egemonia del termine borderline» ha allontanato gli isteri­
ci dal «palcoscenico della psicoanalisi», Bollas auspica che si possa ritro­
vare l’isteria pulsare sotto l’etichetta nosografica abusata della persona­
lità borderline.

70 Ivi, p. 98.
71 Ibid.

32
2. Sulla perversione
di Angelo Villa

Prima dell’attimo in cui iniziamo a cercare la verità,


essa nemmeno esiste. In questo consiste la verità.
Viktor Pelevin, Nota sulla ricerca del vento

La perversione si presenta come una problematica di difficile articola­


zione. Sceglieremo di approcciarla sulla base di una ripartizione a nostro
avviso essenziale. Per un verso, infatti, la perversione alimenta uno sce­
nario fortemente immaginario, da cui è arduo separarla. La linea di con­
fine tra la nevrosi, cioè la normalità freudiana, e la perversione è ambi­
gua e sottile. Supposta invalicabile, poiché destinata a erigere la barriera
difensiva in cui la normalità vuole ritrarsi, dinanzi allo spalancarsi di un
baratro ove teme di rispecchiarsi, tale linea di confine, di fatto, invalica­
bile non è. La fragilità di una simile frontiera occulta, a fatica, il ponte
fantasmatico che dagli anfratti - non obbligatoriamente oscuri - della
cosiddetta normalità ambisce a raggiungere la perversione, confonden­
dosi con essa. Non è, d’altronde, quest’ultima il miraggio nevrotico di
una felicità finalmente raggiunta? Il sogno inconfessabile del nevrotico,
a stento trattenuto dalla sua inibizione?
Il successo di molta letteratura sociologica e clinica sull’argomento
pare, involontariamente o meno, confermarlo. L’immaginario che lo ali­
menta ha un suo topos a cui rimane fedele e, aggiungiamo, una sua du­
plice ragion d’essere: strutturale e storica. Iniziamo dalla prima, la più
semplice. La perversione o, se vogliamo, l’immaginario della perversione
si nutre di un’idea fondamentale, quella cioè in base alla quale il suo ma­
nifestarsi concretizza il materializzarsi di un godimento, pieno e assolu­
to, di cui un individuo, un Altro essenzialmente, è padrone assoluto. Ciò
che il fantasma nevrotico disegna, o il delirio paranoico inventa, trova o
ritiene di trovare nella perversione il suo correlato oggettivo, tangibile.
La prova invano altrimenti cercata. Il “perverso” è dunque l’Altro che
gode. L’Altro che smisuratamente gode, finalmente gode di quel godi­
mento a cui, per motivi differenti, né il nevrotico né lo psicotico hanno
accesso. Per la verità, è un’illusione, nel senso freudiano del termine, che
il “perverso”, o presunto tale, si compiace di nutrire, di far credere. Di­
leggiando quella improbabile e incerta soddisfazione che la genialità
matura dovrebbe recare con sé, come il suo frutto più goloso e ambito.

33
Civiltà e disagio

Misconoscendo, però, similmente al “divino” marchese de Sade - sadico


in letteratura e, ahimè, masochista nella vita -, come la sua stessa perver­
sione si autofecondi con un immaginario alienato, esattamente come
quello supposto “normale”. E forse un caso se, timorosi di incontrare
una colpa proiettata all'esterno, pazienti dichiaratamente omosessuali
cerchino analisti del medesimo orientamento sessuale, quasi a voler
esorcizzare l'insicurezza di una possibile messa in discussione del rap­
porto che intrattengono con la loro specifica modalità di soddisfazione?1
Chi “gode”, dunque?
L'equivoco abita l’intero discorso sulla perversione, tanto da costituirlo.
Ciò, dicevamo poc’anzi, ha le sue ragioni. Riprendiamole. Innanzitutto,
quella d’ordine strutturale: è lo stesso Freud a indicarcela nel suo scritto
del 1905, che inaugura l’approccio psicoanalitico alla sessualità: i Tre sag­
gi sulla teoria sessuale.12 L'ordine dei testi è indicativo. H primo dei tre si
intitola Le aberrazioni sessuali. La prospettiva è provocatoriamente chia­
ra: la tipica divisione interna al soggetto, che a cominciare dall’I«topreta-
zione dei sogni aveva caratterizzato i lavori freudiani, verte ora su una
problematica non meno ampia e difficile, quella del rapporto dell’uomo
con la sessualità. L’individuo, che si scopriva lacerato dinanzi a un sapere
che era “suo” ma che non possedeva, si trova, nel confronto con la ses­
sualità, a misurarsi con un ulteriore nodo, fors’anche più incandescente e
scandaloso. Se, d’altronde, la teoria freudiana della sessualità si sviluppa,
guarda caso, a partire dall'aberrazione è perché il rapporto tra quello che
il soggetto cerca e quello che trova o sperimenta è segnato da un’inconci­
liabilità radicale, da un incontro precario o comunque mai del tutto sod­
disfacente, inesorabilmente distante dalle rassicurazioni che le ideologie
benpensanti vorrebbero imporre. La sessualità si palesa come un oggetto
scarsamente governabile, in relazione agli effetti destabilizzanti che intro­
duce nella soggettività del singolo, nel cuore oscuro del suo rapporto con
l'economia delle sue stesse sensazioni. L’attenzione di Freud non si con­
centra più, come v^lnterpretazione dei sogni, sul senso e sulle sue infini­
te aperture che l’ermeneutica può suggerire, ma sulla realtà intima di
quello che il soggetto prova e insegue, tra percezione e coscienza, nella
materialità del proprio corpo, su un “troppo” che fa obiezione alla parola
e alla verità. E la sessualità, non più o poco mediata da una serie di rap­

1 Si veda, ad esempio, Aa.Vv., Lomosessualità nella psicoanalisi, a c. di F. Bassi, P.E


Galli, Einaudi, Torino 2000.
2 S. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale (1905), in Id., Opere, a c. di C. Musatti, 11
voli., Boringhieri, Torino 1966-1980, voi. 4.

34
Sulla perversione

presentazioni, da un desiderio che la orienta e la trattiene. Il godimento


non è un discorso “altro”, un discorso “diverso”, ma qualcosa che, nella
sua consistenza inafferabile e pregnante al tempo stesso, fa obiezione al
discorso medesimo. Freud lo ha ben presente.
Ciò permette, altresì, di accostare la prima ragione, che abbiamo chia­
mato strutturale, a quella storica. Sulla scia dell’elaborazione freudiana,
Lacan, nella seconda parte del suo insegnamento, isola con insistenza il
concetto di godimento, sottraendolo a una presa eccessivamente feno­
menologica. Lo psicoanalista francese lo reperisce all’interno della filo­
sofia del diritto di Hegel, laddove il filosofo tedesco lo opponeva al desi­
derio: il godimento è “soggettivo”, è l’impossibile da dividere o da con­
dividere, mentre il desiderio è “universale”, dato che, nell’ottica hegelia­
na, risulta da un riconoscimento reciproco. L’autore della fenomenolo­
gia dello spirito privilegia il secondo, mettendo in luce, di conseguenza,
l’asocialità, l’intrinseca e potenziale distruttività del godimento. Ancor
più forte è, di riflesso, la differenza, in termini economici, fra il godi­
mento e il piacere. Se infatti il piacere, come sottolinea Freud, serve alla
conservazione, alla perpetuazione della specie, il godimento non entra in
alcun calcolo, non presiede ad alcuna estrinseca finalità. Letteralmente
non serve a niente. Per questo motivo, esso finisce per circoscrivere
quell’istanza reale che si contrappone al legame sociale e a tutte le forme
in cui quest’ultimo si manifesta, dal contratto allo scambio. Il godimento
non punta a farsi riconoscere. Mira a se stesso. Paradossalmente, tutta­
via, se sfugge alla regolamentazione sociale, esso è, nel contempo, ciò
che la determina, che, cultura per cultura, ne produce i cambiamenti.
La ragione strutturale è così intrecciata con quella storica: la forma
che la cosiddetta “normalità” assume in ciascuna società è storicamente
determinata. Non a caso, la sinistra e patetica figura di Sade si erge sullo
sfondo della Rivoluzione francese, all’alba dell’evento che inaugura la
modernità e sancisce la crisi irreversibile dello statuto tradizionale del
padre. Il salto è radicale, né, del resto, potrebbe essere altrimenti. Dal
“perché sì”, dal “perché si deve” di una prescrizione poco o nulla inter­
rogabile, che si suppone indirizzi rigidamente una “sana” sessualità, la
dissoluzione di una norma trascendente apre sull’immanenza di un
“perché no?”, in cui tutto sembra “realisticamente” possibile e a cui
nessuno può rispondere. “Perché no?”, perché anche il mio godimento
non è accettabile?, chiede Sade ai dtoyens suoi pari.3 Sparito l’imperati­

3 Si veda D.A.F. de Sade, La filosofia del boudoir, Newton Compton, Roma 1974.

35
Civiltà e disagio

vo di matrice religiosa, chi può opporsi? Perché l’Altro può soddisfarsi e


io no? Chi e che cosa stabiliscono quello che è giusto e quello che non lo
è? Qual è la norma? Qual è il limite? «Francesi, ancora uno sforzo per
essere repubblicani» è qualcosa di più del manifesto programmatico di
un discutibile libertino, è il più autentico e inquietante biglietto da visita
della modernità, la domanda che non ha risposta.
La perversione, qualsiasi cosa si intenda con questo termine, abita
questa ambiguità che la sospende in una sorta di territorio di tutti e di
nessuno, all’incrocio tra soggetto e società, struttura e storia. Niente di
strano, dunque, che l’immaginario lavori per saturare, esaltare, disegna­
re, annodare quello che si palesa, concretamente, come segnato da una
complessità sovente più sottile, e, non di rado, da un’incertezza o una
disperazione mal o mai confessata. Insistiamo, la presa in chiave immagi­
naria della perversione ne fa un fenomeno dai contorni talmente impre­
cisi da far dubitare della sua stessa esistenza come entità a sé stante. Ma
soprattutto - ed è ciò che qui più ci interessa - fa della perversione non
tanto il positivo della nevrosi, come indicava Freud, quanto il luogo mi­
tico, fantascientifico, della negazione della clinica stessa.
Se però ci discostiamo dall’eco immaginaria cui, come una calamita, la
perversione ci riporta, e proviamo a sottrarci al fascino che essa esercita
sul “normale” non meno che sul “perverso”, ci troviamo a confrontarci
non più con “categorie” o “stereotipi”, quanto con individui, persone e,
ancor più precisamente, con atti, con gli atti che ciascun perverso com­
pie. Essi ci sembrano ascrivibili a due scenari essenziali. Il primo: se l’im­
maginario della perversione tende ad accreditare la figura di un Altro
che gode, quello proprio all’universo degli atti perversi si costruisce at­
torno alla faticosa possibilità di accedere a una soddisfazione fondata
sull’effettiva rottura di qualsiasi legame umanizzante con l’Altro. L’atto
perverso è il paradigma di un atto profondamente autistico. Autonomo,
in un senso propriamente, radicalmente asessuale. Il secondo: l’atto per­
verso ha per il soggetto che lo compie un valore irrinunciabile di solu­
zione. Chiude coattivamente una tensione. Ciò non significa che rappre­
senti, logicamente e comprensibilmente, una conclusione. L’atto tradisce
la sua vocazione all’agito, tesa a privilegiare la ricerca, comunque, della
solita soluzione, di cui il soggetto è ostaggio, rispetto all’esercizio di
un’operazione di natura più squisitamente simbolica. Esso cioè chiude,
o pretende di farlo, quello che il soggetto non può o non riesce a tenere
aperto tanto da interrogarlo.

36
Sulla perversione

2.1 Sul trauma

Il carattere di soluzione proprio all’atto perverso fa sì che esso rinvìi a


una dimensione specifica, non assimilabile a quella nevrotica o psicotica
caratterizzata, quantomeno nelle sue manifestazioni tradizionali, da atti
mancati o “folli”, ancorché inibiti o impediti, nelle manifestazioni sinto­
matiche non meno che nella crisi. Da un certo punto di vista, l’atto per­
verso sembra mettere la clinica dinanzi a una verità inoppugnabile e in­
contestabile: esso si presenta come un atto che, a suo modo, “terapeuti­
camente” funziona (almeno per il soggetto, indipendentemente dalle im­
plicazioni morali che solleva o dagli effetti che può produrre sulle even­
tuali vittime). L’atto perverso risolve la questione, altrimenti inabborda­
bile, del soggetto nei riguardi dell’alterità sessuale. Da qui, banalmente,
la difficoltà a separarsene, non meno che l’impossibilità per il soggetto
di soffermarsi a indagarne il limite. Se non altro, a priori.
I tempi tipici di'una potenziale cura paiono ridefiniti secondo due
prospettive essenziali. Nella prima, la soluzione adottata dal perverso
può indurre a una clinica, cioè originare una domanda, solo allorché tale
soluzione ha consumato qualcosa, nelle aspettative e nelle possibilità che
il soggetto riversava in essa, delle potenzialità che la caratterizzavano. In
altri termini, la soluzione non ritorna più al soggetto come tale: non è
più una soluzione, la “sua” soluzione. La richiesta d’aiuto sorge sullo
sfondo di questa soluzione che da riuscita o pretesa tale si manifesta o
incomincia a manifestarsi come “mancata”. Senza che per questo il sog­
getto intraveda un’alternativa. Nella seconda prospettiva, il rapporto tra
il soggetto e l’atto solutivo è interrotto dall’esterno. Il circuito perverso
che cercava di separare il godimento dall’Altro si trova ora a fare i conti
con le esigenze di una legge che l’individuo mirava a escludere. L’Altro
istituisce un limite che può costringere il soggetto a ripensare la sua con­
dotta, portandolo a sostenere una domanda di cura.
In entrambi i casi, l’entrata nella clinica si pone inevitabilmente sotto il
segno di una particolarità che è il rovescio stesso dell’obbligatorietà cui
soggiaceva la soluzione perversa. Tale ingresso illustra l’attenuarsi di quel
carattere di sfida che ha potuto sorreggere l’esibizione di quel godimento
cui il soggetto ambiva. Liberata, infatti, da una lettura eccessivamente
moralisticheggiante, riportata ai suoi termini effettivi, ricondotta al sog­
getto, quella che voleva apparire come una sfida palesa, infatti, la sua na­
tura essenzialmente difensiva, sovente misconosciuta, quando non addi­
rittura apertamente contraddittoria. Nelle esternazioni che, quando com­
paiono, fanno seguito ai suoi atti, il soggetto è talvolta perversamente im­

37
Civiltà e disagio

pegnato a mostrare il carattere oppressivo, o quantomeno limitativo, del­


la normalità vigente, a designare cioè una mancanza assurta a norma che
lui per primo si è impegnato a superare. Va da sé che la sfida presuppone
un elemento (simbolico, immaginario o reale) contro cui votarsi. Da qui il
circolo vizioso che la sfida eretta a sostegno dell’atto perverso, volente o
meno, instaura. Più la demagogia retorica perversa si accanisce contro la
norma e la “normalità” più contribuisce a farla esistere. Più s’ingegna a
contrastarne il senso e il peso, più ne alimenta la consistenza. Più tradi­
sce, forse, il suo sembiante di domanda mal occultata. Perché, dunque,
questa sfida sembra tanto irritare la clinica benpensante?
Indubbiamente, la sfida può ben rappresentare la ridicolizzazione
stessa della mancanza e della debolezza soggettiva di chi la dichiara. O,
al contrario, come si è detto, la forma più estrema e nascosta che un ap­
pello può assumere. Il punto è assolutamente centrale. La clinica psicoa­
nalitica non si fonda su un malessere individuale, più o meno oggettiva­
mente grave, ma, per l’appunto, su una domanda, su una richiesta d’aiu­
to che è già in sé l’assunzione, da parte di chi la formula, di una prima
castrazione. La domanda si focalizza in un sintomo. Il sintomo “freudia­
no” si configura in rapporto a un significato rimosso, a un godimento
fantasmaticamente articolato di cui il soggetto non riesce a parlare senza
provare imbarazzo. E evidente come, sotto questo profilo, l’atto perver­
so impone uno scenario diverso. La vera e propria ossessione clinica sul
tema della domanda denuncia spesso, dinanzi agli atti perversi, una vo­
cazione o, se vogliamo, un assillo terapeutico che vorrebbe ambiziosa­
mente colpire il cuore dell’atto, prima ancora di interrogare il rapporto
che, con esso, intrattiene il soggetto. L’ambiguità che il soggetto speri­
menta con la cura crediamo si possa ragionevolmente contestualizzare in
funzione di ciò che sembra essere all’origine dei suoi atti, cioè il trauma,
o, più ancora, la risposta che il soggetto è riuscito a dare ad esso per po­
tergli sopravvivere, sia rispetto al passato, sia in relazione all’incontro
con la sessualità. Solo attraverso un simile spostamento, concettuale ed
epistemologico, dal sintomo (che non c’è) al trauma (che c’è stato) di­
venta possibile accostarsi al tema degli atti perversi, al di là di una dispo­
sizione che finisca per rigettare a priori quello che, in teoria, si vorrebbe
trattare. Inevitabilmente, infatti, la constatazione della latitanza di una
modalità tradizionale di domanda giunge a veicolare un’implicita accusa
al soggetto, la quale prende la forma di un circuito vizioso che ritorce
contro il soggetto stesso la sua identificazione alla condotta che dovreb­
be (e per quale motivo? e in nome di chi o di che cosa?) abbandonare,
proprio mentre cocciutamente egli si rifiuta di farlo.

38
Sulla perversione

La questione del trauma ci permette di riformulare il problema: se


non ne muta la pregnanza clinica, può riorientare la disposizione indivi­
duale e terapeutica nell’incontro con il soggetto “perverso”. Ciò ci co­
stringe, ancora una volta, a ritornare a Freud. Il dibattito interno al mo­
vimento psicoanalitico, negli anni tra 1920 e il 1930, contrappone Freud
a Ferenczi su un tema cruciale per il destino della cura analitica: quello
della rappresentazione. Per il padre della psicoanalisi sono le rappresen­
tazioni rimosse che rendono ragione dei sintomi; per il geniale analista
ungherese, invece, può accadere che, quando il trauma è particolarmen­
te violento, non ci siano rappresentazioni. Tocca, in quest’ultimo caso, al
corpo diventare il luogo elettivo della memoria inconscia del trauma.
Nella teoria freudiana il trauma cede il posto al fantasma. I ricordi si
formano a posteriori, sostiene Freud. La verità mantiene un suo statuto e
una sua impellenza soggettiva nella misura in cui si annoda allo psichi-
smo del soggetto, per quanto possa eludere, nel movimento di ricerca
che avvia, ogni riscontro oggettivo. La sofferenza del nevrotico si lega a
ricordi rimossi, reminiscenze ripudiate. Il sintomo ha, come suo correla­
to, la produzione inconscia del soggetto: sogni, fantasie, lapsus...
Diversa è la tesi di Ferenczi, riflesso di una clinica della gravità affron­
tata con coraggio e passione: esistono traumi e traumi, lascia intendere
l’autore del Diario clinico. Nella patologia con cui Ferenczi si misura il
trauma non lascia in eredità ricordi o fantasie. Non sussiste alcuna logica
consequenziale tra la violenza del trauma subito da un individuo e l’ap­
parire di rappresentazioni mentali che lo riportino alla soglia della con­
sapevolezza. Si manifesta, invece, l’opposto. La durezza del trauma lo
consegna a un inquietante e apparentemente paradossale “silenzio”, o
inattività psichica, che trova sovente un suo puntuale correlato nella sto­
ria che il soggetto vive. Ferenczi sottolinea come il trauma produca una
scissione nella psiche del soggetto: l’intelligenza si stacca dalle emozioni.
Il trauma si trova privo di rappresentazioni che lo ricordino, che consen­
tano al soggetto di rielaborare l’esperienza che ha subito. Ciò che non è
sottoposto a un’adeguata simbolizzazione ricompare nella ripetizione, in
cui, spesso, i ruoli si invertono, tanto che è facile reperire, in un tempo
successivo al trauma, un’identificazione della vittima con l’aggressore. In
definitiva, suggerisce Ferenczi, le manifestazioni patologiche di questi
pazienti non sono dell’ordine della metafora, come i sintomi “freudia­
ni”. II processo di rappresentazione simbolica del trauma fatica a isti­
tuirsi e a risultare positivamente operativo nel dispiegarsi della cura.
La gravità del trauma è responsabile, soggettivamente, dello scolla­
mento tra la realtà in cui si incarna e la veridicità di un dire che si rivela

39
Civiltà e disagio

in quell’ambito falso o inadeguato, e, oggettivamente, dell’assenza (stori­


ca) di una parola a cui il soggetto possa credibilmente appellarsi per far
fronte alle emergenze che gli si presentano nel corso della vita. Il trauma
contrassegna l’essere impreparato del soggetto, specie laddove, né al
momento né dopo, alcuna fantasmatizzazione viene in suo soccorso. Il
trauma “ferencziano” testimonia la resistenza, se non l’impossibilità, a
costituirsi come tale. In quello tradizionalmente “freudiano”, “normal­
mente” nevrotico, il fantasma svolge la funzione di custodire e tener vivo
l’enigma della verità sul desiderio e sul non detto dell’Altro familiare,
sulla propria storia e su quello che ne deriva per il soggetto. Il trauma
“ferencziano” tende a desituare il soggetto in rapporto a un sapere, a
una curiosità che, una volta invalidato il registro della verità, egli non sa
dove collocare, né minimamente come utilizzare. La verità è situata,
tutt’al più, sul terreno obiettivo dell’evidenza, ma è inservibile per il co­
stituirsi di una problematica personale.
In tale contesto, l’atto perverso assurge alla valenza di una risposta
chiamata inconsciamente a scotomizzare il trauma, aggirando la dimen­
sione di una verità non altrimenti affrontabile. La sfida è l’eco maniacale
della vittoria che, a posteriori, il soggetto cerca di sovrapporre a un trau­
ma che permane inarticolabile. La vittoria è indubbiamente una vittoria
di Pirro. Ma l’atto garantisce o, più esattamente, promette un godimento,
sempre più polivalente, in relazione alle esigenze e alle angosce del singo­
lo. L’interrogativo sul sapere, reciso il nesso che intrattiene con la verità,
acquisisce un carattere puramente pratico, contingente. Non interroga
più l’atto, la condotta del soggetto, ma l’opportunità, le condizioni per­
ché un’azione, di fatto “terapeutica”, possa continuare a realizzarsi.

2.2 Del godimento

Se tale appare il contesto in cui si determina l’atto perverso, si tratta ora di


provare a rispondere a un interrogativo che abbiamo lasciato in sospeso e
che, svuotato dell’enfasi retorica che la perversione sollecita, ci riporta alla
questione di chi effettivamente gode dell’atto e, in definitiva, di quale “so­
stanza”, nel senso aristotelico del termine, è fatta tale soddisfazione.
La questione ci costringe a ritornare a Sade. Adorno e Horkheimer,
prima, nella loro Dialettica dell’illuminismo4 Lacan, poi, nel suo Kant

4 M. Horkheimer, T.W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino 1966.

40
Sulla perversione

con Sade? mostrano i sottili legami che intercorrono tra il pensiero del­
l’autore della Critica della ragion pratica e quello dell’autore di ]ustine.
Due concezioni della morale, apparentemente agli antipodi, rivelano
singolari e inaspettate convergenze. Nelle tesi kantiane l’individuo si tro­
va a confronto con gli imperativi che dettano le massime d’ordine uni­
versale. Ciascun dovere ha un suo contenuto preciso, realizzabile. Kant
prende così le distanze da Hegel. La massima è incondizionata e catego­
rica, senza appello: il “tu devi” kantiano riguarda ogni uomo, indipen­
dentemente dal ceto e dalla cultura. Essa presuppone il ricorso a una fa­
coltà anch’essa universale: la ragione, ed esclude, di principio, ciò che vi
fa obiezione: il patologico. L’adesione alla legge, alla “santa legge”, im­
pone la violenza contro se stessi, contro i propri desideri, affetti o pul­
sioni. Gli imperativi del «vecchio Kant», come scriveva Nietzsche, puz­
zano di crudeltà.
Ma è ancora la crudeltà, d’altronde, a riapparire al cuore dell’enfasi sa-
diana chiamata a misurarsi proprio con quello che Kant aprioristica­
mente escludeva: la soddisfazione sessuale. L’intransigenza legalista di
marca kantiana pare qui specchiarsi, rovesciata, nel furore trasgressivo
propugnato da Sade. Il “divino” marchese non è, infatti, meno categori­
co. Anche lui enuncia la sua massima, quella cioè di poter godere del
corpo dell’Altro, senza alcun freno limitativo. Il confine tra la legge e la
sua negazione si rende di difficile articolazione. La cecità della volontà
kantiana mal si distingue da quella, a prima vista opposta, di matrice sa­
dica. Chi gode, dunque?
La ferrea determinazione kantiana si ritrova al fondo dell’enunciato
sadiano, pensato, però, per essere esercitato nei confronti dell’Altro. E il
torturatore, nell’immaginario sadiano, la figura destinata a incarnare l’at­
tuazione della norma trasgressiva, il personaggio psicologico destinato a
dare sembianza alla voce che, dall’interno, domina psichicamente l’auto­
re della Filosofia del boudoir. La voce, per Sade come per Kant, è quella
del Super-io, di un Super-io di cui Lacan, più ancora di Melanie Klein,
mostra apertamente il versante oscuro, inquietante, feroce, intollerante e
violento. E lui l’istanza psichica che schiavizza e brutalizza l’esistenza del
marchese de Sade. E la sua voce insaziabile che gli intima, che gli ordina
di godere.
In questo senso, Sade completa Kant. E la sua verità nascosta, occulta­

5 J. Lacan, Kant con Sade (1963), in Id., Scritti, a c. di G. Contri, 2 voli., Einaudi,
Torino 1974, voi. IL

41
Civiltà e disagio

ta. Il “divino” marchese mette in scena, quantomeno nella scrittura,


quello che sintomaticamente risulta latitante nelle tesi del filosofo tede­
sco. La sua esaltazione desoggettivata della legge fa della legge stessa il
veicolo di un godimento disumano di cui la storia non manca di conse­
gnarci la memoria. Paradosso dei paradossi, tra i due, toccherà in parti­
colare a Sade mettere in evidenza i segni di una divisione soggettiva, di
una lacerazione individuale che gli permetterà di non lasciarsi ingannare
del tutto dalle costruzioni fantasmatiche, riproposte, sino alla nausea,
nei suoi scritti. Sade pare comprensibilmente non credere fino in fondo
al suo fantasma “sadico”, all'imperativo che lo alimenta. La scrittura è la
sua arma più efficace per cercare di attraversarlo e, dunque, di depoten­
ziarlo. Kant, al contrario, vi è fedele. Il filosofo tedesco condurrà la sua
vita asceticamente incollato al suo fantasma, in modo ossessivo. Teso,
cioè, a fare idealmente una sola cosa di quello che scriveva e della sua
esistenza.
Chi gode, allora, nel soggetto? O, più precisamente, chi domanda di
godere? Il Super-io isola la dimensione alienante, impersonale che domi­
na il soggetto e condiziona la sua volontà, fino al sacrificio di sé. Non di
rado è facile rinvenire la traccia della sua presenza nel dipanarsi ripetiti­
vo e costante di condotte devianti che giungono ad attraversare, quasi
imperturbabilmente, il corso di più generazioni, da un soggetto a un al­
tro, senza che niente riesca a opporsi a una legge ingiusta che si erige
frontalmente contro ogni istanza normativa, tutelante la vita e la sogget­
tività. La “legge” della supposta trasgressione è assunta come un dogma
insormontabile, un imperativo indiscutibile che porta il soggetto a indi­
viduare nelle regole che presiedono alla civile convivenza, ben più laiche
e tolleranti di quella a cui lui ciecamente aderisce, l'assetto repressivo
contro cui istintivamente e ripetutamente si batte.
La possibilità di far proprio l'imperativo superegoico, sottraendolo al­
l’alienazione che lo condiziona, è quello di includerlo nella determina­
zione propria alla volontà. Spinta all’eccesso, essa finisce per tradire la
sua vocazione, nemmeno poi tanto celata, quella cioè di essere volontà
di godimento, volontà che si scontra cocciutamente con il limite, volontà
che caparbiamente vuole. La volontà ricompatta, maniacalmente riuni­
sce ciò che la divisione del soggetto lascia invece trasparire come lacera­
zione, angoscia, dubbio. Di tutto questo, infatti, la volontà costituisce la
negazione, il rifiuto. In essa, il soggetto si riconosce, ha l’illusione di ri­
trovarsi, come nella sua casa più propria, più autentica. E dunque per il
suo tramite, per un appello ad essa che il soggetto si insedia o, se voglia­
mo, si reinsedia laddove si avvertiva spodestato. La volontà è l’io che

42
Sulla perversione

dice Io. Se cerca di allontanare lo spettro sempre incombente della divi­


sione, essa punta, nel medesimo tempo, grazie a un’identica e speculare
manovra, alla messa fuori gioco dell’inquietudine che l’ombra della pre­
senza e del desiderio dell’Altro può introdurre. Il controllo che la vo­
lontà ambisce a ripristinare riguarda sia l’inconscio del soggetto sia la
domanda dell’Altro. Non a caso, essa si proietta sovente nell’esercizio
sfrontato di un potere arbitrario e compulsivo, secondo una duplice ac­
cezione. La volontà è, in primo luogo, potere in atto, vale a dire possibi­
lità di disporre (o illudersi di disporre pienamente) di sé. In secondo
luogo è, allo stesso titolo, possibilità di disporre dell’Altro, in tutto o in
parte, come di un oggetto. Come di una marionetta, scrive Marie-France
Hirigoyen nel suo Molestie morali.6
Di che cosa gode, allora, il soggetto, al servizio di un Super-io che (sa-
dianamente, kantianamente) non gli concede tregua? L’atto perverso ri­
vela, nel suo materializzarsi, una modalità fortemente ripetitiva. Sconta-
tamente reiterata. Pressoché generalmente è stata infatti messa in luce
l’attivazione di quello che si potrebbe definire il dispiegarsi di una vera e
propria strategia del soggetto volta ad acquisire l’ambito godimento o a
definire le condizioni entro cui il godimento diventa per lui accessibile.
La strategia prende, in un certo senso, realisticamente il posto del pro­
cesso di fantasmatizzazione che sarebbe pertinente al desiderio incon­
scio. In luogo di essere la finestra attraverso cui filtra la luce incerta del
desiderio, la strategia sembra più veridicamente configurarsi come la
cornice che fissa il quadro. Un quadro già determinato in partenza. Indi­
cativi - si pensi a Sade e a Masoch - sono, ad esempio, l’attenzione mor­
bosa che i perversi dedicano ai dettagli, alle condizioni immutabili che la
situazione deve presentare affinché la loro soddisfazione possa finalmen­
te liberarsi. La cornice è standard, il quadro non muta. L’Altro non vi
trova una collocazione che a partire dalla mummificazione oggettivante
che l’atto perverso gli assegna.
L’atto perverso è un atto riuscito, dal punto di vista del godimento, o,
più precisamente, è un atto che “deve” riuscire. L’atto mancato del ne­
vrotico è un atto che rimane in sospeso, incompiuto in rapporto alla fi­
nalità che l’individuo si è proposto. La soddisfazione agognata vi è co­
stantemente rinviata. Al contrario, l’atto perverso ritrova la sua mancan­
za non in sé, bensì nella sua inadeguatezza in rapporto al soggetto e agli

6 M.-F. Hirigoyen, Molestie sessuali. La violenza perversa nella famiglia e nel lavoro,
Einaudi, Torino 2000.

43
Civiltà e disagio

altri. L’assenza di scrupoli di cui testimonia ne porta impresso il segno


sconcertante. Si tratta, a ben vedere, di un’inadeguatezza che gli viene
restituita dall’instancabile e forzosa ripetizione del godimento che vor­
rebbe conseguire. Sta qui, a nostro avviso, il punto chiave. La soddisfa­
zione che, testardamente, il soggetto ricerca nello stesso modo, nello
stesso oggetto, perpetrando la medesima strategia mette in luce, nella
sua fenomenologia, un’ostinazione che può stupire l’inquieto nevrotico,
assillato da mille incertezze e insoddisfazioni.
La strategia “perversa” riposa sulla certezza del godimento a cui mira,
sulla quale il nevrotico non può contare. E una certezza che si potrebbe
assimilare a quella che lo psicotico manifesta nel campo del sapere. Una
certezza a priori che in questo caso, però, l’esperienza parrebbe confer­
mare. Il condizionale, d’altronde, è d’obbligo. La certezza del godimen­
to deriva, paradossalmente, dal fatto che sa intimamente di non essere
una certezza, dal fatto cioè di sapersi fallita, “mancata” fin da subito.
Mancata proprio, al fondo, nel suo essere realizzata. Chi lavora, ad
esempio, con soggetti tossicodipendenti crediamo ne possa testimoniare.
Il godimento che l’atto perverso induce sfocia su una desertificazione
soggettiva, su un punto cieco di pura (auto)distruzione. La valenza ma­
niacale che, talvolta, sorregge il soggetto nell’accesso all’atto costituisce il
surrogato di eccitazione che controbilancia e annulla il vuoto che l’atto
gli lascia in eredità. L’effetto è spesso palese e si lega alla sensazione di
aver trionfato sui traumi che il soggetto ha vissuto e sperimentato nel­
l’infanzia, di aver sconfitto l’angoscia. In adulti che sono stati minori
abusati si riscontra spesso, ad esempio, la tendenza a rieditare il trauma
dal lato dell’Altro, attraverso la ricerca e la produzione di un’altra vitti­
ma. Il violentato diventa il violentatore “guarendosi” dalla violenza di
cui è stato oggetto col violentare, ora, il bambino che lui stesso è stato,
quasi riscattandosi dall’impotenza che lo turba.
Ecco, dunque, il “miracolo” dell’atto perverso, ciò che lo consegna,
provocatoriamente e impensabilmente, a un al di là della clinica. Oltre il
(buon)senso e il piacere. Di questa logica sottolineeremo, in particolare,
due elementi, strettamente intrecciati e finanche confusi tra loro, che ci
paiono connotarla: il primo, il suo statuto di necessità; il secondo, il suo
carattere ineliminabile di supplenza indispensabile a garantire la soprav­
vivenza del soggetto, un suo accesso al godimento, per quanto detestabi­
le possa apparire.
L’atto perverso rivela, in definitiva, una soluzione paradossale del sog­
getto. La sua risposta al reale della pulsione si connota per l’adozione di
una modalità che tende ad aggirare ogni presa sintomatica, a sfuggire

44
Sulla perversione

ogni regolamentazione che abbia il segno di una normativa patema. E


una soluzione soggettivamente “impossibile” dinanzi all’impossibile del
reale. Separeremo qui, in tal senso, gli atti perversi che la clinica del disa­
gio ci consegna da quelle pratiche, più o meno sottilmente perverse, che
la quieta “normalità” abitualmente propone nell’ambito delle relazioni
intersoggettive, nel gioco ambiguo della domanda e dell’offerta, nella ri­
cerca del consenso o del dominio e così via. L’atto perverso ha, infatti,
per il soggetto un valore di supplenza individuale, esistenziale oseremmo
dire, “necessaria” nella misura in cui contrassegna ó circoscrive l’impe­
dimento dell’individuo ad accedere, quantomeno al momento, ad altre
forme più regolate di soddisfazione, o alla produzione di un sintomo in
cui l’individuo giunga a riconoscere e a identificare la cifra del suo ma­
lessere.
La necessità evidenzia uno stretto rapporto con la coazione, sia nel
senso della ripetizione che, più propriamente, nell’incapacità (o, ancora
una volta, nell’impossibilità) di istituire una distanza dall’atto stesso. Le
pratiche, i giochi perversi, al contrario, riguardano la manomissione, l’i-
naridimento, lo svuotamento dall’interno delle dinamiche che simbolica-
mente presiedono e determinano il rapporto tra un individuo e un altro
o gli altri, in una parola la struttura stessa del legame sociale. Esse mira­
no a invalidare deliberatamente il registro della verità, quello stesso regi­
stro che, negli atti perversi, si trova spesso occultato all’origine, bloccato
storicamente nel suo potenziale istituirsi. Non casualmente, l’atto per­
verso apre su un quadro clinico di indubbia gravità, entro cui il riferi­
mento alla psicosi è da escludere a priori.
L’atto, in quanto atto, rinvia a un soggetto. La difficoltà a reperirvi
uno statuto di necessità individuale, espressione delle vicende familiari
sperimentate più o meno traumaticamente dal soggetto, ha talvolta l’ef­
fetto di stravolgere il discorso clinico. Sino a invertire ruoli o posizioni.
L’atto perverso fa sintomo non al soggetto, ma a chi deve occuparse­
ne, cioè al curante, a causa, ad esempio, della «ferita infetta al nostro
narcisismo terapeutico individuale».7 Lo scenario, allora, si sposta: esso
non è più quello dell’incontro tra il paziente e il terapeuta, poiché ciò
che lì accade pare subordinato al riflesso di una rappresentazione, an­
che nell’accezione teatrale del termine, interna al clinico stesso. L’espul­
sione (morale o psicologica) dell’atto perverso dalla sua sensibilità ne
domanda la reintegrazione, quantomeno per poter porre le condizioni

7 C. Schinaia, Pedofilia, pedofilie. La psicoanalisi e il mondo del pedofilo, Bollati Bo-


ringhieri, Torino 2001, p. 257.

45
Civiltà e disagio

basilari per aiutare il paziente. Scrive, ad esempio, Goldberg: «La per­


versione opera al di fuori del linguaggio, e tuttavia si ritiene che comu­
nichi qualcosa. Ecco perché le interpretazioni psicoanalitiche trasmetto­
no un significato che va al di là delle parole, per toccare temi, quali la
regolazione della tensione, l’esame di realtà e l’esperienza di unità, che
contribuiscono alla formazione del significato. Per scoprire ciò che il
comportamento perverso significa dobbiamo condividere una vita che
potrebbe offenderci».89

2.3 Sul diniego

La particolarità, vuoi l’impossibilità nel senso che si è detto, dell’atto


perverso ci rinvia teoricamente alla questione, tutt’altro che scontata,
dell’evidenziazione del meccanismo di funzionamento o di disfunziona­
mento simbolico che gli è specifico. Si tratta di un punto essenziale che
rimanda l’intera problematica al termine chiave di misconoscimento o
diniego (VerleugnungL nozione che, a ben vedere, contiene un’inevitabi­
le ambiguità, legata al fatto di essere espressione di una posizione sog­
gettiva, contrariamente al dato clinico “oggettivo”, e dunque indipen­
dente dalla posizione del soggetto, rappresentato dalla rimozione nevro­
tica o dalla forclusione psicotica. Freud introduce il richiamo al misco­
noscimento nel 1923, nell’articolo Eorganizzazione genitale infantile? Il
destino del concetto non è, tuttavia, dei più lineari. Considerato innocuo
nella vita psichica del bambino, esso appare in grado di connotare un
quadro psicotico nell’adulto. Nel 1924, ad esempio, il misconoscimento
Nel 1927, nello scritto sul fe­
è, di fatto, messo in rapporto con la follia.1011
ticismo,11 Freud, a differenza di quanto prima sostenuto, osserva che il
misconoscimento non è di esclusiva pertinenza delle psicosi. Nel 1938,
infine, il diniego viene ad essere associato a un processo metapsicologico
particolare: la scissione dell’io.12 Il bambino, sostiene Freud, è fissato a
un godimento cui non vuole rinunciare. Si alimenta dunque di una cre­

8 A. Goldberg, Perversione e perversioni, Bollati Boringhieri, Torino 1998, pp. 176-


177.
9 S. Freud, Eorganizzazione genitale infantile (1923), in Id., Opere, cit., voi. 9.
10 S. Freud, La perdita di realtà nelle nevrosi e nelle psicosi (1924), in Id., Opere,
cit., voi. 10.
11 S. Freud, Il feticismo (1927), in Id., Opere, cit., voi. 10.
12 S. Freud, La scissione dell’io nel processo di difesa (1938), in Id., Opere, cit., voi. 11.

46
Sulla perversione

denza che lo mantiene al riparo dall’angoscia di castrazione: tutti gli es­


seri umani hanno il pene. Ciò gli permette di cullarsi in una contraddi­
zione che proprio il misconoscimento della verità gli garantisce. E cioè:
nel suo psichismo convivono due idee opposte, quella falsa o, più veridi­
camente, illusoria (tutti gli esseri umani, madre compresa, hanno il pene;
la castrazione, dunque, non esiste; il temuto intervento paterno è così
vanificato) e quella che la nega. L’incompatibilità, che qui Freud situa a
livello dell’io, è elusa. Un’impostazione, nella mente del bambino, non
esclude l’altra.
Il misconoscimento della castrazione si appoggia a un supporto che il
bambino stesso inventa: il feticcio. Su di esso è proiettata e, nel contem­
po, allontanata l’angoscia di castrazione. Essa, in primo luogo, riguarda il
bambino nella misura in cui è il riflesso di quella della madre, figura a cui
il minore è identificato. La madre è, anche, una donna. La scoperta della
differenza sessuale non è dell’ordine della biologia, ma, come sottolinea
Jean Craveul, è «l’occasione di una reinterpretazione che tocca la causa
del desiderio, ed è in definitiva questa reinterpretazione che è mancata
per il perverso».13 Tale reinterpretazione si dispone sullo sfondo della
dialettica tra verità e godimento che il “perverso” risolve, intellettualmen­
te, attraverso la dissoluzione del posto e della funzione della verità, spesso
conformandola a una constatazione oggettiva (e, dunque, inconfutabile:
l’evidenza) o storica (e, dunque, relativa: la pura contingenza).
Il feticcio è il supporto materiale del misconoscimento, operazione
psichica interna al soggetto. Si tratta di un termine (dal latino facticius,
“artificiale”) che ha occupato un ruolo centrale nella riflessione antropo­
logica dei secoli passati. Sia in Kant che in Hegel, il feticismo designava
il tratto identificatorio delle religioni primitive. Il feticismo era, dunque,
il feticismo degli “altri”, indice sintomatico della loro inferiorità. Merito
di Marx, prima, e di Nietzsche, poi, aver riportato la questione del fetici­
smo nell’ambito del contesto sociale occidentale.
A sua volta, Freud riprende il problema. Il feticcio è l’oggetto che pare
ambiguamente collocarsi a metà strada tra nevrosi e psicosi, tra la “nor­
malità” e la follia. Da una parte, esso partecipa di un processo di simbo­
lizzazione, dall’altra testimonia di una simbolizzazione inadeguata in
rapporto alla castrazione. Il feticcio è una rappresentazione oggettivata
del fallo, sottratto alla castrazione; è una sua traduzione incistata, mecca­
nica, caricaturale. Meltzer, non a torto, parlerà di «balocco feticistico».

13 J. Craveul, Le couple pervers, in Aa.Vv., Le désir et la perversion, Seuil, Paris


1967, p. 104.

47
Civiltà e disagio

Nel suo quarto seminario,14 Lacan reperisce la centralità del suo radi­
caménto nello psichismo del soggetto a partire dal posto che occupa nel-
1 economia del suo fantasma inconscio. Il feticcio isola la scena fonda­
mentale intorno a cui la storia del soggetto si è bloccata, fossilizzandosi
su alcuni dettagli, particolari, che vengono esaltati (un vestito, un paio di
scarpe...). Lacan si sforza di delineare con chiarezza la differenza tra fal­
lo e feticcio. Per Freud, il primo conserva sempre un certo grado di po­
sitività, di “oggettività” materiale che può, forse, favorire una certa equi­
vocità. In Lacan, il fallo è un significante, cioè una rappresentazione che
rinvia a un’altra, il punto vuoto attorno a cui si organizza la mancanza a
essere del soggetto, l’inafferabilità del desiderio.
In quanto non oggetto, il fallo rinvia a una significazione che si situa
trasversalmente nei riguardi di ogni possibile traduzione univoca, traspa­
rente e, dunque, inevitabilmente feticizzante. È, per l’appunto, al di là
dell’oggetto. Si manifesta come velato. E lo schermo su cui si dipinge
un’assenza. L’esatto contrario, insomma, dell’ostentazione perversa.

2.4 La perversione e la donna

Ora, la lettura della fenomenologia perversa ci sembra abbia orientato,


specie in molta psicoanalisi postfreudiana, l’attenzione più verso la con­
dotta e lo stile dell’individuo perverso che verso un inquadramento teo­
rico della perversione. E con Lacan che la problematica perversa trova
un’articolazione pregnante, che, di fatto, prosegue e amplifica l’intuizio­
ne freudiana sul misconoscimento e il feticcio. In particolare, ci pare im­
portante rilevare l’accostamento che lo psicoanalista francese sviluppa
con il tema complesso del godimento femminile: «Porsi la questione del
godimento femminile è aprire la porta di tutti gli atti perversi», sostiene
Lacan nel seminario La logica del fantasma.
Se Freud interroga l’insorgere dei meccanismi perversi dal lato della
loro articolazione simbolica, Lacan esplora la dimensione di godimento
inerente la posizione del soggetto. Il richiamo alla donna fa da punto
prospettico per riconsiderare l’intero discorso, quantomeno in rapporto
a due nodi essenziali.
Il primo. E celebre l’aforisma che guida la riflessione di Lacan sul go­
dimento femminile: «La donna non esiste». E il fallo, freudianamente,

14 J. Lacan, Il seminario. Libro iv. La relazione d'oggetto (1956-57), Einaudi, Torino


1996.

48
Sulla perversione

l’unico “organo” attorno cui si organizza, sia per gli uomini che per le
donne, la sessualità. Sotto questo profilo, come aveva già intuito Freud,
il percorso femminile di accesso alla sessualità appare più complesso e
meno lineare di quello maschile. Dal lato della donna, non sussiste la
possibilità di acquisire una posizione equivalente o complementare a
quella maschile. La contraddizione è palese: non c’è che un termine di
riferimento per la sessualità, sebbene sussistano due modalità differenti
di sessualità adulta. Uomini e donne testimoniano di percorsi dissimili
nel costituirsi del desiderio, nell’approcciarsi all’amore e agli affetti.
Il secondo. Se la donna non esiste, ciò non significa ovviamente che
non esistano... le donne. Al singolare, una per una. Il godimento femmi­
nile si pone come l’espressione di un’enigmatica differenza rispetto all’e­
sclusività e all’assolutizzazione del godimento fallico. La donna incarna
il vero Altro della sessualità.
Il tentativo di far esistere “la” donna coincide con la sintomatica diffi­
coltà a misurarsi, uomini e donne su piani differenti, con la sfuggente al­
terità della posizione femminile, cioè con “le” donne. Prese singolar­
mente, nella loro unicità.
L’atto perverso sembra vivere dell’alienazione che il soggetto speri­
menta nei confronti di una soddisfazione da cui è separato e che abita,
totalmente e miticamente, il corpo dell’Altro. Il suo godimento si piega,
si mette al servizio di questa certezza a cui rimane fedele. Chi, in questa
prospettiva, meglio della donna può incarnare l’immagine di chi è desi­
derato e goduto? L’operazione cui l’atto ambisce cerca di sopprimere la
castrazione cui soggiace inevitabilmente la donna; vuole invalidare il
“non tutta”, costruire il monumento della donna, riempiendo il corpo di
godimento, unificando, di fatto, l’uno e l’altro. Non a caso, il corpo pri­
gioniero dell’atto perverso pare materializzare l’idea di un corpo “natu­
ralizzato”, liberato dalle catene dell’ordine simbolico, restituito, per l’ap­
punto, alla “madre” natura. L’atto, come scrive Hervé Castanet, tenta
«di produrre, di concretizzare, di entificare, estorcendolo al partner,
questo godimento»,15 fuori legge e dunque, in un certo senso, fuori dalla
sessualità.
Lucia, una giovane donna, oggetto di abusi sessuali nell’infanzia, pren­
de dall’adolescenza la via della prostituzione, perseverando nella sua
scelta, quasi incurante dei rischi a cui si espone. Il suo agito si oppone a
ogni ritorno sintomatico degli accadimenti traumatici. Esso sostituisce
un’equivoca “liberazione” a una potenziale e tutelante inibizione. E l’an-

15 H. Castanet, La perversion, Anthropos, Paris 1999, p. 73.

49
Civiltà e disagio

ti-sintomo. Una risposta reale all’emergenza del reale della sessualità. Il


passaggio è, per così dire, diretto, sorretto da un fantasma poco articola­
to, fortemente stereotipizzato nella sua assertività. Lei è “la” donna che
gode nel soddisfare un Altro del puro godimento. La sensazione provata
da Lucia si spalanca su un abisso di desoggettivazione. Il piacere non è
intervenuto a mediare, a dare forma e struttura all’incontro di Lucia con
l’Altro, sotto l’insegna di una verità sostenibile. La giovane donna vuole
essere vista, bramata attraverso lo sguardo libidinoso del partner occa­
sionale. La fa sentire cercata e padrona, nello stabilire il prezzo alle vo­
glie altrui. Il reale del suo soddisfacimento si focalizza attorno a uno
sguardo che si decontestualizza da ogni dialettica relazionale. E lo sguar­
do, da solo, senza parole umanizzanti, senza gioco seduttivo. Senza nulla
che identifichi la particolarità dell’Altro.
La reiterazione dell’atto perverso è ciò che le assicura l’illusione di
un’autonomia, nel senso letterale del termine, vale a dire di essere o, più
ancora, di farsi, di darsi la propria legge. Il reale che riappare nelle mo­
dalità del cattivo incontro è complice della pulsione, rinvia a uno sguar­
do (oggetto (a) nell’algebra lacaniana) che, a sua volta, la realizza come
oggetto della pulsione altrui, cui si dà in pasto. Recuperando, nel con­
tempo, un’acquisizione, un in più a livello dell’essere. Lucia è, tra le sue
compagne che svolgono la stessa attività, la più ricercata, la più disponi­
bile, la più disinibita. La “più”, insomma.

2.5 Quale clinica?

E possibile allora una clinica? Se sì, o quantomeno se non la si esclude a


priori, come pensarla?
La ripetizione dell’atto perverso evidenzia, come abbiamo sottolineato,
il paradosso di un atto fallimentare apparentemente riuscito o che, come
nel caso di Lucia, ritorna - ed è questo il termine chiave - al soggetto
come tale. Ciò rende ragione del circolo vizioso di una riproducibilità co­
scientemente e testardamente ricercata. E, più ancora, di una logica che,
proprio per quello che sembra restituire al soggetto, pare contraddire la
peculiarità stessa del fenomeno ripetitivo.
In relazione alla fatticità di una cura, il punto è essenziale. Che cosa ri­
pete essenzialmente la reiterazione nevrotica, che cosa si sforza di ripro­
durre? Essenzialmente, nulla. E la conclusione cui approda lo stesso Co-
stantin Costantius, alias Soren Kierkegaard, nel suo breve saggio dal ti­
tolo La ripetizione. Un esperimento psicologico. Il filosofo danese distin­

50
Sulla perversione

gue ripetizione e ricordo. Si tratta, sostiene, del medesimo movimento,


ma nel senso opposto: «L’oggetto del ricordo infatti è stato, viene ripetu­
to all’indietro, laddove la ripetizione propriamente detta ricorda il suo
oggetto in avanti». Da qui la sua tesi: «La ripetizione, qualora sia possi­
bile, rende felici, mentre il ricordo rende infelici»,16 che però l’esperien-
za si incaricherà di smentire. L’impossibilità di raggiungere la ripetizione
finisce così per evidenziarne il carattere fortemente frammentario. L’u­
nità propria all’esperienza originaria è rotta, va in frantumi. L’impedi­
mento a concretizzare l’esperienza originaria sottolinea con forza la lace­
razione che investe il soggetto, il quale si ritrova separato da una sorta di
mitica e illusoria unità con se stesso, da una velleitaria confusione tem­
porale, marcata da un’assenza di divisione tra il prima e il dopo, tra il
passato e il presente, tra il vecchio e il nuovo. Ecco, dunque, il tratto no­
dale che la ripetizione “perversa” si ingegna allora a promuovere: quello
proprio della riproduzione, secondo un’ottica che la rende prossima alla
fantascienza. La riproduzione è riproposizione, tendenzialmente all’infi­
nito, dell’identico. In tal senso, essa è l’apparente negazione di quello a
cui la ripetizione stessa, a ogni passaggio, a ogni reiterazione, anela, cioè
al non identico, al nuovo.
Tutto questo, ovviamente, non va da sé. Ciò rende, di fatto, ragione
della frizione che si viene a creare tra il soggetto che compie ripetuta-
mente atti perversi e l’intervento giudiziario, il quale mira, prima ancora
che a punire il soggetto, a interrompere il circuito irrefrenabile della rei­
terazione. Può un simile percorso innestare, automaticamente, la pre­
scrizione di una domanda di cura? Può un’azione, non di rado brutale,
riuscire a estirpare un male altrimenti destinato a perpetrarsi ulterior­
mente? O non è, al contrario, come talvolta capita, che essa aggiunge
una violenza a un’altra, raddoppiandola?
E, ancora, più specificatamente per quel che ci riguarda: è l’occasione
da cui può scaturire un’autentica e motivata richiesta di cura? Il quesito
è estremamente pratico e contingente. Esso attraversa la riflessione, cli­
nica ed etica, di molti operatori psicosociali impegnati sul campo.
Per taluni di essi, una clinica che si occupi degli atti perversi non sem­
bra avere altra possibilità di svilupparsi se non sotto le insegne della tutela
di un bene dell’altro, o degli altri, che il terapeuta condivide e a cui si sen­
te idealmente identificato. L’intervento più specificatamente clinico pro­
lungherebbe quello della magistratura, quale suo correlato indispensabile.

16 S. Kierkegaard, La ripetizione. Un esperimento psicologico (pubblicato nel 1843


sotto lo pseudonimo di Constantin Costantius), Guerini Associati, Milano 1991, p. 12.

51
Civiltà e disagio

La necessità che piega l’individuo condizionato dalla coazione a ripetere


sollecita la necessità imperiosa della legge quale primo supporto a un’a­
zione destinata a distogliere il soggetto dalla sua mortifera reiterazione.
La nosografia medica o, più esattamente, psichiatrica può, d’altronde,
ben servire a fornire l’avallo teorico all’operazione. L’atto perverso è, al­
lora, iscritto in una configurazione pregiudiziale del soggetto, rispetto a
cui la sua reiterazione gioca un puro e semplice ruolo di conferma. Esso
è manifestazione di una struttura individuale patologica, già definita a
priori, parte integrante di un “tutto” dato in precedenza. Come tale, l’at­
to non può che essere spezzato dall’esterno, sulla base di un’opposizione
frontale al soggetto.
Può essere questa una via percorribile anche per una pratica clinica
che si rifaccia alla psicoanalisi, agli insegnamenti di Freud e di Lacan?
Un dubbio, foss’anche radicale, ci sembra coltivabile, anche al prezzo di
scelte impopolari. Per quanto perverso possa essere, un atto conserva
sempre la dimensione che gli è propria, quella cioè, per l’appunto, di es­
sere un atto, suscettibile di rinviare a un soggetto. L’atto è, in tal senso, il
“non tutto” che decompleta il quadro reificato che la clinica può fare di
un soggetto, più o meno veridicamente, persino in rapporto ad atti che,
puntualmente, si ripetono. Nella clinica psichiatrica, l’atto è spazializza-
to, incollato o inserito nel soggetto come un attributo ineliminabile della
sua rappresentazione scientifica oggettivata. In quella psicoanalitica, l’at­
to è ricondotto al tempo, sia in rapporto alla sua emergenza che alla sua
ripetizione. Esso connota la cifra di un non previsto, in cui il soggetto si
stacca dal quadro. Paradossalmente, anche quando sembra riconferma­
lo. L’atto lo situa in rapporto a un’immanenza personale che è la prova
vivente del suo esserci. E irruzione, e poi scomparsa, e poi, ancora, di
nuovo, irruzione... Il suo palesarsi si traduce in un movimento di andata
e ritorno, fedele, in questo caso, al movimento pulsionale.
Una cura, si sa, esige del tempo. Un tempo lo esige anche il costituirsi
di una domanda di trattamento. Essa non discende automaticamente dal
riscontro oggettivo o socialmente condivisibile di uno stato di gravità o
di pericolosità accertato. Se l’atto (perverso) implica un soggetto, anche
la domanda, in quanto atto, lo suppone. Ciò ci riporta al tema della ripe­
tizione. Essa, infatti, vive di due memorie. La prima è quella determinata
della traccia lasciata dall’incontro con l’oggetto. La ripetizione insegue
un “prima”, l’impronta mnestica inconscia di un godimento “perduto”
che il soggetto cerca di rendere attuale, di recuperare. La seconda è
quella che ogni ripetizione deposita nella mente del soggetto come ritor­
no dell’esperienza stessa reiterata. L’esperimento psicologico kierkegaar-

52
Sulla perversione

diano intreccia esemplarmente due piani strettamente congiunti fra loro.


Da un lato, esso mostra l’incedere temporale che i personaggi del rac­
conto attraversano, nel breve passaggio che va dalla tesi enunciata alla
delusione che la realtà consegna loro. Dall’altra, in parallelo, l’esperi­
mento psicologico, nel suo essere tale, sdoppia il soggetto tra colui che
agisce la ripetizione e colui che la interpreta come tale. L’atto ripetitivo si
ritrova così ripreso da un atto che lo assume interrogativamente, nella
misura in cui lo recepisce nel suo valore di lascito di un’esperienza. Esso
è inscindibile dall’operazione che, quindi, effettua l’individuo ricono­
scendo la ripetizione. Se quindi, schematizzando, la prima memoria,
quella che va a priori alla ricerca della soddisfazione perduta, è una me­
moria dell’oggetto, la seconda, quella che ne riconosce a posteriori la di­
namica ripetitiva, è una memoria del soggetto, che entra in gioco al co­
stituirsi della domanda di cura.
In un intervento dal titolo Prédication et ordinatori presentato nel
dicembre del 1972 al seminario di Lacan, Francois Recanati sottolinea
come la tautologia “a è a”, che Wittgenstein ritiene priva di senso, è al
contrario ciò che istituisce il senso: «La pertinenza di un oggetto (a) ri­
posa sulla sua ripetizione sotto una forma molto particolare, quella del
predicato». In “a è a”, “a” si presenta come il supporto indifferenziato
di una determinazione che può intervenire solo successivamente. Ma, in­
siste Recanati, nel momento in cui gli è assegnata una determinazione,
avviene un passaggio di poteri: ciò che si ripete si ripete sotto la forma di
un predicato. Tra le due “a”, insomma, c’è il verbo “essere” che registra
la disimmetria essenziale che fa la differenza. Se “a” si ripete nella predi­
cazione è perché un intermediario è stato posto a simbolizzare la distan­
za tra il possibile e l’esistenza, tra il primo e il secondo “a” del “a è a”.
Ora “a” partecipa di qualcosa di consistente, l’essere, come possibilità di
ogni determinazione predicativa, di ogni ripetizione. E dunque: «Il pri­
mo “a”, soggetto, supporto, nella sua vacuità potenziale, nel tempo che
l’esistenza più indeterminata gli ha conferito, cessa d’essere lui stesso, è
rapportato a ciò che fonda la sua esistenza, a ciò che lo supporta: l’esse­
re». Se quindi, come mostrava Kierkegaard, la sola cosa che si ripete è
l’impossibilità della ripetizione, ne deriva la sussistenza di un buco, di
uno spazio in cui l’oggetto e la sua rappresentazione, l’evento e il suo ri­
cordo non collimano.
Il buco permane, insiste, è ciò che permette di fondare una “vera” ri­
petizione. Essa è, allora, riconosciuta nel suo fallimento dal soggetto. Più

17 In “Scilicet”, 5,1975, pp. 61 ss.

53
Civiltà e disagio

esattamente, essa è interpretata nella sua impossibilità. Colui che la in­


terpreta è il soggetto stesso nel momento in cui la coglie, la riconosce,
l’assume. È in questa ripresa o, per così dire, in questo ritorno che il sog­
getto introduce uno stacco, una distanza nei riguardi del riprodursi mec­
canico dell’esperienza. Occorre, infatti, che la ripetizione si manifesti (o,
più precisamente, venga recepita) come impossibile, affinché divenga
possibile quale ripetizione di questa impossibilità. Importante è allora
che il nulla, il buco, l’impossibilità, che come tale si presentifica al sog­
getto, permetta a un altro interpretante, esterno rispetto a chi la speri­
menta, di garantire ad essa un accesso alla parola.
Il tempo di un “ritorno”, di un “dopo”, per l’individuo che compie
atti perversi è dunque indispensabile per il costituirsi di una domanda
degna di questo nome. Il fallimento riuscito della ripetizione perversa ri­
chiede che il soggetto incontri non tanto il fallimento effettivo dell’espe­
rienza perversa in sé, come la coscienza benpensante amerebbe suppor­
re, ma l’inadeguatezza del suo fantasma di padroneggiamento del trau­
ma subito. L’appello a un altro, a un terzo, insorge dalla rottura del rap­
porto che il soggetto intrattiene con tale fantasma e, di conseguenza, con
un godimento più o meno “autistico” nella sua essenza, rottura che la­
scia allora irrompere, in maniera devastante, la ricaduta, dissimulata nel­
la ripetizione, dell’evento traumatico sul soggetto. Il “padrone” (maschi­
le o femminile che sia) onnipotente si scopre, quasi all’improvviso, “vit­
tima” impotente. Il trauma reclama la sua priorità. Emerge nella sua nu­
dità dalle macerie dell’illusione che pretendeva di sconfiggerlo. Il trau­
ma riappare sulla scia di un “secondo” trauma, dunque, quello cioè rela­
tivo alla soluzione autarchica che il soggetto aveva scovato, inventato (e
volontariamente cercato) per negare o obliterare il trauma che aveva su­
bito, oscurando il registro della verità che vi era intimamente connesso.
E il punto in cui il paradosso perverso si rompe, aprendo la possibilità di
una clinica, cioè di una castrazione che inauguri, spesso dolorosamente,
l’accesso a un Altro.
Sorge ora un interrogativo: se il soggetto giunge a problematizzare il suo
atto, sino a che punto consideralo ancora perverso? La domanda soggetti­
va non lo rende già, nella sua connotazione clinica ed etica, sintomo?
Posta una domanda, la questione del godimento del soggetto riappare
dal lato della cura, negli eventuali agiti del paziente, nel transfert, in rap­
porto a ciò che, sul versante della responsabilità dell’analista, Lacan de­
signava come direzione della cura. Sotto questo aspetto, l’atto perverso
interroga da vicino la posizione e l’essere dell’analista.
Il tentativo di associare pratica clinica e pratica giudiziaria, da una par­

54
Sulla perversione

te, così come, dall’altra, il ridondante richiamo al controtransfert - qui


sovente evocato nelle sue modalità più emotive e moralistiche, come una
sorta di giustificazione non richiesta dinanzi al tribunale della pubblica
opinione o, forse, espressione di una domanda inconfessata davanti a un
reale insopportabile - rischiano di sostituire o di sovrapporre a una po­
tenziale clinica degli atti perversi quella di una clinica... della clinica del
loro trattamento.
La nostra insistenza sul tema del controtransfert non è inopportuna.
Proprio nell’approccio clinico agli atti perversi, il controtransfert rivela
il suo volto più ambiguo, dispiegando un insieme di acrobazie fanta-
smatiche nel tentativo improbabile di regolare una “giusta” distanza tra
l’analista e il paziente o, più esattamente, tra l’analista e quello che l’in­
conscio, nell’incontro con il paziente, fa risuonare in lui. L’immagine
dell’analista sembra vacillare, originando una profonda divaricazione tra
quello che dovrebbe rappresentare per il paziente, in termini di ideale, e
quello che, suo malgrado, egli stesso sperimenta, vive. Il Super-io, anco­
ra una volta, è chiamato a supportare un’azione, o meglio ancora una
disposizione terapeutica verso il soggetto, che è il ritorno necessario di
una disposizione a priori messa in atto dall’analista nei riguardi del pa­
ziente. La correzione che l’analista opera nei propri confronti è il rifles­
so di quella che, in chiave educativa, si impegna a fare nei confronti del
paziente. Se infatti l’empatia è il tratto emotivo che circoscrive il nucleo
essenziale della relazione terapeutica e, nel contempo, il cuore del suo
orientarsi controtransferenziale verso l’Altro, che cosa accade nel caso
di un soggetto che fa atti perversi? L’analista diventa un suo immagina­
rio complice? Il fiume empatico va incanalato, ricondotto e messo al
servizio di quei sani principi di cui l’analista si fa maestro e garante. Da
qui il vigore ricostruttivo (che nulla ha a che vedere con il concetto freu­
diano di costruzione), di cui dà prova lo stesso Goldberg, un allievo di
Kohut:

Nel riparare un oggetto che si è rotto, spesso dobbiamo fare qualcosa di più
che incollare i frammenti. La struttura [della perversione] è una struttura difet­
tosa, e perciò richiede una riconfigurazione che permetta la regolazione del­
l’eccitazione, la modulazione dell’affetto e il raggiungimento di un’economia
funzionale [...]. Il concetto di ricostruzione è radicale, perché implica lo sman­
tellamento di qualcosa e l’erezione di una nuova struttura. Esso contiene l’idea
di un piano con un obiettivo finale, l’obiettivo di raggiungere quello che il tera­
peuta pensa sia il meglio per il paziente. Tutto ciò implica una serie di conside­
razioni sulla normalità e la moralità, questioni queste che, per quanto si cerchi
di eluderle nelle discussioni sulla perversione, non possono mai essere del tutto

55
Civiltà e disagio

ignorate. Noi diventiamo gli architetti della personalità ma anche i guaritori


della malattia.18

Kant con Sade, nuova versione? L’impatto con il reale del godimento, ef­
fettivo o supposto, dell’atto perverso genera un ventaglio di risposte che
rischiano sovente di stravolgere la posizione analitica o comunque di
metterla a dura prova. Si pensi, ad esempio, a una certa compiaciuta
brutalità con cui Masud Khan aggredisce i suoi pazienti “perversi”. Ad
esempio, quello che definisce «un omosessuale sconcertante»:

D’accordo, se lei si diverte a pagare per essere umiliato. Ecco qui: guardiamo­
ci. Io sono alto, bello, buon giocatore di polo e di squash. In forma. Soltanto
quarantun anni. Ricchissimo. Nobile di nascita. Felicemente sposato con
un’artista famosissima. Vivo con uno stile di vita che mi sono costruito io.
Sono musulmano e vengo dal Pakistan. Le mie radici affondano in tre culture
e spaziano in altrettanti mondi: il Punjab dell’india settentrionale, il Rajput
dell’india e la cultura della Persia. Dove ci incontriamo lei e io, signor Luis?
Possiamo incontrarci ? Come? Non perché, sebbene anche questo abbia la
sua importanza. Non mi interessa il suo “posso permettermelo”, e non ne ho
bisogno. Non può sedurmi come ha fatto con tutti gli altri. Non perché io sia
migliore di loro. E questa diversità è molto importante per me. Perché buttar
via soldi e tempo per puro testardo orgoglio offeso, signor Luis?.19

È un tentativo di produrre un’isterizzazione della domanda del signor


Luis, una sfida contro la sfida, una risposta estrema a una condotta
estrema? O forse, più semplicemente, è la provocazione perversa a far
emergere, specularmente, l’insopportabile anche dal lato dell’analista,
quasi un sordo richiamo a una violenza latente, mal trattenuta, pronta a
esercitarsi ed esibirsi? Così sempre l’analista pakistano, con una paziente
di nome Aisha: «Vuole sentire ancora oscenità, Aisha? Ne conosco mol­
te. Gliele offro gratuitamente».20
La fenomenologia e la pratica degli atti perversi pongono l’analista da­
vanti a un reale che interroga il suo stesso desiderio. Il rischio di una ri­
sposta che si modelli su una logica a specchio, sia nel senso della com­
prensione sia della contrapposizione, apre a una deriva che sembra non
costituire altro che il prolungamento sottile di quello che la sfida (o la
domanda?) perversa pare ambiguamente cercare per installarsi definiti­

18 A. Goldberg, Perversione e perversioni, cit., p. 172.


19 M.M.R. Khan, Trasgressioni, Bollati Boringhieri, Torino 1992, p. 108.
20 Ivi, p. 198.

56
Sulla perversione

vamente nel circuito della ripetizione, non senza l’avallo dell’Altro. Il de­
siderio dell’analista non è il controtransfert. Non è nemmeno un deside­
rio puro. Ciò rischierebbe di collocarlo dal lato di un’idealità che la logi­
ca stessa della perversione invita a prendere con cautela. Esso identifica
il punto enigmatico, etico e clinico, che orienta l’azione dell’analista,
quello che decide dei suoi atti: atti di cui, paradossalmente, come indica
Lacan, l’analista ha orrore.
L’atto perverso interroga, più di altri, il desiderio dell’analista, la sua
coerenza, la sua particolarità. Mette alla prova una risposta non qualsia­
si, pena la condanna, per la psicoanalisi, a non essere più se stessa, cioè
quella disciplina che, umanamente, sostiene un’offerta per chi vuole cer­
care di misurarsi con la propria verità, l’unica in grado di mettere il sog­
getto in contatto con un’effettiva alterità, suscettibile di spezzare la mor­
tifera catena della ripetizione.

57
3. Il trauma nella clinica psicoanalitica
di Luisella Brusa

3.1 Trauma reale e fantasmi incestuosi

Freud si avvicina ai disturbi psichici come medico e, in coerenza con il pa­


radigma della causalità lineare della medicina di fine Ottocento, procede
alla ricerca di una causa dei disturbi per i quali i pazienti lo consultano.
Alla ricerca di una verità causale, sotto la sua pressione i pazienti produco­
no ricordi; tra questi, ricordi di traumi infantili a carattere sessuale.
Questi fatti traumatici sembrano, in prima istanza, essere la causa dei
disturbi. Con alcune variazioni che sviluppa negli anni che vanno dal
1895 al 1899, Freud giunge a formulare la prima ipotesi fondamentale, e
cioè che proprio la rimozione di questi ricordi traumatici sia alla base
dell’isteria.1 E un’intuizione di vasta portata, che lega la questione ses­
suale al trauma, dal momento che i ricordi sono ricordi di traumi sessua­
li. Nell’evoluzione della teoria questa intuizione si rivelerà fondata; ben­
ché troppo condensata, la questione sessuale si rivelerà infatti essere spe­
cifica dell’isteria, il trauma invece sarà legato alla dimensione della causa
in quanto tale.
Con queste elaborazioni, Freud concepisce la psicoanalisi, la cui na­
scita è convenzionalmente datata al 1900, anno di pubblicazione del-
l’Interpretazione dei sogni. La nuova disciplina porta con sé un altro
concetto di causalità: la causa non è più un fatto della realtà (il trauma),
ma il modo in cui il soggetto è stato segnato da questo fatto (è l’incon­
scio del soggetto a scegliere ciò che diviene trauma nei suoi cattivi in­
contri). Nasce il concetto di causalità psichica.
Il passaggio dall’eziologia traumatica dell’isteria alla sua eziologia psi­
chica è così il passaggio dalla psicologia alla psicoanalisi, una nuova
scienza sui generis. Per essa la percezione della realtà è strutturata in
base al particolare modo che il soggetto ha di vedere il mondo. Le difese1

1 S. Freud, Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa (1896), in Id., Opere, a c.


di C. Musatti, 11 voli., Boringhieri, Torino 1966-1980, voi. 2.

58
Il trauma nella clinica psicoanalitica

da ciò che il soggetto non vuole vedere e il desiderio di ciò che vorrebbe
vedere partecipano alla costruzione della percezione e del ricordo dell’e­
vento. Nasce il concetto di realtà psichica. La memoria cessa di essere
una fonte affidabile di dati sulla realtà storica. E, cosa ancor più impor­
tante, la realtà psichica assume il primato sulla realtà storica. Per la cura
non importa tanto quello che è avvenuto, ma il segno che ha lasciato nel
soggetto. La memoria è distorta dalla rimozione, dalle condensazioni,
dagli spostamenti che i ricordi subiscono a causa dei conflitti psichici
che vanno a toccare. Il concetto di menzogna non si addice ai falsi ricor­
di, i quali, anche se storicamente falsi, contengono la verità psichica del
soggetto.
La sessualità è al centro dei conflitti psichici e la sessualità infantile,
che Freud supponeva essere dovuta a un trauma esterno, con la scrittura
dei Tre saggi sulla teoria sessuale, nel 1905, viene a indicare il carattere
universale del trauma, che diviene il nome dell’incontro con la pulsione.
La formulazione del complesso edipico fornisce un’asse di lettura fon­
damentale della sessualità, introduce i desideri incestuosi nella normalità
evolutiva e attribuisce valore al loro divieto. Il desiderio incestuoso e il
suo divieto si scrivono nell’inconscio e sono il marchio dell’impossibile
incontro felice con la pulsione. Le fantasie rimosse di amore edipico
sono la normalità dei discorsi che un analista ascolta.23
Questa profonda riarticolazione del punto di vista ha spostato l’atten­
zione degli psicoanalisti sulla scoperta di tale mondo nuovo. L’indagine
della realtà psichica e del suo funzionamento, secondo le coordinate in­
dicate da Freud, era un lavoro immenso da compiere.
Il trauma, in particolare il trauma sessuale, diviene un concetto di­
smesso, un concetto preanalitico.
Tra gli allievi di Freud della prima generazione l’attenzione al trauma
si esaurisce nel giro di pochi anni?

2 II passaggio della costruzione della teoria psicoanalitica di Freud, che qui è trat­
teggiato, si trova sviluppato nel prossimo paragrafo 3.2.
3 Nella prima decade del Novecento ci furono alcune discussioni sul ruolo dell’in­
cesto reale e del trauma sessuale infantile. Freud incoraggiò Otto Rank a presentare i
suoi studi sull’incesto ai primi tre incontri del mercoledì nell’ottobre del 1906. Que­
sto lavoro divenne un volume di oltre 600 pagine: Das Inzest Motiv in Dichtung und
Sage (Il tema dell’incesto nella poesia e nella leggenda). La discussione fu ripresa ed
esaurita nel 1927 con la relazione di Karl Abraham alla Società Psicoanalitica di Ber­
lino dal titolo Incesto e fantasie di incesto in famiglie nevrotiche. Contributi di casi cir­
ca le relazioni sessuali reali in famiglie nevrotiche e sintomi di malattia basati su fanta­
sie di incesto.

59
Civiltà e disagio

Nel 1932 Ferenczi sollevò nuovamente la questione del trauma reale


con un intervento al congresso di Wiesbaden dal titolo Confusione delle
lingue tra adulti e bambini,4 articolo che conoscerà la sua fortuna alla
fine del secolo, nel momento in cui la psicoanalisi riaprirà la questione
del trauma reale. Nel suo saggio Ferenczi esamina l’abuso sessuale dei
bambini e i suoi effetti patogeni. Sviluppa con precisione le differenze
tra la sessualità infantile e quella adulta, le due lingue cui si riferisce il ti­
tolo, ma la dimensione psichica del trauma sfuma, esso viene ricondotto
a una concezione psicosociologica.
La posizione di Freud sulle tesi di Ferenczi è netta: le ritiene una re­
gressione alla concezione eziologica che lui stesso aveva abbandonato
trentacinque anni prima,5 e rigetta fermamente il ritorno della causalità
psichica a una concezione lineare, a una concezione che assuma gli even­
ti di realtà escludendo le dimensioni dell’inconscio e della realtà psichica
come costitutive della soggettività.
Nella prospettiva della storia della psicoanalisi il valore dell’intervento
di Ferenczi sta nella ripresa della questione, che era rimasta silente tra gli
psicoanalisti.
La posizione di Freud sul trauma reale non si esaurisce con la scoperta
della causalità psichica. Più volte egli insiste sulla realtà del trauma e nel
1917 scrive: «Particolare interesse riveste la fantasia della seduzione, per­
ché fin troppo spesso non è una fantasia ma un ricordo reale».6 E ancora,
nel 1931: «Una vera seduzione è abbastanza frequente [...] questa di­
sturba regolarmente il decorso naturale dei processi evolutivi lasciandosi
spesso indietro ampie e durature conseguenze».78
Bisogna arrivare al 1920 perché Freud giunga a occuparsi del trauma
reale e formuli una vera teoria a partire dalle nevrosi traumatiche di
guerra.
Per cogliere il reale del trauma, al di là del complesso edipico, intro­
duce un nuovo concetto: la pulsione di morte. E la tesi rivoluzionaria di
Al di là del principio di piacere? che dà uno statuto preciso a quella di­

4 S. Ferenczi, Confusione delle lingue tra adulti e bambini, in J. Masson, Assalto alla
verità. La rinuncia di Freud alla teoria della seduzione, A. Mondadori, Milano 1984.
5 Freud esprime la sua posizione subito dopo aver letto il testo, consegnatogli da
Ferenczi in anteprima, in una lettera alla figlia Anna del 3 settembre 1932. E la stessa
posizione presa nei confronti della teoria del trauma della nascita di Otto Rank.
6 S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi (19\5-Yl),Le vie per la formazione dei sin­
tomi, in Id., Opere, cit., voi. 8, p. 525.
7 S. Freud, Sessualità femminile (1931), in Id., Opere, cit., voi. 11, p. 70.
8 S. Freud, Al di là del principio di piacere (1920), in Id., Opere, cit., voi. 9.

60
Il trauma nella clinica psicoanalitica

mensione energetica dell’economia psichica che non è rappresentabile


nel linguaggio simbolico, non è trattabile con gli usuali meccanismi della
rimozione, della condensazione e dello spostamento. Questa forza, che
Freud battezza “pulsione di morte”, agisce in silenzio, nella forma della
coazione a ripetere, non si lascia rappresentare nel sogno, ma fa breccia
nel sogno e produce il risveglio tipico delle nevrosi post-traumatiche. Si
caratterizza per il fatto di varcare le barriere protettive di linguaggio, che
costituiscono il soggetto conferendogli una certa tenuta unitaria, com­
promette le funzioni dell’io, e mette in primo piano la sua fondamentale
divisione da se stesso.
Questa seconda parte dell’insegnamento freudiano, in particolare il
concetto di pulsione di morte, ha avuto meno successo tra i suoi allievi.
Così tra il 1900 e il 1950 quando gli analisti scrivevano di incesto e sedu­
zione era per enfatizzare la seduttività del bambino. Il materiale clinico
era citato per dimostrare la validità delle ipotesi freudiane sullo sviluppo
psicosessuale infantile e la sessualità dei bambini. La cornice rimaneva
esclusivamente quella del complesso edipico,9 con una confusione irri­
solta tra il fantasma e il reale.1011
Nel 1984 la pubblicazione di Assalto alla verità di Jeffrey Masson ha
riaperto il dibattito psicoanalitico sul trauma. L’autore, incaricato di cu­
rare la nuova edizione delle lettere di Freud a Fliess, e quindi autorizza­
to a consultare l’archivio degli inediti freudiani, sostenne di poter prova­
re come la rinuncia alla prima teoria sull’eziologia traumatica delle ne­
vrosi fosse avvenuta per ragioni opportunistiche, perché Freud non vo­
leva inimicarsi l’ambiente culturale puritano della vecchia Vienna. A
supporto della sua tesi l’autore riproduceva in appendice il saggio di Fe­
renczi del 1932, La confusione delle lingue.
Le critiche al libro di Masson ne mostrano l’inconsistenza teorica e la
tendenziosità nell’uso dei documenti.11

9 B. Simon, “Incest-see under Oedipus Complex”: thè history of an error in psychoa-


nalysis, in “Journal of thè American Psychoanalytic Association”, 40, 1992, pp. 955-
988.
10 A testimonianza dello scarso interesse per l’argomento vi è un dato oltremodo
citato dalla letteratura anglosassone più recente, che è l’assenza di libri e i pochi arti­
coli (19), pubblicati in lingua inglese tra il 1920 e il 1986, che riportano le parole “in­
cesto” o “seduzione” (E. Person, H. Klar, Estahlishing trauma: thè difficulty distingui-
shing between memories and fantasies, in “Journal of thè American Psychoanalytic
Association”, 42,1994, pp. 1055-1081).
11 Si vedano in particolare l’esaustiva recensione di G. Allison, The assault on
truth. Freud’s suppression of thè seduction theory, in “Psychoanalytic Quarterly”, 56,

61
Civiltà e disagio

Le lettere inedite che Masson cita a sostegno della sua polemica sono
quelle di Freud a Fliess del dicembre 1897, che seguono la lettera del 21
settembre nella quale Freud annuncia all’amico di aver rinunciato alla
teoria della seduzione. Esse non riportano in realtà una smentita da parte
di Freud della sua nuova teoria, ma solo affermazioni che denotano pru­
denza. Anche gli altri documenti addotti da Masson a sostegno della sua
tesi revisionista sono stati tendenziosamente distorti, come attestano le
documentate recensioni apparse negli anni successivi.12
La polemica di Masson è di stampo sociologico. La sua lettura mostra
un quadro concettuale di riferimento che non pertiene alla psicoanalisi:
è assente la concezione psicoanalitica di trauma e i concetti di inconscio,
fantasia e memoria sono impiegati come se fossero diametralmente op­
posti, misconoscendo che la memoria è sempre inevitabilmente intrisa di
fantasia e distorsioni difensive; inoltre - dato ancora più grave a questo
proposito - è misconosciuto il fatto che la dimensione traumatica non è
unicamente a sfondo sessuale.
Tuttavia è opinione diffusa che la pubblicazione del libro di Masson ab­
bia forzato la psichiatria moderna e la psicoanalisi alla riscoperta del trau­
ma reale.13 Negli anni successivi, in particolare negli anni novanta, sono
proliferate le pubblicazioni sul tema e la dimensione del reale ha trovato
un posto nella clinica e nella letteratura psicoanalitica.

1987, pp. 364-368, e quella di L. Freedman, The assault on truth. Freud’s suppression
of thè seduction theory, in “Journal of thè American Psychoanalytic Association”, 36,
1988, pp. 183-187. Quest’ultimo squalifica le tesi di Masson nella prospettiva della
teoria psicoanalitica, ma trova che tocchi una questione teorica aperta nella psicoana­
lisi contemporanea: che ne è dell’isteria? L’eziologia traumatica dell’isteria non è evi­
dentemente ancora fuori discussione. Questa notazione prelude alla riscoperta dell’i­
steria che la psicoanalisi postfreudiana ha avanzato negli anni successivi (cfr., ad
esempio, C. Bollas, Isteria, Cortina, Milano 2001).
12 K. Eissler {Comments on erroneus intrepretations of Freud’s seduction theory, in
“Journal of thè American Psychoanalytic Association”, 41, 1993, pp. 571-583) mo­
stra nella sua recensione come Masson abbia falsificato i documenti prodotti nella
sua polemica contro Freud. Masson sostiene che Ruth Mack Brunswick abbia scitto
di suo pugno, in un documento inedito da lui visionato, di non aver detto a Freud
della seduzione anale dell’uomo dei lupi. Eissler pubblica i passaggi del documento
autografo di Ruth Mack Brunswick dai quali si nota come questa sia un’interpreta­
zione molto distorta di Masson.
13 E una tesi sostenuta tra gli altri da T. Shapiro, The reality of trauma, in “Contem-
porary Psychoanalysis”, 31,1995, pp. 451-458 e da J. Droga, Realities lost and found:
Trauma, dissociation, and somatic memories in a survivor ofchildhood sexual ahuse, in
“Psychoanalytic Inquiry”, 17,1997, pp. 173-191.

62
Il trauma nella clinica psicoanalitica

3.2 Teorie freudiane del trauma

La questione del trauma accompagna Freud nell’evoluzione del suo per­


corso. L’ipotesi di un trauma sessuale specifico dell’isteria, avvenuto nel­
l’infanzia (teoria della seduzione) compare nei primi articoli e viene re­
spinta solo dopo alcuni anni.14
Nel 1924, in occasione di una riedizione dell’articolo del 1896, Nuove os­
servazioni sulle neuropsicosi da difesa, in cui espone l’ipotesi del trauma ses­
suale specifico, Freud inserisce una nota nella quale ricorda al lettore come
quella teoria non sia più attuale e come all’epoca in cui l’aveva formulata
non avesse ancora una chiara visione delle manifestazioni spontanee della
sessualità infantile, aggiungendo che «non tutto quanto è contenuto nel te­
sto [...] dev’essere respinto, perché la seduzione ha pur sempre una certa
importanza eziologica, e ritengo ancor oggi che alcune delle osservazioni a
carattere psicologico qui riportate vadano considerate esatte».15
Queste righe indicano come l’abbandono della teoria del trauma ses­
suale specifico non fosse dovuto alla negazione di abusi sessuali real-

14 La tesi compare più volte nella sua corrispondenza (lettere delT8.10.1895, del
16.10.1895 e del 20.10.1895, in S. Freud, Epistolari. Lettere a Wilhelm Eliess, Bollati
Boringhieri, Torino 1990), è ripresa negli appunti teorici (S. Freud, Minuta K. Le ne­
vrosi da difesa (Favola di Natale) (dicembre 1895), in Id., Opere, cit., voi. 2) e infine
pubblicata nel gennaio del 1896 (S. Freud, Idereditarietà e Ittiologia delle nevrosi, in
Id., Opere, cit., voi. 2). Viene esposta in forma estesa e sistematica nelle pubblicazioni
dei mesi successivi (S. Freud, Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa, cit.). Nel
settembre del 1897 Freud scrive a Fliess che, con il procedere della propria autoanalisi,
sta mutando la sua concezione del trauma infantile (lettera del 21.09.1897, in S. Freud,
Epistolari. Lettere a Wilhelm Fliess, cit.). Sino al gennaio 1899 è scarno di informazioni
sull’argomento, ma a quel punto la tesi del trauma sessuale specifico è esplicitamente
messa da parte (lettere del 3.01.1899 e del 30.01.1899, in Id., Epistolari. Lettere a
Wilhelm Fliess, cit.). Tuttavia solo alcuni anni dopo Freud fa il primo accenno pubblico
alla smentita della teoria. In prossimità della pubblicazione dei Tre saggi sulla teoria ses­
suale (1905, in Id., Opere, cit., voi. 4), espone la teoria della sessualità infantile che ha
preso il posto di quella del trauma sessuale specifico. La scoperta del «fattore della fan­
tasia», della sessualità infantile, dell’universalità dei desideri incestuosi legati al comples­
so edipico segna in Freud il passaggio dall’aderenza alla realtà fattuale alla predominan­
za della realtà psichica. Freud si accorge che ciò che organizza i racconti dei pazienti in
analisi è la loro visione del mondo, la loro realtà psichica. E bisogna capire come questa
funziona per guarire i loro sintomi. I ricordi sono veri in quanto raccontati, non nel
senso che riportano necessariamente quanto realmente accaduto. La causalità psichica
era più complessa di quanto avesse supposto con la teoria della seduzione.
15 S. Freud, Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa, cit., p. 312.

63
Civiltà e disagio

mente occorsi e alla sua sostituzione con la fantasia. Freud era alla ricer­
ca di una formula universale che spiegasse il funzionamento psichico
della nevrosi, ed è quello che trova nel complesso edipico. La dimensio­
ne traumatica non poteva ancora essere inquadrata in quanto prima bi­
sognava che si delineasse il funzionamento normale.
Freud scopre così che la pulsione sessuale è normale nell’infanzia, che
il bambino è un perverso polimorfo^ che fantastica approcci a suo modo
sessuali con le persone che ama. L’organizzazione fondamentale che re­
gola questa sessualità è il complesso edipico.
Nella teoria del complesso edipico la seduzione (è il nome scelto da
Freud per definire la scena in cui un adulto inizia alla sessualità un bam­
bino) diventa un dispositivo immaginario mediante il quale il soggetto
annoda la pulsione alla legge. La rimozione, che controlla queste fanta­
sie, è il segno che il divieto edipico è funzionante; che siano fantasie e
non realtà è il segno che la pulsione è normativizzata dalla legge della ca­
strazione. Il complesso edipico è il funzionamento universale che per i
nevrotici annoda la pulsione, il desiderio e la legge.
In questa nuova fase della teoria psicoanalitica il trauma proviene dal­
la forza delle pulsioni sessuali e dalla lotta dell’io contro di esse. Le si­
tuazioni traumatiche paradigmatiche sono la castrazione, la separazione,
la scena primaria, il complesso di Edipo, ovvero tutte le situazioni che at­
tivano il conflitto pulsionale. In un simile quadro teorico tutti i conflitti e
le situazioni traumatiche sono considerati come fantasie inconsce e
realtà psichica interna.
Per avere una chiara visione del trauma reale bisogna attendere il pas­
saggio successivo nella costruzione della teoria psicoanalitica, quando
con Al di là del principio di piacere Freud prende in esame le nevrosi trau­
matiche di guerra. Il trauma reale è il volano che lo porta a introdurre un
nuovo concetto, la “pulsione di morte”. Nelle nevrosi di guerra il trauma
reale produce effetti che minano il funzionamento psichico così come
Freud lo aveva ricostruito durante vent’anni di lavoro.
Il trauma reale non è una fantasia né un sogno, non lo si può interpre­
tare come i sogni, non produce sintomi che sono formazioni di compro­
messo, anch’esse interpretabili, ma produce la ripetizione di se stesso, la
coazione a ripetere. Già nel 1916 Freud aveva circoscritto il trauma a
questa dimensione intrapsichica:

16 S. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale, cit.

64
Il trauma nella clinica psicoanalitica

L’espressione traumatico non ha altro senso se non questo, economico. Con


essa noi designiamo un’esperienza che nei limiti di un breve lasso di tempo
apporta alla vita psichica un incremento di stimoli talmente forte che la sua li­
quidazione nel modo usuale non riesce, donde è gioco-forza che ne discenda­
no disturbi permanenti nell’economia energetica della psiche.1718
19

H «modo usuale» sono per Freud le costruzioni di linguaggio che legano


l’ammontare libidico e lo trasportano con sé, lo rendono mobile, trattabi­
le. Quando ce un trauma l’ammontare energetico è eccessivo, non si lega
più alle rappresentazioni, insiste muto nella forma primaria della ripeti­
zione. Freud riconosce qui un funzionamento primario della pulsione, un
funzionamento silenzioso, ed è quello che chiama “pulsione di morte”.
Nella fase successiva della teoria psicoanalitica Freud mette questo nu­
cleo silenzioso all’origine della costituzione soggettiva stessa. Il soggetto
nasce alla vita psichica nel momento in cui si stacca dal suo essere pulsio-
nale con un’operazione fondamentale di difesa che lo istituisce sì, ma lo
rende anche scisso da se stesso. E la tesi dell’ultimo periodo, sviluppata in
La scissione dell’io nel processo di difesa)9. Il trauma viene posto al centro
della costituzione soggettiva, una forza magnetica che divide il soggetto
quanto più ci si avvicina al nucleo, la rimozione originaria. L’Io nevrotico
si costituisce in questa prima esperienza di pericolo interno, pericolo che
costituisce il prototipo perché il soggetto possa riconoscere ogni pericolo
futuro, interno o esterno. E sulla divisione che si produce in questo mo­
mento originario che si fondano il soggetto e la coazione a ripetere.
L’idea stessa di una realtà storica sfuma. In Costruzioni in analisi^
Freud nomina «verità storica» quella che è perduta per sempre nella rimo­
zione dei tempi originari; non rimane che la realtà psichica.20

3.3 La traversata selvaggia del fantasma di Jacques Lacan

Jacques Lacan parte dall’ultima fase dell’insegnamento freudiano sul


trauma. Nella sua teoria il soggetto si costituisce sulla rimozione origina­
ria, su un vuoto che è il luogo di inserzione della pulsione, un punto di

17 S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, cit., p. 437.


18 S. Freud, La scissione dell'io nel processo di difesa (1938), in Id., Opere, cit., voi.
11.
19 S. Freud, Costruzioni in analisi (1937), in Id., Opere, cit., voi. IL
20 Cfr. il prossimo paragrafo 3.5.

65
Civiltà e disagio

reale che il simbolico non può elaborare. Questo reale traumatico, che si
agita nel cuore del soggetto, si ricollega all’esperienza di abbandono più
primitiva, l’esperienza di derelizione, Hilflòsigkeit, quando il soggetto
inerme si sente completamente solo, senza il supporto dell’Altro e senza
le risorse del simbolico.
Lacan chiama «fantasma» (dal quale discendono le fantasie) quell’in­
sieme di coordinate simboliche e immaginarie che costituiscono la rete
di riferimento di ciascun soggetto di fronte al reale disorganizzato e in­
comprensibile del mondo.21 Il fantasma è l’aggancio all’Altro che per­
mette l’uscita dallo stato di derelizione abbandonica.
La funzione fondamentale del fantasma soggettivo è quella di fare da
schermo alla divisione inaugurale del soggetto;22 esso costituisce una len­
te che organizza frammenti senza senso né collegamento, frammenti di
sé e del mondo, in un punto di vista organizzato, quello che per ciascu­
no viene a costituire la sua realtà. In questo modo il fantasma protegge
dal reale pulsionale e allo stesso tempo costituisce un rapporto con la
realtà. Nella forma di una dialettica pulsante, il reale si introduce nella
divisione del soggetto permettendogli di coglierne qualcosa. Per ciascun
soggetto la realtà è dunque ciò che egli coglie del reale attraverso le
coordinate del suo fantasma. E il fantasma che rende il reale maneggia­
bile, addomesticato, e fa sì che non tutti gli incontri siano traumatici. E
una costruzione assolutamente particolare, che il soggetto mette a punto
nel corso dell’infanzia e che, come un paio di occhiali da sole, gli per­
mette di non essere accecato dalla luce insopportabile che sprigiona il
nucleo traumatico del reale, nucleo traumatico che pertiene all’essere
umano in quanto vivente, abitato dalla vita.
L’incontro traumatico è quello che produce nel soggetto un’effrazione
che rivela questo intimo in lui.23 Ciò che fa ogni volta l’effetto di un trau­

21 Facciamo qui riferimento ai tre registri di immaginario, simbolico e reale distinti


da Lacan. Con immaginario si intende tutto ciò che si riferisce all’immagine, al piano
visivo, al significato. Con simbolico si intende il significante nella sua connotazione
asemantica, di pura differenza e combinazione infinita. Con reale si intende infine il
residuo dell’operazione simbolica, ciò che il simbolico non riesce a cogliere dopo es­
sere giunto alle sue estreme possibilità, La Cosa che persiste e insiste al di là della no­
minazione. Si veda A. Di Ciaccia, M. Recalcati, Jacques Lacan, Bruno Mondadori,
Milano 2000.
22 E una tesi esposta in J. Lacan, Il seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamen­
tali della psicoanalisi (1964), Einaudi, Torino 2001.
23 In questo senso il traumatismo è un ZrozY-matisme, gioco di parole intraducibile

66
Il trauma nella clinica psicoanalitica

ma è uno svelamento brutale di questa verità ultima dalla quale il soggetto


si protegge con la sua stessa costituzione soggettiva. Il trauma è una «tra­
versata selvaggia del fantasma», un attraversamento istantaneo che lascia
emergere ciò che è incluso nella rimozione originaria; risorge un godimen­
to insopportabile proprio là dove dovrebbe trovarsi l’astinenza dal godi­
mento (in particolare nel luogo del Padre del complesso edipico).24
Il trauma reale, di qualunque tipo esso sia, dalle catastrofi naturali alle
violenze umane, infrange le coordinate simboliche che permettono al
soggetto di avere un’idea della realtà, di essere nella propria storia, di es­
sere dentro un tempo che scorre, le coordinate che distinguono il vero
dal falso. Esse sono annientate nell’istante eterno del trauma, che buca il
fantasma in un lampo. Il tempo del trauma è uno solo. Azzera la storia, è
un bagliore che cancella il tempo, lascia senza punti di riferimento. Per i
soggetti traumatizzati il bagliore accecante costituisce a volte l’unico ri­
cordo dell’evento. La particolarità dell’individuo sparisce nella totalità
dell’evento che lo sovrasta.
La clinica infantile ci mostra come, in prossimità del trauma, venga
persa ogni capacità di linguaggio precedentemente acquisita. Il bambino
non parla più, non scrive più, non è più in grado di disegnare, può solo
tracciare segni che non riescono a delimitare uno spazio, senza uso dei
colori.
Nelle esperienze estreme, come l’abuso sessuale, il grave maltratta­
mento, la permanenza in orfanotrofi, la reclusione in campi di concen­
tramento, si perde la capacità propriamente umana di usare il linguaggio
nelle sue risorse simboliche, di mobilitare l’inconscio, per allontanare,
disarmare il terrore.
Con il venir meno delle risorse del linguaggio simbolico si produce
una solidificazione, anche a livello della lingua. Al posto della metafora
si troverà una forma congelata del significante che Lacan ha nominato
«olofrase»25 nella quale la parola è pietrificata e immobilizza il discor­
so.26 L’olofrase imprigiona e disconnette il soggetto dalla sua storia, al

in italiano, che coniuga la parola francese trou, “buco”, facendola divenire il signifi­
cante del trauma. In questo senso il buco è il buco nelle maglie del simbolico, che dà
luogo a un incontro diretto con il reale.
24 L’idea di «traversata selvaggia del fantasma» si trova sviluppata da Guy Briole
nella lettura del trauma entro le coordinate della clinica lacaniana. Cfr. G. Briole,
llévénement traumatique, in “Mental”, 1,1996, pp. 105-119.
25 Olofrase è un concetto di Lacan introdotto in II seminario. Libro XI, cit.
26 Si veda M. Recalcati in questo volume, cap. 1.

67
Civiltà e disagio

contrario del sintomo, che ne metaforizza una parte e la fa circolare in


forma mascherata.
L’effrazione traumatica annienta l’Altro del linguaggio e annienta il
soggetto, in quanto soggetto di linguaggio. La dimensione soggettiva in
gioco nel trauma è quella pulsionale-oggettuale. Il soggetto del linguag­
gio è in eclissi e la scena è interamente occupata dalla pulsione nel suo
versante reale, al di là dell’articolazione simbolica.
Per sua struttura il momento traumatico, con la traversata selvaggia
del fantasma, porta il soggetto sino al punto di sparizione, all’incontro
con la divisione fondamentale da se stesso, che lo riduce al suo statuto di
oggetto, oggetto innominabile, al di là di ogni rappresentazione.
Per Lacan questa è anche la traiettoria di un percorso analitico con­
dotto fino al suo termine logico, al punto estremo di verità. In un’analisi
ci vogliono molti anni ed estrema cautela perché un soggetto possa gra­
dualmente sopportare l’incontro con una verità di questo genere, perché
possa andare al di là del fantasma che lo protegge.
Il trauma annulla il percorso e selvaggiamente confronta il soggetto in
un solo istante con questo al di là. In un cortocircuito la costruzione fan-
tasmatica difensiva non è smontata pezzo a pezzo, ma annientata. La
conseguenza è che le tracce del trauma non arrivano a assumere la for­
ma simbolizzata, non possono scriversi nel linguaggio simbolico che il
trauma esclude. Giocoforza prendono la forma della coazione a ripetere
e del passaggio all’atto. Esse riducono il soggetto a livello del suo funzio­
namento più primitivo, energetico.
Il nucleo traumatico rimane un punto a cui il soggetto non può avvici­
narsi se non dividendosi esso stesso in un certo numero di istanze. Più ci
si avvicina più si manifesta la resistenza del soggetto, resistenza che ha la
forma della ripetizione.27
Questa estraneità radicale del soggetto del linguaggio simbolico dall’e­
sperienza traumatica ha come conseguenza una difficoltà inevitabile a
trasmetterne qualcosa attraverso il simbolico. Poiché è un’esperienza il
cui statuto è di essere al di là della rappresentabilità, quando viene tra­
sposta nel racconto questo statuto viene inevitabilmente falsificato.
La dimensione soggettiva che vi è implicata non è quella di soggetto
della parola, ma di oggetto della pulsione, cui il soggetto è ricondotto
nell’esperienza traumatica; dunque il soggetto della parola, che ne narra,
non è lo stesso implicato dall’esperienza. Ne consegue una seconda ine­

27 Questo funzionamento è ben illustrato in J. Lacan, Il seminario. Libro XI, cit.,


|>p.51 55.

68
Il trauma nella clinica psicoanalitica

vitabile falsificazione, un cambiamento di statuto, quando l’esperienza


traumatica viene tradotta in parole.
Nella cura la ricostruzione del trauma è dunque una costruzione. Essa
richiede la reinvenzione dell’Altro della parola andato distrutto nel trau­
ma.28 E una costruzione attraverso le vie del linguaggio, che struttural­
mente è già là per ogni soggetto, ma la cui dimensione simbolica dopo il
trauma va riattivata. La traversata selvaggia del fantasma richiede una ri­
costruzione delTAltro che realizzi il soggetto come soggetto di linguaggio,
separandolo dalla dimensione pulsionale nella quale è andato perduto.

3.4 La memoria è tendenziosa

La memoria è tendenziosa. È la prima scoperta della psicoanalisi. Il mec­


canismo della rimozione fa sparire dalla memoria intere sequenze, lo spo­
stamento e la condensazione trasfigurano ciò che rimane sino a rendere
irriconoscibili i primi contenuti. Tutto questo è più forte della volontà del
soggetto, che pure, in buona fede, vorrebbe ricordare.
Un ricordo porta con sé più le tracce di chi ricorda che dell’evento ri­
cordato. Ciò che l’individuo ricorda è un equilibrio mobile tra ciò che
non ha voluto sapere dell’evento e ciò che ha potuto sopportare di sa­
perne. Porta il segno del desiderio che l’evento ha toccato in lui, e che
ha dipinto il ricordo di un certo colore. Porta il segno della difesa da
questo desiderio, che ha sbiadito certi colori, cancellato certi particolari
e ha messo in risalto particolari secondari, solo per sviare l’attenzione.
Il lavoro analitico è la paziente ricostruzione di questi fili di verità tra­
sfigurati, durante la quale il soggetto si ritrova. Non trova una verità ulti­
ma, oggettiva, l'oro della memoria che si attendeva Freud nei primi anni
di esercizio della psicoanalisi. Il soggetto si ritrova nelle declinazioni del
suo desiderio e delle sue difese che impara a riconoscere, che conferisco­
no il suo stile particolare di rapporto con la vita.
Loro della memoria non esiste, perché già la prima percezione porta il
marchio della difesa e del desiderio se è registrata da un essere umano.
Il linguaggio, che per gli esseri umani struttura la percezione, conferi­
sce la sua impronta a ciò che viene percepito. La lezione della psicoana­
lisi è che il puro incontro con l’oggetto dell’oggettività non ha mai avuto
luogo; il linguaggio attraverso cui il soggetto lo incontra è lì sin dall’ini­

28 Reinventare l’Altro dopo il trauma è il lavoro dell’analista, sviluppato da Eric


Laurent in Yils du trauma, in “Préliminaire”, 1997, pp. 45-51.

69
Civiltà e disagio

zio a rendere impossibile la naturalità dell’incontro, la registrazione og­


gettiva.29 L’oro della memoria, il ricordo vero, è dunque un punto inac­
cessibile, che prende la connotazione del vuoto, un ombelico, un al di là
del punto in cui il linguaggio può arrivare per permettere al soggetto
una conoscenza.
La verità che si svela nel corso di una psicoanalisi attraversando i falsi ri­
cordi ha dunque una struttura di finzione, ma ciò non vuol dire affatto
che la verità equivale alla falsità. Vuol dire piuttosto che la verità non si
regge su un’oggettività del vero, è edificata su un fondo inaccessibile e in­
consistente. E il percorso di verità della memoria porta a incontrare un
ombelico, che introduce a un registro di inconsistenza. Una psicoanalisi
conduce il soggetto attraverso tutte le costruzioni di linguaggio che hanno
costituito le sue difese fantasmatiche, fino all’incontro con questo punto
ombelicale, in cui il vero confina con un particolare silenzio pulsante.
La memoria, come il linguaggio, si distribuisce sui tre registri del sim­
bolico, dell’immaginario e del reale. La memoria della rimozione, dello
spostamento e della condensazione, quella studiata da Freud negli anni
trionfali dell’invenzione della psicoanalisi, è la memoria che funziona sul
registro simbolico: il desiderio vi è implicato in modo elettivo e le difese,
come pure i sintomi, sono formazioni simboliche.
L’immaginario vi ha una sua parte per la forte presenza di immagini
nelle formazioni dell’inconscio e degli effetti di significato che ne scatu­
riscono, ma rimane predominante la dimensione simbolica, perché è
quella che presiede al funzionamento del meccanismo.
Dal 1920 Freud si concentra su ciò che dà scacco a questo funziona­
mento. Le nevrosi di guerra disturbano il funzionamento simbolico, ne
perforano le maglie, il sogno dei sopravvissuti non è più un desiderio ma­
scherato, ma la ripetizione dell’evento traumatico. La normale fantasti­
cheria della vita di veglia è disturbata dall’irruzione improvvisa di flash­
back legati al trauma, i sintomi non sono più metafore ma ripetizione
coatta di esperienze terribili e così via. Ciò che doveva restare inaccessibi­
le nell’“ombelico” ha fatto irruzione nella memoria. La rimozione, lo spo­
stamento e la condensazione, i meccanismi del linguaggio simbolico che
proteggono normalmente il soggetto, non funzionano più. Il soggetto è
esposto senza protezione all’irruzione del materiale di un altro registro, il
reale si fa sentire.

29 È la tesi freudiana formulata pienamente da Lacan agli inizi del suo insegnamen­
to in Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi (1953), in Id., Scrit­
ti, a c. di G. Contri, 2 voli., Einaudi, Torino 1974, voi. I.

70
Il trauma nella clinica psicoanalitica

La memoria del trauma non è scritta nel linguaggio simbolico; su ciò


concorda la letteratura contemporanea?0 La prevalenza della coazione a
ripetere come modalità di ricordo del trauma ci indica che le tracce del
trauma non sono riattingibili come i ricordi rimossi. Sono inadatte a es­
sere ricordate perché non impiegano rappresentazioni mentali adeguate,
nemmeno nell’inconscio?1
L’indicazione tecnica freudiana, più che mai attuale, perché queste re­
gistrazioni divengano conoscenze consce è che debbano essere rivissute
in analisi con le stesse modalità (sensazioni somatiche, acting ecc.). L’in­
terazione del paziente con il suo ambiente o con l’analista provoca la ri­
petizione degli stimoli necessari per rivivere le sue esperienze traumati­
che. Nella vita del soggetto questo produce le nevrosi di destino descrit­
te da Freud?2
In termini di organizzazione della memoria le esperienze traumatiche
sono riprodotte inizialmente in una forma primitiva, come ricordi somati­
ci, presumibilmente corrispondenti al loro modo di registrazione. Essi non
sono né ricordi normali né conversioni isteriche. Le conversioni isteriche
sono costruite simbolicamente per esprimere allo stesso tempo un deside­
rio rimosso e una difesa da esso, i ricordi somatici invece sono la forma di
memoria di esperienze che non si possono richiamare in altro modo?3
Freud spiega questo processo con l’idea che la coazione a ripetere ser­
ve a legare l’eccitazione pulsionale in unità strutturali che sono il prere­
quisito del principio di piacere:

30 J. Droga, Realities lost andfound, cit.


31 J. Cohen, Structural consequences of psychic trauma: a new look at “Beyond thè
pleasure principle”, in “The International Journal of Psycho-Analysis”, 61, 1980, pp.
421-432.
32 S. Freud, Al di là del principio di piacere, cit., p. 207.
33 La diversa organizzazione della memoria rimanda al diverso funzionamento nel-
l’al di là del principio di piacere. Nei conflitti nevrotici ordinari le difese servono a te­
nere lontano dalla coscienza i desideri pulsionali originari che sono potenzialmente
fonte di piacere. Il dispiacere è secondario ed è legato al sorgere del conflitto. Nel
corso dell’analisi il soggetto riscopre l’affetto di piacere che era rimosso. Nella coa­
zione a ripetere è il contrario. L’affetto primario da cui difendersi è il dispiacere asso­
ciato alle esperienze traumatiche di perdita di controllo, nella forma della sovrastimo-
lazione o depressione primaria. Abbiamo due organizzazioni pulsionali sottostanti.
Un’organizzazione pulsionale somatica caratterizzata dall’assenza di normali tracce di
ricordi e da affetto diffuso e un’organizzazione regolata dal principio di piacere e le­
gata alla funzione del desiderio che è caratterizzata da adeguate tracce di ricordi
strutturate e affetti specifici.

71
Civiltà e disagio

soltanto dopo che l’investimento libero fosse stato convenientemente legato, il


principio di piacere (e quella sua modificazione che è il principio di realtà) po­
trebbe esplicare indisturbato il suo dominio. Fino a quel momento prevarreb­
be invece l’altro compito dell’apparato psichico, il compito di domare o legare
l’eccitamento, non diremo in contrasto con il principio di piacere, ma indipen­
dentemente da esso e in una certa misura senza tenerne conto.34

Poiché l’annientamento della dimensione simbolica è proprio del trauma,


la sua memoria si scrive nei restanti registri dell’immaginario e del reale.
Nei soggetti abusati nell’infanzia abbiamo così una prevalenza di immagini
vivide, sensazioni del corpo, fenomeni di depersonalizzazione. Anche
quando siamo in presenza di frammenti di frasi o di ricordi episodici essi
sono sconnessi dalla catena simbolica, non si collegano a niente per il sog­
getto, non significano niente, sussistono come corpi estranei.35
La conoscenza più precisa del trauma avviene nella sua forma più cru­
da, meno assimilabile, è un effetto di divisione in un corpo estraneo, che
getta un’ombra perpetua sugli eventi di vita e anche sui possibili passag­
gi terapeutici.36
E la conseguenza logica di quello che è chiamato splitting, la divisione
soggettiva fondamentale attivata dall’esperienza traumatica, che diviene
una sorta di spaccatura: da un lato il soggetto del linguaggio e dall’altro
l’essere, ridotto a oggetto pulsionale. Questa divisione comporta che
ogni conoscenza del trauma rimanga estranea al soggetto del linguaggio.
Perché la conoscenza del trauma è dal lato dell’oggetto, riguarda lo sta­
tuto di oggetto pulsionale, estraneo al soggetto del simbolico. È una for­
ma di conoscenza che corrisponde all’estraneità del soggetto a se stesso
sperimentata nel momento traumatico. Si tratta di un’estraneità radicale,
non l’estraneità riconoscibile del rimosso, ma l’estraneità che non si può
riassorbire di ciò che appartiene a un altro registro.

34 S. Freud, Al di là del principio di piacere, cit., p. 221.


35 Come nota Droga nel suo approfondito saggio del 1997 (Realities lost and
found, cit.), il dolore e altre sensazioni fisiche sono riportati spesso dalla letteratura
nei resoconti di casi di trattamento di sopravvissuti ad abuso sessuale e incesto infan­
tile. Queste sensazioni includono dolore, dermatiti, asma, mal di testa, nausea, iper o
ipoastesia, iperacusia, iperosmia, e sensazioni urinarie, genitali o gastrointestinali.
Quello che qui attribuiamo ai registri simbolico, immaginario e reale, è attribuito da
Droga a un modo verbale dei processi di memoria e a uno non-verbale, percettivo.
36 D. Laub, N. Auerhahn, Rnowing and not knowing massive psychic trauma: forms
of traumatic memory, in “The International Journal of Psycho-Analysis”, 74, 1993,
pp. 287-302.

72
Il trauma nella clinica psicoanalitica

Autori appartenenti a diverse scuole psicoanalitiche concordano sul


valore fondamentale di questi rilievi clinici. Nella prospettiva intersog-
gettivista Janet Droga37 mette in relazione la prevalenza di memoria non
verbale con il deficit simbolico del trauma. In altri termini, per determi­
nare se un evento infantile avrà valore traumatico sono decisivi tanto
l’affetto sperimentato dal bambino quanto la risposta di chi lo accudi­
sce. Quando l’appello o le proteste del bambino contro un adulto abu­
sante incontrano l’indifferenza, il trauma diviene l’inevitabile risultato.
Secondo questa prospettiva teorica la mancanza di un adeguato ambien­
te intersoggettivo lascia l’esperienza traumatica non integrata nelle sue
dimensioni somatiche, cognitive e affettive.
Nella prospettiva della psicologia dell’io, Dori Laub insiste sulla strut­
tura del trauma grave, nel quale realtà e fantasia si confondono in un af­
fetto così violento che eccede la capacità di regolazione dell’io. Il trauma
interferisce con le funzioni di sintesi dell’io e con la stessa capacità di sa­
pere, che partecipa di queste funzioni. Per proteggersi dall’affetto l’io
deve talora evitare la conoscenza. La pervasività delle aggressioni mas­
sicce, l’impatto decostruttivo sulle assunzioni culturali e psicologiche
che governano la vita sociale, spesso ha come esito una paralisi cognitiva
e affettiva. Conoscere questi eventi, metterli in ordine e attribuirvi un
senso diviene un compito insormontabile,

sapere dipende dal linguaggio, non solo per via dell’ascolto delle vittime, ma
anche dalla capacità delle vittime di richiamare le loro esperienze e formularle
in linguaggio. A causa della rottura radicale fra trauma e cultura, spesso le vit­
time non possono trovare categorie di pensiero o parole per la loro esperien­
za. I sopravvissuti non possono articolare il trauma, nemmeno per se stessi.
Sapere nel senso dell’articolazione, dell’analisi, dell’elaborazione, richiede una
sensibilità di distinzione, che è distrutta nelle situazioni di orrore.38

E questo il meccanismo che presiede a quella che la clinica psichiatrica


anglosassone ha battezzato sindrome del “sapere e non sapere”, espressio­
ne non particolarmente felice perché non si distingue in modo preciso
dagli effetti della rimozione nevrotica.
I ricordi traumatici hanno caratteristiche cliniche particolari: essi sono
caricati intensamente, spesso con sensazioni visive e sensoriali, vivide,
immutabili e sono organizzati a un livello che, a seconda del modello

37 J. Droga, Realities lost and found, cit.


38 D. Laub, N. Auerhahn, Knowing and not knowing massive psychic trauma, cit.

73
Civiltà e disagio

teorico impiegato, viene definito come sensoriale, motorio, iconico, se­


condo un tipo di memoria implicita o procedurale nella quale i ricordi
sono codificati ed espressi per immagini, comportamenti o emozioni
senza presenza cosciente.39
E. Person e H. Klar, tra gli altri, rilevano che questo livello di archivia­
zione della memoria non subisce i processi in forma simbolico-linguisti-
ca. La difficoltà a ricordarli è simile a quella di recuperare ricordi pre­
verbali. Si distinguono quindi due tipi di memoria, in accordo con gli as­
sunti della psicologia cognitiva, una memoria eidetica, o motoria, o pro­
cedurale e una memoria verbale-lineare, o linguistica, o dichiarativa.
Sullo statuto dei ricordi corporei si confrontano due linee di pensiero.
La prima40 considera i ricordi corporei non come esperienze inizialmen­
te psichiche e solo successivamente somatizzate, quanto piuttosto come
aspetti di esperienze che furono somatiche fin dal principio, dal momen­
to che quando il trauma coinvolge il corpo, come nell’abuso sessuale in­
fantile, la componente fisica è una parte molto intensa dell’esperienza e
l’esperienza iniziale non viene mai integrata oltre il livello somatico.
La seconda corrente41 sostiene che le espressioni somatiche sono inve­
ce successive, un effetto dello splitting sui ricordi che li trasferisce nel
corpo in una difesa dissociativa.
Questa prevalenza dei registri immaginario e reale conferisce ai sog­
getti traumatizzati un funzionamento psicotizzato, che si acuisce quanto
più ci si approssima alla zona compromessa dal trauma. Sussistono così
un falso Sé, adattato, troppo adattato all’ambiente, che conferisce al sog­
getto una certa normalità e una capacità di stare al passo con le richieste
sociali e un vuoto nel luogo del Sé che si evidenzia anche in modo dram-

39 Si veda in proposito il lavoro di T. Gaensbauer, Trauma in thè preverbal Period,


in “The Psychoanalytic Study of thè Child”, 50, 1995, pp. 122-149, che analizza
come si registrano e si ricordano eventi traumatici in bambini in età preverbale.
Gaensbauer riporta i casi di cinque bambini in cui il trauma è costituito da una over­
dose di pastiglie a 13 mesi, da un incidente in auto a 9 mesi, dall’assistere alla morte
violenta della madre a 21 mesi, dall’essere stato abusato sessualmente dal padre a 7
mesi, dall’essersi rotto una gamba a 15 mesi. I ricordi prodotti da questi bambini ap­
partengono alla categoria della memoria implicita o procedurale, sono codificati ed
espressi per immagini, comportamenti o emozioni senza presenza cosciente.
40 Tesi sostenuta tra gli altri da J. Droga, Realities lost and found, cit.
41 Sostenuta, tra gli altri, da S. Perlman, Unlocking incest memories: Pre-oedipal
transference, countertransference and thè body, in “Journal of thè American Academy
of Psychoanalysis”, 21,1993, pp. 363-386.

74
Il trauma nella clinica psicoanalitica

malico nei passaggi della cura che avvicinano il soggetto all’esperienza


traumatica.
I ricordi arrivano alla cura nella forma à^acting, del transfert disso­
ciato, di ricordi intrusivi, di materiale dissociato, fughe, depersonalizza­
zione e rimangono per molto tempo impermeabili ai poteri della paro­
la.42 L’interpretazione non modifica lo statuto immaginario e reale della
memoria, i registri rimangono scollegati, bisogna che l’analista attenda
anche a lungo.43
Questa prevalenza di reale e immaginario avvicina i passaggi della
cura in cui si tocca il trauma alla conduzione della cura con pazienti psi­
cotici. In luogo di interpretare come desideri rimossi i materiali che
emergono, si tratta di metterli a distanza dal soggetto ricollocandoli nel
passato e dal lato dell’Altro. L’Altro che è andato distrutto nell’esperien­
za traumatica si costruisce nella cura con i significanti che hanno conno­
tato il cattivo incontro. Significanti scritti nel reale del corpo del sogget-

42 La prevalenza della dissociazione sulla rimozione è evidente in tutti questi tipi di


memoria. Mentre la rimozione si basa su uno spostamento orizzontale, la dissociazio­
ne è una forma di spostamento verticale. La dissociazione separa il materiale disso­
ciato dagli altri contenuti psichici. I ricordi traumatici sono espulsi non solo dalla co­
scienza, ma anche dal preconscio e dall’inconscio, se usiamo questi tre registri freu­
diani. La dissociazione è simile allo splitting in quanto produce uno spostamento ver­
ticale molto diverso dalla rimozione. Ma gli obiettivi dello splitting e della dissocia­
zione sono diversi. L’obiettivo dello splitting è di proteggere l’oggetto buono dagli
impulsi distruttivi del Sé, mentre l’obiettivo della dissociazione è di proteggere il sog­
getto dalla sopraffazione dei ricordi di un evento traumatico e dalle fantasie regressi­
ve trascinate da questi ricordi.
Il materiale dissociato appare isolato dalla funzione di storicizzazione della psiche,
non subisce le stesse revisioni della memoria rimossa. Nondimeno influenza gli stili
di comportamento e le disposizioni affettive e costituisce il luogo di generazione della
fantasia/fantasma. Alcuni ricordi traumatici sono soppressi o dissociati, altri accessi­
bili in modo frammentato ma isolati dall’affetto corrispondente, ovvero deprivati di
significato o decontestualizzati. Così se anche sono trasparenti all’analista, non signi­
ficano nulla al paziente nei termini delle loro connessioni. Il ritrovamento di ricordi
traumatici non è facilmente spontaneo. È il punto in cui la Verità manca dell’Altro
per sostenersi, il soggetto è in eclissi, solo il falso Sé sussiste. Questi problemi si tro­
vano discussi ampiamente in E. Person, H. Klar, Establishing trauma, cit.
43 Person e Klar notano che i sintomi non scompaiono con il ricordo dell’evento
traumatico dissociato (nel caso da loro discusso si tratta di un abuso sessuale paterno
nel corso dell’adolescenza), ma dipendono dalla capacità della paziente di metabolizza­
re e contestualizzare la violenza sessuale, possiamo dire che dipendono dalla riattivazio­
ne progressiva della funzione simbolica della paziente (Establishing trauma, cit.).

75
Civiltà e disagio

to che l’intervento dell’analista stacca e ricolloca nell’Altro, operazione


preliminare perché possano entrare nel circuito del simbolico.44
Una simile attività interpretativa corrisponde, dalla parte dell’analista, a
questo tipo di memoria. Si tratta di qualcosa di molto diverso dal classico
paradigma dei ricordi che vengono riscoperti togliendo la rimozione.
Alcuni autori propongono di chiamare questo tipo di interpretazione
“traduzione”, termine ripreso dalle fasi iniziali della psicoterapia con
soggetti schizofrenici: prima che sia applicabile l’interpretazione in sen­
so classico, l’analista aiuta a tradurre e rendere comprensibile il contenu­
to e l’organizzazione psichica di ogni fase attraversata, incluso il suo ruo­
lo come oggetto transferale.
Il ritorno dell’interesse degli psicoanalisti sul trauma reale nel decen­
nio passato ha messo in luce la dimensione del trauma come scacco del
funzionamento nevrotico, anche quando la struttura nevrotica dei sog­
getti è rimasta integra. Lo statuto della memoria del trauma, che è stato
a lungo un punto di difficoltà teorica e di misconoscimento clinico,45 è
divenuto un punto di riconoscimento degli effetti specifici della dimen­
sione traumatica.
Oggi nella letteratura analitica è concordemente riconosciuto che il non
saperne è spesso la prima risposta al trauma e riflette il momento del crol­
lo delle funzioni dell’io. Il trauma è per sua struttura soverchiarne, e nulla
di ciò che è dell’ordine del sapere poteva prepararvi il soggetto. Così, il
non sapere è una particolare forma di ricordo e difesa dal trauma.
Durante il trauma grave, la finzione, la fantasia e le espressioni dell’or-

44 Droga sottolinea che la conduzione della cura deve essere cauta sul sapere, per­
ché la dissociazione ha una funzione protettiva. Nel caso che ella presenta, Fanalista
racconta alla paziente quanto ha appreso da lei attraverso gli stati dissociativi solo
quando questa arriva a domandarglielo (Realities lost andfound, cit.). Le stesse consi­
derazioni cliniche sono espresse in J. Cohen, Structural consequences of psychic trau­
ma, cit. Le interpretazioni non diminuiscono l’intensità della ripetizione, anche se
sono confermate dalle associazioni del paziente. Sembra che il paziente possa solo ri­
petere e attendere che passi, purché l’analista sia presente. Come se le funzioni di
base non fossero regolabili dall’analisi. Solo dopo aver esaurito il ciclo della ripetizio­
ne il paziente può cominciare ad assumere le interpretazioni.
45 Sino agli anni ottanta, se i pazienti non portavano ricordi del trauma o li porta­
vano nella classica forma scotomizzata, deprivata di colorazione affettiva, l’intera ana­
lisi si svolgeva senza toccare il nucleo traumatico, interpretando come fantasie di de­
sideri rimossi del soggetto gli abusi subiti. Cfr. B. Simon, “Incest-see under Oedipus
Complex”, cit.

76
Il trauma nella clinica psicoanalitica

rote si fondono nella percezione dell’evento. La coerenza collassa.46 E


per questo che possono testimoniarne solo coloro che ne erano un po’
lontani. Il dolore del trauma e il linguaggio sono eterogenei. L’incapacità
di usare le risorse del simbolico per dare senso, per metaforizzare, è tra i
più gravi risultati del trauma.
Il frequente presentarsi dell’istanza di abuso nei tribunali giudiziari ha
concorso a dare una nuova urgenza al problema in psicoanalisi.47 Tutta­
via è evidente come lo statuto particolare della memoria del trauma sia
antitetico alle necessità della testimonianza giudiziaria. La divisione sog­
gettiva che è qui in primo piano nella forma radicale della spaccatura
non ha diritto di cittadinanza nel discorso processuale, perché è proprio
ciò che la pretesa unità del soggetto giuridico capace di intendere e di vo­
lere, che secondo la formula solenne giura di dire la verità tutta la verità,
non può includere.48

3.5 La realtà psichica e la realtà storica. Reale e realtà

Con realtà psichica possiamo intendere quella che ciascun individuo ri­
tiene essere la realtà. La realtà storica sarebbe l’oggettività degli eventi se
potesse essere registrata da uno strumento neutrale, che assembla i fatti
senza interpretarli. In fondo sappiamo che già un livello minimale di re­
gistrazione, l’ordine con cui si dispongono i dati, è l’effetto di una scelta.
L’operazione dello storico è nella sua essenza un’operazione di interpre­
tazione, il modo in cui connette i dati, i rapporti di causalità che descrive
fanno sì che la storia non sia la raccolta di dati oggettivi.
Questa prospettiva tende alla dissoluzione della distinzione tra realtà
psichica e realtà storica. La realtà storica altro non sarebbe che una
realtà psichica condivisa.
La distinzione tra realtà psichica e realtà storica ci appare oggi proble-

46 Si veda G. Nachmani, Trauma and ignorance, in “Contemporary Psychoanaly-


sis”, 31,1995, pp. 423-451.
47 B. Simon, If someone speaks, it gets lighter: dreams and thè reconstruction of in-
fant trauma, in “Journal of thè American Psychoanalytic Association”, 45, 1997, pp.
995-999.
48 Per una trattazione esaustiva di questo tema mi permetto di rinviare a L. Brusa,
La clinica e la legge, in Id., La cura della malattia mentale, II, Il trattamento, Bruno
Mondadori, Milano 2001.

77
Civiltà e disagio

matica, perché la filosofia moderna ha assunto che la realtà esterna è un


costrutto mentale, così come lo è per Freud.49 Essa continua tuttavia ad
avere una sua rilevanza in psichiatria e in psicologia. Queste due disci­
pline sono state molto poco permeabili alla radicalità della rivoluzione
freudiana.
Nel 1897 Freud abbandona l’ipotesi del trauma come causa specifica50
della nevrosi e passa a considerare più importanti le fantasie, il «fattore
della fantasia». Questa inversione di valore sembra paradossale. Ci si sa­
rebbe potuti aspettare che, una volta scoperto l’elemento fantastico nei
ricordi, Freud si sarebbe dedicato a cercare una via per ripristinare l’og-
gettività storica degli eventi. Al contrario, egli si dedica interamente a
quella che ha chiamato la «menzogna dei suoi neurotica»; ritiene ci sia
più verità nella fantasia che nell’eventuale realtà del trauma.
Ciò che ha battezzato «fattore della fantasia» non è altro che il quadro
particolare entro il quale ciascun soggetto conosce il mondo, la cornice
che organizza e attribuisce un senso agli eventi vissuti. Più propriamen­
te questa fantasia è data dal fantasma fondamentale attraverso il quale
ciascuno osserva il mondo, la finestra personale che permette la cono­
scenza.
La fantasia di seduzione patema è universale ed è dettata dal comples­
so edipico, e indica il punto in cui il godimento e il divieto si congiungo­
no dando luogo al desiderio. Un punto rimosso che organizza il deside­
rio del soggetto.
La menzogna della fantasia contiene dunque la verità sul desiderio.
Ogni soggetto che funziona secondo la legge edipica, ogni nevrotico,
legge gli eventi della propria vita dentro questa cornice fondamentale. Il
desiderio organizzato dall’Edipo, reso umano dalla legge edipica,51 per­
mea la percezione e la memoria.
L’organizzazione di desiderio, l’organizzazione libidica di ogni stadio

49 Una trattazione del complesso rapporto tra realtà psichica e trauma nella storia
della psicoanalisi si trova in E. Person, H. Klar, Establishing trauma, cit.
50 Non possiamo dire che Freud abbandoni l’ipotesi di un’eziologia traumatica
delle nevrosi, piuttosto sostiene ora che il trauma è al fondo di ogni nevrosi, è univer­
sale per gli esseri di linguaggio e dunque non è specifico.
51 E necessario ricordare che la legge edipica è quella che dà un limite al funziona­
mento sregolato del godimento: il padre edipico è quello che fa rispettare e si sotto­
mette alla legge del divieto dell’incesto, al di fuori della legge edipica abbiamo il pa­
dre dell’orda, che impone il suo godimento ai figli. Cfr. Freud, Totem e tabù (1912-
I l ). in I<1., ( tyrrr, cit., voi. 7.

78
Il trauma nella clinica psicoanalitica

evolutivo dispone la conoscenza degli eventi corrispondenti. In ogni fase


alcuni tratti dell’evento si colorano di particolare intensità e il significato
loro attribuito cambia. La stessa esperienza lascia tracce diverse nello
stesso soggetto a seconda che il suo punto di vista veda tutto a partire
dalla libidizzazione orale, piuttosto che anale, oppure sotto il primato
del fallo. L’organizzazione edipica, poi, riformula nuovamente la storia
soggettiva inconscia e attribuisce un senso edipico che permea tutte le
connotazioni precedenti52 secondo il principio della retroattività, a poste­
riori, che presiede al funzionamento psichico.53
Questa dinamica costruisce la realtà psichica del soggetto. I registri
del simbolico e dell’immaginario si compongono e si annodano per dare
una chiave di lettura che permette al soggetto di conoscere e insieme es­
sere al riparo dal reale inorganizzato54 che incontrerebbe come tale se
non disponesse degli strumenti umani del linguaggio per catturarne
qualcosa di ordinato.
La realtà psichica e così pure la realtà tout court (che abbiamo defini­
to come una realtà psichica condivisa) sono dunque in opposizione al
reale; esso vi tiene un suo posto sotto le specie dell’ombelico, del punto
di fuga che, se appare, destabilizza la percezione dell’insieme e fa vacilla­
re il soggetto.
La realtà psichica non può dunque contenere le tracce del trauma
come una rappresentazione tra le altre perché nel trauma il registro reale
prevale sul simbolico e sull’immaginario. Il reale del trauma è appunto
ciò che non entra nella rappresentazione, nel quadro simbolico e imma­
ginario che costituisce la realtà psichica.
L’effetto del trauma produce un diverso livello di organizzazione della
memoria, della pulsione e dell’affetto, non regolato dal principio di pia-

52 Si veda la stratificazione compresa nel trauma nella presentazione di P. Greena-


cre, The prepuberty trauma in girls, in “Psychoanalytic Quarterly”, 19, 1950, pp. 298-
317. L’articolo offre un esempio di che cosa si intenda in psicoanalisi per realtà psi­
chica. La tesi sviluppata da Greenacre è che un trauma prepuberale sia spesso indot­
to per ripetere i principali disturbi della fase preedipica dello sviluppo e usare l’even­
to traumatico come una difesa dall’ingresso nella pubertà. Attraverso la presentazio­
ne di un caso clinico mostra in modo magistrale la dinamica della realtà psichica.
53 Si veda il prossimo paragrafo 3.7.
54 Usiamo qui la categoria di reale nel senso attribuitole da Lacan. Il reale si oppo­
ne alla realtà. Mentre la realtà è data dall’insieme di coordinate simboliche e immagi­
narie che permettono la conoscenza, il reale è ciò che sfugge alla presa del simbolico,
ciò che resta dopo aver spinto al limite la possibilità di presa del simbolico.

79
Civiltà e disagio

cere. Se la realtà psichica si organizza sul principio di piacere e sulla ri­


mozione, nel caso del trauma non abbiamo il rimosso bensì il non rap­
presentato.55
Gli psicoanalisti che dagli anni novanta hanno di nuovo preso in con­
siderazione il trauma reale convengono su questo assunto: senza le fun­
zioni delTIo non c’è realtà. L’impatto traumatico che fa crollare le fun­
zioni dell’io compromette l’esame di realtà e così pure l’organizzazione
di base della personalità. La natura delle esperienze traumatiche è tale
che non vengono registrate nella memoria simbolica, non vengono a far
parte della realtà. Allo stesso modo queste esperienze creano un effetto
di distorsione potente sulla personalità. Tutto questo delinea organizza­
zioni psichiche che vanno al di là di ciò che può essere descritto in ter­
mini di conflitto.56
Ciò che non avevano messo a fuoco gli analisti che inquadravano il trau­
ma nelle coordinate edipiche del conflitto,57 come del resto Masson e con

55 Cfr. J. Cohen, Strutturai consequences ofpsychic trauma, cit.


56 Molti eminenti analisti sono rimasti colpiti dagli effetti del trauma psichico sul­
l’organizzazione di base della personalità. P. Greenacre (The prepuberty trauma in
girls, cit.; Linfluenza del trauma infantile sui modelli genetici, in Id., Studi psicoanaliti­
ci sullo sviluppo emozionale, Martinelli, Firenze 1979, pp. 281-320; On reconstruction,
in “Journal of thè American Psycoanalytic Association”, 18, 1975, pp. 125-149) ha
mostrato gli effetti su pazienti che furono traumatizzati da bambini con costrizioni fi­
siche, educazione precoce alla pulizia o sovrastimolazione genitale, ed è stata condot­
ta a comparare la fissità dell’organizzazione mentale che ne deriva all’imprinting negli
animali meno evoluti (Einfluenza del trauma infantile sui modelli genetici, cit., p.
148), Benedek, Kohut e infine Kernberg hanno fatto constatazioni analoghe. A Kern-
berg si deve la valorizzazione del concetto di splitting delle rappresentazioni di sé e
dell’oggetto sotto l’influenza di esperienze infantili intensamente ambivalenti e trau­
matiche.
57 Non ci soffermiamo su una critica dettagliata di questa confusione, che è ancora
presente nella letteratura psicoanalitica. Si veda per tutti M. Good, The reconstruc­
tion of early childhood trauma: fantasy, reality, and verification, in “Journal of thè
American Psychoanalytic Association”, 42, 1994, pp. 79-101. L’articolo costituisce
un esempio paradigmatico di idee confuse sul trauma, la fantasia e la causalità psichi­
ca. Riporta il caso di una paziente che ricorda di avere subito una clitoridectomia
traumatica e che invece a una visita ginecologica risulta avere la clitoride. L’autore ne
deduce l’importanza di riscontri storici oggettivi sui ricordi dei pazienti (#?). Molti
autori hanno ricollocato correttamente la distinzione tra il paradigma esplicativo del­
le nevrosi classiche e quello della clinica del trauma. Cohen già nel 1980 (Strutturai
consequences ofpsychic trauma, cit.) tratteggia così la differenza fondamentale: nelle
nevrosi classiche l’io e l’Es possono essere definiti attraverso il lavoro di interpreta-

80
Il trauma nella clinica psicoanalitica

lui la psicologia specializzata nell’abuso, è che se si toglie la realtà psichica


il soggetto non accede a una supposta realtà storica, bensì si trova senza
realtà, incontra il buco del non scritto. H buco del reale. H reale del trauma
è proprio ciò che fa vacillare il quadro che tiene insieme le realtà psichica.

3.6 II complesso edipico e l’incesto

Se si consulta un testo classico della psicoanalisi, sul quale si sono forma­


te e continuano a formarsi generazioni di analisti, il Trattato di psicoana­
lisi delle nevrosi e delle psicosi di Otto Fenichel,58 nell’indice analitico la
parola “incesto” rimanda a “complesso edipico”.59 La cosa oggi fa un ef­
fetto bizzarro. L’incesto è piuttosto il rovescio dell’Edipo. Quello che il
complesso di Edipo stabilisce come un desiderio inconscio vietato, tal­
mente vietato che di norma non può neanche accedere alla coscienza
sotto forma di desiderio, ebbene questo è realizzato nell’incesto.
La legge edipica è quella legge dell’inconscio che regola il godimento,
lo sposta nel tempo e nello spazio introducendo la necessità della dila­
zione e della sublimazione: «Non potrai giacere con la madre, ma dovrai
cercare una donna fuori dalla famiglia». In questo modo la pulsione è
spinta a organizzarsi sotto il funzionamento del principio di piacere (e
della sua “modificazione” che è il principio di realtà).
Il complesso di Edipo è il mito che rappresenta questa operazione com­
plessa. Lacan ne ha estratto l’essenza logica e l’ha nominata Metafora60 Pa­
tema. Secondo l’interpretazione fornita dalla Metafora Patema, l’Edipo
psicoanalitico è un modo per trasformare una “x” enigmatica, che è il
desiderio della madre, in un elemento del linguaggio. Grazie alla riuscita

zione, di desideri dell’Es che sono stati rimossi e di difese dell’io che li mantengono,
nei casi in cui ci sono state delle interferenze traumatiche, parte della personalità fun­
ziona a un livello di coazione a ripetere, precedente il principio di piacere. La domi­
nanza del principio di piacere come principio regolatore e la strutturazione delle pul­
sioni associata in alti livelli di rappresentazioni mentali non è stabilita con sicurezza,
né nell’io, né nell’Es.
58 O. Fenichel, Trattato di psicoanalisi delle nevrosi e delle psicosi, Astrolabio, Roma
1951.
59 La segnalazione si trova in B. Simon, “Incest-see under Oedipus Complex”, cit.
60 Nell’operazione linguistica della metafora un elemento prende il posto di un al­
tro e questa sostituzione genera un senso aggiunto, è una sostituzione simbolica che
produce qualcosa che prima non cera.

81
Civiltà e disagio

dell'operazione di metafora il fallo viene a rappresentare ciò che è desi­


derato dalla madre al di là del suo bambino in carne e ossa. Il padre
opera come separatore della coppia madre-bambino e come detentore
di ciò che la madre desidera e il bambino non le può dare. E così che si
introduce il significante fallico.
Il padre ha una funzione puramente simbolica. Eleva al simbolico ciò
che imprigionava il bambino in una dimensione di reale. Dopo la riusci­
ta della Metafora Patema non è più il bambino che la mamma desidera,
ma un qualcosa che ha attributi fallici e se il bambino vorrà essere desi­
derato dalla madre dovrà situarsi sotto questi attributi.
Gli attributi fallici sono simbolici e immaginari, mobilizzano il bambi­
no e lo fanno entrare nella dimensione degli scambi e del valore. Il pa­
dre come funzione simbolica è dunque l’operatore che rende possibile
l’ingresso del soggetto nel mondo regolato degli scambi e del linguaggio
con la sua valenza metaforica.
Se in psicoanalisi tutto in fondo rimanda a un senso sessuale, è in se­
guito alla Metafora Patema che istituisce il fallo come il significante del
desiderio che circola nel linguaggio.
La dimensione simbolica e la capacità di metaforizzare l’esperienza
sono legati all’efficacia della Metafora Patema. E grazie ad essa che il
bambino esce dalla certezza di essere l’oggetto del godimento della ma­
dre e può entrare nell’interrogazione sul desiderio della madre, rincor­
rendo i segni di questo desiderio che definiscono per lui il tratto fallico.
Tutto ciò definisce chiaramente il funzionamento nevrotico. Il senso
sessuale scorre sotto ogni desiderio, il funzionamento metaforico defini­
sce la realtà psichica, il reale rimane un punto di fuga coperto dalla fun­
zione simbolica del padre. L’incesto rimane l’interdetto fondamentale
che sostiene tutto l’apparato.
Che cosa accade quando il padre non è all’altezza della sua funzione?
Quando il padre che dovrebbe sostenere la funzione del garante di que­
sta legge che permette al bambino di accedere al desiderio e non essere
abbrutito allo statuto di oggetto di godimento (godimento della madre,
godimento della propria spinta pulsionale o di altri) permette che il
bambino incontri il godimento61 soverchiarne del trauma?

61 Usiamo qui il termine “godimento” in contrapposizione al termine “piacere”. Il


godimento, legato al funzionamento della pulsione nella sua forma più radicale di
pulsione di morte, si contrappone al piacere, che viene da un rapporto con la pulsio­
ne soggettivato, bonificato dal trattamento simbolico e contaminato dal desiderio
(l’organizzazione data dal principio di piacere freudiano).

82
Il trauma nella clinica psicoanalitica

Possiamo sostenere che ogni volta che il bambino fa esperienza di un


trauma la ricaduta logica è un indebolimento della funzione simbolica
del padre. O meglio, nell’incontro con il trauma il bambino scopre che il
padre come garante della legge è in fondo un’illusione, una credenza,
una credenza nevrotica. Se le cose vanno bene la credenza è salva, qual­
che dubbio insorgerà nel corso della vita e darà luogo a qualche sinto­
mo, che svolgerà la funzione metaforica di ricoprire la breccia apertasi
con il dubbio.
Ma quando il bambino incontra il godimento dell’Altro in forma di­
retta, la credenza edipica che il padre garantisca un posto al bambino
come soggetto vietando il suo uso come oggetto, va in frantumi. La fun­
zione paterna è intaccata qualsiasi sia l’esperienza traumatica incorsa e
da qualsiasi persona provenga. Perché in ogni caso il padre non ha potu­
to evitarla e ha mostrato così il punto di vuoto della sua funzione, il sog­
getto ha scoperto che la funzione simbolica non copre tutto il reale.
L’effetto è ancora più devastante se il godimento viene dal padre stes­
so, cioè quando è il padre l’abusante. La funzione paterna che avrebbe
dovuto garantire l’interdetto si svela essere compromessa con il godi­
mento nella sua forma più prossima alla pulsione di morte, il godimento
senza limiti.
Siamo nella situazione mitologica, descritta in Totem e tabù?2 del pa­
dre dell’orda che gode indiscriminatamente dei suoi figli prima dell’av­
vento del patto di interdizione che fonda la civiltà. Il mito psicoanalitico
corrispondente all’incesto non è dunque quello di Edipo, ma piuttosto
quello di Totem e tabù.
E ora più chiaro perché la conseguenza del trauma sia una compro­
missione della funzione simbolica, della capacità di metaforizzazione,
come abbiamo visto studiando lo statuto della memoria delle esperienze
traumatiche. Poiché la funzione della metafora fondamentale che àncora
la capacità di metaforizzare, cioè la Metafora Patema, è compromessa.
E anche chiaro che lo svelamento dello statuto di credenza della legge
edipica, che è la conseguenza del trauma sul piano della struttura, com­
promette il funzionamento nevrotico del soggetto. La presentificazione
del padre dell’orda, la rottura dell’interdizione edipica, la riduzione del
soggetto allo statuto di oggetto del godimento dell’Altro introducono una
dimensione psicotica nel rapporto con il godimento. Non c’è infatti un
determinismo causale che renda psicotici i soggetti che hanno incontrato il
trauma precoce, anche nella forma estrema dell’abuso da parte del padre

62 S. Freud, Totem e tabù, cit.

83
Civiltà e disagio

(la psicosi è più frequente quando Vinceste è stato dal lato materno). La
struttura psichica può essere nevrotica, ma in questo caso il funzionamen­
to nevrotico è sempre compromesso gravemente. Le tracce del trauma
sono organizzate nella nevrosi, sono comprese nelle funzioni secondarie o
hanno cambiato funzione nel corso del tempo. La struttura nevrotica ha
attribuito a posteriori (nachtrdglich) una connotazione edipica all evento.
Ma l’effetto patogeno, devastante del trauma è nel suo effetto di destruttu­
razione della nevrosi, di vacillamento dell’organizzazione edipica.

3.7 La causalità psichica. A posteriori

La causalità psichica funziona secondo un principio di retroazione defi­


nito da Freud Nachtràglichkeit e tradotto in italiano con “funzionamen­
to a posteriori”. E uno dei meccanismi che contribuiscono a fare della
realtà psichica qualcosa di radicalmente diverso da una realtà dei fatti.
Il funzionamento a posteriori fa sì che gli eventi del passato non siano
ricordati nella luce con cui furono esperiti, ma vengano riscritti alla luce
di ciò che sarebbe stato se fossero accaduti in momenti successivi del­
l’organizzazione psichica. E un ricordo scritto al futuro anteriore. Così
ogni passaggio soggettivo fa produrre effetti nuovi a ciò che è già acca­
duto nel passato ed è registrato nella memoria inconscia.
Un bambino che osserva la diversa anatomia della sorellina a due anni
può non rilevarne alcun effetto, due anni più tardi, quando all’organiz­
zazione anale della sua libido è subentrata un’organizzazione fallica, il ri­
cordo del corpo senza pene della bambina può produrre un effetto di
angoscia. La vista del corpo apenieno diviene la causa della sua ango­
scia, e questo a posteriori.
Nei soggetti nevrotici la causalità a posteriori tende a forzare la protoge­
nesi in una configurazione interamente edipica. Poiché il tempo finale del­
l’organizzazione psichica, che attribuisce a posteriori un senso ordinato al­
l’intera esistenza, è il tempo della costruzione edipica. Gli eventi traumatici
vi prendono posto sotto forma di buchi e sotto una coloritura sempre ses­
suale, incestuosa, che è l’Edipo ad attribuirgli. Così la dimensione traumati­
ca ha potuto essere a lungo misconosciuta, coperta dalla riscrittura edipica.
A posteriori c’è una riorganizzazione dei rapporti causali tra eventi e
conseguenze psichiche. E questo a introdurre una discrezionalità sogget­
tiva, beninteso inconscia, nella scelta degli eventi con valore causale, che
fanno fare un salto alla posizione del soggetto.
Il funzionamento a posteriori vale in particolare per gli eventi trauma-

84
Il trauma nella clinica psicoanalitica

tici. In primo luogo l’evento traumatico non cessa di rilasciare i suoi ef­
fetti. A posteriori sarà causa di nuove conseguenze ogni volta che il sog­
getto si troverà a una svolta. Così un abuso sessuale infantile sarà causa
di nuovi effetti a posteriori quando la bambina arriverà alla pubertà e si
confronterà con la sessualità, quando diverrà madre, e così via a ogni
passaggio della vita in cui sarà richiesto un avanzamento nell’assunzione
della propria posizione soggettiva nei confronti del reale pulsionale. L’e­
vento del passato assume infatti nuovi significati nel nuovo quadro di ri­
ferimento e produce i suoi effetti su di esso.
In secondo luogo il funzionamento a posteriori rende impossibile pre­
vedere quali tracce lascerà un evento traumatico su un soggetto. E solo a
posteriori che il soggetto sceglierà dall’insieme dell’esperienza traumati­
ca gli elementi isolati che diverranno le tracce rappresentative del cattivo
incontro. Non è di secondaria importanza rilevare che il funzionamento
a posteriori enfatizza gli eventi traumatici piuttosto che gli effetti dei
traumi cumulativi o delle relazioni oggettuali patogene.
Il concetto di a posteriori, tradotto in lingua francese con après-coup, è
stato ripreso da Lacan. L’importanza attribuita da Lacan aWaprès-coup
nella comprensione del funzionamento dell’inconscio ha portato all’at­
tenzione della comunità analitica intemazionale un problema sorto con
la traduzione inglese del termine nella Standard Edition curata da James
Strachey.63 L’espressione scelta da Strachey è deferred action, che possia­
mo tradurre con “azione differita”.
La deferred action perde la connotazione fondamentale della Nachtràg-
lichkeit\ la ricostruzione a posteriori cambia il significato del trauma e
trasforma un ricordo-fantasia in un nuovo trauma, il che è molto diverso
dall’“effetto dilazionato” del trauma.64
A partire dalla traduzione di Strachey e dalla definizione di Nachtrdg-
lichkeit data da Laplanche e Pontalis: «Esperienze, impressioni, tracce
mnestiche [che] vengono rielaborate successivamente in funzione di
nuove esperienze o dell’accesso a un altro grado di sviluppo»,65 la defer-

63 S. Freud, Standard Edition of thè Complete Psychological Works of Sigmund


Freud, a c. di J. Strachey, Hogarth Press, London 1953.
64 La questione è stata apertamente posta alla comunità analitica di lingua inglese
da due autorevoli autori tedeschi: H. Thomà, N. Cheshire, Freud's Nachtrdglichkeit
and Strachey"s “Deferred action”: trauma, constructions and thè direction ofcausality, in
“The International Journal of Psycho-Analysis”, 18,1991, pp. 407-427.
65 J. Laplanche, J.-B. Pontalis, Enciclopedia della psicoanalisi, Laterza, Roma-Bari
1973, p. 389.

85
Civiltà e disagio

red action è stata intesa come la possibilità dell’io di rimodellare costan­


temente la memoria sotto l’influenza del trattamento analitico.
Così il concetto di deferred action, o azione differita, è stato usato per ri­
conciliare la fantasia intrapsichica e il trauma reale, la prima teoria di Freud
e la seconda,66 alimentando la confusione sulla teoria del trauma reale.

3.8 Post Traumatic Stress Disorder. sintomo contemporaneo

L’intuizione psicoanalitica della natura della realtà psichica ha avuto, per


un certo periodo, l’effetto negativo di sfumare ogni distinzione tra fanta­
sie e ricordi traumatici. La rivalorizzazione del concetto di trauma nella
psicoanalisi contemporanea è anche la riapertura di un dossier antico,
almeno quanto la disciplina stessa: il legame tra realtà interna e realtà
esterna, tra gli eventi e le loro conseguenze nel mondo interno.
Fino alla metà degli anni ottanta gli effetti fenomenologici del trauma
e dell’abuso sessuale sono stati più ampiamente delineati fuori dalla psi­
coanalisi: nell’ambito della psicologia cognitiva, che ha potuto ricono­
scere le conseguenze del trauma sulla riduzione del linguaggio a un regi­
stro non verbale, e nel mondo psichiatrico dove sono stati inclusi nei
DSM III e IV alla voce Post Traumatic Stress Disorders.
Sotto la dicitura Post Traumatic Stress Disorders (ptsd) hanno cono­
sciuto una diffusione rapida ed esponenziale. I PTSD sono oggi tra i di­
sturbi più diffusi, sono considerati una delle patologie elettive dell’epoca
contemporanea, annoverabili tra le “nuove forme del sintomo”.
La clinica classica della nevrosi si regola sulla funzione rappresentativa
della metafora. Il sintomo, come le formazioni dell’inconscio riconosciu­
te da Freud nel lapsus, nell’atto mancato, nel sogno, rappresenta qualco­
sa di diverso rispetto a se stesso attraverso una costruzione di significanti
(come un rebus in cui si collegano i significanti tra loro fino a comporre
un significato inedito)67
Le nuove forme del sintomo si caratterizzano per la debolezza metafo­

66 Come l’uso di un concetto errato ha contribuito alla confusione sullo statuto del
trauma reale è ripercorso da H. Blum, Seduction trauma: representation, deferred ac­
tion and pathogenic development, in “Journal of thè American Psychoanalytic Asso-
ciation”, 44,1996, pp. 1147-1164.
67 È la scoperta dell’inconscio esposta nelle prime opere di Freud: Linterpretazione
dei sogni (1899) e Psicopatologia della vita quotidiana (1901), in Id., Opere, cit., voi. 3
e voi. 4.

86
Il trauma nella clinica psicoanalitica

rica del linguaggio e per un diverso statuto del sintomo che segnala piut­
tosto il fallimento dell’azione rappresentativa della metafora. In luogo
degli elementi significanti racchiusi nei sintomi che si collegano tra loro,
abbiamo una solidificazione degli elementi significanti che si incarnano
nel reale del corpo sotto forma di fenomeni psicosomatici,68 di sensazio­
ni somatiche, di immagini intrusive dissociate ecc.69
L’elemento di struttura che giustifica l’esistenza di una categoria di co­
siddette “nuove forme del sintomo”70 è la debolezza del registro simbolico
nel funzionamento psichico del soggetto. Debolezza che si ripercuote a
tutti i livelli. A livello transferale si trova una prevalenza delle dimensioni
immaginaria e reale, la relazione con l’analista è giocata sulla necessità del­
la sua presenza reale continua nella cura, le assenze non aprono all’interro­
gazione sul suo desiderio, ma sono costrette in una lettura fantasmatica
che assume una forma univoca persecutoria o abbandonica. A livello della
ripetizione il soggetto attua una forma continuativa àé^acting fuori o den­
tro la seduta. La coazione a ripetere determina in maniera imponente le
scelte di vita del soggetto. La componente creativa, la possibilità di inven­
zione e di apertura agli incontri contingenti è ridotta al minimo.
La prevalenza del reale pulsionale sull’articolazione simbolica caratte­
rizza tanto l’evento traumatico quanto il rapporto con l’oggetto nelle
nuove forme del sintomo. Nell’anoressia-bulimia, nella tossicomania, ma
anche negli attacchi di panico e nella depressione il rapporto con l’og­
getto è di consumo diretto, non mediato dalla sua iscrizione simbolica, e
di conseguenza è connotato in senso mortifero.71

68 La struttura non metaforica dei fenomeni psicosomatici li rende ben diversi dai
fenomeni di conversione somatica dell’isteria, dei quali Freud ha potuto dire che il
corpo parla. Nella conversione isterica il senso rimosso di un desiderio inaccettabile si
esprime attraverso un sintomo corporeo cosiddetto fisiologico, cioè senza danni ri­
scontrabili all’esame clinico, e scompare con la sua interpretazione. I fenomeni psico­
somatici hanno invece un danno organico rilevabile all’esame clinico, ma l’eziologia
non è identificabile. Ne fanno parte tutti quei disturbi, talora molto gravi, indotti da
una supposta vulnerabilità delle difese immunitarie, da uno stato di sovraffaticamen­
to, da cause virali non identificate ecc.
69 Si veda il precedente paragrafo 3.4.
70 Peraltro non sono affatto nuove; come vediamo negli studi di Freud erano ben
inquadrate sin dal 1920. Nuova è piuttosto la loro diffusione epidemica.
71 Nell’anoressia-bulimia e nella tossicodipendenza il rapporto diretto con la so­
stanza è evidente, nell’attacco di panico e nella depressione l’oggetto appare più nella
sua dimensione di vuoto fondamentale, il soggetto è confrontato direttamente con la
mancanza, senza una sostanza che la occluda.

87
Civiltà e disagio

Questa dimensione è prevalente nelle nuove forme del sintomo, ma


sempre presente in ogni costruzione sintomatica.
La Klein e Lacan hanno messo al centro del loro lavoro questo versan­
te della teoria freudiana. È la dimensione del reale pulsionale che impe­
disce di ridurre la vita al sogno.72
La teoria della Klein rappresenta un elaborazione dell’universalizzazio-
ne del trauma come momento logico della divisione fondamentale del sog­
getto a opera della pulsione. La Klein definisce trauma prima di tutto la
frustrazione delle pulsioni, cioè l’impossibile accordo con la pulsione. In
questo senso il trauma è universale e acquisisce il suo senso in rapporto al­
l’oggetto. Nel contesto di una relazione oggettuale il trauma è la rottura di
una cornice simbolica che danneggia l’oggetto buono interiorizzato.73
La dimensione universale del trauma, che indica la presenza della spinta
pulsionale al fondo della stessa costituzione soggettiva, rende possibile
un’estensione senza fine della categoria dei disturbi da trauma.
La debolezza della dimensione simbolica è un dato della contempora­
neità, una caratteristica del discorso sociale contemporaneo è un contesto
che rende debole il supporto dell’Altro nel trattamento del reale. Quan­
do la storia soggettiva mette il soggetto a confronto con un evento che
riattiva la forza aspirante di questo vuoto si ha dunque un effetto più
esteso, perché la carenza di simbolico dell’Altro contemporaneo74 si so­
vrappone al crollo dell’Altro simbolico proprio del trauma.
Considerando poi che la ripetizione di un trauma in analisi è sempre
compresa nelle funzioni secondarie e spesso ha cambiato funzione nel
corso del tempo, è possibile capire come questo insieme di fattori
confonda la differenziazione del trauma dalle influenze patogene in ge­
nerale. È così che il termine “trauma” ha perso un significato preciso. E
una corrente della psicoanalisi lavora nella direzione di isolarne un’en­
tità clinica.75

72 J. Lacan, Il seminario. Libro XI, cit., p. 55.


73 L. Kirshner, Trauma, thè good object, and thè symbolic: a theoretical integration,
in “The International Journal of Psycho-Analysis”, 75,1994, pp. 235-242.
74 A. Haynal ha fatto una rilettura del contributo di Ferenczi in questa direzione.
La non corrispondenza tra la lingua dell’adulto e la lingua del bambino di cui parla
Ferenczi sarebbe un modo di nominare il difetto di simbolizzazione. Ed è questo che
produce gli effetti traumatici {The concept of trauma and its present meaning, in “The
International Reviewof Psycho-Analysis”, 16,1989, pp. 315-321).
75 In tal senso lavorano, tra gli altri, J. Cohen, Strutturai consequences of psychic
trauma, cit., e H. Blum, The confusion of tongues and psychic trauma, in “The Inter­
national Journal of Psycho-Analysis”, 75,1994, pp. 871-882.

88
Il trauma nella clinica psicoanalitica

3.9 La clinica del trauma. Abuso infantile e olocausto

L’adattamento intrapsichico necessario alla sopravvivenza sviluppa una


personalità adattata secondo la struttura di un falso Sé che può rendere
il trauma impercettibile anche in analisi intense e prolungate. Sono solo i
segni particolari lasciati dal trauma nel funzionamento psichico a indica­
re la frattura traumatica.76
Il tentativo di assorbire il trauma produce danni su più assi della per­
sonalità, danni che, secondo un codice condivisibile, si possono ripartire
in danni alle funzioni dell’io (capacità cognitive, formazioni della fanta­
sia, verbalizzazione, sublimazione, senso del tempo), in una regressione
dell’io che può condurre allo splitting e in una fusione con gli oggetti
traumatici.77 Anche l’esame di realtà è compromesso, con una conse­
guente tipica incapacità di differenziare tra pericoli immediati e poten­
ziali. La dissociazione è frequente, quantomeno nella forma di elementi
dissociati78 o del sonnambulismo.79
La memoria come funzione cognitiva porta il marchio di questi danni.
Lo statuto particolare della memoria è insieme un ostacolo alla colloca­
zione dell’evento traumatico e il marchio dell’incidenza reale di questo
evento. Sul piano psicoanalitico costituisce un tratto di rilevanza fonda­
mentale perché tocca la struttura stessa del funzionamento soggettivo.
L’evento traumatico non si può ricordare perché non ha la forma del
ricordo simbolizzato e non si può dimenticare perché ha lasciato il suo
marchio in altre forme. Stabilire l’abuso infantile richiede dunque una
ricostruzione e la ricostruzione del trauma dipende dalla disposizione
della totalità, coerenza e logica dei dati anamnestici e transferali.
Il ritrovamento degli elementi di ricordo spesso non è spontaneo. Dal

76 Bergmann riporta con grande onestà un’analisi da lui stesso condotta per sei anni
a cinque sedute settimanali trattando la dimensione nevrotica della paziente. Solo un
nuovo trauma reale occorso nel corso della cura ha riattivato pesantemente gli elementi
dissociati del trauma infantile che sono stati finalmente riconosciuti e trattati dall’anali­
sta (An infantile trauma, a trauma during analysis, and their psychic connexion, in “The
International Journal ofPsycho-Analysis”, 73,1992, pp. 447-454).
77 Si veda L. Terr, Time and trauma, in “The Psychoanalytic Study of thè Child”,
39,1984, pp. 633-655.
78 Alcuni autori formulano l’ipotesi che la dissociazione sia sempre una risposta a
eventi traumatici. Cfr. I. Brenner, On trauma, perversion, and “multiple personality”,
“Journal of thè American Psychoanalytic Association”, 44,1996, pp. 785-814.
79 R. Calogeras, Sleepwalking and thè traumatic experience, in “The International
Journal ofPsycho-Analysis”, 63,1982, pp. 483-489.

89
Civiltà e disagio

momento che sono elementi dissociati da ogni significazione e dalla sua


storia, il soggetto non li presenta spontaneamente. Essi rimandano al
punto in cui la verità manca delTAltro per sostenersi, il soggetto è in
eclissi e solo il falso Sé sussiste. E dunque solo la funzione di Altro del­
l’analista e del discorso analitico che può sostenere il soggetto nello spin­
gersi a formulare questi ricordi estraniami.80
Sono consensualmente considerati segni tipici del trauma:81 i ricordi in­
trusivi, l’emergere di materiale dissociato, gli stati di fuga (nei quali gli
eventi sono rivissuti in stati di coscienza alterati), i fenomeni di deperso­
nalizzazione, la coazione a ripetere, la ripetizione nella forma dell’identifi­
cazione alla vittima o all’aggressore, le coordinate dell’evento traumatico
come fonte delle fantasie (del fantasma), il transfert dissociato ovvero un
transfert che procede come espressione del falso Sé in una forma come se
e viene estemporaneamente interrotto dalla comparsa di manifestazioni
transferali disconnesse, che il soggetto non riconosce come proprie.
La ricerca psicoanalitica sul trauma ha incrociato negli ultimi anni
quella sull’olocausto.82 L’impossibilità di ricordare, il silenzio, la fonda­
mentale sfiducia nella possibilità di essere compresi ritornano allo stesso
modo per i sopravvissuti al grande trauma dell’olocausto.
A causa della rottura radicale fra trauma e cultura (che riproduce l’estra­
neità del trauma con l’apparato simbolico), anche le vittime dell’olocausto
non possono trovare categorie di pensiero o parole per la loro esperienza. I
sopravvissuti non possono articolare il trauma, nemmeno per se stessi. Sa­
pere, oltre a richiedere una capacità di metaforizzazione, richiede una sen­
sibilità di distinzione, che è andata distrutta nella situazione di orrore.
Gli psicoanalisti che si sono dedicati all’analisi dei sopravvissuti ripor­
tano che solo a distanza di almeno una generazione, quella dei loro figli,
essi hanno stabilito una relativa distanza dall’esperienza che può avvici­
narli a saperne. Ma al centro della loro conoscenza si colloca un evento

80 Person e Klar (Establishing trauma, cit.) riportano l’emergere di un ricordo trau­


matico nella cura: i segni dello stato di dissociazione in cui era incapsulato sono sogni
ripetuti, coazione a ripetere nelle forme della rivittimizzazione e della trasformazione
da passivo ad attivo, transfert dissociato, falso Sé, ricordi frammentati nella forma di
forti immagini, caricate affettivamente ed espresse violentemente, sensazioni somatiche.
81 Sono state inevitabilmente prodotte delle guidelines per stimare la validità dei ri­
cordi del trauma che riemergono. Si veda in proposito C. Brenneis, Memory systems
and thè psychoanalytic retrieval of memories of trauma, in “Journal of thè American
Psychoanalytic Association”, 44,1996, pp. 1165-1187.
82 Si veda, fra tutti, il fondamentale contributo di Laub e Auerhahn, Knowing and
not knowing massive psychic trauma, cit.

90
Il trauma nella clinica psicoanalitica

che sfugge alla rappresentazione, che è sperimentato come un’assenza.


Essi costruiscono teorie personali per darsi conto di ciò che è impossibi­
le conoscere, secondo il modo delle teorie sessuali infantili. Così l’imma­
ginazione può avvicinare il buco dell’enorme complessità e incomprensi­
bilità dell’annichilimento totale. E una prima forma di conoscenza im­
maginaria, preclusa ai testimoni diretti.
Il grado di immaginazione, fantasia, ed elaborazione transferale dell’e­
vento traumatico dipende dalla vicinanza con cui la persona lo ha speri­
mentato. Le forme di conoscenza possono essere disposte lungo un con­
tinuum legato alla distanza dall’esperienza traumatica. La non conoscen­
za è la prima forma di conoscenza, seguono gli stati di fuga, i frammenti
di percezioni che irrompono alla coscienza, i fenomeni di transfert, il ri­
cordo disconnesso dagli affetti corrispondenti, i temi di vita pervasivi, la
vera e propria testimonianza narrativa, e finalmente l’uso del materiale in
modo metaforico. Quest’ultima forma non la si trova mai nelle vittime di­
rette e nella prima generazione, ma solo nelle generazioni successive. Tali
forme di conoscenza variano per il grado di isolamento, di integrazione
dell’esperienza e di padronanza dei ricordi, ad esempio il grado in cui vi è
presente il soggetto. Sono ovviamente forme che non si escludono a vi­
cenda, e durante la cura si incrementa il passaggio dall’una all’altra.
Come mostra la psicoanalisi di bambini abusati, così nei sopravvissuti
all’olocausto si constata che quando le funzioni dell’io crollano nella
loro capacità difensiva si instaurano fenomeni di depersonalizzazione,
derealizzazione, e non recettività dell’esperienza. Le percezioni che tut­
tavia penetrano la barriera degli stimoli e raggiungono l’io non possono
essere sopportate e in risposta l’io si frammenta. Inoltre la registrazione
di un trauma psichico grave predispone l’io alla non integrazione dei
frammenti. E così che la forma principale di conoscenza del trauma è la
divisione in un corpo estraneo. Questa è la forma di conoscenza che ten­
de a caratterizzare le vittime dirette.
Tuttavia è importante che questa dimensione estrema del trauma non
faccia sfumare le molte forme in cui esso si presenta.
Dalla pluralità dei casi che si presentano si evidenzia la differenza fon­
damentale fra trauma e trauma e l’importanza della fase specifica del
danno.83

83 Si veda la recensione degli atti del Twenty-first Annual Margaret S. Mahler Sym­
posium on Child Development tenutosi nel 1990 a Philadelphia in P. Blos, The trau­
ma of transgression: psychotherapy of incest victims, in “The International Journal of
Psycho-Analysis”, 74,1993, pp. 425-428.

91
Civiltà e disagio

La patogenesi dell’abuso sessuale infantile e le sue conseguenze si esten­


dono prima e dopo la fase edipica, sono spesso associate ad altre forme di
abuso, e hanno una storia di relazioni patogene tra il genitore e il bambi­
no. Incidenti episodici di abuso sessuale non sono equivalenti a relazioni
incestuose patologiche e abusi sessuali estesi sul lungo periodo.84
Labuso sessuale dei bambini ha effetti vari, senza alcuna uniforme
eziologia o sindrome patognomica. Le fantasie dei bambini abusati han­
no coordinate e determinazioni nella realtà presente e passata.
L’identificazione con l’aggressore, la vittima, il salvatore, il protettore
contribuiscono a cambiare le rappresentazioni del Sé e dell’oggetto e ad
alterare l’identità e il carattere. L’inevitabile identificazione con l’aggres­
sore include le motivazioni, le difese e le aggressioni dell’aggressore.85
La clinica del trauma è inevitabilmente, come tutta la clinica psicoana­
litica, una clinica del caso particolare.

84 Ci riferiamo qui a traumi gravi, prolungati e cumulativi, che costituiscono la cli­


nica del maltrattamento e dell’abuso infantile.
85 II ruolo delle identificazioni è stato approfondito a più riprese da H. Blum in The
role of Identification in thè resolution of trauma: The Anna Freud memorial lecture, in
"Psychoanalytic Quarterly”, 56,1987, pp. 609-627; in The confusion oftongues andpsy-
chic trauma, in "The International Journal of Psycho-Analysis”, 75, 1994, pp. 871-882;
e in Seduction trauma: representation, deferred action and pathogenic development, in
“Journal of thè American Psychoanalytic Association”, 44,1996, pp. 1147-1164.

92
4. La sfida della psicosi: prospettive teoriche e cliniche
dì Massimo Recalcati

4.1 Freud e la cura delle psicosi

Freud aveva riservato la cura psicoanalitica alle cosiddette nevrosi da


transfert (cioè le nevrosi tout court) escludendo dal campo clinico della
psicoanalisi le nevrosi narcisistiche, ovvero le psicosi. Questa esclusione
rifletteva una posizione teorica rigorosa: la psicosi risulterebbe refrattaria
al trattamento analitico perché la netta rottura con la realtà operata dal
soggetto psicotico (e il conseguente ritiro autistico della libido) esclude­
rebbe la possibilità del transfert, il quale presuppone invece uno sposta­
mento della libido Sull’Altro. L’ipotesi di Freud è dunque che nella psico­
si (non casualmente associata a una “nevrosi narcisistica”) la libido si av­
vilupperebbe su se stessa in una modalità narcisistica tagliando ogni lega­
me con il mondo reale. Viceversa, nelle nevrosi un taglio netto con la
realtà non si verifica mai, anche se quest’ultima risulta essere condiziona­
ta dallo schermo del fantasma attraverso il quale il nevrotico filtra la
realtà stessa secondo un suo schema inconscio (il fantasma appunto). Lo
schermo fantasmatico mantiene però intatta la capacità di transfert del
soggetto nevrotico e dunque lo rende disponibile alla cura psicoanalitica.
La posizione di Freud si delinea dunque in modo netto: essendo il
transfert l’asse basale del trattamento psicoanalitico, e venendo meno
nei soggetti psicotici la condizione stessa del transfert, ne deriva l’impos­
sibilità di applicare i principi della cura analitica a tali soggetti.

4.2 La concezione freudiana delle psicosi

L’ipotesi freudiana è che esistano diversi processi possibili di costituzio­


ne della realtà. Più precisamente esistono due modi fondamentali: il
modo nevrotico e il modo psicotico.1 Nella nevrosi è la rimozione che1

1 Su questa tesi freudiana vedi i due saggi fondamentali: Nevrosi e psicosi (1923) e

93
Civiltà e disagio

indica il meccanismo specifico di costituzione della realtà del soggetto.


Nella nevrosi c’è conflitto tra l’io e i moti pulsionali. C’è uno “strapote­
re” delle esigenze della realtà esterna sull’Es. In questo senso l’io assolve
il compito di rimuovere una parte dell’Es. La rimozione interviene per
allontanare o separare i moti pulsionali e i loro rappresentanti dalla co­
scienza. L’effetto di questa operazione sul soggetto è un effetto di divi­
sione: ciò che è rimosso non appartiene più al governo della coscienza e
il suo ritorno - rispetto al quale la coscienza non ha alcun controllo - dà
luogo alla produzione dei sintomi. Dunque, la costituzione di fondo del
sintomo nevrotico coincide con il ritorno del rimosso come effetto pro­
dottosi dalla rimozione. Perciò Freud riconosce alla rimozione nevrotica
una natura logicamente fallimentare. E il fallimento della rimozione che
rende infatti possibile il ritorno del rimosso.2
La costituzione nevrotica della realtà del soggetto avviene dunque in
due tempi, è bifasica. Freud parla espressamente di una temporalità a
«due stadi»:3 in un primo tempo viene rimosso un elemento pulsionale
(il tempo della rimozione propriamente detto), mentre in un secondo
tempo ciò che è stato rimosso, vista la natura fallimentare della rimozio­
ne, ritorna nella formazione sintomatica (in senso stretto il tempo della
costituzione del sintomo).
Nella psicosi invece «lo strapotere - come afferma Freud - è dell’Es».4
Ciò che è rimosso (ma, come vedremo, non è più la rimozione a essere il
meccanismo specifico di costituzione della psicosi) non è il moto pulsio­
nale ma la realtà esterna in quanto tale. Come nella nevrosi anche nella
psicosi il processo di costituzione della realtà del soggetto avviene in due
tempi: qui il secondo tempo ripara alla rottura introdotta dal primo
(solo che nella nevrosi la rottura iniziale si consuma con l’Es mentre nel­
la psicosi con la realtà).
Nella psicosi, più precisamente, il primo tempo è il tempo della ribel­
lione dell’Es al principio di realtà, che tende ad assumere la forma di
una vera e propria rottura con la realtà esterna e con le leggi simboliche
che la governano. Questa ribellione può prendere le sembianze di un’i­
dentificazione immaginaria particolarmente rigida attraverso la quale il
soggetto può mantenersi “nella realtà” sino a che non si verifichi effetti­

La perdita di realtà nella nevrosi e nella psicosi (1924), in S. Freud, Opere, a c. di C.


Musatti, 11 voli., Boringheri, Torino 1966-1980, voli. 9 e 10.
2 Cfr. S. Freud, La perdita di realtà nella nevrosi e nella psicosi, cit., p. 40.
3 Ibid.
4 Ivi, p. 39.

94
La sfida della psicosi: prospettive teoriche e cliniche

vamente lo scatenamento psicotico. Il secondo tempo assume allora,


dopo l’avvento dello scatenamento, l’aspetto di un lavoro di ricostruzio­
ne della realtà.5 Si tratta di un lavoro di riparazione, di ricomposizione,
attraverso il delirio, di una nuova realtà, di una neo-realtà dopo la rottu­
ra effettuatasi al momento dello scatenamento. Così, per Freud, l’alluci­
nazione non può essere considerata una semplice alterazione della fun­
zione percettiva («una percezione senza oggetto», come riteneva la psi­
chiatria classica), ma indica lo sforzo del soggetto per far corrispondere
le proprie percezioni alla neo-realtà che fabbrica attraverso il delirio.
Quest’ultimo diventa allora, come nel caso del presidente Schreber, «un
tentativo di guarigione», un lavoro del soggetto che cerca di arginare il
ritorno imperativo di quella realtà che è stata originariamente rimossa
ma che non cessa, come scrive Freud, di «imporsi alla vita psichica».6

4.3 La concezione kleiniana della psicosi

Rispetto all’impostazione teorica data da Freud al problema della distin­


zione strutturale di nevrosi e psicosi, diversa risulta la direzione presa da
Melanie Klein e dalla sua scuola (Heimann, Rivière, Isaacs e successiva­
mente Segai, Rosenfeld, Money-Kyrie e altri). Ci troviamo qui di fronte
a un’ipotesi chiaramente evolutivistica sulla psicogenesi delle psicosi.
Questa ipotesi eserciterà una vera e propria egemonia nella psicoanalisi
del dopo-Freud, e si fonda su due presupposti essenziali: 1) non c’è un
dualismo tra le strutture (nevrosi/psicosi) ma continuità, nel senso che la
psicosi è un punto di arresto o di regressione del processo evolutivo nor­
male; 2) la psicosi segnala un difetto dell’io, una lacerazione della sua
consistenza. E infatti un’eccessiva scissione dell’io nei processi di difesa
che può manifestare una fissazione del soggetto alla posizione schizopa-
ranoide, impedendogli di accedere alla posizione depressiva e, dunque,
a un rapporto con l’oggetto pacificato e non minato dall’angoscia e dal­
l’aggressività paranoide.
Lo schema introdotto dalla scuola kleiniana è dunque uno schema
evolutivistico: c’è continuità tra nevrosi e psicosi. Non a caso uno degli
allievi più brillanti della Klein, Rosenfeld, utilizza l’espressione «stati psi­
cotici»7 per definire in senso descrittivo e non strutturale la psicosi.

5 Ivi, p. 41.
6 Ivi, p. 42.
7 H.A. Rosenfeld, Stati psicotici, Armando, Roma 1973.

95
Civiltà e disagio

Più precisamente, c’è psicosi nel normale sviluppo evolutivo, poiché


ciascun essere umano attraversa la posizione cosiddetta schizoparanoide
nella quale il bambino sino ai sei mesi è in balia delle sue pulsioni auto
ed eterodistruttive che, una volta proiettate all’esterno, gli vengono ri­
torte contro secondo una modalità persecutoria. La proiezione immagi­
naria dell’aggressività intacca infatti gli oggetti del mondo esterno che
assorbono questa violenza distruttrice per poi scaricarla contro il sogget­
to il quale diventa così a sua volta vittima dei suoi propri fantasmi sadi­
co-aggressivi: è questa la genesi dell’“oggetto cattivo” che impera nelle
relazioni oggettuali di tipo psicotico.
In senso stretto c’è psicosi (nel senso di una diagnosi clinica di psicosi)
solo se il soggetto non risolve la posizione schizoparanoide attraverso la
posizione depressiva, fase nella quale il bambino ripara l’oggetto dai
suoi attacchi aggressivi e ricongiunge in un oggetto totale ciò che prima
era costretto continuamente a scindere in oggetti parziali. Dalla paura
dell’oggetto cattivo il soggetto passa così alla paura per l’oggetto buono,
ovvero alla paura di averlo potuto danneggiare irrimediabilmente, mobi­
litando così un’angoscia depressiva di cui la Klein valorizza la proprietà
riparativa.
In senso stretto, dunque, la psicosi è l’effetto della fissazione del sogget­
to alla posizione schizoparanoide, mentre l’oscillazione tra un funziona­
mento schizoparanoide e uno depressivo dell’apparato psichico definisce
la cosiddetta normalità. Diversamente da Freud, nella Klein l’accento
non è dunque posto sulle differenti articolazioni topiche tra Es-Io e Su­
per-io e sulla loro dialettica interna, ma tra due funzionamenti distinti
dell’apparato: il funzionamento schizoparanoide e quello depressivo? Così
la schizofrenia indicherebbe la decomposizione dell’io sotto le spinte del
meccanismo difensivo della scissione che mantiene distinti gli oggetti
buoni da quelli cattivi, mentre la paranoia salverebbe la consistenza im­
maginaria dell’io dalla decomposizione ma solo attraverso l’odio, la per­
secuzione, la difesa rigida contro gli oggetti cattivi.
La Klein precisa come il fondamento della propria impostazione, più
che nel rapporto dell’io con gli oggetti, «s’incentra sulle angosce e le
loro vicende».8 9 Rispetto a Freud assistiamo a una svolta dalla centralità

8 Cfr. C. Athanassiou-Popesco, Lappart de Mélanie Klein et des auteurs post-klei-


niens à la compréhension du fonctionnement psychique, in Psychoses I. Théories et hi-
stoire des idées, Revue frangaise de psychanalyse, PUF, Paris 1999, pp. 80-97.
9 M. Klein, Note su alcuni meccanismi schizoidi, in Id., Scritti, Boringhieri, Torino
1974, p.144.

96
La sfida della psicosi: prospettive teoriche e cliniche

della teoria della libido a quella dell’angoscia. Per la Klein l’angoscia ha


un carattere differenziato. Può essere di natura psicotica se è legata al­
l’intensità del sadismo primario che, come abbiamo visto, si mobilita a
causa delle prime esperienze di frustrazione, oppure di natura depressi­
va se riguarda il senso di colpa relativo al timore di aver danneggiato
l’oggetto d’amore. Lo sviluppo dell’angoscia depressiva dipende in ulti­
ma istanza da un fattore di tipo quantitativo: l’intensità del sadismo pri­
mario o, se si preferisce, l’intensità dell’angoscia “psicotico-paranoide”.
Il bambino psicotico è infatti colui che non è in grado di simbolizzare la
sua attività proiettiva. Non c’è la dialettica proiezione-introiezione,
quanto piuttosto una mera evacuazione-espulsione dell’oggetto cattivo
che perde i caratteri della proiezione psichica per assumere quelli perse­
cutori di una realtà maligna che assedia il soggetto ritorcendogli contro
le fantasmatizzazioni aggressive estemalizzate. Se questo scatenamento
dell’aggressività sadica è eccessivamente intenso, se l’impiego dell’identi­
ficazione proiettiva risulta eccessivo, come avviene nelle psicosi, l’io si
trova nell’impossibilità di svilupparsi e resta vittima di un sentimento
minaccioso di disintegrazione.1011
Alla base della distinzione fra nevrosi e psicosi c’è dunque qualcosa che
si riferisce alla dimensione costituzionale del soggetto. E il risultato a cui
giunge la ripresa kleiniana della pulsione di morte di Freud. E per difesa
dall’intensità dell’angoscia di annientamento - dunque dall’intensità del­
l’attività della pulsione di morte all’interno del soggetto - che il bambino
scatena la proiezione delle proprie fantasie sadico-aggressive.11 E questo il
tema, sviluppato nell’ultima fase del suo pensiero, dell’invidia come «fat­
tore costituzionale».12 Secondo tale teorizzazione lo sviluppo della psicosi
dipende dalla particolare intensità dell’invidia originaria come manifesta­
zione diretta dell’azione della pulsione di morte sul soggetto. Sarà proprio
sull’accentuazione del carattere quantitativo-costituzionalistico della pul­
sione di morte che si appunteranno, ad esempio le critiche kemberghia-
ne, ma non solo, alla teoria kleiniana delle relazioni oggettuali.

10 Per una ricostruzione sintetica, efficace e rigorosa del pensiero di Melanie Klein,
con particolare riferimento alla costituzione psicotica della realtà, citiamo, tra una let­
teratura ormai sterminata, l’ottimo lavoro di A. Voltolin, Melanie Klein, Bruno Mon­
dadori, Milano 2003.
11 Questa genesi dell’angoscia dalla paura per il proprio annientamento che la
Klein ricava dai bambini contraddice l’idea freudiana che nell’inconscio non può es­
servi paura della morte in quanto l’inconscio è per struttura atemporale.
12 Cfr. Invidia e gratitudine, Martinelli, Firenze 1969.

97
Civiltà e disagio

Nel trattamento, venendo meno ogni differenza strutturale tra nevrosi


e psicosi (il carattere strutturale dell’impostazione della Klein riguarda
infatti solamente l’idea che le posizioni schizoparanoide e depressiva
non siano tappe evolutive ma «strutture interne» al soggetto), non saran­
no fatte distinzioni fondamentali nell’impostazione tecnica tra la cura
delle nevrosi e la cura delle psicosi. Anche lo psicotico è reputato idoneo
al setting classico e all’azione decifratoria dell’interpretazione semantica:

nel nostro approccio alla schizofrenia noi manteniamo gli elementi essenziali
della psicoanalisi e precisamente: interpretazioni particolareggiate del trans­
fert positivo e negativo, senza fare uso di rassicurazioni o di misure educative;
riconoscimento e interpretazione del materiale inconscio del paziente; e, so­
prattutto, fecalizzazione delle interpretazioni sulle angosce manifeste e latenti
del paziente.13

Ma la posizione dell’analista deve anche poter correggere l’originaria


mancanza dell’oggetto primario materno che ha determinato la struttu­
razione precaria dell’io, deve cioè poter introdurre al posto della frustra­
zione subita una risposta di accoglimento che sappia rendere possibili
legami non persecutori con gli oggetti. L’orientamento della cura diventa
così un orientamento morale del soggetto: dall’odio arcaico verso l’og­
getto, all’amore per l’oggetto, alla riparazione dei danni provocati dal sa­
dismo aggressivo del soggetto nei confronti dell’oggetto. È questo un
presupposto variamente ripreso dagli analisti, soprattutto di area anglo­
sassone, che si sono occupati del trattamento della psicosi.
Nella scuola kleiniana l’accento resta però principalmente sul valore
dell’interpretazione, sull’attività decifratoria dell’ìmalista che riporta i
vissuti persecutori e dissociativi del soggetto alle primissime relazioni
con l’altro materno fantasmizzato originariamente dal bambino e che
funzionano come specie di significati fondamentali ai quali deve poter
essere ricondotta, in ultima istanza, l’azione interpretativa.

4.4 Wilfred Ruprecht Bion e le psicosi

Nell’ambito della scuola kleiniana è stato in particolare Bion a occuparsi


della teoria e della cura delle psicosi. Dopo essersi inizialmente dedicato
all’analisi dei gruppi, la sua pratica analitica con pazienti psicotici, so­

13 H.A. Rosenfeld, Stati psicotici, cit., p. 115.

98
La sfida della psicosi: prospettive teoriche e cliniche

prattutto schizofrenici, lo conduce a una concezione della personalità


psicotica originale e a una teoria clinica della cura ricca di intuizioni. Ri­
spetto all’orientamento classico proposto dalla Klein e dai suoi seguaci
più vicini (Rosenfeld, Segai), Bion fonda infatti un proprio sistema teori­
co e una particolare concezione della psicosi che recupera a suo modo,
diversamente dalle indicazioni kleiniane, la distinzione proposta da
Freud tra nevrosi e psicosi.
Nondimeno Bion applica nella sua pratica clinica delle psicosi i con­
cetti fondamentali con i quali la Klein ha descritto le primissime relazio­
ni oggettuali del bambino. La posizione schizoparanoide, la posizione
depressiva, la teoria dell’invidia e i meccanismi di difesa arcaici regolati
sulla scissione e sull’identificazione proiettiva restano infatti i riferimenti
teorici utilizzati da Bion negli anni cinquanta e sessanta per articolare
una personale teoria delle psicosi.
La tesi di fondo di Bion sulla psicosi è che il soggetto psicotico soffre
della sua incapacità di simbolizzare i contenuti della propria esperienza™
Esistono nuclei e parti psicotiche in ogni soggetto (quindi, come si vede,
a rigore anche in Bion non c’è una concezione della psicosi come strut­
turalmente distinta dalla nevrosi) che corrispondono a certe modalità di
funzionamento del pensiero. La psicosi è infatti per Bion un’alterazione
profonda dell’attività del pensiero. Secondo André Green, il merito di
Bion è, in effetti, proprio quello di aver introdotto per primo nel campo
della psicoanalisi una teoria del pensiero e delle sue incidenze nella clini­
15 laddove invece la teoria classica, compresa in fondo anche quella
ca,14
kleiniana, aveva centrato il proprio interesse sul conflitto tra i moti pul­
sionali e le istanze della coscienza.
La caratteristica principale che definisce il soggetto psicotico è la sua
intolleranza rispetto alla frustrazione e il suo uso illimitato dell’identifi­
cazione proiettiva, tramite la quale egli evacua costantemente verso l’e­
sterno tutte quelle percezioni dolorose che animano i cattivi oggetti in­
temi. Per la Klein la nascita dell’attività di simbolizzazione nel bambino
è, come abbiamo visto, una conseguenza della perdita dell’oggetto. Il
pensiero simbolico nasce sullo sfondo di una perdita (la perdita irrever­
sibile del seno materno), di un distacco del soggetto dall’oggetto, dun­
que nell’ambito del lavoro del lutto. La simbolizzazione kleiniana è radi­

14 Sul problema degli scacchi della simbolizzazione nella psicosi in una prospettiva
bioniana, vedi l’interessante lavoro di A. Voltolin, La notte dell’anima. Il simbolo e la
simbolizzazione nella teoria e nella pratica psicoanalitica, Franco Angeli, Milano 2000.
15 A. Green, La psicosi bianca, Boria, Roma 1992.

99
Civiltà e disagio

cata nel lavoro del lutto. Ciò che costituisce la genesi del simbolo è l’e­
sperienza emotiva della perdita, che, se elaborata simbolicamente, con­
sente al soggetto di accedere alla posizione depressiva e di apprendere
l’alterità del principio di realtà rispetto al funzionamento “autistico” del
principio di piacere.
E su questo punto, relativo all’importanza del lutto nella genesi del
simbolo e dell’attività di simbolizzazione, che l’opera di Bion si mantiene
coerente con l’insegnamento della Klein. Lo sviluppo soggettivo avviene
sulla base empirica di questa perdita originaria. Di qui il particolare valo­
re che assume sia nella Klein che in Bion il tema della frustrazione, ovve­
ro il rapporto del soggetto con la mancanza reale di un oggetto gratifican­
te (originariamente il seno). Dove precisamente l’esperienza originaria
della frustrazione indica l’incontro con l’assenza di questo oggetto.
Ora, Bion espande al massimo il valore di questa assenza, di questa
non-cosa, di questo vuoto originario che si apre con la perdita dell’ogget­
to sino al punto di fame il criterio originario per la fondazione di una dia­
gnosi differenziale tra nevrosi e psicosi. Di fronte alla realtà della frustra­
zione il bambino può infatti percorrere due vie diverse: può provare a
elaborare simbolicamente l’assenza (è questa una via sublimatoria), op­
pure può aggirare l’ostacolo attraverso l’allucinazione. La prima via con­
cerne la soluzione nevrotica, mentre la seconda quella psicotica. Nella ne­
vrosi infatti la frustrazione produce la rimozione, mentre nella psicosi
produce l’identificazione proiettiva. Se il soggetto sceglie quest’ultima
via, l’evitamento della frustrazione imporrà la distruzione dell’apparato
mentale in grado di percepire l’assenza reale dell’oggetto desiderato.
Come conseguenza avremo lo sviluppo dell’onnipotenza e del narcisismo
psicotici quali modi di negazione radicale della differenza tra interno ed
esterno, principio di piacere e principio di realtà, soggetto e oggetto.
Il presupposto teorico da cui muove l’approccio bioniano alla psicosi
è la distinzione tra contenitore e contenuto. Bion attribuisce alla funzione
del contenitore innanzitutto quella di rendere pensabili i contenuti (ov­
vero le esperienze sensoriali ed emotive). La funzione di contenitore è
infatti quella esercitata dalla «capacità materna di reverte»,16 con la quale
Bion indica la capacità dell’Altro materno di accogliere e contenere le
proiezioni immaginarie del bambino. Proiezioni distruttive e angosciose,
legate alle prime esperienze di frustrazione che necessitano di essere bo­
nificate per non far sommergere il bambino da un’angoscia senza nome.

16 W.R. Bion, Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma 1972, p. 72.

100
La sfida della psicosi: prospettive teoriche e cliniche

La madre, infatti, non si limita ad accudire il bambino nei suoi bisogni


più urgenti, ma deve poter offrire anche un contenitore adeguato capace
di accogliere le sensazioni negativo-persecutorie che il bambino patisce a
causa della frustrazione a cui è esposto. In tal senso Bion paragona Fatti­
vità di réverie materna a una sorta di «digestione psichica» di quegli ele­
menti cattivi dell'esperienza che il bambino non sa come padroneggiare.
Gli elementi cattivi, informi, frammentati, bruti perché non mentalizzati,
vengono chiamati da Bion elementi beta. Spetta alla funzione alfa della
madre, cioè alla sua capacità di simbolizzazione, ordinarli, renderli men­
talizzati, non minacciosi per il soggetto. In questo modo gli elementi
beta possono trasformarsi negli elementi alfa, cioè in elementi piena­
mente digeriti (simbolizzati) dal soggetto. Diversamente il mondo del
soggetto psicotico è popolato da «oggetti bizzarri». Sorti dall’uso mas­
siccio dell’identificazione proiettiva questi oggetti sono in realtà parti
scisse del soggetto che però il soggetto percepisce alla stregua di oggetti
concreti. Bion riprende così la tesi freudiana classica secondo la quale
nella schizofrenia le parole e le cose si confondono; il soggetto psicotico,
afferma, «tratta le parole come se fossero la stessa cosa degli oggetti che
simboleggiano».17 Questa confusione tra parole e cose comporta, come
fa notare Fabio Galimberti, due conseguenze essenziali: l’incapacità di
sognare e l’impedimento dell’introiezione.

Lo psicotico che ricorre massicciamente all’identificazione proiettiva popola il


proprio ambiente di questi oggetti bizzarri, che, invece di essere resi inconsci
dalla rimozione e costituire la mobilia del sogno, tormentano la percezione.18

E solo grazie alla funzione di contenitore dell’Altro materno che il bam­


bino può dunque imparare a tollerare la frustrazione. Questa tolleranza
della frustrazione è veramente il problema centrale nello sviluppo della
soggettività umana per Bion. Pensare significa infatti trasformare simbo­
licamente questa assenza centrale scaturita dalla perdita dell’oggetto. C’è
così un apprendimento progressivo del simbolo attraverso l’esperienza
del lutto, dell’assenza dell’oggetto. Uno sviluppo emotivo adeguato im­
plica la trasformazione simbolica, tramite la funzione alfa, degli elementi

17 W.R. Bion, Sviluppo del pensiero schizofrenico, in Id., Analisi degli schizofrenici e
metodo psicoanalitico, Armando, Roma 1988, p. 69.
18 Cfr. F. Galimberti, Wilfred R. Bion, Bruno Mondadori, Milano 2000, p. 111. In
questo saggio si trova un commento dettagliato relativo alla teoria del pensiero in
Bion, con particolare riferimento alla clinica della psicosi.

101
Civiltà e disagio

beta. E un modo per dire che la condizione dello sviluppo psichico è il


trattamento del vuoto, l’elaborazione della perdita. Se il bambino mani­
festa un’intolleranza costituzionale, innata, alla frustrazione, causata da
un’invidia eccessivamente intensa, proverà ad aggirare la frustrazione at­
traverso l’intensificazione patologica dell’identificazione proiettiva, ov­
vero scaricando sugli oggetti esterni gli oggetti cattivi interni. Verrà in
questo modo compromessa la costituzione dell’apparato per pensare. Il
soggetto evacuerà costantemente elementi beta che non riuscirà a digeri­
re simbolicamente attraverso la funzione alfa.
Si può chiarire ulteriormente il modello contenitore-contenuto facen­
do riferimento a un esempio concreto. Un lattante può trovarsi a piange­
re disperatamente, sommerso dall’angoscia, per la paura di morire. Il de­
stino possibile di questa esperienza, al limite del simbolizzabile, dipen­
derà dalla capacità o meno di réverie della madre. Se questa accoglierà
la disperazione del figlio e saprà rassicurarlo, allora la paura di morire,
che l’identificazione proiettiva ha spostato sulla madre, verrà bonificata
e trasformata in un timore sopportabile. Viceversa la madre potrà anche
rigettare questa proiezione e restituire al bambino, tossicamente, il pro­
prio terrore di morire. La madre dello psicotico non rientra comunque
nemmeno in questa seconda possibilità, perché indica il fallimento com­
pleto della sua funzione di contenitore.19
La madre dello psicotico non è ciò che bonifica e salva, quanto piutto­
sto ciò che agisce attivamente come un oggetto cattivo che sommerge il
bambino di un terrore innominabile, manifestandosi a lui come ostile e
vendicativa (l’effetto di questa presentificazione negativa dell’Altro ma­
terno è ciò che Bion definisce «panico psicotico»).
Con questa teoria del pensiero e della funzione di contenitore dell’Al­
tro materno, costruite sul perno del concetto di frustrazione, Bion prova
a reintrodurre un criterio differenziale di nevrosi e psicosi: nevrosi = tol­
leranza della frustrazione e sviluppo dell’apparato per pensare; psicosi =
intolleranza per la frustrazione e distruzione dell’apparato per pensare.
Vi riesce però solo parzialmente. Permane infatti nella sua opera la tesi
di matrice puramente kleiniana (matrice alla quale Bion ha voluto resta­
re comunque fedele) secondo cui esistono nuclei psicotici che coesisto­
no con le parti più evolute della personalità e che ciò dipende dal fatto
che le prime tappe dell’evoluzione sono state passaggi attraverso la psi­
cosi. Il mondo dello psicotico è popolato da elementi beta (emozioni e

19 Cfr. L. Grinberg, D. Sor, E. Tabak de Bianchedi, Introduzione al pensiero di


Bion, Cortina, Milano 1993.

102
La sfida della psicosi: prospettive teoriche e cliniche

sensazioni non elaborate) che non si trasformano in elementi alfa (emo­


zioni e sensazioni adeguatamente mentalizzate e simbolizzate), che costi­
tuiscono invece il mondo dei soggetti nevrotici. La non avvenuta trasfor­
mazione degli elementi beta negli elementi alfa è una conseguenza della
tendenza del soggetto psicotico a evadere la frustrazione attraverso l’al­
lucinazione. Al posto della non-cosa, dell’assenza del seno, s’installa un
oggetto cattivo, persecutore. Non si realizza alcun accesso alla funzione
della simbolizzazione. Solo la tolleranza del vuoto, del non-seno, della
frustrazione può condurre infatti il soggetto - attraverso un vero e pro­
prio lavoro del lutto - a mentalizzare, a rendere pensabili e dunque sim­
bolici i contenuti dell’esperienza.

Lo psicotico distrugge la capacità del pensiero, che è essenziale per agire nella
realtà e che rende sopportabile la frustrazione concomitante essenziale dell’in­
tervallo di tempo che intercorre tra il desiderio e la sua realizzazione. Così, il
tentativo da parte dello psicotico di evitare la frustrazione finisce con il pro­
durre una personalità più che mai soggetta alla frustrazione e priva del mecca­
nismo di attenuazione o di mitigazione che sarebbe stato disponibile grazie al­
l’intervento di alfa e del pensiero.20

Il problema centrale nella cura delle psicosi diventa quello di rendere


simbolizzabili quegli oggetti bizzarri (elementi beta) che resistono a ogni
esercizio di elaborazione simbolica. Si tratta di rimettere in funzione l’a­
zione della simbolizzazione di fronte a un’inclinazione del transfert psi­
cotico che Bion connota come «trasformazione in allucinosi». E infatti
l’allucinosi che, una volta distrutto l’apparato per pensare, può salvare il
soggetto dal vuoto. La cosiddetta «trasformazione in allucinosi» indica
in Bion l’effetto sul soggetto della mancanza del contenitore e della fun­
zione alfa; si tratta di una trasformazione che concerne la personalità
psicotica e che si configura come una vera e propria catastrofe primaria
che ha impedito al soggetto di accedere all’uso dei simboli.
La cura è allora una riparazione: ripara i guasti interni all’apparato per
pensare. Per Bion, come sarà per il Lacan teorico della forclusione, l’as­
senza della rimozione primaria (il cui effetto centrale è l’instaurarsi della
differenziazione - «barriera di contatto» - tra coscienza e inconscio) è la
condizione della psicosi. Solo che per Bion, diversamente da Lacan, l’e­
sperienza emotiva e sensoriale del soggetto viene prima del linguaggio, il
cui uso verrà acquisito solo nel corso dell’evoluzione, mentre per Lacan

20 W.R. Bion, Cogitations, Armando, Roma 1996, p. 73.

103
Civiltà e disagio

ciò che viene prima è il linguaggio e la sua azione che struttura il soggetto
subordinandolo alle sue leggi. Per Bion, dunque, la psicosi indica un di­
fetto nell’apprendimento della funzione simbolica da parte del soggetto,
mentre per Lacan indicherà un difetto interno all’ordine simbolico in
quanto tale. Per Bion infatti il deficit è da ricercare nel soggetto (e nell’Al-
tro materno che non offre sufficientemente la propria capacità di réverie)
e nella sua incapacità a tollerare la frustrazione, mentre per Lacan è un
deficit che è possibile reperire nell’Altro simbolico, in quanto l’Altro dello
psicotico manca di un significante fondamentale, quello che dà tenuta e
consistenza a tutti gli altri significanti, il significante del Nome-del-Padre.
La concezione bioniana della cura delle psicosi punta a recuperare la
funzione simbolica, punta a far apprendere al soggetto l’azione pacifi­
cante del simbolo, a fargli tollerare la frustrazione. La cura è un appren­
dimento alla tolleranza della frustrazione. Si tratta, kleinianamente, di
condurre il paziente alla posizione depressiva, di reintrodurre la non­
cosa, il non-seno, l’elemento della mancanza, sola condizione affinché al
posto della confusione psicotica tra coscienza e inconscio, parole e cose,
interno ed esterno si instauri la differenza strutturale tra questi piani,
che consenta al soggetto di non essere invaso da un godimento parassi­
tario e ingovernabile.
Lo scacco delle psicosi è dunque per Bion lo scacco del soggetto di
fronte alla frustrazione. La causa di questo scacco non è però da ritrova­
re, secondo una prospettiva costituzionalista (com’è in fondo quella del­
la Klein), nell’intensità (innata) del sadismo primario, ma piuttosto in un
difetto della funzione della réverie esercitata dall’Altro materno. L’effet­
to principale di questa impasse è la non articolazione della distinzione
tra inconscio e conscio, ossia il non stabilirsi, secondo la formulazione di
Bion, di quella “barriera di contatto” che separa l’inconscio dalla co­
scienza e permette così le funzioni del sogno, del pensiero, della memo­
ria. Ciò che viene a mancare nello psicotico è, da una parte, la capacità
di riconoscersi come inserito nelle leggi simboliche che governano la
realtà esterna (è questo anche il senso della tesi di Lacan secondo la qua­
le la parola dello psicotico è una parola che ha «rinunciato a farsi rico­
noscere», che ha rotto con l’intersoggettività e le sue leggi simboliche),
dall’altra l’impossibilità di elaborare il dolore e dunque di sopportarlo.
La psicosi è dunque, come abbiamo visto, una grave patologia del
pensiero che scaturisce da un danno originario, non tanto ai pensieri in
se stessi ma all’apparato che li contiene. Tale apparato si costituisce in­
fatti attraverso la relazione con l’Altro materno. E la madre il primo con­
tenitore dei pensieri relativi alle prime esperienze infantili.

104
La sfida della psicosi: prospettive teoriche e cliniche

Questa idea della madre-contenitore avvicina la speculazione bioniana


al tema winnicottiano dell’holding materno. Bion cerca in effetti di con-
cettualizzare nella distinzione tra contenuto e contenitore il modo di co­
stituzione della soggettività umana. La funzione dell’apparato per pensa­
re è analoga a quella esercitata dalla madre rispetto al proprio bambino:
delimita e contiene i contenuti dei pensieri. In questo senso la relazione
madre-bambino è in se stessa una relazione contenitore-contenuto. Di
qui il particolare valore assegnato da Bion al tema del maternage nella
cura delle psicosi. L’analista nella cura deve poter funzionare al posto
della madre; deve poter essere capace di réverie laddove la madre dello
psicotico non lo è stata. Il modello della relazione analitica diventa allora
quello tra madre e bambino, tra contenitore e contenuto. Gli elementi
beta che compongono l’universo frammentato e privo di ordine dello
psicotico sono contenuti di esperienze non lavorati dalla funzione sim­
bolica e la causa risiede nell’incapacità della madre di restituire al bam­
bino le proiezioni aggressivo-distruttive con le quali questi l’ha investita.
Anziché aiutare il bambino a "‘ruminare” le sue esperienze più frustranti
e le sue emozioni più negative, la madre impedisce al bambino la costru­
zione di oggetti buoni interni. Come Winnicott, Bion attribuisce alla ma­
dre (o, meglio, alla relazione tra madre e bambino) la responsabilità del­
la genesi del difetto di apprendimento della funzione simbolica.
La réverie indica non tanto la dimensione del soddisfacimento dei biso­
gni del bambino quanto quella dell’amore. Di qui l’indicazione fonda­
mentale per la definizione della posizione dell’analista nella cura è sem­
pre più chiara in Bion: non si tratta tanto di interpretare secondo lo sche­
ma kleiniano ma, poiché le interpretazioni non modificano lo stato psico­
tico, l’analista dovrà incaricarsi dell’esercizio della réverie. Qui appunto
la posizione di Bion incontra, più che quella della Klein, quella di Winni­
cott. Ciò che conta all’origine non è tanto l’incontro con un seno buono
quanto il modo con il quale questo incontro o questo non-incontro è sta­
to filtrato dal contenitore psichico materno e per tale via reso digeribile al
bambino. Ciò che conta non è il realismo fantasmatico delle pulsioni
(Klein), ma la funzione di mediazione compiuta dall’Altro materno come
luogo di accesso del soggetto alla capacità di produrre simboli.

4.5 Lacan e la teoria della forclusione del Nome-del-Padre

L’opera di Lacan si inaugura come una riflessione teorica rigorosa sul


problema della psicosi con particolare riferimento alla psicosi paranoica

105
Civiltà e disagio

detta di autopunizione.21 E a questo tema, squisitamente clinico, che il


giovane Lacan dedica la propria tesi di dottorato in psichiatria. L’inte­
resse per la psicosi riflette il punto teorico decisivo del suo insegnamen­
to nella psicoanalisi: l’ipotesi, di origine strutturalista, del primato del­
l’ordine simbolico (dell’Altro maiuscolo secondo la terminologia laca-
niana) sul soggetto. E questo un punto che differenzia nettamente la
prospettiva del «ritorno a Freud» di Lacan dalla concezione kleiniana-
bioniana della natura del processo di simbolizzazione. La Klein e Bion,
come abbiamo visto, riconducono l’ordine simbolico all’attività soggetti­
va della simbolizzazione la cui base empirica è la perdita dell’oggetto. Al
contrario, per Lacan l’ordine simbolico è irriducibile alla facoltà della
simbolizzazione, poiché la possibilità di simbolizzazione del soggetto di­
pende dalla sua iscrizione nel registro simbolico, iscrizione che viene pri­
ma del soggetto, che addirittura ne precede la nascita e che, dunque, ri­
vela sul soggetto un potere costituente.
La tesi lacaniana del primato del simbolico concerne dunque il pas­
saggio da un modello teorico (kleiniano-bioniano) di tipo evolutivistico
a uno di tipo strutturalistico. Infatti il primato dell’Altro, dell’ordine
simbolico, è il primato stesso della struttura. La parola del soggetto,
dunque la sua stessa attività di simbolizzazione, dipende dalla risposta
dell’Altro. E questo in effetti che evidenzia una delle formule teoriche
più note di Lacan: nella comunicazione intersoggettiva l’emittente riceve
il proprio messaggio dal ricevente. E non è forse il primato assoluto del
ricevente nella costituzione della parola che la psicosi mette in luce? Per
il soggetto psicotico è, a rigore, l’Altro il luogo dell’enunciazione; è l’Al­
tro che invia messaggi, che parla il soggetto, che lo riduce a suo oggetto.
Ma torniamo alla tesi lacaniana del primato strutturalista dell’Altro.
Qual è in effetti, in generale, la funzione della struttura? La funzione di
una struttura è una funzione strutturante; la struttura struttura, potrem­
mo dire con un gioco di parole. Nella psicosi questo carattere struttu­
rante della struttura è reso evidente al contrario: i fenomeni elementari
che caratterizzano il mondo dello psicotico (deliri, allucinazioni ecc.)

21 Cfr. J. Lacan, Della psicosi paranoica nei suoi rapporti con la personalità (1932),
Einaudi, Torino 1980. Per una ricostruzione sintetica ma rigorosa della riflessione di
Lacan sulle psicosi, nelle sue diverse scansioni storiche, vedi L.S. Bonifati, Jacques La­
can e le psicosi. Da Aimeé a Joyce, Franco Angeli, Milano 2000. Per isolare le prospet­
tive di ricerca lacaniane sulla psicosi - ispirate dalla lettura di Jacques-Alain Miller -
mi permetto di rinviare al mio Follia e struttura in Jacques Lacan, in M. Recalcati, Cli­
nica del vuoto. Anoressie, dipendenze e psicosi, Franco Angeli, Milano 2002.

106
La sfida della psicosi: prospettive teoriche e cliniche

sono effetti della non-azione strutturante della struttura edipica. Qual­


cosa che costituisce l’elemento perno della struttura edipica, infatti, nel­
la psicosi non ha funzionato. E stato forcluso, precisa Lacan. La forclu­
sione e non la rimozione è, infatti, la causalità che presiede la costituzio­
ne psicotica della realtà. Essa consiste in un processo che esclude irre­
versibilmente il significante del Nome-del-Padre dall’inconscio del sog­
getto. Gli effetti generati da questa esclusione irreversibile sono, come
fenomeni di ritorno, i deliri e le allucinazioni. Più precisamente, Lacan
afferma che ciò che è stato forcluso è il Nome-del-Padre, ovvero il signi­
ficante che permette alla struttura edipica di funzionare come tale, il si­
gnificante che, diversamente da tutti gli altri, si costituisce come quello
che tiene insieme l’intero sistema dei significanti. Per questa ragione La­
can associa il Nome-del-Padre a ciò che il linguaggio artigianale dei ma­
terassai nomina come “punto di capitone”: il nodo che consente ai fili
di fare struttura. Così il Nome-del-Padre è quel significante che è in gra­
do di arrestare lo scorrere senza fine della significazione, di annodare,
appunto, il significato al significante in modo tale che l’ordine simbolico
e la realtà del soggetto siano organizzati secondo una loro coerenza di
fondo. Nel caso delle psicosi invece questa funzione del punto di capi­
tone esercitata dal Nome-del-Padre viene radicalmente attentata dalla
forclusione che esclude, come abbiamo detto, la funzione simbolica del
Nome-del-Padre.22
La teoria lacaniana della psicosi è, come si vede, interamente costruita
sul presupposto freudiano della distinzione strutturale tra nevrosi e psi­
cosi. Se la rimozione indica il processo causale delle nevrosi, la forclusio­
ne indica nella sua specificità il processo causale delle psicosi. Si tratta,
dunque, di una concezione differenziale, discontinuista delle strutture
soggettive. Se la nevrosi è prodotta dal meccanismo simbolico della ri­
mozione, che separa dalla coscienza quei rappresentanti pulsionali che
la coscienza stessa non può integrare nel proprio campo narcisistico, la
psicosi, come già Freud indicava nei testi degli anni venti, è prodotta da
un altro meccanismo che Lacan chiama appunto «forclusione» (forclu-
sion) traducendo così il termine freudiano di Verwerfung. La diversità
tra i due processi è che nella rimozione c’è simbolizzazione poiché il suo
effetto nel soggetto è la produzione delle cosiddette «formazioni dell’in­
conscio» (sintomo, sogno, atto mancato, lapsus) che, in quanto «ritorni

22 Sulla genesi, la funzione e lo sviluppo del concetto di forclusione nell’insegna­


mento di Lacan è essenziale l’opera di J.-C. Malevai, La forclusion du Nom-du-Père.
Un concept et sa clinique, Seuil, Paris 2000.

107
Civiltà e disagio

del rimosso», espongono la verità del soggetto attraverso un significante


che prende, appunto, il posto di un significato rimosso.
Diversamente, nellaforclusionenon ce affatto simbolizzazione, quan­
to piuttosto un difetto nella struttura dell’ordine simbolico in quanto
tale. Se la rimozione dà come risultato la simbolizzazione cifrata del sin­
tomo e di tutte le altre formazioni dell’inconscio, la forclusione indica
che un significante, il significante fondamentale del Nome-del-Padre,
non si è iscritto nell’inconscio del soggetto. In questo senso l’allucinazio­
ne psicotica non è il ritorno di qualcosa che il soggetto ha “prima” rico­
nosciuto e “poi” staccato dalla propria coscienza facendovi in un secon­
do tempo ritorno sotto forma cifrata, attraverso un sostituto (Freud defi­
niva, ad esempio, il sintomo nevrotico come «il sostituto dell’attività ses­
suale»), ma si presenta al soggetto nella forma dell’imposizione esterna,
del ritorno direttamente nel reale («ciò che è stato forcluso nel simbolico
ritorna nel reale»). Non c’è dunque qualcosa che il soggetto allontana da
sé (rimuove) perché inconciliabile con la coerenza immaginaria dell’io,
ma qualcosa che essendo stato da sempre abolito, non essendosi cioè
mai iscritto simbolicamente nel soggetto, può solo imporsi ad esso pro­
venendo dall’esterno. Nel caso clinico del presidente Schreber Freud
aveva in effetti definito il delirio psicotico come l’effetto di un’abolizio­
ne: ciò che è stato abolito all’interno del soggetto ritorna dall’esterno.
Quando Lacan formula il concetto di forclusione come processo specifi­
co della psicosi riprende questa elaborazione freudiana quasi alla lettera:
ciò che nel simbolico è stato forcluso ritorna nel reale. Esemplare è in que­
sto senso il fenomeno della voce psicotica dove la parola non è prodotta
dal soggetto ma parla al soggetto provenendo dal di fuori come voce im­
perativa dell’Altro.
In gioco, come si vede, è un’assenza - l’assenza forclusiva, la non-iscri-
zione del significante fondamentale. Come abbiamo visto questo signifi­
cante fondamentale è per Lacan il Nome-del-Padre. Significante che
connota la sua funzione in quanto funzione simbolica (dunque sganciata
da ogni rappresentazione psicologica del padre reale); è scritto “Nome-
del-Padre” - con tutta l’accentuazione volutamente simbolico-religiosa
che si può facilmente percepire - proprio per mettere in risalto non tan­
to il padre reale (la sua presenza, i suoi comportamenti, la sua psicologia
personale, la sua carenza) quanto piuttosto la sua funzione come punto
di capitone, come funzione simbolica in grado di ordinare la realtà del
soggetto. In gioco nella psicosi c’è in effetti un fallimento radicale della
funzione patema, nel senso che tale funzione non si è simbolizzata nel
soggetto.

108
La sfida della psicosi: prospettive teoriche e cliniche

Nello scritto Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento


della psicosi del 1958 questa funzione viene formalizzata nello schema
della cosiddetta «metafora patema»,23 formulazione con la quale Lacan
rigorizza attraverso la logica del significante l’Edipo freudiano mostran­
do gli effetti sul soggetto di un eventuale forclusione della funzione pa­
terna. Se infatti il Nome-del-Padre viene forcluso, se cioè esso non sbar­
ra il desiderio della madre simbolizzandolo e permettendo così al sog­
getto di separarsi dall’Altro materno, il soggetto si ritrova in balia del de­
siderio della madre che per Lacan è nella sua struttura un desiderio ori­
ginariamente cannibalico, terrifico e insaziabile. La madre lacaniana non
è infatti la madre winnicottiana o mahleriana, non è nemmeno la madre
del seno buono di cui parla la Klein. E piuttosto una madre divoratrice,
una madre fagocitante, il luogo di un godimento invasivo.24 La funzione
simbolica del Nome-del-Padre ha allora un compito fondamentale: limi­
tare l’insaziabilità del desiderio materno, opporre al desiderio della ma­
dre (come desiderio illimitato, incorporante, distruttivo) il limite impo­
sto dalla Legge della castrazione, che è innanzittutto castrazione del go­
dimento della madre, sia nel senso genitivo soggettivo che genitivo og­
gettivo del termine.
In questo senso l’azione del Nome-del-Padre si articola come una me­
tafora. Lacan la definisce, appunto, «metafora paterna». In essa il signifi­
cante del Nome-del-Padre (NP) subentra a quello del desiderio della
madre (DM) e questa sostituzione (metaforica) apre il posto per il sog­
getto (X).25 La simbolizzazione del desiderio della madre che avviene at­
traverso il Nome-del-Padre rende infatti disponibile al soggetto un luo­
go non invaso dall’Altro materno perché, con tale operazione di barratu­
ra del desiderio della madre, il padre offre una chiave di lettura che im­
pedisce di ridurre la madre a un mero capriccio, a una volontà di godi­
mento senza limiti. In altri termini, l’intervento del Nome-del-Padre in­
terpreta il desiderio della madre attraverso la significazione fallica: esso
non si esaurisce nella riduzione del bambino a oggetto esclusivo del suo

23 Cfr. J. Lacan, Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psico­
si (1957-58), in Scritti, a c. di G. Contri, 2 voli., Einaudi, Torino 1974, voi. II, p. 553.
24 L’accentuazione dell’aspetto terrifico del desiderio materno non è però in Lacan
unilaterale. Nel Seminario IV, infatti, egli sviluppa una dottrina del dono d’amore
come centrale per l’umanizzazione del soggetto che ha proprio come riferimento la
funzione materna. Cfr. J. Lacan, Il seminario. Libro IV. La relazione d'oggetto (1956-
57), Einaudi, Torino 1996.
25 Cfr. J. Lacan, Una questione preliminare, cit., p. 553.

109
Civiltà e disagio

godimento, ma rinvia a un al di là del bambino stesso. Se ce metafora


patema, il desiderio della madre non può esaurire patologicamente il
desiderio della donna. Dunque il bambino non può a sua volta coincide­
re con il fallo poiché la donna pone il fallo nell’uomo e lì lo cerca. Così
la metafora patema implica una doppia castrazione: 1) dal lato del figlio,
poiché impedisce al figlio di reintegrarsi nell’Altro, di farsi l’oggetto-tap-
po della mancanza dell’Altro; 2) dal lato della madre, perché ne mantie­
ne aperta la mancanza impedendo di fare del figlio il fallo immaginario
che ne completa l’esistenza. E solo grazie a questa doppia interdizione
esercitata dalla funzione patema che il bambino può interrogare il desi­
derio dell’Altro (innanzitutto quello della madre) senza diventare l’og­
getto reale del suo godimento capriccioso.
Ma la madre lacaniana non è solo la madre-coccodrillo, dentro le cui
fauci spalancate si trova preso il bambino ridotto a oggetto del godimen­
to insaziabile dell’Altro, lì dove non interviene il paletto della funzione
patema a mantenerle divaricate; essa è anche la madre che porta la
parola. E infatti la parola della madre che rende attiva ed efficace la me­
tafora patema. E attraverso la parola della madre che un padre riceve
agli occhi di un bambino il suo prestigio. Così la forclusione avviene
quando la parola della madre non ha introdotto nel figlio il valore sim­
bolico del Nome-del-Padre.
Gli effetti di questa inoperatività della metafora paterna sul soggetto
definiscono allora il mondo dello psicotico come un mondo privo di or­
dine, caotico, esposto all’arbitrio, senza pace, senza Legge, senza un
punto di capitone stabilizzante. Il soggetto psicotico vive infatti costan­
temente in balia dell’Altro, di un Altro inaffidabile, persecutore, tiran­
nico. Egli è ridotto all’oggetto del godimento dell’Altro in quanto senza
possibilità di separarsi dall’Altro. Nella frammentazione schizofrenica
del corpo e nel delirio paranoico, il soggetto, in modi diversi, fronteggia
un Altro invasore non nomato dalla funzione patema che vuole godere
di lui. Il difetto della metaforizzazione provocato dalla forclusione del
Nome-del-Padre lascia nella psicosi il campo libero alla metonimia pri­
va di metafora: metonimia proliferante delle allusioni, dei sottintesi,
delle continue e imprevedibili trasfigurazioni del senso che caratterizza­
no la dimensione del delirio psicotico. E ciò che Lacan riprende dallo
psichiatra francese Gaètan Gatian de Clérambault, considerato come
suo «unico maestro in psichiatria», che aveva teorizzato come meccani­
smo specifico delle psicosi «l’automatismo mentale», ovvero lo srotola­
mento metonimico della catena significante senza che il soggetto possa
controllarne e regolarne gli effetti, il cui fondamento resta però, per Po­

lio
La sfida della psicosi: prospettive teoriche e cliniche

rientamento «meccanicistico» di Clérambault, di ordine organico-costi­


tuzionale.26
Da questo punto di vista, come dicevamo, prende corpo il particolare
rilievo che Lacan ha attribuito alla psicosi, poiché è proprio il soggetto
psicotico a mostrare in modo irrefutabile l’incidenza fondamentale del­
l’ordine simbolico sul soggetto, laddove, appunto, un difetto del sistema
dell’Altro genera il cataclisma della psicosi. Ecco perché la congiuntura
di scatenamento della psicosi - così come Lacan ne teorizza la logica
nell’articolo del 1958 - riguarda l’incontro del soggetto con “un padre”
che gli pone il problema di confrontarsi con qualcosa di cui non possie­
de il significante, ma solo l’assenza forclusiva. In questo senso la psicosi
nella concezione di Lacan non ha, a rigore, diversamente dalle ipotesi
continuiste, uno sviluppo. Ciò significa che non c’è un inquadramento
evolutivistico della psicosi come arresto dello sviluppo (Mahler) o come
permanenza nel soggetto di antichi nuclei psicotici (Klein, Bion). Esiste
piuttosto un buco fondamentale nella struttura del soggetto causato dal­
la forclusione del Nome-del-Padre (dunque da un deficit non tanto del
soggetto, quanto del sistema dell’Altro in quanto tale, essendo il Nome-
del-Padre quel significante che dà consistenza e fondamento a tale siste­
ma) che può spalancarsi da un momento all’altro. E questa la cosiddetta
«congiuntura di scatenamento» della psicosi che già nel Seminario III,
dedicato allo studio delle psicosi, Lacan precisa essere legata a un’inizia­
tiva dell’Altro (Altro simbolico), allorché cioè il soggetto si trova a dover
rispondere in prima persona, soggettivamente dunque, a un appello sim­
bolico dell’Altro (la chiamata dell’esercito, l’incontro sessuale, l’impegno
pubblico del proprio nome, la paternità o la maternità, la chiamata di un
tribunale, l’esame di maturità, l’avanzamento di grado sul lavoro che im­
plica certe responsabilità non più delegabili ad altri...).27 In questa con­
giuntura il soggetto incontra quel vuoto che portava con sé da sempre,
effetto della non iscrizione del significante del Nome-del-Padre. L’incon­
tro produce nel soggetto lo scatenamento della psicosi in senso stretto.
Anche per tale ragione Lacan non considera plausibile l’ipotesi di strut­
ture soggettive cosiddette borderline, cioè intermedie tra la nevrosi e la
psicosi, perché o il soggetto ha avuto accesso al simbolico grazie al buon
funzionamento della metafora patema o questo accesso non è avvenuto

26 Sull’importanza della nozione di “automatismo mentale” di Clérambault, mi li­


mito a segnalare il limpido saggio di M. Mazzotti, Sull’automatismo mentale, in
Aa.Vv., Lacan e la clinica contemporanea, Franco Angeli, Milano 2003.
27 Cfr. J. Lacan, Il seminario. Libro III. Le psicosi (1955-56), Einaudi, Torino 1985.

Ili
Civiltà e disagio

e il soggetto si è arrangiato attraverso qualche compensazione immagi­


naria, anche se resta comunque privato nell’inconscio del significante
fondamentale del Nome-del-Padre; nei casi ove la psicosi non si manife­
sti, perché compensata da identificazioni secondarie, è l’immaginario
che prova a ricoprire il vuoto simbolico generato dalla forclusione.
È dunque il tempo dello scatenamento a rivelare pienamente la strut­
tura psicotica di un soggetto, la cui nevrosi può costituire solo un artifi­
cio che lo ripara dal crollo psicotico. L’unico valore che può essere attri­
buito allora al concetto di “personalità borderline”, come terza struttura
soggettiva rispetto alla nevrosi e alla psicosi, è quello relativo a una psi­
cosi latente, compensata immaginariamente, che nell’incontro del sog­
getto con l’Altro simbolico - l’un-padre della Questione preliminare -,
che lo sospinge verso un’assunzione in prima persona della sua respon­
sabilità, si scatena palesemente.
Se il soggetto nevrotico vive l’enigma del desiderio dell’Altro (nel sen­
so che si interroga costantemente su questo desiderio, sul suo valore o
non-valore per l’Altro), il soggetto psicotico vive l’esigenza angosciosa di
ripararsi da un Altro folle che vuole godere di lui; qui non c’è enigma
ma certezza. La certezza psicotica che il vero pazzo è l’Altro, che il vero
delinquente è l’Altro, l’Altro che tratta il soggetto come l’oggetto reale
del suo godimento. Nella psicosi il soggetto non è potuto giungere a in­
terrogare simbolicamente il desiderio dell’Altro (“Cosa vuole mia ma­
dre?, cosa vuole mia madre da me?”) perché il suo posto era quello del­
l’oggetto reale del godimento dell’Altro. Il soggetto non ha potuto in­
contrare quella discrepanza tra i propri desideri e quelli dell’Altro ma­
terno alla quale invece introduce l’Edipo freudiano. Da questo punto di
vista per Lacan lo psicotico non è, a rigore, nell’Edipo, poiché non ne ha
ottenuto i benefici strutturanti e la funzione normativa per il desiderio.
Il soggetto psicotico è invece nelle mani di un Altro capriccioso e della
sua volontà oscura di godimento che non riconosce la Legge ma che fa
arbitrariamente la Legge.
Il trattamento della psicosi non segue evidentemente per Lacan e per la
sua scuola le linee di fondo della cura analitica classica delle nevrosi. Di
qui tutta la sua insistenza nel porre come nevralgica l’esigenza di un trat­
tamento preliminare (alla cura analitica) del soggetto psicotico. Il proble­
ma maggiore nella cura è infatti il maneggiamento del transfert psicotico
che per Lacan, diversamente da Freud, è particolarmente massiccio e in­
tenso. La posizione dell’analista deve modificarsi per evitare di presentifì-
care l’Altro persecutore (l’Altro di un godimento non fondato sulla signi­
ficazione fallica, cioè non castrato, non limitato), dal quale lo psicotico si

112
La sfida della psicosi: prospettive teoriche e cliniche

difende: l’analista non deve mettersi dalla parte del Padre, pena il rischio
di provocare lo scatenamento delirante della psicosi latente.
In Una questione preliminare, Lacan pone nella «metafora delirante» la
possibilità per lo psicotico di costruire una propria stabilizzazione, di
operare un rammendo efficace del buco della forclusione. La metafora
delirante mette infatti in valore la funzione di lavoro del delirio su cui già
Freud aveva indugiato laddove, ad esempio, aveva definito il delirio del
presidente Schreber come «un tentativo di guarigione». La metafora deli­
rante si configura cioè come una supplenza del Nome del Padre forcluso.
Nella cura delle psicosi l’analista non deve occupare il posto dell’Altro
del sapere. L’unico sapere che conta è il sapere dello psicotico. L’indica­
zione che Lacan fornisce all’analista è quella di farsi «segretario dello
psicotico». Indicazione preziosa perché sottolinea il rischio sempre pre­
sente nella cura delle psicosi di far scivolare il transfert sul lato di un
odio (paranoia) o di un amore (erotomania) assoluti, non elaborabili
simbolicamente.

4.6 II soggetto e la maschera: verso una nuova clinica delle psicosi

Seguendo percorsi di ricerca autonomi e differenziati, Helene Deutsch e


Donald Winnicott, a partire dal loro lavoro clinico, giungono a definire
una posizione del soggetto irriducibile alla clinica della rimozione, dun­
que alla clinica classica della nevrosi. Si tratta di una nuova clinica che
implica una diversa organizzazione del sintomo. In questi quadri psico­
patologici, denominati dalla Deutsch «personalità come se» e da Winni­
cott come «falso Sé», il sintomo non risponde più alle coordinate fonda­
mentali dell’Edipo freudiano, ovvero non è più una «formazione di
compromesso» tra l’istanza inconscia del desiderio - la sua esigenza di
soddisfacimento - e la barriera imposta dal principio di realtà, dall’inci­
denza della Legge simbolica. In altri termini il sintomo non sembra più
localizzare il conflitto tra il particolare del soggetto e il programma uni­
versale della civiltà, né costituire l’attività sessuale sostitutiva del sogget­
to (come indicava la dottrina freudiana), ma si configura in una coinci­
denza clinicamente inedita con il carattere stesso del soggetto, con la sua
personalità, con il suo stesso essere. Mentre infatti il sintomo nevrotico è
un fattore di divisione della soggettività, in quanto incarna proprio ciò
che la soggettività tende a mantenere lontano da se stessa (il reale della
pulsione), e, dunque, manifesta indirettamente la verità del desiderio in­
conscio, ciò che le ricerche cliniche della Deutsch e di Winnicott incon­

113
Civiltà e disagio

trano è in definitiva un nuovo statuto del sintomo. Anziché costituire un


fattore di divisione del soggetto e anziché localizzare la conflittualità del
desiderio rispetto al programma della civiltà, le «personalità come se» e
le personalità «falso Sé» mettono piuttosto in evidenza una sintomatma-
zione della personalità o, per essere più precisi, una nuova funzione del
sintomo che si esplica come istanza di unificazione e di individuazione
del soggetto stesso anziché come agente della sua divisione. In altre pa­
role, la Deutsch e Winnicott mettono in luce una nuova configurazione
del sintomo che pone più in evidenza la sua prossimità con la difesa che
con la rimozione.28 Per Winnicott, infatti, il «falso Sé» è a tutti gli effetti
una difesa, ovvero un’organizzazione della personalità che tende a ripa­
rare il soggetto dall’angoscia più che a simbolizzarne il desiderio incon­
scio. Anche la categoria delle «personalità come se» di Helene Deutsch
tende a sviluppare la problematica del carattere difensivo del sintomo.
In particolare la Deutsch mette in rilievo la dimensione identificatoria
che caratterizza le «personalità come se», nel senso che nei soggetti che
ella classifica come «personalità come se» l’identificazione tende ad as­
sumere un carattere rigido, adesivo e desoggettivato. La povertà di vita­
lità e di creatività soggettiva che la Deutsch segnala come elemento base
delle «personalità come se» scaturisce infatti da un’identificazione mas­
siccia a maschere sociali che precludono un rapporto del soggetto con il
proprio desiderio.

La prima impressione che queste persone danno di sé è quella di una comple­


ta normalità. Sono intellettualmente integre e dotate, e mostrano una grande
comprensione per le questioni intellettuali e emozionali; ma quando seguono
uno dei loro non frequenti slanci verso una attività creativa, il risultato consi­
ste in un’opera che è buona da un punto di vista formale, ma che è sempre la
ripetizione spasmodica, anche se abile, di un prototipo senza la minima trac­
cia di originalità.29

Questo ritratto sintetico della «personalità come se» mostra chiaramente


la discrepanza che si genera tra l’assimilazione falsamente adattata al
principio di realtà e l’assenza di soggettività e di creatività che rende il

28 Mentre la rimozione implica il desiderio inconscio e il suo ritorno nelle forme


simboliche che caratterizzano le formazioni dell’inconscio come tali (sogno, sintomo,
lapsus, atto mancato ecc.), la difesa configura il sintomo come argine nei confronti
dell’inconscio, poiché si profila come un trattamento possibile dell’angoscia.
29 H. Deutsch, Alcune forme di disturbo emozionale e la loro relazione con la schizo­
frenia, in Aa.Vv., Il sentimento assente, Bollati Boringhieri, Torino 1992, pp. 53-54.

114
La sfida della psicosi: prospettive teoriche e cliniche

soggetto simile a un «attore tecnicamente preparato ma che manca della


scintilla necessaria per rendere la sua interpretazione realistica». Dun­
que da un lato vi è un’alta capacità di organizzazione della vita sociale e,
dall’altro, una degradazione estrema della vita soggettiva. Nondimeno la
Deutsch mette in rilievo come questa assenza di soggettività e di creati­
vità non può essere interpretata attraverso la griglia della clinica della ri­
mozione (non è assimilabile, ad esempio, a un’inibizione ossessiva o a
ipercompensazioni nevrotiche reattive) perché dietro a questa maschera
non c’è letteralmente nulla. La clinica della rimozione lascia il posto a un
«disinvestimento oggettuale» che riduce l’identificazione edipica a un
mero rispecchiamento speculare, imitativo, finalizzato ad adattare il sog­
getto nei confronti dell’ambiente che lo circonda. La «grande plasticità»
e la «prontezza» con le quali il soggetto si modella sull’altro mostrano la
sua inconsistenza nell’essere: le identificazioni si moltiplicano perché
non avviene mai alcuna «trasformazione interna». Il soggetto sperimenta
le sue identificazioni come simili a quelle di un “robot” che esegue pro­
grammi prestabiliti. Per tale motivo, nota la Deutsch, questi soggetti
sono anche tendenzialmente predisposti ad aderire a gruppi sociali, mo­
rali o religiosi, ovvero a ricercare nelle insegne sociali dei sostituti imma­
ginari capaci di sopperire l’assenza del carattere strutturante dell’identi­
ficazione edipica. In questi casi l’identificazione non è più in rapporto al
desiderio inconscio (come, ad esempio, insegna la clinica dell’isteria),
ma alla pura necessità di sentirsi esistere, all’esigenza di colmare un sen­
timento diffuso di vuoto.30
Le riflessioni della Deutsch offrono un approfondimento della proble­
matica clinica della compensazione difensiva della psicosi. E sempre su
questa stessa linea di pensiero che incrociamo il contributo di Winni­
cott. In che cosa consiste l’ipotesi winnicottiana del «falso Sé»? Winni­
cott ce lo presenta come un soggetto vuoto, totalmente aspirato dalle
convenzioni, subordinato alla domanda dell’Altro, ingessato in identifi­
cazioni rigide, annullato nella sua capacità creativa. In sintesi il falso Sé
indica un soggetto perso in un’alienazione immaginaria. Questa aliena-

30 La diffusione contemporanea di patologie monosintomatiche (anoressie-buli­


mie, depressioni, attacchi di panico, tossicomanie), che tendono a costituire inedite
gruppalità sociali autosegregantesi, conferma questa intuizione clinica della Deutsch:
la predisposizione all’identificazione omogenea-gruppale ha come suo fondamento il
declino storico-epocale dell’Edipo. Su questo tema mi permetto di rinviare a M. Re­
calcati, Lomogeneo e il suo rovescio. Per una clinica psicoanalitica del piccolo gruppo
monosintomatico, Franco Angeli, Milano 2005.

115
Civiltà e disagio

zione costituisce l’altra faccia della medaglia dell’alienazione che con­


trassegna il soggetto psicotico. Mentre, in effetti, nella psicosi classica,
quella schreberiana, quella che si manifesta come rottura drammatica
dei rapporti del soggetto con la realtà, il soggetto appare come invaso da
un godimento ingovernabile e persecutorio che finisce per separarlo dal
mondo, l’alienazione del falso Sé è un’alienazione che non allontana il
soggetto dal mondo poiché non è generata da una rottura dei rapporti
del soggetto con la realtà ma da una sua eccessiva adesività. Winnicott il­
lustra con chiarezza il suo punto di vista nei termini seguenti:

Vi sono persone che possono essere malate in senso psichiatrico per via di un
precario senso della realtà. Per equilibrare questo, si dovrebbe asserire che vi
sono altri che sono così fermamente ancorati alla realtà percepita oggettiva­
mente da essere malati nella direzione opposta, di non essere in contatto con
il mondo soggettivo e con l’approccio creativo alla realtà?1

Mentre il presidente Schreber - assunto da Freud come paradigma della


psicosi - ci offriva una rappresentazione della psicosi come esplosione,
disgregazione, squartamento della soggettività e come negazione radica­
le della realtà (esplosione e negazione di cui il delirio costituisce il feno­
meno psicopatologico più eloquente), il soggetto vuoto di cui parlano la
Deutsch e Winnicott implica un’altra rappresentazione della psicosi. Di­
versamente dal paradigma schreberiano questo soggetto sembra volgere
la negazione su di sé, sulla propria vitalità creativa; laddove per Schreber
è la realtà che si eclissa di fronte a uno straripare della soggettività deli­
rante, per il falso Sé winnicottiano è il soggetto che si eclissa di fronte a
un adattamento impersonale e totalmente alienato alla realtà. Ebbene,
tale eclissi del soggetto, questo suo intorpidimento, svuotamento radica­
le, si controbilancia paradossalmente, come Winnicott fa magistralmen­
te notare, con un ispessimento narcisistico dell’io, ovvero con un raffor­
zamento difensivo della sua pseudoidentità. Il soggetto falso Sé è, in ef­
fetti, un soggetto che adotta una maschera sociale come se fosse la sua
identità. Ma questa identità è fittizia perché annulla - come ci ricorda
precisamente Winnicott - sia la capacità di «vivere creativamente» sia
quella di «sentirsi reali». Questa ipostasi dell’identità del Sé si rivela es­
sere una mera copertura difensiva di cui il soggetto ha bisogno per non
essere annientato dall’angoscia.
In generale la concezione winnicottiana delle psicosi ha come suo pun-*

31 D.W Winnicott, Gioco e realtà, Armando, Roma 1974, pp. 121-122.

116
La sfida della psicosi: prospettive teoriche e cliniche

to basale un difetto della capacità della madre di configurare per il bam­


bino un ambiente sufficientemente buono, ovvero in grado di sostenere
{holding) il bambino nella sua soggettività più particolare. Questa capa­
cità materna trova il suo fondamento nella «preoccupazione materna pri­
maria»:32 una madre deve sperimentare questa preoccupazione per poter
sostenere il proprio bambino e sopportare di essere oggetto del suo amo­
re spietato e di saper sopravvivere ad esso, poiché solo attraverso questo
passaggio attraverso l’aggressività e la distruzione il bambino può verifica-
re che l’oggetto è in grado di sopravvivere alla sua avidità distruttiva e
dunque a rendere possibile una prima fondamentale demarcazione tra l’a­
rea del Me e quella del Non-me, tra l’interno e l’esterno, tra la soggettività
e l’oggettività.33 Nello sviluppo psicotico del soggetto questa demarcazio­
ne non ha potuto determinarsi perché la madre non ha saputo sostenere il
bambino e sopravvivere alla sua distruzione aggressiva: il bambino resta
in preda di «agonie primitive» che rivelano la sua assenza di «centro di
gravità» e di «continuità dell’essere». Agonie che sono di «frammentazio­
ne dell’essere», di «dissoluzione», di «annientamento», di «sparizione», di
«disintegrazione», di «depersonalizzazione». Winnicott le precisa come:

1. ritorno a uno stato non-integrato (difesa: disintegrazione);


2. cadere all’infinito (difesa: disintegrazione);
3. perdita dell’unione psicosomatica, fallimento dell’insediamento (di­
fesa: depersonalizzazione);
4. perdita del senso della realtà (difesa: sfruttamento del narcisismo
primario);
5. perdita della capacità di mettersi in relazione agli oggetti (difesa:
stati autistici).34

L’associazione che si stabilisce in questo schema tra le agonie psicotiche


e i meccanismi di difesa corrispettivi sottolinea come per Winnicott la

32 Cfr. D.W. Winnicott, La preoccupazione materna primaria, in Id., Dalla pediatria


alla psicoanalisi, Martinelli, Firenze 1973, p. 360.
33 È questo un capitolo centrale di tutta 1 elaborazione teorica di Winnicott: si trat­
ta del passaggio dall’uso dell’oggetto alla possibilità di stabilire una relazione con
l’oggetto. Su questo vedi le pagine fondamentali di Gioco e realtà, cit., pp. 151-164.
Per un commento, mi permetto di rinviare al mio Sull'odio, Bruno Mondadori, Mila­
no 2004, pp. 227-241.
34 D.W. Winnicott, La paura del crollo, in Id., Esplorazioni psicoanalitiche, Cortina,
Milano 1995, p. 108.

117
Civiltà e disagio

psicosi non sia semplicemente un «crollo» del soggetto quanto una dife­
sa fondamentale nei confronti dell’agonia primitiva non simbolizzabile
che affligge il soggetto e che l’assenza di holding materno ha reso defini­
tivamente «impensabile». «E un errore - afferma infatti Winnicott -
considerare la malattia psicotica come un crollo: si tratta invece di un’or­
ganizzazione difensiva in rapporto a un’agonia primitiva».35
L’accento particolare che viene posto sulla necessità di un’organizza­
zione difensiva di fronte all’agonia primitiva costituisce anche il presup­
posto per comprendere la costituzione del falso Sé. Infatti il falso Sé è
un’organizzazione della personalità che funziona come una difesa rispet­
to a un’agonia primitiva non bonificata dalla preoccupazione materna
primaria. La nuova difesa però, nata per porre al riparo il soggetto dal
rischio di una frammentazione psicotica dell’essere, si rivela in realtà
come una «nuova minaccia al nucleo del Sé». È questo in effetti il carat­
tere controfinalistico della maschera del falso Sé: sorta come una difesa
dall’angoscia si ribalta nel suo esatto contrario, in minaccia.
Winnicott nell’articolo forse più significativo dedicato al falso Sé, inti­
tolato La distorsione dell’io, sottolinea come in questi soggetti il senti­
mento dell’essere fasulli si incrementi paradossalmente proprio in rap­
porto al loro apparente successo sociale:

Il mondo può osservare un successo accademico ad alti livelli, e può trovare


diffìcile di credere nello stato di reale malessere dell’individuo in questione
che si sente “fasullo” quanto più ha successo. Quando individui del genere
distruggono se stessi in un modo o nell’altro, invece di mantenere le promes­
se, questo inevitabilmente produce un senso di stupore in coloro che avevano
riposto grandi speranze in quella persona.36

Il falso Sé indica un effetto di distorsione della soggettività dovuto a uno


sviluppo totalmente condizionato dall’esigenza di compiacere il mondo
esterno. Perseguendo permanentemente questa esigenza il Sé si modella
sulla domanda dell’Altro e si perde come Se stesso. La difesa dall’agonia
primitiva in cui il soggetto si è trovato senza il supporto holding ma­
terno assume la forma di una scissione: il Sé socializzato si sgancia dal
vero Sé anziché limitarsi a difenderlo dal rischio dell’annientamento. La
particolare rigidità delle identificazioni che presiedono lo sviluppo del

35 Ibid.
36 D.W. Winnicott, La distorsione dell'io, in Id., Sviluppo affettivo e ambiente, Ar­
mando, Roma 1983, p. 179.

118
La sfida della psicosi: prospettive teoriche e cliniche

falso Sé ricorda il modo col quale Helene Deutsch descriveva la perso­


nalità «come se»: l’identificazione imprigiona il soggetto in una masche­
ra sociale falsamente adattata.

4.7 La psicosi fredda di Evelyne Kestemberg

Su una linea di pensiero affine si orienta anche la ricerca di Evelyne Ke­


stemberg sulla cosiddetta «psicosi fredda». Ella propone di distinguere
due modi d’essere della psicosi: uno in cui prevale un’organizzazione
«allo-erotica» (paranoia, schizofrenia, psicosi deliranti), e uno in cui pre­
vale un’organizzazione «autoerotica» (anoressia mentale, certe forme di
mania e di melanconia). I due diversi modi d’essere differenziano due
forme fondamentali della psicosi: la psicosi delirante e la psicosi «fred­
da».37 Lo studio dell’anoressia - assunta come paradigma della psicosi
senza delirio - l’aveva condotta a teorizzare l’esistenza di modi di essere
psicotici che, senza presentare fenomeni eclatanti (allucinazioni e deliri),
si caratterizzavano per una sorta di irrigidimento soggettivo di tipo nar­
cisistico finalizzato a riparare il soggetto dal rischio della perdita. Il culto
feticistico dell’ideale del corpo magro nel soggetto anoressico sembra, in
effetti, assorbire tutto il mondo delle relazioni cosiddette oggettuali; au­
toerotismo, autismo, esclusione dello scambio libidico, negazione dell’al-
terità dell’oggetto sembrano contraddistinguere una psicosi il cui tratto
dominante è appunto il congelamento libidico del soggetto.38 In partico­
lare la «relazione feticistica» con l’oggetto indica una modalità di rela­
zione che garantisce una sorta di permanenza narcisistica del soggetto
poiché lo difende dal trauma, impossibile da simbolizzare, della perdita
dell’oggetto e dell’angoscia che essa produce. La relazione primaria ma­
dre-bambino viene concepita come una sorta di continuità d’essere -
un’organizzazione autoerotica - che include l’oggetto e che dunque non
lo rappresenta come distinto dal soggetto. Questa continuità sarebbe,
secondo la Kestemberg, all’origine del Sé.39 L’oggetto narcisistico-fetici-
stico costituisce il movimento di costituzione della soggettività attraverso

37 Cfr. E. Kestemberg, La psychose froide, PUF, Paris 2001.


38 Cfr. E. Kestemberg, J. Kestemberg, S. Decobert, La fame e il corpo, Astrolabio,
Roma 1978. Uno studio interessante su questi temi è quello di E. Chauvet e J.-L.
Chauvet, Evelyne Kestemberg: les psychoses froides, in Psychoses II. Aux frontières de la
clinique et de la théorie, Revue frangaise de psychanalyse, PUF, Paris 1999, pp. 11-37.
39 E. Kestemberg, La relation fétichique à l’objet, in La psychose froide, cit., p. 97.

119
Civiltà e disagio

l’esercizio di una funzione speculare. Così Foggetto non esterno al sog­


getto ma prodotto dalla relazione di continuità con Faltro materno ren­
de possibile una «duplicazione» del soggetto necessaria per esistere. Il
soggetto psicotico vive la costituzione di questo oggetto narcisistico in­
terno come un rimedio contro il rischio di una frattura della sua conti­
nuità d'essere. L’economia delirante della psicosi manifesta una sorta di
regressione all’oggetto narcisistico feticizzato come difesa dall’angoscia
di castrazione. Nondimeno il ricorso all’oggetto-feticcio viene definito
dalla Kestemberg come una tendenza non solo psicotica. E il soggetto
come tale - «quale che sia la sua organizzazione psichica» - che ha biso­
gno di ricorrere a questo oggetto, anche nelle forme “minime” dell’og­
getto porta-fortuna. In altre parole, anche nell’ambito delle relazioni og­
gettuali più “mature”

perdurano delle modalità precocemente instaurate di autoerotismo primario


dove l’oggetto, incluso nel soggetto, non percepito distintamente, può esserne
escluso, rigettato all’esterno e custodire lo statuto di garante narcisisitico del
soggetto.40

Nelle psicosi fredde questa regressione, questa «fuga all’indietro», que­


sto utilizzo difensivo dell’oggetto feticcio è essenziale per ridurre l’inten­
sità dell’angoscia, dunque è un fattore fondamentale per la sopravviven­
za stessa del soggetto che trascina però con sé un «godimento trionfan­
te» (jouissance triomphante), un’«ebbrezza dell’immortalità» {ivresse
d’immortalile) il cui carattere mortifero non deve sfuggirci. Per tale ra­
gione la strada maestra che ha condotto la Kestemberg verso la teorizza­
zione della psicosi fredda è stata proprio la strada clinica dell’anoressia:
l’euforia megalomane, l’esaltazione narcisistica e l’investimento libidico
dell’immagine del corpo magro come oggetto feticistico che ritroviamo
nel soggetto anoressico definiscono in effetti la dimensione generale del­
la psicosi fredda.

4.8 La malattia “normotica”

Un ulteriore sviluppo delle elaborazioni teoriche intorno alle psicosi


senza delirio e, più in particolare, della funzione della maschera sociale
come compensazione di una struttura soggettiva non strutturata attra­

40 Ivi, p. 99.

120
La sfida della psicosi: prospettive teoriche e cliniche

verso l’Edipo, si può trovare anche in Christopher Bollas, e, più precisa-


mente, nel concetto di «malattia normotica» che questi articola in Eom-
bra dell’oggetto. Psicoanalisi del conosciuto non pensato, per indicare un
disturbo che non può più essere inquadrato ricorrendo alla nozione
freudiana di sintomo perché coincide con lo stile di vista stesso del sog­
getto:

una persona normotica è qualcuno di anormalmente normale. Troppo stabile,


sicuro, tranquillo, estroverso. È totalmente disinteressato alla vita soggettiva e
tende a badare solo alla materialità degli oggetti, alla loro realtà concreta o ai
dati relativi ai fenomeni concreti.41

Si tratta, come si vede, di una sorta di esteriorizzazione della soggettività


che preclude l’accesso a ogni creatività. Una nuova forma di alienazione
psichica viene così a configurarsi: «Il soggetto tenta inconsciamente di
diventare un oggetto nel mondo degli oggetti».42 Questa tendenza a
«realizzarsi» come oggetto - tendenza che conduce Bollas ad affermare
paradossalmente che questi soggetti sembrano in realtà «non essere
nati» - riflette una carenza della funzione alfa, teorizzata da Bion come
funzione deputata a sostenere le trasformazioni delle impressioni e delle
esperienze emotive in configurazioni pensabili. L’attacco alla funzione
alfa - che per Bollas contraddistingue quella malattia particolare che de­
finisce «normotica» - espone il soggetto a un rischio di morte psichica;
esso si riversa nel mondo degli oggetti per sfuggire al vuoto che lo abita.
La personalità normotica è omogenea al discorso del capitalista così
come Lacan lo formalizza: il soggetto non è più animato dal desiderio
come espressione della mancanza a essere, ma sembra sospinto incessan­
temente verso oggetti che sembrano (illusoriamente) promettere l’estin­
zione del vuoto. Per questo Bollas definisce il normotico come colui che
vive «medicandosi» con «oggetti concreti».43 Come per il falso Sé winni-
cottiano, anche per il soggetto normotico si è verificata una distorsione
dello sviluppo psichico del bambino. L’Altro genitoriale ha ostacolato
l’espressione della soggettività particolare del bambino reagendo positi­
vamente solo alle manifestazioni compiacenti del falso Sé. Questo ha
comportato una sorta di soppressione degli elementi creativi del bambi­

41 C. Bollas, Lombra dell’oggetto. Psicoanalisi del conosciuto non pensato, Boria,


Roma 2001, p. 143.
42 Ivi, p. 145.
43 Ivi, p. 149.

121
Civiltà e disagio

no e un suo modellamento artefatto sulle esigenze di normalizzazione


dei genitori.
Come nel caso del falso Sé, anche la personalità normotica sembra
collocarsi agli antipodi della rottura psicotica con la realtà del mondo; in
primo piano anche in questo caso non è - come nel caso della psicosi
schreberiana - un’esasperazione dell’elemento soggettivo ma un’assoluta
assenza di questo elemento nella vita psichica. Se, infatti, il soggetto psi­
cotico alla Schreber è immerso nelle sue produzioni deliranti e, di conse­
guenza, si sgancia dalla realtà, nella malattia normotica il soggetto è as­
sorbito altrettanto integralmente dagli oggetti concreti e dalla necessità
di preservare il proprio comportamento come adeguato agli stereotipi
sociali. In questa prospettiva Bollas può affermare che mentre lo psicoti­
co precipita nella profondità, il normotico precipita nella superficialità.44
Il precipitare nella superficialità finisce per contaminare lo statuto di
soggetto della personalità normotica e appiattirlo sull’insensibilità asetti­
ca propria degli oggetti concreti. Ciò che è importante rimarcare è che
in questa trasformazione dello statuto del soggetto è l’esistenza stessa
dell’inconscio che sembra estinguersi. Per il normotico l’inconscio di­
venta un «arcaismo» perché per lui l’esperienza del desiderio è total­
mente preclusa in quanto tutto il suo essere si riversa sulla «cura per i fe­
nomeni concreti»:

In questa cura per i fenomeni concreti, il normotico è diventato un oggetto,


sia per sé che per gli altri, un oggetto senza soggetto, un oggetto vivo e felice
in un mondo concreto. Questa persona fa pensare che la sua mente, in parti­
colare l’inconscio, sia un arcaismo, qualcosa che è bene abbandonare nell’in­
teresse del progresso umano.45

4.9 Le nuove psicosi e la clinica lacaniana al di là della dottrina


della forclusione del Nome-del-Padre

La teoria classica della forclusione del Nome-del-Padre, che come ab­


biamo visto Lacan ha formalizzato negli anni cinquanta, individuava la
causa della psicosi in una sorta di difetto fondamentale dell’ordine sim­
bolico. Mentre in un primo tempo Lacan pensa alla psicosi come a una
fissazione del soggetto al registro immaginario che l’azione mediatrice

44 Ivi, p. 154.
45 Ivi, p. 163.

122
La sfida della psicosi: prospettive teoriche e cliniche

dell’ordine simbolico non è in grado di smuovere, dunque a una sorta di


inerzia immaginaria che contrasta con la dialettica simbolica del ricono­
scimento - la parola dello psicotico è una parola che ha rinunciato a far­
si riconoscere, affermava emblematicamente Lacan in funzione e campo
della parola e del linguaggio in psicoanalisi*3 -, in un secondo tempo -
quello che coincide con la teorizzazione della metafora patema sviluppa­
ta tra il Seminario III e Una questione preliminare ad ogni possibile tratta­
mento della psicosi - egli delimita nell’assenza di un significante fonda­
mentale (il significante guida del Nome-del-Padre), dunque in una ca­
renza essenziale interna all’ordine simbolico, l’incapacità del simbolico
stesso di operare una castrazione efficace del godimento lasciando così il
soggetto in balia di un desiderio materno non simbolizzato.
La forclusione del Nome-del-Padre indica precisamente questo scacco
del registro simbolico nell’operare adeguatamente sul desiderio della
madre come luogo del capriccio e del godimento sregolato. Gli effetti
clinici di questa non operatività sono una stagnazione immaginaria del­
l’identificazione del soggetto al fallo materno - o, altra faccia della stessa
medaglia, una proliferazione instabile delle identificazioni immaginarie -
e un’invasione abusiva del godimento, non localizzato fallicamente, che
il soggetto è costretto a subire nel corpo e nei pensieri. In sintesi la cau­
salità forclusiva genera - come afferma lo stesso Lacan - fenomeni di re­
gressione topica allo stadio dello specchio; la forclusione simbolica del
Nome-del-Padre produce la regressione immaginaria del soggetto.
Nell’ultimo insegnamento di Lacan - che prende corpo nel corso degli
anni sessanta-settanta - il principio causale della psicosi non risiede però
più nell’inerzia dell’immaginario e nel suo potere di fissazione, né in un
difetto fondamentale dell’ordine simbolico derivante dalla forclusione
del Nome-del-Padre. Sembra cambiare infatti la prospettiva generale at­
traverso la quale egli colloca la problematica della psicosi. Il cambiamen­
to è da porre in relazione alla radicalizzazione concettuale della categoria
di struttura che impegna proprio in quegli anni la riflessione lacaniana.
In sostanza tale radicalizzazione consiste - seguendo in questo senso non
solo le indicazioni offerte dalla clinica ma anche quelle che emergevano
dalle ricerche della logica e della matematica contemporanea, in partico­
lare dalle ricerche logiche di Godei - nel mostrare che non esiste un si­
gnificante ultimo in grado di fondare l’insieme dei significanti, ovvero
che il sistema dell’Altro esclude la possibilità di esistenza di un signifi-*

46 In Scritti, cit., voi. I.

123
Civiltà e disagio

cante dell’Altro che sia al tempo stesso il significante in grado di istituire


il sistema dell’Altro.47 Tramonta così l’idea del Nome-del-Padre come si­
gnificante fondamentale capace di istituire l’intero sistema simbolico - il
Nome-del-Padre come «Altro dell’Altro» - e si evidenzia al contrario il
carattere inconsistente dell’Altro - di qui la tesi radicale della sua inesi­
stenza.48 Il sistema del linguaggio non è, in altre parole, in grado di arti­
colare la verità della verità, non può cioè rispondere intorno alla verità
ultima del desiderio.
In questo nuovo contesto teorico la psicosi non costituisce più una pa­
tologia che scaturisce da un difetto dell’ordine simbolico proprio perché
questo difetto, questa falla immanente al grande Altro, non si configura
come accidentale ma assume una valenza strutturale, nel senso che è
proprio il sistema dell’Altro come tale a essere (strutturalmente) inconsi­
stente, ovvero a non essere in grado di garantire una simbolizzazione in­
tegrale del godimento. Il carattere strutturale del difetto immanente al­
l’ordine simbolico emancipa la problematica della psicosi da una causa­
lità di ordine edipico (il non funzionamento dell’azione simbolica del
Nome-del-Padre) per mostrare che la psicosi manifesta, più della nevro­
si, la verità radicale della struttura, ovvero l’inconsistenza del sistema
simbolico come tale. E per questo che nel seminario Le sinthome, dedi­
cato allo studio di Joyce, Lacan preferisce utilizzare, come ha avuto
modo di far notare pertinentemente Jean-Claude Malevai, l’espressione
«carenza del Padre» per indicare ciò di cui patisce il soggetto psicotico,
mentre la categoria di forclusione implicava non tanto una carenza ma
un’esclusione radicale del Nome-del-Padre.49
Questa «carenza del Padre» indica la falla interna al sistema simboli­
co, ovvero l’impossibilità di intendere il Nome-del-Padre come fondato­
re di tale sistema. La clinica della «carenza del Padre», diversamente
dalla clinica della forclusione dove il Nome-del-Padre interveniva nella
metafora paterna come ordinatore del simbolico e pacificatore delle tur­
bolenze immaginarie, è una clinica dei Nomi del Padre al plurale, owe-

47 Cfr. a questo proposito l’utile G. Le Gaufey, Llncomplétude du symbolique. De


René Descartes à Jacques Lacan, EPEL, Paris 1991.
48 Questi temi si trovano già annunciati in J. Lacan, Sovversione del soggetto e dia­
lettica del desiderio nell’inconscio freudiano (1960), in Id., Scritti, cit., voi. IL Per una
loro visione d’insieme più articolata vedi J.-C. Malevai, La forclusion du Nom-du Pére,
cit., e A. Zenoni, La psicosi e Val di là del padre, Franco Angeli, Milano 2001.
49 Cfr. J.-C. Malevai, La forclusion du Nom-du Pére, cit., p. 145. Il seminario di La­
can a cui si riferisce è Le Séminaire. Livre XXIII. Le sinthome, Seuil, Paris 2005.

124
La sfida della psicosi: prospettive teoriche e cliniche

ro dei diversi possibili modi di annodare tra loro i tre registri, dunque, in
questo senso, una clinica horromeica.^
Alla ricostruzione di questi movimenti interni al pensiero di Lacan si è
dedicato sin dai primi anni settanta Jacques-Alain Miller. In particolare
nel suo intervento svolto nel contesto delle giornate di studio dell’Ecole
freudienne de Paris del 1979 dedicate alle psicosi, egli evidenzia il cam­
bio di prospettiva che Lacan realizza negli anni sessanta-settanta passan­
do dalla teoria della metafora paterna - che è una teoria incentrata sulla
logica significante - alla teoria dell’oggetto (a) - che è una «assiomatica
del godimento».50 51 Mentre la dottrina classica della forclusione offre una
lettura della psicosi che rimane nell’orbita dell’Edipo freudiano, le ela­
borazioni dell’oggetto piccolo (a) e del concetto di godimento spingono
Lacan a pensare le psicosi da un’altra prospettiva. Miller nel suo inter­
vento segnala la necessità di pensare insieme la teoria della forclusione e
la teoria dell’oggetto piccolo (a) - dunque il Lacan degli anni cinquanta
con quello degli anni sessanta - perché la forclusione non genera solo -
com’era nella prospettiva classica della metafora patema - dei disturbi
del linguaggio ma innanzitutto una delocalizzazione del godimento, un
ritorno del reale del godimento sul soggetto dagli effetti distruttivi.
Come fa notare Miller nel suo intervento:

E sorprendente che nella Questione preliminare del 1958 Lacan non introdu­
ca mai il godimento, se non come godimento immaginario e, nello specifico, il
godimento speculare di Schreber in donna. Mi sembra però che lo stesso te­
sto ci inviti a riconoscere un altro statuto al godimento, quello che si conden­
sa nel più-di-godere.52

Con questa osservazione egli intende mostrare come, tenendo conto del­
la dottrina dell’ultimo Lacan sul godimento, la teoria della forclusione e
della metafora patema della Questione preliminare debbano essere ri­
pensate alla luce della nuova centralità acquisita dall’oggetto (a), oggetto

50 II nodo borromeo è quel nodo a tre anelli fatto in modo che sciogliendone uno
dei tre viene meno la tenuta del nodo nel suo insieme. Lacan lo utilizza nell’ultima
parte del suo insegnamento come un vero e proprio paradigma di una clinica non ge­
rarchica e continuista, laddove invece la dottrina della metafora patema implicava una
clinica discontinuista e gerarchica (non c’è continuità tra nevrosi e psicosi; il Nome-
del-Padre è il significante principale, ordinatore di tutto il sistema dei significanti).
51 Cfr. J.-A. Miller, Supplemento topologico a “Una questione preliminare”\ in Id., I
paradigmi del godimento, Astrolabio, Roma 2001, pp. 172-188.
52 Ivi, p. 181.

125
Civiltà e disagio

più-di-godere. Nella dottrina della metafora patema il Nome-del-Padre


si configurava come il fondamento dell’Altro e la clinica della forclusio­
ne finiva per porre in risalto i cosiddetti disturbi del linguaggio (neologi­
smi, allucinazioni uditive, ritornelli), ovvero fenomeni che esaltavano la
rottura e la deriva della catena significante laddove veniva a mancare il
punto di capitone assicurato dal Nome-del-Padre. Questi disturbi appa­
rivano come tentativi per introdurre nella deriva metonimica del sogget­
to psicotico un freno, un capitonaggio possibile tra significante e godi­
mento. Diversamente, con la teoria del godimento - che Lacan sviluppa
a partire dai primi anni sessanta - in primo piano non sono più i disturbi
del linguaggio ma i fenomeni di godimento che investono il corpo del
soggetto. Tutto il rapporto delirante di Schreber con la voluttà di Dio
può essere in effetti definito come una versione paradigmatica di come
nella psicosi l’oggetto (a) non sia situato correttamente, poiché, anziché
essere l’oggetto perduto che il soggetto ricerca nel campo dell’Altro, fi­
nisce in realtà per coincidere con l’essere stesso del soggetto, col suo es­
sere scarto, rifiuto, immondizia, miseria umana.
L’andirivieni di Dio rispetto a Schreber - la sua presenza invasiva e il
suo allontanamento - mostra come nelle psicosi il soggetto possa essere,
appunto, ridotto a questo oggetto-scarto (quando Dio si allontana Schre­
ber si sente cadere, si mortifica in maniera radicale), oppure possa subire
un’invasione persecutoria del godimento stesso (quando Dio si avvicina a
Schreber i suoi nervi e tutto il suo essere sono scossi da una corrente di
godimento totalmente sregolata).
In questo nuovo contesto teorico - prodotto dalla contaminazione del
Lacan classico della forclusione con la dottrina del godimento dell’ulti­
mo Lacan - Miller riesce a indicarci come gli effetti della forclusione del
Nome-del-Padre non si limitino ai disturbi del linguaggio ma ricadano
direttamente sul godimento del soggetto.
Seguendo l’ispirazione di fondo del suo lavoro iniziale sulla teoria del­
la psicosi in Lacan, più recentemente Jacques-Alain Miller ha profilato,
sempre a partire dall’ultimo insegnamento di Lacan, una nuova clinica
delle psicosi. Questa nuova clinica si snoda a partire da una tesi fonda­
mentale relativa al carattere cosiddetto generalizzato del delirio. La tesi
che Miller sviluppa - riprendendo l’affermazione di Lacan: «tutti gli uo­
mini delirano!» - consiste nel problematizzare la discontinuità struttura­
le di nevrosi e psicosi per introdursi in una clinica della continuità che
senza mai annullare la differenza di struttura tra nevrosi e psicosi - diffe­
renza acquisita in modo decisivo con la teoria classica della forclusione -
concepisce nevrosi e psicosi come «due uscite differenti dalla stessa dif-

126
La sfida della psicosi: prospettive teoriche e cliniche

fìcoltà d’essere».53 Quale difficoltà d’essere? Quella, precisa Miller, rela­


tiva al limite intrinseco all’ordine simbolico, ovvero alla sua impossibilità
di simbolizzare in maniera integrale il reale del godimento. In questa di­
rezione la nuova clinica indicata da Miller non potrà essere configurata
come una clinica delle “classi” ma solo come una clinica dei “modi”.54
La clinica delle classi si fonda infatti su discontinuità strutturali (nella
classe “nevrosi” si può reperire come attiva ed efficace la funzione del
Nome-del-Padre, mentre nella classe “psicosi” questo reperimento è im­
praticabile) laddove quella dei modi evidenzia invece la soluzione parti­
colare del soggetto di fronte al problema di come trattare il carattere ec­
cessivo del reale del godimento mettendo in evidenza le possibili varia­
zioni soggettive di questa soluzione. Gli esseri umani sono in effetti tutti
uguali di fronte al problema di come regolare, castrare, negativizzare il
reale del godimento. La clinica continuista - che scaturisce dal ridimen­
sionamento della dottrina della metafora paterna e più in generale dalla
funzione strutturante dell’Edipo - pone così in rilievo la particolarità
soggettiva delle soluzioni, dei modi di annodamento tra significante e
godimento, in particolare laddove la soluzione standard - quella del
Nome-del-Padre - non è praticabile a causa, appunto, della forclusione.
L’intera clinica della nevrosi appare allora come un “sottoinsieme” della
clinica delle psicosi.55 E questa una differenza di fondo tra Lacan e
Freud. Mentre per Freud era stata l’isteria a rivelare il soggetto dell’in­
conscio e il suo funzionamento simbolico, Lacan trova la sua ispirazione
maggiore sempre nella clinica delle psicosi alla quale attribuisce una sor­
ta di primato. In effetti se il sistema dell’Altro è abitato da una falla
strutturale, la psicosi - che scaturisce proprio dall’incontro con questa
falla - è più vicina alla verità della struttura che non la nevrosi - che ri­
copre questa falla con la credenza nel Nome-del-Padre.56 In assenza del­
la soluzione “universale” cosiddetta edipica, il campo delle psicosi si di­
spiega come campo nel quale la soluzione si articola, anziché sulla fun-

53 J.-A. Miller, Ouverture , in Id. (a c. di), La psicosi ordinaria. La conversazione di


Antibes, Astrolabio, Roma 2000, p. 194.
5AIbid.
55 J.-A. Miller, Precisazioni, in Id. (a c. di), La conversazione di Arcachon. Casi rari:
gli inclassificabili della clinica, Astrolabio, Roma 1999, p. 207.
56 Già nel 1979, nel corso dell’intervento sulla Questione preliminare già menziona­
to, Miller riteneva che per Lacan la psicosi fosse la struttura. «Se Lacan poteva dire
che la psicosi è la normalità, è perché egli intendeva che la psicosi (vorrei proporre
questa formula) fosse la struttura» {Supplemento topologico a “Una questione prelimi­
nare”, cit., p. 187).

127
Civiltà e disagio

zione paterna, sulla supplenza sintomatica. La clinica detta continuista


mette infatti in valore più che il realismo delle strutture e la loro diffe-
renzialità - clinica discontinuista - il carattere soggettivo delle possibili
variazioni sintomatiche suppletive alla carenza dell’ordine simbolico. Se,
infatti, nella clinica delle nevrosi l’inesistenza dell’Altro - l’assenza di
fondamento del sistema dell’Altro - è ricoperta dal Nome-del-Padre, la
clinica delle psicosi è una clinica delle supplenze possibili alla forclusio­
ne del Nome-del-Padre. In questo senso preciso essa è più vicina alla ve­
rità della struttura poiché la supplenza implica l’assenza forclusiva come
determinante: la tesi della inesistenza dell’Altro comporta una generaliz­
zazione della forclusione, nel senso che la forclusione non definisce più
in senso stretto la posizione del soggetto psicotico ma, laddove mostra
l’impossibilità del simbolico di normativizzare il reale del godimento, in­
veste direttamente e in modo generalizzato l’essere umano come tale?7 E
possibile allora postulare l’esistenza di «due formalizzazioni della clinica:
l’una strutturalista, l’altra borromea, una discontinuista e categoriale,
l’altra elastica, fondata sulla generalizzazione della forclusione»?8
La cosiddetta clinica borromeica, la clinica continuista, si fonda da
una parte sulla generalizzazione della forclusione e dall’altra sulla gene­
ralizzazione del Nome-del-Padre in quanto il Nome-del-Padre - declas­
sato dalla sua funzione edipico-gerarchica - non è niente di più che un
sintomo tra gli altri, ovvero un apparato, un punto di capitone che prova
ad annodare significante e godimento. Il passaggio che in questo modo
si verifica è quello che va dalla centralità del Nome-del-Padre alla cen­
tralità del sintomo?9
La categoria di psicosi ordinaria - proposta da Miller - sorge dunque
in questo contesto per indicare una psicosi anti-schreberiana, priva di fe­
nomenologie eclatanti, senza delirio né allucinazioni, apparentemente in
linea con la cosiddetta normalità. Si tratta per certi versi di una rivisita­
zione della psicosi che sembra implicitamente accogliere le indicazioni
della Deutsch e di Winnicott sulle personalità apparentemente conformi
alle esigenze della realtà ma soggettivamente vuote. In effetti Lacan stes­
so aveva avuto occasione di rendere omaggio alla «clinica delle persona­
lità “come se”» di Helene Deutsch quando aveva introdotto la proble­
matica della compensazione immaginaria dell’Edipo assente nelle psico-*

57 La tesi della “forclusione generalizzata” si trova sviluppata in J.-A. Miller, For­


clusione generalizzata, in Id., 1 paradigmi del godimento, cit., pp. 189-194.
58 J.-A. Miller, Apertura, in Id. (a c. di), La conversazione di Arcachon, cit., p. 124.
v' Ivi, pp. 125 127.

128
La sfida della psicosi: prospettive teoriche e cliniche

si. In particolare la Deutsch ha avuto il merito, secondo Lacan, di isolare


dei modi di essere del soggetto che cercano di istituire la validità della
loro esistenza attraverso identificazioni esteriori; si tratta di quei soggetti
che entrano in relazione al gioco dei significanti solo attraverso una rela­
zione di mera imitazione esteriore.60
La categoria di “psicosi ordinaria” si appoggia dunque sull’idea che il
soggetto ricerchi una soluzione alla carenza del Padre attraverso il pro­
prio sintomo. L’ordinarietà implica altresì che in questi casi non sia rin­
tracciabile nella storia anamnestica del soggetto uno scatenamento effet­
tivo della psicosi. La stessa nozione di “scatenamento” - di cui in Que­
stione preliminare Lacan aveva fornito una logica rigorosa - sembra inu­
tilizzabile in una clinica dove non sono evidenti i fenomeni tipici della
psicosi (deliri, allucinazioni) come, appunto, effetti della causa forclusi-
va. Al suo posto Miller suggerisce di utilizzare il termine débranchement
(“sconnessione”)61 che indica non una rottura catastrofica dei rapporti
del soggetto con la realtà - come avviene nello scatenamento psicotico
classico - ma un allentamento della funzione suppletiva del sintomo che
può richiedere successive riarticolazioni. Al posto dello scatenamento
come tempo topico di frattura, come spartiacque fondamentale nella
storia di un soggetto, la dialettica delle sconnessioni implica non tanto
una irreversibilità temporale, quanto la possibilità continua di recupero
della sconnessione attraverso nuove connessioni.
La clinica delle psicosi ordinarie non è dunque una clinica marcata
dallo scatenamento straordinario della psicosi. Questo scatenamento
non avviene, non marca la storia soggettiva, perché il funzionamento del
sintomo offre al soggetto una modalità non edipica di articolazione tra
significante e godimento. Mancando del significante-pemo del Nome-
del-Padre al soggetto psicotico non resta, per così dire, che il funziona­
mento del suo sintomo per provare ad annodare il significante al reale
del godimento. Mentre nella clinica della nevrosi è il Nome-del-Padre a
esercitare una funzione di nodo tra il significante e il godimento - nodo
che impedisce una circolazione abusiva e sregolata del godimento - nel­
la clinica della psicosi sarà il sintomo a offrire un legame suppletivo a
quello mancato del Nome-del-Padre. Appare qui un altro tema centrale
dell’ultimo Lacan che la lettura milleriana si preoccupa di sottolineare:

60 Cfr. J. Lacan, Il seminario. Libro III. Le psicosi, cit., p. 299.


61 Cfr. J.-A. Miller, La psicosi ordinaria, cit. La traduzione italiana di questo termine
che preferiamo è “sconnessione”. Altre possibili traduzioni sono “scollegamento”,
“disancoraggio”, “disinserzione”.

129
Civiltà e disagio

quello della centralità del sintomo concepito non tanto come un disfun­
zionamento patologico - com’era in fondo ancora nella prospettiva freu­
diana -, ma come “apparato” capace di produrre una connessione pos­
sibile tra significante e godimento facendo meno dell’ausilio del Nome-
del-Padre. E questa che Jacques-Alain Miller ha avuto modo di nomina­
re come la «dimensione inventiva del sintomo».62 Attraverso di essa il
soggetto trova una soluzione particolare al problema di come regolare il
godimento in eccesso senza ricorrere alla soluzione standard garantita
dal funzionamento dell’Edipo.

62 J.-A. Miller, Chiusura, in Id. (a c. di), La conversazione di Arcachon, cit., p. 225.


Una valorizzazione del sintomo psicotico come invenzione si trova anche in J.-A.
Miller, 11invenzione psicotica, in “La psicoanalisi”, 36,2004.

130
5. Teorie dell’alcolismo e delle tossicomanie
di Roberto Pozzetti

5.1 Un Io debole

Gli orientamenti psicoanalitici postfreudiani sono divisi fra alcune cor­


renti principali, benché accomunati, secondo la lettura di Lacan, dall’a-
ver trascurato l’importanza del linguaggio nell’esperienza analitica nono­
stante la regola della libera associazione sembri indicarla chiaramente.
Fra queste correnti ne consideriamo due, estremamente dense di rifles­
sioni e di implicazioni: quella della psicologia dell’io e quella che valo­
rizza la relazione con l’oggetto, rappresentate sostanzialmente da Anna
Freud e da Melarne Klein.
Il filone analitico che valorizza l’Ego situa «nelle difese dell’io un ordi­
ne genetico che risponde al voto formulato da Anna Freud nella prima
parte della sua grande opera».1 Vi è, infatti, un’impostazione genetica nel­
la scala progressiva dei meccanismi di difesa dell’Ego che si ripercuote
nella clinica delle dipendenze. H fattore cruciale è proprio il concetto di
inadeguatezza delle difese, in una riconsiderazione dell’integrità dell’io e
dei suoi meccanismi adattivi volto a distanziarsi dall’epoca della fonda­
zione della psicoanalisi, in cui l’io stesso era divenuto impopolare. Il testo
L'Io e i meccanismi di difesa12 non trae, ad esempio, spunto dalla prima to­
pica freudiana dell’apparato psichico (conscio, inconscio, preconscio) ma
prende piuttosto come punto di riferimento la seconda, elaborata in se­
guito alla svolta degli anni venti, che si articola in Io, Es, Super-io.
Perciò viene qui posta in second’ordine la relazione con la droga, con
l’oggetto, mentre risulta accentuato lo studio delle funzioni dell’io e del
loro rafforzamento dinamico in un sempre migliore adattamento ai dati
di realtà. Si tratta di una forma di psicologia dell’io che, attraverso gli

1J. Lacan, Lo stadio dello specchio come formatore della funzione deirio (1949), in
Id., Scritti, a c. di G. Contri, 2 voli., Einaudi, Torino 1974, voi. I, p. 92.
2 A. Freud, LTo e i meccanismi di difesa (1936), in Id., Opere, a c. di C. Musatti, 11
voli., Boringhieri, Torino, 1966-1980, voi. 1.

131
Civiltà e disagio

studi connessi dtfinfant observation, presuppone vi sia una fase iniziale


della durata di svariati mesi durante la quale uno stato narcisistico-au-
toerotico sganciato da qualsiasi relazione precederebbe il rapporto og­
gettuale, il rapporto con il seno. La psicologia dell’io punta, in una pro­
spettiva teorica evoluzionistica, a rendere via via più maturi e funzionali i
meccanismi di difesa delTEgo in modo da favorire una sempre più ap­
propriata e opportuna gestione da parte dell’individuo dell’interscambio
con l’ambiente esterno. In questa concezione l’Es è qualcosa di istintuale
- la parte profonda, grezza e ineducata che è in noi - e l’analisi si prefig­
ge l’obiettivo di padroneggiarlo, svezzarlo e mitigarlo per giungere a un
equilibrato adattamento alle esigenze della civiltà attraverso il rafforza­
mento delle funzioni di sintesi, di padronanza e di integrazione?
La situazione tossicomanica viene ricondotta a un difetto basilare nel­
l’organizzazione dell’io, i cui meccanismi di difesa sono fondamental­
mente arcaici, primitivi, inadeguati, tanto da lasciare il paziente, indifeso
e carente di autostima, alla mercé di una realtà che non riesce ad affron­
tare. Dunque non risulta determinante lo stupefacente come oggetto
causa di godimento, non si mira in questo approccio all’oggetto-droga
né alle specificità delle varie sostanze quanto al deficit dell’io. L’Io del
tossicomane è caratterizzato da un prevalere di problematiche narcisisti­
che, da un netto egocentrismo, da una debolezza del pensiero razionale
e da una scarsa capacità di tollerare in modo adeguato le frustrazioni.
Per questo punta direttamente a una soddisfazione impulsiva in assenza
di effettive risorse e strategie per dilatare con la sublimazione il tempo
del soddisfacimento. E il tutto e subito che caratterizza il corto circuito
della dipendenza, là dove non vi è subordinazione del principio di pia­
cere al principio di realtà, là dove la spinta al piacere non si piega alle
esigenze normative del mondo circostante. Il principio di piacere descri­
ve la specificità del rapporto del bambino con il soddisfacimento in
quanto, nell’infanzia, è del tutto normale evitare il dolore e la sofferenza,
così come risulta comune non tollerare la frustrazione e l’inappagamen-
to. Il tossicomane non si conforma ai vincoli imposti dalle leggi scritte
né, tantomeno, ai dettami morali dovuti a quelle proprie del Super-io in­
teso come coscienza normativa, come istanza genitoriale interiorizzata
quale effetto del superamento dell’Edipo.
In questi termini il tossicomane presenta, pur con le debite proporzio­

3 Si veda, sulla riesamina dell orientamento di Anna Freud, il testo di J.-A. Miller,
Que est-ce quètre lacanien?, tuttora inedito in italiano, e pubblicato in “Quarto”, ri­
vista belga dell’École de la Cause Freudienne, 74,2000, pp. 6-14.

132
Teorie dell’alcolismo e delle tossicomanie

ni, numerose caratteristiche infantili che si riflettono inevitabilmente nel


suo percorso terapeutico. Scorgiamo nel tossicomane l’egocentrismo, il
processo primario, una vita affettiva caratterizzata dall’immaturità, in una
tendenziale difficoltà a dominare gli impulsi e i vissuti istintuali. Determi­
nante è la preponderanza di meccanismi di difesa arcaici e primordiali
(regressione, proiezione, rivolgimento contro se stessi) rispetto a quelli
più adulti e funzionali (rimozione, formazione reattiva, sublimazione).
L’Io subisce uno scacco nella sua posizione di adeguata osservazione e
percezione della realtà esterna e delle istanze pulsionali che provengono
dall’Es. Il processo primario ha la meglio sul processo secondario, con
una notevole immaturità affettiva e una frequente volubilità degli inve­
stimenti libidici. Vi è, in effetti, nel consumatore di stupefacenti una fon­
damentale carenza nella capacità di instaurare e sostenere una relazione
transferale che pare, per certi versi, analoga all’impossibilità del bambi­
no - sottolineata da Anna Freud - di sviluppare un vero e proprio tran­
sfert nei confronti dell’analista. Nel minore sono l’incompiuta evoluzio­
ne dell’io e la dipendenza reale dalle figure parentali, per quanto con­
cerne la dimensione motoria e il nutrimento, a impedire che il dispositi­
vo della cura si attivi analogamente a quanto avviene con l’adulto e a
ostacolare il sorgere della traslazione. Per quanto concerne il tossicoma­
ne si tratta, invece, della carenza di risorse individuali oltre che della di­
pendenza reale dallo stupefacente, della spasmodica intensità delle crisi
di astinenza, che inibiscono il funzionamento della cura suscitando spes­
so interruzioni repentine. Dunque il trattamento, che con il bambino si
impernia su una rieducazione psicologica e sull’apprendimento di mec­
canismi di difesa man mano più adeguati, anche con il consumatore di
droghe, quantomeno in un periodo iniziale, deve essere principalmente
finalizzato ad aspetti pedagogici molto focalizzati. Per questo sembra
utile posticipare il tempo dell’analisi. Ad esempio si considera opportu­
no e persino indispensabile un percorso educativo, centrato sull’organiz­
zazione appropriata della quotidianità e sull’apprendimento della capa­
cità di sopportare il dolore così come di tollerare la frustrazione. E que­
sto un cammino da svolgersi preferibilmente presso una struttura comu­
nitaria e al riparo dal richiamo del mondo trasgressivo e tossicomanico;
si tratta di un percorso preliminare all’autentica esperienza analitica.
Prendiamo in conto per un istante l’impostazione della psicologia del­
l’io rispetto a quella problematica non poi così estranea all’abuso di dro­
ghe che è la depressione. Fu Bibring a spiegarla per primo nei termini di
uno stato affettivo dell’io e a smarcarsi dalla tradizionale idea freudiano-
abrahamiana dell’ombra dell’oggetto caduta sull’io in un’identificazione

133
Civiltà e disagio

con l’oggetto perduto amato e odiato che implica un rivolgimento su di


sé di questo odio inconscio. Bibring considera la depressione un affetto
dell’io, uno stato affettivo essenziale equiparabile all’angoscia intesa
classicamente come segnale dell’io, come designazione di un pericolo
pulsionale. «L’angoscia e la depressione rappresentano reazioni basilari
dell’io diametralmente opposte. L’angoscia come reazione a un pericolo
(interno o esterno) indica il desiderio dell’io di sopravvivere. L’Io, sfida­
to dal pericolo, mobilita il segnale di angoscia e si prepara alla lotta o
alla fuga. Nella depressione avviene il contrario: l’io è paralizzato perché
si trova incapace di fronteggiare il pericolo».4 Ecco la concezione della
depressione come incapacità dell’io, come sua scarsa adattabilità, come
carenza nella malleabilità delle situazioni affrontate in un’elevazione di
questo affetto a condizione essenziale dell’io.
Se Bibring si trova in una posizione di primigenia culturale rispetto
alla lettura della depressione secondo i parametri della psicologia dell’io,
un ruolo essenzialmente analogo per quanto concerne lo studio della
tossicomania va riservato a Rado il quale, pur partendo da un debito
simbolico nei confronti di Abraham che fu il suo analista, sostituisce le
iniziali elaborazioni circa il soddisfacimento di matrice orale intrinseco
all’ebbrezza con altre e più innovative considerazioni relative alla funzio­
ne dell’io. Rado si interessa molto agli effetti psichici degli agenti intossi­
canti, e scopre come gli stati di ubriachezza siano sostituti della felice
esperienza di sazietà vissuta nell’infanzia dopo una fase di privazione ali­
mentare e di fame; con particolare riferimento alla melanconia, indivi­
dua una precisa sequenza (orgasmo alimentare - autosoddisfazione -
ubriachezza) e formula una concezione di stampo bulimico della mania-
calità propria alla dipendenza alcolica.
L’impostazione di Rado diviene, però, ricca di riferimenti e definizioni
orientate sull’io e sulla questione del Selbstgefuhl, tradotto in italiano
come “sentimento di sé” e soprattutto come “autostima”. Oltre alla con­
dizione maniacale, «l’io ha anche un altro metodo patologico cui ricorre­
re per sorreggere la sua traballante autostima. Questo metodo prende an-
ch’esso come prototipo l’orgasmo alimentare: consiste in una fuga negli
stati farmacotossici ai quali fanno ricorso le vittime della tossicomania».5
Ecco un tema del tutto caro agli operatori del settore che fanno riferi­

4 E. Bibring, Il meccanismo della depressione, in W. Gaylin (a c. di), Il significato


della disperazione, Astrolabio, Roma 1973.
5 S. Rado, Il problema della melanconia, in W. Gaylin (a c. di), Il significato della di-
\pera\'ton(\ cit., p. 69.

134
Teorie dell’alcolismo e delle tossicomanie

mento alla psicologia dell’io, quello del ricorso alle droghe da parte di un
Io fragile al fine di sostenere una carente autostima. Nel consumo di ine­
brianti non risulta determinante il piacere implicato quanto il consolida­
mento delle funzioni dell’io e, soprattutto, della fragile autostima.
Il filone teorico che si centra sui meccanismi di difesa dell’organizzazio­
ne tossicomanica si ritrova, nella sua versione più matura, nella posizione
di Kernberg il quale, pur tenendo in considerazione il concetto di relazio­
ne d’oggetto, si riferisce a un modello teorico inquadrabile nella psicolo­
gia dell’io. Kernberg accoglie le più recenti elaborazioni sul Sé ma ricor­
re, ad esempio, al concetto, proposto da Hartmann, di autonomia prima­
ria dell’io come sfera desessualizzata e libera da conflitti. A differenza di
quanto avviene nel kleinismo, nella psicologia dell’io non può essere sup­
posta una pulsione di morte innata determinante l’angoscia.
Kernberg confuta in particolare due assunti della teoria della Klein: il
concetto di Edipo precoce e il costituzionalismo del rapporto con l’og­
getto che per gli analisti inglesi sarebbe causalmente fondante lo svilup­
po dell’io. Per Kernberg lo sviluppo dell’io precede, invece, l’incontro
con l’oggetto e lo caratterizza.
In questo orizzonte epistemologico la tossicodipendenza non viene
letta nei termini dell’approccio all’oggetto-droga come peculiare oggetto
pulsionale e non viene focalizzata l’attenzione su quella spinta radical­
mente autonegativa e antibiologica propria del Todestrieb, per molti au­
tori inerente all’abuso di inebrianti. L’interesse viene rivolto soprattutto
al livello in cui predomina lo stato narcisistico-autoerotico in un difetto
dell’io che la sostanza rafforza, consentendo al paziente di sentirsi più si­
curo, più abile nel padroneggiare le circostanze della realtà. La condotta
tossicomanica viene spesso considerata la manifestazione di un’organiz­
zazione al limite fra nevrosi e psicosi, in cui si riscontra una peculiare
frammentazione parziale dell’io. E stato lo stesso Kernberg il primo psi­
coanalista a conferire un’autonomia nosografica alla categoria diagnosti­
ca di borderline, definendola «una forma piuttosto specifica e notevol­
mente stabile di struttura patologica dell’io. La patologia dell’io si diffe­
renzia sia da quella rilevata nelle nevrosi e nelle malattie caratterologiche
meno gravi sia dalla psicosi. Questi pazienti avrebbero, infatti, un’orga­
nizzazione patologica specifica stabile della personalità e non una situa­
zione transitoria fluttuante fra nevrosi e psicosi».6
L’alcolismo e la tossicomania sono addirittura reputati, insieme a una

6 O. Kernberg, Sindromi marginali e narcisismo patologico, Boringhieri, Torino


1978, pp. 27-28.

135
Civiltà e disagio

specifica angoscia libera e diffusa e a una polisintomaticità apparente­


mente nevrotica, fra gli elementi patognomonici della personalità bor­
derline. Queste pratiche indicherebbero una grave patologia del caratte­
re, propria di un difetto dell’io, nell’ambito di una coazione egosintoni­
ca e piacevole nel momento del soddisfacimento ed egodistonica nei
momenti in cui prevale l’esperienza del dolore e del senso di colpa.
Kernberg ha constatato la varietà degli effetti di droghe e alcol e delle
lacune che gli inebrianti vanno a trattare secondo le strutture intrapsi­
chiche dei pazienti, rilevando come «la propensione tossicomanica sia
massima per le strutture narcisistiche della personalità e come nel tratta­
mento delle tossicomanie delle personalità narcisistiche la prognosi sia
molto più infausta che per i pazienti tossicomani borderline privi di trat­
ti narcisistici e per le strutture meno regredite della personalità come la
personalità depressiva».7 I meccanismi di difesa prioritari di questi pa­
zienti sono, per Kernberg, la negazione, l’onnipotenza e la scissione, in­
tesa non tanto come divisione soggettiva comune quanto come spacca­
tura schizoide della personalità.
Non poi così distinta è l’impostazione di Olievenstein,8 al quale biso­
gna riconoscere una straordinaria esperienza clinica in questo settore di
ricerca da quando, sull’onda del Maggio francese e delle sperimentazio­
ni tossicomaniche di molti giovani di quell’epoca, è impegnato nel trat­
tamento delle dipendenze, soprattutto di quelle da oppiacei. Olieven­
stein ha approntato, insieme ad altri operatori con orientamento psico­
dinamico, una complessa e articolata rete di accoglienza e trattamento a
partire dalle sue esperienze presso l’Ospedale Marmottan di Parigi. Non
è superfluo ricordare come i tossicomani francesi non potessero appog­
giarsi ai trattamenti farmacologici imperniati sui prodotti di sostituzione;
infatti il metadone, senza dubbio il più accreditato tra i farmaci sostituivi
dell’eroina, viene distribuito in Francia solamente dal 1995 e tuttora co­
nosce una diffusione molto più ristretta di quella che ha in Italia.
Olievenstein tiene certamente presente alcune delle elaborazioni di
Lacan operandone, tuttavia, una lettura che accentua il valore dell’im­
maginario. Gli altri registri, il simbolico e il reale, e la fissazione di godi­
mento relativa all’oggetto non vengono considerati in modo altrettanto
ampio. La lettura di Olievenstein risulta, comunque, originale e preziosa
per gli operatori attivi in questo ambito grazie anche a uno stile lettera­
rio coinvolgente e a un certo acume nelle descrizioni della sua prassi.

7 Ivi, p. 230.
8 C. Olievenstein, Il destino del tossicomane, Boria, Roma 1993, pp. 90-100.

136
Teorie dell’alcolismo e delle tossicomanie

La proposta teorica più innovativa di Olievenstein è una rilettura delle


tematiche lacaniane sul narcisismo che lo ha portato a parlare di “stadio
dello specchio infranto (brisé)”. Si tratta sicuramente del concetto che ha
reso la sua opera maggiormente conosciuta fra coloro che lavorano nel
settore tanto che molti lo considerano uno degli studiosi di tossicomania
più autorevoli. Secondo Olievenstein, proprio nell’attimo in cui avviene
nel bambino il primo riconoscimento speculare, lo specchio si infrange
rinviando sì un’immagine, ma un’immagine frammentata e incompleta.
Attraverso questa rappresentazione mitica l’autore descrive la fragilità
dell’impianto narcisistico del consumatore di stupefacenti, sempre alla ri­
cerca di quel qualcosa che ne possa rinsaldare la divisione. La droga ga­
rantisce identità immaginaria al tossicomane annullando la frattura tra l’al
di qua e l’al di là dello specchio, tra i livelli reale e ideale, che è uno dei
modi di dire la mancanza, la castrazione freudiana. In gioco è un pieno
assoluto funzionale a evitare il vuoto, a ricucire le crepe che infrangono la
propria immagine nel momento in cui è stata rinviata dalla dimensione
speculare. L’effetto dello stupefacente è quello di saturare le crepe che
scalfiscono la specularità narcisistica del consumatore, il quale evita, così,
di dover elaborare questioni soggettive delicate che potrebbero compor­
tare sofferenza, dolore e angoscia. Le proprietà di analgesica panacea del­
l’eroina «fanno sì che ci si senta in un bozzolo, in uno sciropposo bagno
tiepido, sprofondati nell’arcaico, nel pregenitale e si comprende come,
dal simbolo alla realtà, il tossicomane crede di avere trovato il paradiso,
cioè l’Unità».9 Termini quali arcaico e pregenitale sono propri dell’impo­
stazione che privilegia l’aspetto regressivo della tossicomania come ritor­
no a un tempo dello sviluppo precedente l’Edipo. H ricordo delle prime
esperienze con l’oppiaceo risulta memorabile e queste vengono situate
nel luogo dell’oggetto perduto, dell’Unità agognata, rimanendo sedimen­
tate nella memoria come una sorta di traccia indelebile.

5.2 Un’adolescenza prolungata

L’impostazione fondata primariamente sulle relazioni con l’oggetto trae


origine dagli storici lavori sullo sviluppo psicosessuale compiuti da
Abraham e dagli importanti contributi della Klein che hanno sicura­
mente influenzato a lungo il pensiero di Lacan.

9 Ivi, p. 98.

137
Civiltà e disagio

Abraham sottolinea le correlazioni fra alcolismo e libido, soprattutto


per quanto concerne la libido omosessuale, che si ritrova nell’osteria
quale luogo tradizionalmente frequentato da uomini. Reggere, sostenere
l’effetto delle bevande alcoliche mantenendo una certa lucidità costitui­
sce una prova di virilità che pare diffusa soprattutto nelle aggregazioni
conviviali di adolescenti. «Il rispetto per le prestazioni nel bere e quello
per le prestazioni sessuali sono strettamente connessi. Chi non beve è
considerato un debole. Il consumo di alcolici da parte dell’uomo inizia
nel periodo della pubertà, dunque nell’epoca in cui desidera essere con­
siderato un uomo. Chi non beve con gli altri non è considerato maturo
dai suoi coetanei. Il vantarsi delle prestazioni nel bere in nessuna età è
così accentuato come nel periodo della virilità iniziarne».10 Ecco già in
Abraham l’idea del rapporto con l’oggetto inebriante come peculiare
della pubertà e come evento iniziatico.
L’accesso alla posizione depressiva descritto dalla Klein come momen­
to in cui oggetto buono e oggetto cattivo vengono tenuti insieme e non
più scissi risulta accostabile alla teoria lacaniana dello stadio dello spec­
chio come formatore della funzione dell’io, come luogo di unità e iden­
tità. La madre, dotata tanto del seno appagante quanto di quello fru­
strante, costituisce un analogo dell’immagine speculare intesa come in­
vestimento su una dimensione di totalità.
Per la Klein il primo rapporto con l’oggetto è quello con il seno mater­
no, qualificato da un nutrimento che diviene il prototipo di ogni espe­
rienza di godimento. Ciò che risulta determinante in questo approccio è,
dunque, il rapporto con l’oggetto florido e sorgente di godimento. L’og­
getto buono costituisce il frutto delle esperienze di soddisfacimento di
natura erotica, mentre l’oggetto cattivo è collegato all’esperienza frustran­
te della mancanza del seno, alla pulsione di morte e all’esteriorizzazione
della pulsionalità in forma aggressiva. L’oggetto-droga va considerato un
sostituto del seno materno e la dipendenza dallo stupefacente una riedi­
zione, per quanto drammatica, della dipendenza primaria dalla madre
per il sostentamento, in una relazione basata sulla scissione dell’oggetto e
intrisa di pulsione di morte. Dunque l’abuso di droghe indica non tanto
una dinamica narcisistico-autoerotica di stampo annafreudiano, volta a
corroborare l’autostima e a saldare la scissione dell’io, né tantomeno una
ripetizione del godimento masturbatorio di cui parla Freud in taluni pas­
si, quanto una fissazione sul seno materno. In questi termini la droga vie­

10 K. Abraham, Relazioni psicologiche tra sessualità e alcolismo, in Id., Opere, Bo­


ringhieri, Torino 1975, voi. I, p. 42.

138
Teorie dell'alcolismo e delle tossicomanie

ne al posto del seno materno, sostituisce l’oggetto di soddisfacimento pri­


mario. Divorziare dalla sessualità optando per l’ebbrezza vuol dire, per la
Klein, evidenziare il legame fondamentale con il godimento poiché la
droga e la bottiglia vengono al posto del seno della madre.
In questo orizzonte di studi la tossicomania viene inserita nel più vasto
ambito di problematiche che vanno sotto il nome di “adolescenza pro­
lungata”. Emblematica risulta, al proposito, la scelta degli autori del Trat­
tato di psicoanalisi, curato da Antonio Alberto Semi, di dedicare alla tos­
sicomania un paragrafo di poche pagine situate nel capitolo sull’adole­
scenza, come a volerne sottolineare la dimensione di esordio e di moda­
lità prettamente puberale. Il Trattato costituisce la summa, realizzata negli
ultimi anni ottanta, delle riflessioni di alcuni fra i più autorevoli membri
della Società Psicoanalitica Italiana; della tossicomania scrive Giovanna
Giaconia, la quale parla di «comportamento tossicomanico che rappre­
senta il fallimento della posizione depressiva» in un tentativo di dominare
l’oggetto che perde le connotazioni di oggetto totale. «La relazione arcai­
ca oscillante tra caratteristiche nirvaniche e sadiche, tra loro in conflitto,
viene proiettato sulla droga. La droga (la “roba”, termine che indica de­
grado e indifferenziazione) è come la madre arcaica agognata e odiata».11
Ecco di nuovo il riferimento alla droga come elemento che rimpiazza la
madre e, soprattutto, il legame relazionale primario con l’oggetto scisso
fra idealizzazione e odio della posizione schizoparanoide.
Sempre inscrivibile nel novero di coloro che si sono occupati del rap­
porto con l’oggetto è l’opera di Winnicott. Egli pone in risalto la costitu­
zione, a partire dalla prima infanzia, di un’area intermedia fra realtà e
fantasia; si tratta di uno spazio di illusione nel quale assume rilevanza
quell’oggetto separatore chiamato transizionale. L’elemento transizionale
(ad esempio l’orsacchiotto con cui il bambino si addormenta) consente
l’instaurarsi di un clima di gioco fra il bambino e la madre, permettendo
la separazione in quanto rende presente l’assenza, simbolizzando l’ogget­
to dal quale avviene il distacco. Nell’opera di Winnicott l’inebriante si si­
tua a livello del fallimento dell’area transizionale e costituisce un rimedio
a tale scacco: rende possibile la rappresentazione di uno spazio di illusio­
ne fra realtà e fantasia non nei termini elaborativi che caratterizzano l’og­
getto transizionale ma piuttosto in termini di evasione e di fuga dalla
realtà. Quella su cui viene particolarmente richiamata l’attenzione è pro­
prio l’area illusionale/transizionale.11

11 G. Giaconia, Adolescenza: mutamenti e patologia, in A.A. Semi (a c. di), Trattato


di psicoanalisi, Cortina, Milano 1989, p. 899.

139
Civiltà e disagio

La posizione di Joyce McDougall, ad esempio, si inscrive in questa li­


nea concettuale e interpreta la tossicodipendenza come conseguenza di
un difetto dell’area transizionale. La considera «un tentativo psicosoma­
tico di venire a capo del dolore mentale ricorrendo a sostanze esterne
che tranquillizzano la mente e aboliscono in via provvisoria il conflitto
psichico».12 Si tratta di un approccio che illumina la problematica del
dolore psichico. Ogni droga stempera il dolore, per lancinante che sia, e
offre un’agognata dose di piacere con la possibilità di sperimentare sen­
sazioni eccitanti che, ad esempio, con la somministrazione degli psico­
farmaci non si è in grado di provare.
I vari orientamenti che tendono a centrarsi sullo statuto nevralgico
dell’oggetto valutano, dunque, la tossicodipendenza come posizione non
strutturale in quanto essa designerebbe una sorta di non decisione del
soggetto rispetto all’assunzione di una dimensione definitiva. Finché fa
uso di agenti psicotropi il paziente va considerato come ancora imbri­
gliato in una sorta di terra di nessuno, di limbo, di zona di sospensione
della diagnosi, rispetto alla quale una valutazione differenziale non è
possibile, e forse neppure auspicabile.
Questo orientamento si ritrova nella pratica istituzionale che tende a
considerare il consumatore di droghe come un individuo ancora adole­
scente, a causa di un blocco evolutivo, indipendentemente dalla sua età
anagrafica e dalla posizione sociale e professionale che ricopre. Certa­
mente il filone teorico che accentua il protrarsi della congiuntura adole­
scenziale nel consumatore di droghe trova un riscontro nella derespon­
sabilizzazione indotta dagli stupefacenti. Quando un individuo è brillo o
eccitato dagli psicostimolanti tutto gli è concesso, tutto gli è permesso.
Ma è la droga che lo ha reso inconsapevole, che viene additata a causa.
Mentre chi soffre di un sintomo nevrotico classico tende a interrogarsi
sulle ragioni, sulla causa inconscia di questa disfunzionalità e a interro­
gare l’analista, il tossicomane non si chiede il perché dei suoi disturbi,
non crede che vi sia qualcosa di inconsapevole da decifrare in quanto
tutto risulta causato dalla droga e dalle sindromi di astinenza. Si assiste a
un rovesciamento della tradizionale causalità psichica, per cui la droga
non è l’effetto ma diviene la causa.
Quanto all’adolescenza prolungata possiamo citare l’esempio di Ber-
geret il quale inscrive tanto le problematiche tossicomaniche quanto
quelle psicosomatiche nell’ambito degli stati limite poiché entrambe ca­

12 J. McDougall, Teatri del corpo, Cortina, Milano 1989, p. 29.

140
Teorie dell'alcolismo e delle tossicomanie

ratterizzate da una tendenziale indeterminatezza rispetto alla struttura e


ambedue destinate a collocarsi, durante un momento cronologicamente
successivo, in una struttura nevrotica o in una struttura psicotica. Lo sta­
to limite si inquadra prima di tutto come un disturbo del narcisismo ca­
ratterizzato da una peculiare angoscia che è quella di ordine depressivo
in relazione, appunto, al timore della perdita dell’oggetto. Non pare tan­
to pregnante l’angoscia di castrazione nevrotica né quella di frammenta­
zione psicotica, quanto un’angoscia di perdita dell’amore che rinvia a un
tipo di relazione costantemente anaclitica, radicalmente dipendente da
ulteriori figure della madre nutrice in cui prevale l’incapacità di tollerare
l’esperienza della solitudine.
Sul tema della pulsione Bergeret,13 pur facendo riferimento a un oriz­
zonte teorico diverso da quello lacaniano, sottolinea l’ammontare della
differenza dialettica fra bisogno, domanda e desiderio, vale a dire la tria­
de della pulsione nel Lacan degli ultimi anni cinquanta. «Il bisogno e la
domanda tendono a creare un corto circuito che rende inutile l’elabora­
zione del desiderio ma esige il ricorso agli imperativi del processo prima­
rio: tutto, subito, non importa come, non importa con quale oggetto...».
Questo indica con precisione lo schiacciamento della domanda sull’ur­
genza del bisogno in tutta la sua drammaticità e il fallimento nella sog-
gettivizzazione del proprio desiderio, nel dare un nome al proprio desi­
derio. Per cui qualunque oggetto può assumere una sua utilità a condi­
zione di colmare questo insopportabile vuoto.
Un’altra posizione molto in voga in questa corrente è quella che consi­
dera l’assunzione di droghe dovuta a un fallimento nel lavoro del lutto
intorno al rapporto con gli oggetti parentali amati. Tale lutto, normal­
mente, dovrebbe compiersi a partire dalla pubertà. Come spiega Guil-
laumin, rimarcando molto l’oralità primaria di questo tipo di soggetti,
«il trattamento orale-dipendente di scambio con gli stimoli esterni por­
tatori di piacere ha per effetto la soppressione del lutto stesso».14 L’og­
getto amato non risulta davvero perduto in quanto rimane costantemen­
te a disposizione, presso i fornitori sempre rintracciabili sul mercato, e
perché viene ridotto a degli elementi fisico-chimici in grado di riattivare

13 In J. Bergeret, M. Fain, M. Bandelier, Lo psicoanalista in ascolto del tossicomane:


riflessione sul tema, Boria, Roma 1983, p. 50.
14 J. Guillaumin, Brevi amori con la droga ed evoluzioni diaddiction negli adolescen­
ti, in J. Bergeret, M. Fain, M. Bandelier, Lo psicoanalista in ascolto del tossicomane,
cit., p. 22.

141
Civiltà e disagio

ogni volta e con certezza assoluta una specifica eccitazione euforica e


maniacale.
Una concezione tutto sommato affine si ritrova anche nelle pubblica­
zioni di psicoanalisti italiani che, a partire dall’orientamento gruppoana­
litico, hanno maturato da anni considerevoli esperienze nel settore della
tossicodipendenza. Fra questi, alcuni autori da tempo operanti presso
l’équipe del CARI di Milano (un’istituzione privata di stampo psicoanali­
tico fra le prime a essersi attivate in Italia nel trattamento di questa pro­
blematica) hanno prodotto lavori teorici non trascurabili sulla questione
delle dipendenze. Carlo Zucca Alessandrelli fa esplicitamente riferimen­
to alla terminologia di Winnicott parlando della sostanza nei termini di
«uno strano oggetto transizionale che viene introiettato per ricostruire
un sé unitario, almeno attraverso le sensazioni corporee, che dà l’impres­
sione netta che l’oggetto è dentro e tutt’uno col sangue. Un oggetto tran­
sizionale che deve essere introiettato per ridare tono e sostanza a un Sé
mancante, frammentato, disperso».15 Introduce il concetto della «coazio­
ne alla sensorialità», che spinge il soggetto all’eterna ricerca di sensazioni
intense e piacevoli che possano colmare il vuoto del mondo interno. E
quanto viene scritto anche dal suo collaboratore Fulvio Tagliagambe, il
quale constata le condizioni di vacuità e di angoscia tipiche del giovane
che passa all’atto secondo modalità tossicomaniche. In questa assenza di
oggetti buoni interiorizzati e di valori significativi, in questa condizione
di inutilità esistenziale e di demotivazione «penetra la sostanza nel biso­
gno lancinante di riempire quel vuoto che ripropone continuamente la
dolorosa assenza di un’identità, di un proprio avere senso».16
Si tratta di un modo di intendere queste pratiche, più rare ai tempi di
Freud e oggi così tristemente diffuse, quali l’uso di sostanze ma anche
l’anoressia-bulimia, che già si ritrova nell’orientamento lacaniano. Non
si tratta di sintomi nevrotici classici, che rinviano a un fantasma incon­
scio soggiacente, ma di una dimensione narcisistica che colma il vuoto
proprio di un’assenza valoriale e di ideali con un’identità massificata
prelevata dal sociale. Massimo Recalcati sottolinea come la radice dei
nuovi sintomi non sia più il desiderio rimosso ma una dimensione di
vuoto che sembra sconnessa da ogni relazione con l’Altro. Ciò che fa
soffrire il soggetto è l’impressione di non esistenza della propria vita, è la

15 C. Zucca Alessandrelli, Relazione analitica e tossicodipendenti, in “Gli Argonau­


ti”, rivista della Società Psicoanalitica Italiana, 18,1982.
16 F. Tagliagambe, 1 nuovi pazienti della psicoanalisi, Franco Angeli, Milano 1993,
p. 192.

142
Teorie dell*alcolismo e delle tossicomanie

percezione di un senso di futilità, di inessenzialità, di irrealtà, che non si


estingue mai. Nondimeno il discorso del capitalista si istituisce proprio
in rapporto a questo vuoto ordinario e inestinguibile. L’offerta illimitata
di beni di consumo pretende infatti di rovesciare questa condizione di
vuoto in quella di un effimero pieno, in una logica di padronanza dell’io
che, scollegando il soggetto dall’inconscio, si riflette più nell’angoscia
che nei classici sintomi nevrotici quali formazioni di compromesso fra
istanze psichiche opposte.17 E ciò che si osserva nel modo più desolante
con le manifestazioni inerenti i cosiddetti poliabusi, dove non rintraccia­
mo la critica sociale oppure un messaggio intrinseco alla ricerca dell’eb­
brezza, dove non conta tanto ciò che si consuma quanto la ricerca pe­
renne di oggetti inconsistenti che possano colmare illusoriamente il sen­
so di vacuità dell’esistenza.
Horacio Etchegoyen si è invece dedicato al non semplice compito di
delineare alcuni nuclei fondamentali della tossicodipendenza di tran­
sfert. Egli evidenzia la difficoltà di una delimitazione del tipo di legame
transferale in riferimento alla molteplicità di situazioni cliniche che rien­
trano nel novero delle dipendenze e alle complicanze aggiunte dall’azio­
ne fisiopatologica delle droghe. Queste non vanno affatto trascurate e
comportano serie conseguenze per cui, se non si pone un freno all’as­
sunzione di stupefacenti, il funzionamento analitico risulta compromes­
so. D’altro canto un intervento che vada bruscamente a impedirne il
consumo comporta una drastica deviazione dalla posizione di neutralità
analitica.
Quello che Etchegoyen ha notato è l’affinità della relazione con l’og-
getto-droga e con l’analista. «Così come il legame del tossicodipendente
con la droga è versatile ed estremo, allo stesso modo il transfert con l’a­
nalista cambia rapidamente di segno e questo molte volte si accompagna
a nuova assunzione di droga e acting out».18 L’analista risulta collocato
sia nel luogo della droga che in quello dell’antidroga. Il tossicomane può
entrare sinceramente in relazione con l’analista solo al prezzo di trasfor­
marlo nella sua droga, salvatrice e distruttrice. Il legame di sana dipen­
denza analitica, di dipendenza dall’Altro viene avvertito come una mi­
naccia da colui che rifugge dalla relazione con l’Altro; per questo appare
frequente la reazione terapeutica negativa evidenziata palesemente con
le ricadute nell’abuso di stupefacenti.

17 M. Recalcati, Clinica del vuoto, Franco Angeli, Milano 2002.


18 H. Etchegoyen, 1 fondamenti della tecnica della psicoanalisi, Astrolabio, Roma
1992, p.233.

143
Civiltà e disagio

5.3 La psicoanalisi freudiana esclude la narcosi

Le due tesi sopra esposte denotano la molteplicità delle possibili letture


dell’opera di Freud persino in riferimento a un tema così preciso. Per
questo si rende prezioso un percorso di decifrazione del testo freudiano e
delle sue affermazioni in merito alle tossicodipendenze. Ciò permette di
enucleare delle tesi cardinali fra le numerose asserzioni disseminate nei
suoi scritti. In diversi frangenti infatti Freud si è occupato, e ampiamente,
delle sostanze inebrianti attraverso accenni teorici alla narcosi e alle pro­
blematiche ad essa correlate. Si è addentrato a più riprese in questo tema
a partire dagli studi sulla cocaina, svolti intorno al 1884, quando era un
giovane neurologo e non aveva ancora tratto tutti i frutti dall’amicizia e
collaborazione con un Breuer dedito alla talking cure, e prima della borsa
di studio ottenuta per un periodo di tirocinio presso l’Ospedale Salpetriè-
re di Parigi con il maestro Charcot. Freud riponeva molta fiducia nella co­
caina, ritenendola utile per un possibile impiego terapeutico, e ne racco­
mandava l’uso per trattare svariati disturbi, salvo poi scoprirne la danno­
sità per i fenomeni di seria assuefazione e di dipendenza che induceva.
Quando non crede più nelle potenzialità della droga, quando si accor­
ge di come la cocaina e ogni altro stupefacente siano menzogneri poiché,
oltre a dar luogo a drammatiche sindromi da astinenza, non dicono nul­
la della verità più intima del soggetto, Freud se ne occupa con un taglio
psicoanalitico. Una posizione omologa si ritrova in Lacan, quando di­
stingue la psicoanalisi freudiana, imperniata sul suo asse nevralgico,
quello di un preciso procedimento, l’associazione libera, da ciò che ri­
sulta superfluo rispetto all’analisi. «Alla psicoanalisi ripugnerà il ricorso
a qualsiasi soma allucinogeno e del resto è già noto che si oppone all’im­
piego della narcosi. In breve, essa esclude i mondi che si schiudono a
una mutazione della coscienza, a un’ascesi della conoscenza, a un’effu­
sione comunicativa».19 Come Freud ricusa l’utilizzo della cocaina a fini
di cura e si distanzia dal sentimento oceanico inteso nella sua dimensio­
ne di comunione dell’individuo con il mondo, così Lacan si oppone de­
cisamente a quei metodi di estensione della coscienza che, anziché situa­
re la verità soggettiva nelle parole pronunciate nel corso dell’esperienza
analitica, si illudono di trovarla negli stati di amplificazione della cono­
scenza e nell’euforia indotta dall’inebriante.
Non è mia intenzione compiere una citazione completa dei passi nei

19 J. Lacan, Intorno alla psicoanalisi nei suoi rapporti con la realtà, in “Scilicet”,
1977, p. 53.

144
Teorie dell’alcolismo e delle tossicomanie

quali Freud parla di questo argomento. Focalizzo tre tesi fondamentali,


correlate in particolar modo all’etilismo in quanto piaga sociale storica­
mente antecedente la diffusione delle droghe, molto frequente alla fine
dell’ottocento e riferimento comune nelle opere letterarie dei più inte­
ressanti fra i romanzieri contemporanei di Freud, che ne facevano un se­
gno della peggiore degradazione dei costumi.

5.4 L’autoerotismo come tossicomania primaria

La prima fra le chiavi di lettura con cui Freud edifica una teoria dell’alcoli­
smo è quella che ne accentua la dimensione onanistica. La masturbazione
costituisce, secondo Freud, il prototipo di ogni modalità di addiction (di
alcol, di tabacco, di morfina ecc.). Tutti i comportamenti tossicomanici,
nelle loro svariate declinazioni cliniche, si rivelano nient’altro che sostituti,
prodotti alternativi alla masturbazione quale godimento originario a cui il
soggetto rimane fissato. In breve è questa la tesi sostenuta da Freud in una
corrispondenza con Fliess datata 22 dicembre 1897 e che verrà riproposta
in tempi più avanzati del suo excursus teorico. Si tratta di una posizione
che pone in risalto il carattere eminentemente autoerotico di qualsiasi sod­
disfacimento basato sull’assunzione di stupefacenti, in una logica di ripeti­
zione. Drogarsi, in qualunque forma e con qualunque inebriante, implica
la riedizione di un godimento masturbatorio. Non si tratta di una relazio­
ne con l’Altro, come avviene nel piacere sessuale, e neppure di un attacca­
mento morboso al seno come oggetto di soddisfacimento primario, ma di
un riattivarsi del proprio diletto autoerotico là dove l’appagamento non
viene esperito esclusivamente nell’effetto obnubilante o esaltante del pro­
dotto ma, anche e soprattutto, nella disponibilità immediata di una dose
di illusoria autonomia dalla relazione intersoggettiva.
In un testo coevo, La sessualità nell’criologia delle nevrosi, Freud critica
il medico che «si accontenti di togliere la droga al malato senza preoccu­
parsi della fonte da cui nasce l’imperioso bisogno della droga», e pone
esplicitamente in relazione l’impossibilità di conseguire il soddisfacimento
erotico con l’anelito alla narcosi quale rimedio. «Questi narcotici sono in
genere destinati a compensare, direttamente o per altra via, l’assenza del
piacere sessuale e quando non sia più possibile ristabilire una vita sessuale
normale ci si può attendere, con tutta sicurezza, una recidiva».20 L’incapa­

20 S. Freud, La sessualità nell’criologia delle nevrosi (1898), in Id., Opere, cit., voi.
2, p. 409.

145
Civiltà e disagio

cità di raggiungere il piacere nelle relazioni erotiche e il suo risvolto, la fis­


sazione autoerotica, costituiscono i motivi dai quali sorge l’imperiosa do­
manda di ebbrezza.
Tale modo di impostare la questione viene riproposto da Freud in un
punto molto avanzato della sua teoria, qualche anno dopo la torsione
teorica di Inibizione, sintomo e angoscia, con un riferimento al celebre ge­
nio russo della scrittura Dostoevskij e alle caratteristiche psichiche del
giocatore. Nello scritto consacrato a Dostoevskij, Freud si esprime in
questi termini: «Il vizio dell’onanismo è sostituito da quello del giuoco e
l’attività appassionata delle mani posta in così grande risalto è davvero ri­
velatrice sotto questo profilo. La febbre del giuoco è realmente un equi­
valente dell’antica coazione all’onanismo; quando i bambini manipolano i
loro genitali con le mani si usa dire appunto che giocano con essi».21
Il vortice della tossicomania, anche quando comporta una secca perdi­
ta economica e conduce a contrarre onerosi debiti, implica sempre una
sensazione eccitante e i brividi appassionanti propri di un godimento
autoerotico poiché raggiunto senza passare per il desiderio dell’Altro.
Tutto questo in una modulazione piana dell’affetto dell’angoscia quale
segnale di pericolo attinente alla presa di contatto con un godimento in
eccesso. L’angoscia viene solitamente sperimentata quando si incontra
un punto di non garanzia, ad esempio quando l’Altro manca, quando
mancano le parole per simbolizzare la pulsione e, soprattutto, la pulsio­
ne di morte. Al cuore del simbolico vi è, dunque, un lembo di reale, un
punto di inquietudine strutturale.
L’uso di droga rappresenta un efficace panacea contro tale inquietudi­
ne, una sorta di prescrizione sedativa che l’individuo si impone per non
smarrire la propria padronanza. Si tratta di un modo alternativo rispetto
a quello dei sintomi nevrotici comuni e, a un tempo, masochistico e auto­
distruttivo di proteggersi dal pericolo costituito dal desiderio dell’Altro.

5.5 II matrimonio felice con la bottiglia

Nelle opere dei primi anni del Novecento Freud non si interessa parti­
colarmente all’ebbrezza, non dedica a questo argomento vaste conside­
razioni. Egli era, infatti, volto a studiare le leggi dell’inconscio attraverso
l’analisi del lavoro onirico e dei fenomeni psicopatologici inerenti la vita

21 S. Freud, Dostoevskij e il parricidio in Id., Opere, cit., voi. 10, p. 537.

146
Teorie dell’alcolismo e delle tossicomanie

quotidiana espressi nel lapsus, nel motto di spirito e in altre formazioni


dell’inconscio. L’assunzione di alcolici e di stupefacenti, in effetti, si situa
su un diverso versante e risulta piuttosto intenzionata a dimostrare l’ine­
sistenza dell’inconscio, in quanto il consumatore di droghe non vuole sa­
perne alcunché di quest’altra scena, di quest’altro luogo che rende l’io
non padrone neppure a casa propria.
Dobbiamo giungere agli anni dieci per reperire, nei Contributi alla psi­
cologia della vita amorosa alcune fra le pagine più lucide e significative in
cui Freud analizza ampiamente il tema dell’etilismo. L’interesse freudia­
no è rivolto al vino, l’inebriante più comunemente usato per raggiungere
stati di alterazione nei paesi occidentali al tempo in cui egli scriveva. Il
vino viene contrapposto in questo scritto alla relazione amorosa. Il pa­
norama generale del lavoro teorico supportato dalla vasta esperienza cli­
nica di Freud si riferisce alla distinzione fra amore e desiderio sessuale,
fra tenerezza e sensualità in riferimento a quel tipico problema nevrotico
costituito dall’impotenza psichica. L’uomo si trova ad amare una donna
scelta sullo stampo materno, tendente a richiamare la madre e con la
quale la sessualità rimane per molti versi inibita poiché su questa compa­
gna si abbatte l’interdizione patema, la riedizione del taglio simbolico
intrinseco al tabù dell’incesto che proibisce l’intimità erotizzata con la
propria genitrice. L’uomo desidera un altro tipo di donna, la Dirne, dai
costumi morali degradati; proprio con questa raggiunge la sua potenza
sessuale ed è libero di sprigionare tutta la sua sensualità in quanto l’a­
mante non rimane legata all’interdetto paterno. La divisione del sogget­
to fra queste due correnti libidiche non si ritrova affatto nel rapporto del
bevitore con il vino, così come non si verifica il decrescere del valore psi­
chico di una pulsione una volta soddisfatta. Mentre nella scelta dell’og­
getto amoroso avvengono frequenti passaggi da una donna all’altra, dal­
la madre alla donna di facili costumi, e il soggetto cerca di continuo di
rilanciare il desiderio, per riaccenderlo e ravvivarlo attraverso degli osta­
coli, «il vino offre sempre lo stesso soddisfacimento tossico paragonato
così spesso nella poesia a quello erotico»22 L’etilista beve sempre lo stes­
so tipo di drink senza avvertire alcuna esigenza di cambiarlo. Mentre l’a­
mante si sposta in luoghi nuovi per riattivare l’ardore dell’incontro eroti­
co, l’etilista non deve cercare altri inebrianti e neppure altri locali dove
bere. Gli basta deliziarsi con la sua bottiglia fino a sentirsi appagato e fe­
lice. L’abitudine stessa rende sempre più stretto il legame tra l’uomo e il

22 S. Freud, Contributi alla psicologia della vita amorosa (1910-17), in Id., Opere,
cit., voi. 6, pp. 429-430.

147
Civiltà e disagio

tipo di vino che predilige, spingendolo non tanto a cambiare sostanza


quanto semplicemente a incrementare la dose giornaliera.
L’individuo dedito al consumo di alcolici non incontra la divisione
soggettiva fra le due dimensioni libidiche, piuttosto la sfugge, in un at­
taccamento costante alla bottiglia. «Nel rapporto del bevitore con il vino
si ha l’impressione dell’armonia più perfetta, un’immagine esemplare di
matrimonio felice».23 «Matrimonio felice» è un’espressione freudiana
che - come osserva Freda - ricorda l’ultima e probabilmente la più nota
fra le «tesi di Jacques Lacan sulla droga, definita come ciò che permette
di rompere un matrimonio»,24 quello con la funzione fallica. Da qui il
successo dello stupefacente.
Ecco come la bottiglia freudiana diventa la partner costante che esclu­
de la partner erotica. La bottiglia è la donna, la donna perfetta che, per
Lacan, non esiste. Il godimento intrinseco all’intossicazione, infatti, non
è quello sessuale e se ne distingue bene anche perché è in ogni caso feli­
ce. Quando il matrimonio infelice viene spezzato si instaura un altro ge­
nere di sposalizio. Un matrimonio felice. Il legame con il vino è felice
poiché, per quanto riguarda la pulsione, «il soggetto è felice».25 Il rap­
porto con gli inebrianti pone, infatti, in risalto non tanto il desiderio e la
mancanza quanto la pulsione e il godimento. Se il desiderio reca sempre
con sé un quantum di inquietudine e sussiste solo a partire da un’insod­
disfazione, da una mancanza, la pulsione si soddisfa invece come vo­
lontà decisa. Il soggetto è sempre felice perché la pulsione si soddisfa
sempre.

5.6 Lo scacciapensieri consola la sofferenza nella civiltà

Verso la fine della sua opera Freud torna a occuparsi estesamente degli
agenti tossici nel secondo capitolo del Disagio della civiltà (1929), scritto
pervaso di pessimismo di fronte all’evidenza dell’infelicità propria del
mondo in cui prevalgono le istituzioni specifiche del regno della cultura.
E per quanto concerne l’ebbrezza Freud compie un viraggio analogo a
quello operato rispetto a Psicologia delle masse e analisi dell’io a proposi­
to delle dinamiche dei gruppi.

23 Ivi, p. 430.
24 EH. Freda, Lalcolismo nei testi di Freud, in Id., Psicoanalisi e tossicomania, Bru­
no Mondadori, Milano 2001, p. 3.
25 J. Lacan, Radiofonia. Televisione, Einaudi, Torino 1982, p. 83.

148
Teorie dell'alcolismo e delle tossicomanie

In Psicologia delle masse troviamo il racconto dell’unificazione simbo­


lica delle aggregazioni istituzionali, sotto l’egida del significante padro­
ne, attraverso la descrizione del funzionamento di organizzazioni stabili
e millenarie quali la Chiesa e l’Esercito. Si tratta di un inno all’ideale
dell’io. Nel testo del 1929 ci imbattiamo, invece, in una sovversione, in
una rivoluzione copernicana, che pone in risalto uno zoccolo duro, irri­
ducibile all’ideale dell’io. E una via dall’amore alla morte, dall’organiz­
zazione della libido fino alla pulsione di morte. In questi due testi si va
dall’ideale dell’io al Super-io.26
Analogo è il ribaltamento che concerne il modo di intendere l’abuso di
alcolici. In questo clima di infelicità, nella società contemporanea si ritro­
va la fondamentale solitudine di ogni essere. L’esistenza comporta strut­
turalmente per l’uomo dolore e sofferenza sopportabili soltanto mediante
qualche palliativo. Freud ne elenca tre: diversivi potenti, soddisfacimenti
sostitutivi quali quelli artistici e «sostanze inebrianti che ci rendono in­
sensibili» all’infelicità comune in quanto «influiscono sul nostro corpo e
ne alterano il chimismo»,27 offrendoci attimi di agognato fervore.
Possiamo accorgerci di quanto sia cambiata la posizione in cui Freud
situa l’intossicazione. Da una sorta di amore esclusivo passiamo a un
analgesico per il dolore, fisico e psichico, da un matrimonio felice a una
consolazione della miseria caratteristica dell’uomo nella civiltà. Dal pia­
cere siamo passati al trattamento dell’al di là del principio di piacere che
pone in risalto le due facce oscene della pulsione del Super-io: «Devi!
Godi!». È questa una lettura lacaniana del concetto di Super-io inteso
non come istanza conseguente un buon esito dell’Edipo e un’interioriz­
zazione utile dei dettami parentali quanto come un imperativo categori­
co, come una spinta feroce verso il godimento, anche verso quello auto­
distruttivo. Basti tenere presente che per Lacan il Super-io risulta molto
presente nelle strutture psicotiche che non funzionano affatto secondo
la logica edipica.
Fernando Geberovich, anch’egli, come Hugo Freda, argentino trasfe­
ritosi a Parigi, propone un’accurata e dettagliata lettura del testo freu­
diano sulla questione della tossicomania, imperniata innanzitutto sul
tema del dolore e ricca di avanzati contributi allo studio della logica pul-
sionale nel vortice dell’abuso. Il montaggio pulsionale (spinta, fonte,

26 Si veda la messa in dialettica del legame sociale descritto in Psicologia delle masse
e nel Disagio della civiltà compiuta da J.-A. Miller nel testo Logiche della vita amo­
rosa, Astrolabio, Roma 1998. Si tengano presenti, in particolare, le pp. 45-47.
27 S. Freud, Il disagio della civiltà (1929), in Id., Opere, cit., voi. 10, p. 567.

149
Civiltà e disagio

meta, oggetto) si impernia per Geberovich sulla fonte costituita dal vita­
le, dal bisogno biologico di ridurre il dolore come spinta, sulla droga
quale oggetto al fine di perseguire la meta dell’incorporazione. Per Ge­
berovich «l’assenza di droga è fonte di dolore fisico. Il dolore in effetti
porta più l’etichetta di biologico e quindi di una sofferenza non rappre­
sentabile» come non è rappresentabile Thanatos.28 L’imperativo del Su­
per-io si inscrive direttamente sul corpo marcato dai segni del decadi­
mento organico, scavato dalle malattie dove l’angoscia e la sofferenza
psichica si travestono da irresistibile dolore fisico. La tramutazione in
dolore corrisponde all’assenza dell’oggetto del bisogno, mentre l’ango­
scia in quanto segnale deriva dall’assenza dell’oggetto d’amore, dal timo­
re della perdita d’amore e di riconoscimento.
Dunque il bevitore descritto nel Disagio della civiltà non è necessaria­
mente un etilista cronico sposato con la bottiglia dopo aver divorziato
dalla sessualità ma è, piuttosto, un uomo solo il quale fa semplicemente ri­
corso agli inebrianti come mezzi di sopravvivenza per destreggiarsi fra i
patemi della vita quotidiana. «Dobbiamo ad essi [agli effetti degli ine­
brianti] non solo l’acquisto immediato di piacere ma anche una parte, ar­
dentemente agognata, d’indipendenza dal mondo esterno. Con l’aiuto
dello scacciapensieri sappiamo dunque di poterci sempre sottrarre alla
pressione della realtà e trovare riparo in un mondo nostro, che ci offre
condizioni sensitive migliori. E noto che proprio questa caratteristica de­
gli inebrianti ne costituisce in pari tempo il pericolo e la dannosità».29 L’al­
col non è più la donna, non è ormai più soltanto una fonte di benessere
ma anche un modo per ottenere indipendenza dall’Altro e dalle forze che
incombono su di noi esponendoci al rischio di un dolore psichico insop­
portabile. Bere del vino, dello scacciapensieri (Sorgenbrecher) costituisce
un tentativo di arrangiarsi, un metodo per sottrarsi alla preoccupazione e,
quindi, al turbamento tipico dell’imperativo generalizzato di godere. Di­
fendersi dall’angoscia e dalla sofferenza psichica, recuperare una spensie­
ratezza è il compito comune sotto la pressione del regno della civiltà.

5.7 Lacan e la coincidenza narcisistica

Mentre negli indirizzi teorici postfreudiani la tendenza dXaddiction vie­


ne giudicata, per certi versi, una sorta di minus relativo a un difetto nel­

28 F. Geberovich, Un dolore irresistibile, Franco Angeli, Milano 1996, p. 73.


29 S. Freud, Il disagio della civiltà, cit., p. 570.

150
Teorie dell’alcolismo e delle tossicomanie

l’organizzazione dell’io o a un prolungarsi della fase adolescenziale, nel­


l’orientamento lacaniano l’assuntore di stupefacenti va in ogni caso con­
siderato un soggetto in quanto, comunque, scavato dalla mancanza qua­
le effetto dell’azione del linguaggio. E questo senza negare l’evidenza cli­
nica di come l’abuso di sostanze psicotrope finisca molte volte per dete­
riorare il valore di quello che il paziente afferma, svilendo la ricchezza
del dire e rendendo vuota la parola.
Jacques Lacan ha dedicato alle ragioni che spingono un uomo ad abu­
sare di stupefacenti e alle implicazioni di questo consumo poche consi­
derazioni, assolutamente fertili, distribuite lungo tutto l’arco della sua
opera. Di assoluto rilievo è la ricerca intessuta da Hugo Freda, il quale
ha enucleato tali considerazioni commentando sei note di Lacan per
giungere a imperniare decisamente su tali riferimenti alla tossicomania
tutto il proprio lavoro il quale, primo in Europa, ha avuto il merito di
renderli perfettamente applicabili al contesto istituzionale.30 Dagli inizia­
li accenni al tema della tossicomania da parte di un Lacan che accentua­
va le caratteristiche di svezzamento e di separazione proprie del consu­
mo di droga, si arriva alle affermazioni del Lacan della completa matu­
rità teorica, inerenti l’illusione di padronanza narcisistica, fino a quelle,
essenziali, dell’ultimo periodo, riguardanti l’irruzione del discorso scien­
tifico e la scelta rassicurante di un godimento non sessuale compiuta dal
soggetto.
Nel Discorso sulla causalità psichica Lacan analizza gli effetti psichici
del modo di relazione speculare e sottolinea come il risultato della rela­
zione con la propria immagine, costantemente raffigurata a livello inter­
personale dal simile, sia quello di una alienazione. L’Io riceve la propria
identità esclusivamente attraverso l’immagine che gli proviene da altro­
ve. E nel simile che il soggetto si identifica, si specchia e si mette alla
prova, tanto da imperniare sul suo desiderio il proprio desiderio. Ciò
che è desiderio altrui diviene ben presto l’oggetto bramato dal soggetto.
Ne consegue la marcata prevalenza della dimensione visiva, del vedersi
nel riconoscimento. «Appunto in questo nodo risiede il rapporto del­
l’immagine con la tendenza suicida espresso essenzialmente dal mito di
Narciso». Come è noto, il tentativo di abbracciare la propria immagine
riflessa in una fonte, attratto dalla sua bellezza, porta Narciso ad affoga-

30 Per il commento di Freda a queste note non posso che rinviare al suo Psicoanali­
si e tossicomania, cit. Ci si riferisce soprattutto al suo intervento nella seduta del semi­
nario di J.-A. Miller e E. Laurent, LAutre qui riexiste pas et ses comités d’éthique, dal
titolo La tossicomania, una nuova forma del sintomo, pubblicato in appendice.

151
Civiltà e disagio

re nelle acque della fonte stessa. Questo mito descrive ottimamente il


nesso fra l’attrazione per l’immagine ideale e l’imperativo mortifero, sui­
cidano. «Ecco dunque legati l’io primordiale come essenzialmente alie­
nato e il sacrificio primitivo come essenzialmente suicidano». Per quan­
to concerne la condotta tossicomanica troviamo allora un tentativo di ri­
solvere, attraverso «le condizioni organiche dell’intossicazione», quello
scarto fra l’al di qua e l’al di là dello specchio, quello scarto fra ideale e
reale che si esprime come «discordanza primordiale fra l’io e l’essere»,31
come strutturale non coincidenza fra l’io della coscienza e l’essere in­
conscio del soggetto. Si tratta di un tentativo di riabbracciare quello che
si vorrebbe essere, di ricongiungersi con un’immagine di identità totaliz­
zante. L’uso di droga chiude illusoriamente la divisione fra Io e incon­
scio, consentendo al tossicomane di non interrogarsi sul proprio incon­
scio, di far esistere quel miraggio di unità indivisibile che appare invece
strutturalmente e irrimediabilmente perduto. Tuttavia - come scrive
Freda - la possibilità di trovare questa identità totale, «il fatto di trovar­
la, effettivamente, realmente, con un mezzo qualunque, mette in gioco la
sua stessa esistenza, da cui la tendenza suicidaria che abita l’interiorità
stessa del narcisismo».32 E drogarsi costituisce una modalità per eccel­
lenza di compiere una serie di prodezze narcisistiche sotto la spinta della
forza suicidaria che abita il modo di porsi immaginario.
Fernando Geberovich compie la sua lettura della questione mediante
il filtro dell’insegnamento di Lacan e dell’incontro con un suo allievo,
Wladimir Granoff, e stigmatizza la rilevanza dell’organizzazione narcisi­
stica nell’abuso di stupefacenti distinguendo due orli, più o meno altale­
nanti, di tale narcisismo riflesso: il vedersi e il distruggersi.
Nella posizione descritta come vedersi Geberovich sottolinea il disin­
vestimento dalla realtà esterna, la quale risulta delibidinizzata in un ro­
vesciamento «inseparabile da un movimento di ripiegamento narcisisti­
co. Si disinveste dalla realtà a vantaggio del prodotto che risulta dall’a­
zione della droga sulla percezione. Al contrario di quanto avviene nella
perversione, vedere, potere e sapere diventano fini onnipotenti di ascen­
denti non sull’altro ma, attraverso l’intermediazione della droga, su di
sé».33 Il prodotto psicoattivo non viene utilizzato tanto per rinvigorire
l’io al fine di incidere meglio sulla realtà esterna quanto per installare un

31J. Lacan, Discorso sulla causalità psichica (1946), in Id., Scritti, cit., voi. I, p. 181.
32 F.H. Freda, Quattro note di Jacques Lacan a proposito di droga, intossicazione e
tossicomania, in Id., Psicoanalisi e tossicomania, cit., p. 36.
33 F. Geberovich, \Jn dolore irresistibile, cit., p. 40.

152
Teorìe dell’alcolismo e delle tossicomanie

velo su di essa in un rivolgimento su di sé di tutte le attenzioni focalizza­


te al mantenimento di un’immagine ideale. E l’esempio dell’etilista che
«si vede bene con il bicchiere in mano».
Quando il narcisismo riflesso assume una piega masochista incontria­
mo il distruggersi. Qui non è più la realtà esterna a venire rinnegata ma
la morte. La finitezza dell’esistenza, l’essere polvere risulta obliato dal
prevalere di una sfida alla morte stessa che pone in secondo piano il pia­
cere comunque rintracciabile nella posizione del vedersi. A livello del di­
struggersi si tratta di valicare dei limiti, spinti in modo coatto dall’imma­
gine del piacere sperimentato nell’incontro con le prime assunzioni di
droga, immagine ormai sedimentata nella memoria. Si corre il rischio, si
sfida la morte nella tenue speranza di ritrovare il flash incrementando
sempre più le dosi e avvicinandosi al momento letale. Il ruolo assegnato
al Super-io non risulta contraddittorio, poiché nella teoria lacaniana
questa istanza svolge «una funzione doppia e ambigua; essere da un lato
il censore e il garante delle proibizioni di cui l’Edipo si fa l’erede e, d’al­
tro lato, essere il protettore e il guardiano del narcisismo».34
Il tossicomane ricostruisce con questo ripiegamento narcisistico un’ef­
fimera unità, salda la frattura fra l’io della coscienza e il soggetto del de­
siderio inconscio attraverso un’odissea monolitica, a prezzo però di uno
slancio autodistruttivo e di una rinuncia a quelle vie comuni per riap­
propriarsi della dimensione immaginaria che sono la fantasia e il sogno.
Non a caso uno degli effetti psichici del modo di godimento tossicoma-
nico è la riduzione, se non non la totale estinzione, delle produzioni oni­
riche. Quando il soggetto si sgancia dalle droghe, superando le sindromi
da astinenza, le tipiche formazioni dell’inconscio (i sogni ma anche i la­
psus, gli atti mancati ecc.) possono riaffiorare, giungendo talvolta a sor­
prendere il soggetto al punto da metterlo al lavoro sulla propria verità
singolare.

5.8 Funzione fallica e angoscia

Nel 1975 Lacan fa riferimento alla droga per l’ultima volta. In quell’oc­
casione descrive l’affetto dell’angoscia e la situa, quale unico sentimento
che non inganna, nel momento in cui il soggetto «si scopre sposato con
la propria coda». Ne vediamo un esempio nella complessa vicenda del
piccolo Hans che, fin dall’inizio dell’osservazione supervisionata da

34 Ivi., p. 85.

153
Civiltà e disagio

Freud, articola la domanda posta a sua madre sul fapipì di cui crede sia­
no dotati tutti gli esseri viventi con l’angoscia indotta dall’irruzione del
godimento fallico nella sua economia psichica. Sono infatti le erezioni
del suo pene reale a ingombrarlo e a turbarlo. Hans elabora, allora, la
sua teoria sessuale, secondo cui tutti gli esseri animati, uomini e donne,
avrebbero un pene, a differenza degli oggetti inanimati che non ne sa­
rebbero dotati. Costruisce la fobia di venire morso dai cavalli per dare
un nome all’angoscia generalizzata, localizzandola in una paura precisa.
In questi termini il significante fobico, il cavallo, rappresenta il padre e
lo sostituisce svolgendo il ruolo di colui che taglia il legame angosciante
fra madre e figlio quale agente della castrazione. A causa di un diverso
rapporto con la castrazione - dice Lacan - la bambina «è più felice»
poiché impiega un certo tempo per accorgersi del proprio legame con il
pene, per percepire che non ce l’ha, proprio in quanto non lo nota in
maniera evidente.
Il connubio con il fallo e con la sessualità risulta strutturalmente in­
quietante e «tutto ciò che permette di sfuggire a questo matrimonio è evi­
dentemente il benvenuto. Da qui il successo della droga, ad esempio.
Non c’è altra definizione della droga che questa: è ciò che permette di
rompere il matrimonio con il fapipì».35 Le lune di miele dell’alcolista con
la bottiglia e del tossicomane con l’eroina rendono perfettamente l’idea
di un rapporto che esiste senza angoscia. La sostanza psicotropa sembra
una compagna che appaga sempre, favorendo un godimento ogni volta
identico, quasi fosse la donna che, per Lacan, non esiste mancando nel­
l’inconscio un significante per definirla. L’inconscio, infatti, permane im­
perniato sul fallo, che rappresenta un elemento in grado di definire l’uo­
mo mentre rende la donna mancante di un elemento che la significhi.
Del tutto palese è il fatto che le problematiche di natura tossicomanica
tendano a insorgere in quel periodo critico che spesso risulta essere l’a­
dolescenza, soprattutto per l’articolazione che comporta fra il piano del­
l’immagine corporea e quello reale del corpo vivificato dall’emergere del
godimento dopo una fase di relativa calma pulsionale quale è la latenza.
L’uso di droghe comincia, in special misura, quando il soggetto vive il
suo primo innamoramento a latere della storia sentimentale intrapresa
piuttosto che come pratica di sperimentazione inerente il legame di cop­
pia, in un tentativo di annullare le differenze fra godimento maschile e
godimento femminile. Indubbiamente, a partire dalla pubertà, l’incon­

35 J. Lacan, intervento di chiusura alla “Giornata dei Cartelli dell’École de la Cause


Freudienne”, tuttora inedito.

154
Teorie dell’alcolismo e delle tossicomanie

tro con l’Altro sesso diviene sempre più importante: si verificano i primi
investimenti oggettuali significativi, che vengono elaborati attraverso tut­
ta una serie di fantasie riconducibili all’organizzazione fantasmatica che
risponde, tramite un’interpretazione singolare, all’enigma sul desiderio
dell’Altro e sul posto riservato dall’Altro al soggetto. In effetti l’adole­
scenza è, forse, l’età maggiormente incline a fantasticare. Le fantasie dei
teenager sono accese, intense, avventurose.
Mentre nell’infanzia l’Altro genitoriale esiste e garantisce, l’adolescen­
za si presenta sicuramente come tempo di una certa separazione dall’Al­
tro parentale. La famiglia viene sostituita dal gruppo, ad esempio dal
gruppo dei pari, e dall’Altro sesso. Molte volte questo avviene dopo una
sostituzione intermedia centrata sull’investimento affettivo nei confronti
di musicisti, attori o personaggi del mondo dello spettacolo. Il bambino
non incontra l’enigma sul quale si è interrogato Freud per tutta la vita:
«Che cosa vuole una donna?». E, invece, l’adolescente a interrogarsi sul
mistero della femminilità nell’incontro con l’Altro sesso e a sentire l’an­
goscia quando scopre che il padre non è in grado di risolvere la questio­
ne femminile, non lo garantisce su come gode una donna.
L’uso di droga consente di raggiungere il godimento in un modo alter­
nativo rispetto a quello incardinato sulla singolarità del proprio fantasma,
in un modo che, pur intriso di masochismo, protegge dall’affetto dell’an­
goscia in quanto la droga non parla, al contrario delle donne. Per questo
la tossicomania è maschile poiché, mentre le donne si fissano piuttosto
sull’immagine speculare, gli uomini cercano nell’oggetto di soddisfaci­
mento un appoggio sempre disponibile, ogni volta identico. La tossico-
mania è maschile perché la libido è maschile e lo stupefacente sostituisce
l’oggetto libidico nel corso di questo ripiegamento narcisistico.
Fra i più significativi contributi di Hugo Freda vi è quello che indica il
posto preciso in cui si colloca la droga. La droga svolge la funzione del­
l’agente della castrazione, del padre reale, del padre che libera il sogget­
to dall’angoscia materna in modo analogo alla fobia. Il padre reale non
coincide con il Nome-del-Padre, con il padre simbolico. Si tratta piutto­
sto del padre che fotte la madre piegandola al godimento fallico e reci­
dendo, così, il legame simbiotico madre-figlio. «Ecco, dunque, la droga
liberata dai suoi effetti biologici, fisici e posta sotto la rubrica: agente
della castrazione. Questa funzione innalza la droga alla categoria di una
persona».36 L’uso di stupefacenti libera dall’angoscia e scrive la funzione

36 EH. Freda, Tra soddisfazione e godimento, in Id., Psicoanalisi e tossicomania, cit.,


cit., p. 32.

155
Civiltà e disagio

del padre nel corpo, ovviamente in modo diverso nelle differenti struttu­
re. L’eroina, ad esempio, opera una trasformazione dell’angoscia, del do­
lore psichico in dolore fisico. Le elaborazioni di Freda tengono conto di
una teoria secondo la quale l’inconscio si scrive nel corpo; per questo il
sintomo va considerato in riferimento al padre come elemento che ridu­
ce l’angoscia.
Per Lacan il corpo è l’Altro. Mortificare il corpo è mortificare l’Altro.
Questo effetto di decadenza del corpo risulta finalizzato a trattare l’an­
goscia e il tormento psichico. Quasi sempre il tossicomane e l’alcolista
hanno almeno un genitore vivente; soprattutto nella nevrosi ossessiva in­
corporare droga costituisce anche un tentativo di elevare l’Altro, ad
esempio il padre, alla posizione di Padre Morto, di Padre Assoluto come
sintomo eterno. Allora vediamo nella droga una nuova forma del padre,
una nuova forma del sintomo.
Perciò la droga svolge il duplice compito di agente della castrazione e
di effetto di nominazione identificante adatto a risolvere l’enigma. «L’e­
sperienza con i tossicomani mette in evidenza una situazione simile a
quella del piccolo Hans, una preoccupazione costante per la funzione
del pene. Nondimeno, esiste una particolarità, cioè l’assenza totale di un
qualunque fantasma in grado di produrre una nuova articolazione del
godimento fallico. Al suo posto si produce un effetto di nominazione: il
“Sono tossicomane”».37 E questa la scelta del consumatore, soprattutto,
dell’eroinomane, per un’identità olofrastica anziché per il godimento ar­
ticolato nella frase del fantasma.

5.9 «Io sono tossicodipendente»

Quando si verifica un fallimento nella costruzione del proprio desiderio


fantasmatico l’adolescente procede, oggi sempre più spesso, lungo vie
alternative che non rimandano al sintomo singolare tratto dalla funzione
del Padre e provengono piuttosto da un’identità generalizzata promossa
dal sociale come modalità di appartenenza a una categoria. Sono sintomi
sociali, «nuove forme del sintomo», secondo la definizione di Freda e
Lecoeur, che hanno lanciato questa formula efficace ormai comunemen­
te in voga per indicare quelle problematiche rare al tempo di Freud e
oggi così tristemente diffuse. Si tratta di un esempio della storicità della

37 Ivi, p. 54.

156
Teorie dell’alcolismo e delle tossicomanie

clinica analitica sorta dalle scoperte sull’isteria e sul funzionamento del


corpo isterico compiute da Freud e da Breuer alla fine dell’Ottocento, in
un ambiente storico e culturale in cui i sintomi di conversione dell’isteria
classica (paralisi, cecità, afasie ecc.) erano decisamente comuni ed ecla­
tanti.
Anche l’uso di droghe rientra nelle nuove forme del sintomo nei ter­
mini dell’acquisizione di uno stendardo sociale che ha un impatto pode­
roso soprattutto a livello del gruppo dei pari. Gli stupefacenti consento­
no una certa separazione dall’Altro parentale inibendo, invece, l’assun­
zione di una propria singolarità che implicherebbe un parziale sgancia­
mento dalla logica della compagnia in una sperimentazione della struttu­
rale solitudine. L’adolescente che si ritrova a seguire la logica impersona­
le della propria aggregazione di amici (si dice, si va, si pensa ecc.) si rifu­
gia in quell’ambito per sottrarsi all’angoscia intrinseca a quei punti di
non garanzia, di ingovernabilità specifici della singolarità del desiderio e
della pulsione. Il gruppo fa sentire sicuri, invincibili, invulnerabili.
Il rapporto con gli stupefacenti presenta alcune delle caratteristiche
descritte da Freud a proposito del meccanismo ipnotico. Si tratta di una
sorta di evitamento dell’angoscia, che non viene elaborata mediante una
formazione sintomatica singolare, perché gli elementi sintomatici che il
tossicomane può presentare non divengono mai tanto preponderanti da
catalizzare tutto il godimento.
L’inebriante favorisce lo schiacciamento dell’oggetto causa del godi­
mento sull’ideale, tendendo a costituire, attraverso una logica di adesi­
vità orizzontale, gruppi di giovani imperniati su di una particolare mo­
dalità di godimento. Ne vediamo l’esempio nell’enunciato olofrastico:
«Io sono tossicodipendente», che comporta un guadagno in termini di
identità e di risoluzione della strutturale mancanza soggettiva. Lo nota
Freda parlando della nominazione del consumatore di droga, per il qua­
le si pone «il problema del nome, di ciò che può sostenersi con un
nome, con un riferimento. Da questa via, la definizione assume un’altra
dimensione: la droga è il punto di riferimento che nomina una pratica, la
tossicomania, a partire dalla quale si crea un personaggio, il tossicoma­
ne».38 L’atto di assumere la droga è accompagnato, in questa modalità
storicamente consolidata del consumo, da un secondo atto: quello di de­
finirsi tossicomane. Il consumatore assume così un’identità che gli con­
sente di rispondere alle domande fondamentali per ognuno di noi: «Chi

38 EH. Freda, La tossicomania, una nuova forma del sintomo, cit., p. 127.

157
Civiltà e disagio

sono io?», «Sono maschio o sono femmina?», «Sono vivo o sono mor­
to?». Si tratta di interrogativi fondamentali circa l’iscrizione del soggetto
nel campo dell’Altro, circa il posto che l’Altro familiare gli ha riservato, i
quali vengono elusi mediante l’abuso di stupefacenti.
Come dice Freda, l’uso di droghe e il «Sono tossicomane» coprono la
struttura. Prendendo come fattore discriminante la posizione freudiana­
mente assunta dal soggetto rispetto all’Edipo, possiamo operare una dia­
gnosi differenziale (nevrosi, psicosi, perversione). Nella nevrosi l’ebbrez­
za sostituisce la funzione fallica, nella psicosi l’inebriante difende il sog­
getto dalla persecutorietà dell’Altro. Questa considerazione di ordine
strutturale non risolve la particolarità dei casi di dipendenza, in quanto il
protrarsi dell’abuso di droghe - condotta transclinica - invischia il lavo­
ro analitico di interrogazione personale. Se anziché utilizzare come para­
metro l’Edipo utilizziamo la droga, allora non avremo la possibilità di
distinguere la struttura e ciò che ne ricaveremo sarà piuttosto una rigida
identità: «Sono» (tossicomane, anoressica, DAP ecc.).
Il soggetto, a rigore, non può nominarsi da sé in quanto il linguaggio lo
precede (basti pensare al nome che viene conferito prima della nascita),
10 divide sempre fra l’io e l’inconscio. L’iniezione dell’oggetto-droga per­
mette di non sapere alcunché dell’inconscio. La dipendenza porta a ne­
gare la divisione fra Io e soggetto, a optare per il rifugio nell’imbecillità,
nella debilità mentale riassunta dalla figura retorica dell’olofrase. Il tossi­
comane sceglie di posizionarsi in un significante che lo descriva senza di­
viderlo, garantendogli un’identità cementificata; eccolo, allora, nelle frasi
stereotipate, nelle affermazioni tautologiche, nell’assenza di equivoco
propria della nominazione. Un tossicomane è un tossicomane allo stesso
modo per cui un’anoressica è un’anoressica.3940
Ma la siringa mente. Non parla e soffoca la verità del soggetto. «Il tos­
sicomane è il personaggio della modernità che, a partire dal proprio la­
voro, vuole provare che l'inconscio non esiste. Tocca all'analista dimostrare
11 contrario» Si tratta, per l’analista, di schiudere la lacerazione sogget­
tiva operando una messa in questione del paziente che pone la sindrome
di astinenza dallo stupefacente come suo unico problema. Va compiuta
un’operazione di rettifica dei rapporti del soggetto con il proprio godi­
mento che suona come un incontro con il potere della parola; si tratta di
dimostrare il valore di verità di quello che il paziente dice, tanto da spo­

39 Sull’olofrase anoressico-bulimica si veda M. Recalcati, Lultima cena, Bruno


Mondadori, Milano 1997.
40 F.H. Freda, La tossicomania, una nuova forma del sintomo, cit., p. 127.

158
Teorie dell’alcolismo e delle tossicomanie

stare il piano principale della cura dalla droga come problema basilare,
come causa, alla droga come uno fra i vari disturbi di un’organizzazione
che è disfunzionale da parecchie prospettive.

5.10 Le nuove droghe nell’epoca dell’Altro che non esiste

Non sempre negli studi psicoanalitici sulla tossicodipendenza si presta


attenzione alla specificità delle droghe utilizzate, in una direzione clinica
che tendenzialmente le equipara in quanto comuni sarebbero le ragioni
che spingono i diversi consumatori a farne uso. Mi sembra, invece, che il
desiderio dell’analista, quello «di ottenere la differenza assoluta»,41 deb­
ba condurci a distinguere il tipo di stupefacente impiegato. E, soprattut­
to, a situare il contesto in cui avviene l’approccio iniziale con l’intossica­
zione così come il momento del passaggio dall’assunzione di una droga
alla preferenza per un’altra, in quanto la propensione per questo o quel-
l’inebriante fornisce indicazioni sulla problematica che il paziente tenta
di colmare, sull’aspettativa che ripone nello stupefacente e sugli eventi
di rilevanza simbolica avvenuti in coincidenza con la sperimentazione
degli agenti psicoattivi.
Percorrendo un breve excursus storico delle tematiche culturali in cui
si è venuta a diffondere la tossicodipendenza è necessario precisare che
la diffusione su larga scala degli stupefacenti nei paesi occidentali si è ve­
rificata solo a partire dagli anni sessanta, nell’ambito del movimento cul­
turale della Beat Generation, e soprattutto nell’epica stagione dell’estate
dell’amore del 1968, thè summer of love. In precedenza vi era stato un
certo proliferare di comportamenti tossicomanici nell’ambito di alcune
frange di élite della borghesia, ma il fenomeno era rimasto comunque
confinato entro piccole cerehie di soggetti.
Molto vasta è la ricostruzione degli antecedenti di questi fenomeni
compiuta da Geberovich il quale, principalmente in riferimento all’abu­
so di eroina, individua nei maggiori filoni della cultura alternativa degli
anni sessanta, quello beatnik e quello junkie, le premesse di due diffe­
renti stili tossicomanici, che si distinguono secondo la formula citata fra
vedersi e distruggersi.42
Il movimento beatnik è scaturito negli anni cinquanta dalla ricerca di

41J. Lacan, Il seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi
(1964), Einaudi, Torino 1979, p. 279.
42 E Geberovich, LJn dolore irresistibile, cit., pp. 25-70.

159
Civiltà e disagio

piacere quasi epicureo, dal gusto della sperimentazione descritta con


una connotazione di avventura da scrittori inquadrabili nel novero della
Beat Generation quali Jack Kerouac, William Burroughs e Alien Gins-
berg; le loro pagine hanno immortalato viaggi in autostop, riscoperta
della natura e critica del sistema consumistico in un'atmosfera relaziona­
le di condivisione pacifica allietata dagli inebrianti. La sua evoluzione è
costituita dalla figura dell’hippy, inscritto appunto nella complessa carat­
terizzazione politico-culturale del Sessantotto, il cui uso di droghe è fina­
lizzato a una distorsione delle sensazioni, all'abbattimento delle porte
della percezione.
Geberovich nota come l’hippy punti a vedersi nella dimensione di
«narcisismo sadico riflesso». Accentua il valore significante dell’immagi­
ne e cerca una chiarezza, una nitidezza assoluta per accedere a mondi
inauditi con l'intenzione di cogliere, attraverso la sua sagace intelligenza
critica, determinate contraddizioni capitalistiche onde costruirne un’ela­
borata disamina altamente politicizzata.
Del tutto opposta, certamente molto più individualistica, è la posizio­
ne del junkie. Il movimento junk è sorto verso la fine degli anni sessanta
e non ha dato vita né a creazioni artistiche né a produzioni letterarie sa­
lienti; è giunto, ad esempio, a focalizzare i testi della propria musica esat­
tamente sull’esperienza delle droghe di cui ha celebrato le caratteristiche
decadenti. Il junkie non si dota di un apparato concettuale volto a con­
testare il regime politico-economico e, in una tendenziale trascuratezza,
denuncia in modo disperato le disfunzionalità del sistema. Il junkie cer­
ca di distruggersi accentuando la spinta disgregante della pulsione di
morte. Si tratta dunque, secondo Geberovich, di un narcisismo maso­
chista riflesso.
Un evidente dato clinico è quello della diffusione dell’eroina quale
principale tipo di abuso nelle nazioni occidentali nel corso degli anni
settanta. Gli anni novanta sono stati, al contrario, caratterizzati da una
progressiva diminuzione dell’assunzione di oppiacei, divenuta ormai
poco à la page. Nello stesso tempo, però, si è verificato un progressivo
estendersi dell’uso di stupefacenti di nuova produzione, soprattutto di
sintesi, ottimali per rispondere all’attuale domanda del consumatore non
più dedito a una radicale critica sociale né a un’autodistruttività indivi­
dualistica quanto alla ricerca di un accordo fra l’ebbrezza del tempo li­
bero organizzato entro spazi ordinati dall’industria del divertimento e
l’integrazione sociale della settimana lavorativa.
Nel contesto sociale contemporaneo la tossicomania non offre tanto
un’identità olofrastica, ma pare piuttosto caratteristica «dell’epoca che

160
Teorie dell’alcolismo e delle tossicomanie

fa primeggiare l’oggetto a sull’ideale, dell’epoca dove I vale meno del


piccolo a: I < a», dove l’identificazione con l’ideale vale meno del godi­
mento, dove l’identità che si ricava dall’abuso di droga risulta inferiore
al godimento tratto da tutti questi oggetti di godimento. L’interesse at­
tuale per le dinamiche in gioco nell’abuso di droghe si spiega con la con­
statazione che essa «traduce meravigliosamente la solitudine di ciascuno
con il suo partner più-di-godere. La tossicomania è dell’epoca del libera­
lismo, cioè a dire dell’epoca in cui ci si fotte degli ideali, dove non ci si
occupa di costruire il grande Altro, dove i valori ideali dell’Altro nazio­
nale impallidiscono, si disgregano di fronte a una globalizzazione che fa a
meno dell'ideale».40 Ciò significa che, oggi, l’uso di droghe non si basa
più su un ideale politico-culturale quanto sul libero accesso al godimen­
to proprio di una società non repressiva che distribuisce le droghe al su­
permercato dei beni di consumo come più-di-godere fasulli.
Molti giovani assuntori di nuove sostanze psicotrope pronunciano la
frase: «Noi non siamo tossici!». Si tratta di individui che usano questi
stupefacenti soltanto durante i week-end in momenti aggregativi, come
la frequentazione degli stadi e delle discoteche di tendenza, secondo una
ritualità coinvolgente, senza che l’assunzione della droga invada l’orga­
nizzazione della settimana lavorativa. E, nel loro discorso concreto, non
si ritrova lo stendardo della nominazione poiché si tratta di una concate­
nazione in cui avvengono frequenti sostituzioni, sì da cambiare ripetuta-
mente l’argomento sul quale si imperniano gli incontri, sì da modificare
rapidamente il materiale portato. Se, per il classico eroinomane, la droga
fa sintomo e offre una precisa identità, per i nuovi consumatori le dro­
ghe non fanno sintomo. Siamo nella dimensione del vedersi, nei termini
di Geberovich, e cioè in una logica di narcisismo e di amplificazione del­
l’immagine di sé.
Quello che prevale è l’imperativo generalizzato di godere, sostenuto
dal presunto godimento dell’Altro. Lo psicotico è devastato dal godi­
mento dell’Altro, ne è invaso, come nel caso di Schreber che soggiace a
copula con un Dio che esige un godimento continuo. Il perverso si fa lui
stesso strumento per realizzare il godimento dell’Altro, come descritto,
ad esempio, negli scenari di Sade. Il tossicomane vuole, invece, dimo­
strare il godimento dell’Altro, ne vuole smascherare la faccia oscena per
venire legittimato nel proprio godimento.
Nel tempo dell’Altro che non esiste, in cui viene a incrinarsi la funzio-

43 J.-A. Miller, E. Laurent, EAutre qui riexiste pas et ses comités d’éthique, cit., se­
duta del 26 marzo 1997, tuttora inedita, traduzione mia.

161
Civiltà e disagio

ne simbolica polarizzante del Nome del Padre, paiono meno determi­


nanti la perdita di godimento imposta dalla Legge della castrazione pa­
terna e il recupero di godimento declinato nella frase del fantasma. Tut­
to questo lascia insoluta la questione sessuale e, dunque, queste droghe
prestazionali costituiscono, innanzitutto, un di più, un supporto di ener­
gia libidica che irrobustisce le funzioni dellTo intensificandone la signo­
ria, facilitandone l’esercizio di una competenza fallica e riducendo lo
iato che lo divide dall’ideale narcisistico in una nuova forma di padro­
nanza. Miller ne parla espressamente. Dice che se si considera il godi­
mento della marijuana - perché si devono fare delle distinzioni fra le
droghe - si vede che è un sintomo che non necessariamente taglia fuori
dal sociale. Al contrario, essa è spesso considerata come un coadiuvante
della relazione sociale, e persino della relazione sessuale.
Se l’eroina mortifica il corpo iscrivendovi la funzione del padre, la co­
caina e le nuove droghe tendono piuttosto a vivificare il corpo, prenden­
do il posto del germe vitale in un’amplificazione del movimento, della
frenesia euforica, dell’eccitazione.
Ciò che prevale oggi è l’integrazione sociale. Vi è il tempo dedicato al­
l’imperativo del divertimento, al divertirsi a ogni costo: «Divertiti! Di­
vertiti!», mi diceva un ragazzo che vedevo anni fa il quale faceva uso di
svariate droghe ponendo le attività ricreative al centro delle sue giornate.
E vi è la settimana volta al profitto, alle attività redditizie, al manteni­
mento di un’abilità professionale che risponde perfettamente alla richie­
sta di impegno produttivo.
Il cambiamento storico dell’approccio alle sostanze solleva alcune
conseguenze sulla direzione del trattamento in quanto, confrontati nella
clinica con l’identificazione olofrastica dell’eroinomane, si trattava fon­
damentalmente di metonimizzare il discorso, sovvertendo la nominazio­
ne attraverso la quale tali pazienti si presentavano. Dirigere la cura se­
condo questa rotta con chi è dedito ai nuovi abusi mi sembra perdente,
così come puntare a fargli riconoscere una problematica di dipendenza.
Mi pare che la disidentificazione sulla quale lavorare debba piuttosto
imperniarsi sulla singolarità rispetto al gruppo, sull’estrazione della par­
ticolarità del modo di godimento di ognuno, che fa da resto rispetto al
fenomeno ipnotico dell’assunzione di sostanze, e sul riattivare l’enigma
inerente la femminilità. L’uso di queste droghe pone in risalto una velo­
cità che concerne tanto il tempo del divertimento, vissuto in luoghi di
aggregazione e in un’atmosfera di empatia e condivisione, quanto il tem­
po dell’attività professionale. E la volontà di potenza, è il dominio del­
l’attività integrata con la logica della globalizzazione, nome contempora­

162
Teorie dell’alcolismo e delle tossicomanie

neo del capitalismo. Miller pone in opposizione l’eroina sul versante del­
la separazione e la cocaina su quello dell’alienazione. La cocaina e le
droghe prestazionali consentono l’inserimento nel turbine di un’esisten­
za condotta sempre sulla corsia di sorpasso, mentre l’eroina oggi disag­
grega, confronta il soggetto con la propria solitudine, con una solitudine
disangosciata dall’effetto sedativo e anestetizzata del dolore in una scelta
di emarginazione impregnata della volontà di distruggersi.

163
6. L’anoressia-bulimia nei modelli psicoanalitici
contemporanei
di Lucia Simona Lonifati

Problematica spinosa, quella delTanoressia-bulimia, che mobilita ormai


da decenni l’interesse di psichiatri, psicoanalisti e studiosi, i quali, pur
condividendo la descrizione clinico-fenomenologica del disagio, adotta­
no per quanto riguarda le cause del fenomeno approcci interpretativi
che spesso sono agli antipodi. Non sarà oggetto di questo breve scritto
una storia dettagliata dell’anoressia, né un’analisi delle differenze tra il
punto di vista psicoanalitico e gli altri orientamenti, che hanno visto il
moltiplicarsi delle interpretazioni del fenomeno anoressico in numerose
direzioni, quanto piuttosto la messa in rilievo della modalità in cui la
problematica è stata intesa all’interno di alcune correnti o modelli psi­
coanalitici. Si tratterà dunque, a partire da Freud, di ricostruire determi­
nate declinazioni in cui l’anoressia-bulimia è stata inscritta, vedendo
emergere due paradigmi fondamentali: quello della discontinuità fra le
strutture cliniche, sostenuto da Freud e accentuato da Lacan, e quello
della continuità fra le strutture cliniche, che si è sviluppato nel postfreu­
dismo in numerose direzioni. Inoltre, si cercherà di mettere a confronto
la continuità che sta alla base del postfreudismo con il «passaggio dalla
discontinuità alla continuità» che caratterizza i più recenti contributi
della riflessione teorica lacaniana.

6.1 L’ipotesi discontinuista freudiana: le due matrici dell’anoressia

Il contributo freudiano, esemplare per l’impostazione discontinuista tra


le varie strutture cliniche, può essere ripartito in due principali linee di
lettura, che mettono in rilievo due matrici strutturali dell’anoressia: l’i­
steria e la melanconia. Già da Un caso di guarigione ipnotica e dagli Studi
sull'isteria, in un percorso che si estende fino ai Tre saggi sulla teoria ses­
suale, Freud correla l’anoressia all’isteria, intendendola come un sinto­
mo di conversione, manifestazione sintomatica dovuta alla rimozione
dell’erotismo orale. Nell’anoressia è in gioco una fissazione all’erotismo

164
Eanoressia-bulimia nei modelli psicoanalitici contemporanei

orale, dunque un’erotizzazione della zona erogena bucco-labiale, che de­


termina una rimozione dell’appetito. Il disgusto anoressico-isterico è
così indice a un tempo della fissazione e della rimozione della pulsione
orale. Attraverso la scelta anoressica il soggetto esprime un rifiuto della
sessualità: l’anoressica isterica lotta contro la pulsione, punta a disgiun­
gere desiderio e soddisfacimento, mira a salvare la purezza del proprio
desiderio non inquinato dall’orrore della pulsione, che trova il suo pun­
to di fissazione nell’oralità. Il “no” al cibo è un “no” che il soggetto dice
per smarcarsi a un tempo dalla propria pulsionalità e dal godimento del­
l’Altro. L’anoressica isterica non vuole essere desiderata come oggetto
sessuale, come oggetto di soddisfacimento dell’Altro, ma vuole essere ri­
conosciuta nel proprio pieno valore. Il binomio pulsione-godimento vie­
ne così sacrificato in nome del desiderio da preservare: mancare all’Altro
per essere desiderata, dunque amata.
Il rifiuto come pure la bramosia irrefrenabile per l’oggetto-cibo hanno
in questo quadro una medesima radice: il rifiuto del cibo e il vuoto ri­
creato al termine delle abbuffate bulimiche costituiscono infatti il perno
del circuito pulsionale in atto nell’anoressia isterica. La polarità rifiuto-
voracità può essere meglio compresa con riferimento ai Tre saggi sulla
teoria sessuale, dove Freud avanza a un tempo la tesi della sostituibilità
dell’oggetto della pulsione e dell’esistenza di due distinti tipi di soddisfa­
cimento: uno legato all’ordine biologico-naturale-istintuale, l’Altro non
riducibile ad esso e delimitante il campo pulsionale in quanto tale. La
pulsione non è l’istinto, non rientra nell’ordine naturale-biologico e non
si appaga attraverso il mero soddisfacimento del bisogno ma, in quanto
concetto al limite tra lo psichico e il corporeo, si organizza intorno al
vuoto prodotto dalla perdita del primo, mitico oggetto di soddisfaci­
mento. Il rifiuto anoressico come pure la ricerca del vuoto enfatizzano
per certi versi la purezza dell’attività pulsionale che, non potendosi mai
soddisfare attraverso l’incontro con un oggetto, si rianima di volta in
volta proprio nella ripetizione dell’incontro con il vuoto causato dalla
perdita.
Già a partire dal 1895, con la Minuta G, è tuttavia possibile scorgere
l’altra matrice che Freud rinviene all’origine dell’anoressia, vale a dire
quella melanconica. In questo caso non sono in gioco tanto la dialettica
del desiderio e il conflitto pulsionale quanto piuttosto la relazione del
soggetto con l’oggetto perduto, più precisamente la fissazione-identifica­
zione del soggetto con l’oggetto perduto. «La nevrosi alimentare paratie
la alla melanconia è l’anoressia [...]. La paziente asseriva che non man
giava semplicemente perché non aveva appetito I... ]. Perdila di appetì

165
Civiltà e disagio

to: in termini sessuali, perdita di libido. Così [...] la melanconia consiste


nel lutto per la perdita della libido».1 In questo breve scritto Freud distin­
gue l’anoressia melanconica, fondata sulla «perdita nella vita pulsionale»
dall’anoressia isterica, analoga all’anestesia isterica, basata sul meccani­
smo della difesa-disgusto. Queste riflessioni del giovane Freud conten­
gono embrionalmente delle intuizioni che si chiariranno diversi anni
dopo, con la ripresa, in Lutto e melanconia, del problema della perdita
dell’oggetto e con la rideclinazione della posizione anoressica come fe­
nomeno che può accompagnare alcune gravi forme di melanconia. Nella
melanconia, a differenza che nel lutto, in cui il mondo si svuota dell’in­
vestimento libidico, è l’io stesso a essere svuotato. Questo «impoveri­
mento dell’io» è causato dall’incapacità di elaborare la perdita dell’og­
getto, la quale, anziché generare un lavoro quale quello del lutto, produ­
ce «un’identificazione dell’io con l’oggetto abbandonato», di modo che
«l’ombra dell’oggetto cade sull’io». «L’autotormentarsi del melanconi­
co, certamente foriero di godimento»,1 2 è dunque causato da un’identifi­
cazione del soggetto con l’oggetto perduto: il melanconico, nella totale
incapacità di simbolizzare la perdita, muove contro se stesso i rimprove­
ri che non può dirigere verso l’oggetto abbandonato, e che perciò rica­
dono pesantemente sul suo Io. L’anoressia, in questa declinazione, incar­
na realmente il rifiuto della castrazione: il soggetto anoressico, osso-scar­
to, rifiuto, permane in uno stato di adesione-identificazione mortificante
con l’oggetto perduto. L’ostinato rifiuto di nutrirsi che compare nelle
forme gravi di melanconia è qui inteso da Freud, in accordo con
Abraham, alla luce del cannibalismo che caratterizza la fase orale, in cui
la meta sessuale consiste nell’incorporazione e in cui l’io vorrebbe incor­
porare l’oggetto, per distruggerlo.

6.2 Le ipotesi continuiste

Il postfreudismo ha, in linea generale, adottato una concezione evoluti-


vistica del soggetto, il cui sviluppo viene inteso come un susseguirsi di
tappe in vista di una meta maturativa che viene a coincidere - con diver­
se accentuazioni nei vari autori - con l’integrazione o l’integrità dell’io,
piuttosto che con l’approdo del soggetto allo stadio genitale della pulsio­

1 S. Freud, Minuta G (1895), in Opere, a c. di C. Musatti, 11 voli., Boringhieri, To­


rino 1966-1980, voi. 2, p. 30.
2 S. Freud, Lutto e melanconia (1915), in Id., Opere, cit., voi. 8, pp. 105 ss.

166
Eanoressia-bulimia nei modelli psicoanalitici con temporanei

ne. Questo paradigma ha influenzato profondamente le varie modalità


di intendere il fenomeno anoressico-bulimico che, molte volte interpre­
tato nei termini di un problema maturativo insorto a causa di un carente
rapporto con la madre, spesso è stato ricondotto in modo univoco a una
determinata struttura clinica. Si è assistito dunque, al di fuori di un oriz­
zonte strutturalista, alla «moltiplicazione delle strutture»3 e al contempo
alla sottovalutazione dell’importanza di una clinica differenziale. Il feno­
meno è una struttura', questo sembra essere il nucleo di fondo dell’inter­
pretazione postfreudiana dell’anoressia-bulimia, salvo che questa strut­
tura è per ciascun autore differente, di modo che l’anoressia-bulimia vie­
ne, di volta in volta, ricondotta alla psicosi, alla perversione o a un’orga­
nizzazione borderline della personalità.

6.2.1 Karl Abraham: cannibalismo e autopunizione


Le riflessioni di Karl Abraham e di Melanie Klein rappresentano un pun­
to di svolta nell’interpretazione dell’anoressia-bulimia: entrambi pongo­
no in primo piano sia la centralità del fantasma cannibalico, di divorazio-
ne, sia il nesso tra psicosi, regressione alle prime fasi dello sviluppo e ano­
ressia.
Il contributo di Abraham è da inscrivere nella sua concezione stadiale
dell’evoluzione libidica, considerata in particolare nelle fasi pregenitali
dello sviluppo. La sua teoria rientra a pieno in un modello generico-evo­
lutivo, ma preserva una certa attenzione alla clinica differenziale tra le
strutture: il continuismo di Abraham non è dunque così marcato come
lo sarà per la Klein. Pur privilegiando la trattazione dell’anoressia melan­
conica, Abraham non manca infatti di fare dei riferimenti anche all’ano­
ressia nevrotica.
Al centro della riflessione abrahamiana sull’anoressia ritroviamo l’ipotesi
freudiana di una primissima fase cannibalesca dello sviluppo libidico in­
contrata in Lutto e melanconia, nonché l’accentuazione dell’importanza
della zona orale. A partire dalla suddivisione della fase orale in due stadi,
orale precoce, della suzione - preambivalente - e sadico orale - ambiva­
lente -, Abraham enfatizza l’importanza del cannibalismo e della distrutti­
vità ad esso correlata. Con l’inizio della dentizione e dell’attività del morsi-
camento il soggetto infatti sperimenta, insieme all’appagamento della pul­
sione orale, sia la possibilità della distruzione sia l’ambivalenza nei con­

3 M. Recalcati (a c. di), Il corpo ostaggio. Teoria e clinica deiranoressia-bulimia, Bor­


ia, Roma 1998, p. 40.

167
Civiltà e disagio

fronti dell’oggetto, sul quale vengono convogliate a un tempo libido e ag­


gressività. Nella melanconia si verifica una regressione a stadi orali arcaici,
si assiste a una dissoluzione delle relazioni oggettuali e il soggetto, in preda
alla totale ambivalenza nei confronti dell’oggetto, fa ricadere su di sé l’ag­
gressività diretta all’oggetto. Il “preludio” della depressione melanconica è
per Abraham «una delusione d’amore», nucleo traumatico del vissuto di
abbandono che il soggetto si mostra incapace di gestire. La soluzione vie­
ne così trovata riversando sul proprio Io l’ostilità e le accuse inerenti al­
l’oggetto d’amore perduto, abbandonato-abbandonante, mentre «l’occa­
sione di insorgenza» della melanconia è da situare nella successiva ripeti­
zione di questa primaria delusione. L’Io del melanconico diviene il desti­
natario a un tempo dell’amore e dell’odio, in una contrapposizione senza
mediazione tra narcisismo positivo e negativo. La «tendenza al suicidio»
che si realizza nel rifiuto del cibo del melanconico è intimamente connessa
alla tendenza inconscia ad annientare l’oggetto, inghiottendolo. La «morte
per fame» che il soggetto si autoinfligge, come unica autopunizione valida,
è in ultima istanza da ricondurre a «profondi desideri rimossi [...] di na­
tura cannibalesca». Il depresso-melanconico, desiderando l’incorporazio-
ne-distruzione dell’oggetto d’amore, si comporta «come se soltanto l’evita-
mento di ogni assunzione di cibo lo potesse preservare dal mettere in atto
i suoi impulsi rimossi». La «paura di morire di fame» è l’angoscia legata a
questo stesso tipo di regressione libidica: il cannibalismo è infatti minac­
ciato dal «destino di non essere mai appagato».
Pur riservando alla melanconia la declinazione più grave del rifiuto del
cibo, Abraham non manca di menzionarne la versione nevrotica, consi­
derando da un lato il caso dei nevrotici adulti «ciucciatori del pollice»,
che sono rimasti ancorati a una fissazione orale la quale si accompagna a
disgusto per il cibo, nausea e «tendenza a vomitare»; dall’altro gli «anor­
mali sensi dì fame» di cui soffrono molti nevrotici. Nel caso della buli­
mia per Abraham si tratta, come per Fenichel, di un disturbo affine alla
tossicomania. La brama di cibo che compare negli attacchi bulimici è in­
fatti analoga alla brama della «sostanza tossica inebriante» provata da al­
coolisti e morfinomani. La funzione dell’oggetto cibo-sostanza è identi­
ca: procurare al soggetto un «soddisfacimento sostitutivo di attività fru­
strate della sua libido».4 Ciò che fa da scarto tra le due posizioni - quella
nevrotica e quella psicotico-melanconica - è un fattore quantitativo, es­

4 K. Abraham, Ricerche sul primissimo stadio evolutivo della libido, in Id., Opere,
Boringhieri, Torino 1975, pp. 272 ss.

168
Eanoressia-bulimia nei modelli psicoanalitici contemporanei

sendo l’entità della regressione l’indice della struttura soggettiva. Più


precisamente, nella nevrosi la regressione è meno radicale, vale a dire
che non si verifica quella precipitazione alla fase cannibalesca che è pre­
sente nei casi di depressione melanconica.

6.2.2 Melarne Klein: radice paranoide e radice depressiva


dell"anoressia-bulimia
Nel suo approfondimento delle dinamiche inerenti alla fase orale e anale
dello sviluppo alla luce della pulsione di morte, Melanie Klein accentua,
rispetto ad Abraham, il versante sadico-aggressivo, ponendo inoltre in
primo piano la centralità delle attività fantasmatiche che accompagnano
le relazioni oggettuali. L’impostazione continuista della Klein prevede,
come punto nevralgico nell’evoluzione dell’organizzazione psichica del
soggetto, il passaggio dalla posizione schizoparanoide a quella depressi­
va. La normale evoluzione dello sviluppo dell’apparato psichico si snoda
dunque in un iter da modalità di funzionamento psicotiche a modalità
di funzionamento nevrotiche. Partendo dalla considerazione dell’“inter­
connessione” decisiva del rapporto del bambino con la madre, suo pri­
mo oggetto d’amore, e con il cibo, la Klein ritiene non solo «lo studio
dei modelli fondamentali nei confronti del cibo [...] il metodo migliore
per acquisire la conoscenza psicologica dei bambini»,5 ma anche che
«ogni disturbo nella relazione con la madre [...] può provocare disturbi
gravi nell’assunzione del nutrimento».6
In un periodo iniziale del suo pensiero, il rifiuto di nutrirsi, considerato
in particolare nelle prime fasi di vita del bambino, è associato «invariabil­
mente» all’angoscia persecutorio-paranoide, è connesso alla pulsione di
morte, che il bambino deve fronteggiare a partire dalla nascita, ed è al
contempo indice di un mancato passaggio alla posizione depressiva. Il pri­
mo rapporto del bambino con il seno e con l’intero corpo materno è ca­
ratterizzato da impulsi sadici di divorazione, svuotamento, distruzione, e i
meccanismi introiettivi e proiettivi dominano lo scenario dello sviluppo
psichico. L’Io infatti introietta sin dall’origine sia oggetti buoni - gli oggetti
che si ricevono-possiedono - sia oggetti cattivi - oggetti legati a una fru­
strazione e che sono cattivi sia perché inadeguati a soddisfare i desideri del
bambino sia perché il bambino proietta su di essi la propria aggressività. Il

5 M. Klein, Eimportanza della formazione dei simboli nello sviluppo dell'io, in Id.,
Scritti, Boringhieri, Torino 1974, p. 253.
6 M. Klein, Sull'osservazione del comportamento dei bambini nel primo anno di vita,
in Id., Scritti, cit., p. 499.

169
Civiltà e disagio

fondo dell’angoscia paranoide è il timore che proprio quegli oggetti attac­


cati, sadicamente distrutti, possano tramutarsi in persecutori, divenendo
una fonte di pericolo e di avvelenamento all’interno del corpo.
A partire dall’elaborazione del concetto di posizione schizoparanoide,
nel 1946 la Klein preciserà, diversamente da Freud, che il meccanismo
psichico primario non è la proiezione dell’istinto di morte verso l’esterno,
quanto piuttosto l’esperienza dell’istinto di morte nel mondo interno.
L’angoscia primordiale - propria di un Io ancora frammentato e non in­
tegrato, governato da meccanismi di scissione e proiezione - è dunque
«conseguenza dell’entrata in azione della pulsione di morte nell’organi­
smo», è «avvertita inizialmente come paura di annientamento (morte) e
[...] si configura pressoché immediatamente come paura di persecuzio­
ne».7 Gli attacchi aggressivi al seno producono la fantasmatizzazione an­
gosciante di un oggetto divoratore, che può indurre il bambino a mettere
in atto una forma di inibizione dell’oralità. Il rifiuto del cibo riscontrabile
nei «poppanti che si soddisfano pigramente» - come pure il caso simme­
trico dei «bambini superavidi», che ritrovano fonte di soddisfacimento
unicamente nel cibo, indicando l’instaurazione di una relazione oggettua­
le carente - è in sostanza riconducibile all’assenza di un’adeguata elabo­
razione della posizione schizoparanoide. Solo l’approdo a una relazione
libidica sicura con il seno può aggirare, contrastando le angosce persecu­
torie, questo tipo di dinamiche. Fin qui l’anoressia si configura quindi
come indice della permanenza del soggetto nella posizione schizopara­
noide a fronte di un mancato accesso alla posizione depressiva.
La Klein tuttavia, in una fase successiva, in particolare in Alcune con­
clusioni teoriche sulla vita emotiva della prima infanzia del 1952, contem­
pla anche l’angoscia depressiva come una delle possibili cause delle diffi­
coltà ad assumere il nutrimento. In questo caso, più che il timore perse­
cutorio di ritorsione da parte dell’oggetto parziale, è in gioco il rapporto
del soggetto con l’oggetto totale che, percepito ora come persona, non è
più scisso in buono e cattivo, ma è al contempo buono e cattivo ed è
dunque sia amato che odiato. L’identificazione con l’oggetto buono pro­
cede di pari passo con un aumento della libido e una diminuzione del­
l’aggressività ma, con l’avanzare del rapporto con l’oggetto, il soggetto si
trova a dover affrontare un nuovo tipo di angoscia: nella fase depressiva
compare l’angoscia depressiva, connessa al timore di danneggiare l’og­
getto d’amore. Proprio per risarcire l’oggetto d’amore leso, l’io mette in
atto processi riparativi a partire dai quali si instaura l’inibizione - a un

7 M. Klein, Note su alcuni meccanismi schizoidi, in Id., Scritti, cit., p. 413.

170
Eanoressia-bulimia nei modelli psicoanalitici contemporanei

tempo dell’aggressività-voracità e dei desideri libidici. Inibizione che, di­


versamente dalla fase schizoparanoide, non è più connessa al temuto
vampirismo dell’oggetto aggredito, quanto piuttosto al presunto danno
infetto all’oggetto stesso: l’angoscia depressiva può così essere «la causa
di quelle difficoltà ad assumere il nutrimento che si producono nei lat­
tanti di pochi mesi e aumentano all’epoca dello svezzamento». Si crea
dunque una sorta di circolarità fra una crescente ingordigia volta a pos­
sedere l’oggetto d’amore, da un lato, e dall’altro il timore che questa in­
gordigia annienti l’oggetto amato stesso: «L’Io perciò inibisce sempre
più i desideri pulsionali e questo può portare a gravi disturbi del piacere
del lattante ad assumere il nutrimento».8
Se nella fase schizoparanoide predominano meccanismi espulsivi-
proiettivi e il rapporto con l’oggetto cattivo parziale, nella fase depressi­
va prevalgono meccanismi introiettivi e il rapporto con l’oggetto buono.
Mentre quindi l’angoscia paranoide è connessa al timore di introiettare
sostanze pericolose e distruttive, quella depressiva è legata al timore di
distruggere gli oggetti esterni e mettere in pericolo l’oggetto buono in­
terno. Seguendo la linea di una continua, costante interazione tra ango­
scia paranoide e depressiva - secondo il presupposto che la posizione
schizoparanoide non si estingue mai definitivamente, ma si può riattua­
lizzare durante tutto il corso della vita - la Klein puntualizza comunque
che l’angoscia depressiva non sostituisce ma si aggiunge a quella perse­
cutoria, la quale compartecipa sempre nel generare diminuzione dell’ap­
petito. Sarà unicamente una buona relazione con la madre a consentire
al soggetto un’adeguata elaborazione della fase depressiva, possibile solo
se si opera «una certa quale neutralizzazione del senso di perdita dell’og­
getto d’amore primario, il seno».9 In questo senso la fase delicata dello
svezzamento può essere un punto di insorgenza sia di una diminuzione
che di un aumento dell’appetito.
Il rapporto con la madre, la capacità di amare della madre come pure
le sue angosce hanno per la Klein un’incidenza cruciale nell’evoluzione
psichica del bambino e dunque nell’elaborazione delle fasi schizopara­
noide e depressiva. «Sebbene lo allevasse con tutte le cure necessarie, la
madre non gli fu prodiga di vero e proprio amore»: queste le parole usa­
te dalla Klein per descrivere il caso di Dick.10 La madre kleiniana è la

8 M. Klein, Alcune conclusioni teoriche sulla vita emotiva della prima infanzia, in
Id., Scritti, cit., pp. 469, nota 16, e 472-473.
9 M. Klein, Sull’osservazione del comportamento dei bambini, cit., p. 511.
10 M. Klein, Eimportanza della formazione dei simboli, cit. p. 254.

171
Civiltà e disagio

madre delle relazioni oggettuali, primariamente è la madre-seno, oggetto


primario d’amore. La carenza d’amore contribuisce alla genesi dell’ano­
ressia, producendo un soggetto psicotico, che subisce un arresto nello
sviluppo psichico. Il rifiuto del cibo di Dick viene descritto come la ma­
nifestazione di una difesa contro le pulsioni distruttive che, determinan­
do l’interruzione del percorso di simbolizzazione, rende Dick un bimbo
schizofrenico. La mancata elaborazione della fase schizoparanoide e de­
pressiva produce nel soggetto un vissuto di abbandono, frammentazio­
ne, senza possibilità di integrazione dell’io.

6.23 Idanoressia come psicosi: Hilde Bruch e Mara Selvini Palatoli


L’interpretazione dell’anoressia come forma di psicosi è evidente nel
pensiero di Hilde Bruch e di Mara Selvini Palazzoli; queste due studio­
se, che non si possono collocare in senso stretto nell’ambito psicoanaliti­
co, hanno fornito contributi così rilevanti da essere qui menzionati. I
percorsi delle autrici, sviluppatisi rispettivamente negli Stati Uniti e in
Italia, sono accomunati dall’aver inizialmente condiviso il terreno della
psicoanalisi, con particolare attenzione alla teoria kleiniana, dal quale
hanno progressivamente preso le distanze.
La prospettiva della Bruch opera un decentramento del polo dell’at­
tenzione dalla dimensione pulsionale al problema dell’immagine del cor­
po come questione fondante della problematica anoressica. L’anoressia,
descritta in base a una triade precisa di sintomi - «falsa percezione quasi
maniacale del proprio corpo (immagine corporea disturbata)», «confu­
sione circa le proprie sensazioni corporee» e «senso onnipetvasivo di in­
capacità» - e definita come epidemia attribuibile a fattori socio-psicolo­
gici, è dall’autrice inscritta a pieno in una teoria dello sviluppo quale in­
dice di un disfunzionamento di alcuni passaggi essenziali per lo sviluppo
normale del rapporto del soggetto con l’immagine e i bisogni del pro­
prio corpo.
La matrice dell’anoressia mentale, caratterizzata dalla dispercezione
dei propri bisogni corporei e dalla dismormofobia, è da scorgere in un
alterato processo di apprendimento dei bisogni corporei, dunque in un
difetto di elaborazione cognitiva di alcuni passaggi dello sviluppo - te­
nendo conto che, diversamente dall’ottica comportamentista, per la
Bruch l’apprendimento si fonda innanzi tutto sull’interazione. L’espe­
rienza della fame non è innata, ma deve essere appresa. I bisogni corpo­
rei per poter essere soddisfatti devono innanzi tutto essere riconosciuti
e ricevere un’attribuzione di significato, devono essere significantizzati
grazie a risposte appropriate da parte della madre: vi è dunque una con-

172
Eanoressia-bulimia nei modelli psicoanalitici contemporanei

tinua interazione tra i segnali emessi dal bambino e le risposte offerte


dall’ambiente. Il disturbo dell’apprendimento è riconducibile ad altera­
zioni, disguidi nella primaria relazione del bambino con la madre, la
quale rivela un’incapacità di interpretare correttamente i bisogni del
bambino. Se le risposte non sono appropriate per una serie di ragioni -
in una gamma di ipotesi che va dall’eccessiva ansia a un eccesso di nar­
cisismo materno - il bambino non solo non impara a distinguere la
fame dagli altri bisogni, ma si ritrova in generale capace di soddisfare
solo i bisogni materni anziché i propri. Questa incapacità discriminativa
è alla radice di alcuni tratti della personalità anoressica, vale a dire quel­
la compiacenza o tendenza ad assecondare indiscriminatamente il desi­
derio genitoriale adottando un comportamento estremamente accondi­
scendente, una facciata di perfezione che in realtà vela un profondo vis­
suto di inadeguatezza, di mancanza di autonomia a causa di un «senso
di sé deficitario», unito al timore di essere vuoti o malvagi. Il difetto di
apprendimento si ripercuote infatti su tutta la sfera percettiva ed emoti­
va del soggetto: il senso di vuoto esistenziale e di inconsistenza, la con­
fusione, lo smarrimento, l’incapacità di riconoscere le proprie sensazio­
ni ed emozioni, l’autosvalutazione che l’anoressica prova sono una di­
retta conseguenza di questo primario scacco. Molto attenta alle dinami­
che familiari, la Bruch sottolinea come spesso le madri delle anoressiche
e degli obesi - poiché l’obesità è posta in un continuum rispetto all’ano­
ressia, come condizione uguale e contraria ad essa -, a fronte di una
grande insicurezza personale, investano il cibo di un «valore emotivo
esagerato», conferendogli una funzione compensatoria rispetto all’affet­
to e alla sicurezza carenti. I padri, dal canto loro, sono spesso descritti
come deboli, impotenti, non riconosciuti nel loro ruolo o disprezzati
dalla moglie. L’incontro con questa serie di esperienze inadeguate dà
luogo a un vissuto di confusione, disorientamento, mancanza di iden­
tità, spossessamento rispetto al proprio corpo, unitamente all’incapacità
di riconoscere la fame come segnale del bisogno di alimentarsi. L’ano­
ressia appare proprio come una manovra estrema per svincolarsi imma­
ginariamente da un rapporto simbiotico con la madre, che non ha con­
sentito l’emergenza di un’identità soggettiva.
Dissociandosi dall’impostazione psicoanalitica pulsionale-sessuale, la
Bruch ritiene che nell’anoressia sia presente un «nucleo schizofrenico po­
tenziale di fondo».11 Per quanto infatti non tutti gli anoressici siano «ma-11

11 H. Bruch, Patologia del comportamento alimentare, Feltrinelli, Milano 2000, p.


371.

173
Civiltà e disagio

nifestamente schizofrenici» e nonostante una serie di difese ossessivo-


compulsive dominino spesso il quadro sintomatologico della malattia, lo
spossessamene del corpo, lo spaesamento, 1 oscillazione frequente tra
compiacenza e ostinato negativismo, il non reperimento dei confini e dei
bisogni corporei, la presenza di un io «debole e atrofizzato» è riconduci­
bile a un nucleo psicotico. Questo rinvio a un nucleo psicotico, che mal si
concilia con una visione strutturalista del fenomeno, inquadra piuttosto
l’anoressia, al pari dell’impostazione kleiniana, come una forma di regres­
sione a modalità arcaiche di funzionamento dell’apparato psichico. Sarà
proprio questa ipotesi diagnostica a indurre la Bruch a soppiantare il mo­
dello classico psicoanalitico, ritenuto inadeguato nel trattamento dei casi
gravi di anoressia, con un metodo più interattivo, che potremmo indicare
come terapeutico-rieducativo, basato sull’ascolto e volto più a riparare-ri-
costruire quel radicato senso di inadeguatezza e frammentazione sogget­
tiva che a indagare i conflitti intrapsichici. In opposizione all’impostazio­
ne ermeneutica-interpretativa, «l’impiego costruttivo dell’ignoranza», che
consenta al soggetto, a partire dal proprio dire, di ritrovare quelle parti di
sé mai prima esperite, costituisce la tecnica terapeutica privilegiata. Infi­
ne, tra le raccomandazioni terapeutiche, la Bruch sottolinea l’inopportu­
nità di mirare a una repentina eliminazione del sintomo: la terapia è un
processo complesso da non valutare secondo i parametri delle variazioni
del peso corporeo. Più precisamente: nel caso dell’anoressia, l’aumento
ponderale «da solo non è una guarigione, ma [...] può provocare una se­
ria, persino suicida, depressione»,12 mentre nel caso dell’obesità, potendo
l’aumento ponderale svolgere una funzione protettiva contro una malat­
tia più grave, un dimagrimento rapido può portare i pazienti ad avere un
impatto brusco con problemi irrisolti che, venendo meno la protezione
della corazza adiposa, divengono ancora più minacciosi fino a condurre a
una vera e propria disorganizzazione schizofrenica.
L’opera di Mara Selvini Palazzoli, dopo un esordio a impronta analiti-
co-esistenziale e psicoanalitico, influenzato soprattutto dalla teoria kleinia­
na, opera una svolta da un modello energetico a un modello basato sul­
l’informazione, vira verso un approccio sistemico-familiare, in base al
quale l’attenzione viene focalizzata non più sulle dinamiche intrapsichiche
che governano l’anoressia, ma sulle dinamiche della famiglia, intesa come
sistema. Questa concezione impronterà in particolare il suo lavoro degli
anni sessanta, fase in cui l’anoressia viene considerata come una «psicosi a
sé stante», «intermedia tra schizofrenia e depressione». Più precisamente,

12 Ivi, p. 288.

174
Eanoressia-bulimia nei modelli psicoanalitici contemporanei

si tratta di una «difesa paranoide intra-personale», in cui l’affermazione


del proprio potere «viene condotta nelle istanze intra-personali, nella lotta
col corpo»,13 e il cui nucleo non è tanto la paura del cibo, quanto piutto­
sto il vissuto di un corpo persecutorio. La «spinta verso l’emaciazione»
che contraddistingue le anoressiche si delinea dunque come un aspetto di
un vero e proprio delirio sul corpo. Partendo dall’ipotesi di lavoro che «i
vissuti psicopatologici del corpo sono espressione diretta del rapporto af­
fettivo, rispettivamente libidinale e aggressivo, con l’oggetto incorporato
nei suoi aspetti cattivi», la Selvini prende in modo netto le distanze dal­
l’interpretazione kleiniana dell’anoressia come forma di difesa contro im­
pulsi sadico-orali: la fonte dell’angoscia anoressica non è il cannibalismo,
né è centrale la repressione dell’oralità per il timore di distruggere sadica­
mente l’oggetto d’amore primario. Nell’anoressia non è in gioco un rifiuto
del cibo quanto una «lotta volontaria e acerrima» contro la fame, ipotesi
confermata dall’osservazione fenomenologica che il vissuto corporeo del-
l’anoressica non è quello di un corpo «danneggiato», bensì quello di un
corpo smisurato. Questo costituisce l’elemento essenziale per operare una
clinica differenziale tra l’anoressia e altre forme cliniche a impronta schi­
zoparanoide, nel qual caso invece entrano in gioco difese contro la riatti­
vazione degli impulsi sadico-orali. Non è dunque il cibo in sé il negativo,
ma è piuttosto «l’atto del cibarsi che è divenuto pericoloso e angoscioso».
La paura del cibo è in un certo senso secondaria rispetto alla primaria
paura del corpo: il cibo è angosciante in quanto «diviene corpo-crescen­
te». Viene dunque rinnegato il corpo e il “cibo-corpo”, un corpo che rap­
presenta per il soggetto un nemico da combattere sia perché espressione
della ricettività-passività connessa al versante orale-sessuale e particolar­
mente avvertita a partire dalla pubertà, sia perché sentito come invadente
in quanto equiparato all’ambiente esterno.
Nell’anoressia si verifica una precisa dissociazione: il rifiuto del cibo
viene attuato in quanto la soddisfazione orale è vissuta come incompati­
bile con l’acquisizione del potere personale. Modalità di lotta esistenzia­
le attuata in nome del raggiungimento di un senso di efficienza, indipen­
denza e autonomia, l’anoressia trova nel corpo il «capro espiatorio».
Proprio in questo consiste la «menzogna anoressica»: vivere «come se la
colpa di tutto fosse nel corpo»,14 il quale viene fuso totalmente con l’og-
getto-madre incorporato nei suoi aspetti cattivi. Per la Selvini, a diffe-

13 M. Selvini Palazzoli, ^anoressia mentale. Dalla terapia individuale alla terapia fa­
miliare, Feltrinelli, Milano 1989, pp. 116-117.
14 Ivi, pp. 85 ss.

175
Civiltà e disagio

renza che per la Bruch, il rinnegamento del corpo è primario rispetto ai


disturbi di percezione dei propri stimoli corporei. Nell’anoressia il cor­
po «non contiene l’oggetto cattivo, ma è l’oggetto cattivo», in base a un
vero e proprio «processo di concretizzazione». Questa fusione-incorpo­
razione nefasta trae origine della primaria relazione con la madre, la
quale - come figura dominante rispetto a un padre spesso assente e smi­
nuito dalla moglie -, esercitando un «matriarcato superegoico»,15 ha im­
pedito alla figlia un percorso di separazione-individuazione. Il conflitto
con il corpo appare dunque come l’unico rimedio che l’io “debole” del-
l’anoressica può intraprendere per compiere un processo di autonomiz-
zazione, che viene concretizzato nella «non recettività corporea».16 Ciò
che fa da contraltare a questo corpo invadente è una «imago corporea
ideale, desessualizzata e acamale», un’acamalità che, come ideale «anti­
morte», viene intesa in termini che risentono dell’impronta esistenziali­
sta come «una tensione irrealistica alla essenza, e un rifiuto alla esistenza
in quanto esistere nel corpo ed essere per la morte». Questa imponente
presenza del corpo, vissuto in tutta la sua dimensione concreta, reale,
carnale, da un lato è indice di un radicale «materialismo» delle anoressi­
che, che le discosta in modo radicale dal presunto ascetismo-spirituali­
smo che la loro evanescente immagine evoca; dall’altro è anche indice di
una differenza sostanziale tra l’anoressia e la schizofrenia: mentre lo
schizofrenico è «disincorporato», le anoressiche sono estremamente an­
corate al corpo che, al contrario, è vissuto come «disperatamente pre­
sente». Per questo l’anoressia appare come una difesa che, «in equilibrio
tra la situazione schizoparanoide e la depressione»,17 per un verso circo­
scrive il delirio al corpo, per l’altro evita che si compia una regressione
schizofrenica che condurrebbe a una totale frammentazione corporea.
Già nel testo Idanoressia mentale la Selvini introduce alcuni elementi
che diverranno i punti cardinali della sua impostazione sistemica. Divie­
ne così centrale lo studio dell’intero nucleo familiare, di cui viene inda­
gato sia il clima affettivo-relazionale sia il tipo di comunicazione che in­
tercorre tra i membri - comunicazione che viene indagata alla luce dei
contributi della scuola di Palo Alto e della Pragmatica della comunica­
zione umana - sulla base dell’ipotesi che tutte la malattie mentali sono
«adattamenti logici a un sistema relazionale deviarne e illogico».18 Ne

15 Ivi, pp. 61-62.


16 Ivi, p. 94.
17 Ivi, pp. 104 ss.
18 Ivi, p. 215.

176
Eanoressia-bulimia nei modelli psicoanalitici contemporanei

emerge una tipologia di famiglia in cui l’affetto è spesso mal veicolato, la


comunicazione è carente e in cui tra i componenti prevalgono alleanze e
triangolazioni perverse. Considerata come sistema, totalità ricca di inte­
razioni e dinamiche proprie, la famiglia viene così posta al centro dell’in­
tervento terapeutico, il quale, agendo su di essa in base al presupposto
delle possibili trasformazioni «cibernetiche» che possono verificarsi nel­
la struttura, deve farne emergere le regole disfunzionali. Si può dire che
all’interno dell’impostazione sistemica è l’Altro familiare che viene tratta­
to, non il soggetto dell’inconscio. In quest’ottica si inserisce l’utilizzo
della tecnica della «prescrizione del sintomo», alla base del «metodo pa­
radossale»: imporre alla paziente di persistere nella scelta sintomatica,
connotando positivamente il sintomo, confidando nel fatto che, interfe­
rendo con la spontaneità della scelta soggettiva, questo intervento tatti­
co-direttivo renda il sintomo stesso non più attuabile.
In seguito, negli anni settanta, compiendo una «revisione autocritica», la
Selvini metterà in discussione il metodo paradossale per adottare il meto­
do della «prescrizione invariabile». Pur restando all’interno di un approc­
cio familiare, si inizia ad avvertire l’esigenza di recuperare il valore dell’a­
nalisi individuale. Negli anni ottanta, tuttavia, abbandonato del tutto il
metodo paradossale, anche il metodo delle prescrizioni invariabili verrà ri­
dimensionato e sostituito dal metodo del «disvelamento del gioco familia­
re», tendente a fondere l’intervento sulle dinamiche familiari con l’intro­
duzione di una serie di indicazioni dirette a far compiere dei cambiamenti.
Infine, negli anni novanta, le rivisitazioni progressive dell’impianto teori­
co-clinico hanno indotto la Selvini e collaboratori a un deciso ritorno alla
singolarità e alla validità dell’ipotesi di un percorso di terapia individuale
con le pazienti anoressiche, in nome di un «recupero della persona» che fa
riemergere l’eziopatogenesi del sintomo come questione ineludibile: si
tratta di ridare valore a un «pensiero multidimensionale complesso» che,
nell’analisi del sintomo, si concentri sull’intreccio tra la dimensione singo­
lare-individuale e quella famigliare-contestuale. La triade sintomo-perso­
na-famiglia diviene così il nuovo polo dell’intervento terapeutico. Questo
recupero della persona va di pari passo con una sorta di rivalutazione del­
la dimensione intrapsichica, non dal punto di vista della teoria pulsionale
freudiana ma alla luce delle teorizzazioni di Bowlby, Stem e Kohut - la
teoria dell’attaccamento, la teoria dello sviluppo originario del Sé all’inter­
no della relazione e la teoria dei bisogni di empatia nello sviluppo del Sé
infantile. Questa revisione teorica implica anche il venir meno dell’ipotesi
dell’uniformità della struttura della personalità anoressica come psicotica.
Si profila quindi un nuovo quadro diagnostico che, risentendo della classi-

177
Civiltà e disagio

fìcazione del DSM IV, dopo una prima bipartizione tra un polo borderline
(depressivo-dipendente) e un polo narcisistico, diviene multivariato. Tale
quadro, infatti, contempla - a partire dal «sentire un difetto in se stessa»19
come nucleo universale intriso di angoscia e trasversale rispetto alle diver­
se strutture cliniche - quattro distinte forme di anoressia: “dipendente’",
“borderline”, “ossessivo-compulsivo” e “narcisista”, rispecchianti quattro
tipi di personalità anoressica, ognuno dei quali rappresentante una parti­
colare modalità difensiva rispetto all’angoscia di base. Questa rivalutazio­
ne della persona e della diagnosi differenziale, come ben si vede, tende ad
accostarsi più a una nosografia psichiatrica che non alla psicoanalisi: siamo
di nuovo all’interno di un paradigma in cui manca la dimensione dell’in­
conscio in quanto tale.

6.2.4 L'anoressia come perversione: Kestemberg


Profondamente influenzato dalla teoria kleiniana - pur prendendone in
modo deciso le distanze in nome di una maggiore complessità dell’orga­
nizzazione psichica nell’anoressia - e al contempo perfettamente in linea
con un’interpretazione continuistica della problematica anoressica, Jean
Kestemberg ha rivolto la sua attenzione in particolare all’aspetto del cor­
po. In La fame e il corpo, scritto insieme a Evelyne Kestemberg e Simone
Decobert, l’anoressia viene intesa come una declinazione particolare di
perversione, un’«organizzazione di tipo perverso» che si sostiene su
«tratti di una organizzazione di tipo psicotico». L’uso perverso del corpo
come feticcio impedisce lo scatenamento psicotico, grazie a un equili­
brio narcisistico che sostiene il soggetto in una posizione onnipotente. Il
particolare tornaconto del sintomo è ottenuto attraverso il rifiuto del
cibo, in un’ostinata operazione di sottrazione del soddisfacimento che
conduce a un’inedita forma di godimento, l’«orgasmo della fame». Se da
un lato vi è dunque un disgusto per il cibo, la sensazione della fame è ri­
cercata e diviene «fonte di erotismo», essendo erotizzata la non-soddi-
sfazione. Un godimento della privazione, potremmo dire, che consente
al soggetto di rinvenire un punto di stabilizzazione, evitando uno scate­
namento schizofrenico.
Questa organizzazione psichica perversa, che tuttavia contiene elemen­
ti psicotici - e nella quale il meccanismo del diniego, sia a livello conscio
attraverso il negativismo sia a livello inconscio, pare il fulcro intorno al
quale si organizza l’economia libidica soggettiva - si fonda non su un’as­

19 M. Selvini Palazzoli, S. Cirillo, A.M. Sorrentino, Ragazze anoressiche e bulimiche,


Cortina, Milano 1998, p. 176.

178
1Janoressia-bulimia nei modelli psicoanalitici contemporanei

senza dell’Edipo, quanto piuttosto su un «Edipo particolare», che dà


luogo a un’apparente «doppia appartenenza» a due domini distinti,
quello della nevrosi e quello della psicosi. Un’osservazione dei fenomeni
farebbe pensare a un’organizzazione psichica al limite tra la psicosi e la
nevrosi. Questo essere «al confine» potrebbe sembrare affine alla posi­
zione di Kemberg sull’organizzazione borderline della personalità,20 ma
di fatto Kestemberg, nonostante queste notazioni fenomenologiche, sem­
bra essere molto fermo nel preservare all’anoressia uno statuto altro da
quello liminare tra due strutture, e non perde occasione di differenziare
la patologia anoressica sia dalla psicosi che dalla nevrosi. Gli anoressici
nell’adolescenza vivono una riattivazione del conflitto edipico talmente
intensa che «tutte le tappe intermedie sono spazzate via a favore di una
regressione massiccia che li porta alla strutturazione stessa del loro Io».
L’elemento cruciale del disturbo è pertanto da rinvenire nella specificità
della modalità di regressione, il cui “motore” è l’emergenza di un’ingesti-
bile angoscia di castrazione, che riporta al punto di fissazione reperito
nelle fasi preoggettuali. Alcuni stadi evolutivi propri dell’Edipo non si
sono radicati nell’organizzazione dell’io, che si trova dunque, a partire
dalla riorganizzazione dell’Edipo nella fase puberale-adolescenziale, a
doversi strutturare ricorrendo a meccanismi arcaici di funzionamento
dell’apparato psichico. Questa regressione alle fasi preoggettuali e prege­
nitali non conduce alla fissazione a una zona erogena precisa. L’oralità in­
fatti, per quanto pervasiva, si gioca a un livello di indifferenziazione e in­
distinzione; lo stesso vale per l’analità che, più che fornire un piacere
specifico, viene «cancellata da un vissuto di onnipotenza», e per la geni-
talità, anch’essa oscurata dall’onnipotenza e poco organizzata. Rappre­
sentante della dipendenza dall’imago materna, il cibo «o la stessa oralità,
non è libidicamente investita [...]: è il segno della difficoltà a incorpora­
re, e per ciò stesso implica, secondariamente, la difficoltà di introiezio­
ne»,21 la quale, accompagnata peraltro a una cospicua attività di raziona­

20 E. Kestemberg, J. Kestemberg, S. Decobert, La fame e il corpo, Astrolabio,


Roma 1977, pp. 139 ss. Sempre nell’area di un paradigma continuista, ma all’interno
del quale l’intermedio diviene un’organizzazione della personalità a sé stante, distinta
rispetto alla psicosi o alla nevrosi in senso stretto, va collocato il pensiero di Otto
Kemberg e il suo concetto di borderline. Di rilievo è il fatto che, tra i vari sintomi da
lui elencati nella possibile definizione del quadro, rientrano le patologie dell’alimen­
tazione nonché le problematiche tossicomaniche in senso lato {Sindromi marginali e
narcisismo patologico, Bollati Boringhieri, Torino 1998, pp. 28 ss.).
21 E. Kestemberg,}. Kestemberg, S. Decobert, La fame e il corpo, cit., p. 152.

179
Civiltà e disagio

lizzazione e a una vivida attività proiettiva, se da un lato fa segno della


fallimentare traversata dell’Edipo, si ripercuote anche in modo diretto
sulla fragilità delle identificazioni, spesso occasionali, non legate alle figu­
re parentali ma a figure insignificanti e transitorie. Una fragilità che ri­
conduce al problema della costituzione dell’identità come questione pre­
gnante dell’anoressia, nella quale dilagano dinamiche narcisistiche, me-
galomaniche, indice di una cattiva differenziazione dall’imago genitoriale
e di una fusione con l’oggetto ideale, con un’immagine materna onnipo­
tente, a un tempo “distruttrice” e “distrutta”. Esattamente in relazione a
questa imago si attivano i meccanismi riparativi di un Ideale dell’io
«ipertrofico» a causa della particolare conformazione del Super-io che,
particolarmente crudele, trae origine da investimenti narcisistici, provie­
ne dall’ideale dell’io, non è organizzato edipicamente, ma è «confuso
con l’ideale dell’io arcaico». I soggetti anoressici si trovano dunque, da
un lato, in una situazione di totale dipendenza dall’Altro primordiale: il
cibo, che introiettato rischia di assumere la valenza dell’oggetto cattivo,
viene dunque rifiutato dando origine a una soddisfazione di tipo perver­
so; dall’altro, sono alle prese con un Ideale dell’io di proporzioni impo­
nenti, di cui sono indici sia il senso di eternità e immortalità sia il partico­
lare rapporto con il corpo. Un corpo-feticcio, che esibisce dal vivo il di­
niego della mortalità; un corpo scisso, che per un verso viene «vissuto
come separato dalle zone erogene», in nome di una rigida negazione pul-
sionale-genitale che rende possibile solo lo svolgersi di un vivace autoe­
rotismo - ben evidente nell’orgasmo della fame - e l’erotizzazione del
funzionamento motorio svolto in nome dell’acamalità; per un altro viene
negato in modo “delirante” nella sua immagine reale, la quale presentifi-
ca sempre le tracce di un eccesso, di una non corrispondenza con l’ideale
fantasmatico di un corpo «sottile, eretto, fantasma-schermo del corpo-
tubo».22 La scissione del corpo è speculare a un’altra scissione, quella
dell’io. Un Io scisso, coperto dall’ombra dell’ideale - come sottolinea
Lebovici nell’introduzione a La fame e il corpo -, che cancella sia il corpo
pulsionale sia l’imago parentale genitalizzata e che si trova biforcato tra il
funzionamento regressivo di un «Io primitivo» e un «Io disincarnato»,
l’io dell’ideale, due poli uniti dall’“istmo” manipolatorio del controllo,
dell’autosufficienza. L’ideale fantasmatico, di impronta perversa, che tan­
to più è potente quanto più rende estrema la negazione della realtà cor­
porea, è ciò che per Kestemberg indica la differenza tra questo tipo di
«organizzazione psicotica» e le «psicosi strutturate»: la realtà negata non

22 Ivi, pp. 127 ss.

180
Lanoressia-bulimia nei modelli psicoanalitici contemporanei

è infatti quella esterna bensì quella del proprio corpo, intorno al quale si
circoscrive anche Fattività delirante. Corpo che, per quanto negato nella
sua realtà, permane «fonte costante di piacere», un piacere tuttavia «più
colorato da distruzione che da erotismo vero e proprio», ribadisce Ke­
stemberg rinviando alla quota di masochismo primario che è in gioco
nell’anoressia. Il diniego della realtà soggettiva avviene sotto la luce di
una megalomania che non prende mai la forma dichiarata di un delirio,
ma che si declina in una particolare forma di feticismo. Anche l’abbon­
danza degli elementi proiettivo-persecutori non è riconducibile a una
struttura paranoica, quanto piuttosto a tratti caratteriali. La settorializza-
zione del diniego e del delirio, oltre alla preservazione del normale fun­
zionamento dell’io secondo il principio di realtà negli altri ambiti, indu­
ce Kestemberg a ipotizzare una similitudine con un aspetto di ciò che
Winnicott descrive come «falso Sé». Se dunque narcisismo, autoeroti­
smo, scissione dell’io si possono collocare sul versante della psicosi, il di­
niego, il piacere nel dominare e strumentalizzare se stessi e gli altri, oltre
alla manipolazione feticista di sé e del proprio corpo vissute in una mo­
dalità assolutamente egosintonica all’io, sono per Kestemberg gli ele­
menti determinanti nella definizione dell’anoressia come organizzazione
perversa della personalità.
All’interno di questa complessa costellazione emerge un’indicazione
sul trattamento, il quale non deve agire direttamente sul sintomo, non si
deve basare sulla costrizione, evidenziando come si sia ben lontani dal­
l’impatto diretto sul sintomo che abbiamo visto adottare dalla Selvini,
seppure nella forma paradossale della “prescrizione”.

6.3 La bulimia come tossicomania

Come già in precedenza accennato, sia Abraham che Fenichel hanno in


passato comparato il comportamento bulimico alla condotta tossicoma-
nica - Abraham paragonando il comportamento bulimico a quello di
morfinomani e alcoolisti e Fenichel inscrivendo la problematica bulimi-
ca all’interno delle tossicomanie. Più precisamente, la bulimia, «bisogno
patologico di mangiare» o «voracità patologica», viene da Fenichel in­
scritta all’interno della gamma delle tossicomanie senza droga, o meglio
delle «bramosie patologiche senza droga». Ciò che risulta determinante
nei casi di bramosie patologiche è la «personalità pre-morbosa», vale a
dire che è la «struttura patologica del paziente» e non l’effetto chimico
della sostanza ciò che determina la natura del bisogno patologico. Buli-

181
Civiltà e disagio

mici, tossicomani, cleptomani e alcoolisti sono così messi in serie, uniti


dal comune tentativo di «soddisfare un arcaico desiderio orale», un bi­
sogno di sicurezza e di autostima, animati da una spinta verso l’oggetto-
sostanza che si accompagna a una vertiginosa regressione che «toglie in­
teresse alla sessualità genitale».23
In tempi più recenti, Bernard Brusset ha insistito molto sull’affinità tra
anoressia-bulimia e tossicomania, rinvenendo al fondo della problemati­
ca anoressico-bulimica una «logica tossicomanica». L’ipotesi di lettura di
Brusset è che nell’anoressia-bulimia vi sia una persistenza dell’attacca­
mento preedipico all’Altro materno che impedisce a un tempo la messa
in atto di un processo di separazione e l’accesso alla genitalità. Il sogget­
to anoressico-bulimico vive dunque un rapporto fusionale con il prima­
rio oggetto d’amore, senza arrivare a poter strutturare edipicamente de­
sideri e identificazioni. Le ragioni di questa fissazione alla pregenitalità si
ritrovano nella difficile operazione del cambiamento d’oggetto nel corso
dello sviluppo sessuale da parte della bambina; ecco spiegata la preva­
lenza femminile del disturbo anoressico-bulimico, che emerge per lo più
durante la fase adolescenziale in cui le esigenze pulsionali pongono il
soggetto di fronte a una problematica assunzione della propria identità
femminile. Rileggendo la configurazione edipica alla luce degli ultimi
contributi freudiani sulla sessualità femminile, Brusset sottolinea come
la questione femminile della castrazione sia legata alla «paura di perdere
l’amore» e come al tempo stesso il cambiamento d’oggetto sia vissuto
con un senso di «defusione» e «lacerazione», che tuttavia si accompagna
al mantenimento di una primaria identificazione con la madre. Questo
scacco dell’operazione del lutto dell’oggetto primario è ciò che colloca
tendenzialmente l’anoressia su un versante «antiisterico» e che rende in­
vece evidente una certa affinità con la logica melanconica, salvo che, a
differenza che nella melanconia dove l’ombra dell’oggetto cade sull’io,
nell’anoressia «l’ombra dell’oggetto è caduta sul corpo».24 Un corpo che
diviene il luogo delle autoaccuse e degli autorimproveri del soggetto, il
canale privilegiato dell’espressione della pulsione di morte. Il rifiuto
anoressico appare come una strategia adottata dal soggetto per accostar­
si a un Ideale a un tempo «estesico-estetico-etico», in cui «non si tratta
di santificare il corpo per sacralizzare l’essere, ma di far scompartire il
corpo per essere».25

23 O. Fenichel, Trattato di psicoanalisi, Astrolabio, Roma 1951, pp. 422-423.


24 B. Brusset, Psicopatologia dell’anoressia mentale, Boria, Roma 2002, pp. 106-107.
25 Ivi, p. 76.

182
Eanoressia-bulimia nei modelli psicoanalitici contemporanei

La non differenziazione dall’ideale materno, ricondotto, sulla scia klei-


niana-bioniana, alla mancanza di una funzione materna sufficientemente
contenitiva, dà luogo a un Io ideale narcisistico e megalomanico, incapa­
ce di stabilire relazioni oggettuali vere e proprie e che, a partire dalla
riattivazione puberale dei conflitti edipici, non potendovi far fronte, ri­
corre a meccanismi di difesa arcaici. L’uso massiccio di scissione e proie­
zione, unito all’ancorarsi dell’io a una posizione onnipotente, è quindi
indice di uno scacco dell’elaborazione della posizione depressiva. Al
tempo stesso Brusset, riferendosi questa volta a Lacan, ipotizza la pre­
senza di una «forclusione parziale del Nome del padre», come punto di
carenza simbolica che proprio in quanto parziale consente di distinguere
l’anoressia-bulimia dalla psicosi, ma che al tempo stesso lascia il soggetto
in uno stato di non differenziazione dall’Altro materno che rende im­
possibile l’attuazione di un processo di separazione.
Il punto di contatto tra anoressia-bulimia e tossicomania è per Brusset
da reperire nel particolare rapporto del soggetto con il desiderio e con
l’oggetto - tenendo conto che più che di una vera e propria riduzione
dell’anoressia-bulimia a una forma di dipendenza tossicomanica, si tratta
di rinvenire al suo interno la presenza di una «qualità» o «dimensione»
tossicomanica, che si evidenzia nella costrizione, nella ripetizione e nella
ricerca di sensazioni corporee. Il desiderio infatti, anziché inscriversi me­
taforicamente nell’economia libidica soggettiva, viene inscritto, a causa
della profonda regressione pulsionale, in un «processo antimetaforico»
di riduzione al bisogno. Manca la mediazione simbolica e prevale la sod­
disfazione diretta. L’intolleranza della frustrazione e del differimento del
soddisfacimento - che richiama quella che Francois Ansermet definisce
una «clinica della scarica attraverso l’atto»26 che accomunerebbe nello
stesso tipo di impasse soggettiva anoressia-bulimia, tossicomania, alcoli­
smo - può anche tradursi, nel caso dell’anoressia, in un’ostinata lotta
«contro la fame divenuta desiderio, mentre il desiderio è diventato
fame». Analogamente a quanto Diaktine osserva per i tossicomani, vi è
dunque «una ricerca oggettuale resa vana dalla sua stessa intensità e di­
struttività, qualunque siano le qualità dell’oggetto».27 Oggetti-sostanze
che, riprendendo Fenichel, «non rappresentano altro che fornitori di
quanto hanno bisogno».28 Questa tendenza tossicomanica - evidente an-

26 Cfr. F. Ansermet, Clinica dell’origine, Franco Angeli, Milano 2004.


27 B. Brusset, Eanoressia mentale del bambino e dell’adolescente, Boria, Roma
1992, pp. 148-149.
28 O. Fenichel, Trattato di psicoanalisi, cit., p. 423.

183
Civiltà e disagio

che in quella che Brusset definisce una vera e propria «dipendenza ri­
spetto al vomito» nella bulimia, come pure nelTiperattività motoria, de­
finita come una «tossicomania senza droga»29 - che assimila anoressia-
bulimia e tossicomania viene comparata alla «psicopatologia degli stati
limite, alle strutture narcisistiche e alla psicopatia così come a certe strut­
ture psicosomatiche», in un campo che circoscrive una clinica «orientata
al vuoto», una clinica «del dolore, della depressione, come della melan­
conia», che mette al centro il rapporto del soggetto con l’oggetto della
perdita. Un sentimento di vuoto - tanto sottolineato da Kernberg come
tratto caratteristico dell’organizzazione stato al limite della personalità -
permea l’esistenza di questi soggetti e viene colmato dal rapporto pato­
logico con l’oggetto-sostanza. Non si tratta di nevrosi né di psicosi in
senso stretto, ma di una regressione a forme arcaiche di funzionamento
dell’apparato psichico in presenza di un Edipo che, non assente ma «de­
strutturato dalla regressione», produce il dilagare di narcisismo, idealiz­
zazione e dipendenza di tipo anaclitico nei confronti dell’oggetto. All’in­
terno di questo fantasma di regressione verso un legame fusionale con la
madre, «corpo a corpo, pelle a pelle», pregno di fantasmatizzazioni di
«inclusione reciproca, d’indifferenziazione o di divoramento dell’una
con l’altra», compare il «corpo ripudiato»,30 come oggetto privilegiato
dell’autodistruttività del soggetto - tanto evidente nell’emergenza di un
«autoerotismo di morte» che mira più alla scarica che alla soddisfazio­
ne. Il corpo-feticcio e le pratiche di svuotamento-riempimento corporee,
se da un lato sono fonte di un «erotismo di tipo perverso», assicurano
dall’altro una sorta di identità soggettiva fondata su una «contro-identi­
ficazione con la madre».31 La feticizzazione del corpo magro diviene il
punto di appoggio per l’espressione della singolarità e soprattutto della
superiorità del soggetto rispetto a un ideale materno onnipotente.
Alla luce di queste considerazioni, ben si vede come la teoria di Brus­
set - pur preservando una certa attenzione a una clinica differenziale,
nonché ai diversi tipi di transfert che a seconda della struttura soggettiva
si possono instaurare nel corso della terapia - si collochi di fatto a pieno
in un’ottica continuista, che pone il cuore che anima la specificità del
quadro anoressico-bulimico nella «regressione narcisistica mortifera» a
modalità arcaiche e pregenitali di funzionamento dell’apparato psichico.
Perciò il disturbo anoressico-bulimico, ponendosi «ai limiti della dipen­

29 B. Brusset, Psicopatologia dell'anoressia mentale, cit., p. 224.


30 Ivi, pp. 161 ss.
31 Ivi, p. 34.

184
Eanoressia-bulimia nei modelli psicoanalitici contemporanei

denza tossicomanica e della somatizzazione»,32 appare ben distante da


una forma di isteria.

6.4 Contributi lacaniani: dal ritorno alla discontinuità alla continuità

Con la teoria strutturalista e antievolutivista di Jacques Lacan rimania­


mo all’interno di un paradigma discontinuista in cui l’uniformità e l’o­
mogeneità del fenomeno anoressico-bulimico va ricondotta alla partico­
lare struttura clinica soggettiva soggiacente. La teoria di Lacan sull’ano­
ressia mentale è stata ripresa e approfondita negli ultimi anni in partico­
lare grazie ai numerosi contributi di Massimo Recalcati, la cui preziosa
riflessione ha consentito di estrapolare, a partire dai pochi passaggi in
cui Lacan menziona la problematica anoressica, una feconda e articolata
teoria dell’anoressia mentale.
A proposito del fenomeno dell’anoressia mentale Lacan radicalizza il bi­
nomio freudiano nevrosi-psicosi, contemplando da un lato la possibilità
del manifestarsi dell’anoressia isterica, in cui prevale una difesa del deside­
rio soggettivo unito a una manovra separativa dall’Altro, e dall’altro quella
dell’anoressia melanconica, la quale invece si declina prevalentemente
come spinta verso una mortifera rifusione con l’Altro primordiale.
La posizione anoressico-isterica, chiaramente presentata all’interno di
La direzione della cura e i principi del suo potere, è innanzitutto interpre­
tata da Lacan come un’operazione che il soggetto attua per disgiungere
bisogno e desiderio.33 Il rifiuto anoressico è dunque funzionale rispetto
all’emergenza del desiderio soggettivo che, soffocato dalla domanda del-
l’Altro, finisce per coincidere con il bisogno. «E il bambino nutrito con

32 Ivi, pp. 253-254.


33 II versante isterico dell’anoressia è stato sottolineato, in ambito lacaniano, da
parte di Antonello Sciacchitano, il quale tuttavia riconduce in modo univoco l’ano­
ressia all’isteria, escludendo la psicosi. Il suo contributo, per quanto di impronta la­
caniana, si discosta dunque dal discontinuismo strutturalista, ponendo una relazione
univoca tra anoressia e struttura isterica; più precisamente, per l’autore nell’anoressia
sarebbe in gioco non una forclusione, bensì una carenza della funzione patema a li­
vello simbolico {Anoressia, sintomo e angoscia, Guerini, Milano 1994). Inoltre, sem­
pre in ambito lacaniano, ma al di fuori del discontinuismo che caratterizza l’imposta­
zione strutturalista, si pone il contributo di Gabriella Ripa di Meana, la quale ipotizza
che l’anoressia, come una categoria nosografia a sé, vada a costituire un vero e pro­
prio nuovo discorso, che si aggiunge ai quattro già individuati da Lacan (Figure della
leggerezza. Anoressia, bulimia e psicoanalisi, Astrolabio, Roma 1995).

185
Civiltà e disagio

più amore a rifiutare il nutrimento e orchestrare il suo rifiuto come un


desiderio», scrive Lacan. Un desiderio che non trova possibilità di sussi­
stere fintanto che l’Altro, nel suo dare, continua a farsi dispensatore
esclusivamente della «pappa asfissiante», che riempie non lasciando spa­
zio alcuno per l’insorgere della mancanza, così essenziale per il costituir­
si del desiderio stesso. Desiderio che, per Lacan, è il desiderio dell’Altro,
non è mai il desiderio di un oggetto e che, nella sua struttura metonimi­
ca, ha un oggetto causa - l’oggetto (a) - non un oggetto su cui si chiude.
L’anoressia, che Lacan ben sottolinea come non sia un «non mangiare,
ma non mangiare niente», è dunque un’opzione soggettiva per il niente,
un niente pregno di valore simbolico, scelto in nome di un ribaltamento
dell’onnipotenza dell’Altro, principalmente l’Altro materno: «nutrendo­
si di niente»34 il soggetto cerca di sottrarsi da una posizione di dipenden­
za mettendo in scacco l’Altro, rendendolo impotente. Nel quadro isteri­
co, il “no” al cibo è dunque «essenziale al soggetto per dimostrare che
esiste al di fuori dell’onnipotenza dell’Altro».35 Si coglie bene la dimen­
sione separativa della strategia anoressica: farsi un varco, sottrarsi dalle
fauci dell’Altro divorante, impedire che la domanda soffocante dell’Al­
tro mortifichi il desiderio. Questo aspetto cannibalico-divorante dell’Al­
tro ci rinvia all’interpretazione data da Lacan al desiderio materno. Il de­
siderio inconscio di ogni madre è impregnato di cannibalismo, ed è pro­
prio per questa ragione che viene descritto da Lacan attraverso l’imma­
gine di un grosso coccodrillo con la bocca spalancata, al cui interno si
colloca il figlio-fallo. La madre tende a incorporare, fagocitare il proprio
frutto, facendone l’oggetto del proprio godimento. Precisamente all’in­
terno di questa costellazione si colloca la metafora patema, operazione
simbolica di cui Lacan si serve nella sua riscrittura dell’Edipo, in cui la
funzione del Nome-del-Padre interviene con un essenziale compito nor-
mativo-divaricatore: divaricando metaforicamente le fauci, il Nome-del-
Padre dà un ordine al binomio immaginario madre-bambino, impone
un limite, apporta una normativizzazione che impedisce a un tempo alla
madre di soddisfarsi interamente con il figlio-fallo e al figlio di soccom­
bere nella stretta della morsa materna. Solo grazie a questa operazione
simbolica può crearsi il posto per il desiderio della madre come non

34 J. Lacan, Il seminario. Libro IV. La relazione d'oggetto (1956-57), Einaudi, Torino


1994, pp. 199 ss.
35 J.-A. Miller, Silet, corso tenuto presso il Dipartimento di Psicoanalisi dell’Uni-
versità di Parigi vili nell’anno accademico 1994-1995, in "La psicoanalisi”, 24, 1998,
p. 222.

186
Eanoressia-bulimia nei modelli psicoanalitici contemporanei

chiuso interamente sulla maternità, ma aperto anche nella direzione del­


la femminilità, in un enigmatico altrove al di là del figlio. In questo senso
si può dire, riprendendo il pensiero di Recalcati, che l’anoressica confe­
risce all’immagine del proprio corpo scarnificato esattamente la funzio­
ne della «barra che incarna la funzione patema». Al tempo stesso questa
difesa estrema del desiderio è indice di un «desiderio debole» dell’ano-
ressica - ben diverso dall’«io debole» dell’anoressica di cui ci parla la
Selvini -, un desiderio che pare soffocato dalla domanda e che per
emergere trova la sola via del rifiuto; desiderio debole che è correlativo a
una «metafora patema debole»,36 che non ha fatto sufficientemente pre­
sa, delineando lo spazio per l’insorgere del desiderio soggettivo.
L’anoressica isterica, nell’esibizione-ostentazione del proprio corpo ema­
ciato, è in piena dialettica con l’Altro, mette in atto un estremo tentativo
per essere riconosciuta dall’Altro, cui rivolge un radicale appello perché si
mostri mancante e, in quanto mancante, dia un segno del proprio deside­
rio e del proprio amore. Amore che, come dono di ciò che non si ha, ri­
chiede un segno da parte dell’Altro, un segno che non si può concretizza­
re nelle cure, nella profusione di oggetti o di cibo ma nell’offerta della pro­
pria mancanza-a-essere. Sin dalla sua «prima poppata» - dice Lacan - l’in­
fante può infatti «cominciare a creare quell’apertura beante che farà sì che
troverà nel rifiuto di alimentarsi la testimonianza, che lui esige, dell’amore
del suo partner materno».37 Diversamente rispetto alla Klein - in cui ab­
biamo visto prevalere la madre-seno-contenitore come prototipo dell’Al­
tro, le cui inadempienze affettive nonché nella funzione restitutivo-conte-
nitiva producono un soggetto psicotico, disorganizzato, che non evolve
nella direzione integrata della simbolizzazione - per Lacan l’amore è in
gioco soprattutto nell’anoressia isterica, all’interno della dialettica fra do­
manda e desiderio e del rapporto del soggetto con l’Altro. Il prototipo
dell’Altro è per Lacan la madre che, come Altro primordiale, è comunque
sempre un Altro simbolico, non l’Altro-contenitore, non l’Altro kleiniano
delle fantasmatizzazioni e delle proiezioni del bambino. H rifiuto del cibo
è così funzionale alla domanda d’amore, in uno spostamento da un piano
affettivo-relazionale, che si radica su un paradigma generico-evolutivo, a
un piano dialettico-metaforico che, senza negare l’importanza degli affetti,
si ricentra intorno alla priorità dell’aspetto simbolico. Inoltre, se la doman-

36 M. Recalcati, Eultima cena: anoressia e bulimia, Bruno Mondadori, Milano 1997,


pp. 75 ss.
37 J. Lacan, Il seminario. Libro V. Le formazioni dell'inconscio (ll>57 *>8), l'.inaudi,
Torino 2004, p. 512.

187
Civiltà e disagio

da d’amore può sintetizzare nella lettura lacaniana la posizione isterico­


anoressica, al centro della posizione bulimica vi è, specularmente, la fru­
strazione d’amore, la quale «non è pensabile se non come rifiuto di un
dono, in quanto il dono è simbolo dell’amore»:38 il soddisfacimento otte­
nuto attraverso la realtà dell’oggetto-cibo si pone quindi come surrogato,
sostituto compensatorio dell’amore mancante.
L’anoressica isterica si eclissa dalla posizione di oggetto di godimento
dell’Altro per porsi come ciò che all’Altro manca, per essere desiderata,
riconosciuta. Il rifiuto del godimento per salvare il desiderio è tuttavia
per l’isterica fonte di godimento, un godimento del tutto particolare, su-
peregoico, legato alla rinuncia, il godimento di essere privato. L’anoressi­
ca mira a «essere il fallo, foss’anche un po’ magro»:39 fallicizza il proprio
corpo, svanisce dallo sguardo dell’Altro per essere notata, per porsi come
oggetto causa del desiderio. Oltre che connessa alla difesa del desiderio e
alla domanda d’amore, la scelta anoressica del niente è in stretto rapporto
con la pulsione. Riprendendo la distinzione freudiana tra l’appagamento
del bisogno e il soddisfacimento pulsionale, Lacan infatti sottolinea come
la pulsione non vada fatta coincidere con l’oggetto, in quanto l’oggetto
della pulsione altro non è che «la presenza di una cavità, di un vuoto, oc­
cupabile [...] da qualunque oggetto». Nessun oggetto potrà mai far ritro­
vare il primo, mitico soddisfacimento che, come Freud insegna, è da sem­
pre perduto e, per quanto riguarda la pulsione orale, «nessun nutrimen­
to» la potrà mai soddisfare, «se non contornando l’oggetto eternamente
mancante».40 Il niente è al centro dell’anoressia-bulimia, sia quando è
scelto senza mediazioni dall’anoressica sia quando è ritrovato nel corso
delle abbuffate bulimiche, in cui la ciclicità del riempimento-svuotamen­
to ben evidenzia come nessun oggetto ingurgitato possa placare l’insazia­
bilità di una fame «non del cibo ma del seno, come significante del primo
oggetto (perduto) di soddisfacimento».41
L’altro versante dell’anoressia che Lacan prende in considerazione sin
dagli albori della sua teorizzazione, in Les complexes familiaux dans la for-
mation de l’individu del 1938, è quello melanconico. La tensione tra que­
ste due distinte prospettive è stata valorizzata nel corso degli anni nei la-

38 J. Lacan, Il seminario. Libro IV, cit., pp. 188 ss.


39 J. Lacan, La direzione della cura e iprincipi del suo potere (1958), in Scritti, a c. di
G. Contri, 2 voli., Einaudi, Torino 1974, voi. n, p. 622.
40 J. Lacan, Il seminario. Libro xi. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi
(1964), Einaudi, Torino 1979, p. 183.
41 M. Recalcati, Lultima cena, cit., p. 40.

188
Lanoressia-bulimia nei modelli psicoanalitici contemporanei

voti di Recalcati, in cui è stata costante la tendenza a «rendere feconda


un’aporia teorica»42 insita nella riflessione di Lacan sul tema, senza privi­
legiare la versione isterica o quella melanconica in modo netto, in nome
della necessità di una ponderata clinica differenziale. In questa seconda
declinazione l’anoressia pare come la realizzazione di un tentativo di rifu­
sione con l’imago materna che implica da parte del soggetto un «abban­
dono alla morte». Questa spinta al ritrovamento di un rapporto fusionale
con l’Altro primordiale si insinuerebbe a partire dallo svezzamento che,
se ha luogo in quanto trauma psichico, produce un punto di fissazione. E
proprio il «rifiuto dello svezzamento che fonda l’aspetto positivo del com­
plesso»: con il complesso di svezzamento, anziché procedere nella subli­
mazione dell’imago, il soggetto resta ancorato all’«imago della relazione
di nutrimento». Vi è dunque un permanere del soggetto all’interno di un
«cannibalismo fusionale» in cui entra in gioco un «desiderio della larva»
che, più che un rifiuto-per-il-desiderio, come nella declinazione isterica,
pare essere un rifìuto-del-desiderio stesso. Non si tratta di una manovra
separativa, ma di un estremo tentativo di recupero del primo mitico sod­
disfacimento. Operazione nostalgica e strutturalmente impossibile, desti­
nata a mortificare e che può rientrare, insieme a certe forme di tossicoma­
nia, nella gamma dei «suicidi non violenti». In questo caso non siamo più
all’interno della dialettica del soggetto con l’Altro, nell’ordine della do­
manda d’amore, né della difesa del desiderio, perché prevale l’azzeramen­
to del desiderio in nome di un’«assimilazione alla totalità dell’essere».43
Anziché farsi oggetto causa del desiderio, il soggetto melanconico si op­
pone alla perdita imposta dall’alienazione, divenendo «esso stesso l’essere
perduto, lo scarto, il rifiuto, l’oggetto (a) in quanto tale». Il melanconico si
rapporta a un Altro assoluto, intriso di godimento, privo della normativiz-
zazione introdotta dal significante del Nome-del-Padre. Il godimento non
localizzato dà ragione del valore che nell’anoressia melanconica viene ad
assumere il corpo stesso che, anziché assurgere a un valore fallico, incarna
la «mummificazione», la cadaverizzazione del soggetto.44
In entrambe le declinazioni dell’anoressia-bulimia, un binomio si ri­
scontra come essenziale: la contrapposizione tra ideale e pulsione, un
ideale narcisistico di integrità e perfezione dell’immagine che impera

42 Cfr. M. Recalcati, La clinica del vuoto, in I. Ramaioli, P.E. Rossola, D. Cosenza (a


c. di), Jacques Lacan e la clinica contemporanea, Franco Angeli, Milano 2003.
43 J. Lacan, Il complesso di svezzamento, in “La psicoanalisi”, 12, 1997, pp. 10 ss.
44 M. Recalcati, Clinica del vuoto. Anoressie, dipendenze, psicosi, Franco Angeli,
Milano 2002, pp. 29 ss.

189
Civiltà e disagio

nell’anoressia, sovrastando e dominando la pulsione, e che si rovescia in


un inondamento della deriva pulsionale sull’ideale nel passaggio alla cri­
si bulimica. Il circuito bipolare ideale-pulsione è ben precisato da Recal­
cati attraverso la bipartizione in due tempi che scandiscono «l’alternanza
circolare di anoressia e bulimia»,45 vale a dire il trionfo dell’ideale sulla
pulsione (I/P) nella fase euforizzante anoressica e la sottomissione dell’i­
deale da parte della pulsione (P/I) nella fase della crisi bulimica. Fase
bulimica in cui l’irruzione brutale del reale della pulsione comporta per
il soggetto un inevitabile effetto depressivo, dovuto al senso di perdita a
causa dell’allontanamento dal punto di identificazione idealizzante al
corpo magro. Se il binomio ideale-pulsione appartiene al fenomeno ano­
ressico in senso generale, resta essenziale reperire la logica strutturale
entro cui tale polarità si manifesta. Più precisamente, l’effetto depressivo
che si rivela immancabilmente nella fase bulimica corrisponde, come nel
caso della psicosi, a un’invasione di godimento che, non regolato a causa
della forclusione del Nome-del-Padre, irrompe disordinatamente nel
luogo dell’Altro, devastando il corpo del soggetto, oppure è connesso al
ritorno del rimosso, ed è dunque inscritto nella metaforica costruzione
del sintomo? La clinica strutturale richiede dunque che si stabilisca di
volta in volta, per ogni singolo caso, che funzione occupano l’ideale e la
pulsione all’interno dell’economia soggettiva.
L’ideale del corpo magro impera nell’anoressia-bulimia in quanto coin­
cide con il dominio della pulsione, la quale tuttavia, per quanto apparen­
temente sedata dall’anoressica, si ripresentifìca nella devastante forma
della pulsione di morte. Inoltre, sebbene in antitesi rispetto all’irromperre
della pulsione, l’ideale non è scevro di godimento, un godimento narcisi­
stico, legato all’immagine idealizzata di sé e che Lacan ha sottolineato es­
sere presente sin dalla fase dello stadio dello specchio: il riconoscimento
della propria immagine speculare produce un effetto giubilatorio nel
bambino - un giubilo dovuto a un tempo alla funzione unificante che, a
fronte della frammentazione del corpo ancora in atto, la totalità dell’im­
magine restituisce, e all’illusione di una coincidenza con la propria imma­
gine ideale. Illusione, «trappola» della «cattura narcisistica»,46 in quanto
lo iato tra il soggetto e la propria immagine ideale non sarà mai colmabile
- dato che l’immagine ideale (i (a)) non potrà mai coincidere con il sog­
getto - ma che al tempo stesso produce una tensione del soggetto verso

45 M. Recalcati (a c. di), Il corpo ostaggio, cit, p. 39.


46 J. Lacan, Le Séminaire. Livre X. L’angoisse (1962-63), Seuil, Paris 2005, lezione
del 14 novembre 1962.

190
Eanoressia-bulimia nei modelli psicoanalitici contemporanei

un ideale narcisistico e onnipotente di padronanza. Il soggetto è costituti­


vamente non del tutto rappresentabile nell'immagine ideale, ce qualcosa
dell'essere del soggetto che l’immagine non riesce a signifìcantizzare: è
precisamente la parte residuale, inassorbibile nell’ideale - che ritorna
come punto di reale insopportabile, eccesso, esubero, fonte di angoscia -
che si trova alla radice dei vissuti dismormofobici nell’anoressia. Questa
aspirazione all’ideale è particolarmente forte nell’anoressia in cui, seguen­
do Recalcati, si potrebbe dire che lo sguardo dell’Altro, anziché favorire il
riconoscimento in modo rasserenante e pacificante, si è presentato nella
forma di uno sguardo «giudicante e superegoico», una vera e propria
«smorfia».47 Per certi versi si potrebbe dire che nell’anoressia è in gioco
una non assunzione da parte del soggetto della non possibile coincidenza
con l’ideale, un Ideale smisurato, il cui raggiungimento appare di volta in
volta mancato nell’impatto del soggetto con la propria immagine specula­
re, la quale restituisce sempre la presenza di un punto di eccedenza, la
macchia di un di troppo che inquina l’ideale di perfezione.
La presenza petvasiva di questo ideale, rinvenibile in modo trasversale
nell’anoressia e nella bulimia, come ideale prossimo o ideale mancato, è
alla base della «monosintomaticità» come requisito di base per il tratta­
mento gruppale delle anoressico-bulimiche. A questo proposito sono di
nuovo di grande interesse i contributi di Recalcati che, a partire dalla
sua ormai decennale pratica con i gruppi monosintomatici, ha evidenzia­
to come il percorso terapeutico di queste pazienti si snodi proprio in un
preciso passaggio dall’uniformità-omogeneità dell’identificazione all’i­
deale, e al sintomo che lo incarna, all’assunzione della propria particola­
rità. I gruppi monosintomatici consentono ai soggetti di riunirsi sotto
l’insegna universale dell’ideale condiviso, in una forma di legame che ga­
rantisce in prima istanza la rassicurazione del rispecchiamento e del reci­
proco riconoscimento tra i membri. Se questa può essere definita la ma­
novra strategica, «ponte» per la costituzione del gruppo, si tratta poi nel
percorso terapeutico di promuovere il passaggio dall’identificazione mo­
nocorde, pietrificata, non discorsiva all’ideale, al sorgere di un discorso
che fluidifichi questa rigida identificazione e consenta di reperire la vita­
le mobilità del singolare desiderio soggettivo.48
Infine, l’attualità del dibattito lacaniano ha portato in primo piano la

47 M. Recalcati, Eultima cena, cit., pp. 122-123.


48 Per approfondimenti sul tema della monosintomaticità rinvio a M. Recalcati, La
logica della cura nei piccoli gruppi monosintomatici, in Id. (a c. di), Il corpo ostaggio,
cit., e Clinica del vuoto, cit., in particolare alla parte in: “Segregazioni”.

191
Civiltà e disagio

riflessione sull’emergenza di nuove forme del sintomo, la cui manifesta­


zione non corrisponde in maniera così lineare alla struttura psicotica o a
quella nevrotica. Con questi cenni si entra in una riflessione ancora in
fieri, prodottasi a partire dalla constatazione di una fenomenologia dei
sintomi che pone delle questioni inedite. Le forme sintomatiche che
stanno sempre più prendendo corpo a partire dall’epoca contempora­
nea non mettono in primo piano il soggetto dell’inconscio, il versante
metaforico del sintomo come ritorno del rimosso - elementi che defini­
scono la cosiddetta «clinica della mancanza», fondata sull’assunzione da
parte del soggetto della propria mancanza-a-essere e dunque pienamen­
te inclusa nella dialettica della domanda e del desiderio -, ma sono piut­
tosto accomunate da una centralità del narcisismo e del godimento auti­
stico e solitario del soggetto. Come sottolinea Jacques-Alain Miller nel
seminario tenuto con Eric Laurent IfAutre qui nexiste pas et ses comités
d’éthique, l’Altro dell’epoca contemporanea favorisce il rapporto del
soggetto con l’oggetto del godimento, più precisamente, nell’economia
soggettiva, il rapporto con l’oggetto (a) va a occupare il posto un tempo
occupato dall’ideale: a fronte dell’indebolirsi dell’ideale, nelle odierne
manifestazioni sintomatiche il rapporto con l’oggetto assume una posi­
zione centrale - in un primato dell’oggetto da Miller indicato con la
scrittura I < a. Un rapporto privilegiato con l’oggetto-sostanza che si ri­
scontra a un tempo nell’anoressia-bulimia e nelle tossicomanie e che si
inscrive, più che all’interno di un rapporto dialettico con l’Altro, all’in­
terno di un radicale «rifiuto dell’Altro».49 Un Altro i cui connotati sono
radicalmente cambiati e che, anziché farsi portatore delle istanze edipi-
co-normative e degli ideali ad esse connessi, promuove il proliferare del­
le identificazioni e il consumo dell’oggetto. Queste, molto a grandi li­
nee, le coordinate entro cui collocare le nuove forme del sintomo - che,
oltre all’anoressia-bulimia, includono la tossicomania, l’alcolismo, la de­
pressione e gli attacchi di panico -, la cui fenomenologia induce a fare i
conti con quella che si può ben definire, seguendo i più recenti contri­
buti di Recalcati, una «clinica del vuoto» la quale, in contrapposizione
alla clinica della mancanza, pone al proprio centro il rapporto non dia­
lettico del soggetto con il vuoto - un vuoto che, non raccordato con de­
siderio, mancanza e amore, «si solidifica, si ipostatizza, [...] narcotizza
l’essere stesso del soggetto»50 - e con l’oggetto-sostanza che lo colma e

49 Cfr. L.S. Bonifati, E Galimberti (a c. di), Il rifiuto dell’Altro, Franco Angeli, Mi­
lano 2001, cui mi permetto di rinviare.
M. Recalcati, Clinica del vuoto, cit., pp. 11-12.

192
Eanoressia-bulimia nei modelli psicoanalitici contemporanei

in cui padroneggia il narcisismo e la mascherata delle identificazioni im­


maginarie.
Si tratta di fare i conti con trasformazioni epocali, generatesi a partire
da quello che Lacan aveva indicato come un viraggio dal Discorso del
Padrone al Discorso del Capitalista, che producono un ricentramento
del rapporto del soggetto con l’inconscio e con l’oggetto e a partire dalle
quali si presenta quello che con Baudrillard potremmo definire un
«iperrealismo del godimento, in particolare femminile»,51 che pare esse­
re perfettamente in linea con quello che Miller indica attraverso la de­
scrizione di un Altro contemporaneo che «non esiste», che è segnato
dall’inconsistenza. Un simbolico che, da un canto, nel suo essere «asser­
vito all’immaginario» favorisce il proliferare delle «patologie contempo­
ranee dell’identificazione», indice di una desertificazione del desiderio,
da un altro delimita un clima socio-culturale connotato da un «declino
del virile» che si accompagna a una «femminizzazione della civiltà con­
temporanea».52 In questo scenario estremamente attuale, che fa lo speci­
fico della clinica contemporanea, si riscontrano in misura sempre mino­
re sia le anoressie restrittive sia l’anoressia-bulimia nella sua declinazione
isterica o inequivocabilmente melanconica, mentre prevale una nuova ti­
pologia di casi clinici, caratterizzata da un rapporto di esclusione dell’Al­
tro e che rinvia a quella che può essere definita una «dimensione psicoti­
ca», non indice di una struttura soggettiva vera e propria, quanto piutto­
sto di un particolare rapporto del soggetto con l’Altro e con l’oggetto,
non riducibile alla problematica tipicamente isterica. Dimensione psico­
tica che rende ragione di una più marcata predilezione da parte di Re­
calcati della seconda lettura fornita da Lacan all’anoressia-bulimia, quel­
la melanconico-depressiva o melanconico-tossicomanica. Questi brevi
cenni ci introducono a quello che è stato delineato come un passaggio
dalla discontinuità alla continuità nella teoria lacaniana, che peraltro non
va affatto confusa con la continuità di matrice evolutivista. In questo
senso è di grande utilità il contributo di Alfredo Zenoni che, nella sua
analisi della clinica «al di là del padre», dunque della clinica tipica del­
l’Altro contemporaneo caratterizzata dall’affievolirsi delle coordinate
edipiche, sottolinea come la constatazione di una «continuità tra i tipi

51J. Baudrillard, Della seduzione, SE, Milano 1997, p. 15.


52 J.-A. Miller, E. Laurent, EAutre qui rìexiste pas et ses comités d’éthique, semina­
rio tenuto presso il Dipartimento di Psicoanalisi dell’università di Parigi vm nell’an­
no accademico 1996-1997, lezioni del 20-27 novembre 1996 e del 21 maggio 1997,
inedito.

193
Civiltà e disagio

clinici», rilevabile a livello fenomenologico, non debba affatto dispensa­


re dalla necessità di effettuare una diagnosi differenziale. Anzi, il monito
ricavabile dalla prospettiva continuista in ambito lacaniano risulta essere
che «tanto più la somiglianza, la prossimità, la continuità tra i fenomeni
viene scorta [...] tanto più si rende necessaria una costruzione disconti­
nuista della loro logica soggettiva».53

n A. Zrnoni, /// psicosi c l’al di là del padre, Franco Angeli, Milano 2001, p. 37.

194
7. Gli attacchi di panico
di Marco Focchi

Nello studio dei sintomi emergenti, o nuovi sintomi, un disturbo che


nella casistica contemporanea si presenta con frequenza sempre maggio­
re è conosciuto nella classificazione psichiatrica corrente come DAP: Di­
sturbo da Attacco di Panico.
Per un verso potremmo dire che il riconoscimento di questa manife­
stazione patologica non è nuovo, giacché la descrizione di quel che, oltre
cent’anni fa, Freud chiamava nevrosi d’angoscia, include molti dei tratti
diagnostici evidenziati nel DSMIV.
L’espressione attacchi di panico ha infatti il proprio posto nella classi­
ficazione iniziata dal DSM a partire dagli anni ottanta. Non è difficile
tuttavia riconoscere nella descrizione della nevrosi d’angoscia gli ele­
menti che ricorrono nel DSM per definire l’attacco di panico.

7.1 Nevrosi d’angoscia e panico

Si comincia a parlare di nevrosi d’angoscia nel 1894, quando Freud la


individua come entità clinica distinguendola dalla nevrastenia.1 In un
certo senso possiamo vedere che tutta la gamma di patologie che il DSM
cataloga sotto la rubrica generale di disturbi d’ansia costituisce, grosso
modo, una frammentazione in sottounità del concetto freudiano di ne­
vrosi d’angoscia.
I fenomeni oggi descritti come attacchi di panico, benché da tempo
documentati nella storia della psicopatologia, sono stati formulati come
categoria clinica solo recentemente, individuandone la matrice psichia­
trica.
Questa deduzione risale, infatti, agli esperimenti dello psichiatra ame­

1 S. Freud, Legittimità di separare dalla nevrastenia un preciso complesso di sintomi


come “nevrosi d’angoscia” (1894), in Id., Opere, a c. di C. Musatti, 11 voli., Boringhie-
ri, Torino 1966-1980, voi. 2.

195
Civiltà e disagio

ricano Donald Klein, che agli inizi degli anni sessanta alleviava il distur­
bo per via farmacologica, somministrando un antidepressivo, l’imipra-
mina, a pazienti ansiosi ma non depressi, e osservando la remissione de­
gli stati acuti d’ansia.
Questo modo di identificazione degli attacchi di panico permette di
stabilirne Pedologia su basi biologiche, e di evitare ogni quesito sulla di­
mensione psichica del problema.

7.1.1 La funzione dei sintomi


L’esperienza ci insegna però che i sintomi non si possono classificare
schematicamente, come avviene per le specie naturali nella botanica o
nella zoologia, dove esiste una relativa stabilità. I sintomi, soprattutto
quelli che trattiamo nella clinica psicoanalitìca, sono fatti anche di lin­
guaggio, sono fatti di risposte all’ambiente sociale, sono compensazioni
rispetto a una carenza essenziale nella struttura dell’Altro, reso mobile,
frammentario, non uniformabile, disperso, privo d’unità. I sintomi sono,
in questo senso, una supplenza in rapporto all’inesistenza dell’Altro
come unità costituita e identificabile.
Le esigenze di fronte a cui il soggetto è posto rispetto all’Altro sociale
variano molto più rapidamente di quelle di fronte alle quali è posto dai
mutamenti o dal deterioramento dell’ambiente naturale e, di conseguen­
za, non ci stupiamo che l’isteria, presentando invariata la struttura essen­
ziale del desiderio, prenda tuttavia fenomenicamente forme molto diver­
se dalle classiche conversioni conosciute da Freud e prima ancora da
Charcot. Con il moderno declino degli ideali, l’insoddisfazione struttu­
rale del desiderio isterico passa ad esempio più facilmente attraverso il
rifiuto radicale del desiderio dell’Altro, espresso nelle anoressie e nelle
bulimie. Sono le nuove possibilità di definizione sociale che impongono
diverse forme e diverse opportunità per l’uso del sintomo.
In questo le nuove forme del sintomo coincidono con quelle che lan
Hacking ha chiamato transient mental illness? cioè modalità di compor­
tamento, abitualmente di pertinenza della sfera del discorso morale, che
entrano nell’area di competenza del discorso medico: cessano così di es­
sere descritte come vizi o come virtù per cominciare a essere trattate
come patologie.
Una volta, ad esempio, a scuola si considerava che i bambini potessero
essere indisciplinati, agitati, distratti, che potessero presentare compor­

2 I. Hacking, Mad Travellers. Reflections on thè Reality of Transient Mental lllnes-


ses, Free Association Books, London 1999.

196
Gli attacchi di panico

tamenti indesiderabili soggetti a un voto di condotta. Il voto di condotta


era la valutazione del lato morale del bambino, dava la misura di quanto
la sua buona volontà fosse in grado di applicare le doti intellettuali alla
realtà dello studio prima e della vita poi. Oggi questi stessi bambini non
vengono più considerati soggetti di cattiva volontà ma dei malati diagno­
sticati sotto l’etichetta Disturbo da Deficit di Attenzione con Iperattività
e trattati con il Ritalin.

7.1.2 La differenza tra nuovi sintomi e attacchi di panico


Il quesito che ci si può porre è se gli attacchi di panico siano o meno ri­
conducibili a queste categorie di sintomi configurabili come condotte
sottratte alle polarità di valori della morale e introdotte nel campo delle
definizioni oggettivate della medicina. Se prendiamo ancora come esem­
pio la bulimia e l’anoressia, salta agli occhi come esse si trovino tra le
coordinate della gola come peccato e dell’ascetismo come virtù, e costi­
tuiscano così un esempio particolarmente chiaro della tendenza alla me-
dicalizzazione delle condotte.
Per gli attacchi di panico la situazione è diversa: ad essi va dato un po­
sto particolare, e non corrispondono a queste categorie di sintomi. Essi
infatti mostrano piuttosto l’affioramento di un reale spogliato di ogni ve­
ste simbolica, un reale che si sottrae alla dialettica che storicizza i sinto­
mi e ne favorisce le trasformazioni.
Proprio per questo motivo mi sembrano un indice particolarmente si­
gnificativo del disagio contemporaneo che, come accennavo, è relativo a
una difficoltà di aggiustamento sugli ideali, che tende a uno scioglimen­
to dei vincoli, alla liberazione dell’individualità dai legami imposti dalla
ritualità sociale. Ciò che per un verso si presenta come liberazione del
soggetto dagli obblighi del simbolico, dall’altro diventa isolamento che
10 separa da tutti i bastioni protettivi dell’angoscia. Tra questi c’è la fami­
glia che, se ha rappresentato un binario costrittivo, ed è per questo stata
oggetto di critica da parte della psichiatria sociale degli anni sessanta e
settanta, è stata allo stesso tempo un fattore di sicurezza.
L’epoca dell’Altro che non esiste, la nostra epoca, è quella in cui, ac­
canto all’affrancamento del soggetto promosso dalla modernità, si per­
dono certe forme tradizionali di sicurezza. Quel che ai tempi di Freud si
manifestava così come nevrosi d’angoscia, fenomeno minore o meno vi­
sibile rispetto alla teatralità magniloquente dell’isteria, oggi appare nel
panico - che evolve spesso in agorafobia - come una sorta di forma pu­
rificata dell’isteria, scevra dalle costrizioni simboliche dei sintomi in cui
11 desiderio trovava un soddisfacimento di compromesso.

197
Civiltà e disagio

7.13 11 panico come rottura dei legami


Oltre all’articolo Legittimità di separare dalle nevrastenie un preciso com­
plesso di sintomi come “nevrosi d'angoscia", del 1894, un’analisi del pani­
co che poggi sul testo di Freud deve partire da Psicologia delle masse e
analisi dell'io.3 In questo testo il panico è analizzato da Freud come ef­
fetto dello scioglimento dei legami libidici che uniscono la massa. Dob­
biamo considerare che la nostra epoca si caratterizza proprio per questo:
per la rottura della figura tradizionale dal legame, ed è all’interno di que­
st’ambito più ampio che si constata il declino della figura patema.
La perdita di forza e di significato della figura paterna non è qualcosa
cui guardare con nostalgia, come non lo è la situazione che precede l’a­
tomizzazione della vita e la globalizzazione in cui viviamo oggi.
Il padre in fondo è la figura per eccellenza del legame e nelle masse il
legame libidico si scioglie quando è tolto il capo. Senza il capo, dice
Freud, la massa si frammenta in mille pezzi come una lacrima di Batavia
cui si spezza la punta.

7.2 II tentativo di dare senso al panico

Questa analisi delle masse in Freud è fondata sulla logica edipica, una
logica cioè dove il padre è la causa della castrazione ed è ciò che le dà
senso. Quando il trattamento del panico viene affrontato su queste basi
inevitabilmente si è condotti a trattare il panico come sintomo, cioè
come qualcosa di valore simbolico, che nasconde un senso di cui occor­
re svelare l’inconscio significato.
Gli psichiatri americani di formazione analitica4 che hanno rivolto la
loro attenzione al DAP hanno così elaborato una strategia terapeutica
detta Panic-focused articolata in tre fasi che sono:

Fase 1: trattamento dello stato acuto, dove per ridurre i sintomi è ne­
cessario scoprirne il significato inconscio. La risposta attesa dalla pri­
ma fase è un sollievo dal panico e una riduzione dell’agorafobia.
Fase 2: trattamento della vulnerabilità al panico, dove si punta al nu­
cleo dinamico del conflitto aspettandosi un miglioramento delle rela­
zioni.

3 S. Freud, Psicologia delle masse e analisi dell'io (1921), in Id., Opere, cit., voi. 9.
4 B. Milrod et al., Manual of Panic-Focused Psychodynamic Psychotherapy, Ameri­
can Psychiatric Press, Washington 1997.

198
Gli attacchi di panico

Fase 3: riparazione dei conflitti di base nella relazione con Fanalista,


cosa da cui ci si aspetta una possibile recrudescenza del conflitto ac­
canto a una nuova capacità di gestire l’esperienza di separazione e l’in­
dipendenza.

Il primo passo che sta a fondamento di questo programma è la resa di


un significato inconscio. E un compito che possiamo assimilare a quello
svolto dalla figura patema tradizionale: esso consiste nell’operare un
passaggio di consegne, nella trasmissione del nome, nell’attribuzione di
senso alla mancanza, che le fa prendere il valore di castrazione e ha di
conseguenza un effetto di pacificazione. Imperniare il lavoro sulla figura
patema significa incentrarlo sulla logica edipica, e questo implica una
precisa prospettiva clinica: la terapia basata sulla logica edipica si assu­
me infatti il compito di riabilitare la funzione disturbata sulla quale si è
innestato il sintomo. In pratica, si tratta di ristabilire il ruolo paterno
perché riprenda le funzioni che il sintomo ha cominciato a svolgere. L’o­
biettivo è così di riparare quel che si è guastato, e la via è quella di
rafforzare le possibilità di controllo cosciente attraverso l’attribuzione di
senso. Questa linea di condotta si basa su una prospettiva clinica dove
tutto può essere permeato dal senso, posto sotto la luce della coscienza e
mosso da una volontà consapevole.
Il problema è che il fenomeno dell’attacco di panico segnala il limite
della possibilità di controllo, fa apparire l’impossibilità per il soggetto di
controllare tutto e mostra la non credibilità, in ultima istanza, di una
funzione patema che intervenga in modo salvifico e pacificante. Non si
tratta quindi di ritornare al padre, seguendo la logica terapeutica classica
della restituito ad integrum, ma piuttosto di andare al di là del padre, il
che vuol dire andare al di là della logica edipica, per entrare in un oriz­
zonte in cui si rivela che non è il padre la causa della castrazione, che la
mancanza c’è all’origine e che il padre è solo l’uomo di paglia su cui get­
tare le proprie accuse e le proprie rivendicazioni.

7.2.1 La posizione dello psicoanalista


Su questo terreno non abbiamo più il soccorso del testo di Freud, che
ha concepito l’orizzonte terapeutico della psicoanalisi all’interno della
prospettiva edipica, e per fare un passo ulteriore dobbiamo ricorrere a
Lacan.
A questo proposito vorrei citare un passaggio dal seminario 11 sapere
dello psicoanalista, dove Lacan fa un’osservazione illuminante e dice:
«La nevrosi che i padri traumatici hanno prodotto innocentemente deve

199
Civiltà e disagio

essere riprodotta in analisi e Fanalista viene a trovarsi nella stessa posi­


zione del padre traumatico, ma a rovescio».
La riproduzione della nevrosi nell’analisi è semplicemente quel che
Freud chiamava nevrosi di traslazione, cioè l’inclusione della figura del­
l’analista nell’insieme di relazioni che costituiscono i conflitti e i sintomi
del paziente. L’indicazione di fondo che dà Lacan è che non si tratta di ri­
trovare il padre, di ripristinarne le funzioni, ma di rovesciarlo. Se c’è un
modo di uscire dall’orizzonte edipico sul piano terapeutico è proprio
quello di prendere sul serio questo rovesciamento del padre.
Assumendo questo punto di vista vediamo anche i limiti di una pro­
spettiva terapeutica mirata a restituire al paziente il controllo perduto, o
incentrata sull’idea di offrire una padronanza guidata attraverso la trasla­
zione, la quale si sostiene sempre su basi troppo fragili.
Sono entrambi modi di reprimere la verità che il fenomeno del panico
fa emergere, cioè che esiste una lacuna irriducibile al significato della ca­
strazione, che l’affioramento pulsionale rappresentato dal panico non è
dominabile con i mezzi del senso, che c’è un reale che può trapelare im­
precisato, che qualcosa si sottrae alla possibilità del calcolo.
La prospettiva terapeutica orientata sulla logica edipica tende a ricon­
durre al senso e al dominio attraverso la simbolizzazione dell’evento im­
previsto.
La prospettiva che possiamo assumere a partire da Lacan, quella del
rovesciamento, quella dell’al di là del padre, lascia spazio invece alle sor­
prese del reale, e non richiede di integrarne la funzione nelle possibilità
di calcolo del simbolico, non lo riconduce al senso.
Il lavoro interpretativo teso a rendere un senso è incentrato sul signifi­
cato fallico, ovvero sul mito edipico, giacché il significato fallico discen­
de dall’operazione della metafora patema. Il lavoro fondato sul mito
edipico è però un modo di ricondurre quel che accade ora a quel che è
già successo, a quel che in un certo senso è già successo da sempre, nello
spazio per l’appunto di un mito. Se consideriamo che il mito è un proce­
dimento che inscrive l’evento in una narrazione, il lavoro fondato sul
mito edipico risulta essere allora, per un verso, un modo di neutralizzare
l’evento.

7.2.2 Eestasi come rovescio del panico


A questo proposito dobbiamo valutare gli strumenti concettuali che ci
dà Lacan. Non esiste, per Lacan, solo un godimento fallico, un godi­
mento ben ormeggiato al sapere nella logica edipica; esiste anche un go­
dimento al di là del fallo, un godimento scollegato dal sapere, di caratte­

200
Gli attacchi di panico

re errante, irrelato, che non passa per gli scenari del fantasma. Lacan ha
trovato un esempio di questo godimento nell’esperienza estatica. L’estasi
è una modalità di godimento che non si può mettere in parole, che non
si raggiunge con un gradiente di eccitazione come il godimento fallico, è
un godimento evento, che capita, per così dire. Ma l’aspetto particolare,
nel modo in cui Lacan concettualizza questo godimento, rovescia la vi­
sione abituale in cui viene considerato nell’esperienza mistica, dove vie­
ne spiegato come unione fusionale con l’Uno, con l’essenza divina. La
versione laica, quotidiana, se così possiamo dire, dell’esperienza dell’e­
stasi fa apparire piuttosto l’annullamento della peculiarità del soggetto,
la rottura di una segregazione identitaria che lo espone in un molteplice
inunificabile. Da qui possiamo capire quanto questa idea sia interessante
per l’osservazione dell’esperienza del panico.
Abbiamo visto come Freud interpreta il fenomeno del panico: come lo
scioglimento dei legami libidici che uniscono la massa. La lettura di que­
sto fenomeno in Freud è però ancora in chiave edipica: è la perdita del
capo a causare la frantumazione della massa, e infatti è il leader investito
della funzione patema a garantire una coesione altrimenti impossibile.
Alla luce della condizione della società ipermoderna dobbiamo consi­
derare questo molteplice inunificabile come un dato originario piuttosto
che come un risultato: all’origine c’è il molteplice puro su cui si innesta­
no secondariamente le parvenze del legame.

7.2.3 Le conseguenze dell'evento


Il fenomeno del panico è in questo senso rivelatore di una verità, e il
problema non è ricondursi a una situazione precedente alla sua insor­
genza, condizione di un’unità utopica e inesistente, ma trarne le conse­
guenze. Dobbiamo così passare dalla concezione di una terapia basata
sull’idea di riprendere il controllo perduto a una prospettiva che lavori
sulle conseguenze di ciò che l’evento del panico ha scatenato. Potremmo
dire, per usare un’immagine, che non si tratta di aiutare il soggetto a tap­
pare la falla che si è aperta nella sua esistenza, ma di insegnargli a muo­
versi intorno ad essa senza cadervi dentro.

7.2.4 Dal mito edipico alla struttura del discorso


A questo scopo abbiamo a disposizione un altro strumento concettuale
fondamentale di Lacan: il concetto di discorso, che è alternativo a quello
di metafora edipica. Se la metafora è un’operazione generatrice di senso,
il discorso è invece un dispositivo per mettere in relazione elementi
completamente eterogenei. Questi elementi eterogenei sono i significanti

201
Civiltà e disagio

da un lato, che appartengono a strutture simboliche, e il godimento dal­


l’altro, che mette in gioco un oggetto di soddisfacimento. Diversamente
dalla logica edipica il discorso tiene conto della pluralizzazione del godi­
mento, che corrisponde al molteplice inunificabile dell’Altro, e fa posto
a quelle che possiamo considerare come diverse modalità di godimento.
In questa combinazione degli eterogenei, anziché nella riduzione all’o­
mogeneità del senso, si può considerare una prospettiva terapeutica per
il fenomeno del panico che lo rimetta nella sua giusta angolazione: quel­
la del reale di un godimento scappato di mano il cui modello rovesciato
può essere ilfenomeno estatico.
Per trattare la crisi di panico in base al modello del fenomeno estatico
non occorre evidentemente realizzare un’estensione di senso attraverso
l’interpretazione. E necessario piuttosto schermare la minaccia che pro­
viene da un Altro inaffidabile perché non sottoposto al calcolo, e a que­
sto scopo occorre lavorare su un rovesciamento di segno della credenza
che faccia nascere nel soggetto la possibilità di affidarsi.

7.3 II sintomo come argine del panico

Un esempio in questo senso è il caso di Emma, bella signora di trentan­


ni, con un carattere deciso e un temperamento tutt’altro che fragile. At­
tenta mentre le parlo, mostra di voler afferrare con esattezza le idee che
le espongo, e mi chiede diverse precisazioni, come per impadronirsi
bene dei concetti. Emma è venuta da me per risolvere un problema del
figlio. Il caso di Emma infatti comincia con Alberto.
Alberto mi viene inviato da un medico che ha tentato di curarlo per
una stitichezza apparentemente irriducibile. Dopo aver tentato con tutte
le risorse farmacologiche, il medico, non sapendo più che pesci pigliare,
se ne libera dando alla madre il mio numero di telefono, e lei si mette ra­
pidamente in contatto con me.
Alberto ha dodici anni, è un ragazzino senz’altro intelligente, anche se
a scuola incontra parecchi ostacoli per via di una condotta sicuramente
reprensibile. Trova ogni occasione per tirarsi addosso rimproveri, note
di demerito, sospensioni. I professori non lo amano e sono urtati dal suo
carattere spinoso.
Ha un fratello, Francesco, più giovane di lui di un paio d’anni, che, se­
condo il racconto della madre, è il suo esatto opposto: tanto Alberto è
caparbio, stizzoso, provocatorio, intrattabile, tanto Francesco è amabile,
seduttivo, conciliante.

202
Gli attacchi di panico

Il rapporto tra i due fratelli non è mai stato tranquillo. Alberto ha da


subito mostrato gelosia nei confronti di Francesco. Ha reagito alla sua
presenza in modo dispettoso e tra loro si scatenano frequenti bisticci. Il
padre sembra avere nei loro confronti un atteggiamento sbilanciato:
quando interviene per riportare la calma tratta Alberto con una fermez­
za che diventa durezza, e che è vissuta dal figlio come una profonda in­
giustizia. Meno Alberto si sente capito, più si accentuano i suoi compor­
tamenti provocatori. E il tipico circolo vizioso. In famiglia volano spesso
parole pesanti e a volte volano anche le mani. La madre vorrebbe com­
pensare un po’ la situazione a favore di Alberto, ma evita di schierarsi
apertamente contro il padre davanti ai figli per non mostrare una linea
educativa divergente. Si sente inoltre particolarmente vulnerabile di
fronte alle provocazioni di Alberto, che ha un grande talento nel toccare
i suoi nervi scoperti, e lei spesso percepisce i suoi attacchi come intolle­
rabilmente offensivi.
Non è per niente una madre lassista, al contrario, cerca di contenere le
intemperanze del figlio con misure rigorose, e anche un po’ rigide.
Quando questi combina qualcosa di storto è pronta a togliergli gli og­
getti che più desidera, a limitarlo nella libertà d’azione, a non parlare
con lui per giorni interi. Alberto però, senza sottrarsi alle punizioni, ha
una strategia difensiva semplice ed efficace: più cose gli si tolgono meno
gliene servono. Le privazioni non lo smuovono di un millimetro, le sop­
porta senza battere ciglio come scotto per qualcosa di più prezioso: po­
trete togliermi tutto, sembra dire, ma non potrete piegarmi. Insomma,
un tipo duro. Nessuna meraviglia che sia anche stitico.
Quando vado in sala d’attesa a prenderlo, la prima volta che viene nel
mio studio, lo saluto dicendogli: «Tu devi essere Alberto». «Purtroppo»
risponde. Laconicità e ironia permeano tutto il suo essere: sa condensare
in una parola il suo romanzo familiare.
Nella stanza d’analisi si siede rigido sulla poltrona davanti a me. Ri­
sponde alle mie domande in modo stringato e formale, evitando di entra­
re nel merito delle cose. Dopo qualche incontro gli propongo di portar­
mi i giochi che più gli piacciono. Non gli piace nessun gioco. Solo il cal­
cio riesce a interessarlo. Per un po’ lo lascio chiacchierare di calcio, ma è
abilissimo a evitare tutti gli argomenti che dalla stretta tecnica calcistica
potrebbero scivolare verso qualcosa di più personale. Quando parliamo
della sua vita in famiglia mi dice semplicemente che i genitori danno
sempre la colpa a lui per tutto, che è un’ingiustizia, ma si tratta chiara­
mente di un’ingiustizia che non esita a provocare e rispetto alla quale ha
sviluppato un certo godimento masochista. Non ricorda sogni, non gli

203
Civiltà e disagio

piace disegnare. Si esprime solo per rispondere alle domande che gli ri­
volgo, e risponde sempre meno. Spesso, quando tento di farlo parlare,
getta uno sguardo impaziente all’orologio con movimento che vorrebbe
essere rapido e furtivo, ma che nella sua gestualità un po’ ingessata appa­
re subito evidente, e mi sembra di leggergli il pensiero: Quando la fai fi­
nita e mi lasci andare?
Tutto quello che aveva da dire lo ha detto: vuole giustizia, si sente trat­
tato in modo iniquo rispetto a suo fratello. Non ce altro di cui voglia
parlare. O almeno io non riesco a trovare una breccia attraverso cui pe­
netrare al di là della roccaforte inespugnabile in cui sta chiuso.
Alberto non è un ragazzino a cui piaccia perdere tempo: dopo poche
sedute comunica a sua madre che non andrà più in analisi, perché tanto
non ha niente da dire.
La madre, che lo conosce, sa bene che non ci sarà modo di smuoverlo
dalla sua decisione, e me ne rendo conto perfettamente anch’io.
Alberto è un duro, ma la madre non è da meno, e neppure lei è una
che molla facilmente. Mi chiede come possiamo fare. Naturalmente non
può portarmi qui il ragazzino tirandolo per i capelli, e se Alberto non
vuole parlare con me non c’è niente da fare.
La madre invece, al contrario del figlio, trova che parlare con me non
sia inutile, e non è una di quelle donne che portano il figlio in analisi per
scaricarsene, perché sia un altro a occuparsi di quel che loro non riesco­
no a fare. Emma è una donna intelligente. La famiglia che si è costruita è
stata il suo modo per salvarsi dalla propria famiglia d’origine, come mi
ha confidato in alcuni colloqui precedenti, ed è stata la sua via di riscat­
to. Non può assolutamente permettersi che vada in crisi, e la situazione
di Alberto sta creando un nervosismo che, le pare, logora anche il rap­
porto con il marito.
Non posso parlare con Alberto, ma posso parlare con Emma, e lei
non manca della sensibilità necessaria per capire che Alberto non è sem­
plicemente un oggetto da riparare, e che molto dipende dalla relazione
che lei e il marito hanno con lui. E anche disposta a mettersi in discus­
sione, solo che non sa da che parte prendere la situazione e come cor­
reggere gli errori che pensa di poter avere commesso.

73.1 Supervisione educativa


Comincio così a incontrare Emma regolarmente per aiutarla a uscire dal
circolo vizioso in cui è caduto il suo rapporto con Alberto; non è un’a­
nalisi, anche se in molte occasioni veniamo a parlare della sua vita e del
suo passato. Potremmo chiamarla una supervisione educativa. Per circa

204
Gli attacchi di panico

un anno viene a parlarmi di come si svolge la vita in casa, mi racconta i


momenti difficili che si creano con Alberto e mi chiede, molto concreta­
mente, come gestire le situazioni critiche.
La abituo man mano a non reagire alle provocazioni del figlio con un
senso di offesa e con delle ritorsioni, cerco di indirizzare le sue risposte
dal rilancio diretto sul piano immaginario a una comprensione più me­
ditata della domanda d’amore sottesa in quelli che altrimenti potrebbero
sembrare solo dispetti. L’aiuto, insomma, ad ascoltare il ragazzino al di
là delle sue manifestazioni immediate, e naturalmente posso farlo solo
perché ho davanti a me una donna sensibile a questo tasto.
Un po’ alla volta la situazione si distende. Il figlio sulle prime è sorpre­
so e smarrito, vedendo che la madre non abbocca più alle sue esche di
provocazione, poi comincia a trovare confortevole la situazione e ad ap­
poggiarsi di più a lei. Le suggerisco, con cautela, di parlare anche con il
padre per fargli capire quanto anche i suoi atteggiamenti un po’ rigidi
favoriscano il senso di rivolta del figlio.
Emma si fa carico di tutto, direi con diligenza, anche se a volte deve
stringere i denti per pensare che le aggressioni del figlio sono solo una
risposta. I buoni risultati tuttavia la sostengono e la incoraggiano a pro­
seguire. Man mano anche la situazione scolastica migliora. Ora Alberto
ha passato gli esami di terza media senza grandi difficoltà e si è iscritto al
liceo. È stato lui a chiederlo, cosa che lei non avrebbe mai immaginato
vedendo il suo precedente atteggiamento nei confronti dello studio.

7.3.2 La crisi improvvisa


Della stitichezza ci eravamo quasi dimenticati. Un giorno, di sfuggita, le
domando come vada da quel lato: sembra che non ci siano problemi.
Tutto bene allora? Tutto risolto? Per Alberto, in effetti, le cose vanno
molto meglio.
Un giorno però, arrivando in studio, trovo sulla segreteria un messag­
gio di Emma. La voce è concitata, trema. Penso alla donna decisa e sicu­
ra che ho avuto tante volte di fronte e mi sembra di non riconoscerla.
Non l’ho mai sentita così: dice che sta molto male e che ha bisogno di
vedermi.
La chiamo immediatamente, le fìsso un appuntamento. Lei si catapulta
nel mio studio con forte anticipo rispetto all’ora fissata; appena riesco a
farla entrare mi racconta che quella mattina era uscita come il solito per
andare al lavoro e si è accorta di avere una notevole accelerazione cardia­
ca. Ha cominciato a spaventarsi e le sono venute le vertigini. Ha cercato
di aspettare l’autobus ma si è sentita paralizzata dal terrore e ha capito

205
Civiltà e disagio

che non sarebbe mai riuscita a salirvi. Completamente smarrita non ha


più saputo cosa fare, ha pensato che sarebbe morta, ed è fuggita a casa
senza tuttavia riuscire minimamente a calmarsi. Insomma, un tipico at­
tacco di panico, di quelli che i manuali di psichiatria dicono capitare
come fulmini a ciel sereno, senza un’etiologia precisa. Nel nostro caso,
tuttavia, il fulmine non è tanto a ciel sereno, giacché si è preparato per
un anno intero. Non dico annunciato, ma preparato. Non ritengo fosse
prevedibile, ma penso che dell’attacco di panico di questa donna, dopo
l’esordio, si possano retroattivamente capire le ragioni e Fenologia. Rias­
sumo schematicamente le linee fondamentali della storia di Emma, illu­
strandola con alcuni scorci del materiale emerso man mano nei colloqui
ed elaborato successivamente in analisi. L’insorgenza degli attacchi di pa­
nico è stata, infatti, la spinta per passare dalla supervisione educativa a
un’analisi vera e propria.

733 La storia di Emma


Detta in modo succinto, la storia è la seguente. I genitori di Emma si
sono separati quando lei era adolescente, ma anche prima della loro se­
parazione lei non è mai riuscita a considerare normale la sua situazione
familiare. Il padre, insegnante, persona impegnata politicamente e di
alto profilo intellettuale, secondo la descrizione della figlia, era tuttavia
un uomo violento e spesso manesco. Più di una volta lei ha dovuto assi­
stere alle sue esplosioni di collera incontrollata. Per dare un’idea dei suoi
metodi educativi c’è un episodio emblematico. Emma trova in cortile
una gattina abbandonata e chiede di tenerla con sé. Il padre acconsente,
ma le dice che se la adotta dovrà occuparsene ed esserne responsabile.
Al che Emma esulta. Alcuni mesi dopo, Emma va in vacanza per qual­
che mese nella città di mare dove abitano i nonni. Un giorno riceve una
telefonata del padre che le dice: «La tua gatta è morta di fame e di sete.
L’ho trovata sul balcone con le formiche che le uscivano dalla bocca. Ti
avevo avvertito che te ne saresti dovuta occupare».
Ovviamente Emma aveva pensato che le avrebbe dato da mangiare il
padre, rimasto a casa mentre lei era via. Il sadismo di quest’uomo aveva
però anche espressioni più direttamente fisiche. In una notte d’incubo
picchiò per diverse ore la madre e le ruppe le dita di una mano una per
una. Emma, che accorse spaventata, fu brutalmente scagliata contro un
armadio dal padre, che le urlò di non impicciarsi. La mattina seguente la
madre dovette essere accompagnata all’ospedale, pesta e sanguinante.
Grande seduttore, il padre sapeva conquistare la figlia con le sotti­
gliezze della sua dialettica. Uomo di smisurata brutalità, era capace di

206
Gli attacchi di panico

spaccare tutti i mobili di casa in un accesso di rabbia. Inevitabile che la


figlia lo amasse e lo temesse, e alla fine lo odiasse e lo fuggisse. Lo odiò
quando il padre se ne andò con un’altra donna e fece un figlio con lei,
Pietro. Questa donna le fece capire che non c’era posto per lei nella
nuova famiglia che il padre si era costituito.

73.4 Distacco e ritorno del padre


In un certo senso il padre, che era il suo punto di riferimento fondamen­
tale, mandava all’aria la famiglia in cui viveva con lei e non le offriva rifu­
gio nella nuova famiglia che formava. Emma, risentita, non volle vedere il
padre per un anno e mezzo. Poi lui la chiamò per annunciarle la nascita
del fratellastro, Pietro. Ripresero a frequentarsi. A Emma quel bambino
piaceva e gli si era affezionata. Un giorno però fece qualcosa che assoluta-
mente non riesce a ricordare, ma che il padre considerò tanto offensivo o
inappropriato da allontanarla, sbraitandole che non avrebbe più visto
Pietro. Emma voltò allora le spalle al padre e non lo vide più. Passarono
dieci anni prima che si sentissero di nuovo, poco prima cioè che Emma
venisse a consultarmi. Fu il padre a richiamarla. Doveva darle una noti­
zia: Pietro era morto in un incidente d’auto. Alla guida era il padre.
Il modo brutale con cui il padre rientra nella sua vita la getta nell’in­
quietudine. Aveva trovato un equilibrio allontanandosi da lui quando
aveva sentito di non avere un posto nella sua nuova famiglia. Si era co­
struita una famiglia in cui aveva trasferito quel che non poteva più con­
dividere con il padre e in cui aveva trovato una certa stabilità. Sentiva
ora la ricomparsa del padre come una minaccia che rischiava di varcare
il suo schermo protettivo.
In tutto ciò Alberto ha un ruolo centrale. Numerosi sono i sogni in cui
Alberto e il fratellastro si sovrappongono, si scambiano la posizione. A
volte sogna che Pietro è suo figlio, poi si rende conto che non può essere
così perché non è stato nella sua pancia. A volte è Alberto ad apparire
debole, minacciato, in pericolo di vita. Altre volte lei deve partorire un
bambino e la scena è ambientata nella casa del padre. Nei termini più
classicamente edipici - ma il quadro edipico non è una chiave interpre­
tativa sufficiente per questo caso - Alberto viene a occupare un posto
nel suo fantasma come figlio della relazione incestuosa con il padre.
Questo alimenta la rivalità e la gelosia nei confronti della nuova mo­
glie del padre. In un’altra serie di sogni, ad esempio, lei indossa un ma­
glione rosso stando di fronte al padre e a sua moglie che porta un abito
dello stesso colore. Oppure sogna di essere nella casa del padre, sente di
occupare un posto abusivamente, e presto viene la moglie del padre a

207
Civiltà e disagio

scacciarla e a riprendere il suo posto legittimo. Per questi aspetti si tratta


di un Edipo tipicamente moderno, multireferenziale nell’assortimento
dei partner, una variante rispetto a quello classico austroungarico. E na­
turale che la rivale non sia la madre, che appare tardi nella sua vita, giac­
ché Emma, per i primi tre anni, ha vissuto con la nonna materna e tutti i
ricordi più intensi dell’infanzia ruotano intorno al padre. Quando la ma­
dre appare si vede poco, o in modo poco significativo. La gelosia non
può che rivolgersi contro la donna verso la quale il padre manifesta il
proprio desiderio.

7.3.5 11figlio fantasmatico e quello sintomatico


Se il posto di Alberto nel fantasma di Emma è chiaro in senso freudiano,
dal nostro punto di vista possiamo aggiungere una caratterizzazione che
spiega perché il suo miglioramento (che viene da un cambiamento di
posizione rispetto al fantasma materno) sia contiguo e causalmente cor­
relato alle crisi di panico della madre: Alberto non è solo l’oggetto, frut­
to dell’incesto fantasmatico, è anche un sintomo di Emma e come tale
fissa il suo godimento contenendo l’angoscia. Nel momento in cui Al­
berto esce da questa posizione, crolla tutto l’edificio protettivo di Emma
e lei non sa più bene a cosa appigliarsi. In questo abbiamo una chiave di
lettura che va al di là dell’Edipo, e che fa leva sulla funzione stabilizzatri­
ce del sintomo.
Alberto è infatti un cardine della costruzione familiare in cui Emma si
è rifugiata per salvarsi dal padre. La separazione fisica dei genitori,
quando la madre deve cercarsi un’altra casa, coincide con il suo abban­
dono del liceo: per quanto riuscisse bene negli studi era troppo provoca­
toria ed entrava continuamente in conflitto con gli insegnanti. Cerca un
lavoro qualsiasi e lì incontra Lorenzo. Sulle prime le era antipatico, poi
parlando si accorge che non le dispiace e decidono di fare un figlio. At­
tenzione: non è che s’innamorano, si fidanzano, fanno l’amore, si lascia­
no travolgere dalla passione o semplicemente si mettono insieme o con­
vivono. No, parlano e decidono di fare un figlio. O almeno così vanno le
cose nel suo racconto.
Non è che lei non sia innamorata di Lorenzo: è solo che Lorenzo ha
un posto conseguentemente all’idea di avere un figlio anziché essere il fi­
glio frutto della loro relazione d’amore.
Lei viveva ancora con la nonna. Al terzo mese cominciano le nausee e
tra le varie cose che le danno nausea c’è l’odore del sudore di Lorenzo,
così insopportabile da rifiutare ogni contatto con lui.
Non lo vuole più, non vuole più né lui né il bambino. Va a fare gli esa-

208
Gli attacchi di panico

mi necessari per abortire, trova il personale sanitario sgarbato, manda


tutti al diavolo e li pianta in asso. Decide così di tenere il bambino. In­
tanto lega di nuovo con Lorenzo. All’ottavo mese di gravidanza la nonna
si accorge del suo stato e informa la madre. Le fanno fare altri esami e le
suggeriscono di abortire.
Lei si indigna e se ne va. La madre allora si mobilita, compra la quota
per una casa in una cooperativa, qualche coperta, qualche piatto, e così
comincia la storia della convivenza di Emma e Lorenzo.
E evidente che Alberto è il primo mattone della costruzione familiare
di Emma e che, in un certo senso, viene prima di Lorenzo. Prima infatti
decidono di fare un figlio e poi inizia, dopo qualche sobbalzo, la loro re­
lazione.
Lorenzo è il compagno, ma è essenzialmente il padre di Alberto. E
tuttavia un padre vicario, è colui che dà a Emma il bambino che il padre
le ha negato quando le ha vietato di vedere Pietro.

73.6 Senza limite


Ora si può inquadrare la funzione di Alberto nell’economia libidica di
Emma: direi che separa le due facce del padre. Una volta mi descrive in
modo incisivo queste due facce. Una presenta il padre con la barba sfat­
ta, gli abiti sciatti, un po’ sporco: è quando è buono, gradevole, la cocco­
la e la fa entrare nella fusione estatica della sua compagnia. L’altra lo mo­
stra con il viso rasato, in ordine, pulito: è quando è cattivo, di una catti­
veria senza limiti; e l’estasi di un’unione fusionale si rovescia in terrore
sconfinato.
Il solo limite era l’amore, ma quando era cattivo poteva fare tutto, era
un altro uomo, e lei non riusciva più a riconoscere nessun segno d’amo­
re che potesse fermarlo. Alberto ha la funzione di riportare, nella vita di
Emma lontano dal padre, quel che di lui è irrinunciabile, tenendo a di­
stanza l’imprevedibilità che in un istante fa sparire la barba sfatta per
esibire la dura freddezza del volto ben rasato.
Quest’aggressività e volubilità appartengono però ormai anche a
Emma, lo abbiamo visto nel suo comportamento all’incontro con Lo­
renzo, e in qualche modo si sono trasmesse anche ad Alberto.
Lui, che doveva stabilizzare le cose, è risultato ingessato in una posi­
zione dove ha poca possibilità di movimento. La rigidezza e la stitichez­
za di Alberto dipendono dal controllo che il desiderio della madre tenta
ostinatamente di esercitare su di lui, assegnandogli la duplice funzione
di fissare il godimento estatico del rapporto di Emma con il padre e di
stornarne l’aggressività. La presa desiderante di Emma su Alberto è ana-

209
Civiltà e disagio

Ioga a quella del padre su di lei, anche se realizzata con altri mezzi. Un
giorno Emma mi mette in mano una lettera del padre, scritta quando lei
era adolescente, dopo un momento di conflitto, e che lei ha conservato
con un sentimento misto di timore, indignazione e ammirazione.
La riporto perché mi sembra mostrare con chiarezza una posizione
desiderante che non lascia nessun margine alla figlia nella scelta tra l’a­
desione totale e la rivolta.

73.7 La lettera del padre


Non è vero Emma (come tu temi o credi) che io in questo momento stia fa­
cendo il braccio di ferro con te per vedere chi tiene duro più a lungo, chi fa
cedere l’altro per primo.
Questi son giochi che van bene tra fidanzati. Ti voglio bene, soffro perché
non ti posso vedere e parlare: cerca di capire che io non sono nella condizione
di potere o volere scegliere se volerti o meno. Non posso che volerti, perché
10 sono tuo padre e tu sei mia figlia.
Nessun malumore, nessun litigio o diverbio può cambiare questo fatto.
Detto questo, ti devo parlare non solo con la voce del sentimento ma anche
con quella della ragione. E qui cerca di capire bene:
- Non posso far niente contro il fatto che, se io ti contrario su qualcosa di im­
portante per te, tu scappi da tua madre e lei accetti la cosa. È stata una scelta
tua e, se lo vuoi, spetta a te tornare su questa scelta. Io ti voglio bene, ma sei
tu a dover decidere se ti serve avere un padre che si occupi di te. E una volta
per tutte, per favore.
- Io mi occupo di te a modo mio, secondo le mie idee e i miei valori. Che
sono miei e di nessun altro. Per intenderci: non sono quelli di tua madre, né
quelli di mia madre, né quelli di P..., né quelli di R... Richiedo e ascolto i
consigli di tutti (primi fra tutti i tuoi): ma decido da solo e ho i miei punti di
vista. Per essere chiari: se stai con me vai in vacanza dove e con chi permetto
io, compri i vestiti che io ritengo opportuno comprarti, e così via.
- E assolutamente distruttivo, doloroso, nocivo per tutti, che tu ponga in al­
ternativa lo star con me o lo star con tua madre: hai bisogno dell’aiuto di en­
trambi (su certe cose è più brava A..., su altre io). Quello di cui non c’è asso­
lutamente bisogno è che tu faccia male a te stessa per costringerci ad andare
d’amore e d’accordo. Qualunque cosa tu possa fare di bello o di brutto, noi,
d’amore e d’accordo, non andremo mai più. Del resto, t’assicuro, di questi no­
stri {non tuoi} problemi fra pochi anni potrai fregartene del tutto: e non ti farà
che bene.
11 mio affetto per te non è qualcosa che può esserci o non esserci: c’è e basta.
Se tu vuoi servirti di me, se senti che ti sono necessario (o meno), se vuoi che
io mi occupi di te, tutto questo lo devi decidere tu e non posso deciderlo io al
tuo posto.
Tuo padre

210
Gli attacchi di panico

C’è la seduzione, la minaccia, l’intimazione, l’affermazione orgogliosa di


sé, la forza asserita insieme al suo limite, ma che non scende a trattative.
C’è prendimi o lasciami, insieme a un diniego che alla figlia adolescente
non sfugge affatto: “Questi giochi non van bene tra noi ma tra fidanza­
ti”. Se ha sempre conservato questa lettera, non lo nasconde, è perché
l’ha sentita come una dichiarazione d’amore. E anche la violenza del pa­
dre, proprio perché esprime insieme la sua furia impotente, la sua debo­
lezza, è una dichiarazione d’amore. Lo è soprattutto in un episodio dove
la violenza è quella di un uomo che esprime la prepotenza del desiderio
nei confronti della figlia.
E un episodio che mostra in modo narrativo e drammatizzato il mate­
rna delle due facce, e che presenta in modo paradigmatico il vortice di
passione, di gelosia e di violenza che ha formato il rapporto - che non
possiamo definire edipico, ma estatico fusionale - di Emma con il padre
e di cui Alberto è l’erede.
Emma non ha nessuna difficoltà a riconoscere il fascino che il padre
esercitava su di lei. Fin dall’adolescenza aveva sempre abbracciato e di­
feso gli ideali di quest’uomo così intellettuale, così dedito a interminabili
discussioni astratte, di irresistibile capacità argomentativa. A volte passa­
va ore misurandosi con lui in sfide dialettiche, giacché lui ci teneva che
lei acquisisse le sue stesse capacità intellettuali e verbali. L’eristica pater­
na era però insuperabile e avrebbe potuto dimostrare qualsiasi cosa, an­
che che in quel momento stavano camminando sulla luna. Dietro il lato
intellettuale e idealizzato c’era però il lato violento che una volta si sca­
ricò su di lei come una tempesta divina lasciandola tramortita.

73.8 Una violenza sconfinata


Aveva allora sedici anni. I suoi erano già separati. Per quell’estate la madre
era via e lei era assegnata al padre, che era in Liguria in attesa di partire
per la Spagna. Lei stava trascorrendo le vacanze in Abruzzo, ma aveva in
quel periodo un ragazzo di cui era pazzamente innamorata e che voleva ri­
vedere. Dall’Abruzzo telefonò al padre chiedendogli se poteva andare a
casa, e lui rispose di no. Emma, che non stava più nella pelle dalla voglia
di rivedere il suo fìdanzatino, trasgredendo il divieto paterno, tornò egual­
mente a Milano, nella casa patema, dove trascorse tre giorni con il suo
giovane innamorato all’insaputa del padre. Quando è il momento di ri­
mettere tutto in ordine e ripartire si accorge di non ritrovare più le chiavi
di casa. Per quanto cercate disperatamente, le chiavi non saltano fuori, e
così, volenti o nolenti, è la trasgressiva fuga d’amore a saltar fuori. Emma
telefona al padre per dirgli come stanno le cose e lui la invita a raggiunger­

211
Civiltà e disagio

lo in Liguria. Lei non pone tempo in mezzo e si affretta a prendere il tre­


no. Alla stazione ce il padre, che è venuto a prenderla.
L’abbraccia, la bacia, la stringe a sé, le dice di essere stato in pensiero, le
chiede perché non lo avesse avvertito. La consola dicendole che l’impor-
tante per lui è vedere che lei sta bene. Poi vanno a casa, dove cera anche
la nonna patema. La porta in cucina, invita sua madre a uscire per una
passeggiata chiedendole di chiudere la porta a chiave. Poi chiude a chiave
anche la porta della cucina. Attimo di suspense, poi, d’improvviso, si sca­
tena il cataclisma, la fine del mondo: lui l’aggredisce a pugni, a calci nello
stomaco, sbattendola contro i muri, rovesciando i mobili, lacerandole i ve­
stiti, e va avanti fino a che non la vede pesta, sanguinante e piena di lividi.
Più ancora che dalle botte lei è distrutta dal voltafaccia, dall’inganno,
dal senso di tradimento. Ma la sera, quando è a letto, il padre la raggiun­
ge, le si siede accanto, con tono suadente le domanda perché non gli
avesse parlato, le dice come lui abbia sempre cercato il dialogo con lei,
che non cercava altro che capirla. Lei, blandita, risponde quel che le
sembra essere la verità: aveva desiderio di vedere quel ragazzo, lui
gliel’aveva negato e lei non aveva resistito.
Non è la risposta giusta, perché il padre, visibilmente, di nuovo si irrita,
comincia a perdere le staffe e poi ancora scatta come una furia riprenden­
do a picchiarla, strappandole la camicia da notte, trascinandola giù dal let­
to per i capelli, e tutto il seguito di amenità di cui quest’uomo era capace.
Quando, alla fine, la bufera si placa è ancora lei a chiedere scusa al pa­
dre per averlo messo in condizioni di comportarsi così.

7.3.9 La ripetizione
Questo episodio è all’origine di un sogno ricorrente, che si ripresenta in
diverse forme proponendo sempre lo stesso tema. Lei toma nella casa
del padre, a volte ci sono alcuni amici, altre volte è sola. C’è un po’ di di­
sordine. Deve mettere a posto prima che tornino il padre con la seconda
moglie. Sono fuori in genere per qualche festività, perché sono in vacan­
za, o sono usciti per qualche spettacolo. Lei deve far presto per uscire di
casa prima del loro ritorno e cancellare le tracce del suo passaggio. Le
cresce man mano l’ansia fino a diventare un’angoscia che la sveglia, e lei
si rende conto di non essere uscita.
Altre volte sogna la casa del padre vedendola da fuori. E ordinata, bel­
la, pulita. Prima, quando ci vivevano lei e la madre, tutto era sudicio,
unto, il balcone sempre in disordine. Ora tutto è armonioso, e sul da­
vanzale c’è persino un fiore, una calla, che lei considera un segno di feli­
cità. Chi l’ha messo? Deve averlo messo lei, la seconda moglie! E lei,

212
Gli attacchi di panico

Emma, che avrebbe voluto quella felicità, aveva avuto invece solo la rab­
bia, la violenza, lo sporco.

7.3.10 La prostituta
Questo tema dello sporco è innestato su fantasie di prostituzione che ap­
paiono in un sogno in modo abbastanza esplicito. Deve trovarsi un lavo­
ro e una casa, si dirige verso sud, va in Puglia, va verso il mare. Sono
luoghi incantevoli, ma completamente bruciati, ed è peccato che posti
tanto belli siano così rovinati. Pensa poi che deve fare qualcosa per vive­
re e apre un locale con una vasca idromassaggio. Arriva suo padre. Sulle
prime è stupita e intimorita, poi gli dice: «Hai avuto due occasioni per
essere felice; una con tua moglie e una con l’altra donna. Se le cose non
ti funzionano non è a causa di quel che ti sta intorno, è perché sei tu che
non vai», e si allontana.
A parte il ruolo di massaggiatrice attribuitosi nel sogno, che non lascia
molti equivoci, trovo espressiva la connotazione dei luoghi, incantevoli
ma bruciati, rovinati. Sono i luoghi dell’infanzia: posti di mare, una Li­
guria che il sogno traveste da Puglia. Sono però anche la lirica della bel­
lezza caduta in rovina, del sentimento sporcato dal desiderio, dell’amore
esploso nella violenza erotizzata. Questo negarsi al padre come terza oc­
casione di felicità - ma in realtà occasione primaria distrutta dalle altre
due - è la stessa mossa sottrattiva con cui perde le chiavi di casa per far
sapere al padre di esserci stata. E un modo di dire: «Non ti obbedisco»,
ribellione adolescenziale, ma è anche un modo di sottrarsi al suo deside­
rio stuzzicando la sua gelosia.
Un altro sogno è ancora più esplicito sulle fantasie di prostituzione. Si
vede nella sua casa, anche se non ne riconosce le caratteristiche. Doveva
prostituirsi e aspettava una persona. Era preparata nel modo giusto:
gonna corta, autoreggenti, pushup, tacchi a spillo. Si accorgeva che
qualcosa le mancava, forse un rossetto, che sarebbe stato adatto per
l’immagine con cui doveva presentarsi. Arriva la persona che aspettava e
- colpo di scena - è una donna. Devo farlo egualmente, si dice, perché
in fondo è solo una prestazione professionale. Entra in camera e si rende
conto che c’è suo padre che dorme.
Sarebbe interessante sviluppare questo aspetto dei fantasmi di prosti­
tuzione in rapporto ad alcune vicissitudini iniziali della sua vita coniuga­
le con Lorenzo, quando lui ha perso la testa per un’altra donna e per un
momento è sembrato che tutto dovesse crollare, mentre invece ha tenu­
to. Lorenzo, pur amato, non è mai stato l’uomo del desiderio, e le fanta­
sie di prostituzione sono la traccia di un risvolto irrealizzato della sua

213
Civiltà e disagio

vita, chiuso in una lampada di Aladino che non ha nessuna intenzione di


strofinare, almeno per il momento, e che, credo, l’analisi deve mettere in
luce senza sollecitarlo.

73.11 II padre edipico e il padre estatico


Il caso di Emma mostra in modo evidente una dimensione della relazio­
ne con il padre che sarebbe facile ma riduttivo interpretare in classica
chiave edipica. Il padre di Emma in realtà non ha nulla del padre edipi­
co: non è l’oggetto incestuoso desiderato e inaccessibile, che segna tra sé
e la figlia la barriera del divieto. E anzi, al contrario, una figura che si
concede senza limiti, sia nella vicinanza sia nella violenza distruttiva. Il
padre edipico è un padre che può dare adito a trasgressioni, ma che se­
gna comunque un confine, che esercita un ruolo separatore.
Il padre di Emma non è un padre edipico, è un padre estatico che, nel
bene e nel male, non conosce limite: assorbe in sé infinitamente quando
mostra il volto buono, devasta altrettanto infinitamente e getta nel pani­
co quando domina in lui il volto cattivo.

7.4 Diverse prospettive

Questo ci porta a sottolineare la differenza tra panico e angoscia: il pani­


co, infatti, diversamente dall’angoscia, non è un tema classico della psi­
coanalisi. Gli studi sulle modalità di terapia psicoanalitica focalizzate sul
panico hanno cominciato a uscire solo negli ultimi anni, mentre l’ango­
scia è da sempre una delle pietre angolari nella costruzione concettuale
della psicoanalisi.
Abitualmente la psicoterapia cognitivo-comportamentale viene consi­
derata la più indicata per il trattamento degli attacchi di panico.5
Il cognitivismo, infatti, per questo tipo di patologia, ha un riferimento
importante nella teoria dell’attaccamento di Bowlby. L’attaccamento è
per Bowlby un comportamento legato alla presenza e all’assenza della
madre, fondato su presupposti biologici ed evolutivi, e studiato anche
dagli etologi in diverse specie animali. Su queste basi Bowlby considera
che l’angoscia e il panico abbiano origine nella separazione dalla madre,
quando il piccolo è privato di quello che è il punto di riferimento cen­
trale del suo mondo.

5 E Aquilar, E. Del Castello (a c. di), Psicoterapia delle fobie e del panico, Franco
Angeli, Milano 1998.

214
Gli attacchi di panico

Le premesse biologiche della psichiatria e quelle del cognitivismo entra­


no in sintonia, e questo porta quasi naturalmente a combinare il tratta­
mento farmacologico con quello rieducativo cognitivo-comportamentale.

7.4.1 La forzatura delle difese


Come interviene la terapia cognitivo-comportamentale? Su due piani:
correggendo quella che viene considerata una misinterpretation di alcuni
eventi occorsi nella vita del paziente e condizionando il suo comporta­
mento.
Con notevole frequenza accade che gli attacchi di panico evolvano
spontaneamente in manifestazioni di agorafobia. Ricondizionare il com­
portamento significa allora forzare le difese del soggetto perché si
esponga gradatamente sempre di più alle situazioni per lui angoscianti.
Se ha paura a uscire per strada un primo passo sarà per il paziente quel­
lo di avvicinarsi alla porta, un secondo quello di aprirla, poi di mettere il
naso fuori dall’uscio e così via.
Soffermiamoci un momento su questa tecnica di forzatura delle difese,
perché per un periodo ha avuto un posto anche nella psicoanalisi. Nel
dopoguerra, quando ferveva il dibattito sugli standard che dovevano de­
finire quali caratteri distinguessero l’intervento psicoanalitico dalle altre
psicoterapie, il canone era considerato l’interpretazione: veniva definito
psicoanalitico l’intervento che faceva ricorso allo svelamento del senso
inconscio. Naturalmente però gli psicoanalisti si resero conto dell’esi­
stenza di alcune situazioni che resistono al trattamento attraverso il sen­
so, e una di queste, considerata paradigmatica, era la fobia. Per aggirare
l’ostacolo che la fobia poneva all’interpretazione fu allora adottata una
variazione della tecnica, valutata compatibile con l’impianto concettuale
della psicoanalisi, che consisteva per l’appunto nella forzatura delle dife­
se. Il soggetto veniva invitato a superare un po’ alla volta le restrizioni
impostegli dalla fobia e a sopportare l’angoscia che ne derivava.
Questa modalità d’intervento non ha più corso nella psicoanalisi con­
temporanea. Dobbiamo infatti considerare che la fobia è la soluzione
naturale che il soggetto trova per trattare l’angoscia e il panico: la fobia
è, in un certo senso, una terapia spontanea del panico e dell’angoscia.
Non la si può contrastare senza offrire una barriera alternativa che pro­
tegga il soggetto dall’insopportabile che lo invade.

7.4.2 La forzatura attraverso la lingua


E più indicato allora operare, più che una forzatura delle difese, una for­
zatura attraverso la lingua. Si tratta cioè di costruire una distanza simbo-

215
Civiltà e disagio

lica che tenga lontano ciò a cui il soggetto non può dare senso, e che
proprio per questo non risponde all’interpretazione.
La forzatura attraverso la lingua va nello stesso senso della fobia, ne
raccoglie, per così dire, il suggerimento terapeutico, solo che alla distan­
za fìsica, che la fobia mette tra il soggetto e la concrezione delle proprie
angosce, sostituisce una distanza simbolica. La forzatura attraverso la
lingua non è altro che la costruzione di questa distanza simbolica attra­
verso significanti che non hanno la funzione di fare affiorare un senso
nascosto ma di nominare il godimento: è un esercizio poetico, come ad
esempio l’invenzione del termine «teta veleta» di Pasolini, che contrasse­
gnava e arginava l’inesprimibile turbamento che lo prendeva, sin da
bambino, di fronte all’incavo della gamba dietro il ginocchio.

7.43 Einterfaccia con il sociale


I disturbi da attacchi di panico hanno un’interfaccia con il sociale. In
pratica, la promozione di una categoria diagnostica, nata il più delle vol­
te fortuitamente, come abbiamo visto anche nel caso di Donald Klein,
produce un’etichetta, un’insegna in cui molte persone possono ricono­
scersi, aggregarsi sulla base di un tratto identificativo comune.
E stato questo il caso della LIDAP (Lega Italiana per i Disturbi da At­
tacchi di Panico), nata per iniziativa di Valentina Cultrera.6 Quando Va­
lentina Cultrera ha partecipato a una trasmissione televisiva raccontando
la propria esperienza, molti di coloro che soffrivano degli stessi disagi,
senza saper dar loro un nome, hanno scoperto la possibilità di attribuire
alla loro sofferenza il marchio di una categoria diagnostica, riunendovisi
intorno e organizzandosi in gruppi di aiuto reciproco.
Si tratta di una sequenza tipica, che è stata studiata, in cui una diagno­
si psichiatrica dà luogo a un movimento sociale e, per effetto di retroa­
zione, il movimento sociale consolida la categoria. Si crea così una dina­
mica di autoconferma che dà consistenza a una peculiare configurazione
della patologia. Lo si è visto con le forme charcotiane dell’isteria, così di­
verse da quelle freudiane, e così diverse da quelle contemporanee. E la
storicità dell’inconscio, che trova nella varietà espressiva dei sintomi il
modo di interrogare le cristallizzazioni di sapere della propria epoca.
Ora è importante notare che il sintomo ha due versanti: uno è quello
variabile, condizionato dai fattori storico-sociali entro cui si produce,
che riguarda le forme simboliche in cui si esprime; l’altro è quello co­
stante, è la base reale che attraversa immutata la proteiforme mutevolez­

6 V. ( 'ultrera, Panico!, Guaraldi, Rimini 1992.

216
Gli attacchi di panico

za del simbolico, ed è l’angoscia. Il sintomo tenta di ingabbiare l’ango­


scia mettendola in involucri formali sempre diversi, ed è questo il punto
che lo scientismo contemporaneo perde di vista quando cerca nel sostra­
to biologico la realtà ultima delle condotte sintomatiche.
Gli attacchi di panico si avvicinano alle nuove forme del sintomo nella
misura in cui, attraverso un significante socialmente riconoscibile, pro­
ducono un’identificazione che sutura la divisione soggettiva. Nel panora­
ma dei nuovi sintomi gli attacchi di panico occupano tuttavia una posi­
zione particolare perché fanno affiorare un reale nudo, spoglio di veste
simbolica, o di una condotta propriamente sintomatica.

7.5 Angoscia e panico

La clinica psicoanalitica ci insegna che l’angoscia è un incontro con il


reale; finché cerchiamo nella biologia possiamo trovare i diversi risvolti
della realtà corporea, ma il reale dell’esistenza soggettiva è un’altra cosa
ed è proprio l’angoscia a segnalarla. Il panico mostra una specificità nel­
la manifestazione di questo reale che credo sia importante articolare e
distinguere rispetto al fenomeno dell’angoscia.
Sono generalmente note le due fasi della riflessione di Freud sul proble­
ma dell’angoscia: nella prima, che fa perno sulla Metapsicologia? la libido
lasciata libera dopo che una rappresentazione viene rimossa si trasforma
in angoscia; l’idea di fondo è dunque che l’angoscia sia una trasformazio­
ne della libido, si tratta quindi di un eccesso che deve essere scaricato.
Nella seconda fase, per la quale il testo di riferimento è Inibizione, sinto­
mo e angoscia? l’angoscia è invece considerata un segnale all’interno del­
l’io, segnale di un pericolo che viene dalla separazione dalla madre o, nel­
la fase fallica, dalla castrazione, in entrambi i casi si tratta comunque della
perdita di un oggetto libidicamente investito, di una mancanza.
Secondo la lettura che ne dà Miller,789 Lacan non privilegia una delle
due fasi ma le unisce, e un materna contrassegna questa convergenza:

7 S. Freud, Metapsicologia (1915), in Id., Opere, cit., voi. 8.


8 S. Freud, Inibizione, sintomo e angoscia (1926), in Id., Opere, cit., voi. 10.
9 J.-A. Miller, À propos des affects dans l’expértence analytique, in “Actes de l’École
de la Cause Freudienne”, 10,1986.

217
Civiltà e disagio

In questo materna si vede come l’eccesso libidico, siglato con l’oggetto


(a) contenga la mancanza, segnalata con -(p.

7.5.1 Due assiomatiche sull'angoscia


E interessante, però, vedere come anche in Lacan ci siano due assiomati­
che dell’angoscia: una costituisce la teoria classica imperniata sul semi­
nario del 1962-63,1011 l’altra è quella che si formula con il suo ultimo inse­
gnamento, e che ha un punto di riferimento essenziale nella conferenza
romana La terza, del 1974.11
Nella sua teoria classica Lacan riprende l’idea freudiana dell’angoscia
come segnale di pericolo. Per Freud, abbiamo visto, il pericolo è quello
della separazione: il bambino staccato dalla madre si trova in una situa­
zione di Hilflosigkeit, termine che la traduzione italiana rende con “im­
potenza”. Si tratta in realtà di qualcosa di più radicale, di una mancanza
di ricorso, di non saper più da che parte girarsi per avere aiuto, di un’as­
senza di qualsiasi appiglio. Il bambino, senza l’appoggio della madre,
non può sottrarsi alla pressione dei suoi bisogni che lo travolgono e lo
gettano in uno stato che non è improprio definire di panico. Possiamo
tenere il termine Hilflosigkeit come un punto di riferimento, perché ci
aiuta a far emergere e ad articolare la differenza tra il fenomeno del pa­
nico e quello dell’angoscia.
Consideriamo brevemente i temi sviluppati nel seminario sull’angoscia.
Lacan riprende l’idea freudiana dell’angoscia come segnale di una man­
canza, ma ne muta la prospettiva giacché parte da una mancanza raddop­
piata. Dice infatti che l’angoscia si verifica quando viene a mancare un ap­
poggio sulla mancanza, in altri termini quando viene meno per il soggetto
la possibilità di riferirsi alla mancanza dell’Altro che lo costituisce come
desiderio. Consideriamo, ad esempio, la madre come concrezione dell’Al­
tro. Lacan considera la madre simbolica non semplicemente quella biolo­
gica, come succede nella teoria di Bowlby. La madre simbolica, come vie­
ne definita in uno degli sviluppi principali del seminario del 1956-57, è
quella determinata dall’alternanza delle presenze e delle assenze.

7.5.2 II telecomando universale


E il fatto che la madre ogni tanto si assenti, è il fatto che ogni tanto man­
chi a permettere al bambino di desiderarla. Quando la madre è troppo
assillante, troppo assidua, quando sta troppo addosso, impedisce al

10 J. Lacan, Le Séminaire. Livre X. L’angoisse (1962-63), Seuil, Paris 2005.


11J. Lacan, La terza, in “La psicoanalisi”, 12,1993.

218
Gli attacchi di panico

bambino di costituirsi come desiderio: l’angoscia deriva da questa im­


possibilità determinata dall’assedio materno. La madre angosciante è in­
nanzi tutto quella che riempie eccessivamente lo spazio soggettivo del
bambino con la propria presenza.
Una vignetta, uscita sull’“International Herald Tribune”, esemplifica
in modo efficace questa idea. Il marito e la moglie sono seduti uno di
fronte all’altra nel soggiorno di casa; il marito, John, tiene in mano una
sorta di telecomando, la moglie gli sta parlando ininterrottamente ma la
nuvoletta che le esce dalla bocca, in cui nei fumetti è scritto quel che il
personaggio sta dicendo, è completamente vuota. La didascalia della vi­
gnetta riporta: «John ha scoperto l’uso del telecomando universale».
Trovo questa vignetta illuminante, perché in effetti il disascolto attivo
non è qualcosa che sia scontato avere a disposizione: bisogna avere un
vacuum in cui ritrarsi dall’eccesso della presenza dell’Altro, bisogna po­
ter fare un vuoto nella pienezza dell’Altro per ripristinare un riferimento
al desiderio, bisogna avere una chiave simbolica per poter, anche solo un
istante, chiudere fuori l’Altro, impedendogli di invadere i nostri pensieri
e il nostro essere.
Questa è anche direi un’indicazione clinica fondamentale, giacché il
sollievo dall’angoscia lo si ottiene consentendo al soggetto di ricentrarsi
sul desiderio. In questo senso la classica strategia isterica della derobade
è un modo esemplare di trattamento dell’angoscia: il soggetto si fa man­
care all’Altro in una struttura dove l’Altro non è riuscito a farsi mancare
abbastanza al soggetto.

7.5.3 Desiderio dell"Altro, domanda dell’Altro, godimento dell’Altro


Uno dei fili conduttori di Lacan nel seminario del 1962-63 è che l’ango­
scia è la sensazione del desiderio dell’Altro, sensazione che si accompa­
gna a una certezza. Che cosa manifesta questa certezza? Manifesta la
convinzione che il soggetto ha acquisito sul tipo di oggetto che è per il
desiderio dell’Altro. Ne derivano le diverse coloriture deH’angoscia: di
essere divorati, di essere sotto la potenza distruttiva dello sguardo, come
fosse lo sguardo della Gorgone, di essere schiacciati dalla potenza <lei
l’urlo di Pan o dello shofar, di essere rigettati nel nulla come dea/ione
Presentandosi con questa nota di certezza l'angoscia e ddimia da I a
can come ciò che non inganna: essa inlatti, al di la del velo della pai ven
za, presenta l’eccedenza di un reale piiiiiosio dir la maio an/a in «ut
consiste la verità. E la ragione per cui l angost la e il panno non hiiint
trattabili con le modalità di svelamento c d'inieipicta/iom . . In turno lo
standard classico della psicoanalisi

21 n
Civiltà e disagio

Se vogliamo prendere un asse centrale nella concettualizzazione che


Lacan fa dell’angoscia nel 1962-63 dobbiamo considerare la dimensione
dell’Altro. Questa si sviluppa lungo tre direttrici.
La prima è quella del desiderio dell’Altro, che investito della certezza
occlude la possibilità per me, il soggetto, di costituirmi come desiderio
nell’articolazione in cui il mio desiderio è il desiderio dell’Altro.
La seconda è quella della domanda dell’Altro, che, nella misura in cui
non si dipana in un’alternanza di presenze e di assenze, mi tiene stretto
nella propria morsa.
La terza è il godimento dell’Altro, che mi riduce all’oggetto che sono
come causa del suo desiderio, dove si tratta di un oggetto fuori dalla
rappresentazione e quindi fuori dalla portata del sapere.
Questa dimensione “fuori rappresentazione” diventa particolarmente
sensibile nell’incubo o nell’esperienza à^XJnheimliche, l’estraniamento,
lo smarrimento delle coordinate, il doppio. MUnheimliche è il concetto
su cui Lacan incentra il suo sviluppo sull’angoscia del 1962-63 e se ac­
centuiamo il contrasto tra Unheimliche e Hilflosigkeit possiamo avere
una chiave di lettura della differenza tra angoscia e panico: la prima in­
fatti prevede un velo inquietante dietro cui si manifesta la presenza del
reale, mentre il secondo è lo sbaragliamento di ogni difesa, dove ogni li­
mite è valicato.

7.5.4 Langoscia e lo specchio


La differenza tra panico e angoscia prende maggior risalto se consideria­
mo che la prima formulazione dell’angoscia, in Lacan, si appoggia in
modo importante sullo schema degli specchi entro cui il fenomeno stes­
so viene inquadrato. Lo schema degli specchi dà la struttura del narcisi­
smo distinguendo un’immagine reale - siglata i(a) e riflessa da uno spec­
chio concavo - da una virtuale - siglata i’(a) e riflessa in uno specchio
piano.
Nello schema degli specchi che aveva costruito negli anni cinquanta,
Lacan inscrive, nel 1962-63, la notazione (-<p) per indicare il fallo come
punto limite nell’investimento libidico dell’immagine speculare narcisi­
stica. Il fallo è una riserva libidica che mostra come non tutto l’investi­
mento passi per i’(a).
Normalmente, nelle coordinate immaginarie, il fallo non appare, è se­
gnato come un meno, come mancanza, non è visibile né a livello reale né
a livello virtuale perché non esiste immagine della mancanza. Quando
accade che questa mancanza appare positivamente nello spazio dell’im­
magine virtuale, quando si colma il posto previsto per la mancanza ed

220
Gli attacchi di panico

essa svanisce, allora sorge l’angoscia. In questo senso Lacan può dire che
l’angoscia è in presenza d’oggetto: è l’oggetto (a) che si presentifica nella
sua essenza più radicale, come il niente.
Passare per (-(p) serve a Lacan per giustificare l’idea freudiana dell’an­
goscia di castrazione; ma vediamo come in realtà (-(p) entri in gioco per­
dendo il segno meno, positivizzandosi come oggetto (a), manifestando
positivamente il niente che l’oggetto (a) è in ultima istanza, come attua-
lizzazione di un elemento non specularizzabile e, per sua struttura,
escluso dal campo della rappresentazione.

7.6 II significato del fallo nel realismo e l’autoriferimento del fantastico

Vediamo quindi come la teoria classica dell’angoscia in Lacan sia incen­


trata sull’oggetto (a), che chiamiamo plusgodere. Si tratta però di un go­
dimento che Miller definisce come «il volto docile del godimento», un
godimento che sta dove deve stare, nel posto assegnatogli dal significan­
te. La struttura discorsiva pertinente a questa modalità duttile del godi­
mento è:

SI S2
-<p // a

Il fallo (-(p) e l’oggetto (a) sono separati da una doppia barra, non posso­
no sovrapporsi. Ciò vuol dire che il discorso funziona nel normale regi­
me referenziale, quello del significato fallico, lasciando (a) come resto
metonimico, e il posto di (a) è definito e circoscritto dall’articolazione
del significante: l’oggetto sta dove deve stare e il posto della mancanza
resta vuoto. È il modello della narrazione realista che dice le cose come
sono perché, incentrata sul significato fallico, non ha bisogno di cercare
significati ideali, mistici o trascendenti.
La struttura discorsiva della narrazione fantastica, genere letterario a
cui Freud attinge per forgiare il concetto di Unheimtiche, è diversa per­
ché è caratterizzata da circoli autoreferenziali e il posto della mancanza,
che dovrebbe restare vuoto, viene colmato con gli effetti di estraniamento
che ne conseguono. La possiamo scrivere così:

SI S2
<P<-> a

221
Civiltà e disagio

In questa formula vediamo cadere la doppia barra che separa il fallo e


l’oggetto. L’oggetto si sovrappone al posto della mancanza perturbando
il normale funzionamento referenziale e dando luogo all’aura di fenome­
ni che hanno il proprio punto focale nell’angoscia.

7.6.1 Dall'oggetto (a) al corpo


Consideriamo ora il modo in cui Lacan riformula il problema dell’ango­
scia nel suo ultimo insegnamento. Inizialmente l’angoscia è incentrata su
un oggetto fuori dal corpo, giacché tale è definito l’oggetto (a), ma nella
rielaborazione successiva le cose si rovesciano e Lacan colloca l’angoscia
nel corpo.
Prenderei come riferimento la conferenza La terza. Cito un passo di
pagina 33: «Di che cosa abbiamo paura? Del nostro corpo. Lo manifesta
quel fenomeno curioso sul quale ho tenuto un seminario per un anno in­
tero, e che ho chiamato angoscia. L’angoscia è appunto qualcosa che si
situa altrove, nel nostro corpo, è il sentimento che sorge dal sospetto di
essere ridotti al nostro corpo. Siccome è davvero curioso che questa de­
bolezza del parlessere sia riuscita ad arrivare a tanto, ci si è accorti che
l’angoscia non è la paura di alcunché di cui il corpo possa darsi motivo:
è una paura della paura».
La formulazione espressa in queste parole presenta una svolta rispetto
alla concezione classica ed espone già i concetti entro i quali possiamo
inquadrare il fenomeno del panico.
Innanzi tutto entra prepotentemente in scena il corpo, ma dobbiamo
valutare cosa intenda qui Lacan parlando del corpo; il concetto che ne
introduce, infatti, si differenzia da quello presentato a metà degli anni
sessanta quando sostenne che il corpo è l’Altro. La definizione sorprese
poiché si era abituati a pensare l’Altro a partire dal significante, come
luogo del tesoro significante: l’identificazione tra la concretezza del cor­
po e l’astrattezza del significante disorientava.
Miller ha commentato questa definizione dicendo che quando Lacan
parla del corpo come Altro lo fa in base all’idea del corpo simbolizzato:
il corpo è l’Altro in quanto è la somma delle inscrizioni simboliche che
vi si depositano. L’antropologia ci offre numerosi esempi in questo sen­
so, pensiamo alle iniziazioni rituali in cui il corpo viene segnato, o ferito,
o scarificato secondo determinate regole. Ma non occorre scomodare gli
antropologi. Nella quotidianità della nostra vita simbolizziamo il corpo,
ad esempio, tagliando i capelli in un certo modo, o tagliandoci le unghie,
o sottoponendolo a tutte quelle cure igieniche che oltre al loro valore
funzionale mantengono ancora in sé quel valore cerimoniale che serve in

222
Gli attacchi di panico

ultima istanza a civilizzare il corpo, a far sì che non resti un fatto mera­
mente naturale.
La prima distinzione da fare è quindi rispetto al corpo concepito
come simbolico. La seconda distinzione è rispetto al corpo concepito
come immaginario, che si definisce nella relazione speculare: l’immagine
dell’Altro è anticipatoria dello scoordinamento motorio in cui si trova il
corpo del bambino e presenta una Gestalt che fa da guida per l’acquisi­
zione della padronanza corporea, che resta comunque sempre relativa.
La distinzione rispetto al corpo immaginario è più semplice, ma è al
tempo stesso più significativa, perché la prima teoria dell’angoscia in La­
can, come abbiamo visto, ha un modello proprio nello schema degli
specchi. L’idea di fondo della prima teoria è che l’angoscia sia inquadra­
ta, e questo si vede in particolare attraverso lo schema degli specchi.
L’angoscia corrisponde all’apparire dell’oggetto (a) nell’inquadramento
della scena, e questo nello schema speculare è spiegato con l’apparizione
del fallo, che è senza immagine, in i’(a), che è l’immagine virtuale.
Possiamo sviluppare questo spunto se consideriamo che la scena è
quella della realtà, quel che il soggetto ha davanti agli occhi. Ora posso
avere la rappresentazione oggettiva della realtà davanti a me se in questa
è inscritta una mancanza, se io non vi compaio con la mia rappresenta­
zione. Secondo Lacan la scena della realtà è inquadrata dal fantasma, ed
è qui che si colloca il posto della mancanza, che possiamo indicare nella
formula:

L’inquadramento fantasmatico, dice Lacan, mostra «il limite illusorio di


questo mondo del riconoscimento, di ciò che chiamo la scena».
La seconda distinzione è quindi rispetto al corpo immaginario, e il suo
interesse è di far vacillare proprio la nozione di limite che fonda la con­
cezione dell’angoscia incentrata sul significato fallico.

7.6.2 11 reale del corpo


La nozione di corpo che Lacan presenta in La terza è quella di corpo
come reale.
Incentrare la concezione dell’angoscia sul corpo inteso come reale ha
una prima fondamentale conseguenza: quella di far cadere- l’appoggio
preso sulla dimensione dell’Altro. Tutta la prima formulazione dell’an
goscia è basata sulla dimensione dell’Altro, nella triplice forma del desi

223
Civiltà e disagio

derio dell’Altro, della domanda dell’Altro e del godimento dell’Altro.


Nella seconda formulazione cade invece proprio il sostegno cercato nel­
le direttrici dell’Altro.
Spostando l’accento, nella definizione dell’angoscia, da ciò che sorge
in presenza d’oggetto a ciò che nasce dalla sensazione di essere ridotti al
nostro corpo, si verifica il ritrarsi della dimensione dell’alterità, il venir
meno del sollievo che dà il riferimento all’Altro, sia sul piano simbolico
sia sul piano fattuale. La scomparsa del riferimento all’Altro implica in
qualche modo un autoriferimento, un movimento che si incentra sul
nudo reale dell’esistenza corporea.
L’assiomatica di base cambia completamente: non parte più dal godi­
mento dell’Altro ma dal godimento del corpo, «il godimento del corpo
in quanto è godimento della vita», dice Lacan.

7.6.3 La vita come reale


L’equazione presentata in La terza tra godimento del corpo e godimento
della vita è di grande interesse perché apre sul tema della vita, che ha un
certo rilievo nell’ultimo insegnamento di Lacan, e che nella conferenza
che stiamo commentando viene assimilata al reale. «Perché - si doman­
da Lacan - ho scritto la parola “vita” a livello del cerchio del reale? Per­
ché incontestabilmente della vita, oltre a quella vaga espressione che
consiste nell’enunciare il godere della vita, non sappiamo niente».
La definizione della vita come reale è ancora più interessante se la
mettiamo a confronto con quanto afferma a proposito della morte, nello
stesso anno; rispondendo ad alcune domande di Catherine Millot, La­
can sostiene infatti che la morte non vale neppure la pena di metterla
dalla parte del reale: la morte è un risveglio, e in quanto tale partecipa
del sogno, e il sogno è legato al linguaggio. La morte viene così allegata
al simbolico, mentre dalla parte del reale resta la vita.
Possiamo trattare questa catena che va dal corpo al godimento alla
vita per quel che è: un’equazione, e questo può aiutarci a fissare la diffe­
renza tra la struttura dell’angoscia e il fenomeno del panico: in fondo, se
guardiamo attentamente le cose, nel panico non si ha paura della morte,
ma della vita. Nella prima fase della teoria dell’angoscia la minaccia sor­
ge dal godimento dell’Altro, dal sentirsi ridotti a oggetto di consumo per
il godimento dell’Altro che presenta il reale di un’alterità pura. Ciò fa
sentire la funzione di un limite critico a cui pericolosamente ci si avvici­
na. Questo limite è relativo all’inquadramento dell’angoscia in cui, come
abbiamo visto, entra in gioco la funzione del fantasma. L’angoscia è così
la percezione di un reale minaccioso dietro un velo, il velo del fantasma.

224
Gli attacchi di panico

7.7 La vita incontrollabile

Nel panico questo velo cade, non c’è alterità, o ce un’invasione completa
dell’alterità che annulla la differenza. Questo si vede nel fenomeno tipico
del fulmine a ciel sereno, dell’esplosione improvvisa e incontenibile del
panico, che getta il soggetto in preda a fenomeni corporei, ben reperto-
riati dal DSM: dispnea, palpitazioni, tachicardia, tremori, sudori, senso di
soffocamento, nausea, dolori addominali, parestesie, senso di derealizza­
zione, depersonalizzazione, paura di impazzire, paura di morire.
E questa paura di morte imminente che è interessante. In fondo il sog­
getto sa che non sta morendo, e ci si può domandare se il timore della
morte non sia che l’invocazione di un limite, di un punto d’arresto sim­
bolico, il più potente, il più clamoroso, l’asso pigliatutto, il padrone as­
soluto, in grado di fermare l’insopportabile di un sovraccarico di vita, di
una percezione improvvisa della nuda vita nel corpo. Si verifica cioè nel
panico un momento in cui il corpo si percepisce come vita al di fuori di
qualsiasi rappresentazione in grado di contenerla.
Si verifica il crollo di ogni difesa, l’impossibilità di tirarsi fuori da una
vita a cui non è possibile pensare, da cui non è possibile prendere una
distanza rappresentativa, perché investe e travolge. Credo che questo
possa darci il senso AeLLHilflosigkeit freudiana: sentirsi invasi dalla pres­
sione di una vita senza limiti e senza controllo.
Un paziente, un giovane universitario, era stato lasciato dalla sua ra­
gazza: era la prima donna con cui aveva fatto l’amore e l’unica che aveva
avuto. Era completamente preso da questa ragazza, e non riusciva a dar­
si pace né a sganciare il pensiero da lei; sapeva che l’unica via d’uscita sa­
rebbe stata staccarsene ma continuava e ripetersi che al cuore non si co­
manda. Una sera in cui ha difficoltà ad addormentarsi, nel buio e nel si­
lenzio della sua stanza, diventa improvvisamente consapevole della pul­
sazione del suo muscolo cardiaco, ed è invaso dal panico nel rendersi
conto che una parte del suo corpo si muove in modo completamente in­
dipendente dalla sua volontà. Mi sembra un esempio ideale per mostra
re come il panico non insorga solo di fronte a Thanatos, ma di Ironie
alla vita quando diventa ingovernabile.
Mentre nell’angoscia troviamo la prossimità pericolosa a un limile, nel
panico c’è la perdita di ogni limite, lo sfaldamento di ogni legame, e m»
prattutto la deposizione della parvenza di cui il reale iivela lo
come dice Lacan in La terza.

225
Civiltà e disagio

7.7.1 Trattare il panico


Questo cambia le modalità d’intervento nell’angoscia e nel panico. Sul­
l’effetto terapeutico nel caso dell’angoscia si è soffermato Serge Cottet12
dicendo che si tratta di decostruire l’intenzione dell’Altro, di mostrare
come l’Altro sia troppo preoccupato della propria castrazione per desi­
derare quella del soggetto.
Nel panico questa via non si può seguire perché non è in gioco l’Altro.
Si tratta piuttosto di ricreare un vacuolo nel cuore caotico dello Stesso,
di scoprire una costruzione della lingua che serva da argine all’invasione
di vita nel corpo, di trovare una distanza da se stessi che restituisca un’e­
steriorità dall’immediatezza del proprio vissuto, di scovare una via di ri­
ferimento all’Altro che consenta di rimettere in moto la dialettica per cui
il desiderio del soggetto è il desiderio dell’Altro. Si tratta insomma di
produrre uno sdoppiamento dell’attuale in un significante che lo inscri­
va, che nomini l’insopportabile senza nome.
Nella prospettiva psicoanalitica si nomina un significante, a cui poter
fare riferimento senza affondarvi, ciò che il cognitivismo tende a riporta­
re sotto il controllo di una tecnica di padronanza.13 Il cognitivismo legge
il fenomeno del panico come una misinterpretation che il soggetto fareb­
be di un suo life event, perciò si prefigge di restituire un senso corretto.
Per la psicoanalisi si tratta piuttosto di imprimere nel caos della vita un
significante non per darle senso, perché è impossibile, ma per delimitar­
la, affinché non faccia paura, affinché il buco che il panico in essa rivela
al di là delle parvenze sia segnalato e, sdrammatizzato, diventi qualcosa
con cui sia possibile giocare.

12 S. Cottet, Latéralitéde l’effet thérapeutique en psychanalyse, in “Mental”, 10, 2002.


H 1Sokolowsky, Psychanalyse du trouble panique, in “Mental”, 8,2000.

226
8. L’obesità nelle nuove forme del sintomo
di Domenico Cosenza

8.1 II continente sospeso

La clinica dell’obesità ha un peculiare statuto di inclassificabilità1 che


rende singolare la sua presenza e la sua posizione nel quadro della psico­
patologia contemporanea. La sua è una “presenza assente”: infatti, a dif­
ferenza dell’anoressia e della bulimia, non compare nel quadro descritti­
vo del DSMIV relativo agli eating disorders? Al suo posto, il DSMIV ha
introdotto il “disturbo da alimentazione incontrollata” (Binge Eating
Disorder, BED), che supplisce solo parzialmente a questa assenza. Infatti,
tale disturbo non coincide con l’obesità. Il disturbo da alimentazione in­
controllata si presenta nel DSM IV, oltre che come una sindrome a sé
stante, come un fattore sintomatico che permette di differenziare le for­
me di obesità in base alla presenza o meno dei tratti clinici che lo con­
traddistinguono? Abbiamo allora forme di obesità con associato un di­
sturbo da alimentazione incontrollata e forme che non lo presentano.
Questo asse discriminativo, il controllo dell’alimentazione o all’opposto
la sensazione di perdita di controllo nell’abbuffata, funziona, nella logica
classifìcatorio-descrittiva del manuale, come criterio differenziale inter­
no di un continente, quello dell’obesità, di cui per il momento la localiz­
zazione e la geografia sono ancora in via di definizione.
Unico elemento di certezza riconosciuto, quando si parla di obesità, è
quello puramente quantitativo, legato al peso, e verificabile anzitutto at­
traverso il calcolo del BMI (Indice di Massa Corporea), che permette di
diagnosticare un problema clinico di obesità e di individuarne il livello di
gravità. Attualmente, dunque, è nel campo della clinica medica, iti parti1 23

1 Sull’obesità come «oggetto ibrido, semitratto tisico, scniimalaiiia», si veda | I )»n


gent, Le corps obése. Obésité, Science et adturc. ( '.hanip Vallon, Scvsscl 200\ p /
2 M. Cuzzolaro, Anoressie e bulimie, il Mulino. Bologna 200-1, pp ^0 I
3 Ivi, pp. 53-55.

227
Civiltà e disagio

colare nella nutrizione clinica, che l’obesità ha un posto definito, che in­
vece ancora le manca all’interno della psicopatologia.
Oltre a ciò, l’eziopatogenesi dell’obesità ripropone la controversia tra
organicismo e psicogenesi che, sia pure in forma diversa, aveva caratte­
rizzato nei decenni passati il dibattito clinico sullo statuto dell’anoressia
e della bulimia.
Di contro a questa sospensione epistemologica e clinica, l’obesità pre­
senta un’ampia diffusione sociale, soprattutto nelle società a capitalismo
avanzato, nelle quali l’alimentazione non è più un problema di mera so­
pravvivenza e il cibo è disponibile in grande quantità.4 In questa pro­
spettiva, l’obesità è in linea di continuità con l’anoressia e la bulimia: in­
sieme sembrano ribadire, nella topica e nella dinamica della loro diffu­
sione, il carattere storicamente determinato di queste forme di sofferen­
za epidemiche che coinvolgono direttamente il rapporto del soggetto
con il cibo, e che solo in questo senso possono essere definite a rigore
psicopatologie alimentari. Tuttavia, la clinica dell’obesità si caratterizza
al contempo per dei punti di discontinuità importanti rispetto alla clini­
ca dell’anoressia e della bulimia, che occorre rimarcare. In primo luogo,
pur presentandosi più diffusamente nelle donne che negli uomini, la cli­
nica dell’obesità non si caratterizza in termini epidemici come una clini­
ca al femminile, come è invece per l’anoressia e la bulimia. In secondo
luogo, la clinica dell’obesità sembra non essere caratterizzata, a differen­
za dell’anoressia e della bulimia, dal confronto costante e mortifero del
soggetto con l’ideale del corpo magro. All’opposto di una patologia nar­
cisistica come l’anoressia, incardinata su un ideale superegoico crudele
che ruota attorno all’immagine del corpo, l’obesità si presenta fenome­
nologicamente come una patologia animata da un eccesso pulsionale di­
vorante verso l’oggetto alimentare di cui il soggetto soffre perché non
riesce a mettervi un limite. Il lamento del soggetto obeso rispetto al pro­
prio corpo si presenta per lo più legato al suo non riuscire a raggiungere
una condizione di “normalità” intesa come regolazione nomata della
spinta pulsionale alla divorazione. Vorrebbe dunque a suo dire anzitutto
perdere peso per questo, e non per incarnare, come l’anoressica, un
ideale corporeo che la renda speciale agli occhi dell’Altro. Questa de­
marcazione provvisoria tra patologie narcisistiche dell’ideale ipertrofico,
come l’anoressia, e patologie della sregolazione pulsionale, come l’obe­

4 Mi permetto al riguardo di rinviare a D. Cosenza, Il cibo e l'inconscio. Anoressia,


bulimia e discorso alimentare, in M. Recalcati (a c. di), Il corpo ostaggio. Teoria e clini­
ca dell'anoressia-bulimia, Boria, Roma 1998, pp. 129-131.

228
Lobesità nelle nuove forme del sintomo

sità nelle sue varie forme, ci permette di differenziare ulteriormente il


campo delle psicopatologie alimentari. Al contempo ci restituisce i due
assi fondamentali - il versante narcisistico e il versante compulsivo della
sregolazione pulsionale verso l’oggetto - lungo i quali si organizzano le
cosiddette “nuove forme del sintomo”.5 Esse possono essere definite
come i modi contemporanei di incarnazione nella clinica dell’attuale di­
sagio nella civiltà, che permea il discorso dominante della società a capi­
talismo avanzato e la sua diffusione attraverso la globalizzazione. Tale di­
sagio è caratterizzato dalla crisi dell’Altro e della sua funzione simbolico-
regolatrice, innanzitutto dalla crisi della funzione patema, il cui esercizio
permetteva la trasmissione della legge aU’intemo del discorso familiare.
Quando l’esercizio della funzione simbolica s’incrina, l’effetto che rego­
larmente sperimentiamo nella clinica è un’amplificazione della dimen­
sione narcisistica e/o della dimensione compulsiva nell’esperienza del
soggetto. Nella sua attuale diffusione, l’obesità incarna una delle nuove
forme del sintomo, accanto alla tossicomania, all’anoressia-bulimia, agli
attacchi di panico e alle nuove depressioni; proveremo a delinearne la
specificità.

8.2 Tre passaggi preliminari per una lettura psicoanalitica dell’obesità

Un approccio psicoanalitico alla clinica dell’obesità presuppone una tri­


plice operazione preliminare: a) l’iscrizione nella patologia obesa della
funzione del soggetto, che singolarizza ogni caso portandoci al di là di
rappresentazioni semplificate, ideologiche e pregiudiziali; b) la pluraliz-
zazione delle forme di obesità, che ci costringe ad andare al di là di una
rappresentazione monolitica, e come tale immaginaria, di questo campo
della patologia; c) l’inserimento del fenomeno dell’obesità nel quadro
delle strutture della soggettività, che ci permette caso per caso di rilevare
la funzione specifica che il sintomo alimentare esercita nella storia di un
soggetto che ne patisce.
Questa considerazione preliminare fa da premessa al tentativo di
esplorazione dei punti cardinali reperibili nel trattamento analitiio di
soggetti sofferenti di obesità, e riscontrabili nella pur ancora esigi ni l<-i ti­
ratura psicoanalitica e psicopatologica esistente. <’ercheu-mo aii/iiulio

5 Un primo inquadramento dcH’obesiia u.i le nuove tonni di I miiIihiih m no\ ih


M. Recalcati, Il troppo pieno drUobeMLi, in hi . ( linh,i ./» / runh> . b/<»>. o/> dip, h

denze, psicosi, Franco Angeli. Milano .*(>(>.*, j>|>


Civiltà e disagio

di inquadrare il campo problematico dell’obesità a partire da tre nodi


sintomatici che lo caratterizzano, e che la letteratura ha riconosciuto
come centrali. Intenderemo dunque l’obesità: a) come patologia dell’o­
ralità; b) come patologia del rapporto con l’Altro; c) come patologia che
investe il corpo nei differenti registri di esperienza che lo riguardano.

8.3 L’obesità, patologia dell’oralità

8.3.1 Al di là del bisogno: il cibo come oggetto libidico


e come dono simbolico
Nei Tre saggi sulla teoria sessuale Freud ci offre gli elementi essenziali
per inquadrare nella sua complessità il rapporto del soggetto con il cibo
e la dinamica dell’atto alimentare. Innanzitutto ci mostra il carattere pri­
mario e costitutivo di tale rapporto nell’esperienza umana, e il suo non
ridursi a oggetto che soddisfa il bisogno di nutrimento per la sopravvi­
venza dell’organismo: nella suzione del seno il neonato sperimenta la
prima forma di soddisfacimento libidico-pulsionale per appoggio sulla
funzione vitale della nutrizione.6
Sin dall’origine l’oggetto alimentare è investito libidicamente, è un og­
getto erotizzato che soddisfa la pulsione orale. «Ci è parso» - sostiene
Freud - «che il bambino porti con sé al mondo germi di attività sessuale
e già nell’assunzione di cibo goda anche per un soddisfacimento sessua­
le, che egli poi cerca sempre di nuovo di procurarsi nella ben nota atti­
vità della “suzione”».7
Sin dall’origine inoltre, per l’uomo, il rapporto con il cibo coincide
con il rapporto con l’Altro. L’incontro con il cibo è tutt’uno con l’incon­
tro con l’Altro che lo offre al neonato, ossia con l’Altro materno. Nella
pratica dell’allattamento al seno tale coincidenza si mostra allo stato più
puro, poiché vi è una convergenza tra l’oggetto di nutrimento e la fun­
zione nutrice. L’incontro con il cibo rappresenta infatti per il bambino -
come sottolineerà in modo chiarificante Lacan, rielaborando alla luce di
Freud i dati dell’antropologia contemporanea di Mauss e di Lévi-Strauss
- l’incontro con il primo dono che riceve dall’Altro. Ed è proprio nel
suo statuto di significante dell’Altro materno, e non in quanto semplice
oggetto che soddisfa il bisogno di nutrizione, che esso può funzionare

6 S. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale (1905), in Id., Opere, a c. di C. Musatti,
Boringhieri, Torino 1966-1980, voi. 4, pp. 491-492.
7 Ivi, p. 536.

230
L’obesità nelle nuove forme del sintomo

come segno d’amore per il bambino, aprendo al suo riconoscimento


come soggetto di desiderio e alla sua iscrizione all’interno della dimen­
sione della relazione interumana e dello scambio simbolico.8
Per questa ragione, è dinanzi alla frustrazione della domanda d’amore
del bambino, che è a fondamento di ogni domanda del soggetto, è di­
nanzi al non presentarsi del segno d’amore come significante del deside­
rio dell’Altro per il soggetto, che l’oggetto del bisogno, il cibo anzitutto,
può assurgere per lui allo statuto di compensazione immaginaria, attra­
verso il consumo di un oggetto reale, di tale frustrazione fondamentale.
Su questa base, nella prospettiva di Lacan, possiamo intendere i fonda­
menti a partire dai quali leggere le versioni nevrotiche delle psicopatolo­
gie alimentari, e dunque il campo dell’obesità nevrotica.9
Nel quadro di questa complessità di registri implicati nell’atto alimen­
tare - il bisogno, il desiderio, il soddisfacimento libidico-pulsionale - la
prospettiva della psicoanalisi legge e inquadra le indicazioni provenienti
dai soggetti che patiscono di ciò che il DSM IV definisce disturbi del
comportamento alimentare. Freud ce ne offre già un’indicazione preci­
sa, laddove sottolinea che «il possesso comune della zona labiale da par­
te delle due funzioni [quella sessuale orale e quella alimentare] è la ra­
gione per cui si ha soddisfacimento sessuale nell’assunzione di cibo»,
giungendo alla conclusione che «questo stesso fattore ci fa capire i di­
sturbi nell’assunzione di cibo quando le funzioni erogene della zona co­
mune sono turbate».10 In tal modo Freud anticipa le basi di una teoria
psicoanalitica delle psicopatologie alimentari fondata sulla struttura libi­
dico-pulsionale del soggetto.

83.2 Sregolazione della pulsione orale, fissazione libidica precoce


e patologia da dipendenza: la psicopatologia
da eccesso alimentare in Abraham
Un primo inquadramento dell’obesità nella clinica psicoanalitica risale a
Karl Abraham, e struttura la tesi fondamentale dell’obesità come patolo­
gia dell’oralità. Nell’articolazione in stadi evolutivi del suo edificio psi­
coanalitico, Abraham individua qui un punto cruciale della clinica del­
l’obesità: il suo costituirsi come una clinica della sregolazione della pul­
sione orale, che investe in modo evidente l’esperienza alimentare del

8 J. Lacan, Il seminario. Libro IV. La relazione d’oggetto (1956-57), Einaudi, Torino


1996, p. 188.
9 Si veda M. Recalcati, Clinica del vuoto, cit., pp. 212-214.
10 Ivi, p. 513.

231
Civiltà e disagio

soggetto, radicandosi nella primissima organizzazione orale-cannibalesca


della libido, in cui «la sessualità non è ancora separata dall’assunzione di
cibo».11 In particolare nelle Ricerche sul primissimo stadio evolutivo pre­
genitale della libido, del 1916, dove riprende e approfondisce il solco
tracciato da Freud nei Tre saggi, Abraham introduce una netta distinzio­
ne tra fame fisiologica e «fame nevrotica», descrivendo così le caratteri­
stiche di quest’ultima: «Essa compare del tutto indipendentemente dallo
stato di riempimento dello stomaco [...] viene a intervalli irregolari [e]
subentra come un attacco e con tormentosi fenomeni concomitanti,
estranei al normale bisogno di nutrirsi», in particolare con «i sentimenti
d’angoscia».1112
Nella lettura abrahamiana, la ricerca costante dell’eccesso alimentare è
l’effetto di una regressione del soggetto a una fissazione libidica allo sta­
dio orale-cannibalesco, che lo ha caratterizzato precocemente, fin dalla
prima infanzia, e che trova nel meccanismo psichico e nella pratica del­
l’incorporazione la sua forma più intensa di soddisfacimento.13 Questa
regressione si riattualizza in modo particolare, nell’esperienza del sogget­
to, dinanzi a situazioni di frustrazione che lo fanno soffrire e a cui rispon­
de attraverso la pratica compulsiva sostitutiva di un iperconsumo di cibo.
L’inquadramento di Abraham ci presenta gli elementi essenziali per arti­
colare una lettura psicoanalitica del problema: a) l’iscrizione del disturbo
alimentare nel registro pulsionale, sotto la forma di una sregolazione in
eccesso del funzionamento primario della pulsione orale; b) la lettura del­
l’obesità come risposta inconscia, automatica, “spontanea” del soggetto a
qualcosa che lo frustra nella sua esperienza di soddisfacimento, e che lo
riconduce, via regressione, alla fissazione libidica orale della prima infan­
zia; c) l’inquadramento del soggetto che patisce costantemente di fame in
eccesso all’interno di un tipo di personalità dipendente, caratterizzata da
un deficit di separazione dall’oggetto primario, da un’inibizione della
pulsione sessuale che conduce a non investire libidicamente il rapporto
con l’altro, ma a privilegiare il godimento autistico dato dalla sostanza
come oggetto della pulsione orale e della pratica della suzione.14
Abraham ha così aperto le porte a una lettura dell’obesità come pato­
logia strutturata sul doppio registro dell’eccesso pulsionale e della di­

11 K. Abraham, Ricerche sul primissimo stadio evolutivo pregenitale della libido, in


Id., Opere, a c. di J. Cremerius, 2 voli., Bollati Boringhieri, Torino 1997, voi. I, p. 260.
12 Ivi, p. 270.
11 Ivi, p. 265.
" Ivi. p. 26K.

232
Eobesità nelle nuove forme del sintomo

pendenza patologica dall’oggetto orale, che in ultima istanza è costituito


dal seno come oggetto parziale legato al corpo dell’Altro materno. Ha
dunque aperto la strada a un’iscrizione delle patologie da eccesso di ali­
mentazione, accanto all’alcolismo e alla tossicomania, nel quadro delle
dipendenze patologiche. Infatti, dice Abraham, «il comportamento di
tali malati, che provano desiderio di cibo molto frequente e soffrono tor­
menti se la loro brama non è soddisfatta, ricorda d’altra parte in modo
sorprendente quello dei morfinomani e di alcuni alcolisti. Riguardo a
questi stati la psicoanalisi ha potuto provare che la sostanza tossica ine­
briante procura al malato un soddisfacimento sostitutivo di attività fru­
strate della sua libido. Il mangiare in modo eccessivo, proprio di alcuni
nevrotici, che ha luogo sotto una coazione morbosa, deve essere valutato
nello stesso identico modo».15

833 Ilobesità tra iperfagia e disturbo da alimentazione incontrollata


Per approfondire il quadro clinico dell’obesità come patologia della sre­
golazione della pulsione orale, mi sembra opportuno integrare questa
definizione con quanto ci fornisce la clinica descrittivo-classifìcatoria del
DSM IV. Da essa, come detto, sembra emergere una distinzione, nel
campo dell’obesità, tra iperfagia e disturbo da alimentazione incontrolla­
ta (bed). Tale distinzione, se interrogata nella prospettiva della psicoana­
lisi, apre un’aporia clinica che crea una feconda dialettica interna al cam­
po fenomenico dell’obesità, poiché ne pluralizza le forme rompendo
con ogni supposto monolitismo immaginario.
La definizione offerta dal DSM IV del disturbo da alimentazione in­
controllata è caratterizzata dalla centralità della presenza ricorrente di
abbuffate, senza ricorso regolare, a differenza di quanto avviene nella
bulimia, a condotte compensatorie (vomito auto-indotto, uso di lassativi
e/o diuretici, digiuno o eccessivo esercizio fisico). Perché vi possa essere
diagnosi di BED, occorre però che nell’abbuffata siano presenti due ca­
ratteristiche: a) mangiare in un periodo di tempo circoscritto - almeno
due giorni la settimana - una quantità di cibo indiscutibilmente superio­
re a quella che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso
periodo di tempo e in circostanze simili; b) sensazione di perdere il con­
trollo nell’atto di mangiare.
Questa definizione dell’abbuffata, centrale nel disturbo BED, si co­
struisce dunque mettendo in tensione un eccesso di sregolazionc ncll’at­

15 Ivi, pp. 271-272.

233
Civiltà e disagio

to del consumo alimentare con una simultanea sensazione di perdita di


controllo. Tensione che, secondo una lettura cognitivo-comportamenta­
le, si ritrova solo nel 30% dei soggetti con problemi di obesità che si sot­
topongono a un trattamento. Nel restante 70% a un effettivo iperconsu-
mo alimentare non è associata la sensazione di perdita di controllo, e per
il disturbo di questi soggetti si parla più propriamente di iperfagia.16
La distinzione fra obesità con BED e obesità iperfagica diventa interes­
sante quando la riconduciamo nel quadro della prospettiva psicoanaliti­
ca sull’obesità come patologia della sregolazione della pulsione orale,
che risponde a un problema di dipendenza patologica, di deficit di sepa­
razione del soggetto dall’oggetto del soddisfacimento primario della pul­
sione orale. Questa operazione permette di mettere in rilievo preliminar­
mente due forme fenomeniche che la risposta obesità può assumere ri­
spetto al problema della dipendenza dall’oggetto primario della pulsione
orale, forme che possiamo riconoscere anche alla luce della nostra espe­
rienza di conduzione di trattamenti analitici individuali e di gruppo con
soggetti obesi in istituzione.
La prima, l’obesità iperfagica, incarna il paradosso di una patologia da
sregolazione pulsionale che sembra strutturarsi nella forma di un sistema di
controllo. In essa infatti non prevale la sensazione di perdita di controllo
nell’atto dell’abbuffata, come avviene nell’obesità con BED. Al contrario,
l’iperfagia è una declinazione dell’obesità che si presenta con i tratti della
padronanza, del controllo assoluto sull’oggetto. A suo modo, essa eleva la
sregolazione alimentare allo statuto di norma, proponendo una versione
ordinaria, “pianificata”, di sistema, apparentemente senza dissidio, dell’o­
besità. In questa versione iperfagica, l’obesità si presenta, sorprendente­
mente, come il rovescio speculare dell’anoressia: una modalità inflessibile
- attuata l’una attraverso la divorazione, l’altra attraverso il rifiuto più radi­
cale - di esercizio di un controllo sistematico Sull’Altro e sull’oggetto della
pulsione.17 In effetti, seppure agli antipodi nel modo di esercizio del pote­
re che la loro patologia incarna, e di cui si fa esperienza nel trattamento,
entrambe convergono nel funzionare come forme singolari di padronanza:
l’iperfagia nel modo dell’assimilazione, l’anoressia nel modo della sottra­
zione. Non a caso, un’egosintonia fondamentale, un attaccamento speciale
al proprio sintomo sembra caratterizzarle entrambe, a differenza di quan­

16 D.M. Gamer, R. Dalle Grave, Terapia cognitivo-comportamentale deidisturbidel-


l'alimeniazione, Positive Press, Verona 2002, p. 184.
Iz Si liti funzione del controllo nell obesità si veda E. Molinari, G. Riva, Psicologia
• Inih a drH'uheMtà Ricerche e interventi, Bollati Boringhieri, Torino 2004, pp. 43-44.

234
Lobesità nelle nuove forme del sintomo

to possiamo reperire nella più dilemmatica condizione dei soggetti che


soffrono di bulimia e di disturbo da alimentazione incontrollata.
La seconda forma, la versione BED dell’obesità, trova l’elemento laceran­
te che la caratterizza proprio nel punto sul quale l’obesità iperfagica co­
struisce al contrario la propria stabilità: l’abbuffata come perdita radicale
del controllo, come precipitazione nell’atto alimentare, come crisi senza
freni, come caduta nella divorazione incontenibile. Ben si addice quindi al
BED la definizione di “sindrome da discontrollo”:18 la perdita di padronan­
za nel momento dell’abbuffata ma anche i continui fallimenti riscontrati
nei tentativi periodici di sottoporsi a diete e di perdere peso ne fanno, for­
se più della bulimia, la forma degli eating disorders più egodistonica. Non
a caso nella storia dei soggetti che ne soffrono essa è frequentemente cor­
relata alla presenza di una depressione atipica, caratterizzata da umore
reattivo, alimentazione e sonno in eccesso e grave affaticamento.

8.3.413obesità, rovescio dell’anoressia: negazione della perdita


via incorporazione
Un rilievo avanzato dallo psicoanalista kleiniano-bioniano Leon Grin-
berg sull’obesità e sulla compulsione alimentare ci permette di precisare
lo statuto dell’obesità con disturbo da alimentazione incontrollata rispet­
to alla versione iperfagica: l’atto d’incorporazione ripetuta del cibo fun­
ziona come meccanismo inconscio di negazione della perdita dell’ogget­
to, ossia dell’altro da sé.19 La dinamica inconscia alla base della clinica
dell’obesità si presenta dunque come il rovescio della dinamica anoressi­
ca. A suo fondamento infatti non c’è la via anoressica della negazione
della perdita attraverso il rifiuto dell’oggetto. Al contrario, la via obesa
segue la legge della negazione della perdita via incorporazione dell’og­
getto. Tanto il rifiuto anoressico quanto l’incorporazione iperfagica fun­
zionano come modi di misconoscimento della perdita strutturale del­
l’oggetto mitico del primo soddisfacimento. Attraverso il rifiuto radicale
del cibo, così come dell’Altro, l’anoressica struttura la negazione della
perdita dell’oggetto attraverso la sua cancellazione immaginaria. Co­
struisce così la propria posizione edificando una falsa dialettica, una
pseudoseparazione dall’Altro riassumibile nell’efficace formula impiega­
ta da Recalcati nella clinica dell’anoressia: separazione-contro-l’aliena­

18 D.M. Gamer, R. Dalle Grave, Terapia cognitivo-comportamentale dei disturbi del­


l’alimentazione, cit., p. 188.
19 L. Grinberg, Identità e cambiamento, Armando, Roma 1976.

235
Civiltà e disagio

zione.20 Sul versante dell’obesità, la variante iperfagica si struttura invece


attraverso l’edificazione di un’altrettanto falsa dialettica che prende la
forma immaginaria di un padroneggiamento dell'alienazione via incorpo-
razione-divorazione. In questo movimento, che non a caso Abraham ha
voluto definire regressivo allo stadio precoce della pulsione orale-canni­
balesca, il soggetto iperfagico riconduce sistematicamente l’alterità del­
l’oggetto all’Uno dell’origine, l’alienazione costituita dall’oggetto da in­
corporare ogni volta all’origine costituente della bocca incorporante-di-
vorante. Questo processo rende problematico il passaggio del soggetto
al tempo secondo della separazione, poiché esso presuppone il ricono­
scimento del tempo primo dell’alienazione come qualcosa di non padro­
neggiabile in cui egli fa un’esperienza di perdita.

8.3.5 II circuito iperalimentazione/depressione


Questo quadro riconoscibile all’interno del versante iperfagico dell’obe­
sità viene completamente sovvertito nel disturbo da alimentazione in­
controllata, il quale incarna il fallimento della soluzione iperfagica al
problema della perdita dell’oggetto della pulsione. Nel BED viene infatti
invalidata la soluzione che struttura nell’abbuffata regolare un sistema di
controllo che riconduce metodicamente l’alterità dell’oggetto alla mede­
simezza dell’Uno, alla bocca come organo della pulsione orale, zona ero­
gena primaria, che non accetta la fuoriuscita dell’oggetto dalla propria
orbita originaria. Infatti, l’abbuffata nel BED non funziona come strategia
di padroneggiamento dell’alienazione. Proprio al contrario, essa diviene
per il soggetto il momento in cui l’alienazione si manifesta più acuta­
mente nella sensazione di perdita di controllo. Nell’abbuffata egli si sen­
te divorato dall’oggetto, spinto irresistibilmente a mangiarlo, e in questo
movimento non si vive come padrone del proprio atto, ma come schiavo
di un appetito ingovernabile. Nel soggetto che soffre di BED c’è dunque
un riconoscimento del tempo primo dell’alienazione, implicato nell’ab­
buffata come perdita di controllo sul dispiegarsi della pulsione orale ver­
so l’oggetto. Questa dinamica è ciò che fa fallire i suoi tentativi frequenti
di seguire delle diete che gli consentano di riportare il peso a una soglia
di normalità. In questo circuito di funzionamento sregolato della pulsio­
ne orale, la dimensione depressiva emerge al contempo come esito del­
l’abbuffata e come fattore che spinge il soggetto a un nuovo ricorso all’i­
peralimentazione come trattamento antidepressivo, disegnando così un

20 M. Recalcati, Per una clinica differenziale dellanoressia-bulimia, in Id. (a c. di), Il


corpo ostaggio, cit. p. 38.

236
L'obesità nelle nuove forme del sintomo

circolo vizioso tra sregolazione pulsionale nell’atto alimentare e insor­


genza depressiva già intuito da Abraham.21 E per lo più in questa parti­
colare articolazione ciclotimica, in cui la spinta irresistibile all’abbuffata
si alterna allo stato depressivo, che il disturbo da alimentazione incon­
trollata organizza la sua logica di funzionamento. In esso emerge chiara­
mente l’impasse del soggetto: infatti, il riconoscimento della propria alie­
nazione interna al tempo primo dell’abbuffata non si risolve per il sog­
getto nel passaggio a un tempo secondo caratterizzato da una manovra
di separazione. Al contrario, l’apertura dell’esperienza depressiva vi fun­
ziona non come preliminare a un processo di separazione simbolica del
soggetto dalla spinta pulsionale divorante che lo travolge, ma piuttosto
come fattore che lo rinscrive tragicamente nella medesima alienazione
originaria nella quale si è sentito travolto, come via compulsiva di tratta­
mento dell’affetto depressivo.

8.4 Un’alienazione senza separazione?


Fenomeno e struttura nella clinica dell’obesità

Dal punto di vista psicoanalitico, la diagnosi di obesità non dice nulla ri­
guardo alla struttura del soggetto che soffre di questo disturbo. Ma non
possiamo inquadrare l’obesità sul piano clinico, se non sappiamo all’inter­
no di quale struttura soggettiva si manifesta e qual è la sua funzione specifi­
ca. Per questa ragione, la sregolazione della pulsione orale che la caratteriz­
za, nelle forme differenti in cui si manifesta attraverso la pratica dell’abbuf­
fata, va incardinata nel legame che il soggetto che soffre di obesità struttura
con l’Altro, perché se ne possa cogliere la funzione specifica e lo statuto,
seppur patologico, di “soluzione” o risposta inconscia del soggetto.
A questo scopo, anzitutto ci sembra essenziale mettere in rilievo quattro
nodi - l’alienazione alla domanda dell’Altro, il rifiuto del desiderio, Invi­
tamente del conflitto e il circuito autistico del godimento orale - che ca­
ratterizzano trasversalmente la clinica dell’obesità, per poi provare a in­
quadrarne il funzionamento differenziale nelle diverse strutture cliniche.

1 Alienazione radicale alla domanda dell’Altro


In primo luogo, le storie cliniche dei soggetti che soffrono di obesità evi­
denziano un rapporto particolare dell’obeso rispetto alla domanda del­

21 K. Abraham, Ricerche sul primissimo stadio evolutivo pregenitale della libido, cit.,
p. 278.

237
Civiltà e disagio

l’Altro: un rapporto di alienazione radicale alla domanda dell’Altro, in cui


il soggetto sembra eclissarsi nel tentativo di rispondervi. Nell’obesità, in­
fatti, il soggetto si presenta per lo più sottomesso alla domanda dell’Al­
tro, spesso in una posizione sacrificale e oblativa. Domanda che nelle
storie cliniche corrisponde tendenzialmente alla domanda materna. Il
soggetto obeso si presenta anzitutto in una posizione di sudditanza radi­
cale rispetto alla domanda della madre, che gli giunge nella forma di un
comando superegoico a cui non può sottrarsi, a cui non può dire no,
così come non può dire no alla spinta senza limite all’iperconsumo del
cibo. Egli è alienato alla domanda dell’Altro così come è alienato alla
spinta irresistibile verso l’abbuffata.

8.4.2 Rifiuto del desiderio


Insieme a questa operazione di alienazione, ritroviamo nell’esperienza
clinica con pazienti obesi un’operazione concomitante, meno appari­
scente, che della prima rappresenta il rovescio e che pertiene al rapporto
del soggetto con il desiderio. L’altra faccia dell’alienazione radicale alla
domanda dell’Altro, infatti, è rappresentata nella clinica dell’obesità dal
rifiuto del desiderio - che può assumere le forme dell’evitamento, del di­
niego o del rigetto vero e proprio a seconda delle strutture cliniche -
come funzione che singolarizza la posizione del soggetto dinanzi alle
scelte fondamentali della sua esistenza. E, in effetti, il rovescio del suo
essere “tutto per l’Altro”, del suo essere radicalmente permeabile alla
domanda dell’Altro, consiste proprio nell’eclissi del suo desiderio singo­
lare. Infatti, l’essere tutto per l’Altro, la sua sostanziale estrema disponi­
bilità alla domanda dell’Altro solleva il soggetto obeso dalla responsabi­
lità della scelta di ciò che vuole, dall’assunzione di un suo desiderio par­
ticolare. Nella clinica dell’obesità, il desiderio del soggetto viene risucchia­
to, incorporato nella domanda dell’Altro, si perde all’interno di tale do­
manda che lo divora. Per questo, in momenti cruciali della sua esistenza,
quando si trova davanti a un bivio in cui la sua scelta soggettiva sarebbe
in contrasto con la domanda dell’Altro, tende a lasciare cadere il proprio
desiderio pur di non sentire l’attrito rispetto alla domanda dell’Altro.
Una mia paziente obesa avrebbe lamentato per tutta la vita di non
aver avuto, dinanzi alla scelta dell’università, il coraggio di dire ai genito­
ri, i quali volevano che studiasse giurisprudenza, che avrebbe preferito
studiare architettura. Si era laureata in legge senza mai fiatare o dare se­
gni di sofferenza esplicita, «ingoiando tutto», mentre il suo sintomo ali­
mentare, già presente dall’infanzia, prendeva ora a lievitare.
Un’altra paziente, una signora già anziana, portò in analisi, fin dai pri­

238
Eobesità nelle nuove forme del sintomo

mi incontri, accanto al problema dell’obesità una vicenda traumatica


della sua vita, quella per cui, in seguito alla separazione dal marito, le era
stata «portata via» (sono le sue parole) la sua bambina, che era stata affi­
data alla famiglia del marito. Sotto la pressione continua dei familiari del
marito e del marito stesso, durante le procedure per l’affidamento aveva
deciso - non in modo consapevole -, all’improvviso, di «cedere le armi»,
mettendosi in una posizione di inaffidabilità dinanzi alle domande del
giudice, che avrebbe poi affidato la bambina ai nonni patemi. Lei non
aveva mai più rivisto la figlia, e si rammaricava di non aver fatto in quella
situazione tutto il possibile per tenerla con sé.
Un uomo di mezza età con obesità rilevante, in trattamento individua­
le, durante una seduta raccontò un momento per lui critico. Agli inizi
della sua attività lavorativa, a causa di un ammanco di denaro nell’azien­
da a conduzione familiare, venne interrogato dal padre se non fosse sta­
to lui a perdere o sottrarre quel denaro. Il ricordo per lui traumatico
consisteva nel fatto che, di fronte all’insistenza della domanda patema, a
un certo punto era arrivato ad autoaccusarsi di qualcosa che non aveva
commesso «pur di farla finita con quella storia».
Non sono rari i casi in cui momenti critici danno il via a posteriori a
una domanda di cura. E il caso di una giovane donna che iniziò la terapia
in seguito a un aborto che aveva deciso di fare solo per rispondere alla
domanda del marito, il quale non voleva avere un figlio. L’effetto era sta­
to duplice: l’aggravamento del sintomo alimentare e l’insorgenza di un
senso di colpa devastante che la condusse infine a intraprendere il tratta­
mento.

<§.4.3 Svitamento del conflitto come via per preservare


l’onnipotenza immaginaria dell"Altro
Questi esempi clinici illustrano un tratto già rilevato in letteratura rispetto
alla clinica dell’obesità, che è stato definito, nel quadro della teoria siste-
mico-relazionale, come una tendenza spiccata all’evitamento del conflitto.
Questa dinamica, che assume spesso le sembianze di una docilità appa­
rentemente senza dissidio, si rivela sostenibile alla luce di una duplice com­
pensazione che il soggetto obeso vi trova. Da un lato, essa gli permette di
mantenere e preservare l'integrità immaginaria di un Altro onnipotente che
lo garantisce, l’Altro materno come nutrice inesauribile che provvede a
quanto necessita al soggetto. Da qui il tratto infantile nello strutturare il
rapporto con l’Altro che reperiamo in questa patologia, la quale non a
caso ha sovente un primo esordio proprio nell’infanzia. Infatti, nell’obe­
sità il soggetto tende a porsi nella posizione di oggetto della domanda del­

239
Civiltà e disagio

l’Altro, in particolare dell’Altro materno, come avviene nel bambino, che


rinvia all’Altro la responsabilità delle scelte che lo riguardano. Nelle storie
dei pazienti obesi, ciò viene spesso sorretto nel reale da un madre che in­
carna effettivamente per il figlio tale posizione di padronanza sostanziale,
in cui la domanda materna contiene già in sé l’anticipazione delle risposte
che il figlio potrà ricercare. In questa logica, l’onnipotenza alienante della
domanda materna non è altro che il versante significante di quanto ritro­
viamo nella sregolazione libidica della pulsione orale che investe compul­
sivamente il soggetto nella clinica dell’obesità. Come insegna Lacan, la
struttura della pulsione include al proprio interno il significante della do­
manda inconscia, come vettore che dà una direzione di comando (ciò che
Lacan chiama Si) alla spinta pulsionale del soggetto. In questo senso, nel­
la clinica dell’obesità si riscontra un annodarsi tra l’alienazione significan­
te del soggetto alla domanda dell’Altro materno e l’alienazione libidica
della sregolazione della pulsione orale sull’oggetto alimentare.
Preservare l’onnipotenza immaginaria della domanda dell’Altro per­
mette al soggetto di evitare l’incontro con la castrazione materna, con
l’assenza di garanzia che struttura il campo dell’Altro, e dunque con la
perdita dell’oggetto mitico del primo soddisfacimento: la mitica madre
fallica, piena d’essere, senza mancanza. In questo senso, la clinica dell’o­
besità è una clinica dell’evitamento del conflitto, perché il conflitto ri­
schia di mettere in questione l’onnipotenza dell’Altro e la responsabilità
del soggetto rispetto alla propria posizione. Evitare il conflitto diviene
così una via per evitare il trauma di incontrare la castrazione dell’Altro,
la perdita della sua onnipotenza immaginaria e il ritorno sul soggetto
della responsabilità rispetto al proprio desiderio.
In altri termini, evitare il trauma dell’incontro con la castrazione ma­
terna permette al soggetto di continuare a eludere la questione del pro­
prio desiderio come scelta non garantita dalla domanda dell’Altro e di
cui dovrebbe assumersi il rischio.

8.4A 11 circuito di godimento autarchico dell'iperalimentazione


Questo evitamento diventa sostenibile per il soggetto grazie alla com­
pensazione libidica offertagli dall’iperalimentazione. Essa gli permette
infatti di sopportare gli effetti alienanti della padronanza immaginaria
dell’Altro su di sé attraverso la costruzione di un circuito di godimento au­
tarchico legato alla divorazione di cibo, che egli ha l’illusione di poter go­
vernare senza dover passare attraverso il legame con l’Altro.
Non è affatto casuale che molti soggetti obesi, che mostrano i tratti
della sudditanza senza conflitto nei confronti dell’Altro, come emerge in

240
Lobesità nelle nuove forme del sintomo

diverse storie cliniche, scatenino un’aggressività fuori misura nel mo­


mento in cui viene loro toccato - sottratto, ridotto - l’oggetto attorno a
cui costruiscono la loro compensazione libidica: il cibo. Questo dato cli­
nico ci rivela l’ambivalenza che caratterizza il rapporto dei soggetti obesi
con l’oggetto alimentare, da un lato fonte di alienazione irresistibile, di
cui si lamentano, dall’altro oggetto di compensazione irrinunciabile, che
li fa godere. Il rapporto dell’obeso con il consumo di cibo è molto diver­
so da quello del bulimico. Per quest’ultimo il godimento è legato alla di­
namica del riempimento/svuotamento del corpo dalle sostanze alimen­
tari, ma il cibo in quanto tale è per lui un oggetto per lo più indifferen­
ziato. Sarà l’efficacia della cura a restituire al soggetto bulimico la possi­
bilità di sperimentare di nuovo la soddisfazione libidica legata all’atto di
mangiare cibi diversi. Nei pazienti obesi, al contrario, l’oggetto cibo è in­
vestito libidicamente come oggetto di soddisfazione e di piacere. Ma
questa soddisfazione è surclassata, nell’atto alimentare, dall’esigenza im­
perativa del consumo debordante, del riempimento dello stomaco come
via immaginaria di saturazione - attraverso il consumo reale dell’oggetto
cibo - delle esperienze di frustrazione, come strategia compulsiva di de­
negazione della perdita e del non padroneggiamento del rapporto con
l’Altro di cui nella loro vita inevitabilmente fanno esperienza.

8.4.5 Ambivalenza pulsionale nella clinica dell'obesità:


versante binge e versante iperfagico
L’ambivalenza pulsionale che abbiamo messo in rilievo nell’esperienza
chiave dell’abbuffata ci restituisce in una nuova forma i dati che ci forni­
sce la clinica descrittiva del DSM IV, quando isola il disturbo da alimen­
tazione incontrollata dal quadro iperfagico dell’obesità. Infatti, nella cli­
nica dell’obesità coesistono, annodati nella medesima esperienza pulsio­
nale, un versante binge dell’iperalimentazione come alienazione e perdita
di controllo e un versante iperfagico nel quale l’iperalimentazione si pre­
senta come compensazione immaginaria dell’alienazione alla domanda
dell’Altro realizzata proprio attraverso il controllo via incorporazione
dell’oggetto cibo. La sudditanza radicale del soggetto alla domanda del­
l’Altro viene così bilanciata sul piano immaginario dalla sua padronanza
sull’oggetto. Molte storie cliniche di pazienti obesi presentano questa
“partita doppia”: da un lato una vita di relazione in cui i soggetti sono
assorbiti nella risposta alla domanda dell’Altro, senza per questo essere
coinvolti in un legame di desiderio; dall’altro la solitudine ricorrente del­
l’abbuffata, in cui l’Altro è fuori gioco e ciò che domina è l’esercizio di
un godimento autistico.

241
Civiltà e disagio

8.4.6 La doppia scansione interna alla dinamica dell'abbuffata:


sconnessione dall’Altro e spinta alla divorazione del cibo
La mia ipotesi clinica è che sia possibile formulare, in un processo a
doppia scansione che coinvolge simultaneamente il rapporto del sogget­
to con l’Altro e con l’oggetto di godimento, ciò che il soggetto obeso
mette in atto nel frangente critico dell’abbuffata.
Provo ad articolare questo punto servendomi di un’esperienza clinica
particolare: una seduta di gruppo con pazienti obese che conduco in
istituzione. L’argomento da affrontare è che cosa accade quando si veri­
fica il momento della crisi che spinge verso l’abbuffata. Marta dice che
per lei la scansione è la seguente: qualcuno che per lei è importante le
dice cose che la riguardano, ma in questa comunicazione emerge qual­
cosa che la fa sentire tagliata fuori / lei sperimenta uno stato di angoscia
/ allora si sconnette dalla comunicazione con l’Altro / a questo punto
precipita nell’abbuffata. Lisa dice che per lei il momento topico è carat­
terizzato da una specie di trance in cui lei, in uno stato di solitudine do­
mestica insostenibile, si annulla ed entra in scena la bocca di una Lisa
bambina che mette in atto il consumo automatico del cibo. In questa se­
quenza possiamo reperire due varianti che conducono all’esito della di­
vorazione, propria dell’esperienza di dipendenza del soggetto obeso.
Nel caso di Marta, la sequenza è: l’incontro col desiderio dell’Altro pro­
duce nel soggetto l’angoscia / il soggetto risponde con due operazioni:
a) la sconnessione o il rifiuto dell’Altro; b) il consumo irresistibile della
sostanza. Nel caso di Lisa, la sequenza è: il reale si manifesta con la ri-
presentificazione dell’oggetto orale primario, la propria bocca dell’infan­
zia / a questo il soggetto risponde con una soluzione alternativa all’ango­
scia: a) sperimentando la propria eclissi e la propria sconnessione dal-
l’Altro; b) realizzando l’abbuffata. Ne emerge in entrambi i casi, in for­
me differenti, un trattamento dell’emergenza del reale che va nella dire­
zione opposta a quella di un attraversamento dell’angoscia e di una sua
sintomatizzazione, che cerchiamo invece di realizzare nel lavoro analiti­
co.22 La soluzione è il passaggio all’atto tossicomanico che si realizza nel­
la forma dell’abbuffata come alternativa all’angoscia, come anticipazione
sistematica del suo dispiegamento, come azzeramento del suo punto di
scaturigine, quello che Lacan chiama «punto di angoscia». 23

22 Sulla sintomatizzazione dell’angoscia nel lavoro analitico, si veda D. Laurent,


Inhibition, symptome et angoisse, auhiourd’hui, in "La Cause Freudienne”, 58, 2004,
p. 58.
23 J. Lacan, Le Séminaire. Livre x. Langoisse (1962-63), Seuil, Paris 2005, p. 266.

242
Eobesità nelle nuove forme del sintomo

8.4.7 Un'alternativa all'angoscia: la dipendenza dalla sostanza


Il soggetto obeso tende a occludere l’angoscia attraverso due operazioni
essenziali. La prima operazione è Sull’Altro, e consiste nel rifiuto o nella
sconnessione da esso. Non è sempre chiaro questo punto con i soggetti
obesi, perché fenomenologicamente essi si presentano spesso come
estremanente permeabili all’Altro, oblativi e disponibili. Ma l’Altro a cui
rispondono è l’Altro della domanda, mentre l’Altro che rifiutano, che
non sopportano, è l’Altro del desiderio, al quale chiudono le porte spa­
ventati.24 Da qui la loro particolare difficoltà a farsi coinvolgere effettiva­
mente in una relazione transferale nel lavoro della cura.
La seconda operazione è sull’oggetto della dipendenza, e si realizza
nel consumo irrefrenabile e costante di cibo. Nell’obesità, infatti, la di­
vorazione indiscriminata che il soggetto mette in atto con il cibo è il ro­
vescio speculare della sua adesione oblativa ma spesso vuota alla doman­
da dell’Altro, e costituisce quindi una variante della medesima logica di
funzionamento strutturata sulla dicotomia tutto/niente. Lo dimostra il
fatto che, nel momento critico dell’abbuffata, la domanda dell’Altro, di
cui il soggetto si fa servo, si elide producendo una sparizione dell’Altro
che lascia il campo a un godimento senza argini. Dunque l’oscillazione
fondamentale che attraversa la clinica dell’obesità è data da un assogget­
tamento sacrificale del soggetto alla pienezza della domanda dell’Altro
compensato da momenti periodici di sconnessione dall’Altro, quando il
soggetto si eclissa nell’esperienza di godimento dell’abbuffata. In en­
trambi i tempi di questa oscillazione ciclica, è l’operazione di messa in
rilievo del soggetto come desiderante - della sua singolarità, effetto della
regolazione simbolica del suo godimento - e l’angoscia che ciò compor­
ta quello che viene in ogni modo evitato. Infatti, proprio in tale forma di
adesione indiscriminata, vuoi alla domanda dell’Altro vuoi alla spinta
alla divorazione, si manifesta nella clinica dell’obesità la forma precipua
di evitamento di una scelta, di una discriminazione e di una decisione
che portino il soggetto a sperimentare una perdita come condizione
strutturale dell’affermazione di un legame di desiderio. In questo senso,
in tutte le psicopatologie alimentari l’altra faccia del “delirio di autono­
mia” che il soggetto ci presenta, il rovescio del suo tentativo di tenersi
autarchicamente a distanza da un legame che lo coinvolga effettivamen­

24 Questo punto è ripreso dal mio intervento Angoscia e dipendenze nella clinica
odierna al Congresso della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi «Affetto d’angoscia», te­
nutosi a Palermo il 7 e 8 maggio 2005, ancora inedito.

243
Civiltà e disagio

te - tentativo che sperimentiamo continuamente anche come terapeuti


nella relazione transferale con questi pazienti - è la dipendenza reale da
un Altro, per lo più l’Altro materno, che preserva per il soggetto il mar­
chio dell’onnipotenza, rispetto al quale egli sente di non avere dei confi­
ni e dal quale non riesce a separarsi simbolicamente.

8.4.8 Dimensione depressiva nella clinica dell’obesità


La clinica dell’obesità è attraversata, come in sottofondo, dall’esperienza
depressiva. Non è casuale d’altronde, che l’associazione tra obesità e de­
pressione sia stata rilevata come significativa anche negli studi epidemio­
logici, in particolare nelle forme di obesità con disturbo da alimentazio­
ne incontrollata. Nell’ambito del nostro discorso, è importante inqua­
drare le forme e la funzione dell’affetto depressivo in rapporto alla strut­
tura del soggetto che soffre di obesità, struttura che in psicoanalisi si in­
dividua, secondo l’indicazione di Lacan, nel rapporto del soggetto con
l’Altro e con il godimento.
In questa prospettiva, l’esperienza clinica ci mostra che la presenza della
dimensione depressiva taglia trasversalmente i quadri delle strutture clini­
che dei soggetti obesi. E interessante provare a reperire le modalità di in­
sorgenza dell’affetto depressivo nella clinica dell’obesità, poiché esse ci in­
segnano qualcosa di rilevante anche rispetto alla funzione che la “soluzio­
ne obesità” assume nella storia del soggetto. Innanzitutto, l’esperienza ci
insegna che l’affetto depressivo si manifesta in modo pervasivo quando la so­
luzione compensatoria legata all’iperalimentazione viene smantellata o incri­
nata nella vita del soggetto. Ciò si riscontra in particolare nel quadro dei
trattamenti terapeutici di tipo medicale, spesso in seguito a diete o tratta­
menti nutrizionali, o come esito di interventi chirurgici all’addome a cui il
soggetto si sia sottoposto per dimagrire. L’effetto depressivo di questi in­
terventi ci rivela una funzione che l’iperalimentazione, e più in generale
l’obesità, svolge nella vita del soggetto: trattare l’alienazione radicale alla
domanda dell’Altro, evitandogli di cadere nell’alternativa speculare del
baratro depressivo come unica risposta possibile per far fronte alla spari­
zione dall’Altro. E, in effetti, è dinanzi a questo aut aut paradossale che
spesso il soggetto si trova immerso della clinica dell’obesità: o essere divo­
rato dalla domanda dell’Altro - compensando questa divorazione alienan­
te con l’iperalimentazione come divorazione dell’oggetto cibo - o essere
abbandonato dall’Altro, essere lasciato cadere dall’Altro, abbandono ri­
spetto al quale il soggetto tende a rispondere depressivamente, sospen­
dendo il lavoro del lutto, denegando la perdita e, in particolare nelle psi­

244
Eobesità nelle nuove forme del sintomo

cosi melanconico-depressive, come indica Freud in Lutto e melanconia, in­


corporando l’oggetto amato nell’io.25
Qui Abraham ha effettivamente colto il punto di intersezione struttu­
rale che lega la clinica delle psicopatologie alimentari alla clinica della
depressione, indicando nel meccanismo dell’incorporazione orale-canni-
balica dell’oggetto il momento di convergenza libidica che li annoda.26
L’abbuffata ricorrente nell’obesità produce infatti per il soggetto l’ef­
fetto di sospendere puntualmente il legame con la domanda dell’Altro,
per poterla reincontrare “rivitalizzato” dal godimento del consumo della
sostanza alimentare. In questo quadro, l’obesità si rivela un trattamento
spontaneo della depressione, che sostituisce una sconnessione statica e
costante tra soggetto e Altro - quella della paralisi depressiva - con una
sconnessione dinamica, puntuale e localizzata - quella dell’abbuffata.
Per questa ragione, l’effetto a breve e medio termine di un trattamento
che smantella l’obesità, lasciando campo libero al dilagare dell’affetto
depressivo, è per lo più quello di una ripresa dell’iperalimentazione,
come modalità di compensazione, in una forma addirittura amplificata.
Il medesimo effetto fallimentare è prodotto dalle psicoterapie che tratta­
no l’obesità focalizzandosi sul disturbo alimentare e sul suo smantella­
mento, come onestamente riconoscono i più accreditati esperti nel setto­
re di area cognitivo-comportamentale.27 L’altro effetto tipico che si pro­
duce in questa situazione, all’interno di una terapia, è l’interruzione im­
provvisa della cura, come modalità di traduzione nella realtà del proprio
sentirsi sconnesso dall’Altro. Anche questa operazione oscilla tra due
polarità. Per un verso, il soggetto, senza la compensazione della sostanza
alimentare e di-ciò che comporta per lui, incontra l’alienazione alla do­
manda dell’Altro come un “essere divorato dall’Altro” senza scampo, e
l’unico modo che trova per rispondervi è passare all’atto nella realtà con
la rottura del legame terapeutico e la chiusura depressiva. Per altro ver­

25 Al riguardo, sulla distinzione tra depressione nevrotica e versione psicotico-me-


lanconica dell’affetto depressivo, si veda F. Lolli, Eombra della vita. Psicoanalisi della
depressione, Bruno Mondadori, Milano 2005.
26 K. Abraham, Ricerche sul primissimo stadio evolutivo pregenitale della libido, cit.,
pp. 278-285.
27 «Oggi sappiamo che la terapia comportamentale dell’obesità riesce a determina­
re un buon mantenimento del peso perduto fino a due anni dopo la fine del tratta­
mento. [...] Per quanto riguarda i risultati a lungo termine gli scarsi studi compiuti
sembrano dimostrare che a tre-cinque anni di distanza la maggior parte delle pazienti
tende a recuperare l’intero peso perduto» (D.M. Garner, R. Dalle Grave, Terapia co­
gnitivo-comportamentale dei disturbi dell’alimentazione, cit., p. 203).

245
Civiltà e disagio

so, la sospensione della compensazione alimentare rimette il soggetto


obeso nelle mani di un Altro senza legge che, così come può divorarlo
nella propria domanda, allo stesso modo può abbandonarlo, dimenti­
carlo ed eclissarsi. Va in questa direzione il ricordo di una paziente obe­
sa abbandonata dalla madre quando era bambina: la madre era uscita di
casa in preda a una crisi di melanconia acuta lasciando la porta aperta e
fu poi ritrovata il giorno dopo in una stazione della metropolitana.
Ora, possiamo affermare che in questi casi, caratterizzati da un’alter­
nanza quasi ciclotimica tra momenti di iperalimentazione e momenti di
caduta depressiva, non c’è cura dell’obesità senza trattamento della de­
pressione che le soggiace, depressione che risponde a una difficoltà di
fondo inerente il rapporto del soggetto con l’Altro, e che non può dun­
que essere trattata limitandosi al solo intervento psicofarmacologico
come sostituto dell’alimentazione in eccesso. Il problema che ci si trova
ad affrontare in un trattamento analitico dell’obesità consiste nel come
introdurre un limite all’alienazione del soggetto alla domanda dell’Altro,
che non sia più una compensazione compulsiva legata al consumo del-
l’oggetto-cibo ma si presenti nella forma di un argine simbolico. Ciò si­
gnifica sperimentare, nel corso della cura, una trasformazione qualitativa
dell’affetto depressivo in risposta all’introduzione di un limite nell’Altro,
che nell’obesità nevrotica apre all’incontro traumatico con la castrazione
e la divisione soggettiva, producendo un’esperienza di perdita di godi­
mento. E la soggettivazione radicale nella cura di questa esperienza di
perdita fondamentale a rendere possibile al soggetto obeso l’eventuale
decisione di iniziare a perdere peso e di sostenere una dieta. Infatti la
perdita di peso, nella clinica dell’obesità nevrotica, è effettiva e duratura
se si declina a partire dall’assunzione da parte del soggetto della perdita
dell’oggetto del primo soddisfacimento. Vani sono infatti i tentativi di
perdere peso in modo stabile quando sono prodotti in risposta alla ri­
chiesta dell’Altro: «Devi dimagrire!». Spesso infatti, al contrario, è pro­
prio in risposta a questa domanda-comando che l’obesità nevrotica, in
particolare nell’isteria, amplifica la consistenza del sintomo come messa
alla prova dell’amore dell’Altro per il soggetto al di là dello stato reso in­
desiderabile del suo corpo.
Una cura analitica dell’obesità nevrotica suppone il passaggio nel sog­
getto dalla depressione cadaverizzante dell’alienazione in assenza di sepa­
razione a una depressione che si configura, all’opposto, come effetto del
completamento del processo di separazione con il suo duplice effetto: as­
sunzione della perdita d’oggetto attraverso il lavoro del lutto e rierotizza-
zione del corpo attorno alla funzione dell’oggetto causa di desiderio. Chia­

246
L'obesità nelle nuove forme del sintomo

ramente nelle obesità psicotiche il soggetto non può operare questo pas­
saggio, e anche per questa ragione occorre essere attenti a evitare di sman­
tellare la compensazione offerta dalla patologia alimentare. Piuttosto, sia­
mo chiamati ad aggiungere punti di compensazione e di supplenza da af­
fiancare a quella alimentare, in modo da ridurre gli eccessi patogeni dell’o­
besità senza però perderne gli effetti di stabilizzazione sul soggetto.

8.4.9 Obesità, psicopatologie alimentari e strutture cliniche


Nella psicoanalisi, i disturbi della condotta alimentare, così come i di­
sturbi dell’umore che spesso sono loro correlati, si presentano quali ma­
nifestazioni fenomenico-descrittive da inquadrare nella struttura del sog­
getto. È questo inquadramento strutturale che consente infatti di indivi­
duarne la funzione specifica per quel soggetto singolare. L’obesità, così
come del resto l’intero spettro delle psicopatologie alimentari e, più in
generale, le cosiddette nuove forme del sintomo, è caratterizzata tuttavia
da una difficoltà peculiare che rende problematico l’orientamento dia­
gnostico. In queste patologie, infatti, la struttura soggettiva rimane in
molti casi opaca a causa della compensazione prodotta dall’oggetto della
dipendenza, che può essere tanto una sostanza esterna al corpo (droga,
alcol, cibo, farmaci...), quanto una situazione particolare che il soggetto
ricerca irresistibilmente (ad esempio nel gioco d’azzardo), quanto il cor­
po stesso come luogo feticistico di condensazione e stagnazione di un
godimento mortifero (ad esempio nell’anoressia, nella depressione e nel­
l’attacco di panico).
L’opacità strutturale in molti casi di anoressia, bulimia e obesità è de­
terminata sostanzialmente dall’azione compensatoria della patologia ali­
mentare, che produce un effetto di chiusura della divisione soggettiva
nelle nevrosi e di occultamento della frammentazione nelle psicosi. In
questo senso, mi sembra opportuna l’iscrizione di diversi casi di anores­
sia, bulimia e obesità nel quadro delle psicosi ordinarie, ossia di quelle
forme nelle quali i sintomi positivi classici della psicosi (allucinazioni, de­
liri) non si manifestano, ma incontrano nel disturbo alimentare un certo
grado di stabilizzazione che ne rende meno facile il riconoscimento della
struttura soggettiva. E del resto questa un’indicazione ormai classica in
letteratura, riscontrabile ad esempio nell’inclusione di molti casi di ano­
ressia nel quadro delle cosiddette “psicosi fredde” descritto dai Kestem­
berg e da Decobert in La fame e il corpo™

28 E. Kestemberg, J. Kestemberg, S. Decobert, La fame e il corpo, Astrolabio, Roma


1977, pp. 199-200.

247
Civiltà e disagio

Del resto, l’esperienza clinica ci mostra un fenomeno ciclico abbastan­


za frequente in cui il disturbo alimentare e la produzione ideativa psico­
tica si alternano secondo questa logica: quando la compensazione sinto­
matica viene meno - quando l’anoressica o l’obeso rompono la loro sta­
bilità sintomatica, e ad esempio la prima prende peso e il secondo lo
perde -, iniziano ad apparire spesso manifestazioni allucinatorie, stati di
frammentazione corporea, oppure cadute melanconico-depressive acute
non di rado accompagnate da atti autolesivi e passaggi all’atto suicidarlo.
In questo caso, interpretazioni edipiche avventate, così come interventi
medici prescrittivi (come diete) o realmente e traumaticamente invasivi
(come gli interventi chirurgici all’addome nei casi di obesità), presenta­
no un alto rischio di scompensazione.
Nelle obesità a struttura nevrotica, in particolare nelle isterie, la pato­
logia alimentare tende a prendere il posto del sintomo nevrotico classi­
co, espressione del ritorno del rimosso prodotto come effetto della rimo­
zione (Verdraengung). Ma, mentre nelle nevrosi classiche il soggetto pro­
va a far fronte alla perdita strutturale dell’oggetto primario attraverso la
rimozione e la produzione di formazioni sintomatiche via ritorno del ri­
mosso, nelle obesità nevrotiche il soggetto abbisogna di un ricorso sup­
plementare stabile all’oggetto orale incarnato nella sostanza, che com­
pensi un’efficacia solo parziale della strutturazione primaria della nevro­
si e dunque della perdita di tale oggetto. Per questa ragione, mentre il
sintomo nevrotico classico si caratterizza per il fatto di dividere il sogget­
to, producendo in lui un’interrogazione sul suo enigmatico voler dire,
l’obesità si presenta in un soggetto nevrotico come un sintomo muto,
che non produce un effetto enigmatico di divisione del soggetto ma, al
contrario, opera una sorta di chiusura della divisione soggettiva e della
portata evocativa del sintomo. Sarà soltanto per effetto del trattamento
che il soggetto nevrotico che soffre di anoressia, di bulimia o di obesità
potrà arrivare a riconoscere nella patologia alimentare di cui soffre non
più eventualmente solo un disturbo ma un sintomo che lo rappresenta
presso l’Altro, e rispetto al quale egli ha una responsabilità inconscia
ineludibile il cui senso gli sfugge.
Nelle forme di obesità nevrotica, infatti, la storicizzazione del sintomo
operata sotto transfert nella cura permette al soggetto di dare una forma
di frase inconscia a ciò che ha innescato la patologia alimentare, ricono­
scendone la funzione. Ad esempio, in una mia paziente emerse nella fase
avanzata del trattamento una scena infantile nella quale la madre, avvici­
natasi per la prima volta a lei - che si sentiva la più trascurata delle figlie
- mentre era in uno stato di denutrizione che aveva allertato il medico,

248
L'obesità nelle nuove forme del sintomo

mettendole le mani intorno al collo le disse con sguardo allarmato: «O


mangi o muori!». La risposta inconscia del soggetto fu lo scatenamento
infantile di un’obesità, sviluppatasi in particolare dopo che la madre
tornò a trascurarla quando i rischi della denutrizione erano stati superati
e durata per decenni fino al trattamento. In molte pazienti nevrotiche
emerge un attaccamento all’obesità che ha a che fare con un “non voler
darla vinta all’Altro”, per lo più all’Altro materno, come una forma di
vendetta inconscia che si reitera attraverso il sintomo per lunghi anni, in
molti casi per tutta la vita, in risposta a una domanda d’amore rimasta
enigmaticamente elusa da parte dell’Altro. Nel caso di questa paziente, la
vendetta consistette a suo avviso nel non smettere più di mangiare, anche
quando superò - dopo pochi mesi dall’ingiunzione materna «O mangi o
muori!» - una soglia nella quale iniziava a entrare nell’obesità, e a nulla
valsero a quel punto i tentativi della madre di non farla mangiare più così
tanto. Nella ricostruzione della paziente, la frase della madre aveva fun­
zionato come un’illusione di vedere incarnato nella domanda di alimen­
tarsi un segno dell’amore materno. Illusione che si rivelò tale nel mo­
mento in cui uscì dal pericolo di morte, e la madre riprese come prima a
non interessarsi a lei. A quel punto la domanda materna di alimentarsi,
perduta la sua connotazione immaginaria di segno d’amore, aveva assun­
to per la paziente, sin dall’infanzia, il carattere di ingiunzione superegoi-
ca a cui si sarebbe sottomessa masochisticamente, facendo della propria
obesità il risultato maligno della parola a lei rivolta dalla madre.
In queste forme di obesità nevrotica la dimensione del rifiuto si pre-
sentifica in modo paradossale, nella forma di un “sì iperbolico” in rispo­
sta alla domanda dell’Altro, incarnando attraverso il corpo obeso una
forma di vendetta immaginaria. In altri casi, in via più lineare, l’obesità
incarna il rovescio della domanda genitoriale, diventando per il soggetto
una messa alla prova dell’amore dell’Altro che passa attraverso il muro
del corpo disprezzato e svalorizzato. In questi casi, l’obesità nevrotica si
rivela come il rovescio speculare dell’anoressia poiché, come in quest’ul-
tima, il soggetto cerca di spingere l’Altro, in particolare l’Altro genitoria-
le, attraverso l’evidenza della condizione patologica del corpo, troppo
grasso o troppo magro - condizione che spesso non troviamo in diversi
casi di bulimia in cui la patologia rimane non vista, nella clandestinità -,
a distinguere il proprio desiderio per la figlia dalla propria domanda sul­
la figlia, e a dimostrare l’amore per il soggetto al di là del fatto che corri­
sponda o meno all’ideale invocato nella domanda stessa.
Il disvelamento della funzione inconscia del sintomo produce in diverse
pazienti nevrotiche che soffrono di obesità, come avvenne nel caso cita-

249
Civiltà e disagio

to, un duplice effetto terapeutico. Da un lato un temperamento del sin­


tomo stesso e l’avvio di una fase depressiva che, riaprendo uno spazio
per il lutto rispetto all’onnipotenza materna, rende possibile l’elabora­
zione della propria posizione inconscia nel discorso familiare e un pro­
cesso doloroso di separazione simbolica. Dall’altro la decisione di segui­
re con risultati positivi una dieta per dimagrire al fine di rifallicizzare il
corpo come oggetto di desiderio, avendo ora il sintomo alimentare alme­
no parzialmente perso la sua funzione di risposta fantasmatica alla do­
manda alienante dell’Altro.

8.4.10 Rifiuto come messaggio e rifiuto come limite nell'obesità


Nell’obesità nevrotica la condizione del corpo grasso funziona sul dop­
pio registro di una difesa dall’angoscia prodotta dall’incontro con il desi­
derio dell’Altro e, insieme, di un messaggio rivolto all’Altro per verifi­
carne l’amore. Questa ambivalenza paradossale caratterizza la posizione
del soggetto nevrotico rispetto alla propria obesità, di cui arriva a lamen­
tarsi senza però volervi veramente rinunciare. Una mia paziente intro­
dusse una volta un’immagine che ben illustra questa ambivalenza fun­
zionale del corpo grasso nell’obesità nevrotica. Parlando del suo corpo
portò un sogno in cui esso era rappresentato da un brasato circondato
da uno strato di grasso, che proteggeva come un involucro la parte più
tenera e appetitosa della carne. Da un lato, il grasso esercitava una fun­
zione di difesa: tenere lontano l’appetito dal cuore tenero del brasato, at­
traverso lo strato protettivo che lo circondava, disincentivandone il con­
sumo. Dall’altro lato, il grasso rappresentava la messa alla prova del de­
siderio dell’Altro: se saprai andare al di là dello strato di grasso che mi
circonda, conquisterai il piacere del mio cuore tenero, la parte migliore,
non immediatamente visibile, del brasato. E evidente che questa imma­
gine onirica del cibo funziona per il soggetto come metafora inconscia
del suo rapporto con l’Altro, con il proprio corpo, con il desiderio e il
godimento.
Nelle forme di obesità psicotica ciò che ritroviamo è invece una fun­
zione del corpo grasso che si struttura essenzialmente come argine ri­
spetto all’invasione di un Altro sregolato che getta il soggetto in preda a
un’angoscia senza limite. E ciò vuoi nel versante schizofrenico dell’ango­
scia di frammentazione, vuoi nel versante melanconico-depressivo di
un’angoscia abbandonica in cui l’Altro lascia cadere il soggetto nel bara­
tro, vuoi infine nel versante paranoico dell’angoscia di persecuzione in
cui l’Altro sadico vuole godere del soggetto senza limite. In questi qua­
dri psicotici l’obesità funziona come difesa e soluzione compensatoria,

250
Lobesità nelle nuove forme del sintomo

che introduce un confine somatico in assenza di un limite simbolico in


grado di strutturare una separazione effettiva del soggetto dall’Altro.
Nella psicosi il corpo grasso dell’obeso funziona anche come riparo, ri­
spetto al desiderio dell’Altro che chiede al soggetto di occupare una po­
sizione sessuata di uomo o di donna nella relazione. Dinanzi a tale con­
giuntura, potenzialmente scompensante per il soggetto psicotico, l’obe­
sità funziona anche come modalità per rendersi indesiderabile dall’Al­
tro, allontanando così la minaccia che il desiderio rappresenta per lui. Di
qui la prudenza estrema necessaria in questi casi, per evitare di rompere
la compensazione immaginaria fornita dal sintomo alimentare lasciando
il soggetto senza stampelle su cui poggiare.
Nel lavoro con la psicosi possiamo conquistare la fiducia del soggetto
se lo aiutiamo a trattare l’Altro onnipotente e sadico, da cui si difende
come può, provando a distanziarsene attraverso un rifiuto dell’Altro che
passa per il consumo di cibo costante e sregolato (tanto nella versione
“pianificata” dell’iperfagia, quanto in quella “critica”, che si manifesta
più improvvisamente come delle acutizzazioni sintomatiche dei BED). Se
si riduce l’onnipotenza dell’Altro, allora il sintomo alimentare del sog­
getto psicotico può a sua volta temperarsi e funzionare come autoterapia
compensatoria stabilizzante, che non lo espone al rischio di morte o di
scatenamento, aprendo lo spazio di un lavoro, delicato e difficile, di co­
struzione di altri punti di stabilizzazione che possano funzionare, accan­
to a un’obesità ridimensionata, come cardini su cui poggiare.

8.5 II corpo obeso tra immagine e godimento

La clinica dell’obesità si presenta in tutta evidenza come una clinica del


corpo.29 Non a caso è quasi esclusivamente la medicina a occuparsene, e
l’avvio di una domanda di trattamento parte per lo più dagli effetti di­
sfunzionali sull’organismo, e dalle loro ricadute nella vita quotidiana,
che la condizione obesa induce. In genere è proprio a partire da tali ef­
fetti, che si presentano come emergenze reali, che il soggetto obeso sco­
pre o si ricorda di avere un corpo. Infatti, il corpo nell’obesità si presen­
ta sostanzialmente come un corpo rifiutato, e il rifiuto del corpo è repe
ribile a differenti livelli dell’esperienza clinica.

29 Vedere, sull’obesità come stato del corpo, P.E. Bossola, Idobesità. in


lacaniana. Rivista della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi”, 2,2004, pp. 2X MI.

251
Civiltà e disagio

8.5.1 11 corpo dimenticato


Innanzitutto, il corpo obeso si presenta sovente in una paradossale schi­
si. Da un lato, esso s’impone allo sguardo dell’Altro come un’evidenza
intrascendibile: non si può non vedere. Ma, dall’altro, contemporanea­
mente, esso non compare come simbolizzato nel discorso del soggetto, è
non detto, è assente, latitante nelle sue parole. Esso si presenta cioè
come un corpo dimenticato, senza memoria, fuori-discorso, sconnesso
dalla storia del soggetto, scisso rispetto alla simbolizzazione della sua esi­
stenza. In questo senso, un primo livello di manifestazione del rifiuto del
corpo nell’obesità è dato dal rifiuto inconscio della sua simbolizzazione,
dall’oblio della dimensione significante che ne marca l’esistenza in rap­
porto al soggetto che lo abita. E anzitutto a partire da questa difficoltà a
dire il proprio corpo che, a mio avviso, può essere inteso l’interesse, nel­
l’ambito della ricerca psicosomatica e psichiatrica contemporanea, per
l’alessitimia - la difficoltà a dire le proprie emozioni, a simbolizzare la
propria condizione - nel campo della clinica dell’obesità.

8.5.2 Una singolare dismorfopercezione: «Il mio corpo è un altro!»


Secondariamente, nel registro immaginario, la percezione dell’immagine
del corpo nella clinica dell’obesità sembra attraversata da un particolare
fenomeno dispercettivo, la cui specificità non è ancora stata sufficiente-
mente esplorata e che si differenzia qualitativamente dall’alterazione
percettiva dell’immagine corporea che riscontriamo nell’anoressia. Se in­
fatti in questa ciò che domina è l’alienazione speculare del soggetto al­
l’immagine ideale del corpo di un “altro” rispetto al quale il proprio è
sempre in eccesso, sempre troppo grasso, nell’obesità ci troviamo di
fronte a una modalità dismorfopercettiva rovesciata. Per l’obeso, così
come per l’anoressica, il proprio corpo non è quello che gli altri vedono.
Su questo punto, l’anoressica e l’obeso paradossalmente convergono:
l’Altro non è in grado di vedere il loro corpo; il principio di realtà del
senso comune e della psichiatria non è in grado di cogliere la verità della
loro condizione corporea. Ciò che gli altri non vedono per l’anoressica è
l’inadeguatezza in eccesso del proprio corpo rispetto all’ideale corporeo,
inadeguatezza accompagnata dalla tipica inclinazione mortifero-perse-
cutoria. Al contrario, ciò che gli altri non vedono nell’obesità è che il
corpo vero del soggetto non è quello grasso che colpisce il loro sguardo,
ma un corpo ideale a cui il soggetto è identificato, e tale identificazione è
qualcosa di già realizzato, e non qualcosa, come nell’anoressia, sempre
ancora da realizzare. E quanto una mia paziente obesa sintetizzò in una
seduta affermando, rispetto al suo corpo: «Il mio corpo è un altro!».

252
Eobesità nelle nuove forme del sintomo

Questa operazione di evitamento dell’alienazione speculare relativa al


rapporto con la propria immagine corporea - dramma radicale e senza
soluzione nell’anoressia - attraverso l’incorporazione dell’ideale corpo­
reo come già realizzato rivela alcuni tratti costituenti della clinica dell’o­
besità. In particolare, il diniego tyerleugnung) come processo di scoto-
mizzazione dell’alienazione del corpo nel campo dell’Altro simbolico e
nella dialettica immaginaria dell’intersoggettività. Operazione in linea
con l’egosintonia che attraversa, come un tratto di perversione e al di là
delle strutture cliniche di riferimento, il rapporto del soggetto in obesità
con il proprio corpo.

8.33 11 corpo defallicizzato


Infine, il corpo nella clinica dell’obesità si presenta per lo più, sul ver­
sante libidico-pulsionale, organizzato secondo la lettura offertaci da
Abraham: la spinta all’iperalimentazione compensa autoeroticamente la
stagnazione sostanziale, l’atrofia del desiderio sessuale. Non a caso, i
morsi della fame nevrotica vengono connessi in modo particolare dallo
psicoanalista tedesco, nel caso delle donne, a una fondamentale frigidità
femminile.30 Anche qui, secondo una declinazione strategica che attra­
versa la clinica delle nuove forme del sintomo, il godimento autistico
dell’oggetto-sostanza prende il posto, nell’economia libidica del sogget­
to, del desiderio verso l’Altro incarnato nel sesso. Queste coordinate
rendono ragione del fatto che il corpo dell’obeso tende a presentarsi, so­
prattutto nelle donne - poiché per l’uomo permane in diversi casi un re­
siduo di valorizzazione dell’eccesso alimentare del grande mangiatore
come figura della virilità - come un corpo defallicizzato, diserotizzato,
sganciato dalla funzione di catalizzatore del desiderio dell’Altro. Questo
tratto va al di là della variazione storico-culturale dei valori corporali,
non è riducibile cioè agli effetti pregiudiziali di un’epoca, quella contem­
poranea, dominata dalla valorizzazione estetica della magrezza. L’eroti­
smo che traspare nei corpi femminili floridi dei dipinti di Rubens è infat­
ti a distanza siderale dalla condizione devastata e diserotizzata del corpo
nella clinica dell’obesità.31
In questo quadro, la defallicizzazione del corpo nell’obesità, che si
produce attraverso la cancellazione delle forme corporee e dei sembianti
del desiderio sessuale, permette al soggetto una duplice operazione. Gli

30 K. Abraham, Ricerche sul primissimo stadio evolutivo pregenitale della libido, cit.,
p. 271.
31J. Dargent, Le corps obese, cit., p. 9.

253
Civiltà e disagio

permette di eludere l’insoppportabile della perdita dell’oggetto primario


del soddisfacimento, attraverso la sua negazione via divorazione-incor-
porazione del cibo, e al contempo gli consente di evitare l’incontro inso­
stenibile con il desiderio dell’Altro, che interpella il soggetto a risponde­
re come essere desiderante e sessuato - ossia dalla posizione di uomo o
di donna. Rendere il proprio corpo evidentemente indesiderabile, defal-
licizzarlo, è infatti la manovra messa in campo dal soggetto obeso per
spegnere dallo sguardo dell’Altro sul suo corpo la funzione sessuale del
desiderio, e la domanda che vi è implicata. Domanda desiderante alla
quale risponde con l’emergere del punto di angoscia, a cui fa seguito la
divorazione del cibo come risposta compulsivo-compensatoria all’inso-
stenibilità di tale incontro angosciante. Il rifiuto del corpo come sessua­
to, presente anche nell’anoressia con la cancellazione delle forme corpo­
ree della donna e l’amenorrea per effetto del rifiuto del cibo, esercita
dunque nell’obesità questa funzione di difesa dal reale della pulsione
contenuto nello sguardo desiderante dell’Altro. E, in effetti, perdere
peso, dimagrire diviene sinonimo nell’obesità di riacquisire un’esposizio­
ne femminile allo sguardo desiderante dell’Altro, che angoscia il sogget­
to poiché lo fa reincontrare, come ebbe a dire una mia paziente, con un
proprio «troppo di desiderio» insostenibile.

254
Gli autori

Lucia Simona Bonifati, psicoioga, partecipa alle attività della Scuola lacania-
na di psicoanalisi. E autrice di La psicosi in Jacques Lacan (Franco Angeli,
Milano 2000) e con Fabio Galimberti ha curato il volume 11 rifiuto dell’Altro
nell’anoressia (Franco Angeli, Milano 2001).

Luisella Brusa è psicoanalista membro della Scuola lacaniana di psicoanalisi.


Docente dell’istituto freudiano (specializzazione in psicoterapia a orienta­
mento lacaniano), ha pubblicato numerosi saggi tra i quali Mi vedevo riflessa
nel suo specchio. Psicoanalisi del rapporto tra madre e figlia (Franco Angeli,
Milano 2004).

Domenico Cosenza, psicoanalista, membro della Scuola lacaniana di psicoa­


nalisi, è direttore della sede milanese dell’istituto freudiano. Direttore scien­
tifico dell’ABA e della comunità terapeutica “La Vela” di Moncrivello (VC).
Professore a contratto presso la Scuola di specializzazione in Psicologia cli­
nica dell’università di Torino e presso la Scuola di specializzazione in Psico­
logia del ciclo di vita dell’università di Pavia. Per Bruno Mondadori ha cu­
rato i volumi La cura della malattia mentale. I. Storia ed epistemologia (con
A. Civita, 1999) e La cura della malattia mentale. II. Il trattamento (con L.
Colombo, A. Cozzi, A. Villa, 2001). E autore di Jacques Lacan e il problema
della tecnica in psicoanalisi (Astrolabio, Roma 2003).

Marco Focchi, psicoanalista, è membro della Scuola lacaniana di psicoanalisi


con il titolo di AME. Insegna presso l’istituto freudiano per la clinica, la tera­
pia e la scienza. Tra le sue pubblicazioni, oltre a diversi articoli su riviste italia­
ne e intemazionali, La lingua indiscreta (Franco Angeli, Milano 1985); Log-
getto immemore (Franco Angeli, Milano 1988); Dovunque altrove (Guerini,
Milano 1990); Lidentità vuota (Guerini, Milano 1991); Evento e ripetizione
(Teda, Castrovillari 1995), Il buon uso dell’inconscio (Editori Riuniti, Roma
2000), Il cambiamento in psicoanalisi (Bollati Boringhieri, Torino 2001).

Roberto Pozzetti è psicoterapeuta. Responsabile del Centro JONAS di ( 'omo,


partecipa alle attività della Scuola lacaniana di psicoanalisi. Ha pubblicato

255
articoli su riviste del settore e ha curato, con U. Zuccardi Merli, la raccolta
di saggi di Francisco Hugo Freda Psìcoanalisi e tossicomania (Bruno Mon­
dadori, Milano 2001). Ha pubblicato articoli sugli attacchi di panico nei li­
bri Sulla soglia (a c. di F. Lolli, Franco Angeli, Milano 2004) e 11 soggetto alla
deriva (a c. di U. Zuccardi Merli, Franco Angeli, Milano 2005).

Massimo Recalcati, psicoanalista, è membro della Scuola lacaniana di psi­


coanalisi con il titolo di AME. Insegna all’Università di Bergamo e all’istituto
freudiano per la clinica, la terapia e la scienza. E fondatore di JONAS, Centro
di ricerca psicoanalitica per i nuovi sintomi. Per Bruno Mondadori ha pub­
blicato Eultima cena: anoressia e bulimia (1997); Jacques Lacan. Un insegna­
mento sul sapere dell’inconscio (con A. Di Ciaccia, 2000); Sull’odio (2004) e
ha curato Introduzione alla psicoanalisi contemporanea (2003). Inoltre è au­
tore di Clinica del vuoto: anoressie, dipendenze e psicosi (Franco Angeli, Mi­
lano 2002); Per Lacan: neoilluminismo, neoesistenzialismo, neostrutturalismo
(Boria, Roma 2005); Eomogeneo e il suo rovescio: per una clinica psicoanahti-
ca del piccolo gruppo monosintomatico (Franco Angeli, Milano 2005). Colla-
bora con il quotidiano “il manifesto”.

Angelo Villa, psicoanalista, è membro della Scuola lacaniana di psicoanalisi,


docente dell’istituto freudiano. Per Bruno Mondadori ha curato il volume
La cura della malattia mentale. IL II trattamento (con L. Colombo, D. Cosen­
za, A. Cozzi, 2001). E autore di II tempo spezzato. La fine della cura nel trat­
tamento delle psicosi (Franco Angeli, Milano 2005).

256
Indice dei nomi

Abraham, K. 59n, 134, 137-138, 166- Calogeras, R. 89n


169, 181, 231-233, 236-237, 245, Castanet, H. 49
253 Charcot,}.-M. 144,196
Adomo, T.W. 40 Chauvet, E. 119n
Allison, G. 61n Chauvet, }.-L. 119n
Ansermet, F. 183 Cheshire, N. 85n
Aquilar, F. 214n Cirillo, S. 178n
Athanassiou-Popesco, C. 96n Clérambault, G.G. de 110-111
Auerhahn, N. 72n, 73n, 90n Cohen,}. 71n, 76n, 80n, 88n
Contri, G. 8n, 41n, 70n, 109n, 13 In,
Bandelier, M. 14 In 188n
Bassi, F. 34n Cosenza, D. 189n, 228n
Baudrillard,}. 193 Cottet, S. 226
Benedek, T. 80n Craveul,}. 47
Bergeret,}. 140-141 Cultrera, V. 216
Bergmann, M.V. 89n Cuzzolaro, M. 227n
Bibring, E. 133-134
Bion, W.R. 5, 18, 26-30, 98-106, 111, Dalle Grave, R. 234n, 235n, 245n
121 Dargent,}. 227n, 253n
Blos, P. 91n David, C. 7n
Blum, H. 86n, 88n, 92n Decobert, S. 119n, 178,179n, 247
Bollas, C. 25,29-32,62n, 121-122 Del Castello, E. 214n
Bonifati, L.S. 106n, 192n Deutsch, H. 11, 23, 113-116, 119,
Bossola, P. 189n, 25 In 128-129
Bowlby,}. 177,214,218 Diatkine, R. 183
Brenneis, C. 90n Di Ciaccia, A. 4n, 28n, 66n
Brenner, I. 89n Dostoevskij, F. 146
Breuer,}. 144,157 Droga,}. 62n, 71n, 72n, 73,74n, 76n
Briole, G. 67n
Bruch, H. 172-174,176 Eissler, K. 62n
Brusa, L. 77n Etchegoyen, II. 14ì
Brusset, B. 182-184
Burroughs, W. 160 l'ain, M. 141 n

257
Indice dei nomi

Fedem, P. 23 Isaacs, S. 95
Fenichel, O. 81,168,181,182n, 183
Ferenczi, S. 39, 60, 88n Jacobson, E. 20-21
Ferro, A. 4-5 Jakobson, R. 14
Fliess, W. 61-62,63n, 145 Joyce, J. 124
Foucault, M. 14
Freda, F.H. lOn, 11, 148-149, 151- Kant, 1.41-42,47
152,155-158 Kernberg, O. 2, 7, lln, 12-24, 80n,
Freedman, L. 62n 135-136,179,184
Freud, A. 19-20,60n, 131,132n, 133 Kerouac, J. 160
Freud, S. vii, 1-3, 5, 8, 12-13, 15-18, Kestemberg, E. 119-120, 178, 179n,
28, 30, 34-36, 39, 46-49, 52, 58-65, 247
69-71, 72n, 78, 83n, 84, 85n, 86, Kestemberg, J. 119n, 178-181,247
87n, 93-97, 99, 106-108, 112-113, Khan, M.M.R. 56
116, 127, 142, 144-149, 150n, 154- Kierkegaard, S. 50,5 In, 53
157, 164-166, 170, 188, 195-201, Kirshner, L. 88n
217-218,221,230-232,245 Klar, H. 61n, 74, 75n, 78n, 90n
Frosch, J. 13 Klein, D. 196,216
Klein, M. 2n, 12, 14, 16-17, 19-21, 41,
Gaensbauer, T. 74n 88, 95-100, 104-106, 109, 111, 131,
Galimberti, F. 101,192n 135,137-139,167,169-171,187
Galli, P.F. 34n Knight, R. 11,13
Gamer, D.M. 234n, 235n, 245n Kohut, H. 55, 80n, 177
Gaylin, W. 134n Kris, E. 20
Geberovich, F. 149-150,152,159-161 Kristeva, J. 7
Giaconia, G. 139
Ginsberg, A. 160 Lacan, J. 2n, 3-5, 7-10, 12, 14-15, 18,
Godei, K. 123 27-28,29n, 30,35,40-41,48,52-54,
Goldberg, A. 46,55 57,65-68,70n, 79n, 81, 85,88,103-
Good, M. 80n 113, 121-129, 131, 136-137, 141,
Granoff, W. 152 144, 148, 151-154, 156, 159n, 164,
Green, A. 1-3,7,25-29, 99 183, 185-190, 193, 199-201, 217-
Greenacre, P. 79n, 80n 225,230-231,240,242,244
Grinberg, L. 102n, 235 Laplanche, J. 3,30,85
Guillaumin, J. 141 Laub, D. 72n, 73, 90n
Laurent, D. 242n
Hacking, I. 196 Laurent, E. 5, 6n, 7, 69n, 15In, 161n,
Hartmann, H. 20,135 192
Haynal, A. 88n Lebovici, S. 180
Hegel, G.W.F.35,41,47 Lecoeur, B. 156
Heimann, P 95 Le Gaufey, G. 124n
Hirigoyen, M.-F. 43 Lévi-Strauss, C. 230
Horkheimer, M. 40 Loewenstein, R. 20

258
Indice dei nomi

Lolli, E 9n, lOn, 245n Recalcati, M. 3n, 4n, 6n, 7n, 25n, 28n,
Lo Monaco, E. 7n 66n, 67n, 106n, 115n, 142, 143n,
158n, 167n, 185, 187, 188n, 189-
Mack Brunswick, R 62n 193,228n, 229n,231n,235,236n
Mahler, M. 20-21,111 Recanati, F. 53
Malevai, J.-C. 107n, 124 Ripa di Meana, G. 185n
Marty, P. 7 Riva, G. 234n
Marx, K. 47 Rivière,}. 95
Masoch, L. von Sacher 43 Rosenfeld, H.A. 95, 98n, 99
Masson, J. 60n, 61-62,80 Rubens, P.P. 253
Mauss, M. 230
Mazzotti, M. 11 In Sade, D.A.F. de 34-35,40-43,161
McDougall, J. 140 Saussure, F. de 14
Meltzer, D. 47 Schinaia, C. 45n
Miller, J.-A. In, 4n, 5, 6n, 7, 106n, Sciacchitano, A. 185n
125-130, 132n, 149n, 151n, 161n, Segai, H. 7,95,99
162-163, 186n, 192-193, 217, 221- Selvini Palazzoli, M. 172, 174-177,
222 178n, 181,187
Millot, C. 224 Semi, A.A. 139
Milrod, B. 198n Shapiro, T. 62n
Molinari, E. 234n Simon, B. 61n, 76n, 77n, 81n
Money-Kyrie, R. 95 Sokolowsky, L. 226n
Musatti, C. 34n, 58n, 94n, 13 In, Sor, D. 102n
166n, 195n, 230n Sorrentino, A.M. 178n
M’Uzan, M. de 7n Stem, A. 11,12n, 13,177
Strachey, J. 85
Nachmani, G. 77n
Nietzsche, F. 41,47
Tabak de Bianchedi, E. 102n
Tagliagambe, F. 142
Olievenstein, C. 136-137
Terr, L. 89n
Thomà, H. 85n
Pasolini, P.P 216
Pelevin, V. 33
Voltolin, A. 97n, 99n
Perlman, S. 74n
Person, E. 61n, 74,75n, 78n, 90n
Pontalis, J.-B. 3, 85 Winnicott, D.W 7, 23, 26-27, 29-31,
105,113-118,128,139,142,181
Racalbuto, A. 7 Wittgenstein, L. 53
Rado, S. 134
Ramaioli, L 189n Zenoni, A. 4n, 124n, 193,194n
Rank, O.59n, 60n Zucca Alessandrelli, C. 142
Rassial, J.-J. 2n Zuccardi-Merli, U. lOn

259
Opere di psicoanalisi dal catalogo Bruno Mondadori >

Antonio Di Ciaccia, Massimo Recalcati


Jacques Lacan
Un insegnamento sul sapere dell’inconscio

Francisco Hugo Freda


Psicoanalisi e tossicomania

Sigmund Freud
Al di là del principio del piacere
Edizione commentata a cura di Alfredo Civita

Fabio Galimberti
WilfredR. Bion

William W Gull, Ernst C. Lasègue


La scoperta dell’anoressia

Roberto Infrasca
Donne e depressione

Eugénie Lemoine-Luccioni
Psicoanalisi della moda

Franco Lolli
L’ombra della vita
Psicoanalisi della depressione

Romano Madera
Cari Gustav Jung
Biografia e teoria

Gianna Polacco Williams


Paesaggi interni e corpi estranei
Disordini alimentari e altre patologie

Maria Emilia Pozzi


I disagi dei bambini da 0 a 5 anni
Relazioni difficili e terapia psicoanalitica della famiglia
Massimo Recalcati
Introduzione alla psicoanalisi contemporanea
I problemi del dopo Freud

Massimo Recalcati
Sull'odio

Massimo Recalcati
E ultima cena: anoressia e bulimia

Giancarlo Ricci
Sigmund Freud
La vita, le opere e il destino della psicoanalisi

Margaret Rustin, Michael Rustin


Passioni in scena
Teatro, psicoanalisi, società

Marc Silver
Letica della psicoanalisi
Il percorso della perversione da Freud a Lacan

Marina Valcarenghi
Eaggressività femminile

Marina Valcarenghi
^insicurezza
La paura di vivere nel nostro tempo

Adriano Voltolin
Melanie Klein

Margot Waddell
Mondi interni
Psicoanalisi e sviluppo della personalità

Alfredo Zenoni
Il corpo e il linguaggio nella psicoanalisi
A cura di Arturo Martone

Civita, Cosenza, Colombo, Zendri, Peirone,


Villa, Cozzi, Pigliano
La cura della malattia mentale
L Storia ed epistemologia
A cura di Alfredo Civita e Domenico Cosenza
Barbetta, Bronfen, Castoldi, Giglioli, Grazioli
Pakman, Recalcati, Violi
Uimmaginario dell'isteria
A cura di Daniele Giglioli e Alessandra Violi

Foresti, Chedaddi, Laras, Sequeri,


Pasqua, Scotto di Fasano, Veca, Gargani, Borutti, D’Alessandro
Accati,Vegetti Finzi, Francesconi, Petrella
Argentieri, Ambrosiano, Barone, Berlincioni
L’interpretazione della colpa, la colpa dell’interpretazione
A cura di Marco Francesconi

Miller, Mendes de Almeida Pinheiro


Perocevic, Briggs, Rhode, Catena
Le difficoltà di alimentazione nei bambini
La generosità dell’accettare
A cura di Gianna Williams, Paul Williams
Jane Desmarais, Kent Ravenscroft

Recalcati, Villa, Cosenza, Colombo, Rossetto, Senzolo


Brusa, Cece, Cozzi, Di Giovanni
La cura della malattia mentale
IL II trattamento
A cura di Luigi Colombo, Domenico Cosenza
Ambrogio Cozzi, Angelo Villa

Comprendere il trauma
Un approccio psicoanalitico
A cura di Caroline Garland

Psicoanalisi e cultura
A cura di David Bell

Stati psicotici nei bambini


A cura di Margaret Rustin, Maria Rhode
Alex Dubinsky e Hélène Dubinsky

Voci multiple
La narrazione nella psicoterapia sistemica familiare
A cura di Renos K. Papadopoulos e John Byng-Hall
Civiltà e disagio : forme contemporanee della psicopatologia
/ Massimo Recalcati... [et al.] ; a cura di Domenico Cosen­
za, Massimo Recalcati, Angelo Villa. [Milano] : Bruno Mon­
dadori, [2006].
288 p. ; 21 cm. (Sintesi).
ISBN 88-424-9691-X.
1. Psicopatie e ambiente sociale I. Recalcati, Massi­
mo IL Cosenza, Domenico III. Villa, Angelo.
616.89

Scheda catalografica a cura di CAeB, Milano.

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presso Grafica 2 emme (Milano, Italia)
ISBN 88-424-9691-X

€ 22.00 9 788842 496915

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