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Mario Torelli

Dei e artigiani
Archeologie
delle colonie greche
d'Occidente

• Editori Laterm
Introduzione

Questo libro non vuole essere un libro di storia della religione o di sto­
ria dell'arte delle colonie greche d'Occidente, né si prefigge di essere un
qualsivoglia tipo di manuale sulla colonizzazione greca d'Italia e di Sicilia.
Scopo di questo libro è fare dell'archaiologhzà (o meglio, come vedremo,
delle archaiologhzài) nel senso etimologico del termine, ossia discutere il
vasto materiale raccolto in due secoli di scavi e di ricerche effettuate nelle
città e nei territori della Megàle Hellàs e della Sikelzà e organizzato ormai
secondo classi monumentali, sequenze o tipologie largamente consolidate,
con l'obiettivo di ricostruire la cultura diffusa dei coloni. Punto di partenza
per rileggere questa ricchissima documentazione è stata la valutazione dei
modi in cui il bagaglio religioso ricevuto in madrepatria è stato selezionato
e tradotto in specifiche collocazioni dei singoli luoghi di culto, dislocati
in genere in base al fermo rapporto con usi rituali e a studiate relazioni
reciproche, ricche di significato simbolico; sull'altro versante si è cercato
di ricostruire come l'intero patrimonio di cultura ricevuto abbia animato
forme e contenuti di produzioni artigianali e di architetture, produzioni
destinate di volta in volta ad accogliere e contenere quelle manifestazioni
di radicata ideologia religiosa o capaci di esprimere orientamenti culturali
largamente condivisi, siano essi comportamenti sociali come il simposio
o la cerimonialità di rituali sociali come il matrimonio o religiosi come le
dediche votive o le tradizioni patrie di religiosità domestica o funeraria.
Dunque non uno, ma due " discorsi sull'antico" fondati su religione e arti­
gianato. Campi privilegiati di osservazione sono perciò il concreto manife­
starsi della mentalità dei coloni, sia in luoghi di culto che in oggetti legati
alle pratiche devozionali, e le consuetudini artigianali, che combinano sa­
peri, tecniche e modelli culturali originati in madrepatria; anche quando
se ne distaccano, creando una vera e propria " cultura delle colonie" con
spiccati tratti di originalità, come nel caso della religiosità demetriaca o di
alcune forme devozionali (penso a casi come i pi'nakes locresi) , questi mo­
delli restano ancorati ai fondamentali indirizzi della Grecia propria, grazie
VIII Introduzione

al costante rapporto intrattenuto dai ceti dominanti coloniali con i grandi


centri politici, culturali e religiosi della grecità.
L'osservatorio è dunque molto mirato e scarta a priori diversi materiali
che comunque fanno parte della cultura delle colonie, dall'urbanistica al
vasto e articolato mondo dell'intellettualità, dai patrimoni mitici alle strut­
ture politiche, anche se - com'è owio - nelle pagine che seguono vengono

infatti ritenuto utile concentrarmi su questi due corpora di materiali, quello


analizzate le ricadute della religione e dell'artigianato su questi aspetti. Ho

cultuale e quello della produzione artigianale, che rientrano nello specifico


dell'archeologo e che restituiscono un'immagine vivida della lunga vicenda
della presenza greca sulle coste della nostra penisola e della Sicilia, quale è
possibile trarre dai resti monumentali. Tra le omissioni più vistose ci sono
le manifestazioni dell'enorme influenza esercitata dai Greci d'Occiden­
te sui popoli indigeni contermini dell'Italia antica e della Sicilia, che ho
deliberatamente escluso dalla trattazione. Nell'ultimo mezzo secolo una
diffusa tradizione di studi ha finito - a mio awiso a torto - per ridurre la
storia di questi popoli ad una mera appendice di quella di ltalioti e Sicelio­
ti, quasi che Campani, Apuli, Lucani, Eretti, Siculi e Sicani fossero semplici
abitanti di una periferia della Megàle Hellàs e della Sikelzà, ciò che non
sono mai stati. Con questo non si vuole negare l'influenza esercitata dai
Greci su tutti questi èthne a contatto con l'area controllata dalle colonie,
un'influenza che, dopo inizi prevedibilmente difficili, ha contribuito enor­
memente alla crescita economica, sociale e culturale delle genti indigene e
all'espressione delle loro culture, fino a raggiungere, come nel caso delle
comunità indigene della Sicilia dal IV secolo a.C., livelli di assimilazione
tali da renderle indistinguibili da quelle greche; e tanto meno si vuole so­
stenere che la presenza di genti barbare non abbia condizionato la vita dei
coloni, i quali, come sappiamo, non solo hanno duramente combattuto
contro questi popoli, ma hanno anche fatto largo uso di donne indigene
come mogli o concubine per la riproduzione e di uomini come manodo­
pera asservita, semilibera o libera nella produzione agraria o come mer­
cenari per attività militari. Tuttavia, anche senza contare quanto radicato
fosse nel mondo greco il sentimento di superiorità nei confronti di tutti o
quasi tutti i "barbari " , in una parola gli altri, è bene ricordare che la storia
della grecità occidentale non va confusa con quella dei popoli indigeni: la
storia dell'impero romano è altro dalla storia delle tribù germaniche o del
mondo partico, quale che sia stata la reciproca influenza. Per contro, ogni
qual volta se ne è presentata l'occasione, ho sempre accennato in maniera
esplicita al debito contratto con la cultura coloniale greca sia sul piano
religioso che su quello più latamente culturale dalla cultura romana, di
norma direttamente o, più di rado, indirettamente attraverso il filtro etru­
sco: per lunghissimo tempo, infatti, per Roma la grecità è stata soprattutto
Introduzione IX

quella delle colonie d'Occidente. Il lettore potrà così meglio apprezzare


l'importanza dello studio della storia delle società magnogreca e siceliota
per la piena comprensione della vicenda storica di Roma, attribuendo alla
Megàle Hellàs e alla Sikelzà il posto che ad esse compete nella complessa
costruzione della civiltà europea.

Perugia, 25 maggio 2010

Nel licenziare queste pagine, vorrei ringraziare in maniera non formale quanti
hanno contribuito alla realizzazione del mio desiderio di scrivere sulla cultura
coloniale greca. In particolare, vorrei ricordare con speciale gratitudine la dotto­
ressa Margherita Milanesio Macrì, che mi ha illustrato in dettaglio sul terreno e in
Museo le novità più recenti di scavo del Thesmophorion di Locri, non lesinando
informazioni e preziose osservazioni compiute nelle esplorazioni, e i colleghi Enzo
Lippolis, che mi ha generosamente donato immagini dal suo archivio tarentino,
e Francesco La Torre, che mi ha fornito molte illustrazioni e la base della biblio­
grafia generale, tratta dal suo manuale di archeologia della Sicilia e della Magna
Grecia di prossima pubblicazione presso questa stessa Casa Editrice; un grazie
speciale debbo infine ai miei allievi Angela Sciarma, attenta curatrice della parte
ill ustrativa, e Francesco Marcattili, che mi è stato costantemente al fianco nella
realizzazione di questo lavoro.
Dei e artigiani
Archeologie delle colonie greche d'Occidente
La colonizzazione greca
in Italia e in Sicilia

l. Le colonie d'Occidente e il fenomeno coloniale greco

L· inizio si colloca infatti allo scadere del II millennio a. C ., in piena " età
Quella del fenomeno coloniale greco è storia di lunghissimo periodo.

buia " , e l'esito finale lambisce addirittura l'oggi: il termine estremo di


questa grande avventura umana si può far coincidere con il drammatico
esodo dei Greci d'Anatolia nel 1 922 dopo la fine dell'impero ottomano
e la nascita della Turchia di Atatiirk, o addirittura con la tragedia della
di\·isione di Cipro, un problema europeo ancora non risolto. Naturalmen­
te si tratta di una serie di trasferimenti di gruppi di diversa consistenza
e dell'occupazione di territori fra loro molto distanti: tali trasferimenti
non possono in alcun modo essere considerati frutto di un processo uni­
tario né del ripetersi nel tempo di un fenomeno di uguali modalità orga­
nizzative o dalle stesse motivazioni sociali ed economiche e soprattutto
da risultati identici. Di tutti questi episodi, la fase della colonizzazione
dell'Italia meridionale e della Sicilia, al centro di queste pagine, è uno dei
più studiati, in epoca e forme moderne già a partire dalla metà del XIX
secolo: soprattutto negli ultimi cinquant'anni questo studio si fonda su
un 'apertura importante alla documentazione archeologica, capitale per
la comprensione del lungo e articolato processo che ha condotto Greci
di origini diverse ad occupare la coste meridionali della penisola italiana
e della Sicilia tra gli inizi dell'VIII secolo a.C. e i decenni centrali del VI
secolo a.C. (fig. 1 ) , quando possiamo dire che ha avuto termine il vero e
proprio movimento colonizzatorio dalla Grecia continentale e dall'Egeo
Yerso il Mediterraneo occidentale.
Gli aspetti della colonizzazione greca in Occidente al centro del dibat­
tiro storico-archeologico recente coincidono senza dubbio con quelli che
possiamo definire i caratteri originali di quell'esperienza, che servono a
distinguerli non solo dagli altri episodi di colonizzazione greca, da quella
della Ionia alla fine del II millennio a.C. a quella gestita dalle città asiatiche
6 Antefatto

Fig. l. Carta della colonizzazione greca della Magna Grecia e della Sicilia (da LA ToRRE 201 1 )
Legenda: l ) Circeo; 2) Capua; 3 ) Cuma; 4) Ischia; 5 ) Napoli; 6 ) Pontecagnano; 7) Poseidonia;
8) Velia; 9) Laos; 10) Temesa; 1 1 ) Terina; 12) Hipponion; 1 3 ) Medma; 14) Metauros; 1 5 )
Rhegion; 1 6 ) Locri; 17) Caulonia; 1 8) Scolacium; 19) Crotone; 20) Sibari; 2 1 ) Siris; 22)
Metaponto; 23 ) Taranto; 24) Zancle; 25) Naxos; 26) Catania; 27) Leontinoi; 28) Megara Iblea;
29) Siracusa; 30) Akrai; 3 1) Monte Casale; 32) Eloro; 3 3 ) Camarina; 34) Gela; 35) Agrigento;
3 6) Eraclea Minoa; 37) Selinunte; 38) Mozia; 39) Palermo; 40) Solunto; 4 1 ) Himera; 42) Mylai;
43 ) Lipara

sulle sponde del Mar Nero, fino alle fondazioni di Alessandro e dei Diado­
chi in Oriente. Tuttavia nessun altro episodio coloniale mosso dal mondo
greco reca gli stessi tratti di questo movimento che ha condotto Calcidesi,
Corinzi, Megaresi, Spartani, Locresi, Achei, Ioni, Dori di Asia e di Creta
ad occupare una parte cospicua delle coste del Sud della penisola italiana
e della Sicilia, generando una serie di problemi specifici di natura storico­
archeologica, che intendo brevemente trattare, prima di passare al centro
delle questioni di forme ideologiche e di aspetti delle realizzazioni monu­
mentali e della produzione artigianale che quelle forme rende concrete.
La colonizzazione greca in Italia e in Sicilia 7

Tra i problemi di ordine filologico è un vecchio argomento, molto di­


scusso negli anni fino alla metà del secolo scorso, costituito dalla ricostru­
zione della cronologia assoluta delle fondazioni d'Italia e di Sicilia, una
"catena" di date basata essenzialmente sulla c.d. archaiologhzà tucididea
posta a premessa alla narrazione della infelice spedizione ateniese in Sicilia,
sulla cronologia di Eusebio di Cesarea e su occasionali informazioni for­
nite da fonti tra loro assai diverse. Notoriamente il problema s'intreccia in
maniera indissolubile con la grande questione archeologica della sequenza
cronologica delle ceramiche dell'alto arcaismo greco, in primis quella del
fossile-guida delle datazioni ai secoli VIII e VII a.C., la ceramica prato­
corinzia. Si è spesso detto che le basi filologiche di questa ricostruzione
soffrono di una sorta di circolarità di argomenti: la cronologia delle fon­
dazioni coloniali si basa sulle datazioni delle ceramiche e a sua volta l'im­
palcatura cronologica del vasellame protocorinzio è basata sulla sequenza
delle date offerte dalle fonti relative alla nascita delle colonie. Tuttavia,
proprio il fatto che le due sequenze, ricostruite in maniera indipendente
l'una dall'altra, finiscano per coincidere, viene a costituire in qualche modo
la prova che, aldilà dell'esattezza ad annum delle singole date, la sostanza
dell'una e dell'altra "catena" appare esatta. Né, per mettere in discussione
l'impianto cronologico tradizionale, hanno sortito effetti migliori i tentativi
di attribuire le cronologie tramandate dalle fonti a computi basati sulla du­
rata media di generazioni (o addirittura di mezze generazioni) calcolate in
3 0-3 5 (o 3 3 ) anni. La ricerca più recente tende perciò a considerare come
sostanzialmente attendibili le date tràdite delle fondazioni d'Occidente,
dando comunque scarso significato in termini di conseguenze storiche ad
un'eventuale differenza di pochi anni tra cronologia tradizionale e data
esatta ricostruita in via ipotetica su queste basi.
La ricerca contemporanea esplora essenzialmente temi storico-archeo­
logici relativi alla struttura economico-sociale e all'influenza che di questa
struttura si avverte nel terreno della storia politica, militare, istituzionale,
religiosa, culturale e artistica, che le fonti letterarie e la documentazione
archeologica offrono alla nostra attenzione. Particolare sviluppo nella ri­
cerca contemporanea hanno le modalità della fase fondativa, con un'ac­
curata ricerca delle cause della colonizzazione, dei rapporti che si ven­
gono a stabilire con il mondo indigeno al momento della fondazione e,
successivamente, nel lungo periodo, dell'organizzazione del territorio e
del suo sfruttamento, con particolare attenzione per le forme insediative
e per il rapporto tra madrepatria e colonia, verificato soprattutto sul ter­
reno delle forme religiose. I capitoli che seguono vogliono fare il punto
proprio su quest'ultimo terreno, esplorando il modo nel quale sono state
organizzate le espressioni concrete della religione all'interno delle colonie
rispetto a quanto si conosce dei culti di madrepatria: a questi dati sarà
8 Antefatto

accostato quanto sul piano archeologico è noto circa le concrete mani­


festazioni devozionali. Valutare quanto il retaggio della cultura religiosa
di partenza sopravviva in quella coloniale, come pure le scelte compiute
rispetto alla situazione di partenza, anche in base al rilievo urbanistico e
architettonico dato ai singoli luoghi di culto, significa ricostruire la genesi
e la dinamica delle scelte operate nella concreta espressione della religione,
la manifestazione organica dell'ideologia dominante della civiltà greca di
età arcaica e classica. Le forme ideali poste all'attenzione dell'archeologo
non si esauriscono tuttavia nel concreto delle pratiche religiose, ma hanno
un campo amplissimo di applicazione nell'analisi sia delle architetture che
dei prodotti dell'artigianato, tanto nella loro concreta materialità di og­
getti prodotti secondo modi ben definiti e con specifiche finalità pratiche,
quanto nel loro essere veicoli di esigenze immateriali, presenti in immagini
evocative di cultura ed espressive di valori.

2 . Le colonie e la madrepatria

Un primo grande tema del dibattito dell'ultimo mezzo secolo è stato


quello della fenomenologia economica della colonizzazione d'Occidente,
una questione intrecciata a filo doppio con un ancor più grande argomento
di discussione sul ruolo dell'economia (intesa come economia classica nata
nel XVIII secolo) nelle società antiche precapitalistiche. Non è qui il caso
di riassumere i termini di una discussione che ha visto gli storici dividersi
in "primitivisti" e "modernisti" , ossia tra quanti ritengono che l' econo­
mia antica non fosse regolata dalle leggi dell'economia teorizzata da Adam
Smith e da David Ricardo, ma fosse dominata dall'ideologia, in primis da
quella religiosa, e quanti sono inclini ad attribuire alle categorie economi­
che antiche un ruolo identico a quello svolto nelle società contemporanee.
Di qui i diversi scenari economici ricostruiti per descrivere le ragioni del
movimento colonizzatorio verso Occidente: i primitivisti adducono l'indi­
scutibile carattere di fondazioni dagli evidenti scopi agrari della stragrande
maggioranza delle colonie di Magna Grecia e Sicilia, virtualmente tutte
collocate in relazione stretta con grandi pianure, dalle potenzialità agrarie
incommensurabili con le scarse disponibilità di terra della madrepatria; tra
le cause della spinta verso Occidente, i modernisti collocano invece al pri­
mo posto lo scambio, adducendo il fatto che le prime colonie d'Occidente,
Pitecusa e Cuma, non solo sono le più lontane tra le fondazioni coloniali
occidentali, ma sono state palesemente piantate in quell'area per entrare
in contatto con gli Etruschi e con le ingenti risorse del minerale di ferro da
questi controllate grazie allo sfruttamento dei giacimenti elbani.
Oggi, il mutato quadro politico contemporaneo ha fatto sì che gran par­
te di questa polemica, assai vivace negli anni Sessanta e Settanta del secolo
La colonizzazione greca in Italia e in Sicilia 9

Fig. 2. Villasmundo; necropoli del Marcellino: coppe medio-geometriche di importazione: a)


coppa a semicerchi penduli; b) coppa a chevrons

scorso, si sia sopita, intanto per il minore interesse nutrito dalla ricerca per
le questioni economico-sociali, e poi per il riconoscimento dell'esistenza,
nel movimento verso Occidente, di due fasi successive, animate da genti
diverse e dalle caratteristiche fra loro differenti. La prima di queste due fasi
si colloca tra la fine del X e gli inizi dell'VIII secolo a.C.: in quest'epoca,
genti provenienti dall'Eubea e dalle Cicladi, che la storiografia anglosasso­
ne definisce prospectors, 'esploratori', muovono su grandissime distanze,
dalle coste della Siria e della Calcidica a quelle della Sicilia orientale e della
Campania, inseguendo - in evidente concorrenza - le correnti di traffico
fenicio, che da quasi due secoli solcano l'intero Mediterraneo per acquisire
preziose materie prime in cambio di merci di lusso, che nell'area orientale
hanno ripreso ad esser fabbricate e a circolare dopo la grave crisi nelle
relazioni tra Est ed Ovest provocata della caduta dei regni micenei e dalla
generale trasformazione degli assetti medio-orientali dei secoli XII e XI.
La documentazione archeologica di queste frequentazioni di prospectors

ne euboico-cicladica (coppe a semicerchi pendenti, coppe a chevrons) in


è costituita dalla presenza di ceramiche medio-geometriche di produzio­

necropoli etrusche (Veio soprattutto) e indigene della Campania (Cuma


preellenica), della Sicilia orientale (Villasmundo) (fig. 2 ) , ma anche della
Sardegna sud-occidentale (Sulcis) . Queste ceramiche attestano non solo il
passaggio di correnti di traffico, ma anche l'instaurarsi di relazioni di scam­
bio tra i protagonisti di tali frequentazioni e i capi delle comunità indigene
delle aree toccate dalle correnti di frequentazione_ Uno dei punti di più
intenso dibattito è dato dalla circostanza che queste aree di frequentazione
coincidono con le zone nelle quali tra il XIV e il XIII secolo a.C. si sono svi­
luppati i contatti tra il mondo miceneo e le popolazioni dell'età del Bronzo
della penisola, di Sicilia e di Sardegna, contatti certamente intensissimi che
comportarono anche stanziamenti micenei, sia pur di modesta entità. A
seconda delle diverse prospettive storiografiche, questa coincidenza può
essere letta o meno in termini di continuità di rapporti o, se si vuole, di un
" ritorno" di Greci sulle orme dei predecessori micenei: secondo l'abitu­
dine greca, questi "ritorni" sono proiettati sullo sfondo dei nòstoi mitici
dalla guerra di Troia, quando un rilevante numero di eroi, da Diomede a
lO Ante/atto

Filottete, si sarebbero stanziati in terre d'Occidente. D'altro canto, questa


fase di contatti a fini mercantili caratterizza anche altre esperienze coloniali
greche (e fenicie) , come quella più tarda guidata da Focea, protagonista
di analoghe frequentazioni, dalle quali hanno tratto origine Massalia, co­
lonia nata per stabilire relazioni con il promettente ambiente celtico che
controllava l'immensa via di comunicazione con l'Europa settentrionale e
le isole britanniche costituita dalla valle del Rodano, e una fondazione dal
nome parlante di Emporion, 'il mercato' , stabilita sulle coste dell'attuale
Catalogna, che gode di un'analoga apertura in direzione del non meno
promettente ambiente iberico.
Nelle stesse aree in cui vediamo attivi i mercanti euboici, circa mezzo
secolo più tardi, a partire dalla seconda metà dell'VIII secolo a.C . , si at­
tua la seconda fase, quella in cui vedono la luce le colonie vere e proprie,
destinate allo sfruttamento del territorio e al popolamento, per alleviare
le difficili condizioni dei contadini greci. Parallelo è il caso, offerto da
Taranto e da Locri, generato da complesse questioni sociali insorte dall'in­
termarriage tra i gruppi di diverso statuto sociale, ben noti nelle più chiuse
società doriche sia del continente che di Creta, che si fondavano su di un
nucleo ristretto dei conquistatori - a Sparta gli homòioi, gli 'uguali' - so­
vrapposto a masse di conquistati privi di diritti. Contadini poveri e persone
prive di diritti sono i gruppi sociali protagonisti delle fondazioni coloniali
storiche, da quelle calcidesi ( Cuma, Reggio, Zancle, Catania, Leontinoi) a
quelle peloponnesiache: queste ultime, verosimilmente guidate da Corin­
to, comprendono infatti la fondazione della sola colonia diretta di Corin­
to (Siracusa) , cui fanno seguito quelle di area megarese (Megara Iblea) ,
achea (Sibari, Crotone, Metaponto) , laconica (Taranto) e locrese (Locri
Epizefirii); tutte zone da antica data in stretto contatto fra loro attraverso
le relazioni intrecciate sul continente e grazie alla comune gravitazione sul
golfo di Corinto. D'altronde, dall'antica familiarità con tutto questo vasto
plesso di terre Corinto seppe fin dall'VIII secolo a.C. trarre vantaggi, resi
ai nostri occhi tangibili sul piano archeologico dall'esplosione produttiva
di avanguardia della città dell'Istmo in fatto di lavorazione del bronzo e
della ceramica.
In poche parole, il mezzo secolo di navigazioni e frequentazioni a sco­
po mercantile della prima fase ha fornito ai Greci tutte le informazioni e i
contatti con l'ambiente indigeno necessari a passare alla seconda e più im­
pegnativa fase, quella delle vere e proprie apoikzài, colonie in piena regola.
Queste apoikzài prendevano materialmente e non solo idealmente il posto
degli empòria, i punti di appoggio per lo scambio, che, secondo il modello
fissato dai Fenici (si pensi a Mozia in Sicilia e Sulcis in Sardegna) , tendeva­
no a basarsi su isole, come fu appunto Pitecusa, il più antico e importante
di questi fondaci dei prospectors euboici, ma presto passato ad apoikzà. Già
La colonizzazione greca in Italia e in Sicilia 11

sperimentato al passaggio tra II e I millennio a.C. nella colonizzazione ioni­


ca delle coste egee dell'Anatolia, il modello per queste fondazioni prevede­
va la "scelta" di uno o più oikistài, ecisti o fondatori: possiamo facilmente
immaginare che costoro (destinati tutti a onori eroici, documentati, come
vedremo, sia dalle fonti che dall'archeologia) spesso non furono scelti, ma
piuttosto indicati dai gruppi aristocratici, se non si è addirittura trattato
di individui messisi senza investitura alcuna alla testa della spedizione. In
alcune fondazioni è nota la presenza di contingenti minoritari di altre città
o altri territori, com'è ad esempio il caso di Sibari, cui avrebbe partecipato
un gruppo di abitanti di Trezene, o quello di Gela, alla cui fondazione
hanno partecipato genti di Rodi e di più zone di Creta, ma anche gruppi di
Cnido; spesso accade che in caso di contingenti numerosi o misti, gli ecisti
potessero essere più d'uno. Questi dettagli sono importanti per compren­
dere i termini di uno dei problemi più discussi della colonizzazione greca
(e non solo di quella) da parte di storici e archeologi, quello costituito dal
rapporto tra madrepatria e colonia, e che coinvolge aspetti istituzionali e
questioni di natura religiosa, oltre che più minuti problemi di carattere
linguistico, onomastico, epigrafico e, più generalmente, antiquario.
Tuttavia, la questione centrale in questo rapporto è rappresentata dal­
l'entità e dal ruolo che i culti patri hanno avuto (o non hanno avuto) nella
vita della colonia, tutti aspetti dai quali sono poi derivate conseguenze di
grande portata nelle scelte di carattere urbanistico, nella fortuna che que­
sto o quel culto ha trovato nelle nuove sedi, con una ben precisa ricaduta
nella progettazione di grandi architetture, oltre che nella prassi politica
della storia successiva delle colonie. Alcuni esempi serviranno a chiarire la
questione. Nella colonia di Megara, Megara Iblea, è difficile ravvisare un
riflesso diretto della situazione religiosa di partenza, essendo finora assai
scarse le attestazioni di importanti santuari centrali, al punto che nell'agorà
si conoscono alcuni edifici sacri, di cui però si ignorano le divinità titolari.
Al contrario, a Selinunte, sottocolonia di Megara Iblea, fondata sulle coste
meridionali della Sicilia un secolo dopo la nascita della città madre sulle
coste orientali con l'intervento di un ecista proveniente direttamente dalla
antica madrepatria di Grecia, Megara Nisea, non solo vengono create fon­
dazioni sacre per tutte le maggiori divinità megaresi, ma ad esse si desti­
nano due aree dell'erigenda colonia, l'acropoli e la Collina Orientale, per
dislocare i templi di madrepatria, secondo l'ordine che essi colà avevano
sulle due acropoli di Megara, detta di Care e di Alcatoo. È chiaro dunque
che se nella fase pionieristica (Megara Iblea) il legame ideologico fondato
sulla comunità di culti risultava operante in maniera meno stringente, più
tardi, il nuovo ecista incaricato di fondare Selinunte ha inteso programma­
re la città sottolineando anche in forma fisica, urbanistica, il nesso di dipen­
denza morale non da Megara Iblea, ma da Megara Nisea, che può essere
12 Ante/atto

considerata la vera madrepatria della sottocolonia. Dunque il legame può


variare e anche in misura considerevole nel tempo, con conseguenze talora
di grande portata, che ben si evincono dal caso testé presentato, ma anche
da altre indicazioni sul piano istituzionale, come dall'esempio di Taranto,
che, pur avendo nel tempo elaborato una costituzione sostanzialmente di­
versa da quella di Sparta, ha chiamato i suoi magistrati più importanti efori,
esattamente come nella madrepatria.
Così quando a metà del IV secolo a.C., dopo le lunghissime e devastanti
guerre contro i Cartaginesi e dopo la caduta della tirannide dionigiana,
Siracusa, che già si era appellata alla madrepatria Corinto al momento del
grande pericolo dell'assedio ateniese del 41 5-41 3 a.C., si rivolse ancora
una volta a Corinto per avere una persona capace di riorganizzare lo stato
e, più in generale, di ridare un assetto stabile a quanto restava della grecità
siceliota, ne ottenne Timoleonte, al quale si deve una vasta opera, anche
se effimera, di restaurazione sia del potere siracusano che dell'autonomia
delle città ad est di Agrigento. Il rapporto con la madrepatria si configura
nella fase iniziale dunque come generico, come prova il ben documentato
trasferimento dei culti più vivi nelle coscienze popolari. Più tardi il sistema
religioso di madrepatria diventa uno dei punti chiave della politica con­
dotta dai ceti dirigenti coloniali per riaffermare la propria origine e radi­
camento nei costumi patri, come dimostrano sia il forte impegno di tutte
le città siceliote e italiote nei giochi panellenici già nel VII secolo a.C. che
l'assidua attenzione rivolta dalle élites coloniali ai grandi santuari di Delfi
e di Olimpia. Al tempo stesso fra i cardini ideologici della vita coloniale
vanno annoverate le figure degli ecisti: di questo si terrà conto proprio nel
delineare l'aspetto archeologico del loro culto, segnale inequivocabile del
loro ruolo nella conservazione dell'identità delle singole apoikzài.

3 . I rapporti con il mondo indigeno

Fino agli anni Sessanta del XX secolo la storiografia sulla Magna Gre­
cia e la Sicilia antica ha concepito l'impianto delle colonie greche come
un evento assolutamente pacifico e idillico. Nell'ottica allora dominante
l'arrivo dei Greci si configurava come l'incontro tra "selvaggi buoni" , gli
indigeni desiderosi di essere messi a parte della superiore civiltà greca, e
"civilizzatori" , i coloni greci, che giungevano nelle nuove sedi gravati da
una missione, quella di diffondere e radicare tra gli incolti e rozzi indigeni
il «pesante fardello della civiltà», «the heavy burden of civilization», una
locuzione famosa coniata da Rudyard Kipling per giustificare la conquista
inglese dell'India. In questi storici agiva in maniera cosciente, ma talora
anche inconscia, il bisogno di presentare la civiltà classica, con la quale essi
si identificavano totalmente, come un grandioso fenomeno positivo, tutto
LJ colonizzazione greca in Italia e in Sicilia 13

luci e niente ombre, scevro di aspetti brutali e violenti; ma a questo atteg­


giamento non era estranea l'ovvia identificazione che costoro facevano tra
la colonizzazione greca e quella moderna, inglese, francese, ma soprattutto
italiana, tenuto conto del fatto che lo studio sia storico che archeologico
della grecità magnogreca e siceliota è stato e continua ad essere in larga mi­
sura appannaggio italiano. La decolonizzazione del secondo dopoguerra
non ha prodotto subito riflessioni adeguate nel dibattito su Magna Grecia
e Sicilia, finché negli anni Settanta del secolo scorso alcuni incontri tra ar­
cheologi e storici italiani, con archeologi e antropologi soprattutto francesi,
sono serviti a "decolonizzare l'antichità", come suona il titolo di un celebre
articolo diJesper Svenbro, e dunque a sfatare questo mito, anche se il ca­
rattere in genere violento e brutale dell'impatto prodotto dai coloni greci
sulle società indigene ha stentato e tuttora stenta a farsi largo soprattutto
nel mondo degli archeologi del nostro paese.
Anche se la tradizione ricorda casi di ingresso pacifico dei Greci in talu­
ne zone (evidentemente li ricorda, poiché si è trattato di eventi eccezionali)
a seguito di accordi con capitribù indigeni, come nel caso della fondazione
di Megara Iblea o di Marsiglia, la regola è stata quella dello scontro fra
l'elemento greco e l'elemento indigeno sin dal momento dell'arrivo dei
Greci. Di questa violenza iniziale abbiamo qualche testimonianza delle
fonti, come per l'inganno perpetrato dai Greci al momento della fonda­
zione di Locri Epizefirii, quando i Locresi avrebbero giurato di rispettare
i patti con gli indigeni «fintanto che avrebbero avuto la testa sulle spalle»,
per rompere subito dopo il patto, liberandosi di «teste d'aglio» da loro
recate di nascosto sulle spalle. Ma ancor più frequenti sono alcune dram­
matiche attestazioni archeologiche, dalla distruzione delle capanne sicule
di Ortigia o di quelle enotrie di Metaponto all'improvvisa fine di grandi ne­
empoli indigene nell'area del nuovo insediamento coloniale, come quella

dai Greci in virtù del migliore armamento e della migliore organizzazione


di Torre Galli. Tuttavia, aldilà dell'iniziale posizione di vantaggio acquisita

politico-militare, la resistenza indigena, quando c'è stata, è stata dura e lo


scontro spesso è continuato senza sosta fino ad evidenti segnali del rove­
sciamento del vecchio ordine, che in tempi e modi diversi si fa sentire in

\' secolo, in Sicilia con la rivolta di Ducezio e in Italia meridionale con i


runa l'area coloniale. I sintomi della trasformazione sono visibili già nel

m.-olgimenti sociali avviati dagli antichi contadini italici, spesso chiamati


a J.ayorare la terra per i conquistatori greci ed etruschi, e trasformatisi a
loro \·olra in conquistatori in seguito ad ulteriori calate di genti di ceppo
s.mn.itico e lucano. Ovunque, all'antica soggezione si sostituisce una fase
ntJ<.wa sia in Sicilia che in Magna Grecia. La nuova fase coincide in Sicilia
.:00 rass imilazione pressoché completa delle popolazioni indigene ai mo­
ddli culrurali greci nel corso del IV secolo a.C. e in Magna Grecia con la
14 Ante/atto

violenta occupazione italica di grandi pòleis come Cuma e Poseidonia in


area greca e di Capua in area etrusca, che ne hanno cancellato l'autonomia,
mentre nel resto del paese si tenta da parte greca una strenua difesa dalle
aggressioni lucane perpetrate ai danni di altrettanto grandi città, come
Thurii, Locri e Crotone.
Il contatto tra Greci e indigeni opera in primo luogo come fattore di
definizione etnica delle popolazioni locali. Il modo in cui i nuovi arrivati
percepiscono la realtà dei nativi diviene formula per costruire come èthne
i gruppi che hanno di fronte, i quali al momento stesso dello sbarco greco
sono in genere ben lontani dal costituire un èthnos nel vero senso della
parola. Per questo motivo, mentre i Calcidesi di Cuma chiamano Opici gli
indigeni con i quali dividono il territorio, le colonie achee - Sibari, Croto­
ne, Metaponto e Poseidonia, oltre alle subcolonie minori dei due versanti,
quello tirrenico e quello ionico - definiscono con il nome di Enotri le
genti stanziate nelle aree interne della Campania meridionale, della Basili­
cata meridionale e della Calabria a contatto con le chòrai coloniali: questi
popoli sembrano presentarsi ai loro occhi come un'unità etnica, le cui dif­
ferenze areali tuttavia parlano dell'avvio di un processo di strutturazione
socio-economica e culturale già dal pieno VIII secolo a. C., ali' origine di un
progressivo affiorare di vere e proprie differenze di classe. Analogamente,
i Greci stanziati sulle coste meridionali e orientali siciliane hanno operato
una distinzione tra Siculi ad oriente, Sicani nelle regioni centrali ed Elimi
all'estremità occidentale: ora, mentre non si può dubitare dell'autonomia
linguistica degli Elimi, parlanti una lingua indoeuropea diversa da tutte le
altre della Sicilia e dell'Italia antica, la differenziazione etnica tra Siculi e
Sicani appare assai nebulosa, lasciando intravedere una sostanziale unità
tra i due gruppi. Ad un più diretto esame, questo fenomeno assomiglia
apbastanza al processo che si verifica in area apula, dove le differenze areali
agiscono già prima dell'impatto con il mondo greco, creando diversità tra
i gruppi tribali di Messapi, Peuceti e Dauni, i quali sono tra loro apparen­
tati probabilmente sul piano linguistico, certamente sul piano culturale,
ma che agli occhi dei Greci, sempre molto attenti ai contesti etnografici,
appaiono comunque sin da epoca assai antica distinti.
Il rapporto sociale ed economico tra Greci e popolazioni anelleniche
non ha seguito linee costanti, ma si è articolato nel tempo, nello spazio e
nella stratificazione sociale. Lungo tutta la fase più arcaica, tra VIII e VII
secolo a.C., l'assoggettamento dell'elemento indigeno prevale sulle forme
di più o meno espressa alleanza tra aristocrazie coloniali greche ed élites
indigene. A Siracusa sappiamo che esisteva una classe di persone, dette
kyllyrioi o killikyrioi, formata da elementi siculi sottoposti alla potente
aristocrazia coloniale, detta dei gamòroi, i 'possessori della terra' , i quali
evidentemente si servivano dell'elemento indigeno usando una forma di
La colonizzazione greca in Italia e in Sicilia 15

dipendenza che doveva collocare gli indigeni metaxù eleuthèron kài dùlon,
'tra liberi e schiavi'; come sappiamo- a partire dall'ilotismo spartano-,
ciò avveniva in molte altre situazioni sociali dei paesi mediterranei. Di sif­
fatte forme di dipendenza in Magna Grecia possiamo localizzare più di un
esempio: quasi certamente questo è il caso di Locri Epizefirii, anche a giu­
dicare dalle poverissime necropoli indigene di S. Stefano di Grotteria nelle
vicinanze della colonia greca, appropriate a un gruppo in quelle condizioni
socio-economiche. Anche il c.d. "impero di Sibari", che nel VI secolo a.C.,
a detta di Strabone (VI, 265 ), si stabilì «su quattro popoli vicini ed ebbe
soggette venticinque città, arrivando a schierare in battaglia contro Cro­
tone ben 3 00.000 uomini», dovette esercitare un controllo non dissimile
su estesi gruppi indigeni, come attesta il vasto abitato di Amendolara, che
deve essere considerata una delle «venticinque città» soggette. Tuttavia
diversi dati mostrano che gli statuti di questi hypekòoi, 'sudditi', dovettero
essere molto vari. Tra questi documenti un posto di rispetto è occupato
dalla celebre iscrizione di Olimpia con un trattato stipulato tra Sibari e una
tribù indigena detta dei Serdaioi, forse stanziata sulle coste del Tirreno
nell'area dell'attuale Tortora (Cosenza), e perciò garantito dalla subcolonia
sibarita di Poseidonia collocata in quell'area; non meno utili per definire la
struttura dell"' impero di Sibari" sono le c.d. "monete di alleanza" battute
e,;dentemente dalla grande colonia achea con il toro simbolo di Sibari
e con le sigle SER, MOL, PAL e AMI, generalmente ritenute iniziali dei
nomi di questi popoli e città dell"'impero", nel caso specifico la tribù dei
Serdaioi (SER) e le città di Molpa (MOL), Palinuro (PAL) e Amina (AMI),
tutti etnonimi o toponimi indigeni di area tirrenica tra l'estremo sud della
Campania e il settentrione della Calabria.
Altrove, probabilmente non prima dello scadere del VII secolo a.C.,
quando le società indigene appaiono strutturate in potenti aristocrazie,

di alleanza tra élites coloniali ed élites indigene, come ci ricorda il caso di


il rapporto tra colonia greca e società anelleniche si configura in forma

Teline, antenato del ghènos dei Dinomenidi, tiranni di Gela e Siracusa, il


quale in occasione di una stàsis avrebbe trovato rifugio nella città sicula di
.\laktorion, forse da identificare con il grande centro indigeno di Monte
Saraceno di Ravanusa, ellenizzatosi da antica data. Dal IV secolo a.C., la

lia e di quelle d'Italia a stretto contatto con Greci o Etruschi determina il


conquista della dimensione urbana da parte delle società indigene di Sici­

progressivo passaggio dalle alleanze tra gruppi aristocratici a vere e proprie


alleanze politiche tra pòleis greche e città indigene, prova che in Sicilia si

ai costumi e alla lingua greca, e in Magna Grecia all'ellenizzazione e alla


era giunti a una profonda assimilazione degli indigeni alla forma urbana,

trasformazione in senso urbano della cultura delle genti apule e degli in­
,-asori Lucani, attestata da parecchi documenti. Tra queste prove ricordo
lb Antefatto

qui l'uso da parte dei Lucani di Paestum dell' ekklesiastèrion già greco, la
chiara consistenza urbana di Laos lucana e l'esistenza di iscrizioni osche,
come la tavola bronzea di Roccagloriosa, forse la Pixunte lucana, o l'epi­
grafe di Muro Lucano, che ricordano precise istituzioni politiche, come il
senato, o delle magistrature, come il meddix, che ben si addicono a realtà
urbane politicamente costituite.

4. Assetti urbani e territoriali delle colonie

Uno degli aspetti più rilevanti del mondo coloniale è rappresentato


dall'urbanistica regolare delle città. Sin dalla fondazione, l'impianto urba­
no delle città coloniali di Magna Grecia e Sicilia appare di norma organiz­
zato su assi con incroci ortogonali, secondo impianti definiti dalla critica
moderna " ippodamei" , dal nome del celebre architetto e urbanista di V
secolo a.C., lppodamo di Mileto; lppodamo infatti non solo aveva teoriz­
zato simili impianti, ma addirittura in Magna Grecia aveva disegnato la
pianta della colonia "panellenica" (in realtà voluta e attuata da Pericle) di
Thurii, che faceva risorgere nello stesso luogo la grande metropoli di Siba­
ri. Conosciamo questa pianta non solo dalla celebre descrizione fattane da
Diodoro Siculo, ma anche dai grandi scavi degli anni Settanta e Ottanta
del secolo scorso diretti da Pier Giovanni Guzzo, che hanno dimostrato
come la colonia latina di Copia, fondata nel 1 97 a.C., si sia direttamente
sovrapposta alla Thurii di lppodamo, sfuttandone in larga misura, anche
se non integralmente, l'impianto (fig. 3). È necessario concludere che Ip­
podamo di Mileto non è l'inventore dell'urbanistica regolare, ma solo un
suo teorico, forse non l'unico e neanche il primo, ma certo l'intellettuale
che ha portato teoria e prassi urbanistica greca al suo livello più elevato
e cosciente, in rapporto con le migliori speculazioni filosofiche e con le
correnti più avanzate di pensiero del suo tempo, che non a caso era quello
dell'Atene di Pericle. Sgombrato il campo da questo equivoco, noteremo
subito che l'area coloniale ha applicato i dettami dell'urbanistica regola­
re, con isolati allungati, che si appoggiano nel senso della larghezza alle
grandi platèiai, gli assi principali dell'impianto, mostrando una particolare
attenzione ai rapporti proporzionali tra lunghezza e larghezza, una forma
mentale radicatissima nel pensiero greco. Georges Vallet ha rilevato come
non sia perfettamente regolare l'impianto più antico meglio conosciuto del
mondo coloniale, quello di Megara Iblea. Megara infatti, fondata nel 728
a.C., distrutta e spopolata da Gelone nel 485 a.C., risorta con Timoleonte
nel 340 a.C. e definitivamente distrutta dai Romani nel 21 3 a.C., proprio a
causa di queste sfortunate vicende ha conservato i segni più chiari dell'im­
pianto arcaico. Ora, Megara mostra evidenti segni di un impianto fonda­
mentale non unitario, ma basato su due reti di strade nord-sud con diverso
L1 colonizzazione greca in Italia e in Sicilia 17

r
l
l


l
t-

Fig. 3. Thurii: ricostruzione ipotetica dell'impianto urbano (da MERTENS-GRECO 1996)

orientamento, mentre nel tessuto della città si rilevano tracce di altri tre
orientamenti ancora diversi. Secondo Vallet, questi cinque assetti differen­
ti sarebbero il riflesso di una primitiva organizzazione della colonia, nella
quale agivano ancora le cinque diverse kòmai che avrebbero concorso alla
formazione della città di madrepatria Megara Nisea.
L'urbanistica regolare è comunque altra cosa da quel «portato stesso
della razionalità ellenica», come è stata spesso considerata da certa sto­
riografia. La strada per comprendere la fortuna della formula ci porta al
contesto stesso della fondazione delle colonie e all'obiettivo che esse si
proponevano, quello cioè di acquisire in abbondanza nuove terre. Nel cor­
so stesso della colonizzazione era previsto che fra tutti i partecipanti fosse
18 Ante/atto

sorteggiato un klèros (parola il cui significato è appunto 'sorte'), un lotto


di terreno urbano parallelo a quello, pure sorteggiato, nella campagna.
L'epoca nella quale si è verificato il primo e più rilevante movimento co­
loniale, la seconda metà dell'VIII secolo a.C., coincide notoriamente con
una fase in cui le strutture delle pòleis di origine sono ancora in via di con­
solidamento, e per talune aree, come l' Acaia e la Locride, addirittura l ungi
dall'essere formate. Più in generale, in gran parte della Grecia ancora non
si è realizzato appieno il dominio delle città sulle campagne, che costituisce
il fondamento della civiltà urbana pienamente sviluppata. In altre parole,
nella mentalità dei coloni, tra il suolo destinato alle coltivazioni e la terra
che si prevedeva avrebbe accolto le case non esisteva una vera differenza
concettuale: poiché tutta la terra ai loro occhi possedeva uguale conno­
tazione, criteri di divisione del terreno agrario e criteri di divisione dei
suoli urbani finivano per coincidere. Abbiamo per questo l'importante do­
cumentazione ricavata dalla fotografia aerea del territorio di Metaponto,
controllata poi con esplorazioni di superficie e con saggi archeologici sul
terreno, dove è emersa una divisione dei suoli agrari (fig. 4 ) , datata a pochi
decenni dalla fondazione della città e ottenuta mediante l'escavazione di
fossi di eccezionale lunghezza, in qualche caso fino a 1 0 km, una tecnica di
divisione agraria che rivela non poche analogie con quella romana dell'età
più arcaica, detta icasticamente per strigas, lett. 'secondo solchi'. Entro
queste strisce di terreno sorgevano le fattorie: di queste fattorie alcune
soltanto sono risultate databili al VI secolo a.C., mentre in massima parte
appartengono al IV secolo a.C. quando, come documentano in maniera
chiarissima le Tavole di Eraclea, si verifica una rioccupazione sistematica
delle campagne. L'aspetto esteriore di questa divisione agraria presenta
senz' altro forti analogie con la morfologia degli isolati urbani. Questi ulti­
mi infatti, come abbiamo visto, hanno forma allungata e al loro interno si
collocano i lotti destinati ad accogliere le case di città; non possono esserci
dubbi sulla somiglianza tra il modo in cui in questi isolati allungati si di­
spongono le case e quello in cui le fattorie rurali si collocano all'interno
delle lunghe strisce di terra delimitate dai fossati della divisione agraria.
Ma la rigorosa divisione delle terre non sembra essere stata la sola forma
di occupazione del territorio di cui i coloni hanno preso possesso: analisi
condotte sulle chòrai di più di una colonia hanno messo in risalto l' esisten­
za di insediamenti minori, villaggi o kòmai, sorti soprattutto per garantire
la gestione di terre troppo lontane dalla città o tali da richiedere presenze
assidue, villaggi che in epoca più tarda hanno persino ricevuto sistemi di
fortificazione. Questi insediamenti minori sono spesso collegati a uno o più
santuari. Gran parte degli studiosi ritiene che la funzione primaria di questi
santuari fosse perlopiù identificata con la protezione dei confini; tuttavia,
senza escludere l'idea che alle loro divinità fosse affidato il compito di
La colonizzazione greca in Italia e in Sicilia 19

Mare Ionio
_.,/ o
10 km

Fig. 4. Metaponto: planimetria del territorio con l'indicazione delle divisioni agrarie (rielaborata

Legenda: A) area urbana di Metaponto; B) divisioni agrarie; l) Tennitito; 2) Incoronata; 3) S.


da MERTENS 2006)

Biagio; 4) Pantanello; 5) Cozzo Presepe; 6) Heraion

fornire ai coloni una guarentigia sacra contro le possibili incursioni degli


indigeni, è evidente che la loro funzione fondamentale fosse di carattere
identitaria, uno scopo che appare primario per quanti erano costretti a
vivere in un ambiente rurale a contatto più o meno diretto con gli indigeni,
percepiti sia come un'entità tendenzialmente ostile sia come possibile forza
lavoro estranea. Quello dell'identità nel mondo greco, come vedremo, è un
tema storiografico molto vivo nell'ultimo decennio, anche se le strategie
archeologiche per riconoscerla appaiono viziate da preconcetti di origine
neoarcheologica o di un sociologismo modernista e di maniera.
Questa serie di considerazioni ci porta a proporre un argomento, tuttora
al centro dei dibattiti sulla grecità coloniale: il tema della frontiera, ossia tut­
to quanto dal punto di vista sia politico-sociale che antropologico può esse­
re rappresentato dalla frontiera, linea nel mondo antico quanto mai teorica
e soprattutto fortemente permeabile. Come mostra chiaramente la struttura
20 Ante/atto

dell'insediamento, il confine tra grecità coloniale e mondo indigeno è una


linea spesso molto vaga e sottile, ma al tempo stesso è netta sul piano cul­
turale e socio-economico. Abbiamo visto come nel territorio la presenza
greca, sotto forma di piccoli nuclei di villaggio e di fattorie, si riveli solo nel
VI secolo a.C., evidentemente all'indomani di una generale messa in sicu­
rezza delle aree da sottoporre a coltivo. Sul versante indigeno, l'arrivo dei
Greci ha determinato prima una riorganizzazione dell'insediamento e poi
un rapidissimo cambiamento sociale, prodotto dall'emergere di élites, per
le quali uno dei principali punti di forza per stabilire e mantenere la propria
egemonia è stato proprio il rapporto con il mondo greco, in senso politico
e culturale, con una progressiva accettazione (e modificazione) di modelli
ellenici. Tuttavia, sotto la pressione militare e culturale greca, muta anche
l'insediamento indigeno, spesso con forti concentrazioni di popolazione,
soprattutto in Sicilia, dove precocissimo appare il movimento in direzione
di forme urbane, raggiunte di norma nel pieno V secolo a.C. e in qualche
caso, come nell'area elima, già nel VI secolo a.C. Nelle zone anelleniche
della Magna Grecia, l'area apula, per la sua forte strutturazione gentilizia,
appare invece restia ad abbracciare vere e proprie forme urbane; la trasfor­
mazione dei centri apuli in città è un fenomeno della seconda metà del IV
secolo a.C., mentre, nel cuore montano della penisola, gli oppida lucani e
bretti con le loro formidabili fortificazioni di vetta seguono lo stesso destino
degli insediamenti, del tutto omologhi, delle affini genti sannitiche. Con la
conquista romana e la piena integrazione nello stato romano nel I secolo
a.C. questi oppida sannitici e delle genti italiche dell'Appennino finiscono
per scomparire, senza una vera evoluzione verso la città.

5 . L'artigianato artistico nelle colonie

Nella madrepatria greca, i centri del continente, delle isole e di Asia


Minore maggiormente sviluppati sul piano economico e sociale conoscono
una particolare fioritura dell'artigianato già nell'VIII secolo a.C.: la ce­
ramica dipinta, la merce di produzione artigianale più diffusa e con una
pluralità di luoghi di produzione, viene affiancata in pochi centri - Creta,
Argo, Sparta, Corinto, Atene- da botteghe dedite alla creazione di prodot­
ti di lusso in materiali preziosi - oro, argento, avorio, ebano - e soprattutto
dall'artigianato del bronzo a destinazione non utilitaria, ma più propria­
mente artistica. Il riflesso diretto di questa situazione si coglie nelle colonie:
non è un caso che nell'abitato arcaico di Pitecusa sia venuto alla luce un
contesto convincentemente identificato con il laboratorio di un orafo. In
quelle di origine euboica assistiamo al trapianto di ceramisti e di artigiani
del metallo, che nelle colonie e nelle terre etrusche con esse a contatto
più diretto daranno vita ad oggetti ispirati alle produzioni di madrepatria;
L1 colonizzazione greca in Italia e in Sicilia 21

altrove la dipendenza dalle produzioni di Corinto appare marcata, sia in


termini di importazione di ceramiche protocorinzie che di produzione in
!oca di imitazioni, a loro volta largamente diffuse nelle aree indigene.
Ancor più che nella madrepatria, nelle colonie si awerte il condiziona­
mento imposto agli artigiani dalla presenza o meno delle materie prime.
La cosa è visibile soprattutto nel caso del marmo per la scultura, una ma­
teria prima che abbonda in Attica, nelle isole dell'Egeo e in Asia Minore,
oggetto anche di facile esportazione nei porti più vicini dell'Egeo, come
documenta quanto accade ad Atene, che dalla metà del VI secolo a.C.
adotta il marmo di Paro per i propri prodotti d'arte, stele e statue votive
e funerarie, servendosi di scultori dell'isola, formatisi nell'ambiente stesso
delle cave, come è stata virtualmente la norma fin quasi ai nostri giorni. Sia
in Sicilia che in Magna Grecia mancano giacimenti di marmo adatto alla
scultura: questa circostanza condiziona fortemente lo sviluppo della scul­
rura, che per i prodotti in marmo dovrà accontentarsi di rare importazioni,
perlopiù dalle Cicladi (in qualche caso forse anche dall'Asia Minore) , o del
raro uso di surrogati, come è il caso della pietra tenera a Taranto. Casi di
grande scultura in pietra diversa dal marmo, come le metope dei principali
santuari di Selinunte e di Poseidonia o le statue funerarie di Megara Iblea,
sono macroscopiche eccezioni, che in genere dipendono da tradizioni ar­
tistiche di origini spesso lontane dal sito in cui sono state ritrovate.
Tuttavia le colonie d'Occidente hanno senz' altro eccelso nelle attività
artigianali, fra loro strettamente collegate, dell'argilla e del bronzo, nelle
quali hanno conosciuto tradizioni ben radicate e di grande livello. Per
quanto riguarda la ceramica dipinta, va detto che la fase orientalizzante e
arcaica mostra una straordinaria vivacità, con i crateri di fabbrica siracu­
sana " del Fusco" (VII secolo a.C. ) , con la ceramica policroma di Megara
Iblea e con la ceramica " calcidese", la più importante produzione di cera­
miche a figure nere della seconda metà del VI secolo a.C. diversa da quella
attica. Insomma l'ambiente coloniale, soprattutto siceliota, si mostra molto
ricettivo, con una importante mescolanza di stili e di tradizioni, visibile
persino nell'architettura, un vivace sincretismo sconosciuto nei paralleli
prodotti artigianali di madrepatria. Già questi due casi, quelli dei crateri
.. del Fusco" e della ceramica " calcidese", sono paradigmatici della situa­
zione della produzione artistica delle colonie di Occidente: da un lato la
relativa debolezza delle tradizioni artigianali locali favorisce sia l'immigra­
zione di artigiani dalla Grecia sia l'insorgere di fenomeni imitativi, dotati
tuttavia di forti caratteri sincretistici, dall'altro la forza delle spinte imitati­
\·e è ulteriormente incrementata dalla grande vicinanza del mercato prin­
cipe dei beni artigianali di lusso greci, quello etrusco dell'Etruria propria e
della Campania etrusca, cui presto si aggiunge il crescente interesse nutrito
dalle aristocrazie indigene della penisola e della Sicilia a contatto con gli
22 Ante/atto

ambienti coloniali per questi stessi prodotti di lusso, vieppiù necessari a


soddisfare le proprie esigenze di prestigio, funzionali alla conservazione
dell'assetto sociale. La capacità di attrazione dell'Occidente sulle forze ar­
tigianali della Grecia propria non cessa con il relativo stabilizzarsi delle
varie società coloniali dopo le grandi trasformazioni sociali e istituzionali
che in Sicilia coincidono con la tirannide dei Dinomenidi e in Magna Gre­
cia con la fase del predominio politico del pitagorismo: si pensi all'afflusso
di ceramografi attici a figure rosse all'indomani della fondazione di Thurii
(444 a.C.) , dalla quale prenderà awio la straordinaria awentura della pit­
tura vascolare italiota.
Ciò, tuttavia, non vuol dire che le colonie abbiano vissuto di sola ma­
nodopera artigianale importata e che la grecità occidentale non abbia mai
veramente conosciuto tradizioni artistiche degne di questo nome. Proprio
la grande disponibilità di alcune materie prime e le notevoli possibilità
economiche delle classi egemoni, derivanti dalla presenza di manodopera a
basso costo e delle risorse tratte dallo sfruttamento degli immensi territori
conquistati, hanno contribuito allo sviluppo della grande architettura sacra
e dell'artigianato dell'argilla, in qualche modo con questa connesso, punti
di forza dell'espressione artistica della Magna Grecia e della Sicilia greca.
Giustamente celebrate per l'eccezionale stato di conservazione. le realiz­
zazioni dell'architettura sacra italiota e siceliota fanno parte integrante del
grande retaggio della cultura artistica greca tout court: senza gli straordi­
nari templi di Poseidonia, Metaponto, Agrigento, Selinunte, per ricordare
solo le maggiori, la storia dell'architettura greca non solo sarebbe grave­
mente lacunosa e monca, ma sarebbe priva di capolavori creati da architetti
perfettamente a giorno degli sviluppi della loro arte nella madrepatria.
Dall'argilla, invece, si ricavano innanzi tutto contenitori di ogni genere,
per usi quotidiani, come pentole, piatti, anfore, dolii per lo stoccaggio di
derrate, e soprattutto per scopi cerimoniali e di esibizione, come i perir­
rhantèria, i sarcofagi o il vasellame da simposio. La grande varietà di questa
produzione, sia quella per la vita domestica, spesso diversa da città a città,
sia quella più standardizzata di contenitori utilitari e modesti, come le an­
fore, rappresenta un terreno nel quale solo gli studi degli ultimi anni hanno
cominciato a fare luce. L'impiego dell'argilla copre tuttavia campi molto
più rilevanti e vasti, che toccano direttamente la grande arte. Molto più
che nella madrepatria, botteghe artigianali siceliote e italiote si dedicano
alla produzione di oggetti fittili destinati ad usi svariati, sia per la prati­
ca devozionale minuta, come statuette, arule, ptìzakes, destinati ad essere
dedicati in santuari e in tombe, sia per opere di più elevata destinazione,
dalla decorazione templare di grande apparato alle statue fittili dedicate in
santuari come ex voto, per finire con i monumentali sarcofagi fittili, noti in
Sicilia a Gela, Megara, Agrigento e nelle aree indigene a queste città con-
La colonizzazione greca in Italia e in Sicilia 23

termini, come Monte Saraceno. In quest'ultimo campo la grecità coloniale


raggiunge e supera la madrepatria, elaborando nuovi sistemi di copertura
fittile degli edifici e nuovi modelli di decorazione fittile templare, che non
solo avranno particolare fortuna, ma finiranno per godere di grande pre­
stigio nello stesso ambiente di madrepatria, tanto da veder affidato a coro­
plasti coloniali la decorazione di thesauròi delle città greche d'Occidente
nei grandi santuari di Olimpia e di Delfi. Il grande prestigio e la sapienza
tecnologica dei coroplasti sicelioti arriverà addirittura ad ispirare, alla fine
del VI secolo a.C., la nuova moda decorativa dei templi etruschi e latini,
che fino a quel momento, sotto la spinta del dilagante influsso ionico, ave­
,·ano adottato modelli e tecniche propri dell'Asia Minore.
Ma questo prestigio in terre lontane e barbare ha dietro di sé una lunga
storia. Conosciamo infatti sin dal VII secolo a.C. équipes di artigiani greci
attivi a Roma, come quella composta dai personaggi dai nomi parlanti di
Eugrammos ('che ben disegna'), Eucheir ('che bene plasma') e Diopos

al seguito del padre di Tarquinio Prisco, Demarato di Corinto. Ma la loro


( "traguardatore'), i quali secondo la leggenda sarebbero giunti in Etruria

origine non è esclusivamente ancorata a Corinto: il nome di Diopos ritorna


significativamente nella firma apposta ad un'antefissa di VI secolo a.C. da
Camarina, fondazione della colonia corizia di Siracusa. Più tardi un'altra
équipe di artigiani attivi a Roma, quella composta da Damofilo e Gorgaso,
entrambi di assai probabile provenienza siceliota, dipingerà le pareti del
tempio di Cerere, Libero e Libera (484 a.C.), mentre ad anonimi artisti
di origine o ascendenza greco-coloniale si possono attribuire capolavori
della coroplastica del Lazio arcaico, come la straordinaria serie di scultu­
re decoranti il tetto del tempio di Mater Matuta a Satrico o la bellissima
Amazzone dell'Esquilino, dalle forti consonanze tecniche e stilistiche con
la coroplastica posidoniate.
Insomma prestigiosi plasticatori magnogreci e sicelioti sono in grado di
creare modelli invidiati a Roma e in Etruria: capolavori della coroplastica
di VI e V secolo a.C., sia di area greco-coloniale che di area etrusco-itali­
ca da questa ispirata, come le sculture appena citate, danno la misura di
quest'arte, che costituisce il vanto dei Greci d'Occidente. Tale specialità,
per le intrinseche caratteristiche tecniche che implicano una sapiente la­
,·orazione dell'argilla e l'applicazione di una decorazione dipinta, non va
disgiunta dalla pittura su tavola, sia fittile che lignea, e dalla grande scul­
tura in bronzo, che per la lavorazione del modello da cui trarre il prodotto
in metallo presuppone proprio un abile trattamento dell'argilla. Se nella
pittura uno dei più grandi pittori greci dell'età classica sarà un greco d'Oc­
cidente, Zeusi di Eraclea, certamente per ragioni di cronologia Eraclea
.Vlinoa, sottocolonia di Agrigento, la bronzistica greca annovererà tra gli
artisti suoi più famosi un grande scultore di stile severo, Pitagora di Reg-
24 Ante/atto

gio: di ambedue queste personalità nulla purtroppo ci è stato conservato.


Ma i musei di tutto il mondo conservano in gran copia opere della piccola
plastica e della bronzistica a scopo sia devozionale che utilitario prodotte
nelle colonie d'Occidente, che testimoniano l'esistenza di un artigianato
della plastikè, come giustamente la trattatistica greca sull'arte chiama que­
sta tradizione artigianale unitaria dell'argilla e del metallo, ben radicata sia
in Sicilia che in Magna Grecia, la cui continuità e fama sono garanzia di
una civiltà artistica di grande livello.

6. Religione e artigianato: due vie ai caratteri originali della storia coloniale


greca

Quanto abbiamo visto nelle pagine precedenti è in linea generale quello


che si potrebbe definire "lo stato dell'arte" dell'archeologia della Magna
Grecia e della Sicilia. Le grandi questioni nodali della storia della grecità
d'Occidente ruotano attorno ai temi fin qui discussi e, pur senza pretesa
alcuna di autosufficienza, l'archeologia può offrire mezzi capaci di contri­
buire in maniera determinante a delineare un quadro vivo e organico della
vicenda della colonizzazione greca sulle coste d'Italia e di Sicilia. Non è
difficile capire come questa vicenda sia in grado di offrire spunti di rifles­
sione alla mia generazione, che ha assistito al collasso dei grandi imperi
coloniali dell'evo moderno, alla decolonizzazione di Africa e Asia e alla
sopravvivenza della società europea nell'Oceania, ma che ha potuto anche
meditare sul singolare destino degli imperi nel continente americano, do­
ve tra Settecento e Ottocento la colonizzazione europea ha avuto destini
diversi, dando luogo ad esperienze originali, dalla nascita di stati "meticci"
all'emergere di nazioni potenti, a loro volta centri di poteri imperiali, alla
nuova ondata coloniale otto-novecentesca nella parte meridionale di quel
continente, dove in Brasile si sta delineando un altro gigante dello scena­
rio globale, capace di affiancarsi ai paesi emergenti dell'Asia destinati ad
essere protagonisti della storia del XXI secolo.
Pur nelle ovvie, immense differenze tra questi episodi coloniali moderni
e l'avventura dei Greci d'Occidente, non ci si può sottrarre al fascino di una
rilettura della grecità della Magna Grecia e della Sicilia sulla filigrana della
più recente storia coloniale. Ma questa, come ognun sa, è una prospettiva
ingannevole. Se, come abbiamo visto, la ricostruzione storica nel secolo
tra metà Ottocento e metà Novecento ha amato immaginare le avventure
coloniali antiche, a partire da quella greca, modellate su quelle moderne,
l'ultimo cinquantennio di ricerche, pur riflettendo chiaramente la fine della
fase dell'espansione e dell'egemonia occidentali, non è stato in grado di
elaborare una lettura moderna e convincente dell'esperienza della coloniz­
zazione greca in Occidente, ma si è appiattita su formule di un sociologismo
La colonizzazione greca in Italia e in Sicilia 25

di maniera di palese origine anglosassone. E, infatti, da circa trent'anni, gli


studi di storia culturale del mondo classico (e non soltanto di quello) ruo­
tano attorno ad un mantra che si può riassumere nella parola "identità" .
Una semplice ricerca nel più diffuso database di letteratura archeologica
dimostra che prima degli anni Ottanta del secolo scorso la parola è del tutto
sconosciuta ai titoli di libri, articoli, convegni e raccolte miscellanee, mentre
dal 1 980 in poi se ne registrano oltre settecento occorrenze: è interessante
notare che il primo archeologo classico a farne uso in una sua brevissima
nota di archeologia provinciale romana del 1 982 sia stato un nostro studioso
tutt'altro che secondario, Guido Achille Mansuelli. Il termine nasce nelle
pieghe della sociologia contemporanea, ma la sua diffusione in ambito an­
tichistico è legata all'inarrestabile successo della ricerca neoarcheologica di
origine anglosassone, che vede proprio nel concetto di "identità" il punto di
arrivo di asettiche ricostruzioni del profilo culturale delle società indagate
per via meramente archeologica, definizione quasi perentoria delle carat­
teristiche materiali e immateriali che concorrono a delineare lo specifico di
una cultura, nella quale sono sconosciute tanto le contraddizioni che il ruolo
dell'ideologia e dell'intreccio fra questa e le linee dello sviluppo produttivo.
A ben vedere, questa immensa fortuna del concetto appare il risultato della
pressione esercitata sull'inconscio collettivo e individuale dalla sempre più
pervasiva globalizzazione delle forme economiche e dei costumi, capace di
produrre vistosi effetti sulle società e sulle culture, questa volta sì, minando­
ne le identità, come comunità o come gruppi con una propria storia e con
un complesso sistema di valori. Non è un caso che, parallelamente al prepo­
tente affermarsi del concetto di identità nella storiografia contemporanea,
dagli anni Ottanta del secolo scorso si stia diffondendo nella ricerca storica
sul mondo antico in congiunzione con esso l'ancor più sfuggente concetto
di "etnicità", nel quale non si può non vedere il riflesso della purtroppo
tragica " riscoperta" a livello mondiale del razzismo come categoria politica:
sempre per restare al già ricordato database, si vedano le attestazioni del
termine "etnicità" . Non c'è dubbio che i Greci siano stati convintamente
razzisti e che anche per un Greco sia stata radicata l'abitudine di distin­
guersi dagli altri Greci sul piano politico, avendo in mente lo specifico delle
singole pòleis: parlano per tutte le celebri pagine tucididee sulla differenza
tra Ateniesi e Spartani. Ma l'abuso che si sta facendo dell'uno e dell'altro
termine ha finito per legare persino a dettagli della documentazione ar­
cheologica la nozione di identità: sostenere che le architetture di una città
coloniale siano a un tempo la causa e l'effetto di un'identità o che una classe
ceramica incarni addirittura l'"etnicità" di una pòlis significa aver perso di
\·ista il funzionamento stesso di una comunità antica.
Per questi motivi, per descrivere lo specifico di una civiltà o di segmenti
di una stessa cultura (come è il caso appunto della grecità coloniale rispetto
26 Ante/atto

all'insieme della cultura del mondo greco) , preferisco parlare di " caratteri
originali" , senza per questo negare che tratti specifici delle forme ideali
potessero incarnare agli occhi di un Greco un cosciente punto fermo e
un'àncora sicura per definire la propria appartenenza: come si vedrà, so­
no convinto che il ruolo fondamentale di alcuni santuari nella chòra sia
stato proprio quello di incarnare per gli abitanti del territorio l'identità e
l'appartenenza. Molti dei caratteri originali delle società coloniali, senza
dubbio quelli più rilevanti e incisivi, appartengono alla sfera filosofica e
politica: Velia è sinonimo della scuola eleatica o Crotone del pitagorismo.
All'archeologo, tuttavia, si offrono strumenti privilegiati per indagare la
società dell'evo antico: al centro del suo interesse sono edifici e prodotti
dell'artigianato, nella loro molteplice valenza di testimonianze concrete di
monumenti e di oggetti capaci di veicolare singolarmente e collettivamente
forme ideali complesse, dai quali può scaturire con particolare freschezza
la civiltà che ha caratterizzato la parabola della cultura greca. Nel caso
delle colonie greche d'Occidente uno dei temi di maggiore interesse per
la ricerca è quello costituito dalla specificità e originalità di quella cultu­
ra, che ha scarsi confronti in altre aree della grecità. Chiunque conosca
appena i luoghi e i musei di Magna Grecia e Sicilia ha davanti agli occhi
monumenti e oggetti straordinari, che descrivono una delle varianti più af­
fascinanti della cultura greca, la cui ideologia dominante fino a larga parte
dell'età classica è stata la religione, che ne ha permeato tanta parte delle
opere d'arte. Per questi motivi nelle pagine che seguono, che vorrebbero
illustrare i caratteri originali della cultura coloniale, ne ho prescelto due
aspetti, centrali nel lavoro di ricerca dell'archeologo, che esprimono in
maniera compiuta il mondo delle forme ideali delle città greche: come ho
premesso nelle pagine dell'Introduzione, al centro del mio discorso sono
da una parte la documentazione relativa alla religione, nel versante sia delle
tradizioni dei culti collettivi che della religiosità domestica e funeraria, e
dall'altra la ricostruzione dello specifico coloniale dell'architettura e delle
opere d'arte e d'artigianato, che costituiscono l'espressione concreta di
questo complesso sistema ideologico. Il campo di osservazione di queste
due linee è fortemente intrecciato e obbliga chi scrive ad effettuare sem­
plificazioni e a passare sotto silenzio fatti che pur meriterebbero qualche
parola: ma l'obiettivo di dar conto di queste due realtà, fondamentali nella
costruzione della civiltà delle pòleis coloniali, non poteva essere perseguito
altrimenti. Spero che il lettore me ne voglia benevolmente scusare.

Nota bibliografica

Sulla storia delle ricerche in Magna Grecia: PACE 1 93 5 - 1 949; LEPORE 198 1 ;
AMPOLO 1 985 ; ACT XXVIII; ARIAS 1 988; BARRA BAGNASCO ET ALli 1999.
La colonizzazione greca in Italia e in Sicilia 27

Sui problemi della cronologia assoluta: PAYNE 1 93 1 ; BÉRARD 1 957 ; VAN CoM­
PERNOLLE 1 959; COLDSTREAM 1968; Focei 1 982; CORDANO 1986b; NEEFT 1 987;
COLDSTREAM 1 988; KEARSLEY 1989; RIDGWAY 1 992; BRACCESI 1996; NEEFT 1 997;
BARTOLONI-DELPINO 2005 .
Sulla precolonizzazione: Céramique 2 1 982; CoLDSTREAM 1 982; GABRINI 1 985 ;
GRAS 1 985; VOZA 1985 ; KEARSLEY 1 989; RIDGWAY 1 992 ; VAGNETTI 1 995 .
Sulla storia e le istituzioni coloniali: FREEMAN 189 1 - 1 894; PAIS 1894; PARE­
TI 1914; DUNBABIN 1948; SORDI 196 1 ; FINLEY 1 968; LEPORE 1968; UGUZZONI­
GHINATTI 1 968; LEPORE 1 968-69; ASHERI 1980; MADDOLI 1 980; SORDI 1980;
MADDOLI 1 983 ; NENCI 1 983 ; COSTABILE 1 984; CORDANO 1985; CORDANO 1 986a;
GRAS 1987 ; LOMBARDO 1987 ; LEPORE 1 989; COSTABILE 199 1 ; CORDANO 1992;
COSTABILE 1 992 ; RIDGWAY 1 992; COSTABILE 1994; LOMBARDO 1 994b; LURAGHI
1 994; MUSTI 1 994; ASHERI 1 996; LAMBOLEY 1996; PUGLIESE CARRATELLI 1 996,
14 1 - 176; SARTORI 1 996; GRAS 1 997 ; MALKIN 1 998; SAMMARTANO 1 998; BOAR­
DMAN 19994; BRACCESI-MILLINO 2000; BONACASA ET ALli 2002; CORDIANO 2004;
HANSEN-NIELSEN 2004; MUSTI 2005 ; MELE 2007a; BRACCESI-RAVIOLA 2008.
Su coloni e madrepatria: ACT III; SEIBERT 1963 ; VALLET 1 964; ASHERI 1 980;
GRAHAM 1 98J2; D'AGOSTINO 1985; MALKIN 1987 ; ACT XXXI; ASHERI 1 996;
DANNER 1997 ; 0SANNA 1 998-99.
Sui rapporti tra Greci e indigeni: ACT I; Dr VITA 1956; ACT XI; BERNABÒ
BREA 1 958; GRUZINSKI-ROUVERET 1 976; TORELLI 1977a; DE LA GENIÈRE 1978a;
Forme di contatto 1 983 ; NENCI 1 983 ; LEPORE 1984; BOTTINI-GUZZO 1986; ADA­
MESTEANU 1 987; D'ANDRIA 1 988; DESCCEUDRES 1 990; CUSUMANO 1994; SAMMAR­
TANO 1994; BIANCO ET ALli 1996; BOTTINI 1996; CIPRIANI ET ALli 1 996; D'AGO­
STINO 1996; D'ANDRIA-LOMBARDO 1996; DE }uws 1 996b; LA RosA 1 996; ACT
XXXVII; GIANGIULIO 1998; MALKIN 1 998; TAGLIENTE 1 998; MASSERIA 2000;
MASSERIA 200 1 ; MELE 200 1 ; TORELLI 200 1 ; LOMBARDO 2002; SKELE 2002; SPA­
TAFORA-VASSALLO 2002 ; ALBANESE PROCELLI 2003 ; DE JULIIS 2004; 0SANNA -SICA
2005; BURGERS-CRIELAARD 2007; ATTEMA 2008; TODISCO 2010; MASSERIA c.d.s.
Sulla storia, urbanistica e sui territori:

diamenti coloniali 1978; Sicilia antica I, l 1 980; Sicilia antica I, 2 1 980; LEPORE
in generale: MARTIN 1 95 1 ; VALLET 1968; MARTIN 1 9742; LEPORE 1977; Inse­

198 1 ; Guzzo 1982b; GRECO-TORELLI 1 983 ; VALLET 1983 ; DI VITA 1985 ; GRECO
1985 ; CARTER 1987 ; Guzzo 1 987; LOMBARDO 1 987; MUSTI 1 988; LEPORE 1989;
GRECO 1990b; GRECO 1 992; 0SANNA 1 992; LOMAS 1 993 ; Apoichia 1994; CAR­
TER 1996; Dr VITA 1 996; MERTENS-GRECO 1 996; PRONTERA 1996; 0SANNA 1 999;
BRACCESI-MILLINO 2000; LOMBARDO-FRISONE 2000; BELVEDERE 200 1 ; ACT XL;
0SANNA 200 1 ; Dr VITA 2002; HANSEN-NIELSEN 2004; MERCURI 2004; LATTANZI
2005 ; MINÀ 2005; MUSTI 2005 ; CAMPAGNA 2006; MERTENS 2006; AMPOLO 2009;
Colonie di colonie 2009; LONGO 2009; PANVINI-SOLE 2009;
su Agrigento: DE MIRO 1962; DE MIRO 1967; DE WAELE 1 97 1 ; DE MIRO 1985 -
86; DE MIRO 1 989; BRACCESI-DE MIRO 1 992; DE MIRO 1994; Agrigento I 2000;
Agrigento II 2003 ; Agrigento III 2007 ; Agrigento IV 2009; Agrigento V 2009;
su Akrai: BERNABÒ BREA 1956; BERNABÒ BREA 1986;
28 Antefatto

su Camarina: BELVEDERE 1 987 ; Camarina 2006; PELAGATTI 2006; DI STEFANO


G. 2009;
su Catania: Catania 2009;
su Caulonia: BARELLO 1 995 ; Caulonia I 200 1 ; Caulonia II 2007;
su Crotone: SABBIONE 1982; ACT XXIII; GIANGIULIO 1 983 ; MELE 1984; SPA­
DEA 1986; GIANGIULIO 1 989; BELLI PASQUA-SPADEA 2005; MELE 2007b; SPADEA
2005 ;
su Cuma: Contribution 1 1975 ; Contribution 2 1 98 1 ; MELE 1 987 ; Euboica
1 998; JANNELLI 1 999; D'AGOSTINO 2000; Fortificazioni Cuma 1 2005 ; Fortificazio­
ni Cuma 2 2006; GREco-GASPARRI 2007; ACT XLVIII;
su Gela: ORSI 1 906; DE MIRO-FIORENTINI 1 980; Sicilia antica I, 3 1980, 5 6 1 -
570; D E MIRO 1983 ; FIORENTINI 1 983 ; PANVINI 1 996; RACCUIA 2000; SAMMAR­
TANO 2003 ;
su Imera: Himera 1 1970; Himera 2 1 976; BELVEDERE 1987; Himera 3, 1 1988;
ALLEGRO-VASSALLO 1992; ALLEGRO 1 999; BELVEDERE 200 1 ; Himera 3, 2 2002 ;
Himera 5 2008;
su Laos: Laas I 1989; Laas II 1992; LA TORRE 1 999;
su Leontinoi: RIZZA 1 962; RIZZA S. 2000; FRASCA 2009;

1968; Meliguni's Lipdra 4 1980; Meliguni's Lipdra 5 199 1 ; Meligunzs Lipdra 7 1 994;
su Lipari: Meliguni's Lipdra 1 1960; Meliguni's Lipdra 2 1965 ; Meliguni's Lipdra 3

Meligunzs Lipdra 9, 1 -2 1 998; Meliguni's Lipdra 10 2000; Meligunzs Lipdra 1 1 200 1 ;


MERANTE 1967;
su Locri e sottocolonie: ACT XVI; MUSTI 1977; MUSTI 1979; PAOLETTI -SETTIS
198 1 ; SABBIONE 1982; IANNELLI 1989; LOMBARDO 1 989; COSTAMAGNA-SABBIONE
1 990; SABBIONE 1 993 ; IANNELLI-AMMENDOLIA 2000; SABBIONE 2004;
su Megara: Megara Hyblaea 1 1 975; Megara Hyblaea 3 1983 ; GRAS-TREZINY
1 999; DE ANGELIS 2003 ; Megara Hyblaea 5 2004; MERTENS 2006, 63 -72;
su Metaponto: ACT XIII; LEPORE 1 974; PUGLIESE CARRATELLI 1974; ADA­
MESTEANU ET ALli 1 975; MERTENS-DE SIENA 1982; DE SIENA 1996; MELE 1 996b;
LOMBARDO 1998; GIARDINO-DE SIENA 1999; CARTER 200 1 ; DE }ULIIS 200 1 ; DE
SIENA 200 1 ; CARTER 2006; MERTENS 2006, 1 6 1 - 1 63 ;
su Mylai: BERNABÒ BREA-CAVALIER 1959; SABBIONE 1993 ; TIGANO 2000; TI­
GANO 2009;
su Neapolis: ACT XXII; GRECO 1985 ; RAVIOLA 1990; RAVIOLA 199 1 ; RAVIOLA
1992 ; ZEVI 1994; RAVIOLA 1 995 ; D'AGOSTIN0 2000;
su Naxos: PELAGATTI 1 983 ; PELAGATTI ET ALli 1 984-85 ; BELVEDERE 1987 ;
LENTINI 2000; LENTINI 2004;
su Pitecusa: RIDGWAY 1 992; Apoichia 1 994, 37-45 ; GRECO 1 994; DE CARO­
GIALANELLA 1998; }ANNELLI 1999; MELE 2005 ;
su Poseidonia-Paestum: Poseidonia-Paestum 1 1980; Poseidonia-Paestum 2

RATELLI 1 992; Poseidonia-Paestum 4 1999; GRECO-LONGO 2000; MERTENS 2006,


1983 ; ACT XXVII; Poseidonia-Paestum 3 1987; PEDLEY 1 990; PUGLIESE CAR­

1 65 - 1 66;
su Reggio: SABBIONE 198 1 ; CARANDO 2000; COSTAMAGNA 2000; GRAS ET ALli
2000; ANDRONICO 2002; CORDIANO-ACCARDO 2004; CORDIANO ET ALli 2006;
La colonizzazione greca in Italia e in Sicilia 29

su Selinunte: MAFODDA 1 995 ; MERTENS 2003 ; MERTENS ET ALli 2003 ; MER­

su Sibari e il suo "impero" : NAUMANN-NEUTSCH 1 960; Sibari I 1 969; Sibari II


ITNS 2006, 1 77 - 1 83 ; MERTENS 2007-08; ANTONETTI-DE VIDO 2009;

1 970; Sibari III 1 972; Sibari IV 1 974; DE LA GENIÈRE 1 97 8b; Guzzo 1 98 1 ; Guzzo
1982a; Guzzo 1 982b; Temesa 1 1 982 ; MELE 1 983b ; Guzzo 1 987; Sibari V 1 988-
89; A Sud di Velia 1 990; GRECO 1 990a; Città e territorio 2 1 992 ; ACT XXXI I;
;\,\!POLO 1 994 ; BUGNO 1 999; GRECO-LUPPINO 1 999; LA TORRE-COLICELLI 2000;
BUGNO-MASSERIA 200 1 ; TORELLI 200 1 ; Achei 2002 ; LOMBARDO 2002; LA TORRE
2002; LA TORRE-MOLLO 2006; LOMBARDO 2008; Temesa 2 2009;
su Siris-Eraclea: NEUTSCH ET ALII 1 967 ; LOMBARDO 1 986; Siris-Pofieion 1 986;
.\lOSCATI CASTELNUOVO 1 989; Siris-Eraclea 1 989; GIARDINO 1 998a; GIARDINO
1 998b; Siritide e Metapontino 1 998; TAGLIENTE 1 998; LOMBARDO 2002; PIANU
2002; GIARDINO 2005 ;
su Taranto: MARUGGI 1 996; HEMPEL 200 1 ; LIPPOLIS 2002; MOGGI 2002 ; BUR-
GERS-CRIELAARD 2007;

su Tindari: Tyndaris l 2008;


su Terina: DE SENSI SESTITO 1999a; DE SENSI SESTITO 1 999b;

su Velia: MUSTI 1 966; Focei 1 982 ; KRINZIGER-Tocco 1 999; ACT XLV; KRIN­
ZIGER 2006;
su Zancle: VALLET 1 958; BACCI-TIGANO 1 999; BACCI 2000; BACCI-TIGANO
200 1 -03 ; GENTILI-PINZONE 2002; GHEDINI ET ALII 2005 .
Sui centri indigeni ellenizzati della Sicilia:
su Monte S. Mauro: ORSI 1 9 10; SPIGO 1 986; SPIGO 2009;
su Monte Saraceno: CALDERONE ET ALII 1 996;

su Segesta: Segesta I 1 996; Segesta III 2008; AMPOLO-PARRA 2009.


su Morgantina: BELL 1 988; BELL 2009;

Sulle arti figurative: v. Parte seconda, cap. V.


Sulla nozione di "identità " : MANSUELLI 1 982 ; RENFREW 1 993 ; SHENNAN 1 9942;
THOMAS 1 996; SIAPKAS 2003 (in generale); HERRING 1 995 ; BOARDMAN 1 996; ACT
XXXVI I; BRADLEY 2000; HERRING-LOMAS 2000; Achei 2002; LOMAS 2004 (appli­
cazioni al mondo coloniale e italiano).
Sulla nozione di "etnicità" : Gender and ethnicity 1 997 ; Hall 1 997 .
Parte prima Archeologia della religione
Capitolo I I culti civici:
retaggi della madrepatria
e ideologia della conquista

l . Madrepatria e colonia: conservazione e adattamenti

In tutto il mondo greco (e quello coloniale non fa eccezione) si aveva


gran cura di esprimere sia a livello pubblico, nei santuari, la propria devo­
zione agli dèi che a livello privato le manifestazioni della propria venera­
zione per divinità e antenati, nelle case, e per i morti, nelle tombe, con atti
concreti e con materiali spesso non deperibili. Tutto questo manifestava
non solo profondi sentimenti, radicare esigenze e comuni aspettative, ma
anche la propria appartenenza familiare, civica, etnica, nel momento stesso
che si costruiva un luogo di culto, capace di far rivivere l'atmosfera e i va­
lori che avevano accompagnato le cerimonie di devozione in madrepatria.
La prima e più importante manifestazione della religiosità greca, nella
madrepatria come nelle colonie, era tuttavia quella collettiva, che si con­
cretava con la costruzione, il restauro o l'abbellimento di luoghi di culto
pubblici. Purtroppo, non sempre le fonti letterarie ed epigrafiche e i resti
materiali dei santuari ci consentono di conoscere per intero il pantheon
coloniale e il messaggio in termini di significato veicolato dai luoghi ove
i santuari sono stati dislocati, siano questi l'acropoli, l'agorà o la chòra; in
quest'ultimo caso, i santuari sorgono di norma in località sede di sorgenti
o di altre caratteristiche naturali, quali grotte, boschi o picchi collinari,
tutti elementi fisici capaci di evocare presenze numinose. Nonostante ciò,
se si vuole indagare la storia della mentalità, delle tradizioni patrie, delle
speranze dei coloni, storia tutta iscritta nella cura e nel moltiplicarsi delle

dell ap oiktà, occorre tentare di ricostruire innanzi tutto il sistema religioso


attenzioni poste sui santuari degli dèi sin dai momenti iniziali della vita
'

della città, fatto di culti e del disporsi gerarchico di questi nel vivo del
tessuto urbano della colonia e del suo territorio.
Il dato fondamentale per la ricostruzione del clima culturale e delle ap­
partenenze dei coloni consiste nella scelta delle divinità e delle forme di cul­
to della città d'origine che sono state riprodotte nella colonia, così come nel
34 Parte prima. Archeologia della religione

riconoscimento di atti religiosi fondativi, che esprimono bisogni scaturiti


dall'atto stesso della deduzione coloniale e che in qualche misura innovano
rispetto alla situazione religiosa della pòlis di provenienza dei coloni. Pro­
prio per quest'ultimo aspetto un dato assai rilevante è quello che si ricava da
Naxos, dove troviamo un santuario di Apollo fondato fuori della città, sulla
spiaggia, evidentemente quella di approdo dei coloni: il particolare, del
tutto inedito e privo di confronti, intende con assoluta evidenza celebrare
il dio nella sua funzione di archeghètes, di conduttore divino dello sposta­
mento coloniale nel luogo dello sbarco. L'importanza del culto nassio, con
le implicite circostanze della sua fondazione, è ulteriormente garantita dal
fatto che dal santuario ancora nel V secolo a.C. partivano i theoròi, gli am­
basciatori sacri, incaricati di rinnovare i rapporti religiosi tradizionali con i
vari santuari di madrepatria. Pur in assenza di confronti diretti per il caso di
Naxos, occorre tuttavia considerare che nell'omonima isola di provenienza
dei coloni Apollo era titolare di un santuario di assoluto rilievo e che la
fondazione di colonie era preceduta di norma dalla consultazione dell'ora­
colo di Delfi da parte dell' ecista. Prima della partenza per la fondazione di
Siracusa, i futuri coloni si sono addirittura riuniti in un santuario di Apollo,
quello della cittadina di Tenea nel territorio di Corinto, un dato di grande
importanza per capire i contorni sociali dell'impresa, che doveva coinvolge­
re soprattutto contadini delle campagne, e per ricostruire l'atmosfera emo­
tiva della partenza. In ogni caso è ben noto il ruolo del tutto eccezionale
rivestito da Apollo nell'impresa della fondazione di tutte le colonie, ben
esemplificato dal santuario di Naxos o dalla straordinaria monumentalità
dell' Apollonion di Siracusa (fig. 5 ) , il più antico dei grandi templi in pietra
dell'Occidente, celebre per le sue colossali colonne monolitiche, celebrate
persino dall'iscrizione incisa sul krepidòma.
Va comunque tenuto conto che il carattere spesso misto dei contingenti

giose dell' apoikzà modificando anche in profondità il pantheon coloniale


dei coloni poteva determinare notevoli cambiamenti nelle esigenze reli­
,

rispetto a quelli delle città-madri. Conferma questa considerazione uno


dei pochi casi sicuri a noi noti di provenienza diversa da quella prevalente,
rodia e cretese, dei coloni di Gela, quello dell'antenato dei Dinomenidi
Teline, il quale, come racconta Erodoto (VII, 153 ) , avrebbe acquistato nel­
la colonia grande prestigio politico grazie al possesso, di evidente origine
gentilizia, del sacerdozio del culto di Demetra Triopas a Cnido: riflesso e,
al tempo stesso, ragione di questa notorietà di natura religiosa è il grande
santuario di Demetra di Bitalemi (fig. 6), sorto ali' atto stesso della fonda­
zione della colonia a poca distanza dalla città, sull'altra sponda del fiume
Gelas. La Demetra di Gela è probabilmente in larga misura all'origine
della straordinaria diffusione del culto in tutta la Sicilia, considerate la
fama e l'importanza politica della famiglia dei Dinomenidi; la dea geloa
-.------. -._:_
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Fig. 5. Siracusa: planimetria del tempio di Apollo


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Fig. 6. Gela: planimetria del santuario di Bitalemi (da ORL\:-\DIN! 1966)


36 Parte prima. Archeologia della religione

può considerarsi un'innovazione rispetto ai culti delle due aree, Rodi e


Creta, all'origine di Gela, in quanto originaria di una città, Cnido, che non
costituiva uno dei centri promotori dell'apoikzà.

2 . I culti delle acropoli: Locrz; Naxos e Imera

Il luogo deputato all'insediamento dei grandi culti patri era innanzi


tutto lo spazio dell'acropoli, dove è frequente la presenza di un tempio
di Atena, la dea per eccellenza poliùchos, 'che possiede la città'. Anche
quando la religiosità locale più intensa è indirizzata verso altre figure di­
vine, Atena è comunque presente. Prendiamo il caso di Locri, una delle
colonie di cui si ignora la provenienza esatta dei coloni: se dalla Locride
Ozolia o dalla Locride Epicnemidia, le due regioni di madrepatria con
questo nome. Anche se, come vedremo, i culti dominanti della città sono
quelli di Persefone e di Afrodite, Atena è venerata con un piccolo tempio
sulla sommità del colle della Mannella, che funge da acropoli della città
(fig. 7 ) . Non possiamo comunque dire se Atena fosse la dea poliadica di
uno dei piccoli centri delle terre d'origine all'epoca ancora allo stadio di
comunità di villaggio o se invece la dea occupi quel ruolo in memoria
del mito fondante dei Lo cresi, quello dell'eroe Aiace e dell'oltraggio alla
dea poliùchos di Troia con lo stupro di Cassandra, evento per il quale an­
cora in epoca storica venivano inviate due vergini locresi a Troia perché
vi giungessero senza farsi catturare dai Troiani, pena la loro uccisione.

culto che più di ogni altro esprimeva i valori unitari della pòlis, è sempre
Nell'insieme, questa esigenza di marcare un luogo eminente ospitandovi il

molto sentita. In molti casi, come accade per Sibari, l'acropoli è di difficile
identificazione per le nostre scarse conoscenze della topografia del sito. In
altre e non poche situazioni, tuttavia, sono le concentrazioni dei santuari
contenenti divinità, di cui si conosce la funzione poliade, a darci indica­
zioni sulla posizione dell'acropoli: nelle due grandi colonie di Siracusa e
di Taranto la presenza del tempio di Atena e di altri grandi edifici di culto
nella parte appena più elevata di Ortigia a Siracusa, o dei grandi edifici
di culto monumentali nella città vecchia di Taranto, oggi ridotta ad isola,

stanno lì a indicare le funzioni di " città alta" di quelle aree.


zone ambedue corrispondenti ad una estremità dell'antico insediamento,

Non sempre, in effetti, la configurazione del suolo destinato al futu­


ro insediamento permetteva di riconoscere al suo interno con particolare
evidenza una " città alta" . E così, se a Metaponto, interamente in pianura,
non appare evidenziata un"' acropoli" né in senso topografico né in senso
religioso, nella città quasi "gemella" di Metaponto, Poseidonia, la lievis­
sima sopraelevazione del suolo, che si riscontra nella parte settentrionale
dell'insediamento, ha consentito di far percepire il luogo come "città alta"
I. I culti civici: retaggi della madrepatria e ideologia della conquista 37

Sez. C-D

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SEZ. A-B

Fig. 7. Locri: planimetria del tempietto di Atena sulla cima del colle della Mannella (da ORSI
191 1 )

e di farlo di conseguenza sede del grande culto poliadico di Atena (fig. 8).
Sempre Naxos (fig. 9) ci offre un caso molto interessante di localizzazione
della possibile acropoli grazie alla presenza di una fondazione sacra di una
dea poliùchos all'estremità meridionale dell'insediamento, anche se il rico­
noscimento di un'eventuale funzione di acropoli cittadina della zona po­
trebbe essere rivendicata dall'area di Capo Schisò, sita dalla parte opposta,
settentrionale, della linea di costa, dove pure si conosce un santuario con
un tempio purtroppo anonimo, il tempio C. Ricordato da Appiano (Civ. V,
1 09) come Aphrodision, il santuario meridionale esibisce infatti un culto
molto singolare, quello di Enyò, un'Afrodite armata, evidentemente pare­
dra del dio presente nelle tavolette in lineare B con il nome di Enuwariwo,
ossia Enyalios, in epoca storica epiclesi di Ares: se il culto della dea non
sembra trovare riscontro fra quelli della madrepatria, in un'altra fondazio­
ne a partecipazione calcidese come Imera (fig. 10), il culto della "Afrodite
armata" ritorna in eguale posizione dominante nell'acropoli con il tempio
A (fig. 1 1 ) . Questo edificio sacro, in seguito ad ampliamento inglobato
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area paludosa

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Fig. 8. Poseidonia: planimetria


della città e ricostruzione
dell'impianto urbano (rielaborata
da MERTENS 2006)

C) santuario settentrionale;
Legenda: A) agorà; B) foro;

E) necropoli; l) tempio di Atena;


D) santuario meridionale;

2) c.d. tempio di Poseidone;


3) c.d. Basilica; 4) ekk!e.wastèrion;
5) sacello ipogeo; 6) porta Aurea;
7) porta Marina; 8) porta Giustizia;
9) porta Sirena; 10) santuario di
S. Venera

Fig. 9. Naxos: planimetria della


città e ricostruzione dell'impianto
urbano di epoca classica

Legenda: l) santuario meridionale;


(rielaborata da MERTENS 2006)

2) agorà?; 3 ) bacino di carenaggio;


' 4) collina di Larunchi; 5) santuario
extraurbano; 6- 1 0) porte urbiche;
1 1 ) isolato C4
l. I culti civici: retaggi della madrepatria e ideologia della conquista 39

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CITTA' BASSA

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piano del tamburino ·c.

Fig. 10. Imera: planimetria della città e ricostruzione dell'impianto urbano (rielaborata
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Legenda: A) città alta; B) piano del Tamburino; C) città bassa; D) Pestavecchia; E) santuario
"-lERTENS 2006)

urbano; f) agorà?; G) tempio della Vittoria; H) fiume Himera settentrionale

nel tempio B, è il principale e più antico dell'acropoli (fine del VII secolo
a.C. ) , dove solo più tardi si costruiranno altri due templi, C e D, di cui il
tempio C, degli inizi del V secolo a.C., è sicuramente un Athenaion per
testimonianza epigrafica. Come ha documentato bene il caso dell' Aphro­
dision nell'empòrion greco di Gravisca, porto dell'etrusca Tarquinia (fig.
12 l , quello dell'Afrodite armata sembra essere un culto collegato con la
metallurgia e con la primitiva emporzà esercitata dai Fenici, un culto che
i Greci hanno ben presto mutuato dai Fenici per l'evidente prestigio dei
portatori e per la rilevanza economica dell'attività presieduta dalla dea, che
non a caso il mito immagina essere sposa di Efesto.
40 Parte prima. Archeologia della religione

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Legenda: l) base a dado; 2 ) tempio A; 3) tempio B; 4) altare; 4a) primo altare; 5) tempio C;
Fig. 1 1 . lmera: planimetria del santuario urbano (da TORELLI 2003)

6) tempio D; 7) portici; 8) muro di tèmenos; 9) edificio settentrionale

In altri casi in cui la situazione fisica o topografica non rende evidente


l'acropoli, il luogo principale di attenzione religiosa viene fissato in un
grande santuario urbano, talora (ma non sempre) di rilevanti proporzioni,
come ancora una volta accade a Metaponto (fig. 13 ) che ci mostra un ,

unico grandissimo santuario "politico" , il cui spazio senza soluzione di


continuità si fonde con quello dell'agorà, che, per una cattiva lettura di un
hòros del piccolo santario di Zeus Agoraios, è stata impropriamente chia­
mata dagli scavatori "Agorà di Zeus " . A Megara Iblea, il cui impianto (fig.
14), secondo la proposta di Georges Vallet, rifletterebbe un'origine dalle
Fig. 12. Gravisca; porto di
Tarquinia: planimetria del

ti
santuario emporico greco (da
TORELLI 1977c)
In alto l'òikos di
Afrodite-Turan (edificio y) e
l'edificio porticato contenente
la tomba di Adone per la
celebrazione delle Adonie (ò),
Il
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con il deposito del vino


la struttura di servizio

(edificio E); in basso l'òikos · : ·6)··�


di Apollo-Suris (edificio a)
e l'òikos di Demetra-Vei
(edificio �)
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Fig. 13. Metaponto:


planimetria del santuario

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urbano (rielaborata da
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Legenda: l) tempio Cl;


�IERTENS 2006)

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del tempio B; 5) tempio !,, lO
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C2; 6) tempio D (ionico);
6a) altare del tempio D; ..,
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l) stele; 8) sacelli; 9) platèia A;


10) platèia III
42 Parte prima. Archeologia della religione

VALLEE DU CANTERA

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14. Megara Iblea: planimetria della città (rielaborata da Megara Hyblaea 5 2004)

B) porta ovest; C) agorà


Fig.

Legenda: A) santuario;

cinque kòmai di Megara Nisea - i cinque villaggi ancora imperfettamente


unificati in un organismo urbano al momento della fondazione della colo­
nia -, l'acropoli non è stata identificata, ma potrebbe essere collocata sul
limite nord della parte centrale del pianoro: per quel poco che sappiamo,
i due modesti edifici templari arcaici quasi al centro dell'agorà (fig. 1 5 ) ,
dedicati a divinità per noi sconosciute, potrebbero non trovare esatto ri­
scontro nella situazione di madrepatria.
I. I culti civici: retaggi della madrepatria e ideologia della conquista 43

Fig. 15. Megara


lblea: planimetria \

Legenda: l ) heròon;
dell'agorà (da EAA)

2) stoà nord; 3) stoà


est; 4) hestiatòrion;
5) tempio H;
6) tempio G;
7) prytanèlon (?)
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3 . Un caso esemplare: Taranto e la madrepatria Sparta

Queste considerazioni ci consentono di entrare in maniera organica


nell'argomento centrale della storia religiosa delle colonie, quello, cui si è già
accennato, dell"'eredità" cultuale della madrepatria. Prendiamo l'esempio
di una colonia, Taranto, la cui città-madre, Sparta, presentava caratteristiche
assai spiccate dal punto di vista religioso. Santuario poliadico per eccellen­
za a Sparta (fig. 1 6) è quello di Atena Chalkioikos, 'dalla casa di bronzo',
del cui tempio ci è sconosciuta la fisionomia originaria: la forma nota dalle
fonti dell'edificio - un sacello rivestito di lastre di bronzo con decorazione
figurata a sbalzo - rimanda alla seconda metà del VI secolo a.C. e trova un
importante confronto in un tempio extraurbano di Cirene, una colonia in
stretto rapporto con Sparta. Sull'acropoli della città laconica a questo edifi­
cio se ne affiancava un altro, di cui gli scavi britannici hanno trovato materiali
44 Parte prima. Archeologia della religione

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A: mura tardoantiche
B: teatro

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C: santuario di Atena Chalkioikos
D: chiesa di H. Nikon

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Fig. 16. Sparta: pianta dell'acropoli (da MUSTI-TORELLI 2007 )


I. I culti civici: retaggi della madrepatria e ideologia della conquista 45

Mar Piccolo

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Mar Grande
O 500 m

Fig. 17. Taranto: planimetria della città e ricostruzione ipotetica dell'impianto urbano

Legenda: A) acropoli; B) agorà; C) espansione di V secolo a.C.; D) salina piccola; l) santuario di


( rielaborata da LIPPOLIS 2002)

S. Domenico; 2) Aphrodision; 3) tempio c.d. di Poseidone; 4) teatro; 5) santuario del Pizzone

votivi e iscrizioni, che Pausania afferma essere dedicato ad Afrodite Areia


( 'Afrodite di Ares'), ma che le iscrizioni vascolari chiamano Basilìs, 'regi­
na', ancora una volta un'Afrodite armata. Questa la situazione dell'acropoli.
Per una città come Sparta, che si è sviluppata solo tardivamente in forme
pienamente urbane e dove fino ad età ellenistica hanno avuto grande peso
organismi territoriali preurbani come le obài, maggiore importanza per la
vita religiosa e sociale spartana possiedono una serie di santuari sparsi per
la città; i santuari più importanti, quelli dei Dioscuri, di Apollo Carneo, di
Dioniso, di Poseidone e di Artemide Orthia, tutti legati a tradizioni e a riti
assai radicati nella coscienza cittadina. Sempre a Sparta non minor rilievo
hanno prestigiosi santuari dislocati in varie zone della Laconia: ad Amide
incontriamo i santuari dedicati ad Apollo Amicleo con la tomba dell'eroe
Yakinthos e di Zeus Agamemnon e Cassandra-Alessandra, al capo Tenaro
quello di Poseidon Tenarios, a Bryseai quello di Demetra e Kore, a Therapne
quello di Elena e Menelao. L'importanza di alcuni fra questi santuari, come
ad esempio quello di Poseidon Tenarios, è denunciata anche dal fatto che
se ne conoscono delle duplicazioni all'interno della città. Di tutta questa
complessa situazione religiosa Taranto (fig. 17), a quanto sembra, replica
solo alcuni di questi culti: per quello che è dato di sapere, Apollo Karneios,
i Dioscuri, Dioniso, forse Poseidon, come vedremo fra breve.
46 Parte prima. Archeologia della religione

I dati del trapianto dei vari culti consentono tuttavia di valutare alcu­
ni fenomeni occorsi in una situazione ancora fluida, come doveva essere
quella della Sparta dell'VIII secolo a.C. L'acropoli della colonia ospitava
almeno due aree sacre: una nello spazio occupato dalla chiesa di S. Dome­
nico, sotto la quale è stato rinvenuto un luogo di culto, secondo alcuni un
vero e proprio tempio dorico, e una seconda sul lato opposto, nell'area di
Piazza Castello, i cui contorni sono stati ricostruiti da Enzo Lippolis. Se la
prima area sacra non ha offerto elementi per una sua attribuzione ad una
precisa divinità, la seconda, senza dubbio la più importante dell'acropoli,
doveva essere la sede dei grandi culti poliadici e comprendeva due santuari
affiancati, uno dedicato ad Afrodite e un tempio dorico con peristasi a
questo adiacente, da sempre noto in Piazza Castello ( inizi del VI secolo
a.C.) e attribuito a Poseidone da una tradizione antiquaria priva di qualsia­
si fondamento. La ricostruzione di Lippolis (fig. 18) consente finalmente
di riconoscere nell'acropoli di Taranto i tratti fondamentali dell'acropoli
di madrepatria, con i due culti di Atena e di Afrodite Areia/Basilìs, da
identificare con quelli dell'area sacra di Piazza Castello, dove, accanto al
santuario (documentato epigraficamente) di Afrodite, possiamo identifica­
re il tempio di Atena, parallela alla Chalkz'oikos spartana, nel monumentale
edificio templare dorico detto di Poseidone.
Ma le nostre informazioni consentono di fare qualche altro passo
avanti. Come vedremo in dettaglio parlando della chòra, il culto di Afro­
dite Basilìs è attestato con grande rilievo non solo nella città, ma anche
nell'area del porto di Satyrion/Porto Saturo, sede di un abitato indigeno
sulla costa orientale del golfo di Taranto abbandonato all'arrivo dei primi
coloni laconici. La duplicazione merita un commento. Non è a mio avviso
casuale l'insistenza con la quale l'oracolo di Delfi, riferito in varie versioni
dalle fonti antiche, menziona all' ecista Falanto proprio il sito di Satyrion.
Diodoro Siculo (VIII, 2 1 ) parla addirittura di una duplice consultazione
dell'oracolo, che una prima volta avrebbe affermato: «[ . . . ] cerca Satyrion
e l'acqua lucente del Taras [ . . . ] lì costruisci Taranto salda sopra Satyrion»,
e una seconda volta avrebbe seccamente dichiarato: «ti ho concesso di
abitare Satyrion e la pingue regione di Taranto e di divenire il flagello
degli Iapigi». Tutto insomma indica Satyrion come uno dei pilastri della
fondazione originaria, se non il pilastro fondamentale.
L'apparente contraddizione viene oggi spiegata immaginando che l'area
poi denominata Taranto dal fiume T aras, sede della città storica, fosse in
origine conosciuta con il nome di Satyrion (fig. 1 9). La pur suggestiva ipo­
tesi appare però priva di confronti, dal momento che non si conoscono ana­
loghi casi di " toponimi erranti " di questa fatta. Ci possono tuttavia essere
altre spiegazioni del fatto. La circostanza sembra dimostrare che la pòlis
tarentina, figlia di una Sparta che nell'VIII secolo a.C. era ancora legata a

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Fig. 18. Taranto: planirnetria dell'area sacra dell'acropoli (da LTPPOLIS 2002)
48 Parte prima. Archeologia della religione

Fig. 19. Taranto:


topografia
del territorio
(rielaborata da
MERTENS 2006)

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Mar Grande
. .

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Mare Ionio



o 2 lO km

entità di villaggio, abbia conosciuto uno sviluppo tutt'altro che lineare: in


un primo momento l'insediamento si sarebbe appoggiato tanto a Satyrion
quanto all'area della futura Taranto, ossia ai due punti indicati dall'oracolo
(che addirittura appare quasi privilegiare il sito di Satyrion) , fino a indurre
i coloni a collocare nell'uno e nell'altro luogo due culti di grande rilievo
della madrepatria, quello di Afrodite, che nella città di partenza figurava
sull'acropoli, e quello di Gaia, documentato in più luoghi della madrepatria
laconica. Malgrado l'ancora incerta fisionomia urbana di Sparta, la topo­
grafia di alcuni aspetti di natura religiosa e rituale della vita collettiva, già
ben fissati in epoca assai remota, ha comunque finito con il condizionare
gli orientamenti urbanistici della città e della colonia. Il santuario spartano
di Apollo Carneo, sede di feste di estrema rilevanza religiosa e sociale, si
direbbe replicato dal luogo di culto di Castel Saraceno, che i dati archeo­
logici di scavo indicano essere dedicato ad Apollo, mentre il santuario dei
Dioscuri spartani trovava nel luogo di culto di Piazza del Carmine il suo
duplicato tarentino; una replica del culto di Bryseai sembra da collocare
I. I culti civici: retaggi della madrepatria e ideologia della conquista 49

nel santuario del Pizzone di Taranto, dal quale proviene una massa enorme
di statuette fittili e che ospitava un altro importante culto spartano, quello
di Gaia, peraltro noto anche a Saturo. Polibio (VIII, 28, 2 ) poi menziona
il tempio tarentino di Apollo Hyakinthos, che viene generalmente ricono­
sciuto nell'Erto di Cicalone ad oltre un chilometro dalla porta Temenide:
il santuario appare posto a distanza quasi simbolica dalla città, ma comun­
que tale da consentire una duplicazione delle tradizionali processioni degli
Amyklàia, la solenne cerimonia del grande culto di Amide, alla quale nella
madrepatria era attribuito un potente ruolo di cemento sociale.

4 . Un caso controverso: Siracusa

Non c'è dubbio che la questione del retaggio dei culti patri assuma per
Siracusa una valenza del tutto particolare, se si riflette sul ruolo-guida che
Corinto, attraverso la colonia, ha esercitato sulla espansione greca non
solo lungo le coste sud-orientali e meridionali della Sicilia, ma sull'intera
colonizzazione di segno dorico dell'Occidente. Proprio per questo è del
massimo rilievo capire come al momento dell'impianto coloniale si sia in­
teso o meno duplicare nella nuova sede la complessa topografia sacra di
Corinto (fig. 20). Purtroppo, dopo la fortunata stagione guidata da Paolo
Orsi e in genere tutta esemplarmente pubblicata, su molti punti della storia
archeologica di Siracusa le nostre informazioni restano ancora oscure: va
detto infatti che malauguratamente molto si è scavato negli ultimi qua­
rant'anni in aree particolarmente sensibili della città antica, ma di fatto
poco o nulla si è pubblicato di attendibile e completo sul piano scientifico.
Vediamo dunque come i non molti dati a nostra disposizione concorrono
a configurare la topografia sacra siracusana (fig. 2 1 ) . L'acropoli della città
coincide senza dubbio con la zona più elevata di Ortigia, posta immedia­
tamente al di sopra della fonte Aretusa, un'area sommitale pianeggiante
dell'isola, che coincide con la Piazza del Duomo e le immediate vicinanze.
Qui al maestoso Athenaion dorico del 480 a.C., sin dall'alto medioevo tra­
sformato in duomo cittadino, scavi del secolo scorso, resi noti solo in ma­
niera preliminare, hanno aggiunto un secondo tempio colossale di ordine
ionico, perfettamente allineato al precedente, databile, secondo l'opinione
corrente, alla fine del VI secolo a.C. Altre esplorazioni condotte negli anni
Novanta sotto la Piazza del Duomo hanno messo in luce un altro tempio
con pianta ad òikos di VII secolo (fig. 22), posto alle spalle dell' Athenaion:
nel corso del secolo successivo l' òikos sarebbe stato inglobato in un edificio
di pianta identica, ma di dimensioni alquanto più grandi. Secondo quanto
dichiarato dallo scavatore, purtroppo senza un'edizione di analitici dati
della stratigrafia e dei materiali, questo secondo edificio sarebbe vissuto
50 Parte prima. Archeologia della religione

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Legenda: l) tempio di Apollo; 2) fonte Glaukè; 3) sorgente sacra e tempio di Artemide Eukleia
Fig. 20. Corinto: l'area centrale in epoca classica (da EAA, Supplemento 1 977-2004)

(?); 4) edifìcio settentrionale (stoà?); 5) strada per il Lechaion; 6) tempio A (di Afrodite?); 7)
fontana; 8) peirène; 9) dròmos; l O) heròon "del Crocevia"; I l ) "edificio pentagonale" (heròon?);
12) terme del Centauro; 1 3 ) edifici pubblici (?)

fino al IV secolo a.C. e andrebbe identificato con un Artemision, una ti­


tolarità ipotizzata sulla base di resti di sacrifici di cani e animali selvatici
scoperti in un pozzo all'interno dell' òikos.
Questa situazione non appare di facile interpretazione. Gli altri dati
sui grandi culti di Siracusa ci autorizzano a supporre, almeno in linea di
principio, che i coloni abbiano trasferito i principali culti di Corinto in
collocazioni non dissimili. A Corinto l' Apollonion sorge su di una collina
posta a dominare la piccola piana interna sede dell'agorà e la più vasta zona
pure pianeggiante, che si estende fino ai limiti del plateau occupato dalla
città. In maniera non dissimile, a Siracusa il grandioso Apollonion di fine
VII secolo a.C. (fig. 5 ) , che addirittura precede quello della madrepatria
nelle sue scelte monumentali fondate sull'eccezionale impiego di colonne
monolitiche, dalle pendici di Ortigia domina con la sua mole la zona pia­
neggiante dove si svilupperà la città e dove si colloca l'agorà. Ancora un al­
tro luogo di culto di grande significato politico come l'Olympieion occupa
I I culti civici: retaggi della madrepatria e ideologia della conquista 51

Legenda: A) Ortigia; B) Akradina; C) Tycha; D) Neapolis; E) Epipole; H) Poliochne; l) agorà;


Fig. 2 1 . Siracusa: planimetria della città (rielaborata da CoARELLI-TORELLI 1984)

2) Piazza della Vittoria; 3 ) anfiteatro; 4) ara di lerone II; 5) teatro; 6) necropoli del Fusco; 7)
Olympieion; 8) Castello Eurialo; 9) scala greca

a Corinto un sito extraurbano analogo a quello siracusano. Consideriamo


infine ancora un altro dato, in apparenza più remoto, ma non per questo
di minor significato, che ci conduce verso analoghe conclusioni: ad Akrai,
sottocolonia di Siracusa del 663 a.C., il tempio che occupa la sommità della
piccola e modesta acropoli (fig. 23 ) è dedicato certamente ad Afrodite, un
dato che fornisce un prezioso indizio circa la presenza dello stesso culto
sull'acropoli di Siracusa, esattamente come sulla sommità dell' Acrocorinto
svettava il celebre santuario della stessa dea.
Fig. 22. Siracusa: planirnetria del tempio ad òikos di Piazza Duomo con le due fasi (da VOZA 1999)
I I m!tt ciàci: retaggi della madrepatria e ideologia della conquista 53

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Fig. 23 . Akrai: planimetria della città; al centro l'area con il tempio di Afrodite (da COARELL!­
TORELLI 1984)

Possiamo dunque immaginare che nell'area del Duomo di Siracusa, al


vertice cioè della modesta altura ancora ben visibile nell'attuale Ortigia,
che costituiva indubbiamente l'acropoli della città, fosse collocato prima di
tutto il duplicato della grande Afrodite Urania di madrepatria, un tempio
che, ricordiamolo, come un semitico "alto luogo" figurava isolato sulla
cima dell'impervio Acrocorinto. Se il ragionamento è esatto, il miglior can­
didato per la sede di questo prestigioso culto è proprio l' òikos di VII secolo
a.C., poi ingrandito nel secolo successivo con identica pianta, venuto in
luce in Piazza del Duomo: il " pozzo" contenente residui di sacrifici, sco­
perto all'interno dell' òikos, ricorda molto da vicino il pozzo messo in luce
ad Atene sul Kolonos Agoraios dagli scavi americani settanta anni fa e di
certo in relazione con il santuario di Afrodite U rania (fig. 24) , adorno della
celebre statua di culto della dea ritratta da Fidia con il piede sopra una
tartaruga, al quale nel V secolo a.C. fu affiancato un tempio dedicato al pa­
redro della dea Efesto. Il santuario principale di Ortigia, bordato da stoài e
posto in posizione centrale dell'acropoli (fig. 25 ) , non poteva dunque non
54 Parte prima. Archeologia della religione

Fig. 24. Atene:


planimetria del Kolonos
Agoraios ( rielaborazione
da CAMP 1986)

indicato con il n. l, è
A nord dell'Hephaisteion,

il probabile sito dello


hieròn di Afrodite Urania,
collegato all'altare di
Afrodite, il Demos e
le Charites sulla via
Sacra con un percorso
cerimoniale costituito da
una lunga scalinata

contenere una qualche replica dell'arcaico luogo di culto dell'Acrocorinto.


Colpisce a questo punto un dato della colonia che innova rispetto a Co­
rinto: mentre a Siracusa l'Athenaion costituisce una presenza dominante
(fig. 26), il tempio di Corinto della dea, venerata non come poliùchos, ma
con l'epiclesi "equestre" di Chalinzìis, 'colei che mette il morso al cavallo' ,
occupava invece un posto del tutto secondario nella gerarchia dei culti
cittadini, un santuario nell'area dell'agorà, neanche riconosciuto sul ter­
reno dai pur estesissimi scavi americani. Il tempio siracusano della dea,
ricostruito da Gelone nelle forme attualmente visibili subito dopo lmera
(480 a.C. ) , è stato preceduto da un edificio dorico del pieno VI secolo a.C.,
che di fatto obliterava la vista dell' òikos arcaico: se quest'ultimo, proprio
perché il più antico dei templi del santuario dell'acropoli, è l'Aphrodi-
I. I culti civici: retaggi della madrepatria e ideologia della conquista 55

Fig. 25. Siracusa:


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planimetria dell'area sacra
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al centro di Ortigia (da l ,. l
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Fig. 26. Planirnetria
dei templi di Atena di
Siracusa (a) ed Hirnera (b)
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(da LIPPOLIS ET ALII 2007)
56 Parte prima. Archeologia della religione

sion, come dobbiamo attenderci dall'esempio di Corinto, la costruzione


del primo Athenaion corrisponde ad una svolta nella religione della città,
che trova conferma nel fatto che il tempio ionico, un edificio colossale di
straordinario impegno, sia stato allineato ad esso. Siamo senz' altro certi
che il tempio, al pari del suo predecessore, sia quello di Atena: poiché,
come ricorda Ateneo (XI, 462 ) , lo scudo d'oro sul suo frontone era l'ul­
tima cosa che si vedeva della città allontanandosene per mare, solo que­
sto edificio poteva rispondere a tale requisito. Come appare evidente dal
suo assetto monumentale, l'indiscutibile centralità poliadica del santuario
corrisponde al momento di massimo sforzo dei gamòroi siracusani per
acquisire una posizione egemonica su tutta la Sicilia greca, documentato
dalla distruzione della propria sottocolonia Camarina nel 553 a.C . , reite­
rata nel 4 9 1 a.C. dal tiranno Ippocrate di Gela. È probabile che tale sforzo
abbia ricompreso la "promozione" di Atena a culto dell'acropoli, frutto
dell'accresciuta importanza della dea come titolare del culto poliadico.
Tale ruolo era infatti svolto da Atena in gran parte dell'area dorica della
Grecia propria e in particolare nelle zone del Peloponneso e forse anche
dell'Etolia, donde dovevano trarre origine alcuni contingenti dei coloni di
Siracusa, come dimostra il nome della ninfa etolica Aretusa, titolare della
prodigiosa sorgente ai margini di Ortigia. Non dobbiamo peraltro dimen­
ticare che all'aristocrazia arcaica siracusana dovesse essere assai gradita la
caratterizzazione in senso equestre attribuita alla dea a Corinto: il ruolo
della cavalleria nell'orizzonte arcaico siceliota è ben documentato dall'in­
sistenza con la quale sin dal VII secolo a.C. l'acroterio centrale fittile dei
grandi templi presenta un'imponente figura equestre, verosimilmente un
Dioscuro, a partire proprio dall'area sacra di Ortigia (tav. 78). Il sontuoso
rifacimento di V secolo a.C. dell'Athenaion siracusano si deve al tiranno
Gelone, originario di Gela, dove Atena Lindia, venerata in un proprio
tempio sull'acropoli della città, aveva un posto di primaria importanza tra i
culti cittadini; l'intervento rappresenta dunque una riaffermazione di quel­
le antiche ambizioni egemoniche di Siracusa, !asciandoci intravedere un
possibile risvolto religioso della politica di quel tiranno che - ricordiamolo
- ha trasferito forzosamente metà dei Gelai a Siracusa insieme a Megaresi
e Camarinesi. L'affermazione dell'Athenaion come santuario " dinastico"
è ulteriormente confermata dal fatto che, secondo un noto modello elleni­
stico, Agatocle fece del tempio di Atena un grande santuario del culto del
sovrano dedicandovi una serie di dipinti che, oltre alla raffigurazione della
sua vittoriosa battaglia equestre (evidentemente modellata sull'esempio di
quelle di Alessandro Magno) , comprendevano ben ventisette ritratti di re e
tiranni di Siracusa. Quanto alla pertinenza del tempio ionico, la soluzione
più probabile è che si tratti del tempio di Artemide, che sorgeva accanto
al tempio di Atena, teste Cicerone, il quale parla a lungo dei templi di Or-
I. I culti civici: retaggi della madrepatria e ideologia della conquista 57

tigia ( Verrine, II 4 , 124-5 ) . Si tratta di un santuario oggetto di grandissima


venerazione (Livio, XXV, 3 3 ) , dove si svolgevano le più importanti feste di
Siracusa, certo derivate dagli Èukleia, la più importante festa di Corinto, in
onore di Artemide, caratterizzata dall'epiclesi infera di Eukleia.

5 . I grandi santuari extraurbani

Si è appena messa in risalto l'importanza della conservazione nelle nuo­


ve sedi coloniali di grandi tradizioni festive, costituite da solenni proces­
sioni dirette verso mete sacre collocate all'esterno della pòlis, un dato che
ci offre l'estro per riferire brevemente di un acceso dibattito, vivo alcuni
anni or sono tra gli archeologi e per certi versi ancora non spento. Da un
lato c'era chi voleva fare di questi luoghi di culto extraurbani una possibile
sopravvivenza di contatti stabiliti nel II millennio a.C. dal mondo miceneo
con la Sicilia e la penisola, dall'altro non mancavano studiosi che pensava­
no di dare a questi santuari un ruolo di tramite privilegiato tra l'elemento
greco e il mondo indigeno, cui andrebbe attribuita l'originaria fondazione
di questi luoghi di culto, diventati poi con la conquista coloniale centri
religiosi greci. Malgrado l'indubbia suggestione, nessuna di tali proposte,
però, trova alcun conforto né nelle fonti né nei dati archeologici né nella
verosimiglianza storica, che consente difficilmente di ricostruire l'accetta­
zione di importanti tratti della religione dei gruppi dominati, gli indigeni,
nel panorama dei culti dei gruppi dominanti, i coloni greci. Gli estesissimi
scavi condotti in questi santuari non hanno mai messo in luce alcuna prova
archeologica di una frequentazione egea di II millennio a.C., malgrado le
numerose e spesso intense presenze micenee in molti luoghi all'interno
delle zone oggetto in epoca storica di colonizzazione. Quanto al secondo
argomento di discussione, queste fondazioni sacre extra moenia, anche se
hanno certamente avuto, grazie al loro prestigio, un ruolo non seconda­
rio nel processo di ellenizzazione delle genti indigene, tuttavia non sono
state di certo create per offrire spazi di dialogo interetnico con le locali
popolazioni anelleniche. Sappiamo infatti quanto fosse radicata a livello
di mentalità e di pratiche politico-sociali greche la netta distinzione tra
l'elemento dominante ellenico e l'elemento subalterno barbarico e quanto
scarsa, prima dell'età ellenistica, fosse la disponibilità dei Greci ad accet­
tare relazioni su di un piede di parità con barbari, che, fra l'altro, non solo
nutrivano rancori per essere stati oggetto di feroci espropriazioni di terre
fertili nella fase della conquista, ma con la loro sola presenza minacciavano
anche la stessa sicurezza dei coloni greci.
La funzione ellenizzatrice di questi grandi luoghi di culto, più che in
conseguenza di un programma sistematico di incivilimento, estraneo alla
mentalità arcaica greca, si è manifestata in forma involontaria e marginale,
58 Parte prima. Archeologia della religione

Legenda: A) santuario ad est di porta V; B) santuario delle divinità ctonie; C) terrazzo dei
Fig. 27. Agrigento: planimetria dell'area dei santuari ctonii (rielaborata da DE MIRO 2008)

donari; D) Colimbetra; l) porta V; 2) tempietto; 3) area lastricata; 4) !esche; 5) portico; 6)


tempio L; 6a) altare del tempio L; 7) tempio c.d. dei Dioscuri; 8) fondazioni di due tcmpietti; 9)
edifìcio; 10) edifìcio tripartito; 1 1 ) altare circolare; 12) nalskos; 13 ) recinto con altari; 14) muro
di tèmenOJ; 15) !esche; 16) donari; 17) mura di fortificazione

per effetto del prestigio attribuito dagli indigeni alla cultura greca e del
ruolo di intermediazione culturale svolto dall'elemento femminile indige­
no, coinvolto sin dalle fasi più remote della presenza coloniale greca in in­
tense pratiche di intermarriage con i coloni, praticato in forma sia negoziata
che violenta. Ne sono testimonianza le non poche statuette raffiguranti
la Hera di Poseidonia (tav. 1 ) , deposte in tombe, tra V e IV secolo a.C.,
della necropoli etrusca di Pontecagnano sulla destra del Sele o diffuse in
centri lucani come Roccagloriosa, tangibili documenti della grande fama
acquisita attraverso lunghi secoli dal santuario poseidoniate, ben oltre gli
stessi confini della pòlis greca di appartenenza. In ogni caso, come abbia­
mo visto, la collocazione di un santuario all'esterno della città spesso è
un elemento costitutivo del culto stesso. E così, ad esempio, sul modello
di Corinto, città-guida di tanta parte della colonizzazione d'Occidente, il
tempio di Zeus Olimpio viene dislocato fuori le mura, non solo nella co­
lonia di Corinto, Siracusa, ma anche a Selinunte; per questa dislocazione
di un Olympieion vistosa eccezione sembra essere quella di Locri, dove
I. I culti civici: retaggi della madrepatria e ideologia della conquista 59

invece lo stesso culto è collocato presso l'agorà. La parte del leone fra i culti
extra maenza spetta tuttavia ai santuari di Demetra e Kore, abitualmente
dislocati in luoghi a non grande distanza dalla città, per consentire prima
di tutto la rigorosa segregazione dell'elemento femminile, di norma pro­
tagonista della festa, oltre che per dare spazio alle solenni processioni che
di solito si accompagnavano alle celebrazioni dei riti demetriaci. Ma anche
questa circostanza conosce eccezioni di grande rilievo: il più importante
fra i santuari di Demetra e Kore, quello di Agrigento, è rappresentato da
un impressionante complesso di sacelli, templi ed aree sacre, situato non
all'esterno, ma nel cuore della città (fig. 27). La pluralità di questi luoghi di
culto recentemente è stata spiegata in maniera assai brillante da Ernesto De
Miro sulla base dell'esigenza di differenziare il rituale a seconda dei giorni
del solenne triduo delle feste della dea.

6. Selinunte e il "modello" acheo

Tornando alla questione del rapporto madrepatria-colonia a livello re­


ligioso, è possibile riferire ancora un altro caso di rilievo, quello offerto da
Selinunte (fig. 28), sottocolonia di Megara Iblea, fondata nel 65 1 -650 a.C.
(Diodoro) o nel 628 a.C. (Tucidide) con l'intervento di un ecista, Pammilo,
inviato addirittura da Megara Nisea, originaria madrepatria di entrambe
le colonie. Abbiamo appena analizzato le difficoltà che si incontrano nel
riconoscere i culti della madrepatria nella colonia iblea, a causa sia dell'im­
perfetta urbanizzazione della città di partenza che dei difetti delle nostre
informazioni. Nel caso di Selinunte, fondata quando Megara Nisea aveva
ormai da tempo assunto un volto urbano più preciso, l'ecista disponeva di
un preciso modello, quello appunto di Megara di Grecia, con le sue due
acropoli, ciascuna con i propri culti. Nell'Introduzione abbiamo già accen­
nato ad un'ipotesi, fondata sulla sequenza dei nomi delle divinità presenti
come titolari dei principali culti patrii nella celebre iscrizione monumen­
tale di vittoria dedicata nel tempio G, la "Grande tavola selinuntina" . Se­
condo questa ipotesi, per la dislocazione dei santuari della nuova colonia
Pammilo avrebbe realizzato una riproduzione fedele dell'assetto dei culti
nella madrepatria: per far ciò avrebbe modellato l'acropoli della nuova
colonia sull'esempio dell'acropoli megarese di Alcatoo, e l'area del grande
santuario extraurbano della Collina Orientale sull'esempio dell'acropoli
di Care, addirittura sistemando i templi in ciascuno dei due spazi nello
stesso ordine posseduto dai corrispondenti culti a Megara Nisea, come
documenta la descrizione di Pausania (I, 42, 4-6). Nella nuova colonia
si distinguono infatti due grandi aree occupate da altrettanti gruppi di
colossali edifici sacri, l'acropoli (fig. 29) con i templi di Apollo (tempio
C), di Atena (tempio D), di Demetra (il c.d. mègaron) e forse di Poseido-
60 Parte prima. Archeologia della religione

Fig. 28. Selinunte: planimetria della città e ricostruzione dell'impianto urbano (rielaborata da

Legenda: A) agorà; B) acropoli; C) Manuzza; D) Collina Orientale; E) Gaggera; F) area portuale


MERTENS 2006)

alla foce del Modione; G) area portuale alla foce del Cotone; l) tempio G; 2) tempio F; 3 )
tempio E ; 4 ) tempio di Hera (?); 5 ) santuario di Demetra Malophoros; 6) krène monumentale
detta "tempio M"; 7) santuario sull'acropoli

ne (tempio A) e dei Dioscuri (tempio 0), e la Collina Orientale con i tre


templi dedicati ad altrettante divinità, che è stato proposto di identificare
con Zeus Olimpio (tempio G: fig. 30), Dioniso Nyktelios (tempio F: fig.
3 1 ) , Afrodite (tempio E, con due fasi, E l e E 2: figg. 32-3 3 ) . La forza del
modello fece ricomprendere nel progetto persino una terza area, minore
delle precedenti, quella prospiciente lo scalo fluviale del Modione (non
a caso adiacente anche alla grande necropoli di Manicalunga) , alla quale
l'ecista avrebbe attribuito la stessa funzione di Nisa, il porto della Megara
di Grecia, duplicandovi il prestigioso santuario di Demeter Malophòros
('portatrice dei frutti') (fig. 3 4 ) . Questa ricostruzione delle pertinenze divi-
Fig. 29. Selinunte: planimetria
del santuario dell'acropoli
(da MERTENS 2006)
Legenda: A) santuario

meridionale; l ) propileo
settentrionale; B) santuario

d'ingresso; 2) tempio C;
3) altare del tempio C;
4) tempio D; 5) altare del
tempio D; 6) tempio S;
7) muro a gradoni e portico;
8) mègaron; 9) altare?;
10) platèia SB; 1 1 ) platèia
SA; 12) tempio A; 1 3 ) altare
del tempio A; 14) tempio O;
1 5 ) tempio P

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Legenda: A) recinto di Demetra Malophoros; B) recinto di Ecate; C) recinto di Zeus Meilichios;


Fig. 34. Selinunte: santuario di Demeter Malophoros (da EAA)

D) campo di stele; l) tempietto arcaico; 2) tempio; 3) canale; 4) altare; 5 ) muro di tèmenos; 6)


propileo di accesso; 7) sacello di Ecate; 8) sacello di Zeus Meilichios
I. I culti civici: retaggi della madrepatria e ideologia della conquista 63

ne di ciascun edificio tiene conto dei dati epigrafici e archeologici rinvenuti


negli scavi di Selinunte e della lunga sequenza di divinità presenti nella c.d.
"Grande tavola selinuntina " , e al tempo stesso fa continuo riferimento sui
culti presenti nella lontana madrepatria e testimoniati essenzialmente dal
testo di Pausania. È dunque evidente che, pur se dobbiamo considerare
l'esperimento di Selinunte un caso limite, in cui per impiantare i culti di
una sottocolonia l'ecista avrebbe fatto deliberato ricorso al modello lon­
tano della madrepatria, già da fase molto arcaica la forza dei modelli della
città di origine poteva spingere gli ecisti ad una ricerca assai attenta di quei
trasferimenti di culti ritenuti a quel momento imprescindibili, garanti della
pax deorum e della coesione sociale.
In altri casi, è possibile invece identificare una sorta di modello, un vero
e proprio sistema di culti applicato a più apoikzài. Delle grandi colonie
achee di Magna Grecia purtroppo resta di fatto sconosciuta la più im­
portante, Sibari, che fu sicuramente città-guida per tutte le altre apoikìai.
Gli abbondanti dati ottenuti dall'esplorazione estensiva di Metaponto e
Poseidonia e il poco che si conosce di Crotone permettono tuttavia di
riconoscere un modello sostanzialmente unitario, " acheo" , per la scelta e
la collocazione dei grandi santuari urbani ed extraurbani, che richiamano
la situazione, assai complessa e non urbanizzata, delle terre d'origine dei
coloni, la cui cultura religiosa si identifica solo latamente con l' Acaia di
epoca storica, con rilevanti sconfinamenti in regioni contermini del Pelo­
ponneso settentrionale, dall'Arcadia all' Argolide, sconfinamenti motivati
dal prestigio di grandi e antichi santuari di quelle regioni. Elementi cen­
trali del modello sono, ancora una volta, il culto poliadico di Atena e la
grande " coppia" composta da Apollo Lykaios e da Hera Argiva, divinità
protagoniste della religione di Argo e tuttavia centrali anche nella cultura
religiosa dell'intero Peloponneso settentrionale, in primis appunto dell' Ar­
golide, della Sicionia, dell' Acaia e persino di alcune aree dell'Arcadia. Uno
spazio importante sembra attribuito ad Afrodite, anch'essa bene insediata
nell'Argolide, nell'isola di Citera, in epoca arcaica possedimento di Argo, e
ad Artemide, titolare del grande e famoso santuario iatromantico di Lusoi
in Arcadia, dove veniva venerata con l'epiclesi di Hèmera, !"addomestica­
trice', ossia capace di indurre le fanciulle alle nozze decise dalla famiglia.
A Metaponto (fig. 13 ) , dove, come abbiamo visto, non è stato segnato il
sito dell'acropoli, le prime quattro divinità sono documentate nel grande
santuario urbano dalla sequenza, da sud a nord, di Atena, Apollo, Hera,
Afrodite, titolari rispettivamente dei templi C, A, B, D, tutti identifica­
bili grazie a epigrafi (Atena) , ai doni votivi deposti sotto forma di pietre
non lavorate dette argòi lz'thoi (Apollo) , alla singolare planimetria con il
colonnato al centro della cella (Hera) o allo stile ionico dell'edificio tem­
plare (Afrodite). Sostanzialmente conservata dalla colonia latina, appare
64 Parte prima. Archeologia della religione

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Fig. 35. Poseidonia: planimetria del santuario urbano settentrionale (da EAA)
Legenda: l) fondazioni del primo tempio; 2) tempio c.d. di Cerere (Athenaion); 3) altare;
4) basi di colonne votive; 5 ) altare di epoca romana

identica la sequenza a Poseidonia, anche se divisa tra i due grandi santuari


urbani, posti a nord con funzione di acropoli, e a sud dell'immenso spazio
dell'agorà: nell'area sacra settentrionale (fig. 35) incontriamo l'Athenaion
(tempio " di Cerere " ) , riconosciuto da epigrafi e materiali votivi della fase
romana; in quella meridionale (fig. 36) si collocano i templi di Hera ( ''Ba­
silica" ) e di Apollo (tempio " di Nettuno" ) , identificati il primo in base alla
planimetria, identica a quella dell'Heraion di Metaponto, il secondo per
la presenza di materiali votivi di quel culto (argòi lithoi come a Metaponto
e statuette) , mentre il tempio tardo-arcaico venuto in luce sotto la basilica
romana potrebbe essere identificato con il locale Aphrodision per la sco­
perta nelle vicinanze di un graffito su ceramica con quel teonimo. Il grande
modello di madrepatria è puntualmente replicato in maniera evidentissima
anche extra moenia con il culto della dea di Prosymna, Hera Argiva, a Cro­
tone con il santuario di Hera a Capo Lacinio, a Metaponto con il tempio
l I culti CiviCI: retaggi della madrepatria e ideologia della conquista 65

Fig. 36. Poseidonia:


planimetria del santuario
urbano meridionale

Legenda: l) tempio
' da EAA)

anfiprostilo di III secolo


a.C. (Afrodite; Eracle?);
2-3) tempietti di età
romana (Magna Mater;
Ercole?); 4) tempietto
di Artemide Hemera;
5 l tempio c.d. di Nettuno
1 Apollonion) ; 6) tempietto

di Chitone (?); 7) c.d.


Basilica (Heraion)

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detto "Tavole Palatine" e a Poseidonia con il prestigioso Heraion alla foce


del Sele (fig. 3 7 ) , dove Hera si associava forse ad Apollo, dal momento che
le metope di un perduto edificio arcaico di culto cantano la gloria solo di
due divinità, Apollo e H era, oltre che dell'eroe principe del mondo dorico
Eracle: come abbiamo visto, proprio la Hera di Poseidonia ha goduto di
grande popolarità, ben oltre il territorio della pòlis, come provano le sta­
tuette della dea (tav. l) rinvenute in contesti sia etruschi (Pontecagnano)
che lucani (Roccagloriosa). La collocazione dei tre Heraia fuori le mura
nasce dall'esigenza di far rispettare la tradizione di madrepatria delle solen­
ni processioni (forse accompagnate come ad Argo anche dai giochi) , che
collegavano al sito dell'Heraion la città di Argo e verosimilmente anche
la regione contermine dell'Acaia. Il culto di Lusoi, con le sue acque che
avrebbero guarito le figlie di Proitos colpite da follia o scabbia da una Hera
di Argo irata, viene invece riprodotto a Metaponto nel santuario extraur-
66 Parte prima. Archeologia della religione

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Fig. 37. Poseidonia; foce del Sele: planimetria del santuario extraurbano di Hera (da GRECO G.

Legenda: A) area del santuario; B) corso del fiume Sele; l ) tempio tardo-arcaico di Hera;
200 1 )

la) altare del tempio di Hera; 2) c.d. thesauròs; 3) stoài; 4) "edificio quadrato" (tempio di età
lucana); 5) portico sud; 6) secondo altare; 7) bòthroi

bano in località S. Biagio alla Venella (fig. 38), che non a caso prende nome
dal santo guaritore Biagio. Come a Lusoi, il tempio metapontino della dea,
sommariamente esplorato sulla sommità di una bassa collina, è collegato
alla sottostante krène (fonte) naomorfa (tav. 2 ) , che è stata a torto identi­
ficata con un sacello, come accade a Selinunte con l'edificio extraurbano
detto tempio M, posto sulle pendici della collina della Gaggera sul luogo
di una poderosa sorgente (in questi ultimi anni disseccata) . A Poseidonia
invece il culto di Artemide Hemera è sistemato in un piccolo sacello collo­
cato accanto al maestoso Apollonion (fig. 36 ), identificabile con il tempio
l. I culti civici: retaggi della madrepatria e ideologia della conquista 67

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Fig. 38. Metaponto: planimetria del santuario di S. Biagio alla Venella ( rilievo Soprintendenza)
68 Parte prima. Archeologia della religione

" di Nettuno " , non a caso dedicato al dio gemello della dea, ed è affiancato
da un bacino per le immersioni rituali caratteristiche del santuario arcade
di Lusoi. Come si vede, siamo dinanzi a un modello di fatto unico, che
intende riprodurre situazioni di santuari prestigiosi della madrepatria e al
tempo stesso esaltare il retaggio culturale dei coloni, di cui si conservavano
scrupolosamente culti e riti tradizionali nel nuovo ambiente, adattandolo
solo con poche modifiche ad una pluralità di fondazioni coloniali, e questo
pur partendo da una situazione di un habitat dispérso e dunque potenzial­
mente di assai difficile caratterizzazione sul piano religioso.

7. I culti della chòra

Il primo atto successivo alla fondazione dell'apoikzà, con l'individuazione


dello spazio destinato alla città, è quello grazie al quale i coloni si appropriano
di porzioni di territorio sufficienti ad assicurare la soprawivenza loro e della
loro famiglia. In questa fase alcuni casi rendono ben riconoscibile l'esistenza
di un nesso stretto tra conquista della terra destinata a fungerne da chòra,
fondazione di santuari nel territorio appena sottomesso, e occupazione sta­
bile delle terre con la nascita di un habitat rurale, di norma caratterizzata
dalla creazione di piccoli villaggi, talora anche fortificati (fig. 39), più di rado
con una divisione della terra, attestata per l'età arcaica a Metaponto (fig. 4).
L'esempio più chiaro del rapporto stretto tra conquista della chòra e
insediamento di un culto è offerto da Francavilla Marittima, un alto colle
all'estremità occidentale della piana di Sibari, in epoca precoloniale sede di
un importante abitato indigeno con grandi e ricche necropoli. All'indoma­
ni della fondazione di Sibari, la sommità della collina di Francavilla viene
occupata da un nuovo insediamento dominato da un santuario dedicato
ad Atena (fig. 40), che per tutta la durata della vita di Sibari è stato fatto
segno di abbondanti doni votivi di bronzo, fittili e di ceramica, fra i quali
spicca una dedica dell'atleta olimpionico sibarita Kleombrotos. Comunque,
la documentazione dei santuari della chòra non è ricca come si vorrebbe
per ricavarne una piena comprensione delle forme d'impossessamento del
territorio. Una vecchia teoria, formulata nel 1964 da Georges Valiet, ha in­
terpretato questi culti della chòra come «santuari di confine», una teoria che
ha goduto e gode tuttora di una discreta fortuna. Come attesta bene il caso
di Francavilla, esiste un evidente, strettissimo rapporto tra occupazione del
territorio e nascita di culti: l'ideologia della conquista in epoca arcaica trova il
suo punto più alto proprio nell'insediamento di santuari cui si affida il com­
pito di marcare la presenza greca in maniera forte. Tuttavia, la "protezione"
divina dei confini territoriali non è un concetto radicato nel mondo antico,
così come lo stesso concetto di confine ha un significato molto diverso non
solo rispetto all'oggi, ma addirittura nei diversi momenti dell'evo antico. Per
I. I culti civici: retaggi della madrepatria e ideologia della conquista 69

o l 8m

Fig. 39. Taranto: planimetria del villaggio dell'Amastuola (rielaborata da MARUGGI 1996)
Legenda: b) casa b con banchina

questi santuari è dunque meglio parlare di una loro funzione identitaria e di


conservazione delle solidarietà sociali delle genti della campagna, che avran­
no trovato in quei luoghi di culto uno strumento efficace per riconoscersi,
per distinguersi dal vicino mondo barbarico, in una parola per riaffermare
la propria grecità e il proprio retaggio culturale.
70 Parte prima. Archeologia della religione

Fig. 40. Francavilla Marittima:


planimetria del santuario di Atena
(da MERTENS 2006)
Legenda: 1 -5 ) edifici I-V; 6) muro di
tèmenos

Fig. 4 1 . Poseidonia: planimetria del


territorio (rielaborata da MERTENS
2006)
Legenda: P) area urbana di

V) strade extraurbane; l) Heraion


Poseidonia; D) duna costiera;

del Sele; 2) santuario di S. Nicola di


Albanella; 3) Fonte di Roccaspide;
4) Capo di Fiume; 5) Lupata;
6) S. Venera; 7) Acqua che bolle;
8) Linora; 9) Agropoli

I territori più esplorati sono quelli di Poseidonia (fig. 4 1 ) , di Metaponto


(fig. 4) e di Taranto (fig. 1 9 ) , dove si conoscono, spesso da una semplice
segnalazione, una pluralità di piccoli luoghi di culto collegati con la vita
delle campagne. Alla chòra di Metaponto, oltre al già ricordato santuario
di Artemide Hemera a S. Biagio alla Venella, appartiene l'altro modesto
I. I culti civici: retaggi della madrepatria e ideologia della conquista 71

Artemision di Pizzica Pantanello, un piccolo recinto con tettoia che ospita­


va una copiosa sorgente, anche questa a quanto pare ritenuta ricca di virtù
terapeutiche. Per quanto riguarda la chòra di Poseidonia, oltre ai santuari
pertinenti alla fascia di territorio immediatamente al di fuori delle mura
(Camping Apollo, porta Giustizia) , che fanno parte a tutti gli effetti della
vita religiosa della città, i veri e propri luoghi di culto del territorio sono
quelli scoperti nelle località di Getsemani, Fonte, Acqua che bolle, Linora
e S. Nicola di Albanella. I primi quattro, legati - talora in modo evidente,
talora in maniera non più leggibile - a sorgenti con proprietà miracolose,
hanno restituito piccoli depositi votivi, in genere con materiali poco signifi­
cativi. Fanno eccezione i santuari di Linora e di Acqua che bolle. Dal primo
provengono vasi per bere con l'iscrizione apolùso, 'sciogli' , una forma im­
perativa in cui, oltre all'ovvio valore terapeutico, si scorgono implicazioni
dionisiache, che ritornano nell'appellativo di Lyàios, 'colui che scioglie' ,
attribuito a Dioniso. È possibile che in epoca arcaica, prima del prepoten­
te ingresso di Asclepio sullo scenario dei culti legati alla sanatio, dilagato
fuori dell'originaria sede di Epidauro alla fine del V secolo a.C., dopo la
grande ondata di peste del 430 a.C., si attribuissero funzioni guaritrici a più
divinità, come sembra confermare la documentazione dell'altro santuario,
quello in località Acqua che bolle (evidente allusione ad acque minerali) ,
dal quale proviene una laminetta d'argento con iscrizione arcaica, che ne
rivela la pertinenza a Hera. Molto importante tanto per la sua valenza di
luogo sacro di natura campestre ed agraria quanto per la ricostruzione
della ricezione in Occidente del culto di tipo eleusinio di Demetra è infine
il già ricordato santuario di S. Nicola di Albanella (fig. 42 ) , vissuto dal V
secolo a.C. fino a tutta l'età lucana e consistente in un piccolo recinto ret­
tangolare, sul fondo del quale era una semplice nicchia-edicola. Il regime
delle offerte comprendeva sacrifici di animali, tra i quali spicca il maiale, e
deposizioni rituali di vegetali (tra i quali figura la veccia, una variante più
povera della fava, pianta centrale nel culto della dea) , spesso sotto coppette
capovolte, e in dediche di statuette di offerenti maschili e femminili recanti
il caratteristico dono del porcellino o del tàlaros, un cesto tipico del rituale
demetriaco. La situazione dei santuari extraurbani di Poseidonia, come si
è visto, è rivelatrice della loro funzione di centri aggreganti per la popola­
zione delle campagne e di luoghi che valorizzano, a quanto sembra in nome
di varie divinità, caratteristiche naturali particolari.
Per la chòra di Taranto, si è già fatto cenno a Saturo e al santuario (fig.
43 ) dove era venerata Afrodite Basilìs, in associazione alla ninfa Satyria,
titolare di una fonte ancora funzionante, e a Gaia, oggetto di un altro culto
importante della madrepatria. Il santuario, che comprendeva un sacello
e un secondo edificio di natura sacra, ha restituito una serie ricchissima
di statuette votive, da quelle dedaliche di VII secolo a.C. a immagini di
72 Parte prima. Archeologia della religione

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Fig. 42. Poseidonia; S. Nicola di Albanella: planimetria del santuario di Demetra con il recinto e
il piccolo sacello sul fondo (da CIPRIANI 1 989a)

epoca tardo-classica ed ellenistica di offerenti femminili stanti o sedute e


di raffigurazioni di Afrodite nuda o della ninfa associata a un delfino. A
testimonianza della già rilevata importanza del sito per la storia della co­
lonia, Saturo ha restituito un secondo santuario con una stipe, anch'essa
risalente all'epoca della fondazione della colonia.
Come nella Grecia propria e come abbiamo visto per alcuni santuari
del territorio poseidoniate, un ruolo speciale per lo sviluppo di culti della
chòra hanno gli aspetti che la natura assume nel territorio, anche in fun­
zione della presenza umana e della fruibilità dei suoli: particolare rilievo
ha la presenza di sorgenti e di acque in genere, soprattutto se queste sono
I. I culti civici: retaggi della madrepatria e ideologia della conquista 73

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Fig. 43 . Porto Saturo: planimetria del santuario di Afrodite Basilìs (da LIPPOLIS 2002)

(o sono ritenute essere) dotate di capacità terapeutiche o comunque dalle


caratteristiche fisiche " soprannaturali" , come nel caso di acque termali.
Diffusissimi per questo sono i culti delle Ninfe, sia in prossimità delle città
sia in zone più lontane del territorio. Il più singolare di tutti è senz'altro il
santuario in località Piani Caruso, consistente in una grotta posta imme­
diatamente fuori le mura di Locri: il santuario ha restituito modellini di
"ninfei" , singolari ex voto che di fatto riproducono prospetti rocciosi si­
stemati secondo logiche architettoniche, in grado addirittura di riprodurre
gli zampilli della sorgente grazie alle piccole riserve d'acqua realizzate nella
parte posteriore del modellino medesimo (tav. 3 ) . La tipologia di questi
74 Parte prima. Archeologia della religione

N o 5m

altare

deposito naiskos
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Fig. 44. Eraclea di Lucania; Masseria Petrulla: planimetria del santuario delle Ninfe (da 0SANNA
ET ALli 2008)

luoghi di culto è nota altrove, come nel santuario rupestre di S. Biagio,


posto immediatamente fuori le mura del lato nord-orientale della città: le
grotte, all'interno delle quali sono le sorgenti, sono state sistemate con una
facciata rastremata e coronata da una gronda a teste leonine.
Diversa tipologia sembra avere un altro santuario di recente attribuito
alle Ninfe. Si tratta di un singolare complesso monumentale del secondo
quarto del IV secolo a.C. e vissuto fino agli inizi del III secolo a.C., scava­
to negli anni Settanta del secolo scorso nella chòra di Eraclea di Lucania
in località Masseria Petrulla, non lontano dal fiume Sinni. Si tratta di un
piccolo recinto trapezoidale, orientato nord-est/sud-ovest, accessibile dal
lato occidentale (fig. 44 ) : all'interno erano portici per tre lati e al centro
un altare con relativo naz'skos munito di banchina sul fondo per alloggiare
una o più statue di culto. I frammenti di tre statue fittili eseguite a stecca
I. I culti civici: retaggi della madrepatria e ideologia della conquista 75

sono stati attribuiti ad altrettante statue di culto delle Ninfe, di solito im­
maginate in numero di tre (tav. 4 ) . Le offerte comprendono ceramiche a
figure rosse apule di buon livello ed ex voto collegati con la fecondità, sfera
perfettamente congruente con quella protetta dalle Ninfe.

Nota bibliografica

Sulla religione e i culti coloniali in generale: CIACERI 191 1 ; GIANNELLI 1 963 ;


SEIBERT 1963 ; BRELICH 1964-65 ; BURKERT 1 977; PUGLIESE CARRATELLI 1 977;
GRAHAM 19832; LEPORE 1 984; PARISI PRESICCE 1 984; DE POLIGNAC 1 984; PARISI
PRESICCE 1985; MALKIN 1 987; MADDOLI 1 988; ACT XXXI ; BERGQUIST 1 992;
MALKIN 1 996; Santuari 1996; DE LA GENIÈRE 1997; CAMASSA 1999; VONDERSTEIN
2006.
Per i culti emporici: TORELLI 1 982; TORELLI 2008b.
Sui culti cittadini:
in generale: GRECO 1 990c; MASTROCINQUE 1 993 ; VONDERSTEIN 2000; VERO­
NESE 2006;
colonie euboiche: PUGLIESE CARRATELLI 1 978 (in generale) ; VALENZA MELE
1 977; MOI\'TEPAONE 1984 (Cuma); COSTABILE 1979 (Reggio); RIZZA 1 960 (Cata­
nia); GRASSO 2008 (Leontinoi);
Taranto: WUILLEUMIER 1939; NAFISSI ET ALli 1995;
colonie achee: ZANCANI MONTUORO-ZANOTTI BIANCO 1 95 1 -54; ARDOVINO
1 986; PEDLEY-TORELLI 1990; TORELLI 1 992; MELE 1 995 ; DE LA GENIÈRE 1 997 ;
0SANNA 1998-99; CAMASSA 1 999; TORELLI 1999b; TORELLI-MASSERIA 1999; GRE­
CO G. 200 1 ; NAFISSI 200 1 ; GIANGIULIO 2002; TORELLI 2006; MELE 2007b; CIPRIA­
NI 2008; TORELLI 2008a; TORELLI c.d.s.a;
Eraclea: 0SANNA ET ALli 2008;
Temesa: LA ToRRE 2002;
Sibaritide: Santuari 1 996, 179-242;
Crotone: GIANGIULIO 1989; Santuari 1996, 235-294;
Locri: ORSI 191 1 ; Musn 1 977; TORELLI 1 977a; GIANGIULIO 1 983 ; TORELLI
1987 ; COSTAMAGNA-SABBIONE 1 990; COSTABILE 1 99 1 ; COSTABILE 1 992; COSTA­
BILE 1 994; Santuari 1996, 1 9-88; REDFIELD 2003 ; MILANESIO MACRI 2005; SPIGO
ET ALli 2008; TORELLI c.d.s.b;
sottocolonie locresi: ORSI 1913; RIZZI 1993 -95 ; Santuari 1 996, 9 1 - 130 (Med­
ma) ; Santuari 1996, 1 3 1 - 175 (Ipponio) ;
Naxos: PELAGATTI 1977; PELAGATTI 1983 ; PELAGATTI ET ALli 1 984-85; GUAR­
DUCCI 1985; GUARDUCCI 1 996; Naxos 2004;
Imera: MARCONI 1 93 1 ; TORELLI 2003 ;
Siracusa: ORSI 1 903 ; WILLIAMS 1 979; POLACCO ET ALli 1 989; ACT XXXIV;
VOZA 1 999; REICHERT-SODBECK 2000; PARISI PRESICCE 2004;
Akrai: BERNABÒ BREA 1 986;
Selinunte: GABRICI 1927; MASSERIA 1 978-79; COARELLI-TORELLI 1 984, 8 1 -96;
PARISI PRESICCE 1 984; MUSTI 1 985 ; PARISI PRESICCE 1 985; }AMESON ET ALli 1993 ;
76 Parte prima. Archeologia della religione

DANNER 1997; CURTI-VAN BREMEN 1999; BURKERT 2000; FAMÀ-TUSA 2000; DE


ANGELIS 2003 ; MARCONI 2007; ANTONETTI-DE VIDO 2009; ZOPPI 2009;
Gela: 0RLANDINI 1963 ; 0RLANDINI 1 968; 0RLANDINI 1968-69; PANVINI 1996;
PANVINI-SOLE 2005 ;
Agrigento: MARCONI 1933; FIORENTINI 1969; SIRACUSANO 1983 ; DE MIRO

Il 2003 ; DE MIRO 2004; ZOPPI 2004; DE MIRO 2005; DE MIRO 2008.


1994; MARCONI 1 997; DE MIRO 2000; VONDERSTEIN 2000; ZOPPI 200 1 ; Agrigento

Per i santuari extraurbani: ASHERI 1988; PUGLIESE CARRATELLI 1988; LEONE


1998; GRECO G. 1999; LEONE 2000; NAFISSI 200 1 .
Sui culti della chòra: VALLET 1968; VALLET 1983 ; ALESSIO-GUZZO 1 989-90;
OSANNA 1992; ACT XXXVII; OSANNA 1 999; ToRELLI 1 999a; ACT XL; OSANNA
2001 (in generale) ; ZANCANI MONTUORO 1 970-7 1 ; ZANCANI MONTUORO 1977-79;
ZANCANI MONTUORO 1 980-82; MERTENS-SCHLAEGER 1 980-82; ZANCANI MON­
TUORO 1 983 -84 (Francavilla); NAFISSI ET ALli 1995 ; MARUGGI 1996; BURGERS­
CRIELAARD 2007 (Taranto) ; MASSERIA 2007 ; TORELLI 2008a (Poseidonia) ; CARTER
200 1 ; CARTER 2006 (Metaponto) ; 0SANNA ET ALli 2008 (Eraclea) .
Tav. l. Paestum, Museo Archeologico Nazionale: statuette raffiguranti Hera da
Poseidonia; a sn. statuetta fittile, a ds. statuetta di marmo, forse àgalma dell' "edificio
quadrato"

Tav. 2. Metaponto: krène naomorfa del santuario di Artemide Hemera a S. Biagio


alla Venella
Tav. 3. Reggio Calabria, Museo
Archeologico Nazionale:
modellini di grotta sacra
dal santuario di Piani Caruso
di Locri
Tav. 5. Reggio Calabria, Museo Archeologico
Nazionale: acroterio centrale del tempio
di Marasà a Locri

Tav. 4. Policoro, Museo Nazionale della


Siritide: frammenti di statue fittili dal
santuario in località Masseria Petrulla
nella chòra di Eraclea Lucana
Tav. 6. Reggio Calabria, Museo Archeologico Nazionale: acroterio laterale del tempio di
Marasà a Locri

Tav. 7. Segesta:
capitello del tempio
in contrada "Mango"
Tav. 8. Segesta: veduta del tempio dorico "non finito"

Tav.9 (a destra). Locri; santuario di Demeter


Thesmophoros: altare con tubi fittili per sacrifici

Tav. 10 (a sinistra). Locri;


santuario di Demeter
Thesmophoros: il
telestèrion. Nell'edificio,
in primo piano la base per
!'àgalma; sono visibili le
banchine e sullo sfondo
l'altare
Tav. 1 1 . Locri; santuario
di Demeter Thesmophoros:
kotylai impilate lungo il lato nord
del telestèrion
Tav. 12. Akrai: i "Santoni", disegno Houel

Tav. 1 3 . Reggio Calabria, Museo Archeologico Nazionale: plnax da Locri


con dedica ad Euthymos
Tav. 14. Taranto, Museo Archeologico Nazionale:
sarcofago della "Tomba dell'Atleta "

Tav. 15. Delfi, Museo: statua bronzea dell'" Auriga"


Tav. 16 (in alto). Poseidonia:
"sacello semisotterraneo"
Tav. 17 (al centro). Selinunte:
veduta della tomba-heròon
dell ' agorà
Tav. 18 (in basso). Crotone,
Museo Archeologico Nazionale:
corona aurea dal "Tesoro di
Hera" rinvenuto nel santuario
di Hera Lacinia
Tav. 19 (in alto a sinùtra). Selinunte,
Municipio: efebo
Tav. 20 (in alto a destra). Siracusa, Museo
Archeologico Regionale: kùros da Lentini
Tav. 2 1 (in basso a sinistra). Agrigento, Museo
Archeologico Regionale: kùros da Agrigento
Ta\'. 22. Roma, Museo Nazionale Romano: "Trono Ludovisi"
Tav. 23 . Taranto, Museo
Archeologico Nazionale: statua
bronzea di "Zeus" da Ugento

Tav. 24. Londra, British


Museum: "cavaliere di
Grumento"
Tav. 25 (in alto). Reggio Calabria, Museo Archeologico
Nazionale: statua fittile di Afrodite da Medma
Tav. 26 (in basso). Museo di Reggio Calabria: statuetta
fittile dedalica da Locri
Tav. 27 (in alto). Taranto, Museo Archeologico Nazionale:
statuetta di recumbente da Taranto
Tav. 28 (in basso). Reggio Calabria, Museo Archeologico
Nazionale: statua fittile di recumbente da Locri
Tm', 2':!, Gda, Museo
Archeologico Regionale:
statuctta di Baubò
Tav. 30. Gela, Museo Archeologico Regionale: altare fittile da Bosco Littorio con figura
di Gorgone
Capitolo II Dalla tradizione all'innovazione

l. Le innovazioni religiose delle città: il caso di Locri

Per quanto riguarda i culti urbani, le innovazioni apportate nel tempo


alle varie situazioni sono il prodotto stesso del concreto sviluppo della storia
delle singole pòleis coloniali e come tali rifuggono dalla costruzione di una
modellistica. Qualche esempio potrà illustrare bene il concetto. La colonia
dei Locresi in Italia, Locri Epizefirii, nasce all'interno del grande disegno
maturato in area peloponnesiaca, e in particolare a Corinto, mirante ad
occupare gli spazi lasciati liberi dal più precoce movimento colonizzatorio,
quello calcidese. La provenienza sociale e culturale dei coloni locresi appare
assimilabile a quella dei "partenti" , la prole illegittima delle donne spartane
inviata a fondare Taranto; poiché i partenii Lo cresi sembra godessero di
una condizione socio-politica forse meno favorevole di quella dei loro simili
provenienti da Sparta, il retaggio culturale e religioso della madrepatria
non doveva essere particolarmente rilevante. Il probabile asservimento de­
gli indigeni di stirpe sicula della parte meridionale dell'odierna Calabria da
parte dei Locresi ha rapidamente fatto emergere, all'indomani stesso della
fondazione, una forte aristocrazia, organizzata in forma chiusa, icasticamen­
te definita delle "Cento Case" . Questa classe aristocratica si è ben presto
orientata in maniera decisa e convinta verso i modelli culturali, di diretta
ascendenza ionica e asiatica, cari a tutte le aristocrazie greche arcaiche, e
in particolare a quella del loro grande modello, Corinto, che in questo svi­
luppo culturale ha svolto un ruolo sia diretto che mediato dalla colonia di
Siracusa. In particolare, con Siracusa Locri conservò rapporti strettissimi
fino alla fine del regime tirannico esercitato per un breve periodo proprio
a Locri da Dionisio II, cacciato nel 356 a.C. da Siracusa. All'esempio di
Corinto, dove nell'Aphrodision operava un gran numero di ierodule, co­
me si chiamavano queste prostitute del tempio, e alla particolare forma
di dipendenza servile instaurata nella pòlis locrese è probabile si debba il
particolare sviluppo che a Locri ha avuto la prostituzione sacra, collegata
78 Parte prima. Archeologia della religione

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locamà Sanla Venera

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Fig. 45 . Poseidonia; S. Venera: planimetria del santuario di Afrodite-Venere lovia (da PEDLEY­
TORELLI 1990)

al culto di Afrodite e alle pratiche di molti santuari orientali, da Byblos in


Fenicia a Paphos a Cipro. Va notato che, per vie del tutto indipendenti,
l'istituto trovò rapida ed estesa applicazione anche altrove, come a Poseido­
nia nel santuario di S. Venera (fig. 45 ) , ma soprattutto in area centro-italica,
con attestazioni epigrafiche per l'area peligna, marrucina e sannitica, dove,
come a Locri, un sistema economico arcaico, ostile a ogni forma monetale,
doveva sposarsi alla presenza di forme di dipendenza semiservile e ad estese
proprietà sacre. La ierodulia è insomma una servitù templare di uomini e di
donne destinati a fornire prestazioni sessuali esclusivamente (o prevalente­

di sottolineare, il cui significato più profondo è costituito dall'esigenza di


mente) a stranieri, un dettaglio importante, che tutte le fonti non mancano

fare affluire nelle casse del tempio ricchezze esterne, non prodotte sul po­
sto. L'istituto ha chiare origini dall'Oriente, dove è noto sia in Mesopotamia
che in Fenicia e dove aveva lo scopo di attuare ricorrenti pratiche espiatorie
previste calendarialmente dai rituali, come secoli più tardi ancora ricorda
Luciano (de dea Syr. 6); in via eccezionale, in caso di eventi estremi e di grave
pericolo per tutta la comunità, questa forma di espiazione poteva ricadere
sulla classe dominante, come sappiamo accadeva proprio a Locri. Per il
mondo mesopotamico Erodoto (1, 1 99) ci documenta invece sul servitium
prestato presso il santuario babilonese di Ishtar da donne, evidentemente
non aristocratiche, servitium il cui scopo era il procacciamento di una dote:
II. Dalla tradizione all'innovazione 79

Legenda: l) tempio ionico; 2) mura e torre; 3 ) Thesmophorion; 4) mura; 5) area portuale; 6)


Fig. 46. Locri: planimetria dell'area di Marasà-Centocamere

Adonion- " Casa dei Leoni" ; 7) " Stoà ad U " ; 8) isolati di abitazione di Centocamere; 9) platèia C;
lO) stipe di Zeus fulminante

l'uso in questo caso si collega non ai ceti dominanti ma alle classi servili,
che se ne servivano a scopo di autoriscatto. Una volta di più dal modello
babilonese esce confermata la funzione dell'istituzione come strumento per
creare e accrescere le fortune templari, che in epoca più arcaica anche nel
mondo greco costituiva una delle più importanti forme di accumulazione
primitiva. I bona templorum, il tesoro pubblico arcaico basato sulle casse dei
santuari, assieme alle forme di dipendenza semiservili, assai diffuse in varie
aree mediterranee, sono la chiave essenziale per comprendere l'istituto della
prostituzione sacra, che la moderna storiografia stenta ad accettare per in­
conscio puritanesimo o inveterato classicismo. A Locri, in particolare, l'ar­
chivio di tavolette bronzee di IV-III secolo a.C del tempio di Zeus Olimpio
documenta l'uso della pòlis di prelevare, senza che sia mai registrata alcuna
restituzione, ingenti risorse dalla cassa sacra del dio per soddisfare bisogni
collettivi, un uso con tutta evidenza di origine arcaica, prolungatosi ben
oltre la nascita del regime di democrazia moderata instaurato con la cacciata
di Dionisio II e la conseguente introduzione dello strumento monetario.
Per quanto riguarda il culto di Afrodite, Locri ci fornisce un quadro
vivissimo di questa organizzazione templare, articolata in tre aree distinte,
ma fra loro contigue (fig. 46) _ L'edificio di culto vero e proprio è il grande
80 Parte prima. Archeologia della religione

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Legenda: a) fase l ; b) fase 2; c) fase 3


Fig. 47. Locri; località Marasà, santuario di Afrodite: planirnetria del tempio

tempio urbano di Marasà posto presso una porta urbica, al limite sud-est
dell'abitato (fig. 47). Del tempio si conoscono tre fasi, una di VII secolo
a.C. , che comprende un òikos di pianta allungata munito di àdyton, una
seconda che all'impianto originale aggiunge una peristas.i (seconda me­
tà del VI secolo a.C.) e infine una terza consistente in una ricostruzione
completa in eleganti forme ioniche realizzate in calcare di Siracusa attorno
al 470 a.C.: quest'ultimo edificio è un probabile dono del tiranno siracu­
sano Ierone, al cui intervento nel 476 a.C., cantato da Pindaro (Pyth. II,
1 5 -20) , si deve la fine della minaccia contro Locri di Anaxilas di Reggio.
Tale minaccia, come narra Giustino (XXI, 3 , 2 ) , avrebbe indotto la città,
secondo il modello orientale appena ricordato, a formulare il voto solenne
che donne della nobiltà delle " Cento Case" si prostituissero a stranieri
in quello che lui con linguaggio anacronistico chiama lupanar, 'postribo­
lo', voto poi lasciato cadere per l'azione tempestiva di Ierone. Quello di
Marasà era dunque il tempio vero e proprio di Afrodite, cosa confermata
Il. Dalla tradizione all'innovazione 81

o 10

Fig. 48. Locri; località Centocamere: planimetria della "Stoà ad U " . Sui lati le stanze, sul fondo
la stoà, al centro i bòthroi

dall'eccezionale decorazione acroteriale in marmo: al centro era la nascita


della dea dalle onde del mare (tav. 5 ) , mentre ai lati la coppia dei Dioscuri,
tradizionali compagni della dea, sono rappresentati in atto di balzare dai
cavalli sulla battigia (tav. 6) , a memoria del loro leggendario intervento alla
battaglia della Sagra, conclusasi con una clamorosa vittoria dei Locresi sui
Crotoniati nella prima metà del VI secolo a.C.
Afrodite tuttavia aveva ancora altri due luoghi non lontani, tutti colle­
gati con il suo culto, la "Stoà ad U", posta immediatamente fuori le mura
a poche centinaia di metri a sud-ovest di Marasà in località Centocamere,
e, in luogo prossimo a questa "stoà " , il complesso della "Casa dei Leoni" ,
anch'esso all'esterno delle mura. La " Stoà ad U " (fig. 48) era un ampio
recinto con cortile centrale che presentava un grande salone sul fondo e sui
lati una serie di piccole stanze attrezzate per disporvi klz'nai per simposio:
queste stanze erano in una prima fase limitate a dieci, ossia cinque per lato,
più tardi raddoppiate e portate a venti, dieci per lato (fig. 49). Questo sin-
82 Parte prima. Archeologia della religione

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Fig. 49. Locri; "Stoà ad U " : planimetria della fase I (da BARRA BAGNASCO 1992)

golare edificio va identificato con il lupanar dell'anacronistica definizione


di Giustino, dove veniva praticata la prostituzione sacra "ordinaria" , quel­
la alimentata dai ceti servili o semiservili: l'edificio evoca una struttura di
epoca arcaica a Samo (sempre nella Ionia asiatica) con il nome significativo
di laura, 'bazar' , poi passato nel greco moderno per designare il convento.
Al centro del cortile sono venute in luce più di trecento piccole fosse, che,
oltre a ceramiche, alcune delle quali con dediche ad Afrodite, e a materiali
votivi (tra questi compaiono statuette fittili di varie dimensioni raffiguranti
recumbenti), contenevano resti di sacrifici cruenti. Gli animali sacrificati
comprendevano cani, vittime predilette di Afrodite e capriovini, suini e
bovini: queste ultime tre specie costituivano delle trittòiai, che caratteriz­
zano sacrifici purificatori di natura espiatoria, analoghi a quelli descritti da
Luciano nel suo opuscolo De Dea Syria a proposito del culto orientale di
Atargatis, dea siriaca affine ad !Star-Afrodite. Non è un caso che la "Stoà
ad U " sorgesse fuori le mura immediatamente accanto al porto per attirare
" clienti" stranieri, una delle condizioni del rituale, la cui finalità economica,
ricordiamolo, consisteva appunto nell'acquisire alle casse templari ricchez­
za esterna alla città; la struttura delle stanze, finalizzata alla celebrazione di
simposi, evocava l'abituale contesto per pratiche sessuali non domestiche. I
sacrifici documentati dalle deposizioni nel cortile, probabilmente praticati
II. Dalla tradizione all'innovazione 83

_,

Fig. 50. Locri: assonometria della fase ellenistica del santuario di Adone detto "Casa dei Leoni" .
I n primo piano il cortile e i l vano a, sulla ds. del cortile l a pastàs e i tre vani d i cui quello più
in alto è l'andròn, sullo sfondo le mura (da BARRA BAGNASCO 1992)

con una cadenza periodica fissa, forse annuale (e il numero dei sacrifici
potrebbe attagliarsi al numero di anni di vita dell'edificio), conservavano
precisa memoria del carattere espiatorio dell'originario culto orientale. Pur­
troppo non abbiamo ancora un'edizione archeologica dei depositi, che con­
sentirebbe forse di comprendere meglio caratteristiche e finalità di queste
azioni sacrificali: in ogni caso i dati a nostra disposizione concordano con
le forme religiose e istituzionali assunte della ierodulia.
La vicina " Casa dei Leoni" (fig. 50) , la cui pianta è identica a quella
di una sontuosa abitazione di IV-III secolo a.C ., ornata di un'eccezionale
decorazione dipinta di grande eleganza, è stata a ragione identificata dalla
scavatrice Marcella Barra Bagnasco con il luogo per la celebrazione delle
feste di Adone, un culto strettamente collegato a quello di Afrodite, che
godeva di straordinaria popolarità nell'ambiente della prostituzione antica
e che veniva ad Atene abitualmente svolto all'interno di abitazioni o addi­
rittura per le vie. Non è dunque un caso che Pausania (Il, 20, 5 ) , cui si deve
la sola menzione di un edificio per le feste di Adone, parli di un òikema,
una 'stanza' (ma il termine vale anche per 'bordello' ), situata nel centro
di Argo; nel III secolo a.C. le feste di Adone sono ambientate addirittura
all'interno della reggia di Alessandria, come narra l'idillio XV di Teocrito,
denominato appunto Adoniazùsai o Syrakoszài, le 'Celebranti delle Adonie'
84 Parte prima. Archeologia della religione

Fig. 5 1 . Locri: assonometria della fase arcaica del santuario di Adone detto "Casa dei Leoni"
(da BARRA BAGNASCO 1992)

o le 'Siracusane', dall'etnico delle protagoniste, con un significativo riaf­


fiorare della grande città siciliana nel dossier di Adone e di Afrodite. Scavi
praticati al di sotto della " Casa dei Leoni" hanno messo in luce una costru­
zione del grande apparato del tardo VI secolo a.C. (fig. 5 1 ) , ornata da sime
in pietra a testa leonina, che, reimpiegate poi nella successiva "Casa dei Le­
oni" , hanno dato a questa il nome: la pianta rettangolare dell'edificio arcai­
co (fig. 52) presenta uno schema tripartito proprio delle abitazioni a pastàs
di VII e VI secolo a.C., e presenta una serie di tre stanze disposte nel senso
della lunghezza, di cui quella centrale è accessibile dall'esterno mediante
un piccolo pròdomos o protiro. La presenza negli strati di vita dell'edificio
di dediche ad Afrodite, una monumentale e una su ceramica, ci assicura
che anche l'edificio che ha preceduto la "Casa dei Leoni" era destinato al
culto della dea e del suo giovane amante, dato che, come nella successiva
"Casa dei Leoni" , l'impianto dell'edificio di culto ripeteva quello delle
abitazioni. La documentazione di Locri prova con tutta evidenza che la
città, con il suo particolare assetto sociale, ha sperimentato in maniera assai
organica e su scala di grande apparato forme di culto, a quanto sappiamo
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Fig. 52. Locri: planimetria della fase arcaica del santuario di Adone detto "Casa dei Leoni" (da BARRA BAGNASCO 1992)
86 Parte prima. Archeologia della religione

assai poco diffuse in madrepatria, che, tuttavia, nel nuovo ambiente hanno
conosciuto uno sviluppo particolarmente notevole, grazie ai contatti stretti
esistenti tra le élites al potere con quelle delle città di riferimento, Corinto
e Siracusa, e forse con le città della Ionia asiatica, come sembra provare
la scoperta nella " Stoà ad U " di un'iscrizione con dedica a Kybaba, nome
arcaico dell'anatolica Kybele-Cibele, venerata dai re di Lidia. Nel culto
della dea in Lidia era anche compresa la sacra prostituzione, come attesta
la corvée imposta alle ierodule da Aliatte re di Lidia per costruire il suo
immenso tumulo (Erodoto, I, 93 ) . È inutile ricordare la circostanza che
Corinto era una delle non molte città nelle quali la ierodulia era profonda­
mente radicata. Per concludere, dunque, i tre luoghi della città di Locri,
dove Afrodite è fatta segno di intensa devozione, si differenziano fra loro
in ragione delle esigenze del culto e della diversità sociale dei partecipanti,
secondo un modello che ha molto verosimilmente innovato rispetto alla
situazione di madrepatria.
Sempre Locri ci offre ancora un altro caso di significativo sviluppo di
forme religiose, se non sconosciute, certo marginali nelle terre di origine. Per
ammissione delle fonti antiche, che parlano di ripetuti saccheggi perpetrati ai
danni del suo tesoro da Dionisio I, da Pirro e dal generale romano Plemmi­
nio, il santuario più celebre di Locri era quello di Kore, individuato e scavato
da Orsi immediatamente fuori delle mura sulle pendici del colle della Man­
nella, dove era una piccola edicola, da Orsi chiamata «edicola tesauraria»
(fig. 53 ). Il santuario, fatto oggetto di grande devozione da parte di cittadini
di ogni ceto, che vi hanno dedicato ex voto anche preziosi, era però frequen­
tato soprattutto da ragazze in piena fase puberale e quindi in attesa di nozze,
responsabili della dedica della quasi totalità dei celebri pz'nakes, quadretti
fittili a bassissimo rilievo eseguiti a stampo e destinati ad essere sospesi ad
alberi o alle strutture del santuario. L'elevato numero e il soggetto di questi
pìnakes, di cui diremo avanti, provano che ad essi era affidato un compito

socialmente pronte a svolgere il compito loro assegnato dalla società, quello


sociale ben preciso, quello di certificare che le fanciulle erano fisicamente e

di essere in grado di generare e quindi di essere mogli e madri: le immagini


dei pz'nakes mostrano infatti che le fanciulle erano mature e avevano assol­
to gli impegni connessi al matrimonio, dalla preparazione del corredo alla
predisposizione di una dote adeguata. Questa circostanza lascia intravedere
come sfondo un processo di integrazione sociale delle classi subalterne di
condizione semiservile o comunque non appartenenti all'aristocrazia del­
le "Cento Case" : probabilmente tale processo deve essersi realizzato lungo
tutto l'arco di tempo in cui si sono prodotti questi pi'nakes, tra il 490 e il 450
a.C., un periodo che non a caso coincide con uno dei momenti di grande
tensione militare, politica e sociale attraversati dalla pòlis oligarchica, come
dimostra il votum appena ricordato per la ierodulia delle donne delle "Cento
II. Dalla tradizione all'innovazione 87

SEZ. A- B

Fig. 53. Locri; Persephoneion della Mannella: la pianta del santuario e la c.d. "Edicola
resauraria" (da ORSI 191 1 )
88 Parte prima. Archeologia della religione

Case" . La venerazione locrese di Kore, che in questo santuario prescinde da


quella della madre Demetra, non a caso trova una volta di più un confronto
stretto nei culti di Sparta: la circostanza va quindi inquadrata ancora una
volta nel particolare assetto della società locrese, offrendoci ancora un altro
importante segnale degli sviluppi prodottisi nella situazione religiosa delle
colonie nei secoli successivi alla fondazione.

2 . La grande innovazione: i culti di Demetra

Un capitolo assai rilevante degli sviluppi della religiosità coloniale è quel­


lo presentato dalla diffusione del culto di Demetra in tutte le colonie gre­
che (soprattutto, ma non soltanto, in Sicilia) e nelle comunità indigene con
queste a contatto, una circostanza virtualmente priva di confronti nella vita
religiosa di altre aree di cultura greca. Una tendenza della critica storica e
storico-religiosa tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta del secolo scorso ha
preso a partito l'eccezionale popolarità goduta dai culti demetriaci fra gli
indigeni sin dal IV secolo a.C., per attribuire proprio a questi ultimi l'inizia­
tiva della diffusione di questa particolare religione: secondo la ricostruzione
più sistematica di questo filone storiografico, dietro alla figura di Demetra si
celerebbe una " Grande Dea" indigena della natura, che i Greci avrebbero
identificato con la loro divinità della cerealicoltura. È facile oggi dimostrare
come tale ricostruzione, oltre a non poggiare su alcun fondamento anche
sul piano filologico, pecchi gravemente di superficiale ideologismo. Il pre­
supposto di partenza, appunto tutto ideologico, si fonda sull'aprioristico
convincimento che il mondo siculo e sicano possedesse una forza culturale
tale da imporre proprie scelte religiose al dominante ambiente greco. Tale
convincimento si scontra innanzi tutto con il normale andamento dei pro­
cessi di interrelazione culturale tra gruppi egemoni e gruppi subalterni, nel
caso specifico e con sicurezza identificabili rispettivamente con i Greci e
con gli indigeni: in processi di questo genere i modelli (e in particolare i
modelli di grande impatto ideologico, come quelli religiosi) passano - anche
se spesso non privi di modifiche - dai dominatori ai dominati e non vice­
versa. Se analizziamo l'emergere della visibilità del sacro nel mondo indi­
geno, distinto dal modo di presentarsi dalla sacralità propria sia del mondo
domestico che del "potere", la documentazione archeologica di area sicula
e sicana prova che, mentre nella fase più arcaica, la forma di capanna delle
costruzioni sacre di Sabucina (VII secolo a.C.) attesta il prevalere di retaggi
preistorici, più tardi gli edifici di culto di Monte Saraceno (VI secolo a.C.)
assumono forme mutuate dalla tradizione dei templi greci, come dimostra
anche l'altro grande centro indigeno di Monte S. Mauro con le sue eccezio­
nali terrecotte architettoniche. E non parliamo della profonda ellenizzazio­
ne del mondo elimo, attestata sin dall'età arcaica dalle costruzioni templari
II. Dalla tradizione all'innovazione 89

di tipo greco di Segesta, dove si realizza una straordinaria interazione tra


le due culture, quella elima e quella greca. Ne è un chiaro documento già
dall'età arcaica la pianta apparentemente anellenica dell'ancora poco noto
santuario in contrada Mango a fronte dei suoi capitelli dorici di straordi­
naria qualità (tav. 7 ) , mentre per l'età classica basterà ricordare il carattere
pienamente greco del celebre tempio "non finito" (tav. 8). In altre parole,
la lenta costruzione delle forme del sacro e del politico indigeni esclude
l'instaurarsi di un processo che vede passare modelli religiosi siculi nella
cultura, peraltro fortissima, delle colonie greche.
Piuttosto bisogna parlare del successo del messaggio demetriaco in tut­
ta l'Italia antica, non soltanto in ambito siciliano, come insegna l'introdu­
zione del culto di Cerere, Libero e Libera a Roma awenuta sicuramente su
suggestione magnogreca; un evento che ci consente di misurare l'entità (e il
senso) dell'ibridazione della cultura politico-religiosa tra mondo indigeno
e mondo greco coloniale. Il legame del culto romano con la Magna Gre­
cia appare essere ancora pienamente attivo in epoca tardo-repubblicana,
quando sappiamo che le sacerdotesse che officiavano il culto di Roma pro­
venivano da Velia o da Neapolis; persino Cartagine, nel 3 94 a.C., intro­
durrà dalla Sicilia il culto di Demetra e Kore, che ben presto si diffonderà
nell'eparchia cartaginese di Sicilia e nella Sardegna punicizzata. La grande
penetrazione fra le genti italiche delle forme del culto greco della dea, al
pari di quelle del culto di Afrodite, è ben visibile dalla patina demetriaca
di documenti religiosi sannitici, come la Tavola di Agnone, o di istituzioni
sacerdotali sempre di area sannitica, come il sacerdotium Cereris et Vene­
ris. Come sempre, gli adattamenti indigeni della religione di Demetra e
Kore, tanto in Sicilia quanto in Italia, mostrano gli effetti della diversifi­
cazione della ricezione, dando luogo a reazioni specifiche in rapporto alle
particolari situazioni sociali e culturali: per maggiore chiarezza, mentre a
Roma Demetra, soggetta ad interpretatio latina come Cerere, l'antica dea
indigena della crescita e delle culture dei cereali, diviene il baluardo della
classe urbana per eccellenza, la plebe, in origine composta soprattutto da
artigiani e da mercanti, la pluralità di sacelli della dea in antiche città sicule
come Morgantina dimostra il forte radicamento della religione delle due
dee all'interno di specifiche articolazioni politiche e sociali dei ceti legati
sostanzialmente alla produzione agraria.
I culti demetriaci assumono fra i Greci d'Occidente forme a volta assai
particolari, di cui occorre tener conto per valutare le singole situazioni
religiose con i relativi riflessi nella documentazione archeologica. Come
nei santuari di madrepatria, la tipica forma elementare dei luoghi di culto
della dea è quella del sacello ad òikos, al cui interno si svolgevano alcu­
ne delle cerimonie, soprattutto quelle più riservate: i santuari di Demetra
sono infatti fra i pochissimi luoghi di culto greci nei quali sono noti altari
90 Parte prima. Archeologia della religione

posti all'interno degli edifici di culto. Dalla documentazione epigrafica

tesmoforiche di Eleusi, un momento del rito prevedeva l'allestimento e il


del santuario geloo di Bitalemi apprendiamo che, come nelle celebrazioni

soggiorno delle fedeli entro skanài, entro tende, nelle quali, come descri­
vono le Thesmophoriazùsai di Aristofane, le donne protagoniste del rito
trascorrevano i giorni in cui erano segregate dagli uomini. Oltre ad altari
interni, sono anche caratteristici dell'Occidente i grandi altari esterni cir­
colari, noti ad Agrigento in ambedue i santuari urbani, sia in quello di S.
Biagio che in quello c.d. " delle divinità cronie" : questo tipo di altare, che
evoca la forma del focolare, è attestato anche in contesti assai periferici,
come nel santuario emporico di Gravisca, dal tardo VI secolo a.C. frequen­
tato anche da mercanti sicelioti e magnogreci, dove accanto al sacello ad
òikos di Demetra è documentato un semplicissimo altare circolare costru­
ito con pietre.
Nel mondo coloniale ben presto si sviluppano forme molto peculiari del
culto di Demetra. Ancora una volta è centrale per la sua straordinaria ric­
chezza e per l'interesse delle sue implicazioni la documentazione di Locri.
Qui la tradizione religiosa locale aveva separato la Madre dalla Figlia e, co­
me abbiamo visto, con la straordinaria enfasi sul santuario della Mannella
aveva attribuito a quest'ultima un ruolo centrale nel pantheon cittadino,
mettendo in ombra la stessa figura di Demetra, che fino a pochi anni or
sono sembrava addirittura assente fra le divinità della pòlis, ad onta delle
rarissime sue apparizioni nell' imagerie dei pz'nakes. Scavi recenti documen­
tano l'esistenza di un santuario di Demetra, con l'epiteto di Thesmophòros,
che sembra giungere in un momento più avanzato della storia della città,
a metà del VI secolo a.C., con un'area sacra in località Parapezza (fig. 54) ,
un santuario che i bolli delle tegole prodotte nell'officina sacra, con il loro
chiarissimo testo, hierà tàs Thesmophòru tàs em pedzà, sembrano volerei in­
dicare l'esistenza di due luoghi di culto della stessa divinità, quello appunto
di Parapezza, definito come em pedzà, 'in pianura', che si direbbe contrap­
posto ad un altro santuario collocato invece sulla parte alta della città, ma
a tutt'oggi sconosciuto. Il santuario si appoggia all'angolo sud-orientale
delle mura, in prossimità di una porta urbica (e dunque presso una grande
strada) e, collocazione significativa, nelle immediate adiacenze di una delle
grandi necropoli cittadine. All'interno gli edifici comprendono una stoà,
due stanze contenenti tubi fittili per libagioni ctonie (tav. 9) e tre sacelli,
ciascuno munito di altare rettangolare sulla fronte. Il maggiore dei tre sa­
celli, in posizione quasi centrale, che sin dalla prima fase (fig. 55) presenta
banchine su tre lati e basi per uno o più agàlmata, va identificato con il te­
lestèrion, principale luogo del culto della Thesmophoros (tav. 10) , mentre
il più piccolo, dal momento che conteneva statuette raffiguranti giovani
recanti un vassoio con primizie, può essere attribuito a Ploutos, presente
II. Dalla tradizione all'innovazione 91

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Fig. 54. Locri; località Parapezza: planimetria del santuario di Demetra Thesmophoros

Legenda: l ) muro d i tèmenos; 2) mura di fortificazione; 3 ) torre delle mura; 4) telestèrion; 5 ) altare
(da SABBIONE-MILANESIO MACRÌ 2008)

del telestèrion; 6) recinto con tubi fittili per sacrifici; 7) edificio B (stoà); 8) altare circolare

nel culto del santuario, come attesta un'iscrizione graffita su uno skyphos
a vernice nera, analoga ad altre due che menzionano Demetra e Gaia, che
è forse la titolare del terzo sacello. Lo skyphos è la forma cerimoniale del
santuario, utilizzato verosimilmente per l'assunzione della bevanda sacra,
il kykeòn (una mistura di liquidi, di farina e di menta); skyphoi impilati in
lunghe catene circondano il sacello maggiore (tav. 1 1 ) e il relativo altare,
segnalandoci la centralità dell'edificio per il rito dell'assunzione del ky­
keòn. Completano il santuario due altari circolari realizzati con ciottoli,
che contenevano ciascuno un pozzo fittile centrale, entro il quale sono
state scoperte ossa di piccoli maiali non macellati: questa circostanza di­
mostra che quell'apprestamento svolgeva una ben precisa funzione rituale,
propria del culto tesmoforico, quella del chàsma, la cavità sacra nella quale
92 Parte prima. Archeologia della religione

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Fig. 55. Locri; santuario di Demeter Thesmophoros: le fasi del telestèrion (da SABBIONE­
MrLANESIO MAcRi 2008)
Legenda: l) inizio V secolo a.C.; 2) metà V secolo a.C.; 3) seconda metà IV secolo a.C.:
A) ambiente all'angolo sud-est; B) banchina; C) basamento

veniva gettato un maialino vivo, di cui ci parlano le fonti per le cerimonie

culto della dea, con notevoli consonanze con il grande santuario di Eleusi:
demetriache. La scoperta è di estrema importanza per la ricostruzione del

la cronologia dell'impianto del culto va con tutta probabilità messa in re­


lazione con la crescente popolarità assunta dal culto eleusinio tra Salone
e Pisistrato.
Per ora il caso locrese si presenta come un unicum nel panorama della
devozione demetriaca. Il modello più semplice è quello offerto dal piccolo
santuario di campagna di Albanella presso Poseidonia, con le sue peculia­
ri deposizioni di aparchài sotto vasi capovolti o con la dedica di statuette
recanti offerte e oggetti caratteristici del culto della dea. Tuttavia, sempre
partendo dall'esperienza religiosa di madrepatria, gruppi di divinità bén
precise accompagnano il culto di Demetra e definiscono molto bene l'imma­
ginario collegato a quel culto. Tradizionalmente, come accade sull'acropoli
di Atene, dove Ecate, con il suo sacello posto sulla terrazza di Atena Nike,
funge da originaria "guardiana" dell'adiacente luogo di culto di Demeter
Chloe, i santuari demetriaci vengono, per così dire, " introdotti" da sacelli, o
da semplici luoghi per atti di culto di natura preliminare, dedicati ad Ecate,
la dea " accompagnatrice" , il cui ruolo nel IV secolo a.C. appare usurpato
da Artemis Bendis. Nei luoghi di culto meglio documentati questo tratto
è ben leggibile: a Selinunte Ecate Propylaia ha addirittura un suo piccolo,
ma elaborato, santuario; altrove, nei più piccoli luoghi di culto della chòra,
come ad Albanella nel territorio nord-orientale di Poseidonia o a S. Maria
d' Anglona, nella chòra di Eraclea Lucana, segnalano la stessa associazione
deposizioni esterne al recinto della dea, che nel caso di Anglona prendono
II. Dalla tradizione all'innovazione 93

la forma significativa di statuette, collocate su di un piccolo basamento e


raffiguranti Artemis Bendis, la versione di IV secolo a.C. della " dea accom­
pagnatrice" Ecate. Nel caso di Selinunte accanto al culto della Grande Dea
trova posto ancora un'altra divinità, Zeus Meilichios, lo Zeus infero 'dolce
come il miele', oggetto di culto aniconico in madrepatria ad Argo e colle­
gato a Demetra e Kore anche in Attica (Pausania, I 37, 2-4). A Selinunte
questo aniconismo conosce parallele rappresentazioni parziali, sotto forma
di busti del dio e della paredra Meilichia (identificata con Afrodite o con
Hera): non a caso la nuova legge sacra arcaica iscritta su lamina da Selinunte
indica chiaramente che Meilichios era titolare di un ruolo di primo rango
nella vita religiosa della città in epoca arcaica, in collegamento con le fratrie
e dunque con istituti politico-religiosi che esprimevano antichissime solida­
rietà di natura parentelare. L'associazione di Demetra con Zeus Meilichios,
attestata anche in aree periferiche anelleniche, ma influenzate dal mondo
greco, come a Pompei, rappresenta un dato di fondamentale importanza
per comprendere le antiche, profonde valenze funerarie ed escatologiche
del culto della dea, spessissimo venerata presso o anche all'interno di aree
di necropoli. Ciò spiega anche una parte della grande fortuna del suo culto
in tante zone dell'Occidente greco, a partire proprio da Selinunte, dove
immediatamente a nord del santuario della Malophoros si estende la vastis­
sima necropoli di Manicalunga. Del pari, l'uso di busti per rappresentare
Meilichios e la sua compagna va messo in relazione con la tradizione, nota a
Cirene, di esporre all'esterno delle tombe busti femminili aniconici, sul cui
significato in passato molto si è discusso senza che si sia trovato un accordo.
La pluralità dei santuari arcaici della dea, spesso di modeste dimensioni,
presenti in molte colonie di origine dorica, come Siracusa, Agrigento e so­
prattutto Gela, così come più tardi accadrà in città indigene ellenizzate,
come la già ricordata Morgantina, è la concreta espressione di articolazioni
del corpo civico. Tali articolazioni erano a loro volta manifestazioni di an­
chistèiai, di consanguineità molto sentite, di fatto particolarmente necessa­
rie in insediamenti coloniali, nei quali le origini diverse dei contingenti di
coloni richiedevano solidi punti di riferimento di identità e di solidarietà,
sentimenti necessari per cementare il corpo sociale: ciò malgrado, la società
coloniale in madrepatria veniva percepita come poco coesa, al punto da
suggerire ad Alcibiade, nel suo celebre discorso tucidideo in favore della
spedizione ateniese contro Siracusa, la sprezzante definizione della società
coloniale come òchloi symmeiktoi, 'plebi mescolate'. Il caso più significativo
è quello di Gela, dove, oltre al grandissimo santuario di Bitalemi, si cono­
scono altri cinque luoghi di culto di Demetra: due sulle pendici meridionali
della collina dove sorge la città, a Predio Sola e a Villa Iacona, e tre su quelle
settentrionali, in via Fiume, allo Scalo ferroviario e in località Carrubbazza.
Tutti questi santuari, costituiti da piccoli recinti che non hanno restituito
94 Parte prima. Archeologia della religione

resti sicuri di sacelli, si trovano in aree occupate da necropoli e appaiono,


ora con maggiore, ora con minore certezza, dedicati a Demetra, come si de­
duce dalla tipologia delle offerte, maschere fittili e statuette votive caratte­
ristiche del culto della dea. Anche il vasto santuario di Piazza della Vittoria
a Siracusa appare essere soltanto uno dei luoghi di culto della città, diverso
da quello assai famoso, saccheggiato nel 3 96 a.C. dai Cartaginesi nella zona
suburbana di Acradina: ambedue i santuari siracusani, come peraltro quelli
di Gela, appaiono in stretta connessione con le necropoli arcaiche e clas­
siche della città, a dimostrare che siamo in presenza di una stessa divinità,
espressione di ansie assai complesse di sopravvivenza materiale e spirituale.
Vedremo più avanti che, pur con diverso sfondo divino, un fenomeno ana­
logo si incontra nelle necropoli di Taranto.

3 . L'esoterismo or/ico-pitagorico e gli sviluppi successivi

Un grande fenomeno che prende corpo in Magna Grecia, tra Crotone


e Metaponto, è quello del pitagorismo, un credo filosofico fondato da Pi­
tagora di Samo attorno al 530 a.C. Le dottrine di Pitagora erano destinate
ad avere evidenti ed ampie ricadute sul piano religioso. I precoci contatti,
stabiliti dagli ambienti che hanno prodotto queste dottrine con il più esclu­
sivo e occulto esoterismo di segno orfico e con le speculazioni collegate
con il dionisismo, venivano a saldarsi all'ispirazione dell'oracolo di Delfi e
alla predicazione fondata sull'immortalità dell'anima e sulla metempsico­
si. Il pitagorismo, pur essendo stato insegnato in circoli esclusivi facendo
ampio ricorso alla matematica, alla geometria e alla musica, ha subito in­
contrato vasti consensi tra le aristocrazie dominanti delle città achee, di cui
determinerà i destini politici nel corso del V secolo a.C., per diventare gra­
dualmente nei secoli successivi patrimonio anche di aristocratici di Roma,
dell'Etruria e di area asco-sannitica, fino a toccare persino la Grecia pro­
pria. Appio Claudio ne fu uno degli esponenti, e vistose tracce di dottrine
orfico-pitagoriche si rilevano in espressioni di arte figurativa commissionate
dai circoli aristocratici più esclusivi d'Etruria. L'estrema propaggine del
pitagorismo si incontra a Taranto nel IV secolo a.C., dove il caposcuola
Archita instaurerà un regime di democrazia moderata di notevole successo.
La fondazione di Thurii nel 444 a.C. e l'arrivo di intellettuali ateniesi di
cultura aristocratica, come Lampone, innesta sul troncone del diffuso pita­
gorismo magnogreco le speculazioni di diretta ascendenza orfica diffuse in
molte aree della Grecia propria. Se i documenti più significativi di questa
fase sono le celebri laminette auree iscritte (tav. 38), note in diversi contesti
della Magna Grecia, le testimonianze archeologiche più significative sono
soprattutto i grandi tumuli funerari di Thurii detti "Timpani" (fig. 56) e la
tomba metapontina che ha restituito il c.d. "uovo di Elena", di cui diremo
.. . - . ... - . . .. . , . . .. - . . .


•...

Fig. 56. Thourioi; tumulo detto "Timpone grande" : sezione del tumulo e della tomba sottostante (da BOTTINI 1992)
96 Parte prima. Archeologia della religione

appresso. I riflessi principali di questa ondata esoterica in campo religioso,


come è owio, si ritrovano essenzialmente nella sfera funeraria fin dal VI
secolo a.C., come dimostra la tomba a camera di Cuma ove erano sepolti
gli iniziati di una setta dionisiaca, che si autodefinivano bebakcheumènoi,
'quelli che sono stati resi Bacco'. Di queste credenze, che traevano la pro­
pria linfa vitale da tutto quanto ruotava attorno a Dioniso e alle credenze
orfiche, abbiamo solo informazioni parziali, spesso tratte da autori molto
tardi; in apparenza, la religione ufficiale sembra risultarne sostanzialmente
immune, se si fa eccezione per il monumento eroico di Aristeas nell'agorà di
Metaponto, non a caso sede originaria della scuola pitagorica, monumento
di cui si dirà più avanti.
Il fenomeno più vistoso dei due secoli che si collocano tra la fine delle
grandi tirannidi e la conquista romana, è la impressionante diffusione nelle
aree non greche, soprattutto in Sicilia, dei modelli propri della religione
greca, che già in epoca arcaica avevano iniziato a far breccia nel mondo
indigeno: alle radici di tale fenomeno è la vistosa integrazione culturale tra
i due mondi, quello greco e quello indigeno, che finirà per cancellare di
fatto quasi ogni retaggio delle forme religiose indigene. Gli sviluppi succes­
sivi della religiosità ufficiale delle colonie seguono sostanzialmente i destini
dell'intero mondo greco, anche a causa delle forti spinte in direzione del
dilagante cosmopolitismo destinato a trionfare con l'ellenismo, di cui pro­
prio Siracusa e Taranto sono state senz' altro due capitali. In particolare, è
interessante il caso di Siracusa, dove la nascita di una monarchia, sia pur
con tratti di instabilità, si accompagna all'introduzione di un vero e proprio
culto del sovrano. Manca ancora una vera raccolta di fonti e di dati archeo­
logici su questa variante occidentale di un fenomeno, tipico di tutto il mon­
do ellenistico, che in Sicilia data dall'epoca di Agatocle: è stato giustamente
osservato che la scelta, sopra ricordata, operata da questo sovrano di dedi­
care nell'Athenaion di Siracusa il quadro della sua pugna equestris contro i
Cartaginesi assieme ai ventisette ritratti di re e tiranni della città denota la
sua chiara intenzione di trasformare quel tempio in un sacrario dinastico,
come accade a molti culti poliadici di capitali ellenistiche orientali.
Dall'epoca del regno di Agatocle e di l erone II si affermano anche i culti
delle divinità egizie, lside e Serapide, dalla diffusione dei quali risulta con
grande chiarezza il legame stretto tra la Sicilia greca e il regno tolemaico,
che si ricava bene anche dalle vicende personali di intellettuali come Teo­
crito: il profondo radicamento nel tessuto sociale di queste nuove religioni
è attestato anche da corredi funerari nei quali sono presenti non solo ogget­
ti egittizzanti, ma anche barchette fittili con rematori, allusione alla grande
festa isiaca del Navigium Isidis. Come attestano iscrizioni alle due divinità,
l'Iseo e Serapeo della capitale del regno di lerone II va riconosciuto nel
c.d. Ginnasio (fig. 5 7 ) , un grande complesso sorto nel III secolo a.C. non
Il. Dalla tradzl.ione all'innovazione 97

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Legenda: l ) tempio; 2) cavea teatrale; 3) palcoscenico; 4) portico


Fig. 57. Siracusa: planimetria del c.d. Ginnasio (da COARELLI-TORELLI 1984)

lontano dal probabile sito dell'agorà, ma più volte ricostruito in età tardo­
repubblicana e all'inizio dell'epoca imperiale romana. Il vasto complesso
consiste in un grande quadriportico sopraelevato rispetto alla piazza cen­
trale, che conteneva gli edifici per il culto, il tempio vero e proprio su podio
dall'aspetto molto simile all'Iseo di Pompei, unito ad un'ampia cisterna per
conservare l'acqua del Nilo per le cerimonie, e, alle spalle del tempio, una
piccola cavea teatrale per le sacre rappresentazioni delle feste di Iside. Alla
tradizionale associazione a santuari di lside e di Serapide di opere egizie
98 Parte prima. Archeologia della religione

o egittizzanti in sienite o serpentino va attribuita la presenza a Messina


di frammenti di quelle pietre con segni geroglifici, che potrebbero essere
parti di sacelli pseudo-egizi, caratteristici del culto isiaco.
Altro culto orientale molto popolare, ma di insediamento anteriore al
III secolo a.C., è quello per Cibele: se ne conoscono santuari con pìnakes e
sculture rupestri, ricchi di connessioni funerarie, sia a Siracusa nella necro­
poli del Fusco che ad Akrai con i c.d. " Santoni" , senz'altro il più singolare
luogo di culto della dea in Sicilia. Si tratta della strada processionale che
conduceva a mezza costa al locale santuario di Cibele, lungo la quale era
scolpita una serie di rilievi rupestri di grandi dimensioni (il più grande di
tutti è lungo 3 , 10 m e alto 2 , 15 ) , che tengono il luogo dei più normali rilievi
o pz'nakes votivi inseriti nella roccia: dei dodici conservati, undici rappre­
sentano la dea nell'iconografia abituale (tav. 12), sia stante che seduta, ac­
compagnata da Attis o dai leoni, spesso alla presenza degli offerenti, in un
caso nelle vesti di coribanti, mentre il dodicesimo rilievo con due cavalieri
raffigura i Dioscuri, in epoca ellenistica associati alla Mèter Theòn in più
di un caso, a partire dal Metroon dell'agorà di Atene. Questo complesso di
sculture rupestri in qualche modo rappresenta forse il retaggio di tradizioni
locali, soprattutto di area siracusana, dove diffusissimo è l'uso di applicare
pinakes alle rocce sia per santuari che per il culto funerario. Sotto questo
profilo non è da escludere il collegamento a una serie di piccoli luoghi per
il culto funerario presenti nelle Latomie di Acre (i c.d. "Templi Ferali" ) ,
per i quali sono stati in più di un caso realizzati rilievi, pure intagliati nella
roccia, del tipo di iconografia proprio delle rappresentazioni funerarie.

Nota bibliografica

Sui culti demetriaci: 0RLANDINI 1 968-69; ZUNTZ 197 1 ; SFAMENI GASPARRO


1 986; HINZ 1 998; DE MIRO 2008; Dr STEFANO 2008 (in generale); CIPRIANI 1989a
(Poseidonia); SARTORI 1980; 0SANNA ET ALli 2008 (Eraclea); POLACCO ET ALli
1989 (Siracusa); RIZZA 1960 (Catania); 0RLANDINI 1966 (Gela) .
Sui culti orientali: SFAMENI GASPARRO 1999; SFAMENI GASPARRO 2000; DE
MIRO 2003 .
Sulle credenze orfico-pitagoriche e le relative testimonianze monumentali:
D'AGOSTINO 1 982 ; MELE 1 983 a; BOTTINI 1992; GIANGIULIO 2000; MELE 2000;
BURKERT 2006; MELE 2007b; sul sarcofago delle Amazzoni, v. BOTTINI-SETARI
2007 ; per l'Orfeo del Getty, v. BonrNr-Guzzo 1993 .
Sul culto dinastico: COARELLI 1982; LEHNER 2005 (epoca ellenistica) ; KUNZ
2003 (epoca imperiale) .
Sulla religione in epoca romana: KUNZ 2006.
Capitolo III Le altre manifestazioni devozionali
pubbliche e private

l . I Greci d'Occidente e i santuari panellenici

I culti delle pòleis coloniali non si esauriscono con la venerazione delle


divinità grandi e piccole del vasto pantheon comune dei Greci, ma inclu­
dono anche due momenti della devozione collettiva, che pure proseguono
usi e tradizioni di madrepatria: il primo legato ai centri panellenici di Delfi
e di Olimpia, e il secondo a culti eroici, incentrati in primo luogo sugli
ecisti delle colonie. Questi due poli sono di grandissima importanza per la
vita religiosa e per l'ideologia delle classi dominanti della Grecia tutta: nel
vivere i due diversi momenti, le pòleis coloniali tuttavia, rispetto a quelle
di madrepatria, svilupparono approcci del tutto autonomi, che in un certo
senso ne condizionarono la vita culturale e politica.
Con i due grandi santuari panellenici, e in particolare con Olimpia, i
Greci d'Occidente ebbero un rapporto tutto speciale, non paragonabile
a quello pure esistente tra questi prestigiosi luoghi di culto e altre pòleis
coloniali di diverse zone della diaspora greca. A Olimpia sono proprio le
colonie a realizzare la maggioranza dei thesauròi (fig. 58), i piccoli edifici
naomorfi destinati a contenere le offerte deperibili e più preziose dedicate
dalle singole pòleis come doni collettivi o da cittadini illustri, che era con­
suetudine deporre nei grandi santuari. A Delfi, la cui importanza come
oracolo andava aldilà del mondo greco, come ci insegnano i doni fatti al
santuario dal re di Li dia Creso, tutte le principali pòleis greche, che hanno
gareggiato per avere un thesauròs come segno di prestigio, hanno affollato
il peribolo del dio con le loro costruzioni: tuttavia solo un numero ridotto
di città coloniali vi è rappresentato, nonostante il ruolo fondamentale avu­
to dall'oracolo nella fase della fondazione delle varie colonie. A Olimpia
invece i thesauròi sono stati per la maggior parte costruiti dalle pòleis co­
loniali di Magna Grecia e Sicilia sulla terrazza detta appunto dei thesauròi,
dove sorgono dieci (o forse undici) di queste costruzioni: Sibari, Metapon­
to, Siracusa, Selinunte e Gela vi hanno realizzato in epoca arcaica i loro
1 00 Parte prima. Archeologia della religione

Fig. 58. Olimpia:


themuròs di Siracusa
(da MALLWITZ 1972)

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thesauròi, spesso decorandoli con rivestimenti fittili prodotti da coroplasti


delle singole pòleis, come è il caso di quello di Metaponto, ornato di terre­
cotte architettoniche figurate di alto livello, eseguite da artisti metapontini,
seguendo i sistemi decorativi in auge in quella città.
Il grande richiamo di Olimpia, che ha attirato le principali pòleis di Ita­
lia e di Sicilia, è costituito dall'enorme prestigio dell'atletismo nelle società
del tardo arcaismo e della prima età classica, come strumento di distin­
zione sociale e di propaganda politica personale. Il fenomeno culturale,
politico e sociale dell'atletismo ha trovato soprattutto in Magna Grecia
un terreno assai fertile e si è sviluppato anche al di fuori dei grandi agoni
panellenici: non a caso al filosofo eleate Senofane dobbiamo uno dei più
vigorosi attacchi all'atletismo, sentito come un costante attacco alle nor­
me isonomiche delle pòleis, tanto di quelle aristocratiche quanto di quelle
democratiche. Più casi sono emblematici dell'abnorme popolarità degli
III. Le altre manz/estazioni devozionali pubbliche e private 101

atleti nell'Occidente greco: protagonista d i molte narrazioni leggendarie


della sua proverbiale forza (avrebbe portato sulle spalle un vitello fino ad
Olimpia) , il grande atleta crotoniate Milone avrebbe guidato le schiere
della sua città contro Sibari nel 5 1 0 a.C. coperto di una leontè, una pelle
leonina, offrendo così un'insolita autorappresentazione delle proprie virtù
fisiche ottenuta con il ricorso all'immagine stessa di Eracle, eroe caro a
tutti o quasi gli aristocratici di quel secolo, impegnati nell'agone politico
e specificamente propensi ad assumere governi tirannici, come insegna il
celebre caso di Pisistrato, analizzato in dettaglio da John Boardman. N on
meno rilevante il caso di Eutimo di Locri, vincitore per ben tre volte nel
pugilato (la prima è del 484 a.C. ) : come era consuetudine antica, questa
triplice vittoria gli dava diritto ad una statua di quelle che Plinio chiama
"iconiche" , che Eutimo infatti così ebbe ad Olimpia; anche la statua, ci cui
è giunta fino a noi la base con l'iscrizione dedicatoria e la firma dello scul­
tore, era opera di un artista di origine coloniale, Pitagora di Reggio, uno
dei più celebri artisti di epoca severa. Ma questo non fu il solo suo premio,
dal momento che la fama così ottenuta gli guadagnò anche un culto eroi­
co in patria, circondandolo di un'aura leggendaria, fino a trasformarlo in
protagonista della saga dell'Eroe di Temesa: Eutimo fu immaginato essere
il vincitore del mostro cui, secondo una leggenda molto radicata, annual­
mente sarebbe stata offerta una vergine dai cittadini di Temesa, una città
indigena posta sulle coste tirreniche della Calabria centrale appartenuta
all"' impero di Sibari " . Anche di questo culto locale di Locri si conservano
pz'nakes fittili con il nome dell'eroe dedicati in vari santuari della città (tav.
1 3 ) . Sempre a proposito del fenomeno dell'atletismo merita una menzione
speciale anche una celebre tomba di Taranto degli inizi del V secolo a.C.,
detta " dell'Atleta" , contenente un sarcofago, ai quattro angoli del qua­
le erano state deposte altrettante anfore panatenaiche, documento delle
vittorie conseguite dal defunto nei grandi giuochi per la dea poliùchos di
Atene (tav. 1 4 ) .
M a i santuari di Delfi e di Olimpia erano altresì luoghi nei quali s i ma­
terializzavano le espressioni di devozione, non soltanto collettiva, ma anche
personale, alla divinità titolare del luogo di culto, cui singoli individui de­
dicavano oggetti significativi o statue di bronzo o di marmo: anche sotto
questo aspetto i Greci di Occidente hanno lasciato testimonianze di grande
importanza storica e di notevole impegno artistico, che rappresentano il cor­
rispettivo monumentale dei celebri epinici di Pindaro e di Bacchilide, molti
dei quali sono stati composti per celebrare proprio le vittorie di personaggi
di Italia e di Sicilia. Solo per citare qualche caso, ricordiamo l'Auriga di Delfi
(tav. 15), uno dei pochissimi capolavori della bronzistica severa giunti fino
a noi in originale: l'opera, tanto celebre quanto discussa, rappresenta un ex
voto destinato a commemorare la vittoria nella corsa di carri a Delfi ottenuta
102 Parte prima. Archeologia della religione

nel 478 o nel 474 a.C. da Polizalo, membro della dinastia dei Dinomenidi,
tiranni di Sicilia, cui si deve un altro celebre ex voto, purtroppo non conser­
vato, posto in cima ad un'alta colonna collocata ben in vista sulla terrazza del
tempio di Apollo. A Olimpia si conserva invece il basamento di un grande
donario di un altro e più antico tiranno di Siracusa, Gelone, che dimostra
ancora una volta quanto per i tiranni (e non solo per loro) fosse importante
ottenere uno spazio privilegiato all'interno dei due grandi santuari panelle­
nici ai fini di una compiuta esibizione dell'immenso potere goduto e delle
altrettanto smisurate ambizioni, che essi indubbiamente nutrivano.

2 . I culti eroici

I culti eroici facevano invece parte del comune bagaglio devozionale


delle città greche, formidabile strumento per la conservazione della memo­
ria di un passato mitistorico, che costituiva una parte essenziale della dia­
lettica religiosa e istituzionale di ogni pòlis. Le fonti ricordano l'esistenza
in alcune colonie di culti eroici assai diffusi nella madrepatria, come quelli
di Achille e di Elena a Crotone. Tuttavia, tolte queste poche attestazioni,
le apoikzài, prive di un vero e profondo retaggio religioso e culturale di
un passato mitistorico legato a precisi luoghi, alimento dei culti eroici di
madrepatria, attribuivano quasi esclusivamente il ruolo di eroe all'ecista o
agli ecisti, che erano stati a capo dei contingenti diretti nelle nuove sedi;
di norma il luogo di culto del fondatore era la sua tomba o il suo cenotafio
posto nel cuore politico della città, ossia nell'agorà. I dati archeologici ed
epigrafici confermano questa circostanza. Le testimonianze epigrafiche si
riducono malauguratamente ad un solo caso, un'iscrizione vascolare di
Gela, purtroppo ritrovata in uno scarico e dunque senza contesto, che reca
una dedica ad Antifamo, uno degli ecisti della colonia radio-cretese. Molto
interessanti e complesse sono invece le testimonianze archeologiche relati­
ve al culto degli ecisti. Sul lato ovest dell'agorà di Megara Iblea (fig. 1 5 ) si
aprono due ambienti rettangolari allungati (m 12 ,80x9,50) , databili al 630
a.C. circa, muniti sulla soglia di sei piccole cavità e sul fondo di due focolari
realizzati nella forma di piccoli recinti a blocchetti, da interpretare rispetti­
vamente come luogo per praticare libagioni e come eschàrai per riti cruenti
di carattere ctonio e dunque adatti ad eroi. Tutti i dati sembrano dunque
confermare l'interpretazione di questi ambienti come la sede del culto eroi­
co degli ecisti, venerati in numero di due, come due sono gli ambienti e due
i focolari, da parte di articolazioni socio-politiche del corpo civico (forse le
phylài, le tribù) incarnate dalle sei cavità, un'interpretazione corroborata
dalla scoperta di un sacrificio di fondazione consistente nella deposizione
di un'anfora attica spezzata all'angolo sud-occidentale del complesso, che
denuncia l'orientamento ctonio e funerario della deposizione.
_-[I Le altre mamfestazioni devozionali pubbliche e private 103

Il caso di Megara ci insegna che questi culti si concretavano in genere in


cenotafi, dedicati ad ecisti di cui non si erano potute recuperare le spoglie,
com'è anche il caso della tomba di Batto, ecista della colonia di Cirene in
Africa settentrionale, al quale è dedicata una sorta di camera semisotterra­
nea in un angolo dell'agorà. Nel caso in cui le spoglie dell'eroe non fossero
conservate, sono documentati per l'epoca sia arcaica che classica la ricerca
e soprattutto il " ritrovamento" dei resti di eroi fondatori, centrali per la
vita delle pòleis anche per la Grecia propria, come insegnano i casi emble­
matici di Sparta, dove si procedette al recupero delle ossa di Oreste, e di
Atene, dove invece Cimone guidò la ricerca e la " scoperta" delle spoglie
di Teseo ad opera di Cimone. La Magna Grecia ci offre un caso certo di
apprestamento di un monumentale cenotafio per un ecista della colonia.
Si tratta del c.d. " sacello semisotterraneo " , un edificio coperto da un tetto
displuviato di lastre di pietra rivestite di tegole al centro di un recinto,
trovato intatto dagli scavatori moderni sul lato occidentale dell'agorà di
Poseidonia (tav. 1 6 ) , malgrado il succedersi sul suolo della colonia greca
di più occupazioni da parte di barbari, i Lucani dalla fine del V secolo a.C.
e i Romani dal 273 a.C., seguite dall'oblio del medioevo. Ora però, mentre
i Lucani hanno palesemente lasciato che i Greci sottoposti continuassero
i loro culti, e fra questi anche quello del titolare del " sacello sotterraneo" ,
i Romani si sono comportati assai diversamente: con la deduzione del­
la colonia latina nel 273 a.C. e lo spostamento del centro politico della
colonia all'estremità meridionale dell'agorà greca dove i nuovi occupanti
della città hanno realizzato il foro, hanno cancellato il principale edificio
politico cittadino, l'ekklesiastèrion, l'edificio circolare teatriforme per l'as­
semblea popolare usato invece dai Lucani che vi hanno persino dedicato
con iscrizione un altare a uno Zeus con una epiclesi che forse lo equiparava
al greco Agoraios o Boulaios, seppellendo - come sembra di poter ricava­
re dalle laconiche relazioni di scavo - intenzionalmente sotto un riempi­
mento l'antico heròon , senza saccheggiarlo. L'heròon, databile al 5 1 0-500
a.C., conteneva cinque spiedi di ferro posati su due blocchi di calcare;
attorno agli spiedi erano disposte un'anfora attica con la rappresentazione
dell'apoteosi di Eracle, immagine gravida di significato per l'analogia con
l' eroizzazione del titolare del culto, e otto grandi idrie di bronzo contenenti
la tipica offerta dei culti eroici, il miele, il cui numero ancora una volta va
forse messo in rapporto con le suddivisioni del corpo civico, fratrie, tribù
o con i contingenti cittadini che hanno contribuito alla fondazione. Che
si tratti di un eroe e presumibilmente di un ecista è certo: meno certa è
l'identificazione del titolare del culto. Tra le proposte una delle più inte­
ressanti è quella che vuole riconoscere nella tomba eroica l' heròon del fon­
datore di Sibari, Is di Elice, costruita all'indomani della distruzione della
metropoli achea nel 5 10 a.C. , forse in seguito all'accoglimento di profughi
104 Parte prima. Archeologia della religione

sibariti nella città (di cui peraltro non vi è notizia nelle fonti) o anche più
semplicemente perché la dedica di un cenotafio del fondatore della città
madre aveva lo scopo di sottolineare il fatto che l'eredità politico-religiosa
di Sibari era stata raccolta dalla sottocolonia Poseidonia, città che sembra
aver a lungo conservato un rapporto di rispetto nei confronti della ma­
drepatria, se non addirittura di dipendenza. Ricordiamo che i profughi
di Sibari hanno a lungo agitato nell'intera Magna Grecia il ricordo della
città distrutta, mantenendo in questo modo a lungo viva la memoria della
loro antica patria. Un altro caso di assai probabile culto eroico è offerto
da Selinunte. Qui recenti scavi germanici hanno messo in luce sul lato
orientale dell'agorà un recinto di circa 25x20 piedi (m 8,60x6,70) con una
fossa centrale scavata nella roccia (tav. 1 7 ) . Tenuto conto della presenza
nella zona di tombe degli anni centrali del VII secolo a.C. (ricordiamo le
due date della tradizione per la fondazione di Selinunte, 657 o 627 a.C. ) ,
possiamo interpretare il recinto come l 'heròon dell' ecista Pammilo, sepolto
all'indomani della morte nel sepolcro a fossa, quando non era ancora pie­
namente definita la fisionomia urbana; l'originaria tomba (la fossa) sarebbe
diventata solo in seguito - forse non molto tempo dopo la morte - heròon
dell' ecista, segnalato dalla costruzione del recinto.
A questi tre esempi certi o assai probabili di culti eroici, una recente
analisi della religione di lmera ha aggiunto un altro possibile caso di que­
sta importante forma di devozione, identificando come sede di un culto
eroico un' eschàra posta al centro del vano n. 6 della stoà ovest dell'acropoli
(fig. 1 1 ) . L'apprestamento sarebbe da mettere in relazione con una serie
monetale con quadriga e iscrizione PELOU, una legenda che si può forse
spiegare con il nome di Pelope, il grande eroe di Olimpia di origini orien­
tali. Se l' eschàra di lmera va riconosciuta come luogo di culto di Pelope, è
probabile che essa vada messa in relazione con un grande culto gentilizio
attribuibile a quel ghènos dei Myletìdai, i cui membri, come attesta Tuci­
dide (VI, 5 , 1 ) , sarebbero fuggiti da Siracusa in seguito ad una stàsis per
aggregarsi ai tre ecisti di lmera provenienti da Zancle, affermandosi così
come gli iniziatori della progressiva dorizzazione della colonia originaria­
mente calcidese. Anche se tuttavia ignoriamo la struttura del governo di
lmera, non è neanche da escludere che la sala 6 possa essere stata concepita
come grande luogo di riunione per la celebrazione del culto eroico, perché
fungesse da hestiatòrion sacrale o addirittura da pritaneo della città.
Altra cosa sono invece le personalità eroiche della saga greca, dall a ri­
levanza mitistorica assai diseguale, che comprendono eroi famosi, come
Odisseo, Diomede o Enea, e personaggi leggendari minori, come Epeo o
Calcante, messe in relazione da varie tradizioni mitiche con la Sicilia e la
penisola italiana. Di essi queste tradizioni registrano l'arrivo e lo stanzia­
mento in Occidente in città o in territori popolati da genti indigene, dove
III. Le altre manzfestazioni devozionali pubbliche e private 1 05

addirittura sarebbero stati sepolti, fatti segno di onori eroici da parte di que­
ste popolazioni anelleniche. Attestate abbastanza sporadicamente in fonti
letterarie di diverso valore, tutte queste leggende, all'origine delle quali ci
sono situazioni ed esigenze assai differenti tra loro, sono ben presto divenu­
te oggetto di molte speculazioni della ricerca antiquaria e storica moderna,
che a torto vi ha voluto vedere il ricordo di frequentazioni precoloniali della
Sicilia e dell'Italia. Una parte di questi racconti mitici è relativa ad " arrivi"
di gruppi greci, quasi sempre guidati da qualche eroe, sulle coste della pe­
nisola o della Sicilia, nelle aree cioè dove sarebbero sorte le apoiki'ai di età
storica; un altro gruppo di leggende fa giungere questi eroi ben all'interno
di terre indigene, dove avrebbero fondato città, divenendo poi oggetto di
culti eroici da parte degli indigeni con i quali sarebbero stati in contatto.
Fatta salva la sola macroscopica eccezione della tomba eroica di Enea,
che i Latini agli inizi del VI secolo a.C. hanno " costruito " a Lavinio, rea­
lizzando un vero e proprio falso archeologico di straordinario significato
politico e di portata plurisecolare, i dati dell'archeologia non hanno finora
comprovato l'esistenza di queste tombe eroiche (e dunque dei relativi cul­
ti), descritteci dalle fonti, come quella di Diomede alle Isole Diomedee,
le attuali isole Tremiti, o quella di Epeo nella misteriosa città indigena di
nome Lagaria sul fiume Siris, attuale Sinni, di cui Epeo sarebbe stato il fon­
datore. Forgiate da Greci, in larga misura dai gruppi dominanti delle stesse
colonie greche della costa, queste tradizioni mitiche costituivano uno dei
modi attraverso i quali si intendeva esprimere da un lato la profondità del
retaggio culturale ed etnico con le terre di provenienza e dall'altro la pro­
pria rappresentazione in chiave mitica del nuovo mondo e delle genti che
lo popolavano, ma soprattutto legittimare la conquista della terra, facendo
appello a precedenti mitici di presenze greche su quel suolo: grazie a questi
precedenti l'impresa coloniale si configurava come un " ritorno" . Sappia­
mo infatti molto bene quale ruolo nella storia greca di tutti i tempi abbiano
giuocato queste costruzioni mitistoriche non solo per dare una patente di
legittimità ad azioni politiche e militari, ma anche a complesse iniziative
diplomatiche: si può parlare di una vera e propria "politica del ritorno " ,
tragicamente riecheggiata ai nostri giorni come giustificazione di molte
imprese coloniali. Oltre che per sviluppare finalità aggressive e ottenere
sottomissioni di gruppi anellenici in nome di antichissime presenze gre­
che su quei suoli, queste trame leggendarie venivano impiegate anche per
mettere in atto politiche di natura pacifica con il mondo indigeno, fondate
sull'esistenza di pretese synghenèiai, di 'consanguineità', che legittimavano
l'impianto di relazioni pacifiche a vasto raggio.
Lo sviluppo di epoca successiva del culto eroico è vicenda ben nota in
tutto il mondo greco, che investe tanto la sfera pubblica, quanto la sfera
privata. Nelle colonie la tradizione di rendere onori eroici agli ecisti si fon-
1 06 Parte prima. Archeologia della religione

de con l'ossequio ufficiale decretato dalle città nei confronti di personaggi


potenti, come conosciamo assai bene nella Grecia propria a partire dal
tardo IV secolo a.C. e poi con sempre maggior frequenza in età ellenistica e
soprattutto romana, quando si conferiscono onori divini ai dinasti e statuti
eroici a figure eminenti, addirittura a volte sepolte all'interno delle agorài.
Magna Grecia e Sicilia, per le peculiari vicende politiche di cui sono state
protagoniste, in un primo tempo non sembrano partecipare a questo fe­
nomeno, fatta eccezione per la fase, descritta ampiamente dalle fonti come
del tutto abnorme, delle tirannidi siracusane di IV secolo a.C., soprattutto
per Dionisio II di Siracusa, delle cui " stranezze" siamo informati in parti­
colare per il periodo del dominio di quest'ultimo su Locri. Tuttavia, po­
chi decenni più tardi, con Agatocle l'affermazione del regime monarchico
nella più importante colonia d'Occidente, Siracusa, ci fa capire che anche
Magna Grecia e Sicilia hanno seguito percorsi non troppo diversi da quelli
battuti dalla Grecia propria, caratterizzati tutti da un pronunciato affievo­
lirsi dei valori etico- politici della pòlis arcaica e classica, di cui anche le città
dei Greci d'Occidente seguono la crisi. Agatocle non fa mistero di essere
uno dei primi re ellenistici a nutrirsi dell' imitatio Alexandri, un documento
della quale è il quadro con la pugna equestris da lui dedicata nell' Athenaion
di Siracusa e descritta da Cicerone. Naturalmente, di questa e di altre testi­
monianze di culto del sovrano pertinenti a lui e agli altri re di Siracusa del
III secolo a.C. nulla ci è pervenuto sul piano archeologico, come templi o
luoghi di culto dedicati ai sovrani divinizzati o anche soltanto ginnasi con
la presenza di sacelli per le manifestazioni di devozione nei confronti dei
dinasti. Tuttavia di queste forme di ossequio verso i potenti di turno esiste
forse un documento archeologico, costituito dal c.d. " Oratorio di Falari­
de" (fig. 5 9 ) , un tempietto ionico prostilo tetrastilo su podio e dunque di
foggia romana, costruito sul riempimento dell' ekklesiastèrion di Agrigento
ormai defunzionalizzato, in asse con un altare e in relazione con un'esedra
destinata ad accogliere una statua. È stato proposto di identificare il tem­
pietto come heròon o come culto politico di tradizione romana, eretto dai
coloni dedotti ad Agrigento da Scipione Africano nel 1 97 a.C. come parte
di un ambizioso programma di fondazioni coloniali, dallo stesso Scipione
awiato soprattutto in Magna Grecia rifondando città di antica origine gre­
ca, come Crotone o Buxentum, o grecizzate, come Tempsa e Sipontum,
per rivitalizzarne il ruolo. L'edificio agrigentino sembrerebbe proporsi
come culto sostitutivo di quello politico greco a suo tempo collegato con
l' ekklesiastèrion e da Scipione evidentemente abolito, come accade per
tutti gli antichi luoghi di culto di natura politica di città greche trasfor­
mate in colonie romane, a partire da Paestum: se l'ipotesi è vera, è owio
immaginare che l'esedra accogliesse una statua di Scipione, presentato alla
maniera greca come ecista della nuova colonia.
III. Le altre manifestazioni devozionali pubbliche e private 1 07

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Fig. 59. Agrigento: planimetria dell'ekklesiastèrion.

l'esedra semicircolare (d a COARELLI-TORELLI 1984)

Si è già sopra ricordato, con i casi di Milone di Crotone e di Eutimo di


Locri, il grande successo dell'atletismo in Occidente, e in particolare in
Magna Grecia sin dal VI secolo a.C.; un successo che, con l'affermarsi della
popolarità di queste figure, ha determinato gli eventuali, successivi svilup­
pi in direzione di veri e propri culti eroici. Questo particolare fenomeno di
popolarità di singoli individui viene a saldarsi con l'evoluzione che dall'età
classica o, a seconda delle aree, dall'età tardo-classica investe il culto dei
morti; la madrepatria segnala l'avvio del nuovo clima con uno spettacolare
mutamento dell'immaginario funerario collettivo, inaugurando un indiriz­
zo ideologico, nel quale il mondo coloniale non è certo secondo a nessuno,
soprattutto per la grande diffusione di credenze esoteriche. Il diffondersi
delle dottrine orfico-pitagoriche fra gli strati più elevati, e della religio­
ne demetriaca fra i ceti popolari, urbani e contadini, è all'origine di una
108 Parte prima. Archeologia della religione
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Legenda: A) agorà; 5) santuario; l) teatro; 2) recinto di Zeus; 3 ) Manteion; 4) tèmenos di


Fig. 60. Metaponto: planimetria dell'agorà

Aristeas; 5) platèia III; 6) platèia A

tendenza verso una vera e propria eroizzazione generalizzata, che induce


virtualmente ogni cittadino della pòlis a immaginare per sé e i propri cari
un destino oltremondano di soprawivenza, che finisce per circondare ogni
defunto di un 'autentica aura eroica.
Proprio avendo in mente il successo di questo esoterismo nelle colonie
magnogreche e siceliote, si comprende assai bene la dedica di un singo­
larissimo monumento nell'agorà di Metaponto, di cui si sono rinvenute
importanti vestigia (fig. 60) . Si tratta del monumento celebrativo di Aristea
III. Le altre manifestazioni devozionali pubbliche e private 1 09

di Proconneso, autore di un poema sulle lotte tra grifi e Arimaspi, vissuto


secondo la Suda intorno al 580 a.C. A questa singolare figura di intellet­
tuale, che ceti sia aristocratici che popolari ritenevano dotato di poteri di
tipo sciamanico, si attribuivano prodigiose reincarnazioni, una delle quali
sarebbe avvenuta proprio a Metaponto, all'origine della realizzazione di
un monumento, eretto in obbedienza ad un oracolo di Delfi e menzionato
da Erodoto (IV, 13 ), monumento che egli, nel ruolo di ecista della vicina
Thurii, certamente ebbe occasione di vedere. Il monumento, i cui resti
sono stati rinvenuti dagli scavi, consisteva in un recinto collocato nella
porzione sud-occidentale della piazza dell'agorà, che conteneva un altare
sacro ad Apollo accanto all'àgalma del dio " circondato di allori" , come lo
descrive Erodoto, e una statua di Aristea. Il complesso sacro, tenuto conto
dei poteri attribuiti ad Aristea, che Erodoto spiega attraverso il suo legame
profetico con Apollo, era idealmente in relazione proprio con il tempio
di quel dio, posto a qualche decina di metri a nord, nel grande santua­
rio urbano adiacente alla piazza pubblica: all'interno del recinto gli scavi
hanno rinvenuto addirittura alcune foglie in bronzo e ertinenti agli allori
che Erodoto dice posti intorno all'àgalma di Apollo. E inutile dire che la
presenza a Metaponto di questo monumento, assolutamente eccezionale e
privo di confronti in tutta la grecità, ha un evidente carattere celebrativo e
un indubbio contenuto eroico, e va messo in relazione con il governo della
città esercitato dal movimento pitagorico.

3 . Offerte e doni votivi

Le testimonianze archeologiche più numerose e importanti di natura


cultuale sono quelle che riguardano la devozione sia pubblica che privata
manifestata agli dèi deponendo nei luoghi di culto oggetti perché fossero,
come usavano dire i Greci in epoca arcaica, un àgalma, una 'cosa della
quale (sci!. la divinità) si rallegra' , termine poi passato a designare la sta­
tua di culto. Gli agàlmata erano donati alla divinità per la loro qualità, un
concetto che tuttavia veniva inteso in vario modo: l'oggetto poteva essere
prescelto per il proprio valore intrinseco, costituito dal suo contenuto in
metallo o in altra materia preziosa o finanche per il suo essere di marmo
e non di semplice pietra; o ancora per la sua rappresentazione, ritenuta
espressione di un alto livello artigianale e artistico o per le sue elevate ca­
pacità di trasmettere il messaggio ideologico desiderato dal committente;
oppure per tutte o quasi tutte queste cose insieme. Sotto tale profilo il
mondo coloniale non era per nulla diverso dalla madrepatria: i suoi va­
lori religiosi e culturali erano gli stessi, identiche erano la mentalità e le
tradizioni devozionali. Quello che semmai si deve registrare, in maniera a
volte macroscopica, sono le differenze originate dalla diversa composizio-
1 10 Parte prima. Archeologia della religione

ne sociale delle pòleis coloniali rispetto alle città di madrepatria nelle varie
epoche, differenze che giuocano un ruolo fondamentale per determinare
proprio quella qualità o, quando si tratta di manifestazioni devozionali
prodotte da una pluralità di soggetti, la quantità delle offerte. Per il pe­
riodo più arcaico (VIII-VII secolo a. C . ) gli ex voto rinvenuti nei santuari
delle colonie non presentano caratteristiche di elevatissimo pregio, come
ci si può attendere da una società ancora poco strutturata, dove esiste una
forma di più stretto controllo sociale e dove le nascenti aristocrazie, ancora
in formazione, sembrano legate a modelli di autorappresentazione più ar­
caici: l'ex voto importante si qualifica come tale per il suo essere di metallo,
di rado di materia rara o preziosa. La concentrazione di ricchezze in mani
aristocratiche e le sempre più diffuse tirannidi, generatesi nelle maggiori
città coloniali in seno alle aristocrazie dominanti, modificano dal VI secolo
a.C. questo quadro e danno luogo a manifestazioni devozionali addirittura
più imponenti e ricche di quelle di singoli individui o addirittura di alcune
delle principali pòleis della Grecia propria. Tuttavia, proprio questi forti
dislivelli di classe e di censo implicano precoci concentrazioni di ricchezze,
ma anche una medietas sociale con scarsi confronti in madrepatria, con il
risultato che le colonie d'Occidente, accanto ad ex voto impegnativi delle
aristocrazie, conoscono, prima ancora del resto del mondo greco, forme
devozionali "povere " , in senso sia materiale che ideologico, quasi anti­
cipando situazioni caratteristiche dell'epoca tardo-classica ed ellenistica
presenti in tutta la grecità.
Consideriamo innanzi tutto i doni votivi di carattere più prezioso. A
seconda del prestigio di cui godevano, i santuari della Grecia propria
potevano abbondare di questo genere di doni di altissimo pregio, spes­
so menzionati dalle fonti, come è il caso dell'arca donata dal tiranno di
Corinto Cipselo (o dai suoi figli) al tempio di Hera nell' Altis di Olimpia
e descritta da Pausania (V, 1 7 , 5 - 1 9 , 1 0) , ma purtroppo solo raramente
recuperati negli scavi, come è il caso delle statue crisoelefantine recuperate
a Delfi sotto la via Sacra. Di questo genere di doni i santuari coloniali sono
stati avari, sia per le spoliazioni antiche sia per il più raro interramento
o defunzionalizzazione dei doni votivi preziosi, come accade invece ad
Olimpia, dove ad esempio il radicale rifacimento dello stadio ha provocato
il seppellimento dei più arcaici trofei d'armi che lo ornavano. Anche se
qualche luogo di culto, come quello dedicato probabilmente ad Artemide
in contrada Scrimbia a Hipponion, ha restituito oggetti di ornamento per­
sonale d'oro e d'argento, l'unico trovamento con oggetti metallici preziosi
quantitativamente e qualitativamente considerevole è quello effettuato nel
1 987 nel santuario di Hera Lacinia di Crotone (tav. 1 8 ) , il c.d. "Tesoro di
Hera " , che univa gioielli e doni in materiale prezioso a oggetti "esotici" ,
come una "barchetta nuragica" in bronzo. Rarissimi, a causa delle spolia-
III. Le altre manz/estazioni devozionali pubbliche e private 111

zioni antiche, sono gli arredi metallici pertinenti a luoghi di culto: l'unico
caso noto è quello delle idrie bronzee del sacello sotterraneo dell'agorà di
Poseidonia sopra ricordato.
Agàlmata erano soprattutto le statue di bronzo o di marmo dedicate nei
santuari. La Grecia propria notoriamente ne ha restituite in gran numero:
se lo stupefacente insieme di opere in marmo dell'acropoli di Atene è il
caso più insigne di ex voto di questo tipo, sculture votive, raffiguranti kùroi
e kòrai, ma anche cavalieri e personaggi adulti e personaggi del mito, sono
venuti in luce in gran numero in quasi tutti i santuari della Grecia propria
di un certo livello, in zone dove l'artigianato artistico era più sviluppato,
ma anche in aree meno ricche di tradizioni artigianali, come insegna il caso
del santuario di Apollo Ptoos in Beozia. La Magna Grecia e la Sicilia non
devono essere state da meno, anche a giudicare sia dalle opere che sappia­
mo essere state dedicate nei santuari panellenici, che dagli ex voto rapinati
dai Romani in Sicilia e Magna Grecia, come l'Ercole di Lisippo strappato a
Taranto, o le innumerevoli statue e oggetti preziosi tolti da V erre dai templi
siciliani e descritti da Cicerone. Tuttavia, se le dediche in santuari panel­
lenici sono in maggioranza statue celebrative di vittorie agonistiche (come
l"'Auriga di Delfi" ricordato sopra) , dalle descrizioni di Pausania (X, 10,
6; 13, 1 0) apprendiamo anche che a Delfi esistevano due eccezionali danari
in bronzo dedicati dai Tarentini e comprendenti statue in numero elevato
e dalle rappresentazioni elaborate: essi celebravano uno la sconfitta inferta
ai Messapi e l'altro la vittoria sugli Iapigi e sui Peuceti, ed erano entrambi
firmati da grandissimi bronzisti di epoca severa, Hageladas di Argo (circa
490 a.C.) e Onatas di Egina (circa 470 a.C. ) . Dal generale saccheggio degli
ex voto dedicati nei santuari delle colonie, oltre a frustuli venuti in luce
in diverse città, sono sopravvissute integre o quasi solo pochissime statue
di bronzo e di marmo, tutte concentrate nel periodo tra la fine del VI e la
prima metà del V secolo a.C.: tra queste spiccano l"'Efebo di Selinunte"
(tav. 1 9 ) e i kùroi di Lentini (tav. 20) , di Agrigento (tav. 2 1 ) e di Reggio
Calabria, che documentano la piena conformità degli ambienti coloniali
agli usi della Grecia propria. Non mancano esempi di analoghi ex voto
in centri di alcune comunità indigene dall'elevato grado di ellenizzazione:
è questo il caso di Monte S. Mauro in Sicilia, a torto identificata con una
peraltro anonima (e anomala) sottocolonia calcidese, dove è venuto in luce
un bel kùros marmo reo attribuito allo stesso atelier dei kùroi di Lentini e di
Agrigento. La materia principe per questi ex voto di alto livello è senz' altro
stato il bronzo, materia propria del grande artigianato. Poiché entrambe
le aree, Magna Grecia e Sicilia, sono di fatto prive di marmo statuario, i
non frequentissimi scalpellini provenienti dalla Grecia propria, soprattut­
to dalle isole e dall'Asia Minore, si sono serviti del marmo di Paros e più
di rado di quello di Thasos, quest'ultimo usato per il celeberrimo "Trono
1 12 Parte prima. Archeologia della religione

Ludovisi" , di recente rivendicato al fenicizzante e celebratissimo santua­


rio di Afrodite Ericina nella città elima di Erice e trasportato a Roma per
decorare la filiale romana del culto (tav. 22 ) .
Il bronzo, come s i è appena detto, è la materia in cui s i è espresso il
meglio della cultura figurativa magnogreca e siceliota, come testimoniano
diversi oggetti finiti nei santuari come doni votivi, soprattutto statuette di
varia dimensione, talora fino a un terzo del vero, più spesso di altezza ridotta,
raffiguranti o la divinità o l'offerente. È questo il normale canone dell'offerta
votiva: l'immagine dedicata può riprodurre le sembianze del devoto o quelle
del dio, a volte innovando, a volte invece riproducendo in maniera relativa­
mente fedele l'iconografia della statua di culto. In quest'ultimo caso la statua
può essere considerata una riproduzione in scala dell'àgalma, che aveva lo
scopo di circondare il dono votivo dell'aura numinosa della divinità, come
prova o come richiesta della benevolenza del dio; l'immagine può tuttavia
anche essere la testimonianza di una "visita" al santuario e avere lo scopo di
eternizzare l'atto dell'offerta alla divinità di una libagione o di un sacrificio
rappresentati dalla statua votiva. La piccola plastica in bronzo rappresenta
una delle espressioni più normali della devozione dei fedeli di Magna Grecia
e Sicilia di livello sociale medio-alto, e come tale viene spesso esportata nei
territori indigeni limitrofi, ma talora anche a grandi distanze, come dimostra
l'elegante piccola kòre bronzea proveniente dal santuario latino della Ma­
donnella di Lavinio. Verso le aree indigene vengono indirizzate anche�opere
di grande impegno, come lo Zeus di Ugento (tav. 23 ) , un prodotto della
bronzistica tarentina collocato in un santuario messapico sulla sommità di un
pilastro terminato, secondo la moda greca, da un elegante capitello dorico
dall'abaco decorato a rosette; tuttavia in terre "barbariche" , dominate da
figure di "capi" e di reguli, insieme a suppellettile di grande fasto, come armi
e panoplie per il simposio in bronzo (si pensi ai materiali da tombe princi­
pesche degli indigeni di Magna Grecia di VII e VI secolo a.C . ) , trovano più
facilmente ospitalità opere non di carattere devozionale, ma celebrativo: un
esempio insigne di questo genere di oggetti è costituito dalla coppia di cava­
lieri detti di Grumento ma in realtà provenienti da Armento (tav. 24), forse
di fabbrica sibarita, che costituiscono un'orgogliosa autorappresentazione
dell'aristocrazia equestre arcaica di area enotria.

4. I depositi votivi e i materiali devozionali

Il regime delle offerte individuali è documentato dai depositi votivi,


rinvenuti in moltissimi santuari grandi e piccoli di Magna Grecia e Sicilia,
con un'abbondanza di tipi e di esemplari, che trova scarsi confronti fra i
meno ricchi e meno frequenti depositi nella Grecia propria. All'interno
del luogo sacro (ma talora anche all'esterno) , spesso vicino o lungo i muri
III. Le altre manifestazioni devozionali pubbliche e private 1 13

di tèmenos, si rinvengono scarichi di materiali a volte colossali, nei quali


erano state gettate migliaia di oggetti interi o in frammenti, pertinenti a
ceramiche dedicate nel santuario e a materiali votivi fittili (statue, statuette,
pinakes), insieme a ex voto ceramici di vario pregio, ma in maggioranza di
modesta qualità. In questi depositi fanno talora la loro comparsa piccoli
bronzi o anche avori e ossi raffiguranti la divinità o l'offerente, sfuggiti ai
ripetuti saccheggi di cui i santuari antichi sono stati oggetto in ogni epoca,
o oggetti pure bronzei, armi o utensili deposti nei santuari come ex voto;
non mancano esemplari interi o frammentari di oggetti di marmo o di pie­
tra, dai lutèria alle rare statue o statuette, ex voto di carattere più prezioso,
cui abbiamo fatto cenno poco prima. Di questi depositi i più celebri e
imponenti per dimensioni e qualità del materiale contenuto appartengono
a Locri e alla sua area. Ci si riferisce qui in primo luogo allo scarico del san­
tuario della Mannella di Locri con i famosi pìnakes fittili del culto di Kore
(figg. 62-69); non meno imponente era il deposito di Calderazzo nell'area
della sottocolonia locrese di Medma, con le note statue sedute raffigu­
ranti Afrodite (tav. 25 ) , ipostasi della nubenda dedicante, accompagnate
da piccole figure di Eros, Pathos, Himeros e Peithò, tutti appartenenti al
corteggio di quella dea; stessa fisionomia delle stipi locresi hanno i due
depositi dell'altra sottocolonia di Hipponion, uno in località Cofino, che
con i suoi pz'rzakes simili agli esemplari della Mannella di Locri ne replicava
evidentemente il culto, e uno, tuttora inedito, di Scrimbia, attribuibile ad
Artemide. Un deposito di pìnakes, delle stesse matrici proprie del celebre
santuario locrese di Persefone, è noto anche nel sito di Francavilla, nell' en­
troterra di Naxos in Sicilia, probabilmente frutto del trapianto di elementi
locresi nella città di Naxos in seguito alla rifondazione di quella colonia
voluta dal tiranno lerone di Siracusa dopo il 480 a.C. e nel quadro dello
stretto rapporto tra Ierone e Locri, di cui abbiamo parlato in precedenza.
La produzione di statuette fittili costituisce comunque la grande massa
del materiale votivo italiota e siceliota, le cui seriazioni solo in piccola parte
sono state oggetto di studi analitici relativi alla cronologia, alla diffusione e
al significato storico-religioso. Come accade con statue e statuette in bronzo
o in marmo, la stragrande maggioranza di queste statuette raffigura la divi­

il pòlos, ma anche esclusivi, tali da consentirne l'identificazione, come ad


nità o l'offerente (tav. 26). La divinità può esibire attributi generici, come

esempio la fiaccola per Demetra o l'arco per Apollo; lo stesso si può dire per
l'offerente, che reca vittime caratteristiche di quel culto specifico, come ad
esempio il porcellino per Demetra. Come nelle rappresentazioni delle c.d .
.. divinità sacrificanti " , ben note sulle ceramiche attiche a figure rosse, ma
poi ripetute più tardi dalla grande statuaria dall'epoca classica all'età im­
periale romana, l'iconografia di queste statuette può presentare la divinità
in atto di recare vittime caratteristiche del proprio culto, colombe nel caso
1 14 Parte prima. Archeologia della religione

di Afrodite, cervi nel caso di Artemide o porcellini nel caso di Demetra,


tanto per fare degli esempi. L'ambiguità delle immagini è assolutamente
intenzionale: l'identificazione tra il fedele e il dio si compie all'atto stesso
dell'offerta, un'azione di per se stessa evocativa della divinità. Un caso del
tutto peculiare è quello della figura del recumbente, di norma una statuetta,
in qualche caso eccezionale una figura di maggiori dimensioni, anche se
sempre inferiori al vero (tav. 27 ): in epoca arcaica il recumbente di norma
è di età matura, più tardi può avere anche aspetto giovanile, secondo una
tipologia diffusa soprattutto a Taranto e Metaponto, ma nota anche altrove,
come nella zona di Locri e delle sue sottocolonie (tav. 28). La discussione
sul significato di queste statuette, awiata da gran tempo, non ha prodotto
conclusioni unanimi. Tuttavia, la grande popolarità del tipo nelle necropoli
di Taranto, colonia di Sparta, dove il culto eroico dei defunti è una realtà im­
portante, e il confronto con i Totenmahlreliefs ('Rilievi con banchetto fune­
rario') attici di epoca tardo-classica ed ellenistica lasciano pensare a una sua
sostanziale destinazione funeraria: il " recumbente" andrebbe perciò iden­
tificato con il defunto eroizzato nella dimensione del simposio dell'Aldilà.
Si è voluto sovente fare una distinzione tra depositi, stipi e scarichi, ma
le fonti o la stessa documentazione archeologica sembrano non legittima­
re tali differenze: si può solo distinguere il carattere intenzionale o meno
del deposito, mentre molto spesso i materiali votivi sono stati usati come
riempimento, confusi con la terra in cui giacevano, anche se si riconosce
la volontà di lasciare al dio ciò che gli è stato dedicato. Questa circostanza
spiega perché nei depositi votivi, sia pur in percentuali abitualmente esi­
gue, sono presenti ex voto di metallo o di materiali comunque preziosi.
Altra cosa sono invece le deposizioni intenzionali che si riferiscono a veri e
propri atti di culto. Una di queste cerimonie più significative, tipiche della
grecità coloniale e dei colà popolarissimi riti demetriaci, è costituita dalla
deposizione di coppe capovolte, come ad Albanella, spesso contenenti re­
sti di sacrifici cruenti e in cruenti, o di ceramiche impilate: l'esempio meglio
noto è quello del Thesmophorion di Locri, dove lungo i muri esterni dei
sacelli del santuario e attorno agli altari (tav. 1 1 ) sono venute in luce file
ininterrotte di coppette impilate. Nell'eccezionale documentazione dello
stesso Thesmophorion locrese, è noto anche il rito del getto intenzionale di
riproduzioni in metallo di foglie di alloro, la phyllobolzà, compiuto in onore
di Demetra, un rito che allude al valore purificatorio di quella pianta, con­
gruente con i rituali di purificazione previsti dalle cerimonie tesmoforiche.
Il rito va inserito in un contesto anche di natura escatologica, da accostare a
documenti di natura orfica, come le c.d. "foglie di Pelinna" , due laminette
auree iscritte da una tomba della fine del IV secolo a.C. dell'antica Pelinna
in Tessaglia, i cui testi alludono, come le più celebri laminette orfiche, alla
salvazione dionisiaca e a Kore.
III. Le altre mant/estazioni devozionali pubbliche e private 1 15

I depositi votivi costituiscono per noi la fonte principale per ricostruire


le forme di devozione proprie di ciascun rituale, anche se nelle linee ge­
nerali gli atti devozionali sono abbastanza simili tra un santuario e l'altro.
Le ceramiche, che talora recano dediche iscritte del fedele, documentano
soprattutto il compimento di sacrifici alle divinità. La forma vascolare in
genere rivela il tipo più diffuso di sacrificio incruento. Possiamo parlare di
libagioni di vino, se si tratta di coppe o di kylikes, o di assunzioni di ogni
forma di liquido, dal latte al kykeòn (pozione di farina e forse miele, propria
del culto di Demetra) , se si tratta di skyphoi, o del consumo di pasti rituali,
se si tratta di ciotole, piatti o piattelli. Le altre forme vascolari, soprattutto
crateri, ma anche anfore, oinochòai e stàmnoi, attestano il trasferimento nel
santuario della stessa cerimonialità del simposio, cui peraltro appartengo­
no i vasi da libagione. Dall'età arcaica conoscono grande popolarità i vasi
per unguenti, aryballoi, alàbastra, lèkythoi e vasi configurati nelle forme
più varie: molti vasi configurati raffigurano simboli di seduzione, come le
sirene, o animali notoriamente prolifici, come scimmie o porcospini, altri
esibiscono teste di Eracle con la leontè o del devoto con elmo, mentre
le produzioni ioniche includono devoti in atto di eseguire il proskynema,
l'atto tutto orientale dell'inginocchiamento davanti alla divinità, owero
rappresentati sdraiati a simposio e colti nel gesto di libare. Tutti questi
piccoli vasi erano destinati a cospargere di unguenti le statue di culto e,
soprattutto, alla profumazione dei devoti stessi, i quali, secondo la tradi­
zione, compivano gli atti devozionali dopo essersi cosparsi di unguenti. Tra
VIII e VI secolo a.C. la stragrande maggioranza di questi vasi per profumi
comprende aryballoi, alàbastra e balsamari configurati di fabbrica corinzia,
cui tengono dietro - tanto in Sicilia quanto in Magna Grecia - le imitazioni
locali e le produzioni ioniche. Di tutte queste forme sono eredi le lèkythoi
attiche a figure nere e rosse, in uso dalla seconda metà del VI agli inizi del
IV secolo a.C., poi soppiantate, tra il IV e gli inizi del III secolo a.C., dalle
produzioni coloniali a figure rosse o eseguite nella tipica decorazione a
reticolo, di fabbrica apula, lucana, campana, siceliota; in epoca ellenistica
le lèkythoi vengono sostituite dai balsamari fusiformi, di fabbrica normal­
mente locale, tipici della grande standardizzazione della produzione fittile,
nata già nel IV secolo a.C. e destinata a durare, con intuibili modificazioni,
fino all'epoca imperiale.
Come si è appena accennato, dell'atto cultuale fa parte anche il pasto,
che, a seconda delle tradizioni e dei rituali, poteva essere consumato in
forme comunitarie o più semplicemente private, sia individuali che fami­
liari. Alcuni culti, come quello di Asclepio, conoscono ambedue le forme,
testimoniate dalle grandi sale da banchetto tipiche di queste fondazioni
sacre, i katagòghia, che in area coloniale sono attestate ad Agrigento (fig.
6 1 ) e nella colonia latina di Paestum (fig. 3 6 ) . Del tutto particolare, ancora
1 16 Parte prima. Archeologia della religione

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Fig. 6 1 . Agrigento: planimetria del santuario di Asclepio (da Agrigento II 2003 )
Legenda: l) tempio; 2) altare; 3 ) pozzetti; 4) sacello-thesauròs; 5) fontana; 6) propileo;
7) complesso di nord-est; 8) cisterna; 9) àbaton; 10) portico nord-ovest; 1 1 ) hestiatòrion;
12) portico ovest; 13 ) recinto con altare

una volta, è la ritualità che circonda il culto di Demetra Thesmophòros, nel


quale non solo potevano esistere addirittura edifici specializzati per i riti
previsti per ciascun giorno della festa, come abbiamo visto ipotizzati ad
Agrigento, ma, come attestano le fonti letterarie (le Thesmophoriazùsai di
Aristofane) ed epigrafiche (un graffito da Bitalemi a Gela) , potevano sor­
gere le strutture provvisorie delle skanài, le tende, nelle quali si ritiravano
le fedeli durante il periodo di segregazione previsto dal culto. Gli scavi del
santuario di Demetra di Corinto ci hanno conservato memoria di questi
primitivi attendamenti in una serie di piccole stanze in muratura erette
dalle famiglie più ricche in epoca ellenistica in sostituzione delle originarie
tende provvisorie. La grande abbondanza di vasellame fittile di tutte le
epoche rinvenuto negli scavi, eseguito in argilla non decorata o anche in
terracotta grezza, per attingere acqua o per preparare, cuocere o consuma­
re la vivande, ci ricorda costantemente il fatto che i fedeli potevano avere
permanenze, anche lunghe, nei santuari.
III. Le altre manifestazioni devozionali pubbliche e private 1 17

Come abbiamo visto, per ottenere il favore della divinità su di un arco


di tempo il più lungo possibile, il fedele desidera che il proprio atto di culto
sia reso eterno o comunque destinato a durare. In Grecia propria si usa
raffigurare l'atto di culto o la divinità oggetto della devozione sotto forma
di rilievi votivi in marmo o in pietra o, più eccezionalmente, su pìnakes,
'quadretti', eseguiti in pittura, che conosciamo da due santuari della Corin­
zia, da Penteskouphi su supporto fittile e su supporto di legno da Pitsà. I
Greci d'Occidente hanno invece usato la creta come espressione più comune
della p.ropria fede per realizzare pt'nakes a rilievo con la rappresentazione
di cerimonie religiose, di sacrifici o di semplici atti devozionali: alcuni san­
tuari e diverse necropoli di area siracusana (Siracusa, Akrai, Eloro) hanno
conservato intere pareti di roccia con gli incassi quadrati o rettangolari per
l'inserzione di quadretti relativi sia alla devozione santuariale che al culto
funerario. I pùzakes più celebri e numericamente significativi sono quelli
provenienti da Locri, dalle sottocolonie locresi e dal già ricordato insedia­
mento di coloni provenienti da Locri stanziati nell'entroterra della colonia
siceliota di Naxos, presso l'attuale centro di Francavilla. A giudicare dai
pochi esemplari di pìnakes locresi conosciuti con soggetto riconducibile ad
altre divinità diverse da Kore, rinvenuti nella " Stoà ad U" di Centocamere
e nel santuario della Mannella, anche altri luoghi di culto locresi debbono
aver conosciuto analoghi pt'nakes: ora, dopo la scoperta del Thesmophorion
di Locri, ci spieghiamo la presenza nel voluminoso corpus locrese di un tipo
di pìnax con Demetra dolente ed Ecate, un'immagine comprensibile solo
in un santuario della dea, notoriamente assente alla Mannella, così come
ad Afrodite si collegano direttamente pz'nakes con la nascita della dea o con
l'accompagnamento nuziale di Afrodite da parte di Ermes o di figure minori
del corteggio abituale della dea, come Peithò, Zephyros, Himeros e Pathos.
Tra i pz'nakes rinvenuti alla Mannella una prima, nutrita serie presenta
eventi mitici assunti con il valore di simbolo delle aspettative del fedele. Un
gruppo, che rappresenta il ratto di Kore da parte di Ade (fig. 62) o l'imma­
gine di Kore in trono con o senza Ade, allude all'imminente atto nuziale; un
secondo gruppo, con la presentazione alla nubenda o ad un pubblico gene­
rico non raffigurato di Adone fanciullo nel tàlaros (fig. 63 ) da parte di Kore/
Afrodite (il mito le prevede entrambe impegnate in una simile azione) , ha il
significato di simbolo della felice conclusione delle nozze con la nascita di
figli: ricordiamo che a Locri le celebrazioni di Adone, rappresentato anche
in manici di specchio di fabbrica locale, occupano un posto assai rilevante
nelle cerimonie pubbliche civiche. Come si deduce dal confronto con la
scena dipinta su di un epz'netron attico a figure rosse del Pittore di Eretria,
simbolica dell'evento nuziale è anche l'immagine della porta, rappresentata
chiusa o semiaperta con veduta di Ade e Persefone, davanti alla quale è la fe­
dele (fig. 64). Se queste immagini miti che incarnano le attese della nubenda
oo

Fig. 62. Locri: pìnax


fittile con il ratto di
Kore (da Pinakes I-III
1999-2009)

Fig. 63. Locri: pi'nax


fittile con la dea in
atto di presentare
il giovane Adone


che sorge dal tàlaros
(da Pinakes I-III 1 999·
'------' 2009)
III. Le altre mam/estazioni devozionali pubbliche e private 1 19

Fig. 64. Locri: pi'nax


fittile con la fanciulla
dinanzi alla porta
aperta attraverso la
quale si scorgono
Kore ed Ade
(da Pinakes I-III
1999-2009)

l - - - - - ________________ __;;:�_:

e delle famiglie, le altre rappresentazioni sui pt'nakes si riferiscono da un lato


alla celebrazione di riti collettivi prenuziali, come processioni, peploforie
(fig. 65) , sacrifici o immagini di animali da sacrificio (fig. 66), dediche votive,
e dall'altro all'assolvimento da parte della nubenda di obblighi cerimonia­
li, peraltro anch'essi parte degli eventi ritualizzati. Tra questi predominano
rappresentazioni in varia forma, esplicita o allusiva, di fanciulle in atto di
presentare alla dea o alla sacerdotessa la palla, tipico giuoco infantile delle
ragazze, simboleggianti la transizione alla maturità, o un gallo, l'animale da
sacrificio proprio di Kore, spesso sotto la protezione di una divinità maschi­
le: queste divinità, che comprendono Ares (fig. 67) , Ermes, Dioniso, Apollo
e i Dioscuri (talora fa la rara apparizione Trittolemo), sono da considerare
come immagini simboliche dei vari ruoli maschili e come proiezioni del­
le aspettative nutrite nei confronti della figura maschile del futuro sposo.
Accanto a queste rappresentazioni puramente allegoriche vanno ricordate
quelle che descrivono l'assolvimento di riti prematrimoniali da parte della
futura sposa: tra questi dominano l'allusione al bagno prenuziale, attraverso
l'immagine simbolica di un lutèrion (fig. 68) , e la preparazione del corredo
nuziale e di beni dotali, come stoffe o stoviglie metalliche, che spesso la
..----- - - - - - - - - - - - - -----

D C

"'

Fig. 65. Locri: pùzax fittile


con peplophòria (da Pinakes
I-III 1 999-2009)

Fig. 66. Locri: pi'nax fittile


con immagine della vittima
caratteristica di Kore,
il gallo (da Pinakes I-III
1 999-2009)
Fig. 67. Locri: pz'nax fittile
con la fanciulla in atto
di offrire la palla a Kore
alla presenza di Ares
( da Pinakes I-III
1999-2009)

Fig. 68. Locri: pz'nax fittile


con immagine del lutèrion

'!J
e della fanciulla con la zòne ,
(da Pinakes I-III 1 999-2009) '------ - - - - - - - - ------- _ _ __ _
122 Parte prima. Archeologia della religione

-� Fig. 69. Locri: pinax


fittile con fanciulla in atto
--------rr-:0:-- : di deporre il corredo in
una cassa (da Pinakes I-III
1999-2009)

fanciulla depone sopra o dentro làrnakes ed arche lignee (fig. 69). La descri­
zione dei rituali non è comunque mai analitica. Di frequente infatti si allude
a questi cerimoniali facendo ricorso alla rappresentazione. di un solo oggetto,
fortemente simbolico dell'intero ciclo festivo, come il gallo o il thymiatèrion,
così come abituale è l'accumulo dei simboli, anche in contesti che narrano
momenti del rituale di altra natura: si veda per esempio la continua esibi­
zione di oggetti allusivi alla controparte maschile, come patere o kàntharoi,
a loro volta simboleggianti il centrale momento biotico del simposio, o di
attributi propri del ruolo femminile, come il kàlathos o lo specchio. Se i tipi
usati nei santuari di Kore di area locrese o nella sua replica siceliota del culto
a Francavilla nell'entroterra di Naxos sono abbastanza uniformi (in qualche
caso è addirittura documentata l'esportazione di matrici) , i tipi originaria­
mente diretti ad altri santuari si riferiscono, come abbiamo appena detto, ad
Mrodite e a Demetra, che non è venerata alla Mannella, ma nel santuario
della dea con l'epiclesi di Thesmophòros in località Marasà-Parapezza, che
compare solo in misura assai marginale nell' imagerie della Mannella, nei pì'­
nakes con presentazione della fanciulla a Kore alla presenza di Trittolemo,
figura legata strettamente al culto eleusinio.
III. Le altre manifestazioni devozionali pubbliche e private 123

5. La religiosità domestica

La ricerca archeologica non ha finora sviluppato un'attenzione partico­


lare per il riconoscimento e la classificazione dei culti domestici del mondo
greco in generale, la cui consistenza monumentale prima dell'epoca elleni­
stica è di fatto inesistente. Da sempre, per il mondo coloniale, con questo
genere di culti sono state messe in relazione le sole arule fittili, ma assai
di rado si è prestata attenzione al contesto di ritrovamento: l'interesse si
è sempre concentrato sulle rappresentazioni a rilievo che decorano questi
oggetti e non sull'aspetto archeologico del loro uso. La novità più rilevante
per questo aspetto è offerta da alcuni studi che hanno dimostrato come
la presenza di piccoli gruppi di statuette fittili all'interno delle abitazioni,
finora inspiegata e in buona sostanza trascurata, denoti I' esistenza di piccoli
luoghi di culto di ambito domestico; è interessante notare che il fenomeno
caratterizza l'area coloniale greca di epoca classica ed ellenistica e succes­
sivamente le zone indigene dell'Italia meridionale e della Sicilia maggior­
mente ellenizzate. È questo uno sviluppo molto caratteristico dell'area della
grecità occidentale, a quanto sembra sconosciuto in madrepatria. In genere
questi contesti comprendono pochissimi oggetti, ma dal significato inequi­
vocabile. Due tra i casi più significativi sono pertinenti a Gela. Il primo si
riferisce ad un'abitazione di assai modesto livello sulle pendici settentrionali
dell'acropoli della città di poco anteriore alla distruzione cartaginese del 409
a.C.: in un ambiente (XVII a) della casa sono state scoperte due statuette,
una del tipo della locale Atena Lindia e una con la rarissima raffigurazione
di Baubò (tav. 29), un personaggio secondario del mito di Demetra, una
vecchia la quale, eseguendo con le proprie pudenda un gesto sconcio e al
tempo stesso simulazione di un adynaton (il parto di una vecchia) , avrebbe
indotto la dea al riso, ponendo così fine alla drammatica interruzione del
normale ciclo vegetativo della natura, provocato dall'afflizione della dea
per la scomparsa della figlia. Le due statuette esprimono meglio di ogni
documento letterario il senso della religiosità degli strati più umili della
città. Gli appartenenti a questi livelli sociali appaiono legati per un verso al
grande culto poliadico di Atena Lindia, la dea recata dalle genti di Rodi pro­
tagoniste della prima colonizzazione della città (che avrebbe perciò preso il
nome di Lindioi) , e dall'altro alla dea di Bitalemi, più volte in queste pagine
evocata, forse non senza una partecipazione di carattere emotivo personale
alla drammaturgia sacra del mito di Demetra da parte delle donne anziane
della famiglia. L'altro caso, pure geloo, si collega al recente ritrovamento
di un piccolo quartiere di probabile natura mercantile in località Bosco
Littorio, immediatamente all'esterno della città. Si tratta di una serie di
locali, in mattoni crudi e di modeste dimensioni, ma eccezionalmente ben
conservati, allineati su quella che sembra essere una strada che, lambendo
124 Parte prima. Archeologia della religione

il lato sud dell'acropoli, conduce verso la foce del fiume Gelas, dove si col­
locava l'attracco portuale della città: accanto alla porta di tre di ciascuno di
questi locali sono venuti in luce tre altari fittili con decorazione figurata, di
fatto arule a forte sviluppo verticale e di dimensioni eccezionali, che in due
casi toccano i quattro piedi di altezza (m 1 , 14- 1 , 1 6 ) . Le decorazioni figurate
dei tre altari, databili tra la metà del VI e i primissimi decenni del V secolo
a.C., comprendono la Gorgone in corsa con Chrysaor e Petaso (tav. 30),
il ratto di Tithonos da parte di Eos e una dea con due accompagnatrici,
molto verosimilmente Afrodite con le Charites. Questi altari esprimono la
religiosità minuta dei frequentanti: se il tema di più evidente connotazione
mercantile è quello con l'immagine di Afrodite, i miti della Gorgone e di
Eos, dall'evidente contenuto di carattere funerario, vista la frequenza con la
quale compaiono sulle più consuete arule, sono da considerare manifesta­
zioni di religiosità "privata" , i cui temi fondamentali collegano in maniera
indissolubile il culto domestico con la religione dei morti. A Locri è perfino
documentato il caso di un' arula usata come segnacolo di tomba, forse anche
per eseguire i piccoli sacrifici del culto funerario svolto nel contesto stesso
della necropoli. Nelle manifestazioni di culto domestico le allusioni - spesso
ben più che allusioni - alla sfera funeraria sono persino owie. La conser­
vazione della memoria degli antenati, venerati sia nelle necropoli che nelle
case, era infatti affidata interamente alla famiglia: nel caso degli altari di Bo­
sco Littorio, l'evocazione del mondo dei morti è fatta in funzione dell'attesa
di protezione e aiuto da parte degli antenati, prima ancora che dagli dèi.
Le pochissime certezze che si riescono a raggiungere per i culti dome­
stici in epoca arcaica e classica ci mostrano due diversi livelli di religiosità,
uno più " alto " , documentato dalle arule, a volte presenti in più esemplari
in una stessa abitazione, ma attestate anche in sepolcri, ed uno più "basso " ,
che s i manifesta nelle forme d i depositi d i pochissimi oggetti a carattere
devozionale, perlopiù statuette, come accade nel caso di Gela appena de­
scritto; in quest'ultima eventualità, non si dà mai il caso di scavatori che
distinguano (e segnalino debitamente) queste presenze. La pluralità delle
arule in una stessa abitazione resta ancora sostanzialmente inesplicata: si
conosce addirittura il caso di un ambiente di una casa dell'abitato siculo di
Monte S. Mauro, dove ne sono venute in luce ben otto, ciò che ha spinto lo
scavato re a denominare l'abitazione "Casa delle arule" e ad attribuirne la
proprietà ad un mercante di quei fittili. La risposta più probabile all'inter­
rogativo è quella dello svolgimento di più culti in una stessa abitazione, non
solo dedicati a più defunti di lignaggi diversi, o anche prestati a divinità
diverse, come sappiamo dalle fonti poteva accadere in pratiche religiose di
natura privata e domestica.
In epoca ellenistica il culto domestico appare infine segnato in maniera
inequivocabile dalla presenza di un altare fisso, di qualità monumentale
III. Le altre mant/estazioni devozionali pubbliche e private 125

e non più nella forma di un altarino fittile mobile, come nel passato. Gli
esempi più belli sono quelli di recente messi in luce da Francesco La Torre
in case del II secolo a.C. di Finziade, la città fondata nel 280 a.C. nel sito
dell'attuale Licata dal tiranno Fin zia trasferendovi gli abitanti di Gela da
lui distrutta. In quasi tutte le case l'altare, realizzato in mura tura con mo­
danature in stucco, si colloca in posizione fortemente enfatica nello spazio
abitativo, al centro del lato più importante del peristilio o del cortile, in
genere di fronte ad una piccola nicchia nella parete, destinata con tutta
evidenza a contenere una o più statuette di divinità fittili o in bronzo: sul
piano tipologico e funzionale questi apprestamenti mostrano un chiaro
nesso con i larari romani, che ne ripetono in larga misura la forma.

6. I culti/unerari

Il capitolo della religione funeraria della grecità coloniale si presenta


di estrema complessità per una serie di fattori. In primo luogo la docu­
mentazione di scavo delle necropoli è scarsa e lacunosa: gran parte delle
necropoli di area coloniale è stata saccheggiata per tutto il XIX secolo e
solo pochissimi sepolcreti sono stati scavati in epoca recente e in maniera,
anche se non completa, almeno semplicemente estensiva, e ancor meno
sono le necropoli pubblicate in forma compiuta. Una delle condizioni
essenziali per la ricostruzione dei grandi mutamenti ideologici e sociali
per via archeologica è infatti la conoscenza moderna e circostanziata del
numero più alto possibile di tombe di un sepolcreto o di una città scavate
con metodi moderni. Il problema è complicato dalla varietà relativamente
grande di usi funerari presenti nella vastissima area coloniale d'Italia e di
Sicilia, dove si sono venute affiancando costumanze e tradizioni abbastan­
za diverse tra loro con sviluppi storici anch'essi tutt'altro che omogenei,
almeno fino all'età ellenistica. Troppo recente è inoltre la data di nasci­
ta dello studio degli usi funerari antichi, perché si possa parlare di una
tradizione di studio, capace di ricostruire un'ideologia funeraria, ossia il
corpus delle regole simboliche che determinano il rituale di seppellimento,
l'aspetto esteriore delle tombe e la selezione del materiale di accompagno
deposto nelle tombe.
All a luce di tutto ciò, possiamo senz'altro affermare che la religione dei
morti dei Greci di Italia e di Sicilia è ancora, se non del tutto sconosciuta,
assai imperfettamente nota. Se in alcuni casi, come in quello della Pithekou­
sa delle origini, siamo in grado di ricostruire le linee fondamentali degli usi
funerari e delle regole dettate dall'ideologia funeraria dei coloni tra VIII e
VII secolo a.C., per la maggior parte delle necropoli note è possibile solo
indicare alcune linee di base dei costumi che hanno presieduto alla realizza­
zione e alla predisposizione del corredo funebre delle tombe delle colonie
126 Parte prima. Archeologia della religione

greche d'Occidente e che vengono presentate in questa sede con il carattere


della massima provvisorietà e genericità delle conclusioni raggiunte.
In linea generale, i primi coloni sembrano aver recato con sé gli usi
funerari della madrepatria senza particolari caratterizzazioni. La migliore
documentazione della cosa ci è offerta dalla necropoli di S . Montano ad
Ischia, magistralmente esplorata da Giorgio Buchner e da questi pubblicati
insieme a David Ridgway, che ci hanno fatto conoscere un vasto sepolcreto
del primo secolo di vita della colonia pitecusana e le linee di guida seguite
nel predisporre la sepoltura dei membri della collettività. È notevole che
fra questi siano inclusi (e riconoscibili) anche diversi stranieri, soprattutto
donne indigene verosimilmente sposate ai coloni o a questi soltanto asser­
vite, e alcuni individui di origine etrusca o fenicia. Ci è dato di riconoscere
questi non greci grazie alla presenza nei corredi funerari o di fibule pro­
prie dell'abbigliamento femminile delle donne indigene sposate ai coloni,
oppure di oggetti di alto contenuto simbolico e ideologico per la cultura
di origine, rispettivamente un'anfo retta "a spirale" , tipica dell'Etruria me­
ridionale, e una brocchetta "con orlo a fungo " , distintiva delle necropoli
fenicie di madrepatria e delle colonie. Le tombe pitecusane sono di norma
ad incinerazione sotto un basso tumulo di terra e sassi e contengono po­
chissimi materiali, qualche vaso potorio o per unguenti e oggetti personali,
scarabei egizi e orientali, collane, bracciali o fibule. Se nel corredo figurano
anche vasi usati per le cerimonie funebri, coppe per bere e soprattutto
oinochòai impiegate per spengere il rogo e per le libagioni d'uso, il vaso di
maggior prestigio è la grande coppa-cratere importata o di fabbrica locale,
spesso usata come nell'Atene di età geometrica a mo' di sèma, il segnacolo
della tomba posto sulla sommità del tumulo (ma possono fungere da sèma
anche cippi, stele o colonnette). L'uso di questi segnacoli è destinato a
durare: secoli più tardi le tombe delle necropoli sia urbane che suburbane
di Metaponto presenteranno crateri a figure rosse come sèmata collocati
all'esterno della tomba.
Il rito funerario dominante in epoca più antica è l'incinerazione, cui
si affianca ben presto l'inumazione, destinata a diventare uso prevalente,
mentre il sepolcro abbandonerà ben presto la forma del tumulo: la tomba
a camera viene adottata più tardi e più di rado, con maggior frequenza
nelle necropoli di Taranto, Napoli e Cuma. Le necropoli, dislocate lungo le
strade che, partendo dal centro urbano, innervano la chòra, presentavano
aree con tombe pertinenti a gruppi familiari, distinguibili per dislocazione
e per contiguità e forse proprio grazie ai sèmata. Tuttavia, a partire dal VI
secolo a.C., il diffondersi in molte città coloniali di ordinamenti egualitari
in fatto di esibizione di fasto nei funerali e in generale di regole contro il
lusso hanno condotto ad una severa limitazione nella consistenza delle
deposizioni, fino ad escludere ogni oggetto dai corredi di accompagno;
III. Le altre manz/estazioni devozionali pubbliche e private 127

questa circostanza, assieme al radicarsi nell'uso generale e nella mentalità


diffusa dei canoni dell'urbanistica regolare, hanno sovente finito con il de­
terminare un anonimo disporsi di sepolture praticamente vuote per file e a
distanze regolari: come nei casi meglio noti nella necropoli di Megara Iblea
e in quella di S. Venera a Poseidonia, di fatto cancellando sia in pianta che
in superficie la visibilità dei rapporti parentelari, un dato che tuttavia do­
veva essere recuperato per altra via a noi sconosciuta. Di norma, tuttavia,
la pietas familiare nei secoli tra il V e il III a.C. ha fatto erigere epitymbia,
stele e piccoli monumenti funerari (fig. 70) , di cui l'immagine più vivida
ci viene restituita dalle ceramiche apule dipinte con la "visita al sepolcro" ,
rappresentato come un piccolo e semplice naz'skos, più raramente distinto
da un semplice sèma in forma di colonna o stele, per non parlare dei nume­
rosi piccoli depositi, contenenti le statuette dell'eroe recumbente assieme
ad altri oggetti votivi e rinvenuti in molte aree di necropoli, soprattutto a
Taranto, che hanno ai nostri occhi il sapore di documenti di quella pietas
familiare. Tra VI e V secolo a.C. , abituale è l'indicazione della classe d'età e
del ruolo del defunto facendo ricorso a oggetti deposti nel corredo. Oltre al
corredo vascolare, che ha lo scopo di denotare la posizione di simposiasta
del defunto, agli uomini adulti spettano oggetti che ne marcano l'even­
tuale funzione, speroni o morso di cavallo per indicarne l'appartenenza
alla cavalleria, strigile, disco o altro oggetto per lo sport, per segnalarne
la condizione di atleta, talora strumenti musicali, che ne sottolineano le
abilità musicali; alle donne invece appartengono tutto quanto caratterizza
la condizione muliebre, strumenti della cosmesi come specchi, contenitori
di belletti e profumi, o della tipica attività femminile della filatura e della
tessitura. Solo più tardi, nell'avanzato V secolo a. C., in alcune necropoli
donne di elevata condizione sociale verranno fatte segno di sepoltura dal
corredo eccezionale, come vedremo più avanti.
In tutto il mondo coloniale la conquista romana avvia ovunque profon­
di rivolgimenti nel tessuto sociale e nella realtà politica. In Sicilia la crea­
zione della provincia paradossalmente libera energie economiche soffocate
dal gravame del potere sia cartaginese che siracusano, dando origine a forti
gruppi aristocratici locali; parallelamente, in area italiota e indigena di Ma­
gna Grecia, i Romani favoriscono ovunque la nascita di gruppi oligarchici,
tradizionalmente filoromani e capaci di secondare il nuovo dominio. Già
allo scorcio del III secolo a.C. queste aristocrazie locali, protagoniste della
scena politica e sociale nelle loro città e nei loro territori, non solo, come
vedremo più avanti, introducono nell'edilizia privata modelli opulenti el­
lenistici, ma adoperano espressioni di analoga opulenza anche nei sepolcri.
Nella Sicilia in parte già ridotta a provincia di Roma trovano sempre più
ampia diffusione le tombe a camera e fanno la loro comparsa alcuni sepolcri
monumentali individuali, che esprimono l'emergere di grandi personalità
;\

Fig. 70. Locri Epizefirii: planimetria della necropoli in contrada Lucifero (nn. 12-23 ) ; il n. l indica il tempio in contrada Marasà, il n. 4 il Thesmophorion in
contrada Paparezza
III. Le altre manz/estazioni devozionali pubbliche e private 129

collegate con gli ultimi decenni del regno di Ierone o con i conquistatori
romani: i soli esempi noti di grande apparato architettonico sono la c.d.
"Tomba di Terone" ad Agrigento e la "Pizzuta" di Eloro, che riprendono
tipologie consolidate dell'ellenismo internazionale grazie al prestigio delle
sepolture dinastiche, soprattutto dell'Egitto tolemaico. Nelle necropoli di
una Magna Grecia già devastata dalle guerre di conquista, spiccano sia cor­
redi ricchissimi pertinenti a queste nuove oligarchie, come la "Tomba degli
Ori" di Canosa, sia tombe a camera di grande apparato, come la "Tomba
della Medusa" di Arpi, mentre a Taranto i tradizionali nat'skoi funerari pos­
sono assumere l'aspetto di monumenti imponenti, come il nat'skos di via
Umbria, decorato con metope raffiguranti le battaglie di Alessandro (tav.
7 1 ) . Questa fase si chiude a Taranto con la colonia graccana, mentre subito
dopo, verso la fine dell'età repubblicana, tendono ovunque ad imporsi i
modelli funerari romani, e la tipologia delle necropoli e delle sepolture di
epoca romana di Magna Grecia e Sicilia finisce per risultare omogenea, e
tale da non discostarsi dai modelli correnti nell'Italia tardo-repubblicana
e imperiale.
Elemento fondamentale del rituale funerario sin dalla fondazione delle
colonie è dato dalla presenza nel corredo di accompagno del contenitore
di unguenti, profumi o balsami, usati a profusione sul corpo del defunto
dopo il tradizionale lavaggio, anche nel caso in cui il rito adottato fosse la
cremazione. Nella fase più antica (VIII-VI secolo a.C.) le forme principali
per questi unguentari sono la lèkythos e l'aryballos, cui dalla fine del VII
secolo a.C. si affianca l'alàbastron. Come abbiamo visto sopra parlando
dei doni votivi, le fabbriche dominanti, spesso imitate sul posto, vedono il
succedersi delle produzioni protocorinzie (VIII-VII secolo a.C. ) , corinzie
(600-550 a.C.) e attiche (550-400 a.C . ) ; a partire dal IV secolo a.C. si affer­
ma incontrastato il dominio di prodotti locali, dipinti e non. Un prezioso
indizio dell'elevato livello sociale del defunto è costituito dalla presenza
nel corredo di balsamari configurati o di alàbastra in alabastro orientale e
in marmo, e di pissidi pure in marmo. I contenitori di unguenti e profumi,
proprio perché parte essenziale del rituale funerario, sono un elemento
costante del corredo funebre lungo tutta la storia delle società coloniali,
fino a raggiungere l'età romana: addirittura, quando, per effetto di leggi
suntuarie, il corredo di fatto scompare, come accade nel V secolo a.C. in
alcune città italiote (più rare sono le occorrenze siceliote) , il contenitore di
unguenti è il solo oggetto di accompagno della sepoltura. Dalla fine del VI
secolo a.C. si fanno più rari gli oggetti di ornamento personale: situazioni
particolari sono quelle presentate da tombe femminili, non solo quelle ap­
pena ricordate di Agrigento, ma anche da contesti locresi di epoca classica,
con abbondanti materiali del mundus muliebris. Materiali che esprimono
il lusso faranno la loro riapparizione in età tardo-classica, fino a diventare
130 Parte prima. Archeologia della religione

in epoca ellenistica, soprattutto con la deposizione di oreficerie, uno dei


segni dell'elevato livello sociale del defunto. Un caso del tutto eccezionale
è costituito dalle necropoli di Lipari, le cui tombe di epoca tardo-classica
ed ellenistica contenevano un elevato numero di statuette di attori e so­
prattutto di maschere teatrali (tav. 3 1 ) , che, magistralmente edite da Lu­
igi Bernabò Brea, ci hanno restituito la complessa tipologia delle antiche
maschere della tragedia e della commedia nota solo dai lessici antichi; la
ragione di questo tipo di offerta funebre non è chiara, ma è possibile che,
un po' come a Roma e in Etruria, nella colonia cnidia si fosse affermato
l'uso di celebrare, in occasione di funerali di personaggi di rilievo, repliche
di spettacoli teatrali o per/ormances di danze, di cui le piccole offerte fittili
sarebbero un sostituto: il solo confronto noto è costituito dalle analoghe
maschere teatrali deposte in corredi di IV-III secolo a.C. di Tarquinia in
Etruria, cultura in cui, come in quella romana, i funerali solenni erano
accompagnati da spettacoli teatrali. La stessa funzione rievocativa di mo­
menti festivi sembra da attribuire alle moltissime statuette di danzatrici
deposte in tombe tra il primo ellenismo e gli inizi dell'età imperiale: come
le statuette di persone coronate pure appartenenti a corredi funerari dello
stesso periodo, queste immagini di danza e di festa volevano forse eterniz­
zare la celebrazione religiosa e festiva che si accompagnava alla sepoltura.
Altra cosa è la deposizione di singoli oggetti eccezionali all'interno dei
corredi funebri di epoca arcaica, allo scopo di sottolineare l'alto livello
sociale di tal uni defunti: per questo aspetto possiamo ricordare l'esempio
di due sepolture eccezionali (ma molte altre se ne potrebbero aggiungere) ,
una di Metaponto, di cui s i è di recente rinvenuta la camera di particolare
impegno, donde proviene lo splendido elmo arcaico conservato a Saint
Louis (tav. 3 2 ) , e una di Taranto detta " dell'Atleta" (tav. 1 4 ) , già descritta
sopra. Non è difficile concludere che queste due sepolture eccezionali, che
peraltro si iscrivono nel processo di diffusione, soprattutto in Magna Gre­
cia a partire da Taranto, dell'uso della tomba a camera, non di rado dotata
di una sua complessità architettonica, avevano lo scopo di rendere visibile
l'immagine di personaggi di grande rilevanza sociale, appunto un grande
guerriero e un eminente atleta. In epoca arcaica era anche d'uso marcare
il rango del defunto anche grazie alla presenza di un vero e proprio monu­
mento sepolcrale in superficie, ben più significativo del normale segnacolo.
Un retroterra sociale e culturale di questo tipo è all'origine del raro gruppo
di sculture monumentali di pieno VI secolo a.C. dalla necropoli di Megara
Iblea, composto dal kùros del medico Sombrotidas (tav. 33 ) , da una figura
di Kurotròphos seduta (tav. 3 4 ) e da due cavalieri purtroppo frammentari,
tutti attribuibili a epitymbia non troppo diversi dalle splendide statue di
kùroi e di kòrai collocate come sèmata sulle tombe aristocratiche dell' At­
tica arcaica.
III. Le altre mam/estazioni devozionali pubbliche e private 13 1

A parte vanno considerate alcune sepolture di personaggi, che, attra­


\'erso oggetti anch'essi speciali o inconsueti ovvero grazie a particolari ap­
prestamenti della tomba, intendevano manifestare l'appartenenza a gruppi
esoterici o dimostrare la propria fede in credenze salvifiche. Tra la fine del
VI e gli inizi del V secolo a.C. si collocano tombe di membri di gruppi uniti
da dottrine salvifiche, come quella dei bebakcheumènoi di Cuma, cui si è
fatto cenno sopra. Si conoscono tuttavia altre testimonianze di analoghi
gruppi di iniziati o di fedeli di religioni della salvezza, cui dobbiamo alcu­
ne testimonianze archeologiche del tutto eccezionali. Il più antico di tali
documenti, di grande rilevanza storico-artistica, è costituito dalla celebre
romba dipinta a cassone dal territorio di Poseidonia nota come "T om ba
del Tuffatore" , appartenuta molto verosimilmente ad un iniziato ai misteri
dionisiaci. La tomba fa parte di una piccola necropoli pertinente ad un
insediamento del territorio poseidoniate sito a pochi chilometri a sud delle
mura della città, in località "Tempa del Prete" . Le lastre che componeva­
no le pareti del cassone contengono la rappresentazione di un simposio
oltremondano: un giovane scortato da una piccola auletrìs e da un uomo
maturo, forse il pedagogo o il capo della comunità di iniziati oggetto della
rappresentazione (lastra corta: tav. 3 5 ) , sta raggiungendo una delle cinque
klìnai tutte occupate (lastre lunghe: tav. 3 6) da coppie di uomini e di gio­
,·ani, tranne una, presumibilmente quella che sta per essere occupata dal
giovane in arrivo, mentre un inserviente presso un tavolo sormontato dal
cratere sta accudendo i simposiasti (lastra corta); al viaggio verso l'aldilà
allude la scena dipinta sulla lastra di copertura (tav. 3 7 ) , dove è raffigurato
un giovane in atto di tuffarsi in uno specchio d'acqua da una sorta di alto
trampolino, forse una porta, una costruzione realizzata in tecnica a blocchi,
evidente allegoria del "salto oltre le Colonne d'Ercole" (il trampolino? )
compiuto dall'iniziato, il quale, grazie al suo credo, sa con tutta evidenza
come raggiungere l'Isola dei Beati. Il corredo è ridotto all'essenziale, una
!èkythos attica del 490-80 a.C. e i resti di una lira, un tratto che connota il
defunto come esperto esecutore di musica, un tema, quello della musica,
caro a questi gruppi esoterici e ben presente negli stessi affreschi della
romba nelle lire e nei flauti nelle mani dei simposiasti.
Abbiamo accennato alle dottrine orfiche, che dalla fine del V secolo a.C.
si diffondono in Magna Grecia (poco si sa della Sicilia) . Le sepolture di que­
sti iniziati si contraddistinguono per la presenza di laminette auree iscritte
1 tav. 3 8) collocate sulla bocca del defunto, il cui testo, sostanzialmente iden­
tico non solo in questi documenti magnogreci, ma anche in testi prodotti se­
coli più tardi da comunità di altre aree del mondo greco (Creta ad esempio),
descrive un percorso difficile e tortuoso che il defunto deve seguire in un
paesaggio dall'aspetto spettrale: è questa la " strada" da percorrere da parte
dell'iniziato, il quale dovrà seguire prescrizioni minuziosamente descritte
132 Parte prima. Archeologia della religione

nella laminetta, capaci di guadagnargli la "salvezza" . Oltre a queste sepolture


con laminette orfiche, tra le quali spicca il celebre "Timpone grande" (fig.
56), una straordinaria, colossale tomba a tumulo nei pressi di Thourioi, si
riferisce alle stesse credenze ancora un'altra tomba di Metaponto fatta rea­
lizzare da una fervente seguace per la propria sepoltura nello stesso torno di
tempo, alla fine del V secolo a.C. Si tratta di un'altra sepoltura eccezionale,
un cassone dipinto all'interno con festoni di rami verdi di probabile signi­
ficato purificatorio, contenente il cadavere, deposto insieme a due oggetti
tipici delle sepolture femminili altolocate di epoca classica, una pisside di
marmo e un alàbastron di alabastro, e a due altri singolari manufatti, espres­
sione della "fede" della defunta, un piccolo pendaglio d'osso e una stranissi­
ma scultura miniaturistica in calcare. Il pendaglio è stato riconosciuto come
l'immagine bifronte, finora sconosciuta, di Fanes, l'essere primordiale delle
dottrine orfiche, metà uomo e metà donna e simbolo del principio della vita:
la scultura miniaturistica rappresenta invece la nascita di Elena dal guscio
dell'uovo generato dalla madre Leda in seguito al congiungimento di questa
con Zeus sotto l'aspetto di un cigno (tav. 39). Questo della nascita di Elena
era un mito molto caro ai circoli esoterici di tardo V secolo a.C., nella Grecia
propria e ad Atene in particolare, per i suoi contenuti simbolici connessi
con il principio della vita e al tempo stesso con Nemesi, personificazione del
destino. Se i due oggetti sono di modestissima qualità artigianale, nel suo
insieme la sepoltura riveste carattere di assoluta eccezionalità, a partire dalla
stessa sua caratteristica di tomba dipinta. Non diversamente dalla più antica
"Tomba del Tuffatore" di Poseidonia, il sarcofago dipinto nel mondo greco­
coloniale contribuisce apparentemente a connotare sepolture pertinenti ad
iniziati al dionisismo e all'orfismo, appartenenze peraltro spesso leggibili in
filigrana nelle tombe dipinte della lontana Etruria, le cui élites spesso con­
dividono con quelle dei Greci d'Occidente modelli culturali " alti" , diretta­
mente connessi con ben precisi messaggi escatologici. Non è un caso che
allo stesso ambiente greco-coloniale, forse tarentino, appartenga il bellissimo
" Sarcofago delle Amazzoni" , dipinto questa volta all'esterno, esportato nel
corso del IV secolo a.C. in Etruria nella lontana, ellenizzatissima Tarquinia.
Sempre ad ambito orfico e a provenienze italiote si riferisce un singolare
gruppo di sculture fittili di grandi proporzioni, purtroppo emigrato in tempi
assai recenti al Getty Museum di Los Angeles: le sculture raffigurano Orfeo
citaredo seduto e due sirene e dovevano appartenere ad una sepoltura di IV
secolo a.C. di un personaggio illustre, forse tarantino, adepto delle dottrine
orfico-pitagoriche.
Più raro è il caso di sepolture, nelle quali sembra di poter cogliere l'esi­
stenza di un messaggio politico-culturale costruito mettendo insieme le
rappresentazioni dipinte sulle ceramiche a figure rosse attiche o italiote
collocate nella tomba. Va innanzi tutto ricordato che le scene dipinte su
III. Le altre mani/e.rtazioni devozionali pubbliche e private 133

questi vasi, tanto quelle mitiche quanto quelle " di genere" fin dalla loro
produzione sono di norma già in bottega concepite dai ceramografi pensan­
do alla destinazione principale dell'oggetto, ma solo in maniera lata pensati
in relazione alle aspettative dell'eventuale acquirente: come dire che le c.d.
special commissions, la produzione di vasi su domanda dal compratore
spesso evocate dagli archeologi per grandi vasi importanti, sono più un mi­
to che una realtà effettiva della produzione della ceramica dipinta antica.
Ecco allora che soggetti tratti dal mondo femminile, dalla cosmesi alla vita
del gineceo e alla maternità, compaiono su vasi usati in maniera esclusiva o
prevalente dalle donne, come peraltro ci indica la loro forma specializzata,
come ad esempio l' hydrzà; il mondo maschile, principale destinatario dei
vasi usati nel rituale simposiaco, viene costantemente rievocato sia con il
mito che con rappresentazioni di "vita reale" , facendo riferimento alle atti­
vità e ai valori propri di quel mondo, e cioè all'aretè guerriera, all'atletismo
e alla cultura del simposio, consistente nell'eros, nel giuoco e nella musica;
i grandi miti rappresentati sulle ceramiche figurate di norma sono riservati
ai maschi adulti, agli occhi dei quali le scene dipinte con esempi morali
positivi, o, più di frequente, con le conseguenze derivanti da un'eventuale
trasgressione di quegli imperativi, rivestono un preciso fine etico: quello
cioè di ricordare costantemente i doveri, in epoca più antica, degli àristoi,
i 'migliori' , come amavano definirsi gli aristocratici arcaici, e più tardi, in
epoca classica, dell'uomo e del cittadino. In questo senso, quasi tutte le
ceramiche figurate contenevano messaggi utilizzabili anche per una desti­
nazione funeraria, rappresentata non solo dall'edificazione di colui che il
vaso utilizzava, ma da evidenti allusioni ai destini umani e in particolare
alla sfera della morte: ad esempio le lèkythoi attiche, non solo quelle a
fondo bianco di conclamata destinazione funebre, venivano in prevalenza
impiegate nei vari rituali funerari, motivo della loro frequente decorazione
con miti dalle evidenti ricadute in chiave di allegoria della morte, come è il
caso dei miti di ratto, ad esempi quelli di Eos e Kephalos o dei Dioscuri e
le Leucippidi. In qualche caso le scene dipinte sulle ceramiche del corredo
sembrano tuttavia alludere a valori etico-politici precisi e circostanziati.
Questo sembra essere il caso delle scene dipinte sui vasi deposti nella c.d.
"Tomba del Pittore di Policoro" , com'è stata chiamata la sepoltura della
fine del V secolo a.C. presumibilmente appartenuta a una donna altolocata
di Eraclea di Lucania: la pertinenza del corredo ad una signora è assicurata
dalla esclusiva presenza di vasi di uso femminile come le hydrzài, o di uso
promiscuo come le pelz'kai, o gli skyphoi, e dall'assenza di vasi di stretta
destinazione simposiale come la kylix. L'imponente corredo della tomba,
recuperato da scavatori di frodo mezzo secolo fa in circostanze purtrop­
po sconosciute, si compone di un elevato numero di vasi figurati, tutti
dipinti dal Pittore di Policoro, l'artista protoitaliota che prende il nome
134 Parte prima. Archeologia della religione

da Policoro, la moderna cittadina sede della scoperta. Le scene dipinte su


questi vasi si riferiscono a miti rari: una parte dei miti, come l' hydrtà con la
rappresentazione di Medea in atto di uccidere i figli, ha palese contenuto
femminile, adatto perciò al sesso della defunta; altri invece, come la pelt'ke
con gli Eraclidi ospitati in Attica (tav. 40), che presenta una trasparente
allusione ad un'alleanza, vagheggiata dal partito conservatore attico per
tutto il V secolo a.C., tra Atene e Sparta, madrepatria delle città di Taranto
e Thurii, colonie cofondatrici pochi decenni prima della sottocolonia di
Eraclea di Lucania, hanno un evidente significato politico, espressione del
ceto di appartenenza della defunta.
Se assai rari sono casi come questo, peraltro discusso e reso meno
netto dall'oscurità sul trovamento, contorni ideologici chiari ha invece il
precoce impiego come cinerario di !ebeti prima e di crateri poi, sia in
bronzo che in ceramica, noto sin dagli inizi dell'età orientalizzante in area
sia greca (Eretria) che etrusca (Pontecagnano); nei secoli successivi, pur
connotando sempre strati alti della società, l'uso dilaga in Grecia e nelle
colonie, come attesta il caso dei tanti crateri attici di elevata qualità, deposti
come cinerari in tombe di Agrigento del pieno V secolo a.C. All'origine
dell'uso c'è l'evidente richiamo al precedente omerico della deposizione
delle ceneri di Patroclo entro un !ebete di bronzo; tuttavia, l'impiego come
cinerario del cratere, il vaso nel quale il vino viene mescolato all'acqua, ha
un preciso valore simbolico di richiamo al diffusissimo messaggio salvifico
dionisiaco, capace ormai di attraversare tutti gli strati delle città coloniali
e delle società indigene d'Italia e di Sicilia a contatto con il mondo greco,
una circostanza che verrà drammaticamente in superficie nel momento
della rivolta dei Baccanali nel 1 86 a.C.
Le tombe di epoca arcaica e classica tendono a descrivere la società
marcando ruoli tradizionali e segnalando con particolari mezzi, dal tipo di
corredo alla forma della sepoltura, quanti si distinguono dall'immutabilità
di quei ruoli, per convinzioni etico-religiose, come nei casi appena esami­
nati, o anche semplicemente perché non ancora integrati nella società degli
adulti, in primo luogo infanti e adolescenti, e talora fanciulle non sposate.
In epoca classica ed ellenistica, le tombe infantili italiote e siceliote (ma
anche di molte tra le culture indigene ellenizzate) , oltre che dalla presenza
di materiali propri dello status di infante, come ad esempio poppatoi o
giocattoli, vengono contraddistinte da un numero insolitamente elevato di
oggetti, spesso miniaturizzati, che oltre a presupporre comprensibili spinte
di carattere affettivo denotano il desiderio dei superstiti di " compensare"
il piccolo defunto per l'infelice sorte, deponendo nel sepolcro un numero
inusitato di oggetti. Tombe di Locri, relative invece a giovani fanciulle, pre­
sentano anch'esse un numero spesso ragguardevole di oggetti, soprattutto
di bronzo, che, configurando un vero e proprio sacrificio dei beni dotali,
III. Le altre mamfestazioni devozionali pubbliche e private 135

lasciano intravedere nei superstiti u n medesimo atteggiamento nei confron­


ti di chi, come la giovane non sposata, non ha compiuto la propria moira,
il ciclo della vita normalmente riservato agli esseri umani, per una donna
il matrimonio, per un fanciullo l'integrazione nel mondo degli adulti. Le
sepolture infantili presentano nel corredo anche statuette fittili di animali o
di esseri umani, la cui primaria valenza di giocattolo si colora di significati
particolari a seconda della rappresentazione: fra le statuette di animali sono
frequenti esseri dalle forti capacità riproduttive, come galli o cinghiali, il cui
significato simbolico va sempre inquadrato nella logica dei meccanismi di
compensazione sopra descritti. In epoca ellenistica avanzata nelle tombe di
Taranto, per motivi che non siamo in grado di spiegare, le statuette raffi­
guranti esseri umani deposte nelle sepolture infantili possono assumere le
dimensioni ragguardevoli di qualche decina di centimetri di altezza.
Un cenno infine all'uso ellenistico e soprattutto romano di deporre nella
tomba (spesso sopra o dentro la bocca del defunto) una moneta di bronzo,
interpretata per lo più come "obolo di Caronte" , ma più in generale come
sostitutivo monetato degli oggetti di corredo; una logica che vede nello
stesso torno di tempo il diffondersi della moneta anche nei santuari, come
equivalente in valore monetale dei doni in natura o riprodotti in terracotta
o in metallo tradizionalmente recati al dio.

Nota bibliografica

Sui Greci d'Occidente e i santuari panellenici: ACT XXXI , 199 1 ; AMPOLO


2009 (in generale) ; HERMANN 1976; WINTER 1 993 , 288-289 (terrecotte archi­
tettoniche e thesauròi) ; NENCI 1976; Russo 2004 (danari dei Tarentini) ; VATIN
1991 -92 (donario di Polizalo) ; GHISELLINI 1988 (statue di atleti) ; VISINTIN 1 992;
BARRON 1999; CURRIE 2002 (Eutimo di Locri); Lo PORTO 1 967 ; VALENZA MELE
1991 (tombe di atleti tarentini) ; BENTZ-MANN 2001 (eroizzazione di atleti).
Sui culti e le tombe degli eroi: ANTONACCIO 1 995 (in generale) ; GASPERINI
1998 (tomba di Batto) ; COARELLI-TORELLI 1984 , 3 15 -3 17 (Megara); KRON 197 1
(Poseidonia); MERTENS 2007-08 (Selinunte) ; TORELLI 2003 , 678-679 (lmera); CO·
ARELLI-TORELLI 1984 , 3 15 -3 17 (Agrigento); DE }ULIIS 2001 (heròon di Aristea);
MELE 1983b; DE LA GENIÈRE 199 1 ; MELE 1995 (eroi greci in ambiente indigeno);
VISINTIN 1992 (eroe di Temesa); COARELLI 1982 (Athenaion di Siracusa); DE
SENSI SESTITO 1977; LEHNER 2005 (culto dinastico ellenistico) .
Sui doni di rilievo: GIANGIULIO 1 989; DE ANGELIS 2005; SPADEA 2006 (Hera
Lacinia) ; DEGRASSI 1981 (Zeus di Ugento) ; VATIN 1991 -92 (Auriga di Delfi); PA­
VESE 1996 (Auriga di Mozia) ; TORELLI 2007b (Trono Ludovisi); v. anche Parte
seconda, cap. VIII.
Sui depositi votivi (la stragrande maggioranza è tuttora inedita) : COMELLA­
MELE 2005 ; GRECO-FERRARA 2008 (in generale); BUCHNER-D'AGOSTINO 1994 ·
1995 (Pitecusa); CATUCCI-}ANNELLI 2005 (Cuma); MILLER-AMMERMAN 2002;
136 Parte prima. Archeologia della religione

AVAGLIANO-C!PRIANI 2005 (Paestum) ; IACOBONE 1 988 (Taranto) ; LA ToRRE 2002


(Temesa); POSTRIOTI 1 996; DOEPNER 1 998; PICCAREDA 1 999; L!SENO 2005 ; NA­
VA-0SANNA 2005 , 69-82 (Metaponto); SABBIONE 1996; IANNELLI-CERZOSO 2005b
(Hipponion) ; ORSI 1 9 1 3 ; MILLER 1 983 ; MILLER-AMMERMAN 1 985; IANNELLI-CER­
ZOSO 2005a (Medma); COSTAMAGNA-SABBIONE 1990 (Locri); GRASSO 2008 (Le­
ontinoi) ; RIZZA 1 960 (Catania); GIUDICE 1 977-79 (Camarina); PANVINI-SOLE 2005
(Gela); ALBERTOCCHI 2004 (Gela e Agrigento); FAMÀ-TUSA 2000 (Selinunte) .
Sui pùzakes di Locri: PROCKNER 1 968; TORELLI 1 977 a ; TORELLI 1 987; Pinakes
I 1999; Pinakes II 2003 ; TORELLI 2007a; SPIGO ET ALli 2008; Pinakes III 2009.
Sui culti domestici: NILSSON 1 960a; NILSSON 1 960b; VAN DER MEIJDEN 1993 ;
CALDERONE 1 999 (in generale); BARRA BAGNASCO 2009 (Locri); MASSERIA 2003
(Gela).
Sulle necropoli e i rituali funerari: GNOLI 1 982; PELAGATTI-VALLET 1 983 ; AL­
BANESE PROCELLI 1 993 ; D'AMICIS 1 994; Caronte 1 995 ; GIULIANI 1995 ; D'AGO­
STINO 1996; HOFFMANN 2002; ELIA 2006 (in generale) ; BUCHNER-RrDGWAY 1993
(Pitecusa); VALENZA MELE 1981 (Cuma); CIPRIANI 1989b (Poseidonia) ; LIPPOLIS
1 994; GRAEPLER 1997 ; GRAEPLER 200 1 ; HEMPEL 200 1 (Taranto) ; QUONDAM 2009
(chòra sibarita) ; CARTER 2001 (Metaponto); PIANU 1989; PIANU 1990 (Eraclea);
ELIA c.d.s. (Locri); MeliguniS Lipdra 2 1 965 ; MeliguniS Lipdra 5 199 1 ; Meligunzs
Lipdra 1 1 200 1 ; BERNABÒ BREA-CAVALIER 2002 (Lipari); Veder greco 1988; DE
MIRO 1 989; TORELLI 1 997 (Agrigento) ; KUSTERMANN GRAF 2002 (Selinunte); per
le sepolture di individui di fede orfico-pitagorica, v. cap. precedente.
Tav. 3 1 (in alto a sinistra). Lipari, Museo
Archeologico Regionale: maschera teatrale
dalla necropoli
Tav. 32 (in basso a sinistra). Saint Louis
(Missouri), Saint Louis Art Museum: elmo
bronzeo da Metaponto
Tav. 33 (in alto a destra). Siracusa,
Museo Archeologico Regionale: kùros
di Sombrotidas da Megara Iblea
Tav. 34. Siracusa, Museo
Archeologico Regionale: statua
di dea kurotròphos da Megara
Iblea

Tav. 3 5 . Paestum, Museo


Archeologico Nazionale:
"Tomba del Tuffatore" , lastra
corta con arrivo di simposiasta

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Tav. 3 6. Paestum, Museo Archeologico Nazionale: "Tomba del Tuffatore" , lastra lunga con simposiasti

Tav. 37. Paestum, Museo Archeologico Nazionale: "Tomba del Tuffatore", lastra di copertura
con tuffo oltre le "Porte dell'Ade"
Tav. 38. Vibo Valentia, Museo:
laminetta aurea con testo orfico

Tav. 39. Metaponto, Museo


Archeologico Nazionale: scultura
miniaturistica raffigurante Elena
in atto di uscire dall'uovo
Tav. 40. Policoro, Museo
Archeologico Nazionale
della Siritide: vaso con
gli Eraclidi ospitati in Attica
dalla "Tomba del Pittore
di Policoro" di Eraclea Lucana

Tav. 4 1 . Poseidonia,
"Basilica" : capitello
"acheo"
Tav. 42. Paestum, Museo Archeologico Nazionale: metopa dell'Heraion II alla foce del Sele con
danzatrici
Tav. 43 . Poseidonia: veduta del tempio "di Nettuno"

Tav. 44. Siracusa: veduta dell 'altare di Ierone II


Tav. 45. Metaponto: veduta della ricostruzione dell'esterno del teatro

Tav. 46. Cuma, Museo Archeologico dei Campi Flegrei: tomba dipinta di Cuma con coppia
a banchetto
Tav. 47. Paestum, Museo
Archeologico Nazionale:

il ritorno del guerriero


tomba lucana dipinta con

Tav. 48. Napoli, Museo


Archeologico Nazionale:
tomba dipinta di Ruvo
detta "delle Danzatrici"
Tav. 49. Siracusa, Museo
Archeologico Regionale:
cratere dalla necropoli
siracusana del Fusco

Tav. 50. Siracusa, Museo


Archeologico Regionale:
frammento di ceramica
figurata policroma da
Megara Iblea
Tav. 5 1 . Malibu, Getty Museum: anfora del Pittore calcidese deUe Anfore Iscritte
con l ' uccisione di Reso
Tav. 52 (in alto a sinistra) .
Policoro, Museo Nazionale della
Siritide: kàlpis del Pittore di
Pisticci con amazzonomachia
Tav. 53 (in alto a destra). Lecce,
Museo Provinciale "Sigismondo
Castromediano": neck-amphora
del Pittore della Danzatrice di
Berlino con congedo del guerriero
Tav. 54 (in basso a sinistra).
Napoli, Museo Nazionale:
cratere attribuito a Python con
rappresentazione di phlyax con il
mito di Edipo e la sfinge
Tav. 55. Matera, Museo "Ridola" : cratere
del Pittore apulo di Copenaghen con naìskos
funerario

Ti!\·. 56. Matera, Museo "Ridola":


.":.trophòros apula con naìskos funerario
Tav. 57. Napoli, Museo Archeologico Nazionale: cratere a volute del Pittore di Dario detto
"dei Persiani"
Tav. 58 (in alto). Hannover, Kestner
Museum: situla dello stile di Gnathia da
Taranto

Tav. 59 (in basso). Taranto, Museo


Archeologico Nazionale: oinochòe
del Pittore di Konnak.is
Tav. 60. Siracusa, Museo Archeologico Regionale: cavalluccio bronzeo tardo-geometrico
da Siracusa
Parte seconda Archeologia della produzione
materiale e artistica
Capitolo IV Lineamenti dell'architettura
delle colonie occidentali

l . Conservazione e adattamenti: eclettismo e ionismi di età arcaica

La prima preoccupazione dei coloni è senz' altro stata quella di organiz­


zare le difese dell'insediamento, la cui natura tuttavia dovette essere inizial­
mente provvisoria. Difese realizzate in legno e terra, finora però mai venute
in luce negli scavi, se non con tracce indirette, come il riempimento del
fossato di Megara, la cui cronologia all'iniziale VI secolo a.C. prova l'esi­
stenza di un muro più antico. Tutte le mura cittadine note (Cuma, Velia,
Locri, Metaponto, Siris, Caulonia, Naxos, Megara Iblea, Leontinoi, Cama­
rina, Selinunte, Imera) appartengono infatti al VI secolo a.C., spesso frutto
di regimi tirannici; di norma queste fortificazioni, che conoscono porte scee
e l'uso di torri solo in relazione con le porte urbiche, non mostrano par­
ticolarità rispetto a quelle di madrepatria: i modelli di epoca arcaica sono
proseguiti da realizzazioni di V secolo a.C., come è il caso delle poderose
mura di Neapolis (fig. 7 1 ) . Lo sviluppo della poliorcetica nel corso del IV
secolo a.C., tra la tirannide di Dionisio il Vecchio e il regno di Agatocle,
produce tuttavia il c.d. Castello Eurialo di Siracusa (fig. 72) , ulteriormente
perfezionato nel III secolo a.C. da Ierone II, un esempio eccezionale di for­
tezza militare, molto più avanzato sul piano sia tecnico che strutturale delle
celebri fortezze dell'Attica: porte multiple, torrioni massicci in punti deboli
del circuito, linee difensive avanzate o proteichi'smata, fossati, postierle e
gallerie sotterranee per mine e sortite, sono tutti accorgimenti che appaiono
pensati per far fronte a lunghi assedi condotti con macchine e stratagemmi
militari di vario genere. Un esempio parallelo e quasi contemporaneo, ma
di minore complessità, è l'apprestamento della porta settentrionale delle
fortificazioni dell'acropoli di Selinunte nella loro ricostruzione attribuita ad
Ermocrate (fig. 28) , che documenta come in Sicilia la crescita del livello del­
lo scontro bellico, soprattutto quello tra eserciti greci ed eserciti cartaginesi,
sollecitasse gli architetti militari a elaborare soluzioni a volta più avanzate di
quelle messe in atto negli stessi anni nella Grecia propria.
140 Parte seconda. Archeologia della produzione materiale e artistica

Fig. 7 1 . Napoli: rilievo


assonometrico del tratto
di fortificazioni in Piazza
Bellini

Fig. 72. Siracusa:


ricostruzione del Castello
Eurialo (da PUGLIESE
CARRATELLI 1996)
IV. Lineamenti dell'architettura delle colonie occidentali 141

L'architettura di maggiore apparato è senz'altro quella templare, le cui


prime manifestazioni, datate tra la fine dell'VIII (Siracusa, tempio di Piaz­
za Duomo: fig. 22) e il pieno VII secolo a.C. (Siracusa, Athenaion I: fig.
26; Megara, tempio C; Gela, tempio A; Locri Marasà I: fig. 47; Francavilla,
Athenaion: fig. 40), presentano ancora forme assai semplici ad òikos, edifici
senza peristasi e raramente muniti di pronao, in qualche caso aggiunto in un
secondo tempo, come a Marasà a Locri (Marasà II) . Non ha alcun fonda­
mento l'idea, diffusa negli anni centrali del secolo scorso, che questo tipo di
planimetria, conservatasi nei numerosi edifici sacri, grandi e piccoli, dedicati
in tutte le epoche a Demetra soprattutto nella Sicilia prima greca e poi in­
digena, fosse il risultato di una sorta di prestito del mondo siculo, retaggio
di pretesi contatti precoloniali o di una improbabile accettazione greca di
elementi di religione indigena: in realtà, come prova il primitivo edificio de­
dicato a Demetra ad Eleusi, e cioè uno dei principali centri di questo culto,
i santuari demetriaci sono una palese derivazione da antichissimi impianti di
tipo " domestico" , che per ragioni ideologiche hanno conservato la semplicità
della soluzione planimetrica propria dell'architettura delle abitazioni. Sem­
pre nel corso del VII secolo a.C. si vanno definendo gli assetti fondamentali
della decorazione fittile dei templi e delle pochissime altre architetture di
grande apparato, come le stoài: pur sviluppandosi nei secoli successivi con
tipologie proprie di specifiche aree o di singole città, la decorazione fittile si
conserverà a lungo in tutto il mondo dei Greci d 'Occidente come ornamento
del tetto, in congiunzione con le più evolute e complesse architetture litiche.
Nei decenni finali del VII secolo a.C. alcune imponenti realizzazio­
ni, come l' Apollonion di Siracusa (fig. 5 ) , danno il via alla vera e propria
monumentalizzazione dell'architettura templare, che sviluppa da subito
forme specifiche della grecità coloniale sia nella planimetria che nella de­
corazione degli edifici sacri. Uno dei caratteri distintivi dei templi coloniali
è la presenza dell'àdyton (o àbaton, lett. 'luogo inaccessibile' ) , un ambiente
separato posto sul fondo della cella, destinato ad alloggiare la statua (o le
statue) di culto, dove l'ingresso era vietato ad estranei. L'àdyton è presente
in Grecia propria nell'arcaicissimo Heraion di Olimpia, ma l'elevato nu­
mero di templi coloniali di VII-VI secolo a.C. in pòleis siceliote e italiote (la
lista comprende l'Apollonion di Siracusa, tutti i templi selinuntini, l'Athe­
naion di Poseidonia, gli Heraia di Metaponto e di Poseidonia, per citare
solo i maggiori) può essere considerato come un tratto distintivo dell'archi­
tettura templare dei Greci d'Occidente. La presenza dell'àdyton potrebbe
essere il risultato del " congelamento" della planimetria dei templi a òikos,
un tratto conservato anche in presenza della peristasi; più difficile è l'ipo­
tesi che vuole spiegarlo come il prodotto di precoci contatti con l'ambiente
fenicio, per il quale l' àdyton rappresentava il portato dell'inaccessibilità del
dio, propria di quella come di molte religioni orientali.
142 Parte seconda. Archeologia della produzione materiale e artistica

A livello stilistico un aspetto significativo è quello offerto dalla presenza


a Poseidonia e a Metaponto di un capitello dorico di tipo molto particolare
in uso nel terzo venticinquennio del VI secolo a.C. , che sotto l'echino reca
una corona di foglie d'acqua, destinata, insieme ad altri partiti decorati­
vi, ad illeggiadrirne l'aspetto particolarmente austero. Tuttavia, poiché un
capitello di questo stesso tipo è noto a Corcira (Corfù ) , è verosimile che
in quello stesso torno di tempo sulle due sponde dello Ionio si sia svilup­
pata una sorta di koinè architettonica coloniale, in concomitanza con un
momento particolarmente fervido per l 'attività edilizia arcaica nei santuari.
Tuttavia è assai verosimile che questo dettaglio vada iscritto nella più am­
pia e diffusa temperie culturale della seconda metà del VI secolo a.C., che
proprio nelle colonie occidentali conosce manifestazioni di grande rilievo.
Ci si riferisce alla tendenza alla contaminazione degli ordini, un fenomeno
che vede l'inserimento nell'ordine dorico, stile in epoca arcaica e classica
dominante, di speciali motivi decorativi e, in qualche caso, di interi partiti
dell'ordine ionico, e che denota una vera e propria tendenza eclettica, pre­
sente in tutte o quasi le manifestazioni artistiche, frutto del prestigio delle
grandi città della Ionia asiatica.
Soprattutto vistoso è il fenomeno nel campo dell'architettura di ambien­
te italiota e poseidoniate in particolare, anche se la tendenza non è scono­
sciuta in Sicilia, come prova la nota metopa adespota da Megara Iblea oggi
al Museo di Siracusa, nella quale si riscontrano analoghe contaminazioni
con elementi di gusto ionico: non solo il capitello dorico dell'Heraion ur­
bano (tav. 4 1 ) e dell'Athenaion, come abbiamo visto, si ingentilisce con la
corona di foglie d'acqua desunta dalla tradizione ionica, ma la stessa corona
ritorna sull'architrave, sia sotto il fregio dei triglifi che nel coronamento,
in associazione con una fila di ovuli. Identici partiti ionici, ulteriormente
accresciuti nel numero e nell'enfasi disegnativa, compaiono nell'Athenaion
della stessa Poseidonia (5 1 0-5 00 a. C.), in associazione con eccezionali la eu­
nari che ornano la parte inferiore dei rampanti del timpano. L' Athenaion
poseidoniate e il coevo Heraion alla foce del Sele rappresentano il capolavo­
ro di questo gusto eclettico. Nell'Heraion alla foce del Sele di epoca tardo­
arcaica la suggestione del fregio ionico continuo della danza delle fanciulle
(tav. 42) si combina con il partito dorico delle metope, nelle quali in maniera
del tutto inconsueta viene suddiviso il choròs; oltre agli ionismi già rilevati,
l'Athenaion poseidoniate presenta persino un profondo pronao tetrastilo
della cella, realizzato con colonne ioniche, un'associazione che anticipa un
tratto dell'architettura alto-classica di letino, presente sia nel Partenone
che nel poco posteriore tempio di Apollo Epikourios a Basse in Arcadia. Ai
grandi dipteri greco-orientali s 'ispira infine la fortuna che nei templi sicelio­
ti e italioti incontrano particolari aspetti della planimetria, come l'impianto
pseudodiptero della peristasi e la doppia fila di colonne o pròpteron sulla
IV. Lineamenti dell'architettura delle colonie occidentali 143

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Fig. 73. Poseidonia; S. Venera: planimetria della fase tardo-arcaica del santuario di Mrodite (da
PEDLEY-TORELLI 1990)

facciata, tratti noti fin dall'incunabolo dell'architettura templare coloniale


(Apollonion di Siracusa) e in qualche caso destinati a sopravvivere fino a
metà del V secolo a.C. (tempio E di Selinunte) . Sempre sul terreno dell'ar­
chitettura sacra è interessante la realizzazione, sullo scorcio del VI secolo
a.C., di una grande sala del santuario poseidoniate di S. Venera dedicato ad
Afrodite e destinata alla celebrazione di rituali iniziatici delle giovani donne
Oa "Rectangular Hall" degli scavatori) , che sopravviverà sostanzialmente
intatta fino alla piena età imperiale romana (fig. 73 ) .

2. Le scelte tardo-arcaiche e classiche

Lo ionismo trionfante nell'ultimo quarto del VI secolo a.C. produce nel­


le colonie ancora nei primi due decenni del V secolo a.C. architetture di
vero e proprio ordine ionico, quali il tempio D di Metaponto e il tempio di
Marasà a Locri. Questo secondo tempio, realizzato interamente in calcare
di Siracusa, rappresenta un probabile dono del tiranno Ierone e dunque da
144 Parte seconda. Archeologia della produzione materiale e artistica

ritenersi opera siracusana o non locrese; in questa stessa prospettiva vanno


lette isolate sperimentazioni come il gigantesco Olympieion di Agrigento,
che dall'altrettanto colossale Didymaion di Mileto riprende l'inusitato im­
pianto ipetrale. Tuttavia, le grandi architetture di età severa e alto-classica,
come lo splendido Athenaion di Siracusa, il "tempio della Vittoria" di lme­
ra o il tempio "di Nettuno" di Poseidonia (tav. 43 ) , che caratterizzano il
quarto di secolo tra la vittoria di Imera e la fine dei regimi tirannici, sem­
brano mettere la sordina all'eclettismo. Da queste grandi opere si ricava il
dato che l'architettura sacra si basa ormai su precisi modelli architettonici
canonizzati sia nella Grecia propria che nelle colonie, come l'uso dei perip­
teri di 6x 14 colonne, la presenza dell' opistodomo, pur nell' occasionale coe­
sistenza di questo con l'ormai tradizionale àdyton, e la soluzione del proble­
ma del triglifo angolare. L'adesione ai modelli "austeri" del dorico dell'alta
classicità è assoluta, frutto anche del concorrere di vari fattori, dei quali il
più importante è senz' altro il declino, a partire dal tardo VI secolo a.C., del
favore goduto dalla cultura figurativa greco-orientale in tutto il mondo gre­
co e in aree strettamente collegate alla cultura greca, come quella etrusca,
un declino che il fallimento della rivolta ionica nel 494 a.C. ha tragicamente
accelerato. Ma il cambiamento di gusto va anche addebitato al sempre più
intenso rapporto della Magna Grecia e della Sicilia con i grandi santuari
panellenici e alla cultura in essi dispiegata, oltre che all'accresciuto presti­
gio internazionale acquisito dai tiranni di Sicilia; concorrono al mutamento
d'indirizzo culturale sia il nuovo peso politico del mondo coloniale nella
Grecia propria che il rinnovato prestigio della civiltà della Grecia propria
all'indomani della sconfitta della Persia. La grande stagione della nuova
architettura sacra, esemplificata da edifici come il tempio agrigentino detto
della Concordia o il "non finito" di Segesta (tav. 8), è quella della seconda
metà del V secolo a.C . , un periodo che va dal crollo dei regimi tirannici alla
tragica invasione cartaginese della fine del V secolo a.C. In essi il modello
elaborato in età severa viene seguito e perfezionato secondo un disegno
ormai standard, dalle caratteristiche sempre meno diverse da quelle di ma­
drepatria, frutto di un'omogeneità di gusto, che si riscontra ancora nei rari
edifici sacri del tardo IV secolo a.C., come il tempio di Apollo Alaios a Cirò.

3 . I rivestimenti fittili

Il discorso sull'architettura templare in Occidente non può dirsi com­


pleto senza un rapido cenno alla decorazione architettonica fittile, che fino
all'età ellenistica ha accompagnato tutta l'edilizia di pregio, in primis quella
dei templi, e poi degli altri edifici pubblici più rilevanti. La grecità occiden­
tale ha saputo accogliere e innovare tecniche e motivi decorativi che sono
stati elaborati soprattutto nel Peloponneso, a Corinto e a Sparta, e poi in
IV Lineamenti dell'architettura delle colonie occidentali 145

Attica per ricoprire e rendere sempre più attraenti gli orditi lignei dei tetti
e, come abbiamo anche per il c.d. capitello acheo, anche per queste solu­
zioni architettoniche fittili possiamo dire che esiste una koinè che unisce le
coste ioni che della Magna Grecia a Corfù, a Cefalonia e soprattutto all' oc­
cidente continentale della Grecia: si pensi a questo proposito alle grandi
realizzazioni templari dell'alto arcaismo di Thermòs e Kalydon in Etolia.
Il mondo siceliota poi ha elaborato una sua propria forma di copertura di
edifici con tegole piane e coppi semicircolari, una foggia del tetto che è
stata giustamente definita "siciliana" dagli archeologi, destinata a grande
successo a Roma e in Etruria, dove diverrà modello unico di copertura sin
dagli albori dell'architettura nella seconda metà del VII secolo a.C.; e così
alla fine del VI secolo a.C. nella stessa area tirrenica la quasi universale fine
dei regimi monarchici e l'allentarsi dell'influenza ionica diretta faranno
orientare ancora una volta verso la Sicilia e la Magna Grecia le scelte di
gusto per le decorazioni fittili delle grandi realizzazioni di edifici templari,
che quasi ovunque segnano l'inzio dei regimi repubblicani. I coroplasti
sicelioti, forse ancor più di quelli magnogreci, compiranno autentici vir­
tuosismi decorativi, come ci illustrano i rivestimenti fittili del tempio C
di Selinunte, e, consci di queste loro capacità, andranno, come abbiamo
visto, a decorare addirittura i thesauròi delle loro città ad Olimpia. Molto
interessante per la sua periodizzazione, in rapporto abbastanza stretto con
gli orientamenti generali del gusto, è lo sviluppo delle terrecotte siciliane di
età arcaica, che consentono di dividere tale sviluppo in due fasi con diverse
forme di sima, una tra il 620 e il 600 a.C. , quando è evidente l'influenza
della sperimentazione continentale, e una seconda che occupa tutto il VI
secolo a.C., ma con evidenti momenti di transizione a cavallo tra VII e VI
secolo a.C. , nella quale la sima viene sviluppata secondo forme particolari
in tutta la Sicilia, che tuttavia trova a Gela il principale centro di elabora­
zione. Successivamente si distinguono tre momenti caratterizzati da diver­
se decorazioni, un primo con motivo a linguette alte e sottili (590-575 a.C.),
un secondo con foglie a forma di lira (575-550 a.C.) e un terzo con motivi
ionicizzanti (550-480 a.C . ) .

4 . I tipi edilizi ellenistici

Un discorso a parte merita infine l'architettura del periodo di Agatocle


e di Ierone II, quando si assiste ad un'intensa attività edilizia nella capitale
del regno e in altri centri di origine sia greca che sicula, a quell'epoca ormai
del tutto omologati. La realizzazione più impressionante di questa fase è
senz' altro il colossale altare siracusano, lungo uno stadio (circa 200 m ) , che
dal suo costruttore prende il nome di Ierone II (tav. 44), destinato alla ce­
lebrazione di grandiose ecatombi, forse quelle delle feste in onore di Zeus
146 Parte seconda. Archeologia della produzione materiale e artistica

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Fig. 74. Metaponto: planimetria dell'ekklesùzstèrzon. Fase I (a), fase II (b) (da MERTENS-DE SIENA
1982)

Eleutherios, le Elèutheria, che prevedevano il simultaneo sacrificio di 450


tori, come racconta Diodoro Siculo (XI, 72, 2 ) . La città ellenistica conosce
ora novità importanti, soprattutto a Siracusa, sede di una monarchia in gra­
do di gareggiare con gli altri regni nati dall'impero di Alessandro. Sempre a
Siracusa penetra adesso il fenomeno tutto ellenistico del culto del sovrano,
che s'insedia in edifici di tipologie tradizionali come il tempio: pienamente
ellenistico è il grande favore accordato in tutto il regno di Siracusa ai culti
orientali con i loro specifici edifici sacri, soprattutto Metròa, Isei e Serapei,
che costituiscono documenti preziosi dell'internazionalizzazione della cul­
tura della Sicilia tra Agatocle e Ierone II.
La grecità occidentale ci offre anche interessanti tipologie di edifici pub­
blici di uso civile, che in qualche caso anticipano esempi conosciuti nella
Grecia propria. Esempio insigne di tutto ciò è lo straordinario ekklesia­
stèrion a pianta circolare costruito nel VII secolo a.C. nell'agorà di Meta­
pento (fig. 74), un tipo all'epoca altrove sconosciuto e ripetuto nel V secolo
a Poseidonia (fig. 75) e nel IV ad Agrigento (fig. 76). L'ekklesiastèrion a
pianta circolare è ancora un altro elemento passato dalla grecità occidentale
a Roma, che lo adotta per un edificio di forte valenza politica, il comizio,
presumibilmente al tempo della censura di C. Menio (338 a.C.) e comunque
non oltre i decenni iniziali del III secolo a.C. Il modello viene allora seguito
dal nuovo comizio di Roma a pianta circolare, a sua volta replicato a partire
dal tardo IV secolo a.C. in tutte le colonie latine di cui si conosca l'area fo­
rense (Fregellae, Alba Fucens, Cosa, Paestum) e poi ancora nel I secolo a.C.
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Fig. 75. P?seidonia:


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Legenda: s) stenopòi; A) agorà alta; B) agorà bassa; l) buleutèrion; 2) sroà nord; 3 ) platèia A;
Fig. 77 . Morgantina: planimetria dell'agorà (da BELL 2009)

4) botteghe; 5) portico orientale; 6) prytanèion; 7) ekklesiastèrion; 8) teatro; 9) santuario di


Demetra; 10) granai pubblici; 1 1 ) mura; 12) casa di Ganimede
N. Lineamenti dell'architettura delle colonie occidentali 149

5 7
o 2 10 m

Fig. 78. Planimetria dei buleutèria siciliani (da CAMPAGNA 2006)


Legenda: l ) Agrigento; 2) Segesta; 3) Solunto; 4) Morgantina; 5) Akrai; 6) Monte iato 2;
7) Monte lato l

in città romanizzate della Cisalpina come Verona. La vicinanza per forma e


uso tra gli ekklesiastèria e i teatri ha spesso fatto sì che, ove non esisteva un
ekklesiastèrion, fosse proprio il teatro a servire come sede dell'assemblea
popolare o ekklesìa, come ci insegna la circostanza, narrata da Diodoro
Siculo (XIII, 94), del rientro a Siracusa del futuro tiranno Dionisio da Gela
(406 a.C.), avvenuto mentre il popolo era appunto riunito in assemblea nel
teatro; ciò spiega come a Metaponto, a rovescio, un antico ekklesiastèrion
sia stato trasformato in teatro. L'importanza del tipo edilizio anche per le
città ellenizzate della Sicilia è documentata dal rilievo che Morgantina (fig.
77) attribuisce alla sede delle proprie assemblee, che emerge dalla singolare
forma di larghissima scalinata ad angolo ottuso attribuita al locale ekkle­
siastèrion, oltre che dalla scenografica collocazione dell'edificio al centro
dell'agorà. Ugualmente vicini sul piano architettonico agli ekklesiastèria e ai
teatri (al punto da essere di frequente con questi scambiati) sono i buleutèria
(fig. 78), ben rappresentati soprattutto in Sicilia (Agrigento) , ma soprattutto
replicati in età ellenistica nelle città sia sicule (Morgantina) che puniche
grecizzate (Solunto).
Un altro tipo edilizio di fondamentale importanza per la vita culturale
e politica delle pòleis greche di età classica è il teatro, il cui esempio più
insigne è quello di Siracusa (fig. 79), ma che ritorna in quasi tutte le città
coloniali dove sono stati perlopiù realizzati tra V e IV secolo a.C. Tutte le
pòleis greche gareggiano nel darsi un edificio teatrale, al punto che sarebbe
più facile menzionare le città che ne sono sprovviste piuttosto che non elen-
150 Parte seconda. Archeologia della produzione materiale e artistica

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Fig. 79. Siracusa: planimetria del teatro e del retrostante complesso del Belvedere con il santuario
di Apollo Temenite (da CAJv!Pt\GNA 2006)

care gli esempi noti. Il grandioso edificio siracusano, dal diametro di oltre
1 3 8 m, nasce probabilmente già nel V secolo a.C. su disegno di un architetto
dal nome di Damocopo, soprannominato Myrilla, ma è solo tra l'età di Dio­
nisio I e quella di Ierone II che acquista il volto attuale, almeno nelle grandi
linee. Non c'è dubbio che il teatro, visibile a grande distanza, posto com'è
nella zona a margine dell'abitato per sfruttare l'alta collina delle Epipole,
abbia avuto un impatto notevole sullo spettatore e che anche per questo
godesse di grande prestigio. Non è quindi un caso che, dal III secolo a.C. e
IV. Lineamenti dell'architettura delle colonie occidentali 151

l 3

Legenda: l) Eloro; 2) Akrai; 3) Eraclea Minoa; 4) Morgantina; 5) Segesta; 6) Solunto;


Fig. 80. Planimetria dei teatri ellenistici siciliani (da MITENS 1 988)

7) Tindari; 8) Monte Iato

per tutta l'epoca ellenistica, presso le comunità indigene di Sicilia e d'Italia,


ansiose di darsi un volto urbano riconoscibile e accettato, l'edificio teatrale
abbia assunto il valore di evidente segnale del pieno raggiungimento di quel
sospirato status culturale e politico, come insegnano gli esempi di Monte
Iato, Segesta e Morgantina in Sicilia (fig. 80) e di Pietrabbondante o Pompei
in Italia, per citare solo alcuni esempi. Nella grecità coloniale attorno al tea­
tro si è dunque venuto formando un formidabile alone di prestigio, peraltro
preparato da lunghi secoli di martellante diffusione della letteratura teatrale
anche attraverso il potente veicolo delle ceramiche a figure rosse attiche,
italiote e siceliote, ricche di soggetti mitici resi famosi dalle tragedie attiche
e di temi comici o "borghesi" tratti dal teatro farsesco locale.
Nessuna meraviglia, dunque, che in questo ambiente anche la progetta­
zione degli edifici teatrali abbia conosciuto in età tardo-classica un'impor-
152 Parte seconda. Archeologia della produzione materiale e artiJtica

tante stagione di fervida sperimentazione, dalla quale trarrà origine - anco­


ra una volta - una soluzione costruttiva tipicamente romana. Nel IV secolo
a.C. l' ekklesiastèrion di Metaponto (fig. 7 4) viene trasformato in teatro, ele­
vando l'altezza della cavea e creando all'esterno un partito architettonico
del tutto nuovo, come nuova appare l'intera concezione architettonica, non
solo rispetto al passato dell'edificio, quando di fatto di esso era visibile solo
il muro perimetrale circolare, senza una vera facciata esterna, ma anche
rispetto alla prassi consolidata, seguita in tutti i teatri della madrepatria e
nelle stesse colonie, secondo la quale le cavee teatrali dovevano essere realiz­
zate non accumulando terra, ma solo scavando le pendici di colline roccio­
se. La collocazione di Metaponto in una pianura priva di zone acclivi aveva
già obbligato gli architetti di tre secoli prima a costruire l' ekklesiastèrion
scavando in piccola parte lo spazio centrale ed elevando leggermente le
quote lungo i margini dell'edificio grazie alla terra di riporto: l'area circolare
viene ora ridotta a tre quarti di cerchio, e i suoi margini vengono così rialzati
in maniera poderosa, creando quello che i Romani chiameranno theatrum
exaggeratum, un teatro su terrapieno. Per il partito architettonico esterno di
pianta poligonale il teatro di Metaponto assunse forme doriche con un'alta
zoccolatura liscia sormontata dalla porzione superiore da colonne doriche
concluse da un architrave ornato da un regolare fregio di triglifi e metope
lisce (tav. 45) . Nella zona opposta alla scena, dove il terrapieno si sollevava,
le colonne diventano semicolonne, generando così il prototipo del prospet­
to a semicolonne tanto caro al gusto romano sin dalla tarda repubblica, che
lo adopererà peraltro senza limitarsi al solo theatrum exaggeratum. Ancora
un altro particolare dell'impianto del teatro romano ritorna nel teatro di
Metaponto: la pianta semi circolare dell'orchestra. Come prova l'esempio di
epoca ieroniana del teatro di Akrai, si tratta di un'importante innovazione
dell'ambiente coloniale rispetto al tradizionale impianto circolare dell'or­
chestra, a sua volta riflesso nella planimetria a tre quarti di cerchio della
soprastante cavea, peculiare dei teatri classici e tardo-classici della Grecia
propria, come quelli di Atene, di Epidauro, di Argo e di Megalopoli.
Quanto agli altri tipi edilizi rilevanti in madrepatria sin dall'età classica,
come le palestre, i ginnasi e gli stadi, dobbiamo purtroppo ammettere di
non disporre di sufficienti informazioni sul loro aspetto nel mondo co­
loniale, dal momento che gli esempi in qualche modo noti (Velia, Nea­
polis) sono tutti di epoca romana: tuttavia, numerose fonti letterarie ed
epigrafiche ci garantiscono della loro esistenza in Italia e in Sicilia, dove
a Siracusa dalla seconda metà del IV secolo a.C. è noto il Timoleonteion,
ginnasio sede della tomba eroica del restauratore delle fortune della grecità
siceliota Timoleonte, per non parlare dei molti ginnasi costruiti da lerone
II (Ateneo, V 206 C ) , secondo un consolidato modello di comportamento
dei dinasti ellenistici. La scoperta a Capo Soprano, all'estremità occidenta-
Fig. 8 1 . Gela; Capo Soprano: bagno ellenistico (da PANVINI 1996)

le dell'abitato di Gela, di un bagno della fine del IV secolo a.C. (fig. 8 1 )


e di ambienti privati a destinazione balneare nella Megara Iblea di III se­
colo a.C. posseduti da un italico, sono ulteriori elementi che concorrono
a dimostrare come anche sotto questo aspetto la grecità occidentale abbia
154 Parte seconda. Archeologia della produzione materiale e artistica

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Fig. 82. Megara Iblea: planimetria e ricostruzione assonometrica di case protoarcaiche (da BARRA
BAGNASCO 1996a)

conosciuto forme poco diffuse nella Grecia propria, ancora una volta an­
ticipatrici di importanti sviluppi per la civiltà romana, nella quale le terme
svolgono un ruolo sociale rilevante, dando luogo a realizzazioni impegna­
tive sul piano architettonico.
L'ultimo capitolo concerne l'architettura privata, che per la fase iniziale
della vita delle colonie presenta una documentazione assai rilevante sul
piano sia storico che architettonico. Le più antiche abitazioni di Mega­
ra Iblea e di Naxos appartengono al tipo generalmente detto della " casa
quadrata" (fig. 82 ) , noto in abitati di epoca geometrica (Zagara nell'isola
di Andros, VIII secolo a.C. ) : il piccolo edificio è posto al centro dell' oz·­
kòpedon urbano, l'appezzamento di terra attribuito al colono in città a
somiglianza del klèros assegnatogli nella chòra. Dalle esplorazioni finora
eseguite nelle colonie in livelli di VIII secolo a.C. risulta che in quelle neo­
nate città è sconosciuto il tipo di abitazione a mègaron, noto in madrepatria
soprattutto in area ionica (Smirne, Emporion nell'isola di Chios e ancora
IV. Lineamenti dell'architettura delle colonie occidentali 155

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VII SECOLO A.C.

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Fig. 83 . Naxos: planimetria della casa a pastàs n. l (da LENTI N I 1984-85)

Zagora), dove rappresenta il frutto del cosciente recupero della tipologia


palatina di epoca micenea fatto in epoca geometrica avanzata dagli estlòi,
i nobili, interessati ad appropriarsi dell'intero passato omerico. Il modello
di casa replicato nelle più antiche colonie, in piena coerenza con le radici
sociali e culturali dei protagonisti del movimento coloniale, è dunque quel­
lo della classe contadina dell'epoca di Esiodo e del mondo da questi così
vividamente descritto.
Gli sviluppi successivi di questo organismo monocellulare sono stati
ben analizzati da Georges Vallet per Megara Iblea, cui si aggiungono gli
esempi desunti da Naxos: nel corso del VII secolo a.C. si passa dalla pianta
quadrata a quella rettangolare munita di più vani (di norma tre), precedu­
ti da un portico o pastàs (fig. 83 ) e di cui uno funge da andròn, sede dei
banchetti e dei simposi, principali attività sociali dell'uomo. Nasce così la
casa detta appunto a pastàs, destinata a costituire la planimetria-tipo anche
dell'abitazione rurale sia in Occidente che in madrepatria, come insegna il
notissimo esempio di fattoria attica di epoca classica, la c.d. " Dema Hou­
se". Nel corso dell'età classica la corrente prassi edilizia, di cui l'Occiden­
te presenta più di un documento soprattutto nelle città più estesamente
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Fig. 84. Palermo: planimetria delle case ellenistiche di Piazza della Vittoria (da OsANNA-TORELLI
2006)
IV. Lineamenti dell'architettura delle colonie occidentali 157

esplorate, come Naxos, Imera, e per l'età più avanzata, Locri e Caulonia, fi­
nisce con il perdere la chiarezza e la modularità di questo impianto a pastàs,
forma tipica della casa arcaica greca. Come ben dimostra l'edilizia "media"
del quartiere tardo-classico ed ellenistico di Centocamere di Locri, fulcro
dell'abitazione appare comunque il cortile, nel quale si svolgono numerose
attività domestiche, mentre la funzione simposiaca dell'andròn nelle case
di più elevato livello sollecita l'adozione di particolari abbellimenti: tra la
fine dell'età tardo-classica e il primo ellenismo si diffonde infatti per que­
sti ambienti l'uso sia di pavimenti di pregio, battuti più fini o mosaici di
pietruzze, che di intonaci di buona qualità per predisporre la decorazione
parietale dipinta con partiti decorativi a zone, documentati dalle case di
Eraclea Minoa e dalla fase più antica delle case di Licata.
Dall'iniziale II secolo a.C. nelle architetture e nelle decorazioni dell'edi­
lizia privata dilaga il lusso dell'ellenismo orientale. L'enfasi tradizional­
mente attribuita al cortile fa sì che questo tenda a trasformarsi, nei casi
di lusso più pronunciato, in peristilio, in genere di ordine dorico, mentre
diventa normale la presenza di un altare ornato di finissimi stucchi per
il culto privato. Ma soprattutto rivelatore per l' autorappresentazione dei
proprietari, membri di quei ceti opulenti sviluppatisi in maniera particola­
re nella Sicilia tardo-ellenistica grazie al massiccio impiego della manodo­
pera schiavistica, è la scelta di decorazioni di prestigio di elevata qualità:
i mosaici in tessellato e le decorazioni parietali di stucco dipinto del c.d.
I stile pompeiana delle case di Solunto, di Monte Iato, di Morgantina e
di Palermo (fig. 84) gareggiano con il lusso delle abitazioni più belle del­
le capitali ellenistiche e delle città più ricche dell'Oriente, come Delos
o Alessandria, anticipando soluzioni architettoniche e decorative proprie
dell'edilizia romana della luxuria.

Nota bibliografica

Sull'architettura:
in generale: ORSI 1919; DE FRANCISCIS 1 979; GULLINI 1980; BARLETTA 1 983 ;
GULLINI 1983 ; MERTENS 1 984; GULLINI 1 985 ; 0STBY 1987; BONACASA 1 987-88;
MERTENS HORN 1 988; BARELLO 1995 ; MERTENS-GRECO 1 996; COSTABILE 1 997 ;

2003 ; MERTENS 2003 ; Fortz/icazioni Cuma l 2005; Fortz/icazioni Cuma 2 2006;


MERTENS 1997 ; 0STBY 2000; VONDERSTEIN 2000; MERTENS 2002 ; CAMPAGNA

MERTENS 2006; 0SANNA-TORELLI 2006; PARRA 2006; LIPPOLIS ET ALli 2007, 1 08-
135, 1 6 1 - 179, 253 -292, 3 35 -359, 394-427, 4 8 1 -493 ; WOLF 2009; TORELLI c.d.s.a;
sui teatri: BERNABÒ BREA 1964-65 ; BERNABÒ BREA 1 967 ; MITENS 1 988; To ­
DISCO 1990; WIEGAND 1997 ; lSLER 2000; TODISCO 2002 , 139- 192 ; BRANCIFORTI­
PAGANO 2008;
sugli ekklesiastèria: DE MIRO 1967 ; MERTENS-DE SIENA 1 982 ;
sui bufeutèria: DE MIRO 1 985-86; lANNELLO 1994; lSLER 2003 ;
158 Parte seconda. Archeologia della produzione materiale e artùtica

sui ginnasi: CORDIANO 2004; FIORENTINI 2009;


sui pritanei: MILLER 1978;
sui bagni: TORELLI 2007 c;
sulle residenze dinastiche: AlOSA 200 1 ;
sull'architettura domestica: D E MIRO 1 980; FUSARO 1982; PESANDO 1987;
BARRA BAGNASCO 1 989; PESANDO 1 989; BARRA BAGNASCO 1 996a; BARRA BAGNA­
SCO 1 996b; D'ANDRIA-MANNINO 1996; GIARDINO 1996; WOLF 2003 ; LA TORRE
2006; MANCINI 2006; PORTALE 2006;
sui nai'skoi funerari ellenistici: LIPPOLIS 2007;
sulle terrecotte architettoniche: WINTER 1993 ; VIOLA 1996 (in generale) ; BER­
NABÒ BREA 1949-5 1 ; SCICHILONE 1 96 1 - 1 962 (Gela); ClURCINA 1980 (Naxos) ;
MASSERIA 1 990 (Paestum) ; RESCIGNO 1 998 (Cuma e Pitecusa) .
Tav.
6 1 . Agrigento, Museo Archeologico Regionale:
-Guerriero di Agrigento"

Tav. 62. Reggio Calabria, Museo


Archeologico Nazionale: aerolito di Cirò
Tav. 63 . Mozia, Museo Whitaker:
statua di auriga detta il "Giovane
di Mozia"
. Paestwn, Museo
logico Nazionale:
- .o a dell'Heraion I alla
- :e d Sde con Eracle

Tav. 65. Paestwn, Museo

metopa dell'Heraion I
Archeologico Nazionale:

alla foce dd Sde con


l'uccisione di Troilo
Tav. 66. Palermo, Museo Archeologico Regionale: metopa "Salinas" con Europa sul toro
da Selinunte
Ta\·. 67. Palermo, Museo
.-\rcheologico Regionale: metopa
.:lei tempio C di Selinunte con
Perseo e Medusa

Tav. 68. Palermo, Museo


.-\rcheologico Regionale: metopa
del tempio F di Selinunte con
�antomachia
Tav. 69. Palermo, Museo Archeologico Regionale: metopa del tempio E di Selinunte con
ierogamia
Tav. 70. Taranto, Museo Archeologico Nazionale: rilievi in pietra tenera con personaggi
in movimento

Ta\·. 7 1. Taranto, Museo


.\rcheologico Nazionale:
•:.Jìskos funerario di
·.ia Umbria; metopa
-::on Alessandro
Tav. 72 (in alto a sinistra). Vix, Museo:
cratere bronzeo
Tav. 73 (in alto a destra). Reggio Calabria,
Museo Nazionale: testa bronzea dal
relitto di Porticello
Tav. 74 (in basso a sinistra). Sibari,
Antiquarium: parte di statuetta fittile
votiva di fanciulla da Francavilla
Tav. 75 (a sinistra). Siracusa, Museo
Archeologico Regionale: statua votiva
femminile tardo-arcaica
Tav. 76 (in alto a destra). Siracusa,
Museo Archeologico Regionale:
acroterio con Gorgone in corsa
dall' Athenaion
- ' .... - ,. -


,,

Tav. 77. Siracusa, Museo


Archeologico Regionale:
frammenti di rilievo votivo
o metopa fittile
Tav. 78 (in alto). Siracusa,
Museo Archeologico Regionale:
frammento di acroterio con cavaliere
dal!' Athenaion
Tav. 79 (al centro). Gela, Museo
Archeologico Regionale: antefissa
silenica di epoca severa
Tav. 80 (in basso). Gela, Museo
Archeologico Regionale: antefissa
dipinta con sileno inginocchiato
Tav. 81 (a destra). Reggio Calabria:
decorazione fittile architettonica da
Kaulonia

Tav. 82 (a sinistra) . Paestwn, Museo Archeologico


Nazionale: statua fittile seduta di Zeus dal santuario
meridionale
Tav. 83 . Metaponto, Museo Archeologico Nazionale: lutèrion fittile dall'Incoronata di Pisticci

Tav. 84. Agrigento, Museo Archeologico Regionale: frammento di lutèrion fittile decorato
a rilievo
Tav. 85. Trieste, Musei Civici: rhytòn d'argento a testa di cervo da Taranto

Tav. 86. Napoli, Museo Archeologico Nazionale: fibule d'oro da Cuma


Tav. 87. Taranto, Museo Archeologico Nazionale:
orecchino

Tav. 88. Taranto, Museo


Archeologico Nazionale:
diadema dalla "Tomba
degli Ori" di Canosa
Tav. 89. Reggio Calabria, Museo Archeologico Nazionale: coppa in vetro dal terrazzo di Varapodio
(Oppido Mamertina)
Capitolo V Pittura e ceramografia

l . La "Tomba del Tu/fatare" e i pittori greci al servizio dei conquistatori


italici

Com'è noto, con la fine del mondo antico la grande pittura da cavalletto
e parietale greca è interamente naufragata: tuttavia proprio dall'Occidente,
che ha dato i natali a Zeusi di Eraclea, uno dei più grandi pittori dell'età
classica, ci sono giunti documenti che per la loro unicità rappresentano
per noi un'esemplificazione preziosa di un'arte per noi perduta. Rinve­
nuta quarant'anni or sono nel territorio poseidoniate in località "Tempa
del Prete" , la " Tomba del Tuffatore" (taw. 35-3 7 ) , che la lèkythos attica a
figure nere - sola, ma fondamentale componente vascolare dell'essenziale
corredo - ci aiuta a datare attorno al 490-480 a.C., si staglia isolatissima nel
panorama della pittura parietale dell'intera grecità occidentale, ponendo
diversi problemi non solo per l'ermeneutica della scena dipinta del celebre
coperchio, la figura di tuffatore dal quale trae il nome la tomba e di cui si
è già parlato sopra per le evidenti implicazioni escatologiche della scena,
ma anche per il non semplice inquadramento stilistico. L'esecuzione rivela
due diverse mani, quella del capo della bottega, che ha dipinto le parti di
maggior rilievo, il coperchio e la lastra della cassa con il cuore del simposio,
e un secondo artigiano responsabile delle altre tre lastre. I due pittori sono
di diversa formazione: il maestro alla testa della bottega, assai coerente e
impegnato, è più legato alla tradizione ionica, mentre il secondo pittore
non sembra estraneo ai contemporanei modelli attici. La loro opera, che
illustra assai bene il livello raggiunto dalla grande pittura greca agli inizi del
V secolo a.C., si distingue per un buon equilibrio compositivo, per scelte
cromatiche orientate verso colori freddi, per la notevole sicurezza di tratto
e lo spiccato interesse per l'analisi dell'anatomia, quest'ultima caratteri­
stica da pochi anni al centro dell'interesse formale dei ceramografi attici
della generazione dei pionieri con maestri come Euphronios. Una brillante
e persuasiva ipotesi, espressa molto di recente, ha proposto di riconoscere
160 Parte seconda. Archeologia della produzione materiale e artistica

la mano del capo della bottega con quella di un ceramografo ionico attivo
a Poseidonia, che firma in alfabeto e dialetto ionici con il proprio nome,
Simies, un eccezionale vaso-filtro dipinto a figure nere con le figure di un
citaredo e di un comasta impegnato in una danza intorno ad un cratere,
rinvenuto in un santuario della chòra poseidoniate in località Linora, non
lontano dal luogo di rinvenimento della "Tomba del Tuffatore" : l'analisi
anatomica e la padronanza disegnativa di questo ceramografo mostrano
infatti straordinarie consonanze con il maestro principale della "Tomba
del Tuffatore" .
Ma il corpus più importante in fatto di grande pittura restituito dalla
grecità occidentale è quello prodotto da artigiani greci o da maestranze
locali educate in botteghe greco-coloniali, che lungo tutto il IV secolo a.C.
e fino alla conquista romana agli inizi del III secolo a.C. hanno realizzato
gli affreschi destinati ad ornare le pareti di tombe delle aristocrazie equestri
campane di Capua e di Cuma (tav. 46), della ristretta classe dominante
lucana di Paestum (tav. 47 ) , dei signori dauni e peuceti di Monte Sannace,
Ruvo (tav. 48), Egnazia, Canosa e Arpi. Se l'eccezionale "Tomba del Tuffa­
tore" di Poseidonia si distingue senz' altro per l'elevato livello e la coerenza
dello stile, le tombe dipinte eseguite per l'ultima dimora di questi signori
italici, soprattutto le numerose tombe dipinte pestane caratterizzate da un
limitato repertorio (in genere il " ritorno del guerriero " e giuochi per le
tombe maschili, riti funebri per le tombe femminili) , solo di rado mostra­
no il possesso di una significativa educazione formale e di adeguati mezzi
espressivi: la collocazione sostanzialmente marginale di questi affrescanti
è ben dimostrata dal confronto con le opere migliori delle coeve pitture
funerarie della Macedonia o dell'Etruria.
Il caso delle pitture di ambiente campano, lucano e apulo ha un par­
ticolare interesse come caso speciale e ben documentato nel quadro più
generale del fenomeno dell'esportazione della cultura ellenica in territori
barbari contermini o comunque in relazione stretta con ambienti greci,
fenomeno già noto dall'epoca orientalizzante nelle terre anelleniche di Asia
Minore, ma che in Occidente, nella ricchissima Etruria, un posto privile­
giato hanno la Magna Grecia e la Sicilia a partire dal tardo VIII secolo a.C. ,
aree donde provengono molti artigiani di formazione greca protagonisti
dei grandi exploit della produzione artigianale e artistica etrusca. Nei cen­
tri già greci o etruschi di Poseidonia, Cuma e Capua, saldamente in mano
italica dal tardo V secolo a.C., questo fenomeno dell'acquisizione di ma­
nodopera artigiana, protagonista delle espressioni d'arte dei conquistatori,
appare ancor più rilevante. Artigiani greci operano attivamente in queste
città, dove è ben documentata l'antica e persistente presenza dell'elemento
greco in posizione subalterna ( addirittura il greco a Poseidonia appare
ancora essere per tutta la durata della signoria lucana lingua veicolare):
V. Pittura e ceramografia 161

essi forniscono ai conquistatori know-how e manodopera artigianale per


esprimere esigenze non greche, come quelle della rappresentazione di
status e in qualche caso di carattere " storico" , come accade in una nota
tomba pestana con una scena di agguato o di razzia. Rappresentazioni di
cerimoniali squisitamente indigeni, come la partenza/arrivo del guerriero,
centrali nell'immaginario delle tombe italiche di Paestum, di Capua o di
Cuma, sono un fenomeno parallelo a quanto è accaduto con l'Etruria per
la grande pittura funeraria di epoca arcaica e continuerà a realizzarsi nella
stessa Etruria di età classica e del primo ellenismo come prefigurazione di
quello che accadrà con l'arte romana della tarda repubblica. Per questo il
dispiegarsi della committenza delle aristocrazie italiche, il rapporto tra le
forme greche e i contenuti indigeni e le modalità della ricezione locale delle
conquiste della pittura greca trovano nella ricca documentazione italica un
campo di indagine privilegiato, le cui potenzialità sono ancora immense.

2. Le scuole di ceramogra/ia di epoca arcaica

Diverso è il discorso per la ceramografia, dove sin dalla fondazione delle


prime colonie in Magna Grecia e Sicilia si conoscono numerose produ­
zioni locali di ceramiche geometriche: la libertà, di cui godono i produt­
tori nel nuovo contesto delle apoiki'ai, offre loro il destro per far mostra
dell'orgoglio per il possesso di tale libertà, come accade a quel [---]inos
di Pitecusa (fig. 85 ) , autore della prima firma della storia dell'arte greca.
Lungo tutto il VII e il VI secolo a.C. officine siceliote e italiote realizzano
imitazioni, eseguite con risultati di alterna qualità, di ceramiche della Gre­
cia propria di maggior successo sui mercati d'Oriente e d'Occidente, vasi
protocorinzi, corinzi e greco-orientali. La produzione più copiosa, uscita
da botteghe di quasi tutte le pòleis coloniali, è quella che riproduce, in
genere con successo, coppe a vasca profonda verniciate di nero con fasce
a risparmio, che la letteratura moderna ha battezzato " coppe ioniche" , i
cui originali vanno ricercati nelle maggiori città della Ionia asiatica, donde
sono largamente esportati in tutto il Mediterraneo. Accanto a queste imita­
zioni vanno considerate tre importanti produzioni siceliote di vasi figurati,
che circolano su base esclusivamente locale, in gran parte espressione di

è la fabbrica siracusana dell'iniziale VII secolo a.C. dei c.d. crateri " del
strette relazioni con il variegato mondo orientalizzante cicladico: la prima

Fusco" , rinvenuti nella locale necropoli del Fusco (tav. 49) , caratterizzati
da forti analogie non solo con le ceramiche delle Cicladi, ma anche con la
produzione di Argo; la seconda è la bottega geloa che realizza soprattutto
stàmnoi con decorazione figurata molto semplice e contenuta, i cui con­
fronti ancora una volta vanno ricercati fra i coevi prodotti cicladici; la terza,
infine, comprende una notevole serie di vasi di grandi dimensioni dipinti
162 Parte seconda. Archeologia della produzione materiale e artistica

Fig. 85 . Ischia: firma


di vasaio su
un frammento

[- - -]inos m'epoiese
di produzione locale:

con tecnica policroma di grande suggestione (tav. 50) , realizzati nel corso
del VII secolo a.C. a Megara Iblea (ma una bottega simile sembrerebbe
documentata a Siracusa), che si vuole anche questa di ascendenza nesioti­
ca, ma che tuttavia ad un'attenta analisi risulta isolata e priva di confronti
con altre fabbriche.
In questo contesto di forti e diffusissime spinte di vari centri miranti ad
inserirsi nel commercio di prodotti ceramici di largo consumo con repliche
facilmente smerciabili, si comprendono i tentativi di creare anche in Occi­
dente, a partire dalla seconda metà del VI secolo a.C . , ceramiche figurate
sul modello di quella attica, sulla scia del travolgente successo riscosso a
partire dal 570 a.C. su tutti i mercati del Mediterraneo dai vasi del Cera­
mico di Atene. Sporadici esempi di siffatti esperimenti sono noti in alcune
città coloniali, a Taranto e a Gela, anche se il tentativo più audace e qua­
litativamente rilevante è quello realizzato a Reggio negli anni 550-5 1 0 a.C.
con la ceramica " calcidese " . L'origine di queste ceramiche da una colonia
calcidese è sicura, perché in alfabeto calcidese sono le iscrizioni dipinte sui
suoi vasi, mentre il fatto che a Reggio sia stato scoperto quasi il 40% del
totale delle ceramiche " calcidesi" rende assai probabile la localizzazione di
questa fabbrica nella città dello Stretto, che per il suo controllo sui traffici
diretti dallo Ionio al Tirreno consentiva anche di approfittare di una sorta
di rendita di posizione per collocare i propri vasi, che circolano soprattutto
in Etruria a rimorchio delle più fortunate ceramiche attiche. Caposcuola
è lo ionizzante Pittore delle Anfore Iscritte, cui si devono i prodotti più
impegnati della fabbrica, come l'anfora dipinta con l'uccisione di Reso.
presentata in maniera molto efficace (tav. 5 1 ) ; alla sua scuola appartiene
un altro pittore di rilievo, il Pittore di Fineo, che realizza imitazioni delle
coeve coppe attiche a occhioni, tipiche sia per la stilizzazione degli occhi e
V. Pittura e ceramografia 1 63

del naso dipinti sull'esterno della vasca che per il caratteristico profilo del
piede, detto appunto " calcidese" .

3 . Il trapianto in Occidente dei ceramografi attici a figure rosse

Quanto ai vasi attici a figure rosse, il carattere massiccio e organizzato


dell'importazione nel corso del V secolo a.C. e l'altissima qualità di quei
prodotti hanno evidentemente sconsigliato le pòleis coloniali di tentare
imitazioni di quelle ceramiche; solo il trapianto di ceramisti ateniesi poteva

che dei prodotti attici. Ed è proprio a un simile trapianto di ceramografi


consentire la produzione di vasi del livello tecnico e delle qualità artisti­

attici che si deve la nascita delle prolifiche famiglie di produzioni italiote

grecità occidentale di epoca classica. Il trapianto è iniziato intorno al 440


e siceliote che caratterizzano il panorama delle produzioni vascolari della

direzione ateniese) di Thurii, ma è stato preceduto da esperimenti di vere


a.C. sotto lo stimolo della fondazione della colonia panellenica (in realtà a

e proprie produzioni destinate al solo mercato apulo, analoghe a quel­


le che nel secolo precedente le botteghe attiche avevano realizzato per il
mercato etrusco con le anfore nicosteniche e i kyàthoi. Si tratta di brocche
ad ansa cornuta e di nestorides (o trozzelle) a figure rosse - se ne conosce
addirittura una dipinta con la tecnica a fondo bianco -, forme dotate di un
forte significato rituale per il mondo indigeno apulo e decorate con scene
di ratto, dalla duplice valenza di allegorie del matrimonio e della morte.
La produzione più antica dei pittori attici giunti in Italia, formatisi nelle
vaste cerchie polignotee (ma non solo), probabilmente attivi a Thurii a

nascono due scuole; la scuola più antica è quella detta protolucana ed


partire dal 440 a.C., si deve a un ristretto gruppo di ceramografi dai quali

ha a capo il Pittore di Pisticci (tav. 52) , mentre quella detta protoapula è


di poco più recente ed ha come caposcuola il Pittore della Danzatrice di
Berlino (tav. 53 ) . Secondo Arthur Dale Trendall, il massimo conoscitore
delle ceramiche a figure rosse dell'Occidente, le generazioni successive,
attive nello scorcio del V e l'inizio del IV secolo a.C., sono composte da
una galassia di artigiani, allievi di bottega dei capiscuola, cui si sono uniti
altri immigrati attici, e hanno dato il via alle produzioni apule e lucane, sud­
divise dagli studiosi in tre fasi - una antica, una intermedia e una tarda -,
che si concludono alla fine del IV secolo a.C.
Attorno alla metà circa del IV secolo a queste officine si affiancano le
fabbriche pestane, campane e siceliote, tutte in qualche modo strettamente
legate fra loro e così chiamate per la sicura o presumibile localizzazione
delle singole botteghe. L'assegnazione delle fabbriche a specifiche città solo
in alcuni casi appare fondata su argomenti solidi, basati come sono sulla
diffusione dei prodotti dei singoli pittori o delle singole botteghe: l' attribu-
164 Parte seconda. Archeologia della produzione materiale e artistica

zio ne delle botteghe è tanto più verosimile, quanto più ristretta è l'area della
circolazione dei loro prodotti, che a volte sembra consentire addirittura di
indicarne il centro in questa o quella città. In qualche modo erede della ce­
ramica a figure nere della Campania etrusca e di un'isolata bottega a figure
rosse di metà V secolo a.C. produttrice dei vasi dell' "Owl-Pillar Group "
(il "Gruppo del pilastro della civetta" ) , la produzione campana, attiva dal
IV secolo a.C., viene in genere localizzata nella Capua ormai da tempo ita­
lica (ma non è impossibile una presenza di botteghe anche a Cuma, l'altra
grande città greca della Campania sannitizzata) ; allo stesso modo, la coeva
produzione pestana ha sede nella Paestum da tempo occupata dai Lucani, i
quali per la loro manodopera artigianale hanno impiegato largamente l'ele­
mento greco, rimasto numeroso nella città, che nel caso specifico della pro­
duzione di Paestum si è basato soprattutto su due pittori, di nome Asteas
e Python (tav. 54) , che firmano le loro opere in greco. Al mondo coloniale
resterebbe solo quella apula, da localizzare a Taranto, la cui autonomia è
stata risparmiata dalle occupazioni italiche degli anni finali del V secolo a.C.
Importanti scoperte archeologiche fatte trent'anni fa a Metaponto han­
no tuttavia messo in luce le fornaci di tre pittori di scuola lucana, il Pittore
di Creusa, il Pittore di Dolone e il Pittore dell' Anabates (purtroppo la
sede del caposcuola protolucano, il Pittore di Pisticci, resta sconosciuta). Il
dato, oltre a sfatare la tradizionale attribuzione dell'intera produzione più
antica alla sola Taranto, può orientarci ad assegnare a Metaponto anche
la successiva produzione lucana, che di quella protolucana è l'erede. Un
altro caso analogo è costituito dall'assai probabile localizzazione a Lipari
di un'importante bottega della produzione siceliota a figure rosse, carat­
terizzata dall'uso di una sgargiante policromia attiva a cavallo tra IV e III
secolo a.C., quella del Pittore di Lipari. Bisogna dunque guardarsi da facili
conclusioni che identifichino le fabbriche a figure rosse con le grandi città
coloniali o con una sola di queste, anche se il ruolo di Taranto è stato sicu­
ramente centrale in questo genere di artigianato; a questo riguardo basterà
riflettere ancora una volta sul fatto che i principali destinatari dei prodotti
delle officine italiote erano non le città greche, che consumavano solo una
parte, spesso neanche maggioritaria, delle ceramiche a figure rosse, bensì
le aristocrazie indigene di tutta l'Italia meridionale, avide di prodotti greci.
Il caso delle fabbriche campane e pestane, gestite da artigiani greci, ma
localizzate in città occupate da tribù italiche, ci fa capire quanto stretto
fosse ormai il rapporto tra fabbriche e mercati.

4. La committenza delle ceramiche italiote

La questione dei destinatari dei vasi a figure rosse prodotti in Occidente


si va a saldare con il problema dell'uso specifico di queste produzioni. La
V. Pittura e ceramografia 165

funzione primaria delle grandi produzioni attiche di VI e V secolo a.C.


era stata quella di formare dei " servizi" , composti da un elevato numero
di vasi e decorati con soggetti acconci, destinati in primo luogo a funge­
re da strumenti necessari allo svolgimento del cerimoniale del simposio,
un'istituzione centrale per la vita delle società di epoca arcaica e classica
del mondo greco e della periferia indigena ellenizzata d'Italia e di Sicilia.
Anche se nelle fasi più antiche le ceramiche importate da parte di questi
popoli anellenici hanno avuto un uso primario non funerario, è ben visibile
la crescente attenzione che i pittori attici, a partire dai primi decenni del
V secolo a.C., dedicano alla predisposizione di decorazioni figurate, che
potessero suscitare interesse agli occhi di queste élites barbare. Ciò contri­
buisce a dimostrare, come si è visto sopra, che il presumibile impiego delle
importazioni attiche, soprattutto quelle di maggior impegno, per corredi
funerari delle aristocrazie italiche con evidenti finalità simboliche e allego­
riche, poteva indirizzare la mano stessa dei pittori, sia pur in senso lato e
senza alcun rapporto diretto d'indole personale di " commessa" . Derivate
da tradizioni attiche della metà del V secolo a.C., le fabbriche protoitaliote
sembrano avere all'inizio come primo obiettivo la produzione di vasi de­
stinati al simposio, pur proponendo, peraltro secondo modelli consolidati
nell'Atene di quegli anni, soggetti con tematiche mitologiche " alte " , nelle
quali un posto di rilievo hanno miti, come quelli di ratto, perfettamente
fungibili come allegorie sia del matrimonio che della morte, due grandi
transizioni evocate costantemente dall'ideologia funeraria. L'evoluzione
delle generazioni successive di pittori italioti in direzione della creazione di
vasi destinati ad usi esclusivamente funerari è certificata innanzi tutto dal
carattere non funzionale, di parata, di una parte rilevante della produzione
di pieno IV secolo a.C., e trova un confronto stringente nell'analogo svi­
luppo registrato in area centro-italica con le ceramiche etrusche e falische
di IV secolo a. C., anch'esse di destinazione funeraria. Il carattere forte­
mente ideologico del loro impiego - spesso in necropoli greche, come a
Metaponto, figurano come sèmata di sepolcri - traspare con tutta evidenza
dalle proporzioni colossali dei vasi più importanti del corredo, non di rado
appartenenti a forme collegate con il rituale funerario, e dalla esclusiva pre­
senza di ceramiche di queste fabbriche in tombe, circostanza confermata
dalla parallela, virtuale assenza di queste produzioni dagli scavi di abitato.
È soprattutto la produzione apula della seconda metà del IV secolo a.C.
a presentare soggetti di ambito funerario. I vasi più impegnativi sono di di­
mensioni colossali, crateri a volute per sepolture maschili (tav. 55) o lutro­
phòroi per quelle femminili (tav. 56), e recano al centro la rappresentazione
dipinta del sepolcro, cui attendono fanciulle e giovani uomini recanti offer­
te: il sepolcro rappresentato può essere sormontato da stèlai e da epitymbia
vari, ma la norma vuole che la scena sia occupata da un nai'skos funerario
166 Parte seconda. Archeologia della produzione materiale e arti.l"tica

contenente le figure di uno o più defunti, che si immaginano dipinte o scol­


pite, e dunque nei vasi sovradipinte in bianco. Persino la decorazione ac­
cessoria dei grandi vasi apuli, che diventa addirittura principale sui piccoli
vasi della stessa produzione, soprattutto oinochòai e piatti, è nutrita della
medesima realtà oltremondana, come si ricava dalla continua presenza del­
la grande testa femminile emergente da ricche volute fiorite, nella quale in
genere si riconosce un'immagine simbolica dell'ànodos di Kore, un mito di
ovvio significato escatologico. Di significato funerario convenzionale sono
invece le numerosissime scene connesse con l'Aldilà, come le discese agli
Inferi, o immagini della più tradizionale religione dionisiaca, anche queste
allusive alle speranze di salvezza che di queste credenze si nutrivano. Que­
sta vasta produzione apula è stata analizzata dalla ricerca tradizionale, oltre
che per individuare mani e botteghe, soprattutto per la ricostruzione delle
opere perdute dei tragici attici, un'operazione senz' altro molto utile a fini
letterari. Tutto ciò tuttavia non deve farci dimenticare che la destinazione
di questi vasi era funeraria e che la loro funzione non può ridursi a quella
di veicoli di meri strumenti atti a creare un'atmosfera di lutto e di dolore at­
traverso le vicende narrate dalle tragedie dipinte su di essi. Abbiamo visto
sopra che in corredi funerari di numerose tombe di città greche figurano
maschere o statuette di danzatrici, come a Taranto, o di personaggi del
teatro sia tragico che comico, come a Lipari: la sola spiegazione per questi
oggetti è quella di un palese rinvio simbolico al mondo del teatro e della
festa coreutica, che per un greco di epoca tardo-classica ed ellenistica costi­
tuiscono un immaginario ineludibile e un referente formale onnipresente,
come accade oggi con il linguaggio e i contenuti della rappresentazione
televisiva. Il vero mercato di queste ceramiche tuttavia non sono le città
coloniali, ma il mondo opulento delle aristocrazie dei centri della Peucezia,
della Messapia e della Daunia meridionale, dove addirittura s'installano
"filiali" dei grandi pittori apuli del tardo IV secolo a.C. , come quella ge­
stita dal Pittore di Baltimora: dobbiamo, credo, concludere che in questa
vasta area dell'Apulia doveva essere conosciuta la tradizione di realizzare
spettacoli di tipo teatrale in occasione di solenni funerali di membri delle
élites, al pari di quanto avviene in ambiente romano, che peraltro sappiamo
essere strettamente legato alla cultura campana e italiota. Si può dunque
concludere che l'eventualità che questi vasi decorati con soggetti tratti dal
teatro potessero essere destinati ad eternizzare spettacoli teatrali organiz­
zati a scopo funerario non appare troppo remota.
Sin dal XIX secolo la produzione apula ha suscitato notevole interesse
negli studiosi del mondo antico per l'elevata qualità dei capolavori di tutti i
principali ceramografi, ma soprattutto per quelli della seconda metà del IV
secolo a.C., il cui linguaggio presenta tratti di spiccata autonomia rispetto a
quello attico donde originavano quelle scuole. Tra questi spiccano il Pittore
V. Pittura e ceramografia 1 67

di Dario e il Pittore degli Inferi, che realizzano opere di straordinario effetto


dipinte con scene tratte da tragedie dei grandi poeti ateniesi di V secolo
a.C. , soprattutto da quelle di Euripide, il tragico più popolare per tutto il IV
secolo a.C. , anche se al più antico di questi poeti, Frinico, e al capolavoro di
questi, I Persiani, si ispira la celebre rappresentazione della scena principale
del vaso detto appunto " dei Persiani" , tra i più belli dipinti dal Pittore di
Dario (tav. 57). Proprio il "Cratere dei Persiani" è molto istruttivo per le
concezioni compositive e stilistiche di questi pittori. Già con il Pittore dei
Niobidi (460 a.C.) la ceramografia attica dell'alta classicità aveva elaborato
composizioni informate ai nuovi canoni di spazialità sotto forma di quinte
teatrali, introdotti nella grande pittura da Polignoto: ora sin dalla prima
metà del IV secolo a.C. i pittori apuli concepiscono le loro scene secondo
composizioni a più piani, non solo per vasi come questo dei "Persiani" , ma
anche per i vasi della loro produzione di grande formato, ma dipinti con
scene meno impegnate. Spesso messa in rapporto con la tecnica scenogra­
fica teatrale, la convenzione ha un preciso intento ideologico, separando
i piani della rappresentazione per segnalare un diverso modo o grado di
partecipazione all'evento. Anche questo dettaglio è un segnale importante
per far risaltare i nessi tra la ceramografia e la grande pittura tardo-classica,
che proprio nella grecità coloniale ha avuto origine, con la figura di Zeusi,
originario di Eraclea (certamente quella di Sicilia) , dominante nella seconda
metà del V secolo a.C. Siamo di fronte a una lunga tradizione che l'arrivo
dei ceramisti attici dopo la metà del V secolo a.C. ha solo rinverdito: Zeusi è
infatti allievo di una antica scuola di artisti, che giunge agli inizi del V secolo
a.C. attraverso il maestro, lo zanclea Damofilo, probabilmente nipote di
un omonimo pittore, che, assieme all'altro greco di Sicilia, Gorgaso, aveva
dipinto il tempio di Cerere, Libero e Libera di Roma all'inizio del secolo. La
cosa ancora una volta ci ricorda che i nessi tra la cultura della lontana Roma
e quella del mondo coloniale greco sono continui e profondi.

5 . Le produzioni sovradipinte

Le ceramiche figurate apule e quelle di altri centri d'Italia e di Sici­


lia, le cui creazioni sono comunque meno ricche sul piano qualitativo e
quantitativo, sono affiancate da produzioni di vasellame minore destinato
a comporre " servizi" con quello di più grande impegno che abbiamo finora
discusso. Si tratta di vasi spesso di formato sia normale che ridotto, oino­
chòai, hydrzài, pe/z'kai, skyphoi, piattelli, nella cui parte figurata compaiono
motivi di repertorio derivato dalle decorazioni dipinte sui vasi maggiori.
In Occidente, in ambiente magnogreco, ma anche in quello etrusco, tra gli
ultimi decenni del V e il pieno IV secolo a.C., fanno la loro apparizione
delle ceramiche sovradipinte che imitano la tecnica a risparmio della cera-
168 Parte seconda. Archeologia della produzione materiale e artistica

mica a figure rosse nella più facile tecnica della sovradipintura e che viene
a coprire una parte dei " servizi " non completata dalla più alta produzione
a figure rosse: si tratta di due vaste produzioni, i gruppi " di Xenon" e "del
Cigno Rosso" , che trovano larga accettazione sia nel mondo coloniale che
in quello indigeno. La successiva classe di ceramiche sovradipinte, che
tra il 3 70 e il 280 a.C. conosce una grande diffusione, è la c.d. ceramica di
Gnathia (tav. 5 8 ) , destinata anche a un consumo non meramente funera­
rio: si tratta di grandi servizi di vasi sovradipinti con gli stessi colori delle
abbondanti sovradipinture della ceramica apula a figure rosse della fase
media e tarda, e cioè il bianco, il giallo e il rosso. Anche queste produzioni
sovradipinte, molto popolari nella tradizione apula, ma note anche altro­
ve, derivano da precedenti attici, nel caso specifico dalla ceramica " delle
pendi ci occidentali" , così detta dal luogo del loro primo rinvenimento,
appunto le pendici occidentali dell'acropoli di Atene. A differenza tutta­
via dei materiali attici e a somiglianza invece delle altre ceramiche simili
di area etrusco-laziale, come i pocola o il Gruppo di Hesse, la produzione
apula più tarda è caratterizzata da una decorazione figurata, eseguita con
tecniche sperimentate nello stesso torno di tempo dai grandi pittori tra
la fine dell'età classica e il primo ellenismo, la c.d. tecnica compendiaria.
Alcuni artigiani, come il Pittore di Konnakis (tav. 5 9 ) , spesso muniti di un
seguito notevole di collaboratori, fanno sfoggio di una tecnica di qualità
elevatissima e dagli straordinari effetti pittorici di colore e di chiaroscuro,
che li avvicina ai livelli della coeva grande pittura. Erede di questa linea, ma
con una policromia ormai nettamente dipendente dalla grande pittura, è
l'officina di Centuripe in Sicilia, che in avanzata epoca ellenistica (220- 1 80
a.C.) produce coloratissimi vasi, sempre a destinazione funeraria, decorati
a rilievo e dipinti a tempera, che, a causa dei molti sospetti di autenticità
avanzati oltre settanta anni fa, attende di essere ristudiata con adeguati
supporti tecnologici e con uno strumentario più moderno.
Occorre infine ricordare che tutte le ceramiche italiote, come peraltro
quelle di area etrusco-laziale, conoscono produzioni parallele, spesso con
caratteri di massa, di vasi a vernice nera per il grande consumo e basate su
di una vastissima rete di botteghe diffuse in maniera capillare sul territorio.
Tra IV e III secolo a.C. il numero delle forme è abbastanza grande e la
tecnica ancora di alto livello; nel II-I secolo a.C. vediamo scemare progres­
sivamente il repertorio formale attraverso l'affermarsi di una forte stan­
dardizzazione e di un impoverimento di qualità, peraltro in atto già dal III
secolo a.C.; tipica di questa fase più tarda è la c.d. ceramica a pasta grigia,
che imita prodotti dell'Oriente ellenistico, caratterizzata da una vernice
scadente e una caratteristica argilla di colore grigio, diffusi in tutta l'area
siceliota e italiota, documento finale di una secolare attività dell'artigianato
della ceramica nelle antiche colonie d'Occidente.
V. Pittura e ceramogra/i.a 1 69

Nota bibliografica

Sulle arti figurative in generale: LANGLOTZ 1968; NAPOLI 1969; COAREL­


LI 1 980a; COARELLI 1980b ; 0RLANDINI 1 983 ; BONACASA 1985 ; RIZZA-DE MIRO
1985 ; PORTALE 2005.
Sulla pittura: COARELLI 1 982 ; PONTRANDOLFO 1996; L'!talie méridionale 1998;
PORTALE 200 1 -2002; DE ANGELIS 2003 ; TODISCO 2006 (in generale) ; NAPOLI
1970; D'AGOSTINO 1982 (tomba del Tuffatore) ; PONTRANDOLFO 1990; PONTRAN­
DOLFO-ROUVERET 1 992 (tombe lucane di Paestum) ; CASTOLDI 1 998 (antefisse
dipinte di Gela); LIPPOLIS-DELL'AGLIO 2003 (Taranto) ; PONTRANDOLFO ET ALli
1985 (Napoli).
Sulla ceramografia in generale: COLDSTREAM 1968; Céramique 1 1 978; Cérami-
que 2 1982; COLDSTREAM 1 982 ; TODISCO 2006; DENOYELLE-lOZZO 2009;
sulla ceramica protocorinzia e corinzia di imitazione: NEEFT 1987 ; NEEFT 1 997 ;
sulla ceramica calcidese: lozzo 1 996;
sulle ceramiche protoitaliote: TRENDALL 1 974;
sulle ceramiche lucane e apule: TRENDALL-CAMBITOGLOU 196 1 ; TRENDALL
1966; TRENDALL 1967 ; TRENDALL 1970; TRENDALL 1 973 ; MORET 1 975; SCHMIDT
ET ALli 1976; TRENDALL 1978; TRENDALL 1 982 ; TRENDALL 1 983 ; TRENDALL-CAM­
BITOGLOU 1 983 ; TRENDALL 1 989; ARIAS 1 990; TRENDALL-CAMBITOGLOU 1991 -92 ;
GIULIANI 1995 ; SCHMIDT 1996; GIULIANI 1999; Miti greci 2004; La céramique
apulienne 2005; Tomsco 2006;
sulle ceramiche pestane: TRENDALL 1987;
sulle ceramiche siceliote: GIUDICE 1985 , 243-260;
sulle ceramiche fliaciche: TRENDALL 1962 ; TRENDALL 19672;
sul Pittore di Dario: SCHMIDT 1960; MORARD 2009;
sulle ceramiche sovradipinte: ROBINSON 1996 (gruppi "di Xenon" e "del Ci­
gno Rosso" ) ; D'AMICIS 1 996 (ceramica di Gnathia) .
Capitolo VI La scultura in marmo
e 1n pietra
. .

l . Un prodotto raro: la scultura in marmo

Si è già osservato che l'assenza in tutto il mondo coloniale di marmo


o di buone pietre da scolpire va annoverata fra le prime cause del man­
cato sviluppo di tradizioni degne di nota nella creazione della scultura in
pietra o in marmo, sia di quella di maggiore impegno che di quella cor­
rente, votiva o funeraria. Nell'Occidente greco, come dimostrano alcuni
rari pezzi, come il cavalluccio tardo-geometrico (fine VIII secolo a . C . )
dalla necropoli siracusana del Fusco (tav. 60), sin dalle origini i l mezzo
più comune per la realizzazione di opere plastiche è stato senza dubbio
il bronzo, per la natura preziosa della materia molto di rado giunto fino a
noi, con il quale sul piano tecnico è strettamente collegata la lavorazione
dell'argilla, altra grande specialità italiota e siceliota, come vedremo più
avanti.
Nulla è possibile dire di certo sui resti di una decorazione frontonale
in marmo di stile severo, cui appartengono varie figure di Niobidi, come
quella degli Orti Sallustiani o quello di Copenaghen, spesso attribuiti a
un tempio magnogreco o siceliota, ma senza alcun argomento cogente.
Certamente esisteva, come ci dicono le fonti, un'eccezionale decorazione
scultorea a tutto tondo di stile severo (460 a.C.) dei frontoni dell'Olympie­
ion agrigentino, di cui misero resto è il bel "Guerriero di Agrigento" (tav.
6 1 ) . Frutto di isolate, occasionali commesse pubbliche o comunque di al­
tissimo livello, assegnate a scultori di formazione ionica o provenienti dai
centri stessi di origine del marmo, in larga misura da Paros e da Thasos,
sono alcune rare sculture in marmo: tra queste spiccano, oltre al piccolo
gruppo di kùroi tardo-arcaici già ricordati da varie città della Sicilia, un
raro àgalma, la testa della statua di culto aerolitica del tempio dell'antica
Crimisa (tav. 62) dedicato ad Apollo Alaios (400 a.C. ) , e l'enigmatica "Dea
di Berlino " , grande scultura in marmo, forse àgalma di uno dei santuari di
Taranto piuttosto che ornamento di sepolcro.
VI. La scultura in marmo e in pietra 17 1

La riprova di questo stato di fatto ci è offerta anche dalla grande scultura


in marmo commissionata dai centri vicini fenici ed elimi, dai quali origina­
no capolavori come il c.d. "Trono Ludovisi" (tav. 22) e il c.d. "Giovane di
Mozia" (tav. 63 ) . Secondo una recente ricostruzione, il "Trono Ludovisi" ,
opera molto raffinata realizzata intorno al 450 a.C. da scultori di Thasos,
verosimilmente per il grande santuario di Afrodite di Erice e traslata a
Roma dopo la conquista romana della Sicilia per ornare la locale filiale del
culto di Venere Ericina, sarebbe stato concepito per rispondere a esigenze
del culto di origine fenicia, secondo un modello conosciuto attraverso la
c.d. "Tribuna di Eshmun " , appunto una sorta di tribuna marmorea, anche
questa opera di artisti greci, ornata con scene mitiche e cultuali e collocata
nel tempio di quel dio a Sidone in Fenicia; una recentissima ricerca di
Angelo Bottini ha dimostrato che il manufatto originario, di forma rigo­
rosamente rettangolare come il pezzo di Sidone, è stato rimaneggiato a
Roma per un diverso, purtroppo non intellegibile uso. Il c.d. "Giovane di
Mozia" , scoperto nello scavo del santuario di Cappiddazzu di quella colo­
nia fenicia, senza dubbio rappresenta un auriga che s'incorona dopo una
vittoria agonistica: la scultura è un'opera di alto livello eseguita in marmo
di Paro da uno scultore quasi certamente selinuntino intorno al 450 a.C.,
come dimostrano le consonanze con le coeve metope del tempio E. Co­
munemente la si ritiene una scultura predata dai Cartaginesi al momento
della conquista di Selinunte, cosa in realtà poco probabile, tenuto conto
che la scultura in marmo, prima dell'avanzata età ellenistica e dell' esplo­
sione del commercio di opere d'arte per la clientela romana, difficilmente
era oggetto di rapine o saccheggi. È forse meglio considerarla un ex voto
deposto nel santuario di Mozia da un auriga vincitore di un agone diffi­
cilmente panellenico, in un momento in cui tutta la cultura di Cartagine,
dopo la grave sconfitta di Imera, stava indirizzandosi in maniera decisa
verso modelli greci.

2. La scultura architettonica

In genere la scultura destinata a essere messa in opera in grandi templi


nella forma di metope (non si conoscono fregi) o in complessi architetto­
nici di rilievo, come ad esempio, per l'età ellenistica, i capitelli figurati, si
è servita delle stesse pietre usate nelle grandi architetture locali, di norma
calcare di varia qualità, più raramente arenaria o gesso, pietre che non
sempre hanno dato risultati felici; in epoca tardo-classica ed ellenistica
sia le architetture che le parti decorative scolpite dei nai'skoi funerari di
Taranto sono state realizzate nel carparo, una variante locale di calcare,
di assai facile lavorazione e suscettibile di una sicura riuscita, ma anche
di frequente mediocre conservazione. I centri più importanti per la pro-
172 Parte seconda. Archeologia della produzione materiale e artistic.;

duzione di sculture destinate all'architettura sono Poseidonia, Selinunte e


Taranto. A Poseidonia tanto il primo quanto il secondo tempio del celebre
Heraion alla foce del Sele sono stati decorati da metope scolpite. Il ciclo
di metope del primo tempio (550-540 a.C. ) , rinvenute riadoperate in vari
edifici di età lucana, uno dei quali è il celebre thesauròs, costituisce uno
dei documenti più rilevanti della scultura delle colonie e, più in generale.
dell'arcaismo greco. N elle metope sono rappresentate storie che si rife­
riscono a più figure del mito greco, che vedono però l'intervento di due
sole divinità, la dea del santuario Hera ed Apollo, forse questo associato
nel culto alla dea argiva come nel duplicato del santuario nel cuore della
città, ed un gruppo di eroi: tra questi spiccano per quantità di miti rap­
presentati il padre dei Dori Eracle (tav. 64 ) , il cui racconto toccava menti
e cuori dei primi coloni alle prese con la conquista del territorio, il mito
troiano con il suo protagonista e grande paradigma aristocratico Achille
(tav. 65 ) , il fondatore del santuario Giasone, oltre ad altri eroi colpevoli
di comportamenti censurabili inesorabilmente puniti dagli dèi, come è ad
esempio il caso di Sisifo. Lo stile, fortemente sintetico, senza concessione
alcuna all'ormai dilagante gusto ionico, fa ancora mostra delle forme mas­
sicce dell'alto arcaismo, ciò che ha spesso indotto a datare troppo in alto le
sculture: notevoli appaiono infine le consonanze di stile con opere etrusche
dell'epoca, possibile frutto di contatti tra le due culture, che proprio a Po­
seidonia - caso unico per tutta la colonizzazione greca in Italia - risultano
confinanti. Pienamente all'interno dello ionismo internazionale è invece la
decorazione del secondo Heraion (ca. 500 a.C. ) , consistente in un elegante
choròs di fanciulle (tav. 42) scandito nella sequenza delle metope, nelle
quali contavano le scelte di carattere decorativo e l'effetto d'insieme piut­
tosto che la cura del dettaglio; a ben vedere si tratta dello stesso gusto che
pervade l'isolata, coeva metopa con Europa sul toro, trovata reimpiegata
nel santuario extraurbano di S. Venera assieme a due capitelli ionici, forse
strappati ad un edificio distrutto per la costruzione del foro della colonia
latina di Paestum.
A Selinunte, invece, l'attività delle locali botteghe di scalpellini copre
all'incirca un secolo, dagli anni immediatamente anteriori alla metà del VI
secolo a.C. fino al momento dell'ultima costruzione sacra, il rifacimento
degli anni attorno alla metà del V secolo a.C. del tempio E nel santuario
della Collina Orientale. L'atto di nascita delle officine degli scultori seli­
nuntini, intorno al 580-70 a.C., è costituito dal gruppo di metope dette
"Salinas" dal nome dell'archeologo dell'Ottocento autore della loro sco­
perta, e attribuite da Ettore Gabrici al c.d. " tempio delle piccole metope" .
L e metope raffigurano Europa sul toro (tav. 66), l a triade delfica, Eracle
e il toro e una sfinge; ad esse se ne sono più di recente aggiunte due altre
affini, ma forse non pertinenti allo stesso edificio, trovate reimpiegate nelle
VI. La Jcultura in marmo e in pietra 173

fortificazioni, di cui una presenta una coppia di divinità su carro e l'altra


tre divinità femminili, probabilmente le Moirai. Le sculture sono di qualità
elevata e, pur risentendo dei modi peloponnesiaci, nella decorazione acces­
soria - il fregio di ovuli che conclude in alto il campo metopale - mostrano i
primi segni dell'arrivo delle correnti ioniche, destinate a trionfare per tutto
il secolo e per molti aspetti anche oltre. Pienamente peloponnesiache sono
invece le imponenti metope scolpite, che decoravano le fronti della prima
importante architettura della città, il tempio C (560 a.C. ) , di cui le tre
superstiti rappresentano Perseo e la Gorgone (tav. 67 ) , Eracle e i Cercopi
e la teofania di Apollo e Artemide su carro: il tempio è identificabile con
l' Apollonion della città, dedicato cioè alla divinità archeghètes, quella che
ha guidato i coloni nella nuova sede. Metope scolpite del pronao ebbero
più tardi anche due templi della Collina Orientale, il tempio F (5 1 0 -5 00
a.C.) e il tempio E (460-450 a.C. ) . Il tempio F esibiva nelle diverse meto­
pe scene raffiguranti una gigantomachia (tav. 68) , di cui sono superstiti,
oltre a minori frammenti, solo due, una con Dioniso e una con Atena:
la predilezione tutta tardo-arcaica per i dettagli e la tendenza a rendere
convenzionali le stilizzazioni sono visibilmente molto ricercate, sostenute
da uno spiccato interesse per l'analisi di superficie. Molto più complessa
la decorazione del tempio E, attribuito a Hera o, secondo l'ipotesi più
volte qui presentata, ad Afrodite. Il tempio esibiva metope con una serie
di rappresentazioni di forte significato etico (tav. 69): le quattro superstiti
illustrano temi relativi a comportamenti erotici presentati come giusti (ie­
rogamia di Zeus ed Hera) o come ingiusti (Eracle che uccide l'amazzone,
esempio di anomia femminile; Atteone e Artemide, Encèlado e Atena, vio­
latori dei codici virginali) . Le sculture sono eseguite nella tecnica aeroliti­
ca, inusitata per le metope, che scolpisce la maggior parte della scena nel
calcare locale, aggiungendovi però, anche se non sempre, teste, braccia,
mani o gambe in marmo attribuito a cave di Nasso o di Efeso. La qualità
dello stile alto-classico è elevatissima, con un retaggio qua e là visibile di
modi severi, ma dovuta a motivi, per così dire, ideologici, perseguiti dallo
scultore per circondare di un'aura di dignitas le immagini delle divinità:
l'effetto della tecnica è singolare, ma sicuramente coinvolgente, che fa ap­
parire, grazie al contrasto delle pietre e al diverso loro trattamento, i volti
con una nettezza e una chiarezza raramente presenti con uguale efficacia
nella plastica dell'Occidente. Anche altri edifici della città ebbero deco­
razione scultorea: tra questi va ricordato il c.d. tempio M nell'area della
Gaggera, molto più verosimilmente una fontana monumentale naomorfa,
dalla quale provengono due metope in pietra locale con amazzonomachia
databili al 480 a.C. , opere non insigni delle botteghe cittadine degli anni
della transizione dallo stile tardo-arcaico a quello severo.
174 Parte Jeconda. Archeologia della produzione materiale e artistica

3 . Le esperienze ellenistiche di Taranto

L'altro grande centro della scultura in pietra è Taranto, che appare


impegnato soprattutto a realizzare naz'skoi funerari, in genere di medie
dimensioni, nella locale pietra tenera, detta càrparo. Questi monumenti
funerari si affermano dai decenni finali del IV secolo a.C., alla conclusione
di una lunga fase di limitazione del lusso negli usi funebri awiata intorno
al 470 a.C. da un nuovo regime democratico: i naz'skoi sostituiscono stele
e altri epitymbia fino a quel momento dominanti, prendendo a model­
lo realizzazioni coeve della Grecia propria, come il grande monumento
funebre di Kallithea in Attica. Rinvenute purtroppo quasi sempre prive
di un preciso contesto di appartenenza, le sculture decorative di questi
naz'skoi - acroteri e, a seconda dell'ordine architettonico adottato, fregi
figurati o metope - sembrano coprire un arco molto lungo, che non si
interrompe con la conquista di Taranto nel 272 a.C. e, a quanto sembra,
neanche con quella del 209 a.C., anche se il grosso della produzione copre
il cinquantennio a cavallo tra IV e III secolo a.C. Tanto queste sculture
quanto i materiali pertinenti all'architettura di questi piccoli edifici - capi­
telli (talora anche figurati) , acroteri, partiti decorativi - fotografano molto
bene la ricezione degli schemi decorativi e dell'inestricabile impasto di stili
che caratterizza la scultura del tardo IV e del III secolo a.C. prima della
" rinascita classicista" della seconda metà del II secolo a.C. e sono pertanto
di particolare interesse. Il livello dell'esecuzione risulta complessivamente
abbastanza corrente, ben descritto da una serie di prodotti ripetitivi, creati
sulla base di schemi fissi, come ad esempio quello della coppia di figure
in movimento in direzioni opposte (tav. 7 0 ) , già messi in risalto dal primo
editore di questi " rilievi in pietra tenera" Luigi Bernabò Brea; non manca­
no tuttavia esempi più impegnati e collegati a temi narrativi e livelli " alti"
di ispirazione e di stile del primo ellenismo, come le metope pertinenti ad
un naz'skos di via Umbria, una delle quali raffigura Alessandro in battaglia
(tav. 7 1 ), uno dei più antichi echi delle imprese del grande Macedone nel
lontano Occidente, assieme al vaso eponimo del Pittore di Dario con la
fuga del Gran Re incalzato da Alessandro.
Un breve cenno infine occorre fare alle non abbondanti sculture di II-I
secolo a.C. , presenti soprattutto nelle città più ricche e vivaci della Sicilia.
Tra queste meritano di essere ricordate le sculture pertinenti ai templi di
Solunto, opere correnti del tardo ellenismo: in esse si possono osservare
particolari tecnici diffusissimi in questa fase anche presso le scuole maggio­
ri, come la costruzione della scultura con l'assemblaggio di più parti litiche
o la tecnica che fa ricorso a completamenti in stucco, di grande efficacia per
raggiungere gli effetti chiaroscurali cari alla plastica dell'epoca.
\ T L scuit:, r.; in •li.ir>>io e 111 pietra

Nota bibliografica

Sulla scultura: TORELLI 2007b (Trono Ludovisi); TORELLI-MASSERIA 1999


(metope del Sele); MARCONI 1 994 ; MARCONI 1 995 ; }UNKER 2003 ; MARCONI 2007
(metope di Selinunte); BARBANERA 1 995; MARCONI 1 997 (Agrigento); BERNABÒ
BREA 1952; CARTER 1 970; CARTER 1 973; CARTER 1975; LIPPOLIS 2007 (nai'skoi
funerari tarentini) .
Capitolo VII Le arti minori: coroplastica,
toreutica e oreficeria

l . L'eccellenza artigianale dell'Occidente greco: coroplastica e bronzistica

I Greci di Italia e di Sicilia hanno senza dubbio raggiunto i livelli più


alti di eccellenza tecnica, ma anche di qualità formale ed espressiva, grazie
agli artigiani che in quasi tutte le pòleis coloniali praticavano la multiforme
arte della coroplastica. Multiforme perché la duttile argilla offriva all'arti­
giano un numero molto elevato di possibilità di scelta sia per dare ad essa
forma che per indirizzare la sua attività verso produzioni di svariato uso
e di diversa finalità. Con l'argilla i coroplasti facevano fronte a una vasta
gamma di esigenze di natura sia ideologica che pratica, creando oggetti
fittili per coprire le molte necessità della devozione, ex voto sia modesti e
seriali che unica impegnativi e di grande formato per i santuari, ed oggetti
a destinazione funeraria, come sarcofagi o statuette, o d'uso quotidiano co­
me i lutèria. Possiamo senz'altro dire che, sin dalla fase più antica della vita
delle pòleis coloniali, assieme ai ceramisti, gli artigiani più attivi e richiesti
sono stati i coroplasti, protagonisti di un'attività che si è andata ben presto
diversificando. La produzione è stata ed è rimasta a lungo di tipo devo­
zionale ed ha seguito da vicino gli sviluppi della grande plastica sia fittile
che bronzea, cui è legata strutturalmente: come ci fa capire il fatto che il
nome greco della tèchne dei coroplasti e dei bronzisti è uno solo, plastikè,
il modello della scultura in bronzo sin dall'origine è stato fittile, con una
relazione tra le due tecniche che si è andata rafforzando con l'invenzione
della fusione a cera perduta, sia diretta che indiretta.
Lo stretto rapporto produttivo - e quindi anche formale - tra coropla­
stica e bronzistica è ben documentato in questi ambienti italioti e sicelioti
dalla ricca produzione di bronzi di carattere sia utilitario che votivo. Rinve­
nuti nelle città greche ma soprattutto in contesti funerari indigeni, i bronzi
coloniali di epoca arcaica e classica comprendono vasi e utensili (armi,
specchi e vasellame bronzeo inornato o munito di manici fusi configurati
perlopiù in forma di kùroi e kòrai) e statuette votive dedicate nei santuari,
VII. Le arti minori: coroplaitica, toreutica e oreficeria 177

assieme ai più correnti prodotti dalla coroplastica, venendo così a costitu­


ire uno dei documenti più chiari del nesso profondo fra le due tecniche.
Anche se l'evidenza archeologica della città, profondamente sconvolta da
un'intensa attività edilizia e dai tragici eventi del terremoto del 1 908, non
ha restituito un materiale abbondante e significativo, non c'è dubbio che
Reggio sia stata uno dei principali centri dell'artigianato coloniale, docu­
mentato archeologicamente soprattutto dalla scuola della ceramografia
calcidese. La città, che, come vedremo subito, conosceva scultori in bron­
zo di grande livello come Klearchos e Pitagora, è stata da molti studiosi
moderni indicata come luogo di fabbricazione del colossale cratere ornato
sul collo da una processione di carri e di guerrieri scoperto in una tomba di
una principessa celta a Vix nel cuore della Francia (tav. 72 ) : l'attribuzione
si basa sulla presenza sul collo di segni alfabetici calcidesi destinati a facili­
tare l'assemblaggio del fregio del vaso a fusione ultimata o il riassemblaggio
dopo un possibile smontaggio per il trasporto. L'ipotesi è molto seducente,
ma gravano sull'attribuzione moltissimi dubbi: i segni per il montaggio
del fregio in alfabeto calcidese dimostrano solo che il prezioso oggetto è
passato attraverso lo Stretto, dove il vaso potrebbe essere stato smontato
in vista di un viaggio lungo e difficile. In ogni caso un'ingente produzione
di oggetti in bronzo, anche molto elaborati e riccamente decorati come
tripodi, candelabri o podaniptères, è attribuibile ai centri maggiori della
produzione, che per la Magna Grecia arcaica sono Taranto, Sibari, Locri
e Reggio, e per la Sicilia Siracusa, Gela e Agrigento.
La produzione di utensili e vasellame in bronzo non va comunque di­
sgiunta da quella della scultura a tutto tondo a destinazione votiva o, in
epoca più tarda, celebrativa, di formato sia ridotto che al vero. Le fonti
attestano che la plastikè, l'arte della scultura in bronzo tratta da matrici
fittili, nella Sicilia e nella Magna Grecia di epoca classica aveva raggiunto
un livello complessivamente elevato, documentato in primo luogo da ope­
re perdute, fra le quali spiccano le sculture in bronzo realizzate dall'unico
grande artista coloniale entrato nella trattatistica antica sulle arti, Pitagora
di Reggio, autore della statua "iconica" dedicata ad Olimpia dal celebre
atleta Eutimo di Locri, di cui si è conservata la base ad Olimpia e che per
la sua celebrità divenne oggetto di culto eroico. Allievo di Klearchos di
Reggio, anche lui scultore celebrato dalle fonti, Pitagora di Reggio creò ne­
gli anni dello stile severo (480-450 a.C.) sculture in larga misura destinate
ai vincitori dei giuochi panellenici, ma commissionate anche in altre città,
come Siracusa e addirittura Atene. Più interessanti sono alcuni suoi sog­
getti meno frequenti, come un gruppo di Europa sul toro, che ripropone
un tema molto caro alla grecità occidentale, dove viene replicato dall'al­
to arcaismo molto più che in madrepatria, particolarmente nella scultura
architettonica, come testimonia una lunga serie di opere magnogreche e
178 Parte seconda. Archeologia della produzione materiale e artistica

siceliote con questo soggetto, dalla metopa "Salinas" di Selinunte (560


a.C.) alla metopa di S. Venera di Poseidonia (5 10-500 a.C. ) , all'acroterio
fittile pure di Poseidonia (480 a.C . ) : la popolarità del mito in area colo­
niale si deve probabilmente al fatto che esso celebra l'unione di Zeus con
una donna non greca, facendo risaltare la liceità di matrimoni tra Greci e
stranieri, una circostanza documentata, sin dalle fasi più antiche della colo­
nizzazione, dalla presenza di donne indigene nella necropoli di Pitecusa, ri­
velate dalla tenace conservazione dell'elemento fondamentale del costume
della cultura di origine, la fibula. L'approvazione sociale dell' intermarriage
greco-indigeno addirittura a Selinunte finì per tradursi in un accordo di
epigamia, di lecito connubio, tra Selinuntini ed Elimi. Malgrado gli sforzi
della critica moderna di restituire un volto a questo scultore famoso, la sua
personalità ci sfugge completamente, anche perché non abbiamo repliche
certe di sue realizzazioni. D'altro canto dobbiamo ricordare che i critici
moderni si sono espressi in larga maggioranza per attribuire non a Pita­
gora ma a Sotades di Tespie l'unico grande bronzo di sicura committenza
coloniale conosciuto, !"'Auriga di Delfi" (tav. 1 5 ) , dono del Dinomenide
Polizalo tiranno di Gela, destinato a commemorare una sua vittoria delfica:
le colonie, mentre facevano mostra della loro grande abilità nella realizza­
zione dei rivestimenti fittili policromi degli edifici, portando i propri arti­
giani ad Olimpia e a Delfi per decorare i thesauròi delle loro città, facevano
preferibilmente ricorso ad artisti di grido della Grecia propria per i loro
doni di maggiore impegno nei santuari più prestigiosi.
Per avere un'idea meno astratta di queste manifestazioni artistiche più
elevate ci aiutano le rarissime opere di grande scultura rinvenute in area
greco-occidentale, tra le quali il posto d'onore spetta alla testa rinvenuta in
mare a Particella nello Stretto di Messina (tav. 73 ) , uno splendido ritratto
nel tipo del filosofo, databile alla fine del V secolo a.C., sia per lo stile che
per il contesto del relitto nel quale si trovava. Se la cronologia proposta è
esatta e se il bronzo proveniva effettivamente da una città di Sicilia o di
Magna Grecia, avremmo un'ulteriore prova dello stretto legame tra colonie
e Grecia propria: esattamente alla fine del V secolo a.C. sia la tradizio­
ne a proposito del ritratto fisionomico, sedimentata attorno al nome dello
scultore ateniese Silanion, attivo in quegli anni, che le copie di sculture
di quell'epoca, come la " Lysimache" , convergono nel farci comprendere
che l'inarrestabile cammino verso il ritratto individuale era iniziato con­
temporaneamente tanto nella madrepatria quanto nelle colonie. In questo
processo addirittura Magna Grecia e Sicilia, con le loro storie attraversate
da grandi figure, potrebbero essere state all'avanguardia nel rivoluzionario
cambiamento dell'approccio alla realtà che sarebbe giunto a maturazione
nel corso del successivo IV secolo a.C. E, per concludere, un'altra opera
della bronzistica siceliota, mai finita sottoterra, ma conservatasi miracolosa-
VII. Le arti minori: coroplastica, toreutica e oreficeria 179

mente attraverso i secoli in quel ridotto della Siracusa bizantina che fu il Ca­
stello Maniace, la statua bronzea a grandezza naturale raffigurante un ariete,
che, assieme ad un gemello andato distrutto in età moderna, ornava forse il
palazzo reale di Ierone II di Ortigia, costituisce una testimonianza preziosa
del livello della grande arte del primo ellenismo nel regno di Siracusa.

2. La coroplastica, mezzo espressivo dominante

I documenti della coroplastica iniziano per noi alla metà del VII secolo
a.C. con il tardo dedalismo di statuette votive in formato piccolo e medio
note da Selinunte, da Gela, da Megara Iblea, da Locri (tav. 26) , da Sibari,
da Metaponto, da Taranto. La qualità di questi oggetti è sovente corsiva,
echi non troppo elaborati della grande plastica e di prototipi di madrepa­
tria, anche se alcuni pezzi sono frutto di straordinaria maestria, come la
parte inferiore di statuetta femminile di produzione sibarita dal santuario
di Francavilla (tav. 74). La successiva fase arcaica del pieno VI secolo a.C.
conosce una vera e propria esplosione di tipi, statuette votive femminili e
maschili, ispirate a modelli ionici, secondo le tendenze della cultura figu­
rativa coloniale dell'epoca; alla fine dell'età arcaica, la coroplastica votiva
produce figure di recumbenti, di kùroi e kòrai e immagini divine, ben in­
carnate per il periodo e per la successiva fase severa dalle statue di Medma
(tav. 25 ) , che, soprattutto quando il dedicante intende presentare offerte
di un certo impegno, possono acquistare dimensioni anche ragguardevoli
ed esprimere livelli formali assai vicini alla grande arte caratterizzata dallo
ionismo di maniera, in progressiva scomparsa via via che ci si inoltra nel V
secolo a.C. (tav. 75 ) .
Questa circostanza c i consente d i affrontare i l tema, legato al preceden­
te, della grande plastica fittile destinata a decorare i templi, un terreno in
cui si esplica al meglio la maestria della coroplastica delle colonie d'Ita­
lia e di Sicilia, relegata solo dalla moderna gerarchia delle arti fra quelle
"minori " . Purtroppo lo stato in cui queste decorazioni sono pervenute
a noi è tale da non consentirci di valutare in maniera compiuta entità e
configurazioni dei programmi figurativi di queste decorazioni fittili. Ciò
malgrado, i dati in nostro possesso consentono di collocare le principali
scuole di coroplastica templare a Cuma e a Poseidonia in Magna Grecia,
a Siracusa e a Gela in Sicilia, anche se l'affiorare di alcuni capolavori in
altre città, come Reggio, Caulonia, Camarina o Imera, ci fanno capire che
la situazione è molto più complessa di quanto si possa immaginare, senza
contare che di alcune pòleis, anche di grandissima importanza come Sibari,

E accanto a questi dobbiamo ricordare altri casi problematici, comincian­


non conosciamo praticamente terrecotte pertinenti a decorazioni templari.

do da quello di Taranto, che ha restituito una grandissima quantità di


180 Parte seconda. Archeologia della produzione materiale e artiitica

antefisse a testa gorgonica o femminile che vanno dall'età arcaica a quella


ellenistica e solo pochi frustuli di terrecotte figurate architettoniche, fra
le quali spiccano acroteri raffiguranti nìkai della fine del VI secolo a.C.
Dubbi sulla completezza della nostra documentazione dobbiamo avanzare
a proposito di Selinunte, che non solo ha sviluppato sin da principio un
notevole interesse per la decorazione plastica dei propri templi, ma che,
pur avendo restituito un complesso importante di terrecotte architettoni­
che, non ha offerto che scarse testimonianze di una grande plastica fittile.
Per altro verso, le colossali, ma purtroppo molto frammentarie terrecotte
acroteriali provenienti dal centro indigeno della Sicilia orientale di Monte
S. Mauro di Grammichele (a torto spesso ritenuto un'anonima città greca) ,
pongono più di un problema per l'attribuzione a una precisa scuola di
coroplastica. L'unica indicazione circa le possibili origini delle maestranze
è offerta da alcuni frammenti di una tavola di bronzo rinvenuta a Monte
S. Mauro iscritta con testi politico-religiosi in alfabeto calcidese, con tutta
evidenza pezzi recuperati in seguito a rottamazione, che indicherebbero
un rapporto privilegiato dei locali gruppi dominanti con le città calcidesi
della Sicilia orientale, Zancle, Catania o Leontinoi.
Le manifestazioni più antiche della scultura architettonica di Siracusa,
come il celebre acroterio del locale Athenaion (tav. 76) con la figura di
Gorgone in corsa inginocchiata (570-550 a.C. ) , poggiano su effetti, a volte
straordinari, di policromia o di espressività; la scuola siracusana elabora
anche decorazioni di metope (interpretate anche come pz'nakes) di grande
eleganza, eseguite nella duttile argilla (tav. 7 7 ) . Sempre Siracusa ci propone
l'esempio più antico di una particolare decorazione acroteriale destinata
ad avere grande successo in Occidente, il cavaliere che con il suo destriero
cavalca il kalyptèr hegemòn (prima metà del VI secolo a.C.) (tav. 78); la
tipologia, popolare proprio per la connotazione equestre di molte pòleis
aristocratiche di età arcaica e classica, ha appunto riscosso grande successo
nelle colonie italiote e siceliote, con repliche note anche in più esemplari a
Siracusa stessa, Gela, Camarina, Metaponto, Caulonia e Locri. Al mondo
geloo si può attribuire una notevole quantità di coroplastica templare, ma
raramente a tutto tondo, pertinente agli edifici sacri dell'acropoli, dai quali
si ricavano preziose informazioni circa le soluzioni elaborate sul piano tec­
nico e decorativo dai coroplasti geloi sin dall'alto arcaismo, guadagnando
loro un indubbio primato fra gli artigiani sicelioti della terracotta. Fra i
prodotti di particolare impegno per le soluzioni plastiche meritano spe­
ciale menzione il colossale acroterio del tempio B con testa di Gorgone di
piena età arcaica e le straordinarie antefisse di epoca severa a testa silenica
(tav. 79), mentre un'altra serie tardo-arcaica (500 a.C.) di antefisse semicir­
colari ha restituito bellissime immagini dipinte con scene dove protagonisti
sono membri del corteggio dionisiaco (tav. 80) . Tra le opere di coropla-
VII. Le arti minori: coroplastica, toreutica e oreficeria 181

stica d i ambiente italiota (tav. 8 1 ) vanno ricordati i diversi esperimenti


di coperture fittili di Cuma, mentre documenti poseidoniati di altissima
qualità, oltre alle terrecotte architettoniche della " Basilica" , sono alcune
sculture acroteriali, giunte a noi in stato di grande lacunosità, con la sola
eccezione della celebre statua fittile tardo-arcaica (520 a.C.) raffigurante
Zeus seduto (tav. 82) . Questi pezzi appaiono di una qualità elevatissima,
che è stata di recente messa in relazione con pezzi tardo-arcaici di Roma,
come la celebre Amazzone dell'Esquilino. Quest'ultimo capolavoro è stato
attribuito con buona probabilità, a ragione, alla decorazione del tempio
di Cerere, Libero e Libera, che le fonti ci dicono uscita dalle mani di due
artisti greco-coloniali, Gorgaso, il cui nome potrebbe ricondurci ad area
zanclea, e Damofilo, verosimilmente avo dell'omonimo maestro imerese
del celebre pittore Zeusi, il quale, come abbiamo visto, per evidenti ragio­
ni cronologiche non può provenire da Eraclea Lucana, come si è spesso
detto, ma da Eraclea di Sicilia. Anche altre officine di coroplasti coloniali
hanno comunque prodotto opere degne di nota. Oltre ai già discussi pz'­
nakes e a una nutrita serie di arule a rilievo di tardo VI secolo a.C., Locri,
che senza dubbio è la città dalla quale proviene materiale coroplastica in
quantità senza confronti, ha restituito un'abbondante produzione di statue
e statuette fittili, talora di dimensioni ragguardevoli, maschere, busti e altri
oggetti a destinazione votiva, in genere di epoca arcaica, che offrono un
quadro molto variegato dei gusti diffusi e delle correnti di stile, di norma di
origine ionica. Il carattere uniforme di questa produzione locrese è per noi
di grande interesse per comprendere come si sia formata in epoca arcaica
una piattaforma comune di preferenze di stile diffusa e apprezzata anche
a livelli sociali medio-bassi.
Per l'età classica questa varietà di officine e di produzioni viene gradual­
mente meno. Una delle eccezioni riguarda la particolare collocazione geo­
grafica e culturale di Imera e una realizzazione abbastanza eccezionale per
l'epoca, costituita dalle decorazioni scultoree del tempio B dell'acropoli
di Imera (420 a.C . ) , che, malgrado la loro estrema lacunosità, mostrano
qualità di efficace sintesi: l'ambiente imerese, che appare particolarmente
aperto, come prova l'eccezionale presenza in loco in epoca tardo-arcaica
di antefisse di tipo campano, potrebbe aver sviluppato proprie botteghe in
relazione con ambienti continentali anche lontani. L'unica produzione de­
gna di nota di terrecotte di proporzioni medie e grandi sono i busti prodot­
ti ad Agrigento, la città più opulenta dell'Occidente greco tra la battaglia
di Imera e la conquista cartaginese: questi oggetti, legati al culto demetria­
co così diffuso in area geloo-agrigentina, mostrano rapporti diretti con la
grande arte di epoca classica. Nonostante ciò, questi oggetti non lasciano
trapelare le eventuali intermediazioni e le vie di trasmissione dei model­
li, pur documentando una forte esposizione alle correnti alto-classiche di
1 82 Parte seconda. Archeologia della produzione materiale e artistica

origine attica, coerente peraltro con l'altissima qualità delle importazioni


di ceramica attica a figure rosse nella città. Sempre ad Agrigento possiamo
attribuire prodotti, ricordevoli dei fasti arcaici e classici della coroplastica,
usciti da botteghe tardo-ellenistiche, come alcune figure fittili di cariatidi
e di telamoni di II secolo a.C., che trovano confronti in ambienti anche
molto lontani, dai telamoni posti a decorare gli armaria dell' apodyterium
delle terme della colonia latina di Fregellae (III-II secolo a.C. ) , ad opere di
scultura in pietra più impegnate come il colossale telamone da Montesca­
glioso oggi al Museo di Reggio Calabria, tutti esempi che documentano la
piena appartenenza dell'artigianato delle antiche città greche d'Occidente
alla koinè culturale tardo-ellenistica.
Documentata virtualmente in ogni centro magnogreco e siceliota, la
piccola plastica a destinazione votiva e funeraria di età classica, tardo-clas­
sica ed ellenistica ha caratteri di forte omogeneità di stile e di rendimento.
Per l'epoca più tarda (Il-I secolo a.C.) sono attive officine con prodotti
analoghi anche nei centri indigeni ormai del tutto ellenizzati, mentre per
la fase romana del I secolo a.C. , la coroplastica funeraria, come accade
in tombe di Taranto, può esibire statuette di personaggi vestiti di toga e
dunque ormai pienamente romani, associate a singolari riprese delle figure
di recumbenti di epoca classica, interessanti come documenti della soprav­
vivenza della tradizionale ideologia funeraria. Una delle testimonianze più
suggestive della diffusione di questo artigianato tra IV e II secolo a.C. è co­
stituita dai materiali rinvenuti negli scavi intensivi e purtroppo assai male
documentati dell'abitato di Eraclea Lucana, dai quali sono venute alla luce,
oltre a molti prodotti coroplastici, decine di matrici dei più svariati oggetti
con testimonianze epigrafiche relative agli artigiani. I tipi della coroplastica
votiva e i relativi soggetti proseguono la tradizione arcaica e classica con
pìnakes e statuette raffiguranti le divinità oggetto di venerazione, spesso
sotto forma di repliche delle statue di culto, come nel caso della Hera di
Poseidonia-Paestum; sempre più diffusi sono i tipi di statuette che presen­
tano devoti di entrambi i sessi vestiti a festa o statuette di attori, acrobati e
danzatrici, il cui scopo era quello di evocare il clima festivo vissuto all'atto
stesso della dedica.
In precedenza si è detto del significato religioso delle arule e della loro
decorazione. Sul piano artigianale va ricordato che questi oggetti, così pe­
culiari per la grecità occidentale, presenti come sono in quasi tutte le città
coloniali, hanno un floruit della produzione tra la metà del VI e i primi
decenni del V secolo a.C.: queste arule arcaiche hanno in genere forma ret­
tangolare allungata e presentano una decorazione a rilievo perlopiù molto
alto sulla fronte, anche se, come nel caso già ricordato delle arule di Bosco
Littorio di Gela, alcuni esemplari possono svilupparsi nel senso dell'altezza
fino a raggiungere grandi dimensioni. Numericamente assai rare, in quanto
VII. Le arti minori: coroplastica, toreutica e oreficeria 183

evidente relitto di una tradizione molto antica di forme di culto domestico,


le arule di epoca tardo-classica ed ellenistica hanno perlopiù forma quasi
cubica: la decorazione può anche correre su tutte le facce laterali dell' arula
e le rappresentazioni figurate, ora a rilievo molto basso, come in un raffinato
esemplare con storie di Adone oggi al Getty Museum, ma di probabile pro­
venienza tarentina, evocano miti talora rari, espressione di una ricercatezza
denunciata anche dal repèchage funzionale dell'oggetto.
Oltre a questi materiali dalle evidenti finalità religiose, i plasticatori
delle città greche lavoravano per decorare prodotti d'uso. Gli oggetti più
antichi sono i monumentali lutèria fittili decorati a stampo con scene miti­
che di battaglia (650-63 0 a.C. ) , scoperti in più di un esemplare nelle case
di un abitato in località Incoronata di Metaponto (tav. 83 ) , a quanto pare
un avamposto di Siris in terra enotria anteriore alla fondazione di Meta­
ponto: la qualità molto alta dei rilievi, che ornano il sostegno dei lutèria,
è importante per valutare la temperie stilistica della colonia di Colofone,
unica apoiktà dell'alto arcaismo proveniente dall'Asia Minore. Accanto a
questi lutèria vanno ricordati anche altri prodotti utilitari nei quali si sono
cimentati i coroplasti di varie città coloniali. Un posto di rilievo occupano
i grandi sarcofagi fittili di epoca arcaica e classica dall'imponente struttura
architettonica, prodotti a Gela ed esportati anche in area indigena (Monte
Saraceno) : alcuni esemplari presentano un simulacro di architettura (se­
micolonne ioniche agli angoli) all'interno, altri invece hanno partiti archi­
tettonici dorici all'esterno. A questi imponenti prodotti fittili sono appa­
rentati, sul piano tecnico, ma anche in qualche modo su quello funzionale,
altri grandi contenitori, vasche di varia foggia e otri, talora usati anche
come sarcofagi o ricettacoli di sepolture, documentati per tutte le epoche
in molte città di Magna Grecia e Sicilia. La produzione più interessante di
materiali fittili decorati a stampo è quella documentata ad Agrigento per
l'epoca tardo-arcaica: si tratta di contenitori (perlopiù lutèria) dai bordi
ornati con fregio continuo o scanditi a metope con soggetti generici, corse
di carri o scene dionisiache (tav. 84) .

3 . La toreutica e l'oreficeria

La produzione toreutica e l'oreficeria sono le manifestazioni più bril­


lanti dell'artigianato del lusso delle pòleis coloniali di Magna Grecia e di
Sicilia. Se le oreficerie sono abbastanza note, soprattutto grazie al fatto che
la pietas verso i morti, soprattutto verso le donne di cui l'oreficeria è ap­
pannaggio, ha fatto sì che prodotti di oreficeria fossero deposti in discreta
quantità nelle tombe sia greche che indigene, solo circostanze eccezionali
ci hanno restituito documenti della toreutica, quasi sempre perduti, perché
facile preda in occasioni di guerre o di torbidi. Come accade per tutto il
184 Parte seconda. Archeologia della produzione materiale e arti.rtica

vasellame in metallo prezioso dell'antichità, sono infatti giunti fino a noi


solo alcuni tesori sotterrati in momenti di estremo pericolo e mai più recu­
perati. Alcuni di questi tesori si riferiscono alla grecità coloniale e attestano
l'altissimo livello raggiunto dalle botteghe di argentieri di Magna Grecia
e di Sicilia. Va tuttavia osservato che di una vera e propria toreutica dei
Greci d'Occidente si può parlare solo a partire dall'avanzato IV secolo a. C.
e poi in maniera crescente con il progredire dell'epoca ellenistica, quando
in tutto il Mediterraneo si è verificato un vero e proprio dilagare del lusso
privato. La produzione più antica è virtualmente sconosciuta, essendo nau­
fragato tutto quanto è stato prodotto di vasellame in metallo prezioso, le
cui destinazioni, come dimostrano rare e fortunate scoperte quale la cele­
bre coppa dei Cipselidi da Olimpia, dovevano essere esclusivamente i san­
tuari, che sappiamo essere stati oggetto di sistematici saccheggi. Le prime
attestazioni chiare della toreutica coloniale indicano Taranto come centro
principale di tutto l'Occidente greco e consistono in singoli oggetti, come
lo splendido rhytòn configurato a testa di cervo oggi a Trieste (tav. 85 ) , ma
di origini tarentine (400 a.C . ) . La fase ellenistica successiva è attestata da
documenti appartenuti ad alcuni importanti tesori rinvenuti in Italia e in
Sicilia, come quello celebre di sicura origine tarentina, composto da una
pisside decorata a sbalzo, un kàntharos, un thymiatèrion e due coppe con
busti umani, finito in parte a Parigi nella Collezione Rotschild, o quello,
appena rientrato in Italia, per il quale si parla di una provenienza da Mor­
gantina, cosa che porterebbe ad attribuirlo con relativa certezza a Sira­
cusa. Nei prodotti della toreutica di Taranto o di Siracusa non si notano
elementi che permettano di distinguerli da quanto contemporaneamente
usciva dalle officine toreutiche degli altri grandi centri dell'ellenismo, una
dimostrazione di più della piena integrazione del mondo italiota e siceliota
nei grandi circuiti internazionali della cultura ellenistica.
A differenza della toreutica, l'oreficeria conta su officine senza dubbio
presenti nelle colonie sin dalla loro nascita, che hanno operato assai attiva­
mente soprattutto per fornire alle popolazioni locali dell'Italia antica e del­
la Sicilia non solo prodotti di un artigianato specializzato, ma addirittura
artigiani che hanno operato presso i centri più opulenti del mondo indige­
no. Quest'ultimo caso sembra doversi ipotizzare per l'impetuoso sviluppo
dell'oreficeria orientalizzante etrusca e delle sue raffinate tecniche a sbalzo
e a granulazione, che molti indizi fanno attribuire ad intervento di orafi
di provenienza calcidese, pitecusana o cumana, come dobbiamo supporre
alla luce dei preziosi dati provenienti dallo scavo di un'abitazione di VII
secolo a.C. in località Mazzola di Ischia, che ha restituito strumenti per il
lavoro di un orafo, o in virtù delle oreficerie scoperte in tombe di Cuma
di VIII-VII secolo a.C. (tav. 86) . La produzione di oreficeria di età arcaica
appare concentrata in un momento più antico su fibule, brattee, pendagli,
VII. Le arti minori: coropla.rtica, toreutica e oreficeria 185

orecchini, anelli, per poi estendersi ad oggetti ancor più sontuosi, come
bracciali, diademi e collane con pendenti. La piena età arcaica è dominata
da Sibari, città dal proverbiale lusso opulento, cui dobbiamo pensare co­
me il grande centro dell'oreficeria magnogreca, peraltro documentato da
materiali scoperti tra Sibari e Metaponto, come le figurine maschili e fem­
minili d'argento a sbalzo trovate in numero di dieci in una tomba di Me­
taponto e pertinenti a rivestimenti eseguiti con straordinaria perizia (600
a.C. ) , o la poco più antica lamina, pure di rivestimento di tessuto, scoperta
a Sibari. Tuttavia, la documentazione migliore per la produzione di area
sibarita è forse quella proveniente dalle tombe principesche indigene in
località Braida nel territorio di Vaglio della Basilicata, oppure da altre zone
non greche ancor più a settentrione, come il santuario di Oria in Messa pia.
Controversa è invece l'attribuzione delle oreficerie scoperte nelle tombe
più ricche della Peucezia di epoca arcaica (Ruvo, Rutigliano, Noicattaro,
Valenzano) , che potrebbero però indiziare gli inizi dello sviluppo delle
botteghe di Taranto, cui dobbiamo infatti attribuire gli ori che raggiungo­
no l'area del settentrione daunia, provenienti dalle tombe principesche di
Melfi, in località Pisciolo (seconda metà del V secolo a.C. ) ; fra i preziosi di
questi contesti spiccano oggetti dalla decorazione indiscutibilmente greca,
ma di foggia tipicamente locale, come i grandi cerchi di lamina aurea or­
nata all'esterno a sbalzo, granulazione e pulviscolo, destinati ad ornare le
capigliature femminili avvolte attorno a quei cerchi. Dopo un periodo di
stasi, che tocca i primi decenni del IV secolo a.C., le officine di Taranto,
come quelle gravitanti in area campana, tra Cuma e Capua, lavorano a pie­
no ritmo non soltanto per le principesche clientele indigene di tutta l'Italia
meridionale, ma ora anche per i ceti più ricchi della stessa Taranto, anche
se le oreficerie più sensazionali, come la celebre corona di Critonio, per
ricordare un esempio che conosce scarsi confronti, sono quelle restituite
dai centri lucani di Armento e di Roccanova nell'alta Val d'Agri.
In questa fase tardo-classica ed ellenistica dell'attività delle botteghe
degli orafi di Taranto, la tecnica privilegia un larghissimo impiego della fili­
grana e di raffinate ornamentazioni sia a sbalzo che applicate a tutto tondo,
teste umane, ghiande, palmette, spesso piccoli capolavori di virtuosità tec­
nica, che ripropongono nelle oreficerie gli stessi girali e i motivi decorativi
che troviamo impiegati nelle ceramiche figurate coeve (tav. 87 ) . La qualità
della produzione non accenna a diminuire con il passare del tempo: ne è la
prova il sorprendente complesso di oreficerie ellenistiche recuperato dalla
c.d. "Tomba degli Ori " di Canosa (tav. 88) , ora datata convincentemente
agli inizi del II secolo a . C . , che propone una varietà significativa di oggetti,
tutti di altissima qualità. Il repertorio tipologico dei gioielli resta quello
fissato in epoca arcaica e classica, ma variano notevolmente le fogge e la
sontuosità dei singoli oggetti ellenistici: i bracciali assumono forme torti-
1 86 Parte seconda. Archeologia della produzione materiale e artistica

li dalle terminazioni sbalzate, i diademi vengono foggiati in maniera sor­


prendente, gli orecchini si arricchiscono di più pendenti, in poche parole
le composizioni barocche dominano uno scenario di una ricchezza senza
fine. Anche in questo caso la perdita dell'indipendenza da parte di Taranto
non costituisce la fine di un artigianato di straordinaria ricchezza e perizia.
Un cenno finale va fatto a produzioni di lusso in vetro, apparentate alla
toreutica e all'oreficeria, che circolano in Italia e in Sicilia (ma anche in Ita­
lia centrale, come documentato dal tesoro di Falerii oggi a Napoli): si tratta
di coppe di vetro decorato a foglia d'oro con tecnica detta "a sandwich" ,
come la coppa da Varapodio (tav. 89) , note in tutta l'Italia meridionale e
in Sicilia. Si tratta di produzioni originate nell'Oriente ellenistico, gli yàli­
na krysà, i vetri dorati recati nelle sfarzose pompài di Tolemeo Sotèr e di
Antioco il Grande: poiché non disponiamo di analisi archeometriche, non
possiamo affermare con certezza che i pezzi circolanti in Italia siano oggetti
importati dall'Oriente o siano imitazioni uscite da officine magnogreche.

Nota bibliografica

Sull'artigianato in generale: Magna Grecia 4 1 990; LIPPOLIS 1996; LIPPOLIS


1 997.
Sulla bronzistica: ROLLEY 1 967; ROLLEY 1 982; ROLLEY 1 983 (in generale) ;
ROLLEY ET ALli 2003 (Vix); EISEMAN-RrDGWAY 1 987; PAOLETTI 2005 (bronzi di
Porticello).
Sulla coroplastica:
per la coroplastica votiva, in generale: ABRUZZESE CALABRESE 1996; BARRA
BAGNASCO 1996c; ALBERTOCCHI 2004; per le singole aree: LIPPOLIS 200 1 ; LIPPO ­
LIS 2005a (Taranto); 0RLANDINI 2000 (Incoronata di Metaponto); CIPRIANI 1 996
(Poseidonia); BARRA BAGNASCO 1 996d, 2 17-227 (Locri); BARRA BAGNASCO 2009
(Locri); GRAEPLER 1996 (Taranto, funeraria) ; PANVINI-SOLE 2005 (Gela) ;
per i pinake.f di Locri: PROCKNER 1 968; TORELLI 1977a; AA.VV., in AttiMem-
MagnaGr IV serie, I, 1 996- 1999; II, 2000-2003 ; III, 2004-2007; ToRELLI 2007a;
per le arule: VAN DER MEIJDEN 1993 ; CALDERONE 1999;
per i lutèrialperirrhantèria fittili dell'Incoronata: ORLANDINI 2000;
per le applique fittili dorate dei letti funebri tarentini: LULLIES 1 962.
Sulle oreficerie: Gli ori di Taranto 1 984; DE }ULIIS 1990 (in generale); GUAR­
DUCCI 1975 (corone di Armento e Grumento).
Bibliografia e abbreviazioni

Nella seguente bibliografia vengono registrati prevalentemente libri e articoli


utili alla comprensione del testo e comunque i contributi più recenti con riferi­
menti alle opere precedenti. Le abbreviazioni delle riviste sono quelle dell'Archti'o­
logische Bibliographie.

ABRUZZESE CALABRESE 1996 = G . ABRUZZESE CALABRESE, Taranto, in LIPPOLIS


1 996, 1 89-206.
Achei 2002 = E. GRECO (a cura di) , Gli Achei e l'identità etnica degli Achei d'Oc­
cidente (Atti del convegno internazionale di studi, Paestum, 23 -25 febbraio
2001 ) , Paestum 2002.
ACT = Atti dei Convegni di Studi sulla Magna Grecia, I-IL (Taranto 1 96 1 -2009).
ACT I = Greci e ftalici in Magna Grecia ( 1 96 1 ) .
ACT III = Metropoli e colonie di Magna Grecia ( 1 963 ) .
ACT VII = La città ed il suo territorio ( 1967 ) .
ACT XI = Le genti non greche della Magna Grecia ( 1 97 1 ) .
ACT XIII = Metaponto ( 1 973 ) .
ACT XV = La Magna Grecia in età romana ( 1 975 ) .
ACT XVI = Locri Epize/iri ( 1 976).
ACT XVIII = Gli Eubei in Occidente ( 1 978).
ACT XXI = Megale Hellas, nome e immagine ( 1 98 1 ) .
ACT XXIII = Crotone ( 1 983 ) .
ACT XXII = Neapolis ( 1 984) .
ACT XXVI = L o stretto, crocevia di culture ( 1 986).
ACT XXVII = Poseidonia-Paestum ( 1 987 ) .
ACT XXVIII = Un secolo di ricerche in Magna Grecia ( 1 988).
ACT XXXI = La Magna Grecia e i grandi santuari della madrepatria ( 1 99 1 ) .
ACT XXXII = Sibari e la Sibaritide ( 1 992) .
ACT XXXIV = Corinto e l'Occidente ( 1 994 ) .
ACT XXXVI = Mito e storia in Magna Grecia ( 1 996).
ACT XXXVII = Confini e frontiera nella grecità d'Occidente ( 1 997 ) .
ACT XXXVIII = L'Italia meridionale nell'età tardo-antica ( 1 998).
1 88 Bibliografia e abbreviazioni

ACT XXXIX Magna Grecia e Oriente mediterraneo prima dell'età ellenistica


=

( 1 999) .
ACT XL = Problemi della «chora» coloniale dall'Occidente al Mar Nero (2000).
ACT XLI = Taranto e il Mediterraneo (200 1 ) .
ACT XLIII = Alessandro il Molosso e i «condottieri» in Magna Grecia (2003 ) .
ACT XLIV = Tramonto della Magna Grecia (2004).
ACT XLV = Velia (2005) .
ACT XLVI = Passato e futuro dei Convegni di Studi sulla Magna Grecia (2006).
ACT XLVII = Atene e la Magna Grecia dall'età arcaica all'Ellenismo (2007) .
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Tavv. 4, 39, 40, 52, 55, 56, 74, 83 : su concessione del Ministero per i Beni e le
Attività Culturali - Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della
Basilicata - Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata.
Tavv. 14, 23 , 27 , 59, 70, 7 1 , 87 , 88: su concessione del Ministero per i Beni e le
Attività Culturali - Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della
Puglia - Soprintendenza per i Beni Archeologici della Puglia.
Tav. 19: Città di Castelvetrano Selinunte.
Tavv. 20, 3 3 , 34, 49, 50, 60, 75, 76, 77, 78: su concessione dell'Assessorato Beni
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Tavv. 2 1 , 6 1 , 84: s u concessione dell'Assessorato Beni Culturali e dell'Identità
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Griffo".
Tav. 22: su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali - Soprin­
tendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma.
Tav. 24: © The Trustees of the British Museum.
T avv. 29, 30, 79, 80: per gentile concessione della Regione Siciliana, Assessorato
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Gela e delle aree archeologiche dei comuni limitrofi.
Tav. 3 1 : su concessione dell'Assessorato Beni Culturali e dell'Identità Siciliana
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Tavv. 46, 48, 54, 57, 86: su concessione del Ministero per i Beni e le Attività
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T avv. 66, 67, 68, 69: per gentile concessione della Regione Siciliana, Assessorato
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nale "Antonino Salinas".
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Indici
Indice delle divinità

Mrodite, 36-37, 39, 4 1 , 45-46, 48, 50-5 1 , 53-54, Demetra, 34, 4 1 , 45, 59, 7 1 -72, 88-94, 1 13 - 17,
60, 63, 65, 72, 78-84, 86, 89, 1 14, 1 17, 122, 122-23, 14 1 , 148;
124, 143, 17 1 , 173; - Chloe, 92;
- Areia, 45-46; - Malophoros, 60, 62, 93;
- Basilis, 45-46, 7 1 , 73; - Thesmophoros, 90-92, 1 16, 122;
- Ericina, 1 12; - Triopas, 34.
- Meilichia, 93; Dioniso, 45, 7 1 , 96, 1 19, 173 ;
- Urania, 53-54. - Nyktelios, 60.
Apollo, 34-35, 4 1 , 48, 50, 59, 63-65, 7 1 , 102, Dioscuri, 45, 58, 60, 81, 98, 1 19, 133.
109, 1 13 , 1 19, 172-73;
- Alaios, 144, 170; Ecate, 62, 92-93, 1 17;
- Propylaia, 92.
- Amicleo, 45;
Efesto, 39, 53.
- Carneo, 45, 48;
Enyò, 37.
- Epikourios, 142;
Eos, 124, 133.
- Hyakinthos, 49;
Ermes, 1 17, 1 19.
- Lykaios, 63;
Eros, 1 13.
- Ptoos, 1 1 1;
Eshmun, 1 7 1 .
- Temenite, 150.
Ares, 37, 45, 1 19, 121 ; Fanes, 132.
- Enyalios, 37.
Aretusa, ninfa, 56. Gaia, 48-49, 7 1 , 9 1 .
Anemide, 56, 1 10, 1 13-14, 173; Gorgone, 124, 173 , 180; vedi anche Medusa.
- Bendis, 92-93 ; Grande Dea, 88, 93; vedi anche Demetra.
- Eukleia, 50, 57;
- Hemera, 63, 65-66, 70; Hera, 58, 60, 63-66, 7 1 , 1 10, 172-73, 182;
- Orthia, 45. - Argiva, 63-64;
:\sclepio, 7 1 , 1 15-16. - Lacinia, 1 10;
Atargatis, 82. - Meilichia, 93.
.\tena, 36-38, 46, 55-56, 59, 63 , 68, 173; Himeros, 1 13 , 1 17.
- Chalinìtis, 54;
- Chalkìoikos, 43-44, 46; Iside, 96-97.
- Lindia, 56, 123; !Star, 82.
- :'\ike, 92.
.\n:is, 98. Kore, 45, 59, 86, 88-89, 93, 1 13 - 14, 1 17-22, 166 .
Kybele (Kybaba), vedi Cibele.
Bacco , %.
Libera, 23, 89, 167, 181.
�. 23, 64, 89, 167, 181. Libero, 23 , 89, 167, 181.
Charites, 54, 124.
Ghde. 86, 98. Magna Mater, 65; vedi anche Cibele.
Concordia, 144. Mater Matuta, 23 .
230 Indice delle divinità

Medusa, 129. Turan, 4 1 .


Moirai, 173.
Vei, 4 1 .
Nemesi, 132. Venere
Nettuno, 64-65, 68, 144. - Ericina, 1 7 1 ;
Ninfe, 73-75. - Iovia, 78;
vedi anche Afrodite.
Vittoria, 144.
Peithò, 1 13 , 1 1 7.
Persefone, 36, 1 13 , 1 1 7. Zephyros, 1 17 .
Ploutos, 90. Zeus, 40, 79, 93 , 1 12 , 132, 173, 178, 1 8 1 ;
Poseidone, 38, 45-46, 59; - Agamemnon, 45;
- Tenarios, 45. - Agoraios, 40, 103 ;
Pathos, 1 13 , 1 1 7 . - Boulaios, 1 03 ;
- Eleutherios, 145-46;
Serapide, 96-97. - Meilichios, 62, 93 ;
Suris, 4 1 . - Olimpio, 58, 60, 79.
Indice dei luoghi

Acaia, 18, 63 , 65. Brasile, 24.


Acqua che bolle (Poseidonia), 70-7 1 . Bryseai, 45.
Acre, 98. Buxentum, 106.
Africa, 24, 103 . Byblos, 78.
Agri, Val d ' , 185 .
Agrigento, 6 , 12, 22-23, 58-59, 90, 93 , 106-7, Calabria, 14-1 5 , 77, 1 0 1 .
1 1 1 , 1 1 5-16, 129, 134, 144, 146-47, 149, 170, Calcidica, penisola, 9 .
177, 18 1-83 . Camarina, 6, 2 3 , 5 6 , 1 3 9 , 179-80.
Agropoli, 70. Campania, 9, 1 4 - 1 5 , 2 1 , 164.
Akradina, 5 1 , 94. Canosa, 129, 160, 185.
Akrai, 6, 5 1 , 53, 98, 1 1 7 , 149, 1 5 1 -52. Cappiddazzu, 1 7 1 .
Alba Fucens, 146. Capo d i Fiume, 70.
Alcatoo, acropoli di, 1 1 , 59. Capua, 6, 14, 160-6 1 , 164, 185 .
Alessandria, 83, 157. Care, acropoli di, 1 1 , 59.
Amastuola, 69. Carrubbazza, 93.
Amendolara, 15. Cartagine, 1 7 1 .
Amide, 45, 49. Castel Saraceno, 48.
Amina, 15. Catalogna, 10.
Anatolia, 5 , 1 1 . Catania, 6, 10, 1 80.
Andros, isola, 154. Caulonia, 6, 139, 157, 179-80.
Anglona, 92. Cefalonia, 145.
Appennino, 20. Centocamere, 79, 8 1 , 1 17, 157.
Apulia, 166. Centuripe, 168.
Arcadia, 63 , 142. Ceramico, 162.
Argo, 20, 63 , 65, 83 , 1 1 1 , 152, 1 6 1 . Cesarea, 7.
Argolide, 63 . Chios, isola, 154.
Armento, 1 12 , 185 . Cicladi, isole, 9, 2 1 , 1 6 1 .
Arpi, 129, 160. Cipro, 5, 78.
Asia, 6, 24. Circeo, 6.
Asia Minore, 20-2 1 , 23 , 1 1 1 , 160, 183. Cirene, 43, 93 , 103 .
Atene, 16, 20-2 1 , 53-54, 92, 98, 101, 103 , 1 12 , Cirò, 144.
1 2 6 , 1 3 2 , 134, 1 5 2 , 162, 1 65 , 168, 177. Citera, 63 .
Attica, 21, 93 , 130, 134, 139, 145 , 174. Cnido, 1 1 , 34, 36.
Cofino, 1 1 3 .
Baltimora, 166. Colimbetra, 58.
Basilicata, 14. Colofone, 183.
Basse, 142. Copenaghen, 170.
Beozia, 1 1 1 . Copia, 16.
Berlino, 1 63 , 170. Corcira (Corfù), 142, 145.
Bitalemi, 34-35, 90, 93 , 1 1 6, 123 . Corinto, 10, 12, 20-2 1 , 23 , 49-5 1 , 54, 56-58, 77,
Bosco Littorio, 123-24, 182. 86, 1 1 0, 1 1 6, 144.
Braida, 185. Corinzia, 1 1 7.
232 Indice dei luoghi

Cosa, 146. Himera (lmera), città, 6, 37, 39-40, 54-55, 104,


Cotone, fiume, 60. 139, 144, 157 , 17 1 , 179, 1 8 1 .
Cozzo Presepe, 19. Himera, fiume, 39.
Creta, 6, 1 0- 1 1 , 20, 36, 13 1 . Hipponion, 6, 1 10, 1 13 .
Crimisa, 170.
Crotone, 6, 10, 14-15, 26, 63-64, 94, 102, 106- Incoronata, 1 9 , 183.
7, 1 10. India, 12.
Cuma, 6, 8-10, 14, 96, 126, 1 3 1 , 139, 160-61, Ionia, 5 , 82, 86, 142 , 1 6 1 .
Ionio, mare, 142 , 162.
164, 179, 1 8 1 , 184-85.
Ischia, 6, 126, 162, 184.
Daunia, 166. Ishtar, 78.
Delfi, 12, 23 , 34, 46, 94, 99, 1 0 1 , 109- 1 1 , 178. Italia, V-VI, 5 , 7 , 1 3 - 15 , 24 , 89, 100- 1 , 105, 123 ,
Delos, 157. 125, 129, 134, 15 1 -52, 163-65 , 167, 172, 176,
179, 184-85.
Efeso, 173.
Egeo, mare, 5. Kalydon, 145.
Egina, 1 1 1 .
Lacinio, Capo, 64.
Egnazia, 160.
Laconia, 45.
Eleusi, 90, 92, 1 4 1 .
Lagaria, 105.
Elice, 103 .
Laos, 6, 16.
Eloro, 6, 1 17 , 129, 1 5 1 .
Lavinio, 105 , 1 12 .
Emporion (Catalogna), 10.
Lazio, 2 3 .
Emporion (Chios), 154.
Leontinoi, 6, 10, 1 1 1 , 1 3 9 , 180.
Epidauro, 7 1 , 152.
Licata, 125 , 157.
Epipole, 5 1 . Lidia, 86, 99.
Eraclea di Lucania, 1 8 , 74, 92, 133-34, 181 -82. Lindioi, vedi Rodi.
Eraclea Minoa, 6, 23 , 15 1 , 157, 159, 167 , 1 8 1 . Linora, 70-7 1 , 160.
Eretria, 1 17 , 134. Lipari (Lipara), 6, 130, 164, 166.
Erice, 1 12 , 17 1 . Locri Epizefirii, VII, 6, 10, 1 3 - 1 5 , 36-37, 58,
Esquilino, 23, 1 8 1 . 73, 77-87, 90-92, 1 0 1 , 106-7, 1 13 - 14, 1 17 -
Etolia, 56. 2 2 , 124, 128, 1 3 4 , 139, 1 4 1 , 143 , 1 5 7 , 177,
Etruria, 2 1 , 23, 94, 126, 130, 132, 145 , 160-62. 179-8 1 .
Eubea, 9. Locride, 18.
Europa, 10. Locride Epicnemidia, 36.
Locride Ozolia, 36.
Falerii, 186. Los Angeles, 132.
Fenicia, 78, 17 1 . Lucania, 74, 92, 133-34.
Finziade, 125. Lucifero, contrada, 128.
Focea, 10. Lupata, 70.
Fonte, 7 1 . Lusoi, 63 , 65-66, 68.
Fonte d i Roccaspide, 70.
Francavilla (entroterra di Naxos), 1 13 , 1 17, Macedonia, 160.
122, 179. Magna (;recia (Megàle Hellàs), V-VII, 6, 8, 12-
Francavilla Marittima, 68, 70, 141. 1 3 , 15- 16, 20-22, 24, 26, 63 , 89, 94, 99- 1 00,
Francia, 177. 103 -4, 106-7, 1 1 1 - 12, 1 15 , 127, 129-3 1 , 144-
Fregellae, 146, 182. 45, 160-6 1 , 177-79, 183-84.
Fusco, necropoli del, 2 1 , 5 1 , 98, 1 6 1 , 170. Maktorion, 15.
Mango, contrada, 89.
(;aggera, 60, 66, 173. Manicalunga, necropoli di, 60, 93 .
(;eia, 6, 1 1 , 15, 22, 34-36, 56, 93-94, 99, 102, Mannella, colle della, 36-3 7, 86-87 , 90, 1 13 ,
1 1 6, 123-25, 1 4 1 , 145 , 149, 153, 162, 177-80, 1 17 , 122.
182-83. Manuzza, 60.
(;elas, fiume, 34, 124. Marasà, 79-8 1 , 122, 128, 1 4 1 , 143.
(;nathia, 168. Marcellino, necropoli del, 9.
(;ravisca, porto di Tarquinia, 39, 4 1 , 90. Marsiglia, 1 3 .
(;recia, v , 5, 1 1 , 2 1 -22, 56, 72, 94, 99-100, 1 03 , Massalia, 10.
106, 1 1 0-12, 1 17 , 132, 134, 139, 1 4 1 , 144-46, Mazzola di Ischia, 184.
152, 154, 1 6 1 , 174, 178. Mediterraneo, mare, 5 , 9, 1 6 1 -62, 184.
Indice dei luoghi 233

Medma, 6, 1 1 3 , 179. Peucezia, 166, 185 .


Megalopoli, 152. Piani Caruso, 7 3 .
Megara Iblea, 6, 10- 1 1 , 13, 16, 2 1 -22, 40, 42- Pietrabbondante, 1 5 1 .
43, 59, 1 02-3, 127, 130, 139, 1 4 1 -42, 153-54, Pisticci, 163 -64.
162, 179. Pitecusa, 8, 10, 20, 125, 1 6 1 , 178.
Megara Nisea, 1 1 , 17, 42, 59-60. Pitsà, 1 17 .
Melfi, 185. Pixunte, 16.
Mesopotamia, 78. Pizzone, 45, 49.
Messapia, 166, 185. Policoro, 133-34.
Messina, 98. Poliochne, 5 1 .
Messina, Stretto di, 162, 177-78. Pompei, 93 , 97, 1 5 1 .
Metaponto, 6, 10, 1 3 - 14, 18-19, 22, 36, 40-4 1 , Pontecagnano, 6 , 5 8 , 65, 134.
63-65, 67-68, 70, 94, 96, 99-100, 108-9, 1 14, Porticello, 17 8.
126, 130, 132, 139, 1 4 1 -42, 146, 149, 152, Poseidonia (Paestum) , 6, 14- 16, 2 1 -22, 36, 38-
164-65, 179-80, 183 , 1 85 . 39, 58, 63-66, 70-72, 78, 92, 103-4, 106, 1 1 1 ,
Metauros, 6. 1 15 , 127, 13 1 -32, 1 4 1 -44, 146-47, 160-6 1 ,
Mileto, 16, 144. 164, 172, 178-79, 182.
Modione, fiume, 60. Predio Sola, 93 .
Molpa, 15. Proconneso, 109.
Monte Casale, 6.
Monte Iato, 149, 15 1 , 157. Reggio, 6, 10, 23-24, 80, 1 0 1 , 1 1 1 , 162, 177,
Monte Sannace, 160. 179, 182.
Monte Saraceno di Ravanusa, 15, 23, 88, 183. Roccagloriosa, 16, 58, 65.
Montescaglioso, 182. Roccanova, 185.
Monte S. Mauro di Grammichele, 88, 1 1 1 , 124, Rodano, valle del, 10.
180. Rodi, 1 1 , 36, 123.
Morgantina, 89, 93, 148-49, 1 5 1 , 157, 184. Roma, VI-VII, 23, 89, 94, 1 12 , 127, 130, 145--16,
Mozia, 6, 10, 1 7 1 . 167 , 17 1 , 1 8 1 .
Muro Lucano, 16. Rutigliano, 185 .
Mylai, 6. Ruvo, 160, 185.

Napoli (Neapolis) , 6, 89, 126, 139-40, 152, 186. Sabucina, 88.


Nasso, isola, 173. Saint Louis, 130.
Naxos, 6, 34, 38, 1 13 , 1 17 , 122, 139, 154-55, Samo, 82, 94.
157. S. Biagio alla Venella, 19, 66-67 , 70, 74, 90.
Neapolis ( quartiere di Siracusa), 5 1 . S. Montano, necropoli di, 126.
Nero, mare, 6. S. Nicola di Albanella, 70-72, 92, 1 14.
N ilo, fiume, 97. S. Venera, 38, 70, 78, 127, 143 , 172, 178.
Noicattaro, 185 . Sardegna, 9-10, 89.
Satrico, 23.
Oceania, 24. Saturo (Satyrion, Porto Saturo) , 46, 48-49, 7 1 -
Olimpia, 12, 15, 23, 99-102, 104, 1 1 0, 1 4 1 , 145, 73.
177-78, 184. Schisò, Capo, 3 7.
Oria, 1 85 . Scolacium, 6.
Ortigia, 1 3 , 36, 49-5 1 , 53, 55-57, 179. Scrimbia, contrada, 1 1 0, 1 13 .
Orti Sallustiani, 170. Segesta, 89, 144, 149, 1 5 1 .
Sele, fiume, 5 8 , 65-66, 7 0 , 142, 172.
Palermo, 6, 156-57. Selinunte, 6, 1 1 , 16, 2 1 -22, 58-63 , 66, 92. 99.
Palinuro, 15. 104, 1 1 1 , 139, 143 , 145 , 17 1 -72, 178-80.
Pantanello, 19, 7 1 . Sibari, 6, 1 0- 1 1 , 14-15, 36, 63 , 68, 99, 1 0 1 , 103-
Paphos, 78. 4, 177, 179, 185 .
Parapezza, contrada, 90-9 1 , 122, 128. Sicilia (Szkeli'a) , V-VII , 5 - 16, 20-22, 2 4 , 26. -19.
Parigi, 184. 56-57, 88-89, 96, 98-102, 104-6, 1 1 1 - 1 3 . 1 1 5 .
Paros, 2 1 , 1 1 1 , 170-7 1 . 123 , 127, 129, 13 1 , 134, 139, 1 4 1 -42, 14-1--16.
Pelinna, 1 14 . 149, 15 1 -52, 157, 160, 165, 167-68, 170, 1 7 -1 .
Peloponneso, 56, 63, 144. 176-8 1 , 183-84, 186.
Penteskouphi, 1 17 . Sicionia, 63 .
Persia, 144. Sidone, 17 1 .
Pestavecchia, 39. Sinni (Siris), fiume, 74, 1 05 .
234 Indice dei luoghi

Sipontum, 106. Thasos, 1 1 1 , 170-7 1 .


Siracusa, 6, 10, 12, 1 4 - 1 5 , 23 , 34-36, 49-58, 77, Therapne, 45.
80, 86, 93-94, 96-100, 102, 104, 106, 1 13 , Thermòs, 145.
1 17 , 139-44, 146, 149, 162, 1 7 7 , 179-80, 184. Thurii, 14, 16- 1 7 , 22, 94-95 , 109, 132, 134, 1 63 .
Siria, 9. Tindari, 1 5 1 .
Siris, 6, 139, 183 . Tirreno, mare, 1 5 , 162.
Smirne, 154. Torre Galli, necropoli di, 1 3 .
Solunto, 6 , 149, 1 5 1 , 1 57 , 174. Tortora (Cosenza), 1 5 .
Soprano, Capo, 152-53. Tremiti, isole, 105 .
Sparta, 10, 12, 20, 43-46, 48, 77, 88, 103, 1 14, 144. Trezene, 1 1 .
S. Stefano di Grotteria, necropoli di, 15. Trieste, 184.
Sulcis, 9-10. Troia, 9, 36.
Turchia, 5.
Tamburino, piano del, 39. Tycha, 5 1 .
Taranto, 6, 10, 12, 21, 36, 43, 45-49, 69-7 1 , 77 ,
94, 96, 1 0 1 , 1 1 1 , 1 14, 126-27, 129-30, 134- Ugento, 1 12 .
35, 162, 164, 1 66, 170-72, 174, 177, 179, 182,
184-85. Vaglio della Basilicata, 185.
Taras, fiume, 46. Valenzano, 185.
Tarquinia, 39, 4 1 , 90, 130, 132. Varapodio, 186.
Temesa, 6, 1 0 1 . Veio, 9.
Tempa del Prete, 159. Velia, 6, 26, 89, 139, 152.
Tempsa, 106. Verona, 149.
Tenaro, Capo, 45. Villa Iacona, 93 .
Tenea, 34. Villasmundo, 9.
Terina, 6. Vix, 177.
Termitito, 19.
Tespie, 178. Zagara, 154-55.
Tessaglia, 1 14. Zancle, 6, 10, 104, 180.
Indice del volume

In traduzione VII

Antefatto

La colonizzazione greca in Italia e in Sicilia


l . Le colonie d'Occidente e il fenomeno coloniale greco, p. 5 - 2. Le colonie e la
5

madrepatria, p. 8 - 3. I rapporti con il mondo indigeno, p. 12 - 4. Assetti urbani


e territoriali delle colonie, p. 1 6 - 5 . L'artigianato artistico nelle colonie, p. 20 - 6.
Religione e artigianato: due vie ai caratteri originali della storia coloniale greca,
p. 24 - Nota bibliografica, p. 26

Parte prima Archeologia della religione

I. I culti civici: retaggi della madrepatria e ideologia


della conquista
l. Madrepatria e colonia: conservazione e adattamenti, p. 33 - 2.
33
culti delle
I
acropoli: Locri, Naxos e Imera, p. 3 6 - 3 . Un caso esemplare: Taranto e la madre­
patria Sparta, p. 43 4. Un caso controverso: Siracusa, p. 49 - 5. I grandi santuari
-

extraurbani, p. 57 - 6. Selinunte e il "modello" acheo, p. 59 - 7. I culti della chòra,


p. 68 - Nota bibliografica, p. 75

l. Le innovazioni religiose delle città: il caso di Locri, p. 77 2. La grande inno­


II. Dalla tradizione all'innovazione 77
-

vazione: i culti di Demetra, p. 88 - 3 . L'esoterismo orfico-pitagorico e gli sviluppi


successivi, p. 94 - Nota bibliografica, p. 98

III. Le altre manifestazioni devozionali pubbliche e private


l. I Greci d'Occidente e i santuari panellenici, p. 99 - 2. I culti eroici, p. 102 - 3 .
99

Offerte e doni votivi, p . 109 - 4 . I depositi votivi e i materiali devozionali, p . 1 12 -


5. La religiosità domestica, p. 123 - 6. I culti funerari, p. 125 - Nota bibliografica,
p. 135
236 Indice del volume

Parte seconda Archeologia della produzione materiale e artistica

l. Conservazione e adattamenti: eclettismo e ionismi di età arcaica, p.


IV. Lineamenti dell'architettura delle colonie occidentali 139
1 3 9 · 2. Le
scelte tardo-arcaiche e classiche, p. 143 - 3. I rivestimenti fittili, p. 144 - 4. I tipi
edilizi ellenistici, p. 145 - Nota bibliografica, p. 157

l. La "Tomba del Tuffatore" e i pittori greci al servizio dei conquistatori italici,


V. Pittura e ceramografia 159

p. 1 5 9 - 2. Le scuole di ceramografia di epoca arcaica, p. 1 6 1 - 3 . Il trapianto in


Occidente dei ceramografi attici a figure rosse, p. 1 63 - 4 . La committenza delle
ceramiche italiote, p. 1 64 - 5 . Le produzioni sovradipinte, p. 1 67 - Nota biblio­
grafica, p. 1 69

l. Un prodotto raro: la scultura in marmo, p.


VI. La scultura in marmo e in pietra 170
170 - 2 . La scultura architettonica, p.
171 - 3 . Le esperienze ellenistiche di Taranto, p. 17 4 - Nota bibliografica, p. 1 75

l . L 'eccellenza artigianale dell'Occidente greco: coroplastica e bronzistica, p.


VII. Le arti minori: coroplastica, toreutica e oreficeria 176
176
- 2 . L a coroplastica, mezzo espressivo dominante, p. 1 7 9 - 3 . L a toreutica e l'ore­
ficeria, p. 1 83 - Nota bibliografica, p. 1 86

Bibliografia e abbreviazioni 1 87

Referenze iconografiche 225

Indice delle divinità 229

Indice dei luoghi 23 1