Sei sulla pagina 1di 254

Antonio Di Ciaccia

Massimo Recalcati

Jacques Lacan

Bruno Mondadori
09518W
Medico, psichiatra, psicoanalista, Jacques Lacan (1901-1981)
è stato una delle personalità più significative della cultura del
Novecento e della storia della psicoanalisi del dopo Freud.
Il suo riferimento costante e rigoroso ai fondamenti della clini­
ca psicoanalitica s’interseca con l’utilizzo critico delle teorizza­
zioni più avanzate della filosofia (Hegel, Kojève, Heidegger,
Merleau-Ponty, Sartre, Foucault), della linguistica (Saussure,
Jakobson), dell’antropologia (Lévi-Strauss e lo strutturali­
smo), della logica (Godei), della letteratura (surrealismo,
Joyce) e della psichiatria (Clérambault, Jaspers, Binswanger).
Scritto da due psicoanalisti di generazioni diverse, questo libro
offre per la prima volta al lettore italiano un’esposizione chiara
e rigorosa dell’insegnamento di Lacan: dai suoi esordi dedicati
alla paranoia e alla funzione alienante deH’immaginario, pas­
sando dalla teoria della metafora patema e dalla preclusione,
sino alla tesi del carattere irriducibile - al di là dell’Edipo - del
godimento.

Antonio Di Ciaccia è analista membro dell’École de la Cause


freudienne de Paris, membro della Scuola Europea di Psicoanalisi
e presidente dell’istituto freudiano per la clinica, la terapia e la
scienza di Roma. E fondatore dell’istituto per bambini psicoti­
ci l’Antenne 110 di Bruxelles. Per Einaudi ha curato la pubbli­
cazione in italiano di diversi Seminari di Jacques Lacan. Dirige
la rivista del Campo freudiano "La Psicoanalisi”.

Massimo Recalcati lavora a Milano come psicoanalista. E


membro della Scuola Europea di Psicoanalisi e docente della
Sezione Clinica di Milano del Campo freudiano. Insegna Teoria
e tecniche del colloquio psicologico presso l’Università di
Urbino. Tra le sue pubblicazioni: L'Universale e il singolare.
Lacan e Pai di là del principio del piacere (Marcos y 'Marcos,
Milano 1995); L'ultima cena: anoressia e bulimia (Bruno
Mondadori, Milano 19973); Il corpo ostaggio (Boria, Roma
1999).

Lire 22.000
€ 11,36
Antonio Di Ciaccia
Massimo Recalcati

Jacques Lacan
Un insegnamento sul sapere dell’inconscio

Bruno Mondadori
Tutti i diritti riservati.
© 2000, Paravia Bruno Mondadori Editori

E vietata la riproduzione, anche parziale o ad uso interno


didattico, con qualsiasi mezzo, non autorizzata.
L’editore potrà concedere a pagamento l’autorizzazione
a riprodurre una porzione non superiore a un decimo
del presente volume. Le richieste di riproduzione
vanno inoltrate a:
Associazione Italiana per i Diritti di Riproduzione
delle Opere dell’ingegno (A1DRO),
via delle Erbe 2, 20121 Milano, tei. e fax 02-809506.

Progetto grafico: Massa & Marti, Milano

La scheda catalografica è riportata nell’ultima pagina del libro.


Introduzione

Medico, psichiatra, psicoanalista, Jacques Lacan è


stato uno dei protagonisti della cultura del Novecen­
to e della storia della psicanalisi del dopo Freud.
Il suo riferimento costante e rigoroso ai fondamenti
della clinica psicoanalitica s’interseca con l’utilizzo
critico delle acquisizioni più avanzate della filosofìa
(Hegel, Kojève, Heidegger, Merleau-Ponty, Sartre,
Foucault), della linguistica (Saussure, Jakobson),
dell’antropologia (Lévi-Strauss e lo strutturalismo),
della logica (Godei), della letteratura (surrealismo,
Joyce) e della psichiatria (Clérambault, Jaspers,
Binswanger).
Questo libro non ha la pretesa di isolare “ciò che
Lacan ha veramente detto”. Il nostro intento non
vuole essere apologetico o dogmatico.
Piuttosto ci siamo sforzati di ricostruire certi pas­
saggi fondamentali dell’insegnamento lacaniano - lo
stadio dello specchio, la clinica delle psicosi, l’incon­
scio strutturato come un linguaggio, la teoria della
metafora paterna, la teoria del desiderio e del godi­
mento e i principi della conduzione della cura - e, al
tempo stesso, di mostrare la continuità della sua ispi­
razione di fondo, ovvero il «ritorno a Freud» e alla
centralità della sovversione freudiana del soggetto.
Questa ricostruzione è sorretta da un’esigenza di
chiarificazione e di trasmissione. Essa non pretende
di essere esaustiva delle torsioni interne e delle aper­
ture continue che caratterizzano lo stile e la riflessio-
Jacques Lacan

ne teorica di Lacan. Il lettore dunque non troverà


tutto Lacan né, tanto meno, una scorciatoia per evi­
tare di leggere e di imbattersi direttamente nel testo
di Lacan. Troverà invece certi punti nodali del suo
percorso teorico e clinico, e un metodo di lettura sto­
rico e non meramente cronologico. Abbiamo letto
Lacan seguendo la diacronia storica del suo pensiero,
nelle sue fasi differenziate, nelle sue rotture interne,
nei suoi molteplici cambi di direzione, ogni volta cer­
cando di mostrare la genealogia dei concetti e la va­
rietà del loro impiego. Abbiamo cercato di rispettare
la vitalità interna al pensiero lacaniano e la progres­
sione teorica che lo caratterizza. In Lacan non si tro­
va infatti un “sistema” di pensiero compiuto, quanto
piuttosto una continua ripresa critica della propria
elaborazione. Così l’esigenza della matematizzazione
dei concetti psicoanalitici, ovvero della loro necessa­
ria formalizzazione come condizione per la loro tra­
smissibilità, non sfocia mai in una sistematizzazione
enciclopedica. Lo stile di Lacan è piuttosto quello
del soggetto diviso, lo stile del soggetto dell’incon­
scio. Abbiamo dunque cercato di rispettare queste
due anime, entrambe presenti nell’insegnamento di
Lacan.
La prima è l’anima della trovata continua, del
Wilz, della sorpresa, della trasformazione incessante
che fa sì, come ha scritto una volta lo stesso Lacan,
che “la tortuosità" che caratterizza il pensiero di
Freud - come del resto quello di Lacan - coincida
con l’oggetto stesso di questo pensiero, ovvero con la
realtà dell’inconscio. «Leggiamo i testi, seguiamo i
pensieri di Freud nelle tortuosità che ci impone, e
non dimentichiamo che mentre egli stesso le deplora
tenuto conto di un certo ideale del discorso scientifi­
co, afferma di esservi stato obbligato dal suo oggetto.
Introduzione

Si vede allora che questo oggetto è identico a quelle


tortuosità.»1
La seconda, quella del mathema, c l’anima della
formalizzazione razionale che non annulla la prima,
ma cerca incessantemente di corrispondervi.
In questo libro non abbiamo voluto fare il verso a
Lacan, scimmiottarne lo stile, mantenere l’atmosfera
carismatica e ispirata che lo contraddistingueva. Nella
storia del lacanismo degli anni settanta, soprattutto in
Italia, questa è stata, in effetti, la modalità prevalente
della lettura di Lacan. Ebbene, questo libro non è in
continuità con quella cultura dell’improvvisazione
esoterica. Abbiamo piuttosto scommesso sulla possi­
bilità di fornire al lettore una introduzione alla lettura
di Jacques Lacan, la più possibile chiara e ordinata
senza per questo ridurre a facili schematismi la ric­
chezza teorica del suo insegnamento. In questo senso
il nostro debito è con chi, per primo, ha rotto con quel
modo istrionico e del tutto superficiale di leggere La­
can; colui che Lacan stesso ha riconosciuto come suo
unico lettore, «colui che [...] sa [...] leggermi».2 Si trat­
ta di Jacques-Alain Miller, il quale a partire dalla fine
degli anni settanta fino a oggi ha intrapreso un’opera
incessante di lettura e di scavo del testo di Lacan.
Questa lettura si sostiene esattamente sui principi teo­
rici che ricordavamo poc’anzi: storicizzazione del te­
sto e funzione, nel testo, del soggetto diviso, ovvero di
un «Lacan contro Lacan».’ Di un Lacan in costante

1J. Lacan, La direzione della cura e i principi del suo potere,


in Id., Scritti, trad. it. Einaudi, Torino 1974, 2 voli., p. 686.
J. Lacan, Televisione, in Id., Radiofonia. Televisione,
trad. it. Einaudi, Torino 1982, p. 64.
' Cfr. J.-A. Miller, Schede di lettura lacaniane, in J. Lacan et
al.. Il mito individuale del nevrotico, trad. it. Astrolabio,
Roma 1986, p. 94.
Jacques Lacan

dialogo critico con se stesso, perpetuamente impegna­


to nel correggere, riscrivere, modificare le proprie tesi
senza però mai annullarne del tutto il valore ma rilan­
ciandolo ogni volta secondo trasformazioni e discon­
tinuità feconde. Lacan contro Lacan è stato, infatti, il
motto teorico che ha guidato l’operazione di lettura di
Jacques-Alain Miller. Ma, se vogliamo, è stato anche il
modo con il quale Lacan stesso ha letto Freud.
Nel seminario II rovescio della psicoanalisi4 Lacan
isola con precisione “due Freud”: il Freud teorico del-
l’Interpretazione dei sogni, ovvero dell’inconscio strut­
turato come un linguaggio, semanticamente ordinato,
produttore di senso e di verità, e il Freud dell’// di là
del principio di piacere che all’inconscio come luogo
della verità rimossa contrappone il silenzio straniero
della pulsione di morte (Todestrieb}, il dominio in­
quietante dell’Er. È questa chiave di lettura dell’ulti­
mo Lacan nei confronti del testo freudiano che ci ha
permesso di orientarci, a nostra volta, nel testo di La­
can. Dalla tesi dell’inconscio strutturato come un lin­
guaggio, che si accompagna con quella dell’autono­
mia e del primato dell’ordine simbolico, alla tesi del
«non tutto è significante», dell’inesistenza dell’Altro
dell’Altro, ovvero all’idea della centralità irriducibile
e inassimilabile, all’ordine del significante, del godi­
mento. Lacan potrà, infatti, arrivare a toccare questo
limite estremo della pratica e della teoria psicoanaliti­
ca solo attraverso un ripensamento della pulsione di
morte di Freud, che la psicoanalisi cosiddetta post­
freudiana ha invece esiliato dal proprio corpo teorico.
Anche per questo il nostro lavoro si differenzia dal-

J J. Lacan, Le séminaire. Livre XV1L L'envers de la psy-


chanalyse, 1969-1970, Seuil, Paris 1991, trad. it. di prossi­
ma pubblicazione presso Einaudi.
Introduzione

le diverse introduzioni a Lacan che sono state pubbli­


cate in lingua italiana, perché alla centralità del Lacan
teorico dell’inconscio strutturato come un linguag­
gio, della metafora e della metonimia, dell’autonomia
della catena significante che queste sostenevano, si
affianca, appunto, un altro Lacan che prende corpo
dal valore progressivo che egli attribuisce al registro
del reale. In questo senso abbiamo individuato nel Se­
minario VII, dal titolo L’etica della psicoanalisi, un
punto di svolta fondamentale del percorso teorico la-
caniano. La ripresa del secondo Freud diventa, da
questo punto in avanti, cruciale. E con essa l’impor­
tanza assegnata alla dimensione clinica come con­
fronto con l’insopportabile del reale.
Lacan psicoanalista, Lacan clinico, Lacan che in­
contra all’inizio della sua formazione umana e intel­
lettuale il reale della psicosi. Lacan chejnterroga la
natura del desiderio umano, del godimento pulsiona-
le, il limite della rappresentazione, dell’ordine signifi­
cante, dell’Edipo, del «sogno di Freud», dell’inter­
pretazione semantica per condurre l’etica della psi­
coanalisi sino al punto estremo dell’incontro con il
reale, con quel “peggio" che gli esseri umani cercano
in tutti i modi di evitare. Perché, in effetti, non c’è in­
contro peggiore, questo insegna la psicoanalisi, che
quello con se stessi, con il proprio reale.
Lacan psicoanalista è infatti colui che trova nel
«desiderio dell’analista» quel desiderio «più forte»
capace di produrre quella «differenza assoluta» che,
al di là di ogni cultura dell’adattamento e di ogni
ideale di integrazione armonica del soggetto nel pro­
gramma universale della civiltà, è la vera posta in gio­
co della partita psicoanalitica.
Antonio Di Ciaccia e Massimo Recalcati,
Roma-Milano, gennaio 2000
1. Lo stadio dello specchio e la costituzione
dell’io

1.1 II soggetto non è l’io

Il punto di partenza dell’insegnamento di Lacan è la


discriminazione strutturale tra l’io e il soggetto del­
l’inconscio:

H fatto fondamentale apportatoci dall’analisi è che l’ego


è una configurazione immaginaria. Se ci si acceca di fron­
te a questo fatto si va a finire su quella strada in cui tutta
l’analisi, o quasi, ai nostri giorni s’impegna senza indugi.
Se l’ego è una funzione immaginaria, non si confonde col
soggetto.1

Puntualizzare la discriminazione tra l’io e il soggetto


risulta, dunque, decisivo se si considera la tendenza
dominante della psicoanalisi postfreudiana - espres­
sa in modo particolare dalla cosiddetta Psicologia
dell’io - a operare una sorta di appiattimento del sog­
getto dell’inconscio sull’io. Lacan insiste invece sulla
differenza irriducibile che scinde l’io dal soggetto.
Il soggetto freudiano è innanzitutto il soggetto del­
l’inconscio. Il tempo inaugurale dell’insegnamento di
Lacan si sostiene pertanto su questa esigenza: recupe­
rare il cuore della lezione freudiana inteso come af­
fermazione della radicale eterogeneità del soggetto

1J. Lacan, Il seminario. Libro J. Gli scritti tecnici di Freud,


1953-1954, trad. it. Einaudi, Torino 1978, p. 241.
Lo stadio dello specchio e la costituzione dell’io

dell’inconscio dall’io, essendo il soggetto dell’incon­


scio quel soggetto che, pur immanente al soggetto, ne
costituisce in realtà una trascendenza interna.
L’interesse iniziale di Lacan per il problema del
narcisismo trova in questo contesto la sua ragione di
fondo: si tratta di mostrare la costituzione narcisisti-
co-speculare dell’io di fronte al funzionamento sim­
bolico del soggetto dell’inconscio. Si tratta, in altri
termini, di reperire la genesi della formazione imma­
ginaria dell’io (mot) per evidenziare la sua dimensio­
ne alienante rispetto al soggetto (/?). La distinzione
tra io e soggetto permette, in effetti, di riprendere il
significato decisivo della sovversione freudiana: l’io
non è più padrone nemmeno in casa propria, affer­
mava Freud mostrando la natura secondaria, deriva­
ta, immaginaria di quell’io che la ragione filosofica
classica e la psicologia accademica avevano concepi­
to invece come nucleo sostanziale, come luogo di sin­
tesi, come l’essenza psichica del soggetto. In questo
modo Freud operava un decentramento fondamen­
tale dell’io, il quale non detiene più alcun diritto di
padronanza ma appare piuttosto come struttural­
mente subordinato alla ragione dell’inconscio che,
come tale, è, appunto, costitutivamente, trascenden­
te l’esistenza dell’io. Era ciò che l’esperienza freudia­
na della psicoanalisi dimostrava costantemente: resi­
stenza di un soggetto dotato di una logica di funzio­
namento propria che non coincideva con quella del­
l’io e che si manifestava nei sogni, negli atti mancati,
nei sintomi, nei lapsus, ovvero in tutte quelle forma­
zioni soggettive che si producevano al di là del cam­
po di giurisdizione dell’io.
La grande trilogia freudiana, costituita da L’interpre­
tazione dei sogni, Psicopatologia della vita quotidiana e
Il motto di spirito, aveva messo in luce non tanto l’esi-
Jacques Lacan

stenza come tale dell’inconscio - esistenza che sia la fi­


losofìa romantica sia quella, più radicale, del nichilismo
dell’Ottocento (Schopenhauer e Nietzsche) avevano in
modi diversi sostenuta - ma la sua operatività simboli­
ca, la sua logica in tema, la sua modalità retorico-lingui­
stica di funzionamento. L’inconscio freudiano appariva
cioè a tutti gli effetti come un nuovo soggetto, come
una ragione simbolicamente produttiva e non come il
luogo di una irrazionalità barbara, semplicemente con­
trapposta negativamente alla ragione.
L’io, rispetto al soggetto dell’inconscio, si mostra,
nel discorso freudiano, come una riduzione, una cri­
stallizzazione alienata del soggetto, e non come il suo
nucleo sintetico-sostanziale. La sua genesi narcisistica
- che Freud dettaglia in Introduzione al narcisismo e in
Psicologia delle masse e analisi dell’io - evidenzia il suo
carattere puramente immaginario-identificatorio. Ed
è proprio nel solco di questa distinzione freudiana tra
il soggetto dell’inconscio e l’io che Lacan intende
mantenere l’esperienza psicoanalitica. Si tratta di un
motivo dell’insegnamento lacaniano che resterà co­
stante malgrado la continua rettifica interna, i movi­
menti di rottura e le torsioni che lo contraddistingue­
ranno. Una psicoanalisi, essendo propriamente l’espe­
rienza del soggetto dell’inconscio, non può e non deve
ridursi a una ortopedia dell’io, a un suo progressivo
rafforzamento e adattamento - come viene invece so­
stenuto da gran parte della psicoanalisi postfreudiana
-, poiché l’io non è il nucleo sostanziale del soggetto
ma piuttosto il «sintomo umano per eccellenza», la
«malattia mentale dell’uomo», la degradazione aliena­
ta del soggetto.2
L’io, dunque, non è il soggetto ma una forma di

2 Ivi, p. 20.
Lo stadio dello specchio e la costituzione dell’io

alienazione immaginaria del soggetto. L’io, infatti,


come aggregato di una molteplicità di identificazio­
ni «non sa nulla dei desideri del soggetto».’ E il mo­
do con il quale Lacan ribalta il cogito cartesiano di­
sgiungendo l’essere dal pensiero: se per il razionali­
smo cartesiano c’è una coincidenza fondamentale
tra l’essere (il sum) e il pensiero (il cogito) nel senso
che dove c’è pensiero c’è essere, per Lacan, all’op­
posto, la sovversione freudiana del soggetto mette in
luce che tra l’essere e il pensiero si produce una scis­
sione. Io non sono là dove penso ma, esattamente a
rovescio, il mio essere trascende il mio pensiero, l’es­
sere del soggetto è, in altre parole, solamente là dove
il pensiero della ragione egoica si eclissa. In questo
senso, Lacan ha potuto affermare che l’inconscio è
una sorta di trascendenza interna che trascende il
soggetto.'1
A partire da questa prospettiva Lacan può altresì
rovesciare la lettura umanistico-razionalista con la
quale la Psicologia dell’io ha ricondotto la sovversio­
ne freudiana del soggetto alla tradizione egocentrico-
sostanzialistica della ragione filosofica classica. Con­
tro il recupero dell’io come sintesi della personalità,
come «sfera libera da conflitti», «organo specializza­
to di adattamento», come istanza deliberativa auto­
noma,5 Lacan fa valere l’assioma teorico della di­
sgiunzione strutturale tra l’io e il soggetto, ovvero la
non coincidenza tra io e soggetto e la sua conseguen­
za clinica più forte per cui una psicoanalisi non può
affatto puntare al rafforzamento progressivo dell’io,

’ Ivi, pp. 207-208.


’ J. Lacan, La psicoanalisi e il suo insegnamento, in Scrit­
ti, cit.
5 Cfr. H. Hartmann, Psicologia dell’io e problema dell'a­
dattamento, trad. it. Bollati Boringhieri, Torino 1966, p. 19.
Jacques Lacan

né a stabilire con l’io un’alleanza terapeutica finaliz­


zata a colonizzare i territori paludosi, ignoti e oscuri,
dell’Es, ma al contrario essa dovrà puntare a “realiz­
zare” il soggetto dell’inconscio al di là dell’alienazio­
ne immaginaria costituita dall’io.
Esemplare, in questo senso risulta essere l’interpre­
tazione lacaniana del celebre detto freudiano: Wo es
warsolllch werden)' Scostandosi dalla traduzione ca­
nonica, Lacan non interpreta la posta in gioco dell’a­
nalisi come relativa a un movimento di subordinazio­
ne, di imbrigliamento o addirittura di emendazione
dell’Es da parte dell’io. Non si tratta, infatti, di far su­
bentrare l’io là dove era l’Es - è così che suona, per
esempio, la traduzione musattiana del detto freudia­
no -, ma di ricondurre piuttosto la padronanza del­
l’io alla sua radice immaginaria per indicare che il
luogo che costituisce il soggetto, al di là dell’io, è il
luogo dell’inconscio, del desiderio inconscio come
desiderio dell’Altro. In questo senso Lacan può affer­
mare che

il progresso di un’analisi non riguarda l’ingrandimento


del campo dell’ego, non è la riconquista da parte dell’ego
della sua frangia d’incognito, [ma] è un vero capovolgi­
mento, uno spostamento [...], un declino dell’immagina­
rio del mondo, un’esperienza al limite della depersona­
lizzazione.7

Diversi sono i luoghi nei quali Lacan ritoma sul detto


freudiano. Tra questi, i più importanti si trovano in: J.
Lacan, La cosa freudiana, in Scritti, cit., pp. 407-408; Il semi­
nario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoa­
nalisi, 1964, trad. it. Einaudi, Torino 1979, pp. 45-46. Cfr. S.
Freud, Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni),
in Opere, a c. di C.L. Musatti, Bollati Boringhieri, Torino
1980, voi. XI, p. 190.
7 J. Lacan, Il seminario. Libro I, cit., p. 287.
Lo stadio dello specchio e la costituzione dell’io

1.2 L’azione morfogena dell’immagine:


l’io come oggetto

Tra gli anni trenta e quaranta l’insegnamento di La­


can si polarizza attorno alla problematica del narcisi­
smo. Attraverso una profonda rimeditazione della
teoria freudiana del narcisismo e dell’identificazione
Lacan giungerà nel 1936 a teorizzare il cosiddetto
“stadio dello specchio”, il quale compendia le mag­
giori tesi lacaniane sul problema del narcisismo e del­
la funzione dell’identificazione, e costituisce il primo
grande contributo originale di Lacan alla teoria psi­
coanalitica nel dopo Freud.
Nondimeno è sempre alla luce di una rimeditazio­
ne della problematica del narcisismo che Lacan im­
posta inizialmente il senso del suo ritorno a Freud.
Proprio attraverso la teoria dello stadio dello spec­
chio Lacan vuole, in effetti, «ridare alla teoria, crucia­
le in Freud, del narcisismo, la sua posizione dominan­
te nella funzione dell’io».8 Lo stadio dello specchio è,
dunque, il modo con cui Lacan ripensa la funzione
strutturante che Freud assegna al narcisismo e all’i­
dentificazione nella produzione del soggetto umano.
Per Freud il narcisismo indica, in una prospettiva
generale, il rapporto del soggetto con la propria im­
magine ideale, o, più precisamente, la funzione che
l’immagine ideale di sé svolge nella formazione del­
l’io. Nella genesi del soggetto tratteggiata in Introdu­
zione al narcisismo il soggetto si istituisce attraverso
due oggetti fondamentali: il corpo della madre e le
cure che esso dispiega e l’immagine del proprio cor­
po. Questi due diversi oggetti d’amore danno luogo a

8 J. Lacan, Il seminario su La lettera rubata, in Scritti, cit.,


p. 50.
Jacques Lacan

due differenti forme d’amore: quella anaclitica, carat­


terizzata dalla funzione di sostegno esercitata dall’og­
getto (ovvero dalle cure materne) e quella narcisistica
caratterizzata dalla funzione idealizzante dell’oggetto
che è amato solo in quanto restituisce al soggetto
un’immagine ideale di sé. Quest’ultima modalità di
scelta dell’oggetto si connota, secondo Freud, in ter­
mini propriamente narcisistici.
La passione narcisistica del bambino viene dunque
catturata inizialmente dall’immagine del proprio cor­
po. Essa si specifica come una passione per l’immagi­
ne ideale del proprio corpo la quale, per Freud, si
produce primariamente attraverso le attese immagi­
narie dei genitori e dal loro modo di rappresentarsi il
bambino, ovvero la tendenza ad attribuirgli tutte le
perfezioni possibili e a cancellarne i difetti. L’intrec­
cio tra il narcisismo del bambino e il «rinato narcisi­
smo dei genitori», che tende a idealizzare il bambino
come nuovo oggetto narcisistico, finisce per dar luo­
go all’edificazione di una sorta di monumento con il
quale il soggetto, alienandosi in esso, si identifica.9 Si
tratta di quella costituzione statuaria dell’io che per
Freud si condensa nella formazione immaginaria del­
l’io ideale (Idealich), espressione di un narcisismo in­
fantile, primario, fissato a un'immagine esaltata di sé.
Ora, Lacan riprende la funzione costitutiva del
narcisismo nella formazione immaginaria dell’io so­
stenuta da Freud in Introduzione al narcisismo. Si
tratta innanzitutto di un ritorno alla problematica
freudiana dell’identificazione e del suo potere di pla-
smazione sul soggetto. Per Freud, infatti, l’identifi­
cazione non indica né un semplice condizionamento

’ Cfr. S. Freud, Introduzione al narcisismo, in Opere, cit.,


voi. VTI, p. 461.
Lo stadio dello specchio e la costituzione dell'io

esterno, né un rapporto di imitazione in esteriorità del


soggetto nei confronti di un’immagine situata come
ideale. Piuttosto l’identificazione si configura come il
luogo di una causalità psichica, inconscia, precisa: essa
indica come l’assunzione inconscia di un’immagine
esprima un potere di trasformazione sull’essere del
soggetto. In questo senso Lacan riconosce la funzione
dell’immagine come una funzione «morfogena»,1011 ov­
vero capace di esercitare un’azione (de)formativa sul
soggetto e focalizza, proprio per questa ragione, nell’z-
mago l’oggetto specifico della teoria psicoanalitica.11 In
questa prospettiva il ritomo a Freud di Lacan debutta
come un ritorno alla teoria del narcisismo e dell’identi­
ficazione. Questa teoria ha infatti il merito di mostrare
il carattere non autofondato ma eterofondato dell’io, la
sua origine eteronoma, il suo statuto derivato e secon­
dario oltre alla sua natura alienata, scissa, sdoppiata.
Per Freud, in effetti, l’io si forma attraverso immagini,
attraverso l’assorbimento identifìcatorio delle immagi­
ni dell’altro (del proprio corpo, delle immagini dei ge­
nitori ecc.). In questo senso Lacan recupererà il valore
dell’aforisma rimbaudiano secondo cui «l’io è un al­
tro», ovvero che il potere morfogeno dell’identificazio­
ne si manifesta innanzitutto come potere di cattura, di
trasformazione, di risucchio, di plasmazione dell’im­
magine dell’altro sul soggetto. Nell’identificazione, af­
ferma Lacan, il soggetto appare come totalmente «a-
spirato dall’immagine».12 Un’aspirazione che è una
forma di alienazione del soggetto nell’altro al punto

1(1 J. Lacan, Discorso sulla causalità psichica, in Scritti, cit.,


p. 185.
11 Ivi, p. 182.
12 J. Lacan, Il seminario. Libro II. L'io nella teoria di Freud
e nella tecnica della psicoanalisi, 1954-1955, trad. it.
Einaudi, Torino 1991, p. 70.
Jacques l^acan

che l’effetto fondamentale dell’identificazione è quello


di produrre uno spossessamento essenziale dell’io che
rende, per struttura, l’io “doppio”, ovvero funzione di
misconoscimento, maschera, finzione, miraggio nel
senso che «il vero io non sono io».1’
Nella psicologia accademica e nella filosofia razio­
nalista l’io viene invece descritto come una forza po­
sitiva di sintesi; è, come Kant definisce nella Critica
della ragion pura l’io penso, «ciò che deve poter ac­
compagnare tutte le mie rappresentazioni». L’io ap­
pare come il centro trascendentale, la sostanza più
propria, specifica del soggetto. È potere di sintesi e
di unificazione. È l’istanza che determina l’identità
soggettiva. L’io appare come una pura interiorità
contrapposta aH’esteriorità delle cose. Interno versus
esterno. L’interiorità spirituale-razionale dell’io rive­
la in questo senso l’essenza del soggetto come suhjec-
tum, come ciò che sta sotto, che prc-sta, che dà la ba­
se ultima - la roccia sotto la sabbia come si esprime­
va Cartesio nelle sue Meditazioni metafisiche - all’i­
dentità soggettiva.
La Psicologia dell’io non è allora solo una corren­
te della psicoanalisi postfreudiana ma si può affer­
mare più radicalmente che il presupposto di ogni
psicologia è l’idea dell’io come fondamento del sog­
getto. Niente di più lontano dal modo con il quale
Lacan coglie l’essenza dell’io nella metafora della
cipolla:

l’io è un oggetto fatto come una cipolla, lo si potrebbe


pelare e si troverebbero le identificazioni successive che
lo hanno costituito.N11

11 Ivi, p. 56.
H J. Lacan, Il seminario. Libro I, cit., p. 213.
Lo stadio dello specchio e la costituzione dell’io

Si tratta a proposito di questa raffigurazione lacaniana


dell’io-cipolla di una configurazione che riunisce insie­
me due grandi questioni. La prima: l’io non è la sostan­
za del soggetto perché l’io stesso non ha una sostanzia­
lità propria ma, per così dire, si disfa in una moltepli­
cità di identificazioni. Non c’è, dunque, un centro, un
cuore della cipolla, ma solamente una stratificazione di
identificazioni successive. La seconda: l’io non è il sog­
getto perché l’io è innanzitutto un oggetto. Un oggetto
composto da un’aggregazione di identificazioni.
Quest’ultimo tema dell’io come oggetto deve esse­
re approfondito per la ricca serie di conseguenze che
provoca nell’ambito della dottrina psicoanalitica e
perché costituisce un punto teorico che mostra il mo­
do con il quale Lacan ha recepito la lezione fonda­
mentale della critica fenomenologico-dialettico-esi-
stenzialista alle teorie classiche della centralità dell’e-
go-sostanza.

1.3 Hegel, Husserl, Heidegger e Kojève

Nel contesto teorico e culturale degli anni trenta-


quaranta vi sono due grandi e, per certi versi, conver­
genti operazioni di critica radicale alla funzione sinte-
tico-costitutiva dell’io. La prima si ricollega alla dia­
lettica hegeliana e al superamento che essa realizza di
ogni solipsismo egologico laddove evidenzia l’impli­
cazione strutturale dell’Altro nella costituzione del
soggetto. La seconda si fonda sulle ricerche della fe­
nomenologia di Husserl intorno all’intenzionalità
della coscienza, dalla cui interpretazione radicale
muove la grande costruzione ontologica di Essere e
tempo di Heidegger.
L’orizzonte teorico in cui si orienta Lacan in questi
Jacques Lacan

anni è infatti segnato dall’incidenza della cosiddetta


renaissance hégélienne congiunta alla scoperta della
fenomenologia husserliana e dell’analitica esistenzia­
le di Essere e tempo di Heidegger. L’insegnamento di
Alexandre Kojève ha costituito in questo contesto un
punto di mediazione imprescindibile,1’ ma occorre
anche non dimenticare l’opera di Sartre, Merleau-
Ponty e Lévinas per quel che riguarda, in particolare,
la scoperta e l’assunzione da parte della cultura fran­
cese di Husserl e Heidegger.
Uno dei centri teorici che qualificano maggiormente
l’orizzonte delle cosiddette “tre H” (Hegel, Husserl e
Heidegger appunto) è, dunque, l’attivazione di una
critica radicale al primato sostanzialistico dell’io. La
funzione del riconoscimento dell’Altro teorizzata da
Hegel come fondante la costituzione stessa della sog­
gettività umana e l’idea dell’intenzionalità della co­
scienza, dell’essere-nel-mondo come dimensione on­
tologica dell’esistenza sono, in effetti, accomunate dal­
la sovversione della rappresentazione - propria della

” Kojève c stato sicuramente, nel corso degli anni tren­


ta, non solo uno dei punti di riferimento essenziali per la
formazione teoretica di Lacan ma anche uno dei protago­
nisti maggiori, insieme a Jean Wahl, della cosiddetta renais­
sance hégélienne che ha segnato profondamente la filosofia
e la cultura francese di quel decennio. In particolare nel
suo insegnamento, caratterizzato dal commento metodico
e sistematico del testo hegeliano, Kojève riesce a far con­
fluire in un solo solco il ritorno all’Hegel della Feno­
menologia dello spirito - dunque a un Hegel “esistenziali­
sta" non risolvibile nel quadro del “panlogicismo” e nello
“spirito del sistema” - e la recezione delle tematiche pro­
prie dell’analitica esistenziale di Essere e tempo di
Heidegger. Il testo di riferimento fondamentale resta A.
Kojève, Introduzione alla lettura di Hegel, trad. it. Adelphi,
Milano 1996.
Lo stadio dello specchio e la costituzione dell’io

ragione filosofica classica - del soggetto come unità


sostanziale e dell’io come sua espressione principe.
In L’essere e il nulla Sartre ha messo bene in eviden­
za questa convergenza progressiva di Husserl, Hei­
degger ed Hegel circa il problema del superamento
del solipsismo egologico, mostrando però come solo
in Hegel venga raggiunta una concezione profonda­
mente intersoggettiva della soggettività umana, che si
trova a dipendere nel suo proprio essere - come inse­
gna in modo preciso la Fenomenologia dello spirito -
dall’essere dell’Altro.16 E stato il commento di Kojève
alla Fenomenologia dello spirito di Hegel, in partico­
lare alla sezione dedicata allo studio dell’Autoco-
scienza, a mettere in risalto come per raggiungere la
sua soddisfazione, la natura “antropogena” del desi­
derio necessiti della mediazione del desiderio dell’Al-
tro, perché il desiderio umano è ontologicamente in­
tersoggettivo in quanto non si può soddisfare se non
attraverso il desiderio dell’Altro.17
In questo senso Kojève ha letteralmente anticipato
Lacan nel ricavare da Hegel la tesi secondo la quale il
desiderio è il desiderio dell’Altro. Il commento kojèvia-
no di Hegel, isolando la natura intersoggettiva del desi­
derio umano, contribuisce in questo modo a radicaliz-
zare la critica hegeliana a ogni concezione monadologi-
co-solipsistica del soggetto. Così anche la lezione magi­
strale di Essere e tempo di Heidegger amplifica e radi-
calizza la tesi husserliana dell’intenzionalità della co­
scienza mostrando come l’essere dell’esistenza (Dasein)

16 Cfr. J.-P. Sartre, L’essere e il nulla. Saggio di ontologia


fenomenologica, trad. it. il Saggiatore, Milano 1980, parte
terza “Il per-Altri”.
17 Per lo sviluppo di questi temi cfr. il quinto capitolo
“La svolta del Seminario VII: dal desiderio al godimento”,
in questo volume.
Jacques l^acan

sia, ontologicamente, un essere-nel-mondo (in-der-


Welt-sein), ovvero un essere aperto sull’alterità, non av­
viluppato su se stesso ma costantemente in relazione al-
l’Altro, nel mondo appunto. Uno degli obbiettivi critici
sia della fenomenologia husserliana sia dell’analitica
esistenziale di Heidegger è infatti l’idea ingenua del
soggetto come pura interiorità, come sostanzialità
chiusa in se stessa, incapsulata, laddove entrambi pon­
gono il centro di gravità del soggetto in una esteriorità
che esso non può padroneggiare in alcun modo.18*
Nondimeno, nella definizione lacaniana dell’io co­
me oggetto è presente in modo decisivo anche il con­
tributo originale che Sartre introduce nella critica fe­
nomenologica al concetto tradizionale di “io” svilup­
pata nel saggio del 1938 dal titolo La trascendenza del-
l'Ego.'9 Sartre condivide “con” - e per certi aspetti an­
ticipa - Lacan il concepire l’Ego come un oggetto. Ra-
dicalizzando il concetto husserliano dell’intenzionalità
della coscienza, Sartre giunge, infatti, a concepire la
soggettività come un vuoto, come svuotata di ogni so-

18 Sull’essere-nel-mondo come struttura esistenziale


dell’Esserci cfr. M. Heidegger, Essere e tempo, trad. it.
Longanesi, Milano 1976, par. 12.
«Per la maggior parte dei filosofi l’Ego è un “abitante”
della coscienza. Acuni affermano la sua presenza formale
in seno agli Erlebnisse in qualità di un principio vuoto di
unificazione. Altri - per lo più psicologi - pensano di sco­
prire la sua presenza materiale, come centro dei desideri e
degli atti, in ogni momento della nostra vita psichica. Noi
vorremmo mostrare qui che l’Ego non è né formalmente,
né materialmente nella coscienza: è fuori, nel mondo; è un
essere del mondo come l’Ego dell’altro» (J.-P. Sartre, La tra­
scendenza dell’Ego. Una descrizione fenomenologica, trad.
it. Egea, Milano 1992, p. 17). Il saggio di Sartre La tran-
scendance de l’Ego è stato pubblicato nel 1936 nella rivista
“Recherches philosophiques”.
Lo stadio dello specchio e la costituzione dell’io

stanzialità, una sorta di vuoto dinamico, spalancato


verso l’Altro, un'«esplosione verso» {s’éclater versi, co­
me la descriverà in un fulminante articolo dal titolo
Un'idea fondamentale della fenomenologia di Husserl:
l'intenzionalità della coscienza.2" La vita irriflessa della
coscienza è infatti costantemente aperta sull’altro da
sé, sempre intenzionalmente disposta verso l’alterità,
mai autoconsistente ma permanentemente rovesciata
oltre se stessa nel senso husserliano dell’essere costan­
temente coscienza di ..., coscienza d’altro da sé. Co­
scienza che non consiste in se stessa di chissà quale
unità o identità, ma che è strutturalmente rivolta verso,
aperta, esplosa, in costante autotrascendimento.
Questo svuotamento della coscienza di ogni interio­
rità psicologistica conduce Sartre a considerare l’io
come una sorta di inquilino abusivo della coscienza ir­
riflessa. Come una sorta di sostanzialità superflua che
- come un sasso in un secchio - riempie di un conte­
nuto oggettivato ciò che per struttura è senza conte­
nuto. Nella Trascendenza dell'Ego la tesi che viene
avanzata è infatti quella della «coscienza trascenden­
tale» come una «spontaneità individuata e impersona­
le» che esclude la funzione dell’Ego come funzione di
sintesi, come «polo personalizzante della coscienza».?1
Piuttosto, ciò che Sartre vuole esaltare è il carattere
strutturalmente “vuoto” dell’Ego che ogni qualvolta
viene posto dalla riflessione come contenuto della co­
scienza, smarrisce la sua spontaneità irriflessa e si tra-20
21

20 Cfr. J.-P. Sartre, Un’idea fondamentale della fenomeno­


logia di Husserl: l'intenzionalità della coscienza, in Id.,
Materialismo e rivoluzione, trad. it. a c. di E Fergnani, P.A.
Rovatti, il Saggiatore, Milano 1977.
21 J.-P. Sartre, La trascendenza dell’Ego, cit., pp. 66-67;
ma cfr. anche J.-P. Sartre, L’essere e il nulla, cit., pp. 14-25
e pp. 150-153.
Jacques Lacan

sforma inevitabilmente ipostatizzandosi in un ogget­


to, diventando altro da se stesso. Così egli può fare sua
la già citata massima di Rimbaud secondo la quale Je
est un autre. In questo senso Sartre può anticipare La­
can nel sostenere che l’io è un oggetto («l’Ego non è
proprietario della coscienza, ma ne è un oggetto»),22
poiché per entrambi la natura ultima dell’io è una na­
tura alienata, è un irrigidimento cosificato, cementifì-
cato, un artifìcio immaginario che occulta per Sartre
la spontaneità irriflessa della vita della coscienza,
mentre per Lacan l’essere del soggetto tout court.

1.4 Lo stadio dello specchio

La dimensione di alienazione immaginaria che ineri­


sce alla funzione dello specchio in cui il soggetto si
vede dove non è e come non è, dove, in altri termini, il
soggetto si vede come un altro, è al centro della rifor­
mulazione lacaniana del narcisismo freudiano.
Lo stadio dello specchio di Lacan rigorizza in mo­
do originale il potere morfogeno dell’immagine iso­
lato a partire dalla teoria freudiana dell’identificazio­
ne. Rende, in altre parole, l’articolazione concettuale
dell’identificazione freudiana attraverso il ricorso a
un’esperienza - quella del rapporto del bambino con
lo specchio - che assume per Lacan il carattere di un
«crocevia strutturale» nella costituzione della sog­
gettività umana.2*’
Su questo punto dell’elaborazione lacaniana che inve­
ste la funzione centrale del rapporto del soggetto con lo

12 J.-P. Sartre, La trascendenza dell’Ego, cit., p. 66.


2* J. Lacan, L’aggressività in psicoanalisi, in Scritti, cit.,
p. 107.
Lo stadio dello specchio e la costituzione dell’io

specchio si rendono evidenti, oltre alla lezione freudia­


na della teoria del narcisismo e dell’identificazione, al­
meno altri due grandi riferimenti concettuali. Dal punto
di vista della strutturazione empirica dell’esperienza La­
can recupera gli studi di Wallon sulla percezione nella
psicologia dell’età evolutiva e quelli dell’etologia, men­
tre dal punto di vista del suo inquadramento concettua­
le risulta decisiva l’incidenza dell’insegnamento di He­
gel, sempre filtrato dal commento di Kojève.24
L’esperienza dello specchio definisce un momento
essenziale dello sviluppo psichico del bambino che
Lacan colloca tra i sei e i diciotto mesi. Si tratta del ri­
conoscimento della propria identità attraverso l’indi­
viduazione della propria immagine che la funzione
dello specchio rende possibile. Il bambino può ve­
dersi nell’immagine speculare, può indicarsi, può ri­
conoscersi come è osservandosi nell’immagine del­
l’altro che lo specchio gli restituisce. La funzione del­
lo specchio è, infatti, quella di produrre uno sdop­
piamento nel soggetto per cui il soggetto può ogget-
tivarsi nell’immagine speculare, nell’altro da sé, al fi­
ne di potersi riconoscere in una alterità che lo identi­
fica, in un’esteriorità che lo riflette.
È evidente, anche solo da questa rapida ricostruzio­
ne della funzione cruciale che Lacan attribuisce allo
stadio dello specchio per la strutturazione del sogget­
to, l’influenza che vi esercita la dialettica hegeliana.

24 A proposito di Henry Wallon, il testo di riferimento


fondamentale è Come si sviluppa la nozione del proprio
corpo nel bambino, in Id., Sviluppo della coscienza e forma­
zione del carattere, trad. it. La Nuova Italia, Firenze 1967.
Per quel che concerne gli studi etologici i riferimenti prin­
cipali di Lacan sono all’opera di Harrisson e alle sue espe­
rienze con i piccioni. Per Kojève il testo centrale resta
Introduzione alla lettura di Hegel, cit.
Jacques Lacan

Per Hegel, infatti, la costituzione del soggetto umano


avviene necessariamente attraverso la mediazione del­
l’altro: l’identità si costituisce attraverso la differenza.
Nella Fenomenologia dello spirito, quando Hegel
scandisce una sorta di temporalità ontogenetica del-
l’umanizzazione dell’autocoscienza, insiste propria­
mente sull’impossibilità di realizzare tale costituzione
nella dimensione della pura «concupiscenza» (Begier­
de), del puro appetito fisiologico, della mera spinta al
soddisfacimento dei bisogni naturali. Non è, infatti,
attraverso la Begierde che la soggettività umana arri­
verà mai a costituirsi come tale perché la Begierde
esprime il potere della negazione, ma solo in modo
«unilaterale»; la negazione resta qui una pura negazio­
ne dell’oggetto del bisogno destinata a ripetersi infini­
tamente con il risorgere dell’urgenza del bisogno stes­
so. La Begierde è una relazione a senso unico tra un
soggetto e un oggetto specifico, come direbbe Freud,
adatto a estinguere la pressione del bisogno.
Perché si costituisca l’essere umano come tale deve
invece avvenire l’incontro non di un soggetto con un
oggetto ma di un soggetto con un altro soggetto; più
precisamente, l’incontro di un soggetto con l’Altro,
con il desiderio dell’Altro, con l’Altro non in quanto
semplice manifestazione degli appetiti ma in quanto
luogo che può riconoscere la domanda di riconosci­
mento del soggetto.
In questo senso Hegel può scrivere che ai fini della
costituzione del soggetto è necessario il riconoscimen­
to dell’Altro e che «l’operare unilaterale - com’è quel­
lo proprio della Begierde - è vano».25 La negazione

25 Conviene citare per intero questo passaggio hegeliano


per ritrovarvi ante litteram lo stadio dello specchio di
Lacan: «il movimento [del riconoscimento] è senz’altro il
movimento duplice di entrambe le autocoscienze. Ciascuna
Lo stadio dello specchio e la costituzione dell'io

dell’oggetto è a senso unico laddove invece la doman­


da di riconoscimento del soggetto implica la possibi­
lità di un riconoscimento simbolico della domanda.
Ora, nella teorizzazione dello stadio dello specchio
questa funzione eminentemente dialettica del ricono­
scimento di sé attraverso l’altro si realizza nel rapporto
del soggetto con la propria immagine riflessa grazie al­
le virtù dialettiche proprie dello specchio. Il riconosci­
mento dell’immagine come propria, come forma che
rende possibile l’individuazione, costituisce la forma
inaugurale del soggetto in quanto “io”. In questo senso
Lacan può affermare che nello stadio dello specchio
«l’io si precipita in una forma primordiale».26
Questa forma nella quale il soggetto si virtualizza
come un essere compiuto e determinato è il modo
con cui Lacan interpreta l’io ideale di Freud. La sua
natura è squisitamente narcisistica poiché essa si pro­
duce nell’istante della fascinazione che l’immagine
produce sul soggetto e attraverso la quale lo cattura e
lo costituisce in una «linea di finzione», di «miscono­
scimento», di illusione. Infatti l’essere del soggetto, al
di qua dello specchio, si trova in condizioni reali di
frammentazione e di dipendenza che la Gestalt ideale
del riflesso speculare sembra invece abolire. La fun­
zione dell’immagine svela qui tutto il suo potere nar-
cisistico-incantatorio: il soggetto trova nella sua im­
magine-oggetto una rappresentazione narcisistica di
sé che compensa - per via di un’infatuazione esaltata

vede l’altra fare proprio ciò che essa stessa fa; ciascuna fa da
sé ciò che esige dall’altra; e quindi fa ciò che fa, soltanto in
quanto anche l’altra fa lo stesso; l’operare unilaterale sareb­
be vano» (G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, trad.
it. La Nuova Italia, Firenze 1973, pp. 154-155).
26 J. Lacan, Lo stadio dello specchio come formatore della
funzione dell’io, in Scritti, cit., p. 88.
Jacques Lacan

per la propria immagine - lo stato di “discordanza


primordiale” che segna il proprio essere in un perio­
do evolutivo marcato dall’onnipotenza dell’Altro e
dall’impotenza fondamentale del soggetto. L’imma­
gine del corpo proprio sutura la mancanza che afflig­
ge il soggetto; è una sorta di supplemento narcisisti­
co che offre un tampone immaginario alla frammen­
tazione reale del soggetto.
L’unificazione del soggetto tramite l’immagine spe-
culare-ideale - poiché avviene in anticipo rispetto alle
condizioni reali dell’esistenza del soggetto che risulta
marcata, appunto, da una “discordanza primordiale”
- non può che assumere la forma di un miraggio che
virtualizza una maturazione e una padronanza non
avvenute nella realtà. Per questo Lacan sottolinea la
funzione non tanto costituita dell’immagine ma «co­
stituente»,27 nel senso che l’immagine non dipende
tanto dalla facoltà soggettiva dell’immaginazione -
non è costituita dal potere rappresentativo del sog­
getto com’è nella tradizione filosofìco-psicologica
classica - ma svela piuttosto un potere di causazione
del soggetto, una funzione, appunto, costituente pro-

27 Ivi, p. 89. Il valore costituente e non costituito del­


l'immagine motiva il ricorso di Lacan agli studi etologici di
Harrisson sui piccioni, i quali dimostrano come l’ovulazio­
ne stessa dipenda dalla vista del simile - dalla funzione
costituente dell’immagine - senza la percezione della quale
essa non può avvenire. Il rapporto con il simile può altresì
essere realizzato anche solamente attraverso la percezione
visiva della propria immagine allo specchio. È cioè suffi­
ciente porre t'animale di fronte allo specchio per innesca­
re l’ovulazione. Ciò conduce Lacan a considerare in gene­
rale il mondo animale come interamente dominato dal-
l’immaginario nella misura in cui l’animale «fa coincidere
un oggetto reale con l’immagine che ne ha» (Il seminario.
Libro 1, cit., p. 173).
Lo stadio dello specchio e la costituzione dell’io

prio nella determinazione del soggetto. In questo sen­


so bisogna sottolineare lo svuotamento operato sull’io
di ogni contenuto ontologico-sostanzialistico. Lonta­
no dall’essere l’istanza orientativa della personalità,
l’io si rivela, nella sua genesi speculare, come addirit­
tura un derivato dell’immagine, una misera ombra
dell’immagine dell’altro. In altri termini, è l’immagine
dell’altro ad avere una priorità e ad esercitare una do­
minanza sull’io, e non viceversa.
Ma ciò che rompe irreversibilmente lo schema dia­
lettico di un riconoscimento senza cesure, privo di
scarti, è questa prima sfasatura introdotta da Lacan
tra la situazione di “discordia primordiale” in cui si
trova il soggetto nei mesi successivi alla sua nascita
(ciò che Lacan denomina come l’effetto della «prema­
turazione specifica della nascita dell’uomo») e l’antici­
pazione solo immaginaria di una totalizzazione illuso­
ria dell’essere del soggetto (a sua volta effetto della
maturazione precoce del senso della percezione visi­
va). Si determinano così, in una simultaneità parados­
sale, da un lato tendenze reali dissodanti, frammen­
tanti, discordanti che operano nel senso di una accen­
tuazione dello statuto originariamente leso del sogget­
to (ciò che Lacan riassume nell’espressione «corpo in
frammenti») e, dall’altro, la realizzazione di un’unità
ideale che però arriva, per così dire, troppo in anticipo
producendosi su una «linea di finzione» che cattura -
in una fascinazione tragica perché, come indica il mito
di Narciso, fondamentalmente suicidaria - il soggetto.
In questo senso Lacan tragicizza gli studi di Wallon
sullo sviluppo della nozione del corpo proprio nel bam­
bino legato al rapporto con l’immagine speculare.2’ Per

2" Cfr. H. Wallon, Sviluppo della coscienza e formazione


del carattere, cit.
Jacques Lacan

Wallon la funzione dello specchio consente al bambino


di unire l’individuazione dell’immagine (extracettiva)
del corpo proprio con la percezione del suo “io pro-
priocettivo”. In altri termini la condizione della costitu­
zione della percezione del proprio corpo è legata alla
sua esteriorizzazione compiuta dall’immagine. Ciò si­
gnifica che non esiste un “io” che solo in un secondo
tempo si estemalizza nell’immagine, ma, piuttosto, la
formazione dell’io dipende da un’immagine extracetti­
va, dall’esteriorità dell’immagine.
La tragicizzazione che Lacan compie di questa di­
pendenza costituiva dell’io dall’esteriorità dell’imma­
gine, sottolineata da Wallon, concerne il fatto che
niente potrà riassorbire lo scarto aperto dalla disso­
ciazione tra il soggetto e la sua rappresentazione alie­
nata nell’immagine.
La natura tragica dello stadio dello specchio trova
a livello di questa dissociazione una sua prima defini­
zione. Essa si manifesta innanzitutto come «lacera­
zione originale»29 che separa l’essere del soggetto
dalla sua proiezione ideale, ma essa si produrrà con
ancora più forza - e, in questo senso allontana deci­
samente lo stadio dello specchio di Lacan dal modo
hegeliano di concepire la dialettica del riconosci­
mento - laddove l’unità ideale che l’immagine spe­
culare restituisce in forma virtuale al soggetto non
può che configurarsi come una forma di alienazione,
come un’«unità alienata».50 In altre parole, come
scrive Lacan, «l’essere umano non vede la sua forma
realizzata, totale, il miraggio di se stesso, se non fuori
di se stesso».51

J. Lacan, L’aggressività in psicoanalisi, cit., p. 110.


w J. Lacan, Il seminario. Libro II, cit., p. 63.
11 J. Lacan, Il seminario. Libro l, cit., p. 175.
Lo stadio dello specchio e la costituzione dell’io

Questo significa che se è vero che lo stadio dello


specchio offre al soggetto la possibilità di individuar­
si come un “io”, è anche vero che questo riconosci­
mento, proprio in quanto si rende possibile sulla ba­
se di uno sdoppiamento, di una disgiunzione tra l’io
e l’altro, tra il soggetto stesso e l’io, è la fonte prima­
ria dello statuto alienato del soggetto umano. L’im­
magine che lo istituisce come io è già in se stessa l’im­
magine che lo separa da sé, che lo rappresenta in un
altro da sé, che lo divide irrimediabilmente. È un’im­
magine che determina sì il senso dell’identità dell’io
ma solamente producendone un’alienazione irrever­
sibile perché il soggetto non arriverà mai a congiun­
gersi, per così dire, con l’immagine ideale che lo rap­
presenta. Questo è il punto di massima distanza di
Lacan dallo schema hegeliano del riconoscimento
dialettico: lo scarto che separa lai di qua dall’al di là
dello specchio appare come uno scarto inassimilabi­
le. Per questo Lacan può scrivere che l’immagine
aliena il soggetto da se stesso solo in quanto «sottrat­
ta», perduta nello specchio, impossibile da realizza­
re. La stessa immagine che fornisce all’io la sua iden­
tità è ciò che lo aliena infinitamente da se stesso in
quanto, appunto, «da sempre sottratta»’2 e, proprio
per questo, perché segno di una lacerazione non ri­
marginabile, indice della stessa significazione morta­
le del soggetto.”
Nella forma di uno sdoppiamento alienante fa
dunque la sua prima apparizione l’idea lacaniana del
soggetto come strutturalmente diviso, che darà luo-

J. Lacan, funzione e campo della parola e del linguag­


gio in psicoanalisi, in Scritti, cit., p. 243.
” Cfr. J. Lacan, Varianti della cura-tipo, in Scritti, cit.,
p. 340.
Jacques Lacan

go, negli anni successivi del suo insegnamento, alla


celebre scrittura del soggetto barrato: Ma in fondo
anche lo stadio dello specchio contiene una teoria
della divisione del soggetto e una teoria della dipen­
denza del soggetto dalla struttura, anche se Lacan
non ha ancora incontrato e fatto personalmente pro­
pria la teoria strutturalista del significante. Nondi­
meno la definizione dell’io come funzione di misco­
noscimento, la sua dipendenza alienante dall’imma­
gine narcisistica di sé, l’impossibilità di suturare la
differenza tra la frammentazione reale del soggetto e
l’unità ideale deH’immagine, ovvero lo sdoppiamen­
to costitutivo del soggetto, sono motivi che connota­
no la struttura stessa del soggetto umano come divi­
sa. Ed è in fondo sempre in questa articolazione del­
l’alienazione fondamentale del soggetto - nel Lacan
teorico dello stadio dello specchio pensata ancora co­
me un’alienazione immaginaria - che si può altresì
cogliere una prima declinazione del concetto di “rea­
le”: precisamente come l’indice stesso di questa sfa­
satura tra l’essere del soggetto e la sua rappresenta­
zione idealizzata, della non-coincidenza tra il sogget­
to dell’inconscio e l’io, non-coincidenza che nell’in­
segnamento più maturo Lacan sintetizzerà nella fun­
zione della barra dell’algoritmo saussuriano, che
mantiene disgiunti il significato e il significante, o nel
celebre aforisma per il quale «non esiste il rapporto
sessuale». Definizione quest’ultima del reale della
struttura nella quale riecheggia l’elemento della di­
sgiunzione irrecuperabile, della cesura, che è, appun­
to, uno dei motivi determinanti del concetto lacania-
no di reale di cui possiamo isolare nella sottrazione ir­
reversibile dell’immagine allo specchio una prima
sua declinazione.
Lo stadio dello specchio e la costituzione dell’io

1.5 Narcisismo e aggressività

L’identificazione primaria con l’immagine speculare


è un’identificazione infatuata e senza mediazione.54
Essa è all’origine del rapporto tra narcisismo e ag­
gressività che Lacan approfondisce con particolare
vigore nel corso negli anni immediatamente successi­
vi alla seconda guerra mondiale negli scritti L’aggres­
sività in psicoanalisi e Discorso sulla causalità psichica.
L’io, come abbiamo visto, appare come struttural­
mente alienato, fissato in un’immagine ideale che
non coincide con il soggetto. La sua esaltazione eufo­
rica definisce nondimeno la natura virtuale dell’io
ideale. È attraverso il “più” dell’immagine ideale che
il soggetto compensa il “meno” reale del corpo in
frammenti. In questo senso l’io appare come un'«or­
ganizzazione passionale»” che punta a realizzare una
coincidenza impossibile con l’ideale e che, proprio
per questa impossibilità, risulta essere in una relazio­
ne di permanente rivalità con se stesso, con l’immagi­
ne narcisistica di se stesso che l’inganno dello spec­
chio alimenta.
L’aggressività immaginaria trova, dunque, la sua ra­
dice ultima non tanto nell’esperienza della frustrazio­
ne (secondo la triade frustrazione-aggressività-re­
gressione che per Lacan definisce il modello teorico
con il quale il postfreudismo concepisce l’aggressività
come mera reazione soggettiva ai limiti imposti dal
principio di realtà), quanto piuttosto nello stadio del­
lo specchio. Il soggetto erotizza la sua immagine e vi
rivaleggia perché la sua immagine costituisce quell’io

>J Cfr. J. Lacan, Discorso sulla causalità psichica, cit.,


p. 166.
” J. Lacan, L'aggressività in psicoanalisi, cit., p. 107.
Jacques Lacan

ideale che il soggetto non è. Per questo Lacan attri­


buisce al gesto di Caino il valore di un paradigma;3637
che cosa, infatti, colpisce Caino se non la sua immagi­
ne ideale, se non il proprio io ideale esteriorizzato nel
fratello buono e più amabile? In questo senso l’ag­
gressività come spinta alla distruzione dell’altro mani­
festa «la struttura più fondamentale dell’essere umano
sul piano immaginario: distruggere chi è la sede dell’a­
lienazione».’7
È questa l’origine della «gelosia struggente» con la
quale lo sguardo di un bambino può osservare il suo
simile attaccato al seno di sua madre, e che Lacan ri­
trova in un passo agostiniano che costituisce un vero
e proprio topos del suo insegnamento:

Sant’Agostino anticipa la psicoanalisi dandoci un’imma­


gine esemplare di un tale comportamento in questi ter­
mini: Vidi ego et expertus sum zelantem parvulum: non-
dum loquehatur pallidus amaro aspectu conlactaneum
suum, “ho visto con i miei occhi e ho ben conosciuto un
bambino piccolo in preda alla gelosia. Non parlava anco­
ra e già contemplava, pallido e con uno sguardo torvo, il
fratello di latte”.”1

Il rapporto che il soggetto può intrattenere con l’og­


getto che rappresenta il suo io ideale è destinato a una
vera e propria “altalena” tra l’infatuazione affascinata
e l’aggressività distruttiva. L’altro, il simile, è oggetto
d’aggressività in quanto, oltre a rappresentare l’io
ideale del soggetto, è anche colui che possiede, come
mostra l’apologo agostiniano, l’oggetto del desiderio
del soggetto.

36 Cfr. J. Lacan, Il seminario. Libro l, cit., p, 214.


37 Ibid.
J. Lacan, L'aggressività in psicoanalisi, cit., pp. 108-109.
Lo stadio dello specchio e la costituzione dell’io

Il desiderio del soggetto non può in questa relazione es­


sere confermato se non in concorrenza, in rivalità assolu­
ta con l’altro nei confronti dell’oggetto verso cui tende.
E ogni volta che in un soggetto ci avviciniamo a questa
alienazione primordiale, si genera l’aggressività più radi­
cale, il desiderio della scomparsa dell’altro in quanto
supporto del desiderio del soggetto.”

La clinica della paranoia può essere evocata qui come


una esemplificazione estrema di questa “alienazione
primordiale”. Il paranoico è, infatti, un soggetto che
appare come fissato allo stadio dello specchio: il
mondo degli oggetti è ordinato dalla pura legge - im­
maginaria - della proiezione così come aveva mostra­
to l’insegnamento della Klein individuando, appun­
to, nella scissione e nella proiezione i due movimenti
di difesa più arcaici del soggetto al momento della
posizione schizoparanoide. Indubbiamente è proprio
sulla connessione di narcisismo e aggressività che La­
can recupera la lezione kleiniana laddove essa mostra
come il mondo esterno si costituisca a partire dai fan­
tasmi interni del soggetto, seguendo ima sorta di leg­
ge del taglione secondo la quale tanto più intensi so­
no i vissuti di frammentazione e la minaccia di morte
presentita all’interno, tanto maggiore sarà la carica
aggressivo-distruttiva del soggetto verso l’esterno e,
di riflesso, tanto più persecutorio e minaccioso appa­
rirà il mondo esterno. La centralità attribuita da La­
can alla dimensione della paranoia manifesta, dun­
que, questa profonda radice kleiniana. È stata in ef­
fetti Melarne Klein a studiare a fondo la funzione del­
l’immaginario e ad isolare le leggi specifiche che lo
contraddistinguono nella scissione e nella proiezione.

” J. Lacan, Il seminario. Libro l, cit., p. 39.


Jacques Lacan

L’idea lacaniana di una condizione originariamente


paranoica del soggetto risente dell’influenza delle teo­
rizzazioni kleiniane sui meccanismi di difesa arcaici e,
in particolare, sulla posizione schizoparanoide. Che ti­
po d’oggetto è, in effetti, al centro del delirio paranoi­
co? Si tratta solitamente di un oggetto la cui caratteri­
stica prevalente è quella di essere, come scrive Lacan
già nella tesi di dottorato, «il più simile possibile al
soggetto»,40 dunque una sua proiezione immaginaria.
L’intero caso Aimée ruota attorno al presupposto fon­
damentale della matrice narcisistica dell’aggressività
umana. Aimée finisce per colpire, in un passaggio al­
l’atto psicotico, un’attrice che era stata prima idealiz­
zata e poi divenuta fonte di persecuzione. Ebbene, che
cosa ha fatto Aimée, novella Caino, colpendo la sua
vittima? Il carattere di fissazione allo stadio dello spec­
chio proprio della paranoia risulta qui evidente se ci si
interroga, come invita a fare Lacan, attorno al «valore
rappresentativo delle sue persecutrici». Che cosa tro­
viamo, in altri termini, al posto della vittima di Aimée
se non l’immagine ideale di Aimée stessa catturata dal­
lo specchio e, dunque, in una costante sfasatura rispet­
to all’essere del soggetto? Che cosa trova, in altri ter­
mini, Aimée al posto della sua vittima se non il riflesso
speculare del suo proprio «ideale esteriorizzato»?41
L’immagine erotizzata e amata, quella che appare ri­
flessa allo specchio come ideale del soggetto, è, dunque,
secondo la legge dell’altalena immaginaria del deside­
rio, la stessa immagine che diventa oggetto d’aggressi­
vità e di distruzione. L’altro speculare è, infatti, doppia­
mente caratterizzato come modello e come rivale:

■"J. Lacan, Della psicosi paranoica nei suoi rapporti con la


personalità, trad. it. Einaudi, Torino 1982, p. 234.
41 Ibid.
Lo stadio dello specchio e la costituzione dell'io

Aimée colpisce quindi nella sua vittima il proprio ideale


esteriorizzato [...] Con lo stesso colpo che la colpevolizza
davanti alla Legge ha colpito se stessa/2

Possiamo trovare qui quella «ambivalenza aggressiva


immanente alla relazione primordiale col simile» di
cui Lacan aveva già teorizzato lo statuto fondamen­
tale nel saggio sui Complessi familiari. Questa «am­
bivalenza aggressiva» struttura la relazione immagi­
naria con l’altro speculare in quanto il soggetto ri­
sponde con l’aggressività - con «l’intenzione aggres­
siva» come specificherà con un certo eco kleiniano
nel testo L’aggressività in psicoanalisi-a quella sfasa­
tura che lo separa dalla sua rappresentazione ideale,
a quella sottrazione dell’immagine ideale che costi­
tuisce il fondamento dell’alienazione immaginaria
del soggetto. In questa prospettiva l’aggressività si ri­
vela per struttura - in quanto fenomeno integral­
mente narcisistico - suicidarla. La passione dell’io
per se stesso lo sospinge a negare l’alterità dell’Altro
o nella forma dell’amore come identificazione idea­
lizzante all’altro situato nella posizione di oggetto
ideale, o in quella, propriamente aggressivo-distrut­
tiva, che nega l’altro proprio in quanto fattore di
alienazione e di intrusione nell’identità dello Stesso.
È ciò che Lacan definisce come «aggressione suici­
daria del narcisismo».4’
Ecco perché la paranoia illustra gli effetti di una fis­
sazione particolare del soggetto allo stadio dello
specchio. In fondo la credenza fondamentale della
follia è per Lacan quella del «credersi un io»; è la cre­
denza nell’immediatezza dell’essere io. Identifìcazio-

42 Ibid.
4’ J. Lacan, Discorso sulla causalità psichica, cit., p. 168.
Jacques Lacan

ne primaria, esaltata e «senza mediazioni» del sogget­


to al proprio io che ritroviamo nella purezza estremi­
sta di Alceste nel Misantropo di Molière, ma anche
nei deliri paranoici di persecuzione e di redenzione
del mondo, nei quali la certezza nell’identità dell’io è
ribadita in modo assoluto parallelamente alla certez­
za della malignità dell’Altro persecutore.
Ma la paranoia non definisce solo una struttura cli­
nica specifica delle psicosi poiché in questo momento
storico del suo insegnamento Lacan ne estende il si­
gnificato sino a concepire il soggetto nella sua stessa
struttura - in quanto, cioè, strutturalmente alienato
nell’altro - come fondamentalmente paranoico. Più
precisamente, Lacan teorizza la natura paranoica del­
l’io e della stessa attività della conoscenza.44*
Ma cosa significa definire la struttura dell’io e l’atti­
vità della conoscenza come essenzialmente paranoiche?
Isoliamo la tesi centrale di Lacan: i rapporti del
soggetto con il suo simile e con gli oggetti del mondo
si strutturano sulla matrice fondamentale costituita
dal rapporto del soggetto con la sua immagine specu­
lare. Tutti i rapporti di simpatia o di distruzione che si
attivano tra il soggetto e l’altro e tutte le forme di rap­
presentazione e di giudizio che coinvolgono gli og­
getti del mondo

s’inscrivono in un’ambivalenza primordiale che ci appa­


re, lo indico subito, speculare, nel senso che il soggetto si
identifica nel suo sentimento di Sé all’immagine dell’al­
tro, e che l’immagine dell’altro viene a cattivare in lui tale
sentimento.4’

44 Cfr. J. Lacan, L’aggressività in psicoanalisi, cit., p. 108


e Discorso sulla causalità psichica, cit., p. 174.
4’J. Lacan, Discorso sulla causalità psichica, cit., p. 175.
Lo stadio dello specchio e la costituzione dell’io

Fintanto che l’io è preda della sua follia narcisistica,


della «sua furiosa passione» di «imprimere nella
realtà la propria immagine»,46 l’esistenza stessa del-
l’alterità gli apparirà come ostile e l’intenzione ag­
gressiva come la sola risposta possibile sul piano im­
maginario perché finalizzata «a distruggere chi è la
sede dell’alienazione».47
In questa prospettiva l’immaginario appare come
un «chiuso mondo a due»48 nel quale l’altalena del
desiderio non può che far oscillare il soggetto dall’in­
fatuazione erotizzata per la sua immagine ideale alla
spinta verso la sua distruzione aggressiva poiché il
soggetto può trovare solamente nell’altro le «aliena­
zioni del suo desiderio».4950
Eppure il mondo umano non può ridursi al puro
dramma della paranoia speculare:

grazie a Dio, il soggetto è nel mondo del simbolo, cioè in


un mondo di altri che parlano. Per questo il desiderio è
suscettibile della mediazione del riconoscimento. Altri­
menti ogni funzione umana non potrebbe fare altro che
consumarsi nella voglia indefinita della distruzione del­
l’altro in quanto tale.’8

In effetti si tratta di precisare che la definizione del


desiderio come desiderio dell’Altro, che Lacan attin­
gerà - via Kojève - da Hegel, non indica solamente
l’altalena immaginaria del desiderio come desiderio
dell’oggetto del desiderio dell’altro. In questa altale­
na il soggetto può confondere «il suo io con quel de­

46 J. Lacan, Laggressività in psicoanalisi, cit., p. 110.


47 J. Lacan, Il seminario. Libro I, cit., p. 214.
48 Ivi, p. 172.
49 Ivi, p. 185.
50 Ivi, p. 213.
Jacques Lacan

siderio che vede nell’altro» dando luogo ai fenomeni


di transitivismo che caratterizzano il rapporto del
soggetto con il suo altro speculare, nel senso che ne
esprime gli effetti della captazione dell’immagine del­
l’altro sul soggetto; per i quali, per esempio, il bambi­
no che colpisce il compagno di giochi si lamenta di
essere stato colpito.
Piuttosto, la formula capitale del desiderio come
desiderio dell’Altro definirà, al di là dell’immagina­
rio, la condizione stessa dell’umanizzazione del sog­
getto il cui desiderio, come tale, non è mai desiderio
di qualcosa ma desiderio dell’Altro, desiderio di rico­
noscimento, desiderio che assume come oggetto non
l’oggetto immaginario del desiderio dell’Altro, ma il
desiderio dell’Altro come oggetto. È questo il passag­
gio dalla dimensione della rivalità erotizzata, che con­
diziona le relazioni immaginarie con l’altro, alla rela­
zione simbolica del soggetto con l’Altro che Lacan
svilupperà in modo decisivo a partire dal testo-mani­
festo del suo insegnamento che è Funzione e campo
della parola e del linguaggio in psicoanalisi.
2. L’inconscio strutturato come
un linguaggio e l’alienazione significante

2.1 Dall’alienazione immaginaria all’alienazione


simbolica

Nel corso degli anni trenta e quaranta l’insegnamento


di Lacan ha come suo perno il registro dell’immagi-
nario e, più in particolare, il tema dell’identificazione
il quale, come abbiamo visto, permetteva a Lacan di
pensare la causalità psichica a partire dall’azione
morfogena inconscia dell’imago.
Nel corso degli anni cinquanta egli insiste con sem­
pre maggior vigore sull’opposizione tra il registro del­
l’immaginario e quello del simbolico sino ad affermare
l’autonomia dell’ordine simbolico e il suo primato nel­
la costituzione della realtà del soggetto. In questa dire­
zione risultano particolarmente decisivi il Seminario II
(1954-1955) elo scritto L’istanza della lettera (1957).
Da un punto di vista generale il significato di qué­
sta svolta interna all’insegnamento di Lacan - dal po­
tere dell’immagine a quello del significante - consiste
nel subordinare le vicende immaginarie dell’io - la
storia delle sue molteplici identificazioni - a un ordi­
ne - com e quello simbolico - dotato di proprie leggi,
autonomo, irriducibile alla simmetria speculare del
registro immaginario. La causalità psichica non si
può più, dunque, ridurre all’incidenza dell’identifica­
zione; l’alienazione del soggetto non può più essere
pensata solo nei termini di un’alienazione immagina­
Jacques Lacan

ria dell’io nell’altro speculare perché esiste un ordine


sovraindividuale - com’è, appunto, quello simbolico
- che precede la dimensione dell’alienazione immagi­
naria dello stadio dello specchio.
In fondo la svolta daH’immaginario al simbolico
ruota proprio attorno alla necessità avvertita da La­
can di ripensare lo statuto dell’alienazione della sog­
gettività umana. Nello stadio dello specchio e nella ri­
lettura della categoria freudiana del narcisismo che
esso implica, l’alienazione veniva collocata all’interno
della dinamica speculare tra l’io e l’altro. È una tesi
che in realtà sopravvive sino a Funzione e campo-, l’a­
lienazione fondamentale del soggetto consiste nel ve­
dersi intrappolato nell’immagine narcisistico-specu-
lare dell’altro e nel non poter coincidere con quel­
l’immagine di sé che l’altro ideale gli riflette. Di qui
l’idea dell’analisi come processo di disalienazione,
ovvero come una pratica finalizzata a simbolizzare
l’immaginario, a disidentificare il soggetto dalla mol­
teplicità delle sue identificazioni narcisistiche per
consegnarlo alla verità particolare del suo desiderio.
La disidentifìcazione è, in effetti, l’aspetto fondamen­
tale di ciò che Lacan intende con il termine «disalie­
nazione».1 L’alienazione immaginaria viene, in altre
parole, superata attraverso la simbolizzazione pro­
gressiva delle identificazioni che imprigionano il sog­
getto in una identità alienata.
Nel passaggio dalla centralità dell’azione morfoge-
na dell’immagine a quella dell’ordine simbolico e del
suo potere di eterodeterminazione del soggetto emer­
gerà però progressivamente un nuovo statuto dell’a­
lienazione del soggetto, che non avrà più come centro
la funzione seduttiva dell’immagine quanto la funzio-*

' J. Lacan, Funzione e campo, cit., p. 297.


Linconscio strutturato come un linguaggio

ne “letale” del significante. In effetti, l’ordine simbo­


lico coincide - per il Lacan degli anni cinquanta - con
l’ordine del significante, ovvero con l’ordine del lin­
guaggio. E ciò che Lacan categorizzerà come Altro
maiuscolo per indicarne la più totale irriducibilità al­
l’altro inteso come simile, come immagine speculare,
come altro io. L’Altro simbolico non è infatti l’altro
soggetto, né l’altro narcisistico che polarizza la dialet­
tica speculare dello stadio dello specchio. L’afferma­
zione dell’autonomia e del primato dell’ordine simbo­
lico porta con sé un nuovo concetto di alterità: l’Altro
si depsicologizza, si disantropizza per arrivare a coin­
cidere con le leggi stesse della cultura e del linguaggio,
ovvero con un ordine sovraindividuale che determina,
soggiogandolo, l’essere dell’uomo. Di qui, come ve­
dremo, l’emergere di un’altra versione teorica dell’a­
lienazione; un’alienazione che non definisce più il rap­
porto del soggetto con la sua immagine speculare ma
quello con l’Altro come luogo dei significanti.

2.2 L’Altro come luogo della parola

Ciò che ora interessa maggiormente a Lacan è il rap­


porto tra la funzione della parola e il campo del lin­
guaggio. In Funzione e campo Lacan contrappone alla
dialettica speculare - all’altalena immaginaria del de­
siderio - la centralità della parola, nel senso che la fun­
zione della parola è quella di rendere possibile un’al­
tra soddisfazione per il soggetto rispetto a quella pu­
ramente narcisistica che caratterizza il rapporto con la
sua immagine. La soddisfazione propria della parola è
una soddisfazione che trascende l’altalena immagina­
ria del desiderio. È ima delle tesi cruciali che attraver­
sa Funzione e campo: la pratica della psicoanalisi è una
Jacques Lacan

pratica della parola. Si tratta di una tesi assolutamente


freudiana. Fu Freud stesso, infatti, a valorizzare la de­
finizione che una sua paziente - Anna O. - diede della
psicoanalisi, battezzata, appunto, talking cure, ovvero
una “cura parlata”, una cura attraverso le parole.
In Funzione e campo l’opposizione tra immaginario
e simbolico si gioca in grande misura sul rapporto tra
la funzione simbolica della parola e la funzione dell’io
come funzione di misconoscimento, nel senso che la
parola opera per simbolizzare le identificazioni im­
maginarie che irretiscono il soggetto.
Più precisamente nel Discorso di Roma il primato
simbolico della parola viene affermato attraverso due
tesi centrali. La prima è che «la psicoanalisi non ha
che un medium: la parola del paziente»;2 la seconda è
che «non v’è parola senza risposta».’
Queste due tesi elementari mostrano come il dia­
logo analitico - reso possibile dalla funzione della
parola - si strutturi dialetticamente. Un soggetto
parla perché la verità della sua parola sia riconosciu­
ta dall’altro. La centralità attribuita alla parola si an­
noda così con quella attribuita alla dimensione del-
l’intersoggettività. E questo il fondamento specifi­
catamente hegeliano di Funzione e campo per cui il
desiderio umano è, nella sua struttura più profonda,
un desiderio di riconoscimento. In questo modo La­
can annoda il carattere centrale della parola nell’e­
sperienza della psicoanalisi con la tesi hegeliana del
carattere intersoggettivo del desiderio umano: la pa­
rola dipende dalla risposta come il desiderio dipen­
de dal desiderio dell’Àltro.
Più precisamente il desiderio del soggetto si manife-

2 Ivi, p. 240.
’ Ivi, p. 241.
L’inconscio strutturato come un linguaggio

sta simbolicamente, secondo la lezione magistrale di


Hegel che Lacan fa propria attraverso la mediazione di
Kojève, come un desiderio di riconoscimento nel sen­
so che la verità del desiderio implica che vi sia un Altro
- l’analista - capace di disidentifìcare il soggetto dalle
sue identificazioni immaginarie per riconoscerlo come
tale. Il riconoscimento del desiderio reso possibile dal­
la funzione dialettica della parola è, infatti, un modo
per dire la necessità della disidentificazione del sogget­
to dall’io. In questo senso lo spirito della dialettica he­
geliana sembra davvero permeare questa prima versio­
ne lacaniana del simbolico. L’Altro come luogo della
parola è l’Altro che l’analista come «puro dialettico» sa
incarnare,4*è l’Altro che sa riconoscere il desiderio del
soggetto. È l’Altro che sa operare una mediazione nel
senso specifico che questo termine ha in Hegel (nega­
zione della negazione); dove l’attività della negatività è
ciò che eleva il soggetto a una sintesi superiore. Si trat­
ta, come si vede, di una versione positiva, eminente­
mente dialettica del simbolico che in seguito verrà pro­
gressivamente ridimensionata da Lacan. Se, infatti,
l’Altro come luogo della parola è l’Altro come dono,
patto, alleanza, nel corso del Seminario XI - in un con­
testo che è stato non casualmente definito come quello
del «parricidio» di Hegel’ - Lacan definirà il luogo
dell’Altro come luogo di un’azione “letale” del signifi­
cante in contrasto con l’idea dialettica dell’Altro come
principio di mediazione. Cambiamento di regime del­
l’Altro che comporterà altresì una revisione dello sta-

4 Cfr. J. Lacan, Intervento sul transfert, in Scritti, cit.,


p. 219.
’ È l’interpretazione di André Green alla fine della sedu­
ta del 27 maggio 1964, in un breve quanto fondamentale
dialogo con Lacan e Miller; cfr. J. Lacan, Il seminario.
Libro XI, cit., p. 219.
Jacques Lacan

tuto del soggetto, il quale si rivelerà non più come ri­


cerca dialettica del riconoscimento nell’Altro ma come
soggetto strutturalmente - e irrimediabilmente - divi­
so. Ma procediamo con ordine. Di fatto in Funzione e
campo il soggetto non viene ancora scritto da Lacan co­
me soggetto diviso (3). Piuttosto esso appare ancora -
secondo una concezione classicamente umanistica -
come un soggetto che si realizza solo là dove è in grado
di disalienarsi dalle sue identificazioni immaginarie.
Il termine “disalienazione” funziona effettivamen­
te come una sorta di punto prospettico generale di
Funzione e campo. La conclusione della cura analitica
sarà una vera e propria disalienazione, nel senso che
libererà il soggetto dalla falsa individualità della sua
identificazione immaginaria con l’io per ricondurlo
all’universale dell’ordine simbolico. Può esserci, in­
fatti, disalienazione solo quando il singolare si può in­
tegrare nell’universale del discorso simbolico. In que­
sto senso Lacan può affermare che la dialettica dell’a­
nalisi «non è individuale» poiché

la soddisfazione del soggetto trova di che realizzarsi nella


soddisfazione di ciascuno, cioè di tutti coloro che essa as­
socia in un’opera umana.6

La prospettiva teorica adottata da Lacan tende dunque


a equiparare tout court la psicoanalisi alla dialettica
(«la psicoanalisi è una esperienza dialettica»),7 soprat­
tutto per questo modo di concepire la cura analitica -
nel suo effetto fondamentale di disalienazione - come
riconciliazione del particolare soggettivo con l’univer­
sale del discorso simbolico. L’aggressività immaginaria

6J. Lacan, Funzione e campo, cit., p. 315.


7 J. Lacan, Intervento sul transfert, cit., p. 209.
L'inconscio strutturato come un linguaggio

deve essere sublimata nell’integrazione simbolica del


singolare con l’universale. Di qui tutta la centralità che
Lacan riconosce all’Edipo freudiano; in esso, infatti,
l’ordine universale della Legge, della proibizione del­
l’incesto si accorda con l’esigenza particolare del desi­
derio soggettivo di trovare una Legge che lo orienti.
Questa istanza dialettica - tipicamente hegeliana -
che sostiene la necessità di accordare il particolare
con l’universale costituisce uno dei centri di Funzio­
ne e campo, ma è attraverso Spinoza che Lacan vi ap­
proda in modo originale. Nella sua Tesi sulla para­
noia di autopunizione Spinoza veniva invocato come
un punto di uscita possibile sia dal modello causali-
stico-meccanicistico delle scienze della natura, sia da
quello psicologico-fenomenologico delle scienze
umane. Il cosiddetto “parallelismo” di Spinoza viene
considerato dal giovane Lacan come il tentativo di
superare la dicotomia tra soggetto e oggetto laddove
tramite esso Spinoza giunge a concepire soggetto e
oggetto come due modi di una sola sostanza. In Fun­
zione e campo questa tesi si svilupperà - attraverso
Hegel - nella tesi dell’inclusione del soggetto nel
campo del linguaggio. In Lacan è l’universale del lin­
guaggio che subentra alla sostanza unica di Spinoza.
Nello stesso tempo il concetto spinoziano di “discor­
danza”, ripreso da Lacan nelle ultime pagine della
Tesi,8 diventa una sorta di criterio strutturale per de­
finire la posizione patologica del soggetto: discor­
danza come squilibrio dell’individuo (del particola­
re) rispetto alla Legge simbolica (universale). Si trat­
ta di un’operazione - quella compiuta da Lacan in
questo arco che collega la Tesi a Funzione e campo -
che istituisce la clinica psicoanalitica sul cardine del-

8 Cfr. J. Lacan, Della psicosi paranoica, cit., p. 317 ss.


Jacques Lacan

la dialettica tra singolare e universale. Nella psicosi


siamo di fronte a una sorta di cancellazione del sin­
golare tramite l’affermazione di un universale anoni­
mo, totalmente alienato, di un linguaggio che soppri­
me la parola soggettiva (in questo senso Lacan ci ri­
corderà in Funzione e campo come il destino della
scienza sia omologo a quello della follia),’ mentre
nella nevrosi avviene piuttosto l’inverso, ovvero è la
parola soggettiva che non accetta mai del tutto l’im­
posizione dell’universale del linguaggio. Se, dunque,
nella psicosi la discordanza tra singolare e universale
si mostra come annichilimento del singolare sotto il
peso di un universale che abolisce il soggetto, nella
nevrosi il singolare si ribella a quel sacrifìcio di sog­
gettività (per Freud la rinuncia pulsionale) che il
programma della civiltà impone universalmente.

2.3 II campo del linguaggio

Già in Funzione e campo Lacan riunisce in una sola


serie concettuale linguaggio, ordine simbolico, Leg­
ge, Edipo. Il perno di questa serie è la tesi secondo la
quale il linguaggio non è una proprietà dell’uomo, né
una sua facoltà psicologica, quanto piuttosto ciò che
avvolge la vita umana

con una rete così totale da congiungere prima ancora del­


la sua nascita coloro che lo genereranno “in carne ed os­
sa”, da apportare alla sua nascita insieme ai doni degli
astri [...] il disegno del suo destino.10

’ Il tema del rapporto tra universale e singolare nel sin­


tomo, nella scienza e nella follia è sviluppato da Lacan in
Funzione e campo, cit., pp. 273-275.
10 Ivi, p. 272.
Einconscio strutturato come un linguaggio

Il luogo dell’Altro si configura come una rete che av­


volge in una sincronia fondamentale l’essere del sog­
getto ancora prima della sua nascita. In una sincronia
fondamentale perché il campo del linguaggio prece­
de l’essere dell’uomo e lo determina. Lacan si sbaraz­
za così di ogni concezione ingenua, psicologistica, del
linguaggio: il linguaggio non si esaurisce affatto in
una facoltà soggettiva che si acquisisce evolutivistica-
mente mediante l’esperienza e la memoria. All’oppo­
sto, l’idea di Lacan sostiene non che l’uomo impari a
parlare ma che è il linguaggio che parla l’uomo, nel
senso che l’essere dell’uomo dipende strutturalmente
dall’orizzonte del linguaggio. Il linguaggio non è
dunque un mero strumento della comunicazione ma
è un campo, una rete, una struttura che determina il
soggetto. È questo il carattere “primordiale” che La­
can attribuisce all’Altro; il linguaggio come orizzonte
avvolge e determina l’essere dell’uomo. Per Lacan,
come per Heidegger, non è l’uomo che parla, ma il
linguaggio; è il linguaggio che fa uomo l’uomo.11
Questa prospettiva strutturalistica dell’insegnamento
di Lacan trova inizialmente in Lévi-Strauss e succes­
sivamente nella linguistica di Saussure e Jakobson dei
punti di appoggio fondamentali.
Dall’antropologia strutturalista di Lévi-Strauss La­
can recepisce la subordinazione degli elementi feno­
menici alle leggi della struttura, come per esempio di­
mostrano gli studi compiuti sulle leggi della parentela
che orientano e determinano i comportamenti degli
uomini rispetto alla creazione dei loro legami familia­
ri. In una parola Lévi-Strauss mostra come siano le
leggi della struttura a condizionare e a regolamentare

11 Cfr. M. Heidegger, In cammino verso il linguaggio,


trad. it. Mursia, Milano 1973, p. 200.
Jacques Lacan

le azioni individuali. L’insistenza sulla dipendenza


della parola dalle leggi del linguaggio è infatti il moti­
vo di fondo che Lacan accoglie dall’istanza struttura-
lista. Lévi-Strauss a suo modo aveva mostrato come il
regno della cultura ordinasse da cima a fondo e in
una sincronia fondamentale il regno della natura.
Ma il debito teorico maggiore Lacan lo contrae con
la linguistica strutturalista di Ferdinand de Saussure.
Che cosa trattiene, in particolare, Lacan dalla lezione
saussuriana? Il nucleo teorico di base della linguisti­
ca strutturalista di Saussure consiste nell’affermazio­
ne che la funzione soggettiva della parola (parole) di­
pende dalle leggi del linguaggio (langue). È ciò che
viene riassunto nel celebre paragone con il gioco de­
gli scacchi: la lingua appare infatti - come il gioco de­
gli scacchi - un “sistema” determinato da regole in­
terne che non sono suscettibili ai cambiamenti ester­
ni.12 La “grammatica del gioco” determina le condi­
zioni del gioco stesso a prescindere sia dai cambia­
menti relativi alla costituzione dei pezzi (scacchi d’a­
vorio o di legno) sia dalle scelte soggettive che condi­
zioneranno il tempo della partita. Tali scelte non po­
tranno infatti in nessun modo trascurare il valore
universale delle regole, nondimeno le “mosse” po­
tranno essere, come tali, assolutamente individuali. E
questo un modo per pensare il rapporto tra il caratte­
re universale-sociale della lingua e l’atto individuale
della parola soggettiva.
La diacronia soggettiva e storica della parola e la sua
funzione dialettica - che Lacan aveva posto al centro
di Funzione e campo - dipendono in realtà, secondo
una “passività” che Saussure giustamente sottolinea,

12 Cfr. F. de Saussure, Corso di linguistica generale, trad.


it. Laterza, Bari 1968, p. 33.
L'inconscio strutturato come un linguaggio

dalla sincronia del campo del linguaggio e dalle leggi a


esso immanenti. In questo modo Lacan riprende e fa
propria la distinzione saussuriana tra langue e parole.
Per Saussure, infatti, l’atto di parola - che come tale è
un atto individuale - dipende strutturalmente da un
sistema sincronico di valori che gli pre-esiste e che
possiede delle regole di funzionamento proprie e
transindividuali. La condizione di possibilità dell’atto
di parola è l’esistenza del codice universale della lin­
gua. Di qui la tesi cardine de L’istanza della lettera che
pone il linguaggio come assolutamente trascendente
rispetto «alle funzioni somatiche e psichiche che sono
al servizio del soggetto parlante»,” poiché il soggetto
stesso appare come un vero e proprio «servo del lin­
guaggio», preso in un discorso nel quale «il suo posto
è già iscritto alla sua nascita, non foss’altro che nella
forma del nome proprio».H
Si tratta ora di esaminare più da vicino le conse­
guenze che l’assunzione di questo principio base del­
la linguistica saussuriana comporta nel progetto laca-
niano di rifondazione epistemologica e nell’esperien­
za clinica della psicoanalisi.

2.4 La tesi dell’inconscio strutturato


come un linguaggio

Dopo Funzione e campo, nel contesto della tesi del


primato e dell’autonomia dell’ordine simbolico, La­
can valorizza il “ritorno a Freud” come movimento

” T. Lacan, L’istanza della lettera dell’inconscio o la ragio-


ne aopo Freud, in Scritti, cit., p. 490.
IJ lbid.
Jacques Lacan

tica ai suoi fondamenti e rendere così possibile un


suo avanzamento. Per Lacan il ritorno a Freud è fon­
damentalmente il ritorno all’idea freudiana del sog­
getto come soggetto dell’inconscio. La sua esigenza è
quella di mostrare che il soggetto dell’inconscio - se
si segue Freud alla lettera - non è l’istintuale, l’irra­
zionale, il primitivo, il pre-linguisitico ecc. quanto il
suo opposto: il soggetto dell’inconscio è strutturato
come un linguaggio. Questa è, in effetti, la tesi capita­
le che inquadra il senso del ritorno a Freud di Lacan.
La sua lettura di Freud, che inizialmente aveva privi­
legiato Introduzione al narcisismo e Psicologia delle
masse e analisi dell’io, ovvero i testi freudiani dedicati
più direttamente al tema dell’identificazione, si con­
centra adesso sulla trilogia: L’interpretazione dei so­
gni, Psicopatologia della vita quotidiana e II motto di
spirito. In essa, infatti, Freud mostra, rigorosamente,
come l’inconscio riveli una logica di funzionamento
estremamente articolata e che le sue formazioni (la­
psus, atti mancati, sintomi, sogni) sono formazioni
semanticamente significative di carattere retorico-lin­
guistico. L’inconscio strutturato come un linguaggio
è la tesi che permette di pensare all’azione dell’incon­
scio come a un’azione capace di produrre significa­
zioni, effetti di senso.
L’analisi freudiana del lavoro onirico compiuta ne
L‘interpretazione dei sogni mostra efficacemente la
modalità di funzionamento dell’inconscio: sposta­
mento, condensazione, raffigurazione sono le opera­
zioni fondamentali attraverso le quali l’inconscio pro­
duce le sue formazioni. Si tratta di operazioni squisi­
tamente linguistiche che Lacan ricondurrà a figure
retoriche precise. In ogni formazione dell’inconscio
un voler-dire si manifesta all’insaputa dell’io, sfrut­
tando altresì le situazioni “romanzesche” nelle quali
L’inconscio strutturato come un linguaggio

l'io appare come catturato a livello dell’ideale. Ciò


che è stato rimosso non è semplicemente annullato
ma, come affermava Freud, ritorna in modo cifrato.
Questo ritorno è il ritorno di una verità che il sogget­
to non vuole assumere e che la rimozione tende a
confinare nell’esilio. Per questo Lacan può attribuire
un’importanza cruciale alle dimensioni della verità e
del senso: l’inconscio è la memoria della verità, e il
suo lavoro - il lavoro dell’inconscio - consiste nel
rendere possibile il ritomo della verità dal suo esilio.
Con L’istanza della lettera emerge chiaramente il
carattere retorico-linguistico del ritorno a Freud. Ciò
che calamita la lettura lacaniana di Freud non è più la
funzione della parola e la sua finalità dialettica -
com’era ancora in Funzione e campo - ma il modo in
cui essa dipende dal campo del linguaggio. Il ritorno
a Freud più che un ritorno alla virtù creativa della
“parola piena” è adesso un ritorno alla centralità del
linguaggio e al potere di determinazione delle sue leg­
gi11. In questa prospettiva Lacan si distanzia progres­
sivamente dall’insegnamento di Hegel per accostarsi
a quello della linguistica strutturalista di Saussure e
Jakobson. Il ritorno a Freud di Lacan avviene, in ef­
fetti, attraverso la mediazione fondamentale del Saus­
sure del Corso di linguistica generale, precisamente
attraverso la distinzione tra significato e significante
che costituisce, insieme a quella tra langue e parole, il
nucleo teorico della lezione saussuriana.
Più in particolare ne L'istanza della lettera il discor­

11 È stato Miller ad aver rilevato in ciò uno dei passaggi


decisivi dell’insegnamento di Lacan che trova il suo com­
pimento nello scritto Listanza della lettera dell’inconscio.
Su questo punto, cfr. J.-A. Miller, Schede di lettura lacania-
ne, cit., pp. 94-98.
Jacques Lacan

so di Lacan prende l’avvio da un’interpretazione ve­


ramente radicale del concetto saussuriano di segno.
Qual è la funzione e la struttura del segno nel Corso di
linguistica generale? Saussure ne fornisce il modello
in questo celebre algoritmo definito, appunto, «sche­
ma del segno»:16

Il segno appare come un elemento composto di due


facce: la faccia del significato, ovvero del concetto,
del valore semantico, del carattere mentale del senso
e la faccia del significante, ovvero del valore fonetico,
dell’immagine acustica che veicola il concetto. In altri
termini il segno saussuriano è ciò che unisce, in un le­
game di corrispondenza biunivoca ed esaustiva, il si­
gnificato al significante; è ciò che coordina - come il
dritto e il rovescio di uno stesso foglio, secondo una
nota immagine di Saussure - significato e significan­
te. Esso ha, proprio per questa sua funzione precipua
di unificazione, un carattere “monisticola barra
dell’algoritmo funziona come un punto di separazio­
ne ma anche di connessione e di articolazione tra il si­
gnificato e il significante.
L’operazione che Lacan compie sul segno saussu­
riano è un’operazione sovversiva che conduce a tre
spostamenti critici essenziali:
- l’algoritmo lacaniano inverte il rapporto tra signifi-

16 F. de Saussure, Corso di linguistica generale, cit., p. 84.


L'inconscio strutturato come un linguaggio

cato e significante nel senso che non è più il signifi­


cato a essere sopra il significante ma viceversa è il si­
gnificante a subordinare il significato. L’algoritmo
di Lacan si costruisce come: S/s, da leggersi signifi­
cante sopra significato. In questo modo Lacan può
affermare l’autonomia e la supremazia dell’ordine
simbolico del significante sulla natura immaginaria
del significato, nel senso che la significazione è un
prodotto della concatenazione tra i significanti;
- viene scoperchiata l’ellissi che in Saussure sottoli­
neava l’unità logico-linguistica del segno; nell’algo­
ritmo di Lacan il problema non è più quello di unifi­
care il significato al significante, quanto piuttosto
quello di fornire il principio della loro divisione. In
altri termini Lacan, a differenza di Saussure, pone
l’accento non sulla funzione unificante del segno ma
sulla barra come fattore di disgiunzione, di separa­
zione tra significante e significato; il significato non
può essere mai riconducibile a un solo significante;
- la barra dell’algoritmo lacaniano esercita, dunque,
una funzione di cesura mettendo in evidenza non
tanto l’unione tra significato e significante quanto la
dipendenza del significato dal significante. La barra,
per Lacan, è infatti ciò che impedisce qualunque re­
lazione di rispecchiamento tra significante e significa­
to. In senso stretto è questo il modo in cui Lacan ri­
pensa in termini linguistico-strutturali la rimozione
freudiana: il soggetto è diviso per effetto dell’azione
significante, perché il significato non può mai essere
colto come un oggetto ma slitta, fluttua costantemen­
te al di sotto della barra del significante, come un ef­
fetto della concatenazione dei significanti tra loro.

L’insistenza particolare di Lacan sull’azione divisoria


della barra nell’algoritmo S/s è un modo per radica-
Jacques Lacan

lizzare la dimensione dell’«arbitrarietà del segno»


che per Saussure domina, in ogni lingua, il rapporto
tra significante e significato. Con l’idea dell’arbitra­
rietà del segno Saussure intende affermare il carattere
non naturale del segno e la sua dipendenza costituti­
va dal sistema della lingua. Mentre la nozione di sim­
bolo conserva ancora, per certi versi, l’idea di un rap­
porto naturale tra il significato e il significante (è ciò
che giustifica, in un esempio proposto da Saussure, il
simbolo della bilancia per rappresentare il significato
della giustizia), la nozione di arbitrarietà del segno
svincola decisamente e in modo irreversibile il piano
del significante da quello della cosa naturale. La di­
mensione della differenza si restringe all’intemo del
sistema di una lingua come differenza puramente si­
gnificante tra i suoni di un termine con l’altro, che la
natura convenzionale e sociale di una lingua stabili­
sce storicamente. Sorella è, per esempio, un signifi­
cante che nella lingua italiana rinvia a un determinato
significato sebbene il rapporto tra l’uno e l’altro sia
stabilito convenzionalmente dalla lingua italiana co­
me tale. Si tratta cioè di un nesso arbitrario tra il se­
gno linguistico e il suo significato che esclude ogni ri­
ferimento a una relazione naturale tra la parola e la
cosa. Nella lingua inglese lo stesso concetto, “sorel­
la", si esprime in effetti attraverso un altro significan­
te, sister. Radicalizzando questa tesi saussuriana la
barra dell’algoritmo lacaniano mostra come il signifi­
cante non rappresenti mai un significato perché la
corrispondenza referenzialistica tra la parola e la cosa
è per principio esclusa dall’esistenza stessa del lin­
guaggio. Il significato non può cioè mai essere conce­
pito come una cosa che il significante rappresente­
rebbe in modo più o meno adeguato, ma è un effetto
immaginario della catena significante.
L‘inconscio strutturato come un linguaggio

Ogni concezione ontologico-naturalistica del lin­


guaggio viene spazzata via dalla linguistica strutturali­
sta. Lacan si inscrive in questa stessa direzione teorica.
Nell’lrfóMza della lettera egli mostra, infatti, come il si­
gnificato non può essere entifìcato poiché esso si pro­
duce solamente a partire dalla articolazione tra i signi­
ficanti. Così può precisare che «non c’è nessuna signi­
ficazione che si sostenga se non nel rinvio ad un’altra
significazione».17 In questa prospettiva «è nella catena
significante che il senso insiste, ma che nessuno degli
elementi della catena consiste nella significazione di
cui è capace in quello stesso momento».18*Viene in
questo modo smontata «l’illusione che il significante
risponda alla funzione di rappresentare il significa­
to»1’ proprio perché il senso si costituisce solo nell’ar­
ticolazione tra i significanti e non nel rapporto rappre­
sentativo di un significato con un significante.
La correzione critica dell’algoritmo di Saussure
spinge Lacan ad affermare l’incidenza del significan­
te sul significato, ovvero a concepire il significato co­
me un effetto della catena significante. In primo pia­
no non è dunque, com’era ancora nell’algoritmo di
Saussure, il significato ma la materialità propria della
catena significante a cui il soggetto si trova legato. Il
riferimento al soggetto è infatti un’altra operazione
sovversiva compiuta da Lacan rispetto al quadro
concettuale della linguistica strutturalista. In Saussu­
re - e più in generale nella prospettiva della linguisti­
ca strutturalista - il riferimento al soggetto non ha al­
cun valore, mentre per Lacan la logica del significan­
te è mantenuta in rapporto con quella del soggetto,

17 J. Lacan, Listanza della lettera, cit., p. 492.


18 Ivi, p. 497.
■’ Ivi, p. 493.
Jacques Lacan

nel senso che - come preciserà successivamente - il


significante è ciò che rappresenta un soggetto per un
altro significante. La barra che nell’algoritmo separa
il versante simbolico del significante dal versante im­
maginario del significato è la stessa barra che Lacan
ritrova al cuore del soggetto diviso: $. Il soggetto di­
viso è infatti un effetto della catena significante. E un
effetto della disgiunzione-separazione tra signifi­
cante e significato. E la divisione tra significante e si­
gnificato che fonda in effetti la divisione del sogget­
to. In questo senso Lacan può affermare che «il lin­
guaggio è la condizione dell’inconscio», ovvero che
l’idea stessa di inconscio sarebbe impensabile «senza
il linguaggio».20 L’ordine significante causa il sogget­
to come soggetto diviso, poiché l’azione del linguag­
gio è ciò che assoggetta il soggetto a un ordine che lo
trascende (il linguaggio affermerà Lacan è il vero
luogo della trascendenza) e che gli impone, proprio
attraverso la legge della separazione tra significante e
significato, che quando il soggetto parla il livello del­
l’enunciato (di ciò che il soggetto dice) non potrà
mai coincidere con quello dell’enunciazione (da do­
ve il soggetto dice ciò che dice) perché il livello del­
l’enunciazione costituisce quella parte del discorso
del soggetto che sfugge costantemente alla possibi­
lità di presa del soggetto, poiché ne è costitutivamen­
te separato dalla rimozione. Allo stesso modo il sog­
getto non può mai consistere in un solo significante,
non può mai essere identificato con un solo signifi­
cante ma si trova rappresentato da un significante

20 «Il linguaggio è la condizione dell’inconscio [...]


L’inconscio è l’implicazione logica del linguaggio; nessun
inconscio, in effetti, senza linguaggio» (J. Lacan, Prefa­
zione a A. Rifflet-Lemaire, Introduzione a Jacques Lacan,
trad. it. Astrolabio, Roma 1972, p. 14).
Linconscio strutturato come un linguaggio

presso un altro significante. Ciò significa che il sog­


getto è diviso, non è un’identità, non consiste di nes­
suna sostanza. Tuttavia sarà solo nel corso del Semi­
nario XI che Lacan formalizzerà con rigore gli effetti
dell’azione del significante sul soggetto nella teoria
dell’alienazione significante.
NellTrtówza della lettera il significante sembra ca­
ratterizzarsi attraverso due diversi attributi: la mate­
rialità e la vacuità. Per un verso, infatti, il significante
di Lacan rivela uno statuto extrasoggettivo, irriduci­
bile all’immaginario, capace di esprimere un potere di
causazione, di determinazione costituente, nei con­
fronti del soggetto. Per l’altro esso non consiste mai di
una qualche sostanza perché nessun significante può
significare se stesso, perché, in altri termini, l’essere di
un significante dipende dalla catena significante in
cui si trova incluso. In questo senso il significante è il
luogo di produzione della differenza come tale. Que­
sta è la ragione di fondo perché il soggetto, in rappor­
to alla catena significante, non può che essere un sog­
getto diviso; ed è anche la ragione della polemica tra
Lacan e Laplanche sul rapporto tra inconscio e lin­
guaggio. Per Lacan infatti è il linguaggio a porsi a fon­
damento dell’inconscio perché è il linguaggio che
opera primordialmente la divisione fondamentale tra
significante e significato di cui è costituito l’inconscio
stesso, mentre laddove Laplanche ribalta il rapporto
tra i due termini sostenendo che è l’inconscio a deter­
minare il linguaggio, finisce per avallare una conce­
zione sostanzialistica e archetipica dell’inconscio che
si colloca agli antipodi della concezione freudiana.21

21 In Posizione dell1inconscio Lacan, riferendosi ai suoi


“allievi" Laplanche e Ledaire, precisa che «il peso che
diamo al linguaggio come causa del soggetto» comporta l’i-
Jacques Lacan

2.5 Le leggi del linguaggio

L’elemento guida della psicoanalisi lacaniana al tem­


po dell’h^MZtf della lettera è il concetto di significan­
te. Tutto il dialogo critico con Saussure serve a Lacan
per istituire la supremazia dell’ordine significante su
quello del significato. In questo modo la tesi lacania­
na della centralità della funzione dialettica della paro­
la - come ha avuto modo di segnalare Miller - viene
soppiantata da quella relativa alla centralità delle leg­
gi del linguaggio.

Di solito, è sempre il significato che mettiamo in primo


piano nell’analisi, perché è sicuramente quanto di più se­
ducente, e a prima vista ciò che sembra essere la dimen­
sione propria dell’investigazione simbolica della psicoa­
nalisi. Ma a disconoscere il ruolo di mediazione primor­
diale del significante, che è il significante in realtà l’ele­
mento guida, non solo squilibriamo la comprensione ori­
ginale dei fenomeni nevrotici, la stessa interpretazione
dei sogni, ma ci rendiamo anche assolutamente incapaci
di capire cosa avviene nelle psicosi.22

Senza tenere conto della supremazia del significante


la psicoanalisi si ridurrebbe a un’ermeneutica dei
simboli. Il significato varrebbe come riferimento ulti­
mo, mitico, originario - come avviene per Jung ma
anche in certe forme storiche del postfreudismo
come evidente, per esempio, nella tradizione kleinia-

dea che il soggetto sia «effetto di linguaggio», ovvero che


sia «l’Altro per il soggetto il luogo della sua causa signifi­
cante», tale da «motivare la ragione per cui nessun sogget­
to può essere causa di sé» (J. Lacan, Posizione dell’incon­
scio, in Scritti, cit., p. 833 e p. 844).
22 J. Lacan, Il seminario. Libro ili. Le psicosi, 1955-1956,
trad. it. Einaudi, Torino 1985, pp. 261-262.
L’inconscio strutturato come un linguaggio

na che culmina nell’opera di Franco Fornari -, men­


tre il significante verrebbe ridotto a una buccia este­
riore che ricopre la perla del suo contenuto.
Al contrario Lacan - attraverso la lettura di Saussure
- mostra la dipendenza degli esseri parlanti dall’ordine
del linguaggio inteso come ordine del significante.
Le due leggi fondamentali che strutturano il cam­
po del linguaggio sono quelle della metafora e della
metonimia. Lacan trae questa tesi dalla linguistica di
Jakobson, ma la ritrova perfettamente sviluppata
nella Traumdeutung di Freud.2’ La chiave di lettura
adottata da Lacan è che i concetti di spostamento e
di condensazione con i quali Freud definiva la moda­
lità operativa del lavoro onirico (spostamento: tra­
sposizione di un significato da un elemento a un al­
tro; condensazione: più significati si addensano in un
solo significante) anticipavano già le tesi della lingui­
stica strutturalista. Si tratta di un’assimilazione dei
meccanismi propri del processo primario inconscio
secondo Freud (condensazione-spostamento), con i
meccanismi di selezione sincronica e combinazione
diacronica (metafora-metonimia) che secondo
Jakobson costituiscono i fondamenti dell’azione del
linguaggio. La metonimia indica in effetti - allo stes­
so modo della Verschiebung freudiana - la connessio­
ne, la combinazione, tra un significante e un altro,
mentre la metafora si costituisce come un movimen­
to di sostituzione nel quale un significante prende il
posto di un altro significante producendo un effetto

2’ Per una descrizione precisa dei concetti di metafora e


metonimia, cfr. R Jakobson, Due aspetti del linguaggio e due
tipi di afasia, in Id., Saggi di linguistica generale, trad. it.
Feltrinelli, Milano 1986, in particolare il par. V “I poli
metaforico e metonimico” e, per un’applicazione alla funzio­
ne poetica, Id., Linguistica e poetica, in Saggi di linguistica, cit.
Jacques Lacan

inedito di significazione, un più di senso, allo stesso


modo della Verdichtung freudiana. In questa pro­
spettiva, mentre la metonimia indica una fuga del
senso, un suo scorrimento infinito, la metafora lo po­
larizza, lo arresta, lo crea nella forma di una cifra
simbolica. Se, infatti, la struttura metonimica installa
nella connessione del significante con il significante
una sottrazione del senso, uno scivolamento conti­
nuo del senso come prodotto “negativo” del rinvio
della significazione (ciò che Lacan definisce come
«resistenza della significazione»),24 la struttura me­
taforica determina la possibilità di una produzione
“positiva” del senso, ovvero di un superamento poe-
tico-creativo della barra (ciò che Lacan definisce co­
me «emergenza della significazione»).2’ Da questo
punto di vista la metafora gode di un certo privilegio
perché è capace di produrre senso, ovvero di anno­
dare la tendenza del senso alla fuga metonimica per­
petua attraverso una sostituzione significante. Per
questo Lacan accosterà la funzione patema alla me­
tafora o concepirà, ancora in rapporto alla metafora,
lo stesso punto di capitone, ovvero quel punto - si­
mile alla funzione che i nodi del materasso esercitano
sulla tenuta dell’insieme - che segnala l’arresto della
significazione secondo lo schema della retroazione
per il quale, per esempio, il senso di una frase si com­
pie solo con la parola che la conclude e che ci per­
mette di coglierne il senso effettivo solo, appunto,
secondo una temporalità retroattiva. Allo stesso mo­
do Lacan assimila il sintomo alla metafora costituen­
do così una serie tra arresto della significazione
(punto di capitone), funzione del padre e costruzio-

" Cfr. J. Lacan, L’istanza della lettera, cit., p. 510.


2’ Ihid.
liinconscio strutturato come un linguaggio

ne sintomatica, dove l’elemento comune è costituito


dalla capacità della metafora di ordinare attraverso il
significante il movimento della significazione.26 Al­
l’inverso Lacan assimila il desiderio alla metonimia.
Il desiderio rivela una omologia con la metonimia in
quanto si caratterizza come un movimento infinito di
rilancio da un oggetto all’altro,27 così come, lo abbia­
mo appena visto, il sintomo si mostra omologo alla
metafora in quanto esso implica che un significante
(per esempio la tosse nel caso di Dora) si sostituisca a
un significato rimosso producendo un senso nuovo
per il soggetto.

2.6 L’inconscio come discorso dell’Altro

L’inconscio viene concepito in Funzione e campo an­


cora come la parte mancante del discorso cosciente,
un non-ancora della coscienza destinato a essere
completato dal recupero esegetico del pezzo di testo
andato perduto (perdita che è effetto della rimozio­
ne). Il criterio della storicizzazione come realizzazio­
ne del soggetto resta un criterio dialettico-ermeneuti­
co: si tratta nel lavoro dell’analisi di recuperare alla
coscienza il senso del rimosso, di riscrivere il capitolo
bianco dell’inconscio.

26 Questo elemento è invece assente nella clinica della


psicosi la quale è appunto una clinica dell’assenza del
punto di capitone, della funzione della metafora paterna e
del sintomo come formazione dell’inconscio. Su questo
punto cfr. il quarto capitolo “L’insegnamento delle psico­
si”, in questo volume.
27 A proposito dell’assimilazione del desiderio alla meto­
nimia, cfr. il quinto capitolo “La svolta del Seminario Vìi:
dal desiderio al godimento” in questo volume.
Jacques Lacan

Quando invece Lacan ritorna, nel corso del Semi­


nario XI sul concetto di inconscio dà pieno sviluppo
alla tesi dell’inconscio come discorso dell’Altro. Que­
sta tesi, in effetti, non si limita a riconoscere che l’in­
conscio funziona secondo le leggi simboliche del lin­
guaggio, ma opera una netta rottura epistemologica
rispetto all’idea dialettica dell’inconscio come “non­
ancora” della coscienza (idea che ha come suo corol­
lario l’ipotesi psicologico-umanistica dell’inconscio
come l’interno, il più intemo al soggetto). Viceversa
nel Seminario XI il riferimento alla nozione di discor­
so serve a Lacan per catapultare l’inconscio al di fuo­
ri, per così dire, del soggetto. Questa operazione di
esteriorizzazione dell’inconscio culmina nella tesi se­
condo la quale l’inconscio, lungi dall’essere ciò che è
più dentro al soggetto, è una «esteriorità». L’incon­
scio come esteriorità scarta, in effetti, l’idea, di deri­
vazione romantica, dell’inconscio come recipiente,
contenitore del rimosso, abisso, sottosuolo ecc., per­
ché sostiene la costituzione sociale dell’inconscio
stesso. Per questo l’inconscio di Lacan non ha nulla a
che vedere con l’inconscio archetipico di Jung. Esso
non indica, infatti, l’esistenza di un codice originario,
né quella di significati pre-esistenti al significante,
quanto piuttosto manifesta - in quanto discorso del­
l’Altro - la sua dipendenza dalla materialità storico­
sociale del significante. In questo senso, ci ricorda
Lacan, non è mai il soggetto a tenere i conti. I conti li
fa l'Altro. Il soggetto è strutturalmente contato dal-
l’Altro, come mostra una battuta di un bambino cita­
ta da Piaget e ripresa da Lacan: «Ho tre fratelli: Pao­
lo, Ernesto e io»,28 in cui il soggetto appare essenzial­
mente come contato e non come contante. E ciò che

28 Cfr. J. Lacan, Il seminario. Libro XI, cit., p. 22.


L’inconscio strutturato come un linguaggio

riassume la passività soggettiva implicata nella defini­


zione dell’inconscio come discorso dell’Altro. Il sog­
getto è, come abbiamo visto, innanzitutto sempre og­
getto del discorso dell’Altro (familiare, storico, socia­
le). Sarà solo in un tempo secondo che potrà porsi co­
me “contante”, solo dopo aver trovato il proprio po­
sto come “contato” dal discorso dell’Altro.

2.7 II soggetto diviso e l’alienazione significante

Il passaggio da Hegel a Saussure - ovvero dalla cen­


tralità della dialettica del riconoscimento alla dipen­
denza strutturale della parola dalle leggi del linguag­
gio - consente a Lacan di precisare la posizione del
soggetto come «effetto di significato» della catena si­
gnificante. È, come abbiamo visto, la tesi prirtcipiens
dell’istanza della lettera. Nel corso degli anni sessan­
ta questa dipendenza strutturale del soggetto dal
campo del linguaggio viene ridefinita e rigorizzata
nella teoria della causazione del soggetto, ovvero nel­
la teoria dell’alienazione-separazione proposta nel
Seminario XI. Con questa teorizzazione Lacan cerca
di pensare il rapporto tra il soggetto e l’Altro secon­
do una logica che si differenzia dai modelli evolutivi-
sòci prevalenti nella psicoanalisi del dopo Freud: dal
modello innatista e da quello dell’interazione preco­
ce madre-bambino. Per il primo di questi modelli il
soggetto è un patrimonio psicogenetico in sviluppo,
è una potenzialità biologica che si dispiega teleologi-
camente in un tempo evolutivo che possiede una
propria ratio biologica. Per il secondo, invece, ciò
che condiziona lo sviluppo psichico del soggetto è
l’esistenza di un ambiente affettivo positivo (per
Winnicott è ciò che viene assicurato dalla «madre
Jacques Lacan

sufficientemente buona») che renda possibile il suo


effettivo svolgimento. Il tratto che accomuna questi
due modelli - solo apparentemente opposti - è la ri­
duzione del processo di soggettivazione dell’essere
umano all’esplicazione di una potenzialità che esiste­
rebbe di per sé come una specie di programma pre­
simbolico, pre-linguistico che non è in grado di dare
ragione della presa strutturale e costitutiva del lin­
guaggio sul soggetto. Si tratta di una sorta di vizio
aristotelico-naturalistico di fondo che trascura l’a­
zione originaria dell’Altro sul soggetto. In effetti,
prima di ogni interazione possibile e di ogni disposi­
zione naturale del soggetto - prima della cosiddetta
nascita psicologica del bambino - esiste l’Altro come
campo costituito del linguaggio e del suo potere di
determinazione del soggetto.
Il soggetto in quanto umano è sottomesso da sem­
pre - secondo una sincronia fondamentale - all’or­
dine del linguaggio. La mancanza del soggetto - la
famosa manque-à-ètre - sorge come effetto di que­
sta soggezione. Per questo Lacan può affermare che
la divisione del soggetto è una divisione «costituen­
te»29 e non costituita. Essa è costituente perché
non si produce in un tempo secondo, supponendo
uno stato mitico - una sorta di paradiso dell’iden­
tità - dove il soggetto poteva fare Uno. Per Lacan
la mancanza s’inscrive nel soggetto alla sua origine.
La divisione è, appunto, costituente. Non c’è affat­
to l’idea dell’Uno che, in un tempo secondo, di­
venta Due (come nel modello della psicologia evo­
lutiva tradizionale che spiega la nascita delle rela­
zioni oggettuali, ovvero l’incontro del soggetto con

J. Lacan, La scienza e la verità, in Scritti, cit.,


p. 861.
L’inconscio strutturato come un linguaggio

l’alterità come un effetto della separazione-indivi­


duazione successiva all’unità simbiotica del bambi­
no con la madre), né quella del Due che, successi­
vamente, si realizza come Uno (come nel modello
kleiniano per il quale il soggetto raggiunge la sua ri­
composizione unitaria solo a partire da una scissio­
ne arcaica). Se nel primo modello, all’origine, c’è
l’unità simbiotica, nel secondo c’è la scissione. Con
Lacan l’idea della divisione costituente implica
l’abbandono di entrambe queste prospettive. All’o­
rigine non c’è né l’Uno, né il Due ma un non-Uno,
un non-tutto, una divisione appunto come effetto
sul soggetto dell’azione dell’Altro. È il significante
infatti che «intacca» il soggetto producendolo co­
me soggetto diviso.
La dottrina della causazione del soggetto, ovvero la
teoria dell’alienazione-separazione, formalizza rigo­
rosamente questa prospettiva. Il soggetto appare co­
me causato da due diverse operazioni. La prima è
quella dell’alienazione. Essa ha come condizione la
«priorità del significante sul soggetto»,50 nel senso
che «la condizione del soggetto dipende da ciò che si
svolge nell’Altro».51 In questo senso si può affermare
che l’Altro funziona qui come una causa - come fat­
tore causativo - che determina la posizione del sog­
getto. Per questo il concetto lacaniano dell’alienazio­
ne si sgancia totalmente dalla tradizione concettuale
dialettico-umanistica a cui, in fondo, storicamente
appartiene perché esso non suppone affatto - come
in Feuerbach, in Hegel e nel giovane Marx - l’idea
originaria di un soggetto-sostanza, di un in sé, di

J. Lacan, il seminario. Libro XI, cit., p. 222.


” J. Lacan, Una questione preliminare ad ogni possibile
trattamento della psicosi, in Scritti, cit., p. 545.
Jacques Lacan

un’essenza umana che solo in un secondo tempo -


per Hegel ontologico, per Marx storicamente deter­
minato - si aliena, ovvero smarrisce la propria essen­
za originaria per ritrovarla successivamente. Origina­
rio per Lacan non è il soggetto ma l ’alienazione stessa
come effetto, appunto, della priorità del significante
sul soggetto. È ciò che cerca di formalizzare attraver­
so l’utilizzo dei cerchi di Eulero:’2

Come si deve leggere? Innanzitutto va sottolineata


l’inclusione del soggetto nel campo dell’Altro come
un’inclusione non accidentale ma strutturale. L’esse­
re del soggetto dipende dal campo dell’Altro in ma­
niera costitutiva. In secondo luogo bisogna eviden­
ziare come questa inclusione implichi un guadagno
di senso da parte del soggetto che trova solo nell’Al-
tro la possibilità di una sua iscrizione simbolica. In­
fine, si deve notare come l’effetto di questo guada­
gno di senso implichi una perdita d’essere perché il
soggetto se si trova rappresentato simbolicamente
nell’Altro - da un significante per un altro signifi­
cante (da S, per S2) - è costretto a smarrire il proprio
essere laddove, per così dire, viene simbolicamente

’2 Cfr. J. Lacan, Il seminario. Libro XI, cit., p. 215.


L’inconscio strutturato come un linguaggio

al senso. Il soggetto non può infatti identificarsi in


un solo significante, ma è rappresentato da un signi­
ficante per un altro significante.” In questa rappre­
sentazione esso perde il proprio essere.
E questa l’azione letale che Lacan attribuisce al si­
gnificante.” Il significante divide il soggetto poiché
facendolo dipendere dall’Altro lo costringe a una sor­
ta di eclissi proprio laddove esso viene rappresentato
dal significante. Si può cogliere qui appieno il senso
della sovversione lacaniana dello statuto del soggetto:
il soggetto non è una realtà psichica autoconsistente,
chiusa su se stessa, autodeterminata, ma appare come
un’evanescenza, come ciò che scompare proprio lad­
dove si designa. Il soggetto non è un essere ma una
mancanza-a-essere. L’effetto dell’alienazione signifi­
cante si sintetizza, dunque, in questo svuotamento di
essere che essa produce nel soggetto e in questa delo­
calizzazione dell’identità soggettiva che anziché con­
sistere in sé si trova dislocata nella catena significante
senza alcuna possibilità di giungere a costituirsi come
un’identità.
La seconda operazione è quella della separazione.
Se l’alienazione mette in evidenza la dipendenza del
soggetto dal significante, la separazione illustra la mo­
dalità di sganciamento del soggetto dal significante. Se
l'alienazione significante definisce a livello universale
l’effetto prodotto dal linguaggio sull’uomo, nella sepa­
razione si definisce piuttosto l’emergere del particola­
re del soggetto. Se, inoltre, l’alienazione fa perno sulla
funzione del significante come tale, l’operazione della
separazione implica più che il significante l’oggetto. E
infatti proprio nel contesto di questa teorizzazione

” Cfr. J. Lacan, Posizione dell’inconscio, cit., p. 844.


M Cfr. J. Lacan, Il seminario. Libro XI, cit., p. 217.
Jacques Lacan

della coppia alienazione e separazione che sorge in La­


can la teoria dell’oggetto a.

2.8 Significante e oggetto

Nello schema dei cerchi di Eulero tra l’anello del sog­


getto e quello dell’Altro si produce un’intersezione.
Quest’intersezione è il luogo dell’oggetto a. Si tratta
di un'anula che non è identica né al soggetto né al-
l’Altro ma è l’effetto della loro intersezione. Più pre­
cisamente: se l’alienazione significante produce il
soggetto come diviso ($), la separazione produce l’e­
strazione dell’oggetto a. E stata la prospettiva di let­
tura messa a punto da Miller a valorizzare la centra­
lità dell’opposizione tra significante e oggetto nell’in­
segnamento di Lacan.”
Il soggetto del desiderio è promosso dall’alienazione
significante: essa scava una mancanza nel soggetto -
gli sottrae dell’essere - e questa mancanza mobilita il
desiderio come movimento finalizzato a ritrovare
quella parte di essere perduta. In questo senso c’è
un’omologia profonda tra il desiderio e la catena signi­
ficante: è ciò che spinge Lacan a teorizzare il desiderio
come una metonimia della mancanza a essere. Al con­
trario l’oggetto indica che non tutto è significante, ov­
vero che esiste un punto d’essere che calamita il desi­
derio del soggetto e che interrompe la sua fuga meto­
nimica. Se, infatti, rispetto al significante, il soggetto
risulta diviso, non identico a se stesso, rappresentato

15 Si tratta della tesi guida iniziale della lettura milleriana


di Lacan. Su questo vedi il capitolo di J.-A. Miller, “Un
altro Lacan”, in Id., Schede di lettura lacaniana, cit. che,
riproduce un intervento omonimo al primo Convegno del
Campo freudiano svoltosi nel 1980 a Caracas.
L’inconscio strutturato come un linguaggio

sempre per un altro significante, è solamente a livello


dell’oggetto che esso può trovare una consistenza di
essere. Si tratta di una sottolineatura importante se si
tiene conto come nel dopo Freud la consistenza del
soggetto viene pensata essenzialmente in termini im­
maginari, ovvero come tenuta dell’identificazione, co­
me strutturazione di un narcisismo positivo. L’etero­
geneità dell’oggetto rispetto al significante apre inve­
ce, nella prospettiva di Lacan, a un campo problemati­
co nuovo al cui centro non c’è più l’autonomia e il po­
tere di determinazione dell’ordine simbolico ma la di­
mensione reale del godimento come ciò che incatena il
soggetto a una ripetizione dell’identico. Così Lacan ri­
trova, come vedremo meglio in seguito, la centralità
assegnata da Freud alla pulsione di morte come vera
pietra dello scandalo (destinata a diventare la pietra
angolare della psicoanalisi);36 la ritrova nella forma del
vincolo del soggetto a un godimento che non si lascia
mai del tutto negativizzare dal significante.
Ma concepire la causazione soggettiva in termini di
alienazione-separazione mette anche in evidenza il ca­
rattere assolutamente particolare dello strutturalismo
di Lacan. Se, infatti, nel concetto di alienazione si può
rintracciare il valore che lo strutturalismo assegna alla
struttura come ciò che etetodetermina e condiziona
l’essere del soggetto, con quello di separazione Lacan
introduce piuttosto la funzione propria del soggetto.
Nel movimento di separazione il soggetto può, in effet­
ti, singolarizzare il suo rapporto con l’universalità del
significante attraverso il prelievo nel campo dell’Altro
di un oggetto che non è della stessa natura del signifi­
cante e che consente al soggetto di separarsi dalla cate­

36 Cfr. S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi (nuova


serie di lezioni), cit., p. 212.
Jacques Lacan

na significante. La clinica psicoanalitica mostra effica­


cemente gli effetti dell’articolazione o della disarticola­
zione tra alienazione e separazione. Nella psicosi, per
esempio, il punto di disgiunzione tra il soggetto e FAl­
tro, costituito, appunto, dall’oggetto a si è definito de­
bolmente e, di conseguenza, il soggetto tende, più che a
separarsi dall’Altro tramite l’oggetto, a identificarsi con
l’oggetto stesso. Precisamente con l’oggetto del godi­
mento dell’Altro. In questo senso si può affermare che
nella psicosi l’alienazione non è coordinata al tempo
della separazione ma funziona a senso unico. Al contra­
rio, nella nevrosi l’oggetto si produce dall’intersezione
tra il soggetto e l’Altro e l’alienazione del soggetto nel
campo dell’Altro viene controbilanciata proprio dalla
separazione attraverso l’oggetto a dall’Altro. Questa
costruzione è ciò che anima il fantasma che, secondo
Lacan, è il modo con il quale il soggetto nella nevrosi
struttura il suo rapporto fondamentale con l’oggetto
perduto. Il fantasma è, in effetti, il modo con il quale
ciascun soggetto cerca di riassorbire il godimento per­
duto evitando così la castrazione imposta dalla legge
dell’Altro.

2.9 II concetto di discorso

Alla fine degli anni sessanta, nel Seminario XVII intito­


lato Lenvers de la psychanalyse, Lacan introduce nel
proprio insegnamento quei «quadripodi girevoli»
(«apparecchi a quattro zampe») che chiama «quattro
discorsi».’7
La nozione di “discorso” aggiunge rispetto alla
parola e al linguaggio una terza determinazione

17 Cfr. J. Lacan, Le séminaire. Livre XVII, cit.


L'inconscio strutturato come un linguaggio

possibile dell’ordine simbolico che rende imprati­


cabile l’identificazione di quest’ordine con il campo
del linguaggio tout court. Il concetto di discorso si
configura, infatti, nella produzione teorica di La­
can, come un terzo genere del simbolico rispetto a
quello della parola e del linguaggio. La categoria di
discorso non può infatti prescindere da quelle di
parola e di linguaggio ma rispetto a esse opera una
sorta di salto epistemologico poiché scavalca sia il
primato dialettico della parola (il discorso, scriverà
Lacan, è «senza parole»)/8 sia quello strutturalista
del linguaggio (non c’è, per Lacan, discorso senza
soggetto).
Si può pensare alla teoria dei discorsi come al mo­
do con il quale Lacan ha provato a riscrivere la meta-
psicologia di Freud depurandola però da ogni equi­
voco legato a una rappresentazione spaziale-immagi-
naria dell’apparato psichico. Una riscrittura che rom­
pe con l’ambiguità, ancora presente in Freud, dell’in­
conscio come contenitore psichico, dell’inconscio-
sacco, poiché il concetto di discorso - essendo per
Lacan il modo per definire il legame sociale stesso -
oltrepassa la distinzione schematica tra soggetto e og­
getto, interno ed esterno, dentro e fuori. Esso sgom­
bra in modo definitivo il campo del soggetto da una
concezione intimistica e interioristica dell’inconscio
che, come abbiamo visto, è uno dei motivi di critica
essenziali di Lacan a ogni forma di psicologizzazione
della teoria psicoanalitica.
La teoria dei discorsi è dunque uno sforzo per ri­
scrivere la metapsicologia freudiana tenendo però
conto di una rottura epistemologica netta con l’idea
dell’inconscio come interiorità psichica.

” Ivi, p. 11.
Jacques Lacan

Nella costruzione del concetto di discorso Lacan


punta a integrare in un solo luogo quello che dopo
Funzione e campo aveva sempre pensato in una for­
mula antinomica: ovvero il rapporto tra il significante
e il godimento. Questa integrazione non è più di tipo
dialettico perché implica al suo interno una differen­
za inassimilabile, un punto di perdita, di scarto. E
questa la novità profonda che compare con il concet­
to di discorso: pensare insieme, secondo la legge sin­
cronica della struttura, soggetto e struttura, godi­
mento e significante.
In effetti il concetto di discorso lega assieme sog­
getto e struttura. Non abolisce il soggetto nella
struttura (strutturalismo “classico”), né esalta il po­
tere di trascendenza del soggetto dimenticando la
dipendenza del soggetto stesso dalla struttura (esi­
stenzialismo “classico”). Nel concetto di discorso
sono riuniti logicamente soggetto e struttura secon­
do una prospettiva originale. Esiste un lato struttu­
rale del discorso che si esplica nella sua organizza­
zione topica (i luoghi sono invarianti), nella defini­
zione degli elementi ($, S,, S2, a), nella definizione
dell’impossibilità di relazione tra certi luoghi (come
quello della verità e della produzione) e, infine, nel­
la riduzione dei discorsi stessi a quattro (del Padro­
ne, dell’isterica, dell’Università e dell’analista). Ma
esiste altresì una variazione intrinseca degli elementi
del discorso che possono cambiare posto e dare così
luogo a un passaggio di discorso. Esiste, appunto,
una dinamica discorsiva.
Notiamo, dunque, una relazione complessa tra la
necessità dell’invarianza e la contingenza della va­
riazione; c’è un’invarianza della struttura, del di­
spositivo discorsivo e c’è altresì una possibilità con­
tinua di variazione dentro il dispositivo che può dar
L‘inconscio strutturato come un linguaggio

luogo a una variazione tra i discorsi, a un passaggio


di discorso.”
Dall’integrazione dialettica tra le leggi della parola e
le leggi del linguaggio in Funzione e campo e dalla loro
divaricazione oppositiva ne L’istanza della lettera, La­
can giunge con la nozione di discorso a pensare insie­
me il singolare della parola e l’universale del linguag­
gio. Nel concetto di discorso, infatti, il soggetto è sem­
pre presente (non c’è discorso senza soggetto) ma al
tempo stesso è costantemente preso nella struttura di­
scorsiva (il soggetto è un effetto di discorso).
La funzione della parola oltre a dipendere struttu­
ralmente dalle leggi del linguaggio, viene adesso
orientata dal discorso in cui si trova iscritta. E non
c’è, in fondo, parola possibile al di fuori del discorso.
Al di fuori del discorso c’è solo lo psicotico. Nondi­
meno, precisa Lacan, ogni discorso è «senza parole».
Questa predominanza del discorso sulla parola è sì un
modo per concepire la sovversione strutturalista del
soggetto dell’intenzionalità di matrice umanistico-fe-
nomenologica, ma è soprattutto un esito della rilettu­
ra lacaniana del Todestrieb freudiano. Perché la radice
senza parole del discorso rinvia proprio al silenzio
straniero della pulsione di morte che Freud accosta in
Al di là del principio di piacere.

19 Questa dinamica tra variazione e invarianza come


principio interno alla logica dei discorsi è il tema centrale
degli scritti di Louis Althusser sulla teoria dei discorsi. Si
tratta di alcune note, pubblicate postume, scritte a ridosso
del Seminario XVII di Lacan, destinate a un numero limita­
to di allievi, nelle quali Althusser abbozza i fondamenti di
una teoria dei discorsi (il discorso ideologico, dell'incon­
scio, della scienza e quello estetico) non del tutto estranea
a quella lacaniana (cfr. L. Althusser, Note sulla teoria dei
discorsi, in Id., Sulla psicoanalisi. Freud e Lacan, Raffaello
Cortina, Milano 1994).
Jacques Lacan

Se il discorso è un modo per formulare struttural­


mente il legame sociale, secondo Freud la legge fonda­
mentale del legame sociale, della cosiddetta Civiltà, è
quella della rinuncia pulsionale, della perdita di godi­
mento. La rinuncia pulsionale è infatti ima declinazio­
ne (sociale, discorsiva) dell’al di là del principio di pia­
cere. Ma questa rinuncia imposta dal programma della
Civiltà è anche ciò che la pulsione rifiuta. Il rifiuto del­
la perdita di godimento imposta dalla legge dell’Altro
innesca la ripetizione come movimento che - avendo
alla sua radice una sottrazione - punta a realizzare un
più di godimento. La sottrazione di godimento viene
così bilanciata da una spinta verso un supplemento di
godimento che compensi ciò che è stato sottratto.
Come ha fatto notare Miller, il concetto di discor­
so ha il merito di stringere insieme alienazione e se­
parazione. In questo consiste il progresso che esso
marca rispetto alle tesi del Seminario Xl.m II princi­
pio logico dell’alienazione supponeva infatti resi­
stenza dell’essere (dell’essere vivente, dell’essere del
godimento) che pativa dell’azione letale del signifi­
cante che, come tale, si specificava come un’azione
di rapina, di sottrazione di godimento in cambio di
un’iscrizione simbolica nel senso. La prospettiva in
cui si muove la teoria dei quattro discorsi è diversa
poiché lo sforzo di Lacan è congiungere ciò che sino
a quel momento aveva in modi diversi differenziato
e opposto: il significante e il godimento. La tesi che
anima il Seminario XVII è infatti quella per cui esiste
«una relazione primitiva tra il sapere e il godimen­
to», ovvero un’appartenenza reciproca tra l’essere
del godimento e l’essere del significante. Ma che co-

“ Cfr. J.-A. Miller, 1 sei paradigmi del godimento, in “La


Psicoanalisi”, n. 26, 1999, p. 33.
L’inconscio strutturato come un linguaggio

sa significa questa appartenenza? Significa un muta­


mento di prospettiva radicale rispetto alla teoria del­
l’alienazione significante codificata nel corso del Se­
minario XI: il significante non cancella più il godi­
mento ma vi inerisce originariamente. Questo com­
porta - è sempre Miller a farlo notare - una revisio­
ne totale della nozione di autonomia del simbolico,
una sorta di «abiura dell’autonomia del simboli­
co».41 Il significante non indica più la mortificazione
simbolica del soggetto ma si costituisce originaria­
mente in rapporto al godimento. Ne scaturisce l’idea
che è in seno alla stessa articolazione significante che
la ripetizione di godimento può manifestarsi. E la te­
si del «sapere come mezzo di godimento» che Lacan
colloca al centro della sua teoria dei quattro discorsi.
Non è più il sapere a desertificare l’essere del sogget­
to dal godimento, ma è il sapere stesso che risulta da
sempre intrecciato con il godimento.

■" Ivi, p. 39.


3. L’Edipo e l’al di là dell’Edipo

3.11 complessi familiari

Il primo testo in cui Lacan affronta compiutamente la


questione dell’Edipo è Les complexes familiaux dans
la formation de l’individu, del 1938. Di primo acchito,
Lacan introduce il testo facendo delle considerazioni
sui rapporti fra la natura e la cultura per quanto ri­
guarda la famiglia umana. Lo fa per mettere in risalto
ciò che è specifico dell’uomo come tale e non per sot­
tolineare i fondamenti naturali e biologici che sono
eventualmente equivalenti per l’uomo come per l’ani­
male. Il regno animale infatti è ricco di esempi in cui
gli adulti si adoperano per assicurare lo sviluppo del­
la prole. Ora, per Lacan, tutto ciò non è sufficiente
per situare la famiglia propriamente umana.
Sulla scia della lettura hegeliana che mette in luce il
raffinamento proprio dell’essere umano rispetto al­
l’animale, la cultura è il nome che Lacan dà a ciò che
trascende la natura, ciò per cui i bisogni umani acqui­
stano una mobilità e ciò per cui i suoi modi di soddi­
sfarli si particolarizzano.
Ecco situati i complessi familiari in un quadro so­
ciologico; non a caso nel testo lacaniano si fa riferi­
mento a Durkheim, il padre della sociologia francese.
Ma Lacan non si ferma alla lezione sociologica poiché
al di là della sociologia si delinea una sequenza che
coniuga, da un lato, il sociale con lo sviluppo del
bambino e, dall’altro, il conscio con l’inconscio.
L'Edipo e l'al di là dell’Edipo

I complessi familiari prendono forma in tre scan­


sioni: il complesso di svezzamento, il complesso d’in­
trusione e il complesso di Edipo. Il complesso di svez­
zamento mette in gioco il rapporto primario e pri­
mordiale tra il bambino e la madre. Il complesso d’in­
trusione mette in gioco il rapporto tra il bambino e il
proprio simile, simile che funziona come un doppio o
come un rivale. Il complesso di Edipo coinvolge il
bambino e coloro che sostengono le funzioni materna
e patema in quella triangolazione in cui il bambino
troverà le modalità appropriate che regolano la sua
sessualità e l’emergenza del suo desiderio.
Così facendo Lacan collega i due versanti della teo­
ria analitica. Il primo è quello della metapsicologia, in
quanto dottrina del funzionamento psichico, centra­
to sull’io e sulla sua costituzione. Il secondo è il ver­
sante dei complessi: in questo registro la madre, che è
una madre che precede dal punto di vista logico ma
non temporale il complesso di Edipo, è elevata al ran­
go di oggetto di un godimento primordiale. Il padre
freudiano è introdotto con il complesso di Edipo co­
me colui che limita e regola il rapporto che intercorre
tra il bambino e la madre.
Oltre allo spostamento di accento dalla natura alla
cultura, i complessi familiari sono all’origine dell’arti­
colazione tra il conscio e l’inconscio:

Abbiamo definito il complesso in un senso molto vario


che non esclude che il soggetto abbia coscienza di ciò
che esso rappresenta. Ma fu definito da Freud soprat­
tutto come fattore essenzialmente inconscio. In effetti
colpisce la sua unità da questo punto di vista, laddove
si rivela come la causa di effetti psichici non governati
dalla coscienza: atti mancati, sogni, sintomi. Questi ef­
fetti hanno caratteri talmente distinti e contingenti che
obbligano ad ammettere come elemento fondamentale
Jacques Lacan

del complesso questa entità paradossale: una rappre­


sentazione inconscia.1

3.2 II tempo della struttura

I complessi familiari sono articolati con una partico­


larità che sarà un dato imprescindibile della psicoa­
nalisi secondo Lacan, e che corregge la lettura diacro-
nico-evolutiva dei postfreudiani. Questa particolarità
consiste nel mettere l’accento sulla sincronia che è il
tempo tipico della struttura. A partire da questa pro­
spettiva le fasi dello sviluppo del bambino non sono
lette unicamente con il parametro del tempo dello
sviluppo, che è un tempo lineare, ma attraverso il
tempo sincronico. Da questo punto di vista esse tro­
vano senso solo a partire dall’Edipo.
Questa notazione è importante perché situa due
aspetti che rimarranno essenziali nella lettura lacania­
na dell’esperienza freudiana. In primo luogo essa vuol
dire che l’Edipo non si colloca cronologicamente do­
po gli altri complessi, ma che è concomitante con la
venuta stessa del bambino al mondo. Il bambino non
entra nel mondo dell’umano dopo aver attraversato
stati presimbolici poiché egli è uomo solo e unicamen­
te essendo incluso da sempre nel campo del simboli­
co. In secondo luogo vuol dire che il campo del sim­
bolico è strutturalmente messo in funzione dall’Edi­
po: anzi, possiamo dire che, per Lacan, l’Edipo e il
campo del simbolico coincidono. L’Edipo quindi è
operante non già a partire da un momento determina­
to dello sviluppo, ma da sempre, essendo sincronica-
mente correlato all’istituzione del soggetto.

1J. Lacan, Les complexes familiaux dans la formation de


l’individu, Navarin, Paris 1984, p. 24.
EEdipo e l’al di là dell’Edipo

A questo riguardo Lacan precisa che gli stadi pree­


dipici «non sono inesistenti, ma [sono] analiticamen­
te impensabili»2 proprio perché, per pensarli, è ne­
cessario il funzionamento del simbolico, e quindi del-
l’Edipo. Ciò non toglie, d’altra parte, che invece pos­
sano essere analiticamente pensati gli stadi dello svi­
luppo del bambino, stadi che non sono preedipici ma
pregenitali, stadi che «ricevono il proprio ordina­
mento in funzione della retroazione dell’Edipo»?
Questa retroazione è alla base di quella temporalità
particolare che è in funzione nella causalità psichica
di cui parla ripetutamente Freud con il termine di
Nachtrdglichkeil ed è tradotta da Lacan sotto il termi­
ne di après coup.
In definitiva quindi l’Edipo, in quanto istanza che
equivale al campo del simbolico, non si esaurisce nel­
la funzione di presiedere il processo evolutivo dell’io
- sebbene ne sia all’origine - poiché l’Edipo e il sog­
getto, da intendersi come il soggetto dell’inconscio,
sono essenzialmente concomitanti.
Lacan assegna dunque all’Edipo la forza di struttu­
rare il mondo umano. L’Edipo è il principio normati­
vo fondamentale e universale, la legge primordiale
che sovrappone il regno della cultura al regno della
natura. Legge che acquista nella proibizione dell’in­
cesto valore particolare di cardine per ogni soggetto.
Lacan annoda così i due versanti strutturali dell’E­
dipo: da un lato l’Edipo consiste in quel simbolico
che rende umano il mondo degli uomini e, dall’altro,
stabilisce una limitazione radicale del godimento che
si riassume nella proibizione dell’incesto. Ma, diver­
samente da Lévi-Strauss, questa proibizione non è

2 J. Lacan, Una questione preliminare, pp. 550-501.


' lbid.
Jacques Lacan

solo il fondamento della comunità umana, ma il fon­


damento della soggettività umana, poiché è la matrice
dell’emergenza del soggetto dell’inconscio. Infatti,
barrando l’accesso a un soddisfacimento primordiale
seppur mitico, l’Edipo lega inseparabilmente la legge
- paradigmaticamente simboleggiata nella proibizio­
ne dell’incesto - con il desiderio - che è paradigmati­
camente il desiderio inconscio verso la Cosa pulsio-
nale simboleggiata dalla madre.
Come abbiamo visto, secondo Lacan, l’Edipo co­
niuga da un lato l’universale - che è l’universale del
simbolico - con il particolare - che è il particolare del
godimento - e dall’altro il tempo della struttura - che
è il tempo sincronico della simultaneità - con il tem­
po dello sviluppo - che è il tempo diacronico della
storia personale.

3.3 II desiderio inconscio

L’Edipo presenta quindi due facce: una si riassume


nel fatto che il mondo dell’umano è strutturato dal­
l’ordine simbolico, l’altra nel fatto che il mondo
umano comporta per ciascuno, individualmente,
una perdita di godimento. Perdita di godimento
della Cosa, simboleggiata primariamente nella ma­
dre quale oggetto del godimento interdetto. Perdita
di godimento che è essenziale per istituire la dimen­
sione del desiderio, precisamente del desiderio in­
conscio.
Tra i due versanti dell’Edipo c’è un preciso anno­
damento: il simbolico, come tale, comporta un annul­
lamento del godimento - hegelianamente, il simbolo
è l’uccisione della Cosa - e, d’altra parte, questo an­
nullamento del godimento è una conseguenza dell’i-
L’Edipo e l'al di là dell’Edipo

scrizione dell’uomo nel simbolico. Il risultato di que­


sta operazione è l’emergenza e l’insistenza del deside­
rio inconscio:

Così il simbolo si manifesta in primo luogo come uccisio­


ne della cosa, e questa morte costituisce nel soggetto l’e-
temizzazione del suo desiderio.'1

Lacan sottolinea dunque che la teoria freudiana situa


in questo annodamento non solo la mortificazione che
l’uomo subisce dal simbolico, ma sottolinea che in esso
risiede la chiave di accesso a quella dimensione essen­
zialmente umana che è il desiderio. È solo grazie a que­
sto intreccio che l’essere umano è desiderante.
Lacan annoda dunque i due versanti dell’Edipo, da
un lato facendo riferimento al simbolico così come
Hegel l’aveva formulato, simbolico che sarà da lui ri­
preso e articolato al linguaggio secondo la lettura
strutturalista di Saussure e, dall’altro, facendo riferi­
mento alla proibizione dell’incesto così come Lévi-
Strauss lo articola nell’antropologia strutturale nelle
strutture elementari della parentela reintroducendo
però in posizione centrale il soggetto, il soggetto del­
l’inconscio.

È questo appunto ciò in cui il complesso di Edipo, nella


misura in cui lo riconosciamo come quello che sempre
copre con la sua significazione l’intero campo della no­
stra esperienza, sarà detto, nel nostro discorso, segnare i
limiti che la nostra disciplina assegna alla soggettività: va­
le a dire, ciò che il soggetto può conoscere della sua par­
tecipazione inconscia al movimento delle strutture com­
plesse dell’alleanza, verificando nella sua esistenza parti­
colare gli effetti simbolici del movimento tangenziale

1J. Lacan, Funzione e campo, cit., p. 313.


Jacques Lacan

verso l'incesto, che si manifesta a partire dall’avvento di


una comunità universale.
La Legge primordiale è dunque quella che regolando
l'alleanza sovrappone il regno della cultura al regno della
natura, in balia della legge dell’accoppiamento [...].
Questa legge si lascia dunque riconoscere a sufficienza
come identica a un ordine di linguaggio. Nessun potere
infatti, senza le nominazioni della parentela, è in grado
d’istituire l’ordine delle preferenze e dei tabù che anno­
dano e intrecciano attraverso le generazioni il filo delle
discendenze.5

L’inconscio si presenta, al pari della linguistica, come


un insieme strutturato da regole ma, diversamente da
essa, in questo insieme non si ha a che fare unicamen­
te con una dimensione sociale né con una dimensione
storica, poiché l'ottica psicoanalitica include una di­
mensione familiare e personale imprescindibile per il
soggetto e a lui particolare, che Lacan chiama «di­
scorso concreto».6
Questo discorso concreto è, d’altra parte, presente
anche in quell’apporto che Lacan mutua da Lévi-
Strauss circa le scoperte che forniscono la struttura
simbolica dell’Edipo nella misura in cui esso comporta
la legge che proibisce l’incesto. Nell’ottica psicoanaliti­
ca l’Edipo non si limita alle regole convenzionali su cui
si basa l’interdizione dell’incesto, poiché, ben più im­
portante delle regole codificate della parentela, l’Edi­
po analitico introduce l’interazione concreta, rispetto
al bambino, tra la funzione materna e quella patema.
In questo modo Lacan sottolinea il valore universa­
le dell’Edipo. Ma la sua universalità non deve far di­
menticare che esso si incarna in una situazione parti-

’ Ivi, p. 270.
6 Ivi, p. 252.
EEdipo e l’al di là dell'Edipo

colare in cui entrano in gioco, oltre al bambino, alme­


no altri due personaggi che rispondono alla funzione
della madre e a quella del padre.
Vediamo come Lacan legge l’Edipo freudiano nella
situazione in cui l’Edipo investe concretamente il
bambino che viene al mondo.

3.4 Le imago

Se l’Edipo coniuga l’universale del simbolico con il


particolare di un godimento interdetto, qual è l’ele­
mento che fa da giunzione tra questi due versanti? È
la funzione patema. Essa lega infatti la supremazia
del campo del simbolico con la perdita di godimento.

Anche se rappresentata da una sola persona, la funzione


paterna concentra in sé relazioni immaginarie e reali,
sempre più o meno inadeguate alla relazione simbolica
che la costituisce essenzialmente.7

Lacan scinde così la funzione patema consideran­


dola da una parte come relativa al mondo della
realtà quotidiana e delle sue implicazioni immagina­
rie, e dall’altra come relativa alla struttura fonda­
mentale dell’uomo e cioè dell’ordine simbolico.
Ora, a costituire il nerbo della funzione patema non
è rimmaginario ma il simbolico, che fa sì che un es­
sere umano possa dirsi padre per un altro essere
umano. E quindi se la funzione patema s’incama
per ogni essere che viene al mondo più o meno bene
in una persona concreta, in un genitore concreto o
in un padre putativo concreto, essa tuttavia trascen-

7 Ivi, p. 271.
Jacques Lacan

de sempre la singola persona poiché il proprio sup­


porto è il simbolico in quanto tale.
È pur vero che Lacan non reperisce immediata­
mente in un elemento puramente simbolico l’ope­
ratore strutturale della funzione patema, poiché in
un primo tempo ricorrerà all’immagine. Non si
tratta di un’immagine qualunque, ma di un’imma­
gine del proprio simile con un ruolo attivo e strut­
turante. A questo proposito egli ricorre a un termi­
ne freudiano - imago - che arricchisce con il con­
cetto gestaltico promosso dalla psicologia e dalla
fenomenologia, e che è un misto d’immaginario e di
simbolico, essendo le imago immagini già assunte
nell’ordine simbolico, capaci quindi di un’«effica-
cia simbolica».8
Nella strutturazione della personalità Lacan repe­
risce nell’imago materna e paterna ciò che marca l’i­
deale dell’io e il Super-io. Egli assegna tuttavia all’z-
mago patema la capacità di concentrare su di sé sia
la funzione della repressione sia quella della subli­
mazione:

Viniago del padre, nella misura che predomina, polarizza


nei due sessi le forme più perfette dell’ideale dell’io.’

Successivamente, nella misura in cui giunge a precisa­


re il valore della supremazia dell’ordine simbolico
sull’immaginario e, progressivamente, a distaccare
dall’immaginario il reale del godimento, Lacan preci­
serà per la figura della madre e per quella del padre la
funzione che occupano rispetto alla struttura, alla
struttura che è l’inconscio.

fi J. Lacan, Lo stadio dello specchio, cit., p. 89.


’ J. Lacan, Les complexes familiaux, cit. p. 65.
L’Edipo e l’al di là dell’Edipo

3.5 La triade più uno

Com e noto l’Edipo freudiano comprende tre perso­


naggi: il bambino, la madre e il padre. Secondo Lacan
invece è composto, da quattro personaggi, o meglio da
quattro elementi così da valorizzare l’aspetto struttura­
le. Anzi, per essere esatti, tre elementi più uno. «Se cer­
chiamo di situare entro uno schema ciò che tiene in pie­
di la concezione freudiana del complesso di Edipo, ve­
diamo che non si tratta di un triangolo padre-madre-
bambino, ma di un triangolo (padre)-fallo-madre-bam-
bino.» I tre elementi originari non sono dunque bambi­
no, madre e padre, ma piuttosto fallo, madre e bambi­
no. «Dove il padre qui dentro?», si domanda Lacan. E
ri risponde: «È nell’anello che fa tenere insieme tut­
to». 10 II padre ha quindi la funzione di più uno che tiene
insieme la triade primordiale fallo-madre-bambino. Si
tratta di un'alterità diversa da quella immaginaria: la
funzione patema incarna infatti un’alterità simbolica.
Prendiamo questi elementi uno per uno. La figura
della madre mantiene sempre nell’insegnamento di
Lacan la funzione di rappresentare nell’inconscio il
primo Altro per il soggetto, quell’ «Altro reale, iscritta
nel simbolico sotto il significante dell’oggetto primor­
diale, esterno primo rispetto al soggetto, che in Freud
porta il nome di das Ding»." Facendo quindi riferi­
mento a Freud, Lacan ricorda che la madre rappresen­
ta quel «Sommo Bene, che è das Ding», la Cosa, «l’og­
getto dell’incesto [che] è un bene interdetto», e che è
l’unico bene, poiché «non c’è altro bene».12

lu J. Lacan, Il seminario. Libro 111, cit., p. 377.


11 J.-A. Miller, Tavola commentata delle rappresentazioni
grafiche, in J. Lacan, Scritti, cit., p. 913.
12 J. Lacan, Il seminario. Libro Vii. L’etica della psicoana­
lisi, 1959-1960, trad. it. Einaudi, Torino 1994, p. 87.
Jacques Lacan

Il padre - che è questo più uno che Lacan scrive tra


parentesi - è l’indice che il campo in cui nasce il bam­
bino è un campo simbolico ed è in esso che il bambino
dovrà sviluppare le sue pulsioni verso gli oggetti libidi­
ci, primo fra tutti, la madre, come oggetto primordiale
del godimento proibito, come oggetto dell’incesto.
A questo punto del suo insegnamento, per quanto
riguarda la funzione patema, Lacan fa ricorso a un
elemento simbolico. Il Nome-del-Padre è il signifi­
cante che designa la funzione patema nel suo valore
puramente simbolico:

È nel Nome-del-Padre che dobbiamo riconoscere il sup­


porto della Funzione simbolica, che dal sorgere dei tempi
storici identifica la propria persona con la figura della
legge."

Lacan stesso nota che l’espressione ha un ruolo cru­


ciale nella religione e nei miti, dove, infatti, viene
sempre distinta la funzione patema sul suo versante
simbolico dalla funzione del genitore e

l’attribuzione della procreazione al padre può soltanto


essere effetto di un puro significante, di un riconosci­
mento non del padre reale ma di ciò che la religione ci ha
insegnato a invocare come Nome-del-Padre."

ilfallo

In che cosa consiste e qual è la funzione dell’elemento


dimenticato nella triade freudiana, il fallo? Sebbene
non presente nella triade, il fallo è un elemento tipica-

*’ J. Lacan, Funzione e campo, cit., p. 271.


H J. Lacan, Una questione preliminare, cit., p. 552.
L’Edipo e l’al di là dell’Edipo

mente freudiano. Anzi, è l’elemento più discusso e


più incompreso nella teoria freudiana.
Per coglierne il significato, secondo Lacan, bisogna
fare riferimento alle tre dimensioni necessarie per
leggere l’esperienza psicoanalitica: l’immaginario, il
simbolico e il reale. Queste permettono di dispiegare
l’Edipo in tutta la sua ricchezza, tanto che per ogni
bambino che viene al mondo, la tema con cui egli do­
vrà fare i conti - fallo-madre-padre - si moltiplica
nelle tre dimensioni. In altri termini: una cosa è il fal­
lo in quanto reale, un’altra è il fallo in quanto immagi­
nario e un’altra ancora in quanto simbolico. La stessa
cosa vale per la madre e per il padre che occupano
per il bambino una funzione diversa a seconda del li­
vello immaginario, simbolico o reale in cui si situano.
Ora, in Freud, il fallo ha precisi connotati: centra­
le per i due sessi - il cosiddetto primato fallico - tan­
to che «l’antitesi fra i sessi non è data [...] dal con­
trasto tra maschile e femminile, bensì da quello tra il
possedere il pene e l’essere evirati»,1’ esso è rappre­
sentato dal solo genitale maschile, anche se si pre­
senterà là dove non c’è, come capita ai bambini che
lo attribuiscono «alle donne rispettabili [...], come
per esempio la propria madre».* 16 Ecco quindi ciò
che caratterizza il fallo: il fatto che l’essere umano ce
l’ha oppure non ce l’ha, ma - e questo è l’elemento
da sottolineare - esso ha valore operativo anche
quando non c’è.
Che cosa funziona nel binario di assenza e presenza
essendo operativo anche quando non c’è? Risposta: il
significante. Esso ha, infatti, la proprietà di far esiste-

” S. Freud, Autobiografia, in Opere, cit., voi. X, p. 195.


16 S. Freud, ^organizzazione genitale infantile, in Opere,
dt., voi. IX, p. 599.
Jacques Lacan

re nel discorso ciò che non esiste nella realtà. Il fallo


non è quindi il pene. Bisogna distinguere con cura

il pene, in quanto organo reale con delle funzioni defini­


bili tramite certe coordinate reali, dal fallo nella sua fun­
zione immaginaria.17

Nella funzione immaginaria il fallo è quell’oggetto


immaginario di cui la madre è mancante: è l’oggetto
immaginario del suo desiderio. Ma nella sua funzione
simbolica il fallo è «un significante»,18 il significante
correlato con la funzione patema.
Lacan deduce da Freud il posto centrale del fallo
nell’economia libidica del soggetto. Ma, partendo dai
dati clinici freudiani, egli dimostra che il primato del
fallo non è il primato del pene in quanto organo.
Piuttosto la centralità del fallo è giustificabile solo a
partire dall’operazione di significantizzazione effet­
tuata sull’organo - che egli chiama nel testo La signi­
ficazione delfallo «il significabile»” - per contempo­
raneamente rimuoverlo ed elevarlo - Lacan utilizza
qui il termine hegeliano di Aufhebung - alla dignità di
significante il cui significato è il desiderio, sostenen­
do in tal modo la sua duplice funzione immaginaria e
simbolica nell’economia soggettiva.
Tramite quindi la triade immaginario-simbolico-
reale Lacan riordina questo e altri punti oscuri della
teoria freudiana, all’origine di tanti equivoci e recri­
minazioni. In realtà anche a Lacan richiese tempo la
collocazione di questo elemento che è il fallo, che da

17 J. Lacan, il seminario. Libro IV. La relazione d’oggetto,


1956-1957, trad. it. Einaudi, Torino 1996, p. 27.
J. Lacan, La significazione del fallo, in Scritti, cit.,
p. 687.
Ivi, p. 686.
L'Edipo e l’al di là dell’Edipo

un lato è direttamente articolato con la madre, poiché


la sua natura si rivela nella «mancanza di pene della
madre*2*1 e, dall’altro, con il padre poiché è una signi­
ficazione correlata con la funzione patema.
La funzione del fallo è, di per sé, una funzione im­
maginaria, ma, in realtà, è doppiata da un’altra fun­
zione, una funzione simbolica, che introduce l’essere
umano nella dialettica del desiderio.
Tuttavia Lacan non arriva subito a risolvere il rebus
del fallo tramite la triade immaginario-simbolico-reale.
In effetti il primo tempo del suo insegnamento è basa­
to sui poteri della parola. Il bambino che viene al mon­
do ha un desiderio fondamentale: quello di essere rico­
nosciuto. La funzione patema, in questo contesto, è
quella di offrire tale riconoscimento. La psicoanalisi
stessa è vista nella medesima logica: in quel constesto
la fine dell’analisi coincide con l’avvento del soggetto
alla propria identità, attraverso la mediazione dell’ana­
lista che funziona per il soggetto come l’Altro del rico­
noscimento intersoggettivo. Ora, ciò che non appare,
in questa logica, è la libido freudiana. E così non appa­
re neppure quello che è l’unico simbolo della libido
freudiana, il fallo. Quindi nel primo tempo dell’inse­
gnamento di Lacan non appare neppure la correlazio­
ne tra la funzione fallica e la funzione patema.

La diade originaria

Per arrivare a comprendere il ruolo della funzione


fallica e della funzione patema nell’Edipo dobbiamo
partire dalla diade madre-bambino, presentandola in
uno sviluppo ipoteticamente disgiunto dal fatto che*

20 J. Lacan, La scienza e la verità, cit., p. 882.


Jacques Lacan

nell’uomo non ce sviluppo senza il simbolico. Que­


sta diade quindi non è solo immaginaria perché la
coppia madre-bambino è in un rapporto duale, ma è
anche una finzione poiché non si dà rapporto madre­
bambino se non in un certo qual modo già inscritto
nell’ordine simbolico.
Il rapporto madre-bambino, «effettivamente fonda­
mentale», è il modello di ogni relazione immaginaria.
Ora, «questo rapporto è indubbiamente atto a dare l’i­
dea che si tratti di una relazione reale».21 E Lacan sot­
tolinea che questo è il punto in cui la teoria della psi­
coanalisi postfreudiana, non avendo a disposizione la
possibilità di precisare di che tipo di relazione si tratti,
ha inteso la relazione madre-bambino come se fosse
reale, quando invece è una relazione immaginaria.
Il fatto che venga definita immaginaria non vuol di­
re che si tratta di una relazione illusoria: immaginario
in Lacan vuol dire che tra i due, la madre e il bambi­
no, c’è una relazione speculare, sicuramente viva sul
lato affettivo, relazione che può essere positiva o ne­
gativa, ma che è, per utilizzare una terminologia he­
geliana, mancante di dialettica, ovvero che è incapace
di far circolare quel desiderio scoperto da Freud che
non si esaurisce nel rapporto di reciprocità speculare.
Perché ci sia circolazione ci vuole un terzo termine.

La triade

Freud aveva individuato nel padre questo terzo neces­


sario. Lacan invece lo identifica nel fallo, il cui prima­
to è operante nei due sessi fin dalla nascita. Ciò porta
Lacan a criticare quelle teorie psicoanalitiche che cer-

21J. Lacan, Il seminario. Libro IV, cit., p. 25.


EEdipo e Val di là dell’Edipo

cano di ridurre la situazione analitica a essere solo lo


sviluppo ben riformulato e compiuto delle relazioni
immaginarie, e quindi duali, tra madre e bambino.
La diade madre-bambino viene trasformata da La­
can in una triade che implica il fallo.

Freud ci dice che nel novero delle mancanze di oggetto


essenziali, la donna ha quella del fallo e che questo ha
uno strettissimo rapporto con la sua relazione con il
bambino. Per una semplice ragione: se la donna trova nel
bambino un soddisfacimento è precisamente nella misu­
ra in cui trova in lui qualcosa che calma in lei, più o meno
bene, il bisogno del fallo, che lo satura.2223

Saturazione fortunatamente incompleta, sia per la


madre la cui mancanza, nonostante il bambino, rima­
ne incolmabile - mancanza che sarà alla base del fatto
che la madre rimarrà sempre inappagata -, sia per il
bambino che nonostante si proponga «egli stesso co­
me l’oggetto che [...] colma»2’ la madre, rimane, e
fortunatamente, ben al di qua di questo immane
compito. Abbiamo qui lo schema per cui il bambino,
nella sua identificazione con l’oggetto immaginario
che manca alla madre, simboleggiato nel fallo, cerca
di terapeutizzare la madre rispetto alla sua mancanza
e si offre a lenire il suo desiderio radicalmente insod­
disfatto.
Lacan conia, per il fallo, la defmizione paradossale
di significante immaginario: in quanto immaginario il
fallo è al centro della dialettica identificatoria che
coinvolge oltre al bambino, l’Altro, nelle sue vesti
materne e paterne. Ma, nella sua funzione immagina­
ria, il fallo è il

22 Ivi, p. 71.
23 Ivi, p. 191.
Jacques Lacan

perno del processo simbolico che compie nei due sessi la


messa in questione del sesso da parte del complesso di
castrazione?4

Il fallo è dunque il nome dato, nella teoria freudiana,


a ciò che coordina due sistemi apparentemente agli
antipodi ma che la pratica analitica mostra stretta-
mente collegati: si tratta, da un lato, del corpo pulsio-
nale e, dall’altro, della macchina significante, del
mondo simbolico. Ora, sul versante simbolico

il fallo è un significante, un significante la cui funzione,


nell’economia intrasoggettiva dell’analisi, solleva forse il
velo della funzione che occupava nei misteri. Perché è il
significante destinato a designare nel loro insieme gli ef­
fetti di significato, in quanto il significante li condiziona
per la sua presenza di significante?5

A questo punto Lacan esamina gli effetti di questa pre­


senza. È la presenza del significante a far subire ai biso­
gni umani una deviazione. Il bambino infatti, in preda
ai suoi bisogni primari, è preso in carico dal mondo
simbolico: la madre, ascoltando il suo grido di biso­
gno, lo trasforma in un significante, in un significante
della domanda. Domanda che non condurrà più uni­
camente al bisogno che pur l’ha suscitata, poiché

in se stessa la domanda verte su altro che non sulle soddi­


sfazioni che chiede. Essa è domanda di una presenza o di
un’assenza. Ciò è manifestato dalla relazione primordiale
con la madre, in quanto gravida di quell'Altro che va si­
tuato aldiqua dei bisogni che può colmare. Essa lo costi­
tuisce già come avente il “privilegio” di soddisfare i biso-

24 J. Lacan, Una questione preliminare, cit., p. 551.


25 J. Lacan, La significazione del fallo, cit., p. 687.
LEdipo e l’al di là dell’Edipo

gni, cioè il potere di privarli della sola cosa da cui sono


soddisfatti. Questo privilegio dell’Altro disegna così la
forma radicale del dono di ciò che non ha, cioè quel che
si chiama il suo amore.26

Sul bisogno viene quindi effettuata la stessa operazio­


ne di significantizzazione che aveva tramutato il fallo
in significante. Questa operazione va dal bisogno co­
me significabile al significante della domanda. Ma la
domanda non concernerà più solo l’oggetto del biso­
gno, oggetto richiesto alla madre - che Lacan chiama
simbolica poiché risponde, come la madre del bambi­
no del rocchetto freudiano, al Fort-Da del bambino
con la sua presenza e con la sua assenza -, poiché la
domanda è sempre domanda di un dono: al di là del­
l’oggetto è l’amore che il bambino domanda alla ma­
dre, che è, per il bambino, un'«onnipotenza».2728
Quindi l’oggetto del bisogno, nel campo del simboli­
co, varrà ormai e per sempre come segno dell’amore
della madre. Per questo ogni domanda è domanda di
amore. In questo contesto

il desiderio non è nc l’appetito della soddisfazione né la


domanda d’amore, ma la differenza che risulta dalla sot­
trazione del primo dalla seconda, il fenomeno stesso deh
la loro scissione (Spaltun^ì.2t

Il quarto

Anche se rappresentata da una sola persona, la funzione


patema concentra in sé relazioni immaginarie e reali,

26 Ivi, p. 688.
27 J. Lacan, Il seminario. Libro IV, cit., p. 70.
28 J. Lacan, La significatone del fallo, cit., p. 688.
Jacques Lacan

sempre più o meno inadeguate alla relazione simbolica


che la costituisce essenzialmente.24

Come abbiamo visto il padre non è il terzo elemento


dell’Edipo, ma il quarto: è l’anello che tiene insieme
tutti gli elementi in gioco. In che modo il padre svolge
questa funzione? La svolge poiché, sul suo versante
simbolico, coincide con il simbolico stesso. In questo
senso si può affermare che il padre dell’uomo è la paro­
la. Seguendo la riformulazione che Lacan farà del pro­
prio insegnamento, in cui passerà dalle leggi della paro­
la alle leggi del linguaggio, diremo che il padre dell’uo­
mo è il significante, in altri termini che il padre dell’uo­
mo è il simbolico stesso. Poiché il padre, il padre sim­
bolico, è operante proprio perché assente nella realtà.
«Il padre simbolico non è da nessuna parte. Non
interviene da nessuna parte. La prova la troviamo
nell’opera stessa di Freud.»10 E precisamente in To­
tem e tabù, che è

nient’altro che un mito moderno, un mito per esplicitare


ciò che rimaneva aperto nella sua dottrina, ossia - Dove
sta il padre? Basta leggere Totem e tabù [...] per accor­
gersi che, se non fosse come vi dico, vale a dire un mito,
sarebbe assolutamente assurdo. Totem e tabù è fatto per
dirci che, perché sussistano dei padri, bisogna che il vero
padre, l’unico padre, il padre unico, sia prima della sto­
ria, e che sia il padre morto. Ancora di più - che sia il pa­
dre ucciso.* 11

Lacan individua la funzione patema simbolica nella


raffigurazione freudiana del padre che è operante pro­

24 J. Lacan, Funzione e campo, cit., p. 271.


111J. Lacan, U seminario. Libro IV, cit., p. 228.
11 Ibid.
L’Edipo e l’al di là dell’Edipo

prio perché morto, proprio perché è solo simbolo.


H padre morto funziona come un significante: egli
funziona anche quando non c’è nella realtà. Il padre sim­
bolico è equivalente al significante del Nome-del-Padre.
Tuttavia, se la funzione patema si radica nel padre
simbolico, essa non interviene nella dialettica edipica

se non tramite il padre reale, il quale giunge in un mo­


mento qualsiasi a ricoprirne il ruolo e la funzione, per­
mettendo di vivificare la relazione immaginaria fornen­
dogli la sua nuova dimensione.3233
Il padre simbolico è una necessità della costruzione sim­
bolica che non possiamo situare se non in un al di là, direi
quasi una trascendenza, comunque come un termine
che, ve l’ho indicato per inciso, non è raggiunto se non
tramite una costruzione mitica.”

Oltre il padre simbolico, che è dunque riconducibile


al puro significante, bisogna situare, rispetto alla fun­
zione paterna, il padre immaginario e il padre reale.

Abbiamo sempre a che fare con il padre immaginario. È


a lui che più comunemente fa riferimento tutta la dialetti­
ca, quella dell’aggressività, quella dell’identificazione,
quella dell’idealizzazione tramite cui il soggetto accede
all’identificazione con il padre. Tutto ciò avviene a livello
del padre immaginario. Lo chiamiamo immaginario an­
che perché è integrato alla relazione immaginaria che
forma il supporto psicologico delle relazioni con il simile
[...]. È il padre spaventoso che conosciamo alla base di
tante esperienze nevrotiche e che non ha assolutamente,
in maniera necessaria, nessuna relazione con il padre rea­
le del bambino.3'1

32 Ibid.
33 Ivi, p. 258.
M Ibid.
Jacques Lacan

La funzione patema s’incarna, infatti, nel padre reale.


Però, perché il padre reale possa intervenire, bisogna
che si appoggi sulla funzione patema simbolica. 11 pa­
dre è colui che s’intromette nella relazione tra la ma­
dre e il bambino e si presenta alla madre come deten­
tore del pene reale, in altri termini come colui che
può offrirle ciò che la completa o almeno ciò che le
permetterà ancora di desiderare al di là del bambino.
Concretamente, egli ricopre quindi una doppia
funzione: nei confronti della donna indicandole che
la soluzione di essere madre non risolve del tutto la
questione della sua femminilità, poiché, non esauren­
dosi nell’equazione freudiana bambino = pene, la sua
mancanza tipicamente femminile richiede una solu­
zione diversa, veramente “altra”, rispetto a quella di
completare la sua mancanza con il sostituto del pene.
Ma ricopre anche e soprattutto una funzione nei
confronti del bambino, poiché il padre reale è l’agen­
te della castrazione, di quell’operazione che introdu­
ce nel bambino la dimensione del desiderio. In quan­
to agente della castrazione, il padre reale è colui che,
per il bambino, detiene il pene e possiede la madre.
Sebbene per il bambino resti comunque difficile co­
gliere il padre nella sua realtà - «facciamo una grande
fatica ad apprendere quanto vi è di più reale intorno a
noi, vale a dire gli esseri umani così come sono»” - a
causa dell’interferenza del versante immaginario del­
la funzione patema, che prende forma nei fantasmi e
a causa della necessità della relazione simbolica. La
funzione patema s’incama quindi nel padre reale.
«È al padre reale che viene effettivamente rimessa la
funzione emergente nel complesso di castrazione.»3*33 *

33 Ivi, p. 239.
^Ibia.
IdEdipo e l’al di là dell’Edipo

È il padre reale l’operatore strutturale della ca­


strazione, in altri termini di quell’operazione che
contemporaneamente introduce il bambino nella
dimensione del desiderio separandolo radicalmen­
te dal godimento rappresentato dalla madre e, d’al­
tra parte, sottolinea quella parte della femminilità
che non si esaurisce per la donna nel fatto di essere
madre.

3.6 La metafora patema

Tuttavia l’intervento del padre reale richiede una con­


dizione precisa: che egli abbia la possibilità stessa di
intervenire. Possibilità che gli è data solo dalla condi­
zione che la relazione madre-bambino, già iscritta nel
campo umano del simbolico, sia suscettibile di inte­
grare validamente la funzione fallica. Questa integra­
zione è un effetto dell’operazione che Lacan chiama
della metafora patema. Il che vuol dire che il rapporto
fallo-madre-bambino, la sua riuscita o il suo scacco, la
sua normalità o la sua patologia, è direttamente corre­
lato con la riuscita o lo scacco della metafora paterna.
Ma che cosa intende Lacan per metafora patema?
Tocchiamo qui l’essenza stessa della definizione della
funzione patema. Alla domanda: che cos’è il padre?
Lacan risponde: «Il padre è una metafora».37 Questo
passaggio illumina e rivela compiutamente la trasfor­
mazione che subisce l’Edipo freudiano in questo mo­
mento dell’insegnamento di Lacan. Il complesso di
Edipo è leggibile con lo strumento linguistico della
metafora secondo Jakobson.

37 J. Lacan, Le séminaire. Livre v. Les formations de l’in­


coriscient, 1957-1958, Seuil, Paris 1998, p. 174.
Jacques Lacan

Che cos’è una metafora? [...] Una metafora, ve l’ho già


spiegato, è un significante che viene al posto di un altro si­
gnificante. E dico che lo è il padre nel complesso di Edi­
po, anche se questo deve far restare di stucco qualcuno.
Dico, con precisione - il padre è un significante sostitui­
to a un altro significante. Qui si trova la molla, la molla
essenziale, l’unica molla dell’intervento del padre nel
complesso di Edipo. [...]
La funzione del padre nel complesso di Edipo è quella di
essere un significante sostituito al primo significante in­
trodotto nella simbolizzazione, il significante materno.
Secondo una formula che tempo fa vi ho spiegato essere
quella della metafora, il padre viene al posto della madre
[...] in quanto già legata a qualcosa che era la x, in altri
termini il significato nei confronti della madre.

Padre Madre

Madre x

Si tratta della madre che va e che viene. Proprio perché


sono un piccolo essere già preso nel simbolico e che ho
già imparato a simbolizzare che si può dire che va e che
viene. In altri termini, la sento o non la sento, il mondo
varia con il suo arrivo, e può scomparite.
H problema è - qual è il significato? Che cosa vuole,
quella lì? Mi piacerebbe che voglia me, ma è chiaro che
non vuole solo me. C’è ben altro che la agita. Ciò che la
agita è la x, il significato. E il significato degli andirivieni
della madre è il fallo. [...]
Il bambino, con più o meno astuzia o fortuna, può ben
presto arrivare a intravedere di che cosa si tratti in questa
x immaginaria e, una volta capita, a farsi fallo.5*

In altri termini, in un primo tempo esiste, per il bam­


bino, il solo rapporto con la madre o, secondo i ter-

’• Ivi, p. 175.
LEdipo e l’al di là dell’Edipo

mini di Lacan, con il «Desiderio della Madre»,” si­


gnificante il cui unico significato rimane enigmatico,
rimane una significazione sconosciuta al bambino, ri­
mane una x :
DM
x
In un secondo tempo, quando il Nome-del-Padre
viene a sostituirsi al Desiderio della Madre,
NP
DM
questa sostituzione - che Lacan chiama metafora pa­
tema - ha come risultato che il bambino esce dall’in­
determinazione poiché «l’effetto del Nome-Del-Pa-
dre è quello di dare la chiave di questa significazione
sconosciuta e di darla come significazione fallica».*40
Cosa che gli aprirà la strada a una regolarizzazione
del proprio desiderio e quindi a una assunzione rego­
lata del godimento fallico. Il risultato è dato dalla for­
mula della metafora patema:41
Desiderio
Nome-del-Padre
della Madre a

----------------- Nome-del-Padre (------ )


Desiderio Significato fallò
della Madre al soggetto

Noteremo di questa scrittura due punti. Il primo è


che l’Edipo freudiano viene tradotto in termini di si­
gnificante e di significato. L’inconscio strutturato co­
me un linguaggio vuol dire, concretamente, che il

”J. Lacan, Una questione preliminare, cit., p. 553.


40 J.-A. Miller, Il dispositivo del sintomo, in I.R.M.A., La
conversazione di Arcachon. Casi rari, gli inclassificabili della
clinica, Astrolabio, Roma 1999, p. 142.
41J. Lacan, Una questione preliminare, cit., p. 553.
Jacques Lacan

bambino, nel primo incontro con il significante del


Desiderio della Madre resta indeterminato nella sua
significazione propria e che bisognerà che il signifi­
cante Nome-del-Padre venga a sostituirsi al signifi­
cante Desiderio della Madre perché si produca l’e­
mergenza della significazione fallica. Il secondo è che
femergenza della significazione fallica comporta una
normalizzazione rispetto alla sessualità e quindi una
localizzazione del godimento.
Ecco dunque la lettura lacaniana dell’Edipo freudia­
no: si tratta di una sostituzione. In altri termini alla fun­
zione che Lacan chiama Desiderio della Madre si sosti­
tuisce la funzione che Lacan chiama Nome-del-Padre.
Questo provoca nel bambino un cambiamento di sta­
tuto: mentre nel regime del Desiderio della Madre il
bambino resta una x, resta cioè indeterminato nella sua
funzione, rimane, in altri termini, in un interrogativo
implicito: “Che oggetto di godimento posso essere io
per lei, la madre?” oppure: “Che cosa vuole lei da
me?”, restando quindi sospeso a un vuoto enigmatico
di significazione, nel regime del Nome-del-Padre egli
esce dall’indeterminazione e viene iscritto sotto una si­
gnificazione precisa, la significazione fallica, che è il
prodotto del significante paterno sul bambino.
Il che vuol dire, da un lato, che, sempre, «sotto il No­
me-del-Padre c’è il Desiderio della Madre»42 e, dall’al­
tro, che la sostituzione del Nome-del-Padre al Deside­
rio della Madre comporta che il bambino, maschio o
femmina, si stabilisca sotto il segno del fallo. Questo
comporta l’identificazione con il fallo nelle sue pluri­
me valenze: in quanto oggetto immaginario del deside-

42 J.-A. Miller, Conclusione, in I.R.M.A., Il conciliabolo di


Angers. Effetti di sorpresa nelle psicosi, Astrolabio, Roma
1999, p. 170.
LEdipo e l'al di là dell’Edipo

rio materno, come mostra la clinica della perversione;


in quanto significante della mancanza materna, come
mostra la clinica della nevrosi; infine in quanto signifi­
cante della castrazione freudiana. Quest’ultima identi­
ficazione, che permette al soggetto di assumere il pro­
prio sesso in rapporto all’altro sesso, è scevra da ogni
aspetto immaginario, tanto che si potrà parlare di disi­
dentificazione nella misura in cui il soggetto rinuncia a
“essere" il fallo immaginario dell’Altro, «perché biso­
gna che l’uomo, maschio o femmina, accetti di averlo e
non averlo a partire dalla scoperta che non lo è»/’

3.7 Un desiderio non anonimo

Il funzionamento della metafora patema è una condi­


zione essenziale per l’assunzione della castrazione da
parte del soggetto e quindi della regolarizzazione del
godimento fallico. Lo scacco della metafora patema,
scacco che avviene se risulta impossibile sostituire il
desiderio della madre con il significante paterno,
produrrà ciò che Lacan chiamerà forclusion da Nom-
du-Père, preclusione del Nome-del-Padre, situazione
che rende conto della psicosi.
Nel caso di nevrosi o di perversione, invece, non è la
metafora patema a far difetto; ciò che manca non è il
significante paterno, ma il padre della realtà - genitore
o sostituti vari - che non incarna correttamente quel­
l’operatore strutturale della castrazione tramite cui al
bambino è concesso l’accesso al proprio desiderio.
In un breve testo, in tutto due paginette scritte nel
1969 alla psicoanalista francese Jenny Aubry, Lacan
precisa in questi termini le funzioni della madre e del

4’ J. Lacan, La direzione della cura, cit., p. 638.


Jacques Lacan

padre. In primo luogo egli ricorda che tali funzioni


sono relative a una necessità, che è quella che implica,
per il bambino,

la relazione a un desiderio che non sia anonimo. È secon­


do una tale necessità che si valutano le funzioni della ma­
dre e del padre. Della madre: per il fatto che le sue cure
portano l’impronta di un interesse particolarizzato, fosse
solo tramite le proprie mancanze. Del padre: per il fatto
che il suo nome è il vettore di un’incarnazione della Leg­
ge nel desiderio.44

Rendere non anonimo il desiderio: questi sono i ter­


mini con cui Lacan indica l’efficacia della funzione
patema e materna nell’Edipo. Perché il soggetto pos­
sa essere introdotto alla dimensione del desiderio è
necessario che il suo bisogno primario e pulsionale
sia sostituito dalla domanda, che è ciò che della pul­
sione giunge a passare nella parola. Il desiderio è il re­
sto di una tale operazione.

3.8 La clinica dell’Edipo

Indicheremo brevemente gli spunti clinici che Lacan


offre a partire dalla funzione del complesso di Edipo.
Essi riguardano la nevrosi, la perversione e la psicosi.
Ora, se nella psicosi è il significante paterno a essere
mancante, nel caso di perversione o di nevrosi a essere
carente è il padre della realtà che non arriva pienamen­
te a svolgere il suo ruolo e la sua funzione.
Lacan ne dà un esempio nell’emergenza della fobia
nel piccolo Hans. Hans non è sicuro che la figura pa-

44 J. Lacan, Due note sul bambino, in “La Psicoanalisi ”,


n. 1,1987, p. 23.
L’Edipo e l’al di là dell’Edipo

tema sia capace di padroneggiare quel desiderio della


madre con cui si trova confrontato. Egli trova nel pa­
dre un personaggio troppo gentile, troppo sottomes­
so, incapace di incarnare quel padre che permetta al
figlio l’accesso alla castrazione, a quella perdita di go­
dimento espresso come possesso della madre, perdita
che ha come correlato l’accesso al desiderio. E sebbe­
ne il piccolo Hans sappia dar vita al padre idealizzato
nella figura del professor Freud, che funziona per lui
come il buon Dio in terra, in altre parole come un
soggetto-supposto-sapere per usare una terminologia
più tardiva di Lacan, egli ha bisogno di un padre che
nella realtà sia all’altezza del compito di padre, e non
trovandolo implora il proprio padre di essere all’al­
tezza della situazione: «Ma fai dunque il tuo mestiere
di padre!».'1’ Ora, non trovandolo nel padre, Hans si
fabbricherà «una supplenza a questo padre che si
ostina a non volerlo castrare».J6
Questa supplenza prende forma nel cavallo, l’ogget­
to fobico, che farà momentanea funzione di significan­
te paterno per supplire a un padre carente. Al di là del
padre e al di là del cavallo, Lacan indica nella vecchia
nonna la rappresentazione del Nome-del-Padre che
sostituisce il padre carente, anch’essa tuttavia incapace
di staccare il piccolo Hans dall’identificazione immagi­
naria con la madre. Tutto questo, noterà Lacan, avrà
conseguenze precise sul piccolo Hans: «un’atipia»'17 ri­
spetto alla sua risoluzione edipica e un rapporto con la
paternità che rimarrà prigioniero dell’immaginario.
Per quanto riguarda la perversione, Lacan puntua­
lizza che

■” J. Lacan, Il seminario. Libro IV, cit., p. 418.


« Ivi, p. 398.
* Ivi, p. 421.
Jacques Lacan

tutto il problema delle perversioni consiste nel concepire


come il bambino, nella sua relazione con la madre, relazione
che nell’analisi è costituita non dalla dipendenza vitale, ma
dalla dipendenza dal suo amore, cioè dal desiderio del suo
desiderio, si identifichi con l’oggetto immaginario di questo
desiderio in quanto la madre stessa lo simbolizza nel fallo/"

Ora, la predominanza della posizione materna nel ca­


so di perversione è, anche qui, correlativa a quella di
un padre che è carente nel suo ruolo e funzione di pa­
dre. E certo il caso del feticista, che si identifica im­
maginariamente con il fallo che manca alla madre e
che non trova nel padre un impedimento a questa
identificazione, anzi può, con il padre, trovare un si­
lenzio complice sul rapporto libidico che intercorre
tra la madre e il suo fallo-bambino. Abbiamo una si­
tuazione simile nel caso di André Gide riportato da
Lacan in uno dei suoi scritti.

Pure nel caso di Gide vediamo che il padre è presente,


ma è un padre buono per i giochi mentre è la madre a so­
stenere gli imperativi della legge e l’autorità simbolica.
Certo, le conseguenze non sono identiche: Hans amerà le
donne, André Gide i ragazzi. Tuttavia Lacan non fonda
la differenza tra i due a partire dal sesso dell’oggetto scel­
to. Al contrario, l’eterosessualità del piccolo Hans non
impedisce che egli si trovi fondamentalmente in una po­
sizione femminile, a tal punto che Lacan lo designa come
la figlia di due madri. Per quanto riguarda Gide, Lacan
dimostra che può godersi il proprio pene come una don­
na traboccante di godimento/9

Come per Hans anche il padre di Gide, sebbene pre-

J. Lacan, Una questione preliminare, cit., p. 551.


J‘‘J.-A. Miller, Presentazione del Seminario IV di], Lacan,
in “La Psicoanalisi", n. 15, 1994, p. 32.
LEdipo e l’al di là dell’Edipo

sente, è carente rispetto al «trio di maghe»50 che cir­


condano il giovane André: maghe rispettivamente del
dovere, del desiderio e dell’amore. E il padre di Gide
non potè trasmettere al figlio quella parola «che uma­
nizza il desiderio. Ecco perché per lui il desiderio è
confinato nella clandestinità».51

3.9 L’al di là dell’Edipo

Tutta l’architettura del complesso di Edipo ha una


chiave di volta:

è quel che chiamo il Nome-del-Padre, in altri termini il pa­


dre simbolico. È un termine che sussiste a livello del signi­
ficante, che rappresenta l’Altro nell’Altro, in quanto è la
sede della legge. Si tratta del significante che dà supporto
alla legge, che promulga la legge. È l’Altro nell’Altro.52

L’Altro nell’Altro vuol dire che l’Altro del linguaggio,


l’Altro del significante, è garantito dall’Altro della
legge, che è il Nome-del-Padre.
Nella Questione preliminare Lacan presenta la psi­
cosi come effetto di una mancanza: mancanza non già
dell’Altro del linguaggio, ma del significante del No-
me-del-Padre.
Successivamente, Lacan arriva però a una conclu­
sione assolutamente inedita: che il significante del No­
me-del-Padre non è il garante dell’Altro del linguag­
gio. Combinando la pratica clinica con gli psicotici e
l’analisi logica del linguaggio, Lacan giunge a un rove-

50 J.-A. Miller, logiche della vita amorosa. Astrolabio,


Roma 1997, p. 130.
51J. Lacan, Giovinezza di Gide, in Scritti, cit., p. 751.
52 J. Lacan, Le séminaire. Livre v, cit., p. 146.
Jacques Lacan

sciamento della sua posizione precedente e mette quin­


di in questione sia il primato del simbolico, cioè l’esi­
stenza di un significante che faccia la legge dei signifi­
canti, sia la posizione privilegiata che aveva accordato al
significante del Nome-del-Padre. La clinica della psico­
si gli dimostra che non tutto è significante, mentre at­
traverso l’analisi logica applicata agli ordini simbolici -
il sapere, le leggi, le istituzioni, il linguaggio stesso -
giunge alla constatazione che è impossibile formulare il
significante dei significanti, trovare un significante che
sia l’alfa e l’omega dell’ordine simbolico. Il nome di
Godei - tramite i suoi teoremi - viene qui a puntualiz­
zare l’incompletezza e l’inconsistenza dell’Altro.

Partiamo dalla concezione dell’Altro come luogo del signifi­


cante. Ogni enunciato di autorità non trova in esso altra ga­
ranzia che la sua stessa enunciazione, perché è vano che la
cerchi in un altro significante, che in nessun modo potrebbe
apparire fuori da questo luogo. Cosa che formuliamo col di­
re che non c’è un metalinguaggio che possa essere parlato o,
più aforisticamente, che non c’è Altro dell’Altro.”

Non c’è dunque un Altro della legge che è garante


dell’Altro del significante. Il simbolo con cui Lacan
indica che l’Altro è di per sé incompleto, non-tutto e
che è dunque marcato da una mancanza costitutiva,
da un’inconsistenza strutturale è A barrato: A-

3.10 II campo lacaniano

Finora, l’insegnamento di Lacan era stato quello di ri­


prendere la scoperta freudiana - il complesso di Edi-

” J. Lacan, Sovversione del soggetto, in Scritti, cit., pp.


815-816.
L’Edipo e l’al di là dell’Edipo

po come matrice di quella struttura simbolica che


chiamiamo inconscio - rivisitandola attraverso i mez­
zi che il sapere - linguistica, etnologia, filosofia, logi­
ca, matematica ecc. - gli metteva a disposizione. Ma
ora gli si prospetta un campo inesplorato: potremmo
dire che solo a questo punto l’insegnamento di Lacan
permetterà alla teoria psicoanalitica uno sviluppo
inedito e, rispetto al percorso fino allora effettuato,
rivoluzionario.
Che cosa comporta il fatto di essere giunto alla con­
clusione che con c’è Altro dell’Altro? Innanzitutto il
fatto che nell’Altro c’è qualcosa che non è nell’ordine
del significante ed è esattamente quello che il signifi­
cante non arriva a significantizzare: c’è un reale che si
oppone - strutturalmente - all’operazione di signifi-
cantizzazione che mette in opera l’ordine simbolico.
C'è dunque un reale che buca il simbolico e che rivela
che non-tutto è significante. Lacan dà un nome a que­
sto elemento della struttura che non è dell’ordine del
significante: l’oggetto a.
Se Lacan dovrà arrendersi all’evidenza che non c’è
l’Altro dell’Altro, arriverà invece a far valere che c’è
nell’Altro l’oggetto a, che è ciò che veramente costi­
tuisce, nel soggetto stesso, nel soggetto dell’incon­
scio, nel soggetto delle rappresentazioni inconscie,
ciò che, in lui, è al di là di lui: quell’oggetto extime che
non scivola nel gioco del significante e che non si me-
tamorfizza come l’immagine.
L’Altro dunque, questo Altro che è il luogo della
verità in cui si sviluppano le catene significanti e in
cui si condensa il suo tesoro significante, contiene
qualcosa d’altro rispetto al significante, precisamente
l’oggetto a\ oggetto inedito nella teoria psicoanalitica,
esso indica che la scoperta freudiana non si riassume
più nella formula che il soggetto è rappresentato da
Jacques Lacan

un significante per un altro significante, poiché ormai


il soggetto del significante è articolato con questo rea­
le inassimilabile dal significante: secondo l’espressio­
ne di Lacan, il soggetto del significante è articolato
con il godimento. Così, nella struttura dell’inconscio,
se l’essere umano da un lato si rappresenta sul versan­
te significante, dall’altro si presentifìca come un og­
getto rispetto al desiderio e al godimento dell’Altro.
La concezione dell’oggetto a ha subito in Lacan una
lenta evoluzione. Partendo dall’oggetto perduto freu­
diano, Lacan lo elabora già nel Seminario VII vedendo­
ne una prima formulazione in das Ding, nella Cosa freu­
diana, per poi trovarne il prototipo negli oggetti cosid­
detti pregenitali - il seno, le feci - a cui aggiunge, tratti
dalla clinica psicoanalitica, lo sguardo e la voce, per ar­
rivare, in ultima analisi, all’oggetto «niente».5'1
Niente che è all’origine di quella definizione appa­
rentemente paradossale dell’amore data da Lacan -
secondo la quale «l’amore è dare quel che non si ha»55
- che indica che quel che è amato nell’Altro è proprio
ciò di cui l’Altro manca. D’altra parte, tramite l’og­
getto a, Lacan opera uno spostamento rispetto al de­
siderio: egli rivede l’idea secondo la quale il desiderio
tende verso l’oggetto, mentre invece è l’oggetto che è
la causa del desiderio.

3.11 II punto di capitone

Il fatto che l’Altro è strutturalmente mancante, induce


Lacan a trarre una conclusione rispetto al Nome-del-

5J| Ivi, p. 821.


” J. Lacan, Le séminaire. Livre Vili. I^e transfert, 1960-
1961, Seuil, Paris 1991, p. 46.
EEdipo e l’al di là dell’Edipo

Padre. Appena Lacan approda ad 4, si rende conto che


il Nome-del-Padre ha valore e funzione di tappo. Tap­
po che ricopre la mancanza strutturale dell’Altro del si­
gnificante. In altri termini, l’ordine simbolico, A, si pre­
senta come un sistema che comporta in sé, come fonda­
mento, un principio di unificazione. Ma questo princi­
pio di unificazione è una finzione, un «sembiante», per
utilizzare un termine di Lacan.*1*Ciò vuol dire che, seb­
bene sia qualcosa che serve come principio di unifica­
zione e di fondamento, esso viene al posto di un princi­
pio di unificazione e di fondamento che di per sé man­
ca, un principio insomma che la struttura di linguaggio
non comporta. L’ordine simbolico, che non è unitario,
consistente e completo, ritrova la sua unità, consistenza
e completezza tramite un principio che, pur non essen­
dolo, fa come se esso fosse il principio di unità, di consi­
stenza e di completezza dell’ordine simbolico.
Il Nome-del-Padre, il significante paterno, è ciò
che, normalmente, dà coesione al sistema simbolico.
Tuttavia questo principio di unità - che potremmo
chiamare standard - non è strutturalmente deducibi­
le dal sistema simbolico.
Tutto questo ha come conseguenza il fatto che, da
un lato, il Nome-del-Padre è semplicemente un ele­
mento supplementare - un tappo, per l’appunto - e,
dall’altro, il Nome-del-Padre viene relativizzato a fa­
vore di una pluralità: per questo motivo Lacan intro­
durrà l’espressione «i Nomi-del-padre».’7

*• A questo proposito si veda il Corso di J.-A. Miller, La na­


tura dei sembianti, in “La Psicoanalisi", nn. 11-18,1992-1995.
1 Nomi-del-padre era il titolo annunciato da Lacan del
suo seminario del 1963-1964. Lacan tenne, di questo semi­
nario, una prima e unica lezione, rimasta inedita anche in
francese. Riprese il seminario nel 1964 e lo intitolò 1 quat­
tro concetti fondamentali della psicoanalisi, cit.
Jacques Lacan

Il significante del Nome-del-Padre, unico nella Que­


stione preliminare, relativizzandosi, si pluralizza in mol­
teplici Nomi-del-padre, significanti maìtres, significanti
padroni, capaci di sostenere una pluralità di discorsi.
Tramite l’elaborazione della nozione di discorso,
che è un misto di combinatoria significante e di lega­
me sociale, Lacan approderà così alla teoria dei quat­
tro discorsi di cui darà una compiuta teorizzazione
nel suo seminario L’envers de lapsychanalyse.
Nonostante tutto, però, Lacan mantiene che il No-
me-del-Padre è la forma standard di quel significante
maitre che permette al soggetto di essere iscritto in un
discorso. Sarà quindi tramite questo significante mai­
tre che l’essere umano trova normalmente un orienta­
mento nella vita, riesce a prefissarsi scopi e progetti, a
sostenere una certa dimensione della credenza, saprà
che cosa fare e come godere del proprio corpo senza
lasciarsi invadere troppo da quel godimento mortife­
ro che lo attira e lo distrugge.
Il Nome-del-Padre è ciò che permette infatti nella ne­
vrosi la localizzazione del godimento. Localizzazione
che, invece, nella psicosi è l’effetto del sintomo, o me­
glio del sinthomo, com’egli scrive a proposito di Joyce.
La pluralizzazione dei Nomi-del-padre vuol dire,
dunque, da un lato, che il Nome-del-Padre, occupando
di fatto un posto e una funzione che non gli compete di
diritto è dell’ordine del sintomo; e, dall’altro, che tutto
ciò che funziona per orientare e localizzare il godimen­
to, i sintomi dunque, possono fare la stessa funzione
che, normalmente, è occupata dal Nome-del-Padre.

3.12 La femminilità

La relativizzazione del Nome-del-Padre e la conse­


guente relativizzazione dell’ordine simbolico offre la
L’Edipo e l’al di là dell’Edipo

chiave al capitolo rimasto problematico nella teoria


psicoanalitica: quello che concerne la questione della
femminilità.
Lo scandalo freudiano del primato del fallo riceve
così una compiuta soluzione. Diversamente dalle
femministe che rivendicano una libido propria o
quanto meno un simbolo propriamente femminile
della libido, Lacan apporta la soluzione seguente:
freudianamente, sia per l’uomo sia per la donna il fal­
lo è il solo simbolo della libido. Ma il primato del fal­
lo non equivale a una supremazia dell’uomo sulla
donna, poiché il primato del fallo equivale unicamen­
te alla supremazia dell’ordine simbolico per ambedue
i sessi. Così il primato del fallo di Freud vuol dire che,
nel mondo degli umani, tutti, maschi e femmine, na­
scono all’insegna del simbolico.
In un primo tempo, Lacan, mantenendo il primato
del fallo correlato strettamente con il significante pa­
terno, dimostra che la mancanza della donna rispetto
al fallo non è in contraddizione con il primato del fallo
nell’inconscio, poiché la donna riceve una sua colloca­
zione precisa all’interno delle leggi del simbolico: in al­
tri termini sebbene gli uomini e le donne si iscrivano
nel significante, essi si iscrivono in modo differenziato.
Lacan riassume la posizione rispetto al fallo ricorrendo
alle categorie dell’essere e dell’avere, categorie che
hanno come orizzonte la problematica del desiderio:
l’uomo lo ha ma non lo è, mentre la donna lo è ma non
lo ha. «Tale è la donna dietro il suo velo: l’assenza del
pene la rende fallo, oggetto del desiderio.»18
È da notare che questa formalizzazione di Lacan si
presenta, per i sessi, in modo simmetrico. Sarà pro­
prio questa simmetria a scomparire quando Lacan ri­

18 J. Lacan, Sovversione del soggetto, cit., p. 829.


Jacques Lacan

prenderà la questione riaffrontandola non più sul


versante del desiderio ma su quello del godimento.
Sul versante del godimento, gli uomini e le donne
sono tali, non tanto per la loro anatomia, ma soprat­
tutto per la loro posizione rispetto a due e a due soli
godimenti. In altre parole, gli uomini e le donne, al di
là dell’anatomia, sono presi da ciò che li connota: dal
significante e dal relativo godimento fallico. C’è un
godimento fallico comune ai sessi. E questo godi­
mento comune ai sessi ha un unico e solo rappresen­
tante: il fallo.
Tuttavia la relativizzazione dell’ordine simbolico
ha come conseguenza di rivelare che non-tutto il go­
dimento è saturato dall’ordine simbolico. Esso satu­
ra, eventualmente, il godimento fallico, il godimento
cioè proprio del significante. Ma non-tutto il godi­
mento è fallico, non-tutto il godimento è quindi in­
scrivibile nell’ordine simbolico. C’è un godimento
Altro, diverso dal godimento fallico, che non è a lui
complementare bensì supplementare, a cui le donne,
ricorda Lacan, hanno un accesso più facile e più con­
geniale. Qui, soprattutto donne - ma non solo, anche
i mistici, per esempio - possono essere prese o meglio
possono lasciarsi prendere da un godimento Altro,
diverso da quello fallico, un godimento che nessun si­
gnificante arriva a dire e che non risponde alle leggi
del significante come avviene invece per il godimento
fallico.
E questo il motivo per cui Lacan dice che la donna
è «non-tutta».” La donna è non-tutta presa dal regno
del significante, la donna è non-tutta presa dal godi­
mento fallico. Il che vuol dire che la donna è presa

” J. Lacan, ...ou pire, in “La Psicoanalisi ”, n. 13, 1993,


p. 15.
LEdipo e l’al di là dell’Edipo

«ancora»611 da un altro godimento, un godimento che


non è fallico, un godimento che non è complementa­
re a quello fallico né a lui simmetrico: si tratta di un
godimento supplementare che le donne possono spe­
rimentare, ma che non arrivano a dire.
Tramite questo godimento supplementare ogni don­
na, una per una, testimonia che c’è una dissimmetria
fondamentale tra i sessi, dissimmetria che, in fondo, è
il potenziale più fecondo nel mondo umano anche se
corrisponde a ciò che è - strutturalmente - incurabile
e che Lacan riassume nell’aforisma «non c’è rapporto
sessuale».
L’insegnamento di Lacan prende così le mosse da
due interrogativi di Freud. Dall’interrogativo inizia­
le: “Che cos’è un padre?”, da cui Lacan sviluppa la
funzione del simbolico nel mondo umano, e dall’in­
terrogativo finale: “Che vuole la donna?” da cui La­
can enuclea la questione di un godimento Altro,
estraneo e straniero al mondo dominato dall’ordine
del significante.

M Titolo dato da Lacan a un suo seminario: J. Lacan, Il


seminario. Libro XX. Ancora, 1972-1973, trad. it. Einaudi,
Torino 1985.
4. L’insegnamento della psicosi

Prima di essere psicoanalista, Lacan è stato psichia­


tra. Diversamente da Freud, il cui accesso alla psicoa­
nalisi è stato lo studio delle nevrosi, in particolare del­
l’isteria, per Lacan la porta d’ingresso è stato lo stu­
dio delle psicosi, in particolare della paranoia.
Lacan stesso lo ricorda nell’articolo Dei nostri ante­
cedenti, testo con cui introduce negli Scritti i lavori
che precedono Funzione e campo della parola e del
linguaggio in psicoanalisi.

Pubblicando ora, con un ritorno indietro, i lavori del no­


stro ingresso nella psicoanalisi, ricorderemo da dove
questo ingresso è avvenuto. Medico e psichiatra, aveva­
mo introdotto col nome di «conoscenza paranoica» talu­
ne risultanti di un metodo d’esaustione clinica il cui sag­
gio è la nostra tesi di medicina.1

Fin dall’inizio, Freud ebbe dunque a che fare con


quel tipo di follia che possiamo chiamare la follia del­
la vita quotidiana, una follia che generalmente può
essere curata in ambulatorio. Nella sua formazione
Lacan ebbe invece a che fare con quel tipo di follia
che possiamo chiamare la follia dei pazzi, quella follia
che porta gli esseri umani a comportamenti e gesti in­
comprensibili e per i quali la psichiatria moderna, da

1J. Lacan, Dei nostri antecedenti, in Scritti, cit., p. 61.


Linsegnamento della psicosi

Pinel in poi, aveva sviluppato un metodo clinico ba­


sato sull’osservazione sistematica dei fenomeni, me­
todo clinico che, d’altra parte, aveva previsto luoghi
di cura appropriati e separati dal resto del mondo: gli
asili o manicomi.

4.1 Lacan e la formazione psichiatrica

Come egli stesso ricorda dunque, dottore in medi­


cina, Lacan svolse nel campo medico un percorso
classico passando dagli studi di neurologia a quelli
di psichiatria sotto la guida di eminenti specialisti,
nei luoghi di maggior prestigio dell’esperienza cli­
nica e del sapere psichiatrico: l’ospedale Sainte-An-
ne, ancor oggi il più famoso manicomio di Francia,
l’infermeria speciale della Prefettura di polizia di
Parigi, dove venivano ricoverate d’urgenza le per­
sone pericolose, infine l’ospedale Henri Rousselle,
che era il più avanzato in Francia nella ricerca psi­
chiatrica.
Lacan ebbe come maestri specialisti rinomati come
Georges Dumas, famoso per la sua presentazione di
malati e antifreudiano viscerale, Henri Claude, diret­
tore dell’ospedale di Sainte-Anne, aperto invece alle
nuove scoperte della psicoanalisi, e infine Gaétan
Gatìan de Clérambault, primario dell’infermeria spe­
ciale della Prefettura di polizia.
Lacan non si era però accontentato della solida for­
mazione offertagli dalla psichiatria francese, ricono­
sciuta per la sua finezza clinica, ma aveva preso spun­
to anche da un’altra eminente scuola che con la sua
sistematizzazione tentava di diventare predominante,
la psichiatria tedesca, e da qualche riferimento alla
psichiatria italiana.
Jacques Lacan

4.2 «Nostro unico maestro in psichiatria»

Nella formazione psichiatrica di Lacan, bisogna riser­


vare a Clérambault un posto tutto particolare. Non a
caso Lacan lo designa, nel 1966, come «nostro unico
maestro in psichiatria».2* Apparentemente nulla di
questo grande clinico francese, conservatore, ostile a
Freud e al surrealismo, poteva interessare il giovane
psichiatra Lacan, progressista e amico dei surrealisti.
La sua teoria sulla malattia mentale sembrava agli anti­
podi di quella che avrebbe potuto appassionare La­
can: egli situava la malattia mentale nell'ambito del­
l’organogenesi, in altri termini la malattia mentale sa­
rebbe costitutiva e si baserebbe sull’ereditarietà. La­
can si era invece subito interessato a due delle sindro­
mi da lui descritte, quella dell’automatismo mentale e
quella dell’erotomania. Nella sindrome dell’automati­
smo mentale Clérambault descriveva un funziona­
mento spontaneo della vita psichica normale o patolo­
gica, al di fuori del controllo della coscienza. Il caratte­
re “automatico” di questi fenomeni, chiamati eleme-
nentari, sottolinea l'aspetto di dipendenza del malato
da essi poiché sopraggiungono in modo del tutto inat­
teso. I primi testi sulla psicosi di Lacan -Structure des
psychoses paranoiaques,' del 1931 — vi fanno riferimen­
to. Inoltre, negli Scritti “ispirati”: Schizografia,4 Lacan
riprende la tesi di Clérambault, corroborandola con
l’esperienza surrealista per cui al soggetto malato si
presentava una forma di automatismo che investiva il

1 Ibid.
’ J. Lacan, Structure des psychoses paranoi'aques, in
“Ornicar?”, n. 44, 1988, pp. 5-18.
J J. Lacan, Scritti “ispirati": Schizografia, in Id., Della psi­
cosiparanoica, cit., pp. 333-350.
Linsegnamento della psicosi

linguaggio scritto, sul modo descritto da Kraepelin nel


caso delle schizofasie, termine con cui veniva designa­
to uno stato schizofrenico in cui il disturbo del lin­
guaggio era il sintomo precursore.
In realtà, assistiamo, da parte di Lacan, a un dupli­
ce movimento nei confronti di Clérambault: dopo i
suoi primi scritti, egli si discosterà dal maestro al mo­
mento della sua Tesi, preferendo l’approccio jasper-
siano alla malattia mentale, per poi, più tardi, render­
si conto che nonostante il suo organicismo Cléram­
bault aveva colto un certo tipo di funzionamento che
comprovava la lettura della struttura dell’inconscio
freudiano secondo Lacan, e cioè che l’inconscio è
strutturato come un linguaggio.
Lacan trova nella sindrome dell’automatismo men­
tale «una formalizzazione del rapporto dello psicoti­
co con il linguaggio»5 e nell’erotomania la formalizza­
zione del rapporto dello psicotico con l’amore, for­
malizzazione basata sulla convinzione erronea ma
ferrea di possedere un ascendente totale su una de­
terminata persona, generalmente altolocata.6

4.3 Lacan e il surrealismo

Tra i molteplici interessi del giovane Lacan al di fuori


della psichiatria, quello per il surrealismo si rivela
molto importante nella sua concezione delle psicosi.
Nel surrealismo - corrente che aveva frequentato

5 P. Francesconi, Lultimo dei classici, in G. Gatì'an de


Clérambault, Automatismo mentale. Psicosi passionali,
Metis, Chieti 1994, p. 17.
6 Cfr. G. e P. Kantzas, Introduzione a G. Gatì'an de
Clérambault, Le psicosi passionali. L’erotomania, Edizioni
Ets, Pisa 1993, p. 14.
Jacques Lacan

fin da giovane - Lacan aveva trovato una concezione


della follia che la rendeva più simile a uno stato di
creazione, allontanandola da quello stato deficitario a
cui da sempre la psichiatria aveva cercato di ridurla.
L’incontro del giovane Lacan con Salvador Dall è im­
portante: in un certo modo Lacan farà sua la famosa
tecnica della paranoia-critica di Dall sviluppando la
tesi di una conoscenza paranoica.
L’importanza che Lacan accorda a Dall è duplice.
Da una parte non sarà diversa da quella che accorderà
agli artisti; a questo riguardo la tesi costante di Lacan è
che l’artista apre la strada allo psicoanalista: Shake­
speare anticipa nell’Amleto il dramma del desiderio
del soggetto incatenato al desiderio dell’Altro; il dram­
maturgo Wedekind «anticipa largamente Freud»7 e
«Marguerite Duras dimostra di sapere, senza di me,
quello che io insegno».89L’artista, insomma, rivela il
funzionamento della struttura inconscia, a volte - e
per fortuna sua - senza nemmeno saperlo. D’altra par­
te Lacan instaura nella considerazione che egli offre al­
le tesi di Dall un metodo che avrà la sua massima
espressione nella lettura che egli farà delle Memorie
del presidente Schreber e che gli permetterà di dire
che «il testo di Schreber è un grande testo freudiano»’
proprio per il fatto che il testo schreberiano illustra la
lettura dell’inconscio freudiano secondo Lacan.
Limitiamoci, per ora, a questa considerazione: tra­
mite il surrealismo Lacan si renderà conto che da una

7 J. Lacan, Prefazione al Risveglio di primavera di


Wedekind, in “La Psicoanalisi”, n. 7, 1990, p. 10.
B J, Lacan, Omaggio a Marguerite Duras, in “La Psico­
analisi”, n. 8,1990, p. 11.
9 J. Lacan, Presentazione delle Memorie del presidente
Schreber nella traduzione francese, in “La Psicoanalisi",
n. 25, 1999, p. 12.
L’insegnamento della psicosi

parte l’artista riesce a rivelare degli elementi della


struttura della paranoia. Per questo le tesi di Dall si ri­
velano essere più in linea con la teoria freudiana di
quanto non lo fosse l’accademismo psichiatrico: il fe­
nomeno paranoico è di tipo pseudo-allucinatorio; il
delirio e l’interpretazione sono consustanziali; il feno­
meno paranoico è simile al sogno; la follia può diven­
tare un modo di creazione. E, d’altra parte, l’artista
folle o il malato geniale smentiscono i pregiudizi della
psichiatria per cui il folle sarebbe un soggetto gravato
da un deficit. Il folle, più che dal lato del deficit, deve
essere colto dal lato della creazione. Tuttavia, folle o
meno, l’artista non basta. Se egli apre la porta all’ana­
lista, toccherà poi allo psicoanalista ritrovare le basi
logiche su cui si fonda l’intuizione dell’artista.

4.4 La tesi di dottorato sulla paranoia di autopunizione

La tesi di dottorato in medicina di Lacan, dal titolo


Della psicosi paranoica nei suoi rapporti con la perso­
nalità, è il primo scritto importante di Lacan. Si tratta
di un testo in perfetta continuità con lo sviluppo della
psichiatria dell’epoca, corroborato oltre che dalla
psichiatria francese, dall’apporto della psichiatria te­
desca e anche di quella italiana e, cosa rara all’epoca,
facendo leva non solo su un pensiero filosofico da
tempo assimilato dall’autore - un passo dell’Eftca di
Spinoza è posto in esergo all’opera -, ma su un ap­
porto della filosofia fenomenologica tedesca, che La­
can stesso contribuì a introdurre nell’ambiente psi­
chiatrico francese, creando una discontinuità con
l’ambiente accademico. La Tesi aveva un sua anima
segreta nel rapporto che Lacan aveva intrattenuto e
intratteneva con il movimento surrealista.
Jacques Lacan

Con arte consumata, Lacan riesce quindi a mettere


insieme nella Tesi elementi tratti da diverse ispirazioni.
Schematicamente, la Tesi espone in primo luogo la
«posizione teorica e dogmatica del problema»10*che
riguarda «la formazione storica del gruppo delle psi­
cosi paranoiche».11 Poi, dopo aver ricordato che il
contributo che darà «è fondato sullo studio personale
di una quarantina di casi»,12* Lacan presenta il caso
14
clinico che gli sembra più significativo, quello di una
donna che chiama “Aimée”. Infine in una terza parte,
ridotta, viene esposto criticamente il metodo di una
scienza della personalità e la sua importanza nello
studio delle psicosi.
Nell’esposizione del problema la tesi proposta dal
giovane Lacan è chiaramente innovativa nell’ambito
psichiatrico: invece di collegare la psicosi paranoica
a un deficit, essa viene collegata allo sviluppo della
personalità. Lacan si discosta così nettamente dalle
tesi della psichiatria dell’epoca e fa proprie le teorie
della psicoanalisi.
La psicosi paranoica presa in esame non è da im­
putare a elementi costituzionali o ereditari, poiché
essa ha un’origine di ordine psicogenetico. Lacan ri­
trova nella psicoanalisi la via maestra per poter ren­
der conto della malattia mentale, sia a causa dell’im­
portanza della «storia affettiva dei malati»,15 sia a
causa del rapporto che intercorre tra «la psicosi e la
situazione familiare infantile dei malati».w
Il caso clinico di Aimée, presentato con precisione e

10 J. Lacan, Della psicosi paranoica, cit., p. 13.


" Ivi, p. 15.
12 Ivi, p. 139.
15 Ivi, p. 262.
14 Ivi, p. 263.
Linsegnamento della psicosi

dovizia di particolari, era stato un famoso fatto di cro­


naca: all’ingresso di un teatro parigino una stimata at­
trice è oggetto di una violenta aggressione da parte di
una sconosciuta, Aimée appunto. In commissariato la
donna accusa l’attrice di aver organizzato contro di lei
uno scandalo e di essere alleata nelle persecuzioni con
un accademico, celebre letterato, che in numerosi
passi dei suoi libri avrebbe svelato la sua vita privata.
Seguono due mesi di carcere, poi Aimée sarà interna­
ta all’ospedale Sainte-Anne, dove sarà seguita da La­
can, senza alcuna pratica psicoanalitica:

Abbiamo osservato quasi quotidianamente questa mala­


ta per circa un anno e mezzo, e abbiamo completato l’e­
same con tutti gli strumenti messi a nostra disposizione
dal laboratorio e dall’inchiesta sociale.1’

Nella Tesi, Lacan sviluppa dunque una concezione


della paranoia a partire da un caso concreto in cui l’e-
tiologia della paranoia e della psicosi in generale
prende forza dalla storia vissuta del malato nel suo
rapporto con l’ambiente. Anche se il sintomo può
aver un’origine organica, Lacan ne sottolinea l’aspet­
to «psicogenico» - Lacan utilizza questo termine e.
non il termine psicogenetico - ovvero di un «disturbo
che non ha senso che in funzione della personalità».16*
Per Lacan, il caso Aimée si presenta come il proto­
tipo di una forma di paranoia che egli chiamerà di au­
topunizione. Il malato, punendosi, guarisce. Tale pa­
ranoia ha quindi la caratteristica di essere guaribile.
Guarigione che si osserva nel caso dei deliri cosiddet­
ti passionali dopo il compimento della loro ossessio-

" Ivi, p. 139.


16 Ivi, p. 235.
Jacques Lacan

ne omicida. Ora, nel caso di Aimée, la malata non col­


pisce direttamente se stessa, ma colpisce nella sua vit­
tima il proprio ideale esteriorizzato: colpendo l’altro
ideale, colpisce se stessa.

Aimée, con lo stesso colpo che la colpevolizza davanti al­


la legge, ha colpito se stessa, e, appena lo capisce, sente la
soddisfazione del desiderio compiuto: il delirio, diventa­
to inutile, scompare.17

Lacan ricorre a Freud per sostenere la propria tesi:

l’evoluzione della libido nella dottrina freudiana ci sem­


bra corrispondere precisamente, nelle nostre formule, a
quella pane, considerevole nell’esperienza, dei fenomeni
della personalità il cui fondamento organico è costituito
dal desiderio sessuale.18*
20

E appoggiandosi a Freud, individua la regressione libi­


dica tipica che gli permette, nel caso di Aimée, di par­
lare di «vera e propria erotonomia omosessuale». '*

Studiando questi casi da vicino, si osserva in effetti che


non c’è nessun bisogno di invocare la nozione, tanto di­
scutibile in psicologia, di trasmissione ereditaria: l’anam­
nesi mostra sempre che l’influenza dell’ambiente si è
esercitata in misura ampiamente sufficiente a spiegare la
trasmissione del disturbo.28

La Tesi si presenta a un primo colpo d’occhio come


una geniale ripresa della psichiatria a partire dalla cli­
nica e dalla fenomenologia, presentando un prototi­

17 Ivi, p. 234.
18 Ivi, p. 236.
Ivi, p. 244.
20 Ivi, p. 265.
L’insegnamento della psicosi

po di paranoia che avrebbe potuto e dovuto essere se­


guito dalle altre forme di paranoia:

Ripetiamo che la paranoia di autopunizione, varietà da


noi definita della paranoia, occupa, a nostro avviso, nella
soluzione del problema delle psicosi un posto eccezio­
nalmente privilegiato [...]. Ecco come abbiamo potuto
fondare un tipo di psicosi paranoica sulla tendenza auto­
punitiva, e riconoscerle, come abbiamo dimostrato so­
pra, il pieno valore di un fenomeno della personalità. Lo
stesso vale per la psicosi di rivendicazione, che tende­
remmo a raggruppare con la precedente sotto il nome di
psicosi del Super-io.21

E Lacan arriva così a queste conclusioni:

La chiave del problema nosologico, prognostico e tera­


peutico della psicosi paranoica va cercata in un’analisi
psicologica concreta, che si applichi all’intero sviluppo
della personalità del soggetto, cioè agli eventi della sua
storia, ai progressi della sua coscienza, alle sue reazioni
nell’ambito sociale.22

4.5 La comprensione del malato

La Tesi mette in luce un aspetto del funzionamento


metodologico del giovane Lacan. Pur basandosi sulla
psichiatria francese e, come abbiamo visto, tedesca e,
in parte, su quella italiana, in realtà Lacan utilizza co­
me punto di Archimede un autore tedesco che egli
stesso introduce nel dibattito francese: Karl Jaspers.
«La lettura di Jaspers offre a Lacan da una parte la

21 Ivi, pp. 309, 319.


22 Ivi, p. 325.
Jacques Lacan

sua prima clinica differenziale delle psicosi e dall’al­


tra l’occasione di ordinare la storia del pensiero psi­
chiatrico, senza parlare di un accesso paradossale al­
l’uso delle tesi freudiane nella sua riflessione sui mec­
canismi della paranoia.»2’
La teoria di Jaspers è nota: essa riprende la distin­
zione diltheyana e weberiana tra scienze della natura
e scienze dello spirito. Nelle prime i fenomeni sono
collegati tra loro mediante cause che possono essere
spiegate, mentre nelle seconde i fenomeni si collega­
no per mezzo del senso che può essere compreso. Per
Jaspers, la psicopatologia si struttura intorno al bina­
rio causa-senso: la causa appartiene al determinismo
e il suo “processo” può essere, se possibile, spiegato.
I fenomeni della coscienza invece sono comprensibi­
li, si dispiegano nel mondo del senso in maniera tale
che uno stato dipende da un altro a cui fa seguito: sia­
mo nel campo della comprensione. Ora, con e dopo
Jaspers, le relazioni di comprensione diventano lo
strumento principale del lavoro psichiatrico: «rela­
zioni di comprensione che abbiamo posto a fonda­
mento del nostro metodo e della nostra dottrina».* 24
Come nota giustamente Miller, «la Tesi di Lacan è
jaspersiana»25 e Lacan fu il primo psichiatra francese a
utilizzare le relazioni di comprensione nella psicopa­
tologia. Egli definì la personalità come l’individuo in
quanto colto a partire dalle relazioni di comprensione
l’individuo è per Lacan il soggetto del senso. Il caso
Aimée e gli altri casi a cui Lacan fa riferimento indica­

21 F. Leguil, Lacan contee et avec Jaspers, in “Omicar?’,


n. 48,1989, p. 6.
24 J. Lacan, Della psicosi paranoica, cit., p. 315.
2’ J.-A. Miller, Seminario del D.E.A. tenuto al Dipar­
timento di Psicoanalisi dell’università di Parigi vin, lezio­
ne del 12 febbraio 1987 (inedito).
L‘insegnamento della psicosi

no la sua metodologia: ricorrere a casi concreti che at­


traverso la storia del malato e l’esame del suo ambien­
te possano rendere comprensibile la malattia mentale.
Non meraviglierà quindi che la Tesi sarà ripresa,
per molti anni, come punto di riferimento della cor­
rente della terapia istituzionale francese. Sappiamo
da Tosquelles, l’inventore della terapia istituzionale,
l’importanza della Tesi di Lacan nella sua ricerca al­
l’ospedale Saint-Albans.2'’
Tuttavia, affermare che la Tesi è jaspersiana, vuol
dire che non è freudiana o almeno non è ancora freu­
diana. In realtà l’utilizzazione delle relazioni di com­
prensione consente di liberare la sintomatologia psi­
cotica da un determinismo organogenetico tipico del­
la psichiatria del tempo e serve a umanizzare il rap­
porto con la malattia mentale. La Tesi di Lacan è an­
cora una tesi psichiatrica e non ancora psicoanalitica.
Sebbene originale, la Tesi riprende lo schema propo­
sto dalla psichiatria e le scoperte psicoanalitiche non
sono altro che elementi che si aggiungono allo sche­
ma psichiatrico per precisarne la diagnosi, corregger­
ne la prognosi, prospettarne eventualmente la tera­
peutica. Da questo punto di vista la Tesi di Lacan non
è diversa da tante altre opere le cui fondamenta sono
ancora psichiatriche e che utilizzano le scoperte della
psicoanalisi come materiale integrabile nell’ossatura
psichiatrica e atto a rigenerarla.
Lacan dovrà effettuare un capovolgimento perché
la sua concezione della malattia mentale possa diven­
tare veramente psicoanalitica. Questo capovolgi­
mento potrà avvenire solo quando Lacan avrà trova­
to la logica che è alla base della scoperta freudiana e

26 A Tosquelles si ispirerà, tra gli altri, Franco Basaglia


(cfr. “La Psicoanalisi”, n. 25,1999, passim).
Jacques Lacan

avrà dimostrato che tale logica è quella che spiega la


malattia mentale. Non basta invocare la scoperta
freudiana per umanizzare la malattia mentale inse­
rendola nel campo del senso e nelle relazioni di com­
prensione.
Questa via infatti elimina la problematica della cau­
sa, che, pur essendo tipica della psichiatria, è anche al
centro dell’interrogazione psicoanalitica. La malattia
mentale quindi non è solo da comprendere, ma anche
da spiegare. Essa non rientra unicamente nell’ambito
del senso, ma anche in quello della causa. La lettura
jaspersiana non è quindi sufficiente. Bisogna operare
un ritorno alla psichiatria classica e trovare un altro
modo di integrazione della scoperta freudiana che
non elimini la problematica della causa a profitto del­
la problematica del senso.
Successivamente Lacan ridimensionerà l’apporto
jaspersiano delle relazioni di comprensione poiché ri­
leggerà la comprensione come appannaggio dell’im­
maginario. Il famoso “non comprendere troppo pre­
sto” lacaniano vuol mettere in guardia contro i comu­
ni preconcetti di una comprensione immaginaria che
non riesce però a cogliere la strutturazione simbolica
dell’esperienza clinica.

4.6 II ritorno alla psichiatria

Se nella Tesi Lacan fa sua la relazione di comprensio­


ne di Jaspers allontanandosi da Clérambault, in realtà
è tramite un ritorno alla psichiatria e alla problemati­
ca della causa che si apre davanti a lui la strada che lo
condurrà alla psicoanalisi:
Clérambault conosceva bene la tradizione francese, ma a
formarlo è stato Kraepelin, in cui il genio della clinica era
L’insegnamento della psicosi

al grado più alto. Singolarmente, ma necessariamente


crediamo, siamo stati portati a Freud.27

Ora, anche «la comprensione, secondo Lacan, fa par­


te [...] della causalità».28

[...] ogni fenomeno di coscienza ha un senso, in una del­


le due accezioni linguistiche di questo termine: significa­
to e orientamento [...]. Ma per quanto illusorio, questo
senso, come ogni altro fenomeno, non è privo di legge. Il
merito della psicoanalisi, nuova disciplina, consiste nel-
l’averci insegnato a conoscere tali leggi.29

Così «la Tesi di Lacan è orientata, addirittura per­


messa, dal metodo ereditato da Jaspers, ma si tiene
relativamente a distanza sulle sue conclusioni teori­
che».’0 E, già in essa, il binomio jaspersiano causa-
senso è messo in questione, almeno implicitamente,
poiché Lacan ricerca, nel caso clinico concreto, la
causa specifica della reazione tramite la psicosi.

4.7 La psicosi come sublimazione impossibile

Nel 1938 Lacan sviluppa una seconda teoria della


psicosi nello scritto Les complexes familiaux. Si tratta
del suo primo grande testo psicoanalitico, la prima
presentazione della psicoanalisi intesa come una teo­
ria e presentata secondo un’ispirazione che è vicina
alle preoccupazioni della scuola di Karl Abraham e di
Melanie Klein.

27 J. Lacan, Dei nostri antecedenti, cit., pp. 61-62.


28 F. Leguil, op. cit., p. 16.
29 J. Lacan, Della psicosi paranoica, cit., p. 229.
’° F. Leguil, op. cit., p. 19.
Jacques Lacan

Nella seconda pane del testo, Lacan tratta della pa­


tologia dei complessi familiari nella psicosi e nella ne­
vrosi. Mentre nelle nevrosi i complessi familiari assol­
vono una funzione causale, determinando i sintomi e
le strutture della personalità, nelle psicosi

i complessi familiari svolgono [... ] una funzione formale:


temi familiari prevalgono nei deliri per la loro conformità
con l’arresto che le psicosi costituiscono nell’io e nella
realtà.’1

In che cosa consistono dunque le psicosi in questo te­


sto? Le psicosi sono un arresto dello sviluppo dell’io.
Lacan le considera come una stagnazione delle fasi
evolutive dell’io, fasi che sono

anteriori alla personalità; se si caratterizza in effetti cia­


scuna di queste fasi per la fase dell’oggetto che le è corre­
lativa, tutta la genesi normale dell’oggetto nella relazione
speculare del soggetto all’altro, o come appartenenza
soggettiva del corpo in frammenti, si ritrova, in una serie
di forme di arresto, negli oggetti del delirio.’2

Nella normalità l’io, sviluppandosi in una successio­


ne di fasi in correlazione con l’oggetto, approda all’E-
dipo. Ora, nell’Edipo, se da una parte l’io si sviluppa
in una personalità non discordante come sarebbe
quella paranoica, dall’altra non ha più un oggetto
speculare correlativo. L’oggetto, dopo aver contribui­
to alla costituzione dell’io, dopo essere stato il doppio
dello stadio dello specchio, acquista nell’Edipo una
posizione terza, collegata con l’ideale, da intendere
come ideale dell’io, posizione in cui Lacan riconosce
la funzione patema.

51J. Lacan, Les complexes familiaux, cit., p. 77.


« Ivi, p. 79.
Uinsegnamento della psicosi

La crisi edipica permette quindi l’emergere di un


oggetto che non è il doppio dell’io. Il padre è il proto­
tipo di questo oggetto che non è più correlativo all’io:
si tratta di un oggetto non più narcisistico ma sublima­
to. In questo testo, la sublimazione vuol dire che nel­
l’organizzazione soggettiva l’oggetto “padre” è preva­
lente. In questo modo l’Edipo apre al soggetto il mon­
do della realtà e «il momento della sublimazione».”
Lacan fa funzionare come effetto del passaggio nel-
l’Edipo la sublimazione, in cui emerge l’oggetto non
narcisistico, quell’oggetto edipico che segna la rottu­
ra dell’io rispetto all’oggetto narcisistico.
Nella psicosi invece l’io è un io narcisistico, e la rela­
zione con la realtà si traduce nelle forme dell’oggetto
che rimane ancorato al narcisismo. L’oggetto narcisisti­
co si stacca dalla realtà e prende forme sempre più im­
maginarie che andranno dal delirio alla parafrenia. Non
avendo nella psicosi quell’asimmetria tra l’io e l’oggetto
che si ha quando l’oggetto è svincolato dal narcisismo,
l’oggetto non approda alla sublimazione. In fondo, per
il Lacan dei Complessi familiari, come nota Miller, la
psicosi è «una sublimazione impossibile».3433
Tuttavia nella psicosi l’Edipo non è completamente
assente, poiché le fasi feconde del delirio psicotico
sono una riproduzione parodica dell’Edipo e si pre­
sentano come «una falsa crisi edipica».3’
Così già nei Complessifamiliari il padre si rivela es­
sere centrale: nella normalità, dove l’oggetto edipico
assume la connotazione di oggetto sublimato, e nella
psicosi, dove lo scatenamento sorge quando il sogget­

33 Ivi, p. 59.
34 J.-A. Miller, Seminario del D.E.A., lezione del 30 apri­
le 1987.
”Ibid.
Jacques Lacan

to incontra questo oggetto, non investito dall’ideale e


non sublimato dall’Edipo.

4.8 L’insondabile decisione dell’essere

Nel 1946 abbiamo un terzo scritto importante sulla


follia: il Discorso sulla causalità psichica. Il riferimento
alla causalità posto nel titolo preannuncia l’allontana­
mento dalle tesi di Jaspers che avevano ispirato la tesi
di dottorato. «Otto anni dopo i Complessifamiliari, il
titolo del suo scritto Discorso sulla causalità psichica è
un oltraggio all’ortodossia “jaspersiana” che non con­
cede che la causalità si mescoli con gli affari del senso
per diventare psichica.»’6
In verità la distanza dalle tesi jaspersiane si era deli­
neata già nei Complessifamiliari in cui Lacan aveva ri­
nunciato alle speranze poste in quella teoria binaria
che separava le scienze della causa dalle pratiche del
senso. Ormai Lacan sostiene e dimostra che la causa­
lità delle «strutture di comportamento e di rappre­
sentazione, il cui gioco oltrepassa i limiti della co­
scienza», è «di ordine mentale».’7
Qual è dunque la tesi proposta da Lacan con que­
sto intervento alle Journées psychiatriques di Bonne-
val? Contro il suo amico Henri Ey, egli riafferma la
necessità di abbandonare ogni forma di organicismo
nel campo della malattia mentale e di optare per una
concezione esclusivamente psicogenetica della perso­
nalità umana. Lacan pone così come causa prima e
unica della follia umana la causalità psichica.
Ora, a quell’epoca, la causalità psichica ha una for-

’6 E Leguil, op. cit., p. 7.


” J. Lacan, Les complexes familiaux, cit., p. 14.
liinsegnamento della psicosi

ma precisa: si tratta dell’identificazione. Essa è la cau­


salità che scandisce la storia del soggetto umano: «la
storia del soggetto si sviluppa in una serie più o meno
tipica di identificazioni ideali».’8
L’io si costituisce tramite identificazioni successive
prodotte dalle immagini ideali del proprio simile.
L’io, composto da questa serie di identificazioni, è il
risultato di questo procedimento identifìcatorio in
cui si aliena.
In questo scritto ritroviamo il concetto, già esposto
nella Tesi, che lo statuto primario del soggetto è quel­
lo di essere catturato dall’immagine seppur ideale
dell’altro. Questa cattura, prodotta dall’immagine
dell’altro in cui l’io del soggetto si specchia narcisisti-
camente, rivela che una paranoia primaria definisce
10 statuto del soggetto umano come tale: l’io è, sem­
pre e per ognuno, folle.
C’è tuttavia una differenza tra la tesi di dottorato e
11 Discorso sulla causalità psichica. Essa consiste nell’a-
ver individuato l’operatore dell’identificazione: l’im­
magine del proprio simile.
Se {'imago è l’operatore delle identificazioni che
strutturano lo sviluppo dell’io, questa cattura dell’io
da parte del simile non è esclusiva della psicosi, ma è
tipica dell’io di ogni soggetto. Per questo motivo La­
can non parlerà in questo testo di psicosi ma di follia.
Anche nella normalità o nella nevrosi l’io si forma tra­
mite identificazioni. Così l’io del normale o del ne­
vrotico, in quanto prodotto da identificazioni in cui si
aliena, è sempre intrinsecamente paranoico. La follia
rivela così un tratto universale del soggetto umano
che, dopo essersi identificato con il simile ideale, si

“ J. Lacan, Discorso sulla causalità psichica, cit., p. 172.


Jacques Lacan

pensa per necessità intrinseca identico a se stesso.


L’uomo pensa, in modo folle, di essere identico a se
stesso: l’uomo si crede un io. In questo senso, precisa
Lacan, «se un uomo che si crede re è un pazzo, un re
che si crede un re non lo è da meno».39
Facendo ricorso a Hegel, Lacan detta la formula
generale della follia che è la formula della posizione
normale e comune dell’io:

Ho detto: formula generale della follia nel senso che la si


può vedere applicarsi particolarmente a una qualsiasi di
quelle fasi per cui più o meno si compie in ciascun desti­
no lo sviluppo dialettico dell’essere umano, e nel senso
che essa vi si realizza sempre, come una stasi dell’essere
in un’identificazione ideale che caratterizza questo pun­
to con un destino particolare.**

Il folle non solo è nel misconoscimento rispetto all’i­


dentificazione con l’immagine ideale, ma anche nel
misconoscimento che

si rivela nella rivolta per cui il folle vuole imporre la legge


del suo cuore a ciò che gli appare come il disordine del
mondo, impresa “insensata” [...] per il fatto che il sog­
getto non riconosce in questo disordine del mondo la
manifestazione stessa del proprio essere attuale.'"

L’io è folle e lo è a causa di un doppio misconosci­


mento: in primo luogo poiché misconosce l’effettiva
posizione del suo essere attuale e in secondo luogo
poiché s’immedesima, tramite identificazione, nel­
l’immagine dell’altro ideale.

”Ivi, pp. 164-165.


*> Ivi, p. 166.
" Ivi, pp. 165-166.
L’insegnamento della psicosi

Il rischio della follia si misura sull’attrazione delle identi­


ficazioni in cui l’uomo impegna ad un tempo la sua verità
e il suo essere. Lungi quindi dall’essere il fatto contingen­
te delle fragilità del suo organismo, la follia è la virtualità
permanente di una faglia aperta nella sua essenza. Lungi
dall’essere per la libertà “un insulto”, ne è la più fedele
compagna, ne segue il movimento come un’ombra. E
l’essere dell’uomo non solo non può essere compreso
senza la follia, ma non sarebbe l’essere dell’uomo se non
portasse in sé la follia come limite della sua libertà.42

Quindi, non solo Lacan include la follia nel soggetto


umano, non solo la considera come parte integrante
della definizione dell’essere umano, come una condi­
zione fondamentale della soggettività, ma arriva a defi­
nire la follia come espressione della libertà dell’uomo.
Questa concezione della follia come espressione
della libertà umana può essere declinata secondo di­
versi punti di vista. Da un lato essa si ispira a tesi hei­
deggeriane e sartriane in cui viene sottolineato che il
soggetto non è padrone del proprio fondamento del­
l’esistenza, ma rivela piuttosto, a fondamento dell’esi­
stenza, una espropriazione fondamentale.
D’altra parte il soggetto è folle poiché alienato nel­
l’altro in cui si identifica. Ma il folle è libero perché,
identificandosi con l’altro, è talmente infatuato della
propria immagine da misconoscere la dipendenza
dell’io dall’altro da cui attinge le identificazioni e si
crede e si pensa slegato dalle leggi simboliche. L’io è
folle dunque proporzionalmente al modo in cui è in­
fatuato delle proprie identificazioni. Ed essere infa­
tuato delle proprie identificazioni vuol dire escludere
la mediazione dell’altro sociale e delle sue leggi ricon­
ducendo questa esclusione a un ideale di libertà.

42 Ivi, p. 170.
Jacques Lacan

Infine, sottolineando il binomio che lega la follia al­


la libertà, Lacan segna una rottura definitiva con qua­
lunque tipo di concezione organicistica della follia: la
causa della follia è da situarsi in quell’ambito di senso
in cui l’essere umano si situa. Ormai

la follia è tutta vissuta nel registro del senso [e] il fenomeno


della follia non è separabile dal problema della significazio­
ne per l’essere in generale, cioè del linguaggio per Fuorno.*44

La follia infatti, essendo consustanziale all’essere uma­


no, si presenta come una variante delle sue possibilità:
l’uomo è l’animale capace di essere folle, possibile pre­
da di questa «seduzione dell’essere».41 La follia si pre­
senta dunque come il limite stesso delle possibilità del
fatto di essere uomo: sotto questo punto di vista, il folle
non è certo un deficitario, né un irresponsabile, né un
incapace di intendere e di volere, ma un essere capace
di scelta, capace di una decisione, che sebbene non sia
dell’ordine dell’io o della coscienza - «Non diventa
pazzo chi vuole», come ricorda aver scritto Lacan «in
una formula lapidaria sul muro della nostra sala d’atte­
sa»45 - rimane dell’ordine del soggetto, di quel sogget­
to che, freudianamente, compie una scelta etica che lo
impegna con tutto il suo essere in quella che Lacan
chiama «l’insondabile decisione dell’essere».46

4.9 Verso una teoria strutturale della psicosi

Possiamo ora situare la nuova teoria della psicosi, che


avrà il suo culmine nella preclusione del Nome-del-

■*’ Ivi, p. 160.


44 Ivi, p. 170.
45 Ibid.
46 Ivi, p. 171.
Linsegnamento della psicosi

Padre {la forclusion du Nom-du-Père). Questa nuova


teoria potrà svilupparsi solo dopo l’inizio del suo in­
segnamento - che coincide con il Discorso di Roma
del 1953 - nell’ambito di quel ritorno a Freud a cui
Lacan aveva già consacrato i suoi primi seminari.
In questa nuova teoria, Lacan cerca di render conto
della psicosi in modo logicamente dedotto dalla chia­
ve di volta che gli permette di leggere la scoperta psi­
coanalitica e che è sintetizzata nell’aforisma «l’incon­
scio è strutturato come un linguaggio».
Due sono i testi più importanti di questo periodo
dell’insegnamento di Lacan sulla psicosi: il seminario
sulle psicosi, svolto nell’anno accademico 1955-1956,
e il testo pubblicato negli Scritti, dal titolo Dna que­
stione preliminare ad ogni possibile trattamento della
psicosi, degli inizi del 1958. Sebbene pochi anni sepa­
rino il Seminario dal testo sulla psicosi, la disconti­
nuità tra i due è fondamentale, nonostante sembrino
susseguirsi in un’apparente continuità concettuale.
Nel Seminario III abbiamo una puntuale ripresa di
tutta la problematica psichiatrica della psicosi sulla
scia tuttavia delle tematiche sviluppate nei seminari
precedenti. Nel Seminario I Lacan, interrogandosi
sulla tecnica di Freud, distingue il registro delTimma^
ginario dal registro simbolico, e così facendo mostra
la differenza di struttura tra l’io, istanza immaginaria,
e il soggetto, istanza simbolica. Nel Seminario II, ac­
centua la funzione del significante e costruisce l’auto­
nomia di questa dimensione. Lo schema L, dato nel
corso di questo seminario, illustra in primo luogo la
divisione tra immaginario e simbolico, la ripartizione
tra la relazione speculare dell’io con il proprio simile
e il rapporto simbolico del soggetto con l’Altro.
Nel Seminario in Lacan s’interroga sullo statuto
della psicosi rispetto a tutta questa problematica.
Jacques Lacan

Tuttavia non arriverà a una soluzione soddisfacente


delle questioni relative alle psicosi se non dopo il Se­
minario 1V, dove viene messa in luce la funzione strut­
turale del padre: Lacan compendierà nella Questione
preliminare la sua dottrina sulle psicosi.

4.10 La psicosi come esclusione dell’Altro


della relazione intersoggettiva

Nel Seminario III Lacan ritorna costantemente su que­


sta tesi: lo psicotico testimonia di un capovolgimento
del suo rapporto con la parola, con il significante, con
il linguaggio. Questo capovolgimento è un fenomeno
che segna, in modo inequivocabile, la struttura psicoti­
ca. Secondo Lacan la struttura deve essere estratta dal
fenomeno e il fenomeno rivela la struttura.
Lacan opera un cambiamento radicale nell’approc­
cio della psicosi passando dalla semplice fenomeno­
logia al reperimento della struttura tramite la feno­
menologia. Nella fenomenologia la struttura è impli­
cita, bisogna invece che essa si manifesti e permetta di
distinguere ciò che è dell’ordine deH’immaginario,
dell’immagine che ritroviamo anche nel mondo ani­
male, da quel simbolico che è proprio dell’essere
umano e che si caratterizza con il suo rapporto con la
parola e con il campo del linguaggio.
Ecco che cosa segna la psicosi del Seminario III: una
discordanza delle leggi del linguaggio che rivela che la
dialettica ordinaria della parola è inoperante. 11 delirio
è, in effetti, una parola che non entra in dialettica con
l’Altro ma resta chiusa in se stessa, rimanendo refrat­
taria alla logica del desiderio di essere riconosciuta.
Si tratta della tesi che Lacan sviluppa nel corso del
suo insegnamento degli anni cinquanta: la condizione
Linsegnamento della psicosi

della parola risiede nel riconoscimento dell’Altro, in


altri termini nella risposta dell’Altro alla parola del
soggetto. Parallelamente, è solo l’istituzione dell’Al­
tro che rende possibile il riconoscimento del deside­
rio del soggetto.
Già in Funzione e campo Lacan aveva raffigurato la
psicosi come elusione del vincolo fondamentale che
lega simbolicamente il soggetto all’Altro:

Nella follia, quale che ne sia la natura, ci tocca riconosce­


re, da un lato, la libertà negativa di una parola che ha ri­
nunciato a farsi riconoscere, vale a dire ciò che chiamia­
mo ostacolo al tranfert e, dall’altro, la singolare forma­
zione di un delirio - fabulatorio, fantastico o cosmologi­
co, interpretativo, rivendicativo o idealista -, che oggetti­
va il soggetto in un linguaggio senza dialettica.47

Nel Seminario in Lacan pone al centro dell’esperienza


psicotica la frattura del legame tra il soggetto e l’Al­
tro. L’Altro è escluso nel senso che è impossibile per
10 psicotico rompere il cerchio narcisistico che lo im­
prigiona alla sua immagine, al suo doppio speculare.

Nella parola vera, l’Altro è ciò davanti a cui vi fate rico­


noscere. Nella parola vera l’allocuzione è la risposta. Nel­
la parola delirante, invece, l’Altro è escluso veramente.48

11 che significa che la struttura quadripartita del sog­


getto, che Lacan evidenzia nello schema L, non è più
ripartita tra l’asse immaginario e quello simbolico,
poiché, venendo meno l’Altro, viene a mancare l’asse
simbolico, per cui il campo del soggetto si riduce al
rapporto con la propria immagine speculare.

47 J. Lacan, Funzione e campo, cit., p. 273.


48 J. Lacan, Il seminario. Libro III, cit., pp. 61-62.
Jacques Lacan

Ora, l’effetto dell’esclusione dell’Altro si segnala


come irruzione di una parola che non si iscrive nella
dialettica intersoggettiva, ma che rinvia solo a se stes­
sa, come se fosse irriducibilmente chiusa all’Altro.

A livello del significante, nel suo carattere materiale, il


delirio si distingue precisamente per quella forma spiccia­
le di discordanza dal linguaggio comune che si chiama
neologismo. A livello della significazione, si distingue per
un fatto, che non può apparirvi se non partite dall'idea
che la significazione rinvia sempre a un’altra significazio­
ne, e cioè che, appunto, la significazione di queste parole
non si esaurisce nel rinvio a una significazione. Lo si vede
nel testo di Schreber così come in presenza di un malato.
Il significato di queste parole che attirano la vostra atten­
zione ha la proprietà di rinviare essenzialmente a la signi­
ficazione come tale. È una significazione che fondamen­
talmente non rinvia a null’altro che a se stessa, che resta
irriducibile.'1’

4.11 Dall’Altro della relazione intersoggettiva


all’Altro della catena significante

Tuttavia il Seminario III è un seminario problematico


poiché si situa nel punto di rottura tra due versanti
dell’insegnamento di Lacan messi in luce dal com­
mento di Miller:’0 da un lato il Lacan che considera
l’inconscio freudiano strutturato secondo le leggi del­
la parola, che sono le leggi del riconoscimento e della
relazione intersoggettiva, di cui Lacan aveva reperito
le coordinate nella Fenomenologia dello spirito di He-*Il

■*’ Ivi, p. 39.


w Cfr. J.-A. Miller, Lacan contro Lacan, in J. Lacan et al.,
Il mito individuale del nevrotico, cit., pp. 94-98.
Einsegnamento della psicosi

gel, e dall’altro il Lacan che considera l’inconscio


strutturato secondo le leggi del linguaggio, che sono
le leggi individuate dalla linguistica strutturale di
Saussure e di Jakobson.
Nel corso del seminario si assiste così a un graduale
rovesciamento: se all’inizio è sottolineata l’importan­
za della parola, alla fine emerge l’importanza del si­
gnificante. Questo cambiamento di registro ha conse­
guenze a livello sia del soggetto sia dell’Altro.
A livello del soggetto: nella misura in cui esso non è
più il soggetto della parola, un soggetto cioè che si co­
stituisce nella relazione intersoggettiva e che trova la
sua identità attraverso la mediazione dell’Altro, ma è,
al contrario, un soggetto costituito dai significanti
che lo significano nella catena significante - l’Altro
del linguaggio - contemporaneamente precludendo­
gli l’accesso a una propria identità: sul versante signi­
ficante infatti il soggetto non è nessun significante, si­
gnificante che tuttavia, nel rinvio a un altro signifi­
cante, lo rappresenta presso l’Altro. La teorizzazione
ulteriore di Lacan situerà la ricerca dell’identità sul
versante dell’oggetto.
A livello dell’Altro: nella misura in cui esso non è
più l’Altro della parola, cioè l’Altro soggetto che in­
terloquisce con il soggetto umano, fondamento quin­
di della relazione intersoggettiva. Non è l’Altro che
riconosce il soggetto umano nel suo desiderio di esse­
re riconosciuto. Poiché è un Altro che non è niente
più che l’articolazione dei significanti in una catena
che serve da una parte a rappresentare il soggetto e,
dall’altra, a veicolare quel desiderio eccentrico, indi­
struttibile, assoluto, impossibile ed essenzialmente
inappagato che Freud, e non certo Hegel, aveva indi­
viduato nel funzionamento non della coscienza di sé,
ma di ciò che aveva chiamato inconscio.
Jacques Lacan

Questo cambiamento di prospettiva si ripercuote


sulla psicosi: non è infatti la stessa cosa, e non ha la
stessa valenza nella cura analitica, dire che la psicosi
consiste in una esclusione dell’Altro, e dire che nella
psicosi, come del resto nella nevrosi, la condizione
del soggetto dipende da quel che si svolge nell’Altro.
Nel primo caso, Lacan parla dell’Altro della parola,
dell’Altro della relazione intersoggettiva, effettivamen­
te esclusa nella psicosi, mentre nel secondo, nell’im­
portanza primordiale dell’Altro rispetto a ogni posi­
zione soggettiva, Lacan parla dell’Altro del linguaggio,
dell’Altro che è quel simbolico che, pur ricoprendo
tutta la realtà, è mancante di un significante che iscri­
verebbe il soggetto nel simbolico, articolandolo nella
catena che lo rappresenta nel luogo dell’Altro.

“Sono stata dal salumiere” 1

Per indicare la distanza che separa, in così pochi anni,


la concezione della psicosi intesa come esclusione
dell’Altro da quella della psicosi intesa come man­
canza di un significante nell’Altro, riprendiamo un
esempio che Lacan riporta sia nel Seminario III sia
nella Questione preliminare.
Si tratta di una situazione clinica in cui ha avuto «a
che fare con due persone in un solo delirio, quello che
si chiama delirio a due»,” in cui sono prese, classica-
mente, una madre e una figlia. Entrambe si lamentava­
no di essere vittime di ingiurie da parte dei vicini e, co­
me prova, la ragazza aveva rivelato, in una presentazio­
ne di malati, che un giorno, incrociando nel corridoio
della casa un tipo che era l’amante fisso di una delle

” J. Lacan, Il seminario. Libro IH, cit., p. 57.


Linsegnamento della psicosi

sue vicine che più le importunava, aveva sentito costui


lanciarle un: “troia”, non senza rivelare che lei stessa
aveva detto di sfuggita: “sono stata dal salumiere”.
In questo esempio Lacan mostra il funzionamento
dell’interlocuzione delirante, che si oppone all’inter­
locuzione della parola vera. In quest’ultima si ha isti­
tuzione di due soggetti che si riconoscono mutual-
mente grazie alla mediazione dell’Altro, dell’Altro
della parola. Nell’interlocuzione delirante invece la
malata parla a partire dall’altro che è il proprio simile
e che è la propria immagine allo specchio.

Nel soggetto psicotico [...] certi fenomeni elementari, e


specialmente l’allucinazione che ne è la forma più carat­
teristica, mostrano il soggetto completamente identifica­
to con il suo io con cui parla.’2

Nel momento in cui l’allucinazione

appare nel reale, cioè accompagnata da quel sentimento


di realtà che è la caratteristica fondamentale del fenome­
no elementare, il soggetto parla letteralmente col suo io,
ed è come se un terzo, suo doppio, parlasse e commen­
tasse la sua attività.”

Ora, la mediazione dell’Altro o la sua esclusione non


sono senza effetto sulla posizione del soggetto:

Ci sono solo due modi di parlare di questo S, di questo


soggetto che noi siamo radicalmente, e cioè sia rivolgen­
dosi veramente all’Altro, A maiuscola, e ricevendone il
messaggio che vi riguarda in forma invertita, sia indican­
done la direzione, l’esistenza, nella forma dell’allusione.
Se questa donna è, propriamente, una paranoica, è in

’2 Ivi,p. 18.
” Ihid.
Jacques Lacan

quanto il ciclo, per lei, comporta un’esclusione dell’Altro


con la A maiuscola. Il circuito si chiude su quei due altri
minuscoli che sono la marionetta, di fronte a lei, che par­
la, e nella quale risuona il suo stesso messaggio, e lei stessa
inquantoché l’io è sempre un altro e parla per allusioni.”

Nella psicosi dunque non funziona l’Altro tramite cui


la parola del soggetto è riconosciuta. Ma se c’è esclu­
sione dell’Altro della parola, vuol dire che non c’è me­
diazione dell’Altro, e allora il soggetto riceve il messag­
gio direttamente da un suo simile, che è il suo doppio.
Ma mentre la parola tramite la mediazione dell’Altro
simbolico è una parola di riconoscimento, in mancan­
za dell’Altro simbolico la parola del proprio simile, che
è una parola misconosciuta del proprio io, è solo allusi­
va, ossia non consente al soggetto di riconoscersi nel
simbolico. E che cosa dice il proprio io tramite il pro­
prio simile nel messaggio delirante? Dice qualcosa, nel
reale, che era stato «messo fuori dalla simbolizzazione
che struttura il soggetto».”
Tutto il Seminario HI si dirige verso questa supposi­
zione - poiché di una supposizione si tratta - verso
l’ipotesi che la psicosi sia la conseguenza del mecca­
nismo della Verwerfung, e cioè di un rigetto ben più
radicale della rimozione, di una non iscrizione simbo­
lica fondamentale. Tuttavia questa non iscrizione
simbolica ha precise conseguenze, poiché «ciò che è
rifiutato nell’ordine simbolico, nel senso della
Verwerfung, riappare nel reale».56
L’allucinazione “troia”, che la malata intende a lei in­
dirizzata, mostra questa irruzione nel reale, al di fuori

M Ivi, pp. 62-63.


” Ivi, p. 56.
’6 Ivi, p. 16.
Linsegnamento della psicosi

di ogni simbolizzazione, di un termine che, in primo


luogo, si presenta come qualcosa che, in modo enigma­
tico e quindi al di fuori della mediazione dell’Altro del
riconoscimento, la concerne in modo certo e assoluto.

“Sono stata dal salumiere” 2

Due anni dopo Lacan riprende l’esempio citato nel


Seminario III nel suo articolo più importante sulla psi­
cosi, per ricavarne un insegnamento che investirà,
sovvertendolo, tutto l’approccio alla teoria analitica.
Lacan opera, all’improvviso e senza che il lettore se
ne accorga, un cambiamento radicale. Dobbiamo a
Miller l’aver sottolineato i punti fondamentali di que­
sto spostamento di prospettiva che sembrerebbe a
prima vista intricarsi senza rotture.’7
La chiave di lettura hegeliana del Seminario ni si rive­
lava insufficiente per spiegare l’inconscio freudiano. La
relazione intersoggettiva non arriva a render conto del
fenomeno clinico, e se il rapporto tra il soggetto e l’Altro
della parola può soddisfare una certa visione filosofica e
umanistica e addirittura religiosa dei rapporti umani,
essa non rende conto dell’ Altro come inconscio freudia­
no. Se il desiderio del soggetto fosse solo quello di essere
riconosciuto, sarebbe bastata una propedeutica dell’Al­
tro, per esempio dell’altro genitoriale o sociale.
L’eterogeneità di ciò che Freud aveva chiamato in­
conscio, l’ineducabilità del desiderio inconscio, la vi­
rulenza e insubordinazione della pulsione richiedeva­
no un’altra chiave di lettura. Bisognava ripartire dal
fenomeno clinico e rileggerlo in un’altra prospettiva.

57 J.-A. Miller ha sviluppato questa tematica nel D.E.A.


del Dipartimento di psicoanalisi dell’università di Parigi
vin negli anni 1987-1988.
Jacques Lacan

Lacan, all’epoca, aveva già elaborato come chiave di


lettura quella linguistico-strutturalista di cui aveva
delineato le coordinate nel suo articolo L’istanza della
lettera nell’inconscio o la ragione dopo Freud.
La psicosi offriva a Lacan la verifica clinica della nuo­
va chiave di lettura e della nuova teoria del soggetto e
dell’Altro che ne derivava. Non si tratta più del sogget­
to che si dice nella parola piena e dell’Altro che lo rico­
nosce, fondamento della relazione intersoggettiva. Si
tratta invece della manifestazione della struttura del
simbolico stesso, in cui prevale l’autonomia dell’ordine
simbolico, l’articolazione dei significanti che determi­
nano il soggetto, che non è più “costituente” ma “costi­
tuito” dall’ordine simbolico, dipendente quindi da un
ordine che gli preesiste e che lo determina. La lettura
linguistico-strutturalista permette così a Lacan di con­
giungere l’apporto della psichiatria - l’automatismo
mentale di Clérambault rivelandosi nient’altro che il
funzionamento autonomo della catena significante - e
la scoperta freudiana che si specifica in un inconscio
che non è un qualcosa che non si sa ma che si potrebbe
sapere, poiché è, strutturalmente, sempre un “Altrove"
rispetto al soggetto, un “Altrove” in cui si articolano
quei significanti che lo determinano e lo condizionano.
Lacan riprende dunque il caso della malata in que­
stione e prende alla lettera quello che dice. Ella dice
di aver udito, indirizzato a lei, un “troia”. Lacan,
qualche anno dopo, commenta:

In quel tanto di riferimento al linguaggio che qui si dise­


gna va visto il frutto della sola imprudenza che non ci ab­
bia mai ingannato: quella di non affidarci ad altro che a
quell’esperienza del soggetto che è l’unica materia del la­
voro analitico.56

56 J. Lacan, Dei nostri antecedenti, cit., p. 63.


Linsegnamento della psicosi

Per cogliere l’insegnamento impartito dal fenomeno


delirante, Lacan ricorda che bisogna essere in «una
sottomissione intera, anche se avvertita, alle posizioni
propriamente soggettive del malato».”
In altri termini, si arriverà a cogliere la struttura del
fenomeno delirante solo a patto di sottomettersi, non
già al discorso delirante, ma alla posizione soggettiva
del malato. U che obbliga a non aderire ad alcun pre­
concetto e a non rifugiarsi in nessuna comprensione
immaginaria.

4.12 II soggetto dell’inconscio non è il soggetto


delle facoltà

Bisogna partire dal fenomeno clinico, dunque. Ma at­


tenersi a esso vuol dire che non si deve avere alcun
preconcetto. Lacan rimprovera alla tradizione psico­
logica, filosofica e anche psicoanalitica di partire da
un presupposto. Si tratta della credenza che per capi­
re il fenomeno allucinatorio bisogna partire da un
soggetto supposto unificante la realtà. Quando si de­
finisce l’allucinazione come una percezione senza og­
getto vuol dire partire dall’ipotesi di un soggetto che
percepisce e nel caso dell’allucinazione che percepi­
sce qualcosa che non esiste: in altri termini, il malato
che ha un’allucinazione si sbaglia, poiché dice di udi­
re voci o di vedere cose che non esistono. Si suppone
così che il soggetto della percezione sia il soggetto delle
facoltà psicologiche, che il percipiens sia un’istanza
unificante che coincide con l’individuo stesso, l’istanza
che unifica le diverse percezioni.
Lacan rovescia questa prospettiva: egli parte dal

”J. Lacan, Una questione preliminare, cit., p. 530.


Jacques Lacan

fenomeno allucinatorio in quanto tale. Il dato di


partenza è il fenomeno, il perceptum, e dal fenome­
no ne deduce il soggetto in causa, il percipiens. E,
per chiarire la sua tesi, ricorre al commento di Mer­
leau-Ponty su un’esperienza percettiva di Katz 60 in
cui si dimostra che il perceptum stesso è strutturato e
che il soggetto della percezione, il percipiens, è de­
terminato dal perceptum, esattamente come il sog­
getto è determinato dal significante. Il percipiens
non è dunque padrone del perceptum e non è re­
sponsabile del perceptum, ma ne è, al contrario, un
effetto. Non c’è quindi un percipiens unico, ma un
percipiens che varia a seconda del perceptum-, per
esempio, il soggetto dell’udito non è lo stesso sog­
getto della visione.
Il soggetto non è dunque un soggetto costituente, che
unifica la realtà che lo circonda - funzione che è relega­
ta all’io, funzione immaginaria -, ma un soggetto costi­
tuito dal simbolico e diviso da questo impatto. Tramite
l’esempio tratto da Merleau-Ponty, Lacan dimostra che
anche il soggetto della percezione è un soggetto struttu­
rato dal significante: il significante è previo in ogni co­
stituzione soggettiva. C’è quindi, rispetto al percipiens,
un perceptum che gli preesiste e che lo determina. Esat­
tamente come il soggetto è determinato dall’ordine
simbolico. La clinica dell’allucinazione rivela così l’au­
tonomia dell’ordine simbolico. Le psicosi, tramite il
materiale clinico, dimostrano questa tesi: l’allucinato
dimostra di non essere padrone della propria percezio­
ne, ma dimostra che il perceptum, l’oggetto allucinato,
gli si impone e lo determina. Esattamente come il sog­
getto è determinato ed è agito dall’ordine significante.

“ Cfr. M. Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezio­


ne, trad. it. il Saggiatore, Milano 1965.
L'insegnamento della psicosi

Il sintomo psicotico, «se lo si sa leggere»,61 rivela


chiaramente la struttura stessa: i fenomeni allucinato-
ri del presidente Schreber dimostrano la struttura di
linguaggio dell’inconscio freudiano e la relazione del­
l’uomo al significante.

4.13 «L’inconscio è il discorso dell’Altro»

A differenza che nel Seminario ni, Lacan afferma nella


Questione preliminare che anche nella psicosi c’è l’Al­
tro. Non è l’Altro della relazione intersoggettiva ma è
l’Altro del linguaggio. Lacan lo ripresenterà tramite lo
schema L che già gli era servito per illustrare la rela­
zione tra il soggetto e l’Altro della relazione intersog­
gettiva.

Veniamo alla formulazione scientifica della relazione del


soggetto con questo Altro. Applicheremo “per fissare le
idee” e le anime in pena la suddetta relazione dello sche­
ma L già proposto e qui semplificato

psicosi) dipende da ciò che si svolge nell’Altro A. Ciò che


vi si svolge è articolato come un discorso (l’inconscio è il
discorso dell’Altro), la cui sintassi Freud ha cercato di
definire in un primo tempo nei frammenti che in mo-

61J. Lacan, Una questione preliminare, cit., p. 533.


Jacques Lacan

menti privilegiati, sogni, lapsus, tratti di spirito, ce ne


giungono.62

L’inconscio freudiano è questa articolazione simboli­


ca scoperta da Freud e che rimane un «Altrove» ri­
spetto al pensiero cosciente, «luogo presente a tutti e
chiuso a ognuno in cui Freud ha scoperto che, senza
che ci si pensi», pensa. «Freud annuncia l’inconscio
proprio in questi termini: pensieri che, anche se le lo­
ro leggi non sono affatto le stesse di quelle dei nostri
pensieri, nobili o volgari, di ogni giorno, sono però
perfettamente articolati.»6*
L’inconscio freudiano non può essere dunque ri­
dotto a nessuna forma immaginaria, quella di un pa­
radiso perduto o di una mantica divinatoria, come
anche quella di un ripostiglio pieno di cose rimosse o
di cose desiderate, oppure di un limbo ineffabile, poi­
ché ciò che conta è l’articolazione significante che lo
caratterizza. L’inconscio non è un’inerzia immagina­
ria ma è una struttura simbolica.
Sottolineiamo con forza questo punto: per Lacan
l’inconscio freudiano non è ineffabile, né è una forma
immaginaria, ma è articolato. Articolato come un lin­
guaggio. E quindi è una struttura simbolica. Da qui
l’aforisma che l’inconscio è strutturato come un lin­
guaggio. Secondo Lacan la scoperta di Freud non è
tanto da situare nello svelamento dei contenuti di que­
sto inconscio, sempre immaginari, ma nello svelamen­
to delle leggi che presiedono al suo funzionamento.
Nello schema successivo prodotto nella Questione
preliminare - il cosiddetto schema R - viene articolata,
da un lato, la posizione del soggetto e l’inconscio come

62 Ivi, p. 545.
6* Ivi, p. 544.
L’insegnamento della psicosi

discorso dell’Altro e, dall’altro, l’armatura teorica freu­


diana con i suoi punti chiave, come il primato del fallo,
il complesso di castrazione come fase normativa dell’as­
sunzione del proprio sesso, la funzione strutturante del
padre e la relazione con la madre come oggetto primor­
diale, punti chiave, questi ultimi due, dell’apporto post­
freudiano relativo al processo d’identificazione da una
parte e alla relazione d’oggetto dall’altra, in cui si posso­
no riassumere i contributi di Anna Freud e di Melanie
Klein. In altre parole nello schema R Lacan visualizza
da un lato la scoperta freudiana, che riassumiamo nel
complesso di Edipo, e dall’altra, l’apporto della lingui­
stica che permette di leggere la scoperta freudiana. Lo
schema R mette inoltre chiaramente in rilievo la com­
posizione tripartita della struttura del soggetto umano,
composta da simbolico, immaginario e reale.

4.14 La psicosi come preclusione


del significante paterno

Se dunque nel Seminario III la psicosi coincide con la


mancanza dell’Altro del riconoscimento, nella Questio­
ne preliminare ciò che la caratterizza è piuttosto la man­
canza di un significante: il significante Nome-del-Padre.
Per renderne conto, Lacan ricorre a una circostanza
particolare che può essere visualizata sullo schema R.

Cerchiamo ora di concepire una circostanza della posizio­


ne soggettiva, in cui all’appello del Nome-del-Padre ri­
sponda, non l’assenza del padre reale, dato che questa
assenza è più che compatibile con la presenza del
significante, ma la carenza del significante stesso.64

64 Ivi, p. 553.
Jacques Lacan

Che cosa succede allora? Succede che il significante


Nome-del-Padre è precluso per quell’operazione che
Lacan chiama «metafora paterna» e che è la traduzio­
ne in termini lacaniani dell’Edipo freudiano. E, dato
che è preclusa la funzione patema, non ha luogo la
sostituzione significante tra il Desiderio della Madre
e il significante Nome-del-Padre. In tal caso il sogget­
to, già iscritto nell’Altro del significante, poiché non
funziona la metafora patema, non si iscrive nella si­
gnificazione fallica.

Nel punto in cui [...] è chiamato il Nome-del-Padre,


può dunque rispondere nell’Altro un puro e semplice
buco, che per carenza dell’effetto metaforico provo­
cherà un buco corrispondente al posto della significazio­
ne fallica.65

Il soggetto resta così privo, sul versante simbolico,


della significazione patema e della corrispondente si­
gnificazione fallica sul versante immaginario. Ora, la
normalizzazione dell’essere umano è un effetto dell’i­
scrizione della significazione patema e quindi di
quella fallica: è tramite la significazione fallica che il
soggetto da un lato si riconosce nella differenza ses­
suale e, dall’altro, è tramite il fallo che il linguaggio si­
gnifica qualcosa al soggetto. Lo psicotico, quindi, a
cui la significazione patema e fallica fa difetto si ritro­
va, da un lato, in una mancata normalizzazione della
sua identità sessuale e, dall’altra, non arriva a decodi­
ficare i messaggi che gli giungono: egli resta prigio­
niero di una significazione che s’impone massiccia­
mente sebbene per lui resti enigmatica. Preso in un’e­
sperienza allucinatoria, per esempio, lo psicotico non

65 Ivi, p. 554.
liinsegnamento della psicosi

saprà che cosa questa significazione voglia dire, seb­


bene sia certo che voglia dire qualcosa e che lo riguar­
di direttamente.

4.15 II meccanismo causale della psicosi

Il tentativo di reperimento del meccanismo causale


della psicosi è già presente in Freud. Ed è proprio dal
testo di Freud che Lacan evidenzia un termine,
Verwerfung, che indicherebbe, almeno nello scritto
sull’Uooto dei lupi, una modalità di rigetto diversa
dalla rimozione.

A proposito della Verwerfung, Freud dice che il soggetto


non voleva saper nulla della castrazione nel senso della ri­
mozione. Infatti, nel senso della rimozione, si sa ancora
qualcosa di ciò di cui non si vuole, in un certo modo, sa­
pere [...]. Se ci sono delle cose di cui il paziente non vuo­
le saperne, nemmeno nel senso della rimozione, ciò sup­
pone un altro meccanismo.66

Prendendo spunto da un termine utilizzato da Freud


- «Freud dopo tutto non ne parla molto spesso»67 -
Lacan reperisce un tipo particolare di rigetto, diverso
da quello in gioco nella nevrosi e nella perversione, e
in cui si può ipotizzare di ritrovare il meccanismo
causale della psicosi.

“J. Lacan, Il seminario. Libro HI, cit., p. 177. Lacan tra­


duce correttamente il passo di Freud (cfr. S. Freud, Aus
der Geschichte einer infantilen Neurose, Gesammelte
Werke, S. Fischer Verlag, Frankfurt-am-Main 1947, t. XII,
p. 117), non così il traduttore italiano (cfr. S. Freud, Dalla
storia di una nevrosi infantile. (Caso clinico dell’uomo dei
lupi), in Opere, cit., voi. vn, p. 558).
67 Ivi, p. 176.
Jacques Lacan

Lacan riordina così il destino del soggetto dell’in­


conscio: la scelta, come la chiama Freud, della nevro­
si, della perversione e della psicosi si effettua sulla ba­
se di tre modalità della negazione ( Vemeinung) da cui
Lacan estrae la funzione di matrice simbolica dell’in­
conscio. Il soggetto sceglie la nevrosi tramite la rimo­
zione (Verdràngung). Nella rimozione viene negata
l’identità tra il significante e il soggetto, che viene uni­
camente rappresentato dal significante per un altro
significante, eventualmente, come ritomo del rimos­
so, sotto forma di sintomo. Il soggetto sceglie la per­
versione tramite il rinnegamento (Verleugnung). Nel
rinnegamento viene negata la differenza che intercor­
re tra l’immaginarizzazione dell’oggetto come facente
parte della realtà (il pene) e le coordinate simboliche
della significazione del soggetto (il fallo). Infine il
soggetto sceglie la psicosi tramite la preclusione - La­
can utilizza il termine giuridico di forclusion per tra­
durre il termine freudiano di Verwerfung - in cui vie­
ne realizzata la negazione sul significante stesso: tra­
mite questa negazione si rigetta il significante in
quanto organo della rappresentabilità stessa del sog­
getto. Diversamente dalla rimozione nevrotica e dal
rinnegamento perverso, nella preclusione psicotica si
ha una negazione della sottomissione alla simbolizza­
zione primitiva, la Bejahung.

C’è dunque all’origine, o Bejahung, cioè affermazione di


ciò che è, o Verwerfung.1*

Nella Bejahung c’è un primordiale dire di sì al signifi­


cante e quindi all’ordine simbolico, che precede ogni
negazione. Nella Verwerfung c’è un dire di no radicale

“ Ivi, p. 97.
Linsegnamento della psicosi

al significante nella sua funzione di rappresentare il


soggetto.

Nel rapporto del soggetto con il simbolo, c’è la possibi­


lità di una Verwerfung primitiva, in altri termini che qual­
cosa non sia simbolizzato e che si manifesterà invece nel
reale.69*

Come l’esperienza dell’allucinazione insegna, questo


rigetto radicale dell’ordine significante si realizza non
già in un ritorno del rimosso - come nel caso del sin­
tomo del nevrotico, che rimane iscritto nell’articola­
zione significante e che si dispiega nelle maglie di una
costruzione immaginaria -, ma in un ritorno nel reale
di ciò che non è stato mai simbolizzato, come esem­
plifica la voce allucinatoria “troia”.

Di cosa si tratta quando parlo di Verwerfung? Si tratta del


rigetto di un significante primordiale nelle tenebre este­
riori, significante che quindi mancherà a questo livello.
Ecco il meccanismo fondamentale che suppongo alla ba­
se della paranoia. Si tratta di un processo primordiale di
esclusione da un didentro primitivo, che non è il didentro
del corpo, ma quello di un primo corpo di significante.”

L’elaborazione della Verwerfung in Lacan si presenta


su diversi piani. In primo luogo possiamo considera­
re l’esclusione dell’Altro, dell’Altro della parola, co­
me una prima Verwerfung, poiché vi è intaccato alla
radice il valore simbolico della parola, che è alla base
della relazione intersoggettiva. Più compiutamente
però la Verwerfung concerne un significante nell’or­
dine simbolico, sebbene Lacan lo ipotizzi alla base

69 Ivi, p. 96.
” Ivi, p. 178.
Jacques Lacan

del meccanismo causale della psicosi prima ancora di


dire di quale significante si tratti. Sarà solo alla fine
del Seminario III che emergerà un significante parti­
colare, il significante “essere padre”: «Il presidente
Schreber manca con ogni probabilità di quel signifi­
cante fondamentale che si chiama essere padre»,71 ri­
corda Lacan, puntualizzando che lo psicotico è man­
cante di questo significante particolare reperito da
Freud. In Freud questo significante è la chiave di vol­
ta della funzione normativa che è la conseguenza del
complesso edipico. Nella teorizzazione lacaniana,
che si basa sull’aforisma che l’inconscio è strutturato
come un linguaggio, questo significante è la chiave
della funzione che annoda il significante in un punto
che, dice Lacan, «chiamerò punto di capitone».72
Nella psicosi questo punto di capitone manca, poiché
manca il significante primordiale.
Lacan dimostrerà infine che quando il soggetto è
impossibilitato ad assumere la realizzazione del signi­
ficante “padre” a livello simbolico, non gli resta allo­
ra che un rapporto con l’immagine a cui si riduce la
funzione patema, priva, a questo punto, di ogni «dia­
lettica triangolare».75
Nella Questione preliminare, invece, la preclusione
non porta più sul “significante” padre da solo, ma
sulla “metafora” padre, e cioè porta sul significante
paterno nella misura in cui questo significante fallisce
nell’operazione di sostituzione del significante mater­
no, il Desiderio della Madre, già precedentemente
simbolizzato.
Il che vuol dire che nella simbolizzazione abbiamo

71 Ivi, p. 347.
72 Ivi, p. 318.
75 Ivi, p. 241.
L’insegnamento della psicosi

due tempi: un primo che riguarda unicamente la ma­


dre e la x del suo desiderio a cui il bambino si rivol­
gerà per farsi presente al desiderio di lei; e un secon­
do che riguarda la metafora patema, in altri termini
riguarda il fatto che il significante materno, il Deside­
rio della Madre, è sostituito dal significante paterno,
il Nome-del-Padre.
Nel caso della psicosi tale sostituzione non avviene,
poiché il significante paterno stesso è mancante, seb­
bene possa essere presente il padre reale del bambino.

Considereremo dunque la Verwerfung come preclusione,


forclusion, del significante. Nel punto in cui [...] è chia­
mato il Nome-del-Padre, può dunque rispondere nel­
l’Altro un puro e semplice buco, che per carenza dell’ef­
fetto metaforico provocherà un buco corrispondente al
posto della significazione fallica.7475

4.16 Lo scatenamento

Perché la psicosi si scateni, bisogna che il Nome-del-Pa­


dre, verworfen, precluso, cioè mai giunto al posto dell’Al­
tro, vi sia chiamato in opposizione simbolica al soggetto.7’

L’esordio della psicosi risponde, secondo Lacan, a


precise regole del funzionamento del simbolico e non
già a situazioni ambientali o familiari basate unica­
mente sull’immaginario.
Perché una psicosi si manifesti bisogna che si verifi­
chi una condizione preliminare: è necessario che il
Nome-del-Padre sia già precluso, cioè non iscritto nel
luogo dell’Altro. E che all’appello del soggetto indi-

74 J. Lacan, Una questione preliminare, cit., p. 554.


75 Ivi, p. 573.
Jacques Lacan

rizzato al Nome-del-Padre risponda, non già l’assen­


za del genitore, ma l’assenza del significante: in tal ca­
so però, nel luogo dell’Altro, al posto del significante
paterno, c’è un buco.
Per Lacan queste sono le condizioni preliminari al­
lo scatenamento della psicosi, condizioni necessarie
ma non sufficienti. Perché si manifesti la psicosi biso­
gna che si presenti, nella vita reale del soggetto, una
congiuntura particolare, che consiste nel fatto che il
soggetto, confrontato in una situazione della vita con­
creta in una relazione duale che lo interessa rispetto a
un campo investito libidinalmente - come può esse­
re, per esempio, il campo dell’amore e del lavoro - al­
l’appello che egli fa rispetto al significante paterno,
che gli permetterebbe di risolvere la sua situazione
concreta, si trovi confrontato, non già con questo si­
gnificante ma con la mancanza di questo significante,
ricoperto tuttavia da una figura che incarna, nel reale,
il significante paterno mancante nel simbolico. In al­
tri termini lo scatenamento avviene quando il sogget­
to, implicato in una relazione immaginaria da lui af­
fettivamente investita, troverà in posizione terza, in
posizione simbolica quindi, non già il significante, ma
una figura immaginaria che riveste a diverso titolo la
funzione patema. Il soggetto, facendo appello al si­
gnificante paterno per risolvere la congiuntura in cui
si trova, non vede sorgere dall’Altro il significante pa­
terno, che è ciò che sostiene simbolicamente il sog­
getto, ma vede sorgere dall’Altro, al punto della man­
canza dell’Altro, una figura - che Lacan chiama
l’«Un-padre»76 - che viene a incarnare, nel reale, dò
che non era stato iscritto nel simbolico, il significante
paterno precluso.
L'insegnamento della psicosi

Si cerchi all’inizio della psicosi questa congiuntura


drammatica. Che si presenti per la donna che ha appena
partorito nella figura dello sposo; per la penitente che
confessa la sua colpa, nella persona del confessore; per
la ragazza innamorata, nell’incontro col “padre del ra­
gazzo", la si troverà sempre, e tanto più facilmente
quanto ci si orienti sulle “situazioni” nel senso romanze­
sco del termine.7778

In questo contesto notiamo, di passaggio, che la figu­


ra dell’analista o del terapeuta può occupare facil­
mente il posto dell’Un-padre e che l’incontro psicoa­
nalitico o psicoterapeutico è una situazione partico­
larmente favorevole allo scatenamento di una psicosi
fino allora non apparente.
Lacan spazza via in tal modo ogni concezione im­
maginaria del manifestarsi di una psicosi, concezione
che attribuisce tale congiuntura, per esempio, a un
difetto del sociale o a una carenza del padre o della
madre. Così Lacan prende chiaramente in giro le ri­
cerche che mettono in causa l’ambiente e che «vanno
errando come anime in pena dalla madre frustrante
alla madre ingozzante» e che cercano «a tastoni» di
«distinguere fra il padre tuonante, il padre bonario, il
padre onnipotente, il padre umiliato, il padre goffo,
il padre derisorio, il padre faccendiero, il padre giro­
vago».7" La psicosi si manifesta per un difetto simbo­
lico e non per variazioni a livello dell’immaginario.
Bisognerà cogliere nella fenomenologia dello scate­
namento psicotico la struttura simbolica sebbene es­
sa si rivesta sempre con figure che popolano la vita
quotidiana.

77 Ivi, p. 574.
78 Ivi, p. 573.
Jacques Lacan

4.17 Dall’indicibile all’oggetto a

La manifestazione della struttura che Lacan ha sapu­


to cogliere a partire dalla fenomenologia della psicosi
ha un altro capitolo di estremo interesse. Non soltan­
to la psicosi autorizza e conferma lo spostamento di
accento dall’Altro della relazione intersoggettiva al-
l’Altro della catena significante, e lo spostamento
correlativo dal soggetto “costituente” tramite la pa­
rola al soggetto “costituito” dall’articolazione signifi­
cante. Ma Lacan arriva a cogliere un insegnamento
prezioso circa l’oggetto. In psicoanalisi con il termine
oggetto si intende l’elemento correlativo della pulsio­
ne e cioè ciò tramite cui la pulsione arriva a un certo
soddisfacimento: la madre come oggetto di un godi­
mento proibito, l’oggetto parziale kleiniano o l’ogget­
to transizionale winnicottiano sono esempi dell’og­
getto in psicoanalisi.
Lacan ricava ancora il punto di partenza della pro­
blematica dell’oggetto dalla malata che sente l’alluci­
nazione acustica “troia”: si tratta di una voce che di­
ce, nel reale, ciò che non era stato simbolizzato.
La malata sente un “troia” a lei indirizzato. Questo
“troia” la riguarda nonostante resti enigmatico: in al­
tri termini “troia” significa per lei qualcosa sebbene
la malata non sappia che cosa. Lacan, tramite questo
esempio, da un lato illustra la struttura relativa alla
catena significante dell’esperienza allucinatoria, ma
dall’altro indica che il “troia” viene a designare nella
sua più profonda particolarità l’essere del soggetto
stesso. Questo passo indica, per la prima volta nell’in­
segnamento di Lacan, quello che verrà da lui chiama­
to successivamente l’oggetto a.
«Nel luogo in cui l’oggetto indicibile è rigettato nel
reale si fa sentire una parola», parola che viene «al
Linsegnamento della psicosi

posto di ciò che non ha nome [...]. Questo esempio è


stato portato solo per cogliere nel vivo che la funzio­
ne di irrealizzazione non è tutta nel simbolo».79
Non tutto dunque viene simbolizzato. C’è un resto
che rimane nell’operazione di significantizzazione
che il significante esercita sulla pulsione. Se l’opera­
zione della metafora patema procura nel soggetto
una significazione fallica - poiché la metafora pater­
na, portando una barra sulla Madre in quanto signifi­
cante del desiderio proibito, instaura il soggetto in un
funzionamento sufficientemente regolato della pro­
pria pulsione - tuttavia non tutto della pulsione è
riassorbito nel circuito simbolico: rimane un resto
che è quel marchio di godimento proibito collegato
con l’oggetto perduto freudiano.
L’oggetto perduto freudiano è la matrice di quell’og­
getto di godimento proibito che prende la forma di das
Ding freudiano e che Lacan svilupperà come forme del­
l’oggetto a. Agli oggetti freudiani, l’oggetto orale e l’og­
getto anale, Lacan ne aggiunge altri due: lo sguardo e la
voce. «L’esperienza della psicosi è fondamentale per
farci aggiungere, agli oggetti freudiani, questi oggetti la-
caniani che sono lo sguardo e la voce»,80 ricorda Miller.
Fondamentale perché la psicosi è la prova, al contrario,
della collocazione nella struttura dell’oggetto a.
Quando il Nome-del-Padre è operante, il soggetto
è posto sotto il significante fallico, dove il soggetto da
un lato non è più niente - $, scrive Lacan - ma dall’al­
tro ha un accesso a un campo della realtà che non è la
realtà naturale, ma una realtà in cui l’essere umano
può dispiegare il suo desiderio.

79 Ivi, pp. 531-532.


80 J.-A. Miller, Realtà e oggetto, in J. Lacan et al.. Il mito
individuale del nevrotico, cit., p. 93.
Jacques Lacan

Ora, come scrive in una nota aggiunta nel 1966 alla


Questione preliminare, è solo tramite l’estrazione del­
l’oggetto a che il campo della realtà non solo si sostie­
ne ma riceve il suo quadro. Nella elucidazione di que­
sta frase misteriosa data da Miller nell’articolo citato,
noteremo che Lacan indica in che modo si costituisce
la realtà: è necessaria l’estrazione dell’oggetto pulsio-
nale perché si apra la finestra del fantasma.
Nella psicosi, invece, la non estrazione dell’oggetto a
è correlativa alla sua presenza nel campo della realtà:
così nella psicosi lo sguardo diventa visibile e la voce
emerge come udibile, e possono essere colti, nella
realtà, nel loro statuto di oggetto. Non a caso, dunque,
ciò che perseguita lo psicotico è l’oggetto sguardo e
l’oggetto voce. La non estrazione dell’oggetto a non
permette così la localizzazione del godimento, localiz­
zazione che è il risultato dell’iscrizione della funzione
fallica: per questo, nella psicosi, il corpo è invaso da un
godimento mortifero, termine lacaniano che traduce il
termine freudiano di pulsione di morte.

4.18 L’Altro è strutturalmente mancante

Nella Questione preliminare la psicosi è un effetto


della mancanza, non già dell’Altro del linguaggio,
ma di un solo significante: il significante del Nome-
del-Padre. Questo permette a Lacan di rendere
conto del fatto che se da un lato lo psicotico dispo­
ne, come chiunque dell’Altro, del significante - il
presidente Schreber infatti parla e scrive - dall’al­
tro, nell’insieme dei significanti, gli fa difetto un si­
gnificante preciso: quello del Nome-del-Padre, che
è costitutivo dell’Altro della legge.
Ciò permette a Lacan di terminare il suo scritto sul-
L‘insegnamento della psicosi

la psicosi articolando l’Altro del significante con l’Al­


tro della legge e dimostrando che è esattamente que­
sta articolazione che manca nello psicotico a causa
della preclusione del Nome-del-Padre. In questo pe­
riodo del suo insegnamento, Lacan poteva dunque
dire che - normalmente - c’è l’Altro dell’Altro: c’è
l’Altro della legge che è il garante dell’Altro del signi­
ficante. Il Nome-del-Padre, dunque, come significan­
te nell’Altro è il significante dell’Altro.
Successivamente Lacan arriva alla conclusione, an­
che a partire dalla clinica delle psicosi, che non c’è
l’Altro dell’Altro. Arrendendosi all’evidenza che non
tutto è signifìcantizzabile, Lacan pone l’accento non
più su un difetto nell’Altro, causa della psicosi, ma
sul fatto che questo difetto è costitutivo dell’Altro.
Non solo quindi per lo psicotico l’Altro è mancante di
un significante, il Nome-del-Padre, ma - strutturalmen­
te, e quindi per ogni essere umano - l’Altro del signifi­
cante è marcato da una mancanza, poiché è incompleto
e inconsistente. Questa incompletezza e inconsistenza
dell’Altro viene indicata da Lacan nella formula
Da questa nuova fase del suo insegnamento Lacan
trae diverse conclusioni. Alcune riguardano diretta-
mente il significante del Nome-del-Padre e la sua
funzione: sia la sua funzione nella nevrosi, sia la sua
non-funzione nella psicosi, in cui si tratta appunto
della preclusione, e quindi del non funzionamento,
della funzione paterna.
Nella Questione preliminare Lacan aveva detto che
la preclusione del significante paterno era all’origine
della psicosi. Che cosa avviene quando Lacan si ar­
rende all’evidenza che ciò che non può essere signifì-
cantizzato - il reale - buca, per ogni essere umano, il
simbolico?
Lacan trae da tale ribaltamento diverse conseguenze
Jacques Lacan

teoriche e cliniche. Una di queste riguarda lo statuto


della follia stessa. Mentre in precedenza Lacan aveva
individuato, alla base di una clinica differenziale tra
psicosi e nevrosi, un’identificazione senza mediazio­
ne, l’esclusione dell’Altro del riconoscimento, la pre­
clusione del significante paterno, ora si volge verso
una clinica che si fonda più sulla continuità che sulla
discontinuità. Se in precedenza, nel suo insegnamen­
to, la discontinuità si basava sull’opposizione teorica
e clinica tra rimozione nevrotica e preclusione psico­
tica, Lacan pone ora sempre più in risalto l’aspetto
continuista di una clinica fondata sul carattere uni­
versale della mancanza dell’Altro: strutturalmente,
dunque, l’Altro è mancante. E la clinica mostra e di­
mostra la necessità generalizzata di sopperire a tale
mancanza tramite supplenze adeguate: il Nome-del-
Padre è il nome di una esse, anche se si tratta della
supplenza standard, che funziona per gran parte de­
gli esseri umani.
La psicosi si rivela dunque quando nel soggetto fa di­
fetto la supplenza che copre il buco - universale - del
simbolico, poco importa se tale supplenza era stata so­
stenuta dal Nome-del-Padre o, come nel 1974 Lacan
disse a Roma nella Terza, da «qualsiasi cosa».8'
Questa nuova frontiera dell’insegnamento di Lacan
mostra anche il rovescio della medaglia. Se il nevrotico
dovrà abbandonare la credenza nella consistenza del si­
gnificante paterno che lo garantirebbe di un Altro che è
“tutto”, lo psicotico, da parte sua, potrà sperare, per
coprire il buco del simbolico, in altre forme sostitutive
che non siano quelle del significante paterno. Forme
sostitutive che gli permetteranno di gestire più o meno

81 J. Lacan, La terza, in “La Psicoanalisi", n. 12, 1993,


p. 18.
Einsegnarne»lo della psicosi

bene l’inadeguatezza con cui l’ordine simbolico arriva


ad addomesticare il godimento della pulsione.

4.19 Ilsinthomo

A questo riguardo Lacan parlerà del sinthomo. Non


del sintomo che come le altre formazioni dell’incon­
scio - sogni, lapsus, motti di spirito, atti mancati ecc.
- ha struttura di significante e in quanto tale rappre­
senta il soggetto per un altro significante divenendo­
ne l’insegna, ma del sinthomo (le sinthome, come
scrive riprendendo un’antica grafìa), che può dare
conto non della ripetizione significante ma della ripe­
tizione pulsionale, e che ha la sua radice nel fatto che
non-tutto della pulsione riesce a metabolizzarsi nel­
l’ordine simbolico. Il sinthomo rende conto del fatto
che c’è un reale che è refrattario al simbolico. Reale
che si ripete. Lacan definisce la causa di questa ripeti­
zione, spesso motivo di sofferenza nella mente e nel
corpo, “godimento”.
In questa nuova prospettiva il sinthomo non ha più
struttura di significante ma di lettera, che è marchio
di godimento e la cui significazione rimane al sogget­
to enigmatica. Non si tratta quindi del sintomo come
metafora del soggetto, poiché il sinthomo è una sup­
plenza soggettiva alla mancanza dell’Altro: il sintho­
mo - come il Nome-del-Padre - ha ufficio di coprire
il buco del simbolico.
Lacan porta come esempio James Joyce.

Il padre è questo quarto elemento [...] senza il quale nul­


la è possibile nel nodo del simbolico, dell’immaginario e
del reale.
Ma c’è un altro modo di chiamarlo, è in questo punto che
Jacques Lacan

10 aggiungo a ciò che ne è oggi del Nome-del-Padre, al li­


vello in cui Joyce ne testimonia, ciò che conviene chiamate
11 sinthomo. È in quanto l’inconscio si annoda con il sintho-
mo, che è la cosa più singolare di ogni individuo, che si può
dire che Joyce [...] si identifica con l’individuai!12

Joyce, afferma Lacan, ha avuto, in tal modo, “il privi­


legio” di incarnare il sinthomo, in altri termini di in­
carnare quella supplenza soggettiva alla mancanza
dell’Altro che è la “struttura” stessa dell’uomo, tanto
da definirlo “Joyce il sinthomo”.
Joyce desiderava farsi un nome, immortalare il pro­
prio nome, creandogli un posto nella memoria uni­
versale. Lacan mette in correlazione questo farsi un
nome con la carenza patema di cui Joyce aveva sof­
ferto: egli sarebbe giunto a una versione del Nome-
del-Padre con il suo proprio nome. «Si tratta dell’in­
tento di occupare per sempre la memoria degli uomi­
ni con un Nome-del-Padre artificiale fabbricato a
partire dal suo nome proprio»,85 commenta Miller, a
causa di una mancanza del significante paterno a co­
prire, in Joyce, il difetto fondamentale della struttura:
il buco interno al simbolico.

4.20 Non c’è trauma se non di linguaggio

Il percorso che abbiamo proposto non è solo quello


delle successive teorizzazioni dell’insegnamento di
Lacan sulla psicosi, ma anche quello dell’incidenza
dell’insegnamento che, suo malgrado, lo psicotico of-

“ J. Lacan, Joyce il sintomo, in “La Psicoanalisi”, n. 23,


1998, p. 18.
“ J.-A. Miller, Lacan con Joyce, in “La Psicoanalisi”, n. 23,
1999, p. 30.
L'insegnamento della psicosi

fre allo psicoanalista nel tentativo di render conto del


funzionamento della struttura inconscia.
Si tratta dell’insegnamento della malata dell’ospe­
dale Sainte-Anne che ode “troia” e, pur senza saper­
lo, insegna la differenza che si dispiega tra l’Altro del-
l’intersoggettività e l’Altro del linguaggio. Si tratta
dell’insegnamento di Schreber che dimostra, e in mo­
do impeccabile, che l’inconscio è strutturato come un
linguaggio. Si tratta infine dell’insegnamento di Joy­
ce, che ci mostra che non c’è trauma se non quello
dell’incidenza della lingua sull’essere parlante.
5. La svolta del Seminario VII:
dal desiderio al godimento

5.1 II desiderio è il desiderio dell’Altro

Nel primo tempo del suo insegnamento Lacan si è


concentrato sugli effetti di cattura e di alienazione
promossi dall’ordine immaginario sul soggetto. La
definizione dell’io come funzione di misconoscimen­
to sintetizza il risultato della riflessione lacaniana sul­
la problematica freudiana del narcisismo.
A partire da Funzione e campo e ancor più dal Semi­
nario II, Lacan accentua progressivamente il primato
e l’autonomia dell’ordine simbolico, nel senso che le
fissazioni libidico-immaginarie del desiderio agli og­
getti investiti narcisisticamente sono subordinate al­
l’azione normativa dell’ordine simbolico, il quale tro­
verà nella teoria della metafora patema la sua versio­
ne clinicamente più significativa.
Il crescente peso dell’ordine simbolico e la funzio­
ne dell’Edipo a esso connessa produce, tra gli altri ef­
fetti, una nuova definizione del desiderio.
Con l’espressione «altalena del desiderio»1 Lacan
aveva definito il carattere immaginario del desiderio
come vincolato all’oggetto del desiderio dell’Altro. Il
desiderio restava cioè imprigionato nei riflessi narci­
sistici dello specchio: era desiderio immaginario di
possedere l’oggetto del desiderio dell’altro. Di qui,

1 Cfr. J. Lacan, Il seminario. Libro I, cit., p. 203.


La svolta del Seminario vn

appunto, la continua altalena tra erotizzazione e in­


tenzione aggressiva nella quale l’altro, amato in quan­
to ideale del soggetto, è, al contempo e proprio per
questa stessa ragione, oggetto di aggressività e di di­
struzione.
Ogni conoscenza umana trova la sua fonte nella dialettica
della gelosia [... ] Ecco il fondamento su cui si differenzia
il mondo umano dal mondo animale. L’oggetto umano si
distingue per la sua neutralità e la sua proliferazione inde­
finita [...] Ciò fa sì che il mondo umano sia un mondo ri­
coperto di oggetti e fondato su questo, che l’oggetto d’in­
teresse umano è l’oggetto del desiderio dell’altro.2

La meditazione profonda di Hegel e della logica in­


terna dell’Edipo freudiano conduce Lacan a emanci­
pare progressivamente la struttura del desiderio uma­
no dal gioco di specchi del narcisismo. Il desiderio
del soggetto non può essere ridotto - nella sua strut­
tura - a questa altalena immaginaria. L’Edipo freu­
diano mostra, infatti, di non poter essere ridotto a un
mero complesso psicopatologico di cui un soggetto
potrebbe soffrire, né alle vicende immaginarie del ro­
manzo familiare del nevrotico. Piuttosto funziona co­
me ciò che ordina l’essere del soggetto - dunque co­
me, una struttura in senso stretto - nel suo rapporto
con il desiderio. In altre parole l’Edipo freudiano
consente al soggetto di articolare il proprio desiderio
alla Legge simbolica della castrazione, che, come tale,
impone universalmente agli esseri umani la rinuncia
del godimento incestuoso offrendo come contropar­
tita la possibilità di un’identificazione simbolica che
permette al soggetto di assumere il proprio sesso e di
affermarsi come non solo subordinato alla castrazio­

2 J. Lacan. Il seminario. Libro III, cit., p. 47.


Jacques Lacan

ne, ma, proprio grazie a questa subordinazione, come


un soggetto di desiderio.
In altre parole, l’Edipo freudiano mette in eviden­
za il carattere simbolico e non solo immaginario del
desiderio. La definizione simbolica del desiderio
umano come desiderio dell’Altro scaturisce, in ef­
fetti, da una mediazione particolare operata da La­
can tra l’Edipo freudiano e la nozione hegeliana di
desiderio.
Della funzione strutturante dell’Edipo freudiano
Lacan valorizza il carattere simbolico dell’identifi­
cazione del soggetto con le insegne ideali del Padre
da cui scaturisce l’ideale dell’io come «guida al di là
dell’immaginario»,’ come «funzione pacificante»
che tiene in connessione la «normatività libidica con
una normatività culturale»,4 ovvero che rende possi­
bile un compromesso positivo tra il desiderio e la
Legge.’ Il desiderio, cioè, necessita non dell’opposi­
zione ma della mediazione della Legge. È questo il
valore che Lacan assegna all’ideale dell’io come ef­
fetto di un dono simbolico del Padre. In questo sen­
so il cosiddetto “complesso edipico’ è ciò che sim­
bolizza la realtà del soggetto; esso coincide con la
Legge stessa della cultura che, per un verso, si so­
vrappone all’ordine della natura normativizzandolo
e, per l’altro, rompe la gabbia immaginaria della re­
lazione speculare.

’ J. Lacan, Il seminano. Libro I, cit., p. 177.


’ J. Lacan, L'aggressività in psicoanalisi, cit., p. 111.
’ Se, dunque, lo stadio dello specchio mostra «un’identi­
ficazione primaria che struttura il soggetto come rivaliz-
zante con se stesso», l’identificazione edipica, di cui l’idea­
le dell’io è il prodotto simbolico, «è quella con cui il sog­
getto trascende l’aggressività costitutiva della prima identi­
ficazione soggettiva» (ibid.Y
La svolta del Seminario vn

Il complesso edipico lo riconosciamo come quello che


sempre copre con la sua significazione l'intero campo
della nostra esperienza [...] La legge primordiale è dun­
que quella che regolando l’alleanza sovrappone il regno
della cultura al regno della natura, in balia della legge
dell’accoppiamento. La proibizione dell’incesto non è
quindi che il cardine soggettivo.6

Ma definire il desiderio come “desiderio deH’Altro”


significa innanzitutto affermare il desiderio umano
come desiderio di essere riconosciuto simbolicamen­
te dall’Altro. Il desiderio del soggetto non ha infatti
come partner un oggetto ma il desiderio dell’Altro, il
desiderio desiderato dell’Altro. È la precisazione che
Lacan apporta - grazie alla rilettura kojèviana di He­
gel - alla versione immaginaria del desiderio come
desiderio dell’oggetto dell’altro:

il desiderio dell’uomo trova il suo senso nel desiderio


dell’altro, non tanto perché l’altro detenga le chiavi del­
l’oggetto desiderato, quanto perché il suo primo oggetto
è di essere riconosciuto dall’altro.7

In questo passaggio cruciale di Funzione e campo, si


vede bene come l’oggetto del desiderio umano non
viene più fatto coincidere con l’oggetto del desiderio
dell’altro, ma il desiderio dell’Altro viene definito co­
me l’oggetto stesso del desiderio. In questo modo La­
can introduce la possibilità di una “soddisfazione
simbolica”8 - che interrompe l’altalena immaginaria
del desiderio - resa possibile dal fatto che la doman­

6 J. Lacan, Funzione e campo, cit., p. 270.


7 Ivi, p. 261.
8 II concetto di soddisfazione simbolica come chiave
d’accesso al desiderio di riconoscimento si trova ben deli­
neato in J.-A. Miller, vedi, per esempio, Silet (1994-95),
Jacques Lacan

da di riconoscimento che il soggetto rivolge all’Altro


può incontrare nell’Altro un suo riconoscimento sim­
bolico. Non si tratta più in questo caso dell'altalena
immaginaria del desiderio ma della struttura simboli­
ca del desiderio, in quanto domanda di riconosci­
mento, in quanto desiderio dell’Altro, desiderio di
essere desiderato dal desiderio dell’Altro.
Il valore eminentemente dialettico di questa defini­
zione risiede nello sganciare il desiderio dalla dimen­
sione fisiologico-istintuale dei bisogni per iscriverlo
in quella propriamente umana della soddisfazione
simbolica legata al riconoscimento tra soggetti. Dun­
que di una soddisfazione che esclude il movimento
unilaterale di un soggetto verso un oggetto - è questa
la definizione che Hegel dà del soddisfacimento ani­
male del bisogno - ma che implica piuttosto una reci­
procità intersoggettiva nella quale la realizzazione
simbolica di un soggetto dipende da ciò che avviene
nell’Altro. In questo senso la domanda di riconosci­
mento si sostiene sulla possibilità di ottenere dall’Al­
tro il riconoscimento simbolico della domanda. Qui
Lacan recupera alla lettera l’interpretazione kojèviana
della dialettica hegeliana del riconoscimento. Tra tutti
quelli possibili si legga questo passaggio di Kojève:

L’uomo “risulta” umano quando rischia la vita per soddi­


sfare il suo Desiderio umano, cioè quel Desiderio che si
dirige su un altro Desiderio. Ora, desiderare un Deside­
rio è voler sostituire se stesso al valore desiderato da que­
sto Desiderio. Infatti, senza questa sostituzione si deside­
rerebbe il valore, l’oggetto desiderato, non il Desiderio

corso svolto al Dipartimento di psicoanalisi di Parigi vm,


in “La Psicoanalisi’, n. 20, 1996, pp. 190-223. Il suo fon­
damento teorico si ritrova perfettamente enucleato in A.
Kojève, op. cit., pp. 17-44.
La svolta del Seminario vn

stesso. Desiderare il Desiderio di un altro è dunque, in


ultima analisi, desiderare che il valore che io sono o che
10 rappresento sia il valore desiderato da quest'altro: vo­
glio che egli “riconosca” il mio valore come suo valore,
voglio che egli mi “riconosca” come un valore autono­
mo. Detto altrimenti, ogni Desiderio umano, antropoge-
no, è in fin dei conti, funzione del desiderio di “ricono­
scimento”.’

La struttura del desiderio come desiderio dell’Altro


introduce, dunque, l’al di là dell’immaginario perché
ciò a cui aspira il soggetto non entra più nel gioco in­
gannevole della tendenza erotico-aggressiva propria
dell’identificazione speculare, ma implica un altro ge­
nere di soddisfazione, diversa sia da questo gioco sia
dalla pura soddisfazione animale. Si tratta di una sod­
disfazione al di là dell’immaginario e al di là della na­
tura. Precisamente di una soddisfazione simbolica:
essere, appunto, riconosciuti come soggetti dal desi­
derio dell’Altro.
Nondimeno in Lacan la formula del desiderio co­
me desiderio dell’Altro non ha un contenuto univo­
co, ma tende a sintetizzare una serie di significazioni.
Il desiderio come desiderio dell’Altro può essere de­
clinato in quattro modi differenti.
11 primo è quello propriamente hegeliano secondo
il quale il desiderio dell’uomo non è desiderio di un
oggetto ma - come abbiamo visto - è ciò che fa del
desiderio dell’Altro il suo stesso oggetto. Secondo
questa significazione l’essere del soggetto vive im­
merso in una intersoggettività fondamentale, nel sen­
so che il suo essere dipende costitutivamente dall’es­
sere dell’Altro.
Il secondo mette in evidenza il valore della risposta

’ A. Kojève, op. cit., p. 21.


Jacques Lacan

simbolica dell’Altro alla domanda di riconoscimento


del soggetto. Come desiderio dell’Altro il soggetto di­
pende infatti nel proprio essere dal desiderio dell’Al­
tro nel senso in cui, per esempio, l’essere del bambi­
no dipende dalle risposte che trova nel desiderio del-
l’Altro materno. Ovvero da come il desiderio dell’Al­
tro lo sostiene o meno, lo particolarizza o meno nel
suo essere soggetto.
Il terzo riprende più propriamente il significato
freudiano del desiderio dell’Altro come desiderio in­
conscio, iscritto in un’“altra scena" rispetto a quella
della coscienza, come desiderio indistruttibile, come
Wunsch, voto del soggetto. Qui il desiderio dell’Altro
eccede la dialettica intersoggettiva per indicare una
trascendenza intema al soggetto, un Altro interno
che si costituisce come matrice del desiderio.
Il quarto apre, infine, alla definizione del desiderio
come metonimia. Qui desiderio dell’Altro va preso
come desiderio d’Altro, d’Altra Cosa. Il desiderio in­
fatti, come vedremo meglio in seguito, è al di là del
bisogno in quanto destinato per struttura a non po­
tersi mai soddisfare di un solo oggetto. L’isteria è la fi­
gura clinica che più illumina questo carattere infinito,
trascendente del desiderio, ovvero la sua eccedenza
rispetto all’oggetto del soddisfacimento, essendo il
desiderio isterico votato, per struttura, a ricercare
nient’altro che la propria insoddisfazione.

5.2 Parola piena e parola vuota

La struttura del desiderio umano come desiderio del­


l’Altro non può prescindere dal valore centrale che
Lacan attribuisce alla dimensione della parola. Fun­
zione e campo si sostiene integralmente sulla connes­
La svolta del Seminario VTI

sione tra la teoria dialettica del desiderio come desi­


derio dell’Altro e quella della dottrina psicoanalitica
come istituita sul «fondamento della parola»,1011 come
ordinata dalla funzione della parola.11
L’operazione compiuta da Lacan intreccia la tesi
dialettica del desiderio umano come desiderio del-
l’Altro con la definizione della psicoanalisi come pra­
tica della parola. La parola, infatti, esattamente come
il desiderio, dipende strutturalmente dalla risposta
dell’Altro: «ogni parola chiama risposta [...] non v’è
parola senza risposta».12*Nondimeno, non ogni paro­
la consente al soggetto la sua realizzazione simbolica.
Di qui la distinzione capitale tra la parola vuota e la
parola piena. Ovvero la distinzione tra una dimensio­
ne della parola - quella vuota - che resta ancorata al­
l’immaginario e un’altra - quella piena - che permet­
te invece la realizzazione simbolica del soggetto.
Di cosa si tratta, dunque, nella parola vuota e nel­
la parola piena? La parola vuota è quella parola che
resta separata dal desiderio inconscio del soggetto, è
la parola dell’io (moi), la parola che «mai si unirà al­
l’assunzione del suo desiderio».1’ Al contrario, la
parola piena si definisce per oltrepassare il piano
speculare dell’io e per enunciare il desiderio incon­
scio del soggetto. Se la parola vuota patisce di un ec­
cesso di io, quella piena, proprio grazie all’eclissi
dell’io, è in grado di manifestare - in quanto parola
dell’inconscio - la verità del soggetto. Infatti, più la
parola si riempie di io e più essa risulta vuota rispet­
to alla verità dell’inconscio e viceversa; più l’io si

10 J. Lacan, Funzione e campo, cit., p. 236.


11 Ivi, p. 239.
12 Ivi, pp. 240-241.
1J Ivi, p. 247.
Jacques Lacan

svuota e decade dalla sua posizione di misconosci­


mento, più la parola si riempie di senso e diventa
veicolo creativo della verità.
Insistere sull’opposizione tra parola vuota e parola
piena conduce Lacan a concepire l’analisi come
un’operazione di storicizzazione del soggetto, ovve­
ro di riscrittura della sua storia. La parola piena non
è altro se non la parola che fa emergere la verità sto­
rica di un soggetto. La fiducia incondizionata che il
Lacan di questi anni mostra verso il potere della pa­
rola trova nell’idea che la ripetizione sintomatica
possa essere sciolta da un’anamnesi compiuta, da
una rimemorazione integrale di tutti i capitoli censu­
rati della storia di un soggetto, una sua manifestazio­
ne eloquente. In fondo, il punto di vista di Lacan in
Funzione e campo consiste nel pensare l’impresa
analitica come un’operazione di esegesi del testo
soggettivo al fine di restituirne l’integrità. Se, infatti,
l’inconscio costituisce «quel capitolo della mia sto­
ria che è marcato da un bianco», l’obbiettivo princi­
pe dell’analisi sarà ristabilirne la continuità.H In
questo senso è precisa l’indicazione di Miller di iso­
lare nella parola “continuità” la parola chiave di
Funzione e campo.14 15 Si tratta, dunque, nell’operazio­
ne analitica di aiutare il soggetto a «completare la
storicizzazione attuale dei fatti che hanno determi­
nato già nella sua esistenza un certo numero di
“svolte storiche”».16
Ricucire il testo storico del soggetto, completarne

14 Ivi, p. 252.
15 Cfr. J.-A. Miller, Cause et consentement (1987-88),
corso tenuto al Dipartimento di psicoanalisi di Parigi vm,
seduta del 28 gennaio 1988 (inedito).
“ J. Lacan, Funzione e campo, cit., p. 255.
La svolta del Seminario vn

la storicizzazione, significa sganciare l’inconscio dal


regno dell’istintuale, la cui dimensione non è quella
biologica - propria degli oggetti delle scienze della
natura - ma coincide con la dimensione storica del
soggetto. Coerentemente con questo principio teori­
co di fondo l’analisi sarà finalizzata a rendere possibi­
le non tanto il ripristino archeologico dell’esattezza
dei ricordi, ma «l’assunzione da parte del soggetto
della sua storia».'7 Dove, appunto, questa assunzione
non indica affatto - secondo un’illusione che fu origi­
nariamente anche di Freud al tempo della formula­
zione del metodo cosiddetto “catartico” - la realizza­
zione di un accesso diretto ai materiali della memoria,
ai ricordi come elementi primi, originari, sepolti nel
passato, archeologici, quanto piuttosto permettere al
soggetto delle risoggettivazioni progressive degli
eventi del passato. Bisogna infatti tenere presente co­
me «nell’anamnesi psicoanalitica non si tratta di
realtà, ma di verità, giacché è effetto della parola pie­
na il riordinare le contingenze passate dando loro il
senso delle necessità future».1718
Se, dunque, la parola vuota è quella che affonda
nella falsa padronanza dell’io, la parola piena è quella
capace di soggettivare la storia del soggetto, di stori­
cizzare l’essere del soggetto. La prima è una parola
impaludata nell’immaginario, mentre la seconda ma­
nifesta il potere del simbolico come potere di dissolu­
zione dell’immaginario; la prima è persa negli inganni
del narcisismo, mentre la seconda rende possibile ciò
che Lacan chiama «la realizzazione psicoanalitica del
soggetto».19

17 Ivi, p. 250.
18 Ivi, p. 249.
” Ivi, p. 240.
Jacques Lacan

Questa opposizione tra immaginario e simbolico è


l’anima del celebre schema L:

Sull’asse immaginario - definito come relazione spe­


culare tra due simili a-a- si situano la parola vuota, la
falsa padronanza dell’io, l’inganno narcisistico della
relazione speculare, mentre sull’asse simbolico - defi­
nito dalla relazione tra il soggetto dell’inconscio e
l’Altro come luogo simbolico della parola - si collo­
cano invece la parola piena, la realizzazione del sog­
getto, ovvero la sua storicizzazione simbolica.
Occorre però precisare che quando Lacan stabili­
sce l’equivalenza tra la dimensione storica e quella
dell’inconscio non si riferisce affatto a un concetto li­
neare e progressivo della storia. Il tempo storico non
si fonda su una relazione causa-effetto di tipo mecca­
nicistico. I suoi riferimenti sono piuttosto la conce­
zione della temporalità sviluppata da Heidegger in
Essere e tempo e quella teorizzata da Freud nel caso
dell’ Uomo dei lupi. Si tratta, precisamente, di una
temporalità non lineare costruita sul concetto freu­
diano di Nachtràglich (retroazione). La caratteristica
di questa temporalità non è la mera successione degli
eventi, né un rapporto deterministico tra il passato
come causa e il presente-futuro come effetto, ma la
La svolta del Seminario vn

possibilità di cui il soggetto dispone di «ristrutturare


l’evento»20 retroattivamente (après coup), ovvero di
significare il proprio passato a partire dalla sua aper­
tura sul futuro, come insegna l’analitica esistenziale
di Essere e tempo.2' Il soggetto riordina i fili della pro­
pria storia a partire dalla sua apertura sul futuro; è so­
lo così che i fatti del passato non hanno in sé un senso
ma lo ricevono a partire dall’interpretazione presente
che il soggetto opera. Il senso della storia soggettiva
non è, infatti, una cosa, un dato di fatto ma l’effetto
della parola piena, ovvero del modo con il quale il
soggetto assume la propria storia.22
Questa centralità che Lacan assegna alla dimensione
della storicizzazione soggettiva produce l’effetto fonda­
mentale di debiologizzare la teoria freudiana delle pul­
sioni. Come abbiamo visto, inizialmente Lacan aveva ri­
letto la teoria libidica di Freud attraverso la lente del­
l’immaginario. In quella prospettiva ciò che Freud - se­
condo la teoria della libido sviluppata nei Tre saggi sulla
teoria sessuale - aveva isolato come “fissazioni pulsio-

20 Ivi, p. 250.
21 Cfr. M. Heidegger, Essere e tempo, cit., pp. 447-482.
22 La storicizzazione dei fatti implica una storicizzazione
primaria perché, non si deve dimenticare, come per l’esse­
re umano, che è un essere che abita il linguaggio, i fatti
accadono sempre e necessariamente all’interno di un uni­
verso di senso. Questa implicazióne fondamentale tra il
fatto e il senso è ciò che Lacan, in Funzione e campo, chia­
ma «storicizzazione primaria». Qui, ancora, il riferimento
essenziale resta l’Heidegger di Essere e tempo (cfr. il quin­
to capitolo “Temporalità e storicità”). Per tutti questi temi
si vedano gli articoli di J.-A. Miller, Commento a Funzione
e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi; L.
Colombo, Osservazioni sulla pulsione in Funzione e
campo; M. Focchi, Il tempo della parola piena', G. Senzolo,
La parola che dura, in “Quaderni milanesi di psicoanalisi”,
nn. 8-9, 1996.
Jacques Lacan

nali” del soggetto a stadi dello sviluppo sessuale prege­


nitale (orale, anale, fallico), diventavano manifestazioni
di ristagni immaginari, di un’inerzia narcisistica propria
del soggetto abbagliato dalle sue identificazioni idealiz­
zanti; è ciò che spingeva Lacan a definire il narcisismo
come ciò che «avviluppa le forme del desiderio».2’
In Funzione e campo l’accento è posto piuttosto sul­
la riduzione delle pulsioni freudiane ai significanti
della domanda. L’esigenza di debiologizzare, di dei-
stintualizzare la pulsione conduce Lacan a tradurne
la struttura in termini puramente significanti. La pul­
sione diventa allora una forma della domanda. La
pulsione orale, per esempio, diventerà domanda del
soggetto rivolta all’Altro (perché è il bambino che
manca di ciò che l’Altro ha), mentre quella anale sarà
finalizzata a promuovere la domanda dell’Altro verso
il soggetto (perché è il bambino che possiede le feci).
Questo significa concepire la pulsione non tanto co­
me una spinta al godimento ma come incentrata sulla
funzione significante della domanda nell’ambito di
relazioni propriamente intersoggettive. Anche in
questo contesto risulta centrale il riferimento alla di­
mensione storica del soggetto:

ogni fissazione a un preteso stadio istintuale è prima di


tutto una stimmata storica: pagina di vergogna che si di­
mentica o si annulla, o pagina di gloria che ci obbliga [...]
Per dirla in breve, gli stadi istintuali già quando sono vis­
suti sono organizzati in soggettività.24

In questo modo Lacan cerca di riscattare la dottrina


psicoanalitica da ogni equivoco “meccanicistico”.2*

2i J. Lacan, La cosa freudiana, cit., p. 419.


24J. Lacan, Funzione e campo, cit., p. 255.
La svolta del Seminario vn

Nondimeno si trova costretto ad amputare l’istanza


più propria della teoria freudiana delle pulsioni, ov­
vero quella che mette in evidenza la pulsione come
esigenza di soddisfacimento. Sarà solamente a partire
dal Seminario VII che Lacan cercherà di reintegrare la
teoria della libido di Freud senza ricorrere né alla sua
immaginarizzazione, né alla sua semantizzazione, ma
riconducendola coerentemente al registro del reale.

5.3 II desiderio come «metonimia della mancanza-


a-essere»

Se la prima versione lacaniana del desiderio ne accen­


tuava lo statuto immaginario facendo dell’oggetto del
desiderio l’oggetto del desiderio dell’altro, e se, in un
secondo tempo, Lacan esalta la struttura dialettica
del desiderio come desiderio dell’Altro, in un terzo
momento giunge a disidentificare il desiderio dal de­
siderio dell’Altro per farne l’espressione metonimica
della mancanza-a-essere.25
Sui primi passaggi ci siamo già soffermati; si tratta
ora di prendere in esame il terzo, ovvero quello che
conduce dal desiderio come desiderio dell’Altro al
desiderio come metonimia della mancanza-a-essere.
E questa la differenza che, a proposito dello statuto
del desiderio, intercorre tra Funzione e campo e La di­
rezione della cura e i principi del suo potere del 1958.
La tesi principale che Lacan enuncia circa la strut­
tura del desiderio non mette più in evidenza la sua
omologia con la parola, ovvero la dipendenza dialet­
tica del desiderio dalla dimensione dell’intersoggetti-
vità e del riconoscimento simbolico, quanto piuttosto

25 Cfr. J. Lacan, La direzione della cura, cit., p. 618.


Jacques Lacan

una radicale «incompatibilità tra il desiderio e la pa­


rola».26 Questa incompatibilità scardina l’idea dialet­
tica del desiderio come desiderio di riconoscimento.
Lacan coglie nella struttura del desiderio qualcosa
che scompagina lo schema dialettico del desiderio co­
me desiderio dell’Altro. Nel desiderio vi è cioè qual­
cosa che si mostra come eccentrico, non soddisfatto,
irriducibile alla legge del riconoscimento dialettico.
La formula del desiderio come metonimia della
mancanza-a-essere oltrepassa l’orizzonte del ricono­
scimento simbolico perché mostra un aspetto tra­
scendente del desiderio rispetto alla soddisfazione
simbolica del riconoscimento. Se, in effetti, il deside­
rio come desiderio di riconoscimento accentua il va­
lore dell’Altro come luogo possibile di un riconosci­
mento simbolico, il desiderio come metonimia valo­
rizza il rapporto strutturale del desiderio con la man-
canza-a-essere. La mancanza del soggetto viene con­
cepita da Lacan - sulla scorta della concezione sar-
triana del manque d’ètre - non come ima mancanza di
qualcosa, come mancanza intenzionale di, ma come
mancanza nell’essere del soggetto, nella struttura del
soggetto.27 Il desiderio, poiché scaturisce dalla man­

26 Ivi, p. 637.
27 Anche in Sartre la mancanza inerisce alla “realtà
umana” non in modo accidentale ma ontologico, poiché è
l’essere del soggetto che, come tale, è una mancanza d’es­
sere (manque d’ètre}. Mancanza d’essere che, nondimeno,
aspira perpetuamente all’essere che non è, rifiutando la
mancanza che porta con sé. In questo senso il desiderio
dell’uomo, essendo radicato nella mancanza, è la spinta a
realizzare un essere che abolisce la mancanza, è, letteral­
mente, un desiderio d’essere (désir d’ètre} (cfr. J.-P. Sartre,
L’essere e il nulla, cit., in particolare, la seconda parte:
“L’essere per-sé”). Il punto di convergenza tra Sartre e
Lacan a proposito della nozione di mancanza consiste nel
La svolta del Seminario vn

canza-a-essere, è un movimento che punta a negare la


mancanza come tale ma, nello stesso tempo, non può
che infinitizzarsi in quanto nessun soddisfacimento
potrà mai sopprimere questa stessa mancanza. Il de­
siderio è dunque una metonimia della mancanza-a-
essere, nel senso che la mancanza che lo supporta e
che lo produce si mantiene identica a se stessa pur es­
sendo l’oggetto del desiderio ogni volta diverso. Que­
st’ultimo connota così la dimensione immaginaria del
desiderio, mentre la sua strutturazione metonimica,
ovvero il rilancio continuo che il desiderio opera di se
stesso al di là dell’oggetto, definisce il suo carattere
simbolico, cioè la sua dipendenza dal significante,
dalla struttura del linguaggio. Così, come un signifi­
cante non può significare se stesso, il desiderio non
può chiudersi su un oggetto ma è desiderio d’altro,
d’altra Cosa, è un movimento di trascendenza, è rin­
vio infinito da un significante all’altro.
In questa riformulazione della teoria del desiderio
si percepisce l’incidenza di un altro “salto” epistemo­
logico compiuto da Lacan: quello dal primato della
funzione della parola alle leggi del linguaggio. La do­
minanza delle leggi del linguaggio subordina, in effet­
ti, l’essere del soggetto all’Altro inteso come luogo
della catena significante, e il desiderio diventa un ef­
fetto - in questo senso esso è sullo stesso lato del si­
gnificato- del significante. La tesi del desiderio come
metonimia riflette precisamente quest’idea della su­
bordinazione del soggetto alle leggi del linguaggio.
Anche il riconoscimento simbolico dell’Altro non
è, dunque, in grado di riassorbire questo carattere

fatto che entrambi dissociano il concetto di soggetto da


quello di sostanza, facendo, appunto, valere una nozione
di soggetto che si fonda sul concetto di mancanza piutto­
sto che su quello di sostanza.
Jacques Lacan

paradossale ed eccentrico del desiderio. Ne deriva­


no allora due conseguenze fondamentali nella teoria
del soggetto.
La prima: il desiderio non è del soggetto ma piutto­
sto è il soggetto che è del desiderio. Il desiderio, infat­
ti, trascende il soggetto, è «assoggettante».28 Il con­
cetto del desiderio come metonimia esalta lo statuto
diviso del soggetto, del soggetto scritto come $, dove
la divisione soggettiva è Vindice del carattere non dia­
lettico ma assoluto - assoggettante - di questa meto-
nimizzazione, ovvero della dipendenza del soggetto
dalla catena significante.
La seconda: la soddisfazione del desiderio non è
più la soddisfazione simbolica del desiderio come do­
manda di riconoscimento. Nell’incompatibilità del
desiderio con la parola emerge un’altra dimensione
della soddisfazione che darà conto dell’importanza
crescente del concetto di godimento (jouissance) nel­
l’insegnamento di Lacan.
Seguiamo da vicino Lacan quando s’impegna in
questo nuovo vertiginoso passaggio:

L’elaborazione del sogno è nutrita dal desiderio: ma perché


la nostra voce vien meno nel terminare: di riconoscimen­
to?, come se si spegnesse la seconda parola, poco fa la pri­
ma, che riassorbiva l’altra nella sua luce. Poiché in fondo
non è dormendo che ci si fa riconoscere. E il sogno, lo dice
Freud senza aver l’aria di vederci la più piccola contraddi­
zione, serve anzitutto al desiderio di dormire. Esso è ripie­
go narcisistico della libido e disinvestimento della realtà.29

Quale radicale revisione della concezione del deside­


rio come domanda di riconoscimento compie qui La-

28 J. Lacan, La direzione della cura, cit., p. 631.


29 Ivi, p. 619.
La svolta del Seminario Vii

can? La sua voce, ci dice, «vien meno» nel completare


l’espressione «desiderio» con «di riconoscimento». Si
scopre così un’altra faccia del desiderio, una faccia
non dialettica, incondizionata, assoluta, capace di
rompere con la dimensione intersoggettiva del ricono­
scimento simbolico. Per compiere questa virata Lacan
lascia Hegel per volgersi ancora una volta a Freud: al
concetto di «desiderio di dormire», che, in effetti, po­
ne la soddisfazione del desiderio in una sorta di corto­
circuito soggettivo che prescinde da ogni intersogget­
tività, da ogni legame con l’Altro («ripiego narcisistico
della libido» e «disinvestimento della realtà», scrive
Lacan). Questo cortocircuito apre a tutta la proble­
matica del godimento come irriducibile al desiderio,
che troverà nel Seminario VII un luogo nevralgico di
elaborazione. Non sarà più allora l’ideale dialettico
della parola piena a ispirare il lavoro dell’analisi - poi­
ché la parola risulta incompatibile con il desiderio -,
quanto piuttosto il far emergere il godimento indi­
struttibile che àncora il soggetto al suo sintomo.

5.4 II fallo come significante del desiderio

La metonimia del desiderio mostra il carattere «para­


dossale, deviante, erratico, eccentrico, o scandalo
so»10 del desiderio stesso e la sua dipendenza dalle leg­
gi del linguaggio. Nondimeno la clinica psicoanalitica
mostra la tendenza del desiderio inconscio a fissarsi su
determinati oggetti, a creare dei punti di arresto, di fis­
sazione direbbe Freud, di questo scivolamento infini­
to del desiderio. Ebbene, la nozione di fallo in Lacan
trova qui la sua ragione di fondo: il significante fallico*

,nJ. Lacan, La significazione del fallo, cit., p. 687.


Jacques Lacan

si presenta come ciò che arresta, calamitandolo, lo


scorrimento metonimico del desiderio.
Prima di esaminare la centralità assegnata da Lacan
al significato del fallo, in particolare nel corso della
seconda metà degli anni cinquanta, conviene ripren­
dere più in generale la funzione del significante in re­
lazione alla strutturazione del soggetto.
Innanzitutto si tratta di chiarire la differenza concet­
tuale tra il bisogno e la domanda. Il bisogno definisce
uno stato di urgenza, connotato fisiologicamente, del
soggetto. Freud parla a questo proposito del tempo
«dei grandi bisogni fisici»?1 A partire dalla tesi della
«primordialità dell’Altro»31 - nel senso che l’Altro vie­
3233
ne sempre prima e determina l’esistenza del soggetto
-, Lacan evidenzia come non vi sia bisogno del corpo
che non venga filtrato dal significante. In questo senso
il concetto di “domanda” definisce il bisogno tradotto
in termini significanti, ovvero subordinato al linguag­
gio. La domanda è la messa in forma significante del
bisogno. Perché un soggetto possa soddisfare un biso­
gno deve infatti interpellare l’Altro, poter domandare,
rivolgersi all’Altro, essere incluso nel campo dell’Al­
tro. La domanda designa così un modo dell’incidenza
del linguaggio, ovvero dell’Altro, sulla strutturazione
del soggetto. Per questo Lacan mette in evidenza co­
me la domanda non sia mai, nel suo fondo, domanda
di un oggetto, ma domanda dell’Altro come tale, «do­
manda di una presenza o di un’assenza». Per questa
ragione egli assegna all’Altro un potere particolare -
«potere di privazione» - che consiste nel «privilegio di
soddisfare i bisogni»?3 Proprio questo potere dell’Al-

31 S. Freud, L'interpretazione dei sogni, in Opere, cit., voi.


Ili, p. 515.
32 Cfr. J. Lacan, La significazione del fallo, cit., p. 688.
33 lbid.
La svolta del Seminario VII

tro di soddisfare o meno i bisogni del bambino rende


la risposta dell’Altro materno una risposta simbolica,
in quanto se l’Altro può dare o meno ciò che gli viene
domandato, il suo dare sarà, al di là di ciò che effettiva­
mente darà, il segno del suo amore per il soggetto.
L’Altro, in effetti, può dare ma potrebbe anche non
dare. Quindi ciò che esso dà o non dà trascende sem­
pre il valore naturale dell’oggetto per assumere quello
simbolico del dono d’amore o del suo rifiuto.
La domanda significante annulla, dunque, il biso­
gno naturale. La domanda non è vincolata all’oggetto
ma all’Altro. In questo senso la domanda non è mai,
nel suo fondo, domanda di un oggetto ma domanda
di niente. Domanda di “niente” che non sia la presen­
za dell’Altro, l’essere presente dell’Altro. È questa la
natura della domanda d’amore che, come tale, non è
mai domanda di ciò che l’Altro ha - dell’oggetto -
ma, come si esprime Lacan, domanda di ciò che l’Al­
tro non ha,34 domanda dell’essere dell’Altro, doman­
da di un segno d’amore dell’Altro, dunque domanda
«incondizionata».
L’amore annienta l’importanza dell’oggetto natura­
le. La domanda d’amore è al suo cuore una domanda
di niente: non è domanda del seno della madre ma
del segno. Del segno della mancanza dell’Altro, pre­
cisa Lacan, perché nella domanda d’amore si esprime
l’esigenza simbolica del soggetto di ricevere dall’Al­
tro non un oggetto, appunto, ma il segno della sua
mancanza, della mancanza che il soggetto può scava­
re nell’Altro e, dunque, del valore simbolico che esso
stesso può avere per l’Altro. L’oggetto viene così ri­
dotto a niente poiché il suo valore è totalmente di­
pendente dal modo in cui l’Altro lo offre al soggetto e

34 Ibid.
Jacques Lacan

dal senso che l’Altro attribuisce a questo stesso ogget­


to. Nel dono d’amore non conta infatti ciò che si do­
na ma come lo si dona, ovvero in che modo quello
che si dona si presta a farsi segno d’amore.”
Questo annullamento significante dell’oggetto,
questo snaturamento del bisogno operato dal signifi­
cante, mostra una volta di più la dipendenza dell’uo­
mo dal campo dell’Altro, e mostra altresì come l’og­
getto colpito dal significante, trasformato in simbolo,
non esiste più come oggetto ma appare come intera­
mente negativizzato.
È a questo punto che il fallo emerge come un signi­
ficante particolare, ovvero come quel significante che
chiarisce la funzione stessa dell’operazione signifi­
cante come funzione che annichilisce l’oggetto natu­
rale (per questo Lacan lo definisce «significante dei
significanti»),

” Il caso clinico dell’anoressia inette in evidenza per


Lacan il grado estremo che può raggiungere questa dialetti­
ca della domanda d’amore: piuttosto che accettare il soddi­
sfacimento del bisogno che non è segno dell’amore del-
l’Altro, l’anoressica è disposta a lasciarsi morire di fame. Per
un altro verso la frustrazione d’amore può anche dar luogo
a delle compensazioni come quella bulimica, laddove il sod­
disfacimento del bisogno compensa, appunto, il mancato
dono d’amore: «Ogni volta che vi è frustrazione d’amore,
questa si compensa con il soddisfacimento del bisogno.
Nella misura in cui la madre manca al bambino, lui si attac­
ca al suo seno e questo seno diventa per lui la cosa più signi­
ficativa. Finché lo ha in bocca e se ne soddisfa, da un lato il
bambino non può essere separato dalla madre, dall’altro
tutto questo lo lascia nutrito, riposato e soddisfatto. H sod­
disfacimento del bisogno è qui la compensazione della fru­
strazione d’amore» (J. Lacan, Il seminario. Uhm /v, cit., p.
188). Sulla teoria e la clinica dell’anoressia-bulimia in chiave
lacaniana si possono vedere M. Recalcati, Eultima cena: ano­
ressia e bulimia. Bruno Mondadori, Milano 1997 e Id. (a c.
di), Il corpo ostaggio, Boria, Roma 1998.
La svolta del Seminario vii

Nella dottrina freudiana della sessualità infantile si


vede bene come pur non essendo il fallo un oggetto
reale - perché, per esempio, né la madre, né la bambina
hanno realmente il fallo - è attorno al suo valore signifi­
cante che si ordinano i tentativi del bambino di com­
prendere il proprio essere sessuato. Il fallo rivela cioè la
sua natura simbolica essendo un’assenza reale che tut­
tavia orienta la strutturazione dinamica della sessualità
umana. In questo senso per Lacan il fallo è essenzial­
mente al femminile perché l’attribuzione del fallo al-
l’Altro materno o l’incontro con la sua assenza, con la
castrazione materna, mettono in risalto la differenza tra
il fallo come significante - che dunque suppone l’as­
senza dell’oggetto - e il pene come organo reale.
Nel Seminarlo IV Lacan distingue il fallo simbolico
che annulla gli oggetti di natura - significante dunque
dell’operazione significante come tale - dal fallo im­
maginario, che definisce in particolare l’indice della
mancanza materna e, al tempo stesso, il correlato di
questa stessa mancanza poiché il desiderio della ma­
dre è abitato dalla spinta a identificare immaginaria­
mente il bambino con il fallo, a sostituto, come si
esprimeva Freud, del fallo. È questo lo statuto simbo-
lico-immaginario del fallo attorno a cui ruota il Semi­
nario IV dedicato alle cosiddette relazioni d’oggetto.56
Il primato del fallo consiste nel fatto che esso, non
essendo un oggetto ma un oggetto che manca, un pu­
ro simbolo, svela la supremazia del significante e, al
tempo stesso, rappresenta il significante del desiderio
dell’Altro. Abbiamo chiarito in che senso il fallo è il

56 Su tutti questi temi vedi l’intervento di A. Zenoni, Lo


statuto del fallo dal Seminario rv alla Significazione del
fallo, in “Studi di psicoanalisi. Annali della Sezione Clinica
di Milano”, n. 1, 1999, pp. 5-25,
Jacques Lacan

significante dell’operazione significante, ma cosa si­


gnifica affermare che il fallo è il significante del desi­
derio dell’Altro?’7 Qual è innanzitutto lo statuto del
desiderio rispetto a quello della domanda?
Lo statuto del desiderio eccede quello della do­
manda. Ne indica, simultaneamente, il suo al di qua e
il suo al di là.’" È al di qua come indice della mancan­
za-a-essere del soggetto; ne è al di là in quanto il desi­
derio non può ridursi a nessuna domanda. Anzi esso
indica ciò che residua della domanda una volta che
essa è stata soddisfatta, ovvero il suo al di qua. Il desi­
derio è il «residuo dell’obliterazione» significante,”
nel senso che la conversione del bisogno nella parola,
nei significanti della domanda, non riesce ad annulla­
re del tutto la spinta del bisogno verso il suo soddisfa­
cimento. Viene così meno l’illusione che aveva nutrito
Funzione e campo-, il reale del bisogno - il reale della
pulsione - non potrà mai venire integralmente signifì-
cantizzato dalla domanda. Ma il desiderio non è solo
al di qua della domanda; ne indica anche Tal di là. Es­
so è Tal di là della domanda poiché il desiderio, in
quanto metonimia della mancanza-a-essere, trascende
ogni domanda così come ogni oggetto di soddisfaci­
mento; il desiderio è, in altri termini, un significato
che non può mai essere contenuto dal significante.
Ma, come si è detto, la metonimia del desiderio si
trova agganciata al fallo come significante del deside­
rio dell’Altro. Il fallo si costituisce come significante
speciale del desiderio dell’Altro, come significante ul­
timo del desiderio, capace, appunto, di arrestare la me­
tonimia del desiderio rappresentando il suo punto in­
terno di gravitazione. Il significante fallico, in effetti

” Cfr. J. Lacan, La significazione del fallo, cit., p. 691.


Ivi, p. 688.
” lbid.
La svolta del Seminario vii

accende nel soggetto l’aspettativa immaginaria di com­


pletare il proprio essere. L’oggetto acquista così un va­
lore fallico per il soggetto quando sostiene l’illusione di
rendere possibile un suo completamento. È questo,
per esempio, lo statuto del bambino per il desiderio
materno; ed è questo anche lo statuto dell’oggetto fe­
ticcio per il desiderio perverso. In particolare nel corso
del Seminario iv Lacan si era soffermato su come il fal­
lo condizioni il rapporto tra la madre e il bambino. Il
concetto diadico della relazione madre-bambino - che
ha finito per egemonizzare la psicoanalisi postfreudia­
na - risulta in questa prospettiva insufficiente perché
sopprime il riferimento al fallo come terzo elemento
che orienta tutta la dialettica intema tra madre e bam­
bino. Rispetto al desiderio materno il bambino tende,
infatti, a rappresentare il sostituto del fallo, ovvero il
tappo immaginario della sua castrazione, l’oggetto che
può colmarne la mancanza, mentre sul lato del bambi­
no esso promuove la spinta a essere il fallo per diventa­
re l’oggetto che può rispondere perfettamente al desi­
derio materno. Nondimeno esiste un’impossibilità
strutturale di sostenere l’identificazione narcisistica
con il fallo. Questa identificazione non potrà che sve­
larsi come necessariamente insufficiente. Per questo,
per un certo periodo del suo insegnamento, Lacan de­
finirà il compito dell’analisi come finalizzato a scioglie­
re l’identificazione immaginaria del soggetto al fallo
(sul lato dell’essere il fallo nell’uomo e sul lato dell’ave­
re il fallo nella donna), per renderlo invece disponibile
alla mancanza come condizione per un desiderio non
imbalsamato dall’identificazione fallica, non prigionie­
ro del fallo immaginario.40

40 Cfr. J. Lacan, La direzione della cura, cit., pp. 625-638.


Jacques Lacan

5.5 La Cosa e l’oggetto causa del desiderio

Per diverse ragioni il Seminario VII dedicato all’etica


della psicoanalisi costituisce un punto nevralgico
nell’insegnamento di Lacan.41 Innanzitutto perché
introduce in una posizione centrale il concetto di
godimento. Si tratta dell’esito del ritorno di Lacan
alla centralità assegnata da Freud, dopo la svolta
metapsicologica degli anni venti, alla pulsione di
morte {Todestrieb) e all’al di là del principio di pia­
cere. In effetti la lettura lacaniana di Freud distin­
gue due Freud: il primo è quello àeJJ'Interpretazione
dei sogni, che individua la logica di funzionamento
dell’inconscio come una logica retorico-linguistica,
simbolica, ordinata secondo le leggi della metafora e
della metonimia, e che condurrà Lacan alla celebre
tesi dell’inconscio strutturato come un linguaggio. Il
secondo è invece quello di Al di là del principio di
piacere-, non è il Freud che esalta il potere di produ­
zione simbolica dell’inconscio, ma è quello che isola
il silenzio inquietante della pulsione di morte e del-
l’Es e il potere della ripetizione.42 In primo piano
non c'è più la potenza simbolica dell’inconscio e
delle sue formazioni (lapsus, motto di spirito, sinto­
mo, atto mancato, sogno), ma un attaccamento del
soggetto a un godimento maligno, in eccesso, rovi­
noso - al di là del principio di piacere - che tende a
ripetersi senza tenere conto del potere dell’interpre­

41 Cfr. J. Lacan, Il seminario. Libro VII, cit. Lo statuto


particolare di questo seminario è segnalato anche dal fatto
che fu il solo che Lacan avrebbe voluto scrivere diretta-
mente di proprio pugno.
42 Sui due Freud vedi J. Lacan, Le séminaire. Livre XVII,
cit., p. 50.
La svolta del Seminario VII

tazione semantica a cui invece era sensibile l’incon­


scio strutturato come un linguaggio.
Non è dunque un caso che il riferimento all’al di
là del principio di piacere risulti decisivo nel Semi­
nario VII. In esso troneggia la figura della Cosa (das
Ding), che Lacan riprende dal testo di Freud Proget­
to per una psicologia, e alla quale riconduce il con­
cetto di godimento come irriducibile alla dimensio­
ne del desiderio.
La divaricazione tra desiderio e godimento costi­
tuisce infatti uno dei temi cardinali di questo Semina­
rio', se il desiderio viene dall’Altro, il godimento è dal
lato della Cosa/’ Si tratta, dunque, di una doppia op­
posizione:

A----------------- d

C------------------ G

Da una parte l’articolazione dialettica del desiderio


con l’Altro, dall’altra la fissazione non dialettica del
godimento alla Cosa. Il desiderio è articolato dialetti­
camente all’Altro in quanto è nella sua struttura desi­
derio dell’Altro, desiderio del desiderio dell’Altro.
Inoltre è a causa del trattamento significante, ovvero
dell’azione dell’Altro sul soggetto, che il corpo viene
svuotato dal godimento, viene spogliato del suo godi­
mento e che il soggetto si costituisce come una man-
canza-a-essere. Dobbiamo cioè stabilire una causalità
precisa tra l’azione dell’Altro sul soggetto e la produ­
zione del soggetto diviso, del soggetto come mancan-
za-a-essere. Il desiderio viene dall’Altro anche in que-

J. Lacan, Del Trieb di Freud e del desiderio dello psi­


coanalista, in Scritti, cit., p. 855.
Jacques Lacan

sto senso; viene dall’Altro perché è il trattamento si­


gnificante dell’Altro che struttura il soggetto attorno
a una perdita di godimento. Il desiderio trae, in effet­
ti, la sua forza non dall’essere ma dalla mancanza-a-
essere, da quella mancanza che la subordinazione del
soggetto al luogo dell’Altro determina.
Diversamente il godimento non è in rapporto al-
l’Altro ma in rapporto alla Cosa. Qual è, dunque, lo
statuto lacaniano della Cosa? In Freud das Ding indi­
ca l’oggetto perduto del primo, mitico, soddisfaci­
mento. La perdita della Cosa è effetto della rimozio­
ne originaria: la Cosa è, al tempo stesso, il nome di un
godimento pieno, assoluto, irripetibile ma è anche
quel nome che si cancella proprio là dove si scrive. La
Cosa è in realtà una non-Cosa perché da sempre bar­
rata dal significante. Da qui derivava per Freud la ne­
cessità di pensare uno statuto originario della rimo­
zione: la Cosa è perduta, nel senso che non è un signi­
ficato originario, né un oggetto di soddisfacimento
che precede la rimozione, ma la sua perdita è un ef­
fetto della rimozione, la quale si manifesta come ori­
ginaria, poiché la Cosa non segnala l’esistenza di
Un’Origine al di qua della rimozione, quanto piutto­
sto l’idea di una perdita originaria. Lacan, più preci­
samente, attribuisce alla Cosa tre grandi determina­
zioni: essa è «fuori significato», «perduta» e ritrovata
sempre in «altra cosa» (autre chose).
La Cosa è innanzitutto una «realtà muta», («fuori si­
gnificato», appunto) perché non è riducibile né all’or­
dine simbolico, né a quello immaginario. Attraverso la
Cosa il registro del reale esibisce, rispetto all’ordine
immaginario e a quello simbolico, una sua centralità.
Se negli anni trenta e quaranta la funzione dell’imago
sembra avere un ruolo centrale nella costituzione del
soggetto, e se nel corso della prima metà degli anni cin­
La svolta del Seminano vn

quanta - si pensi in particolare a Funzione e campo -


l’idea dell’inconscio strutturato come un linguaggio
occupa la scena del soggetto (con il conseguente pri­
mato dell’ordine simbolico) e il reale sembra confinato
in una zona al limite dell’esperienza, quasi una specie
di in sé negativo, «senza fessure», chiuso su se stesso,
imperscrutabile, con la svolta operata nel Seminario vii
è il reale ad acquisire un peso assolutamente determi­
nante nella costituzione del soggetto.
Come manifestazione del reale la Cosa esibisce una
doppia eccedenza: sia rispetto alle identificazioni
immaginarie - la Cosa non è un’immagine -, sia
rispetto alla catena significante - la Cosa, come realtà
muta, non è linguaggio quanto piuttosto il buco
intemo al linguaggio. Non c’è pertanto alcuna rap­
presentazione possibile per das Ding perché essa non
rientra nel campo simbolico-immaginario del senso,
costituendone piuttosto una sorta di elemento estra­
neo che decompleta l’insieme dell’ordine simbolico
come tale. Nondimeno, precisa Lacan, è proprio
attorno a das Ding che gravita tutta l’attività rappre­
sentativa dell’uomo (la Cosa, infatti, è «un termine
estraneo attorno a cui ruota tutto il movimento deUa
Vorstellung»).*4
Se la Cosa è esterna alla catena significante, se è
«fuori significato», il suo essere come tale «patisce
del significante». È questa la definizione fondamen­
tale che Lacan dà della Cosa: «ciò che del reale pri­
mordiale patisce del significante».4’ La Cosa non è
una realtà ineffabile, noumenica, mistica. Essa pati­
sce del significante, nel senso che è l’azione del signi­
ficante che, intaccando da sempre il reale primordia-

44 J. Lacan, Il seminario. Libro VII, cit., pp. 71-72.


« Ivi, p. 151.
Jacques Lacan

le, rende la Cosa nient’altro che un vuoto, un ogget­


to perduto. In questo senso Lacan può affermare l’e­
sistenza di un’«identità tra il modellamento del si­
gnificante e l’introduzione nel reale di un buco, di
uno iato».46 È questo lo statuto di estimità47 della Co­
sa lacaniana: per un verso essa è totalmente estranea
al campo del linguaggio, mentre per l’altro essa non
è concepibile se non a partire dal linguaggio e dalla
sua azione di negativizzazione del reale primordiale.
La Cosa come vuoto indica l’effetto che su di essa
produce l’azione dell’Altro. A causa dell’Altro, delle
leggi del linguaggio, la Cosa è perduta da sempre. La
sua natura è, appunto, quella del vuoto; la Cosa costi­
tuisce infatti il «vuoto al centro del reale».4*
Insistendo sulla Cosa come vuoto, come indice

46 Ivi, p. 155.
47 Estimità traduce l’espressione extimité coniata da
Lacan per definire lo statuto paradossale della Cosa
rispetto al campo del linguaggio e all’essere del soggetto.
Essa unisce rintimità più prossima e l’esteriorità più radi­
cale: la Cosa è ciò che «descriviamo come quel luogo cen­
trale, quell’esteriorità intima, quelTestimità» (J. Lacan, Il
seminario. Libro VII, cit., p. 177). «Das Ding è proprio al
centro nel senso che è escluso. Vale a dire che in realtà
deve essere posto come esterno, questo das Ding, questo
Altro preistorico impossibile da dimenticare, di cui Freud
afferma la necessità della posizione originaria, sotto forma
di qualcosa di entfremdel, di estraneo a me pur stando al
centro di me» (ivi, p. 89). La nozione di estimità è stata
valorizzata come una nozione chiave del Seminario VI! da
Miller, in particolare in Extimité, corso tenuto al
Dipartimento di psicoanalisi di Parigi vm, 1986-1987
(inedito).
48 Cfr. J. Lacan, Il seminario. Libro VII, cit., p. 155. La
natura vuota della Cosa richiama un altro riferimento che
Lacan utilizza per la propria nozione di Cosa, ovvero il
testo di M. Heidegger, La Cosa, in Id., Saggi e discorsi,
La svolta del Seminario VII

della perdita originaria dell’oggetto, Lacan cerca di


recuperare il valore fondamentale che Freud ha as­
segnato all’oggetto perduto come condizione per la
strutturazione stessa della soggettività umana. Basti
pensare al ruolo che esso gioca nei Tre saggi sulla
teoria sessuale dove risulta evidente che proprio at­
torno alla perdita dell’oggetto (seno, feci, fallo) il
bambino ordina la costituzione del corpo pulsionale
(dove l’oggetto è perduto si definiscono, in effetti, le
cosiddette zone erogene: orale, anale, fallica) e la
sua stessa esperienza della realtà. Nel Seminario IV
Lacan ha mostrato nel dettaglio il carattere struttu­
rale della perdita dell’oggetto nel senso che tale per­
dita non deve affatto implicare l’idea di un possesso
originario (presignificante o prelinguistico) dell’og­
getto, quanto piuttosto indicare la condizione del
desiderio umano come sottomessa a un’impossibi­
lità fondamentale; quella, appunto, di poter ritrova­
re nella realtà l’oggetto mitico del primo soddisfaci­
mento, di far coincidere ciò che si cerca - l’oggetto
perduto - con ciò che si trova. Ciò, in quel contesto,
lo ha condotto a teorizzare una disarmonia radicale
del desiderio e un suo carattere profondamente
“nostalgico”:

Una nostalgia lega il soggetto all’oggetto perduto, nostal­


gia tramite cui si esercita tutto lo sforzo della ricerca. Es­
sa caratterizza il ritrovamento del segno di una ripetizio­
ne impossibile, visto che per l’appunto non è lo stesso og­
getto, non potrebbe esserlo.*49

Mursia, Milano 1976. Per un commento in proposito vedi


M. Recalcati, ^universale e il singolare, Marcos y Marcos,
Milano 1992, pp. 19-21,75-87,155-159.
49 J. Lacan, Il seminario. Libro IV, cit., p. 9.
Jacques Lacan

Il vuoto di das Ding non è un vuoto ineffabile ma di­


venta la condizione stessa della costituzione del cor­
po pulsionale. Esso esprime un potere orientativo sul
soggetto, è un «vuoto causativo»’0 che determina il
desiderio inconscio come spinta a ritrovare il godi­
mento perduto, cancellato dal significante. Il deside­
rio riceve qui una nuova articolazione: non è più desi­
derio del desiderio dell’Altro, né metonimia della
mancanza-a-essere, ma desiderio causato da un vuo­
to, ovvero da ciò che resta dell’oggetto perduto. Que­
sta, infatti, è l’ultima versione che Lacan dà del desi­
derio. Il desiderio non dipende dal desiderio dell’Al­
tro ma da un oggetto che lo causa. Quest’oggetto
«causa del desiderio» è definito come oggetto a.
Quale rapporto intrattiene l’oggetto a con la Cosa?
L’oggetto a è un derivato della Cosa ma non è la Cosa
essendo questa cancellata dal significante. Piuttosto
l’oggetto a è precisamente il resto di questa operazio­
ne di cancellazione della Cosa che l’azione dell’Altro
produce. In quanto residuo reale della signiffcantiz-
zazione del godimento, l’oggetto a è un prodotto del
linguaggio pur designando ciò che il linguaggio non
riesce del tutto ad annullare nel simbolo. L’oggetto a
è il risultato dell’azione del linguaggio sulla Cosa.
Iscrivendosi alle spalle del soggetto, l'oggetto a fun­
ziona come ciò che causa il desiderio umano. Una
causa materiale che subordina a essa il vettore del de­
siderio, il quale sarà dunque ispirato dall’esigenza,
marcata dall’impossibile, di ritrovare una traccia del­
la Cosa perduta. In questo senso l’oggetto a non
coincide tout court con il godimento, ma definisce
piuttosto un godimento localizzato, ritagliato dal si-

50 Cfr. M. Recalcati, Luntversale e il singolare, cit., pp.


75-87.
La svolta del Seminario vn

gnifìcante” che offre al soggetto la possibilità fanta-


smatica di compensare la perdita di godimento pro­
dotta dall’azione del significante sul corpo del sog­
getto. In effetti per Lacan il «corpo è il luogo dell’Al­
tro», nel senso che il corpo del linguaggio determina
l’essere del corpo del soggetto. Il corpo del soggetto
(la cui immagine si forma, come abbiamo visto, nello
stadio dello specchio) è il risultato del trattamento si­
gnificante, è un prodotto storico-simbolico, un pro­
dotto della civiltà per usare un’espressione freudia­
na. Il corpo tatuato, vestito, separato dal cordone
ombelicale, svezzato, educato alla pulizia ecc. è un
corpo abitato non dall’istinto, ma dall’Altro. Ha in­
corporato il significante e ne è stato modellato.52 L’ef­
fetto di questa incorporazione del significante è uno
svuotamento di godimento dal corpo, una perdita,
una rapina di godimento. L’oggetto a indica precisa-
mente sia l’oggetto perduto - l’oggetto del godimen­
to cancellato dal significante - sia il residuo di questa
perdita, ovvero ciò che la contiene, la compensa e
che dà al soggetto la possibilità di realizzare, a partire
da questa sottrazione di godimento, un più di godi­
mento. Un’altra definizione dell’oggetto a è infatti
quella di «plusgodere» (plus de jouir}, che riassume
efficacemente il carattere di supplemento dell’ogget­
to a rispetto alla sottrazione di godimento che il si­
gnificante infligge al soggetto.
Nel corso del Seminario XVII Lacan mostrerà esplici­
tamente la derivazione dell’oggetto a dal concetto

51 H linguaggio, afferma Lacan, «lascia all’esterno e con­


torna la Cosa» (Conferenze sull'etica della psicoanalisi, in
“La Psicoanalisi”, n. 16,1994, p. 33).
52 Su tutti questi temi vedi A. Zenoni, Il corpo e il lin­
guaggio nella psicoanalisi. Bruno Mondadori, Milano 1999.
Jacques Lacan

marxiano di plusvalore (Mehrwert). Come si costitui­


sce infatti il plusvalore nelle analisi che Marx sviluppa
nel Capitale? Precisamente a partire da una sottrazio­
ne, da una spoliazione che il regime capitalista esercita
sulla forza-lavoro operaia. Il plusvalore è prodotto da
quella parte del lavoro che non viene retribuita dal sa­
lario. Nondimeno è proprio grazie a questa sottrazio­
ne che il capitalista può generare il proprio profitto.
La caratteristica basale del plusvalore marxiano riflet­
te dunque quella che Lacan assegna al plusgodere, al­
l’oggetto a. Per entrambi, in effetti, la condizione che
li qualifica come capaci di produrre un plus dipende
da un’originaria spoliazione, nel senso che il “più” si
costituisce solo su uno sfondo di perdita, solo sulla ra­
dice di un “meno” strutturale: l’oggetto si costituisce
solo attraverso una perdita.” Per Lacan, infatti, il cor­
po pulsionale si ordina attorno alla perdita dell’ogget­
to e l’oggetto a è, allo stesso tempo, l’effetto di questa
perdita (è l’oggetto perduto), ma anche ciò che la tam­
pona, ciò che la compensa.
Infine, in quanto perduta da sempre, la Cosa può
essere ritrovata solamente in “altra cosa”, in autre
chose.^ È la terza determinazione con la quale Lacan
qualifica la realtà di das Ding. Essa mette in rilievo la
natura necessariamente sublimatoria del soddisfaci­
mento umano. Se, infatti, la Cosa può essere ritrovata
solamente per la via di un suo differimento, in altra

” Sulla prossimità tra il concetto lacaniano di plusgode­


re e quello marxiano di plusvalore, sono preziosi gli studi
di D. Cosenza, Sintomo, struttura e discorso. Lacan versus
Marx, in D. Cosenza, M. Recalcati (a c. di), Lacan e la filo­
sofia, Arcipelago, Milano 1992, pp. 99-127 e Id., Tempo e
residuo: Lacan da Heidegger a Marx, in “Quaderni milane­
si di psicoanalisi”, n. 2, 1994, pp. 36-41.
” Cfr. J. Lacan, Il seminario. Libro VII, cit., p. 151.
La svolta del Seminario vn

cosa, altrove, ciò evidenzia la sublimazione non tan­


to come uno dei destini possibili della pulsione ma
come la sua struttura ultima. Per questo Lacan defi­
nisce la sublimazione come un «elevare l’oggetto al­
la dignità della Cosa»,” operazione che inquadra la
natura nostalgica, «di rimpianto»’6 del desiderio
umano che, come tale, punta a ripetere ciò che è sta­
to sottratto dalla legge della struttura e, dunque,
non può essere mai più ritrovato. La metonimia del
desiderio scopre dunque nella ripetizione la sua leg­
ge più profonda.

5.6 Lacan e Tal di là del principio di piacere

Con la svolta del Seminario VII Lacan evidenzia la


lontananza dell’etica della psicoanalisi da qualun­
que dottrina morale-valoriale. Se, infatti, la morale
tradizionale ha legato l’etica al piano dei valori idea­
li, la psicoanalisi la vincola al piano del reale. Questa
svolta dall’ideale al reale era in parte già stata an­
nunciata dall’utilitarismo di Bentham. Ma se esso ha
contribuito notevolmente a liberare l’etica dall’assil­
lo dei valori, dalle ombre degli ideali, riconducen­
done il fondamento all’utile, al principio del bene
soggettivo, mostra però, rispetto alla lezione di
Freud, il suo limite nel non pensare che il godimen­
to non coincide affatto né con l’utile, né con il bene
del soggetto. Piuttosto lo scandalo sollevato da
Freud, dal punto di vista etico, è aver mostrato la
tendenza del soggetto a ricercare il proprio male. Il
male è in effetti per Lacan l’essenza del godimento.* 56

” Ivi, p. 142.
56 Ivi, p. 65.
Jacques Lacan

È ciò che Freud ha scoperto in Al di là del principio


di piacere nella legge della compulsione a ripetere
(Wiederholungszwang): il soggetto trascende la cor­
nice del principio di piacere perché tende a ripetere
esperienze che gli procurano sofferenza.
Il principio di piacere definiva per Freud la legge
più elementare dell’apparato psichico, secondo la
quale l’obiettivo del soggetto è quello di mantenere
la tensione interna al livello più basso possibile. Il
principio di piacere definisce, in senso aristotelico
secondo Lacan, il criterio dell’azione soggettiva co­
me ispirato da una ragione naturale: evitare il di­
spiacere e procurarsi il piacere. Ma con Al di là del
principio di piacere Freud sfonda questa cornice
edonistica dell’etica. Egli svela l’attrazione inquie­
tante dell’uomo verso un godimento non naturale,
eccessivo, maligno, strutturalmente masochistico.57
Di qui la centralità assegnata dall’ultimo Freud alla
pulsione di morte come principio che, al di là del
principio di piacere, spingerebbe il soggetto verso la
ripetizione di un godimento maligno, contrario alla
legge dell’omeostasi, antinaturale.
Nel corso del suo insegnamento, Lacan modifica il
modo di interpretare la pietra dello scandalo della
pulsione di morte. Inizialmente cerca di concepire la
pulsione di morte a partire dallo stadio dello spec­
chio; l’aggressività dell’io verso l’altro rivelava la sua
matrice suicidarla nella spinta alla distruzione dell’al-17
*

17 Di questo testimonia il carattere originario che Freud


attribuisce al masochismo (in un primo tempo - dominato
dal principio di piacere - pensato come semplice rivolgi­
mento all’interno del soggetto del sadismo non esterioriz­
zato) come spinta del soggetto a fare della sofferenza una
vera e propria meta pulsionale (cfr. S. Freud, Il problema
economico del masochismo, in Opere, cit., voi. x).
La svolta del Seminario VII

tro come manifestazione inconscia della spinta a di­


struggere se stessi.’8
In un secondo tempo, nel corso degli anni cinquan­
ta, la sua lettura dell’al di là del principio di piacere si
sforza di tradurre la dimensione freudiana della pul­
sione di morte nei termini propri della logica del si­
gnificante. Questo significava essenzialmente conce­
pire l’automatismo di ripetizione non come l’effetto
della forza - «demoniaca» per Freud - della pulsione,
ma come il risultato delle leggi immanenti alla catena
significante. La ripetizione subisce così un processo
di depulsionalizzazione. Lacan esprime in questo pe­
riodo l’esigenza di emancipare la psicoanalisi dalle
scienze della natura e, pertanto, la teoria freudiana
della ripetizione pulsionale (in realtà già presente sin
dai tempi dei Tre saggi sulla teoria sessuale, se si pensa
al valore centrale che questo testo assegna al cosiddet­
to “bisogno di ripetizione”) rischiava di dare adito a
letture stadiali, meccanicistiche, biologico-evolutivi-
stiche della psicoanalisi. È armato dall’esigenza di sot­
trarre la dottrina psicoanalitica dal rischio di questa
degradazione istintualistico-meccanicistica che Lacan
s’impegna nel ricondurre la ripetizione freudiana nel
registro del simbolico. Si tratta del grande tentativo di
Funzione e campo: la ripetizione è una forma della sto-
ricizzazione del soggetto. In questo senso Lacan giun­
ge a far coincidere l’ordine simbolico come tale con
l’al di là del principio di piacere: «il mondo del sim­
bolo - può così affermare - ha come fondamento il fe­
nomeno dell’insistenza ripetitiva».”

18 Come abbiamo visto nel primo capitolo questa è la tesi


sviluppata da Lacan in L'aggressività in psicoanalisi, cit., e
nel Discorso sulla causalità psichica, cit.
” J. Lacan, Il seminario. Libro n, cit., p. 266.
Jacques Lacan

L’ordine simbolico è al di là del principio di piacere


per due ragioni fondamentali. La prima, perché in­
troduce nel corpo la morte, ovvero lo spoglia del go­
dimento, lo mortifica, lo significantizza. Se il corpo è
il luogo dell’Altro è, in effetti, perché l’Altro subentra
alla Cosa; è perché l’Altro negativizza il corpo, lo bu­
ca, lo svuota, lo pulsionalizza. L’effetto di questa azio­
ne mortificante è il soggetto barrato $.
La seconda, perché essendo il simbolico ciò che
struttura la realtà, ed essendo questa strutturazione
sovrapposta all’ordine della natura, l’ordine edonisti­
co del principio di piacere si trova oltrepassato da un
altro ordine, com’è appunto quello simbolico, che è
al di là del principio di piacere, al di là del principio
biologico-edonistico dell’utile.
Rispetto a questa impostazione teorica che identifica
la compulsione a ripetere con l’ordine simbolico, il Se­
minario Vii introduce una vera e propria “rottura epi­
stemologica’’. La Cosa viene qui opposta all’Altro, nel
senso che al posto dell’identificazione tra l’al di là del
principio di piacere e l’ordine simbolico troviamo
un’opposizione. La Cosa è esterna all’ordine simboli­
co. Essa mostra che «non tutto è significante». La Cosa
manifesta il reale del godimento come ciò che travalica
il criterio utilitaristico-edonistico del piacere. Non c’è
un’omologia tra l’al di là del principio di piacere e l’or­
dine significante, quanto piuttosto una discontinuità
radicale. Adesso è lo stesso principio di piacere che fi­
nisce per coincidere con l’ordine simbolico, nel senso
che il piacere trova la sua moderazione nel limite scrit­
to dalla Legge simbolica, mentre il godimento si defi­
nisce per la trasgressione di questo limite, per un’infra­
zione, per un turbamento del principio di piacere.
Il principio di piacere come espressione dell’ordine
significante protegge il soggetto dall’incontro con la
La svolta del Seminario vn

Cosa. Laddove questo argine simbolico non svolge la


sua funzione di barriera - come nel caso della psicosi -
il soggetto si trova invaso, inghiottito dalla Cosa. Ciò
motiva la tesi clinica di Lacan secondo la quale nella
schizofrenia il godimento attraversa il corpo del sog­
getto perché non viene sufficientemente negativizzato,
ovvero localizzato, dal significante. In questo senso la
Cosa deve essere sempre “velata” dal simbolico, tenuta
a distanza, perché non sia distruttiva per il soggetto.
L’opposizione tra l’ordine simbolico e l’al di là del
principio di piacere si raddoppia allora in quella tra
l’inconscio strutturato come un linguaggio e l’attività
della pulsione. Se, in altre parole, l’inconscio appare
come integralmente decifrabile, omogeneo all’inter­
pretazione semantica, ordinato secondo le leggi del
linguaggio, la pulsione sembra piuttosto esprimere
un’esigenza di godimento che disarciona il primato
del voler-dire dell’inconscio. La pulsione è silenziosa,
non vuol dire niente, ma vuole solo godere! Nel Semi­
nario vii l’esercizio della pulsione viene, infatti, defini­
to come eccedente l’inconscio.60 Questo significa - se
si tiene conto della tesi dell’inconscio strutturato co­
me un linguaggio - che la pulsione non è più concepi­
ta in termini significanti. Non è più riducibile al signi­
ficante della domanda. Essa piuttosto indica la spinta
al soddisfacimento in una positività che annulla la di­
visione del soggetto. Indica una spinta, che Lacan, nel
Seminario XI, definisce «acefala», al godimento che
non tiene conto dell’Altro. Perché se il desiderio può
soddisfarsi nel desiderio dell’Altro, la pulsione si sod­
disfa solo dell’oggetto, del godimento dell’oggetto.

60 Per la formulazione rigorosa dei passaggi interni all’in­


segnamento di Lacan in merito al rapporto tra il godimen­
to e il significante, cfr. J.-A. Miller, I sei paradigmi, dt.,
pp. 7-29.
6. La direzione della cura

In un testo introduttivo all’insegnamento di Lacan


non può mancare un pur breve accenno alla direzio­
ne della cura. Non è l’idea che molti, nel campo psi­
coanalitico e non, si sono fatti dell’incidenza di Lacan
nella cura psicoanalitica e nella pratica clinica. Di pri­
mo acchito, infatti, Lacan si presenta come un fecon­
do innovatore o un irriverente sconvolgitore della
teoria psicoanalitica, o ancora come un profondo co­
noscitore del sapere umano che egli però strumenta­
lizza - secondo i suoi detrattori - ai suoi propri fini.

6.1 Lacan psicoanalista

Rimane invece nell’ombra lo straordinario psicoana­


lista che egli fu, duttile nell’approccio clinico, sensi­
bile nell’individuare il sorgere di quella singolarità
che è la posizione soggettiva, curioso nel cogliere l’in­
segnamento che la pratica clinica - la follia soprattut­
to - gli offriva. Certo, molti potranno parlare di un
Lacan insegnante e averne ricordi profondi o vario­
pinti. Invece, solo coloro che a suo tempo frequenta­
rono 5, rue de Lille potranno raccontare di un Lacan
psicoanalista, che sapeva farsi partner particolare per
ogni singolo analizzante.
L’incontro con lo psicoanalista rimane un incontro
privato, difficile da dire. Proprio perché - come teo­
La direzione della cura

rizza Lacan stesso - lo psicoanalista incarna quell’ele­


mento che, pur essendo “altro” rispetto al soggetto,
ne è la sua parte più intima: extime.'

Qual è dunque questo altro cui sono più attaccato che a


me, se nelle più intime pieghe della mia identità a me
stesso, è lui che mi agita?2

Certo, è l’inconscio. Ma è anche lo psicoanalista, nel­


la misura in cui la funzione dell’analista fa parte del­
l’inconscio stesso. Per questo, pur avendolo incontra­
to in un momento particolare della vita, lo psicoana­
lizzante ha la sensazione che il suo analista faccia par­
te di lui, da sempre. Privato, dunque.
«Conoscete Lacan?», domanda Frangoise Giroud
nel numero de “La Psicoanalisi” pubblicato per il de­
cimo anniversario della morte di Lacan. «Sicuramen­
te conoscete il Lacan magistrale, sfavillante, provoca­
torio, il Picasso della psicoanalisi. Mi domando, non
senza sfrontatezza, se conoscete il mio.»1
Ma non c’è solo un Lacan clinico privato. C’è an­
che un Lacan clinico pubblico: il Lacan della presen­
tazione dei malati, secondo un’antica modalità della
tradizione psichiatrica francese. Era l’occasione, co­
me ricorda Miller, affinché davanti a un esiguo nume­
ro di allievi

un uomo, un malato, un infortunato vi incontri, senza sa­


perlo, una figura del suo destino; un’ora, due ore durante
le quali sarà ascoltato, serrato dalle domande, sondato,
manovrato, misurato e, infine, le poche parole che usd-1 2

1 Cfr. J.-A. Miller, Lextimité, cit.


2 J. Lacan, L’istanza della lettera, cit., p. 519.
’ F. Giroud, Conoscete Lacan?, in “La Psicoanalisi”,
n. 10, 1991, p. 39.
Jacques Lacan

ranno dalla bocca di Lacan peseranno gravemente,


ognuno lo sente, nella bilancia della sua sorte, tanto più
che molto spesso gli vengono presentati proprio i casi più
difficili.4

Dopo questo rapido accenno al Lacan clinico, pub­


blico e privato, passiamo, seppur brevemente, al La­
can teorico della cura psicoanalitica, ricordando al
lettore che se è possibile scrivere un’introduzione al­
l’insegnamento di Lacan, non si può aver accesso alla
psicoanalisi se non tramite la pratica del lettino e in
un rapporto di transfert con uno psicoanalista.

6.2 L’entrata in analisi

Un’analisi inizia, sempre, con un fenomeno soggetti­


vo che viene chiamato sintomo. Esso racchiude in sé
la ragion d’essere della psicoanalisi stessa. Potremmo
dire che la psicoanalisi ha come scopo e limite il fatto
di eliminare il sintomo tramite delle parole. In altri
termini la questione della psicoanalisi è quella di sa­
pere se attraverso le parole, le parole di un soggetto
che soffre e le parole dello psicoanalista, in quanto
partner del soggetto, potrà avvenire una modificazio­
ne di quel reale che è il sintomo stesso.
Che le parole abbiano un peso sul reale non c'è
stato certo bisogno della psicoanalisi per saperlo. La
religione, la magia e, ultima arrivata, la scienza, pro­
vano di saper incidere sul reale con le loro parole,
pratiche, riti e formule, eventualmente con la spe­

4 J.-A. Miller, Gli insegnamenti della presentanone det


malati, in I.R.M.A., La Conversazione di Arcachon, cit.,
p. 229.
La direzione della cura

ranza o la forza di modificare questo reale. Special-


mente la medicina ha sempre conosciuto il valore
curativo della parola. Si potrebbe pensare però che
essa abbia a che fare con lo stesso sintomo con cui
ha a che fare la psicoanalisi. Se fosse così la psicoa­
nalisi non avrebbe ragione di esistere. Basterebbe la
medicina. In realtà sia la medicina sia la psicoanalisi
hanno a che fare con una domanda: una domanda di
guarigione. Eppure esse si oppongono, proprio sul­
lo statuto del sintomo: il sintomo medico non è
quello psicoanalitico, sebbene il sintomo psicoanali­
tico possa prendere le mosse da quello medico. Che
cosa contraddistingue il sintomo medico? Il fatto di
essere un segno: segno di una malattia. Esso indica,
al medico, che qualcosa non va nell’organismo del
paziente.
Il sintomo analitico è invece un segno che, di per
sé, non si indirizza al medico, ma al soggetto stesso:
in genere, in effetti, prima di andare dallo psicoana­
lista, il soggetto si fa da solo una preinterpretazione
del sintomo poiché esso gli fa segno che qualcosa
non va, e che questo qualcosa non concerne, se non
indirettamente, il suo organismo ma lo riguarda in­
vece come soggetto. E generalmente, come ricorda
Freud, il sintomo privilegia il campo del lavoro e
quello dell’amore.
Fondamentalmente, il sintomo psicoanalitico fa se­
gno al soggetto di un senso, di un senso oscuro. In
modo non chiaro, il sintomo parla al soggetto e si pre­
senta come un messaggio, anche se per il soggetto il
suo significato rimane ignoto, sconosciuto. Rimosso,
dirà Freud.
Il sintomo è qui il significante di un significato rimosso
dalla coscienza del soggetto. Simbolo scritto sulla sabbia
della carne e sul velo di Maia, esso partecipa del linguag­
Jacques Lacan

gio attraverso l’ambiguità semantica da noi già posta in


rilievo nella sua costituzione.
Ma si tratta di una parola in pieno esercizio, poiché in­
clude il discorso dell’Altro nel segreto della sua cifra.’

Ecco dunque inquadrato il sintomo in quella cornice


che definisce, secondo Lacan, l’inconscio freudiano.
Il sintomo, come del resto le altre formazioni dell’in­
conscio, quali il sogno, il lapsus, il motto di spirito, ri­
vela che l’inconscio è strutturato come un linguaggio.
Si tratta, per Lacan, della sola possibilità che possa es­
serci un inconscio che sia in linea con la scoperta della
psicoanalisi secondo Freud, e che non si riduca sem­
plicemente a qualcosa d’inconoscibile o d’ineffabile.

6.3 La verità del sintomo

Ciò che legittima la pratica psicoanalitica è dunque


l’esistenza e l’esperienza di un certo tipo di sintomo
che non riguarda la medicina; sintomo che, a detta di
Freud, guarisce tramite la rivelazione della sua causa.
La sua causa non affonda le radici nell’organismo, ma
nel corpo e nella mente, causa che è contemporanea­
mente presente nel soggetto anche se a lui sconosciu­
ta. Causa inconscia del sintomo che giustifica la defi­
nizione lacaniana di inconscio: si tratta di un sapere
che il soggetto non sa di sapere.
Basterebbe allora scoprire la causa del sintomo per­
ché perda la sua virulenza, la sua potenza, il suo statuto
stesso di causa. È stata l’ipotesi di Freud: se si riuscisse a
sottrarre dall’impero dell’inconscio gli enunciati che so­
no rimossi, allora la causa si vanificherebbe. Ma questi

’ J. Lacan, Funzione e campo, cit., p. 274.


La direzione della cura

enunciati, causa del sintomo, sono, per il soggetto, indi­


cibili: sono come scritti nel soggetto - non dal soggetto
ma nel soggetto - eppure il soggetto non sa come legger­
li, non sa decifrarli. Per questo motivo Lacan paragona
l’inconscio scoperto da Freud a un testo scritto indeci­
frabile, che si presenta come i geroglifici prima che
Champollion ne trovasse la chiave di lettura: testi che si­
gnificano qualcosa ma non si sa che cosa. Ricorrendo al­
la linguistica di Saussure, a questo proposito Lacan par­
la di significanti di cui non si conosce il significato.
Noteremo che proprio per questo motivo Lacan ha
detto che, sebbene la psicoanalisi sia un’esperienza di
parola, l’inconscio è prima di tutto qualcosa che si
legge. Lo psicoanalista ascolta il paziente, ma legge
l’inconscio nelle parole che vengono dette dall’analiz-
zante nell’associazione libera.

6.4 II lavoro analizzante

Colui che chiede un’analisi dunque si impegna a for­


nire all’analista un testo da leggere, che produrrà at­
tenendosi alla regola freudiana dell’associazione libe­
ra. Ciò vuol dire produrre concatenazioni di signifi­
canti senza occuparsi né del loro significato né della
loro incoerenza o assurdità o difficoltà o, ancora, del
loro non-senso: tramite l’associazione libera l’analiz­
zante rivela quali sono i significanti che egli non pa­
droneggia ma che, al contrario e suo malgrado, lo pa­
droneggiano.
Eppure il lavoro dell’analizzante non si limita a
enunciare tramite l’associazione libera i significanti
che lo padroneggiano. Poiché se in tali enunciati egli
non vi si riconosce, non può tuttavia non riconoscere
che tali enunciati rivelano una sua modalità di essere:
Jacques Lacan

enunciando, per esempio, il sintomo che lo fa soffri­


re, il soggetto non può non riconoscere nella ripeti­
zione del sintomo una certa necessità interna di cui
non può fare a meno. Ora, affinché l’associazione li­
bera non si limiti a essere un’emissione di belle parole
è necessaria l’implicazione del soggetto nel sintomo.
Prima ancora di iniziare la psicoanalisi vera e pro­
pria, Lacan considera che lo psicoanalista debba assi­
curarsi che il sintomo di cui si lamenta il paziente sia
annodato con la sua posizione soggettiva: in altri ter­
mini l’analista dovrà far percepire al paziente quanto
egli sia implicato nel sintomo di cui si lamenta ma di
cui non può fare a meno. Ricorrendo a una figura he­
geliana, Lacan parla di svelare al paziente, come
Freud fece con Dora, la sua posizione di «anima bel­
la».6 Ora, questa «rettificazione dei rapporti del sog­
getto con il reale»,78come la chiama Lacan, ha il pote­
re da una parte di mettere l’inconscio al lavoro e, dal­
l’altra, di favorire l’emergenza del transfert.

6.5 II compito analista

Il compito dell’analista è quello di mettere al lavoro


l’inconscio del paziente - «diciamo che [l’inconscio]
è il lavoratore ideale»" - affinché possano essere deci­
frati - interpretati, dice Freud - gli enunciati inconsci
che causano il sintomo.
La direzione della cura - titolo di uno dei più im­
portanti testi degli Scritti - non è la direzione di co­
scienza, ma una vera direzione poiché «consiste anzi­

6 J. Lacan, Intervento sul transfert, cit., p. 212.


7 J. Lacan, La direzione della cura, cit., p. 593.
8 J. Lacan, Radiofonia. Televisione, cit., p. 76.
La direzione della cura

tutto a far applicare al soggetto la regola analitica».9


Freud assegna all’analista il compito di interpreta­
re. All’associazione libera dell’analizzante, lo psicoa­
nalista risponde con l’interpretazione. Lacan sottoli­
nea che il primo a interpretare è l’inconscio stesso, ri­
velando così la sua struttura di linguaggio: tutte le
formazioni dell’inconscio - i sogni, i lapsus, i sintomi
stessi - sono formazioni che già interpretano il desi­
derio inconscio del soggetto.
L’analista, nella cura, prende il posto dell’incon­
scio, interpretando a sua volta. Ma egli, se da un lato
utilizza la stessa metodologia dell’inconscio, dall’al­
tro, però, interpreta in senso contrario all’inconscio.
Egli utilizza la stessa metodologia dell’inconscio, e
cioè ricorre a un funzionamento strettamente simbo­
lico. Lo psicoanalista non farà scadere l’interpreta­
zione a enunciati puramente immaginari o a enuncia­
ti che darebbero unicamente un sapere sull’oggetto,
anche se fossero esatti, poiché l’interpretazione deve
sostenersi sul funzionamento simbolico, come Lacan
dimostra nella Direzione della cura a proposito di
un’interpretazione fatta da Freud all’Uomo dei topi.
Interpretazione che, seppur «inesatta», era tuttavia
«vera»,*10 e che aveva permesso l’accesso a un materia­
le inconscio: tramite l’interpretazione Freud aveva
costretto l’inconscio a rispondere.
D’altra parte, lo psicoanalista interpreta in senso
contrario all’inconscio: mentre l’interpretazione data
dall’inconscio produce una proliferazione della cate­
na significante senza tuttavia risvegliare il soggetto,
l’interpretazione dell’analista, che è il rovescio del­
l’interpretazione dell’inconscio, «si orienta non con

’ J. Lacan, La direzione della cura, cit., p. 581.


10 Ivi, p. 593.
Jacques Lacan

la punteggiatura, ma con il taglio».11 Taglio che mette


a nudo, non già l’oggetto del desiderio, ma l’oggetto
che causa il desiderio, e sveglia il soggetto riportan­
dolo ai significanti fondamentali su cui ha costruito la
sua nevrosi. Così facendo lo psicoanalista conduce
l’analizzante fino a quella zona in cui può decidere di
rinascere come colui che

vuole ciò che desidera [...] Ecco la sorta di verità che con
l’invenzione dell’analisi Freud portava alla luce.
Ecco un campo in cui il soggetto deve soprattutto paga­
re, di persona, nella sua persona, per il riscatto del suo
desiderio. Ecco ciò in cui la psicoanalisi esige una revisio­
ne dell’etica.12

6.6 L’ostacolo del transfert

Messa in questi termini la psicoanalisi è un esercizio


di decifrazione degli enunciati inconsci che causano il
sintomo. Decifrando l’enunciato inconscio viene li­
berata la verità del sintomo.
Eppure, un ostacolo quasi insormontabile si pre­
senta in ogni analisi. Già Freud aveva messo l’accento
su questo ostacolo inatteso nel corso della cura, che
ha il potere di inficiare sia il lavoro analizzante sia il
compito analista. Esso è dato dal fatto che la lettura
dell’inconscio opera uno spostamento - quasi auto­
matico, almeno nella nevrosi - della libido del pa­
ziente, mobilizzata e fissata in un primo tempo essen­
zialmente sul sintomo, sulla persona stessa dell’anali-

" J.-A. Miller, Il rovescio dell'interpretazione, in “La


Psicoanalisi", n. 19, 1996, p. 127.
12 J. Lacan, Nota sulla relazione di Daniel Lagache, in
Scritti, cit., p. 679.
La direzione della cura

sta, sulla persona cioè di colui che guida e assiste l’a­


nalizzante per rendere leggibile l’inconscio. Questo
ostacolo inatteso Freud lo chiamò transfert. Dopo
averne sperimentato la potenza a spese proprie e del­
la sua giovane paziente Dora, ne fece il più potente
ausilio per lo psicoanalista al fine di operare nella
pratica psicoanalitica.
Anche Lacan sottolineò all’inizio del suo insegna­
mento l’inerzia immaginaria che comportava il sor­
gere del transfert nella cura, fino a chiamarlo «un
punto morto»13 che faceva da ostacolo alla dialettica
simbolica nella relazione intersoggettiva tra il Sog­
getto e l’Altro. Come Freud, anche Lacan ne fece il
punto di forza necessario per il lavoro psicoanalitico.
Innanzitutto il transfert è un indice dello spostamen­
to della libido del paziente verso la persona del suo
analista. Qualora un tale spostamento non avvenga,
la parola dello psicoanalista si rivela priva dell’effica­
cia necessaria per incidere sul sintomo. Quando in­
vece esso avviene l’analista sa con certezza che la ri­
mozione non rimane ancorata al sintomo, ma si mo­
bilizza verso altri nuclei, primo fra tutti, la sua stessa
persona. Ora tale spostamento è indicato da una se­
rie di segni, a volte palesi, a volte impercettibili, altre
volte evidenziati, per esempio, da uno o più sogni di
transfert.

6.7 Transfert e interpretazione

Lacan, con Freud, considera necessaria questa inve­


stitura da parte del paziente sulla persona del proprio
analista perché egli possa iniziare a esercitare la sua

13 J. Lacan, Intervento sul transfert, cit., p. 218.


Jacques Lacan

funzione simbolica: in altri termini l’analista, prima


di interpretare, deve assicurarsi che ci sia transfert.
Diciamo, per inciso, che tale assicurazione non deve
servire all’analista, ma solo all’efficacia dell’interpre­
tazione. Così abbiamo, con Freud e Lacan, una se­
quenza che va dal sorgere del transfert fino al potere
simbolico della parola interpretativa dell’analista, da­
to che il transfert è la condizione stessa dell’interpre­
tazione senza la quale essa è inefficace.
Il transfert provoca tuttavia nel paziente una regres­
sione che Freud paragona alla posizione infantile e
Lacan alla posizione del servo nel rapporto - caro alla
filosofia da Platone a Hegel - dialettico e di «impa­
rità»1415tra il servo e il padrone. Inoltre, nel transfert si
constata un fenomeno che mette in risalto la funzione
della ripetizione nell’inconscio, dato che il soggetto ri­
pete nel transfert gli atteggiamenti e i sentimenti verso
i personaggi fondamentali della sua vita, primi fra tutti
i propri genitori. Ora, l’analista, ma anche i genitori
stessi, sono solo sostituti dell’oggetto supposto ri­
spondere al desiderio, oggetto che è, come Freud in­
segna, irrimediabilmente perduto. Il transfert è ripeti­
zione proprio per il fatto che si indirizza verso l’anali­
sta nella misura in cui egli incarna l’oggetto che il sog­
getto cerca, presentandosi come il sostituto dell’og­
getto perduto freudiano: cosa che Lacan designa nella
formula per cui l’analista, come Socrate per Alcibiade
- «primo transfert analitico»1’ - è l’oggetto a, l’ogget­
to agalmatico «quell’oggetto unico, quel qualcosa che
egli [Alcibiade] ha visto in Socrate, e da cui Socrate lo
distoglie, poiché Socrate sa che non ce l’ha».16

14 J. Lacan, Le séminaire. Livre Vili, cit., p. 11.


15 Ivi, p. 26.
16 Ivi, p. 190.
La direzione della cura

Tutta l’analisi si snoda così: dal tentativo di ritrova­


re l’oggetto perduto freudiano alla constatazione che
tale oggetto non è l’oggetto del desiderio, non è l’og­
getto che il desiderio crede di cercare, poiché, se tut­
to va bene, troverà invece quel «niente»17 che causa il
desiderio stesso, effetto di quell’operazione che La­
can, riprendendo la terminologia freudiana, chiama
«castrazione»18 e che è la soluzione che permette un
accesso al proprio desiderio, fino allora impedito, im­
possibile, insoddisfatto.

6.8 II soggetto-supposto-sapere

Lacan ha posto un’attenzione particolare per distingue­


re gli effetti immaginari del transfert - deleteri per ogni
analisi - dalla molla del transfert che è da reperire inve­
ce nel simbolico. Per questo motivo egli ha messo in ri­
salto il valore della domanda del paziente, che non è più
solo una richiesta di aiuto, una richiesta dell’oggetto del
bisogno, poiché è una domanda di interpretazione,
quindi di parole che, simbolicamente, dovrebbero ave­
re il potere di cambiare il reale in gioco nel sintomo.
Laddove ce domanda di interpretazione, c’è transfert.
Successivamente, nel suo insegnamento, Lacan arriva
a formulare una condizione strettamente simbolica del
transfert, che egli chiama il soggetto-supposto-sapere.

H soggetto-supposto-sapere rappresenta per noi il perno


intorno a cui si articola tutto ciò che riguarda il transfert.19

Il soggetto-supposto-sapere è la modalità tramite cui

17 J. Lacan, Proposta del 9 ottobre 1967 intomo allo psi­


coanalista della Scuola, in “Scilicet 1/4”, 1977, p. 26.
18 Cfr. J. Lacan, Le séminaire. Livre vni, cit., cap. XVI.
19 J. Lacan, Proposta del 9 ottobre 1967, cit., p. 23.
Jacques Lacan

Lacan annoda il transfert, inteso non come ripetizio­


ne libidica, ma come domanda di significazione che
l’analizzante rivolge all’analista, e l’interpretazione.

6.9 II desiderio dell’analista

Lacan ha sempre evidenziato l’importanza del fun­


zionamento freudiano dell’esperienza psicoanalitica,
ma ha anche sottolineato che tale funzionamento
rimane efficace solo se rimane simbolico: è suffi­
ciente che l’immaginario vi si insinui perché esso
perda la sua efficacia e la sua incisività. Per questo
motivo Lacan si interessa al versante simbolico del
transfert: il soggetto-supposto-sapere. E per questo
stesso motivo egli considera che il controtransfert,
se è costituito da sentimenti provati dall’analista nel­
l’analisi, è un’«improprietà concettuale»,20 poiché in
tal caso l’analista si fonda sull’immaginario e non sul
simbolico.
Al controtransfert immaginario Lacan oppone una
funzione simbolica che chiama il desiderio dell’anali­
sta, che è il vero motore della cura. «H desiderio dello
psicoanalista è la sua enunciazione.»21
Ciò vuol dire che, al di là di tutto, al di là degli enun­
ciati che l’analista può dire o non dire, conta la sua
enunciazione, sebbene essa si serva, e di solito con
parsimonia, di enunciati. Il desiderio dell’analista è
quindi ciò che guida l’analista nell’atto di interpretare:

Analista è colui che, nel discorso che porta il suo nome,


sa far giungere la propria enunciazione nella posizione di

20 J. Lacan, La direzione della cura, cit., p. 580.


21J. Lacan, Proposta del 9 ottobre 1967, cit., p. 26.
La direzione della cura

x in modo che il desiderio che si identifica con questa x


non sia identificabile.22

Questa x è l’enigma che l’analizzante cerca e che cre­


de di trovare in un sostituto dell’oggetto perduto freu­
diano. Lo troverà invece nelle due componenti che lo
costituiscono nella struttura: l’elemento significante
correlato con il fallo, $, pura mancanza, e puro ogget­
to, a, ciò che era stato per il desiderio dell’Altro.

Alla fine dell’analisi, cosa è dato sapere?


Nel suo desiderio, lo psicoanalizzante può sapere quel
che è. Pura mancanza in quanto (-<p), è attraverso il me­
dium della castrazione, qualunque sia il suo sesso, che
trova il posto nella cosiddetta relazione genitale. Puro
oggetto in quanto (a), ottura la beanza essenziale che si
apre nell’atto sessuale, attraverso funzioni qualificate co­
me pregenitali.2’

6.10 La conclusione della cura

Mentre per quanto riguarda l’inizio della cura e il suo


svolgimento l’insegnamento di Lacan è stato sempre
impostato in modo uniforme per cogliere lo spirito
della politica dell’atto analitico secondo Freud, cosa
che non gli ha impedito di denunciare i vari standard
nella misura in cui diventavano ostacolo alla cura
stessa, per quanto riguarda la conclusione della cura,
si hanno significative variazioni.

22 J. Lacan citato da J.-A. Miller, Non c'è clinica senza


etica, in M.T. Malocchi (a c. di), Il lavoro di apertura,
Franco Angeli, Milano 1999, p. 273.
2’ J. Lacan, Proposta del 9 ottobre 1967 (Prima versione),
in “La Psicoanalisi”, n. 15, 1994, p. 19.
Jacques Lacan

Quando è possibile dire che la cura è conclusa?


Certo, la prima parola spetta allo psicoanalizzante: la
cura è terminata quando egli mette fine agli incontri
con il suo psicoanalista. Ogni psicoanalisi può dun­
que interrompersi su una soluzione considerata sod­
disfacente dall’analizzante.
Ma, al di là della decisione dell'analizzante, si può, in
psicoanalisi, parlare di una cura conclusa seguendo il fi­
lo della struttura che è l’inconscio? Possiamo parlare di
una cura condotta al suo termine logico, alla sua fine se­
condo la struttura? Lacan considera che un’analisi deb­
ba avere, strutturalmente, una fine, un termine logico,
anche se questa fine autentica non combacia con la fine
della terapia: un’analisi può avere effetti terapeutici, e il
soggetto in analisi può accontentarsene, senza che l’e­
sperienza analitica sia giunta al suo termine logico.
Non riprenderemo in dettaglio le varie soluzioni che
Lacan offrirà nel corso del suo insegnamento: il disin­
vestimento immaginario a profitto della posizione sim­
bolica del soggetto nel primo Lacan; la disidentifica­
zione rispetto al fallo che non si è per accettare di desi­
derare come uomo o donna nella Direzione della cura-,
l’annullamento dell’apparato significante per ritrovarsi
sicut paleo, secondo le parole di Tommaso d’Aquino ri­
prese da Lacan per designare questo punto estremo
dell’elaborazione della posizione soggettiva.
Questo termine, che è al di là del terapeutico, è un
cambiamento, una mutazione che cambia il soggetto
nel suo più intimo, intimo che ha un rapporto con il
godimento. Tale rapporto, nella misura in cui condi­
ziona tutto ciò che, per un soggetto, «fa senso e signi­
ficazione»,24 è chiamato fantasma fondamentale.

2i J.-A. Miller, Préface, in Aa.Vv., Comment finissent les


analyses, Seuil, Paris 1994, p. 5.
La direzione della cura

Il suo svelamento, la sua “traversata”, per utilizzare


un termine di Lacan, ha una sicura incidenza sulla
pulsione stessa. A quel punto il soggetto può instaura­
re una nuova allenza con la propria pulsione, resa pos­
sibile perché il soggetto non è più zimbello del pro­
prio fantasma, della propria costruzione fantasmatica
con cui organizzava il proprio mondo perché è riusci­
to a cogliere il punto cieco su cui essa poggiava.
Per Lacan le analisi si concludono in questo modo.
Non tutte, abbiamo detto, poiché un analizzante può
decidere di concludere l’analisi quando gli sembra op­
portuno.

6.11 La formazione dello psicoanalista

Lacan considera, tuttavia, che c’è qualcuno che non


potrà concludere la propria analisi quando gli sem­
brerà opportuno. E un analizzante che accetta di occu­
pare, per un altro soggetto, la posizione di analista. In
questo caso l’analizzante che si autorizza a essere anali­
sta ha il dovere etico di ricercare la fine autentica della
propria analisi. Ardua ricerca, poiché, sebbene fin da
Freud l’inizio della pratica in quanto analista sia sem­
pre stata collegata con la questione della fine, termina­
bile o interminabile, dell’analisi, tuttavia - come nota
Lacan - una «spessa ombra»25 ricopre il raccordo per
cui un’analizzante passa alla funzione di psicoanalista.
A questo proposito Lacan si è adoperato, nel corso
del suo insegnamento, a definire le coordinate per cui
qualcuno possa - non di fatto e neppure di diritto, ma
più pertinentemente secondo la struttura dell’incon­
scio - occupare la posizione di analista. Posizione diffi-

25J. Lacan, Proposta del 9 ottobre 1967, cit., p. 27.


Jacques Lacan

ale e impegnativa davanti alla quale Lacan non ha esi­


tato a fare, dell’analista, la versione moderna del santo:

Veniamo dunque allo psicoanalista


Non lo si potrebbe collocare meglio obiettivamente che
con ciò che nel passato s’è chiamato: essere un santo.
Un santo durante la sua vita non impone quel rispetto
che talora gli vale un’aureola. [... ]
Un santo, per farmi comprendere, non fa la carità. Piut­
tosto, si mette a fare la pietra di scarto: scarita. Questo,
per realizzare ciò che la struttura impone, cioè permette­
re al soggetto, al soggetto dell’inconscio, di prenderlo co­
me causa del suo desiderio.26

Ma che cosa vuol dire allora Lacan con la sua famosa


frase «lo psicoanalista non si autorizza che da sé»?27
Lacan vuol dire che lo psicoanalista non diventa ta­
le per identificazione con il proprio analista o per
cooptazione dei suoi simili, oppure per rispondere a
una domanda di analisi che gli è stata rivolta, o anco­
ra per merito di studio o per titoli legali, anche quan­
do questi possono essere richiesti da istanze compe­
tenti, ma che lo psicoanalista diventa psicoanalista
solo quando risolve l’equazione che svela l’enigma -
la x - di cui era l’ignaro portatore e di cui aveva fatto,
tramite il proprio sintomo, emblema.
Ma svelare l’enigma vuol dire svelarlo ad altri, che,
come lui, sono nel campo analitico. Per questo, dopo
aver proferito «l’analista non si autorizza che da sé»,
Lacan continua: «Istituisco la passe nella mia Scuola,
cioè l’esame di ciò che decide un analizzante a porsi
come analista».28

26 J. Lacan, Radiofonia. Televisione, cit., p. 77.


27 J. Lacan, Proposta del 9 ottobre 1967, cit., p. 19.
29 J. Lacan, Radiofonia. Televisione, cit., p. 88.
La direzione della cura

Affinché non si tratti ancora una volta di una nuo­


va versione della ripetizione della propria costruzio­
ne fantasmatica, Lacan propone all’analizzante che
passa alla funzione di analista di sottoporsi - se lo
vuole - a una procedura che egli ha chiamato passe,
e che ha proposto ai membri della sua Scuola nel
1967."
Così, ridotta all’osso e passata al setaccio di una pas­
se, la vita stessa di un soggetto, dopo lunghi anni di
analisi, si riassume, sovente, in pochi termini, che han­
no struttura del motto di spirito, del Witz freudiano.

29 La passe comporta che l’analizzante, ormai passant,


racconti a due analizzanti del suo stesso livello sorteggiati,
chiamati passeur, la sua analisi e che questi la riportino a
una giuria composta di cinque analisti, che decidono se
accordare oppure no il titolo analitico, tenendo presente i
punti salienti di un’analisi che deve essere un insegnamen­
to trasmissibile e collettivo.
La vita di Jacques Lacan

Jacques-Marie Lacan nasce a Parigi il 13 aprile 1901 da Émilie


Baudry e Alfred Lacan, commerciante di aceto.
Compie gli studi presso il prestigioso collegio Stanislas,'
dove riceve una formazione classica e, grazie all’insegnamen­
to filosofico di Jean Baruzi, viene introdotto al pensiero di
Spinoza.2 Al termine decide di intraprendere gli studi di me­
dicina per specializzarsi, successivamente, in psichiatria.
Svolge il suo apprendistato presso l’ospedale Sainte-Anne e
l’infermeria speciale della Prefettura di polizia, in quest’ulti­
ma sotto la guida di Gaétan Gatian de Clérambault,’ noto
per la sua teoria sulla sindrome di automatismo mentale.
Nel 1932 Lacan inizia la sua analisi con Rudolph Loewen-
stein. Nello stesso anno viene pubblicata la sua tesi di dottora­
to in medicina, dal titolo Della psicosi paranoica nei suoi rap­
porti con la personalità, che riscuote un certo successo presso
la nuova generazione di psichiatri e soprattutto nell’ambiente
intellettuale francese, in particolare l’avanguardia letteraria

' Così lo ricorderà Lacan molti anni dopo, nella conferenza


“Joyce il sintomo”, tenuta nel 1975 all’anfiteatro della Sorbona in
occasione del v Simposio intemazionale su James Joyce: «Venen­
do da un ambiente assai sordido, Stanislas per precisarlo - io, fi­
glio di preti, beh, come Joyce poi, ma di preti meno seri dei suoi
che erano Gesuiti, e Dio sa che cosa ne ha saputo fare -, in poche
parole, venendo da questo ambiente sordido, grazie al fatto di es­
sere assiduo di Ardenne Monnier, succede che a diciassette anni
incontroJoyce»(“LaPsicoanalisi’,n.23,1998, pp. 12-13).
2 Cfr. E. Roudinesco, Jacques Lacan. Profilo di una vita, storia
di un sistema di pensiero, Raffaello Cortina, Milano 1995.
’ E nel testo Dei nostri antecedenti che Lacan riconosce in Clé­
rambault il «nostro unico maestro in psichiatria» (cit., p. 61 ).
La vita

surrealista. Salvador Dall, che Lacan aveva incontrato poco


tempo prima, durante il lavoro di stesura della tesi, nel primo
numero della rivista “Le minotaure”, non mancherà di fare ri­
ferimento al testo in termini elogiativi.45Lacan è tra i collabo­
ratori della rivista e due numeri dopo vi pubblica il suo artico­
lo sull’episodio criminale commesso dalle due sorelle Papin?
Nel gennaio del 1934 Lacan sposa Marie-Louise Blondin,
da cui avrà tre figli, Caroline, Thibaut e Sybille. Interno all’o­
spedale Sainte-Anne da circa tre anni, supera il concorso per
primario di manicomio ma, impegnato dalla pratica privata
della psicoanalisi, rinuncia al posto.6 Nel mese di novembre
viene nominato membro iscritto della Société psychanalyti-
que de Paris.
Il suo ingresso ufficiale sulla scena intemazionale della
psicoanalisi avviene in occasione del XIV Congresso dell’iPA
(International Psycho-analytic Association), tenutosi a Ma-
rienbad nel 1936. Lacan interviene con la relazione su Lo
stadio dello specchio, ma viene interrotto prima della con­
clusione da Jones, che presiedeva il congresso.7 Due anni

4 Più di trent’anni dopo, nella Presentazione delle Memorie del


presidente Schreber nella traduzionefrancese, Lacan si soffermerà
su questo momento della sua teorizzazione segnato dall’incontro
con Dall: «Si noterà, infatti, da qualche parte della raccolta, la fase
della nostra riflessione che fu anzitutto quella di uno psichiatra, la
quale prendeva spunto dall’argomento della conoscenza paranoi­
ca. Che bella carriera di saggista avremmo potuto fare con un ar­
gomento tanto favorevole a tutte le modulazioni dell’estetica ! Ba­
sterebbe solo ricordarsi quel che sapeva svolgere a questo propo­
sito il nostro amico Dall» (cit., p. 14).
5 J. Lacan, Molivi del delitto paranoico: il delitto delle sorel­
le Papin, in Id., Della psicosi paranoica, cit.
6 Cfr. E. Roudinesco, Jacques Lacan, cit.
7 Come ricorderà più tardi, «non consegnai il mio scritto al
resoconto del Congresso e potrete trovarne l’essenziale in
poche righe nel mio articolo sulla famiglia comparso nel 1938
ndl’Encyclopédie frammise, tomo della vita mentale» (J. Lacan,
Discorso sulla causalità psichica, cit., pp. 178-179). Per quanto
riguarda il testo della famiglia citato si tratta de “La famille”,
Encyclopédie francane, Larousse, Paris 1938 tomo 8.40.3-16 e
Jacques Lacan

dopo viene accettata dalla Société psychanalytique de Paris


la sua candidatura all’ordinariato.
Nel periodo precedente alla seconda guerra mondiale,
così come durante gli anni del conflitto, intensifica la fre­
quentazione con intellettuali, filosofi, scrittori e artisti co­
me André Breton, Georges Bataille, Michel Leiris, René
Crevel, Raymond Queneau, Jean-Paul Sartre, Simone de
Beauvoir, Albert Camus, Maurice Merleau-Ponty, André
Masson, Pablo Picasso. Ma sono soprattutto Alexandre
Koyré e Alexandre Kojève a svolgere un ruolo fondamenta­
le nell’indirizzare il suo pensiero verso la filosofia e, in par­
ticolare, verso la lettura di Hegel, Husserl e Heidegger.
Dalla sua unione con Sylvia Maklès, moglie di Georges
Bataille - che sposerà più tardi, nel 1953 - nasce, nel luglio
del 1941, la figlia Judith. A dicembre si separa legalmente
dalla moglie.
Nel settembre del 1945, incuriosito dal lavoro di John
Rickman e Wìlfred Bion, si reca a Londra per approfondire
i suoi studi sul funzionamento del piccolo gruppo, espe­
rienza a cui dedicherà un articolo dal titolo La psichiatria
inglese e la guerra.s
Gli anni successivi alla guerra vedono crescere l’importanza
della posizione di Lacan nel panorama psicoanalitico francese.
La sua relazione all’xi Congresso degli psicoanalisti di lingua
francese, riunito a Bruxelles a metà maggio del 1948, dal titolo

42.1-8. Nuova edizione con il titolo Les complexes familiaux


Hans la formation de l’individu, cit., trad. it. par. Il complesso
familiare, in A. Manoukian (a c. di), Famiglia e matrimonio nel
capitalismo europeo, il Mulino, Bologna 1974, e Id., Il com­
plesso di svezzamento, in “La Psicoanalisi', n. 22,1997.
n L’interesse di Lacan per la teoria dei piccoli gruppi era
sorto un paio di anni prima, quando era venuto a conoscenza
della pubblicazione di J. Rickman e W.R. Bion, dal titolo Le
tensioni all’interno del gruppo durante la terapia e il loro studio
come suo compito, «nel numero del 27 novembre ’43 di Lance!
[...] un articolo che si riduce a sei colonne di giornale, ma che
farà data nella storia della psichiatria» (J. Lacan, La psichiatria
inglese e la guerra, in “La Psicoanalisi”, n. 4,1988, pp. 15-16).
La vita

L’aggressività in psicoanalisi (successivamente inclusa nella


raccolta d^gli Scritti}, può essere considerata la prima esposi­
zione sistematica delle teorie di Melarne Klein in Francia.’
Il 16 giugno 1953 si consuma una vera e propria scissione
all’interno della Société psychanalytique de Paris, in conse­
guenza dell’inasprimento delle controversie relative alla
creazione di un nuovo istituto di psicoanalisi per la forma­
zione degli analisti. Lacan insieme a Daniel Lagache,
Fran^oise Dolto, Juliette Favez-Boutonier rassegna le di­
missioni per fondare la Société fran;aise de psychanalyse.
Viene costituita una commissione d’inchiesta dell’lPA con il
compito di esaminare la candidatura della nuova società.
La relazione al Congresso di Roma del 26 e 27 settembre
1953 dal titolo Funzione e campo della parola e del linguaggio in
psicoanalisi segna l’inizio del suo insegnamento;10 una svolta
decisiva posta sotto il segno del “ritorno a Freud”. H18 novem­
bre tiene, presso l’ospedale Sainte-Anne, la lezione di apertura
del suo seminario Gliscritti tecnicidi Freud, il primo di una lun­
ga serie che costituirà l’asse portante del suo percorso teorico.
Nei dieci anni di militanza nella nuova associazione, al­
l’interno della quale Lacan occuperà una posizione di pre­
minenza, redige la maggior parte dei testi successivamente
inclusi nella raccolta degli Scritti. Si allarga, inoltre, la cer­
chia di filosofi e intellettuali con cui intrattiene rapporti
personali, oltre che di confronto e scambio sul piano teori­
co. Tra questi: Jean Hyppolite, Paul Ricoeur, Claude Lévi-
Strauss, Roman Jakobson, Martin Heidegger."
La vicenda del riconoscimento della Société frangaise de
psychanalyse da parte dell’lPA avrà il suo epilogo il 2 agosto

’ Cfr. E. Laurent, Nola editoriale, in “La Psicoanalisi”, n. 4,


1988.
10 «È dunque nel 1953, all’atto della prima scissione, che La­
can per la prima volta parla dell’inconscio strutturato come un
linguaggio, che, con la distinzione correlativa del reale, del sim­
bolico e dell’immaginario, resterà la pietra miliare del suo inse­
gnamento» (J.-A. Miller, Schede di lettura lacaniane, cit., p. 76).
11 Dopo aver incontrato il filosofo tedesco nel 1955, Lacan
cura la traduzione francese del testo Logos per il primo nume­
ro della rivista “La Psychanalyse” che uscirà l’anno seguente.
Jacques Lacan

del 1963, con la decisione della commissione d’inchiesta di


escludere Lacan dalla didattica.12*A essere contestata è la
sua pratica della cura e, in particolare, la trasgressione della
regola tecnica della durata fissa delle sedute.
Lacan risponde con la decisione della rottura definitiva e
con l'Atto di fondazione, del 21 giugno del 1964, di una
nuova istituzione: l’École freudienne de Paris. Nel frattem­
po, avendo ottenuto, attraverso l’appoggio di Louis Althus­
ser, l’incarico di un corso all’École pratique des hautes étu-
des, sposta il suo insegnamento dall’ospedale Sainte-Anne
all’École normale supérieure. Nella prima lezione del semi­
nario I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, del
15 gennaio 1964, pone così l’accento sulla decisione del
Comitato esecutivo dell’iPA, che non esita a chiamare “sco­
munica’’, mettendo a confronto il suo destino con quello a
cui era andato incontro Spinoza, più di tre secoli prima.” A
partire da questo momento il suo seminario si apre anche a
un uditorio di non analisti, destinato ad accrescersi.
Sempre nel 1964 viene creata, per la casa editrice Seuil, la
collana “Le Champ freudien” diretta da Lacan, dove due
anni più tardi verranno pubblicati i suoi Scritti. La raccolta
incontrerà un notevole successo e contribuirà a diffondere
il suo pensiero anche al di là dei confini francesi.
Il biennio 1967-1969 impegna Lacan nel tentativo di dotare
l’École freudienne de Paris delle istituzioni necessarie al suo
funzionamento, affrontando così le conseguenze, a livello isti­
tuzionale, del suo insegnamento:1415al cartello” attivo sin dalla

12 11 testo che ratifica le decisioni del comitato è stato pro­


mulgato a Stoccolma durante il XX11I Congresso dell’iPA ed è
conosciuto pertanto come “Direttiva di Stoccolma”.
” «Spinoza fu oggetto del kherem, scomunica che corri­
sponde appunto alla scomunica maggiore, poi attese un certo
tempo per essere oggetto del chammata, che consiste nell’ag-
giungcrvi la condizione dell’impossibilità di revoca» (J. Lacan,
Il seminario. Libro XI, cit., p. 6).
14 Cfr. J.-A. Miller, Seminario di politica lacaniana, in “Ap­
punti”, pubblicazione mensile della Sisep, nn. 62,66, 1999.
15 Nell’/lz/o difondazione Lacan presenta il cartello come un
La vita

fondazione, affianca la Proposta della passe'6 e la fondazio­


ne della rivista “Scilicet”. La procedura della passe, presen­
tata alla scuola nel 1967, sarà votata favorevolmente due
anni dopo e avrà come effetto le dimissioni di alcuni mem-

piccolo gruppo di lavoro: «Per lo svolgimento del lavoro, adot­


teremo il principio di una elaborazione sostenuta in un picco­
lo gruppo. Ciascun gruppo (abbiamo un nome per designare
questi gruppi) sarà composto da un minimo di tre persone, da
un massimo di cinque, quattro è la giusta misura». Come ele­
mento centrale del suo funzionamento isola il ruolo svolto dal
più-uno in quanto «più una [persona] incaricata della selezio­
ne, della discussione e dell’esito da riservare al lavoro di cia­
scuno» (J. Lacan, Atto di fondazione, in [Annuario della]
Scuola Europea di Psicoanalisi, Napoli 1995, p. 75).
Come sottolineato da J.-A. Miller il cartello è stato pensato da
Lacan come un organo di critica, di controllo, un luogo di
discussione e di riconoscimento del lavoro sostenuto da ciascun
membro nel gruppo (cfr. “Appunti” n. 27, 1995). Al fine di
assottigliare il potere, il carisma del più-uno e favorire il funzio­
namento di “un’organizzazione circolare” nella Scuola, Lacan
ha pensato, inoltre, il cartello come un gruppo a termine:
«Dopo un certo tempo di attività, gli elementi di un gruppo si
vedranno proporre di cambiare in un altro. H compito direttivo
non costituirà il titolo territoriale dove il servizio reso si capita­
lizzerebbe ai fini dell’accesso a un grado superiore, e nessuno
dovrà considerarsi retrocesso perii fatto di rientrare nei ranghi
di un lavoro di base» (ivi).
Anni dopo, nel momento della creazione della Cause freu-
diennc, in Décollage, Lacan ribadirà la centralità del cartello
come “organo di base” del funzionamento istituzionale, preci­
sando il numero dei suoi partecipanti: quattro più uno.
16 La passe è il dispositivo inventato da Lacan (Proposta del
9 ottobre 1967, cit.) per permettere a un soggetto di dare testi­
monianza alla Scuola deUa fine della sua analisi. Un’invenzione
che Lacan articola nella giuntura, nel punto di snodo tra clinica
e istituzione, dal momento che fa coincidere il termine della psi­
coanalisi con «il passaggio da psicoanalizzante a psicoanalista»
(Proposta del 9 ottobre 1967, cit., p. 26). La passe è quindi la sua
risposta all’impasse freudiana sulla questione della fine analisi:
«con la passe, Lacan cambia qualcosa nella psicoanalisi, innanzi
Jacques Lacan

bri. Il primo numero di “Scilicet”, uscirà, invece, nel 1968 e


costituirà la rivista ufficiale della Scuola, in cui oltre ai testi
di Lacan (finnati) compariranno quelli dei suoi allievi (non
firmati).17 Appoggia, inoltre, i “Cahiers pour l’analyse”, la
rivista fondata nel 1966 dal Cerde d’épistémologie dell’É-
cole normale supérieure di Parigi, di cui fanno pane, tra gli
altri, Jacques-Alain Miller, Jean-Claude Milner, Francois

tutto perché stabilisce che c’è fine dell’analisi. [...]. È quindi


rompere con Analisi terminabile e interminabile» (J.-A. Miller,
Seminario dipolitica lacaniana, in “Appunti”, n. 62,1999, p. 6).
Al tempo stesso, nella Proposta Lacan trae le conseguenze di
questo avanzamento nella clinica sul piano istituzionale e del
funzionamento della Scuola, operando, a partire dalla nuova
definizione deU’analista come risultato della sua analisi, la
distinzione fra gerarchia e gradus. Lacan svincola così il titolo
già in uso di A.É. (analyste de l'École] dalla prima per aggan­
ciarlo alla nomina attraverso la passe. «Il vero scandalo è stato
lo scandalo istituzionale, cioè di spostare il titolo di titolare per
collocarlo alla fine dell’analisi e quindi di avere questa gerarchia
minimale e troncata del membro e dell’A.M.É. (analyste mem-
bre de l’École), mentre l’A.É., invece di essere l’apice o il punto
terminale della carriera, si è trovato deportato, spostato alla fine
analisi» (J.-A. Miller, Seminario di politica lacaniana, cit., p. 13).
Nel funzionamento proposto (cfr. anche J. Lacan, Una proce­
dura per la passe, in “La Psicoanalisi”, n. 17, 1995), la testimo­
nianza è raccolta dai passeur - «ciascuno di loro sarà scelto da un
analista della Scuola, da uno che possa rispondere del fatto che
siano in questa passe o del fatto che ci siano ritornati, insomma
che siano ancora legati allo snodarsi della loro esperienza perso­
nale» (Proposta del 9 ottobre 1967, cit., p. 30) - che a loro volta
la trasmettono a una giuria: «Uno psicoanalizzante, per farsi
autorizzare come analista della Scuola, parlerà a loro della pro­
pria analisi, e la testimonianza che essi sapranno cogliere appun­
to dal vivo del loro passato sarà quale nessuna giuria di assenso
si trova mai a raccogliere. La decisione di tale giuria verrebbe
quindi chiarita, giacché questi testimoni non sono ovviamente
dei giudici» (ibid.).
17 Lacan, Introduzione a Scilicet quale titolo della rivi­
sta dell’Ecole freudienne de Paris, in “Scilicet 1/4”, 1977.
La vita

Regnault e Alain Grosrichard, che terminerà le pubblicazio­


ni tre anni più tardi, dopo dieci numeri.
Impossibilitato a tenere il suo seminario presso l’École
normale supérieure, per decisione del suo direttore, Lacan,
a partire dal Seminario X vn. Lenvers de la psychanalyse, del­
l’anno 1969-1970, trasferisce il suo insegnamento presso la
facoltà di Diritto.
Nel 1973 viene pubblicato, per la prima volta, un suo semi­
nario. Si tratta de 1 quattro concettifondamentali della psicoa­
nalisi. Il testo è stabilito da Jacques-Alain Miller a cui Lacan
affida per contratto con la casa editrice Seuil anche la redazio­
ne dei successivi. Nel mese di dicembre Benoit Jacquot realiz­
za, per la televisione francese, una trasmissione su di lui.18*Il
1973 è anche l’anno di un gravissimo lutto: il 30 maggio muo­
re, in un tragico incidente, la sua primogenita Caroline.
Nel novembre del 1974 Lacan si fa promotore, in qualità
di direttore scientifico, di una profonda riorganizzazione
del Dipartimento di psicoanalisi dell’università di Parigi
vni, creato nel 1969 grazie alla volontà di Serge Leclaire, suo
allievo. Nel primo numero della rivista “Omicar?”, fondata
da Miller, viene pubblicato il manifesto del nuovo orienta­
mento.” La rivista pubblicherà inoltre le lezioni del Semina­
rio XXII. R.S.I. dell’anno 1974-1975, dei due successivi, il Se­
minario XXIII. Le sinthome e il Seminario XXIV. L’insu que sait
de l’une hévue s’aile à mourre, e altri interventi.
Gli ultimi anni della vita di Lacan vedono consumarsi
un’ultima rottura istituzionale. Le vicende della passe, le
difficoltà nella realizzazione del suo effettivo funzionamen­
to e i conseguenti contrasti sorti tra i membri, finiscono per
segnare l’École freudienne de Paris, conducendola verso
una crisi profonda. La decisione del suo fondatore nel gen­
naio del 1980 è intransigente: la dissoluzione. Per renderla
effettiva bisognerà attendere, però, la decisione dell’assem­

18 II cui testo verrà pubblicato in Francia l’anno dopo con il


titolo di Télévision, trad. it. Radiofonia. Televisione, cit.
” J. Lacan, Forse a Vincennes, in “La Psicoanalisi”,
n. 21, 1997.
Jacques Lacan

blea dei membri. Tra il 12 e il 15 luglio, Lacan si reca a Ca­


racas per partecipare a un grande incontro con gli psicoa­
nalisti dell’America latina, promosso dalla Fondazione del
Campo freudiano, da lui creata l’anno precedente. Il 27 set­
tembre, la maggioranza dei membri dell’École freudienne
de Paris vota a favore della sua decisione: la scuola è giuri­
dicamente sciolta.
Dopo la breve esperienza della Cause freudienne, nasce
nel gennaio del 1981, grazie a un movimento di ricostruzio­
ne istituzionale che trova in Jacques-Alain Miller uno dei
suoi principali artefici, l’École de la Cause freudienne. La
nuova istituzione è “adottata” come la scuola dei suoi allie­
vi da Lacan, che ne diviene il primo presidente.
Malato di cancro al colon,20 Jacques Lacan muore il 9 set­
tembre 1981.
Massimo Termini

20 Cfr. E. Roudinesco, Jacques Lacan, cit.


Bibliografia ragionata
a cura di Carmelo Licitra-Rosa e Massimo Recalcati

Premessa
L’insegnamento di Jacques Lacan ha avuto nella parola il suo
canale privilegiato. Ininterrottamente dal 1953/54 - ma in
realtà già da prima se si annoverano i seminari precedenti,
parzialmente conservati - fino al 1978/79, egli tenne un se­
minario periodico, di solito settimanale: ininterrottamente a
fronte dei cambiamenti sopravvenuti nella sede in cui erano
ospitati e nella composizione dell’uditorio cui erano rivolti.
Negli anni settanta Jacques-Alain Miller lanciò a Lacan
l’idea di redigere e dare alle stampe l’intero corpus del suo
seminario a partire dalle copie stenografate esistenti in cir­
colazione: Lacan acconsentì, nominando Miller curatore
dell’opera. L’impresa, tuttora in corso, ha portato alla pub­
blicazione in francese di dieci Seminari (/, il, ìli, IV, v, Vii,
Vili, XI, xvii, xx) seguiti dalla corrispettiva edizione italiana
(nella quale però mancano ancora il v, l’vili e il XVii).
Inoltre, parti selezionate dei Seminari XXII, xxm e XXIV
venivano pubblicate su alcuni numeri della rivista “Omi-
car?”. Dato che qualche numero di “Ornicar?” è stato tra­
dotto in italiano in un’unica edizione in quattro volumi, più
di una lezione dei Seminari XXJII e XXIV è disponibile anche
in lingua italiana.
MailSeminario, anche se ne costituisce la parte preponde­
rante, non esaurisce la vastità dell’insegnamento lacaniano,
semplicemente perché non ne abbraccia la totalità. Bisogna
aggiungervi infatti l’elevato numero di conferenze, comuni­
cazioni, discorsi, relazioni e rapporti pronunciati nelle più
svariate circostanze, e che la trascrizione paziente e accurata
a opera di alcuni uditori ha successivamente trasformato in
testi scritti. Altri testi invece, in genere quelli su commissione

229
Jacques Lacan

di riviste o di enciclopedie, sono scrini di suo pugno. Pertan­


to, schematicamente, possiamo suddividere i testi scritti di
Lacan in due insiemi: quelli trascritti a partire dalla sua ver­
sione orale e quelli composti personalmente da lui.
Negli anni sessanta Francois Wahl gli propose di racco­
gliere quelli più importanti in un’opera unitaria, che enu­
cleasse i capisaldi e testimoniasse delle tappe salienti della
sua ricerca. L’invito venne accolto e fu così che nel 1966 vi­
dero la luce gli Scritti. Il titolo come pure la selezione e l’or­
dine di successione dei testi furono stabiliti direttamente da
Lacan, il quale, oltre a revisionarli minuziosamente e a rima­
neggiarli talora profondamente, vi premise - ove lo ritenne
opportuno - dei preamboli o delle vere e proprie prefazioni
che servissero a collegarli, a chiarificarli o a evidenziarvi re­
trospettivamente elementi di anticipazione sul seguito del
suo insegnamento. Veramente prezioso oltre che puntuale il
dettagliato indice analitico finale realizzato da Miller.
Mentre i Seminari sono caratterizzati dalla tensione verso la
ricerca, dall’awenturarsi in zone inesplorate, dall’incertezza
delle conclusioni, dalla provvisorietà degli schemi costruiti,
aspetti tutti che conferiscono loro un inconfondibile stile di­
namico e discorsivo, i testi scritti da Lacan - e dunque in pri­
mo luogo gli Scritti - appaiono piuttosto come dei momenti
di ricapitolazione, densi, concentrati, talora indiscutibilmente
ellittici, risultando perciò di più ardua lettura. Ciascun testo
degli Scritti vuole insomma fare il punto del cammino percor­
so fino al momento preciso in cui si inscrive la sua stesura.
H contrasto fra la ricapitolazione-risistemazione di quanto
già detto e la proiezione verso un al di là ancora da dischiudere
si percepisce nettamente nella comparazione fra gli Scritti e i
Seminari coevi, comparazione dalla quale emerge, assumendo
una data qualunque come riferimento convenzionale, l’attar­
darsi degli Scritti rispetto alle nuove frontiere già guadagnate
dai Seminari. A partire da qui si può capire perché mai lo stes­
so Lacan definisse i suoi Scritti come gli scarti del suo insegna­
mento: infatti se è vero che la tela di tale insegnamento veniva
a tessersi principalmente attraverso i tornanti tortuosi del suo
Seminario, attraverso le evoluzioni vertiginose della sua paro-
Bibliografia ragionata

la, gli Scritti per contro sono come i cascami che residuano, de­
positandosi man mano, da tale assidua e solerte lavorazione.
Alla pubblicazione degli Scritti, il cui successo portò il nome e
l’opera di Lacan al di fuori dei confini della Francia, non fece­
ro seguito iniziative analoghe, sicché i testi scritti di Lacan suc­
cessivi al 1966 si trovano dispersi su riviste, opuscoli ed edizio­
ni varie. I più indicativi sono raccolti in “Scilicet”, la rivista
dell’École freudienne fondata dallo stesso Lacan, i cui primi
numeri sono tradotti in italiano dall’editore Feltrinelli.

Pertanto la bibliografia delle opere di Lacan in lingua italia­


na poggia su due pilastri fondamentali: il Seminario da una
parte e i testi scritti dall’altra - pubblicati questi ultimi,
quelli fino al 1966 negli Scritti, quelli dopo il 1966 in altre
raccolte o in edizioni apposite. Fin qui essa è sovrapponibi­
le a quella francese, fatti salvi quei Seminari e qualche altro
testo non ancora tradotti. Tuttavia la rivista italiana “La
Psicoanalisi” ha pubblicato e continua tuttora a pubblicare
interventi, discorsi e conferenze di Lacan, in genere di bre­
ve respiro, inediti o già apparsi in francese.
Per questo abbiamo pensato proponibile una ripartizione
della bibliografìa delle opere di Lacan in lingua italiana se­
condo tre assi: a) i Seminari-, b) i testi scritti (Scritti più raccol­
te o edizioni a essi successive); c) i testi pubblicati sulle riviste
italiane. L’elenco delle opere di un autore rischia di rimanere
una sterile enumerazione, chiusa in se stessa. Nel caso di La­
can almeno c’è un modo per preservarlo da tale destino: assu­
merlo come piattaforma per uno studio delle principali scan­
sioni del suo insegnamento, studio quindi guidato da una
successione di testi ordinati cronologicamente. Si potrebbe
suggerire di accostare in parallelo, in base a un modello forse
un po’ inconsueto, i Seminari con i testi scritti più o meno
coevi, eventualmente solo quelli disponibili in italiano. Vi si
dovrebbero includere anche i testi pubblicati su “La Psicoa­
nalisi ” per i quali il lettore, dopo averli collocati nel loro spe­
cifico contesto temporale, potrà ugualmente ricavare, me­
diante l’applicazione di tale metodo, più di qualche spunto
utile a introdurli o perfino a delucidarli.
Jacques Lacan

Opere di J acques Lacan

Il seminario

—Libro I. Gli scritti tecnici di Freud, 1953-1954, a c. di G.B.


Contri, trad. di A. Sciacchitano e I. Molina, Einaudi, To­
rino 1978.
— Libro il. Lio nella teoria di Freud e nella tecnica della psi­
coanalisi, 1954-1955, a c. di G.B. Contri, trad. di A. Tu-
rolla, C. Pavoni, P. Feliciotti, S. Molinari, sotto la direzio­
ne di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 1991.
— Libro in. Le psicosi, 1955-1956, a c. di G.B. Contri, trad. di
A. Ballabio, P. Morerio, C. Viganò, Einaudi, Torino 1985.
— Libro IV. La relazione d'oggetto, 1956-1957, a c. di A. Di
Ciaccia , trad. di R Cavasola e C. Menghi, Einaudi, Tori­
no 1996.
— Livre V. Les formations de l’inconscient, 1957-1958,
Seuil, Paris 1998.
— Livre VI. Le désir et son interprétation, 1958-1959 (inedi­
to, tranne sette lezioni su Amleto in “La Psicoanalisi”,
n. 5, Astrolabio, Roma 1989).
— Libro VII. L'etica della psicoanalisi, 1959-1960, a c. di
G.B. Contri, trad. di M.D. Contri, revisione e note di R.
Cavasola, sotto la direzione di A. Di Ciaccia, Einaudi,
Torino 1994.
— Livre Vili. Le transfert, 1960-1961, Seuil, Paris 1991.
— Livre IX. L’identification, 1961-1962 (inedito).
— Livre X. L’angoisse, 1962-1963 (inedito).
— Libro XI. I quattro concettifondamentali della psicoanali­
si, 1964, a c. di G.B. Contri, trad. di S. Loaldi e I. Molina,
Einaudi, Torino 1979.
— Livre XII. Problèmes cruciaux pour la psychanalyse, 1964-
1965 (inedito).
— Livre XIII. L'objet de la psychanalyse, 1965-1966 (inedito).
— Livre XIV. La logique du fantasme, 1966-1967 (inedito).
—Livre XV. Lactepsychanalytique, 1967-1968(inedito).
— Livre XVI. D’un Autre à l’autre, 1968-1969 (inedito).
— Livre XVII. L’envers de la psychanalyse, 1969-1970, Seuil,
Bibliografia ragionata

Paris, 1991. Ed. it. a c. di A. Di Ciaccia in preparazione


presso Einaudi.
— Livre XVIII. D’un discours qui ne serait pas du semblant,
1970-1971 (inedito).
— Livrexix. ...oupire, 1971-1972(inedito).
— Libro XX. Ancora, 1972-1973, a c. di G.B. Contri, trad. di
S. Benvenuto e M. Contri, Einaudi, Torino 1983.
— LivreXXI. Les non dupes errent, 1973-1974 (inedito).
— Livre xxu. R.s.i., 1974-1973, in “Omicar?”, nn. 2-5.
—Livre XXlli. Le sinthome, 1973-1976, in “Omicar?”,
nn. 6-11.
— Livre XXIV. L'insu que sait de l'une-bévue s’aile à mourre,
1976-1977, in “Ornicar?", nn. 12-15.
— Livre XXV. Le moment de conciare, 1977-1978 (inedito).
— Livre xxvi. La topologie et le temps, 1978-1979 (inedito).

Seminari di Jacques Lacan (1956-1959), raccolti e redatti da


J.-B. Pontalis, a c. di L. Boni, Pratiche Editrice, Parma 1978.

“Omicar?”, Rivista del Campo freudiano fondata da Jac-


ques-Alain Miller, trad. it. (nn. 1-13) a c. di A. Verdiglio-
ne, Marsilio Editori, Venezia 1978-1979,4 voli.
“Omicar?”, 1, luglio 1978, Prospettive della psicoanalisi', con­
tiene lezioni de II Seminario XXIII. Il Sinthomo, 1973-1976.
“Omicar?”, 2, ottobre 1978, Psicoanalisi, clinica e insegna­
mento-, contiene lezioni de II Seminario XXIII. Il Sinthomo,
1973-1976.
“Omicar?”, 3, febbraio 1979, Lembi di reale-, contiene le­
zioni de IlSeminario XXIII. IlSinthomo, 1973-1976.
“Omicar?", 4, ottobre 1979, La trasmissione della psicoanali­
si-, contiene lezioni de II Seminario XXIV. Linsaputo che una
svista sa va alla morra, 1976-1977.

Scritti, a c. di G.B. Contri, Einaudi, Torino 1974,2 voli.

Della psicosiparanoica nei suoi rapporti con la personalità se­


guita da Primi scritti sulla paranoia, a c. di G.B. Contri,
trad. di G. Ripa di Meana, Einaudi, Torino 1982.
Jacques Lacan

Les complexesfamiliaux dans laformation de l'individu, Nava-


rin, Paris 1984. Trad. it. par. Ilcomplessofamiliare, in A. Ma-
noukian (a c. di), famiglia e matrimonio nel capitalismo eu­
ropeo, il Mulino, Bologna 1974, e II complesso di svezzamen­
to, “La Psicoanalisi”, n. 22, Astrolabio, Roma 1997.
Radiofonia. Televisione, a c. di G.B. Contri, Einaudi, Tori­
no 1982.
"Scilicet 1/4”. Scritti di Jacques Lacan e di altri, a c. di A.
Verdiglione, Feltrinelli, Milano 1977.
“Scilicet 1”
— Introduzione a Scilicet quale titolo della rivista dell’École
freudienne de Paris, pp. 9-18.
— Proposta del 9 ottobre 1967 intomo allo psicoanalista del­
la Scuola, pp. 19-33.
— La svista del soggetto supposto sapere (1967), pp. 34-43.
— Da Roma ’53 a Roma '67: la psicoanalisi. Motivo di uno
scacco (1967), pp. 44-51.
— Intorno alla psicoanalisi nei suoi rapporti con la realtà
(1967), pp. 52-59.
“Scilicet 2/3”
— laminare (1970),pp. 131-134.
— Discorso pronunciato da Jacques Lacan il 6 dicembre 1967
all’Écolefreudiennede Paris, pp. 135-153.
— Radiofonia, pp. 154-191.
“Scilicet 4”
— Lo Stordito (1972), pp. 349-392.

Pubblicazioni diverse

La Cosa freudiana e altri scritti, psicoanalisi e linguaggio


(1955), a c. di G.B. Contri, trad. di S. Loaldi, Einaudi,
Torino 1972.
Freud per sempre, colloquio con E. Granzotto, pubblicato
su “Panorama", 21 novembre 1974, p. 159 ss.

Nell’opera bilingue Lacan in Italia 1953-78, a c. di G.B.


Contri, trad. di L. Bori, La Salamandra, Milano 1978.
Bibliografia ragionata

— In esergo brevissimo estratto di Da Roma ‘53 a Roma


'67: la psicoanalisi. Motivo di uno scacco.
—Direttive, 1974, pp. 154-165.
— Del discorso psicoanalitico, 1972, pp. 186-201.
— La psicoanalisi nella sua referenza al rapporto sessuale,
1973, pp. 202-215.
— Excursus, 1973, pp. 216-229.
—All'Èrniefreudienne, 1974, pp. 230-258.

Nell’opera 11 mito individuale del nevrotico, a c. di A. Di


Ciaccia, Astrolabio, Roma 1986.
— Il mito individuale del nevrotico, 1953, pp. 13-29.
— Discorso di Roma, 1953, pp. 30-58.
— Intervento al primo Congresso mondiale di psichiatria,
1950, pp. 59-62.
— Rendiconti d'insegnamento, 1964-66, pp. 63-69 (I. “I
quattro concetti fondamentali della psicoanalisi ”, 1964,
pp. 63-65; 11. “Problemi cruciali per la psicoanalisi”,
1964- 65, pp. 65-68; ili. “L’oggetto della psicoanalisi”,
1965- 66, pp. 68-69).
Nella rivista “La Psicoanalisi”, Studi intemazionali del
Campo freudiano, Rivista italiana della Scuola Europea
di Psicoanalisi, Astrolabio, Roma.
n. 1,1987:
—Sul bambino psicotico ( 1967), trad. di A. Di Ciaccia, pp. 11-
21 (con una nota di Lacan del 1968, pp. 20-21).
— Due note sul bambino (1969), trad. di A. Di Ciaccia, pp.
22-23.
n. 2,1987:
— Il sintomo (1975), trad. di A. Di Ciaccia, pp. 11-34.
n. 3,1988:
— Introduzione all’edizione tedesca di un primo volume de­
gli Scritti (Walter Verlag) (1973), trad. di A. Di Ciaccia e
M.L. Lago, pp. 9-15.
— Intervento (1973), trad. di A. Di Ciaccia, pp. 16-28.
n. 4,1988:
— La psichiatria inglese e la guerra (1947), trad. di M. Maz­
zoni, pp. 9-29.
Jacques Lacan

n. 5,1989:
—Amleto, da 11 Seminario. Libro VI. Il desiderio e la sua in­
terpretazione, 1958-1959
1. “Il canovaccio" (4 marzo 1959), trad. di M. Focchi,
pp. 11-23.
il. “Il canovaccio” (11 marzo 1959), trad. di M. Focchi,
pp. 24-40.
IH. “H desiderio della madre” (18 marzo 1959), trad. di R.
Carrabino, pp. 41-56.
rv. “Non c’è Altro dell’Altro” (8 aprile 1959), trad. di R.
Carrabino, pp. 57-69.
V. “L’oggetto Ofelia” (15 aprile 1959), trad. di S. Lucchini,
pp. 70-83.
VI. “Il desiderio e il lutto” (22 aprile 1959), trad. di P. Fran-
cesconi, pp. 84-99.
vn. “Fallofania” (29 aprile 1959), trad. di M. Mazzoni, pp.
101-114.
n. 6,1989:
— Seminario su “L’uomo dei lupi” ( 1952), trad. di A. Turol-
la, pp. 9-12.
— Letteraa Winnicott (1969), trad. di A. Davanzo, pp. 13-16.
n. 7,1990:
— Prefazione al Risveglio di primavera di Wedekind (1974),
trad. di R. Cavasola, pp. 9-12.
n. 8,1990:
— Omaggio a Marguerite Duras (1965), trad. di R. Cavasola
e A. Di Ciaccia, pp. 9-16.
n. 9,1991:
—Dialogo con ifilosofifrancesi ( 1957), trad. di R Cavasola,
pp. 9-25.
n. 10,1991:
— Intervista (1957), trad. di P. Felidotti e R.A. Gentile,
pp. 9-24.
n. 11,1992:
— Considerazioni sull’io (1951), trad. dall’inglese di R. Car­
rabino, pp. 11-25.
n. 12,1992:
—La Terza (1974), trad. di R. Cavasola, pp. 11-38.
Bibliografia ragionata

n. 13,1993:
—...oupire ( 1972), trad. diR. Cavasola, pp. 13-19.
n. 14,1993:
— Intervento al primo Congresso mondiale di psichiatria
1950 (1950), trad. di M. Daubresse, pp. 9-13.
n. 15,1994:
— Proposta del 9 ottobre 1967 (prima versione) (1967), trad.
di S. Eccher dall’Eco e A. Di Ciaccia, pp. 11-26.
n. 16,1994:
— Conferenze sull’etica della psicoanalisi (1960), trad. di S.
Eccher dall’Eco, pp. 15-38.
n. 17,1995:
— Una procedura per la passe (1967), trad. di M. Daubresse
e A. Di Ciaccia, pp. 13-19.
n. 18,1995:
— Dell’insegnamento e i quattro discorsi (1970), trad. di M.
Daubresse e A. Di Ciaccia, pp. 11-23.
n. 19,1996:
— Piccolo discorso all’O.R.T.F. (1966), trad. di M. Daubresse,
pp. 9-14.
n. 20,1996:
— Lituraterra (1971), revisione della trad. originaria di M.
Mazzoni ed E. Perrella a c. di A. Di Ciaccia e C. Mangia-
rotti, pp. 9-19.
n. 21,1997:
— Forse a Vincennes... Proposta di Lacan (1975), trad. di R.
Carrabino, pp. 9-11.
n. 22,1997:
— Il complesso di svezzamento (1938), trad. di M. Daubres­
se, pp. 9-15.
n. 23,1998:
—Joyce il sintomo (1975), trad. di M. Daubresse e I. Avalli,
pp. 11-19.
n. 24,1998:
—Ilfenomeno lacaniano (1974), trad. di M. Daubresse, pp.
9-24.
n. 25,1999:
— Presentazione delle Memorie del presidente Schreber nel­
Jacques Lacan

la traduzione francese (1966), trad. di M. Daubresse e A.


Di Ciaccia, pp. 11-15.
n. 26,1999:
—Avviso al lettore giapponese (1972), trad. di M. Daubresse,
pp. 11-14.

Nella rivista “Agalma”, Rivista di ricerca psicoanalitica


pubblicata nell’ambito della Scuola Europea di Psicoa­
nalisi, Milano.
n. 11, maggio 1994
— La psicoanalisi vera e quella falsa (1958), trad. di M. Foc-
chi, pp.7-17.

Letteratura critica

Opere di storia della psicoanalisi

Francioni M., Storia della psicoanalisifrancese. Teorie e isti­


tuzionifreudiane, Boringhieri, Torino 1982.
Etchegoyen R.H., I fondamenti della tecnica psicoanalitica.
Astrolabio, Roma 1986, pp. 139-175.
Vegetti Finzi S., Linconscio è il luogo dell’altro. Lacan e la
sua scuola, in Id., Storia della psicoanalisi. Autori, opere e
teorie (1895-1985), A. Mondadori, Milano 1986, pp.
373-401.
Fomaro M., Jacques Lacan e il paradigma linguistico, in Id.,
Scuole di psicoanalisi. Ricerca storico-epistemologica sul
pensiero di Hartmann, Klein e Lacan, Vita e Pensiero, Mi­
lano 1988, pp. 255-414.
Recalcati M., Introduzione alla psicoanalisi contemporanea.
I problemi cruciali del dopo Freud (con contributi di L.
Colombo, D. Cosenza e P. Francesconi), Bruno Monda-
dori, Milano 1996.

Opere di carattere monografico

Rifflet-Lemaire A., Introduzione a Jacques Lacan, Astrola­


bio, Roma 1972, Prefazione di J. Lacan.
Bibliografia ragionata

De Waelhens A., La psicosi. Astrolabio, Roma 1974.


Palmier J.M., Guida a Lacan, Rizzoli, Milano 1975.
Frandoni M., Psicoanalisi, linguistica ed epistemologia in J.
Lacan, Boringhieri, Torino 1978.
Nancy J.L.TLacoue-Labarthe P., Il titolo della lettera. Una let­
tura di Lacan, a c. di S. Benvenuto, Astrolabio, Roma 1980.
Galati D.j. Teoria del linguaggio e prassi psicoanalitica in J.
Lacan, Multhipla Edizioni, Milano 1981.
Kremer-Marietti A., Lacan o la retorica dell’inconscio, a c. di
R. Petrilli, Astrolabio, Roma 1981.
Aa.Vv., La conduzione della cura psicoanalitica. Franco An­
geli, Milano 1989.
Barbui A., Focchi M., Dovunque e altrove. I topoifreudiani
e il problema del soggetto nel pensiero psicoanalitico,
Guerini, Milano 1990.
Recalcàti M., Il vuoto e il resto. Jacques Lacan e il problema
delréale, Cuem, Milano 1993.
Viganò C. (a c. di), Ripensare la follia. Lorientamento laca-
niano nell’esperienza psicoanalitica delle psicosi, Arcipela­
go Edizioni, Milano 1993.
Althusser L., Sulla psicoanalisi. Freud e Lacan, Raffaello
Cortina, Milano 1994.
Mazzoni M. (a c. di), Sessualità femminile. Arcipelago Edi­
zioni, Milano 1994.
Recalcati M., Luniversale e il singolare. Lacan e l’al di là del
principio di piacere, Marcos y Marcos, Milano 1995.
Roudinesco E., Jacques Lacan. Profilo di una vita, storia di
un sistema di pensiero, Raffaello Cortina, Milano 1995.
Brandalise A., Failli S. (a c. di), Jacques Lacan: la psicoanali­
si, l’ermeneutica, il reale, Unipress, Padova 1996.
Miller J.-A., Logiche della vita amorosa, a c. di A. Di Ciac­
ca, Astrolabio, Roma 1997.
Nasio J.D., Cinque lezioni sulla teoria di Lacan, a c. di S.
Contardi e S. Reali, Editori Riuniti, Roma 1998.
Tarizzo D., Il desiderio dell’interpretazione. Lacan e la que­
stione dell’essere. La città del sole, Napoli 1998.
Bianchi P., Marx e Lacan. La questione del soggetto incon­
scio, Graphos, Genova 1999.
Jacques Lacan

Bonifati S., La psicosi in Jacques Lacan. Da Aimée a Joyce,


Franco Angeli, Milano 1999.
Borch-Jacobsen M., Lacan, il maestro assoluto, Einaudi, To­
rino 1999.
Guidi A. (a c. di), Marx, Freud, Lacan, Boria, Roma 1999.

Numeri monografici di riviste

Effetto Lacan, “La Rivista”, Lerici, Cosenza 1979.


“aut-aut", n. 177-78, La Nuova Italia, Firenze 1980.
Jacques Lacan, “La Psicoanalisi", n. 10, Astrolabio, Roma
1991.

Bibliografia critica di supporto ai capitoli del testo

Capitolo 1
Di Ciaccia A., L’io tra soggetto e oggetto, in “La Psicoanali­
si”, n. 11, Astrolabio, Roma 1992.
Freud S., Introduzione al narcisismo (1914), in Opere, a c. di
C.L. Musatti, Bollati Boringhieri, Torino 1980, voi. VII.
—, Psicologia delle masse e analisi dell'io (1921), in Opere,
cit., voi. IX.
—, L'Io e l'Es (1922), in Opere, cit., voi. IX.
—, Il disagio della civiltà (1924), in Opere, cit., voi. X.
—, Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni)
(1932), in Opere, cit., voi. XI.
Hartmann H., Psicologia dell’io e problema dell’adattamen­
to, Bollati Boringhieri, Torino 1966.
Hegel G.W.F., Fenomenologia dello spirito. La Nuova Ita­
lia, 2 voli., Firenze 1973.
Heidegger M., Essere e tempo, Longanesi, Milano 1976.
Klein M., Il primo sviluppo della coscienza morale nel bam­
bino (1933), in Id., Scritti(1921-1958), Boringhieri, Tori­
no 1978.
—, Contributo alla psicogenesi degli stati maniaco-depressivi
( 1935), in Scritti, cit.
bibliografia ragionata

—, Il lutto e la sua connessione con gli stati maniaco-depres­


sivi (1940), in Scritti, cit.
Kojève A., Introduzione alla lettura di Hegel, Adelphi, Mi­
lano 1996.
Miller J.-A., Schede di lettura lacaniane, in J. Lacan et al.. Il
mito individuale del nevrotico, Astrolabio, Roma 1986,
pp. 73-105.
Recalcati M., L'universale e il singolare, cit.
Rovatti P.A., La posta in gioco. Heidegger, Husserl, il sogget­
to, Bompiani, Milano 1987.
Sartre J. -P., Un 'ideafondamentale della fenomenologia di Hus­
serl: l’intenzionalità, in Id., Materialismo e rivoluzione, a c.
di F. Fergnani e P. A. Rovatti, il Saggiatore, Milano 1977.
—, Lessere e il nulla. Saggio di ontologia fenomenologica, il
Saggiatore, Milano 1980.
—, La trascendenza dell’Ego. Una descrizionefenomenologi­
ca, Egea, Milano 1992.
Wallon H., Come si sviluppa la nozione del proprio corpo nel
bambino (1931), in Id., Sviluppo della coscienza e forma­
zione del carattere, La Nuova Italia, Firenze 1967.

Capitolo 2
A&Nv., Sulla teoria dei quattro discorsi, in “La Psicoanali­
si”, n. 18, Astrolabio, Roma 1995.
Althusser L., Sulla psicoanalisi, cit.
Colombo L., Saussure e Lacan: il significante, in “La Psicoa­
nalisi’’, n. 27, Astrolabio, Roma 1999.
Cottet S., L‘inconscio di Freud e di Lacan, in “La Psicoanali­
si”, n. 14, Astrolabio, Roma 1993.
Eco U., La struttura assente, Bompiani, Milano 1968.
Freud S., Linterpretazione dei sogni (1899), in Opere, cit.,
voi. HI.
—, Psicopatologia della vita quotidiana (1905), in Opere,
dt., voi. IV.
—, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio
(1907), in Opere, cit., voi. V.
—, Al di là del principio di piacere (1919), in Opere, cit., voi.
IX.
Jacques Lacan

Grigg R, Metafora e metonimia: Jakobson e Lacan, in “La


Psicoanalisi”, n. 7, Astrolabio, Roma 1990.
Heidegger M., In cammino verso il linguaggio, Mursia, Mi­
lano 1973.
Jakobson R., Saggi di linguistica generale, Feltrinelli, Mila­
no 1986.
Lévi-Strauss C., Antropologia strutturale, Mondadori-EST,
Milano 1988.
Miller J.-A., I sei paradigmi del godimento, in “La Psicoana­
lisi”, n. 26, Astrolabio, Roma 1999.
—, Schede di lettura lacaniane, in J. Lacan et al., Il mito indi­
viduale del nevrotico, cit.
Rifflet-Lemaire A., Introduzione a Jacques Lacan, cit.
Saussure F. de, Corso di linguistica generale, Laterza, Bari
1968.
Zenoni A., L'io e il linguaggio. Astrolabio, Roma 1979.

Capitolo 3
Brousse M.H., Lafemminilità: l’Altro sesso fra metafora e sup­
plenze, in “La Psicoanalisi”, n. 13, Astrolabio, Roma 1990.
Di Ciaccia A., Nota sul bambino e la psicosi in Lucani in “La
Psicoanalisi”, n. 1, Astrolabio, Roma 1987.
—, La funzione patema in Lacan, in “Psicoterapia Psicoanali­
tica”, vi, n. 2,1999.
Freud S., Tre saggi sulla teoria sessuale (1905), in Opere, dt.,
voi. IV.
—, Analisi dellafobia di un bambino di cinque anni. Caso clini-
co del piccolo Hans ( 1909), in Opere, dt., voi. V.
—, Totem e tabù (1912-13), in Opere, cit., voi. VII.
—, Lorganizzazione genitale infantile (1920), in Opere, cit.,
voi. IX.
—, Autobiografia (1924), in Opere, cit., voi. X.
Godei K., Opere (1929-36), Boringhieri, Torino 1999, voi. I.
Jakobson R., Saggi di linguistica generale, cit.
Mazzoni M., Note sul problema dell'ateismo psicoanalitico,
in “Agalma”, n. 10, Milano 1993. ~~
Miller J.-A., La natura dei sembianti, in “La Psicoanalisi”, n.
11-18, Astrolabio, Roma 1992-95.
Bibliografia ragionata

—, Presentazione del Seminario IV di J. Lacan, in “La Psi­


coanalisi”, n. 15, Astrolabio, Roma 1994.
—, Logiche della vita amorosa, Astrolabio, Roma 1997.
—, Conclusione, in I.R.M.A., Il conciliabolo diAngers. Effetti
disorpresa nelle psicosi, Astrolabio, Roma 1999.
—, Il dispositivo del sintomo, in I.R.M.A., La conversazione
di Arcàchon. Casi rari, gli inclassificabili della clinica,
Astrolabio, Roma 1999.
—, Tavola commentata delle rappresentazioni grafiche, in J.
Lacanr&nto', cit.

Capitolo 4
De Waelhens A., La psicosi, Astrolabio, Roma 1974.
Di Ciaccia A., Nota sul bambino e la psicosi in Lacan, cit.
—, Sulla cura psicoanalitica delle nevrosi e delle psicosi, in
“La Psicoanalisi”, n. 6, Astrolabio, Roma 1989.
Foucault M., Storia della follia nell’età classica, Rizzoli, Mi­
lano 1961.
Francesconi P., Eultimo dei classici, in G. de Clérambault, Au­
tomatismo mentale. Psicosi passionali, Metis, Chieti 1994.
Freud S., Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia
(dementia paranoides) descritto autobiograficamente (Caso
clinico del presidente Schreber) (1910), in Opere, dt., voi. vi.
—, Nevrosi e psicosi (1923), in Opere, cit., voi. IX.
—, La perdita di realtà nella nevrosi e nella psicosi (1924), in
Opere, dt., voi. X.
KantzasG. e P., Introduzione, in G. de Clérambault, Le psi­
cosipassionali. ((erotomania. Edizioni ets, Pisa 1993.
Leguil F., Dalla semiologia psichiatrica alla clinica del discorso
analitico, in “La Psicoanalisi”, n. 4, Astrolabio, Roma 1988.
—, Lacan contre e avec Jaspers, in “Omicar?”, n. 48, Nava-
rin, Paris 1989.
Merleau-Ponty M., Fenomenologia della percezione, il Sag­
giatore, Milano 1965.
Miller J.-A., Schede di lettura lacaniane, in J. Lacan et al., Il
mito individuale del nevrotico, cit.
—, Seminario del D.E.A. (1986-1987) tenuto al Diparti­
mento dell’università di Parigi vm, lezione del 12 feb­
braio 1987 (inedito).
Jacques Lacan

—, La lezione delle psicosi, in “La Psicoanalisi”, n. 4, Astro­


labio, Roma 1988.
—, Lacan con Joyce, in “La Psicoanalisi”, n. 23, Astrolabio,
Roma 1998.
—, Schizofrenia e paranoia, in “La Psicoanalisi", n. 25,
Astrolabio, Roma 1999.
Recalcati M., Follia e struttura in Jacques Lacan, in “aut-
aut”, n. 285-286, La Nuova Italia, Firenze 1998.

Capitolo 5
Colombo L., Osservazioni sulla pulsione in Funzione e
campo, in “Quaderni milanesi di psicoanalisi”, nn. 8-9,
Milano 1996.
Cosenza D., Sintomo, struttura e discorso. Lacan versus
Marx, in D. Cosenza, M. Recalcati (a c. di), Lacan e la fi­
losofia, Arcipelago, Milano 1992.
—, Tempo e residuo: Lacan da Heidegger a Marx, in “Qua­
derni milanesi di psicoanalisi”, n. 2, Milano 1994.
Focchi M., Il tempo della parola piena, in “Quaderni mila­
nesi di psicoanalisi”, nn. 8-9, Milano 1996.
Freud S., Al di là delprincipio di piacere, cit.
—, Il problema economico del masochismo (1924), in Opere,
cit. voi. X.
—, Inibizione, sintomo e angoscia (1925), in Opere, cit., voi. X.
Hegel G.W.E, Fenomenologia dello spirito, cit.
Heidegger M., Essere e tempo, cit.
—,La Cosa,\nAà.,Saggi e discorsi, Mursia, Milano 1985.
Kojève A., Introduzione a Hegel, cit.
Miller J.-A., Cause e consentement (1987-1988), Corso tenu­
to al Dipartimento di psicoanalisi di Parigi Vili (inedito).
—, Extimité (1986-1987), Corso tenuto al Dipartimento di
psicoanalisi di Parigi Vili (inedito).
—, Commento a Funzione e campo della parola e del lin­
guaggio in psicoanalisi, in “Quaderni milanesi di psicoa­
nalisi”, n. 8-9, Milano 1996.
—, Silet, in “La Psicoanalisi”, n. 19-24, Astrolabio, Roma
1996-1998.
—, I sei paradigmi, cit.
Recalcati M. (a c. di), L‘ultima cena: anoressia e bulimia,
Bruno Mondadori, Milano 1997.
Bibliografia ragionata

—, Il corpo ostaggio, Boria, Roma 1998.


—, Liuniversale e il singolare, cit.
Sartre J.P., L'essere e il nulla, cit.
Senzolo G., La parola che dura, in “Quaderni milanesi di
psicoanalisi ”, nn. 8-9, Milano 1996.
Silvestre M., Domanda e desiderio, in “La Psicoanalisi”,
n. 7, Astrolabio, Roma 1989.
Zenoni A., Sintomo, corpo e reale, in “La Psicoanalisi”, n. 2,
Astrolabio, Roma 1987.
—, LI linguaggio e gli oggetti della pulsione, in “ La Psicoana­
lisi”, n. 17, Astrolabio, Roma 1995.
—, Lo statuto del fallo dal Seminario rv alla Significazione
del fallo, in “Studi di psicoanalisi. Annali della Sezione
Clinica di Milano”, n. 1, Vita Felice, Milano 1999.
—, Il corpo e il linguaggio nella psicoanalisi. Bruno Monda-
dori, Milano 1999.

Capitolo 6
Aa.Vv., Sulla conduzione della cura, Franco Angeli, Milano
1989.
Etchegoyen RH., L fondamenti della tecnica psicoanalitica.
Astrolabio, Roma 1986, pp. 139-175.
Freud S., Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi
(1913-14), in Opere, cit., voi. VII.
Giroud F., Conoscete Lacan?, in “La Psicoanalisi”, n. 10,
Astrolabio, Roma 1991.
Miller J.-A., C.S.T., in “La Psicoanalisi”, n. 1, Astrolabio,
Roma 1987.
—, Transfert e interpretazione, in “La Psicoanalisi”, n. 3,
Astrolabio, Roma 1989.
—, Gli insegnamenti della presentazione dei malati, in
I.R.M.A., La Conversazione di Arcachon, cit.
—, Préface, in Aa.Vv., Commentfinissent lesanalyses, Seuil,
Paris 1994.
—, Il rovescio dell'interpretazione, in “La Psicoanalisi”, n. 19,
Astrolabio, Roma 1996.
—, Non c’è clinica senza etica, in M.T. Malocchi (a c. di), Il
lavoro di apertura, Franco Angeli, Milano 1999.
Indice dei nomi

Abraham, K. 125 Favez-Boutonier, J. 223


Agostino 30 Feuerbach, L. 63
Althusser, L. 71n, 224 Focchi, M. 175n
Aubry.J. 99 Fornati, F. 57
Baruzi, J. 220 Foucault, M. 1
Basaglia, F. 123n Francesconi, P. 115n
Bataille, G. 222 Freud, A. 147
Baudry, É. 220 Freud, S. 1,2,4, 7,8, lOn, 11-
Beauvoir, S. de 222 13,22,23,40,44,48,49,57,
Bentham, J. 197 61,67,69,71, 72,75,77,83,
Binswanger, L. 1 85, 86, 88, 89, 92, 101, 109,
Bion, W. 222 111,112,114,116,120,125,
Blondin, M.-L. 221 137,141,145,146,149,150,
Breton, A. 222 152,173,175,177,181,182,
185, 188-190, 197-199, 205-
Camus, A. 222 212,215
Cartesio 14
Champollion, J.-F, 207 Giroud, F. 203
Claude, H. 113 Godei, K. 1,104
Qérambault, G.G. de 1, 113- Green, A. 4 In
115,124, 142,220 Grosrichard, A. 227
Colombo, L. 175n
Hartmann, H. 9n
Cosenza D. 196n
Hegel, G.W.F. 1,16, 17,21-23,
Crevel, R. 222
35,41,43,49,61,63,64,79,
Dall', S. 116, 117,221 130, 137,165,167,168,181,
Dolio, F. 223 212,222
Dumas, G. 113 Heidegger, M. 1, 15-18, 45,
Duras, M. 116 174,175n, 192n, 222,223
Durkheim, É. 74 Husserl, E. 15-17,222
Hyppolite, J. 223
Eulero 64, 66
Ey, H. 128 Jacquot, B. 227
Indice dei nomi

Jakobson, R. 1, 45, 49, 57, 95, 167n, 172,175n, 192n,201n,


137, 223 203,204n,210n, 215n, 216n,
Jaspers, K. 1, 121, 122, 124, 223n, 224n, 225n, 226-230
125, 128 Milner, J.-C. 226
Jones 221 Molière 34
Joyce, J. 1, 108,161-163,220n Nietzsche, E 8
Jung, C.G. 56, 60
Piaget, J. 60
Kant, I. 14 Picasso, P. 222
Kantzas, G. 115n Pinel.P. 113
Kantzas, P. 115n Platone 212
Klein, M. 31,125, 147,223
Queneau, R. 222
Kojève, A. 1,16,17,21,35,41,
168 ,169n, 222 Recalcati, M. 184n, 193n, 194n,
Koyré, A. 222 196n
Kraepelin, E. 115 Regnatili, F. 227
Rickman, J. 222
Lacan, A. 220 Ricoeur, P. 223
Lagache, D. 223 Rifflet-Lemaire, A. 54n
Laplanche, J. 55 Rimbaud, J.-N.-A. 20
Laurent, E. 223n Roudinesco, E. 220n, 221n,
Ledaire, S. 55n, 227 228n
Leguil, E 122n, 125n, 128n
Sartre, J.-P. 1,16-20,178n, 222
Leiris, M. 222
Saussure, F. de 1,45-47,49-53,
Lévi-Strauss, C. 1, 45, 46, 77,
56,57, 61,79,137
79, 80,223
Schopenhauer, A. 8
Lévinas, E. 16
Senzolo, G. 175n
Locwenstein, R 220
Shakespeare, W. 116
Maiocchi, M.T. 215n Socrate 212
Maldès, S. 222 Spinoza, B.43, 117,220,224
Manoukian, A. 222n Tommaso d’Aquino 216
Marx, K. 63, 64,196 Tosquelles 123
Masson, A. 222
Merleau-Ponty, M. 1, 16, 144, Wahl, F. 230
222 Wahl.J. 16
Wallon, H. 21,25,26
Miller,J.-A.3,4,41n, 49n, 56,
Wedekind, F. 116
66, 72, 73 , 83n, 97n, 98n,
Winnicott, W.D. 61
102n, 103n, 107n, 122, 127,
136, 141, 157n, 158, 162, Zenoni, A. 185n, 195n
Di Ciaccia, Antonio.
Jacques Lacan / Antonio Di Ciaccia, Massimo Recalcati.
[Milano] : Bruno Mondadori, [2000],
256 p. ; 17 cm. - (Testi e pretesti).
ISBN 88-424-9518-2 : L. 22.000.
1. Lacan, Jacques. I. Recalcati, Massimo.
150.1952

Scheda catalografica a cura di CAeB, Milano.

Ristampa Anno

12 3 4 01 02 03 04

Stampato per conto della casa editrice


presso A.L.E., Milano, Italia
.

Frontespizio 3
Il Libro 2
Gli autori 2
Introduzione 5
1. Lo stadio dello specchio e la costituzione dell’io 10
1.1 II soggetto non è l’io 10
1.2 L’azione morfogena dell’immagine: l’io come oggetto 15
1.3 Hegel, Husserl, Heidegger e Kojève 19
1.4 Lo stadio dello specchio 24
1.5 Narcisismo e aggressività 33
2. L’inconscio strutturato come un linguaggio e l’alienazione significante 41
2.1 Dall’alienazione immaginaria all’alienazione simbolica 41
2.2 L’Altro come luogo della parola 43
2.3 II campo del linguaggio 48
2.4 La tesi dell’inconscio strutturato come un linguaggio 51
2.5 Le leggi del linguaggio 60
2.6 L’inconscio come discorso dell’Altro 63
2.7 II soggetto diviso e l’alienazione significante 65
2.8 Significante e oggetto 70
2.9 II concetto di discorso 72
3. L’Edipo e l’al di là dell’Edipo 78
3.1 I complessi familiari 78
3.2 II tempo della struttura 80
3.3 II desiderio inconscio 82
3.4 Le imago 85
3.5 La triade più uno 87
3.6 La metafora patema 99
3.7 Un desiderio non anonimo 103
3.8 La clinica dell’Edipo 104
3.9 L’al di là dell’Edipo 107
3.10 II campo lacaniano 108
3.11 II punto di capitone 110
3.12 La femminilità 112
4. L’insegnamento della psicosi 116
4.1 Lacan e la formazione psichiatrica 117
4.2 «Nostro unico maestro in psichiatria» 118
4.3 Lacan e il surrealismo 119
4.4 La tesi di dottorato sulla paranoia di autopunizione 121
4.5 La comprensione del malato 125
4.6 II ritorno alla psichiatria 128
4.7 La psicosi come sublimazione impossibile 129
4.8 L’insondabile decisione dell’essere 132
4.9 Verso una teoria strutturale della psicos 136
4.10 La psicosi come esclusione dell’Altro della relazione intersoggettiva 138
4.11 Dall’Altro della relazione intersoggettiva all’Altro della catena significante 140
4.12 II soggetto dell’inconscio non è il soggetto delle facoltà 147
4.13 «L’inconscio è il discorso dell’Altro» 149
4.14 La psicosi come preclusione del significante paterno 151
4.15 II meccanismo causale della psicosi 153
4.16 Lo scatenamento 157
4.17 Dall’indicibile all’oggetto a 160
4.18 L’Altro è strutturalmente mancante 162
4.19 Ilsinthomo 165
4.20 Non c’è trauma se non di linguaggio 166
5. La svolta del Seminario VII: dal desiderio al godimento 168
5.1 II desiderio è il desiderio dell’Altro 168
5.2 Parola piena e parola vuota 174
5.3 II desiderio come «metonimia della mancanza-a-essere» 181
5.4 II fallo come significante del desiderio 185
5.5 La Cosa e l’oggetto causa del desiderio 192
5.6 Lacan e Tal di là del principio di piacere 201
6. La direzione della cura 206
6.1 Lacan psicoanalista 206
6.2 L’entrata in analisi 208
6.3 La verità del sintomo 210
6.4 II lavoro analizzante 211
6.5 II compito analista 212
6.6 L’ostacolo del transfert 214
6.7 Transfert e interpretazione 215
6.8 II soggetto-supposto-sapere 217
6.9 II desiderio dell’analista 218
6.10 La conclusione della cura 219
6.11 La formazione dello psicoanalista 221
La vita di Jacques Lacan di Massimo Termini 224
Bibliografia ragionata a cura di Carmelo Licitra-Rosa e Massimo Recalcati 233
Premessa 233
Opere di J acques Lacan 236
Seminari di Jacques Lacan 237
Letteratura critica 242
Opere di carattere monografico 242
Bibliografia critica di supporto ai capitoli del testo 244
Indice dei Nomi 250