Sei sulla pagina 1di 220

Economica Laterza

661
Dello stesso autore
nella «Economica Laterza»:

Amore liquido.
Sulla fragilità dei legami affettivi
L’arte della vita
Capitalismo parassitario
Consumo, dunque sono
Dentro la globalizzazione.
Le conseguenze sulle persone
L’etica in un mondo di consumatori
L’Europa è un’avventura
Modus vivendi.
Inferno e utopia del mondo liquido
Paura liquida
La società sotto assedio
Vita liquida
Vite che non possiamo permetterci
Vite di scarto
Voglia di comunità

Dello stesso autore


in altre nostre collane:

Danni collaterali.
Diseguaglianze sociali nell’età globale
«i Robinson / Letture»
Intervista sull’identità
a cura di Benedetto Vecchi
«Saggi Tascabili Laterza»
Modernità liquida
«i Robinson / Letture»
“La ricchezza di pochi avvantaggia tutti” Falso!
«Idòla Laterza»
Zygmunt Bauman

Cose che abbiamo in comune


44 lettere dal mondo liquido
Traduzione di Marzia Porta

Editori Laterza
Titolo dell’edizione originale
44 Letters from the Liquid Modern World
Polity Press, Cambridge-Malden, 2010

© 2010, Polity Press

© «D - la Repubblica delle Donne»

La presente edizione viene pubblicata


in accordo con Polity Press Ltd., Cambridge

Le lettere 1-8; 10-11; 13-15; 18-22;


26-27; 29; 31-34; 38-41; 43 sono  Proprietà letteraria riservata
apparse sulla «Repubblica delle Donne» Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari
tra il 2008 e il 2009, con cadenza
bisettimanale Questo libro è stampato
su carta amica delle foreste
Edizioni precedenti:
«i Robinson / Letture» 2012 Stampato da
SEDIT - Bari (Italy)
Nella «Economica Laterza» per conto della
Prima edizione ottobre 2013 Gius. Laterza & Figli Spa
ISBN 978-88-581-0968-7
Edizione
1 2 3 4 5 6
Anno
2013 2014 2015 2016 2017 2018

www.laterza.it

È vietata la riproduzione, anche


parziale, con qualsiasi mezzo effettuata,
compresa la fotocopia, anche
ad uso interno o didattico.
Per la legge italiana la fotocopia è lecita
solo per uso personale purché
non danneggi l’autore. Quindi ogni
fotocopia che eviti l’acquisto
di un libro è illecita e minaccia
la sopravvivenza di un modo
di trasmettere la conoscenza.
Chi fotocopia un libro, chi mette
a disposizione i mezzi per fotocopiare,
chi comunque favorisce questa pratica
commette un furto e opera
ai danni della cultura.
Indice

1. Dello scrivere lettere,


da un mondo liquido-moderno 3
2. Un’affollata solitudine 8
3. Conversazioni tra genitori e figli 13
4. On-line/off-line 17
5. Come uccelli 21
6. Sesso virtuale 25
7. Strane avventure della «privacy» (1) 29
8. Strane avventure della «privacy» (2) 33
9. Strane avventure della «privacy» (3) 38
10. Genitori e figli 42
11. Le abitudini di spesa degli adolescenti 46
12. Sui passi della generazione Y 51
13. Un’illusoria alba di libertà 56
14. L’arrivo delle bimbe-donne 60
15. Ora tocca alle ciglia 64
16. La moda, un moto perpetuo 68
17. Il consumismo non è solo una questione
di consumi 73
18. Che ne è stato delle élites culturali? 78
19. Farmaci e malattie 82
20. L’influenza suina e altri motivi di panico 87

v
21. Salute e disuguaglianze 91
22. Uomo avvisato... 96
23. Il mondo è inadatto all’istruzione? (1) 101
24. Il mondo è inadatto all’istruzione? (2) 106
25. Il mondo è inadatto all’istruzione? (3) 111
26. Lo spirito dei Capodanni passati
e di quelli futuri 115
27. Prevedere l’imprevedibile 120
28. Calcolare l’incalcolabile 125
29. Le contorte traiettorie della fobia 130
30. Interregno 135
31. Da dove arriverà la forza sovrumana?
E a quale scopo? 139
32. Tornate a casa, uomini? 145
33. Fuga dalla crisi 150
34. C’è fine alla depressione? 154
35. Chi ha detto che dobbiamo stare alle regole? 160
36. Il fenomeno Barack Obama 165
37. La cultura in una città globalizzata 169
38. La voce del silenzio di Lorna 173
39. Gli estranei sono pericolosi. Sarà vero? 177
40. Tribù e cieli 183
41. Tracciare dei limiti 187
42. Cattivi si diventa? 192
43. Destino e carattere 199
44. Albert Camus, o:
«Mi» ribello, dunque «siamo» 203

Note 209
Cose che abbiamo in comune
44 lettere dal mondo liquido
1.
Dello scrivere lettere,
da un mondo liquido-moderno

Il mondo «liquido-moderno» è quello che voi e io – l’autore


delle lettere che vi accingete a leggere e i suoi potenziali/pro-
babili/auspicati lettori – condividiamo. Un mondo che chiamo
«liquido» perché come tutti i liquidi non può restare immobi-
le e mantenere il proprio assetto inalterato a lungo. In questo
nostro mondo tutto, o quasi, è in continua trasformazione: le
mode che seguiamo, gli oggetti che richiamano la nostra atten-
zione (un’attenzione che si sposta incessantemente, e che oggi
elude oggetti ed eventi da cui sino a ieri era attratta, e domani
rifuggirà da oggetti ed eventi che oggi l’appassionano), ciò che
sogniamo o temiamo, che desideriamo o detestiamo, che suscita
in noi speranza o preoccupazione. Persino le circostanze che ci
circondano, sulle quali impostiamo la nostra esistenza, in base
alle quali tentiamo di progettare il futuro e nell’ambito delle
quali stringiamo rapporti con alcune persone e manteniamo le
distanze (o veniamo allontanati) da altre – mutano di continuo.
Nuove opportunità di gioia e presagi di infelicità scorrono e ci
sfiorano, vanno, vengono e si posano altrove. E il più delle volte
tutto ciò accade con una rapidità e una fluidità tali da impedir-
ci di intervenire in maniera concreta ed efficace per stabilirne
o mutarne il percorso, preservarne la traiettoria o anticiparne
l’andamento.
In breve, questo mondo – il nostro mondo liquido-moderno
– ci stupisce di continuo: ciò che oggi appare certo e opportu-
no domani potrebbe sembrare un futile capriccio o un errore
deplorevole. E sospettando che ciò possa accadere, sentiamo
l’esigenza di tenerci a nostra volta sempre pronti a cambiare, al
pari del mondo che ci ospita. Noi, che lo abitiamo e ne siamo a

­­­­­3
tratti artefici, protagonisti, fruitori e vittime, dobbiamo renderci
«flessibili» – per usare un termine oggi di moda. Così siamo alla
disperata ricerca di nuove informazioni su ciò che accade e ciò
che potrebbe accadere. Per fortuna possiamo contare su alcuni
strumenti di cui i nostri genitori non avrebbero nemmeno po-
tuto immaginare l’esistenza: abbiamo internet e le «autostrade
dell’informazione», che ci permettono di collegarci rapidamen-
te, «in tempo reale», agli angoli più remoti del pianeta grazie
a questi maneggevoli cellulari tascabili, agli iPod, che teniamo
notte e giorno a portata di mano, ovunque andiamo. Ho detto
per fortuna? Ahimè, forse non del tutto – dal momento che alla
perniciosa mancanza di informazioni di cui soffrivano i nostri
genitori oggi si sostituisce un flagello addirittura più formida-
bile: un’abbondanza di informazioni tale da farci rischiare di
affogare, e che ci obbliga di fatto a nuotare o tuffarci (anziché
lasciarci trasportare dalla corrente o cavalcare le onde). Come
si fa a separare le notizie rilevanti, che contano e importano, dai
mucchi di scempiaggini inutili e insulse? Com’è possibile coglie-
re dei messaggi sensati in mezzo a un frastuono sconclusionato?
In questo bailamme di opinioni e suggerimenti contraddittori,
avremmo bisogno di una trebbiatrice capace di aiutarci a sepa-
rare i granelli di verità e di ciò che merita la nostra attenzione
dalla pula delle menzogne, delle illusioni, delle sciocchezze, de-
gli scarti...
In queste lettere tenterò di svolgere un lavoro simile a quel-
lo di una trebbiatrice (che purtroppo non abbiamo, né forse
avremo ancora per qualche tempo), per iniziare finalmente a
separare ciò che è importante da ciò che manca di contenuto,
ciò che conta – e che probabilmente conterà sempre più – dalle
mode fugaci e dai fuochi di paglia. Ma poiché, come abbiamo
già detto, questo nostro mondo liquido-moderno è in continua
trasformazione, tutti noi – volenti o nolenti, consapevoli o no,
che ci piaccia o meno – veniamo trascinati via senza posa, anche
quando ci sforziamo di rimanere immobili nel punto in cui ci
troviamo. Le lettere, dunque, non potrebbero essere altro che
«racconti di viaggio» – anche se il loro autore non si allontana

­­­­­4
da Leeds, la città dove vive; e le storie in esse contenute sono
dei resoconti di viaggio: scritte in viaggio, raccontano di viaggi.
Walter Benjamin, un filosofo dotato di una vista particolar-
mente acuta e capace di cogliere qualsiasi accenno di logica e
sistematicità in moti culturali all’apparenza nebulosi e casuali,
di solito distingueva due tipi di racconti: quelli da marinai e
quelli da contadini. I primi narrano di fatti bizzarri e inauditi,
luoghi remoti, mai visitati, che probabilmente resteranno tali;
di mostri e creature mutanti, maghi e streghe, cavalieri corte-
si e malvagi faccendieri. Personaggi assolutamente diversi da
chi ascolta le loro avventure, e dediti a imprese che altri (e in
particolare chi segue incantato e rapito il resoconto delle loro
vicende) non si sognerebbero né potrebbero immaginare di in-
traprendere – e men che mai azzardarsi a realizzare. Le storie
dei contadini raccontano invece di eventi ordinari a noi vicini
e apparentemente familiari, come il continuo succedersi delle
stagioni e le quotidiane mansioni domestiche della fattoria e dei
campi. Ho detto apparentemente familiari, poiché la sensazione
di conoscere da vicino e in profondità simili circostanze – e
dunque di non poter trarre da loro e su di loro alcun nuo-
vo insegnamento – è illusoria. Un’illusione che nasce proprio
dalla loro prossimità, e impedisce a chi le osserva di coglierle
distintamente per quello che sono. Nulla sfugge con tanta faci-
lità, risolutezza e insistenza a un’analisi scrupolosa quanto ciò
che abbiamo «sotto mano», che è «sempre al proprio posto»
e che «non cambia mai». Realtà che rimangono, per così dire,
«nascoste in piena luce» – la luce della loro familiarità sviante e
ingannevole. La loro normalità è una copertura che ne scorag-
gia lo studio. Per renderle interessanti e osservarle attentamen-
te occorrerebbe innanzitutto strapparle e allontanarle da quel
circolo ottenebrante, rassicurante e tuttavia vizioso della trita
quotidianità. Per studiarle a dovere, prima ancora che un loro
attento esame sia ipotizzabile, occorre isolarle e tenerle a di-
stanza: la farsa della loro presunta «normalità» dev’essere sma-
scherata sin dall’inizio. Soltanto così è possibile far emergere e
analizzare i loro abbondanti, profondi misteri, che si rivelano
astrusi e sconcertanti una volta che ci si comincia a pensare su.

­­­­­5
La distinzione suggerita da Benjamin quasi un secolo fa oggi
non appare più tanto netta: i marinai non detengono più il mo-
nopolio sui viaggi in terre misteriose, e in un mondo globalizza-
to – in cui nessun luogo rimane davvero isolato e immune alle
ripercussioni di ciò che accade in ogni altro angolo del pianeta,
per quanto remoto – anche i racconti di un vecchio contadino
possono facilmente confondersi con le storie di un marinaio.
Nelle mie lettere proverò dunque a raccontare storie, diciamo
così, di marinai come se fossero raccontate da contadini. Storie
ispirate a esistenze normalissime, prese come un espediente per
rivelare ed esporre una straordinarietà altrimenti difficile da co-
gliere. Se vogliamo che quanto all’apparenza ci è familiare lo
diventi davvero, dobbiamo per prima cosa rendercelo estraneo.
Si tratta di un compito difficile, il cui successo non è affatto
garantito, e la cui piena riuscita è quanto meno incerta. Tuttavia
è questo l’obiettivo che noi, lo scrittore di queste quarantaquat-
tro lettere e i suoi lettori, cercheremo di perseguire nella nostra
avventura insieme.
Ma perché proprio quarantaquattro? È forse un numero che
possiede un significato particolare, intrinseco? O si tratta invece
di una scelta fortuita e arbitraria, una decisione casuale? Sospet-
to che la maggior parte dei lettori (o forse tutti, ad eccezione di
quelli polacchi...) si porrà questa domanda. Sento di dover loro
una spiegazione.
Adam Mickiewicz, il più grande poeta romantico polacco,
inventò un personaggio misterioso: una combinazione o un’i-
brida via di mezzo tra un plenipotenziario e portavoce della
Libertà, nonché suo tutore legale, da un lato, e, dall’altro, il
suo rappresentante, o vice-reggente sulla Terra. «Ed il suo no-
me [è] Quarantaquattro»: è con queste parole che la recondita
creatura viene introdotta da uno dei personaggi dell’opera di
Mickiewicz che ne annuncia/intuisce l’arrivo imminente. Ma
perché quel nome? Molti storici della letteratura, immensa-
mente più preparati di me a fornire una risposta, hanno tentato
invano di venire a capo di questo mistero. C’è chi ipotizza che
il numero equivalga alla somma dei valori numerici corrispon-
denti alle lettere che compongono il nome del poeta scritto in

­­­­­6
ebraico – e sia forse una duplice allusione all’importante ruolo
che questi svolse nella lotta per la liberazione della Polonia, e
alle origini ebraiche di sua madre. Stando invece all’interpreta-
zione ad oggi più comunemente accettata, Mickiewicz avrebbe
scelto quel nome altisonante e maestoso (in polacco: czterdzieści
i cztery) semplicemente nell’impeto dell’ispirazione. Motivato
(o forse assolutamente immotivato, come spesso capita ai guizzi
dell’ispirazione) dall’attenzione verso l’armonia poetica più che
dall’intenzione di trasmettere un messaggio in codice.
Le lettere che trovate raccolte in questo volume sono state
scritte durante un periodo di quasi due anni: quante dovrebbero
essercene? Quando, e a che punto, fermarsi? È improbabile che
la spinta a scrivere lettere dal mondo liquido-moderno possa
mai esaurirsi. Quel mondo che continua a stupirci con nuove
trovate, che è capace di inventarsi ogni giorno nuove sfide da
sottoporre all’intelligenza umana, farà in modo che una simile
eventualità non accada. Sfide e sorprese sono disseminate lungo
l’intero spettro dell’esperienza umana, ed è quindi inevitabile
che i momenti in cui ci si sofferma per descriverle (e al tempo
stesso circoscriverle) in una lettera siano frutto di una decisione
arbitraria. Queste lettere non fanno eccezione: il loro numero è
stato scelto arbitrariamente.
Perché proprio questo, e non un altro? Perché grazie ad
Adam Mickiewicz il numero quarantaquattro simboleggia lo
stupore e la speranza che accompagnano l’arrivo della Libertà.
È un numero che annuncia, per quanto in modo indiretto e solo
agli iniziati, il tema conduttore di queste missive. Nonostante la
varietà dei temi trattati, lo spettro della libertà aleggia in ciascu-
no di essi, anche quando la sua presenza appare invisibile, come
per ogni spettro degno di questo nome.

­­­­­
2.
Un’affollata solitudine

Recentemente il sito della rivista «The Chronicle of Higher


Education» (http://chronicle.com) ha pubblicato la storia di
un’adolescente che ha inviato tremila sms in un solo mese. Una
media di cento messaggi al giorno, uno ogni dieci minuti di ve-
glia: «Al mattino, a mezzogiorno, di sera, nei giorni feriali come
nei fine settimana, durante le lezioni, all’ora di pranzo, mentre
faceva i compiti o si lavava i denti». Se ne deduce che la ragazza
non avesse quasi mai occasione di rimanere sola per più di dieci
minuti; intendo dire sola con se stessa: con i propri pensieri, i
propri sogni, le proprie preoccupazioni e le proprie speranze.
Probabilmente si sarà dimenticata di come si fa a vivere (pensa-
re, organizzarsi, ridere o piangere) da soli, senza la compagnia
degli altri. O sarebbe forse più esatto dire che non ha mai avuto
la possibilità di apprenderne l’arte. D’altronde non sarebbe sola
nemmeno in questo...
Ma i dispositivi tascabili che consentono di inviare e ricevere
messaggi non sono l’unico strumento di cui ha bisogno per so-
pravvivere quella ragazza, e chi come lei non è capace di star solo.
Il professor Jonathan Zimmerman, della New York University,
rileva che sino a tre adolescenti americani su quattro trascorrono
ogni istante del tempo a loro disposizione incollati a Facebook
o a MySpace, per chattare. Sono, suggerisce Zimmerman, as-
suefatti alla produzione e alla ricezione di segnali audio-visivi
tramite schermi elettronici. I siti di chat, aggiunge, rappresenta-
no delle nuove, potenti droghe da cui questi giovani sono ormai
dipendenti. Se un virus (o i genitori, o gli insegnanti) impedisse
loro di accedere a internet o mettesse fuori uso i loro cellulari,
questi ragazzi rischierebbero una crisi di astinenza paragonabile

­­­­­8
a quelle che provocano strazianti tormenti in chi – più o meno
giovane – interrompe l’assunzione di altri tipi di sostanze.
Nel nostro mondo imprevedibile, incessantemente sorpren-
dente e tenacemente imperscrutabile, la prospettiva di essere
lasciati soli può generare infatti un vero e proprio senso di ter-
rore, e sono svariati i motivi che rendono la solitudine profon-
damente sgradevole, minacciosa e orribile. Attribuire a questi
apparecchi elettronici tutta la colpa di quanto sta accadendo a
chi è nato in un mondo dominato dalla connettività (via cavo, a
fibre ottiche o wireless) sarebbe tanto ingiusto quanto insensa-
to. Tali arnesi infatti rispondono a un’esigenza che non è stata
creata da questi giovani – i quali tutt’al più contribuiscono a
esacerbarla e renderla più pressante; e questo perché i modi per
assecondarla sono ormai irresistibilmente alla portata di tutti, e
non richiedono altro sforzo che quello di premere qualche tasto.
Gli inventori e i rivenditori dei walkman, i primi apparecchi
portatili che consentivano di «ascoltare il mondo» ovunque e in
qualsiasi momento si desiderasse, promettevano: «[Non sarete]
mai più soli!». Naturalmente erano ben consapevoli di ciò che
dicevano, e del perché quello slogan avrebbe fatto vendere loro
milioni di apparecchi – come infatti è accaduto. Sapevano che
le strade pullulano di individui che si sentono soli e detestano
la propria solitudine, avvertendola come penosa e mortificante.
Persone non soltanto prive di compagnia, ma anche amareggia-
te dalla sua assenza. Con un numero sempre maggiore di case
che di giorno rimanevano vuote, e i televisori che, piazzati in
ogni stanza, prendevano il posto del focolare domestico e del
desco familiare, ciascuno viveva praticamente «intrappolato nel
proprio bozzolo»: sempre meno persone potevano contare sul
festoso e corroborante calore dei rapporti umani, senza i quali
non sapevano come riempire le ore e i giorni.
La dipendenza dal suono incessante del walkman non ha
fatto che acuire il senso di vuoto lasciato dall’affievolirsi dei
rapporti umani. E più le persone rimanevano immerse in quel
vuoto, meno erano in grado di uscirne avvalendosi dei mezzi
che avevano preceduto l’avvento dell’high-tech, ovvero i propri
muscoli e la propria immaginazione.

­­­­­9
Oggi, grazie a internet, anche quel vuoto può essere ignorato
o dissimulato, e dunque privato della propria tossicità; il dolore
dell’assenza può essere quanto meno lenito. Quella compagnia,
che troppo spesso ci ha elusi e di cui abbiamo tanto sofferto la
mancanza, sembra ripresentarsi (seppur attraverso degli schermi
elettronici anziché varcando porte di legno) in una nuova veste,
analogica o digitale – ma comunque virtuale. Decise a sfuggire
ai tormenti della solitudine, le persone considerano questo nuo-
vo tipo di rapporto un considerevole passo in avanti rispetto a
quelli ormai superati di tipo faccia-a-faccia e mano-nella-mano.
E avendo perlopiù dimenticato (o non avendo mai appreso) le
competenze che le interazioni faccia-a-faccia richiedono, saluta-
no come una gradita scoperta anche quegli aspetti delle «connes-
sioni virtuali» che potrebbero essere considerati negativi.
Infatti, ciò che offrono Facebook, MySpace e altri siti analo-
ghi è ritenuto quanto di meglio si possa desiderare: così la pensa
chi, pur provando un disperato bisogno di stare insieme ad altri
esseri umani, si sente al tempo stesso a disagio, fuori luogo e
infelice in loro compagnia.
Tanto per cominciare, non c’è più alcun bisogno di rimanere
ancora da soli: in qualsiasi momento (ventiquattro ore al giorno,
sette giorni alla settimana) basta premere un tasto per entrare in
contatto con schiere di altri individui soli. Nel mondo on-line
nessuno si allontana mai e tutti sembrano sempre a disposizione.
E anche se qualcuno dovesse per caso addormentarsi, difficil-
mente se ne sentirebbe la mancanza, poiché ci sono tante altre
persone a cui poter inviare un messaggio, o un breve tweet. In
secondo luogo, questi siti permettono di «contattare» gli altri
senza doversi necessariamente addentrare in uno scambio che
rischierebbe di consegnarci al fato e assumere una piega poco
gradita. I «contatti» possono essere interrotti non appena la co-
municazione prende un verso indesiderato: quindi non si corro-
no rischi, e non c’è neanche bisogno di cercare scuse o pretesti,
o di mentire: basta un lievissimo tocco col dito, assolutamente
sicuro e indolore. Il pericolo di rimanere soli non esiste più, e il
rischio di doversi chinare al volere del prossimo, compiere sacri-
fici o compromessi, o fare qualcosa che non vogliamo soltanto

­­­­­10
perché altri lo desiderano è scongiurato. Di tale rassicurante
consapevolezza è possibile godere pur restando seduti in una
stanza gremita di persone, mentre ci si aggira per gli affollati
spazi di un centro commerciale o si passeggia per strada circon-
dati da un branco di amici e passanti; in qualsiasi momento è
possibile «rendersi spiritualmente assenti», rimanere «da soli» e
far capire a chi ci è accanto che desideriamo interrompere seduta
stante i contatti; ci si può estraniare dalla folla componendo spe-
ditamente un messaggio destinato a qualcuno che è fisicamente
assente e quindi temporaneamente impossibilitato a coinvolger-
ci o a imporci alcunché, una persona da poter «contattare» in
tutta tranquillità. O, in alternativa, si può dare un’occhiata a un
sms appena ricevuto da questa persona. Con questi congegni in
mano riusciremmo a isolarci anche se fossimo travolti da una
mandria di animali in fuga, e possiamo farlo seduta stante, non
appena la compagnia inizia a farsi troppo pressante e oppri-
mente per i nostri gusti. Non abbiamo certo giurato lealtà sin
che morte non ci separi! Possiamo aspettarci che gli altri siano
«disponibili» ogni qualvolta abbiamo bisogno di loro, ma non
vogliamo subire a nostra volta le sgradite conseguenze che de-
rivano dall’essere costantemente a disposizione del prossimo...
È forse il paradiso in Terra? O un sogno finalmente divenuto
realtà? La soluzione all’opprimente ambivalenza dei rapporti
umani, rassicuranti ed esaltanti, ma anche scomodi e colmi di
insidie? Le opinioni al riguardo sono discordi. Ciò che invece
appare indiscutibile è che tutto questo ha un prezzo, che a pen-
sarci bene potrebbe rivelarsi troppo esoso. Perché rimanendo
sempre connessi si rischia di non essere mai veramente, com-
pletamente soli. E se non si è mai soli (tanto per citare ancora
una volta il professor Zimmerman) «le probabilità di leggere un
libro per puro piacere, di disegnare, guardare fuori dalla finestra
e immaginare mondi diversi si riducono [...]. Si è meno inclini a
comunicare con le persone in carne ed ossa che ci sono vicine».
Chi ha voglia di intrattenersi con i propri familiari, quando gli
amici sono a portata di un clic – in quantità inesauribili e incre-
dibilmente variegate; senza contare i cinquecento o più «amici»
di Facebook?

­­­­­11
Quando si evita a ogni costo di ritrovarsi soli, si rinuncia
all’opportunità di provare la solitudine: quel sublime stato in cui
è possibile raccogliere le proprie idee, meditare, riflettere, crea-
re e, in ultima analisi, dare senso e sostanza alla comunicazione.
Certo, chi non ne ha mai gustato il sapore non saprà mai ciò che
ha perso, ha lasciato indietro, a cosa ha rinunciato.
3.
Conversazioni tra genitori e figli

A proposito delle circostanze che lo avevano portato a scrivere


uno dei suoi straordinari racconti, intitolato La ricerca di Aver-
roè, il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges affermò
di avervi voluto «narrare il processo di una sconfitta» – come
quella a cui va incontro un teologo intento alla ricerca della
prova definitiva, inconfutabile, dell’esistenza di Dio, un alchi-
mista votato alla ricerca della pietra filosofale, un appassionato
di tecnologia alla ricerca del moto perpetuo o un matematico
alla ricerca della quadratura del cerchio. Borges però poi decise
che il racconto delle vicende di «un uomo che si propone un
fine che non è vietato agli altri, ma a lui soltanto» gli avrebbe
fornito uno spunto «più poetico». La ricerca di Averroè narra la
storia del grande filosofo musulmano che si cimentò nella tra-
duzione della Poetica di Aristotele, benché «chiuso nell’àmbito
dell’Islam, non potè mai sapere il significato delle voci tragedia
e commedia». Infatti «senza sapere che cos’è un teatro», Averroè
era inevitabilmente destinato a veder fallire il suo tentativo di
«immaginare quel che è un dramma»1.
L’espediente scelto dal grande scrittore come punto di par-
tenza per il suo bellissimo racconto è certamente «più poetico».
Tuttavia, se considerato in un’ottica sociologica meno ispirata,
ma più banale e concreta, appare anche piuttosto prosaico. Po-
che infatti sono le anime intrepide che decidono di cimentarsi
nella riproduzione del moto perpetuo o nella ricerca della pie-
tra filosofale. Tentare invano di comprendere ciò che altri non
hanno difficoltà a capire è invece un’esperienza con cui tutti ab-
biamo molta familiarità (per averla osservata in prima persona)
e che ogni giorno apprendiamo daccapo. E questo è forse più

­­­­­13
vero oggi, nel XXI secolo, di quanto non lo fosse in passato per
i nostri antenati. Basti considerare ad esempio ciò che accade
quando comunicate con i vostri figli (se ne avete) o i vostri geni-
tori, nel caso abbiate ancora l’opportunità di parlare con loro...
La mutua incomprensione tra generazioni (la «vecchia» e la
«nuova») e i reciproci sospetti che da questa derivano affondano
le proprie radici nel passato; tanto che li si potrebbe facilmente
far risalire a epoche antichissime. In questa nostra era moderna,
però, contraddistinta da cambiamenti rapidi, profondi e perma-
nenti delle condizioni di vita, il sospetto inter-generazionale è
molto più marcato. La radicale accelerazione del ritmo del cam-
biamento che caratterizza l’epoca moderna, in deciso contrasto
con secoli di interminabili reiterazioni e torpidi cambiamenti, fa
sì che nell’arco di una sola vita sia possibile rendersi conto e os-
servare in prima persona che «le cose cambiano» e «non sono più
le stesse». Tale consapevolezza permette di cogliere dei nessi (an-
che solo casuali) tra i cambiamenti osservabili nella condizione
umana, da un lato, e l’avvicendarsi delle generazioni, dall’altro.
Una volta preso atto di tali nessi, divenne evidente e iniziò
anzi a essere considerato ovvio (quanto meno a partire dall’ini-
zio della modernità, e per tutta la sua durata) che le schiere di
individui che a successive riprese si affacciano al mondo in di-
verse fasi della sua continua trasformazione tendono a valutare
le condizioni di vita a loro comuni in modo drasticamente diver-
so le une dalle altre. Di norma, i bambini vengono alla luce in
un mondo decisamente diverso da quello dell’infanzia ricordata
dai loro genitori, e diverso da ciò che questi erano preparati e
abituati a considerare come modello di «normalità»; loro, i figli,
non potranno mai visitare il mondo scomparso che i loro geni-
tori conobbero da fanciulli. Ciò che per una generazione può
essere considerato il modo «normale» in cui «vanno» o «vanno
fatte» le cose, e in cui quindi «dovrebbero» andare o essere fatte,
può essere considerato da un’altra una sorta di aberrazione: uno
strappo alla norma, qualcosa di bizzarro o addirittura illecito e
insensato, scorretto, abominevole, detestabile e grottesco, che
esige disperatamente di essere rettificato. Quelle che ai rappre-
sentanti di una generazione possono apparire condizioni rassi-

­­­­­14
curanti e accoglienti in cui mettere in atto delle competenze e
delle pratiche già apprese e perfezionate, possono apparire ad
altri strane e sconcertanti. Analogamente, può capitare che per-
sone di una certa generazione si sentano nel proprio elemento in
situazioni che a individui nati in un periodo diverso provocano
disagio, sconcerto e imbarazzo.
Le differenze nella percezione della realtà sono ormai tal-
mente complesse e sfaccettate che oggi, a dispetto di quanto
accadeva in epoca pre-moderna, i giovani non sono più con-
siderati dai rappresentanti delle generazioni precedenti degli
«adulti in miniatura», o degli «aspiranti adulti» – né come «es-
seri non ancora completamente maturi, che però si faranno»
(dove «maturi» equivale a «uguali a noi»). Oggi i giovani non
sono visti come delle creature auspicabilmente «avviate a di-
ventare adulti come noi», ma sono invece considerati individui
piuttosto diversi, e destinati per tutta la loro esistenza a rimanere
diversi «da noi». Le differenze tra «noi» (più anziani) e «loro»
(più giovani) non sono più vissute come elementi temporanea­
mente irritanti ma destinati a dissolversi ed evaporare con il
tempo, quando i giovani inizieranno (inevitabilmente) ad aprire
gli occhi e capire come va il mondo, ma sono invece considerate
definitive. Irrevocabili.
Ne consegue che anziani e giovani tendono a scrutarsi con
uno sguardo misto di incomprensione e incomunicabilità. I più
anziani temono che «i nuovi arrivati» siano pronti a rovinare e
distruggere quell’intima «normalità», familiare, comoda e rispet-
tabile che loro – venuti prima – hanno faticosamente costruito
e preservato con amorevole dedizione; i giovani, dal canto loro,
provano un forte impulso a raddrizzare ciò che i loro attempati
predecessori hanno sbagliato e guastato. Entrambi provano in-
soddisfazione (o quanto meno una soddisfazione solo parziale)
di fronte all’attuale stato delle cose e alla direzione a cui il loro
mondo sembra essere avviato – e attribuiscono agli altri la col-
pa del proprio disagio. Un autorevole settimanale britannico ha
pubblicato su due numeri consecutivi delle affermazioni/opinio-
ni in assoluto contrasto tra loro: quando un giornalista ha accusa-
to «i giovani» di essere «bovini, pelandroni, appestati di clamidia

­­­­­15
e buoni a nulla», un lettore ha rabbiosamente replicato che quei
ragazzi accusati di essere indolenti e indifferenti sono in realtà
«accademicamente ambiziosi» e «preoccupati dalla caotica si-
tuazione creata dagli adulti»2. In questo, come in innumerevoli
altri casi di divergenza di opinioni, la differenza sta chiaramente
nella soggettività dei giudizi e dei punti di vista. Difficilmente
simili controversie si possono risolvere «obiettivamente».
Ricordiamoci però che nella maggior parte dei casi i rap-
presentanti della generazione attualmente giovane non sanno
cosa significhino una vita di stenti, una protratta crisi econo-
mica, la mancanza di prospettive o la disoccupazione di massa.
Sono nati e cresciuti in un mondo che offriva loro il riparo di
un ombrello creato dalla società e mantenuto dalla collettivi-
tà, a prova di pioggia e di vento e presumibilmente destinato
a rimanere per sempre a loro disposizione e a proteggerli dalle
intemperie, dalle piogge fredde, dai venti gelidi. Un mondo in
cui ogni alba sembrava destinata ad annunciare una giornata
più assolata di quella appena trascorsa, e ancora più ricca di
piacevoli avventure. Tuttavia, mentre scrivo, su quel mondo si
stanno addensando delle nubi e il cielo si fa di giorno in giorno
più cupo. La condizione felice, ottimistica e promettente che i
giovani consideravano lo stato «naturale» del mondo potrebbe
non durare ancora a lungo. I residui dell’ultima crisi economica
– disoccupazione persistente, opportunità in rapida contrazione
e prospettive sempre più fosche – potrebbero non dileguarsi ra-
pidamente, o forse mai. Né è detto che di qui a breve le giornate
tornino a splendere sempre più assolate.
È quindi troppo presto per capire in che modo gli atteggia-
menti e le vedute radicate nei giovani di oggi finiranno per adat-
tarsi al mondo che verrà, e in che modo quel mondo risponderà
alle aspettative che questi giovani sono abituati a considerare
certe.
4.
On-line/off-line

Ann-Sophie, una studentessa di vent’anni che frequenta la Bu-


siness School di Copenhagen, ha risposto in questo modo alle
domande poste da Flemming Wisler: «Non voglio che la vita
mi imponga troppi limiti. Non voglio sacrificare tutto in nome
della carriera [...]. La cosa più importante è sentirsi a proprio
agio [...]. Nessuno vuole impantanarsi a lungo in un lavoro»1.
In altre parole: tenete aperte le vostre opzioni. Non giurate a
niente e a nessuno una fedeltà del tipo «finché morte non ci
separi». Il mondo è pieno di occasioni straordinarie, allettanti,
promettenti: sarebbe folle lasciarsele sfuggire perché legati mani
e piedi da impegni irrevocabili...
Non c’è da stupirsi se la capacità di «cavalcare l’onda» è ai
primi posti della classifica delle competenze di base che i giovani
sono incoraggiati ad acquisire e sviluppare (oltre al desiderio di
padroneggiare). Più importante delle capacità di ascolto e di
approfondimento – che diventano di giorno in giorno più obso-
lete. Come fa notare Katie Baldo, consulente per l’orientamento
accademico presso la scuola media di Cooperstown, nello Stato
di New York: «Gli adolescenti non hanno dimestichezza con al-
cune nozioni base della socializzazione, perché troppo presi da
iPod, telefonini o videogiochi. Lo noto ogni giorno, quando li
osservo mentre si incontrano nei corridoi della scuola senza sa-
lutarsi, incapaci di stabilire un contatto attraverso lo sguardo»2.
Stabilire un contatto attraverso lo sguardo e prendere atto della
prossimità fisica di un altro essere umano equivale a una perdita
di tempo: è un gesto che prospetta la necessità di dedicare una
porzione del proprio tempo prezioso e purtroppo limitato al-
l’«approfondimento» (cosa che l’andare oltre la superficie quasi

­­­­­17
sempre richiede). Una scelta che interromperebbe o vanifiche-
rebbe il nostro continuo spostarci tra tante superfici non meno
– e forse, anzi, più – promettenti.
In una vita che è un susseguirsi di emergenze, i rappor-
ti virtuali possono facilmente apparire preferibili alla realtà.
E mentre è soprattutto il mondo off-line a spingere i giovani
a mantenersi costantemente in moto, le pressioni che questo
esercita risulterebbero vane se non disponessimo della capacità
tutta elettronica di moltiplicare gli incontri e renderli brevi, su-
perficiali e prevalentemente usa-e-getta. Nei rapporti virtuali, i
tasti «cancella» e «spam» ci proteggono dalle sgradevoli conse-
guenze che le interazioni approfondite (ingombranti in quanto
richiedono tempo) implicano. Non si può fare a meno di pen-
sare a Chance – il personaggio interpretato nel 1979 da Peter
Sellers in Oltre il giardino, di Hal Ashby – il quale, approdato in
una vivace strada cittadina dopo un protratto tête-à-tête con il
mondo-visto-attraverso-la-tv, tenta invano di eliminare dal pro-
prio campo visivo una molesta e inquietante frotta di suore...
aiutandosi con il telecomando.
Per i giovani, l’attrattiva principale del mondo virtuale è data
dall’assenza di quelle contraddizioni e quei malintesi che com-
plicano la vita off-line. Il mondo on-line, a differenza dell’altro,
rende ammissibile, plausibile e fattibile l’infinito moltiplicarsi
di contatti – limitandone al tempo stesso la durata e quindi
(poiché questi richiedono e spesso impongono un impegno di
lungo periodo) indebolendoli – in deciso contrasto con quanto
accade nella vita off-line, definita dal continuo tentativo di raf-
forzare i legami tramite il rigoroso contenimento del numero
dei contatti e l’amplificazione e l’approfondimento di ciascuno
di essi. Questo rappresenta un palese vantaggio per tutti quegli
uomini e quelle donne capaci di tormentarsi al pensiero che una
loro mossa potrebbe (semplicemente, potrebbe) essere stata un
errore, e che potrebbe (semplicemente, potrebbe) essere trop-
po tardi per arginare i danni da essa provocati. Da qui nasce il
risentimento verso tutto ciò che implica un impegno «a lunga
scadenza» – che si tratti di pianificare la propria vita o di ob-
blighi assunti verso altri esseri umani. Una recente pubblicità,

­­­­­18
evidentemente improntata ai valori delle giovani generazioni,
annuncia l’arrivo di un mascara che «promette di resistere inal-
terato per 24 ore». «Cercate un mascara che faccia sul serio?
Con un solo gesto le vostre belle ciglia resisteranno alla piog-
gia, al sudore, all’umidità e alle lacrime. E per eliminarlo, basta
dell’acqua calda». Ventiquattro ore bastano a definire «serio»
un rapporto; che tuttavia non apparirebbe poi così invitante se
le sue conseguenze non fossero tanto facili da cancellare.
A prescindere da ciò che scegliamo, la situazione ricorda il
«leggero mantello» di Max Weber, uno dei fondatori della so-
ciologia moderna, che si può mettere o togliere a piacimento e
senza preavviso, a differenza della «gabbia di durissimo accia-
io», la quale, pur offrendo una protezione efficace e duratura
contro le turbolenze, si toglie con difficoltà, limita i movimen-
ti della persona che protegge e riduce drasticamente l’ambito
entro il quale è possibile esercitare il libero arbitrio. Quel che
più sta a cuore ai giovani è mantenere la capacità di ridefinire
«l’identità» e «il network» ogni qualvolta se ne presenti l’esi-
genza (o se ne provi il capriccio), o si sospetta che sia arrivato
il momento di farlo. Al cruccio che i loro predecessori prova-
vano di fronte all’unica possibilità che avevano di identificarsi
si sostituisce sempre più spesso la preoccupazione dei giovani
di doversi re-identificare di continuo. Occorre che le identità
possano essere dismesse: un’identità insoddisfacente, non abba-
stanza soddisfacente o inattuale deve poter essere abbandonata
senza problemi. Al giorno d’oggi l’attributo ideale dell’identità
è forse quello della «biodegradabilità».
La natura interattiva di internet soddisfa a pennello questa
nuova esigenza. Nel mondo virtuale, è la quantità dei contatti,
e non la loro qualità, a definire le possibilità di successo o di
fallimento. La virtualità di internet ci consente di mantenerci au
courant rispetto alle ultime tendenze e alle scelte che tali tenden-
ze rendono «obbligatorie» – i successi musicali più ascoltati, la
T-shirt più alla moda, le ultime prodezze dei vip più in vista, le
feste, le rassegne e gli eventi più chiacchierati. Al tempo stesso
ci aiuta ad aggiornare i contenuti della rappresentazione che
diamo di noi stessi, ridistribuendovi gli accenti, e contribuisce

­­­­­19
a cancellare prontamente gli indizi del passato, i contenuti e le
enfasi ormai vergognosamente superati. In definitiva, internet
facilita enormemente, promuove e addirittura impone il per-
petuo travaglio del re-inventarsi, in una misura tale da essere
impensabile nella vita off-line. Ed è forse questo uno dei prin-
cipali motivi che spiegano la quantità di tempo che la «genera-
zione elettronica» trascorre nell’universo virtuale: un tempo la
cui durata continua ad accrescersi, a spese di quello trascorso
nel mondo «reale» (off-line).
I referenti dei concetti principali che definiscono e descrivo-
no la Lebenswelt, il mondo vissuto in prima persona e attraverso
il quale viviamo, il mondo che i giovani sperimentano personal-
mente, si stanno trasferendo progressivamente e a ritmo costan-
te dal mondo off-line a quello on-line. Concetti quali «contat-
ti», «appuntamenti», «incontri», «comunicare», «comunità» e
«amicizia», che riguardano i rapporti interpersonali e i legami
sociali, rappresentano gli esempi più diffusi di tale fenomeno.
Uno dei principali effetti della nuova collocazione dei referenti
è la percezione che gli attuali legami e impegni sociali siano una
sorta di fugaci istantanee che testimoniano un continuo proces-
so di rinegoziazione, anziché realtà fisse e destinate a durare a
tempo indeterminato. (Mi si permetta di far notare che la meta-
fora delle istantanee non è del tutto appropriata: benché «fuga-
ci», queste implicano infatti una durata probabilmente superio-
re a quella dei legami e degli impegni mediati elettronicamente.
Inoltre, mentre la carta fotografica ammette un’unica immagine,
i legami elettronici si avvalgono delle opzioni cancella, riscrivi
e sovrascrivi, inammissibili nel caso dei negativi di celluloide e
della carta fotografica, e che invece rappresentano le opzioni più
importanti e utilizzate di questi rapporti; anzi, sono, di fatto, il
loro unico attributo indelebile.)
5.
Come uccelli

«Twitter» è il verso prodotto dagli uccelli quando cinguettano.


Stando agli esperti di ornitologia, il cinguettare assolve a due
funzioni apparentemente contrastanti ma ugualmente vitali,
poiché consente agli uccelli di mantenersi in contatto (impeden-
dogli di smarrirsi, di perdere di vista i propri compagni di nido
o il resto dello stormo) e scongiura il rischio che altri – e in par-
ticolare altri esemplari della medesima specie – si intromettano
nel territorio che essi hanno fatto, o intendono fare, proprio.
Tutto qui: il cinguettio non esprime altro, e dunque parlare di
un suo presunto «contenuto» (ammesso che ne abbia – e non
ne ha) non ha senso. Ciò che conta è che il suono sia emesso e
che possa essere (e, auspicabilmente, sia) udito.
Non so se a ispirare Jack Dorsey (che nel 2006, quando
era ancora studente, fondò «Twitter») sia stata questa antica
consuetudine degli uccelli, ma i cinquantacinque milioni di in-
dividui che ogni mese visitano il suo sito di certo sembrano,
consapevolmente o meno, seguirne i costumi. E a quanto pare
ritengono che soddisfi le loro esigenze e i loro scopi. In base alle
stime di Peder Zane apparse sul numero del 15 marzo 2009 di
«News & Observer», lo scorso anno gli utenti di Twitter sono
aumentati del novecento per cento (nello stesso periodo, stan-
do a Wikipedia, gli utenti di Facebook sono cresciuti «solo» di
228 punti percentuali). Twitter invita e incoraggia gli internau-
ti a unirsi all’esercito dei suoi 55 milioni di utenti invitandoli
a «comunicare e mantenersi in contatto con amici, parenti e
colleghi rispondendo spesso e sommariamente a un’unica, sem-
plice, domanda: ‘Cosa stai facendo?’». Le risposte, come cer-
to saprete, devono essere non solo brevi e frequenti, ma anche

­­­­­21
facili da digerire – ovvero: molto, molto concentrate (proprio
come i motivetti cinguettati dagli uccelli), e non superare i 140
caratteri. Il vostro cinguettio quindi non potrà essere molto più
significativo di «sto mangiando una pizza ai quattro formaggi»,
o «guardo fuori dalla finestra», o «sono stanco, vado a dormi-
re», o «mi sto annoiando a morte». Grazie a Twitter, la nostra
rinomata e imbarazzante goffaggine nel comunicare le ragioni e
gli obiettivi delle nostre azioni e i sentimenti che le accompagna-
no viene sollevata dall’accusa di rappresentare un intralcio, ed è
anzi promossa al rango di virtù. A noi, e a tutte le persone come
noi, viene detto e dato a intendere che l’unica cosa che conta è
di sapere e far sapere agli altri cosa stiamo facendo – in questo
e in qualunque altro momento. Ciò che importa è «mantenersi
visibili». Cosa ci spinge a fare ciò che facciamo, cosa sogniamo
e speriamo di ottenere facendolo, e perché farlo ci piace o non
ci piace non ha importanza.
Quando la comunicazione schermo-a-schermo si sostituisce
a quella faccia-a-faccia, a entrare in contatto sono solo le super-
fici. Grazie a Twitter, il «moto in superficie» – che nella nostra
esistenza precipitosa, in cui le opportunità affiorano e svanisco-
no in un istante, rappresenta la modalità di spostamento pri-
vilegiata – si è finalmente esteso alla comunicazione tra esseri
umani, a scapito dell’intimità, della profondità e della durata
delle relazioni e dei contatti personali.
I fautori e gli entusiasti dei «contatti» rapidi, agevoli e sem-
plificati («contatti» che in realtà non sono altro che un modo
per «confermare di essere connessi») vogliono convincerci che
i vantaggi di questa modalità di comunicazione superano di gran
lunga gli svantaggi. Wikipedia ci informa ad esempio, sotto la
voce «impieghi» (di Twitter), che «durante gli attacchi del 2008
a Mumbai i testimoni oculari della tragedia inviarono circa 80
‘tweet’ ogni cinque secondi, e che grazie a loro fu possibile com-
pilare l’elenco dei morti e dei feriti»; e aggiunge che «nel gen­
naio del 2009, quando il volo 1549 della US Airways fu costretto
a compiere un atterraggio di fortuna nel fiume Hudson poco
dopo essere decollato dall’aeroporto La Guardia di New York,
Janis Krums, che si trovava a bordo di un’imbarcazione accorsa

­­­­­22
in aiuto, scattò una foto del velivolo durante le operazioni di
evacuazione dei passeggeri e la diffuse attraverso TwitPic prima
dell’arrivo dei mezzi di comunicazione tradizionali»; e ancora,
che «nel febbraio del 2009 il Corpo forestale australiano si servì
di Twitter per trasmettere a intervalli regolari comunicazioni e
aggiornamenti riguardo agli incendi nello Stato di Victoria».
Addurre simili episodi a conferma dell’utilità di Twitter equi-
vale ai tentativi di chi, a riprova degli universali vantaggi che
derivano dal partecipare a una lotteria, tenta di convincere i
potenziali concorrenti ad acquistare i biglietti mostrando loro di
quando in quando i volti sorridenti dei vincitori – guardandosi
però dal menzionare i milioni di giocatori che non hanno mai
vinto nulla...
Diciamocelo: l’impatto del progresso tecnologico sulla co-
municazione umana è paragonabile ai successi messi a segno
dall’economia dominata dalle banche, in cui i guadagni tendono
a essere privatizzati mentre le perdite sono ridistribuite a livello
nazionale. In entrambi i casi, i «danni collaterali» sono di gran
lunga più frequenti, profondi e insidiosi dei rari e occasionali
vantaggi.
Ma Twitter offre anche un vantaggio di altra natura, e molto
più diffuso, che ne rappresenta forse l’attrattiva principale. Alla
rinomata «prova dell’esistenza» di Cartesio – «Penso, dunque
sono» – ne sostituisce senza mezzi termini un’altra, più consona
a questa nostra epoca di comunicazione di massa: «Sono visto,
dunque sono». E maggiore è il numero di coloro che possono
(e decidono di) vedermi, più la prova della mia esistenza risulta
convincente... A inaugurare questa tendenza sono stati i perso-
naggi famosi: il peso specifico della loro presenza non si misura
in base alla rilevanza del loro operato e dal peso delle loro azioni
(che oltretutto non sarebbe possibile valutare con esattezza, così
come non potremmo esser certi che i dati ottenuti rispecchie-
rebbero l’opinione che ci siamo fatti sul loro conto). Sapete che
«i vip» devono la propria popolarità all’invadente onnipresenza
della loro immagine: devono essere ammirati e visti da miriadi
di persone – in ogni edicola, sulle prime pagine dei giornali, le
copertine delle riviste patinate e gli schermi della tv... Se così

­­­­­23
tanti li seguono e osservano ogni loro mossa, ascoltano ogni pet-
tegolezzo sulle loro ultime prodezze e scappatelle e ne parlano
«dovrà pur esserci un motivo». Non è possibile che così tanti
abbiano preso un abbaglio! Come ebbe a dire Daniel Boorstin
con un’espressione indimenticabile, «i vip sono persone famose
per essere famose».
Da ciò possiamo trarre la seguente conclusione (non neces-
sariamente vera, ma plausibile): più il mio cinguettio è frequen-
te e più numerose sono le persone che visitano il sito che lo
diffonde, maggiori sono le probabilità che io possa unirmi alle
fila dei famosi. Il contenuto del mio cinguettare è del tutto irri-
levante – come lo è nel caso dei vip. Dopotutto, anche ciò che
leggiamo e sentiamo sul loro conto riguarda il più delle volte
quello che mangiano a colazione, le persone che frequentano e
con cui dormono e i luoghi dove fanno shopping. E poiché la
rilevanza della presenza di una persona nel mondo si misura in
base al numero di persone che la conoscono, il mio cinguettare è
anche un modo per incrementare la mia rilevanza spirituale (una
sorta di dieta al contrario, se consideriamo la dieta un modo per
ridurre il peso corporeo).
Così almeno parrebbe. Forse è un’illusione, ma un’illusione
certo assai gradita a molti dei nostri contemporanei. Gradita a
persone alle quali è stata inculcata l’idea che «contare» equi-
vale a «essere visti», e alle quali tuttavia l’accesso alle riviste
patinate (che detengono il potere di suddividere gli individui
tra «invisibili» e «visibili», e mantenere questi ultimi sul fronte
della «visibilità») è precluso. Per noi gente comune, Twitter
svolge lo stesso ruolo che le copertine patinate dei settimanali
e dei mensili rivestono per quei pochi esseri che consideriamo
straordinari. Il nostro cinguettare è paragonabile a un nego-
zio del centro, le cui vetrine riproducono gli splendori delle
boutique di alta moda: un succedaneo che garantisce parità di
condizioni ai meno fortunati. Un verso che mitiga la dolorosa
umiliazione di chi vorrebbe accedere alle boutique più esclusi-
ve, ed è invece condannato a fare compere nella bottega sotto
casa.
6.
Sesso virtuale

Emily Dubberley, autrice di Una botta e via: guida al sesso oc-


casionale per signore e signorine, afferma che al giorno d’oggi
procurarsi avventure sessuali è «come ordinare una pizza [...].
Basta andare on-line e scegliere gli attributi che si desiderano».
Corteggiamento e approcci non sono più necessari, né occorre
affannarsi troppo per vincere l’approvazione del partner o fare
salti mortali per meritarsi e guadagnarsi il suo consenso, entrare
nelle sue grazie e poi aspettare a lungo – o forse per sempre – che
i nostri sforzi diano qualche frutto.
Questo però significa anche che non esistono più tutti quei
fattori che rendevano un incontro sessuale così emozionante
(perché di esito incerto) e trasformavano la ricerca di tale in-
contro in un’impresa romantica, rischiosa e piena di insidie.
È raro che una conquista sia «pura», ovvero non comporti la
perdita di qualcosa. E il sesso mediato da internet, un tempo
salutato con tanto entusiasmo da molti utenti, non fa eccezione
a questa regola triste. Qualcosa è andato perso – benché da
molti uomini e da quasi altrettante donne si senta dire che, in
considerazione di ciò che in cambio abbiamo guadagnato, si
tratti di un sacrificio di cui è valsa la pena. Ne abbiamo guada-
gnato in convenienza – riducendo gli sforzi al minimo assoluto
– e in rapidità – accorciando la distanza tra il desiderio e il suo
appagamento. Ci siamo inoltre garantiti una protezione contro
le conseguenze – le quali, come spesso capita, non sempre si
attengono a un copione desiderato e predefinito, e raramente
sono del tutto previste, auspicate e ben accette: possono rive-
larsi tanto seccanti e irritanti quanto provvidenziali e ineccepi-
bilmente piacevoli.

­­­­­25
Un sito web che offre la possibilità di incontri sessuali fugaci
e sicuri («senza obbligo alcuno») e vanta due milioni e mezzo di
iscritti, propone: «Incontra stasera stessa dei partner sessuali in
carne e ossa!» (il corsivo è mio). Un altro, che conta milioni di
adesioni in tutto il mondo e si rivolge soprattutto a un pubblico
gay e cosmopolita, promette invece: «Ciò che desideri, quando lo
desideri!» (il corsivo è mio). Entrambi gli slogan contengono un
malcelato messaggio: i prodotti tanto ricercati sono pronti per
essere consumati. Immediatamente, seduta stante. Il desiderio è
in offerta speciale con la sua gratificazione – dipende soltanto da
noi. Il messaggio giunge soave e rassicurante a orecchie già prepa-
rate da milioni di spot pubblicitari (ciascuno di noi è obbligato/
indotto ad assistere in un anno a più spot di quanti i nostri nonni
avrebbero visto in tutta la loro esistenza). Quelle pubblicità oggi
(a differenza di quelle all’epoca dei nostri nonni) promettono pia-
ceri sessuali istantanei quanto un caffè o una minestra liofilizzata
(«basta aggiungere acqua bollente»), e sminuiscono, condanna-
no o mettono in ridicolo quelle gioie lontane nel tempo o nello
spazio – impossibili da conseguire senza pazienza, sacrificio di
sé, tanta buona volontà, una lunga e dura preparazione e sacrifici
maldestri, importuni e talvolta penosamente duri – e che fanno
presagire tanti sbagli quanti sono i tentativi che richiedono.
A esemplificare questa sorta di «complesso di impazienza»
fu Margaret Thatcher, la quale qualche decennio fa, in una
memorabile rimostranza contro il servizio sanitario nazionale,
affermò che in fatto di prestazioni mediche sarebbe stato prefe-
ribile adottare un regime di libero mercato. «Desidero scegliere
il medico che voglio, quando voglio». Di lì a breve furono in-
ventati gli strumenti – bacchette magiche sotto forma di carte
di credito – necessari, se non proprio a esaudire il sogno della
Thatcher, quanto meno a renderlo plausibile e credibile. Stru-
menti che misero la filosofia di vita consumistica alla portata di
un numero crescente di individui, ritenuti dalle banche e dagli
istituti di credito meritevoli di attenzione e riguardi.
Il buon senso popolare di una volta, sempre attuale, consiglie-
rebbe di «non contare i pulcini prima che le uova si schiudano».
Beh, i pulcini della nuova strategia di vita all’insegna della grati-

­­­­­26
ficazione immediata sono ormai nati, e in gran numero. Una ge-
nerazione intera, e abbiamo tutti i diritti di iniziare a contarli. Lo
psicoterapeuta Phillip Hodson è tra coloro che si sono cimentati
in tale impresa, e stando alle sue conclusioni la fase on-line della
rivoluzione sessuale a cui stiamo assistendo presenta vantaggi e
svantaggi. Hodson ha individuato il paradosso di quella che defi-
nisce «la cultura usa-e-getta della gratificazione immediata» (non
ancora universalmente diffusa, ma in rapida espansione), in base
al quale degli individui capaci di flirtare (attraverso il computer) in
una stessa sera con più persone di quante i loro genitori (per non
parlare dei loro nonni) avrebbero incontrato in una vita, prima o
poi si rendono conto che l’assunzione di ogni dose ulteriore della
loro «droga» li appaga sempre meno – come per ogni forma di
assuefazione. E se si soffermassero a guardare da vicino le prove
che l’esperienza fornisce loro, si renderebbero anche conto – a po-
steriori, con grande sorpresa e frustrazione, e una volta superato il
proverbiale punto di non-ritorno – che i corteggiamenti protratti e
la lenta, complessa opera di seduzione di cui oggi possono soltanto
leggere nei romanzi di un tempo non sono altrettanti impedimenti:
ostacoli superflui, ridondanti, gravosi e irritanti che intralciano la
strada verso «l’obiettivo finale» (come è stato fatto credere loro),
bensì componenti importanti, forse addirittura basilari, di quello
stesso obiettivo – anzi di tutto ciò che è erotico e «sexy», del suo
fascino e della sua attrattiva.
Riassumendo: la maggiore quantità è stata raggiunta a sca-
pito della qualità. Il sesso, in questa sua veste «nuova e per-
fezionata» e mediata da internet semplicemente non è più lo
stesso «obiettivo» che affascinava e faceva perdere la testa ai
nostri antenati, tanto da ispirarli a scrivere volumi di poesie per
inneggiare alla sua gloria e magnificenza, e far loro confondere
felicità coniugale e paradiso. E Hodson, d’accordo con molti
altri ricercatori, ha inoltre scoperto che anziché facilitare i rap-
porti umani e limitare il numero di delusioni, il sesso mediato da
internet spoglia i legami affettivi di gran parte del loro fascino
e riduce la capacità di sognare. I legami stretti con l’ausilio di
internet tendono a essere più fragili e superficiali di quelli che
costruiamo faticosamente nella vita reale, «off-line», e sono per

­­­­­27
questo meno (o nient’affatto) soddisfacenti e vagheggiati; meno
(o nient’affatto) «preziosi» – e apprezzati.
Come fece notare molto tempo fa Georg Simmel, il valore del-
le cose si misura dai sacrifici necessari a ottenerle. Oggi il numero
di individui che possono «fare sesso», e con maggiore frequenza,
è aumentato; contemporaneamente, però, anche gli individui che
vivono da soli, soffrono di solitudine e provano un atroce senso
di abbandono è sempre più alto. Tentano disperatamente di sot-
trarvisi, e nuove infusioni di sesso via internet promettono loro
una via di fuga; salvo poi scoprire che, lungi dal lenire la loro sete
di rapporti umani, questa particolare pietanza cotta e servita via
internet non fa che acuirne la mancanza, lasciandoli addirittura
più umiliati, soli e desiderosi del calore della vicinanza umana...
C’è poi un altro aspetto che vale la pena di ricordare quando
si cerca di stabilire cosa si è perso e cosa è stato guadagnato.
Solitamente i siti di incontri on-line (e a maggior ragione quelli
che offrono sesso facile) tendono a presentare i possibili partner
di una notte attraverso un catalogo in cui «le merci a disposi-
zione» sono raccolte in base a caratteristiche specifiche: altezza,
corporatura, etnia, distribuzione dei peli sul corpo e via dicendo
(i criteri di classificazione variano in base al pubblico a cui ci si
rivolge e ai dati che questo considera maggiormente rilevanti);
così che gli utenti possano scegliere il partner desiderato in base
a singoli elementi che si ritiene determinino la qualità dell’indi-
viduo nella sua interezza e a seconda dei piaceri sessuali che si
vogliono condividere (supponendo di essere scelti a loro volta
sulla base di criteri analoghi).
Tale procedimento finisce per negare e annullare il concetto
di «essere umano», e impedisce di scorgere «la foresta» che si
apre oltre quei primi alberi. Scegliendo il proprio partner da un
catalogo di attributi estetici e in base a finalità specifiche, così
come scegliamo delle merci dai siti dei rivenditori on-line, per-
petuiamo il mito (che tale operazione crea e diffonde) secondo
cui ciascuno di noi, esseri umani, non è tanto una persona o una
personalità il cui valore irripetibile risiede interamente nella sua
singolarità e unicità, bensì un confuso agglomerato di attributi
vendibili – o magari difficili da smerciare...

­­­­­28
7.
Strane avventure della «privacy» (1)

Alain Ehrenberg, sociologo francese e osservatore singolarmen-


te acuto della contorta traiettoria dell’individuo moderno, ha
tentato di stabilire con precisione quando è nata l’ultima rivolu-
zione culturale moderna (quantomeno nella sua variante france-
se) che ha segnato l’inizio dell’epoca in cui ancora oggi viviamo.
Un episodio paragonabile a quello che segnò lo scoppio della
Prima guerra mondiale (quando il 28 giugno del 1914, a Sara-
jevo, Gavrilo Princip uccise l’Arciduca Francesco Ferdinando
d’Austria e sua moglie). O agli spari con cui, nell’ottobre 1917,
l’incrociatore Aurora annunciò l’assalto e la presa del Palazzo
d’Inverno da parte dei bolscevichi. La scelta di Ehrenberg è
caduta dunque sulla sera di un mercoledì d’autunno degli anni
Ottanta del Novecento, quando durante un popolare talkshow
televisivo – e quindi di fronte a diversi milioni di spettatori –
una certa Vivienne dichiarò che suo marito Michael soffriva di
eiaculazione precoce, e che questo le aveva impedito di provare
anche una sola volta l’orgasmo in tutta la loro vita matrimoniale.
Che c’era di tanto rivoluzionario in quella affermazione?
Due cose. Innanzitutto, era stata resa pubblica un tipo di in-
formazione considerata fino a quel momento squisitamente e
inequivocabilmente intima. E in secondo luogo Vivienne aveva
portato sulla pubblica arena un tema assolutamente privato, per
affrontarlo e sviscerarlo.
«Privato» è ciò che pertiene all’ambito della privacy; e per in-
tenderci sul significato di privacy si consulti la definizione che ne
dà Wikipedia (il sito web noto per andare a cercare meticolosa-
mente e riprodurre molto spesso con sollecitudine e frettolosità
tutto ciò che l’opinione pubblica considera vero sull’argomento,

­­­­­29
e per aggiornare con zelo i propri contenuti, ogni santo giorno,
nel tentativo di rincorrere e catturare al volo degli obiettivi tri-
stemente noti per superare in velocità anche gli inseguitori più
motivati), dove l’8 marzo del 2009, nella sua versione britannica,
se ne leggeva la seguente definizione:

la capacità di un individuo o di un gruppo di rendere inaccessibile


sé stesso o le informazioni che lo riguardano, e quindi rivelare di sé
solo ciò che sceglie di rendere noto [...]. La privacy è talvolta collegata
all’anonimato, al desiderio di passare inosservati e non farsi riconosce-
re in pubblico. Solitamente, quando si considera «privato» qualcosa,
è perché ciò ha per noi un’importanza intrinsecamente speciale, o ci
tocca personalmente [...]. La privacy può essere anche considerata una
componente della sicurezza – nella quale i compromessi fra gli interes-
si di un gruppo e quelli di un altro possono emergere con particolare
evidenza.

La definizione di «arena pubblica» è invece quella di uno


spazio liberamente accessibile a chiunque. Per questo, tutto
quanto vi viene udito o visto può, in linea di principio, essere
udito e visto da chiunque. Chi nell’arena pubblica pronuncia pa-
role e manifesta comportamenti tali da risultare udibili o visibili
si assume e accetta (implicitamente o tacitamente, intenzional-
mente o inconsapevolmente) il rischio di essere visto e sentito.
Ne accoglie le conseguenze e rinuncia al diritto di obiettare o
esigere un risarcimento. Se consideriamo che (per citare nuova-
mente Wikipedia) «il grado con cui le informazioni private sono
rese pubbliche dipende dal modo in cui il pubblico le riceve –
che varia in funzione dei luoghi e dei momenti», il tentativo di
mantenere privata un’informazione e la decisione di renderla
pubblica sono, ovviamente, inconciliabili tra loro. «Privato» e
«pubblico» si definiscono vicendevolmente per opposizione.
Sono concetti opposti e appartengono a campi semantici se-
parati di regola non da confini – che notoriamente invitano/
consentono scambi reciproci – bensì da fronti: linee di divisione
invalicabili, magari sigillate ermeticamente, ben fortificate da
ambo i lati contro gli intrusi (invasori, ma anche voltagabbana e
soprattutto disertori). Ma anche se la guerra non è stata dichia-

­­­­­30
rata, nessuna azione bellicosa è stata intrapresa né è prevista, e
la zona di confine non mostra alcuna tendenza a trasformarsi in
un poligono di tiro, di norma i confini ammettono soltanto un
traffico selezionato. «Tracciare un confine» significa cercare di
intervenire su particolari tipi di traffico, alterandone e modifi-
candone il flusso al fine di accrescerlo o ridurlo. Se il transito
fosse consentito a tutti l’idea stessa di divisione sarebbe risibile.
La ragione per tracciare una divisione è la volontà di esercitare
un controllo, e assicurarsi il diritto di decidere a chi o a cosa è
consentito superare il confine e a chi o a cosa tocca invece stare
da una parte soltanto – questioni oggetto di dispute infuocate –
ovvero: quali elementi di un’informazione hanno la prerogativa
di rimanere privati e a quali invece è concesso o stabilito che
siano resi pubblici.
Per gran parte dell’era moderna si è ritenuto e temuto che
l’assalto alle linee di frontiera (o l’eventualità, più grave, di
qualsiasi revoca unilaterale e modifica arbitraria delle norme
prevalenti del traffico di confine) potesse giungere quasi esclu-
sivamente dal «lato pubblico». Le istituzioni pubbliche erano
infatti abitualmente sospettate di nutrire un’endemica propen-
sione allo spionaggio e all’intercettazione; di provare un impul-
so inestinguibile di invadere e conquistare la sfera del privato
per sottometterla alla propria giurisdizione, presidiandola con
una fitta rete di guarnigioni, apparecchiature di sorveglianza e
microspie, privando quindi gli individui, o i gruppi di individui,
del riparo che uno spazio privato e invalicabile offre loro, e allo
stesso modo privandoli anche del loro senso di sicurezza per-
sonale o collettivo. Un sospetto per certi versi contraddittorio,
ma al tempo stesso non del tutto infondato, attribuiva altresì
alle istituzioni pubbliche la volontà di erigere barricate capaci
di impedire a molti temi «privati» di raggiungere l’agorà o altri
luoghi deputati ai reciproci scambi comunicativi nei quali si po-
teva negoziare la conversione di problemi privati in argomenti
di interesse pubblico. In altre parole, si riteneva che esistesse
un complotto mirato a scongiurare che certi tipi di problemi
potessero essere affrontati da altri che non fossero le persone
che li pativano.

­­­­­31
La credibilità di simili sospetti è stata naturalmente alimen-
tata dall’atroce esperienza del comunismo e del nazismo – due
totalitarismi particolarmente voraci e cruenti del ventesimo se-
colo. E benché siano ormai in parte scemati, questi timori per-
mangono e anzi sono riattizzati di quando in quando da sguardi
e presentimenti delle stesse istituzioni pubbliche, che impon-
gono in maniera arbitraria nuovi limiti giuridici ad attività sino
a quel momento lasciate alla discrezione dei privati cittadini,
mentre estorcono e incamerano/occultano/sequestrano per uso
proprio (incontrollabile, e quindi potenzialmente pericoloso)
quantità sempre più vaste di informazioni indiscutibilmente pri-
vate, intime, discrezionali. Tutto questo in flagrante violazione
di consuetudini saldamente radicate nella mentalità democrati-
ca, quantunque mai espresse e codificate in maniera esplicita.
Quali che fossero i motivi della presunta aggressività e del-
la supposta rapacità delle istituzioni pubbliche guidate da uno
Stato onnipotente, e benché la percezione dello Stato stia forse
cambiando, erano tutt’al più rari e sporadici i timori di un’altra
minaccia proveniente dal fronte opposto, ovvero l’imminente
invasione e conquista della scena pubblica da parte di faccende
sino a oggi considerate esclusivamente private. Ammesso che se
ne manifestassero e se ne parlasse, o che vi si prestasse ascolto,
fatto ancora più raro. La difesa della sfera privata da ogni inde-
bita ingerenza da parte del potere rappresentava per la maggior
parte dei nostri antenati la sola causa che giustificasse il mante-
nersi vigili e il ricorso alle armi. Di buon grado o a malincuore,
gli uomini hanno accettato che le istituzioni pubbliche li tuteli-
no e li proteggano – ma non molto più di questo. Certo non tol-
lerano che si trasformino, come si teme, in ficcanasi invadenti,
pronti ad appostarsi dietro i pesanti tendaggi che proteggono le
loro faccende private.
Per lo meno, così è stato sino a tempi recenti...
(continua)
8.
Strane avventure della «privacy» (2)

Una volta Peter Sellers, uomo riflessivo e sagace, nonché squi-


sito attore britannico e interprete di decine di ruoli variegati e
peculiari, confessò: «Se mi chiedessero di interpretare me stesso
non saprei come fare. Non so chi o cosa sono». Aggiungendo
pensoso: «Un tempo dietro questa maschera c’era un ‘io’. Ma
l’ho fatto rimuovere chirurgicamente». Il dilemma di Sellers era
stato anticipato profeticamente da William Shakespeare, il qua-
le, con grande intuito, si era spinto oltre domandando attraverso
re Lear: «Chi può dirmi chi sono?».
Ad eccezione delle cosiddette «domande retoriche» – che
tendono a sottintendere la risposta e/o a implicare che le possi-
bili conclusioni siano scontate – l’atto di domandare solitamente
presume o indica che una data questione è irrisolta. Tutti infatti
abbiamo avuto modo di imparare (anche senza aver vissuto cir-
costanze tragiche e dolorose come quelle che caratterizzarono
l’esistenza di Lear) che non spetta a noi dire chi o cosa siamo. La
ricerca di una definizione di «chi o cosa sono» suscita dissenso e
continue obiezioni tra me e coloro che mi circondano; nel mez-
zo della disputa emergono molte voci – spesso decisamente con-
trastanti. Non è affatto chiaro stabilire a chi spetti la facoltà di
esprimere un giudizio al riguardo e chi abbia il diritto di stabilire
e imporre un responso. Ed è impossibile sapere quale margine
di manovra gli altri sono disposti a concederci per rappresenta-
re una nostra immagine destinata, per così dire, a un «utilizzo
pubblico» – un’immagine che crediamo corrisponda alla nostra
vera natura, e con cui gli altri, benché a malincuore, potrebbero
trovarsi d’accordo. Difficilmente si arriverà a un consenso defi-

­­­­­33
nitivo, e molto probabilmente ogni proposta è destinata a essere
continuamente soppesata e rinegoziata.
A proposito della segretezza (e quindi, indirettamente,
della privacy, l’individualità, l’autonomia, la definizione e l’af-
fermazione di sé – di cui il diritto alla segretezza è un ingre-
diente indispensabile, fondamentale e determinante) Georg
Simmel, probabilmente il più acuto tra i fondatori della so-
ciologia, ebbe a dire che il diritto a mantenere dei segreti deve
essere riconosciuto dagli altri perché abbia delle realistiche
probabilità di sopravvivenza. Simmel suggerisce che la segre-
tezza, che pure è parte integrante della privacy, è anche un
rapporto sociale: occorre rispettare la regola secondo cui «ciò
che è intenzionalmente o involontariamente tenuto nascosto
sia intenzionalmente o involontariamente rispettato» (il cor-
sivo è mio). Il rapporto tra queste due condizioni (la privacy
e il riconoscimento sociale/la tolleranza/la tutela dell’autono-
mia individuale) tende però ad essere instabile e incerto. Per
questo motivo «l’intenzione di tenere nascosto qualcosa [...]
richiede uno sforzo decisamente maggiore quando si scontra
con l’intenzione di rivelarla». In mancanza di tale «sforzo de-
cisamente maggiore», se l’impulso di difendere con le unghie e
con i denti la segretezza dai ficcanasi, dagli impiccioni e dagli
intriganti che non rispettano i segreti altrui viene meno o non
è debitamente assecondato, la privacy è a rischio.
Un segreto è, per definizione, quella porzione delle pro-
prie conoscenze che ci rifiutiamo di condividere con gli altri.
La segretezza – il proteggere un’informazione affinché non sia
divulgata senza debita autorizzazione – definisce, segna e stabi-
lisce i confini della privacy; e la privacy occupa un territorio che
deve coincidere con il nostro regno privato: uno spazio su cui
dominiamo soli e indisturbati, all’interno del quale abbiamo il
potere di decidere «chi e cosa» siamo e da cui possiamo lanciare
e rilanciare a piacimento le nostre campagne volte a far sì che
le nostre decisioni siano debitamente riconosciute e rispettate.
Nella lettera precedente ho scritto però che «la difesa della sfera
privata da ogni indebita ingerenza da parte del potere rappre-
sentava per la maggior parte dei nostri antenati la sola causa che

­­­­­34
giustificasse il mantenersi vigili e il ricorso alle armi». Affrettan-
domi però ad aggiungere «sino a tempi recenti...».
Con un’inattesa inversione di marcia rispetto alle consue-
tudini dei nostri antenati, abbiamo per certi versi perduto una
considerevole parte del coraggio, della resistenza e della deter-
minazione a persistere nella tutela della «sfera privata». A spa-
ventarci oggi non è tanto la possibilità che la privacy sia tradita
o violata, ma il contrario: ovvero che tutti i varchi di uscita del
nostro mondo privato si ostruiscano, e che questo si trasformi
in un luogo di detenzione, una cella di isolamento, o addirittura
una segreta sotterranea (simile a quelle in cui in passato svani-
va, dimenticato da tutti, chi cadeva in disgrazia agli occhi di un
sovrano, senza che nessuno se ne preoccupasse), condannando
il titolare della «sfera privata» a cuocere per sempre nel proprio
brodo. L’assenza di qualcuno che sia disposto ad ascoltare con
attenzione, desideroso di estorcere, carpire, sottrarre o strappa-
re i nostri segreti sottraendoli alla protezione dei bastioni della
privacy per esibirli apertamente, renderli di pubblico dominio
e indurre chiunque a desiderare di condividerli: è questo forse
il più angoscioso degli incubi che tormentano i nostri contem-
poranei. «Essere una celebrità» (ovvero: trovarsi costantemente
sotto gli occhi di tutti, senza provare l’esigenza né avere il diritto
alla privacy) rappresenta al giorno d’oggi il modello di successo
più diffuso e capillarmente condiviso.
Un numero vieppiù crescente di nostri simili è incline a cre-
dere (benché non siano disposti ad ammetterlo in questi termi-
ni) che custodire dei segreti non dà alcuna gioia – ad eccezione
di quelli previsti e adatti a essere gioiosamente divulgati per
finire su internet, in televisione, sulle prime pagine dei tabloid
o sulle copertine delle riviste patinate. Oggi dunque è la sfera
pubblica a trovarsi sommersa e sopraffatta, essendo stata invasa
dalle truppe della privacy. Queste truppe sono forse lanciate alla
conquista di nuovi avamposti e decise a stanziare nuovi presidi,
o sono invece in fuga dal proprio ambito, entro il quale si sento-
no soffocare, e decise ad abbandonare tra panico e disperazione
i loro vecchi rifugi, divenuti ormai inabitabili? E i loro attacchi
denotano uno spirito di esplorazione e conquista acquisito di

­­­­­35
recente, o annunciano invece espropriazione, sottomissione e
ingiunzioni di sfratto? Il compito che era stato loro assegna-
to – quello di scoprire e/o decidere «cosa e chi sono» – era
troppo arduo per essere adeguatamente affrontato nell’ambito
dell’esile trama della privacy? E può tale compito (a dispetto
di quanto scoprì Peter Sellers), essere portato a compimento
tramite la pubblica rappresentazione, utilizzando i mezzi che la
sfera pubblica predilige e mette a disposizione – come quello
di collaudare ripetutamente diversi approcci sperimentali, o di
indossare e spogliarsi di una varietà di maschere? O è forse vero
il contrario: più ci affidiamo a simili strategie e meno possibilità
abbiamo di sortire l’effetto desiderato, quella sicurezza alla qua-
le aneliamo e che speriamo di raggiungere?
Queste sono solamente alcune delle domande che non tro-
vano una risposta ovvia, chiara e indiscutibile – e men che mai
inconfutabile. C’è però un altro gruppo di domande cruciali che
attendono, fino a questo momento invano, una risposta convin-
cente. Dopotutto la segretezza non è solo uno strumento della
privacy che ci consente di ritagliare uno spazio dedicato esclusi-
vamente a noi stessi, per isolarci dagli intrusi e dalle compagnie
moleste e quindi indesiderate, ma rappresenta anche un mez-
zo efficace per raggiungere una comunanza, con cui è possibile
stringere i legami interumani più solidi che si possano concepire.
Confidando i nostri segreti a pochi, «specialissimi» e sceltissi-
mi ascoltatori, ed escludendo tutti gli altri, tessiamo delle reti
di amicizia, scegliamo e manteniamo i nostri «migliori amici»,
assumiamo e teniamo fede a impegni assoluti e permanenti e
trasformiamo magicamente dei fluidi aggregati di individui in
gruppi molto coesi e ben integrati. In breve: ritagliamo dal mon-
do delle zone franche, all’interno delle quali lo scontro fastidio-
so e irritante tra appartenenza e autonomia è messo a tacere,
una volta per tutte. E qui, in queste zone franche, il conflitto
tra l’interesse privato e il benessere degli altri, fra altruismo ed
egoismo, tra amore di sé e cura dell’altro smette di tormentarci,
non provoca né stimola più in noi rimorsi di coscienza.
Ma come osservava Thomas Szasz già nel 1973 (in The Se-
cond Sin), «il sesso è stato tradizionalmente un’attività molto

­­­­­36
privata, riservata. E a questo deve forse la sua potente capacità
di creare solidi legami tra le persone. Privandolo della sua riser-
vatezza potremmo spogliarlo anche del potere di tenere uniti
uomini e donne». Szasz ha studiato accuratamente la sessualità,
perché sino a tempi recenti l’ambito sessuale offriva l’esempio
più chiaro – per non dire il più autentico – di un segreto intimo
da condividere con la massima discrezione e unicamente con
persone scelte attentamente, con la massima cura. Era conside-
rato, in altre parole, il più forte, il più solido e il più affidabile dei
legami interumani. Ma ciò che vale per quello che sino a tempi
recenti è stato il principale oggetto e il più autorevole bastione
della privacy vale a maggior ragione per i suoi compagni meno
degni, i suoi sostituti di grado inferiore, le sue copie sbiadite. In
altre parole, l’attuale crisi della privacy sembra inestricabilmente
collegata all’indebolimento, al disintegrarsi e al deterioramento
di ogni e qualunque legame interumano. E in tutto ciò una ten-
denza rappresenta l’uovo, l’altra la gallina. Tentare di stabilire
quale è venuta prima e quale dopo equivarrebbe a una vera e
propria perdita di tempo...
(continua)
9.
Strane avventure della «privacy» (3)

Alle innovazioni tecnologiche si attribuisce troppo spesso la col-


pa, o il merito, di causare le rivoluzioni culturali; in realtà esse
possono tutt’al più innescarle, fornendo l’ultimo anello ancora
mancante alla catena, altrimenti completa, dei fattori necessari
a trasferire stili di vita e abitudini prevalenti dall’ambito della
potenzialità a quello della realtà. Una trasformazione pronta da
tempo e disperatamente intenta ad attuarsi. Una di queste inno-
vazioni tecnologiche è il telefono cellulare.
Il suo avvento ci ha consentito di essere costantemente a
disposizione di qualcuno; in effetti, un postulato e un’aspetta-
tiva realistici, e un’esigenza difficile da rifiutare, poiché il suo
appagamento è ritenuto impossibile, e per motivi difficili da
confutare. L’arrivo del telefono cellulare nell’ambito della vita
sociale ha inoltre cancellato, a tutti gli effetti e scopi pratici, la
linea di demarcazione tra tempo privato e tempo pubblico, spa-
zio privato e spazio pubblico, casa e luogo di lavoro, tempo da
dedicare al lavoro e tempo libero, tra «qui» e «lì» (chi possiede
un numero di cellulare è costantemente, e in qualunque luogo
si trovi, «qui», ossia raggiungibile). O, quantomeno, ha privato
tutte le relative linee di demarcazione di gran parte della loro
capacità di arginare e arrestare, sino a rendere la loro abolizio-
ne o superamento facile e plausibile – per lo meno dal punto
di vista tecnico. «Essere via» non è, non è stato, né dovrebbe
essere equivalente a «essere irraggiungibile». Certo, può anco-
ra capitare di lasciare il cellulare sul tavolo prima di uscire, di
metterlo nel posto sbagliato o semplicemente di non riuscire
a trovarlo in tempo. E tuttavia, addurre simili motivazioni per
spiegare la nostra mancata risposta a una «squillante» richiesta

­­­­­38
di attenzione può essere considerata una prova di negligenza
e insubordinazione, di indifferenza riprovevole e offensiva, un
affronto – e costare l’attribuzione di altre innumerevoli colpe o
cattivi propositi, analogamente personali e soggettivi. I cellulari
rappresentano il fondamento tecnico della presunzione di ac-
cessibilità e disponibilità costanti. Una presunzione che la con-
dizione umana prevalente nel nostro mondo liquido-moderno,
quella di «esseri solitari sempre in contatto», ha già reso possi-
bile elevandola di fatto a «norma» – tanto per quanto riguarda
il secondo che il primo dei due aspetti.
Di questi tempi tale «disponibilità costante», se applicata
selettivamente, può essere – e di fatto è – ampiamente utilizzata
per organizzare lo spazio pubblico, suddividendolo in zone di
«connettività» e «non connettività». Chiunque oggi può essere
costantemente accessibile; prima però deve rendersi tale, anche
se solo per pochi scelti. Il «rendersi disponibile» rappresenta uno
strumento per crearsi una rete di rapporti, utile tanto a unificare
che a separare, a «entrare in contatto» o a «mantenersi a distan-
za». L’inclusione nella rete, segnalata dallo scambio di numeri
di telefonino, implica la promessa reciproca di «esserci sempre
per te» e l’obbligo di avvalersi di quella presenza sempre-viva-
e-pronta (anche se naturalmente, come accade con tutti gli altri
modelli e stratagemmi della reciprocità, anche questo può es-
sere, e spesso è, a differenza di quanto si crede, usato in modo
improprio per sfruttarsi unilateralmente, suscitando disagio e
irritazione nella presunta controparte). I cellulari rappresenta-
no i mattoncini con i quali ci costruiamo dei minuscoli appigli
pubblici, spazi all’interno dei quali tutti noi possiamo godere,
o affannarci a raggiungere, una celebrità in miniatura, la qua-
le richiede di essere ostentata in luoghi realmente, interamente
«pubblici».
I numeri di telefonino (ovvero il recapito cellulare di quel
«qui» dove è sempre possibile trovarci, pronti a rispondere e a
interagire) non sono raccolti negli elenchi del telefono, e dunque
non risultano accessibili a un Tom, un Dick o un Harry qualsiasi.
Per questo offrire il proprio numero di telefonino equivale a
concedere e/o richiedere un trattamento speciale. Si tratta di un

­­­­­39
gesto di inclusione, abbinato al permesso – e/o alla richiesta – di
farsi ammettere. Tale pratica sta trasformando la nostra idea di
«rete», l’immagine di comunanza che ha ormai sostituito quella
di «gruppo», e in particolare quella di «comunità di appartenen-
za». È diventata, infatti, l’archetipo dell’interpretazione attuale
di un intramontabile dilemma tra pubblico e privato.
Rispetto alle diverse idee di comunanza che ha scalzato, o a
cui si è addirittura sostituito, il concetto di «rete» si distingue
soprattutto per la propria flessibilità e per essere all’apparenza
facile da controllare e gestire da vicino – oltre che da calibrare e
modificare rapidamente e senza problemi. Si distingue, inoltre,
per la sua eccezionale portabilità: a differenza di altri «insiemi di
persone», le «reti», racchiuse come sono nella memoria del tele-
fonino, ci seguono sempre e ovunque, come un guscio segue la
lumaca, offrendoci l’illusione di avere sempre e continuamente
tutto «sotto controllo».
Una rete possiede, anche se in forma miniaturizzata, tutte
le caratteristiche di uno spazio pubblico, benché le sue dimen-
sioni e i suoi contenuti riflettano fedelmente le predilezioni e le
preferenze individuali del proprietario; è inoltre facile da epu-
rare, grazie al tasto «cancella», che consente di obliterare quegli
elementi che non rispondono più alle aspettative del proprie-
tario, o non ne solleticano più l’interesse. Per questi motivi la
rete appare (e di quando in quando dà anche l’impressione di
essere) pronta a sottomettersi e reagire docilmente ai mutevoli
umori e desideri del proprietario. La fragilità delle connessio-
ni, l’accessibilità immediata alle funzioni per disconnettersi, in
breve: la facilità di entrare in contatto abbinata alla semplicità
di interrompere istantaneamente i contatti non appena questi
diventano un vincolo e un inconveniente – tutto ciò sembra
adattarsi in maniera formidabile alla capricciosa dialettica dei
contorti rapporti privati e pubblici; sembra farci scorgere nuo-
vi, più vasti orizzonti per la libertà individuale, e al tempo stes-
so ci aiuta a sfuggire alle insidie dell’impegno, di cui è costellata
la scena pubblica. E tuttavia...
Come ha scritto José Saramago nell’Uomo duplicato, del
2002, nel suo stile inimitabilmente arguto e toccante:

­­­­­40
[perché], sviluppandosi in un’autentica progressione geometrica, di
miglioria in miglioria, le tecnologie della comunicazione, l’altra co-
municazione, quella propriamente detta, la reale, quella da me a te,
da noi a voi, continui a essere questa confusione attraversata da vicoli
ciechi, tanto ingannevole con illusorie spianate, altrettanto dissimulata
quando esprime come quando vuole occultare [...]. La perplessità che
il genuino labirinto cretese dei rapporti umani suscita – suggerisce e
conclude Saramago – è incurabile.

La perplessità è destinata a perdurare, anche se le tecnologie


della comunicazione continuano a svilupparsi con progressione
geometrica, addirittura esponenziale.
All’osservazione di Saramago aggiungerei che la perplessità è
semmai destinata ad accrescersi. Dopotutto, il più grande trionfo
delle tecnologie in questione non è stata la semplificazione delle
modalità insopportabilmente complesse della convivenza umana,
bensì il comprimerle sino a ridurle a uno strato sottile ed esile,
che a differenza dell’originale, spesso, denso e stratificato, è ri-
conducibile a semplificazione grazie alla sua capacità di essere
gestibile senza problemi e senza sforzo. L’effetto collaterale di
questo allontanamento della «comunicazione propriamente det-
ta» (come Saramago sceglie di chiamare la versione originaria,
non compressa) dall’elenco degli impegni urgenti, da non trascu-
rare, è l’ulteriore avvizzimento, affievolimento e scomparsa delle
capacità che tale comunicazione necessariamente richiede.
Il risultato definitivo di tutto ciò è che le sfide della comuni-
cazione «da me a te, da noi a voi» appaiono addirittura più sco-
raggianti e sconcertanti, e l’arte di gestirle efficacemente sembra
addirittura più nebulosa e difficile da padroneggiare di quanto
non fosse prima dell’inizio della «rivoluzione più grande nella
connettività umana» (come sono state chiamate l’invenzione e
la diffusione dei telefoni cellulari).
10.
Genitori e figli

Il film di Robert Bresson Il diavolo, probabilmente – uscito nel


1977, un’epoca che non conosceva Pc, telefoni cellulari, iPod e
tutte le altre meraviglie della tecnologia che facilitano socialità e
separazione, contatti e isolamento, collegamenti e distacchi – ha
come protagonisti alcuni giovani palesemente disorientati e alla
disperata ricerca di uno scopo nella vita, di una missione e del
significato stesso di «avere una missione da compiere». Gli adulti
non forniscono loro alcun aiuto, anzi: nei novantacinque minuti
che conducono al tragico epilogo, di adulti non si vede nemmeno
l’ombra. In una sola occasione i ragazzi, completamente assorti
nell’esasperante tentativo – inesorabilmente destinato a fallire –
di comunicare tra loro, notano la presenza degli adulti. Accade
quando, stanchi del loro operato, si raccolgono affamati attorno
a un frigorifero colmo di provviste messe a disposizione dai ge-
nitori – che per il resto rimangono inosservati e praticamente
invisibili. I tre decenni successivi all’uscita del film hanno rivela-
to e confermato con efficacia quanto la visione cinematografica
di Bresson fosse profetica. Il regista riuscì infatti a dirigere il
proprio sguardo al di là delle conseguenze della «grande trasfor-
mazione» a cui lui e i suoi contemporanei stavano assistendo (e
che solo pochi ebbero la perspicacia di notare, il buon senso di
esaminare e la passione di raccontare), ovvero il passaggio da
una società di produttori (operai e soldati) a una di consumatori
(individui sino al midollo, votati – in virtù della loro collocazione
storica – a pensieri, prospettive e progetti a breve termine).
Nella precedente società «solido-moderna» di produttori e
soldati, il ruolo dei genitori consisteva nell’instillare nei figli, per
amore o per forza, l’autodisciplina necessaria ad affrontare la

­­­­­42
monotona routine di un lavoro nell’industria o della vita di ca-
serma. I genitori fornivano inoltre ai propri figli il modello di
un comportamento regolato sulla base di norme precise. Michel
Foucault scelse la sessualità infantile e il «panico da masturba-
zione» del XIX e del XX secolo come esempio del fornitissimo
arsenale di munizioni a cui i genitori dell’epoca potevano ricor-
rere al fine di legittimare e promuovere quel rigido controllo
e quella costante sorveglianza che si aspettava esercitassero sui
propri figli1. Questo tipo di ruolo genitoriale ha bisogno

di presenze costanti, attente, curiose anche; presuppone una prossi-


mità; procede attraverso esami ed osservazioni insistenti; richiede uno
scambio di discorsi, tramite domande che estorcono confessioni e con-
fidenze che vanno al di là delle richieste. Implica un approccio fisico
ed un gioco di sensazioni intense.

Secondo Foucault, in quella perpetua campagna volta a raf-


forzare il ruolo genitoriale e il suo impatto disciplinare, «il ‘vi-
zio’ del bambino è più un supporto che un nemico»; «ogni volta
che si profilava la possibilità che [il vizio] potesse emergere, i
meccanismi di sorveglianza venivano azionati, e si predispone-
vano delle trappole al fine di ottenere ammissioni convincenti».
I bagni e le camere da letto erano bollati come i luoghi più a
rischio, quelli dove le morbose inclinazioni sessuali dei bambini
potevano trovare il terreno più fertile – e richiedevano per que-
sto una sorveglianza particolarmente attenta, intima, incessante.
E, naturalmente, la presenza costantemente vigile e invadente
dei genitori, sempre pronti a interferire.
Nella nostra epoca liquido-moderna, la masturbazione è stata
assolta da presunti peccati che le erano imputati, e al panico da
masturbazione si è sostituito quello da «abuso sessuale». La mi-
naccia occulta che è causa del nuovo panico non risiede più nella
sessualità dei fanciulli, ma in quella dei loro genitori. Come in
passato, i bagni e le camere da letto sono considerati ancora covi
di vizi nefandi, ma ad essere accusati di perpetrarli oggi sono i
genitori (e gli adulti in genere, tutti sospettati di essere potenzia-
li molestatori e stupratori di bambini). Che siano apertamente
dichiarati e manifesti, o taciti e latenti, gli obiettivi della guer-

­­­­­43
ra scatenata contro questi malfattori individuati di recente sono
l’ammorbidimento del controllo genitoriale, la rinuncia all’onni-
presente e ingombrante presenza dei genitori nella vita dei figli e
l’imposizione e il mantenimento di una certa distanza tra «vecchi»
e «giovani» – sia nell’ambito della famiglia che al di fuori di esso.
Riguardo all’attuale panico, l’ultimo rapporto dell’Institut
National de la Démographie mostra come nei sei anni inter-
corsi tra il 2000 e il 2006 il numero di adulti che affermano di
ricordare episodi di abusi sessuali durante la propria infanzia
è quasi triplicato (una tendenza che appare semmai in rapido
aumento)2. Gli autori dell’indagine fanno notare che tali dati
«non indicano un aumento delle aggressioni, bensì una mag-
giore facilità nel denunciare episodi di violenza in occasione dei
sondaggi scientifici: fatto, questo, che riflette un abbassamento
della soglia di tolleranza nei confronti della violenza». Siamo
però tentati di aggiungere che i dati riflettono anche, e forse
in misura persino maggiore, la crescente tendenza – inculcata
dai media – a spiegare i disturbi e i problemi psicologici degli
adulti alla luce di episodi presunti o supposti di molestie e abusi
sessuali vissuti da bambini, anziché attribuirli a una sessualità
infantile frustrata e ai complessi di Edipo e di Elettra. È bene
chiarire che ciò che conta qui non è stabilire quanti genitori, con
o senza la complicità di altri adulti, trattino di fatto i propri figli
alla stregua di oggetti sessuali, e sino a che punto abusino delle
loro superiori facoltà per approfittare delle debolezze dei bam-
bini – così come in passato ciò che importava non era di stabilire
quanti dei loro figli avessero ceduto agli impulsi onanistici. Quel
che invece è importante – perché grave e perché di tutto rilievo –
è che sia gli uni che gli altri sono stati avvertiti ostentatamente e
pubblicamente del rischio che il mancato rispetto delle distanze
stabilite tra loro, altri adulti e i propri figli può essere (deve esse-
re, e sarà) interpretato come una capitolazione – aperta, furtiva
o inconscia – ai loro endemici impulsi pedofili.
La vittima principale del panico da masturbazione fu l’autono-
mia dei ragazzi. Sin dalla prima infanzia i giovani andavano protet-
ti dai propri istinti e impulsi morbosi e (nel caso fossero sfuggiti
al controllo) potenzialmente disastrosi. Le vittime principali del

­­­­­44
panico da molestie sessuali saranno invece l’intimità e i legami
inter-generazionali. Se nel panico da masturbazione l’adulto era
visto come migliore amico, angelo custode, fidato tutore e – nel
complesso – indispensabile guardiano del giovane, il panico da
abuso sessuale relega gli adulti (uomini e donne) al ruolo di «soliti
sospetti», accusati a priori di misfatti che sicuramente desiderano
compiere o verso i quali tendono istintivamente, con o senza ma-
lizia e premeditazione. Il primo tipo di panico ha determinato un
drastico intensificarsi del potere dei genitori, ma ha anche indotto
gli adulti a riconoscere la propria responsabilità nei confronti dei
giovani e a espletare diligentemente gli obblighi che da questa de-
rivano. Il nuovo panico invece esonera gli adulti dal compimento
del proprio dovere, dal momento che li considera a priori come
perpetratori di abuso di potere – effettivo o potenziale.
Questo nuovo panico conferisce una lustra patina di legittimi-
tà al processo (peraltro in fase già avanzata) di commercializzazio-
ne del rapporto genitori-figli – filtrandolo forzatamente attraverso
il mercato dei consumi. Il mercato dei consumi si prefigge di eli-
minare qualsiasi residuo di scrupolo morale che sia sopravvissuto
all’abdicazione, da parte dei genitori, del ruolo di presenza vigile e
amorevole all’interno della dimora familiare, attraverso la conver-
sione di ogni ricorrenza familiare e ogni festa religiosa e nazionale
in un’occasione in cui prodigare ai propri figli costosi regali da
sogno, e aiutando e favorendo giorno dopo giorno lo spiccato
desiderio di primeggiare che caratterizza i bambini: questi sono
spinti a credere di doversi porre in forte competizione con i loro
coetanei nell’ostentare pegni materiali di distinzione sociale.
Ricorrendo all’aiuto di un’industria dei consumi così invi-
tante si rischia però di «comprare la propria sicurezza con il de-
naro» – un atteggiamento che finisce con il creare più problemi
di quanti ne risolva. Il professor Frank Furedi ha evidenziato
la conseguente perdita, negli adulti, della capacità di esercitare
l’autorità che loro pertiene: «Se non ci possiamo fidare di la-
sciare gli adulti accanto ai bambini», si domanda Furedi, «c’è
forse da sorprendersi se almeno alcuni tra loro giungono alla
conclusione che non spetti loro farsi carico del benessere dei
bambini della loro comunità?»3.

­­­­­45
11.
Le abitudini di spesa degli adolescenti

Nella sua ultima Indagine sulle spese delle famiglie, l’Istituto na-
zionale di statistica britannico ha illustrato i criteri in base ai
quali la famiglia media ripartisce il proprio reddito, indicando
in che modo le persone che vivono sotto lo stesso tetto spendo-
no il proprio denaro, specificando inoltre chi spende, quanto
e per comprare cosa. Scopriamo così che in Gran Bretagna un
«adolescente medio» spende ogni anno più di 1000 sterline tra
telefoni cellulari, lettori Mp3 e materiali scaricati da internet;
una cifra alla quale occorre aggiungere circa 240 sterline per il
parrucchiere e altre 300 per l’acquisto di scarpe da ginnastica.
Ma le voci di spesa fisse non finiscono qui: il budget dei teenager
comprende infatti anche cinema, uscite serali e abbigliamento.
Per non parlare degli irrinunciabili accessori, considerati impre-
scindibilmente necessari per condurre un’esistenza dignitosa
(anzi: «normale»), nonché farsi accettare e rispettare dai coeta-
nei. Mi riferisco al possesso dell’ultimissima versione aggiornata
di cellulare (con annesse suonerie di tendenza), laptop, televi-
sore e lettore Dvd da installare nella propria cameretta; senza
dimenticare uno o più strumenti musicali, con relative lezioni
private... Insomma, stando ai dati dell’indagine lo stile di vita
dell’adolescente medio ha un costo annuale complessivo di circa
9000 sterline. Una cifra che, al netto dell’inflazione, si traduce in
una somma che supera di dodici volte quella che l’adolescente
medio spendeva una trentina di anni fa.
Prima di riflettere su questi dati e trarne delle conclusioni oc-
corre prendere in considerazione altri due elementi. Anzitutto,
oggi gli adolescenti iniziano a spendere molto prima di quanto
non facessero all’epoca delle prime rilevazioni statistiche. Da un

­­­­­46
recente studio condotto da un ente di istruzione senza fini di lu-
cro risulta ad esempio che a sette anni i bambini già desiderano
possedere non solo un telefonino, ma anche gli ultimi giochini e
le suonerie che vedono reclamizzati dalla pubblicità.
In secondo luogo, benché gli adolescenti degli anni Settan-
ta – al pari dei loro coetanei dei nostri giorni – fossero attratti,
affascinati e sedotti da giochi per console, riproduttori di musica
portatili e uscite al cinema, all’epoca tali oggetti del desiderio
(con la probabile eccezione del cinema) erano (relativamente)
molto più costosi e quindi meno accessibili rispetto alle versioni
odierne ben più sofisticate. Erano considerati beni superflui da
sognare, più che necessità, e il loro possesso era visto come l’e-
spressione di una sorte particolarmente propizia, magnanima e
dotata di una benevolenza selettiva, anziché una legittima aspet-
tativa, e men che mai qualcosa che avesse a che fare con diritti
o doveri. Adesso che questi beni tanto ambìti hanno un prezzo
sempre più contenuto e diventano sempre più invitanti – sino a
diventare irresistibilmente accessibili – la loro acquisizione tende
a diventare una componente consueta della vita «normale» di
tutti coloro che «sono qualcuno». Non più dunque un evento
unico ed eccezionale, da celebrare e di cui serbare per sempre il
ricordo, rendere grazie a Dio o al destino e scriverne a casa. Con-
seguenza inattesa e tuttavia ineluttabile di tale evoluzione è stata
quella di far svanire il legame emotivo con gli oggetti conquistati:
ciò che davvero conta è il momento dell’acquisizione – non l’ami-
cizia durevole. Nella metà dei casi i telefonini degli adolescenti
vengono smarriti o dimenticati, e anche le scarpe da ginnastica,
finiscono nella spazzatura poco dopo l’acquisto (quando non
sono più desiderate e sognate). Gli oggetti passano di moda con
la stessa rapidità con cui si affacciano al mercato, e quasi nulla,
nell’incessante ciclo di beni acquisiti con impellenza e presto ab-
bandonati e buttati via, si impone in quanto «oggetto prediletto
e amato». E quando anche accade, di certo non lo resta a lungo.
È lo stile che occorre mantenere sempre vivo, non i suoi accesso-
ri. E quello stile esige che i suoi accessori si avvicendino a ritmi
sempre più serrati.
Un lettore, Giacomo Segantini, mi ha scritto: «La realtà che

­­­­­47
vivo in prima persona è completamente diversa. Consumo il
meno possibile, non avendo il denaro per fare altrimenti. Ma
questo, anziché generare frustrazione, mi ha abituato a ignorare
i messaggi della pubblicità».
Non ho motivo di dubitare della sincerità del mio corrispon-
dente, di cui posso soltanto ammirare la forza di volontà – anche
se questa potrebbe essere stata rafforzata dalla costrizione della
necessità. Giacomo Segantini ha scelto di (o è stato obbligato a)
nuotare contro corrente – una corrente particolarmente impe-
tuosa. Sono molti i giovani che come lui «non hanno i soldi» per
permettersi quel tenore di vita che è generalmente considerato
questione di vita (sociale) o di morte (sociale). E molti sono i
consumatori ritenuti «insufficienti», «inadeguati», imperfetti o
mancati che subiscono loro malgrado la stessa condizione, alla
quale, potendo, si sottrarrebbero volentieri. I «messaggi del-
la pubblicità» sono ovunque, invadenti, ostinati e insidiosi – e
traggono molta della loro terribile forza dal fatto che la maggior
parte dei giovani a cui si rivolgono (i «tipici teenager») li accol-
gono con timore reverenziale e si sforzano quanto più possibile
(e anche di più) di seguirne precetti e dettami. Dunque non
si tratta semplicemente di «abituarsi a ignorare» la pressione
esercitata dagli spot, ma anche – e forse in primo luogo – le pres-
sioni, probabilmente meno ovvie e tuttavia quasi certamente più
efficaci, che sono esercitate dalle persone che ci circondano,
dagli standard che queste si sforzano di mantenere e ai quali si
aspettano che tutti nella loro cerchia si attengano. E per ignora-
re, minimizzare, superare la pressione sociale ci vuole coraggio
– un sacco di coraggio. Richiede nervi d’acciaio e un carattere
forte, anzi fortissimo, una tempra difficile da formare, coltivare
e conservare nel bene e nel male.
Se trent’anni fa soltanto persone speciali, straordinarie, par-
ticolarmente determinate e indicibilmente coraggiose sarebbero
riuscite a mettere da parte con pazienza il denaro necessario
a comprare un personal computer o a vedere i film dei loro
registi o attori preferiti, oggi solo delle persone speciali, partico-
larmente determinate e dotate di una tenacia fuori dal comune
possono trattenersi dal contrarre debiti per comprare l’ultimo

­­­­­48
lettore Mp3 o scaricare le suonerie più recenti. Giacomo Segan-
tini appartiene forse a questa genia speciale e non molto nume-
rosa, e immagino che essere una persona speciale abbia avuto
un prezzo. Deve aver sofferto spesso, e in qualche occasione si
sarà persino sentito umiliato. Abbandonarsi alla corrente ha cer-
tamente un costo economico, ma anche nuotare contro corrente
ha un prezzo – non in termini di denaro, e tuttavia spesso più
penoso e difficile da pagare.
In una delle mie lettere ho scritto che è il destino a offrirci
delle opportunità, ma è il carattere a determinare le nostre scel-
te. E a giudicare dalle scelte compiute da Segantini, ci sono tutte
le ragioni per ammirare e rispettare il suo carattere.
Sono stato anche colpito dal suo ribadire l’impossibilità di
«non pensare al futuro». A giudicare dalla data della sua lettera
(che segue di pochi mesi il tracollo del credito e il conseguente
tracollo dei mercati del lavoro), si direbbe che in questo egli è
simile alla grande maggioranza dei suoi coetanei. Quello stile
di vita, caratterizzato dalla vertiginosa, inebriante e frenetica
acquisizione di beni materiali ed eccitazioni sempre nuovi, che
sino a tempi recenti si pensava non sarebbe finita mai, sembra
giunto invece al capolinea. O, quantomeno, ha subìto un ral-
lentamento e probabilmente continuerà ad arrancare a fatica
ancora per un po’. Come scrive giustamente Segantini, «non
decine, ma centinaia di migliaia» di giovani che come lui si affac-
ciano al mondo degli adulti, si trovano ad affrontare una sfida di
cui appena sei mesi fa non avevano alcun presentimento, e che
certamente non erano preparati a superare. Abituati a muoversi
e convivere tra un eccesso di opzioni e opportunità, si vedono
costretti a imparare – e in fretta – a vivere in un mondo carat-
terizzato invece dalla loro carenza. Ci sarà lavoro per me? E di
che tipo? Cosa devo fare per assicurarmelo? Si possono citare
alcuni possibili sbocchi, e tuttavia nessuno può garantire che
siano ancora disponibili, né che continueranno a esserlo per il
tempo necessario ad acquisire le competenze che richiedono.
Sarei felice, però, se Giacomo riuscisse a unirsi alle fila dei
«giovani sociologi», come scrive, anche se in tutta onestà devo
metterlo in guardia (e avvisare al tempo stesso chiunque stia

­­­­­49
contemplando una scelta analoga) sul fatto che questo non gli
faciliterebbe la vita. Considerando il suo carattere, rischierebbe
semmai di aumentare le sue preoccupazioni e ridurre ulterior-
mente la sua tranquillità spirituale. Questo perché in quanto
sociologo avrebbe ripetutamente modo di rendersi conto che
(come fece notare Fernando Pessoa, da molti considerato l’au-
tore «di uno dei testi fondamentali del mondo moderno») «gli
uomini imparano soltanto a pro dei loro antepassati, che sono
già morti. Solo ai morti sappiamo insegnare le vere regole di
vivere»1.
12.
Sui passi della generazione Y

Nessun essere umano è esattamente uguale a un altro – e ciò vale


tanto per i giovani che per gli anziani. Tuttavia è possibile notare
che in alcuni gruppi certi tratti o qualità tendono ad apparire
con maggiore frequenza rispetto al resto della popolazione. È
soprattutto questa «concentrazione relativa» di elementi che ci
permette di parlare di «categorie»: che si tratti di nazioni, classi
sociali, generi o generazioni. Quando lo facciamo, chiudiamo
temporaneamente gli occhi di fronte alla moltitudine di altre
caratteristiche che rendono ciascun membro della «categoria»
un’entità unica, irripetibile, diversa da ogni altra, un essere di-
stinto da tutti gli altri membri della «stessa categoria» – per
concentrarci invece su quelle comuni a tutti o alla maggior par-
te dei membri che la compongono, in contrasto con l’assenza
o la relativa rarità di questi tratti tra i rappresentanti di altre
«categorie». È tenendo sempre bene in mente questo che ci è
consentito parlare di tutti i nostri contemporanei, ad eccezione
dei più anziani, come «appartenenti» a tre diverse generazioni
consecutive.
La prima è quella dei «boomers»: persone nate tra il 1946 e
il 1964, durante il mitico boom demografico del dopoguerra,
quando i soldati di ritorno dal fronte e dai campi di prigionia
decisero che era arrivato il momento di progettare il futuro,
sposarsi e mettere al mondo dei figli. Nella mente e nel cuo-
re di quegli uomini era ancora fresco il ricordo degli anni che
avevano preceduto il conflitto, fatti di disoccupazione, miseria
e austerità; un’esistenza di stenti, in cui era impossibile schivare
o tenere a distanza di sicurezza dalla propria casa lo spettro
della povertà. Non stupisce, dunque, che una volta fatto ritor-

­­­­­51
no a casa dai campi di battaglia questi uomini abbiano accolto
con entusiasmo le offerte di impiego che a un tratto si facevano
insolitamente abbondanti, sebbene, con una saggezza che ve-
niva loro dalle difficoltà conosciute in passato, le salutassero
come un dono della buona sorte che in qualunque momento
avrebbe potuto essergli sottratto. Per questo motivo lavoravano
molto e alacremente, mettendo da parte ogni centesimo per gli
imprevisti e per offrire ai propri figli l’opportunità di una vita
spensierata che essi stessi non avevano mai potuto assaporare.
I loro figli appartengono alla «generazione X», e oggi han-
no tra i 28 e i 45 anni. Sono nati in un mondo diverso, che
l’impegno, il lavoro, la prudenza, la parsimonia e l’abnegazione
dei loro genitori hanno contribuito a creare. Benché si siano
attenuti alla filosofia e alla strategia di vita dei loro genitori, le
hanno adottate piuttosto a malincuore. In un mondo che diven-
tava sempre più ricco e in cui le prospettive di vita apparivano
più sicure, erano impazienti di toccare con mano e godere dei
frutti della temperanza, della moderazione e dell’abnegazione
dei loro genitori – e soprattutto di loro stessi. Si preoccupavano
meno del futuro rispetto alla generazione che li ha preceduti, e
si interessavano soprattutto al presente; ai piaceri che la vita of-
friva loro, da consumare all’istante. È per questo che sono stati
spesso definiti, con espressione caustica e tuttavia appropriata,
una «generazione me»...
È poi arrivata la «generazione Y», che comprende giovani
tra gli 11 e i 28 anni, e che secondo l’opinione concorde di nu-
merosi osservatori e ricercatori si differenzia molto da quelle
dei loro genitori e dei loro nonni. Essi sono nati in un mon-
do lontano da quello che i loro genitori conobbero durante la
fanciullezza, e che anzi avrebbero considerato difficile, se non
addirittura impossibile, immaginare e che più avanti hanno sa-
lutato con un misto di perplessità e scetticismo; un mondo dove
le prospettive di lavoro sono abbondanti, le scelte all’apparenza
infinite e le opportunità ricche – una più allettante dell’altra e
ciascuna pronta a prendere il posto di quella che l’ha prece-
duta, obbligandola a farsi da parte anzitempo e a passare nel
dimenticatoio.

­­­­­52
Tuttavia, ciò che è costantemente, ampiamente e palesemen-
te a portata di mano tende a «scomparire sotto i nostri stessi
occhi»: troppo ovvio per essere notato, e ancor più per essere
fatto oggetto di riflessione. Senza aria per respirare non soprav-
vivremmo più di un minuto o due: tuttavia dubito che se ci chie-
dessero di stilare un elenco di quelle che consideriamo «necessità
vitali» ci ricorderemmo di menzionare l’aria; e nell’improbabile
eventualità che ciò invece accadesse, di certo finirebbe in fondo
alla classifica. Diamo per scontato, senza rifletterci, che l’aria
esiste sempre e ovunque, e che per inspirarne tanta quanta ne
occorre ai nostri polmoni non dobbiamo fare quasi nulla. Sino
a circa un anno fa, per lo meno nella nostra parte del mondo,
il lavoro era considerato alla stregua dell’aria: sempre a porta-
ta di mano, ogni qualvolta ne avessimo avuto bisogno – e nel
caso fosse venuto meno per un momento (come l’aria fresca in
un ambiente affollato), si riteneva che un minimo sforzo (come
aprire una finestra) sarebbe bastato a ristabilire «la normalità».
Stando a numerosi ricercatori, la «generazione Y» pone «il
lavoro» quasi in fondo alla lista degli «elementi indispensabili
a una vita felice» – con grande incredulità dei «boomers» e dei
rappresentanti della generazione X. Se spinti a motivare tale di-
sinteresse, quelli rispondono: «Il lavoro? Purtroppo è indispen-
sabile [di nuovo: quanto l’aria] per sopravvivere. Ma non basta,
da solo, a rendere una vita degna di essere vissuta. Semmai è vero
il contrario: può renderla banale, scontata e poco allettante per-
ché monotona. Il lavoro potrebbe rivelarsi un fastidio, una noia:
incapace di generare interesse, di catturare l’immaginazione, di
solleticare i sensi. E quand’anche ti regalasse qualche gioia, non
deve rappresentare un ostacolo a ciò che conta davvero!».
Cosa sono le cose che contano davvero? La possibilità di
disporre di molto tempo libero al di fuori dell’ufficio, del ne-
gozio o della fabbrica; di allontanarsi dal lavoro ogni volta che
qualcosa di più interessante si presenta all’orizzonte; di viag-
giare, trovarsi nei luoghi che preferiamo, circondati dagli amici
che abbiamo scelto. Ciò che conta davvero sembra avere una
caratteristica comune: tende tutto a capitare lontano dai posti
di lavoro. La vita è altrove! Difficilmente i progetti di vita che i

­­­­­53
membri della generazione Y si prefiggono, accarezzano e a cui si
dedicano ruotano attorno al lavoro. E men che mai attorno a un
lavoro fisso da qui all’eternità. L’ultima cosa che chiederebbero
a un lavoro è una stabilità a lungo termine, con una prospettiva
temporale infinita...
Secondo alcune ricerche, le più autorevoli agenzie per l’im-
piego, perfettamente consapevoli delle priorità e delle fobie dei
rappresentanti della generazione Y, hanno cercato di incentrare
le proprie allettanti campagne per il reclutamento di nuovi ta-
lenti sulla libertà che alcuni impieghi promettono di garantire:
orario flessibile, telelavoro, anni sabbatici, lunghi periodi di
aspettativa con la certezza di non perdere il posto – oltre alle
opportunità di svago e relax durante l’orario di lavoro e nel
luogo di lavoro. Le agenzie avevano accettato il fatto che se i
nuovi arrivati avessero trovato poco interessante l’impiego da
loro proposto lo avrebbero semplicemente lasciato per andare
altrove. Come infatti capitava che facessero, dal momento che
lo spettro della disoccupazione, quel crudele, disumano ma effi-
cacissimo guardiano della stabilità della forza-lavoro, per molto
tempo non ha fatto più paura.
Beh, se erano queste la filosofia e la strategia di vita che con-
traddistinguevano la generazione Y rispetto a quelle che l’hanno
preceduta, i giovani di oggi troveranno ad attenderli un duro ri-
sveglio. Si prevede infatti che dopo un periodo di oblio e un esilio
che si riteneva sarebbe stato definitivo, la disoccupazione protrat-
ta e di massa tornerà a minacciare i più ricchi Paesi d’Europa. Se
tale cupo presentimento dovesse avverarsi, le infinite opportunità
di scelta, di libertà di movimento e di cambiamento che i giovani
di oggi hanno imparato a dare per scontate (e a cui sono avvezzi
sin dalla nascita) sarebbero sul punto di scomparire. Così come
la disponibilità economica apparentemente sconfinata che spera-
vano li avrebbe sostenuti in caso di avversità (fugaci e transitorie),
e sorretti di fronte alla mancanza (fugace e transitoria) di una
soluzione immediata e soddisfacente dei loro problemi.
Ai membri della generazione Y, tutto ciò potrà risultare
scioccante. A differenza della generazione dei «boomers», lo-
ro non possiedono una «seconda linea di difesa», poiché non

­­­­­54
hanno vecchi ricordi e competenze semi-dimenticate a cui at-
tingere; non conoscono espedienti del passato, un tempo ben
collaudati ma lasciati a lungo inutilizzati, su cui ripiegare. Per
molti di loro, un mondo di realtà dure e non negoziabili, fatto di
penuria, austerità e momenti difficili nei quali «tirarsi indietro»
non è un’opzione possibile, rappresenta un paese totalmente
sconosciuto, un paese che non hanno mai visitato, e in cui, se
lo avessero fatto, non avrebbero mai preso seriamente in consi-
derazione la possibilità di stabilirsi in pianta stabile. Un paese
così misterioso da richiedere, per adattarvisi, sforzi duri e per
nulla piacevoli.
Resta da vedere in che stato la generazione Y emergerà da
questa prova. E quale sarà la filosofia di vita che la generazione
Z, che sta per succedergli, inventerà, adotterà e metterà in atto
per riassestare il mondo ereditato da coloro che li hanno pre-
ceduti...
13.
Un’illusoria alba di libertà

Siobhan Healey, che oggi ha ventitré anni, ha ottenuto la sua


prima carta di credito non molto tempo fa. Quel giorno fu per
lei un’alba di libertà: una data da ricordare e celebrare anno
dopo anno, che segnava l’inizio della sua emancipazione. Da
allora Siobhan è padrona di se stessa, libera di amministrare
le proprie finanze, scegliere le priorità e far coincidere realtà
e desideri.
In seguito la ragazza si è procurata una seconda carta di cre-
dito, per far fronte ai debiti contratti con la prima, e non molto
tempo dopo – non appena si è accorta che la seconda carta non
bastava a pagare gli interessi accumulati sui debiti – ha capito
quale fosse il prezzo della sua tanto agognata «libertà econo-
mica». Si è rivolta allora a una banca per richiedere un prestito
con cui coprire i pagamenti arretrati accumulati su entrambe le
carte, che nel frattempo avevano raggiunto il terrificante pic-
co di ventiseimila dollari australiani. Malgrado ciò, prenden-
do esempio dai suoi amici – come è d’obbligo per tutti giovani
della sua età – ha deciso di ricorrere nuovamente a un prestito,
per finanziare un viaggio oltreoceano. Poco dopo Siobhan si è
finalmente resa conto di avere scarse possibilità di tirarsi fuori
da sola dalla situazione in cui era finita, e ha capito che quella
di sottoscrivere nuovi prestiti per ripagare i debiti esistenti non
era una soluzione accettabile. «Ho dovuto cambiare completa-
mente il mio modo di pensare, e imparare a risparmiare prima di
acquistare qualcosa», afferma (purtroppo con uno o due anni di
ritardo). Per farsi aiutare a risalire la china, Siobhan si è rivolta
a un consulente finanziario e a un esperto di «gestione del debi-
to». Riusciranno a «cambiare completamente» il suo «modo di

­­­­­56
pensare»? Resta da vedere, ma è probabile che la strada davanti
a lei sia tutta in salita...
Ben Paris, portavoce di Debt Mediators Australia, non ap-
pare sorpreso né sconcertato dal racconto delle vicissitudini
e tribolazioni di Siobhan, e paragona il comportamento della
ragazza a quello di coloro che, trovandosi sul ponte del Tita-
nic che si inabissava, si limitarono a «cambiare di posto». E si
affretta ad aggiungere subito dopo che i giovani «prendono in
prestito molto più denaro di quanto possano permettersi», e che
il caso di Siobhan Healey non è assolutamente un’eccezione.
«Ogni anno incontriamo venticinquemila giovani che si trova-
no in situazioni economiche difficili. E non sono che la punta
dell’iceberg».
Dobbiamo forse condannare Siobhan Healey – e le migliaia
di giovani che vivono situazioni analoghe – per la sua condotta
avventata e miope? Certo, le ragioni per farlo non manchereb-
bero, ma prima di denunciare la sua imprudenza non dimenti-
chiamoci di tutte le persone molto più adulte ed esperte di lei e
mosse da puro calcolo a cui pure spetta una parte (come minimo)
di responsabilità. Le società finanziarie vivono e si arricchiscono
alle spalle dei clienti a cui concedono prestiti. E mentre non
sono interessate a chi si rifiuta di contrarre debiti e resiste alla
tentazione di campare con del denaro preso in prestito, accolgo-
no a braccia aperte chiunque sia disposto a sottoscrivere mutui
ingenti. Anzi: chiunque richieda «più denaro di quanto possa
permettersi di restituire». Dopotutto sono proprio gli individui
di questo tipo, destinati a ripagare interessi da qui all’eterni-
tà, che rappresentano per loro una fonte di guadagno costante.
Non sorprende quindi che simili società, così come i dirigenti
delle banche e delle compagnie di carte di credito, siano pronte
a tutto pur di attrarre nella spirale dei prestiti il maggior numero
possibile di persone, con la giustificata speranza che una volta
finiti in quel circolo vizioso questi non riusciranno facilmente a
sottrarvisi – a meno di non contrarre ulteriori debiti...
Qual è il momento più propizio per trasformare in debitori
a vita coloro che «prima di acquistare qualcosa, risparmiano»?
Quello di maggiore vulnerabilità, ovvero la fase di transizione

­­­­­57
dall’infanzia all’età adulta, quando le abitudini acquisite da
piccoli ancora sopravvivono, ma si rivelano sempre più spesso
inadeguate di fronte alle nuove lusinghe, alle esigenze e alle sfi-
de che la vita da adulti presenta. Un bambino è (giustamente)
abituato a entrare in possesso degli oggetti attraverso i regali,
che non comportano alcun obbligo... Il più delle volte il denaro
che ricevono è pegno dell’amore e della sollecitudine dei loro
genitori, e non implica una successiva restituzione, con tanto di
interessi. Non è simbolo di avidità, bensì di amore. Mai si chie-
de loro «quando potrai ripagarmi?». Non si esigono garanzie
collaterali, né si fissano le scadenze per la restituzione. Se oltre
alla paghetta settimanale un bambino chiede al papà e alla mam-
ma qualche monetina – o addirittura delle banconote – otterrà
come risposta un «che cosa ci devi fare?», e non: «possiedi dei
beni con cui poterne garantire la restituzione?». I genitori con-
cedono o negano un dono in base all’impellenza delle esigenze
o all’intensità del desiderio dei propri figli, non alla capacità di
questi ultimi di ripagarli. La maggior parte dei genitori presu-
me, pur senza soffermarvisi troppo, che un giorno i loro figli si
«sdebiteranno» dei generosi doni ricevuti facendone a loro volta
ai propri figli... Non è forse così che va il mondo?
Eppure, arriva inevitabilmente il momento in cui i giovani
– non più bambini ma nemmeno adulti – desiderano rendersi
indipendenti, gestire le proprie cose, decidere da soli dove vi-
vere e cosa fare, stabilire delle priorità. E arriva anche il giorno
in cui anche i genitori più affettuosi e premurosi si aspettano (e
non per egoismo, ma per affetto e premura) che i propri figli
«diventino qualcuno»: che lavorino e si guadagnino da vivere.
E arriva anche il momento in cui anche i figli e le figlie deside-
rano ardentemente compiacere mamma e papà (e non per in-
sofferenza, ma per l’affetto e la gratitudine che provano nei loro
confronti), dimostrandosi così all’altezza delle loro aspettative.
Per le società finanziarie è questo il momento migliore per
passare all’attacco e fare centro. All’improvviso, i genitori scom-
paiono dalla geografia mentale dei giovani; e questa, per chi pre-
sta denaro, è un’occasione irripetibile per sostituirsi in loco pa-
rentis. Proprio come fece il lupo di Cappuccetto Rosso quando

­­­­­58
prese il posto della vecchia cara nonnina. Con la speranza che
questa volta la piccola, dolce Cappuccetto Rosso non si dimostri
perspicace e furba come nella favola, e non si accorga anzitempo
del raggiro – o non se ne accorga affatto.
Oggi i discendenti di Cappuccetto Rosso non si aggirano da
soli per i boschi, ma si muovono in gruppo. E all’interno di un
gruppo ognuno tende senza accorgersene a comportarsi come
tutti gli altri, anziché accettare la fatica e i rischi che implica il
pensare con la propria testa.
A rendere la sorte dei giovani ancora più difficile da schi-
vare è il fatto che i governi di molti Paesi hanno attivamente
agevolato le società finanziarie attraverso l’introduzione in tut-
te le università di corsi obbligatori (a prescindere dal corso di
laurea) teorici, ma anche pratici, sull’«arte di vivere a credito».
Così, con la complicità di un numero crescente di governi, i
prestiti, inevitabili quando si studia, sono stati resi all’apparenza
(ingannevole) facili da ottenere, e all’apparenza (illusoria) facili
da ripagare. Una volta laureato, lo studente medio si ritrova
dunque sommerso in una quantità di debiti che prima o poi
si riveleranno troppo gravosi per essere mai completamente
estinti. Debiti che quasi sempre sono garanzia di ulteriori debi-
ti, necessari a estinguerli... Una volta innescato il meccanismo
della vita-a-credito, contrarre nuovi debiti per ripagare i vecchi
appare come una procedura normale. In realtà si tratta invece di
un circolo vizioso a cui è impossibile sfuggire – a meno di non
troncarlo con determinazione.
Iniziata come un racconto da marinaio, questa storia si è pre-
sto trasformata in un racconto da contadino (ammesso che vi
ricordiate ancora della differenza, spiegata nella prima delle mie
lettere...). Quante Siobhan Healey vivono nel vostro quartiere?
O forse nella vostra stessa casa? O dormono nel vostro letto,
magari indossando il vostro pigiama?
14.
L’arrivo delle bimbe-donne

Stando a un articolo di Diana Appleyard apparso sul sito inter-


net http://dailymail.co.uk, Georgie Swann legge tutte le setti-
mane due riviste di moda e «trascorre molto tempo nella sua
stanza, provando i suoi capi preferiti, scarpe e borsette – delle
quali vanta una nutrita collezione». Adora il trucco, e possiede
una ventina di lucidalabbra. All’epoca dell’articolo, Georgie
stava mettendo da parte dei soldi per farsi aumentare il seno:
un intervento a cui non vedeva l’ora di sottoporsi e che sognava
l’avrebbe fatta somigliare al suo idolo, la modella Jordan. Beh,
penserete voi, di donne come Georgie ne esistono tante, e la
sua storia non ha nulla di particolare. Il fatto è che Georgie ha
dieci anni.
Georgie appartiene alla categoria sempre più nutrita di quel-
le che Appleyard definisce «bimbe-donne». L’autrice dell’arti-
colo cita inoltre alcuni dati emersi da una ricerca sull’infanzia
nel Regno Unito condotta su larga scala da Bob Reitemeier, di-
rettore generale della Children’s Society, e dalla quale risulta che
meno del 20 per cento dei bambini gioca regolarmente all’aria
aperta, che la maggioranza delle bambine di dieci anni è «osses-
sionata da capelli, moda e trucco» e che nel 26 per cento dei casi
sono fissate con il proprio peso e ritengono di non essere suffi-
cientemente magre. Reitemeier sottolinea con preoccupazione
il rapido aumento dei livelli di angoscia tra le giovanissime, che
non si ritengono «abbastanza magre né abbastanza belle» e che
«si confrontano con le immagini inarrivabili (e ritoccate) dei
loro idoli, pubblicate sulle riviste».
E se da un lato i genitori di Georgie approvano e condivi-
dono i gusti della figlia, che considerano «innocui e divertenti»,

­­­­­60
dall’altro l’articolo della Appleyard ha scatenato i commenti di
271 lettori – per lo più increduli e irritati – i quali condannano
la «prematura maturazione» di Georgie, e ne attribuiscono la
colpa ai genitori. Questi sono accusati innanzitutto di essere
imperdonabilmente distratti, accondiscendenti e tolleranti, e –
in secondo luogo – «troppo materialisti e amanti del denaro»,
quindi colpevoli di «abbandonare i figli a se stessi perché troppo
intenti a guadagnare soldi»; terzo, di tentare di mettere a tacere
la propria coscienza continuando ad offrire loro denaro, anziché
tempo e attenzioni.
È indubbio che gli autori di questi commenti irritati e accu-
satori non abbiano tutti i torti. Tuttavia, il fatto che le ragazzine
come Georgie siano sempre più numerose è dovuto anche ad
altri motivi, persino più importanti, e da ricercare altrove. Co-
me fa notare Neal Lawson nel suo All Consuming1, uno studio
di considerevole intuito e introspezione, «nel nostro mondo di
turbo-consumismo la commercializzazione dell’infanzia svolge
ormai un considerevole ruolo di traino». Lawson aggiunge però
che i bambini non rappresentano che uno dei numerosi terri-
tori invasi, conquistati e colonizzati dal turbo-consumismo che
avanza su numerosi fronti. Noi tutti (o quanto meno molti di
noi, e in numero sempre più cospicuo) «siamo stati convinti del
fatto che se non ci terremo al passo con le ultime tendenze la
nostra vita è destinata a fallire». E aggiunge: «Acquistiamo og-
getti per comunicare ciò che vogliamo essere e cosa desideriamo
che gli altri pensino di noi». In breve: «Ciò che compriamo si
fonde strettamente con la nostra identità. Ormai siamo ciò che
acquistiamo».
Si potrebbe forse dire che il tratto caratteristico del nostro
tempo è il progressivo venir meno della linea che separa gli atti
consumistici dal resto della nostra esistenza: non andiamo più
nei negozi per procurarci l’ingrediente mancante per preparare
una minestra, o sostituire un paio di scarpe ormai inutilizzabili.
I motivi che ci impediscono di restare a lungo lontano dalle ve-
trine sono altri: molto meno utilitaristici ma più invitanti. Tutte
le strade oggi portano ai negozi – quantomeno, questo è ciò che
ci viene fatto credere ogni giorno, in ogni occasione. Temi di

­­­­­61
non riuscire a mantenere i contatti con i tuoi conoscenti, a non
coltivare le amicizie? «Senza gli altri la vita è niente», annuncia
(a conferma delle tue paure) la pubblicità dell’ultimo modello
di cellulare, dove il prodotto non è presentato come un pratico
strumento per la trasmissione di informazioni, bensì in quanto
oggetto capace di dare senso alla nostra vita. «Il tuo orologio par-
la di te più di ogni altra cosa», strilla un altro slogan, indirizzato
a tutti coloro che cercano spasmodicamente di imporre agli altri
il modo in cui vorrebbero essere visti e «fruiti». Simili proposte e
promesse sono riassunte dalla pubblicità di un’automobile dalla
progettazione innovativa, che afferma senza mezzi termini: «Non
acquisti un’auto ma un pezzo di te stesso». Un «pezzo» – si legge,
implicitamente – certo non trascurabile, secondario e insignifi-
cante, che rappresenterà il tuo volto pubblico, la tua immagine
agli occhi degli altri, la tua interfaccia con il resto del mondo!
Nel mondo in rapida trasformazione in cui viviamo, questi
preziosi «pezzi» richiedono di essere aggiornati in continuazio-
ne; è proprio questa una delle principali ragioni alla base della
sorprendente popolarità dei network sociali come MySpace o
Facebook, che offrono la possibilità di «aggiornare» continua-
mente e istantaneamente la propria identità.
Com’è emerso dalla recente tesi di dottorato di Felicia Wu
Song presso la University of Virginia, «molti studenti universi-
tari ammettono di essere ‘dipendenti’ da Facebook, che lascia-
no costantemente aperto sul loro schermo. Lo controllano al
mattino, appena alzati, mentre studiano, e persino durante le
lezioni, tramite connessioni wireless». E, potremmo aggiungere,
non lo fanno semplicemente per soddisfare un’oziosa curiosità,
ma per trarre conclusioni istantanee e concrete e stabilire cosa
vada fatto oggi (ma non necessariamente domani o la settimana
prossima). «Nell’ambito dei loro rapporti personali», conclude
Wu Song, «i giovani americani non hanno alcun problema a
porsi come consumatori» (né, permettetemi di aggiungere, come
beni di consumo...).
Irritato da quanto letto nell’articolo di Diana Appleyard, Ri-
chard, un attento lettore di Grand Rapids, nel Minnesota, scri-
ve: «Le mie figlie (di nove e tredici anni) non usano cosmetici né

­­­­­62
lucidalabbra; non sono fissate con il cibo, gli abiti, le automobili
o altro. Sono sane, equilibrate, attive; sicure di sé senza essere
narcisistiche, e in generale sono davvero piacevoli. Attribuisco
gran parte di ciò al fatto che trascorro molto tempo in loro com-
pagnia: cucinando, facendo attività fisica, aiutandole nei compi-
ti, pulendo la casa, ecc. Oltre al fatto che non guardiamo la tv».
Richard sembra orgoglioso dei risultati ottenuti grazie alla
sua determinazione, e ha tutto il diritto di esserlo: opporsi alle
pressioni, resistere ai marosi, andare contro corrente e superare
circostanze apparentemente insormontabili richiede natural-
mente coraggio e determinazione, oltre alla capacità di rimanere
immuni alla tentazione di cedere alla rassicurante condizione di
fare «come tutti gli altri». Come ci ricorda Appleyard, «è quasi
impossibile impedire a delle bambine di dieci anni di chattare
con le loro amiche, leggere certe riviste e preoccuparsi della
propria linea». Ma Richard ha anche un altro motivo di van-
to: ammesso che abbia privato le proprie figlie dell’ebbrezza e
dell’estasi (come suggeriva Nietzsche) che derivano dal proce-
dere all’unisono, passo dopo passo, con il branco, ha anche ri-
sparmiato loro (come raccomanda di fare Bob Reitemeier, della
Children’s Society) di essere «inondate da immagini che non
sono emotivamente pronte ad affrontare». E che potrebbero
spingerle alla depressione...
Tutto ciò è, in definitiva, una questione di scelta. Scegliere è
segno di libertà. Libertà significa correre dei rischi. Il rischio che
Richard ha scelto di correre è che le sue figlie di nove e tredici anni
possano prima o poi ribellarsi e percepire e proclamare la propria
autonomia dal branco e dall’eccesso di immagini (condizione che
il padre ha amorevolmente offerto/imposto loro) come ennesimo
esempio di odiosa, rivoltante tirannia genitoriale.
15.
Ora tocca alle ciglia

Sapete a cosa si riferisce il termine «ipotricosi delle ciglia»? Sino


a tempi recenti la maggior parte delle donne riusciva a condurre
un’esistenza felice non solo ignorandone il significato, ma senza
neanche sapere di non saperlo, e quindi preoccupandosene an-
cor meno. Ma non durerà ancora per molto...
Che il corpo umano sia in molti casi lungi dall’essere perfetto
e necessiti di ritocchi e aggiustamenti che aiutino a migliorarlo
o lo obblighino a raggiungere i parametri desiderati non è una
novità. La cosmetica è una delle arti più antiche, e anche l’arse-
nale di sostanze, strumenti, espedienti e competenze che la sua
pratica richiede, o che si ritiene la facilitino, è una delle attività
più remote. Notiamo però un’interessante coincidenza: la sma-
nia di migliorare il proprio aspetto fisico è favorita da rimedi la
cui comparsa solitamente è preceduta dalla presa di coscienza
dell’imperfezione che questi aspirano a correggere. Prima arri-
va la buona novella: «Si può fare!», e subito dopo l’imperativo:
«Devi farlo!» – a cui fa immediatamente seguito la minaccia delle
orribili conseguenze (l’infamia e l’imbarazzo) a cui va incontro
chi osa contravvenirvi. Mentre facciamo i primi tentativi per
adottare le misure imposte da quel comandamento, consapevoli
che in tal modo potremo liberarci di un difetto abominevole, si
fa però strada in noi il timore dell’imbarazzo a cui ci esporremmo
nel caso in cui non dovessimo riuscire ad affrontare la battaglia
con coraggio e tenacia sufficienti, e rivelassimo a chi ci circonda
la nostra imperdonabile incompetenza, inettitudine, sciatteria e
indolenza.
L’esempio dell’ipotricosi delle ciglia non rappresenta che
l’ennesimo capitolo di un’antica tragedia che si ripete ancora

­­­­­64
oggi. È improbabile che una donna possa ritenersi felice sapen-
do di avere delle ciglia troppo corte, o non abbastanza folte (in
realtà tutte ritengono che le proprie ciglia siano troppo corte e
non abbastanza folte; e per quanto siano lunghe e folte, potreb-
bero sempre esserlo di più – non sarebbe bello se lo fossero?).
Tuttavia, in circostanze normali, poche di loro ne farebbero una
tragedia. E ancora meno numerose sono quelle che riterrebbero
di soffrire di una patologia, o un disturbo che impone una cura
radicale – alla stregua di un tumore al seno, o dell’infertilità. Alle
ciglia rade si sopravvive, e tale disgrazia può essere facilmente
mitigata o mascherata con qualche spennellatina di mascara.
Tutto ciò è cambiato da quando il colosso farmaceutico Al-
lergan (lo stesso che ha miracolato le donne che temono le ru-
ghe, offrendo loro il Botox) ha annunciato che ciglia rade e sotti-
li sono il sintomo di una patologia che richiede l’intervento della
medicina; affrettandosi ad aggiungere che, per fortuna, è stata
scoperta e immessa sul mercato una cura efficace per far fronte a
tale disturbo: una lozione chiamata «Latisse». Latisse promuove
la comparsa delle ciglia mancanti, e in un secondo tempo allun-
ga quelle filiformi già esistenti, rendendole più eloquenti. Ma
a una condizione: che la si applichi regolarmente, giorno dopo
giorno, vita natural durante. Interrompere la cura – efficace so-
lo a patto di essere seguita con continuità – ci condannerebbe
a regredire in men che non si dica all’obbrobriosa condizione
di partenza. Adesso che sappiamo che esiste un rimedio per il
problema delle ciglia rade, sarebbe imbarazzante e vergognoso
volerlo ignorare e continuare a esibire ciglia corte e poco folte.
Catherine Bennett, del «Guardian», fa notare che molti me-
dici pensano e ritengono che «le donne che non si sono sottopo-
ste ad alcun ritocco offrono moltissime opportunità di interven-
to» (e vorrei aggiungere: altrettante opportunità per arricchire
continuamente medici e farmacisti). Negli ultimi anni, infatti,
quello della chirurgia estetica è stato uno dei settori in più rapi-
da crescita (mentre la chirurgia plastica si dedica alla riparazione
chirurgica dei difetti di forma o funzione degli organi, quella
estetica, con la quale spesso è confusa, si prefigge di migliorare

­­­­­65
l’aspetto del corpo, e non il corpo in sé, e men che mai la sua
funzionalità e il suo stato generale).
Nel 2006, sono stati eseguiti solamente negli Stati Uniti un-
dici milioni di interventi di chirurgia estetica. Basta dare un’oc-
chiata ad alcuni siti web scelti a caso per rendersi conto che gli
ambulatori di chirurgia estetica, ormai diventata un’industria
imponente ed enormemente redditizia, si reclamizzano con
pubblicità infarcite di messaggi allettanti a cui pochissime, o
forse nessuna, delle donne preoccupate dal proprio aspetto (e
quindi, indirettamente, della loro posizione sociale e del loro
valore sul mercato della mondanità) sanno resistere:

Hai un seno piccolo e vorresti aumentarlo? Ti piacerebbe riscopri-


re le forme che avevi prima di metter su famiglia attraverso la liposu-
zione o l’addominoplastica? Possiamo aiutarti a scegliere la soluzione
che fa per te. Ribalta gli effetti dell’invecchiamento! Cambia quelle
caratteristiche che ti hanno preoccupato per anni! Ti restituiremo un
fisico nuovo che nemmeno la ginnastica e la dieta potrebbero darti.

Le tentazioni sono numerose, e la rete in cui cadere è am-


pia: c’è una soluzione a ogni problema e un problema per ogni
donna. E per ciascuna di loro esiste un messaggio capace di far
leva direttamente sull’amor proprio e sull’orgoglio, di puntarle
contro un dito accusatorio che la incolpa di non aver svolto il
proprio dovere con la dovuta solerzia.
Solo per il viso, gli ambulatori propongono lifting, impianti
per sollevare o definire mento e zigomi, rinoplastica, correzio-
ne delle orecchie ed eliminazione delle borse sotto agli occhi;
se il volto è passabile si può intervenire invece sul seno, con
operazioni additive o riduttive, che lo sollevino o riposizionino
i capezzoli. Per altre parti del corpo esistono poi liposuzione,
addominoplastica, impianti per glutei e polpacci, lifting delle
braccia e delle cosce, rimodellamento della vagina o «vaginopla-
stica». È pressoché garantito che simili pubblicità riusciranno
a scatenare una risposta di massa (e relative pressioni morali).
Nell’aprile del 2008, a pochi mesi dalla recente «stretta crediti-
zia», William Saletan, della Nbc, notava una tendenza a

­­­­­66
rendere le procedure estetiche talmente sicure e redditizie da indurre
studenti che altrimenti sceglierebbero medicina a dedicarsi invece alla
chirurgia estetica. Si calcola che ogni anno la chirurgia estetica – sotto-
gruppo della «medicina del privilegio» e parente stretta del «mercato
dell’estetica facciale» – frutti tra i dodici e i venti miliardi di dollari.
Stando a un articolo pubblicato due settimane fa dal «New York Ti-
mes», lo scorso anno le tre specializzazioni mediche (su diciotto) più
ambite dai migliori studenti dell’ultimo anno di medicina sono state
quelle a maggior vocazione estetica...

La storia, insomma, si ripete: il corpo femminile «non ritocca-


to» è considerato un vero e proprio terreno vergine, non ancora
sfruttato (ovvero, che non desiderando di essere «ritoccato» non
frutta); un campo lasciato incolto e per questo più fertile di quelli
già lavorati, e rispetto ai quali promette guadagni ben più sostan-
ziosi. Un terreno disperatamente bisognoso di trovare un’azien-
da agricola in gamba, capace e creativa a cui garantire almeno nei
primi anni di sfruttamento guadagni facili e abbondanti (anche
se, in base al principio economico dei ritorni decrescenti, i rica-
vi inizieranno a diminuire con l’aumentare degli investimenti).
Nemmeno un centimetro quadrato del corpo femminile dovreb-
be essere considerato immune al miglioramento.
La vita è incerta, e la vita delle donne lo è forse più di quella
degli uomini. Tale insicurezza rappresenta un capitale potenzia-
le che nessun uomo d’affari degno di questo nome dovrebbe la-
sciarsi sfuggire. E poiché nessuna quantità di Latisse o di Botox,
per quanto regolarmente applicati, potrà dissiparla, la Allergan
e le altre case farmaceutiche possono contare su entrate costanti
e sempre maggiori. Mentre le donne, dal canto loro, possono
star certe che una lunga, infinita serie di scoperte annuncerà
loro che quei difetti sino a oggi ritenuti piccoli inconvenienti
rappresentano invece delle gravi minacce, da combattere notte e
giorno, con le unghie e con i denti (e l’aiuto, naturalmente, della
lozione giusta, o dell’intervento chirurgico più appropriato).
16.
La moda, un moto perpetuo

Perpetuum mobile: un congegno autosostentato e autosufficien-


te, con tutto il necessario per mantenersi in moto ininterrotto e
continuo, quindi in eterno movimento, tale da non richiedere
alcuno stimolo esterno per continuare a muoversi; nessun im-
pulso, spinta o traino, nessun intervento di forze esterne, nessu-
na ulteriore immissione di energia...
È almeno dai tempi di Galileo e di Newton che saggi e misti-
ci, trafficoni e ciarlatani, sognano il moto perpetuo: oggetto di
febbrile sperimentazione e causa di frustrazione infinita. A più
riprese ne è stata annunciata la miracolosa scoperta o invenzione
– successivamente smentita dalle dimostrazioni, smascherata in
quanto illusione scaturita dall’ignoranza di un dilettante, o beffa
di un impostore mosso dall’avidità e resa possibile dalla creduli-
tà del popolo – oggi ridotta a semplice notazione a margine nel
lungo e ancora incompleto racconto dell’irrazionalità umana. In
ultimo, il sogno del moto perpetuo è finito sul cumulo dei rifiuti
degli abbagli popolari, non tanto per la lunga sfilza di delusioni
che ha suscitato quanto per il verdetto di inattuabilità e la sen-
tenza definitiva di condanna a morte emessi nei suoi confronti
dalla fisica moderna.
Non c’è da discutere con le asserzioni dei fisici: quando si
tratta di «realtà fisica» – che comprende anche le condizioni ne-
cessarie a imprimere il moto a dei corpi immobili, modificarne la
velocità o la direzione o riportarli in uno stato di quiete – è a loro
che spetta l’ultima parola, che dobbiamo accettare con grande
umiltà. Ma a quel diverso livello della realtà, detta «sociale» – in
cui i corpi, pur continuando a obbedire alle leggi della fisica,
sono indifferenti ai suoi fini e alle sue spiegazioni, e reagiscono

­­­­­68
invece alla regola del cambiamento intenzionale – accadono co-
se che gli scienziati (come avrebbe detto Shakespeare) non sa-
prebbero né potrebbero immaginare. Lì, in quell’altro mondo,
un moto perpetuo – un cambiamento che si innesca, si spinge
e si sostiene da sé; un movimento apprezzabile non tanto per
la sua incapacità di continuare a muoversi da solo, quanto per
l’incapacità di fermarsi, o anche solo di rallentare – a un tratto
non è soltanto una possibilità, ma una realtà concreta. E la moda
ne è l’esempio supremo.
«Della moda», ha osservato Georg Simmel, «non si può dire
che è. È in continuo divenire»1. Al contrario dei processi fisi-
ci e tuttavia molto affine al concetto e al tipo ideale di moto
perpetuo, nel caso della moda ad apparire inconcepibile non è
la possibilità di mantenersi in moto all’infinito (continuando a
funzionare), bensì l’eventualità che si interrompa la sequela di
trasformazioni auto-indotte e già in atto. Anzi, l’aspetto più sor-
prendente di questa straordinaria prerogativa è rappresentato
dal fatto che mentre la sua opera – il suo impatto sul mondo in
cui agisce – viene espletata, il processo di trasformazione non
perde slancio. Il «divenire» della moda non appare solamente
inesauribile e inarrestabile, ma acquista sempre più impeto e
capacità di accelerazione con l’aumentare del suo impatto tan-
gibile e concreto, e del numero di oggetti che coinvolge.
Se la moda fosse soltanto un normale processo fisico, rappre-
senterebbe una mostruosa anomalia che contravviene alle leggi
della natura. Tuttavia, non si tratta di un fenomeno della fisica:
è un fenomeno sociale, e la vita sociale è, nel suo insieme, un
congegno sorprendente, capace di sottrarsi al secondo principio
della termodinamica e ricavarsi una nicchia al riparo dalla ma-
ledizione dell’entropia – quella «quantità termodinamica» che
rappresenta (stando al sito internet http://www.princeton.edu)
«la quantità di energia presente in un sistema che non è più utiliz-
zabile per il lavoro meccanico», e che «aumenta con il diminuire
della materia e dell’energia nell’universo, sino al raggiungimento
di uno stato finale di uniformità inerte». Nel caso della moda,
l’«uniformità inerte» non rappresenta lo «stato finale», ma è anzi
una prospettiva sempre più remota. È come se la moda fosse do-

­­­­­69
tata di valvole di sicurezza incorporate capaci di attivarsi molto
prima che l’obiettivo dell’«uniformità» – presumibilmente uno
dei moventi fondamentali degli esseri umani e in grado di inne-
scare il moto perpetuo del processo della moda – sia sfiorato al
punto da minacciare di compromettere o vanificare e annullare
la capacità che la moda ha di attrarre e sedurre. Poiché l’entropia
è, per così dire, un fenomeno di «contro-differenziazione», la
moda – che trae il proprio slancio dalla propensione umana di
opporsi alle differenze e desiderare che esse vengano annullate
– riesce a riprodurre in quantità sempre maggiori quelle stesse
divisioni, ineguaglianze, discriminazioni e privazioni che pro-
metteva di mitigare, ridurre o addirittura eliminare del tutto.
Il moto perpetuo – irraggiungibile nell’universo fisico – si
materializza invece nel mondo della socialità, dove riesce ad
assurgere a norma. Com’è possibile? Combinando, spiega Sim-
mel, due impulsi o desideri umani di uguale forza e impeto –
compagni mai separabili e tuttavia costantemente in contrasto
tra loro e intenti a spingere e trainare le imprese umane in dire-
zioni diametralmente opposte. Appropriandoci ancora una vol-
ta di una metafora che ci è suggerita dal vocabolario della fisica,
potremmo dire che nel caso della moda la «energia cinetica» del
movimento viene gradualmente – ma completamente – trasfor-
mata in un’energia potenziale pronta a trasformarsi nell’energia
cinetica del contro-movimento. Il pendolo continua a oscillare,
e in teoria potrebbe continuare a farlo all’infinito, sfruttando il
proprio slancio.
I due impulsi o desideri umani in questione sono il desiderio
di far parte di un insieme e l’impulso all’individualizzazione, o
unicità; un sogno di appartenenza e un sogno di autoaffermazio-
ne; desiderio di conferme sociali e brama di autonomia; impulso
a emulare e spinta verso la separazione. In definitiva, potremmo
dire: bisogno della sicurezza del tenersi per mano e della libertà
di lasciarla andare... O, contemplando lo stesso dilemma emoti-
vo da una prospettiva opposta: la paura di emergere e il terrore
della dissoluzione di sé.
Proprio come molte coppie sposate (o forse la maggioranza?),
sicurezza e libertà non possono vivere l’una senza l’altra, e tuttavia

­­­­­70
considerano la vita in comune una gravosa incombenza. La sicu-
rezza senza libertà equivale a una condanna alla schiavitù, mentre
la libertà senza sicurezza è una condanna all’incertezza logorante
e inguaribile. Quando vengono meno la compensazione o i limiti
forniti dal proprio partner (o forse dal proprio «alter-ego»), sia la
sicurezza che la libertà si trasformano da valori vagheggiati a incubi
terrificanti. Sicurezza e libertà hanno bisogno l’una dell’altra, e tut-
tavia non tollerano la presenza reciproca. Si desiderano e si respin-
gono a vicenda nello stesso tempo, benché le proporzioni dei due
sentimenti contraddittori mutino in base ai frequenti (tanto fre-
quenti da essere considerati la norma) allontanamenti dall’«aurea
mediocrità» di un assetto (temporaneamente) equilibrato.
Di norma, i tentativi di conciliarli e porli in equilibrio si dimo-
strano incompleti, non del tutto soddisfacenti e soprattutto trop-
po incerti e fragili per dare l’impressione di esser definitivi. C’è
sempre qualche punto oscuro da chiarire, ma a ogni intervento si
corre il rischio di scardinare una trama sociale molto fragile. Per
questo motivo i tentativi di riconciliarli non raggiungeranno mai il
loro scopo esplicito o implicito, manifesto o latente; e tuttavia non
saranno – non possono essere – abbandonati. È questo il motivo
per cui la coesistenza di sicurezza e libertà è destinata a restare
«piena di rumore e di furore, che non significa nulla», come per
Macbeth. La sua ambivalenza, endemica e irrisolvibile, la rende
un’inesauribile fonte di energia creativa e di ossessiva trasforma-
zione. Per questo è destinata a essere un moto perpetuo.
«La moda», afferma Simmel, «è una particolare forma di
vita che deve assicurare un compromesso tra la tendenza al li-
vellamento sociale e la tendenza all’unicità individuale». Questo
compromesso, ricordiamolo, non può rappresentare uno «stato
permanente». Non può essere stabilito una volta per tutte. La
clausola «fino a nuovo avviso» (che di norma arriva orrendamen-
te presto!) è scolpita in maniera indelebile sulla sua modalità di
esistenza. Quel compromesso, esattamente come la moda stes-
sa, è continuamente «in divenire». Non può restare immobile e
richiede di essere sempre rinegoziato. Innescata dall’istinto ad
affermarsi sugli altri (si veda la «Introduzione. Che cosa non va
nella felicità?» nel mio L’arte della vita)2, la ricerca di ciò che (per

­­­­­71
ora) è di moda porta rapidamente a trasformare ciò che consi-
deriamo un simbolo di distinzione in banale e ordinario – tanto
che una breve distrazione o la minima decelerazione nel ritmo di
cambiamento (per non parlare della trascuratezza) può indurre
in men che non si dica un effetto opposto a quello desiderato:
la perdita dell’individualità. Occorre allora ottenere rapidamente
nuovi caratteri simboli di distinzione, mentre quelli ormai scaduti
devono essere subito e ostentatamente portati al macero. Occorre
che il precetto di «ciò che non va più» sia osservato e rispettato
con la stessa attenzione che applichiamo al precetto di «ciò che è
nuovo e (per ora) in ascesa». Uno status, così com’è indicato, co-
municato e affermato dall’acquisizione ed esibizione di simboli di
moda (di breve vita e modificabili in modo esasperante) è definito
in ugual misura tanto dai segni vistosamente esibiti che da quelli
vistosamente assenti.
Nella succinta ma toccante sintesi presentata da Hadley Free-
man nel «Guardian» del 9 settembre 2009, «l’industria della
moda non è interessata a far sentire le donne bene riguardo a
se stesse. La moda mira a indurre nelle persone il desiderio di
qualcosa che difficilmente potranno ottenere [...] e ogni soddi-
sfazione che offre è fuggevole e sottilmente deludente».
Il moto perpetuo della moda è dunque il determinato, abile
ed esperto annientatore di qualsiasi staticità. La moda ci sotto-
pone stili di vita alla maniera di una rivoluzione permanente e
impossibile da portare a termine. Dato che il fenomeno della
moda è intimamente e inseparabilmente collegato a due attributi
«eterni» e «universali» del modo umano di essere-nel-mondo e
alla loro incompatibilità altrettanto irrimediabile, la sua onni-
presenza non si limita a una o a poche prescelte forme di vita. In
qualunque momento della storia umana e in ogni regione abitata
dall’uomo, la moda gioca un ruolo attivo e cruciale nel far sì che
il cambiamento costante sia la norma del modo umano di essere-
nel-mondo. Il modo in cui opera però, e le istituzioni che la so-
stengono e la assecondano mutano da una forma di vita all’altra.
L’attuale varietà del fenomeno della moda è determinata dal-
la colonizzazione e dallo sfruttamento di quell’eterno aspetto
della condizione umana da parte dei mercati consumistici.

­­­­­72
17.
Il consumismo
non è solo una questione di consumi

È ovvio: siamo tutti consumatori, e lo saremo finché viviamo.


Non può essere altrimenti: se smettessimo di consumare mori-
remmo, si tratterebbe soltanto di vedere quanti giorni potrem-
mo resistere. Il consumo (che l’Oxford English Dictionary asso-
cia ai verbi: usare completamente, mangiare/bere sino alla fine,
esaurire, spendere, sprecare, consumarsi) è una necessità. Ma il
«consumismo» – la tendenza a considerare l’assillo del consumo
uno strumento privilegiato tramite il quale appagare ogni altro
assillo, e a riconoscergli troppo spesso la prerogativa di essere il
fine ultimo di tale appagamento – non lo è.
Il consumismo è un prodotto sociale, non un verdetto irre-
versibile dell’evoluzione biologica. Se si desidera vivere in base
alle regole del consumismo, limitarsi a consumare per soprav-
vivere non basta: il consumismo infatti è molto, molto più del
semplice consumo e assolve a molteplici funzioni. Si tratta di un
fenomeno multiuso e multifunzionale: una sorta di passe-partout
capace di aprire ogni porta, uno strumento assolutamente, real­
mente universale. Consumismo significa trasformare gli esseri
umani, innanzitutto e soprattutto, in consumatori, facendo pas-
sare ogni loro altra caratteristica in secondo piano, retroceden-
dola a ranghi inferiori e derivati. Consumismo significa anche
convertire le necessità biologiche in capitale commerciale. E
talvolta anche politico.
Permettetemi di spiegare cosa intendo dire: all’indomani de-
gli attacchi che distrussero due emblemi gemelli della suprema-
zia americana, colpiti da aerei pilotati da terroristi, il presidente
George W. Bush si rivolse agli americani, ancora sconvolti e sbi-
gottiti, esortandoli a «tornare a fare shopping» – da intendere

­­­­­73
come un invito a riprendere la loro vita normale. Evidentemen-
te, già prima che il nemico li colpisse, gli americani erano stati
convinti del fatto che fare shopping fosse il modo (forse l’unico,
e di certo il principale) per curare ogni afflizione, respingere e
rispedire al mittente qualsiasi minaccia e porre rimedio a ogni
guasto. Scegliere lo shopping come reazione a una sfida nuova,
inaudita e del tutto sconosciuta, e quindi eccezionalmente orren-
da, stupefacente e sconcertante era quindi il modo più semplice
e sicuro per ricondurre un evento terribile al modesto rango di
banale seccatura: svuotarlo, addomesticarlo, renderlo familiare,
ammansirlo e (ultimo ma non meno rilevante) privarlo del suo
veleno. «Fare shopping» voleva dire «torniamo alla normalità».
Tutto è come prima. Come per tante altre circostanze, meno
drammatiche ma non meno significative (come ad esempio la
periodica flessione del prodotto nazionale lordo – ovvero della
quantità di denaro che cambia di mano, indice ufficiale del livello
di prosperità economica di un Paese; o della strisciante paura di
una recessione economica imminente), si è ritenuto che la sal-
vezza dipendesse dalla decisione dei consumatori di tornare al
diligente adempimento del loro dovere di fare acquisti e spende-
re il denaro che avevano guadagnato o speravano di guadagnare
– dopo un intervallo auspicabilmente breve in cui avevano do-
vuto tirare la cinghia. Che «salvare il Paese dalla depressione» o
«condurre il Paese fuori dalla recessione» spetti ai consumatori è
ormai un dogma che non mettiamo quasi più in discussione: uno
dei pilastri della saggezza popolare e del buon senso. E mentre
il significato di «cittadinanza» si sposta progressivamente verso
un modello di consumatore docile, quello di «patriottismo» si
adegua, spostandosi verso un modello di shopping coscienzioso
e impegnato.
E tuttavia non è questo l’unico uso a cui è stata ridotta la
banale, umile esigenza di consumare in una società consumistica
quale è la nostra. Si tratta semplicemente di un esempio tratto
da un’ampia categoria di problemi con cui ci troviamo a fare i
conti, o con i quali ci viene detto che dovremo farli presto, o
li abbiamo già fatti. La via più comune alla soluzione di questi
problemi è stata deviata in modo da obbligarla a passare inevi-

­­­­­74
tabilmente per i negozi. L’archetipo di questa vasta categoria (in
crescita inarrestabile) di soluzioni di problemi basate sul fare
shopping ce lo fornisce la malattia fisica, per la quale cerchiamo
rimedi in farmacia. Si potrebbe dire che in una società consumi-
stica, tutti i negozi e le rivendite commerciali sono innanzitutto
e soprattutto delle farmacie: a prescindere da tutte quelle merci
non strettamente curative disposte sui loro scaffali ed espositori,
destinate a clienti presenti e futuri.
La maggior parte dei beni in vendita, a dispetto della loro
apparente finalità, sono dei medicinali (o quanto meno si sugge-
risce e si immagina che lo siano). Si crede e si auspica che l’ac-
quisto e il consumo di tali beni siano azioni che possano lenire
disagi o dolori altrimenti destinati a peggiorare e esacerbarsi. O,
meglio ancora, dei prodotti capaci di prevenire il malcontento
immancabilmente destinato a insorgere negli acquirenti pigri e
negligenti. Disagi di ogni sorta, e non solo quelli che nascono dal
mancato approvvigionamento del guardaroba o del frigorifero,
a cui attingiamo per i nostri consumi quotidiani, o del ciclico
rifornimento di scorte esaurite o consumate, ma anche la paura
di perdere il proprio «valore di mercato» e trovarsi estromessi
dalle «dinamiche sociali»: perdere la stima, la popolarità, la com-
pagnia, addirittura gli amici – il tutto perché non si è tenuto il
passo con la moda del momento e le sue dinamiche più diffuse,
e si è trascurato di procurarsi gli oggetti di cui le persone che ci
circondano parlano con tanto trasporto e interessarsi alle attività
che suscitano tanta passione in loro. In breve, il grave senso di
disagio che deriva dall’aver trascurato l’eventualità di rimanere
esclusi per sempre da invenzioni e scoperte altrui, in grado di
offrire nuove sensazioni e soddisfazioni, e tutto perché ci siamo
persi il momento del loro arrivo. O il costante ribollire del dubbio
circa l’attualità delle conoscenze e competenze che abbiamo ac-
quisito nel passato e che continuiamo ancora, imprudentemente,
a mettere in campo: il tormentoso sospetto che tali conoscenze e
competenze, come ogni cosa in questo mondo in rapida trasfor-
mazione, debbano essere aggiornate e riviste con urgenza.
La certezza di aver tenuto il passo con il ritmo frenetico del
cambiamento, e quindi di essere ancora nel giusto, richiede ogni

­­­­­75
giorno nuove prove e nuove conferme. Per trovare la risposta a
tutte queste ansie, assicurarsi di essere ancora sui binari giusti e
pronti a rimanere in gioco basta aggirarsi per un centro commer-
ciale. Il disagio più toccante, una sorta di meta-disagio che è alla
base di tutte le altre forme più specifiche di disagio e ci spinge a
visitare incessantemente le farmacie del consumo, è l’incertezza
di trovarsi nel giusto: il sospetto che le nostre preferenze (le
nostre scelte, ciò che facciamo, il modo in cui ci comportiamo)
possano non essere conformi ai giudizi correnti.
Le farmacie tradizionali, rivendite antiche e ormai obsolete,
promettevano di mitigare il dolore e alleviare altri disagi fisici.
Si andava dal farmacista per ottenere un rimedio contro il mal
di gola, il raffreddore, il mal di schiena o il bruciore di stomaco:
il dolore che ci spingeva a correre dal farmacista in cerca di
consiglio e aiuto non aveva nulla di misterioso o vago. Ma se
oggi le farmacie del consumo si basassero stupidamente soltanto
sulle vittime di malori ben definibili, il numero dei loro clienti
abituali sarebbe decimato. Per fortuna non commettono una
tale sciocchezza, e si assicurano che «il silenzioso e impercetti-
bile piede del tempo» citato da Shakespeare non avanzi imper-
cettibilmente né – il cielo non voglia – silenziosamente. Oggi il
«piede del tempo» strepita da ogni televisore e ogni cuffia; da
ogni pagina di ogni rivista patinata e da ogni conversazione dei
suoi mercenari – consapevoli o ignari, non retribuiti (ironica-
mente, sono loro a pagare!) ma audaci e agguerriti – e anche
dei suoi agenti, nemmeno loro retribuiti, e tuttavia agguerriti e
solerti. A dispetto di Shakespeare, il «piede del tempo» non è
più inavvertito. Il rumore del suo arrancare o incedere rappre-
senta un segnale di allarme: ricordatevi che il tempo ha piedi
agili, lesti e veloci. Bisogna correre più veloce che si può (come
ammonì profeticamente Lewis Carroll) solo per rimanere fermi
nello stesso punto...
In una società consumistica, il rumore dei piedi del tempo
che incede spedito a passi piccoli e veloci ribadisce chiaramente
questo messaggio: non è soltanto ciò di cui non siete sicuri che
richiede la vostra immediata attenzione, ma anche ciò per cui
ancora non sapete di provare incertezza. Questo si traduce in un

­­­­­76
inesorabile, irrevocabile e inequivocabile rintocco funebre per
ciascuna delle nostre certezze. Poiché ogni certezza è arbitraria
e, nel migliore dei casi, valida sino a nuovo avviso, e ogni fiducia
in se stessi è il prodotto di un’attenzione insufficiente o di igno-
ranza bella e buona, la più infida varietà di incertezza è quella
che temiamo di meno, o non temiamo affatto, quella di cui non
siamo ancora, pericolosamente, consapevoli...
Fortunatamente per tutti noi, prigionieri volenti o nolenti del
consumismo, le farmacie del consumo affollano le nostre strade
principali e si riproducono con nuove succursali sempre più
sofisticate e onnipresenti, desiderose di offrirci quei servizi vitali
di cui abbiamo bisogno: liberarci dall’incertezza di cui siamo
consapevoli e aprirci gli occhi di fronte a quelle che ancora non
sappiamo di provare.
18.
Che ne è stato delle élites culturali?

Trent’anni fa il grande sociologo francese Pierre Bourdieu an-


nunciava (nella sua influentissima opera La distinzione. Critica
sociale del gusto) che i rappresentanti dell’«élite culturale» – ov-
vero coloro che si riteneva detenessero l’autorità suprema per
stabilire le differenze tra comme il faut e comme il ne faut pas
(ciò che è opportuno e ciò che non lo è) in ambito «culturale» –
fossero diversi da noi in virtù di un senso artistico altamente se-
lettivo e di parametri rigidamente definiti, in stridente contrasto
con il gusto generico, rozzo, e l’assenza (o il palese lassismo) di
criteri che ci contraddistinguono. Su tale contrasto poggiava la
distinzione tra cultura «alta» (approvata e professata dall’«élite
culturale») e «bassa» («popolare» o «di massa»).
Secondo uno studio condotto da Andy McSmith e pubblica-
to sull’edizione on-line di «The Independent», alcuni autorevoli
accademici dell’autorevolissima Oxford hanno dichiarato che
«l’élite culturale», così com’era intesa un tempo, «non esiste»1.
Basandosi su dati raccolti tra Regno Unito, Cile, Francia, Un-
gheria, Israele, Paesi Bassi e Stati Uniti, Tak Wing Chan, John
Goldthorpe (ricercatori di scienze sociali a Oxford) e altri tredici
studiosi sono giunti alla conclusione che non c’è più traccia di
un’«élite culturale» del tipo descritto da Bourdieu – ovvero: una
congrega di persone di qualità, capaci di distinguersi da chi è loro
inferiore perché vanno all’opera e ammirano tutto ciò che è con-
siderato di volta in volta «vera arte», e al tempo stesso storcono
il naso e trattano con disprezzo «tutto ciò che è volgare, come
un motivetto di successo o le trasmissioni televisive più seguite».
La scomparsa dell’élite di vecchio stampo (ma non dell’«élite
culturale» in sé!) non rappresenta invero una grande novità. Già

­­­­­78
nel 1992 Richard A. Petersen, della Vanderbilt University, per
definire la natura del gusto (o meglio: l’assenza di gusto) tipica
dei «leader culturali» di quel periodo fece ricorso alla metafora
dell’«onnivoracità»2: arie d’opera e canzoni pop, forme d’arte
«alta» e programmi televisivi nazional-popolari; un po’ di que-
sto e un po’ di quello; ora questo, ora quello. Di recente Peter-
sen ha ribadito la sua scoperta originale: «Assistiamo a un cam-
biamento delle dinamiche interne dell’élite: dagli intellettuali
che disdegnano ogni forma di cultura popolare, bassa, volgare
o di massa [... siamo passati] a degli intellettuali che consumano
in modo onnivoro un’ampia varietà di forme d’arte, sia popo-
lari che ‘alte’»3. In altre parole, Nihil «culturale» a me alienum
puto: non c’è nulla di «culturale» che rifiuterei a priori, senza
provarlo prima – benché non ci sia neanche nulla di «culturale»
con cui sono pronto a identificarmi sempre e comunque, a costo
di escludere altri piaceri. Mi trovo a casa ovunque, benché (o
perché) quel luogo che chiamo casa non esiste da nessuna parte.
In definitiva, non si tratta più di opporre un gusto (raffinato) a
un altro (volgare), ma di contrapporre l’onnivoracità all’univo-
racità – la disponibilità a consumare e gustare di tutto contro
la discrezionalità, la selettività di apprezzamento, il disgusto o
l’incomprensione aprioristici. L’élite è più viva, vegeta e scalpi-
tante che mai, ed è troppo presa da eventi culturali di ogni tipo
per avere il tempo di fare proseliti e convertire. E alle folle di
univori che affollano i gradini più bassi della gerarchia cultura-
le, questa élite, nella sua più recente incarnazione, ha solo due
messaggi da dispensare: «Piantatela di fare i difficili, siate meno
selettivi» e «Consumate di più». Si è lavata le mani da ogni vo-
cazione a convertire, formare seguaci, illuminare, nobilitare e,
nell’insieme, «elevare» il «popolo» (ridefinito come «massa» o,
con espressione più adeguata, «consumatori culturali»).
A riprova di ciò, in quelle regioni del mondo da dove si le-
vano, si esprimono e si dibattono appelli a favore della cultura,
l’arte ha perso (o quanto meno sta rapidamente perdendo) la sua
funzione di ancella di una gerarchia sociale impegnata a ripro-
dursi – proprio come, tempo addietro, la cultura nel suo insieme
perse la propria originaria funzione di ancella delle gerarchie di

­­­­­79
nazioni, Stati e classi emergenti. Oggi l’arte è libera di mettersi
al servizio delle singole preoccupazioni di auto-identificazione
e auto-affermazione.
Potremmo dire che, in questa sua fase liquido-moderna, la
cultura (in particolare nella sua manifestazione artistica) si adatta
a pennello alla libertà di scelta individuale (deliberatamente per-
seguita, o sopportata come un obbligo) e si prefigge di essere al
servizio di tale libertà. E di assicurarsi che tale scelta continui a
essere inevitabile: una necessità vitale e un dovere. Tale responsa-
bilità, compagna inalienabile del libero arbitrio, poggia laddove
la condizione liquido-moderna la costringe a poggiare: ovvero
sulle spalle dell’individuo, oggi promosso unico responsabile del-
la «politica di vita» condotta su base individuale.
Oggi, come ben si addice a una società di consumatori quale
è la nostra, la cultura è fatta di offerte, e non di norme. Proprio
come notava Bourdieu, la cultura vive di seduzione e non di
regole prescrittive; di pubbliche relazioni, non di controlli; crea
nuove esigenze, desideri, bisogni e capricci, non coercizione.
Questa nostra società è una società di consumatori, e la cultura –
proprio come il resto del mondo, così come è visto e vissuto dai
consumatori – diventa una grande riserva di prodotti destinati
al consumo e in competizione fra loro per assicurarsi la fluida,
transitoria, effimera attenzione dei possibili consumatori, nel-
la speranza di attirarla, afferrarla e trattenerla per una durata
che non sia limitata a un attimo fuggente. Rinunciare a canoni
ben definiti, abbandonarsi alla mancanza di discernimento, as-
secondare ogni gusto senza privilegiarne alcuno, incoraggiare la
discontinuità e la «flessibilità» (termine diffuso e politicamente
corretto che descrive la mancanza di spina dorsale) e idealizza-
re l’instabilità e l’incoerenza: tutti questi atteggiamenti concor-
rono dunque a definire la giusta (l’unica ragionevole? l’unica
possibile?) strategia da seguire. Dimostrarsi esigenti, storcere il
naso o la bocca non sono atteggiamenti consigliabili. Un critico
televisivo molto seguito ha decantato lo spettacolo organizzato
per il Capodanno del 2008 perché offriva «un intrattenimento
musicale talmente vario da soddisfare ogni appetito». «Il bello»,
ha spiegato il critico, «è che questo fascino universale permette

­­­­­80
di immergersi o estraniarsi dallo spettacolo in base alle proprie
preferenze»4. Una prerogativa encomiabile e appropriata a una
società dove le reti si sono sostituite alle strutture, e il gioco
di avvicinamento/distacco e una serie infinita di connessioni e
disconnessioni si sono sostituiti alla capacità di «determinare»
e «stabilire».
La cultura si sta sempre più trasformando nel reparto di quel
grande magazzino che espone «tutto ciò di cui hai bisogno e
che sogni di avere» in cui si è trasformato il mondo abitato dai
consumatori. Gli scaffali, come in altri reparti dello stesso ne-
gozio, sono zeppi di merci rifornite in maniera costante, mentre
i banconi sono tappezzati dalle pubblicità delle ultime offerte
– destinate a scadere presto, così come i beni che promuovono.
Sia le merci che la pubblicità sono stati pensati per indurre il
desiderio e scatenare la voglia di possedere le ultime novità; e,
al tempo stesso, reprimere qualsiasi tentazione o voglia di con-
servare il vecchio (secondo una nota affermazione di George
Steiner, sono state studiate per garantire «il massimo impatto e
l’obsolescenza immediata»). Venditori e pubblicitari puntano
sul connubio tra il potere seduttivo delle offerte, l’inveterata
propensione umana a dimostrarsi migliori del prossimo e l’im-
pulso dei loro potenziali clienti a «distinguersi», o quantomeno
a tenere il passo con la massa di coloro che seguono la moda.
La cultura liquido-moderna non ha «persone» da «coltiva-
re», ma clienti da sedurre. E a differenza dell’epoca «solido-mo-
derna» che l’ha preceduta, non intende perseguire il proprio
scopo sino al suo compimento (prima è, meglio è). Il suo com-
pito è invece quello di prolungare all’infinito la propria soprav-
vivenza – sforzandosi di rendere transitorio ogni aspetto della
vita di coloro che un tempo erano i suoi protetti e potenziali
proseliti, e oggi sono i suoi clienti.
19.
Farmaci e malattie

Il concetto di «malattia» è noto a tutte le culture e trova riscon-


tro in ogni idioma. Ogni lingua possiede e conserva, da tempo
immemore, un equivalente semantico che indica, come sugge-
rito dal termine dis-agio, l’assenza di «agio»: una sofferenza,
un dolore fisico o psicologico, un mal-essere, un dis-turbo, una
in-fermità. Un termine che ci comunica che l’individuo a cui è
riferito non versa in uno stato ottimale e le sue condizioni non
sono quelle che normalmente ci si aspetterebbe. La malattia se-
gnala la a-normalità della condizione della persona interessata.
Nel suo impiego corrente, però, il termine «malattia» (males-
sere, malanno) è spesso impiegato come fosse intercambiabile
con quello di «patologia». Una parola, questa, di cui soltanto
all’apparenza è sinonimo, ma che velatamente introduce un si-
gnificato ulteriore ed essenziale e sposta l’enfasi verso un registro
assolutamente diverso, passando da una condizione, l’«assenza
di agio», all’azione che tale stato si presume o si ritiene che ri-
chieda. Infatti attribuisce all’azione intrapresa, o in procinto di
esserlo, il potere di definire la condizione a cui dovrebbe porre
rimedio: al giorno d’oggi è l’intervento dei medici che trasforma
una circostanza in emergenza.
Quindi il termine «patologia» palesa ciò che altrimenti sareb-
be rimasto oggetto di dibattito, e forse di controversia: se cioè la
condizione di cui si parla può essere risolta, e può richiedere un
intervento di tipo medico. Presuppone che l’esigenza di ricorre-
re a cure mediche sia già stata decretata («è ovvio»), e prefigura
visite mediche in studio o a domicilio, analisi a cui sottoporsi,
trattamenti indicati e medicinali prescritti. Riconferma, benché
indirettamente, che la professione medica e farmaceutica hanno

­­­­­82
e dovrebbero avere la responsabilità e il controllo del corpo e
della mente dell’individuo malato. Quando abbiamo l’impres-
sione che malattia e patologia siano la stessa cosa (e dunque, in
maniera obliqua ma risoluta, una proiezione dell’intervento di
tipo medico), il fatto di star male è definito dalla circostanza di
esser soggetto a, avere i requisiti per ed esigere un intervento
di tipo medico. «Essere malato» oggi significa chiedere l’aiuto
del dottore, così come un dottore che offre il proprio aiuto pre-
suppone che ci si trovi di fronte a una condizione di malattia...
Ma cosa viene prima, l’uovo o la gallina? E qual è l’uno e quale
l’altra?
Come ha suggerito Marcia Angell nella sua recensione di tre
lunghi studi per la «New York Review of Books» in data 15
gennaio 2009, «negli ultimi anni le società farmaceutiche hanno
messo a punto un metodo nuovo e assai efficace per espandere
il proprio mercato. Anziché promuovere farmaci per curare di-
sturbi, hanno iniziato a promuovere disturbi che si adattano ai
loro farmaci». La nuova strategia è «di convincere gli americani
che esistono due soli tipi di persone: quelle che soffrono di pato-
logie che richiedono una cura farmacologica e quelle che ancora
non sono consapevoli di soffrirne».
Lasciatemi aggiungere, però, che non sono state necessa-
riamente le società farmaceutiche a inventare e sviluppare tale
strategia. È più probabile infatti che queste si siano semplice-
mente limitate a fare propria una pratica commerciale divenuta
universale ai nostri giorni. L’offerta di nuovi beni non discende
più da una domanda esistente, bensì è la domanda che bisogna
creare per accogliere beni già presenti sul mercato, in ciò seguendo
la logica delle imprese commerciali in cerca di profitto anziché
quella delle esigenze umane in cerca di soddisfazione. Tale nuova
tendenza poteva funzionare a pieno regime soltanto dopo che
nelle nostre menti fosse stata insinuata e radicata la convinzione
che non c’è né può esserci un limite al livello di perfezionamento
delle nostre prestazioni e alla soddisfazione che deriva da ulte-
riori innalzamenti di tale livello. La nostra attuale condizione,
per quanto ottimale, può e dovrebbe essere migliorata ulterior-
mente...

­­­­­83
Mentre la percezione dello stato di salute non ha soltanto un
limite minimo, ma anche un limite massimo – il cui raggiungi-
mento ci permette di rilassarci –, la qualità di benessere [fitness]
che è subentrata a sostituirla o a spingerla in secondo piano fra
le preoccupazioni contemporanee non ha limiti: gli sforzi per
perfezionare lo stato di benessere, a differenza della cura della
salute nel senso ortodosso generalmente accettato, non finisco-
no mai, e questo significa che non potremo mai ridurre i nostri
tentativi. Per quanto possiate stare bene, potreste sempre stare
meglio; l’appagamento dei vostri sensi potrebbe essere sempre
più appagante di quanto sia attualmente, e i piaceri più piacevo-
li, le delizie più deliziose. L’ingegnosità delle ditte farmaceutiche
si riduce ad aver creato un nesso tra l’autorevolezza e il potere
persuasivo della preoccupazione per la propria salute, da un lato,
e la ricerca di un benessere e di un livello di approvazione di sé
sempre maggiori, dall’altro – che noi, consumatori in una società
di consumatori, siamo spinti, persuasi e allenati a perseguire.
Che la strada diretta a questo fine debba passare per l’attento
studio degli ultimi spot pubblicitari e sia destinata a finire nei
negozi è una convinzione già diventata parte della nostra filoso-
fia di vita – anzi: del nostro buon senso. E nel diventare parte
integrale del buon senso, ossia nella sua trasformazione in una di
quelle cose che «tutti sanno», «tutti accettano» e «tutti fanno», è
stata convertita nella risorsa principale e inesauribile nella lotta
ingaggiata dalle imprese per assicurarsi guadagni sempre più
consistenti.
Non importa granché se il problema sul quale il farmaco da
poco lanciato sul mercato promette di intervenire è serio, gravi-
do di conseguenze, genuinamente minaccioso e profondamente
disagevole per chi ne soffre. Ciò che importa ben di più è il suo
grado di diffusione, e quindi quanti sono i potenziali consuma-
tori del farmaco e quanto è il guadagno che la ditta può preve-
dere di trarne. Stando a questo principio, fastidi che la maggior
parte di noi è abituata a tollerare regolarmente, quasi quotidia-
namente (come il bruciore di stomaco, il gonfiore premestrua-
le o – addirittura – la comune mancanza di autostima che si
manifesta come timidezza), sono stati recentemente classificati

­­­­­84
come disturbi: hanno ricevuto dei nomi dotti, fin troppo spesso
bizzarri e incomprensibili e perciò inquietanti (il medico o il
farmacista possono ad esempio definire il bruciore di stomaco
come «disturbo da riflusso gastro-esofageo»), tali da richiedere
l’intervento urgente di un medico.
Christopher Lane ha tracciato la recente, spettacolare ascesa
medica e farmaceutica di uno dei fenomeni umani più diffusi:
l’esperienza di una timidezza protratta o temporanea (chi di noi
può dire, con la mano sul cuore, di non essere mai stato timi-
do, cauto o diffidente?!). Questa sgradevole sensazione, tanto
comune e frequente, viene oggi definita dai medici con il nome
altisonante di «disturbo da ansia sociale». Nel 1980 l’autorevole
Manuale diagnostico e statistico delle malattie mentali statuni-
tense la definiva «rara» (catalogandola con il termine di «fobia
sociale», oggi non più in uso). Nel 1994 però è stata riclassifica-
ta «estremamente comune», e nel 1999 il colosso farmaceutico
GlaxoSmithKline ha lanciato una campagna pubblicitaria, co-
stata milioni di dollari e angosciante, volta a creare un mercato
per il Paxil, un farmaco che garantisce di alleviare o addirittura
porre fine a questa «patologia grave» (come la definisce oggi
la pubblicità). Lane cita Barry Brand, direttore di produzione
del Paxil: «Il sogno di ogni operatore di marketing è quello di
trovare un mercato non ancora identificato o conosciuto, e di
svilupparlo. Con il disturbo da ansia sociale siamo riusciti a fare
esattamente questo».
Naturalmente, in casi simili paghiamo per la promessa di
essere liberati da una paura e un’ansia specifiche, ma raramente,
o forse mai, il farmaco che acquistiamo ci rende generalmente
meno timorosi e meno inclini all’ansia. Una volta accettato che
per ciascuno dei fastidi e disagi causati dalle normali seccature
e tribolazioni della vita esiste (deve esistere, esisterà sicuramen-
te) un farmaco da acquistare presso la più vicina farmacia, quel
potenziale non sfruttato di farmaci che promettono di miglio-
rare la nostra esistenza rimane una fonte di infinite delusioni
per i loro acquirenti e di infiniti guadagni per i loro promotori,
distributori e rivenditori. Per ironia della sorte, siamo anche
manipolati per finanziare le nostre delusioni. Ogni farmaco che

­­­­­85
viene introdotto sul mercato per sostituire quelli che lo hanno
preceduto e hanno già perso credibilità tende ad avere un co-
sto superiore a quelli di cui prende il posto (come accade con
i giocattoli del Mondo nuovo, la distopia di Aldous Huxley)
– un aumento che la sua maggiore efficacia può difficilmente
giustificare.
20.
L’influenza suina e altri motivi di panico

Non so se quando leggerete queste parole avrete ancora paura


che il virus dell’influenza suina possa attraversare l’Atlantico e
giungere dal Messico a casa vostra, e se tale possibilità vi spaven-
ta quanto in questo momento, mentre scrivo, sta spaventando
le persone che mi circondano (oppure le induce a spaventarsi).
Magari non ricordate nemmeno cosa è stato a scatenare il pani-
co... Dopotutto, uno dei principali obiettivi dei titoli dei giornali
è quello di cancellare dalla memoria dei loro lettori i titoli della
settimana precedente – in modo da sgombrare il palco della
pubblica attenzione e preparare il terreno ai titoli della settima-
na successiva. Inoltre, più gli allarmi sono clamorosi e intensi e
maggiore è la rapidità con cui esauriscono le nostre riserve di
passione e perdono la propria capacità di far gelare il sangue e
scuotere i nervi. Per questo sorge impellente l’esigenza di titoli
di un genere completamente nuovo, succosi e allarmanti, capaci
di incrementare la scarsa tiratura dei giornali e far salire i miseri
indici di ascolto televisivi. Per tutti questi motivi, e non solo, non
mi è possibile sapere cosa sarà a suscitare paura in voi quando
leggerete queste righe. Ho il sospetto che ciò di cui sto scrivendo
potrà apparirvi come acqua passata, un caso ormai chiuso (am-
messo che sia mai stato aperto), nulla su cui valga la pena perder
tempo e di cui preoccuparsi. Forse avrete già nuovi motivi di
spavento, e le vecchie paure non troveranno più nemmeno un
angolo di spazio o di tempo nella vostra mente.
Certo è che mentre vi scrivo, sulle prime pagine dei quotidiani
già appaiono nuovi titoli allarmanti, in grado di scatenare il pa-
nico; l’influenza suina è stata retrocessa alle pagine interne, dove
fa capolino solo sporadicamente, stampata in caratteri che hanno

­­­­­87
perso le dimensioni che sino a poco tempo fa sembrava meritare.
E quando riappare, a differenza di quanto accadeva prima, tende
a essere accompagnata da un misto di incredulità, scetticismo e
ironia. Tanto per fare un esempio, Bart Laws, un funzionario sani-
tario presso il Tufts Medical Centre di Boston, osserva sconsolato
che le autorità che avevano dichiarato l’allerta pandemia «hanno
semplicemente fatto quanto ci si aspettava da loro». È possibi-
le – ma certo non probabile – che questo virus causerà un’in-
solita quantità di problemi. Laws si affretta però ad aggiungere
che «è molto più probabile che [il panico] svanisca in un paio di
settimane, perché la stagione influenzale è ormai agli sgoccioli e
non abbiamo motivo di credere che questo virus si comporterà
in modo anomalo». Un articolo sugli ultimi sviluppi, apparso sul
«Guardian» a firma di Simon Jenkins, usa dei toni addirittura
più scettici e sarcastici, e tocca più da vicino il vero nocciolo del
problema: «La mutazione [del virus] presentava caratteristiche
preoccupanti, ma nulla giustifica il pandemonio scatenato dalle
autorità e dai mezzi di comunicazione britannici».
Ormai sappiamo che quest’ultima mutazione del virus in-
fluenzale non ha causato in Messico un numero di decessi su-
periore alla media annuale delle vittime di influenza: una cifra
che è di molte volte inferiore a quella di coloro che ogni anno
perdono la vita in incidenti stradali (ogni anno l’influenza uccide
circa dodicimila individui in tutto il mondo e miete 150 giovani
negli Stati Uniti, un dato da confrontare con i 7.677 bambini che
solo nel 2003 sono morti in seguito a incidenti stradali o i 3.001
rimasti vittime di omicidi). Quanto a coloro che si trovavano in
Messico quando venne identificata la nuova mutazione, il loro
numero – benché una volta tornati in patria siano stati accol-
ti con sospetto e considerati con orrore portatori di pandemie
planetarie – è di gran lunga inferiore a quello di coloro che sono
stati colpiti da intossicazioni alimentari (come spesso capita a chi
visita il Messico). Ma sappiamo anche che il governo britannico,
consapevole del fatto che per sopravvivere alle prossime elezioni
non poteva permettersi di ignorare il motto «meglio prudenti
che spiacenti», ha ordinato ben 32 milioni di mascherine, che
una volta accumulate nei magazzini si sono rivelate inutili, e ades-

­­­­­88
so sono destinate a esser eliminate per far posto ad altri materiali
necessari a far fronte a possibili emergenze. E che di questi tempi
la condicio sine qua non per la sopravvivenza di qualsiasi governo
è di farsi riprendere da migliaia di telecamere e riprodurre su
milioni di schermi televisivi mentre è impegnatissimo a svelare
trame occulte, insidie larvate e minacce invisibili per respinger-
le valorosamente. Milioni e milioni di sterline sono stati spesi
per rifornire ospedali e ambulatori di Oseltamivir: un farmaco
prodotto e distribuito dal colosso farmaceutico Hoffmann-La
Roche con il nome commerciale di Tamiflu. Il 6 settembre 2009
Robin McKie, che si occupa di scienza per «The Guardian»,
ci informava che l’iniziativa di «accumulare miliardi di dosi di
medicinali di base in vista dell’epidemia di influenza suina porta
decine di milioni di sterline nelle casse delle case farmaceutiche,
alle quali è stato chiesto di assicurarsi che il governo abbia scorte
sufficienti di penicillina, morfina, diazepam e insulina, nel caso
in cui un’epidemia di influenza suina possa mettere in ginocchio
la rete produttiva e distributiva dei farmaci nel Paese. La decisio-
ne di fare scorte di medicinali è stata presa malgrado la principale
autorità sanitaria del Paese avesse recentemente annunciato che
la prevista seconda ondata dell’influenza suina non sarebbe stata
grave quanto in un primo tempo si era temuto».
Naturalmente, il denaro speso è denaro pubblico, prelevato
sotto minaccia di sanzioni punitive dalle tasche sia di chi ha ce-
duto alla paura sia di coloro che hanno resistito all’allarmismo.
Che vi sia collusione tra politici e uomini d’affari? Forse, anche
se non necessariamente per deliberato volere dei politici. Dopo-
tutto, i governi sono tenuti a dimostrare ai propri elettori di voler
tutelare giorno dopo giorno la loro vita e il loro benessere da
disastri indicibili – tratti da un lungo elenco di minacce mortali e
forme di perdizione. È per questo che Sir Liam Donaldson, uffi-
ciale medico capo, ha ammonito la nazione affermando che ogni
forma di ottimismo è prematura, che l’influenza suina «potrebbe
riemergere l’inverno prossimo», aggiungendo che le autorità sta-
tunitensi hanno dichiarato l’«emergenza sanitaria» in molti Stati.
Lo stesso motivo ha spinto il vicepresidente americano Joe Biden
a profilare a tinte fosche e terrorizzanti la possibilità di un disa-

­­­­­89
stro imminente, chiedendo alla nazione di evitare metropolitane e
aerei. Vada come vada, l’allarmismo – come dice Jenkins – è «ciò
di cui si nutrono i fiorenti imperi dell’antiterrorismo, della salute
pubblica e della sicurezza [...]. Oggi l’industria medica e il mon-
do degli affari gridano al lupo e annunciano pandemie con una
tale regolarità che nessuno, per quanto avveduto, è più in grado
di distinguere tra ciò che è vero e ciò che è dettato da interessi
commerciali. Tutti siamo indotti, tramite la paura, a provare ter-
rore». Chi avrebbe l’audacia e l’impertinenza di esporsi in prima
persona e scoprire le carte di questi stentorei profeti del disastro,
smascherarli e asserire che il rischio era per lo più immaginario,
ampiamente esagerato, o ingigantito sino a raggiungere dimensio-
ni assurde – e può tranquillamente essere ignorato?
Riguardo al mettere a tacere l’opposizione e le voci della ragio-
ne, il virus presenta il grande vantaggio di essere invisibile, tanto
che nemmeno le lenti più potenti possono assicurarci che non si
annidi nella stessa aria che respiriamo. Noi, a cui questi allarmi
sono diretti e che veniamo coinvolti (e ci lasciamo coinvolgere) e
spinti al panico, non abbiamo il diritto di accedere ai laboratori di
ricerca e sviluppo da cui si diffondono le notizie della perniciosa
mutazione. Non ci resta dunque che affidarci agli esperti, a coloro
che «se ne intendono», oppure... oppure COSA?
Simon Jenkins conclude il suo articolo esprimendo la cer-
tezza che «quando sarà passato il panico di questi giorni e verrà
l’ora di fare i conti, si aprirà sicuramente un’inchiesta su questa
montatura». Egli dubita però che tale inchiesta possa impedire
a paure simili e altrettanto onerose di scatenarsi in futuro, e
suggerisce di attenersi al vecchio consiglio di Voltaire, il quale
proponeva di sparare di quando in quando a un virologo, allo
scopo di scoraggiare tutti gli altri... Anche senza considerare
la disumanità di tale consiglio, dubito che sia saggio seguirlo.
Dopo tutto, i poveri virologi si limitano a fare il proprio lavo-
ro; sono altri – persone che occupano posti di responsabilità
e di potere – a incutere in noi il terrore per le loro scoperte, o
quelle che ci dicono essere le loro scoperte e da cui nel mentre
traggono vantaggi politici o commerciali. E che, così facendo,
accumulano punti preziosi e incrementano i guadagni...

­­­­­90
21.
Salute e disuguaglianze

Palm Beach è un’isola della Florida, sottile e lunga circa 26 chi-


lometri, che conta poco più di diecimila abitanti. E malgrado sia
collegata alla terraferma da tre ponti, chi vi risiede ha e dà l’im-
pressione di considerarla una sorta di «comprensorio privato».
Un comprensorio che per scongiurare la presenza di estranei
non ha certo bisogno di mura e filo spinato: bastano i prezzi
delle case. Le poche abitazioni attualmente sul mercato hanno
un prezzo compreso tra i 700.000 e i 72,5 milioni di dollari.
Palm Beach è universalmente considerata il luogo di maggiore
concentrazione di ricchezza di tutti gli Stati Uniti, quello con
la più alta densità «di milioni per miglio quadrato». La battuta
da quelle parti è che se dai a qualcuno del «milionario» lo stai
insultando. Nelle boutique di Worth Avenue, dove gli abitanti
del luogo riforniscono il proprio guardaroba, un maglione può
costare mille dollari e un paio di pantaloni anche il doppio. Per
diventare membri del circolo sportivo locale servono 300.000
dollari, ed è soltanto la quota iniziale di iscrizione. Secondo Da-
vid Segal, del «New York Times», i residenti di Palm Beach si
contraddistinguono anche perché in occasione dell’ultimo tra-
collo di Borsa hanno subìto perdite ben più cospicue di quelle
riportate altrove negli Stati Uniti. «Recentemente il patrimonio
netto del residente medio è crollato di un ammontare superiore
a quello del patrimonio netto medio degli abitanti di qualunque
altra città o villaggio nel resto del Paese», riporta Segal. Un dato
che forse basta, più di qualunque altro, a certificare l’esclusività
di Palm Beach e la sua collocazione ai vertici del «club della
ricchezza» americano (e forse planetario).
A Palm Beach non c’è neanche un cimitero, né imprese di

­­­­­91
pompe funebri né ospedali; la morte e le malattie sono state
bandite dalla mente (ma ovviamente non dalla vita, malgrado
tutti gli sforzi e la quantità di risorse investite) dei residenti,
nonostante molti di loro abbiano da tempo superato l’ottantina.
Osservando il decorso post-operatorio di circa 45mila pa-
zienti (con un’età media di 65 anni) che hanno subìto un in-
tervento di chirurgia cardiaca, un’équipe di ricercatori diretta
da Domenico Pagano, del Birmingham Hospital Trust, in Gran
Bretagna, ha scoperto che il numero di decessi riconducibili agli
interventi era strettamente associato al livello di ricchezza dei
pazienti e inversamente proporzionale al loro reddito: tra i po-
veri i decessi sono molto più frequenti. E il risultato non cambia
nemmeno se prendiamo in considerazione i «soliti» fattori di
rischio – fumo, obesità e diabete – che notoriamente affliggono
più i poveri che i ricchi. Malgrado tutte le correzioni del ca-
so e pur soppesando il probabile impatto di questi fattori sulle
statistiche della mortalità, la marcata discrepanza tra i tassi di
sopravvivenza dopo l’intervento rimane immutata. L’unica pos-
sibile conclusione è che i poveri devono ringraziare soltanto la
loro povertà per le minori probabilità di sopravvivenza rispetto
ai ricchi...
Sino a qualche tempo fa si riteneva che un aumento della
ricchezza tra le classi agiate avrebbe portato all’arricchimento
della società in generale, grazie a una specie di «ricaduta posi-
tiva». Tale idea era considerata sensata e coltivata in maniera
entusiastica dai leader di ogni orientamento politico, o quasi.
Ma questo effetto di ricaduta non si riscontra da nessuna par-
te, ammesso che ci sia mai stato: il nesso tra l’ulteriore arric-
chimento delle classi privilegiate e maggiori livelli di sicurezza
e benessere della comunità nel suo insieme è semplicemente
frutto dell’immaginazione, e – inutile fingere di non saperlo –
della propaganda politica. Tuttavia, per tornare al tema che ci
riguarda, e come ampiamente documentato e dimostrato oltre
ogni ragionevole dubbio da Richard Wilkinson e Kate Pickett
nel loro La misura dell’anima1, il livello medio di «ricchezza di
una nazione» (quello misurato dal prodotto nazionale lordo) ha
un impatto minimo su una lunga lista di mali che affliggono la

­­­­­92
società; mentre la distribuzione di tale ricchezza – ovvero, il li-
vello di «disuguaglianza sociale» – ne influenza profondamente
la diffusione e l’intensità. Prendiamo ad esempio la Svezia e il
Giappone, due nazioni organizzate in maniera molto diversa.
Mentre la prima ha uno Stato fortemente assistenziale, in Giap-
pone lo Stato fornisce pochissime prestazioni di tipo sociale.
Tuttavia i due Paesi sono accomunati da una distribuzione del
reddito relativamente uniforme e quindi da uno scarto relati-
vamente contenuto tra la qualità di vita del venti per cento più
ricco della popolazione e del venti per cento più povero. Così
come contenuta è l’incidenza dei «problemi sociali», rispetto ad
altri Paesi industrializzati benestanti dove però la distribuzione
dei redditi e della ricchezza è meno equa. Un esempio diverso
ci viene fornito da altre due nazioni vicine e strettamente legate
tra loro, quali Spagna e Portogallo: in quest’ultimo l’indice di
disuguaglianza sociale è quasi doppio rispetto alla prima, e an-
che nella quantità e intensità dei «problemi sociali» il Portogallo
vince senza difficoltà!
Nelle società più «disuguali» del pianeta, come gli Stati Uni-
ti o la Gran Bretagna, l’incidenza delle malattie mentali è tre
volte superiore rispetto ai Paesi agli ultimi posti della classifica
della disuguaglianza; anche la popolazione carceraria è molto
più numerosa, così come più diffusi sono il flagello dell’obesi-
tà, le gravidanze tra giovanissime e i tassi di mortalità di tutte
le classi sociali, compresi gli strati più ricchi (a dispetto della
loro ricchezza complessiva!). E mentre di norma nei Paesi più
prosperi il livello generale di salute è più alto, tra i Paesi dove
l’uguaglianza sociale è maggiore i tassi di mortalità diminuisco-
no con l’aumentare dell’uguaglianza sociale. Ma il dato che più
di ogni altro sorprende e fa riflettere è che mentre livelli cre-
scenti di spesa, soprattutto quella sanitaria, hanno ripercussioni
trascurabili sull’aspettativa di vita media, un livello di disugua-
glianza crescente ha invece un impatto decisamente negativo su
quest’ultima.
Gli autori della succitata ricerca si interrogano sulle possi-
bili cause di questa situazione e ipotizzano che in una società
disuguale il timore di perdere la propria posizione sociale, di

­­­­­93
vedersi retrocessi, esclusi, privati della dignità e umiliati è molto
più forte – e soprattutto più straziante e terrificante, dato che
fa prevedere la caduta in un baratro. Simili paure generano una
grande ansia e aprono le porte ai disturbi mentali e alla depres-
sione – con conseguente impatto sull’aspettativa di vita. Questo
è vero in particolare per le classi medie, notoriamente insicure
sulla durevolezza delle proprie conquiste e della solidità dei pri-
vilegi di cui godono.
La lista di quelli che sono riconosciuti come «mali sociali»
che affliggono le società cosiddette «sviluppate» è lunga, e mal-
grado gli sforzi compiuti – reali o apparenti – continua ad ac-
crescersi. Oltre alle seccature già indicate, comprende voci qua-
li «omicidio», «mortalità infantile» e «mancanza di fiducia nei
confronti del prossimo» – senza la quale sono ­inconcepibili la
coesione sociale e la cooperazione. In ciascun caso, i dati miglio-
rano progressivamente nel passaggio da società meno disugua-
li ad altre più eque. Talvolta le discrepanze sono decisamente
sconcertanti. In cima alla classifica della disuguaglianza trovia-
mo gli Stati Uniti, mentre il Giappone è in ultima posizione.
Negli Stati Uniti su 100.000 persone quasi 500 sono in carcere;
in Giappone tale cifra scende a meno di cinquanta. Negli Stati
Uniti un terzo della popolazione soffre di obesità, in Giappone
la percentuale è inferiore al dieci per cento. Su mille donne di
età compresa tra i 15 e i 17 anni più di 50, negli Stati Uniti, so-
no in stato interessante; in Giappone appena tre. Se più di un
quarto della popolazione statunitense soffre di disturbi mentali,
in Giappone, in Spagna, in Italia e in Germania – tutte società
dove la distribuzione della ricchezza è relativamente più omoge-
nea – una persona su dieci dichiara di avere problemi di salute
mentale: la metà rispetto a Paesi più «disuguali» come Gran
Bretagna, Australia, Nuova Zelanda e Canada.
Certo, si tratta solo di statistiche: conteggi sommari o medie
matematiche, e loro correlazioni, e non rivelano molto circa i
nessi causali che ne sono all’origine. Eppure danno da pensare
e fanno suonare un campanello d’allarme (o quanto meno pos-
sono e dovrebbero allarmarci). Solleticano la nostra coscienza,
oltre che l’istinto di sopravvivenza. Sfidano (e indeboliscono, si

­­­­­94
spera) il nostro consueto torpore etico e la nostra indifferenza
morale; ma dimostrano anche, al di là di ogni ragionevole dub-
bio, che l’illusione di poter raggiungere con le nostre sole forze
la felicità e una buona qualità di vita è un grossolano, fuorviante
equivoco. Che la speranza di «potercela fare da soli» – ripeten-
do l’impresa del Barone di Münchhausen, che uscì dalla palude
tirandosi per il codino della parrucca – è un abbaglio fatale,
che contrasta con i nostri stessi interessi e l’attenzione verso noi
stessi.
Non riusciremo a superare quel contrasto prendendo le di-
stanze dalle disgrazie altrui. L’unico modo per vincere la nostra
lotta contro i «flagelli sociali» è di condurla collettivamente.
22.
Uomo avvisato...

Quando (e se) arriverà la prossima recessione e si abbatterà il


prossimo disastro, nessuno – né voi, né io – avrà il diritto di
giustificarsi per non essere stato avvertito. Solamente qualcu-
no come Simeone Stilita, che visse in cima a una colonna, al
di sopra della pazza folla e lontano dal suo chiacchiericcio (se
solo fosse possibile fare altrettanto in un pianeta attraversato in
tutte le direzioni dalle «autostrade dell’informazione»! Oggi gli
emuli di Simeone, nel caso ne esistano, faticherebbero a sfilarsi
di tasca l’iPhone prima di installarsi sulla colonna), potrebbe
affermare di essere stato colto di sorpresa. Non certo noi, con
i nostri congegni intelligenti in mano, capaci di dispensare a
richiesta tutto ciò che c’è da sapere.
Sappiamo benissimo, ad esempio, che la situazione ambien-
tale è paragonabile a una bomba pronta a esplodere da un mo-
mento all’altro (benché, a giudicare dalla nostra condotta quoti-
diana, gli indizi di tale consapevolezza appaiano scarsi e rarefat-
ti). Ci viene detto e ripetuto che anche la situazione demografica
è paragonabile a una bomba a orologeria («siamo troppi», ma
soprattutto «sono» troppi – chiunque siano «essi»...). O che la
nostra società consumistica non potrà durare per sempre («per
quanto tempo il nostro povero pianeta potrà sostenere tutti quei
milioni di persone che si accalcano alla nostra porta, supplican-
do e sperando di potersi unire al banchetto?»). Le «bombe»
non finiscono certo qui, e il loro numero, anziché accennare a
diminuire, è in aumento. Non vi stupirà quindi in modo parti-
colare sapere che tra tutti questi ordigni ve n’è uno che ticchetta
con ritmo non meno minaccioso degli altri, pur attirando ancor
meno l’attenzione.

­­­­­96
Poche settimane fa si è levato un monito rivelatore (ma
quanti di noi hanno prestato ascolto?). Mi riferisco alla «bom-
ba» della disuguaglianza, pronta a «scoppiare» in un futuro
non troppo remoto. Da un rapporto dell’Onu sui conglomera-
ti urbani, basato sullo studio di centoventi grandi città in tutto
il pianeta, risulta che «livelli considerevoli di disuguaglianza
possono riflettersi negativamente sul piano sociale, economi-
co e politico, con ripercussioni destabilizzanti sulla società»,
e sono in grado di «creare fratture sociali e politiche capaci di
sfociare in disordini e nell’insicurezza sociale». Molte e profon-
de sono le divisioni tra ricchi e poveri, e sembrano destinate
a perdurare. Evidentemente, la famosa teoria delle «ricadute
favorevoli» aiuta i ricchi a rimanere tali, e anzi ad ammassare
nuove ricchezze, mentre non è di alcun aiuto per coloro che
vivono nella miseria. La rapida crescita economica ha deter-
minato quasi ovunque un rapido e generale aumento della ric-
chezza complessiva e «media», accompagnato dal moltiplicarsi
altrettanto rapido di privazioni intollerabili a carico delle masse
dei disoccupati e dei lavoratori occasionali e atipici.
Per molti di noi si tratta forse di una notizia sconvolgente, an-
che se attutita dalla distanza fino a renderla sopportabile, poiché
ci giunge (ammesso che giunga) da terre lontane. Non dite però
di non essere stati avvertiti. Non ci riferiamo semplicemente ai
contadini più poveri che ieri affollavano le conurbazioni dell’A-
frica sub-sahariana o dell’America Latina: regioni notoriamente
disorganizzate, che si espandono in maniera caotica e incontrol-
lata, con scarse sovvenzioni, male amministrate e mal servite.
Stando ai dati dell’Onu, New York è la nona città al mondo
per disuguaglianza, mentre in altre città grandi e prospere degli
Stati Uniti, come Atlanta, New Orleans, Washington e Miami,
il livello di disuguaglianza è paragonabile a quello che si registra
a Nairobi o Abidjan. Sino ad ora solo poche nazioni, tra cui
Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi e Slovenia, sono sfuggite a
questa tendenza universale.
È opinione diffusa che la disuguaglianza si traduce in dispari-
tà nell’accesso all’istruzione scolastica, alle prospettive di carrie-
ra e ai rapporti sociali – e quindi, di riflesso, in disparità nel pos-

­­­­­97
sesso di beni materiali e delle possibilità di godere di una qualità
di vita accettabile. Ma come ci ricorda opportunamente Göran
Therborn, queste non sono che alcune delle conseguenze, e le
meno rilevanti e decisive. Oltre alle disuguaglianze che riguar-
dano i beni materiali, le «risorse», c’è quella che egli definisce
«disuguaglianza vitale»1: l’aspettativa di vita e la probabilità di
morire molto prima del raggiungimento dell’età adulta differi-
scono grandemente di Paese in Paese, e in base alla classe sociale
di appartenenza. «In Gran Bretagna, un impiegato di banca o
un agente assicurativo in pensione hanno davanti a loro sette o
otto anni di vita in più rispetto ad un ex-dipendente della catena
di supermercati Whitbread o Tesco». Secondo le statistiche uffi-
ciali britanniche, chi ha un reddito minimo ha una probabilità di
raggiungere l’età pensionabile quattro volte inferiore rispetto a
chi è ai vertici delle classifiche del reddito. A Calton, il quartiere
più povero di Glasgow, l’aspettativa di vita è di 28 anni inferiore
rispetto a Lenzie, la zona più privilegiata della stessa città, o ai
ricchi quartieri londinesi di Kensington o Chelsea. «Le gerar-
chie dello status sociale sono, letteralmente, letali», conclude
Therborn. Il quale aggiunge che esiste anche un terzo aspetto
della disuguaglianza: quella di tipo «esistenziale», che «ti col-
pisce in quanto persona» e «limita la libertà d’azione di talune
categorie» (ad esempio, le donne che nell’Inghilterra vittoriana
non potevano accedere ai luoghi pubblici, come accade ancora
oggi in molti Paesi; oppure i londinesi dell’East End di cento
anni fa, ai quali oggi si sono sostituiti gli abitanti delle banlieues
francesi, delle favelas latinoamericane o dei ghetti urbani del
Nordamerica). Le vittime della disuguaglianza esistenziale sono
quelle categorie a cui viene negato il rispetto, che sono giudica-
te inferiori e vengono di fatto umiliate e private di un aspetto
importante della propria umanità – come gli afroamericani e gli
Indiani d’America (o «nazioni autoctone», come l’ipocrisia del
politicamente corretto esige che li si chiami) negli Stati Uniti,
o i poveri immigrati, le «caste inferiori» e più in generale ogni
gruppo etnico che in qualsiasi parte del mondo è fatto oggetto
di discriminazione. Il governo italiano ha recentemente tradot-
to la disuguaglianza esistenziale in legge (e ha reso qualunque

­­­­­98
tentativo di ammorbidirla un reato perseguibile), richiedendo
ai propri cittadini di spiare e riferire alle autorità la presenza di
immigrati clandestini – minacciando di arresto chi aiuta queste
persone e offre loro rifugio.
Therborn, al pari di numerosi altri osservatori, non ha mol-
ti dubbi su quali siano le cause e le conseguenze patologiche
dell’attuale, esplosivo aumento dell’ineguaglianza esistenziale:

La trasformazione della finanza capitalistica in un enorme casinò


globale è ciò che ha determinato l’attuale crisi economica, che a sua
volta ha causato la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro
ed è costata miliardi di sterline in denaro dei contribuenti. Nel Sud
del mondo la crisi sta portando più povertà, fame e morte [...]. L’am-
pliamento del divario sociale tra i più poveri e i più ricchi riduce la
coesione sociale, e questa a sua volta determina altri problemi collettivi
– come criminalità e violenza – e assottiglia la quantità di risorse che è
possibile destinare alla soluzione degli altri nostri problemi collettivi,
da quelli legati all’identità nazionale ai cambiamenti climatici.

E i guai non finiscono qui. I disordini sociali, le sommosse ur-


bane, la criminalità, la violenza, il terrorismo: prospettive certo
sufficientemente agghiaccianti, che annunciano tempi grami per
la sicurezza nostra e dei nostri figli. E tuttavia non sono, per così
dire, che dei sintomi esteriori: eruzioni spettacolari, drammati-
che e intensamente esasperate dei mali sociali che scaturiscono
dall’aggiunta di nuove umiliazioni alle vecchie e rendono sem-
pre più profonda la disuguaglianza, già molto marcata.
L’aumento della disuguaglianza procura infine un ulteriore
danno: la devastazione morale, la cecità e l’insensibilità etica,
l’assuefazione alla vista della sofferenza umana e al male inflit-
to ogni giorno dall’uomo all’uomo: un’erosione lenta ma ine-
sorabile, graduale e subdola al punto da passare inosservata e
quindi da non incontrare resistenza, di quei valori che danno
significato alla vita e rendono possibile la convivenza umana e
plausibile il suo godimento. Il compianto Richard Rorty sapeva
bene quale fosse la posta in gioco quando si rivolgeva a noi, suoi
contemporanei, con queste parole:

­­­­­99
Dovremmo insegnare ai nostri figli a considerare intollerabile il
fatto che noi, seduti dietro a una scrivania a digitare su una tastiera,
siamo pagati dieci volte di più rispetto a chi si sporca le mani per pulire
i nostri cessi, e centinaia di volte di più rispetto a coloro che fabbricano
le nostre tastiere nel Terzo Mondo. Dovremmo fare in modo che si
preoccupino del fatto che i Paesi che si sono industrializzati per primi
hanno una ricchezza cento volte superiore rispetto a quelli ancora pre-
industriali. I nostri figli devono imparare, e da subito, a considerare
le diseguaglianze tra il loro destino e quello di altri bambini né come
l’esito della volontà divina, né come il prezzo da pagare per l’efficienza
economica, bensì come una tragedia da evitare. Dovrebbero iniziare a
pensare, prima possibile, al modo di cambiare il mondo assicurandosi
che nessuno soffra la fame mentre altri vivono nell’eccesso2.

È giunta l’ora di smettere di dire che non abbiamo sentito gli


avvertimenti. O di chiedere per chi suonano queste campane,
ogni giorno più forti.
23.
Il mondo è inadatto all’istruzione? (1)

La «crisi dell’istruzione», di cui in questi tempi si dibatte molto,


non è certo una novità. La storia dell’istruzione ha conosciu-
to molti periodi critici, durante i quali apparve evidente che
presupposti e strategie apparentemente collaudati e affidabili
stessero perdendo la presa sulla realtà ed esigevano di essere
riconsiderati, rivisti e riformati. L’attuale crisi sembra però di-
versa da quelle che l’hanno preceduta.
Le sfide dei nostri giorni assestano duri colpi all’essenza
stessa dell’idea di istruzione, così com’è stata intesa sin dagli
albori della lunga storia della civiltà. Esse mettono in dubbio le
invarianti di tale idea: quei tratti costitutivi dell’istruzione che in
passato hanno resistito a ogni sfida, emergendo indenni da tutte
le crisi, assunti mai indagati o messi in discussione, e ancor meno
sospettati di aver esaurito il loro cammino e di aver bisogno di
esser sostituiti.
Nel mondo liquido-moderno la solidità delle cose, così come
la solidità dei rapporti umani, tende a essere considerata male,
come una minaccia: dopotutto, qualsiasi giuramento di fedeltà
e ogni impegno a lungo termine (per non parlare di quelli a
tempo indeterminato) sembrano annunciare un futuro gravato
da obblighi che limitano la libertà di movimento e riducono la
capacità di accettare le opportunità nuove e ancora sconosciute
che (inevitabilmente) si presenteranno. La prospettiva di tro-
varsi invischiati per l’intera durata della vita in qualcosa o in un
rapporto non rinegoziabile ci appare decisamente ripugnante e
spaventosa. E questo non dovrebbe sorprenderci, se pensiamo
che persino gli oggetti più desiderati invecchiano rapidamente
e perdono in poco tempo il loro smalto, sino a trasformarsi da

­­­­­101
motivo di vanto a marchio infamante. I direttori delle riviste
patinate riescono ad avere il polso della nostra epoca, e oltre ad
aggiornare i propri lettori su ciò che «occorre fare» e ciò che
«occorre avere», forniscono loro consigli su ciò che è «out» e
dunque va buttato. Il nostro mondo assomiglia sempre di più
alla città invisibile di Leonia descritta da Italo Calvino, la cui
opulenza «più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbri-
cate vendute comprate [...] si misura dalle cose che ogni gior-
no vengono buttate via per far posto alle nuove»1. Nel nostro
mondo liquido-moderno, la vera passione nasce dalla gioia di
«disfarsi», di «eliminare», scartare e buttare.
Parlare della capacità di un oggetto o di un legame di durare
per sempre non è più motivo di lode. Oggetti e legami devono
durare soltanto per un periodo di tempo limitato, per poi de-
comporsi, essere mandati al macero o comunque tolti di mezzo
una volta che hanno assolto al loro scopo – come prima o poi ac-
cade. I beni materiali, e in particolare quelli che durano a lungo
e di cui non è facile disfarsi, vanno perciò evitati. Il consumismo
di oggi non si basa sull’accumulo di oggetti, bensì sul loro godi-
mento istantaneo e «usa-e-getta». Perché, allora, il «pacchetto
di conoscenze» che accumuliamo nella permanenza a scuola o
all’università dovrebbe sfuggire a questa regola universale? Nel
vortice dei cambiamenti, la conoscenza appare decisamente più
allettante se finalizzata a un uso immediato e intesa come bene
«usa-e-getta», il tipo di conoscenza che si compiace di essere
immediatamente disponibile, di pronto consumo, come quei
programmi di software che a ritmo sempre più serrato si avvi-
cendano sugli scaffali dei negozi.
Il pensiero che l’istruzione possa essere un «prodotto» di
cui appropriarsi e da conservare per sempre ci appare dunque
deprimente e certo non testimonia a favore dell’idea di un’i-
struzione scolastica istituzionalizzata. Un tempo, per convince-
re i propri figli dell’utilità dell’apprendimento, madri e padri
usavano ripetere che «nessuno avrebbe potuto toglier loro ciò
che avrebbero imparato»; un’argomentazione che all’epoca ap-
pariva forse incoraggiante per i loro figli, ma che i nostri giovani
accoglierebbero con orrore se venisse usata ancora dai loro geni-

­­­­­102
tori. Al giorno d’oggi, qualsiasi impegno tende infatti a suscitare
un senso di risentimento, a meno di non essere accompagnato
da una clausola di «fino a nuovo avviso». Sempre più nelle città
americane i permessi di costruzione vengono rilasciati soltanto
contestualmente a quelli di demolizione, mentre i generali ame-
ricani si oppongono con decisione (benché invano) all’impiego
di truppe su un territorio, a meno che non sia stata elaborata in
anticipo una «strategia di uscita».
La seconda sfida ai presupposti basilari dell’istruzione arri-
va dalla natura intermittente ed essenzialmente imprevedibile
dei cambiamenti contemporanei, e va a rafforzare la prima. Da
sempre la conoscenza è apprezzata per la sua fedele rappresen-
tazione del mondo; cosa accade però quando il mondo cambia
in modo da mettere continuamente in discussione la verità della
conoscenza esistente, cogliendo regolarmente di sorpresa persi-
no le persone «più aggiornate»? Werner Jaeger, autore di un’a-
nalisi classica delle antiche radici dei concetti di insegnamento e
apprendimento, riteneva che l’idea di istruzione (Bildung, «for-
mazione») si basasse in origine sul duplice assunto di un im-
mutabile ordine del mondo sottostante alla superficiale varietà
dell’esperienza umana, e di leggi analogamente eterne che la go-
vernano. Il primo assunto spiegava la necessità e i vantaggi della
trasmissione della conoscenza da insegnanti ad allievi, mentre
il secondo forniva agli insegnanti la convinzione necessaria a
insistere sull’eterna validità del modello che desideravano che i
loro alunni o discepoli seguissero ed emulassero.
Oggi, il mondo in cui abitiamo assomiglia invece più a uno
strumento per dimenticare, anziché offrire un contesto adatto
all’apprendimento e capace di favorirlo. Come in quel labirinto
di cui un tempo si servivano i comportamentisti, le suddivisioni
possono essere impervie e impenetrabili, e per di più poggiano
su rotelle e si spostano di continuo, così da svuotare di senso i
percorsi collaudati ed esplorati appena il giorno prima. Guai a
possedere una buona memoria: quelli che sino a ieri erano dei
binari fidati, oggi ci condurrebbero contro una parete spoglia o
nelle sabbie mobili, e i consueti modelli di condotta, un tempo
infallibili, rischiano di sfociare nel disastro anziché portare al

­­­­­103
successo. In un mondo del genere, l’apprendimento è perenne-
mente destinato a inseguire fini sempre elusivi. A rendere la si-
tuazione ancora più complessa è il fatto che questi inizierebbero
a disintegrarsi nel momento stesso in cui venissero raggiunti; e
poiché le ricompense che premiano un comportamento corret-
to tendono a essere spostate di giorno in giorno da un luogo
all’altro, le tecniche di rinforzo risulterebbero tanto fuorvianti
quanto sono rassicuranti: sono delle trappole di cui diffidare e
da evitare, dal momento che potrebbero instillare abitudini e
impulsi destinati a rivelarsi inutili, se non addirittura dannosi,
di lì a poco.
Come osservò Ralph Waldo Emerson, quando si pattina su
una lastra sottile di ghiaccio la salvezza sta nella velocità. Chi
cerca la salvezza farà dunque bene a muoversi con una rapidità
sufficiente a evitare di sottoporre a carichi eccessivi una qualsiasi
parte della lastra. Nel mutevole mondo della modernità liquida,
in cui quasi nulla riesce a mantenere la propria forma per un tem-
po sufficientemente lungo da infondere fiducia e a solidificarsi in
un’affidabilità a lungo termine (in ogni caso, non abbiamo modo
di sapere se e quando si solidificherà, ed è poco probabile che ciò
avvenga), camminare è meglio che restare seduti, correre è me-
glio che camminare, e cavalcare le onde è addirittura preferibile
al correre. Tanto più se si è leggeri e agili, non si è troppo esigenti
sul tipo di onde che arrivano e si è sempre pronti ad accantonare
ciò che sino a un attimo prima si prediligeva.
Tutto questo è contrario a ciò che l’apprendimento e l’istru-
zione hanno rappresentato per la maggior parte della loro storia.
Dopo tutto, apprendimento e istruzione furono pensati per un
mondo durevole, che si sperava rimanesse tale e si pensava che
lo sarebbe diventato ancor più di quanto non lo fosse stato fino
a quel momento. In un mondo del genere la memoria era una
risorsa preziosa: tanto più preziosa quanto più era in grado di at-
tingere al passato e duratura. Una memoria così profondamente
radicata oggi rappresenterebbe in molti casi un potenziale han-
dicap, spesso risulterebbe fuorviante e il più delle volte inutile.
Viene da domandarsi sino a che punto la rapida e spetta-
colare ascesa dei server e dei network elettronici sia dovuta ai

­­­­­104
problemi di immagazzinamento, smaltimento e riciclo dei rifiuti
che i server hanno promesso di risolvere. La memorizzazione
causa più scarti che prodotti utili, e in assenza di un metodo
affidabile per decidere in anticipo come distinguerli (quali dei
prodotti apparentemente utili saranno presto superati, quali di
quelli all’apparenza inutili godranno di un improvviso picco di
richieste), la possibilità di immagazzinare tutte le informazioni
in contenitori tenuti a distanza di sicurezza dal nostro cervello
(dove potrebbero forse riuscire surrettiziamente ad assumere il
controllo del comportamento) appare come una proposta prov-
videnziale e allettante...
(continua)
24.
Il mondo è inadatto all’istruzione? (2)

Nel nostro mondo fuggevole, fatto di cambiamenti imprevisti


e insensati, quei sommi obiettivi dell’educazione tradizionale
quali le consuetudini radicate, le solide strutture cognitive e le
scale stabili di valori diventano degli ostacoli. Quanto meno co-
me tali vengono presentati dal mercato della conoscenza, per
il quale lealtà, vincoli indistruttibili e impegni a lungo termine
sono considerati (come ogni merce, in ogni mercato) anatema
e visti come altrettanti impedimenti da eliminare, trattandoli in
quanto tali. Dal labirinto immutabile e irrigidito dei comporta-
mentisti e dalla routine uniforme e monotona di Pavlov ci siamo
spostati in un libero mercato in cui tutto può accadere in qua-
lunque momento, e tuttavia nulla si può fare una volta per tutte.
Un luogo dove le mosse giuste sono questione di fortuna, ma
la loro reiterazione non è assolutamente garanzia di successo. E
l’aspetto da ricordare e apprezzare in tutte le sue ricadute è che
ai nostri giorni il mercato e la mappa mundi et vitae coincidono.
Come osservato da Dany-Robert Dufour, il capitalismo non
solo sogna di espandere fino ai limiti estremi della Terra la zona
entro la quale ogni oggetto è considerato una merce (si pensi alle
controversie sulla proprietà dell’acqua, del genoma, delle specie
viventi, degli embrioni, degli organi), ma di ampliarla anche ver-
so il basso, ovvero scavando e sfruttando a fini commerciali (a
scopo di lucro) quelle che in passato erano considerate faccende
private, pertinenti al singolo individuo (si pensi alla soggetti-
vità, alla sessualità), per riproporle sotto forma di oggetti da
commercializzare. E quindi tutti noi il più delle volte condivi-
diamo, a dispetto delle nostre preoccupazioni del momento, la
condotta esibita dagli spinarelli di Konrad Lorenz quando sono

­­­­­106
soggetti a indicazioni confuse e ambigue negli esperimenti di
laboratorio. La singolare condotta dei maschi di spinarello di
fronte a modelli di comportamento contraddittori si sta rapi-
damente affermando come quella più diffusa tra i maschi e le
femmine della specie umana: le reazioni tendono a essere tanto
confuse in quanto i segnali sono ambigui.
Il problema è che una riforma delle strategie educative, per
quanto avveduta, complessa ed esauriente, da sola può far ben
poco, o forse nulla, per combattere tutto ciò. Né il diffondersi
del comportamento dello spinarello né l’improvvisa attrazione
esercitata dalla strategia di vita di Don Giovanni (finire rapida-
mente per poi ricominciare da zero) possono essere del tutto
riconducibili agli educatori, attribuendo la responsabilità sola-
mente ai loro difetti e alla loro negligenza. È il mondo al di fuori
degli edifici scolastici a essere ormai molto lontano dal tipo di
mondo per il quale le scuole tradizionali, come quelle descritte
ad esempio da Jaeger, preparavano i loro studenti.
L’aspettativa, in questo mondo nuovo, è che gli esseri umani
riescano a trovare nel privato soluzioni ai problemi di origine
sociale, anziché cercare nel sociale soluzioni ai problemi privati.
Vorrei ribadirlo: durante la fase «solida» della storia moderna,
il contesto che faceva da cornice alle azioni umane era prede-
terminato o imposto; ed era presumibile e auspicabile che emu-
lasse quanto più possibile il modello del labirinto dei compor-
tamentisti, in cui la distinzione tra itinerari corretti e sbagliati
era netta e stabile, e per questo chi perdeva o si allontanava dal
percorso giusto era invariabilmente punito seduta stante, men-
tre coloro che lo seguivano diligentemente e lealmente venivano
ricompensati. Le imponenti fabbriche fordiste e gli eserciti di
coscrizione di massa, ovvero le braccia più lunghe del solido
potere panottico moderno, erano gli esempi più rappresentativi
di quella tendenza alla rigorosa routinizzazione degli stimoli e
delle reazioni. La «dominazione» consisteva nel diritto di sta-
bilire regole ferree, controllarne l’esecuzione, sorvegliare inin-
terrottamente chi era tenuto a osservarle e rimettere in riga chi
se ne allontanava, o espellerlo se non si riusciva a riformarlo.
Tale modello di dominazione richiedeva la presenza costante e

­­­­­107
simultanea e l’impegno reciproco di coloro che lo amministrava-
no e di chi vi era sottoposto. Ogni struttura panottica aveva un
Pavlov che determinava la sequenza delle mosse e si assicurava
che tale sequenza continuasse a ripetersi in senso monotono e
immune a ogni pressione contrastante, sia presente che futura.
Con gli ideatori e i controllori del Panopticon che garantivano
la durata delle condizioni e la ripetitività delle situazioni e delle
scelte, era conveniente impararne le regole a memoria per fis-
sarle in abitudini saldamente radicate, profondamente impres-
se e quindi seguite senza fallo. L’era della modernità «solida»
era una buona approssimazione di simili condizioni, durevoli e
onnicomprensive, rigidamente regolamentate e fatte rispettare
rigorosamente.
Nell’attuale fase «liquida» della modernità, invece, la do-
manda di funzioni direttive tanto ortodosse sta scemando. La
dominazione può essere raggiunta e garantita con un dispen-
dio di energie, tempo e denaro di gran lunga inferiore, tramite
la minaccia dei dirigenti di disimpegnarsi o rifiutare di impe-
gnarsi, anziché attraverso il controllo e la sorveglianza capillari.
La minaccia del disimpegno sposta l’onere della prova, ossia
la creazione e il mantenimento di un assetto vivibile, sul fron-
te opposto, quello dei dominati. Adesso tocca ai subordinati
comportarsi in modo da ottenere l’approvazione dei superio-
ri, e spingerli ad «acquistare» i loro servizi e i loro «prodotti»,
progettati a livello individuale – proprio come i produttori e
i commercianti di altri beni inducono i possibili compratori a
desiderare le merci che mettono in vendita. Il principio di «at-
tenersi a una routine» da solo non basterebbe a raggiungere
quell’obiettivo. Per Luc Boltanski ed Eve Chiapello, chiunque
desideri affermarsi nell’organizzazione del mondo del lavoro
che ha sostituito quello che somigliava a un labirinto per ratti,
deve dimostrare doti di apertura e curiosità, convivialità e co-
municazione – mettendo in vendita se stesso, tutta la propria
persona, come bene unico e insostituibile, capace di arricchi-
re la qualità della squadra1. Oggi tocca agli attuali o aspiranti
dipendenti il compito di «monitorarsi», mettere se stessi sotto
osservazione per assicurarsi che le proprie prestazioni risultino

­­­­­108
convincenti e possano ricevere l’approvazione degli acquirenti,
e che continuino ad assicurarsela anche nel caso in cui i desi-
deri, gli appetiti e il gusto dei compratori cambino. Non è più
compito dei loro superiori quello di smussare e mettere a punto
ogni imperfezione delle personalità o reprimere le idiosincrasie
dei dipendenti, omogeneizzarne la condotta e ricondurre le loro
azioni a una rigida struttura di routine, trasformandoli così in
un bene acquistabile.
La ricetta per il successo è quella di «essere se stessi» e non
«come tutti gli altri». È la differenza, non l’uniformità, che ven-
de meglio. Possedere la conoscenza e le competenze «attinenti
al lavoro» e già dimostrate da chi lo ha svolto prima di noi o da
chi sta cercando di ottenerlo non basta più; anzi, probabilmente
sarebbe considerato e trattato come uno svantaggio. Ciò di cui
invece c’è bisogno sono idee insolite «diverse da tutte le altre»,
progetti eccezionali che nessuno ha mai suggerito prima, e so-
prattutto una propensione felina a perseguire da soli la propria
strada.
È questo il tipo di conoscenza (o meglio, di ispirazione) che
gli uomini e le donne del tempo liquido-moderno ambiscono a
possedere. Vogliono consulenti che mostrino loro come muo-
versi, anziché insegnanti che si assicurino che imbocchino una
sola strada – già sovraffollata perché considerata «l’unica esi-
stente». I consulenti che desiderano, per i cui servizi sono dispo-
sti a pagare quanto occorre, dovrebbero aiutarli (e lo faranno) a
scavare in profondità nel loro carattere e nella loro personalità,
quelle zone dove si presume giacciano ricchi depositi di minerali
preziosi che reclamano di essere portati alla luce. Consulenti che
probabilmente rimprovereranno ai loro clienti la loro indolenza
o negligenza, anziché la loro ignoranza, e che offrano loro una
conoscenza pratica, un savoir être o savoir vivre, anziché il sem-
plice savoir: la conoscenza teorica che gli educatori ortodossi
desideravano impartire e sapevano trasmettere ai loro allievi.
Il culto attuale di un’istruzione che «si prolunga per tutta la
vita» è incentrato in parte sull’esigenza di portare la formazione
professionale allo «stato dell’arte». Eppure deve la sua popola-
rità, in parte uguale, o forse maggiore, alla convinzione che la

­­­­­109
miniera della personalità non si esaurisce mai, e che è ancora
possibile trovare dei maestri spirituali che sappiano raggiungere
le risorse non ancora sfruttate, o forse mai scoperte, dove altre
guide non sono state in grado di arrivare o che si sono deplore-
volmente lasciate sfuggire – e che con il dovuto impegno sia pos-
sibile trovare simili maestri. E naturalmente a patto di disporre
di grandi riserve di denaro con cui retribuire i loro servizi.
(continua)
25.
Il mondo è inadatto all’istruzione? (3)

La trionfale marcia della conoscenza attraverso un mondo abita-


to da uomini e donne moderni è avanzata su due diversi fronti.
Da un lato ha invaso, catturato, esaminato minuziosamente e
preso nota delle regioni e degli aspetti del mondo ancora nuovi
e inesplorati. L’impero costruito grazie ai progressi compiuti su
questo primo fronte era quello dell’informazione che intendeva
rappresentare il mondo. Si riteneva che tramite la rappresenta-
zione ogni parte del mondo potesse essere «resa intelligibile»:
conquistata e rivendicata a nome degli esseri umani.
Il secondo fronte era quello dell’istruzione, e progrediva at-
traverso l’espansione del canone dei contenuti e l’ampliamento
delle capacità percettive e ritentive di coloro che venivano istruiti.
Su entrambi i fronti la «linea del traguardo» – la fine della
guerra – era visualizzata chiaramente e sin dall’inizio: alla fine
del processo, ogni zona grigia sarebbe stata colmata e sarebbe
stata tracciata una mappa mundi completa; ogni informazione
necessaria e sufficiente a muoversi liberamente nel mondo sa-
rebbe stata messa a disposizione dei rappresentanti della specie
umana attraverso l’offerta di un adeguato numero di canali di
trasmissione dell’istruzione. Il problema, comunque, era che
più la guerra progrediva, più la lista delle battaglie vittoriose si
allungava e più la «linea del traguardo» sembrava allontanarsi...
Adesso siamo propensi a credere che la guerra sia tanto im-
possibile da vincere quanto lo era all’inizio, e su entrambi i fron-
ti. Tanto per cominciare, la mappatura di ogni territorio appena
conquistato sembra accrescere, anziché ridurre, l’estensione e il
numero delle zone grigie, cosicché il momento in cui sarà possi-
bile tracciare una mappa mundi perfetta non sembra affatto più

­­­­­111
vicino. Inoltre il mondo «là fuori», quello che si era sperato di
poter segregare e immobilizzare attraverso un atto di rappresen-
tazione, sembra sfuggire spedito e a passo agile da ogni forma
precedentemente documentata; è un giocatore (sicuramente ac-
corto, scaltro, e astuto) nel gioco della verità, anziché essere la
posta in palio e il premio che i contendenti umani speravano di
potersi aggiudicare e spartire. Nella sintesi succinta e tuttavia
efficace di Paul Virilio, il mondo di oggi non possiede più alcuna
stabilità: si sposta, tentenna, e scivola via in continuazione.
Notizie addirittura più importanti giungono comunque dal
secondo fronte dell’istruzione, quello della distribuzione della
conoscenza. Tornando a scomodare Virilio, l’ignoto si è sposta-
to, trasferendosi dal mondo decisamente troppo vasto, miste-
rioso e impervio alla galassia nebulosa dell’immagine. Gli esplo-
ratori interessati a esaminare quella galassia nella sua interezza
sono pochissimi, e ancora meno sono coloro in grado di farlo.
Scienziati, artisti e filosofi si trovano in una sorta di alleanza vo-
tata all’esplorazione di quella galassia – un’alleanza alla quale le
persone comuni non possono sperare mai di unirsi. Quella spe-
cifica galassia risulta puramente e semplicemente inassimilabile.
Adesso non è tanto il mondo descritto dall’informazione, ma
l’informazione stessa che si è trasformata nella sede principale
dell’«ignoto». Ed è l’informazione che appare sin troppo vasta,
misteriosa e selvaggia. Sembra riciclarsi, passando da via regia
per conoscere il mondo a un ostacolo notevole per quella co-
noscenza. Al giorno d’oggi le immense quantità di informazioni
che competono tra loro per assicurarsi la nostra attenzione sono
avvertite dagli uomini e dalle donne comuni considerevolmente
più sconcertanti, sgradevoli e minacciose di quei pochi «misteri
dell’universo» che ancora sopravvivono, e appassionano solo
una piccola cerchia di appassionati delle scienze e un’altra, ad-
dirittura più ristretta, di aspiranti premi Nobel.
Tutto quanto è ignoto ci appare minaccioso, ma scatena rea-
zioni diverse. Le zone grigie sulla mappa dell’universo suscitano
curiosità, esortano all’azione e infondono agli spiriti audaci deter-
minazione, coraggio e fiducia. Promettono una vita avventurosa
e interessante, fatta di scoperte; suggeriscono un futuro migliore,

­­­­­112
progressivamente più libero dalle angustie che avvelenano l’e-
sistenza. È diverso, invece, nel caso della massa impenetrabile
e impervia delle informazioni: tutto è a disposizione, a portata
di mano, e tuttavia sfugge in modo irriverente ed esasperante
ai nostri audaci tentativi di farvi breccia, digerirle e assimilarle.
È la massa delle conoscenze accumulate a rappresentare l’e-
pitome del disordine e del caos contemporanei. In questa massa,
al pari di ciò che accade nei misteriosi buchi neri del cosmo, ogni
tradizionale strumento di ordine – la rilevanza degli argomenti,
l’assegnazione di diversi livelli di importanza, le esigenze in base
alle quali determinare l’utilità e le autorità in grado di stabilire
il valore – viene mano a mano affondato, inghiottito e disciolto.
La massa fa apparire i propri contenuti tutti scialbi allo stes-
so modo. Si potrebbe dire che al suo interno tutti gli elementi
dell’informazione fluiscono con la stessa gravità specifica, e per
coloro a cui è negato il diritto di rivendicare la competenza dei
propri giudizi ma che sono ripetutamente colpiti dalle corren-
ti di affermazioni contraddittorie e autorevoli non esiste alcun
modo evidente, e men che mai sicuro, per separare il grano dal
loglio. In quella massa, le porzioni di conoscenza ritagliate per il
consumo e l’uso personale possono essere valutate solo in base
alla loro quantità; non è possibile paragonare la loro qualità con
quella di altre nella massa. Qualsiasi elemento di informazione
equivale a un altro. I quiz televisivi riflettono fedelmente que-
sta nuova condizione della conoscenza umana: a ogni risposta
esatta viene assegnato lo stesso punteggio, indipendentemente
dall’argomento e dalla «gravità specifica» (d’altronde, come si
potrebbe misurare tale gravità?!).
Il compito di attribuire importanza ai diversi elementi di in-
formazione e, contemporaneamente, di attribuire più importan-
za a taluni piuttosto che ad altri, è forse il più delicato e rappre-
senta la scelta più difficile da compiere. L’unica regola empirica
da seguire è quella della rilevanza momentanea dell’argomento;
anche se la rilevanza si sposta subito dopo e gli elementi infor-
mativi assimilati perdono di significato appena abbiamo impa-
rato a padroneggiarli. Al pari di altre merci sul mercato, sono
destinate a un uso estemporaneo, immediato, «usa-e-getta».

­­­­­113
È tempo di trarre delle conclusioni...
In passato l’istruzione ha assunto molte forme e si è dimo-
strata capace di adattarsi a circostanze mutevoli, definendo per
sé nuovi obiettivi e ideando nuove strategie. Lasciatemi però
ripetere che il cambiamento a cui stiamo assistendo non è come
quelli che lo hanno preceduto. Nella storia umana non era mai
capitato che gli educatori si imbattessero in una sfida paragona-
bile a quella rappresentata dalla svolta attuale. Semplicemente,
non ci eravamo mai trovati in questa situazione prima d’ora.
L’arte di vivere in un mondo più che saturo di informazioni
dev’essere ancora appresa. Proprio come quella, ben più ardua,
di preparare gli esseri umani a vivere una tale vita.
26.
Lo spirito dei Capodanni passati
e di quelli futuri

Anno Nuovo? Cosa festeggiamo esattamente alla vigilia, il pri-


mo giorno del nuovo anno e in maniera particolare in quel ma-
gico istante che li separa? Quella mezzanotte così diversa da
ogni altra mezzanotte dell’anno che si è appena concluso (i cui
ricordi sono ancora freschi) e (perlomeno è ciò che crediamo)
da tutte quelle dell’anno che sta iniziando? La domanda, a pen-
sarci bene, ci lascia sconcertati; dopotutto, quei due giorni di
inverno, il 31 dicembre e il 1° gennaio, sono incredibilmente
simili, a malapena distinguibili tra loro: 24 ore (o 1.440 minuti)
ciascuno, e separati da una distanza esattamente uguale a quella
che divide due giorni consecutivi qualsiasi. Né si tratta di un
solstizio d’inverno, quando la notte inizia a retrocedere e i giorni
tornano di nuovo ad allungarsi...
Cos’è allora che festeggiamo in questo giorno particolare?
Nulla, si direbbe, se non la sensazione di compiere qualcosa
che sentiamo di dover compiere. Una sensazione che abbia-
mo arbitrariamente affidato a questa giornata piuttosto che a
qualunque altra. La sensazione di chiudere un capitolo e inau-
gurarne uno nuovo, forse completamente diverso. Di accanto-
nare i vecchi problemi e le vecchie preoccupazioni: problemi
e preoccupazioni che appartengono al passato, troppo solidi
per essere rimestati e ormai destinati alla sepoltura e all’oblio.
Magari (se ci sforziamo, come vorremmo e speriamo di fare),
anche la sensazione di inaugurare un periodo diverso da quelli
trascorsi; un’epoca nuova, un futuro ancora morbido, flessibile,
manipolabile e docile al nostro volere; un tempo di cui nulla
è ancora andato perduto e dove tutto è ancora da guadagna-
re. Un periodo forse libero dai problemi che conoscevamo e

­­­­­115
dalle preoccupazioni in cui siamo passati. In breve: l’inizio di
«qualcosa di completamente diverso». In quel magico istante
che separa l’ultimo secondo dell’«anno vecchio» dal primo di
quello «nuovo», celebriamo la possibilità di limitare le perdite
e ricominciare da capo, così da lasciarci alle spalle una volta per
tutte ogni zavorra indesiderata. La possibilità di rendere il pas-
sato (che non ci è possibile modificare in alcun modo) in tutto
e per tutto passato, e il futuro un vero e proprio futuro (in cui
ogni cosa è possibile).
Nell’Anno Nuovo celebriamo le nostre speranze. E fra tan-
ti desideri, quello che ci auguriamo maggiormente, la «meta-
speranza», la «madre di tutte le speranze», è che questa volta,
a differenza delle altre, le nostre speranze non siano frustrate
e schiacciate, e la nostra determinazione a esaudirle non si af-
fievolisca anzitempo, non venga meno né perda vigore, come
accaduto in passato. Capodanno è la ricorrenza che ogni anno
annuncia la rinascita delle speranze. Balliamo, cantiamo e be-
viamo per salutare l’arrivo di una speranza che risorge, ancora
intatta. Una speranza che ci auguriamo sia di una varietà nuova:
immune al discredito e alla diffamazione...
In Gran Bretagna le persone sono abituate sin dalla prima
infanzia a prefiggersi a scadenza regolare dei «propositi per
l’Anno Nuovo». E la maggior parte di noi, qui in Gran Breta-
gna, insiste a farlo, anno dopo anno, per tutta la vita, talvolta
sino all’ultimo respiro. I propositi possono essere di qualunque
tipo, ma il più delle volte si prefiggono di eliminare dalla propria
esistenza un elemento negativo o sgradevole, per sostituirlo con
qualcosa di migliore e più allettante. Si può decidere di smette-
re di fumare; di iniziare a fare dell’attività fisica regolarmente;
di intraprendere una relazione o troncarla definitivamente; di
cominciare a mettere del denaro da parte anziché sperperarlo;
di recarsi più spesso a fare visita ai genitori anziani, invece di
tagliare corto quando parliamo con loro al telefono; di dedica-
re maggiore attenzione e più impegno alla carriera o allo stu-
dio, invece di tralasciarli; di decidersi finalmente a tinteggiare
il soffitto della cucina che si sta screpolando; di dimostrarsi più
gentili, comprensivi e premurosi verso il partner, gli amici, i fi-

­­­­­116
gli... Solitamente, i proponimenti per l’Anno Nuovo indicano la
volontà di diventare una persona migliore; migliore nei confronti
degli altri e verso se stessi; la volontà di acquisire (e meritare)
maggiore rispetto.
Sarebbe bello – e profondamente appagante – riuscire a
mantenere questi propositi per il tempo necessario a raggiunge-
re la meta desiderata/deliberata/prevista/promessa, o riuscire a
far sì che i progressi compiuti sulla propria persona si protrag-
gano oltre i primi giorni di gennaio. Purtroppo però alle nostre
buo­ne intenzioni troppo spesso non corrisponde una forza di
volontà sufficiente, e la consuetudine di rinnovare da un an-
no all’altro il rito dei proponimenti (anziché affinare l’arte di
prendere ogni giorno delle decisioni scomode e portarle sino in
fondo) non aiuta. Non riuscire a mantenere un proposito non
significa che tutto è perduto: l’onta può essere eliminata – e lo
sarà; ci sarà un nuovo Capodanno, avremo un’altra possibilità,
una nuova occasione per tirare le somme e ripartire da capo.
Abbiamo ancora molto tempo per radunare le forze e riprender-
ci in maniera da riuscire a colpo sicuro nel prossimo tentativo.
Un nuovo inizio porta con sé nuove sfide, ma le sfide possono
attendere (possiamo ignorarle o archiviarle) sino a quando non
si presenterà la prossima occasione per affrontarle seriamente a
distanza ravvicinata; cioè un altro Capodanno. Vorrei osservare,
tuttavia, che abituarsi a rinfrancare in questo modo la propria
coscienza è tanto un bene che un male: i soffitti screpolati pos-
sono aspettare forse un altro anno per un’altra mano di verni-
ce; probabilmente i nostri genitori ci perdoneranno ancora una
volta per avergli dedicato poco tempo; e forse fumare per altri
dodici mesi non ci porterà per forza a morire da un giorno all’al-
tro. Esistono però delle situazioni che reclamano a gran voce il
nostro deciso intervento, e che non possono aspettare tanto; ci
sono cose da fare che possiamo rinviare soltanto a nostro collet-
tivo rischio e pericolo; e ci sono impegni che, se non affrontati
immediatamente, possono diventare troppo grandi per noi e
impossibili da gestire.
Credo che sappiate a cosa mi riferisco: è assolutamente im-
possibile non saperlo, considerando che ci stiamo avvicinando

­­­­­117
alla conclusione del primo decennio di un secolo in cui il destino
dell’umanità, ormai inestricabilmente legato a quello di tutte le
creature viventi (innocenti «vittime collaterali» della smodatez-
za, dell’arroganza eccessiva e del ridotto senso di responsabilità
in cui viviamo) è a rischio. Noi (noi tutti, esseri umani) ci stiamo
avvicinando rapidamente, qualche centimetro all’anno, all’orlo
di un baratro. Una catastrofe immane e raccapricciante, come il
surriscaldamento del pianeta che si verificò 250 milioni di anni
fa e distrusse il 95 per cento delle specie viventi, lasciando ap-
pesa a un filo eccezionalmente sottile la sorte di tutte le altre per
migliaia di anni successivi.
Quella catastrofe remotissima, a differenza di quella a cui
stiamo andando incontro senza fare quasi nulla per scongiu-
rarla, o quanto meno attenuarla, fu innescata da un’esplosione
vulcanica che sprigionò trilioni di tonnellate di anidride car-
bonica, causando un innalzamento della temperatura terrestre
pari a cinque gradi; questo a sua volta provocò la fuoriuscita dai
fondali oceanici di enormi quantità di metano (un gas venticin-
que volte più potente dell’anidride carbonica), che si sprigiona-
rono nell’atmosfera facendo aumentare la temperatura di altri
5 gradi... Una reazione a catena che una volta messa in moto ha
raggiunto un punto critico oltre il quale non poteva essere inter-
rotta. Ma il punto è che se una catastrofe simile dovesse ripetersi
negli anni a venire, noi (ammesso che di «noi» rimanga qualcu-
no a cui attribuire la colpa) non potremmo prendercela con le
stravaganze della natura, imprevisti che malgrado tutte le nostre
capacità e il nostro ingegno non abbiamo saputo prevenire. La
riproposizione di un evento così drammatico può essere anche
il risultato del modo disastroso (e in definitiva suicida) con cui
noi stessi usiamo e abusiamo del pianeta sul quale viviamo, e
di cui non potremmo nemmeno giustificarci (ammesso che di
«noi» rimanga qualcuno per fornire giustificazioni) con la scusa
che tale tragedia non era stata «prevista». Nessuno oggi può
affermare di non sapere che sorta di futuro bolla in pentola.
O del perché bolla. O che cosa ciascuno di noi dovrebbe fare,
e cosa dobbiamo immediatamente smettere di fare se vogliamo
davvero garantirci una possibilità, per quanto esile, di schivare

­­­­­118
il disastro. Tutti sappiamo cosa dovrebbe esserci nei nostri pro-
ponimenti, e che è l’ultima occasione per formularli e attenerci
a essi, nel bene e nel male.
È questo l’augurio per l’Anno Nuovo che rivolgo a voi, ai
miei e ai vostri figli e ai figli dei miei e dei vostri figli. E a me
stesso.
27.
Prevedere l’imprevedibile

Qualche settimana fa stavo per andare a Roma per una con-


ferenza; volevo sapere che tempo faceva e come avrei dovuto
vestirmi, quindi ho dato un’occhiata alle previsioni meteo: su
Roma erano previste forti piogge e una temperatura massima di
quindici gradi. Pochi giorni dopo, per scrupolo ho controllato
di nuovo, ma il responso è stato molto diverso: cielo sereno e
temperature al di sotto dei 12 gradi. Di fatto però non sono mai
riuscito a verificare di persona che tempo abbia fatto a Roma il
giorno della mia conferenza, poiché il volo è stato cancellato a
causa di un’improvvisa tormenta di neve che ha colto assoluta-
mente di sorpresa il personale dell’aeroporto...
Nei primi anni Sessanta, Edward Lorenz stava lavorando a
un programma che permettesse di prevedere i cambiamenti del
tempo con una certa precisione, ed era quasi riuscito a com-
pletare un modello comprensivo e praticamente infallibile di
previsioni meteo (suscitando l’ammirazione unanime dei suoi
colleghi, e l’invidia di qualcuno di loro), capace di tener conto di
ogni variabile. Ma un giorno, mentre si accingeva a riprendere le
sue ricerche in laboratorio, Lorenz scoprì con grande sorpresa
che un’alterazione anche minima (approssimata al millesimo) di
una delle numerose variabili iniziali avrebbe generato una pre-
visione completamente diversa (si sarebbe tentati di dire: senza
alcuna ragione apparente!). Un’impercettibile, insignificante,
trascurabile alterazione di una sola delle variabili in gioco, di
scala talmente esigua da essere talvolta trascurata anche nelle
misurazioni più precise, poteva avere ripercussioni profonde
sull’intero sistema. Col trascorrere del tempo, anche la diffe-
renza minima avrebbe assunto proporzioni colossali, addirittura

­­­­­120
catastrofiche. Come ebbe a dire lo stesso Lorenz: il battito di
ali di una farfalla a Pechino può influenzare la formazione e la
traiettoria degli uragani nel Golfo del Messico, anche molti mesi
dopo e a distanza di migliaia di chilometri.
Tanto che ancora oggi la capacità dei piccoli cambiamenti
di causare conseguenze che si ingigantiscono esponenzialmente
è nota come «effetto farfalla». Questo afferma senza mezzi ter-
mini che l’andamento di sistemi complessi basati su numerose
variabili in dipendenza reciproca è – per farla breve – impreve-
dibile. Non soltanto imprevedibile per noi, a causa della nostra
ignoranza, negligenza o ottusità, bensì in ragione della natura
stessa di tali sistemi. Dal momento che il mondo dove abitiamo
è un sistema molto, molto complesso, il suo futuro rappresenta
una grande incognita, destinata a rimanere tale qualsiasi cosa
facciamo. Le previsioni possono essere unicamente delle con-
getture, e farvi affidamento equivale a correre rischi enormi. Il
futuro è imprevedibile perché è, puramente e semplicemente,
in-determinato. Il corso degli eventi può imboccare in qualsiasi
momento una strada anziché un’altra...
Eppure... sforzarsi di sfidare quell’ostacolo indomabile e car-
pire al futuro, in anticipo, qualche indicazione su ciò che ci ri-
serva, obbligarlo a rivelarsi quando è ancora a venire (anzi, non
ancora nato)... in breve, cercare di ottenere informazioni su qual-
cosa che ancora non esiste – è precisamente ciò che gli uomini
hanno tentato con coscienza di fare e sperato di raggiungere sin
dagli albori della storia. Già millenni prima della nascita della
meteorologia l’uomo tentò, come cerca di fare la scienza mo-
derna, di individuare le leggi precise che determinano il corso
tortuoso della natura, della storia e del destino umano, così da
poterle prevedere. Così da poter venire a sapere come sarà il
futuro, e venire a saperlo adesso: prima che il futuro si trasformi
in un altro presente. Aeromanzia, alectromanzia, aleuromanzia,
alfitomanzia, antropomanzia, antroposcopia, arit­manzia, astro-
diagnosi, astrognosia, astrologia, astromanzia, austromanzia,
assinomanzia... ecco alcuni dei nomi di antichi metodi di divina-
zione del futuro – scelti a caso solo tra quelli che iniziano con la
«A» (e di lettere nell’alfabeto ce ne sono tante di più!). In passato

­­­­­121
questi metodi erano praticati da uomini saggi, profondamente
rispettati da tutti, e che godevano la piena fiducia dei tanti che
ammiravano le evidenti abilità e la notevole sicurezza di sé esibita
da oracoli e indovini. Oggi si tratta di metodi screditati e per lo
più abbandonati, o del tutto dimenticati. Chissà se la meteorolo-
gia è destinata a fare la stessa fine...
Ai capricci del clima ormai abbiamo fatto l’abitudine, e non
ci crucciamo troppo per la sua frequente, quasi quotidiana vo-
lubilità. Ma il rischioso compito di prevedere il futuro abbraccia
anche ambiti diversi e ben più seri, problematici e inquietanti:
gli eventi più gravidi di conseguenze del secolo scorso colsero
di sorpresa i nostri padri e i nostri nonni, trovandoli del tutto
impreparati. Nessuno seppe prevedere la spettacolare ascesa e
il diffondersi dei crudeli regimi autoritari e dittatoriali – per
non parlare del totalitarismo, la loro variante «nuova e miglio-
rata». Qualche decina di anni più tardi, alla vigilia del crollo
del muro di Berlino, la «sovietologia» (scienza oggi scomparsa
e felicemente sepolta, ma alla quale all’epoca, in virtù della sua
suprema importanza politica, erano destinati fondi cospicui e
che contava numerosi istituti di ricerca e migliaia di apprezzati
esperti), era ancora divisa tra due correnti: quella dei luminari
che predicevano la graduale ma inesorabile «convergenza» tra il
sistema capitalista e quello socialista, sotto forma del cosiddetto
«corporatismo» (termine oggi praticamente dimenticato e non
più annoverato nel vocabolario dell’erudizione convenzionale)
e quella dei cervelloni che prevedevano un inasprimento del
conflitto tra i due sistemi sino a sfociare in una esplosione de-
vastante (forse nucleare) in stile Mad («distruzione reciproca
assicurata»). In nessuno degli autorevoli consessi di esperti so-
vietologi si prese mai seriamente in considerazione la possibilità
che il sistema sovietico potesse implodere sotto il peso della sua
stessa inanità, proprio come il terremoto recente (improvviso,
profondo, esteso e refrattario a qualunque intervento riparato-
re) di un’economia basata sui consumi e imperniata sul credito
non era stato previsto da alcun consesso mondiale di economi-
sti... In entrambi i casi la percentuale delle previsioni rivelatesi
corrette è stata di gran lunga inferiore a quella di risposte giuste

­­­­­122
che ci si sarebbe aspettati in base alle leggi della probabilità
da un gran numero di inferenze a caso. E tuttavia, a dispetto
dell’evidenza dei fatti, continuiamo disperatamente a cercare
quella fatale «farfalla» il cui battito d’ali ha causato «effetti»
così devastanti, le cui conseguenze continuano a sfuggire a una
completa diagnosi!
Vaclav Havel – indomito dissidente e paladino della liber-
tà, divenuto dopo molte battaglie presidente della Repubblica
Ceca, che ha passato la sua vita sul fronte della storia, che si è
sforzato non solo di prevedere il futuro, ma anche di assicurarsi
che questo prendesse e mantenesse una direzione «umana» e
benevola per l’umanità – ha riassunto la propria esperienza af-
fermando che per conoscere ciò che ci riserva il futuro è neces-
sario sapere quali canzoni cantiamo nel presente. Il problema,
ha aggiunto subito dopo, è che non c’è modo di sapere quali
canzoni si canteranno l’anno prossimo, o quello dopo ancora...
Nel complesso sistema chiamato «storia», la condotta umana è
di gran lunga la più variabile delle variabili e la meno prevedibile
delle funzioni imprevedibili.
Noi esseri umani abbiamo la parolina «no» nel nostro voca-
bolario, la quale ci consente di mettere in discussione, negare
o rifiutare i «dati di fatto» e lo «stato di cose» che il mondo in
cui viviamo ci presenta. Nella grammatica abbiamo un tempo
futuro che ci permette di immaginare e visualizzare uno stato
di cose diverso da quello esistente attualmente. Un «dato» con
«fatti» assai diversi tra loro. Potendo contare su strumenti simili,
siamo destinati a essere sottodeterminati, e quindi liberi di – ma
anche condannati a – compiere delle scelte, esposti al costan-
te rischio di sbagliare nello scegliere e obbligati a un perenne
stato di incertezza. L’insicurezza sul presente e l’incertezza sul
futuro nel nostro viaggio attraverso la vita non ci abbandonano
mai. Non c’è da sorprendersi, dunque, se sogniamo una linea
telefonica o una connessione internet di qualcuno che una vol-
ta avremmo chiamato «profeta», «oracolo» o «indovino», ma
oggi preferiamo definire «esperto»: una figura che goda di una
visuale più ampia dalla quale solamente gli uccelli – in assenza di
angeli – possono vedere il nostro mondo. Qualcuno che perciò

­­­­­123
sappia dirci in anticipo quello che vede, girato il primo angolo,
in quel futuro inaccessibile ai nostri occhi, piantati al suolo. Ma
dopotutto, fatemelo ripetere, nessun uccello sa scandagliare il
futuro, perché il futuro, sino a quando rimane tale, non esiste, e
quindi non c’è nulla che gli occhi, per quanto acuti e indirizzati
nella maniera migliore, possano scorgervi. Il «futuro» non è che
un modo abbreviato per dire «potrebbe accadere qualsiasi cosa,
ma non si può sapere o fare niente con certezza»; ironicamen-
te, comunque, siamo noi, esseri umani – inveterati operatori di
scelte – a far sì che si verifichino gli accadimenti futuri. È la no-
stra natura umana che ci obbliga a interrogarci continuamente
sulla forma che avrà il futuro, dando risposte attendibili (distin-
te dalle congetture semplicemente credibili, e dunque incerte),
impossibili da raggiungere grazie alla nostra libertà di scelta.
Era il grande Antonio Gramsci a ribadire che l’unico modo
per «prevedere» il futuro era unire le forze e congiungere gli
sforzi in modo da piegare gli eventi ai nostri desideri, mante-
nendo le distanze da situazioni spiacevoli. Non è detto che tale
ricetta porti i risultati desiderati; la guerra contro l’incertezza
non sarà mai vinta del tutto. Ma questa è l’unica strategia che
ci dà una possibilità di vincere delle battaglie. Non rappresenta
la soluzione perfetta, ma è l’unica di cui disponiamo. Prendere
o lasciare.
28.
Calcolare l’incalcolabile

Sin dagli esordi della modernità, il rischio – afferma Ulrich Beck,


pioniere degli approfondimenti contemporanei su questo tema,
e a oggi il suo teorico più autorevole e di gran lunga più ferrato
– «ha amalgamato nell’orizzonte semantico della probabilità il
sapere e il non-sapere»1. «La storia della scienza fa risalire la
nascita del calcolo delle probabilità, ovvero del primo tentativo
di imbrigliare l’imprevedibile (sviluppatosi nella corrisponden-
za tra Pierre Fermat e Blaise Pascal) all’anno 1651». Da allora,
aggiunge Beck, attraverso la categoria del rischio «l’arrogante
presupposto della controllabilità» può far sentire sempre di più
il proprio influsso.
Dal nostro punto di vista, nel periodo palesemente liqui-
dizzato che fa seguito alla fase compulsivamente liquidizzante
e tuttavia ossessionata dalla solidità della prima modernità (e
quindi con il vantaggio del senno di poi), possiamo dire che la
categoria del rischio ha rappresentato un tentativo di riconcilia-
re i due pilastri della coscienza moderna: una consapevolezza
della contingenza e casualità del mondo, da un lato, e una fidu-
cia nelle proprie capacità, all’insegna del motto «ce la possiamo
fare» (che Beck preferisce chiamare «arroganza»), dall’altro. La
categoria del «rischio» rappresenta più precisamente un tenta-
tivo di salvare il secondo pilastro, a dispetto della insistente e
onnipresente (benché irritante e temuta) presenza del primo. La
categoria del «rischio» (e il progetto del «calcolo del rischio»,
che da questa deriva) offriva agli uomini la possibilità di avvici-
narsi – attraverso la raccolta e l’immagazzinamento di informa-
zioni e, allo stesso tempo, flettendo il proprio braccio pratico
e tecnologico – a una condizione di certezza, o quantomeno

­­­­­125
prometteva loro di raggiungere alte probabilità di pronosticare
correttamente, e quindi «assicurarsi il controllo». E questo a
dispetto del fatto che il mondo naturale, con tutte le aggiunte
e le alterazioni apportatevi dagli esseri umani, fosse ben lun-
gi dall’essere un modello di regolarità incondizionata e quindi
dell’ideale di una prevedibilità autenticamente completa e affi-
dabile. La categoria del «rischio» non prometteva un infallibile
riparo dal pericolo, bensì la capacità di calcolarne la probabilità
e la possibile portata – e quindi, obliquamente, la possibilità di
calcolare e applicare la distribuzione migliore delle risorse tale
da rendere efficaci e riuscite le iniziative che si intendono intra-
prendere.
La semantica del «rischio» aveva bisogno, benché non in ma-
niera esplicita, di presupporre l’esistenza di un universo «second
best»: un ambiente «strutturato» («strutturare»: manipolare, al-
terare o contraffare, e quindi differenziare una distribuzione di
probabilità altrimenti casuale) o, in altre parole, un ambiente
che essenzialmente si attiene a delle regole. Un universo dove, se
non il verificarsi degli eventi, almeno le probabilità che gli eventi
si verifichino siano predeterminate e possano essere studiate, re-
se note e valutate. Ma per quanto il «calcolo del rischio» si pos-
sa avvicinare a una certezza ineccepibile e infallibile, e quindi
alla possibilità di predeterminare il futuro, il distacco apparirà
comunque sempre minimo e insignificante rispetto all’invalica-
bile abisso categoriale che separa l’«orizzonte semantico della
probabilità» (e quindi la fattibilità dell’auspicato calcolo del
rischio) dall’area strappata all’ossessiva e inquietante premoni-
zione della incertezza irremovibile e irreparabile che incombe
sulla nostra, attuale coscienza liquido-moderna.
Come fece notare una dozzina di anni fa John Gray, «i governi
degli Stati sovrani non sanno in anticipo in che modo reagiranno
i mercati [...] i governi nazionali negli anni Novanta si muovono
alla cieca». Gray non si aspetta che il futuro ci accompagni in
una condizione marcatamente differente; possiamo aspettarci,
come in passato, «una successione di contingenze, catastrofi e
qualche occasionale parentesi di pace e civiltà»2. Tutte circo-
stanze, mi si permetta di aggiungere, inattese, imprevedibili e

­­­­­126
incalcolabili a priori, che il più delle volte colgono di sorpresa
le loro vittime e i loro beneficiari, inconsapevoli e impreparati.
Sembra sempre più probabile che la scoperta e l’annuncio
della centralità che l’«orizzonte del rischio» occupa nel pen-
siero moderno condivida l’atteggiamento eterno della nottola
di Minerva, che dispiegava le ali alla fine del giorno e appena
prima del tramonto; o la propensione persino più comune de-
gli oggetti, fatta notare da Martin Heidegger, a passare da uno
stato in cui «si nascondono stando in piena luce» (rimanendo
immersi nell’oscura condizione di zuhanden, troppo ovvia per
essere notata – o, per usare la descrizione fatta da José Saramago
in Memoriale del convento, del 1982 – perché sono «così comuni
e richiedono capacità così minime da essere il più delle volte
sottovalutati»), alla sfavillante visibilità del vorhanden, ovvero
dei «problemi» da «affrontare» e «risolvere» adesso, prima che
vadano in malora, che sfuggano da ciò che diamo per scontato
oppure che in qualche maniera frustrino le aspettative (di rego-
la, solo in parte consapevoli e tacite) dei loro fruitori abituali.
In altre parole, le cose «esplodono alla nostra consapevolezza»
e diventano manifeste grazie alla loro scomparsa, o a un cam-
biamento senza precedenti, e quindi sconvolgente. Per la verità,
siamo diventati acutamente consapevoli dei ruoli spaventosi che
le categorie di «rischio», «calcolo del rischio» e «correre rischi»
occupano nella nostra storia moderna soltanto nel momento in
cui il termine «rischio» ha perso molta dell’utilità di un tempo
e, divenuto ormai un «concetto zombie» (per attingere al voca-
bolario di Beck), può essere impiegato unicamente sous rature
(come suggerirebbe Jacques Derrida), cioè letteralmente «in via
di cancellazione». Ovvero quando, in altre parole, è arrivato il
momento di sostituire il concetto di Risikogesellschaft – società
del rischio – con quello di Unsicherheitsglobalschaft – globalità
dell’incertezza.
I pericoli contemporanei differiscono da quelli che la cate-
goria del «rischio» si è sforzata di catturare e portare alla luce,
perché sino a quando non ci colpiscono restano senza nome,
imprevedibili e incalcolabili. E il contesto in cui nascono e da
cui emergono non è più definito dalla Gesellschaft, o società

­­­­­127
– a meno che si faccia coincidere il concetto di Gesellschaft, in
contrasto con le sue connotazioni ortodosse, non con la popo-
lazione di uno Stato-nazione territoriale ma con la popolazione
del pianeta, con l’umanità nel suo insieme.
Il potere che conta (ovvero il potere che, se non ha l’ulti-
ma parola, quantomeno esercita una influenza dominante sulla
gamma di opzioni a disposizione degli agenti) sta aumentando
di volume ed è già diventato globale; la politica invece è rimasta
locale quanto lo era prima. Ne consegue che il potere oggi più
rilevante rimane fuori dalla portata delle attuali istituzioni po-
litiche, mentre il margine di manovra della politica all’interno
dello Stato continua a ridursi. Lo stato delle cose sul pianeta
è ora esposto ai ripetuti colpi inflitti da alleanze ad hoc, o da
semplici sodalizi di poteri discordanti, non vincolati dal con-
trollo politico in ragione della crescente mancanza di autorità
delle istituzioni politiche attualmente disponibili. Queste sono
dunque obbligate a limitare drasticamente le proprie ambizioni
e a «trasferire», «esternalizzare» o «dare in appalto» ad agenzie
non-politiche un numero crescente di quelle funzioni tradizio-
nalmente affidate alla governance dei governi nazionali.
L’emaciarsi della sfera politica (nel suo significato istituzio-
nale e tradizionale) segue un moto proprio, mentre la perdita di
rilevanza di segmenti successivi della politica nazionale si riper-
cuote nell’erosione dell’interesse da parte dei cittadini nei con-
fronti della politica istituzionalizzata e in una diffusa tendenza
a sostituirla con l’impulso a provare una politica «fluttuante»,
mediata elettronicamente e rudimentale/embrionale/incipien-
te. Un tipo di politica caratterizzata dalla sua tempestività, ma
che si distingue anche per essere ad hoc, di breve respiro, con-
finata a singole tematiche, fragile e ostinatamente resistente, o
forse addirittura immune, all’istituzionalizzazione (tutte queste
doti si sa che sono interdipendenti, che si sorreggono e raffor-
zano a vicenda).
Poiché l’incertezza dei nostri giorni affonda le proprie ra-
dici nello spazio globale, il compito di ripristinare il perduto
equilibrio tra potere e politica può essere svolto soltanto a li-
vello globale, e soltanto da una legislazione globale (purtroppo

­­­­­128
a oggi ancora inesistente) e sostenuta da istituzioni esecutive e
giuridiche. Questa sfida si traduce nell’esigenza di affiancare
a una globalizzazione finora quasi interamente «negativa» (ov-
vero: la globalizzazione delle forze intrinsecamente ostili alla
politica istituzionalizzata, come il capitale, la finanza, lo scam-
bio di merci, l’informazione, la criminalità, il traffico di droga e
armi, ecc.) una controparte «positiva» (la globalizzazione della
rappresentanza politica, legge e giurisdizione per esempio) che
ancora non è stata realmente inaugurata.
In deciso contrasto con il rischio di tipo «ideale», i perico-
li che si annidano nel vuoto tra la vastità dell’interdipendenza
umana e l’esiguità degli strumenti dell’auto-governo non sono
prevedibili né calcolabili, né, per questo, gestibili. Renderli tali
è un compito che rimane per ora inevaso. La storia del nostro
secolo trarrà la maggior parte del proprio impeto e dei propri
contenuti dai tentativi di farvi fronte.
29.
Le contorte traiettorie della fobia

La fobia (una «paura di...») è una condizione simile allo spa-


vento e al terrore, ai quali associa un’estrema suscettibilità e
una forte avversione o intolleranza verso alcune manifestazioni
specifiche – come immagini, suoni, odori, sapori – e, di riflesso,
a certe persone, bestie, sostanze o situazioni ritenute responsa-
bili di scatenare reazioni sensoriali disgustose, sgradevoli, pe-
ricolose e rivoltanti. Sospettiamo che il contatto con le cause
della nostra fobia, i vettori dei temuti effetti fobici e/o le entità
o sostanze accusate di scatenarli potrebbe avere su di noi conse-
guenze patologiche, o quanto meno questo è ciò che temiamo.
Quindi cerchiamo di tenercene lontani, evitando a ogni costo
qualsiasi contatto visivo, uditivo, olfattivo e in particolare tattile.
Le fobie ci esortano a mantenere le distanze ed erigere mura
insormontabili, tessere fitte recinzioni di filo spinato o scavare
fossati invalicabili – tutto ciò che si spera impedisca agli «agenti
offensivi» di filtrare, trapelare o penetrare in prossimità del no-
stro spazio vitale.
In breve: sviluppiamo una fobia quando ci sentiamo spaven-
tati, concentrando le nostre paure su oggetti specifici che rite-
niamo colpevoli di averci indotto in quello stato, e prendendo
le contromisure per tenerli a distanza. Tutto ciò è chiaro. Non è
altrettanto chiaro, invece, se gli oggetti della nostra fobia siano
realmente in grado di nuocerci come sospettiamo, e ancor meno
se esista realmente un nesso causale tra questi e il disagio che
accusiamo. Può darsi che i nostri timori siano del tutto infon-
dati, perché le cause della nostra ansia vanno ricercate altrove.
Forse, evitare il contatto con i presunti agenti scatenanti non
basta ad alleviare (e tanto meno a liberarci di) quella sensazione

­­­­­130
di minaccia incombente. Paradossalmente, magari è proprio ciò
che facciamo per sfuggire alla morsa del terrore a essere la fonte
più fertile e persistente di quelle paure...
La probabilità che ciò sia vero è direttamente proporzionale
all’estrema vaghezza e all’elusività delle nostre angosce moder-
ne. Ma in effetti, perché anche quando tutto sembra filare liscio
(ho abbastanza denaro sul conto in banca, il capo mi sorride con
cordialità mentre si profonde in elogi per il mio ultimo lavoro,
il mio/la mia compagno/a dice e dimostra di amarmi ed essermi
fedele, e apprezza e cerca il contatto fisico, i miei ragazzi conti-
nuano a portare a casa buoni voti) non riesco a fare a meno di
preoccuparmi? Perché le giornate appaiono offuscate, anziché
luminose? Da dove nasce il mio disagio? Perché di notte non
dormo serenamente, e mi sveglio agitato da sinistre premoni-
zioni? Perché non riesco ad andare avanti semplicemente con
un sorriso?!
A pensarci bene, dopotutto quelle domande non dovreb-
bero suonarci strane. Il mio conto in banca rimarrà in attivo
solo se riuscirò a conservare il posto di lavoro; ma ogni volta
che apro il giornale leggo di nuovi tagli e licenziamenti, quindi
non posso sentirmi al sicuro, non posso sapere quanto durerà
questo stato di grazia, né posso essere certo che domani avrò
ancora un impiego. Il mio capo si è complimentato con me per
il mio ultimo lavoro, ma per quanto tempo se ne ricorderà, la-
sciandomi riposare sugli allori di un successo? Se ne ricorderà
ancora quando verrà il momento di nuove fusioni, razionalizza-
zioni, esternalizzazioni o subappalti, come prima o poi di certo
accadrà? Io e il mio/la mia compagno/a sembriamo derivare
piacere reciproco dalla nostra relazione, e tuttavia cosa acca-
drebbe se un giorno lei decidesse di averne ormai abbastanza,
che i nostri giorni migliori sono ormai lontani, e che è arrivato
il momento di passare ad altro? Sino ad ora i figli si sono te-
nuti lontani dai guai, ma per quanto riusciranno a evitare le
cattive compagnie, a non cedere alle offerte degli spacciatori
o a sfuggire alle insidie dei pedofili? E come se tutto ciò non
bastasse, la lista delle preoccupazioni non finisce qui... Anzi, è
lungi dall’essere completa. Ma potrà mai esserlo?

­­­­­131
Roberto Toscano, diplomatico italiano e acuto osservatore
del panorama globale contemporaneo, afferma che «non ci sono
molti dubbi sulla gravità della crisi attuale, caratterizzata da una
letale combinazione di recessione economica, diffusa instabilità
politica, rinnovati dubbi sulla vitalità dei sistemi democratici,
terrorismo, radicalizzazione del senso di identità comune (che
spesso sfocia in atti di violenza) e immancabili minacce alla so-
pravvivenza stessa del pianeta». A tutto ciò si aggiunga un ele-
mento ulteriore, forse non meno influente di quelli appena elen-
cati e suggerito di recente dal sociologo italiano Ilvo Diamanti:
«Gli italiani provano una paura che ha poco a che vedere con
la realtà. A incuterla è il telecomando». Infatti, quando in Italia,
alla vigilia delle ultime elezioni politiche, i livelli di criminalità
risultavano in calo, i canali televisivi di proprietà della famiglia
Berlusconi alimentavano giorno dopo giorno il senso di terrore,
prospettando la presenza di malviventi ad ogni angolo di strada e
sotto a ogni letto. Questo accadeva in Italia, ma certo non solo...
Il nostro mondo, che pure manca di molte cose, o non ne
possiede in quantità sufficienti, di certo non ci fa mancare
motivi plausibili di preoccupazione. È dunque assolutamente
naturale se soffriamo tutti – chi più chi meno – di fobofobia
(un termine recentemente coniato da Harmon Leon): una fobia
delle fobie, la paura delle paure. Ciò che perseguita noi, citta-
dini dell’imprevedibile, accelerato, nebbioso e caotico mondo
liquido-moderno, costellato di trappole e insidie, è la paura di
avere paura.
La paura di essere atterriti, e per motivi più che validi, da
una minaccia ancora nebulosa, indefinita, impossibile da deter-
minare ma che di certo, quando uscirà dall’ombra dove per ora
si nasconde non mancherà di rivelare sembianze da gorgone,
un’espressione assolutamente e completamente agghiacciante e
una potenza infernale. Ecco la fobia più diffusa e straziante,
caratteristica del nostro secolo, al cui nucleo, irriducibile, sta
il timore di ritrovarci abbandonati e soli nel momento del bi-
sogno. La cura preventiva più diffusa, cercata più avidamente
e seguita largamente è rappresentata dal tentativo di rifugiarsi
nella compagnia di chi, come noi, ne soffre: tenersi per mano

­­­­­132
e senza lasciarsi, mantenersi in contatto, rimanere in contatto,
non perdere mai i contatti. Un tentativo a cui la maggior parte
di noi dedica molto più zelo ed energia, per la maggior parte
del tempo, di quanto non investa in qualunque altra delle sue
innumerevoli attività quotidiane.
Ricordate The Blair Witch Project – Il mistero della strega
di Blair, il film del 1999 che annunciava l’avvento di un secolo
all’insegna del motto «mantieni i contatti, o muori»? Il terrore
che calava sui tre giovani protagonisti di quella terribile storia,
finendo per bloccarli e divorarli, si riduceva a un cellulare sca-
rico e al fatto di essersi spinti in un territorio non coperto dalla
rete (per quello che potevano vedere gli spettatori). Un terrore
che non abbiamo difficoltà a immaginare, dal momento che la
maggior parte di noi ne ha provato il gusto amaro e penetrante,
prima o poi, anche se – grazie a Dio – in una forma diluita e
attenuata. È accaduto ad esempio quando abbiamo lasciato il
cellulare a casa, ci siamo dimenticati di ricaricarlo, lo abbiamo
perso o ci è stato rubato. (C’è chi ammette che trovandosi lon-
tano da casa senza telefonino ha l’impressione di camminare per
strada in mutande: nudo, indifeso e due volte umiliato: perché
vittima di una vergogna mortificante e al tempo stesso incapace
di porvi rimedio.)
Suppongo che il punto fondamentale non riguardi tanto il
rimanere in contatto, quanto l’assicurarsi di continuo di poter
entrare in contatto, immediatamente, ogni volta che se ne pre-
senta la necessità o il desiderio. Non vi capita spesso di resistere
all’impulso di interrompere una chiacchierata con un amico per
rispondere al cellulare che all’improvviso suona o vibra in modo
invadente per richiamare la vostra attenzione? La lunga lista
degli indirizzi di Facebook a cui potete inviare messaggi scritti
o vocali non vi appare forse più invitante che scambiare due
parole di persona con uno dei vostri «contatti» in carne ed ossa?
E la prerogativa più accattivante e allettante di Twitter, l’ultima
trovata, non è forse quella di permetterci di informare della no-
stra presenza, e farla sentire, a una quantità enorme di persone
con cui in realtà non potremmo, né vorremmo sostenere una
conversazione vera e propria?

­­­­­133
Esclusione, estromissione, solitudine, abbandono; sentirsi
evitati, messi da parte, esiliati; rimanere indietro, essere respin-
ti, ignorati, lasciati ad aspettare e sentirsi indesiderati: ecco gli
incubi più diffusi in questo nostro mondo, noto per produrre
eccedenze ed esuberi in quantità esorbitanti.
30.
Interregno

Nel 1930 Antonio Gramsci annotò in uno dei tanti quaderni


che riempì durante la sua lunga prigionia nel carcere di Turi,
in provincia di Bari: «La crisi consiste appunto nel fatto che il
vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno
si verificano i fenomeni morbosi più svariati»1.
In origine il termine «interregno» denotava uno scarto tem-
porale tra la morte di un sovrano e l’investitura del suo successo-
re, che per le generazioni del passato rappresentava la principale
occasione per assistere a una rottura (solitamente attesa) nella
continuità altrimenti ripetitiva e monotona del governo, della
legge e dell’ordine sociale. L’antico diritto romano sancì uffi-
cialmente questo significato del termine (e del suo referente)
associando all’interregnum la proclamazione del justitium: un
periodo di transizione (come ci ricorda Giorgio Agamben nel
suo Stato di eccezione, del 2003) in cui le leggi vigenti durante
il regno del sovrano scomparso sono (certo, temporaneamen-
te) sospese, presumibilmente in attesa che il futuro regnante
ne proclami di nuove e diverse. Gramsci ha però arricchito il
concetto di «interregno» di un nuovo significato, che abbraccia
un’area più ampia dell’ordine socio-politico-legale e al tempo
stesso si spinge più a fondo nel contesto socio-culturale sot-
tostante. O piuttosto (ispirandosi alla memorabile definizione
data da Lenin, che descrisse la «situazione rivoluzionaria» co-
me condizione in cui i governanti non possono più governare
secondo gli schemi del passato, e i loro sottoposti non vogliono
più essere governati in tal modo), Gramsci scisse il concetto
di «interregno» da quello di interludio legato a una normale
trasmissione del potere ereditario o elettivo (un’associazione or-

­­­­­135
mai consacrata dal tempo). Egli lo associò piuttosto a situazioni
straordinarie: momenti in cui l’assetto legale dell’ordine sociale
esistente ha perso la presa ed è incapace di governare la vita so-
ciale, mentre un nuovo assetto, che riflette le condizioni appena
emerse e responsabili di aver reso obsoleto l’assetto precedente,
è ancora allo stadio embrionale, non si è ancora formato del
tutto o corroborato abbastanza per poterlo applicare e porlo
in atto.
Si potrebbe affermare, dando seguito a un recente suggeri-
mento avanzato da Keith Tester 2, che l’attuale condizione del
pianeta presenti diversi punti in comune con un interregno. È
vero, come aveva postulato Gramsci, che «il vecchio muore». Il
vecchio ordine, fondato sulla stretta associazione, l’accavallarsi
e il sovrapporsi (sino a formare, di fatto, un’unità virtuale) di
territorio, Stato e nazione, e su un potere legato sembra indis-
solubilmente alla politica dello Stato-nazione territoriale quale
unica agenzia operativa (un ordine che sino a tempi recenti era
considerato e fatto valere come principio base della distribuzio-
ne planetaria della sovranità e suo imperturbabile fondamento),
sta morendo. La sovranità non è più associata ad alcuno degli
elementi che costituiscono la triade territorio/Stato/nazione, e
ancor meno a una situazione che li colleghi e li unisca; tutt’al
più, è legata in modo blando soltanto ad alcune loro componen-
ti, molto ridotte in quanto a estensione, contenuti e rilevanza. La
sovranità non è assoluta in nessun luogo, e ovunque è contestata
ed erosa, apertamente o larvatamente, trovandosi a fronteggiare
pretendenti e concorrenti sempre nuovi. D’altro canto, il matri-
monio che si riteneva indissolubile tra potere e politica (che un
tempo, nei palazzi del potere degli Stati nazionali, erano stretta-
mente legati tra loro) è sul punto di sfociare in una separazione,
e non si esclude il divorzio.
La sovranità oggi è, per così dire, difficile da definire e con-
troversa, porosa e scarsamente difendibile, disancorata e in ba-
lia delle correnti. I criteri che ne stabiliscono la distribuzione
tendono a essere contestati duramente, mentre la tradizionale
sequenza del principio della distribuzione e dell’applicazione
della sovranità viene invertita molto spesso (cioè, quel princi-

­­­­­136
pio tende a essere articolato in maniera retroattiva, dopo che
la distribuzione è stata attuata, oppure dedotto da uno stato di
cose preesistente). Gli Stati nazionali si trovano in compagnia
(conflittuale, litigiosa e aggressiva) di effettivi soggetti quasi-
sovrani, pretendenti di fatto o aspiranti tali, ma sempre forte-
mente competitivi, entità capaci di sottrarsi all’applicazione del
principio considerato sino a oggi vincolante del cuius regio, eius
potestas, lex et religio (chi detiene il potere crea le leggi e sceglie
la religione), e che troppo spesso ignorano apertamente o logo-
rano e minacciano di soppiatto coloro che dovrebbero esserne
gli oggetti. Il numero degli aspiranti alla sovranità è in continua
crescita, e già supera per dimensioni, quantomeno se conside-
rati non singolarmente ma in diverse combinazioni, il potere di
tenuta e di vincolo di un normale Stato nazionale (secondo John
Gray, le multinazionali finanziarie, industriali e commerciali og-
gi rappresentano «circa un terzo della produzione mondiale e
due terzi del commercio mondiale»)3. In ogni territorio, e per
quanto attiene a qualunque ambito dell’esistenza, la sovranità
– quel diritto a emanare leggi, sospenderle, stabilire qualsiasi
deroga alla loro applicazione a piacere e la capacità di rendere
simili decisioni obbligatorie ed effettive – è frammentaria, dissi-
pata e disseminata in una molteplicità di centri. Per questo moti-
vo, rimane assolutamente discutibile e soggetta a contestazioni.
Le multinazionali possono mettere facilmente un ente contro
un altro, e quindi schivare il coinvolgimento o l’interferenza di
entrambi e sfuggire alla loro supervisione. Nessun ente abilitato
a prendere delle decisioni può affermare di esercitare una so-
vranità assoluta (ovvero esente da vincoli, separazioni e condi-
visioni), e tanto meno arrogarsene il diritto in maniera credibile
ed efficace.
Si direbbe anzi che l’intero pianeta stia vivendo uno stato
di interregno. Le agenzie politiche ancora esistenti che ci sono
state tramandate da epoche precedenti alla globalizzazione sono
palesemente inadeguate a far fronte alle nuove realtà dell’inter-
dipendenza planetaria, e quegli strumenti politici che avrebbero
l’autorevolezza sufficiente a tenere testa alle capacità in costante
aumento di forze possenti – benché manifestamente e per pro-

­­­­­137
pria ammissione non politiche – brillano soprattutto per la loro
assenza. Le forze che sfuggono sistematicamente al controllo
delle istituzioni politiche affermate, e riconoscibili come com-
pletamente e realmente globali (quali il capitale e la finanza, i
mercati delle materie prime, l’informazione, le mafie, il traffico
di droga, il terrorismo e il commercio di armi), sono tutte simili
tra loro: per quanto varino in altri aspetti, infatti, tutte quante
ignorano in maniera risoluta, con l’inganno e con l’astuzia, op-
pure violano apertamente i limiti territoriali, i confini interstatali
attentamente sorvegliati e le leggi locali (approvate dallo Stato)
senza incontrare alcun ostacolo (e meno che mai ostacoli impos-
sibili da aggirare, infiltrare o superare).
Da dove potranno venirci nuovi principi di convivenza uma-
na rispettati e seguiti universalmente (che, per la prima volta
nella storia, dovranno essere rispettati e seguiti a livello globa-
le), con ciò in grado di segnare la fine dell’«interregno»? Dove
possiamo cercare delle entità capaci di definirli e metterli all’o-
pera? Queste domande, prese cumulativamente, rappresentano
con ogni probabilità la principale delle molte sfide che il nostro
secolo dovrà affrontare senza mezzi termini, dedicando la mag-
gior parte delle proprie energie creative e delle proprie abilità
pragmatiche alla ricerca di una risposta adeguata. Anzi, ci tro-
viamo, potremmo dire, di fronte a una «metasfida», perché sen-
za affrontarla non è pensabile passare a nessun’altra, grande o
piccola che sia. A seconda di quale degli innumerevoli pericoli,
rischi e crisi prendiamo in considerazione, che siano imminenti
o già ci stiano causando dei problemi, la ricerca di una soluzione
ci porta invariabilmente verso una verità che possiamo ignorare
solamente a nostro (comune, condiviso, indivisibile) rischio: la
verità che i problemi globali richiedono necessariamente solu-
zioni globali – ammesso che ne esistano.
31.
Da dove arriverà la forza sovrumana?
E a quale scopo?

Il perpetuo stato di incertezza in cui viviamo secerne il deside-


rio struggente, diffuso e penetrante, di una forza. Una forza di
qualsiasi tipo, di cui fidarsi per individuare a colpo sicuro le
cause di quella profonda e al tempo stesso vaga e diffusa con-
sapevolezza o sospetto della precarietà che nel nostro mondo
liquido-moderno tormenta giorno e notte troppi individui nor-
mali. Si vorrebbe che, conoscendone le cause, tale forza possa
insegnare a chi ne soffre a combatterle con efficacia, privarle
del loro potere e disattivarle – o, meglio ancora: che si dimostri
a sua volta sufficientemente potente da riuscire in tale intento,
mentre la gente comune, condannata com’è all’inadeguatezza
delle proprie conoscenze, abilità e risorse, può soltanto sognare
di riuscirvi da sola. In breve: si avverte il desiderio struggente di
una forza fidata e affidabile, su cui si possa contare per scrutare
nell’invisibile e affrontare senza indugi ciò che è fuggevole e
infidamente occulto. Una forza dunque capace di accettare una
sfida spaventosamente inaccettabile e sconfiggere un avversario
altrimenti invincibile – e di compiere tutto ciò con prontezza e
accuratezza. Per soddisfare queste aspettative, una simile for-
za, tanto sognata e ricercata, dovrebbe essere in un certo senso
«sovrumana», ovvero esente dalle nostre comuni e francamente
incorreggibili debolezze, e abbastanza intraprendente da com-
battere, punire severamente e reprimere qualsiasi resistenza alle
sue decisioni e iniziative.
Potrebbe trattarsi, come spesso è accaduto nella storia pas-
sata, di un «dio vivente». Ai nostri giorni, è più probabile che
sia invece qualcuno che, pur non attribuendosi qualità divine,
affermi di aver ricevuto una rivelazione del complotto segreto e

­­­­­139
dell’attacco imminente di forze inafferrabili, incomprensibili e
malvagie contro gli esseri mortali, a lui inferiori, e di essere stato
prescelto o predestinato a governare e guidare le future vittime
verso la salvezza. Potrebbe essere una sola persona, che reclama
il proprio diritto a farsi accettare da tutti, in virtù di qualcosa
che assomiglia a una missione gradita al cielo e di una linea
di comunicazione diretta con l’Onnipotente (come ad esempio
l’accesso esclusivo a documenti segreti, inaccessibili ad altri), e
di un carattere esemplare e singolarmente irreprensibile e un’in-
nata avversione alle bugie. Oppure potrebbe trattarsi di un’en-
tità collettiva, come una chiesa o un partito, che brandisca una
delega in bianco sottoscritta a proprio nome, rispettivamente,
da Dio o dalla Storia. In ogni caso, una simile forza, vagheggiata
e dotata di capacità sovrumane, ha bisogno di proclamare la
propria capacità di salvare i perplessi dalle loro perplessità e gli
impotenti dalla loro impotenza; di annullare le debolezze uma-
ne del singolo o di molti, in virtù dell’onnipotenza di qualcuno
eletto da Dio o dalla Storia e dalla congregazione, nazione, ceto
o razza, timorosa di Dio o sottomessa alla Storia.
Dio o Storia... due forze considerate e presunte sovrumane,
adatte a svolgere una missione sovrumana. Che siano alleate o
in contrasto fra loro, le entità politiche e religiose mirano ad as-
sumere il controllo sulla capitalizzazione delle medesime risorse
(ovvero delle nostre paure dell’ignoranza e/o dell’impotenza).
Come accade con i marchi che si spartiscono il mercato, esse
concorrono a incrementare la domanda dei loro prodotti, o ri-
valeggiano per aggiudicarsi i favori degli stessi potenziali clienti,
affermando di soddisfare la medesima esigenza, offrendo però
servizi migliori di quelli che si ritiene possano mettere in campo
i loro antagonisti. Ma dal momento che annunciare apertamente
la natura coercitiva di un previsto assoggettamento (come face-
vano i governatori o conquistatori del passato) non rappresenta
di norma una scelta ragionevole e tanto meno plausibile, nella
lotta per lo spirito che viene ingaggiata tra una moltitudine di
idee liberamente immesse sul mercato, la fiducia che i conqui-
stadores dei nostri giorni ripongono nella docilità, ingenuità,
diffidenza e codardia dei clienti a cui puntano e che sperano di

­­­­­140
«convertire» al proprio marchio rimane il più delle volte labo-
riosamente nascosta.
Oltre alla fattibilità (al giorno d’oggi drasticamente limitata)
e alla crescente complessità pragmatica del potere coercitivo
nudo e crudo, rinunciare alla sua manifesta esibizione predi-
ligendo invece argomentazioni e giustificazioni è vantaggioso
e preferibile anche per un altro motivo: la terrificante capacità
delle minacce esplicite tende a logorarsi in tempi relativamente
brevi. Prima o poi i popoli sottomessi e posti in condizioni di
umiliante inferiorità (imposta da invasori venuti da fuori, go-
vernanti autoritari o interessi commerciali) riescono a trovare la
forza per opporre un’efficace resistenza contro gli usurpatori, a
dispetto della schiacciante forza e superiorità di questi ultimi,
tramite l’espressione del dissenso e/o attraverso il deciso rifiuto
a cooperare. Questi popoli troveranno il modo di complicare la
vita degli invasori al punto da fargli preferire di gran lunga una
veloce ritirata al prolungarsi dell’assedio dei territori occupati,
ma ovviamente mai del tutto assoggettati. Tanto i conquistato-
ri che i tiranni «domestici» preferiscono presentarsi nei panni
di benefattori, anziché confessare le proprie reali intenzioni, e
affermare di avere doni da elargire (libertà, il sogno del benes-
sere, le ricchezze di un’esistenza civilizzata) anziché inseguire
bottini di guerra ed esigere tributi. Tutto sommato, le entità
religiose e politiche preferirebbero in generale mirare a istituire
e coltivare quella che Roberto Toscano e Ramin Jahanbegloo
(ispirandosi a un saggio scritto cinquecento anni fa da Étienne
de La Boétie) propongono di chiamare «servitù volontaria»1.
La Boétie sospettava che il fenomeno della massiccia rinuncia
di considerevoli porzioni di libertà da parte di popolazioni as-
soggettate andava spiegato, oltre che con il timore di una pu-
nizione, con la coazione insita nell’uomo a preferire un ordine,
un ordine qualsiasi (persino uno con serie mancanze di libertà)
a una libertà destinata a barattare casualità e incertezza (la cop-
pia di disgrazie tipiche del mondo liquido-moderno) a favore
di quella pace spirituale e quel senso di agio che solamente una
routine (ancorché oppressiva e limitante) coadiuvata dalla forza
è in grado di offrire.

­­­­­141
Quando più entità alla ricerca del potere politico e religioso
operano sul medesimo territorio, mirano alla stessa clientela e
promettono di soddisfare esigenze analoghe, c’è poco da stu-
pirsi del fatto che tendano a scambiarsi tecniche e strategie, e
ad adottare, apportando solo minime alterazioni, i metodi e le
argomentazioni reciproci. I fondamentalismi religiosi attingono
a piene mani a tutta la gamma di problematiche di matrice so-
ciale ritenute appannaggio e proprietà della politica (e che forse
ne rappresentano il bene più distintivo), mentre i fondamen-
talismi politici (all’apparenza secolari) schierano molto spesso
il linguaggio tradizionalmente religioso dell’estremo confronto
tra bene e male, e adottano la tattica monoteistica di scovare,
anatemizzare e sterminare ogni minimo indizio di eresia, etero-
dossia o anche di semplice indifferenza e tiepido distacco (per
quanto minuscolo, innocuo e marginale) nei confronti della (so-
la e unica) autentica dottrina.
Si fa un gran parlare oggi della «politicizzazione della religio-
ne». Troppa poca attenzione viene invece rivolta alla tendenza
parallela di quella che potremmo definire «religionizzazione
della politica», ampiamente e spudoratamente illustrata dalla
scorsa amministrazione statunitense, ma sin troppo comune nel
vocabolario politico del nostro tempo, in una versione più dilui­
ta e meno esplicita e sincera. I conflitti di interessi che richiedo-
no mediazioni e compromessi (ovvero il pane quotidiano della
politica) sono rappresentati come fossero un’estrema resa dei
conti tra bene e male, e questo atteggiamento rende inconcepi-
bile qualsiasi negoziazione per giungere a un accordo. Le due
tendenze, oltre a essere gemelle siamesi realmente inseparabili,
tendono a proiettare reciprocamente l’una sull’altra i propri de-
moni interiori.
Il filosofo Leszek Kołakowski, ormai scomparso, interpre-
tava il fenomeno della religione come manifestazione e dichia-
razione di inadeguatezza da parte degli uomini. La convivenza
umana crea dei problemi che non può comprendere, o affron-
tare, o entrambe le cose. Di fronte a questi problemi la logica
umana rischia di annaspare e impantanarsi. Incapace di volgere
gli aspetti irrazionali che coglie nel mondo circostante per adat-

­­­­­142
tarli alla rigida struttura della ragione umana, l’uomo li estrae
dall’ambito delle vicende umane per trasportarli in sedi consi-
derate inaccessibili al pensiero e all’azione umani (dal momento
che l’incommensurabilità con l’intelletto e le capacità umane è la
definizione di Dio, e il concetto di divino è composto di qualità
che gli umani ambiscono a possedere senza alcuna speranza di
poterle mai acquisire).
Questo è dunque il motivo per cui Kołakowski ha ragio-
ne quando evidenzia che i teologi eruditi hanno arrecato alla
religione più danni che benefici (e continuano a farlo), ogni
qualvolta si sono affannati a fornire una «dimostrazione logica»
dell’esistenza di Dio. L’umanità può contare su fior di studiosi
ed esperti qualificati in grado di servire ed elogiare la logica.
Hanno bisogno di Dio per i suoi miracoli, non per seguire le
leggi della logica; per la sua capacità di compiere ciò che è anor-
male, fuori dall’ordinario, inconcepibile, e non per la sua abilità
di conservare e rafforzare ciò che è consueto, normale, inevita-
bile, predeterminato (è a lui che spetta il compito di spezzare o
ignorare: un compito che gli umani sognano di fare, ma trovano
impossibile); per la sua imperscrutabilità e incomprensibilità,
non per la trasparenza e la prevedibilità; per la sua abilità a
rivoltare il corso degli eventi; per la capacità di mettere da parte
l’ordine delle cose apparentemente intrattabile e indomito, an-
ziché sottomettervisi servilmente, come gli umani sono spinti a
fare e come la maggior parte di loro, la maggior parte delle volte,
si rassegna a fare. In breve, per rendere conto e magari domare e
addomesticare tutte quelle forze meravigliose, apparentemente
cieche, sorde e mute che non possono essere raggiunte dalla
comprensione e dalla capacità di azione degli esseri umani, que-
sti hanno bisogno di un Dio onnisciente e onnipotente – o dei
suoi auto-proclamatisi rappresentanti terreni plenipotenziari.
Il futuro dei due contendenti che attualmente aspirano al
titolo di forza sovrumana – la religione-che-assomiglia-alla-po-
litica e la politica-che-assomiglia-alla-religione – si intreccia con
quello dell’incertezza umana, di una condizione continuamente
esacerbata dalle realtà della vita liquido-moderna in entrambe le
sue versioni: della incertezza collettiva (che riguarda la sicurezza

­­­­­143
e le capacità della specie umana nel suo complesso scagliata in
un mondo naturale, dal quale pure dipende ma che non sa do-
mare) e dell’incertezza individuale (che riguarda la sicurezza dei
singoli individui, la loro collocazione sociale e la loro identità,
allorché si trovano loro stessi scagliati in un habitat dal quale
pure dipendono e che essi, da soli, a gruppi o tutti insieme, non
sanno domare). Il nostro senso di abbandono e la conseguente
solitudine nell’universo, l’assenza di una corte d’appello dotata
di poteri esecutivi, alla quale potersi rivolgere in caso di una
calamità troppo ardua da affrontare, sono troppo spaventosi
perché la maggior parte degli uomini li possa sopportare. Stan-
do così le cose, sembra che Dio morirà insieme all’umanità. Non
un attimo prima.
32.
Tornate a casa, uomini?

Nessuno è in grado di sapere con certezza quante persone per-


deranno il posto di lavoro a causa dell’attuale crisi finanziaria.
L’economia mondiale è in recessione; le statistiche relative alle
attività economiche e alla produzione di ricchezza evidenziano
delle cifre in picchiata, o sul punto di crollare, mentre il numero
dei disoccupati che si affidano al sussidio statale cresce a una ve-
locità sino a poco tempo fa sconosciuta alle attuali generazioni.
Stando alle più recenti statistiche (vedi il «New York Times» del
7 novembre 2009), quasi un americano su cinque è alla ricerca
di un impiego, o ha smesso di cercarlo dopo un anno di tenta-
tivi inutili. (Il tasso di disoccupazione attualmente è al 17,5 per
cento e continua ad aumentare; David Leonhardt lo definisce «il
più alto degli ultimi decenni». Molto probabilmente è addirittu-
ra peggiore di quello che accompagnò la Grande Depressione
degli anni Trenta: «A oggi, quasi sedici milioni di persone sono
senza impiego, mentre dalla fine del 2007 più di sette milioni di
posti di lavoro sono andati in fumo».) I tassi di disoccupazione
continuano ad aumentare in tutto il pianeta...
Per arginare questa tendenza i governi nazionali possono fa-
re poco – anzi: molto poco, dal momento che le dipendenze e
gli intrecci che collegano le economie nazionali a livello globale
impediscono loro di scavare in profondità per arrivare alla ra-
dice dei problemi locali; la velocità supersonica con cui il crollo
del credito ha inciso anche sulle economie più remote dimostra
chiaramente quale livello di complessità ha ormai raggiunto la
nostra interdipendenza globale. Pensate: negli Stati Uniti l’im-
provvisa scarsità di credito ha spinto molti americani a ridurre
drasticamente i propri consumi (quantomeno temporaneamen-

­­­­­145
te), con gravi ripercussioni sulle importazioni, che hanno subito
una drastica frenata. La Cina, di cui la produzione industriale
e le esportazioni di beni di consumo sono in rapida crescita,
ha così perso il suo principale mercato; di conseguenza, i ma-
gazzini cinesi traboccano di merci invendute, mentre numerose
imprese sono obbligate a dichiarare bancarotta o a sospendere
la produzione e, soprattutto, a rimandare (a una data che rimane
imprecisata) progetti di ulteriore espansione. Sino a ieri era la
Cina stessa, in fase di grande espansione, ad assorbire la mag-
gior percentuale dei prodotti tecnologici realizzati soprattutto
in Giappone e Germania. Ma in seguito all’indebolimento della
domanda dei prodotti e servizi che erano soliti fornire, anche
questi due giganti industriali oggi versano in cattive acque.
Il continuo aumento degli «esuberi» a livello mondiale de-
termina l’ulteriore contrazione dei consumi, la quale causa a sua
volta il rapido aumento dei disoccupati, dando vita a un circolo
realmente vizioso. Un concatenarsi di cause ed effetti che si au-
toalimenta e nessuno sa interrompere, o anche solo far rallenta-
re. A oggi, le misure adottate dai governi di tutto il mondo per
migliorare le opportunità di impiego hanno dato risultati tutt’al
più mediocri, o si sono rivelate completamente inutili. Di una
cosa possiamo stare certi: nell’immediato futuro (ma chissà per
quanto?) ci sarà meno lavoro, ma più persone alla sua ricerca.
Tutte queste deprimenti considerazioni non sono più una
novità. Solo adesso però ci troviamo a riflettere sul probabile
impatto che le nuove e inesplorate condizioni economiche che
si stanno delineando avranno su alcuni aspetti importanti della
nostra vita di tutti i giorni, quali – ad esempio – la definizione e
la suddivisione dei ruoli all’interno della famiglia. Possiamo im-
maginare che tale impatto sarà violento e di ampia portata, ma
in che modo modificherà i nostri rapporti, le nostre interazioni
quotidiane, il valore che diamo loro e la struttura che vorremmo
assumessero?
Un esempio per tutti: numerosi indizi fanno supporre che
per una serie di motivi la riduzione dei posti di lavoro interes-
serà soprattutto quei settori dell’economia (in primo luogo le
industrie «pesanti») che tradizionalmente impiegano soprattut-

­­­­­146
to maschi. I settori che si avvalgono invece di una forza-lavoro
prevalentemente femminile (come spesso è il caso dei servizi e
della vendita al dettaglio) potrebbero risentire della crisi in mi-
sura minore. Se è davvero così che andranno le cose, a subirne
più duramente i contraccolpi sarà ancora una volta il ruolo di
marito/padre, ovvero di colui che contribuisce maggiormente
al mantenimento della famiglia, e la consueta suddivisione dei
compiti e la tradizionale organizzazione della vita familiare po-
trebbero essere messe completamente in discussione...
È vero che per svariati motivi, dettati tanto dalla necessità
quanto dalla volontà, quella di svolgere un’occupazione remu-
nerata fuori da casa ha smesso da tempo di essere una prero-
gativa esclusivamente, o anche solo prevalentemente, maschile.
Sono molte infatti le famiglie in cui sia il marito che la moglie
lavorano fuori casa, anche se il più delle volte è ancora il reddito
del marito a incidere maggiormente sul bilancio familiare. E a
dispetto di tutti gli spettacolari progressi compiuti dal movi-
mento femminista, gli uomini continuano a considerare la pro-
spettiva di rimanere a casa e prendersi cura delle faccende do-
mestiche mentre il partner è fuori a lavorare un impegno meno
interessante e tollerabile di quanto non lo sia per le loro mogli.
Inoltre sino ad oggi, nel caso di incompatibilità tra le carriere dei
due coniugi la precedenza veniva solitamente accordata (di co-
mune accordo, benché non sempre di buon grado) alle esigenze
lavorative del marito. Infine, l’istinto «naturale» dettava che alla
nascita dei figli fosse la madre a sacrificare il proprio lavoro per
dedicare tempo ed energie alla cura dei bambini.
Forse (ma non possiamo esserne certi), questa «logica della
vita familiare» tacitamente accettata è destinata a scontrarsi con
la «logica dell’economia» che si sta profilando all’orizzonte, e a
subire forti pressioni, essere messa in discussione, riveduta, ri-
negoziata e ripensata. Malgrado appaia definitivamente risolto,
il tema dei pari diritti della donna a intraprendere una carriera
professionale, guadagnare un proprio reddito e – più in gene-
rale – accedere alla sfera pubblica con un ruolo autorevole e
influente, potrebbe tornare a essere oggetto di ripensamento e
dibattiti infuocati e perfino astiosi.

­­­­­147
Tuttavia, qualche segnale che indicasse un cambiamento in
atto era già avvertibile prima che la consapevolezza e la realtà
della depressione economica si mostrassero in tutta la loro evi-
denza. In America ha suscitato un ampio dibattito la pubblica-
zione del libro Dietro ad ogni uomo di successo: una guida per le
donne che vogliono tutto, in cui Megan Basham, l’autrice, affer-
ma che una donna la quale decide di aiutare il proprio marito
ad affermarsi nella carriera compie una scelta più economica-
mente vantaggiosa (per entrambi i coniugi e per la famiglia nel
suo insieme) rispetto a quella di due coniugi che inseguono le
rispettive carriere e contribuiscono alla cassa comune ciascuno
per proprio conto.
Da un punto di vista puramente economico, le statistiche
sembrano darle ragione: gli uomini le cui mogli rimangono a
casa guadagnano in media il 31 per cento in più di quelli non
sposati; un margine che si riduce al 3,4 per cento nei casi di
moglie e marito con un lavoro a tempo pieno. A questi dati
Basham ne aggiunge altri, che trae dalla propria esperienza per-
sonale: l’autrice ha infatti aiutato il marito Brian a farsi strada
e consolidare la propria posizione nel mondo della televisione.
Non solo rendendosi disponibile, offrendo sostegno morale o
condividendo in parte le tensioni e le frustrazioni che il lavoro
gli procurava, ma svolgendo di fatto il ruolo (ovviamente non
retribuito) di agente e autrice di testi. Basham afferma di essere
orgogliosa del contributo dato, e considera il cospicuo reddito
di Brian una conquista comune, frutto del loro lavoro. L’autrice
non ritiene di aver agito «all’ombra» del marito, ma – come
suggerisce il titolo originale del suo libro – di aver lavorato al suo
fianco (e non è l’unica, aggiunge: dopo tutto fu Michelle Obama
a introdurre il marito Barack sulla ribalta politica di Chicago).
Così la pensa Megan Basham – anche se non tutti i suoi let-
tori trovano le sue considerazioni del tutto giustificate. Folle di
critici, talvolta spietati, l’hanno accusata di ingannare se stessa e
di avere intenzionalmente tentato di intralciare il femminismo e
impedire alle donne di raggiungere un’autentica emancipazio-
ne, o perfino di blandirle per convincerle a ritirarsi dalla guer-
ra, tutt’altro che conclusa, combattuta per conquistarla. Ciò

­­­­­148
che Basham interpreta come «rimanere al fianco» del proprio
marito non sarebbe, secondo i suoi detrattori, che un «restare
nell’ombra», ed è un esempio di discriminazione, di rinuncia
alla propria dignità e di umiliazione personale.
Da un lato le critiche; dall’altro, non del tutto desiderati,
e forse anche inaspettati, i sostenitori. Poco dopo l’uscita del
libro di Megan Basham, la destra religiosa americana ha diffuso
un «Manifesto delle vere donne», in cui si legge che uomini
e donne sono stati creati per riflettere e servire Dio in modi
complementari e diversi, e che mentre le une devono restare a
casa gli altri devono andare a lavorare. Il mancato rispetto di
questa suddivisione dei ruoli, si legge sul Manifesto, determina
la distruzione di un ordine stabilito dalla divinità. Un ordine
che non può essere stravolto, e quindi destinato a rimanere per
sempre immutabile.
Il dibattito rimane aperto – e acquista anzi nuovo impeto.
Dovremmo aggiungervi però un elemento nuovo, rappresentato
da tassi di disoccupazione che sulla scia della crisi economica
aumenteranno con andamento irregolare. Tale elemento po-
trebbe esigere, oppure conquistare, senza nemmeno chiederla,
l’ultima parola – perlomeno in quest’ultima fase dell’argomen-
tazione. Tenetevi pronti.
33.
Fuga dalla crisi

Un lettore della «Repubblica», David Bernardi, mi domanda


cosa possiamo fare per sfuggire alla preoccupante situazione
che si è venuta a delineare con la crisi del credito, e come po-
tremo evitarne le conseguenze, potenzialmente catastrofiche.
Vuole sapere, in altre parole, in che modo ciascuno di noi può
e dovrebbe comportarsi e cercare di vivere – e quante sono le
probabilità che altri decidano di seguire il nostro buon esempio.
Domande che siamo in molti a farci di questi tempi; dopo
tutto, ad accusare gravi colpi non sono stati soltanto il sistema
bancario e gli indici di borsa: anche le nostre certezze relative
alle strategie di vita, alla condotta da adottare e i parametri in
base ai quali misuriamo il successo e inseguiamo quell’ideale di
felicità che (come ci è stato insistentemente fatto notare negli
ultimi anni) vale la pena di essere perseguito, hanno improvvi-
samente perso gran parte della loro autorevolezza e attrattiva.
Insieme alla nostra fiducia nell’economia, anche i nostri idoli,
versioni liquido-moderne del mitico vello d’oro, si sono dissol-
ti! Come ha affermato Mark Furlong, di La Trobe University,
a Melbourne: «È tutto svanito, inghiottito nel nulla... In piena
vista, i ‘migliori’, i più ‘in gamba’, i cosiddetti ‘intelligentoni’,
hanno preso una solenne cantonata»1.
Con il senno di poi, gli anni che hanno preceduto la stretta
creditizia ci appaiono circoscritti a un’epoca brillante, spensie-
rata, vissuta all’insegna del «godi adesso e paga dopo», nella
convinzione che il domani avrebbe portato nuove ricchezze con
cui sopire le preoccupazioni relative ai debiti sempre più ingenti
dell’oggi. Purché si fosse fatto tutto il possibile per unirsi al nu-
mero di quegli «intelligentoni» e seguirne l’esempio. In quegli

­­­­­150
anni ormai lontani, la continua ascesa verso vette sempre più
alte e il raggiungimento di panorami vieppiù esaltanti (che ci
faceva sembrare semplici colline quelle che sino a ieri si staglia-
vano come imponenti montagne, e le colline di ieri dei semplici
rilievi erbosi) sembravano destinati a durare per sempre. Co-
me ha dichiarato a milioni di internauti un giovane e brillante
intermediario finanziario di enorme successo (oggi in rovina):
«Nessuno aveva mai perduto davvero. Le cose andavano alla
grande da molto tempo. Poi, tutt’a un tratto, bum!».
Beh, quell’orgia adesso è finita. È arrivata l’ora (durerà ­mesi?
anni?) di fare i conti, di smaltire la sbornia e riprendersi. E forse
(magari) di un momento di riflessione, per ripensare a ciò che
sembrava destinato a non cambiare mai. Per poi ricominciare
daccapo. Sono giorni che minacciano o promettono, presagisco­
no o annunciano (a seconda delle nostre preferenze) le lunghe
giornate della décroissance di Serge Latouche (si veda il suo Bre-
ve trattato sulla decrescita serena2), in cui si parla di stringere
la cinghia e tornare agli anni che precedettero l’orgia, quando
– come ci ricorda David Bernardi – non esistevano tanti cosme-
tici e detersivi, per le strade circolavano meno automobili e an-
che i rifiuti e gli sprechi erano minori, così come gli emarginati
e le disparità sociali. E che tuttavia erano anni ricchi di energia e
di silenzio. Forse (come suggerisce Bernardi) ci attendono anni
durante i quali l’aria sarà meno inquinata, con più prati e meno
edifici... Chi può dirlo? Chi può essere certo di cosa accadrà?
Esiste forse un modo per tornare al passato (nella realtà, non
solo nei film di Hollywood)? O è forse vero che, come vuole la
tradizione araba, gli uomini assomigliano al proprio tempo più
di quanto non assomiglino ai loro antenati?
Senza affidarsi alla pratica notoriamente rischiosa di fare
pronostici o tirare a indovinare, è importante riuscire a orien-
tarsi nel paesaggio che emergerà alla fine dell’orgia. Come ci
adatteremo a vivere giorno dopo giorno in un mondo che i vec-
chi avranno in parte dimenticato e ai giovani risulterà del tutto
sconosciuto ed estraneo?
Una possibile risposta ce la fornisce Lisa Appignanesi, la
quale prevede un rapido aumento nella diffusione e nella fre-

­­­­­151
quenza dei disturbi mentali. «A livello mondiale», afferma, «la
depressione diventerà presto il secondo disturbo più diffuso
dopo le cardiopatie. Nel mondo occidentale sarà invece al pri-
mo». Depressione? La reazione alla perdita delle illusioni e al
dissolversi dei sogni dorati, la sensazione che il mondo intorno
a noi stia «andando in malora» e che noi tutti – volenti o nolen-
ti – siamo destinati a fare la stessa fine, senza poter fare molto
per scongiurare la rovina, o quanto meno cambiare la direzione.
Tempo fa Glenn Albrecht, dell’università di Newcastle, stu-
diò gli effetti psico-sociali che la chiusura delle miniere aveva
causato nelle comunità che su queste basavano la propria sussi-
stenza, ed evidenziò «la perdita del benessere che sopravviene
quando si raggiunge la consapevolezza che il proprio ambiente
è stato gravemente colpito»3. Il terremoto creditizio che ha man-
dato in frantumi le alte torri della finanza che erano sopravvis-
sute all’attacco di terroristi globali contro il World Trade Center
avrà forse effetti simili, e non solo su coloro che ne sono toccati
da vicino.
Esiste poi un’altra possibile reazione all’attuale crisi – che
Mark Furlong chiama «militarizzazione del sé». Uno scenario
molto allettante per chi ha interessi commerciali e desidera ar-
dentemente sfruttare a proprio vantaggio la catastrofe e trarne
profitto, un’abitudine dura a morire. L’industria farmaceutica
è già in pieno fermento, tesa com’è a invadere, conquistare e
colonizzare le «terre vergini» appena emerse della depressio-
ne post-traumatica per vendervi i suoi «farmaci intelligenti» di
«nuova generazione» e seminare, coltivare e lasciar prolifera-
re nuove illusioni che facilitino il moltiplicarsi della domanda.
Già si sente parlare di mirabolanti rimedi che promettono di
far sentire «più che bene» chiunque li assuma regolarmente, e
capaci di migliorare memoria, stato d’animo, vigore sessuale e
livelli di energia. Promettono di farci diventare completamente
padroni di noi stessi e di farci imporre sugli altri. Se il mondo
sta davvero andando in malora, tanto vale assecondarlo, grazie
ai nuovi farmaci...
Esiste infine un’altra possibilità, ed è quella di andare a fon-
do, all’origine degli attuali problemi, e (come dice Furlong) «fa-

­­­­­152
re l’opposto di ciò che siamo abituati a fare. Ribaltare il modo
in cui organizziamo i nostri pensieri, passando da un modello
incentrato sull’‘individuo’ a uno basato sull’esperienza etica ed
estetica che privilegia i rapporti umani e il contesto».
Si tratta senza dubbio di un’opzione il cui esito è incerto
(c’è addirittura chi la definirebbe altamente improbabile o pre-
suntuosa), che richiede una fase protratta, complessa e spesso
dolorosa di auto-critica e riadattamento. Siamo nati e cresciuti
in una società interamente «individualizzata», dove l’autonomia
individuale, il fare affidamento su se stessi e la centralità del
sé erano considerati assiomi inconfutabili (ancorché difficili da
dimostrare), tali da lasciare un margine minimo di discussione.
Riuscire a cambiare la propria visione del mondo, raggiungere
la consapevolezza del ruolo che ciascuno di noi occupa nella
società e trovare e scegliere il modo giusto per muoversi al suo
interno è un’operazione che richiede tempo e sforzo. Tuttavia,
è uno sforzo che appare necessario – o addirittura inevitabile.
A dispetto di quanto sembrano affermare le spettacolari
«misure di emergenza» elargite dai governi ai direttori di banca
(anche se pensando soprattutto ai telespettatori), non esistono
cure istantanee per dei disturbi prolungati, e forse cronici; inol-
tre, le possibilità di curare un male senza la volontaria, convinta
e spesso sofferta cooperazione del paziente sono scarse. Tutti
risentiamo di questo particolare disturbo socioculturale, e per
guarirne è necessaria la collaborazione di ciascuno di noi. Credo
che la «decrescita» di Latouche, per quanto appaia ragionevole
e caldamente auspicabile, è ben lungi dall’essere predetermi-
nata. Non è che uno degli scenari possibili. Che entri o meno
a far parte della storia dipende da come noi, che della storia
siamo gli attori e gli sceneggiatori inconsapevoli, sceglieremo di
comportarci.
34.
C’è fine alla depressione?

Siamo usciti dalla depressione economica? E se non ne siamo


ancora usciti, manca molto? Uomini e donne, giovani e anziani
se lo domandano ogni giorno, nei Paesi ricchi come in quelli po-
veri. E aspettano invano delle risposte convincenti. Le risposte,
in realtà, non mancano: a fornircele sono gli economisti (che do-
vrebbero intendersene, non vi pare?), i politici della maggioran-
za e dell’opposizione e diversi «oracoli» ufficiali, o individui che
si proclamano profeti. Il problema è che queste risposte vanno
dalle esultanti dichiarazioni di chi ritiene che la recessione sia
ormai alle ultimissime battute (o quanto meno agonizzante) ai
cupi moniti di coloro che ancora non intravedono la fine del
tunnel...
Sul «Guardian» del 9 settembre 2009 si legge che «gli eco-
nomisti dichiarano finita la recessione»; la notizia è corredata
tra l’altro dall’opinione espressa da Karen Ward (economista
britannica per il gruppo bancario Hsbc), secondo la quale «le
stesse dinamiche che ci hanno portato verso il baratro ci permet-
teranno di uscirne. I consumatori torneranno a spendere con
ottimismo». Tale annuncio dovrebbe farci gioire o buttarci giù?
Non erano stati proprio l’ottimismo dei consumatori e la quan-
tità di denaro (il più delle volte non ancora guadagnato) che
passava di mano a causare il disastro? «Tornare indietro» non
è forse presagio di future, analoghe calamità? Il tracollo dell’e-
conomia non è forse sopraggiunto proprio quando l’ottimismo
dei consumatori era al culmine, in concomitanza con un innal-
zamento senza precedenti del Pil, riconosciuto universalmente
(o quasi) come misura di prosperità economica nonché indice
di un’economia «sana»? Inoltre, come fa notare Alex Berenson

­­­­­154
in un articolo dal suggestivo titolo di A un anno dal cataclisma
poco è cambiato a Wall Street (apparso sul «New York Times»
il 12 settembre 2009): «Wall Street non si ferma. A un anno dal
crollo della Lehman Brothers, ciò che sorprende non è quanto
sia cambiato il mondo finanziario, ma quanto poco»...
Sino a quando il ricordo della recente batosta (che alcuni os-
servatori hanno frettolosamente definito «un amaro risveglio»)
resterà ben impresso nella memoria, saremo dolorosamente
consapevoli del fatto che le previsioni possono dimostrarsi tan-
to esatte quanto erronee, che la linea che separa la fiducia dalla
credulità è molto sottile, e comunque non c’è modo di sapere in
anticipo dove essa debba essere tracciata.
Non c’è da sorprendersi, allora, se siamo diventati cauti. Ab-
biamo tutto il diritto di esserlo. «I consumatori», continuavano
a ripetere sino a poco tempo fa i giornali (e il «New York Ti-
mes» forse con particolare insistenza), «si dimostrano riluttanti
a spendere». Una notizia pessima, spaventosa – in particolare
per chi tra noi ha il privilegio di vivere in Paesi ricchi. Un privi-
legio per il quale siamo stati obbligati a pagare: più in alto si sale,
più la caduta è dolorosa. Negli Stati Uniti, ad esempio, prima
del crollo del credito la spesa dei consumatori ammontava al
settanta per cento dell’attività economica complessiva (che si
misura, lo ricordiamo, in base alla quantità di denaro che passa
di mano). E poiché il settanta per cento di quel denaro passava
dalle mani dei consumatori a quelle dei rivenditori, quando una
percentuale minima e apparentemente trascurabile di consuma-
tori si rifiuta di separarsi dal proprio denaro (che ha guadagnato
o spera di guadagnare), il suo comportamento si riflette imme-
diatamente sulle statistiche relative allo «stato dell’economia»
– scatenando un nuovo attacco di panico che fa apparire ancora
più remota la possibilità di emergere dalla situazione venutasi a
creare in seguito all’attacco di panico che lo ha preceduto.
I negozianti si lamentano soprattutto del fatto che i con-
sumatori abbiano perso la consolidata abitudine a «comprare
d’impulso», sulla quale i teorici e gli esperti del marketing face-
vano enorme affidamento. Uno dopo l’altro, i centri commer-
ciali – inizialmente considerati dei templi destinati a frotte di

­­­­­155
consumatori pensanti, consapevoli e potenzialmente onniscienti
– sono stati riprogettati con l’obiettivo di irretire e sedurre gli
«acquirenti accidentali», i «compratori impulsivi»: coloro che
entrando in un negozio per acquistare, ad esempio, una lampa-
dina o una pentola con cui sostituirne una vecchia, finivano –
sopraffatti, inebriati e impotenti di fronte alle merci sgargianti, i
suoni irresistibili e gli aromi inebrianti – per soccombere all’eu-
foria e all’estasi e improvvisamente, di fronte a qualcosa che non
avevano mai visto prima e di cui non avevano mai pensato di
avere bisogno, ne venivano come rapiti, entravano in uno stato
di trance e si scoprivano incapaci di resistere all’impulso di pos-
sederla... Oggi invece, come spiegato di recente e con rammari-
co da Pat Bennett, commesso della catena di grandi magazzini
Macy’s (e incaricato, insieme a tanti colleghi, di sedurre i consu-
matori), i clienti tendono a «entrare nel negozio chiedendo un
paio di mutande nuove. Le comprano, e se ne vanno. Non capita
più di vedere qualcuno che, intento a cercare altro, s’innamora
di una camicia e decide di comprarla».
Riuscire a sostituire nei loro clienti la vecchia abitudine a
comprare qualcosa per soddisfare una necessità o placare un
desiderio a lungo accarezzato e accuratamente soppesato con
quella di acquistare d’impulso, per capriccio e senza premedi-
tazione rappresenta il più grande successo dell’economia consu-
mistica, la trovata che ha fatto da volano alla sua espansione. E
la scomparsa di tale abitudine si tradurrebbe, per un’economia
di quel tipo, in un assoluto cataclisma. Gli acquisti motivati dalla
necessità sono, per forza di cose, limitati; quelli che nascono
dal desiderio richiedono una prolungata, complessa e costosa
opera di persuasione, oltre che sforzi per addestrare i clienti e
inculcare in loro determinati gusti; fare acquisti per capriccio
non richiede invece alcuna costosa preparazione, nessun incau-
to e prolungato accerchiamento né infiorettature. Un’economia
consumistica che può fare affidamento su una tale propensione
da parte dei suoi clienti ha come unico limite il cielo.
Quanto meno così ci sembrava sino a quando abitavamo in
un mondo di illusioni, dove il credito al consumo si dilatava
inesauribilmente e poteva essere rinnovato all’infinito, gli indici

­­­­­156
dei mercati azionari erano perpetuamente inflazionati e il valore
delle case lievitava all’infinito, irreversibilmente. Quando cioè ci
sentivamo più ricchi di quanto il nostro reddito potesse giusti-
ficare, e sicuri che la pacchia sarebbe durata per sempre. Quan-
do potevamo rifinanziare a raffica i nostri mutui, ipotecando
un futuro ancora ignoto che tuttavia sembrava promettere (con
assoluta convinzione) una beatitudine perenne. Sino a quando
siamo riusciti a sfuggire alla resa dei conti, perseverando spen-
sieratamente in una strategia di vita ispirata al motto «godi ades-
so e paga dopo», senza troppe remore – o forse nessuna. Sino a
quando abbiamo saputo allontanare il momento della resa dei
conti, in cui saremmo stati obbligati a riconoscere i rischi che si
nascondono dietro a una strategia così sconsiderata. Beh, quel
«dopo» in cui pagare è arrivato.
Dev’essere stato un colpo per tutti noi. I colpi tendono a
causare traumi, i cui effetti solitamente si protraggono nel tem-
po più a lungo delle cause immediate che li hanno provocati.
Tuttavia, la profondità e la durata di un trauma non sono uguali
per tutti coloro che lo subiscono. La maggior parte di noi oggi
esita a replicare quell’incauta condotta, spendendo denaro che
non abbiamo guadagnato per consegnarci come ostaggi nelle
mani di un destino che non siamo in grado di controllare né
prevedere. Per quanto tempo dovremo attenerci alle sgradevoli
limitazioni che un destino avverso ha imposto alle nostre scor-
pacciate (o forse orge) consumistiche? Le opinioni al riguardo
sono discordi.
In Inghilterra, ad esempio, i londinesi sono tre volte più pro-
pensi rispetto agli abitanti della zona industriale delle Midlands
a ritenere che l’economia si stia «aggiustando» e sia destinata
a migliorare di qui a un anno. Una discrepanza che certo non
stupisce, se si considera che ci è voluto del tempo prima che gli
effetti della recessione si riversassero dalle banche della City alle
fabbriche delle Midlands, e che prima che si allontanino dalle
case degli operai disoccupati occorrerà un tempo altrettanto o
più lungo di quanto ne sarà necessario per cacciarli da quelle
dei beneficiari di ricchi dividendi bancari (generosamente sov-
venzionati dallo Stato) e dei profitti di quelle industrie che si

­­­­­157
rivolgono ai ricchi. La discrepanza però non riguarda esclusiva-
mente la Gran Bretagna. Il 7 settembre del 2009, il «New York
Times» raccontava di

milioni di vittime occulte della Grande Recessione, di cui le statisti-


che ufficiali (sulla disoccupazione) non tengono conto perché hanno
smesso di cercare lavoro. Ciò non significa però che questi americani,
benché scoraggiati, non desiderino trovare un impiego. Come rilevato
da diverse interviste, molti di loro cercano disperatamente un lavoro,
ma l’impossibilità di trovarne ha fatto di loro la rappresentazione forse
più estrema del pessimismo...

Un’altra discrepanza è quella che si coglie nel modo in cui


vecchie e giovani generazioni percepiscono la situazione attuale.
Un ultra-sessantacinquenne su quattro ritiene che l’economia
migliorerà entro il prossimo anno; tra coloro che di anni ne han-
no trenta, o più, in meno, tale speranza è condivisa solo da una
persona su venti. Anche in questo caso non c’è da sorprendersi.
Solitamente, chi ha superato i 65 anni è ormai al di fuori del
mercato del lavoro, mentre lo sfortunato che vi è dentro aspet-
ta con un cupo senso di premonizione che il contraccolpo si
ripercuota sulla propria esistenza, con nuovi episodi di banca-
rotta, «ridimensionamenti» e licenziamenti su larga scala. I più
giovani hanno di fronte a sé un futuro costellato da umiliazioni
e privazioni causate dall’esclusione sociale e dall’infamia del-
la disoccupazione, da ristrettezze imposte da lunghi periodi di
inattività, da file interminabili di fronte alle agenzie dell’impiego
e dalla vana speranza che il corso degli eventi si capovolga rapi-
damente e loro possano essere riammessi nei ranghi. Ma dopo
tutte le aspettative deluse e le speranze infrante, chi è disposto a
giurare che la ruota del destino, anche dopo una (improbabile)
svolta favorevole, non riprenda il suo imprevedibile corso?
Il 5 settembre 2009, il «New York Times» affermava che «in
agosto la perdita di 216.000 posti di lavoro ha portato il tasso di
disoccupazione degli Stati Uniti al 9,7 per cento, e indica come
malgrado i segnali di ripresa le imprese non sono tornate ad
assumere». Le imprese hanno le dita scottate, e ciò è un brutto
presagio per i loro dipendenti...

­­­­­158
I più giovani tra i giovani si trovano ad affrontare per la
prima volta le dure realtà del mondo del lavoro. Nulla, nella
loro gioventù – trascorsa relativamente serena, in un mondo
dove la prosperità era in crescita costante (rapida o lenta, ma
all’apparenza inarrestabile) – avrebbe potuto prepararli a un
mercato così infido e inospitale. A chi di anni ne ha solo due o
tre in più, il mercato appariva ancora accessibile, benevolo, ric-
co di golose opportunità tra cui dover scegliere semplicemente
la più succulenta e invitante. Diverso da quello di oggi, dove le
offerte sono rare e i rifiuti frequenti; un mercato abituato, con
il suo mutevole comportamento, a dettare capricciosamente
le proprie condizioni; avaro di privilegi e prodigo di crudeltà,
notoriamente equanime nel distribuire sciagure e portare alla
rovina.
Questa lettera dovrebbe intitolarsi «bilancio di una carrie-
ra», come quello che molti di noi stanno stilando nel tentativo
di soppesare le proprie capacità e mancanze. Le carte non sono
ancora state distribuite, e nessuno può sapere come andrà la
prossima mano. Ci aspettano molte altre sorprese e tante svolte
inaspettate. Se solo riuscissimo a trarre da queste esperienze
una lezione di cui fare tesoro, da tenere a mente per un periodo
di tempo che si estenda oltre la nostra prossima visita al centro
commerciale... una lezione che ci tocchi in profondità e ci aiuti
a evitare che simili esperienze tornino a perseguitare noi e i
nostri figli.

­­­­­
35.
Chi ha detto che dobbiamo stare alle regole?

La domanda appare con grande rilievo in testa al sito internet


http://www.locationindependent.com. Immediatamente più in
basso, viene suggerita una risposta:

Sei stufo di dover seguire le regole? Regole che ti impongono di am-


mazzarti di lavoro e guadagnare un mucchio di soldi in modo da permet-
terti una casa e un mutuo imponente? E lavorare ancora più duramente
per ripagarlo, sino al momento in cui avrai maturato una bella pension-
cina [...] e finalmente potrai iniziare a goderti la vita? A noi quest’idea
non andava – e se non va neanche a te, sei finito nel posto giusto.

Leggendo queste parole non ho potuto fare a meno di ri-


cordare una vecchia barzelletta che circolava all’epoca del co-
lonialismo europeo: mentre passeggia tranquillo per la savana,
un inglese che indossa gli irrinunciabili simboli di un compìto
colonialista, con tanto di elmetto di ordinanza, s’imbatte in un
indigeno che russa beato all’ombra di un albero. Sopraffatto
dall’indignazione, per quanto mitigata dal senso di missione di
civiltà che lo ha portato in quelle terre, l’inglese sveglia l’uomo
con un calcio, gridando: «Perché sprechi il tuo tempo, fannul-
lone, buono a nulla, scansafatiche?». «E cos’altro potrei fare,
signore?», ribatte l’indigeno, palesemente interdetto. «È pieno
giorno, dovresti lavorare!». «Perché mai?», replica l’altro, sem-
pre più stupito. «Per guadagnare denaro!». E l’indigeno, al col-
mo dell’incredulità: «Perché?». «Per poterti riposare, rilassare,
goderti l’ozio!». «Ma è esattamente quello che sto facendo!»,
aggiunge l’uomo, risentito e seccato.
Beh, il cerchio si è chiuso: siamo forse arrivati alla fine di una
lunga deviazione e tornati al punto di partenza? Lea e Jonathan

­­­­­160
Woodward, due professionisti europei estremamente colti e ca-
paci che dirigono il sito «locationindependent» citato prima,
stanno forse riconoscendo, esplicitamente e direttamente, senza
tanti giri di parole, un concetto premoderno, innato e intuitivo
che i pionieri, gli apostoli e gli esecutori della modernità avevano
screditato, ridicolizzato e tentato di estirpare quando esigevano
invece che le persone lavorassero duramente per tutta la vita e
che solo in seguito, alla fine di interminabili fatiche, iniziassero a
«spassarsela»?! Per i Woodward, così come per l’«indigeno» del
nostro aneddoto, l’insensatezza di una tale proposta è talmen-
te lampante da non meritare alcuna spiegazione, né una riprova
discorsiva. Per loro, così come per l’«indigeno», è chiaro come
il giorno che anteporre il lavoro al riposo – e quindi, indiretta-
mente, rimandare una soddisfazione potenzialmente istantanea
(quella sacrosanta regola a cui il colonialista dell’aneddoto e i suoi
contemporanei si attenevano alla lettera) – non è una scelta più
saggia né più utile di quella di chi mette il carro davanti ai buoi.
Che oggi i Woodward possano affermare con tale sicurezza
e convinzione delle opinioni che solo una o due generazioni
fa sarebbero state considerate un’abominevole eresia è indice
di un’imponente «rivoluzione culturale». Una rivoluzione che
non ha trasformato soltanto la visione che i rappresentanti delle
classi colte hanno del mondo, ma il mondo stesso in cui sono
nati e cresciuti, che impararono a conoscere e sperimentarono.
Affinché potesse apparire lampante, la loro filosofia di vita do-
veva basarsi sulla realtà contemporanea e su solide fondamenta
materiali che nessuna autorità costituita sembra intenzionata a
mettere in discussione.
Le fondamenta della vecchia/nuova filosofia di vita appaio-
no ormai incrollabili. Quanto profondamente e irreversibilmen-
te il mondo sia cambiato nella sua transizione alla fase «liquida»
della modernità è dimostrato dalla timidezza delle reazioni dei
governi di fronte alla più grave catastrofe economica verificatasi
dalla fine della fase «solida», quando ministri e legislatori hanno
deciso, quasi per istinto, di salvare il mondo della finanza – ma
anche i privilegi, i bonus, i «colpacci» in Borsa e le strette di
mano che suggellavano accordi miliardari e ne consentivano la

­­­­­161
sopravvivenza: quella potente forza causale e operativa che è
stata alla base della deregulation, e principale paladina ed espo-
nente della filosofia dell’«inizieremo a preoccuparcene quando
accadrà»; di pacchetti azionari suddivisi in parcelle rimasti im-
muni dalla responsabilità delle conseguenze; di una vita che si
basa sul denaro e sul tempo presi a prestito, e di una modalità di
esistenza ispirata al «godi subito e paga dopo». In altre parole,
quelle stesse abitudini, che il potere ha facilitato, a cui in defini-
tiva il terremoto economico in questione potrebbe (e dovrebbe)
essere ricondotto.
Anziché tentare di raggiungere ed eliminare le fonti del pro-
blema, l’intervento dei governi ha difeso a gran voce coloro che
ne erano i responsabili, sottoscrivendo pubblicamente ed esem-
plarmente la loro legittimità e indispensabilità, e decretando che
il loro mantenimento e rafforzamento era nell’«interesse nazio-
nale». Come ci ha informato il corrispondente del «New York
Times» il 13 settembre 2009, «se richiedi un prestito per acqui-
stare un’automobile o accumuli debiti sulla tua carta di credi-
to, è molto probabile che sia il tuo debito che quello della tua
banca siano finanziati dal governo». Tuttavia, «anziché seguire
da vicino la gestione delle imprese di proprietà del governo,
Obama e la sua squadra di economisti hanno spesso compiuto
sforzi immani per evitare di esercitare alcun controllo, anche
quando a tenere a galla tali imprese era esclusivamente il denaro
pubblico». Il governo ha tentato di estirpare l’odio dalle tattiche
«testa, vinco io; croce, perdi tu» adottate da coloro che prestano
denaro, convertendo il marchio infamante dei comportamenti
incauti e pericolosamente disinvolti in segno di prudenza e di
giusta comprensione dell’interesse nazionale, o addirittura di
estremo patriottismo. E vi è riuscito, arricchendo il suddetto
precetto delle tattiche praticate da chi concede prestiti di un’ul-
teriore opzione governativa: «testa, vinci tu; croce, ti salvo io».
Tuttavia, nell’appello dei Woodward c’è qualcosa di più in
gioco, molto di più, della differenza tra un posto di lavoro an-
corato a un luogo, tutto racchiuso all’interno di un unico edifi-
cio commerciale, e uno itinerante, diretto verso mete predilette
quali la Tailandia, il Sudafrica e i Caraibi. E non si tratta sempli-

­­­­­162
cemente di «essere stufi dell’instabilità della corsa al successo e
di lavorare per conto di altri» (l’esperienza che, come suggeri-
scono, li ha spinti a realizzare il sito, inventarsi uno stile di vita e
gettare le basi dell’«indipendenza da un luogo preciso»). A esse-
re realmente in gioco è, come loro stessi ammettono, la «libertà
di scegliere ciò che è giusto per te» – per te, e non «per gli altri»
– o di come condividere il pianeta e lo spazio con questi altri.
Assumendo tale principio a parametro con cui misurare la
correttezza e il valore delle scelte di vita, i Woodward si trova-
no sulla stessa linea di pensiero delle persone contro le quali si
ribellano, come i dirigenti e i manager della Lehman Brothers e
tutti i loro innumerevoli emuli, nonché coloro che – come scrive
Alex Berenson, del «New York Times» – ricevono «stipendi a
otto cifre» (accusa che con ogni probabilità i Woodward rifiu-
terebbero indignati).
Tutti, unanimemente, approvano il fatto che «l’ordine dell’e-
goismo» abbia preso il sopravvento su quell’«ordine della solida-
rietà», che un tempo aveva il suo vivaio più fertile e la cittadella
principale nella protratta condivisione (ritenuta senza fine) dei
locali in uffici e fabbriche. Sono stati i consigli di amministrazione
e i dirigenti delle multinazionali, con il tacito o manifesto soste-
gno e incoraggiamento del potere politico in carica, a occuparsi
di smantellare le fondamenta della solidarietà tra impiegati me-
diante l’abolizione del potere di contrattazione collettivo, smo-
bilitando le associazioni di tutela dei lavoratori e obbligandole
ad abbandonare il campo di battaglia; tramite l’alterazione dei
contratti di lavoro, l’esternalizzazione e il subappalto delle fun-
zioni manageriali e delle responsabilità dei dipendenti, deregola-
mentando (rendendo «flessibili») gli orari di lavoro, limitando i
contratti di lavoro e al tempo stesso intensificando l’avvicendarsi
del personale e legando il rinnovo dei contratti alle prestazioni
individuali, controllandole da vicino e in continuazione. Ovvero,
per farla breve, facendo tutto il possibile per colpire la logica
dell’autotutela collettiva e favorire la sfrenata competitività indi-
viduale per assicurarsi vantaggi dirigenziali.
Il passo definitivo per porre fine una volta per tutte a qual-
siasi occasione di solidarietà tra dipendenti – che per la grande

­­­­­163
maggioranza delle persone rappresenta l’unico mezzo per rag-
giungere la «libertà di scegliere ciò che fa per te» – richiedereb-
be, comunque, l’abolizione della «sede di lavoro fissa» e dello
spazio condiviso dai lavoratori, in ufficio o in fabbrica. Ed è
questo il passo che Lea e Jonathan Woodward hanno compiuto.
Con le loro competenze e credenziali se lo sono potuti permette-
re. Tuttavia non sono molte le persone che si trovano nella con-
dizione di cercare un rimedio alla propria mancanza di libertà
in Tailandia, in Sudafrica o ai Caraibi, non necessariamente in
questo stesso ordine. Per tutti gli altri che non sono in una simile
posizione, il nuovo concetto/stile di vita/impostazione menta-
le dei Woodward confermerebbe una volta per tutte quanto le
loro perdite siano definitive, dal momento che meno persone
rimarrebbero impegnate nella difesa collettiva delle loro libertà
individuali. L’assenza più cospicua sarebbe quella delle «classi
colte», a cui un tempo spettava il compito di sollevare dalla mi-
seria gli oppressi e gli emarginati.
Cos’hanno da guadagnare i Woodward? È tutto ancora da
vedere: è davvero possibile trovare delle efficaci soluzioni in-
dividuali a problemi di natura sociale? Intanto, sul sito «loca-
tionindependent» è apparsa una notizia dell’ultima ora: «Lea
& Jonathan hanno avuto una bambina (non programmata &
assolutamente imprevista!). Nata, con impeccabile tempismo, il
4 di luglio. La coppia prevede di riprendere i propri viaggi alla
fine del 2009, insieme alla bambina». Adesso che si affacciano
a una nuova fase della loro vita, dovremmo augurare loro tanta
fortuna. Negli anni a venire incontreranno altri fattori (come
dicono loro, «non programmati e assolutamente imprevisti!»)
con cui fare i conti. E per far fronte a quelle realtà e alle sfide
che queste comportano non avranno nessuno su cui contare, al
di fuori di se stessi.
36.
Il fenomeno Barack Obama

In un’intervista condotta a qualche mese dalle ultime elezioni


presidenziali statunitensi, Giuliano Battiston mi ha posto la se-
guente domanda:

Durante la campagna elettorale Barack Obama non ha mai dichia-


rato una specifica identità etnica (anzi, si è definito «di sangue misto»),
e non ha mai cercato di giocare la carta dell’identità, adottando invece
una visione cosiddetta «culturalista», tanto che alcuni osservatori lo
hanno definito il primo presidente americano «post-essenzialista». È
possibile interpretare la sua elezione come un segnale che il sistema
politico americano ha definitivamente spezzato il nesso tra demos ed
ethnos, e che l’America si sta avviando verso una società più consape-
volmente post-etnica?

Ecco la mia risposta:


«Mi permetta di impostare diversamente il problema [...].
Obama ha avuto cura di candidarsi al potere non in nome del-
le masse di ‘oppressi e diseredati’, che per quel motivo sono
considerate inferiori, e la cui inettitudine, indegnità, e infamia
– imposte e stereotipate – gli sarebbero rimaste appiccicate ad-
dosso in virtù del ruolo che gli deriva dalla propria etnia e razza.
Obama inoltre non è arrivato al potere sulla scia della ribellione
degli oppressi e dei diseredati, o di un ‘movimento sociale/po-
litico’, in quanto loro portavoce, rappresentante o vendicatore.
Ciò che il suo successo e la sua elezione dovevano invece dimo-
strare – e con ogni probabilità sono riusciti a fare – è che alcuni
individui selezionati possono eliminare un marchio infamante
collettivo. In altre parole, che alcuni individui appartenenti alle
categorie degli oppressi e delle vittime della discriminazione

­­­­­165
possiedono delle qualità che ‘superano’ la loro appartenenza
a una inferiorità collettiva di tipo categoriale. E che tali qualità
potrebbero equivalere, o essere addirittura superiori a quelle
vantate dai loro rivali che non sono penalizzati da alcun mar-
chio infamante legato all’appartenenza a una specifica catego-
ria. Un simile fenomeno non invalida necessariamente l’assunto
dell’inferiorità di talune categorie, e potrebbe essere percepito
(come lo è, da molti) come una perversa riaffermazione dell’as-
sunto: ecco un individuo che, con uno stile che ricorda quello
del barone di Münchhausen, è uscito dal pantano sollevandosi
con i tiranti dei propri stivali, grazie alle sue doti e alla sua forza
individuali. Non grazie alla sua appartenenza, bensì a dispetto
di questa, e dando al tempo stesso mostra non tanto delle virtù
grossolanamente sottovalutate della ‘sua gente’, quanto della
tolleranza e della generosità di chi ha saputo fare un’eccezio-
ne e chiudere un occhio di fronte a difetti che si tramandano
collettivamente – a patto che l’individuo in questione si batta
valorosamente ed efficacemente per superarli. Si tratta invero
dell’indiretta riaffermazione dell’infallibilità dell’assunto sotto-
stante e della correttezza dell’ordine delle cose a cui si riferi-
sce: il fatto che alcuni individui ce la facciano grazie a sforzi
diligenti dimostra che tutti gli altri, la stragrande maggioranza
che ‘non ce l’ha fatta’, sono destinati ad affogare nella propria
sventura a causa della loro pigrizia e/o intrinseca inettitudine.
(Giungono notizie apparentemente sorprendenti, benché per
nulla stupefacenti se considerate alla luce di queste riflessioni:
pare che l’‘estrema destra’ americana stia celebrando l’elezione
di Obama.)
Naturalmente il successo di Obama sarà di incoraggiamento
per altri individui ambiziosi e talentuosi appartenenti alla cate-
goria discriminata, che cercheranno di seguire le sue orme. E
scardinerà numerose obiezioni e mitigherà la resistenza all’ac-
cettazione sociale e politica di coloro che invece ‘ce la fanno’. Ma
questo non significa che il loro successo eleverà la ‘categoria in
quanto tale’ dalla sua posizione socialmente inferiore, aprendo
maggiori prospettive a tutti coloro che ne fanno parte. Il lungo
governo semi-dittatoriale di Margaret Thatcher non ha porta-

­­­­­166
to all’eguaglianza sociale delle donne. Ha dimostrato però che
alcune donne possono imporsi sugli uomini, e per di più in un
ambito prettamente maschile. Molti degli ebrei che riuscirono a
emergere dai ghetti del diciannovesimo secolo facendosi passare
(o così credettero) per tedeschi fecero ben poco per far uscire
dalla povertà i fratelli reali o putativi che si lasciavano alle spalle
e per proteggerli dalla discriminazione sociale e legale. Molti
degli ideologi più loquaci e convinti e dei seguaci delle varietà
più radicali dei nazionalismi che presero piede nel ventesimo
secolo erano dei novellini appartenenti a ‘minoranze etniche’
o stranieri ‘naturalizzati’ (compresi Stalin e Hitler). Benjamin
Disraeli, che era ebreo, consolidò e rafforzò l’impero dei britan-
nici. Grido di guerra di tutti gli ‘assimilati’ era: ‘qualsiasi cosa tu
faccia, io so farla meglio’. Promessa e determinazione a essere
più cattolici del Papa, più tedeschi dei tedeschi e più polacchi
dei polacchi; ad accrescere la cultura e gli ‘interessi nazionali’
dei russi più di quanto i russi stessi non facessero (cosa che, tra
l’altro, attrasse loro molte critiche, e che fu interpretata come
prova della loro duplicità e delle loro intenzioni infide). In tutti
questi casi, era agli abitanti del mondo di destinazione che ve-
niva riconosciuto l’indiscusso diritto a giudicare il successo o il
fallimento dei tentativi di assimilazione, in base a criteri stabiliti
da loro stessi. In molti casi gli assimilati superavano gli ‘indigeni’
nell’esibire disprezzo e biasimo per i modi e i mezzi, genuini o
putativi, della loro ‘comunità di origine’.
Ovviamente, ragionando per analogie e facendo affidamento
sulle tendenze statistiche, ci domandiamo (senza riuscire a pre-
vederlo) cosa potrebbe accadere in una data circostanza. Ben-
ché una maggioranza possa essere tanto schiacciante da permet-
terci di parlare in termini di ‘tendenza’ o di ‘norma’, il margine
per le eccezioni rimane sempre ampio. La prego di interpretare
questa mia risposta alla sua domanda come un monito alla cau-
tela nel fare previsioni e un invito ad astenersi dalle conclusioni
avventate».

È trascorso poco più di un anno, e possiamo mettere quel


«monito alla cautela nel fare previsioni» a confronto con le

­­­­­167
premature conclusioni della storia del primo capitolo della pre-
sidenza Obama. Un’esperienza che Naomi Klein ha riassunto
così:

I neri e i latini che non appartengono ad élites stanno perdendo


terreno, e perdono casa e lavoro a una velocità di gran lunga superiore
a quella dei bianchi. Sinora Obama non appare disposto a adottare
iniziative politiche che mirino specificamente a colmare questa cre-
scente discrepanza. Il risultato potrebbe anche lasciare le minoranze
nel peggiore dei mondi possibili: la sofferenza di una violenta reazione
razzista su larga scala senza i benefici che derivano da iniziative politi-
che in grado di alleviare le difficoltà di tutti i giorni1.
37.
La cultura in una città globalizzata

Le città, e in particolare le megalopoli, come Londra, sono pat-


tumiere nelle quali vengono scaricati i problemi che sorgono
dalla globalizzazione. Sono anche i laboratori dove l’arte di con-
vivere con tali problemi (ma non di risolverli) è sperimentata,
collaudata e (auspicabilmente) messa a punto. Gli impatti più
gravidi di conseguenze della globalizzazione (in primo luogo il
divorzio tra potere e politica e lo slittamento delle funzioni un
tempo svolte dalle autorità politiche verso i mercati, in senso
orizzontale, e all’ingiù, verso la politica della vita individuale)
sono stati ormai accuratamente e meticolosamente studiati. In
questa lettera mi limiterò dunque a trattare di un aspetto della
globalizzazione che troppo di rado è considerato nel suo rap-
porto con la paradigmatica trasformazione nello studio e nella
teoria della cultura: ovvero, la trasformazione dei modelli di mi-
grazione globale.
La storia della migrazione nell’era moderna si suddivide in
tre fasi distinte.
La prima ondata migratoria seguiva la logica di una sindro-
me tripartita: territorialità della sovranità, identità «radicata»,
un «atteggiamento da giardiniere» (a esse, per motivi di brevità,
faremo riferimento con l’acronimo Trg). Quello era il flusso
migratorio che partiva da un centro «modernizzato» (ovvero un
luogo caratterizzato da una forte costruzione di ordine e pro-
gresso economico, i due principali settori che hanno prodotto
e smaltito un numero crescente di «rifiuti umani»), ed era in
parte un’esportazione e in parte una cacciata di una massa che
ha coinvolto sino a sessanta milioni di persone (una cifra enorme
per gli standard del diciannovesimo secolo) verso «terre vuote»

­­­­­169
(ovvero: terre le cui popolazioni originarie potevano essere can-
cellate dai calcoli «modernizzati»; letteralmente fatte sparire e
ignorate, considerate inesistenti o irrilevanti, nulla di cui tener
conto). Tutti i residenti indigeni sopravvissuti a uccisioni ed epi-
demie di massa sono stati proclamati dai nuovi arrivati, e dagli
emissari che hanno continuato a ingrossarne le fila, oggetti della
«missione civilizzatrice dell’uomo bianco».
La seconda ondata migratoria potrebbe essere soprannomi-
nata «l’impero emigra a ritroso». Con lo smantellamento degli
imperi coloniali, un numero di popoli indigeni in varie fasi di
«avanzamento culturale», seguirono i loro signori coloniali nelle
metropoli. Qui, una volta arrivati, furono dislocati in base all’u-
nica visione del mondo e all’unico modello strategico a disposi-
zione, basato su esperienze pregresse: quello ideato, formato e
impiegato in un’epoca di costruzione della nazione per trattare
con le minoranze destinate all’«assimilazione» in seno alla co-
munità nazionale emergente. Si trattava di un procedimento di-
retto dal potere centrale che mirava ad annullare e spazzar via la
dissomiglianza culturale dei nuovi arrivati, relegando le «mino-
ranze» al ruolo di oggetti passivi delle crociate, del Kulturkampf
e delle missioni di proselitismo (che in ossequio alla «correttezza
politica» fu ribattezzato «educazione alla cittadinanza mirata
all’integrazione»). Questa storia non è ancora terminata, e al
pari della nottola di Minerva, che spiegava le ali alla fine della
giornata, i suoi echi continuano a riverberare nelle dichiarazioni
di intenti annunciate pubblicamente dai politici. Come per la
prima fase della migrazione, il dramma dell’«impero che emigra
a ritroso» tentava di operare in conformità ai parametri dell’or-
mai superata sindrome del Trg, ma con ben scarso successo.
La terza ondata della migrazione moderna – che attualmen-
te procede a pieno ritmo ed è tuttora in fase ascendente – ci
ha condotti all’epoca delle diaspore: arcipelaghi di insediamenti
etnici, religiosi e linguistici situati in diverse regioni del mondo
che, dimentichi dei sentieri aperti e pavimentati dalle vicende
imperialiste-colonialiste, seguono una logica diversa, che nasce
dalla globalizzazione e si basa sulla ridistribuzione delle risor-
se vitali. Ciascun arcipelago diasporico tende a essere diffuso e

­­­­­170
ampiamente suddiviso, e si estende su diversi territori separati
e nominalmente sovrani, ignorando le rivendicazioni territoriali
che nascono dalle esigenze e dagli obblighi locali alla superio-
rità e alla supremazia; di conseguenza, tende a restare impiglia-
to nella morsa della doppia (o molteplice) nazionalità, e della
doppia (o molteplice) lealtà. La migrazione attuale si distingue
dalle due fasi precedenti anche per un altro aspetto: si muove
in due direzioni (oggi praticamente tutti i Paesi, compresa la
Gran Bretagna, sono al tempo stesso terra di immigrazione ed
emigrazione) e non persegue rotte privilegiate (che non sono più
determinate dai legami imperiali/coloniali del passato). Differi-
sce anche nel superamento della vecchia sindrome del Trg, a
cui ha sostituito quella della Eac: acronimo di extraterritorialità,
ancore (che prendono il posto delle «radici» come principali
strumenti di identificazione) e caccia.
La nuova immigrazione solleva un enorme punto interro-
gativo sul legame tra identità e cittadinanza, individuo e luogo,
quartiere (o prossimità fisica) e appartenenza. Jonathan Ruther-
ford, acuto e perspicace osservatore dei modelli di convivenza
umana in rapida trasformazione, nota che i residenti della strada
londinese in cui vive formano un quartiere composto da diverse
comunità, alcune con reti che si estendono solo fino alla strada
adiacente, mentre altre si ramificano in tutto il mondo1. Si tratta
di un quartiere dai confini porosi, dove è difficile identificare
coloro che vi appartengono da chi viene da fuori. A che cosa
si appartiene in un contesto simile? Cos’è che ciascuno di noi
chiama casa? Guardandoci indietro e ripensando a come siamo
arrivati qui, quali storie abbiamo in comune?
Vivere (come molti fanno) in una diaspora (quanto si esten-
de e in quali direzioni?) e come tutti noi tra diaspore (quanto si
estendono e in quali direzioni?) ci ha obbligati a confrontarci
per la prima volta con «l’arte di vivere con la differenza» – un
problema e un compito che potrebbero approdare all’ordine
del giorno solamente dopo che la differenza e la dissomiglianza
non saranno più viste semplicemente come fenomeni irritanti e
transitori, e quindi, a differenza di quanto accadeva in passato,
richiederanno l’urgente implementazione di nuove tecniche e

­­­­­171
competenze da insegnare e da apprendere. Oggi, il concetto di
«diritti umani» promosso nell’ambito della Eac per sostituire o
integrare la Trg di un’identità determinata territorialmente, si
traduce come «il diritto a rimanere diversi». Un po’ alla volta,
questa nuova versione dell’idea dei diritti umani pone, nel mi-
gliore dei casi, le basi del sedimento della tolleranza. Tuttavia
non ha ancora iniziato a gettare le basi del sedimento della so-
lidarietà. E ancora non si sa se saprà concepire la solidarietà di
gruppo in una forma che non sia quella volubile, logora e preva-
lentemente virtuale delle «reti», galvanizzate e continuamente
rimodellate dall’interazione di individui che si connettono e
disconnettono, fanno chiamate e si rifiutano di rispondere.
La nuova versione dell’idea dei diritti umani smembra le ge-
rarchie e abbatte l’immagine dell’ «evoluzione culturale» verso
l’alto («progressista»). Forme di vita fluttuano, si incontrano,
si scontrano, entrano brevemente in contatto, confluiscono o
si allontanano e si separano con pari gravità specifica (per usa-
re la metafora di Georg Simmel). Gerarchie e linee evolutive
solide e impassibili sono rimpiazzate da campi di battaglia di
rivendicazioni e controrivendicazioni, appelli a favore e contro
il riconoscimento – con le battaglie che nel migliore dei casi
conducono a un ennesimo ordine gerarchico, fragile, scissiparo
ed estremamente rinegoziabile, proprio come lo erano le ge-
rarchie che è venuto (temporaneamente) a sostituire. Imitando
Archimede, il quale si ritiene che insistesse (probabilmente con
quel tipo di disperazione che poteva nascere solo dall’estrema
nebulosità del progetto) sulla possibilità di sollevare il mondo
a patto che gli si fornisse un punto d’appoggio abbastanza so-
lido, potremmo dire che, se avessimo una gerarchia di culture,
potremmo affermare chi potrebbe assimilarsi con chi, quali dis-
somiglianze e idiosincrasie dovrebbero essere eliminate e quali
dovrebbero invece emergere. Al momento però, non disponia-
mo di tale gerarchia, né è probabile che ce ne sarà indicata una
di qui a breve.
38.
La voce del silenzio di Lorna

In una delle prime scene de Il matrimonio di Lorna, il film di-


retto nel 2008 da Jean-Pierre e Luc Dardenne, la protagonista a
cui il titolo fa riferimento (splendidamente interpretata da Arta
Dobroshi) apre la cassetta della posta nella vana speranza di
trovarvi una busta molto attesa. Assistendo al film, mi sono reso
conto con sgomento di stare guardando una lettera dal mondo
liquido-moderno. Una lettera che io stesso avrei voluto scrivere,
pur senza essere in grado di farlo, dal momento che non posso
contare sulla visione cinematografica e le capacità affabulatorie
dei due registi e dei loro sceneggiatori. Benché il mio desiderio
sia destinato a rimanere insoddisfatto, voglio almeno spiegare
cos’è che mi porta a ritenere l’opera dei fratelli Dardenne una
delle più belle lettere dal mondo liquido-moderno che mai siano
state scritte... o almeno una delle migliori che io abbia avuto la
possibilità di leggere o sia capace di immaginare.
Il film non si apre immediatamente con la ricerca della let-
tera. Come molti racconti ambientati in questi tempi liquido-
moderni (che si tratti di tragedie o commedie), comincia e si
conclude con una transazione di denaro. Nella prima scena
vediamo Lorna, un’immigrata albanese con permesso di sog-
giorno temporaneo che ha fatto richiesta di cittadinanza belga,
versare una somma sul proprio conto; alla fine del film, dopo
aver estinto quel conto, la ragazza sarà privata della carta d’iden-
tità e del cellulare (ovvero: la sua rete di contatti e di persone da
chiamare e il suo unico ancoraggio nelle acque tempestose in cui
si trova), e obbligata a scegliere tra morte fisica e morte sociale.
Poco dopo, sui titoli di coda vediamo Lorna che – abbandonata
dagli amici e sfuggita ai suoi aguzzini – si accinge a trascorrere

­­­­­173
la notte sul tavolo di una stamberga abbandonata in mezzo al
bosco, lontana da tutto e privata di ogni simbolo di identità o
di appartenenza.
Lorna era sposata con Claudy, un tossico che col matrimonio
le ha consentito di ottenere la cittadinanza belga, in cambio di
una somma di denaro con cui finanziare la propria dipendenza
dalla droga. Il matrimonio è stato organizzato da Fabio, che ge-
stisce un giro di passaporti falsi, e che vede in Claudy un buon
candidato per queste nozze fittizie. La sua tossicodipendenza gli
appare come un notevole vantaggio, dal momento che i drogati
muoiono presto – e se la morte non sopravviene con sufficiente
tempismo è sempre possibile accelerare credibilmente la loro
dipartita con un’overdose (accidentale o facilitata dalla preme-
ditata furbizia di terzi). E questo permetterebbe alla giovane
vedova – divenuta ormai cittadina belga a tutti gli effetti – di
concedersi a sua volta in sposa, sempre in cambio di denaro, a
un uomo desideroso di ottenere la cittadinanza... Lorna e il suo
amante Sokol (anch’egli un immigrato che vive in condizioni
estremamente, per così dire, «fluide») pensano di utilizzare tale
denaro (rimpinguato poi da un cospicuo prestito bancario) per
aprire un bar dove vendere (tanto per cambiare) panini, anziché
i propri corpi e le proprie identità.
In una società di consumatori – ovvero, di persone che
per poter consumare sono costrette a offrirsi a loro volta sul
mercato in quanto merci vendibili – tale progetto deve essere
sembrato loro irreprensibile e assolutamente in linea con la
logica e lo spirito che animano la società di cui vogliono a
tutti i costi entrare a fare parte e in cui sognano di trovare una
sistemazione sicura, affermandovisi sullo stesso livello dei loro
futuri clienti, con delle identità legalmente definite. Il loro pia-
no però inizia ben presto a vacillare, e finirà per naufragare a
causa di fattori imprevisti – di cui nessuno aveva tenuto conto
semplicemente perché non avevano alcun valore di mercato.
Il «contratto nuziale» infatti non faceva alcun riferimento al-
la compassione, alla carità, all’istinto a interessarsi degli altri,
all’avversione che il dolore altrui causa in noi, così come l’in-
fliggerne a nostra volta.

­­­­­174
E mentre un contratto può forse permettersi di omettere tali
emozioni, queste (come il film dimostra chiaramente) non pos-
sono essere escluse a lungo dalla convivenza e dall’interazione
umane. Ispirato dalla presenza di Lorna – persona onesta, digni-
tosa e laboriosa – Claudy decide di tirarsi fuori – prendendosi
per i lacci degli stivali, se necessario – dal degrado in cui è spro-
fondato e di abbandonare la sua dipendenza distruttiva. Le sue
richieste di aiuto e, più ancora, la struggente vista dei dolorosi
sintomi dell’astinenza interferiscono drasticamente e finiscono
per avere il sopravvento su quanto stabilisce il contratto. Lorna
è un essere umano, Lorna si preoccupa degli altri, Lorna vuole
aiutare. Cosa la spinge a farlo? Non certo gli obblighi contrat-
tuali. Forse la sua umanità? Forse la sofferenza e il tormento che
legge sul volto di un altro essere umano?
Quando finalmente la busta contenente il tanto atteso de-
creto provvisorio di soggiorno arriva, Claudy teme di perdere
Lorna e, disperato, torna a rivolgersi al pusher in cerca dell’uni-
co rimedio che conosce per combattere la disperazione... Lorna
però caccia di casa lo spacciatore, chiude la porta e getta la chia-
ve dalla finestra per scongiurare che possa riaffiorare la mortale
tentazione di Claudy. Poi si spoglia, e offre all’uomo il proprio
corpo come rimedio alternativo. La cura sembra funzionare –
ma le pratiche per il divorzio vanno avanti.
In seguito verremo a sapere che Claudy è morto di overdose.
È stato suicidio? Un errore? Omicidio? Non lo sappiamo, e
nemmeno Lorna riesce a intuirlo con certezza. Qualcosa le è
stata forse tenuta nascosta, ma la sua coscienza non si fa ingan-
nare, sa bene di essersi servita di Claudy, usandolo come merce
potenzialmente vantaggiosa, un investimento, un gradino sulla
scala che sperava di percorrere in modo da acquisire a sua volta
più valore e diventare una merce per cui si è disposti a pagare
un prezzo maggiore. Ormai è troppo tardi per risarcire Claudy
di tutto il dolore che ha dovuto soffrire, per pentirsi e fare am-
menda per il male che ha fatto...
O forse no: per chi è disposto a pagare il prezzo di una co-
scienza pulita non è mai troppo tardi. Il costo è altissimo, e
pochi sono disposti a farsene carico. Lorna invece accetta, e

­­­­­175
decide di abbandonare il mercato. Dichiara di essere incinta di
Claudy e si rifiuta di abortire malgrado Fabio e Sokol cerchino
di imporglielo. Adesso che aspetta un figlio, il suo valore sul
mercato dell’immigrazione è nullo, e l’uomo che doveva essere
il suo futuro «marito» esige un risarcimento, privandola così del
denaro su cui lei tanto contava come anticipo per il bar. Fabio,
che ormai la considera una debitrice, decide di disfarsi di lei al
più presto, e con discrezione. Dal canto suo Sokol, profonda-
mente deluso e derubato dei propri sogni, prende le distanze
dall’intera vicenda e si dirige altrove in cerca di pascoli più verdi
(o per lo meno non ancora riarsi). Lorna ha abbandonato la
partita, e non si presta più al gioco degli altri, nemmeno come
trofeo di caccia. Per dirla senza peli sulla lingua, Lorna ormai
non serve più. E il suo nome va ad aggiungersi alla lunga lista
degli esseri umani scartati.
La giovane fugge da tutto. Si rifugia in una catapecchia ab-
bandonata: un luogo rifiutato e derelitto quanto lei stessa, in una
terra di nessuno desolata e spoglia che ricorda i mitici Campi
Elisi. Si lascia dietro tutto quanto le appartiene (ovvero: ogni
traccia e ogni deposito della sua vita precedente) per dedicare
il resto della propria esistenza alla cura e alla protezione di un
altro essere: l’immaginario figlio di Claudy, che la solitudine la
spinge a credere di portare in grembo, a dispetto del dotto pa-
rere dei medici: abituati a scorgere e curare i mali del corpo, ma
decisamente meno portati a cogliere quelli dello spirito...
Nel film dei Dardenne ho colto una metafora drammatica
ed efficace delle scelte che ci troviamo di fronte e del prezzo da
pagare per quelle che facciamo. Mi domando se siete d’accordo
con me e se, in caso affermativo, siete giunti a questa stessa con-
clusione seguendo un percorso simile al mio...
39.
Gli estranei sono pericolosi. Sarà vero?

Di tutti i fenomeni che caratterizzano le città nel corso dei secoli


ve n’è uno che rimane costante: le città sono spazi nei quali gli
estranei risiedono e si muovono molto vicini tra loro. La loro
onnipresenza, sempre visibili e raggiungibili, infonde una gran
parte della perpetua incertezza negli abitanti, e si riflette in ogni
loro attività. Un’incertezza che è fonte di ansia incessante, e di
un’aggressività che solitamente rimane allo stato latente, per poi
erompere di quando in quando.
Gli estranei forniscono anche una valvola di sfogo pratica
e concreta alle nostre innate paure verso ciò che è ignoto, in-
certo e imprevedibile. Scacciando gli estranei dalle nostre case
e dalle nostre strade esorcizziamo anche se solo per un attimo
il terrificante spettro dell’insicurezza che nasce dall’incertezza.
Bruciamo quel mostro terribile e insopportabilmente elusivo, o
quanto meno la sua effige. Simili esorcismi non mancano però
di lasciare un segno sulla nostra vita liquido-moderna, e di certo
non la migliorano. Questa infatti continua a trasudare insicurez-
za e rimane ostinatamente incerta, instabile e volubile. Qualsiasi
sollievo è destinato a durare poco, e persino le speranze attri-
buite alle più rigorose misure adottate contro i presunti vettori
dell’incertezza vanno a picco non appena formulate.
Tuttavia tale considerazione non è di grande conforto per
quanto riguarda gli estranei. L’estraneo è, per definizione, un in-
dividuo mosso da intenzioni che nel migliore dei casi possiamo
soltanto ipotizzare, ma di cui non possiamo mai esser certi. In
tutte le equazioni che formuliamo mentre decidiamo il da farsi
e ci domandiamo in che modo mettere in atto le nostre decisio-
ni, l’estraneo rappresenta una variabile ignota. Dopo tutto, un

­­­­­177
estraneo è «strano»; un essere singolare, le cui intenzioni e rea­
zioni potrebbero essere del tutto dissimili da quelle della gen-
te normale (a noi comune, familiare). Ecco perché gli estranei
causano disagio, anche quando non si comportano in maniera
aggressiva o francamente antipatica. La loro presenza basta, da
sola, a tradurre lo scoraggiante tentativo di prevedere gli effetti
delle nostre azioni e le nostre possibilità di riuscita in un’im-
presa ancora più ardua. Eppure, quella di condividere i propri
spazi con gli estranei, vivere vicino a loro (di norma senza essere
invitati né benaccetti) è una condizione a cui gli abitanti delle
città trovano difficile, e probabilmente impossibile, sottrarsi.
Poiché la vicinanza agli estranei è un destino non negoziabile
di chi abita in città, occorre trovare, sperimentare e collaudare
un modus vivendi capace di rendere tale convivenza accettabile,
e la vita vivibile. In che modo facciamo fronte a tale esigenza è
una questione di scelta, comunque. Ogni giorno facciamo delle
scelte, attivamente o per omissione, deliberatamente o in manie-
ra implicita, per decisione consapevole o soltanto inseguendo
alla cieca e meccanicamente le nostre solite faccende; tramite
un ampio dibattito e traendone delle conseguenti conclusioni, o
semplicemente attenendoci a modelli «affidabili» – perché con-
formi alla voga del momento. Una delle possibili scelte è quella
di rinunciare del tutto a cercare un modo migliore di convivere
con ciò che è strano ed estraneo. La «mixofobia» rappresenta
un eminente esempio di tale scelta.
La mixofobia si manifesta attraverso la tendenza a costruire
delle isole di affinità e uguaglianze nel mare della varietà e della
differenza. I motivi della mixofobia sono banali e facili da com-
prendere, anche se non necessariamente da perdonare. Come
suggerisce Richard Sennett, il «sentimento del noi», che espri-
me il desiderio di esser simili, fornisce agli uomini una scusa
per «evitare la necessità di guardarsi più a fondo attraverso gli
altri», e promette una sorta di sollievo spirituale: la prospettiva
di facilitare la convivenza rendendo ridondante qualsiasi tenta-
tivo di capire, negoziare e accettare compromessi. «Il deside-
rio di evitare la partecipazione è innato al processo di formare
un’immagine coerente della comunità. Il sentimento comune

­­­­­178
unisce senza che si verifichi l’esperienza comune, in primo luo-
go perché gli individui sono intimoriti dalla partecipazione, im-
pauriti dai pericoli e dalle sfide, spaventati dalla sofferenza»1.
La pulsione verso una «comunità di somiglianza» è un segno
dell’allontanamento non solo dall’estraneità esteriore, ma anche
dal coinvolgimento in una interazione interiore vivace eppure
turbolenta, impegnata, ma indubbiamente ingombrante.
Optare per la fuga, guidati dalla mixofobia, è una scelta che
comporta una ricaduta insidiosa e deleteria: più la strategia è
auto-inflitta e auto-rafforzata e meno è efficace. Più tempo le
persone trascorrono in compagnia di altri «simili a loro», «socia-
lizzando» superficialmente e senza grandi slanci per scongiurare
il rischio di malintesi e l’esigenza ancor più gravosa e sgradevole
di dover tradurre tra diversi universi di significato, e maggiori
probabilità ci sono che «dis-imparino» l’arte del negoziare si-
gnificati condivisi e una modalità reciprocamente gratificante
di convivenza. Avendo dimenticato (o ancor prima trascurato
di acquisire) le abilità necessarie a convivere con la differen-
za, le persone provano un’apprensione crescente di fronte alla
prospettiva di incontrarsi «faccia-a-faccia» con degli estranei, i
quali tendono ad apparire tanto più minacciosi quanto più ci
risultano alieni, non familiari e incomprensibili, e quanto più
la comunicazione reciproca che alla fine potrebbe facilitare e
assimilare la loro «alterità» rispetto al nostro mondo della vita
si affievolisce, o non riesce a decollare. La pulsione verso un am-
biente omogeneo e territorialmente isolato può essere innescata
dalla mixofobia e l’attuazione della separazione territoriale è il
salvagente e la fonte di sostentamento per la mixofobia.
Negli Stati Uniti si è diffuso da tempo un fenomeno, approdato
in seguito anche in Europa e oggi osservabile nella maggior parte
dei suoi Paesi, che spinge i cittadini più agiati a sottrarsi all’im-
prevedibile caos della strada (dove può accadere di tutto e non
si può prevedere nulla) per stabilirsi in «comunità circoscritte»:
comprensori residenziali recintati e dall’accesso rigorosamente
sorvegliato, da cui guardie armate, sistemi di allarme e telecame-
re a circuito chiuso tengono lontani gli intrusi. Quei pochi che
hanno la fortuna di abitare in un luogo del genere sborsano cifre

­­­­­179
esorbitanti per il «servizio di sicurezza»: ovvero, per scongiurare
ogni eventualità di «mischiarsi». Simili comprensori sono piccoli
agglomerati di gusci privati, sospesi in un vuoto spaziale.
All’interno di queste comunità le strade sono per lo più deser-
te, tanto che un qualsiasi estraneo – uno sconosciuto – risalterebbe
immediatamente all’occhio prima di avere il tempo di compiere
scherzi o danni. A dire il vero, chiunque si trovi a passare di fronte
alle nostre finestre o porte di casa potrebbe essere considerato
un estraneo, appartenente cioè a quella temibile categoria di in-
dividui di cui è impossibile valutare con certezza le intenzioni e
prevedere le mosse. Chiunque potrebbe essere, a nostra insaputa,
un malintenzionato o uno stalker: un intruso animato da intenzio-
ni malvagie. Dopo tutto viviamo in un’epoca di telefoni cellulari
(per non parlare di MySpace, Facebook o Twitter), con cui gli
amici possono scambiarsi messaggi anziché visite, e tutte le per-
sone che conosciamo, o quasi, sono costantemente «on-line» e in
grado di annunciare con debito anticipo l’intenzione di venirci a
trovare. Per questo motivo l’inaspettato scampanellio della porta
o del citofono rappresenta un evento straordinario, che annuncia
un potenziale pericolo. All’interno dei comprensori recintati le
strade rimangono volutamente deserte – per scoraggiare l’accesso
agli sconosciuti, o a chiunque si comporti come tale.
L’effetto collaterale o corollario del fatto che le strade riman-
gono vuote è che la stessa espressione gated community diventa
a tutti gli effetti e scopi pratici un termine improprio. Come si
legge in un rapporto pubblicato nel 2003 dall’università di Gla-
sgow, all’interno di questi comprensori «non si evidenzia alcun
apparente desiderio di entrare in contatto con la ‘comunità’ del-
la zona delimitata». E ancora: «Nelle gated communities il senso
di comunità è meno sentito che altrove». Quale che sia il pre-
testo con cui coloro che vi abitano (e i loro agenti immobiliari)
giustificano la propria scelta, i residenti di questi comprensori
non pagano prezzi esorbitanti per affittare o acquistare una casa
all’interno di una «comunità» (quel «ficcanaso collettivo» noto-
riamente invadente e importuno che ti accoglie a braccia aperte
salvo poi trattenerti al suo interno come in una morsa d’acciaio).
Benché siano pronti a dichiarare altrimenti (e talvolta in buona

­­­­­180
fede), il motivo per cui sborsano grosse somme è quello di libe-
rarsi da qualsiasi compagnia che non sia di loro gradimento, nei
tempi che vogliono loro. In definitiva, pagano per il privilegio di
essere lasciati in pace. All’interno delle mura, oltre la recinzione,
vivono dei solitari, persone in grado di tollerare una «comunità»
solamente alle proprie condizioni, e quando ne hanno voglia.
Secondo la grande maggioranza degli studiosi, il motivo
principale (consapevole o meno, esplicito o implicito) che spin-
ge a voler vivere nello spazio recintato e sorvegliato da teleca-
mere a circuito chiuso di tali comprensori residenziali è di voler
tenere il lupo cattivo fuori dall’uscio di casa – ovvero, tenere
gli sconosciuti a debita distanza. Gli estranei rappresentano un
rischio, quindi ogni estraneo è un potenziale veicolo e presagio
di pericolo. Così, per lo meno, credono. E ciò che desiderano
più di ogni altra cosa è di essere protetti dal pericolo. Anzi, più
precisamente di essere protetti dalla spaventosa, straziante, de-
bilitante paura dell’insicurezza – la paura di sentirsi minacciati.
Sperano che mura e recinzioni possano proteggerli da questo
terrore.
I motivi all’origine delle nostre insicurezze sono però molte-
plici e di natura diversa. Esiste certo la preoccupazione (reale o
immaginaria) legata all’aumento della criminalità e a visioni di
orde di ladri o maniaci sessuali che aspettano solo il momento
buono per colpire. Tuttavia proviamo insicurezza anche riguar-
do al lavoro, e sentiamo che anche il nostro reddito, il nostro
status sociale e la nostra dignità sono minacciati. Non siamo
assicurati contro il rischio di diventare in esubero, di essere li-
cenziati o esclusi, o contro l’eventualità che la posizione a cui
teniamo e che riteniamo di meritare per sempre possa esserci
sottratta. Neanche i rapporti umani a cui teniamo sono garantiti
e al riparo: anche in quest’ambito forse proviamo delle insicu-
rezze, e temiamo che una scossa possa portarceli via. Il nostro
circondario, familiare e accogliente, potrebbe essere raso al suo-
lo per far posto a qualche nuova costruzione. Nel complesso, sa-
rebbe decisamente sciocco sperare che circondandoci di mura,
guardie armate e telecamere tutte queste angosce (ben fondate,
o del tutto irrealistiche) possano scemare e svanire.

­­­­­181
Che dire, infine, di quello che (all’apparenza) è il motivo prin-
cipale che spinge a scegliere una comunità di questo tipo? Mi
riferisco alla paura di subire un attacco, una violenza, una rapina
o il furto dell’auto, o al fastidio di imbattersi in mendicanti im-
portuni. Il comprensorio recintato e sorvegliato non garantisce
forse di porre fine almeno a quel tipo di paure? Anche su questo
fronte, purtroppo, i vantaggi non giustificano le rinunce. Come
segnalato dai più acuti osservatori della vita urbana contempo-
ranea, è possibile che trincerandosi dietro delle solide mura le
probabilità di subire un attacco o una rapina si riducano (benché
uno studio condotto di recente in California, che è forse lo Stato
dove questo tipo di comprensori residenziali sono più diffusi, non
confermi questo dato), ma la paura permane, immutata. Anna
Minton, autrice di un approfondito studio dal titolo Controllare
il territorio: paura e felicità nelle città del ventunesimo secolo2, cita
il caso di Monica, che una sera, quando «il cancello elettrico si
inceppò e dovette essere aperto a forza [...], non chiuse occhio
per tutta la notte, rimanendo in preda al panico più di quanto non
lo fosse mai stata nei venti anni in cui aveva vissuto in una strada
normale». Dietro le mura l’ansia, anziché dissiparsi, si fa più in-
tensa, di pari passo con la dipendenza dei residenti da soluzioni
tecnologiche «nuove e aggiornate» che promettono di tenere lon-
tani i pericoli, e la paura dei pericoli. Più ci si circonda di simili
strumenti e maggiore è la paura che questi possano fare cilecca.
Più passiamo il tempo a preoccuparci della minaccia costituita da
ogni sconosciuto, e meno tempo trascorriamo in loro compagnia,
evitando quindi di mettere alla prova i nostri timori. Più diminui­
sce la nostra capacità di tollerare e apprezzare l’imprevisto, e più
diventiamo incapaci di affrontare, gestire e apprezzare la vivacità,
la varietà e il rigoglio della vita urbana. Rinchiudersi in una gated
community per scacciare le nostre paure equivale al gesto di chi
svuota una piscina per insegnare ai bambini a imparare a nuotare
in tutta sicurezza.
40.
Tribù e cieli

Poiché ho già tentato di commentare delle lettere altrui – oltre


che scriverne di mie – permettetemi di tornare a cimentarmi in
una simile impresa. Il motivo che mi spinge a farlo è sempre lo
stesso: come nel caso della trentottesima missiva, «La voce del
silenzio di Lorna», ritengo che anche in questo caso la lettera
che intendo sottoporre alla vostra diligente attenzione (e per
vostro diletto) fornisca un esempio del nostro bizzarro mon-
do liquido-moderno ben più penetrante ed esemplificativo di
quanto io stesso avrei saputo scrivere. Oltre a essere stata scritta
con un’immaginazione, un talento letterario e un gusto estetico
che difficilmente saprei uguagliare. Mi riferisco a La tribù con
gli occhi al cielo, un breve racconto allegorico scritto da Italo
Calvino nel 1957.
Protagonista della storia di Calvino è una tribù dedita alla
«raccolta delle noci di cocco» e, come il titolo lascia intendere,
alla contemplazione del cielo. La volta celeste, che questo po-
polo scruta ossessivamente e intensamente, offre uno spettacolo
davvero affascinante e regala molte soddisfazioni a chi vi volge
lo sguardo, attraversata com’è da «nuovi corpi celesti» – aerei a
reazione, dischi volanti, razzi e missili telecomandati... Senten-
dosi obbligati a fornire ai loro compagni di tribù una spiega-
zione autorevole circa simili fenomeni, gli stregoni del villaggio
dichiarano che questi annunciano in maniera inequivocabile
l’imminente fine della servitù e della miseria che da secoli af-
fliggono la tribù. Presto la «savana incolta darà sorgo e mais»,
e la tribù non sarà più costretta a cibarsi esclusivamente di noci
di cocco – unica loro fonte di sostentamento. Dunque, esortano
(e qui sta il punto) «non si stia ad almanaccare nuovi sistemi»

­­­­­183
per uscire dall’attuale situazione; «confidiamo nella Grande
Profezia, stringiamoci attorno ai suoi soli retti interpreti, senza
chiedere di più».
Intanto anche sulla terra, nella valle dove la tribù ha costruito
le proprie capanne di paglia e fango, in quel villaggio da cui ogni
giorno gli uomini partono in cerca di noci di cocco e a cui ogni se-
ra fanno ritorno, le cose stanno cambiando. Qui un tempo giun-
gevano di quando in quando dei mercanti per acquistare noci
di cocco dalla tribù. I mercanti imbrogliavano sui prezzi, ma gli
indigeni, scaltri, riuscivano ogni tanto a fregarli a loro volta con
lo stesso sistema. Adesso però i mercanti non si vedono più. Al
loro posto è sorto nella valle un ufficio della moderna Coccobello
Corporation, i cui agenti «comprano tutto il raccolto in blocco»,
imponendo i prezzi. Ormai non si contratta più, e imbrogliare è
impossibile: i prezzi sono stabiliti in anticipo, prendere o lasciare.
E naturalmente, «lasciando» si rischia di non sopravvivere sino a
quando non si riesce a trovare altre noci di cocco tramite sortite
fuori della valle. C’è però qualcosa che accomuna gli stregoni e i
rappresentanti della Coccobello Corporation: sia gli uni che gli
altri discutono dei razzi che attraversano il cielo e dei presagi che
questi annuncerebbero; ed entrambi (qui sta il punto) affermano
senza ombra di dubbio che «è nella potenza dei bolidi celesti che
risiede tutto il nostro destino!».
Il narratore del racconto condivide il destino e le abitudini
del suo villaggio. Anche lui, come il resto della tribù, trascorre
le serate sulla soglia della capanna di paglia e fango, intento
a osservare con cura il cielo. Anche lui, come gli altri, ascolta
attentamente gli stregoni e memorizza ciò che questi e gli agenti
della Coccobello Corporation ripetono di continuo. Al tempo
stesso però, pensa (anzi, nella sua mente i pensieri si pensano
da soli, senza chiedere permesso), e giunge a concepire un’idea
«che nessuno mi leva: che una tribù che s’affida solo al volere dei
bolidi celesti, per bene che le vada, continuerà sempre a vendere
le sue noci di cocco sottocosto».
In un abbozzo di romanzo, pubblicato nel 1969 e intitolato
La decapitazione dei capi, Italo Calvino fa notare come la televi-
sione (e qui egli va dritto al punto, saltando a pie’ pari l’allegoria

­­­­­184
del cielo e dei bolidi celesti, dato che la «televisione» è in sé una
potente metafora della nostra vita liquido-moderna) «ha cambia-
to molte cose». Benché non necessariamente quelle che i nuovi
stregoni tecnologicamente sofisticati (che adesso chiamiamo spin
doctors) amano segretamente riconoscersi il merito di aver sapu-
to trasformare con maestria e di nascosto, mentre al tempo stesso
lodavano la televisione per aver favorito tali cambiamenti.
La televisione ha modificato tra l’altro, secondo Calvino, il
modo in cui vediamo i nostri leader (e per «nostri leader» s’in-
tende un gruppo ben più ampio rispetto a quello formato dalle
persone che in passato erano distanti e che ascoltavamo senza
vedere, tanto meno attraverso uno schermo. Idoli, star, cele-
brità: tutti quei personaggi che osserviamo attentamente ogni
giorno, e da cui ci aspettiamo di essere intrattenuti e divertiti, e
di ricevere la luce e la guida che merita di essere ricevuta e alle
quali la televisione riserva lo stesso trattamento che ai «nostri
leader»). Un tempo questi ci sembravano delle figure distanti,
poste in alto, su un palco, oppure erano raffigurati in ritratti
dove apparivano «atteggiati a espressioni di una fierezza con-
venzionale». Adesso invece, grazie alla televisione, tutti possono
analizzare ogni loro «minimo moto di lineamenti, lo scatto infa-
stidito delle palpebre alla luce dei riflettori, il nervoso umettare
delle labbra tra parola e parola...». Per farla breve: una volta
arrivati così vicino a noi, ed entrati addirittura nei nostri salotti
e nelle nostre camere da letto, i nostri leader hanno iniziato ad
apparirci terribilmente banali, come noi altri. E mortali, come
noi altri. Vengono per poi andarsene. Appaiono per scomparire.
Si attaccano al potere soltanto per perderlo. L’unico vantaggio
che sembrano avere su di noi comuni mortali è di essere destina-
ti ad una morte pubblica, non privata – una morte a cui «siamo
certi d’assistere, tutti insieme»...
Con un tono non del tutto ironico, Calvino si spinge sino a
suggerire che è proprio questa nostra consapevolezza a spiegare
il motivo per cui un politico, sino a quando è in vita, è «circon-
dato dal nostro interesse ansioso, anticipatore».
E alla fine arrivano delle parole così toccanti da meritare di
essere riportate testualmente e per esteso:

­­­­­185
Per noi la democrazia comincia solo dal giorno in cui si ha la sicu-
rezza che al giorno stabilito le telecamere inquadreranno l’agonia della
nostra classe dirigente al completo, e, in coda allo stesso programma
(ma molti degli spettatori a quel momento spengono l’apparecchio),
l’insediamento del nuovo personale, che resterà in carica (e in vita) per
un periodo equivalente.

Tutto ciò, conclude Calvino, viene contemplato «da milioni


di spettatori con raccoglimento sereno, come chi osserva i mo-
vimenti dei corpi celesti nel loro ciclico ripetersi». Uno «spet-
tacolo che quanto più ci è estraneo tanto più sentiamo come
rassicurante»1.
L’abitudine a tenere gli occhi puntati verso «nuovi corpi cele-
sti» non è a quanto pare prerogativa esclusiva di un’unica tribù,
lontana nel tempo e nello spazio. E i motivi per cui gli occhi
sono puntati verso il cielo, o le conseguenze che da tale osserva-
zione derivano, non differiscono molto da una tribù all’altra. A
cambiare sono solamente gli strumenti necessari per dedicarsi a
tale attività/passività. E i nomi delle tribù e delle stelle che con-
templano, e le storie degli stregoni per spiegare il significato di
quelle stelle cadenti su cui sono fissati gli occhi di tutti. Ma non
il messaggio di quelle storie, né le intenzioni e le mire di coloro
che le raccontano.
41.
Tracciare dei limiti

Nelle Strutture elementari della parentela1, il suo primo libro


vero e proprio, il grande antropologo francese Claude Lévi-
Strauss fa coincidere la nascita della cultura con la proibizione
dell’incesto (e più precisamente con la creazione dell’idea di «in-
cesto»: un rapporto sessuale che si può ma non si deve realizzare,
un atto possibile e plausibile ma che al tempo stesso è interdetto
agli esseri umani).
La cultura, ovvero il particolare modo in cui gli uomini vivo-
no la propria vita e in cui il «dovere» è separato da (e molto spes-
so entra in contrasto con) l’«essere», è nata con la demarcazione
di un limite laddove non ne esisteva alcuno: separando alcune
donne come non disponibili per il rapporto sessuale, esse (che
da un punto di vista «naturale» e biologico sono tutte adatte al
congiungimento carnale) furono suddivise «culturalmente» tra
quelle con cui è vietato accoppiarsi e le altre, con cui è lecito.
L’uomo ha immaginato e imposto divisioni e distinzioni artifi-
ciose su affinità e differenze naturali; più precisamente, ha ag-
giunto significati ulteriori ad alcuni tratti naturali, associandoli
a singolari norme di percezione e valutazione e alla scelta di un
modello di comportamento.
Sin dalla sua nascita – e per tutta la sua lunga storia –
la cultura si è attenuta al medesimo modello: ha utilizzato,
trovato o costruito di proposito dei significanti per dividere,
distinguere, differenziare, classificare e separare gli oggetti
percepiti e da valutare, nonché quelli delle modalità preferi-
te, raccomandate o obbligatorie per reagire a tali oggetti. La
cultura consiste da sempre nel differenziare, «strutturare» e
«normalizzare» ciò che altrimenti sarebbe uniforme, casuale e

­­­­­187
volatile. In altre parole, la cultura si specializza nella gestione
delle scelte umane.
I limiti si tracciano per creare delle differenze: differenze tra
un luogo e lo spazio circostante (ad esempio, tra «casa» e «fuo-
ri»), tra diverse porzioni di tempo (separando ad esempio l’in-
fanzia dall’età adulta), tra una categoria di individui e il resto
dell’umanità (ad esempio, «noi» e «loro»). Creando delle «dif-
ferenze che fanno la differenza», e che richiedono l’applicazione
di diversi modelli di comportamento, vengono manipolate delle
probabilità: taluni eventi diventano più probabili da questo o
da quel lato del limite e altri meno, o magari non si possono
proprio verificare. La massa informe diventa «strutturata» – le
si dà una struttura. E questo ci consente adesso di sapere dove
ci troviamo, cosa possiamo aspettarci e come è opportuno agire.
I confini offrono un senso di sicurezza. Ci permettono di sapere
come muoverci, in che luogo e in quale momento. Ci consento-
no di agire con sicurezza di sé.
Per svolgere quel ruolo, i confini devono essere segnati. At-
torno alla vostra casa e a quelle degli altri si alzano siepi e re-
cinzioni che al contempo creano e segnalano la separazione tra
il «dentro» e il «fuori». La presenza di nomi sui cancelli e sui
portoni sta a indicare a sua volta la separazione tra gli insiders e
gli outsiders, tra chi ci vive e chi ci va soltanto in visita. Attener-
si alle istruzioni che quei cartelli impartiscono (esplicitamente
o implicitamente) crea e ricrea, manifesta e «naturalizza» un
«mondo ordinato».
«Ordine» significa mettere «le cose giuste al posto giusto» e
da nessun’altra parte, spiegò in maniera indimenticabile Mary
Douglas nel suo Purezza e pericolo (1966), un’opera che fece epo-
ca. È il limite a stabilire quale sia il posto «giusto» (ovvero, che ha
diritto di esistere) per talune cose, e quali cose sono «fuori luo-
go» in taluni posti. Gli accessori da bagno vanno tenuti lontani
dalla cucina; ciò che conserviamo nella camera da letto non deve
finire in sala da pranzo, e gli oggetti da esterno non entrano in ca-
sa. Le uova al tegamino possono far piacere servite su un piatto,
ma non su un guanciale. È bello vedere delle scarpe lucide, ma
non su una tavola apparecchiata. Ciò che è fuori posto è sporco,

­­­­­188
e in quanto tale deve essere spazzato via, allontanato, distrutto
o trasferito altrove: al «proprio posto». Ammesso naturalmen-
te che un posto lo abbia (cosa che non sempre capita, come ci
ricordano i profughi apolidi e i vagabondi senza fissa dimora).
L’eliminazione di ciò che è indesiderabile è ciò che chiamiamo
«pulizia». Quando riponiamo i piatti nella credenza o nei pensili
di cucina, spazziamo i pavimenti, prepariamo la tavola o rifac-
ciamo i letti siamo impegnati a conservare o ripristinare l’ordine.
Nello spazio i limiti vengono tracciati per creare e mantenere
un ordine spaziale: radunare date persone e oggetti in dati luoghi
e tenerne lontani altri. Le guardie che vigilano all’ingresso dei
centri commerciali, dei ristoranti, degli edifici amministrativi,
dei comprensori residenziali, dei teatri o dei posti di frontie-
ra permettono l’accesso a taluni individui respingendone altri.
Lo fanno mediante il controllo dei biglietti, dei permessi, dei
passaporti o di altri documenti che conferiscono il diritto di
accesso, oppure sforzandosi di cogliere dall’aspetto di coloro
che aspirano ad entrare qualche indizio che consenta di com-
prendere le loro capacità e intenzioni, e di valutare se una volta
lasciati passare si conformeranno alla condotta e alle aspettative
a cui i legittimi insiders sono tenuti ad attenersi. Ciascun mo-
dello di ordine spaziale divide gli esseri umani in «desiderabili»
e «indesiderabili», dando loro i nomi in codice di «legittimi»
(autorizzati) e «illegittimi» (abusivi).
E tuttavia, benché il loro principale ruolo e scopo dichiarato
sia quello di dividere, i limiti non sono delle barriere pure e
semplici, perché, insieme a coloro che li tracciano, non possono
fare a meno di trasformare i confini in interfacce, le quali unisco-
no, collegano e mettono a confronto i luoghi che separano. Per
questo i limiti sono sottoposti a spinte opposte e contraddittorie
che ne fanno luoghi di tensione, potenziali focolai di conflitto e
antagonismo, regioni in costante fermento, sull’orlo dello scop-
pio di ostilità.
È difficile, o forse impossibile, imbattersi in mura prive di
varchi, cancelli o porte. Le pareti sono per definizione dei trac-
ciati da attraversare. Anche se in genere coloro che vigilano sui
due lati agiranno in modi diversi senza rendersene conto, tali da

­­­­­189
rendere asimmetrica l’osmosi, la permeabilità e penetrabilità del
limite. Un’asimmetria che nel caso delle carceri, dei centri di de-
tenzione, dei ghetti o delle zone «ghettizzate» è completa, o quasi
(attualmente la Striscia di Gaza e la Cisgiordania ne rappresentano
gli esempi più lampanti), e il transito in entrambe le direzioni è
controllato da guardie armate poste su un unico fronte. Anche i
famigerati «posti da evitare» all’interno delle aree urbane (noti co-
me «strade malfamate» o «zone a rischio») si avvicinano, o quan-
tomeno tendono ad avvicinarsi, a questo modello estremo in cui
l’esitazione da parte degli outsiders ad entrarvi viene a coincidere
con la condizione di impossibilità di uscirne da parte degli insiders.
Oggi, in penombra, lontani dall’attenzione ufficiale e da in-
terferenze esplicite del governo, i confini spontanei e sorti dal
basso si stanno moltiplicando, e rappresentano gli effetti colla-
terali della crescente multiculturalità (diasporica) della nostra
convivenza urbana. Frederic Barth, autorevole antropologo
norvegese, ha osservato che a differenza della consueta spiega-
zione post hoc, in base alla quale i confini sarebbero stati tracciati
e fortificati in risposta alle differenze marcate e potenzialmente
pericolose tra popoli vicini, le cose sarebbero andate invece in
senso del tutto contrario: le caratteristiche che hanno i vicini,
per altri aspetti impercettibili, minime e insignificanti, innocue
e irrilevanti, o addirittura immaginarie e presunte, vengono
promosse al rango di «rimarchevoli» e considerate rilevanti per
giustificare e dare un rinforzo emotivo a limiti già tracciati.
Possiamo però aggiungere che i confini «dal basso», «imma-
teriali» ed evidenti solo mentalmente (ma non percepibili attra-
verso i sensi), quelli che anziché essere tracciati con il cemento
e il filo spinato ed essere costellati da trincee, bunker e torri di
avvistamento nascono dall’evitare occasioni di scambio e con-
divisione di beni, pasti e letti, assolvono a una duplice funzione:
oltre a separare (come imposto dalla paura dell’ignoto e dal de-
siderio di sicurezza) svolgono il ruolo o il destino di «interfac-
cia», favorendo incontri, scambi e, in definitiva, il sovrapporsi
degli orizzonti cognitivi e delle pratiche quotidiane. È qui, a
questo livello «microsociale», fatto di incontri faccia-a-faccia,
che le tradizioni, le credenze, le aspirazioni culturali e gli stili di

­­­­­190
vita diversi che i confini controllati e amministrati dall’alto dei
governi (a livello «macrosociale») si sforzano con esiti alterni di
tenere separati, si incontrano da vicino e a bruciapelo, condivi-
dono la quotidianità e finiscono inevitabilmente per inaugurare
un dialogo. Il quale, che sia pacifico e benevolo o antagonistico
e burrascoso, conduce immancabilmente alla familiarizzazione
e a ridurre il senso di estraneità. E quindi, potenzialmente, alla
comprensione, al rispetto e alla solidarietà reciproci.
Nel nostro mondo liquido-moderno, il difficile compito di
elaborare delle condizioni che consentano la convivenza piace-
vole e reciprocamente proficua di forme di vita diverse (e decise
a rimanere tali) è stato scaricato sulle zone interessate (principal-
mente urbane), come nel caso di molte altre problematiche sorte
con la globalizzazione, trasformando queste zone (con o senza
il loro consenso) in laboratori (volontari o no) dentro ai quali
scoprire, inventare, sperimentare concretamente, collaudare e
infine apprendere le modalità e i mezzi della convivenza umana
su un pianeta globalizzato. Che siano materiali o mentali, fatte
di calce e mattoni o prettamente simboliche, le frontiere che se-
parano diverse comunità (o, più precisamente, diverse diaspore)
si trasformano occasionalmente in campi di battaglia su cui sca-
ricare le preoccupazioni e le frustrazioni comuni e provenienti
da più direzioni. Più spesso però – in modo meno spettacolare
ma più fecondo e coerente – sono dei seminari creativi per l’arte
della convivenza; solchi in cui si piantano e germogliano (consa-
pevolmente o no) i semi delle future forme di umanità.
Nella storia niente è predeterminato; la storia è l’impronta
che molteplici scelte umane – slegate, disparate, di rado coor-
dinate tra loro o forse mai – lasciano sul tempo. È decisamente
troppo presto per prevedere quale delle due funzioni interrelate
dei confini finirà per prevalere sull’altra, ma di una cosa possia-
mo essere abbastanza sicuri: noi (e i nostri figli) riposeremo sui
letti che avremo (collettivamente) preparato per noi (e per loro).
Letti che si preparano tracciando dei confini e negoziando le
regole della vita alla frontiera. Consapevolmente o no, intenzio-
nalmente o per caso, perseguendo uno scopo o inavvertitamen-
te... Che lo vogliamo o no.

­­­­­191
42.
Cattivi si diventa?

Come sottotitolo per questa lettera ho scelto L’effetto Lucifero1,


di Philip Zimbardo – uno studio raccapricciante ed esasperante
basato sulle esperienze di un gruppo di bravi ragazzi e ragazze
americani: giovani normali, apprezzati e apprezzabili che, dopo
essere stati mandati nel lontano Iraq e incaricati di sorvegliare
dei prigionieri accusati di essere mossi da cattivi propositi e so-
spettati di appartenere a una specie umana inferiore, o essere
addirittura men che umani, si trasformano in mostri.
Come sarebbe sicuro e rassicurante, accogliente e benevolo il
mondo se a compiere atti mostruosi fossero soltanto i mostri – e
nessun altro. Contro i mostri siamo piuttosto ben protetti, certi
di essere assicurati contro le azioni malvagie di cui sono capaci
e che minacciano di perpetrare. Abbiamo gli psicologi, che sono
in grado di individuare psicopatici e sociopatici, e i sociologi
per indicarci gli ambienti dove questi tendono a manifestarsi,
propagarsi e concentrarsi; abbiamo i giudici, che li condannano
al carcere e all’isolamento, e la polizia e gli psichiatri che si assi-
curano che vi restino.
Purtroppo i normali, bravi, simpatici ragazzi e ragazze ame-
ricani del libro non erano dei mostri. Se non fossero stati inca-
ricati di tiranneggiare i prigionieri di Abu Ghraib non saremmo
mai venuti a sapere (sospettare, supporre, immaginare, conce-
pire) di cosa erano capaci. A nessuno di noi sarebbe venuto in
mente di pensare che, una volta trasferita al di là dell’oceano,
la ragazza che ci sorride nelle foto si sarebbe contraddistinta
per la creatività e abilità con cui inventava trucchi sempre più
astuti e raffinati, oltre che malvagi e perversi, con cui vessare,
molestare, torturare e disumanizzare coloro che avrebbe dovuto

­­­­­192
sorvegliare. Nelle città d’origine di questi ragazzi, ancora oggi
i vicini di casa si rifiutano di credere che i ragazzi e le ragazze
che conoscono da quando erano bambini siano gli stessi mostri
che appaiono nelle foto scattate nelle stanze di tortura di Abu
Ghraib. E invece sono proprio loro.
A conclusione del suo accurato e meticoloso profilo psicolo-
gico di Chip Frederick, il presunto capo e guida del branco di
aguzzini, Philip Zimbardo afferma:

Nel suo fascicolo non sono riuscito a scoprire assolutamente nul-


la che facesse prevedere manifestazioni di comportamento sadistico,
vessatorio. Anzi, molti elementi suggeriscono che se non fosse stato
costretto a lavorare e a vivere in una situazione così anormale, avreb-
be potuto essere il soldato americano modello, da pubblicità per il
reclutamento2.

Chip Frederick avrebbe infatti superato alla grande ogni test


psicologico immaginabile, così come superò l’attento esame a
cui l’esercito sottopone immancabilmente i suoi candidati alle
missioni che richiedono maggiore responsabilità e sono più de-
licate da un punto di vista etico, come quelle affidate ai tutori
dell’ordine e della giustizia...
Anche a dispetto delle prove, si potrebbe ancora ribattere
che Chip Frederick e la sua più cara e nota compagna, Lynn-
die England, abbiano semplicemente obbedito a degli ordini e
siano stati obbligati a compiere delle atrocità che detestavano
e aborrivano – docili agnelli, anziché lupi rapaci. In quel caso
l’unica accusa condivisibile nei loro confronti sarebbe quella
di essere dei codardi o aver peccato di eccessivo rispetto nei
confronti dei loro superiori; o, tuttalpiù, di aver accantonato
con troppa facilità quei principi morali che li avevano guidati
nella loro vita «normale». Che dire invece di chi era ai vertici
della piramide burocratica? Le persone che impartivano gli or-
dini, pretendevano obbedienza e punivano chi non ubbidiva?
Si tratta certamente di mostri?
Le indagini sulle atrocità di Abu Ghraib non si sono mai
spinte sino alle alte sfere del comando militare americano. Quei
pezzi grossi non potranno essere condotti in giudizio e proces-

­­­­­193
sati per crimini di guerra, a meno di non figurare tra gli sconfitti
nella guerra da loro stessi intrapresa. Invece Adolf Eichmann,
colui che presiedette agli strumenti e alle procedure impiegati
nella «soluzione finale» del «problema ebraico», e impartì or-
dini ai suoi esecutori, si trovò in tale situazione – essendo stato
catturato e trascinato in tribunale dai vincitori. In passato, dun-
que, è esistita un’occasione in cui «l’ipotesi del mostro» è stata
sottoposta a un attento, anzi meticoloso esame da parte dei più
autorevoli rappresentanti della psicologia e della psichiatria. Le
conclusioni tratte da quella ricerca, assolutamente accurata e
affidabile, non sono affatto ambigue. Le riportiamo a seguire,
nelle parole di Hannah Arendt:

una mezza dozzina di psichiatri lo aveva dichiarato «normale», e uno


di questi, si dice, aveva esclamato addirittura: «Più normale di quanto
sono io dopo che l’ho visitato», mentre un altro aveva trovato che tutta
la sua psicologia, tutto il suo atteggiamento verso la moglie e i figli,
verso la madre, il padre, i fratelli, le sorelle e gli amici era «non solo
normale, ma ideale». [...] il guaio del caso Eichmann era che di uomini
come lui ce n’erano tanti, e che questi tanti non erano né perversi né
sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali. Dal punto di
vista delle nostre istituzioni giuridiche e dei nostri canoni etici, questa
normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme3.

Deve essere davvero stato più terrificante: se a compiere tali


atrocità e a essere capaci di un comportamento perverso e sadi-
co sono delle persone normali (e qui siamo tentati di aggiungere:
«come te e come me»), e non dei mostri, allora tutti i filtri che ci
siamo inventati per separare i portatori di disumanità dal resto
delle specie umana o sono fallaci, o si basano su presupposti del
tutto errati, e quasi sicuramente inefficaci. E quindi, per farla
breve, noi tutti siamo vulnerabili (e, siamo tentati di aggiungere,
«privi di difese contro la nostra stessa potenzialità morbosa»).
Nell’impiegare al massimo la propria ingegnosità e sforzandosi
quanto più possibile di «civilizzare» i comportamenti umani e i
modelli di convivenza, i nostri antenati, e anche chi di noi segue
la loro linea di pensiero e di condotta, se la sarebbero dunque
presa con le persone sbagliate...

­­­­­194
Chiunque può essere colto da scatti di sadismo e parossismi
di bestialità. Se Eichmann era «normale», nessuno può essere
considerato a priori esente dal sospetto. Nessuno dei nostri ami-
ci e conoscenti, così splendidamente normali. Nemmeno noi.
I Chip Frederick e gli Adolf Eichmann percorrono le nostre
strade in pieno sole, fanno la fila alle casse dei supermercati,
riempiono i cinema e le tribune degli stadi, viaggiano in treno e
sugli autobus delle nostre città. Potrebbero addirittura abitare
nell’appartamento accanto, o sedere al nostro tavolo. Tutti loro,
date le circostanze adatte, potrebbero comportarsi come Chip
Frederick e Adolf Eichmann. E io? Se tanti individui sono po-
tenzialmente capaci di commettere atti di disumanità, io potrei
facilmente, casualmente, diventare una delle loro vittime. Se lo
possono fare loro... E con altrettanta facilità, io stesso potrei
essere uno di «loro»: l’ennesima «persona normale» capace di
vessare gli altri...
John M. Steiner ha forgiato la nozione di «dormiente» per
indicare una personale inclinazione alla violenza, ipoteticamen-
te presente in un individuo e tuttavia ancora invisibile – una
propensione che può emergere (o forse è destinata a emergere?)
in concomitanza di talune circostanze «favorevoli»4, presumi-
bilmente quando i fattori che l’hanno sino a quel momento re-
pressa e occultata si risvegliano o vengono meno. Ervin Staub ha
compiuto un ulteriore (gigantesco) passo in avanti, eliminando
i riferimenti alle «particolarità» presenti nella teoria di Steiner e
ipotizzando la presenza di «dormienti» malevoli nella maggior
parte – o forse nella totalità – degli esseri umani: «Il male [...]
commesso da persone comuni è la norma, e non un’eccezione»5.
Ha ragione? Non lo sappiamo né lo sapremo mai, quantomeno
non con certezza, dal momento che non esiste alcun modo di
dimostrare o contraddire empiricamente tale ipotesi.
Cosa sappiamo allora con certezza? La facilità con cui il com-
portamento sadico poté essere suscitato in individui che non
avevano una «tipologia sadica», come lo stesso Zimbardo ha
scoperto nei suoi primi esperimenti condotti presso l’università
di Stanford su individui scelti a caso per interpretare i ruoli di
«guardie carcerarie» e di prigionieri6. O come Stanley Milgram

­­­­­195
ha riscontrato nei suoi esperimenti con persone scelte sempre a
caso a cui è stato chiesto di infliggere quelle che era stato fatto
loro credere fossero dolorose scosse elettriche di crescente in-
tensità: che «l’obbedienza verso l’autorità» – un’autorità qualsia­
si, a prescindere dalla natura degli ordini che tale autorità può
impartire, e anche se ai soggetti viene ordinato di commettere
azioni che essi trovano ripugnanti e rivoltanti – è una tendenza
comportamentale profondamente radicata7. Se a ciò si aggiun-
gono sedimenti di socializzazione praticamente universali quali
la lealtà, il senso del dovere e la disciplina, risulta che gli uomini
non incontrano grandi difficoltà nell’uccidere i loro simili.
In altre parole, è facile spingere degli individui non malvagi
a commettere atti malvagi. Christopher R. Browning ha studia-
to l’itinerario complesso e invariabilmente cruento dei riservisti
di polizia del Battaglione 101, formato da adulti giudicati non
idonei al combattimento in prima linea, coscritti nella polizia
e ai quali venne assegnato il compito di uccidere in massa gli
ebrei polacchi8. Questi individui, che a quanto è dato sapere
non avevano mai compiuto atti violenti né tanto meno omici-
di, né erano considerati capaci di commetterne, furono (non
tutti, ma una considerevole maggioranza di loro) pronti ad at-
tenersi all’ordine di uccidere: sparare a uomini e donne, vecchi
e bambini, tutti disarmati e chiaramente innocenti poiché non
erano accusati di alcun reato e nessuno di loro nutriva la benché
minima intenzione di far loro, o ai loro compagni d’armi, del
male. Comunque Browning scoprì (i suoi dati sono raccolti nel
volume intitolato Uomini comuni) che una percentuale di loro
compresa tra il dieci e il venti per cento chiese di poter essere
esentata dall’eseguire gli ordini. C’era «un nucleo di aguzzini
sempre più fanatici che si offrivano volontari per i plotoni di ese-
cuzione e le pattuglie di ‘caccia all’ebreo’; un più ampio gruppo
di poliziotti che eseguivano le fucilazioni e le evacuazioni dei
ghetti se glielo si ordinava, ma che non andavano alla ricerca di
occasioni per uccidere (anzi, talvolta disobbedivano agli ordini
se nessuno li controllava); e infine, un piccolo gruppo (meno del
20 per cento) di poliziotti che rifiutarono di eseguire gli ordini, o
che vi si sottrassero in vari modi». L’aspetto più sorprendente di

­­­­­196
tale scoperta fu che la distribuzione statistica degli entusiasti, di
coloro che si rifiutavano e di chi non apparteneva né agli uni né
agli altri ricalca molto da vicino quella delle reazioni agli autore-
voli ordini impartiti ai soggetti degli esperimenti di Zimbardo e
Milgram. In tutti i casi c’era chi si dimostrava fin troppo deside-
roso di avere una scusa per dare sfogo alle proprie pulsioni mal-
vagie; altri – più o meno nello stesso numero – si rifiutavano di
compiere atti malvagi a prescindere dalle circostanze. Tra questi
due estremi si trovavano poi degli individui indifferenti, tiepidi,
e non particolarmente convinti e coinvolti né dall’una né dall’al-
tra estremità dello spettro attitudinale. Persone che evitavano di
affermare una propria posizione e preferivano invece attenersi
alla linea di minor resistenza, facendo ciò che la prudenza detta-
va loro e l’indifferenza permetteva loro di fare al tempo.
In altre parole, in tutti e tre i casi (e probabilmente in innu-
merevoli altri casi appartenenti alla stessa categoria di questi tre
acclamati studi, che ne sono gli esempi più eccezionali e convin-
centi), la distribuzione delle probabilità che l’ordine a compiere
del male sarà obbedito segue la regola nota in statistica con il
nome di curva di Gauss (o anche semplicemente «gaussiana»)
– che si ritiene sia il diagramma della più comune, ovvero «nor-
male», distribuzione delle probabilità. Su Wikipedia leggiamo
che la nozione di curva di Gauss si riferisce alla tendenza dei
risultati a «raggrupparsi attorno a una media. Il relativo grafico
della funzione di densità delle probabilità ha la forma di una
campana, il cui culmine rappresenta la media». Leggiamo inol-
tre che «in base al teorema centrale del limite, qualsiasi variabile
che è la somma di un ampio numero di fattori indipendenti è
probabilmente distribuita normalmente».
Poiché le probabilità di varie risposte comportamentali da
parte di individui che sono spinti a fare del male evidenziano
una chiara tendenza a presentarsi sotto forma della curva di
Gauss, possiamo azzardare la supposizione che, anche nel lo-
ro caso, il risultato sia causato dalla reciproca interferenza di
un ampio numero di fattori indipendenti. Gli ordini imposti
dall’alto, il rispetto o il timore nei confronti dell’autorità (istin-
tivi o profondamente radicati), un senso della lealtà rafforzato

­­­­­197
da considerazioni che vertono sul senso del dovere e/o su una
disciplina fortemente inculcata sono alcuni di tali fattori, ma
non necessariamente i soli.
Appare plausibile che nelle condizioni della modernità li-
quida, caratterizzata dall’allentamento o dal dissiparsi delle
gerarchie burocratiche dell’autorità oltre che dal moltiplicarsi
dei «luoghi da cui giungono raccomandazioni autorevoli», due
fattori, questi, che sono responsabili del relativo indebolimento
e della diminuita percettibilità di tali voci, altri fattori, più indi-
viduali, idiosincratici e personali (come ad esempio il carattere,
di cui si discuterà nella prossima lettera), potrebbero giocare un
ruolo sempre più importante. Questo di certo sarebbe un gran
vantaggio per l’umanità e per gli esseri umani.
43.
Destino e carattere

«Come possiamo agire senza il terrore di sbagliare, senza rischia-


re l’incoerenza che ogni protesta, inevitabilmente, comporta?».
A domandarmelo è stata Martina, una lettrice del quotidiano «la
Repubblica». La mia risposta, l’unica che sono stato in grado
di offrirle responsabilmente, è che purtroppo non possiamo...
Non possiamo avere la certezza, prima ancora di agire, che
non commetteremo errori, né essere preventivamente certi che
alla fine sapremo dimostrarci all’altezza della situazione. E que-
sto non vale solo per le proteste: le ricette garantite e assoluta-
mente affidabili che assicurano il successo (in stile «soddisfatti
o rimborsati») delle nostre azioni sono poche, se non addirittura
inesistenti. E più le nostre azioni sono rilevanti, per noi e per
gli altri, più il loro esito è in linea di massima incerto (o meglio:
imprevedibile). Le scelte che la vita ci presenta non ci giungono
corredate di istruzioni dettagliate, a cui è sufficiente attenersi
punto per punto, come capita quando acquistiamo un gadget
elettronico «nuovo e migliorato». Vivere significa assumersi
dei rischi. O, per riprendere le parole con cui il poeta Lucano
espresse il proprio verdetto sull’amore, vivere, così come amare,
significa consegnarsi quali ostaggi al destino. Ma una vita del
genere non rischia forse di essere disagevole, debilitata, o vissuta
all’insegna della paura? Probabilmente sì, è destinata davvero a
esserlo. Il problema è che non ne abbiamo altre da vivere. Come
suggeriva Michel Foucault, siamo destinati a creare la traiettoria
della nostra esistenza, e così facendo creiamo anche noi stessi,
proprio come gli artisti creano le opere d’arte. Il percorso della
nostra vita, il suo «scopo generale» e la sua «destinazione ulti-
ma» non possono che essere – come infatti sono e rimarranno

­­­­­199
per sempre – il risultato di un «lavoro fai-da-te». Oggigiorno
ciascun uomo e ciascuna donna è un artista della vita, e non
tanto per scelta quanto, diciamo, per disposizione del fato uni-
versale. Questo significa che anche il non-agire vale come azio-
ne. E che anche l’accettazione supina del mondo, con cui di
fatto collaboriamo a far accumulare quelle nefandezze che a vo-
ce siamo pronti a condannare, rappresenta una scelta; proprio
come la nostra protesta e resistenza attiva contro le ingiustizie
endemiche nello stile di vita che il mondo ci spinge a seguire
docilmente. La vita non può che essere un’opera d’arte – se è di
vita umana che parliamo, ovvero della vita di esseri umani dotati
di volontà e di libertà di scelta.
Le menti migliori dell’era moderna, insieme alle schiere dei
loro seguaci, concordano nella scelta di Socrate – vecchio saggio
e spirito indomito, uomo votato all’incessante ricerca di verità,
nobiltà e bellezza – come modello di una vita ben spesa, di un’e-
sistenza significativa e dignitosa, encomiabile e degna di essere
vissuta. Inoltre lo hanno scelto quasi tutti per lo stesso motivo:
perché quel vecchio saggio, precursore del pensiero moderno,
era un uomo completamente e autenticamente (e soprattutto,
consapevolmente!) «fattosi da sé» – maestro della creazione e
dell’affermazione di sé. Tuttavia egli non propose mai la vita che
aveva scelto per se stesso e alla quale non smise mai di essere fedele
come il modello valido universalmente dell’unico modo di vivere
che valesse la pena di essere perseguito, cioè quello che per quel
motivo ogni essere umano avrebbe dovuto tentare di emulare.
Per i grandi filosofi moderni che considerano la vita di Socrate
un modello per crearsi la propria, «imitare Socrate» significava
comporre sapientemente il proprio io, la propria personalità e/o
identità, e farlo in maniera libera e autonoma; non copiare la
personalità che Socrate aveva impostato per sé, né tantomeno
quella di nessun altro, indipendentemente da chi fosse. Ciò che
contava erano l’autodefinizione e l’autoaffermazione, oltre alla
pronta accettazione del fatto che la vita è e dev’essere un’opera
d’arte, dei cui meriti e delle cui mancanze il suo «auttore» (au-
tore e attore fusi insieme, colui che ne è contemporaneamente
ideatore ed esecutore) si assume la piena responsabilità. In altre

­­­­­200
parole, «imitare Socrate» significa rifiutarsi di imitare «l’uomo»
Socrate, o chiunque altro, rifiutare l’eteronomia, l’imitazione, la
duplicazione, la riproduzione in quanto tali. Il modello di vita
che Socrate scelse per sé, che compose con perizia e coltivò fati-
cosamente a dispetto di tutto e di tutti (al punto da preferire la
morte per avvelenamento all’eventualità di arrendersi) magari si
confaceva perfettamente a lui, ma non necessariamente anche a
chiunque si riprometta di «essere come Socrate». La emulazione
pedissequa dello specifico esempio di vita costruito da Socrate
e a cui si mantenne fedele sino alla fine, risolutamente e senza
esitazioni, equivarrebbe a tradirne l’insegnamento e rifiutarne il
messaggio, che puntava innanzitutto e soprattutto all’autonomia
e alla responsabilità individuali. La perfetta imitazione va bene
per le fotocopiatrici, ma non produrrà mai quella creazione arti-
stica originale che la vita umana dovrebbe sforzarsi di diventare
(come suggeriva Socrate stesso).
Ogni artista lotta contro la resistenza della materia sulla quale
desidera fissare la propria visione, e ogni opera d’arte porta i
segni di tale lotta: delle vittorie, delle sconfitte e dei numerosi
compromessi a cui si è dovuti giungere, ma non per questo meno
disonorevoli. Gli artisti della vita e le loro opere non fanno ecce-
zione a tale regola. Che ne siano o meno consapevoli, lo scalpello
con cui tentano di fissare le loro idee (impiegato con maggiore o
minore destrezza) è il loro stesso carattere. È a questo che Tho-
mas Hardy si riferiva quando dichiarò che «il destino dell’uomo
è il suo carattere». Il destino e gli imprevisti (i suoi guerriglieri)
definiscono la gamma delle scelte che si presentano agli artisti
della vita, ma è il loro carattere a decidere quali scelte faranno.
Nel suo fondamentale studio del 1986, intitolato When Light
Pierced the Darkness. Christian Rescue of Jews in Nazi-Occupied
Poland, la sociologa Nechama Tec ha pubblicato i risultati della
sua indagine sui fattori che indussero alcuni testimoni dell’O-
locausto a mettere a repentaglio la propria vita pur di salvare
quella di vittime designate. Tec ha calcolato con attenzione le
correlazioni statistiche tra la disponibilità ad aiutare il prossimo
e la predisposizione al sacrificio di sé, soppesando anche tutti
quei fattori che si ritiene determinino il comportamento umano,

­­­­­201
quali l’ambiente e la classe sociale, il livello di istruzione, la ric-
chezza, il credo religioso e l’appartenenza politica: ma invano.
Infatti pare che dalla sua ricerca non sia emerso alcun fattore
«statisticamente rilevante», capace di determinare delle scelte
morali. Da un punto di vista statistico, coloro che prodigarono
il loro aiuto non erano infatti diversi dal resto della popolazione,
anche se il valore umano della loro condotta e il significato uma-
no delle conseguenze di quest’ultima differivano radicalmente
dalle reazioni più comuni, della maggioranza.
Cosa fu, allora, a spingere coloro che prestarono soccorso
– a rischio di diventare a loro volta vittime – ad agire in quel
modo, anziché barricarsi in casa e sbarrare porte e finestre per
evitare di assistere alle sofferenze del prossimo? L’unica risposta
possibile è da ricercare nel fatto che costoro – a differenza della
maggioranza delle persone appartenenti alla medesima classe
sociale, con lo stesso livello di istruzione, la stessa fede religiosa
o tendenza politica – non avrebbero saputo agire differentemen-
te. Non ne sarebbero stati capaci. La propria convenienza e la
salvaguardia della propria incolumità non sarebbero bastate a
giustificare il disagio spirituale e il dolore che avrebbe causato
alla loro coscienza la vista delle persone in difficoltà. Probabil-
mente non sarebbero mai riusciti a perdonare se stessi se per
anteporre la propria sicurezza a quella di altre persone si fossero
rifiutati o avessero trascurato di salvarle.
Il fato e gli imprevisti sfuggono al controllo dell’attore e ren-
dono alcune scelte più probabili rispetto ad altre. Il carattere però
sfida tali probabilità statistiche, e spoglia il destino e gli imprevisti
dell’onnipotenza che questi si arrogano o che si ritiene abbiano.
Tra un atteggiamento di rassegnata accettazione e l’audace deci-
sione di sfidare la forza delle circostanze: lì si erge il carattere. È il
carattere che decide di sottoporre le scelte che hanno trionfalmen-
te superato il test della probabilità e della plausibilità a una prova
immensamente più impegnativa, che si presta assai meno ai com-
promessi e non tollera scuse: quella della loro accettabilità morale.
Fu il carattere che spinse Martin Lutero a dichiarare Ich kann nicht
anders («Non posso fare altrimenti») dopo aver osato affiggere le
sue novantacinque tesi alla porta della chiesa di Wittenberg.

­­­­­202
44.
Albert Camus, o:
«Mi» ribello, dunque «siamo»

È trascorso mezzo secolo dalla morte di Albert Camus, autore


di commenti appassionanti, accusatori, persuasivi, provocatori
e sferzanti. In questo lasso di tempo la raccolta di libri, studi e
saggi dedicati all’autore di Lo straniero, La peste, La caduta e Il
primo uomo si è andata inarrestabilmente ampliando: al primo
ottobre del 2009 Questia, la «biblioteca on-line di libri e rivi-
ste» più consultata dagli accademici, elencava 3.171 titoli (di
cui 2.528 veri e propri libri) che trattano delle sue idee e del
posto che a queste compete nella storia del pensiero; Google
Books, un sito consultato da un pubblico ancora più numeroso,
ne contava invece 9.953. Nella maggior parte dei casi gli auto-
ri di questi studi hanno cercato di affrontare, in definitiva, un
dilemma: quale posizione avrebbe assunto Camus di fronte al
mondo – il nostro mondo – che si è venuto a formare dopo la
sua prematura scomparsa? Quali sono i commenti, i moniti e
i consigli che ci avrebbe dispensato, che non ebbe il tempo di
offrirci e di cui sentiamo acutamente la mancanza?
Una domanda, tante risposte, spesso diverse... E non c’è da
sorprendersene. A proposito di Franz Kafka, Camus commen-
tò: «Tutta l’arte di Kafka sta nell’obbligare il lettore a rilegge-
re»1. Perché? Le soluzioni (fornite da Kafka) o la loro assenza
suggeriscono spiegazioni «che non vengono, però, chiaramente
manifestate»; per chiarirle basterebbe limitarsi a rileggere la
storia «sotto un nuovo punto di vista». In altre parole: l’arte
di Kafka sta nell’evitare la tentazione di cercare di accettare l’i-
naccettabile e considerare risolte questioni destinate a rimanere
aperte, avvincenti ed estenuanti – e quindi nel non smettere mai
di interrogare e provocare il lettore, anzi ispirando e rafforzando

­­­­­203
i suoi sforzi di ripensare tali questioni. Grazie a questa caratte-
ristica Kafka non smette mai di ispirare; permettetemi di sugge-
rire che le controversie e le contese che tali spunti continuano a
generare sono quanto di più prossimo a quella che gli alchimisti
sognavano essere la «pietra filosofale», da cui sarebbe stato pos-
sibile estrarre l’inesauribile «elisir di vita». Nel ritratto che fece
di Kafka, Camus ha tratteggiato il modello di tutti i pensieri
immortali: quel marchio caratteristico dei grandi pensatori, a
cui lui stesso appartenne...
Non mi spingerei sino ad affermare di essere riuscito (né ho
seriamente provato) a studiare le migliaia di reinterpretazioni del
pensiero di Camus. Non possiedo quindi la competenza per rias-
sumere, e tanto meno valutare, l’attuale stato del dibattito, o pre-
dire il suo corso futuro. Nei commenti che seguono mi limiterò a
prendere in considerazione il mio Camus: la mia lettura di Camus,
e il suono della sua voce – riascoltato a più di cinquant’anni di
distanza, questa volta attraverso la confusione e il frastuono del
nostro bazaar liquido-moderno. In breve, di colui che fu innanzi-
tutto autore del Mito di Sisifo e dell’Uomo in rivolta – due libri che
come pochi altri letti in gioventù mi hanno aiutato ad accettare le
stravaganze e le assurdità del mondo in cui viviamo. E che giorno
dopo giorno, consapevolmente o meno, continuiamo a forgiare
attraverso il modo in cui lo viviamo. Non mi sorprenderebbe se
altri avidi lettori di Camus e interpreti del suo messaggio ai posteri
troveranno la mia lettura diversa dalla loro, strana o addirittura
perversa. Mentre si dedicava instancabilmente alla ricerca del-
la verità nella condizione umana, Camus stava attento a tenersi
aperto a qualsiasi spiegazione e valutazione che l’oggetto delle sue
ricerche poteva implicare, e si asteneva strenuamente dal giunge-
re a conclusioni premature (nel caso dell’impenetrabile mistero
della natura umana e del suo potenziale, qualunque conclusione
sarebbe prematura), sfuggendo al tempo stesso alla tentazione di
epurare la sua visione della condizione umana – in nome della lo-
gica e della chiarezza della sua narrativa – dall’ambiguità e l’ambi-
valenza che ne sono gli attributi irriducibili, forse emblematici. La
definizione che Camus dava dell’intellettuale era, ricordiamolo,
di «qualcuno la cui mente si guarda»...

­­­­­204
Diversi anni fa mi fu chiesto da un intervistatore di «rias-
sumere le mie preoccupazioni in un paragrafo». Per descrivere
lo scopo del lavoro di un sociologo, che è quello di esplorare
e prendere nota dei contorti percorsi dell’esperienza umana,
non trovai modo migliore che di ricorrere a una frase presa in
prestito da Camus: «C’è la bellezza e ci sono gli umiliati. Qua-
li che siano le difficoltà da affrontare, non vorrei mai essere
infedele né all’una né agli altri». Molti autori di ricette per la
felicità degli uomini, radicali e arroganti, denuncerebbero una
tale professione di fede come un riprovevole invito a restare
in bilico sui due fronti di una barricata. Tuttavia io credo che
Camus sia riuscito a dimostrare, al di là di ogni ragionevole
dubbio, che «schierarsi da una parte» e sacrificare uno dei due
compiti in modo da assolvere meglio (apparentemente) all’altro
finirebbe inevitabilmente con il porre entrambi i compiti al di
fuori dalla nostra portata. Camus stesso si collocava «a metà
strada tra la miseria e il sole», e spiegava: «La miseria mi ha
impedito di credere che tutto andasse bene sotto il sole, e il sole
mi ha insegnato che la storia non è tutto». Camus ammetteva
di essere «pessimista riguardo alla storia umana, e ottimista nei
confronti dell’uomo» che, insisteva, «è l’unica creatura che ri-
fiuta di essere ciò che è». La libertà dell’uomo, faceva notare
Camus, «non è altro che la possibilità di essere migliori» – e
«l’unico modo di affrontare un mondo privo di libertà è di di-
ventare così assolutamente liberi da trasformare la nostra stessa
esistenza in un atto di ribellione».
Il ritratto che Camus fa del destino e delle prospettive dell’uo-
mo s’iscrive a metà tra la figura di Sisifo e quella di Prometeo, e
si sforza – invano, ma con un’ostinazione instancabile – di riu-
nirle e fonderle. Prometeo, l’eroe dell’Uomo in rivolta, sceglie di
vivere una vita-per-gli-altri, una vita-di-ribellione-contro la loro
miseria, e vede in tale scelta una soluzione a quella «assurdità
della condizione umana» che aveva portato Sisifo, sopraffatto
e preoccupato dalla propria miseria, al suicidio quale unica ri-
sposta e via di fuga dal suo destino sin troppo umano (fedele in
questo alla massima di Plinio il Vecchio, presumibilmente rivol-
ta a tutti i cultori dell’amour de soi abbinato all’amour propre:

­­­­­205
«Tra le miserie della nostra vita terrena, il suicidio è il migliore
regalo di Dio all’uomo»).
Nella giustapposizione di Sisifo e Prometeo, il rifiuto diventa
un atto di affermazione: «Io mi ribello», concluderebbe Camus,
«dunque noi esistiamo». È come se gli uomini avessero inven-
tato come loro ideali la logica, l’armonia, l’ordine e la Eindeu-
tigkeit (la non-ambiguità) soltanto per essere spinti, dal loro
destino e dalle loro scelte, a sfidare ciascuno di questi tramite la
loro messa in pratica... Il «noi» non potrebbe essere evocato da
un Sisifo che ha come unica compagnia se stesso, una pietra, un
pendio e una missione destinata a fallire.
Tuttavia, anche nel destino senza speranza né prospettive
di Sisifo, posto com’è di fronte all’estrema assurdità della pro-
pria esistenza, esiste uno spazio – certo, atrocemente esiguo, e
tuttavia sufficientemente ampio affinché Prometeo possa infi-
larvisi. Il destino di Sisifo è tragico solo perché egli è consape-
vole – consapevole dell’estrema insensatezza delle sue fatiche.
Ma, come spiega Camus, «la perspicacia, che doveva costituire
il suo tormento, consuma, nello stesso istante, la sua vittoria.
Non esiste destino che non possa essere superato dal disprez-
zo». Respingendo questa morbosa consapevolezza di se stesso
per aprirsi alla visita di Prometeo, Sisifo può ancora trasformarsi
da figura tragica di uno schiavo delle cose a loro gioioso autore.
«La felicità e l’assurdo», afferma Camus, «sono figli della stessa
terra e sono inseparabili». E aggiunge: a Sisifo, questo universo
«ormai senza padrone, [...] non appare sterile né futile. Ogni
granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella monta-
gna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la
lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna
immaginare Sisifo felice» (corsivo mio). Sisifo si riconcilia con il
mondo così com’è, e quell’atto di accettazione spiana la strada
alla rivolta; anzi, rende la rivolta, se non un esito inevitabile
quanto meno il più probabile.
Questa combinazione di accettazione e di rivolta, di pre-
occupazione e attenzione per la bellezza e preoccupazione e
attenzione verso gli afflitti, dovrebbe proteggere l’impresa di
Camus su entrambi i fronti: contro una rassegnazione gravida

­­­­­206
di pulsioni suicide e un eccesso di fiducia in se stessi gravido di
indifferenza verso i costi umani della rivolta. Camus ci insegna
che la rivolta, la rivoluzione e la lotta per la libertà sono aspetti
inevitabili dell’esistenza umana, ma che dobbiamo stabilire e
sorvegliare i loro limiti per evitare che queste ammirevoli inten-
zioni non sfocino nella tirannia.
Sono trascorsi davvero cinquant’anni dalla morte di Camus?
Note

Note al capitolo terzo


1
Jorge L. Borges, La ricerca di Averroè, in Id., L’aleph [1949]; trad. it. in Id.,
Tutte le opere, a cura di Domenico Porzio, Milano 19865, vol. I, pp. 838 sgg.;
tutte le citazioni riportate sin qui sono a p. 846.
2
«The Guardian Weekend» del 4 e dell’11 agosto 2007.

Note al capitolo quarto


1
The thoughtful, in «FO/futureorientation», gennaio 2008, p. 11.
2
Donna Fennessy, The Secret Life of Teens. What coaches, teachers, and other
experts wish you knew about raising a healthy, happy adult [6 maggio 2008],
reperibile sul sito internet http://www.prevention.com/health/healthy-living/
secret-life-teens.

Note al capitolo decimo


1
Michel Foucault, La volontà di sapere. Storia della sessualità 1, Feltrinelli,
Milano 200813 (ed. or. francese 1976), pp. 41 sgg.
2
Les victimes de violences sexuelles en parlent de plus en plus, in «Le Monde»,
30 maggio 2008.
3
Frank Furedi, Thou shalt not hug, in «The New Statesman», 26 giugno
2008.

Note al capitolo undicesimo


1
Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares [1931-35],
a cura di Maria José de Lancastre, trad. it. di Antonio Tabucchi, Feltrinelli,
Milano 201116, p. 277.

Note al capitolo quattordicesimo


1
Neal Lawson, All Consuming, Penguin, London 2009.

­­­­­209
Note al capitolo sedicesimo
1
Georg Simmel, Zur Psychologie der Mode; Soziologische Studie [1885 su
rivista, poi 1904 in volume, in versione leggermente riveduta], in Id., Gesamt-
ausgabe, vol. 5, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 1992 (trad. it., La moda, in Id., La
moda e altri saggi di cultura filosofica, a cura di Marcello Monaldi, Longanesi,
Milano 1985, poi Guanda, Parma 1993, pp. 29-52).
2
Zygmunt Bauman, The Art of Life, Polity, Cambridge (UK)-Malden (MA)
2008 (trad. it., L’arte della vita, Laterza, Roma-Bari 20113, pp. 3 sgg.).

Note al capitolo diciottesimo


1
Andy McSmith, Cultural elite does not exist, academics claim, reperibile all’in-
dirizzo internet http://www.independent.co.uk/news/uk/this-britain/­ cultural-
elite-does-not-exist-academics-claim-766178.html (datato 20 dicembre 2007).
2
Richard A. Petersen e Albert Simkus, How musical tastes mark occupatio-
nal status groups, in Michele Lamont e Marcel Fournier (a cura di), Cultivating
Differences: Symbolic Boundaries and the Making of Inequality, University of
Chicago Press, Chicago-London 1992.
3
Si veda il suo riassunto e l’illuminante riflessione su due decenni di studi,
suoi e di altri, in Changing arts audiences: capitalizing on omnivorousness, pre-
sentato a un seminario il 14 ottobre 2005, originariamente disponibile sul sito
internet http://culturalpolicy.uchicago.edu.
4
Philip French, A hootenanny New Year to all, supplemento televisivo a
«The Observer», 30 dicembre 2007-5 gennaio 2008, p. 6.

Note al capitolo ventunesimo


1
Richard Wilkinson e Kate Pickett, The Spirit Level. Why Equality is Better
for Everyone, Allen Lane, London 2009 (trad. it., La misura dell’anima. Perché
le disuguaglianze rendono le società più infelici, Feltrinelli, Milano 2009).

Note al capitolo ventiduesimo


1
Göran Therborn, The killing fields of inequality, in «Soundings», estate
2009, pp. 20-32.
2
Richard Rorty, Failed Prophecies, Glorious Hopes, in Id., Philosophy and
Social Hope, Penguin, New York 1999, pp. 203-204.

Note al capitolo ventitreesimo


1
Italo Calvino, Le città invisibili, Einaudi, Torino 1972, cap. VII, Le città
continue, 1. Leonia, p. 119.

­­­­­210
Note al capitolo ventiquattresimo
1
Luc Boltanski ed Eve Chiapello, The New Spirit of Capitalism, Verso, Lon-
don 2005 (trad. it., Il nuovo spirito del capitalismo, Feltrinelli, Milano 2010).

Note al capitolo ventottesimo


1
Ulrich Beck, Weltrisikogesellschaft, Suhrkamp, Frankfurt a.M. 2007 (citato
dalla traduzione inglese di Ciaran Cronin, World at Risk, Polity, Cambridge
[UK]-Malden [MA] 2009, pp. 4-6).
2
John Gray, Gray’s Anatomy. Selected Writings, Allen Lane, London 2009,
pp. 223, 236.

Note al capitolo trentesimo


1
Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di Valentino Gerratana,
Einaudi, Torino 1975, vol. 1, Quaderni 1-5, p. 311; cfr. anche Id., Quaderni del
carcere, Einaudi, Torino 19642, vol. 6, Passato e presente, p. 38.
2
Vedi Keith Tester, Pleasure, reality, the novel and pathology, in «Journal of
Anthropological Psychology», n° 21, 2009, pp. 23-26.
3
John Gray, Gray’s Anatomy. Selected Writings, Allen Lane, London 2009,
p. 231.

Note al capitolo trentunesimo


Roberto Toscano e Ramin Jahanbegloo, Beyond Violence. Principles for an
1

Open Century, Har-Anand Publications, New Delhi 2009, p. 78.

Note al capitolo trentatreesimo


1
Mark Furlong, Crying to be heard, in «Overland», n° 194, 22 marzo 2009.
2
Serge Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Boringhieri,
Torino 2008 (ed. or. francese, 2007).
3
Riportato in Furlong, Crying to be heard cit.

Note al capitolo trentaseiesimo


1
Naomi Klein, Obama’s big silence, in «Guardian Weekend», 12 settembre
2009.

­­­­­211
Note al capitolo trentasettesimo
1
Jonathan Rutherford, After Identity, Lawrence and Wishart, London 2007,
pp. 59-60.

Note al capitolo trentanovesimo


1
Richard Sennett, The Uses of Disorder. Personal Identity and City Life, Nor-
ton, New York-London 1992 [1970], pp. 39, 42 (trad. it., Usi del disordine. Iden-
tità personale e vita nella metropoli, Costa & Nolan, Genova 1999, pp. 47, 49).
2
Anna Minton, Ground Control, Penguin, London 2009.

Note al capitolo quarantesimo


1
Entrambi i racconti di Calvino figurano nella sua raccolta postuma Prima
che tu dica «Pronto», Mondadori, Milano 1993, da cui si cita (N.d.T.).

Note al capitolo quarantunesimo


1
Claude Lévi-Strauss, Le strutture elementari della parentela, Feltrinelli,
Milano 2003 (ed. or. francese, 1949).

Note al capitolo quarantaduesimo


1
Philip Zimbardo, The Lucifer Effect. How Good People Turn Evil, Rider,
London 2007 (trad. it., L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa?, Cortina, Milano
2008).
2
Ivi, p. 344 (trad. it. cit., p. 486).
3
Hannah Arendt, Eichmann in Jerusalem, The Viking Press, New York
1963, pp. 25-26 e 277 (trad. it., La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme,
Feltrinelli, Milano 200611, pp. 33-34 e 282).
4
Vedi John M. Steiner, The SS yesterday and today: a sociopsychological view,
in Joel E. Dimsdale (a cura di), Survivors, Victims and Perpetrators, Hemisphere,
Washington 1982.
5
Ervin Staub, The roots of evil, Cambridge University Press, Cambridge-
London 2007, p. 126.
6
Craig Haney, Curtis Bank e Philip Zimbardo, Interpersonal dynamics in a
simulated prison, in «International Journal of Criminology and Penology», 1,
1983, pp. 69-97.
7
Stanley Milgram, Obedience to Authority. An Experimental View, Har-
per & Row, New York 1974, rist. 2009 (trad. it., Obbedienza all’autorità. Uno
sguardo sperimentale, Einaudi, Torino 2003).
8
Christopher R. Browning, Ordinary Men. Reserve Police Battalion 101 and
the Final Solution in Poland, HarperCollins, New York 1992 (trad. it., Uomini

­­­­­212
comuni. Polizia tedesca e «soluzione finale» in Polonia, Einaudi, Torino 1995; la
citazione successiva è a p. 175).

Note al capitolo quarantaquattresimo


1
Albert Camus, La speranza e l’assurdo nell’opera di Franz Kafka [1943], trad.
it. di Attilio Borelli in appendice a Il mito di Sisifo [1942], in A. Camus, Opere,
vol. 2, Bompiani, Milano 1969, p. 139; da tale raccolta sono tratte anche le cita-
zioni seguenti. Per il titolo di questa lettera di Bauman cfr. invece l’intervento
del 1945: Albert Camus, Nota sulla rivolta, a cura di Maurice Weyembergh, in
«La società degli individui. Quadrimestrale di filosofia e teoria sociale», XIV,
2011/3, n° 42, pp. 95-112 (N.d.T.).