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i Robinson / Letture

Di Anna Bravo
nelle nostre edizioni:

In guerra senza armi.


Storie di donne 1940-1945
(con A.M. Bruzzone)
Storia sociale delle donne
nell’Italia contemporanea
(con M. Pelaja, A. Pescarolo, L. Scaraffia)

A cura di Anna Bravo


nelle nostre edizioni:

Donne e uomini
nelle guerre mondiali
Anna Bravo

A colpi
di cuore
Storie del sessantotto

Editori Laterza
© 2008, Gius. Laterza & Figli

Prima edizione 2008

Proprietà letteraria riservata


Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari

Finito di stampare nel marzo 2008


SEDIT - Bari (Italy)
per conto della
Gius. Laterza & Figli Spa
ISBN 978-88-420-8588-1
A colpi di cuore
Introduzione

Dopo 40 anni
Per Jerry Rubin, leader del movimento americano contro la
guerra in Vietnam, chi diceva di avere ricordi precisi di quegli
anni probabilmente non li aveva vissuti. Visione un po’ roman-
tica e un po’ vera. La memoria è molto spesso puntiforme, mo-
stra vuoti, slabbrature, cronologie incerte. È l’effetto del flusso
di emozioni (solo per alcuni di natura psichedelica) che avvol-
geva l’esperienza, di un modo di vivere appiattito su un eterno
presente, della sensazione che il tempo fosse insieme incalzante
e infinito. Forse eleggere vuoti e flash a sigla dell’esserci stato è
anche la spia di una concezione patrimoniale della storia. «Io
c’ero», e proprio per questo non ho un catalogo ordinato di ri-
cordi, tu puoi costruire il repertorio più minuzioso, ma non ti
basterà a scoprirne lo spirito – il che riproduce il luogo comune
dell’indicibilità dell’esperienza, fino a mettere in dubbio che sia
possibile fare storia di quel che non è vissuto, l’intero passato,
salvo il proprio coriandolo di tempo.
Atteggiamento proprietario o meno, la stagione dei movi-
menti (sessantotto, femminismo, nuova sinistra) ha trovato una
quantità di cronisti, studiosi, commentatori, e a volte si direbbe
sia più incombente per chi l’ha osservata o è venuto dopo che
per chi l’ha vissuta dall’interno. Si nota nella concitazione di
qualche saggio o pamphlet, ma soprattutto in certi giudizi
estemporanei sparsi in articoli e interviste dedicate a tutt’altro.
Il modo in cui si parla di quegli anni equivale quasi a una di-
chiarazione di schieramento, a volte addirittura a un punto pro-
grammatico, il «facciamola finita con i sessantottini» di Nicolas
Sarkozy. Dopo 40 anni!

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Succede in parte per l’uso pubblico che in alcuni paesi si è
fatto e si fa del sessantotto – qui e in seguito mi servo di questo
termine, o della formula «anni ’68», per indicare l’intero ciclo1.
Succede anche perché nell’opinione comune ne resta un’imma-
gine vaga ma forte, la sensazione che in quegli anni sia successo
qualcosa di importante, di molto negativo o molto positivo.
A un estremo, il sessantotto è rovina della famiglia e della
scuola, disordine sessuale, sgraziatissimo rock, violenza, droga.
Oppure – le polarizzazioni sono più di una – Grande Inganno
iniziato con la mascherata antiautoritaria, proseguito con un
nuovo marx-stalinismo, e infine rientrato in grembo alla bor-
ghesia di origine. Da dove gli ex, nostalgici mal invecchiati, so-
no ripartiti per insediarsi nei centri del potere, soprattutto me-
diatico.
All’estremo opposto, c’è il sessantotto come lotta contro au-
torità senza autorevolezza, amore per i più deboli, trasforma-
zione delle culture, bella musica, spinelli. Ma anche come ven-
tata di libertà, sconfitta, oltre che dalla politica «tradizionale»,
dal proprio stesso imbarbarimento. Qui gli ex sono brava gente
sensibile alle ingiustizie, che cerca di fare quel che può per con-
trastarle. Gente che in maggioranza insegna o ha insegnato in
tutti gli ordini di scuole, e che sembra eterna principalmente
perché è entrata tardi nel mercato del lavoro dopo 10 anni di mi-
litanza a tempo pieno – un dato di fatto raramente citato.
Il secondo polo è più sfrangiato, comprende chi cerca di
guardare a quegli anni da angolature diverse, incluse quelle
oscure e misere – solo alcune, però. Il primo mi sembra più com-
patto e irremovibile. Ma un punto comune c’è: tutti trovano che
la polarizzazione sia sbilanciatissima a proprio sfavore, tutti si
sentono un’isoletta assediata dal mare del conformismo. Come
se il destino si fosse divertito a sistemarli uno per uno nel posto
sbagliato.
Il sessantotto è diventato un simbolo, e nei simboli ci si cul-
la, indipendentemente dal loro contenuto. I fatti finiscono per
contare poco.
O niente? In Italia ci si accanisce da trent’anni contro la leg-
ge per la chiusura dei manicomi e per la creazione di comunità

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sul territorio (troppo poche, il che contribuisce all’ostilità). Si
dimentica cos’era l’istituzione totale2, si dipinge la «nuova psi-
chiatria» come una esperienza generosa ma ideologica, si accu-
sa Basaglia di aver visto nella malattia esclusivamente il prodot-
to della sofferenza familiare e sociale, dimenticando le sue com-
ponenti fisiologiche. Falso per omissione. Non solo non le ne-
gava, ma se necessario impiegava gli psicofarmaci, per lenire il
male con ogni strumento disponibile. Come facevano anche gli
psichiatri inglesi e americani. Niente chiusura dei manicomi e
apertura verso l’esterno senza quell’aiuto chimico – che fra l’al-
tro strideva con la diffidenza di allora verso i farmaci e con le il-
lusioni sul potere salvifico della parola. Del resto Basaglia e al-
tri medici lavoravano contro la segregazione già prima del ses-
santotto. Realtà guastafeste.
Guastafeste anche in altri casi, per esempio i comportamen-
ti sessuali, dove i movimenti non hanno aggiunto molto alle idee
e pratiche diffuse fra le avanguardie artistiche e intellettuali del
’900 – coppie aperte, vagabondaggio erotico, rapporti plurimi e
plurisessuali. Ma le hanno estese a minoranze ampie, visibilissi-
me, intrecciate alle maggioranze. Scandalo e consensi nasceva-
no da questa caratteristica più che dalla radicalità: una cosa so-
no Sartre e de Beauvoir che al Café de Flore teorizzano sugli
amori essenziali o contingenti, altra cosa è l’anomalia nel corti-
le di casa. L’immagine di dissipazione sovrapposta al sessantot-
to è povera quanto il suo contrario, che racconta di amori lievi
e felici – ma lo fa sempre più stancamente, perché il femmini-
smo e il tempo hanno lavorato nella testa delle persone. Molti
hanno capito che c’erano aspetti del passato da cui si potevano
elaborare buone idee – alcune e alcuni lo dicevano già allora, e
di rado sono le stesse persone che oggi scagliano la prima, la se-
conda e l’ennesima pietra.
In ogni caso, su questo piano il sessantotto non era così nuo-
vo e neppure così pervasivo da cambiare il mondo con le sue so-
le forze. Come hanno scritto Flores e De Bernardi, far risalire
cambiamenti epocali all’azione di un gruppo sociale composito,
esteso ma largamente minoritario, «significa avere una idea ben
semplicistica, a dir poco, del divenire storico», accompagnata

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dalla fantasticheria che «le cattive idee possano trasformarsi in
realtà direttamente e senza mediazioni»3.
Fare dei movimenti il deus ex machina rischia allora di can-
cellare quel che gli si intrecciava da vicino, come la pillola e la
crescita del lavoro femminile, e da lontano, come il lungo pro-
cesso che ha portato dall’unione contrattuale a quella d’amore.
Rischia di instaurare un cortocircuito con l’oggi in cui scivolano
via fenomeni e eventi di questi ultimi decenni. Non esageriamo.
I movimenti hanno inventato molto, non tutto, spesso han-
no accelerato tendenze in embrione, in qualche caso ne hanno
bloccate altre. Il che non toglie niente al loro peso. Anzi. Pote-
vano non nascere, e infatti nessuno se li aspettava. Potevano
prendere una strada progressiva o regressiva, avere una im-
pronta ugualitaria o gerarchica, spesso le hanno mischiate in un
quadro nuovo – non interamente nuovo, ma costruito a modo
proprio. Non era scritto da nessuna parte che le cose sarebbero
andate come sono andate.

Immagini e contesti
Peccato, quella polarizzazione. Scoprire quali tradizioni un mo-
vimento ha rivendicato o inventato, quali ha respinto o non ha vi-
sto, capire il modo in cui le ha combinate in qualcosa che prima
non c’era, è uno degli aspetti più attraenti della storia che si leg-
ge – e anche di quella che si scrive. Nei primi anni settanta c’è chi,
come Morin4, accetta la diagnosi di fenomeno giovanile, ma assi-
milando l’età a una sorta di nuova classe. Con l’avanzare del de-
cennio, altri collocano i movimenti sullo sfondo del distacco gio-
vanile dal mondo adulto, iniziato con il rock, i beat, le controcul-
ture5, e ne vedono il clou negli anni sessanta6. Di recente, in Fran-
cia si sono cercate le radici dei movimenti nella guerra d’Algeria,
e la continuità del ’68 nelle lotte operaie e contadine che sareb-
bero state imperdonabilmente trascurate7. In Italia ci si è chiesti
se il «vero ’68» non sia invece il 1969, l’anno dell’autunno caldo,
culmine di un’insorgenza operaia capace di disarticolare il siste-
ma di fabbrica e di resistere, almeno per qualche tempo, alla ri-
strutturazione della seconda metà del decennio8.

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Sembrano spaccati di storie diverse e in parte lo sono, gli an-
ni ’68 hanno più facce che coesistono o si alternano. Fra gli os-
servatori, inizialmente ha prevalso lo stupore di fronte al carat-
tere mondiale dei movimenti studenteschi, alla loro esplosione
contemporanea e non preordinata, e si è cercato di capirne i nu-
clei comuni e i canali di comunicazione.
In seguito è cresciuto l’interesse per soggetti e problemi spe-
cifici, per realtà circoscritte, dalla nazione alla singola univer-
sità – il che implicava darsi coordinate storiche diverse. Inter-
pretazione e contesto camminano insieme, prendono forma
uno a partire dall’altro. A conferma che il secondo, sempre in-
vocato come garanzia di realismo e oggettività, è il frutto di
un’operazione soggettiva, con cui il ricercatore sceglie lo sfon-
do che gli sembra più congeniale all’agire dei protagonisti e al-
la propria immaginazione storiografica. Per esempio: se si guar-
da al voto alle donne italiane e francesi nel solo quadro della se-
conda guerra mondiale, sembra una concessione; se lo si collo-
ca nel contesto verticale e secolare delle lotte per il suffragio,
ecco che diventa anche una conquista. Niente storia senza con-
testo, si dice giustamente, solo generalizzazioni indebite e ana-
cronismi.
Ma anche niente storia con troppo contesto, direi, pensando
a come è ottimamente servito per spiegare qualsiasi comporta-
mento e per distribuire sconti etico-storiografici. Del resto, a
movimenti così interessati alla soggettività non si addice l’argo-
mento delle condizioni oggettive. Credo non piacerebbe nep-
pure a molti ex, che di quella stagione hanno dato interpreta-
zioni diversissime.
Su un solo punto commentatori e protagonisti fanno coro, il
femminismo. Ironia: per anni temuto, minimizzato, a volte mes-
so in ridicolo, il femminismo è diventato il parente ricco dei mo-
vimenti, la loro faccia bella, buona e democratica, di cui non ci
si può appropriare ma che viene comunque rivendicata allo spi-
rito del tempo e delle lotte. Ma su come sia nato devono essere
mancate finora la capacità o la voglia di documentarsi, con la
buffa conseguenza che in certi testi lo si elegge a sola rivoluzio-
ne riuscita del ’900, e dopo due pagine si passa a altro.

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Autopresentazione

Questo libro non è una storia della stagione dei movimenti, nep-
pure limitata a alcuni luoghi e tempi. Già ne esistono di belle, e
del resto le imprese monumentali, come quella di Marwick su-
gli anni sessanta9, toccano secondo me ai più giovani. Io ho ten-
tato un cammino intorno a alcune questioni che per me sono sta-
te importanti e che mi sembrano tali anche oggi. Per quanto le
attualizzazioni a tutti i costi siano fastidiose, in questo caso la
forzatura sarebbe negarle. Ma ho incluso temi all’apparenza ob-
soleti – a seconda delle fasi e dei punti di osservazione, quegli
anni possono sembrare preistoria, oppure l’altro ieri.
È un pezzo di storia che riguarda anche i e le giovani dei par-
titi di sinistra, dei sindacati, dell’associazionismo laico e religio-
so, le donne dell’Udi e le loro omologhe francesi; ma uscire
dall’area dei movimenti avrebbe cambiato il progetto che avevo
in mente10.
Come storica, ho guardato ai contesti di breve e media du-
rata, alle diverse temporalità che si intersecano nel reale, ai ri-
flessi che le filosofie e ideologie nate in quegli anni o da quegli
anni hanno avuto sulle culture, i comportamenti, le sensibilità –
gli aspetti che mi piacciono particolarmente.
Soprattutto mi sono posta alcune domande. Il versante posi-
tivo di quegli anni era davvero bello e ricco come molti ricorda-
no, nel versante negativo non c’erano spiragli barlumi momenti
che ancora vale la pena discutere? Se è vero che i movimenti
hanno avuto successo nel cambiare le culture e le mentalità, sia-
mo certi che abbiano vinto bene? e dove hanno perso, la politi-
ca, siamo certi che abbiano perso male (e tutto)? A distanza di
40 anni, i bilanci possono comprendere anche questa variabile,
l’eredità, o il residuo, che quello spaccato di generazione ha la-
sciato mentre disseminava pezzi di sé nei luoghi più diversi, sen-
za badare molto a come si sarebbero potuti combinare fra loro.
In questo libro c’è anche un fondamento personale. Anni fa,
mi sono accorta che i temi su cui avevo lavorato di più – geno-
cidio e deportazione, corpi in prigionia, pratiche antinaziste non
armate – rientravano tutti in due aree: il dolore patito da esseri

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umani per la violenza di altri esseri umani; i tentativi di resiste-
re alla distruttività senza farsene contagiare, o il meno possibile.
E naturalmente i modi di raccontarli.
La scelta era stata in parte inconsapevole, ma non per questo
meno motivata. Cosa c’è di più storicamente e soggettivamente
significativo della cognizione del dolore e delle «maschere» pre-
disposte dalla cultura per esprimerlo? O della violenza e delle
strategie per fronteggiare il male riducendo il danno per sé e per
gli altri? Eppure la storiografia, e non solo in Italia, se ne era te-
nuta lontana per decenni. Penso in particolare alla prigionia nei
Lager nazisti, messa ai margini perché dichiarata indicibile e
inimmaginabile, come se questo bastasse a esimere chiunque
dalla pena di immaginarla e dallo sforzo di renderla almeno in
parte comunicabile.
Il clima è stato questo fino all’inizio degli anni ottanta, e ve-
niva spontaneo criticarlo. Per me è stato più facile. Ho avuto
una sorella elettiva con cui ho diviso per trent’anni pensieri e
pezzi di vita. Era ebrea, figlia di genitori che avevano sofferto la
persecuzione; se Hitler avesse vinto non sarebbe nata. Intrec-
ciati alle motivazioni storiografiche ci sono sempre elementi
personali, e scegliendo quei temi partivo anche da lei e, tramite
lei, da me.
Ora molte cose sono cambiate – più studi su genocidio e de-
portazione, sulla resistenza civile, aperture alla nonviolenza. Lo
scarto impressionante fra la produzione dedicata al terrorismo
degli anni settanta e quella dedicata alle sue vittime sta piano
piano riducendosi11. Ma ancora oggi, ogni volta che vedo il do-
lore subordinato alla storia di chi l’ha inflitto, e gli orrori chia-
mati errori o sconfitte politiche, non posso non pensare al sen-
so di colpa degli ex deportati per essere sopravvissuti ai compa-
gni, al rimpianto di Primo Levi per non aver diviso un sorso
d’acqua con un amico. E le assoluzioni e autoassoluzioni in no-
me del contesto, dei fini, dell’età giovane, dell’intellighenzia
compiacente, suonano spaventosamente frivole. Le pretese di
chiamarsi fuori con la motivazione di non aver partecipato in
prima persona mi sembrano un’offesa a chi ha sofferto – e a chi
ha speso mezza vita a ripensarci.

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Che la violenza abbia trovato appoggio fra intellettuali e ar-
tisti è vero. Ma certe chiamate di correo finiscono per assomi-
gliare alla giustificazione del bambino: «C’era anche lui!»,
quando in realtà nessun Sartre, nessun Marcuse sarebbero ba-
stati a convincere i movimenti a fare o non fare una cosa. Certo,
i militanti erano giovani, ma non tanto da sfuggire al criterio del-
la responsabilità personale, che non si misura sulla quantità e il
prestigio dei compagni di strada. Al massimo può esserne alle-
viata, mai rimossa, neppure, scrive Hannah Arendt, nei regimi
totalitari.
Ho cominciato a ripensare agli anni ’68 sulla spinta di que-
sta suscettibilità al tema della violenza, che qui compare all’ulti-
mo capitolo, ma è il primo che mi stava a cuore presentare. Di-
versamente da quanto ritengono due giovani storici12, non cre-
do che la violenza, innanzitutto quella della parte politica cui si
è stati legati, sia un tema affrontabile allo stesso modo di altri.
Ammesso che la storia abbia un senso, è quello di dare a cose e
persone il nome che gli corrisponde. Come ha detto Andrea Ca-
salegno, si può cambiare, e molti lo hanno fatto senza sbandie-
rarlo; ma non si può diventare ex assassini, per l’identico moti-
vo per cui non si diventa mai ex madri.

I temi
Racconto per temi vuol dire sguardo trasversale, e sguardo tra-
sversale vuol dire ballare sul filo della dispersione, dell’ovvietà,
dell’azzardo, un azzardo acuito dal fatto che non tutte le realtà so-
no state documentate allo stesso modo e con criteri paragonabi-
li – in Italia ci sono più libri su Lotta continua che sulle altre or-
ganizzazioni extraparlamentari, più sul femminismo radicale che
su quello delle donne dei gruppi, troppo poco sui cattolici nei
movimenti e sul ruolo del partito radicale. Eppure mi pareva che
alcuni pezzi di storia potessero guadagnare chiarezza dall’essere
messi in consonanza all’interno di uno stesso indicatore.
Come sfondo ho scelto la storia delle donne e quella dei gio-
vani, come vettori narrativi i modi in cui si formano e si disfano
le soggettività, spesso in bilico fra rigetto delle vecchie norme,

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prove di autodeterminazione, richiamo di un nuovo conformi-
smo. A volte ho dovuto tagliare senza pietà neppure per me stes-
sa. Avrei scritto pagine e pagine su Carla Lonzi, o sul diverso
rapporto con il passato degli studenti della Repubblica federale
tedesca13 e di quelli italiani, i primi tormentati dalla ricerca del-
la verità sul nazismo, i secondi stranamente acritici sulle re-
sponsabilità nazionali nella guerra e nella Shoah e pacificati dal-
la funzione di riscatto della resistenza.
Mi sono trovata a muovermi fra ragazzi e ragazze delle gran-
di università americane e delle nostre Trento, Torino, Roma, fra
la nonviolenza di Martin Luther King e la sua crisi, il maggio
francese e le sue derive, l’autunno caldo e l’«antifascismo mili-
tante» in Francia e in Italia; tra la inaffondabilità apparente del
modello patriarcale (ovunque) e la tempesta che gli scatena ad-
dosso il femminismo (ovunque). E tra Presley, We Shall Over-
come e Mr. Tambourine Man. All’Italia ho dedicato uno spazio
a sé dove l’economia del libro mi sembrava lo permettesse, ma
faticando molto a selezionare un patrimonio in cui è difficile tro-
vare storie meno che interessanti.
Nei primi due capitoli, ho cercato di mostrare le origini plu-
rime dei movimenti misti, dai primi segni di malessere e ribel-
lione dei giovani al distacco dalla società adulta. Ma per il fem-
minismo ho dato spazio, oltre che al contesto orizzontale dei fe-
nomeni e ideologie di fase, all’orizzonte lungo rappresentato dai
pensieri e gesti di altre donne e altri tempi. Sebbene il femmini-
smo sia spesso considerato una filiazione del sessantotto, c’è un
filo che dai gruppi radicali dei primi anni sessanta risale alle lot-
te delle donne europee nella guerra e nella resistenza, all’eman-
cipazionismo tardo ottocentesco e primo novecentesco, al fem-
minismo fine ’70014. L’espressione second wave o neofemmini-
smo vuole rivendicare proprio questa «prima ondata».
Nei capitoli successivi uso un’accezione estesa di politica,
quella di allora. Mi interessava seguire due direzioni. Innanzi-
tutto il passaggio dalla politica come specializzazione al princi-
pio del partire da sé, sostenuto dall’ala antiautoritaria del ses-
santotto e imposto dal femminismo, fino al ripiegamento sul
modello del partito. Poi, la tensione fra il mito della democrazia

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assembleare, gli esperimenti di democrazia partecipativa, il ruo-
lo delle élites, il sogno della sorellanza e le differenze fra donne.
Un posto particolare ha il movimento per i diritti civili dei
neri americani, che precede il sessantotto, contribuisce a crear-
lo, ma oltrepassa il tema delle radici. Al suo interno si trovano,
già dispiegati, molti problemi con cui dovranno misurarsi i mo-
vimenti, non solo americani: le forme organizzative, la violenza,
l’amore politico e l’amore romantico, i rapporti maschile/fem-
minile e uomo/donna. Il filone percorre tutto il libro, in parti-
colare come terreno di coltura del femminismo americano, non
il solo, ma il primo. Alle politiche delle donne ho affiancato
quelle degli e delle omosessuali: per la comune rivendicazione
della differenza, per il legame fra linea politica e identità scelta,
infine per la capacità che mostra la loro parte più vivace di irri-
dere all’imperativo della rispettabilità in cui spesso cade la nuo-
va sinistra.
Anche nel quinto capitolo sull’amore ho usato un’accezione
ampia. Amore come innamoramento collettivo, deriva narcisi-
stica, vicinanza agli oppressi, diversamente dosata a seconda
non delle persone, ma della collocazione sociale – e non inten-
do i «nemici di classe», intendo i soggetti giudicati ininteres-
santi. Poi c’è l’amore fra persone, legame, incontro. E rivolu-
zione sessuale? Sì, con l’avvertenza che si parlava di sesso più di
quanto lo si facesse, meno di quel che si pensava all’esterno,
molto di più di quanto succedeva prima e di quanto sembra og-
gi se non si tiene conto delle emozioni che scatenava allora.
Il sesto capitolo, intitolato al dolore, è, con l’ultimo, quello
dove mi è stato più faticoso patteggiare, perché tocca momenti
e prove il cui senso è stato spesso deformato dalla politica o re-
spinto nella «preistoria» di cui parla Lea Melandri15. Penso al
male d’amore e al male delle amicizie finite. All’atteggiamento
verso la morte, che l’incrudelirsi dello scontro – quanti uccisi fra
i militanti dei diritti civili – trasforma da ipotesi astratta a even-
tualità. Penso soprattutto all’aborto, già allora raccontato con
toni diametralmente diversi: atto di liberazione trionfale, perdi-
ta, morte, peccato per le credenti, evenienza della vita, maledi-
zione femminile. E questione etica, anche se nei movimenti lo

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dicevano in poche e a bassa voce, per paura di essere usate dai
proibizionisti – o di scoprire che era davvero così.
Sull’ottavo capitolo, aggiungo che la violenza su cui mi con-
centro è quella di chi è rimasto al di qua dello spartiacque rap-
presentato dall’aver versato il sangue degli altri – un criterio tra-
gicamente utile per orientarsi nel magma della violenza politica
o parapolitica.
Lungo tutto il libro faccio molte incursioni nel passato. È il
mio lavoro, credo aiuti a capire, e che per le donne sia special-
mente importante scoprire storie capaci di influenzare altre sto-
rie e infine le vite. Storie vere e inventate, storie amichevoli aper-
te a sprazzi di felicità e buona fortuna – la bruttina Lolita del
racconto di Dorothy Parker, che delude le speranze materne
trovandosi un marito bello innamorato e straricco (oggi c’è Ugly
Betty, benvenuta). E anche storie impietose: la Bella Bionda che
passa la vita a adattarsi agli uomini e si ritrova in compagnia di
una bottiglia di whisky16.
Infine un’osservazione. A volte mi permetto domande trop-
po esigenti, quasi anacronistiche, oppure faccio la storia con i
se. È che penso sia un modo per non dimenticare che le cose po-
tevano andare diversamente.

Memoria generazionale
Per questo libro ho lavorato con atti di convegni e raccolte di ma-
teriali dell’epoca, giornali, alcuni documenti inediti, letteratura,
analisi storiche, e in alcune ho trovato grande aiuto. Ma mi sono
rivolta soprattutto alla memoria, quella incisa in slogan, immagi-
ni, canzoni, leggende, e quella narrativa, orale e scritta. Memoria
come strumento per la storia, e qui ci si affida a metodi collauda-
ti. Memoria come oggetto specifico di ricerca, come racconto con
la sua cifra, stilizzazioni, derive, errori, con la sua scommessa di
far fruttare l’«esserci stato» senza farne un attestato di verità e
senza l’illusione di dire tutto. È un problema della memoria co-
me della storia, che non consiste tanto nel diverso peso assegna-
to a alcuni momenti (è anzi interessante, per esempio, che esista-
no molte versioni della «fine del sessantotto»), quanto nella dif-

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ficoltà di selezionare i fatti. Se dipingere è l’arte di svuotare una
tela, qui si tratta di svuotare una tela di cui si è parte. La tenta-
zione può essere allora quella di farci entrare tutto, le idee strut-
turate, quelle in farsi e quelle fisse, gli eventi e i minimi particola-
ri, i barlumi, le schegge: la mappa dell’impero, così accanitamen-
te dettagliata da ridursi a una duplicazione del reale. Forse non è
l’ultima delle ragioni di una certa renitenza a studiare anni cru-
ciali sia per la storia dell’Italia repubblicana, sia per quella dei gio-
vani e delle donne del XX secolo.
Le vaghezze, in fondo, sono il meno. C’è un’infinità di esem-
pi sul modo in cui da un ricordo incerto, da una datazione sba-
gliata, si può risalire a un mondo. Il più citato, per la chiarezza
e il rispetto che mostra ai narratori, si deve a Alessandro Portel-
li17. Negli anni ottanta alcuni metalmeccanici di Terni gli ave-
vano raccontato che nell’ottobre 1953, durante un ciclo durissi-
mo di lotte per il lavoro, un giovane operaio era stato ucciso dal-
la polizia. Se non che, il fatto era avvenuto nel 1949, nel corso
di una manifestazione contro l’ingresso italiano nella Nato, e
non si era riusciti a organizzare uno sciopero in risposta. Slitta-
mento temporale non deliberato ma non incidentale, che riflet-
teva la spinta a trasformare quella morte, interna a una battaglia
perduta, in un potente simbolo della tradizionale combattività
ternana. La data era falsa, l’orgoglio operaio era vero.
Peccato che per gli anni ’68 a volte la memoria sia spesso trat-
tata un po’ troppo sommariamente, senza tener conto delle sen-
sibilità maturate dalla storia orale, delle riflessioni su biografia e
autobiografia, dei metodi dell’analisi del racconto. Poche noti-
zie su chi scrive o parla e sul contesto dell’incontro, sul rappor-
to fra intervistato e intervistatore, sul modo in cui un ricordo è
incastonato nel tessuto della narrazione. Dimenticanze ormai ir-
risolvibili. L’importante è che abbiamo ricerche sull’autoimma-
gine dei militanti, sulla presa di coscienza politica e sul disin-
canto, sulle relazioni personali, sulle genealogie familiari e ideo-
logiche.
È una memoria ricca. Maschile e femminile, anche se esiste
una compartimentazione per cui di femminismo parlano le don-
ne (e rari uomini), di tutto il resto gli uomini, e molte meno don-

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ne. Socialmente e geograficamente variegata. Mista negli Usa fi-
no all’esodo dei militanti neri. Ovunque estesa a tutte le com-
ponenti della cosiddetta nuova sinistra.
Soprattutto è una memoria doppiamente generazionale. Che
aver vissuto un evento da ragazzi aggiunga bellezza al ricordo è
noto, la storia orale ha insistito molto sulla variabile dell’età. In
questo caso è particolarmente importante, perché si tratta di vi-
cende di giovani in quanto giovani e in comunanza con altri gio-
vani. E perché è raccontata da adulti/anziani, che convergono
nei medesimi sottogruppi di età. Le memorie passano attraver-
so corpi invecchiati, di cui in genere si parla poco, mentre non
si parla quasi mai, come fosse una colpa, del sentimento di per-
durante giovinezza che può irrompere nel ricordo – e nella vita.
Anche se i movimenti hanno contribuito alla tendenza a sposta-
re indefinitamente in avanti la vecchiaia, questi ex sembrano
avere una coda di paglia eccessiva, tanto più se li si confronta
con altri narratori. La rivendicazione più solare del proprio sen-
tirsi tuttora giovani viene da alcune tranches biografiche di mi-
litanti del 1977 riunite in un bel libro da Enrico Franceschini18
– sarà l’età comunque più giovane, sarà che il bersaglio ideolo-
gico principale sono gli ex sessantottini, accusati di aver fatto un
salto dall’adolescenza alla vecchiaia senza passare per la fase
adulta. Il che, in fondo, non sarebbe così terribile: la vecchiaia
è un momento biologico inevitabile, essere adulti è un criterio
sociale, cui non è obbligatorio uniformarsi.
Ma stranamente sugli aspetti generazionali c’è meno dibatti-
to di quanto ci si aspetterebbe, meno tentativi di comparazione
con altre memorie di gioventù, scolastiche, di gruppi di pari.
Credo che a fare ostacolo sia il peso simbolico delle guerre mo-
derne, specie la grande guerra, in cui la paga del soldato, il gio-
vane per eccellenza, è la morte, e la memoria, ribelle o rasse-
gnata che sia, è sempre estranea e carica di dolore, a comincia-
re dalla memoria incorporata nei canti popolari. Difficile con-
frontarsi con questo estremo.
Ho invece incontrato punti di contatto fra racconti degli an-
ni ’68 e altri di resistenza, in cui le smagliature sembrano lega-
te sia al rischio fisico, sia al modo febbrile di percepire i fatti,

15
si tratti di uno scontro armato o di una corsa spericolata in
macchina.
Nell’accumulo di memorie spiccano grandi divergenze e to-
poi straordinariamente simili. Come quello che in Italia e Fran-
cia circola in alcune battaglie di strada: «Arrivano gli operai!»,
dalla cintura torinese, dalla banlieue parigina – e dai western, dal
canto Partisans dove i resistenti sbucano da ogni parte, dalle
chansons de geste, dalle fiabe. La memoria è una grande misce-
latrice di fatti, leggende, materiali letterari, immagini. E una
grande narratrice di genealogie: in un testo recente, la figura del
partigiano, presente in molti racconti come padre simbolico, di-
venta protagonista, mediatore con la polizia e nume tutelare19.
È una rivendicazione di identità per interposta persona così fu-
sa nel racconto dei fatti da movimentare la distinzione fra regi-
stro narrativo dell’autopresentazione e registro del resoconto.
Spesso i racconti più interessanti sono di donne, come se ci
fossimo fatte carico di traghettare fatti e sentimenti nella sfera
del pubblicamente memorabile o semplicemente di conservarli.
Mi vengono in mente le parole di un ventenne di Sarajevo che
spiegava il suo bisogno di voltare pagina, e la risposta della ra-
gazza italiana Sabina Langer: «Potete dimenticare perché ci so-
no le madri che ricordano per voi»20.

Memorie del femminismo


Il femminismo ha una memoria meno generazionale – si andava
dalle ragazzine alle più che adulte; più omogenea socialmente,
con una prevalenza vistosa di ceto medio, più varia cultural-
mente – studentesse, casalinghe, insegnanti, fotografe, grafiche,
pittrici, musiciste. Fra le donne, il filone delle artiste è più in-
terno al movimento che fra i giovani.
Molte memorie anche qui, ma anche un legame fondativo con
la memoria quale nessun altro movimento ha avuto. Il tramite è
l’autocoscienza, metodo conoscitivo e narrativo che vuole svela-
re «come sono andate realmente le cose», e marcare la propria
differenza rispetto alla storia. La prima che sa di essere parziale,
e fa di questa consapevolezza la sua promessa di verità, la secon-

16
da che si pretende oggettiva solo perché non si accorge di essere
completamente interna alla versione maschile. Il piccolo gruppo
di autocoscienza è molte cose, ma innanzitutto il luogo di una
contronarrazione, una comunità di parola e di ascolto in cui non
si può ovviamente condividere l’esperienza del passato, ma quel-
la di ricordarlo e interpretarlo sì. Con tutto il potenziale di rottu-
ra che ne deriva, e che fa della biografia l’orizzonte della sogget-
tività femminile.
Questo dono di nascita non scioglie di per sé i dilemmi della
memoria. Al femminismo spetta il compito equilibristico di rac-
contare una vittoria vistosa ma parziale, senza svalutarla e senza
nascondere che il conflitto non è chiuso e che i risultati non sono
irreversibili. Spetta rendere avvincente una storia che l’etichetta
del successo fa apparire conclusa, come un poliziesco di cui sia
già noto il finale. Alcune delle conquiste degli anni settanta sem-
brano talmente ovvie da far pensare alle più giovani che ci siano
sempre state. Per il femminismo, è un effetto a doppio taglio – la
misura di quel che si è ottenuto e insieme il rischio di essere ar-
chiviato come reperto più o meno prezioso di un tempo conclu-
so. Uscire da questa impasse è un’impresa da politica politican-
te, quella che fra le donne incontra più insofferenza.
Secondo dilemma. Nella prima fase del femminismo domina-
va il paradigma dell’oppressione – la storia come una catena di
sopraffazioni, le donne come vittime assolute, condannate al con-
fino domestico, escluse dal mondo. Presto si è fatta strada una vi-
sione più ricca, attenta alle strategie femminili per guadagnare
spazi di libertà, alle connivenze con il maschile, al modo in cui le
donne creano una propria sfera pubblica e esercitano alcuni po-
teri. Ma se il paradigma andava sfumando, l’oppressione patita
restava. E restava la tentazione di rappresentare un passato tutto
in perdita, in cui l’approdo al femminismo simboleggiava una se-
conda nascita, il frutto della gravidanza di se stesse.
Solo che raccontarsi come vittime è difficile, specialmente da
quando il modo principale per avere voce è dichiararsi tali, in
una gara a chi è più oppresso21. Solo che la nuova vita non è tut-
ta nuova né tutta bella, mentre l’opinione comune misura il va-
lore del movimento sulla situazione personale di chi ne ha fatto

17
parte. È «l’esame felicità»22. Caso unico: dalle svolte politiche
non si pretende mai il passaggio istantaneo alla beatitudine. Dal
femminismo sì. E alle donne si chiede, come a un minore che ab-
bia voluto fare di testa propria: «Almeno [cioè: dopo tante pro-
teste avventatezze sconvolgimenti], sei felice?». Il che contri-
buisce a rendere impervio il racconto dei limiti del movimento,
specialmente in tema di democrazia e di sofferenze patite nei
rapporti fra donne – idiosincrasie, abbandoni, ribellioni, logiche
di dominio. Una femminista torinese, Angela Miglietti, ricorda
la cartolina – «vi saluto SS» – che aveva mandato a una compa-
gna del collettivo da cui era stata espulsa a inizio 197323. Ma in
genere si tende a raccontare, più che gli scontri, la loro cornice
teorica e politica.
È un peccato che le rare registrazioni e i verbali delle riunio-
ni di autocoscienza siano circolati pochissimo. Perché ritenuti
deludenti rispetto al pathos della comunicazione verbale, forse
per uno spirito proprietario simile a quello che qualcuno impu-
ta agli altri movimenti, forse per la convinzione che l’esperienza
non fosse comunicabile. Le competenze in tema di narrazione
autobiografica guadagnate nell’autocoscienza sono ancora in
buona parte da mettere a frutto. E sì che sarebbero «trattate»
con cura e passione, in Italia certamente.
In compenso si sono inventate formule narrative nuove, in
cui si intrecciano, o semplicemente si giustappongono, memo-
ria e teoria (o ricerca). Fra i primi esempi, Nato di donna di
Adrienne Rich24, una riflessione sulla maternità come è stata co-
struita socialmente, la maternità istituzione, e su come invece la
vivono le donne, compresa l’autrice. E Donne e guerra di Jean
Bethke Elshtain25, che, mentre smonta i luoghi comuni sul na-
turale pacifismo femminile, racconta squarci della propria vita.
È una risposta al buon imperativo, già posto dal sessantotto, di
chiarire a chi legge la posizione da cui si scrive: l’essere nata don-
na in un paese o in un altro, avere la pelle bianca o colorata, una
certa cultura, una certa immagine agli occhi degli altri, un certo
corpo, sano infermo curato lasciato a se stesso. Giovane o vec-
chio. Scriveva Virginia Woolf che come donna la sua patria era
il mondo intero. Sì, ma a condizione di tenere se stessa al cen-

18
tro; per una orientale o una latinoamericana sarebbe sempre ri-
masta una borghese bianca britannica colta. Per questo la posi-
zione cambia a seconda della consapevolezza che si ha di altre
storie e persone. Il femminismo bianco americano l’ha impara-
to. Dopo una fase in cui presumeva di rappresentare tutte le
donne, ha capito che le radici intellettuali del femminismo nero
stavano nei movimenti e nell’analisi dell’esperienza afro-ameri-
cana fatta da alcune autrici nere. A proposito del Terzo mondo,
Gayatri Spivak ha spiegato alle femministe occidentali che se vo-
gliono capire queste donne devono riconoscere l’enorme etero-
geneità delle situazioni, smetterla di sentirsi privilegiate come
donne, e fare i conti con la forza d’inerzia dei quadri mentali co-
struiti a misura del loro pezzo di realtà26.
In Italia, il lavoro di memoria ha un posto importante. Una
delle prime riviste si è intitolata «memoria»; un’altra, «Lapis»,
ha dato molto spazio a racconti di origine. Varie autrici hanno
lavorato sulla memoria biografica e autobiografica, i non molti
testi di storia del femminismo anni settanta se ne sono serviti.
Esiste una politica degli archivi di donne, una rete di centri di
studio. Vuol dire che il femminismo si è fatto istituzione? In par-
te sì, come succede quando si vogliono far pesare le proprie idee
nella sfera pubblica in assenza di un movimento di massa. Vuol
dire che esiste una politica della memoria del e sul femminismo
anni settanta? Più di una.

Violenza e lutto
Rifiuti («non c’è più niente da dire», «non è così interessante»),
ritardi, appuntamenti mancati. Così una storica, Isabelle Som-
mier27, descrive gli ostacoli frapposti da ex militanti della sini-
stra extraparlamentare italiana e francese alla sua richiesta di in-
tervistarli. Che l’oggetto della ricerca fossero la violenza e il lut-
to ha sicuramente avuto il suo peso, anche se era prevista la pos-
sibilità di anonimato, e se si trattava di persone che non erano
passate alla clandestinità e all’azione armata. Altri studiosi si so-
no scontrati con le stesse difficoltà, indipendentemente dal te-
ma – quanto basta a smentire lo stereotipo dei sessantottini ver-

19
bosi. Ma l’interessante è che questo è un comportamento ano-
malo. Ricreare la propria memoria è una sfida per i movimenti
e per i protagonisti di vicende collettive: pochi partigiani hanno
rifiutato di raccontare, i reduci della Repubblica di Salò lo desi-
derano, fra gli ex terroristi di tutti i paesi prospera la vena auto-
biografica28. Forse molti ex sessantottini vogliono essere di-
menticati, o ricordati solo per un segmento della loro storia.
Come altri studiosi, Sommier registra la tendenza a indu-
giare sul sessantotto rappresentato come età del sogno e della
festa, separandolo dal dopo, quasi che quel dopo fosse
un’escrescenza aliena prodotta dal rinnovato dominio della po-
litica sulla vita. Parla di rimozione, negazione, forclusione, di
strategie per evitare i punti più dolorosi. Le fa risalire, oltre che
alla frattura segnata dalla fine della militanza e dall’approdo al-
la condanna della violenza, alla questione del rapporto fra ses-
santotto e gruppi extraparlamentari da un lato, terrorismo
dall’altro. Punto storicamente controverso e soggettivamente
irrisolto, almeno per una parte degli ex, che rende più che mai
faticoso il racconto. A dispetto del titolo, La violence politique
et son deuil [La violenza politica e il suo lutto], mi pare che la
violenza sovrasti il lutto, e il lutto sia stranamente impersona-
le, fuso in una sorta di piattezza che fa pensare sia al pudore,
sia a una difficoltà di narrare la compassione. Si gioca spesso a
fare l’elenco delle parole abusate o gergali di allora, sarebbe
utile farlo per quelle perdute. Compassione è una (che ora sta
vivendo un ritorno), insieme a bontà e cattiveria, assimilate a
categorie ininfluenti, per non dire stravaganti se applicate a un
adulto.
Il problema di queste memorie è che per molti è difficile ri-
conoscersi in quel che si era allora. Persone che schiacciavano
l’individuo sulla sua appartenenza politica, che conoscevano la
storia dell’Urss, Kronstadt, il Gulag, l’Ungheria, ma si accon-
tentavano di dire di non aver ancora incontrato il comunismo –
c’è da stupirsi per il sarcasmo di chi giudica la «scoperta del Gu-
lag» da parte della gauche francese post-sessantotto una facile
via di evasione dal proprio passato29. Come se di quel passato
non facessero parte anche il Gulag e il suo oblio.

20
Fatta eccezione per chi la pensa come allora, questo è un far-
dello che si può nominare o no, assumere su di sé o diluire nel-
la dimensione collettiva, ma che pesa comunque in ogni memo-
ria, tanto che a volte ascoltando o leggendo si intuisce da quale
esperienza è partita la riflessione. Altro che rottura biografica, il
rischio è una sfiducia durevole verso se stessi, mitigata dall’es-
sere forse il solo movimento al cui interno molti si rallegrano
pubblicamente della propria sconfitta. Nella scelta non rara fra
gli ex militanti di rinunciare alla politica per altre forme di im-
pegno sociale, c’è sicuramente la sensazione che non si ritrove-
rebbe comunque l’intensità di allora; ma insieme c’è la risco-
perta di una preziosa ovvietà, che non a tutto si rimedia.

Vincere

Cosa succede sui terreni dove per accordo quasi unanime i mo-
vimenti avrebbero avuto successo, la cultura, il costume, le sen-
sibilità? Intanto, va detto che la prima ribellione viene dal beat,
la più duratura dagli hippie, e chissà se sarebbero bastati loro a
produrre cambiamento, magari in tempi più lunghi. Mentre la
spallata si deve al movimento delle donne e ai movimenti gay.
Come conquista civile o come segnaletica del politically correct,
il linguaggio di oggi è figlio della costellazione controculture/
studenti del ’68/donne degli anni settanta/gay, non meno che di
internet e della tv.
Credo che anche questa memoria abbia una cicatrice: il dub-
bio di aver vinto male. Non mi riferisco al malfamato sbocco nel
permissivismo e nell’ugualitarismo distruttore del merito, su cui
vale lo stesso argomento applicato ai comportamenti sessuali:
che la storia non va avanti trasponendo direttamente le idee nel-
le pratiche.
Penso proprio alla scoperta più affascinante e effimera, il
principio del partire da sé. Era una ribellione plurima. Contro il
mito della neutralità della scienza, contro l’ideologia che fa di-
pendere la coscienza dalla condizione lavorativa, contro la logi-
ca del bisogno in nome del desiderio. Punto di partenza e di ar-

21
rivo, la rivendicazione del valore di ogni esperienza come spin-
ta alla trasformazione.
Oggi si direbbe sia avvenuto il contrario. Il partire da sé sem-
bra ridotto a riflesso dell’ambiente, senza alternative e senza vie
di cambiamento, a identità ripetitiva, a destino. Oppure a nuovo
domicilio legale delle buone intenzioni. Caduto in relativo disu-
so, il paradigma intenzionalista che controbilanciava errori e cri-
mini con la bontà dei fini si è riproposto per i «ragazzi di Salò» e
per i terroristi anni settanta. E ha contribuito a spostare l’atten-
zione dalle vittime ai carnefici, come se la storia delle prime co-
minciasse e finisse con la morte, e quella dei secondi fosse una tra-
versata passionale dell’ignoto. È l’esiziale mito romantico della
soggettività annidata nel profondo del profondo, in contrapposi-
zione al niente della superficie. Che al contrario, lo insegnano le
scienze umane e il buon senso, non è soltanto il luogo dell’artifi-
cio, è quel che filtra da una negoziazione fra sé e sé e con gli altri.
È vero, neanche su questo piano si poteva mettere il guinza-
glio o il copyright alle idee. Dagli anni sessanta molte cose sono
cambiate, la società dello spettacolo si è gonfiata al punto che il
primo termine tende a dissolversi, il secondo a debordare ovun-
que – l’avevano previsto i situazionisti. L’interesse per le sog-
gettività è diventato bulimia biografica che non distingue fra
privato e intimità. Però mi chiedo se germi di queste derive non
fossero presenti già allora, nel rapido ritorno alla separazione fra
mezzi e fini, nello stesso principio «il personale è politico». Una
cosa è lo show di Cohn-Bendit che irrompe in un incontro con
docenti e autorità invitandoli a parlare della sessualità dei gio-
vani, oppure la beffarda litania di guai amorosi con cui il Guido
di Due di due disturba le riunioni del bellicoso movimento stu-
dentesco milanese30. Altra cosa è stata la cattiva commistione
dei due terreni, l’incapacità di prevedere le derive panpolitici-
ste, le censure, l’arma delle richieste di autocritica.
Persino la beata irriverenza aveva i suoi punti ciechi. Oggi è
rito, vezzo, a volte un ben dosato servilismo – si irride chi con-
ta e in quanto conta, e insieme gli si accredita il talento dell’au-
toironia. Ma già all’epoca, la scoperta euforizzante che il re è nu-
do era scivolata verso la ripetizione, l’accanimento estatico con-

22
tro persone che avevano già perso una parte del loro potere e
tutta la loro sicurezza. Un nemico atterrato deve restare neces-
sariamente un nemico?
Da un certo punto in poi, diverso da situazione a situazione,
l’autorità vera stava all’interno del movimento, ben identifica-
bile in idee e persone in duro scontro fra loro. Così anche nei
collettivi femministi. Quanto avrebbe giovato uno sberleffo.
Che sia mancato fa pensare a una coesione super partes, ma so-
prattutto al ritorno della paura di esporsi, della «soggezione»,
parola oggi felicemente scomparsa, ma stato d’animo che riaf-
fiora come voglia di rivalsa in certi spaccati di memoria.
Anche per questo avrebbe poco senso parlare di un sessan-
totto tradito (dal cosiddetto revisionismo, dal terrorismo, dalla
violenza del capitale), come si diceva allora della resistenza. Si è
tradito da solo, è morto orfano di se stesso, fortunatamente sen-
za lasciare custodi ufficiali, e purtroppo con poca cura per le
fonti della propria storia.
Il femminismo no. È la sola realtà che ha continuato a cam-
biare, investita da un lato da nuove generazioni che vogliono ri-
definire il femminismo «in modo tale che voi rischiate di non
riconoscerlo»31, dall’altra dalle esperienze e teorie lesbiche e
transgender, da quelle di paesi in transizione o in sviluppo, del-
le migranti.
Certo, ci si può chiedere se ci sia un rapporto fra la lotta fem-
minista per la libera disponibilità del proprio corpo e le belle ve-
line microvestite di Striscia la notizia. Se anche fosse? mostrarsi
non è peccato né reato, non autorizza giudizi di valore; rientra
nel diritto a andare all’arrembaggio, a «pazziare» un po’, che va
riconosciuto all’età giovane.
È anche vero che sono spariti molti aspetti del movimento di
massa, sebbene in Italia l’ipotesi di una modificazione della leg-
ge 194 abbia portato in piazza una folla di donne. Comunque,
ha ragione Donna Haraway, non si può ridurre la fisionomia dei
movimenti sociali soltanto alla forma di massa32 che ha avuto
tanto rilievo nel passato. In molti paesi il femminismo anni set-
tanta conserva nuclei di elaborazione e documentazione, che vi-
gilano, per così dire, sulla propria memoria. È una differenza da

23
cui si potrebbe partire per scrivere un altro pezzo di storia de-
gli anni sessanta/settanta.

Perdere
In compenso, credo che gli anni ’68 abbiano tutto sommato per-
so bene, e proprio sul terreno dove secondo gran parte dei com-
mentatori avrebbero inciso meno, la politica. Per alcuni, lo scac-
co del sessantotto apre nell’Europa orientale la strada all’89: gli
studenti sono stati schiacciati militarmente insieme ai movi-
menti di cui erano parte, ma nel giro di pochi anni nasceranno
Solidarność, il dissenso e la lotta contro le burocrazie al potere,
fino alla dissoluzione dei regimi. Per altri, la fine del sogno di
cambiamento universale rappresentato dal sessantotto è andata
a rafforzare movimenti che si fondano sulla parzialità – su di-
verse identità di genere e di gruppo, sulla lotta a fianco dei mi-
granti e dei disabili, a protezione del vivente non umano, per la
pace o per un fine, come la difesa dell’ambiente, in cui l’univer-
salità è qualcosa di molto diverso e più ampio di quella pensata
negli anni sessanta e settanta. Al modello del militante starebbe
subentrando quello del volontario nonviolento33.
Secondo Paul Berman34, che vede una radice del sessantotto
nella storia delle sinistre americane fra le due guerre e durante
la caccia alle streghe, una parte degli ex studenti si è spostata su
posizioni libertarie-liberali, facendosi paladina dei diritti umani
e civili. È tornata così alla critica della sovranità statale in cui de-
cenni prima Hannah Arendt aveva visto una delle origini del
movimento americano. E ha sostituito all’utopia della rivoluzio-
ne quella di un mondo capace di farsi carico dei più vulnerabi-
li, al di là e a dispetto degli Stati in cui vivono. A prezzo di con-
traddizioni frontali. Perché da un lato quell’utopia si inserisce
nella spinta alla delegittimazione della violenza che caratterizza
in occidente il passaggio del secolo. Dall’altra è costretta a scom-
mettere sulla capacità regolatrice di organismi internazionali
che hanno già dato cattiva prova di sé.
Ma dopo 40 anni di storia e di vite, avrebbe poco senso di-
scutere se Fischer, Langer, Kouchner, cofondatore di Médecins

24
sans frontières e favorevole all’intervento in Kosovo, siano figli
legittimi del sessantotto. Oppure se lo sia Gino Strada, ex mili-
tante del movimento studentesco della Statale di Milano, crea-
tore di Emergency e esponente del pacifismo «senza se e senza
ma». La saldatura (e la contraddizione) fra «mai più guerre» e
«mai più Auschwitz» era già nata; l’idea di un nuovo diritto in-
ternazionale fondato sul principio di opposizione ai genocidi,
alle violazioni dei diritti umani, alle pulizie etniche, era ancora
in nuce.
In fondo, aver perso bene vuol dire qualcosa. Che quel che
si è capito nel fallimento conta, che forse l’eterogenesi dei fini
esiste – specialmente se è sospinta da un movimento, quello del-
le donne, che a quei fini ha guardato fin dai suoi inizi. In molti
paesi, le grandi (piccole) manovre per una rivoluzione che non
c’è stata hanno contribuito a legittimare riforme di civiltà e di
modernità – detto senza alcun retropensiero negativo. L’assag-
gio di rivoluzione simbolica, e dunque politica, vissuto nella
«presa di parola» del maggio parigino35 ha messo in scena un’al-
tra idea di cittadinanza, in cui è decisiva la facoltà di presenta-
re/raccontare se stessi in autonomia. Si sono formulati nuovi di-
ritti umani e civili, ma la cosa più importante è che sono au-
mentati i soggetti in condizioni di rivendicarli in prima persona,
dalle carceri, dalle caserme, dagli ospedali, dal non lavoro, dal-
la disabilità. E dovranno aumentare, dalle strade, dagli incroci
delle strade, dai margini, dalle terre di nessuno.
Quante cose ha contribuito a far nascere quella che a Ray-
mond Aron era sembrata una rivoluzione introvabile, un even-
to in cui non era successo niente36.

Per chiarire meglio da che «posizione» guardo a quegli anni:


non avevo e non ho alcun tipo di fede religiosa. Sono una ex del
sessantotto e di Lotta continua (non del femminismo), in gene-
re piuttosto smemorata. Ma quando si è sperimentato qualcosa
di simile alla felicità pubblica, lo scotto sono certe visite a sor-
presa della nostalgia.

25
Radici
I

Nati ieri

«Del passato facciamo tabula rasa», recita un verso dell’Inter-


nazionale dei lavoratori in lingua francese, e non c’è quasi can-
zone politica in cui non si parli di fine di un’epoca e di seconda
nascita. Ogni movimento ha bisogno di immaginarsi nuovo, e in
un certo grado è davvero così. È nuovo per quanti scoprono al
suo interno la politica e il piacere di essere parte di un colletti-
vo, lo è per chiunque vive lo stupore di fronte al suo manifestarsi
– diversamente, non ci sarebbero il gusto e la forza di agire. Va-
le in particolare per il ’68, che ai suoi esordi si sente per così di-
re «nato ieri», senza antenati né maestri; ma per essere legati a
una tradizione non c’è bisogno di rivendicarlo e neppure di sa-
perlo. Del resto novità non significa mancare di radici, significa
selezionarle, rimescolarle, a volte distorcendole, occultandole,
gonfiandole. Più che stabilire continuità, la funzione elettiva de-
gli alberi genealogici è mostrare i modelli cui si rivolge un feno-
meno nuovo, quelli che ignora, quelli che inventa, e gli effetti
che le scelte hanno sull’autoimmagine, la memoria, la storia. È
proprio su questi punti – da dove veniamo, in compagnia (o in
assenza) di chi – che le interpretazioni spesso divergono, e che
possono scontrarsi gli stessi movimenti quando, passata la fase
nascente, cercano forza e legittimazione nel passato. Per questo
studiare una genealogia può essere affascinante.
Vista dall’oggi, quella del sessantotto è a dir poco affollata.
Si va dai marxismi variamente critici al maoismo all’anarchia al-
la tradizione della democrazia partecipativa, dai consigli alla
teologia della liberazione ai molti «anti»: antimperialismo, anti-

26
razzismo, anticonsumismo, e, in Usa, l’antitotalitarismo liberta-
rio di cui è capofila Hannah Arendt. In primo piano, la critica
alla famiglia dell’esistenzialismo francese e della Scuola di Fran-
coforte, che la vede come una fabbrica di personalità rigide e au-
toritarie, funzionali al successo del nazismo. Mentre la Comune
di Parigi convive con le lotte di liberazione anticoloniale in Afri-
ca e in Asia, con l’Algeria, con Cuba, si stagliano su ogni mo-
dello di antagonismo le campagne per i diritti civili dei neri
d’America e contro la guerra del Vietnam.
A questo patrimonio attingono in forme proprie tutti i mo-
vimenti studenteschi, e poco importa che la sua influenza cam-
bi da situazione a situazione, o che alcune sue componenti sia-
no in contrasto fra loro. Per la prima volta dal dopoguerra si
crea, indipendentemente da partiti e sindacati, una comunanza
internazionale di idee e di lotte. È l’aspetto più citato del ses-
santotto.
Non per questo spariscono le specificità nazionali o locali. In
Italia i tardi anni cinquanta e i sessanta sono quelli detti della
sprovincializzazione. In un paese che sull’onda del miracolo
economico sta sempre più urbanizzandosi e scolarizzandosi, ar-
rivano la letteratura beat, Marcuse, Goffman, Betty Friedan, Si-
mone Weil, Hannah Arendt, Simone de Beauvoir, la sociologia,
lo strutturalismo, la psicanalisi. Nella produzione nazionale coe-
sistono gli ultimi romanzi neorealisti e le avanguardie letterarie,
i film di Pasolini, Antonioni, Fellini e la commedia all’italiana,
riviste come «L’espresso» e poi «Panorama», i primi cantauto-
ri, i Beatles, le ricerche sulla musica popolare del Nuovo canzo-
niere italiano, le canzoni politiche del gruppo torinese dei Can-
tacronache. Alcune riviste – «Quaderni rossi», «quaderni pia-
centini», «giovane critica» – cercano di proiettare il pensiero di
Marx sul contesto della piena modernità. «Ombre rosse» guar-
da al nuovo cinema e alle nuove culture. Nel 1965, alcune don-
ne del gruppo milanese Demistificazione dell’autoritarismo
(Demau) stendono quello che si può considerare uno dei primi
manifesti del neofemminismo internazionale1, in cui si teorizza
la necessità per le donne di una riflessione autonoma dai parti-
ti. Verso la fine del decennio, piccolissimi gruppi traducono e

27
diffondono documenti del movimento studentesco e dell’anti-
militarismo americani, che fanno scoprire quanto siano ampie la
renitenza e la diserzione alla guerra in Vietnam.
Intanto si struttura il mondo della nonviolenza, cresce, come
in Francia, il ruolo del dissenso cattolico, con i preti operai, le
comunità di base, e figure come padre Ernesto Balducci e don
Lorenzo Milani. Fondatore a Barbiana nel Mugello di una scuo-
la per i ragazzi di famiglia contadina, don Milani denuncia con
Lettera a una professoressa2 l’anima di classe della scuola – in
nessun altro paese europeo un religioso avrà tanto seguito.
Ancora fragile il riferimento alla resistenza, amata e insieme
tenuta a distanza dalla celebrazione che ormai ne fanno tutte le
istituzioni. Sono altri gli eventi cui molti giovani si sentono vici-
ni: il luglio 1960, quando il democristiano Fernando Tambroni,
capo di un governo monocolore costituito con i voti determi-
nanti dell’Msi, concede ai neofascisti di tenere il loro congresso
nazionale a Genova. E Genova, città di forti tradizioni operaie,
scende in piazza, subito seguita da moltissime altre: nel corso
degli scontri – in prima fila quelli che il Pci chiama «i ragazzi con
la maglietta a strisce»3 – la polizia spara, uccidendo 10 manife-
stanti a Reggio Emilia e in Sicilia. È una scossa psichica e politi-
ca, che porta alla caduta di Tambroni e all’archiviazione di for-
mule governative di questo tipo. Due anni dopo, i «fatti di piaz-
za Statuto» a Torino, quando l’accordo separato sottoscritto da
un sindacato padronale e dalla Uil per il contratto dei metal-
meccanici provoca giorni e giorni di rivolta operaia, che il mini-
stro dell’Interno addebita a trame comuniste, i sindacati e il Pci
alla presenza di «teppisti prezzolati». Invece si tratta per lo più
di giovani operai meridionali, che il boom economico ha porta-
to nelle fabbriche del nord4.
La nuova offerta di idee e di pratiche – che vengono sia
dall’interno del mondo giovanile sia dall’esterno e che hanno
un raggio di influenza molto diverso – fa crescere la politiciz-
zazione, soprattutto a sinistra, e varie forme di agitazione inve-
stono le scuole superiori. Momento clou, nel 1966, lo «scanda-
lo» della «Zanzara», giornalino di istituto del liceo milanese Pa-
rini, che pubblica il resoconto di una tavola rotonda organiz-

28
zata da due studenti e una studentessa su sessualità, rapporto
con i coetanei, famiglia, religione, morale. Titolo: Che cosa pen-
sano le ragazze d’oggi?5. Le ragazze di oggi rispondono, con
qualche ingenuità, qualche estremizzazione e molto coraggio,
rivendicando «assoluta libertà sessuale e modifica totale della
mentalità [...] in modo che il problema sessuale non sia un tabù,
ma venga prospettato con una certa serietà e sicurezza», ugua-
le diritto ai rapporti prematrimoniali per maschi e femmine; in-
fine, osano sostenere che «la purezza spirituale non coincide
con l’integrità fisica». Mentre il preside e alcuni professori cer-
cano un confronto, la Gioventù studentesca di don Giussani
protesta duramente e vari genitori minacciano di ritirare i figli
dalla scuola. Il vicequestore avvia un’indagine, e i tre promoto-
ri vengono convocati dal sostituto procuratore a palazzo di
Giustizia. I due maschi sono costretti a spogliarsi e a sottopor-
si a ispezione corporale da parte di un medico. La ragazza ri-
fiuta e chiama i genitori6.
La «Zanzara» guadagna grandi titoli sui giornali, una parte
dell’establishment culturale protesta, l’Associazione nazionale
magistrati si spacca. Al processo, che si chiuderà con il proscio-
glimento, interviene una folla di giornalisti, «Le Monde» e il
«New York Times» mettono in prima pagina il caso, visto come
il debutto di uno scontro fra due modi di concepire la morale,
la vita, l’educazione, il diritto, e come una sferzata contro l’ipo-
crisia travestita da purezza etica.

La scuola di massa
L’episodio della «Zanzara» prefigura vari contenuti del ’68: la
combattività degli studenti, il desiderio di trasformazione nei
comportamenti sessuali e privati, lo sconcerto degli adulti, la
reazione violenta e rigida delle istituzioni – a Milano solo alcu-
ni docenti hanno scelto da subito la via del dialogo. Quasi tutta
la scuola italiana sembra fare del suo meglio perché i conflitti
esplodano, ed è così in grandissima parte dell’occidente, pro-
prio mentre sta crescendo enormemente la frequenza in tutti gli
ordini di studi (in Italia già prima della riforma che introduce la

29
media unica nel 1962). Non è solo effetto del baby boom, è che
l’istruzione viene ora considerata una delle forme più impor-
tanti di servizio sociale, un diritto umano fondamentale, uno
strumento irrinunciabile per l’uguaglianza delle opportunità e
per la tenuta delle democrazie. Governi e famiglie investono
sempre di più nella scuola, si tende a ridurre la separazione fra
indirizzi di formazione culturale e indirizzi di avviamento al la-
voro, a alzare l’età dell’obbligo scolastico, a sovvenzionare gli
studenti degli strati più poveri.
Peccato che molte cose restino sulla carta. Manca un rin-
novamento dei metodi e dei programmi (e in vari paesi man-
cano le strutture). Se è vero che molti ragazzi di nuovi ambienti
sociali proseguono oltre la scuola dell’obbligo, resiste una se-
lezione affidata al meccanismo degli esami, e influenzata dai
vecchi parametri di censo e di estrazione familiare. La nuova
scuola nasce fra grandi contraddizioni, e già in origine è mina-
ta nel suo ruolo formativo dal grande «educatore clandestino»
che è la cultura di massa. In compenso, diventa un luogo di in-
contro e di relazione come mai era stata fino allora: il tempo
passato nelle aule aumenta, la condizione di studente diviene
una parte sempre più lunga della vita, adolescenti dei due ses-
si e di provenienze sociali diverse condividono esperienze e
stati d’animo. Nelle università degli anni sessanta si affolle-
ranno giovani già predisposti a una critica radicale dell’istitu-
zione; e presto scopriranno che anche la cultura accademica è
poco attraente, e che essere studenti non ha più niente di pre-
stigioso. Al contrario, prolunga la dipendenza dalla famiglia,
costringe a vivere con il denaro contato, non garantisce un la-
voro – che comunque sarà per lo più dequalificato e a basso
reddito, perché ai nuovi intellettuali «di massa» si chiedono
compiti di esecuzione. Sono di inizio anni sessanta, e toccano
moltissimi paesi, fra cui l’Italia, le prime lotte per il diritto al-
lo studio e sugli sbocchi professionali. Alla vigilia del ’68, l’In-
ternazionale situazionista, piccolo gruppo artistico e politico
fra i più radicali, diffonderà un libretto, De la misère en milieu
étudiant7, che smonta ogni illusione sul presente e sul futuro
degli universitari.

30
Culture contro, cultura di massa

Già nella seconda metà degli anni cinquanta, scrive Goffredo


Fofi, fa la sua comparsa una generazione – la prima – che rifiu-
ta di crescere «sana e conformista, nella subalternità beneduca-
ta all’autorità adulta»8; che vede l’establishment come una for-
za di occupazione9. In tutto l’occidente inizia un movimento di
distacco da una società vissuta come il regno della noia, della
smania consumistica e del vuoto di idee, di una competizione
frenetica e patetica – e dell’incubo della catastrofe nucleare. I ra-
gazzi del baby boom ritirano la fiducia al mondo adulto, mentre
il gruppo dei pari, un tempo tappa regolamentare della matura-
zione, tende a costituirsi come universo separato e antagonista,
con propri stili di vita e propri idoli e ideali10.
Culla e centro di irradiazione sono gli Stati Uniti della guer-
ra fredda, del benessere e dei ghetti neri, dove in molte scuole si
risponde agli studenti che chiedono un rapporto con l’attualità
istituendo corsi sui doveri della babysitter o sui modi per svi-
luppare lo spirito di corpo. Anche se il principale terreno di col-
tura dell’insofferenza giovanile sono gli adolescenti maschi di
classe media, il fenomeno tocca ragazzi e ragazze sia neri sia
bianchi e di diversi strati sociali. Le differenze restano, ma il da-
to dell’età ha una forza unificante prima sconosciuta, il conflit-
to generazionale quasi si sovrappone a quello di classe.
È a partire dalla vita quotidiana che il principio di autorità
comincia a vacillare. In tempi rapidi, i modelli adulti perdono
presa, il sogno americano – l’approdo a una vita media e me-
diamente soddisfatta – viene irriso e parodiato. Cambia il modo
di presentarsi – capelli troppo lunghi o troppo corti, jeans, giub-
botti, stili trasandati e casuali. Si fanno strada forme di trasgres-
sione sul piano sessuale e amoroso. Dilaga la passione per il ci-
nema, i viaggi, la musica, i nuovi balli, i concerti, la velocità – si
corre in motocicletta o su vecchie auto truccate e ridipinte, ma
si possono anche passare ore al tavolino di un caffè o sdraiati
sull’erba di un parco, occhiali da sole e sigaretta spenta in boc-
ca. In senso figurato e letterale, i ragazzi non stanno più al po-
sto previsto per loro.

31
Nella genealogia del sessantotto questo spaccato di compor-
tamenti ha un posto speciale, e così i suoi primi laboratori di
idee e di immagini, la cultura di massa e le controculture beat e
hippie.
È del 1954 The Wild One (Il selvaggio) con Marlon Brando
teppista proletario in giacca di pelle; è del 1955 Rebels Without
a Cause (Gioventù bruciata), con i ribelli e fragilissimi figli della
borghesia James Dean e Natalie Wood. Nel giro di un anno, nel
cinema si è compiuto il passaggio dalla classica rivolta della po-
vertà impersonata da Brando, a una rabbia confusa e indefinita,
diretta contro il sogno americano e nello stesso tempo contro
l’inadeguatezza degli adulti ai loro ruoli tradizionali: Gioventù
bruciata, una storia di autodistruttività giovanile, è anche una te-
stimonianza della crisi della mascolinità adulta seguita alla guer-
ra, e del desiderio di un adolescente che il padre riprenda ap-
pieno la parte del capofamiglia.
Lo stesso anno, un film non a caso sulla delinquenza minori-
le, Blackboard Jungle (La giungla delle lavagne, tradotto da noi
in Il seme della violenza) proietta in testa alle vendite Rock
Around the Clock di Bill Haley e The Comets. Ma Haley è più
che adulto, e si vede. La seconda metà del decennio è nel segno
del fragorosamente giovane Elvis Presley. A calamitare l’identi-
ficazione dei teenager è l’abbinamento fra suono e immagine,
fra corpo e voce, il suo appeal erotico, la sua contaminazione fra
la musica pop ascoltata dalla borghesia, il country, diretto alle
masse contadine del sud e alla classe operaia da poco trapianta-
ta nelle città, il rhythm and blues, sound urbano dei neri – tre fi-
loni allora separati, ciascuno con le sue classifiche di vendita, i
suoi studi, i suoi circuiti di diffusione. D’ora in poi, quell’ibrido
musicale e politico che è il rock sarà in molti paesi la colonna so-
nora della rivolta di due generazioni.
Nel frattempo ha preso forma la controcultura della Beat ge-
neration, fenomeno prima letterario poi sociale. Ispiratori, un
gruppo di narratori e poeti (Allen Ginsberg, Jack Kerouac, Wil-
liam Burroughs, Lawrence Ferlinghetti, Diane Di Prima, Gre-
gory Corso), che uniscono alla ricerca di nuove forme espressive
il rifiuto dell’occidente aggressivo e tecnologizzato, il culto

32
dell’amicizia, l’amore per il jazz e il buddismo Zen, l’uso di dro-
ga e alcol per ampliare le capacità percettive; che scelgono la pre-
carietà lavorando saltuariamente, vivendo mentalmente e spesso
materialmente «sulla strada» – On the Road è il titolo del libro
più famoso di Kerouac, scritto nel ’51, uscito nel ’5711. È anche
attraverso questi trenta-quarantenni nemici della «meccanizza-
zione delle anime», che un’intera generazione incontra il pacifi-
smo, l’anticonsumismo, l’oriente, l’identificazione con i disere-
dati, le droghe, una sessualità più aperta (ma a volte soltanto più
disinvolta e svuotata di significato). In questi ambienti fiorisce
l’underground, che crea e fa circolare fuori dal mercato un’infi-
nità di pubblicazioni e filmini autoprodotti. Da qui prende ori-
gine negli anni sessanta il movimento hippie – capelli lunghi, ve-
stiti a poco prezzo, unisex, colorati e scintillanti, marijuana e aci-
di, un rispetto affettuoso per la natura e gli animali, lo slogan «fa-
te l’amore non la guerra», le comuni alternative dove sperimen-
tare rapporti diversi. Gruppi e movimenti di protesta esistenzia-
le e di «contestazione» dell’ordine anche in Francia con i Blou-
son noir, in Olanda con i Provos, a Mosca con gli Hooligans, in
Gran Bretagna con i Mods e gli Skinheads, ragazzi per lo più di
famiglia proletaria, che reagiscono allo smantellamento delle tra-
dizionali comunità operaie esasperandone le connotazioni12.
Non organizzato e non sistematico, lo sforzo per capire qua-
li sono i propri diritti e bisogni inizia in questi anni e in questi
modi, e paga costi alti. Quale che sia la provenienza sociale, i
giovani oscillano dall’euforia al senso di insignificanza e solitu-
dine, a ribellioni, fughe da casa, episodi di teppismo. La trasan-
datezza diffusa non è casuale né necessariamente anticonsumi-
stica; ma non è neppure il conformismo alla rovescia che idola-
tra il nuovo, piuttosto un intrico di motivazioni che partono tut-
te dal rifiuto di considerare l’esistente come l’unico mondo pos-
sibile. Ecco l’imperdonabile. Fra gli adulti – l’ultima generazio-
ne a aspettarsi di essere obbedita e imitata – sedimentano astio,
disprezzo, e una voglia di repressione ampiamente soddisfatta
da polizie e tribunali.
Se si sommano questa insofferenza/turbolenza e le prime lot-
te nelle scuole, ce n’è abbastanza per dire che il ’68 arriva inat-

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teso, ma che non era affatto imprevedibile. E per rimescolare a
fondo la genealogia del movimento.
Per quanta parte il ’68 rientra nella storia della ribellione dei
giovani nel XX secolo, per quanta parte si inserisce in quella del-
le lotte popolari e di classe? C’è chi come Peppino Ortoleva,
Nanni Balestrini e Primo Moroni13, valorizza il primo aspetto,
chi tenta di incrociare i due percorsi, come Edgar Morin, che
unifica i due poli dell’esperienza giovanile, il disagio esistenzia-
le e il progetto rivoluzionario, in un’unica «classe adolescenzia-
le», destinandola allo stesso ruolo svolto dalle classi in senso
proprio – con il che, però, la peculiarità della rivolta rischia di
perdersi, ipotecata da concetti e quadri interpretativi troppo
mediati14.
In molti testi recenti, beat, hippie, rock sono invece a mala
pena ricordati, e per lo più solo come antecedente del sessan-
totto. Strano disinteresse, se si pensa a come da decenni il con-
certo rock e pop sia diventato una componente indispensabile
delle manifestazioni giovanili, dai raduni di papa Wojtyĺa alle
iniziative politiche e sindacali. Forse è un dispettoso residuo po-
liticista, che porta a vedere nelle espressioni organizzate la mi-
sura delle cose, e si lascia sfuggire alcune verità. Innanzitutto
questi movimenti giovanili, per quanto ingenui e pieni di limiti,
sono i primi a avvertire l’invivibilità sociale, e reagiscono con un
tentativo di «secessione» rilevante in sé e per sé, che non si fon-
da sulle etnie o sui localismi, ma cerca di costruire negli inter-
stizi della società qualcosa di interamente diverso, un mondo
parallelo non più basato sul lavoro e sulla integrazione subal-
terna nella famiglia, nello Stato, nelle ideologie. Anche per que-
sto – è la seconda verità – contribuiscono a modellare alcuni no-
di delle relazioni e della politica su cui la tradizione dominante
nelle sinistre tace, sorvola, o riproduce l’esistente, per esempio
il rapporto con il mondo adulto, con la famiglia, con il lavoro, la
cognizione del dolore, il corpo, la sessualità. Infine, sono porta-
tori «di un’universalità fondata sul bisogno (o desiderio) di co-
municare in maniera ‘altra’ e di trasmettere in forma nuova, an-
che attraverso la musica beat, la propria particolare condizione
fondata sulla ‘diversità’»15.

34
Elvis è una tigre di carta?16

Trovare sullo stesso fronte fenomeni come la controcultura e le


culture giovanili legate al cinema e al rock, sembra una con-
traddizione. La linea di confine è invece straordinariamente flui-
da, e non solo: tutte e due confliggono con l’accademia e le éli-
tes intellettuali, con il robusto versante perbenista della produ-
zione di consumo, con la vocazione egemonica della politica,
tutte e due hanno un potere unificante straordinario (anche se
quello del rock è ineguagliato), e nascono nel clima ossessivo-
estremista della guerra fredda. Persino dove la diversità è radi-
cale e dichiarata, il rapporto con il mercato, esistono punti di
contatto e di sovrapposizione. La controcultura non rimane
chiusa in se stessa e nei propri circuiti informali. Ci sono pro-
getti artistico/culturali – di fotografia, pittura, design, artigiana-
to, moda – che guadagnano nicchie di mercato. Anzi, secondo
Marwick, un tratto degli anni sessanta è proprio l’intreccio fra
individualismo, solidarietà e uno spirito imprenditoriale che
consente a molti giovani di mantenersi e imporsi facendo quel
che gli piace fare17.
L’ostilità sociale colpisce in blocco le culture dissonanti, ma
è più smaccata verso il rock. Per il reverendo David A. Noebel,
autore di Communism, Hypnotism and the Beatles18 la nuova
musica è il frutto di una cospirazione comunista per distrugge-
re la gioventù americana. Secondo un documento governativo
Usa sulla delinquenza giovanile, «il gangster di domani è il tipo
alla Elvis Presley di oggi». Agli occhi degli adulti, Presley è il se-
gnale che i «bravi ragazzi» bianchi possono trasformarsi in tep-
pisti occupati a sfidarsi in gare di velocità o a trascinarsi come
vecchi sui marciapiedi, in alieni che mutuano gesti, posture e ab-
bigliamento dai neri, dal proletariato, dalle ragazze, scompagi-
nando le barriere di classe, di colore, persino di genere – la cac-
cia alle streghe unisce in una sola categoria di nemici i comuni-
sti e gli omosessuali, e Presley, con le sue giacche luccicanti, i ca-
pelli lunghi sul collo, l’aspetto adolescenziale vagamente effe-
minato, il modo di ruotare il bacino e la spinta in avanti del pu-
be («Elvis the Pelvis») sembra inaugurare una sessualità insieme

35
iperbolica e incerta. Oltre che alla sua formula musicale, si de-
vono alla novità della sua immagine corporea sia il culto di cui
lo circondano i giovani e le band, a cominciare dai Beatles, sia
l’astio del ceto medio rispettabile. Sul «Los Angeles Mirror
News», nell’ottobre 1957, si legge: «L’esibizionista sessuale El-
vis Presley si era finalmente materializzato in carne e ossa da-
vanti a una Los Angeles femmina di adolescenti in visibilio of-
frendo alla libido di tutte le ragazzine uno stimolo impossibile
da dimenticare. [...] Urlavano a squarciagola senza sosta mentre
Elvis si dimenava, saltava e ruotava il bacino da un lato all’altro
del palcoscenico fino a ridursi, 35 minuti dopo, a una massa fre-
mente a terra. Con chiunque altro la polizia avrebbe interrotto
lo spettacolo a 10 minuti dall’inizio. Ma non nel caso di Elvis, il
nostro nuovo eroe adolescenziale nazionale»19, dove si sente un
orgoglio reticente per il neonato mito americano. Del resto, nel-
la società adulta non c’è solo il reverendo Noebel. Anzi, secon-
do Marwick, il cambiamento culturale si deve anche alla flessi-
bilità con cui donne e uomini in posizioni autorevoli nella main-
stream culture guardano alle nuove tendenze20.
Resta aperto il problema vero, il rapporto dei comporta-
menti cosiddetti irregolari con le strategie produttive, la pub-
blicità, i media. Mentre oggetti, luoghi e modi di divertimento,
usi del tempo libero, diventano sempre più identificabili in
quanto «giovanili», il mercato si adegua e li stimola, esaltando
la duttilità, la curiosità, l’individualismo e associandoli ai nuovi
prodotti. Il ’900 è il secolo dei giovani non solo per la nuova con-
sapevolezza generazionale, ma perché gli adulti hanno capito
che buon investimento siano per i consumi. E per la prima linea
– nella seconda guerra mondiale l’età minima, fatta eccezione
per la Germania, è simile a quella della grande guerra, ma è nuo-
va la preponderanza numerica di ragazzi che dovrebbero anco-
ra andare a scuola.
Della cultura di massa e dei persuasori occulti21, come veni-
vano chiamati allora i pubblicitari, si preoccupano intellettuali
e politici. Per (alcuni) conservatori, il rock è sesso, violenza e
droga, per (alcuni) progressisti è una rivolta fittizia, senza la pro-
spettiva di classe a darle dignità. Trasversalmente agli schiera-

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menti, chi crede nell’onnipotenza del mercato ritiene che la cul-
tura giovanile sia essenzialmente una sua emanazione, come se
un fenomeno capace di coinvolgere decine di milioni di perso-
ne si potesse costruire dall’esterno e a tavolino.
Ovvio che tutto sia più complicato. Portelli ricorda che a
metà anni cinquanta per la prima volta una canzone di Presley e
una di Carl Perkins si impongono in tutte e tre le classifiche del-
la musica americana. E collega questa svolta non tanto alla pub-
blicità quanto alle molte facce che fanno parte a pieno titolo del
rock, e, scrive un critico nel 1975, del «ritmo delle nostre vite»22:
l’aggressività sessuale esplicita e la tenerezza, la violenza e il sen-
timentalismo appiccicoso, le parole per bene cantate con voce
da preorgasmo, la ribellione, il sogno e l’accettazione dell’esi-
stente, la banalità e la raffinatezza. Poli contrapposti e comple-
mentari, come lo sono il cattivo ragazzo Presley, colpevole di
aver imbiancato la musica nera (o annerito quella bianca) e il
bravo ragazzo Paul Anka, portavoce del rock melodico e rassi-
curante. Del resto, la prima ambiguità passa attraverso i prota-
gonisti: al country, Presley affida l’amore e il rispetto verso i li-
miti e le convenzioni della sua famiglia, della sua comunità, del
suo paese; ai blues, il rifiuto di quei limiti e di qualunque limite.
Ma «una trasgressione immaginaria è già una trasgressione
reale [...]. Congelando questa trasgressione illusoria e ammini-
strata [...] si riconosce al tempo stesso ai giovani il diritto di de-
siderare di essere diversi, e lo si arricchisce di una specie di me-
moria collettiva, sia pure fittizia e surrogata», scrive Portelli.
«Anche l’adolescenza permanente può essere l’anticamera di
una diversità permanente»23. E conclude, parafrasando lo slo-
gan maoista, che Elvis è una tigre di carta, ma pur sempre una
tigre.

Visto dall’Italia
Ancora lontana dai livelli di modernizzazione dei paesi più in-
dustrializzati, l’Italia non lo è se si guarda all’insofferenza gio-
vanile, già visibilissima alla fine del decennio cinquanta con il
teppismo adolescenziale e le fughe da casa, poi con la compar-

37
sa di quelli che i media chiamano teddy boys, beatniks, lolite,
rockettari, capelloni. Elvis Presley e James Dean diventano ra-
pidamente icone, i primi cantautori e i primi «urlatori» sono
portati al successo e adorati dal pubblico giovane. A Napoli nel
1966, diecimila adolescenti invadono le strade in attesa della
cantante Rita Pavone, di cui quell’anno sono stati venduti un mi-
lione di dischi in quattro mesi.
Nel 1959 la diciannovenne Mina aveva dichiarato: «devo so-
lo preoccuparmi di tirar fuori l’inferno di ritmi che tutti noi gio-
vani abbiamo dentro»24. Dire tutti era una forzatura. All’epoca
non c’è ancora un «noi» onnicomprensivo, ci si riunisce in realtà
circoscritte o per gruppi, la «condizione giovanile» di cui co-
minciano a parlare esperti e inesperti è tutt’altro che omogenea.
Ma anche in Italia il dato dell’età si impone: i primi a emigrare
al nord sono i giovani, fra i ragazzi di classe operaia e quelli di
ceto medio corrono predilezioni e idiosincrasie simili, forme (o
speranze) simili di trasgressione sessuale e amorosa.
Nell’immaginario degli adulti irrompe così la «gioventù bru-
ciata», che chiama a raccolta «i minus habentes [...] i tarati, i pi-
gri, gli invertiti, gli anormali, tutta la fauna parassitaria», spoli-
ticizzata e incapace di fare sacrifici. Su molti giornali e in molte
lettere ai giornali si irridono i cantanti più popolari, ma anche le
messe beat organizzate in qualche parrocchia dopo il Concilio
Vaticano II. Si chiedono arresti, fogli di via, lavoro forzato, ra-
sature coatte, idranti per lavare via la «sporcizia», insetticidi, di-
sinfestazioni, repulisti – linguaggio parafascista in cui gli irrego-
lari sono veicoli di contaminazione del corpo sociale. «Sono
brutti», si legge in terza pagina sul «Corriere della Sera» del 5
novembre 1965, «infestano la scalinata di Trinità dei Monti, [...]
tipi di apparente sesso maschile che portano i capelli lunghi qua-
si come le donne [...] secondo una moda mutuata dai Beatles, i
quattro giovanotti che l’Inghilterra anziché premiare, avrebbe
dovuto [...] esiliare in Patagonia»25. Sulla «Stampa» dell’11 no-
vembre, Elsa Morante risponde di non vedere «nessun oltrag-
gio nella foggia dei capelli lunghi e del vestiario dimesso, [...]
foggia già confortata da innumerevoli esempi illustri tra i quali
(per citarne solo due) Dante Alighieri e Giuseppe Garibaldi»26.

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Pajetta denuncia «crociate moralistiche e teppismo contro mi-
nigonne e capelloni» a Roma, e il quasi linciaggio di una cin-
quantina di loro da parte «di un migliaio di moralisti improvvi-
samente impazziti». Per Andrea Barbato, «la ribellione delle
zazzere non è un caso snob, viene dalle borgate», e secondo En-
zo Forcella testimonia «di un più generale senso di insoddisfa-
zione [...] di una stanchezza accumulata in tutti i settori della so-
cietà italiana»27. Nel frattempo Fernanda Pivano fa conoscere in
Italia gli autori beat, Oreste Del Buono inventa con Umberto
Eco e Giovanni Gandini «Linus», la prima rivista colta a pub-
blicare fumetti, mentre Beniamino Placido guarda con curiosità
a tutte le espressioni della cultura di massa. Sono voci già im-
portanti, che testimoniano la presenza anche in Italia di una
componente adulta aperta e solidale; ma sono piuttosto isolate
persino all’interno dell’area detta progressista.
In questa ostilità senza pudore, forse la più accesa e duratu-
ra dell’intero occidente, pesano la rapidità con cui il miracolo
economico ha trasformato il paese da industriale-agricolo a pie-
namente industriale e l’impronta americanizzante del nuovo
corso. Mentre si spengono i «valori contadini», cominciano a
cambiare l’uso del tempo libero, il modo di vestirsi bere man-
giare, il linguaggio. Si va meno alle riunioni di partito e ci si
iscrive meno, la religiosità perde terreno sul piano sia delle vo-
cazioni sia delle pratiche di culto. Centri storici e coste vengo-
no cementificati, prosperano speculatori e mafie della costru-
zione, le città del nord ingigantiscono senza piani regolatori e
senza progetti di edilizia popolare. In tempi brevi il paese si
riempie di autostrade, motel, distributori di benzina, scritte al
neon, bar, cinema, mentre le campagne si spopolano: in agri-
coltura si passa dal 45% di occupati del 1951 al 30% del 1961,
nell’industria dal 29 al 37%. Comincia a dilatarsi il ceto medio
occupato nei servizi.
Le élites – scrive Elena Croce – assistono con sgomento
all’esplodere di «un’enorme caricatura collettiva [del loro] si-
stema di agi e prestigiosità borghesi»28, una caricatura che però
rivela l’impronta materialistica e conformista dell’originale. La
cultura di sinistra teme che attraverso le automobili e i frigori-

39
feri la classe operaia si «integri» nel capitalismo – trent’anni do-
po Vittorio Foa riconoscerà che per i lavoratori e le loro fami-
glie l’automobile era stata una conquista di libertà29.
A destra, c’è chi stigmatizza il benessere, per altro relativo,
come consumismo indotto dalla pubblicità e dall’imitazione, e
si scandalizza che i braccianti spendano prima per il cinema, i
vestiti, la radio, la tv, e poi per il cibo. Molti scrittori, intellet-
tuali, artisti, cantautori, denunciano il clima di competizione
brutale, alcuni rimpiangono una immaginaria genuinità prein-
dustriale, il caro mondo contadino d’antan. Sui rotocalchi con-
tinua a imperare l’ironia a buon mercato che offende il buon gu-
sto, ma che si addice a un paese dove il massimo della vis pole-
mica – scrive Alberto Arbasino – «è chiamare ‘signor’ un tizio,
o anche mettergli il cognome prima del nome: il signor Rossi
Mario».
Mentre cresce la nostalgia, gli imperativi pedagogici da sem-
pre radicati nella politica italiana si gonfiano di urgenza e dram-
maticità. «Scrivere versi non ideologici o governativi sarà anti-
sociale», prevede ancora Arbasino30 e ha ragione. Spirito del
tempo e spirito dei luoghi vanno in parallelo: in Italia la società
di massa appare relativamente nuova, la contrapposizione fra
cultura alta e cultura di consumo rimane rigidissima, mentre le
centrali egemoniche di allora, la comunista e la cattolica, condi-
vidono una visione della cultura di consumo e intrattenimento
come oppio dei popoli dispensato alla parte più povera e arre-
trata del paese, donne e giovani31. Da qui l’ansia per l’«omolo-
gazione» e per il diffondersi di fantasie di ascesa individuale, che
urtano contro il culto della dimensione collettiva. Da qui l’in-
terpretazione apocalittica della cultura di massa32 come perver-
timento senza ritorno. Per resistere alle sue lusinghe, si pensa,
bisogna essere colti, adulti, avvertiti e preferibilmente maschi.
Al popolo, molte brave persone sono pronte a dare tutto, tran-
ne fiducia – figurarsi a giovani spesso poco scolarizzati, lavora-
tori saltuari o senza occupazione, e senza un ruolo nella società.
Sono anni in cui intellettuali e politici quasi in blocco continua-
no a ritenere che la libertà delle persone dipenda dalla loro po-
sizione economica e lavorativa, e liquiderebbero con sarcasmo

40
l’idea che anche i giovani (e persino le ragazze!) siano in grado
di negoziare la loro adesione alle norme e di prenderne le misu-
re e le distanze.

Due modelli per essere giovani


Beninteso, i movimenti di controcultura e quelli studenteschi
hanno molte facce, cambiano fisionomia nel tempo, si danno
nomi diversi. A Roma prevale il beat di strada, senza luoghi che
non siano le scalinate di piazza di Spagna, senza figure incom-
benti. A Milano il beat più acculturato, con leader carismatici,
qualche sede improvvisata, qualche rapporto con singoli intel-
lettuali interessati e interessanti, Fernanda Pivano, Nanni Bale-
strini, Ettore Sottsass e l’outsider Primo Moroni. Area della con-
trocultura e area studentesca non sono del tutto separate fra lo-
ro, in alcune realtà e momenti si mischiano e si sovrappongono,
c’è chi fa da ponte fra gli uni e gli altri. In America spesso sono
indistinguibili.
Soprattutto, molti dolori e furori sono gli stessi. L’Italia dei
primi anni sessanta pullula di obblighi e divieti, la privazione
sessuale è la norma, la politica non coglie la profondità del con-
flitto intergenerazionale, il teppismo giovanile è colpito con du-
rezza, sebbene siano già parecchi gli studi che se ne occupano
seriamente. Le famiglie non smettono di interferire nelle scelte
dei figli. Resta fortissimo il controllo sulle donne e sulle ragaz-
ze, soprattutto al sud, dove ancora negli anni sessanta qualche
osservatore straniero denuncia forme di «confino femminile».
Quanto faccia paura l’omosessualità è evidente dal caso limite
di Aldo Braibanti, ex partigiano, poeta, scrittore, che nel 1964
viene denunciato dal padre di un ventiquattrenne per plagio.
Che Braibanti sia omosessuale viene considerato prova di col-
pevolezza, e porta a una condanna a 9 anni33. Il goffo neologi-
smo «sessuofobia» ha una corposa base di realtà. Per quanto
l’Italia sia considerata un vertice di arretratezza34, non si disco-
sta molto dagli altri paesi dell’Europa continentale.
Anche se fra i genitori si comincia a cercare il consenso dei
figli anziché l’obbedienza a ogni costo, in famiglia di regola non

41
si parla. Ne nasce molta più sofferenza di quanto si possa im-
maginare oggi – la ribellione nasce dal vuoto di dialogo, ma il
vuoto di dialogo non elimina il bisogno di affetto e il dolore di
non trovarlo, mentre il desiderio di libertà e cose nuove deve fa-
re i conti con l’insicurezza adolescenziale in una fase di transi-
zione accelerata. «Avevo vent’anni. Non permetterò mai a nes-
suno di dire che questa è la più bella età della vita», aveva scrit-
to nel 1931 Paul Nizan nel suo Aden Arabia. Fatte le propor-
zioni, vale anche per i ragazzi di questi anni: e infatti secondo
Sartre «Nizan può parlare della sua giovinezza ai nostri giovani.
Essi riconosceranno la propria voce. Egli può dir loro tutto per-
ché è un bel giovane mostro, come loro»35.
Nonostante gli aspetti di convergenza, la ribellione esisten-
ziale e le lotte degli studenti rappresentano modelli diversi
dell’essere giovani, e non solo perché i movimenti di controcul-
tura precedono quelli nella scuola, e in alcuni paesi sono più esi-
li quantitativamente.
È innanzitutto diversa l’immagine corporea, sempre più im-
portante in un mondo dove si vive sotto lo sguardo altrui, e sa-
pendolo. Nel mondo beat abbondano jeans, minigonne, cotoni-
ne indiane, capelli sulle spalle; i ragazzi si «effeminano, si de-ma-
scolinizzano»36. I duemila studenti del Parini e di altri licei mi-
lanesi che il 23 marzo 1966, preceduti dai loro professori, fanno
una «marcia per la libertà», sono ben vestiti e ben pettinati, co-
me si addice a chi frequenta le scuole dell’élite cittadina; le pri-
me fotografie del ’67-’68 mostrano una grandissima maggioran-
za di ragazzi in giacca, ragazze in gonna a pieghe e borsetta al
braccio, e anche quando il look studentesco cambia, resta la dif-
ferenza fra capelli lunghi e casacche indiane e le barbe alla Fidel
Castro37. Fra i beat circolano Kerouac, Ginsberg, «Mondo
Beat», «Big» e altre riviste autoprodotte o commerciali38, si
ascolta il rock americano, inglese, italiano, Guccini, l’intero re-
pertorio dei Nomadi e dei Giganti, da Proposta, che riprende lo
slogan «Mettete dei fiori nei vostri cannoni»39, a Dio è morto, a
Noi non ci saremo, veri manifesti della frattura giovani/adulti. Si
fa teatro: a Napoli il gruppo femminista Le Nemesiache spiega
sulla rivista omonima che non intende rappresentare la realtà,

42
intende provocarla, come nei rituali magici dove «la danza del-
la pioggia non è l’interpretazione della pioggia ma la prepara-
zione dell’evento»40. In Francia Johnny Halliday e Sylvie Vartan
diventano bandiere giovanili contrapposte alla tradizione glo-
riosa degli chansonniers, Brel, Brassens, Ferré. In Danimarca,
Svezia, Svizzera, le controculture si rifanno al filone dadaista che
ha vissuto come un doppio nelle società serenamente decorose.
Fra gli studenti del sessantotto primeggiano Marcuse, Sartre,
il giovane Marx, Fanon, anche se il primo tour italiano di Gins-
berg ha un grande seguito. Si ascoltano Dylan e Joan Baez, can-
ti popolari, politici e non, Guccini con La locomotiva e la Can-
zone del bambino nel vento, meglio conosciuta come Auschwitz,
Fabrizio De André, che aveva fatto conoscere in Italia Georges
Brassens; molto meno i Nomadi – troppo commerciali! dopo la
loro partecipazione al Festival di Sanremo41.
La tradizione orale vuole che sul muro di una facoltà occu-
pata campeggiasse la scritta «Voglio essere orfano»; ma in qual-
che caso gli studenti hanno, oltre che fratelli maggiori come Ar-
basino e Eco, padri e madri reali e/o simbolici di fama. A Tori-
no, dove il fenomeno è più marcato, si chiamano Antonicelli,
Bobbio, Casalegno, Galante Garrone. A Milano si contano, fra
gli altri, Camilla Cederna, Laura Conti, Dario Fo e Franca Ra-
me, a Roma Morante, Moravia, Maselli, Rosi; in Francia, Sartre,
de Beauvoir, i cineasti e critici della Nouvelle vague. Molti i ge-
nitori della buona borghesia colta – il che non vuole affatto di-
re che in questi ambienti il conflitto fra generazioni sia morbi-
do, e tanto meno che il sessantotto sia un movimento a compo-
sizione esclusivamente borghese; sono ormai parecchi gli stu-
denti di ceto medio-basso e di origini contadine o operaie.
Ma i capelloni, come i Blouson noir francesi, vengono spesso
da famiglie più modeste, a volte meno solide e meno aperte, dal
sottoproletariato, da coabitazioni provvisorie – in Italia il grup-
po che creerà «Mondo Beat», la prima rivista underground, coa-
gula ragazzi di strada, drop-out, giovani operai, «Onda verde» si
rivolge a studenti e figli della piccola e media borghesia.
Agli studenti non spiace avere una casa, sebbene nel pieno
delle lotte ci tornino di rado. I beat vivono almeno in parte sul-

43
la strada, qualcuno dorme dove capita, sotto una tenda in un
parco, su una scalinata.
Il sessantotto è una realtà cittadina. I beat sono disseminati
un po’ ovunque, persino in piccoli centri, dove non ci sono uni-
versità e licei, ma arrivano la tv, i dischi, la radio, i giornali, e so-
prattutto i film – in Italia, già nell’immediato dopoguerra le ca-
se di produzione con ambizioni popolari hanno guardato con
attenzione al pubblico di paese e di periferia, propiziando la na-
scita di molte piccole sale sparse.
Gli studenti hanno una progettualità comune, i beat vivono
alla giornata. Gli studenti trovano nel marxismo una koiné già
pronta. I beat hanno propri linguaggi e propongono la Decul-
tura – il rifiuto dei meccanismi e oggetti della cultura «vera e
santa», per arrivare a cambiare l’ordine dei valore: «Andate al-
lo Smeraldo a vedere l’avanspettacolo come se andaste al Pic-
colo Teatro a vedere il Galileo di Brecht. Andate a vedere Djan-
go con Franco Nero, regia di Sergio Corbucci, come se andaste
a vedere Ombre rosse, regia di John Ford»42.
In breve, i primi si presentano, pur senza teorizzarlo, come
l’embrione di una possibile classe dirigente, i secondi come mu-
tanti. Anche in politica. I Provos olandesi, secondo i quali il pro-
letariato è ormai schiavo dei politici e fa tutt’uno con la bor-
ghesia in una massa grigia, lanciano Piani Bianchi per camini
contro l’inquinamento, Biciclette Bianche antitraffico, vita più
umana grazie a anticoncezionali e libertà sessuale, e una nuova
legislazione per i minori. «Onda verde» fa conoscere la campa-
gna olandese, «Mondo Beat», su cui convergono nel ’67 il grup-
po omonimo, la stessa «Onda verde» e i Provos, rifiuta tutti gli
«ismi», perché «devastano l’umanità»43, teorizza la nonviolen-
za, critica entrambi i blocchi. Nel 1967 un articolo di Andrea
Valcarenghi condanna l’intervento americano in Vietnam, ma
chiede il ritiro dal Vietnam del sud sia dei marines sia dei com-
battenti nordvietnamiti, e libere elezioni sotto controllo Onu in
tutto il paese44. Posizione traumatizzante per l’intera sinistra,
compreso il movimento studentesco.
Per quanto i modelli siano astrazioni che alla realtà corri-
spondono solo in modo grossolano, in questo caso aiutano a de-

44
scrivere quella che mi sembra una specificità italiana, o meglio,
dell’Europa continentale, nel rapporto fra sessantotto e ribel-
lione giovanile. Da noi è inimmaginabile una manifestazione
studentesca al canto di We All Live in a Yellow Submarine, in
America succede a Berkeley nel dicembre 1966, contro l’arresto
di Jerry Rubin e Mario Savio, iniziatori del Free Speech Move-
ment45. Quando, dopo il maggio, gli studenti francesi comin-
ciano a guardarsi intorno cercando nuovi temi e soggetti, sco-
priranno con costernazione che in Francia non esistono «vere»
controculture46.

La «Zanzara», i rockettari, gli adulti


Dopo la fase della demonizzazione, in America il beat riesce a
incidere sull’opinione pubblica, alcuni autori sono consacrati
dalla critica letteraria, e hanno qualche eco persino nei paesi
dell’est. On the Road diventa un libro di culto nelle università e
in generale fra i giovani. E sono oggetto di culto alcuni cantan-
ti del rock di protesta. Nel mondo anglosassone, la distinzione
fra cultura di élite, di massa, di «intrattenimento», è meno rigi-
da che nell’Europa continentale, e consente di mischiare spun-
ti dall’una e dall’altra. Sebbene a fine anni sessanta i movimenti
di controcultura siano ormai logori, continuano a essere social-
mente rilevanti. Il rock resta la koiné dei giovani. Jimi Hendrix,
che nel ’69 a Woodstock deforma con la sua chitarra elettrica
l’inno americano fino a farlo sembrare una raffica di mitraglia-
trice, è un simbolo per tutta l’America giovane, e non solo per
l’America.
In Italia i giornalini scolastici che affrontano temi politici o
legati alla sessualità, badano a distinguersi dai non politicizzati
capelloni e rockettari. Nel 1965, il ragazzo Walter Tobagi, as-
sassinato anni dopo da terroristi di sinistra, lamenta su «La Zan-
zara» «l’indifferenza della maggior parte dei giovani [...] che
brancola nel buio, priva di ideali, estranea ai grandi problemi so-
ciali e politici»47, proponendo una distinzione tipica dell’area
progressista – la marcia della «Zanzara» viene applaudita da
molti passanti, la richiesta del Pm di spostare il processo in al-

45
tra sede per legittima suspicione suggerisce che esista un flusso
di simpatia verso gli studenti. Ma è quasi tutta la cultura adulta,
in primo luogo alcuni media, a incrementare la separazione con
l’uso intensivo del doppio standard. Per quanto possano essere
esecrati come marmaglia, facinorosi, ribelli, gli studenti non so-
no feccia, deviati sessuali, idioti telecomandati dalla pubblicità
e dalla televisione, marionette «della rivolta dello yé-yé [...] pre-
fabbricata dagli adulti»48, incoscienti che corrono sulle loro mo-
tociclette o parassiti che vegetano negli interstizi della società –
viene in mente la quieta, inscalfibile scelta di marginalità dello
scrivano Bartleby. Nel 1960, «Vie Nuove», un giornale fra i più
attenti ai giovani e fra i più restii a demonizzarli, descrive uno
sciopero milanese con queste parole: «In testa ci sono sempre i
più giovani, e sono magari gli stessi che certi bacchettoni aveva-
no fatto passare per teddy boys e gioventù bruciata dai flippers,
dagli urlatori e da Altafini [...]. E in mezzo a loro ci sono gli stu-
denti universitari [...]. Uno sciopero moderno nella città più
moderna d’Italia»49. Non è il riscatto dei teddy boys, ma dei ra-
gazzi che erano stati considerati tali mentre non lo erano. Mo-
rin rifiuta invece di contrapporre cultura yéyé e cultura di stu-
denti e militanti, perché anche lo yéyé ha un «polo ‘nero’ che
contiene le potenzialità di una rivolta adolescenziale»50.
Con il tempo, qualche osservatore dallo sguardo fine sente
che è iniziata una fase di rimescolamento fra culture e fra sog-
getti sociali, un processo difficile da capire e da raccontare. Um-
berto Eco fa notare che questi giovani sono gli stessi cresciuti
davanti alla tv, nutriti di pubblicità e fumetti, immersi «nel fra-
gore di radio e giradischi, in un bagno di comunicazione indi-
stinta che [...] doveva renderli insensibili ai valori, ottusi alle di-
stinzioni, negati al discernimento fra la Moda e la Verità». Do-
po aver parlato di una «generazione fiacca», Giorgio Bocca si
accorge nel ’67 che l’interessante è proprio «il modo di resiste-
re dei giovani, all’apparenza assurdo, certamente fuori dagli
schemi tradizionali, dalle ideologie e dai partiti [...] un modo di
resistere con la moda, il costume, la non violenza, la sorpresa o
l’happening». Lo stesso anno, racconta le malattie dei giovani
operai, i tremori, le tristezze: «valli a capire questi operai yé-yé

46
[...] cosa significa, signor medico fiscale? Cosa significa, signor
psicologo fiscale?», mentre in un articolo di inizio ’68 su La fab-
brica nevrotica, descrive un percorso che va dal «disadattamen-
to [...] a un’accettazione dolce e passiva [...] e poi raptus fulmi-
nei, sfoghi individuali e di gruppo», che lo portano a vedere nel
radicalismo e nella violenza le caratteristiche delle nuove leve
operaie. Ottiero Ottieri è invece colpito soprattutto dai «ribelli
incruenti, miti e senza una lira, che protestano contro l’attuale
società meccanica sedendosi su una gradinata, non facendo
niente, nemmeno parlando»51: è il peccato mortale dei capello-
ni, perché niente crea rabbia e frustrazione negli adulti come il
silenzio e l’inerzia. Del resto, anche a L’avventura e a Deserto
rosso di Antonioni, pubblicizzati come manifesti dell’«incomu-
nicabilità», non si risparmia il sarcasmo, a I pugni in tasca di Bel-
locchio l’astio; e – ennesimo sintomo dell’avversione per gli in-
tellettuali che tormenta molta gente per bene – dichiarare di non
averci capito niente è un vanto.

Capelloni e sessantotto
Confrontato agli adolescenti della «Zanzara», il sessantotto è
più aperto, ecumenico, sincretico52. Mentre molti ragazzi pas-
sano rapidamente dall’identità di capelloni a quella di studenti,
il movimento accetta inizialmente la presenza di gruppetti beat,
destinata però a restare occasionale, e di cerchie studentesche
che per certi aspetti fanno storia a sé. Così a Roma con gli Uc-
celli della facoltà di architettura, che nelle assemblee fanno la
parodia degli interventi più rituali, dipingono sui muri immen-
si affreschi, si autoinvitano nelle case degli intellettuali di sini-
stra. Così a Torino, con i Vichinghi della facoltà di architettura
e con il cosiddetto gruppo dei Pinerolesi, che portano nell’oc-
cupazione un di più di irriverenza guardata con apprensione da
alcuni leader: non si dipingono di rosso gli scaloni dell’univer-
sità, non si rischia la galera per scrivere sui muri nonsense o ver-
si di filastrocche infantili!
Anche questa attitudine guardinga ha una sua piccola genea-
logia. Pur rigettando i criteri dei padri in tema di rispettabilità

47
pubblica, gli studenti devono essersene formati di propri, in cui
le «stravaganze» impolitiche stonano. Pur irridendo il Pci e il suo
perbenismo, non sfuggono del tutto al suo modello di militanza
senza sbavature. Forse condividono la contrapposizione cultura
alta/cultura di massa, diffidano della commercializzazione della
protesta, pensano che una cosa sono Kerouac e Ginsberg, un’al-
tra i loro epigoni italiani, confondono la fine del beat con lo svuo-
tamento della sua eversività originaria. Forse, in particolare nel-
le città industriali del nord, hanno introiettato la tradizione del
produttivismo: quando uno studente dice a un altro che sta spre-
cando la sua intelligenza perché ha abbandonato la militanza e il
lavoro intellettuale, usa le stesse parole con cui il padre ha rim-
proverato a lui il rifiuto di inserirsi brillantemente nello studio
professionale di famiglia. Rudi Dutschke, leader del movimento
tedesco, vuole invece che «il campo antiautoritario diventi sem-
pre più grande, cominciando a darsi una organizzazione, a tro-
vare forme di vita proprie in comune»53.
Il distacco aumenta proporzionalmente alla politicizzazione
del sessantotto. Con l’imporsi dell’una o dell’altra versione del
marxismo e con l’uscita dall’università verso le fabbriche, si
chiude la stagione «esistenziale»: la festa è finita, e non è durata
molto. Guido Viale, leader del movimento torinese, è fra i pri-
mi a riconoscere che le culture alternative sono fra le principali
vittime del sessantotto, che toglie loro respiro e seguito. Viale si
riferisce al beat di strada, alla base del movimento54. Le avan-
guardie culturali trovano invece impulso nelle lotte degli stu-
denti: non c’è settore artistico e culturale in cui non nascano
nuove sperimentazioni, a volte ai danni di quelle preesistenti,
spesso a rischio di una iperpoliticizzazione che sovrasta la spe-
cificità dei linguaggi55.
A me pare che nel rapporto con i giovani «ribelli senza cau-
sa», il sessantotto italiano abbia funzionato come una rete a ma-
glie larghe. Ha fatto proprie alcune tendenze politicizzandole:
l’ironia, il gioco, almeno nella fase iniziale le pratiche nonvio-
lente, il sospetto verso il mondo adulto, i quattro accordi di chi-
tarra che bastano a accompagnare una canzone, l’immagine cor-
porea, con maglioni, eskimo, jeans che sostituiscono rapida-

48
mente giacche e cappotti. Altre già gli appartenevano: l’infor-
malità nel dibattito e nell’organizzazione, il giovanilismo, la cri-
tica alle istituzioni, dalla famiglia alla cultura ai media alla Chie-
sa. A rimanergli esterno è un impasto di idee e pratiche che va
dal pacifismo alla retorica new age, dalla diffidenza verso ogni
politica alla sensibilità ambientale all’identificazione con la mu-
sica rock – e con la cosiddetta cultura della droga, dell’eccesso,
dell’autodistruttività, che di lì a poco si porterà via Jimi Hen-
drix, Janis Joplin e tanti altri, noti e non. Una deriva che sarà
contrastata con anche maggiore durezza dai gruppi extraparla-
mentari, e che – tristezze della storia – si riaffaccerà nei movi-
menti del ’77.
Fra quel che al sessantotto è decisamente estraneo, spiccano
la strategia del silenzio e l’esperienza di stigmatizzazione vissu-
ta ovunque dai movimenti giovanili; portare i capelli lunghi è un
fatto, il capellone è una specie umana, meglio: una sottospecie.
Spicca il groviglio di solitudine e di sofferenza che aveva ispira-
to a Ginsberg i primi versi dell’Urlo56:

Ho visto le menti migliori della mia generazione


distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche,
trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga
rabbiosa [...]
che indugiavano affamati e soli a Houston in cerca di jazz o
sesso o minestra, e seguivan il brillante Spagnolo per
chiacchierare sull’America e l’Eternità, causa persa, e così si
imbarcavano per l’Africa,
che scomparivano nei vulcani del Messico non lasciando che
l’ombra dei jeans e la lava e ceneri di poesia sparse nella
Chicago caminetto [...]57.

Non che il beat sia una valle di lacrime e di autodistruzione


(Beat generation significa «generazione battuta», «sconfitta»,
ma i protagonisti preferivano il significato di «beata» dal latino
beatus o, meglio ancora, nessun significato). La sensazione di
andare alla deriva raccontata da Uwe Timm convive con l’ap-
pagamento e la gioia di cui parla Edmondo Berselli58. Né il ses-
santotto è un paradiso: alle sue origini c’è molto dolore, molta

49
frustrazione e rabbia, che tuttavia si sciolgono nella gioia im-
provvisa di ritrovarsi in tanti e di provare a dare un senso a se
stessi e alla vita. Alle origini del sessantotto c’è anche questa ri-
cerca, il cui limite è aver ceduto troppo presto alle ricette offer-
te dalla politica.
Certo all’epoca il patrimonio delle controculture era ormai
affogato in una palude mediatica, e si poteva faticare a distin-
guerlo, tanto più che era fatto di poesie, canzoni, racconti, film,
molto meno di discorsi direttamente politici. Ma un contenuto
era inequivocabile, il rifiuto della forza, della competizione, del-
la corsa all’efficienza, della sfida a superare se stessi, della co-
siddetta «grinta», in sostanza dei virilissimi principi inscritti nel
motto olimpico «citius, altius, fortius», che negli anni ottanta
sarà capovolto in «lentius, profundius, suavius» – più dolcezza,
più lentezza, più profondità. Per quanto il femminismo abbia
tante anime, la rivendicazione dei tempi propri delle donne e
l’invito alla «decultura» come autosottrazione alle ideologie
hanno un legame almeno virtuale con i ragazzi che stazionano
nelle piazze in attesa di niente.
Radici
II

Applicato al neofemminismo, il tema delle radici basta da solo


a mostrare la differenza fra essere donne e essere giovani maschi.
Come uomini, gli studenti sono associati alla cultura, alla razio-
nalità, alla dimensione pubblica; fanno parte della storia e lo
sanno, hanno dimestichezza con le regole e i linguaggi della po-
litica – alcuni vengono dalle organizzazioni studentesche e dai
gruppi del marxismo critico pre-’68. Infine, la loro è una condi-
zione per eccellenza transitoria, che prelude a altri ruoli, iden-
tità, interessi. Non che i movimenti studenteschi siano indiffe-
renti alla questione delle radici: devono tutelarsi dalle false im-
magini diffuse su molti media, vogliono evitare di essere rin-
chiusi nella gabbia del fenomeno giovanile. Di lì a poco, per
esempio in Italia e Francia con i gruppi extraparlamentari, le fi-
liazioni diventeranno matrici (o giustificazione) di scelte teori-
che e organizzative, motivo di fratture, scritte sulle bandiere,
slogan nei cortei – con quale consapevolezza, con quale investi-
mento esistenziale è un aspetto di cui discutere ancora.
Per il femminismo il discorso cambia. Donne si è per sem-
pre, diverse nel tempo e nello spazio ma accomunate dalla dif-
ferenza originaria. E le donne sono state identificate con la na-
tura, il corpo, l’istintualità, il privato, respinte più o meno mar-
catamente dalla sfera pubblica, giudicate inadatte alla politica,
messe ai margini della storia e ancora più dal suo racconto, an-
che quando sono state le prime attrici degli eventi. Nella secon-
da guerra mondiale, guerra di occupazione e di resistenza, alcu-
ne hanno combattuto con le armi, praticamente tutte hanno la-
vorato per far continuare la vita. È stata un’impresa quotidiana
senza la quale vincere o perdere avrebbe fatto poca differenza,

51
eppure ci sono voluti decenni (e l’iniziativa delle storiche) per-
ché passasse dalla memoria familiare all’area del pubblicamen-
te rilevante. Certo, le nuove femministe possono specchiarsi nel-
la letteratura, nel cinema, nelle opere di finzione. Che il genere
femminile sia una risorsa narrativa irrinunciabile non cambia
però la sua condizione di oggetto storico secondario.
Il risultato è che le ragazze degli anni sessanta sanno pochis-
simo delle loro simili, con l’eccezione forse delle figure eminen-
ti descritte nei repertori appositi. A fare tabula rasa del passato
hanno provveduto gli uomini, e l’hanno fatto dappertutto, sia
pure in misura diversa.
E dappertutto ci si accorgerà che non conviene. Anche se
sentirsi nate ieri può essere esaltante, ci sono troppo cose da sco-
prire, a cominciare dal cumulo di ingiustizie e sofferenze su cui
si fonderà il primo paradigma della storia delle donne, quello
dell’oppressione. E a seguire, non necessariamente in questo or-
dine, i conflitti, gli spazi di potere e di politica femminili, le vi-
cende di libertà e di ribellione e il loro significato per il presen-
te. Lungo lavoro.
Nei secondi anni quaranta, una grande madre del neofem-
minismo, Simone de Beauvoir, attiva tutte le risorse della cono-
scenza, dalla letteratura alla storia alla psicanalisi all’antropolo-
gia comparata, per dare un quadro il più ampio possibile del
modo in cui le donne hanno vissuto e sono state «costruite» per
essere l’eterno «altro» dell’uomo, vale a dire dell’Uno, soggetto
esclusivo della politica e della filosofia. Il secondo sesso1 è un li-
bro-monumento per l’importanza che avrà nella formazione di
tante e tanti, e nello stesso tempo è un libro-documento di
un’epoca e di una posizione teorica. Quando de Beauvoir scri-
ve che «donna non si nasce, lo si diventa», risponde alle conce-
zioni «essenzialiste», che fanno prevalere il fondamento natura-
le della femminilità sul suo aspetto di creazione culturale. E nel-
lo stesso tempo esprime il punto di vista di una intellettuale fran-
cese emancipata del primo dopoguerra, erede dell’illuminismo
e della grande rivoluzione, paladina dell’universalismo che pro-
mette di riconoscere a tutti la stessa dignità al di là delle diverse
condizioni e connotazioni.

52
Molti dei primi documenti del neofemminismo aprono pas-
sato – vita quotidiana e eventi, personaggi e persone –, come
usassero la lente bifocale di cui ha parlato Gabriella Bonacchi2.
Sono incursioni a volte sommarie e cariche di aspettative, in cui
può pesare il bisogno di legittimazione e autolegittimazione.
Squarci di memoria più che di storia3. Ma per le nuove femmi-
niste la storia non è l’erede universale del passato, le storiche di
mestiere non hanno il monopolio dell’interpretazione. Del re-
sto, in una fase aurorale, si può dover vagabondare a lungo fra
storie oscure, mai raccontate o mal raccontate.
La sensibilità al tema delle radici rende interessante vedere
quali si scelgono, e come cambiano da fase a fase. Nel movi-
mento americano ci si richiama al suffragismo e alle lotte per
l’abolizione della schiavitù come a una tradizione da tenere ca-
ra, e a George Sand, Charlotte Perkins Gilman, Clara Zetkin4.
In Italia si guarda alle devianti e alle ribelli – streghe, eretiche –
mentre un manifesto di Rivolta femminile, gruppo fra i più im-
portanti sul piano teorico, inizia con una citazione di Olympe de
Gouges. Alle emancipazioniste fra ’800 e ’900 e alla resistenza si
arriverà dopo, nella seconda metà degli anni settanta5. Come in
Francia, dove fra l’altro bisogna aspettare gli anni novanta per
la scoperta delle sansimoniane6. In Danimarca le ragazze del
movimento saltano la resistenza, la generazione delle madri, e
vanno a scoprire l’influentissimo femminismo anteguerra, di cui
ignoravano tutto, e grandi figure come Emma Goldman e Alek-
sandra Kollontaj7.
Naturalmente pesano le specificità nazionali. In Germania e
Italia la ricerca delle radici è resa più difficile dall’eredità della
misoginia diffusa dai due totalitarismi8, in Francia è facilitata
dall’interesse persistente per i momenti innovativo/rivoluziona-
ri. E pesa il filtro maschile: le femministe mancano l’incontro
con Lise Meitner, genio della fisica che intuisce per prima il
meccanismo della fissione nucleare, e dalla Svezia, dove era ri-
fugiata perché ebrea, nell’inverno1938-39 ne denuncia pubbli-
camente lo spaventoso potenziale distruttivo, rompendo la pras-
si di prudenza e segretezza in vigore nella comunità scientifica.
E che mentre tutti, compreso il pacifista Einstein, caldeggiano

53
la costruzione della bomba atomica, rifiuta di partecipare al
Progetto Manhattan, anzi augura apertamente ai colleghi di fal-
lire; dopo di che abbandona per sempre gli studi sulla fissione.
Quale miglior esempio di coscienza del limite, di coraggiosa in-
fedeltà al proprio ambiente? Solo che la fama e il Nobel non an-
dranno a Lise Meitner, ma al collega che prosegue il suo lavoro.
E di lei nella storia della fisica si parla poco. Con il risultato che
un vuoto della cultura maschile si riproduce nelle genealogie
femminili.

Un comodo campo di concentramento


Nei primi due decenni del ’900, il femminismo aveva fatto e ot-
tenuto molto, dal voto alle donne in America e nel Regno Uni-
to a maggiori sbocchi professionali, più autonomia, più istru-
zione, leggi migliori. Nonostante o forse a causa di questi suc-
cessi, fra gli anni venti e gli anni cinquanta aveva perso gran par-
te della sua presa, quasi avesse esaurito i suoi compiti storici.
All’inizio del decennio sessanta, i cambiamenti nella vita delle
donne sembravano legati al lavoro, e soprattutto alla novità del-
la pillola anticoncezionale, che per la prima volta nella storia fa-
ceva della maternità una scelta.
A riproporre in un libro del 19639 il termine femminismo è
l’americana Betty Friedan, psicologa, giornalista, madre di tre fi-
gli. Friedan si trova sotto gli occhi una massa di casalinghe di ce-
to medio, spesso istruite, che hanno rinunciato al lavoro e alla
carriera, e nelle loro villette dei sobborghi con giardino e bar-
becue vivono per (e attraverso) il marito e i figli, curano osses-
sivamente la casa, cercano di darsi uno scopo in attività di vo-
lontariato – che comunque negli Usa ha una tradizione lunga e
preziosa, in cui si è già fatta strada l’attenzione all’ambiente. So-
no donne che dovrebbero rallegrarsi di aver realizzato il sogno
americano, e che invece soffrono di un’infelicità confusa e sen-
za nome, per di più sentendosene colpevoli. Di qui un numero
notevole di suicidi e infanticidi, molto alcolismo, molte malattie
psicosomatiche, cure psicanalitiche, psicofarmaci; di qui un ec-
cesso di protezione e controllo sui figli.

54
Forte dei suoi studi e delle sue inchieste fra le donne, Frie-
dan butta in faccia al paese una verità elementare, ma sconvol-
gente, a giudicare dalle reazioni: quel malessere non è persona-
le, è generale. È il frutto dell’americana «mistica della femmini-
lità», che sacralizza la funzione di moglie e madre presentando-
la come il miglior destino possibile, e vieta alle donne una vita
propria al di fuori della casa. Nel frattempo le scienze umane
predicano che la gioia e la gloria femminili stanno nella famiglia,
e che senza una madre a tempo pieno i bambini andrebbero in-
contro a turbe irrimediabili. Non è sempre stato così. Confron-
tando la stampa femminile degli anni trenta/quaranta e quella
dei cinquanta e inizio sessanta, Friedan ha visto che nella prima
gli articoli trattavano anche di politica e economia, mentre la se-
conda è il regno esclusivo di moda e bellezza, salute e igiene del-
la famiglia, arredamento, saper vivere.
La sua soluzione è investire di più su se stesse, cercando una
occupazione fuori casa, più occasioni di incontro, un ruolo
pubblico. Per questo promuove nel 1966 la fondazione della
National Organization for Women (Now), la più importante
associazione femminista moderata, che punta a sostenere la car-
riera delle donne anche in politica, e in breve diventerà una
lobby potente. È la via dell’emancipazione. Infatti si dà per
scontato il doppio lavoro, su cui avrebbero invece molto da di-
re le donne europee, che spesso si dibattono fra casa, figli, ora-
ri di fabbrica o di ufficio, sforzo di tutelare la funzione affetti-
va della famiglia.
Nel frattempo molte ragazze cercano la propria strada non nel
lavoro, quanto nell’utopia hippie, nelle controculture, nel movi-
mento per i diritti civili e poi contro la guerra del Vietnam. Na-
sce fra loro il filone più vasto e radicale del femminismo ameri-
cano, e su basi simili, di quello europeo. Sul problema di come
trattare con le istituzioni tipico del Now, prevale la questione ben
più intricata del rapporto con i movimenti, simbolizzati dal ses-
santotto. Con il suo progetto di spingere verso l’esterno le madri
di ceto medio, Friedan viene scavalcata dalle più giovani, che ve-
dono nel sogno americano e nel sistema-famiglia una prigione da
smantellare. Ma è questa donna adulta, colta, criticata per le sue

55
semplificazioni e il suo moderatismo, a aver coniato la definizio-
ne più pungente di quel mondo: un comodo campo di concen-
tramento.

Femminismi e movimenti
Il femminismo europeo ha molte madri autoctone, da Simone de
Beauvoir a Virginia Woolf a Olympe de Gouges a Mary Woll-
stonecraft a qualsiasi donna abbia saputo trasmettere coraggio
e consapevolezza a un’altra. Condivide gran parte della genea-
logia dei movimenti misti. Ma la matrice principale è il femmi-
nismo americano. Gli Usa sono il paese in cui debuttano le spe-
rimentazioni esistenziali, politiche, artistiche, musicali, e nello
stesso tempo si perpetuano le roccaforti conservatrici più retri-
ve. Sono il paese dove le ragazze vivono per prime il disagio gio-
vanile, l’ebbrezza delle nuove conquiste, la delusione per le
aspettative irrealizzate. Dagli Usa arrivano libri tradotti veloce-
mente, documenti, immagini, slogan portati da giovani viaggia-
trici. Arrivano donne pronte a incontrare altre donne per rac-
contare di sé e della propria politica, e una cultura in sommovi-
mento che dilaga con rapidità straordinaria.
Eppure, secondo una vulgata di successo il femminismo na-
sce nel e dal sessantotto, che avrebbe portato le ragazze a staccarsi
dalla famiglia, a scoprire la politica, a sperimentare rapporti nuo-
vi fra i sessi, a sentirsi protagoniste. Chi fa proprio questo sche-
ma, di solito è anche più o meno convinto che quello degli stu-
denti sia stato il movimento perfetto, troppo presto stravolto dal-
la voracità della politica – quasi che la politica non fosse stata in-
vece il suo cuore. Come al solito le cose sono più complicate, par-
ticolarmente in questo caso. I partiti si fondano, i movimenti si
formano, con tempi diversi da una componente all’altra, con
aspetti di discontinuità, scarti, impasse; e sono anticipati da mu-
tamenti molecolari, tanto importanti quanto poco visibili.
Ma la vulgata tocca un problema reale, la parentela del fem-
minismo con il sessantotto e i movimenti che lo precedono e lo
seguono. In Italia se ne è discusso molto fra le donne10, poco fra
gli ex studenti e ex militanti: un altro indizio del peso diverso as-

56
segnato alle radici, e insieme della riluttanza – difficoltà, disin-
teresse? – dei maschi a pronunciarsi su «cose di donne». Per al-
cune studiose, il ’68 è un momento clou, che vede la ricerca di
sé iniziata nei secondi anni sessanta esaltarsi e estendersi, e che
poi ne sarà travalicato, come sintetizza l’espressione di Mariella
Gramaglia «venire dopo, andare oltre»11. Nella maggior parte
della storiografia maschile, invece, il terreno di incubazione del
femminismo sono le lotte degli studenti tout court – agli uomini
riesce sempre difficile non considerarsi il motore della storia.
C’è del vero in tutte e due le interpretazioni. La coscienza di
genere si affaccia prima – all’autoritarismo, la parola chiave
dell’incombente ’68, il Demau aggiunge presto «patriarcale», la
parola chiave del femminismo. Il sessantotto, con il suo espan-
dersi a ondate nella società, contribuisce a preparare il terreno
per un movimento delle donne tendenzialmente di massa.
Bisogna aggiungere che a metà anni sessanta anche fra beat
e capelloni qualcuna comincia a criticare il primato che alcuni
di loro assegnano all’amore fisico spogliato da qualsiasi compo-
nente sentimentale e spirituale. Non è la diffidenza dei beat ori-
ginari verso il coinvolgimento emotivo con il suo potenziale di
sofferenza, è il mito degli istinti come ultima oasi dell’autenti-
cità – vecchio stereotipo che incrina l’aura innovativa del beat,
e che sbocca nel veto della gelosia. Veto programmatico ma non
incontrastato. «Come puoi pensare che a una donna innamora-
ta non debba importare che tu vai con le altre? E tu, che dici di
amarmi, come puoi sopportare che io un minuto prima di stare
con te sia stata con un altro?», «Ho tentato di spiegargli che
amore libero non vuol dire fare l’amore col primo che capita»12
– così alcune raccontano il loro rapporto con il compagno. In-
tanto fra le ragazze si fa strada l’idea di una verginità spirituale
anziché fisica, capace di rompere con la tradizione e insieme di
dare valore alla sessualità. Temi che torneranno nel ’68, con la
differenza che poche studentesse avranno il coraggio (e l’inge-
nua vena retorica) della «ragazza ribelle» che nel ’67 scrive: «Il
loro [delle ribelli] valore morale è dato dal contrario della pu-
rezza, ossia dalla ricchezza di esperienze. Esse sono passate per
il bene e per il male, hanno conosciuto le vette e gli abissi della

57
vita, hanno vinto e perduto le loro battaglie, si sono coperte di
allori e di cicatrici. E non hanno mai chiesto niente a nessuno»13.
Chi sono le (poche) ragazze che scrivono alle o sulle riviste
beat, le non poche che partecipano al movimento, spesso rom-
pendo con la famiglia e l’ambiente in modo più radicale delle fu-
ture studentesse del ’68? Mentre negli Stati Uniti sembra ovvio
riconoscere l’influenza della cultura beat e hippie sul femmini-
smo, in Italia e Francia quasi la si ignora. Perché era indubita-
bilmente più debole, ma anche perché non si è pensato di met-
terla a tema.
Un tratto comune a tutte le situazioni nazionali e locali è che
fra donne e movimenti c’è sempre una sfasatura, e la più netta
riguarda l’andare oltre. In Francia, mentre l’insorgenza studen-
tesca si dissolve, il femminismo fiorisce. Così negli Stati Uniti, in
Germania. E anche in Italia, dove pure la durata delle lotte ha
portato alla definizione di «lungo ’68». Da noi la crisi della se-
conda metà del decennio settanta, con l’esaurirsi del ciclo di ini-
ziativa politica su larga scala, non risparmia nessun movimen-
to14. Per le donne è finito il tempo dei grandi cortei, delle piaz-
ze traboccanti come era successo nelle campagne per la depe-
nalizzazione dell’aborto e contro la violenza sessuale; sono fini-
te le illusioni di un cambiamento radicale e accelerato, nuove
teorie sono ancora in gestazione, mentre il terrorismo cerca di
appropriarsi dei temi delle donne, ferendo o uccidendo perso-
ne (medici, ostetriche, vigilatrici carcerarie) di cui gruppi fem-
ministi avevano semplicemente denunciato i comportamenti.
Molte si allontaneranno dalla politica, tutte ne soffriranno. Ma
il femminismo può far leva sulla sua posizione più periferica ri-
spetto al centro della crisi, e riesce a reinventarsi. Si fondano ri-
viste, librerie, case delle donne, centri per la salute15. La sepa-
razione delle militanti dai gruppi originari di appartenenza, av-
viata nella prima metà del decennio settanta, va avanti nella se-
conda, mentre nasce un fenomeno nuovo di grande rilievo, il
«femminismo sindacale»16, che diversamente dalle tradizionali
commissioni femminili, punta all’autonomia e crea sedi separa-
te; così anche in Germania e Francia. Nell’82 dopo un dibattito
ricco e teso, l’Unione donne italiane, la storica organizzazione di

58
massa di area comunista, si staccherà dal Pci, e dissolverà le
strutture centrali a favore dell’autonomia delle singole sezioni17.
Certo il movimento è diventato altra cosa, un «femminismo
diffuso»18 che non equivale a un ritiro dalla politica, piuttosto a
una presenza più legata alla cultura e più mischiata alle istitu-
zioni pubbliche – di qui la definizione di femminismo di Stato
per l’area che va dalle strutture per le pari opportunità ai centri
e archivi parzialmente finanziati. Anche questa tendenza è lar-
gamente comune. Mentre l’Archivio Internazionale di Amster-
dam diventa un punto di riferimento per gli studi sull’emanci-
pazionismo, dappertutto si moltiplicano le sedi culturali. Ma
qualcuna si chiede dove sia finita l’energia rinnovatrice di pochi
anni prima19.
Eppure una cosa va riconosciuta. Se è eccessivo sostenere
che il femminismo diventa in quegli anni «il depositario delle
speranze in una futura rigenerazione dei movimenti sociali»20, è
vero che la sua cultura politica non si disperde, che le sue tesi
continuano a circolare, magari in forma semplificata. Quelle dei
gruppi extraparlamentari, invece, diventano presto obsolete. È
un’ironia, se si pensa che nei movimenti circolava un’immagine
del femminismo come lotta senza strategia. Invece era una sto-
ria altra.

Il figliastro
Ammettiamo che il femminismo nasca dal sessantotto, e almeno
in parte dai movimenti successivi. Che figlio è? Direi un figlio
non previsto, non voluto, in molti casi avversato. Fra gli studenti
la sensibilità è scarsa, il che fa del sessantotto un padre amabile
e incompetente; nelle organizzazioni extraparlamentari, sia pu-
re con differenze notevoli dall’una all’altra, il separatismo delle
militanti nei primi anni settanta calamita sarcasmi quando non
ostilità dichiarate.
Quello del rapporto con partiti e movimenti è un problema
che ha già investito in forme diverse il femminismo del passato
e le sue origini interne alle rivoluzioni della modernità (inglese,
americana, francese, il 1848, il Risorgimento italiano). Quadro

59
non consolante. Olympe de Gouges finisce ghigliottinata nel
1793, i club femminili vengono sciolti – e i club erano i nuovi
luoghi in cui si imparava a far politica e a discutere. Nell’800 gli
operai si oppongono all’ingresso delle donne nel lavoro – i ti-
pografi americani, per esempio, sostengono nel 1850 che la dat-
tilografia esige un insieme di muscoli e intelligenza che le don-
ne non hanno. Nel 1875, al Congresso di Gotha di fondazione
del partito socialdemocratico tedesco, il voto finale definisce il
lavoro delle donne dannoso per la salute e la moralità, mentre i
sindacati spesso scoraggiano o rifiutano l’iscrizione delle donne,
sempre le escludono da ruoli impegnativi. Nell’Italia del primo
’900, i socialisti non appoggiano il suffragio femminile, e Anna
Kuliscioff attacca pubblicamente il partito, chiedendo cosa ab-
bia fatto «per essere verso la donna meno ingannatore delle re-
ligioni, meno prete dei preti»21.
Le emancipazioniste trovano l’appoggio di alcuni uomini, a
volte mariti che apprezzano le realizzazioni sociali delle mogli –
Casse di maternità, Uffici di assistenza legale e di collocamento
del lavoro intellettuale femminile, Scuole delle madri; e gli Uffi-
ci Indicazioni, strutture pensate per spiegare ai nuovi arrivati e
ai marginali di sempre quali forme di aiuto possono ottenere e
per guidarli attraverso l’iter burocratico necessario. Come han-
no scritto Annarita Buttafuoco, Anna Rossi-Doria e altre stori-
che, è un lavoro innovativo sul territorio che punta a rendere
meno nemica la città e più padroni di se stessi i cittadini, a
diffondere una visione dello Stato in cui le istituzioni devono as-
sumersi più responsabilità verso chi è in condizioni di bisogno.
Eppure, quando alcune città cominciano a istituire proprie
strutture sul modello degli Uffici Indicazioni, la primogenitura
di queste pioniere del volontariato sociale sarà poco o niente af-
fatto riconosciuta. Anche le donne della resistenza si sono scon-
trate con la chiusura maschile: alle elezioni che si tengono nelle
zone provvisoriamente liberate dai partigiani nell’estate-autun-
no 1944, a votare sono solo gli uomini.
Dunque su questo punto il richiamo al filo di pensieri e lotte
intessuto da singole e gruppi delle generazioni precedenti è
tutt’altro che rituale. E porta a chiedersi se il femminismo nelle

60
sue varie forme storiche non si sia addirittura affermato a dispet-
to di partiti e movimenti, se lo stesso ancoraggio all’area progres-
sista e di sinistra sia stato un buon affare – e se noi donne non sia-
mo afflitte da un eccesso di fedeltà verso le idee e le organizza-
zioni di riferimento. Tanti anni dopo, Anna Maria, ragazza di
Lotta continua, scrive al giornale omonimo per raccontare che il
compagno A.A. ha picchiato una compagna: «È la riconferma
per chi ancora non crede che chi mena non sono solo i fascisti, ma
anche i ‘compagni’»22. E Daniela di Pescara, dopo aver descritto
alcuni comportamenti maschili, conclude: «E questi sono rivo-
luzionari? Ma fatemi il piacere di analizzarvi un po’ quando vi-
vete e dite certe cose, perché veramente non avete capito niente.
E se tutto questo è rivoluzione, beh, allora mi dispiace tanto, an-
zi non mi dispiace per niente, ma io con voi la rivoluzione non la
voglio proprio fare, non mi interessa»23. Siamo nel 1977, il che
mostra i tempi diversi con cui può maturare la consapevolezza di
sé (o il passaggio all’atto di andarsene).
Il punto è che l’orizzonte progressista – dai liberali e repub-
blicani ai socialisti, dagli anarchici ai socialdemocratici ai co-
munisti ai cattolici di sinistra – è sempre sembrato lo sbocco na-
turale per i movimenti delle donne degli ultimi due secoli, nati
in nome dell’uguaglianza, della giustizia, della libertà, della lot-
ta per e con gli oppressi. Sebbene le donne siano considerate le
custodi della tradizione, una parte visibile e rilevante di loro agi-
sce per l’innovazione, scegliendo quali aspetti appoggiare, qua-
li contrastare. Del resto non c’erano molte alternative per chi
puntasse al cambiamento. Il polo di attrazione dei nazionalismi
si fonda sulla svalutazione dei diritti dell’individuo sanciti dallo
Stato liberale, su gerarchie di genere e di generazione rigide e le-
gittimate in nome della natura, sullo schiacciamento dei conflit-
ti – il che non ha impedito la nascita di un femminismo conser-
vatore e di un femminismo rivoluzionario di destra e moderniz-
zante come quello futurista.
Insieme allo spessore teorico, al coraggio personale, alla fer-
mezza politica, il lascito del femminismo fine ’700 comprende
una grande capacità di illudersi, una fiducia presto tradita nella
rivoluzione degli uomini. Il suffragismo britannico testimonia la

61
violenza isterica che lo Stato gli scatena contro. L’emancipazio-
nismo mostra la capacità di negoziare con i poteri e di esercita-
re il proprio, e nello stesso tempo la consapevolezza della ten-
sione fra uguaglianza e differenza, l’importanza delle reti di re-
lazioni femminili e molto altro, che inizialmente il neofemmini-
smo non raccoglie, anche perché lo conosce poco. Ma negli an-
ni sessanta (e oggi chissà), nessuna scuola, nessuna istituzione
politica dicevano alle ragazze che erano esistite Mary Woll-
stonecraft, Olympe de Gouges, Anna Maria Mozzoni.
Per fortuna, quel patrimonio si è trasmesso per vie laterali a
quelle della memoria storica, contribuendo alla conquista dei
diritti civili, mentre la psicanalisi, il teatro, il cinema, soprattut-
to la letteratura scritta da donne e da uomini, hanno creato im-
magini nuove delle relazioni di genere e familiari, in particolare
del rapporto madre/figlia. Nei romanzi femminili ottocenteschi,
scritti da donne e da uomini, abbondano le eroine orfane e a vol-
te compaiono terribili madri vittoriane, potenti e furenti fino al-
la pazzia, oppure banali, ridicole, sempre così letali che la rot-
tura delle genealogie femminili sembra l’unica strada per sal-
varsi. La libertà della figlia ha bisogno del vuoto materno. È il
copione freudiano ante litteram, cui le autrici di rado resistono,
anche se a volte si servono di alcune caratterizzazioni materne
negative per dare voce alla propria rabbia e desiderio di pote-
re24. Nei primi decenni del ’900 si affaccia invece la possibilità
di un altro intreccio per i racconti e per le vite.
Processo non irreversibile e non generalizzato, che il fasci-
smo punta a rallentare, la seconda guerra accelera, il boom eco-
nomico espande.

In Italia: generazioni, generi, modernità


Nel rimescolamento indotto dalla modernizzazione degli ultimi
anni cinquanta e del decennio sessanta, molti aspetti toccano di-
rettamente la vita delle donne e ragazze25. Anche in Italia si as-
sottigliano i confini fra ruoli maschili e femminili, aumentano le
occasioni di lavoro e la scolarità. Mentre deperiscono i valori e
disvalori del mondo contadino, crescono la mobilità geografica

62
e sociale e la comunanza di costumi e linguaggi (omologazione,
la chiamerà Pasolini), si diffonde la sensazione tipica della mo-
dernità di trovarsi di fronte a più mondi e a diversi squarci di fu-
turo. Se il risultato siano perdite o guadagni dipende da chi giu-
dica. Certo sembrano guadagni alle donne, che benedicono fri-
goriferi, lavatrici, assorbenti e modernità varie, e li sognano an-
che dove la crescita dei redditi resta lontanissima. Nella secon-
da metà degli anni cinquanta si fanno indagini sul campo in va-
rie zone del sud, e in provincia di Potenza capita che una don-
na intervistata per una inchiesta sul folklore inviti perentoria-
mente le ricercatrici a lasciar perdere, e a dare invece notizie sui
«bei cosi bianchi e rosa che tenete voi di città per le menestra-
zioni», mentre una ragazza di Nardò chiede «la medicina pe’
non cattà piccini»26.
Al nord, le giovani rifiutano di sposarsi in campagna, madri
e nonne, che sanno cosa vuol dire essere la moglie di un conta-
dino, le incoraggiano a emigrare in città per lavorare in fabbri-
ca e nei servizi, a evitare i troppi figli, a essere economicamente
indipendenti, in sostanza a non seguire il loro esempio. Tanto
che qualche parroco le accusa di condannare alla solitudine i fi-
gli maschi. Per accasare i giovanotti piemontesi e lombardi do-
vrà nascere un mercato matrimoniale con le regioni del sud27.
Vere protagoniste dell’esodo dalle campagne, le contadine del
nord sono praticamente le uniche a avere il privilegio di cam-
biare la propria vita con l’appoggio delle più anziane.
Intanto in una minoranza di famiglie, non necessariamente
colte, o politicizzate, o del nord, si profilano rapporti più pari-
tari e si investe anche nell’istruzione delle figlie.
Eppure gli anni sessanta, l’età d’oro di cui si favoleggia, han-
no molti lati bui, specie per le adolescenti, che vivono lo scon-
tento dei giovani, e insieme molte ansie legate all’essere donna.
Prendere le distanze dalla generazione dei genitori è insieme più
facile – quanti sì detti ai figli, quanti no detti alle figlie – e più
difficile, perché la tensione verte soprattutto sulla sessualità, sfi-
da delle ragazze, ossessione degli adulti; e perché non esistono
modelli accessibili e insieme attraenti cui rifarsi. Quasi come ne-
gli anni cinquanta.

63
Per restare nei confini elastici del ceto medio, c’è la ragazza
per bene che segue i comandamenti degli adulti o finge di se-
guirli. C’è la «deviante» che li rigetta, magari scegliendo il mon-
do degli hippie e dei capelloni, dove è in minoranza ma colpisce
ancora di più l’immaginario – la «lolita» e la «ninfetta» sono uno
scandalo e un sogno proibito. C’è la ragazza «da poco», poco se-
ria, poco autorevole. E c’è la ragazza «intelligente come un ma-
schio», spesso allevata come un maschio, che primeggia nelle
classi miste, giudica riprovevoli i comportamenti delle demi-
vierges, che fanno l’amore in tutti modi purché non minaccino
la verginità, e soprattutto è convinta che la cultura sia il passa-
porto per una libera competizione con qualsiasi uomo28.
Al di là o ai margini del ceto medio, l’arcipelago popolare in
transizione, e a sua volta composito. Vita dura, bisogno di so-
gnare, spesso partecipazione in prima fila alle lotte, voglia di po-
litica, nella borsa «Grand Hôtel». Che qualche ragazza intelli-
gente come un maschio giudica orrendamente diseducativo.
Anche i giovani di classe popolare leggono fotoromanzi, ma o
non si sa, o glielo si perdona. Quando nel ’59 esce Le Italiane si
confessano29 una raccolta di lettere scritte a due settimanali fem-
minili, e si scopre che le corrispondenti si torturano sulla prova
d’amore o sul rischio di aver perso la verginità in giochi infanti-
li, nessuno rileva che per vivere una vera, certificata arretratez-
za bisogna essere in due.
Certo, il mondo adulto degli anni cinquanta e sessanta, so-
prattutto di sinistra, esibisce anche il modello prestigioso
dell’emancipata, che si occupa sia del lavoro sia della famiglia,
che tiene insieme femminilità tradizionale e successo esterno
senza recriminazioni, senza, almeno apparentemente, interro-
garsi sul corpo e sulla seduzione – e, a sentire le dieci donne an-
ticonformiste intervistate da Julienne Travers30, senza avverti-
re neppure il fastidio delle mestruazioni. Di questa versione
semplificata dell’emancipazione, si portano a esempio la pro-
fessionista affermata e soprattutto l’esponente politica che nel-
la sua vita ha fatto tutto, la partigiana, la dirigente, l’intellet-
tuale, la madre, la moglie. Donne eccezionali per risultati ecce-
zionali. Ma alle ragazze si spiega che l’eccezionalità non è un fi-

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ne, è il mezzo necessario per arrivare a una vita che si prospet-
ta invece soffocata e sacrificata, marito figli casa lavoro. Il do-
verismo imperante predilige la formula dell’«armonico equili-
brio» con cui vanno conciliati ruolo familiare e lavorativo, e su
cui insistono i documenti delle associazioni sia cattoliche sia di
sinistra31.
Nel frattempo la modernizzazione ha investito cinema, stam-
pa, fotoromanzi, rotocalchi, creando un patchwork affascinante
e poco padroneggiabile. Alle maggiorate padane o meridionali
si sono affiancati i volti e i corpi di donne come Elsa Martinelli,
la ragazza romana indossatrice per le maggiori case di moda, e
ancor più come Lucia Bosé, che potrebbe interpretare il ruolo
della commessa che è stata, o di una alto-borghese. Le prime so-
no il simbolo di un’Italia contadina povera ma bella, le seconde
sono corpi quasi mutanti, che possono mostrarsi a New York o
a Parigi senza essere minimamente identificati con l’Italia, per-
ché rimandano a un ideale estetico sovranazionale e di merca-
to32. Se c’è un segno della sprovincializzazione in corso, sono
queste apolidi di lusso che fanno da tramite fra i modi di vita
della grande provincia e quelli urbani. In Italia, il distacco dal
corpo materno e dal destino materno comincia dalle loro
silhouettes, dalle ragazzine fragili o smagate di Lattuada e Mo-
guy – Anna Maria Pierangeli, Jacqueline Sassard, Catherine
Spaak. Su tutte, le due icone Bardot e Monroe.

Solitudine
Che il femminismo abbia radici anche in questi anni oggi è un
fatto acquisito, e lo si deve a Simonetta Piccone Stella, la prima
a attirare l’attenzione sui mutamenti grandi e piccoli che li co-
stellano, sui modelli offerti alle ragazze, sulle loro resistenze e ri-
fiuti33. Viene allora spontaneo chiedersi non solo chi è figlio di
chi, non solo cosa il sessantotto dà alle donne, ma cosa portino
le donne nel sessantotto: se storie e impulsi di tipo «emancipa-
tivo», come le giovani contadine inurbate, oppure avvisaglie di
quella che di lì a poco sarà chiamata «soggettività desiderante»,
ancora incerta e vulnerabile, ma carica di sogni e pulsioni dis-

65
sonanti. Nel primo caso, le ragazze guarderebbero al sessantot-
to come a una possibilità per accelerare l’emancipazione, nel se-
condo come a una occasione favorevole per sperimentare e spe-
rimentarsi.
In Italia, già nei tardi anni cinquanta e nei primi anni sessan-
ta molte adolescenti del ceto medio, le principali destinatarie del
modello emancipativo, cominciano a disamorarsene, probabil-
mente in compagnia di ragazze di classe operaia, dalle quali nes-
suno ha la sfacciataggine di pretendere l’armonico equilibrio,
ma la fatica del doppio ruolo sì. Piuttosto che le grandi emanci-
pate, le ragazze ammirano attrici e scrittrici, altrettanto inarri-
vabili ma tanto più suggestive. Sognano i nuovi lavori «ameri-
cani», la hostess, la modella, l’arredatrice, l’estetista, che metto-
no in primo piano l’abbigliamento e il corpo; oppure l’architet-
to, il giornalista, l’interprete, che favoriscono viaggi e conoscen-
ze. Vorrebbero informazioni sulla sessualità, ma per lo più non
conoscono neppure i pochissimi che affrontano i temi del di-
vorzio, dell’aborto, della contraccezione, dell’omosessualità, co-
me l’Aied, Associazione italiana per l’educazione demografica,
fondata a Roma nel ’53, e la più volte sequestrata rivista «Scien-
za e sessualità». Osservano avidamente i corpi e le pratiche del-
la seduzione, su cui famiglia, scuola, media rispettabili tacciono;
ma sebbene siano ormai molte le immagini possibili, si trovano
di fronte l’eterno modello «gonna a pieghe e mocassini», poco
o niente trucco, divieto di colorarsi i capelli, di portare tacchi al-
ti e così via.
Crescono confuse, in un quadro dove opportunità e diffi-
coltà si trasformano facilmente le une nelle altre, dove neppure
per gli adulti è facile distinguere fra la vitalità e la cialtroneria.
Crescono ansiose, adepte semiclandestine del nuovo, a volte
inasprite dagli ostacoli frapposti al sogno di felicità che comin-
ciano a sentire come un diritto, raramente in grado di produrre
la simulazione di naturalezza che potrebbe proteggerle. Cerca-
no un nuovo modo di diventare donne procedendo con esita-
zioni, molti compromessi sul piano dei comportamenti sessuali,
a volte con ribellioni, inganni, fughe da casa, scontri all’ultimo
respiro con le madri, sempre con un enorme dispendio di ener-

66
gie. E in relativa solitudine. A differenza che fra i maschi, non si
è ancora formata una struttura di protezione come il gruppo di
coetanee; anzi, robuste barriere dividono le adolescenti a se-
conda dei modelli in cui sono fatte rientrare e dell’immagine che
vogliono avere di sé.
Dalle rare donne di successo, più attacchi che appoggi. «La
ragazza moderna insegue il divertimento e sono i ricchi quelli
che sanno meglio divertire [...] anche il gioco del flirt è diventa-
to una scala a pioli [...]. All’uomo munito di Ferrari pare pro-
prio che poche resistano [...] il maschio che vuole sposarsi logi-
camente diffida di un tipo così»: così Camilla Cederna nel ’5734.
Il messaggio è chiaro: le adolescenti devono stare al loro posto.
Evidentemente il desiderio femminile fa così spavento che gli
adulti si affrettano a squalificarlo come frivolezza e corruzione.
A costo di rivelare una buona dose di classismo: la ragazza mo-
derna in cerca dell’uomo munito di Ferrari appartiene presu-
mibilmente all’universo popolare. Come le lettrici di fotoro-
manzi, che per la giovane Rosellina Balbi sarebbero ipnotizzate
dal miraggio del ricco matrimonio e incapaci di distinguere fra
vita e finzione.
Bisognerebbe aver chiaro quello che si vuole, ma è già un buon
risultato sapere quello che non si vuole: il controllo continuo, la
doccia scozzese dei piccoli spazi di autonomia ammessi e poi re-
vocati al primo battibecco. Nella gerarchia familiare, le ragazze
stanno all’ultimo posto, e nelle preoccupazioni in cima. Sorve-
gliate speciali, con il loro bel corpo in evoluzione cui tocca testi-
moniare la rispettabilità familiare e onorare il futuro contratto
matrimoniale. Mina ha un figlio senza essere sposata, lo paga ca-
ro, ma resta Mina; una ragazza qualsiasi diventerebbe una sorta
di paria. Per quanto su luoghi, tempi, abbigliamento, amicizie,
possano esserci regole più o meno rigide, la vigilanza degli adulti
non manca mai – il che aiuta a capire quanto conti in tanti matri-
moni giovanili il desiderio di lasciare la famiglia di origine.
Sono gli ultimi fuochi di uno strapotere familiare oggi diffi-
cile da immaginare, e pesano talmente che a molte ragazze di al-
lora non passa neppure per la testa che la famiglia possa avere,
oltre a un ruolo di repressione, uno di protezione.

67
Un’emancipazione ferita

Pochi anni dopo, le metaforiche sorelle minori di queste prime


sperimentatrici affollano le scuole, dove la loro presenza cresce
molto più di quella maschile, imparano a trattare con i ragazzi
(quasi) da pari a pari e a passare insieme il tempo libero. Ma
neppure essere ragazze in un gruppo misto è semplice, perché
implica il problema di gestire femminilità e sessualità tentando
di mediare fra la morale tradizionale e il conformismo di clan,
mentre i maschi usano il crisma di spregiudicatezza associato al-
la modernità per convincerle a fare all’amore. Su questo, il mo-
dello emancipativo non ha molto da dire.
Non solo: per le ragazze del ceto medio acculturato, che sarà
la base elettiva dei movimenti degli studenti e delle donne, quel
modello non ha neppure l’alone di conquista con cui qualche
anno prima poteva presentarsi alle loro sorelle maggiori o alle
adolescenti di classe popolare.
Molte di quelle che confluiranno nel sessantotto e nel fem-
minismo, o che formeranno i primi gruppi di autocoscienza sen-
za passare attraverso il movimento studentesco e i partiti, sono
ragazze già destinate a proseguire gli studi e a lavorare fuori ca-
sa, a volte donne appena più grandi che hanno già una profes-
sione. Ragazze inserite nella società, radicate in una dimensione
più paritaria sul piano delle norme sociali e dei rapporti, che di
quella parità sperimentano i limiti e cominciano a capire che de-
rivano dalla differenza fra i sessi. Può essere la percezione che
l’uguaglianza attraverso la cultura è uno slogan ingannevole, e
che anche i partiti di sinistra sono club maschili, oppure l’intui-
zione che sentirsi meglio fra donne non è casuale, a volte l’orro-
re per la prospettiva di un lavoro sempre uguale per tutta la vi-
ta, spesso il terrore di una gravidanza e il trauma di un aborto
clandestino. Può essere la scoperta del corpo con la sua forza e
vulnerabilità, la delusione per rapporti di coppia che si preten-
dono ugualitari e camerateschi, ma in cui l’imperativo è mante-
nersi razionali, mentre l’emotività femminile è stigmatizzata co-
me passatismo, debolezza, tradimento del modello emancipati-
vo di padronanza di sé.

68
Ancora Simonetta Piccone Stella segnala che esistono, per lo
più all’interno di enclaves religiose (ebree, valdesi) o politiche (i
«Quaderni rossi»), giovani coppie davvero solidali, in cui si pro-
getta, si lavora e si avanza insieme, anche se è ancora lei a tene-
re la casa, lui a far politica a tempo pieno35; ma sono una picco-
la minoranza. Del resto lo scontento non nasce necessariamen-
te da uno scacco personale, avere una bella testa, un bel fidan-
zato, una bella famiglia e/o carriera non è una controindicazio-
ne alla coscienza di genere. Qualcuna potrebbe chiedersi: «tut-
to qui?» – lo fa Carla Lonzi, madre di un bambino, affermata
critica d’arte, e si stacca da quell’ambiente. Qualcuna può sen-
tirsi una straniera tanto nel mondo costruito per gli uomini
quanto nella casa costruita per lei.
Come scrive Laura Derossi, nel sessantotto le donne porta-
no non solo un disagio generazionale, ma una testimonianza del
rapporto tra la loro storia individuale e la cultura dell’emanci-
pazione, un rapporto contraddittorio che già negli anni prece-
denti aveva messo in discussione i risultati raggiunti e raggiun-
gibili. Portano una «emancipazione ferita» dalla percezione del-
la propria differenza sessuata, dall’esperienza dei trabocchetti di
cui è cosparso il cammino delle donne, siano «eroiche» mogli-
madri-lavoratrici, intellettuali e militanti politiche36, brave ra-
gazze o giovani beat in fuga da casa e famiglia.
Ne esce complicato il problema del rapporto con il sessan-
totto, e, per gli Usa, con il movimento per i diritti civili e con la
nuova sinistra. Come è giusto. Vincolare a un solo scenario un
processo eterogeneo nei tempi e nei contenuti come il femmini-
smo cancellerebbe questo travaglio, dando per di più al movi-
mento degli studenti un ruolo di deus ex machina altamente im-
probabile per qualsiasi soggetto storico. Certo, l’esperienza in
prima persona di un sessismo imprevisto è una spinta straordi-
naria per la diffusione del femminismo. Basta pensare a come
Shulamith Firestone racconta i movimenti americani all’inizio
degli anni sessanta: «Gli uomini liberati avevano bisogno di pu-
pe disinvolte al passo col nuovo stile di vita, avevano bisogno di
sesso e questa era la sola cosa, guai se le pupe chiedevano in
cambio una vecchia devozione, diventava una lagna deprimen-

69
te, la pupa doveva essere indipendente per non essere una noia
attaccaticcia; le pollastrelle facevano di tutto, istruzione, lavoro,
ceramica, tessitura, terapia»37. Mentre Sara Evans descrive con
durezza i meccanismi di emarginazione e cooptazione nel movi-
mento per i diritti civili dei neri americani38.
Ma le pupe cui pesa essere disinvolte, trattenere sia il desi-
derio di un rapporto romantico sia la voglia di contare, non so-
no nate ieri. Molte hanno alle spalle una storia vissuta, vista let-
ta raccontata, e non una storia amica, neppure là dove ci si po-
teva aspettare qualcosa di diverso. La cultura beat è fortemente
maschile, e i suoi guru sono uomini. Gli eroi della gioventù bru-
ciata sono uomini. A dispetto del rimescolamento iniziale fra
modelli di genere, il rock è un regno maschile, maschilista e
spesso omoerotico, che ruba alla femminilità modi di vestirsi e
truccarsi, gestualità, manierismi, ma per creare un’androginia
che toglie spazio alle donne in carne e ossa. Le pochissime – Ni-
co, la ribelle e femminista Janis Joplin, vita estrema, carisma
estremo – che si impongono come leader e icone lo pagheranno
caro39. Unica eccezione la Francia, dove sono due ragazze a in-
carnare il nuovo tempo, Françoise Hardy, che canta con un filo
di voce la sua solitudine, e Françoise Sagan, autrice di Bonjour
tristesse40 e di altri bestseller internazionali sullo spaesamento
dei giovani. Per altri paesi, sebbene si possano citare sparsa-
mente figure forti come in Italia Caterina Caselli e Patty Pravo,
a nessuna è dato uguagliare gli idoli maschili. I movimenti poli-
tici possono dilazionare gli effetti di rimbalzo di questo impe-
rialismo sessuato, ma non per molto.
Politiche

Oggi gli anni sessanta e i primi settanta sono ricordati soprat-


tutto per le durature trasformazioni culturali e di mentalità che
hanno innescato. Con ragione. Bastava guardarsi intorno per ve-
der spuntare qua e là qualcosa di nuovo e di interessante, nel ci-
nema, nella musica, nel teatro, nelle arti figurative, nei compor-
tamenti, nelle vite. C’è molto da raccontare, come mostra la gi-
gantesca ricerca di Marwick1, e ci sono molti fili tesi fra allora e
oggi. Sul piano della politica invece l’orizzonte è così diverso che
certe schermaglie sessantottine e post-sessantottine fra «operai-
sti» e «movimentisti», certi scontri interni alle sinistre extrapar-
lamentari italiane e francesi, certi dibattiti su struttura/sovra-
struttura sembrano articoli del modernariato novecentesco. Da
analizzare, magari scegliendo la strada delle «storie particolari»,
di persone, di realtà locali, di singole fasi2, ma senza investirli di
un primato storiografico.
Eppure non si renderebbe un buon servizio a quella stagio-
ne guardandola soltanto come snodo culturale. Perché è stata
innanzitutto politica; se ne possono dare giudizi opposti, non si
può negarle questa prerogativa. Ha trasformato modi di vedere
e di agire, ha oscillato fra vecchio e nuovo (e simil-vecchio e si-
mil-nuovo), è declinata rapidamente, ha perso. Che molto sia
tornato come prima non è un buon motivo per dimenticare
quanto e come si è cercato il cambiamento. Singole persone, so-
prattutto quelle che non trovano deprimente definirsi «ex», ci
riflettono da mezza vita. Ma, diversamente da quegli esponenti
del terrorismo che fanno della clandestinità e delle armi il mo-
tore della loro parola pubblica, di rado hanno scritto il proprio
romanzo di formazione.

71
«Vattene via»
Quando avevamo barricato le porte di palazzo Campana e avevamo
messo per barricarle la sacra cattedra di Allara [...]. E mi ricordo che
un giorno, nell’ora in cui avrebbe dovuto fare lezione Allara, Guido
Viale era in piedi sulla sua cattedra, e Allara comparve alle sue spalle
perché era passato dalla cantina, e Guido Viale lo affrontò a insulti,
stando coi piedi – aveva queste scarpe massicce inglesi – stando sulla
cattedra, capellone, tutto il peggio che per Allara potesse esserci. Gli
diceva: «Vattene via», dandogli del «tu», con Allara che diceva:
«Scenda immediatamente da quella cattedra. Lei sta violando una
norma giuridica» e Viale: «Ma stai zitto imbecille, hai tormentato gli
studenti fin adesso». Fece uno show che lo accreditò come capo cari-
smatico, e che per me – ero quasi matricola – era una dissacrazione
incredibile3.

Siamo a Torino, 29 febbraio 1968. Rettore e docente di di-


ritto penale, portavoce dell’estremismo accademico, Mario Al-
lara è da decenni l’incubo degli studenti per la sua pretesa che
agli esami gli si ripetano testualmente gli esempi fatti a lezione,
e per la tendenza a lasciare fuori dell’aula i principi elementari
dell’educazione – sarcasmi, insulti, libretti scagliati per aria. Via-
le, capellone debuttante cui gli amici chiedono se vuole proprio
assomigliare a Gesù Cristo, è una figura nuova, che incarna l’ala
antiautoritaria del ’68, dominante a Torino, a Trento e alla Cat-
tolica di Milano.
Quella che Marco Revelli fa rivivere è una perfetta scena di
teatro politico all’insegna del mondo alla rovescia. Il Magnifi-
co rettore, abituato a veleggiare seguito dall’assistente, costret-
to a infilarsi nel sottosuolo come un topo. La sacra cattedra
ostaggio di piedi esorbitanti. Gli insulti restituiti, l’incredulità
che si converte in euforia, l’atomizzazione in sentimento di co-
munanza, l’aula nel paese della cuccagna o in uno squarcio di
carnevale. Come altri movimenti della modernità, il ’68 ha
un’anima millenarista che non si accontenta di durare lo spazio
di un giorno.

72
Partire da sé

L’aspetto più interessante è che per togliere la maschera all’«au-


torità» se ne mostra la pochezza umana, prima ancora che cul-
turale e politica. A Allara non si rimprovera di essere reaziona-
rio o di destra, ma di aver fatto soffrire gli studenti – esperienza
diretta anziché astrazione, in altre parole il «partire da sé» che i
movimenti studenteschi, consapevolmente o meno, hanno mu-
tuato dalle controculture. Trasformata in rifiuto dall’interno, la
secessione dalla società adulta iniziata da adolescenti riottosi,
beat, hippie, disegna un modello di politica nuovo, che dichia-
ra l’importanza della condizione di ciascuno, degli stati d’ani-
mo, bisogni, desideri, frustrazioni, felicità, infelicità. Eresia nu-
mero uno per la politica di allora, in particolare di sinistra, in cui
l’impegno cominciava (almeno in teoria) dall’oblio della dimen-
sione personale a favore di quella generale. Lo stesso concetto
di impegno, con l’inevitabile corollario dell’«a favore di», è lon-
tanissimo dall’orizzonte mentale degli studenti. Ora la priorità
sta nel capire se stessi, mettendosi a nudo, scoprendo le com-
plicità interiori senza le quali i poteri crollerebbero o svelereb-
bero il loro sottofondo di violenza. Sta nel trasformarsi, met-
tendo in conto anche le sofferenze, come vuole la parola d’or-
dine «portare il Vietnam dentro di sé» – uno scontro interno fra
la parte di ciascuno che rappresenta le forze della sopraffazione
e del dominio, la parte che incarna il bisogno di liberazione, la
parte che cerca di sottrarsi a questa dicotomia. Infatti lo show
di Viale non punta a una conquista da strappare al corpo acca-
demico, vuole seminare irriverenza, fiducia in se stessi, solida-
rietà, in una sorta di rito di passaggio che dovrebbe contribuire
a far cambiare la vita e le persone. «Non domani, da subito»4.
Questa è l’eresia numero due, che investe un caposaldo del-
la politica, la tesi dei due tempi: sacrifici oggi, paradiso domani
– e nel frattempo la routine toglie senso a parole come libertà e
uguaglianza, la politica assomiglia sempre più a un’attività per
specialisti. Sebbene possa sembrare una fuga in avanti, quel «da
subito» irradia saggezza. Perché nessuna ideologia dei due tem-
pi è mai riuscita a arrivare al secondo. E perché non è detto che

73
un domani ci sia. Quella degli anni sessanta (e cinquanta) è la
prima generazione «che non è affatto sicura di avere un futu-
ro»5, che è guidata «dalla sensazione che [potrebbe] essere l’ul-
tima a sperimentare la vita»6. Oggi, che la minaccia del nuclea-
re di guerra è stata largamente rimossa (purché non entrino in
lizza paesi giudicati pericolosi); che ci siamo abituati a pensare
che la prospettiva della distruzione reciproca fra Usa e Urss ci
abbia regalato 50 anni di relativa pace, è difficile immaginare il
clima di allora, quanto ci si sentisse impotenti, e però indispo-
nibili a rassegnarsi.
Su questo stato d’animo si incontravano giovani non neces-
sariamente politicizzati e grandi pensatori. Nel ’60 Günther An-
ders scriveva: «alla domanda ‘Come dobbiamo vivere?’ si è so-
stituita quella: ‘Vivremo ancora?’. Alla domanda del ‘come’, c’è
– per noi che viviamo in questa proroga – una sola risposta:
‘Dobbiamo fare in modo che l’età finale, che potrebbe rove-
sciarsi ad ogni momento in fine dei tempi, non abbia mai fine; o
che questo rovesciamento non abbia mai luogo’»7. E Hannah
Arendt: il futuro è «come una bomba a orologeria sepolta, ma
che fa sentire il suo ticchettio nel presente [...]. Alla domanda
che abbiamo sentito tanto spesso: chi sono coloro che fanno
parte di questa generazione? si è tentati di rispondere: Quelli
che sentono il ticchettio. E all’altra domanda: chi sono quelli che
lo ignorano in modo assoluto? la risposta potrebbe benissimo
essere: Quelli che non sentono il ticchettio»8.
Non è solo giovanilismo quello di Jerry Rubin quando invita
a non fidarsi di nessuno che abbia più di 34 anni, quando so-
stiene «che ogni generazione dovrebbe cercare la propria lea-
dership nella generazione più giovane perché è quella più diret-
tamente e emozionalmente coinvolta dalla repressione della so-
cietà»9. Secondo l’universo adulto, al presente non c’è alterna-
tiva, dunque bisogna augurarsi che la società funzioni eterna-
mente, accettandola come l’unica possibile, anzi la migliore;
mentre la maggioranza dei giovani osa guardare in faccia la
realtà e non rinuncia a lottare – è «un tipo umano che non c’è
mai stato finora», insieme apocalittico e nemico dell’apocalis-
si10, un tipo che capisce come la minaccia nucleare e i legami

74
economici abbiano reso i destini di tutti interdipendenti. Le au-
torità mondiali ragionano in termini di blocchi e di nazioni, i
giovani sentono che non ci si salva da soli.
Partire da sé è innanzitutto dare credito alla tendenza tipica
di questa generazione a guardare contemporaneamente al vici-
no e al lontanissimo, sia nello spazio sia nel tempo: dalle aule
delle università al Vietnam, dalla famiglia alle multinazionali,
dalla cronaca giornaliera alle grandi narrazioni che hanno pre-
sieduto alla trasformazione del passato in storia. È dare credito
a una idea di politica che vuole frantumare la storica divisione
gerarchica pubblico/privato. Certo, la linea di confine tra le due
sfere è sempre stata mutevole, esposta a sollecitazioni e a con-
flitti di potere; le dittature l’hanno quasi azzerata per dominare
meglio ogni espressione vitale. Ma non per questo è meno im-
portante l’idea che i comportamenti individuali abbiano rile-
vanza politica di per sé, indipendentemente da progetti com-
plessivi; e che la rivoluzione debba passare attraverso la vita
quotidiana. Il campo della politica si amplia enormemente, fino
all’estremo del «tutto è politica». Con ragione, se si pensa a co-
me la riduzione a merce non risparmi l’intimità e gli affetti. Con
molti rischi, se si dimentica l’autonomia della cultura, delle re-
lazioni, delle emozioni; se la pratica dell’autoanalisi si rovescia
nella tentazione di costruire l’«uomo nuovo», nel cui nome il
’900 ha sprofondato l’individuo nel corpo collettivo, nel corpo
massa e cavia per le ingegnerie statali.
Anche la rivoluzione introdotta dal femminismo con il prin-
cipio «il personale è politico» avrà i suoi punti critici.

Il popolo si servirà da solo


Ala antiautoritaria, esistenziale, empirica, sono termini del les-
sico politico per indicare le situazioni in cui ci si concentra, più
che sul «quadro generale» e sull’«analisi di classe», sulla lotta al
potere accademico e sull’autopedagogia. Dal marxismo non c’è
distacco programmatico, ma neppure filiazione diretta.
Infatti il sé da cui si parte non è il sé della classe operaia, la
classe generale che nel liberarsi libera l’umanità intera. È il sé di

75
studenti di provenienza per lo più piccolo (medio o grande) bor-
ghese, che invece di accettare il ruolo dell’intellettuale al servi-
zio delle masse si sentono legittimati a lottare per il proprio de-
stino, e scrivono sui muri della Sorbona «Il popolo si servirà da
solo». Ecco la rottura con la tradizione marxista ortodossa o ete-
rodossa in cui una parte degli studenti si è formata. Rottura
profonda, perché nega il caposaldo secondo cui la coscienza del-
le persone dipende dalla loro posizione economica e lavorativa,
e solo il lavoro salariato può crearne le premesse. E perché ne-
ga che ci si possa liberare per interposta classe.
È una frattura anche il fatto che in molte sedi studentesche
non si riconosca in alcun modo il ruolo di sintesi del partito –
quello di avanguardia teorizzato da Marx o quello di massa
dell’Europa post-’45 – e che se ne rifiutino la gerarchia e la ri-
tualità. Lo è dichiararsi alla sinistra di tutto, mentre fin dai tem-
pi della I Internazionale la linea è stata «nessun nemico a sini-
stra», che ha contribuito all’espulsione di fatto della compo-
nente bakuniniana. Lo è non preoccuparsi troppo di creare una
organizzazione strutturata e stabile. Lo è l’empatia verso il filo-
ne anarchico, con la sua matrice antilegalitaria e volontarista,
che, contro il primato delle condizioni oggettive, nega che le ri-
voluzioni avvengano in circostanze specificabili in anticipo, e
che possano essere previste e pianificate. Prezioso modello cui
una parte del movimento deve la capacità di riconoscere espres-
sioni di antagonismo improbabili e improvvise.
Non che si ignori il problema di uscire dall’università e di
collegarsi a altri strati sociali. Ma nella sua componente più bel-
la e creativa, il movimento rifiuta di farlo al modo delle cosid-
dette vecchie sinistre, che proponevano un’alleanza fra interes-
si differenti tenuti insieme dalla mediazione dei partiti. L’obiet-
tivo, ambizioso, è coinvolgere altri soggetti, in tendenza tutta la
società; nella teorizzazione più interessante, quella del movi-
mento tedesco e in particolare del suo leader Rudi Dutschke, è
il progetto di una «lunga marcia attraverso le istituzioni». Che
non punta affatto a una presa del potere di tipo leninista, ma a
stimolare nei luoghi di lavoro e nelle strutture sociali una ribel-
lione che parta da esperienze e condizioni specifiche. Se si vuo-

76
le ancorarlo al marxismo, bisogna almeno dire che il ’68 è un fi-
glio illegittimo – o almeno lo è una sua parte. Come alcuni pen-
savano già allora.

Eravamo molto incompresi, dai milanesi, dai romani in modo for-


tissimo. E noi eravamo molto incazzati con loro, c’era uno scontro
molto forte. Gli spiegavamo per esempio l’importanza della lotta con-
tro i professori [...]. E loro dicevano: «Ma queste sono cazzate. I pro-
fessori non sono importanti. Sì, si può fare ma noi dobbiamo lottare
contro il capitale, dobbiamo trovare il rapporto con la classe operaia».
In modo astratto, perché poi a Roma non c’erano neanche gli operai
[...]. Io gli dicevo: «Ma voi a Roma non c’avete operai, cosa v’impor-
ta? Voi a Roma c’avete gli impiegati dei ministeri, è una città fatta dal
popolo ministeriale, dovete riuscire a parlare con loro». Naturalmen-
te a loro non interessava niente, non vedevano l’elemento di liberazio-
ne interno11.

A non vederlo sono piccoli gruppi di ultrasinistra preesi-


stenti che si inseriscono nel movimento, sono le componenti stu-
dentesche legate al marxismo, che considerano l’università co-
me la base di reclutamento per l’ennesimo partito «veramente
rivoluzionario» e vedono il suo soggetto elettivo nella classe
operaia (gli operaisti italiani, forti a Roma e alla Statale di Mila-
no, i maoisti francesi). Dunque il marxismo ha peso teorico e se-
guaci, presto farà da spartiacque temporale – 30 anni dopo
Ágnes Heller, una delle pensatrici più seguite fra i giovani degli
anni settanta, dirà: «Da quando ho scritto quel libro a oggi qual-
cosa è cambiato: non sono più marxista. Perché non credo più
che il presente sia un breve passaggio di un secolo indirizzato
verso una sorta di paradiso. Qui viviamo, qui moriremo»12.
Ma tra fine ’67 e inizio ’68, a emergere sono i temi, l’atmo-
sfera, le forme di lotta più nuove: è

il discorso sulle istituzioni: le istituzioni sono massificanti e autoritarie


e il fatto di appartenere alle istituzioni ti dà titolo a ribellarti contro di
esse. Era importante per dire: «Ognuno gioca il suo vissuto nella lot-
ta. Io mi ribello contro la mia oppressione, non contro quella dei viet-
namiti. Io sono con loro perché lottiamo contro lo stesso nemico, ma

77
io sul problema della liberazione – io sono lo studente in quanto stu-
dente. I miei nemici sono le autorità accademiche, sono i riti dell’uni-
versità, sono la cultura autoritaria e la manipolazione culturale. Per gli
operai sarà un’altra cosa, diversa. Magari loro sono più importanti di
noi, contano di più, ma la nostra presa di parola come testimonianza
individuale vale quanto la loro, perché è una testimonianza di libera-
zione»13.

A Torino nessuno si sarebbe riconosciuto nella definizione


di «ala esistenziale»; si pensava semplicemente di fare politica.
L’accusa di atteggiamento piccolo-borghese non aveva corso,
anzi sarebbe parsa fuori luogo; contavano altri criteri, la pre-
senza nelle assemblee, la partecipazione alle attività collettive.

Più i comportamenti che le ideologie

A partire dal ’66-’67, e con un picco nel ’68, tutti i paesi indu-
strializzati dell’occidente, e, in forme diverse, il Giappone, la
Cecoslovacchia, la Polonia, il Messico, la Jugoslavia, conoscono
una grande stagione di agitazioni degli studenti. È un’esplosio-
ne simultanea che nessuno avrebbe immaginato. Troppe le di-
versità nell’economia e nelle culture, nelle forme politiche, nel-
le mentalità, a cominciare dalla differenza fra est e ovest. Molti
osservatori facevano notare già allora che gli studenti dei paesi
comunisti lottavano all’interno di un movimento più ampio,
non solo giovanile; che i bassi livelli di vita rendevano astratta la
critica ai consumi; che il riferimento della protesta era, più che
il Vietnam, l’invasione dell’Ungheria; e soprattutto che all’est i
movimenti rivendicavano proprio quei diritti di libertà che ai
giovani occidentali sembravano irrilevanti: «Non c’è pane sen-
za libertà», diceva uno slogan degli studenti di Varsavia; i loro
coetanei francesi, italiani, tedeschi erano abituati a pensare piut-
tosto il contrario: «Non c’è libertà senza pane».
La stessa democrazia è vista in modo diverso. Come scrive
Paul Berman, protagonista del ’68 e suo storico ironico e affet-
tuoso, nell’Europa continentale è un «amore secondario», di cui
si sottolineano il carattere «formale», i limiti in tema di giustizia

78
sociale, gli aspetti di manipolazione; negli Usa è un «amore pri-
mario»14, sorretto da una lunga tradizione di pensiero sulla de-
mocrazia partecipata che va da Walt Whitman a Dewey (e che si
incarna in molte pratiche di base e locali). Lo stesso vale per la
«rivolta contro i padri». I giovani europei li accusano di non ca-
pire le nuove idee, gli americani di aver tradito gli antichi valori
della nazione, libertà, democrazia, onestà politica e intellettuale.
In Italia e Francia esistono partiti comunisti più grandi e in-
fluenti dei socialisti, negli Usa un sindacato e un partito sociali-
sta ancora forti si contrappongono al partito comunista (e tutti
e due sono stati falcidiati dalla caccia alle streghe). Nei movi-
menti continentali il debito teorico verso il marxismo è maggio-
re che negli Usa, dove la coscienza antitotalitaria più avanzata
contribuisce a mettere in guardia dai sistemi totalizzanti (e tota-
litari), e la «nuova sinistra» è terzomondista e scettica sulla fun-
zione egemone della classe operaia. Nell’Europa continentale,
la critica alla famiglia è particolarmente sentita, perché i giova-
ni restano più a lungo in casa dei genitori; c’è anche un atteg-
giamento meno aperto verso le culture giovanili, che dilagano
ovunque, compresi l’Unione Sovietica e i paesi satelliti, e che so-
no temute per i loro aspetti commerciali.
Lo stesso sistema universitario non è uniforme. Una cosa so-
no le università dell’Europa continentale, fortemente gerarchi-
che, povere di servizi per gli studenti, con meccanismi di rap-
presentanza consultivi legati agli schieramenti politici. E, non
ultimo, collocate abitualmente nel cuore delle città. Negli Usa e
nel Regno Unito il campus consente più rapporti fra studenti e
con i docenti, meno con il territorio, esistono associazioni stu-
dentesche attive in vari settori della vita comunitaria; gli acca-
demici vengono da una tradizione di empirismo e pragmatismo,
c’è concorrenza fra università, il rapporto con il mercato è deci-
sivo, fino a indirizzare le ricerche e a promuovere un corso piut-
tosto che un altro. E lo sport ha un ruolo così importante
nell’immagine dell’istituzione e nelle carriere studentesche che
rifiutare di praticarlo è già una forma di protesta.
Tanti e tante, protagonisti di quegli anni oppure no, storici,
sociologi, hanno riflettuto sulla diffusione mondiale delle lotte.

79
Alcuni hanno indicato il 1848 come unico antecedente storico,
con la differenza che la sua dimensione «totale» passa attraver-
so la prospettiva nazionale e l’ambizione di tradurla in Stato. Il
sessantotto, invece, ha da subito un orizzonte planetario, pone
problemi affrontabili solo su scala mondiale, lasciando sullo
sfondo gli Stati nazionali. È uno degli aspetti che consentono di
parlare di un unico movimento, sia pure in senso lato. Altre in-
terpretazioni vedono il terreno unificante nell’insofferenza per
gli apparati burocratici, statali e non, che ovunque dominano la
vita, per le grosse macchine di partito che hanno monopolizza-
to la politica, per l’ideologia secondo cui cultura e scienza sa-
rebbero «oggettive», indipendenti dalle opzioni/condizioni
personali e politiche degli studiosi e dal loro universo di riferi-
mento. Altre ancora sottolineano che la cultura di massa è un fe-
nomeno che si estende all’est, dove arrivano, sia pure faticosa-
mente, la letteratura beat, le idee dell’occidente, il rock – il fu-
turo intellettuale del dissenso e presidente della Cecoslovacchia
post-comunista Václav Havel amava il rock e leggeva Kerouac.
Anche da questo punto di vista, si può secondo alcuni autori
parlare del sessantotto come di un movimento unitario, per
quanto diversificato.
È comune a tutti i movimenti il tema della rivoluzione. Che
in questi anni non sembra più impensabile né a chi la sogna né
a chi la teme. Vale per il Terzo mondo, vale per la sussultoria
Europa. Se non che, scrive l’economista Giovanni Arrighi15, la
nuova sinistra coltiva ancora alcune illusioni della vecchia, in-
nanzitutto l’idea che sia già disponibile una strategia vincente, e
che il «sistema» sia una macchina gigantesca ma svuotata
dall’interno e sul punto di crollare. Come recita lo slogan della
«tigre di carta» coniato da Mao Tse-Tung, una delle figure ama-
te e idealizzate dagli studenti occidentali. In Europa circola il
«libretto rosso», la raccolta di brevi frammenti di libri e discor-
si di Mao che i giovani cinesi levavano in alto durante le mani-
festazioni della rivoluzione culturale. E proprio la rivoluzione
culturale è uno dei riferimenti più forti per il radicalismo stu-
dentesco, che ne fa il simbolo della lotta all’autoritarismo ne-
cessaria e possibile anche in una società socialista: un simbolo

80
che si regge però sulla rimozione della sua enorme distruttività
e del suo stesso fallimento. Per fortuna la rivoluzione degli stu-
denti rientra in quelle di cui si parla molto senza che sia chiaro
in cosa consista e senza che ci si prepari davvero a farla.
L’immagine della fiammata evoca abbastanza bene la fisio-
nomia del ’68: la brevità; l’ostilità sia contro i gruppi al potere
sia contro la sinistra tradizionale, accusata di debolezza e com-
promissioni. Soprattutto il carattere «spontaneo» che coglie di
sorpresa persino i protagonisti – non c’è direzione centralizza-
ta, non c’è alcun piano; gli studenti appena più grandi, spesso
espulsi dai partiti comunisti (gli «sbarbatelli rossi», li chiama
Berman16) si trovano alla testa di migliaia di giovani quasi senza
sapere perché e cosa farne.
Dissonanze e somiglianze politico-ideologiche aiutano a ca-
pire molte cose, per esempio le immagini del futuro, le modalità
della repressione, il rapporto con gli strati popolari, fino al cru-
ciale post-’68. Ma scolorano di fronte all’affinità dei comporta-
menti, delle forme di lotta, degli slogan e del ritmo con cui li si
scandisce, dello spirito del momento17. Perché la cifra genera-
zionale conta come mai prima. Perché l’America, il paese che
l’apartheid di fatto e le avvisaglie della guerra del Vietnam ren-
dono unico nell’orizzonte occidentale, lo è anche per la preco-
cità del movimento e per l’imprinting che dà a tutti gli altri.

Gli studenti americani


Quando nel 1966 arrivai all’Università del Maine, sulla vecchia station
wagon che avevo ereditato da mio fratello c’era ancora un adesivo di
Goldwater, era ragnato e scolorito ma perfettamente leggibile
(AuU2O-4-Usa). Quando lasciai l’università nel 1970, non avevo una
macchina. Avevo viceversa la barba lunga, i capelli fino alle spalle e
uno zaino con un adesivo su cui era scritto «RICHARD NIXON È UN
CRIMINALE DI GUERRA». Sul distintivo al collo della mia giacca
di jeans si leggeva «NON SONO UN FIGLIO FORTUNATO»18.

Nell’arco fra le due date, Pete Riley, che in un questionario


della primavera ’66 si era definito fumatore, Giovane Repub-

81
blicano, aspirante chitarrista folk, nottambulo, ha fatto molte
cose. Come giocare ossessivamente a carte. Innamorarsi di Ca-
rol Gerber. Vedere per la prima volta il simbolo pacifista (sul
montgomery dello studente Stokely Jones) e scambiarlo per
una zampa di passero. Discutere sempre più spesso di Vietnam.
Scandire «Hey hey LBJ, how many kids have you killed to-
day?». Notare che i docenti esitano a dare voti bassi a chi ha
una borsa di studio, perché porterebbero all’allontanamento e
l’allontanamento alla coscrizione – per questo, si dice, grazie
all’interessamento del presidente Nixon essere una ragazza è
una buona cosa. Trovare su un giornale la foto di Carol san-
guinante in una manifestazione pacifista. Disegnare sulla pro-
pria giacca la zampa di passero. Scoprire l’odio sulla faccia di
un poliziotto. Autodenunciarsi per proteggere dall’accusa di
scritte sovversive l’indecifrabile, scontroso Stokely che arranca
ovunque sulle sue stampelle da storpio. Venire a sapere che Ca-
rol è saltata in aria nel tentativo di impedire che lo scoppio an-
ticipato della bomba che trasportava facesse troppi morti. Ac-
corgersi tanti anni dopo di quanto è forte il ricordo del cigolio
di quelle stampelle.
Non è una storia esemplare, solo una delle tante possibili, e
non è storia in senso proprio, ma invenzione letteraria sorretta
dalla memoria autobiografica di Stephen King. Ha il pregio di
trasporre in forma narrativa una peculiarità del movimento
americano, il suo nascere sulla spinta di grandi fenomeni ester-
ni all’università. Nei primi anni sessanta è stata la segregazione
dei neri, che ha visto migliaia di studenti del nord spostarsi al
sud per partecipare alle campagne per i diritti civili, seguendo
l’idea-forza dell’uguaglianza fra i cittadini che i padri non han-
no saputo/voluto garantire. A metà decennio è il Vietnam. La
nuova sinistra si infoltisce, ma per ribellarsi all’ingiustizia inter-
na della segregazione e a quella esterna di una guerra che sem-
bra il prototipo dello scontro Davide/Golia, non c’è bisogno di
essere politicizzati – come infatti non sono Pete Riley e i suoi so-
dali. Basta seguire il doppio impulso alla rivolta etica e alla so-
pravvivenza personale. Il sé da cui si parte è il sé di ragazzi che
hanno smesso di fidarsi dei loro governanti, e che potrebbero

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tornare a casa in un sacco di plastica, oppure ciechi, senza gam-
be e braccia, pazzi, alcolizzati, resi invalidi dall’Agente Orange.
Si direbbe che al modello secolare «right or wrong, my coun-
try», sia subentrato un «right or wrong, our life». Con quali co-
sti psichici è una domanda cui solo alcuni grandi film hanno da-
to spezzoni di risposta.
Sul no alla guerra si incontrano, sia pure tra incomprensioni
e rivalità, hippie, beatnik, ribelli senza causa, oppositori politici,
ragazzi spaventati, tutti ormai convinti che non è possibile far
convivere il desiderio di cambiamento con l’appartenenza a una
società che pure in qualche misura si era aperta all’innovazione
– l’assassinio di Kennedy era stato il primo segnale di sconfitta.
L’entità pluriforme chiamata «movement» cresce, si va rapida-
mente verso la «contestazione globale», un termine usato allora
per indicare il rifiuto dell’intero assetto sociale, dalla politica al-
la scuola alla famiglia. L’occupazione dell’Università di Berkeley
in California nel 1964 è considerata il debutto del movimento
dentro e contro le università. Il 1° ottobre 1964 un gruppo di stu-
denti espone su alcuni tavoli, all’interno del campus, documenti
delle lotte per i diritti civili. Quando la polizia intima di toglier-
li, rifiutano e uno di loro è minacciato di arresto. Si radunano du-
cento ragazzi, che rapidamente diventano tremila. Il sit-in dura
32 ore, e alla fine le autorità accademiche accetteranno il princi-
pio per cui si può discutere di tutto in ogni parte dell’università.
È nato il Free Speech Movement. Molto presto l’agitazione stu-
dentesca si intreccerà a quella antimilitarista e alla renitenza al
servizio militare19. Mentre il rock assicura un’eco di massa alla
protesta, si bruciano pubblicamente le cartoline-precetto, si or-
ganizzano le diserzioni e le fughe verso il Canada, si diffondono
volantini e giornali – alcuni arriveranno in Europa grazie a com-
pagni itineranti.
Quelli che seguono sono per gli studenti americani anni di
grande attivismo politico e tensione morale, di occupazioni,
marce, sit-in. Nelle università si diffonde un antiautoritarismo
duro e onnipervasivo, si mette sotto accusa la rigidezza dei con-
tenuti culturali e delle relazioni docenti/studenti. Si rifiutano i
tradizionali meccanismi di rappresentanza teorizzando la de-

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mocrazia diretta e tentando di praticarla con la forma dell’as-
semblea. Si denuncia – pratica cruciale, seguita da tutti i movi-
menti europei, in prima fila quello tedesco – la manipolazione
messa in atto da giornali e televisioni. Si prende la buona abitu-
dine di chiedere a docenti intellettuali scienziati da che luogo
parlino, e il luogo è l’istituzione, l’ideologia, la condizione per-
sonale, il rapporto con l’oggetto studiato, con i media, con il
mercato, con le tecnologie – nel linguaggio d’epoca, si chiede di
«prendere coscienza del proprio ruolo». Si sperimenta l’autoe-
ducazione con seminari e lavori di gruppo su temi scelti dagli
studenti, senza esami e valutazioni di merito, secondo il princi-
pio della libertà di espressione e di partecipazione. È il funera-
le dell’equazione autorità = verità.
E non è la sola eco delle controculture underground. Hanno
la stessa origine la critica alla famiglia e la «liberazione sessuale»,
che si esprime in un inizio di cambiamento nella pratica amoro-
sa, ma soprattutto nell’attribuire alla sessualità un carattere poli-
ticamente rilevante. Le stesse occupazioni hanno il loro modello
principale nella tendenza che ha attraversato il mondo giovanile
a separarsi in un luogo fisico e non soltanto simbolico. Come scri-
ve Peppino Ortoleva, un tratto specifico del ’68 rispetto «alle sta-
gioni più lunghe della nuova sinistra e della controcultura è pro-
prio il congiungersi della volontà di rovesciamento del potere co-
stituito e di quella della creazione di un proprio spazio autono-
mo»20, due spinte diverse, che trovano nelle università occupate
un momento di equilibrio, effimero, affascinante, contradditto-
rio. Infatti, se in questi anni il movimento studentesco americano,
in particolare l’Sds (Students for Democratic Society) diventa una
forza rilevante, è anche perché sa politicizzare la ribellione gene-
razionale, in qualche modo subordinandola a sé, per quanto in
America molto meno che altrove.
Del resto, a fine anni sessanta i temi che le controculture ave-
vano elaborato stando fuori dall’industria culturale sono stati ri-
presi dal mercato e messi in circolazione, dalla riscoperta della
spiritualità orientale alla libertà sessuale. Il sogno di superare la
divisione fra tempo libero e tempo di lavoro, fra classi sociali,
fra bianchi e neri, sta frantumandosi.

84
Tutti insieme, tutti uguali?
Come avviene fra i movimenti di paesi diversi, anche nelle uni-
versità somiglianze e differenze si giocano più sui comporta-
menti che sulle ideologie, l’identità di giovane/studente/mili-
tante sovrasta i tratti propri di singoli e gruppi. Il passaporto per
il «movement» è semplice: l’età, la voglia di lottare e di stare in-
sieme (e beninteso essere di sinistra, o in alternativa, spoliticiz-
zati ma pronti a fondersi con gli altri). Ecumenico, duttile, il ’68
si fonda su un universalismo per sottrazione: non importano le
origini regionali e sociali, le appartenenze religiose e culturali, in
teoria la stessa differenza dell’essere uomo o essere donna. Ne-
gli Usa la sola «specificità» riconosciuta a pieno titolo è ovvia-
mente quella dei neri.
Come se si attraversasse un filtro semplificatore, ci si spoglia
dell’equipaggiamento originario, o almeno lo si lascia all’ingres-
so delle università, incoraggiati dal diffuso disinteresse per que-
sti aspetti. In Italia, dove non esistono minoranze religiose o «et-
niche» consistenti, dove l’ugualitarismo comunista e cattolico
ha fatto scuola, persino i nomi si sconnettono dal loro significa-
to identitario: Levi e Segre perdono la connotazione ebraica,
Peyrot e Bouchard quella valdese. A Torino, Marcello Vitale de-
scrive nel suo diario, e fa tenerezza leggerlo, il distacco dalle ri-
tualità ebraiche:

Stamattina sono andato al tempio. Quasi me ne dimenticavo, era il


primo anniversario del nonno. Be’, mi sembrava di essere tra gli arabi,
dopo anni che non andavo al tempio. Kaddish, Kayon, Gadol, mi sem-
brava di essere un turista che assiste ad un rito strano. In un certo sen-
so mi fa piacere, perché vuol dire che non mi è rimasto niente di tutta
quella parte sovrastrutturale e cerimoniale dell’ebraismo. (Chissà per-
ché le donne stanno sedute a parte!) Solo mi fa un effetto strano quan-
do il rabbino con i rotoli in mano dice Shema Israel21.

Eppure la sua famiglia ha dovuto emigrare in Argentina per


sfuggire alla persecuzione, e lui stesso è nato a Buenos Aires.
Probabilmente, se fosse vissuto, avrebbe lavorato su quell’«ef-
fetto strano», come hanno fatto alcune e alcuni. Adam Michnik,

85
invece, racconta di aver proprio allora scoperto, in più degli al-
tri, di essere ebreo22.
Fra i giovani leader francesi, gli ebrei sono parecchi, figli di
reduci dai Lager, dal maquis, o da tutti e due23. Probabilmente
sentono più dei loro compagni il bisogno di non essere soltanto
i «reduci della Cinémathèque»24; forse sono spinti da un impul-
so simile a quello dei loro cari, che al ritorno dai Lager avevano
cercato prima la comunanza con tutte le vittime, e solo in segui-
to il riconoscimento della propria storia. Forse a ricordargli che
sono ebrei è lo slogan della destra «Cohn-Bendit à Dachau», cui
gli studenti rispondono con «Siamo tutti ebrei tedeschi». Pur-
troppo il vuoto di ricerca non aiuta. Che cancellando o autocan-
cellando le origini si perda un pezzo di se stessi, nel ’68 non è cer-
to una consapevolezza diffusa. Non lo è neppure nel criticatissi-
mo mondo progressista di allora – prima parentela impropria cui
verosimilmente l’universalismo del movimento non fa caso.
Come non fa caso agli aspetti di somiglianza con le visioni il-
luminista e liberale, secondo cui le differenze devono esprimer-
si nella sfera privata, senza interferire nella sfera pubblica. È la
seconda parentela impropria dell’universalismo studentesco, vi-
sto che il ’68 teorizza la fine della separazione fra i due ambiti e
fra individuo pubblico e individuo privato. La terza è quella con
le ideologie totalizzanti, in cui le specificità devono cedere
all’utopia ugualitaria – il contrario della riscoperta dell’indivi-
dualità cara al movimento, che per altro già convive in equilibrio
precario con la spinta a fondersi nel collettivo.
È anche su questo impasto empirico di vecchio e di nuovo
che si fonda la fisionomia del ’68. Porte aperte a tutti, libertà per
chiunque di salire su una cattedra, prendere un altoparlante e
arringare i compagni. Vita in comune, vicinanza continua, mol-
te scoperte: per esempio che stare ginocchio contro ginocchio
con persone semisconosciute non è più un’infrazione alla «di-
stanza di sicurezza» fra i corpi che vige nello spazio sociale, è un
fatto naturale. «Non ci perdevamo mai, ecco. L’individuo era
sparito, io non facevo più niente da sola [...]. Era un universo
totalizzante, in cui privato e pubblico si mescolavano [...] e que-
sto faceva scomparire il privato»25.

86
Si deve all’«universalismo inventato» se, lo ricorda Morin,
capita di provare un benessere fisico fino allora sconosciuto, se
ci si sentiva fatti di una «materia stellare»26. Se uno studente che
fino al giorno prima balbettava e tremava davanti a un profes-
sore da un momento all’altro si trova a guardarlo negli occhi
tranquillamente, ed è una vittoria per tutti. L’aspetto più ama-
bile e fugace del ’68 è stato un’accezione di libertà diversa da
quella classica, secondo cui la mia finisce nel punto in cui co-
mincia la tua, quasi dovessero inevitabilmente competere e tol-
lerarsi a vicenda. Allora le libertà sembravano camminare insie-
me, non libertà «di», «da», «fin dove», ma libertà «con», vissu-
te in una sintonia in parte immaginaria, in parte reale. Nelle uni-
versità occupate si vive qualcosa di simile a quello che Hannah
Arendt, riferendosi alla rivoluzione francese, definisce felicità
pubblica, un momento magico in cui sembra che la liberazione
individuale coincida con quella collettiva, che cada la divisione
fra vita quotidiana e politica, e la politica non sia più un mestie-
re per specialisti, ma coincida con lo stare insieme e comprenda
il gioco, il riso, l’affettività. Di qui il suo aspetto di grande fami-
glia, di comunità «calda»: il ’68 rappresenta anche la rottura del-
la solitudine nella società di massa.
È così che a molti piace raccontarsi, ed è vero (o quasi), per
una scheggia di tempo – stato nascente, fase della «follia», del-
la festa. Per chi e per quanti?
Fra le critiche al ’68, una delle più deboli è che sia stato un ri-
cettacolo di figli di papà; anche volendolo, molti padri non avreb-
bero potuto svolgere il ruolo di protettori/finanziatori/ procac-
ciatori di carriere. La più interessante è che si sia trattato di un
movimento di massa e contemporaneamente elitario. Certo non
contavano censo e potere, contavano la condizione esistenziale,
il carattere, il caso, il che rappresentava comunque uno slitta-
mento notevole. Ma già agli esordi l’universalismo è selettivo.
Non parlo dell’esclusione di chi ha idee opposte, diritto ovvio di
qualsiasi aggregato politico – anche se in alcune sedi italiane par-
tecipavano democristiani, liberali, moderati. Parlo delle barriere
erette più o meno volontariamente e consapevolmente, che di-
scriminano secondo il criterio della disponibilità materiale: per

87
partecipare davvero, bisogna essere ricchi non di denaro ma di
tempo. Chi lavora otto ore al giorno, chi viene dalla provincia e
deve rientrare la sera, chi ha un figlio piccolo o un parente cui ba-
dare resta fuori, o ai margini. Più donne che uomini. Con tutte le
sue novità, qui il movimento studentesco riproduce la situazione
di sempre. Sebbene la presenza femminile sia più alta che in qual-
siasi partito, le giovani madri si contano sulle dita di una mano,
non solo perché l’età al primo figlio sta aumentando, ma perché
non sono previste. Può succedere che i mariti/compagni stiano
in facoltà 24 ore al giorno, le mogli a casa, tagliate fuori mentre
vorrebbero esserci. A volte basta una salute fragile, o una malin-
conia refrattaria al farmaco della politica. «Per i depressi non
c’era posto nel ’68», racconta vent’anni dopo Peppino Ortole-
va27. È qualcosa su cui pensare. Spesso l’allegria fa da trait
d’union tra la fusionalità e il conformismo di gruppo, e il ’68 non
è immune dalla sindrome per cui il conformismo è sempre quel-
lo degli altri, il proprio lo si chiama coesione.
Dunque c’è qualche ragione se a chi lo guarda dall’esterno,
il «branco» sembra un corpo collettivo chiuso in se stesso, arro-
gante nella sua immagine di autosufficienza, un oggetto del de-
siderio, con tutto quel che di ambivalente il termine implica,
dalla presa di distanza alla gelosia al rimpianto per un’occasio-
ne perduta. Che i vecchi clan amicali possano aprirsi, che se ne
formino di nuovi, è evidente solo se ci si trova all’interno.
Eppure il discorso non può fermarsi a questo punto. C’è chi
il tempo se lo procura, per esempio lasciando un posto fisso per
vivere di lavoretti, rompendo con la famiglia, dilazionando la
maternità, saltando esami decisivi per il curriculum universita-
rio, sgusciando fuori da reti di relazioni, magari facendo a me-
no di scrivere un libro o, come Gaber, allontanandosi dalla tv. I
concetti di sacrificio e di rinuncia non c’entrano affatto. È un ri-
volgimento della gerarchia di valori che ribadisce la supremazia
del presente sul futuro e mette in primo piano il desiderio – del
’68 tutto si può dire tranne che non fosse desiderabile esserci.
Infatti sono molti a fare questa scelta, un pezzo di generazione
che si troverà poi in ritardo cronico rispetto ai coetanei nelle
traiettorie di vita, negli studi, nelle professioni, nelle retribuzio-

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ni, che magari sconterà nei concorsi pubblici l’aver approfondi-
to la letteratura del Bangladesh invece dei classici, che negli uf-
fici, nelle scuole, all’università dovrà fare i conti con i sarcasmi
dei colleghi contro «i rivoluzionari falliti». A molti operai degli
anni settanta andrà peggio.
Sul rapporto del ’68 con il mondo degli impieghi e delle pro-
fessioni si è detto molto, specie per imputargli la crisi della me-
ritocrazia, l’ignoranza diffusa, l’assenteismo: niente invece su
queste vicende biografiche. Se neppure i protagonisti ci hanno
speso una parola, probabilmente è perché pensano che ne è val-
sa la pena.

Assemblee

Nell’insieme dei movimenti, una delle idee/pulsioni più condi-


vise è il rifiuto della delega, su cui si reggono i tradizionali mo-
delli di rappresentanza, elettivi e non elettivi. Un no che viene
da lontano – dalla polis greca ai consigli operai – e da vicino –
l’insoddisfazione per i meccanismi delle democrazie, il rifiuto
della società iperstrutturata, dove ciascuno deve stare al suo po-
sto e pochi controllano la vita di tutti, il sogno della democrazia
partecipata. Nell’ambito circoscritto delle università, dove il cri-
terio una testa un voto sembra dare concretezza alla tensione
ugualitaria e al rifiuto delle leadership, la via maestra è l’assem-
blea generale, strumento tremendamente serio e ambizioso.
Nel ricordo di Rossana Rossanda:

Una delle rivoluzioni più grandi è che l’individuo, la persona di-


venta molto importante nel collettivo, perché afferma un principio an-
tigerarchico. Ognuno ha diritto di parlare come gli altri, come i capi.
Si metteva in discussione chi aveva il diritto di sedersi dietro a un ta-
volo a parlare, con gli altri a ascoltare [...]. Mi ricordo che a Parigi, du-
rante il maggio, in una assemblea arrivò Sartre, ma nessuno lo fece pas-
sare davanti e lui dovette aspettare che tutti gli altri parlassero, ed era-
no donne, studenti, pensionati i quali volevano semplicemente rac-
contare la loro storia. Non sempre era una storia molto interessante,
ma era la storia dell’unica vita che uno ha. Volevano che non rima-

89
nesse soltanto propria, avevano bisogno di dirla, e che gli altri intor-
no li ascoltassero per non sentirsi uno zero assoluto, un numero ana-
grafico [...]28.

Parigi è il cuore del ’68, la Francia è il solo paese dove il mo-


vimento dilaga in ogni ganglio sociale e invade l’opinione pub-
blica, dove si può parlare verosimilmente di momento rivolu-
zionario. Ma, anche se in tempi diversi, le assemblee mettono in
scena dovunque quest’altro pezzo del teatro politico del ’68: la
fine del monopolio della parola pubblica assegnato a intellet-
tuali e dirigenti politici, un nuovo modello di legittimazione dei
discorsi legato alla comunanza empatica fra chi parla e chi ascol-
ta. Come sfondo, una «libertà di muoversi della parola, spazio
discorsivo e spazio comunicativo, degli studenti tra loro e col
mondo esterno»29.
Peccato per certe scivolate al limite dell’autopunizione. Leg-
genda vuole che nel 1965, a Cleveland, i militanti Sds si siano
sottoposti a una assemblea di ventiquattro ore prima di stabili-
re se fare un giorno di pausa e andare al mare. Le assemblee di
massa del ’68 sono spesso interminabili – una volta si arriva al-
le tre del mattino per decidere come reagire all’intervento della
polizia, «e tutti partecipavano sapendo benissimo che, in qual-
siasi momento, avrebbero potuto alzarsi molto tranquillamente
e uscirsene lemme lemme dalla porta»30. Una testa un voto, ma
il numero delle teste può cambiare, o possono cambiare i pro-
prietari delle teste perché nel movimento si entra e si esce senza
formalità, e così nelle sue sedi. A raccontare i due episodi è Paul
Berman, e si potrebbero inanellare altri esempi del cosiddetto
assemblearismo. Ma senza dimenticare cos’è l’università per chi
ci si trova allora.
Nelle aule occupate si dorme, si mangia, a volte si cucina, si
beve, si canta, si parla di tutto o quasi, si fa all’amore. Non è una
novità assoluta, basta pensare alle case del popolo del Pci. I mo-
vimenti popolari creano volentieri luoghi di svago, conoscenza
reciproca, e insieme di educazione ideologica informale; ma non
sono sedi di decisione politica, tanto meno surrogati di case e se-
zioni. L’originalità di (alcune) occupazioni sta nella coinciden-

90
za fra il dibattito politico e le pratiche quotidiane, che dà alle
università una fisionomia spuria di casa/palestra mentale/zona
libera. L’idea della rilevanza pubblica del privato si rovescia nel-
la trasformazione di un luogo per eccellenza pubblico in luogo
anche privato, anzi domestico.
Non senza punti ciechi. Le parole non pesano tutte allo stes-
so modo, non tutte le differenze hanno la stessa radice. Una co-
sa è quella che passa fra i discorsi dei leader e quelli dei mili-
tanti di base, dei colti e dei meno colti, di uomini e di donne,
di giovanissimi e di adulti, di demagoghi e di democratici. Di-
sparità visibili, importanti, affrontabili sebbene di rado affron-
tate. Altra cosa è il talento verbale, che ha ben poco a che fare
con l’anagrafe sociale e culturale, o con il ruolo politico. I gran-
di narratori/incantatori hanno un potere avvertito da tutti,
spendibile in prima persona, affiancabile a una linea politica.
Un potere informale che può proiettarli all’interno di una éli-
te o bloccarli al suo esterno. Peggio ancora se l’élite è a sua vol-
ta informale.

Siete vivi o morti?


Dietro il culto dell’assemblea, dietro l’ostilità diffusa alla crea-
zione di strutture formali e permanenti, preme il rifiuto del si-
stema gerarchico/elitista delle sinistre dette tradizionali, Chie-
se/famiglie/centrali di ortodossia, che hanno definito traditore
chi ha protestato contro i carri armati sovietici a Budapest, che
esigono fedeltà pubblica e privata, pena l’espulsione – e che in
Francia hanno tacciato di spirito piccolo-borghese e di revisio-
nismo «les italiens», i giovani parigini interessati al Pci per le sue
timide rivendicazioni di autonomia. Troppo facile, però, scari-
care tutte le responsabilità sui partiti comunisti. La «nuova sini-
stra» può essere non meno settaria della «vecchia».
In Francia la maoista Ujc(ml), Union de la Jeunesse Com-
muniste Marxiste-Léniniste, che nel ’67 decolla attirando intel-
lettuali e aspiranti rivoluzionari, annuncia «una lotta intransi-
gente contro l’ideologia borghese e il suo complice revisionista,
contro l’ideologia piccolo-borghese – specialmente l’ideologia

91
pacifista, umanista e spiritualista»31. A Parigi l’estate ’67 è cine-
se. Si scomunica l’evasione romantica, il divertimento «egoista
e decadente», il costume degli «italiani» di scambiarsi i partner,
con le ragazze che si scelgono gli amanti e proclamano che le
donne hanno diritto al piacere. I «maos» non hanno tempo di
andare al cinema, di leggere, di studiare (se non un programma
minimo per i nuovi), sottopongono gli aspiranti membri a bat-
terie di esami, considerano l’autocritica una necessità quotidia-
na. Sono virtuosi, e vogliono che lo siano tutti: un militante che
si è concesso una vacanza sulla neve è costretto a ammettere di
essersi messo su una brutta strada. Sono fautori del matrimonio,
ma con compagne subalterne, che accudiscano senza interferi-
re, non con intellettuali troppo autonome. Sono rispettabili e
controllati: al matrimonio di un militante, un vecchio amico del-
lo sposo butta fuori i maoisti al grido di «siete vivi o morti?».
Hanno l’ufficio politico, il comitato centrale, il segretariato del
comitato centrale, e nessuno con il compito di controllarli. E
hanno un capo supremo, Robert Linhart. Fra i dirigenti, Tien-
not Grumbach, suo grande amico, già «riformista cattolico» e
seminatore di dubbi nel Pcf.
A giugno ’67, Tiennot è messo sotto accusa da Linhart, per
aver pensato a una manifestazione comune con i rivali procine-
si dei Circoli marxisti-leninisti di Francia, e per aver concesso
loro alcune foto di un meeting per illustrare un articolo – segno
di una concezione liberale dei rapporti fra organizzazioni
d’avanguardia! Tiennot, che ama il Linhart pubblico e il
Linhart privato, ora conosce l’Inquisitore. Reagisce, in un si-
lenzio sbigottito denuncia pubblicamente il dandysmo del ca-
po, il suo disprezzo per l’elaborazione collettiva, le civetterie,
l’arroganza. All’ufficio politico di luglio la vendetta di Linhart:
accuse di soggettivismo, tendenze anarchiche, psicologiche,
piccolo-borghesi, mensceviche; e opportunismo, pretese di
ugualitarismo nella direzione a dispetto dei ritardi nella forma-
zione teorica e delle debolezze personali. Tiennot tenta un’au-
tocritica penosa, viene isolato. Un mese dopo, scrive a Linhart
una lettera:

92
Se pensassi di avere un comportamento opportunista, i costanti
fantasmi del suicidio che mi assillano da un mese si sarebbero proba-
bilmente materializzati. Se sono vivo è solo perché credo di essere sta-
to, e di essere, un militante che può essere utile [...]. L’Equanil che ho
preso per dormire comincia a fare effetto [...].
Sicuro di non essere «opportunista al 100%», confido nel nostro
comune avvenire e spero che la parola fraternamente ritroverà il suo
significato.
Saluti da un compagno32.

Come sembrano più fortunati i giovani «italiens», con la lo-


ro vita da clan, gli scherzi e i gerghi, con l’inno che cantano in
coro (ma in privato):

Je suis révisionniste, quel cataclysme


La révolution, c’est du bidon
Depuis que je suis a l’Uec
Mon sens de classe s’est émoussé
Mon idéal petit-bourgeois
Me sert de foi33.

C’è anche una sana autodifesa nell’affermarsi della volontà


assembleare e antielitaria, nel successo di leader «affettivi» e se-
ducenti come Daniel Cohn-Bendit e in Italia Mauro Rostagno,
che amano essere amati e per questo amano a loro volta, leader
«lievi», che di fronte a una impasse possono cavarsela – lo fa più
volte Cohn-Bendit – girando la scelta all’assemblea, o a un «chi
vuole lo faccia».
Gli studenti parigini hanno subito imparato che difficilmen-
te un Comité d’action che cambia composizione dalla sera alla
mattina, come a volte succede nel pieno del maggio parigino,
farà altrettanto danno di un dirigente convinto di incarnare l’in-
teresse generale. Anche dove si cerca di costruire un minimo di
strutture e addirittura si organizza un referendum sul tema «oc-
cupare o no», come a Torino, la linea «tutto il potere all’assem-
blea» resta forte.
Il che non cancella affatto il problema delle élites, del loro
potere e della loro riconoscibilità.

93
Amici compagni leader

Nelle memorie di molti protagonisti del ’68 (e in parte dei grup-


pi extraparlamentari) domina il tema dell’affettività. Ci si voleva
bene, si faceva politica sentendosi fra amici, spesso all’interno di
un gruppo di amici. Un dono, cosa si può immaginare di meglio?
Ma anche la radice di un paradosso, perché la coesione amicale è
uno dei meccanismi attraverso i quali un gruppo si trasforma, vo-
lontariamente o no, in una élite politica. È vero che agli esordi lo
spirito antigerarchico, antiburocratico e anticentralista ha tra-
volto la secolare superiorità del «generale» sul locale e sul parti-
colare; che la dirigenza è fluida, a volte disseminata. Il modello (e
il sogno) è agire in una sorta di vuoto organizzativo, in cui paro-
le come «comitato centrale» o «apparato» sarebbero inconcepi-
bili – un altro punto di rottura con la sinistra detta tradizionale.
C’è chi ha visto in questa fisionomia un movimento di regressio-
ne verso una indeterminatezza «pre-organizzativa, espressa in un
tribalismo comunitario o in un anarchismo senza pastoie», e nel-
lo stesso tempo un’aspirazione alla ipercomplessità, a «un mo-
dello in cui gerarchia, specializzazione, centralizzazione si ritira-
no a profitto dell’interconnessione, delle polivalenze, del poli-
centrismo» tipici della globalizzazione e delle sue reti34. Un mo-
dello in cui ci si mischia e ci si scambiano i ruoli, si discute quan-
do e dove capita, e dalla discussione si può scivolare nella deci-
sione. Ma a cosa porta questa doppia fisionomia?
Dalla sterminata discussione sul concetto di élite, una giova-
ne femminista americana, Jo Freeman (Joreen)35, estrae la figu-
ra del gruppo informale di amici impegnati in politica, e senza
distribuire note di merito e di biasimo, ne mostra l’equivoco di
fondo. Perché non esiste qualcosa come un «gruppo non strut-
turato», la differenza è semplicemente se si tratta di una strut-
tura informale o formale: la prima può funzionare quando gli
obiettivi sono interni al gruppo o la dimensione è circoscritta.
Appena si oltrepassa questa fase, molto cambia: più domina
l’informalità, più cresce il peso delle élites, e le élites non «sono
niente di più, e niente di meno, di una cerchia di amici» cui suc-
cede di partecipare alle stesse attività politiche. Che il gruppo lo

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voglia o meno, ne nasce una disparità netta, e per di più non net-
tamente identificabile: il potere è mascherato dalle relazioni. Un
amico si ascolta con più attenzione, le notizie circolano di boc-
ca in bocca, l’allargamento avviene per cooptazione. Chi è fuo-
ri di solito resta fuori.
Non diversamente da un sistema sociale o da una filosofia
economica, un gruppo ispirato al «laissez-faire» funziona come
una cortina di fumo dietro cui si nascondono i rapporti di for-
za. Con il risultato che le responsabilità si confondono, i pro-
cessi di decisione diventano opachi, il potere capriccioso, men-
tre sfuma la capacità di resistere allo star system movimentista,
in cui alcune/alcuni sono sovraesposti, intervistati, fotografati,
rinchiusi nella figura del portavoce di tutti. Ovvio che i conflit-
ti sbocchino facilmente in accuse reciproche di leaderismo e di
democraticismo. A volte nella fuga del leader.
Jo Freeman scrive nel ’70, riferendosi al femminismo ameri-
cano, ma il suo articolo viene ripubblicato sul «Berkeley Jour-
nal of Sociology» lo stesso anno, in seguito come opuscolo dal
gruppo Agitprop, dal Leeds Women’s Group of the Organisa-
tion of Revolutionary Anarchists, dal Kingston Group of the
Anarchist Workers’ Association e da vari altri gruppi politici;
verrà ripreso in molte antologie. Si capisce perché: è un testo
bellissimo, teoricamente profondo e sempre attento a argo-
mentare i passaggi necessari a chi legge, scritto senza ombra di
gergo o di vanità intellettuale, accessibile e amichevole – cosa
rara all’epoca anche negli Stati Uniti. Nessuno potrà dire di non
aver capito, molti sentono che il discorso li riguarda. Vale in
particolare per le reti informali maschili, che testimoniano il le-
game fra genere sessuale, potere, mentalità da clan – l’espres-
sione americana è mentalità «da stanza degli armadietti», cioè
da spogliatoio, la roccaforte separata in cui la vicinanza dei cor-
pi contribuisce a costruire/esprimere la mascolinità36. Vale per
il movimento degli studenti, che pure è più strutturato di quel-
lo femminista: se alcuni dirigenti dell’Sds danno periodica-
mente le dimissioni, è anche per mettersi al riparo da questo cli-
ma. A Torino, nel primo periodo, «c’era proprio [...] un terro-
re di porsi come avanguardia, di fare il partito, di dire ‘Noi dob-

95
biamo dirigere le lotte degli altri’; un parola chiave era: ‘comu-
nicazione’, del movimento o della prassi»37. Carla Lonzi ab-
bandonerà il suo gruppo, Rivolta femminile, per timore di in-
fluenzarlo troppo38.
Il ’68 vede il problema, ma probabilmente non la sua porta-
ta39. Teso com’è a mettere in questione le barriere pubblico/pri-
vato, non si accorge che il gruppo di amici costituito in élite po-
litica informale è un esempio di come la confusione tra le due
sfere non abbia sempre effetti positivi. Sogna di realizzare una
«comunità di comunicazione ideale», fondata sul pluralismo
delle idee e delle forme di vita, e non ne vede i trabocchetti. È
un riflesso della più irrisolta fra le questioni politico/filosofiche,
la più mutevole, la più soggetta a cicli altalenanti, il rapporto in-
dividuale/collettivo.
In quegli anni è facile viverla come dilemma. Il movimento
operaio ha insegnato a ragionare in termini sovrapersonali, a ve-
dere nella storia l’effetto di grandi processi in cui il singolo tro-
va posto solo riverberandosi nel collettivo, classe, partito. Di-
versamente, l’individualità diventa all’istante individualismo. La
società di massa maschera l’appiattimento esaltando la singola-
rità, e – buffo e tipico – produce manuali e programmi tv su co-
me rendere unici il proprio ambiente e se stessi. I giovani recla-
mano la loro individualità rispetto alla famiglia per poi fonder-
si nel gruppo amicale. E tutti inorridirebbero alle parole di Si-
mone Weil, pensatrice, insegnante, operaia per scelta, sindaca-
lista vicina ai trockisti, che nel ’42 era arrivata a chiedere la mes-
sa fuorilegge dei partiti, con queste motivazioni:

L’intelligenza non può essere esercitata collettivamente. Quindi


nessun gruppo può legittimamente aspirare alla libertà d’espressione,
perché non c’è nessun gruppo che ne abbia il benché minimo bisogno.
Anzi, la protezione della libertà di pensiero esige che l’espressione
di un’opinione da parte di un gruppo sia vietata per legge. Perché un
gruppo, quando vuol avere delle opinioni, tende inevitabilmente a im-
porle ai suoi membri. Presto o tardi gli individui si trovano ad essere,
più o meno gravemente, impediti nella espressione di idee opposte a
quelle del gruppo su vari problemi più o meno importanti, a meno che
non ne escano.

96
Ma la rottura con un gruppo comporta sempre delle sofferenze, o
almeno una sofferenza sentimentale. E, quanto il rischio e la possibi-
lità di sofferenza sono elementi sani e necessari all’azione, altrettanto
sono cose malsane nell’esercizio dell’intelligenza. Una paura, persino
leggera, fa sempre sì che ci si pieghi o ci si irrigidisca, secondo il gra-
do di coraggio; e tanto basta a falsare quello strumento di precisione
estremamente delicato e fragile che è l’intelligenza. Persino l’amicizia,
sotto questo punto di vista, è un gran pericolo. L’intelligenza è vinta
quando l’espressione dei pensieri è preceduta, implicitamente o espli-
citamente, dalla paroletta «noi». E quando la luce dell’intelligenza si
oscura, l’amore del bene si smarrisce rapidamente40.

Con la parola d’ordine del partire da sé, l’antiautoritarismo


aveva fatto un passo avanti vero: come si potrebbe partire dal sé
di un altro, rifiutare la delega per conto di un altro? Senza ap-
plicarla a se stessi, cosa è la critica della vita quotidiana se non
una buffonata più o meno ben ammannita?
A bloccare passi successivi non è stata la fusionalità, è stato
il legame con il passato e più ancora, credo, l’innamoramento
per una spontaneità mitizzata ma impoverita. Forse non ci ba-
stava intenderla come dimensione autonoma dai partiti, biso-
gnava rivestirla di un’aura quasi magica, da grande epifania. E
le grandi epifanie sono eventi collettivi, in cui resta sottotraccia
quello che le ha rese possibili, i prodromi emozionali, le reti di
relazione fra persone e fra gruppi – la sostanza di cui consiste la
spontaneità.
«Pensare individualmente, lottare insieme», diceva una scrit-
ta sui muri della Sorbona. E il sentire, il verbo caro al ’68? Era
la parola che aveva portato il più bel disordine nello schema in-
dividuale/collettivo, perché non trasferiva nella dimensione di
massa solo i sentimenti classici della rivolta, come era successo
tante volte nella storia dei movimenti, ma ne creava via via di
nuovi e imprevisti.
Solo che per scandagliare questo aspetto c’è poco tempo. Si
fa strada la fame di organizzazione, l’idea del partito. Ha fatto
scuola il maggio francese. Grande mobilitazione di intellettuali,
tecnici, lavoratori statali, guerriglia urbana, studenti in delega-
zione per chiedere agli operai di «accogliere la bandiera della

97
lotta dalle loro fragili mani», scioperi di massa, mentre i gruppi
maoisti, anarchici, trockisti si disputano, con poco successo, la
direzione del movimento. Poi gli accordi di rue de Grenelle che,
con aumenti salariali e miglioramenti nell’organizzazione del la-
voro, chiudono per il momento gli scioperi, tranne che in alcu-
ne fabbriche a prevalente manodopera giovane. L’immagina-
zione non ha preso il potere, anzi, per usare il gioco di parole al-
lora di moda, il potere ha avuto immaginazione (oltre alla pos-
sibilità di minacciare l’intervento dell’esercito).
Semplificando all’estremo, si può dire che molti collegano
l’esito del maggio francese alla mancanza di un partito rivoluzio-
nario. I gruppetti preesistenti si danno strutture più formali, si
scindono, se ne formano di nuovi. È il «gauchisme», come lo
chiamano in senso peggiorativo i media, gli avversari e gli stessi
militanti. Le distinzioni ideologiche fra l’una e l’altra sigla resta-
no e si approfondiscono, ma l’adesione dei singoli passa anche
per altre strade – le scelte degli amici, la presenza nel proprio
quartiere di una certa organizzazione, il temperamento persona-
le che crea sintonie o rifiuti. Perché i gruppi hanno immagini e
stili di vita e di lavoro diversi, più libertari come il mao-sponta-
neista Vive la révolution, più burocratici come gli altri gruppi
maoisti. Conta anche il caso – il che vale persino per l’approdo
allo schieramento opposto. Vengono in mente le parole che Ita-
lo Calvino fa dire al partigiano Kim: «Basta un nulla, un passo fal-
so, un impennamento dell’anima, e ci si trova dall’altra parte»41.

In Italia
Dopo aver debuttato a fine ’67 con l’occupazione di Trento, To-
rino, della Cattolica di Milano, il movimento accelera: a febbraio
del ’68, quasi tutte le università sono occupate, cominciano le
manifestazioni all’esterno, e le città fanno conoscenza con una
folla giovane e rumorosa, che sembra aver dimenticato i vecchi
modelli di vita, rotto i tabù linguistici, scoperto l’Eldorado.
Sebbene il coordinamento fra i movimenti locali sia minimo,
tutti rifiutano ogni tipo di riforma e ogni gradualismo, tutti pensa-
no, molto confusamente, a un futuro «scontro generale» fra pro-

98
letariato e capitale. In pochi mesi si è compiuto il passaggio dalla
prospettiva della cogestione a quella della «contestazione», dalla
logica contrattuale su singoli obiettivi alla agitazione permanente.
Particolarmente dura l’opposizione al modello consumista di
modernità dell’Italia del benessere (non alla modernità di per
sé) e al Pci, il più forte partito comunista in occidente, anche se
non si arriva ancora al dissidio descritto da Lucia Annunziata
per il movimento del ’7742. Radicale l’attacco alla cultura «bor-
ghese», alla scuola43, ai docenti beati di sentirsi i sacerdoti del
sapere, ai contenuti culturali spesso arcaici, e anche a alcuni dei
più nuovi come la sociologia, appena arrivata in Italia con la fa-
coltà di Trento, cui si rimprovera la funzione di controllo e ma-
nipolazione sociale.
Il movimento va da subito al di là dei gruppi politici già esi-
stenti, e abbraccia giovani della borghesia e di ceto medio, in
parte di classe operaia e contadina, molti che arrivano dalla pro-
vincia, moltissimi che scoprono la politica proprio in questi me-
si. Quale politica è la domanda clou per gli antiautoritari, che
concepiscono l’occupazione come «come evento destinato a du-
rare» e come strumento per la crescita individuale e collettiva44.
A Trento si organizzano gruppi di studio, a Torino i contro-
corsi, strutture fluide in cui ci si riunisce secondo le proprie pre-
dilezioni per affrontare i temi i più vari. Consultando il loro elen-
co, se ne incontrano alcuni più tradizionali oppure «tecnici», al-
tri sperimentali e «sovversivi». Il gruppo Scuola e società ritiene
che anche i libri possano essere autoritari e decide di farne a me-
no, sostituendoli con schede autoprodotte e verbali delle discus-
sioni. Il gruppo Psicanalisi e repressione stabilisce che nessuno è
tenuto a leggere Dialettica dell’illuminismo di Adorno e Horkhei-
mer, una delle bibbie di allora, «per il solo fatto che esso è stato
scritto, stampato, tradotto e venduto in parecchi esemplari, e si è
dedicato a attività più interessanti»45. Lo slogan «potere studen-
tesco» ha senso in questo clima, non come potere sulla società, ma
come libertà di organizzare il sapere a modo proprio. Bisogno
cruciale, successo straordinario, con gli studenti che vanno
all’università più per i controcorsi che per l’assemblea, e il movi-
mento che se ne resta chiuso a palazzo Campana per un mese.

99
Grazie ai contrasti istituzionali su come agire verso gli studenti,
Torino gode – esempio raro – di una fase di relativa tranquillità e
di un proprio spazio fisico e affettivo. Dopo gli sgomberi di fine
dicembre e di gennaio-febbraio, gli studenti torneranno e ritor-
neranno all’università come seguendo l’odore di casa. Quando di-
venterà impossibile prolungare l’occupazione, si cominceranno a
interrompere le lezioni sfidando i docenti al contraddittorio.
Nel frattempo, ci si divide sul problema della democrazia e
della trasparenza. L’assemblea, molti se ne rendono conto, non
basta a impedire gergalismi e verbosità, può anzi incoraggiarli.
A Roma il gruppetto degli Uccelli si incarica durante le assem-
blee di fare la parodia degli interventi più rituali. A Torino al-
cuni sostengono che a far parte del comitato di agitazione inca-
ricato di discutere e fare proposte siano soltanto gli studenti
eletti dai controcorsi come propri portavoce – linea «consiliare»
antileaderistica, con un tocco elitista, perché si concentra sol-
tanto sulla comunità degli occupanti, legando l’appartenenza
all’esserci (chi può), non alla condizione di studente. Si rifà alla
seconda alternativa il referendum torinese sulla questione «oc-
cupare/non occupare». Votano 1250 persone – una piccola par-
te degli iscritti, comunque più numerosa di quelli che abitual-
mente frequentano le lezioni. Cedimento riformista per alcuni,
mossa demagogica per altri, organizzato molto artigianalmente,
in qualche caso il referendum è un’occasione per capire di più.

Io ero assolutamente convinta che fossimo dei minoritari prepo-


tenti, invece ho scoperto che non era così. Tutti noi abbiamo scoper-
to che non era così. Avevamo una cattiva coscienza, perché dicevamo
che eravamo democratici, ma eravamo molto autoritari, anche nelle as-
semblee. C’era in noi il massimo disprezzo per quelli che erano la fa-
mosa maggioranza silenziosa, le pecore – pensa al manifesto del mag-
gio con le pecore che tornano alla normalità – tanto che davamo per
scontato che avrebbero votato contro. Per questo al referendum ho
votato due volte. Mi sono vestita in due modi diversi. [...] Sono anda-
ta a vestirmi come loro (la maggioranza silenziosa), proprio come lo-
ro: «Guarda, mi sono messa la pelliccia. Guarda, mi sono messa gli oc-
chiali dell’anno scorso». Sono andata a votare prima come sessantot-
tina e poi come maggioranza silenziosa46.

100
Che l’analisi risenta dell’oggi non fa ombra allo spirito di al-
lora; la ragazzina dei due voti, Maria Teresa Fenoglio, poco do-
po partirà per gli Stati Uniti, e sarà il principale trait d’union con
il femminismo torinese.
Ma il tempo per sperimentare sta finendo. Già a inizio pri-
mavera il movimento è in affanno, soprattutto nella componen-
te antiautoritaria, che conosce il rischio di partire da sé e di re-
starci. Si parla sempre più di aprirsi all’esterno. E l’esterno c’è,
ricco, quasi stupefacente. L’Italia è un pullulare di sperimenta-
zioni artistiche di ogni tipo, si attaccano i festival e i premi let-
terari, si rafforzano le correnti critiche all’interno di molte pro-
fessioni, dal giornalismo alla magistratura, dallo spettacolo
all’editoria, dalla medicina alla psichiatria. Le assemblee dei
«matti» di Franco Basaglia sono l’esempio più alto e commo-
vente del bisogno di democrazia – e del suo potere rigenerante.
Nel ’71 una piccola avanguardia di donne e uomini omosessua-
li guidata dal torinese Angelo Pezzana darà vita al Fuori (Fron-
te unitario omosessuale rivoluzionario italiano), la prima orga-
nizzazione militante: entra così sulla scena politica una realtà di
cui era molto difficile parlare anche negli ambienti progressisti
e nello stesso movimento47. Si direbbe che stia cominciando la
lunga marcia attraverso le istituzioni.

Il lungo ’68
Quando a partire dalla primavera ’68 riprendono gli scioperi
nell’industria, molti studenti, che nella tradizione storica italia-
na si erano sempre mobilitati a destra, vanno a presidiare i can-
celli con gli operai. La grande fabbrica di fine anni sessanta por-
ta già i segni della ristrutturazione seguita alla recessione del ’64-
’65: cottimo generalizzato, maggiore meccanizzazione, aumen-
tati i ritmi di lavoro e il potere dei capi, espulse le «quote debo-
li» di manodopera (donne, anziani). Ora nella classe operaia
della grande industria prevalgono i giovani maschi, una parte
che ha un diploma e una certa esperienza della vita cittadina, la
maggioranza fatta di lavoratori poco qualificati, spesso emigra-
ti dal sud, scarsamente coinvolti in partiti e sindacati, portatori

101
di un non ideologico rifiuto del lavoro – una nuova figura che
un termine coniato allora definisce «operaio-massa». Soggetti
diversi, uniti nell’avversione al sistema della linea di montaggio
e alla disciplina interna.
In fabbrica si sta peggio, in alcuni casi c’è rischio di licenzia-
menti: come a Valdagno, feudo della dinastia tessile dei conti
Marzotto, dove nell’aprile ’68 uno sciopero contro il cottimo sfo-
cia in una manifestazione che invade la cittadina e abbatte la sta-
tua del fondatore dell’azienda. Jacquerie urbana, ma intrecciata
con il ventaglio di desideri aperto dalla società del benessere e an-
cora insoddisfatto. Gli operai vogliono più socialità, cultura, sva-
go, tempo libero, una disponibilità di beni materiali pari a quella
dei ceti medi. Vogliono anche contare di più. Come scrive già nel
’68 Giorgio Bocca48 parlando degli operai Fiat delle fabbriche to-
rinesi: «c’è evidentemente qualcosa che nessun aumento di sala-
rio può dargli, e che la lotta invece gli ha fatto apparire e gustare:
il potere, piccolo e effimero, ma un potere, l’uguaglianza nelle ore
calde, il trattare da pari a pari con i capi, il vedere impaurita l’or-
ganizzazione». Sviluppo imprevisto per i molti osservatori secon-
do cui la spinta al miglioramento di status si sarebbe inevitabil-
mente tradotta in strategie a livello individuale.
La nuova stagione culminerà nell’estate-autunno ’69 con una
grande ondata di scioperi in tutti i settori industriali, l’autunno
caldo, e si prolungherà fin quasi a metà decennio. Agli scioperi
indetti dal sindacato si accavallano le interruzioni «a gatto sel-
vaggio», decise autonomamente da piccoli gruppi, e in grado di
ingolfare le linee a monte e a valle. Con il ’69 si arriva ai cortei
interni che attraversano la fabbrica al rombo di tamburi im-
provvisati per convincere/costringere tutti a partecipare. Alla
testa degli scioperi ci sono molto spesso gli operai delle linee di
montaggio, ma partecipano tutte le componenti, compresa la
«vecchia» aristocrazia operaia cultrice dell’orgoglio di mestiere
(anche se meno di quanto vuole lo stereotipo). Sono coinvolte
le piccole fabbriche, l’impiego pubblico, settori del terziario, e
la situazione più bastarda e disperata, le carceri, dove nel ’69
proteste inizialmente pacifiche chiedono la riforma del codice
penale, la riduzione dei termini della lunghissima carcerazione

102
preventiva, possibilità di lavoro e di rapporti sessuali e affettivi.
Con il nuovo anno scolastico sono cominciate le occupazioni
delle scuole medie superiori. Rispetto ai movimenti degli altri
paesi europei, che cadono bruscamente fra estate e autunno ’68,
l’originalità italiana sta in questa lunga durata e in questa varietà
di soggetti, ma prima ancora nella fisionomia delle lotte operaie.
Oltre che contro i ritmi troppo veloci e la nocività del lavo-
ro, si sciopera contro il potere dei capi, contro il sistema di rap-
presentanza sindacale. Si avanzano due obiettivi antagonisti al-
la cosiddetta razionalità produttiva: la rottura del legame fra au-
menti salariali e aumenti della produttività, la fine delle dispa-
rità di salario e di status fra impiegati e operai, fra operai comu-
ni e qualificati, fra qualificati di diversa categoria, fra zona e zo-
na49. A essere messa in questione è l’intera condizione di fab-
brica, insieme a un pezzo dell’organizzazione sociale.
Nel giugno ’69 alla Pirelli di Milano nascono i Comitati di ba-
se (Cub) organismi autonomi per la contrattazione, che diven-
teranno un modello e saranno visti da molti militanti come un
embrione dei soviet. Nel ’69-’70 si tengono grandi assemblee,
aperte in alcune città agli studenti e simil-studenti. Clima ro-
vente, fusionalità, conflitti, euforia, storie di emigrazione, soli-
tudine, soprusi, ma anche di scontri vittoriosi con i capi e le
guardie di fabbrica – racconti di vita che ricordano quelli ascol-
tati alla Sorbona da Rossana Rossanda50. Mentre la disciplina
letteralmente si disfa, nei reparti tornano il desiderio e il piace-
re di stare insieme.
La trinità operaia – ugualitarismo, ribellione all’autorità, ri-
fiuto della delega – assomiglia a quella degli studenti. Ma rac-
coglie anche le tradizioni di critica al centralismo sindacale; ri-
scatta le sconfitte popolari al sud; cura le ferite dell’emigrazio-
ne in Germania, Belgio, Svizzera; vendica, spesso senza saperlo,
i neri anni cinquanta, quando in fabbrica imperava la discrimi-
nazione politica e alla Fiat gli iscritti alla Fiom, operai di me-
stiere, ex partigiani, ex deportati, finivano in reparti confino, ta-
gliati fuori da tutto, oppure erano adibiti a pulire i piazzali, ac-
catastare legna, spazzare nei cunicoli sotto le presse i ritagli di
lamiera e il gocciolamento dell’olio.

103
Del resto, secondo uno sguardo interno e affinato, non sono
tanto le idee il contributo più originale del ’68 alle lotte di fab-
brica, è «l’esistenza stessa del movimento studentesco come mo-
vimento politico di massa» che ha saputo crearsi uno spazio pro-
prio anche in senso materiale51. E affettivo, e simbolico. L’ope-
raio che, come il protagonista del romanzo di Balestrini Voglia-
mo tutto52, non vuole saperne dell’orgoglio del mestiere, speri-
menta ora l’orgoglio di sentirsi parte di un mondo a sé, dove ha
i suoi amici e la sua gente. «Come se», scrive sulla scorta dei rac-
conti dei protagonisti Marco Revelli, «si fossero riprodotti i fili
dell’antica comunità, non più fondata sull’etnia e sul suolo, ma
sulla comune appartenenza a un’entità totalizzante (la grande
fabbrica), sulla comune capacità di nutrirla col lavoro e cam-
biarla con la volontà»53.
Che valori e regole vengono dal presente come dal passato,
dall’esperienza cittadina come da quella rurale, può far nascere
conflitti, ma non rompe il comune senso di identificazione nel-
la fabbrica. Infatti, come gli studenti che tornano appena possi-
bile all’università, gli operai escono raramente all’esterno: suc-
cede a Torino il 3 luglio 1969, quando, in occasione di uno scio-
pero sindacale per gli affitti, migliaia di operai Fiat e di studen-
ti sfilano in corteo scandendo «Vogliamo tutto», sono attaccati
dalla polizia e si scontrano fino a notte. Entrata subito nella leg-
genda, la «battaglia di corso Traiano» viene vissuta come un ve-
ro e proprio innesco del processo rivoluzionario.
Mentre nelle città del nord scoppiano nuove lotte per la casa,
il sud mostra ancora una volta di non essere un tutt’uno né una
palude. A fine ’68, a Avola, scendono in piazza i braccianti, la po-
lizia spara uccidendo due persone. Nel ’69 Battipaglia si ribella
alla chiusura di alcune fabbriche: altri morti. A Reggio Calabria,
una delle città più povere d’Italia e un concentrato di ambiva-
lenze, nel 1970 scoppia una lunga e violentissima protesta, per-
ché la scelta di Catanzaro come capoluogo di regione cancella la
prospettiva di nuovi posti di lavoro. Verso la metà del decennio,
si sviluppa anche al sud la lotta nelle città, nel biennio ’75-’76 Na-
poli è la sede della prima protesta organizzata degli invalidi e dei
disabili, e del più importante movimento europeo dei disoccu-

104
pati, che contro il sistema clientelare delle assunzioni propone
nuove liste stilate in base alla situazione economica e alla parte-
cipazione alle lotte. Ma al centro di tutto ci sono gli operai. Le
agitazioni non si fermano con la firma dei contratti, né quando la
strage di piazza Fontana spinge le sinistre sulla difensiva, e nep-
pure durante la recessione del 1973. A abbattere il movimento
saranno da un lato le pesanti ristrutturazioni industriali partite
intorno alla metà del decennio, dall’altro il terrorismo. Ma i pri-
mi anni settanta restano il momento di un’unificazione fra zone
del paese storicamente divise e fra strati sociali diversi, che non
ha precedenti e non avrà riedizioni nell’intera storia italiana.

Cambiamenti
Le lotte spingono i partiti in direzioni diverse. La Dc punta an-
cora una volta a coagulare le inquietudini dell’opinione modera-
ta, la cosiddetta maggioranza silenziosa, e nel 1972 torna al cen-
trismo. Tuttora escluso dal governo per il suo legame con l’Urss
ma sempre più radicato nei poteri locali, il Pci mantiene il richia-
mo più o meno diluito alla rivoluzione, sia pure senza fare alcun-
ché per realizzarla. Come il Psi, guarda con riserve e oscillazioni
a lotte così lontane dal modello cui si è abituati. Diversamente dal
Psi, diffida delle campagne dei radicali per i diritti civili. A guar-
darsi intorno, si ha l’impressione che la società corra verso una
maggiore apertura, mentre la politica segue con affanno, o fa bar-
riera con toni da apocalisse. Nel ’73 si torna al centrosinistra, e sul
piano degli equilibri di governo tutto sembrerebbe immutato.
Solo i sindacati, che pure non si aspettavano questa esplo-
sione di conflittualità, la assecondano almeno in parte. In rispo-
sta alle richieste di democrazia, potere, cultura, benessere, si
rendono più autonomi dai partiti di riferimento, rilanciano l’im-
pegno sul piano sociale con scioperi per la casa, per la salute, la
scuola, i servizi sociali, ma senza grandi risultati. Sono invece
importantissime le conquiste in fabbrica: le 40 ore settimanali,
il diritto alle assemblee interne in orario di lavoro pagate
dall’azienda, aumenti salariali uguali per tutti, lo Statuto dei la-
voratori, carta dei diritti che garantisce le libertà sindacali e

105
maggiore tutela dai licenziamenti. E un congedo retribuito di
150 ore all’anno per seguire corsi di studio organizzati dal sin-
dacato in collaborazione con le scuole e l’università. La mossa
più significativa è la creazione di un nuovo sistema di rappre-
sentanza, i Consigli di fabbrica, composti da delegati di repar-
to, eleggibili anche se non iscritti, e anche dai non iscritti, al sin-
dacato. La parola d’ordine «Siamo tutti delegati» lanciata da mi-
noranze radicali avrà seguito per un breve periodo.
Le lotte investono in profondità quel che resta del movi-
mento degli studenti. L’attenzione, che inizialmente abbraccia-
va tutte le situazioni di sofferenza sociale, si concentra sulla fab-
brica. Si rafforza l’operaismo, un insieme di posizioni diverse
che però mettono tutte al centro di ogni strategia una classe ope-
raia che si immagina sempre unitaria e sempre rivoluzionaria,
ma che, come ha mostrato il maggio francese, può venire rias-
sorbita dalla mediazione sindacale. Mentre continua la diaspo-
ra degli ex militanti antiautoritari verso il pacifismo, la new age,
forme di impegno sociale, ricerca della felicità privata, altri con-
fluiscono nei partiti di sinistra. Fra studenti, ex studenti, giova-
ni operai, si fa strada, non senza defezioni e resistenze, l’idea di
doversi dare un’organizzazione stabile, più disciplina, più ideo-
logia, meno spontaneità. È un effetto della diagnosi che lega la
sconfitta del maggio francese alla mancanza di un partito «vera-
mente rivoluzionario», e che viene estesa all’Italia, dove invece
sta iniziando un grande e contagioso ciclo di lotta.
Dalle ceneri gelate del ’68 si costituiscono (o si rifondano) fra
il ’69 e il ’71 i gruppi extraparlamentari, la più consistente nuova
sinistra in Europa – Potere operaio, Lotta continua, la IV Inter-
nazionale di ispirazione trockista, Avanguardia operaia e il grup-
po del Manifesto, costituito da giovani dirigenti del Pci, radiati
per aver fondato la rivista omonima e aver chiesto che, dopo l’in-
vasione della Cecoslovacchia, il partito mettesse fine all’ambiva-
lenza verso l’Urss. Ispirata al maoismo e da subito centralizzata,
è la preesistente Unione dei comunisti italiani marxisti-leninisti,
Servire il popolo. Sono realtà ideologicamente e esistenzialmen-
te diverse fra loro, ma anche in Italia l’adesione segue strade non
solo politiche. A volte è tutta «una comunità informale di amici

106
che si sposta in un’altra un po’ più strutturata». A volte si andava
«nel primo gruppo che si incontra[va]. E dipendeva dalle città [a
Torino c’era soprattutto Lotta continua, a Milano Potere ope-
raio] e un po’ dal carattere: i più spontaneisti a Lc, i più estremi-
sti a PotOp [Potere operaio], i più intellettuali al Manifesto»54.
Caratterizzati da un’opposizione dura ai sindacati e al Pci e
abbondantemente ricambiati, i nuovi gruppi coagulano la parte
più radicale delle avanguardie di fabbrica e raccolgono un buon
consenso fra studenti e insegnanti e nei quartieri popolari. Fan-
no lavoro di agitazione fra i soldati di leva per la democratizza-
zione dell’esercito55, appoggiano le rivolte nelle carceri, hanno
un ruolo spesso decisivo nelle occupazioni delle case. All’oppo-
sto della «vecchia sinistra», che si è fatta prendere di sorpresa
dal ’68-’69, assolutizzano i fenomeni di antagonismo sociale.
Riescono così a cogliere più e prima delle altre forze politiche
l’emergere di nuovi soggetti, ma faticano a misurarsi con la si-
tuazione che si crea a partire dal ’71-’72, quando la conflittua-
lità, anche se più estesa, è meno dirompente, e ancor più con il
pieno riflusso delle lotte operaie iniziato nel ’75. Sono, in so-
stanza una componente effimera, circoscritta e importante del-
la politica italiana, che si distingue per l’attivismo e che incon-
tra una repressione enormemente più dura di quella riservata al
movimento studentesco. Sono anche il luogo di una militanza
come scelta di vita, e uno dei fulcri principali della socializza-
zione di questi anni, quasi una nuova comunità che frantuma le
vecchie cerchie amicali e i recinti culturali regionali56.
Dopo aver oscillato a lungo fra la struttura centralizzata del
partito e la fluidità del movimento, i gruppi alle loro prime prove
«adulte» hanno trovato più rassicurante, anche sull’onda dello
shock per la strage di piazza Fontana, la triade collettivo/organiz-
zazione/partito. «Straordinarie energie giovanili furono disperse»,
scrive Vittorio Foa, «nel riscoprire e ripetere la Dottrina; nel rico-
struire, spesso come caricatura, quello che si era pensato di man-
dare al macero. In questo senso il ’68, dopo aver fatto la critica più
acuta al vecchio mondo, vi è restato dentro»57, facendo proprie
molte delle sue distorsioni, dal settarismo alla mancanza di demo-
crazia interna alle forzature politiche. I gruppi moriranno tutti in-

107
torno alla seconda metà del decennio, di vecchiaia precoce, o per
implosione sotto l’urto del conflitto di genere e della questione del-
la violenza. Per trovare il meglio, bisogna cercare le briciole.

Mutazioni
A leggere certi documenti del ’68 e certi altri dei gruppi extra-
parlamentari, si stenta a credere che a volte li hanno scritti le stes-
se persone. Diverse le parole – comitato nazionale, sezioni, com-
missioni, segreteria, disciplina, formazione quadri. Diverse le pro-
spettive: obiettivi intermedi, scontro generale, fase prerivoluzio-
naria. Non solo. Ora si interviene sui comportamenti, dal biasimo
verso le droghe leggere (quasi tutti i gruppi, anche se con varia de-
terminazione) al veto dell’Unione marxista-leninista (ma non so-
lo) contro le minigonne, i capelli lunghi, le convivenze extrama-
trimoniali, le case in disordine, le auto decrepite mai riparate. In-
furia (o si affaccia) la rispettabilità: i proletari ci guardano.
Torna il primato del collettivo sull’individuale, del futuro sul
presente, della militanza tradizionale sul partire da sé. E
dell’ideologia sulla mentalità58. È una mutazione, che non av-
viene da un giorno all’altro e non manca di compagni di strada
autorevoli. In Italia, mentre si dipana il ciclo di lotte operaie e
popolari, cresce lo scandalo per i partiti che stanno invadendo
la società, per lo Stato autoritario, inefficiente e inadempiente,
per la continua presenza poliziesca. Nasce l’incubo delle stragi,
i gruppi neofascisti si fanno più aggressivi e si moltiplicano gli
scontri fra militanti di destra e di sinistra. Mentre centri di po-
tere e di malaffare intrattengono rapporti con istituzioni statali
e singoli politici, si scoprono vicende misteriose riconducili a
spezzoni dei servizi segreti – tanto che anche il Pci teme un gol-
pe. Quadro politico bloccato, disparità sociali, discredito dei
partiti, combattività diffusa alimentano l’aspettativa potente,
settaria, generosa, volontarista, di un cambiamento radicale.
Ma a spiegare la mutazione, e il fatto che tanti l’accettino, non
basta il contesto, e neppure concetti passepartout come il senso di
colpa del borghese giovane e idealista. Conta il legame fra perso-
ne che più o meno alla stessa età vivono speranze e disastri simili.

108
Conta la baldanza (e l’arroganza) pronta a bruciare i tempi e gli
ostacoli, quel credersi fatti di materia stellare che accomunava
tanti giovani di allora. Conta persino il fatto che i nuovi partiti so-
no piccoli e disorganizzati, il che non li assolve, ma contribuisce
a renderli sopportabili. Spicca su tutto l’innamoramento per le
lotte popolari, che per un tempo non breve si susseguono come
se si passassero il testimone. E spicca l’approdo al comunismo,
vissuto come un passo naturale, e condiviso da persone e orga-
nizzazioni per molti aspetti diversissime. Nel ’68 era una compo-
nente, ora è un pilastro, e una fonte continua di automatismi men-
tali. Quella italiana è una democrazia piena di smagliature e di vi-
zi assurdi. Ma se gli extraparlamentari la considerano assimilabi-
le al fascismo, è perché ricalcano, esplicitamente o meno, l’equa-
zione anni trenta socialdemocrazia = fascismo, o la sua versione
ammodernata secondo cui i totalitarismi sarebbero l’anima na-
scosta delle democrazie. Se disprezzano il riformismo, è perché
hanno fatto propria una lunga tradizione internazionale e nazio-
nale – dalla scomunica di Bernstein all’avversione del Pci verso il
centrosinistra.
Lo stesso ’68 ha portato il suo contributo, basta ricordare il
rigetto di mediazioni e gradualismo, l’adesione al concetto di
tolleranza repressiva, che sfuma le differenze fra democrazia e
regimi autoritari, la mitizzazione del conflitto, l’ambiguità nel
rapporto individuale/collettivo, il decadere dell’irriverenza in
routine: non è un paradosso che una singola persona (Viale a
Torino) venga considerata il simbolo dell’antiautoritarismo?
Quante volte ha senso ripetere che il re è nudo?
Il comunismo caro agli extraparlamentari non è naturalmente
è il comunismo/Stato dei socialismi reali, né quello del Pci, e nep-
pure, salvo che per una minoranza, la «troppo riformista» Prima-
vera di Praga. È un’ideologia umanistico-militarista. Le esperien-
ze cui si richiamano i gruppi, a volte disputandosele, vanno dalla
rivoluzione culturale alle esperienze del Terzo mondo, dalla Co-
mune di Parigi a Guevara a Trockij, che non si sa come possa con-
vivere con l’amata Rosa Luxemburg, che a sua volta non si sa co-
me possa convivere con Lenin. Il sincretismo sessantottino si è svi-
luppato in un melting pot forzato, dove si incontrano la rivoluzio-

109
ne bolscevica e le sue vittime, gli sconfitti della tradizione europea
e i protagonisti vittoriosi del comunismo agrario e postcoloniale.
Un melting pot ben protetto. Perché il comunismo gode non
solo del paradigma intenzionalista, per cui le catastrofi non infi-
ciano le idee originarie, non solo del ricordo di grandi lotte po-
polari e del ruolo storico dei partiti europei nella vita pubblica.
Ha dalla sua parte l’energia del cuore. Prerogativa contradditto-
ria per una teoria/ideologia nata nel nome della scienza contro i
cosiddetti utopisti del primo socialismo, ma fondamento vivo di
una costruzione simbolica straordinariamente capace di rinno-
varsi. Per tanti, giovani e no, il comunismo è il polo di attrazione
di tutte le cose belle che si incontrano qua e là per il mondo. È
un vaso di Pandora all’incontrario, che invece di propagare il ma-
le attira il bene, e poco importa da quale parte venga.
Come l’universalismo del ’68, il comunismo degli extraparla-
mentari anni settanta è in parte «inventato», un patchwork in cui
si cuciono concetti e temi di origini le più diverse – la libertà come
assenza di vincoli tipica del pensiero liberale, l’amore per chi sof-
fre predicato dall’umanitarismo anarchico e dalle Chiese, il riscat-
to del sottoproletariato straccione (ancora e sempre l’anarchia), le
virtù civili di matrice repubblicana; e, del comunismo, la libertà dal
bisogno, l’uguaglianza, il primato del corpo collettivo su quello in-
dividuale, la violenza rigeneratrice, la concezione teleologica della
storia, che punta al suo fine lasciandosi alle spalle i costi.
È vero che l’Italia arriva praticamente ultima alla divulgazio-
ne dei crimini dell’Urss, ma si farebbe torto a molti militanti as-
solvendoli per difetto di conoscenze, tanto più che non sono i
primi né gli ultimi a seguire questa strada. Anzi, il comunismo-
vaso di Pandora prefigura un atteggiamento diffuso soprattutto
dal dopo-’89: la sua riduzione a bagaglio soggettivo, dunque in-
sindacabile, la divisione della sua storia in una parte luminosa e
in una parte inabissata, come se fra le due non ci fosse rapporto.
Almeno una cosa ci dicono quegli anni. Con la sua aura uto-
pica, la scelta di partire da sé ha finito per dimostrarsi la più rea-
listica, quella che, a dispetto del soggettivismo compiaciuto in
cui stiamo affogando, ancora oggi ha senso – sulla scia del fem-
minismo, però.

110
Politiche del femminismo

Una femminilizzazione della politica?

Nella primavera del ’64 le attiviste nere dell’Sncc, lo Student


Non-violent Coordinating Committee, mettono in scena un sit-
in per denunciare lo stile di lavoro nell’organizzazione: le donne
non ricevono uguale considerazione dei maschi, non hanno
uguale voce quando si tratta di decidere, quasi mai compaiono in
pubblico come portavoce del movimento. Lo stesso anno, a no-
vembre, a un incontro sulle relazioni interne allo staff dell’Sncc,
compare un Paper, Women in the Movement, che paragona la po-
sizione delle donne a quella di un nero assunto in una grande cor-
poration: i dirigenti si sentono virtuosi, lui vive in un clima di con-
discendenza e paternalismo. «Bisogna che si sappia che nel mo-
vimento le donne non sono ‘felici e soddisfatte’, anche se spesso
non si rendono conto dei motivi», come non se ne rendono con-
to molti neri1 – l’analogia fra le due oppressioni è un punto di for-
za, e lo sarà poi per buona parte del femminismo.
L’Sncc è la più grande e attiva organizzazione per i diritti ci-
vili degli afroamericani. Dopo che alla fine degli anni cinquanta
hanno cominciato a moltiplicarsi le azioni di protesta dei neri e
di solidarietà dei bianchi, nel 1960 il movimento dei sit-in por-
ta le lotte nella «cintura nera» – il delta del Mississippi, l’Alaba-
ma, la Georgia sudoccidentale. Studenti bianchi cominciano a
spostarsi al sud, nel ’64 saranno moltissimi, e avranno grande
peso nel coinvolgere la New Left. Presto nasceranno progetti
come il Peace Corps, il Vista, il Southern Student Organizing
Committee. Il movimento è misto, neri e bianchi, nonviolento,
teoricamente ugualitario, appassionato della democrazia parte-

111
cipata, con forti radici religiose – l’Ywca, Young Women’s
Christian Association, è un laboratorio di pensiero per molte
giovani credenti. Nasce da una rivolta etica contro il razzismo,
la povertà, lo scarto fra gli ideali del paese e i comportamenti
delle autorità2. Mette in primo piano la collaborazione, la mo-
ralità, la cura, l’amore.
Sono pratiche e valori abitualmente associati al femminile,
che accomunano con intensità diversa i movimenti degli anni ses-
santa, e si fanno sentire in quelli degli anni settanta. Già nel 1962
uno dei leader dell’Sds, Tom Hayden, aveva aperto la questione
a un meeting all’università del Michigan: «dopo la distruttività in-
comprensibile di due guerre e di una terza in arrivo, dopo che la
guerra fredda ha distrutto i rapporti fra gli uomini [...] è venuto
il tempo per la riaffermazione del personale»3.
Fanno leva su questi aspetti le interpretazioni secondo cui il
sessantotto porta a una «femminilizzazione» della politica, met-
tendola in tensione con la cifra dominante, astratta/razionali-
sta/maschile. Ma se davvero fosse così, ci si dovrebbe aspettare
una valorizzazione delle donne e dei loro talenti. Non succede.
Fare propri valori e pratiche associate al femminile non implica
di per sé che si femminilizzi la politica, tantomeno che si rico-
nosca un primato delle donne. Bisognerebbe prendere atto, in-
teriormente e pubblicamente, che la contraddizione di sesso
nella società e nelle organizzazioni viene prima di ogni altra, ac-
cettare il fatto che il nuovo registro politico nasce dall’esperien-
za delle donne, e che impone di essere vigili sui propri automa-
tismi, di imparare a mettersi in ascolto, di fare qualche passo in-
dietro, di avere più coraggio. Troppa fatica, troppi costi.
Eppure nei movimenti studenteschi sembravano coagularsi
molte condizioni favorevoli. Se si teorizzano il metodo del par-
tire da sé, la rivoluzione della vita quotidiana e della sessualità,
il superamento delle barriere pubblico/privato, non si può non
incontrare il modello base di questa e di altre dicotomie, il rap-
porto maschile/femminile e uomo/donna. Invece lo si lascia fra
parentesi. Strano? Non troppo. Il sé da cui si parte nel ’68 ab-
braccia l’esperienza di ragazzi e ragazze, ma è filtrato dal ma-
schile, che all’epoca tutti considerano ancora sinonimo di uni-

112
versale. E arriva fin dove sa, può, vuole. Qualcuna dirà poi che
«non è per nulla chiaro come i compagni sono arrivati a stabili-
re la politicità del loro personale»4.
Per capire quanto sia «inventato» l’universalismo studente-
sco bisogna guardarlo da questo punto di vista. Nella vita quo-
tidiana le donne sono compagne della cui importanza spesso ci
si rende conto quando si è lasciati. In politica hanno responsa-
bilità più varie e importanti di quanto lasci credere l’espressio-
ne italiana «angeli del ciclostile». Ma la fisionomia delle leader-
ship cambia poco, i rapporti uomo/donna spesso riproducono,
aggiornate, le vecchie polarità e gerarchie – e le scontente sono
rompiscatole da sopportare. Il fatto è che alle categorie del ses-
santotto le donne restano quasi invisibili (o meglio, resta invisi-
bile la loro differenza) forse ancora di più che a quelle della
«vecchia» sinistra. I partiti comunisti e socialisti sono lontanis-
simi dal riconoscere l’autonomia della questione femminile, che
nel pensiero marxista figura come un aspetto della questione so-
ciale, destinato a risolversi automaticamente con la vittoria del-
la classe operaia. Ma conservano strutture specifiche, capaci se
non altro di tenere vivo il tema e di funzionare da apprendista-
to alla politica; e per attestare il loro interesse alla cosiddetta
condizione femminile, hanno bisogno di presentare qualche lea-
der donna. Nei partiti comunisti europei si invitano gli uomini
a non scoraggiare la partecipazione politica delle mogli, in quel-
lo americano si impiegano comunemente espressioni come su-
premazia maschile e sessismo.
Il movimento degli studenti non lo fa. Si sente così nuovo e
ricco da non capire dove è invece antico e povero. Già la New
Left americana, con tutto il suo amore per gli sfruttati e i discri-
minati, era rimasta cieca di fronte all’oppressione delle donne.
In seguito quasi tutti i gruppi della nuova sinistra europea, do-
ve fra l’altro i valori del femminile passano velocemente in se-
condo piano, si faranno forti della formula marxista, e la ter-
ranno cara finché potranno. Scacciato dalla volontà di cambia-
re subito, il primato del futuro si rivale là dove si è sempre im-
posto nella storia delle politiche antagoniste: il tempo delle don-
ne verrà, ma non è ancora il momento.

113
Se quella dei movimenti anni sessanta e settanta non è una
femminilizzazione senza donne, lo si deve al fatto che, a parte i
luoghi di massimo prestigio e potere, le ragazze si incontrano
dappertutto, compagne di lotta, oggetti del desiderio, scandalo
per i benpensanti. A volte sono simboli esibiti: per attestare il
carattere di massa dei movimenti, non c’è miglior prova della
presenza femminile5. Niente di nuovo, i moderni partiti popo-
lari si sono sempre trovati stretti fra la paura di urtare la (vera o
presunta) arretratezza delle masse, il bisogno di mostrare il loro
radicamento, la necessità di avere una rappresentanza di ogni
soggetto sociale.
Nei movimenti e nei gruppi le donne contano sul piano ma-
teriale e simbolico, incredibilmente meno su quello strategico.
Ma moltissime non sono ancora pronte a inventare la loro rivo-
luzione – che sarà più politica, perché della politica vorrà cam-
biare il senso e le priorità, e più profonda, perché si tratterà di
cambiare il linguaggio, di trovare nuove connessioni tra i fatti,
tra fatti e pensieri, tra pensieri e pensieri. E fra concetti e corpi.
Nel frattempo, vogliono considerazione, rispetto, voce nelle
decisioni.

Come rendere (quasi) invisibile una donna


Cosa deve fare un gruppo maschile per tenere o rimettere le
donne «al loro posto»? Niente, basta che si lasci andare al flus-
so di idee ricevute, pigrizie mentali, attaccamento ai propri co-
modi e piaceri: meno concorrenza nelle carriere interne e
nell’attenzione pubblica, gioia di sentirsi ammirati, consumo
sessuale, esonero da molti impegni pratici, sia in politica sia nel-
la quotidianità. È così innanzitutto per i leader noti e meno no-
ti, ma ogni maschio gode di qualche privilegio per il solo fatto
di esserlo. Il che non cancella la volontà ugualitaria di alcuni, né
le nuove idee in circolazione, ma le rende platoniche. A schie-
rarsi in tempi diversi dalla parte delle donne saranno pochi, e
quasi nessuno appartiene alla palude dei militanti. Per lo più si
tratta di outsider o di capi, che non hanno molto da perdere sul
piano del potere, i primi perché non ne hanno, gli altri perché il

114
carisma li protegge, almeno fino a quando lo scontro donne/uo-
mini nelle organizzazioni non li scaraventerà nella mischia.
Le pratiche si assomigliano un po’ dovunque. Alle strutture
locali, dove operano la maggior parte delle attiviste, si ricono-
scono poco potere e poco prestigio, e viceversa si assegnano le
donne a quei settori perché li si giudica secondari. Nelle diri-
genze si entra per cooptazione, e la cooptazione presuppone fe-
deltà e la rafforza. Negli ordini del giorno, gli interventi di don-
ne che parlano di donne finiscono all’ultimo posto, quando i mi-
litanti sciamano via. Il femminismo è giudicato un fenomeno
dubbio, inopportuno, borghese. Si usa il sarcasmo, o il paterna-
lismo. Si fa leva sul sentimento materno, sulla solidarietà. Il sen-
so di colpa della militante acculturata e spesso agiata può por-
tare le donne a limitarsi da sole.
Se tutto questo sia effetto di opportunismo o inadeguatezza
maschile poco importa, la storia non ha il compito di guardare
come le persone sono fatte dentro. Il risultato è comunque un
vuoto di pensiero in cui sopravvivono alcuni capisaldi della cul-
tura «patriarcale». La doppia morale, anzi tripla – una per gli
uomini, una per le donne, una molto speciale per la propria
compagna. L’associazione della femminilità con la natura, l’ir-
razionale, l’eccesso, il corpo, e ovviamente la manutenzione del
quotidiano, sia pure ridotta al minimo come era allora.
Sul piano politico, si riaffacciano i leitmotiv ideologici messi
in discussione agli albori dei movimenti, a cominciare dal pri-
mato del generale sul particolare, del nazionale sul locale, del ra-
zionale sull’affettivo, della mente sul corpo. Torna la preoccu-
pazione per quel che le donne potrebbero fare se le si lasciasse
decidere in autonomia – qui i figli assomigliano ai padri e non-
ni, che in Usa nel ’19-’20, in Francia e Italia nel ’45, avevano dif-
fidato del suffragio femminile. L’esercizio della leadership esige
un intreccio di charme e competitività, di resistenza fisica e di
durezza mentale, che a una donna, meno abituata al palcosceni-
co pubblico, riesce più difficile, e che molte non sono proprio
interessate a praticare.
Qualche gruppo ha una sua specialità. Fra gli «sbarbatelli
rossi» dell’Sds americana domina lo «stile cerebrale»: linguag-

115
gio astratto, gergale, specialistico; culto delle schermaglie ideo-
logiche in cui si dà tutto per scontato e sono decisive la rapidità
di riflessi e una certa dose di cinismo6. Riunioni infinite e a ore
impervie, molto oltre le possibilità di una donna che debba oc-
cuparsi della famiglia. Primato della scrittura sull’oralità, che
oscura la leadership verbale di alcune. E una propensione qua-
si prodigiosa al narcisismo, senza la quale sarebbe impossibile
parlare per ore o riempire pagine e pagine senza dire niente di
nuovo. Che molte donne, e non solo donne, siano tagliate fuori
è facile.
Nella sinistra extraparlamentare italiana circola ampiamente
il registro populista, per eccellenza maschile, lontanissimo dalle
corde di una militante di ceto medio. E anche di una operaia –
le eccezioni sono figure mitiche. Il populismo delle donne non
può che appoggiarsi al materno, e il materno non è una risorsa
molto spendibile in quegli anni.
Il linguaggio del ’68, almeno della sua componente antiauto-
ritaria, così antispecialistico, anticoncettuale, aderente alla
realtà, si è perso per strada, e all’apparenza pochi si sono chie-
sti come mai. La dissipazione di sé che alcuni critici identifica-
no nella licenza sessuale, sta invece nella scarsa cura per un pa-
trimonio nuovo e fragile.

Nel movimento per i diritti civili


Il sit-in delle attiviste nere e il Paper Women in the Movement na-
scono in una fase in cui le lotte non rispecchiano ancora l’espe-
rienza degli studenti, né si teorizza il principio del partire da sé.
Eppure rappresentano quasi il paradigma del modo in cui si for-
ma una componente del femminismo.
Le protagoniste sono giovani donne per lo più di ceto medio,
idealiste deluse dai loro compagni. Nere e bianche, che però non
riescono ancora a agire insieme. Le prime sono viste come amaz-
zoni capaci di fare tutto ciò che fa un uomo, a cominciare dagli
scontri con la polizia, le seconde come la base di supporto logi-
stico. A dispetto dell’ideologia ugualitaria e della presenza di al-
cune leader, è sulle loro spalle che ricadono abitualmente tutti i

116
lavori di segretariato e di manutenzione della vita comunitaria –
battere a macchina, tenere pulite le Freedom Houses, cucinare
se necessario, coltivare le relazioni, cercare soldi, avvocati, sim-
patizzanti. Le donne assumono ruoli maschili, gli uomini si guar-
dano bene dal condividere ruoli femminili. Storia vecchia e de-
stinata a ripetersi. Fra i maschi la mistica della femminilità sten-
ta a morire, mentre le giovani cominciano a rendersi conto che
l’autostima e le abilità maturate nelle lotte sono soffocate dal mo-
dello politico dell’Sncc. Un’impressione condivisa dalle ragazze
del nord, che scrivono: «Noi non siamo venute per fare le came-
riere, siamo venute per lavorare nel campo dei diritti civili»,
«questa divisione dei ruoli è disgustosa», «non ho mai visto
un’impresa cooperativa così poco cooperativa»7. Che si trovano
inserite in numero sproporzionato nell’insegnamento alle Free-
dom Schools, nelle biblioteche, nella preparazione dei progetti,
molto meno nelle registrazioni per il voto, considerate più peri-
colose e affrontate spesso dai compagni con lo spirito della pi-
stola più veloce del west – è anche un aspetto della recuperata vi-
rilità nera dopo il tempo della sua umiliazione, che non li aiuta
comunque a politicizzare le bande di strada, mentre le donne or-
ganizzano con successo reti di welfare, grazie anche alla tradi-
zione di aiuto reciproco delle black mamas.
La decisione di aprire il conflitto deve essere stata sofferta,
perché quella del movimento per i diritti civili è una storia spes-
so tragica. Nel paese simbolo della libertà, dove il governo cen-
trale ha sancito da più di un secolo l’uguaglianza dei cittadini, gli
Stati del sud continuano a praticare la discriminazione e la se-
gregazione: i neri non possono iscriversi alle liste elettorali, fre-
quentare le stesse scuole dei bianchi, gli stessi bar, le stesse sale
da ballo; negli autobus esiste la parte per i bianchi e quella per i
neri, nei locali notturni entrate diverse. Molti cuori sensibili pian-
gono quando Billie Holiday canta Strange Fruit, dove gli strani
frutti sono i corpi dei neri linciati penzolanti dagli alberi; ma tol-
lerano il revival del Ku Klux Klan. Un nero può essere ucciso se
ha rapporti con una bianca, se è sospettato di averne, se è stato
«irrispettoso» con un funzionario; e le autorità chiudono spesso
gli occhi. Il movimento finirà con l’ottenere una vittoria legale

117
grazie alla nonviolenza, al coraggio fisico e morale e all’uso ac-
corto del principio del come se: come se le leggi fossero davvero
uguali per tutti, come se il primo pensiero del governo federale
fosse farle rispettare. Ma il clima resta a lungo terribile. Nelle
«estati al sud», quando neri e bianchi lavorano insieme per con-
vincere i più poveri a presentarsi agli uffici elettorali, le polizie
locali infieriscono sugli attivisti. Lottando per i diritti civili si può
essere arrestati, feriti, uccisi, magari da uno sceriffo membro del
Ku Klux Klan o da un bianco razzista che sa di restare impuni-
to. Si può sparire nel nulla, e tutti lo sanno. «Questione razziale»
e «questione sessuale» si esasperano a vicenda: le ragazze bian-
che dell’Sncc sono viste come «nigger lover bitches», i giovani
neri come potenziali stupratori. E tutti come «commie sym-
pathizers», simpatizzanti comunisti.
Mettere sotto accusa compagni con cui si sono condivisi tan-
ti sogni – e la galera, il tribunale, le manganellate, le fucilate –
può diventare un dilemma etico, tanto più se si pensa all’ideale
di una comunità solidale e amorosa che ispira molti attivisti del
sud, fedeli delle Chiese protestanti, battiste, metodiste, episco-
pali, presbiteriane8.
Infatti sia il sit-in sia il Paper lasciano la porta aperta a una
mediazione, persino a un arretramento. Si temono le ritorsioni
maschili, l’isolamento, il sarcasmo. Il sit-in è semischerzoso, il
Paper è anonimo, un ballon d’essai lasciato a se stesso, come se
le autrici pensassero che nell’Sncc non si è affatto pronti a mi-
surarsi con il problema.
L’eco del documento è scarsa. Fra i maschi, alcuni ironizza-
no, i più sorvolano, c’è chi scoppia a ridere alla battuta di
Stokely Carmichael: «la sola posizione per le donne nell’Sncc è
prona», e non reagisce alle sciocchezze sulle ragazze del nord
che avrebbero passato l’estate «stese sulla schiena». Fra le mili-
tanti nere, poco entusiasmo.
Nell’estate del ’65 Mary King e Casey Hayden, due attiviste
bianche del sud che avevano partecipato alla stesura del Paper,
se ne vanno fra le montagne della Virginia, e dopo giorni di di-
scussione scrivono, firmandolo, A Kind of Memo, diretto alle al-
tre donne dei movimenti. Come i neri, dice il Memo, le donne

118
sono catturate in un sistema di casta che le tiene fuori o ai mar-
gini delle strutture di potere, e lo stesso avviene nel movimento.
Ma proprio dal movimento, molte hanno imparato

a pensare radicalmente sul valore e le abilità di persone il cui ruolo nel-


la società non è mai stato messo in discussione, e [...] hanno comin-
ciato a applicare questa lezione ai loro rapporti con gli uomini. Cia-
scuna di noi ha probabilmente la sua storia dai diversi risultati [...]. Ma
manca una comunità di discussione: nessuno scrive, o organizza, o par-
la in pubblico delle donne in un modo che rifletta i problemi contro
cui molte donne si scontrano nel movimento9.

A Kind of Memo è già un testo esterno. Forse le autrici non


se ne rendono conto, anche perché non hanno gran fiducia nel-
la possibilità di un movimento fondato su un concetto così estra-
neo al pensiero americano come un sistema di casta fondato sul
sesso. Invece, un mese dopo, le donne che hanno letto il docu-
mento abbandonano clamorosamente il convegno nazionale
dell’Sds. Il solo uomo a difendere la loro iniziativa è un nero
dell’Sncc. Quando, nel ’67, il chairman di un convegno rifiuta di
accettare un documento sui diritti delle donne perché «ragazzi-
na, abbiamo cose più importanti da discutere»10, molte comin-
ciano immediatamente a organizzare un movimento separato,
usando proprio le capacità organizzative e le reti di relazioni na-
te dalle lotte per i diritti civili e nelle università. Il primo passo
sarà mettere in piedi piccoli gruppi di discussione che si apri-
ranno presto al «consciousness-raising», la presa di coscienza.

Strade per il femminismo

Al femminismo si può arrivare da molte altre strade. Si può pas-


sare dalla casa e dai rapporti familiari, quando una donna si
stanca di essere quel che la società l’ha addestrata a essere, e di
provare vergogna a dichiararsi «solo» casalinga. Si può passare
dalla scuola, se una ragazza trova ridicolo il modello cheerleader,
fanciulla seducente ma innocente, fragile ma ferrea nel preten-
dere il matrimonio, intelligente ma non tanto da competere con

119
i maschi. Ancora dalla famiglia, se centellina le libertà.
Dall’amore, quando lui si trasforma da principe azzurro in pa-
drone da servire, Barbablù, Andy Capp; oppure non si trasfor-
ma affatto. Ancora dall’amore, quando una donna che ama una
donna scopre di non essere prevista né tollerata. Dalla mater-
nità, quando i figli diventano alieni programmati per divorare,
sporcare e strepitare. Si può passare anche dalla Factory di
Andy Warhol, vedendo belle creature soffocate dalla dominan-
te androginia maschile. O dal mondo del rock, dove o si è una
groupie o niente, a meno di farsi avanti a spallate. Dalla cultura.
Dal lavoro, dove molte donne oscillano fra una marginalità de-
vota e una marginalità ribelle. Dal non lavoro. Sarah Ruddick,
futura pensatrice femminista, si sente paralizzata, incapace di la-
vorare perché non ha un’immagine di sé come lavoratrice. Ma-
rilyn Young, specializzata ai massimi livelli in storia della Cina,
si ritrova a 30 anni imprigionata nel ruolo di madre di figli pic-
coli e moglie di un preside di facoltà, e nel ’67 scrive nel suo dia-
rio: «Dovrò vivere il resto della mia vita come se non fosse rea-
le e morire sorpresa [...]. Non ho un lavoro adatto e per me è
dura. E divento più pigra mentalmente di ora in ora»11.
In questi casi, il principio del partire da sé sta nella quoti-
dianità e dà l’imprinting alla politica, spingendo giovani donne
come queste verso i gruppi femministi detti radicali, poco inte-
ressati alle prime leggi sulle pari opportunità, e molto all’analisi
dell’oppressione.
Ma quel principio è un passaggio obbligato anche per le mi-
litanti. Una ragazza comincia a far politica per lottare al fianco
degli oppressi, cresce, sperimenta la comunanza, la gioia di fa-
re. E prima o poi si accorge che gli uomini la danno per scon-
tata, che le iniziative per migliorare la vita delle donne non
comprendono la sua. Scopre in se stessa un senso di mancanza
esistenziale, politica, culturale. E apre il conflitto all’interno
della sua organizzazione, fino a separarsene tranquillamente o
con furia.
Qualcuna se ne va individualmente. Marina D’Amelia, futu-
ra storica e fondatrice della rivista di storia delle donne «me-
moria», lascia il movimento studentesco romano nel ’69, delusa

120
dal rifiuto degli studenti di fare un seminario su Hannah
Arendt. Carla Lonzi incontra fugacemente il ’68 e ne vede pre-
sto i limiti. Così Shulamith Firestone negli Stati Uniti. In Fran-
cia c’è un esodo dai gruppi maoisti e trockisti. In Italia, la stra-
grande maggioranza delle militanti di Lotta continua abbando-
na fragorosamente l’organizzazione nel 1976, contribuendo al
suo autoscioglimento. Con meno clamore, negli anni preceden-
ti se ne erano andate molte compagne di Potere operaio, del Ma-
nifesto, di Avanguardia operaia. Quale che sia il suo percorso,
per una donna il metodo del partire da sé divide un prima ma-
gari fecondo ma votato a una causa esterna, e un dopo in cui
l’amore per quella causa non si esaurisce, però deve misurarsi
con il bisogno di essere per sé.
Spesso le storie sono dolorose, piene di ansia e collera – il che
sembrerebbe confermare lo stereotipo della femminista frustra-
ta e perdente. E se anche fosse? Frustrazione è il termine classi-
co usato per svilire la sofferenza altrui, perdente (e vincente) so-
no parole simbolo del meccanismo che trasforma un fatto, l’aver
perso o vinto, in un tipo umano ammirevole o disprezzabile.
Molte femministe erano (sono) donne felici nel lavoro e negli af-
fetti, che però intravedevano la possibilità di esserlo di più, e in
molte di più.
Le strade del femminismo sono spesso accidentate. Quando
esce Women in the Movement, le autrici attribuiscono il suo
scarso successo all’inconsapevolezza delle loro compagne. Se
non che, le donne nere si trovano in una diversa traiettoria del-
la loro crescita politica, in cui la priorità è la segregazione raz-
ziale. Se non che, i rapporti fra nere e bianche sono complica-
tissimi: le prime occupano posizioni di relativa forza e potere, le
seconde hanno un posto più marginale; le prime guardano con
sospetto al modello di femminilità delle bianche, le bianche
guardano con ammirazione alle loro madri nere, potenti, auto-
revoli, accoglienti. E nere e bianche sono al centro dell’ingorgo
di questione razziale, questione sociale e questione sessuale. Se
lo si comprime nella dicotomia consapevolezza/inconsapevo-
lezza, questo groviglio di contraddizioni rischia di non essere
colto per eccesso di ortodossia femminista.

121
Siamo nel 1964-’65, in una situazione difficile, ma l’atteggia-
mento giudicante durerà a lungo. Ci vorranno anni per arrivare
a una visione più libera, a uno sguardo affettuoso e critico sul
passato – Franca Fossati, per esempio, ricorda di aver conside-
rato traditrici le donne di Lotta continua che erano rimaste le-
gate all’organizzazione, e si rammarica di non aver cercato di ca-
pire le ragioni di quella fedeltà.

L’arcano, l’estremo, l’antico, il futuribile


C’è chi nel femminismo ha visto molto folklore: le ragazze che
bruciavano in pubblico i reggiseni e rifiutavano di depilarsi le
gambe, le americane che invadevano il palco a un concorso per
Miss America, i cortei dove si alzavano le mani, pollici uniti e in-
dici uniti, a simboleggiare il sesso femminile, e qualcuna vestita
di stracci portava una ramazza. In Italia si scandiva «tremate tre-
mate le streghe son tornate», oppure, «dito dito orgasmo ga-
rantito, cazzo cazzo orgasmo da strapazzo» – trattandosi per lo
più di donne giovani e belle, gli imbecilli dicevano: «che spre-
co». Nel 1970 Joreen scrive The Bitch Manifesto, ironico, catti-
vo, allegro – e limpido come tutti i suoi testi: le Puttane «ben
riuscite» sono quelle che hanno una relazione con una persona
o un’organizzazione, ma non sposano niente e nessuno – veri
soggetti nomadi ante litteram. Sono state le prime donne a an-
dare al college, le prime rivoluzionarie sociali, leader dei lavora-
tori, organizzatrici di altre donne. Si sentono oppresse non per-
ché pensano di essere inferiori agli uomini, ma perché sanno di
non esserlo. Devono organizzarsi per la loro liberazione come le
altre si organizzano per la loro. «Dobbiamo essere forti, dob-
biamo essere militanti, dobbiamo essere pericolose. Dobbiamo
renderci conto del fatto che Puttana è Bello e che non abbiamo
niente da perdere. Niente di niente»12.
Ha ragione chi si allarma. Non è folklore, è antagonismo,
che, al contrario di quello maschile, non ha paura dell’arcano,
dell’estremo, dell’antico, dell’eresia. In Italia i due testi fondati-
vi della storia delle donne sono dedicati alla caccia alle streghe
e alla storia di dodici partigiane refrattarie alla retorica della re-

122
sistenza perfetta13. Le streghe sono prese a simbolo di un sape-
re cancellato dal razionalismo, di un’anomalia messa al rogo da
Chiesa e Stati – e qui non importa se la storiografia le ha viste
invece come povere donne (e donne povere) che sotto tortura
ammettevano qualsiasi cosa. Ora sono richiamate dal passato
per testimoniare di un patrimonio disperso di conoscenze em-
piriche che viene rivendicato alle donne, anche se non è una lo-
ro esclusiva; per contrapporre alla brava figlia/moglie/madre il
potere oscuro della fuoricasta14. Il corpo «selvaggio» è la nega-
zione di quello levigato delle miss, il reggiseno bruciato corona
il cammino per liberarsi da busti e corsetti. I riferimenti a filo-
sofe e leggende dell’antichità (Diotima, Ipazia, Melusina) mo-
strano che tutta la storia è stata mutilata.
Al polo del futuribile, Shulamith Firestone, nata in Canada,
sorella di un rabbino, tra le fondatrici delle New York Radical Fe-
minists, scrive nella Dialettica dei sessi15 che le donne devono im-
padronirsi della cibernetica e usarla, insieme agli anticoncezio-
nali e all’aborto, per portare la riproduzione nei laboratori, in
modo da liberarsi dalla biologia e dalla «barbarie della gravidan-
za». Le trasformazioni dovranno portare a un mondo post-pa-
triarcale, dove la famiglia nucleare non esisterà più, sostituita da
libere comunità all’interno di una società socialista. Un preoccu-
pante modello di falansterio, una posizione quasi isolata nella ge-
nerale diffidenza verso la tecnologia. Ma a dispetto della spari-
zione dell’autrice dalla politica attiva, la Dialettica dei sessi conti-
nua a essere citato come una tappa del pensiero femminista.
Non siamo rispettabili, e non vogliamo esserlo, sembrano di-
re le donne. E neppure potrebbero. La dicotomia fra corpo e
mente e fra pubblico e privato implica una graduatoria della ri-
spettabilità, vale a dire del modo appropriato di presentarsi al
mondo, fuori dalla casa e dai rapporti familiari16. Al polo posi-
tivo sta il maschio bianco, eterosessuale, borghese, cristiano. Al
polo negativo le donne, gli omosessuali, gli ebrei, i non occi-
dentali, i non bianchi, i non borghesi, gli imperfetti (oggi anche
i grassi e i fumatori), con la loro carnalità disordinata, indecen-
te, sporca. Che la donna sia contemporaneamente eletta a cu-
stode della moralità privata conferma una verità dell’antropolo-

123
gia: lo sporco in sé non esiste, è sporco quello che sta nel posto
sbagliato. Un pugno di terra sulla tavola imbandita, un residuo
di cibo su un libro, un nero vicino a una bianca – e una donna
in parlamento. Nell’800 i deputati italiani inorridivano all’idea,
e nello stesso tempo consideravano la propria moglie una santa
creatura.
Fantasmi del passato? Certo negli anni sessanta i codici ot-
tocenteschi e la disciplina dei corpi sono in agonia. Ma non era-
no residui medievali, venivano dal cuore della filosofia e della
scienza occidentali, che facevano del decoroso dignitoso uomo
pubblico il vero soggetto angelicato, capace di trascendere in-
clinazioni e passioni, e per questo legittimato a parlare per tutti
gli altri. Oltre che nella riprovazione per i politici sorpresi in
comportamenti detti inappropriati, spezzoni di quei codici so-
pravvivono ancora oggi nelle reazioni inconsapevoli e in certe
forme di adattamento/mimetizzazione. Come la giacca d’ordi-
nanza di manager politiche intellettuali, promessa di affidabilità
di cui ci si spoglia appena rientrate a casa.
I cortei variopinti delle prime femministe, le gonne a fiori, le
collanine, i ricci sulle spalle, sono sia una barriera contro l’omo-
logazione al maschile, sia un’invasione nel mondo della politica
per forzarne confini e contenuti. Quando mai prima un gruppo
si è dato il nome Nemesiache, Redstockings, Witch17, Io sono
curiosa? Quando mai uno slogan ha nominato gli organi sessuali
e la masturbazione, un corteo ha scandito «Io sono mia»? Le
femministe di movimento fanno teoria, come le donne appena
meno giovani che scrivono libri intitolati Nato di donna, Eretica
dell’amore, Maglia o uncinetto, L’infamia originaria18. Come
sembrano scolastici al confronto Dialettica dell’illuminismo,
Storia e coscienza di classe, o anche Della miseria nell’ambiente
studentesco19 ricalcato sul Della miseria della filosofia. Di rado le
donne cadono nella tentazione di parafrasare titoli classici.
Dell’umorismo femminile esistono precedenti meravigliosi,
come la geniale oca bionda Mae West, primo sex symbol del ci-
nema americano, autrice e sceneggiatrice che nei contratti im-
poneva il suo diritto di scegliersi il coprotagonista e di riscriver-
si la parte, e che con il suo «Is that a gun in your pocket, or are

124
you just happy to see me?» uguaglia Groucho Marx. Non di-
venterà una icona del femminismo, troppo camp, troppo sma-
gata nel prendere tutto quel che la vita concede a una donna, e
se possibile di più. Troppo individualista.
L’ironia del primo femminismo è politica, collettiva, fidu-
ciosa nella possibilità di cambiare il mondo. Al concorso di Miss
America dell’agosto 1968, giovani femministe incoronano una
pecora, portano un bidone della spazzatura e lo riempiono di ar-
ricciacapelli, bustini, numeri del «Ladies’ Home Journal», reg-
giseni (di qui la vulgata del rogo e il termine giornalistico di bra-
burners), battezzandolo il «bidone della libertà». Vestita da
agente di cambio, Peggy Dobbins mette all’asta un ritratto di
Miss America: «Signori, vi offro il modello 1969. Ogni anno è
migliore. Cammina. Parla. Sorride a comando. E in più sbriga le
faccende domestiche». In Francia, agli Stati generali delle don-
ne promossi dal settimanale «Elle» nel novembre 1970, con mi-
nistri e politici di spicco, Mitterrand, Rocard, le femministe con-
quistano la sala distribuendo una parodia del questionario sulla
condizione femminile proposto dalla rivista, e aggiungendo do-
mande paradossali: «Una femminista è schizofrenica, isterica,
paranoica o soltanto perfida?». E un gruppo di ragazzine, arre-
state e portate alla prefettura di polizia, getta nel panico gli agen-
ti semplicemente mettendosi a gridare «Voglio fare pipì!», «An-
ch’io, anch’io, anch’io!»20.
Si capisce perché la memoria del femminismo ai suoi albori
rimanda a un’aura di benessere fisico e di felicità simile a quel-
la ricordata per il ’68.
Dopo il dover essere dell’emancipazione, si pensa di poter
tornare a se stesse, sebbene non sia chiaro in cosa quel se stesse
consista. Ma qui aiuta la nuova possibilità di misurare la propria
forza non sulla seduzione o sulla competizione donna/donna, e
neppure sullo scontro sociale classico, ma come pressione col-
lettiva sui rapporti fra i sessi. Si dissolve così la paura del ridi-
colo che aveva tormentato molte attiviste dei diritti civili, si im-
para a rovesciare il sarcasmo là da dove proviene, si esercita il
talento del paradosso, dell’umorismo lieve – o greve. Sebbene
non abbia sempre resistito alla tentazione di prendersi instan-

125
cabilmente sul serio, sebbene abbia camminato attraverso
drammi e infelicità, il femminismo ha avuto una seconda natu-
ra burlona e mordace, che nel tempo ha contribuito a generare
i fumetti di Claire Brétecher, in Italia di Pat Carra e Ellekappa,
e la piccola schiera di eredi di Franca Valeri. Da nessun altro
movimento è nato un filone di humour altrettanto duraturo, una
prerogativa che dovrebbe avere più posto nella riflessione.

I movimenti omosessuali
Sulle lesbiche, le meno rispettabili fra le donne, si riversano so-
spetti speciali. Sono per lo più single in una società dove ogni
cosa, dal welfare ai surgelati, è modellata sulla famiglia coniu-
gale e con figli. Sono le fuori posto e fuori ruolo, irriducibili al
modello della coppia eterosessuale, donne che con la maggior li-
bertà e l’aumento dell’indipendenza economica hanno più pos-
sibilità di relazioni durevoli e di convivenze.
Naturalmente non si può parlare di lesbiche e di movimento
omosessuale più di quanto non si possa parlare di donne, uo-
mini e movimenti in generale. Anzi, quella delle donne che ama-
no donne è una storia segnata come poche altre dalle diversità
di fase, di ideologie politiche e religiose, di culture, di ambiente
– e dalle scelte individuali. Per lo più è dolorosamente compli-
cata, in passato è stata drammatica. E così la storia dell’omoses-
sualità degli uomini. Nel Terzo Reich, lo Stato Maschile per ec-
cellenza, già all’indomani della presa del potere sono vietate le
organizzazioni omosessuali, nel ’34 si crea un nucleo apposito di
polizia. L’omofobia è tale che nel ’37 Himmler arriva a stabilire
la pena di morte per i membri delle SS colti in atteggiamenti so-
spetti; che si fantastica su due milioni di omosessuali organizza-
ti, pronti a complottare contro la nazione, e se ne chiudono a mi-
gliaia nei Lager.
Ma anche nelle società democratiche esistono leggi punitive,
e quando mancano si ricorre a altri titoli di reato, come in Italia
per Pasolini e Aldo Braibanti. Nell’America della caccia alle
streghe, insieme ai comunisti si colpiscono molti omosessuali,
attori attrici registi; negli anni settanta, potenti uomini politici

126
erano terrorizzati dall’idea di apparire deboli e femminili21. Le
Chiese, in particolare la Chiesa cattolica, aggiungono allo stig-
ma sociale quello del peccato contro natura. Neppure oggi, e
neppure in paesi relativamente miti, è sparita la povera ebbrez-
za di sentirsi veri uomini attaccando un omosessuale (ma non il
gay macho alla Freddie Mercury).
In genere si crede che alle lesbiche sia stato riservato un trat-
tamento meno feroce. È vero che nell’800 l’amicizia amorosa è
tollerata, perché la si considera una fase della vita destinata a
chiudersi con il matrimonio; che tra le fantasie maschili pri-
meggia l’immagine delle «cerbiatte» in amore e in attesa di es-
sere risvegliate dal vero uomo. Ma sono altrettanto forti il fan-
tasma della diserzione femminile dalla maternità e dalla sessua-
lità regolamentare, l’incubo della virago rivale del maschio.
Nell’immaginario occidentale, le lesbiche sono sempre ricono-
scibili, o deliziosamente trasgressive o fisicamente repellenti – il
che ha se non altro consentito a molte il rifugio dell’anonimato.
Per loro fortuna. Nella crociata contro gli erotismi eterodossi
che caratterizza gli anni a cavallo fra ’800 e ’900, il «mistero»
dell’omosessualità femminile sta al centro. Su una seria testata
accademica come l’«Archivio di psichiatria, scienze penali ed
antropologia criminale» di Cesare Lombroso, si illustrano le ca-
ratteristiche fisiche della «tribade», la sua conformazione geni-
tale, le sue pratiche; si segnalano i suoi terreni di caccia – colle-
gi, carceri, manicomi; si indaga sui matrimoni delle travestite, e
non si capisce come mai le loro compagne continuino a amarle
anche dopo lo smascheramento; si descrivono i metodi cruenti
e le mutilazioni usate per reprimere questo delitto di lesa mora-
lità, questa «pura perdita per la specie»22.
Cinquant’anni dopo, un ragazzo inglese, Peter Burton, ge-
stisce un club londinese dove si discute di come cambiare il
mondo e dove nelle notti folk spesso compaiono Andy Warhol,
Rod Stewart, Paul Simon. «La mia generazione non si sarebbe
fatta condizionare dalle loro leggi e limitazioni [...]. Indipen-
dentemente dal fatto che la legge cambiasse nel 1967 o dieci an-
ni dopo, noi saremmo stati come eravamo in quel momento sto-

127
rico». Nella vita di Peter scherno e ostilità sono sconosciute,
l’autocompassione «gli è aliena come una maschera antigas»23.
Qui si tratta di un’esperienza giovane, metropolitana, di nic-
chia – e britannica. Il Regno Unito si distingue per la relativa esi-
lità del movimento studentesco e per il ruolo di punta nelle con-
troculture, nella musica, nel costume: due caratteristiche che
sembrano andare in parallelo. In Francia e Italia è l’opposto, co-
me se controcultura e politica in senso proprio si rubassero spa-
zio a vicenda.
Sono di nicchia anche i bar dei quartieri operai inglesi e ame-
ricani, dove si incontrano le butch e le iperfemminili. Esisteva-
no da decenni, ora al loro successo contribuiscono gli hippie, le
lotte studentesche e per la pace cui molte donne e uomini gay
partecipano. Contribuisce il femminismo, con l’omosessualità
dichiarata di alcune, la critica della sessualità coniugale, le rela-
zioni fra donne viste come il luogo di una nuova soggettività; e
infatti molte lesbiche si avvicineranno con fiducia. Solo il grup-
po francese Psychanalyse et politique, che teorizza l’amore fra
donne come fatto politico antagonista alla società «uomoses-
suale», liquida sia il lesbismo sia il femminismo. Il primo sareb-
be l’ennesima riproduzione dei ruoli sessuali (ma si guarda sol-
tanto alla butch). Il secondo si limiterebbe a rivendicare per le
donne il diritto di essere «uomini come gli altri» (ma si consi-
derano esclusivamente le tendenze ugualitariste, una compo-
nente neppure troppo ampia del femminismo francese). Per
Monique Wittig, autrice del testo cardine Il corpo lesbico24, la
donna che ama una donna mette in questione lo stesso concet-
to di differenza sessuale.
Le donne lesbiche si accorgeranno presto, un po’ dovunque,
che moltiplicare le identità possibili non basta a far loro piena-
mente posto nel movimento. Si ha un bel parlare pubblicamente
dell’amore fra donne, proporlo come una necessità politica o co-
me una tendenza naturale, si ha un bel ricordare il potenziale
eversivo dell’omosessualità, anche qui devono lottare per essere
riconosciute. Si dice «noi» parlando di aborto, lavoro, maternità,
rileva il gruppo parigino delle Gouines rouges, si dice «loro» par-
lando delle omosessuali. Scrive Alessandra De Perini:

128
Nei dibattiti politici tra donne ho subito l’umiliazione di vedere la
mia vita semplicemente accettata, in virtù di una coscienza democrati-
ca pluralista, oppure valorizzata come eccentricità, equiparata e assi-
milata alla vita sentimentale del rapporto uomo/donna. Ho subito la
sofferenza del misconoscimento, e a mia volta ho accusato, negato la
vita dell’altra, la donna «eterosessuale» che mi appariva costantemen-
te stanca, poco disponibile alla relazione faccia a faccia, eccessiva-
mente paurosa dell’omosessualità, intenta a giustificare e sostenere le
ragioni dell’uomo25.

Fra le donne lesbiche circolano riflessioni fini: voler convin-


cere le altre donne a un piacere diverso non è una forma di pro-
selitismo autoritario? – e grezze: le donne non possono più ama-
re un uomo, ogni maschio è potenzialmente uno stupratore26 –
dove si dimentica che una cosa è il rapporto sfruttatore/sfrutta-
to, un’altra quello uomo/donna, con le sue disparità e violenze,
ma anche con l’amore, i progetti comuni, il piacere dello stare
insieme. Lasciato sullo sfondo, il problema è se l’emancipazio-
ne stia alla libertà come l’eterosessualità sta al lesbismo. Do-
manda che rischia però di ridurre le donne eterosessuali a resi-
duo in via di estinzione.
I rapporti non sono semplici neppure negli altri movimenti.
Pur nella sua astrattezza, l’ugualitarismo ha aiutato a trovare la
forza per affermare la differenza, ma non per questo si è libera-
to dall’omofobia. Il ’68 ignora i gay, o li ingloba come variante
di nessun peso politico – gli studenti europei non hanno un lo-
ro Ginsberg, capace di squassare l’ordine eterosessuale. In gran
parte delle nuove sinistre vige la regola del non chiedere e non
dire, e le difficoltà di rapporto si traducono in abbandoni alla
spicciolata, in coming out successivi, spesso sull’onda del fem-
minismo. Naturalmente nuova sinistra vuol dire molte cose. In
Francia fa storia a sé il gruppo erede del movimento del 22 mar-
zo, Vive la révolution, il cui giornale di riferimento, «Tout»,
pubblica nel ’71 un numero definito apolitico dedicato alle que-
stioni sessuali, in cui l’omosessualità esce dall’ombra e si defini-
sce come forma d’amore sovversiva. Ne seguono molte lettere al
giornale, piene di entusiasmo e di fiducia27.
Ma la svolta c’è già stata. La notte del 28 giugno 1969,

129
quando la polizia irrompe in un locale gay di New York, lo Sto-
newall Inn, per una delle solite operazioni di controllo, i pre-
senti si ribellano con un tumulto subito entrato nella leggen-
da28. Da questo momento, l’obiettivo non è solo la fine delle
discriminazioni, ma la rivendicazione della propria identità.
Nel giro di pochi anni una ventina di Stati americani abolirà
le leggi contro la sodomia, il 28 giugno sarà festeggiato come
la giornata dell’orgoglio gay. Interessante riaggiustamento.
Nella prima metà dell’800 l’omosessualità era stigmatizzata,
ma come comportamento, non come sintomo di un modo di
essere. Con il positivismo viene considerata la caratteristica
principale di una persona, la sua identità, mentre gli omoses-
suali cominciano a dare vita a «una corrente, lenta ma decisa,
di resistenza collettiva [...] contro l’oppressione»29. Negli an-
ni cinquanta, l’americana Mattachine society, formata da uo-
mini e donne del mondo professionale, chiede la fine delle di-
scriminazioni perché l’unica diversità starebbe nella preferen-
za sessuale – è il periodo in cui la pressione sociale spinge a
cercare integrazione e rispettabilità. Così una parte dell’Ho-
mosexual Law Reform Society in Gran Bretagna30.
Invece la generazione più giovane del Gay Liberation Front
rigetta il termine omosessuale, che viene dal gergo clinico e per
di più indica solo una categoria sessuale, mentre quello gay è
uno stile di vita. E uno stile di lotta fantasioso, con una radicale
inclinazione drag – spazio ai travestiti, ai transgender, abbiglia-
mento e atteggiamenti che mischiano maschile e femminile, ri-
cerca dell’inclassificabilità, gusto della parodia e della beffa. Co-
me quando il Gay Liberation britannico fa saltare il raduno di
una organizzazione «contro i costumi corrotti», mettendo in gi-
ro falsi pass, modificando i cartelli stradali, entrando nella sala
vestiti da suore e preti, e alla fine l’exploit di un attivista che al-
za le braccia al cielo gridando che ha visto dio, ha visto la luce:
«alleluia, sono stato salvato!»31.
Donne e uomini lottano insieme per nuove leggi e contro la
violenza, manifestano insieme, ma quasi ovunque i rapporti si
inaspriscono fino alla rottura. Gli uomini non sanno ascoltare,
non capiscono la sessualità femminile, non cedono un grammo

130
di potere e visibilità, caricano sulle donne il lavoro organizzati-
vo. Un omosessuale può essere macho e maschilista come e più
di un eterosessuale. Oggi sembra ovvio, ma non all’epoca. Nel
colpo di pistola esploso da Valerie Solanas contro Andy Warhol
deve aver pesato anche la collera per il modo in cui le donne era-
no trattate alla Factory.

Autocoscienza
Le femministe americane non hanno paura del pragmatismo.
Pratica regina degli anni sessanta e dei primi anni settanta, l’au-
tocoscienza ha qualche antecedente politico, dal metodo
dell’Sds di iniziare le riunioni locali con l’autopresentazione
personale degli organizzatori, allo speaking bitterness praticato
nella Cina comunista, un modello narrativo che descrive il pas-
sato come una catena di sofferenze riscattate dalla rivoluzione
culturale32.
Ma il vero modello è il piccolo gruppo di autoaiuto – alcolisti
anonimi, vittime di traumi, donne divorziate – che si è fatto stra-
da negli Stati Uniti del dopoguerra in consonanza con l’ethos fat-
tivo e positivo del paese. È una terapia della parola in cui ciascu-
no racconta la propria storia, e ci si stringe gli uni agli altri per so-
stenersi nella presa di coscienza delle proprie traversie emotive
così da facilitare il cambiamento – il che non esclude i conflitti,
ma la responsabilità di governarli spetta a una persona speri-
mentata interna al gruppo, non a un esperto esterno.
Il femminismo riadatta questo metodo. Anziché al reinseri-
mento nella società così com’è, si punta a creare una consape-
volezza che la urterà frontalmente. Patto del silenzio sui conte-
nuti dei discorsi, ma nessuna segretezza sull’esistenza del grup-
po e sulle partecipanti. Scelta reciproca guidata da simpatia e
amicizia invece dell’incontro di estranei uniti soltanto dall’ave-
re lo stesso problema. Per incontrarsi, non sedi apposite, ma la
casa di qualcuna. Se il ’68 ha portato schegge di domesticità nel-
le università occupate, l’autocoscienza trasforma l’ambito elet-
tivo della domesticità in luogo politico. In Italia, alcuni gruppi
prendono il nome dall’indirizzo dell’abitazione in cui ci si riu-

131
nisce. Quale modo più semplice per mettere in questione la di-
cotomia pubblico/privato?

Il flusso del discorso rompeva gli argini e scorreva via via più velo-
cemente. Parlavamo delle nostre famiglie, delle nostre madri, dei no-
stri padri, dei nostri fratelli e sorelle; parlavamo dei nostri uomini; par-
lavamo della scuola; parlavamo del «movimento» (che voleva dire gli
uomini della New Left). Parlavamo per ore e ci sentivamo sollevate; ci
salutavamo con il morale alle stelle, dandoci appuntamento alla setti-
mana dopo33.

Visto così, il separatismo (che dividerà le femministe quan-


do si tratterà di applicarlo alle organizzazioni complessive) non
è una opzione ideologica, è il primo modo di partire dall’espe-
rienza. E l’esperienza insegna che i discorsi in circolazione non
rendono giustizia alle donne su molte cose decisive, quotidiane
e non. Ci si mette allora a cercare, oltre che fatti nuovi, nuove
connessioni tra fatti noti, nuovi intrecci: contronarrazione e
controstoria.
Per una donna quel metodo è insieme più semplice e più
complesso di quanto potrebbe essere per un giovane. Più sem-
plice, perché le pressioni e le imposizioni sono vistose e subito
avvertibili. Più complicato perché le donne hanno sì voglia di li-
bertà, ma tutte prima o poi vivono l’oscillazione tra fierezza di
sé, dubbi, senso di inferiorità, fra amore, delusione, voglia di
scappare, fantasmi di colpa. E fra aspetti della vita messi in con-
trasto dalle condizioni date e dalle ideologie: lavoro e cura dei
figli; spinta a proteggere e bisogno di essere protette; desiderio
e paura dell’autoaffermazione, rancore per la maggiore autorità
dell’uomo e tendenza a misurare sul suo prestigio e potere il
proprio successo come mogli e madri.
«L’autocoscienza ha legittimato quella parte di me più as-
sertiva, più intraprendente, quella che comunemente viene at-
tribuita al genere maschile, parte che avevo rimosso per ade-
guarmi all’immagine femminile, in sostanza per piacere ai ma-
schi. È stato come se dentro di me io non avessi più bisogno del-
la complementarità, sentendomi finalmente un essere psicologi-
camente completo», dice una femminista italiana34. E una ame-

132
ricana: «Quella del movimento è globalmente l’esperienza più
entusiasmante della mia vita. Questi ultimi otto mesi hanno rap-
presentato una rivoluzione personale. Eppure mi rendo conto
del potenziale esplosivo e ne sono stata atterrita»35.
Raccontandosi, non ci si accorge soltanto che l’inferiorità è
invece oppressione. Si scopre che i messaggi sedicenti progres-
sisti sono per lo più comandi paradossali: «Sii libera», «Devi fa-
re quello che vuoi», «Non farti condizionare da me». Si scopre
che la capacità femminile di identificarsi con gli altri – la base
del famoso mestiere sociale delle donne – ha la sua controparti-
ta nell’abitudine a mediare con i propri desideri, con il risultato
che alla mediazione con l’esterno si arriva già rimpicciolite.
Di qui la ricerca dell’autenticità, su cui in questi anni cresce
un dibattito appassionato. Si parla di bisogni e desideri reali o
indotti, sebbene non sia chiaro chi possa assegnare voti in au-
tenticità alla vita interiore altrui. Si discute sulla pervasività del-
la cultura di massa, che preformerebbe l’esperienza impedendo
di cercarne il senso in prima persona, sulla natura triangolare del
desiderio – soggetto, oggetto, mediatore: come ha insegnato
Réné Girard, si vuole quel che una terza persona, più forte, più
influente, addita come desiderabile.
Ma per le donne c’è un orientatore decisivo. Una volta rico-
nosciuto che l’esperienza si compie in un corpo dotato di un ses-
so, un corpo che sa, pretende, resiste, confonde, il pensiero che
la elabora non può più metterlo fra parentesi. Le donne hanno
sempre saputo di sentire e reagire da donne, in caso contrario
c’è stato immancabilmente qualcuno a ricordarglielo – fosse
l’accusa popolare di ragionare con l’utero, fosse la concezione
della donna come nemica di ogni legge in nome della maternità
o della pratica della prostituzione36. Adesso diventa possibile li-
berarsi dalla coazione a dimostrare il contrario, si può rispon-
dere: «Sì, e allora?». Molti anni dopo, una autrice più giovane
parlerà di

una nuova forma di «materialismo corporeo», [in cui] il corpo è visto


come nuovo punto di interazione (inter-face), soglia, campo di inter-
sezione di forze materiali e simboliche [...]. Il corpo non è un’essenza,

133
è perciò non è un destino anatomico: è la propria collocazione prima-
ria nel mondo, la propria situazione primaria nella realtà. Di conse-
guenza, nelle filosofie femministe radicali della differenza sessuale, la
strategia di ripossedere il corpo mira a elaborare forme alternative di
sapere e di rappresentazione del soggetto37.

Sulla scorta del ’68 e, prima ancora, del pensiero della crisi,
si comincia a svincolarsi dal dogma della separazione fra sog-
getto e oggetto della riflessione, eredità del positivismo che mo-
stra una capacità straordinaria di riproporsi periodicamente.
«Sii oggettiva», è l’eterno ammonimento rivolto alle donne.
L’autocoscienza è una contronarrazione anche come metodo di
ricerca, che lavora sul soggetto, sull’oggetto e sul loro rapporto.
Ne nasce un’idea di soggettività mossa e pluriforme – volontà,
razionalità, emozione, rinnovamento, ripetitività, regressione.
Risaputo, oggi, non allora. È anche il luogo originario della so-
rellanza – l’intesa fra simili, la condivisione solidale.
Molti uomini entrano in ansia – che le donne abbiano sem-
pre parlato fra loro è vero, ma una cosa è confidarsi con un’ami-
ca, un’altra è raccontare in un gruppo politico. Alcuni cercano
un modello di mascolinità capace di esprimere le componenti di
dolcezza, passività, cura per l’esistente che sentono in sé38. Altri
temono di perdere, insieme allo specchio che tante volte li ha
rassicurati – «Sei il più bello del reame» – il potere monopoli-
stico sul dolore e sulla gioia delle donne. Molte coppie, molte
complicità politiche e non, si rompono.
L’autocoscienza ha la sua età d’oro nelle fasi iniziali del fem-
minismo, e la sua diffusione varia da paese a paese – in Francia
non avrà mai molto seguito, in Italia creerà entusiasmo – e da
gruppo a gruppo. Le femministe dei gruppi extraparlamentari
la scoprono nel ’72-’74, nel momento in cui altre la stanno ab-
bandonando, convinte di averne ricavato tutto il possibile, o
stanche dei suoi aspetti ripetitivi, insoddisfatte del suo caratte-
re troppo «artigianale» per lo spessore dei problemi. Nel pas-
saggio all’analisi individuale, nella pratica dell’inconscio con cui
alcune si avventurano dentro se stesse39, c’è l’idea che fra don-

134
na e donna passano troppe cose perché non sia necessario un
metodo più guidato.

Uguaglianza e differenza

Nel 1977, la Fiat progetta nuove assunzioni a Torino, e con la


legge appena approvata sulla parità nelle chiamate, si trova 300
donne in fabbrica.

A quel punto c’è stata la battaglia con gli uomini del sindacato: ven-
ne fuori quella delegata che chiedeva di andare a lavorare in fonderia.
Un delegato, un compagno enorme, le ha detto: «Compagna, ma cosa
vuoi venire a fare in fonderia se non sei nemmeno capace di tirar su
questa roba?». Lei lo ha guardato dal basso verso l’alto e gli ha detto:
«Beh, ma tu sei scemo a tirare su quella roba, ti fa male alla schiena»40.

Capovolto lo svantaggio in vantaggio, l’operaia offre al com-


pagno un’uguaglianza al rialzo, facendosi forte di una doppia
differenza, quella del corpo, quella politica che irride alla gerar-
chia uomo/donna e al primato della produzione: il diritto di non
sfiancarsi viene prima. Aria di femminismo.
Le ragazzine che mettono in agitazione i poliziotti parigini al
grido di «voglio fare pipì», seguono una strada simile: fanno tra-
smigrare da se stesse all’uomo l’imbarazzo femminile per le fun-
zioni corporali – con una agente donna non avrebbe funziona-
to. Aria di femminismo, anche qui.
Ma trent’anni prima una contadina delle Langhe, che du-
rante un rastrellamento aveva lasciato che i partigiani nascon-
dessero le armi sotto la paglia nella sua stalla, vede arrivare i te-
deschi, e nel momento in cui si affacciano alla porta si accuccia
a urinare proprio in quel punto dello strame – e li scaccia pro-
testando rabbiosamente. Si salva così, e salva i partigiani, una
donna anziana, inerme, sola, che sa che i tedeschi usano trafig-
gere coi forconi le balle di fieno e la paglia per scovare persone
e armi, sa che le chiederanno notizie sulla banda, e in una fra-
zione di secondo decide di giocare il doppio tabù del suo corpo
anziano parzialmente nudo, e del fiotto di urina emesso davan-

135
ti a occhi maschili. Genio, cos’altro?41 Solo che di fronte a epi-
sodi come questi la cultura «patriarcale» dell’antifascismo di-
venta cieca e muta, e anche oggi qualcuno li fa rientrare nell’eco-
nomia della sopravvivenza, la tradizionale pratica di chi si trova
in condizioni di vulnerabilità e deve attrezzarsi a interpretare
l’altro. E con questo? È lucidità nel vedere l’ordine maschile
com’è, pieno di punti ciechi e di paura del corpo sessuato. È un
attacco a alcune connessioni basilari, donna = sprovvedutezza,
corpo = vergogna, e l’espressione di una infinita lontananza dal
registro eroico-esibitivo che altre hanno condiviso. La politica
comincia così.
In tutti e tre i casi la differenza è corpo e insieme codice di
comportamento – cambiare le carte in tavola, ridurre il danno.
In nessuno dei tre è in gioco la maternità. In nessuno la donna
ha la parte della vittima, e nessuno è raccontabile in chiave di
uguaglianza – che del resto non si contrappone a differenza.
All’inizio degli anni settanta, prima ancora di Luce Irigaray,
Carla Lonzi42 aveva enunciato una verità semplice. La differen-
za non nega affatto l’uguaglianza, la seconda è un principio giu-
ridico, da applicare a ogni essere umano in nome della giustizia,
la prima è un principio esistenziale che riconosce i modi in cui
quell’essere umano agisce, sente, fa esperienza della realtà in
una situazione data e nella situazione che si vuole dare. Oggi
Claudia Mancina ricorda che il contrario di uguaglianza è do-
minio, gerarchia, il contrario di differenza è identificazione,
omologazione, e mostra come alcune autrici si misurano o si are-
nano sulla questione43.
Sono passati 40 anni e siamo sempre allo stesso punto? No:
è anche partendo da discorsi di donne che qualche filosofo del-
la politica ha lavorato per complicare l’idea di individuo del li-
beralismo, non più soggetto disincarnato, ma persona che nasce,
muore, prova sofferenza e piacere in un corpo suo e soltanto
suo. No, essendo la questione troppo carica di storia e di futu-
ro per poterla impostare una volta per tutte.
Nessuno è così folle da sostenere che donne e uomini sono
uguali, ma lavoro e politica sono stati (sono) a misura maschile,
anche quando si caldeggia la presenza femminile. Il modello (la

136
caricatura) dell’emancipata esige controllo, imparzialità, padro-
nanza di sé. L’amore per i figli è sacro, ma una donna che lavo-
ra è sconsigliata dal farne – a meno che non sia la proprietaria
dell’azienda. La maternità è definita miracolo della natura, ma è
scissa ben più di quanto non fosse in età premoderna, quando
procreazione, allevamento, educazione erano opera di donne
diverse in luoghi diversi.
Una cosa resta ferma: il posto delle donne nella società non
dipende da quello che fanno, dipende dal significato che gli vie-
ne attribuito. Un significato di cui il maschile ha ormai perso il
monopolio, ma che resterà a lungo terreno di frizioni incrocia-
te. Ecco dove cambia il rapporto individuale/collettivo: sul pia-
no simbolico un uomo non è mai solo, una donna sì, lo è stata,
può esserlo ancora.
Quello che colpisce di più nei racconti di chi non è maschio,
bianco, eterosessuale, cristiano, è lo stupore felice nel momen-
to in cui ci si accorge di non essere più isolati. Una breccia nel-
la cultura può nascere da un gesto individuale, ma vive soltan-
to se c’è una relazione personale o con un gruppo di simili. Di-
versamente si chiude. Fra ’800 e ’900 quante donne sono state
spedite in manicomio dalle famiglie perché volevano quel che
allora era impensabile, libertà sessuale, andare in guerra, vesti-
re da uomo, cercare fortuna da sole, avere la stessa quota ere-
ditaria dei fratelli. Nella popolarissima ballata ottocentesca
Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar, la ra-
gazza che vuole emigrare muore in fondo all’oceano, maledet-
ta dalla madre.
Anche se le cose sono talmente cambiate da rendere ovvio
l’impensabile, il bisogno di condivisione resta. Per esempio: ci
si può rendere conto che in uno scontro fisico la debolezza è
una chance, perché permette di agire con la quasi certezza di
non infliggere danni gravi. Si stabilisce una connessione nuova,
in cui la potenza è associata, invece che al dispiegarsi della for-
za, al suo contrario. Si può cercare di estendere quella connes-
sione allo scontro verbale, rinunciando ai linguaggi da parata
intellettuale o da messa all’indice. Si può volerne fare un capo-
saldo del proprio codice: le guerre migliori sono quelle che si

137
vincono senza combatterle, diceva un leggendario generale ci-
nese. Si può tentare di portare quel principio nella sfera pub-
blica. Ma prima bisogna pensarlo insieme a chi sperimenta la
medesima debolezza, separandosi provvisoriamente da chi la
vivrebbe come diminuzione. Oggi sull’incrocio donne/femmi-
nismi/nonviolenza esistono riflessioni ammirevoli, ancora trop-
po poco conosciute44.
Il che non vuol dire, beninteso, che le donne siano aliene dal-
la violenza – se lo fossero non avrebbero bisogno di nonviolen-
za. E non implica rinunciare al conflitto, che anzi può radicaliz-
zarsi proprio perché incorpora un limite naturale o autoimpo-
sto, come quando Gandhi diceva a un governatore britannico:
«Vi sfiniremo con la nostra capacità di soffrire». Significa piut-
tosto fedeltà al corpo che si è.

Differenze
«Le donne», scrive Imelda Whelehan, «sono in un certo senso
il massimo problema del femminismo»45. Perché più ci sente vi-
cine, più è difficile accettare le differenze individuali e di grup-
po, politiche, di vita, di «origini», quasi fossero concorrenziali
al comune essere donna. E per certi aspetti lo sono – storie di-
verse, corpi diversi. Insieme alle lesbiche, l’esempio classico so-
no le donne nere, che il femminismo bianco inizialmente pen-
sa di inglobare. Ma anche il «tutte uguali, tutte vicine» delle
donne è inventato. Una delle voci più originali del femminismo
afroamericano, bell hooks, lo chiarisce con durezza: le bianche
si limitano a un riconoscimento rituale delle differenze, co-
struiscono una analogia indebita fra donne e neri, con il risul-
tato che quando si parla di neri si pensa ai maschi, quando si
parla di donne si pensa alle bianche. La concentrazione sullo
statuto di vittima è una trappola che offusca il modo in cui clas-
sismo, sessismo, razzismo, omofobia si perpetuano. E le bian-
che – aggiungerà ironicamente negli anni ottanta – che tengo-
no tanto a presentarsi e vedersi come vittime, sono più potenti
e privilegiate della grande maggioranza delle donne nella so-
cietà attuale46.

138
Critica capita e accettata, e così quelle che vengono dalle
donne del Terzo mondo.
C’è invece un non detto che fa il suo coming out solo nell’82,
con la prima Jewish Feminist Conference di San Francisco: una
vena di antiebraismo, sia pure sotterranea, minoritaria, forse in-
consapevole. Sembra assurdo, il femminismo ha una visione
universalista della società, contraria a ogni forma di razzismo e
discriminazione. Eppure alcune hanno notato che in discorsi e
testi all’apparenza anodini si nascondevano stereotipi sugli ebrei
e la loro storia, ma che nessuna lo ammetteva; che non si teneva
in alcun conto la specificità di essere donne e ebree; che la Shoah
veniva ignorata o minimizzata.
Con il coming out comincia, spesso tempestosamente, una ri-
cognizione su questo aspetto, in particolare su una tendenza in-
terna alla teologia femminista. Alcune, e sono studiose di spic-
co, fanno di Cristo una figura androgina, quasi femminilizzata,
comunque favorevole alle donne. Fanno del patriarcato ebraico
«il» patriarcato, e gli imputano di aver messo fine all’era delle
dee madri – la prima immagine era già diffusa nell’800, la se-
conda accusa è del tutto nuova, l’insieme è una revisione co-
smetica del tema del deicidio, in controtendenza con il Concilio
Vaticano II. Gli ebrei, colpevoli niente meno che di aver inven-
tato il sistema patriarcale, e dunque lo stesso patriarcato nazista,
avrebbero pagato per la propria religione47.
Secondo Mary Daly, nota per la radicalità della sua critica al-
la Chiesa, «sebbene le vittime del nazismo – malati mentali e
ebrei – appartenessero a entrambi i sessi, rientravano tutte nel
ruolo della vittima forgiato sul modello di quelle del ‘ginocidio’
patriarcale, che è la radice e il paradigma del genocidio»48. La
persecuzione degli ebrei perde così la sua centralità fondativa
nell’ideologia nazista, il genocidio diventa una variante o una
conseguenza della fobia antifemminile. Che i fatti contraddica-
no la sua costruzione mentale, a Daly non sembra interessare, e
probabilmente neppure si è preoccupata di conoscerli: ha la sua
spiegazione plurimillenaria.
L’antiebraismo è un’accusa così infamante che si ha sempre
timore di addossarla ingiustamente a qualcuno. Quello sparso

139
nel femminismo, si dice, è un effetto della questione mediorien-
tale e dell’antiebraismo presente fra i neri più radicali. Ma, pri-
mo, nasce piuttosto dal modo in cui la questione mediorientale
viene vista da una parte delle sinistre estreme. Secondo, all’an-
tiebraismo nero non era proibito opporsi. Terzo, cercare le radi-
ci del pregiudizio in altri movimenti equivale a sostenere che il
bello del femminismo viene dal femminismo, il meno bello o l’in-
tollerabile viene dall’esterno. Come se condividere le idee della
sinistra estrema fosse un caso, come se le donne fossero eterne
minori, cui altri danno la linea sui temi politici e geopolitici.
La difficoltà di riconoscere e amministrare le differenze è lo
scoglio classico per i movimenti nati su una affermazione di
identità. E per il femminismo ancora di più. Essere donne è al-
tra cosa dall’essere parte delle «comunità immaginarie» dell’et-
nia o della nazione, e anche le differenze più ovvie – biografiche,
culturali, di carattere, di buona o cattiva fortuna – possono sem-
brare un attentato all’unità, perché nella politica e nelle relazio-
ni le donne portano tutto di sé, e si aspettano il calore della sin-
tonia – come la casalinga americana che a fine anni sessanta si
diceva sicura che se avesse incontrato Gloria Steinem, teorica e
leader del femminismo, si sarebbero sentite subito in sintonia49.
Nella crisi (o nell’esaurirsi) dell’autocoscienza pesa moltissi-
mo questo bisogno di amore e riconoscimento. Pesa non aver
trovato la fusione sperata, nuovi rapporti orizzontali anziché ge-
rarchicamente verticali, pesano certe simulazioni di parità, la
peggiore caricatura della democrazia.

Né potere né organizzazione?
Il femminismo produce molte analisi del potere e dei poteri, di
rado esprime teorie articolate, almeno nei suoi primi anni. An-
zi, pratica il culto dell’informalità. È il frutto dell’ideale della so-
rellanza, un’eredità dell’antiautoritarismo, una eco del libertari-
smo hippie e del suo rifiuto di accettare la logica dei rapporti di
forza – non si fa politica contandosi o ingaggiando un braccio di
ferro. In più, le donne sanno che neppure la democrazia perfet-
ta basterebbe a fare tabula rasa del sessismo. Tra quello radica-

140
to a livelli profondi e quello che ispira le leggi moderne c’è, in-
sieme a molte differenze, un filo diretto.
Quasi ovunque, i collettivi, gruppi, centri, oscillano fra la
paura del verticismo e del leaderismo e l’ambizione di creare
qualcosa di completamente nuovo. Confidano nell’iniziativa in-
dividuale, nella soggettività, nella nuova coesione fra donne.
Diffidano, oltre che del potere, dell’organizzazione, vista come
il suo travestimento ipocrita: «La natura di un movimento è an-
titetica a quella di una organizzazione. Lasciamo che i movi-
menti fioriscano e la rivoluzione verrà. Lasciamo fiorire le orga-
nizzazioni e la rivoluzione morirà», dicono le femministe fran-
cesi autrici di un appello «alle sorelle» trockiste e maoiste50. E
propongono, in odio agli atteggiamenti di élite e al mito dell’or-
ganizzazione, di sopprimere da subito l’uso della sigla Mlf
(Mouvement de libération des femmes), di farla finita con quel
«mostro astratto» per tornate a essere donne e basta.
In Italia, inizialmente documenti e volantini sono spesso fir-
mati «un gruppo di compagne», «alcune donne», «le donne»
del tale quartiere o della tale fabbrica, con i nomi del collettivo,
con i nomi propri. Lo fanno anche le politiche, con lo scopo ag-
giuntivo di attestare che esiste un movimento popolare. I col-
lettivi femministi comunisti del Manifesto, le commissioni fem-
minili degli altri gruppi, in genere chiuse ai maschi, sono strut-
ture relativamente fluide – secondo alcune dichiarazioni di allo-
ra, per ragioni di autonomia, secondo altre per «consentire la
crescita di ogni singola partecipante secondo le sue possibi-
lità»51. Ha una struttura aperta l’Intercategoriale donne, uno dei
gruppi femministi più nuovi, che nasce a Torino nel ’75 all’in-
terno del sindacato metalmeccanici, mettendone in discussione
i rapporti uomo/donna, i sistemi di rappresentanza, e natural-
mente l’organizzazione del lavoro in fabbrica52. Sostanzialmen-
te informali anche i consultori, aperti da una parte delle femmi-
niste in parallelo con la campagna sull’aborto.
L’effetto dell’avversione al potere è che quasi ovunque i
gruppi mancano di strutture identificabili di decisione, di mec-
canismi di ricambio, di regole per la partecipazione. Ma con-
cordare sul rifiuto del centralismo e delle leadership è troppo

141
poco, anzi la situazione può sfuggire di mano ancora più che nel
movimento degli studenti – chi ha patito duramente le gerarchie
vive l’ugualitarismo come un imperativo morale. In alcune or-
ganizzazioni americane, scrive Sara Evans, lo sforzo di vivere in
modo coerente con le proprie idee ha la meglio sui programmi
e sulle valutazioni di efficacia, e si scivola verso una specie di au-
toritarismo collettivo53. Con il risultato che le leader reali e po-
tenziali sono accusate di fare le star, e qualcuna finisce per riti-
rarsi, come avevano fatto alcuni uomini dell’Sds: secondo Nao-
mi Weisstein, il movimento le aveva dato la parola, e poi
gliel’aveva di nuovo tolta. Si sprecano così talenti e disponibi-
lità, mentre altre, che rifiutano di sparire dalla scena pubblica,
agiscono come portavoce del movimento, anche se non esisto-
no strutture che possano assegnare loro quel ruolo, o chiedere
conto di quel che fanno e dicono. Una brillante, carismatica (e
autoritaria) ragazza può così girare per gli Stati Uniti con un pic-
colo gruppo di seguaci, e i media ne fanno un simbolo del nuo-
vo femminismo.
Altre ancora restano tagliate fuori, perché l’antiautoritari-
smo di per sé non esalta le nuove arrivate, le meno brillanti, le
meno note. Come avvertiva Jo Freeman, anche i gruppi amicali
femminili si trasformano in élites politiche che tengono a di-
stanza le esterne. In Francia alcune donne sono accusate di pra-
ticare la «democrazia del telefono». Sisterhood is powerful, scri-
ve Robin Morgan, ma non dice che sia taumaturgica. Tanto più
quando le élites sono informali, e nella comunicazione si affac-
cia qualcosa di simile allo stile cerebrale di cui parla Berman a
proposito dell’Sds. In questa dichiarazione di Psychanalyse et
politique si parla di un potere nuovo, non

un potere legale, patriarcale, sadico, pederasta, di rappresentazione, di


padrone, di nome, di stupro, di repressione, di odio, di avarizia, di ave-
re, di sapere, di ordine, di individualismo, di idee astratte [ma] un
(im)potere materno di generazione, di dispendio, di caos, di differen-
ze, di libertà collettive, di apertura, di corpi (plurale), di riconosci-
menti, di rimozioni di censura, di godimenti, dall’esterno della legge,
un potere-agire-pensare-fare con/per tutti, tutto54.

142
Che anche qui abbondino le «idee astratte», insieme a se-
duttive espressioni immaginifiche, non impedisce che Psycha-
nalyse et politique abbia una schiera di seguaci.
Proprio mentre (non) si affrontano questi nodi, il movimen-
to si espande. Le donne creano giornali e luoghi di incontro; i
media danno loro spazio, la pubblicità cambia, c’è euforia. La
ribellione promette di diventare una rivoluzione. Ma è una ri-
voluzione in cui può vigere la legge della giungla, in cui si lotta
aspramente per l’egemonia sul movimento. Se i rapporti interni
ai collettivi sono complicati, quelli dei collettivi fra loro posso-
no essere violenti.
Françoise Ducrocq ricorda di essersi stupita di fronte alla cal-
ma con cui le sue amiche londinesi, di qualsiasi tendenza, guar-
davano alle altre, persino a quelle «femministe rivoluzionarie»
che avevano tesi al limite del razzismo biologico, mentre in Fran-
cia un conflitto simile aveva creato lacerazioni terribili. Quella cal-
ma non è un dono di natura di cui le francesi mancherebbero, ha
alle spalle la tradizione anglosassone di partecipazione comunita-
ria e di pragmatismo, il sistema di contrappesi al potere centrale,
la duttilità con cui Stato e enti locali sovvenzionano le iniziative di
gruppi associativi privati. In Francia (e in Italia) la centralizzazio-
ne dello Stato e di tutte le istituzioni ha trasmesso il modello di
un’unica sorgente del potere e della legittimità, che funziona sul
principio del diritto all’esclusiva55. Sono i paesi dei prefetti, degli
ordini professionali, della Chiesa di Stato (o della religione privi-
legiata), dei partiti gerarchici, delle accademie nazionali, delle
scuole di pensiero che rivendicano ciascuna di essere l’unica au-
tentica. È l’ambiente meno adatto per trapiantare il sorteggio de-
gli incarichi, la rotazione, la divisione dell’autorità proposte da Jo
Freeman, e il culto anglosassone della pluralità, che ha protetto –
in parte – il movimento inglese e americano. C’è anche il riflesso
di questa tradizione culturale e istituzionale, dietro le scomuni-
che, le scissioni, l’insofferenza alle critiche, le dispute sul diritto a
dirsi femministe (e sui finanziamenti pubblici), e in Francia die-
tro il ricorso al tribunale (il Padre!) per rivendicare la proprietà
di una sigla o del titolo di una rivista. Nel 1979 Psychanalyse et
politique fa registrare come marchio depositato la ragione socia-

143
le «Mouvement de libération des femmes», proclamandosi sua
unica portavoce e diffidando chiunque altra dall’usarlo.
Sono querelles fra donne più che adulte, ricche di influenza
e prestigio, impegnate su questioni teoriche. Ma sono così dure
perché la posta in gioco è l’esclusiva sul femminismo, è mostra-
re che «quelle vere siamo noi». Vere femministe e vere donne,
tanto è stretto in quegli anni il rapporto fra politica, ricerca, la-
voro, e identità personale.

I conti con le madri


La sorellanza è stata travolta – il che non vuol dire che fosse as-
surdo cercarla – dal fantasma del rapporto madre/figlia, il più
forte, contrastato, ambivalente fra quanti uniscono e dividono
le donne. È lo snodo attraverso cui passano gran parte delle que-
stioni care al femminismo, dal modo in cui si concepisce una ge-
nealogia, alla scelta di generare, dal legame con il registro ma-
terno a quello con le madri concrete.
C’è stata molta gioia nella ricerca/scoperta delle madri sim-
boliche, de Beauvoir, Woolf, Mansfield, e via via figure più lon-
tane nel tempo, meno note, sconosciute. Con le sue tante vicen-
de disperse, la storia delle donne è un esempio di eredità senza
testamento, il concetto/immagine coniato da René Char e cita-
to da Hannah Arendt56 per indicare le tradizioni interrotte, che
non hanno destinatari né canali ufficiali, che bisogna cercare e
guadagnarsi. Ma quella storia è anche un esempio di testamen-
ti senza eredi, di patrimoni politico-culturali costruiti con de-
terminazione e ciò nonostante inaccolti. Ci sono madri che gran
parte del femminismo non ha riconosciuto, o l’ha fatto tardi.
Come Rosa Luxemburg, la donna fragile, la teorica che Lenin
considerava un’aquila anche quando la combatteva, la rivolu-
zionaria che ammoniva a non disprezzare la democrazia, e che
finisce assassinata dopo la sconfitta di una sollevazione cui ha
partecipato pur vedendone la debolezza. La compassionevole,
che rinchiusa nel carcere di Breslavia guarda i bufali razziati dai
tedeschi in Romania presi a bastonate dai soldati perché non ce
la fanno a trainare carri pesantissimi, e vede: «uno, quello che

144
sanguinava, [che] guardava davanti a sé e aveva nel viso nero,
negli occhi scuri e mansueti, un’epressione simile a quella di un
bambino che abbia pianto a lungo»57.
Le genealogie sono per definizione costruzioni altamente sog-
gettive, e il femminismo sceglie di guardare altrove, alle grandi au-
trici che parlano come donne e di donne, mentre lei scrive di lot-
ta di classe e si palesa solo nella corrispondenza privata. Guarda
alle eretiche, alle streghe, alle devianti, e lei lo è per compagni e
avversari – brutta, sporca, esaltata (e ebrea), la descrive il futuro
Pio XII, allora nunzio a Berlino58 – ma il suo peccato è la rivolu-
zione. Una cosa la accomuna alle madri simboliche: nessuna è ma-
dre carnale, come se l’eccellenza esigesse una dedizione totale.
Nei primi anni settanta, moltissime donne dei movimenti so-
no lontane dall’idea di fare figli. Non è tanto un rifiuto quanto
un rimandare. Ora che comanda la politica, un bambino scandi-
sce troppo le giornate e la vita, ci sarà tempo. E c’è persino chi
pensa che sarebbe pur sempre un essere bianco di ceto medio,
un ennesimo privilegiato! Del resto, i tassi di natalità calano in
tutto l’occidente – voglia di libertà, effetto dei discorsi sulla so-
vrappopolazione e l’esaurimento delle risorse alimentari. Il mon-
do non è un buon posto per nascere e le società affluenti neppu-
re, con la loro smania di consumo immediato e subito desueto.
Quando si riaffaccia il registro materno, è una rottura. Per al-
cune autrici inglesi e americane, che spesso si appoggiano a ri-
cerche sui comportamenti, al centro stanno i modi di
sentire/agire e le strutture psichiche/culturali, come nella famo-
sa teoria di Carol Gilligan sulla diversa attitudine morale delle
donne59. In Francia e Italia, molte riflessioni sui simboli elabo-
rati nei millenni, dalle dee primordiali alla Grande Madre me-
diterranea a Maria; spazio privilegiato ai linguaggi della filoso-
fia e della psicanalisi.
Già gran parte delle emancipazioniste puntava per accedere
alla politica sull’estensione alla sfera pubblica delle virtù mater-
ne. Proposta forte, che però rischiava di connotarle più come
«paladine della comunità» che come cittadine60. Ora un settore
ascoltato del femminismo – in Italia la Libreria delle donne di
Milano, in Francia Psychanalyse et politique e Luce Irigaray, la

145
voce più conosciuta a livello internazionale – sostituisce a que-
sta maternità sociale sempre positiva e progressiva un’immagi-
ne anche più potente. Al politico, che spesso ha tradito le don-
ne dopo averne usato la forza, fa subentrare il simbolico – il
principio che dà nome e significato alle cose, che butta luce su
una parte della realtà e ombra sull’altra, che stabilisce il vero il
falso il dicibile il non dicibile, e che fa sembrare queste classifi-
cazioni del tutto naturali. Finora ha dominato la legge del padre,
che parla un linguaggio padronale e guerresco, tattica, strategia,
schieramenti: «se tu dici a un politico tradizionale di parlare sen-
za simboli militari non arriva alla fine della prima frase», osser-
va Lidia Menapace61, illustrando con chiarezza rara come fun-
ziona il simbolico. Ora è venuto il momento di creare un oriz-
zonte in cui sia riconosciuta l’autorità materna (il simbolico fem-
minile di Luce Irigaray, il matriciel di Julia Kristeva e di Antoi-
nette Fouque, l’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro,
la nuova polis di Adriana Cavarero)62. Una autorità che diversa-
mente dal potere, fondato nelle culture occidentali sulla distan-
za, nasca nella prossimità della relazione. È un modo articolato
di ricondurre le differenze fra donne a un principio comune.
Che Francia e Italia siano antichi paesi latini e cattolici conta.
Il grande psicologo junghiano Ernst Bernhard, analista negli an-
ni cinquanta di mezza intellettualità romana, si stupiva del do-
minio della Grande Madre mediterranea nell’immaginario na-
zionale: una madre così appassionata e indulgente da irraggiare
ovunque «un benefico calore umano» e una speciale attitudine
alla tolleranza, e nello stesso tempo così primitiva e possessiva,
così tesa a «trasformare tutto ciò che è impersonale in qualcosa
di personale» da contrapporsi alla Legge63. Per le credenti, e non
solo, la figura più vicina è Maria, abitatrice secolare del paesag-
gio fisico e mentale64, simbolo di amore, di pietas, di redenzione.
Di patimento, come Madonna dei sette dolori, della passione,
delle sette spade, Mater dolorosa. Di gioia, anche, quando ha il
bambino al sicuro fra le braccia in un cerchio esclusivo con lui al
centro. E simbolo di potenza, in veste di vincitrice del serpente
– che però è l’ispiratore del peccato di Eva, il desiderio di in-
staurare un rapporto di conoscenza personale con il mondo.

146
Le guerre europee, specie la seconda guerra mondiale, tra-
boccano di esempi sull’uso che le donne fanno dei simboli del
materno, un uso calcolato che include lo stratagemma e la si-
mulazione: cuscini legati in vita a mimare la gravidanza per elu-
dere code e controlli, figli piccoli esibiti al proprio fianco per
scoraggiare una avance sessuale, borse piene di volantini o mu-
nizioni – piene di politica e di guerra – con un corredino da neo-
nato steso sopra. A conferma che nella tradizione latina non c’è
antagonismo fra sacro e commerciabile; proprio perché carica
di significati, la maternità è una moneta preziosa che ci si augu-
ra abbia corso anche presso il nemico.
Colpisce la divergenza con il mondo reale: mai come in que-
sta guerra madri e bambini sono stati uccisi e violati. Eppure, le
donne ricorrono a quei simboli non soltanto perché non di-
spongono di altra difesa, ma perché sanno quanto sia numinosa
la maternità. Come la donna ebrea – forse una leggenda – che
pianta gli occhi in quelli del soldato che sta per portarla via gri-
dandogli «io sono tua madre», e lui la lascia andare.
La maternità è un simbolo talmente ricco – dedizione e pos-
sesso, umiltà e gloria, nutrimento e voracità, bellicosità e pace –
che sarebbe insensato isolarne un aspetto solo, peggio ancora
usarlo per misurare l’adesione o meno a un dato ruolo. Piutto-
sto, cosa succede quando se ne fa la chiave di accesso al mondo,
il passaporto per la libertà? Si cammina su un filo. Il primo ri-
schio è l’appiattimento del femminile su una funzione/preroga-
tiva che è stata contemporaneamente la massima forza delle
donne e l’ostacolo maggiore alla loro partecipazione politica co-
me soggetti individuali, indipendentemente dalle relazioni e dai
ruoli65. Come ha mostrato la Francia rivoluzionaria, la polis mo-
derna nasce sull’esclusione delle donne: al padre di famiglia la
sfera pubblica, alla madre di famiglia il compito di liberarlo dal-
le angustie della quotidianità garantendogli l’ordine della casa,
il benessere, la pace66 – e il riposo del guerriero. Le donne rice-
vono il titolo di mogli, madri e educatrici del cittadino, e ap-
punto per questo vengono ritenute incapaci di esserlo in pro-
prio67. Il secondo rischio è che il corpo, la sessualità, il rappor-
to con il maschile, le diverse esperienze, diventino più il piedi-

147
stallo della teoria che i luoghi di una storia da scoprire – tutto è
già detto, si tratta solo di capire come si è inverato. Lo stesso va-
le per la preistoria iscritta nell’inconscio, per le infamie origina-
rie68, per le differenze fra donne e fra le identità sessuali. Che se-
condo alcune – tema dibattutissimo – vanno oltre l’essere uomo
e l’essere donna. Lo ha scritto Judith Butler69, lo segnala la sigla
Glbt (gay, lesbiche, bisessuali, transessuali), lo raccontava nel ’74
una femminista francese in un omaggio «à une lesbienne barbue
rencontrée à New York»: una donna che tutti avrebbero defini-
to di «aspetto mascolino», ma che apparteneva invece a un altro
genere, né uomo né donna70. E negli anni novanta, Prince ab-
bandonava il suo nome per la sigla Tafkap (The Artist Formerly
Known As Prince, l’artista in precedenza conosciuto come Prin-
ce), deliberatamente priva di connotazione maschile o femmini-
le, e inaugurava una nuova immagine in cui l’identificazione ses-
suale era provvisoria, reversibile, inclassificabile71.

E con la madre
«Maman, libère–toi, tu es d’abord une femme!», scandiva un
corteo francese contro la festa delle madri72. «Mère-ma-mort»
comincia la poesia di una donna del movimento73. Madre amica,
madre guardiana e giudice. Chi rimprovera alle femministe anni
settanta (e post) di essersi sempre viste nel ruolo di figlie, dimen-
tica che sono le prime a affrontare come fatto politico il bisogno
femminile di amore materno e il dolore di non trovarlo.
Anche qui spiccano Francia e Italia. Nel discorso sull’ordine
simbolico, l’amore della madre per la figlia si lega, scrive Luisa
Muraro, all’amore dovuto dalla figlia alla madre per il dono della
vita e del linguaggio74. Poggia su questo modello di rapporto con
la madre la proposta dell’affidamento da donna a donna, avanza-
ta dalla Libreria delle donne di Milano, un legame asimmetrico,
in cui sono rese esplicite le differenze di capacità e autorevolezza.
Il pezzo italiano della vicenda registra a metà anni settanta una
rapida impennata di interesse. A volte di sconcerto: anche se l’au-
torità teorizzata si fonda sulla relazione, la disparità delle posizio-
ni rimanda ancora, o di nuovo, al modello verticale della cattedra,

148
dell’altare, del trono, del podio – un modello in linea di principio
mobile, ma poco propizio agli scambi di ruolo. Per chi ha cerca-
to di non trasformare il sapere intellettuale in preminenza com-
plessiva, per chi pensa che, come diceva Carla Lonzi, «il varco va
passato una per una», sembra un passo indietro. L’affidamento è
invece una sorta di illuminazione per chi vede nei grandi miti fem-
minili, a partire dalla coppia Demetra e Core, la prefigurazione di
un potere improntato a giustizia e compassione, per chi crede
nell’urgenza di creare una società femminile forte e autorevole, di
imparare a stringere legami anche con la politica istituzionale, co-
me avverrà nell’86, dopo il trauma di Černobyl’, con donne lea-
der del Pci75. Fra detrattrici e sostenitrici, si apre una discussione
«apertamente passionale e appassionante»76.
Ma cosa ne è dell’uguaglianza come modello di relazione cui
tendere, come «ribellione alle ingiustizie, solidarietà, rifiuto di
gerarchie prestabilite»?77 La madre simbolica può apparire stra-
potente, minacciosa, autoritaria78. Niente garantisce che non si
ricrei la vecchia distinzione fra avanguardia e masse, che non si
riduca a reperto del passato il rifiuto della fedeltà ai poteri in cui
è consistito l’antiautoritarismo. In una società politicizzata co-
me quella italiana, in un femminismo molto legato, sia pure con-
flittualmente, alla politica79, si fa sentire il richiamo del qui e ora.
Il gruppo milanese è coeso, capace di amministrare la sua au-
torevolezza pubblica anche nel rapporto con la politica «tradizio-
nale»; ha leader forti che sanno usare argomentazioni esemplar-
mente chiare, considera il richiamo alla pluralità una petizione di
principio che finisce per fare del femminismo un insieme informe.
Gli altri gruppi vanno in ordine sparso, non hanno un’ideologia
unificante né un’immagine di potenza (e non vorrebbero averla),
sono meno noti, meno abili nel guadagnare ascolto. Il risultato è
una schermaglia di anni, con risentimenti e non detti.
C’è di più. È ovvio che il simbolico materno non può fare a
meno dell’amore per la madre concreta, pena la fatica di Sisifo di
confidare nel materno diffidando della donna da cui si è nate. In-
venzione politica e grande proposta di pacificazione interiore, il
tema dell’amore per la madre può contraddire frontalmente il
principio del partire da sé, il sé leso del presente, non il sé forte

149
che ci si augura per il futuro. Poche sanno cosa sia il «reciproco
avvolgersi della bambina da parte della madre, e della madre da
parte della bambina»80, in cui Irigaray vede la condizione
dell’amore di sé. Troppe hanno fatto esperienza della madre cru-
dele81. Non la cattiva madre condannata dal mondo perché ine-
sperta o poco affidabile – la Jodie Foster confusionaria e tene-
rissima verso «il suo piccolo genio» – ma la madre cattiva che le-
sina l’amore e trova la sua gloria nel rispettare ogni dettaglio del-
la perfetta educazione. Ci sono donne che per tutta la vita accu-
mulano amori maschili, cercando di sanare vecchie ferite. Per
scoprire la gratitudine, alle figlie può essere richiesto un talento
speciale quanto il talento del materno, e forse più difficile.
Il fatto è che la donna è sempre stata la madre-per-l’uomo, la
madre di figlio maschio, da cui ricevere potere e prestigio. La fi-
glia è il banco di prova della sua capacità di sorvegliare e for-
mare. Certo, sono cambiate molte cose. A differenza che nei ro-
manzi82 e nelle vite ottocentesche, il bisogno della figlia di al-
lontanarsi non è più così assoluto. Ma l’amore è un’altra cosa.
Che la madre non sia un modello, o lo sia in negativo in fondo
è il meno – una ragazza può rendersi conto che se le imposizio-
ni sono dure, è anche perché voler bene significa insegnare a
reggere una realtà in cui alle donne si è fatta pagare cara l’auto-
nomia. Conta invece vedere sminuito il proprio slancio verso la
vita, e proprio in una fase in cui bellezza e apertura al mondo so-
no (o sembrano) a portata di mano. Agli occhi della madre, fra
brava e cattiva ragazza c’è un territorio pericoloso abitato da im-
pudenti/imprevidenti, agli occhi della figlia c’è un posto per sé.

I conti con i padri


«Perché gli attacchi diretti vengono tenuti in sospeso finché non
si sia trovato modo di assestarli tra due citazioni di Marx? Per-
ché avvicinare gli uomini come fossero dei bambini a cui le pro-
prie verità bisogna porgerle adottando il linguaggio dei loro li-
bri di lettura? Perché questa serietà, questo accoramento? Per
farli capire, per non perdere l’aggancio culturale». Così Carla
Lonzi nel 197183.

150
Vero. Nel mondo politico/culturale in cui nasce il femmini-
smo, rendere omaggio a Marx è un buon modo di guadagnare
quell’attestato di serietà che a molte sembra necessario per bilan-
ciare irriverenze e trasgressioni. Ma è anche se stesse che si vuole
rassicurare. Dirsi marxiste può costare caro, come nella Germa-
nia anni settanta del terrorismo e delle leggi speciali, ma esserlo
vuol dire sentirsi parte di una cultura egemone e di un grande pa-
trimonio politico/affettivo84. La storia dei partiti comunisti è co-
stellata da abbandoni che spezzano la vita, e da scelte di restare
che la spezzano ugualmente. Per le militanti non è stato diverso.
Del femminismo alcune donne della sinistra parlano inizial-
mente come di un fenomeno (al solito!) piccolo-borghese, de-
stinato a scavarsi la fossa con le sue mani, a meno che non ac-
cetti di subordinarsi alla lotta di classe. Per le trockiste francesi,
una organizzazione separata è utile per affrontare singoli pro-
blemi, ma senza l’ambizione di influire sulla linea politica. Poco
di nuovo: esistono da decenni associazioni, come l’italiana Udi,
la francese Ufc, le sezioni dei partiti comunisti, che all’interno
della sinistra detta tradizionale tengono vivo il tema del lavoro,
dell’istruzione, della maternità, ma da cui i partiti non si aspet-
tano né accetterebbero idee strategiche. Tra le femministe ci si
chiede invece come conciliare il lavoro su di sé e il lavoro socia-
le, l’analisi del sessismo, che nasce nella notte dei tempi, con
quella del capitalismo. Alcuni gruppi optano per una via a esclu-
sione dell’altra e ne nascono in quasi tutti i paesi varie correnti
in antagonismo più o meno forte.
Alcune autrici e alcune organizzazioni di donne provano a
integrare marxismo e femminismo. Così Juliet Mitchell, Sheila
Rowbotham, le tendenze «lotta di classe» interne ai femmini-
smi. In Italia lo sforzo più sistematico è di Lotta femminista, do-
ve sono confluite donne di organizzazioni extraparlamentari,
soprattutto di Potere operaio, che rimproverano all’ortodossia
marxista l’incapacità di capire come l’attività non pagata delle
casalinghe entri nella divisione del lavoro e nello sfruttamento –
di qui le campagne per il salario al lavoro domestico.
Marx è un padre ingombrante, con cui è necessario pren-
dersi qualche libertà. Una libertà autovigilata (le due citazioni di

151
cui parla Carla Lonzi) capace di attestare il grado opportuno di
ortodossia e di non disperdere le conoscenze accumulate. Si fan-
no acrobazie. Ovunque i primi documenti sono così datati che
a riportarne dei brani si ha l’impressione di fare un repêchage an-
tiquario, e un cattivo servizio alle autrici. Linguaggio politiche-
se, richiami legittimanti, attacchi al «revisionismo della vecchia
sinistra», critica della famiglia come luogo del dominio e dello
sfruttamento maschile, ma indotti dal capitale – detto in breve,
«capitalismo come fase suprema del sessismo».
Eppure qualche singolarità filtra, per esempio il modo in cui
si negozia con il patrimonio marxista e con le organizzazioni di
appartenenza. Un testo di Mariella Gramaglia, che attraversa
Fourier, Mill e Marx, conferma l’immagine del Manifesto come
il gruppo più acculturato e più aperto; eppure in un documen-
to successivo il modello maoista è schiacciante. «Non esiste una
questione femminile» come realtà separata e marginale, esordi-
sce baldanzosamente un documento di Lotta continua del
1970, che presenta come già dispiegata la combattività delle
donne proletarie, ma parla anche di commesse e impiegate – tre
anni dopo, si dice esplicitamente che il movimento delle don-
ne è di ceto medio, e che va bene così85. Si fa sentire l’aura spon-
taneista e trionfalista di Lotta continua, che non chiede cre-
denziali sociopolitiche a chi lotta, ma che – ha detto qualcuno
– incontra tre persone in fila e vede un corteo. Si potrebbe con-
tinuare, con le donne legate a Potere operaio, critiche verso le
femministe «borghesi» che lotterebbero contro l’uomo, ma an-
cora più critiche verso i «puristi» che se ne scandalizzano. Per-
ché non hanno avuto la stessa reazione quando nel ’68 si parla-
va di potere studentesco? E soprattutto – argomento cruciale
per tutte – non hanno imparato niente dal movimento dei neri
americani?86
Anche alcune femministe radicali, autonome da gruppi e
partiti, esitano a buttarsi Marx alle spalle. In più hanno altri pa-
dri non meno pesanti, Freud, Lacan, la psicanalisi. Il rapporto è
insieme più facile – non c’è la condivisione immediata nella po-
litica – e più difficile: dando valore alla sessualità e all’inconscio,
Freud ha rivoluzionato la soggettività moderna, ma – qui alcu-

152
ne danno il meglio di sé – lo ha fatto dal punto di vista di un pa-
triarca vittoriano, trasformando le coordinate psichiche del suo
mondo in assoluti al di sopra della storia. Il più nocivo: la don-
na, il suo corpo e la sua psiche sono complementari all’uomo,
anzi la maturità femminile si misura sull’integrazione in questo
destino, a cominciare dalla sessualità. L’orgasmo clitorideo è in-
fantile, quello vaginale è il traguardo dell’adulta ben riuscita. Fa-
cile immaginare come questa fantasia ammantata di scientificità
abbia seminato sensi di inadeguatezza.
No, sostiene per prima, nel 1968, la giovane femminista ame-
ricana Anne Koedt87, e contrappone al monumento narrativo
della psicanalisi l’esperienza del corpo: il malfamato orgasmo in-
fantile è il più congeniale alle donne, quello «adulto» è aleato-
rio per la maggior parte di loro88. Se fosse soltanto una questio-
ne di terminazioni nervose non ci sarebbe scandalo. Ma a uscir-
ne insidiata è l’indispensabilità del pene nello scambio sessuale
(e del Fallo nello scambio simbolico).
Ora quel monumento viene vagliato e smontato, e così la tra-
dizione filosofica occidentale con la sua pretesa che esista un
unico soggetto universale, quello maschile. Lavoro prezioso. Di-
re che i soggetti sono due, uomo e donna, e che il primo non può
rappresentare il secondo, equivale per il pensiero femminile a
un «arrivano i nostri» della libertà. Il che rende accettabile per-
sino la perentorietà oracolare di alcune, in specie di Irigaray.
In Italia, le sole a non avere padri così invasivi sono le attivi-
ste del Movimento di liberazione della donna, nato in sintonia
con il partito radicale di Pannella e di Adele Faccio, libertarie,
non separatiste, antimarxiste e antiborghesi, le più vicine al mo-
vimento per i diritti civili dei neri, le prime a mobilitarsi nella
campagna per la depenalizzazione dell’aborto. È invece diffici-
le capire l’esperienza e l’influenza delle donne credenti o di for-
mazione religiosa, specie le tante cattoliche89. Cosa portano del-
la loro spiritualità alla spiritualità che si sta formando con fatica
e con molte controspinte? Inizialmente erano fuse a tal punto
nei gruppi e nei collettivi da riuscire poco visibili?90 Oppure a
lasciarle in ombra è la storiografia, che ha impiegato decenni a
mettere a tema la specificità dei cattolici nei movimenti?

153
Va detto che non tutte le marxiste fanno parte di organizza-
zioni miste, non tutte le femministe radicali ne sono davvero se-
parate, non tutte quelle legate al marxismo accettano l’idea del
partito – le donne vicine al Manifesto fanno ostruzionismo. A vo-
ler seguire ogni filo del femminismo primi anni settanta, si arri-
verebbe a costruire una mappa così grande e dettagliata da ri-
sultare il duplicato della realtà: la mappa dell’impero.
Il quadro va molto al di là della contrapposizione lotta di ses-
so/lotta di classe. A dividere donne da donne è il cuore della po-
litica, il rapporto interno/esterno. In Italia e Francia le femmi-
niste radicali hanno scelto di lavorare sull’interiorità, con una
concentrazione che può essere insieme grandiosa e spaventosa,
come nel Diario di Carla Lonzi91. Per questo rigettano l’idea
stessa di proselitismo; diffidano dei partiti e dei movimenti, con
il loro attivismo e il loro bisogno di visibilità; ritengono prema-
turo pensare a mediazioni istituzionali. Le «politiche» non vo-
gliono rinunciare a proiettarsi all’esterno, nelle lotte di donne
per solito liquidate in due righe dalle analisi di classe, nel dialo-
go (cauto) su sessualità e famiglia con le più giovani, e anche con
Donne Proletarie, a volte mogli di militanti operai. Fanno, cer-
cano di convincere i compagni, tollerano, attaccano. Per chi sta
nel femminismo e insieme nelle organizzazioni miste, nei due
paesi si parlava all’epoca di doppia militanza, quasi si trattasse
di due vie parallele senza raccordi. Era piuttosto un tentativo di
meticciato fra comunismo e femminismo, fra interno e esterno,
«una forma che criticava tutte le altre sperimentate finora. Da-
gli uomini», scriverà Franca Chiaromonte. E aggiungerà una ri-
flessione chiave: forse l’ostilità verso le «doppie militanti» non
viene solo dal rifiuto di una sintesi, ma dall’idea che la sintesi
non spetta alle donne – e su questo punto concordano con i ma-
schi dei gruppi92.
Si arriva agli ultimatum. «Vous devez choisir, trancher», in-
timano le autrici dell’appello «alle sorelle» trockiste e maoiste93.
Se le tensioni sono inevitabili, non lo sarebbe la sfiducia reci-
proca: alle politiche, le radicali sembrano disinteressate a tutto
tranne che a se stesse, per le radicali le politiche sono collabo-
razioniste manovrate dai loro capi.

154
Eppure in questo parapiglia teorico/politico maturano verità
ampiamente condivise. La prima: il maschile può continuare a
dichiararsi universale, ma ha perso la capacità di mostrarsi na-
turalmente tale; gli uomini possono continuare a parlare a nome
delle donne o dei gruppi esclusi, ma hanno perso il diritto a far-
lo con «innocenza». La seconda: la cultura dei senza potere non
è semplicemente la versione, sprofondata, di quella delle classi
egemoni. Può condividerne o subirne alcuni tratti, ma può an-
che manipolarli, combinarli in modo nuovo, con altri contenuti
a volte presi dal passato e da lontano. La terza: per la libertà del-
le donne contano certo le condizioni lavorative e materiali, ma
contano altrettanto e a volte di più la cultura, le vicende perso-
nali, le relazioni, il temperamento; il femminismo radicale ci è
arrivato attraverso l’autoanalisi, il femminismo politico forzan-
do l’economicismo a favore dell’esperienza. Sono tesi che la sto-
riografia sta scoprendo in quegli anni, e che il femminismo
diffonde al di là della sua area di irradiazione immediata.
Oggi qualcuna si chiede se la mancata analisi delle differen-
ze di classe e di cultura fra donne non abbia involontariamente
contribuito a eludere problemi veri.

Etica, cura e obiettività


Le emancipazioniste rivendicano il voto alle donne in nome del la-
voro di cura svolto sul territorio per rendere meno nemica la città
e più padroni di se stessi i cittadini. È una visione diversa dello Sta-
to, in cui le istituzioni devono assumersi più responsabilità verso
chi si trova in condizioni di bisogno. Anche le donne della resi-
stenza lavoravano per un’altra concezione della cittadinanza, più
inclusiva e «più sociale», per un’idea di democrazia partecipata.
Negli ultimi decenni del ’900, l’invenzione politica più dura-
tura si deve alle madri e nonne dei desaparecidos argentini e cileni,
alle meno note madri cecene e russe, che hanno messo in piedi un
comitato comune contro terrorismo e guerra, alle madri delle vit-
time di piazza Tien An Men, che sfidano il governo lavorando a
stilare un censimento dei morti, dei feriti, degli invalidi. È una re-
sistenza a partire dai ruoli familiari, in cui le madri si prendono cu-

155
ra di ciò che resta dei figli – la memoria, la discendenza, una for-
ma di lotta/testimonianza che si prolunga con le manifestazioni
contro le guerre delle Donne in nero, israeliane, poi italiane e di
altri paesi. La Mater dolorosa è diventata un’oppositrice nonvio-
lenta. Maternità, cura, differenza, etica sono parole che si cercano
reciprocamente, quasi appartenessero allo stesso mondo.
Ci sono molte ragioni per cui una parte del femminismo indi-
ca nella maternità il terreno della differenza e la possibile origine
di una nuova etica, mentre un’altra componente si chiede se la cu-
ra, radicata com’è nella famiglia e nei rapporti privati, possa reg-
gere nel faccia a faccia con le asprezze del mondo esterno. Ma –
ha ragione Martha Nussbaum94 – la stessa famiglia è un luogo di
conflitti fra uomini e donne, giovani e vecchi, percettori di red-
dito e persone non occupate, fra interessi e fra mentalità diverse.
I problemi più complicati sono altri. Il primo: mettere a fon-
damento dell’etica la cura anziché la giustizia rischia di sigillare
le donne nel vecchio ruolo salvifico/assistenziale, di renderle
ostaggio di chi è curato – del suo bisogno infinito, della sua vul-
nerabilità da proteggere ininterrottamente. «È ‘giusta’ la cu-
ra?», si domanda una filosofa americana, e fa notare che si trat-
ta, fuori dalla retorica sulla superiore moralità femminile, di un
lavoro difficile, non retribuito, che nessun altro desidera fare –
e che non ha né orari né mansionari. Bisogna allora «portare ‘li-
mite’ nell’esperienza etica femminile», dove normalmente man-
ca, introdurre la pratica della contrattazione dei compiti: alle
donne non giova affatto essere elette a simbolo morale e per
questo trovarsi esposte alla richiesta enorme di cura che circola
nella convivenza umana95.
Il secondo problema: la cura può convivere con l’imperativo
dell’etica – l’imparzialità, la garanzia di essere trattati senza pre-
giudizio? Anche di questo hanno discusso a lungo e con finezza
donne e uomini, tanto è diffuso il bisogno di un pensiero ade-
guato ai tempi, e tanto è forte la tentazione di cercarne le basi
nelle pratiche di cura delle donne.
Delle donne in esclusiva? E per il solo tramite del generare fi-
gli e dell’accudire la famiglia? Con la sua passione per le incon-
gruenze e le analogie, la storia mette in scena alcune contraddi-

156
zioni, e proprio partendo dalla guerra, la più maschile delle espe-
rienze, e dalla grande guerra, la più maschile delle guerre96. Che
il soldato scopra in sé il piacere della distruzione, lo stupore com-
plice di fronte a manifestazioni di potenza terribili è vero97. Ma
sono molti i comportamenti che si ispirano invece al modello del
guerriero compassionevole, capace di contenere la violenza, di
non infierire sul nemico, di riconoscere il valore più alto non
nell’uccidere, ma nel morire per gli altri. Non solo: di fronte alla
morte di massa, nelle trincee dove si soffre e si rischia insieme, il
soldato impara gesti e saperi all’apparenza piccoli: ascoltarsi,
parlarsi, palesare gli stati d’animo che aiutano, nascondere quel-
li che possono ferire, badare al corpo dell’altro, toccarlo, medi-
carlo, tenerlo vicino. Le femministe francesi che al milite ignoto
contrappongono la madre ignota non riconoscono il filo di con-
tinuità teso fra la figura del guerriero compassionevole e la figu-
ra della madre, fra la «virtù eroica» del combattimento e la cura,
in cui Todorov identifica la prima delle virtù quotidiane98. Sono
comportamenti complessi, in cui convivono necessità e scelta,
conflitto e identificazione. Resta il fatto che quella guerra è forse
l’unica occasione in cui giovani maschi hanno sperimentato fra
pari un lavoro di cura simile a quello svolto dalle donne, o riser-
vato a figure professionali come medici, infermieri, psicologi. Si
può liquidare quell’esperienza definendo materno e femminile il
comportamento dell’uomo sollecito, oppure vincolandola ai
concetti di cameratismo e spirito di corpo, come hanno fatto i ca-
pi militari, oppure spostando nella categoria dell’eroismo la cu-
ra praticata in situazioni estreme e da soggetti imprevisti. Ma se
la si guarda nella sua complicatezza, il vincolo esclusivo fra cura
e famiglia può sfrangiarsi.
Ancora più significativo è quel che la storia racconta sui com-
portamenti di fronte ai crimini collettivi – paradigma la Shoah.
La scuola di Francoforte accusava la famiglia della società di
massa di formare una «personalità autoritaria»99 aggressiva, ri-
gida, propensa alla complicità con il nazismo e all’indifferenza
al dolore altrui. La psicologia sociale si è messa in cerca della
«personalità altruista», capace di solidarietà perché educata se-
condo saldi principi morali. Ma dividere il mondo fra autorita-

157
ri e liberali, fra «altruisti» e «non altruisti», non ha funzionato.
In primo luogo, i salvatori degli ebrei, donne e uomini, non si
assomigliano: alcuni hanno una forte religiosità, una fede politi-
ca, un ideale umanitario, altri niente affatto; c’è persino chi ha
un passato di antisemitismo. Impossibile ricondurre a un tipo
sociale e umano Giorgio Perlasca, commerciante, ex volontario
franchista nella guerra di Spagna, il domenicano padre Girotti,
ucciso a Dachau per aver ospitato nel suo monastero molti
ebrei, la giovane Liuba Bandini Scerbanenco, figlia di commer-
cianti e corista alla Scala, nessuna esperienza politica, che dal 1°
dicembre 1943 alla primavera 1945 nasconde nella sua casa mi-
lanese Alberto e Marisa Campelung, Raoul Wallemberg, aristo-
cratico svedese, Oskar Schindler, affarista amante del lusso, An-
dré Trocmé, pastore protestante e guida spirituale del villaggio
di Le Chambon, dove molte famiglie ebree vivono nascoste per
quattro anni. In secondo luogo, la stessa persona può compor-
tarsi in modo diverso a seconda delle circostanze, perché le scel-
te raramente dipendono dall’adesione a principi morali e dalla
idea di una comune umanità, categoria astratta al cui interno
tutti sono uguali e ugualmente in diritto di essere tutelati. Na-
scono dall’incontro, per lo più faccia a faccia, con la vulnerabi-
lità e il bisogno di protezione dei perseguitati, che spinge a «fa-
re qualcosa» per qualcuno. Nascono dall’empatia, sentimento
selettivo che nel suo indirizzarsi a una determinata persona o
gruppo, e non ad altri, può apparire troppo soggettivo, addirit-
tura «ingiusto». È il passaggio delicatissimo dai principi all’in-
dividuo come principio, che apre il problema della valutazione
caso per caso, dell’adesione alla mutevolezza delle situazioni
sotto forma di «mancanza di oggettività». Ed è il punto più con-
troverso100.
Nel diritto, l’oggettività assomiglia più a un esercizio di bi-
lanciamento che a un dogma. La civiltà occidentale ha attraver-
sato nel tempo tre concezioni della giustizia. La prima: la nobiltà
di sangue ha una giurisdizione a sé. La seconda: la legge è ugua-
le per tutti. La terza: il giudizio deve tenere conto della storia e
della condizione di chi ha commesso un reato. L’idea del dirit-
to mite è nata nell’ultima fase.

158
Amore

Tipi di amore

Nei movimenti degli anni sessanta e in parte anche degli anni set-
tanta, il tema dell’amore è stato così centrale che mi sembra di po-
terlo usare come polo di condensazione di sentimenti, pratiche
politiche, esperienze molto diverse fra loro. Amore passione e
amore avventura, amore per i propri simili e vicini e per i dissimili
e lontani, per alcune figure leggendarie, da Guevara a Mao a An-
gela Davis, per chi soffriva, subiva un’ingiustizia, per chi, come
usava dire allora, non aveva voce. Amore in concerto: il primo
evento rock di mobilitazione umanitaria è organizzato nel ’71 da
George Harrison per le popolazioni alluvionate del Bangladesh.
Non solo: il più bel regalo che l’antiautoritarismo fa ai ra-
gazzi della borghesia piccola, piccolissima, grande, è la possibi-
lità di diventare amici di se stessi. Il dono mancato è invece il su-
peramento dell’antropocentrismo secco, cieco di fronte alla
prossimità fra l’umano e il resto del mondo senziente, natura,
animali. «Vi siete mai chiesti che cos’avranno pensato le capre
di Bikini? e i gatti nelle case bombardate? e i cani in zona in
guerra? e i pesci allo scoppio dei siluri?» scriveva Calvino nel
’461. La risposta è «no», e aveva molte radici, a cominciare dal-
la lunga cecità delle ideologie e della dottrina cristiana. Che gli
animali siano il simbolo più forte dell’innocenza e della vulne-
rabilità non bastava a farne una causa politica. L’amore era ri-
servato al genere umano e disumano.
Come sempre, gli slogan sono buoni indicatori. In «fate
l’amore non la guerra» si specchia l’anima universalista, genero-
sa, utopica dei movimenti, che si rivolge ai non (ancora) pacifi-

159
sti, ai ragazzi che rifiutano di combattere contro un paese cui
non hanno niente da rimproverare, alla polizia che li persegue e
li perseguita. «Mettete dei fiori nei vostri cannoni» può nascere
solo dalla mente di chi sogna il mondo alla rovescia – natura in-
nocente che vince sui manufatti distruttivi, nemici trasformati in
amici. Di chi ha un ricordo anche vago dell’amore universale de-
gli anarchici, di chi condivide (o usa) la filosofia hippie con la
sua mitezza e inermità, con le sue coroncine di fiori e il fluttua-
re dei corpi che ignora l’ordine del corteo. Naturalmente il vero
amore va ai giovani. Verso i poliziotti, chiamati poco graziosa-
mente pigs da alcuni e poi da molti, c’è ironia, voglia di creare
imbarazzo, c’è il tentativo di rendere più difficile una reazione
violenta. Illusione, se si pensa alla fine della Primavera di Praga.
Ma 23 anni dopo, a Mosca, durante il fallito golpe del Kgb, qual-
che ragazza cercherà di mettere fiori in mano ai militari affacciati
alle torrette dei carri armati, e i cannoni non spareranno. Che
dietro al crollo dei golpisti ci siano potenti ragioni politiche non
diminuisce il peso simbolico di quei mazzolini.
A inaugurare il legame fra amore e lotta allo stato di cose pre-
sente non sono però i movimenti contro la guerra e gli hippie.

Non riesco a dire «Aspetta» a una persona che patisce un’ingiusti-


zia. Magare voi ce la fate. Io no. E avendo deciso che non posso dirle
di avere pazienza devo prendere le sue difese [...]. Sono grata ai sit-in
se non altro perché per me hanno voluto dire trasformare una deci-
sione in azione2.

La questione è continuare a vivere nell’isolamento o pensare al plu-


rale. Il movimento degli studenti non è una causa [...] è la collisione
tra due persone distinte. È come dire ora vengo a sedermi accanto a te
[...]. Solo l’amore è radicale3.

A parlare sono, nel 1960 e nel 1964, Sandra Cason e Jane


Stembridge, ragazza del sud la prima, del nord la seconda, atti-
viste del movimento per i diritti civili dei neri, che ancora una
volta fa da incubatrice agli altri, fino a trasformare il rifacimen-
to di un gospel, We Shall Overcome, nell’inno arioso, lento e
niente affatto marziale di quell’intera stagione – è il solo canto

160
in cui non si leva il pugno e non si battono le mani, perché le ma-
ni stringono quelle di chi sta a fianco. Poco dopo, Joan Baez scri-
ve, su musica di Morricone, la popolarissima ballata per gli anar-
chici Sacco e Vanzetti:

With me I have my love, my innocence


The workers, and the poor
[...]
Rebellion, revolution don’t need dollars
They need this instead
Imagination, suffering, light and love
And care for every human being.

Nel ritornello, «Here’s to you Nicola and Bart / Rest forever


here in our hearts», il cuore è il tabernacolo della memoria.
Non è ovviamente la prima volta che nei discorsi politici
compare l’amore. La rivoluzione francese esaltava la fraternità,
la tradizione anarchica è colma di tenerezza per i deboli, i reiet-
ti, il Lumpenproletariat dei vagabondi, delle prostitute, dei pez-
zenti, che Marx bollava come feccia della società. Nei naziona-
lismi si sventola l’amore per la patria, nella propaganda dei re-
gimi totalitari la priorità è creare un vincolo emotivo fra i tiran-
ni e il popolo.
Ma l’amore dei diritti civili è altra cosa, non un valore ag-
giunto, un complemento: è politica, un metodo per dare vita a
una riforma sociale e a un cambiamento collettivo. Il metodo
dell’induista nonviolento Gandhi, fatto proprio dal cristiano
battista Martin Luther King, che lo radica nella religiosità e nel-
la tradizione americana di disobbedienza civile. A chi chiede
«comportamenti realistici», King risponderà sempre che l’etica
dell’«amate i vostri nemici» (l’etica dell’amore di Gesù, nelle sue
parole), vale tanto nei conflitti fra individui, quanto negli scon-
tri fra gruppi politici e fra nazioni.
Anche se non tutto il movimento dei diritti civili è così radi-
cale, sono tanti e tante a lavorare per il potenziamento delle re-
ti di auto-aiuto al sud, per la creazione di scuole, case della li-
bertà, biblioteche. Non lo vivono come assistenza, ma come at-
to di amore diretto alla «beloved community». Per questo, la

161
crisi del movimento, con il passaggio alla violenza, con il disfar-
si del sogno «blacks and whites together», avrà aspetti dram-
matici. A crollare non è una linea politica, è un mondo.
Il tema dell’amore non sparisce. Vive fra gli hippie, che alla
religiosità occidentale sostituiscono la spiritualità orientale e
new age, vive nelle manifestazioni contro la guerra in Vietnam e
nelle campagne per la renitenza alla leva, dove è più romanti-
cizzato e erotizzato, come avviene sempre di fronte al rischio di
morte. A volte viene usato: lo slogan «le ragazze dicono sì a quel-
li che dicono no» non fa che capovolgere la vecchia immagine
della donna che si concede in premio al soldato.
Sono soprattutto alcuni settori del femminismo e il movi-
mento gay a fare dell’amore una costante politica e una spinta
all’azione. Basta pensare a certe pratiche, dal self-help alle case
per le donne picchiate o abusate, alla stesura di Noi e il nostro
corpo, un contromanuale su sessualità, maternità, salute, scritto
da un collettivo di Boston e tradotto in tutto l’occidente4. La
stessa idea di sorellanza, pur con la sua vena di ugualitarismo
ideologico, riflette il bisogno di amore e di riscatto comune. An-
che se il femminismo non ha il suo Martin Luther King, la so-
rellanza è politica. Nel mondo gay, accanto alle scenografie se-
ducenti dei cortei, c’è la promessa di un’affettività diffusa; in
tempi diversi da situazione a situazione, nascono reti di solida-
rietà, centri di consulenza giuridica, in seguito di sostegno ai ma-
lati di Aids, una delle imprese più ammirevoli nella storia dei
movimenti e della medicina. Di nuovo, è politica.

L’Europa
Con l’Europa si entra in un orizzonte in parte diverso. La paro-
la amore risuona fra gli hippie, i beatnik, i capelloni italiani, che
hanno però meno impatto sull’opinione pubblica che negli Usa.
Circola nel ’68 e, sempre meno, negli anni settanta. Non che
manchi l’amore per gli oppressi. Mancano la funzione di capo-
saldo politico, e, salvo che in piccole minoranze, il riconosci-
mento della nonviolenza come valore – dei tanti contenuti pas-
sati attraverso l’Atlantico, questi sono i meno seguiti.

162
È diverso anche il rapporto con le religioni. Negli Usa degli
anni sessanta, dove la divisione fra potere secolare e spirituale è
netta, la fede dei movimenti non ha niente a che fare con l’espan-
sione dell’influenza politica delle Chiese, che d’altronde non go-
dono di trattamenti speciali da parte delle istituzioni pubbliche.
Non così in Europa, dove alcune sono legate strutturalmente
agli Stati, come nel Regno Unito. In Italia il peso politico della
gerarchia ecclesiastica, i suoi privilegi, l’uso partitico dei suoi
simboli, sono troppo marcati perché i moltissimi cattolici dei
movimenti possano riconoscersi nella Chiesa. Di qui il respiro
ampio del dissenso – è don Milani, non il papa, a dire «I care».
Quanto ai partiti comunisti americani e europei, il rigore politi-
co viene molto prima dell’amore.
Eppure c’erano esempi stupendi. Nell’immediato dopoguer-
ra l’Udi aveva messo in piedi una rete vastissima di sostegno ai
bambini del sud, ospitandone a centinaia in Emilia Romagna:
vita in famiglia, buon cibo, tranquillità, per rimetterli in salute
e aiutarli a superare i traumi. Che esistesse anche un obiettivo
propagandistico non cambia di una virgola il valore dell’espe-
rienza. Lavoro di cura, si direbbe oggi. All’epoca è stato invece
catalogato in termini di assistenza, terreno secondario delegato
alle donne e delegato alle donne perché secondario. Cecità
dell’antiriformismo, che con i suoi dubbi storici sulle iniziative
mirate alla riduzione dei guasti prima che all’eliminazione delle
loro origini, mette ai margini quel che marginale non è affatto5.
Il risultato di questa tendenza è una separazione fra amore-
volezza e politica che filtra nei movimenti e che solo pochi av-
vertono come problema strategico. Molto più che negli Usa,
all’idea dell’amore/cura/salvezza si contrappone, esplicitamen-
te o meno, la critica dell’assistenza, assimilata al paternalismo, al
maternalismo, quando non all’inganno padronale. Allo stesso
modo delle «vecchie» sinistre, le nuove stentano a capire che in
alcuni casi (oggi l’ambiente, l’individuazione del limite in ogni
campo) gli interessi proprietari e proletari possono convergere.
Come in alcune iniziative storiche di grandi industrie, colonie
per bambini, residenze per anziani, spacci, assicurazioni, palaz-
zine o villaggi operai. Alle direzioni fa comodo avere dipenden-

163
ti ben disposti (e in qualche caso migliorare le loro condizioni
di vita è congeniale all’immagine dell’imprenditore buon padre
di famiglia6). Gli operai vogliono case confortevoli e servizi uti-
li, e ottenerli non li trasforma affatto in «servi del padrone». Al-
la Marzotto di Valdagno esisteva una tradizione ragguardevole
di assistenza, il che non eviterà alla statua del fondatore di esse-
re fatta a pezzi dagli operai.
Nonostante tutto, nell’area delle nuove sinistre in senso lato
vive una componente di cura, uno sforzo per rendere la vita me-
no aspra, che va al di là delle esigenze di proselitismo. In Fran-
cia e in Italia, nei primi anni settanta c’è chi mette in piedi asili –
il gruppo riunito intorno alla rivista «L’erba voglio»7, gli extra-
parlamentari. Mercatini e ambulatori rossi – ancora gli extrapar-
lamentari. Mense – quella dei bambini proletari di Napoli, crea-
ta da Lotta continua, è stata trasformata in asilo e esiste tuttora.
Che in Italia molte femministe radicali considerino i consul-
tori, le case protette, i centri di consulenza come iniziative assi-
stenziali contrapposte al lavoro su di sé, è un altro segno della dif-
ficoltà a accettare una visione ampia del binomio amore/politica
– come se in un consultorio passassero meno vita e riflessione che
in una delle molte librerie delle donne fondate in quel periodo.
Via via che si avanza negli anni settanta, via via che crescono
il primato degli obiettivi sul movimento e quello dei militanti di
professione sulla base, amore ridiventa una parola specializzata
in relazioni sentimentali, oppure suona anomala, troppo segna-
ta dalla soggettività. Oltre a stimolare e controllare, un buon
«quadro» dirigente non deve farsi sovrastare dai casi singoli,
non deve rompere le regole e la routine per un impulso. Con il
che entra, lo voglia o no, a far parte del ceto politico, lo stesso
esito che la nuova sinistra rimprovera al Pci; e rischia, come i
quadri del Pci, di assomigliare alla caricatura del comunista che
adora le masse e se ne infischia delle persone.
Per fortuna al modello del militante votato alla causa gene-
rale si oppongono controspinte potenti: l’individualismo (bor-
ghese, giovanile, anarchicheggiante) che può seguire una sua
gerarchia di rilevanze, l’empatia verso quanti soffrono per in-
giustizie solo all’apparenza piccole. Chi non ha mai conosciu-

164
to una ragazzina che non aveva una stanza per sé, né un mobi-
le, neanche un cassetto, solo una scatola in cui riporre le sue
cose? Chi non ha mai pensato che valeva la pena fare la rivo-
luzione solo perché quella ragazzina avesse uno spazio suo?
Questo genere di saggezza rimaneva in genere confinato nelle
singole teste – troppo emotivo, sopra le righe e sotto la ragio-
nevolezza. Ma è anche grazie a questo scarto dalla norma che
Mariuccia Salvati ha potuto scrivere che sono due i lasciti ri-
conducibili alla stagione dei movimenti: «l’amore (la solida-
rietà, la difesa del welfare, che si può tradurre anche in chiu-
sura corporativa) e la rabbia (l’affermazione individualistica, il
rifiuto di ogni autorità, ma anche la scoperta delle nuove in-
giustizie della società moderna)». Spetta agli ex di quegli anni
– conclude – il compito di aiutare «i nuovi Peter Pan [...] a di-
stinguere fra mito e realtà»8.

I sud del mondo


Nella geografia emotiva di questi anni, si distinguono due gran-
di flussi amorosi, da occidente a oriente, da nord a sud. Il primo
guarda all’India, al Nepal, al Tibet – Vietnam e Cina fanno sto-
ria a sé, troppo cruciali politicamente per essere ricompresi in
un insieme. Il secondo è diretto ai paesi più poveri e sfruttati. Il
sud è calore, colore, mare e cielo, comunità contrapposta ai po-
teri burocratici, primato della natura anziché delle macchine; e
sofferenza «vera». È l’alterità positiva, identificata nell’Africa,
nell’America Latina – e nei sud interni a uno stesso continente
o paese, a una stessa metropoli – di Torino si diceva che era la
città più meridionale d’Italia, ma lo era solo in certi quartieri.
L’oriente è il luogo mitico degli hippie, reso popolare dal viag-
gio in India dei Beatles, fatto proprio da molti (a volte ex) mili-
tanti politici. È spiritualità, mistero, iniziazione a un mondo di
armonia, scintillio di templi e degli straccetti da due soldi com-
prati al mercato – e scoperta di cose buone da fumare, mastica-
re, bere, aspirare.
Nella modernità l’esotismo è una cifra diffusa, che aveva
spinto pittori e scrittori otto-novecenteschi verso isole lontane,

165
sulle tracce dell’arte primitiva e di un rifugio dalla nascente so-
cietà di massa. Ma ora basta consultare la più scarna delle cro-
nologie per capire che dietro l’amore c’è in primo luogo lo sta-
to delle cose. Il cuore batte per quello che si chiamava Terzo
mondo, l’orizzonte delle rivoluzioni in atto contro gli ultimi po-
teri coloniali e le tirannidi autoctone. Solo in questa cornice
scatta il cortocircuito per cui si amano il sud e l’oriente (più po-
liticamente il primo, più esistenzialmente il secondo) come sim-
boli e li si prende a simboli perché li si ama, fino a confondere
il vero, l’idealizzato e il falso, fino a autoavvolgersi in un para-
dosso. I movimenti sono nati dal malessere dell’occidente, e fi-
niscono per considerarlo meno reale del dolore provocato dalla
privazione materiale. Hanno scoperto le divisioni di genere e di
generazione interne al proprio mondo, e applicano ai sud una
concezione organicistica della comunità, in cui sono visibili le
tensioni esplicitamente politiche, non i conflitti fra donne e uo-
mini, fra giovani e vecchi, fra singoli e poteri familiari, di clan,
di etnia. Si nega così agli altri il diritto alla differenza, come fos-
se una sofisticatezza per soggetti privilegiati; o meglio, lo si ne-
ga alle loro componenti più deboli, le donne, i bambini, i giova-
ni. Il relativismo culturale esisteva già, sotto forma di etnocen-
trismo alla rovescia.
Allora non si pensava che amare in blocco potesse entrare in
contraddizione con l’amore per le persone – a Gershom Scho-
len, che le rimproverava di non amare il popolo ebraico, Han-
nah Arendt aveva risposto: «non ho mai nella mia vita ‘amato’
alcun popolo, alcuna collettività [...]. Io amo ‘unicamente’ i miei
amici, e la sola specie di amore che conosco e nella quale credo
è l’amore per le persone»9. Non ci si chiedeva «chi è il mio pros-
simo», il titolo dell’ultimo libro di Adriano Sofri10, dove è posto
il dilemma fra amare alcuni – per don Milani i suoi scolari – op-
pure il mondo intero, come avrebbero voluto i più sognatori, e
fra loro Alexander Langer. «Si può amare solo un numero di
persone limitato, forse qualche decina forse qualche centinaio»,
aveva scritto don Milani alla studentessa napoletana Nadia Ne-
ri. Che – i casi della vita esistono – da grande diventerà una stu-

166
diosa di Hetty Hillesum, la ragazza olandese entrata in Lager
con la speranza di essere un balsamo per tutte le ferite11.

Sensi di colpa, codismo

E i sud interni, resi più noti e vicini dalla politica? Spesso sono
la via attraverso cui torna il malessere che la nuova amicizia per
se stessi aveva affievolito. Partire da sé vuol dire anche fare i con-
ti con la coscienza di essere nati nella metà fortunata del mon-
do – di qui il senso di colpa, o all’opposto il rifiuto di autofla-
gellarsi per qualcosa che non si è voluto e che non si ha il pote-
re di cambiare da un giorno all’altro. Dopo aver insegnato in una
Freedom School, dove era normale dire alle persone di non ver-
gognarsi di sapere poco, una attivista bianca dei diritti civili si
trova a lavorare con compagni neri del sud:

È tutta un’altra cosa riconoscere questa debolezza anche nei pro-


pri compagni di lavoro [...]. Tante volte ho dovuto riformulare com-
pletamente comunicati stampa o lettere scritti da uno di loro [...]. Io
sono una del nord; sono bianca; sono donna; sono laureata; non mi so-
no «messa alla prova» in galera o rischiando l’incolumità. Ciascuna di
queste cose rappresenta per loro un’accusa a mio carico. Da tempo ho
smesso di vergognarmi di quello che non posso cambiare; faccio finta
di non vedere oppure equivoco di proposito e palesemente gli impul-
si di antagonismo che talvolta avverto in loro [...]12.

È un’offesa correggere gli errori, è paternalista non farlo? È


realistico immaginare che esista la scelta giusta? Qualcuno pren-
de atto che non ci sono soluzioni perfette, e si consola pensan-
do che c’è solo un passo fra la delicatezza verso l’altro e il nar-
cisismo di ritenersi così importanti per lui da doversi tormenta-
re su una parola sbagliata. Spesso ci si fanno meno remore.
Quando, a Torino all’inizio degli anni settanta, il militante L.
spiega dal palco di un’assemblea che non vuol vedere Agnelli
comandare sua moglie, scoppia un applauso; alla sua conclusio-
ne: «perché mia moglie la comando io», silenzio imbarazzato.
L., oltre a venire dal sud, è un operaio. Rispetto all’amore per i

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sud lontani, questo è più radicato nell’esperienza e decisamen-
te più canonico, rivolto com’è alla classe generale (la «rude raz-
za pagana» di Mario Tronti), che non va distratta da questioni
di dettaglio tipo i rapporti familiari e le relazioni uomo/donna.
A chi solleva il problema, si oppone la versione politica del pro-
verbio «fra moglie e marito non mettere il dito»: sono contrad-
dizioni in seno al popolo, da non forzare o invelenire. Risposta
da manuale del piccolo marxista, in cui si mischiano la superfi-
cialità, la perdita del senso critico, la comodità di nascondersi
dietro la classe operaia. In più, il codismo, come veniva defini-
to un tempo l’adeguarsi alle arretratezze del popolo. Vere o no:
forse L. non dava affatto ordini alla moglie, ma amava diffon-
dere questa immagine di mascolinità padronale, forse ne era in
parte prigioniero.
C’è sempre il codismo negli inviti dei gruppi extraparlamen-
tari italiani e francesi, soprattutto maoisti, a evitare abbiglia-
menti vistosi, troppo poveri o troppo ricchi, nella reverenza de-
gli attivisti dell’Sncc verso le dinamiche familiari del sud – ma
qui va messo in conto un altro elemento, l’amore delle ragazze
per le black mamas, l’orgoglio di sentirsi accettate, addirittura
presentate come «la mia figlia del nord». Che ci fosse ancora bi-
sogno di famiglia, purché non la propria?
Ipocrisia pura, invece, nell’atteggiamento sull’omosessualità
della nuova sinistra quasi in blocco13. L’ossequio dei militanti al
reale o presunto virilismo proletario nasconde la paura maschi-
le di fronte a comportamenti in cui si sente una minaccia alla
propria identità. Con l’eccezione parziale della Francia, le don-
ne esitano a dichiarare il valore politico della buona alleanza
donne/omosessuali così frequente nella loro quotidianità, a far
pesare nelle organizzazioni i rapporti tra movimento delle don-
ne e movimenti lesbici, tra gruppi gay maschili e femminili.
Dentro Lotta continua, bisognerà aspettare il Congresso «fi-
nale» del 1976 per una rivincita sbeffeggiante:

Sono Silvio, un frocio di Lotta Continua. Se avete dei problemi,


magari mandatemi dei bigliettini [...]. Fra tutti verrà sorteggiata una
serata premio o con Adriano Sofri o con la segreteria, a scelta, tanto

168
sia il nostro caro segretario generale che la segreteria sono di tutti i ti-
pi e per tutti i gusti. Per ulteriori spiegazioni, comunque sono dispo-
nibile tutta la notte. A questo punto, se la natura viene imposta dai ma-
schi come termine repressivo, è lotta dura contro natura, vero?14

Quando, a fine decennio, entreranno in Fiat nuovi operai,


spesso ragazzi in pantaloni rosa e orecchini, che si divertono a
fare i gay e a volte lo sono, molti si stupiranno: gli omosessuali
si sono svelati in quella concentrazione maschile che è la fab-
brica, e il cielo non è caduto in testa a nessuno.

Una vita da ricchi


Cos’è allora l’amore dei movimenti? Un amore come altri, con i
suoi limiti e opportunismi e arditezze. Peccato che si sia credu-
to unico, mentre lo era solo su un punto. Che punto, però: un
lussuoso rimescolamento di persone classi generi ceti geografie,
una comunanza forse mai realizzata prima con la stessa intensità
e durata. Un imprinting per semiadulti e adulti. Racconta una
ex militante:

E poi mi è rimasta un’idea di fondo: che non si riesce a essere un po’


felici se si parte sempre da «io, io, io... e gli altri»: guarda, alle persone
detenute, che difficilmente concepiscono l’idea che si possa fare qual-
cosa di «gratuito», l’unico pensiero che cerco di trasmettere è che,
quando si entra nella logica di fare qualcosa anche per gli altri, si vive
meglio, ci si appassiona, ci si diverte anche, si è meno schiavi delle pro-
prie piccole insoddisfazioni. Ecco, per me Lotta Continua è stata una
fucina di passioni, anche sbagliate, per carità, ma comunque io credo
che senza passione non si trasmette nulla agli altri. E, nonostante tutto,
anche il senso critico mi arriva da lì, da certe feroci battaglie culturali
delle donne per dire basta alla violenza, da qualsiasi parte venisse15.

Quando ci si appoggia alla memoria bisogna mettere in con-


to una possibile idealizzazione del passato. Ma il ricorrere del
termine «passione» contribuisce a descrivere un altro aspetto, il
primato delle relazioni sulla pedagogia. Più che la mitizzazione
del sud lontano, in questo scambio di priorità contano la fre-

169
quentazione dei sud vicini, la voglia di imparare da loro, l’em-
patia reciproca. Viene essenzialmente da qui un’eredità condi-
visa da parecchi ex, donne e uomini, insegnanti, operai, impie-
gati: la capacità di creare legami e linguaggi comuni negli am-
bienti più diversi, da una riunione scolastica a un’assemblea, da
un campeggio a una discussione di partito. Senza teorizzarlo, si
era creato in proprio quel che di solito viene insegnato alle ra-
gazze dalle madri borghesi e non, il mestiere sociale, l’intelli-
genza delle situazioni. E viene sempre dalla comunanza il modo
in cui l’affettività vive in tante memorie – come la cifra di un
tempo in cui si è stati molto ricchi, più di quanto sia mai capita-
to in seguito.

Oppressi meritevoli e non


In ancien régime, le istituzioni caritative distinguevano fra «po-
veri vergognosi», caduti in miseria in seguito alle trasformazio-
ni economico/sociali, dunque meritevoli di aiuto, e poveri «de-
vianti», accattoni, vagabondi, piccoli delinquenti, che venivano
espulsi dalla società. Una distinzione simile rispunta nei movi-
menti, applicata agli oppressi e ai senza potere. Stavolta al polo
negativo sta la borghesia minuta degli impiegati, delle commes-
se, delle segretarie, dei piccoli commercianti e artigiani, un in-
sieme sociale che spesso si trova in bilico sull’orlo della proleta-
rizzazione e fa di tutto per tenersene fuori, per conservare il de-
coro e la rispettabilità. Che ai movimenti non piaccia è ovvio, e
non è una novità. Sempre caro ai governi e ai nazionalismi, il ce-
to medio, la «non classe» sospesa fra le due principali, è stato
(caso unico nella storia) oggetto di disprezzo fin dalla sua com-
parsa e prima ancora che si fosse stabilizzato politicamente. In
Le domeniche di un borghese di Parigi, Maupassant identifica il
borghese con l’impiegato ministeriale languente e implorante in
attesa dell’aumento, senza mai un soprassalto di indignazione o
di protesta16. Per i socialisti il buon impiegato era quello che si
trasformava in alleato della classe operaia. Per Virginia Woolf,
che come molti scrittori e artisti riteneva esistesse una intesa
spontanea fra intellettuali e proletari, fare visita a una famiglia

170
di ceto medio era una tortura estetica. L’antipatia è ricambiata
con la provocazione del «parla come mangi», che pretende di
sottomettere a una mitica naturalità anche l’argomento più de-
licato e complicato.
Se si ribellasse, il piccolo-borghese entrerebbe nella schiera
dei meritevoli; con la lotta lo diventano tutti, eccetto i notai, i
grandi commercianti e i banchieri. Ma nel frattempo?
Solo da pochi anni i partiti comunisti europei avevano co-
minciato a puntare l’attenzione sui ceti medi, prima ritenuti un
serbatoio di voti moderati e il motore della maggioranza silen-
ziosa. Irrecuperabili. Eppure, c’era qualche ragione per cui i mo-
vimenti avrebbero potuto interessarsene. Primo, una parte con-
sistente dei militanti veniva dalla piccola borghesia, e voltandole
le spalle non faceva che riprodurre un vecchio cliché – lo stesso
Maupassant era un ex impiegato ministeriale – invece di usare la
conoscenza diretta per costruire un discorso politico. Secondo,
negli uffici la gerarchia era lontanissima dal tracollo subito in fab-
brica, mentre con la crisi del ’73 molte famiglie avevano dovuto
ridurre i consumi, rinunciare a progetti di miglioramento. Se la
tesi della lunga marcia attraverso le istituzioni non avesse ceduto
all’operaismo, sarebbe stato il momento di metterla alla prova.
Terzo, e più importante, il femminismo stava dimostrando
proprio in questi anni che nel ceto medio esistevano un’area e
una capacità di dissenso. In nessun paese sarebbe stato conce-
pibile un movimento di massa delle donne senza insegnanti, im-
piegate, studentesse, lavoratrici del terziario. Era lo stesso spac-
cato sociale in cui aveva trovato più ascolto il femminismo fra
’800 e ’900, quando per una donna essere di ceto medio era sta-
ta una chance, l’opportunità di studiare, lavorare, costruirsi
un’autonomia economica e mentale.
Rinfacciare a un movimento di non essere ecumenico è un
controsenso. Ma qui si tratta, prima che di linea politica, di sensi-
bilità. O della sua mancanza, che impedisce di capire come l’osti-
lità non poggi solo su motivazioni di classe. L’«impiegatuccio» –
rotella minima dell’ingranaggio burocratico, esecutore di man-
sioni ripetitive, ma non manuali, preda della logica gerarchica – è
l’antitesi della mascolinità apprezzata nei movimenti, ribelle, pa-

171
drona di se stessa. Il pensionato statale, che va al mercato subito
prima della chiusura per comprare a poco prezzo i resti, è invisi-
bile perché i militanti si identificano nella rivolta, non nella tri-
stezza della povertà mascherata. I vecchi, i rassegnati, gli sconfit-
ti senza combattere – è come se vivessero in un altro mondo.

Amore, odio

«Dentro quelle riunioni la principale tensione era quella rispet-


to alla vendetta; e cioè su quanto e come bisognava far pagare il
costo di quella morte. [...] Su questa cosa di Walter c’è ancora
adesso un gruppo di compagni che si vede apposta, solo per ca-
pire chi è stato a ucciderlo... e non fanno nient’altro». Walter è
Walter Rossi, il ragazzo romano ucciso da un gruppo fascista il
30 settembre 1977. A raccontare è un amico, militante del mo-
vimento romano, intervistato da Marco Lombardo Radice e Ma-
rino Sinibaldi l’anno dopo17. Il discorso continua:

Invece quelli della lotta armata organizzata simboleggiano tutto


quanto l’attacco al sistema capitalistico in un personaggio: per esem-
pio Moro [...] o quell’altro come procuratore generale [...]. Qui c’è
dunque l’esempio di due modi diversi di rapportarsi col problema,
uno accetta e l’altro rifiuta di simboleggiare il nemico. [...] Rispetto a
Walter, non mi interessa colpire un fascista in quanto tale, ma colpire
il fascista che l’ha ucciso.

Lo scarto fra i due modelli è reale, e, anche se il ragazzo non


lo dice, si gioca nel rapporto con le vittime. Nel primo caso so-
no a loro volta ridotte a simboli della morte ingiusta, e i simbo-
li vivono di vita riflessa e solo nella sfera pubblica; non si ama-
no, si glorificano. Nel secondo restano persone, care e vicine,
con le loro storie politiche e personali, con la loro individualità
anche nella morte – il che impedisce di trasformare in simboli
anche chi le ha uccise. I colpevoli non sono intercambiabili, ec-
co perché si cerca «quel» fascista, non «un» fascista.
Circolava in quegli anni la forma mentale secondo cui all’amo-
re per gli oppressi deve corrispondere altrettanto odio per gli op-

172
pressori. In una sorta di contabilità del dare e avere, quel che il
mio amico e compagno ha sofferto deve essere ricambiato pro-
porzionalmente. Il ragazzo la pensa così. Ma misurare l’odio
sull’amore è una pulsione che tutti prima o poi sperimentano, e
che ha una storia lunga. Nelle lotte popolari, i due sentimenti
camminano insieme. Nei totalitarismi sono le massime armi emo-
zionali della pedagogia di Stato per creare la tensione permanen-
te necessaria ai regimi, le basi senza le quali la costruzione ami-
co/nemico non reggerebbe. È sul binomio amore/odio che si fa
leva quando si assimilano soggetti e gruppi a sanguisughe, maia-
li, avvoltoi, pidocchi, cani rabbiosi. Gruppi, appunto – gli ebrei
nel Terzo Reich e in Italia, i kulaki in Unione Sovietica. L’odio si
distribuisce per linee di appartenenza, i «nemici» non hanno bi-
sogno di fare niente per attirarselo, basta che esistano. Allo stes-
so modo, l’amore del capo va a grandi realtà senza volto, le mas-
se, la patria, il popolo, il partito, e l’amore dei senza volto va al
simbolo che il capo rappresenta. In questo universo impersona-
le persino l’odio degli aguzzini può diventare un di più. Ammaz-
zare, un lavoro come un altro. La vittima, un numero.
Nella tradizione anarchica, l’odio torna invece agli individui,
l’autorizzazione a colpire sta nel male che hanno inflitto in pri-
ma persona, la spinta è l’amore per quelli che l’hanno subito. La
violenza arriva così a sembrare necessaria, sugli attentatori – rea-
li, inventati a tavolino dalle polizie – si stende un’aura di inno-
cenza perseguitata, una capacità di commuovere estranea al mi-
litante di partito e invece connaturata al calzolaio Sacco e al pe-
scivendolo Vanzetti.
È una distinzione sommaria, un frammento di ideologie pon-
derose e ambiziose. Nella realtà le pratiche si sono mischiate, i
modelli attingevano l’uno all’altro. Per di più, nei movimenti non
arrivano da una trasmissione diretta, piuttosto da un tasso emo-
tivo così forte da far apparire naturale il vincolo amore/odio, che
l’anticolonialismo di Fanon e di Sartre e gli appelli delle Pantere
nere rafforzano. A passare non è tanto la versione comunista
quanto quella anarchica, la più vicina alla mentalità (o a una men-
talità) di allora. Perché non guarda al potere, non pretende di
riforgiare l’umanità con la violenza, non giustifica il sangue in no-

173
me di un domani radioso – il rimando al futuro attecchisce poco
fra i giovani. L’atto si consuma nel presente, contro responsabili
individuati o che si crede di aver individuato.
I ragazzi che si incontrano per scoprire l’assassino dell’amico
assomigliano poco al militante duro, puro, disciplinato, e molto
ai «congiurati» anarchici. Sparare a Umberto I per vendicare gli
uccisi durante i moti del pane del 1898; fare di Luigi Calabresi il
bersaglio di una campagna violentissima in nome di Pinelli; feri-
re uno psichiatra accusato di usare l’elettroshock per punire i ri-
coverati scomodi, sono azioni che non hanno niente in comune.
Ma forse si incontrano nel meccanismo originario, la convinzio-
ne insidiosissima di dover risarcire un dolore e tener fede a un af-
fetto. Ancora Hannah Arendt aveva risposto a Gershom Scho-
len, che esaltava il «tatto del cuore», l’Herzenstakt: «il ruolo del
cuore in politica mi sembra del tutto contestabile»; si riferisce al-
le emozioni esibite e usate per dissimulare la verità dei fatti. Ma
aggiunge che la pietà ha un ruolo importante nella genesi del ca-
rattere rivoluzionario – e non è un giudizio positivo18.

Dall’amore di sé al conformismo
Il 18 dicembre 1971, una trentina di ragazze fra i 13 e i 17 anni,
ospiti del Centre du Plessis-Robinson per minorenni incinte, si
ribella alla disciplina insensatamente dura, vuole più libertà, un
nuovo statuto giuridico, asili nido per poter allevare i bambini,
un lavoro, una casa. Chiedono solidarietà. Le donne del Mlf si
precipitano, mobilitano la stampa e i fotografi, fanno da cassa di
risonanza alle domande delle ragazzine: perché se restano incin-
te sono cacciate da scuola e nascoste a casa o in una istituzione se-
parata? Perché il ministero della Pubblica istruzione non dice
niente, i genitori si fanno complici? Come mai le si considera
troppo piccole per decidere se tenere il bambino, ma abbastanza
grandi da essere giudicate colpevoli? L’opinione pubblica scopre
la crudeltà della legge, la stampa passa dallo scandalo all’appog-
gio, la lotta diventa il simbolo dell’oppressione delle donne. In tre
giorni, una delegazione è ricevuta al rettorato che accetta le ri-
vendicazioni immediate, in due settimane è varata una nuova leg-

174
ge, in cui tutte le discriminazioni contro i figli naturali sono can-
cellate. Il caposaldo giuridico che fa del matrimonio l’unica fon-
te della filiazione legittima sparisce19.
Come si fa a non innamorarsi delle ragazzine ribelli, delle
proprie compagne e amiche, di se stesse? Che ci sia autocom-
piacimento è naturale, del resto nessun movimento potrebbe
nascere senza l’amore di sé. Nel ’68 è un’esplosione di affettività
collettiva. La descrizione migliore viene da Laura Derossi: «fra
le persone non c’era nessun eros, perché l’eros riguardava la co-
munità», quasi una famiglia allargata, una tribù vacanziera in un
campeggio senza istruttori. «Dentro le rotture non c’era solo il
bisogno di libertà, ma anche quello di ricostruire e ricompatta-
re strutture di sicurezza, attraverso i legami della comunità o
della tribù»20. Diego Marconi racconta:

Mi ricordo una sera in cui c’era il comitato di agitazione, coincide-


va con la cena e allora si doveva apparecchiare la tavola lì, in un’aula.
Si è apparecchiata la tavola e qualcuno si è messo a cantare, e tutti si so-
no messi a cantare: «Nostra patria è il mondo intero», e intanto prepa-
ravano le cose, scodellavano la pasta ed era un momento molto bello21.

Infatti ci si muove in branco, si mangia negli stessi ristoranti


a prezzo minimo, si parla lo stesso gergo, le ragazze si scambia-
no i vestiti, pochi e poco costosi. Nella versione movimentista
del poverismo è legittimo spendere per una bella cena, molto
meno per un abito. Del resto la diffusione rapidissima della di-
visa jeans/maglione taglia il problema all’origine.
Con la loro ricerca di relazioni autentiche, le comuni sono il
punto più alto di questo modo di vita, e insieme il più basso –
spesso si spengono per stanchezza oppure deflagrano per gelo-
sie, per questioni di soldi e di distribuzione del lavoro domesti-
co, per divergenze sull’allevamento dei bambini, per bisogno di
un minimo di privacy.
Quando nascono in Italia e in Francia i gruppi extraparla-
mentari, la comunanza resta, ma si approfondisce la suddivisio-
ne per appartenenze politiche che già esisteva prima del ’68. Ne-
gli scontri interni alla nuova sinistra, la voluttà di sentirsi i mi-

175
gliori conta almeno quanto i contrasti di linea. Il che, in tempi
diversi da paese a paese e da gruppo a gruppo, contribuisce a lo-
gorare il legame con la realtà. Si guarda il mondo e si vede l’or-
ganizzazione.
Il terreno è pronto per quel che nel ’68 se ne stava in relati-
vo letargo nel nido caldo dell’euforia: il culto del capo, il confor-
mismo.
Uno dei leader più amati e seguiti di quegli anni ha raccontato
che a volte nelle cene di gruppo le sedie accanto alla sua restava-
no vuote, e toccava a lui chiamare qualcuno22. Dietro il balletto
dei posti, doveva esserci una consapevolezza acuta di quanto sia-
no delicati i rapporti amore/potere, potere formale/potere infor-
male. E il timore che la prossimità affettuosa fosse vista come una
manovra laterale per guadagnare influenza. Lo sguardo dei pro-
pri simili e affini era più costrittivo di quanto piacesse ammettere.
Il conformismo nasce anche così. Prima si apprezza la buo-
na ventura di fare le cose che piacciono insieme alle persone che
piacciono, di capirsi all’istante, ci si crogiola nell’orgoglio della
propria eterodossia contrapposta al conformismo del resto del
mondo. Finché si scopre che la componente identitaria della po-
litica è cresciuta a dismisura, che l’uniformità è diventata di ca-
sa, con nuovi obblighi e divieti, il suo gergo, i riti, la fissità dei
ruoli, l’allontanamento dei «diversi». Come altri prima di loro,
i giovani di quegli anni sperimentano due verità scomodissime.
L’amore non previene il conformismo, e la consapevolezza del
conformismo non cancella l’amore. Fare sberleffi è facilissimo,
il problema è farli a chi si ama.
I femminismi giocano la partita più difficile, perché, a diffe-
renza degli altri movimenti, colgono il problema della dipen-
denza. Una cosa è il piacere giocoso di rassomigliarsi e di fare le
stesse cose, persino il lavoro ai ferri, nuovo per molte – vietato
il sarcasmo: la vita delle donne, ha scritto Giuliana Tedeschi ri-
ferendosi alle prigioniere di Auschwitz, «è come una maglia i cui
punti sono solidi se intrecciati l’uno all’altro; ma se il filo si re-
cide, quel punto invisibile sfugge fra gli altri e si perde»23. Altra
cosa è sentirsi sperdute in assenza della leader, come appaiono
a Maria Schiavo24 le donne di Psychanalyse et politique senza

176
Antoinette Fouque. Oppure tacere per paura di essere giudica-
te dal collettivo, che ha regole non sempre decifrabili, e parole
d’ordine che lo sono in senso letterale, indispensabili per essere
ammesse. Oppure lasciare che nasca un gergo per iniziate, vec-
chio vizio europeo non abbastanza contrastato.
Ancora oggi, almeno in Italia e negli scritti di storia delle
donne, capita di incontrare prima o poi, nel posto appropriato
o no, parole sgraziate che ripetono concetti noti, e che hanno lo
scopo principale di attestare una appartenenza.
Qualche donna leader ha pagato a caro prezzo questo clima.
Poteva primeggiare per la semplice forza intellettuale, rimpic-
ciolirsi precauzionalmente, spendersi per il gruppo: si trovava
comunque accusata di soffocarlo. Raccontando nel Diario la sua
traversata nel femminismo, Carla Lonzi si espone come nes-
sun’altra, nel profondo, in superficie, nei fili e nei vuoti che cor-
rono fra presente e passato. Nel frattempo una ex del suo grup-
po si ornava in tv delle idee di lei.

«Puer aeternus»

Alla facoltà di Sociologia di Trento, primavera 1968, gli studenti


entrano in aula portando al collo catene sempre più grandi; il ret-
tore Francesco Alberoni va al consorzio agrario a comprarne una
da bue, gigantesca, e se la mette: «Ehi, direttore, ma cosa fai?».
«Siccome sono il vostro rettore allora devo averla per forza più
grande di voi»25. Stesso periodo: Pietro Nenni, a Torino per un
incontro pubblico, trova la sala zeppa di giovani che soffiano ver-
so il palco una marea di bolle di sapone – non a tutti piace ricor-
dare di aver partecipato, e già allora non tutti approvavano certe
aggressioni verbali e grafiche contro i docenti. Sempre a Torino,
un giorno qualsiasi, un gruppetto di buon umore sale sui tetti, ci
cammina, si siede a ridere e chiacchierare. Cose da bambini.
Poi ci sono i girotondi, gli scherzi reciproci, le beffe alle auto-
rità, l’irriverenza. Di nuovo, come fanno i bambini. È il puer ae-
ternus, il fanciullo mitico/magico, che abita i singoli e i movimenti
e che si è conservato un angoletto nella testa di molti ex – chi chia-

177
ma la marijuana «l’erba del nonno» allude a questa continuità fra
i ragazzi di ieri e gli anziani di oggi.
Forse nessuna epoca è stata più propizia al puer. Nella cul-
tura del XX secolo la giovinezza è un valore che si ama, si odia,
si invidia, si imita, si vende sul mercato degli oggetti e delle idee.
Ovvio che sia un valore per chi giovane lo è davvero e per di più
lotta contro l’autorità adulta.
Come si fa a non lasciarsi catturare dalla società dello spet-
tacolo, che fagocita ogni cosa e offre a chiunque un quarto d’ora
di notorietà? I movimenti sembrano scegliere il teatrale, con i
suoi artifici e la sua autonomia, in questo simili (solo un po’) agli
artisti che usano la provocazione, la mascherata, l’osceno, il di-
sgustoso per bucare il sistema di comunicazione.
«Eravamo attori e avevamo un grande pubblico. Eravamo
sulla scena e gli altri, anche della nostra stessa generazione, ci os-
servavano», racconta una ragazzina di allora, Eleonora Ortole-
va26. Le assemblee, i sit-in, la pecora sul palco di Miss America,
i cortei con la parata di bandiere e striscioni, il folklore dei ser-
vizi d’ordine sono scene di teatro politico in parte ricalcate sul-
la «vecchia» sinistra, in parte nuove, dettate dal puer.
C’è il suo segno nella convinzione di avere davanti un tempo
infinito, e nella fretta spasmodica di veder realizzati i propri so-
gni, nella sensazione di essere immortali e nel corteggiamento
della morte. Si corre, ci si spende, ci si spreme come se manca-
re una scadenza fosse una catastrofe, e come se si attingesse a
una sorgente di energia senza fondo. Ma l’aura del puer va al di
là dei movimenti politici. Nascono in questi anni gli «angeli»
dell’alpinismo estremo, che arrampicano in scarpe da tennis e
attrezzatura minima. Sulla scia della Beat generation, molti pro-
vano di tutto, discipline orientali, religiosità new age, spiritua-
lità sciamanica – e acidi, droghe di ogni tipo, cocktail di farma-
ci, alcol. Si cerca di ampliare la propria percezione del mondo,
si finisce a strisciare in un vicolo. Quante morti per overdose nel
mondo del rock soprattutto americano, da Presley a Janis Jo-
plin, da Jimi Hendrix a Nico a Jim Morrison l’innamorato del-
la letteratura beat e di Rimbaud27. Morti solitarie, fra sbocchi di
vomito, sudori ghiacciati, spasmi, escrementi, ma romanticizza-

178
te nel culto giovanile. Parlando di Presley, Portelli suggerisce
che a trasformare il corpo adolescenziale in una montagna di
grasso abbia contribuito la fatica di reggere la tensione fra rab-
bia, violenza, anticonformismo e le regole dello star system28.
Probabile, importante. Ma vale per chiunque la difficoltà di es-
sere giovani in un mondo dove sono a portata di mano espe-
rienze estreme che non si sanno padroneggiare. Perché, a di-
spetto delle illusioni di Cuori in Atlantide, non si è affatto im-
pastati di materia stellare.
È la faccia funerea del puer, speculare alla deriva narcisisti-
ca, allo scivolamento dalla vitalità al vitalismo all’obbligo di ir-
radiare un’immagine di gioia – come se non ci fosse più spazio
per la malinconia29. Oggi sembra poca cosa, paragonata al dog-
ma della lietezza che si vede incombere su alcune manifestazio-
ni del nuovo secolo – dei gay, dei pacifisti, in Italia delle fami-
glie coniugali contrapposte alle convivenze. Ma la rappresenta-
zione della felicità era troppo insistita per non sospettare un le-
game con la legge dello spettacolo.

E chi non era giovane?


Viene dal puer anche il cortocircuito giovinezza/integrità/politi-
ca attraverso cui si guarda al mondo, vedendone solo la parte con
cui c’è affinità. Di qui certe profezie che scambiano realtà circo-
scritte per tendenze generali, certe sopravalutazioni del proprio
raggio di influenza, come se la formula chiave del proselitismo –
fa’ la mia stessa scelta – fosse applicabile ovunque o quasi.
Non è così. Ci sono in quegli anni una precarietà, e una re-
torica della precarietà, che contribuiscono a allontanare chi già
è più lontano perché ha famiglia, è vecchio, non ne può più di
portarsi la vita in una borsa, ha bisogno di un minimo di ordine
e di programmazione. Qui l’universalismo si rivela davvero stri-
minzito, e lo diventa ancora di più se si pensa all’ottusità nei
confronti del limite fisico.
Nelle università occupate, nelle assemblee, nelle sedi di mo-
vimento non si vedono sedie a rotelle, bastoni bianchi, appa-
recchi acustici, ausilii ortopedici. Non ce n’è. Ci sono le stam-

179
pelle di chi è caduto in motocicletta – l’invalidità temporanea
non fa paura. C’è una tenerezza protettiva per chi è rimasto me-
nomato in uno scontro con la polizia, o per i rari anziani che si
legano alle organizzazioni e condividono quel modo di vita – si
può essere giovani ad honorem. Eppure, nonostante questo rap-
porto diretto con corpi fragili, manca il passaggio alla politica;
come in una famiglia, ci si prende cura del proprio disabile, an-
ziano, malato: ecco tutto. Paradossalmente, sono più accoglien-
ti i giovanilisti per eccellenza, gli hippie, con i loro ritmi di vita
lenti, la loro estraneità allo spirito belligerante, l’ecumenismo
apatico/empatico. Se oggi si incontra un signore anziano con il
codino, 90 volte su 100 è un hippie che continua a sentirsi tale
a dispetto dell’età.
Il solco fra «normalità» e handicap, fra giovani e vecchi, au-
menterà con il passaggio a forme di lotta sempre più agonisti-
che. È la faccia peggiore del giovanilismo, in cui l’amore di sé si
glorifica nell’esclusione degli altri – antico modello. Che il puer
fosse razzista senza saperlo è stata una scoperta successiva.
Certo, i temi dell’handicap e della vita anziana allora non era-
no in primo piano. Per di più dominavano le tesi emancipative,
secondo cui la disabilità è un nemico contro cui battersi a benefi-
cio dell’integrazione o di un’autosufficienza orgogliosa – il ragaz-
zo di Stephen King che corre rabbioso sulle sue stampelle rifiu-
tando ogni aiuto. Ma quando si è parlato di immaginazione al po-
tere, ci si aspetta uno scatto di fantasia, uno sguardo a lunga git-
tata. E se ne trovano pochi indizi, anche se lo scarso interesse de-
gli storici per il tema può averne ignorato qualcuno. In Italia, in-
torno alla metà degli anni settanta, l’handicap comincia a essere
visto politicamente e Napoli diventa sede della prima protesta or-
ganizzata degli invalidi. Ma è soltanto un nuovo settore di inter-
vento che si aggiunge agli altri. Anche se il narcisismo giovanili-
stico può ammettere al proprio fianco l’imperfezione, non conce-
pisce di esserne modificato, esattamente come il mondo adulto.
Anni fa, la rivista «diario» ha dedicato ai protagonisti della
stagione dei movimenti un fascicolo in cui se ne raccontava bre-
vemente la vita – iniziativa giudicata riprovevole da molti, qua-
si che altri soggetti politici non si fossero creati i loro dizionari

180
biografici. Titolo: La meglio gioventù30. Citazione del film di
Marco Tullio Giordana, certo. Autoironia, sicuramente. Ma
proprio nessun residuo del narcisismo di allora?

Eros
Rivoluzione sessuale non voleva dire più sesso, voleva dire più
libertà di scegliere come, quando, con chi farlo. Bisogna comin-
ciare con questa ovvietà, perché nelle varie vulgate si parla, più
che di libertà, di ragazzi all’arrembaggio, ragazze improvvisa-
mente disponibili, amori a tre o più, girandola di partner – e del-
le scopate senza cerniera di Erica Jong e dei grezzi delicati Por-
ci con le ali31. A seconda dei punti di vista, amori facili e felici,
oppure débauche e prevaricazione.
Ma quali punti di vista? Se sparisce il tema della libertà, spari-
sce ogni criterio sensatamente laico per capire quegli anni, e storie
complicate, drammatiche, buffe, si disperdono nel caleidoscopio
di corpi variamente assemblati cui viene ridotta l’esperienza.
Qualcosa di utile si può comunque dire. Che la pillola, com-
mercializzata nel 1960, segna una svolta epocale, ma non porta di
per sé la libertà, come fanno notare da subito alcune femministe.
Porta piuttosto una maggiore tranquillità, visto quel che è costa-
to alle donne non poter padroneggiare il rapporto sessualità/pro-
creazione; e crea insieme qualche ansia per i rischi connessi all’uso
di ormoni. Ci si sposava di meno, ma alcuni lo facevano in chiesa
per non dare un dispiacere ai genitori. Si facevano meno figli e più
tardi, i rapporti sessuali erano più sciolti, la monogamia non era
più un valore, né la verginità femminile e maschile. O quasi: in
molti ambienti lo rimaneva, e la libertà era un miraggio.
Sono indicatori importanti, che ovviamente non danno con-
to dei dubbi, delle fughe in avanti o all’indietro, della paura di
sbagliare tutto. La famiglia di cui non si vuole più sentir parlare
incarna un modello di eros – monogamico, impegnato, pro-
creativo – molto più resistente di lei. Al polo opposto il liberti-
naggio, vecchio di due secoli, e il sesso predatorio/aggressivo,
vecchio di millenni. In mezzo il vuoto, e proprio in questo vuo-
to si muovono molte persone giovani, convinte di poter costrui-

181
re rapporti interamente nuovi. Non il libero amore della rivolu-
zione di ottobre ai suoi esordi, che riduce al minimo l’ingeren-
za dello Stato a favore della responsabilità personale – e fallisce.
Ma amori liberi dalla possessività, dalla gelosia, dalla routine. E
non aridi o ginnici, come invece racconta questa improbabile
Eleonora Ichx, nel diario del suo anno «vissuto da capellona»:

È bene chiarire subito che il capellone concepisce solo l’amore «fi-


sico». Ogni altra forma di amore, sia esso platonico od espresso in for-
ma romantica, inteso cioè come spiritualità, per lui non ha senso; è, per
dirla con le parole stesse di un capellone, «una stucchevole e barocca
cornice a quella grande e piacevolissima sensazione che è l’amore fisi-
co». [...] Niente corteggiamenti, approcci, paroline dolci e sdolcinate!
Egli arriva subito al sodo, tanto che appare a chi lo osservi [...] perfi-
no brutale. [...] si giustifica affermando che nel comportamento uma-
no quello che conta è il lato istintivo, i sensi32.

C’era molto da disimparare e da imparare, essendo il nuovo


più che mai mischiato al similnuovo e al vecchio. In una della
sue canzoni più famose, il Presley del ’56, il teppista, chiede
all’innamorata di non permettergli di abbandonare il suo mon-
do: «love me tender, love me sweet, never let me go». È uno spi-
raglio sull’oscillazione tra sfrenatezza e desiderio di pace, fra
randagismo e domesticità. Detto con una canzone italiana degli
anni sessanta: «non so più se mi manca di più / quella carezza
della sera / o quella voglia di avventura». In Via del campo, Fa-
brizio De André affida la sua vocazione per l’amore universale
alla puttana/bambina/graziosa, e al suo mondo: «dai diamanti
non nasce niente, dal letame nascono i fior». In Boccadirosa can-
ta la donna di tutti, che «lo fa per passione», per «soddisfare le
proprie voglie». De André è uno dei più innovativi fra i cantau-
tori, un appassionato dell’anarchico Brassens, eppure Boccadi-
rosa racconta l’eterno sogno maschile della puttana innamorata,
che riecheggia quello ancora più maschile e letterario di Vitto-
rini in Conversazione in Sicilia33: una grande madre che sfama,
disseta, dà asilo al soldato e infine gli offre il proprio corpo.
Alle spalle degli «uomini liberati» dell’Sds, del loro bisogno
di pupe al passo coi tempi e senza pretese di devozione, svolaz-

182
za Don Giovanni. Più il topos del riposo del guerriero. Più lo ste-
reotipo del rapporto principale/segretaria. Per le ragazze c’è il
modello prestigioso di donna del capo, quello della brava com-
pagna senza complicazioni, della guastafeste se dice no. E c’è
l’innamorata, perché il principe azzurro vive ancora. Chi vor-
rebbe dire sì, ma rifiuta in odio al potere, assomiglia a un’eroi-
na vittoriana, con la differenza che non rinuncia per difendere
la propria virtù ma per dispetto.
Qualcosa si impara e si disimpara. Nel movimento per i di-
ritti civili, molti ragazzi neri, più liberi dal modello di bellezza
levigata e filiforme delle classi medie, corteggiano le ragazze me-
no appariscenti, che ne sono lusingate. Ne nascono unioni feli-
ci e collaborative, come più tardi negli altri movimenti. Del re-
sto, non tutte le donne vogliono devozione, alcune preferiscono
rapporti da pari a pari, qualcuna pratica il vagabondaggio ero-
tico, pietra tombale sul modello moderato e monogamo
dell’emancipata. Può essere dongiovannismo femminile, biso-
gno di accumulare amore, teoria del «perché no?», caccia a ruo-
li scambiati. E illusione di vendicare altre donne e guadagnare
più forza per tutte, come se la libertà fosse un assegno che si può
girare a piacere. A volte è un desiderio irrefrenabile di non ave-
re vincoli, oppure la letale «tirannia dell’anti-norma», che im-
pone il massimo distacco dal «nemico» sul piano emotivo (se
proprio non si può farne a meno su quello fisico)34.
Sono modelli che ciascuno manipola a suo modo – le varia-
zioni combinatorie non esistono solo in letteratura. Non poche
femministe rompono i rapporti con i loro compagni, un gruppo
lesbico francese accusa le eterosessuali di collaborazionismo.
Nei movimenti omosessuali, le dispute riguardano esplicita-
mente i modelli di eros – una tranquilla monogamia oppure il
sesso da bar, da giardinetti, da feste, e il modo di presentarsi –
la giacca e cravatta dei professionisti, il glamour e i baci dello sti-
le gay. Quando alcune femministe italiane parteciperanno agli
incontri di Psychanalyse et politique, rimarranno sconcertate
dall’erotismo aperto delle francesi35.
A rendere ancora più complicata questa fase di turbolenza,
l’ideologia secondo cui la libertà delle donne si misura sul loro

183
grado di disponibilità sessuale. Equivoco non nuovo. In quegli
stessi anni settanta uno storico ottimista e progressista, Edward
Shorter36, aveva notato che fra la metà del ’700 e la fine dell’800
era molto cresciuta la percentuale di illegittimità, e aveva attri-
buito il dato a una rivoluzione sessuale guidata dalle giovani ope-
raie, ex contadinelle che abbandonavano la castità di un tempo
per saltare di letto in letto e di gioia in gioia. Tutto grazie al la-
voro di fabbrica: la libertà era effetto del salario, l’illegittimità era
la sua dimostrazione. Peccato che la storia fosse diversa: emigra-
te in città, le ragazze non potevano più contare sulle reti della pa-
rentela, della comunità e della Chiesa, che in passato avevano ga-
rantito lo sbocco del corteggiamento nel matrimonio. E restava-
no sole con il bambino. Anziché un segno di autonomia, l’ille-
gittimità era la conseguenza di matrimoni sperati e mancati; e le
operaie non assomigliavano affatto agli esseri voluttuosi, allegri
e edonisti descritti dal romanticismo storiografico. Tesi saggia e
documentata37, se non che Shorter è troppo preso dal sogno di
un’amante giovane, sensuale, poco impegnativa per capirlo.

Se sei libera veramente

Nei movimenti circolava la formula: «Non vorrai dirmi di no, se


sei davvero libera [e/o intelligente indipendente brava compa-
gna]». Parole interessanti per la storia delle mentalità maschili.
Perché soppiantavano il vecchio «non puoi dirmi di no se mi ami
veramente», su cui si erano angosciate tante corrispondenti di Le
Italiane si confessano38; e perché segnavano la rinuncia, autopu-
nitiva per tutti, al gioco del corteggiamento e della seduzione.
L’argomento non funzionava sempre, ma spesso sì, soprat-
tutto se il maschio si era coperto di gloria in uno scontro con la
polizia, aveva talento per l’oratoria da assemblea, un posto nel-
la dirigenza, un ruolo di operaio d’avanguardia. Il potere non
perde il suo fascino da un giorno all’altro. Il corollario era che
fare l’amore non implicava affatto un impegno stabile: educate
a tenere uniti sesso e amore, le ragazze venivano caldamente in-
vitate a separarli. Con la crescita del femminismo, qualcuno so-

184
sterrà che ormai toccava alle donne, specie se autorevoli, pren-
dere l’iniziativa per risparmiare ansie ai compagni in crisi.
Non bisogna immaginare pressioni pesanti, o una strategia
generalizzata. Se non c’era desiderio, si poteva tranquillamente
rifiutare; si poteva rifiutare anche se si pensava che sesso e amo-
re erano cose complicate e delicate – ma questo lo si diceva di
rado. E neppure bisogna sopravvalutare il posto delle relazioni
sessuali nella vita collettiva. Contrariamente a uno stereotipo in-
frangibile, nel ’68 il sesso non era una priorità, e negli anni set-
tanta non tirava aria di libertinaggio.
Resta il fatto che dire di no non era facile, in particolare per
le più giovani, che magari sentivano di avere qualcosa da dimo-
strare a se stesse e agli altri; che a volte finivano per essere più
realiste del re. Ricordo lo sbalordimento di un amico per il fat-
to che una ragazza, dopo aver passato la notte con lui, la matti-
na dopo l’aveva guardato come un perfetto estraneo. Cosa non
si fa per proteggersi da possibili delusioni.
In Amati amanti di Marisa Rusconi39, si incontra per fram-
menti uno spaccato di generazione che ha creduto nella libertà
sessuale e affettiva e ha cercato di praticare una morale nuova,
spesso pagandolo caro – salvo chi la usava per chiudere la bocca
ai recalcitranti: «Ma sei ancora a questo punto?», dove il punto
era volere un compagno, una compagna o una casa solo per sé, un
padre o una madre presente per un bambino, un corteggiamento
romantico. Quante ragazze si sono trovate a dover erogare dimo-
strazioni di «autonomia». Quante sciocchezze si sono compiute
in nome della mitica verità da dire sempre e comunque. Per for-
tuna c’erano i discorsi fra donne, perché delle vicissitudini Sartre-
de Beauvoir, che avrebbero incoraggiato più persone a parlarne,
si sapeva poco. Fra le critiche al sessantotto, questa è sensata, an-
che se dimentica fattori di medio periodo come la secolarizzazio-
ne e la minore dipendenza economica delle donne. E il biologo
americano Alfred Kinsey, capofila della critica alla morale tradi-
zionale. E «Playboy», che contribuisce a divulgare una idea di fe-
licità come frutto della liberazione degli istinti40.
Il fatto è che la «rivoluzione sessuale» si dipana in forme im-
previste, sconnesse, spurie, che si lasciano irreggimentare solo in

185
parte nel conformismo di gruppo, e che ancora improntano la
memoria. Come si intuisce da questo dialogo fra cinque amici di
diverse provenienze politiche, con la regia di Alberto Papuzzi:

M.N.: «I rapporti di coppia erano del tutto liberi come non sono
più stati. Si viveva in una specie di famiglia allargata e capitava di ave-
re simpatie per persone diverse da quelle con cui si conviveva senza
che questo provocasse troppi traumi. Almeno questa era la percezio-
ne che ne avevamo allora».
L.D.: «In realtà era un carnaio».
M.N.: «No, ti confondi con dopo. Ti confondi con il ’72. Prima
non c’è stato nessun carnaio».
A.B: «C’era una finzione di libertà. Era proibito non essere liberi».
L.D.: «Era proibito essere emotivi».
M.N.: «No, questa mi pare una menzogna».
E.O.: «Forse certe cose non le rifarei, ma non rinnego niente. È ve-
ro che si andava a letto di qua e di là perché vigeva per le ragazze una
specie di doverismo, nel senso che bisognava mostrarsi libere. Però fa-
ceva parte della sperimentazione liberamente accettata».
L.D.: «Pur avendo partecipato al carnaio, io mi sono difesa bene
perché ero un po’ ‘bigotta’, ma ho passato serate sui pianti delle ra-
gazze, perché la gelosia era proibita, perché non bisognava essere pos-
sessive, perché non era tollerato il malessere, perché bisognava essere
all’altezza».
A.B.: «C’era il rischio perenne che la libertà delle donne venisse mi-
surata sulla disponibilità sessuale».
M.N.: «Ma non c’era alcun ricatto!».
E.O.: «Era l’ideologia che si va a letto con chi ti pare».
A.B.: «Non proprio. Il più delle volte andavi a letto non con chi pa-
reva a te, ma con chi pareva a lui».
M.N.: «Non nego che le ragazze ci abbiano rimesso più di noi. Ma
anche gli uomini hanno sofferto».
A.B.: «Gli uomini del Sessantotto non hanno capito che ci voleva
più coraggio da parte nostra a dire di no che di sì. Anche nel sistema
di famiglia allargata ideologizzato dal Sessantotto l’uomo restava an-
che un nemico. Era ideologia che fossero venuti meno gli aspetti di an-
tagonismo, se mai erano più difficili da riconoscere in quell’autentica
esplosione di affettività collettiva».
L.D.: «La libertà non è quella del sesso ma dei rapporti. Io ho vis-
suto tutto ciò come una violazione, perché la sessualità è un fatto se-

186
rio, delicato e problematico, fa male se la si gestisce così, dal di fuori.
Per gli uomini, invece, quella è stata un’illuminazione epocale: che le
signorine la dessero, voglio dire. Cresciuti in genere nel clima vittoria-
no del S. Giuseppe o del D’Azeglio, vedere improvvisamente le don-
ne togliersi la cintura di castità è stato come vedere la madonna»41.

Quasi il silenzio

Nel cicaleccio che oggi circonda la sessualità, i più silenziosi mi


sembrano gli e le ex giovani dei movimenti anni sessanta e settan-
ta, che hanno sperimentato esperienze di confine, che hanno vis-
suto quasi tutti almeno una storia bella e una orrenda, e che pro-
babilmente non si riconoscono nelle immagini correnti. Si può ta-
cere per molte ragioni. La convinzione, onorevole, che il sesso si fa
ma non si racconta. Il pudore – può sembrare strano da parte di
chi magari ha fatto all’amore sotto gli occhi di altri, ma non erano
altri qualsiasi, erano la comunità/famiglia, in cui la privacy valeva
per l’esterno, meno per l’interno. Clima difficile da comunicare, di
qui la paura di non riuscire a trasmetterne un’idea credibile.
Se, con l’eccezione importante di alcune donne, si è detto e
scritto poco, è anche perché si sa di essersi catapultati nel nuo-
vo senza capire che c’era bisogno di un modo per dare forma –
nel duplice senso di improntare e contenere – alle relazioni e agli
impulsi, di un galateo etico/estetico su come prendersi, lasciar-
si, scusarsi, su come distinguere le verità necessarie da quelle
inutilmente crudeli, su come darsi un campo di vincoli diverso
al cui interno esercitare la libertà. Il successo vero sarebbe stato
sostituire le norme – i contenuti, gli automatismi – con le forme,
che alludono a metodi, dispositivi, atteggiamenti esistenziali, co-
me l’empatia o la sospensione del giudizio. È vero, non era faci-
le vivere il passaggio dalla morale anni cinquanta-primi anni ses-
santa al suo opposto, né mettere a fuoco certe sensazioni di di-
sagio: quando si lotta per la fine dell’ipocrisia, cercare nuove
forme è l’ultimo pensiero. Infatti non si è inventato granché.
Spesso – questo è un punto decisivo – ci si è dimenticati di un
tratto radicato nella soggettività moderna: che la sessualità è im-
prevedibile, che l’idea di confinare certe storie nella provvisorietà e

187
nella contingenza può essere un’illusione, un atto di superbia a vol-
te scontato con il dolore, con sensi di colpa per gli amori sfuggiti di
mano e per i loro effetti a catena. Questo è un pezzetto di storia.
Ce ne sono altri. Molti hanno scoperto che il vuoto fra il po-
lo buono del sesso per sempre e il polo cattivo della rapacità
estemporanea era invece affollato: di intimità fugaci e amiche-
voli, più simpatia che Sturm und Drang, di storiette senza futu-
ro che se ne stavano scavando uno nella memoria, di tiri manci-
ni del puer, di amori nati piccoli e rimasti piccoli, in cui ciascu-
no ha avuto riguardo per le priorità sentimentali altrui, senza
per questo ridursi a merce.
Il meglio di quegli anni? È passato il principio secondo cui
una concezione tenera e rispettosa del corpo e della sessualità
non è monopolio della coppia, istituzionalizzata o meno, e del-
la famiglia. Anzi, è proprio al loro esterno che ha più senso esi-
gerla, quando nessuno dei due gode della protezione di un ruo-
lo – moglie marito compagno compagna.

E.O.: «Io dico che se adesso ci sono ragazze di vent’anni più forti
e capaci di scegliere, questo accade anche perché noi abbiamo loro
aperto la strada. Che cosa si sapeva della sessualità al femminile, pri-
ma che noi cominciassimo a interrogarci?».
L.D.: «Non è vero. Questo è avvenuto con il femminismo, che ha
avuto delle origini al di fuori del Sessantotto: altre donne sono state
per noi un riferimento».
M.N.: «D’accordo, però il femminismo non ci sarebbe stato senza
la trasgressività sessantottina. Le donne che mi hanno fatto il culo nel
’73 e ’74 erano assolutamente libere».
E.O.: «Il femminismo ha raccolto anche la nostra esperienza».
M.N.: «La rivincita femminista si è fondata sulla liberazione ses-
suale sessantottina».
E.O.: «Una stagione così effervescente nessuno di noi l’ha più ri-
trovata. Ciascuno di noi è più solo e non ci sono élites intellettuali ca-
paci di interpretare quello che sta accadendo».
A.C.: «La libertà di comportamento di tutti si è allargata ma i mon-
di possibili si sono ridotti».
M.N: «La rivolta era bella e sacrosanta. Per quello che è avvenuto
dopo, negli anni della sinistra extraparlamentare, noi abbiamo fatto
l’autocritica e ci siamo detti: se avessimo vinto sarebbe stato peggio»42.

188
Dolore

La classifica del dolore

Nel movimento degli studenti, imbevuto di rabbia e gioia, il do-


lore sembra un corpo estraneo. Rappresentato come soffoca-
mento e solitudine, nei racconti appartiene al prima. Ora che si
è scoperto il gusto dello stare insieme e della lotta, le parole cui
dare un senso nuovo sono altre, uguaglianza, libertà, espressio-
ne di sé.
Negli anni successivi, i movimenti risusciteranno il corpo
guerriero (giovane, maschile) della resistenza, un corpo che può
colpire e essere colpito, che può avere cicatrici ma non piaghe
perenni, che non è fatto per custodire la memoria del dolore. Ma
già nel ’68 le università occupate non sono la stessa cosa per tut-
ti. Alla Sorbona si possono incontrare Blouson noir, piccoli de-
linquenti, ex militari, che diventano il nerbo dei servizi d’ordi-
ne, i «katanga». Meno fusi con gli altri, i marginali, i disperati, i
senza lavoro, i beat di strada, che trovano nelle aule un posto per
dormire e mangiare, senza per questo recedere dal loro rifiuto
del mondo così com’è. Agli occhi degli studenti, quella passività
inerme, troppo simile alle sacche di sofferenza sparse per la so-
cietà, resta invisibile o appare irrimediabilmente diversa. Nel ri-
cordo del prefetto di polizia Maurice Grimaud, che il 14 giugno
presiede allo sgombero dell’Odéon e della Sorbona, dal primo
si vedevano uscire,

con il volto sgomento di chi viene strappato al sonno, [...] giovani


dall’aspetto pietoso, certo non studenti ma piuttosto disoccupati,
beatnik, qualche barbone, ragazze sbandate. Una di loro esce pian-

189
gendo tenendosi stretto il fagotto delle sue cose. Siccome ho proibito
che si portino armi, i nostri «katanga» si confondono nell’anonimato
di questa povera truppa in rotta. Non ho voluto fare eccezioni e pren-
dere le loro generalità. E d’altra parte come riconoscerli, poveracci tra
altri poveracci? Che vadano a farsi impiccare altrove1.

Alla Sorbona, invece, è la «classica uscita, con l’onore delle


armi, della guarnigione che si arrende. Gli assediati ci tengono
a essere espulsi simbolicamente dalla polizia e passano digni-
tosi in mezzo a una doppia fila di poliziotti con l’elmetto ma
pacifici. Ecco, è finita»2. Anche mettendo in conto il desiderio
di Grimaud che lo sgombero non sembri una vendetta, sono
due modi opposti di vivere la sconfitta e di prefigurarne il ri-
cordo.
La graduatoria del dolore è la faccia speculare di quella
dell’amore. Per le nuove sinistre, al centro sta la sofferenza
dell’oppressione e dello sfruttamento, e via via, sempre più sfo-
cate, le altre, e sono il male d’amore e di amicizie svanite, gli
scontri nella famiglia, la salute precaria. Il dolore dei «ricchi e
potenti» sta fuori. Insieme alla classifica dei soggetti, c’è quella
delle cause, politiche o personali. Alle prime – la povertà, un li-
cenziamento, un’umiliazione, una sconfitta – si può mettere ri-
medio con la lotta e con la solidarietà. Alle seconde no, e tanto-
meno allo smarrimento per il mancato o perduto rapporto con
il sacro, la religione, la trascendenza, cui i movimenti presumo-
no di dare una risposta terrena.
Per fortuna, le pratiche sono più sensate dei principi. Dei do-
lori «privati», soprattutto amorosi, si parla eccome, tanto più se
intralciano la militanza, e qualunque ex avrebbe molto da rac-
contare. Il rischio è cadere nell’aneddotica, ridurre una storia a
sintomo di un clima, quando a renderle uniche sono piuttosto
le anomalie rispetto alla norma del gruppo, della tribù, del mi-
cromondo. Ci vorrebbe una narrazione distesa e il talento di un
romanziere, di un regista. Come si fa a mettere nelle nostre nor-
mali parole la Anna Karina di Alphaville o i ragazzi di Fragole e
sangue? Non si fa, ma questo non è un alibi sufficiente. La ve-
rità è che i militanti hanno fatto l’esame al dolore e distribuito i

190
voti, e si può capire su quale spinta, se si pensa alle fotografie
della bambina vietnamita bruciata dal napalm che corre a brac-
cia spalancate, alle torture inflitte dalla polizia di Pinochet ai se-
guaci di Allende.
Se non che, lo schema è truccato, non tutti gli oppressi han-
no diritto al compianto (e neppure ai diritti democratici). Dopo
Solženicyn, dopo il ’56 ungherese e la Primavera di Praga, non
si può non sapere quel che è successo e succede all’est. Eppure
quell’enorme giacimento di sofferenza è il meno sentito dei ma-
li del secolo.
Qui la separazione tra mezzi e fini fatta propria dalla nuova
sinistra funziona come un anestetico morale. Per quanto sia mo-
struosa, l’Urss è la controparte dell’odiato capitale, allo stesso
modo in cui per i conservatori la mostruosa guerra del Vietnam
è un argine al comunismo. Quanti si rendono conto che le men-
zogne sull’Ungheria si erigono sulla desolazione degli operai
sconfitti?

Poi qualcuno muore


L’immaginazione al potere si ferma spesso alle porte del dolore.
È l’approdo al cosiddetto realismo, cioè alla politica di sempre,
un piano inclinato su cui si gioca un aspetto cruciale del prima-
to del collettivo sull’individuale: «realisticamente», non è forse
più importante partecipare a una lotta che darsi il tempo di vi-
vere un abbandono?
Poi qualcuno muore, e le costruzioni simboliche vacillano.
Non è tutta ideologica la graduatoria dei movimenti, in parte ri-
specchia l’aura che avvolge certe sofferenze e che travolge l’illu-
sione di onnipotenza, sbattendo in faccia ai militanti il limite
della condizione umana. E non è un’esclusiva dei giovani, è una
costante sociale, diversa a seconda delle fasi, ma sempre depu-
tata all’addomesticamento del dolore.
Ora ci si accorge che non basta sciogliere i rapporti con il
sacro per liberarsi dalle domande senza risposta sulla morte e
sulla sopravvivenza, sul male di vivere, sul «che ci faccio qui?».
Non sono domande «politiche». Anzi, sono domande che la

191
politica non ama, essendo sua ambizione decidere il senso del-
la morte forse più ancora che della vita, dare forma al dolore
attraverso il rito, momento alto e consolatorio, ma anche stiliz-
zazione del lutto. È uno dei nuclei più ambigui delle esperien-
ze comunitarie: sentimento individuale come forse nessun al-
tro, il dolore deborda sempre dalla politica. Scandire «per i
compagni morti non basta il lutto, pagherete caro, pagherete
tutto» vale a indicare i responsabili e insieme a alleviare il rim-
pianto grazie a un sostegno simbolico forte. Ma affidare alla
vendetta quel di più di dolore è una dichiarazione di impoten-
za. Lo scrive Mariella Gramaglia. Sempre lei vede nella giovi-
nezza come valore, nella esaltazione della creatività, nel lin-
guaggio pieno di parole emozionate e emozionanti, un tentati-
vo di rimuovere la morte3.
Quando, nel 1973, Rossana Rossanda recensisce su «il mani-
festo» Sussurri e grida di Bergman, e osa parlare dell’uomo ap-
peso fra vita e morte, del «residuo indistruttibile di individua-
lità della sua sofferenza, del limite oscuro che incontra un’eman-
cipazione politica», al giornale arrivano pacchi di lettere irate.
La colpa di Rossanda è aver immaginato che il movimento ope-
raio, non essendo una filosofia né una religione, debba ricono-
scere l’irriducibilità di quel limite. Per i lettori, al contrario,
«censurare la morte, immaginarla riscattata dal socialismo» non
è una fuga nell’ideologia, «è una filosofia della vita»4, così tota-
lizzante da rendere insopportabile una perdita che avvenga al di
fuori del rapporto con la politica.
Ci sono guerrieri da prima linea che non riescono a entrare
in un ospedale o a vegliare un ammalato. Hanno paura, e non
solo loro. Quando con il disfarsi dei movimenti il rito militante
perderà senso, tutti si troveranno come nudi al gelo di fronte ai
funerali di fine anni settanta-primi anni ottanta: sparite le ban-
diere, i discorsi, i pugni chiusi, e al loro posto la solitudine in
mezzo a tanti, e niente e nessuno che potesse contenere il dolo-
re. Infatti sono nati presto nuovi riti, con canzoni, poesie, fiori,
letture, in qualche caso con la riscoperta del tradizionale pasto
in comune al rientro dal cimitero. La ricerca di una spiritualità
senza religioni può essere un cammino lungo.

192
Dove ragione e cultura faticano

A ritrarsi di fronte alla morte e alla sofferenza è l’intera società


affluente, superba e sciocca come l’800, e ben più fragile. Ora
che si sono logorate le ritualità tradizionali e le maschere del do-
lore5 deputate a renderlo comunicabile, ora che la tragedia clas-
sica è definitivamente ridotta a rappresentazione da guardare
seduti in poltrona, domina il linguaggio di massa dello spetta-
colo – i racconti di vite drammatiche divulgati sulla stampa e in
tv, il sentimentalismo astratto del culto al milite ignoto, lo squa-
dernamento mediatico delle catastrofi naturali. Come oggi, qua-
si. E il dolore grezzo mostra la sua faccia indecente.
Nella tendenza novecentesca a farne un problema di specia-
listi dell’anima, c’è il tentativo di lenirlo con tutti gli strumenti
possibili, ma anche la voglia inconfessata di espellerlo dalla quo-
tidianità. Di qui le sollecitazioni a «superare» una perdita, come
fosse una malattia di stagione, a non «rivangarla», cioè a lasciarla
al suo posto, sepolta. Se il compianto è più lungo e intenso di
quanto suggeriscono le convenzioni, sembra una violenza con-
tro il diritto degli altri a dimenticare.
La narrazione deve fare i conti con questo orizzonte, come
sa chiunque abbia perduto una persona cara, come sanno i pa-
renti dei caduti, parola inventata per trasfigurare in chiave eroi-
co/patriottica la morte dei combattenti. E i reduci di tutte le
guerre, e gli ex deportati e deportate.
Nessun filone narrativo ha probabilmente dato tanto spazio
al dolore come il racconto, orale o scritto, della prigionia nei
campi nazisti e sovietici. Al dolore e al corpo. Persone, in parti-
colare uomini, che non avrebbero mai indugiato sulla fisicità,
descrivono il corpo divorato dalla fame, battuto, torturato, irri-
conoscibile – e sovrano. «Nella vita», scrive Amery, «ci sono si-
tuazioni in cui il nostro corpo è tutto il nostro io e tutto il nostro
destino. Ero il mio corpo e null’altro: nella fame, nel colpo che
subii, nel colpo che diedi. Il mio corpo sfinito e incrostato di
sporcizia, rappresentava la mia miseria. Il mio corpo, nel mo-
mento in cui si tendeva per sferrare il colpo, era la mia dignità
fisica e metafisica»6. Nel Dolore, Marguerite Duras descrive la

193
trasformazione del marito ex deportato in un condotto mo-
struoso che inghiotte e espelle senza tregua7.
La crescente legittimazione nel dopoguerra della parola sul
corpo passa anche attraverso questa sua centralità nella lettera-
tura del Lager. Ma ci sono voluti decenni perché il filone si af-
fermasse, e non solo a causa di scelte politiche interne e inter-
nazionali. Per le vittime è difficile raccontarsi, per gli altri è dif-
ficile ascoltarle mentre rivivono l’impotenza di allora. Di qui il
disagio di tanti giovani israeliani nel rapporto con i sopravvis-
suti, di qui l’accusa crudelissima rivolta agli ebrei dell’est di es-
sere andati in Lager come pecore al macello. Dall’invadenza
simbolica del carnefice ci si può difendere prestandogli l’aura
dell’angelo sterminatore, come è tentato di fare Il sopravvissuto
di Antonio Scurati8, l’unico risparmiato di una strage. Per il do-
lore non c’è schermo che non sia distorcente.
Anche il talento moderno per l’introspezione è una risorsa a
doppio taglio, più si va a fondo più si scopre che niente è come
ci si aspettava. Elisabetta Rasy descrive lo stordimento che la
prende nel vedere la trasformazione della madre ammalata:

da quel momento mia madre non fu più mia madre, ma un individuo


mutato e mutante, che io dovevo, contro la mia volontà e nell’assolu-
ta indigenza di capacità adeguate, accompagnare in un paese di cui
non sapevo nulla e che mi faceva infinitamente paura [...]. Ora tutta
quella forza, di colpo, era sparita, e la vecchiaia non era più una ma-
schera, era l’inaspettato messaggero della fine. Non provavo più dolo-
re ma sgomento, e nel mio stupore spaventato diventavo immatura, in-
capace9.

Nel suo primo anno di vita dopo la morte improvvisa del


marito, Joan Didion fa la scoperta più inattesa10. Lei, scrittrice
e giornalista, donna in età, intellettuale e buona amica dell’in-
telletto, ha cominciato a pensare in modo diverso. Se in quella
pacifica serata a due non avesse mai distolto lo sguardo da lui,
sarebbe successo ugualmente? C’era qualcosa che avrebbe po-
tuto fare o non fare per impedire quella fine? L’avranno riani-
mato abbastanza a lungo, era davvero già morto? E che errore
aver regalato le sue scarpe, come farà a tornare da lei scalzo?

194
Didion è entrata nel pensiero magico, in cui ogni azione o omis-
sione deve trovare posto nel sistema di causa/effetto. È il suo
modo di far fronte alla fatalità, e il riconoscimento di qualcosa
che assomiglia a un mistero, e che si può padroneggiare solo in
piccola parte.
Un’altra donna, Susan Sontag, è stata la prima e quasi la so-
la a cogliere il nucleo di insensibilità (e il «provincialismo che la-
scia senza fiato») implicito nelle tesi di Glucksmann, di Bau-
drillard, di altri, secondo cui la realtà, e le stesse guerre, sareb-
bero ormai nient’altro che spettacolo. Una tesi che

equivale a universalizzare il modo di pensare di una piccola minoran-


za istruita che vive nei paesi più ricchi del mondo, dove l’informazio-
ne è stata trasformata in intrattenimento – quello stile di visione ma-
turo che rappresenta una fondamentale acquisizione del «moderno»
nonché uno dei requisiti essenziali allo smantellamento delle forme
tradizionali di politica, basate sui partiti, che consentono un dibattito
e un consenso reali. Tale idea presume che tutti siano spettatori. E im-
plica, in modo perverso e poco serio, che al mondo non ci sia reale sof-
ferenza [...]11.

Ecco messe all’angolo, da tre donne, le pretese di continuità


dell’io come argine allo sperdimento, il culto superstizioso del-
la ragione, l’etnocentrismo così innamorato di sé da dimentica-
re che le guerre sono uno spettacolo solo per chi ne sta fuori.

Donne e altri

Se nei movimenti e nei partitini le donne non sono state gli an-
geli del ciclostile, è vero invece che molte sono state gli angeli
del personale, le consigliere, le spalle su cui piangere, le sole au-
torizzate a contemplare la vulnerabilità maschile. Niente di nuo-
vo, storicamente le donne hanno sempre avuto il ruolo di ad-
dette al dolore. Quando le femministe dei gruppi lasciano le or-
ganizzazioni, non restano vuote solo le sedi, è una trama di lin-
guaggi condivisi che si disfa. Le compagne continuano a acco-
gliere le sofferenze, ma soltanto delle loro simili: invece di fare

195
una graduatoria, hanno tracciato un confine, non così rigido,
certo, ma pur sempre una linea di demarcazione.
Nel loro territorio, le femministe cercano le parole per dire
il dolore, come recita il titolo di un libro molto amato di Marie
Cardinal12. Alcune imparano i gesti per toccarlo. C’è anche que-
sto aspetto negli aborti con il metodo Karman che prima della
legalizzazione si praticano in molti paesi nei consultori autoge-
stiti – pena fisica e psichica distesa su un lettino, e così conta-
giosa per le operatrici che prima o poi tutte hanno bisogno di
un avvicendamento.
Solo le donne cercano di applicare ante litteram il criterio
della riduzione del danno – il Karman è meno pericoloso, il con-
sultorio è un luogo amico. E solo guardando fra le donne si ve-
de, non troppo paradossalmente, come le eccezioni a quel prin-
cipio colpiscano spesso i più vicini e dipendenti, i bambini, e per
interposto bambino, la madre.
Le comunità dei militanti non si sforzano in genere di adat-
tare se stesse ai più piccoli, la società intorno non sa compor-
tarsi da amica. Grosso modo fino a metà anni settanta, persino
tra le femministe si tende a trascurare chi ha un bimbo picco-
lo, e ne nasceranno tensioni e spaccature13. Una donna può tro-
varsi stretta fra il modello della maternità oblativa, la voglia di
essere libera, le accuse di egoismo, il bisogno di servizi che non
ci sono – e compagni che vedono un figlio come un affare di
donne, e compagne che lo vedono come un affare di quella cer-
ta donna.
Si dice a volte che i bambini sono stati le prime vittime del
clima dei movimenti. Vittime di cosa, precisamente? Dei pasti e
del sonno a ore incerte, delle riunioni affumicate cui a volte li
portano i genitori, dell’accudimento intermittente, della fretta.
Vero, spesso i militanti sono cattivi genitori. Ma non genitori
cattivi, avari di affetto, sia che privatizzino il figlio creando una
nuova trinità, sia che lo crescano in una sorta di famiglia allar-
gata. Non è l’amore che manca.
Può mancare invece quel che soprattutto interessa ai bambi-
ni, la sicurezza che mamma e papà ci saranno sempre. Una del-
le donne intervistate da Marisa Rusconi, Barbara, madre giova-

196
nissima che nel ’68 ha scoperto «un amore collettivo che riuni-
va persone mai conosciute prima», racconta: «A un certo pun-
to ho cominciato a andare alle manifestazioni, e ci sono stati mo-
menti pericolosi. Lui [il suo compagno] non voleva, litigavamo
furiosamente. Anche il bambino si metteva a gridare: ‘Ti prego
mamma, non andare’»14. Qui c’è il dolore, unico nel suo gene-
re, della coppia madre/figlio. Una militante della Ligue com-
muniste révolutionnaire scrive nel 1977 una lettera A ma fille de
dix ans, che cerca sempre di trattenerla a casa: «Tu hai bisogno
di un amore, di una sicurezza più grandi di quelli che ti posso
dare [...]. Cerca di capire: non sono io a privarti dell’amore, è
questa società che lo ruba a tutte e due». E le spiega che sta lot-
tando per un mondo «in cui la parola amore non sarà più una
trappola meschina nella quale incastrare e sfogare il nostro egoi-
smo ma una grande realtà»15. Con il che, la bambina è messa in
lista d’attesa a tempo indeterminato.
Quanto sia maligna l’ipoteca del futuro sulla quotidianità si
vede soprattutto quando presenta il conto ai più piccoli.

Un movimento a valanga
A partire dall’inizio degli anni settanta, in tutti i paesi occiden-
tali esplode, letteralmente, la lotta per l’abolizione delle leggi
proibizioniste in tema di aborto e contraccezione, la più ampia
e difficile del movimento delle donne. È la svolta verso la di-
mensione di massa, l’allargamento della composizione sociale e
generazionale, una nuova presenza pubblica – sit-in, girotondi,
cortei fragorosi totalmente inermi. E di sole donne. La storia ha
già visto manifestazioni tutte femminili, basta pensare alle ope-
raie tessili e dell’abbigliamento, in Italia alle mondine. Ma que-
ste sono le prime programmaticamente separate, le prime a ri-
vendicare il potere della donna sul corpo fecondo. Per molte,
quei cortei di decine di migliaia di loro simili risuscitano la bal-
danza delle bambine che sono state, prima dell’addestramento
alla remissività soave della fanciulla per bene16.
Quasi ovunque, ansia e sospetto dei politici, non solo fra i
conservatori; dolore o rabbia maschili; riprovazione della Chie-

197
sa cattolica e di alcune Chiese protestanti; appoggio dei pro-
gressisti, grande spazio sui media. Ovunque, una strategia fem-
minista su vari piani, con tappe comuni in numerosi paesi. Spes-
so si parte da un processo particolarmente scandaloso per la
condizione dell’accusata – giovane età, gravidanza in seguito a
stupro, problemi economici, di salute, di isolamento – e se ne fa
un «caso» capace di scuotere l’opinione pubblica. Maestra la
Francia, che con l’affaire Dreyfus ha guadagnato la primogeni-
tura. Si creano associazioni per la difesa delle incriminate, come
la parigina Choisir (Scegliere), promossa dall’avvocata Gisèle
Halimi. Attrici, scrittrici, intellettuali si autodenunciano dichia-
rando di aver abortito – per la furia e lo scandalo delle destre,
che in Francia le etichettano «les salopes», le sporcaccione. Au-
todenunce anche in Italia e nella Repubblica federale tedesca17.
Il 5 febbraio ’73, «Le Nouvel Observateur» pubblica un testo
intitolato Des médecins s’accusent, firmato da 331 medici che di-
chiarano di praticare aborti18. Quattro giorni dopo, esce un ma-
nifesto simile, sottoscritto da 206 personalità dell’Association
nationale pour l’étude de l’avortement, che conta fra gli aderenti
tre premi Nobel19.
Poi alcuni gruppi mutuano dal ’68 e dalla nuova sinistra la
pratica degli obiettivi, come si diceva allora – la messa in atto di
comportamenti giusti e illegali di contro a situazioni e leggi in-
giuste. In Italia nel ’73 viene fondato il Cisa (Centro italiano ste-
rilizzazione e aborto), espressione dell’area radicale-femminista,
che pratica interventi alla luce del sole, in centri privati e a prez-
zi politici. È la prima uscita dalla clandestinità. Nel 1975 nasco-
no il Crac (Coordinamento romano aborto contraccezione), e in
varie città i Centri per la salute della donna, composti per lo più
da militanti di Avanguardia operaia, Lotta continua, Manifesto,
e da vari collettivi femministi. Il Cisa punta sulla disobbedienza
civile e sull’importanza di renderla visibile, i Centri danno spa-
zio al self-help e all’autocoscienza prima e dopo l’intervento20.
Il 10 aprile ’73 in Francia si costituisce il Mlac (Mouvement
pour la liberté de l’avortement et de la contraception), struttu-
ra mista in cui convergono vari gruppi di intervento sociale, la
sinistra estrema, sindacalisti, il partito socialista, medici, asso-

198
ciazioni familiari. Si eseguono aborti e parti, ci si occupa di va-
gliare le migliori cliniche in Inghilterra e Olanda, si organizzano
i viaggi, si accompagnano le donne, le si informa sulla contrac-
cezione, si promuovono manifestazioni. La domanda è enorme,
tanto che nasceranno sedi in parecchie città21.
In molti paesi, e fra questi l’Italia, il movimento cresce a va-
langa, ben oltre le aspettative delle stesse femministe.
Per capire come mai, basta ricordare due scenari. Il primo
descrive quel che è stato l’aborto fino alle normative che negli
anni settanta lo depenalizzano o lo legalizzano. L’attesa delle
mestruazioni, la ricerca affannosa di un medico, un’ostetrica,
una praticona, una donna che l’abbia già fatto. I soldi che man-
cano, gli appartamenti-scannatoio senza nome sul campanello,
il prezzo da saldare in anticipo, un tavolo da cucina come letto
operatorio, metodi sempre pericolosi, a volte mortali, un male
che non passa. Il gap di classe è duro – chi può va in cliniche pri-
vate o all’estero, nei paesi non proibizionisti; e così quello di cul-
tura – un ambiente più aperto non protegge dal dolore, ma con-
sente maggiore informazione e tranquillità.
Dietro la modernizzazione del costume, ci sono ancora mol-
ta ignoranza, solitudine, paura, sia per la propria vita sia per pos-
sibili conseguenze giudiziarie. Anche se gli Stati ritengono inop-
portuno perseguire sistematicamente l’aborto, niente garantisce
a una donna di non essere l’eccezione. In Italia, dove lo specia-
le potere della Chiesa cattolica nella politica nazionale e la pru-
denza del partito comunista sul tema ostacolano le prospettive
di riforma, vige ancora la legge fascista, e anche dopo l’abroga-
zione della norma che vieta la propaganda di qualsiasi contrac-
cettivo, il ministero della Sanità continua ad applicare il regola-
mento che proibisce di registrare farmaci sotto la dicitura «an-
ticoncezionali». Senza questi dati minimi, oggi sarebbe difficile
capire il senso di slogan come «io sono mia», oppure «l’utero è
mio e lo gestisco io», così simili al «potere studentesco» del ’68
nell’utopismo sovrano e nella capacità di rendere lo spessore
della storia.
Ma – secondo scenario – non è stato il fascismo a inventare
la legislazione antiaborto e anticontraccezione. Si tratta di un

199
processo secolare attraverso il quale il potere religioso, poi, lun-
go l’800, quello medico, e infine politico, arrivano a imprigio-
nare il corpo femminile in un sistema di obblighi e divieti.
Sull’onda delle retoriche imperiali, dell’ansia per il declino del-
le popolazioni bianche e della pregiata natalità dei ceti medi, il
tasso di fecondità diventa un problema nazionale. In Gran Bre-
tagna la Madre è eletta a Supremo strumento della Natura per
il Futuro, mentre le madri reali sono viste come brutte copie
egoiste e disamorate, che fanno figli sempre meno numerosi, e
sempre meno adatti a diventare buoni soldati per conquistare
territori e buoni cittadini per popolarli22. Come mostra l’imma-
ginario vittoriano, neppure i paesi protestanti sono immuni dal
sogno della maternità sacrificale. Complice la nascente eugene-
tica, si parla molto di salute e purezza della razza, di nuovi con-
trolli su riproduzione e allevamento. Nel cui nome gli asili nido
e la fornitura di latte alle madri povere vengono bollati come
espedienti da sopportare per ragioni di forza maggiore, ma da
limitare nel tempo in modo che le donne non prendano l’abitu-
dine a farsi sostituire. Ai doveri non corrispondono i diritti: la
madre alleva figli che giuridicamente non le appartengono, per-
ché i codici attribuiscono all’uomo il potere nella famiglia e
l’esercizio della patria potestà23. La penalizzazione dell’aborto
nasce in questo clima di interesse e sospetto verso il corpo gra-
vido, e arriva a dichiarare madre e feto realtà separate e con-
trapposte.
Le leggi e la loro applicazione potevano essere più o meno
dure, le motivazioni variare dalla tutela della persona agli inte-
ressi della «razza», della nazione, di un’ideologia totalitaria. So-
no distinzioni rilevanti sul piano giuridico e politico, e prima an-
cora per la vita delle donne. Una cosa è la maggiore ingerenza
dello Stato nei paesi democratici, dove si accompagna all’am-
pliamento dei diritti legati alla cittadinanza, al suffragio femmi-
nile, spesso al potenziamento dell’informazione sugli anticonce-
zionali – e al libero confronto di opinioni. Tutt’altra cosa è il do-
minio sui corpi nella Germania nazista, nell’Urss di Stalin,
nell’Italia fascista. Anche su questo terreno i totalitarismi non
sono la verità nascosta delle democrazie. Resta il fatto che il con-

200
trollo sul corpo e la natalità da parte degli Stati e delle istituzio-
ni medico-scientifiche è un aspetto della modernità24; e che le
normative riducono la donna a ambiente di crescita del feto e a
sua potenziale nemica. Fra la Mater dolorosa e Medea, versione
procreativa dell’antinomia vergine/puttana, non c’è spazio per
la paura, il dubbio, la sprovvedutezza, il sacrosanto rifiuto del
sacrificio a tutti i costi, la voglia di autonomia, e altro ancora.

Diritto di aborto?
Negli Stati Uniti l’aborto verrà liberalizzato come diritto civile,
una impostazione seguita in altri paesi da alcuni settori del fem-
minismo. In Italia il Movimento di liberazione della donna, vi-
cino al partito radicale e pioniere della campagna, colloca la fa-
coltà delle donne di decidere se essere madri nell’alveo dei di-
ritti civili (insieme a lavoro e salute)25: che la legge criminalizzi
una pratica secolare è la prova del limite posto alla autodeter-
minazione delle donne, dunque depenalizzare l’aborto equivale
a reintegrarle nella piena cittadinanza. Nella raccolta di firme
per una legge di iniziativa popolare, iniziata nel 1971, si chiede
di abolire il reato di aborto senza introdurre norme in positivo.
L’espressione «diritto civile» però può essere fuorviante. Ne-
gli stessi Stati Uniti, dove il liberalismo esalta l’autodetermina-
zione dei cittadini e le lotte dei neri hanno fatto scuola, la pro-
spettiva non è mai la semplice aggiunta di un diritto agli altri. Le
attiviste «pro-choice», in lotta per la libera scelta delle donne,
sostengono piuttosto che lo Stato debba fare un passo indietro,
mettendo fine alla sua ingerenza in scelte intime e personali. Se
si pensa al tentativo del ’68 e del femminismo di superare la di-
cotomia pubblico/privato, questa è una logica opposta, ma solo
in parte: pubblico non equivale a statale, politico non equivale
a legislativo, privato e personale non vogliono dire isolamento
dalla dimensione sociale.
Del resto, le differenze terminologiche – diritto, libertà, au-
todeterminazione – riflettono, insieme alle idee dei gruppi fem-
ministi, lo sforzo di modellare le strategie sui diversi sistemi giu-
ridico/costituzionali. In quello americano, che riconosce al cit-

201
tadino il diritto di «giudicare la legge» impugnando una norma
davanti alla Corte federale, la campagna trova in questo princi-
pio il suo fulcro. E arriva alla vittoria nel ’73, con il famoso giu-
dizio sul caso Roe vs Wade: la Corte dichiara incostituzionale la
legge del Texas e fa dell’aborto un diritto costituzionale, che tut-
ti gli altri Stati devono introdurre abrogando le disposizioni pre-
cedenti. Non così in Francia e in Italia, dove solo il parlamento
ha titolo per fare o modificare una legge.
Specularmente, nelle formulazioni tecniche non preme solo
un calcolo di opportunità politica, spesso si fa sentire tutto il pe-
so di convinzioni e dubbi personali. Fra i proibizionisti, che si
autodefiniscono «pro-life», attecchisce più facilmente l’idea che
tutto sia semplice: l’embrione è un essere umano da salvaguar-
dare, la vita comincia nell’istante del concepimento. In suo no-
me gruppi estremisti si organizzano per assaltare le cliniche do-
ve si praticano aborti – il che non basta a cancellare il travaglio
di altri, il conflitto interiore tra la fedeltà ai principi e la consa-
pevolezza delle mediazioni necessarie per limitare la violenza
dello scontro e i rischi per le donne. Fra le attiviste «pro-choice»
sembra più diffusa la coscienza di muoversi su un terreno deli-
cato come nessun altro.
Qualcosa di simile vale per «il Legislatore». Dietro il termi-
ne astratto, non ci sono – non sempre – mestieranti senza cuore
decisi a lasciare l’aborto nella clandestinità; ci sono individui
che devono fare i conti con l’elettorato ma anche con se stessi.
All’epoca, in tempo di demonizzazioni reciproche, era difficile
vedere le controparti come persone con i loro conflitti e incer-
tezze – di qui lo scetticismo che spinge a delegare il rapporto con
le istituzioni alle più «politiche», legate ai partiti di sinistra e
spesso protagoniste decisive.
È una situazione confusa, tesissima, e non potrebbe essere
diversamente. Intorno all’aborto si addensa il dilemma di defi-
nire cos’è vita, quando comincia, in che rapporto stia con la co-
scienza di sé. E nello stesso tempo si misura la più inamovibile
delle ovvietà: chi ha il potere di dare la vita ha anche il potere di
non darla – legge di natura e dell’antica magia popolare, in cui
fare e disfare un incantesimo sono due facce dello stesso dono.

202
I legislatori si muovono con prudenza. Negli Usa la Corte
non chiama in causa il diritto alla libera disponibilità del pro-
prio corpo, perché si teme apra la strada ad altre questioni con-
troverse, dalla condotta terapeutica nei casi di coma alla vendi-
ta di organi all’eutanasia (anche se bisogna distinguere l’aspetto
di potenziale omicidio da quello di libera scelta personale). Ci si
appoggia invece al concetto di privacy, sostituendo al principio
della proprietà di se stessi quello della libertà, concepita sul mo-
dello della libertà religiosa. L’aborto viene così fatto rientrare
nel campo delle libertà fondamentali in materia di matrimonio,
procreazione, contraccezione, rapporti familiari, e nella facoltà
inalienabile «di definire la propria concezione dell’esistenza, del
senso della vita, dell’universo e dei misteri della vita umana»26.
Lo Stato non rinuncia a pronunciarsi sulla salute della cittadina,
e fissa termini entro cui l’intervento è possibile per semplice ac-
cordo fra la donna e un medico. Ma si guarda bene dall’affer-
mare il diritto alla vita del concepito. Il termine «feto» non com-
pare mai.
Anche in Italia e Francia, la legge si fonda sulla tutela della
salute della donna. Dove diverge rispetto agli Usa è nella defi-
nizione dell’aborto come male minore e nell’enunciazione del
diritto alla vita «fin dal concepimento» – la tradizione cattolica
si fa sentire. Ma, controsenso numero uno: è la prima volta che
si introduce il feto nella sfera giuridica, e lo si fa con la stessa
norma che ne regolamenta la distruzione. Controsenso numero
due: si richiede un colloquio della donna con medici e psicolo-
gi, dunque un controllo, e contemporaneamente la decisione fi-
nale viene rimessa a lei – ma le minorenni devono chiedere il
consenso parentale, con le conseguenze immaginabili.
Per motivi diversi, le leggi sono fragili e esposte a fraintendi-
menti, a cominciare dall’espressione «tutela della vita» fino alla
natura del colloquio medico. Particolarmente contrastato il con-
cetto di diritto all’aborto. Per uno dei collettivi italiani più in-
fluenti, quello di via Cherubini che darà vita alla Libreria delle
donne di Milano, quel concetto ridurrebbe l’aborto a una tap-
pa fra le altre nell’allargamento graduale dei diritti civili e uma-
ni27. Per altre donne, legittimerebbe uno strapotere femminile

203
sul feto. Che sia il risultato di una strategia capace di (e costret-
ta a) «usare» i sistemi costituzionali passa in secondo piano.

In Italia
A essere messa in questione è la stessa idea di una legge. Il col-
lettivo di via Cherubini discute, ma con il timore di esporla aper-
tamente, la posizione delle «disinteressate al problema
dell’aborto», «l’obiezione della donna muta», la donna che
«non vuole essere descritta, illustrata, difesa da nessuno»28. Ad
altri gruppi sembra assurdo sostenere una legge che pretenda di
decidere sul corpo femminile, e che finirebbe per favorire l’ir-
responsabilità maschile; di fronte a una gravidanza inopportu-
na, un uomo potrebbe più facilmente caldeggiare l’aborto. Sem-
pre più vicina al femminismo, l’Udi preme per una normativa
che fissi alcune condizioni e procedure, salvando però la facoltà
di decidere delle donne. Le femministe della nuova sinistra pun-
tano alla depenalizzazione.
Le tensioni sono inevitabili, perché ogni componente del
movimento ha una sua politica. Per le donne dei gruppi extre-
parlamentari, e con più cautela per quelle dei partiti di sinistra
e del sindacato, la lotta sull’aborto rappresenta un impegno per-
sonale e culturale, e insieme quell’opportunità di uscire
«all’esterno» cara alla loro formazione; e uscita all’esterno vuol
dire raccolte di firme, grandi manifestazioni, intervento nei
quartieri a fianco delle donne. Stare dalla parte dei più deboli,
o presunti tali, è stato il sogno migliore della nuova sinistra, per
quanto a volte in veste di Zorro e con precipitose semplificazio-
ni populiste – come quando ci si faceva forti della tranquillità
con cui molte proletarie sembravano affrontare l’aborto.
Le femministe radicali, renitenti al dogma delle scadenze po-
litiche, degli appelli a sottoscrivere documenti e a scendere in
piazza, concordano su una legge che garantisca condizioni sicu-
re per la gravidanza e la sua interruzione; ma giudicano ambi-
guo organizzare manifestazioni «abortiste», e per di più in com-
pagnia dei maschi, mimetizzando così il conflitto uomo/donna
proprio sul piano del rapporto fra sessualità e concepimento29.

204
A qualcuna sembrano addirittura una negazione del dolore. Che
le ragazze in corteo abbiano patito l’aborto, ma in quel momen-
to preferiscano al ricordo la gioia della comunanza, viene in
mente a poche. Anche perché spesso c’è sfiducia reciproca, e
sulla sfiducia prospera il vecchio vizio di scambiarsi le peggiori
etichette: «borghesi» sorde ai problemi delle proletarie, le fem-
ministe radicali; «gruppettare» eterodirette dai capi le donne
della nuova sinistra, «vecchiette» (di 30-40 anni!) ossequienti al
Pci le donne dell’Udi – il giovanilismo scemo non è solo ma-
schile. In Francia, le divergenze sull’aborto sono il momento
clou di una conflittualità che è probabilmente la più accesa nel-
lo scenario femminista internazionale.

L’aborto degli uomini


L’impalcatura delle leggi proibizioniste crolla dovunque più ra-
pidamente di quanto ci si aspettasse. Perché i tempi erano cam-
biati, certo, ma soprattutto perché fra le donne prevale una stra-
tegia saggia, visibilità e provocazione da un lato, realismo dall’al-
tro, vale a dire ancoraggio all’esperienza concreta dell’aborto. È
grazie a questo legame che il femminismo sostituisce alla con-
trapposizione aborto/non aborto quella fra aborto legale e abor-
to clandestino, che insiste sul destino dei figli non voluti30, men-
tre hanno poco seguito posizioni estreme, come quelle cui si
ispira la proposta di legge ventilata da due deputati della sini-
stra extraparlamentare per l’aborto libero fino alla 22ªª settima-
na di gravidanza – aborto sempre o quasi, versione speculare di
«aborto mai».
Se non che, il realismo ha il suo punto cieco, ed è il quasi si-
lenzio, a livello pubblico, sul modello di sessualità dominante
come causa prima e ultima dell’aborto – una ovvietà scandalosa
che è difficile portare in una campagna di opinione, e anche nei
movimenti e nei loro dintorni. Il tema circola, oscillando fra lo
slogan – «dito dito, orgasmo garantito» – e i linguaggi psicolo-
gici, fisiologici, filosofici. Altra cosa è dirlo con la semplicità del-
la bella politica. Lo fa Carla Lonzi31 già nel 1971, quando re-
spinge la proposta della raccolta di firme: «la domanda da por-

205
si», scrive, «non è se abortire o no, è: ‘per il piacere di chi sono
rimasta incinta, per il piacere di chi sto abortendo?’»32. Fuori
dal gergo e dalle perifrasi, è l’invito a non considerare la sessua-
lità procreativa come l’unica «vera», a non sentirsi «sbagliate»
se desiderio e piacere mancano. Posizione all’epoca niente af-
fatto scontata. Le persone fanno sesso in tanti modi, si sa, se ne
parla. A una condizione, però: non negare il primato fisico e
simbolico del coito, la sua immagine di complementarità armo-
niosa fra donna e uomo. Una immagine/miraggio messa in dub-
bio da ricerche imponenti, dal Rapporto Kinsey al Rapporto Hi-
te, ma così potente da dare a ogni altra pratica un ruolo secon-
dario, complementare, preparatorio, e alle non molte che ama-
no la penetrazione il diritto di rappresentanza delle molte che
ne farebbero a meno senza rimpianti.
Lungo gli anni settanta, altre e altri gruppi discuteranno quel
modello e il suo radicamento millenario33. Ma fra i tanti maschi
allora sinceramente favorevoli alla depenalizzazione, nessuno
nomina una verità scomodissima: l’uomo ha imposto il suo pia-
cere, e questo piacere «conduce alla procreazione, ed è sulla ba-
se della procreazione che la cultura maschile ha segnato il con-
fine tra sessualità naturale e sessualità innaturale, proibita o ac-
cessoria e preliminare»34. Nessuno riconosce pubblicamente
che alla campagna sull’aborto e sulla contraccezione ne andreb-
be affiancata un’altra per prevenirlo da parte degli uomini: se
non con la vasectomia, che risveglia il terrore della castrazione
e dell’impotenza, con l’accettazione della gravidanza imprevi-
sta, con gli anticoncezionali o la verginità maschili, preferibil-
mente con la fantasia. Non ci pensa neanche Pasolini, che pure
denuncia il continuum fra universo del coito, del parto,
dell’aborto, e si fa paladino delle sessualità eterodosse; ma ai
suoi occhi il corpo femminile è una risorsa naturale da regolare
a fini demografici, e la legalizzazione dell’aborto equivale alla le-
galizzazione dell’omicidio35.
Quante sofferenze evitabili con un po’ di consapevolezza. Il
ragazzo spaventato in attesa che la sua compagna esca dallo
scannatoio non si rende conto di aver fatto l’amore riproducen-
do un rito di virilità e di possesso che lo ha portato a rischiare

206
sul corpo di lei. Lei gli è grata perché dopo averla messa incin-
ta non la lascia a abortire da sola. Tante donne, invece di pale-
sare il proprio desiderio, tacciono – per rassegnazione, compli-
cità, affetto, perché sanno che nella penetrazione l’uomo vive
una sensazione di potenza che diventa potere di lei su di lui.
Da allora molte cose sono cambiate, per esempio l’atteggia-
mento verso la paternità: con la maggior forza contrattuale fem-
minile e la stessa maturazione maschile, spesso succede il con-
trario di quel che temevano alcune femministe; la donna riven-
dica il suo diritto esclusivo a decidere, l’uomo chiede di avere
voce in capitolo.
Ma ancora oggi si continua a parlare di aborto come fosse af-
fare esclusivo delle donne, di anticoncezionali da prescrivere al-
le donne, di responsabilità delle donne «per non averci pensato
prima». Certo, la vita cresce nell’utero, come si spiega ai bam-
bini; il difficile è dire loro il modo in cui si è creata. Alcuni uo-
mini si comportano come se non lo sapessero. Moltissimi non ri-
tengono di doversi preoccupare per la diffusione minima degli
anticoncezionali maschili, per la poca ricerca in materia, per
l’analfabetismo sessuale di tante persone giovani. Che un savio
controllo degli spermatozoi sia una delle soluzioni possibili non
è questione all’ordine del giorno.

Dolore, indifferenza, eros


Con qualche contraddizione rispetto alla presunta disinvoltura
delle proletarie in materia di aborto, nelle campagne di opinio-
ne si martella sui costi fisici e psichici per la donna – un dato di
realtà, e nello stesso tempo l’impegno a costruire una versione
dell’aborto socialmente accettabile, e il tentativo di superare at-
traverso la certificazione del dolore l’ideologia del contrasto fra
interesse della donna e interesse del concepito. L’aborto è pre-
sentato come una violenza plurima: controllo sul corpo femmi-
nile, intervento medico/chirurgico, rinuncia forzata a un figlio
che in condizioni diverse forse si sarebbe voluto. Il registro del-
la sofferenza è così dominante che negare di aver sofferto equi-
vale pressappoco alla rottura di un patto tacito.

207
Come dovevano sentirsi «sbagliate» le donne per cui l’abor-
to era un’evenienza della vita, un male minore rispetto a una na-
scita troppo difficile da sostenere. Donne che dicevano di aver
abortito senza grande sofferenza, di essersi sentite soprattutto li-
berate, che magari avevano usato l’aborto come mezzo di con-
traccezione, sia pure non programmato.
Ma prima che il tema del dolore si imponesse, circolavano
anche discorsi molto diversi. Nel ’71 esce un libro, La sfida fem-
minile. Maternità e aborto, di Elvira Banotti36, una delle fonda-
trici di Rivolta femminile, che con la collaborazione di medici,
intellettuali, universitari, mette insieme riflessioni storiche e so-
cio-antropologiche e un buon numero di interviste a donne re-
duci da uno o molti aborti. Riletto oggi, fa pensare. Fra storie di
disperazione, solitudine, massacro dei corpi, avidità di pratico-
ne e medici «cucchiai d’oro», compare una donna di 26 anni,
costumista cinematografica a Roma, che dice: «Anzi una mia
amica mi ha detto che lei era diventata più bella dopo l’aborto
[...] io credo che ci fosse del vero. Secondo me questo abbelli-
mento dipende dal fatto che ogni volta che tu riesci a realizzare
la tua volontà, il fatto ti fa sentire così bene, così vittoriosa e po-
tente, che, naturalmente, hai una sensazione di rilancio psico-fi-
sico». Un’altra, trentenne, separata, tre figli, svedese a Roma da
10 anni: «dopo ero molto soddisfatta, mi sembrava una conqui-
sta. Avevo scoperto che in coscienza non succede nulla, che tut-
to ciò di cui si parla... traumi, angoscia ecc. sono solo sovra-
strutture [...]. Io non ho avuto affatto crisi di coscienza. Scusa-
mi, non sorridere, ma era proprio così». Una trentaduenne lau-
reata in giurisprudenza, Milano: «quando tu mi domandi se ho
delle crisi psicologiche mi fai veramente ridere». Una commer-
ciante, 35 anni, un figlio, romana: «Io a distanza di tempo sono
sempre più contenta di averlo fatto [...] prima perché avrebbe
cambiato il senso della mia vita [...] poi perché io non avrei mai
creduto nella... non so come dire... forse la parola giusta è giu-
stizia di avere figli»37, dove c’è una eco dell’ansia sul futuro del
mondo. Per molte il feto è «niente», «quella cosa insignifican-
te», «una cosa morta a priori dato che per me non esiste», l’abor-
to è come farsi togliere le tonsille, le adenoidi, l’appendicite, il

208
cancro. Se qualche problema morale affiora, è perché è stato
«inculcato» dalla società e dalla religione.
Colpiscono anche certe posizioni dell’autrice, che pure a vol-
te sembra voler seminare qualche dubbio fra le sue intervistate.
Per Elvira Banotti,

Una volta superato il meccanismo di insicurezza, l’aborto assume


il suo autentico significato: quello di un momento di coscienza inten-
sa, ricco di aspetti erotici vivificanti. L’effetto di questa preziosa sen-
sazione di libertà ce lo forniscono alcune protagoniste che hanno vis-
suto l’esperienza revisionando tutti i significati attribuitigli. La stu-
dentessa ventenne, incinta accidentalmente, ha la sensazione di aver
subito «una [operazione di] plastica con la violenza»; la sensazione
scompare con la riconquistata padronanza di sé attraverso l’aborto,
vissuto come un gesto che dà il giusto riconoscimento alla propria vo-
lontà [...]. La sola angoscia nasce dal suo dipendere dagli altri, dalla
commiserazione che si deve assicurare vivendo l’aborto alla macchia38.

Un’altra donna «respira un’aria di successo per aver con-


trollato un mutamento ‘misterioso’», un’altra ha avuto «sensa-
zioni formidabili come donna. Avevo una eccitazione fisica e un
senso di affermazione incredibili»39. All’interno di Rivolta fem-
minile, le idee di Banotti restano isolate, ma non si sa quanto la
divergenza abbia pesato nel suo allontanamento dal gruppo.
In questo libro si insegue un fantasma di libertà che sullo
spossessamento subito dalle donne dice più di molti trattati.
Che mostra come lo sforzo di svincolarsi dal destino sia per al-
cune così duro da precludere ogni alternativa fra subire o rifiu-
tare in blocco. L’impotenza si rovescia in sogno di onnipotenza,
spazzando via gli intralci, a cominciare dallo scacco e dal dolo-
re, ripudiato con tanta pervicacia da far pensare a un nuovo
tabù. O a uno vecchio. Con tutta la loro passione dell’autono-
mia e della modernità, alcune di queste ragazze finiscono per as-
somigliare stranamente allo stereotipo della eroica madre di fa-
miglia, donna di roccia capace di sopportare tutto senza aprire
bocca; oppure all’emancipata che trascende il corpo. Ma invece
che dall’amore per i figli o dall’obiettivo del controllo raziona-
le, la forza viene dalla sensazione di essere all’avanguardia nel

209
flusso di un grande cambiamento. Anzi, dal bisogno di creder-
lo, perché più le dichiarazioni sono categoriche, più sembrano
il frutto di un neonato conformismo di nicchia: l’atteggiamento
verso l’aborto è così carico di significato da improntare l’au-
toimmagine e il racconto di vita40.
Come sembra più libera la scrittrice trentacinquenne che dice:

Ho razionalizzato, [...] però ero in conflitto, no, no, non un fatto


morale ma per una ripugnanza biologica in quanto avevo già fatto
l’esperienza di tre maternità, il problema era per me cancellare dentro
di me l’immagine reale di questo figlio e dell’uomo che amo [...] l’im-
magine di questo bambino che io rifiutavo perché lo mandavo via41.

Qui non c’è un grumo, un niente, c’è un bambino, a confer-


ma che lo statuto del feto si misura innanzitutto su quel che sen-
te la donna. Definire cos’è quel qualcosa o qualcuno vuol dire
anche definire gli ambiti e i tempi in cui ha senso o non ha sen-
so una legge.

Cos’è il feto?

A dispetto delle sue molte voci, su questo punto il femminismo


rimane quasi del tutto silenzioso. Con buone ragioni di ordine
politico. Sono anni in cui la propaganda antidepenalizzazione
definisce l’aborto un omicidio, mentre alcuni gruppi «pro-life»
mostrano fotografie di minuscoli feti con braccia gambe testa,
bambini in miniatura, e in Italia il Movimento per la vita42 offre
assistenza alle madri e l’adozione pre-nascita dei figli da parte di
famiglie «regolari». Dopo l’approvazione della legge 194 cor-
rerà voce che in alcuni ospedali si organizzino funerali per i fe-
ti abortiti. È una lotta a colpi al cuore – il che contribuisce a spie-
gare la diffusa paura di dire qualcosa di cui lo schieramento
proibizionista possa servirsi. Ma la tattica politica è solo un
aspetto.
Per gran parte delle femministe, convinte che la soggettività
sia un fatto di relazioni, la vita comincia quando si entra in con-
tatto con il mondo e con gli altri. Il feto è materia vivente, ma

210
questa ovvietà non implica considerarlo una vita, non aiuta a an-
dare a fondo nel rapporto con «qualcosa che sono io e non so-
no io». Rifiuto di applicare il concetto di diritto alla vita al feto,
critica dell’ansia definitoria: in quegli anni si arriva fin qui, e si
capisce perché.
Nel pieno della campagna, è prioritario denunciare l’ambi-
guità dell’espressione «vita fetale»; il feto vive della madre e at-
traverso la madre, visto come entità a sé si può al massimo so-
stenere che esiste. Ma quello su cui si sorvola è che esiste come
qualcosa (qualcuno) d’altro, diversamente l’organismo materno
non dovrebbe rimodulare il proprio sistema immunitario per
neutralizzare gli anticorpi che lo espellerebbero come entità
estranea; se non c’è contrapposizione, c’è distinzione. È priori-
tario, di fronte a questa situazione unica in cui il corpo deve ne-
goziare con se stesso prima ancora che con il feto, respingere
l’ingerenza dello Stato e affidarsi alla coscienza femminile. Ma
«coscienza» è la più ingannevole delle parole, carica di ambiva-
lenze e vuoti.
Sulla coppia madre/figlio, luogo delicatissimo dell’immagi-
nario non solo femminile, pesano fantasmi di lunga durata. La
madre ostile è un topos così numinoso che le fiabe la sdoppia-
no nella matrigna. Nella fantascienza e nella fantasy ricorre l’in-
cubo del feto (e neonato) nemico o alieno, Rosemary’s baby, la
creatura di Alien. La paura del bambino mostro non abbando-
na mai una donna, e neppure la paura di essere incapace di ac-
cogliere il figlio. Ne porta molti esempi un libro importante già
citato del sociologo Luc Boltanski43, frutto, oltre che di una
analisi vastissima delle teorie e ideologie su maternità e aborto,
di una ricerca sulle idee e emozioni di donne che hanno abor-
tito in ospedali o cliniche francesi. Trent’anni fa sarebbe stato
un libro diverso, più povero e meno libero. In Italia non esiste
purtroppo un’opera paragonabile per ampiezza e approfondi-
mento.
Non che ci fosse censura. In un dattiloscritto, datato Mo-
dena 13 maggio 1975, si descrive «un rifiuto anche visivo del-
la gravidanza, quasi il terrore di osservarne la manifestazione
fisica nel corpo»44. Ma, quanto meno nei discorsi e negli scrit-

211
ti pubblici, si tace sulla sensazione di essere invase da un estra-
neo, e sulla madre ostile in cui si teme di trasformarsi. Doppio
paradosso per donne che predicavano il diritto ai loro tempi in
potenziale collisione con i tempi dell’altro – e il feto è un altro;
per donne che della madre nemica avevano fatto a volte espe-
rienza diretta, e che anche per questo potevano essere restie al-
la maternità. È uno dei motivi per cui sarebbe importante met-
tere in circolazione qualunque materiale su questi temi pro-
dotto negli incontri di autocoscienza, quelle «lunghe riflessio-
ni sul senso di morte», come le chiama Mariella Gramaglia.
Forse anche su cos’è il feto c’è di più di quel che si immagina.

Lutto senza riparo


Fra le radici del silenzio, le più complesse erano quelle meno le-
gate alla campagna politica. Che la minaccia al feto venissse
dall’esterno era facile da accettare, che venisse dalla madre, no,
né che le sue ambivalenze non si sciogliessero necessariamente
nell’accettazione. Eletta a garanzia contro «l’aborto facile», la
sofferenza non aiutava a vedere la realtà in tutte le sue facce, a
cominciare dal carattere duplice della violenza, contro la donna
e contro il feto – una considerazione che a distanza di 40 anni
sembra ancora dare fastidio. Come sembrano più lineari (e an-
tiche) certe questioni su cui si spendeva la nuova sinistra, parti-
to o non partito, votare o non votare, se le si confronta con
un’esperienza che non ha neppure una collocazione precisa, e
anzi oscilla fra la categoria della violenza e quella del dolore.
Forse si faticava a parlare perché ancora si sapeva troppo po-
co su interrogativi così densi, per una certa sfiducia nella capa-
cità di reggerli. In più pesava (pesa) un dato di lunghissima du-
rata: il feto (e l’aborto) hanno sempre avuto uno spazio minimo
nei discorsi e ancora meno nelle immagini. Una presa di distan-
za collettiva che riguarda le società primitive, l’antichità, i miti,
le fiabe, le arti figurative, la letteratura – almeno fino al roman-
zo naturalista, dove, dopo il varo delle leggi proibizioniste, se ne
trovano esempi occasionali presentati in termini ipercritici. Nel
diritto il feto è poco presente, nella filosofia, nelle religioni, nel-

212
la politica, nel mondo simbolico è praticamente assente; rara-
mente compare nelle immagini di Maria incinta; né sembra sia
mai stato oggetto di quei riti funerari che attestano l’apparte-
nenza alla società45. La diffusione di massa dell’ecografia, che
negli ultimi decenni ha quasi capovolto la situazione, era anco-
ra lontana.
Nei codici sociali non esisteva una «maschera» per dire il
dolore dell’aborto volontario, né una tradizione di racconto cui
appoggiarsi, come avviene con il parto. Anche per questo, mol-
te cose letteralmente non si percepivano. A ripensarci oggi, vie-
ne il dubbio che un certo grado di ottusità fosse necessario per
resistere a una propaganda proibizionista così insinuante da fe-
rire credenti e non credenti. Se esistesse il reato di istigazione
al senso di colpa, ce ne sarebbero vari esempi. Per certi aspet-
ti, è stata una fortuna che molte si vivessero come figlie, puel-
lae, angeli sterili, all’interno di movimenti in cui signoreggiava
il mito del puer aeternus e l’adultità era rinviata a un futuro im-
preciso.
Ma stavolta a sentirsi sole dovevano essere quelle che aveva-
no sentore o consapevolezza del dilemma su cos’è il feto; che,
pur lottando per la depenalizzazione, non avrebbero mai potu-
to abortire; le poche che praticavano gli interventi nei consulto-
ri, le forse molte che non rinunciavano a fare i conti con la par-
te di sé che restava impigliata nel corpo espulso. A distanza di
decenni, una «disinvolta proletaria» ricordava il feto abortito
nei minimi dettagli, quasi non fosse mai uscito dalla sua mente
e dalla sua vita46. Agnostiche o religiose che fossimo, abbiamo
avversato i riti del Movimento per la vita; ma non siamo andate
al di là, troppo sensibili al rischio di una egemonia cattolica, pro-
grammaticamente sospettose verso un possibile ritorno del sa-
cro. E inermi di fronte a un dolore che fuoriusciva dalla politi-
ca più di ogni altro. Forse qualche piccolo cerimoniale – non co-
dificato, pudico, voluto dalla donna – avrebbe portato un po’ di
consolazione. La vicinanza delle amiche prefigurava qualcosa di
simile. Nessuna, o quasi, andava a abortire senza la compagnia
di un’altra donna: dove non arrivava la teoria arrivava l’empatia.
Ma chissà se qualcuna aveva capito il bisogno di riti e di forme,

213
o se la laicità era stata messa in scacco dal laicismo. Quando
Alexander Langer aveva detto di provare compassione per le
donne che abortivano, la risposta era stata: «è rispetto che vo-
gliamo» – come se le due posizioni non potessero coesistere, e
la compassione fosse un sentimento dubbio, troppo poco mili-
tante, troppo «cattolico».

Chi prende posizione


Nel 1972, una ragazzina credente, Emma Fattorini, organizza
con l’appoggio di padre Balducci un seminario sull’aborto e le
donne cattoliche. Le partecipanti riconoscono che «si tratta di
una soppressione della vita umana, ma pensano che [...] quella
vita debba essere custodita dall’amore di una donna. Alla quale
non si può imporre di generare contro la sua volontà»47. E si
schierano per la depenalizzazione. È un’iniziativa di rottura, una
posizione anomala, ma ha scarsa eco, forse per il modo occasio-
nale in cui si comunicava, forse perché il movimento si auto-
proteggeva troppo.
Negli Usa il problema è nominato da alcune femministe stu-
diose di filosofia morale, in un dibattito che si sviluppa soprat-
tutto nella prima metà del decennio. In un lavoro del 1971, Ju-
dith Jarvis Thomson prende sul serio gli argomenti dello schie-
ramento «pro-life» sul feto/persona, ma spostando l’attenzione
dalle sue caratteristiche alla relazione con la donna nel cui cor-
po si sviluppa. Una cosa, scrive, è attribuire al feto i diritti fon-
damentali, altra cosa è sancire il suo diritto specifico a benefi-
ciare di tutto quel che gli è necessario per mantenersi in vita. As-
similando il corpo femminile a una casa, è come se un intruso
entrasse esigendo di ottenere cibo e riparo malgrado la sua pre-
senza crei disagio. In questo caso, scrive Thomson, l’ospitalità
non è un obbligo morale, è una opzione che si è liberi o no di
scegliere, persino quando un rifiuto porta alla morte dell’altro48.
In Francia, alcuni gruppi di cattolici critici guardano proprio al-
lo sviluppo dell’attaccamento materno come al valore-base per
l’accesso alla qualità di persona. In seguito altri studiosi soster-
ranno che per dare al feto la qualità di bambino è necessaria la

214
sua «adozione» mentale e corporea da parte della gestante. Ar-
gomentazione forte e realistica.
Sulla tesi dell’intruso, molti commenti e critiche, anche di
femministe che giudicano quell’approccio troppo astratto per
potergli associare l’esperienza delle donne. Non è detto. Anni
dopo, Dacia Maraini scriverà delle tentazioni femminili di ri-
volta alla gravidanza usando proprio quel termine: «chi è que-
sto intruso che vuole accampare diritti sul mio ventre? Chi è
questo prepotente che pretende di vivere a spese delle mie ener-
gie, del mio sangue, del mio ossigeno?»49.

La cognizione del dolore


Nei femminismi degli anni settanta – riunioni di autocoscienza,
documenti, libri, convegni – c’è un punto che sembra non af-
facciarsi mai: la paura o l’inquietudine per l’eventualità che il fe-
to possa risentire dell’aborto, soprattutto se la gravidanza è
avanzata. Le leggi in cui l’interruzione è consentita fin oltre le
20 settimane (24 quella americana, caso per caso quella italiana,
sempre per motivi terapeutici) inquietano non perché si tema di
«far male» al feto, ma perché il suo corpo è ormai troppo simi-
le al corpo di un neonato e ci si sente al limite dell’infanticidio.
A nessuna deve mai essere venuto in mente di rivolgersi a un fi-
siologo o a un medico per avere informazioni sullo sviluppo del
sistema sensoriale nel feto, sul momento in cui dolore e fastidio
potrebbero essere avvertiti – e comunque non si sarebbero ot-
tenute che risposte vaghe, o un vago stupore.
In Italia neppure fra i proibizionisti ci si poneva il problema,
a conferma che mobilitarsi per la vita non basta a immaginare i
segreti della materia vivente. Nello stesso linguaggio medico non
esisteva un termine per indicare il male che può patire il feto, la
parola «sofferenza», suffering, si riferiva a una patologia, non a
una sensazione. Anche oggi, quando si parla dei pericoli dell’am-
niocentesi si intende pericolo per la buona riuscita del «prodot-
to», non per le sue reazioni di fronte all’ago che penetra nel sac-
co amniotico. Il dolore del feto non rientra fra quelli «autorizza-
ti» dai codici sociali, medici, linguistici, non dispone di una reto-

215
rica per descriverlo, lo si può al massimo spiare attraverso rilievi
clinici. Fino agli anni ottanta non era autorizzato neanche quello
dei prematuri e dei neonati; si pensava che non soffrissero.
Certo, nominare il problema allora sarebbe stato duro, mol-
te l’avrebbero giudicato un eccesso emotivo, un abuso concet-
tuale, qualcosa di scottante che andava protetto dalle strumen-
talizzazioni – l’opportunità non coincide sempre con l’opportu-
nismo. Ma avrebbe segnato una buona presa di distanza dal po-
tere medico-scientifico, di cui si stava denunciando la simula-
zione di neutralità su altri terreni; e un passo in più sulla strada
della cura. Se si dà credito al dolore delle donne, bisogna dar
credito anche all’impegno (di molte, di alcune) a non duplicar-
lo nel feto, dunque a aumentare l’attenzione contraccettiva. Se
si da fiducia a un medico, si può pensare che studierà tecniche
dolci per provocare l’aborto, oppure per scongiurarlo, a comin-
ciare dall’anestesia. Pensieri improbabili, all’epoca. Resta il fat-
to che la domanda «Farà male?» è la prima reazione di fronte a
qualsiasi intervento medico-chirurgico, e che non è stata posta.
Ci avrebbe fatto bene conoscere la storia di Ignaz Philipp
Semmelweis, giovane chirurgo ungherese in servizio al reparto
di maternità dell’ospedale di Vienna, che nel 1847 nota che a
ammalarsi di febbre puerperale sono soprattutto le donne che
sono state visitate dagli studenti. Un fatto cui nessuno aveva mai
badato, tranne le partorienti, che supplicavano di essere assisti-
te dalle levatrici. Collegando la malattia alla scarsa igiene degli
studenti e sospettando l’esistenza di microorganismi invisibili,
Semmelweiss impone loro di lavarsi le mani con un disinfettan-
te prima di visitare le puerpere: in due anni, la mortalità nel re-
parto si riduce dal quasi 13% all’1,23%, e lo stesso accadrà al-
la clinica universitaria di ostetricia di Budapest. Manca il lieto
fine. Accusato di diffamare la professione e di postulare un con-
tagio non accertabile «scientificamente», bersaglio di ostracismi
e dicerie, Semmelweis avrà un crollo nervoso e morirà ancora
giovane in manicomio50. La sua, pagata a carissimo prezzo, è
una storia di rispetto per l’esperienza delle madri e di coraggio
nel lasciar fluire connessioni impreviste.
Quella del femminismo e di tante donne no, non in questo ca-

216
so. Dietro il silenzio si nascondeva una mancanza di immagina-
zione che non era affatto un vuoto, era un pieno inconsapevole di
vecchie forme mentali – il primato di quel che è compiuto e com-
pleto su quel che è parziale e liminale, la cecità verso il dolore non
detto, non dicibile, non accertabile tecnicamente. Forse che la
condizione aurorale, sospesa (o terminale) lo rende irrilevante?
Non eravamo sole in questa difficoltà a cogliere la vicinanza
fra l’umano e il non ancora o imperfettamente umano. Basta ri-
cordare l’antropocentrismo dei movimenti, lo sconcerto di mol-
ti davanti a un’empatia o a un carico simbolico fuori norma –
Nietzsche che crolla in ginocchio davanti a un cavallo preso a
frustate dal vetturino, la cagna Bella di La Storia di Elsa Moran-
te, emblema del dolore inerme contro la brutalità della storia.
Ma davvero sul male del feto c’era soltanto silenzio? Il fem-
minismo aveva portato l’aborto sulla scena pubblica come mai
prima, aveva messo in questione molte idee e pratiche del gene-
rare. Fra le studiose e gli studiosi di filosofia morale, c’era già al-
lora chi misurava sul feto il senso dei criteri per distinguere fra
persona, non persona, essere umano: oltre alla coscienza stabile
di sé, la capacità di provare piacere e dolore. Nel ’72, un autore
americano «pro-choice», Michael Tooley, aveva insistito pro-
prio sul secondo aspetto51. Erano spunti, ragionamenti ipoteti-
ci, ma a cercare qualcosa si sarebbe trovato.
Solo che il feto sembrava bruciasse. E guardando al dopo-
campagna, si direbbe che ci fosse un gran bisogno di accanto-
nare l’aborto.

Il beneficio del dubbio


In Italia, il tema del dolore è affiorato con gli anni, ma è sempre
rimasto un po’ sospetto. Eppure le sensibilità stavano cambian-
do, via via che si diffondeva un pensiero inclusivo, teso a riven-
dicare la dignità delle cose piccole, liminali, di natura incerta o
sconosciuta, e a lottare per la loro tutela. Via via che la fisiolo-
gia e la psicobiologia prenatale e neonatale ampliavano le cono-
scenze sul sistema sensoriale del feto – il tatto e la mobilità che
si sviluppano dalle prime settimane, la capacità a 4 mesi di rea-

217
gire favorevolmente a certa musica, la precocità del gusto – al-
cuni prematuri mostrano di riconoscere gli alimenti preferiti
dalla madre durante la gravidanza.
Sulla possibilità del dolore oggi si confrontano diverse opi-
nioni, soprattutto in America e nel Regno Unito. Per alcuni e al-
cune, dove non c’è coscienza di sé non c’è percezione, e sareb-
be così fin quando, intorno alla 24ª-26ª settimana, non si perfe-
zionano le connessioni nervose fra la corteccia e il talamo. Se-
condo uno studio del Royal College of Obstetricians and Gy-
naecologists di Londra, «è difficile definire o valutare la co-
scienza del feto, in particolare la coscienza del dolore», o alme-
no, di «ciò che noi percepiamo come dolore»52. Per altri, fra cui
Vivette Glover, medico al Queen Charlotte’s and Chelsea Hos-
pital e docente di psicobiologia perinatale all’Imperial College
di Londra, «il 90% delle interruzioni avvengono prima della 13ª
settimana, [quando] è assai improbabile che il feto sia in grado
di sentire alcunché. Dopo la 26ª settimana è senz’altro probabi-
le, ma tra la 17ª e la 26ª aumenta progressivamente la possibilità
che cominci a sentire qualcosa [...]». Punto rilevante: a solleci-
tare il parere degli esperti era stato il ministero britannico della
Salute nel 1995.
Per moltissimi medici, dato che al momento è impossibile
stabilire quando un feto nelle fasi iniziali avverta il dolore, e se
lo senta allo stesso modo che dopo la nascita, l’anestesia rispon-
de al principio per cui è meglio «to be safe than sorry»53. Ha più
sicurezze Carlo Valerio Bellieni, specialista di terapia intensiva
neonatale a Siena, impegnato nella ricerca sul dolore del feto e
del neonato54: a suo parere, non solo il feto soffre, ma la sua per-
cezione sembra essere più profonda che in un bambino, perché
nella vita fetale mancano molte delle strategie che si impegnano
dopo la nascita per non sentire il male. Glover riconosce invece
che nominando il problema si può creare ansia alle donne e da-
re un’arma agli antiabortisti, ma spiega: «Pur essendo a favore
della libera decisione della donna credo che non si debba fare
confusione in questo campo. Bisognerebbe chiedersi se si sta
operando nel modo più indolore [...]. Dovremmo accordare al
feto il beneficio del dubbio»55.

218
È vero che ci si muove su un terreno minato. Mentre in vari
paesi si discute su come rivedere la normativa, negli Usa un pub-
blico ministero ha incolpato di duplice omicidio l’assassino di
una donna incinta, introducendo il concetto di «violenza contro
le vittime non nate», in cui il feto è visto come persona separata
dal corpo della madre. Ma l’urgenza etica rimane, e investe pun-
ti delicatissimi da toccare, compresi i limiti temporali dell’abor-
to. Come scrive fra le altre Claudia Mancina, bisognerà pur ri-
discuterli alla luce delle tecniche che hanno moltiplicato le pro-
babilità di sopravvivenza dei prematuri56.
Eppure il tema del dolore stenta a trovare ascolto. Su un si-
to inglese di libera discussione è comparso un dialogo del 2003
che si potrebbe intitolare Sensibilità e solitudine.

«So che sembrerà un po’ brutale ma ho l’assillo del tempo. Perché


secondo lei un aborto è accettabile all’inizio della gravidanza e non ne-
gli stadi più avanzati?».
«Nelle fasi iniziali di sviluppo manca una funzione cerebrale signi-
ficativa. Nelle fasi più avanzate c’è, sufficiente a produrre sofferenza
nei feti».
«Sofferenza in che senso? Ha links o riferimenti in grado di pro-
vare che la funzione cerebrale sia indispensabile al dolore? E poi, per-
ché l’incapacità di soffrire da parte del feto implica che l’aborto pre-
coce può essere giustificato? Mi scuso di nuovo per il tono brutale ma
sto cercando di decidere se abortire o meno e provo a capire come al-
tre sono arrivate a questa decisione».

Forse un pensiero di donne sull’aborto non può esistere, se


non come fattispecie della riduzione del danno, e anche così
sconta grandi incertezze, corre grandi rischi. Eppure questo è
forse il più specifico dei problemi che possono toccare a una
donna – e un esempio aggrovigliatissimo delle questioni lascia-
te in eredità dal ’900, il secolo della biopolitica e nello stesso
tempo delle maggiori lotte per i diritti connessi al corpo. In fu-
turo sarà sempre più difficile distinguere non tanto fra persona
e non persona, ma fra persona e persona (le manipolazioni ge-
netiche e estetiche, il trapianto del volto e delle mani e così via),
fra vivente e non ancora o non più vivente, fra umano e tecno-

219
logico, fra natura e tecnonatura. Anzi, articolare queste diversità
sarà una delle questioni principali della età detta post-moderna.
Sventagliata in una costellazione dove genere, generazione,
classe, etnicità sono intersecate da variabili sempre nuove, la
differenza, scrive Rosi Braidotti, è diventata una categoria no-
made,

una specie di arcipelago [...] che va dall’affermazione della differenza


quasi in chiave metafisica, essenzialista, dura (posizione che io identi-
fico con la scuola italiana, dove si continua a parlare delle donne co-
me di una categoria unica, con le sue differenze ben precise), al post-
moderno più fluido e meno essenzialista, o de-naturalizzato [...] fino
ad arrivare alle differenze di specie: la specie umana, la specie anima-
le e la specie cosiddetta vegetale57.

Chissà che non si scopra una differenza anche nel modo di


soffrire del feto. Nessuna ha mai sostenuto che le sole domande
da porre fossero quelle ragionevoli, rispettabili, a risposta ga-
rantita.
Stregate

I fatti
Nel 1974, «Les Temps Modernes», la rivista di de Beauvoir, Sar-
tre, Lanzmann, pubblica in un numero speciale intitolato Les
femmes s’entêtent alcune testimonianze di donne, scritte «perché
nessuna faccia più la loro stessa esperienza». L’esperienza è l’uc-
cisione casalinga del proprio bambino Down. Le testimonianze
sono siglate, e confrontandole sembrano versioni dello stesso
evento, ma la rivista non specifica e nell’unico testo in cui le ho
viste citate l’autore ne scrive come se si trattasse di più episodi1.
L’infanticidio è deciso collettivamente dai genitori con le
amiche e gli amici più stretti (ma qualcuno si oppone), eseguito
con la partecipazione di tutti, studiato «tecnicamente e tattica-
mente» perché sia un delitto perfetto. Prima ci si informa un po’
dovunque, scoprendo che esistono esami capaci di rivelare le
anomalie al terzo mese, che ci sono sempre più istituti per ospi-
tare i bambini Down, che gli specialisti stanno studiando per
trovare dei rimedi. Ma per il momento non esistono terapie.
Un’amica pensa che basterà dare al neonato un po’ troppo ane-
stetico e trovare un medico disposto a firmare il certificato di
morte: «il bambino non soffrirebbe e noi non avremmo corso al-
cun rischio dal lato ‘giustizia’». Se non che tutti i medici rifiuta-
no, e una testimonianza ne elenca i motivi per concludere: «alla
fine siamo diventati specialisti nella psicologia dei medici».
Gente infida che spiega che le persone Down sono in grado di
lavorare – ma si tratta solo di piccole mansioni esecutive, nien-
te di prestigioso. Gente che invita i genitori a tenere con sé il
bambino per un po’, perché l’handicap diventa manifesto solo
a tre anni, ma ha l’obiettivo nascosto di farli affezionare a lui.

221
Per scoprire metodi che non lascino tracce si cercano in bi-
blioteca libri di medicina al capitolo «Infanticidio», e si sceglie
il soffocamento. Un’altra amica aiuta a organizzare tutto. Una
sera mettono il bambino a faccia in giù su un cuscino, lui gira la
testa per respirare, allora lo avvolgono strettamente nelle sue co-
perte e se ne vanno tutti in un’altra stanza.

All’alba non era ancora morto, respirava tranquillamente nel suo


fagotto. La notte aveva strillato spesso ma non era mai l’ultimo pian-
to. Allora abbiamo aperto il fagotto nel quale dormiva e gli abbiamo
messo sul viso un sacchetto di plastica; è stato necessario tenerlo ben
stretto e controllare che tutto finisse come doveva. È morto soffocato
quasi immediatamente2.

Visto che bisognava ucciderlo, «lo si è fatto insieme, erava-


mo tristi ma sicuri di essere nel giusto. Non abbiamo commes-
so un delitto, abbiamo fatto solamente una cosa necessaria»3.
Pur avendo già deciso di eliminarlo, la madre ha tenuto con
sé qualche giorno il neonato ormai di due mesi uscito dal re-
parto prematuri. Ma, scrive, non è stato doloroso, al contrario
molto dolce:

Sì, ti amavo, piccolo mio, quando ti guardavo dietro i vetri del re-
parto prematuri; poi quando ti abbiamo portato a casa, ti sono stata ac-
canto giorno e notte sapendo in ogni momento che il solo atto d’amo-
re che potevamo fare per te, per noi, per la vita, era darti la morte, e po-
tevo vivere questo amore e questa determinazione quasi con serenità
perché non ero sola, perché eravamo in tanti a volere la stessa cosa4.

Come abbiamo potuto farlo? si domanda F. La risposta non è


quella che ci si aspetterebbe. Se è successo, la colpa ricade in
esclusiva sui medici «irresponsabili e vigliacchi». Uno non ha vo-
luto sentir parlare dell’amniocentesi, un altro ha rianimato il
bambino anche se c’era il 99% di probabilità che fosse Down,
tutti hanno detto no alla richiesta dei genitori di ammazzarlo:
l’esperienza da cui si vuole proteggere le altre donne non è l’uc-
cisione del figlio, è la necessità di farlo in prima persona. Infatti
si chiede che «quelli che hanno la competenza tecnica e il potere

222
giuridico per farlo impediscano a dei neonati mongoloidi di vi-
vere in piena coscienza, piuttosto che chi si trova a vivere con un
bambino sia obbligato [corsivo mio] a ucciderlo, a lasciarlo in un
istituto, a diventare genitori anormali di bambini anormali»5. Lo
Stato è messo sotto accusa per mancata politica eugenetica.
Ci sono anche troppi orizzonti in cui collocare queste storie,
dalla Grecia antica a Roma all’abisso del Terzo Reich, dove i pri-
mi a essere uccisi con il gas sono stati i bambini «imperfetti» –
omicidi impersonali in nome dell’ordine biopolitico6.
Il figlicidio si inscrive invece nell’ordine biografico, evoca la
Medea di Euripide che uccide per vendetta, oppure quei geni-
tori troppo poveri che ancora in ancien régime mettono a dor-
mire i neonati nel letto matrimoniale, in modo da far passare il
loro soffocamento per una disgrazia e da poter dire a se stessi
che è stato un caso. Anche in seguito non sono rari gli infantici-
di per miseria, perché si hanno già troppi figli, perché il neona-
to non appare «normale», oppure è illegittimo – ancora nel se-
condo dopoguerra alcune legislazioni consideravano un’atte-
nuante i cosiddetti motivi d’onore. Oggi in Cina e India, con la
politica di contenimento delle nascite, sono aumentati enorme-
mente gli aborti di femmine, o la loro uccisione immediata.
A testimoniare il peso simbolico del figlicidio bastano le mol-
te versioni della storia di Medea, con i loro diversi impianti nar-
rativi: la regina barbara contro la legge della polis, la donna che
rompe il patto sociale, la vittima tradita dall’uomo, la potenza
femminile contro il potere maschile7. Anche fra le studiose fem-
ministe si guarda alle rappresentazioni del figlicidio, ai tentativi
di creare una nuova figura di ribelle partendo da una madre as-
sassina di un neonato deforme, senza fare per questo l’apologia
dell’infanticidio8.
La storia di «Les Temps Modernes» sta fra la Cina e il Ter-
zo Reich. Della prima ha il rifiuto della creatura sbagliata. Del
secondo la convinzione di essere nel giusto, di non fare niente
altro che esercitare un diritto: per Hitler il diritto a un popolo
superiore, per la madre a avere un figlio «normale». Che a sem-
brare intollerabile sia la condizione Down dice molto sulla so-
cietà di allora e su queste donne. Donne cui preme costruire un

223
racconto a chiave e darsi un’immagine moralmente pregiata.
Donne che alternando svenevolezze pseudopoetiche a descri-
zioni particolareggiate dell’omicidio dicono di aver agito per ne-
cessità, rispetto «per l’uomo autonomo che il bambino non sa-
rebbe mai diventato», amore, ragioni politiche: mentre tante
persone sane e forti sono uccise quotidianamente e ovunque, si
mettono al mondo «dei mongoloidi che non avranno mai la pos-
sibilità di rivoltarsi, di lottare per vivere meglio, perché nascen-
do sono totalmente dipendenti da chi se ne prende cura e tali re-
steranno»9.
L’importanza di non capire tutto, il titolo dell’ultimo libro di
Grace Paley10 tradotto in Italia, tende a diventare per chi legge
queste testimonianze la voglia di non capire niente. Per quanti
riferimenti mitici, psicologici, sociologici si vogliano cercare,
l’immagine del gruppo riunito per decidere sulla vita e sulla
morte, delle donne curve con le mani protese sul lettino, conti-
nua a assomigliare al sabba.

I racconti
Le testimonianze sono collocate in una sezione intitolata Dési-
res-Délires, curata da donne del movimento che fra il ’73 e l’83
tengono su «Les Temps Modernes» anche la rubrica Le Sexisme
ordinaire. Stanno fra una poesia bamboleggiante, una richiesta
orgogliosa di tornare all’animalità, una critica bella e forte alla
quasi-censura diffusa nel movimento sul desiderio di bambini e
di gravidanza. Nella postfazione a Désires-Délires, l’infanticidio
non viene neppure nominato, e così nella presentazione al nu-
mero, in cui Simone de Beauvoir si limita a augurarsi che la ri-
vista semini turbamento. Eppure le protagoniste usano il lin-
guaggio dei movimenti, ripetono in un modo che oggi sembra
caricaturale alcune idee in circolazione. Sia pure con il tramite
di altre donne, sono entrate in contatto con «Les Temps Mo-
dernes», un risultato non così facile. E «Les Temps Modernes»
non avrebbe pubblicato la storia se l’avesse considerata pura pa-
tologia.
Vicende estreme come queste non sono figlie del femmini-

224
smo e degli altri movimenti. Rimandano in parte a una mai mor-
ta concezione proprietaria della maternità. «Mio figlio, io l’ho
fatto, io lo disfo» è un modo di dire e pensare che ha circolato
a lungo non solo in Italia, e che in fondo è più franco del tradi-
zionale «per il tuo bene». In parte rientrano nell’orizzonte del-
le culture e mentalità scientiste. Gli anni venti e trenta avevano
ereditato le ansie di fine e inizio secolo sulla qualità e quantità
della popolazione, su cui si erano incontrati con motivazioni di-
verse molti medici e scienziati sociali, uomini e donne, settori
della destra e della sinistra. Avevano accolto la pretesa di mi-
gliorarla con forme di politica eugenetica positiva e negativa.
Persino in alcuni paesi a ordinamento democratico si erano va-
rate leggi per la sterilizzazione di soggetti classificati come ma-
lati di mente o criminali. È così negli Stati Uniti, in Svizzera e
in Danimarca agli inizi del ’900. Nel 1934 il parlamento della
democratica Svezia governata dai socialisti aveva votato a gran-
dissima maggioranza una legge che prevedeva la sterilizzazione
di «infermi mentali, idioti o affetti da altri disturbi della psi-
che». Nel dopoguerra, poi, l’antica enfasi sul bel matrimonio e
sulla bella maternità aveva trovato un terreno fertile nella so-
cietà dei consumi – culto del successo, della gioventù e della
pienezza fisica, difficoltà a rimandare il soddisfacimento dei de-
sideri, primato dell’individualità che scivola verso l’individua-
lismo cieco, paura del dolore e della morte. La stessa minuzio-
sità descrittiva rimanda «alla fissazione di voler trovare a tutti i
costi la ‘risoluzione completa’»11 dei fatti, fissazione moderna
o modernamente nevrotica.
Ma un legame con il clima dei movimenti c’è, e rivela tristis-
simi incroci fra il rivoluzionarismo e il mondo contro cui pensa
di lottare. Aiuta prendere sul serio le chiavi di lettura dei rac-
conti. A cominciare dal richiamo alla politica, dove tutto è ge-
rarchizzato: vite stroncate ingiustamente contro vite ingiusta-
mente create; la possibilità di lottare come condizione per vive-
re; il collettivo come fonte di legittimazione superiore all’assun-
zione della responsabilità personale.
Poi viene il primato del desiderio, che rende più difficile ac-
cettare lo scarto analizzato da Silvia Vegetti Finzi fra il bambi-

225
no dei sogni e lo sconosciuto che nasce12 – e qui l’ideologia dei
movimenti si sposa con il narcisismo della modernità. Poi la re-
torica dell’amore. Per molte donne che abortiscono, scrive Bol-
tanski, il feto esiste solo come parte di una immaginaria se-
quenza di concepimenti, garantita dall’idea di una fecondità
senza fine13. Corpo/macchina, bambini seriali. Nelle madri in-
fanticide forse agisce un meccanismo simile: l’imperfezione tra-
sforma «il piccolo mongoloide» in un anello di quella catena,
un essere facilmente rimpiazzabile, che si può persino amare
senza il rischio di sentirne la mancanza. Il Figlio Vero, singola-
re, insostituibile, arriverà poi. Se la donna avesse saputo di non
poter più concepire, chissà se avrebbe ugualmente soffocato il
bambino.
Nei discorsi sulla necessità, l’autodeterminazione – decidere
del proprio corpo – si stravolge nel mito dell’autonomia, e il mi-
to dell’autonomia nell’orrore della dipendenza, mentre sparisce
il limite come argine all’ideologia secondo cui senza una glorio-
sa integrità non vale la pena stare al mondo. A differenza che in
Viridiana e in Nazarin, dove mendicanti, storpi, nani, incarnano
l’imperfezione di tutta la specie umana14, qui al bambino non è
concesso alcun significato che lo tolga dalla solitudine.
Quanto al rispetto per l’uomo non autonomo del futuro, for-
se si tratta principalmente di rispetto della divisione dei ruoli
esplicita nella società, implicita nei movimenti. Il bambino non
deve occupare più posto di quello che gli è assegnato. Sorrida
dalla sua culla, mangi e dorma senza dare troppo disturbo, non
esageri con il pianto, sia socievole con adulti sconosciuti. I pic-
coli danno fastidio, figurarsi se handicappati. Nel n. 1 di «Des
femmes en mouvements» si esalta il meraviglioso potere di dare
la vita a un figlio, il matriciel come metafora del femminile, ma
dei bambini non si parla mai15.
Forse la somiglianza e insieme la distorsione più radicale del-
le idee dei movimenti stanno nella convinzione di avere uno spe-
ciale diritto sul futuro, nella difficoltà così «moderna» a accet-
tare che esiste pur sempre un destino su cui la volontà può do-
ver cedere. Sta nel rifiuto prometeico/infantile di mediare con
l’imprevisto della vita. Che, diceva John Lennon, è quel che ti

226
succede mentre stai progettando altro. L’infanticidio ripristina
l’illusione di onnipotenza, rimedia al terrore della finitezza e
della morte simboleggiata dall’insuccesso della maternità. Dov’è
il dolore che forse la madre ha provato, quello che il bambino
ha sicuramente sentito durante il soffocamento? Da nessuna
parte. Eliminato l’elemento di disturbo, tutto può ricominciare
come se niente fosse stato, come se il mancato controllo si ridu-
cesse a una défaillance momentanea.
A riflettere su questo strapotere dell’ideologia, su questo pic-
co di conformismo mascherato da trasgressività, l’immagine del
sabba non svanisce. Solo che le donne non sono le streghe, so-
no le stregate.
Violenza

La crisi della nonviolenza

«Nessuno è morto nel ’68», si è detto e scritto spesso, in parti-


colare a proposito del maggio francese1. Non come apprezza-
mento, ma per accreditare l’immagine della rivoluzione introva-
bile, della prova generale del nulla – come se ancora oggi il pe-
so di un evento si dovesse misurare sulla quantità di sangue ver-
sato. Non è neppure la verità: durante o in seguito agli scontri
con la polizia fra maggio e giugno sono morti in cinque, un ra-
gazzo a Parigi, un commissario a Lione, due operai di Peugeot-
Sochaux, un liceale a Flins2.
Certo, Parigi non è Città del Messico, dove la polizia massa-
cra a colpi di mitragliatrice i partecipanti a una manifestazione
autorizzata nella piazza delle Tre Culture. Non è la Cecoslovac-
chia, dove l’Urss schiaccia con i carri armati la resistenza popo-
lare, che usa metodi nonviolenti e non li abbandona neppure da-
vanti alla repressione.
Ai loro esordi, praticamente tutti i movimenti degli anni ses-
santa e settanta adottano pratiche pacifiche – sit-in, manifesta-
zioni all’insegna del gioco e della provocazione verbale, happe-
ning, resistenza passiva. Sono programmaticamente nonviolente
le lotte per i diritti civili degli afroamericani: Sncc, la sigla della or-
ganizzazione più grande e attiva, vuol dire Student Non-violent
Coordinating Committee. Sono nonviolenti i beat, gli hippie, gli
studenti americani nella fase iniziale delle lotte, e così l’agitazio-
ne antimilitarista e le azioni di renitenza al servizio militare, che
cominciano con i roghi di cartoline precetto e le marce dimostra-
tive. È nonviolento il femminismo. In Italia lo sono i capelloni, i

228
giovani beat. E l’ala antiautoritaria del ’68. Nella ballata di Valle
Giulia, che Paolo Pietrangeli dedica alla prima «battaglia» fra stu-
denti e polizia, marzo 1968 a Roma, il verso «non siamo scappati
più» fotografa a grandi linee una parte del movimento: non si sa-
peva resistere alle cariche, e neppure ci si pensava3, nei cortei ab-
bondavano giacche e loden, mocassini e gonne a pieghe – e vesti-
ti così non si sostiene neppure una scaramuccia. Da ora in poi, al-
meno in alcune città e nell’immaginario degli studenti, si comin-
cia a mettere in conto un numero più o meno alto di fermi e arre-
sti, di attacchi subiti e ricambiati. Ciò nonostante, si è ancora lon-
tani dall’idea di attrezzarsi per l’uso della «forza», come si diceva
allora, a conferma che non la si considera un dato costitutivo del-
la politica e un terreno di organizzazione specialistica.
Ma nel frattempo una parte del movimento dei neri era arri-
vata allo scontro aperto, sull’onda delle rivolte che a partire dal
’64 scoppiano nei ghetti delle grandi città del nord, Los Ange-
les, Detroit, e che riprendono nel ’65 in reazione all’omicidio
misterioso di Malcolm X, fondatore del movimento dei Musul-
mani neri. È nato il Black Panther Party, che ormai prefigura la
rivoluzione americana nelle modalità delle lotte di liberazione
del Terzo mondo e indica nei neri la loro avanguardia. Nel mo-
vimento studentesco, nelle campagne per la renitenza alla leva4
si fanno strada metodi violenti; a fine anni sessanta si costitui-
scono il gruppo armato dei Weathermen e altre piccole orga-
nizzazioni simili. In Giappone, gli Zengakuren hanno fin
dall’inizio una fisionomia militarista nettissima.
In tempi relativamente brevi, la violenza ha guadagnato una
legittimazione anche fra quelli che non la praticano. Mentre nei
primi anni sessanta era l’eccezione, ora l’eccezione è la nonvio-
lenza.
Al cambiamento presiedono molti scenari. Negli Usa le di-
suguaglianze fra bianchi e neri persistono, e i successi sul terre-
no dei diritti civili le rendono ancora più insopportabili. In Eu-
ropa, la chiusura degli accademici e dei governi propizia lo sci-
volamento verso la prospettiva dello scontro. Mentre crescono
le tensioni sociali, in alcune fabbriche/simbolo come la Fiat Mi-
rafiori in Italia scoppiano scioperi durissimi, organizzati fuori

229
dai canali dei sindacati. Le lotte di liberazione nazionale si in-
tensificano, il Vietnam esalta e unisce.
Nel biennio ’68-’69 si ha davvero l’impressione di trovarsi al-
la vigilia di un rivolgimento radicale, di cui la violenza (di poli-
zie e eserciti, di gruppi fascisti, dei movimenti) è il sintomo e lo
strumento. Si parla di rivoluzione «come se dovesse avvenire il
giorno dopo, si guardavano i trentini normali come fossero dei
pazzi: ‘questi continuano a comprare l’automobile, a arredare la
casa, e non sanno che domani scoppia la rivoluzione’» racconta
una studentessa, e aggiunge: «Poi quando tornavo a casa mi ren-
devo conto che il mondo era rimasto come prima, erano bagni
di concretezza terribili»5. Ma allo slogan di Mao «L’imperiali-
smo è una tigre di carta» molti credono fermamente.
Le tigri locali reagiscono, facendo della repressione un cata-
lizzatore. Nell’estate del ’68, quando una grande manifestazione
dell’Sds cerca di arrivare alla convenzione del partito democrati-
co a Chicago per mettere sotto accusa un politico sostenitore
dell’impegno in Vietnam, le telecamere di tutto il mondo testi-
moniano la ferocia delle cariche, le teste rotte, il sangue, e insie-
me l’ampiezza dell’opposizione alla guerra e al monopolio dei
partiti nella vita politica. In Europa, il movimento degli studenti
è affrontato innanzitutto in termini di ordine pubblico. Manga-
nellate, lacrimogeni e caroselli di jeep diventano un complemen-
to delle manifestazioni, e si può arrivare alle armi da fuoco. A Ber-
lino durante una manifestazione contro la visita dello scià di Per-
sia del giugno ’67, era stato ucciso lo studente Benno Ohnesorg.
In Italia, dopo che a fine ’68 erano stati uccisi due braccianti a
Avola, si spara nel ’69 a Battipaglia contro gli operai che si ribel-
lano alla chiusura di alcune fabbriche: altre vittime. Si spara in
Versilia sugli studenti riuniti per disturbare il capodanno alla
Bussola e un ragazzo, Soriano Ceccanti, rimane paralizzato. Do-
po che è stato portato via con una pallottola nella schiena, anco-
ra i manifestanti gridavano: «‘Non scappate, sono colpi a salve’.
‘Per essere a salve’, rispose un ragazzo, ‘fanno dei bei buchi’, e
mostrò un lembo di abito passato da parte a parte»6.
Il meccanismo lotta/repressione/allargamento dello scontro
diventa quasi una costante, e favorisce il passaggio dalla violen-

230
za verbale a quella materiale. Le denunce, spesso per infrazioni
minime o abitualmente non perseguite, sono tante da far appa-
rire l’illegalità una via obbligata se si vuole fare politica e una
forma necessaria di autodifesa – in parte lo è.
Non che il primo ’68 sia stato un’età dell’oro, tradita da un’in-
voluzione successiva. I riferimenti teorici prevedevano la violen-
za, i simboli più amati erano uomini e popoli in guerra. Certi at-
tacchi verbali nascondevano sotto l’aspetto giocoso una ferocia
grezza. Del sarcasmo – la violenza fatta linguaggio – si pensava
che fosse il modo più intelligente di imporsi. Ma il livello dello
scontro polizia-studenti era in genere contenuto, come se per ac-
cordo tacito si puntasse a limitare i danni. Uno dei meriti mag-
giori dell’antiautoritarismo è anzi aver mostrato che oltre ai cor-
tei, ai picchetti, alle occupazioni di fabbriche, sono possibili tan-
te forme di lotta – dal sedersi per terra e restarci, all’applauso can-
zonatorio dedicato alla polizia che dovrà portare fuori i dimo-
stranti uno per uno. Instaurare una continuità fra ’68 e terrori-
smo è un’operazione storiograficamente debole e ideologica-
mente fortissima: serve poco a capire quegli anni, è perfetta per
rappresentarli come un’escalation del terrore, in cui tutto era già
scritto fin dalle prime occupazioni universitarie. Mentre nel
«giornalino» di palazzo Campana, 8 marzo 1968, si leggeva:

Sia chiaro che non idealizziamo lo scontro in quanto tale, che, so-
prattutto, non lo vediamo come mezzo di formazione e selezione di
eventuali futuri quadri […]. Non puntiamo a un inasprimento della
lotta, assunta come fine, ma piuttosto a un suo allargamento. Non ci
interessa lo scontro con la polizia in quanto tale7.

Per questo lo scivolamento verso la violenza appare una mu-


tazione ancora più netta di quella che porta dal movimentismo
all’oganizzazione pseudopartitica.

Lotta, festa, e la seduzione della violenza

Scuole chiuse, impossibile impostare una lettera, mandare un


telegramma, trovare un giornale, sigarette, zucchero, incassare

231
un assegno, prendere un bus, il metrò, un treno per uscire dal-
la città, girare in macchina, guardare la tv o ascoltare la radio
pubblica, sentire un bollettino meteorologico, passare la notte
in certi quartieri dove i gas lacrimogeni hanno invaso gli appar-
tamenti fino al quinto piano. Questa è la Parigi del maggio ’68
nel ricordo della scrittrice canadese Mavis Gallant8. Conside-
rando tutta la Francia, nove milioni di persone hanno smesso di
lavorare – impiegati del settore pubblico e privato, commesse
dei grandi magazzini, operai delle fabbriche e dei cantieri nava-
li, addetti alla comunicazione. È il più grande sciopero genera-
le della storia francese, e l’unica situazione «insurrezionale» in
un paese sviluppato dopo la seconda guerra mondiale.
Le barricate, in genere militarmente irrilevanti, sono solo un
pezzo della storia del maggio, il più emozionante, il più simbo-
lico. Ha scritto Daniel Cohn-Bendit:

Eravamo felici perché avevamo la consapevolezza della nostra forza.


Era questo sentimento di forza e di unità a creare l’atmosfera di festa e
delle barricate. Niente di più naturale in quei momenti di sfogo colletti-
vo, quando tutto sembrava possibile, che la nuova semplicità dei rap-
porti tra i manifestanti, soprattutto tra ragazzi e ragazze. Tutto era ora
semplice, facile. Le barricate non erano più soltanto un mezzo di auto-
difesa, divenivano simboli di una certa libertà. È per questo che la notte
tra il 10 e l’11 maggio resterà impressa nella memoria di chi «c’era»9.

A dispetto delle interpretazioni che separano momento po-


litico e momento esistenziale, sulle barricate la festa è la lotta, e
la lotta è la festa, vissute da un corpo collettivo sui generis,
estemporaneo, dai confini fluidi, misto. Come è misto il maggio
– studenti, intellettuali, disoccupati, freak, barboni, piccoli de-
linquenti, professori di liceo.
Alla violenza si mischia l’ironia sulla violenza. Lo slogan «Le
pouvoir est au bout du fusil» [il potere è sulla punta del fucile]
si rovescia in: «Est-ce que le fusil est au bout du pouvoir?» [c’è
il fucile sulla punta del potere?]. Le scritte bellicose come
«Tuez-les», uccideteli [i Csr, i reparti della Compagnie républi-
caine de sécurité impiegati negli scontri] si affiancano a «Met-
tez un Csr dans votre moteur» [mettete un Csr nel vostro mo-

232
tore], «Csr qui visitez en civil [in riferimento agli infiltrati della
polizia] faites très attention à la marche en sortant», fate atten-
zione allo scalino quando uscite. Alcuni Blouson noir del servi-
zio d’ordine all’Odéon vanno in piazza con i costumi da roma-
ni antichi che hanno trovato in teatro. Più avanti, in Italia, in cal-
ce alla scritta murale «Coi fascisti non si parla, si spara», un ge-
nio sconosciuto aggiungerà «Firmato: Buffalo Bill».
Ma all’ironia si intreccia la fascinazione per la violenza (e per
l’esotico). Si favoleggia di un «Paul l’anar», detto Angelo della
morte, «con un viso da guerriero calmucco o da poeta terrorista
mongolo della fine dell’800», di un Rocky, di uno sconosciuto
che pesa 160 chili, di due emigrati ungheresi, di un ex legionario,
di un ebreo combattente della guerra dei sei giorni10. Anche se al-
cuni leader cercano di evitare che la situazione precipiti, una fi-
gura di spicco come Pierre Goldman critica la mancanza di una
violenza «seria, vera, come sarebbe stato aprire il fuoco sulla po-
lizia, per vendicare gli studenti, per difendere la Sorbona»; ma
quando lo aveva proposto – dirà – era stato guardato come un mi-
tomane. La storia di Goldman, tragica, non esemplare, conferma
che fra le spinte all’impegno estremo ha un posto speciale l’esem-
pio di genitori eroici11. Figlio di ebrei polacchi combattenti anti-
fascisti in Francia, dopo il maggio Goldman raggiunge un grup-
po di guerriglia in Venezuela, torna a Parigi per proporre senza
successo la lotta armata, passa a azioni di banditismo, è condan-
nato all’ergastolo, e rilasciato nel ’76 finisce misteriosamente as-
sassinato a Parigi nel 1979. Poco prima aveva scritto di aver ca-
pito che la legge non lo poteva punire: «Ero piuttosto io a punir-
mi di non essere stato mio padre, partigiano, di non essere stato
Marcel Rayman, di non aver lottato accanto al Che […] di non
aver dato la caccia a Bormann per ucciderlo». Si può intuire per-
ché diventi un simbolo agli occhi di molti. Nel ’75 «Les Temps
Modernes» gli dedica un’intera sezione12. Alla sua morte Serge
July lo ricorda romanticamente su «Libération» come il più pu-
ro fra tutti. Di sicuro, è il più tormentato dall’idea della morte13.
Ma non è il solo. Quando nell’ottobre ’68 si arriva alla scissione
del gruppo maoista Ujcml, Benny Lévy sosterrà che la linea di di-
visione passa fra chi ha paura della morte e chi no14.

233
Ritorno al passato

L’eco del maggio è enorme. Solidarietà, ammirazione, emula-


zione, invidia. Si favoleggia, si teorizza. Nessun altro evento ha
un peso paragonabile sul rapporto fra politica e violenza. Per
moltissimi è un segnale. Mario Capanna, leader del movimen-
to studentesco della Statale di Milano, esorta a diventare un
movimento rivoluzionario, perché i fatti francesi, «al di là de-
gli sbocchi concreti, mostrano che la rivoluzione in Europa è
possibile». Trent’anni dopo, un ex militante italiano dirà a Isa-
belle Sommier di avere una certa animosità verso il maggio, cui
imputa di aver riportato «il ’68 mondiale a una logica insurre-
zionale completamente falsa, alla rivoluzione con la R maiu-
scola»15.
Che la Francia sia la bussola del mondo è vero, ma non pun-
ta in una direzione sola. Gli accordi di rue de Grenelle, che a
colpi di aumenti salariali e di migliori condizioni di lavoro rom-
pono il fronte delle fabbriche, mostrano quanto l’incontro stu-
denti/operai sia vulnerabile. Il potere si è ripreso dal trauma, ha
unito brutalità, minacce e concessioni, ha mobilitato una base di
massa moderata – e si è garantito l’appoggio delle forze armate.
Il filo delle lotte non si è spezzato del tutto – dopo il maggio ci
sono ancora scioperi, agitazioni nelle campagne, le occupazioni
nei licei. Ma il movimento ha perso16.
Eppure molti militanti scambiano la sconfitta per una bat-
tuta di arresto, e la fanno risalire alla mancanza del partito ri-
voluzionario, una interpretazione che fa del ’68 studentesco e
operaio l’ennesima messa in scena di un copione sempre ugua-
le: masse combattive, ma senza una guida adeguata – l’avan-
guardia marxiana e leninista. Per altri, è stata debole l’avan-
guardia interna al proletariato, emanazione della lotta, che
avrebbe dovuto dirigere i proletari «verso la distruzione dello
Stato borghese, verso il socialismo». «Ce n’era abbastanza»,
scrive Guido Crainz, «per stritolare le riflessioni sulle nuove
forme della trasformazione individuale e collettiva o le molte-
plici analisi del potere diffuso nella società contemporanea»17,
che erano state un dato comune a tutti i movimenti.

234
Fascismo/antifascismo

Antifascismo in assenza di fascismo, è stata l’accusa mossa ai


movimenti che si autoassegnavano la missione di contrastare la
deriva autoritaria delle società europee. Tema forte in Italia, che
del fascismo è la primogenitrice, in Germania, che ne è stata la
l’incarnazione estrema, in Francia, dove il collaborazionismo ha
toccato il vertice dello Stato. E forte anche negli Stati Uniti, che
pure non l’hanno conosciuto18. Ma davvero si tratta solo di una
tattica o di un abbaglio?
In quegli anni il Mediterraneo è per due lati sotto dominio fa-
scista o parafascista. In Germania esistono gruppi di giovani neo-
nazisti, e uno di loro nell’aprile ’68 ha sparato a Rudi Dutschke,
riducendolo in fin di vita e distruggendogli gli ultimi anni. In Ita-
lia tornano a essere usate disposizioni dei codici e dei regolamenti
fascisti. In Francia fino alla vigilia del maggio è stato prefetto di
Parigi Maurice Papon, alto funzionario di Vichy responsabile
della deportazione di migliaia di ebrei, che sarà processato per
questo crimine solo negli anni novanta. Non si tratta di casi iso-
lati o di smagliature nel tessuto democratico. All’indomani della
guerra gli Stati hanno scelto di non creare troppi vuoti e fratture
nell’amministrazione pubblica, con il risultato che alcuni (ex e
non ex) fascisti sono ora prefetti, magistrati, dirigenti dei servizi
segreti, accademici – all’anomalo Alberoni, rettore a Trento, la
scelta nel ’70 di opporsi allo sgombero dell’università costerà le
dimissioni forzate. Ex fascisti anche nella polizia e nelle forze ar-
mate, soprattutto ai gradi più alti.
Il prezzo di questa continuità si è già fatto sentire. In Italia
nel luglio ’60, in Francia durante la guerra di Algeria. Il 17 ot-
tobre 1961, la prima manifestazione del decennio organizzata
dal Fronte di liberazione nazionale era finita con centinaia di fe-
riti e una quantità di corpi che affioravano dalla Senna. Il nu-
mero dei morti non si saprà mai. Si sa invece il ruolo di Papon,
che alla vigilia ha detto ai suoi di ritenersi coperti qualunque co-
sa facciano, e per liquidare eventuali dubbi ha aggiunto che gli
algerini portano sempre armi19. Le stesse parole usate per de-
scrivere le cariche contro gli studenti – ratonnade, matraquer20

235
– vengono dal vocabolario coloniale. A Mavis Gallant i pestag-
gi del ’68 ricordano scene viste al tempo della guerra d’Algeria.
Per i più giovani, sono la scoperta che il fascismo esiste, che esi-
stono i fascisti e alcuni portano la divisa.
Non è sempre così, naturalmente. Nel ’68 si incontrano do-
vunque poliziotti «umanisti», come il prefetto Grimaud, perso-
ne con cui si parla spesso, tra familiarità, gioco dei ruoli, esi-
genza di concordare i percorsi dei cortei. Ma l’abitudine alla vio-
lenza e l’odio per studenti e intellettuali sono quasi la norma. A
Parigi, un funzionario vede un gruppo di Csr massacrare di bot-
te un tizio che non ha affatto l’aria dello studente, ordina di
smettere, si sente rispondere: «Ma aveva dei libri, capo!»21. Vie-
ne in mente Fahrenheit 451.
Intanto gruppi fascisti e neofascisti intensificano le incursio-
ni nelle università, e spesso restano impuniti. A Roma già du-
rante le elezioni universitarie del 1966 avevano provocato la
morte dello studente Paolo Rossi, e da allora nelle assemblee te-
nute in molte città le espressioni tradizionali dell’antifascismo
avevano cominciato a intrecciarsi alla rabbia degli studenti22.
Sempre a Roma, il 16 marzo ’68, a guidare un attacco all’uni-
versità sono due leader dell’Msi, Giorgio Almirante e Giulio Ca-
radonna. Dalla fine degli anni sessanta la «guerra» con i fascisti
– l’antifascismo militante, nel linguaggio dei movimenti – di-
venta una costante del paesaggio urbano. Violentissima da tut-
te e due le parti, porta con sé una scia di vittime.
Raccontando la morte di uno studente all’università di Ro-
ma, Francesca Socrate23 descrive un sentimento che la concen-
trazione sulle battaglie fra «guerrieri» ha lasciato in ombra, la
paura di tutti gli altri. Il 27 febbraio 1969, durante una manife-
stazione contro la visita di Nixon, la polizia carica duramente,
mentre si moltiplicano i focolai di violenza nella città universi-
taria, e i fascisti cercano per due volte di dare fuoco al portone
di Magistero. Situazione caotica, in cui nessuno capisce dove so-
no i punti caldi – fatte le proporzioni, è lo spaesamento di Fa-
brizio del Dongo a Waterloo, trasferito in un campus metropo-
litano. Un gruppetto di ragazzi e ragazze cerca rifugio dentro la
facoltà, si chiude in una stanzetta che guarda sul cortile del Mu-

236
seo delle cere, si barrica alla meglio. È buio, non si sente e non
si distingue niente. Uno dei ragazzi, Domenico Congedo, prova
a scalare la facciata per raggiungere il piano superiore da dove
si può vedere cosa sta succedendo, si aggrappa a un davanzale,
il davanzale si stacca, lui precipita. È come se in un solo episo-
dio si condensasse uno spaccato dell’Italia: si può morire perché
i fascisti si muovono a loro piacere, la polizia lascia fare, il go-
verno tollera salvo rammaricarsi a tragedia avvenuta. E perché
in una struttura dove ogni giorno passano migliaia di giovani
non si fa manutenzione, e una traversina di marmo ha ceduto.

De Gaulle = Hitler?
L’antifascismo è un fattore potente di legittimazione e autole-
gittimazione, un luogo simbolico di incontro con intellettuali e
ceto medio progressista. Nasce da elementi di realtà, però su-
bordinati a un doppio salto ideologico che i movimenti non han-
no inventato, ma che contribuiscono a divulgare. Da un lato, il
fascismo è trasformato in una categoria dello spirito, in un con-
tenitore indefinitamente dilatabile dove far rientrare politici,
poliziotti, magistrati, maggioranza silenziosa, la Chiesa detta uf-
ficiale, i padroni – e la famiglia, la scuola, la cultura. Un’accoz-
zaglia di soggetti accomunati solo dal giudizio che se ne dà. Ri-
sultato, il fascismo perde la sua fisionomia – contesto, origini,
meccanismi istituzionali, cultura – per diventare un accidente
della storia e insieme una sua costante sotterranea sempre pron-
ta a riemergere. Un virus – e chi usa questa parola dimentica che
le metafore organiche sono tipiche del linguaggio di destra.
Slogan come «Ps, SS» e «Crs, SS» (già usato dagli operai fran-
cesi negli anni quaranta) e l’orribile «Uccidere un fascista non è
reato» devono molto a questa ideologia: il virus è contagioso, i
suoi portatori vanno fermati a qualunque costo. L’ironia è che i
giovani maschi in lotta fra loro finiscono per assomigliarsi.
L’altro passo è lo svilimento delle differenze tra fascismi e de-
mocrazie. Come se lesioni ai diritti e comportamenti delinquen-
ziali fossero la stessa cosa del terrore, dell’azzeramento delle li-
bertà conquistate in due secoli di lotte, la stessa cosa dell’ordi-

237
ne gerarchico che vuole gli uomini al lavoro o in guerra, le don-
ne fuori dalla politica ma integrate nello Stato, gli avversari e gli
indesiderabili per qualsiasi motivo in carcere – gli ebrei in nes-
sun posto. Forse senza saperlo, si è tornati al settarismo nel cui
nome persino alla vigilia dell’avvento di Hitler i comunisti tede-
schi vedevano negli Stati «borghesi» un supporto del fascismo
o addirittura una sua variante – e i socialdemocratici considera-
vano i comunisti una minaccia alla classe operaia. «Chi ha inse-
gnato ai giovani», dirà autocriticamente Amendola nel ’76, «che
Democrazia cristiana e fascismo sono la stessa cosa?»24.
Ridurre la democrazia a un guscio vuoto o a fumo negli occhi
è un insulto a chi lotta per conquistarla, è il ricco che spiega al po-
vero che i soldi non danno la felicità. Ed è un non senso storico
cui se ne appoggiano altri. Si dice fascisti in riferimento all’Italia,
alla Francia, alla Germania federale agli Stati Uniti, dove Mary
Daly paragona con totale disinvoltura gli «esperimenti scientifici»,
veri e propri scempi dei corpi, condotti dai medici nazisti nei La-
ger, alle pur discutibili pratiche dei ginecologi americani, come
l’uso intensivo di ormoni, le sterilizzazioni e le isterectomie «pre-
ventive» del cancro all’utero25. Non si dice fascisti per la Germa-
nia Est, l’Urss, i paesi satelliti. Mentre scagliano contro i partiti co-
munisti l’accusa di aver tradito la classe operaia, i movimenti ren-
dono omaggio al cortocircuito che quegli stessi partiti hanno co-
struito nel dopoguerra: la Repubblica democratica tedesca non
può essere fascista perché è comunista, e il comunismo ha contri-
buito a distruggere Hitler. Storia, addio. È una visione così di-
storta che per capire come si legittimi all’interno della nuova sini-
stra bisogna mettere in conto il suo antiamericanismo a oltranza.
Certo, la realtà degli anni settanta è più complessa di questo
quadro. L’insistenza sul fascismo fa parte di una campagna di
agitazione, e molti hanno un’idea più sensata della storia del
’900 e di cos’è il loro paese. Se considerassero davvero fascisti lo
Stato e la società, i militanti non si stupirebbero che le istituzio-
ni e la stampa mentano, o che alla Bussola la polizia spari pal-
lottole vere.
Resta il fatto che per cento analisi delle società capitalistiche,
ce n’è una sui fascismi storici. E che per le parole degli antifa-

238
scisti/anticomunisti democratici, spesso ex partigiani e reduci
dai Lager nazisti, non c’è ascolto. Niente, proprio niente di nuo-
vo. Nella Francia del dopoguerra l’ex deportato David Rousset
era stato immediatamente isolato per aver chiesto ai compagni
di prigionia di promuovere la denuncia del Gulag.

Nuovi partigiani?
L’amore per la resistenza nasce in questo clima. In Italia, dove
molti ex partigiani si sono resi conto di aver lottato tanto e rag-
giunto poco, domina il topos nazionale della rivoluzione tradita,
già applicato al Risorgimento e al biennio rosso. In tutta Euro-
pa, nella resistenza si trova quel che si cerca, la figura luminosa
del partigiano in armi, nomi storici per le nuove organizzazioni,
l’immagine di una violenza legittima, di una guerra civile e di
classe. Non si trova quello che non si cerca: le lotte delle donne,
le molte pratiche di resistenza civile26 che offrirebbero un mo-
dello diverso di conflittualità, i reticoli di opposizione nei Lager,
il rifiuto da parte di 700.000 militari italiani internati in Germa-
nia di arruolarsi nell’esercito di Salò, che viene definito resi-
stenza passiva. Passivo un no opposto ai nazisti dall’interno di
un campo di prigionia?
In fondo, ai movimenti va benissimo la divisione dei ruoli che
assegna alle sinistre, in particolare ai comunisti, l’organizzazio-
ne e la violenza, ai cattolici la spontaneità e la pietas. Va benis-
simo che la narrazione della resistenza come nuova epopea na-
zionale si fondi sulla rimozione del femminile, del religioso e
dell’inerme, sulla consacrazione del sangue versato e sulla sua
attribuzione politica. Il Pcf si autodefinisce partito dei fucilati,
e gli studenti, così critici su tutto, non trovano niente da dire. Fi-
niranno anzi per cadere nella stessa deformazione. Nel ’78 Gui-
do Viale scriverà:

L’irrevocabilità della morte ripropone continuamente la tenta-


zione di riappropriarsi dei caduti della rivoluzione, di trasformare
l’organizzazione in un mausoleo […]. Cambiano i nomi dei compa-
gni ammazzati, ma le parole che li ricordano sono sempre quelle.

239
L’indifferenza verso i loro nomi diventa incapacità di capire ciò per
cui sono vissuti. E nessuna delle formazioni della nuova sinistra ri-
voluzionaria – come di quella vecchia – ne andrà in qualche misura
esente27.

Il mito della fine dell’innocenza


L’Italia ha una storia estrema. In nessun altro paese il neofasci-
smo è così forte, la destra eversiva così votata alla politica delle
stragi. In nessun altro paese, c’è stato un legame così aggrovi-
gliato fra gruppi neofascisti, polizia, servizi segreti, ambienti po-
litici e militari, delinquenza organizzata. Tanto che, secondo al-
cuni storici, i crimini degli anni settanta fanno parte di un uni-
co disegno condotto da uno Stato parallelo, insieme interno e
esterno allo Stato legale28. Per altri, si tratta invece di episodi ri-
conducibili a più attori e a diversi obiettivi, con molte contrad-
dizioni e casualità.
Punto di inizio di quella che sarà definita «strategia della ten-
sione», è il 12 dicembre 1969, nel pieno dell’autunno caldo,
quando scoppia una bomba alla Banca dell’Agricoltura di piaz-
za Fontana a Milano – 16 morti, molte decine di feriti. La pau-
ra del golpe dilagante nella nuova e vecchia sinistra sfuma in
tempi contenuti. Dura a lungo la sensazione che le istituzioni
non sappiano o non vogliano scoprire i colpevoli, che la legalità
possa essere pura facciata, e che a volte non ci si preoccupi nep-
pure di salvare le apparenze – pur di stroncare il comunismo, e
per comunismo si intende qualunque tipo di opposizione, dal
Pci alla sinistra extraparlamentare agli operai ai gruppi terrori-
stici che presto entreranno in scena. Si intende il male.
Solo all’anarchia è riconosciuta un’identità, e a che prezzo.
Del ballerino anarchico Pietro Valpreda, subito arrestato sen-
za ombra di prova come responsabile della strage, si fa il mo-
stro da servire in prima pagina. Del ferroviere Giuseppe Pinel-
li, che muore precipitando dalla finestra di una stanza della
questura milanese, si fa il complice, oppure l’ultimo rappre-
sentante della vecchia anarchia – era un uomo immerso nel suo
tempo più di tanti maîtres-à-penser, che aveva aiutato i ragazzi

240
di «Mondo Beat» a stampare la loro rivista, e doveva avergli in-
segnato cosa sono pacifismo e nonviolenza – il libro di De Mar-
tino e Grispigni I Capelloni. Mondo Beat, 1966-1967 è dedica-
to alla sua memoria.
Questi sono anni in cui una parte ampia e non necessaria-
mente accecata dell’opinione pubblica pensa che nelle istitu-
zioni ci sia di tutto, compresi ex o aspiranti golpisti, e ha ragio-
ne. Anni in cui si può tenere una persona 77 ore sotto interro-
gatorio, senza quasi farla dormire e mangiare, manipolandola a
colpi di menzogne; e di fronte alla sua caduta in presenza di cin-
que poliziotti, si può dichiarare che si è suicidato per il trauma
di aver scoperto la colpevolezza di Valpreda, poi riconosciuto
totalmente estraneo e assolto. Negli anni settanta, le stragi con-
tinuano, altre bombe verranno fatte esplodere a casaccio tra
folle di innocenti, come alla questura di Milano nel 1973, a
piazza della Loggia a Brescia nel maggio ’74 durante una ma-
nifestazione sindacale, sul treno Italicus nello stesso anno – e,
dopo una fase di latenza, alla stazione di Bologna nel 1980, con
80 vittime.
Nella memoria di moltissimi militanti, piazza Fontana segna
la fine dell’innocenza, della bella politica29. È una verità parzia-
le. Sono reali il trauma, la sensazione improvvisa di una vulne-
rabilità cui bisogna rimediare. Reali il dolore, la voglia di ven-
detta, lo sgomento per la costruzione a freddo del «mostro»
anarchico e per il tentativo di azzerare lo spartiacque fra il mo-
dello di violenza stragista della destra e quello di violenza selet-
tiva della sinistra. Quando, nella ballata che porta il suo nome,
Pinelli dice: «un compagno non può averlo fatto», rivendica
precisamente quello spartiacque.
È meno vero lo stato di grazia originario, una costruzione in
cui il desiderio di preservare la propria autoimmagine e l’idea-
lizzazione nostalgica sono tenuti insieme da qualche vuoto di
memoria. Di una stretta organizzativa – la forma partito – si par-
lava già a fine ’68, le gerarchie interne si erano stabilizzate, i mi-
litanti meno irreggimentabili messi sotto osservazione. Era ini-
ziata quella rilettura del passato che si accompagna a ogni di-
scorso-esercizio-prospettiva di potere, poco importa quanto

241
piccolo. A Torino, palazzo Campana, fine ’67-inizio ’68, si
scherzava sui professori che ripetevano di aver fatto la resisten-
za e sugli allievi che la studiavano – ironia affettuosa, e insieme
sintomo di distacco. Tempo pochi mesi, tutto cambia. Il pas-
saggio alla resistenza leggendaria, tradita, di classe, avviene ben
prima della strage.
In una intervista su piazza Fontana, Adriano Sofri riconosce
la sua portata periodizzante, ma aggiunge una riflessione su un
«versante minore e meno esplorato» – l’idea che gli innocenti
abbiano il diritto di scagliare la prima pietra e la nostra convin-
zione di esserlo, mentre anche prima del 12 dicembre «ci riem-
pivamo la bocca di discorsi bellicosi, e forse la nostra pietra
l’avevamo già lanciata». L’innocenza in nome della quale ci si
sentiva legittimati a reagire, «non ci ha evitato la tragedia di tra-
sformarsi in lanciatori di pietre»30.

Una violenza «naturale»


Isabelle Sommier ha notato che nel fiume di documenti prodotti
negli anni settanta non ne esistono di esplicitamente dedicati ai
modi di legittimazione della violenza, come se non se ne sentis-
se il bisogno. Ci sono differenze teoriche e pratiche a seconda
delle fasi, delle organizzazioni, degli individui – era diverso tro-
varsi in un gruppo guidato da Cohn-Bendit o da Goldman –, dei
paesi – in Italia e in Francia dominano una concezione conflit-
tuale della politica e una certa diffidenza verso le istituzioni. Nel
1959, solo il 28% degli italiani pensava di poter partecipare a
decisioni politiche su scala nazionale contro le scelte dei gover-
ni, negli Usa ne erano convinti il 78% dei cittadini, nel Regno
Unito il 62%31. Il passaggio alla violenza o al terrorismo ha il suo
terreno elettivo nella chiusura politica (Giappone, Italia) e nei
governi di unità nazionale (Germania, ancora l’Italia), che fan-
no apparire impraticabile una alternativa attraverso i meccani-
smi istituzionali32.
Ma a tutti o quasi, la violenza sembra una scelta naturale. An-
che per questo, l’elaborazione è povera. Nel ’67-’68, fino a mag-
gio, in Europa ci si accontenta per lo più di distinguere tra of-

242
fesa e difesa, tra exploit individuali e azioni tendenzialmente di
massa – era una semplificazione, ma anche la realtà era più sem-
plice. Mentre ci si avvicina agli anni settanta, alcuni gruppi – i
mao-spontaneisti di Vive la révolution, Lotta continua, Avan-
guardia operaia, Manifesto – insistono su quella distinzione, ma
esaltando lo scontro di massa come passaggio legittimo e neces-
sario perché l’antagonismo fra le classi si esprima in tutta la sua
forza. Per altri gruppi maoisti, la violenza delle «avanguardie»
avrebbe la funzione di esempio e stimolo per le lotte popolari –
è, trasposta all’occidente, la teoria fochista delle guerriglie in
America Latina, molte scintille che dovrebbero innescare la
grande rivolta. Guerra no, guerriglia sì, è il secondo caposaldo
dei movimenti. Il primo è l’identificazione del soggetto rivolu-
zionario nella classe operaia. Il terzo, l’interesse di alcune orga-
nizzazioni per altri soggetti – che qualcuno definiva «sostituti-
vi», mentre non lo erano affatto – i detenuti, i disoccupati, i sol-
dati, e i ribelli, gli esclusi.
Nonostante qualche dissenso isolato, qualche ammonimen-
to sulle conseguenze politiche di una scelta violenta, tutti parla-
no di lotta armata, e i gruppi della cosiddetta nuova sinistra si
danno strutture più o meno «coperte», almeno in teoria. In
Francia perché dopo il maggio si immagina un futuro immedia-
to di guerra civile33; in Italia perché l’intensità delle lotte ope-
raie fa apparire credibile l’idea dello «scontro generale»; negli
Stati Uniti perché la crisi dell’Sds lascia campo libero a una
schiera di aspiranti rivoluzionari professionali e di disperati.
Oltre che poveri, i discorsi sulla violenza sono abbastanza va-
ghi da aprire grandi spazi di discrezionalità. È opinabile, per
esempio, dove passi il confine tra risposte modulate sulla gravità
del momento o deliberatamente fuori misura, fra l’esigenza di
autoproteggersi e la bellicosità come valore, fra avversari diver-
samente responsabili e pericolosi. Sono opinabili i criteri di di-
stinzione fra la violenza di base e quella di commando. In Fran-
cia gli attacchi di militanti maoisti a piccoli capi di fabbrica ven-
gono attribuiti a gruppi operai, e i trockisti fanno notare pub-
blicamente il carattere sostitutivo dell’iniziativa di massa che
questa pratica ha assunto34.

243
Dal ’68 ai gruppi

Che il rapporto con la violenza proceda per salti, e cambi da si-


tuazione a situazione è un’ovvietà riconosciuta da tutti. Sul ’68
a Torino Viale scrive: «il movimento studentesco non l’ha in-
ventata (la violenza), né scoperta. La riceve. E non si interro-
gherà mai a fondo sulle sue ragioni e sui suoi principi»35. Salvo
quest’ultimo elemento, è l’identica interpretazione presente nel
movimento operaio almeno a partire dal 25 aprile 1945, spiega
De Luna, facendo notare la contraddizione fra il distacco degli
studenti dalla cosiddetta vecchia sinistra e la continuità con l’im-
magine di violenza necessaria e difensiva della resistenza. E ag-
giunge due elementi per argomentare quella tesi: non c’erano
forze politiche organizzate che potessero far confluire nel movi-
mento una teoria della violenza; ci si basava su esempi concreti,
non su una scelta teorica36.
Vero. Però c’è qualcos’altro che un ragazzo (e non solo lui)
riceve, o meglio ha in sé, l’associazione fra maschile e violenza,
così antica e pervasiva che le forme in cui si incarna non sem-
brano costruzioni simboliche, ma espressioni di un dato di na-
tura – ecco perché diventa facile non interrogarsi. In questo sen-
so la violenza non ha bisogno di propagandisti, cammina in re-
lativa autonomia. Il che non cancella il peso della cronaca – la
repressione, lo scivolamento verso la bellicosità; della storia – le
teorie, gli eventi; del dato biografico decisivo: questa generazio-
ne non ha vissuto guerre.
Spesso è ritenuto decisivo il ritorno dopo il maggio alla or-
todossia marxista. Decisivo, non esclusivo, e, secondo alcune in-
terpretazioni, immaginario. Scrivendo nel ’69, Hannah Arendt
precisava che nel pensiero di Marx non compare affatto l’ideo-
logia della violenza come motore principale della storia e della
maturazione individuale e della classe: a formare l’uomo è il la-
voro37. Né viene da Marx l’ideologia secondo cui il vero cittadi-
no e il vero uomo ha il diritto/dovere di portare le armi. È il pro-
totipo consegnato alla modernità dalla rivoluzione francese e
dalle sue leve di massa, paradigma maschile e guerriero del rap-
porto fra lo Stato e l’individuo38. Un prototipo che si è riverbe-

244
rato in una costellazione di idee e figure non sempre coerenti fra
loro e non sempre riducibili a una posizione politica: dall’ap-
poggio comunista alle guerre di liberazione all’immagine del ri-
belle quarantottesco, dall’ardito dannunziano al combattente di
Spagna, dal proletario armato al leninista avanguardia della clas-
se. Sono modelli, certo, semplificazioni, che hanno però due
punti di forza. Il primo: valgono per lo studente, e a dispetto del-
le differenze, per il poliziotto, per il fascista, per la maggioranza
silenziosa. Se si dicesse al militante di un servizio d’ordine che
fra i suoi antenati ci sono Jünger e Mazzini, ne sarebbe offeso,
come un agente se si sentisse paragonato al funzionario lenini-
sta. Eppure è così. Il secondo: non c’è bisogno di conoscere quei
modelli per esserne influenzati. Gridare slogan inneggianti a
Stalin o a Pol Pot è una barbarie sorretta dal legame spesso in-
consapevole con le genealogie della violenza.
Poi esistono specificità nazionali e locali. Negli Stati Uniti, lo
spirito da pistola più veloce del west con cui i militanti affronta-
no la polizia durante le registrazioni per il voto, affonda le sue ra-
dici nel mito della frontiera e del pioniere armato di fucile. In Eu-
ropa tutti gli Stati, eccetto la Germania, alla fine della guerra han-
no preso a simbolo della rinascita nazionale la figura del giovane
maschio combattente. L’impazienza che in Italia domina l’intera
area dei movimenti (e il terrorismo) non nasce solo dalla giovi-
nezza – la Weatherman Temptation39; viene da lontano, dal tema
nazionale delle rivoluzioni tradite, dall’attesa del giorno in cui «ai
padroni gliela faremo pagare», come dice una canzone del movi-
mento, Il vestito di Rossini.
È in genere meno ricordato il ruolo della fede religiosa. Men-
tre la teologia della liberazione si schiera a fianco della lotta con-
tro le dittature sudamericane, in Italia nel dicembre 1968 si tie-
ne il XXIII Convegno universitario cattolico, titolo: La violenza
dei cristiani. Giulio Girardi stigmatizza il dominio dei popoli
ricchi, che rende «sempre più incalcolabili le distanze e più di-
sperata la situazione dei poveri». E Juan Arias: «il razzismo, lo
sfruttamento e la distruzione dei deboli, l’indifferenza di fronte
alla miseria sono incompatibili col Vangelo e esigeranno sempre
un atteggiamento di violenza da parte del Cristiano»40. La spe-

245
ranza nell’aldilà si è trasformata nella tensione verso una società
nuova – l’aldilà immanente – e i molti credenti che confluisco-
no nel marxismo ne esaltano gli aspetti messianici. Già nella teo-
ria pacifista dei primi anni sessanta si poteva cogliere una visio-
ne del mondo come teatro di uno scontro tra forze del bene e
forze del male41. Una storia disperata mostra come la lotta sia
interna a ciascuno. Un militante di Prima linea, Marco Donat-
Cattin, muore travolto da un’auto mentre cerca di soccorrere le
vittime di un incidente. È la stessa persona che aveva sparato a
freddo contro bersagli umani.

Movimenti e terrorismo

La sensibilità manichea così familiare alla nuova sinistra rende


più complicato affrontare la presenza delle organizzazioni terro-
ristiche, specie nella loro fase «movimentista». In Italia nell’area
armata si scontrano grosso modo due modelli: uno – l’esempio è
Prima linea – che cerca di mantenere un legame con i movimen-
ti scegliendo obiettivi collegati o collegabili alle lotte, e per que-
sto evita finché possibile la clandestinità. L’altro, le Brigate ros-
se, che della clandestinità fa una regola assoluta: dopo prime azio-
ni che guardano alle fabbriche come il sequestro incruento di di-
rigenti, l’obiettivo diventa colpire il «cuore dello Stato» attraver-
so i suoi simboli, con omicidi spettacolarizzati da cui ci si aspetta
che mobilitino la classe operaia. In Italia parecchi terroristi ven-
gono, oltre che dal Pci e dall’attivismo cattolico, dai gruppi, e ini-
zialmente le azioni non sono radicalmente diverse. A volte nel
passaggio all’illegalità c’è molto di casuale: basta ricevere una te-
lefonata con la richiesta di nascondere un compagno che ha feri-
to un fascista, racconta un dirigente di Avanguardia operaia, e ci
si trova dentro42. Dalle organizzazioni armate si esita a prendere
recisamente le distanze perché si pensa che in alcune fabbriche
siano viste con qualche simpatia, ed è vero.
Servirebbe una politica autoprotettiva, capace di bloccare
iniziative decise per tacitare frange impazienti, di non cedere al-
la competizione con le sigle armate in materia di reclutamento,

246
alla gara di visibilità fra gruppi extraparlamentari – più corag-
gio, e più precocemente.
Che non sempre sia andata così non azzera lo scarto fra la vio-
lenza terroristica e quella della nuova sinistra. Una cosa è l’ag-
gressione verbale, con i suoi precipizi di brutalità che riducono
gli individui a simboli, altra cosa è il passaggio all’atto che li can-
cella. Una cosa è battersi con la polizia a colpi di molotov e di ma-
nici di picconi, tendere agguati a capi, quadri di fabbrica, espo-
nenti della destra estrema, ma tenendo ferme la priorità del «la-
voro di massa», l’eccezionalità del ricorso alle armi e la tesi fou-
caultiana del potere disseminato nei gangli della società. Altra co-
sa è autoproclamarsi avanguardia armata del proletariato, vede-
re nell’atto esemplare l’unica strategia, plasmare se stessi e l’or-
ganizzazione esclusivamente in funzione della violenza – inizial-
mente è proprio sulla scelta della clandestinità totale che si ap-
puntano le critiche dei gruppi extraparlamentari, con l’accusa ai
terroristi di essere noti alla polizia e sconosciuti ai proletari.
Un legame esiste. La campagna di Lotta continua contro Ca-
labresi non è la causa del suo omicidio, ma ne è uno dei conte-
sti. Anche i militanti uccidono, come a Primavalle, dove nel ’73
due figli della famiglia Mattei, legata all’Msi, muoiono bruciati
in un attentato alla loro casa, o a Torino nel ’77, quando da un
corteo si lanciano bottiglie molotov in un bar che si dice sia fre-
quentato da fascisti, dopo aver fatto uscire i clienti, e nessuno si
accorge che all’interno è rimasto il ragazzo Roberto Crescenzo.
Non volevano uccidere, è vero; eppure l’assenza di volontà omi-
cida assomiglia a quello dell’ubriaco che si mette al volante sen-
za pensare che può fare una strage.
Ma fra terrorismo e movimenti c’è anche un salto. Qualcuno ri-
tiene anzi che la nuova sinistra abbia fatto in parte argine al terro-
rismo, offrendo con la sua stessa presenza uno sbocco diverso e
esercitando un certo controllo sui militanti. Infatti in Italia alcune
formazioni armate nascono o si affermano in coincidenza con la
crisi dei gruppi extraparlamentari. Il confine non era impermea-
bile, ma reggeva. Oggi molti militanti riconoscono quel legame, di-
retto o indiretto, totale o parziale, identificandolo nelle scelte sog-
gettive, e riconoscono il salto, collocandolo sul piano della conce-

247
zione politica43. Con ragione. Per Donatella Della Porta, quel che
distingue una organizzazione terrorista da un’organizzazione poli-
tica è l’isolamento progressivo dalla realtà esterna, l’identificazio-
ne acritica con il gruppo, l’immersione nella violenza fino a un
punto di non ritorno44 – la logica dell’istituzione totale.
Definire anni di piombo i settanta, in particolare il 1977, la
stagione dello «strano movimento di strani studenti»45, che
«nessuno sa bene da dove vengano e nessuno sa dove vadano»46,
dà conto del sangue versato – da Giorgiana Masi, uccisa dalla
polizia a Roma nel maggio 1977, all’agente Antonio Custra, uc-
ciso poco dopo a Milano da un gruppo di autonomi, a Carlo Ca-
salegno ferito a morte dalle Br nel novembre di quell’anno. Dà
conto del dolore, dello svuotamento della politica. Ma quella
definizione ignora altre facce del movimento del ’77 e quel che
rappresentano: sangue risparmiato – le radio libere, l’ala creati-
va dell’autonomia, il valore dato al gioco47, le imprese degli in-
diani metropolitani, le comunità che si ricreano dopo il disfaci-
mento di quella sessantottina48, sono lavoro per la vita. Il che
non rende la distruttività e l’eroina meglio sopportabili, ma rac-
conta una storia più vera.
Detto questo, il discorso non si chiude. Per gli extraparla-
mentari essersi distinti dal terrorismo è un blasone minimo, che
non cancella né la violenza agita in prima persona, né l’incapacità
di contrastare altri aspetti di imbarbarimento della politica, affio-
rati ben prima. Da quegli anni e dalla responsabilità di cercare
una misura onesta per raccontarli, è difficile chiamarsi fuori. Pen-
titismo lacrimoso, secondo alcuni; narcisismo del criticarsi da so-
li, a scanso di critiche altrui, scrive Marcello Veneziani49. E allo-
ra? Quando si è gridato tante volte «vous êtes tous concernés», «I
care», «non crediate di non essere complici», il vizio rimane.

Come creare la politica


[Nei primi cortei interni] la paura era ancora tanta, e i cortei doveva-
no riuscire per forza, per evitare che quelli che avevano iniziato fosse-
ro individuati e licenziati. Si partiva, si andava verso quelle squadre che
eravamo sicuri che avrebbero scioperato, battendo ritmicamente sulle

248
lastre che usavamo come tamburi, e così il corteo si annunciava [...] e
quando incontravamo un caporeparto gli si metteva tutti intorno co-
me gli indiani, a battere e a ballarci intorno finché questo non si ubria-
cava e finiva dentro il corteo [...] man mano che li facevi i cortei di-
ventavano sempre più grossi, la gente ci trovava non tanto un mezzo
per ottenere più soldi e ferie, quanto la libertà. Si sentivano nuova-
mente uomini [...] perché avevano rotto le catene dopo tanto tempo.
Questo era anche l’effetto che faceva a me: non mi sono mai sentito
tanto uomo come nell’autunno caldo50.

E per chi aspettava il corteo,

già un chilometro prima la gente incominciava a scappare. Scappava-


no i capi. A un bel momento vedo entrare Luciano Parlanti, Roby, An-
tonio il Prete, Zappalà, tutti questi qui [...] ci siamo messi a piangere.
Lì abbiamo capito... forse è incominciata la nostra era, forse possiamo
riscattarci, adesso sì. Abbiamo fatto bene a venire qui al nord [...]. Ci
siamo abbracciati, e quello poteva veramente significare di tutto. Po-
teva voler dire «abbiamo vinto», «ci siamo finalmente tirati fuori dal-
la merda», «abbiamo riscattato il nostro onore, il nostro orgoglio».
Pensavi a tuo padre, alla vita che aveva fatto51.

Sono racconti dei cortei a Mirafiori del 1969. Racconti in cui


tutti i compiti che i movimenti hanno assegnato alla violenza so-
no presenti. Si rinasce, si mette simbolicamente a morte l’op-
pressione, si esercita una moralità come scelta per la giustizia di
contro all’arbitrio del regime di fabbrica. Come sulle barricate
di maggio, si vive la bella politica, lotta e festa. Si crea un in-
treccio nuovo per raccontare la propria storia, un intreccio in
cui è decisivo aver sperimentato la forza congiunta di cuori,
menti, corpi. Si costruisce una comunità. In questi anni in fab-
brica passa molta vita – politica, amori, amicizie, commerci, par-
tite a carte, e nei reparti verniciatura la confezione di oggettini
di lacca colorata da regalare alle ragazze.
Solo ricordando questo clima, si può capire la tragedia vis-
suta dagli operai con il terrorismo, quando si rendono conto che
attaccare apertamente un capo può avere come conseguenza la
sua aggressione, e il proprio arresto come brigatista o fiancheg-

249
giatore. Quando capiscono che gli slogan minacciosi dell’au-
tunno caldo sono diventati impronunciabili dopo che le Briga-
te rosse li hanno realizzati alla lettera. Solo 62 operai Fiat pas-
sano alla lotta armata, ma «l’ombra della clandestinità di alcuni
finì per rendere ognuno clandestino a ogni altro»52.

Come disfare la politica


Se c’è un elemento capace di far apparire accettabile, addirittura
necessario, il deficit di democrazia interna delle nuove sinistre è
appunto l’esercizio della violenza, con quel tanto di opaco e mi-
sterioso che comporta. Quando si ha una struttura sul filo dell’il-
legalità, come la Gauche prolétarienne e le organizzazioni extra-
parlamentari italiane, o clandestina, come alcuni gruppi america-
ni post-’68, deperiscono i meccanismi di confronto e controllo. Si
introduce un filtro delle informazioni, creando una gamma di ve-
rità da dire o non dire a seconda del ruolo dei militanti o dei lega-
mi di amicizia, si istituisce una pratica della menzogna uguale a
quella della politica di sempre. Si sprofonda nella dicotomia ami-
co/nemico. I Weathermen usano il linguaggio dell’odio, e sì che il
loro nome era rubato a Subterranean Homesick Blues di Bob Dy-
lan: «you don’t need a weatherman to know which way the wind
blows». Dando la notizia dell’omicidio di un bambino figlio di un
minatore, il giornale della Gauche prolétarienne «La cause du
peuple» scrive del responsabile designato, il notaio del villaggio:
«Bisogna farlo soffrire a poco a poco! Ce lo diano, lo faremo a pez-
zetti con il rasoio. Bisogna tagliargli i coglioni!». Alcuni militanti
inorridiranno a questo linguaggio53. In Italia, dopo che nel 1975
il ragazzo Sergio Ramelli del Fronte della gioventù è stato ucciso
a sprangate, si grida «Tutti i fascisti come Ramelli, con una riga
rossa fra i capelli»54. Dalla classifica dell’amore e del dolore si è ar-
rivati alla classifica delle vite – il che contribuisce a spiegare la non
generale, ma non rara, omertà con i responsabili di crimini di cui
pure si ha orrore.
A proposito della guerra di Spagna, Simone Weil aveva scrit-
to: «un abisso separava gli uomini armati dalla popolazione di-
sarmata, un abisso in tutto simile a quello che separa i poveri dai

250
ricchi. Questo si sentiva nell’atteggiamento sempre un po’ umi-
le, sottomesso, timoroso degli uni e nella sicurezza, nella disin-
voltura, nella condiscendenza degli altri»55.Vale, fatte le pro-
porzioni, anche per le armi improprie e per la simulazione di
guerra degli anni settanta. I servizi d’ordine possono essere sia
centri di raccolta di ragazzi interessati più allo scontro che alla
politica, sia ottimi canali per accedere a ruoli di leadership al-
trimenti inattingibili, mentre la maggioranza dei/delle militanti
rimane schiacciata alla base.
Cambia la fisionomia delle organizzazioni, possono cambiare
le persone, e qui molto dipende dal posto che gli strumenti della
violenza occupano nella loro testa. Per gli operai, palanchini, sco-
pe, pezzi di latta, spranghe sono arnesi di lavoro riconvertiti, che
di per sé non aggiungono molto all’identità, e che poi torneranno
all’uso consueto – come avveniva per le falci, i rastrelli e i batti-
grano con cui i contadini andavano all’assalto dei municipi56. Le
drag queens che partecipano al tumulto del 28 giugno 1969 allo
Stonewall Inn attaccano con borse strapiene di cosmetici, cintu-
re, tacchi a spillo, gli strumenti del loro teatro quotidiano. Per un
militante, invece, spranghe e bastoni non si associano che alla vio-
lenza, e anche per questo diventano facilmente un vanto, il sim-
bolo di uno status speciale, un modo di essere. Se hai un manico
di piccone fra le mani non solo finisci per usarlo, ma finisci per ra-
gionare come uno che ha un manico di piccone fra le mani.
Fortunatamente negli scontri c’è un sano elemento di ritua-
lizzazione che può salvare la vita. «A un certo punto, era diven-
tato un gioco che si riproduceva, un gioco militare. Mi ricordo
che a Milano facevamo un corteo alla settimana». «Se c’era una
forte componente di violenza [negli scontri con la polizia], spes-
so c’era anche un elemento direi ludico. Nel ’77 la cosa comin-
cia a essere differente, perché non fa più parte del gioco»57. An-
che durante il maggio, c’è stata una certa autolimitazione58. Se
no, una battaglia fra giovani maschi variamente armati sarebbe
finita in un massacro.
Ma la trasformazione resta. Il modello del militante specia-
lizzato in violenza assomiglia un po’ a quello del soldato, che de-
ve affrontare i nodi tagliandoli invece di provare a scioglierli,

251
che considera ovvio lo scarto fra mezzi e fini, e naturale il pas-
saggio a un’offensiva più dura; un po’ a quello dell’impiegato
statale, che bada a seguire l’iter burocratico senza interrogarsi
sui programmi – e qui si celebra il funerale del sessantotto, con
la sua indifferenza per i risultati e la sua voglia di essere eterno.

Poteva andare diversamente


A meno di non voler applicare retrospettivamente lo slogan ses-
santottino «Siate realisti, chiedete l’impossibile», ha poco senso
imputare ai movimenti di aver abbandonato la nonviolenza ini-
ziale, o di non averla neppure presa in considerazione. Ha sen-
so invece mostrare che le cose non dovevano necessariamente
andare come sono andate.
Anche nei primi anni settanta c’erano soggetti che continua-
vano a agire e a pensare il conflitto fuori dal modello della vio-
lenza: oltre agli hippie e ai fricchettoni dell’Sds, i fautori della
marcia attraverso le istituzioni, che non implicava di per sé me-
todi distruttivi né il misconoscimento dei diritti democratici –
fra i leader europei, Rudi Dutschke è il primo e il più deciso nel-
la condanna dell’invasione sovietica in Cecoslovacchia. C’era il
femminismo. C’erano sfumature e divergenze interne al mondo
dei militanti. Dissensi espliciti, anche: nel maggio ’75, dopo una
manifestazione in cui si è gridato lo slogan su Ramelli, Paolo
Hutter e Nino Vento appendono nella sede milanese di Lotta
continua un tazebao firmato contro la barbarie di quel linguag-
gio59. Persino fra gli slogan più bellicosi passava qualche diffe-
renza, come nel caso di «Vietnam vince perché spara» e di
«Agnelli l’Indocina ce l’hai in officina»: massima astratta l’uno,
che scavalca il qui e ora e vincola il riscatto alle armi; voce
dell’orgoglio di classe l’altro, che usa il Vietnam per dare un no-
me al sovvertimento attuato in prima persona e senza armi.
In Francia e in Italia, preti operai e comunità di base testi-
moniavano la vitalità del mondo cattolico, che, sia pure non
sempre, praticava la nonviolenza. Nei licei francesi circolava Le
déserteur di Boris Vian e Harold Berg, una canzone del ’54 che
iniziava:

252
Monsieur le Président
Je vous fais une lettre
Que vous lirez peut-être
Si vous avez le temps
Je viens de recevoir
Mes papiers militaires
Pour partir à la guerre
[…]
Je ne veux pas la faire
Je ne suis pas sur terre
Pour tuer des pauvres gens60.

E finiva: «Si vous me poursuivez / Prévenez vos gendarmes


/ Que je n’aurai pas d’armes / Et qu’ils pourront tirer»61. La ver-
sione iniziale degli ultimi due versi era «Que je tiendrai une ar-
me / Et que je sais tirer»62, e Vian aveva accettato di modificar-
la per lasciare intatta la sua impronta pacifista.
C’era la ribellione giovanile. I militanti italiani che (non tut-
ti) la guardavano con una certa sufficienza, avrebbero avuto
qualcosa da imparare, specie da «Mondo Beat». «Siamo accu-
sati di pacifismo generico», scriveva nel ’67 la rivista, «perché
siamo contro l’aggressione americana in Vietnam, ma siamo an-
che contro l’aggressione sovietica in Ungheria, l’aggressione ci-
nese in Tibet [...] il nostro atteggiamento riguarda e interessa
ogni aggressione, da qualsiasi parte provenga, perché la priorità
dell’ideologia sulla vita degli uomini mena dritto a Auschwitz, e
alla Siberia, al Vietnam e a Budapest»63. Questo invito all’one-
stà intellettuale resta inascoltato, e resta inascoltato l’invito di
Carla Lonzi a stringere un’alleanza donne/giovani contro il pa-
triarcato, che rappresentava l’indicazione più fondata storica-
mente, più praticabile, più efficace nel superare le dicotomie
maschile/femminile, giovane/vecchio. «La donna che rifiuta la
famiglia, il giovane che non vuole fare la guerra» smentiscono
tutti e due il diritto di vita e di morte del padre/patriarca. E po-
trebbero annullarlo, purché il giovane abbandoni «la cultura
della presa del potere che è monopolio non solo della cultura
borghese ma anche di quella rivoluzionaria e socialista»64. Co-
me argomenta splendidamente Maria Luisa Boccia, il mancato

253
distacco è una delle ragioni che portano al fallimento dei tenta-
tivi di porre un limite, se non di eliminare, l’uso della violenza65.
In molti paesi c’era una presenza circoscritta ma attiva della
nonviolenza organizzata – in Italia, sull’onda dell’umanesimo
cattolico francese era nata nel ’58 la rivista «Quaderni di spiri-
tualità», la futura «Testimonianze», che si fa portavoce del dia-
logo fra culture e dei temi sociali; nel 1961 si era tenuta la pri-
ma marcia della pace Perugia-Assisi, piccoli gruppi digiunava-
no per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza, padre Bal-
ducci e don Milani difendevano la posizione degli obiettori da
alcuni duri attacchi di cappellani militari. Sarebbe bastato guar-
darsi intorno per incontrare teorie e pratiche altre da quelle del
marxismo ortodosso o critico, per scoprire le opere di Gandhi,
King, Thoreau, Capitini.
Sarebbe bastata un’attenzione più libera al passato. C’erano
pezzi di mondo in cui la nonviolenza aveva condotto a una vit-
toria. L’India, che era impossibile ignorare, la meno nota Dani-
marca, dove migliaia di persone, in genere senza alcuna espe-
rienza di clandestinità, si erano mobilitate nel 1943 per traghet-
tare in Svezia i loro concittadini ebrei, facendo di più e meglio
di qualsiasi organizzazione armata. La banalità del male, il libro
sul processo Eichmann in cui Hannah Arendt racconta questa
storia, era uscito nei primi anni sessanta66. C’erano le lotte per i
diritti civili: si diceva che a portare le donne nere fuori dalle cu-
cine dei bianchi era stato Hitler, ma per farle sedere nella parte
«bianca» di un autobus ci era voluto Martin Luther King.
Purtroppo intorno non si guarda, o meglio lo si fa con gli oc-
chi della tradizione combattentista maschile e di un presente se-
lettivo, che mostra lotte operaie inaspettatamente forti in Fran-
cia e Italia. Che esalta le guerriglie urbane e i movimenti di li-
berazione anticolonialisti, fino a cancellare Gandhi. Che sotto-
valuta il dissenso all’est. Che, peggio ancora, scambia la non-
violenza con l’assenza di conflitti, quando è una politica per ge-
stirli in modo evoluto.
Vent’anni dopo i regimi comunisti crollano, con l’eccezione
della Romania, in seguito a manifestazioni popolari largamente
spontanee e disarmate, con un numero contenutissimo di vitti-

254
me, meno di quelle provocate nelle repubbliche baltiche nel
gennaio ’91 dalle truppe mandate da Gorbačëv contro i mani-
festanti indipendentisti. Eppure in occidente si insiste soprat-
tutto sulle origini economiche della crisi, sul caos istituzionale
dell’Urss gorbacioviana, come se gli intellettuali del dissenso
nonviolento, che hanno mantenuta viva agli occhi della popola-
zione la possibilità di un’alternativa, fossero un elemento di con-
torno. E poi, che rivoluzione è una in cui i berlinesi abbattono
il muro pacificamente e Rostropovič suona davanti alle sue ma-
cerie? Altri 10 anni dopo, l’intervento della Nato in Kosovo.
Quanti sanno che i kosovari avevano praticato a lungo la resi-
stenza civile, e che tutto il mondo li aveva ignorati? Perché si
mobilitasse, c’era voluto il passaggio alla lotta armata.
Sarebbe assurdo dirottare ogni responsabilità sulla tradizio-
ne comunista e rivoluzionaria, sugli intellettuali, sul partigiano
che dichiarava pubblicamente di aver consegnato dopo la libe-
razione soltanto i «ferrivecchi». I movimenti scelgono determi-
nati maestri e compagni di strada, determinate genealogie e mo-
delli perché ne riconoscono la somiglianza con se stessi. E per-
ché c’è il Vietnam. Per i giovani europei la lotta di popolo con-
tro l’imperialismo, per i giovani americani come Susan Sontag
una tensione continua «dentro la mia testa, sotto la mia pelle, al-
la bocca del mio stomaco»67, «una malattia»68.

Uomini contro donne


Incontrando il binomio donne/violenza, si pensa immediata-
mente agli attacchi verbali e fisici, agli stupri, mutilazioni, assas-
sini. Storie di ogni tempo e luogo, agite da estranei o dai più vici-
ni, per strada, in casa, al lavoro. E aggressioni esplicitamente po-
litiche: negli Stati Uniti contro infermiere e ginecologhe delle cli-
niche dove si praticano aborti. A Roma nel ’77 contro un gruppo
di donne che trasmette da una radio libera. Nel ’79 a Parigi con-
tro la Librairie des femmes, firma: una croce celtica.
Fin dai suoi esordi il femminismo (una sua parte) ha promos-
so denunce, elaborato discorsi, creato rifugi per le vittime. Sulla
violenza sessuale ha messo in piedi negli anni settanta e ottanta

255
campagne seconde solo a quella per la depenalizzazione dell’abor-
to, organizzato grandi manifestazioni per «riprendersi la notte»,
prodotto libri e una mole di riflessioni. La più importante: lo stu-
pro, faccia speculare del legame fra violenza «privata» contro le
donne e violenza guerresca, non nasce dal desiderio sessuale, ma
dalla volontà maschile di affermare il proprio potere. Per le Fé-
ministes révolutionnaires è un modo per rimettere le donne al lo-
ro posto nell’ordine patriarcale. Per Psychanalyse et politique è in
continuità con «tutto il resto», la drague, lo sguardo degli uomini,
l’avvilimento del corpo, la pornografia. Sul nesso fra stupro e or-
dine politico e simbolico c’è un accordo praticamente generale,
come sul suo rapporto con l’asimmetria nel campo delle relazioni
private. Non è un caso se in molte legislazioni si sancisce prima la
parità uomo/donna in politica, e solo dopo nella famiglia.
Si deve lottare anche nei movimenti, contro l’ideologia (di
uomini e di donne) secondo cui uno stupro è meno grave se
compiuto da un soggetto socialmente debole o di un’altra cul-
tura. Solo le Femmes en lutte sostengono che la responsabilità è
«della borghesia, con la sua pubblicità, l’industria pornografica,
la miseria sessuale imposta alle masse». Ma giornali come «Libé-
ration» e «Rouge» criticano il ricorso delle donne violentate al-
la giustizia, accusandole di schierarsi dalla parte della repressio-
ne. «Viol de gauche, viol de droite, même combat», risponde
uno striscione del Mouvement de libération des femmes69.
Nell’insieme, il femminismo è decisivo per smuovere i qua-
dri mentali e far passare leggi più rispettose di chi è vittima e più
sensate nelle ipotesi di reato – in Italia lo stupro era perseguito
come offesa alla morale, oggi lo è come delitto contro la perso-
na. L’ideologia che fa risalire la violenza a comportamenti fem-
minili, modi di parlare, di fare, di vestirsi, di essere, resiste an-
cora, ma ha perso legittimità, grazie anche al cinema, che ha sa-
puto tradurre le teorie in racconto. Spicca Sotto accusa, dove Jo-
die Foster, prototipo della cattiva (imprudente e impudente) ra-
gazza, denuncia lo stupratore e ne ottiene la condanna, a di-
spetto dei pregiudizi contro di lei.
Infine, e certo non per ultimo, i discorsi delle donne hanno
contribuito alla formazione di gruppi maschili70 dove si riflette

256
sulla violenza senza fare del colpevole l’altro da sé. Se non è ve-
ro che ogni uomo è potenzialmente uno stupratore, esistono re-
sponsabilità per indifferenza, tolleranza, cecità.
Allo stesso modo, se è non vero che tutti gli uomini sono vio-
lenti, esistono «i compagni che menano»71, come scrive una ra-
gazza al giornale «Lotta continua», trasformato negli ultimi an-
ni settanta in una tribuna per il non detto di tante e tanti. A
«Viol de gauche, viol de droite, même combat», si potrebbe ag-
giungere «Botte di destra, botte di sinistra, stessa lotta». Quan-
do le donne dei gruppi extraparlamentari italiani decidono di
riunirsi o di manifestare separatamente, ci sono militanti che
passano alle provocazioni o all’aggressione fisica. Come nel ’72
a un convegno romano organizzato dai collettivi di Lotta fem-
minista, negli «episodi di intolleranza» durante un’assemblea
sull’aborto promossa dalle donne legate al Manifesto nel ’7372.
Come il 6 dicembre 1975, durante un corteo di sole donne
sull’aborto, dove si arriva allo scontro diretto con i militanti del
servizio d’ordine di Lotta continua di Cinecittà73 decisi a sfilare
anche loro.
È sempre un doppio trauma: ci si deve difendere da persone
con cui si è condiviso tanto, si vede cadere in pezzi il tabù se-
condo cui non si colpisce una donna, che, pur contraddetto in-
finite volte, ha ancora presa, e che spesso si è accompagnato con
un impegno alla protezione. Il 9 febbraio ’71, Richard Deshayes,
dirigente del Front de libération de la jeunesse di Vive la révo-
lution, viene gravemente ferito e perde un occhio perché in uno
scontro si è fermato a aiutare una ragazza a alzarsi da terra. I no-
stri – dicono le militanti della Gauche prolétarienne – ci avreb-
bero camminato sopra, e poi l’avrebbero rimproverata per non
essere rimasta in piedi74. È un buon criterio per valutare le dif-
ferenze fra un’organizzazione e l’altra.

Femminismo e violenza femminile


Di fronte alla somma di sopraffazioni patite, ancora oggi si ha
quasi paura di nominare la violenza delle donne, specialmente
negli aspetti su cui c’è stata meno elaborazione. Della distrut-

257
tività psicologica e simbolica nei collettivi, si sono cercate da
subito le radici. Già nel ’71 Jo Freeman, una delle prime a ri-
fletterci, indicava nel culto dell’informalità un ostacolo a rela-
zioni libere, e proponeva in alternativa vari meccanismi, dalla
rotazione dei compiti al lot system: cosa c’è di meno violento
che assegnare un incarico tirando a sorte? Dappertutto si è la-
vorato sui conflitti interni ai gruppi di donne, sull’aggressività
contro le leader, sulla vena autoritaria di alcune, sui modi in
cui si riproducevano alcune dicotomie correnti in politica – al-
to/basso, base/vertice, consenso/dissenso –, e se ne scompagi-
navano altre, come quelle forte/debole, resistenza/durezza.
Forse nessuno conosce più di una donna l’abisso che può esi-
stere fra la corazza in cui si protegge a rischio di soffocare, e
l’elasticità che a volte trasforma un attacco in una vincita a due.
Talento grandioso, indipendente dal bagaglio culturale, e raro,
a giudicare dalla storia di quegli anni. In un seminario di psica-
nalisi organizzato a Vincennes da Luce Irigaray e da alcune
donne di Psychanalyse et politique, si arriva alla più classica del-
le contrapposizioni, con le partecipanti che accusano Irigaray di
aver preso per sé tutta la sostanza del movimento e di essersi
«fatta un nome sulla pelle delle sue analizzate»75. Nasce (anche)
dall’esperienza la teoria femminista del conflitto come momen-
to vitale delle relazioni, in cui lo scontro per quanto duro non
punta a distruggere l’altro – è il contrario della guerra, che si
chiude con una sconfitta e una vittoria, anzi, con due sconfit-
te76, e un insegnamento della nonviolenza, a volte assimilato per
conoscenza diretta, a volte nato in parallelo.
Meno libertà quando si parla delle esperienze in cui le don-
ne sono sì vittime, ma non solo e non le sole, come nell’aborto,
delle situazioni in cui sono state parte attiva, in proprio o come
spalla di altri – non lanciatrici di pietre, ma portatrici di botti-
glie molotov, sassi, bastoni77.
Nel femminismo italiano e francese, i discorsi sulla legitti-
mità della violenza politica sono anche più rari che nei gruppi
«misti». Per una ragione opposta. Ai militanti sembra naturale
usarla, il femminismo radicale se ne sente estraneo. Non la pra-
tica, rifiuta di essere immischiato in un modo di sentire e di fa-

258
re da cui si è separato pubblicamente. Mentre le femministe dei
gruppi extraparlamentari producono piuttosto, in tempi diver-
si, documenti che cercano di delegittimare alcune pratiche vio-
lente. Neppure nella letteratura della guerra e della resistenza il
tema è centrale, anche se abbiamo alcuni racconti di Margueri-
te Duras, squarci nella memoria di partigiane e deportate, il
grande romanzo di Alba de Céspedes Nessuno torna indietro,
dove la protagonista uccide il marito suo compagno di lotta,
perché con il ritorno alla normalità lui si dedica completamen-
te alla politica, mentre lei, che si aspettava di continuare il suo
impegno, se ne trova via via allontanata. Omicidio politico, di
una politica che allora non sembrava tale.
La fatica di guardare a fondo nella violenza dipende solo in
parte dallo stereotipo che vincola il femminile alla pace e alla vi-
ta78. Conta il ruolo di secondo piano delle donne nel suo uso e
nel suo racconto: nella divisione dei ruoli narrativi agli uomini
toccano l’avventura, la guerra, la politica, alle donne l’intreccio
amoroso e la maternità. Mi pare conti soprattutto il paradigma
dell’oppressione, in cui la violenza femminile si presenta più fa-
cilmente come reazione difensiva o rivolta giustificata.
Eppure negli anni settanta c’è una violenza materiale di don-
ne, c’è tolleranza per quella altrui, c’è una responsabilità che va
al di là di se stesse. Beninteso, non come effetto automatico di
un’appartenenza, ma nel senso in cui la intende Jean Amery79,
come somma di azioni e omissioni individuali che hanno con-
tribuito a fare un evento o un clima – è una concezione che me-
dia fra la categoria di responsabilità storica e quella di respon-
sabilità personale, non sul piano giuridico, ovviamente, ma su
quello esistenziale sì.
Con il suo lungo sessantotto e il movimento di massa delle
donne, l’Italia è stata impropriamente definita la patria del fem-
minismo più forte e più violento80. È invece il paese in cui ci sa-
rebbe più da dire sulla distruttività che si è fermata davanti
all’uccisione. In Francia e Stati Uniti il ciclo della conflittualità
è più breve, in Germania l’orizzonte è dominato dal terrorismo
della Raf – e Margarethe von Trotta dedica a due sorelle, una
terrorista, l’altra vicina al femminismo, uno dei suoi film più no-

259
ti. Ma anche in Italia, a partire dal bel libro di Ida Faré e Fran-
ca Spirito81, si è discusso e pubblicato quasi esclusivamente sul-
le terroriste, che spesso hanno potuto scrivere la propria storia
in prima persona, o l’hanno raccontata sui media e a studiosi e
studiose. A volte in modo storicamente opaco e psicologica-
mente piuttosto chiaro: nell’intervista di una reduce del terrori-
smo, le vittime rimangono talmente ai margini che non servono
neppure per fare una cronologia: «Io ho un ricordo di quei tre
anni con le Br come di un tunnel nero. Dal ’78 all’80 non so più
bene cosa sia capitato – mi ricordo benissimo del mio tipo di
partecipazione agli attentati, per carità – [...] mi si confondono
le cose... non ho neanche voglia di andarle a cercare»82.
Poi sono arrivate alcune storiche e storici giovani83, interes-
sati ai gruppi extraparlamentari e alle donne – in genere le se-
conde e terze file della violenza, oppure anime belle che rifiuta-
vano di partecipare, ma non si alzavano in assemblea per dire
agli altri di fare lo stesso. O si sono alzate piuttosto tardi.
Sono storie che passano in gran parte attraverso la memoria.

Se non avessimo avuto le donne


Ha raccontato Erri De Luca, responsabile del servizio d’ordine
di Lotta continua: «Io ho conosciuto donne in mezzo a quegli
scontri che erano più coraggiose degli uomini. Avevano una
freddezza nella mischia che impediva a noialtri di ritirarci. E
penso che se non avessimo avuto le donne non avremmo resi-
stito così a lungo, non era un’attività di competenza esclusiva-
mente maschile»84. Vero: la figura femminile è stata (è?) una
delle leve più potenti per sollecitare la combattività degli uomi-
ni, perché è sull’archetipo della donna bottino del vincitore che
si sono fondate sia la rivalità con l’altro sia la maschera barbari-
ca che gli si imprime. Anche nella simulazione di guerra degli
anni settanta, scappare sotto gli occhi delle compagne sarebbe
sembrato doppiamente vergognoso, avere la meglio una doppia
gloria. In quanti racconti di guerra e di violenza compare una
ragazza che incita i suoi a attaccare.
Visto da una donna:

260
Quando c’erano scontri in piazza io mi sentivo in dovere di starci
fino all’ultimo, con una paura fottuta, però bisognava stare lì... C’era
questa pratica orribile di dare le molotov alle donne perché si suppo-
neva che difficilmente sarebbero state perquisite. Io credo di averlo
fatto due o tre volte ma con una sofferenza, un rifiuto...

Questa struttura della violenza del corteo è una cosa su cui ovvia-
mente tutti eravamo coinvolti, perché c’era una differenziazione logi-
stica dei compiti. Posso capire che uno mi dice: «Mettiti le bombe mo-
lotov nel tascapane». Accetto quel livello di violenza. Non quello le-
gato all’azione dimostrativa, all’azione di «commando» [...]: soprat-
tutto era il problema dei gruppi di fascisti, oppure contro la polizia.
L’idea del servizio d’ordine, cioè l’istituzionalizzazione di un’idea di
violenza, non la condividevo assolutamente85.

Le due narratrici parlano di Lotta continua, su cui oggi di-


sponiamo di varie ricerche. Ma non è una situazione unica, e
non è unico il progetto, fra il ’72 e il ’73, di addestrare le mili-
tanti al confronto fisico con un corso di arti marziali. Se nel do-
poguerra le donne sono state il simbolo più visibile della nuova
politica di massa, così potrebbero diventarlo ora per quanto ri-
guarda il breve tentativo di «despecializzare» la violenza attua-
to in quegli anni. Successo minimo, accettato senza troppo ram-
marico. La rivoluzione fa conto sul corpo maschile. Quello fem-
minile, che ha una struttura più gracile, che sanguina, porta il fi-
glio, partorisce, è difficilmente militarizzabile. Gli si riconosce
valore se diventa massa d’urto nella fusione rivoltosa con corpi
simili. Non nel faccia a faccia, tanto meno nella decisione e pro-
gettazione della violenza. Vecchio copione.
È per le donne che piazza Fontana implica una svolta. Più
cresce lo spazio della violenza, deperisce la politica, si pietrifica
la divisione dei ruoli, più la parola femminile perde peso, anche
la parola di quelle cui si riconosce autorevolezza su altri piani.

Ho sentito che si dividevano gli uomini, esperti di certe cose, e le


donne. E mi ricordo che mi sono incazzata terribilmente perché ho
sentito proprio che è come se si dicesse: «Il livello dello scontro è cre-
sciuto, tu non puoi capire». C’era una riunione e sentivi sulla pelle che

261
venivi emarginata. Si tratta di scrivere il volantino: Daniela la notte a
scrivere il volantino. Si tratta invece di fare la riunione perché si deve
parlare più approfonditamente di una roba grave che sta succedendo
e la riunione è di soli «quelli là»... D’impatto scoprivo che si struttu-
rava l’organizzazione in termini maschili86.

Io sono convinto, sono state anche coinvolte le donne in azioni


di..., soprattutto nella fase di «antifascismo militante» [...]. Ma sicura-
mente Lotta continua per un lungo periodo ha avuto una scelta di «di-
fesa attiva» e un’impostazione tipicamente maschile. [...] tendeva a ne-
gare alcuni valori che sicuramente sono più al femminile87.

Tendeva anche a soffocare i dubbi maschili: vent’anni dopo,


un dirigente del servizio d’ordine raccontava di aver immagina-
to la rivoluzione come uno scenario buio e stagnante, occhi
sbarrati che spiavano dalle inferriate di qualche cantina, come
se si fosse identificato, invece che con i rivoluzionari, con i brac-
cati. Dirlo allora sarebbe stato indecoroso.
L’assurdo è che il legame fra militarizzazione e indeboli-
mento delle donne non era nuovo né resterà irripetuto, e in si-
tuazioni tragiche. Nella resistenza il passaggio dalle prime ban-
de all’organizzazione militare vera e propria restringe gli spazi
per le partigiane, nell’Intifada il rovesciamento del ’90, con l’av-
vitarsi dello scontro nella spirale strage-repressione-nuova stra-
ge, toglie respiro alle iniziative delle donne88.

Non è così facile diventare un terrorista

Indebolimento non vuol dire impotenza. All’epoca le donne ta-


cevano meno di quanto si ritiene oggi. Nel condividere molto e
nel parlare di (quasi) tutto, entrava anche la violenza, in primo
luogo nei dialoghi informali e nei rapporti d’amore. «Non è così
facile diventare un terrorista se la tua ragazza non vuole saperne»,
ha detto il premio Pulitzer Lawrence Wright di recente dopo un
soggiorno in Arabia Saudita89. Non è neppure così facile restare
antifemminista. Nel movimento per i diritti civili alcune possono
contare su mariti solidali. Spesso l’amore è una spinta a rompere

262
solidarietà maschili ormai pesanti. Ma in altri casi può essere un
passaporto per la violenza femminile: di Patricia Hearst, una ere-
ditiera americana militante del gruppuscolo armato Esercito di
liberazione simbionese, si è fatto il prototipo della donna inna-
morata e arruolata, o all’opposto della commediante che finge di
esserlo stata per strappare una pena più lieve.
In Italia, i dissensi pubblici sulla violenza fanno scoppiare
animosità proporzionali alla coesione di un tempo, o al suo ri-
cordo mitico. Peccato che anche su questo punto a essere do-
cumentate siano quasi soltanto le vicende di Lotta continua. A
Torino, epicentro dello scontro, la grande maggioranza delle
donne (più i «maschi riformisti») e i servizi d’ordine (con mol-
tissimi operai) si costituiscono in schieramenti contrapposti, ac-
celerando una crisi politica già in atto. Mentre le assemblee e i
rapporti personali scontano tensioni insopportabili, il dissenso
viene formalizzato in due documenti alternativi sulla violenza.
Quello delle donne è un esercizio di equilibrismo che do-
vrebbe legittimare argomenti già avanzati e respinti. Tra una
formula d’epoca e l’altra, sbucano la critica della disciplina co-
me valore in sé, la denuncia della separatezza dei servizi d’ordi-
ne, la necessità di «una presa di coscienza collettiva e indivi-
duale che affronti le contraddizioni dentro la classe, il partito,
dentro ciascuno di noi». Ma la coabitazione forzata fra conce-
zioni diverse produce mostri, come quando si auspica «la co-
struzione e l’uso autonomo della forza delle donne, l’individua-
zione degli obiettivi e dei nemici da colpire [...] l’imposizione ai
medici di praticare aborti, la persecuzione personale di quanti
si dimostrano nemici ostinati»90.
Non serve a niente. A Torino è sparito letteralmente ogni
spazio di dialogo. Nell’autunno del ’76, l’organizzazione si au-
toscioglie di fatto, come Vive la révolution nel ’71, la Gauche
prolétarienne e Potere operaio nel ’73, e vari altri gruppi della
molto ex nuova sinistra. Nel caso di Lotta continua anche la fi-
ne è all’insegna della violenza, minacciata dal servizio d’ordine
e da militanti operai contro le donne, agita dalle donne nella for-
ma del processo popolare ai dirigenti.

263
Quale autonomia

C’erano «i soliti ragazzotti che giravano coi manganelli, le la-


mette e quelle cose lì. E noi avevamo organizzato dei gruppi ar-
mati di bastone [...] c’era quindi anche la volontà di esprimere
una violenza femminista, che non era però il discorso della lot-
ta armata o di una violenza di tipo maschile. Era invece il tirare
fuori la nostra aggressività di donne». I «soliti ragazzotti» sono
i fascisti milanesi, molto visibili e aggressivi, le donne quelle del
Coordinamento femminista di via dell’Orso, creato nel ’76 e im-
pegnato sia nell’autocoscienza sia nell’attività di quartiere.
Il primo dissenso/dissidio fra donne nasce proprio sul signi-
ficato del passaggio all’atto. A via dell’Orso si pensa che anche
comportamenti apertamente aggressivi siano legittimi: per svin-
colarsi dallo stereotipo della donna «tutta passività e dolcezza» e
lasciar affiorare una parte repressa di sé; perché si è in una fase di
ricerca della propria identità; perché va riconosciuto il diritto a
scelte diverse. E per difendersi. In questi anni fare politica è di-
ventato sempre più difficile anche per le donne «in quanto tali»,
perché è alle donne «in quanto tali» che sono diretti gli attacchi
di polizia e neofascisti, le moltissime denunce e arresti – nel ’75,
con l’appoggio del Pci, era stata varata una legislazione d’emer-
genza, che restringeva gravemente le garanzie democratiche.
Per la parte più nota del femminismo milanese, la violenza è
un cedimento al bisogno di contrapposizione con il maschile e
con le sue istituzioni, una duplicazione del suo spirito e dei suoi
metodi. A gennaio del ’76, il collettivo di via Cherubini aveva
giudicato troppo reattiva l’entrata in Duomo di alcune donne di
via dell’Orso in segno di protesta per l’atteggiamento della
Chiesa sull’aborto91.
Nel ’77 a Bologna, fra le giovani femministe dell’Autonomia
circola l’idea di creare Ronde o Pantere rosa per reagire in pri-
ma persona agli attacchi della polizia; alcune femministe stori-
che rispondono con la tesi dell’estraneità come «scelta politica
di separazione di un pensiero femminile differente da quello
maschile», e rivendicano l’isteria come forma propria di violen-
za delle donne. Ma, secondo una protagonista, le femministe re-

264
stano schiacciate dalla convergenza «tra un’ala dura del movi-
mento delle donne e un’ala dura di autonomi, tra un movimen-
to delle donne molto più largo, politicizzato e il movimento de-
gli studenti come movimento di opinione. Sparito lo spazio per
la differenza [...] la sensazione fu che eravamo state usate come
capri espiatori»92.
Il punto è che spesso i piani sono sfalsati. Da una parte l’ur-
genza di fare – la priorità dell’obiettivo, si potrebbe dire, che si-
gnifica varie cose e diverse fra loro: continuare a esistere politi-
camente, creare cultura, occupare le case, svuotare un super-
mercato, con tutto quel che ne deriva in termini di violenza.
Dall’altra parte, l’orizzonte della teoria, sconfinato, spesso atem-
porale, come quando si enuncia il «rifiuto del sangue della croce,
del sangue delle Rivoluzioni, il cui prezzo è costantemente la
morte», e si descrive la violenza «di tutta la fase anteriore, come
del resto la violenza terroristica, come il frutto di una società in
cui gli esseri che riproducono la vita sono sottomessi e sfruttati in
e per questa loro capacità dai gruppi dell’altro sesso»93.
Da un’altra parte ancora, la consapevolezza di un cambia-
mento che deve far ridiscutere la politica e il rapporto indivi-
duale/collettivo. Se si chiudono gli spazi, se i movimenti rischia-
no di sparire o di integrarsi per sfinimento nello stato di cose pre-
sente, «la lotta per le libertà un tempo chiamate sprezzantemen-
te ‘democratico-borghesi’ diventa eversiva», e in parallelo il sin-
golo dissenso, l’opinione individuale diventano politica, «o al-
meno premessa individuale per ricominciare a fare opposizione
politica». Così Anna Rossi-Doria. E Manuela Fraire, a proposito
della discussione nei movimenti misti: «In mezzo alle accuse di
codismo e insurrezionalismo non è passato nulla che già non sa-
pevamo della violenza e del suo rapporto con la rivoluzione»,
mentre le donne, che «non si sono sentite meno colpite degli stu-
denti dal decreto Cossiga o dalle squadre rosse del Pci, sempli-
cemente anche in questo caso hanno sentito la necessità di ride-
finire il loro modo di analizzare la realtà». Bianca Beccalli vede
nel movimento del ’77 l’ultima occasione per fare delle città uno
spazio in cui esprimere bisogni e richieste riconducibili alla con-
trattazione politica. Sono parole di donne vicine ai movimenti,

265
che intervengono sulle riviste «maschili» più significative, «qua-
derni piacentini», «Ombre rosse», «aut aut», «Inchiesta»94.
Ma dall’esterno si impone un secondo terreno. Da quando il
movimento delle donne si è affermato come il soggetto più vivo
di questi anni, il terrorismo cerca di reclutare al suo interno ten-
dendo agguati a vigilatrici carcerarie, medici, ostetriche, e fa-
cendo correre la voce che le esecutrici siano donne95. È uno sno-
do orribile. Colpendo figure come queste, si chiama in causa di-
rettamente il movimento – come avviene per i gruppi che lavo-
rano sulla malattia mentale quando gli attentati si rivolgono con-
tro gli psichiatri, e per gli operai con gli agguati ai capi.
Il risultato è che altri temi rischiano di essere soffocati, men-
tre si apre il problema, anziché del non detto, del non dicibile e
dell’allusione. A Torino, ’77-’78, quando un ginecologo citato in
un volantino viene ferito, moltissime donne sono stravolte
dall’abuso che è stato fatto delle loro parole, ma una ribatte:
«Finché lo Stato borghese non dimostra la mia colpevolezza io
sono innocente». Nello stesso periodo viene aggredita un’oste-
trica e si contano due irruzioni in consultori familiari, per por-
tare via le schede delle utenti (che servirebbero a «schedare le
proletarie») e le spirali (che verrebbero utilizzate più di una vol-
ta per risparmiare)96.
Poi il rapimento di Aldo Moro si abbatte su quel che resta del
movimento. A fare paura allo Stato, scrivono le donne della Li-
breria di Milano, non dovrebbe essere il terrorismo, «che agisce
in senso conservatore sulle emozioni e sui comportamenti che
tengono in piedi l’ordine istituzionale, ma ciò che lavora effetti-
vamente fuori e contro questo ordine», le lotte delle donne, dei
giovani, il rifiuto del lavoro. E in sintonia con chi ha visto nella
lotta armata la duplicazione della macchina statale97, aggiungo-
no: «Il terrorismo non è che lo specchio del potere stesso [...].
Per le donne che hanno cominciato la loro lotta di liberazione,
l’effetto di questa enfasi del potere e delle sue dinamiche interne
non è trascurabile. Si riattiva la frattura storica fra sentimenti e
ragion di Stato, storia personale e vicenda pubblica»98. In questa
posizione si riconoscerà gran parte del femminismo. Ma nel frat-
tempo si approfondisce la contrapposizione con i maschi, in un

266
momento in cui sarebbe essenziale il dialogo. Qualcuna riflette
ancora sul modello rappresentato dalle terroriste. «Impressiona-
vano non poco queste donne giovani, determinate, che uscivano
spesso dalla media borghesia, e che avevano scelto di prendere
le armi, guardando sdegnosamente al femminismo, come a cose
di donnette o di borghesi annoiate». Donne che esprimono «una
serietà disperatamente astratta. Un rifiuto totale di accettare di
essere determinate dal corso del mondo». Che addirittura avreb-
bero una somiglianza con le partigiane, «umbratili, sacrificali sot-
to l’atteggiamento coraggioso»99.
Nell’insieme il movimento si ritrae in nome della propria dif-
ferenza100, con una posizione assimilabile a quella che la Libre-
ria di Milano esprimerà a proposito del disvalore sociale attri-
buito all’essere donna: «Tra donne e uomini non c’è patto so-
ciale, gli uomini non hanno mai voluto che ci fosse [...] in que-
sto senso l’irresponsabilità femminile è giusta»101. Si arriverà co-
munque a scontri e spaccature, sebbene alcuni settori del movi-
mento del ’77, con la loro valorizzazione dell’individualità e la
critica di ogni politica, siano più vicini al femminismo che non i
gruppi della nuova sinistra.
Ma a questo punto il discorso sembra bloccarsi. Crisi, pas-
saggio a una fase diversa, difficoltà a prendere posizione sulla
violenza terroristica – è la linea «Né con lo Stato né con le Bier-
re», che non ha un segno maschile o femminile, solo quello
dell’espropriazione e dell’autoespropriazione. Dal 26 al 24 mar-
zo 1978, in pieno sequestro Moro, si tiene a Roma un convegno
internazionale sulla violenza che analizza esclusivamente quella
contro le donne e delle donne. Per Anna Maria Mori è la ricon-
ferma amara «di una storica divisione dei ruoli. Il potere gesti-
sce il ‘pubblico’ e la donna si occupa del ‘privato’». Per Rossa-
na Rossanda è una pausa «non di indifferenza. C’è l’inarticola-
tezza dei bambini e delle persone molto anziane e non disposte
a dare alle domande sul senso della vita troppo facili risposte. Il
movimento femminista non è nato giovane; sa secoli di cose, e
ne è spesso atterrato». Per Mariella Gramaglia è un no ai tanti
appelli al senso dello Stato102.
Ma è anche una strana rinuncia, perché Moro rivendica da pri-

267
gioniero quello che aveva teorizzato da libero al Congresso Dc
del ’76: la ragione di Stato non deve vincere sulla ragione dell’uo-
mo, bisogna rifiutarsi di sacrificare «la persona a una mostruosa
divinità che non merita sacrifici» – sono quasi le stesse parole del
femminismo. Succede precisamente l’opposto, e in un paese go-
vernato da 30 anni da un partito che dichiara di richiamarsi all’eti-
ca cristiana. Più statolatrico, più stigmatizzabile di così!103

La Lip, Lotta continua, un bambino


Il sessantotto e la nuova sinistra sono fra i pochi movimenti i cui
protagonisti – almeno alcuni di quelli che parlano e scrivono più
spesso – non si dispiacciono di aver perso, e non si fanno un
punto d’onore di essere rimasti uguali. La riflessione comincia
presto104, a volte parte dalla violenza, a volte no, non la evita
quasi mai. È complicata, contrastata, difficile da rievocare in po-
chi cenni. Per fortuna, ha creato interesse fra i ricercatori e più
ancora fra le ricercatrici. I lavori di Isabelle Sommier, Kristin
Ross, Paul Berman, Hamon e Rotman, sono parte di un filone
per ora limitato ma prezioso, che cerca di capire dove sono ap-
prodati molti ex della stagione dei movimenti. All’utopia
dell’applicazione universale dei diritti umani, che avrebbe sosti-
tuito quella della rivoluzione. A un lavoro di cura retrospettiva
per il dolore che la cattiva politica ha seminato in nome di un fu-
turo sempre più improbabile e sempre meno auspicato. All’at-
tesa di un nuovo ciclo di lotte. Chissà dove. Su questo piano
ognuno conta per sé.
Ci sono fatti che sono valsi per tutti, come trovarsi sotto gli
occhi le fotografie dei boat people in fuga dal nuovo Vietnam.
Ma a volte sono le storie «locali» le più capaci di raccontare lo
scarto fra il mondo sognato e quello reale, e la scoperta che il se-
condo può essere meglio.
In Francia a dare il colpo di grazia al gauchisme e più forza al-
la revisione è, nel 1973, lo sciopero alla Lip, fabbrica di orologi di
Besançon con manodopera prevalentemente femminile, un forte
sindacato di radici cattoliche che si affianca alla Cgt, una condu-
zione della lotta ampiamente pacifica. Tutto comincia all’annun-

268
cio che si vogliono ridurre la produzione e l’organico. Direzione
rigida, negoziato difficile, risposta attiva. Operaie e operai si or-
ganizzano in una scuola messa a disposizione dal Comune e rico-
minciano a produrre, vendono direttamente gli orologi, hanno
successo, si guadagnano il salario e simpatie un po’ dappertutto.
Accolgono chiunque vada a portare solidarietà, a qualunque par-
te politica appartenga, discutono, poi fanno a modo loro e del lo-
ro sindacato. E diventano un simbolo, controvoglia. La vertenza
dura mesi, si conclude con una vittoria parziale, non con un
trionfo. Non è stata una lotta legalitaria: gli operai hanno seque-
strato gli amministratori provvisori, si sono battuti con la polizia,
si sono impadroniti di stock di orologi. Ma hanno praticato un
proprio modello di conflittualità, senza mai cercare lo scontro (al-
cuni dei sindacalisti sono nonviolenti), hanno voluto il dialogo,
dato valore alle donne, all’«umanismo cristiano», divulgato con
abilità le proprie ragioni: soggetti, idee e metodi praticamente
ignorati dalla nuova sinistra. Il che non ha impedito loro di «ru-
bare» qualcosa al maggio: il clima di festa e di fraternità, la cre-
scita comune, la democrazia di base, che però, diversamente da-
gli studenti, hanno saputo preparare105. Le scoperte che portano
vari ex militanti alla difesa dei diritti umani sono almeno due:
quella del Gulag, quella della Lip. Perché alla Lip si arriva, con
un uso minimo della forza e molta cura per la mediazione, agli
obiettivi di crescita collettiva, coesione, riscatto personale, che i
movimenti si aspettavano dall’esercizio della forza.

In Italia, la violenza è tornata periodicamente al centro dei


discorsi. Per un appiattimento temporale che fa risalire il terro-
rismo addirittura al sessantotto – una vulgata, dunque anche più
dannosa. Per il rimergere di agguati omicidi, per l’attenzione
mediatica. E per un evento, l’incriminazione, nel 1988, di quat-
tro ex di Lotta continua per l’omicidio nel 1972 di Luigi Cala-
bresi, commissario di polizia a Milano, uno dei partecipanti
all’interrogatorio di Pinelli. Un’altra storia locale, stavolta pes-
sima, costruita esclusivamente sulle parole a dir poco contrad-
dittorie di un «pentito»106, che riporta in primo piano Lotta
continua e il suo ruolo di allora, molto meno il clima diffuso nel

269
paese dopo la strage di piazza Fontana e l’emersione delle con-
nivenze tra esponenti dello Stato e neofascismo. È una gabbia
per la libertà di pensiero, ma non la blocca sempre.
Sulla spinta del caso giudiziario, si discute su cosa è stato
quel periodo per i tanti che non sono passati all’atto, per i lan-
ciatori di pietre, i ragazzi cui si è parlato di rivoluzione senza
preoccuparsi di quel che una parola così carica di significato
avrebbe smosso nella loro testa. Dopo essere stato cruciale nel-
la storia degli anni settanta, il rapporto individuale/collettivo
torna a esserlo come banco di prova dei discorsi sulla responsa-
bilità. Vuol dire ripensare il nesso violenza verbale/violenza ma-
teriale, dare un nome alle miserie di allora – fascinazione per la
forza, maschilità agonistica, facilità al linciaggio morale – e par-
larne sui media, non su una rivista accademica. Lo farà, con al-
tri, Adriano Sofri107, scontando un rischio continuo di slitta-
mento dalla responsabilità di gruppo alla responsabilità per il
gruppo. Atteggiamento troppo generoso e insieme troppo or-
goglioso, a metà fra la logica del capro espiatorio e quella del
deus ex machina, come in fondo Sofri è stato? Piuttosto, un ten-
tativo di guardare al passato senza scacciare l’etica, e distin-
guendo le responsabilità. Non è stato per caso o perché non gli
era stato chiesto che alcuni e molte hanno rifiutato di parteci-
pare a uno scontro o a un pestaggio; le donne hanno avuto il be-
neficio del genere sessuale, simile, fatte le proporzioni, al bene-
ficio dell’età per i tedeschi nati dopo il ’45.
Secondo altri, «siamo tutti corresponsabili di quel che è ac-
caduto», nessuno ci obbligava, nessuno ci ha «mandato». Così
Erri De Luca, che con un salto logico arriva a concludere:
«ognuno di noi avrebbe potuto uccidere Calabresi»108. Senten-
za che starebbe in piedi a tre condizioni: la colpevolezza di Lot-
ta continua, un contesto così forte da schiacciare le differenze
fra le persone e da motivare in toto i comportamenti, o, in alter-
nativa, un assembramento davvero inusuale di personalità «ter-
roristiche» dentro uno spaccato di generazione e in alcune città
– i «volonterosi carnefici di Sofri»109.
Ma su un punto De Luca ha ragione: si poteva essere estra-
nei, innocenti no. Vale per la violenza degli anni settanta come

270
per le sue interpretazioni di oggi. Riconoscere che la sconfitta è
stata, anche, la via d’uscita da una situazione insostenibile, dà al-
la distruttività agita e subita il peggior marchio possibile, aver
sofferto e fatto soffrire per niente – qualcosa che può rendere
ancora più pesante il bilancio della propria vita. Anche per que-
sto, penso, alcuni si sono costruiti una controeredità – l’impe-
dimento quasi fisico a separare la violenza dalla sofferenza che
provoca, un desiderio «estremista» di dialogo. Sono insegna-
menti della nonviolenza.

Per il femminismo, almeno per quello italiano, le cose sono


andate diversamente. Scrive Lea Melandri:

Ma se è calata sul primo femminismo una dimenticanza così tena-


ce è perché la scrittura e la memoria del singolo [...] hanno incontrato
da subito le spinte opposte di una «generalizzazione» che subordina-
va a criteri di «universalità» e «appartenenza» la materia concreta di
cui è fatta ogni vita110.

E Maria Luisa Boccia:

Abbiamo desiderato, amato, detestato, subito e agito attraversan-


do ambivalenze e ricchezza di uno scambio tra individuale e collettivo
che ha costituito la cifra peculiare di un vissuto denso di politica. È dif-
ficile, per non dire impossibile, tradurre questa densità in un bilancio
trasparente e lineare; molto più semplice è congedarsi, come si addice
al tempo della giovinezza111.

Nel congedo c’è stato poco posto per un’analisi della violen-
za di quegli anni e delle occasioni perse, della storia fatta con i
se. Se il femminismo nelle sue varie espressioni non solo avesse
proposto un lavoro politico diverso, ma si fosse immischiato di
più e più visibilmente nella politica «maschile». Se avesse fatto
azioni di testimonianza, dato valore al filone riformista della
propria genealogia. Se, invece di rifiutare di schierarsi fra lo Sta-
to e le Br, avesse cercato rapporti con l’area della nonviolenza e
della trattativa per salvare Moro. Se avesse preso seccamente
posizione contro la distruttività della parte politica cui era più

271
vicino, i gruppi extraparlamentari (come alcune hanno fatto). Se
le militanti di quei gruppi se ne fossero staccate prima, invece di
adeguarsi alla tradizione femminile di fedeltà all’organizzazio-
ne... Alcune condizioni c’erano, disseminate, intermittenti – la
critica al patriarcato e alla sua matrice violenta, il rifiuto del sa-
cro duo marxismo/psicanalisi, una certa capacità di rapporto
con le istituzioni, il valore dato al corpo: la prima mossa della
cattiva politica è sottomettere il corpo individuale al corpo col-
lettivo – nazionale, sociale, politico.
Sulle ragioni di questa storia mancata, alcune hanno detto e
scritto in seguito. Ben poco, invece, sull’aborto, innanzitutto per
la sensazione che fosse aperta solo la strada del peggioramento
– come rischia di succedere oggi. Ma l’impressione è anche che,
una volta varata la legge 194, una volta battuto il referendum
abrogativo dell’81, abbia vinto il desiderio di non tornare a pen-
sarci. Anche storia e memoria sono diventate selettive. Nei la-
vori sugli anni settanta, La sfida femminile di Elvira Banotti112
viene sempre citato in bibliografia, ma si evita per lo più di de-
scrivere la posizione dell’autrice e di varie sue intervistate: che
l’aborto può essere un’esperienza di libertà e di pienezza; che se
qualcuna lo vive come un trauma, è soltanto perché da secoli si
insegna alle donne che è un peccato e un crimine. Ostracismo,
censura, un gesto di riguardo per donne che forse non la pensa-
no più come allora, rifiuto di sentirsi responsabile per altre, sa-
rebbe difficile dire. Di sicuro è una revisione del passato che
espunge qualcosa di impresentabile, di pesantemente datato.
Non è un atteggiamento solo italiano.
In Francia, dopo la pubblicazione su «Les Temps Moder-
nes» delle testimonianze sull’uccisione collettiva di un neonato
Down113, la rivista sembra dimenticarsene. Non una parola sui
fascicoli successivi, né in un libro che esce l’anno dopo con la
raccolta dei materiali apparsi fino allora, e che ripubblica le te-
stimonianze senza una riga in più114. Non una parola in testi se-
ri e documentati che pure citano altri articoli di quel numero115.
Silenzio persino quando, nell’85, Marguerite Duras commenta
su «Libération» un caso di sospetto infanticidio, e per la giova-
ne madre parla di «monstruosité de l’innocence»116.

272
Eppure quello lanciato da «Les Temps Modernes» era un
macigno, che chiamava in causa, insieme alla maternità, la me-
dicina, il delitto di «eutanasia», la genetica. E l’etica. Forse è
questo uno degli aspetti di cui si è avuto paura. L’etica implica
la relazione, e la relazione non ha bisogno di due soggetti pieni,
ma di uno solo, indipendentemente dal tipo di soggettività che
si riconosce all’altro. L’etica implica responsabilità personale,
empatia, cura dovuta a ogni vivente. L’etica si fonda sulla reli-
gione, secondo i credenti – tesi che può dividere. Ma c’era bi-
sogno di una fede per dire no all’uccisione di quel bambino?
È vero che l’infanticidio è il delitto politico delle donne, che
alle spalle della madre cui il bambino cade per disgrazia nell’ac-
qua bollente117 ci sono un mondo e un ordine creati su di lei,
non per lei. Ma quel figlicidio di gruppo, con tutte le sue ambi-
zioni psicoculturali, non assomiglia davvero a un delitto politi-
co. È un atto di guerra dei grandi/sani/uniti contro l’imperfet-
to/piccolo/solo. E riecheggia le argomentazioni più ostili alla
depenalizzazione dell’aborto, che, a dispetto dei cambiamenti
di cui è punteggiato il ciclo della gravidanza, negano ogni solu-
zione di continuità fra embrione, feto, neonato. Le infanticide
fanno lo stesso capovolgendo i termini: l’incompletezza, la
«provvisorietà» dell’embrione e del feto vengono proiettati sul
neonato «anomalo».
Naturale la tentazione di dimenticarle. Però è un’altra storia
mancata, e che storia importante per mostrare dove arriva l’as-
servimento alle ideologie.
Che i vuoti sparsi nella memoria dei movimenti si aprano su
tanti terreni, e così diversi, è un segno della voglia di trasforma-
re il mondo e della paura di non riuscirci. Solo dopo si è sco-
perto che anche conservare era vitale. Ma da quando il cambia-
mento è diventato qualcosa da temere e da combattere, aver vis-
suto quel desiderio sembra un dono. Allora, se il verdetto sulla
stagione dei movimenti è crudo, si può rispondere rubando le
parole del telegramma con cui Emiliana Giua, madre di Lisa
Foa, annunciava ai figli la condanna del marito Michele a 15 an-
ni per attività antifascista: «Condanna grave – state sereni»118.
Note

Introduzione
1 G. Dreyfus-Armand, R. Frank, M.-F. Lévy, M. Zancarini-Fournel (a cu-
ra di), Les années 68. Le temps de la contestation, Éditions Complexe, Paris
2000, che guarda al tempo lungo dei decenni sessanta e settanta, e ai nuovi
spazi di circolazione delle idee.
2
Vedi E. Goffman, Asylums. Le istituzioni totali: la condizione sociale dei
malati di mente e di altri internati, Einaudi, Torino 1968 (ed. or., Asylums.
Essays on the Social Situation of Mental Patients and Other Inmates, Aldine,
Chicago 1961).
3 M. Flores, A. De Bernardi, Il Sessantotto, il Mulino, Bologna 2003 (I

ed. 1998), p. XXI; per una sintesi delle interpretazioni storiografiche, vedi
l’Introduzione all’edizione 2003.
4
E. Morin, Culture adolescente et révolte étudiante, in «Annales. Histoi-
re, Sciences Sociales», III, 1969, pp. 766-768, ora in Id. (con la collabora-
zione di I. Nahoum), L’esprit du temps 2. Nécrose, Grasset, Paris 1975, e Id.,
La comune studentesca, in E. Morin, J.-M. Coudray [in realtà C. Castoriadis],
C. Lefort, La Comune di Parigi del maggio ’68, il Saggiatore, Milano 1968 (ed.
or., Mai 1968: la Brèche. Premières réflexions sur les événements, Fayard, Pa-
ris 1968).
5
Uno dei migliori esempi di questo taglio è P. Ortoleva, Saggio sui mo-
vimenti del 1968 in Europa e in America, Editori Riuniti, Roma 1988.
6
A. Marwick, The Sixties. Cultural Revolution in Britain, France, Italy,
and the United States, c. 1958-c. 1974, Oxford University Press, Oxford-New
York 1998.
7 K. Ross, Mai 68 et ses vies ultérieures, Éditions Complexe, Paris 2005,

al cap. «Autres fenêtres, mêmes visages»; ho usato qui la traduzione france-


se dell’originale May ’68 and Its Afterlives, Chicago University Press, Chica-
go 2002. In chiusura una ricca bibliografia.
8
Vedi 1969, «Parolechiave», 18, 1998.
9 Marwick, The Sixties cit.
10 I testi sulla passione della politica nel Pci e nel sindacato sono molti.

Mi limito a segnalare il recente e molto bello Quando torni. Una vita operaia,
di Alberto Papuzzi (Donzelli, Roma 2007), dove la militanza si intreccia con

275
l’amore e la quotidianità, e l’importante raccolta La memoria della politica, a
cura di F. Lussana e L. Motti (Ediesse, Roma 2007).
11
Fra i testi più significativi, ricordo G. Fasanella, S. Rossa, Guido Ros-
sa, mio padre, Bur Futuropassato, Milano 2006. A scuotere il quieto vivere
politico-editoriale è stato però M. Calabresi, Spingendo la notte più in là, Riz-
zoli, Milano 2007.
12 Così E. Betta, E. Capussotti nel benvenuto saggio «Il buono, il brutto,

il cattivo»: l’epica dei movimenti tra storia e memoria, in «Genesis», III/1,


2004.
13 Vedi R. Siebert, Don’t Forget. Fragments of a Negative Tradition, in

Memory and Totalitarianism, a cura di L. Passerini, «International Yearbook


of Oral History and Life Stories», vol. I, Oxford University Press, Oxford-
New York 1992.
14
Sulle filiazioni, L. Derossi, Riflessioni sulle «origini». Il femminismo e
il ’68, in «Mezzosecolo», 11, Annali 1994-1996 (in realtà 1997).
15
L. Melandri, Lo strabismo della memoria, La Tartaruga, Milano 1991.
16 D. Parker, Una bella bionda e Lolita, in Il mio mondo è qui, Bompia-

ni, Milano 1971 (I ed. it. 1941; ed. or., Here Lies. The Collected Stories of Do-
rothy Parker, Viking Press, New York 1939).
17 A. Portelli, Biografia di una città, Einaudi, Torino 1985.
18 E. Franceschini, Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco.

1977-2007, Feltrinelli, Milano 2007. Il collettivo è quello di Giurisprudenza


dell’Università di Bologna.
19
R. Tumminelli, L’altra parte, in P. Staccioli (a cura di), Fragole e san-
gue, Edizioni Clandestine, Marina di Massa 2007, pp. 91 sgg.
20
La sede era un seminario sulla memoria organizzato dalla Fondazione
Langer il 30 marzo 2007.
21 Tamar Pitch (L’embrione e il corpo femminile, al sito www.costituzio-

nalismo.it, fascicolo 2, 2005) fa notare che, dietro l’attuale potenza simboli-


ca della figura della vittima, è all’opera, sia pure non in modo esplicito, una
modalità di pensare il sociale in termini paralleli a quelli dell’amico-nemico,
ossia nei termini di offensore-vittima.
22 A. Marino, Il fantasma della felicità, in «DWF», 1, 1996, p. 15.
23
P. Zumaglino, Femminismi a Torino, con contributi di A. Miglietti e
A. Piccirillo, introduzione di I. Damilano, Franco Angeli, Milano 1996, pp.
173-174. È uno dei libri più laici e aperti su questo tema, e così i racconti
personali presenti al suo interno.
24 A. Rich, Nato di donna, Garzanti, Milano 1977 (ed. or., Of Woman

Born, Bantam Books, New York 1977).


25 J.B. Elshtain, Donne e guerra, il Mulino, Bologna 1991 (ed. or., Women

and War, Basic Books, New York 1987).


26 G. Chakravorty Spivak, In Other Words. Essays in Cultural Politics,

Routledge, London-New York 1988, pp. 135-136.


27 I. Sommier, La violence politique et son deuil. L’après 68 en France et

en Italie, Presses Universitaires de Rennes, Rennes 1998.


28 A volte ipernarcisistica: J. Wiener, The Weatherman Temptation, in

276
«Dissent», Spring 2007, cita l’ex Weatherman Bill Ayers, che all’indomani
delle Torri gemelle lamenta che l’evento abbia oscurato l’uscita del suo libro
Fugitive Days (Beacon Press, Boston 2001).
29 Ross, Mai 68 cit., al cap. «Autres fenêtres, mêmes visages».
30 A. De Carlo, Due di due, Mondadori, Milano 1989.
31 Intervento di Rosi Braidotti in Forum: Sapere, sesso, politica, dibattito

con Rosi Braidotti, Donna Haraway, Juliet Mitchell, Joan Scott, promosso
da «Reset», in «Caffè Europa», 114, 28 dicembre 2000, parte seconda, con-
sultato sul sito (www.caffeeuropa.it).
32
D. Haraway, ivi, parte prima.
33
È una delle tesi presenti in M. Revelli, Oltre il Novecento, Einaudi, To-
rino 2001.
34 P. Berman, Sessantotto. La generazione delle due utopie, Einaudi, To-

rino 2006 (ed. or., A Tale of Two Utopias. The Political Journey of the Gene-
ration of 1968, Norton and Company, New York 1997).
35 Vedi M. Zancarini-Fournel, «La Prise de parole»: Michel de Certeau,

1968, l’événement et l’écriture de l’histoire, in C. Delacroix, F. Dosse, P. Gar-


cia, M. Trebitsch (a cura di), Michel de Certeau. Les chemins d’histoire, Édi-
tions Complexe, Bruxelles-Paris 2002, pp. 78-86, dove l’autrice sottolinea
che nel pensiero di de Certeau «rivoluzione culturale» non significa solo una
evoluzione del costume, ma soprattutto la rimessa in causa dell’ordine so-
ciale e discorsivo esistente.
36 R. Aron, La révolution introuvable, Fayard, Paris 1968, p. 36.

Radici. I
1 Vedi in A. Ribero, Una questione di libertà. Il femminismo degli anni
anni Settanta, Rosenberg & Sellier, Torino 1999, pp. 103-110. Il Demau, co-
me Rivolta femminile, è citato abbastanza correttamente in A. Marwick, The
Sixties. Cultural Revolution in Britain, France, Italy, and the United States, c.
1958-c. 1974, Oxford University Press, Oxford-New York 1998, al cap.
«Women’s Turn».
2 Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fio-

rentina, Firenze 1967.


3 G. De Luna, Genova 1960: l’antifascismo dei giovani come diritto alla

disobbedienza, in P. Ghione, M. Grispigni (a cura di), Giovani prima della ri-


volta, manifestolibri, Roma 1998.
4
Su piazza Statuto, D. Lanzardo, La rivolta di Piazza Statuto: Torino, lu-
glio 1962, Feltrinelli, Milano 1969, e, per gli anni successivi, P. Ghione,
L’emergere della conflittualità giovanile: da piazza Statuto a Paolo Rossi, in
Ghione, Grispigni, Giovani prima della rivolta cit.
5 «La Zanzara», 3, febbraio 1966, p. 6; l’articolo si può leggere sul sito

del Liceo Parini (www.liceoparini.it).


6 La storia della «Zanzara» è raccontata in G. Crainz, Il paese mancato.

277
Dal miracolo economico agli anni ottanta, Donzelli, Roma 1996, pp. 205 sgg.
Il libro offre un ricchissimo quadro complessivo della società italiana.
7
Unef (Union Nationale des Étudiants de France) Strasbourg, De la mi-
sère en milieu étudiant: considérée sous ses aspects économique, politique, psy-
chologique, sexuel et notamment intellectuel et de quelques moyens pour y
remédier, Strasbourg 1966 (trad. it., Della miseria nell’ambiente studentesco:
considerata nei suoi aspetti economico, politico, psicologico, sessuale e special-
mente intellettuale e di alcuni mezzi per porvi rimedio, Nautilus, Torino
1995).
8 G. Fofi, James Dean, in I. Bignardi (a cura di), I divi, Laterza, Roma-

Bari 1986, p. 172.


9
Sono parole di Uwe Timm, in L’amico e lo straniero, Mondadori, Mila-
no 2007, p. 91 (ed. or., Der Freund und der Fremde, Kiepenheuer & Witsch,
Köln 2005). Il libro è un bellissimo racconto della vita breve dello studente
tedesco Benno Ohnesorg, ucciso dalla polizia il 2 giugno 1967 durante una
manifestazione contro la visita dello scià di Persia in Germania.
10 S. Piccone Stella, La prima generazione. Ragazze e ragazzi nel miracolo

economico italiano, Franco Angeli, Milano 1993.


11
Pubblicato in traduzione italiana, con la prefazione di Fernanda Piva-
no, da Mondadori nel 1959.
12 Anche se in seguito passeranno alla xenofobia e a volte al neonazismo,

gli Skinheads saranno alla base del fenomeno punk, nato nel pieno della cri-
si economica degli anni settanta.
13
Si veda P. Ortoleva, Saggio sui movimenti del 1968 in Europa e in Ame-
rica, Editori Riuniti, Roma 1988, e N. Balestrini, P. Moroni, L’orda d’oro.
1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenzia-
le, SugarCo, Milano 1988.
14 E. Morin, Culture adolescente et révolte étudiante, in «Annales. Hi-

stoire, Sciences Sociales», 3, 24, 1969, pp. 765-776.


15 Balestrini, Moroni, L’orda d’oro cit., pp. 38-39.
16 Rubo l’espressione a A. Portelli, Elvis Presley è una tigre di carta (ma

sempre una tigre), in D. Carpitella, G. Castaldo, G. Pintor, A. Portelli, M.L.


Straniero, La musica in Italia, Savelli, Roma 1978; nonostante gli anni, il li-
bro è ancora utilissimo. Portelli riprenderà il tema in L’orsacchiotto e la tigre
di carta, in «Quaderni storici», 1, 1985.
17
A. Marwick, The Sixties cit., pp. 13 sgg.
18 Citato in A. Portelli, Elvis Presley è una tigre di carta cit., p. 52.
19 «Sexibitionist Elvis Presley had come at last in person to a visibly pal-

pitating, adolescent female Los Angeles to give all the little girls’ libido the
jolt of their lives. [...] They screamed their lungs out without letup as Elvis
shook, bumped, and did the grinds from the one side of the stage to another
until he was a quivering heap on the floor 35 minutes later. With anyone
else the police would have closed the show 10 minutes after it started. But
not Elvis, our new national teen-age hero», in Marwick, The Sixties cit., pp.
49-50.
20 Marwick, ivi, pp. 12-13 sgg., insiste sul rapporto fra controculture e

278
culture giovanili da un lato, mainstream culture dall’altro, e sulla voglia di
cambiamento presente fra gli adulti.
21
I persuasori occulti è il titolo di un famoso libro di Vance Packard (ed.
or., The Hidden Persuaders, Pocket Books, New York 1958), tradotto tem-
pestivamente da Einaudi nello stesso anno della pubblicazione.
22
G. Marcus, Mystery Train. Images of America in Rock and Roll Music,
E.P. Dutton, New York 1975, citato in Portelli, Elvis Presley è una tigre di
carta cit., p. 53.
23 Portelli, Elvis Presley è una tigre di carta cit., pp. 64 sgg.
24 «Oggi», 27 agosto 1959, citato in Piccone Stella, La prima generazione

cit., p. 16.
25
Per tutte le citazioni vedi ivi, pp. 25 sgg., 160-161, 173.
26
Citato in S. Mayer (a cura di), Lettere dei capelloni italiani, Longane-
si, Milano 1968, pp. 14-15.
27 Pajetta, Barbato e Forcella sono citati in G. Crainz, Il paese mancato

cit., pp. 193-194 e 199.


28 E. Croce, Lo snobismo liberale, Adelphi, Milano 1990, pp. 12-13.
29 V. Foa, Questo Novecento, Einaudi, Torino 1996, p. 265.
30
A. Arbasino, Fratelli d’Italia, Adelphi, Milano 1993, pp. 384 e 85.
31 Nel dibattito sul tempo libero che accende la sinistra in questi anni, la

cultura di massa è considerata solo uno strumento per traviare e istupidire


le masse. Sui generi popolari (cinema, melodramma, feuilleton, rosa) e sul
modello americano, cfr. D. Ellwood, G.P. Brunetta (a cura di), I comunisti
italiani tra Hollywood e Mosca, Giunti, Firenze 1995.
32
Cfr. U. Eco, Apocalittici e integrati, Bompiani, Milano 1964.
33
Per fortuna nel ’68 la storia diventa un caso politico e si chiude con un
compromesso che risparmia a Braibanti il carcere.
34 Così in Marwick, The Sixties cit., dove le notizie sono sommarie e spes-

so imprecise.
35 J.-P. Sartre, Prefazione a P. Nizan, Aden Arabia, Mondadori, Milano

1961 (ed. or., P. Nizan, Aden Arabie, nuova edizione presentata da J.-P. Sar-
tre, Maspero, Paris 1960).
36 «Mondo Beat», n. 0, ottobre 1966, citato in G. De Martino, M. Gri-

spigni, I capelloni. Mondo Beat, 1966-1967. Storia, immagini, documenti, Ca-


stelvecchi, Roma 1997, p. 75.
37
F. Pivano, Beat Hippie Yippie, Bompiani, Milano 1990 (I ed. 1977), p. 194.
38 M. Grispigni, S’avanza uno strano lettore. La stampa giovanile prima

del ’68, in Ghione, Grispigni (a cura di), Giovani prima della rivolta cit.
39
«‘Mettete dei fiori nei vostri cannoni’ / era scritto in un cartello / sulla
schiena di ragazzi / che senza conoscersi / di città diverse / socialmente dif-
ferenti / in giro per le strade della loro città / cantavano la loro proposta [...]»:
a parlare sono poi i giovani «socialmente differenti» – dall’operaio milanese
(«Me ciami Brambilla e fu l’uperari») allo studente borghese – protagonisti
della manifestazione. La canzone è firmata Albula e G.B. Martelli, 1967.
40
P. Echaurren, C. Salaris, Controcultura in Italia. 1966-1977, Bollati Bo-
ringhieri, Torino 1999, pp. 198-199.

279
41 Per un’analisi complessiva, G. Borgna, Storia della canzone italiana,

Mondadori, Milano 1992.


42 «S» (rivista dei Situazionisti italiani), II, dicembre 1967, citata in

Echaurren, Salaris, Controcultura in Italia cit., pp. 73 sgg.


43
De Martino, Grispigni, I capelloni cit., p. 71.
44
A. Valcarenghi, Discorso sulla pace generica, in «Mondo Beat», 1 (3),
1967, citato in De Martino, Grispigni, I capelloni cit., p. 19.
45
Marwick, The Sixties cit., pp. 544-545.
46 Sulle caratteristiche nazionali, vedi Marwick, The Sixties cit., al cap.

«National and Other Identities».


47
W. Tobagi, La gioventù dei bigini, in «La Zanzara», 7, giugno 1965, ci-
tato in Crainz, Il paese mancato cit., p. 198.
48 Rivolta a 45 giri, in «Noi donne», 27 marzo 1965, citato in Crainz, Il

paese mancato cit., p. 192.


49 A. Coppola, M. Marchetti, Una città fischia il miracolo, in «Vie Nuo-

ve», 3 dicembre 1960, citato in Crainz, Il paese mancato cit., p. 41.


50 E. Morin, Culture adolescente et révolte étudiante cit., p. 200.
51 Eco, Bocca, Ottieri sono citati in Crainz, Il paese mancato cit., rispet-

tivamente alle pp. 195, 199-200, 37, 193; l’articolo di Bocca su La fabbrica
nevrotica è citato a p. 324.
52
Del sincretismo sessantottino parla più volte Ortoleva, Saggio sui mo-
vimenti cit.
53
Balestrini, Moroni, L’orda d’oro cit., p. 59.
54 G. Viale, Il sessantotto tra rivoluzione e restaurazione, Mazzotta, Mila-

no 1978, p. 19. Sul beat di strada, vedi il bel saggio di R. De Angelis, Il beat
italiano, in Ghione, Grispigni, Giovani prima della rivolta cit., pp. 73-85.
55
Echaurren, Salaris, Controcultura in Italia cit., ai capp. «Arte contro»
e «Viaggio nei settanta».
56 A. Ginsberg, Urlo (Howl), in Id., Jukebox all’idrogeno, a cura di Fer-

nanda Pivano, Guanda, Parma 2006, pp. 102-132 (I ed. Mondadori, Milano
1965; ed. or., 1956); nella fondamentale introduzione di Pivano, la storia di
Howl e una analisi del Beat.
57
Nei vulcani del Messico si erano suicidati alcuni poeti. A Chicago al-
tri avevano bruciato le loro poesie.
58 Vedi Timm, L’amico e lo straniero cit., e E. Berselli, Adulti con riserva,

Mondadori, Milano 2007.

Radici. II
1 S. de Beauvoir, Il secondo sesso, il Saggiatore, Milano 1961 (ed. or., Le

deuxième sexe, Gallimard, Paris 1949).


2
G. Bonacchi, I vestiti d’aria dell’imperatore. Per una critica femminista
dell’ideologia italiana, in F. Lussana, G. Marramao (a cura di), L’Italia re-
pubblicana nella crisi degli anni Settanta. Culture, nuovi soggetti, identità, II,
Rubbettino, Soveria Mannelli 2003.

280
3 Secondo Luisa Passerini, citata in E. Guerra, Femminismo/femminismi:

appunti per una storia da scrivere, in «Genesis», III, 1, 2004, p. 100, il movi-
mento pecca di antistoricismo, mentre Emma Baeri parla, per gli anni suc-
cessivi, di «storiofilia diffusa», cfr. E. Baeri, Presentazione a A. Ribero, Una
questione di libertà. Il femminismo degli anni anni Settanta, Rosenberg & Sel-
lier, Torino 1999; l’importante libro di Ribero è il primo e finora l’unico la-
voro di sintesi, centrato soprattutto sul femminismo radicale.
4 Vedi M. Schneir (a cura di), The Vintage Book of Historical Feminism,

Vintage Books, London 1996 (I ed. 1972).


5 Vedi A.M. Bruzzone, R. Farina, La resistenza taciuta, La Pietra, Milano

1976 (ora Bollati Boringhieri, Torino 2003), B. Guidetti Serra, Compagne,


Einaudi, Torino 1977 e M. Alloisio, G. Beltrami, Volontarie della libertà,
Mazzotta, Milano 1981. Il testo di Bruzzone e Farina è considerato, insieme
alla Signora del gioco. Episodi della caccia alle streghe, di L. Muraro (Feltri-
nelli, Milano 1976) l’atto di nascita della storia delle donne in Italia.
6
C. Veauvy, L. Pisano, Paroles oubliées. Les femmes et la construction de
l’État-nation en France et en Italie. 1789-1860, Armand Colin-Masson, Paris
1997, ai capp. I e III. I capp. II e IV sono dedicati all’Italia dal triennio ri-
voluzionario al Risorgimento.
7 D. Dahlerup, Three Waves of Feminism in Denmark, in G. Griffin, R.

Braidotti (a cura di), Thinking Differently. A Reader in European Women’s


Studies, Zed Books, London-New York 2002, p. 347.
8 G. Kaplan, Contemporary Western Feminism, New York University

Press, New York 1992, pp. 107-108.


9 B. Friedan, La mistica della femminilità, Edizioni di Comunità, Milano

1964 (ed. or., The Feminine Mystique, Norton and Company, New York
1963).
10 Per una riflessione storica e terminologica, vedi Guerra, Femmini-

smo/femminismi cit.
11 M. Gramaglia, 1968. Il venir dopo e l’andar oltre, in «Problemi del so-

cialismo», 4, 1976, citato in Lessico politico delle donne, vol. 4-5: Sociologia
della famiglia - Sull’emancipazione femminile, coordinamento di M. Fraire,
Gulliver, Milano 1979, p. 48.
12
S. Mayer (a cura di), Lettere dei capelloni italiani, Longanesi, Milano
1968, p. 154.
13
Dialogo con una ribelle, in «Abc», 5 marzo 1967, citato in A. Tonelli,
Comizi d’amore. Politica e sentimenti dal ’68 ai Papa boys, Carocci, Roma
2007, p. 36. Quello di Anna Tonelli è il primo libro che nel mettere a tema
l’amore nei movimenti non dimentica il filone underground, che è invece
trattato, con poca attenzione alle donne, in testi specifici.
14 Y. Ergas, La costituzione del soggetto femminile: il femminismo negli

anni ’60/’70, in G. Duby, M. Perrot (a cura di), Storia delle donne in Occi-
dente, vol. V: Il Novecento, Laterza, Roma-Bari 1992, p. 587.
15 Per una prima ricognizione su queste esperienze, cfr. Le donne al cen-

tro. Politica e cultura dei Centri delle donne negli anni ’80, Utopia, Roma
1988.

281
16 Vedine la ricostruzione, per Torino, da dove parte l’esperienza, in N.

Giorda (a cura di), Fare la differenza? L’esperienza dell’intercategoriale don-


ne di Torino. 1975-1986, Angolo Manzoni, Torino 2007, dove in bibliogra-
fia sono riportati i primi testi pubblicati in merito.
17 Cfr. i documenti riportati in M. Michetti, M. Repetto, L. Viviani, Udi:

laboratorio di politica delle donne, Cooperativa Libera Stampa, Roma 1985;


per una ricostruzione cfr. anche «Volevamo cambiare il mondo». Memorie e
storie dell’Udi in Emilia Romagna, Carocci, Roma 2002.
18
L’espressione è coniata in A.R. Calabrò, L. Grasso (a cura di), Dal mo-
vimento femminista al femminismo diffuso. Ricerca e documentazione
nell’area lombarda, Franco Angeli, Milano 1985.
19
Lo rileva per la Francia F. Ducrocq, Femminismo in Francia: quelle ve-
re siamo noi, in «Orsaminore», 3-4, 1982.
20
Così R. Lumley, Dal ’68 agli anni di piombo. Studenti e operai nella cri-
si italiana, Giunti, Firenze 1998, p. 308 (ed. or., States of Emergency. Cultu-
res of Revolt in Italy from 1968 to 1978, Verso, London-New York 1990).
21 A. Kuliscioff, Suffragio universale a scartamento ridotto, in «Critica so-

ciale», 16 aprile 1910, citato in A. Rossi-Doria, La maternità, un nodo politi-


co, in Percorsi del femminismo e storia delle donne, supplemento a «DWF»,
22, 1983.
22 Care compagne cari compagni. Lettere a Lotta Continua, Cooperativa

Giornalisti Lotta Continua, Roma 1978, pp. 164-165.


23 Ivi, p. 332.
24 Vedi M. Hirsch, The Mother/Daughter Plot, Indiana University Press,

Bloomington-Indianapolis 1989, pp. 47-97.


25 Su questi temi è imprescindibile S. Piccone Stella, La prima generazio-

ne. Ragazze e ragazzi nel miracolo economico italiano, Franco Angeli, Milano
1993. Sulle donne nell’Italia del ’900 cfr. M. De Giorgio, Le italiane
dall’Unità a oggi. Modelli culturali e comportamenti sociali, Laterza, Roma-
Bari 1992.
26 A. Signorelli, Dai taccuini di ricerca sulle contadine meridionali. Ste-

reotipi culturali e volti rimossi, in «memoria», 6, 1982.


27
N. Revelli, L’anello forte. La donna: storie di vita contadina, Einaudi,
Torino 1998.
28
Questa convinzione e la disillusione che ne segue sono il tema di L.
Lilli, Prigioniere del grande harem. Le italiane si confessano, di Gabriella Par-
ca, in «memoria», 6, 1982.
29 G. Parca, Le Italiane si confessano, Parenti, Firenze 1959.
30 J. Travers, Dieci donne anticonformiste, Laterza, Bari 1968.
31 Piccone Stella, La prima generazione cit.
32 P. De Tassis, Corpi recuperati per il proprio sguardo. Cinema e imma-

ginario negli anni ’50, in «memoria», 6, 1982.


33
Onore alle sociologhe, cui dobbiamo i primi testi «femministi», per
esempio, C. Saraceno, Dalla parte della donna, De Donato, Bari 1971, e L.
Balbo, Stato di famiglia, Etaslibri, Milano 1976.
34 C. Cederna, Il flirt in Italia, citato in Piccone Stella, La prima genera-

282
zione cit., p. 24. Cfr. anche R. Balbi, La stampa femminile e la donna, in
«Nord e Sud», 33, luglio 1962; Ead., Politique jamais, in «Nord e Sud», 40,
aprile 1963; Ead., Una stampa senza avventure, in «Nord e Sud», 42, giugno-
luglio 1963.
35
S. Piccone Stella, Voci dai «Quaderni rossi», in Piccone Stella, La pri-
ma generazione cit.
36
L. Derossi, Riflessioni sulle «origini». Il femminismo e il ’68, in «Mez-
zosecolo», 11, Annali 1994-1996 (in realtà 1997), pp. 396 sgg.
37
Cfr. S. Firestone, La dialettica dei sessi. Autoritarismo maschile e società
tardo-capitalistica, Guaraldi, Bologna 1971, pp. 40-41 (ed. or., The Dialectic
of Sex. The Case for Feminist Revolution, Morrow, New York 1970).
38
S. Evans, Personal Politics. The Roots of Women’s Liberation in the Ci-
vil Rights Movement and the New Left, Vintage Books, New York 1980 (ed.
or., Random House, New York 1979).
39 Su Janis Joplin, cfr. D. Dalton, Piece of My Heart. A Portrait of Janis

Joplin, St. Martin’s Press, New York 1985, dove si dà il giusto spazio al suo
femminismo e al culto nato dopo la sua morte per overdose nel 1970.
40 F. Sagan, Bonjour tristesse, Éditions Julliard, Paris 1954 (trad. it.,

Bonjour tristesse, Longanesi, Milano 1954).

Politiche
1 A. Marwick, The Sixties: Cultural Revolution in Britain, France, Italy,

and the United States, c. 1958-c. 1974, Oxford University Press, Oxford-New
York 1998.
2 Così nella cronaca a oggi più ampia del movimento francese H. Hamon,

P. Rotman, Génération, vol. 1: Les années de rêve, Seuil, Paris 1987; vol. 2:
Les années de poudre, Seuil, Paris 1988.
3
Narrazione di Marco Revelli, in L. Passerini, Autoritratto di gruppo,
Giunti, Firenze 1988, pp. 117-118.
4
Anna Maria Merlo intervista Ágnes Heller sul ’68, in «il manifesto», 12
febbraio 1999.
5 Vedi H. Arendt, Politica e menzogna, SugarCo, Milano 1985, pp. 179-

181.
6
Port Huron Statement, Introduzione, citato in M. Revelli, Movimenti so-
ciali e spazio politico, in Storia d’Italia, vol. III, t. 2, Einaudi, Torino 1998, p.
390.
7 G. Anders, Appendice a Essere o non essere. Diario di Hiroshima e Na-

gasaki, Einaudi, Torino 1961 (ed. or., Der Mann auf der Brücke. Tagebuch
aus Hiroshima und Nagasaki, Beck, München 1959). È significativo che si
tratti di un testo improvvisato dall’autore dopo un dibattito sui problemi
morali dell’età atomica organizzato da un gruppo di studenti dell’Università
di Berlino Ovest.
8
Arendt, Politica e menzogna cit., pp. 179-181.
9 J. Rubin, Non fidarti di nessuno che abbia più di 34 anni, in A. Cavalli,

283
A. Martinelli (a cura di), Gli studenti americani dopo Berkeley, Einaudi, To-
rino 1969, pp. 95-96.
10
Anders, Appendice a Essere o non essere cit.
11 Narrazione di Luigi Bobbio, in Passerini, Autoritratto di gruppo cit.,

pp. 133-134.
12
Cfr. Anna Maria Merlo intervista Ágnes Heller, in «il manifesto» cit.;
il libro al quale si fa riferimento è A. Heller, Sociologia della vita quotidiana,
Editori Riuniti, Roma 1975 (ed. or. 1970).
13 Narrazione di Guido Viale, in Passerini, Autoritratto di gruppo cit., pp.

132-133.
14 P. Berman, Sessantotto. La generazione delle due utopie, Einaudi, To-

rino 2006, pp. 30-31 (ed. or., A Tale of Two Utopias. The Political Journey of
the Generation of 1968, Norton and Company, New York 1997).
15
G. Arrighi, T.H. Hopkins, I. Wallerstein, Antisystemic movements,
manifestolibri, Roma 1992 (ed. or., Antisystemic Movements, Verso, Lon-
don-New York 1989), dove il sessantotto all’ovest è visto come evento sim-
bolo dell’ingresso di nuovi movimenti anticapitalistici in un mondo unifica-
to dall’economia di mercato, e il sessantotto all’est come anticipazione del
1989.
16 Berman, Sessantotto cit., l’espressione è ricorrente nel cap. I: «Storia

morale della generazione del Baby Boom».


17 È la tesi, fra gli altri, di M. Flores, A. De Bernardi, Il Sessantotto, Il Mu-

lino, Bologna 1998.


18
S. King, Cuori in Atlantide, in Cuori in Atlantide, Sperling & Kupfer,
Milano 2000, p. 281 (ed. or., Hearts in Atlantis, Scribner, New York 1999).
19
La leva obbligatoria era stata introdotta eccezionalmente proprio in
funzione della guerra in Vietnam.
20 P. Ortoleva, Saggio sui movimenti del 1968 in Europa e in America,

Editori Riuniti, Roma 1988, p. 48.


21 F. Levi, A. Rolli (a cura di), Il mondo di Marcello, operaio per scelta nel-

la Torino del ’68, Silvio Zamorani, Torino 2006, pp. 112-113.


22 D. Cohn-Bendit, A. Michnik, Il cielo in fiamme, in «Micromega», 4,

1987.
23
Berman, Sessantotto cit., pp. 16-18.
24 Ivi, p. 20; l’espressione è di Régis Debray.
25
Narrazione di Laura Derossi, in Passerini, Autoritratto di gruppo cit.,
p. 126.
26 King, Cuori in Atlantide cit., p. 455.
27
Narrazione di Peppino Ortoleva, in Passerini, Autoritratto di gruppo
cit., p. 109.
28
R. Rossanda, Le donne: il ’68 e dopo, in Cinque lezioni sul sessantotto,
Dossier n. 1 di «Rossoscuola», Torino 1987, p. 52.
29 Passerini, Autoritratto di gruppo cit., p. 103.
30 Berman, Sessantotto cit., pp. 34 e 37.
31
Hamon, Rotman, Génération, vol. 1: Les années de rêve cit., p. 335.
32 «Si je pensais avoir un comportement opportuniste, les fantasmes con-

284
stants de suicide qui me hantent depuis un mois se seraient probablement
matérialisés. Si je vis, ce n’est que parce que je crois avoir été, et être, un mi-
litant qui peut être utile [...]. L’Equanil que j’ai pris pour pouvoir dormir fait
son effet [...]. Etant sûr de ne pas être ‘opportuniste à 100%’, confiant dans
notre avenir commun, espérant que le mot fraternellement retrouvera son
sens, salutations d’un camarade», in Hamon, Rotman, Génération, vol. I: Les
années de rêve cit., pp. 335-336 e 339-343.
33 «Sono un revisionista, che cataclisma / La rivoluzione, è tutta una bal-

la / Da quando sono all’Uec / Il mio senso di classe s’è smussato / Il mio idea-
le piccolo-borghese / Mi serve da fede», ivi, p. 120.
34 E. Morin (con I. Nahoum), L’esprit du temps 2. Nécrose, Grasset, Pa-

ris 1975, pp. 170-171.


35
Joreen [J. Freeman], The Tyranny of Structurelessness, in A. Koedt, E.
Levine, A. Rapone, Radical Feminism, Quadrangle, New York 1973, che rac-
coglie anche alcuni articoli apparsi nei tre numeri di «Notes», giornale di
scritti del movimento. Quello di Joreen era comparso in Notes from the Se-
cond Year, 1970.
36 Sulla costruzione dei diversi modelli del maschile, è utile R.W. Con-

nell, Masculinities, University of California Press, Berkeley-Los Angeles


1995 (trad. it., Maschilità. Identità e trasformazioni del maschio occidentale,
Feltrinelli, Milano 1996), specie ai capitoli «Men’s Bodies» e «Masculinity
Politics», sulla crisi dell’egemonia maschile nel ’900 e sulle strategie di rea-
zione.
37
Narrazione di Luigi Bobbio, in Passerini, Autoritratto di gruppo cit., p.
134.
38 F. Lussana, Le donne e la modernizzazione. Il neofemminismo degli an-

ni settanta, in Storia dell’Italia repubblicana, vol. III, t. 2, Einaudi, Torino


1997, p. 494.
39 Il tema del resto non sembra importante alla maggior parte degli sto-

rici, mentre è molto presente nei racconti orali.


40 S. Weil, La prima radice, SE, Milano 1990, pp. 33-34 (I ed. Edizioni di

Comunità, Milano 1954; ed. or., L’enracinement, Gallimard, Paris 1949).


41
I. Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, Einaudi, Torino 1946, p. 146.
42 L. Annunziata, 1977. L’ultima foto di famiglia, Einaudi, Torino 2007.
43 In generale lo stato della scuola italiana è scadente. La riforma del 1962

che ha introdotto la scuola media unica ha innovato poco nei programmi, nei
metodi, nel rapporto docenti/studenti, e così la parziale liberalizzazione de-
gli accessi alle facoltà scientifiche introdotta nel 1961. Anzi le due misure
hanno contribuito a far nascere una università di massa (500.000 gli iscritti
nel ’67-’68, contro i 268.000 del ’60-’61) senza che esistano né le strutture
materiali necessarie, né una nuova mentalità dei professori.
44 M. Revelli, Il ’68 a Torino. Gli esordi: la comunità studentesca di Pa-

lazzo Campana, in A. Agosti, L. Passerini, N. Tranfaglia (a cura di), La cul-


tura e i luoghi del ’68, Franco Angeli, Milano 1991, pp. 213-214.
45 G. Viale, Contro l’Università, in «quaderni piacentini», 33, 1968.

285
46 Narrazione di Maria Teresa Fenoglio, in Passerini, Autoritratto di grup-

po cit., p. 93.
47 Il Fuori si scioglie nell’84, dopo aver creato nell’80 la Fondazione San-

dro Penna per la ricerca sull’omosessualità.


48
G. Bocca, La rabbia non ha salario, in «Il Giorno», 1° giugno 1968, ci-
tato in G. Crainz, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottan-
ta, Donzelli, Roma 1996, p. 349.
49
In questi anni esistono ancora le «gabbie salariali» che stabiliscono sa-
lari differenziati da una regione all’altra.
50 Vedi p. 89.
51
Intervento di Pino Ferraris al Convegno dei quadri del Movimento stu-
dentesco, Venezia settembre 1968, citato in G. Viale, Il sessantotto tra rivolu-
zione e restaurazione, Mazzotta, Milano 1978, pp. 74-75. L’importanza dello
spazio fisico sarà poi sottolineata in quasi tutte le analisi sul sessantotto.
52 N. Balestrini, Vogliamo tutto, Feltrinelli, Milano 1971.
53 M. Revelli, Lavorare in Fiat. Da Valletta ad Agnelli a Romiti. Operai

Sindacati Robot, Garzanti, Milano 1989.


54 Citazioni di Peppino (Lc) e Guido (Lc) in I. Sommier, La violence po-

litique et son deuil. L’après 68 en France et en Italie, Presses Universitaires de


Rennes, Rennes 1998, p. 44.
55
Sono i gruppi dei Pid (Proletari in divisa), dove lavorano insieme mi-
litanti della varie organizzazioni extraparlamentari.
56
P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi. Società e politica.
1943-1988, Einaudi, Torino 1989, dedica nel secondo volume un’ampia par-
te ai movimenti.
57 V. Foa, Questo Novecento, Einaudi, Torino 1996, p. 308.
58
È la tesi di B. Bongiovanni, Società di massa, mondo giovanile e crisi dei
valori. La contestazione del 1968, in La storia, diretta da N. Tranfaglia e M.
Firpo, vol. VII, Utet, Torino 1988.

Politiche del femminismo


1 S. Evans, Personal Politics. The Roots of Women’s Liberation in the Ci-
vil Rights Movement and the New Left, Vintage Books, New York 1980, pp.
76-77 (ed. or., Random House, New York 1979).
2 Vedi J. Newfield, Prophetic Minority, New American Library, New

York 1966, p. 15.


3
Citato in Evans, Personal Politics cit., pp. 107 sgg.
4
M. Fraire, Il nostro movimento e il loro, in «quaderni piacentini», 64,
1977, p. 47.
5 Poco più di 20 anni prima lo hanno sperimentato le resistenze europee,

che hanno cercato di mediare questa esigenza con quella opposta di non da-
re un’immagine di promiscuità.
6
P. Berman, Sessantotto. La generazione delle due utopie, Einaudi, Tori-
no 2006 (ed. or., A Tale of Two Utopias. The Political Journey of the Gene-

286
ration of 1968, Norton and Company, New York 1997), dove al cap. I («Sto-
ria morale della generazione del Baby Boom») c’è una casistica di questi vez-
zi e vizi.
7 Evans, Personal Politics cit., p. 77.
8
Le Chiese non sempre contrastano la segregazione, ma sono spesso de-
cisive nel diffondere la carica etica fra i giovani.
9 «[...] to think radically about the personal worth and abilities of people

whose role in society had gone unchallenged before, […] have begun trying
to apply those lessons to their own relations with men. Each of us probably
has her own story of the various results […], the lack of community for
discussion: nobody is writing, or organizing or talking publicly about
women, in any way that reflects the problems that various women in the
movement come across», in Evans, Personal Politics cit., pp. 85-99.
10
S. Evans, Decade of Discovery in US, in B.G. Smith (a cura di), Global
Feminisms since 1945, Routledge, London-New York 2000, p. 159.
11
S. Ruddick, A Work of One’s Own, e M. Young, Contradictions, in S.
Ruddick, P. Daniels (a cura di), Working It Out: 23 Women Writers, Artists,
Scientists and Scholars Talk about Their Lives and Works, Pantheon Books,
New York 1977, pp. 129 e 223-223.
12 «We must be strong, we must militant, we must be dangerous. We

must realize that Bitch is Beautiful and that we have nothing to lose. Nothing
whatsoever», in Joreen [J. Freeman], The Bitch Manifesto, già in Notes from
the Second Year, 1970, ora in A. Koedt, E. Levine, A. Rapone, Radical Fem-
inism, Quadrangle, New York 1973, pp. 50-59.
13
A.M. Bruzzone, R. Farina, La resistenza taciuta, La Pietra, Milano 1976
(ora Bollati Boringhieri, Torino 2003) e L. Muraro, La signora del gioco. Epi-
sodi della caccia alle streghe, Feltrinelli, Milano 1976.
14 Il tema dei saperi femminili scacciati dalla nuova scienza è affrontato,

fra le prime, da B. Ehrenreich, D. English, Witches, Midwives and Nurses. A


History of Women Healers, Feminist Press, New York 1973, e ripreso dalla
teologa M. Daly in Gyn/Ecology. The Metaethics of Radical Feminism, The
Women’s Press, London 1979, pp. 178-222.
15 S. Firestone, La dialettica dei sessi. Autoritarismo maschile e società tar-

do-capitalistica, Guaraldi, Bologna 1971 (ed. or., The Dialectic of Sex. The
Case for Feminist Revolution, Morrow, New York 1970).
16
I.M. Young, Le politiche della differenza, Feltrinelli, Milano 1996, al
cap. V: «Graduatoria dei corpi e la politica dell’identità» (ed. or., Justice and
the Politics of Difference, Princeton University Press, Princeton 1990).
17
Acronimo di Women’s International Terrorist Conspiracy from Hell.
Redstockings fa il verso a Bas bleu (in Francia) e Bluestockings (in Inghil-
terra), come erano chiamate le intellettuali europee del ’700.
18 A. Rich, Nato di donna, Garzanti, Milano 1977 (ed. or., Of Woman

Born, Bantam Books, New York 1977); J. Kristeva, Eretica dell’amore, La


Rosa, Torino 1979; L. Muraro, Maglia o uncinetto, Feltrinelli, Milano 1981;
L. Melandri, L’infamia originaria. Facciamola finita col cuore e la politica, ma-
nifestolibri, Roma 1997.

287
19 Unef (Union Nationale des Étudiants de France) Strasbourg, Della mi-

seria nell’ambiente studentesco: considerata nei suoi aspetti economico, politi-


co, psicologico, sessuale e specialmente intellettuale e di alcuni mezzi per por-
vi rimedio, Nautilus, Torino 1995 (ed. or., De la misère en milieu étudiant:
considérée sous ses aspects économique, politique, psychologique, sexuel et no-
tamment intellectuel et de quelques moyens pour y remédier, Strasbourg 1966.
20
F. Picq, Libération des femmes. Les années-mouvement, Seuil, Paris
1993, rispettivamente alle pp. 21-23 e 19.
21
Vedi R.W. Connell, Masculinities, University of California Press,
Berkeley-Los Angeles 1995, pp. 103-112 (trad. it., Maschilità. Identità e tra-
sformazioni del maschio occidentale, Feltrinelli, Milano 1996).
22
N. Milletti, Analoghe sconcezze. Tribadi, saffiste, invertite e omoses-
suali: categorie e sistemi sesso/genere nella rivista di antropologia criminale
fondata da Cesare Lombroso (1880-1949), in «DWF», 4, 1994.
23
A. Jivani, It’s not Unusual. Gay and Lesbian History in Britain, in
Smith, Global Feminisms cit., pp. 164 sgg.
24 M. Wittig, Il corpo lesbico, Edizioni delle donne, Milano 1976 (ed. or.,

Le Corps lesbien, Les Éditions de Minuit, Paris 1973).


25
A. De Perini, Sorelle, amiche, amanti, in «Quaderni dell’Associazione
Livia Laverani Donini», 6, III, 1990, pp. 76 sgg.
26 Picq, Libération des femmes cit., pp. 108 e 189.
27
Ivi, p. 103.
28 M.B. Duberman, Stonewall, Dutton, New York 1993.
29 J. D’Emilio, La storia gay: un nuovo settore di ricerca, in «Rivista di sto-

ria contemporanea», 1, 1991.


30 Berman, Sessantotto cit., al cap. «Il risveglio gay».
31 Jivani, It’s not Unusual cit., in Smith, Global Feminisms cit., p. 176.
32 Evans, Personal Politics cit., pp. 213-214.
33
«The flood broke loose gradually and then more swiftly. We talked
about our families, our mothers, our fathers, our siblings; we talked about
our men; we talked about school; we talked about ‘the movement’ (which
meant new left men). For hours we talked and unburdened our souls and left
feeling high and planning to meet again the following weeks», in Evans, Per-
sonal Politics cit., p. 205.
34
Narrazione di Floriana Bossi, in A. Ribero, Una questione di libertà. Il
femminismo degli anni anni Settanta, Rosenberg & Sellier, Torino 1999, p.
177.
35 «The whole movement is the most exhilarating of my life. The last

eight months have been a personal revolution. Nonetheless, I recognize


there is dynamite in this, and I was scared shitless», in Evans, Personal Poli-
tics cit., p. 207.
36 Cfr. O. Weininger, Sesso e carattere, Feltrinelli, Milano 1978 (I ed. it.,

Bocca, Torino 1912; ed. or., Geschlecht und Character, Braumüller, Wien-
Leipzig 1903).
37 R. Braidotti, Dissonanze. Le donne e la filosofia contemporanea, La Tar-

taruga, Milano 1994, p. 197.

288
38 Vedi, oltre a V. Seidler, Riscoprire la mascolinità. Sessualità ragione lin-

guaggio, Editori Riuniti, Roma 1992 (ed. or., Rediscovering Masculinity. Rea-
son, Language and Sexuality, Routledge, London-New York 1989), Connell,
Masculinities cit., pp. 120-143.
39 Intervento di C. Quaglino in L’eredità del femminismo per una lettura

del presente, «Il paese delle donne», 37/38, supplemento, ottobre 2002, p.
51.
40 Vedi la riflessione di L. Melandri, Una visceralità indicibile, Franco

Angeli, Milano 2000.


41 L’episodio mi è stato raccontato dalla partigiana Lucia Testori.
42 C. Lonzi, Sputiamo su Hegel, in Ead., Sputiamo su Hegel. La donna

clitoridea e la donna vaginale, Scritti di Rivolta femminile, Milano 1974, pp.


20-21 (I ed. 1970).
43
C. Mancina, Oltre il femminismo. Le donne nella società pluralista, il
Mulino, Bologna 2002.
44
Ricordo in particolare G. Providenti (a cura di), La nonviolenza delle
donne, numero speciale di «Quaderni Satyagraha», Libreria Editrice Fio-
rentina-Centro Gandhi Edizioni, Firenze-Pisa 2006, e fra i siti, «La nonvio-
lenza è in cammino» (http://lists.peacelink.it/nonviolenza) che alla discus-
sione dedica regolarmente i numeri «Nonviolenza. Femminile plurale».
45 I. Whelehan, Modern Feminist Thought. From the Second Wave to

«Post-Feminism», Edinburgh University Press, Edinburgh 1995, p. 19.


46 bell hooks, in «Feminist Review», 23, 1986, citato in Whelehan, Mo-

dern Feminist Thought cit., p. 119. L’opera più nota di bell hooks è Elogio
del margine. Razza, sesso e mercato culturale, Feltrinelli, Milano 1998 (ed. or.,
Yearning. Race, Gender, and Cultural Politics, South End Press, Boston
1990).
47 L. Kandel, Feminism and Anti-Semitism, in G. Griffin, R. Braidotti (a

cura di), Thinking Differently. A Reader in European Women’s Studies, Zed


Books, London-New York 2002, pp. 184-185.
48 «Although their victims – mental patients and Jews – were of both

sexes, all were cast into the victim role modeled on that of the victims of pa-
triarchal gynocide, which is the root and paradigm for genocide», in Daly,
Gyn/Ecology cit., p. 298.
49
A. Marwick, The Sixties: Cultural Revolution in Britain, France, Italy,
and the United States, c. 1958-c. 1974, Oxford University Press, Oxford-New
York 1998, al cap. «Women’s Turn».
50 «La nature d’un mouvement est contradictoire de celle d’une organi-

sation. Que les mouvements fleurissent et la révolution sera. Que les organi-
sations fleurissent et la révolution crevera».
51 B. Frabotta (a cura di), Femminismo e lotta di classe in Italia, Savelli,

Roma 1976, p. 49.


52
Fra le conquiste dell’Intercategoriale, la lista unica di collocamento,
più attenzione alla salute delle lavoratrici, vari cicli delle 150 ore su temi
«femminili».
53 Evans, Personal Politics cit., pp. 222-224.

289
54 «[...] un pouvoir légal, patriarcal, sadique, pédérastique, de représen-

tation, de chef, de nom, de viol, de répression, de haine, d’avarice, d’avoir,


de savoir, d’ordre, d’individualisme, d’idées abstraites. C’est un (im)pouvoir
matriciel d’engendrements, de dépenses, de chaos, de différences, de libertés
collectives, d’ouverture, de corps (pluriel), de re-connaissances, de levées de
censures, de jouissances, d’en dehors de la loi, un pouvoir-agir-penser-faire
par/pour toutes, tous», in Picq, Libération des femmes cit., p. 128.
55
F. Ducrocq, Femminismo in Francia: quelle vere siamo noi, in «Orsa-
minore», 3-4, 1982.
56 R. Char, Feuillets d’Hypnos, Gallimard, Paris 1946, citato in H.

Arendt, Sulla rivoluzione, Edizioni di Comunità, Milano 1983 (I ed. 1965),


p. 325 (ed. or., On Revolution, Viking Press, New York 1963).
57
R. Luxemburg, Un po’ di compassione, Adelphi, Milano 2007, pp. 20-
21; il brano è in una lettera del 1917 a Sophie (Sonja) Liebknecht, pubblica-
ta nel 1920 da Kraus sulla sua rivista «Die Fackel».
58
E. Fattorini, Il colpo di grazia sessuale, in A. Bravo, Donne e uomini nel-
le guerre mondiali, Laterza, Roma-Bari 1991.
59
C. Gilligan, Con voce di donna. Etica e formazione della personalità,
Feltrinelli, Milano 1987 (ed. or., In a Different Voice. Psychological Theory
and Women’s Development, Harvard University Press, Cambridge, Mass.,
1982), considerato da molte un pilastro del pensiero della differenza, che
parte dalla critica di uno studio in cui si concludeva che le femmine hanno
un livello di sviluppo morale mediamente più basso dei maschi.
60 A. Rossi-Doria, Maternità e cittadinanza femminile, in «Passato e pre-

sente», 34, 1995.


61 G. Providenti, L. Menapace, Un dialogo fra generazioni diverse, in Pro-

videnti (a cura di), La nonviolenza delle donne cit., p. 16.


62
Sebbene la tesi si precisi nel femminismo fra il decennio settanta e ot-
tanta, l’interesse per il materno circola da molto prima.
63 E. Bernhard, Mitobiografia, Bompiani, Milano 1977, p. 170. Secondo

Francesco Parenti [La duttilità transculturale della simbologia materna e le


sue componenti immutabili, in T. Giani Gallino (a cura di), Le Grandi Madri,
Feltrinelli, Milano 1989], la nostalgia della Grande Madre sarebbe ancora
oggi un tratto distintivo della cultura italiana. Che si veda in questa forma
mentis una virtù o una tara, ecco accreditata in blocco alla Madre una pro-
pensione al particolare sulla cui verosimiglianza non c’è accordo, e sulle cui
radici si sono accumulate le ipotesi.
64
Sulle forme e la diffusione del culto mariano vedi, G. Zarri, L. Scaraf-
fia (a cura di), Donne e fede. Santità e vita religiosa in Italia, Laterza, Roma-
Bari 1994, e E. Fattorini, Maria, in A. Moltedo (a cura di), Ruah. Il femmi-
nile di Dio, Stampa Alternativa, Roma 1997.
65 Rossi-Doria, Maternità e cittadinanza femminile cit.
66 Così un articolo del febbraio 1991 su «Révolutions de Paris», citato in

G. Bonacchi, A. Groppi (a cura di), Il dilemma della cittadinanza. Diritti e


doveri delle donne, Laterza, Roma-Bari 1993, p. 7.

290
67 C. Saraceno, La dipendenza costruita e l’interdipendenza negata, in Bo-

nacchi, Groppi, Il dilemma della cittadinanza cit.


68 Copio un titolo di Lea Melandri, L’infamia originaria cit.
69
J. Butler, Scambi di genere. Identità, sesso e desiderio, Sansoni, Firenze
2004 (ed. or., Gender Trouble. Feminism and the Subversion of Identity,
Routledge, London-New York 1990).
70
Catherine [Deudon], De quelques idéntifications. Article en femmage
à une lesbienne barbue rencontrée à la Lesbian Food Conspiracy de New York,
in Les femmes s’entêtent, poi Gallimard, Paris 1975, pp. 456 sgg. (numero
speciale di «Les Temps Modernes», 333-334, avril-mai 1974).
71
M. Nadotti, Sesso e genere, il Saggiatore/Flammarion, Milano 1996, sul
carattere aleatorio dei criteri con cui si assegnano le persone a un sesso o
all’altro; su Prince, vedi pp. 94-95.
72
Picq, Libération des femmes cit., p. 120.
73
«Les Temps Modernes», 333-334, avril-mai 1974, p. 2041.
74
L. Muraro, L’ordine simbolico della madre, Editori Riuniti, Roma 1991.
75
Da questo rapporto, che vede in primo piano la responsabile femmi-
nile del Pci, Livia Turco, uscirà una Carta delle donne con il titolo Dalle
donne la forza delle donne, che riecheggia la politica della differenza sessuale
della Libreria delle donne di Milano e del Centro Virginia Woolf di Roma.
76 Vedi il rapporto fra questa discussione e il lavoro delle storiche in P.

Di Cori, Culture del femminismo. Il caso della storia delle donne, in Storia
dell’Italia repubblicana, vol. III, t. 2, Einaudi, Torino 1997, pp. 820 sgg.
77 A. Rossi-Doria, Dare forma al silenzio. Scritti di storia politica delle don-

ne, Viella, Roma 2007, pp. 302-304.


78 Lo registra A. Scattigno, La figura materna fra emancipazionismo e fem-

minismo, in M. D’Amelia (a cura di), Storia della maternità, Laterza, Roma-


Bari 1997, p. 297. È il primo e uno dei pochi testi storici che si esprimono
sul tema della madre simbolica.
79 La tesi è di F. Lussana, Le donne e la modernizzazione. Il neofemmini-

smo degli anni settanta, in Storia dell’Italia repubblicana cit., pp. 471-565.
80
L. Irigaray, Etica della differenza sessuale, Feltrinelli, Milano 1985, p.
58. Si tratta di una raccolta di lezioni tenute nel 1982 (ed. or., Ethique de la
différence sexuelle, Les Éditions de Minuit, Paris 1984).
81
L’espressione è di C. Klapish-Zuber, La famiglia e le donne nel Rina-
scimento a Firenze, Laterza, Roma-Bari 1988 (rist. 1995).
82 M. Hirsch, The Mother/Daughter Plot, Indiana University Press, Bloo-

mington-Indianapolis 1989.
83 C. Lonzi, La presenza dell’uomo nel femminismo, Scritti di Rivolta fem-

minile, Milano 1978.


84 Sul legame personale, affettivo e educativo, fra padre e figlia vedi L.

Derossi, Padre e figlia e il ritorno della madre. Storie di vita e narrativa fem-
minile, in L. Accati, M. Cattaruzza, M. Verzar-Bass (a cura di), Padre e figlia,
Rosenberg & Sellier, Torino 1994.
85
Vedi il Bollettino citato in P. Zumaglino, Femminismi a Torino, Fran-
co Angeli, Milano 1996, pp. 223-229.

291
86 Frabotta (a cura di), Femminismo cit. Le citazioni si trovano alle pp.

177 sgg., 193 sgg., 227 sgg., 187 sgg.


87 A. Koedt, The Myth of the Vaginal Orgasm, in Notes from the First

Year, New York Radical Women, June 1968, poi in A. Koedt, E. Levine, A.
Rapone, Radical Feminism, Quadrangle, New York 1973. Il testo è ripreso
in molti libri collettivi.
88 Riprenderà l’argomento Carla Lonzi in un libro decisivo, La donna cli-

toridea e la donna vaginale, Scritti di Rivolta femminile, Milano 1971.


89 Esistono studi come quello di P. Gaiotti De Biase, Cattoliche e cattoli-

ci di fronte all’aborto e il mutamento degli equilibri della Repubblica, in «Ge-


nesis», III/1, 2004, e, per il ’68, di G. Verucci, Il 1968, il mondo cattolico ita-
liano e la Chiesa, in «Passato e Presente», 20-21, 1989.
90 In un articolo, Cristiane donne tra le donne, in «Orsaminore», 3-4, 1982,

Rita Pierro e Anna Maria Marlia ricordano che per il loro collettivo, nato nel
1976, non esisteva una specificità cristiana nel femminismo e che la loro è una
testimonianza di fede a partire dalla realtà quotidiana. Di recente è uscito un
libro importante, La Parola e le pratiche. Donne prostestanti e femminismi,
Claudiana, Torino 2007 (le autrici, che compaiono sulla quarta di copertina,
sono S. Baral, I. Pontet, G. Ribet, T. Rochat, F. Spano, F. Tourn, G. Tron).
91 C. Lonzi, Taci, anzi parla: diario di una femminista, Scritti di Rivolta

femminile, Milano 1978.


92 F. Chiaromonte, Un «politico» senza le parole degli altri, in «Orsami-

nore», 2, 1981.
93 Picq, Libération des femmes cit., p. 115.
94 M. Nussbaum, Sex and Social Justice, Oxford University Press, New

York 1999, pp. 63-67, dove rimprovera al liberalismo di avere una visione
armonistica della famiglia.
95
Mi valgo qui della bella analisi di Franco Restaino del dibattito degli
anni novanta sul rapporto tra filosofie femministe e scuole filosofiche: Fem-
minismo e filosofia: contro, fuori o dentro?, in «Rivista di storia della filoso-
fia», 3, 2001. Vedi anche A. Cavarero, F. Restaino, Le filosofie femministe,
Paravia Scriptorium, Torino 1999.
96
Vedi E. Galli Della Loggia, Una guerra «femminile»?, in Bravo, Don-
ne e uomini nelle guerre mondiali cit.
97 Cfr. l’analisi di J.G. Gray, The Warriors: Reflection on Men in Battle,

Harper & Row, New York 1970.


98 Per la distinzione tra virtù «eroiche» e «quotidiane», si veda T. Todo-

rov, Di fronte all’estremo, Garzanti, Milano 1992 (ed. or., Face à l’extrême,
Seuil, Paris, 1991).
99
T. Adorno, E. Frenkel-Brunswick, D. Levinson, R.N. Sanford, La per-
sonalità autoritaria, Edizioni di Comunità, Milano 1973 (ed. or., The Autho-
ritarian Personality, Harper, New York 1950).
100
Vedi Mancina, Oltre il femminismo cit., al cap. V.

292
Amore
1 Citato in M. Porro, Violenze del secolo ultravioletto, in «il manifesto»,

3 agosto 2003. Le capre di Bikini è il titolo del libro di Gian Carlo Ferretti
(Editori Riuniti, Roma 1989) su Calvino saggista e giornalista.
2 «I cannot say to a person who suffers injustice, ‘Wait’. Perhaps you can.

I can’t. And having decided that I cannot urge caution I must stand with him
[...]. I am thankful for the sit-ins if for no other reasons [that] they provided
me with an opportunity for making a decision into an action», in S. Evans,
Personal Politics. The Roots of Women’s Liberation in the Civil Rights Move-
ment and the New Left, Vintage Books, New York 1980, p. 107 (ed. or., Ran-
dom House, New York 1979).
3 «It is the question of [...] whether I shall go on living in isolation or

whether there shall be a we. The student movement is not a cause [...] it is a
collision between this one person and that one person. It is a I’m going to sit
beside you [...]. Love alone is radical», in H. Zinn, Sncc: The New Abolition-
ists, Beacon Press, Boston 1964, p. 7.
4
The Boston Women’s Health Book Collective, Our Bodies, Ourselves,
Simon & Schuster, New York 1970 (trad. it., Noi e il nostro corpo, a cura di
A. Miglietti, Feltrinelli, Milano 1974).
5
Vedi il racconto e le osservazioni in F. Lussana, Le donne e la moder-
nizzazione. Il neofemminismo degli anni settanta, in Storia dell’Italia repub-
blicana, vol. III, t. 2, Einaudi, Torino 1997, pp. 471-565.
6 F. Levi, L’idea del buon padre, Rosenberg & Sellier, Torino 1984.
7
Sulla rivista, vedi l’antologia a cura di L. Melandri, Il desiderio dissi-
dente, Baldini & Castoldi, Milano 1998.
8 M. Salvati, Gioventù, amore e rabbia. La storia dell’Italia repubblicana e

la stagione dei movimenti, in «Parolechiave», 18, 1998, pp. 62-64.


9
H. Arendt, G. Scholen, Due lettere sulla banalità del male, nottetempo,
Roma 2007, pp. 24-25.
10
A. Sofri, Chi è il mio prossimo, Sellerio, Palermo 2007, pp. 219-222.
11 Si veda N. Neri, Un’estrema compassione. Etty Hillesum testimone e

vittima del lager, Bruno Mondadori, Milano 1999.


12
«It’s quite another thing to even acknowledge such weakness in one’s
fellow workers [...]. Several times I’ve had to completely re-do press state-
ments or letters written by one of them [...]. I’m a northerner; I’m white; I’m
a woman; I’m a college graduate; I’ve not ‘proven’ myself in jail or in physi-
cal danger. Every one of these things is a strike against me as far as they are
concerned. I’ve refused to be ashamed of what I cannot change; I either over-
look or purposely and pointedly misinterpret their occasional thrusts of an-
tagonism [...]», in Evans, Personal Politics cit., p. 90.
13
Cfr., fra gli altri, R.W. Connell, Masculinities, University of California
Press, Berkeley-Los Angeles 1995 (trad. it., Maschilità. Identità e trasforma-
zioni del maschio occidentale, Feltrinelli, Milano 1996), specie al cap. «Live
Fast and Die Young».

293
14 Intervento di Silvio, in Il 2° Congresso di Lotta Continua, Cooperativa

Giornalisti Lotta Continua, Roma 1976, pp. 130-131.


15 Intervista di Ornella Favero con padre Oliviero Bruno, il cappellano

del Carcere di Poggioreale, Napoli, vedi al sito www.solidarity-mission.eu


16 G. de Maupassant, Les dimanches d’un bourgeois de Paris (1880; trad.

it., Le domeniche di un borghese di Parigi, Marsilio, Venezia 1993).


17
L. Manconi (a cura di), La violenza e la politica, in «Quaderni di Om-
bre rosse», 2, Savelli, Roma 1979, pp. 120-138.
18
Arendt, Scholen, Due lettere cit., pp. 27-28.
19 F. Picq, Libération des femmes. Les années-mouvement, Seuil, Paris

1993, pp. 84-86.


20
Laura Derossi, in A. Papuzzi, ’68: l’eros ai tempi della rivoluzione, in
«La Stampa», 7 febbraio 1998.
21
Narrazione di Diego Marconi, in L. Passerini, Autoritratto di gruppo,
Giunti, Firenze 1988, p. 101.
22
È un ricordo personale, suffragato da altri. Non ho potuto ascoltare il
protagonista.
23
G. Tedeschi, C’è un punto della terra... Una donna nel Lager di Birke-
nau, La Giuntina, Firenze 1988, p. 98.
24 M. Schiavo, Movimento a più voci. Il femminismo degli anni Settanta

attraverso il racconto di una protagonista, Fondazione Badaracco-Franco An-


geli, Milano 2002, pp. 78 sgg.
25 C. Vecchio, Vietato obbedire, Bur Futuropassato, Milano 2005, p. 123.
26 La citazione è in Passerini, Autoritratto di gruppo cit., p. 135.
27 Cfr. G. Alvi, Uomini del Novecento, Adelphi, Milano 1995.
28 A. Portelli, Elvis Presley è una tigre di carta (ma sempre una tigre), in

D. Carpitella, G. Castaldo, G. Pintor, A. Portelli, M.L. Straniero, La musica


in Italia, Savelli, Roma 1978, p. 68.
29
Vecchio, Vietato obbedire cit., p. 9.
30 La meglio gioventù. Accadde in Italia 1965-1975, supplemento a «dia-

rio», 3 dicembre 2003.


31
E. Jong, Paura di volare, Bompiani, Milano 1975 (ed. or., Fear of
Flying, Holt, Rinehart and Winston, New York 1973), M. Lombardo Radi-
ce, L. Ravera, Porci con le ali, Savelli, Roma 1976, infinite volte ristampato.
32
E. Ichx, Ho vissuto un anno coi capelloni, Edizioni Meb, Torino 1967,
p. 21, citato in A. Tonelli, Comizi d’amore. Politica e sentimenti dal ’68 ai Pa-
pa boys, Carocci, Roma 2007, p. 39.
33 E. Vittorini, Conversazione in Sicilia (Nome e lagrime), Bompiani, Mi-

lano 1941, a partire dal 1966 ristampato da Einaudi, Torino.


34
Mes petites sœurs du MLF j’en ai marre de me faire chier la peau avec
vous!!!, in «Le torchon brûle», 6, s.d., citato in J.-P. Le Goff, Mai 68. L’hé-
ritage impossible, La Découverte, Paris 2002 (I ed. 1998), p. 315.
35
M. Schiavo, Movimento a più voci cit., pp. 66 sgg.
36 E. Shorter, Famiglia e civiltà, Rizzoli, Milano 1978 (ed. or., The Making

of the Modern Family, Basic Books, New York 1975).


37 J. Scott, L. Tilly, Lavoro femminile e famiglia nell’Europa del XIX se-

294
colo, in C.E. Rosenberg (a cura di), La famiglia nella storia. Comportamenti
sociali e ideali domestici, Einaudi, Torino 1979 (ed. or., The Family in Hi-
story, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 1975).
38 G. Parca, Le Italiane si confessano, Parenti, Firenze 1959.
39
M. Rusconi, Amati amanti. Idillio e sopraffazione. La coppia narrata a
due voci, Feltrinelli, Milano 1981.
40
Lo fa notare, all’interno di un discorso molto critico, L. Scaraffia, L’in-
tellighenzia del sesso, in «Ideazione», luglio-agosto 2005; sullo stesso nume-
ro, vedi E. Roccella, Alla ricerca del Nirvana sessuale.
41 Papuzzi, ’68: l’eros ai tempi della rivoluzione cit. Gli amici sono An-

na Bravo, Alberto Collo, Laura Derossi, Massimo Negarville, Eleonora Or-


toleva.
42 Ibid.

Dolore
1
«Le visage effaré de gens arrachés au sommeil, [...] des jeunes, d’aspect
pitoyable, pas des étudiants, mais plutôt des sans-travail, des beatniks, quel-
ques clochards, des jeunes filles paumées. L’une d’elles sort en pleurant et
en serrant contre elle son baluchon. Comme j’ai interdit que l’on apporte des
armes, nos ‘Katangais’ se fondent dans l’anonymat de cette pauvre troupe en
déroute. Je n’ai pas voulu faire d’exceptions, et les interpeller. D’ailleurs,
comment les reconnaître, pauvres types parmi d’autres pauvres types? Qu’ils
aillent se faire pendre ailleurs», in M. Grimaud, En mai, fais ce qu’il te plaît,
Stock, Paris 1977, in J.-P. Le Goff, Mai 68. L’héritage impossible, La Dé-
couverte, Paris 2002 (I ed. 1998), p. 116.
2
«C’est la sortie classique, dans l’honneur, de la garnison qui se rend.
Les assiégés tiennent a être expulsés symboliquement par la police et passent
dignement entre une double haie de policiers casqués mais pacifiques. Voi-
la, c’est fini», ibid.
3
M. Gramaglia, Affinità e conflitto con la nuova sinistra, in «memoria»,
19-20 (numero oro: Il movimento femminista negli anni ’70), 1987, p. 28.
4 Ivi, p. 27.
5 Sulle diverse maschere, in particolare del mondo classico, vedi S. Na-

toli, L’esperienza del dolore. Le forme del patire nella cultura occidentale, Mi-
lano, Feltrinelli 1986.
6 J. Amery, Intellettuale a Auschwitz, Bollati Boringhieri, Torino 1987, p.

148 (ed. or., Jenseits von Schuld und Sühne, Szczesny, München 1966).
7
M. Duras, Il dolore, Feltrinelli, Milano 1985 (ed. or., La Douleur, Gal-
limard, Paris 1985).
8 A. Scurati, Il sopravvissuto, Bompiani, Milano 2005.
9 E. Rasy, L’estranea, Rizzoli, Milano 2007, p. 66.
10
J. Didion, L’anno del pensiero magico, il Saggiatore, Milano 2006 (ed.
or., The Year of Magical Thinking, Knopf, New York 2005).
11 S. Sontag, Davanti al dolore degli altri, Mondadori, Milano 2003, p. 96

295
(ed. or., Regarding the Pain of Others, Farrar, Straus and Giroux, New York
2003).
12
M. Cardinal, Le parole per dirlo, Bompiani, Milano 1976 (ed. or., Les
Mots pour le dire, Grasset, Paris 1975).
13
Cfr. F. Picq, Libération des femmes. Les années-mouvement, Seuil, Pa-
ris 1993.
14 M. Rusconi, Amati amanti. Idillio e sopraffazione. La coppia narrata a

due voci, Feltrinelli, Milano 1981, pp. 125-127.


15 «Tu as besoin de plus d’amour, de plus de sécurité que je ne peux t’en

donner [...]. Il faut que tu comprennes bien: ce n’est pas moi qui te prive
d’amour, c’est cette société qui nous le vole à toutes deux [...] où le mot
amour ne sera plus un piège étriqué dans lequel nous coincer et développer
notre égoïsme, mais une réalité large», citato in Le Goff, Mai 68 cit., pp. 334-
335.
16 È la tesi di E. Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine, Feltrinelli, Mi-

lano 1973.
17 G. Kaplan, Contemporary Western European Feminism, New York

University Press, New York 1992, pp. 113 sgg.


18
Picq, Libération des femmes cit., p. 154.
19 J.-Y. Le Naour, C. Valenti, Histoire de l’avortement. XIXe-XXe siècle,

Seuil, Paris 2003, pp. 223-244.


20 Sul self-help, vedi la sezione Il corpo, la salute, in «memoria», 19-20

(numero oro: Il movimento femminista negli anni ’70), 1987, e L. Percovich,


La coscienza nel corpo. Donne, salute e medicina negli anni Settanta, Fonda-
zione Badaracco-Franco Angeli, Milano 2005, ricco di documenti di allora.
21
Picq, Libération des femmes cit., pp. 155-159.
22
Y. Knibiehler, Corpi e cuori, in G. Fraisse, M. Perrot (a cura di), Sto-
ria delle donne in Occidente, vol. IV: L’Ottocento, Laterza, Roma-Bari 1991,
pp. 330 sgg.
23 Ma a partire dalla seconda metà dell’800, in Francia sono sempre di

più i magistrati che rinunciano a imporre il diritto di custodia paterno dopo


che le madri l’hanno violato trattenendo o portando via i figli. Già in ancien
régime ci sono esempi di una particolare considerazione dei magistrati per lo
spazio dell’accudimento e della cura, quindi per l’asse madre/figli, contro le
eccessive invadenze del lignaggio; cfr. rispettivamente A.-M. Sohn, Chrysa-
lides. Femmes dans la vie privée (XIXe-XXe siècles), Publ. de la Sorbonne,
Paris 1996, pp. 220 sgg., e G. Calvi, «Senza speranza di succedere». Madri, fi-
gli e Stato nella Toscana moderna (XVI-XVIII secc.), in G. Fiume (a cura di),
Madri. Storia di un ruolo sociale, Marsilio, Venezia 1995.
24 Cfr. B. Duden, Il corpo della donna come luogo pubblico, Bollati Bo-

ringhieri, Torino 1994 (ed. or., Der Frauenleib als öffentlicher Ort, Luch-
terhand Literaturverlag, Hamburg u.A. 1991), N.M. Filippini, Il cittadino
non nato e il corpo della madre, in M. D’Amelia (a cura di), Storia della ma-
ternità, Laterza, Roma-Bari 1997, e il Forum La cittadinanza del feto, a cura
di G. Fiume e E.Vezzosi, in «Genesis», II, 1, 2003.
25 Per il dibattito sull’aborto in Italia, vedi A. Ribero, Una questione di li-

296
bertà. Il femminismo degli anni anni Settanta, Rosenberg & Sellier, Torino
1999, pp. 271-286; A. Calabrò, L. Grasso (a cura di), Dal movimento fem-
minista al femminismo diffuso, Franco Angeli, Milano 1985; Libreria delle
donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Rosenberg & Sellier, Tori-
no 1987, pp. 61-77; uno sguardo d’insieme in G. Galeotti, Storia dell’aborto,
il Mulino, Bologna 2003.
26 Il tema è rissunto in L. Boltanski, La condition fœtale. Une sociologie

de l’engendrement et de l’avortement, Gallimard, Paris 2004, pp. 234-235


(trad. it., La condizione fetale. Una sociologia della generazione e dell’aborto,
Feltrinelli, Milano 2007).
27 Noi sull’aborto facciamo un lavoro politico diverso, documento del Col-

lettivo milanese di via Cherubini del 18 gennaio 1975, in «Sottosopra», feb-


braio 1975. Tutta la serie di «Sottosopra» è utilissima per conoscere il di-
battito; vedi in L. Paolozzi, A. Leiss, Un paese Sottosopra. 1973-1996: una vo-
ce del femminismo italiano, Pratiche, Milano 1999. Vedi anche A. Rossi-Do-
ria, La maternità, un nodo politico, in Percorsi del femminismo e storia delle
donne, Atti del Convegno di Modena, 1982, in «DWF», supplemento al n.
22, 1983.
28
Libreria delle donne di Milano, Non credere cit., p. 74.
29 Noi sull’aborto cit.
30 In occasione dei referendum del 1981, la propaganda accentua il tono

cauto e il registro di comunicazione nazional-popolare. Il Coordinamento


giornaliste del Piemonte e della Valle d’Aosta produce un fotoromanzo, Sto-
ria di A., dove la protagonista è un condensato dei problemi in cui può in-
correre il tipo di donna che nella regione ha fatto maggiore ricorso all’abor-
to, dal denaro contato, al ricordo orrendo di un intervento subito in clande-
stinità, a malanni fisici che sconsigliano l’uso della pillola. L’aborto, si fa di-
re a un’amica della protagonista, è «sempre un dolore», ma è «un dolore an-
che non farlo», perché vuol dire rinunciare al lavoro, ai piccoli agi conqui-
stati, a un po’ di tempo per sé. Dagli anni dello slogan «l’utero è mio e lo ge-
stisco io» a Storia di A., una parte del femminismo ha differenziato i linguaggi
– e forse ha sottovalutato la disponibilità femminile a accettare motivazioni
meno «virtuose».
31
Sul suo pensiero vedi M.L. Boccia, L’io in rivolta. Vissuto e pensiero di
Carla Lonzi, La Tartaruga, Milano 1990.
32
La citazione è da C. Lonzi, Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la
donna vaginale, Scritti di Rivolta femminile, Milano 1974, p. 69 (I ed. 1970).
33 Vedi fra gli altri documenti il «Sottosopra» Sessualità contraccezione

maternità aborto (1975), dove una ragazza milanese dice: «siccome è da non
so quante migliaia di anni che noi donne abortiamo, credo che si possa dire,
senza scandalizzare nessuno, che ci prendiamo il tempo e la calma di pen-
sarci noi, cioè non è che in tre mesi si possa risolvere». L’aborto è un esem-
pio sensato del contrasto fra i tempi che (alcune) donne sentono necessari e
la fretta di altre, quelle della nuova sinistra, di arrivare a un risultato (la prio-
rità dell’obiettivo). Il «Sottosopra» è ora in Percovich, La coscienza nel cor-
po cit., pp. 71-81.

297
34 Lonzi, Sputiamo su Hegel cit., p. 117.
35 P.P. Pasolini, Sono contro l’aborto, in «Corriere della Sera, 19 gennaio
1975.
36 E. Banotti, La sfida femminile. Maternità e aborto, De Donato, Bari

1971. È la prima raccolta di racconti personali sul problema dell’aborto.


37
Le citazioni sono ivi, pp. 45, 61, 88.
38
Ivi, p. 28.
39 Ivi, pp. 33 e 35.
40
Impronta l’autoimmagine non solo l’aborto subito, ma anche la scelta
della militanza «pro-life» o «pro-choice», come mostrano i racconti di atti-
viste di entrambi gli schieramenti, vedi F. Ginsburg, Dissonance and Har-
mony: The Symbolic Function of Abortion in Activists’ Life Stories, in The
Personal Narratives Group, Interpreting Women’s Lives, Indiana University
Press, Bloomington and Indianapolis 1989, pp. 59-84.
41
Banotti, La sfida femminile cit., pp. 68-69.
42
Sul Movimento per la vita, che in questi anni monopolizza la campa-
gna contro la depenalizzazione, cfr. P. Gaiotti De Biase, Cattoliche e cattoli-
ci di fronte all’aborto e il mutamento degli equilibri della Repubblica, in «Ge-
nesis», III/1, 2004.
43 Boltanski, La condition fœtale cit.
44 Citato in L. Passerini, Per una memoria storica delle donne, in Centro

di Documentazione delle Donne, Il movimento delle donne in Emilia-Roma-


gna. Alcune vicende tra storia e memoria (1970-1980), Analisi, Bologna 1990,
p. 31.
45 Boltanski, La condition fœtale cit., pp. 34 sgg.
46 Mi permetto di rimandare a A. Bravo, A.M. Bruzzone, In guerra sen-

za armi, Laterza, Roma-Bari 2000, al cap. III: «Madri».


47 Cfr. E. Fattorini, Il grande ossimoro del femminile, in «Il Foglio», 17

gennaio 2008.
48 J.J. Thomson, A Defence of Abortion, in «Philosophy and Public Af-

fairs», vol. 1, 1, 1971, citato in Boltanski, La condition fœtale cit., pp. 248-
250, 258-259. Sul dibattito, vedi ivi, al cap. IV: «La justification de l’avorte-
ment».
49
D. Maraini, Un clandestino a bordo: le donne, la maternità negata, il
corpo sognato, Rizzoli, Milano 1996, pp. 14-15.
50
Vedi L.-F. Céline, Il dottor Semmelweis, Adelphi, Milano 1993 (si trat-
ta della tesi di laurea in medicina di Céline discussa nel 1924 e pubblicata in
Mea culpa: suivi de la vie et l’oeuvre de Semmelweis, Denoël et Steele, Paris
1937) e S.B. Nuland, Il morbo dei dottori. La strana storia di Ignác Sem-
melweis, Codice Edizioni, Torino 2004 (ed. or., The Doctors’ Plague. Child-
bed Fever and the Strange Story of Ignác Semmelweis, Norton and Company,
New York 2003).
51
M. Tooley, Abortion and Infanticide, in «Philosophy and Public Af-
fairs», vol. 2, 1, 1972, citato in Boltanski, La condition fœtale cit., pp. 241-
244 e 255-256.
52 Così, fra gli altri, Gillian Penney, dell’Aberdeen Maternity Hospital.

298
53 Così Peter Hepper del Foetal Behaviour Research Centre presso la

Queen’s University di Belfast.


54 C.V. Bellieni è autore di L’alba dell’io: dolore, memoria, desiderio, so-

gno del feto, SEF, Firenze 2004.


55
Ricavo queste informazioni dai siti delle istituzioni citate sopra.
56
C. Mancina, Oltre il femminismo. Le donne nella società pluralista, il
Mulino, Bologna 2002.
57
Le differenti differenze, intervista a Rosi Braidotti in «Una città», 120,
aprile 2004.

Stregate
1 J.-P. Le Goff, Mai 68. L’héritage impossible, La Découverte, Paris 2002

(I ed. 1998), pp. 332-334.


2 «A l’aube il n’était toujours pas mort, il respirait tranquillement dans

son paquet. Souvent dans la nuit, il se mettait à crier, mais ce n’étais jamais
les derniers cris. Alors on a ouvert son paquet, il dormait et on a appliqué
sur son visage un plastique; il a fallu le tenir étroitement serré et tout regar-
der pour que tout s’achève. Il a étouffé alors presque tout de suite», testi-
monianza di F., in «Les Temps Modernes», 333-334, avril-mai 1974, pp.
2036-2037.
3 «On l’a fait ensemble, on était malheureux mais sûrs qu’on avait raison.

On n’a pas commis un crime, on a seulement fait une chose nécessaire», te-
stimonianza di E., ivi, p. 2034.
4
«Oui, j’étais attachée à toi mon enfant quand je te regardais derrière les
vitres du centre des prématurés; puis quand tu as été avec nous, je n’étais
bien qu’à côté de toi, le jour, la nuit, et j’ai su à tout moment que le seul ac-
te d’amour que nous pouvions faire pour toi, pour nous, pour la vie, c’était
ta mort et je pouvais vivre cet amour et cette détermination presque avec
sérénité parce que je n’étais pas seule, parce que nous étions nombreux à
vouloir la même chose», testimonianza di C., ivi, pp. 2029-2030.
5
«[...] ceux qui ont la compétence technique et le pouvoir juridique
empêchent de vivre en pleine conscience des bébés mongoliens qui viennent
de naître, au lieu que ceux qui voulaient vivre avec un enfant soient obligés
de le tuer, de le laisser dans des instituts, de devenir des parents anormaux
vivant avec des enfants anormaux», testimonianza di F., ivi, p. 2037.
6 Vedi la tesi dell’antinatalismo nazista in G. Bock, Il nazionalsocialismo,

in G. Duby, M. Perrot (a cura di), Storia delle donne in Occidente, vol. V: Il


Novecento, Laterza, Roma-Bari 1992 e la interpretazione più duttile di C.
Koonz, Donne del Terzo Reich, Giunti, Firenze 1996 (ed. or., Mothers in the
Fatherland. Women, the Family and Nazi Politics, St. Martin’s Press, New
York 1987). Nel «Codice di Norimberga», che accompagna la sentenza di
condanna al processo del ’46-’47 contro i medici nazisti responsabili delle
«sperimentazioni scientifiche» su deportati e deportate, si fissano i criteri eti-
co-giuridici per qualsiasi tipo di intervento: consenso volontario del sogget-

299
to e sua capacità legale di fornirlo, assenza di ogni forma di costrizione o in-
ganno, informazione su natura, fini, metodi, rischi, effetti degli esperimenti.
È in primo luogo attraverso il rapporto con il potere medico che il corpo en-
tra come soggetto e parte lesa nel dibattito sul nazismo, cfr. A. Santosuosso,
Corpo e libertà. Una storia tra diritto e scienza, Raffaello Cortina, Milano
2001.
7
Per una ricognizione delle varie letture, A. Beltrametti, Eros e mater-
nità. Quel che resta del conflitto tragico di Medea, in «Quaderni di Collalbo»,
3, 1997.
8
Utile lo sguardo micrologico su singoli eventi o testi: cfr. per esempio
E. Stewart, Infanticide et émancipation féminine dans «Alan’s Wife» d’Eliza-
beth Robins et de Florence Bell, in «Cycnos», 23/2, novembre 2006, al sito
della rivista on line (http://revel.unice.fr/cycnos).
9
«[...] des enfants mongoliens qui n’auront jamais la possibilité de se ré-
volter, de lutter pour mieux vivre, parce ce qu’ils sont totalement dépen-
dants en naissant de gens qui les prennent en charge et ils le resteront», te-
stimonianza di F., in «Les Temps Modernes», 333-334, avril-mai 1974, p.
2033.
10
G. Paley, L’importanza di non capire tutto, Einaudi, Torino 2007 (ed.
or., Just as I Thought, Farrar, Straus and Giroux, New York 1998).
11 Cfr. A. Miller, Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé,

Bollati Boringhieri, Torino 1996, pp. 120-121 (ed. or., Das Drama des be-
gabten Kindes und die Suche nach dem wahren Selbst, Suhrkamp, Frankfurt
a.M 1979).
12 S. Vegetti Finzi, Il bambino della notte, Mondadori, Milano 1990.
13
L. Boltanski, La condition fœtale. Une sociologie de l’engendrement et
de l’avortement, Gallimard, Paris 2004, pp. 70-74 (trad. it., La condizione fe-
tale. Una sociologia della generazione e dell’aborto, Feltrinelli, Milano 2007).
14 G. Fofi, I «diversi». Per un cinema impietoso, in Id., Pasqua di maggio.

Un diario pessimista, Marietti, Genova 1988, pp. 205-207.


15
F. Picq, Libération des femmes. Les années-mouvement, Seuil, Paris
1993, p. 262.

Violenza
1
Fra gli altri, R. Aron, La révolution introuvable, Fayard, Paris 1968, e
P. Nora, citato in K. Ross, May ’68 and Its Afterlives, Chicago University
Press, Chicago 2002. Uso qui, come in tutto il volume, la traduzione france-
se, Mai 68 et ses vies ultérieures, Éditions Complexe, Paris 2005, pp. 197.
2
J.-P. Le Goff, Mai 68. L’héritage impossible, La Découverte, Paris 2002
(I ed. 1998), p. 110. Altri autori parlano di sette o più morti.
3 Anche su questo aspetto gli orientamenti erano molto diversi da città a

città; a Torino, per esempio, per qualche mese la polizia mantiene la mano
leggera.

300
4 Negli Usa, il servizio militare è eccezionalmente reso obbligatorio pro-

prio in funzione dell’escalation in Vietnam.


5 Racconto di una studentessa, in A. Ricci, I giovani non sono piante. Da

Trento 1968 a Bologna 1977, SugarCo, Milano 1978, p. 204.


6 A. Sofri, La corsa nei sacchi, in «Micromega», 1, 1988, p. 182.
7
Il testo è citato in G. De Luna, Aspetti del movimento del ’68 a Torino,
in A. Agosti, L. Passerini, N. Tranfaglia (a cura di), La cultura e i luoghi del
’68, Franco Angeli, Milano 1990, p. 195.
8
M. Gallant, Chronique de Mai 68, Rivage, Paris 1998, citato in Ross, Mai
68 cit., pp. 10-11.
9 «Nous étions tous heureux, car nous avions conscience de notre force.

C’est ce sentiment de force et d’unité qui créa l’atmosphère de fête et de bar-


ricades. Rien de plus naturel dans ces moments de défoulement collectif, où
tout semblait possible, que la nouvelle simplicité des rapports entre manife-
stants, surtout entre garçons et filles. Tout devenait simple, facile. Les barri-
cades n’étaient plus seulement un moyen d’autodéfense, elles devenaient
symboles d’une certaine liberté. C’est pour cela que cette nuit de 10 à 11 mai
restera inoubliable pour ceux qui ‘y’ étaient», in D. Cohn-Bendit, Le Grand
Bazar, Belfond, Paris 1975, p. 67.
10 Le Goff, Mai 68 cit., pp. 93-95.
11 P. Berman, Sessantotto. La generazione delle due utopie, Einaudi, To-

rino 2006 (ed. or., A Tale of Two Utopias. The Political Journey of the Gene-
ration of 1968, Norton and Company, New York 1997), pp. 19-20.
12 «Les Temps Modernes», 353, décembre 1975.
13 Lo fa notare Le Goff in Mai 68 cit., p. 228.
14 H. Hamon, P. Rotman, Génération, vol. I: Les années de rêve, Seuil,

Paris 1988, p. 589.


15 Come la citazione di Mario Capanna, anche questa si trova in I. Som-

mier, La violence politique et son deuil. L’après 68 en France et en Italie, Pres-


ses Universitaires de Rennes, Rennes 1998, p. 38.
16 Cfr. B. Bongiovanni, Attraverso le interpretazioni del maggio francese,

in Agosti, Passerini, Tranfaglia (a cura di), La cultura cit.


17
G. Crainz, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta,
Donzelli, Roma 1996, p. 297.
18
Vari esempi in Berman, Sessantotto cit., al cap. I: «Storia morale della
generazione del Baby Boom».
19 Ross, Mai 68 cit., pp. 46-50.
20 Il primo termine indicava originariamente le spedizioni punitive con-

tro i magrebini, il secondo equivale all’italiano «manganellare».


21 N. Daum, Des révolutionnaires dans un village parisien, Londres-Paris

1988, p. 211, citato in Ross, Mai 68 cit., p. 37.


22 Crainz, Il paese mancato cit., pp. 213-214.
23
F. Socrate, Una morte dimenticata e la fine del sessantotto, in «Dimen-
sioni e problemi della ricerca storica», 1, 2007.
24 «L’Unità», 11 maggio 1974, citato in Sommier, La violence politique et

son deuil cit., p. 176.

301
25 M. Daly, Gyn/Ecology. The Metaethics of Radical Feminism, The

Women’s Press, London 1979, al cap. «Conclusion and Afterword to Chap-


ter Seven. Nazi Medicine and American Gynecology: A Torture Cross-Cul-
tural Comparison».
26 Il termine «resistenza civile» entra in uso negli anni novanta grazie a

Jacques Sémelin, storico nonviolento autore di Senz’armi di fronte a Hitler.


La Resistenza civile in Europa (1939-1943), Sonda, Torino 1993 (ed. or., Sans
armes face à Hitler, Payot, Paris 1989).
27
G. Viale, Il sessantotto: tra rivoluzione e restaurazione, Mazzotta, Mi-
lano 1978, p. 81.
28 Vedi N. Tranfaglia, Un capitolo del «doppio Stato». La stagione delle

stragi e dei terrorismi, 1969-1984, in Storia dell’Italia repubblicana, vol. III, t.


2, Einaudi, Torino 1997.
29
G. Boatti, Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell’innocenza
perduta, Feltrinelli, Milano 1993. Vedi, fra gli altri testi, l’intervista di Luigi
Manconi in A. Cazzullo, I ragazzi che volevano fare la rivoluzione, Monda-
dori, Milano 1997, pp. 91 sgg.
30
R. Delera, Tutto partì da piazza Fontana. Poi lanciammo la prima pie-
tra, intervista a Adriano Sofri, in «Corriere della Sera», 2 aprile 2004.
31 Sommier, La violence politique et son deuil cit., pp. 53 e 145 sgg.
32 Vedi D. Della Porta, Le cause del terrorismo nella società contempora-

nea: riflessioni sulla letteratura, in D. Della Porta, G. Pasquino (a cura di),


Terrorismo e violenza politica, il Mulino, Bologna 1983, pp. 46-47.
33 Vedi, fra gli altri, A. Geismar, S. July, E. Morane, Vers la guerre civile,

Éditions et publication prèmieres, Paris 1969, pp. 16-17.


34 Narrazione di Alain, della Jcr, in Sommier, La violence politique et son

deuil cit., p. 187.


35 Viale, Il sessantotto cit., p. 42.
36
De Luna, Aspetti del movimento del ’68 cit., pp. 195-196.
37 H. Arendt, Du mensonge à la violence, Calmann-Lévy, Paris 2006, pp.

114-116 (I ed. 1972; ed. or., Crises of the Republic. Lying in Politics, Civil Di-
sobedience on Violence, Thoughts on Politics, and Revolution, Harcourt Bra-
ce Jovanovich, New York 1972).
38
Della riflessione femminile sul rapporto fra cittadinanza e diritto/do-
vere di portare le armi, un esempio importante è J.B. Elshtain, Donne e guer-
ra, il Mulino, Bologna 1991 (ed. or., Women and War, Basic Books, New
York 1987), soprattutto la Parte I: «La virtù civica armata». Vedi anche G.
Bonacchi, A. Groppi (a cura di), Il dilemma della cittadinanza. Diritti e do-
veri delle donne, Laterza, Roma-Bari 1993, in particolare V. Fiorino, Essere
cittadine francesi: una riflessione sui principi dell’89.
39 J. Wiener, The Weatherman Temptation, in «Dissent», Spring 2007.
40 Crainz, Il paese mancato cit., p. 269.
41
Lo fa notare Berman a proposito del movimento americano, compre-
sa la sua ala nonviolenta, in Sessantotto cit., p. 50.
42 Narrazione di Attilio, in Sommier, La violence politique et son deuil cit.,

p. 208.

302
43 Narrazione di Giovanni, in Sommier, La violence politique et son deuil

cit., p. 194.
44 Vedi D. Della Porta, Gli incentivi alla militanza nelle organizzazioni

clandestine di sinistra, in R. Catanzaro (a cura di), Ideologie, movimenti, ter-


rorismo, il Mulino, Bologna 1990, p. 110.
45
L’espressione è il titolo di un libro di G. Lerner, L. Manconi, M. Sini-
baldi (Feltrinelli, Milano 1978).
46
A. Asor Rosa, Le due società, Einaudi, Torino 1977, p. 59.
47 F. Berardi [Bifo], Dell’innocenza. Interpretazione del Settantasette,

Agalev, Bologna 1989.


48 Il tema della comunità, che è rimasto schiacciato dalla fissazione me-

diatica su violenza/eroina/sbando, rivive nelle tranches di vita di E. France-


schini, Avevo vent’anni. Storia di un collettivo studentesco. 1977-2007, Fel-
trinelli, Milano 2007.
49 M. Veneziani, Rovesciare il sessantotto, Mondadori, Milano 2008, p.

14.
50 Narrazione di Luciano Parlanti, in G. Polo, I tamburi di Mirafiori,

Cric, Torino 1989, pp. 63-64.


51 Narrazione di Rino Brunetti detto Zorro, in M. Revelli, Lavorare in

Fiat, Garzanti, Milano 1989, p. 48.


52
Ivi, p. 72.
53 Sommier, La violence politique et son deuil cit., p. 120.
54 A. Cazzullo, I ragazzi che volevano fare la rivoluzione. 1968-1978: sto-

ria di Lotta Continua, Mondadori, Milano 1997, pp. 282-283.


55
S. Weil, Lettera a Georges Bernanos [1938?], Presentazione di R. Espo-
sito, in «Micromega», 3, 1989, pp. 72-76.
56
Il giudizio è di Carlo Calleri, dirigente Fiat, in G. Berta, Conflitto in-
dustriale e struttura d’impresa alla Fiat 1919-1979, il Mulino, Bologna 1998,
citato in Crainz, Il paese mancato cit., p. 349.
57 Le citazioni sono di Luigi, di Lotta continua, e di Pino, di Autonomia

operaia, in Sommier, La violence politique et son deuil cit., p. 80.


58 Le Goff, Mai 68 cit.
59 Racconto di Paolo Hutter, in Cazzullo, I ragazzi cit., pp. 282-283.

All’epoca nessuno gli dà retta, dice Hutter, ma avrà «soddisfazioni postume»


dai suoi compagni negli anni successivi.
60
«Signor presidente / le scrivo una lettera / che forse lei leggerà / se ne
avrà il tempo / ho appena ricevuto / la cartolina precetto / per andare in
guerra / […] / non ci voglio andare / non sono sulla terra / per uccidere del-
la povera gente».
61 «Se mi incriminerà / avverta i suoi gendarmi / che sarò disarmato / e

che potranno sparare».


62 «Che avrò un’arma / e che so sparare».
63 Metodologia provocatoria dell’Onda verde, in «Mondo Beat», 1, 1967,

citato in G. De Martino, M. Grispigni, I capelloni. Mondo Beat, 1966-1967.


Storia, immagini, documenti, Castelvecchi, Roma 1997, p. 89.

303
64 C. Lonzi, Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale,

Scritti di Rivolta femminile, Milano 1974 (I ed. 1970), pp. 28 sgg.


65 M.L. Boccia, Il patriarca, la donna, il giovane. La stagione dei movi-

menti nella crisi italiana, in F. Lussana, G. Marramao (a cura di), L’Italia re-
pubblicana nella crisi degli anni Settanta. Culture, nuovi soggetti, identità, II,
Rubbettino, Soveria Mannelli 2003, pp. 258-263.
66
H. Arendt, La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme, Feltrinel-
li, Milano 1964 (ed. or., Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of
Evil, Viking Press, New York 1963).
67 S. Sontag, Viaggio a Hanoi, Bompiani, Milano 1969 (ed. or., Trip to

Hanoi, Farrar, Straus and Giroux, New York 1968) citato in P. Ortoleva,
Saggio sui movimenti del 1968 in Europa e in America, Editori Riuniti, Roma
1988, p. 37.
68
S. King, Cuori in Atlantide, Sperling & Kupfer, Milano 2000, p. 340
(ed. or., Hearts in Atlantis, Scribner, New York 1999).
69
«Stupro di sinistra, stupro di destra, stessa lotta». Le diverse tesi poli-
tiche sono illustrate in F. Picq, Libération des femmes. Les années-mouve-
ment, Seuil, Paris 1993, pp. 238-241.
70
Vedi R.W. Connell, Masculinities, University of California Press,
Berkeley-Los Angeles 1995, al cap. V (trad. it., Maschilità. Identità e trasfor-
mazioni del maschio occidentale, Feltrinelli, Milano 1996).
71
Care compagne cari compagni. Lettere a Lotta Continua, Cooperativa
Giornalisti Lotta Continua, Roma 1978, pp. 164-165.
72 Vedi A. Ribero, Una questione di libertà. Il femminismo degli anni Set-

tanta, Rosenberg & Sellier, Torino 1999, pp. 131-133.


73 Più di 20 anni dopo Aldo Cazzullo raccoglierà versioni diverse, e an-

cora vivaci, cfr. I ragazzi cit., p. 265.


74 Picq, Libération des femmes cit., p. 94.
75
Ivi, p. 215.
76 Vedi E. Peyretti, Dov’è la vittoria?, Il Segno dei Gabrielli, Negarine

(Verona) 2005.
77
Sui femminismi anni settanta la ricerca è ancora parziale in molti pae-
si. Molti i motivi: la minore applicabilità alla storia contemporanea delle ca-
tegorie antropologiche (su questo, vedi il saggio di G. Pomata, La storia del-
le donne: una questione di confine, in Il mondo contemporaneo. Gli strumen-
ti della ricerca, 2, La Nuova Italia, Firenze 1983), il primato nel movimento
di un’oralità difficile da riprodurre sulla pagina, il complicato rapporto sto-
ria/biografia, lo stato della documentazione. Ma anche la difficoltà di fare i
conti con la violenza può aver pesato. Per l’Italia esistono comunque testi im-
portanti di storia e di storia del pensiero femminista. Senza alcuna pretesa di
completezza, ricordo, oltre a quelli già citati, A. Crispino (a cura di), Espe-
rienza storica femminile nell’età moderna e contemporanea, Parte II, Unione
Donne Italiane, Circolo La Goccia, Roma 1988; P. Zumaglino, Femminismi
a Torino, Franco Angeli, Milano 1996; E. Baeri, S. Fichera (a cura di), In-
ventari della memoria. L’esperienza del coordinamento per l’Autodetermina-
zione della donna a Catania (1980-1985), Fondazione Badaracco-Franco An-

304
geli, Milano 2001; E. Baeri, A. Buttafuoco (a cura di), Riguardarsi, Protagon,
Siena 1997; A. Scattigno, T. Bertilotti (a cura di), Il femminismo degli anni
settanta, Viella, Roma 2005; I. Dominijanni (a cura di), Motivi della libertà,
Franco Angeli, Milano 2001; L. Lilli, C. Valentini (a cura di), Care compa-
gne. Il femminismo nel Pci e nelle organizzazioni di massa, Editori Riuniti, Ro-
ma 1979. Una messa a punto non solo teorica in Diotima, Il pensiero della
differenza sessuale, LaTartaruga, Milano 1987, e P. Bono, S. Kemp (a cura
di), Italian Feminist Thought, Blackwell, Oxford 1991. Vedi poi la collana
«Letture d’archivio» diretta da L. Melandri, Fondazione Badaracco-Franco
Angeli. È molto utile A. Ribero, F. Vigliani (a cura di), 100 Titoli. Guida ra-
gionata al femminismo degli anni settanta, Luciana Tufani, Ferrara 1998. Ve-
di anche le raccolte di documenti: L. Menapace (a cura di), Per un movi-
mento politico di liberazione della donna: saggi e documenti, Bertani, Verona
1972; R. Spagnoletti (a cura di), I movimenti femministi in Italia, Savelli, Ro-
ma 1977. Mi permetto di rimandare a G. Fiume e A. Bravo, Presentazione,
in Anni Settanta, «Genesis», III/1, 2004, dove è stata riunita anche una bre-
ve bibliografia sull’Italia repubblicana. Documentazione e dibattiti in molti
siti, segnalo: www.universitadelledonne.it, www.libreriadelledonne.it, www.
donnealtri.it.
78 Notava già nell’84 Alessandra Bocchetti che a questo stereotipo è le-

gata la tendenza a aspettarsi dalle donne, in quanto tali, particolari assun-


zioni di responsabilità in tema di pace (Discorso sulla guerra e sulle donne,
Centro culturale Virginia Woolf, Roma, ora in A. Bocchetti, Cosa vuole una
donna, La Tartaruga, Milano 1995), mentre Lea Melandri parlava del com-
pito assegnato alle donne di custodi degli «eventi dell’esperienza umana che
la storia ha escluso da sé: la nascita e la morte» (L’illusione dell’innocenza, in
«il manifesto», 26 febbraio 1991). Su donne, violenza, nonviolenza, una mes-
sa a punto di tutto rilievo in G. Providenti (a cura di), La nonviolenza delle
donne, numero speciale di «Quaderni Satyagraha», Libreria Editrice Fio-
rentina-Centro Gandhi Edizioni, Firenze-Pisa 2006, specie i saggi della cu-
ratrice, di V. Andò, E. Donini, M. Lanfranco, L. Muraro.
79 J. Amery, Intellettuale a Auschwitz, Bollati Boringhieri, Torino 1987

(ed. or., Jenseits von Schuld und Sühne, Szczesny, München 1966).
80
Vedi G. Kaplan, Contemporary Western European Feminism, New
York University Press, New York 1992, pp. 251-252, dove si nota la so-
vrapposizione fra violenza attuata da donne e violenza del femminismo.
81 I. Faré, F. Spirito, Mara e le altre. Le donne e la lotta armata: storie in-

terviste riflessioni, Feltrinelli, Milano 1979.


82
L. Passerini, Storie di donne e femministe, Rosenberg & Sellier, Tori-
no 1991, p. 86. Secondo l’autrice, «la memoria pratica spontaneamente l’evi-
tazione di alcuni suoi luoghi». «C’è una sorta di indifferenza, nel tono di que-
ste testimonianze, che riguarda se stesse prima che gli altri, come se le espe-
rienze fatte o le prospettive davanti a sé non giustificassero altro che una spe-
cie di ottundimento alle proprie vere esigenze, di rassegnazione ad accetta-
re il meccanismo di subire e ritorcere», ivi, p. 67.
83 Ricordo, oltre al classico e già citato I ragazzi che volevano fare la rivo-

305
luzione, di Aldo Cazzullo, S. Voli, Quando il privato diventa politico: Lotta
continua 1968-1976, Edizioni Associate, Roma 2006; E. Petricola, I diritti de-
gli esclusi nelle lotte degli anni settanta. Lotta continua, Edizioni Associate,
Roma 2002; vari articoli di queste e altre autrici, e E. Betta, E. Capussotti,
«Il buono, il brutto, il cattivo»: l’epica dei movimenti tra storia e memoria, in
«Genesis», III/1, 2004. Esisteva già la ricostruzione di L. Bobbio, Storia di
Lotta continua, Feltrinelli, Milano 1978. Su Potere operaio, vedi A. Grandi,
La generazione degli anni perduti, Einaudi, Torino 2003, con vari racconti di
protagonisti e articoli di esponenti del gruppo, e sul Manifesto il partecipe
A. Garzia, Da Natta a Natta: storia del Manifesto e del Pdup, Dedalo, Bari
1985. Non c’è una ricostruzione specificamente storiografica neppure su
Avanguardia operaia né sull’Unione dei comunisti italiani (marxisti-lenini-
sti), dal 1972 Partito comunista (marxista-leninista) italiano, meglio cono-
sciuto con il nome del suo organo ufficiale «Servire il Popolo».
84 Testimonianza di Erri De Luca, in S. Voli, Quando il privato diventa

politico cit., p. 109.


85
Narrazioni di Ingrid Austerlitz e Donatella Barazzetti, ivi, pp. 112-113.
86 Narrazione di Daniela Monaci, ivi, p. 70.
87 Narrazione di Giuliano Mochi, ivi, p. 110.
88
Cfr. E. Donini, Che cosa resta, in «Inchiesta», 91-92, gennaio-giugno
1991.
89
La citazione è in E. Galli Della Loggia, Maschi d’Arabia, in «Corriere
della Sera», 6 novembre 2007.
90
Il documento Contributo di alcune compagne sulla violenza, firmato
con i nomi propri, mi è stato dato da Margherita D’Amico.
91 Le posizioni dei due collettivi sono riportate in A. Calabrò, L. Grasso

(a cura di), Dal movimento femminista al femminismo diffuso. Ricerca e do-


cumentazione nell’area lombarda, Centro di studi storici sul movimento di li-
berazione della donna in Italia, Milano 1985 (nuova ed., Franco Angeli, Mi-
lano 2004), pp. 123 sgg.
92 Su Bologna, le interviste e i documenti citati sono in E. Guerra, Sog-

gettività individuale e storie di gruppi: una ricostruzione attraverso la memo-


ria, in Il movimento delle donne in Emilia-Romagna, Analisi, Bologna 1990,
pp. 95-103. Sul rapporto con i movimenti, vedi anche M. Fraire, Il nostro
movimento e il loro, in «quaderni piacentini», 64, 1977; A. Rossi-Doria, Con-
servazione e rottura nel movimento delle donne, in «Ombre rosse», 25, 1981;
Y. Ergas, Femminismo e giovani, in «Inchiesta», 54, 1981; e Passerini, Storie
di donne e di femministe cit.
93
M. Schiavo, Movimento a più voci: il femminismo degli anni Settanta
attraverso il racconto di una protagonista, Fondazione Badaracco-Franco An-
geli, Milano 2002, pp. 182-183. Le posizioni citate riflettono il pensiero del-
la libreria di Torino, il secondo brano è datato 1978.
94
Le citazioni di M. Fraire (Tra politica della ragione e ragione della po-
litica, in «aut aut», 161, 1977) e di B. Beccalli (Protesta giovanile e opposi-
zione, in «quaderni piacentini», 64, 1977) sono tutte e due in Calabrò,

306
Grasso (a cura di), Dal movimento femminista al femminismo diffuso cit.,
pp. 62-70.
95
Vedi V. Franzinetti, Il senso dell’autogestione, in «memoria», 19-20
(numero oro: Il movimento femminista negli anni ’70), 1987, pp. 184-185.
96
Manoscritto inedito di V. Franzinetti.
97 Vedi L. Manconi, Eroismo degli individui e eroismo delle masse, in

«Ombre rosse», 15-16, 1976, pp. 45 sgg.


98 Calabrò, Grasso, Dal movimento femminista al femminismo diffuso

cit., p. 67.
99 Schiavo, Movimento a più voci cit., pp. 179-182.
100 Calabrò, Grasso (a cura di), Dal movimento femminista al femmini-

smo diffuso cit., p. 67.


101
Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Ro-
senberg & Sellier, Torino 1987, pp. 156-159.
102 A.M. Mori, Il silenzio delle donne e il caso Moro, Lerici, Cosenza 1978,

pp. 12, 41, 54.


103
Sulla cosiddetta linea della fermezza, vedi L. Sciascia, L’affaire Moro,
Sellerio, Palermo 1978 e A. Sofri, L’ombra di Moro, Sellerio, Palermo 1991.
104 Mi limito a ricordare, fra le altre, le riflessioni già citate di Rossi-Do-

ria, Fraire, Manconi, Bobbio, Viale, Sinibaldi, Farè e Spirito, uscite nella se-
conda metà degli anni settanta e, in L. Manconi (a cura di), La violenza e la
politica, «Quaderni di Ombre rosse», 2, Savelli, Roma 1979, il dialogo Don-
ne, violenza e identità, fra L. Boccarossa, G. Ciuffrida, M. Di Leo, G. Fra-
botta, L. Lugli, A. Rossi-Doria. In seguito usciranno i testi già citati di Gra-
maglia, Donini, Tranfaglia, e le narrazioni raccolte in Cazzullo, I ragazzi cit.
e in Sommier, La violence politique et son deuil cit. In Francia escono, fra gli
altri, J.-P. Le Dantec, Les dangers du soleil, Presses d’aujourd’hui, Paris
1978, Cohn-Bendit, Le Gran Bazar cit., A. Glucksmann, La cuisinière et le
mangeur d’hommes, Seuil, Paris 1975, durissimo attacco al comunismo. Sul-
la «desacralizzazione» del pensiero egemone nei movimenti, cfr. P. Ory,
L’entre-deux-mai, Seuil, Paris 1983.
105
Una sintesi della lotta alla Lip in Le Goff, Mai 68 cit., pp. 239-247.
106
Vedi C. Ginzburg, Il giudice e lo storico, Feltrinelli, Milano 2006, e A.
Cazzullo, Il caso Sofri, Mondadori, Milano 2004.
107 Cfr. A. Sofri, Memoria, Sellerio, Palermo 1990, e molti altri suoi testi

e articoli.
108 Su questo e altri aspetti della violenza, vedi, fra gli altri scritti, E. De

Luca, A. Bolaffi, Dopo il Sessantotto niente?, in «Micromega», 1, 1996, pp.


49-67; E. De Luca, O. Bompressi, Vivere con il terremoto (il titolo della par-
te di De Luca è Eravamo tutti assassini potenziali), in «Micromega», 2, 1996,
pp. 227-235.
109 Mi permetto di parodiare il titolo italiano del libro di D.J. Goldha-

gen, I volonterosi carnefici di Hitler. I tedeschi comuni e l’Olocausto, Monda-


dori, Milano 1997 (ed. or., Hitler’s Willing Executioners. Ordinary Germans
and the Holocaust, Knopf, New York 1996).

307
110 L. Melandri, L’infamia originaria. Facciamola finita col cuore e la po-

litica, manifestolibri, Roma 1977, Prefazione all’edizione del 1997, p. 8.


111 Boccia, Il patriarca, la donna, il giovane cit., p. 253.
112 E. Banotti, La sfida femminile: maternità e aborto, De Donato, Bari

1971.
113 Vedi il cap. «Stregate» in questo volume.
114 Les femmes s’entêtent, Gallimard, Paris 1975.
115 Per esempio Picq, Libération des femmes cit.
116 Su «Libération», 17 luglio 1985.
117 Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti cit., p.

174.
118 A. Sofri, Lisa Foa, in E. Roccella, L. Scaraffia (a cura di), Italiane, Di-

partimento per le pari opportunità, Roma 2004, vol. III, p. 113.


Ringraziamenti

Alla fine di un libro, è bello ricordare che è stato anche un la-


voro collettivo e che ha incontrato persone di grande generosità.
Grazie a Franco Carrer, Fabio Levi e Franca Manuele per
aver riletto il testo nelle sue varie fasi, con una finezza e una pa-
zienza che sono molto al di là dell’appoggio contemplato
dall’amicizia. A Graziella Bonansea e a Lucia Motti per i sugge-
rimenti importanti su alcuni capitoli, a Guido Crainz, Marghe-
rita D’Amico, Vicky Franzinetti, Giovanna Mollica, Francesca
Socrate, Michelle Zancarini-Fournel, Stefania Voli per gli inter-
venti di pronto soccorso. A Rita Moglia, Mara Ruta, Luca To-
selli, per il loro aiuto prezioso.
A Ivana Rapelli per aver lottato con me contro l’ansia e il di-
sordine.
Alle mie amiche e amici perché ci sono.
A quanti e quante hanno scritto e raccontato la stagione dei
movimenti. Avrei voluto poter citare tutte e tutti perché dalle lo-
ro parole ho sempre tratto qualcosa, spesso molto.
In chiusura (ma in principio), grazie all’Editore, per aver
avuto l’idea di questo libro e per la fiducia che mi ha sempre tra-
smesso.
Indice dei nomi

Accati, Luisa, 291. Balbo, Laura, 282.


Adorno, Theodor W., 99, 292. Balducci, Ernesto, 28, 214, 254.
Agnelli, Gianni (Giovanni), 167, Balestrini, Nanni, 34, 41, 104, 278,
252, 286. 280, 286.
Agosti, Aldo, 285, 301. Bandini Scerbanenco, Liuba, 158.
Alberoni, Francesco, 177, 235. Banotti, Elvira, 208-209, 272, 298,
Alighieri, Dante, 38. 308.
Allara, Mario, 72-73. Baral, Sabina, 292.
Allende, Salvador, 191. Barazzetti, Donatella, 306.
Alloisio, Mirella, 281. Barbato, Andrea, 39, 279.
Almirante, Giorgio, 236. Bardot, Brigitte, 65.
Altafini, José, 46. Basaglia, Franco, 5, 101.
Alvi, Geminello, 294. Baudrillard, Jean, 195.
Amendola, Giorgio, 238. Beauvoir, Simone de, 5, 27, 43, 52,
Amery, Jean, 193, 259, 295, 305. 56, 144, 185, 221, 224, 280.
Anders, Günther, 74, 283-284. Beccalli, Bianca, 265, 306.
Andò, Valeria, 305. Bellieni, Carlo Valerio, 218, 299.
Anka, Paul, 37. Bellocchio, Marco, 47.
Annunziata, Lucia, 99, 285. Beltrametti, Anna, 300.
Antonicelli, Franco, 43. Beltrami, Giuliana, 281.
Antonioni, Michelangelo, 27, 47. Berardi, Franco (Bifo), 303.
Arbasino, Alberto, 40, 43, 279. Berg, Harold, 252.
Arendt, Hannah, 10, 24, 27, 74, 87, Bergman, Ingmar, 192.
121, 144, 166, 174, 244, 254, 283, Berman, Paul, 24, 78, 81, 90, 142,
290, 293-294, 302, 304. 268, 277, 284, 286, 288, 301-302.
Arias, Juan, 245. Bernhard Ernst, 146, 290.
Aron, Raymond, 25, 277, 300. Bernstein, Eduard, 109.
Arrighi, Giovanni, 80, 284. Berselli, Edmondo, 49, 280.
Asor Rosa, Alberto, 303. Berta, Giuseppe, 303.
Austerlitz, Ingrid, 306. Bertilotti, Teresa, 305.
Ayers, Bill, 277. Betta, Emmanuel, 276, 306.
Bignardi, Irene, 278.
Baeri, Emma, 281, 304-305. Boatti, Giorgio, 302.
Baez, Joan, 43, 161. Bobbio, Luigi, 284-285, 306-307.
Balbi, Rosellina, 67, 283. Bobbio, Norberto, 43.

311
Bocca, Giorgio, 46, 102, 280, 286. Capanna, Mario, 234, 301.
Boccarossa, Liliana, 307. Capitini, Aldo, 254.
Bocchetti, Alessandra, 305. Capussotti, Enrica, 276, 306.
Boccia, Maria Luisa, 253, 271, 297, Caradonna, Giulio, 236.
304, 308. Cardinal, Marie, 196, 296.
Bock, Gisela, 299. Carmichael, Stokely, 118.
Bolaffi, Angelo, 307. Carpitella, Diego, 278, 294.
Boltanski, Luc, 211, 226, 297-298, Carra, Pat, 126.
300. Casalegno, Andrea, 10.
Bompressi, Ovidio, 307. Casalegno, Carlo, 43, 248.
Bonacchi, Gabriella, 53, 280, 290- Caselli, Caterina, 70.
291, 302. Cason, Sandra, 160.
Bongiovanni, Bruno, 286, 301. Castaldo, Gino, 278, 294.
Bono, Paola, 305. Castro, Fidel, 42.
Borgna, Gianni, 280. Cattaruzza, Marina, 291.
Bormann, Martin, 233. Cavalli, Alessandro, 283.
Bosé (Borlani), Lucia, 65. Cavarero, Adriana, 146, 292.
Bossi, Floriana, 288. Cazzullo, Aldo, 302-304, 306-307.
Braibanti, Aldo, 41, 126, 279. Ceccanti, Soriano, 230.
Braidotti, Rosi, 220, 277, 281, 288- Cederna, Camilla, 43, 67, 282.
289, 299. Céline, Louis-Ferdinand, 298.
Brando, Marlon, 32. Certeau, Michel de, 277.
Brassens, Georges, 43, 182. Céspedes, Alba de, 259.
Bravo, Anna, 290, 292, 295, 298, Char, René, 144, 290.
305. Chiaromonte, Franca, 154, 292.
Brecht, Bertolt (Eugen Berthold Ciuffrida, Giuseppina, 307.
Friedrich), 44. Cohn-Bendit, Daniel, 22, 86, 93,
Brel, Jacques, 43. 232, 242, 284, 301, 307.
Brétecher, Claire, 126. Collo, Alberto, 295.
Brunetta, Gian Piero, 279. Congedo, Domenico, 237.
Bruno, Oliviero, 294. Connell, Robert William (Raewyn),
Bruzzone, Anna Maria, 281, 287, 285, 288-289, 293, 304.
298. Conti, Laura, 43.
Burroughs, William, 32. Coppola, A., 280.
Burton, Peter, 127, 128. Corbucci, Sergio, 44.
Butler, Judith, 148, 291. Corso, Gregory, 32.
Buttafuoco, Annarita, 60, 305. Coudray, Jean-Marc (Cornelius Ca-
storiadis), 275.
Calabresi, Luigi, 174, 247, 269-270. Crainz, Guido, 234, 277, 279-280,
Calabresi, Mario, 276. 286, 301-303.
Calabrò, Anna Rita, 282, 297, 306- Crescenzo, Roberto, 247.
307. Crispino, Anna Maria, 304.
Calleri, Carlo, 303. Croce, Elena, 39, 279.
Calvi, Giulia, 296. Custra, Antonio, 248.
Calvino, Italo, 98, 159, 285, 293.
Campelung, Alberto e Marisa, 158. Dahlerup, Drude, 281.

312
Dalton, David, 283. Duden, Barbara, 296.
Daly, Mary, 139, 238, 287, 289, 302. Duras, Marguerite, 193, 259, 272,
D’Amelia, Marina, 120, 291, 296. 295.
D’Amico, Margherita, 306. Dutschke, Rudi (Alfred Willi Rudi),
Damilano, Ines, 276. 48, 76, 235, 252.
Daniels, Pamela, 287. Dylan, Bob (Robert Allen Zimmer-
Daum, Nicolas, 301. man), 43, 250.
Davis, Angela, 159.
Dean, James, 32, 38. Echaurren, Pablo, 279-280.
De André, Fabrizio, 43, 182. Eco, Umberto, 39, 43, 46, 279-280.
De Angelis, Roberto, 280. Ehrenreich, Barbara, 287.
De Bernardi, Alberto, 5, 275, 284. Eichmann, Adolf, 254.
Debray, Régis, 284. Einstein, Albert, 53.
De Carlo, Andrea, 277. Eleonora Ichx, 182, 294.
De Giorgio, Michela, 282. Ellekappa (Laura Pellegrini), 126.
Delacroix, Christian, 277. Ellwood, David, 279.
Del Buono, Oreste, 39. Elshtain, Jean Bethke, 18, 276, 302.
Delera, Roberto, 302. English, Deirdre, 287.
Della Porta, Donatella, 248, 302- Ergas, Yasmine, 281, 306.
303. Esposito, Roberto, 303.
De Luca, Erri, 260, 270, 306-307. Euripide, 223.
De Luna, Giovanni, 244, 277, 301- Evans, Sara, 70, 142, 283, 286-289,
302. 293.
De Martino, Gianni, 241, 279-280,
303. Faccio, Adele, 153.
D’Emilio, John, 288. Fanon, Frantz, 43, 173.
De Perini, Alessandra, 128, 288. Faré, Ida, 260, 305, 307.
Derossi, Laura, 69, 175, 276, 283- Farina, Rachele, 281, 287.
284, 291, 294-295. Fasanella, Giovanni, 276.
Deshayes, Richard, 257. Fattorini, Emma, 214, 290, 298.
De Tassis, Piera, 282. Favero, Ornella, 294.
Deudon, Catherine, 291. Fellini, Federico, 27.
Dewey, John, 79. Fenoglio, Maria Teresa, 101, 286.
Di Cori, Paola, 291. Ferlinghetti, Lawrence, 32.
Didion, Joan, 194-195, 295. Ferraris, Pino, 286.
Di Leo, Mimma, 307. Ferré, Léo, 43.
Di Prima, Diane, 32. Ferretti, Gian Carlo, 293.
Dobbins, Peggy, 125. Fichera, Sara, 304.
Dominijanni, Ida, 305. Filippini, Nadia Maria, 296.
Donat-Cattin, Marco, 246. Firestone, Shulamith, 69, 121, 123,
Donini, Elisabetta, 305-307. 283, 287.
Dosse, François, 277. Firpo, Massimo, 286.
Dreyfus-Armand, Geneviève, 275. Fischer, Joschka (Joseph Martin),
Duberman, Martin B., 288. 24.
Duby, Georges, 281, 299. Fiume, Giovanna, 296, 305.
Ducrocq, Françoise, 143, 282, 290. Flores, Marcello, 5, 275, 284.

313
Fo, Dario, 43. Ginsberg, Allen, 32, 42-43, 48-49,
Foa, Lisa, 273. 129, 280.
Foa, Michele, 273. Ginsborg, Paul, 286.
Foa, Vittorio, 40, 107, 279, 286. Ginsburg, Faye, 298.
Fofi, Goffredo, 31, 278, 300. Ginzburg, Carlo, 307.
Forcella, Enzo, 39, 279. Giorda, Nicoletta, 282.
Ford, John, 44. Giordana, Marco Tullio, 181.
Fossati, Franca, 122. Girard, Réné, 133.
Foster, Jodie (Alicia Christian), Girardi, Giulio, 245.
150, 256. Girotti, Giuseppe, 158.
Fouque, Antoinette, 146, 177. Giua, Emiliana, 273.
Fourier, Charles (François Marie Giussani, Luigi, 29.
Charles), 152. Glover, Vivette, 218.
Frabotta, Biancamaria, 289, 292, Glucksmann, André, 195, 307.
307. Goffman, Erving, 27, 275.
Fraire, Manuela, 265, 281, 286, Goldhagen, Daniel Jonah, 307.
306-307. Goldman, Emma, 53, 242.
Fraisse, Geneviève, 296. Goldman, Pierre, 233.
Franceschini, Enrico, 15, 276, 303. Gorbačëv, Michail S., 255.
Frank, Robert, 275. Gouges, Olympe de, 53, 56, 60, 62.
Franzinetti, Vicky, 307. Gramaglia, Mariella, 57, 152, 192,
Freeman, Jo (Joreen), 94-95, 122, 212, 267, 281, 295, 307.
142-143, 258, 285, 287. Grandi, Aldo, 306.
Frenkel-Brunswick, Else, 292. Grasso, Laura, 282, 297, 306-307.
Freud, Sigmund, 152. Gray, J.Glenn, 292.
Friedan, Betty (Betty Naomi Gold- Griffin, Gabriele, 281, 289.
stein), 27, 54-55, 281. Grimaud, Maurice, 189, 190, 236,
295.
Gaber (Gaberscik), Giorgio, 88. Grispigni, Marco, 241, 277, 279,
Gaiotti De Biase, Paola, 292, 298. 280, 303.
Galante Garrone, Alessandro, 43. Groppi, Angela, 290-291, 302.
Galeotti, Giulia, 297. Grumbach, Tiennot, 92.
Gallant, Mavis, 236, 301. Guccini, Francesco, 42-43.
Galli Della Loggia, Ernesto, 292, Guerra, Elda, 281, 306.
306. Guevara, Ernesto («Che»), 109,
Gandhi, Mohandas Karamchand, 159, 233.
138, 161, 254, 289. Guidetti Serra, Bianca, 281.
Gandini, Giovanni, 39.
Garcia, Patrick, 277. Haley, Bill (William John Clifton
Garibaldi, Giuseppe, 38. Haley), 32.
Garzia, Aldo, 306. Halimi, Gisèle, 198.
Geismar, Alain, 302. Halliday, Johnny (Jean-Philippe
Ghione, Paola, 277, 279-280. Smet), 43.
Giani Gallino, Tilde, 290. Hamon, Hervé, 268, 283-285, 301.
Gianini Belotti, Elena, 296. Haraway, Donna, 23, 277.
Gilligan, Carol, 145, 290. Hardy, Françoise, 70.

314
Harrison, George, 159. Koedt, Anne, 153, 285, 287, 292.
Havel, Václav, 80. Kollontaj, Aleksandra, 53.
Hayden, Casey, 118. Koonz, Claudia, 299.
Hayden, Tom, 112. Kouchner, Bernard, 24.
Hearst, Patricia, 263. Kraus, Karl, 290.
Heller, Ágnes, 77, 283-284. Kristeva, Julia, 146, 287.
Hendrix, Jimi (Johnny Allen), 45, Kuliscioff, Anna, 60, 282.
49, 178.
Hepper, Peter, 299. Lacan, Jacques, 152.
Hillesum, Hetty, 167. Lanfranco, Monica, 305.
Himmler, Heinrich, 126. Langer, Alexander, 24, 166, 214.
Hirsch, Marianne, 282, 291. Langer, Sabina, 16.
Hite, Shere, 206. Lanzardo, Dario, 277.
Hitler, Adolf, 9, 223, 238, 254.
Lanzmann, Claude, 221.
Holiday, Billie (Eleanora Fagan),
Lattuada, Alberto, 65.
117.
Le Dantec, Jean-Pierre, 307.
hooks, bell, 138, 289.
Hopkins, Terence H., 284. Lefort, Claude, 275.
Horkheimer, Max, 99. Le Goff, Jean-Pierre, 294-296, 299-
Hutter, Paolo, 252, 303. 301, 303, 307.
Leiss, Alberto, 297.
Irigaray, Luce, 136, 145-146, 150, Le Naour, Jean-Yves, 296.
153, 258, 291. Lenin (Vladimir Il’ic Ul’janov), 109,
144.
Lennon, John, 226.
Jivani, Alkarim, 288.
Johnson, Lyndon Baines, 82. Lerner, Gad, 303.
Jong, Erica, 181, 294. Levi, Fabio, 284, 293.
Joplin, Janis, 49, 70, 178, 283. Levi, Primo, 9.
July, Serge, 233, 302. Levine, Ellen, 285, 287, 292.
Jünger, Ernst, 245. Levinson, Daniel J., 292.
Lévy, Benny, 233.
Kandel, Liliane, 289. Lévy, Marie-Françoise, 275.
Kaplan, Gisela, 281, 296, 305. Liebknecht, Sophie (Sonja), 290.
Karina, Anna (Hanna Karin Blarke Lilli, Laura, 282, 305.
Bayer), 190. Linhart, Robert, 92.
Kemp, Sandra, 305. Lombardo Radice, Marco, 172,
Kennedy, John Fitzgerald, 83. 294.
Kerouac, Jack (Jean-Louis), 32-33, Lombroso, Cesare, 127.
42, 48, 80. Lonzi, Carla, 11, 69, 96, 121, 136,
King, Martin Luther, 11, 161-162, 149-150, 152, 154, 177, 205, 253,
254. 289, 291-292, 297-298, 304.
King, Mary, 118. Lugli, Laura, 307.
King, Stephen, 82, 180, 284, 304. Lumley, Robert, 282.
Kinsey, Alfred, 185, 206. Lussana, Fiamma, 276, 280, 285,
Klapish-Zuber, Christiane, 291. 291, 293, 304.
Knibiehler, Yvonne, 296. Luxemburg, Rosa, 109, 144, 290.

315
Malcolm X (Malcolm Little), 229. Mitchell, Juliet, 151, 277.
Mancina, Claudia, 136, 219, 289, Mitterrand, François, 125.
292, 299. Mochi, Giuliano, 306.
Manconi, Luigi, 294, 302, 303, 307. Moguy, Léonide, 65.
Mansfield, Katherine, 144. Moltedo, Adriana, 290.
Mao Tse-Tung, 80, 159, 230, 243. Monaci, Daniela, 306.
Maraini, Dacia, 215, 298. Monroe, Marilyn (Norma Jeane
Marchetti, M., 280. Mortenson), 65.
Marconi, Diego, 175, 294. Morane, Erlyne, 302.
Marcus, Greil, 279. Morante, Elsa, 38, 43, 217.
Marcuse, Herbert, 10, 27, 43. Moravia (Pincherle), Alberto, 43.
Marino, Annalisa, 276. Morgan, Robin, 142.
Marlia, Anna Maria, 292. Mori, Anna Maria, 267, 307.
Marramao, Giacomo, 280, 304. Morin, Edgar, 6, 34, 46, 87, 275,
Martelli, Giordano Bruno, 279. 278, 280, 285.
Martinelli, Alberto, 284. Moro, Aldo, 172, 266-267, 271.
Martinelli, Elsa, 65. Moroni, Primo, 34, 41, 278, 280.
Marwick, Arthur, 8, 35-36, 71, 275, Morricone, Ennio, 161.
277-280, 283, 289. Morrison, Jim (James Douglas),
Marx, Groucho (Julius Henry 178.
Marks), 125. Motti, Lucia, 276.
Marx, Karl, 27, 43, 76, 150-152, Mozzoni, Anna Maria, 62.
161, 244. Muraro, Luisa, 146, 148, 281, 287,
Marzotto, industriali a Valdagno, 291, 305.
102, 164.
Maselli, Citto (Francesco), 43. Nadotti, Maria, 291.
Masi, Giorgiana, 248. Nahoum, Irène, 275, 285.
Mattei, famiglia, 247. Natoli, Salvatore, 295.
Maupassant, Guy de, 170-171, 294. Negarville, Massimo, 295.
Mayer, Sandro, 279, 281. Nenni, Pietro, 177.
Mazzini, Giuseppe, 245. Neri, Nadia, 166, 293.
Meitner, Lise, 53-54. Nero (Sparanero), Franco, 44.
Melandri, Lea, 12, 271, 276, 287, Newfield, Jack, 286.
289, 291, 293, 305, 308. Nico (Christa Päffgen), 178.
Menapace, Lidia, 146, 290, 305. Nixon, Richard, 81-82, 236.
Mercury, Freddie (Farrokh Bulsa- Nizan, Paul, 42, 279.
ra), 127. Noebel, David A., 35-36.
Merlo, Anna Maria, 283-284. Nuland, Sherwin B., 298.
Michetti, Maria, 282. Nussbaum, Martha, 156, 292.
Michnik, Adam, 85.
Miglietti, Angela, 18, 276, 293. Ohnesorg, Benno, 230, 278.
Milani, Lorenzo, 28, 163, 166, 254. Ortoleva, Eleonora, 178, 295.
Mill, John Stuart, 152. Ortoleva, Peppino, 34, 84, 88, 275,
Miller, Alice, 300. 278, 280, 284, 304.
Milletti, Nerina, 288. Ory, Pascal, 307.
Mina (Mina Anna Mazzini), 38, 67. Ottieri, Ottiero, 47, 280.

316
Packard, Vance, 279. Pontet, Ines, 292.
Pajetta, Giancarlo, 39, 279. Porro, Mario, 293.
Paley, Grace, 224, 300. Portelli, Alessandro, 37, 179, 276,
Pannella, Marco, 153. 278-279, 294.
Paolozzi, Letizia, 297. Pravo, Patty (Nicoletta Strambelli),
Papon, Maurice, 235. 70.
Papuzzi, Alberto, 186, 275, 294- Presley, Elvis, 11, 32, 35-38, 178-
295. 179, 182, 278.
Parca, Gabriella, 282, 295. Prince (Prince Rogers Nelson), 148,
Parenti, Francesco, 290. 291.
Parker, Dorothy, 13, 276. Providenti, Giovanna, 289-290,
Parlanti, Luciano, 249, 303. 305.
Pasolini, Pier Paolo, 27, 63, 126,
206, 298. Quaglino, Carla, 289.
Pasquino, Gianfranco, 302.
Passerini, Luisa, 276, 281, 283-286, Rame, Franca, 43.
294, 298, 301, 305, 306. Ramelli, Sergio, 250, 252.
Pavone, Rita, 38. Rapone, Anita, 285, 287, 292.
Penney, Gillian, 298. Rasy, Elisabetta, 194, 295.
Percovich, Luciana, 296, 297. Ravera, Lidia, 294.
Perkins Gilman, Charlotte, 53. Rayman, Marcel, 233.
Perkins, Carl, 37. Repetto, Margherita, 282.
Perlasca, Giorgio, 158. Restaino, Franco, 292.
Perrot, Michelle, 281, 296, 299. Revelli, Marco, 72, 104, 277, 282-
Petricola, Elena, 306. 283, 285-286, 303.
Peyretti, Enrico, 304. Ribero, Aida, 277, 281, 288, 296,
Pezzana, Angelo, 101. 304-305.
Piccirillo, Agnese, 276. Ribet, Giovanna, 292.
Piccone Stella, Simonetta, 65, 69, Ricci, Aldo, 301.
278-279, 282-283. Rich, Adrienne, 18, 276, 287.
Picq, Françoise, 288, 290-292, 294, Rimbaud, Arthur, 178.
296, 300, 304, 308. Rocard, Michel, 125.
Pierangeli, Anna Maria, 65. Roccella, Eugenia, 295, 308.
Pierro, Rita, 292. Rochat, Toti, 292.
Pietrangeli, Paolo, 229. Roe, Jane (Norma Leah McCor-
Pinelli, Giuseppe, 174, 240-241, vey), 202.
269. Rolli, Alice, 284.
Pinochet, Augusto, 191. Rosenberg, Charles E., 295.
Pintor, Giaime, 278, 294. Rosi, Francesco, 43.
Pio XII (Eugenio Pacelli), 145. Ross, Kristin, 268, 275, 277, 300-
Pisano, Laura, 281. 301.
Pitch, Tamar, 276. Rossa, Sabina, 276.
Pivano, Fernanda, 39, 41, 278-280. Rossanda, Rossana, 89, 103, 192,
Placido, Beniamino, 39. 267, 284.
Pol Pot, 245. Rossi, Paolo, 236, 277.
Pomata, Gianna, 304. Rossi, Walter, 172.

317
Rossi-Doria, Anna, 60, 265, 282, Sofri, Adriano, 166, 168, 242, 270,
290-291, 297, 306-307. 293, 301-302, 307-308.
Rostagno, Mauro, 93. Sohn, Anne-Marie, 296.
Rostropovič, Mstislav L., 255. Solanas, Valerie, 131.
Rotman, Patrick, 268, 283, 284, Solženicyn, Aleksander I., 191.
285, 301. Sommier, Isabelle, 19-20, 234, 242,
Rousset, David, 239. 268, 276, 286, 301-303, 307.
Rowbotham, Sheila, 151. Sontag, Susan, 193, 195, 255, 295,
Rubin, Jerry, 3, 45, 74, 283. 304, 310.
Ruddick, Sarah, 120, 287. Sottsass, Ettore, 41.
Rusconi, Marisa, 185, 196, 295-296. Spaak, Catherine, 65.
Spagnoletti, Rosalba, 305.
Sacco, Nicola, 161, 173. Spano, Francesca, 292.
Sagan, Françoise, 70, 283. Spirito, Franca, 260, 305, 307.
Salaris, Claudia, 279-280. Spivak, Gayatri Chakravorty, 19,
Salvati, Mariuccia, 165, 293. 276.
Sand, George (Amandine-Aurore- Staccioli, Paola, 276.
Lucile Dupin), 53. Stalin (Iosif V. Džugašvili), 200,
Sanford, R. Nevitt, 292. 245.
Santosuosso, Amedeo, 300. Steinem, Gloria, 140.
Saraceno, Chiara, 282, 291. Stembridge, Jane, 160.
Sarkozy, Nicolas, 3. Stewart, Eleanor, 127, 300.
Sartre, Jean-Paul, 5, 10, 42-43, 89, Stewart, Rod (Roderick David),
173, 185, 221, 279. 127.
Sassard, Jacqueline, 65. Strada, Gino, 25.
Savio, Mario, 45. Straniero, Michele Luciano, 278,
Scaraffia, Lucetta, 290, 295, 308. 294.
Scattigno, Anna, 291, 305.
Schiavo, Maria, 44, 176, 294, 306- Tambroni, Fernando, 28.
307. Tedeschi, Giuliana, 176, 294.
Schindler, Oskar, 158. Testori, Lucia, 289.
Schneir, Miriam, 281. Thomson, Judith Jarvis, 214, 298.
Scholen, Gershom, 166, 174, 293- Thoreau, Henry David, 254.
294. Tilly, Louise, 294.
Sciascia, Leonardo, 307. Timm, Uwe, 49, 278, 280.
Scott, Joan, 277, 294. Tobagi, Walter, 45, 280.
Scurati, Antonio, 194, 295. Todorov, Tzvetan, 157, 292.
Sémelin, Jacques, 302. Tonelli, Anna, 281, 294.
Semmelweis, Ignaz Philipp, 216. Tooley, Michael, 217, 298.
Shorter, Edward, 184, 294. Tourn, Federica, 292.
Siebert, Renate, 276. Tranfaglia, Nicola, 285-286, 301-
Signorelli, Amalia, 282. 302, 307.
Simon, Paul, 127. Travers, Julienne, 64, 282.
Sinibaldi, Marino, 172, 303, 307. Trebitsch, Michel, 277.
Smith, Bonnie G., 287, 288. Trockij (Lev D. Bronštejn), 109.
Socrate, Francesca, 236, 301. Trocmé, André, 158.

318
Tron, Graziella, 292. Wade, Henry, 202.
Tronti, Mario, 168. Wallemberg, Raoul, 158.
Trotta, Margarethe von, 259. Wallerstein, Immanuel, 284.
Tumminelli, Roberto, 276. Warhol, Andy (Andrew Warhola),
Turco, Livia, 291. 120, 127, 131.
Weil, Simone, 27, 96, 250, 285, 303.
Umberto I di Savoia, 174. Weininger, Otto, 288.
Weisstein, Naomi, 142.
Valcarenghi, Andrea, 44, 280. West, Mae (Mary Jane), 124.
Valenti, Catherine, 296. Whelehan, Imelda, 138, 289.
Valentini, Chiara, 305. Whitman, Walt, 79.
Valeri, Franca, 126. Wiener, Jon, 276, 302.
Valpreda, Pietro, 240-241. Wittig, Monique, 128, 288.
Vanzetti, Bartolomeo, 161, 173. Wojty¢a, Karol (Giovanni Paolo II),
Vartan, Sylvie, 43. 34.
Veauvy, Christiane, 281. Wollstonecraft, Mary, 56, 62.
Vecchio, Concetto, 294. Wood, Natalie (Natalija N. Zacha-
Vegetti Finzi, Silvia, 225, 300. renko), 32.
Veneziani, Marcello, 248, 303. Woolf, Virginia, 18, 56, 144, 170.
Vento, Nino, 252. Wright, Lawrence, 262.
Verucci, Guido, 292.
Verzar-Bass, Monika, 291. Young, Iris Marion, 287.
Vezzosi, Elisabetta, 296. Young, Marilyn, 120.
Viale, Guido, 48, 72-73, 109, 239,
244, 280, 284-286, 302, 307.
Vian, Boris, 252. Zancarini-Fournel, Michelle, 275,
Vigliani, Fernanda, 305. 277.
Vitale, Marcello, 85. Zarri, Gabriella, 290.
Vittorini, Elio, 182, 294. Zetkin, Clara, 53.
Viviani, Luciana, 282. Zinn, Howard, 293.
Voli, Stefania, 306. Zumaglino, Piera, 276, 291, 304.
Indice del volume

Introduzione 3
Dopo 40 anni, p. 3 - Immagini e contesti, p. 6 - Autopre-
sentazione, p. 8 - I temi, p. 10 - Memoria generazionale, p.
13 - Memorie del femminismo, p. 16 - Violenza e lutto, p.
19 - Vincere, p. 21 - Perdere, p. 24

Radici. I 26
Nati ieri, p. 26 - La scuola di massa, p. 29 - Culture contro,
cultura di massa, p. 31 - Elvis è una tigre di carta?, p. 35 -
Visto dall’Italia, p. 37 - Due modelli per essere giovani, p.
41 - La «Zanzara», i rockettari, gli adulti, p. 45 - Capelloni
e sessantotto, p. 47

Radici. II 51
Un comodo campo di concentramento, p. 54 - Femmini-
smi e movimenti, p. 56 - Il figliastro, p. 59 - In Italia: ge-
nerazioni, generi, modernità, p. 62 - Solitudine, p. 65 -
Un’emancipazione ferita, p. 68

Politiche 71
«Vattene via» , p. 72 - Partire da sé, p. 73 - Il popolo si ser-
virà da solo, p. 75 - Più i comportamenti che le ideologie,
p. 78 - Gli studenti americani, p. 81 - Tutti insieme, tutti
uguali?, p. 85 - Assemblee, p. 89 - Siete vivi o morti?, p. 91
- Amici compagni leader, p. 94 - In Italia, p. 98 - Il lungo
’68, p. 101 - Cambiamenti, p. 105 - Mutazioni, p. 108

Politiche del femminismo 111


Una femminilizzazione della politica?, p. 111 - Come ren-
dere (quasi) invisibile una donna, p. 114 - Nel movimento
per i diritti civili, p. 116 - Strade per il femminismo, p. 119
- L’arcano, l’estremo, l’antico, il futuribile, p. 122 - I mo-
vimenti omosessuali, p. 126 - Autocoscienza, p. 131 -
Uguaglianza e differenza, p. 135 - Differenze, p. 138 - Né
potere né organizzazione?, p. 140 - I conti con le madri, p.

321
144 - E con la madre, p. 148 - I conti con i padri, p. 150 -
Etica, cura e obiettività, p. 155

Amore 159
Tipi di amore, p. 159 - L’Europa, p. 162 - I sud del mon-
do, p. 165 - Sensi di colpa, codismo, p. 167 - Una vita da
ricchi, p. 169 - Oppressi meritevoli e non, p. 170 - Amore,
odio, p. 172 - Dall’amore di sé al conformismo, p. 174 -
«Puer aeternus», p. 177 - E chi non era giovane?, p. 179 -
Eros, p. 181 - Se sei libera veramente, p. 184 - Quasi il si-
lenzio, p. 187

Dolore 189
La classifica del dolore, p. 189 - Poi qualcuno muore, p.
191 - Dove ragione e cultura faticano, p. 193 - Donne e al-
tri, p. 195 - Un movimento a valanga, p. 197 - Diritto di
aborto?, p. 201 - In Italia, p. 204 - L’aborto degli uomini,
p. 205 - Dolore, indifferenza, eros, p. 207 - Cos’è il feto?,
p. 210 - Lutto senza riparo, p. 212 - Chi prende posizione,
p. 214 - La cognizione del dolore, p. 215 - Il beneficio del
dubbio, p. 217

Stregate 221
I fatti, p. 221 - I racconti, p. 224

Violenza 228
La crisi della nonviolenza, p. 228 - Lotta, festa, e la sedu-
zione della violenza, p. 231 - Ritorno al passato, p. 234 -
Fascismo/antifascismo, p. 235 - De Gaulle = Hitler?, p.
237 - Nuovi partigiani?, p. 239 - Il mito della fine dell’in-
nocenza, p. 240 - Una violenza «naturale», p. 242 - Dal ’68
ai gruppi, p. 244 - Movimenti e terrorismo, p. 246 - Come
creare la politica, p. 248 - Come disfare la politica, p. 250
- Poteva andare diversamente, p. 252 - Uomini contro don-
ne, p. 255 - Femminismo e violenza femminile, p. 257 - Se
non avessimo avuto le donne, p. 260 - Non è così facile di-
ventare un terrorista, p. 262 - Quale autonomia, p. 264 - La
Lip, Lotta continua, un bambino, p. 268

Note 275

Ringraziamenti 309

Indice dei nomi 311