Sei sulla pagina 1di 16

HABERMAS

E L’ETICA DEL
DISCORSO

A CURA DI
LIGUORO TOBIA
INDICE

1. Introduzione……………………………………………………….2

2. Considerazioni propedeutiche……………………………….……1

3. Il principio di universalizzazione……………………………..…..3

4. L’analisi trascendental-pragmatica.……………………...……….7

5. L’etica del discorso…………………………………………..……..9

6. Moralità, eticità e principio di democrazia………………………


10

7. Conclusione………………………………………………………..12

8. Bibliografia………………………………………………………..13

1
L’ETICA DEL DISCORSO

1. Introduzione

Il pensiero di Habermas si sviluppa in un terreno di conflitto tra due


correnti filosofiche, delle quali la prima leggeva la ragione in chiave
puramente strumentale, ossia come artefatto utile solo per esprimere verità
di fatto e relazioni matematiche, null’altro; l’altra, detta filosofia
cognitivista, a partire da Kant tengono fermo alla “capacità di verità” delle
questioni pratiche. È proprio da Kant che prenderà il concetto di imperativo
categorico, applicando l’agire comunicativo kantiano ad una dimensione
dialogica intersoggettiva con alla base il principio U per cui una norma per
essere giusta deve essere accettata da tutti.

Habermas sposa il pensiero cognitivista, in particolare appoggia e


prende spunto da Karl Otto Apel nel tentativo più che riuscito di mostrare
come i fenomeni morali sono accessibili ad una analisi formal-pragmatica
dell’agire comunicativo, fondata su rivendicazioni di validità della propria
asserzione.

2. Considerazioni propedeutiche

2
Habermas pone una serie di considerazioni propedeutiche alla sua etica
per distaccarla e difenderla dalle manovre metaetiche degli scettici.

Per la prima considerazione si rifà a Stawson, che prende le mosse da


una reazione emotiva che può dimostrare anche al più indurito avversario il
contenuto di realtà delle esperienze morali: l’indignazione con la quale
reagiamo alle umiliazioni. Nel ricevere una umiliazione si generano
risentimento e indignazione e le si rivolgono contro un Altro, che lede la
nostra integrità; ma questo sdegno non deve il suo carattere morale al fatto
che venga interrotta l’interazione tra due persone. È piuttosto il venir meno
alle aspettative rispetto a delle normative fondamentali più o meno esplicite.
Solo così si spiega il fenomeno del senso di colpa. Per avvertire tutto ciò i
due interlocutori devono entrare in relazione, interagire ed essere parte
attiva, non passiva di questa interazione. Così Habermas e Stawson
dimostrano che il mondo dei fenomeni morali si rende accessibile solo se lo
si affronta dall’atteggiamento performativo dei partecipanti all’interazione.
Le reazioni emotive personali rimandano a criteri personali della
valutazione di norme e comandamenti.

Nella seconda considerazione prende spunto da Toulmin, il quale


instituisce un parallelo tra sentimenti e percezioni. Prendiamo in
considerazione l’enunciato “questo bastone è curvo” (come potremo
prendere enunciazioni di sentimenti ad esempio “si è comportato
nobilmente”): l’enunciato in sé non costituisce reazioni particolari ma,
qualora urtasse in contraddizioni, verrebbe messa in dubbio la pretesa di
validità ad essa connessa facendo scaturire un dibattito in cui l’assertore del
primo enunciato porta le sue motivazioni per aver detto: “questo bastone è
curvo”, ad esempio spiegando che gli era apparso curvo per una illusione
ottica. Questo tipo di schema si verifica anche nel caso di asserzioni
moralistiche. Le spiegazioni del primo interlocutore porteranno il secondo

3
ad avere una reazione ora scusandolo, ora giustificandolo, ora criticandolo.
Emergono così due tipi di critica: la prima verso le ingannevoli esperienze
quotidiane, è atta a correggere le opinioni e le attese; la seconda è la critica
morale, atta a modificare i modi di agire e rettificare i giudizi espressi su di
essi.

In un passaggio Habermas riporta Alan R. White che vede le discussioni


morali come lo strumento per affermare solo che una soluzione X enunciata
è l’unica soluzione possibile, moralmente accettabile o comunque la
migliore da farsi secondo chi la fornisce, quindi le asserzioni morali non
possono rispondere alla domanda “Che cosa devo fare?”, pur eventualmente
implicando una risposta a questa domanda. Così, citando gli scritti di
Moore, Toulmin e Hare, Habermas vuole dimostrare che le impostazioni
non cognitivistiche svalorizzano il mondo delle intuizioni morali
quotidiane. Secondo queste dottrine, dal punto di vista scientifico sulla
morale si può parlare soltanto empiricamente. Noi assumiamo un
atteggiamento oggettivante e ci limitiamo a descrivere quelle funzioni che
vengono soddisfatte da enunciati e sentimenti. Queste teorie non possono
concorrere con le etiche filosofiche. Si deve spiegare il senso della
giustezza normativa in modo tale da non cadere nella tentazione di
assimilare un tipo di enunciato normativo ad uno descrittivo, così da non
rendere prive di oggetto quelle ricerche etiche volte alla ricerca di una teoria
normativa apparentemente priva di oggetto.

3. Il principio di universalizzazione

Il tentativo di fondare l’etica nella forma di una logica


dell’argomentazione morale funziona solo se possiamo identificare la
validità connessa a norme e precetti. Il principio di universalizzazione può

4
intendersi come quel principio-ponte che rende possibile un accordo nelle
argomentazioni morali.

Habermas chiama comunicative quelle interazioni nelle quali i


partecipanti coordinano di comune accordo i loro piani d’azione: l’accordo
di volta in volta raggiunto si commisura in base al riconoscimento
intersoggettivo delle pretese di validità. Egli distingue un agire
comunicativo, orientato a motivare l’altro a compiere un’azione concordata
in seguito ad una proposta, dall’agire strategico, volto ad anticipare e ad
influenzare l’interlocutore tramite minace o gratificazioni, per indurlo alla
continuazione di un’interazione.

Un parlante si troverà quindi a dover soddisfare le pretese


dell’interlocutore che, in base alla situazione possono essere pretese di
verità, giustezza o veridicità. Le prime due andranno soddisfatte attraverso
una argomentazione coerente e proficua, l’ultima verrà soddisfatta
attraverso un comportamento coerente. Che l’uditore venga convinto dal
parlante non si spiega, quindi, con la validità di ciò che viene detto, ma in
base alla garanzia coordinatrice assunta da quest’ultimo nell’impegnarsi a
soddisfare la pretesa avanzata. Quando l’uditore si fida della garanzia data
dal parlante si raggiunge un accordo che implica degli obblighi derivati
dall’interazione che sono volti proprio a soddisfare quelle pretese di validità
ed a far proseguire l’interazione.

A prima vista gli enunciati utilizzati in azioni linguistiche constatative si


comportano allo stesso modo che nelle azioni linguistiche normative, infatti
potremo dire che la verità degli enunciati significa l’esistenza di stati di
cose similmente a come la giustezza delle azioni significa l’adempimento di
norme. La differenza la notiamo nell’agire linguistico rispetto alle norme e
rispetto ai fatti. Agendo rispetto le norme noi ci rifacciamo a dei precetti

5
validi e vigenti al di là della nostra azione linguistica. Se il nostro agire
linguistico invece è volto ai fatti ci troveremo ad utilizzare enunciati
assertori che non hanno validità se non inseriti in una azione linguistica, per
cui, questi enunciati, avranno una forza assertoria minore rispetto agli
enunciati rifacentesi alle norme.

Allo stesso modo le pretese di verità sono fondate solo sulle azioni
linguistiche, mentre le pretese di validità normativa trovano fondamento in
prima istanza nelle norme, poi nell’azione linguistica. Ne consegue che le
pretese di validità normativa godono di una oggettività superiore alle
pretese di verità, ma sono dipendenti dalle norme, e quindi dal mondo
sociale, perché le norme scaturiscono dal bisogno di stabilire un ordine
nelle relazioni interpersonali. Ci possono essere buone ragioni per ritenere
ingiustificata la pretesa di validità di una norma socialmente valida. Il
mettere in vigore le norme non basta per assicurarne alla lunga il valore
sociale.

Tutte le etiche cognitiviste prendono le mosse dall’intuizione di Kant


riguardante l’imperativo categorico “agisci soltanto secondo quella
massima che, al tempo stesso, puoi volere che divenga una legge
universale”.

Il principio morale è formulato in modo da escludere, perché non


valide, quelle norme che non potrebbero incontrare il consenso qualificato
di tutti i possibili interessati. Il principio ponte che rende possibile il
consenso deve assicurare che vengano accettate come valide soltanto quelle
norme che esprimono una volontà universale: devono avere tutte le qualità
richieste per essere “legge universale”. Si può intendere l’imperativo
categorico come un principio che richiede che i modi di agire e le massime,
nonché gli interessi possano essere universalizzati. Tuttavia, una norma non

6
può essere considerata come espressione di un interesse comune a tutti i
possibili soggetti coinvolti per il solo fatto di apparire accettabile ad alcuni
di essi e la forma grammaticale degli enunciati normativi non è una
condizione sufficiente per stabilire precetti morali validi, in quanto il
significato dell’imparzialità non può essere ricavato dal solo uso coerente
del linguaggio. Le norme valide devono meritare il riconoscimento da parte
di tutti gli interessati e necessita di imparzialità. È imparziale quella
posizione partendo dalla quale sono suscettibili di universalizzazione
appunto quelle norme che, incorporando un interesse comune a tutte le
persone coinvolte, possono contare sul consenso universale e meritano un
riconoscimento intersoggettivo. La formazione imparziale del giudizio si
esprime quindi in un principio che obbliga chiunque faccia pare della
cerchia degli interessati ad assumere, nell’apprezzamento degli interessi, la
prospettiva di tutti gli altri. Il principio di universalizzazione deve imporre
quell’universale scambio di ruoli che Mead ha definito come “discorso
universale”. Così ogni norma valida deve soddisfare la condizione che le
conseguenze possano venir accettate da tutti gli interessati. Secondo l’etica
del discorso una norma può pretendere di avere valore soltanto se tutti
coloro che possono essere coinvolti raggiungono come partecipanti a un
discorso pratico un accordo sulla validità di tale norma.

Habermas esclude un’applicazione fonologica di questo principio. Esso


regola solo argomentazioni tra partecipanti e contiene la prospettiva di
argomentazioni da condurre realmente, alle quali di volta in volta sono
ammessi come partecipanti tutti gli interessati, utilizzando di fatto il
principio di universalizzazione come una regola di argomentazione. Se le
argomentazioni morali devono produrre un accordo che sia espressione di
una volontà comune, non basta che un individuo rifletta se può accettare
una norma, né che ogni singolo rifletta per sé e poi comunichi la sua

7
decisione come una votazione, si richiede una argomentazione reale, cui
prendano parte tutti gli interessati, alla ricerca di una intesa intersoggettiva
e di una piena convinzione della validità dell’accordo.

Habermas procede immaginando un dibattito tra un cognitivista ed uno


scettico in cui lo scettico da una serie di obbiezioni ed il cognitivista
risponde a tono. Serve a questo punto come riepilogo di quanto detto fin
ora, ma introduce una domanda: è necessaria e possibile una fondazione del
principio morale? Fino ad ora si era preso l’imperativo categorico e la teoria
morale di Kant come fondamento del principio di universalizzazione, ma la
morale kantiana è solo una fra tante altre morali e soprattutto rispecchia un
pensiero prettamente occidentale, il che renderebbe la pretesa di
universalità un paralogismo etnocentrico. Quindi il cognitivista può
appellarsi alla teoria di Apel, il quale sostiene che il principio U non sia
dimostrabile deduttivamente, ma chi lo nega cade in una contraddizione
performativa. Tale contraddizione si verifica quando un’azione linguistica
constatativa si fonda su presupposti non contingenti, il cui contenuto
proposizionale contraddice l’asserto affermato. Lo scettico perciò,
contestandolo, dialoga e accetta le regole dell’argomentazione. Esempio
lampante può essere l’asserzione “cogito ergo sum”: se faccio un’obiezione
sul principio U nello stesso momento sto dimostrando la sua validità,
mentre se dico “io non esisto” entro in contraddizione.

4. L’analisi trascendental-pragmatica

Habermas scrive che «si può dire che gli argomenti sono
“trascendentali” solo quando si rivolgono a discorsi, o a competenze
corrispondenti, che siano tanto generali da non poter essere sostituiti da
equivalenti funzionali». Così apre il panorama di ciò che Apel definisce
analisi trascendental-pragmatica con cui si passa dallo solo studio

8
dell’utilizzo del linguaggio e della diversa catalogazione degli atti e stili
linguistici, allo studio dei presupposti impliciti linguistici per la costituzione
di un discorso coerente e razionale per cui i parlanti riescono ad intendersi.

R.S.Peters tenta di dedurre dal presupposto del discorso pratico


determinate norme fondamentali, tra cui il principio di equità e quello di
libertà d’opinione, ma egli mette in campo solo soluzioni che, per il modo
in cui sono condotte, lasciano spazio a due obbiezioni: la prima è quella di
petitio prinicipii, ossia lo scegliere limitare i presupposti normativi a quelli
immessi nella definizione di ciò che vorrebbe intendere per discorso
pratico; la seconda è che lo scettico può dire che la sua libertà di opinione
sta nella partecipazione stessa al discorso.

L’argomento trascendental-pragmatico dovrà mostrare come il principio


di universalizzazione, che funge da regola argomentativa, sia implicato dai
presupposti dell’argomentazione in genere. A dare questo connotato
particolare all’argomento appena citato riescono bene Popper, Hare e R.
Alexy, quest’ultimo è il più semplice.

Il catalogo di Alexy comprende una serie di regole riguardanti il livello


logico-semantico, dialettico e retorico, atte a delineare una situazione
linguistica ideale in cui il discorso possa svolgersi non facendo emergere
l’individuo in quanto stato sociale, abilità e tempistica dialettica o capacità
di presenza, ma valorizzando la miglior argomentazione, capace di essere
accettata e condivisa. È importante sottolineare che queste regole non
costituiscono ma regolano il discorso. Di seguito ne vediamo alcuni divisi
per ambito:

1) logici: nessun parlante può contraddirsi, differenti parlanti non


possono usare la stessa espressione in significati differenti

9
2) dialettici: chi usa un asserto o una norma che non sono oggetto di
discussione deve essere disposto a giustificarli, ciascun parlante può
affermare solo ciò che egli stesso crede

3) retorici: ogni soggetto capace di parlare e di agire può prendere parte


alle argomentazioni, chiunque può problematizzare, introdurre affermazioni
o esternare desideri e bisogni, non è lecito impedire a un parlante di
avvalersi dei suoi diritti.

Quando si parla di regole del discorso non si tratta di convenzioni, ma


di presupposti inevitabili. Le regole del discorso sono una forma
dell’esposizione di presupposti pragmatici tacitamente accettati di una
distinta prassi del discorso. Esse devono asserire che i partecipanti
all’argomentazione sono obbligati a supporre che le suddette condizioni
siano soddisfatte in modo approssimativo e sufficiente agli scopi
dell’argomentazione stessa. Occorrono disposizioni istituzionali per
neutralizzare limitazioni empiriche in modo che si possano soddisfare
almeno con approssimazione quelle condizioni idealizzate.

Dalle regole del discorso risulta che una norma discussa può trovare
consenso tra i partecipanti a un discorso pratico solo se U è valido, cioè se
tutti possono accettare liberamente quelle conseguenze ed effetti secondari
che derivano da un’osservanza universale della norma discussa

5. L’etica del discorso

L’etica del discorso può venir ricondotta al principio economico D


secondo il quale possono pretendere validità solo quelle norme che trovano
il consenso di tutti i soggetti coinvolti quali partecipanti a un discorso
pratico.

10
Alla base dell’etica di questo tipo di etica c’è quindi il principio di
universalizzazione che va distinto da qualsiasi principio materiale o norma
fondamentale, che possono costituire solo l’oggetto delle argomentazioni
morali; dal contenuto normativo dei presupposti dell’argomentazione che
possono venir esplicati in forma di regola; da D, cioè dal principio dell’etica
del discorso, che enuncia l’idea di una teoria della morale, ma non fa parte
della logica dell’argomentazione.

L’etica del discorso, ricapitolando, esige un principio U che regola


l’argomentazione, dei presupposti pragmatici che abbiano un contenuto
normativo dell’argomentazione, l’esplicitazione di questo contenuto a
mezzo di regole del discorso e la dimostrazione che tra U e la dimostrazione
esplicita non vi sia un rapporto di implicazione materiale in connessione
con l’idea di giustificazione di norme. Queste esigenze vengono soddisfatte
attraverso un processo maieutico che ha come filo conduttore la ricerca di
contraddizioni performative che, nel soddisfare i vari punti riesce anche a
richiamare l’attenzione dello scettico, dare una forma alle a questo sapere in
modo che lo scettico possa riconoscere le sue intuizioni in quella
descrizione, verificare con controesempi la mancanza di alternative valide
ai presupposti esplicitati dal proponente.

Rifacendosi a Girberail, Habermas propone una distinzione tra il know


how e il know that: il primo è l’insieme delle conoscenze implicite del
parlante, mentre il secondo è la traduzione del no how in enunciati in cui
vengono applicate le regole fin ora espresse. Il know that ha bisogno di
essere confermato e dimostrato attraverso la maieutica.

6. Moralità, eticità e principio di democrazia

La disputa tra cognitivista e scettico non si esaurisce però con questi


argomenti. Uno scettico che preveda di dover esser colto in contraddizioni

11
performative, rifiuterà in partenza il gioco dell’aggiramento e rifiuterà
qualsiasi argomentazione. Lo scettico coerente toglie di sotto ai piedi del
pragmatico trascendentale il terreno per i suoi argomenti. Questo modo di
vedere è stato introdotto da Nietzsche e successivamente da Focault. La
situazione argomentativa è cambiata: il cognitivista se prosegue con le sue
riflessioni, potrà parlare solo sullo scettico e non con lui.

Con il rifiuto all’argomentazione, lo scettico non può negare di


condividere una forma di vita socio culturale, di essere cresciuto in rapporti
di agire comunicativo e di riprodurvi la sua vita. In breve egli può negare la
moralità ma non l’eticità dei rapporti vitali entro i quali ha la sua dimora.
Altrimenti dovrebbe suicidarsi. Non può sbarazzarsi della prassi
comunicativa quotidiana, nella quale è costretto a prendere posizione con
un sì o con un no. Infatti ogni forma di vita socio culturale non può evitare
di entrare in un agire comunicativo con mezzi argomentativi. Quindi
l’obbiettare dello scettico tirandosi fuori dall’agire comunicativo risulta
essere una vuota esibizione.

Da ciò sovviene una distinzione tra un agire comunicativo orientato al


successo ed all’intesa ed un agire strategico volto ad anticipare il pensiero e
le obiezioni di colui con il quale ci si interfaccia non per generare un
discorso ma per evitare il confronto stesso (è il caso dello scettico che
rifiuta ogni forma di argomentazione o che rifiuta lo stesso agire
comunicativo). Ma la possibilità di scegliere tra agire comunicativo e
strategico è solo astratta e possibile per breve tempo.

Il radicamento della prassi argomentativa nei contesti del mondo vitale


dell’agire comunicativo gli aveva richiamato senz’altro alla memoria la
critica di Hegel a Kant, che ora lo scettico addurrà contro il cognitivista.
Non ci si può affrancare dalla fatticità concreta della nostra società per

12
arrivare a una morale universalizzabile. Ma il principio dell’etica del
discorso si riferisce a una procedura, cioè alla soddisfazione discorsiva di
rivendicazioni di validità normativa, perciò l’etica del discorso può essere
connotata come formale. Indica un modo di procedere. Entra in azione
quando si crea conflitto su una norma accettata in un gruppo sociale e ci
permette di vagliare ciò che è bene e ciò che è giusto, gli asserti valutativi e
quelli normativi. Per lo scettico le norme sono valide solo a livello sociale.
Bisogna distinguere ciò che è buono e ciò che è giusto, valido per più
gruppi, distinguere quindi moralità ed eticità. Il punto di vista morale è
universalistico e si definisce con il principio U, quindi al principio
dell’imparziale considerazione di tutti i coinvolti. Dal punto di vista etico,
invece, bisogna considerare la somma delle ragioni etiche che fanno appello
al bene di una certa comunità: fanno ad esempio parte dell’eticità le norme
giuridiche che risultano giustificabili non solo con ragioni morali ma anche
con ragioni etico politiche. I valori sono parte attiva della morale ma, non
essendo universalizzabili, sono utilizzabili solo nell’ambito di questioni ed
asserti valutativi, non per questioni morali o asserti normativi.

Da qui Habermas arriva ad elaborare il principio della democrazia (d)


secondo il quale possono pretendere validità legittima solo le leggi
approvabili da tutti i consociati in un processo discorsivo di situazione a sua
volta giuridicamente costituita. Questo principio non è altro che
l’istituzionalizzazione dell’etica del discorso. Come la legittimità delle
norme morali, cosi anche quella delle norme giuridiche deriva da discorsi,
ma stavolta da discorsi istituzionalizzati, dotati di una sfera dell’opinione
pubblica e di sedi di dibattuto in vista di deliberazione. Habermas propone
di considerare il diritto come medium attraverso cui il potere comunicativo
si trasforma il potere amministrativo.

7. Conclusione

13
In conclusione con l’etica del discorso Habermas formula i principi
della sua prospettiva morale; soprattutto, dà una formulazione chiara al
principio dell’etica, che viene fondata sul principio U per il quale ogni
norma deve soddisfare la condizione che le conseguenze e gli effetti
secondari derivanti di volta in volta dalla sua universale osservanza possano
venir accettati da tutti gli interessati. Dal principio U si procede al cuore
dell’etica del discorso con il principio D che rende valide soltanto le norme
d’azione che tutti i potenziali interessati potrebbero approvare partecipando
a discorsi universali. In ultimo applica questi due principi all’ambito
normativo generando il principio d per il quale possono pretendere validità
legittima solo le leggi approvabili da tutti i consociati in un processo
discorsivo di statuizione a sua volta giuridicamente costituito.

14
BIBLIOGRAFIA

Fonti principali:

1. J. HABERMAS, Etica del discorso, ed. Laterza, Urbino, 2020

Fonti secondarie:

1. Seminario “I classici della filosofia tedesca – Jürgen Habermas”,


https://www.youtube.com/watch?v=wSr0jex3FKc&t=258s
Biblioteche Civiche Torinesi, Torino, 2016

2. Seminario “La lezione di Habermas”, https://www.youtube.com/watch?


v=VEkd7RlaAME&t=189s Accademia IISF, Napoli, 2019

3. L’etica habermasiana e la costruzione di una teoria della democrazia,


Stefano Petrucciani, Brescia, 2019

15

Potrebbero piacerti anche