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Luigi Magnani

Beethoven
lettore di Omero
Luigi Magnani

Beethoven
lettore di Omero

Giulio Einaudi editore


SAGGI 668
Jean-Auguste-Dominique Ingres, Busto di Omero_ Montauban, Museo Ingres_
Copyright© I984 Giulio Einaudi editore s.p. a., Torino

ISBN 88-06-0.5733-2
In dice

P· 3 Premessa

7 Parte prima

45 Parte seconda

69 Note
79 Appendice
87 Indice dei nomi
Beethoven lettore di Omero

A Massimo Mila
Premessa

Il fascino della Grecia antica attrasse Beethoven sin dalla sua


prima giovinezza. Era il tempo in cui, frequentando l'Università
di Bonn (detta l'Università dell'Aufklarun g per essere la piu aper­
ta alle idee liberali), venne iniziato alla poesia di Schiller, alla filo­
sofia di Kant, a tutti quei valori spirituali, emblemi di una unica
fede, che costituirono il nutrimento fecondo della sua personalità
di uomo e di artista.
Il Reno, da frontiera, si era trasformato in via aperta alle idee
della rivoluzione francese che, ammantata di severe toghe, aveva
trovato nella tradizione strettamente classica della Repubblica ro­
mana ideali e forme d'arte di cui abbisognava, come disse Marx,
per nascondere se stessa e nobilitare la cruenta violenza delle pas­
sioni, facendole assurgere alla nobiltà dell'antica tragedia greca.
Se i germi rivoluzionari non attecchirono in terra tedesca, ac­
cesero nondimeno gli animi di quegli ideali che, fugati in Francia
dal sole di Termidoro, continuarono a risplendere nel cielo della
Germania quali simboli di una umanità nuova. In quegli anni il
diffuso umanesimo, mirante alla conquista della integrità dell'uo­
mo, poneva la Grecia quale modello supremo, simbolo di quei
valori di civiltà e d'arte che già avevano trovato in essa sintesi
armoniosa e storica realtà.
All'ostinato, fervente studio della musica si accompagnò allo­
ra in Beethoven una inestinguibile sete di cultura, un ardente de­
siderio di sapere. «Non c'è nessun trattato che possa essere trop­
po erudito per me. Senza avere la minima pretesa ad una vera eru­
dizione, mi sono sempre occupato, sin dalla fanciullezza, di com­
prendere il pensiero degli uomini eletti e dei savi di ogni tempo.
4 Beethoven lettore di Omero

Vergogna all'artista che non si fa dovere di andare almeno tan­


t' oltre» 1•
A differenza dei molti che in Germania guardavano alla Gre­
cia, sogno nostalgico dell'anima tedesca, come ad un Paradiso
perduto, ad una visione di perfetta irraggiungibile bellezza, Bee­
thoven seppe riconoscere in quelle antiche istituzioni, determi­
nate da fondamentali valori morali e civili, una validità sempre
attuale e perenne.
Attraverso il velario della Grecia antica, evocata dalla poesia
di Omero, egli scorse certi aspetti della vita sociale e politica del
suo tempo, che al confronto non potevano che risultare men che
meschini. Nel baluginare di un'ottica controluce, le immagini de­
gli Dei, vigili custodi del destino degli uomini, ora benevoli e
pietosi, ora adirati e sordi alle suppliche dei mortali, dovevano
apparirgli non molto dissimili da quelle dei Principi viennesi
suoi protettori, ora soccorrevoli e generosi, ora volubili e dimen­
tichi delle promesse, gelosi dei loro privilegi; l'Olimpo allora do­
minante che traeva prestigio piu per casualità di nascita che di
merito, labile ombra di quella aristocrazia arcaica, di quella no­
biltà che sorgeva da un profondo ethos umano e trovava suo fon­
damento nella areté, espressione suprema di ogni virru, quale
rivive incarnata negli eroi della poesia di Omero.
Oltre i millenni che lo separano da quella fonte originaria, e
come in virtu della vichiana «comune natura delle nazioni», per
la risonanza che quell'antica saggezza trovava nel suo intimo,
egli avverte il vincolo segreto di affinità elettive che lo eleggono
cittadino della patria dei suoi maestri e lo fanno sentire quasi
estraneo a quella in cui egli è nato. Gli sembra infatti trovare
nel mondo greco, oltre che un alto esempio di civiltà e di vita,
una giustificazione del suo disamore verso il presente.
Se Wagner afferma, scrivendo a Berlioz, di aver cercato il suo
«point de départ dans la Grèce ancienne» nella tragedia attica,
Beethoven lo ha trovato nella poesia di Omero.
Lo vedremo infatti riconoscere se stesso nella poesia che ri­
flette come in un magico specchio i piu intimi moti del sentimen­
to umano, le inesorabili leggi che governano il destino degli uo-
Premessa 5

mini, il ritmo delle opere e i giorni dell'homo artifex, in armonia


con l'ordine cosmico, quale Omero ci descrive raffigurato nello
scudo di Achille. In quel lontano passato Beethoven trovò il suo
presente, in quelle spente generazioni la sua ideale famiglia . An­
ch'egli come Mephisto, sul Peleo superiore, avrebbe potuto affer­
mare : « vom Harz bis Hellas immer V ettern » ( « dallo Harz al­
l'Ellade sempre tutti cugini » ) 2 •
Parte prima
L'8 agosto del I 809 Beethoven, scrivendo al suo editore Breit­
kopf, lo prega di inviargli una edizione di tutte le opere di
Goethe, di Schiller: «i due poeti sono i miei favoriti come Ossian
e Omero; quest'ultimo purtroppo non posso leggerlo che nella
traduzione». Lo lesse infatti in quella del Voss, nell'esemplare
dell'Odissea che ancora si conserva tra quanto resta della sua
biblioteca, ove peraltro piu non si trova il testo dell'Iliade. Os­
sian, «l'irlandese recentemente scoperto», come è detto nei suoi
Quaderni di conversazione, viene accostato da Beethoven, come
già da Herder, ad Omero, per avervi riconosciuto la forza pri­
migenia che è di ogni grande poesia. Tutti i caratteri principali
dello spirito antico che si riscontrano in Omero e negli altri greci
si trovano anche, per Leopardi, in lui: «La stessa divinazione
della bellezza, lo stesso entusiasmo per la gloria e per la patria» 3•
Beethoven ben sa che la traduzione della poesia, pur offrendo
una immagine fedele del contenuto, non potrà mai consentire di
coglierne il canto interiore, quell'«air du chant mal tu par l'encre
sous le texte fermé et caché», come direbbe Mallarmé; ma dal
nipote, «molto addentro nelle ricche indagini dell'Ellenismo»,
come lo definisce Beethoven scrivendo a Goethe, si fa trascrive­
re un emistichio dell'O dissea sulla pagina di un suo taccuino:
« V1}0'� Èv àiJ.q>t.pU"t'TI», quasi che quei caratteri potessero svela­
re come un ideogramma senza intermediari, nel modo diretto
proprio della musica e per incanto, il loro senso segreto ed evo­
care la visione dell' «isola beata in mezzo al mare, sonante di on­
de»: la terra dei Feaci, molto amati dagli Dei, agli estremi confi­
ni del mondo, ove anch'egli avrebbe voluto poter vivere solitario
ro Beethoven lettore di Omero

ed operare i suoi incanti come Prospero, il mago della Tempesta.


Considerate nel loro aspetto grafico quelle parole si fanno per
Beethoven portatrici di una suggestione poetica, simbolo lingui­
stico che rinvia al di là di ogni elemento conoscitivo, pura sensa­
zione e visione, ch'egli arresta nella sua coscienza, a perpetuarla
nel ricordo, destinata, forse, a trovare poi, al modo di tante altre,
espressione nella musica. Ad Anton Schindler che gli aveva chie­
sto quale fosse l'idea ispiratrice della Sonata per pianoforte op.
3 I n. 2 rispose: «leggete La Tempesta di Shakespeare», mentre
nel Trio in si bemolle maggiore op. 97 egli avrebbe desunto, come
lascia intendere a Schindler, lo schema espressivo nel suo dive­
nire e la sequenza delle suggestioni poetiche dalla Medea di Euri­
pide. Se dei tragici greci il suo preferito è Eschilo, il poeta del
Destino, cui viene riconosciuto il primato su Sofocle ed Euripi­
de, definito piu amabile e non cosi appassionante come Eschilo,
ma piu tenero, nondimeno anch'egli ebbe ad accendere la sua
fantasia e ad offrirgli motivi di ispirazione 4•
Sarà appunto in questo rivivere una emozione, e nell'elevarla
da esperienza sensibile a pura forma, che la musica sorge e vive.
Vi è un altro passo dell'Odissea sul quale Beethoven si sofferma
isolandolo dal contesto, conferendogli cosi una piu significativa
pregnanza espressiva: «Nacht lag iiber der Tiefe» («la notte si
stende sugli abissi»)5• L'immagine della notte silente che stende
la sua funerea coltre sulle ampie distese marine deve aver viva­
mente colpito la fantasia di Beethoven suscitando in lui un'imma­
gine che, se pur trascende la musica, non è estrinseca ad essa.
Quella morta quiete incombente sullo specchio delle acque aveva
trovato espressione nella musica composta da Beethoven sui versi
della poesia di Goethe Meere Stille und Gliickliche Fahrt (Tiefe
Nacht... ), ma la potenza originaria della visione america va oltre
l'immagine pittoresca di un calmo paesaggio marino e sembra
trovare una ben piu profonda eco nel Lied Denk o Mensch an
deinen Tod («Pensa o uomo alla tua morte») composto da lui
su testo di Gellert; nei lugubri accenti di quel memento mori che
sempre risuonava al suo orecchio interiore e sembra accordarsi al
sentimento dominante dell'Adagio sostenuto della Sonata per
Parte prima II

pianoforte op . 27 n . 2, Quasi una fantasia (detta impropriamente


« al chiaro di luna ») in cui la musica si effonde con lento moto
uniforme sui funebri rintocchi del basso, a rivelare come una do­
lente esperienza umana possa, senza negarsi, divenire pura opera
d'arte. È come se qui, e in tanti altri casi, Beethoven avesse ten­
tato di approfondire, di tentare, le possibilità espressive della
musica, di esigere dalla forma ciò che sfugge ad ogni forma, di
suscitare mediante mezzi specificamente musicali la sensazione
ineffabile dell'indeterminato, il brivido del mistero.

Della sua dichiarata predilezione di voler « mettere in musica


opere di un poeta quale Omero », di misurarsi con la grande poe­
sia, anche « se si devono superare difficoltà, i poeti immortali lo
6,
meritano » non ci resta che l'abbozzo di un canone su di un passo
dell'Odissea che celebra il sorgere dell'aurora: « la rosea Aurora,
sorgendo dal giaciglio del nobile Titone, apportava luce agli
Dei e ai mortali » . Dando canto a quei versi egli avrebbe potuto
esprimere il rapimento provato nel contemplare con religioso e
sempre rinnovato stupore la natura nei suoi mirabili aspetti, nelle
sue solenni liturgie. Si era a tal fine proposto : « Costruire una
casa presso la porta, a destra verso la montagna. La vista è piu
bella . . . e quali levate di sole! » : la casa sognata che egli non ebbe
mai . Dell'emozione provata nell'assistere, lui gran mattiniero, a
quelle albe non resta nell'abbozzo che l'ustione, la cenere spenta.
L'anelito alla forma di quello spunto melodico potrà attuarsi sol­
tanto quando l'effimera temporalità del fenomeno naturale, col
suo glorioso e crescente effondersi della luce, si trasporrà nelle
albe serene senza tramonto del Tempo musicale, quando alla ec­
citazione della hybris dionisiaca subentrerà la forza !imitatrice,
ordinatrice, chiarificatrice della contemplazione apollinea : im­
magini delle due anime di Beethoven. E Aurora sarà poi chiamata
la sua Sonata per pianoforte op . 5 3 , per aver riconosciuto nel
graduale costante crescendo del Finale, in virtu di una magica
sinestesi, la sensazione dei suoni che si fanno luce.
12 Beethoven lettore di Omero

Non può stupire che tra i due poemi omerici Beethoven abbia
preferito l'Odissea. L'Iliade infatti, tutta pervasa di spirito guer­
riero, con le sue sanguinose battaglie, popolata da Dei e da eroi
sovrumani, doveva apparirgli troppo estranea alla regione quoti­
diana del suo presente, se non alla determinazione eroica del suo
animo. Tuttavia egli è pronto a cogliervi e a farne oggetto di con­
templazione la profonda verità di una immagine, ad aderire al
richiamo di alta poesia quando la voce di Omero fa risuonare
le corde del suo sentimento al modo che una nota musicale fa
vibrare le corde dei suoi armonici naturali ad essa immanenti,
per una segreta originaria corrispondenza che accomuna e vincola
i suoni . Allora egli subisce l'incanto di quelle tragiche immagini
e di quegli epici eventi, rendendosene quasi partecipe per ricono­
scere in quegli alti destini un vago riflesso della sua stessa sorte.
« Ora, qui, mi ha ghermito il destino. Non inerte e non senza glo­
ria io cado nella polvere, ma in perfetta, compiuta grandezza, di
cui udrete nel futuro » 7• Parole estreme di Ettore caduto dinnanzi
alle Porte Scee e che Beethoven trascrive isolandole dall'epica
solennità del contesto per farne oggetto di commossa contempla­
ZIOne.
Nell'immagine evocata dal poeta dell'eroe troiano, precipitato
nella notte dalla tetra Moira, Beethoven forse scorse adombrato
se stesso, fatalmente sospinto verso la silenziosa notte della sor­
dità. « Un demone invidioso mi ha gettato la mala pietra » 8, scrive
all'amico Wegeler nel fatidico r 8or : anch'egli come Dioreo, che
la Moira ha ghermito perché Piro, il condottiero dei Traci, « lo
colpisse con una pietra » per infliggergli poi il colpo mortale. E
9

non gli è estraneo neppure l'assillo di Ettore di non cadere senza


gloria, che anche lui tormenta : causa l'infermità « gli anni suoi
piu belli » volano via senza che egli possa compiere tutto ciò cui il
10
suo ingegno e la sua forza lo avrebbero chiamato • « Oh, il mondo
io lo terrei in pugno senza questo male » 11• Ma anch'egli non cadrà
nella polvere senza aver lottato e senza aver dato prova di quel
valore, che ne affiderà la memoria ai futuri.
Indifferente alla narrazione delle vicende epiche del poema,
Beethoven intimamente aderisce al dramma severo che la sovra-
Parte prima I3

sta, all'affiato lirico che la pervade, a quel sentimento tragico della


vita che avverte incombere anche su di sé e che dell'epos omerico
costituisce l'elemento piu vivo e profondo.
Questo sentirsi partecipe della sorte degli eroi, riconoscersi
nella loro aspirazione di gloria, conferisce nobile fierezza al suo
animo, ed egli trae conforto meditando questo verso dell'Iliade
che trascrive e che di quell'antica saggezza è l'espressione piu pro­
fonda ed umana : « poiché il destino ha dato all'uomo un animo
capace di sopportare » 12: invito alla rassegnazione ma anche alle
forze morali dell'uomo per resistere e reagire alla fatalità del
dolore con virile coraggio e a indurre poi, asciugate le lacrime, a
riprendere i doveri che l'esistenza impone . Nel Testamento di
Heiligenstadt Beethoven rivela ai fratelli il disperato proposito
che la sordità aveva provocato in lui : « Poco mancò che io la finissi
con la vita; soltanto l'arte mi trattenne. Mi pareva impossibile
abbandonare il mondo prima di aver prodotto tutto ciò pel quale
mi sentivo chiamato » 13• Fu questo il momento cruciale della sua
scelta tra arte e vita, in cui la forza della vocazione prevalse sul
sentimento; il momento in cui l'idea stessa del sacrificio eroico
che essa richiede lo esalta. Sottolineando i versi dedicatori a Frie­
drich von Stolberg che il Voss antepone alla sua traduzione del­
l'Odissea, Beethoven sembra vivamente assentire all'invito, che
nella finzione poetica la voce stessa di Omero rivolge alla sua ani­
ma smarrita. « Sorgi, santificati. .. sfuggi alle sale dorate, disprezza
il guadagno ... cerca il solitario bosco dell'usignolo, il mormorio
del ruscello . .. vedi, il mio spirito ti circonderà. . . e il silenzioso
splendore della natura ti rivelerà i segreti del mio linguaggio . .. »14•

È una scelta la sua che richiede di essere riconfermata, rinno­


vata come quella dei sacri voti; una vittoria instabile che occorre
sempre riconquistare. Nel I 8 I 2 Beethoven sente il bisogno di
riaffermare la sua fedeltà all'assunto, la sua accettazione al sacri­
ficio: « sommissione, la piu profonda sommissione al tuo destino ;
essa soltanto ti permetterà di accettare il sacrificio che richiede il
servizio dell'arte; oh aspra lotta. . . » « A te non è permesso essere
una creatura umana, per te no, soltanto per gli altri, per te non
c'è piu nessuna felicità se non in te stesso e nella tua arte. O Dio,
I4 Beethoven lettore di Omero

dammi la forza di vincermi ! niente deve pili legarmi alla vita » 15•
La lotta fra le sue due anime non conosce sosta. « Le debolezze
della natura sono date dalla natura stessa e la ragione sovrana de­
16•
ve cercare di tenerle a freno e di attenuarle con le sue forze »
La conoscenza deila propria umana fragilità lo rende umile e
implorante : « Sopportazione, rassegnazione . . . cosi vinciamo an­
che quando siamo al sommo della miseria e ci rendiamo degni che
17

Dio perdoni i nostri peccati » Alla speranza, alla fiduciosa pre­
ghiera si alterna l'implorazione quasi disperata: « Dio aiutami ! tu
mi vedi abbandonato da tutta l'umanità . . . O duro destino, o cru­
18,
dele fatalità ! No, il mio stato infelice non avrà mai fine »
Quasi a vincere l'angoscia dell'isolamento, per sentirsi meno
solo cerca compagni di sventura e li riconosce dalle testimonianze
delle loro dolorose esperienze, delle loro speranze che sembrano
o:ffrirgli le voci piu disparate, dagli antichi ai moderni, da Omero
a Plutarco, a Schiller, dalla filosofia indiana alla non poesia di
Werner, la cui calda retorica eloquenza esaltava valori ideali vivi
ed operanti in Beethoven. I passi che egli ha trascritto, traendoli
dalle fonti piu disparate, e che il cosiddetto Manoscritto Fischoff 'g

ci ha tramandato, ci presentano nel loro complesso una immagine


della condizione umana nella sua grandezza e nella sua miseria,
che è anch'essa, per quanto ci opprima, conferma di quella gran­
dezza per l'istintivo anelito dell'uomo a liberarsi dalla sua schia­
viru, ad elevarsi ad uno stato di grazia. « Infinito è il nostro aspi­
rare », afferma Beethoven, « per sollevarci dalla volgarità del fini­
to », e ancora : « Noi creature finite, con lo spirito infinito, siamo
nate soltanto per soffrire e gioire e si potrebbe quasi dire che gli
eletti ricevono la gioia attraverso il dolore » 20: i due contrastanti
poli tra cui si svolge, in incessante rapporto dialettico, il divenire
della vita. Con eroica determinazione, tra smarrimenti, speranze
e timori Beethoven prosegue nel suo cammino che lo renderà de­
gno di essere accolto, com'egli auspica, tra la schiera di artisti e
di uomini degni nella oltremondana valletta degli spiriti magni,
sogno di immortalità e di gloria.
Parte prima I5

L'esemplare di Beethoven dell'Iliade essendo andato perduto,


sarà quello dell'Odissea che d consentirà di trarre piu ampia
testimonianza della sua frequentazione della poesia america. Se
Beethoven lamentava di non poterla godere nell'originale, la sua
lettura era guidata da una cosf vigile tensione dell'animo da inse­
rirlo vivamente nel testo sino a farlo coincidere con quanto era
in esso di peculiare e di unico, e a trasporlo in quel mondo lon­
tano . Per un moto spontaneo di C'U(..L1tci1)Er.a. Beethoven si sente
partecipe di quei sentimenti eroici sino ad identificarsi in Odis­
seo stesso, nella sua umanità dolente. « Wie der weise Odysseus
weiss ich mir auch zu helfen » ( « al modo del saggio Odisseo an­
21 •
ch'io so aiutarmi »), scrive al nipote
Come il devoto che leggendo I'Imitatio Christi la comprende
e rivive nella misura della propria esperienza spirituale, Beetho­
ven, ripercorrendo la sua « vaie royal de la croix», si sofferma alle
varie stazioni del poema, contrassegnando a tratti di matita i passi
in cui sembra riconoscere espresso un suo stato d'animo presente
o che fu già suo .
« Il mio cuore da tempo si è indurito nel mio petto poiché
molto ha sofferto, molto sopportato » 22: come non riconoscere, di
questi versi che ci giungono dalla piu remota antichità, a testimo­
niare l'immutabile natura umana, l'eco nella voce di Beethoven:
« il mio cuore ha troppo sofferto. .. dove non sono ferito, dove non
sono straziato » 23?
Lo vediamo arrestare la lettura per sottolineare i passi in cui
Odisseo svela al re dei Feaci, che lo crede di natura divina, la
propria dolente condizione umana . « lo non sono che un uomo
mortale, simile nella miseria a colui che voi considerate il piu in­
felice dei mortali » 24• Non diversamente Beethoven confida al suo
Dio lo stato della propria miseria. « O Dio, tu vedi nel mio inti­
mo, ascoltami o ineffabile, ascolta il tuo infelice, il piu infelice
25

di tutti i mortali »
L'eroe omerico si fa simbolo non solo del suo soffrire ma anche
modello di saggia prudenza, come là ove rimpiange di non averne
I6 Beethoven lettore di Omero

seguito l'esempio quando, cedendo alle insistenze degli amici, si


era impegnato a non lasciare Vienna. « Infelice decreto inganna­
tore come una sirena per cui avrei dovuto farmi imbottire le orec­
chie di cera e legarmi strette le mani come Ulisse per non sotto-
26
scrivere » .

Odisseo gli si fa anche immagine dell'incessante anelito che


lo sospinge a perseguire nel suo miraggio : la ricerca dell'isola,
simbolo della famiglia e dell'amore, l'Itaca cui non gli sarà mai
dato di approdare. E anche là ove Beethoven, in intimo colloquio
con se stesso, contempla e si commisera chiedendosi : « dove non
sono ferito, dove non sono spezzato » :n ci riporta al suo eroe che,
'
oggettivandosi, si esorta a raccogliere le sue forze per resistere
alle piu dure prove : « cuore, sopporta, ben altro hai sopportato
piu [che] cane », instaurando nella letteratura quel colloquio in
cui l'animo si raccoglie e si dà ragione della propria pena . Se
Beethoven si sofferma sui passi in cui Odisseo lamenta il lungo
e vano errare sul mare e come le privazioni subite abbiano spez­
zato le sue forze ( « io sedevo sulla nave privo di abbondanti prov­
viste di cibo, tormentato dai flutti : per questo le membra persero
vigore » 28) è perché anch'egli ha sofferto tribolazioni lungo la pe­
rigliosa navigazione nella vita: « La continua solitudine non fa
che indebolirmi maggiormente tanto che la mia debolezza rasenta
2
9•
qualche volta lo svenimento » Egli riconosce in Odisseo un fra­
tello che lo ha preceduto sulla via del dolore, un maestro di pa­
zienza e di coraggio, e non tralascia, durante l'appassionata lettu­
ra in chiave del poema, di cogliere ogni elemento di riscontro con
la sua propria esperienza umana che possa giustificare, conferma­
re questo rapporto ideale con il suo autore . Se nulla v'è di essen­
ziale nella natura dell'uomo che non trovi originario riscontro,
per la sua validità universale, in Omero, tuttavia la suggestione
di tale corrispondenza appare a Beethoven piu stretta quando
nella finzione poetica ravvisa adombrata una sua realtà indivi­
duale e segreta. Non v'è uno solo dei cinquantun passi da lui
segnati, espunti dall'Odissea, quasi per farli emergere dal fluente
corso della narrazione, in cui Beethoven non abbia riconosciuto
un aspetto della propria vit a. Potrebbe stupire il trovare sotto-
Parte prima I7

lineate le parole di Telemaco in cui si allude ad una sua discen­


denza da stirpe regale (« Mia madre mi dice che sono :figlio di lui
[del re di Itaca, Odisseo] ma io non lo so, perché nessuno sa chi
30
lo ha generato ») quando non si sappia che una diffusa leggenda
diceva Beethoven figlio naturale di Federico il Grande. All'appa­
rire di questa notizia sui giornali di Vienna Beethoven, nonostan­
te le insistenze degli amici, non volle darne smentita, forse per
intimamente compiacersene. Ma pochi mesi prima della sua mor­
te ( 17 dicembre r826) confida all'amico Wegeler : « Tu mi scrivi
che in qualche luogo sono creduto un :figlio naturale del defunto
re di Prussia : me ne hanno parlato anche molto tempo fa. Ho sta­
bilito come principio di non scrivere mai nulla su di me, né di ri­
spondere a qualsiasi cosa che venisse scritta sul mio conto. Perciò
lascio volentieri a te di fare conoscere al mondo la rettitudine dei
miei genitori, di mia madre specialmente » 31• Se sottolinea i versi
« mi è odioso come le porte dell'Ade colui che spinto dall'indi­
genza diffonde fandonie » 32 è perché vi riconosce la :figura del po­
stulante importuno e millantatore, indicandone in margine l'ini­
ziale del nome, H., quasi a dire : è proprio lui! Non meraviglia
inoltre che un conoscitore dei sentimenti umani quale è Omero,
che dà lucida, intensa espressione ad ogni moto interiore della
vita, ci parli di uno stato d'animo apparentemente quasi estra­
neo alla sensibilità virile del mondo arcaico e caratteristico del­
l'età romantica, quello della malinconia: « Poiché anche la ma­
linconia si pensa volentieri quando si ha molto sofferto e molto
si sia andati errando » 33• Per Omero, come per Beethoven, come
per Leopardi, la malinconia è un rimemorare i giorni del dolore,
un vagare alla ricerca di un bene perduto, contemplato da un cer­
to distacco che addolcisce la pena, un ritrovare un nuovo stato di
pace, una quasi serena distensione che il velo della malinconia
avvolge e trattiene quale preziosa materia per l'arte. Un rimemo­
rare fecondo che consente all'artista di rivivere la propria espe­
rienza affrancata dal passato, trasposta nell'eterno presente che è
il tempo della poesia, della musica.
Beethoven, che di malinconia soffriva « come di un grave ma­
le », poté dire a Schindler, che gli chiedeva cosa avesse inteso
r8 Beethoven lettore di Omero

esprimere nel Largo e mesto della Sonata per pianoforte op . I O


n. 3: « Ognuno sentirà bene che esso esprime lo stato d'animo in
preda alla malinconia con le sue diverse sfumature di ombra e di
luce », i due poli tra cui sorge quel nostalgico sentimento, quel
sorridere tra le lacrime, che non è né lacrime né sorriso, quel­
l'aria ambigua di quieta serenità, di calma tristezza che sembra
aleggiare anche nei volti degli Dei e degli eroi di Omero. In quelle
immagini, animate dal fuggevole palpito umano che fu già della
vita, si manifesta non solo lo spirito eroico che le anima, ma an­
che l'espressione del piu intimo, tenero affetto.
Omero, che scopre per primo l'uomo nei suoi piu diversi, con­
trastanti aspetti, ci offre un'ampia visione della vita e del dramma
che è insito in essa. Il suo insegnamento, che ci giunge da epoche
remote, è, come avverte Beethoven, vicino al nostro moderno
sentire. Il mondo è colto da lui con una cosi precisa vivente realtà,
i suoi personaggi si presentano con una naturalezza, con una pla­
sticità di gesti, con un alone espressivo da anticipare non solo ciò
che sarà la futura tragedia greca, ma da poterli riconoscere sem­
pre attuali, per sentirli rivivere nei momenti piu alti dell'espe­
rienza esistenziale dell'uomo.
Come Odisseo alla corte del re dei Feaci, ascoltando l'aedo
Demodoco cantare le sue gesta alla guerra di Troia, non trattiene
le lacrime, cosi Beethoven piange nell'ascoltare la Cavatina del
suo Quartetto op. 130, composta sul ritmo della battuta di un
cuore oppresso, beklempt, come è detto sul manoscritto. L'ala
del canto non solleva entrambi sulla realtà penosa che quel canto
ha ispirato, non asciuga le lacrime che il ricordo ha fatto sgorgare,
quasi che la forma non fosse che un aspetto dell'evento, la gloria
una illusione, sola realtà il dolore.
Il tempo vissuto sembra qui, in Beethoven, sovrapporsi al
tempo della musica, e quei suoi accenti appassionati nell'espres­
sione sonora trattengono il caldo palpito della sua dolente uma­
nità. Se Odisseo, se Beethoven, rimemorando le penose vicende,
piangono, gli altri, gli ascoltatori, estranei a quegli eventi, spetta­
tori sereni, ne provano godimento e sono ansiosi che quel canto
si prolunghi. Non gravano su di loro quelle penose vicende, e
Parte prima 19

vorrebbero sempre saperne di piu, come il re dei Feaci : « Ma


non ha raccontato tutti i suoi dolori . Cosi con tanta attenzione
un uomo osserva il divinamente ispirato cantore che rallegra gli
uomini con canti allettanti ed essi stanno ad udirlo insaziati » 34•
Beethoven avrà invidiato quel pubblico antico, vivamente parte­
cipe all'ascolto, pronto ad abbandonarsi al godimento e all'entu­
siasmo . Cosi avrebbe voluto fosse anche il suo pubblico . Si dice
che il giovane Beethoven fosse rimasto sorpreso e deluso quan­
do, al termine di un suo concerto a Berlino, invece che con ap­
plausi il pubblico aveva manifestato la sua ammirazione con
un commosso silenzio . « La musica deve suscitare entusiasmo,
non commozione », avrebbe detto a Goethe che si asciugava una
lacrima dopo averlo ascoltato improvvisare.
Il piacere della musica, il suo misterioso potere evocatore,
risiede interamente nel suo accordo con la nostra soggettività;
Omero per primo sancisce nell'Odissea e legittima la validità del
gusto e del giudizio estetico individuale ( « ma io amavo ciò che
Dio ha collocato nella mia anima; poiché ad uno piace que­
35
st'opera, a un altro quella ») e Beethoven ne dà conferma con la
muta eloquenza del suo contrassegno . L'impaziente diletto degli
ascoltatori di cui parla Omero era determinato non tanto dalla
tensione psicologica suscitata in loro dal susseguirsi degli eventi
epici, quanto da intima attesa gioiosa che, stimolata da fulgidi
esempi, li sospingeva, si direbbe, verso l'avvenire, al fine di dare
un significato al loro presente. L'aedo, esaltando le gesta degli
eroi, diffondendone la fama tra gli uomini, esercitava una funzio­
ne altamente educativa sui presenti, procurando loro quell'ine­
sausto piacere suscitato da un'attesa che si converte in possesso.
Con vivo compiacimento Beethoven avrà sottolineato le parole
di Odisseo al « divino porcaro » e ai suoi compagni, in cui si ac­
cenna al clima conviviale degli antichi simposi ove, in stretta cer­
chia di amici, si celebrava con il canto dei poeti la piu schietta
areté virile, si rinsaldavano vincoli di solidarietà civile, politica
e umana, tra brindisi (la voce greca symposion indica appunto il
bere insieme) e allegri conversati. « Ora ascolta, Eumeo, e tutti
voi altri pastori : vi voglio esprimere un mio desiderio e dirvi una
:zo Beethoven lettore di Omero

parola. Il vino che incita l'uomo, pur molto savio, a cantare e a


ridere teneramente e ad alzarsi a danzare gli fa uscire fuori pa­
36•
role che forse era meglio non dire » Di questi antichi festosi
rituali Beethoven coglie l'ultima eco in quelle serene e gioiose
riunioni nelle trattorie della campagna viennese, nell'Helenen­
thal, in compagnia di intimi amici e di qualche ospite che ne ha
tramandato il ricordo. Tra questi lgnaz von Seyfried : in pochi
tratti ci evoca una vivace, insolita e quasi pagana immagine di
Beethoven che si abbandona a copiose libagioni di spumeggiante
Sellery e di Vosslauer dei migliori vigneti. Il vino che scorre a
profusione rende sempre piu allegra la compagnia. La robusta
giovialità dell'anfitrione è contagiosa e si trasmette agli amici. Il
musicista Khulau compone tra il chiasso un canone sul nome di
Bach, Beethoven Trinklieder, e li dirige battendo allegramente
il tempo dando l'attacco alle diverse entrate delle voci del coro:
un tripudio sonoro interrotto da salaci e pungenti battute e tali
37•
da dover essere seguite l'indomani da lettere di scusa Ombre
fugaci tra tanta luce. Saltuario rigurgito di quell'atavica esuberan­
za fiamminga che gli era innata, fatalmente seguita dalla tristezza
che lo attende al risveglio. « Tornai a casa stamane alle quattro
da un baccanale dove dovetti ridere tanto per piangere poi altret­
tanto oggi, - confida Beethoven a Bettina Brentano. - Sovente
l'ebbrezza di una gioia mi ricaccia nuovamente con violenza in
.l8
me stesso » .
« La fiamma non è tanto chiara a se stessa come agli altri, cosf
pure il saggio », dirà poi Nietzsche.
Il saluto di addio che Odisseo porge alla regina dei Feaci,
Arete - « Sii felice, regina, sinché non ti giunga vecchiezza e poi
morte, che sovrasta tutti gli uomini. Ora io mi separo da te. Sii
felice in questo palazzo, gioisci dei figli, della tua gente e del re
Alcinoo » 39-, è il saluto di un uomo che sa l'infinito valore dei
beni che egli augura e che anch'egli anela di possedere. Beni che,
evocati dal desiderio, ne rendono piu desolata la privazione. Da
questo profondo turbamento dell'anima, da questa accorata no­
stalgia sembrano scaturire anche le invocazioni di Beethoven, che
su questi versi si è soffermato: « O terribili circostanze che non
Parte prima 2I

soffocano il mio sentimento per la vita familiare ma mi impedi­


scono di averne una . O Dio, Dio, rivolgi il tuo sguardo al misero
Beethoven ! » 40•

Il prevalere di un contenuto pregnante di significati sulla for­


ma appare costante nella grande poesia greca dell'età arcaica,
estranea alla concezione estetica modernamente intesa, dissociata
da quei valori etici, didascalici e sociali di cui quella è nutrita. In
Omero contenuto normativa e forma artistica stanno in relazione
di reciprocità per provenire da una sola radice . Gli aedi, i divini
cantori, sono equiparati nell'Odissea, come Beethoven rileva, a
« coloro che si sono resi famosi nell'esercizio di una loro specifica
attività a vantaggio del popolo: un veggente, un medico, un ma­
stra costruttore, cosi anche un divino cantore che rallegra con i
41•
suoi c anti » Il canto dell'aedo si effondeva nella sua purezza ori­
ginaria in uno spazio canoro indeterminato per l'inesistenza di
una qualsiasi gamma, libero da ogni schema o misura, ma in spon­
tanea, naturale obbedienza ai grandi ritmi della passione e della
vita : un canto che, traendo ispirazione dal testo poetico, infon­
deva alla narrazione nuova efficacia espressiva. Era in virru della
fusione di melos e di logas, di quel gesto vocale in cui l'inflessione
del calore umano si incarnava nella voce, che l'antico aedo, ele­
vando il suo canto ad una intonazione lirica, suscitava la piu pro­
fonda emozione tra gli ascoltatori, che non si saziavano di ascol­
tarlo come in preda ad un'estasi delirante, ma in pari tempo quasi
costretti a riflettere su quei tragici eventi cosi vivamente evocati .
L'illimitata capacità di comunicazione spirituale propria del can­
to, la sua immediata evidenza vitale, ne determinavano l'efficacia
evocatrice. Penelope piange ascoltando Femio che canta nella
casa di Odisseo « la triste sorte dei Danai, la cruenta guerra di
Troia, che tanti lutti ha causato », e il fortunoso ritorno in patria
degli Achei, e chiede all'aedo di interrompere quel canto funesto
che troppo strazia il suo cuore : « Femio, tu conosci bene altre
canzoni e gesta di uomini e di Dei che sono famosi tra i cantori » 42 •
22 Beethoven lettore di Omero

Ma T elemaco risponde alla madre pregando la di non impedire


che « l'amato cantore diletti al modo che la mente lo ispira. Non
biasimo sia per lui cantare la sorte dei Danai, ma soltanto Zeus
che a suo piacere ispira i maestri dell'arte, poiché il canto piu
nuovo sopra ogni altro canto riceve la piu alta lode delle attente
assemblee » 43•
Non v'è nell'Odissea riferimento agli aedi che Beethoven non
lo ponga in rilievo sottolineandolo con compiacimento. «Tutti i
mortali ritengono sia giusto onorare e rispettare i cantori: la
Musa stessa insegnò loro i canti e predilesse i cantori » 44•
Celebrando ciò che al mondo è piu degno di lode, banditori
delle gesta e della fama di uomini e di Dei, essi risvegliavano
negli animi sentimenti eroici, educavano la posterità mediante
l 'esempio dei grandi eventi del passato.
Il grande onore in cui erano tenuti doveva apparire in penoso
contrasto con le condizioni in cui Beethoven versava: « Povero
musica - come egli sj definisce - braccato in ogni parte come una
belva, misconosciuto troppe volte nel modo piu basso e volgare,
con tante apprensioni ed affanni » 45•

Non diversamente dagli artisti della grecità anche i moderni,


dice Beethoven, avrebbero dovuto essere considerati « quali pri­
46
mi maestri della nazione » per il prestigioso influsso estetico e
morale che essi, come quelli antichi, potrebbero esercitare. Ome­
ro, fra tutti il maggiore, fu da Platone definito grande educatore
e maestro di vita di tutta la Grecia. Non può essere infatti educa­
trice un'arte in cui non viva uno slancio superiore dell'anima, che
non tenda a sollevare lo spirito e a fargli sentire l'esistenza di una
realtà piu alta. Tra i musicisti, oltre Bach, nessuno come Beetho­
ven ha avuto tanto chiara coscienza di questo compito, che egli
svolse come una missione e al cui raggiungimento dedicò la parte
migliore della sua esistenza . « Sin da ragazzo il mio grande pia­
cere e la mia piu grande felicità furono di poter lavorare per il
bene degli altri » . Commuove la sua generosità verso le suore Or­
saline di Vienna, ed egli piange « lacrime di gioia » per il buon suc­
cesso ottenuto dalle sue « deboli forze » e dal suo contributo al­
l'opera educatrice di quelle degne suore . L'adempimento di un
Parte prima 23

dovere morale costituiva per lui, come per i buoni (dice Omero),
un premio 47• Ma Beethoven non intende valersi della sua musica
solo a beneficio dei poveri, ma « a vantaggio spirituale di tutti » .
L'entità spirituale dell'arte non può tuttavia ridursi ad un'uni­
ca formula. La grandezza della sua efficacia educatrice non si li­
mita a quelle affermazioni che tendono a esemplificare intenti
moralistici, come quando, condividendo i pregiudizi di Herder
nei confronti del Don Giovanni di Mozart, dichiara : « Il Don
Gio van ni ha ancora la forma italiana, inoltre l'arte non dovrebbe
mai lasciarsi disonorare da un soggetto tanto scandaloso » 48• Com­
pito della musica era per lui procedere nel cammino instaurato da
Mozart col Flauto magico, in cui, bandita ogni fonte straniera, si
riafferma il carattere nazionale tedesco, si celebra la virtu contro
il vizio, la luce contro la tenebra, e si esorta a superare le difficili
prove quali richiede la conquista di « ein Mensch zu sein », il
cammino che Beethoven seguirà nel Fidelia, in cui l an ima bel­
'

la trionfa sulla tirannide, e che si chiude, precedendo la Nona,


con la visione utopica di una raggiunta fraternità umana nella li­
bertà.
Beethoven costringe la musica ad agire sugli animi con una
potenza che è propria dell'arte antica, mediante quella Festigkeit,
quella saldezza tecnica vivificata da afl:lato spirituale che Beetho­
ven seppe riconoscere ed apprezzare nella polifonia di Palestrina.
Della musica egli ampliò i confini senza menomare ed alterare i
suoi caratteri specifici, stabilendo un rapporto dialettico con il
penstero.
Se per Hegel, come già per Platone, l'arte, divenendo ogget­
to della filosofia, si risolve e naufraga in essa, per Beethoven, co­
me per Schiller, come per Holderlin, è il pensiero che divenendo
oggetto della contemplazione dell'artista si fa materia della sua
poetica, sostanza viva della sua arte. Il Bello si costituirà allora
quale apparizione sensibile dell'Idea. « La verità esiste per il sag­
gio I la bellezza per il cuore sensibile l entrambe appartengono
l'una all'altra » ( « Die Wahrheit ist vorhanden fiir den Weisen l
die Schonheit fiir ein fiihlendes Herz l Sie beide gehoren fiirein­
ander » ) : sono i versi che Beethoven ha trascritto dal Don Carlos
24 Beethoven lettore di Omero

di Schiller che affermano la Verità come Bellezza e la Bellezza


come Verità, in reciproco e invertibile rapporto dialettico.
Beethoven ripropone il rapporto tra arte e vita, tra il mondo
dei suoni e quello delle idee; è come se la materia sonora fosse
da lui ricondotta alle radici della sua latente energia: è come se
l'Idea, intesa in intima, essenziale corrispondenza con la forma
musicale, ne stimolasse la facoltà creatrice.
La forma appare in Beethoven condizionata e ispirata, nel suo
specifico atteggiamento estetico, dai contenuti che essa incorpo­
ra. Per penetrare nell'intimo dell'uomo, in cui viva un ethos, e
ravvivare di nuovo fervore un ideale, la musica di Beethoven può
dirsi plasmatrice e rigeneratrice dell'anima. Non meraviglia che
questa concezione dell'arte, di cui Omero è antesignano, sempre
riemergente nei secoli in contrapposizione a quella dell'autono­
mia estetica, abbia trovato in Beethoven, animato da quegli stessi
ideali, piena adesione e nuovo stimolo a renderla vivamente ope­
rante.

La poesia, dice Schiller, può diventare per l'uomo ciò che per
l'uomo è l'amore, incitarlo a nobili imprese, infondergli impulso
a diventare ciò che egli è; e quella di Omero non poté che ravvi­
vare in Beethoven gli alti ideali, cui sacrificherà anche l'amore.
Rispondendo a Schindler che lo interrogava sui suoi rapporti con
Giulietta Guicciardi, la « non amante amata », egli ebbe a confi­
dare che, ritornata a Vienna dopo il matrimonio con il conte
Gallenberg, « elle cherchait moi pleurant, mais je la meprisois »
(sic). Wenn ich batte meine Lebenskraft mit dem Leben so inge­
ben wollen, was ware fii.r das Edle, Bessere geblieben? » ( « Se
avessi voluto disperdere cosi la mia energia vitale cosa sarebbe
rimasto per ciò che è nobile, per ciò che è migliore? » f9•
Questa sua inclinazione al bene (das Gute) e alla virru, che
dalla fanciullezza egli cominciò ad amare « unitamente a tutto ciò
che è bello » e che si andò in lui sviluppando al ritmo incalzante
del tempo, costituf l'ideale che, in conformità del modello ispira-
Parte prima 25

tore, la kalogathia greca, riuniva in un unico concetto i due aspetti


di una sola realtà, compendio delle piu elette virru umane e che
è qui da intendere nell'accezione data da Platone a questo anti­
co termine, in cui l'originaria fierezza aristocratica e l'ardimento
eroico che gli era implicito si addolcisce e si umanizza, si fa sim­
bolo di serena armonia, di raggiunta libertà interiore, pur conser­
vando intatto il suo alto valore morale.
Era questo il dono che nell'Opferlied di Matthisson musicato
da Beethoven si chiede a Dio: « Gib mir... o Zeus das Schone zu
dem Guten » ( « Concedimi, o Zeus , il Bello unito al Buono » ) ; per
lui « una preghiera valida in ogni tempo » ( « ein Gift fi.ir alle Zei­
ten ») 50• Alla virtu, mirante al conseguimento di un ideale di vita,
Omero contrappone la forza bruta : « Agli Dei beati spiace ogni
azione violenta, ma onorano la virtu (die Tugend)» 51• Predicato
dell'aristocrazia arcaica, essa equivale inoltre ad ardimento, for­
za, potere, e quando, dice Omero, un uomo ne è anche parzial­
mente privato, decade dai privilegi di casta, si riduce in uno sta­
to di servaggio, o, come traduce il Voss, « perde la sua santa li­
bertà » ( « sobald die heilige Freiheit verlieret ») 52; una perdita, per
Beethoven che sottolinea questo passo , b en maggiore di quella
dei privilegi sociali. Freiheit, libertà: questa fatidica parola ri­
suona in lui, ricca di tutte le accezioni che lungo il corso dei se­
coli, con lo sviluppo del pensiero era andata assumendo, e consi­
derata nel suo tempo come una religione. Era questa una libertà
nuova, non condizionata da alcuna costituzione, indipendente,
individualistica, assertrice dei diritti umani, la cui essenza consi­
steva nel fatto di essere, per opera propria, ciò che essa è.
Dai greci Beethoven aveva appreso a dire, cantando, « cose in­
signi », come già l'aedo Pilade, durante i giochi Nemei, prese a
cantare le parole tratte dall'opera di Timoteo intitolata I Persia­
ni: « (( Io sono dei figli della Grecia il piu splendido ornamento, l
quello della libertà ! " E mentre egli esprimeva con la sua voce
eccelsa tutta la dignità racchiusa in queste parole, gli ascoltatori
volsero gli occhi verso Filopemene ». È da Plutarco, di cui era ap·
passionato lettore, che Beethoven ha trascritto questo passo 53, in
cui egli non solo riconobbe un alto esempio, ma la prefìgurazione
26 Beethoven lettore di Omero

di quella Freude, di quella gioia che si identifica nella Freiheit,


nella libertà .
La luce di questi ideali, a distanza di millenni, giunge ancora
a illuminare come una stella lontana nello spazio le nostre co­
scienze, a prova della loro attualità perenne.
Di questa idea del Buono e del Bello, di questa kalogathza,
Beethoven fece la sua impresa, la misura certa di quella perfe­
zione che è una costante aspirazione da raggiungere, da consegui­
re 54• Al « sentimento per tutto ciò che è Bello e Buono » ( « Gefiihl
fiir alies Schone und Gute ») egli si richiama compiaciuto come di
un prezioso possesso, ed esorta a valersene ( verwenden) per poter
riconoscere nell'arte, nella sublime musica, ciò che essa racchiude
in sé di piu perfetto (das Volkommenere), quell'essenza segreta,
che sempre si riverbera su di noi ( « das selbst auf uns immer
wieder zuriickstrahlt ») : « Non esercitare soltanto l'arte, ma pe­
netra anche nel suo intimo », scrive ad Emilia M., una sua giovane
ss
amm1ratr1ce .
• •

Alla conoscenza formale della musica deve unirsi la coscienza


'
della sua spiritualità, altrimenti (come Mephisto nell Urfaust di­
ce allo scolaro) non restano in mano che le singole parti} e} ahimè}
viene a mancare il legame dello spirito ( «Dann hat er die Theil
in seiner Hand, l Fehlt leider nur geistlicher Band » ) . Ed è questo
legame, questa intima connessione che Beethoven stimola e in­
duce a ritrovare. « Lo merita, perché soltanto l'arte e la scienza
innalzano l'uomo sino alla Divinità (bis zur Gottheit) » . « L'arte
-prosegue Beethoven- non ha confini . Il vero artista oscuramen­
te sente di non essere ancora giunto là dove il suo genio migliore
56,
gli schiude dinnanzi come un sole lontano » l'immagine di cui
Platone si vale nella Repubblica per esprimere, mediante un'ana­
logia tratta dal mondo sensibile, la visione, inesprimibile per via
dialettica, dell'Idea ( « un sole che brilla dall'alto, versa la sua lu­
ce ... » e Beethoven: « auf uns immer zuriick strehlt » ), quale si
pone come paradigma, modello di valore universale. In nulla dif­
feriscono dai ciechi, prosegue Platone, « quanti nella loro anima
non posseggono modello alcuno, quanti non hanno facoltà di vol­
gere lo sguardo, come fanno i pittori, verso il piu vero esemplare,
Parte prima 27

e ad esso, alla sua trascendenza, continuamente riportarsi, e quel­


la contemplare quanto piu a lungo è possibile » .
A questa Idea, a questo Sole anche il musicista Beethoven
guarda come all'esemplare piu perfetto (Volkommenere) della
sua arte e ad esso, alla sua trascendenza, continuamente si riporta
per trarne ispirazione e guida al suo lavoro, per cercarvi adesione
e rifiuto. E intimamente si compiace di riconoscerne l'immagi­
ne simbolica di un disegno di Teresa von Brunswick, raffigurante
un'aquila che guarda il sole : « Se un giorno sente in Lei il gusto
della pittura, La prego di rifarmi quel disegno che fui cosi sfortu­
nato di perdere. L'aquila guardava nel sole... Non lo posso dimen­
ticare, ma non creda che io pensi a me stesso guardando questo di­
segno, sebbene mi abbiano già attribuito qualcosa di simile : ma
molti possono considerare con piacere una figura eroica senza
avere alcuna somiglianza con essa » 57• In realtà quella immagine
ben poteva significare la tensione intrepida, il costante anelito di
avvicinarsi a quella « cognizione massima », a quella « misura eter­
na » in cui pienamente si realizza, per Platone ed anche per Bee­
thoven, l'essenza profonda sia della coscienza morale sia dell'in­
tuizione artistica.
Il mondo in cui Beethoven idealmente vive è popolato dagli
eroi dei poemi omerici, da quelli delle Vite di Plutarco, dagli spi­
riti magni del pensiero e della poesia greca, avvolti in un'aura di
alta moralità, di giustizia, di grandezza.
Quando sottolinea un verso dell'Odissea, in cui si afferma che
gli Dei immortali « onorano la virtu e la giustizia (Gerechtigkeit)
tra gli uomini », è perché riconosce questi sentimenti essergli con­
geniali : e che ben si addice anche a lui tanto onore. « Io fui sem­
pre buono e nelle mie azioni mi ispirai sempre alla giustizia
(Rechtschaffenheit ) e alla lealtà », dichiara a Wegeler58, e scriven­
do a Goethe afferma : « La visione del Bene ci sta sempre chiara
dinnanzi »59•
I sentimenti del Grande, del Bene, infondono nel suo animo
un giusto orgoglio di sé, consapevole della superiorità che il su0
tempo, il Geniezeit, riconosceva agli artisti, e che l'alta autorità
di Platone stava a legittimare . La sua affermazione che l'uomo
28 Beethoven lettore di Omero

moralmente e intellettualmente superiore ha diritto di far valere


0
la sua preminenza nei confronti della massa 6 e di distinguersi da
essa al fine di potersi dedicare alla propria attività con tutte le
forze dell'animo era pienamente accolta e condivisa da Beetho­
ven, che in un suo taccuino dichiara : « in virili della mia attività
io non appartengo a questa massa plebea » ( « den [n] ich gehore
nicht gemass meine[r] Bescheftig[ung] unter dieser pleb[ejer]
M [asse] ») 6\ ed afferma con fierezza la sua nobiltà di sentire, vera
aristocrazia, che tanto lo innalza sulla schiera dei titolati quanto
su quella dei borghesi tra cui egli lamenta di essere caduto ( « und
ich bin unter ihn geraten » ) , sf da sentirsi pertanto escluso dagli
uomini superiori ( « Abgeschlossen soli der Biirger von hohern
Menschen sein ») 62 • Se, come testimonia Schindler, Beethoven co­
nosceva gli scritti di Aristotele, è dato supporre che anch'egli ap­
partenesse a quella schiera di uomini che ritenendo fosse giustifi­
cato compiacersi del proprio alto sentire ed agire si riconoscevano
degni di onori: tendenza o disposizione dell'animo che nell'Etica
Nicomachea è definita megalopsichia, non vanitosa presunzione
ma chiara consapevolezza del proprio merito e del proprio valore .
La Grecia ne aveva offerto il modello con la sua nuova valuta­
zione dell'uomo, che gradualmente si era andata fondendo con
l'idea cristiana dell'infinito valore del singolo e con l'autonomia
spirituale rivendicata dalla civiltà del Rinascimento e dalla filo­
sofia dell'Illuminismo. L'idea di una educazione formativa volta
a dar forma alla vita come il vasaio dà forma alla creta è una eredi­
tà della Grecia, che si ripresenta sempre là ove lo spirito ne risco­
pre la validità essenziale. Cosf avvenne al tempo di Beethoven e in
Beethoven stesso quale tutore del nipote . Il compito di plasmare
una giovane vita ad immagine e somiglianza di un'Idea lo esalta.
Persuaso dell'efficacia etico-psicologica dell'esempio, dei para­
deigmata che frequentemente ricorrono nella narrazione di Ome­
ro (e che ne costituivano, in quel mondo arcaico, ancora privo di
leggi codificate, un basilare punto di riferimento) , al modo che
Atena propone Odisseo quale modello di Telemaco, Beethoven
propone se stesso per infiammare con il suo proprio esempio
( « durch mein eigenes Beispiel » ) il nipote alla virili, allo studio,
Parte prima 29

all'attività pratica, e se ne esalta : « lo non fui mai tanto benefico


e grande come quando presi presso di me mio nipote e curai io
stesso la sua educazione » , scrive al Magistrato di Vienna, prefig­
gendosi di sviluppare tutte le facoltà intellettuali, morali e fisiche
del giovane, al fine di raggiungere « il bello scopo di dare un utile,
degno cittadino allo Stato .. . » 63•
La concezione etico-politica, dominante nella Grecia dell'età
classica, che mirava ad inserire il cittadino nella comunità e a ren­
derlo ad essa consapevolmente partecipe, collegando ogni aspet­
to della cultura, fisica e morale, all'idea stessa dello Stato, sembra
rivivere negli intenti di Beethoven . Di questa salda formazione
ideale Salone aveva indicato l'essenza : « Fatto mani e piedi e
mente diritto e senza difetto » , e un poeta tedesco caro a Beetho­
ven, Schiller, l'aveva spiritualmente vivificata auspicando l'av­
vento di un uomo in cui istinto naturale e legge morale si trovas­
sero in reciproca armonia, dando vita al concetto dell'anima bella,
della schone Seele, sogno del secolo .
Ma alla realtà lo richiama l'antica saggezza di Omero : nel­
l'eterna presenza della sua poesia egli contempla prefigurata, co­
me riflessa in uno specchio, l'immutabile condizione della espe­
rienza umana. Essa lo ammonisce che « pochi sono i figli - e tale
Beethoven considerava il nipote - simili ai padri nella virtu : la
64 ,
maggior parte peggiori, molto pochi i migliori » a non illudersi
che il suo pupillo possa essere « una meraviglia di spirito e di
65 •
aspetto » Come in un libro profetico egli vi riconosce le sue rei­
terate quanto inutili esortazioni di prudenza nel giudicare : « Io
credo che tu ancora confondi la spiga con la paglia » 66•
A suo ammaestramento egli sottolinea questi passi e si soffer­
ma su frasi che gli sembrano suggerire un argomento di cui valersi
nel processo intentato dalla madre del ragazzo (per contestare la
tutela) , sostenendo che egli non ha usurpato a danno altrui alcun
diritto, né con parole né con fatti : « come è costume dei sovrani,
61 •
che alcuni perseguitano, altri proteggono »
Nella lettera al Magistrato di Vienna Beethoven si difende dal­
l'accusa di aver inculcato nel ragazzo sentimenti irriverenti verso
la religione. Si dice disposto a perdonare le calunniose insinua-
30 Beethoven lettore di Omero

zioni di una madre indegna, ma non a rinunciare alla tutela, pron­


to a sostenere una lotta dura e umiliante. Egli ben sa, e lo ha anche
appreso da Omero, che « non dà sofferenza né affanno all'animo
di un uomo, che, lottando per i suoi beni, riceva dal nemico feri­
68,
ta. .. » e si compiace di sottolineare queste parole quasi che con­
fortino la sua decisione di « sopportare anche i maltrattamenti,
pur di non perdere di vista la nobile meta che si è prefissa », e an­
cora : « Ho giurato di combattere per il suo bene sino alla fine del­
la mia vita » 69•
Vien qui di ricordare i versi di Holderlin :
« Warum huldigest du, heiliger Sokrates,
Diesem Jiinglinge stets? kennest du Grossers nicht,
Warum siehet mit Liebe,
Wie auf Gotter, dein Aug auf ihn? »
Wer das Tiefste gedacht, liebt das Lebendigste,
Hohe Jugend versteht, wer in die Welt geblickt,
Und es neigen die Weisen
Oft am End e zu Schonem sich * .

Quasi a giustificarsi, chiama a mallevadori del suo buon dirit­


to e del suo retto agire Socrate e Gesti quali « suoi modelli » : « So­
krates und Jesus war mir Muster », rivelando cosi la sua adesione
alla religione liberale del tempo, in cui confluivano esperienze
filosofiche e mistiche, pagane e cristiane, in rispondenza alle piu
alte esigenze dello spirito 70 • Ma è soprattutto da Platone, dal Pla­
tone della Repubblica, che egli attinge ispirazione e guida per
assolvere al suo compito educativo 71• Schindler porta testimo­
nianza certa della familiarità di Beethoven con questo dialogo, ma
sembra tuttavia sfuggirgli la vera ragione del suo particolare inte­
resse, !imitandolo ai passi che trattano della mimesi sonora : i pre­
cetti di una poetica che se fu utilissima a Monteverdi appare del 72

tutto superflua a Beethoven, attratto dalla tematica fondamen­


tale di quella grande opera, che versa essenzialmente sulla for-

* [« Perché stai sempre adorando, Socrate santo, l Questo giovane? Nulla sai di
piu grande, l Che con occhio d'amore, l Come gli dèi, lo contempli? » Il Chi pensa il piu
profondo, ama il piu vivo, l Sublime giovenru intende, chi ha guardato nel mondo, l
E inclinano i savi sovente l Verso la bellezza, alla fine. (Versione di Giorgio Vigolo)].
Parte prima 31

mazione e sull'educazione civile e morale del cittadino, appunto


il precipuo scopo di Beethoven, come è detto nella sua lettera al
Magistrato di Vienna, redatta in conformità con il testo plato­
nico.
Se Platone inserisce il giuoco nell'educazione, ponendolo a
servizio di questa, Beethoven a sua volta conviene essere utile
che il nipote sia « piacevolmente occupato durante tutto il gior­
no », che « apprenda piacevolmente » . Se per Platone la piena e
73 ,
vera umanità si realizza nello sforzo di avvicinarsi al divino si­
milmente lo è anche per Beethoven, che riconosce essere « soltan­
to su questa base che si possono formare dei veri uomini »: ed af­
ferma che « questa educazione interiore debba essere inculcata
molto presto » \ al fine di cogliere l'uomo, come apprende dal suo
7

grande Maestro, « nello stadio iniziale e piu delicato, per trovarsi


nell'età estremamente ricettiva e atta a prendere l'impronta che
gli si vuoi dare » .
Fondamento è per entrambi, nella formazione educativa, la
conoscenza del Bene, che possa ravvisarsi concretamente in un
modello esemplare, in un paràdeigma, in un esempio di vita, se­
condo l'antica tradizione omerica, quello del padre, guida sicura,
quale Beethoven si propone essere per il nipote. « lo mi sento
chiamato ad infiammarlo col mio proprio esempio alla virtu e al
lavoro » . Citando Plutarco Beethoven ricorda al Magistrato come
Filippo il Macedone avesse stimato non indegno di sé dirigere egli
stesso l'educazione di suo figlio Alessandro.
L'eccessivo zelo nel perseguire questo ideale educativo era de­
stinato a provocare la naturale reazione del giovane, la sua avver­
sione a doversi conformare al modello che gli veniva imposto e
che gli farà dire, al processo per il tentato suicidio: « Sono dive­
nuto peggiore poiché Egli mi ha voluto migliore » . Parole in cui
sembra cogliere l'eco distorta di quanto Platone osserva : «Le
anime migliori divengono, in situazioni avverse, peggiori delle
75
amme comum » .
• •

Se il fallimento della missione pedagogica di Beethoven poté


trovare qualche motivo di rassegnazione nella saggezza di Ome­
ro, che riporta le umane vicende ad una suprema legge della na-
32 Beethoven lettore di Omero

tura 7\ quella stessa poesia, evocando immagini di perfetta letizia,


non poteva per contro che destare in lui la piu struggente ama­
rezza, dargli la misura delle sue illusioni e della sua miseria, come
là ove Odisseo incontra Telemaco : «Cosi parlò e baciò il figlio,
e giu per le guance le lacrime sino allora trattenute caddero a

n.
terra » Versi, da lui sottolineati, che forse gli fecero nostalgica­
mente rivivere l'ansia e la felicità di un altro incontro, quello con
il suo figliuol prodigo, accolto con il piu caloroso abbraccio di
perdono : « Mille volte ti bacio e ti abbraccio o mio figlio non per­
duto ma nuovamente rinato! » 78• Ma quanto sia stata labile e fug­
gevole quella sua gioia, saranno i versi seguenti a farglielo cru­
delmente sentire per il cocente contrasto che essi provocano con
la sua realtà . « Allora il giovane abbracciò il suo meraviglioso pa­
dre con fervore, amaramente piangendo, e sorse in essi un dolcis­
simo desiderio di pianto » 79• « Padre, ho molte volte udito della
tua grande fama, del tuo coraggio in battaglia, della tua saggezza
di consiglio » 80• Parole che anch'egli avrebbe meritato di udire
dal giovane ingrato . Allo scorrere di tante dolcissime lacrime an­
ch'egli avrà sentito inumidirsi le ciglia e farsi dolente il ricordo
di quando aveva confidato piangendo a Giannatasio Del Rio :
« Karl si vergogna di me » .

L'idea dell'uomo intesa in tutta l'estensione del termine è pre­


sente e compenetra ogni manifestazione creativa dello spirito
greco, per costituire il punto focale in cui si concentrano i raggi
di un medesimo lume . Profondo sentimento antropomorfico che
nel mondo antico fece considerare l'uomo vivente quale opera
d'arte suprema . E sarà un sentimento analogo che farà dire a
Beethoven : «Mediante l'educazione di mio nipote voglio innal­
zare un nuovo monumento al mio nome » ( « Ich will meinem N a­
81) .
men durch meinen Neffern ein neues Denkmal stiften »
Espressione per i greci dell'areté, che assomma ogni virru fisi­
ca e morale, questo modello di perfetta umanità, destinato a non
mai attuarsi, riaffiora, al tempo di Beethoven, nei sogni di filosofi,
Parte prima 33

quale Kant, di poeti, quale Schiller, come immagine di superiore


armonia, in cui le voci discordi dell'istinto e della legge morale
trovano loro conciliazione ideale e che, se non ebbe mai concreta
realizzazione sulla terra, si manifesta e rivive nella realtà dell'ar­
te, quale si ravvisa nel personaggio di Leonora nel Fidelia.
Figlio del suo tempo, Beethoven non ne fu il favorito. Matu­
rato sin dalla giovinezza « sotto il lontano cielo della Grecia », si
ritrovò in patria come un estraneo, attorniato da « caratteri de­
boli », che egli, animato dall'ardore di un antico profeta, vorrebbe
castigare e purificare. « Il nostro secolo - scrive al nipote - ha
bisogno di spiriti forti, che flagellino queste grette, vilissime ani­
me di uomini; per quanto il mio animo si ribelli a far del male
a chiunque » 82 • Immune dalla corruzione del suo tempo e disprez­
zandone il giudizio, Beethoven con le sue grandi e geniali opere
intese indicare agli uomini una direzione verso il Bene. La musica
ha in sé illimitate capacità di comunicativa spirituale, quella im­
mediata evidenza vitale che è la condizione della sua efficacia.
In Beethoven sembra rivivere lo spirito di un antico aedo, la
missione di celebrare con epici canti ispirati dalla Musa il virile
cavalleresco ideale, di elevare ed infiammare gli animi degli ascol­
tatori. Anch'egli sentiva il richiamo di una vocazione che diceva
divina, anch'egli aveva provato, come dice Platone, « il delirio
che viene dalla Musa quando essa avvince un'anima: se è un'ani­
ma delicata e pura, la risveglia e la rapisce, e, celebrando le gesta
gloriose del passato, educa in tal modo la posterità » . Come Pla­
tone, anche Beethoven sa che colui che si presenta alla porta della
poesia convinto che l'abilità tecnica possa bastare a fare di lui un
artista, sarà eclissato da chi è posseduto dalle Muse. La purezza
dell'anima è inseparabile da una ispirazione veramente divina e
solo un poeta filosofo può riunire in sé queste due condizioni s3 •
« Si dice - scrive in un suo quaderno Beethoven - che la vita
è breve e l'arte è lunga, ma lunga è la vita e breve l'arte; se il suo
soffio si eleva sino agli Dei, non è che per un solo istante » 84• L'an­
sia di poter compiere la sua missione sulla terra è cosi struggente,
che giunto quasi al termine del suo cammino, segnato da tanti
capolavori che ne costituiscono le pietre miliari, le fasi della sua
34 Beethoven lettore di Omero

incessante ascesa, gli sembra di aver scritto soltanto qualche nota.


« Apollo e le Muse non mi lasceranno portar via dalla Morte : ho
ancora molti debiti verso di loro e prima di partire per i Campi
Elisi devo lasciare dietro di me quanto l'Eterno Spirito ha infuso
nella mia anima e mi comanda di compiere » 85•

Se la visione nostalgica della vita patriarcale delle società ar­


caiche, in cui l'uomo operava in modo semplice ed armonioso,
quale è rispecchiata nei poemi omerici, poté costituire elemento
ispiratore della sinfonia Pastorale, per il senso religioso che la
pervade, per l'intima partecipazione del sentimento a quella im­
magine di perfetta armonia della Natura e dei suoi eterni mo­
menti semplici e grandi, cosi il culto del mondo eroico della
Grecia antica, fulgido esempio di valoroso ardimento, riconduce
Beethoven al mito di Prometeo.
Tyche o Moira, caso o destino che fosse, attorno a quel fati­
dico anno r 8 o r , che segnò una drammatica svolta nella vita di
Beethoven, il tema di Prometeo si pose quale oggetto della sua
ispirazione quando gli venne affidata la composizione del balletto
di Salvatore Viganò Le Creature di Prometeo, in cui il mitico
eroe appariva come « un nobile spirito che avendo trovato gli
uomini in uno stato di ignoranza » si proponeva di elevare la loro
condizione a nuova dignità umana, di farli liberi.
Simbolo di ribellione ad ogni forma di tirannide, l'immagine
di Prometeo, apportatore di bene e di civiltà, rispondeva alle pre­
messe ideologiche ed alle attese politiche sue e del suo tempo, ma
doveva inoltre essere ben presto riconosciuta da Beethoven quale
prefigurazione sempre piu attuale ed appassionata di un segreto,
drammatico suo stato interiore . Il suo incontro con quel mito ci
appare quasi come una theia tyche, come direbbe Platone, un ca­
so divino in cui è implicita una interpretazione religiosa di eventi
apparentemente casuali e insieme altamente significativi .
Era infatti quello il tempo in cui l'incipiente sordità oscurava
l'aurora del suo genio sorgente mortificando il giusto orgoglio di
essersi di tanto avvicinato alla meta ambita e di sentirsi l'artefice
di questa conquista ( « o momento felice, come mi sento fortuna­
to di poterti apprezzare, di poterti realizzare io stesso » , scrive il
Parte prima 35

23 giugno all'amico Wegeler) . Con scarto improvviso il corso del­


la sua esistenza veniva deviato dal sereno, fecondo benessere che
egli aveva raggiunto e da quella esuberanza fisica di cui amava
allora tanto compiacersi 86•
Speranza e disperazione si contendono ora il suo animo in pe­
na, che infine cede di fronte alla tragica realtà . Ma non tarderà a
riconoscere gli oscuri sintomi premonitori della sordità, ad assu­
mere coscienza di essere caduto in potere della infausta Moira
che anche a lui, come all'eroe omerico Dioreo, ha gettato la mala
pietra. « Le mie orecchie ronzano e rombano di continuo, giorno
e notte: una condizione terribile per la mia professione », confida
a Wegeler 87, e ad Amenda, l'amico « che il suo cuore ha prescel�
to » : « Quante volte ti desidero vicino : perché il tuo Beethoven
ha una vita molto infelice e in lotta con la Natura e il Creatore.
Già piu di una volta maledissi a quest'ultimo . . . I miei anni piu
belli voleranno via senza che io possa compiere tutto ciò cui il
mio ingegno e la mia forza mi avrebbero chiamato. Con che cosa
non potrei ora misurarmi ? » sa. Nella solitudine in cui la sordità lo
ha immerso insorge la ribellione . Costretto a fuggire tutto ciò che
gli era caro, non vuole tuttavia cedere alla rassegnazione, non può
desistere dal lottare : « Oh, il mondo io lo terrei in pugno senza
questo male. Ogni giorno di piu mi avvicino alla meta che sento
ma che non so definire . Soltanto in questo il tuo Beethoven può
vivere . . . Voglio afferrare il destino alla gola; non deve piegarmi
per intero, assolutamente no . O , è cosi bello vivere mille volte
89
la vtta l. » .
.

Se, com'egli dice, Plutarco lo ha condotto alla rassegnazione 90,


egli nondimeno non intende rinunciare a sfidare il destino, ben­
ché sia consapevole che vi saranno nella sua vita momenti in cui
si sentirà << la creatura di Dio la piu infelice » . In un passo del­
l'Odissea, ch'egli ha segnato e meditato, Omero gli rivela una piu
ampia visione del mondo e delle mutevoli sorti umane: « Vedi,
nessuno degli esseri che vivono e si muovono sulla terra è piu
miserando dell'uomo . Finché gli Dei gli concedono salute e fio­
rente giovinezza, mai non pensa che lo possa cogliere sventura.
E quando gli Dei beati gli mandano sventura egli sopporta i suoi
36 Beethoven lettore di Omero

dolori con impazienza e disperazione. Poiché, come si mutano i


giorni che gli Dei mandano dal cielo, cosf mutano anche gli uo­
mini che stanno sulla terra. Perciò nessun uomo sia mai proprio
mai. ingiusto [contro il cielo] e si goda in silenzio i doni degli
Del » 91 .
Dalla sofferenza in cui si è sommersi ci si può dunque elevare
all'idea di un ritmo che coinvolge tutti gli uomini, modulo rego­
latore che rinserra entro saldi argini il caos delle passioni suscita­
triei di hybris. Nel limpido e profondo spirito omerico si rispec­
chia il positivo e il negativo della esistenza dell'uomo : l'uno in
tutta la pienezza e la plasticità di ciò che ha forma, l'altro come
limitazione e oscurità. Il ritmo della vita di Beethoven si manife­
sta come virile accettazione del destino, come ribellione eroica, e,
nella sua arte, come saldo rigore formale. Ribellione e rassegna­
zione si alternano nel suo animo, come le sistole e le diastole nel
cuore, a scandire il palpito della sua nuova vita . Drammatico con­
trasto tra opposti sentimenti, che solo nella musica troveranno
loro superiore conciliazione.
Se gli Dei di Omero dominano la vita degli uomini, dispensa­
tori e arbitri delle loro gioie e delle loro pene, essi tuttavia non
hanno potere sull'altro lato dell'essere, il lato misterioso ed oscu­
ro ove regnano decadenza e morte. Lo afferma Atena nell'Odis­
sea 92 : « Neppure gli Dei possono stornare la morte dell'uomo
quando la Moira malvagia, il demone senza volto, lo atterra » .
Beethoven avverte la sua insidiosa presenza nell'ombra: « L'Uo­
mo con la falce non mi concederà molto tempo ancora ! » 93 , e cerca
di esorcizzare quel malefico potere mediante la musica, la « santa
musica », sola sua alta attrattiva nel mondo, e prega invano Apol­
lo e le Muse che concedano indugio alla sua esistenza poiché (co­
me Holderlin) anch'egli ha « molto da cantare ancora », un canta­
re che si identifica con il suo destino di vita.
Ma l'infermità e le pene causategli dal nipote (« mortalmente
mi hai ferito e ogni giorno mi ferisci . . . Non offendermi piu . . . Il
mio cuore ha troppo sofferto per la tua falsa condotta verso di
me . . . » ) fiaccano la sua resistenza fisica e morale ( « Divengo sem­
pre piu magro . . . nessuna persona che si interessi di me. Dove
Parte prima 37

non sono ferito, dove non sono spezzato ? »), si da rendergli l'esi­
stenza « veramente insopportabile » (ganz unertraglich) 94•

Il negativo calerà come notte sulla sua vita, che si va facendo


sempre piu solitaria e dolente. E sarà allora che Beethoven, sof­
fermandosi e sottolineando questo passo di Omero, cedendo ad
un suo segreto anelito di morte, sembra far propria l'invocazione
che un'altra anima tormentata e ferita nei suoi affetti piu cari,
Penelope, rivolge ad Artemide, la virginale Dea, che Omero ono­
ra con l'aggettivo agné, santa e pura: « Una dolce morte mi con­
ceda la divina vergine Artemide, perché io, infelice, non piu a
lungo mi strugga d'affanno per la sorte del mio sposo diletto, il
piu bello di tutti gli Achei » 95 • Anche Beethoven, come un eroe an­
tico, avrebbe voluto spegnersi trafitto dal suo strale indolore, con
il sorriso sulle labbra ... « Con gioia vado incontro alla morte . ..
Vieni quando vuoi, ti vengo coraggiosamente incontro .. . » : cosi
egli scriveva nel Testamento di Heiligenstadt l'anno della sua
forzata, dolorosa rinuncia alla vita e della sua ascesa al cielo del­
l'arte.
« Quando l'amore di sé si spegne nella rinuncia e nel dolore,
allora si rinasce a piu giovane vita, a temere, a sperare, a brama­
re » 96 • Queste parole che il Prometeo di Goethe dice a Pandora
sembrano una premonizione augurale al processo di rinnovamen­
to intrapreso da Beethoven, al nuovo corso della sua tormentata,
esaltante esistenza, che dagli stessi impedimenti frapposti dal
« demone invidioso » trarrà la misura della sua forza interiore, di
quella vocazione imperiosa cui non è dato sottrarsi, e che lo spin­
ge a esprimere nelle opere ciò che arde nel suo petto ulcerato.

Il !0 agosto r 8 oo Beethoven aveva scritto a Frederick von


Matthisson, il poeta del Lied Adeldide : « Un artista progredisce
sempre. Lei stesso sa quali mutamenti producano alcuni anni in
un artista; quanto maggiori sono i progressi nell'arte, tanto meno
'!T .
ci si appaga della propria opera passata » Ora non è con il pas­
sato ch'egli intende misurarsi, bensi con l'avvenire, guardando al
38 Beethoven lettore di Omero

futuro . Non saranno piu, ora, sentimenti idillici, elegiaci, festosi


oggetto della sua ispirazione. « Non sono piu soddisfatto delle mie
opere composte sino ad ora; a partire da adesso voglio intrapren­
dere una nuova via », confida a un amico 98 • Gli ideali della sua ar­
dente giovinezza, quando si proponeva di musicare per intero
l' Ode alla Gioia di Schiller, ideali apparentemente sopiti nella
Vienna mondana in cui era inserito, un tragico evento sembra
averli risvegliati, come se la sua anima conturbata dallo spettro
della sordità anelasse ad una meta piu alta ch'egli non sapeva de­
finire ma verso la quale si sentiva irresistibilmente attratto 99 •

« Infinito è il nostro aspirare . . . », in fini to l'aneli to del suo spi­


rito creatore ad elevarsi sui limiti du donné, su ogni convenzione
tradizionale, su ogni esperienza acquisita che gli apparirà insigni­
ficante rispetto a quella nuova allucinante visione, destinata a de­
terminare mutamenti profondi nel mondo dell'arte.
Consapevole che una nuova epoca si schiudeva alla sua attività
creativa, il suo spirito cercò soccorso e sostegno nelle piu vive
risorse dell'essere, e accordando le emozioni che in lui si agita­
vano con altre ad esse aderenti, utilizzando note preesistenti, va­
lendosene come armonici della originaria nota beethoveniana, an­
dò conferendo alla musica una impronta quale mai essa aveva
avuto. È come se Beethoven, distogliendo lo sguardo dalle ombre
che nella allegoria platonica si profilano sul fondo della caverna,
lo volgesse alla fonte di luce che le proietta per cogliere una realtà
piu alta e piu vera.
Novello Odisseo, egli intraprese l'avventuroso viaggio in ter­
re inesplorate ed impervie. Di questa tormentata navigazione i
suoi taccuini di schizzi musicali possono considerarsi il giornale
di bordo che ne registra le alterne vicende, incertezze di rotta, im­
provvise folgorazioni, gli approdi in cui il navigatore non si con­
cede riposo, sospinto da una inestinguibile tensione interiore che
100 •
lo sospinge verso l'irraggiungibile Itaca dei suoi sogni
Parte prima 39

La nuova maniera che Beethoven intendeva instaurare venne


ben presto avvertita dalla critica e considerata, non diversamen­
te dal suo pianismo, titanica nella sua potenza e disordinata. Sot­
toposta all'incessante confronto con le opere di Haydn e di Mo­
zart quali pietre di paragone, la sua musica appariva fantasiosa,
priva di salda forma, affascinante ma pur sempre arbitraria.
Estendendo smisuratamente i confini della musica, Beethoven
la eleva « nel mondo superiore della conoscenza» , ne fa strumen­
to di una ricerca che tende a trascenderla . Il pensiero musicale,
che non esiste se non incarnandosi nel suono, è connaturato in­
fatti alla forma sonora e cercandosi in essa un corpo cerca in realtà
se stesso.
La musica di Beethoven, assumendo nuova coscienza di sé, si
propone di conseguire « progresso e libertà », « scopo essenziale sia
dell'arte sia della grande creazione », com'egli dichiara all'arcidu­
101 •
ca Rodolfo Animata, come la natura, da un principio vitale che
la rende atta a creare in sé e da sé le proprie leggi e forme, la mu­
sica non riceverà regole e precetti se non dalle necessità espressive
del compositore. Sarà quindi anche libera, non per essere arbitra­
ria ma perché le sue leggi coincidono e spontaneamente concor­
dano con le leggi della Natura, che è alleata fedele del genio : « Mit
dem Genius steht die Natur in ewigem Bunde; was der eine Ver­
spricht, leistet die andre gewiss » ( « La Natura è perennemente al­
leata con il genio: ciò che l'uno promette l'altra mantiene »), scri­
ve Schiller, l'autore prediletto di Beethoven, il quale ne riecheg­
gia il pensiero affermando a sua volta che « la Natura si basa sul­
l' arte e l'arte sulla Natura » .
Quale primo esempio delle innovazioni formali della sua
« nuova maniera » Beethoven, scrivendo al suo editore Breitkopf,
ebbe a indicare le Variazioni op . 34 e op. 35 · Entrambe « sono
elaborate secondo una nuova maniera e ciascuna in un modo pro­
prio e diverso . Posso assicurarvi che in entrambe queste opere il
metodo è del tutto nuovo » . Due mesi dopo ( r 8 dicembre r 8 o2 )
riafferma all'editore la diversità di queste due opere rispetto alle
40 Beethoven lettore di Omero

precedenti, anzitutto nell'op. 3 4 in cui, interrompendo la tradi­


zionale uniformità, le singole variazioni si susseguono in tonalità
sempre diverse e contrastanti, facendo assumere al tema nuovi
aspetti armonici e ritmici. Nell'introduzione dell'op. 3 5 viene
esposto un motivo, che nel corso della composizione assumerà
la funzione di Basso ad un tema desunto dal balletto Le creature
di Prometeo, quasi a conferire saldo sostegno armonico, virile
vigoroso accento a quel fresco, gioioso ritmo di danza, che trove­
ranno entrambi loro piena e significativa espressione nel Finale
della sinfonia Eroica.
L'immagine di Prometeo (che quel tema evocava), del mitico
eroe, modellato sulle premesse ideologiche dell'Illuminismo e
dello Sturm und Drang, doveva apparire a Beethoven quale pre­
figurazione di colui che, in un alone di gloria, sembrava incarnare
i problemi e le speranze dell'epoca, accendendo grandi attese nel­
l'animo dei tedeschi : Napoleone Bonaparte, Primo Console.
Una nuova realtà, la sua, si era frapposta tra mito e storia, una
realtà che tendeva a dissolvere l'antico mito per farlo rinascere in
virtu di un veemente impulso creativo. La sua drammatica realtà,
che urgeva di esprimersi in suoni nel modo nuovo da lui intrapre­
so, doveva condurlo, attraverso piani diversi della coscienza, a
quel mondo eroico da lui interiormente vissuto e di cui era sim­
bolo, allora, l'immagine dell'Uam fatale.
Non molto diversamente i tragici greci vivificavano il mito da
cui traevano spunto e ispirazione, penetrando nella sua essenza,
interpretandolo col metro della loro propria esperienza, alla luce
della realtà contemporanea : e come allora tutti potevano ricono­
scere nello Zeus del Prometeo liberato di Eschilo il tiranno locale
e in Prometeo un qualche suo consigliere che, approfittando del
potere, prometteva benessere e libertà ai sudditi, cosf, al tempo
di Beethoven, tutti avrebbero potuto riconoscere in quell'eroe
l'atteso apportatore di luce e di civiltà nuova, in lotta con i so­
vrani assoluti allora regnanti.
La sinfonia Eroica presuppone una società determinata, cui
essa si rivolge, una condizione storica e politica che la giustifichi
e che sia atta ad accoglierla.
Parte prima 41

Nata da una intuizione musicale nuova, nutrita di un conte­


nuto umano nuovo, la sua forma sembra incarnare di questa realtà
la pura sostanza. Nello stadio preliminare, vago e indeterminato
della creazione, dovette balenare nella sua fantasia una immagine
in cui mito e realtà si confondevano, conferendo alla realtà un'au­
reola ideale : Prometeo-Bonaparte, l'uno quale personificazione
storica dell'altro, un fantasma eroico che esigeva di trovare espres­
sione mediante i piu validi strumenti della sua poetica .
Fu quello il momento cruciale, l'irripetibile istante di grazia
in cui, dirà Beethoven, « ci si sente rapiti sino agli Dei » , l'istan­
te in cui l'Idea dell'Eroica gli apparve nella sua virtuale integrità,
immersa nel suo grandioso ethos tonale, saldamente determinato
nel tema iniziale in mi bemolle maggiore, armonia che sta alla ba­
se di tutto il divenire musicale dell'opera.
Un taccuino di schizzi musicali del I 8o I ci rivela come, sin dal
suo primo sorgere, l'Idea che soggiaceva in lui gli si sia rivelata
in tutti i suoi fondamentali elementi generatori . Vi riconosciamo,
tracciati con mano febbrile, gli spunti melodici, armonici, ritmici
che ne costituiscono le vitali cellule generatrici di tutta la strut­
tura formale .
Primi reperti rivelatori che affiorano sulla pagina, cui seguirà
l'ostinato lavoro di scavo, da cui Beethoven farà emergere, per
via di levare, dalla massa informe della materia sonora, in tutta
la sua compiuta armoniosa concretezza e saldezza architettonica,
ad immagine e somiglianza dell'Idea, la sinfonia . Sarà infatti a
questa indivisibile emozione, a questa totalità di visione che Bee­
thoven si rivolgerà lungo tutto il corso del suo lavoro, come il
navigante alla stella che gli è di guida, per saggiare gli elementi
costruttivi che si affollano alla sua mente.
Nessun preesistente schema compositivo, che la tradizione pur
tanto illustre gli offriva, poteva essere adeguato a contenere, ad
esprimere ciò che una geniale intuizione gli aveva ispirato. Per
obbedirle Beethoven chiama a raccolta tutte le sue energie, si ap­
pella alla sua drammatica disperata esperienza da cui sorge questa
nuova imperiosa esigenza creatrice.
A darle vita si rendeva infatti necessario trovare forme ad es-
42 Beethoven lettore di Omero

sa adeguate, violentare i suoni, costringerli ad esprimere l'ine­


sprimibile. Creazione somma, l'Eroica di Beethoven costituisce
un apporto sostanziale alla struttura compositiva, non solo di una
sinfonia ma della musica, per offrirei, si direbbe, l'immagine della
creazione della materia evocata dalla forma.
Il profondo mutamento che si era determinato in Beethoven
non poteva sfuggire neppure al suo famulus Anton Schindler,
che, con la sua natura comune, la sua gewohnlichkeit, come dice
Beethoven, non era in grado di comprendere l'ungewohnlichkeit,
1
02 •
ciò che è straordinario « Seguendo il succedersi degli avveni­
menti e studiando le loro cause - scrive Schindler nella sua Bio­
grafia del Maestro - troviamo per la prima volta una circostanza
insolita, di un genere nuovo, per appartenere meno al campo
della musica che a quello della politica, verso la quale Beethoven
0 •
1 3
si sentiva suo malgrado [sic] attratto » « Ein Geflihlspolitiker »,
un politico di sentimento, come a Vienna gli amici lo definiva­
no, un idealista diremmo noi, per auspicare l'avvento di uno
Stato quale era quello ideato da Platone 104 •

Nella Terza Sinfonia Beethoven si accinge a celebrare gesta


eroiche come un antico aedo; sotto la maschera di Prometeo e di
Bonaparte egli rivive i loro drammatici eventi : la ribellione con­
tro l'oppressione dispotica di un destino avverso, la lotta cruenta,
la morte gloriosa e la vittoria apportatrice di una nuova alleanza
nella pace e nella gioia. Sarà soltanto con la morte (come ha ben
inteso Beethoven, inserendo, sia nella Sonata in la bemolle op. 2 6
sia nella sinfonia, una Marcia funebre), che ha inizio la trasfigura­
zione dell'eroe, quel suo elevarsi ad una individualità superindi­
viduale, a quel supremo onore che i guerrieri omerici tanto ambi­
vano di ottenere quale pegno del loro glorioso sopravvivere nel
ricordo degli uomini. La sinfonia Eroica racchiude nel suo dive­
nire musicale, non diversamente dall'antica tragedia greca, quel­
l'alternarsi di dolore e di gioia in cui si attua, per Goethe, per
Beethoven, il ritmo fondamentale della vita, una sintesi dell'esi­
stenza umana.
Come al primo irrompere della musica si squarcia il fragile
involucro concettuale che pur ha costituito il substrato ispiratore
Parte prima 43

dell'opera, cosf Beethoven lacera il foglio con la dedica a Napo­


leone, che proclamatosi imperatore si era reso immeritevole di
tanto dono.
Cancellato quel nome che ne avrebbe ora offuscato il signifi­
cato ideale, l'Eroica ci appare nella sua intatta purezza, a perenne
testimonianza dei valori che l'hanno ispirata, e a tramandare ai
posteri (come è detto sul frontespizio) « la memoria di un gran­
d'uomo » : quella di Beethoven .
Parte seconda
Non vi è nulla di essenziale nella natura dell'uomo che non sia
colto e non trovi originario riscontro, per la sua validità, in Ome­
ro : questo consente a Beethoven di ravvisare, adombrati nella
finzione poetica, caratteri ed aspetti che appartengono al mondo
che lo attornia, alla sua realtà, istituendo cosi un piu intimo rap­
porto con il suo autore.
Nell'ottica america ogni fatto particolare è raccordato ad una
considerazione di carattere generale, inserito in una piu vasta vi­
sione della condizione umana, in quell'ordine superiore che è
legge della vita . « Nell'infelicità gli uomini invecchiano rapida­
tos'
mente » osserva Omero, e ben lo sa Beethoven che sempre piu
s 'incurva sotto il peso dei suoi affanni . Non sfugge a Beethoven
l'umana comprensione del poeta per « la donna fenicia che lavava
presso la concava nave » che si uni con un marinaio sul giaciglio,
in segreto amore : « il che seduce il cuore di una fragile donna,
1 06 •
anche se essa è virtuosa »
Una chiara, immota luce di un eterno presente sovrasta ogni
evento delia società arcaica evocato dalia poesia america, che sem­
bra a Beethoven trovare riflesso nella realtà quotidiana, si da ti­
conoscerlo rivivere nelia patriarchalische Einfalt, nella semplici­
tà patriarcale della famiglia di Amenda. Egli tende inoltre a tra­
sferire nella storia contemporanea antichi ideali politici e sociali
del popolo greco, mirati alla indipendenza e alia libertà, intesi
come interesse presente, secondo la nuova concezione rivoluzio­
naria dell'ellenismo . Ricevuto l'incarico di comporre le musiche
di scena per Le rovine di Atene Beethoven esigerà il rifacimen­
to del testo letterario per adeguarlo allo storico evento della ri-
48 Beethoven lettore di Omero

volta dei greci contro l'invasore turco, e per esaltare il loro epico
107
ermsmo .

Anche il culto dell'amicizia celebrato da Omero ( « in verità


in nulla inferiore allo stesso amato fratello un amico fedele, com­
08
1
prensivo e di nobili sentimenti » ) trova pieno consenso nell'ani­
mo di Beethoven, e a confermarlo appone in margine al testo il
sigillo della sua approvazione : ]a!, poiché anche per lui die heili­
ge Freundschaft, la santa amicizia si basa sulle affinità elettive
dell'animo e del cuore. Non può sorprendere che nella vita questi
generosi sentimenti abbiano subito amare delusioni . « Ancora una
volta dunque soltanto nel mio cuore posso trovare un punto di
appoggio; fuori, non esiste nessuno [che lo sia] per me. L'amici­
zia e i sentimenti che le somigliano non hanno che ferite per me.
E sia ! Per te, povero Beethoven, non c'è nessuna gioia che non
sia in te stesso; devi creare tutto in te : solo nel mondo ideale
trovi amici » 109 : il mondo in cui troverà sicuro rifugio e conforto
all'amarezza della solitudine e dell'abbandono. E non meno in
quello della « bella Natura » impregnata di mistero, quale Ome­
ro gli ha rivelato, personalizzata e divinizzata insieme, in cui i
singoli fenomeni, come le opere e i giorni, si susseguono con rit­
mo calmo e ordinato quali sono raffigurati nello scudo di Achille,
in armonia con il ritmo della vita dell'uomo, il ritmo saldo e pro­
fondo che pervade le diverse fasi ed anima il divenire della sinfo­
nia Pastorale.
Trascrivendo questo verso : « L'eterna Provvidenza governa
onnisciente la felicità e l'infelicità dei mortali » , Beethoven inten­
de riportare, come Omero, ogni umano evento ad una finalità su­
periore, ad una superiore giustizia (o ingiustizia) distributiva.
Dinnanzi all'imperscrutabile potere della Provvidenza non resta
che chinare il capo : « sopportazione, rassegnazione . . . » Ma questa
forzata rassegnazione non spegne in Beethoven l'irrefrenabile im­
pulso a non darsi per vinto, a lottare, a vincere ( « Cosf vinciamo
anche quando siamo al sommo della miseria e ci rendiamo degni
) 110 .
che Dio perdoni i nostri peccati » È ancora Omero che lo inco­
raggia a sperare : « Una cosa Dio ci dà, di un'altra ci priva come
m.
piace al suo cuore, poiché egli domina onnipotente » Nell'aedo
Parte seconda 49

cieco che l'Araldo conduce alla presenza del re dei Feaci, in De­
modoco, « caro alla Musa che un male ed un bene gli ha dato, col
1\
privarlo della vista e col dargli il dono di un dolcissimo canto » 1
Beethoven riconosce la prefigurazione di sé. Privato dell'udito, il
senso che in lui doveva essere piu perfetto, immerso nella solitu­
dine, anche a lui « il Dio che affanna e che consola » aveva fatto
dono di un senso piu alto e perfetto, quello di intendere il lin­
guaggio segreto della Natura. L'opaco silenzio che Io imprigiona
e lo isola dal mondo non gli è piu ora di ostacolo : « Dolce il si­
lenzio del bosco ! Il mio disgraziato udito qui non mi tormenta.
È come se ogni albero neiia campagna mi dicesse: Santo ! San­
cc
113 ,
to ! " Incanto delia foresta ! »
La Natura non è piu da lui contemplata oggettivamente, al
modo del pastore omerico che dali'alto del monte, nella solitu­
dine notturna, rabbrividendo contempla sul suo capo lo splendo­
re del cielo stellato : il suo spirito va oltre quella estatica visione
cosmica di corpi luminosi, si slancia « verso la fonte prima donde
nasce tutto ciò che è stato creato : verso l'amabile Padre che de­
va abitare sopra la volta celeste >> ( «iiber Sternenwelt l Muss ein
lieber Vater wohnen »), aveva detto a Stumpff rimemorando le
114 •
parole di Schiller cui darà canto nella Nona
Come a Faust, accecato dalla Sorge, mentre affonda nella oscu­
rità della notte si accende in petto una chiara luce che Io rianima
e lo incita a compiere quanto egli aveva sognato, cos:l a Beetho­
ven, fatto sordo dalla Moira, si schiude una udibilità piu sottile,
vibrante, assoluta; e i suoni animeranno il morto silenzio che Io
avvolge, ordinandosi in netti disegni melodici, come costellazioni
nel cielo notturno . « Ciò che tocca il cuore viene dall'alto - dice­
va - altrimenti non vi sarebbero che suoni, dei corpi senz'anima .
L'anima deve elevarsi dalla terra, ove la scintilla divina è stata
esiliata per un certo tempo, ove deve fiorire, produrre frutti per
poi risalire verso la fonte donde è discesa. Poiché è solo mediante
un lavoro ordinato, con le forze che le sono state prestate, che la
creatura onora il suo Creatore » 115 • Beethoven ci riconduce qui a
Platone, alla teoria della trasmigrazione delle anime, alla loro in­
cessante operosità purificatrice, che nell'adempimento dei com-
.5 0 Beethoven lettore di Omero

piti ad esse assegnati si accordano alla loro originaria armonia co­


smica. Un'armonia che, come è detto nel Timeo, ha cicli affini a
quelli che si svolgono nell'anima : rigore numerico, regolarità rit­
mica, fenomeni acustici : elementi precipui della musica, stretta­
mente collegati tra loro per essere insiti nella natura dell'essere.
Ma quando poi Beethoven, esaltato da cosf alta contemplazio­
ne, cerca di carpire la legge arcana e rigorosa di quell'armonia e
di quel ritmo, premessa necessaria per poterla applicare alla mi­
sura della sensibilità dell'uomo, di tradurre quella musica mon­
dana in una musica umana, allora egli si sente « terribilmente de­
luso » : « getto a terra il foglio scarabocchiato e dubito che un
figlio della terra possa essere capace di esprimere con suoni e
note . . . le immagini celesti che la sua fantasia eccitata ha visto
116•
fluttuare in quell'ora benedetta » L'animo eroico di Beetho­
ven, nel trasporto dionisiaco di una ebbrezza cosmica, tenta di
oltrepassare il limite imposto alla natura umana . « Infinito è il
nostro aspirare », scrive a Brunswick, ma vi è una realtà banale
117 •
che tutto riduce al finito « Noi, creature finite con lo spirito
infinito, siamo nate soltanto per soffrire e per gioire », egli lamen­
118
ta : la fisicità corporea, prigione dell'anima, è di impedimento
al suo volo. « Il mio regno è nell'aria : i miei suoni turbinano so­
vente come il vento - e pure cosf sovente mi turbinano nell'a-
119
mma » .

Pur nella sordità, egli aveva conservato dei suoni, « corpi sen­
z'anima », perfetto ricordo della loro fisicità e virtualità espressi­
va, ma, com'è del ricordo, essi erano andati assumendo nella co­
scienza nuova levità, alleggeriti da quel minimo di materia che
li fa terrestri e come vaganti nel puro etere, sino a quando la
coscienza li annodi nel disegno melodico da cui ricevono il loro
senso qualitativo, o, come dice Beethoven, la loro anima. Que­
sto puro canto interiore, in cui è virtualmente implicita tutta la
vivente realtà della melodia e dell'armonia, non potrà a noi giun­
gere se non nella sua aggettivazione sensibile, riflesso di una mu­
sica silenziosa, come della luce di una stella lontana, invisibile
all'occhio e forse già spenta.
Ai redattori della rivista « Caecilia » di Lipsia, che lo avevano
Parte seconda 5r

invitato ad esporre in uno scritto i principi della sua poetica, i cri­


teri guida del suo processo compositivo, aveva risposto : essere
suo piu alto ideale di rivelarsi al mondo solo con la musica. Mai
egli volle dischiudere la porta della sua officina segreta, mai con­
senti che occhio profano indagasse sugli impulsi che lo muoveva­
no a comporre, limitandosi a vaghe allusioni che possono soltanto
far luce su alcuni procedimenti psicologici e strutturali, riportarci
alla base periferica del processo creativo, ma non ci permettono di
penetrare nel vivo della sua arte al modo che una dissezione ana­
tomica del corpo non ci consente di cogliere l'individualità del­
l'uomo . La musica trascende infatti tutte le modalità del senti­
mento che essa esprime, in cui consiste e si effonde la sua essen­
zialità. Non a parole ma al pianoforte si doveva rispondere a quei
problemi di forma e di contenuto - non a parole ma con musica
viva. L'opera infatti trova il suo vero e profondo significato nei
suoi puri, segreti valori musicali, nei quali soltanto Beethoven
intese rivelarsi al mondo : in realtà era in essa, specchio del suo
io piu profondo, che bisognava indagare, e sapervi intendere
« ciò che l'Eterno Spirito gli aveva rivelato » . Una rivelazione che
non poteva essere trasmessa ad altri mediante una formulazione
di principi teorici, bensi « von Herzen . . . zu Herzen » , dal cuore ai
cuori, per risvegliare la sensibilità degli ascoltatori e stimolare le
120,
loro facoltà intellettuali e morali « par la force de la Grace », di­
rebbe Pascal, in virru di una grazia efficiente e operante.
Vien qui di pensare, per l'evidente analogia, al deciso rifiuto
opposto da Platone al Tiranno di Siracusa di inviargli, come gli
era stato richiesto, un esposto della sua dottrina, che contenesse
il nucleo del suo pensiero. Anche per lui, come per Beethoven,
non erano le astratte teorie né gli schemi formali che costituiva­
no la formula segreta del loro operare. Con quel rifiuto Platone
intese rinviare a ciò che egli riteneva essere la funzione fonda­
mentale della sua filosofia, alla sua attività di insegnamento orale
sull'esempio delle indagini dialettiche di Socrate, espressione vi­
va di quanto ardeva in lui e che animava il ritmo in incessante
divenire della sua esistenza. Entrambe incomunicabili median­
te schemi concettuali, la filosofia di Platone come la musica di
52 Beethoven lettore di Omero

Beethoven potranno essere acquisite ed intese nella loro essenza


soltanto in virtu di una loro attiva e insita disposizione a rivelarsi.
Allora « quell'inesprimibile si accende a un tratto e brilla nel-
121
l' amma » .
.

L'arte, sostituendosi alla vita, ne conserva le emozioni, i tur­


bamenti, i contrasti, e penetrando nell'intimo della coscienza
umana, quei sentimenti risuscita e restituisce nella loro purezza
senza residuo . Cosi avviene quando Beethoven da un pensiero
concettuale fa erompere la luce di una pura intuizione musicale;
come quando dai Fondamenti metafisici della scienza e della mo­
rale di Kant, trascrivendo e parafrasando uno dei suoi principi
essenziali (« Nell'anima come nel mondo fisico agiscono due forze
entrambe ugualmente grandi e ugualmente semplici, desunte da
uno stesso principio generale, la forza di attrazione e quella di
repulsione, qualificate come originario impulso insito nella mate­
ria »), ne riconobbe il segreto rapporto che esso ha con le leggi
che governano la dinamica della musica . Denominando quelle due
forze « Widerstrebender Prinzip >> e « Bittender Prinzip », Princi­
pio respingente e Principio implorante o accattivante, Beethoven
le identificò con i due temi contrastanti protagonisti della appas­
122 •
sionata dialettica che anima la struttura della sua forma-sonata
Attorno a questo fulcro egli andò elaborando la sua poetica .
Stimolato da un pensiero aperto ai piu ampi sviluppi, Beethoven
colse e istitu.i analogie con le leggi che governano l'anima del­
l'uomo . « Un dialogo tra un uomo ed una donna, tra un amante e
la sua amica », « lotta tra testa e cuore » 123, aveva detto Beethoven
a Schindler per spiegare con una immagine l'appassionata di­
namica tra temi opposti, che agiscono nella Sonata come nella
vita; temi che lungo il corso del loro sviluppo, anziché espan­
dersi melodicamente, come avviene (per esempio) in Mozart, si
concentrano in se stessi, quasi a riaffermare il proprio caratte­
re individuale, e che nel contrarsi, nel frantumarsi si identifi­
cano pur sempre alla loro originaria cellula tematica, al loro im­
pulso ritmico. Inserendo nello schema tradizionale della Sonata
una piu accentuata contrapposizione tematica e la loro concilia­
zione, Beethoven instaurò nella musica quella vivente unità che
Parte seconda .5 3

Hegel, partendo dalla dialettica delle antinomie kantiana, aveva


conquistato alla filosofia.
Se Beethoven apprese da Kant il concetto degli opposti, que­
sta dottrina era già stata enunciata nei suoi fondamentali principi
da un antico filosofo greco, Eraclito, rimasto ignoto a Beethoven,
che ne sarebbe stato conquiso e che certo lo avrebbe eletto tra i
. . , . .
suo1 p1u veneratl maestrl .
Pare infatti riconoscere un misterioso legame tra i loro grandi
spiriti, una congenialità che si rivela, oltre che nel fondamentale
comune concetto dell'armonia dei contrari, nelle idee sulla reli­
gione e sulla musica, intese nel loro senso piu lato e nella loro piu
pura essenzialità. Quando Eraclito afferma : « Ciò che è discorde
124,
si unisce, dal diverso sorge la piu bella armonia » è questa una
legge che, se pur estesa a tutto il cosmo, include anche il signifi­
cato musicale, il concetto pitagorico dell'armonia : l'armonia di
cui Beethoven, contemplando lo stellato, si sforzerà di cogliere la
regolarità normativa, nel vano tentativo di tradurla in suoni.
Che la musica sia stata intesa da Eraclito quale simbolo della
superiore armonia dell'Universo, della sua unità nella diversità,
quale « concordia discors » ( « Intero e non intero, convergente e
divergente, accordo e disaccordo sono collegamenti . Da uno tut­
to, da tutto uno » 12S), ne è riprova il fatto che essa sia da lui posta
quale termine di paragone della dinamica delle forze contrarie,
unite in una azione comune, nell'esempio dell'arco e della lyra.
« Non comprendono come divergendo si accordi con se stesso ;
6•
congiunzione controtesa come nell'arco e nella lyra » 12 Tensione
e distensione sono infatti gli atti, le attitudini in cui risiede l'e­
spressione affettiva della musica, al modo che le accelerazioni e
gli allentamenti dei palpiti del cuore lo sono nella vita dell'uomo.
La successione di accordi guida il mutevole fluire della cor­
rente del divenire sonoro determinato dal suo substrato armoni­
co, da quel « harmonisches Gefalle » , da quella « inclinazione
armonica » di cui parla Hindemith m, che provoca l'incessante
ansito del respiro musicale. «Via in salita e in discesa, sempre
la stessa », afferma Eraclito, tutto inserendo nel mutevole ciclo
della forma, che l'esistente percorre.
.5 4 Beethoven lettore di Omero

Non diversamente da Eraclito Beethoven esemplifica il con�


flitto tra i due temi della sua Sonata ricorrendo a svariati simboli,
quale l'antagonismo dei sessi, particolarmente animandolo nello
« sviluppo » con un serrato giuoco contrappuntistico, ora sovrap�
ponendo, ora subordinando l'uno all'altro, ad immagine della
incessante lotta che agita il mondo . Se per Eraclito il conflitto è
padre di tutte le cose, quello esistente tra le due anime di Beetho�
ven può dirsi aver generato quasi tutta la sua musica . In confor�
mità al monito delfico : « Conosci te stesso », Eraclito, ripiegan�
dosi in sé e pensando cose umane, schiude un nuovo orizzonte
alla filosofia come Beethoven lo dischiude alla musica, modellan�
dane la dinamica su quella dei sentimenti, i ritmi sulle intermit�
tences di un cuore ora dolente, ora festevole, ora oppresso ( be�
klempt, come è indicato nel manoscritto della Cavatina del Quar­
tetto op. 1 30); una musica che si fa viva voce dell'umano, che
128 •
eleva « bis zur Gottheit », « sino al divino »
Il suo regno infatti si estende in piu vaste regioni ove Beetho�
ven trova rifugio ed ave « non lo si può facilmente raggiungere » .
Il suo estraniarsi dal mondo trova riscontro nell'estremo riserbo
di quel pensatore antico che sdegna la folla incapace di compren�
derlo e si isola in una nuova sfera della conoscenza, senza limiti.
« Tu non troverai i confini dell'anima, per quanto lontano ti spin�
129 ,
ga, tanto profondo è il suo logos »
Logos, che non sta qui a significare un astratto concetto, bens1
il misterioso impulso atto a risvegliare i dormienti dal loro son�
no, a rivelare loro una verità ascosa, apportatrice di nuova vita.
Era fine supremo anche per Beethoven risvegliare (erwecken)
mediante la musica gli animi degli ascoltatori, trasmettere ai de�
sti il messaggio di cui era apportatore mediante la musica, come
già Eraclito mediante la filosofia. Una musica e una filosofia che
nella loro piu intima essenza cercavano il proprio contenuto idea­
le al di fuori sia della pura sonorità che della pura razionalità, mi�
rando entrambe a raggiungere una piu alta tensione spirituale e
ad esprimere l'Idea rivelandola quasi misticamente, l'una am�
mantandola di una coltre di suoni lucenti, l'altra avvolgendola
in immagini oscure, in aforismi enigmatici, che devono essere
Parte seconda 55

decifrati come gli oracoli della Sibilla per intenderne le verità


in essi racchiuse.
È come se una remota discendenza ancestrale apparentasse
questi due grandi spiriti, che millenni dividono, che nessun rap­
porto men che frammentario collega. Ma sarà appunto questa
misteriosa affinità elettiva, ben piu di ogni altro influsso cultu­
rale, reso piu agevole dalla grecomania imperante nel tempo di
Beethoven, a giustificare l'inclinazione spontanea e in lui conna­
turata verso il mondo greco.
L'immagine che Beethoven si era creata di quel popolo, rifles­
so di quanto di piu grande e di piu puro esso aveva creato, gli
appariva quale miraggio della deserta lontananza del tempo in
una vivida luce senza ombre, monda da ogni macchia, modello
supremo di perfezione rispondente piu al suo spirito che alla sua
realtà : immagine che non doveva essere molto diversa da quella
che anche i Greci ebbero dell'epoca oscura, che splendeva a loro
in esemplari unici e irripetibili, nella poesia di Omero, maestro
di tutta la grecità . Testimonianza perenne di un Mito e della in­
tramontabile presenza nel mondo della Grecia antica, di cui Bee­
thoven fu :figlio devoto.

La musica, per aderire ai sentimenti, per rimuovere quanto


nel piu profondo attende di essere risvegliato, era intesa da Pla­
tone nel significato estensivo, implicito nel termine greco mou­
siké, comprendente suono, ritmo e logos (non nel suo valore pu­
ramente conoscitivo ma, come già per Eraclito, quale parola di
verità), ed era considerata quale base fondamentale della educa­
zione formativa dell'uomo, e cosf anche da Beethoven . Essa tende
infatti a incarnarsi nella intellettuale parola, che illumina quanto
di oscuro e di ineffabile in sé racchiude, poiché sola, dice Mal­
larmé, « elle ne se confie pas volontier » .
Questo diretto rapporto, questo vivente, felice connubio tra
parola e suono, tra contenuto e forma, che pur nella sua indipen­
denza non è mai avulsa dal contenuto espressivo che la genera,
56 Beethoven lettore di Omero

Beethoven lo riafferma nella Fantasia per coro pianoforte e or­


chestra op. 8o :
Wenn der Tone Zauber walten
und des Wortes Weihe spricht
muss der Herrliches gestalten.
Nacht und Stiirme werden Licht * Ilo ;

e non si stanca di ribadire la spiritualità dell'arte, la sua alta fun­


zione morale ed educativa, che egli considera compito principale
di ogni artista . « La dignità dell'uomo è nelle vostre mani », ave­
va ammonito Schiller, rivolgendosi agli artisti, ma l'appello non
sembrava a Beethoven avesse trovato la doverosa adeguata ri­
Ili
sposta, e scrivendo a Breitkopf biasima Goethe « cui garba pili
che a un poeta non si convenga l'aria di corte », lamentando che
simili artisti « che dovrebbero essere i maestri, guida della Na­
zione, tutto dimenticano per codesto splendore » .
Al modo che i temi musicali risuonavano nel silenzio, vibranti
di vita come cellule feconde, cosi concetti ed Idee, tratti dai te­
sti di Omero e di Platone, rilucevano nel suo spirito, avvolti in
un alone di sacralità e di autorità assoluta; frammenti di pensieri,
riferimenti al mito o alla poesia, alla storia, affiorano, trasudano
si direbbe dalle sue lettere, dai discorsi che ci sono stati traman­
dati, a rivelare la costante, quasi ossessiva presenza nella sua
mente del mondo antico, dei cui termini egli si vale in ogni cir­
costanza come di un lessico familiare.
Se le invocazioni di Dante alla Musa e al « buono Apollo » nel­
la Divina Commedia non lasciano dubbio sul senso puramente
simbolico e cristiano di quelle divinità pagane, l'Apollo e le Muse
di Beethoven non risiedono in Paradiso, ma nell'Olimpo, e ci ap­
paiono quali immagini di alta spiritualità, che trascendono l'uo­
mo pur non essendo da lui tanto dissimili, e che elargiscono ispi­
razione e gloria . Esse infatti operano in grande ciò che in piccolo
fa o vorrebbe fare il migliore dei mortali ( « Taten im Grossen l
Was der Beste im kleinen l Tut oder mochte » ) m. Beethoven sem-

* [Quando la magia dei suoni si effonde l e la sacra parola si esprime l allora si

attua il Miracolo. l Notte e tempesta si fanno luce] .


Parte seconda 57

bra infatti riecheggiare la vaga religiosità di Goethe (Das Gott­


liche ) Ma non vi è per lui possibilità di confronto e di misura con
.

questi Enti supremi. « L'umiltà dell'uomo verso l'uomo mi ad­


dolora . E se considero me in un tutto con l'universo, e ciò che io
133 •
sono e ciò che è Lui, che è detto il piu Grande ! » In questo suo
stesso annientarsi riconosce il segreto legame con l'Essenza su­
prema : « Eppure è qui la natura divina dell'uomo » .
Definendosi « als einen Weisen des Apollo », quale un savio
di Apollo, un suo oblato, che solo « nell'arte divina trova la for­
za di sacrificare alle Muse celesti la parte migliore della sua vi­
ta » 134, si dice ansioso di deporre sulla tastiera, come su di un'ara,
« les plus belles offrandes de mon esprit au divin Apollon » di­ 135

spensatore non soltanto d'ispirazione ma anche signore di vita e


di gloria.
Questi Dei, che un tempo solevano andare tra gli uomini, crea­
ture mitiche, eroi omerici, personaggi storici emergono dal mon­
do interiore di Beethoven, evocati, quali termini allusivi, ora di
eventi vissuti o sofferti, ora di fatti della sua cronaca quotidiana.
Cosf, lamentando la penuria dei guadagni, deve ahimè constata­
re che « per quanto esternamente egli brilli di gloria, non gli è
concesso di essere ogni giorno ospite di Giove in Olimpo » 136 ,
« presso cui ci si poteva invitare a bere un calice di ambrosia » 1 37 •

Se l'arte è perseguitata, egli troverà dunque, come Dedalo « chiu­


138
so nel labirinto, le ali che lo solleveranno in alto » •

Quando, in virtu della legge dell'associazione delle idee, gli


accade di rimemorare un tema, dimenticato, di un canone, allora
lo tiene «ben saldo nel pensiero come Menelao tenne Proteo » 139 •

L'odiata cognata che si permette dargli consigli viene paragonata


alla scrofa che presume di istruire, secondo Demostene, Minerva,
e, come si era richiamato all'esempio di Filippo il Macedone per
l'educazione del nipote, cosf non si perita di porre a confronto il
suo difficile rapporto con l'arciduca Rodolfo, suo illustre allievo,
con quello tra Anassagora e Pericle che, distratto dalle cure del
governo, aveva dimenticato l'antico Maestro; e fa suo l'ammoni­
mento di quel saggio (come scrive Plutarco) al suo tardivo soc­
corritore : « Chi ha una lampada ci metta dell'olio » : parole quan-
58 Beethoven lettore di Omero

to mai appropriate al suo caso ma destinate a non ottenere alcun


risultato 140•Tutto quanto lo attornia sembra farsi metafora di
quel mondo antico (la rivista « Caecilia » è chiamata « Minerva » ,
il suo medico Esculapio 14\ ecc . ) quasi volesse illudersi di poterlo
rivivere, sia pure per qualche istante, nella sua realtà quotidiana .

Il sentimento religioso di Beethoven, non diversamente da


quello dei Greci, non conosce limitazioni e irrigidimenti dogma­
tici; la sua esperienza del divino talora ci appare rivolta alla Na­
tura, intesa quale proiezione sensibile della forza spirituale che
la investe e la rivela, talora in modo piu intimo, diretto e segreto.
« 0 Dio, dammi la forza di vincermi. Nulla deve piu attac­
carmi alla vita » ; « 0 Dio, rivolgi lo sguardo all'infelice Beetho­
ven ! » 142 : sfoghi del cuore, che talora sembrano trovare espres­
sione negli accenti patetici e dolenti della sua musica.
In questo intimo rapporto tra l'uomo e Dio trova vita la sua
religione, religion du cceur, che nel suo intuire dietro ogni ap­
parenza sensibile la presenza di una pura essenza, trova sostanzia­
le affinità con la religion de l'esprit di Socrate, del Socrate secon­
do Platone e non certo di quello secondo Senofonte, che alla do­
manda del suo giovane interlocutore « come degnamente si possa
onorare una Potenza cosi incomprensibilmente elevata » (quale è
Dio) , risponde con candido ma non disinteressato conformismo
di « attenersi alle vigenti consuetudini della religione di Stato »
(una risposta che anche oggi v'è chi troverebbe opportuno far
propria) .
Gli eventi nella vicenda esistenziale di Beethoven sembrano
svolgersi, come nella narrazione america, su due piani distinti,
psicologico e metafisica, che non si escludono affatto in virtu di
un intreccio tra l'imperscrutabile volere superiore e le libere azio­
ni dell'uomo.
L'uomo che agisce eroicamente e sa osare è quanto vi è di piu
ammirevole per i Greci, che hanno sentito demonicamente il tra­
gico pericolo dell'accecamento e della rivolta, ravvisandovi l 'eter-
Parte seconda 59

na contrapposizione alla rassegnata rinuncia. La massima eraclea


ethos anthropo dazmon, il carattere è demone per l'uomo, sta a
valutare la legittimità conferita dai Greci a chi non si abbandona
alla rinuncia e lotta contro le forze oscure della Moira, confidan­
do in una suprema virtu eroica per forgiarsi la propria sorte.
Beethoven, incarnando il mito di Prometeo, ce ne offre sfidando
il destino il piu alto esempio .
La sua fede era alimentata, come quella dei Greci, dalla visio­
ne mitica del Tutto (1tliv ) : « Egli riconosceva chiaramente Dio
nell'universo e l'universo in Dio » , scrisse di lui Schindler. Da
Kant, dal Kant precritico della Storia generale della Natura e teo­
ria del Cielo, egli trae gli elementi di una cosmologia, cui istinti­
vamente il suo spirito aderisce per scorgervi anch'egli « una inne­
gabile prova della unità della loro prima causa, che deve essere un
universale altissimo intelletto », e ne trascrive numerosi passi tra­
mandati dal manoscritto Fischoff. « Se l'infinita varietà e bellezza
che traspare da ogni parte dell'universo colma l'animo di silen­
zioso stupore, l'intelletto si esalta commosso quando considera
come tanto splendore, tanta grandezza derivino da una singola
legge, da un ordine esatto ed eterno » . La sensazione si fa intui­
zione, la contemplazione trascende a elevazione religiosa, l'espe­
rienza fenomenica ad esperienza estetica e metafisica. Questa re­
golarità matematica dei fenomeni appariva a Platone presupporre
l'esistenza e l'azione di esseri dotati di consapevolezza razionale,
e fu sempre saldo possesso dello spirito greco il riconoscere gli
stretti legami che congiungono i diversi fenomeni tra loro, e par­
ticolarmente quelli esistenti tra la scienza dei numeri e la musica,
a cominciare dal rapporto tra la frequenza delle vibrazioni e la
lunghezza delle corde della lyra .
Il concetto che in ogni cosa è insita, per natura, una norma la
quale tutto riconduce ad un principio numerico, a una legge uni­
taria, che vige sia nella natura del Cosmo che in quella dell'uomo,
deve aver profondamente colpito l'immaginazione di Beethoven.
Nelle notti serene, contemplando lo stellato, il suo spirito si ele­
vava « verso la fonte prima donde sorge tutto ciò che è stato crea­
to » e nella sua esaltazione si sforzava di cogliere quel misterioso
6o Beethoven lettore di Omero

rapporto, la legge di quella « divina proporzione » , che avrebbe


dovuto consentire di tradurre in suoni l'ineffabile musica delle
sfere. Mentre Platone aveva sognato di ricondurre a numeri le
sue Idee, Beethoven converte ogni idea in esperienza sonora ed
ogni esperienza sonora eleva all'onore dell'Idea.
L'ansia di cogliere la misura spirituale di quegli interior num­
bers che il suo platonismo, in consonanza con il rifiorire di quella
filosofia nella Germania del suo tempo e in Inghilterra con lo
Shaftesbury, poneva a fondamento della musica, come di ogni
forma dell'esistenza, era la stessa che lo induceva a ricercare il
Generalbass che avrebbe dovuto costituire la base di una cosmo­
logia sonora, elemento coordinatore e unificatore di tutte le leggi
. 143
d eIl a mus1ca .
Egli deve aver istintivamente avvertito il pericolo di una gra­
duale emancipazione della ragione astratta dalla totalità della per­
sonalità umana, dell'individuale sentire, se ammonisce che « Re­
ligione e Generalbass erano per sé cose segrete, sulle quali non
si doveva ulteriormente discutere » 144• Era già porre un limite ad
ogni radicalismo analitico, e non era ancora nato colui che avreb­
be lucidamente formulato la sostanza di quel pensiero : « Di una
cosa non si dovrebbe sapere di piu di quanto non si possa anche
usare creativamente » (Nietzsche) .
Un indizio dell'ostinato, fantasioso rovello con cui Beethoven
si applicava intorno alle formule di quella misteriosa aritmetica
parve già potersi riconoscere nelle notazioni ritmiche apposte alle
Variazioni dell'Arietta della Sonata per pianoforte op . I I I , giu­
dicate stravaganti quanto superflue (9/r 6 , 6/1 6 , 1 2/3 2) , quale un
sintomo di alienazione mentale. « Là se passent des choses étran­
ges, très étranges meme. Les chiffres auraient-ils prise sur le génie
de lui-meme? », si chiedeva ancora nel I 8 55 W . de Lenz, un fer­
vido ammiratore e studioso di Beethoven, pur concedendo che
1 45 •
questa sonata << n'est pas la moin belle » ( ! ) Il disegno melodico
della terza variazione ( « en coup de lance ») è apparentato alla
« sublime folie racontée par Cervantes », e le tripotages della mi­
riade di note acute « sans basse » della quarta variazione, a un non­
sense; « La démence du génie intéresse », ne è il commento. Quel-
Parte seconda 6I

le eteree terzine « sans basse » nel registro superiore, che si dissol­


vono in un triplice alone di trilli, come spuma di un'onda sonora
da cui riemerge il tema, si direbbe immagine allegorica, nella sua
luminosa purezza, del distacco della musica di Beethoven da ogni
sua radice terrena, e del suo librarsi e dissolversi nel cielo infi­
nito, sua patria : « Il mio regno è nell'aria . . . »
Al fine di ottenere un preciso, rigoroso controllo dei diversi
eventi musicali nel loro susseguirsi, Beethoven, richiamandosi
alla espressiva nobile lentezza dell'Arietta (Adagio molto, sem­
plice e cantabile), al largo, calmo respiro del suo avvio, lo impone
quale rigorosa misura ideale di tutte le Variazioni che seguono
( « L'istesso tempo »), quale inflessibile schema temporale, domi­
nante le loro svariate e multiformi scansioni e suddivisioni ritmi­
che, i loro tumulti sonori, le loro misteriose calmie, su cui aleg­
gia, sereno e imperturbabile, il canto serafico del Tema .
Quelle indicazioni della prima e seconda variazione ( 6/ I 6,
9/I 6), dal Lenz ritenute strane e arbitrarie, stanno piuttosto a
preservare dal rischio che i suoni venissero privati del palpito vi­
tale loro conferito dallo schema di accenti da lui indicati, ad evi­
tare tra l'altro che vengano coinvolti, come « abeilles sans sexe » ,
negli eterei arabeschi della quarta variazione, mentre l a scansione
ritmica di quel I 2/3 2 , nel dare vigorosa saldezza al movimento ra­
pido della terza variazione (« Vivacemente »), sta ad esercitare su
di esso un rigoroso e moderato controllo dinamico, che assicura,
pur nel suo fluire, l'ampio respiro del tema, quella calma, nobile
lentezza del primo tempo (Adagio molto, semplice e cantabile) .
Contraddizione peraltro solo apparente, se essa si ritrova alla ba­
se del concetto greco di rythmos, a significare ordine, regolarità
insiti nella natura, nell'uomo, nella musica, a imporre norma e
misura al moto . Ed è su questo ritmo, cui tutti i singoli schemi di
accenti che lo costituiscono si sottomettono come al Ritmo domi­
nante, in virtu, si direbbe con Platone, della koinonza tòn ghen6n,
di un rapporto di comunanza tra idee e concetti formali puri,
che l'Arietta, vittoriosa dei sentimenti contrastanti insiti in essa,
ne domina il divenire con il rigore catartico della sua tensione
62 Beethoven lettore di Omero

interiore, in armonia con il sentimento etico e spirituale che la


Ispira.
Mediante la natura simbolica del suono essa accoglie in sé e
fa coesistere indivise la piu intima espressione del sentimento e la
piu lucida razionalità dell'intelletto, la notte oscura dell'anima e
la sua chiara luce. Riconciliando in sé sensibilità e intelletto alle
loro radici, la musica di Beethoven sembra riunire qui i due poli
dell'essere, farsi immagine di un vivente processo che è la sostan­
za dell'uomo e dell'anima.

In ogni simbolo linguistico (parola o suono che sia) , in ogni


immagine artistica appare un contenuto spirituale che in sé e per
sé rinvia al di là di ogni elemento sensibile, pur essendo conver­
tito in forma sensibile, e parimenti anche nelle tonalità musicali,
ove i suoni assumono un'impronta spirituale indipendente, che
sovrasta la sensazione fisica e le conferisce particolari impronte
espressive.
Lo Sturm und Drang, reagendo alla concezione razionalistica
della musica, propria dell'Illuminismo, diede impulso al proces­
so di spiritualizzazione del suono col conferire piena autonomia
alla musica strumentale, riconosciuta atta, in virru dei valori di
cui i suoni erano stati investiti, ad esprimere affetti e passioni
umane allo stato puro .
Una classifica delle diverse tonalità, una analisi delle loro pre­
sunte caratteristiche e delle correspondances con particolari stati
psichici o con sensazioni visive, erano state teorizzate da un poe­
ta-filosofo tedesco, C . F. D . Schubart, autore di un'opera sul­
l'estetica della musica 146, che Beethoven possedeva e aveva fatto
oggetto di studio; e se egli sembra aver prestato fede ad alcune
di quelle Ideen, specialmente alla particolarità espressiva dei sin­
goli toni ( Charakteristik der Tone), fu anche perché vi riconobbe
una lontana derivazione dal concetto che i Greci ebbero della mu­
sica, investita da un ethos che ne faceva la forza plasmatrice del­
l'anima, espressione, mediante i modi in cui si diversificava (do-
Parte seconda 63

rico, !idio, ecc.), della intera gamma dei sentimenti umani, in ar­
monia con la loro tendenza a tutto commisurare ad una norma
superiore. Ritmo e armonia, dice Platone, si insinuano nell'animo
piu di ogni altra cosa, infondono nobiltà di contegno e sviluppa­
no, in chi li abbia in sé accolti, un senso di gioiosa bellezza. La
musica venne riconosciuta quale unica forma di educazione supe­
riore, per rivelare la forma del dominio di sé, della fortezza, della
temperanza e di tutte le cose che di esse sono riflesso. Come Da­
mone espone nel dialogo della Repubblica a Socrate, per ogni
stato d'animo vi è un ritmo e un'armonia ad esso convenienti, e
in ciascuno dei singoli modi è dato riconoscere il riflesso di un
particolare atteggiamento spirituale. Vi saranno cosi modi corri­
spondenti all'ethos dell'uomo forte, quali il dorico e il frigio, e
quelli che si addicono a stati lamentevoli e dolenti, quali l'iper­
lidio e il missolidio. Cosi Beethoven seguendo queste antiche nor­
me, sensibile al rapporto tra materia sonora e idea, alla interdi­
pendenza tra un particolare stato d'animo e una tonalità (o mo­
do), cui veniva attribuito il potere d'evocazione di una formula
magica, comporrà la Canzona di ringraziamento in modo lidico
offerta alla Divinità da un guarito (nel Quartetto op. 132), dando
risalto a quel libero e nuovo carattere espressivo col parlo a con­
trasto con la luminosa tonalità di re maggiore, là ove il malato,
che presto morirà, «sentendo nuova forza» ( «neue Kraft fiih­
147•
lend » ) si apre alla speranza
Grande fascino esercitavano su Beethoven quegli antichi modi
dei greci, e nel praticarli gli sarà forse parso di esprimersi nel
loro ineffabile linguaggio.
In una pagina dei suoi Quaderni di conversazione del r 8 r 8
Beethoven traccia uno schizzo di un Eleison che intendeva com­
porre nel modo dorico (di cui trascrive la scala) e in un passo
del manoscritto Fischoff, egli si chiede come si debba scandire la
parola greca Eleison, e annota «e-le-ison, è giusto» (ma non lo è),
al fine di dare risalto all'espressione pura, propria dell'articola­
zione, che la parola nasconde sotto la sua funzione concettuale e
·

che solo la musica può restituirei.


Beethoven si era accostato ai sacri testi di Omero, oggetto del-
64 Beethoven lettore di Omero

la sua piu alta ammirazione, con il dichiarato proposito di dar loro


intonazione di canto . A soli tre anni dalla morte ribadisce ancora,
scrivendo agli Amici della musica di Vienna, questo suo deside­
148 •
rio : « So will ich selbst Homer . . . in Musik setzen » Lo vedia­
mo indugiare sulle ultime parole di Ettore morente, trascritte
dall' Iliade , scandirne il testo in sillabe brevi e lunghe, con l'evi­
dente intento di adattare il tedesco della traduzione al ritmo del­
49
1
,
l'esametro omerico e di musicarlo come tenterà poi di fare di
un passo dell'Odissea, di cui si conserva, in un taccuino di schizzi
del r 8 r 5 , l'abbozzo musicale in forma di un canone a tre voci,
150
nmasto tncomptuto .
• • •

Ma Beethoven non rinuncia alla sua perenne aspirazione di


misurarsi con quell'alta poesia e sente il bisogno di approfondire
lo studio delle scale modali, quasi che quell'antico materiale ar­
monico potesse racchiudere ancora in sé la risonanza dell'ultima
eco della spenta musica greca . Si propone quindi di fare ricerche
nella biblioteca dell'arciduca Rodolfo e del principe Lobkowitz
di antichi testi teorici, quali il Dodekachordon di Gloreanus e le
Istitutioni harmoniche di Zarlino, in cui troverà confermati al­
cuni precetti dell'antica poetica greca : « essere il modo lidio il
piu pertinente » nella tragedia e nelle canzoni, sf come « quelle che
possono commuovere gli animi e quasi trarli da se stessi » . Inol­
tre, per ridare l'antica dignità liturgica alla degradata musica sa­
cra del suo tempo (ad eccezione delle opere di Haydn e Mozart),
intende « consultare i libri corali dei monasteri, prendere appunti
anche sui testi nelle migliori traduzioni, con la prosodia piu esatta
151 •
di tutti i Salmi ed Inni nei modi gregoriani ereditati dai greci »
Beethoven sembra trarre stimolo, in questa ricerca, dalle mistiche
suggestioni di un'anima inebriata di spiritualità e di musica, qual
era quella di Wackenroder. Non risulta che egli abbia letto le
Effusioni di un religioso sull'arte o la Fantasia sull'arte : comun­
que mostra di condividerne gli ideali, affermando con lui l'indi­
pendenza dell'artista da ogni asservimento al gusto imperante e
ponendo la musica sotto l'egida di un'alta spiritualità .
Ma ciò che sta a rivelare l'affinità elettiva che li accomuna, è
quel loro porre particolare accento sulla sacralità della musica,
Parte seconda 65

sulla sua implicita religiosità, sulla salutare efficacia che essa, pe­
netrando nell'animo dell'ascoltatore, vi può esercitare, sf da ren­
derlo, secondo Wackenroder, « reiner und edler », piu nobile e
puro. « Suscitare sentimenti religiosi sia in chi canta che in chi
m
ascolta » era stato « lo scopo principale » ( « meine Hauptab­
sicht ») di Beethoven nel comporre la sua grande Messa. E se,
scrive Wackenroder, « è sempre come se si fosse in chiesa quando
si ascolta la musica mit Andacht, con spirito devoto » , sarà appun­
to « mit Andacht » (come è indicato nella prima pagina della Missa
solemnis), con lo spirito di devoto, religioso raccoglimento col
quale Beethoven l'ha composta, che egli richiede venga eseguita
ed ascoltata .
Questo fascino che esercita su di lui la musica arcaica, questo
ammirato interesse per compositori del passato, quali Palestrina,
Handel, Bach, per i teorici, quali Gloreanus e Zarlino, non stanno
tuttavia a rivelare alcuna velleità archeologica, propositi di imi­
tazione accademica, di nostalgici ritorni. Il suo spirito innova­
tore rifugge infatti da schemi precostituiti, da caduche formule
tradizionali. Gli antichi monumenti dell'arte appaiono a Beetho­
ven quali espressioni della saldezza non solo formale e della spi­
ritualità di un tempo e di uomini quasi mitici. Se Palestrina è il
suo preferito, tuttavia « sarebbe assurdo imitarlo senza possedere
il suo spirito e la sua concezione religiosa » . Pienamente ricono­
scendosi nelle aspirazioni del proprio tempo, identificando nella
libertà e nel progresso il fine della musica moderna, Beethoven si
sottrae alle tentazioni dell'arcaico, del cui esemplare insegna­
mento si vale soltanto come di valido arricchimento formale ed
espressivo. Per l'alta ispirazione religiosa e per la castigatezza
formale la Missa solemnis di Beethoven si contrapporrà infatti a
quella musica sacra degenerata in musica « quasi operistica », co­
me è definita nei suoi Quaderni di conversazione.
Non dimentico dell'invito che Hoffmann, seguendo le orme
del suo mistico precursore Wackenroder, aveva rivolto ai musi­
cisti, esortandoli a seguire l'esempio degli antichi maestri e sti­
molandoli a ritrovare la purezza di linguaggio che si richiede a
chi intenda parlare con Dio, Beethoven si era proposto di ade-
66 Beethoven lettore di Omero

guare il proprio originale ispirato sentire al « severo stile religio­


so » che il suo primo grande estimatore aveva riscontrato carente
nella prima Messa in do maggiore.
Era tanto vivo in Beethoven il fascino dell'antica musica, voce
alta e pura di spiritualità, da proporsi di comporre in quei modi
dissueti una nuova sinfonia. Se di essa non si conoscono che al­
cune battute di un Allegro, di un Presto, di un Andante, ci è tut­
tavia pervenuto un appunto, inserito in un taccuino di schizzi mu­
sicali della Nona, concepito nello stesso anno r 8 r 8 , che ci rivela
quali fossero gli intenti e le finalità ideali che Beethoven si era
proposto di conseguire con questa composizione . «Adagio, Can­
tico. Canto religioso negli antichi modi (Herr Gott dich loben
wir, Alleluja) , sia in modo indipendente, sia come introduzione
a una fuga . Questa sinfonia potrebbe essere caratterizzata dall'in­
tervento delle voci nel Finale o già nell'Adagio. I violini dell'or­
chestra decuplicati negli ultimi tempi . Le voci da far entrare una
ad una. Ripetere in qualche modo l'Adagio negli ultimi tempi .
Nell'Adagio il testo sarà un mito greco - un cantico ecclesiasti­
153 •
co. Nell'Allegro festa di Bacco » Scrivendo a Moscheles nei suoi
ultimi giorni ( r 7 marzo r 8 2 7) per ringraziare la Filarmonica di
Londra del loro aiuto, si ripromette di ricambiare il dono con
nuove sue opere, e tra queste « una nuova sinfonia che sta già ab­
bozzata sul leggio e un'ouverture » . In realtà essa viveva soltanto,
nella sua essenza unitaria, in lui, custodita per quasi un decennio,
dal momento aurorale del sorgere dell'Idea, in intima corrispon­
denza con la forma musicale che essa stessa determinava, in virtu
di un transfert dalla sua esperienza umana all'opera . Emanazio­
ne di una profonda emozione poetica, la Decima Sinfonia si è ar­
restata allo stadio della musicalità latente, preludio alla creazio­
ne concreta, destinata a rimanere un mito . Arrestandoci a questo
stadio informe dell'opera, ci sarà consentito soltanto indagare su
quella idea generatrice, sul contenuto spirituale che essa racchiu­
deva .
La Decima, per quanto è dato supporre, ideata contempora­
neamente alla Nona, avrebbe forse potuto costituire di questa un
ideale compimento. Se l'una è sinfonia della libertà, è esaltazione
Parte seconda 67

dei piu nobili valori dell'uomo, della sua conquista di un mondo


migliore nella fraternità e nella pace, l'altra, indifferente ai futuri
destini dell'esistenza umana, si pone su di un altro piano che tra­
scende la vita e mira ad una superiore conciliazione spirituale tra
due mondi contrapposti tra loro, il pagano e il cristiano, sia nella
realtà storica che in quella individuale : conciliazione che virtual­
mente era già operante in Beethoven per aver riconosciuto Socra­
te e Gesu quali suoi modelli . Dalla sua religiosità nativa il suo
spirito si era proteso verso la religiosità della Grecia, spontanea­
mente, per riconoscervi, al di là dei diversi simboli, un'unica so­
stanza spirituale.
Questa superiore conciliazione e questa unità egli forse inten­
deva celebrare in quella sinfonia, ove si sarebbero fusi il mondo
mitico greco e quello biblico e ove il canto allelujatico e l'esalta­
zione dionisiaca avrebbero trovato il loro dialettico accordo . Non
diversamente HOlderlin, nel finale dell'inno Wie wenn· am Feier­
tage, tra i versi giambici delle Baccanti di Euripide, in cui Dioniso
rievoca la sua nascita da Semele, inserisce una citazione del Salmo
XXIV di Davide : « Innocens manibus et mundo corde » 154 •
Holderlin si sente legato a Cristo sebbene fratello d'Eracle
(« O Christus hang ich an Dir l Wiewohl Herakles Bruder »), ma
a uno solo si avvince l'amore, e a Cristo, l'Unico (der Einzige)
fa ritorno offrendogli, in ammenda dell'errore, un canto votivo.
Beethoven, che già si era proteso verso gli Dei della Grecia, farà
anch'egli ritorno alla casa del Padre, e l'elemento cristiano si riaf­
fermerà come profonda radice di sé. La Missa solemnis ce ne of­
fre la piu alta testimonianza. « Accingendosi a quest'opera » tutto
il suo essere sembrava aver assunto un'altra forma, scrive Schind­
ler : « Mai Io vidi in uno stato di cosi assoluto distacco dal mondo
terreno » 155 .
La lettura del testo sacro lo aveva, come è noto, profondamen­
te commosso, suscitando in lui sentimenti mai prima provati di
venerazione, pietà e amore per Colui che « per affermare il Bene
non ebbe bastanti parole » . Se leggendo Omero egli aveva creduto
scorgere il riflesso di un mondo ideale, espressione dei supremi
valori umani, popolato di eroi che traevano la loro nobiltà dalla
68 Beethoven lettore di Omero

piu salda virtu dell'animo non meno che dal virile ardimento, qui,
nella Missa solemnis, il testo sacro diventa il supporto della sua
voce, che, con i piu intensi accenti d'implorazione e di lode, si
rivolge al Dio unico, al vero . Ed è all'Agnus Dei, quando la mu­
sica tace e in quella sospensione del tempo musicale s 'inserisce,
con il Recitativo, il tempo della vita, è là che la voce si eleva dal
profondo, supplìce e imperiosa insieme, libera, nella sua nudità,
da ogni formalismo artistico, a chiedere misericordia (« Misere­
re, miserere mei ») e rende manifesta tutta la pregnanza espres­
siva, la tensione drammatica che la parola in sé racchiude, si placa
nell'ampia curva melodica che avvince a sé, nell'abbraccio, tutte
le anime. Una ardente aspirazione alla pace interiore ed esterna
(« Bitte um innem und aussern Frieden »), una pace gioiosa, che
affonda le sue radici nel dolore donde trae, in virm del perpetuo
rapporto dialettico che entrambi congiunge ed unifica, nutrimen­
to esaltante.
« Noi, creature finite con lo spirito infinito, siamo nate soltan­
to per soffrire e per gioire, e si potrebbe quasi dire che gli eletti
ricevono la gioia attraverso il dolore » 156• « Dalla gioia il dolore,
dal dolore la gioia » ne è il motto, e se Beethoven ne ha appreso
la formula dalla Ifigenia in Tauride di Goethe, della sua verità ha
avuto riprova dalla vita.
Ideando la sinfonia « negli antichi modi » Beethoven aveva
forse inteso celebrare anch'egli, mediante la conciliazione del sa­
cro e del profano, la Friedensfeier, la festa della pace cantata da
Holderlin; ma nella Missa solemnis, che nel rapido susseguirsi
degli eventi concentra un intero destino umano, attraverso il lun­
go e sofferto itinerario spirituale ed esistenziale che ne accompa­
gnò la creazione, vivamente partecipando al sacro mistero con
fede e speranza, Beethoven conquistò la vera delle paci, quella
con se stesso, quella con il ritrovato suo Dio.
Note
1 Lettera ai suoi editori Breitkopf e Hartel, 2 novembre 1 809 .
2 GOETHE, Faust, II, 774 1 .
3 G. LEOPARDI, Opere, a cura di G. D e Robertis, Milano-Roma 1937, III, p. 146.
Nei Quaderni di conversazione si accenna anche alla versione dei testi omerici
dello Stolberg, che tuttavia, come osserva il nipote Karl, « è ancora piu vecchia di
quella del Voss » . Cfr. G. scHiiNEMANN, Ludwig van Beethovens Konversationshefte,
Berlin 1941-43, II, p. 120 (e dr. trad. it. di G. Barbian, Torino 1968, p. 1 1 84).
Il culto di Beethoven per Omero non si limita ad una appassionata lettura dei suoi
poemi, che fa oggetto di approfondimento e di studio, valendosi, come guida, di
opere esegetiche come, appunto, quella di Johann J. Koppen, Erkliirende Anmer­
kungen zum Homeer, di cui prende nota nei suoi Quaderni di conversazione (« 6
Bde, I n , 2°, 3n Bds. f" Auflage - 4n u. 5n Bandes 21" Auflage. 8 - Hannover in der
Hahnschen Hofssuchhandlung. - 6 Thlr» : cfr. scHiiNE MANN, II, p. 120). Questi
documentano inoltre il suo vivo interesse per una edizione di tutti i classici antichi
apparsa presso la libreria universitaria di Franz Harter ; si annota l'indicazione bi­
bliografica « bei Harter eine Merkwi.irdige neue Ausgabe alter Klassiker, zu er­
fragen auf Subscription - von Stuttgartet· gelehrten nach Freiung der altesten sel­
tensten Editionen » (ibid. , p. 2 1 8 ) . Le frequenti citazioni e la precisione dei riferi­
menti rivelano la latente passione del bibliofilo che sa apprezzare il fascino di una
« antichissima e rarissima edizione » di testi classici, il pregio dell'esemplare che
cercherà presso una libreria antiquaria della Currentgasse, i « Xenophons Reden u .
Thaten cles Sokrates » (ibid. , I, p. 312). Non esiste nulla per l ui piu degno di studio
della lingua e della letteratura greca, che farà apprendere ed amare al nipote . ,< Tra
sei mesi Karl comincerà a leggere Omero in greco », assicura a BlOchlinger, il di­
rettore del collegio ove studia Karl, nel marzo del 1 820. Nel settembre dello stesso
anno Beethoven viene informato, a calmare la sua impazienza, che il ragazzo nelle
ultime tre settimane ha tradotto 1 1 0 versi di Omero al giorno. Nel 1 823 è già in
grado di leggere i tragici greci : « L'edizione di Sofocle è già stata ordinata ... Leggo
intanto il Prometeo di Eschilo » . Beethoven lo incoraggia nello studio, ne segue i
progressi, gli procura nuovi testi « per Karl » che illustrino uomini famosi, esempio
di giustizia, di preveggenza, quali « Aristides u. Themistocles », come Beethoven
annota in un quaderno - e con orgoglio presentando il nipote al musicista inglese
Edward Schulz dirà : « Se volete potete porgli un enigma in greco », lingua senza
segreti per il novello Edipo, che si compiace di rendere partecipe Beethoven del
mondo che va scoprendo e che lo rende felice traducendogli questa epigrafe : « Se
Omero è un Dio, onoratelo tra gli Dei, se non è che un mortale, elevatelo al rango
degli Dei » (ibid. , I, p. 334; II, p. 23 1 ; III, pp. 187 e 206; e passim ).
Anton Schindler, il famulus e primo biografo di Beethoven, riferisce che nella sua
biblioteca si trovano « Platone, Aristotele , Plutarco ed altri simili ospiti ». Il ba-
Beethoven lettore di Omero

rone de Trémont, che incontrò Beethoven a Vienna nel r8o8, scrive nelle sue Me­
morie : « L'isolement de son célibat, sa surdité, ses séjours à la campagne, l'avaient
fait se livrer à l'étude des auteurs grecs et latins » (cfr. J.-G. PROD'HOMME, Les
cahiers de conversation de Beethoven, Paris 1947, p. 53 ).
La lettura di Omero gli fu compagna lungo tutto il corso della vita, e di conforto
nei suoi ultimi mesi, come si legge nei Quaderni di conversazione, là ove Gerhard
von Breuning, il fanciullo che lo assiste amorevolmente, che conosce le sue prefe­
renze e gli procura cibo e libri, gli promette di portargli l'indomani da seconda
parte di Omero ».
Di questa Grecia fiore di civiltà, patria di poeti, di filosofi, di artisti, gli sarà guida
un libro allora famoso : Le voyage du ieune Anacharsis, dell'abate Jean-Jacques
Barthélemy, nella traduzione tedesca del Biester : « Anacharsis Reisen etc. 7 Theile
Komplet. Schrlimblische Auflage, r6 fl. », come egli annota in un quaderno (scHi.i­
NEMANN, I, p. 50): ampia narrazione di un viaggio che si suppone venga compiuto
da un giovane scita nell'Ellade, nel tratto di tempo che congiunge il secolo di Pe­
ricle a quello di Alessandro e che lo fa testimone della rivoluzione che ridiede la
libertà alla Grecia, e dei grandi eventi storici, culturali ed artistici.
In una lettera del 29 giugno r 8or a F. G. Wegeler, Beethoven scrive : « Il tuo An­
tioco lo avrai », forse la copia di un dipinto di Fiiger raffigurante presumibilmente
Antioco il Grande, il condottiero degli sciti invasori dell'Ellade, e di cui parla Plu­
tarco nella Vita di Filopemene citata da Beethoven (cfr. F. G. WEGELER e F. RIES ,
Biographische Notizen uber L. v. Beethoven, Koblenz I 8J8, ed E . ANDERSON, The
Letters of Beethoven, London 1961, I, p. 6r, nota 3}.
4 Di questo particolare rapporto si parla in una conversazione tra Beethoven e Schln­
dler conservataci in uno degli ultimi Quaderni di conversazione non compresi nel­
l'edizione dello Schiinemann e trascritti in PROD'HOMME, p. 458 : « Schindler : State
molto bene oggi, potremmo dunque poetizzare un poco sul Trio in si bemolle mag­
giore ». Dopo aver ricordato ciò che Aristotele dice nella sua Poetica della Tragedia
e udito Beethoven citare la Medea, incuriosito dal rapporto istituito tra la musica e
questa tragedia, Schindler chiede di conoscere le caratteristiche dei diversi tempi
del Trio e le ragioni di questo riferimento, e saggiamente conclude: « Qui le parole
non significano niente, sono i cattivi servi della parola divina, la musica l'esprime ».
5 Odissea XIV 304.

6 Lettera al direttore della Gesellschaft der Musikfreunde, 23 gennaio r824.

7 Iliade XXII 303 ; dal ms Fischoff, n. 59·

• 29 giugno r8or.

9 Iliade IV 517.

10 Lettera a K. Amenda, I0 giugno r 8or.


11
Lettera a F. G. Wegeler, r6 novembre r8or .
12 Iliade XIV 49·

13 « a Cari e Uohann] Beethoven », Heiligenstadt, 6 ottobre r8o2.

14 È il primo dei passi segnati con un tratto di matita da Beethoven nel suo volume
deli'Odissea tradotta dal Voss (cfr. A. LEITZMANN, Ludwig van Beethoven, Berichte
der Zeitgenossen, Briefe und personliche Aufzeichnungen, Leipzig 1921, II,
p . 267 )-
15 Ms Fischoff, n. 7-8, e LEITZMANN.

16 Ms Fischoff, n. 150.
17 Ibid., n. 90.
18
Ibid. , n. 129.
Note 73

19 Il ms Fischo:ff, conservato nella Biblioteca di Berlino, contiene copie tratte da tac­


cuini di Beethoven databili tra il I 8 I 2 e il I 8 I 8 : materia viva che, combusta nel
crogiuolo della creazione, si farà alimento della sua arte.
20 Lettera a Maria Erdody, 9 ottobre I8Ij.

2 1 5 ottobre I 825.

2 2 Odissea V 222.

23 Lettera al nipote, 3I marzo I82.5.

2 4 Odissea V 2IO sgg.

25 Ms Fischo:ff , n. I72.

2 6 Lettera a Franz Brunswick, settembre I 8 I 3 .

2 7 Lettera al nipote, maggio I82.5.

2 8 Odissea VIII 232.

2 9 Lettera al nipote, 9 giugno I 825.

30 Odissea I 2Ij.
31 Cfr. Conversations-Lexikon oder Encyclop. Handworterbuch fiir gebildete Stande,
I, p. q6.
32 Odissea XIV IJ6.
33 Odissea XV 399·
34 Odissea XVI I .5 ! 7 ·
35 Odissea XIV 227.
36 Odissea XIV 462.
37 Cfr. I. x. VON SEYFRIED, Erinnerungen, in « Caecilia », I828.
38 Lettera a Bettina Brentano, IO febbraio I 8 u .
39 Odissea XIII 59·
40 Ms Fischoff, n. Io.
41 Odissea XVII 38r .
42 Odissea I 337·
43 Odissea I 348.
44 Odissea VIII 479· Versi che Beethoven accompagna alla dedica della sua compo-
sizione corale Meeresstill e und gliickliche Fahrt a Goethe autore del testo poetico.
45 Ms Fischoff.
46 Lettera a Breitkopf, 3 agosto r 8 12.
4 7 « Denn Pflicht ist cles Guten Vergeltung » : lettera a Josef Varena, 6 maggio I8I2,
e Odissea XXIV 285.
48 Cfr. SEYFRIED, Erinnerungen cit.

49 SCHUNEMANN, II, pp. 363-6) .

50 Beethoven farà appello a questa kalogathfa nei suoi rapporti con Teresa Malfatti e

Amalia Sebald, sue ammiratrici, come al limite ideale, alla insospettabile base, « del
loro reciproco accordo » di fraterna amicizia: un nobile disimpegno e forse un fin
de non recevoir.
51 Odissea XIV 83.
52 Odissea XVII 327.
53 Ms Fischoff, n. ro7.
5 4 Non diversamente da areté anche i termini agath6s e kal6s (il Buono, il Bello), pur

non escludendo l'elemento etico ed estetico in essi immanente nel greco antico, de-
74 Beethoven lettore di Omero

signavano rispettivamente l'uno « valentia », « coraggio virile », l'altro, piu che una
mera prestanza estetica, la piu significativa forma del pregio personale.
55 Lettera ad Emilia M. in H., 1 7 luglio 1 8 1 2 .
56 Ibid.
57 Lettera a Teresa von Brunswick, febbraio 1 8 n .
58 Lettera a F . G . Wegeler, 1794-96.
59 Lettera a Goethe, 8 febbraio 1823.
6° Con il termine « massa » Platone non intende tanto riferirsi al demos, alla demo­
crazia ateniese del rv secolo, ma piu generalmente a quella che ignora ciò che è buo­
no e giusto.
61 SCHUNEMANN , I, p. 76.
62 Ibid., p. 247.
63 Lettera al Magistrato di Vienna, 9 febbraio 1 8 1 9 .
64 Odissea I I 277.
65 Odissea XIV 177.
66 Odissea XIV 214.
67 Odissea IV 290.
68 Odissea XVII 470.
69 Lettera al Magistrato di Vienna cit.
70 Ibid.
71 Schindler afferma di aver avuto nelle sue mani questo dialogo posseduto da Bee­
thoven nella traduzione di Schleiermacher, come è dato inferire dai numerosi ri­
ferimenti alla Repubblica contenuti nella sua lettera al Magistrato di Vienna del
febbraio 1 8 19. Come risulta dal IX Quaderno di conversazione, nel successivo 1 820
un suo interlocutore, il filosofo Kanne , gli consiglia: « Lei deve leggere Platone
nella versione tedesca dello Schleiermacher. Lo deve, glielo porterò io. Lui e Schel­
ling sono i piu grandi ». Sarà lo stesso Kanne ad iniziare Beethoven alla filosofia di
Schelling, prestandogli le Vorlesungen uber die Methode des akademischen Stu­
diums (cfr. SCHUNEMANN, I , p. 344, e MAGNANI, Beethoven nei suoi quaderni di
conversazione cit., pp. 123-24) .
72 Cfr. L. MAGNANI, Monteverdi e l a verità dell'arte, i n « Nuova Antologia », giugno
1975·
73 Repubblica 501b.
74 Lettera al Magistrato di Vienna cit.
75 Repubblica 491d 5·
76 Cfr. Odissea II 277.
77 Odissea XVI 2 1 3 .
78 Lettera al nipote, 5 ottobre 1825.
79 Odissea XVI 2 1 3 .
80 Odissea XVI 241 .
81 Lettera al Magistrato di Vienna cit.
82 Lettera al nipote, giugno ( ? ) 1825.
83 Fedro 245a.
84 SCHiiNEMANN, I, p. 322.
85 Lettera ai figli di Bernard Schott, 1 7 settembre 1824.
Note 75

86 « Sto bene, molto bene, - scrive nel 1799 al fratello Nikolaus, - la mia arte mi pro­
cura amici e stima : che posso volere di piu? », e a Zmeskall, nello stesso anno, con
esuberante amor vitae augura « ... buon appetito, e buona digestione, che è tutto
ciò di cui un uomo ha bisogno per vivere ».
87 29 giugno 1801.
88
Giugno 1801.
8 9 Lettera a F. G. Wegeler, 16 novembre 1801.

90 Lettera a F. G. Wegeler, 23 giugno 1801.


1
9 Odissea XVIII 129, 140.

92 Odissea III 236.


3
9 Lettera al nipote, 9 giugno 1825.

94 Lettera al nipote, 18 maggio 1825.

9 5 Odissea XVIII 201 sgg.

96 « Denn stitbt der Mensch . . . l Denn lebt der auf, auf inngst Wieder auf l Aufs zu

fiirchten, zu hoffen und zu begehren » (Goethe).


9 7 4 agosto 18oo.
98
Cfr. F. KERST, Erinnerung an Beethoven, I, p. 46.
99 Lettera a Wegeler, 16 novembre 18or.
100
Sulla Sonata per pianoforte in re maggiore op. 28 cfr. A. SCHINDLER, Biographie
von Ludwig van Beethoven, Miinster 186o, I, p. 82.
101
Lettera del 23 luglio r819.
102
Cfr. J. KAPP, Ludwig van Beethoven. Siimtliche Briefe, n. 1207, e MAGNANI, Beetho-
ven nei suoi quaderni di conversazione cit., p. ro.
103
Cfr. s cmNDLER, Biographie cit.
104
Ibid. , p. 103.
105
Odissea XIX 360.
1 06 Odissea XV 419.

1 07 Composta nel r 8 I I in occasione dell'inaugurazione del nuovo teatro di Pest, la

vicenda mitologica che si svolge tra gli antichi monumenti caduti in rovina, il la­
mento delle vittime sul miserevole stato in cui versa la loro patria oppressa, la bal­
danzosa presenza dei Dervisci invasori, adombrano la drammatica vicenda della
guerra di liberazione dal turco invasore. « In quanto all'idea di fare attenzione alla
Grecia contemporanea, - osserva Grillparzer incaricato da Beethoven di rimaneg­
giare il testo di Kotzebue, - la censura vi porrà il suo potente veto » (cfr. MAGNANI,
Beethoven nei suoi quaderni di conversazione cit., p. 33).
108
Odissea VIII 58 5.
1 09 Lettera a Gleichenstein, r8 ro.

110
Ms Fischoff, n. 90.
111
Odissea XIV 444 ·
11
2 Odissea VIII 62.
113
Cfr. ms Fischoff, n. 69.
1 1 4 Cfr. I. A. Stumpff, in A. w. THAYER ( H. DEITERS - H. RIEMANN ) , Ludwig van Beetho-

vens Leben, V, Leipzig 1908 .


115
Ibid.
11
6 lbid.
1
17 Lettera a F. Brunswick, settembre 1 8 1 3 .
Beethoven lettore di Omero

m Lettera a Maria Erdody, I9 ottobre I 8 I5.


11 9 Lettera a Brunswick, I3 febbraio I 8 J4.
120 Dal Kyrie della Missa solemnis : « Von Herzen - Moge es wieder zu Herzen gehn »
( « dal cuore donde nasce possa di nuovo andare ai cuori »).
121 Cfr. PLATONE, Ep. VII.
1 22 Cfr. MAGNANI, Beethoven nei suoi quaderni di conversazione cit., cap. v : L'antino­
mia kantiana e i due principi della forma-sonata.
1 23 SCHUNEMANN, III, p. 34I.
1 24 Fr. 67. Le citazioni sono tratte da Ancilla to the Pre-Socratic Philosophers, a cura
di K. Freeman, Oxford I956, pp. 24 sgg.
1 25 Fr B IO.
1 26 Fr. B 5 I .
27
1 Cfr. L. MAGNANI, Poetica di Hindemith, in Le frontiere della musica, Milano-
Napoli I957, pp. I54 sgg. e in particolare p. I67.
1 28 Lettera a Emilia, I7 luglio I 8 I 2 .
129 Fr. 45 ·
130 All'editore Thomson di Edimburgo che gli aveva affidato l'incarico di armonizzare
melodie popolari scozzesi raccomanda : « Je vous prie aussi de m'envoyer les paro­
les des Chansons, comme il est bien necessaire de les avoir pour donner la vraie
expressiom �. E replicherà spazientito : « vous ne pouve.z comprendre que je pro­
duirais des compositions tout à fait autre si j'aurai le texte à la main », ecc . ( THAYER,
Beethovens Leben cit., III, Leipzig I 9 I I , p. 59I, e MAGNANI, Beethoven nei suoi
quaderni di conversazione cit., Appendice : Beethoven e l'Inghilterra ).
131 In una lettera all'editore Breitkopf riafferma : « Se una parola che non va piu gua­
sta la musica, bisogna essere contenti quando si trova che musica e parole sono fuse
in uno » (28 gennaio I 8 I2).
132 GOETHE, Das Gottliche.
133 Lettera all'immortale amata, 6 luglio I 8 I2.
134 Lettera a Hans Georg Nageli, 9 settembre I 824.
135 Lettera a Thomas Broadwood, 3 febbraio I 8 I 8 .
136 Lettera a C. F. Peter, 5 giugno I 822.
137 Lettera a J. Kanka, I 8 I4.
138 Lettera a N. von Zmeskall, I2 febbraio I8I2.
139 Lettera a Tobia Hasslinger, IO settembre I82I.
140 Citazione da Plutarco, Vita d i Pericle, e lettera all'editore B. Schott, I7 dicembre
I 824.
141 Lettera a Breitkopf, I7 settembre I8I2.
142 Ms Fischoff, passim.
143 Trasgredendo l'ammonimento di Beethoven di non indugiarsi a discutere su cose
segrete (abgeschlossene Dinge) si sarebbe tentati di contrapporre alla fondamentale
sintesi armonica del Generalbass, che regge il divenire musicale, l'analoga sintesi
melodica costituita dal Tema (particolarmente dal tema beethoveniano) che nella
sua essenza conserva la propria identità pur attraverso tutte le alterazioni e modi­
fiche melodiche, armoniche, ritmiche subite nel corso delle sue variazioni che ce­
dono dinnanzi alla fermezza del suo proprio carattere originario, del suo ethos che
anche qui, nella musica, è demone. L'intima struttura del Tema trascende infatti e
va oltre la fioritura delle singole note che noi percepiamo e resta stabilmente im-
Note 77

pressa nella materia sonora in divenire. Immagine essenziale che oscuramente per­
siste in noi, che la riconosciamo riaffiorare non quale relitto tra i flutti eli un nau­
fragio, non come un etereo fantasma ma come l'anima stessa della melodia. Cosf
può accadere ascoltando la Ventesima delle Variazioni Diabelli, in cui il tema, pur­
gato della sua originaria banalità, vagamente emerge da quelle cupe misteriose ar­
monie in virtU dello schema generatore di una figura immanente quasi impressa
nella loro materia sonora.
144 « Religion und Generalbass fii r in sich abgeschlossen Dinge, iiber elle man nicht

weiter disputieren soli » ( scmNDLER, Biographie cit., II, p. 162 ) . Vien di ricordare
per analogia il concetto della Ur-pflanze di Goethe, della pianta originaria che egli
ricercava tra gli ubertosi giardini di Palermo. « Soltanto una Idea », dirà Schiller, e
non una esperienza, che all'idea mai potrebbe adeguarsi. E Goethe dovette conso­
larsi pensando che se Schiller prendeva per una idea ciò che egli enunciava come
esperienza, doveva pur esserci una mediazione tra le due.
1 45 Cfr. w. DE LENZ, Beethoven et ses trois styles, Paris [1852] . Alfredo Casella, mio

maestro, consigliava, per ragioni didattiche, di uniformare quelle insolite variazio­


ni ritmiche riducendole ad un normale 3/8, loro equivalente aritmetico ; ma quella
generica uniformità di accenti non risulta adeguata a quel « richtiges Gefiih b, a
quel giusto sentimento del Tempo, insito in ogni musica, e che Beethoven esigeva
dall'esecutore, né a quella legge interiore che consente di penetrare nel cuore del­
l'opera per costituirne il ritmo vitale.
146
Cfr. c. F. D. SCHUBART, Ideen zu einer Aesthetik der Tonkunst, in scmNDLER, Bio­
graphie cit., II, p. 162.
1 4 7 L'eco estrema dell'antico ethos, che dopo tanti mali riaffiora nella coscienza e nella

poetica di Beethoven, si coglie, tra l'altro, in una sua lettera all 'editore inglese
Thomson, ove si afferma che la tonalità di la bemolle di una canzone scozzese
ch'egli ha l'incarico di armonizzare non è confacente al carattere espressivo della
melodia: « ce ton m'a paru peu naturel et si peu analogue à l'inscription Amorosa,
qu'au contraire je le changerait en Barbaresca » ( THAYER, Ludwig van Beethovens
Leben cit., III, pp. 590 sgg.).
8
1 4 2 9 gennaio 1 8 2 4 .

4
1 9 Iliade XXII 309 ; cfr. ms Fischoff, n. 59·
Iso
Odissea V I e G. NOTTEBOHM, Zweite Beethoveniana, Leipzig r 887, p. 328.
tsl
Ms Fischoff, n. 177.
1 52 Lettera ad Andrea Streicher, r6 settembre 1824, e ms Fischo:ff .
153 Cfr. NOTTEBOHM, Zweite Beethoveniana cit., p. 1 6 5.

154 Cfr. F. HOLDERLIN, Poesie, trad. it. di G. Vigolo, Torino 1958 .


1 55 SCHINDLER, Biographie ci t.

156 Lettera alla contessa Erdody, 27 ottobre x 8 x 8 .


Appendice
Dall ' Odissea

Auf ! und heilige dich, da.B du, ihr wiirdiger Herold,


Einen der Kranze, besprengt mit erfrischendem Nektar, heraufbringst.
Fleuch der Ehre vergoldeten Saal, des schlauen Gewinstes
Uirmenden Markt und die Garten der 'Oppigkeit, wo sie in bunter
Muschelgrotte ruht und an der geschnittenen Laubwand.
Suche den einsamen Nachtigallhain, den rosenumbliihten,
Murmelnden Bach und den See, mit Abendrote bepurpert,
Und im reifenden Korne den haselbeschatteten Rasen;
Oder den glatten Krystall des Winterstroms, die Gebiische,
Bliihend von duftigem Reif, und in hellfrierenden Nachten
Funkelnde Schneegefilde, von Mond und Sternen erleuchtet.
Siehe, da wird mein Geist dich umschweben mit lispelnder Ahndung,
Dich die stille Pracht der Natur und ihre Gesetze
Lehren und meiner Sprache Geheimnisse, da.B in der Felskluft,
Freundlich erscheinend, dir die Jungfrau reiche den Nektar.
(Dalla dedica del Voss a Stolberg).

Meine Mutter, die sagt es, er sei mein Vater; ich selber
Wei.B es nicht, denn von selbst wei.B niemand, wer ihn gezeuget. ( I 215-r6).

Famios, du weilit ja noch sonst viel reizende Lieder,


Taten der Menschen und Gotter, die unter den Sangern beriihmt sind.
( I 337-38).

Nicht die Sanger sind des zu beschuldigen, sondern allein Zeus,


Welcher die Meister der Kunst nach seinem Gefallen begeistert [ . . .]
Denn der neuste Gesang erhalt vor allen Gesangen
Immer das lauteste Lob der aufmerksamen Versammlung. (I 347-5 1 ).

Wenige Kinder nur sind gleich den Vatern an Tugend,


Schlechter als sie die meisten und nur sehr wenige besser.
82 Appendice

Wie er keinem sein Recht durch Taten oder durch Worte


Jemals gekrankt, da sonst der machtigen Konige Brauch ist,
Da.B sie einige Menschen verfolgen und andre hervorziehn.

Und die rosige Friihe entstieg des edlen Tithonos


Lager und brachte das Licht den Gottern und sterblichen Menschen.
(V I-2 ) .
Mein Herz im Busen ist langst zum Leiden gehartet,
Denn ich habe schon vieles erlebt, schon vieles erduldet. (V 222-23) .

Auf die Pleiaden gerichtet und auf Bootas. (V 272 ) .

Heilig sind ja, auch selbst unsterblichen Gottern, die Menschen,


Welche, von Leiden gedrangt, um Hiilfe flehen! ( V 447-48 ).

Mogen die Gotter dir schenken, so viel dein Herz nur begehret,
Einen Mann und ein Haus, und euch mi t seliger Eintracht
Segnen! Denn nichts ist besser und wi.inschenswerter auf Erden,
Als wenn Mann und Weib, in herzlicher Liebe vereinigt,
Ruhig ihr Haus verwalten, den Feinden ein krankender Anblick,
Aber Wonne den Freunden, und mehr noch genie.Ben sie selber !
(VI r8o-85 ).

Aber der Gott des Olympos erteilet selber den Menschen,


Vornehm oder geringe, nach seinem Gefallen ihr Schicksal. (VI 188-89).

Denn sehr geliebt von der Gottern,


Wohnen wir abgesondert im wogenrauschenden Meere
An dem Ende der Welt und haben mit keinem Gemeinschaft. (VI 203-5).

Dem Kiihnen gelinget


Jedes Beginnen am besten. (VII 5 1-52).

Ieh gleiche sterblichen Menschen.


Kennt ihr einen, der euch der Ungliickseligste aller
Sterblichen scheint, ich bin ihm gleich zu achten an Elend ! (VII 2ro- r2).

Jetzo kam auch der Herold und fiihrte den lieblichen Sanger,
Diesen Vertrauten der Muse, dem Gutes und Boses verliehn ward,
Denn sie nahm ihm die Augen und gab ihm si.ille Gesange. (VIII 62-65).
Dall ' Odissea s3

Denn ich saE, nicht eben mi t Zehrung


Reichlich versorgt, im Schiff : drum schwand die Starke den Gliedern.
(VIII 2 32-33) .
Also ertappt Hafaistos, der Langsame, jetzo den Ares,
Welcher am hastigsten ist von den Gottern des hohen Olympos,
Er, der Lahme, durch Kunst. Nun biill t ihm der Ehebrecher !
(VIII 330-32).
Und .fiel ein krankendes W ort hier
Unter uns vor, so mogen es schnell die Stiirme verwehen. (VIII 408-9) .

Alle sterblichen Menschen der Erde nehmen die Sanger


Billig mit Achtung auf und Ehrfurcht; selber die Muse
Lehrt sie den holden Gesang und waltet iiber die Sanger. (VIII 47 9-8r ) .

Dieses sang der beriihmte Damodokos. Aber Odysseus


Schmolz in Wehmut, Tranen benetzten ihm Wimper und Wangen.
Also weinet ein Weib und stiirzt auf den lieben Gemahl hin,
Der vor seiner Stadt und vor seinem Volke dahinsank,
Streitend, den grausamen Tag von der Stadt und den Kindern zu fernen.
(VIII 52!- 25) .

Denn fiirwahr, nicht geringer als selbst ein leiblicher Bruder


Ist ein treuer Freund, verstandig und edler Gesinnung. (VIII 585-86).

Lebe bestandig wohl, o Konigin, bis dich das Alter


Sanft beschleicht und der Tod, die allen Menschen bevorstehn !
Jetzo scheid ich von dir. Sei gliicklich in diesem Palaste ! (XIII 59-6 r ).

Alle gewaltsame Tat miEfallt ja den seligen Gottern :


Tugend ehren sie nur und Gerechtigkeit unter den Menschen. (XIV 8 3 -84).

Denn der ist mir verhaEt wie die Pforten der untersten Tiefe,
Welcher, von Mangel verfiihrt, mi t leeren Erdichtungen schmeichelt.
(XIV !56·57).

An Geist und Bildung ein Wunder. (XIV rn).

Dennoch glaub ich, du wirst noch aus der Stoppe} die Ahre kennen.
(XIV 2I4·I5).
Aber ich liebte, was Gott in meine Seele geleget :
Denn dem einen gefallt dies Werk, dem anderen jenes. (XIV 227-28).
84 Appendice

Nacht lag iiber der Tiefe.

Gott gibt uns dies, und jenes versagt er,


Wie es seinem Herzen gefaJ..lt , denn er herrschet mit Allmacht.
(XIV 444-4 5).

Hore mich jetzt, Eumaios, und hort, ihr iibrigen Hirten!


Riihmend red' ich ein Wort, vom betorenden Weine besieget,
Welcher den Weisesten oft anreizt zum lauten Gesange,
Ihn zum herzlichen Lachen und Gaukeltanze verleitet
Und manch Wort ihm entlockt, das besser wlire verschwiegen.
(XIV 462-66).

Auch vieles Schlafen ist schiidlich. (XV 394).

Denn auch der Triibsal denket man gerne,


Wenn man so vieles erduldet, so viele Liinder durchirrt ist. (XV 400-r ) .

Einer von ihnen pflog, da sie wusch, beim schwlirzlichen Schiffe


Heimlicher Liebe mit ihr, die das Herz der biegsamen Weiber
Ganz in die Irre fiihrt, wenn eine die Tugend auch ehret.
Dieser fragte darauf, wer sie wlir' und von wannen sie kiime. (XV 420-23) .

Denn nicht allen sichtbar erscheinen die seligen Gotter :


Nur die Hunde sahn sie und bellten nicht, sondern entflohen
Winselnd und zitternd vor ihr nach der andern Seite des Hofes.
{XVI r6 r-63) .

Also sprach er und kiillte den Sohn, und iiber die Wange
Stiirzten die Trlinen zur Erde, die lange verhaltenen Triinen. (XVI 190-9I).

Da umarmte der Jiingling


Seinen herrlichen Vater mit Inbrunst, bitterlich weinend,
Und in beiden erhob sich ein siilles Verlangen zu trauern. (XVI 21 3 -15)·

Vater, ich habe viel von dem gro.Ben Ruhme gehoret


Deines Mutes im Kampf und deiner Weisheit im Rate. (XVI 2 4 1-42).

Denn sie sitzen hoch in den Wolken und herrschen mit Allmacht
'Ober die Menschen auf Erden und alle unsterblichen Gotter. (XVI 264-65) .
Dail'Odissea 85

Zeus' allwaltender Rat nimmt schon die Halfte der Tugend


Einem Manne, sobald er die heilige Freiheit verlieret. (XVII 322 -23 ) .

Edel, Antinoos, bist du, allein du redest nicht schicklich :


Denn wer gehet wohl aus und ladet selber den Fremdling,
Wo er nicht etwa im Volk durch ni.itzliche Ki.inste beri.ihmt ist,
Als den erleuchteten Seher, den Arzt, den Meister des Baues
Oder den gottlichen Sanger, der uns durch Lieder erfreuet?
Diese laden die Menschen in allen Landen der Erde. (XVII 38 1-86) .

Nicht der mindeste Schmerz noch Kummer beuget die Seele


Eines Mannes, der, streitend fi.ir seine Gi.iter, vom Feinde
Wunden empfangt fi.ir die Herden der Rinder und wollichten Schafe.
(XVII 470-72 ) .

Und doch hat er mir nicht sein Leiden alles erzahlet.


So aufmerksam ein Mann den gottbegeisterten Sanger
Anschaut, welcher die Menschen mi t reizenden Liedern erfreuet;
Voller Begierde horcht die Versammlung seinem Gesange :
Ebenso ri.ihrt' er mein Herz, da er bei mir sa.B in der Hi.itte. (XVII 5 1 7-2 1 ) .

Siehe, kein Wesen ist so eitel und unbestandig


Als der Mensch von allem, was lebt und webet auf Erden.
Denn solange die Gotter ihm Heil und bli.ihende Jugend
Schenken, trotzt er und wahnt, ihn treffe nimmer ein Ungliick.
Aber ziichtigen ihn die seligen Gotter mi t Triibsal,
Dann ertragt er sein Leiden mi t Ungeduld und Verzweiflung.
Denn wie die Tage sich andern, die Gott vom Rimmel uns sendet,
.Andert sich auch das Herz der erdebewohnenden Menschen [. ] . .

Drum erhebe sich nimmer ein Mann und frevele nimmer,


Sondern geniel�e, was ihm die Gotter bescheren, in Demut !
(XVIII 1 3 0-37 ; 1 41 -4 2 ) .

Einen so sanften Tod beschere die gottliche Jungfrau


Artemis mir, jetzt gleich, damit ich Arme nicht langer
Mich abharme vor Gram um meines trauten Gemahles
Edles Verdienst, denn er war der herrlichste aller Achaier. (XVIII 202-5 ).

Da verrieten mich Magde, die Hiindinnen sonder Empfindung ! (XIX 15 4 ).

Es sind ja den Menschen nur wenige Tage beschieden.


Wer nun grausam denkt und grausame Handlungen ausi.ibt,
86 Appendice

Diesem wiinschen alle, solang er lebet, nur Ungliick,


Und noch selbst im Tode wird sein Gedachtnis verabscheut.
Aber wer edel denkt und edle Handlungen ausiibt,
Dessen wiirdigen Ruhm verbreiten die Fremdlinge weithin
Unter die Menschen auf Erden, und jeder segnet den Guten. (XIX 3 2 8 3 4)
- ,

Denn im Ungliick altern die armen Sterblichen friihe. (XIX 3 6o) .

Dber erschlagene Menschen zu jauchzen ist grausam und Siinde.


(XXII 412).

Denn PB.icht ist des Guten Vergeltung. ( XXIV 286).

Weleh ein Tag ist mir dieser ! Ihr Gotter, wie bin ich so gliicklich !
Sohn und Enkel streiten den edlen Streit um die Tugend !
(XXIV 5 1 2- 1 3 ).
Indice dei nomi
Achille, 5, 48 . Del Rio, G., 32.
Alcinoo, 20 Demodoco, r8, 49 ·
Alessandro il Grande, 3 1 , 72 n. Demostene, 57·
Amenda, K., 35, 47, 72 n. De Robertis, G., 7 1 n.
Anassagora, 57· Dioniso, 67.
Anderson, E., 72 n. Dioreo, 12, 35·
Antioco il Grande, 72 n.
Apollo, 34, 36, 49, 5 1 , 55 -57
· Emilia M., 74 n, 76 n.
Arete, 20. Eraclito, 53 -55 ·
Aristide, 71 n. Erdody, M., 73 n, 7 6 n, 77 n.
Aristotele, 28, 71 n, 72 n . Eschilo, IO, 40, 71 n.
Artemide, 37· Ettore, 12, 64.
Atena, 28, 36. Eumeo, 19.
Euripide, ro, 67.
Bacco, 66.
Bach, J. S., 20, 22, 65 . Federico il Grande, 17.
Barbian, G., 71 n. Femio, 2 1 .
Barthélemy, ].-]., 72 n . Filippo il Macedone, 3 1, 57·
Beethoven, C., 13, 72 n. Filopemene, 25, 72 n.
Beethoven, J . N., 13, 72 n , 75 n. Fischoff, 14, 59, 6 3 , 72 n, 73 n, 75 n - 77
Beethoven, K., 71 n, 73 n, 74 n. n.
Berlioz, H., + Freeman, K., 76 n.
Biester, 72 n. Fiiger, H. F., 72 n.
Blochlinger, 7 1 n.
Breitkopf und Hirtel, editori, 39, 56, 71 Gallenberg, conte, 2 4 .
n, 73 n, 76 n. Gellert, G. F., IO.
Brentano, B. von, 20, 73 n. Giove, vedi Zeus.
Breuning, G. von, 72 n. Gleichenstein, J., 75 n.
Broadwood, T., 76 n. Gloreanus, 64, 65.
Brunswick, F., 73 n, 75 n. Goethe, J. W. von, 9 , ro, 19, 37, 42, 5 6,
Brunswick, T. von, 27, 50, 74 n, 76 n. 57, 68, 7 I n, 73 n, 74 n, 76 n, 77 n.
Grillparzer, F., 75 n.
Casella, A., 77 n. Guicciardi, G., 24.
Cervantes, M. de, 6o .
Handel, G. F., 65.
Damone, 63 . Hiirter, F., 71 n.
Dante Alighieri, 56. Hasslinger, T., 76 n.
Davide, 67. Haydn, J ., 39 , 6+
Dedalo, 57 · Hegel, G. W. F., 23, 53 ·
Deiters, H. , 75 n. Herder, J . G., 9 , 23 .
Indice dei nomi

Hindemith, P., .53· Riemann, H., 75 n.


Hoffmann, E. T. A., 66. Ries, F., 72 n.
Holderlin, F ., 23, 30, 36, 67, 68, 77 n. Rodolfo d'Asburgo, arciduca, 39, 57, 64.

Kanka, ]., 76 n. Schelling, F . W. ]., 74 n.


Kanne, 74 n. Schiller, F ., 3, 9 , q, 23, 24, 29, 33, 38,
Kant, I., 3, 33, 52, 53, 59· 39, 49, 56, 77 n.
Kapp, ]., 75 n. Schindler, A., IO, q , 24, 28, 30, 42, 52,
Kerst, F ., 75 n . 59, 67, 7I n, 72 n, 74 n, 75 n , 77 n.
Khulau, 2o. Schleiermacher, F . E. D., 74 n.
Koppen, J . ]., 71 n . Schott, B., 74 n, 76 n.
Kotzebue, A., 7.5 n. Schubart, C. F . D., 62, 77 n.
Schulz, E., 71 n.
Leitzmann, A., 72 n. Schiinemann, G., 7I n, 72 n · 74 n, 76 n.
Lenz, W. de, 6o, 61, 77 n. Sebald, A., 73 n.
Leopardi, G., 9 , 17, 71 n. Semele, 67.
Lobkowitz, F ., 64. Senofonte, 58, 71 n.
Seyfried, I. X. von, 20, 73 n.
Magnani, L., 74 n · 76 n. Shaftesbury, lord, 6o.
Malfatti, T., 73 n. Shakespeare, W., Io.
Mallarmé, S., 9 , 55· Sibilla, 55·
Marx, K., 3 . Socrate, 30, ,5I, ,58, 63 , 67, 7I n.
Matthisson, F ., 25, 37· Sofocle, Io, 7I n.
Menelao, 57 · Solone, 29 .
Mephisto, 5 . Stolberg, F . von, I3, 71 n.
Minerva, 57· Streicher, A., 77 n.
Monteverdi, C., 30. Stumpff, L A., 49, 75 n.
Moscheles, }., 66.
Mozart, W. A., 2 3 , 39, 52, 64. Telemaco, I7, 22, 28, 32.
Temistocle, 7I n.
Nageli, H. G., 76 n. Thayer, W., 75 n · 77 n.
Napoleone Bonaparte, 40-43. Thomson, G., 76 n, 77 n.
Nietzsche, F ., 20, 6o. Timoteo, 25.
Nottebohm, G., 77 n. Trémont, G. de, 72 n.
Nottebohm, I., 77 n.
Varena, J., 73 n.
Odisseo, 1 5-2 1 , 2 8 , 32. Viganò, S., 34·
Ossian, 9· Vigolo, G., 30 n, 77 n.
Voss, J. H., I3, 2,5, 71 n, 72 n.
Palestrina, G. P., 23, 65 .
Pandora, 3 7. Wackenroder, W. H., 64, 65 .
Pascal, B., 5 1 . Wagner, R., 4·
Penelope, 2 1 , 37· Wegeler, F . G., 12, q, 27, 3 .5 , 72 n , 74 n,
Pericle, 57, 72 n. 7J n.
Peter, C. F., 76 n. Werner, Z., q .
Pilade, 25.
Piro, 12 . Zarlino, 64, 65 .
Platone, 22, 2 3 , 25 -27, 30, 3 1 , 3 3 , 34, 42, Zeus, 22, 57·
,58 -61 , 63 , 71 n, 74 n, 76 n . Zmeskall, N. von, 75 n, 76 n.
Plutarco, 14, 25, 27, 3 1 , 35, 57, 71 n , 76
n.
Prod'homme, }.-G., 72 n.
Prometeo, 34 , 40-42, 59 ·
Proteo, ,57.
Finito di stampare il 2 giugno z984 per conto della Giulio Einaudi editore s. p. a.
presso Pozzo Gros Monti s. p. a., Moncalieri (Torino)

C. L. .5733-1

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