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Lezione di immunologia del 4 dicembre 2006 – 1° ora

Risposta umorale e cellulo-mediata

La risposta immunitaria di tipo umorale è mediata dai linfociti B, questa per essere una risposta
anticorpale classica necessita di una cooperazione T-B.
Il linfocita B viene attivato dal suo antigene e attraverso una serie di mediatori e citochine si
trasforma in plasmacellula che produce anticorpi di vari isotipi. La neutralizzazione dell’effetto
dannoso dell’antigene è a carico dell’anticorpo, questo può usare meccanismi aspecifici come la
fagocitosi e l’attivazione del complemento, o agire direttamente.
Nell’ambito delle funzioni effettrici della risposta CD4+ subset funzionali:
1) T helper 1 che determina una risposta immunitaria di tipo cellulo-mediata, basata sul
reclutamento di macrofagi e attivazione di CD8 ed eventualmente natural-killer;
2) T helper Z, è il subset dei CD4 che indirizza verso una risposta di tipo umorale.

I linfociti B hanno un recettore immunoglobulinico caratterizzato da due catene pesanti e da due


catene leggere unite tra loro da ponti di solfuro, e la cui estremità COOH presenta dei residui
aggiuntivi rispetto a quelli presenti nella forma secreta. Questi sono inseriti nella membrana
cellulare ed hanno una coda citoplasmatica.
Come per i T il recettore è importante per il riconoscimento specifico, ma da solo non è sufficiente
per la trasmissione del segnale dentro la cellula. Sono presenti delle molecole corecettoriali dette Ig
alfa e Ig beta che hanno una struttura simil-globulinica e trasmettono il segnale all’interno della
cellula.
Condizione essenziale per l’attivazione della cellula è che questa sia mediata da un antigene.
Tuttavia il legame tra una molecola immunoglobulinica recettoriale e l’antigene non è sufficiente,
infatti è necessario che due molecole di immunoglobuline siano legate da un legame a ponte,
bridging, legame mediato dall’antigene stesso.
Quindi solo quando si ha il legame a ponte con relativa aggregazione dei recettori di membrana
mediata da molecole di attivazione si ha la trasmissione del segnale dentro la cellula.

Un altro sistema di bridging è dato da un legame a ponte in cui abbiamo una molecola recettoriale
specifica che ricorre all’antigene e dall’altro lato abbiamo il complemento che lega l’antigene
batterico; questo lega il recettore del complemento C3D, e anche stavolta si ha un bridging di
molecole di superficie. Si tratta di un’attivazione che si riflette sulla proliferazione cellulare
potenziandola.
Questa risposta ha un significato funzionale: all’inizio è caratterizzata dalla presenza di antigeni
rivestiti di frammenti derivati dall’attivazione del complemento, infatti è una risposta di tipo innato
che consente di segnalare che oltre all’antigene semplice è in corso una risposta immunitaria.
Il bridging è l’evento che porta all’attivazione se vengono usati anticorpi anti-IgM, anti catene
gamma, che fanno il ponte senza coinvolgere la parte specifica, il linfocita B viene attivato lo
stesso. Tutto ciò che determina il bridging tra molecole di recettori porta all’attivazione. Di solito
questo bridging è specifico ma è l’aggregazione della molecola sulla superficie e quindi delle loro
code citoplasmatiche che porta poi ai meccanismi di attivazione intracellulare. Queste modificazioni
si manifestano come un entrata in ciclo della cellula che inizia a proliferare e aumenta la produzione
di molecole come B7-1 e B7-2.
Le cellule che presentano l’antigene sono macrofagi, linfociti B e dendrite, che presentano, oltre
all’MHC I presente in tutte le cellule, anche l’MHC II che presenta l’antigene ai T helper. Per la
presentazione dell’antigene è necessario che ci sia un segnale costimolatorio dato da B7 1 e 2.
L’attivazione dei linfociti B non si esprime solo in una proliferazione degli stessi ma anche con un
aumento della trascrizione di B7, intercalati a livello del segnale costimolatorio per la presentazione
dell’antigene ai T helper.
Secondario all’attivazione delle cellule è la maggiore espressione di recettori citochinici per la IL2,
predotta da CD4 e CD8, e per la IL4, prodotta da CD4 e …
Acquisiscono anche la capacità di lasciare la zona follicolare del linfonodo e di migrare verso la
periferia, cioè nelle zone di contatto con le parti occupate dai linfociti T.
I linfociti B occupano la parte corticale del linfonodo e i follicoli. Esistono due tipi di follicoli:
- di 1° tipo, senza centro germinativo
- di 2° tipo, con centro germinativo.
Il centro germinativo è espressine dell’attivazione dei linfociti B, qui infatti si espandono, assumono
l’aspetto dei blasti ed entrano in mitosi.
Ciò che succede nel centro germinativo è questo: l’antigene viene incontrato negli organi linfatici
secondari, per il B ciò avviene nel follicolo primario. L’antigene arriva attraverso la linfa e quindi
può incontrare il linfocita T naive, che ha lasciato il circolo attraverso le venule ad alto endotelio
richiamato da chemochine verso la zona B, e qui eventualmente si può avere l’attivazione e
l’incontro. Il linfocita B che non incontra il suo antigene specifico lascia il linfonodo attraverso il
linfatico efferente.
Il T è il vero protagonista della risposta umorale, il T e in particolare il suo subset funzionale T
helper 2. Si tratto di un CD4 che classifichiamo come T helper 2 perché, a partire daCD4 che è
stato attivato, acquista la capacità di sintetizzare e secernere alcune citochine che sono poi quelle
che condizionano il tipo di risposta delle altre cellule del sistema immunitario.
Il linfocita T helper 2 produce:
 IL4, agisce promovendo lo splicing del trascritto primario per la catena pesante delle
immunoglobuline, con l’uso del gene gamma anziché di quello mu che era noto in precedenza
 IL5, promuove l’attivazione degli eosinofili, cellule con attività citotossica che hanno sulla
loro superficie pure il recettore per le IgE
 IL10, agisce insieme a IL4 sopprimendo o limitando l’attività dei macrofagi.
Il T helper CD4 o T helper 0 non definito passa alla condizione di T helper 2, ciò dipende
dall’ambiente citochinico. Infatti se prevale IL2, che è prodotto in grande quantità per esempio da
macrofagi attivati per uno stimolo, ad esempio per un lipopolisaccaride, allora il linfocita T viene
stimolato a trascrivere geni che codificano per mediatori come INFgamma; mentre se nell’ambiente
prevale la IL4, prodotta dai macrofagi attivati, nel T helper viene favorito un uso prevalente dei geni
che servono a sintetizzare IL4, IL5 e IL10.
IL10 ha funzione di blocco sugli altri T helper di tipo 1. nell’uomo l’effetto finale è la produzione di
IgE e IgA mediata soprattutto a livello delle mucose.
Il TGF beta stimola la produzione di IL5 che porta al reclutamento e all’attivazione di importanti
cellule di risposta.

La risposta di tipo umorale non prevede l’azione di altri tipi cellulari che non siano i linfociti B,
questo infatti riconosce da solo l’antigene non modificato nella sua conformazione sterica, e una
volta avutosi il legame tra le due molecole Ig alfa1 e un CR2 può iniziare la sua attivazione che si
manifesta con una proliferazione clonale modesta ed una produzione di IgM.
La cellula non differenzia verso la plasmacellula, infatti la prima fase è solo di sintesi e secrezione
di IgM.
La morfologia della cellula che produce IgM è intermedia tra il linfocita e la plasmacellula stessa.
Si tratta di una cellula più grande con un nucleo rotondo e un citoplasma abbondante rispetto a
quello del linfocita periferico.
La conoscenza di questo stadio cellulare è dovuta al fatto che esiste una neoplasia che nasce a
questo livello e si chiama malattia di Valdestron, questa malattia colpisce il linfocita nella fase di
produzione delle IgM, si tratta di una gammapatia monoclonale, ovvero una patologia delle gamma
in cui esiste una produzione monoclonale delle gammaglobuline. Le gamma che vengono prodotte
nella malattia di Valdestron sono IgM. L’aspetto patologico è che questi pazienti presentano una
forte quantità di IgM in circolo. Il loro volume e la loro forte concentrazione comporta dei gravi
problemi di viscosità ematica.
In un tracciato elettroforetico è possibile vedere normalmente il picco a base stretta dell’albumina,
la proteina che si muove più velocemente. Il un tracciato di un paziente con malattia di Valdestron è
possibile vedere tra beta e gamma un altro picco a base stretta che corrisponde alle IgM
monoclonali (hanno un aspetto “a corna”). La produzione di IgM avviene a livello del linfocita che
è attivato ma non differenziato in plasmacellula.

La seconda fase che da origine alla risposta umorale completa, in quanto da memoria a livello dei
linfociti B, è data da l’interazione della cellula B attivata con il T helper, e altri stimoli citochinici.
Si ha quindi un contatto tra cellule e cellula e mediatori solubili. Inizia quindi la vera e propria
espansione clonale che si è espressa nella proliferazione delle cellule e la risposta differenziale di
cellule con l’uso di catene pesanti diverse da mu e da beta. L’uso dell’uno o dell’altro gene è dovuto
alla presenza nell’ambiente di specifiche citochine.
Le cellule esprimono sulla loro superficie non più IgM e IgD (siamo sempre nel centro germinativo)
ma IgG, IgA e IgE.
Inoltre durante questa proliferazione avviene un altro fenomeno. Il gene che codifica per la parte
variabile delle immunoglobuline di superficie va incontro a mutazioni puntiformi casuali e ciò
causa una variazione della specificità tale da determinare a volte la perdita della specificità originale
e quindi morte della cellula, o in alternativa una variazione di affinità, cioè la parte variabile della
proteina può avere una maggiore o minore affinità per l’antigene in modo totalmente random. Il
risultato della mutazione somatica determina una selezione delle cellule che possono sopravvivere
nel centro germinativo. Quelle che aumentano la loro affinità sono quelle che possono interagire
con l’antigene a livello del centro germinativo e quindi l’apoptosi programmata potrà essere
interrotta. La sopravvivenza della cellula è dovuta alla capacità della cellula stessa di interagire con
l’antigene del centro germinativo.
Chi ha mantenuto la specificità e aumentato l’affinità interagisce con l’antigene e può sopravvivere,
tutti gli altri vanno incontro ad apoptosi. Si ha quindi una selezione per affinità, un processo
chiamato “maturazione dell’affinità”. Se l’IgM originaria aveva un’affinità x, la cellula B che
sopravvive a questo processo avrà un’affinità x + y.
L’interazione tra B e T necessita di cellule attivate. La cellula B viene attivata dal suo antigene e
solo allora assume la capacità di esprimere B7 1-2.
Il T è attivato da una cellula presentante l’antigene, di solito una cellula dendritica che è arrivata nel
linfonodo tributario del tessuto.
I B tendono a disporsi in prevalenza verso la periferia del follicolo attivato, i T invece si trovano
verso la periferia del follicolo stesso (?). Nella zona di contatto c’è appunto un contatto cellula-
cellula.
Il B è attivato dal legame a ponte, all’attivazione dovuta all’aggregazione delle molecole fa seguito
un fenomeno di endocitosi che include il recettore con l’antigene legato. Ciò consente la
degradazione secondo la via dell’MHC II. Si tratta di un antigene esogeno rispetto alla cellula che
segue la via delle molecole di classe II che gli consente di esocitare e degradare il materiale e poi
caricare l’epitipo dominante sulle molecole di seconda classe e di esprimerle in superficie. Si avrà
quindi un linfocita B attivato che esprime B7 1 e 2 e sulla superficie mostra un epitipo dominante
dell’antigene che ha endocitato. Il contatto tra T e B avviene perché il linfocita T trova in questa
molecola di seconda classe il suo antigene specifico con la presenza di una molecola costimolatoria.
È un contatto tra due cellule che hanno specificità per o stesso antigene.
Il linfocita B ha la molecola di classe II, il suo epitipo viene riconosciuto da TCR, si ha il segale
costimolatorio per il CD28. se la cellula non fosse già attivata verrebbe comunque attivata. Il
linfocita B esprime sulla superficie il CD40.
Il T attivato nell’ambito dell’attivazione esprime il ligando del CD40 oltre alla capacità di
sintetizzare citochine.
Il legame sarà rappresentato da B7 1 e 2 con CD28 con legame costimolatorio. Il legame specifico
antigene di istocompatibilità di II° classe e TCR e legame tra CD40 e ligando del CD40 definito
sempre costimolatorio, questo crea nelle due cellule un’interazione molecolare a cui si aggiungono
stimoli solubili rappresentati dalle citochine secrete dal linfocita T attivato che agisce secondo
modalità attivata sul linfocita B stesso.
Quindi il linfocita B attiva il T e l’attivazione del T causa la trascrizione di alcuni geni per CD40
ligando e citochine.
L’interazione tra CD40 ligando nel T e CD40 nel B e le citochine determina l’avvio al B di segnali
che influenzeranno la sua attività, ad esempio proliferazione indipendente da quella iniziale,
trascrizione di geni per la parte costante delle immunoglobuline al posto delle altre.
Si ha un loop di attivazione di cellule che presentano l’antigene e T helper. Il T helper è secondario
perché non produce INF gamma bensì produce IL5 e IL4.
IGbeta e IL10 influenzano l’isotipo prevalente prodotto dal linfocita B quando si differenzierà in
plasmacellula.

Lezione del 4/12/06 II ora

Abbiamo visto come l’interazione T-B (dove T è un T Helper 2) avvenga cellula a cellula attraverso
molecole già viste in precedenza per l’interazione tra il T Helper 1 e il macrofago, come cellula
effettrice della risposta cellulo-mediata. Quindi abbiamo:
1. da un lato l’interazione specifica di TCR-MHC di seconda classe tripeptide,
2. il secondo segnale stimolatorio è dato dal legame tra CD28 sul linfocita T, B7-1 e B7-2 sul
macrofago o linfocita B;
3. il terzo dal legame del CD40 sul linfocita B o sul macrofago con il CD40 ligando che viene
espresso sul linfocita T attivato.
Quello che cambia è il segnale solubile, cioè le molecole citochiniche che vengono prodotte e che
vanno a determinare un diverso effetto; per esempio il rilascio di IFNg determinerebbe la
produzione soprattutto di g1; di norma però, nella risposta umorale, abbiamo il prevalere di varie
classi, non solo g, ma anche a, talora e, che sono legate all’azione delle citochine prodotte dal T
Helper 2 sui recettori espressi dai B.
Questi recettori vengono espressi in fase di attivazione e proliferazione.
A questa interazione, che avviene in parte cellula-cellula (core-mate interaction?), in parte mediata
da molecole solubili, come le citochine, si accompagna, dopo il distacco tra le due cellule, un
ritorno del linfocita B verso il follicolo, in particolare verso il centro germinativo del follicolo che
andrà a costituirsi. È durante questa fase, nella parte germinativa, che il B prolifera, va incontro alle
mutazioni puntiformi dei geni V e quindi modifica le caratteristiche della parte specifica del
recettore immunoglobulinico. A seconda delle caratteristiche di questa modificazione avremo o
meno la sopravvivenza della linea cellulare che ha subito la modificazione stessa.
In particolare, ogni volta che inizia una proliferazione c’è sempre una programmazione per
l’apoptosi, a meno che non intervenga un segnale che determini il recupero dall’apoptosi.
In questo caso, il recupero dall’apoptosi avviene durante la migrazione attraverso il centro
germinativo grazie all’interazione (sempre ammesso che avvenga) con antigeni che sono esposti
(nel centro germinativo) dalle cellule dendritiche follicolari, presenti a livello del follicolo.
Questa esposizione di antigeni, anche non modificati stericamente, avviene attraverso recettori per il
complemento, quindi le frazioni del complemento attivate: C3b e la sua frazione di inferiore
clivaggio che è il C3d; la cellula dendritica possiede il CR1 e il CR2 che riconoscono
rispettivamente il C3b e il C3d; attraverso questi può captare l’antigene sul quale si è depositata una
di queste frazioni e quindi lo tiene in evidenza.
L’altra possibilità è che si sia già avuta comunque un’iniziale produzione di anticorpi, legati
all’antigene, e che questi anticorpi siano stati captati dal recettore per l’Fc delle immunoglobuline.
Quindi l’esposizione da parte delle cellule dendritiche non avviene dopo processazione
dell’antigene, non ha niente a che vedere con i processi di esposizione…ma è una captazione
attraverso recettori del complemento per le immunoglobuline. Abbiamo quindi il recettore, per il
C3d, che è il CR2, il C3d, presente sulla superficie dell’antigene, l’antigene stesso. Lo stesso vale
per i recettori immunoglobulinici.
Questo sistema consente, alle cellule B che abbiano modificato la parte specifica del loro recettore,
in modo tale non solo da non perdere la specificità ma da aumentare l’affinità, quindi la forza,
l’interazione, tra l’antigene e l’anticorpo, gli consente di interagire e questa interazione rappresenta
il segnale che blocca l’apoptosi e che consente la sopravvivenza.
Tutte le cellule che non riescono a interagire con un antigene specifico cosi presentato vanno
incontro ad apoptosi; ciò significa che sopravvivono, e poi differenziano rispettivamente come
cellule memoria B o come plasmacellule, soltanto le cellule che, non solo abbiano mantenuto la
specificità originaria per l’antigene ma che abbiano aumentato l’affinità del loro recettore. Avremo
quindi che gli anticorpi prodotti dalle plasmacellule, dopo l’interazione T-B, raggiungono
un’affinità e un’efficienza superiore rispetto a quelli precedenti e che i linfociti B memoria
esprimono in superficie i recettori immunoglobulinici di classe diversa dalle IgM e IgD, ma anche
dotati di un’affinità per l’antigene decisamente superiore.
Questo consente, da un lato, di avere più cellule specifiche per uno stesso antigene (una volta che si
sia avuta questa risposta), quindi tante cellule memoria dove prima c’era invece un'unica cellula
specifica, una base quindi cellulare della memoria, dall’altro una base molecolare perché su queste
cellule abbiamo dei recettori con un’affinità superiore.
Ciò spiega perché, in un secondo contatto, basti un antigene, di concentrazione molto più bassa per
determinare una risposta: la prima volta c’è bisogno di una certa concentrazione antigenica perché
si deve creare il bridging e tutta una serie di altri fenomeni, naturalmente poi bisogna considerare
che ci sono poche cellule e quindi non è facile incontrare la cellula specifica e bisogna che
l’antigene sia in quantità adeguate perché statisticamente si verifichi questo incontro; non solo ma i
recettori immunoglobulinici hanno un’affinità relativa, abbastanza bassa. Una volta che abbiamo le
cellule memoria abbiamo:
1. più cellule con la stessa specificità, quindi statisticamente anche una quantità di antigene
molto più bassa viene più facilmente recepita, incontrata.
2. questi linfociti tendono a circolare anche nei tessuti periferici favorendo ulteriormente
l’incontro.
3. I loro recettori immunoglobulinici hanno un’affinità maggiore per l’antigene.
L’interazione è quindi estremamente semplice e anche più stabile.

Considerando il centro germinativo, questo è il percorso che segue la cellula B una volta che abbia
attivato e sia stata attivata dal T Helper 2: c’è un ritorno verso il follicolo e, nella parte basale del
follicolo stesso avvengono i fenomeni di proliferazione; sono quelli che si osservano nella
cosiddetta “parte scura” del follicolo, dovuti al fatto che ci sono tante cellule in proliferazione e
quindi tanti nuclei addensati che danno la particolare colorazione scura. Durante questa fase poi
comincia la differenziazione, nel senso che vengono espressi recettori con un isotipo diverso e
comincia anche la mutazione per quanto riguarda i geni della parte variabile. Può essere
rappresentato come se salisse verso la parte apicale del follicolo: alcune cellule vanno in apoptosi,
quelle che invece competono con successo per l’interazione con l’antigene sopravvivono. Queste
possono avere un doppio destino di:
• cellula effettrice, con differenziazione nella cellula terminale, che è la plasmacellula
• ritorno a un aspetto di cellula di riposo, che è il linfocita di memoria.
Il linfocita di memoria lo identifichiamo facilmente perché ha come recettore immunoglobulinico,
delle immunoglobuline di classe diversa dalle IgM e IgD: se un linfocita B ha sulla superficie IgM e
IgD è un linfocita B naive, vergine, che non ha ancora incontrato il suo antigene, non ha ancora
interagito con il T e non ha quindi effettuato quello che si chiama switch isotipico; switch è
l’interruttore e indica il passaggio da una situazione all’altra, il passaggio che avviene dall’utilizzo
di catene m e d all’utilizzo di catene g, o a, o e.
Per quanto riguarda le plasmacellule invece, esse sono le cellule di differenziazione terminale.
Terminale significa che, una volta arrivata allo stadio di plasmacellule, la cellula non può più
differenziarsi, muore come plasmacellula. Le plasmacellule (o almeno quelle normali) non entrano
più in mitosi, perdono l’espressione dei recettori immunoglobulinici di superficie, la loro superficie
non ha più immunoglobuline (d’altra parte non ne hanno più bisogno); acquisiscono invece una
capacità protido-sintetica, che viene amplificata al massimo, dedicata alla sintesi e poi alla
secrezione dell’ immunoglobulina con la specificità e la classe selezionata durante questo processo.
Quindi da un lato cellule di memoria, pronte per un secondo contatto, dall’altro le plasmacellule.
Le plasmacellule tendono a tornare al midollo osseo: la percentuale normale di plasmacellule nel
midollo osseo è inferiore al 5%, percentuali superiori impongono dei controlli particolari.
Altre zone dove è possibile trovare le plasmacellule sono quelle del tessuto linfatico annesso alle
mucose (MALT), dove sono presenti plasmacellule produttrici e secretici di IgA (immunoglobuline
dimeriche secretorie). Di norma le plasmacellule producono IgG, o IgA, o IgE.
Esiste la controparte neoplastica di queste linee, e sono le cosiddette gammopatie monoclonali (o
mielomi); esistono pochissimi casi di mieloma IgM in quanto la controparte neoplastica, nella fase
di secrezione delle IgM, è data da un linfocita immaturo ed è caratteristica della malattia di
Valderstron.
La controparte neoplastica della fase plasmacellulare invece è data dai mielomi.
Anche il quadro clinico è diverso: il mieloma è caratterizzato, a livello midollare, da un’invasione
di plasmacellule che possono non essere normali, in un midollo mielomatoso è possibile trovare
cellule in mitosi, plasmacellule multinucleate. Queste sono chiaramente delle cellule neoplastiche;
una caratteristica clinica importante è che, dove ci sono i nidi plasmacellulari c’è anche un’intensa
attività osteoclastica, per cui una delle lesioni tipiche dei mielomi (che non è presente nella malattia
di Valderstron) sono le lesioni osteolitiche tondeggianti, nel cranio, nel bacino, nelle coste, nella
colonna…legate appunto alla presenza di questi nidi plasmacellulari. L’invasione neoplastica del
midollo può arrivare anche al 70-80-90% delle cellule: quando siamo a questi livelli significa che le
componenti normali del midollo sono ormai estremamente penalizzate; si associano quindi i sintomi
legati al deficit della linea eritroide, della linea megacariocitica (e quindi piastrine), della linea
mieloide (neutrofili, per esempio) con tutto ciò che ne consegue. A livello periferico il quadro è
quello che vi ho detto: il profilo elettroforetico con i due picchi: uno corrispondente all’albumina e
l’altro nella regione b-g, a seconda della classe; l’entità del picco dipende dalla concentrazione
delle immunoglobuline.
Abbiamo dunque le fasi di:
interazione
mutazione
selezione
produzione di:
linfociti B memoria che entrano in circolo
plasmacellule che tendono a tornare nel midollo o nelle zone mucosali da cui, in origine,
provenivano i linfociti B; le plasmacellule hanno una lunga emivita: non sono quindi cellule che
si esauriscono rapidamente.

In un follicolo germinativo si può distinguere:


1. una “parte scura” dove c’è attiva proliferazione,
2. una zona più chiara, man mano che le cellule si trovano meno stipate, e
3. la zona del mantello dove si trovano i linfociti che non sono stati interessati alla fase di
proliferazione nell’ambito del follicolo linfatico primario e che si trovano stipati in questa
posizione periferica.
Osservato con la tecnica dell’immunofluorescenza si distinguono sempre le cellule altamente
proliferanti (marcate con T67?) e le cellule che non proliferano.

A livello molecolare:
1. risposta iniziale della cellula B a riposo:
espressione della molecola IgM di membrana: questa è la situazione di trascritto primario di
mRNA. Ricorderete che il DNA viene modificato solo per la formazione dei geni che codificano
per la parte variabile; poi viene tutto trascritto sull’RNA primario e tutte le altre ulteriori
modificazioni che portano all’RNA messaggero avvengono per splicing sull’RNA (quindi nella
parte che riguarda le catene pesanti, il DNA rimane intatto e disponibile).
Nella cellula a riposo in pratica viene espressa, oltre che ai domini extracellulari, anche la parte
transmembranale e citoplasmatica.
2. Prima attivazione:
quando sopraggiunge la prima attivazione (quella spontanea, non accompagnata dall’interazione
con i T ma legata al legame “a ponte” tra due molecole di Ig oppure ad una molecola recettoriale
come il CR2) arriva il segnale per modificare il tipo di splicing dell’mRNA: non viene più trascritta
la parte citoplasmatica e transmembrana ma solo la parte per i vari domini della parte costante più la
parte terminale. Al primo segnale quindi si passa automaticamente alla forma secreta di quella
forma recettoriale.

SWITCH ISOTIPICO
Studiando la maturazione dei linfociti B nel midollo osseo abbiamo visto la cellula pro-B, pre-B e la
cellula B: quello che caratterizza la conversione è la capacità di riarrangiare il DNA (per quanto
riguarda la parte variabile del DNA) e trascrivere un RNA primario che possa essere efficacemente
tradotto in RNA messaggero fino alla formazione di un recettore di membrana, IgM e poi anche
IgG, che garantisce la sopravvivenza.
Per quanto riguarda i B però, la loro possibile evoluzione non si esaurisce qui: a differenza dei T,
l’incontro con l’antigene e poi in particolare il contatto con il linfocita T, determina una variazione
nell’utilizzo dei geni.
1) Se non c’è segnale dalle cellule T Helper
Prima, seconda, decima volta, quello che avviene è che la trascrizione avviene sempre sul gene m,
quindi avremo sempre la produzione di IgM (nell’immagine per semplicità è mostrata una
plasmacellula ma è bene memorizzare il fatto che le IgM sono secrete da cellule che non hanno una
morfologia plasmacellulare)
2) Se invece avviene l’interazione con il linfocita T (come avviene nell’interfaccia tra follicolo
e zona T)
L’interazione tra CD40 e CD40 ligando e il segnale citochinico mandato dai T determina un diverso
utilizzo dei vari geni: avviene lo splicing tra il gene variabile e g con produzione di un IgG, se lo
splicing avviene tra il gene variabile e le e si avrà invece la produzione di IgE.
Questo fenomeno, cioè il passaggio dalla sintesi di IgM a quella di IgG o IgE con la stessa
specificità, viene chiamato switch isotipico ed è caratteristico della risposta secondaria.
Quindi se c’è il segnale dei T possiamo avere lo switch isotipico e le cellule memoria.
In assenza dell’interazione con i T avremo sempre ed esclusivamente una produzione di IgM.

Le immunoglobuline prodotte sono le vere effettrici della risposta:


Le IgM sono prodotte per prime, non hanno una grande affinità ma hanno una grande avidità
perché sono dei pentameri; sono dei potentissimi attivatori del complemento: quindi utilizzano
precocemente un importante meccanismo di difesa; le troviamo praticamente solo in circolo, viste le
dimensioni (non passano negli interstizi) sono quindi anche un importantissimo mezzo di difesa nei
confronti di setticemie e batteriemie.
Le IgG sono degli attivatori del complemento (sia pure meno efficienti delle IgM), passano la
placenta; potenziano la risposta di tipo fagocitario sia attraverso l’attivazione del complemento che,
depositandosi sulle superfici, le opsonizza, sia direttamente perché le cellule fagocitarie hanno dei
recettori per il frammento Fc delle immunoglobuline G (hanno quindi un effetto direttamente
opsonizzante). Le IgG hanno anche un’ottima capacità neutralizzante, effettrice diretta, per esempio
nei confronti delle tossine: la tossina botulinica o la tossina tetanica esercitano la loro azione
patogena interagendo con dei recettori che mediano il loro effetto a livello cellulare; l’anticorpo
lega la tossina e le impedisce di interagire con questi recettori e quindi di mediare gli effetti; c’è
quindi un’attività che viene definita neutralizzante. Le IgG sono gli anticorpi neutralizzanti per
eccellenza. Un altro effetto diretto è nei confronti dei virus nella loro fase extracellulare. I virus
penetrano nella cellula utilizzando delle molecole di superficie cellulare come recettori per
l’ingresso; l’interazione virus-anticorpo può portare all’inibizione sterica di questa interazione e
quindi impedire la penetrazione del virus nella cellula e quindi l’infezione. Sono gli anticorpi che
mediano gli effetti di difesa.

Le IgE mediano fisiologicamente la difesa contro parassiti multicellulari (gli elminti, per
definizione); il meccanismo che viene utilizzato per la difesa è l’infiammazione, legata
all’attivazione dei mastociti. Si tratta di cellule distribuite nei tessuti che delimitano il nostro corpo
come cute e mucose con caratteristiche diverse.
Presentano però tutte un ricco corredo citoplasmatico di granuli con dei mediatori preformati di tipo
vasoattivo e la capacità, dopo uno stimolo, di sintetizzare nuovi mediatori a partire, per esempio, dai
fosfolipidi di membrana; possiedono anche la capacità, dopo lo stimolo, di produrre citochine tra
cui l’interleuchina 4. La degranulazione di queste cellule avviene perché, come caratteristica
essenziale, mastociti e basofili presentano sulla loro superficie dei recettori ad alta densità (di
numero) e ad alta affinità (capacità di captare il ligando) nei confronti dell’Fc delle IgE:
l’interazione tra i mastociti sensibilizzati con le IgE, cioè che espongono sulla loro superficie varie
IgE, e l’antigene specifico che formi un ponte tra due IgE contigue, determina l’attivazione della
masto cellula e la degranulazione nonché l’attivazione della neosintesi. È un potentissimo sistema
infiammatorio condiviso anche dai basofili; di norma è locale, tissutale; raramente (per fortuna) è
sistemico e vascolare; la funzione è appunto quella di favorire l’espulsione degli elminti, per
esempio.
Nei confronti di questi però le IgE mediano anche un altro tipo di risposta che è quella citotossica
mediata dagli eosinofili. Gli eosinofili sono dei polimorfonucleati ma non hanno capacità
fagocitaria; hanno invece la capacità, una volta attivati, di liberare verso l’esterno delle molecole
dotate di attività tossica per le altre cellule, in parte anche queste contenute nei granuli, in parte di
neosintesi di membrana. L’attività citotossica in questo caso è indirizzata nei confronti di parassiti;
nei confronti dei parassiti abbiamo quindi una duplice risposta: di flogosi generale ma anche di tipo
citotossico, indirizzata dalle IgE.

Le IgA sono proprie dell’immunità mucosale. In questo caso la risposta è dominata dalla
produzione di dimeri IgA. Le IgA secretorie si caratterizzano perché nel trasporto attraverso la
cellula epiteliale mantengono una parte del recettore che le ha captate e trasportate verso il polo
luminale della cellula epiteliale stessa; è un recettore secretorio che rimane in parte adeso alla
molecola secretoria e che ne garantisce una particolare resistenza e sopravvivenza nell’ambiente
poco favorevole che è quello, ad esempio, intestinale o interstiziale.
Le IgA mediano un tipo di risposta non infiammatoria: la modalità di risposta delle mucose, rispetto
al sistema immunitario sistemico, è quella di adottare dei meccanismi che evitino la flogosi locale
anche a salvaguardia delle funzioni di apparati critici come quello respiratorio o intestinale; la
funzione si esplica soprattutto con meccanismi cosiddetti di immunoesclusione: le IgA presenti a
livello delle secrezioni ci garantiscono che il materiale antigenico specifico non possa più accedere
alla cellula (se è un virus non può più attaccarsi alla cellula epiteliale e infettarla) e questo senza
che, a livello locale, ci sia infiammazione. Non attiva infatti il complemento. Entrano in gioco altri
meccanismi (compreso quello delle IgE) soltanto se questo tipo di risposta è alterato.

In sintesi, le varie risposte legate agli anticorpi prevedono:


a) neutralizzazione di patogeni (soprattutto virus e tossine)
b) opsonizzazione e fagocitosi
c) citotossicità anticorpo-dipendente (con Natural Killer e eosinofili).
d) Lisi dei microbi mediante attivazione del complemento (se hanno una capsula ovviamente
non si lasciano lisare e il complemento non serve)
e) Fagocitosi dei patogeni opsonizzati con il complemento (o con le immunoglobuline)
f) Richiamo e attivazione dei neutrofili e quindi infiammazione generale.

Gran parte di questi effetti sono mediati dalla presenza, su vari tipi di cellule, di vari tipi di recettori;
per esempio per la Fc delle immunoglobuline E esistono due tipi di recettori: ad alta e a bassa
affinità; esistono recettori per le Fc delle g, delle a e cosi via. Questo garantisce che la risposta
anticorpale possa essere utilizzata in modo da convogliare anche la risposta aspecifica in modo
specifico su un determinato bersaglio.

Se non c’è la cooperazione T la risposta anticorpale avviene lo stesso qualunque sia l’antigene ma è
una risposta praticamente solo IgM; solo alcuni tipi di antigeni timo-indipendenti possono dare una
piccola produzione di IgG, però non c’è un aumento dell’affinità, non c’è una risposta secondaria (e
quindi la formazione di cellule memoria), non c’è la capacità di indurre una sensibilità di tipo
ritardato perché non c’è l’attivazione dei B.
Questo può dipendere dalla presenza o meno di T efficienti: un bambino che nasca con un’aplasia
timica per un difetto alla terza tasca branchiale (per fortuna accade rarissimamente ma comunque
succede) avrà un deficit immunitario di tipo T (non ha proprio T); questo bambino è in grado di fare
degli anticorpi se stimolato farà però soltanto degli anticorpi di tipo IgM: non può avere uno switch
isotipico, una memoria immunologia ed una risposta adeguata perché mancano i T per la
cooperazione; farà quindi una risposta T indipendente, per mancanza di T.
Oppure ci sono degli antigeni che non sensibilizzano i T nel senso che non sono presentabili ai T, i
T non li riconoscono come antigeni; sono gran parte degli antigeni non proteici, per esempio
polisaccaridi ma anche glicolipidi o acidi nucleici. Tenendo presente che cosa riconosce il T, come
gli viene presentato l’antigene è chiaro che l’antigene per eccellenza per il T è proteico: se il
materiale non è proteico il T non può essere sensibilizzato e se non può riconoscere l’antigene non
può neanche cooperare con il B.
Può quindi dipendere:
→ dal tipo di antigene (più spesso)
→ da un deficit di T (più raramente)
Mentre gli antigeni timo-dipendenti, in un individuo immunocompetente sono classicamente delle
proteine, danno una cooperazione T-B, lo switch isotipico, la maturazione dell’affinità, cellule
memoria e naturalmente anche una componente ritardata nei confronti dello stesso antigene, per cui
si viene comunque sensibilizzati.

Abbiamo visto
le cellule T CD3+ (a:b), più specifiche, in parte CD4+ e in parte CD8+;
dei linfociti T (quindi con il TCR) con il CD3+, che sono g:d e non esprimono il CD4 o il CD8;
linfociti CD3- (non hanno il recettore dei T) che però esprimono il CD16, che è il recettore per le Fc
delle immunoglobuline (sono i Natural Killer)
e poi, oggi, abbiamo visto le cellule B che sono caratterizzate dall’essere Ig+, presentano cioè sulla
loro superficie dei recettori immunoglobulinici.
La classe, o l’isotipo, dei recettori cambia a seconda che la cellula B sia naive, oppure che sia una
cellula B memoria. In questo ambito possiamo distinguere ancora due sottogruppi:
a) le B-2, che si caratterizzano per la presenza di immunoglobuline sulla superficie ma hanno
caratteristiche funzionali che sono quelle dei B normali.
b) Esiste un ulteriore sottogruppo, piuttosto limitato, dato da linfociti B, Ig+, che però sono
anche CD5+ (esprimono cioè questo recettore di superficie, tipico dei T). Le cellule che
presentano il CD5 sono cellule che tendono a produrre spontaneamente anticorpi (anche ad
elevata velocità) che presentano una bassa variabilità e una bassa specificità. Da questa
sottoclasse di cellule emerge una delle leucemie più frequenti: la leucemia linfatica cronica
a B (LLCB), costituita da linfociti B CD5+, parte da questa linea cellulare.