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L’alfabeto e la pronuncia del latino

L’alfabeto latino si compone di 21 lettere, più tardi furono aggiunte la y e la z per la traslitterazione
delle parole greche (la traslitterazione è la trascrizione di una parola da un tipo di alfabeto ad un
altro). Nel XVI secolo, poi, si prese l’abitudine di distinguere il suono /u/ dal suono /v/ e quindi
furono introdotte la v minuscola e la u maiuscola. Infatti, come vedremo, l’alfabeto latino in origine
non distingueva i due suoni con due grafemi distinti: in realtà il suono /v/ risale al II-III secolo,
prima il grafema V –e con l’introduzione delle lettere minuscole, il grafema u– stava ad indicare sia
la vocale /u/ sia la semivocale /w/ (che è il suono iniziale della parola uovo).
L’alfabeto latino che comunemente si usa oggi per la trascrizione dei testi, quindi, si compone di 24
lettere.
Maiuscole:
ABCDEFGHIKLMNOPQRSTUVXYZ
Minuscole:
abcdefghiklmnopqrstuvxyz

La pronuncia italiana del latino si dice ecclesiastica perché è quella usata dalla Chiesa cristiana.
Essa non corrisponde alla pronuncia classica, quella cioè dell’ultima fase della Repubblica e della
prima fase del Principato. Tuttavia, nelle scuole è invalsa la pronuncia ecclesiastica ed è quella che
qui si seguirà.

 C e g davanti a e ed i e ai dittonghi ae ed oe si pronunciano palatalizzate, cioè proprio come


nelle parole italiane cena e genere.
 La lettera h non si pronuncia.
 Il gruppo ph si pronuncia f, il gruppo pph si pronuncia ff.
 La lettera y si pronuncia i.
 La lettera s si pronuncia sempre sorda, come nell’italiano sacco (non come in rosa).
 La lettera z invece si pronuncia sonora, come nell’italiano zona.
 I dittonghi ae ed oe si pronunciano e.
 Il gruppo ti + vocale si pronuncia zi, tranne quando sulla i cade l’accento, quando il gruppo
è preceduto da s, t oppure x, o quando si tratta di una parola greca.
 Il gruppo gl si pronuncia sempre come in giungla.
L’accentazione, la divisione in sillabe e la quantità vocalica

Il latino, come il greco, non aveva l’accento tonico come l’italiano, in cui la vocale su cui cade
l’accento è pronunciata con maggiore intensità rispetto alle altre; l’accento latino era invece
musicale, vale a dire che la vocale accentata era pronunciata ad un’altezza maggiore rispetto alle
altre (cioè, era una nota musicale più acuta).
Inoltre grande importanza aveva la quantità delle vocali, cioè la loro durata: si distinguono
infatti vocali brevi e vocali lunghe (i dittonghi, poi, sono sempre lunghi). Il simbolo in uso per la
vocale breve è una lunetta ( ˘ ), mentre per la lunga si usa una barretta ( ¯ ) poste sopra la
vocale. Oggi noi non distinguiamo più la pronuncia di una vocale breve da quella di una vocale
lunga, ma bisogna comunque fare attenzione alla quantità, sia per quanto riguarda la lettura
metrica, sia per distinguere gli omografi (parole scritte nello stesso modo ma pronunciate
diversamente), in cui la quantità di una vocale cambia il significato della parola.
La divisione in sillabe funziona più o meno come in italiano: ci sono tante sillabe in una parola
quante sono le sue vocali. Bisogna tenere conto che:
1. In latino esistono i dittonghi, i più comuni sono ae, oe (che si pronunciano e, come si è
visto), au ed eu. I dittonghi contano come una sola sillaba. Quando ae ed oe non sono
dittonghi, si segna sulla e la dieresi (¨): aë, oë. Altri dittonghi sono ei, ui, yi (ma spesso
ei non fa dittongo).
2. Il nesso qu+vocale conta come una sola sillaba, come in italiano.
3. La u seguita da vocale a volte non fa sillaba: suavis si divide o su-a-vis o sua-vis.
4. La vocale i iniziale di parola seguita da vocale non fa sillaba (per questo, ad esempio, la
parola iam si legge iàm, perché è monosillabica). Lo stesso vale per i composti come
coniunx, in cui con è il prefisso, e quindi la i è come se fosse iniziale di parola e non fa
sillaba: con-iunx.
5. La vocale i che si trova fra due vocali non fa sillaba (Troia si divide Tro-ia).
6. Il gruppo gn, per quanto si pronunci come in italiano, nella divisione in sillabe si scinde:
ig-nis.
7. Il gruppo sc+i o e, per quanto si pronunci come in italiano, nella divisione in sillabe si
scinde: pis-cis.

L’accento segue quattro leggi:

 Legge della baritonesi: in latino non esistono parole ossitone, cioè con l’accento
sull’ultima sillaba. Ci sono alcune parole tronche, cioè in cui l’ultima vocale è caduta e
quindi si pronunciano con l’accento in fine di parola. È il caso dei composti degli
imperativi di dico, duco e facio, dic, duc e fac (addic si pronuncia addìc), dei nominativi
singolari di alcuni nomi di terza declinazione (Samnis, pronunciato Samnìs) o di alcuni
avverbi di luogo come illic e illuc (pronunciati illìc e illùc).
 Legge del trisillabismo: in latino non esistono parole che abbiano l’accento oltre la
terzultima sillaba. Questa legge non conosce eccezioni.
 Legge della penultima: in una parola di almeno tre sillabe, l’accento va sulla penultima
se questa è lunga, sulla terzultima se la penultima è breve.
 Legge dell’enclisi: in latino, una parola composta con una particella enclitica (che cioè
si appoggia anche graficamente alla parola precedente) ha sempre l’accento sulla sillaba
immediatamente precedente l’enclitica. Esempio: nostraque, che equivale a et nostra, si
pronuncia nostràque. Questa legge conosce delle eccezioni: quando l’enclitica non è più
sentita come una parola a sé, la parola segue la legge della penultima (itaque, “perciò”,
ha la penultima breve e si legge ìtaque; itaque, “e così”, è avvertito come composto di
ita + que e segue la legge dell’enclisi, quindi si pronuncia itàque).