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RIVOLUZIONE RUSSA

CROLLO DELL’IMPERO RUSSO E ASCESA DELL’URSS


L’Impero Russo nel XIX secolo
La popolazione
L’Impero Russo fu per tutto l’Ottocento una roccaforte del conservatorismo politico e sociale, il
potere era concentrato nelle mani degli Zar, appoggiati dall’aristocrazia, l’esercito e la Chiesa
Ortodossa, che costituivano il 5% della popolazione.
All’interno dell’immenso Impero Russo convivevano decine di popoli, caratterizzati da lingue e
tradizioni diverse, mentre i russi veri e propri non superavano il 45% della popolazione, tutti gli altri
erano popoli conquistati che chiedevano autonomia e indipendenza.
Le campagne
Uno dei più gravi problemi della Russia era l’arretratezza delle campagne: il 90% delle terre erano in
mano alle chiese, ai monasteri e alle grandi famiglie aristocratiche (circa 3000). I contadini erano
ancora sottoposti alla servitù della gleba e disponevano a stento del necessario per vivere in quanto
la produzione era per la maggior parte incamerata dai ricchi proprietari terrieri.
Lo zar Alessandro II tentò una politica di riforme, provvedimento più importante fu l’abolizione
nel febbraio 1861 della servitù della gleba: il contadino liberato poteva ricevere il terreno che
lavorava in uso permanente (non in proprietà), pagando un riscatto al proprietario. Tuttavia questo
provvedimento impoverì la popolazione, infatti i contadini non riuscivano a pagare il riscatto e
cedevano le loro terre ai medi proprietari, i kulaki, a prezzi bassissimi.
Sviluppo industriale
L’arretratezza economica russa era particolarmente evidente nelle relazioni commerciali con
l’estero: la Russia esportava soprattutto cereali e materie prime, importando invece macchinari e
prodotti industriali. Dal 1870 si tentarono grandi sforzi per sviluppare l’industria nazionale, grazie
anche all’appoggio dei capitali stranieri (Francia, Germania e Gran Bretagna) e all’intervento dello
Stato che finanziò soprattutto il settore siderurgico e quello delle ferrovie.
Sorsero i primi grandi stabilimenti intorno alle grandi città: Mosca (industria tessile); San
Pietroburgo (industria metallurgica); Baku (giacimenti petroliferi).
La rivoluzione del 1905
Nel 1905 la Russia, dopo la guerra contro il Giappone, visse una grave crisi: le condizioni di vita del
proletariato e dei contadini peggioravano e il malcontento cresceva ovunque. Il 9 gennaio 1905 circa
140 mila persone sfilarono per San Pietroburgo sino al Palazzo d’Inverno, residenza dello Zar, per
chiedergli aiuto e protezione. L’esercito, però, aprì il fuoco sui manifestanti causando circa un
migliaio di vittime; questa giornata fu ricordata come la domenica di sangue.
Questa sanguinosa repressione provocò scioperi e rivolte in tutto il Paese, sia nelle fabbriche che tra
i borghesi. Nacque un partito di ispirazione liberale che prese il nome di Costituzionale
Democratico, i suoi appartenenti, che assunsero il nome di cadetti, dalle sue iniziali K e D (ka-de
in russo), auspicavano per la Russia un sistema costituzionale moderato.
Lo Zar Nicola II intimorito dagli eventi, promise libertà politiche e concesse l’elezione di un
parlamento, la Duma. La Russia divenne così una monarchia parlamentare ma con molti limiti: lo
Zar continuava a prendere decisioni politiche, a scegliere i ministri che rispondevano del loro operato
solo a lui.
La Prima Guerra Mondiale
L’ingresso della Russia nella Prima guerra mondiale fece precipitare la situazione: l’economia russa
non era in grado di sopportare il peso del conflitto e le condizioni della popolazione, stremata dalle
condizioni che la guerra imponeva, divennero drammatiche.
La rivoluzione del febbraio 1917
Il 23 febbraio 1917 gli operai di Pietrogrado – nuovo nome di San Pietroburgo dal 1914 – insorsero
in massa e l’esercito dello Zar si rifiutò di contrastarli schierandosi dalla loro parte. Aveva inizio la
rivoluzione di febbraio che si estese fino a Mosca, e che chiedeva la distribuzione della terra e
l’instaurazione della democrazia.
L’8 marzo 1917 lo Zar Nicola II abdicò in favore della Repubblica. Si formò un governo provvisorio,
guidato dal socialista Kerenskij. Nel frattempo in diverse aree della Russia stavano nascendo i soviet
(in russo “consiglio), istituzioni rivoluzionarie costituite da rappresentanti degli operai e
dei contadini.
Se il potere era formalmente nelle mani del governo provvisorio, i soviet svolgevano sempre più
funzioni di direzione politica. Questa divisione interna indebolì inevitabilmente la Repubblica russa.
Sia il governo provvisorio che i soviet volevano continuare la guerra seppure per motivi diversi: il
governo provvisorio riteneva che una vittoria avrebbe rafforzato lo Stato e la borghesia permettendo
l’instaurazione di un regime parlamentare moderato; il soviet di Pietrogrado riteneva, invece,
necessario sconfiggere Austria e Germania, potenze imperialiste e conservatrici, per difendere la
rivoluzione.
Lenin
La Repubblica russa appariva incapace di far fronte ai problemi del Paese; una soluzione fu proposta
da Lenin, esponente del partito bolscevico, il 4 aprile 1917, al suo ritorno dall’esilio in Svizzera, nelle
cosiddette Tesi di aprile, in cui affermava fosse necessario:
• dare ai soviet tutto il potere, eliminando il governo provvisorio;
• far uscire la Russia dalla guerra; dare ai contadini la terra.
Intanto la guerra continuava in maniera disastrosa: nel luglio 1917 operai e soldati di Pietrogrado
scesero in piazza per impedire che fossero inviati al fronte nuovi reparti. I disordini vennero sedati
dalla truppe fedeli al governo. Alcuni capi bolscevichi furono arrestati e Lenin dovette fuggire.
A settembre un tentativo di colpo di Stato volto ad abbattere il governo repubblicano fu sventato
grazie all’appoggio di contadini, operai e bolscevichi.
La rivoluzione di ottobre
A questo punto Lenin, rientrato in Russia decise di passare all’insurrezione armata. Per questo scopo
fu creata una Guardia Rossa. Il 24 ottobre 1917 le guardie rosse, senza spargimenti di sangue,
occuparono i punti strategici di Pietrogrado dove non trovarono alcuna resistenza. La neutralità
dell’esercito facilitò enormemente le cose e la sera del 25 ottobre i rivoluzionari conquistarono il
Palazzo d’Inverno, sede del governo Kerenskij.
Kerenskij fuggì mentre i membri del governo si rifugiarono nel Palazzo d’Inverno che fu preso
d’assedio tutta la notte e occupato dalle guardie Rosse. Dopo alcuni giorni anche Mosca, dove era
rimasta una resistenza delle truppe fedeli alla Repubblica, cadde.
La nascita dell’URSS
Primo atto del Congresso dei soviet fu l’approvazione del decreto sulla pace, che invitava i paesi
belligeranti ad una pace immediata senza annessioni territoriali, e del decreto sulla terra, che
aboliva la proprietà privata della terra e disponeva la confisca delle grandi proprietà. Con questi
decreti i bolscevichi si vollero garantire l’appoggio popolare. Contemporaneamente fu creato un
governo rivoluzionario chiamato Consiglio dei commissari del popolo, composto da
bolscevichi e presieduto da Lenin, che proclamò come primo atto la nazionalizzazione delle banche
e la consegna del controllo delle fabbriche agli operai.
Il 12 novembre 1917 si tennero le elezioni per la formazione dell’Assemblea Costituente, che diedero
risultati sfavorevoli ai bolscevichi, che ottennero il 25% contro il 58% dei socialrivoluzionari, che
avevano ricevuto voti dalle campagne, il 13% dei cadetti ed il 4% dei menscevichi. L’Assemblea
Costituente si riunì il 18 gennaio 1918, ma i suoi lavori durarono un giorno poiché l’assemblea fu
sciolta d’autorità dai bolscevichi alla fine della prima seduta dopo aver constatato l’ostilità nei loro
confronti. Quest’atto di forza corrispondeva alla dittatura del proletariato contro la democrazia
borghese, contribuì alla totale sfiducia delle masse nei confronti dei bolscevichi e provocò
l’emigrazione di molti intellettuali per motivi politici: tra il 1918 e il 1926 furono più di un milione!
La pace di Brest-Litovsk
Il 3 marzo 1918 venne firmata una pace a Brest-Litovsk che imponeva pesanti condizioni alla Russia:
• cessione alla Germania delle regioni comprese tra Bielorussia e Caucaso;
• riconoscimento dell’indipendenza della Finlandia e dell’Ucraina (regione con la produzione
di grano più grande d’Europa!);
• rinuncia alle pretese territoriali sui Paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania) e sulla Polonia.
La guerra civile e la nascita dell’URSS
Nella primavera del 1918 il partito bolscevico decise di assumere il nome di partito comunista e
la capitale fu spostata da Pietrogrado e Mosca. Tutto l’apparato di potere zarista venne smantellato
rapidamente, interi gruppi di ex dirigenti furono arrestati o eliminati. Nell’estate del 1918, i
bolscevichi fecero uccidere l’intera famiglia imperiale ponendo fine alla dinastia dei Romanov e alla
millenaria tradizione monarchica russa. Ma la rivoluzione non aveva ancora vinto: i problemi
economici e sociali non erano ancora stati risolti e si preparava il durissimo periodo della guerra
civile.
Il governo bolscevico si era imposto nelle grandi città ma non controllava tutto lo sterminato Paese.
Si opponevano al governo rivoluzionario i grandi e piccoli proprietari terrieri e i ceti urbani, legati ai
partiti repubblicani e democratici, protagonisti della prima fase della rivoluzione. Si opponevano alla
rivoluzione anche i militari fedeli allo Zar. Si formò allora un esercito, chiamato “bianco” cioè
controrivoluzionario e cominciò la lotta contro il potere sovietico. L’Armata Bianca si scontrò
con l’Armata Rossa bolscevica.
La guerra civile tra “rossi” e “bianchi” vide il susseguirsi di azioni violente per una stima complessiva
di 3 milioni di morti. Nell’estate del 1920 la guerra civile poteva dirsi conclusa con la vittoria
dell’Armata Rossa, favorita dall’appoggio dei contadini che temevano di perdere, in caso della
vittoria dei bianchi, quel poco che avevano ottenuto.
Nel dicembre 1922 nacque l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS). Gli scontri
interni ed esterni avevano indotto i bolscevichi ad accentuare i tratti autoritari del regime: gli
oppositori furono dichiarati fuorilegge, la pena di morte reintrodotta (era stata abolita dopo la
rivoluzione d’ottobre) e creata una polizia politica, la CEKA, famosa per i suoi metodi violenti e
arbitrari.
Il comunismo di guerra
Nel 1917 alla presa del potere dei Bolscevichi le condizioni economiche della Russia erano pessime:
i contadini che dopo il decreto sulla terra avevano costituito piccole aziende producevano per
l’autoconsumo e non rifornivano le città, il governo incapace di riscuotere tasse stampava carta
moneta senza valore aumentando l’inflazione.
Nel 1918 il governo attuò una politica autoritaria, definita poi da Lenin comunismo di guerra, che
prevedeva la nazionalizzazione (e non più la semplice collettivizzazione) delle terre e dei loro
prodotti, la soppressione del libero mercato ed il controllo totale dello Stato sull’economia.
I bolscevichi per risolvere il problema dell’approvvigionamento avrebbero fatto vere e proprie razzie
dei beni prodotti nelle campagne che non fossero strettamente necessari alla sopravvivenza dei
contadini.
Questa politica accentuò la crisi economica: le fabbriche chiusero e le città si spopolarono (gli abitanti
di Pietrogrado passarono da 2 milioni a 700 mila), i trasporti si bloccarono e si diffuse la fame. Il
malcontento dei contadini si manifestò attraverso varie sommosse. La rivolta più grande fu quella
dei marinai della base navale di Kronstadt (marzo 1921), che avevano sempre appoggiato i
bolscevichi. La spietata repressione che ne seguì dimostrò l’accentuarsi del centralismo e del potere
del partito di Lenin.
La Nuova Politica Economica
La gravità della crisi portò Lenin ad una radicale critica del comunismo di guerra. L’assemblea
approvò la Nuova Politica Economica (NEP) che segnò la fine del comunismo di guerra e che
prevedeva:
• il permesso ai contadini di coltivare la terra per le loro necessità e, consegnata una parte allo
Stato, di vendere le eccedenze;
• la proprietà privata era ammessa, sebbene in proporzione limitata: per esempio, le aziende
con meno di 20 lavoratori poterono restare di proprietà privata, mentre quelle di dimensioni
superiori passarono sotto il controllo statale;
• il controllo dello Stato si estese anche a banche, commercio con l’estero e trasporti.
La NEP ottenne significativi risultati, la produzione agricola aumentò ed il paese uscì dalla carestia:
nel 1926 i livelli di produzione tornarono a quelli del 1914.
Stalin
Stalin e Trockij
Nell’estate del 1922 Lenin fu colpito dal primo attacco della grave malattia celebrale che lo portò alla
morte nel gennaio 1924; si aprì il problema della successione del capo del partito, che fu conteso da
due grandi personalità: Trockij e Stalin.
Secondo Trockij bisognava abbattere ovunque il capitalismo, cioè estendere la rivoluzione a tutto il
mondo: senza la “rivoluzione permanente” non era possibile realizzare il socialismo.
Stalin sosteneva invece che era necessario rafforzare e difendere il “socialismo in un solo Paese”,
l’Unione sovietica, senza coinvolgere per il momento il resto del mondo nella rivoluzione.
Ascesa di Stalin
Nell’aprile 1922 Stalin fu nominato segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica,
dirigendo di fatto l’intero partito e, quindi, l’intera nazione. Lo schieramento di Stalin prevalse
notevolmente, Trockij che fu espulso dal partito ed esiliato: fedele alle idee marxiste non aveva
compreso l’importanza della burocrazia e dell’organizzazione; giunto a Città del Messico nel 1940 fu
ferito a morte da un sicario di Stalin il 20 agosto dello stesso anno, morì il giorno dopo.
Il Governo di Stalin
La situazione economica russa fu risanata da Stalin con una politica di industrializzazione forzata
(1928- 1939) condotta tramite diversi piani quinquennali per l’industria.
Il primo iniziato nel 1928 prevedeva la produzione di materie prime dell’industria pesante (es. ferro,
gomma) che sarebbero servite per la produzione di macchinari. La produzione crebbe del 40%, grazie
anche ad un’operazione propagandistica per coinvolgere nel lavoro più operai possibili, reclutati tra
l’altro forzatamente tra le campagne.
Nel 1932 fu lanciato il secondo piano quinquennale che portò ad un incremento della produzione
globale dell’industria.
Il terzo piano quinquennale fu interrotto allo scoppio della Seconda guerra mondiale che vide le
industrie adattarsi nella produzione di materiale bellico.
Durante gli anni dell’industrializzazione le autorità sovietiche piegarono totalmente l’agricoltura alle
necessità dell’industria: fu interrotta la NEP, tutte le terre dei kulaki furono confiscate ed i contadini
costretti ad entrare in aziende agricole collettive: i kolchoz (la terra e i prodotti del lavoro
diventavano di proprietà comune e i membri delle cooperativa potevano avere a disposizione solo un
piccolo pezzo di terra) e i sovchoz (la terra era interamente di proprietà dello Stato e i contadini
diventavano dipendenti statali). Quanti si opposero al piano vennero considerati nemici del popolo
e giustiziati; complessivamente furono vittime di questo processo alcuni milioni di persone. Bilancio
reso ancora più tragico dalla grande carestia che fece milioni di vittime tra il 1932 e il 1933.
Il governo russo controllava ogni settore della vita (economia, cultura, arti, stampa, ecc.) realizzando
l’idea di Stato totalitario in cui il partito unico aveva monopolio di ogni attività politica ed economica,
nonché dei mezzi di comunicazione ed informazione. A completare il quadro l’instaurazione di un
vero e proprio culto del capo, cioè di Stalin, esaltato come incarnazione dello spirito
rivoluzionario e successore di Lenin. Ci fu l’eliminazione integrale di ogni possibile
opposizione a Stalin e al partito: tra il 1935 e il 1938 tutti quelli che si erano in qualche modo opposti
al partito e a Stalin furono giustiziati sommariamente nelle cosiddette grandi epurazioni o purghe.
Altra forma di eliminazione dell’opposizione fu la deportazione dei prigionieri politici nei gulag,
sigla russa che sta per Amministrazione centrale statale dei campi di rieducazione e
lavoro, ovvero lager sovietici dove venivano imprigionati i “nemici dello Stato”, condannati senza
un regolare processo o dopo confessioni estorte con torture, a lavori forzati in condizioni disumane.
I prigionieri lavoravano dalle 6 del mattino alle 10 di sera e svolgevano attività come il taglio e il
trasporto di legname o l’estrazione di materie prime nelle miniere. I ritmi di lavoro erano
massacranti e, a fine giornata, ogni lavoratore doveva produrre una quota fissa. Chi non raggiungeva
la quota riceveva una minore razione di cibo e rischiava il carcere di rigore. Se qualcuno si rifiutava
di lavorare subiva durissime punizioni, come la fucilazione immediata o l’obbligo di rimanere nudo
e fermo sulla neve e nel gelo fino a quando non si sottometteva o moriva. Il lavoro era reso ancora
più duro dal fatto che si svolgeva anche a 50 gradi sotto zero. A tutto ciò si aggiungevano le malattie
e le pessime condizioni igieniche. Vennero internate tra il 1930 e il 1953 complessivamente 15 milioni
di persone, di cui 1.500.000 persero la vita.

LESSICO DI BASE:
NAZIONALIZZAZIONE: intervento con cui lo Stato, mediante un provvedimento legislativo,
acquisisce la proprietà, piena o parziale, o almeno il controllo, di determinate industrie private, o
l’esercizio di alcune attività di preminente interesse generale.
BOLSCEVICHI: I bolscevichi (dal russo bol´ševik «maggioritario») rappresentavano la corrente più
rivoluzionaria del Partito operaio socialdemocratico russo, che si opponeva alla minoranza dei
menscevichi (dal russo men′ševik «minoritario»). Il leader del partito, Lenin, affermava che la
coscienza di classe non si sviluppa spontaneamente tra gli operai, ma dall’esterno, a opera del partito
rivoluzionario, capace di alternare partecipazione alla vita parlamentare e lotta rivoluzionaria per
impadronirsi del potere, instaurare la dittatura del proletariato e avviare la trasformazione della
società. Le due frazioni, bolscevica e menscevica, procedettero in un primo tempo mantenendo un
certo accordo. Tuttavia, in occasione dei moti rivoluzionari del 1905 le divergenze si accentuarono e
i due gruppi presero le distanze.