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FISIOLOGIA E OMEOSTASI

La FISIOLOGIA è una scienza che studia le funzioni degli organismi viventi - animali e vegetali – utilizzando
principi chimico-fisici con il fine di conoscere le cause, le condizioni e le leggi che regolano i fenomeni vitali.
Affinché si parli di fisiologia, lo studio del funzionamento dell’organismo deve avvenire nelle cosiddette
condizioni di omeostasi. In caso contrario, quindi se lo studio avviene in condizioni non omeostatiche, non
si parla più di fisiologia, bensì di patologia.
Omeostasi-> dal greco ομέο-στάσις, stessa fissità. Come la parola da cui deriva suggerisce, l’omeostasi
rappresenta una stabilità, in particolare rappresenta l’attitudine naturale a mantenere stabili, attraverso
dei precisi meccanismi autoregolatori, alcuni parametri interni all’organismo – come per esempio la
temperatura corporea e il pH sanguigno – che vengono disturbati costantemente da cambiamenti interni
ed esterni. Qualunque deviazione di questa stabilità viene dunque corretta dall’organismo, che si dice agire
quindi in maniera omeostatica. Un esempio è rappresentato dal fatto che anche al variare delle condizioni
esterne i parametri interni dell’organismo risultino stabili.
Se però un sistema agisce sul corpo perturbandolo in maniera particolarmente intensa fa sì che non ci si
trovi in una situazione standard e di conseguenza l’organismo non è in grado di regolare i parametri e di
agire in maniera omeostatica. In questi casi si passa quindi da una condizione fisiologica ad una condizione
patologica. Infatti i sistemi di controllo funzionano in maniera ottimale solamente all’interno di un range di
valori, al di sopra del quale le correzioni non sono più possibili e non è più possibile dunque rimanere in una
situazione omeostatica.
Livelli di azione: i meccanismi di autoregolazione operano a tutti i livelli di organizzazione: molecolare,
cellulare, di organismo, di popolazione.

Gli organismi viventi sono strutturati secondo livelli di organizzazione -> il livello di organizzazione
più basso è costituito dagli atomi. Essi interagiscono tra loro per andare a formare il livello
successivo, ovvero le molecole. Dall’unione di tali molecole si generano le più piccole unità viventi:
le cellule. Esse presentano una importantissima proprietà emergente: la vita. Le cellule, formate
internamente da organuli, interagiscono tra loro in modo da creare un ulteriore livello di
organizzazione rappresentato dai tessuti. Essi sono l’insieme delle cellule e dei prodotti secreti dalle
cellule e si dividono in epiteliale, connettivo, muscolare e nervoso. Questi tessuti si uniscono e
vanno a formare gli organi, ciascun organo ha una specifica funzione. Essi collaborando danno vita a
sistemi oppure ad apparati che a loro volta collaborando formano gli organismi (composti da una
componente organica,60% acqua, Sali minerali..; e da componente inorganica: proteine,
lipidi,zuccheri..)

Apparato Sistema
Organi con derivazione embrionale diversa organi derivati da uno stesso foglietto embrionale
ma che lavorano per lo stesso scopo, cooperano che cooperano per lo svolgimento di una stessa
per la stessa funzione. Gli apparati sono: tegumentario Funzione. I sistemi sono: nervoso, endocrino
scheletrico, muscolare, cardiovascolare linfatico.
respiratorio, digerente, urinario, genitale.

Ogni livello di organizzazione è totalmente dipendente dagli altri, per cui un evento che colpisce un
sistema colpirà anche tutte le sue componenti. Quando i sistemi e gli apparati funzionano
normalmente le caratteristiche dell’ambiente interno sono relativamente stabili ad ogni livello,
questo stato vitale è chiamato omeostasi.

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MECCANISMI: Tutti i processi fisiologici sono regolati da sistemi di controllo. I meccanismi che permettono il
mantenimento della stabilità sono il sistema nervoso e il sistema endocrino. Poichè il SISTEMA NERVOSO
permette di capire cosa accade nell’interfaccia organismo-ambiente è il primo che si accorge di eventuali
cambiamenti e di eventuali perturbazioni dei parametri interni. A seguito di un cambiamento, il sistema
nervoso produce quindi una risposta che può essere di natura nervosa – immediata – oppure di natura
endocrina – più lenta e più duratura. La risposta ENDOCRINA è più lenta e duratura in quanto il sistema
endocrino deve essere avvertito, in seguito le ghiandole devono produrre le sostanze necessarie che
vengono successivamente riversate in circolo per giungere infine agli organi bersaglio.
Meccanismo di feedback negativo-> La maggior parte dei sistemi di controllo agisce tramite feedback
negativo. il feedback negativo è una correzione di un parametro sbagliato, annulla gli effetti delle
perturbazioni e riporta il sistema al suo stato precedente. la variazione di un parametro da controllare
attiva una risposta che contrasta la perturbazione iniziale, riportando il parametro controllato al valore
originale. Per mantenere un equilibrio omeostatico sono richiesti:
- un sistema di sensori, che misurano la variabile controllata. Spesso il sensore è rappresentato dal
sistema nervoso. E’ dal rilevamento del problema che ha inizio l’intero circuito.
- un centro di integrazione dove la misura è paragonata ad un valore di riferimento (set point) e dove si ha
quindi il controllo. Gran parte della regolazione avviene a livello dell’ipotalamo.
- un sistema di effettori capaci di modificare il parametro da controllare, riportandolo al valore di
riferimento ogni volta che esso si modifica. L’effettore è quindi colui che elabora una risposta.
stimolo-> sensore-> controllo-> effettore-> grandezza controllata
Meccanismo di feedback positivo-> alcuni fenomeni funzionano a feedback positivo: il sistema reagisce
amplificando un parametro e spingendo la variabile ancora più lontano dal proprio valore di riferimento.
Meccanismi a feedback positivo sono per esempio la coagulazione del sangue e le contrazioni del parto.

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DIFFUSIONE E TRASPORTI DI MEMBRANA

Funzioni della membrana → Tutte le cellule sono circondate da una membrana plasmatica che funziona da
confine tra il citoplasma (ambiente interno) e l’ambiente esterno. La membrana è essenziale per scambi di
materiale come ioni e gas e per il mantenimento degli equilibri cellulari. Non è da considerarsi come una
zona passiva, ma anzi è una vera e propria zona attiva per il riconoscimento di molecole specifiche tramite
recettori. Quando avviene tale riconoscimento si generano dei cambiamenti conformazionali che portano a
risposte cellulari che stanno alla base della comunicazione microscopica (all’interno della cellula e tra
cellule adiacenti) e macroscopica (a livello di sistemi integrati). Oltre a regolare gli scambi, creare un
confine e quindi una protezione e regolare la comunicazione la membrana plasmatica è essenziale anche
per il mantenimento strutturale in quanto presenta proteine che si legano alle proteine del citoscheletro e
formano giunzioni comunicanti stabilizzando la cellula. Questa capacità è essenziale in quanto in sua
assenza si generano gravi malattie: se non viene prodotta la distrofina, proteina che si attacca a quelle del
citosceletro, si genera la distrofia muscolare.
STRUTTURA DELLA MEMBRANA:

La membrana plasmatica ha una struttura a mosaico fluido. E’ composta da un doppio strato di fosfolipidi.
Questi sono formati da una testa polare e due code (catene di acidi grassi) idrofobiche. Nella struttura della
membrana le teste sono poste a contatto con l’ambiente acquoso, le code sono rivolte verso l’interno.
Questa struttura è essenziale per la selezione delle sostanze che possono passare, inoltre forma
l’impalcatura in cui vanno poi ad inserirsi le proteine.
Oltre al doppio strato di fosfolipidi la membrana è composta da colesterolo: questo si lega debolmente ai
fosfolipidi adiacenti immobilizzando parzialmente le loro catene. Un eccesso di colesterolo può essere
dannoso in quanto si può creare per esempio la rigidità delle arterie che porta a patologie cardiache serie.
Anche l’eccesso opposto è però pericoloso, infatti è stato provato che nella malattia di Alzheimer muoiono
dei neuroni in cui si ha assenza di colesterolo.
Nella membrana troviamo poi carboidrati legati a lipidi e a proteine (quindi glicolipidi e glicoproteine).
Le proteine che compongono la membrana plasmatica possono attraversarla interamente o solo
parzialmente. Queste si dividono in estrinseche, che sono accessibili da un solo lato e si legano debolmente
alla zona polare essendo quindi facilmente removibili, e in integrali, proteine che si legano fortemente al
doppio strato, accessibili da entrambi i lati e rimovibili solamente tramite distruzione della membrana.

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Fanno parte delle proteine integrali le proteine transmembrana, responsabili del trasporto di materiale. Le
proteine transmembrana possono essere suddivise in:

1. Recettori di membrana: proteine che fanno parte del sistema di decodificazione e trasmissione dei
segnali chimici. Si legano a molecole specifiche chiamate ligandi. Nel momento in cui il ligando si
attacca al recettore si viene a formare il complesso recettore-ligando che cambia conformazione.
Inizia così una sequenza di eventi che porta ad una risposta cellulare.

2. Canali ionici: formati generalmente da più subunità. Formano un poro acquoso che permette il
passaggio di elementi carichi. Sono molto selettivi, infatti se ne conoscono più di 100. Formano una
connessione diretta tra l’ambiente interno e l’ambiente esterno, comunque presentano delle
proteine che servono a regolare l’apertura dei pori: sono strutture chiuse che si aprono grazie a
meccanismi di azione.

3. Proteine carrier: formate da una singola subunità. Sono solitamente proteine globulari. Non
formano mai una connessione diretta tra interno ed esterno. Sono infatti accessibili solo su un lato:
inglobano la sostanza, cambiano conformazione e si aprono sull’altro lato riversandola.

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4. Pompe ioniche: oltre a presentare il sito di attacco per gli ioni specifici presentano anche un sito
per l’ATP, infatti hanno attività enzimatica e sono capaci di scindere l’ATP in ADP e un gruppo P per
utilizzare l’energia per cambiare conformazione e trasportare gli ioni contro il loro gradiente di
concentrazione.

MOVIMENTI ATTRAVERSO LA MEMBRANA: La membrana a causa del doppio strato fosfolipidico è


permeabile solamente a gas e a molecole lipofiliche. Gli ioni e le molecole idrosolubili permeano con molta
difficoltà o non permeano affatto. I movimenti dei soluti attraverso la membrana possono avvenire per
diffusione -> tutte le particelle hanno una energia cinetica (dovuta alla temperatura) che le fa muovere
casualmente. Supponiamo di avere un contenitore diviso in due compartimenti: il compartimento 1 a
maggior concentrazione, il compartimento 2 a minor concentrazione. Le molecole, muovendosi
casualmente, al momento in cui collimano con la membrana plasmatica e trovano un poro passano
dall’altra parte. Ovviamente, data la presenza di un gradiente di concentrazione (differenza di
concentrazione tra i due compartimenti) sarà molto più probabile che le particelle passino dal
compartimento 1 al compartimento 2. Si dice quindi che si ha un flusso netto. Quando si arriva ad una
situazione in cui i due compartimenti hanno egual concentrazione di molecole allora la probabilità di
passaggio sarà equivalente, non si ha più un flusso netto. Il processo di diffusione utilizza solamente
l’energia cinetica delle molecole, non necessita di altre fonti (come l’ATP) e per questo si dice che è un
processo passivo. Ovviamente ad alte temperature il movimento è più rapido e la diffusione più veloce. La
grandezza delle molecole è invece inversamente proporzionale alla diffusione.
Tutte queste considerazioni possono essere espresse da una formula matematica, la legge di Fick sulla
diffusione. Tale legge permette di calcolare il flusso (J) tenendo in considerazione il gradiente di diffusione (
D ) – più una molecola sarà piccola, maggiore sarà il gradiente di diffusione – la superficie disponibile ( A ) –
maggiore sarà la superficie, maggiore sarà la possibilità delle particelle di passare dall’altra parte – il
gradiente di concentrazione ( dato dalla concentrazione del primo compartimento meno quella del secondo
C – C) e la distanza (x) dove le due concentrazioni sono calcolate: J = D A ( C1 – C2 )/ x.
Parlando in termini di una membrana plasmatica la formula si semplifica in quanto entra in gioco la
permeabilità P espressa da P= D A K / x. Dove x rappresenta lo spessore di membrana e K il grado di
lipofilicità. L’equazione finale risulterà quindi J= P (C1 – C2).
Osmosi -> L’osmosi è il processo di diffusione che riguarda l’acqua. L’acqua è generalmente libera di
muoversi attraverso la membrana lungo il proprio gradiente di concentrazione. Consideriamo un
contenitore contenente acqua (solvente) e glucosio (soluto) separato in due compartimenti da una
membrana semipermeabile permeabile solamente all’acqua. Il compartimento 1 a minor concentrazione di
glucosio, il compartimento 2 a maggior concentrazione di glucosio. L’acqua per osmosi tenderà a passare
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dal compartimento 1 al compartimento 2 fino a che le quantità di glucosio saranno più o meno equivalenti.
Dopo un determinato tempo il livello dell’acqua nel compartimento 2 sarà aumentato. Si viene a generare
quindi una pressione, chiamata pressione idrostatica, che impedisce la diffusione osmotica dell’acqua. La
pressione idrostatica necessaria per annullare la diffusione osmotica è chiamata pressione osmotica. Essa si
può esprimere tramite una relazione simile alla legge dei gas: π = nRT/V

Osmolarità: rappresenta il totale dei soluti in una soluzione. Se una soluzione presenta una mole di
qualsiasi soluto indissociato per litro si dice che è 1 osmolare. L’organismo umano è solitamente 300
milliosmolare per litro. Se due soluzioni hanno la stessa osmolarità si dicono isoosmotiche. Se una soluzione
è più osmolare rispetto ad un’altra si dice iperosmotica. Se una soluzione è meno osmolare rispetto ad
un’altra si dice ipoosmotica.
Tonicità: comportamento di una cellula (o tessuto) quando immersa in una soluzione. La soluzione si dice
isotonica se la cellula posta al suo interno non cambia. La soluzione si dice ipotonica se la cellula posta al
suo interno si gonfia. La soluzione si dice ipertonica se la cellula posta al suo interno raggrinzisce.
Osmolarità e tonicità non coincidono nel caso di soluzioni contenenti molecole permeabili attraverso la
membrana.
Equilibri ionici: Seguendo il processo di diffusione, teoricamente tutte le molecole dovrebbero raggiungere
uno stato di equilibrio. Andando ad analizzare la distribuzione degli ioni e delle molecole del citoplasma
possiamo determinare che non sono in equilibrio. Questo perché la membrana cellulare agisce come filtro
selettivo. Si ha quindi un disequilibrio chimico.
L’acqua compone il 50/70% dell’organismo umano (a seconda di vari fattori) questa è distribuita in due
diversi compartimenti idrici:

1) Liquido intracellulare (LIC): comprende il liquido all’interno delle cellule, che è circa i 2/3 di tutta
l’acqua presente nell’organismo. Ovviamente ci sono cellule più idratate, come quelle dei tessuti
muscolari, e cellule meno idratate, come quelle dei tessuti ossei.
2) Liquido extracellulare (LEC): comprende il liquido presente nei vasi sanguigni e negli interstizi degli
organi e dei tessuti.

Come l’acqua anche gli ioni sono distribuiti in questi compartimenti, inoltre vi sono distribuiti in diverse
concentrazioni.

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INTERNO ESTERNO
Na =12 mM Na = 145 mM
Cl = 4 mM Cl= 117 mM
K = 140 mM K = 4 mM
Ca = < o,ooo1 mM Ca = 2 mM

Il cloro va di pari passo al sodio, infatti è sempre dello stesso ordine di grandezza. Il calcio ha bassissime
concentrazioni perché la sua presenza scatena delle reazioni. All’interno del citoplasma è praticamente
assente, ma oltre a trovarsi nel LEC è presente anche in organuli come il reticolo endoplasmatico e viene
rilasciato secondo necessità.

TRASPORTO PASSIVO ATTRAVERSO LA MEMBRANA: Alcune molecole o ioni possono attraversare


passivamente la membrana. Questo significa che non necessitano alcun tipo di energia, ma il loro
attraversamento è strettamente legato al gradiente chimico. Esistono tre tipi di trasporto passivo:

• Diffusione semplice: sono facilitate le molecole lipofiliche vista la selettività della membrana. Le
molecole polari tendono a formare legami molto forti con l’acqua e trovano molta difficoltà ad
attraversare la membrana. Il parametro che influenza la velocità di diffusione trans membrana è K
ovvero il gradiente di lipofilicità.
• Diffusione facilitata da proteine trasportatrici: la diffusione facilitata ha carattere di uniporto,
questo significa che trasporta solamente in una direzione e solamente una molecola. Questo tipo di
diffusione presenta tre proprietà: la specificità, in quanto una proteina trasporta una sola molecola
o gruppi di molecole simili; la competizione, in quanto se due proteine trasportatrici hanno affinità
per una stessa molecola, il legame di quest’ultima al sito di attacco di una delle due proteine
ostacola il legame dell’altra (questo effetto è detto inibizione competitiva); saturazione, ovvero la
velocità massima si trasporto, si raggiunge quando la concentrazione del substrato è
sufficientemente elevata da poter riempire tutti i siti di trasporto delle proteine.
• Diffusione attraverso canali ionici: vista la forte polarità degli ioni e delle particelle cariche questi
non possono attraversare la membrana. Per passare dalla parte opposta necessitano di canali
ionici. Tali canali trasportano gli ioni seguendo il loro gradiente di concentrazione, ma in assenza di
gradiente li trasportano ugualmente da entrambi i lati. I canali ionici sono costituiti da un ampio
vestibolo in cui gli ioni idratati possono accedere facilmente per diffusione e da un filtro selettivo
più stretto che va a costituire il poro vero e proprio. Questo filtro riconosce gli ioni in base alla
carica che presenta sulle sue pareti: i canali selettivi per Na, K e Cl presentano sulle loro pareti un
gruppo carbossilico. I canali permeabili al Ca presentano sulle loro pareti un gruppo amminico. I
canali possono inoltre essere classificati in base alla selettività in canali ad alta selettività (per un
solo ione) e canali a selettività intermedia (per più ioni).
E’ comunque molto importante la classificazione degli ioni in base alle loro porte di apertura (gate).
Ci sono i voltaggio-dipendenti che vengono aperti in seguito e stimolazione elettrica, i canali attivati
da ligandi, che si aprono in base all’azione di neurotrasmettitori, e canali attivati da secondi
messaggeri che si aprono grazie all’azione di secondi messaggeri come l’ATP.

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TRASPORTO ATTIVO ATTRAVERSO LA MEMBRANA: La membrana plasmatica talvolta necessita una quantità
maggiore/minore di molecole anche se contro il loro gradiente di concentrazione. Il movimento di ioni e
molecole contro gradiente di concentrazione richiede un apporto di energia metabolica, ovvero l’ATP. In
funzione di come l’ATP viene utilizzato possiamo distinguere due tipi diversi di trasporto attivo: trasporto
attivo primario, in cui viene utilizzato direttamente il gruppo fosfato dell’ATP per avere energia, e trasporto
attivo secondario, in cui viene utilizzato il gradiente di concentrazione di uno ione che è stato
precedentemente creato da un trasporto attivo primario per trasportarne un altro contro gradiente.
Trasporto attivo primario: utilizza proteine di membrana che cambiano conformazione in seguito
all’utilizzo di energia derivante dall’idrolisi dell’ATP in ADP + P. Queste proteine sono le pompe e sono veri
e propri enzimi che prendono il nome di ATPasi. Nel trasporto attivo primario si ha una sola proteina che
svolge sia il ruolo di trasporto sia quello di idrolisi dell’ATP. L’esempio classico di trasporto primario attivo è
dato dalla pompa Na/K ATPasi. Tre ioni Na vengono trasportati all’esterno della membrana e due ioni K
all’interno, tutti contro il loro gradiente di concentrazione e quindi consumando una molecola di ATP. La
pompa, aperta verso l’interno della cellula, ha alta affinità per il Na. Quest’ultimo si lega ai propri siti di
legame. A questo punto si ha la fosforilazione dei siti intracellulari dell’ ATP che fa cambiare conformazione
alla proteina. La proteina si apre quindi nella direzione opposta, ovvero verso l’esterno, dove l’affinità per il
Na è molto bassa per cui lo ione viene rilasciato. E’ però alta l’affinità per il K che si lega ai propri siti di
legame innescando il rilascio del gruppo P e il cambio conformazionale della proteina che torna alla sua
forma iniziale, ovvero aperta verso l’interno dove l’affinità per il potassio, che viene rilasciato, è molto
bassa. La pompa è costituita da due sub unità, la sub unità α che possiede il sito di legame per l’ATP e la sub
unità β, prevalentemente extracellulare. La pompa non è neutra, ma anzi si dice elettrogenica in quanto fa
fuoriuscire più cariche positive di quante ne faccia entrare e crea così un eccesso di carica positiva
all’esterno. La pompa Na/K ATPasi viene bloccata da dei glucosidi cardiaci che si legano sul lato
extracellulare della pompa.
Esistono altri tre tipi di pompe ioniche: la pompa H/K ATPasi, che trasporta 4 ioni in entrata e 4 in uscita, la
pompa Ca ATPasi, che ha caratteristica di uniporto e la pompa H ATPasi. La pompa Ca ATPasi è situata sulla
membrana plasmatica (e si parla di PMCA) e funziona sempre, ma ce n’è una situata anche sul reticolo
endoplasmatico (si parla di SERCA) che funziona solamente a necessità.
Trasporto attivo secondario: Perhcè avvenga il trasporto attivo secondario è necessario che ci siano due
proteine, una trasportatrice e una Na/K ATPasi. Il trasporto attivo secondario sfrutta l’energia cinetica di
uno ione che si muove secondo il suo gradiente di concentrazione. I trasporti più comuni utilizzano lo ione
Na. Supponiamo di voler trasportare all’interno della membrana il glucosio contro il suo gradiente di
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concentrazione: l’alta concentrazione dello ione Na tende a far legare lo ione alla proteina. Questo induce
un cambiamento conformazionale che la rende affine al glucosio che allora vi si lega. Il legame con il
glucosio permette un nuovo cambio conformazionale e la proteina orienta la sua apertura verso l’interno. A
questo punto il Na chiamato dal suo gradiente di concentrazione si stacca dalla proteina e viene riversato
nell’ambiente interno. La proteina non più legata al sodio non è più affine al glucosio che allora viene
rilasciato. A questo punto il sodio viene riportato fuori contro il suo gradiente di concentrazione dalla
pompa Na/K ATPasi. Il risultato è il trasporto di una molecola di glucosio contro il suo gradiente di
concentrazione con il dispendio di una molecola di ATP.

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POTENZIALI DI MEMBRANA E POTENZIALI DI AZIONE

A fine ‘700 Luigi Galvani, attuando degli esperimenti su zampe di rana a livello di giunzioni neuromuscolari,
arrivò a capire che i tessuti animali potevano essere sorgenti di elettricità, anche se non sapeva ancora se
tale capacità fosse insita o determinata da altri fattori, come per esempio il contatto con dei metalli. In
seguitò altri studiosi arrivarono ad affermare che le contrazioni muscolari erano indipendenti dal contatto.
Potenziale di riposo: si definisce potenziale elettrico di membrana un accumulo di cariche positive da un
lato e negative dall’altro. La membrana a riposo produce una separazione di cariche che inevitabilmente
genera una differenza di potenziale elettrico. Per poter misurare tale differenza di potenziale tra l’ambiente
extracellulare e il liquido intracellulare occorre utilizzare un oscilloscopio, strumento composto da due
microelettrodi di vetro (conduttori). Se entrambi gli elettrodi vengono posti nella soluzione extracellulare,
considerando che la distribuzione di cariche è omogenea, avremo una differenza di potenziale pari a 0 mV
(milli Volt). Nel momento in cui il microelettrodo di registrazione viene mosso dall’esterno verso l’interno
della cellula, facendolo penetrare leggermente attraverso la membrana, la linea dell’ oscilloscopio effettua
un picco in discesa verso il basso. Questo è possibile in quanto si ha una confronto delle cariche interne ed
esterne. Generalmente il ΔV corrisponde a -70 mV (varia da -40 mV a -90 mV). Il segno risulta negativo in
quanto registra cariche negative distribuite all’interno della membrana, poiché la registrazione avviene
all’interno si dice intracellulare.
La registrazione di -70 mV avviene nelle cellule a riposo, quindi si parla di potenziale elettrico di riposo.

Generazione di una differenza di potenziale: Prendiamo in considerazione due compartimenti ricchi di


sodio e cloro, separati da una membrana semipermeabile (permeabile solo al sodio). Il compartimento 1 a
maggior concentrazione e il 2 a minor concentrazione. Seguendo il proprio gradiente di concentrazione il
sodio inizia a migrare dal compartimento 1 al compartimento 2 generando un flusso netto e portando con
sé le cariche positive. Dopo un determinato tempo la concentrazione del sodio sarà aumentata nel
compartimento 2, che presenterà anche un accumulo di cariche positive. Questo porterà quindi all’arresto
di un flusso netto in quanto la troppa positività si oppone al passaggio del sodio. Il compartimento 1 invece
presenterà un eccesso di cariche negative dovute alla presenza in maggioranza di cloro. Si sarà quindi
generata una differenza di potenziale.
Potenziali elettrochimici trans-membrana: Prendiamo in considerazione una cellula le cui soluzioni interna
ed esterna siano composte da ioni K+ e Cl- in egual concentrazione (10 milli molare). Immaginiamo che la
cellula sia selettivamente permeabile e presenti due canali permeabili per il potassio, uno per il flusso in
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entrata ed uno per il flusso in uscita. Essendo le due concentrazioni uguali non si verifica un movimento
netto, e in questo caso la ΔV corrisponde a zero.
Prendiamo in considerazione una situazione più verosimile: una cellula contenente Cl e K, in cui la
concentrazione interna sia pari a 100 mM e quella esterna a 10 mM. La cellula presenta canali permeabili al
potassio, uno per il flusso in entrata e uno per il flusso in uscita. Il potassio, procedendo per livellare il
proprio gradiente di concentrazione, crea un flusso netto verso l’esterno: passano più ioni nel canali di
uscita rispetto a quello di entrata. Il potassio passando dall’interno all’esterno della cellula trasporta con sé
le cariche positive che vengono quindi accumulate nel liquido extracellulare. Nel versante interno si verrà a
creare un eccesso di cariche negative. Siamo in una situazione di equilibrio elettrochimico in cui le forze
chimiche ed elettriche che agiscono su uno ione sono in equilibrio per cui non si ha più movimento. Si
genera così una differenza di potenziale che contrasta il movimento degli ioni K+ verso l’esterno della cellula
pari a circa -90 mV. Il potenziale di membrana è quindi uguale a quello del potassio. Come è possibile che il
potenziale di riposo sia equivalente alla differenza di potenziale che viene generata da potassio se questo
non è l’unico componente? La membrana presenta solitamente una composizione in cui sono presenti
anche ioni sodio, ma poiché la separazione di cariche che produce a riposo corrisponde a quella del K ne
deduciamo che i canali per il Na siano chiusi.
L’equazione di Nerst: permette di calcolare il potenziale di equilibrio di una sola specie ionica se si conosce
la concentrazione dello ione nei due compartimenti interno ed esterno. Infatti l’equazione prevede l’utilizzo
di sole costanti oltre alle concentrazioni:

E= -2,3 RT/ZF log10 [Ci]/[Ce]

R= costante dei gas


Z= carica dello ione
F= costante di faraday
Ci= concentrazione interna
Ce= concentrazione esterna
Secondo l’equazione di Nerst i potenziali di equilibrio di sodio, potassio e cloro corrispondono in ordine a
+63 mV, -90 mV, -85 mV. Sembrerebbe riconfermato che il potenziale di riposo della membrana
corrisponda a quello del potassio. L’equazione di Nerst è però in grado di predire il potenziale di riposo
della membrana solo se questa è permeabile ad un solo ione.
L’equazione di Goldman: viene utilizzata per calcolare il potenziale di membrana di una cellula permeabile
a più ioni, quando si conoscono le loro permeabilità attraverso la membrana.
Quando sono presenti gradienti stabili di concentrazioni e si ha la possibilità di variare la permeabilità di
membrana mediante specifici meccanismi molecolari sono registrabili tramite l’equazione di Goldman
potenziali di membrana che cambiano nel tempo che possono essere utilizzati come segnali di
comunicazione tra le cellule eccitabili.

Modello elettrico della membrana: Vista la capacità della membrana di generare una differenza di
potenziale, e quindi una corrente, si dice che questa si comporta come un generatore di tensione. Se il
potenziale di membrana non corrisponde al potenziale di equilibrio, la membrana genera una forza che
prende il nome di forza elettromotrice o F.E.M. che serve per generare il movimento di ioni. Questa è data
dal potenziale di riposo meno il potenziale di Nerst di un certo ione. Prendiamo in considerazione lo ione
potassio: il potenziale di Nerst del potassio corrisponde a -90 mV, il potenziale di riposo della membrana è
sempre -90 mV. Di conseguenza F.E.M.= -90 – (-90)= 0. In questo caso la membrana non genera nessuna
forza e non ci sarà flusso netto di corrente. Se invece il potenziale di riposo della membrana corrisponde a -
60 perché per esempio imposto da un generatore esterno, si genererà una f.e.m. pari a +30 mV. Una forza
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positiva induce gli ioni potassio ad uscire verso l’esterno. Quella del generatore non è l’unica proprietà che
porta la membrana ad una associazione con il modello elettrico, il doppio strato lipidico per le sue proprietà
dielettriche date dalle catene di idrocarburi e dalle teste polari superficiali può essere associato ad un
condensatore (teste = armature). I canali del K, per le loro proprietà conduttive possono essere associati
alle conduttanze ioniche. La conduttanza rappresenta la capacità di farsi permeare ed è il reciproco della
resistenza. Se un canale è chiuso si parla di resistenza, se è aperto si parla di conduttanza. La resistenza e la
conduttanza insieme rappresentano le proprietà passive della membrana.
Resistenza → più canali sono aperti minore sarà la resistenza della membrana. Nelle piccole variazioni la
resistenza rimane invariata e il potenziale di membrana è strettamente legato alla corrente: V= RI.
Capacità → rappresenta la componente capacitativa della membrana.
Esistono due tipi di corrente: capacitiva, che carica il condensatore, e resistiva, che passa attraverso i
resistori.
RISPOSTA LINEARE E POTENZIALE DI AZIONE:
Risposta passiva (potenziali graduati): il potenziale di membrana cambia nel momento in cui la cellula
entra in azione. Una membrana crea delle risposte in proporzione allo stimolo che viene applicato che
apporta un cambiamento di potenziale di membrana lineare. Immaginiamo una cellula in cui sono stati
posti due microelettrodi di vetro: uno per stimolare e l’altro di potenziale, per registrare l’attività elettrica.
Se attraverso l’elettrodo di stimolazione si fanno passare brevi impulsi di corrente crescenti (Im) si osserva
che la cellula si depolarizza (diventa più positiva). Se invece si fanno passare stimoli decrescenti la cellula si
iperpolarizza (diventa più negativa). Si dice che la cellula risponde linearmente (passivamente) allo stimolo.
Qualunque corrente io somministri ho una risposta dovuta alla resistenza che la cellula oppone. Per
misurare il cambiamento si parte da una linea di base che rappresenta l’assenza di corrente.
Successivamente applichiamo uno stimolo per determinato tempo che porta alla formazione di una curva
verso l’alto, ovvero verso valori più positivi, per tornare poi a corrente zero e alla linea piatta iniziale. Gli
step che si vengono a creare sono chiamati step rettangolari.

Lo stimolo di corrente è rappresentato da un rettangolo in quanto da corrente zero si passa


immediatamente allo stimolo, che viene annullato non gradualmente. Il grafico che rappresenta la
depolarizzazione della membrana non è perfettamente regolare perché i cambiamenti non sono istantanei.
La membrana rimane depolarizzata per il tempo in cui rimane applicato lo stimolo. Infatti ogni volta che
aumento la stimolazione la depolarizzazione mi aumenta dello stesso valore. Il potenziale di membrana
raggiunge il suo valore massimo dopo qualche millisecondo, tempo necessario perché il condensatore si
carichi. La lentezza della risposta è proporzionale ad una costante di tempo τ m. La costante di tempo
descrive infatti la rapidità con cui il flusso di corrente modifica il potenziale di membrana e caratterizza la

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risposta passiva della cellula. Quantitativamente τm è il tempo necessario perché la membrana si
depolarizzi al 63% della sua ampiezza massima.
Le proprietà passive di una membrana (conduttanza e resistenza) influenzano l’andamento temporale delle
risposte elettriche cellulari e consentono di ottenere variazioni positive o negative del potenziale di
membrana quando una corrente ionica fluisce attraverso la membrana. E’ infatti il prodotto della
conduttanza per la resistenza a determinare la costante di tempo.
Tutte le cellule possono dare risposte passive.
Risposta attiva (potenziali di azione): Alcune cellule, chiamate eccitabili (neuroni e cellule muscolari)
sono in grado di rispondere agli stimoli generando non solo risposte passive, ma delle risposte attive che
prendono il nome di potenziali di azione, evento elettrico grazie al quale le cellule comunicano tra loro. Un
potenziale di azione viene generato quando un impulso è sufficientemente elevato da spostare il potenziale
di membrana fino al raggiungimento di un valore che prende il nome di potenziale di soglia. Il PDA è un
fenomeno “tutto o nulla” quindi il processo procede spontaneamente e non si arresta fino a che non torna
alle sue condizioni iniziali. Esso è dovuto all’apertura di determinati canali ionici ed è particolare perché ha
una durata molto breve, non equivalente alla durata del tempo in cui applico lo stimolo. Il potenziale di
azione dipende da:

1. Potenziale di soglia: il PDA viene evocato solamente quando lo stimolo supera un certo valore,
generalmente compreso tra i -30 e i -40 mV. Se il valore non viene raggiunto si genera una risposta
passiva.
2. Na+ extracellulare: durante il potenziale di azione, il potenziale di membrana inverte il segno ed
arriva ad un valore di circa +63 mV, potenziale corrispondente a quello di equilibrio del sodio. Ne
deduciamo che l’ampiezza del potenziale di azione dipende strettamente dalla concentrazione di
esso. Infatti sostituendolo con la colina si ottiene un abbassamento della curva fino ad arrivare ad
una linea piatta.
3. Conduttanza: la conduttanza raggiunge il massimo al picco del potenziale d’azione e diminuisce poi
lentamente durante la fase di ripolarizzazione. Durante il potenziale di azione si aprono canali
ionici che aumentano la permeabilità di membrana sia al sodio che al potassio. La genesi del picco
alla conduttanza del potassio.
4. Periodo refrattario: dopo un potenziale di azione si può generare un secondo potenziale se tra i due
eventi intercorre un periodo di tempo sufficientemente lungo (circa 10 ms) rispetto alla durata del
potenziale di azione (1-2 ms). Il periodo necessario per riottenere un potenziale di azione identico
al precedente è chiamato periodo refrattario e si distingue in: periodo refrattario assoluto, molto
breve, durante il quale la cellula non è eccitabile e non è perciò possibile evocare nessun potenziale
di azione; e in periodo refrattario relativo, prolungato, durante il quale si può ottenere un nuovo
potenziale di azione di ampiezza inferiore. Questo è particolare in quanto il picco del potenziale di
azione e quindi la sua ampiezza rimane la stessa per qualunque stimolo che raggiunga il valore
soglia. Il periodo refrattario assoluto corrisponde alla massima inattivazione dei canali del sodio

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PDA: cresce rapidamente, oltrepassa lo zero, inverte il segno e raggiunge un valore massimo chiamato
eccedenza. La fase di depolarizzazione è seguita da una fase di ripolarizzazione, ovvero una discesa del
potenziale fino a valori più negativi del potenziale di riposo (potenziale postumo) per poi tornare alle
condizioni iniziali. Gli eventi molecolari che generano il potenziale di azione:

➢ Il neurone è a riposo e i canali del Na+ voltaggio-dipendenti sono quasi tutti chiusi.
➢ Il passaggio di una breve corrente che raggiunge il potenziale di soglia genera l’apertura dei primi
canali del Na+. La f.e.m. che agisce sul sodio è alta e questo inizia a fluire velocemente nella cellula.
➢ L’ingresso del sodio rende più positivo l’interno della cellula e questo causa l’apertura di altri canali
sempre per il sodio.
➢ Il potenziale di membrana si avvicina al potenziale di equilibrio del sodio e la f.e.m. diminuisce
(anche se i canali del sodio sono tutti aperti) fino ad arrivare all’eccedenza, in cui è pari a zero.
➢ I canali del sodio si inattivano ed inizia l’apertura dei canali del potassio. La f.e.m. che agisce su esso
è alta.
➢ Il potenziale di membrana raggiunge quello di equilibrio del potassio e i canali iniziano a chiudersi. I
canali del sodio passano da inattivati a chiusi.
➢ Il neurone torna alle sue condizioni iniziali e la pompa sodio- potassio ripristina le normali
concentrazioni.

Canali del sodio: sono proteine integrali di membrana, subunità che permettono il passaggio degli ioni
sodio. Presentano un gate di attivazione voltaggio dipendente molto rapido che in seguito a stimolazione
soprasoglia si apre e permette il cambiamento conformazionale dei canali che lasciano entrare il sodio
(attivazione). Possiedono anche un gruppo di amminoacidi che costituisce una porta di inattivazione che
funziona nel periodo refrattario assoluto. Il canale del sodio possiede tre configurazioni: aperta, chiusa e
inattivata. In condizioni di riposo sono prevalentemente chiusi. Nella fase di depolarizzazione sono aperti.
Quando il gate di inattivazione ostruisce il passaggio di ioni il canale non è più conduttivo pur essendo
ancora aperto e si passa al periodo refrattario.
La maggior parte dei canali del sodio è bloccata con alta affinità dalla tetradotossina (TTX).
Canali del potassio: Quando sono aperti portano il potenziale di membrana lontano dalla soglia di
eccitazione. La sub unità di base è formata da combinazioni omomeriche o eteromeriche di 4 subunità α.
Viste le molte combinazioni possibili esistono molti tipi di canali per il K. Possiamo riconoscere canali per il
potassio voltaggio dipendenti (attivati da una depolarizzazione fanno fuoriuscire gli ioni e generano una
iperpolarizzazione), calcio-dipendenti (contribuiscono alla ripolarizzazione della membrana), ACh-
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dipendenti (attivate dall’attivazione delle sub unità delle proteine G), ATP-dipendenti (iperpolarizzano le
cellule che hanno bassi livelli di energia metabolica.

PROPAGAZIONE E TRASMISSIONE DEI SEGNALI NERVOSI:


Il potenziale di azione rappresenta il più importante segnale di trasmissione nervosa a distanza. I neuroni
rappresentano l’unità fondamentale di produzione e scambio di segnali. Essi possiedono processi che si
allontanano dal corpo cellulare (soma) che danno origine ai dendriti (ricevono segnali in entrata da un
recettore sensoriale) e all’assone (conduce il comando in uscita). I dendriti possiedono densità di canali
voltaggio-dipendenti variabile. Gli assoni sono connessi al corpo cellulare tramite una zona chiamata
monticolo assonico, zona ad alte densità di canali per il sodio e per il potassio. Il monticolo rappresenta
quindi la zona in cui si generano i potenziali di azione. L’assone è invece la parte del neurone specializzata
nella conduzione dei segnali e verso la fine presenta delle ramificazioni a livello delle quali il segnale
elettrico viene convertito in chimico.

I neuroni possono essere classificati in base alla loro funzione in:


- Neuroni afferenti: trasportano l’informazione dai recettori specifici verso il SNC
- Interneuroni: controllano il passaggio delle informazioni a livello del SNC
- Neuroni efferenti: trasportano l’informazione elaborata verso gli organi effettori.
Fanno parte del sistema nervoso anche le cellule gliali ma queste non partecipano direttamente alla genesi
e alla trasmissione dei potenziali di azione, svolgono un’azione nel sostenere e nutrire i neuroni.

POTENZIALI GRADUATI E POTENZIALI DI AZIONE:


I neuroni operano utilizzando due tipi di segnali elettrici: potenziali graduati e potenziali di azione. Il
potenziale graduato può originare a livello di terminazioni periferiche (come la cute) oppure a livello di una
sinapsi tra un neurone ed un interneurone. Un potenziale graduato decade poi elettronicamente lungo i
soma della cellula sensoriale e a livello del monticolo assonico, se raggiunge il valore soglia, viene
convertito in potenziale di azione. Il potenziale graduato è quindi l’evento che dà origine ad una serie di
potenziali di azione. Poiché i potenziali di azione sono fenomeni tutto o nulla che non cambiano quindi
ampiezza, la loro modulazione avviene in frequenza: stimoli di ampiezze crescenti generano treni di

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potenziali con frequenze maggiori. Possiamo determinare quanto lontano riesca ad arrivare un potenziale
graduato lungo una fibra grazie alla costante di spazio λ. Maggiore è λ maggiore sarà la distanza a cui un
potenziale potrà mantenere la sua ampiezza. Λ cresce se l’assone è di grosso diametro in quanto la sezione
trasversa della fibra aumenta e offre meno resistenza al flusso di corrente (la resistenza interna è dovuta
alla viscosità del citoplasma ed è longitudinale). Un altro fattore che aumenta la costante di spazio è il fatto
che l’assone sia ricoperto da guaina mielinica, infatti aumenta la resistenza di membrana in relazione agli
avvolgimenti della guaina: 25 avvolgimenti corrispondono a 50 membrane plasmatiche che ricoprono
l’assone. La corrente interna aumenta, perché quella che generalmente fluisce attraverso la membrana
viene ridotta drasticamente (gli strati di guaina isolano in modo efficace l’assone evitando il passaggio di
corrente).
Propagazione degli impulsi : molti neuroni anassonici e qualche neurone bipolare sono abbastanza corti da
poter svolgere le loro funzioni senza dover generare impulsi propagati. Questi si dicono a circuito locale o
non-eccitabili. Per gli altri neuroni la trasmissione del segnale elettrico avviene grazie al PDA. Se una fibra
con un potenziale di riposo negativo viene stimolata a livello del monticolo assonico con uno stimolo
capace di generare un PDA vengono aperti i canali del sodio, esso entra e inverte la polarità. Si crea così una
zona con cariche opposte a quelle adiacenti. Le correnti che fluiscono dalla zona con cariche positive a
quella con cariche negative carica la membrana circostante aumentando il potenziale e permettendo di
raggiungere la soglia di attivazione dei canali del potassio. In questo modo la zona di depolarizzazione
avanza verso destra, la zona a sinistra infatti diviene refrattaria in quanto in seguito all’inattivazione dei
canali del sodio si aprono quelli del potassio.
Conduzione saltatoria: una fibra mie linizzata lascia scoperte delle zone che prendono il nome di nodi di
Ranvier. La propagazione del segnale avviene da un nodo all’altro, si dice che la conduzione è saltatoria e
non continnua. In seguito ad uno stimolo sovra soglia il PDA si genera nel primo nodo. Tale nodo prende il
nome di zona attiva. Nella zona attiva il potenziale viene invertito grazie ai canali del sodio, quindi tale zona
risulta positiva, a contatto con tutto il resto negativo. In questa situazione si forma un circuito locale. La
corrente è costretta a passare nei punti in cui non vi è più guaina mielinica quindi passa dalla zona attiva al
primo nodo di Ranvier. Il circuito porta nelle zone a riposo cariche positive rendendo quindi tali zone attive.

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TRASMISSIONE SINAPTICA

Il trasferimento dei segnali elettrici tra cellule avviene in determinate aree che prendono il nome di sinapsi.
In riferimento a questo, la cellula che invia il segnale prende il nome di presinaptica, quella che lo riceve di
postsinaptica. Lo spazio che le separa prende il nome di fessura sinaptica.
In base al meccanismo di comunicazione le sinapsi sono divise in elettriche (il PDA passa direttamente dalla
cellula presinaptica alla postsinaptica) e chimiche (prevedono un messaggero chimico, ovvero un
neurotrasmettitore).
SINAPSI ELETTRICHE:
Nel sistema nervoso quasi non esistono, permangono invece nei tessuti muscolari liscio e cardiaco. Nelle
sinapsi elettriche la fessura sinaptica è talmente sottile che le cellule presinaptica e postsinaptica
funzionano come se avessero la membrana in comune. Tra queste due cellule esiste una vera e propria
continuità elettrica dovuta alle giunzioni comunicanti. Le giunzioni comunicanti contengono dei canali
acquosi chiamati connessoni formati da 6 subunità proteiche, le connessine, che disposte in circolo
delimitano un poro acquoso centrale a bassa selettività ionica. Affinchè il connessone si apra è necessario
che tutte le 6 connessine subiscano un cambiamento conformazionale (si pensa che avvenga una loro
rotazione rispetto all’asse maggiore del canale. Le giunzioni comunicanti inoltre funzionano anche come
porte isolanti in quanto in caso di presenza di stimoli dannosi si chiudono.

Propagazione del PDA nelle sinapsi elettriche: quando i connessoni vicini sono aperti le due cellule si
dicono connesse elettricamente in quanto vi può essere flusso di corrente tra le due. Il PDA nasce a livello
della cellula presinaptica, si viene a creare una differenza di potenziale tra i vari elementi sinaptici e di
conseguenza si genera una f.e.m. che induce correnti che fluiscono dalla cellula depolarizzata alla cellula
più negativa. In questo modo avviene una progressiva depolarizzazione della cellula postsinaptica. La
comunicazione elettrica è efficiente solamente se tra gli elementi sinaptici vi è una bassa resistenza
elettrica e se la cellula postsinaptica è più piccola o di dimensioni corrispondenti a quella presinaptica (in
quanto il PDA si propaga quasi contemporaneamente). Le sinapsi elettriche possono far passare la corrente
in entrambe le direzioni.
Proprietà delle sinapsi elettriche: La trasmissione è molto rapida perché si ha un passaggio diretto dalla
cellula presinaptica alla postsinaptica. La latenza (ritardo con cui la postsinaptica genera il PDA) è molto
breve. Vista l’ampiezza del diametro del poro acquoso riescono a passare anche secondi messaggeri e
piccoli peptidi e quindi le sinapsi elettriche svolgono un ruolo molto importante anche dal punto di vista

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SINAPSI CHIMICHE:
Rappresentano la grande maggioranza delle sinapsi del nostro sistema nervoso. Le sinapsi chimiche
presentano una fessura sinaptica relativamente ampia. Esse presentano inoltre delle specializzazioni
strutturali e molecolari: la cellula presinaptica presenta un apparato esocitotico e delle vescicole sinaptiche.
La cellula postsinaptica presenta invece delle molecole recettoriali specifiche per il neurotrasmettitore.
Queste specializzazioni fanno sì che il flusso di corrente possa passare solamente dalla cellula presinaptica a
quella postsinaptica.
Durante la trasmissione in una sinapsi chimica possiamo distinguere tre momenti principali: (1) esocitosi del
neurotrasmettitore, (2) attivazione della membrana postsinaptica e (3) rimozione del neurotrasmettitore
dalla fessura sinaptica.

1. In seguito a stimolazione della cellula presinaptica si ha l’insorgenza di un PDA. Questo genera


cambiamenti delle concentrazioni degli ioni Ca2+ che determina la fusione delle vescicole sinaptiche
con la membrana plasmatica presinaptica, di viene a formare così un’apertura chiamata poro di
fusione dal quale viene rilasciato tramite esocitosi il neurotrasmettitore all’interno della fessura
sinaptica. L’esocitosi avviene solo in aree specializzate dette zone attive. A seconda della sinapsi
considerata esistono neurotrasmettitori di natura chimica diversa, ma le vescicole contengono
sempre la stessa quantità molecolare.
2. Il neurotrasmettitore viene a trovarsi nella fessura sinaptica ed entra in contatto con i recettori di
membrana presenti sulla membrana postsinaptica. Il complesso neurotrasmettitore-recettore che
viene a formarsi causa cambiamenti di permeabilità, quindi variazione del potenziale di membrana.
Si paarla di potenziale postsinaptico (che è un potenziaale graduato). Esistono due tipi di legami:
- Il neurotrasmettitore si lega ad un recettore di un canale ionico ligando-dipendente -> la molecola
recettoriale attivata causa la variazione di potenziale, si parla quindi di trasmissione diretta.
- il neurotrasmettitore si lega ad un recettore accoppiato ad una proteina G. Questo modula
l’attività di un canale ionico attraverso l’attivazione di un secondo messaggero. E’ necessario quindi
che avvengano più eventi citoplasmatici per arrivare alla generazione del PDA, si parla quindi di
trasmissione indiretta.
In ogni caso in seguito alla genesi del PDA si può avere una risposta eccitatoria o inibitoria.

I canali ionici possono essere cationici ( permeabili a sodio-potassio o calcio) o anionici (permeabili al cloro).
Se il neurotrasmettitore attiva un canale cationico permeabile a sodio e potassio si genera una
depolarizzazione della membrana postsinaptica e si parla quindi di risposta eccitatoria, infatti si ha
l’avvicinamento del potenziale di membrana al potenziale di soglia. Se invece il neurotrasmettitore attiva
un canale cationico permeabile al calcio o un canale anionico permeabile al cloro si ha una
iperpolarizzazione e quindi una risposta inibitoria in quanto il potenziale della membrana postsinaptica si
allontana da quello di soglia. In seguito alla generazione di un potenziale postsinaptico si generano correnti
a circuito locale. Solo quando il potenziale postsinaptico raggiunge/supera il valore soglia si determina
l’insorgenza di uno o più PDA.

POTENZIALE DI AZIONE POTENZIALE POSTSINAPTICO

Risponde del fenomeno “tutto o nulla”, quindi può variare gradualmente in funzione della
quando viene evocato non si arresta fino a che quantità di neurotrasmettitore rilasciato nella
non vengono ripristinate le condizioni iniziali e fessura postsinaptica o del numero di recettori
non è modulabile in ampiezza. postsinaptici disponibili. Può variare verso e
ampiezza.
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Può essere misurato solo a livello della sinapsi

Ha grande ampiezza e breve durata Ha minore ampiezza ed è caratterizzato da una


più lunga durata.

3. Si ha l’interruzione della trasmissione sinaptica nel momento in cui termina l’esocitosi del
neurotrasmettitore. Questo viene poi eliminato tramite tre diversi metodi:
- diffusione del neurotrasmettitore fuori dalla fessura sinaprtica per gradiente di concentrazione
- inattivazione enzimatica del neurotrasmettitore grazie ad enzimi idrolitici presenti nella fessura
- recupero (re-uptake) del neurotrasmettitore da parte dell’elemento presinaptico che lo riutilizzerà
in seguito.

Proprietà delle sinapsi chimiche: La sinapsi chimica è più complessa di quella elettrica per cui necessita un
tempo maggiore per completarsi. La latenza infatti è maggiore e va da 0.3 ms a molti. Inoltre la capacità di
trasmissione di una sinapsi chimica dipende dalla capacità di mantenimento e di rinnovo della disponibilità
del neurotrasmettitore dell’elemento presinaptico. A volte può verificarsi un fenomeno chiamato
affaticabilità della sinapsi chimica che prevede una stimolazione tale da rendere il neurotrasmettitore
disponibile insufficiente. Queste sinapsi sono però vantaggiose in quanto amplificano il segnale: da una
singola vescicola vengono rilasciate moltissime molecole di neurotrasmettitore che vanno ad interagire con
una grande quantità di recettori postsinaptici e questo permette che la trasmissione del segnale avvenga
anche tra cellule di dimensioni diverse. Inoltre possono mantenere (depolarizzazione) o invertire
(iperpolarizzazione) il segno del segnale elettrico presinaptico. La trasmissione di tipo chimico consente
anche la sommazione temporale e spaziale: potenziali sinaptici ravvicinati in termini di tempo o di spazio
possono sommarsi a livello postsinaptico andando a generare un segnale elettrico complessivo più efficace.

SINAPSI NEUROMUSCOLARE:
La sinapsi neuromuscolare, anche chiamata giunzione neuromuscolare è chimica diretta eccitatoria. Il
neurotrasmettitore è l’acetilcolina (ACh), la componente presinaptica è un motoneurone e quella
postsinaptica è data da una fibra muscolare. Ciascuna fibra muscolare presenta una sola regione sinaptica,
la placca motrice, a livello della quale l’assone del motoneurone perde la guaina mielinica e si ramifica
andando a formare delle terminazioni che prendono il nome di bottoni sinaptici, riccoperti dalle cellule di
Schwann. A livello di ciascun bottone la membrana postsinaptica crea delle invaginazioni che prendono il
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nome di pieghe giunzionali. Ciascuna fibra muscolare è poi ricoperta da uno strato di tessuto connettivo, la
lamina basale.
Ogni bottone sinaptico contiene il necessario alla liberazione del neurotrasmettitore ACh. Sulle creste delle
pieghe sono presenti recettori per l’ACh in grande quantità. Nel bottone si trovano canali per il calcio e
vescicole contenenti il neurotrasmettitore.
Dimostrazione potenziale locale: la liberazione dell’acetilcolina genera una depolarizzazione e quindi un
potenziale postsinaptico tra i 50-70 mV. E’ stato possibile misurarlo grazie agli scienziati Fatt e Katz. Essi
utilizzarono il curaro, inibitore della trasmissione del segnale in quanto. Il curaro blocca i recettori-canali
per l’acetilcolina presenti sulla superficie delle fibre muscolari. Utilizzando basse concentrazioni di curaro
furono in grado di registrare il potenziale postsinaptico generamente mascherato dal PDA. Essi notarono
che il Potenziale postsinaptico raggiungeva il picco massimo a livello della regione giunzionale della fibra
muscolare per decadere allontanandosi dalla zona. Dimostrarono così che è un potenziale locale che si
propaga elettronicamente in modo passivo.
Ipotesi del rilascio quantale del neurotrasmettitore: in condizioni di riposo la membrana della cellula
muscolare presenta piccole depolarizzazioni spontanee che vengono chiamate potenziali di placca in
miniatura. Questo perché a livello della terminazione nervosa sono presenti gruppi di vescicole e la
liberazione di ACh nella fessura sinaptica corrisponde alla liberazione contemporanea di pacchetti di
definite quantità di neurotrasmettitore: i quanti. L’arrivo di un potenziale di azione è causa dell’esocitosi
contemporanea di 100-200 vescicola sinaptiche o quanti e ogni quanto contiene circa 5000-7000 molecole
di neurotrasmettitore.
Il recettore canale nicotinico: la molecola recettoriale che lega l’acetilcolina è un canale ionico ligando-
dipendente. Poiché i recettori per l’acetilcolina sono molti e differiscono per struttura, proprietà
farmacologiche e distribuzione tissutale è necessario specificare quel nel particolare sia presente nella
giunzione neuromuscolare: recettore-canale nicotinico di tipo muscolare (nAChR).
Il nAChR è presente sulle creste delle pieghe giunzionali. Sul fondo delle pieghe si trovano invece i canali del
sodio e del potassio voltaggio-dipendenti. La corrente che attraversa il poro aperto è generata da ioni sodio
(flusso entrante), ioni potassio (flusso uscente) e ioni calcio, ma la loro permeabilità è molto ridotta e
possono essere trascurati.
Il nAChR è una proteina di membrana formata da 5 subunità ciascuna composta da quattro regioni
idrofobiche costituite da regioni transmembranali a forma di α elica chiamate M1, M2, M3, M4. I segmenti
M2 costituiscono le pareti interne del canale formando diversi anelli di aminoacidi. Il canale passa dallo
stato chiuso allo stato aperto quando a ciascuna subunità α si lega una molecola di acetilcolina. E’
necessaria una modificazione conformazionale di tutte e 5 le sub unità.
Ad ogni potenziale d’azione neuronale corrisponde un potenziale di azione muscolare capace di propagarsi
lungo la fibra muscolare scheletrica e di causarne la contrazione.

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Interruzione della trasmissione neuromuscolare: l’interruzione della trasmissione neuromuscolare è basata
sull’inattivazione enzimatica dell’ACh da parte dell’acetilcolina esterasi. Quest’ultima catalizza la reazione di
idrolisi dell’acetilcolina ad acetato e colina. La colina viene successivamente recuperata e riutilizzata dal
terminale presinaptico per sintetizzare nuove molecole di ACh e ripristinare le riserve di
neurotrasmettitore. L’enzima è posizionato nella fessura sinaptica, posizione ottimale perché l’idrolisi sia
efficace. Non presenta un ostacolo in quanto quando una vescicola libera l’ACh nella fessura la
concentrazione di neurotrasmettitore raggiunge quasi immediatamente livelli molto alti e causa la
saturazione delle sub unità catalitiche dell’enzima riuscendo a progredire fino ai nAChR. L’attività
enzimatica domina nel momento in cui termina il rilascio dell’ACh da parte del terminale nervoso.
Esiste comunque un secondo potenziale meccanismo di azione che prende il nome di desensitizzazione,
questo rappresenta una modificazione conformazionale indotta dall’esposizione prolungata del recettore-
canale al suo ligando che impedisce il passaggio di ioni.

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I NEUROTRASMETTITORI

MECCANISMI MOLECOLARI DEL RILASCIO DI UN NEUROTRASMETTITORE:


Per assicurare una adeguata trasmissione del segnale in diverse condizioni di stimolazione, nel terminale
sinaptico l’entità di deposito di vescicole pronte per la fusione, chiamata pool, deve rimanere costante.
Questo è reso possibile dal fatto che le vescicole vengono continuamente riciclate: un pool di riserva
rifornisce il pool di vescicole pronte per la fusione, le vescicole vuote che hanno appena terminato
l’esocitosi vengono recuperate e rifornite di neurotrasmettitore tramite un processo di endocitosi in cui la
membrana della vescicola vuota viene ricaptata all’interno del terminale sinaptico. Il ciclo di eso-endocitosi
delle vescicole sinaptiche riassume la sequenza di eventi a cui vanno incontro le vescicole durante l’attività
sinaptica:
- trasporto attivo del trasmettitore all’interno della vescicola
- formazione del pool di riserva
-ancoraggio della vescicola sinaptica alla membrana citoplasmatica a livello della zona attiva (docking)
- conversione della vescicola in uno stato di competenza pronto per la fusione calcio-dipendente
- ingresso di calcio, apertura del poro di fusione, rilascio del neurotrasmettitore
- endocitosi e riciclaggio delle vescicole

Il ciclo di eso-endocitosi è regolato da delle componenti molecolari:


Accumulo del neurotrasmettitore all’interno della vescicola: il neurotrasmettitore viene accumulato in
concentrazioni elevatissime per mezzo di una pompa protonica H + - ATPasi e di uno scambiatore H + -
neurotrasmettitore. Sono state identificate quattro principali famiglie di trasportatori, rispettivamente
selettivi per l’ACh, le ammine biogene, il glutammato il GAB e la glicina.
Formazione del complesso SNARE: La fusione tra la membrana plasmatica e quella vescicolare è preceduta
dalla formazione del complesso SNARE, un complesso macromolecolare risultante dall’interazione tra
proteine della membrana vescicolare e proteine associate alla membrana presinaptica. Le due membrane
vengono strettamente a contatto e si crea un complesso intermedio instabile al quale si possono associar
altre proteine come la sinaptotagmina, la quale costituisce il sensore per il calcio ed è quindi fondamentale
per innescare la fusione tra le due membrane.

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Ruolo della sinaptotagmina: L’apertura dei canali per il calcio ne provoca un rapido aumento della
concentrazione. I sensori del calcio sono dati dalla sinaptotagmina 1 e 2, i siti di legame sono stati
individuati nei due domini citoplasmatici della proteina. Si suppone che questa si leghi inizialmente con il
complesso SNARE e l’influsso del calcio causi l’inserzione dei domini citoplasmatici nei fosfolipidi di
membrana.
Endocitosi e riciclaggio della vescicola sinaptica: dopo l’esocitosi le vescicole possono essere riciclate
tramite tre diversi meccanismi, due veloci e uno lento. Quelli veloci sono dati dal modo “kiss and stay” e dal
modo “kiss and run” Nel primo caso le vescicole restano nella zona attiva, sono ricaricate di
neurotrasmettitore e restano nello stato di docking formando pool di vescicole pronte al rilascio (ready
relasable pool). Nel secondo caso non restano nello stato di docking ma sono localmente riciclate e
ricaricate di neurotrasmettitore dopo la chiusura del poro di fusione. Nel processo più lento la vescicola
viene reinternalizzata tramite endocitosi e poi ricostituita per gemmazione dalla membrana plasmatica per
mezzo di due proteine, la clatrina e la dinamina.

NEUROTRASMETTITORI:
I neurotrasmettitori sono messaggeri chimici che permettono la comunicazione chimica tra cellule
eccitabili. Ne esistono molti tipi, ma tutti soddisfano delle proprietà fondamentali:
- sono sintetizzati nel terminale presinaptico
- sono impacchettati in vescicole e rilasciati per esocitosi
- diffondono nello spazio intersinaptico e si legano a recettori specifici
- si legano ai recettori con alta specificità attivandoli
- vengono bloccati da antagonisti recettoriali specifici
- la loro azione termina per degradazione enzimatica o ricaptazione
I neurotrasmettitori sono divisi in due classi a seconda della loro struttura e processo di sintesi ed
immagazzinamento nelle vescicole: neurotrasmettitori a basso peso molecolare e neuropeptidi.
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Neurotrasmettitori a basso peso molecolare: ne sono esempi l’ACh, le ammine biogene gli aminoacidi e le
purine. Sono sintetizzati nel terminale assonico ed impacchettati in piccole vescicole. Gli enzimi necessari
per la sintesi vengono prodotti nel corpo cellulare e trasportati nella terminazione nervosa tramite
trasporto assonico lento. I precursori dei neurotrasmettitori sono trasportati nel citoplasma per mezzo di
trasportatori specifici. Qui il neurotrasmettitore viene sintetizzato, impacchettato in vescicole tramite
proteine trasportatrici e liberato per esocitosi molto rapidamente. Le vescicole sono ancorate alla
membrana presinaptica per cui un aumento di calcio ne favorisce il rapido rilascio.

Neuropeptidi: I neuropeptidi sono molecole relativamente grandi costituite da catene aminoacidiche


contenute in vescicole più grandi (large-dense core), sono sintetizzati come pre-propeptidi nel reticolo
endoplasmatico e successivamente impacchettati in vescicole nell’apparato del Golgi. All’interno di queste
vescicole avvengono delle reazioni che portano il prepropeptide alla sua completa maturazione. Le
vescicole contenenti il neuropepetide vengono trasportate al terminale nervoso mediante trasporto
assonico rapido. Questi neurotrasmettitori sono degradati enzimaticamente e non vengono ricaptati.
Un neurone può rilasciare più tipi di neurotrasmettitori e una vescicola può contenere diversi tipi di
neurotrasmettitori. Alcune molecole come l’ossido nitrico e il monossido di carbonio pur non essendo
rilasciati per esocitosi e pur non legandosi a specifici recettori di membrana modificano l’attività cellulare e
per questo vengono ugualmente classificate come neurotrasmettitori.

Recettori ionotropi e metabotropi: il legame del neurotrasmettitore con il proprio recettore determina una
variazione di conduttanza. L’apertura e la chiusura dei canali ionici può avvenire in modo diretto (recettori
ionotropi) o indirettamente (recettori metabotropi). I recettori ionotropi sono canali ionici attivati dal
ligando formati da 4/5 subunità proteiche che vanno a costituire il poro del canale. Presentano due domini
funzionali che sono dati da un sito di legame extracellulare per il neurotrasmettitore e da una regione
transmembranaria che costituisce il canale. I recettori ionotropi si possono distinguere in due famiglie:

PRIMA FAMIGLIA SECONDA FAMIGLIA

Recettore nicotinico per l’ACh Recettori ionotropi per il glutammato


Recettore per il GABA
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Recettore per la glicina
Recettori (alcuni) per la serotonina

I recettori metabotropi sono così chiamati in quanto il legame dell’agonista con il recettore dà origine a
metaboliti. Sono proteine transmembranali a 7 α- eliche che non formano canali ionici. Hanno un sito di
legame extracellulare per il neurotrasmettitore e una regione intracellulare deputata al legame con le
proteine G (formate da tre sub unità). Quando una proteina G entra in contatto con un recettore
metabotropo occupato dal suo agonista viene attivata. Nel caso di un recettore occupato da antagonisti il
recettore stesso è inattivo e impedisce l’attivazione delle proteine. La via di trasduzione mediata dai
recettori metabotropi ha una insorgenza più lenta di quella associata agli ionotropi.

Antagonista fisiologico → molecola che pur legandosi selettivamente ad un recettore non lo attiva
bloccando così la trasduzione del segnale.
Agonista → sostanza in grado di legare uno specifico recettore nel sito di legame per il ligando
endogeno. Si pone quindi in competizione, come suggerisce il nome, con quest'ultimo per il legame
con tale sito.

L’ACh E I SUOI RECETTORI:


L’ACh viene sintetizzata a livello del nervo vago. Viene sintetizzata nella terminazione nervosa a partire da
due composti: acetilcoenimaA e colina (non può essere sintetizzata dal sistema nervoso, deve essere
assunta), in una reazione catalizzata dall’enzima colina-acetiltransferasi (CAT). Un neurone viene definito
colinergico in base alla presenza di questo enzima. L’ACh è il neurotrasmettitore della sinapsi
neuromuscolare ed esercita la sua azione nel SNP, SNC e nei gangli del sistema nervoso autonomo. Può
produrre sulla cellula bersaglio reazioni molto diverse a seconda del recettore a cui si lega: nicotinico
(nAChR) o muscarinico (mAChR).L’effetto dell’ACh termiina poi rapidamente in quanto viene idrolizzata in
colina e acetato grazie all’acetilcolinesterasi.
Recettore nicotinico: deve il suo nome alla nicotina, principale agonista. E’ un recettore ionotropo con
effetti postsinaptici eccitatori. E’ un complesso proteico che nel muscolo presenta 5 subunità, 2α,1β, 1γ,
1δe 4 regioni idrofobiche sa M1 ad M4, i segmenti M2 formano il poro ionico, circondato dalle 5 subunità.
Le due sub unità α presntano i siti di legame per l’ACh. Il legame di 2 ACh con il recettore porta ad un
cambio conformazionale che lo attiva e permette il flusso di una corrente mista di ioni (Na, K, Ca). Questo
flusso è responsabile del potenziale di placca. Il curaro e l’α bungarotossina sono antagonisti del recettore
nicotinico.
Il recettore nicotinico neuronale è un pentametro composto solamente da due sub unità.
Recettore muscarinico: prende il nome dall’agonista principale, la muscarina. I recettori mucarinici si
trovano nelle cellule effettrici del SNA, nel cervello e nei gangli periferici. E’ un recettore metabotropo e
agisce con proteine G per attivare o inibire enzimi e modulare canali ionici. Ne esistono 5 sottotipi tutti con
l’adenilato ciclasi. L’attivazione del recettore muscarinico per l’ACh può avere effetto eccitatorio o
inibitorio.
NEUROTRASMETTITORI DI NATURA AMINOACIDICA E I LORO RECETTORI:
GABA: neurotrasmettitore inibitorio del SNC sintetizzato dal glutammato tramite una reazione catalizzata
dall’enzima acido-glutammico-decarbossilasi e da un cofattore che deriva dalla vitamina B 6. Un esempio di
agonista per i recettori del GABA sono le benzodiazepine.
Recettore GABAA: Ionotropo, composto da più sub unità disposte intorno ad un poro ionico e da un sito di
legame per il neurotrasmettitore sul lato extracellulare. E’ selettivamente permeabile al cloro, di
conseguenza ha azione inibitoria. Questo recettore è inibito dalla bicucullina e dalla picrotossina.
Recettore GABAB: Sono metabotropi e si trovano nel SNC. La loro attivazione causa inibizione del rilascio di
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trasmettitore tramite l’apertura di canali permeabili al K e la chiusura di quelli per il Ca.
Recettore GABAc: ionotropo, accoppiato ad un canale del cloro, ha quindi azione inibitoria.
GLICINA:Principale neurotrasmettitore inibitorio del midollo spinale. Il recettore della glicina forma un
canale ionico permeabile al cloro.
GLUTAMMATO: è un neuro trasmettitore eccitatorio, infatti causa depolarizzazione postsinaptica e a volte
aumento di calcio intracellulare. Si trova sia nella glia che nei neuroni. Il glutammato viene sintetizzato a
partire dal glucosio o dalla glutammina (principale precursore). La glutammina viene metabolizzata tramite
una reazione catalizzata dall’enzima glutamminasi.
Recettori AMPA e kainato: ionotropi, attivano canali cationici permeabili al Na e al K e depolarizzano così la
membrana.
Recettore NMDA: ionotropo, permeabile a Na, K e ca. Viene attivato in seguito a depolarizzazioni più
intense. Al potenziale di riposo è chiuso perché bloccato dal Mg. La particolarità di questo recettore è data
dal fatto che oltre ad essere un canale attivato dal ligando la sua attivazione è legata alla rimozione
voltaggio-dipendente del Mg.
Recettori metabotropi: presentano una struttura a 7 α eliche. Il sito di legame per il neurotrasmettitore è
insolitamente grande. Sono stati identificati 8 recettori metabotropi (mGluR1, mGluR2..) per il glutammato,
le cui risposte possono essere di natura eccitatoria o inibitoria.
AMMINE BIOGENE E I LORO RECETTORI:
Prevedono le catecolamine (adrenalina, noradrenalina, dopamina) la serotonina e l’istamina.
ADRENALINA E NORADRENALINA: regola il sonno, la veglia e il comportamento alimentare. L’adrenalina è
presente in quantità minore e viene sintetizzata soprattutto nella midollare surrenale. Si legano entrambe
ai recettori adrenergici. I recettori adrenergici sono suddivisi in due famiglie α e β a loro volta suddivise in
sottoclassi.
DOPAMINA: Esercita la sua azione nel SNC ed è importante per il movimento e per le funzioni
comportamentali.
SEROTONINA: Sintetizzata a partire ddall’aminoacido triptofano. Regola i cicli circadiani, l’alimentazione, il
sonno e le reazioni di allerta. Sono stati identificati 4 tipi di recettori per la serotonina, tutti metabotropi
tranne uno.
ISTAMINA: Deriva dalla carbossilazione dell’aminoacido istidina. Si trova nell’ipotalamo e controlla lo stato
di veglia e di attenzione. Agisce inoltre come ormone nelle reazioni infiammatorie allergiche. I recettori
dell’istamina sono metabotropi.
NEUROTRASMETTITORI PEPTIDICI: spesso sono co-rilasciati insieme ai neurotrasmettitori a basso peso
molecolare. Ne sono un esempio i peptidi oppioidi, classificati in base alle caratteristiche strutturali e
funzionali in encefaline, endorfine ed endomorfine. Per i peptidi oppioidi sono stati identificati tre tipi di
recettori.

INTEGRAZIONE SINAPTICA:

GIUNZIONE NEUROMUSCOLARE CELLULE NERVOSE

Il terminale sinaptico del motoneurone è molto ampio I terminali sinaptici sono piccoli e numerosi
(placca motrice) e contatta singolarmente la fibra (bottoni sinaptici). Un neurone
postsinaptico può essere contattato da
molti neuroni presinaptici.
Viene rilasciato un unico neurotrasmettitore i neurotrasmettitori possono avere azione
(ACh) con azione eccitatoria che causa il inibitoria o eccitatoria. Viene rilasciata una
rilascio di 100-200 vescicole con un sola vescicola che produce una reazione
26
potenziale di placca di cca 40 mV di qualche mV. L’eccitamento del neurone
può nascere solo grazie alla somma spaziale
e temporale (integrazione sinaptica).
la generazione del PDA è garantita da un’ Nel neurone la generazione del PDA
alta densità dei canali Na e K uniformemente avviene solo a livello del monticolo assonico
distribuiti dove vi è alta densità dei canali Na.
La comunicazione avviene dal motoneurone La comunicazione può svilupparsi non solo
alla fibra muscolare (a senso unico) a livello postsinaptico ma anche pre.

Sommazione temporale e spaziale dei potenziali eccitatori e inibitori postsinaptici ( EPSP e IPSP): Gli EPSP
e gli IPSP hanno segno opposto in quanto i primi causano una depolarizzazione e i secondi una
iperpolarizzazione. I segnali postsinaptici non arrivano nello stesso istante sulla membrana e inoltre
contattano il soma in zone diverse, quindi si sommano spazialmente. I bottoni sinaptici vicini al monticolo
assonico hanno più valore nella formazione di risposte eccitatorie, quindi è necessario valutare la
disposizione spaziale e il numero di sinapsi eccitatorie e inibitorie attive (sommazione spaziale). E’
necessario valutare anche la loro frequenza di scarica e il momento di arrivo nella zona di inizio del
potenziale (sommazione temporale).
Questo accade nelle sinapsi tra un neurone presinaptico e un terminale postsinaptico, dove gli effetti
inibitori ed eccitatori vengono sommati per modulare l’attività postsinaptica. Un neurone presinaptico può
però formare anche una sinapsi con un terminale presinaptico. In questo caso non vi è sommazione,
semplicemente troviamo un innalzamento o un abbassamento del Ca che riduce (inibizione presinaptica) o
aumenta (facilitazione presinaptica) il rilascio di neurotrasmettitore.

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IL SISTEMA NERVOSO

Comprende il complesso di strutture che permettono all’organismo di ricevere informazioni dall’ambiente,


di elaborarle, e di trasmettere risposte appropriate agli organi effettori.

VEDUTA GENERALE DEL SISTEMA NERVOSO:


Il sistema nervoso è diviso in due parti: sistema nervoso centrale (SNC) e sistema nervoso periferico (SNP).Il
SNC è costituito da encefalo e midollo spinale. E’ responsabile di integrazione, elaborazione e
coordinamento delle informazioni sensitive e degli stimoli motori. E’ inoltre la sede di intelligenza,
memoria, apprendimento ed emozioni. Il SNP è formato da una vasta rete di nervi (cranici e spinali), gangli
e recettori sensoriali, comprende tutto il tessuto nervoso presente all’esterno del SNC. Esso collega il SNC
con il resto del corpo: le vie afferenti (o sensitive) trasportano informazioni sensoriali dai recettori verso il
SNC mentre le vie efferenti (motorie) trasportano informazioni motorie dal SNC verso muscoli e ghiandole (
effettori ). Le vie efferenti del SNP comprendono una componente somatica, che innerva la muscolatura
volontaria, e una componente vegetativa, che innerva la muscolatura involontaria (tubo digerente, cuore
ecc..) le ghiandole e i vasi sanguigni. Quest’ultima componente è detta sistema nervoso autonomo (o
neurovegetativo) e ha la funzione di mantenere l’omeostasi attraverso meccanismi indipendenti dalla
volontà e comprende una componente simpatica e una parasimpatica.

NEURONI:
L’unità base del sistema nervoso è la cellula nervosa, chiamata neurone che costituisce solamente il 10%
delle cellule del sistema nervoso. Il neurone è formato da un corpo cellulare, il pirenoforo (o soma), da cui
si dipartono due o più prolungamenti: un assone (o neurite o fibra nervosa) e uno o più dendriti. Un
dendrite è un prolungamento che trasmette gli stimoli dalla periferia al corpo cellulare, mentre l’assone
conduce gli impulsi in direzione opposta, ovvero verso il corpo cellulare. Il citoplasma del neurone è
chiamato pericarion che ha un aspetto granuloso per la presenza di mitocondri, ribosomi fissi e membrane.
Il citoscheletro del pericarion contiene neuro tubuli. Fasci di neuro tubuli, le neuro fibrille, si estendono nei
dendriti e nell’assone.
I corpi cellulari dei neuroni si raggruppano formando centri specifici, detti nuclei (nel SNC) o gangli (nel
SNP). I neuroni sono organizzati in una fitta rete in modo da poter ricevere gli stimoli provenienti
dall’esterno e da poter rispondere ad essi; sono considerati cellule perenni perché una volta differenziati
perdono la capacità di riprodursi.
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Da un punto di vista strutturale i neuroni possono essere classificati sulla base del numero di processi che
partono dal pirenoforo. Questi possono essere:

• Assonici: non ci sono elementi per distinguere i dendriti dagli assoni. Si trovano solo nel SNC e in
alcuni organi di senso. Svolgono funzione di interneuroni
• Bipolari: presentano dendriti sottili che si fondono per dare origine ad un singolo dendrite. Il corpo
cellulare è situato tra questo dendrite e l’assone. I loro assoni sono mielinici. Svolgono funzioni
afferenti.
• Pseudounipolari (unpolari): il processo dendritico e assonale sono continui, infatti il pirenoforo si
trova lateralmente per non interromperli. Svolgono funzioni afferenti.
• Multipolari: possiedono diversi dendriti e un singolo assone che può avere una o più ramificazioni.
Svolgono sia funzioni efferenti che di interneuroni

Dal punto di vista strutturale possiamo individuare tre categorie assonali:

• neuroni afferenti (sensoriali)-> rilevano i diversi stimoli ambientali tramite i recettori sensitivi e li
trasmettono al SNC dove si generano sensazioni, percezioni e risposte riflesse; formano infatti la
componente afferente del SNP. Possono essere pseudounipolari, quindi la componente dendritica
svolge la funzione di recettore sensoriale o è collegata con cellule recettoriali specializzate. I PDA si
generano nel punto di collegamento tra l’albero dendritico e l’assone periferico. Possono essere
altrimenti bipolari, si trovano prevalentemente negli organi di senso.
• interneuroni-> ricevono i segnali dai vari neuroni e li integrano; modulano gli impulsi sensitivi e
coordinano gli impulsi motori. Connettono tra loro altri neuroni. Sono prevalentemente anassonici
e multipolari.
• neuroni efferenti (motori)-> ricevono risposte agli stimoli elaborate dal SNC e le trasmettono agli
organi effettori ovvero muscoli e ghiandole. Danno infatti origine alle vie efferenti. Sono
prevalentemente multipolari.

FIBRE NERVOSE (assoni):


L’assone presenta un monticolo assonale, ovvero una zona specializzata che connette il segmento iniziale
dell’assone al corpo cellulare. Il citoplasma dell’assone, l’assoplasma, contiene numerosi organuli.
Dall’estremità degli assoni possono dipartire le arborizzazioni terminali, ovvero estensioni terminali. Queste
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finiscono a livello dei terminali sinaptici. Fasci di assoni uniti a vasi sanguigni e tessuto connettivo vanno ad
unirsi formando i nervi. Gli assoni possono essere classificati in fibre mieliniche e amieliniche. Le fibre
mieliniche sono ricoperte da una sostanza grassa che prende appunto il nome di mielina, in zone che
prendono il nome di internodi, interrotte dai nodi di Ranvier. Questa mielina assume una colorazione
bianca, quindi le zone che presentano molti assoni mielinici prendono il nome di sostanza bianca. La mielina
è un fattore che determina la velocità di conduzione del PDA, ma non è l’unica, infatti è importante anche
la grandezza del diametro. Le fibre mieliniche sono definite “A” e sono suddivise nei tre sottogruppi α, β e δ
in funzione del diametro e della velocità di conduzione. Le fibre amieliniche sono definite “C”. Esiste anche
una classificazione specifica per le fibre sensitive. Le mieliniche sono divise in Ia, Ib, II e III, le amieliniche
sono un gruppo unico (IV).

NEVROGLIA:
Oltre che dai neuroni, i tessuti nervosi sono anche costituiti dalle cellule gliali più piccole dei neuroni, che
hanno la funzione di nutrire e sostenere i neuroni stessi. Esse hanno anche la capacità di dividersi. Nel SNC
esistono 4 citotipi di cellule gliali: astrociti, oligodendrociti, microglia e cellule ependimali. Nel SNP ne
esistono solamente due tipi: cellule di Schwann e cellule satelliti.

❖ Astrociti: servono a regolare la concentrazione di ioni e sostanze nutritive e intervengono nella


riparazione strutturale. Rimuovono i neurotrasmettitori in eccesso.
❖ Oligodendrociti: rivestono gli assoni del SNC con la guaina mielinica permettendo la conduzione
saltatoria del PDA.
❖ Microglia: compare durante la fase embrionale; è formata da cellule di natura macrofagica che
inglobano detriti cellulari e sostanze di rifiuto/patogeni. Aumentano di numero in seguito ad
infezioni o lesioni.
❖ Cellule ependimali: sono cellule epiteliali particolari che rivestono i ventricoli e i condotti
contenenti il liquido cerebrospinale nell’encefalo e nel midollo spinale, contribuendo alla sua
produzione, circolazione e controllo.
❖ Le cellule satelliti avvolgono i pirenofori all’interno dei gangli, isolano il neurone e servono per gli
scambi di sostanze nutritive;
❖ le cellule di Schwan ricoprono tutti gli assoni periferici, sia mielinici che mielinici.

Sostanza grigia: aggregati di corpi cellulari con i loro dendriti e terminali assonici.
Sostanza bianca: insieme di fibre nervose mieliniche.

SISTEMA NERVOSO CENTRALE:


Encefalo:
Rappresenta il principale centro di integrazione del sistema nervoso centrale , è contenuto nella scatola
cranica e avvolto dalle meningi. Nelle prime fasi dell’embriogenesi il SNC ha la forma di un tubo, definito
tubo neurale, all’interno del quale si trova un liquido. Successivamente la porzione craniale del tubo si
espande andando a formare tre rigonfiamenti (vescicole primarie): prosencefalo, mesencefalo e
rombencefalo. Prosencefalo e rombencefalo si dividono andando a formare le vescicole secondarie: dal
prosencefalo si formano telencefalo (che costituisce il cervello) e diencefalo (formato da epitalamo, talamo
di destra e di sinistra e ipotalamo). Il mesencefalo invece non si suddivide. La porzione di rombencefalo
adiacente al mesencefalo forma il metencefalo (che formerà cervelletto e ponte). La porzione di
rombencefalo più vicina al midollo spinale diventa il miencefalo (che formerà il midollo allungato). Bulbo,
ponte e mesencefalo sono denominati nel loro insieme tronco encefalico. Durante lo sviluppo embrionale

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la cavità del tubo neurale si espande e forma i due ventricoli encefalici che contengono liquido
cerebrospinale (LCS).

Meningi encefaliche: la dura madre è la meninge più esterna ed è formata da due strati, il più esterno
prende il nome di endosteale e il più interno di meningeale. L’arcnoide è costituita da uno strato epiteliale
esterno (membrana aracnoidale) e da una impalcatura di fibre (trabecole aracnoidali). La pia madre è
formata da fibre legate a quelle aracnoidali e al tessuto nervoso sottostante.
Liquido cerebrospinale: si trova nei ventricoli encefalici e nel canale centrale del midollo spinale. E’ prodotto
principalmente dalle cellule ependimali dei plessi corioidei, situati nei ventricoli. La pressione osmotica e il
contenuto sono simili a quelli plasmatici ma la concentrazione del cloro è maggiore, quella del potassio e
del glucosio è minore. Ha una importante funzione di sostegno e protezione: l’encefalo vi galleggia e in caso
di trauma viene ammortizzata la compressione.
Vascolarizzazione: grazie alle arterie carotidi interne e alla vena giugulare interna.
Barriera emato-encefalica e emato-liquorale: La barriera emato-encefalica presentano giunzioni serrate che
non permettono la formazione di fenestrature a livello dei capillari. La barriera emato-liquorale è costituita
da cellule ependimali specializzate che circondano i capillari. In entrambi i casi le barriere consistono di
cellule saldamente unite con membrane a permeabilità molto selettiva. Il risultato è che la composizione
del LCS è molto diversa da quella del liquido interstiziale e del sangue.

L’encefalo adulto è costituito da sei regioni:

- cervello (telencefalo)= pensiero cosciente, funzione intellettiva, memoria e movimenti motori


complessi. Il cervello è costituito da un emisfero destro e un emisfero sinistro collegati da un fascio
compatto di fibre nervose detto corpo calloso. Alcuni solchi suddividono ogni emisfero in quattro
lobi: frontale, parietale, temporale e occipitale. Ciascun emisfero comprende sostanza bianca,
sostanza grigia (corteccia, nuclei della base, amigdala, ippocampo). La superficie del cervello è
chiamata corteccia cerebrale ed è un sottile strato di sostanza grigia dove si realizzano i processi
associativi più complessi. La superficie della corteccia forma dei solchi sinuosi, detti circonvoluzioni,
che permettono un grande sviluppo superficiale. E’ suddivisa in cinque lobi principali : occipitale,
parietale, temporale, frontale e limbico (così chiamato perché si trova al confine tra il cervello e le
regioni encefaliche sottostanti. I nuclei alla base del cervello sono coinvolti nel controllo della
contrazione dei muscoli scheletrici e interagiscono con i nuclei subtalamici e la substantia nigra e
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con corteccia cerebrale, talamo e cervelletto. L’amigdala e l’ippocampo fanno parte del sistema
limbico, l’amigdala controlla funzioni endocrine e vegetative in rapporto con gli stati emozionali,
l’ippocampo è importante per l’apprendimento e per la formazione della memoria dichiarativa.

- diencefalo (epitalamo + talami + ipotalamo)= L’epitalamo costituisce il tetto del diencefalo.


Contiene l’epifisi (struttura che secerne melatonina) e un’area estesa di plesso corioideo. Il talamo
destro e sinistro sono il punto di trasmissione finale per le informazioni sensitive. I nuclei
subtalamici regolano la contrazione della muscolatura scheletrica, i nuclei talamici anteriori
controllano il comportamento emotivo. L’ipotalamo contiene importanti centri di controllo e di
integrazione mediante interazioni con altri centri encefalici.
- mesencefalo = elaborazione informazioni visive e uditive e genera risposte motorie somatiche
involontarie. E’ costituito sia d sostanza grigia che da sostanza bianca.
- ponte = comprende sostanza grigia (nuclei associati a nervi cranici), una formazione reticolare per
la regolazione della respirazione (centro pneumotassico e apneustico) e dei nuclei motori e fibre di
collegamento.
- cervelletto= localizzato nella parte posteriore dell’encefalo corregge le attività motorie in base ai
ricordi acquisiti e alle informazioni sensitive. La superficie può essere divisa in due lobi ciascuno
dei quali composto da sostanza bianca, corteccia cerebellare e tre formazioni nucleari.
-bulbo = il midollo spinale è connesso all’encefalo tramite il bulbo, dove transitano informazioni
sensitive e vengono regolate importanti funzioni autonome. Il bulbo contiene nuclei di alcuni nervi
cranici, centri cardiaci, centri vasomotori, centri respiratori, nuclei e fibre sensitive e motorie di
collegamento.

MIDOLLO SPINALE:

Possiede rigonfiamenti localizzati, cervicale e lombare, nelle zone in cui la sostanza grigia è maggiore poiché
innerva gli arti. Il midollo spinale adulto si estende dal forame magno del cranio alla vertebra L 1. Esso
termina con una punta conica definita cono midollare. Il filum terminale, una banda di tessuto fibroso,
origina all’estremità del cono midollare, percorre il canale vertebrale fino alla seconda vertebra sacrale, ed
infine entra a far parte del legamento coccigeo.
Il midollo spinale è formato da 31 segmenti, ciascuno dà origine a un nervo spinale. In particolare da
ciascun segmento si diparte una coppia di radici dorsali (posteriori, con funzione sensoriale) e una coppia di
radici ventrali (anteriori, con funzione motoria). Sulla radice dorsale viene a localizzarsi un ganglio sensitivo,
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che prende il nome di ganglio dorsale della radice. La radice posteriore e la radice anteriore vanno poia d
unirsi andando a formare un nervo che prende il nome di misto in quanto formato sia da componente
sensoriale che da componente motoria. L’estensione delle radici dorsali e ventrali del filum terminale
prende il nome di cauda equina.

Meningi spinali ->Le meningi spinali sono membrane specializzate che forniscono stabilità fisica e
resistenza a traumi a carico del tessuto nervoso del midollo spinale. Le meningi encefaliche sono le
membrane che circondano l’encefalo. Esistono tre strati meningei, la dura madre, l’aracnoide e la pia
madre. La dura madre spinale è lo strato fibroso più esterno che ricopre il midollo spinale, è separata dalla
parete più interna del canale vertebrale dallo spazio epidurale. La superficie interna della dura madre è
rivolta verso lo spazio subdurale che, quando presente, separa la dura madre dall’aracnoide (strato
meningeo intermedio). Profondamente all’aracnoide troviamo lo spazio sub aracnoideo, che presenta una
rete di fibre collagene ed elastiche, le trabecole aracnoidee. Questo spazio contiene anche liquido
cerebrospinale, che rappresenta un ammortizzatore e un mezzo per la diffusione di gas disciolti, sostanze
nutritizie, messaggeri chimici e sostanze di scarto. La pia madre è lo strato meningeo più interno. Aderisce
al tessuto nervoso sottostante.
Anatomia di sezione del midollo spinale -> La sostanza grigia, posta al centro con forma di H, circonda il
canale centrale e contiene i pirenofori di neuroni e cellule gliali. Le proiezioni della sostanza grigia verso la
superficie esterna del midollo spinale sono dette corna. Troviamo due corna posteriori contenenti nuclei
sensitivi, somatici e viscerali, e due corna anteriori che presentano nuclei coinvolti nel controllo motorio
somatico. Le commessure grigie sono situate posteriormente e anteriormente al canale centrale. Esse
contengono gli assoni degli interneuroni che transitano da un lato all’altro del midollo. La sostanza bianca,
disposta perifericamente contiene assoni disposti in fasci e colonne. La sostanza bianca è posta
esternamente a quella grigia e può essere suddivisa in 6 colonne, ognuna delle quali contiene fasci. I fasci
ascendenti trasportano tutte le informazioni provenienti dal midollo spinale all’encefalo, mentre i fasci
discendenti fanno il percorso inverso.
I motoneuroni somatici posizionati nelle corna anteriori innervano i muscoli scheletrici e si dividono in
motoneuroni α e motoneuroni γ. I motoneuroni α danno origine ad assoni diretti alle fibre dei muscoli
scheletrici. Il motoneurone e l’insieme delle fibre muscolari da esso innervate prende il nome di unità
motoria. Il numero di fibre varia da 2-3 a parecchie centinaia. I motoneuroni γ sono più piccoli e danno
origine a fibre nervose che innervano i fusi neuromuscolari.
All’interno del midollo spinale vi sono anche interneuroni che trasformano il segnale in arrivo in segnali più

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complessi. Mediante l’azione degli interneuroni si possono avere
- Circuiti per divergenza: il segnale in ingresso può essere distribuito a molteplici cellule
- Inversione del segnale: un segnale eccitatorio attiva un interneurone inibitorio che esercita effetti inibitori
su neuroni
- Circuiti per convergenza: il segnale proveniente da differenti vie converge su singole cellule
- Circuiti riverberanti: il segnale ricircola all’interno di un circuito.
Nel midollo spinale vengono utilizzati differenti messaggeri chimici. I motoneuroni spinali producono
acetilcolina, i neuroni sensoriali glutammato. La noradrenalina e la serotonina svolgono un ruolo
importante nel controllo di stimoli sensoriali afferenti.

SISTEMA NERVOSO PERIFERICO:


Il SNP è formato da una vasta rete di nervi (cranici e spinali), gangli e recettori sensoriali, comprende tutto
il tessuto nervoso presente all’esterno del SNC. Esso collega il SNC con il resto del corpo: le vie afferenti (o
sensitive) trasportano informazioni sensoriali dai recettori verso il SNC mentre le vie efferenti (motorie)
trasportano informazioni motorie dal SNC verso muscoli e ghiandole ( effettori ). Le vie efferenti del SNP
comprendono una componente somatica, che innerva la muscolatura volontaria, e una componente
vegetativa, che innerva la muscolatura involontaria (tubo digerente, cuore ecc..) le ghiandole e i vasi
sanguigni. Quest’ultima componente è detta sistema nervoso autonomo (o neurovegetativo) e ha la
funzione di mantenere l’omeostasi attraverso meccanismi indipendenti dalla volontà e comprende una
componente simpatica e una parasimpatica. Il SNP comprende anche recettori sensoriali con funzione di
trasdurre specifici stimoli fisici in nervosi. I nervi del SNP comprendono 12 paia di nervi cranici, classificati
come sensoriali, motori e misti in base alle loro funzioni, e 31 paia di nervi spinali, denominati in funzione
della vertebra adiacente al punto di emergenza: 8 cervicali, 12 toracici, 5 lombari 5 sacrali e 1 coccigeo.
Nervi cranici:

▪ nervo olfattivo
▪ nervo ottico
▪ nervo oculomotore
▪ nervo trocleare
▪ nervo trigemino
▪ nervo abducente
▪ nervo faciale
▪ nervo vestibolo cocleare
▪ nervo glossofaringeo
▪ nervo vago
▪ nervo accessorio
▪ nervo ipoglosso

Sistema nervoso autonomo (SNA):


è la sezione del sistema nervoso deputata al controllo delle funzioni vitali ed è chiamato autonomo in
quanto indipendente dalla volontà. Rappresenta la componente efferente del sistema nervoso che va a
controllare la motricità dei muscoli lisci e la secrezione ghiandolare. Il SNA è diviso in due branche che
lavorano in antagonismo: sistema nervoso autonomo simpatico e sistema nervoso autonomo
parasimpatico. Questi differiscono in base alle caratteristiche anatomiche, ai neurotrasmettitori utilizzati e
al tipo di effetti indotti sugli organi bersaglio.
Funzioni fisiologiche: Quasi tutti gli organi sono innervati contemporaneamente dai sistemi orto- e para-
simpatico, i quali hanno spesso azione antagonista ma in alcuni casi cooperano per lo svolgimento della
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stessa funzione. Questi presentano un livello di attività definito tono, operando un controllo continuo
sull’attività degli organi effettori. Il grado di attivazione dei sistemi orto- e para-simpatico è regolato in via
riflessa e involontaria in risposta a stimoli sensoriali di diversa natura. Le efferenze viscerali dai segmenti
toracici e lombari formano il sistema toracolombare (simpatico), che stimola il metabolismo tissutale e
incrementa lo stato di attenzione, preparando l’organismo a una eventuale situazione di emergenza. Le
efferenze viscerali dal tronco encefalico e dai segmenti midollari sacrali formano il sistema cranio sacrale
(parasimpatico) che favorisce il risparmio energetico e stimola le attività sedentarie. Entrambi i sistemi
agiscono sugli organi bersaglio liberando neurotrasmettitori. La risposta può essere eccitatoria o inibitoria a
seconda della natura del recettore di membrana.

Comunicazione : Entrambi i sistemi orto- e para- simpatico comprendono due tipi di neuroni: neuroni
pregangliari e neuroni postgangliari. I primi sono sempre situati nel SNC, i secondi nel SNP. (1) Gli assoni
delle fibre pregangliari costituiscono le fibre pregangliari (gruppo B) che si dirigono ai gangli. (2) all’interno
di ciascun ganglio una fibra pregangliare contrae sinapsi secondo divergenza con numerosi neuroni. La
divergenza è maggiormente evidente nel sistema simpatico, gli effetti del parasimpatico rimangono più
circoscritti anche perché al suo interno si verifica un minor grado di divergenza. Le fibre pregangliari
rilasciano prevalentemente ACh che attiva recettori nicotinici generando un potenziale postsinaptico
eccitatorio rapido spesso in grado di generare PDA. All’interno dei gangli si verifica anche convergenza che
rende possibile la sommazione spaziale. (3) All’interno dei gangli sono presenti anche neuroni intrinseci che
rilasciano principalmente dopamina e noradrenalina. Altri neuroni producono serotonina e istamina,
sostanze che si comportano da neuro modulatori nei confronti della trasmissione eccitatoria. (4) i neuroni
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che hanno effettuato sinapsi con fibre pregangliari danno origine a fibre postgangliari che si dirigono verso
gli organi effettori. (5) Gli assoni postgangliari presentano varicosità all’interno delle quali vi sono vescicole
contenenti i neurotrasmettitori, Noradrenalina per le simpatiche e ACh per le parasimpatiche. I
neurotrasmettitori vengono rilasciati a livello di numerosi siti disposti lungo il terminale presinaptico e
diffondono nello spazio interstiziale percorrendo distanze relativamente lunghe prima di raggiungere i
tessuti bersaglio. (6) sulle cellule bersaglio i recettori sono localizzati in maniera uniforme su aree estese, in
questo modo un singolo neurone postgangliare può influenzare un’ampia regione del tessuto bersaglio. (7)
la sinapsi tra il neurone postgangliare autonomo e le cellule bersaglio prende il nome di giunzione neuro
effettrice.

SISTEMA SIMPATICO SISTEMA PARASIMPATICO

Neuroni pregangliari Disposti in colonna all’interno della Localizzati nei nuclei di alcuni nervi
sostanza grigia spinale. cranici e in alcuni segmenti midollari.

Fibre nervose Lasciano il midollo attraverso le radici Terminano in gangli organizzati in


pregangliari ventrali, decorrono nei nervi insieme plessi all’interno della parete degli
agli assoni spinali e poi si separano organi effettori, per questo
formando piccoli fasci diretti ai presentano generalmente lunghezze
gangli. Possono formare sinapsi con i molto elevate.
gangli in cui entrano o procedere per
la catena paravertebrale ed arrivare
in un altro ganglio.

Gangli La midollare surrenale può essere I gangli sono situati vicino agli organi
considerata un grande ganglio. I effettori
gangli sono situati in prossimità del
midollo spinale e comprendono due
catene di gangli paravertebrali e tre
gangli prevertebrali.

Fibre postgangliari Amieliniche, dirette agli effettori. Si distribuiscono a cuore, polmoni e


Alcune ritornano ai nervi spinali in cui apparato gastrointestinale.
continuano a decorrere.

Neurotrasmettitori Durante la prima sinapsi viene Viene utilizzata l’ACh, a livello della
utilizzati sempre liberata ACh. Le fibre prima sinapsi i recettori sono
postgangliari liberano noradrenalina. nicotinici. A livello delle fibre
I recettori sono metabotropi. postgangliari i recettori presenti
sono muscarinici (metabotropi)
quindi la risposta può essere sia
eccitatoria che inibitoria.
Nell’apparato digerente è eccitatoria.

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Controllo centrale del SNA: Diverse strutture del SNC controllano le funzioni del SNA . Il sistema limbico ne
modula l’attività in quanto stati emozionali particolarmente intensi possono indurre risposte viscerali come
l’aumento della frequenza cardiaca. Anche l’ipotalamo influisce sul controllo del SNA confrontando le
informazioni sensitive che riceve con valori di riferimento biologici e in caso di deviazione induce una
modificazione. L’ipotalamo controlla anche il SNA per via umorale tramite la regolazione delle secrezioni
della surrenale. Il controllo volontario di alcune funzioni regolate dal SNA, come la defecazione e la
minzione, è effettuato dalla corteccia cerebrale.

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I SISTEMI SENSORIALI

I sistemi sensoriali vengono attivati da diversi tipi di stimoli fisici che agiscono dall’esterno e dall’interno del
nostro organismo e li trasducono in segnali nervosi che consentono di codificarli e infine elaborano i segnali
nervosi per generare una rappresentazione interna degli stimoli. Non tutte le rappresentazioni interne degli
stimoli hanno un correlato cosciente: numerosi stimoli possono generare una risposta senza che noi ne
siamo consapevoli. Quando si parla di rappresentazioni interne che hanno un correlato cosciente si parla di
sensazioni e percezioni, per quelle che non ce l’hanno si parla di informazioni sensoriali. Le sensazioni sono
distinguibili dalle percezioni perché le prime sono le rivelazioni di uno stimolo, le seconde sono
l’interpretazione di una sensazione tra le altre. Le percezioni sono soggettive in quanto dipendono
dall’esperienza personale.

SENSAZIONI INFORMAZIONI SENSORIALI

Sistema somatosensoriale: sensibilità tattile, Somatiche: propriocezione


propriocezione, introcezione, termocezione, Viscerali: per esempio pressione arteriosa e
sensibilità dolorifica. Venosa, pH del liquido cerebrospinale,
Sensibilità speciale: vista, udito, gusto, olfatto espansione dei polmoni e temperatura
equilibrio e posizione della testa del sangue.

Organizzazione funzionale dei sistemi sensoriali: I recettori rappresentano i primi elementi sensoriali ad
essere attivati. Questi trasducono lo stimolo sensoriale in nervoso. Lo stimolo nervoso viene trasportato al
corteccia cerebrale nel SNC dove si realizza la percezione cosciente. Il primo neurone che trasmette
l’informazione sensoriale al SNC prende il nome di neurone di primo ordine (nel ganglio), questo può
ricevere segnali convergenti e generare segnali divergenti. Attiva sempre un secondo neurone che prende il
nome di neurone di secondo ordine (nel tronco encefalico). Quest’ultimo porta il segnale ad un nucleo
talamico specifico per ogni modalità sensoriale, dove forma sinapsi con neuroni di terzo ordine. I neuroni di
terzo ordine formano sinapsi con la corteccia, ma solamente se le sinapsi generate a livello delle
terminazioni del talamo sono eccitatorie.

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Classificazione dei recettori sensoriali: i recettori sensoriali trasducono stimoli fisici in una modificazione
del potenziale di membrana definita potenziale di recettore. I recettori possono essere suddivisi in base alla
tipologia cellulare in neuroni sensitivi, specializzazioni dirette della fibra afferente che generano
direttamente i PDA nella stessa cellula e in cellule sensoriali, che comunicano con i neuroni sensitivi
mediante una sinapsi. Le cellule sensoriali sono presenti solamente nella retina e nel sistema uditivo. I
recettori sensoriali possono essere anche classificati in base al tipo di energia a cui sono sensibili:

➢ Meccanocettori : prevalentemente sensibili ad energia meccanica. La deformazione meccanica


della membrana genera la chiusura dei canali ionici sensibili allo stiramento. Rispondono a
distorsioni, contatto o pressione sulle loro membrane cellulari.
➢ Chemiocettori: prevalentemente sensibili ad energia chimica. Le sostanze chimiche mediano
l’apertura o la chiusura dei canali accoppiandosi a recettori legati a proteine G. Sono sensibili alle
sostanze idrosolubili e liposolubili disciolte nei liquidi circostanti. Controllano quindi la
composizione chimica dei liquidi corporei.
➢ Fotorecettori: prevalentemente sensibili all’energia elettromagnetica. La luce causa una
modificazione in pigmenti che va ad agire sulle proteine G.
➢ Termocettori: prevalentemente sensibili all’energia termica che fa variare la permeabilità dei canali
ionici. I termocettori per il freddo si depolarizzano quando la temperatura diminuisce, quelli per il
caldo quando aumenta.
➢ Nocicettori: rispondono generalmente a stimoli dolorifici e quindi in seguito a danni tissutali.

Codificazione del tipo di stimolo: La codificazione della modalità sensoriale dipende dalla specificità delle
strutture nervose che costituiscono i sistemi sensoriali. Stimoli fisici diversi attivano in modo specifico
sistemi sensoriali diversi. Abbiamo la specificità del recettore sensoriale, i recettori sensoriali sono infatti
morfologicamente e funzionalmente specializzati a trasdurre specifiche forme di energia. La specificità delle
vie sensitive, in quanto le vie nervose afferenti sono specifiche per una determinata modalità sensoriale, la
loro attivazione genera infatti sempre lo stesso tipo di percezione. La specificità dei centri nervosi superiori
in quanto la prima fase di elaborazione centrale dell’informazione avviene in aree specifiche della corteccia.
Potenziale di recettore: il potenziale di recettore è graduato, cioè la sua ampiezza aumenta all’aumentare
dell’intensità dello stimolo. Gli stimoli di intensità minima percepibile sono quelli che generano un
potenziale di recettore che raggiunge la soglia per generare un PDA. Gli stimoli sensoriali pari alla soglia
percettiva sono quelli che generano un potenziale di recettore in grado di far variare la quantità di
neurotrasmettitore liberato.
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Durata della stimolazione e adattamento: La durata della stimolazione è codificata in base alla durata della
risposta recettoriale: la percezione inizia quando l’energia dello stimolo raggiunge la soglia di sensibilità e
termina quando non è più efficace. L’adattamento dei recettori consiste nel decremento della risposta
recettoriale durante l’applicazione di uno stimolo di intensità costante. Questo può essere dovuto a un
riarrangiamento strutturale del recettore o alla inattivazione dei canali ionici membra nari. In alcuni
recettori, chiamati tonici o a lento adattamento, la risposta recettoriale diminuisce lentamente
(adattamento parziale) ma mai completamente: i recettori continuano a scaricare PDA per tutta la durata
dello stimolo. In altri recettori, chiamati fasici o a rapido adattamento la risposta recettoriale diminuisce
rapidamente e la sensazione sparisce: terminano le scariche di PDA.
Codificazione della sede di stimolazione. Acuità: La sede della stimolazione è codificata in base alla
distribuzione topografica dei recettori attivati. La precisione nella localizzazione dello stimolo, definita
acuità percettiva, è tanto maggiore più grande è il numero di recettori e se le fibre afferenti sono a rapida
conduzione. Inoltre è maggiore se i campi recettivi delle unità sensoriali adiacenti sono parzialmente
sovrapposti perché gli stimoli che attivano due o più unità sensoriali vengono localizzati nella regione
cutanea di sovrapposizione laterale. Un’ulteriore miglioramento dell’acuità deriva dall’inibizione laterale
che consiste nell’inibizione delle afferenze sensitive adiacenti in modo da risaltare il contrasto tra le regioni
più stimolate e quelle meno.

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IL SISTEMA SOMATOSENSORIALE

Il sistema somatosensoriale è costituito da strutture nervose che ricevono, trasducono ed elaborano stimoli
meccanici, chimici, termici e dolorifici.
Sensibilità tattile: modalità sensoriale relativa a tutti i tipi di stimolazione della cute (no sensazioni
termiche e dolorifiche). Tutti i tipi di recettori prendono quindi il nome di recettori tattili, però possiamo
distinguere tatto superficiale, pressione, solletico, prurito, flessione dei peli, stiramento e vibrazione. Tutti
questi sono meccanocettori, quindi recettori sensibili all’energia meccanica. I dischi di Merkel sono
recettori tonici che rispondono a stimolazione superficiale e a stimolazione pressoria più intensa. Sono
composti da una grande cellula epiteliale in stretto contatto con un processo dendritico di una fibra
sensitiva. La compressione della cellula di Merkel causa liberazione di peptidi che attivano la fibra nervosa.
Molti di questi recettori sono raggruppati a costituire un unico sistema recettoriale chiamato recettore a
cupola di Iggo. I corpuscoli di Meissner si trovano subito sotto l’epidermide per esempio nei polpastrelli, nel
palmo della mano e nelle labbra. Sono formati da tessuto connettivo e da cellule di Schwann e hanno campi
recettivi molto piccoli. Sono recettori fasici. I recettori dei follicoli piliferi rispondono come i precedenti a
stimolazioni tattili superficiali. I corpuscoli di Pacini si trovano negli strati più profondi del derma e acnora
più in profondità. Sono costituiti da un singolo dendrite. La compressione meccanica causa la deformazione
del recettore e l’attivazione del terminale nervoso. La risposta si adatta molto rapidamente. I corpuscoli di
Ruffini si trovano anch’essi negli strati più profondi del derma e ancora più in profondità. Sono formati da
una capsula contenente terminali nervosi. Sono molto sensibili anche allo stiramento.
La rilevazione dell’intensità sulla cute dipende dal tipo di recettore attivato, dall’intervallo di sensibilità di
quest’ultimo e dal numero di recettori attivati. La capacità di discriminare la forma e il tipo di superficie
dipende invece dalla acuità tattile e quindi dalla precisione della localizzazione spaziale dello stimolo. La
parte del corpo più adatta all’esplorazione tattile sono le mani poiché contengono un numero maggiore di
recettori tattili rispetto alle altre parti del corpo. I corpuscoli di Meissner e i dischi di Merkel sono i recettori
tattili maggiormente implicati in questo processo poiché i più numerosi nella mano. La capacità di
rispondere alla vibrazione e al movimento di uno stimolo sulla cute dipendono dalla velocità di
adattamento del recettore: solo i meccanocettori fasici come il corpuscolo di Pacini e il corpuscolo di
Meissner ne sono in grado.
Propriocezione: consiste nella rappresentazione interna relativa alla disposizione spaziale (senso di
posizione) e al movimento dei segmenti corporei nello spazio. I propriocettori più conosciuti sono il fuso
neuromuscolare, attivato dallo stiramento muscolare, e l’organo tendineo del Golgi localizzato nella
giunzione tra muscolo scheletrico e tendine, attivato dallo stiramento dei tendini. Anche alcuni recettori
tattili forniscono informazioni di natura propriocettiva.
Termocezione: percezione cosciente della temperatura esterna. I recettori responsabili della termocezione
sono terminazioni nervose situate immediatamente al di sotto dell’epidedermide: termocettori per il
freddo e termocettori per il caldo. Subito sotto l’epidermide esistono anche altri due tipi di recettori
sensibili alla temperatura: i nocicettori termici per il freddo e i nocicettori termici per il caldo. Questi sono
responsabili delle sensazioni dolorose dovute al forte raffreddamento o riscaldamento.
7° → attivi solo i nocicettori termici per il freddo = dolore
7°-14° → attivi nocicettori termici per il freddo e termocettori per il freddo = freddo+ dolore
15° - 30° → attivi i termocettori per il freddo = freddo
30° - 43° → termocettori per il caldo = caldo
43° - 50° → termocettori per il caldo e nocicettori termici per il caldo = caldo + dolore
> 50° → nocicettori termici per il caldo = dolore
i termocettori cutanei sono coinvolti anche nella termoregolazione e quindi nel mantenimento della
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temperatura corporea interna ad un valore costante.
Introcezione: si riferisce alle sensazioni che provengono dagli organi interni, ma non dall’apparato
locomotore (propriocezione). Normalmente l’introcezione non ha un correlato cosciente, fornisce
prevalentemente informazioni sensoriali necessarie per mettere in atto i riflessi viscerali. A volte
l’attivazione di questi recettori può però causare sensazioni, come l’eccessivo riempimento gastrico.
Nocicettori: la percezione del dolore (nocicezione) utilizza recettori e percorsi nervosi distinti da quelli
utilizzati per le altre percezioni somatosensoriali. I nocicettori sono terminazioni libere che presentano il
corpo cellulare nei gangli delle radici dorsali e proiettano un assone alla periferia e uno al midollo spinale.
Dai nocicettori origina la percezione dello stimolo dolorifico. I nocicettori sono classificati in base al tipo
difibra che li caratterizza e al tipo di stimolo a cui rispondono. Troviamo fibre Aδ mieliniche, che rispondono
a stimoli meccanici o meccano-termici ad alta intensità e fibre C amieliniche che rispondono in maniera
polimodale a stimoli meccanici, meccano-chimici e chimici. Esistono quindi tre tipi di nocicettori per il
dolore: meccano sensibili, meccanotermici e polimodali.
La percezione del dolore può essere classificata in sensitivo discriminativa che segnala la locazione,
l’intensità e la qualità dello stimolo e in sensitivo-motivazionale che segnala la spiacevole qualità
dell’esperienza e dà origine alla risposta del SNA. La sensazione del dolore non è limitata alla superficie
cutanea, esistono anche sensazioni dolorifere provenienti da strutture somatiche profonde e dai visceri,
queste presentano caratteristiche diverse in quanto sono meno acute e poco localizzate. Inoltre non
presentano una propria via specializzata nella trasmissione afferente verso il talamo.
Vie ascendenti somatosensoriali spinali: I neuroni sensitivi di primo ordine delle vie somatosensoriali
spinali sono neuroni “pseudo unipolari” o “a T” che presentano un corpo cellulare situato in un ganglio
della radice posteriore da cui prendono origine un assone, chiamato assone centrale, e un dendrite
modificato, che prende il nome di assone periferico. La porzione recettoriale è situata nella cute o in tessuti
più profondi. La regione cutanea innervata da una singola radice posteriore prende il nome di
dermatomero. Le fibre dei neuroni entrano nel midollo spinale e si dividono in due rami, il ramo mediale
che si dirige direttamente verso l’alto, e il ramo laterale, che entra nel corno posteriore della sostanza
grigia.
Vie ascendenti somatosensoriali craniali: La sensibilità somatica della maggior parte del volto e del cuoio
capelluto è trasmessa dai nervi trigeminali. Altre parti del volto sono innervate dai nervi faciale,
glossofaringeo e vago. Gli assoni dei neuroni di secondo ordine salgono fino al talamo nel lemnisco
trigeminale e infine formano sinapsi con neuroni di terzo ordine nel talamo.
Le fasi più complesse dell’elaborazione avvengono nella corteccia cerebrale, in particolar modo nel lobo
parietale.

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CONTROLLO MOTORIO

Il sistema motorio è costituito da reti neurali che servono per la locomozione, la postura, l’alimentazione, la
respirazione e i movimenti oculari.
Possiamo distinguere due tipologie di movimento:

• Movimenti veloci: contano su sequenze motorie memorizzate. Le informazioni vengono inviate ai


centri motori in anticipo rispetto all’esecuzione motoria, mediante un meccanismo di feedforward.
• Movimenti lenti: sostenuti da un importante controllo a feedback. Questo consente di correggere
il movimento durante il corso della sua esecuzione sulla base di informazioni sensoriali.

Nella comune attività motoria utilizziamo entrambi i meccanismi.


Organizzazione gerarchica dei sistemi motori: l’attività motoria principale può avere origine a tre diversi
livelli, midollo spinale (forme più semplici di motricità riflessa), tronco encefalico (controllo di postura ed
equilibrio) e corteccia cerebrale (attività motorie volontarie). Possiamo inoltre distinguere tre diverse
modalità motorie: movimenti riflessi, posturali e volontari.
Movimenti riflessi → rapide reazioni motorie estranee alla volontà che si generano in risposta ad uno
stimolo sensitivo. Le due caratteristiche sono la velocità e l’involontarietà. Lo stimolo sensoriale raggiunge
un determinato segmento del SNC e evoca la risposta motoria. I movimenti riflessi più semplici sono quelli
che implicano il midollo spinale.
Movimenti posturali → finalizzati a mantenere stabile la posizione del corpo nello spazio. Hanno anche una
finalità antigravitaria. Il controllo dell’equilibrio presenta il centro principale a livello del tronco encefalico.
Il mantenimento della postura si basa prevalentemente sull’attività motoria riflessa, ma è implicato anche il
controllo motorio volontario.
Movimenti volontari → attività motorie che rientrano nella progettualità individuale. Sono principalmente
organizzate a livello della corteccia cerebrale, dei gangli della base e del cervelletto.

MOVIMENTI RIFLESSI:
Sono risposte rapide ed involontarie e includono: riflessi spinali, riflesso vestibolo oculare, riflessi posturali
e connessi alla locomozione. I recettori implicati nei riflessi spinali sono rappresentati principalmente dal
fuso neuromuscolare e dall’organo tendineo del Golgi.
Fuso neuromuscolare: piccole strutture di forma allungata che si trovano nel muscolo scheletrico.
Contengono delle fibre chiamate fibre muscolari intrafusali che sviluppano una debole tensione che non
contribuisce in maniera significativa alla tensione sviluppata dal muscolo, ma stira la regione centrale del
fuso stesso (parte recettrice). Le fibre muscolari intrafusali si distinguono in fibre a sacco nucleare
(presentano una espansione centrale in cui sono localizzati i nuclei) e in fibre a catena nucleare (nuclei
allineati a catena). I fusi sono connessi al SN tramite fibre sensitive e motorie. Le fibre motorie sono definite
fibre γ, provengono da motoneuroni γ e la loro attivazione determina la contrazione dei filamenti
intrafusali.
Le terminazioni sensitive vengono eccitate dallo stiramento di un fuso quando il muscolo si allunga. Queste
terminazioni possono essere:
- Terminazioni primarie (o anulospilari, si avvolgono a spirale), fibre sensitive mieliniche di tipi IA a elevata
conduzione. Misurano il grado di allungamento del muscolo e la velocità di stiramento: scaricano a
frequenza tanto più elevato quanto è maggiore la velocità. Hanno quindi una componente statica e una
dinamica.
- Terminazioni secondarie, fibre mieliniche di tipo II con minore velocità di conduzione. Informano sul
grado di allungamento del muscolo.
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La contrazione delle fibre muscolari intrafusali è fondamentale per mantenere il fuso della stessa lunghezza
della fibra muscolare scheletrica; ha un ruolo nella regolazione della sensibilità del fuso e consente di
regolare separatamente le proprietà dinamiche e statiche dei fusi.
Organo tendineo del Golgi: sono recettori situati in corrispondenza della giunzione tra le fibre muscolari e il
tendine. Ogni organo del Golgi è innervato da una singola fibra mielinica di tipo IB che dopo il suo ingresso
nella capsula perde il rivestimento. All’interno dell’organo sono presenti fibre collagene che si stirano
quando il tendine viene sottoposto a tensione causando l’eccitamento delle fibre nervose che mandano
così segnali al midollo spinale. Vengono infatti chiamati recettori di tensione, evitano un eccessivo
sviluppo di forza che potrebbe causare la rottura del tendine.
Arco riflesso: Si definisce arco riflesso il circuito nervoso che determina i movimenti riflessi. Un arco riflesso
è costituito da (1) recettori, localizzati a livello di muscoli, cute e articolazioni. (2) vie nervose afferenti,
costituite da fibre nervose sensitive. (3) centro di integrazione, rappresentato dal midollo spinale. (4) vie
nervose efferenti costituite da fibre provenienti da motoneuroni spinali dirette ai muscoli scheletrici. (5)
effettore.
Si distinguono riflessi monosinaptici e polisinaptici a seconda del numero di sinapsi coinvolte. Inoltre
possiamo distinguere riflessi propriocettivi (originano da propriocettori) e esterocettivi (originano da
recettori della cute).
Monosinaptico: la fibra afferente genera sinapsi con il neurone da cui poi parte la fibra efferente.
Polisinaptico: tra il neurone afferente e quello efferente vi è interposto almeno un interneurone.

RIFLESSI PROPRIOCETTIVI:
Riflesso miotatico → anche chiamato riflesso da stiramento consiste nell’accorciamento riflesso di un
muscolo come conseguenza del suo allungamento. L’arco riflesso è monosinaptico: le terminazioni
sensoriali entrano direttamente in contatto sinaptico con i motoneuroni α. Gli impulsi sensoriali attivano la
fibra sensitiva IA del fuso, questa genera il PDA che arriva al midollo spinale. Tramite sinapsi viene attivato il
motoneurone α che va a causare la contrazione del muscolo. Gli impulsi sensoriali attivano inoltre gli
interneuroni GABAergici che inibiscono l’attività degli antagonisti. Il riflesso comporta quindi la contrazione
degli agonisti e il rilascio degli antagonisti. Questo comportamento prende il nome di inibizione reciproca.
Il riflesso miotatico può essere fasico che comprende lo stiramento dei fusi forzatamente allungati (se

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spingo con forza un braccio questo torna alla posizione normale) oppure tonico, che prevede un leggero ma
continuo stiramento dei fusi. L’attivazione tonica a bassa frequenza dei fusi permette che questi
mantengano la scarica neuronale a bassa frequenza per lunghi periodi di tempo.
Riflesso tendineo → anche chiamato miotatico inverso è di tipo inibitorio ed è indotto dagli organi tendinei
del Golgi. I segnali provenienti dagli organi tendinei viaggiano lungo le fibre nervose A che entrano nel
midollo spinale e terminano su interneuroni inibitori che vanno a inibire i motoneuroni α. Si parla quindi di
riflesso disinaptico.
Gli organi del Golgi si attivano solamente in seguito a stiramenti molto intensi, in questi casi la loro azione
inibitoria prevale su quella eccitatoria: questo effetto prende il nome di reazione di allungamento.

RIFLESSI ESTEROCETTIVI:
Originano da recettori che si trovano nella cute o nelle mucose e sono sempre riflessi polisinaptici. I riflessi
esterocettivi sono caratterizzati dall’allontanamento dallo stimolo, si ha quindi per esempio la flessione
dell’arto inferiore per allontanare il piede da uno stimolo che causa dolore sotto la pianta. Una peculiarità
del riflesso flessorio è la variabilità della risposta riflessa in base alla localizzazione dello stimolo. Tutte le
risposte esterocettive hanno però in comune l’allontanamento del corpo dallo stimolo doloroso: si parla di
riflesso di allontanamento. Circa 0,2-0,5 secondi dopo l’attivazione del riflesso flessorio viene attivato
anche il riflesso estenso crociato che provoca l’estensione dell’arto collaterale. Le vie sensoriali afferenti
coinvolte nei riflessi di allontanamento inviano impulsi alle corna posteriori del midollo spinale tramite
circuiti divergenti per la contrazione, circuiti inibitori per gli antagonisti e circuiti riverberanti che causano
una risposta postuma.

ALTRI RIFLESSI SPINALI:


Riflesso di grattamento: evocato da uno stimolo leggermente irritante localizzato sulla cute. Consiste in
movimenti alternati della zampa più vicina alla zona.
Riflessi neurovegetativi: come la regolazione del tono dei vasi, la sudorazione e lo svuotamento della
vescica.
Adattabilità dei riflessi spinali: I circuiti neuronali dei riflessi spinali sono ben definiti, ma la risposta
motoria finale può essere modificata in modo da adattarsi a diverse condizioni posturali. L’adattabilità dei
riflessi spinali si basa su tre principi:

• Ai motoneuroni spinali pervengono informazioni diverse e la risposta finale risulta dalla loro
integrazione.
• Le vie nervose responsabili di una risposta riflessa vengono scelte in base al compito motorio da
eseguire. Questo fenomeno prende il nome di atteggiamento funzionale.
• I centri sopraspinali svolgono un ruolo fondamentale nell’adattare i riflessi spinali alle diverse
condizioni del soggetto, talvolta anche inducendo movimenti di segno opposto se necessario.

Shock spinale: Lesioni spinali possono causare deficit sensitivi e motori la cui entità e localizzazione variano
in funzione del segmento spinale interessato. Una sezione trasversale completa causa la perdita di tutte le
funzioni midollari a valle della lesione. Questo è chiamato shock spinale e causa una immediata
soppressione dei riflessi spinali.

AREE MOTORIE CORTICALI:


Il movimento volontario si origina dalle aree motorie corticali che comprendono un’area motoria primaria e
diverse aree premotorie. Le due principali aree motorie corticali sono:

I. Corteccia motoria primaria: localizzata nel lobo frontale e caratterizzata da neuroni molto grandi.
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II. Corteccia premotoria: caratterizzata da cellule piramidali di medie dimensioni è localizzata
rostralmente alla corteccia motoria primaria.

Altre aree implicate nell’attività motoria sono l’area motoria supplementare, la corteccia associativa
parietale e le aree 23 e 24 del giro del cingolo. Le aree motorie differiscono per l’organizzazione interna e
per le connessioni con le altre aree corticali. La corteccia motoria primaria e la corteccia premotoria
ricevono informazioni dal cervelletto, l’area motoria supplementare dai gangli della base.
Corteccia motoria primaria: è una mappa topografica dei muscoli del corpo. Le parti distali degli arti sono
localizzate posteriormente, le prossimali anteriormente. Inoltre le zone del corpo con grandi masse
muscolari hanno piccole rappresentazioni corticali: l’estensione è correlata alla capacità di graduare la
forza, la precisione e la complessità dei movimenti.

Questa organizzazione somatotopica è una sorta di mosaico composto da piccole aree che prendono il
nome di rappresentazioni motorie. Ciascuna rappresentazione motoria è responsabile del controllo di un
gruppo di muscoli sinergici: ad una data rappresentazione motoria corrisponde un dato movimento
articolare. L’attivazione di più rappresentazioni evoca un movimento più complesso, pluriarticolare. La
stessa rappresentazione motoria può essere combinata con altre e implicata quindi in differenti movimenti
complessi.
Una caratteristica importante di questa mappa somatotopica è la plasticità, infatti può essere modificata
con l’apprendimento o in seguito a lesioni: proprietà caratteristica dei movimenti volontari è il
miglioramento della loro efficienza con la pratica in seguito a processi di potenziamento/depressione a
lungo termine della trasmissione sinaptica.
Funzioni della corteccia motoria primaria:

❖ Partecipa sia all’elaborazione del programma motorio che alla sua esecuzione.
❖ Codifica l’intensità della forza
❖ Codifica la direzione del movimento

Corteccia motoria supplementare e premotoria: programmano la direzione del futuro movimento e poi
trasferiscono questa informazione alla corteccia motoria primaria. La corteccia motoria supplementare
coordina i movimenti tra i due lati del corpo. I neuroni della corteccia premotoria scaricano in modo simile
sia durante l’esecuzione del movimento che durante la sua ripetizione mentale. Questi fanno sì che sia

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possibile migliorare la performance analogamente a quanto avviene con la ripetizione reale del movimento
stesso.
Il movimento di raggiungimento: i neuroni ricevono informazioni visive relative alla distanza e alla
posizione di un oggetto rispetto al corpo e codificano il movimento nella direzione appropriata per
raggiungerlo.
Il movimento di prensione: I neuroni ricevono informazioni visive relative alla forma e alla dimensione
dell’oggetto e codificano per una corretta apertura della mano e distensione delle dita.
L’esecuzione di un movimento volontario è quindi il risultato di una complessa elaborazione corticale. La
prima volta che viene eseguito un dato movimento vengono coinvolte numerose aree motorie, alle
ripetizioni successive si ha selezione di circuiti sempre più semplici.

IL CERVELLETTO:
Contiene più neuroni di tutto il resto del cervello, la sua funzione principale è quella di conferire precisione
nei movimenti, infatti presenta importanti connessioni con la corteccia primaria motoria. E’ suddiviso in tre
lobi: flocculonodulare, anteriore e posteriore. Il posteriore può essere suddiviso in verme cerebellare e
negli emisferi cerebellari. Funzionalmente è diviso in tre parti

1. Vestibolo-cervelletto : controlla gi aggiustamenti posturali utili per l’equilibrio del corpo e stabilizza
lo sguardo.
2. Spino-cervelletto: comprende il verme cerebellare, esso riceve informazioni dal tronco e dalle
regioni prossimali degli arti e ne regola i movimenti con modalità feedforward.
3. Cerebro-cervelletto: riceve informazioni dalla corteccia cerebrale e proietta principalmente alla
corteccia motoria. Programma il movimento volontario.

Corteccia cerebellare: è formata da tre strati, dall’esterno troviamo lo strato molecolare, lo strato delle
cellule di Purkinje e lo strato dei granuli, al di sotto del quale si trova la sostanza bianca. La corteccia
cerebellare modula le informazioni che passano attraverso i nuclei cerebellari. A livello cerebellare si attua
un continuo confronto tra i movimenti programmati e la loro effettiva esecuzione.
Strato molecolare: ha aspetto granuloso ed è formato dai prolungamenti dendritici dalle cellule di Purkinje.
Sparse si possono trovare anche piccole cellule nervose che sono interneuroni inibitori che formano sinapsi
con le cellule di Purkinje.
Strato delle cellule di Purkinje: sono le cellule nervose principali della corteccia cerebellare. Presentano una
voluminosa espansione dendritica e un neurite che passa nella sostanza bianca e termina nei nuclei centrali
del cervelletto.
Strato dei granuli: formato da piccole cellule nervose molto addensate il cui neurite risale nello strato
molecolare dove si divide a T in due assoni lunghi. Queste fibre formano sinapsi con le cellule di Purkinje. In
questo strato si trovano anche le cellule del Golgi che rappresentano l’elemento inibitorio dei granuli.

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Le afferenze eccitatorie che arrivano alla corteccia cerebellare sono rappresentate da fibre rampicanti e
fibre muscoidi che innervano corteccia e nuclei cerebellari. I segnali inviati alle cellule di Purkinje vengono
integrati e ritrasmessi ai nuclei cerebellari ove hanno effetto inibitorio. Pertanto le celule di Purkinje
inibiscono l’attività dei neuroni bersaglio “cancellando” la parte d i attività che “non serve” in modo da
lasciare solamente quella utile.

Nuclei cerebellari: sono il fastigio, l’interposito e il dentato. Ricevono proiezioni inibitorie dalle cellule di
Purkinje ed eccitatorie dalle fibre muscoidi e rampicanti. Ogni coppia di nuclei cerebellari (omologhi nei due
lati) è associata ad una specifica regione della corteccia cerebellare. Ogni singola unità è costituita da una
rappresentazione motoria, da ogni singola rappresentazione può essere evocato un movimento. Poiché
ogni rappresentazione motoria controlla un dato movimento e nei nuclei cerebellari c’è un numero finito di
rappresentazioni motorie consegue che le funzioni motorie del cervelletto dipendono dalla distribuzione
topografica delle proiezioni afferenti. Sono queste che infatti possono attivare l’effetto motorio di una
singola rappresentazione o combinare l’effetto di un certo numero di rappresentazioni.
Gangli della base: sono formazioni subcorticali interconnesse tra loro, sono il nucleo caudato, il putamen
(che insieme prendono il nome di coro striato) il globo pallido, la sostanza nera e il nucleo subtalamico. Ai
gangli della base arrivano le proiezioni di fibre eccitatorie provenienti dalla corteccia cerebrale. Il nucleo
caudato risponde agli stimoli visivi e uditivi quando attraggono l’attenzione del soggetto. Il putamen evoca i
movimenti degli arti controlaterali e movimenti bilaterali dei muscoli del tronco e della faccia e codifica la
direzione e la velocità del movimento.
Gli assoni corticali generano circuiti divergenti che permettono a un singolo neurone di integrare
informazioni ricevute da migliaia di cellule corticali. I neuroni spinosi preparano al movimento e ricevono
fibre provenienti dalla sostanza nera. I neuroni spinosi danno origine a proiezioni GABAergiche inibitorie
che terminano sul segmento interno del globo pallido e sulla sostanza nera.
Modalità operativa dei gangli della base: I gangli della base esercitano un controllo sia facilitatorio che
inibitorio sull’attività motoria. Il circuito diretto ha azione facilitatoria e si articola nei seguenti elementi:
corteccia cerebrale – striato – globo pallido – talamo – cortecce motorie. La corteccia cerebrale invia
segnali eccitatori ai neuroni spinosi che inviano segnali inibitori alle cellule del globo pallido che smette di
inibire il talamo (generalmente esercita una inibizione tonica sul talamo). L’effetto finale del circuito diretto
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è quello di facilitare l’attività motoria.
il circuito indiretto ha azione inibitoria sul movimento. Si articola nei seguenti segmenti: corteccia cerebrale
– striato – globo pallido – nucleo subtalamico – globo pallido – talamo – cortecce motorie. I segnali
eccitatori corticali attivano i neuroni spinosi che inviano segnali inibitori alle cellule del globo pallido
bloccando l’inibizione tonica che solitamente genera sul nucleo subtalamico. Aumenta la frequenza di
scarica dei neuroni subtalamici che stimolano i neuroni del globo pallido che tornano ad inibire. L’effetto
finale è inibire l’attività motoria.
Tramite l’attivazione equilibrata dei circuiti diretto e indiretto la corteccia cerebrale può controllare molto
finemente l’attività motoria rendendo fluido e ben coordinato il movimento.
I gangli della base sono anche implicati in processi cognitivi e nella regolazione del tono umorale.

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FUNZIONI SUPERIORI DEL SISTEMA NERVOSO

La maggior parte del mantello corticale è occupata da aree che prendono il nome di aree associative. Le
zone principali delle aree associative sono la frontale, la parietale e la temporale. Le funzioni delle aree
associative comprendono gli aspetti cognitivi. Le aree associative ricevono afferenze provenienti dal talamo
e da altre regioni corticali e sottocorticali. Le proiezioni talamo-corticali costituiscono il più importante
contingente di fibre che innerva le aree associative. Le connessioni cortico-corticali provengono da aree
poste nello stesso emisfero cerebrale o dall’emisfero controlaterale passando per il corpo calloso.
Proiezioni da altre strutture sottocorticali sono implicate in funzioni differenti, inclusa la regolazione del
ciclo sonno-veglia.
Corteccia associativa parietale: lesioni portano a incapacità di percepire e prestare attenzione agli oggetti
nello spazio visivo o a parti del proprio corpo opposti al lato della lesione e difficoltà motorie sempre
riguardanti il lato opposto della lesione. La corteccia parietale destra controlla entrambi i lati, la sinistra
controlla solamente il destro. Quando la sinistra viene danneggiata non vi sono conseguenze in quanto la
corteccia parietale destra compensa le mancanze.
Corteccia associativa temporale: identifica e riconosce gli stimoli che attirano la nostra attenzione. Lesioni
portano a difficoltà di memoria e difficoltà ad attribuire un determinato nome ad un determinato oggetto.
Corteccia associativa frontale: è la più estesa. La parte anteriore è denominata prefrontale ed è connessa
con altre aree corticali. Un danneggiamento dei lobi prefrontali porta a sintomi che determinano una
profonda alterazione della personalità, apatia, instabilità del tono emotivo, comportamento impulsivo e
non adeguato. Danneggiamenti del lobo frontale di sinistra portano a incapacità di articolare correttamente
i fonemi che costituiscono il linguaggio vocale.

LE EMOZIONI E IL SISTEMA LIMBICO:


Le emozioni sono condizioni mentali e fisiologiche associate ad un’ampia gamma di sentimenti e
comportamenti. Le emozioni sono correlate all’attività di un gruppo di strutture nervose poste al centro
dell’encefalo, denominate nel loro insieme sistema limbico. Le strutture cerebrali maggiormente implicate
sono : amigdala, corteccia prefrontale, corteccia cingolata, striato venrtale, corteccia insulare.
Amigdala: piccola struttura rotonda posta in entrambi gli emisferi della corteccia temporale. Serve per la
valutazione emotiva e per la memorizzazione di eventi negativi.
Corteccia prefrontale: si trova nel polo più anteriore dell’encefalo. Accoppia emozioni a comportamenti
valutandone prima le conseguenze. Serve anche per processi di autogratificazione e protrarre le emozioni.

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Corteccia cingolata: serve per determinare lo stato di attenzione e portare a livello di coscienza le pulsioni
emotive.
Striato ventrale: (nucleo caudato + putamen). Serve per la genesi delle emozioni e l’induzione di
comportamenti ad esse coerenti. E’ implicato nell’autogratificazione in particolare nell’associare emozioni
positive all’esecuzione di comportamenti finalizzati.
Corteccia insulare: induce modifiche funzionali a carico di vari organi e apparati in associazione ad emozioni
intense. Esistono infatti connessioni anatomiche tra la corteccia insulare e i centri vegetativi.
Reazioni intense danno luogo a diverse modulazioni neurovegetative. Le reazioni vegetative non si
presentano mai mescolate tra loro in modo complesso ma con combinazioni specifiche per ciascuna
emozione: ciascun tipo di emozione evoca risposte comportamentali geneticamente determinate che non
dipendono da acquisizioni culturali. L’emozione influenza anche l’aspetto cognitivo, infatti quando ha una
forte valenza può radicarsi profondamente nella memoria. In condizione di forte stress può causare la
rimozione di apprendimenti ben consolidati. Abbiamo due tipologie di emozioni, le primarie:

➢ Rabbia e paura
➢ Tristezza e gioia
➢ Sorpresa e attesa
➢ Disgusto e accettazione

Il binomio tristezza- gioia è importante in quanto controlla il tono dell’umore. Il secondo gruppo di
emozioni è costituito dalle secondarie, che sono derivate dalle primarie:

➢ Allegria
➢ Vergongna
➢ Ansia
➢ Rassegnazione
➢ Gelosia
➢ Speranza
➢ Perdono
➢ Offesa
➢ Nostalgia
➢ Rimorso
➢ Delusione

Il tono dell’umore: l’umore è il risultato di un equilibrio dinamico del binomio tristezza-gioia che non è
statico ma oscilla. Secondo la teoria psicodinamica una emozione prevale sull’altra a causa dell’ “eco
emotivo”: esperienze pregresse situate nella memoria spesso al di sotto del livello della coscienza
modificano e condizionano i vissuti e i comportamenti. Secondo la teoria organicistica sono prevalenti i
meccanismi biologici di natura neurochimica. A regolare questi meccanismi sono le vie noradrenergiche, le
vie serotonergiche e le vie dopaminergiche.
Vie noradrenergiche: coinvolte nello stato di allerta, percezione del dolore, vigilanza, apprendimento,
formazione della memoria. Oltre a incidere sul tono dell’umore la noradrenalina è stata classificata come
neurotrasmettitore dal funzionamento sociale, cioè della capacità di interagire con il mondo esterno.
Vie serotoninergiche: regolano il tono dell’umore, l’impulsività, l’appetito, sessualità, aggressività.
Vie dopaminergiche: controllano i comportamenti motivati e modulano gli stati affettivi.

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IL SONNO E LA VEGLIA:
L’apparecchio che registra l’attività del cervello prende il nome di elettroencefalografo, la rappresentazione
grafica della registrazione elettroencefalogramma (EEG). Alcune indagini hanno evidenziato un’attività
ritmica dell’encefalo che in condizioni fisiologiche può essere distinta in 4 ritmi:
Ritmo α → Ha una frequenza di 8-15 hertz. Si registra in aree parietali e occipitali di soggetti svegli e
rilassati ma con occhi chiusi per non ricevere informazioni visive. La stimolazione sensoriale determina la
perdita del ritmo α.
Ritmo β → ha una frequenza di 16-30 hertz. Si registra nelle zone anteriori dell’encefalo in condizioni di
allerta, attività mentale o in seguito a stimolazione sensoriale.
Ritmo θ → Ha una frequenza di 4-7 hertz. Si registra nelle regioni tempo-parietali dei bambini. Negli adulti
si registra solamente nella fase di addormentamento, nelle fasi 2 e 3 del sonno e sotto stress.
Ritmo δ → Ha una frequenza inferiore a 3,5 Hz. Si registra nella fase 4 del sonno per questo anche definita
“sonno a onde lente”.
Nei lattanti le attività bioelettriche sono costituite soltanto da onde lente. Fino alla pubertà i ritmi lenti
diminuiscono e si osserva l’insorgenza dei ritmi alfa e beta. Alla pubertà scompaiono i ritmi lenti e
l’elettrogenesi assume carattere adulto. Anche il bisogno di sonno varia con l’età: se nella vita prenatale
occupa gran parte del tempo va progressivamente a ridursi fino a rappresentare 6 ore negli anziani.
Il sonno viene diviso in fasi sulla base di variazioni di EEG, EOG e EMG. L’EOG (elettroculogramma) consente
di distinguere due fasi

1. Sonno REM, caratterizzato da movimenti oculari rapidi, attività di EEG simile a quella della veglia e
caduta del tono muscolare dovuta ad un aumento di attività dei neuroni GABAergici.
2. Sonno NREM (Non-REM), caratterizzato dall’assenza di movimenti oculari e da assenza di EEG
simile a quello della veglia.

L’EEG ha permesso di identificare 5 stadi del sonno, 1 REM e 4 NREM.

Stadio 1. Corrisponde all’addormentamento. L’attività alfa diminuisce e compaiono poche onde


theta. Permangono movimenti oculari lenti e oscillatori. L’EMG mostra attività tonica persistente.
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Stadio 2. Costituisce insieme all’addormentamento il sonno superficiale. Sono presenti ritmi theta
di basso voltaggio. Sono assenti movimenti oculari e l’EMG presenta ancora attività tonica.
Stadio 3. Insieme allo stadio 4 costituisce il sonno profondo. Vi sono ritmi theta e delta. Il tono
muscolare è lievemente ridotto e i movimenti degli occhi quasi assenti.
Stadio 4. Presenza quasi esclusiva di onde delta.
Stadio 5. Stadio REM.
Il sonno è organizzato in cicli che costituiscono le unità funzionali del sonno, della durata approssimativa di
90 minuti.

Il ciclo sonno-veglia è regolato da un “orologio” che è influenzabile da informazioni esterne, sia di tipo
naturale (ciclo luce-buio) sia di tipo sociale (Ritmi di vita).

APPRENDIMENTO E MEMORIA:
Apprendimetno= processo di acquisizione di nuove conoscenze
Memoria= codificazione delle nuove conoscenze, conservazione e utilizzazione. In base a criteri qualitativi è
stato possibile distinguere due tipi di memoria:

• Memoria dichiarativa, riguardante informazioni accessibili alla coscienza derivate da esperienze


personali o dalla conoscenza di nozioni. Sono importanti il lobo temporale mediale e l’ippocampo.
• Memoria procedurale, riguarda capacità che vengono acquisite gradualmente attraverso la
ripetizione di una certa esperienza. Appartengono a questo tipo di memoria le procedure motorie:
Dopo aver imparato non abbiamo consapevolezza di alcun ricordo particolare mentre mettiamo in
atto la procedura. Sono coinvolti i gangli della base, la corteccia motoria e in alcuni casi il
cervelletto. Appartiene a questa categoria anche il comportamento acquisito in seguito ad uno
stimolo che comporta dolore. Intervengono in questo l’amigdala, l’ippocampo e il sistema limbico.

In base alla durata sono stati distinti 4 tipi principali di memoria:

• Memoria immediata, serve per mantenere la consapevolezza di cosa sta succedendo e consente di
ricordare per un secondo o poco più le informazioni provenienti da tutti gli organi di senso.
Comprende aspetti consci (dirige l’attenzione verso determinati episodi) e inconsci (si viene a
formare memoria procedurale).

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• Memoria a breve termine, consente di ricordare le cose per un periodo di tempo che va da un
secondo ad alcuni minuti. Comprende sia aspetti dichiarativi che procedurali. Nella formazione di
questo tipo di memoria si attua un iniziale processo di codificazione che consente di interpretare
l’informazione e di mantenere più a lungo il ricordo. Una forma particolare di memoria a breve
termine è la memoria di lavoro. Essa consente di ricordare le informazioni il tempo necessario per
poterle elaborare mediante attività cognitive. Questo tipo di memoria presenta un centro
operativo centrale, che focalizza l’attenzione sulle informazioni da elaborare, il centro
dell’articolazione verbale, che consente la memorizzazione, e il centro dello scenario visuo-spaziale
che aiuta ad orientare l’attenzione.
• Memoria a medio termine e a lungo termine, rappresentano il processo di consolidamento di
memorie a breve termine. Per la memoria a breve termine questo avviene tramite un
potenziamento transitorio della trasmissione sinaptica. Nella memoria a lungo termine il
potenziamento della trasmissione si mantiene più a lungo. Il sonno, in particolare la fase REM ha un
ruolo fondamentale nel consolidamento della memoria dichiarativa. Il processo di consolidamento
avviene nell’ippocampo e successivamente l’informazione viene trasferita ad altre regioni. Per
quanto riguarda la memoria procedurale è essenziale la ripetizione.

Il recupero delle memorie a medio e lungo termine è un processo attivo; l’eliminazione dei ricordi è un
processo fisiologico fondamentale che consente di focalizzarsi sui ricordi più importanti. L’eliminazione non
fisiologica si definisce amnesia.
La memoria filogenetica è un tipo particolare che non dipende dal nostro apprendimento, bensì dalle
informazioni acquisite dai nostri avi nel corso dell’evoluzione.

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IL MUSCOLO SCHELETRICO

Il tessuto muscolare è un tessuto specializzato nella contrazione, infatti le cellule del tessuto muscolare
sono diverse da tutte le altre. Il loro citoplasma è chiamato sarcoplasma e la loro membrana plasmatica è
detta sarcolemma.

PROPRIETA’ DEL TESSUTO MUSCOLARE:


Le proprietà del tessuto muscolare sono quattro
1) eccitabilità = capacità di rispondere agli stimoli provenienti dal del sistema nervoso.
2) contrattilità = capacità di accorciarsi e di esercitare una tensione.
3) estensibilità = capacità di continuare a contrarsi molte volte oltre la lunghezza di riposo.
4) elasticità = capacità di tornare alla lunghezza iniziale al termine di ogni contrazione.
Nell’organismo umano si possono riscontrare tre tipi di tessuto muscolare che presentano tutti un analogo
meccanismo di contrazione ma diversa composizione interna: striato, liscio e cardiaco.

La parte centrale del muscolo va a costituire il cosiddetto ventre, composto da tessuto striato avvolto da
tessuto connettivo elastico. In ciascun muscolo sono presenti tre strati concentrici di tessuto connettivo,
partendo dall’esterno troviamo prima l’epimisio, che ricopre l’intero muscolo. Successivamente troviamo
uno strato centrale chiamato perimisio che contiene collagene, che avvolge compartimenti interni di fibre
muscolari chiamati fascicoli. Lo strato più interno è dato dall’endomisio che avvolge le singole fibre
muscolari e le connette alle circostanti. Sparse tra l’endomisio e le fibre muscolari si trovano le cellule
miosatelliti, importanti per la riparazione. A ciascuna estremità del muscolo le fibre dei tre strati si uniscono
a formare i tendini fibrosi che permettono l’attacco del muscolo alle ossa, alla cute o ad altri muscoli.
Questi danno origine al capo di origine (tendine superiore) e al capo di inserzione (tendine inferiore). La
comunicazione tra un terminale sinaptico e una fibra muscolare avviene in un sito chiamato giunzione
neuromuscolare. Ogni fibra muscolare ha una sola giunzione neuromuscolare ubicata circa a metà della sua
lunghezza. La membrana cellulare di una fibra muscolare viene definita sarcolemma, mentre il citoplasma
viene definito sarcoplasma.

Fibre muscolari: Le fibre muscolari scheletriche sono molto grandi e multinucleate. Nel corso dello sviluppo
embrionale dei gruppi di cellule chiamati mioblasti si fondono per formare le singole fibre muscolari
scheletriche. Ciascun nucleo rappresenta perciò il contributo di un singolo mioblasto. Alcuni mioblasti non
si fondono e rimangono nel tessuto adulto sotto forma di miosatelliti. Profonde invaginazioni del
sarcolemma verso il sarcoplasma formano dei tubuli ristretti chiamati tubuli T che si associano al reticolo
sarcoplasmatico e formano le cisterne terminali, strutture in cui vengono accumulati gli ioni calcio.
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Il sarcoplasma contiene moltissime miofibrille, formazioni cilindriche rivestite singolarmente da membrane
del reticolo sarcoplasmatico e ancorate al sarcolemma con entrambe le estremità. Esse rappresentano le
formazioni responsabili della contrazione muscolare, infatti essendo ancorate al sarcolemma la loro
contrazione determina l’accorciamento dell’intera cellula.
Miofibrille: sono costituite da fasci di miofilamenti composti da due proteine, la Actina e la Miosina. I
filamenti di actina fanno parte dei filamenti sottili, quelli di miosina sono i filamenti spessi. Entrambi sono
organizzati in unità ripetitive chiamate sarcomeri. Ciascuna miofibrilla è costituita da circa 10000 sarcomeri
in cui le interazioni tra i due tipi di filamenti sono responsabili della contrazione.
Schema strutturale del sarcomero: i filamenti spessi si trovano nella zona centrale, che prende il nome di
banda A. I filamenti sottili si trovano a ciascuna estremità del sarcomero in due zone chiamate banda I. I
filamenti spessi sono uniti da proteine che formano la linea M. Quelli sottili sono legati a proteine di
connessione che segnano le estremità di ogni sarcomero formando le linee Z. I filamenti sottili e quelli
spessi sono sovrapposti per gran parte della banda A, questa zona prende il nome di zona di
sovrapposizione. La parte della banda A in cui sono presenti solamente filamenti spessi prende invece il
nome di banda H.

Filamenti sottili: la F-actina è una proteina filamentosa formata dalla polimerizzazione della proteina G-
actina. I filamenti sottili hanno un andamento a spirale e sono formati da due filamenti di F-actina avvolti
tra loro. Questi filamenti possiedono un sito attivo capace di legarsi al filamento spesso. Avvolte sui
filamenti sottili si trovano anche le proteine associate tropomiosina e troponina (3 unità). La tropo miosina
forma lunghe catene che coprono i siti attivi, la troponina stabilizza la tropo miosina.
Filamenti spessi: costituiti da un fascio di molecole di miosina ognuna formata da una coda allungata e da
due teste globulari libere. Le teste sono orientate verso l’esterno verso i filamenti sottili. Queste al
momento della contrazione connettono i filamenti spessi e sottili e per questo prendono anche il nome di
ponti trasversali. Presentano anche un sito di legame per l’ATP.

CONTRAZIONE MUSCOLARE:
La contrazione muscolare è il risultato dello slittamento dei filamenti sottili sopra ai filamenti spessi. Questo
è reso possibile dalla formazione di ponti trasversali miosina- actina: le teste della miosina si legano alla
actina tramite siti specifici, successivamente la miosina, ruotando sulla sua posizione, si flette verso la linea
M facendo scivolare il filamento sottile verso l’interno.Questo provoca l’accorciamento del sarcomero, si
ha l’accorciamento delle bande H e I e l’allungamento della zona di sovrapposizione. L’ampiezza della
banda A rimane invariata.

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1) Si ha uno stimolo che dal cervello viene trasmesso al muscolo tramite il neurotrasmettitore acetilcolina.
A livello della giunzione neuromuscolare infatti l’acetilcolina rilasciata dal terminale sinaptico si lega a dei
recettori specifici posti sul sarcolemma.
2) Si ha quindi una variazione del potenziale trans membrana della fibra muscolare che genera un
potenziale di azione che si propaga lungo la superficie della fibra e i tubuli T.
3) A questo punto il reticolo sarcoplasmatico rilascia gli ioni Ca + contenuti all’interno delle cisterne in modo
da aumentarne la concentrazione nel sarcoplasma.
4) Gli ioni calcio si legano alla troponina e quindi il complesso troponina-tropomiosina varia ( la troponina si
stacca dalla tropomiosina) e vengono esposti i siti di attacco sui filamenti di actina per le teste della
miosina. Si formano dunque i ponti trasversali. Fino ad ora le teste di miosina sono state a 90° rispetto
all’actina.
5) Le teste di miosina cambiano conformazione e si flettono di circa 45° in direzione della linea M. Questo
cambio dell’angolo di legame prende il nome di colpo di forza e causa il trascinamento dei filamenti sottili a
cui la miosina è legata.
6) La miosina lega l’ATP e si stacca rapidamente dall’actina così la generazione di forza cessa e la miosina
torna in posizione di riposo.
La generazione del potenziale di azione cessa quando l’acetilcolina viene degradata dall’acetilcolinesterasi,
gli ioni calcio vengono riassorbiti e il complesso troponina- tropo miosina torna a bloccare i siti. Si verifica
quindi il rilassamento muscolare.
Curva tensione-lunghezza del singolo sarcomero: La teoria dello scorrimento dei filamenti prevede che l
forza generata sia direttamente proporzionale al numero di ponti trasversali che si possono formare. La
curva si ottiene tramite contrazioni isomeriche.

E. Scelgo la massima lunghezza (3,6 micron) e stimolo il sarcomero causando la contrazione e


misurando la forza che si genera. In questo caso la forza è zero poiché le linee Z sono distanziate,
non si sovrappongono e non si viene a formare tensione.
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D. La lungezza di sovrapposizione dei filamenti aumenta, si vengono a formare tutti i ponti possibili e
ottengo quindi la tensione massima che la fibra presa in considerazione può generare.

C. blocco la lunghezza della fibra a 2,05. Noto che la tensione generata è la stessa, ciò significa che il
numero di ponti che si formano è lo stesso che nella zona D. Questo è possibile anche se la fibra è più
accorciata in quanto la miosina presenta una zona detta nuda in cui sono presenti solo code e non
teste, dove quindi non è possibile che si formino ponti trasversali. Questa zona prende il nome di zona
di Plateau.

B. A distanza 1,65 noto che la tensione generata è minore, ciò significa che diminuisce il numero di
ponti trasversali che vengono a formarsi, questo perché la fibra è talmente accorciata che avviene una
sovrapposizione tra filamenti sottili. Siamo nella parte discendente della campana.

Accoppiamento eccitazione-contrazione: Nella membrana postsinaptica sono espresse alte densità di


recettori nicotinici, nAChR che si aprono legandosi all’ACh e depolarizzano la membrana poastsinaptica
generando un potenziale di placca. Questo si propaga attivando i canali Na e K, si genera quindi un PDA. Il
sarcolemma ha una struttura particolare: ad intervalli regolari forma invaginazioni dette tubuli T. Tali tubuli
presentano canali del Na e recettori (DHPR) che sono canali del Ca di tipo L. Questi canali hanno una soglia
di attivazione di -30 mV. Quando il PDA raggiunge i tubuli T si propaga lungo la superficie ed attiva i canali
per il Na e i recettori. L’accoppiamento eccitazione-contrazione è costituito da una serie di eventi, inizia
con la propagazione del PDA e un aumento della concentrazione del Ca nel sarcolemma e termina con
l’attivazione dei ponti trasversali. Questo accoppiamento implica il coinvolgimento di una serie di strutture
proteiche. Il reticolo sarcoplasmatico rappresenta il deposito intracellulare di Ca. Il calcio si trova legato ad
un’altra proteina, la calciosequestrina. Le cisterne terminali presentano una membrana contenente
proteine-canale che permettono la fuoriuscita di Ca verso il sarcoplasma. Queste proteine sono bloccate
dall’alcaloide rianodina e sono dette pertanto recettori della rianodina (RyR). Siccome i RyR liberano nel
sarcolemma il Ca contenuto nelle cisterne sono denominati anche canali di liberazione del Ca (RyR-CRC).
Una tetrade presenta quattro recettori DHPR, quando vengono attivati dal PDA del tubulo T cambiano
conformazione e fanno sì che si aprano i RyR-CRC. L’apertura dei RyR-CRC accoppiati ai DHPR determina
una prima fuoriuscita di Ca che causa l’apertura dei RyR-CRC non accoppiati ai RyR-CRC.

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Scossa semplice e contrazione tetanica: La risposta meccanica di un muscolo ad un singolo stimolo e quindi
ad un singolo PDA prende il nome di scossa semplice. Se applico un secondo stimolo quando ancora un
certo numero di ponti trasversali è legato, la forza sviluppata sarà maggiore. Se si ripetono gli stimoli con le
stesse frequenze, le singole scosse si sommano e si osservano delle oscillazioni della risposta meccanica.
Tale risposta prende il nome di risposta tetanica incompleta. Aumentando la frequenza l’ampiezza
aumenta e l’entità delle oscillazioni si riduce. Un ulteriore aumento della frequenza determina una
contrazione ancora più elevata, costante, che prende il nome di plateau. Questa risposta meccanica è
denominata tetano completo. La tensione sviluppata al plateau è la tensione massima che una fibra o un
muscolo può generare: la stimolazione ripetitiva mantiene alta la concentrazione di Ca.

Scossa semplice: L’asse delle ordinate rappresenta la tensione, quella delle ascisse il tempo. Applico uno
stimolo, inizialmente, durante la stimolazione, non ho risposta ed ho quindi un tempo definito di latenza.
Successivamente, dopo 20 ms l’actina e la miosina iniziano ad interagire: si ha una fase di contrazione e la
curva della forza sale verso l’alto. Successivamente si ha una fase di rilasciamento.

Scossa tetanica: in vivo non si verifica mai. La prima curva del grafico rappresenta una contrazione dovuta
ad una singola scossa. Le tre curve successive rappresentano la reazione alla stimolazione successiva
applicata quando ancora erano presenti dei ponti trasversali e quelle dopo, ancora più ravvicinate la
reazione alla sommazione spaziale dovuta a stimolazioni successive a breve distanza (tetano incompleto). Il
tetano è uno stato di contrazione mantenuto: il muscolo si rilascia solo dopo la fine degli stimoli. Al tetano
si raggiunge la tensione massima con la formazione di tutti i ponti possibili.

Contrazione isometrica e isotonica: In fisiologia con il termine contrazione si indica qualunque attività
meccanica del muscolo. I parametri utili per valutarla sono forza, lunghezza e tempo. Le condizioni migliori
per valutarla sono la contrazione isometrica (la lunghezza è costante, il muscolo non si accorcia, ma si
sviluppa una forza) e la contrazione isotonica (la tensione è costante, il muscolo si accorcia ma la forza
sviluppata rimane costante. Queste contrazioni si verificano solamente quando sono connesse ad ossa,
sono infatti influenzate dalle articolazioni ossee e dalla modalità di inserzione dei tendini sulle ossa.
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Contrazione isometrica: Un muscolo può sviluppare forza senza accorciarsi e per la teoria del work stroke la
forza sviluppata dipende dalla lunghezza. Sperimentalmente uno dei due tendini del muscolo viene fissato
ad un supporto rigido l’altro a un trasduttore di forza rigido. Successivamente si applica una stimolazione
con due elettrodi, in modo da generare un tetano completo. La stimolazione viene ripetuta a lunghezze
diverse del muscolo che permette di ottenere una curva tensione-lunghezza.

Contrazione isotonica: Nella contrazione isotonica un muscolo può liberamente accorciarsi e genera una
forza costante producendo un lavoro. Per la registrazione uno dei tendini viene fissato a un trasduttore di
forza, l’altro a un trasduttore di lunghezza a cui è fissato in serie un peso P, inferiore alla massima tensione
tetanica che il muscolo può sviluppare. Tale peso viene chiamato postcarico perché influenza l’attività del
muscolo solo quando è stimolato a frequenza tetanica. Viene applicata una forza (precarico) e la tensione
cresce fino a quando non raggiunge il valore del peso P e la lunghezza del muscolo non cambia (durante
questo periodo si ha una contrazione isometrica). Appena la forza sviluppata supera il peso P Il muscolo
inizia ad accorciarsi sollevandolo e poiché il peso è costante in questa fase la contrazione è isotonica.
All’aumentare del postcarico la durata della fase isometrica aumenta e quella della fase isotonica
diminuisce.

La relazione forza-velocità non è lineare, ma è descritta da una iperbole. Il valore della velocità massima di
accorciamento dipende dalla lunghezza del muscolo ed è massimo quando il muscolo ha lunghezza pari a
quella di riposo. Con stimolazioni prolungate il muscolo inizia ad accorciarsi con una velocità minore fino a
quando raggiunta la forza massima determinata dalla relazione forza-lunghezza cessa di accorciarsi e la
velocità si annulla. Quanddo il postcarico è maggiore rispetto alla massima tensione tetanica che il muscolo
può sviluppare se si toglie il supporto si ha una velocità di allungamento lenta che aumenta quasi
linearmente all’aumentare del postcarico.
Metabolismo del muscolo scheletrico: L’attività contrattile necessita ATP e Ca+. Il calcio è contenuto
principalmente nel reticolo sarcoplasmatico e nei mitocondri. L’ATP è necessaria al processo contrattile, ma
anche alla pompa SERCA e alla pompa Na/K ATPasi. L’energia contrattile è liberata dalla de fosforilazione
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dell’ATP in ADP operata dall’ATPasi miosinica. L’ATP che si trova nel sarcoplasma è sufficiente soltanto per
6-10 contrazioni, occorre quindi una rapida risintesi di ATP. Questa avviene mediante 3 processi:

I. Fosforilazione diretta: è un sistema di deposito dell’ATP costituito da fosfocreatina.


ATP + creatina = fosfocreatina + ADP. La fosfocreatina può formare ATP per mezzo dell’enzima
creatininchinasi. Tale fosforilazione dell’ADP può fornire sufficiente ATP per 50-100 contrazioni
muscolari.
II. Glicolisi anaerobica: è un processo molto veloce che genera però poca energia. Si ha la formazione
dell’acido piruvico con risintesi dell’ADP in 3 moli di ATP. Successivamente in mancanza di ossigeno
si ha formazione di acido lattico. Si manifesta nelle contrazioni isometriche intense.
III. Fosforilazione ossidativa: è la più lunga e complessa, ma anche quella che rende maggiormente. E’
una fosforilazione aerobica e si ottiene attraverso la catena delle reazioni del ciclo di Krebs. In
questa via si ha l’ossidazione completa dell’acido piruvico fino a CO 2 e H2O con risintesi di 36 moli di
ATP. Questa è la via metabolica utilizzata durante attività prolungate.

Fatica muscolare: Se un muscolo è stimolato ripetutamente per tempi lunghi si instaura la fatica muscolare.
Durante una stimolazione tetanica il tetano muscolare è mantenuto per un certo periodo, dopo di che la
forza sviluppata dal muscolo diminuisce progressivamente, è questo il fenomeno che prende il nome di
fatica muscolare ed è dovuto alla diminuzione di concentrazione di ATP. Se le stimolazioni tetaniche si
ripetono molte volte il muscolo rimane in uno stato permanente di contrazione e si parla di contrattura da
fatica perché continua lo sviluppo di forza, ma per mancanza di ATP la miosina rimane legata all’actina e
non si ha il rilascio.
Tipi di fibre muscolari: I muscoli scheletrici sono in grado di compiere diverse azioni strettamente
dipendenti dal tipo di fibre che li compongono. Le proteine dei filamenti di actina sono ben conservate in
tutti i muscoli scheletrici, le proteine della troponina e della miosina possono esprimersi in diverse
isoforme. In alcuni muscoli prevale una determinata tipologia, in altri sono espressi diversi tipi di fibre
msucolari. Nel corpo umano esistono tre tipi fondamentali di fibre muscolari scheletriche:
Fibre rapide-> anche chiamate fibre bianche, hanno diametro elevato e contengono miofibrille fittamente
stipate. Hanno grandi riserve di glicogeno ma pochissimi mitocondri. Hanno una velocità di risposta
(contrazione) agli stimoli molto elevata, la tensione prodotta è proporzionale al numero dei sarcomeri,
dunque queste fibre sviluppano forze molto elevate, però l’affaticamento si manifesta molto rapidamente
in quanto la contrazione richiede molta ATP che viene prodotta principalmente dalla glicolisi anaerobia
(molto lenta) e non dai mitocondri in quanto presenti in minima parte. Se stimolate con un PDA sviluppano
forza e si rilasciano in circa 50 millisecondi.
Fibre lente-> sono anche chiamate fibre rosse, hanno un diametro la metà di quelle rapide. La risposta
(contrazione) è più lenta, ma può continuare per tempo prolungato senza mostrare affaticamento perché i
mitocondri possono continuare a produrre ATP per tutto il periodo di contrazione. Queste fibre utilizzano
quindi un metabolismo aerobio. Presentano scarse quantità di glicogeno. Hanno una più ricca irrorazione
ematica delle altre, di conseguenza riflettono una più intensa attività metabolica. Queste fibre sono
mantenute tonicamente attive dai motoneuroni α. Ci mettono il triplo del tempo a contrarsi e a rilasciarsi in
confronto alle fibre rapide (150 millisecondi).
Fibre intermedie-> Come dice il nome presentano caratteristiche intermedie tra le due, dal punto di vista
istologico sono più simili alle fibre rapide, ma contengono più mitocondri.
Nella maggior parte dei muscoli si trovano tutti e tre i tipi di fibre, ma varia notevolmente la loro
proporzione. I muscoli con prevalente attività flessoria presentano una maggioranza di fibre veloci, quelli
con prevalente attività posturale presentano quasi solamente fibre lente. La predominanza di fibre ci

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permette di classificare i muscoli in pallidi e rossi. Le fibre a contrazione lenta sono tonicamente attivate,
quelle a contrazione rapida hanno un’attività fasica e sono quindi attive solamente in determinate
condizioni.
Le unità motorie: tipi e funzioni. Ogni singolo neurone innerva un numero limitato di fibre muscolari. Un
motoneurone insieme alle fibre muscolari da esso innervate costituisce l’unità motoria. In generale i
muscoli fasici hanno unità motorie più grandi dei muscoli tonici. Inoltre i muscoli che determinano il
movimento di una grande massa corporea hanno unità motorie grandi, quelli che controllano movimenti e
aggiustamenti fini hanno poche fibre muscolari per unità motoria.
La frequenza di scarica dei motoneuroni α è tale da generare nelle fibre innervate tetani incompleti, ma
l’attività delle singole unità motorie non è sincorna per cui il movimento risulta fluido. L’attività contrattile
con tetani incompleti favorisce il riassorbimento di ossigeno e la riduzione della fatica delle fibre di una
unità motoria.
I motoneuroni α con corpo cellulare piccolo hanno assoni di diametro ridotto e possiedono una minor
velocità di conduzione. Innervano fibre lente.
I motoneuroni α con corpo cellulare più grande hanno una più alta velocità di conduzione e innervano fibre
muscolari rapide.
I motoneuroni α con proprietà intermedie innervano le fibre intermedie.

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IL MUSCOLO LISCIO

I muscoli lisci sono così chiamati in quanto non presentano striature trasverse. Le fibre del muscolo liscio
presentano determinate caratteristiche:

- Hanno una forma fusiforme, una o entrambe le estremità della fibrocellula può essere bifida.
- Contengono un solo nucleo nella regione equatoriale
- Le loro dimensioni variano a seconda dell’organo in cui vanno a trovarsi.
- Il sarcolemma è ricco di piccole invaginazioni, caveole, con funzione di introdurre nella fibra
materiale nutritizio per endocitosi.
- Sono unite meccanicamente da giunzioni strette e gap, le quali permettono che l’attivazione di una
fibra determini l’attivazione di tutte le fibre circostanti. Il muscolo liscio può quindi coinvolgere
molte fibre (muscoli unitari) o poche (muscoli multiunitari).
- Sono eccitabili ma la loro attività avviene più lentamente: la durata del PDA è più lunga, ma
l’accoppiamento eccitazione-contrazione è più lento per l’assenza di tubuli T. Il processo di
contrazione è più lento e meno potente in quanto i filamenti contrattili non sono organizzati in
miofibrille.
- Non sono sotto il controllo volontario, i muscoli lisci sono innervati dalle fibre del SNA che formano
contatti sinaptici con le fibre muscolari lisce senza la presenza di una struttura differenziata quale la
placca motrice.

Le proteine contrattili: Alcuni mio filamenti sono disposti in fasci ancorati a masse di una sostanza densa
(corpi densi) con funzione equivalente alle linee Z del muscolo striato. I corpi densi sono connessi tra loro
da filamenti intermedi e ad essi si ancorano i filamenti di F-actina, corrispondenti ai filamenti sottili delle
fibre striate. I filamenti di miosina sono disposti nella parte centrale, tra due corpi densi. I segmenti corpo
dens0 – mio filamento – corpo denso non sono in serie tra loro ma sono disposti su piani diversi e in
direzioni diverse. Si ha quindi una disposizione radiale che genera contrazioni su assi diversi. E’ comunque
accettata la teoria dello scorrimento dei filamenti anche per la muscolatura liscia.

Struttura e funzione delle fibre: i muscoli lisci presentano diversità a seconda delle funzioni dell’organo a
cui appartengono, quindi la classificazione delle fibre risulta complessa.

A. Tessuti di organi cavi: le fibre sono disposte a strati. La rigidità e l’elasticità sono determinate dal
1. Canale digerente: si contrae tonicamente per controllare la quantità di contenuto e
ritmicamente per rimescolarlo e farlo progredire. E’ formato da uno strato di fibre circolare
che regola il diametro del canale e uno strato di fibre longitudinale che ne regola la

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lunghezza. Prevalentemente nello strato muscolare circolare ci sono sfinteri che bloccano o
permettono il passaggio dei prodotti della digestione.
2. Organi con forma a sacco: (vescica urinaria, uretere e retto) Le fibre muscolari sono
disposte in strati complessi per permettere variazioni di volume. Sono presenti sfinteri.
3. Vasi sanguigni: il muscolo serve per regolare il diametro e il flusso. L?attività muscolare è
prevalentemente tonica. Le fibre sono disposte in strati circolari o obliqui. Nelle arteriole vi
è un solo strato circolare.
B. Tessuti di organi non cavi: le fibre si riuniscono in piccoli gruppi. (es. muscoli lisci della milza).

Anche il tipo di innervazione dei tessuti muscolari, essendo in relazione con la funzione dell’organo, è molto
varibile da tessuto a tessuto. Alcune fibre muscolari lisce hanno una duplice innervazione, altre solo la
simpatica. I muscoli lisci dell’apparato digerente sono innervati anche da plessi nervosi situati nella parete
muscolare.
Dal punto di vista della modalità di attivazione alcuni muscoli si contraggono solo in seguito a impulsi
provenienti da fibre nervose (come quelli dei follicoli piliferi o dei dotti deferenti), altri sono dotati di
attività spontanea (come quelli dell’apparato gastrointestinale e delle cavità a sacco). La distinzione
funzionale non è però assolita, infatti per esempio la muscolatura dell’apparato gastroenterico può anche
essere indotta a contrarsi dall’innervazione parasimpatica e a rilasciarsi dalla simpatica. Anche per quel che
riguarda i muscoli lisci controllati da impulsi nervosi, la risposta ai neurotrasmettitori varia da una struttura
muscolare ad un’altra.

Muscoli unitari: vengono così definiti perché si comportano come un sincizio (fusione) funzionale, infatti
l’attività che insorge nasce in una fibra muscolare liscia e si propaga a tutte le altre così che il tessuto
muscolare si comporta come una unità. Tutto ciò è determinato dalla presenza di giunzioni gap che
permettono la diffusione di ioni e piccole molecole nelle zone limitrofe. La propagazione degli ioni facilita la
propagazione della depolarizzazione e del PDA.
Muscoli multi unitari: sono così chiamati perché si comportano come molte unità. Ogni unità è costituita
da un certo numero di fibre innervate da singole fibre motrici del sistema nervoso vegetativo. Non sono
dotati di automatismo e non rispondono allo stiramento .
Muscoli misti: hanno proprietà intermedie tra gli unitari e i multiunitari. Possono contrarsi per innervazione
simpatica, volontariamente o possono essere sensibili allo stiramento.

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Trasmissione dell’impulso: I mediatori chimici della trasmissione neuromuscolare a livello dei muscoli lisci
sono l’acetilcolina e la noradrenalina. L’acetilcolina, una volta liberata determina la contrazione della
maggior parte dei muscoli lisci con cui viene a contatto e agisce preferibilmente sui recettori β. La
noradrenalina agisce sulle cellule effettrici attraverso due tipi di recettori: α e β. Quando agisce sui primi
provoca eccitamento, sui secondi inibizione. La fibra muscolare liscia non possiede nessuna struttura
presinaptica simile alla placca motrice. Le fibre nervose inoltre si pongono in contatto diretto solamente
con alcune fibre. Più cellule vengono interessate dall’effetto del neurotrasmettitore per diffusione di
questo da una cellula all’altra o per il passaggio dell’eccitamento attraverso le giunzioni gap ( muscoli
unitari).
I canali voltaggio-dipendenti sono attivati da variazioni del potenziale di membrana. Tra questi troviamo
due canali per il K, i canali del Na e quelli del Ca di tipo L. Nel muscolo liscio non sono presenti le
invaginazioni dei tubuli T quindi l’entrata nel sarcoplasma di calcio extracellulare è resa possibile tramite
l’attivazione dei canali del calcio di tipo L del sarcoplasma. Il calcio che entra attraverso questi canali si
propaga per diffusione nel sarcoplasma e attiva dei recettori che liberano ulteriori ioni Ca. Si evidenziano
poi due canali del K. Il primo, Kca si attiva quando la concentrazione di calcio mioplasmatica aumenta e
determina l’iperpolarizzazione della membrana. Il secondo, K ATP è regolato dalla concentrazione di ATP e si
apre iperpolarizzando la cellula quando l’ATP scarseggia. Oltre ai canali ionici nel sarcolemma del muscolo
liscio si trovano recettori metabotropi e ormoni che attivano una proteina G. Quest’ultima attiva una
cascata di eventi che può generare un PDA oppure attività auto ritmiche. I recettori espressi nelle fibre lisce
sono generalmente noradrenergici α1 (depolarizzazione), α2 β2 (iperpolarizzazione).
Processo contrattile: Soltanto nei tessuti muscolari lisci controllati da fibre nervose si ha l’accoppiamento
eccitazione-contrazione. In tutti gli altri tessuti non è indispensabile un PDA perché si generi la contrazione.
L’accoppiamento eccitazione-contrazione implica l’utilizzo di ioni calcio: il PDA attiva i canali del calcio di
tipo L che a loro volta attivano recettori che liberano ulteriori ioni calcio. Il calcio necessario per
l’accoppiamento eccitazione-contrazione proviene sia dal liquido extracellulare che dal reticolo
sarcoplasmatico. Il flusso di calcio attraverso il sarcolemma richiede più tempo per raggiungere i filamenti
contrattili, ma è comunque adeguato al tipo lento di contrazione caratteristico del muscolo liscio.
Gli ioni calcio attivano la miosina: nel muscolo liscio i filamenti non interagiscono con la miosina, ma è
quest’ultima che deve essere attivata per interagire con i filamenti di F-actina. Il proccesso contrattile del
muscolo liscio è determinato da vari meccanismi:

I. La concentrazione di ioni calcio aumenta nel sarcolemma. Questi si legano ad una proteina
(calmodulina). Successivamente questo complesso si lega ad un enzima inattivo la MLCK (chinasi
delle catene leggere miosiniche) e l’attiva. Si forma un complesso Ca – calmodulina – MLCK. Il
complesso venutosi a formare agisce sulla miosina causando contrazione meccanica.
II. La Ca – calmodulina sposta il caldesmone, proteina legata alla F-actina che ne copre i siti di attacco.
Come conseguenza si rendono disponibili i siti dell’actina.
III. Vengono attivate proteine G che attivano una cascata di eventi che porta alla formazione del
complesso MLC – fosfatasi che inibisce il complesso Ca – calmodulina – MLCK riducendo la
contrazione.
IV. Vengono attivate altre proteine G che favoriscono la contrazione inibendo l’azione inibente della
MLC – fosfatasi.

I due cicli dei ponti trasversali: Nel muscolo liscio i ponti trasversali possono dare origine a due cicli, veloce
e uno lento. Infatti gli stati dei ponti trasversali possono esistere sia nella forma fosforilata che in quella
defosforilata. Il ciclo nella forma fosforilata è più veloce, nella forma defosforilata è più lento e richiede

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meno Ca. La soglia di concentrazione di Ca per attivare la contrazione è inferiore a quella scheletrica.
Curva tensione lunghezza: le proteine contrattili nel muscolo liscio non hanno la stessa disposizione che nel
muscolo striato. Per questo il muscolo liscio è in grado di sviluppare tensione entro un ambito più ampio di
lunghezza iniziale dei sarcomeri. La relazione forza-velocità mostra che il muscolo liscio si contrae con una
velocità più lenta, quindi più adatta a sviluppare lente contrazioni. Tale curva non è costante in quanto
dipende dal grado di fosforilazione. Una fosforilazione del 50% determina il massimo incremento della
velocità massima di contrazione. Fosforilazioni maggiori non determinano un ulteriore incremento.

Attività tonica e fasica della muscolatura liscia: i muscoli lisci dei visceri cavi sono dotati di tono plastico.
Questo impedisce l’aumento della pressione all’interno delle cavità del corpo quando con l’aumento del
contenuto si determina una distensione delle pareti. Nell’ambito dei vari gradi di distensione la
muscolatura liscia possiede un grado di tensione di base (tono intrinseco) che prevede uno stato di leggera
contrazione delle singole fibre, al quale si sovrappongono le contrazioni. Quando il tono aumenta,
qualunque sia il motivo, si verifica qualcosa di simile al tetano dei muscoli scheletrici. Quando allo stato di
tono intrinseco si sovrappongono le contrazioni vere e proprie, dette contrazioni fasiche, in seguito
all’insorgere di un PDA, queste avvengono in modo lento.
Automatismo: i muscoli lisci unitari possono generare spontaneamente un PDA: le fibre si depolarizzano, il
potenziale di membrana raggiunge valori tra -55 e -60 mV, se la depolarizzazione prosegue si raggiunge il
potenziale di soglia e viene generato un PDA e ci troviamo di fronte ad una depolarizzazione lenta. Nelle
fibrocellule muscolari lisce il potenziale di membrana può diventare instabile e presentare oscillazioni di
ampiezza tali da raggiungere la soglia di attivazione del PDA. Le cause delle variazioni ritmiche del
potenziale di membrana sono riconducibili a variazioni intracellulari di ATP, infatti quando la
concentrazione intracellulare di ATP aumenta i canali K ATP si chiudono, esce meno potassio e la membrana
si depolarizza. Un’altra causa può essere la presenza nel reticolo sarcoplasmatico di recettori che si attivano
con ioni calcio e ne rilasciano altri (RyRs). Questi rilasciando ioni calcio depolarizzano la membrana.
Tono miogeno: Il muscolo liscio può essere depolarizzato se opportunamente stirato. La depolarizzazione
miogena che nasce è dovuta alla distensione del muscolo e dipende dalla differenza di pressione presente
nel lume della cavità e la pressione esterna della cavità. Nel sarcolemma sono espressi anche canali sensibili
allo stiramento, meccanocettori. Queste proteine sono attivate da trazioni esterne alla fibra, variazioni del
volume sarcoplasmatico e attività contrattile del citoscheletro.
Tono metabolico: Diversi canali di membrana sono sensibili al pH intracellulare. Maggiore acidità riduce la
depolarizzazione, la cellula diventa meno eccitabile, l’automatismo si riduce e il muscolo si rilascia.
Metabolismo dei muscoli lisci: Hanno più basso contenuto di actomiosina e di ATP poiché nei muscoli lisci
la scissione di ATP e lo scorrimento dei filamenti hanno luogo ad una velocità molto piu ridotta. Inoltre la
contrazione lenta dei ponti trasversali richiede pochissima energia.

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NEUROENDOCRINOLOGIA E FUNZIONI DELLA GHIANDOLA IPOFISARIA

Con il termine neuroendocrinologia si fa riferimento all’interazione tra il SNC e il sistema endocrino nel
controllo dell’omeostasi dell’organismo. Il sistema neuroendocrino si divide in ipotalamo-ipofisarico e
neuroendocrino diffuso.
Sviluppo dell’asse ipotalamo-ipofisarico: L’ipotalamo si genera dalla regione ventrale del prosencefalo in
risposta all’attivazione di numerosi geni. L’ipofisi mostra invece una struttura eterogenea formata da due
tessuti diversi: tessuto ghiandolare (adenoipofisi) e tessuto nervoso (neuroipofisi). I due tessuti crescono
uno all’interno dell’altro e rimangono intimamente legati.
L’ipotalamo: l’ipotalamo controlla il mantenimento dell’omeostasi dell’organismo attraverso risposte
coordinate dal sistema nervoso ( SNA e corteccia) e dal sistema endocrino (ipofisi). L’ipotalamo è composto
da neuroni. Anche i neuroni come le cellule endocrine sono capaci di secrezione in quanto rilasciano il
proprio mediatore chimico. Sono chiamate cellule neuro escretorie quei neuroni che lo rilasciano
direttamente nella circolazione sanguigna. Nell’ipotalamo troviamo in particolare due tipi di neuroni:
parvicellulari e magnocellulari. I neuroni parvicellulari sono così chiamati perché hanno il corpo cellulare
piccolo. Essi secernono i fattori che vanno ad agire sull'ipofisi, quindi ormoni rilascianti (RH) o inibenti (IH). I
neuroni magnocellulari così chiamati per il loro corpo cellulare grande, producono invece direttamente
ormoni, come ossitocina e antidiuretici (ADH). La zona più interna dell’ipotalamo è formata da cellule
ependimali che prendono il nome di taniciti. Questi sono collegati tra loro da giunzioni strette e vanno a
formare una barriera tra il liquido cerebrospinale e il tessuto ipotalamico.
Le risposte mediate dall’ipotalamo comportano la produzione e la liberazione di ormoni (si comporta come
se fosse una ghiandola endocrina) che vanno ad agire sulla neuroipofisi e di fattori di controllo ormonale
che vanno ad agire sull’adenoipofisi.
L’ormone ADH e l’ossitocina vengono convogliati alla neuroipofisi tramite gli assoni dei neuroni stessi a
formare il fascio ipotalamo-ipofisarico. Una volta prodotti vengono racchiusi in granuli neuro escretori e
rilasciati nei vasi ematici insieme a proteine. Essi sono entrambi peptidi di 9 amminoacidi, ma differiscono
per i due amminoacidi in posizione 3 e 8. L’ossitocina è importante per il controllo delle funzioni
riproduttive: induce l’escrezione del latte, facilita la contrazione dell’utero durante il parto, ha azione
facilitatoria sul trasporto dello sperma. L’ormone ADH ha come effetto più importante la conservazione di
acqua all’interno dell’organismo promuovendone il riassorbimento a livello del rene.
L’ipotalamo produce fattori di rilascio per gli ormoni:
° TSH = tireotropo, agisce sulla tiroide.
° ACTH = adrenocorticotropo, agisce sulla ghiandola corticale. Stimola il rilascio di ormoni steroidei.
° FSH = follicolo-stimolante, nella donna promuove lo sviluppo dell’ovocita e stimola la produzione di
estrogeni. Nell’uomo sostiene la spermatogenesi. Agisce sulle gonadi.
° LH = luteinizzante, nella donna induce l’ovulazione e la produzione di progestinici (ormoni che
preparano una gravidanza), nell’uomo stimola la produzione di ormoni androgeni come il testosterone.
° PRL = prolattina, stimola lo sviluppo della ghiandola mammaria e la produzione di latte durante la
gravidanza.
° GH = ormone della crescita, stimola l’accrescimento e la replicazione cellulare .
° MSH = ormone melantrotopo, agisce stimolando la produzione di melanina.

Ipofisi: E’ un piccolo corpuscolo ovale che si trova inferiormente all’ipotalamo in una depressione dell’osso
sfenoide chiamata sella turcica. L’ipofisi può essere divisa in due lobi: anteriore (adenoipofisi), costituito da
tessuto ghiandolare e posteriore (neuroipofisi), costituito da tessuto nervoso; tra questi due lobi si trova il
peduncolo ipofisario. Le cellule ghiandolari dell’adenoipofisi, in base alla loro capacità di assumere

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coloranti, vengono divise in acidofile (producono ormoni proteici), basofile (glicoproteici), cromofobe
(scarsità di materiale di secrezione) e follicolo stellate (principali responsabili dell’interazione paracrina
intraipofisarica). Le cellule dell’adenoipofisi producono ormoni (sopra elencati) di natura proteica,
glicoproteica e peptidica. Generalmente questi vanno a stimolare altri organi endocrini a produrre a loro
volta altri ormoni, tale meccanismo va a costituire i diversi assi endocrini: ipotalamo-ipofisi-tiroide,
ipotalamo-ipofisi-surrene, ipotalamo-ipofisi-gonadi.

Sistema portale ipotalamo-ipofisarico: Il sistema portale ipotalamo- ipofisario è costituito da un letto


capillare posto tra due estremità venose. Troviamo le vene portali che sono adibite al trasporto
all’adenoipofisi degli ormoni ipotalamici all’interno della quale si formano i capillari sinusoidi del tessuto
ghiandolare. Il sangue refluo contenuto in questi capillari, arricchito di ormoni adenoipofisarici si immetterà
nel sistema venoso sistemico.

Controllo ormonale della crescita corporea: Nella crescita corporea sono coinvolti diversi ormoni: GH per
l’accrescimento delle ossa e dei tessuti molli, ormoni per il controllo dell’omeostasi del calcio che
intervengono nei processi del rimodellamento osseo, ormoni tiroidei per la stimolazione dei processi
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metabolici.
La forma più rilevante di GH viene sintetizzata dalle cellule somatotrope dell’adenoipofisi. Ci sono momenti
in cui la secrezione è maggiore ed altri in cui è minore, si registrano dei picchi con una periodicità di due
ore. A questa secrezione “pulsatile” si sovrappone una secrezione “circadiana” con valori plasmatici
dell’ormone più elevati di notte. Almeno il 50% del GH circola in forma legata ad una proteina di trasporto.
La secrezione del GH è elevata nei primi anni di vita, raggiunge un massimo durante la pubertà e da allora
diminuisce costantemente sino a valori plasmatici al limite della misurabilità. Il GH presenta due siti di
legame che una volta arrivato sul tessuto bersaglio reagiscono con due recettori. A seguito di questo
legame i recettori si accoppiano e solo in questa forma il complesso ormone-recettore attiva diverse vie di
segnale intracellulare. Il GH induce la produzione di fattori di crescita insulino-simili e agisce sempre per via
mediata. Favorisce la crescita corporea agendo soprattutto sull’accrescimento osseo. L’ormone stimola la
proliferazione delle cellule cartilaginee, i condrociti. Il GH svolge anche un’importante funzione sul
metabolismo stimolando la sintesi delle proteine, la mobilizzazione dei grassi dai tessuti di deposito e
l’assorbimento intestinale di calcio.
Controllo della secrezione del GH: la secrezione del GH è controllata da due ormoni ipotalamici (GHRH e
somatostatina), da un peptide presente nello stomaco, la grelina. La liberazione del GH è stimolata da
ipoglicemia, esercizio fisico, digiuno, stress e inibita durante il sonno REM e dal glucosio.
Controllo della crescita corporea: Intervengono il GH gli IGFs, proteine, minerali, vitamine, ambiente
familiare/sociale favorevole e fattori genetici. La crescita non è omogenea, è veloce nei primi anni di vita,
poi rallenta e accelera nuovamente alla pubertà.

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IL CUORE

Il cuore è un organo di forma conica dalle dimensioni di un pugno ed è alloggiato nella cavità toracica, In un
uomo adulto ha le dimensioni di un pugno. La base corrisponde alla porzione più ampia del cuore. L’apice
invece corrisponde all’estremità arrotondata del cuore. Esternamente è avvolto da una membrana sierosa
protettiva chiamata pericardio. Il pericardio si divide in pericardio viscerale (epicardio), membrana sierosa
delimitante la superficie esterna del cuore e in pericardio parietale, la parte più esterna, che rinforzata dal
pericardio fibroso (tessuto connettivo denso irregolare) va a formare il sacco pericardico. Tra l’epicardio e il
pericardio parietale si trova un fluido, il liquido pericardico, ad azione lubrificante.

L’epicardio rappresenta lo strato più esterno della parete del cuore. Procedendo verso l’interno possiamo
trovare il miocardio e infine troviamo l’endocardio, la membrana più interna che riveste tutto il cuore,
comprese le valvole, con un epitelio pavimentoso semplice. Il miocardio è costituito da tessuto muscolare
cardiaco e connettivo, vasi e nervi. Quello atriale è sottile, quello ventricolare è più spesso. . Il tessuto
connettivo presente all’interno del cuore è invece chiamato scheletro fibroso. Questo stabilizza le cellule
contrattili cardiache e le valvole. Offre supporto alle cellule muscolari, ai vasi e ai nervi, distribuisce la forza
contrattile, aumenta l’energia e l’elasticità ed isola gli atri dai ventricoli.

Il cuore è diviso in una parte destra e una sinistra che non comunicano tra loro ed è costituito da quattro
camere: due superiori, dette atri (destro e sinistro), separate dal setto interatriale, e due inferiori, dette
ventricoli (destro e sinistro), separate dal setto interventricolare. Atri e ventricoli sono separati dal solco
coronario. Gli atri sono i settori di ricezione del sangue, i ventricoli i propulsori. Su entrambi i lati del cuore,

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tra gli atri e i ventricoli, sono presenti delle pieghe di endocardio, le valvole (sul lato destro tricuspide e sul
sinistro bicuspide), che permettono il flusso del sangue solamente in una direzione: dagli atri verso i
ventricoli. Il sangue fuoriesce dal cuore grazie all’aorta, proveniente dal ventricolo sinistro e all’arteria
polmonare, proveniente dal ventricolo destro. Le valvole semilunari sono situate in questi due condotti per
impedire il reflusso del sangue.

Gli atri e i ventricoli lavorano per pompare il sangue attraverso una rete di vasi sanguigni. La rete di vasi può
essere suddivisa in due circoli chiusi, ciascuno dei quali funziona individualmente in serie mentre insieme
lavorano in parallelo. Questi due circoli sono la circolazione polmonare (trasporta il sangue con CO2 dal
cuore verso i polmoni e con ossigeno dai polmoni al cuore) e la circolazione sistemica (trasporta il sangue
ricco di ossigeno dal cuore verso il corpo e torna al cuore ricco di anidride carbonica). Anche chiamate
piccola e grande circolazione. L’atrio destro riceve il sangue dal circolo sistemico tramite la vena cava
superiore e quella inferiore e lo spinge nel ventricolo destro tramite la valvola tricuspide. Il sangue rilasciato
dal ventricolo destro entra all’interno del tronco polmonare che si divide per formare arteria polmonare
destra e sinistra, e lo manda nel circolo polmonare. L’atrio sinistro riceve sangue ossigenato dalle quattro
vene polmonari destre e sinistre. La sua parete è più spessa di quella dell’atrio destro. Attraverso la valvola
atrioventricolare sinistra (bicuspide o mitrale) il sangue fluisce nel ventricolo sinistro. Il ventricolo sinistro
rilascia il sangue attraverso la valvola semilunare aortica, questo raggiunge la circolazione sistemica
attraverso l’aorta ascendente, l’arco aortico e l’aorta discendente. Quando il cuore batte prima si
contraggono gli atri e in seguito, contemporaneamente, i ventricoli inviando la stessa quantità di sangue nei
due circoli. Le arterie trasportano il sangue lontano dal cuore, le vene glielo riportano. Le vene e le arterie
di piccolo calibro sono connesse dai capillari, piccoli vasi a parete sottile (da cui facilmente passano
sostanze nutritizie/ di rifiuto e gas) che proprio per questo prendono il nome di vasi di scambio. La
funzionalità dei due atri è simile in quanto entrambi raccolgono il sangue e lo dirigono al ventricolo
sottostante. Quella dei ventricoli invece è diversa.

Miocardio: Le cellule che lo compongono sono più piccole delle fibre muscolari scheletriche, inoltre
possiedono solamente un nucleo situato in posizione centrale. Queste cellule sono collegate tra loro in
precise regioni chiamate dischi intercalari. A livello dei dischi intercalari si trovano i desmosomi, che
determinano l’unione meccanica e le giunzioni comunicanti che determinano la connessione elettrica. Il
tessuto muscolare cardiaco presenta prominenti striature, le proteine dei mio filamenti presentano però

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leggere differenze genetiche e sono quindi classificate come proteine cardiache.
Miocardiociti: Il cuore come pompa è costituito da due sincizi e la loro comunicazione avviene tramite il
fascio atrio-ventricolare (fascio si His). I miocardiociti sono eccitabili e possono anche auto-eccitarsi. I tipi
principali di tessuto cardiaco sono: Tessuto di autoritmico, bassa velocità di conduzione del PDA ma grande
automatismo; tessuto di conduzione, alta velocità di conduzione, scarsa forza contrattile; miocardio di
lavoro, ridotte capacità di autoeccitazione, grande capacità contrattile.
Il battito cardiaco è dovuto al PDA auto- generato dalle fibre dotate di automatismo dette pacemaker ed è
condotto dal tessuto di conduzione al miocardio del lavoro.

Vie di conduzione del PDA: la proprietà del miocardio di condurre il potenziale di azione è detta dromo
tropismo. Il nodo seno-atriale è il pacemaker primario del cuore da cui si genera il PDA. Quest’ultimo va dal
nodo SA all’atrio destro per giungere poi al sinistro. Il PDA condotto dal miocardio dell’atrio destro attiva il
sistema di conduzione atrio ventricolare. Il nodo AV (atrioventricolare) è situato nella parete interatriale
spostato verso l’atrio destro. E’ formato da fibre sottili con bassa velocità di conduzione e dotate di
automatismo, ma questa caratteristica è meno sviluppata di quella del nodo SA. La bassa velocità di
conduzione del nodo AV permette l’attivazione ventricolare dopo l’eccitazione degli atrii. Dal nodo AV il
PDA si sposta in direzione del fascio di His e delle fibre di Purkinje dove si ha un progressivo aumento della
velocità di conduzione. La rete del Purkinje sale dalla base all’apice dei ventricoli, quidni questa parte del
cuore è l’ultima ad essere attivata.
La frequenza di scarica decresce progressivamente nel tronco comune del fascio di His e nella rete di
Purkinje. La frequenza molto alta del nodo SA fa sì che in condizioni fisiologiche esso sia l’unico centro di
auto ritmicità attivo nel cuore. La sua maggior frequenza di scarica impedisce l’attività auto ritmica degli
altri centri perché questi generano PDA con più bassa frequenza. La depolarizzazione spontanea è dovuta
alla presenza di diversi meccanismi e canali ionici che si attivano durante la fase di ripolarizzazione. Quando
la ripolarizzazione raggiunge un valore di circa -60 mV si attiva lentamente un canale cationico per il Na e
per il K che generano una progressiva e lenta depolarizzazione della membrana e anche un canale per il Ca
di tipo T e l’entrata di calcio determina una ulteriore depolarizzazione. Questa depolarizzazione è definita
prepotenziale o potenziale pacemaker perché lentamente raggiunge il potenziale soglia che attiva
l’insorgenza del PDA.

POTENZIALE DI AZIONE ED ECCITABILITA’:


Il PDA delle fibre cardiache: delle fibre cardiache: alla generazione del PDA cardiaco partecipa un numero
notevole di canali ionici con funzione di modulazione. Nelle fibre cardiache ci sono molti canali ionici
specifici (due per Na, uno per Ca, 10 per il K, diversi per il Cl) e aspecifici. Partecipano alla forma del PDA
canali del K attivati dal ligando e pompe e scambiatori ionici.
Nelle cellule pacemaker l’arrivo di uno stimolo genera l’apertura di canali Ca di tipo L che permettono

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l’ingresso lento di altri ioni Ca, questo genera una lenta depolarizzazione. Successivamente si inattivano e si
attivano lentamente i canali per il K. Aumenta la permeabilità della membrana per il K e il potenziale di
membrana torna quello di riposo: si ha una ripolarizzazione inizialmente lenta e poi più rapida. Dopo 220
ms si raggiunge la massima ripolarizzazione a -60 mV. Nella fase successiva insorge un nuovo PDA.
Nei Tessuti di conduzione (miocardio di lavoro) il PDA è diverso da quello delle cellule pacemaker, questo è
dovuto dal differente potenziale di membrana, più negativo (-90 mV) che rende inattivi alcuni canali ionici
voltaggio-dipendenti. Si distinguono 5 fasi:

1. Fase 0 : depolarizzazione rapida, apertura del canale Na voltaggio-dipendente e del Ca di tipo L. La


fase 0 raggiunge un massimo dopo 1-2 ms.
2. Fase 1 : ripolarizzazione parziale e precoce, inattivazione dei canali del Na e attivazione di un canale
K. Il potenziale non viene riportato al suo valore di riposo quindi la ripolarizzazione non è completa.
3. Fase 2 : plateau, il valore del potenziale rimane relativamente costante intorno a 0 mV o decresce
molto lentamente. La depolarizzazione è mantenuta dalle correnti in entrata dei canali Ca di tipo L
e dei canali Na e dalla riduzione della corrente in uscita con la chiusura dei canali Ki.
4. Fase 3 : ripolarizzazione tardiva, inizia quando prevale l’attivazione lenta dei canali K r. La
ripolarizzazione determina la riapertura dei canali K i che apporta una grande corrente in uscita di
ioni K permettendo una rapida ripolarizzazione.
5. Fase 4: riposo, il potenziale di membrana si mantiene stabile a valori molto negativi grazie ai canali
Ki, che con la corrente uscente causano anche una iperpolarizzazione. LA membrana torna poi al
potenziale di riposo fino all’insorgenza del successivo PDA. Il PDA nasce quando uno stimolo
depolarizza la membrana fino a -65 mV, il potenziale soglia per l’attivazione dei canali del sodio.

Stimolo fisiologico: potenziale di azione che insorge nel nodo seno atriale o in una cellula limitrofa.

Tessuti di conduzione cellule pacemaker

Eccitabilità cardiaca: l’eccitabilità è la proprietà di rispondere a stimoli applicati dall’esterno, questa è


denominata batmotropismo. Uno stimolo al di sotto della soglia è inefficace e si dice subliminare. Uno

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stimolo sopra soglia prende il nome di sopraliminare e produce sempre una depolarizzazioned tale da
generare un PDA e una scossa semplice che prende il nome di sistole. Durante la contrazione si ha il
periodo refrattario assoluto che va dall’inizio della depolarizzazione fino al raggiungimento di una
ripolarizzazione di -50 mV. La durata di questo periodo è minore nelle cellule pacemakers e maggiore nelle
cellule del miocarsio. Il periodo refrattario assoluto è seguito da un periodo refrattario relativo (25-30 ms)
durante il quale il miocardio può contrarsi solo in seguito a stimolazioni di intensità più elevata. Tale
contrazione prende il nome di extrasistole. Il periodo refrattario si accorcia quanto più è elevata la
frequenza cardiaca. Se in una parte del cuore insorge una extrasistole essa determina un periodo refrattario
più lungo del solito. Questo è dovuto al fatto che quando la zona in cui si è generata l’extrasistole è
raggiunta dal PDA normalmente generato dal nodo seno-atriale, trova i cardiomiociti nel periodo refrattario
assoluto, non può generare un PDA e si genera un periodo silente che perdura fino a quando la zona non è
raggiunta da un successivo PDA (post-extrasistole). L’extrasistole insorge prima che sia completato il
riempimento ventricolare, il battito post extrasistolico avviene dopo che il ventricolo ha avuto a
disposizione un tempo più lungo del normale per riempirsi.
La seconda sistole è di ampiezza minore della precedente, non si ha sommazione e non può avvenire il
tetano.
Accoppiamento eccitazione-contrazione: nel nodo seno-atriale l’eccitazione è data dalla generazione del
potenziale da cellule pacemaker, nel miocardio di conduzione dal PDA insorto nelle cellule limitrofe.
L’accoppiamento eccitazione-contrazione interessa prevalentemente il miocardio di lavoro poiché il
miocardio pacemaker e quello di conduzione hanno poche miofibrille. Questo avviene grazie alla
generazione del PDA nel sarcolemma, procede con l’aumento della concentrazione del calcio nel
sarcoplasma e termina con l’attivazione del ciclo dei ponti trasversali: solo una cisterna terminale si trova in
corrispondenza di un tubulo T e forma una diade. I tubuli T sono in numero minore rispetto al muscolo
scheletrico e si trovano a livello delle linee Z, questo fa sì che il processo sia più lento. I canali del calcio di
tipo L sono presenti nel tubulo T e in tutto il sarcolemma. Prima di tutti vengono attivati i canali del Ca che
permettono la fuoriuscita nel sarcoplasma degli ioni calcio che si trovano ad alte concentrazioni nel reticolo
sarcoplasmatico. Il calcio si lega alla troponina C e dà inizio al ciclo dei ponti trasversali.
Ciclo dei ponti trasversali: la teoria dello scorrimento dei filamenti sottili è confermata dalla curva
tensione-lunghezza. Il ciclo dei ponti trasversali è simile a quello del muscolo scheletrico ma presenta
differenze:

- La soglia di attivazione avviene a concentrazioni minori di Ca (uguali a quelle del muscolo liscio)
- Si ha sviluppo di forza solo per stiramenti di minore entità (0.8 e 1,3 volte rispetto alla lunghezza
del sarcomero)
- La curva tensione-lunghezza mostra uno sviluppo di forza per minori variazioni di lunghezza
- La componente elastica è maggiore.

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Contrattilità: la contrattilità o ionotropismo è la capacità delle fibre miocardiche di accorciarsi e sviluppare
una tensione. Il meccanismo di contrazione è identico a quello del muscolo scheletrico, però il muscolo
cardiaco non è in grado di generare una sommazione delle scosse semplici né un tetano. Se la frequenza
cardiaca aumenta si ha un aumento di Ca e quindi anche della contrattilità miocardica.
Controllo nervoso del cuore: il cuore è innervato da sistema nervoso simpatico (noradrenergico) che
innerva sia gli atrii che i ventricoli e incrementa la frequenza cardiaca, la velocità di conduzione,
l’eccitabilità e la gittata e da sistema nervoso parasimpatico (colinergico). L’innervazione di destra
maggiore nella parte destra, quella di sinistra nella parte sinistra. Il nervo vago innerva prevalentemente i
nodi seno-atriale e atrio-ventricolare quindi è scarsa la sua azione sulla gittata mentre è determinante per
la frequenza cardiaca. Il vago ha azioni opposte a quelle del simpatico. Il vago di destra innerva
maggiormente la parte destra e quello di sinistra la sinistra.
La noradrenalina liberata dalle terminazioni nervose simpatiche si lega a siti recettivi adrenergici ti di tipo
β1. Questo legame genera reazioni che portano alla fosforilazione di varie proteine tra cui i canali del calcio
di tipo L. Come conseguenza aumenta la fase di plateau, la sistole e la velocità di conduzione. La maggiore
depolarizzazione rende più eccitabili i miocardiociti e il potenziale pacemaker insorge più rapidamente.
L’Ach liberata dai terminali parasimpatici si lega a recettori muscarinici M 2. Questo legame attiva una
proteina G che attiva direttamente i canali del K, il K fuoriesce e i cardiomiociti si iperpolarizzano. Questo
porta per esempio alla minor frequenza del battito cardiaco.
In caso di riposo la frequenza di scarica tonica vagale è più alta. Si dice che il cuore è basalmente più
controllato dal sistema parasimpatico. Somministrando propanolo, antagonista specifico dei recettori β si
ha una lieve riduzione dell’attività cardiaca. Se si somministra atropina, antagonista specifico dei recettori
muscarinici, si ha un forte aumento dell’attività cardiaca.

Controllo ormonale del cuore: i principali ormoni che regolano l’attività cardiaca sono adrenalina,
noradrenalina, ormoni della corticale surrenale, tiroideo, insulina, glucagone. Adrenalina e noradrenalina
hanno effetti simili a quelli esercitati dal simpatico. I tiroidei aumentano frequenza cardiaca, contrattilità e
sintesi proteica. Nell’insufficienza della corteccia surrenale si riscontra ipotensione. L’insulina inibisce il
riassorbimento del calcio, il glucagone ha effetti simili a adrenalina e noradrenalina e incrementa il calcio.
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Controllo chimico del cuore: chemiocettori centrali e periferici hanno effetti sui centri cardiovascolari.
L’aumento della CO2 per via riflessa determina effetti simili all’ipossia. Per via diretta un aumento della CO2
nel sangue coronarico determina una riduzione della pressione sistolica. Questo determina un minor
apporto di ossigeno che diminuisce le riserve energetiche di ATP cardiaco riducendo le capacità contrattili.

SENSIBILITA’ MECCANICA DEL MIOCARDIO:


Il cuore presenta dei meccanocettori sensibili alla distensione che prendono il nome di volocettori (nelle
zone a bassa pressione = vene e atri) e pressocettori (ventricoli, arterie e carotidi).
Volocettori: I volocettori sono così chiamati per due motivi:

- I recettori cardiaci appartengono a fibre afferenti del nervo vago e a fibre afferenti che decorrono
nei nervi simpatici del cuore. Queste formano i centri nervosi bulbari e ipotalamici. La scarica di
PDA dei volocettori diminuisce la produzione di ADH, viene eliminata più acqua e la volemia
diminuisce.
- nel sistema a bassa pressione la pressione varia poco mentre il raggio è maggiore a causa della
maggiore elasticità di atrii e vene. La variazione della tensione è proporzionale alla variazione del
raggio. Se aumenta il raggio aumenta il volume del vaso

Agiscono in via riflessa sul cuore scaricando durante la sistole (volocettori di tipo A) e durante la massima
distensione atriale (volocettori di tipo B).

Pressocettori (barocettori cardiaci): sono così chiamati per

- i ventricoli e le grosse arterie sono meno elastici, la pressione è alta e cambia molto. La variazione
di tensione è proporzionale alla variazione di pressione.
- La loro attività regola la pressione arteriosa

I pressocettori sono situati all’origine dell’arteria polmonare e nelle sue diramazioni. La loro azione riflessa
è quella di diminuire l’attività cardiaca. Diminuiscono la pressione arteriosa se aumenta e la aumentano se
diminuisce.

Ormone natriuretico: nelle ghiandole atriali è contenuto il peptide natriuretico atriale (ANP) formato da un
anello di 17 aminoacidi. La sua secrezione aumenta all’aumentare della volemia: è la distensione atriale
(maggior ritorno di sangue negli atri) che ne stimola la liberazione. Nell’acqua gli effetti della gravità sulla
pressione venosa si riducono, quindi aumenta la pressione venosa e viene stimolata la secrezione di ANP).
L’ANP probabilmente agisce a livello dei tubuli renali promuovendo l’escrezione del Na e inibendo la
produzione di renina. Inibisce inoltre l’azione di sostanze vasocostrittrici provocando vasodilatazione. L’ANP
viene metabolizzato rapidamente da una endopeptidasi neurtra. Questa è inibita dal tirofan che se
somministrato aumenta la concentrazione di ANP.

Elettrocardiogramma: l’ ECG è la registrazione dell’attività elettrica cardiaca. Questa avviene tramite un


elettrodo sul braccio sinistro (BS) uno sul destro (BD) uno sulla caviglia destra (GD) e uno sulla sinistra (GS).
Il GD è usato per connettere a terra il soggetto. Gli elettrodi a due a due sono connessi ad un amplificatore
che registra i potenziali elettrici a livello della cute che arrivano dal cuore. Si ottiene così la registrazione
extracellulare del PDA che origina dai miocardiociti del cuore, o meglio si ha la registrazione della variazione
del PDA. I tessuti interposti tra gli elettrodi e il cuore costituiscono un sistema resistenza-capacità che filtra
ed attenua il segnale cardiaco. La disposizione delle coppie di elettrodi di registrazione forma un triangolo e
su ogni lato (piano) di questo triangolo si registra un tracciate dell’ECG. Le correnti elettriche in un dato

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momento del ciclo cardiaco, fluiscono in una particolare direzione. Vengono rappresentati dei vettori con
delle frecce che puntano in direzione del potenziale elettrico graduato. La punta della freccia è rivolta verso
la direzione in cui si propaga l’eccitamento. Ciascun lato del triangolo (chiamato di Einthoven) è chiamato
derivazione. Le derivazioni sono quindi tre. La legge di Einthoven sice che avendo i risultati di due delle tre
derivazioni si può calcolare la terza tramite una somma vettoriale.
In un ECG si registrano una serie di potenziali (onde): P, Q, R, S, T. P = potenziale che si propaga negli atri, la
sua ampiezza è relativamente piccola. Il vettore è diretto da destra verso in basso a sinistra dato che il PDA
si propaga dall’atrio destro al sinistro e al nodo AV. La fase di plateau risulta nell’ECG come una linea
prosima a quella di base. Q= vettore risultante dalla propagazione del PDA dal nodo AV al fascio di His. Il
vettore procede da sinistra a destra in basso. Ha direzione opposta al vettore P quindi negativa. L’intervallo
tra P e Q rappresenta il tempo di conduzione da atrio destro a fascio di His. R = vettore risultante dalla
propagazione del PDA dal fascio di His verso l’apice del cuore e la parete dei ventricoli. E’ rivolto da destra a
sinistra in basso ed è positivo. S= il PDA raggiunge la base del cuore. Il vettore è rivolto da sinistra a destra
in asso. ST= periodo isoelettrico. T= ripolarizzazione. E’ di segno positivo. Il tratto Q-S rappresenta il tratto
di attivazione di entrambi i ventricoli, il tratto QT è uguale alla somma del tempo di attivazione e della
durata del PDA.
Nel cuore normale la direzione media del vettore cardiaco durante la diffusione dell’onda di
depolarizzazione ventricolare o vettore QRS medio è di circa 50°. L’apice del cuore rimane per la maggior
parte positivo rispetto alla base.

LA POMPA CARDIACA:
Il ciclo cardiaco: la contrazione del cuore è detta sistole, il rilascio diastole. Il ciclo cardiaco viene riferito ai
ventricoli in quanto generano la gittata sistolica. Quando si fa riferimento agli atri bisogna parlare di sistole
e diastole atriale. Il ciclo cardiaco inizia con l’insorgenza del PDA nel nodo SA. Gli eventi dell’atrio sinistro
sono simili a quelli dell’atrio destro ma avvengono con un leggero ritardo. Gli eventi dei ventricoli
avvengono contemporaneamente. Il sangue fluisce da una regione a un’altra per gradiente di pressione, il
passaggio è regolato da valvole che ne permettono l’andamento unidirezionale. La quantità di sangue che
viene immessa da un ventricolo nella propria arteria è chiamata gittata sistolica. La quantità espulsa in un
minuto costituisce la gittata cardiaca. Quest’ultima è identica nei due ventricoli. La sistole non svuota
completamente i ventricoli e la quantità di sangue che rimane è chiamata sangue residuo sistolico (in
quantità quasi equivalente alla gittata sistolica).
Il ciclo cardiaco e la gittata sistolica si misurano tramite dei cateteri, il volume tramite l’ecodoppler.

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Sistole atriale: le valvole AV sono aperte, il 70% del sangue è passato ai ventricoli. Nel nodo SA insorge un
PDA che si propaga lungo gli atri. Gli atri si contraggono e spingono un po’ di sangue nei ventricoli
aumentando leggermente la pressione all’interno dei ventricoli. Il PDA si propaga fino al nodo AV all’interno
del quale procede lentamente per permettere agli atri di contrarsi.
Sistole ventricolare isovolumetrica: il nodo AV attiva il fascio di His, il sestto inizia la contrazione, la
pressione ventricolare supera quella atriale e si chiudono le valvole. Insorge un rumore, primo tono, che
dura 0,15 s. I muscoli papillari intervengono per tenere le valvole atrioventricolari chiuse quando la
pressione all’interno dei ventricoli supera quella massima che esse possono sopportare. Il ventricolo si
contrae e comprime il sangue. La pressione ventricolare supera quella aortica e si aprono le valvole
semilunari. La sistole isovolumetrica del ventricolo sinistro dura 0.06 s, quella del destro 0.02 s.
L’attivazione del setto è evidenziata dall’onda Q.
Sistole ventricolare con eiezione: si ha una progressiva diminuzione del volume ventricolare e un aumento
della pressione nell’aorta. Si ha una fase di afflusso rapido in cui la pressione ventricolare è leggermente
superiore a quella aortica e una fase di afflusso lento in cui è leggermente inferiore.
Diastole: quando la pressione aortica supera quella ventricolare si chiudono la valvola semilunare. Si ha un
ulteriore leggero aumento di pressione nell’aorta che prende il nome di onda dicrota. Si ha la vibrazione
delle pareti dell’aorta che comportano un secondo tono. Il ventricolo continua a rilasciarsi determinando
una ulteriore caduta della pressione al suo interno. Nonostante questo la pressione ventricolare è ancora
maggiore di quella atriale quindi le valvole AV rimangono chiuse. Quando la pressione ventricolare diventa
minore di quella atriale si aprono le valvole ed inizia la fase di riempimento rapido. Si ha un terzo tono. Al
termine del riempimento rapido le pressioni endoventricolare ed endoatriale raggiungono i livelli più bassi
di tutto il ciclo cardiaco.
Diastasi: anche chiamata fase di riempimento lento. Il sangue proveniente dalle vene polmonari fluisce
all’interno del ventricolo dopo essere passato all’interno dell’atrio. Le pressioni dell’atrio e del ventricolo
iniziano a crescere parallelamente fino a raggiungere il valore al quale inizierà la sistole isovolumetrica
successiva. La sistole atriale si sovrappone alla fase di riempimento lento.

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I toni cardiaci: il primo tono inizia con l’onda R, il secondo compare alla fine dell’onda T.
primo tono → 25-50 Hz, fase di vibrazioni iniziali piccole e lente, fase di vibrazioni centrali rapide e ampie,
fase di vibrazioni finali piccole e lente.
secondo tono → 50-200 Hz, prima parte formata da una o due piccole vibrazioni, seconda parte formata da
una vibrazione ad alta frequenza, terza parte da una o due a bassa frequenza.
terzo tono → 1/2 vibrazioni non più ampie di 70 Hz
quarto tono → è talmente vicino al primo tono del ciclo successivo che è raramente udibile. Prevede una
vibrazione di 15 Hz.
soffi cardiaci → compaiono quando si producono vortici di particolare intensità nel sangue che passa
attraverso il cuore. Se si manifestano tra il primo e il secondo i soffi sono detti sistolici. Sono detti diastolici
se cadono dopo il secondo tono.
I focolai di auscultazione hanno una sede diversa rispetto ai focolai anatomici.
La regolazione intrinseca del cuore (legge di Frank-Starling): i parametri presi in considerazione nel ciclo
cardiaco sono il volume invece della lunghezza e la pressione invece della forza sviluppata. Si valuta perciò
la curva pressione-volume che rappresenta la capacità del cuore di autoregolarsi. La forza aumenta con
l’aumentare del volume fino ad un valore massimo e poi decresce: più il miocardio viene stirato maggiore
sarà la forza di contrazione. Il cuore lavora solo nella fase ascendente della curva. La legge di Frank-Starling
afferma che aumentando la pressione atriale destra si hanno contrazioni più vigorose, aumentando sia
quella atriale destra sia la aortica aumenta la gittata.
Diagramma pressione-volume: il diagramma in riferimento al ventricolo destro ha minor ampiezza di
quello del sinistro a causa delle pressioni in gioco.

I. Riempimento diastolico rapido e lento


II. Sistole isovolumetrica
III. Eiezione rapida e ridotta
IV. Rilasciamento sistolico

Il lavoro del cuore: considerando la curva pressione-volume del cuore, il lavoro da esso effettuato può
essere calcolato come P x V e si può determinare calcolando l’area compresa tra i quattro punti. Il lavoro
aumenta con l’aumentare della pressione all’interno del ventricolo al termine della diastole (telediastolica)
oppure durante stimolazione simpatica che aumenta il battito cardiaco. Durante la fase di sistole
isovolumetrica il ventricolo non compie nessun tipo di lavoro esterno. Che compie al contrario nella fase di
eiezione. Il lavoro totale del cuore è dato dalla somma del lavoro esterno dei due ventricoli. L’energia
cinetica costituisce solamente il 2% del lavoro totale del ventricolo sinistro.

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Gittata cardiaca: quantità di sangue che il ventricolo destro e quello sinistro immettono nell’aorta e
nell’arteria polmonare. Si calcola moltiplicando la gittata sistolica per la frequenza cardiaca. Ha lo stesso
valore per i due ventricoli: 5 litri/min a riposo. La GC (gittata cardiaca) aumenta all’aumentare di GS e/o
della frequenza, ma può non aumentare se una delle due aumenta e l’altra diminuisce. Entrambi i
parametri aumentano se l’aumento della frequenza è dovuto ad esercizio fisico oppure ad una reazione di
allarme o di difesa. Può accadere che la frequenza aumenti in modo così elevato da compromettere la fase
di riempimento rapido dopo aver abolito quella di riempimento lento. In questo caso la gittata sistolica è
talmente ridotta da causare la diminuzione della gittata cardiaca. In caso di una diminuzione abbondante
della frequenza il tempo di riempimento si allunga in modo da mantenere entro i parametri la gittata
cardiaca. Quando però la frequenza supera il limite critico inferiore non è più possibile evitarne la caduta.
Metabolismo cardiaco: il miocardio utilizza molte sostanze per le sue esigenze come acido lattico, acidi
grassi, corpi chetonici e aminoacidi. Tutte queste sostanze richiedono un metabolismo aerobio simile a
quello del muscolo rosso.

PRINCIPI DI EMODINAMICA:
Legge di Leonardo: La relazione tra velocità di un liquido (nel caso in oggetto, del sangue) e la sezione del
condotto nel quale scorre risale a Leonardo da Vinci, ed è la seguente: v 1A1=v2A2
Dove v sono le velocità del fluido, ed A le sezioni trasverse del condotto.

La portata (o flusso) di un condotto è detta Q ed è Q=vA, pertanto avremo una sua formula inversa per cui
v=Q/A; da questa deduciamo la vera e propria legge di Leonardo, secondo la quale la velocità di un liquido
che scorre in un condotto con sezione A varia in modo inversamente proporzionale alla sezione stessa: per
condotti dalla sezione più ristretta avremo una velocità superiore e viceversa.
Relazioni tra flusso e pressione: Un qualsiasi liquido scorre in un condotto quando esiste una differenza di
potenziale ai suoi capi. La legge che regola tale comportamento afferma che che il flusso Q di un liquido è
direttamente proporzionale alla differenza di pressione ΔP presente ai capi del condotto. Di conseguenza la
velocità del flusso sarà anch’essa direttamente proporzionale al gradiente di pressione: maggior differenza-
maggior velocità.

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Resistenza al flusso (legge di Poiseuille): Q dipende anche da altri fattori oltre che dalla differenza di
potenziale degli estremi del condotto. La legge di Poiseuille afferma che mantenendo ΔP costante il flusso
diminuisce in maniera inversamente proporzionale alla lunghezza ed alla viscosità, aumentando invece con
la quarta potenza del raggio, secondo le legge: Q=(πr4 ΔP)/8ηl
Dove r è il raggio del condotto, η la viscosità del liquido ed l la distanza tra gli estremi.
Il flusso aumenta col ridursi della sezione del condotto in cui scorre, ma diminuisce con crescere della
lunghezza del condotto e con l’aumento di viscosità.
Resistenza idraulica: La resistenza Idraulica è la resistenza che un condotto oppone al liquido che in esso
scorre. Essa è data dal rapporto tra la differenza di pressione ed il flusso: R=ΔP/Q = 8ηl/ πr4
I vasi sanguigni dopo un certo tratto si ramificano in vasi più piccoli, per indirizzare il sangue in diversi
distretti circolatori. In questo modo possiamo considerare il sistema circolatorio come un sistema o in serie
o in parallelo, come un circuito elettrico, alimentati però dall’aorta. Quando sono alimentati in serie, la
resistenza totale RT è calcolata sommando direttamente di valori delle resistenze dei vasi; invece quando
sono alimentati in parallelo la RT è calcolata sommando gli inversi (1/R) dei valori delle resistenze dei singoli
vasi.
Sulla base di ciò possiamo affermare che in un sistema in cui i condotti sono collegati in parallelo avremo
una RT nettamente inferiore rispetto a quella che avremo in un sistema con condotti in serie. Inoltre, in un
sistema che presenta entrambi i condotti, maggiori saranno quelli in parallelo, minore sarà la resistenza tot.

Dalla Legge di Poiseuille possiamo calcolare la caduta di pressione arteriosa ΔP=RQ, che avviene a causa
dell’attrito e delle resistenza che il sangue incontra nel suo fluire nei vasi sanguigni. Dall’equazione
comprendiamo che all’aumentare della resistenza diminuirà la pressione, ossia aumenterà la caduta
(differenza) di pressione arteriosa. Infatti la pressione è massima all’inizio dell’arteria aorta (90mmHg) e
procede fino quasi ad annullarsi alla fine del sistema circolatorio, ovvero all’ingresso dell’atrio destro.
La massima caduta di pressione la abbiamo a livello delle arteriole e non dei capillari; questo accade
perché, sebbene i capillari abbiano un raggio minore e dunque offrano una resistenza 200 volte superiore,
essi sono più numerosi (circa 1000 volte) e collegati in parallelo: dunque la loro resistenza complessiva è
minore di quella delle arteriole.
Viscosità del sangue e fattori che la influenzano: La resistenza al flusso è influenzata in maniera
direttamente proporzionale dalla viscosità: all’aumentare della viscosità aumenterà la resistenza con
conseguente riduzione del flusso. Dato che la componente corpuscolare preminente del sangue è
rappresentata dagli eritrociti, l’ematocrito (percentuale di globuli rossi nel volume di sangue) sarà la
variabile principale che influenzerà la viscosità. In condizioni normali, con un ematocrito del 45% il sangue
ha una viscosità circa 5 volte maggiore di quella dell’acqua. Ma all’aumentare dell’ematocrito essa aumenta
notevolmente; Uno dei principali fattori che determinano l’ematocrito è l’eritropoietina, che causa un
aumento di emazie. La viscosità inoltre può cambiare anche a seconda del diametro del vaso; se infatti
questo scende al di sotto del valore critico di 300μm si manifesta la proprietà reologica del sangue: i globuli
rossi in un vaso così ristretto si accumulano lungo l’asse veloce del condotto, mentre il plasma nella
periferia, più lenta. In questo modo gli eritrociti viaggiano più velocemente del plasma, causando la
diminuzione del tempo di permanenza delle emazie nel vaso, e dunque riducendo gli scambi e loro
funzionalità. La viscosità aumenta anche nel caso contrario: una eccessiva riduzione di velocità può infatti
causare coaguli.

81
CONTROLLO DELLA PRESSIONE ARTERIOSA:
Dato che la lunghezza dei vasi e la densità del sangue sono parametri relativamente costanti, il raggio
risulta il parametro più importante per controllare la resistenza al flusso. Le arteriole sono dette “vasi di
resistenza” poiché regolatrici del flusso di sangue arterioso mediante modificazione della resistenza
(flusso=PAM/Resistenza). Esistono 3 modi per regolare la resistenza arteriolare, un metodo intrinseco e due
estrinsechi:

- controllo locale (o intrinseco): regolando il flusso di sangue mediante autoregolazione in base alle
esigenze. Regola quindi il tono vasale (vasocostrizione e vasodilatazione);
- riflessi simpatici (o estrinseco neuronale): regolazione da parte del SNC della Pressione Arteriosa e
del flusso di sangue in base a stimoli esterni, come esercizio fisico, paura, stress o emorragie;
- controllo ormonale (o estrinseco ormonale): mediante secrezione ormonale abbiamo regolazione
del flusso, della pressione arteriosa agendo anche sull’escrezione di acqua e sali a livello renale

Controllo locale del flusso sanguigno:


iperemia attiva: le cellule della muscolatura liscia sono sensibili alla composizione del liquido extracellulare.
Da questo deriva il controllo “iperemia attiva”, ovvero la regolazione del flusso e della pressione in seguito
a variazioni dell’attività metabolica cellulare; una maggiore attività metabolica infatti comporterà una
maggior produzione di CO2 ed una maggior richiesta di O2 causando vasodilatazione; una riduzione invece
causerà vasocostrizione;
iperemia reattiva: deriva dagli stessi processi molecolari che causano l’iperemia attiva. E’ la risposta in
seguito ad interruzione del flusso di sangue che causa abbassamento della concentrazione di O2 tissutale:
l’organismo risponde causando vasodilatazione per compensare l’abbassamento di O2; ricordiamo che a
livello endoteliale agiranno come principali vasodilatatori l’ossido nitrico e la prostaciclina, mentre come
vasocostrittori l’angiotensina-II e l’endotelina.
Autoregolazione miogena: quando le fibre del muscolo liscio vengono stirate rispondono contraendosi.
Questo meccanismo permette di mantenere più o meno costante (autoregolare) il flusso ematico
all’interno di un vaso quando la pressione arteriosa cambia e altera il flusso attraverso il vaso. E’
particolarmente efficace quando si passa da una posizione supina ad una eretta poiché si verifica un forte
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aumento della pressione trans murale a livello dei vasi delle estremità inferiori.
Controllo estrinseco del flusso sanguigno periferico: La regolazione del tono muscolare vasale compete al
sistema nervoso ortosimpatico (simpatico), in particolare ai neuroni postgangliari, i quali secernono
noradrenalina NA, che legandosi a recettori alfa1-adrenergici causa vasocostrizione. In condizioni
fisiologiche i vasi sono leggermente vasocostretti (tono simpatico basale) grazie alle scariche di PDA da
parte del sistema simpatico ad una frequenza di 2-3 Hz. Il cambiamento di tale frequenza può causare
vasodilatazione ( diminuzione frequenza) o vasocostrizione (aumento frequenza).

Recettori α1 e β2 adrenergici: Alcuni tessuti muscolari lisci vasali possiedono dei recettori adrenergici di
tipo alfa-1 e di tipo beta-2 che hanno bassa affinità per la NA, ma alta affinità per l’adrenalina; se questa si
lega ad un recettore alfa-1 causerà vasocostrizione, al contrario se si legherà ad un recettore beta-2 causerà
vasodilatazione. Tuttavia questi recettori non sono disposti uniformemente nell’organismo, ed il tipo di
recettore presente in concentrazione superiore determinerà l’effetto dell’adrenalina.
Per comprendere facilmente come questi recettori siano collocati basta pensare alle risposte di attacco-e-
fuga che il nostro organismo attua in casi di improvvisa necessità; infatti nel meccanismo di attacco e fuga
occorrerà un maggior quantitativo di sangue nei muscoli scheletrici e nel cuore, mentre occorrerà un
quantitativo inferiore a livello per esempio del tratto digerente. Dunque troveremo una maggior
concentrazione di recettori beta-2 che causano vasodilatazione proprio in corrispondenza dei muscoli e del
cuore; al contrario avremo una maggior concentrazione di recettori alfa-1 vasocostrittori nel tratto
digerente.
Fattori ormonali estrinseci: Oltre all’adrenalina, il cui funzionamento è stato descritto nel paragrafo
immediatamente precedente, altri ormoni concorrono alla regolazione della pressione arteriosa, in
particolare la vasopressina e l’angiotensina II.
La Vasopressina (ADH) è prodotta dall’ipofisi posteriore ed agisce a livello del dotto collettore dei nefroni
riducendo l’escrezione di acqua da parte dei reni; per questo è anche detto ormone antidiuretico. Inoltre,
come è facilmente intuibile dal nome, è anche un potente vasocostrittore.
L’angiotensina II è prodotta dall’angiotensinogeno presente nel plasma e sintetizzato nel fegato. E’ un
potente vasocostrittore che causa un aumento di ioni Ca++ intracellulare.

Regolazione della pressione arteriosa: i barocettori. Quando la PAM sale o scende a causa di un qualche
fattore, il sistema nervoso risponde con un meccanismo a feedback negativo: i barocettori, sensori posti a
livello delle carotidi e dell’aorta, rilevano le variazioni di PAM ed inviano segnali (potenziali d’azione) al
centro di controllo bulbo-pontino attraverso neuroni afferenti; nel centro bulbo-pontino questi segnali
vengono elaborati, ed il valore di pressione misurato viene confrontato con quello “normale”. In caso di
variazioni il centro bulbo-pontino invia, attraverso neuroni efferenti, segnali nervosi agli organi effettori
(cuore e vasi) al fine di agire per ristabilire un valore di PA nella norma.

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I barocettori rispondono velocemente a rapide variazioni di PAM, ma tendono ad adattarsi a stiramenti
prolungati, oppure di piccola intensità ma crescente nel tempo; per questo possono divenire insensibili a
certi cambiamenti di PAM, in quanto arriveranno ad avere livelli basali più alti del normale.
Centri di controllo bulbo-pontini: Abbiamo appena visto come dai barocettori, le informazioni (potenziali
d’azione) circa le variazioni di PAM raggiungano il centro di controllo bulbo-pontino per essere elaborate ed
attuare un processo di “feedback negativo” sugli organi effettori che riporti la PAM a valori normali.
I centri bulbo-pontini possono agire sul cuore grazie alle efferenze simpatiche (+) e parasimpatiche (-).
Ricordando che il sistema simpatico ha effetto positivo sul cuore mentre quello parasimpatico (nervo vago)
ha effetto negativo possiamo facilmente intuire come operino i centri bulbo-pontini: quando la PAM infatti
aumenta, i centri bulbo-pontini causeranno un aumento dell’attività parasimpatica sul cuore, e ridurranno
invece quella simpatica. Al contrario, quando la PAM diminuisce, causeranno un aumento dell’attività
simpatica e ridurranno quella parasimpatica.
Il riflesso barocettoriale è molto efficace ed è in grado di contrastare variazioni di PAM anche per periodi
relativamente lunghi.
Ricordiamo infine che l’attività cardiovascolare può essere modulata da segnali provenienti anche da
recettori diversi dai barocettori, come per esempio dai chemiocettori. Questi sono sensibili a variazioni
della concentrazione ematica di O2; così il centro di controllo cardiovascolare in unione con i centri bulbo-
pontini della respirazione, porterà ad un aumento della gittata cardiaca e della frequenza respiratoria.
Barocettori di bassa pressione: Le grosse vene, le pareti degli atri e le vene polmonari possiedono un
particolare tipo di barocettori, i barocettori a bassa pressione; questa tipologia di barocettori è sensibile a
variazioni di volume ematico. Questi operano insieme ai barocettori arteriosi, rendendo il riflesso
barocettoriale complessivo ancor più efficace

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LA VENTILAZIONE POLMONARE

La respirazione esterna permette lo scambio di O2 e CO2 tra l’ambiente esterno e il sangue. Questa
coinvolge l’apparato respiratorio e il circolo polmonare. Lo scambio di gas è regolato dalle leggi della
diffusione. In alcuni organismi la respirazione avviene per semplice diffusione attraverso la superficie
corporea in quanto il rapporto tra area di scambio e volume corporeo è sufficientemente alto da favorire la
respirazione. Gli esseri umani possiedono un epitelio respiratorio specializzato formato da un’ampia
superficie di scambio in stretto collegamento con il sistema circolatorio.
Struttura e funzioni del sistema respiratorio: Le funzioni dell’apparato respiratorio sono:

- Fornire un’ampia area per gli scambi gassosi e di condurre l’aria.


- Proteggere le superfici respiratorie
- Produrre i suoni implicati nel linguaggio.
- Regolare gli equilibri acido-base (pH plasmatico)
- Modificare la concentrazione di alcune sostanze presenti nel sangue.
- Secerne surfactante per evitare il collasso degli alveoli

Respirazione esterna: comprende cinque processi integrati che permettono il continuo scambio di ossigeno
e CO2 tra ambiente esterno, sangue e tessuti.

I. Ventilazione polmonare: permette lo scambio di gas tramite inspirazione ed espirazione


II. Scambio di O2 e CO2 tra polmoni e sangue: determina i volumi dei gas scambiati tra alveoli e sangue
III. Trasporto di O2 e CO2 nel sangue: il primo, trasportato legato all’emoglobina, viene distribuito. La
seconda viene rimossa.
IV. Scambio di O2 e CO2 tra sangue e tessuti: processo di diffusione, determina i volumi di gas scambiati
tra sangue e cellule.

L’apparato respiratorio è formato dai polmoni, organi in cui avvengono gli scambi gassosi, e dalle vie
respiratorie, che conducono l’aria dall’esterno ai polmoni e viceversa. Queste ultime si dividono in vie aeree
superiori e inferiori. Le vie aeree superiori comprendono cavità nasali, faringe e laringe. Queste filtrano
(epitelio respiratorio), riscaldano e umidificano l’aria. L’aria raggiunge gli alveoli polmonari dopo che la
maggior parte degli agenti estranei è stata rimossa e umidità e temperatura hanno raggiunto limiti
accettabili. Le vie aeree inferiori comprendono trachea, bronchi e polmoni. L’apparato respiratorio, in base
alla funzione che svolge, può anche essere suddiviso in una porzione di conduzione e in una porzione
respiratoria. La prima si estende dal naso fino alla trachea, la seconda comprende bronchioli respiratori,
dotti e alveoli. La porzione di conduzione prevede il movimento dell’aria in un condotto il cui diametro
diminuisce progressivamente, mentre aumenta l’area della superficie trasversa. In questa porzione non si
ha alcuno scambio di gas, infatti insieme costituisce lo “spazio morto” che non partecipa alla respirazione.
La porzione di respirazione presenta una superficie molto estesa formata da alveoli raggruppati attorno a
dotti.
Epitelio respiratorio: cambia composizione man mano che i condotti diminuiscono di diametro. Nei bronchi
l’epitelio è formato da cellule calciformi, ghiandole mucose e cellule ciliate. Le prime due secernono muco
con funzione di intrappolare le particelle estranee. Le cellule ciliate hanno invece il compito di sospingere le
particelle fino alla faringe che le indirizzerà all’apparato digerente dove potranno essere attaccate da
enzimi. Nei bronchioli il numero di queste strutture è molto ridotto. Negli alveoli non sono presenti né
cellule ciliate né cellule calciformi. L’epitelio della zona respiratoria è formato da cellule epiteliali che
prendono il nome di pneumociti. Questi producono il surfactante. Negli alveoli sono presenti anche

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macrofagi. Gli alveoli non possiedono tessuto muscolare ma solo fibre elastiche e collagene. L’epitelio
alveolare è separato dall’endotelio capillare da un sottile spessore di membrane basali fuse che prende il
nome di membrana respiratoria.

Cassa toracica e cavità pleurica: I polmoni sono situati nella cassa toracica. Questa è delimitata da colonna
vertebrale, coste, muscoli e diaframma. All’interno della cassa toracica i polmoni si trovano nelle cavità
pleuriche destra e sinistra. Sono rivestiti da una membrana sierosa detta pleura, essa si divide in pleura
parietale, che copre la superficie interna della parete toracica, e pleura viscerale, adesa alle superfici
polmonari. Le due pleure sono separate da un sottile spazio infrapleurico contenente un liquido pleurico
che consente lo scorrimento dei foglietti (pleure) durante i movimenti respiratori e realizza una forte
adesione tra parete toracica e polmone.
Pressioni e forze che agiscono sulla ventilazione polmonare: il passaggio di aria da un ambiente all’altro
richiede una differenza netta di pressione, infatti perché avvenga la respirazione polmonare è necessario
che negli alveoli ci sia una pressione diversa rispetto a quella atmosferica: nell’espirazione deve essere
maggiore (all’interno degli alveoli), nell’inspirazione minore. Il flusso di aria che entra ed esce dagli alveoli è
proporzionale alla variazione di pressione che corrisponde a Palv – Patm. Maggiore è il flusso d’aria attraverso
le vie aeree, maggiori sono i valori positivi e negativi che la pressione alveolare assume. In condizioni
normali oscilla tra +1 (espirazione) e -1 (inspirazione).
A livello polmonare esiste anche una pressione a condizioni normali sempre negativa chiamata pressione
intrapleurica (Pip) che origina da una forza di contrazione e una di distensione che agiscono sui polmoni. Si
oppone a qualsiasi forza tenda a separare le due pleure. Maggiori sono queste forze, maggiore è la Pip.
Assume valori più negativi per esempio durante una inspirazione molto profonda e veloce. Se si ha un
danneggiamento delle pleure la forza elastica di contrazione del polmone non è più bilanciata dalla
pressione intrapleurica e il polmone collassa mentre la gabbia toracica si espande. Questa condizione è
detta pneumotorace.
La differenza tra Pav e Pip genera la pressione transpolmonare, pressione che agisce tra l’interno e l’esterno
del polmone.
Muscolatura e movimenti respiratori: un atto respiratorio è costituito sequenzialmente da una
inspirazione e una espirazione. La prima provoca un aumento del volume polmonare, la seconda una
diminuzione. Questi movimenti richiedono l’azione di una “pompa meccnica” che è data dai muscoli che
controllano i movimenti della cassa toracica (principalmente intercostali esterni ed interni) e dal
diaframma. I muscoli inspiratori inducono l’inspirazione e l’espansione della cassa toracica, quindi un
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aumento di volume dei polmoni. Questi sono gli intercostali esterni e il diaframma. L’espirazione in
condizioni normali prevede il ritorno passivo dei muscoli espiratori alla posizione di riposo. Nell’inspirazione
forzata sono reclutati i muscoli scaleni e sternocleidomastoidei. Nell’espirazione forzata intervengono gli
intercostali interni e gli addominali.

Volumi, flussi e pressioni durante il ciclo respiratorio: Nel caso di una ventilazione statica gli spostamenti
della cassa toracica e del diaframma sono quasi impercettibili. Anche il flusso è quasi impercettibile. La
variazione di volume in questo caso quindi è principalmente determinata dalle variazioni della Pip. Non
essendoci flusso Palv = Patm. Nel caso di una ventilazione normale si possono misurare flussi di aria, quindi si
hanno variazioni della Palv. Il volume di aria inspirato ed espirato è lo stesso in entrambe le ventilazioni ed è
uguale anche la pressione transpolmonare. Questo indica quanto siano strettamente collegate la P alv e la
Pip.
Il grado di espansione del polmone dipende dalla pressione transpolmonare, il flusso di aria è invece
proporzionale alla pressione alveolare.
Elementi che influenzano la ventilazione polmonare: Il volume polmonare dipende anche dal grado di
distensibilità delle sue pareti, i flussi sono strettamente legati anche alla resistenza delle vie aeree.
Compliance polmonare: i polmoni sono facilmente distendibili grazie al tessuto elastico che riveste gli
alveoli. La facilità con cui si può distendere un polmone è chiamata compliance (C p) ed è definita come il
rapporto tra il cambiamento di volume polmonare e la variazione di pressione transpolmonare che ha
prodotto il cambiamento. Un polmone con alta compliance richiede poco lavoro. La compliance è
influenzata dall’elasticità (più è elastico più alta è la compliance, ma deve essere comunque anche un
minimo resistente, altrimenti il ritorno alla condizione di riposo viene compromesso) del tessuto polmonare
e dalla tensione superficiale del liquido all’interno degli alveoli. Quest’ultima si oppone all’espansione del
polmone e la sua presenza richiede lavoro meccanico per distendere gli alveoli.
Surfactante: gli pneumociti di tipoII secernono a partire da settimo mese di vita una sostanza di natura lipo-
proteica con alto contenuto di fosfolipidi chiamata surfactante. Questa è una sostanza tensioattiva che si
dispone all’interfaccia aria-liquido riducendo la forza di coesione dell’acqua e abbassando la tensione
superficiale endo-alveolare. La quantità di surfactante aumenta se il respiro diventa profondo poiché
stiramenti più intensi stimolano gli pneumociti di tipo II. Il surfactante oltre a ridurre la compliance
polmonare e quindi ridurre il lavoro ventilatorio, stabilizza la struttura dei sacchi alveolari: se si hanno due
alveoli di raggio diverso in comunicazione tra loro e ricoperti della stessa quantità di surfactante,
nell’alveolo più piccolo si instaurerà una pressione maggiore di quella dell’alveolo più grande, questa
condizione porterebbe al collasso del più piccolo nel più grande e ci sarebbe il collasso di tutte le cavità in
un unico alveolo. Il tensioattivo evita questa possibilità concentrandosi maggiormente a livello degli alveoli
più piccoli.

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Le resistenze delle vie aeree: il flusso, la pressione e la resistenza del sistema sono regolati da una legge in
cui il flusso dell’aria è direttamente proporzionale alla differenza di pressione tra l’atmosfera e gli alveoli
ed inversamente proporzionale alle resistenze al flusso delle vie aeree. Tale resistenza dipende dagli
elementi costitutivi delle vie aeree quali lunghezza, raggio e viscosità dell’aria. Il raggio è il parametro che
maggiormente la influenza: Rp = 8η l/ 4 r4. La resistenza complessiva al flusso d’aria è massima a livello dei
grossi bronchi (poco ramificati) e diminuisce man mano che si amplificano le ramificazioni. L’80% della
resistenza al flusso è limitata alle vie aeree superiori e al tratto respiratorio fino al sesto ordine di
ramificazione, il restante 20% nelle vie di conduzione. La resistenza delle vie aeree è comunque
normalmente molto piccola. Come nel sistema circolatorio anche per le vie aeree vale la legge di Leonardo:
la velocità dell’aria all’interno delle vie aeree è inversamente proporzionale all’area della sezione trasversa.

Fattori che influenzano la resistenza: con l’inspirazione e l’aumento della pressione transpolmonare si ha un
aumento del raggio degli alveoli e una diminuzione della resistenza al flusso. Il contrario accade con la
espirazione.
Un aumento del volume causa un allontanamento del tessuto elastico dalle vie aeree e ciò produce una
aumentata forza di trazione laterale che agisce sul bronco e lo dilata. Una diminuzione di volume causata
da una compressione induce broncocostrizione.
Il sistema parasimpatico attraverso l’attivazione di recettori muscarinici induce broncocostrizione.
L’innervazione simpatica non è molto sviluppata ma ci sono molti recettori β che attivati dall’adrenalina
inducono broncodilatazione. I neurotrasmettitori e gli ormoni agiscono principalmente sulla muscolatura
liscia dei bronchioli.
Fattori paracrini possono esercitare forti effetti sul raggio dei bronchioli. Un esempio è la CO2 che causa
broncodilatazione.
Volumi e capacità polmonari: lo spirometro permette di misurare il volume di aria inspirato o espirato ad
ogni atto respiratorio e di ricavare un grafico chiamato spirogramma. Con lo spirometro si possono
determinare tre volumi e due capacità:

1. Volume corrente (VC) inspirato ed espirato durante una respirazione normale.


2. Volume di riserva espiratoria (VRE), il volume che si può ancora espirare dopo una normale
espirazione.
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3. Volume di riserva inspiratoria (VRI), il volume che può essere ancora inspirato dopo una normale
inspirazione.
1. Capacità vitale (CV), quantità di aria che può essere scambiata se si eseguono inspirazioni ed
espirazioni estreme.
2. Capacità inspiratoria (CI): quantità di aria che può essere inspirata dopo una espirazione tranquilla.

Dopo una espirazione estrema all’interno del polmone rimane comunque un volume residuo (1200 ml
d’aria) che il polmone non è in grado di espirare. Questo volume può essere misurato con il metodo della
diluizione dell’elio che consiste nel far inspirare ad un soggetto collegato con lo spirometro e con il naso
chiuso una quantità di aria che contiene una piccola quantità di elio conosciuta. La diluizione dell’elio è
proporzionale all’aumento di volume introdotto dal volume residuo ed è facilmente calcolabile. Con la
misura del volume residuo si può completare il calcolo delle capacità polmonari:

3. Capacità funzionale residua (CFR), volume d’aria contenuto nei polmoni alla fine di una normale
espirazione (2300 ml)
4. Capacità polmonare totale (CPT), volume polmonare massimo che si raggiunge al termine di una
inspirazione totale.

Lo spazio morto anatomico: per valutare la funzionalità respiratoria e confrontarla con la gittata cardiaca
(espressione della funzionalità cardiocircolatoria) si utilizza la ventilazione polmonare totale. Quest’ultima è
data dal prodotto della quantità di aria inspirata ad ogni atto respiratorio per la frequenza respiratoria. A
condizioni normali ha un valore di 6l/min. Parte dell’aria fresca introdotta durante l’inspirazione non
raggiunge la zona di conduzione, ma serve solo per riempire le vie aeree di conduzione dove non avviene
nessuno scambio. Questo è detto spazio morto anatomico e deve essere tenuto presente quando si valuta
l’effettiva respirazione polmonare: una normale inspirazione di 500 ml di aria fresca utilizza 150 ml per
riempire lo spazio morto, i restanti 350 ml raggiungono la zona respiratoria insieme a 150 ml che
riempivano o spazio morto anatomico poco prima dell’inspirazione, contenente però meno ossigeno e più
anidride carbonica. In conclusione solo 350 ml conterranno aria fresca ricca di ossigeno. Una quota
rilevante dell’aria inspirata non raggiunge la zona anatomica quindi un indice più accurato della
ventilazione è quella alveolare: quantità di aria che raggiunge gli alveoli moltiplicata per la freq.
Respiratoria. La respirazione profonda è meno influenzata dagli effetti dello spazio morto anatomico, quella
superficiale è più penalizzata.
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SCAMBIO DEI GAS

Perché la respirazione sia completa l’O2 introdotto negli alveoli durante l’inspirazione deve attraversare la
membrana alveolare, raggiungere i capillari polmonari, diffondere nel sangue, essere trasportato a livello
tissutale e ceduto ai tessuti. La CO2 prodotta dai tessuti dovrà compiere un percorso inverso per essere
riversata negli alveoli ed espulsa con l’espirazione.
Scambi tra alveoli e capillari, la circolazione polmonare: la quantità di ossigeno/anidride carbonica
scambiata a livello alveolare deve essere equivalente a quella consumata/prodotta dalle cellule. Questo
non richiede che le quantità di O2 e CO2 siano uguali: in condizioni normali vengono consumati 250 ml/min
di ossigeno e prodotti 200 ml/min di anidride carbonica con un rapporto CO2 prodotta/ O2 consumato pari a
0.08. Questo prende il nome di quoziente respiratorio (QR) e indica il numero di molecole di CO 2prodotte
per ogni molecola di O2 consumata. La CO2 prodotta è minore dell’O2 consumato in quanto l’ossidazione di
acidi grassi e proteine ha un QR più basso di quello dei carboidrati.
trasporto ossigeno:
gli alveoli ricevono → solo 250 ml/min sono → L’O2 che diffonde nel → il sangue entra
il 20% dell’aria inspirata ceduti ai capillari polmonari sangue si aggiunge a quello nell’atrio sx
quindi su una ventilazione 590 ml/min sono espirati già presente nel sangue viene pompato
alveolare di 2400 ml/min venoso misto (750 ml/min) nel circolo e
840 ml/min dove
raggiunge i capillari
sistemici che rilas
ciano 250 ml/min di
O2 ai tessuti

La Co2 diffonde nei → il sangue venoso → gli alveoli espellono la CO2


capillari sistemici e si tramite il ventricolo durante l’espirazione.
aggiunge a quella già destro raggiunge i
presente nel sangue capillari polmonari e
arterioso aumentando cede 200 ml/min agli
i livelli e diventando alveoli.
sangue venoso.

Leggi dei gas:

1. Boyle e Gay-Lussac. La pressione di un gas (P) è direttamente proporzionale alla temperatura del
gas (T), che aumenta la velocità delle molecole, e alla concentrazione del gas (n/V) che aumenta la
probabilità di collisione: P = nRT/V. se il numero di moli e la T rimangono constanti abbiamo PV =
cost.
2. Dalton. La pressione totale di una miscela di gas è la somma delle pressioni parziali di ciascun gas
che compone la miscela.
3. Henry. La quantità di gas che si discioglie nella fase acquosa (C acq) è direttamente proporzionale
alla pressione parziale del gas della fase gassosa (Pgas) alla solubilità del gas nell’acqua (Sgas) e alla
temperatura (T). Cacq = Pgas Sgas T. L’ossigeno e l’anidride carbonica hanno diversa solubilità in acqua,
dovuta alla loro diversa natura polare. La CO2 ha più alta solubilità, questo comporta importanti
conseguenze a livello fisiologico perché piccole differenze di P CO2 tra la fase gassosa e liquida
(alveolo e capillare polmonare) o tra due compartimenti liquidi (capillare e tessuto) muovono
grandi quantità di gas.
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4. Graham. Nella fase acquosa la velocità di diffusione di un gas è inversamente proporzionale al suo
peso molecolare. La legge di Fick stabilisce inoltre che in un liquido, in un tessuto o attraverso
membrane la velocità di diffusione di un gas è proporzionale alla differenza di pressione.
5. Tensione di vapore dellìH2O. La tensione di vapore è la pressione che le molecole di acqua
esercitano sulle pareti quando passano da stato liquido a gassoso. P H2O dipende solo dalla
temperatura dell’acqua.

Composizione dell’aria inspirata: l’aria atmosferica inspirata contiene 79% di N 2, 21% O2 e poco o niente
CO2. Le rispettive pressioni parziali sono 159 mmHg per O2 e 3,7 mmHg per CO2. Nell’aria umidificata e
riscaldata la pressione dell’ossigeno diminuisce a 149 mmHg per far posto alla tensione di vapore (47
mmHg a 37°). Nella composizione alveolare troviamo un forte abbassamento della P O2 a 104 mmHg e
l’aumento della PCO2 a 40 mmHg. L’aria espirata ha valori intermedi tra l’aria umidificata e quella alveolare.
Effetti della ventilazione sulle pressioni: a livello alveolare ossigeno e anidride carbonica trovano condizioni
stazionarie di equilibrio intermedie tra i valori di pressione che assumono nell’aria umidificata e nei capillari
polmonari. L’entità di questi valori per quanto riguarda l’ossigeno è condizionata da:

- Pressione dell’ossigeno nell’aria atmosferica


- Ventilazione alveolare
- Velocità di consumo dell’ossigeno (ridotta frequenza di ventilazione, iperventilazione..). Variazioni
opposte si ottengono per la CO2

La PO2 e la PCO2 sono ben controllate a livello alveolare perché si ha un rimescolamento graduale dei
contenuti all’interno degli alveoli, in quanto l’aria contenuta in essi alla fine dell’espirazione occupa un
grande volume rispetto alla quantità di aria scambiata, ma soprattutto perché si ha controllo
neurormonale. Se il rapporto tra le due pressioni aumenta rispetto alle condizioni normali si parla di
ipoventilazione. Se diminuisce di iperventilazione.

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Rapporto ventilazione-perfusione: affinché la respirazione avvenga in maniera efficiente è necessario avere
alta PO2 alveolare, alta velocità di diffusione dell’ossigeno ma è anche necessario che gli alveoli siano perfusi
dal sangue in maniera ottimale: deve esistere un normale rapporto ventilazione/perfusione. Questo
corrisponde a 0,84 se si considera che tutti gli alveoli siano ventilati con la stessa efficienza e che i capillari
siano tutti egualmente perfusi. Il rapporto ventilazione-perfusione può raggiungere valori estremi nel caso
in cui la ventilazione si riduca a zero ma la perfusione sia mantenuta normale e nel caso in cui sia bloccata la
perfusione (embolo polmonare) ma la ventilazione sia mantenuta stabile.

Differenze regionali del rapporto ventilazione-perfusione: le condizioni di uniforme ventilazione e uguale


perfusione non esistono vista la forma e la posizione dei polmoni.
→ Nella zona alta del polmone la pressione alveolare PA può essere superiore sia alla pressione arteriosa
polmonare (Pap) che alla pressione venosa polmonare (Pvp). Se ciò accade i capillari sono compressi e il
flusso ridotto.
→ Nella zona centrale del polmone la Pap è più elevata per effetto della gravità e supera la PA che a sua
volta è maggiore della Pvp. I vasi sono più compressi lungo l’estremità venosa e più distesi verso l’estremità
arteriosa.
→ Alla base del polmone sia Pvp che Pap sono superiori a PA. I capillari sono più distesi.
Anche per quanto riguarda la ventilazione ci sono differenze regionali: le zone inferiori ventilano meglio
delle superiori. In posizione supina le ventilazioni di apice e base si eguagliano.
La ventilazione alveolare diminuisce percentualmente meno del flusso sanguigno, per cui il rapporto
ventilazione/perfusione è minore di 1 alla base del polmone e raggiunge valori superiori a 3 all’apice. Le
zone basse sono meglio perfuse. Il loro sangue arterioso è meno ricco di ossigeno. Le zone alte sono meno
perfuse e possono ossigenare meglio la minor quantità di sangue che passa nei capillari all’apice del
polmone. La principale conseguenza dell’ineguaglianza del rapporto ventilazione/perfusione nelle varie
zone del polmone è che il sangue arterioso raccolto dalle vene ha una P O2 leggermente più bassa di quella
alveolare.

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Scambio di gas attraverso la membrana respiratoria: le pareti degli alveoli sono molto sottili ed
intimamente interconnesse con le pareti dei capillari in modo da formare quasi un unico tessuto. Il
passaggio di gas è facilitato dalla “membrana respiratoria”. Questa è composta da uno strato di liquido che
riveste l’alveolo e contiene il surfactante, pneumociti di tipo I, membrana basale dell’epitelio alveolare,
spazio interstiziale, membrana basale dell’endotelio capillare, cellule dell’endotelio capillare. Gli eritrociti si
muovono uno dietro l’altro quasi in contatto con le pareti capillari, la diffusione coinvolge quindi distanze
molto brevi. Dal punto di vista quantitativo la diffusione dei gas tra alveoli e sangue è regolata
dall’equazione che stabilisce che la velocità di diffusione è proporzionale alla differenza di pressione che
agisce sul gas. L’ossigeno diffonderà quindi dall’alveolo ai capillari, la CO 2 farà il percorso inverso.
Quest’ultima diffonde 20 volte più velocemente dell’ossigeno. La diffusione non è condizionata solamente
dai coefficienti di solubilità dei gas, ma è anche direttamente proporzionale all’area di scambio e
inversamente proporzionale allo spessore.
PO2 venosa e arteriosa durante l’ossigenazione a livello alveolare: i tempi di diffusione dell’ossigeno sono
sufficientemente rapidi per garantire la completa ossigenazione del sangue, a circa 1/3 della lunghezza del
capillare il sangue ha raggiunto quasi il valore massimo della P O2 alveolare ed è quindi diventato sangue
arterioso. Questo garantisce che durante un esercizio fisico, dove la richiesta di ossigeno aumenta,
l’aumentato flusso sanguigno non influenza significativamente il grado di ossigenazione del sangue. Le
stesse considerazioni valgono per la CO2.
scambio di gas tra capillari sistemici e tessuti: il sangue ossigenato dei capillari polmonari( con pressione di
ossigeno leggermente più bassa di quella alveolare) raggiunge l’atrio sx, passa nel ventricolo sx e raggiunge
tramite il circolo sistemico i capillari periferici dove avviene lo scambio con i tessuti.

TRASPORTO DI O2 E CO2 NEL SANGUE

L’emoglobina: Secondo la legge di Henry, la quantità di un gas che si discioglie in un liquido è direttamente
proporzionale alla sua pressione parziale, alla sua solubilità ed alla temperatura. Se dunque l’ossigeno fosse
semplicemente trasportato nel sangue, la sua quantità sarà 17 volte inferiore alla necessità media
dell’organismo a riposo (15mL/min contro i 250mL/min in una gittata di 5L).L’ossigeno dunque deve essere
trasportato in una maniera più efficiente, e la molecola che adempie a questo obbiettivo è l’Emoglobina.
L’Emoglobina costituisce il 33% del peso del globulo rosso; è un cromoproteina formata da quattro anelli
tetrapirrolici detti gruppi eme, e da quattro proteine, le globine. Ciascun gruppo eme contiene un atomo di
ferro allo stato Ferroso in grado di formare 6 legami di coordinazione: quattro con gli anelli pirrolici e 2 con
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le istidine delle globine. Quando l’Hb viene ossigenata, ciascun ferro mantiene un legame con l’istidina,
mentre l’altro viene contratto con una molecola di O2; pertanto ogni molecola di Hb potrà trasportare 4
molecole di O2. Quando l’Hb è legata all’O2 è detta ossiemoglobina, HbO2; quando invece non è legata è
detta deossiemoglobina, Hb. l’O2 può legare reversibilmente l’Hb solo se il Fe è allo stato ferroso; la sua
ossidazione infatti, a causa per esempio di agenti ossidanti come nitriti e cloruri, allo stato ferrico le
perdere la sua funzionalità, e prenderà il nome di metaemoglobina; questo caso è detto “avvelenamento
dell’Hb”.

Curve di Dissociazione dell’Ossigeno: I 4 siti di legame dell’Hb vengono occupati a valori di PO2 molto
elevati, ossia intorno ai 100mmHg. Inizialmente, a PO2 basse, le probabilità di legare sono minime; ma se un
ossigeno lega l’Hb ne causa un cambio conformazionale che incrementa le probabilità di unire altri O 2
(effetto cooperativo positivo). Infatti la curva è una sigmoide (curva ad “S”), ed abbiamo pendenza massima
per valori di PO2 tra il 20-50%, ovvero quelle pressioni in cui ciascun Hb presenta almeno un O2 legato. LA
percentuale dei siti occupati aumenta all’aumentare della PO2 : a bassa PO2 la pendenza è bassa perché
l’occupazione dei primi siti per l’ossigeno è sfavorita. Ogni minuto sono 200 i mL di ossigeno che, legati
all’Hb vengono pompati in circolo nel nostro organismo; solo 3mL/min invece sono quelli disciolti, quindi
trasportati direttamente nel sangue.

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Fattori che modulano l’affinità dell’Hb per l’O2: Come per altre proteine, l’affinità dell’Hb per il suo
substrato (O2) può essere modificata da fattori esogeni e da fattori endogeni. In generale, quando l’affinità
viene aumentata, la sigmoide si sposterà verso sinistra; quando invece diminuisce, verso destra, dunque
occorreranno valori di PO2 maggiori. Tra i fattori principali che modulano l’affinità dell’Hb per l’O2
abbiamo: il pH plasmatico, la temperatura ed i livelli di 2,3-difosfoglicerato.
pH: un abbassamento del pH, da 7,4 a 7,2 causa un abbassamento dell’affinità; questo fenomeno è
conosciuto come effetto Bohr e l’aumentato rilascio di O2 (dovuto alla minor affinità) è un meccanismo per
compensare l’aumentata acidità dei tessuti.
Temperatura: un aumento della temperatura comporta una maggior richiesta di O2 per favorire il
metabolismo; di conseguenza avremo un abbassamento del valore di affinità dell’Hb rispetto all’O2.
livelli 2,3-difosfoglicerato: è una molecola che tipicamente viene prodotta dal nostro organismo soprattutto
in condizioni di ipossia; essa causa un abbassamento dell’affinità al fine di compensare i ridotti livelli di O2
plasmatico.

grafico della modulazione ell’affinità dell’Hb per l’O2

Forme inattive dell’Hb: La capacità dell’Hb di legare l’O2 non solo può essere modulata, ma può essere del
tutto compromessa; abbiamo già visto il caso della metaemoglobina, dove l’ossidazione del Fe ferroso in
ferro ferrico la rende funzionalmente inutile. Completamente diverso è l’effetto causato dal monossido di
carbonio CO, un gas molto tossico a causa della sua affinità per l’Hb che è circa 300 volte superiore rispetto
a quella dell’O2; pertanto, non solo si legherà molto più facilmente, ma difficilmente si dissocerà. Bastano
quindi basse concentrazioni di CO per saturare L’Hb e impedire all’O2 di legarsi.
Trasporto di CO2 nel sangue: Anche per la CO2 è necessario un meccanismo di trasporto più efficiente del
semplice gas disciolto in soluzione. Il primo passaggio nel trasporto di CO2 consiste nel trasformarla in acido
carbonico, grazie all’enzima AC (anidrasi carbonica) che ne accelera fino a 1000 volte il processo; l’acido
carbonico a sua volta si dissocia in ioni bicarbonato ed in idrogenioni.
Lo Ione Bicarbonato HCO3- è la forma di trasporto di CO2 prevalente (90%); il 5% è sotto forma di CO2
disciolta nel sangue ed il 5% è costituita dai composti carboamino-emoglobinici: la CO2 all’interno degli
eritrociti interagisce con i gruppi amminici liberi dell’Hb.
Osservando le quantità di CO2 nel sangue venoso ed arterioso (valore medio di circa 500mL/L) notiamo
facilmente come tale quantità sia nettamente superiore, non solo al quantitativo di O2 necessario alle
cellule, ma anche alla quantità di CO2 espulsa con la respirazione. Questo aspetto ci indica la principale
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funzione della CO2, ovvero quello di formare un ampia serie di molecole tampone per preservare gli
equilibri acido-base. Dunque ad ogni atto respiratorio espelliamo piccole quantità di CO2, che non alterano
la riserva di CO2 che abbiamo in corpo sotto forma di HCO3-.
Curva di dissociazione della CO2, l’effetto Haldane: Nel grafico ConcentrazioneCO2-PressioneParzialeCO2
abbiamo due curve: una più bassa che rappresenta la concentrazione di HCO3-, CO2 e HbCO2 (composti
carboamino-emoglobinici) con Hb completamente Ossigenata (HbO2 100%), ed una più alta che invece
rappresenta le concentrazioni di tali molecole con Hb completamente Deossigenata (HbO2). Questa curva è
più alta poiché in condizioni di emoglobina deossigenata è favorita la formazione di composti carboamino-
emoglobinici; tale fenomeno è detto effetto Haldane.

Meccanismi molecolari nei processi di trasorto della CO 2. La CO2 prodotta dalle cellule circostanti sotto
forma di gas diffonde sia nel plasma che all’interno degli eritrociti dove può facilmente combinarsi con
l’H2O grazie all’AC. La stessa reazione può avvenire nel plasma e nei liquidi interstiziali anche se più
lentamente. reagendo con l’acqua, porta alla formazione di H2CO3, il quale subito si dissocia in ione
bicarbonato e idrogenione. Normalmente sono poche le probabilità che la CO 2 reagisca con l’acqua, ma
grazie all’enzima anidrasi carbonica la reazione è fortemente favorita.
A livello dei capillari sistemici all’aumentare della PCO2 tutte le reazioni all’interno dell’eritrocita sono
spostate verso destra con formazione di ioni bicarbonato, de ossiemoglobina (HHb), HbCO2 e rilascio di
ossigeno.

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CONTROLLO NERVOSO DELLA RESPIRAZIONE

Le grandezze che indicano se il sistema respiratorio sta eseguendo correttamente la funzione di fornire
ossigeno e rimuovere CO2 sono la PO2 e la PCO2 del sangue arterioso sistemico che devono essere
rispettivamente di 100 e 40 mmHg.
Genesi del ritmo respiratorio: gli atti inspiratori ed espiratori prevedono l’attivazione di determinati
muscoli grazie ad attività ritmiche neuronali nella respirazione tranquille, grazie a neuroni inspiratori e
neuroni espiratori nella respirazione forzata. Entrambe le condizioni prevedono la presenza di un centro di
controllo della respirazione che generi potenziali pacemakers. Comunque il movimento sequenziale dei
muscoli scheletrici è prodotto da PDA che provengono da zone neurogeniche centrali e spinali.
Centri di controllo bulbari: alla base della genesi della respirazione esistono due centri respiratori distinti in
ciascun lato del bulbo:

- Gruppo respiratorio ventrale (GRV): localizzato ventralmente e contiene due regioni di neuroni
espiratori e una di neuroni inspiratori. I neuroni espiratori hanno la doppia funzione di attivare i
muscoli espiratori e di inibire l’attività dei neuroni inspiratori durante la respirazione forzata.
- Gruppo respiratorio dorsale (GRD): localizzato più dorsalmente. Prevede un’unica regione
comprendente neuroni inspiratori . Riceve afferenze sensoriali dal vago che ne condizionano
l’attività.

I neuroni GRV e GRD contattano i motoneuroni spinali dei muscoli inspiratori: motoneuroni del nervo
frenico (controlla la contrazione del diaframma); nervi intercostali esterni.
Centri di controllo pontini e il generatore centrale del ritmo: nel ponte sono presenti nuclei neuronali misti
(inspiratori, espiratori, misti). L’area pontina prende il nome di gruppo respiratorio pontino (GRP) o centro
pneumotassico. Esso controlla l’alternanza tra inspirazione ed espirazione inibendo il GRD. Quando il centro
pneumotassico viene disattivato la respirazione diventa più prolungata e profonda (apneusi).
I centri superiori della corteccia motoria, del sistema limbico e ipotalamico sono in grado di controllare sia
l’attività del GRP che dei GRD e GRV e possono anche controllare direttamente l’attività dei motoneuroni
spinali sia eccitandoli che inibendoli.
centro generatore del ritmo: è capace di generare potenziali pace-maker che controllano la frequenza e
l’intensità della ventilazione. Al centro generatore del ritmo appartengono i GRV, i GRD e le afferenze.
Recettori polmonari: esistono tre tipi di recettori polmonari:

• Di stiramento (tensocettori). Sono situati nella trachea e nei bronchi e sono stimolati dallo
stiramento delle pareti. Inibiscono per via riflessa i GRD e favoriscono l’inizio dell’espirazione. Sono
ad adattamento lento ed hanno funzione regolatoria sulla ritmo genesi.
• Per gli stimoli irritativi: si ramificano tra le cellule epiteliali respiratorie e sono stimolati
dall’inalazione di sostanze nocive, hanno infatti funzione protettiva e generano bronco costrizione,
iperpnea, tosse (recettori localizzati nella trachea) e starnuti (recettori situati nel naso e nella
faringe). Sono stimolati anche dal tono del muscolo liscio bronchiale.
• Fibre C: localizzate nella parete dei bronchi e degli alveoli. Le fibre alveolari sono denominate anche
fibre J e sono stimolate da accumulo di liquido o di sostanze che si liberano in seguito a malattie
come l’istamina. La loro stimolazione porta ad apnea, abbassamento della frequenza cardiaca,
costrizione della laringe.

Chemiocettori: dopo un periodo sufficientemente lungo in cui la ventilazione è stata interrotta i livelli di
PO2 e PCO2 sono sufficientemente alterati da attivare una risposta riflessa che induce un aumento della

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frequenza e della profondità del respiro. Questo grazie al controllo chimico da parte di chemiocettori
periferici e centrali che inducono appunto la risposta riflessa.
Chemiocettori periferici: situati nei glomi carotidei e aortici. Sono sensibili a pH, PO2 e PCO2. Sono a
diretto contatto con i capillari dei glomi. Comunicano con i centri afferenti tramite il mediatore
dopamina rilasciato a seguito di abbassamento di pH o PO2. In seguito a ipossia (abbassamento P
ossigeno a minimo 60 mmHg) si ha la chiusura dei canali K, l’apertura dei canali Ca di tipo L e il rilascio
vescicolare di dopamina. Si ha quindi depolarizzazione che porta all’insorgere di treni di potenziali e
quindi a aumento della frequenza di ventilazione.
Chemiocettori centrali: situati nel midollo allungato. Sono sensibili solo alla PCO2 e alle variazioni del pH
cerebrospinale con cui sono a contatto. Aumento di livelli di CO 2 portano alla formazione di H2CO3 che
subito si dissocia in bicarbonato e ioni idrogeno. Gli ioni idrogeno attivano le terminazioni dei
chemiocettori che aumentano frequenza e profondità di ventilazione.

Riflessi chemocettorali: in condizioni normali i cambiamenti della PCO2 e quindi del pH costituiscono il
principale stimolo di inizio dei riflessi chemocettivi.
La risposta chemocettorale centrale ad un aumento cronico di CO2 induce una aumentata ventilazione che
lentamente si attenua fino a scomparire. Questo perché il liquido cerebrospinale ha la capacità di
tamponare l’aumento degli ioni H tramite una aumentata diffusione di bicarbonato dai plessi coroidei. Se il
pH si mantiene costante i chemocettori cessano la loro attività. I chemocettori periferici invece preservano
la loro sensibilità.
Equilibrio acido-base: oltre a controllare i livelli dei gas, il sistema respiratorio mantiene l’equilibrio acido-
base (omeostasi del pH). Questo è importante in quanto la struttura e la funzione delle proteine dipendono
anche dalle cariche superficiali o di alcuni siti catalitici. Piccole variazioni sono in grado di indurre gravi
alterazioni della loro attività molecolare come il rallentamento delle reazioni enzimatiche o l’innalzamento
e l’abbassamento della soglia di attivazione del pH. Per questo sono molto importanti i sistemi tampone.
Quelli che intervengono nel mantenimento del pH sono principalmente:

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1. Proteine plasmatiche e cistoplasmatiche (albumina e emoglobina deossigenata): presenti in alte
concentrazioni sono il sistema più efficace per neutralizzare rapide variazioni in quanto i tempi di
risposta sono molto brevi.
2. Fosfati
3. Sistema anidride carbonica/bicarbonato

Sia i fosfati che il sistema anidride carbonica/bicarbonato sono presenti in minor concentrazione, ma sono
regolati dal rene e dal sistema respiratorio che ne controllano i livelli. Entrambi sono detti sistemi a
tampone aperti in quanto i loro componenti sono continuamente prodotti e scambiati. Questi oltre a
tamponare passivamente regolano anche attivamente il pH.
L’equazione di Henderson-Hasselbalch: attraverso la reazione di idratazione della CO2 prodotta a livello
tissutale, si forma H2CO3 (acido debole) che si dissocia in ioni H e HCO 3-. La quantità di H2CO3 è
direttamente proporzionale alla quantità di CO2 disciolta nel plasma. Per la legge di Henry la quantità di CO2
disciolta nel plasma è proporzionale alla PCO2. Troviamo che pH = 6,1+ log20= 6,1+ 1,3= 7,4.
Il pH di una soluzione tampone contenente CO2 e HCO3- è fissato al rapporto [HCO3/ CO2] che a pH
fisiologico corrisponde a 20/l. Il pH plasmatico può quindi aumentare o diminuire causando alcalosi o
acidosi. L’equazione di Henderson-Hasselbalch predice che aumenti o diminuzioni di CO2 aumentano o
diminuiscono la concentrazione di ioni H plasmatici senza quasi alterare i livelli di bicarbonato.
Il pH può essere mantenuto costante sia mantenendo costanti i valori assoluti di [HCO 3] [ CO2] sia
mantenendo costante il rapporto [HCO3/ CO2].
Acidosi ed alcalosi metabolica: compensazione respiratoria: riepilogando il sistema CO2 / HCO3- ha tre
proprietà:

- È un sistema aperto capace di scambiare i suoi prodotti con l’esterno


- Il sistema può disporre di quantità virtualmente illimitate di CO 2 e può così rimpiazzare molecole di
H2CO3.
- I livelli di CO2 e pH sono costantemente monitorati da centri di controllo del respiro e misurati da
chemocettori.

Tutto ciò rende possibile al sistema controllare rapidamente alcalosi e acidosi. Il sistema aperto è
vantaggioso. Se fosse chiuso: con l’aumento della concentrazione degli ioni H le reazioni si spostano verso
sinistra. L’H viene neutralizzato dall’ HCO3- che riduce la sua concentrazione. La CO2 aumenta e il pH scende.
Nel sistema aperto invece la semplice fuoriuscita di CO2 manterrebbe la PCO2 a valori arteriosi e la CO2 a
valori normali.
Fasi che il sistema respiratorio segue per regolare acidosi e alcalosi: i chemocettori periferici rilevano
variazioni del pH e stimolano per via riflessa i centri della ritmogenesi inducendo iperventilazione o
ipoventilazione e ripristinando i livelli normali. La compensazione respiratoria non potrà però mai essere
completa perché aggiusta il rapporto di CO2 e HCO3- ma non ripristinare gli originali livelli di bicarbonato.

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OSMOREGOLAZIONE E FUNZIONE RENALE

Le cellule assumono metaboliti e espellono cataboliti in rapporti idonei a tre diverse fasi: sviluppo, età
adulta e senescenza. Nella fase di sviluppo prevalgono gli ingressi, nella vita adulta gli ingressi sono pari le
uscite, nella senescenza prevalgono le uscite. Gli apparati che permettono questi flussi sono digerente e
respiratorio (rifornimento), circolatorio (distribuzione), sistemi escretori (eliminazione di cataboliti e
mantenimento dell’omeostasi liquida.
Distribuzione dei liquidi corporei: la massa complessiva dell’organismo è formata da acqua in una quantità
che varia dal 53 al 77%. Questa percentuale varia in relazione all’età, al sesso alla presenza di massa
muscolare e lipidica. L’acqua corporea è distribuita in due compartimenti liquidi separati:

1. Liquido intracellulare (LIC): comprende il liquido all’interno delle cellule, che è circa i 2/3 di tutta
l’acqua presente nell’organismo. E’ separato dal liquido extracellulare tramite la membrana
plasmatica. Ovviamente ci sono cellule più idratate, come quelle dei tessuti muscolari, e cellule
meno idratate, come quelle dei tessuti ossei. Questo compartimento è distribuito per metà circa
nel citoplasma, per il resto all’interno degli organelli.
2. Liquido extracellulare (LEC): comprende il liquido presente nei vasi sanguigni e negli interstizi degli
organi e dei tessuti. Ammonta a ¼ del peso corporeo.

Come l’acqua anche gli ioni sono distribuiti in questi compartimenti, inoltre vi sono distribuiti in diverse
concentrazioni.

INTERNO ESTERNO
Na =12 mM Na = 145 mM
Cl = 4 mM Cl= 117 mM
K = 140 mM K = 4 mM
Ca = < o,ooo1 mM Ca = 2 mM

Il cloro va di pari passo al sodio, infatti è sempre dello stesso ordine di grandezza. Il calcio ha bassissime
concentrazioni perché la sua presenza scatena delle reazioni. All’interno del citoplasma è praticamente
assente, ma oltre a trovarsi nel LEC è presente anche in organuli come il reticolo endoplasmatico in cui
viene accumulato grazie a trasporti attivi e in cui si trova legato a due proteine: calsequestrina e
calreticulina. Viene rilasciato secondo necessità. Nel sangue il calcio invece è presente sia in forma libera sia
legato alle proteine. Le differenze di composizione tra il liquido interstiziale (maggior rappresentante del
LEC) il sangue è dovuta alla distribuzione asimmetrica delle proteine che restano confinate nel plasma.
Questo porta alla formazione di un potenziale Gibbs-Donnan di circa 1 mV che trattiene i cationi ma spinge
gli anioni verso l’interstizio. La carica negativa delle proteine plasmatiche determina inoltre la capacità di
legare il calcio.
Determinazione dei volumi dei compartimenti fluidi: i volumi dei compartimenti fluidi possono essere
determinati tramite la misura della diluizione di determinate sostanze. Se una quantità nota di sostanza
indicatrice viene iniettata nel circolo e si distribuisce uniformemente è possibile calcolare il volume totale
del compartimento calcolando la sua concentrazione in un campione. La misura del volume di un dato
compartimento è invece problematica in quanto le sostanze iniettate non restano confinate all’interno di
un compartimento ma passano dall’uno all’altro. Per calcolarlo quindi approssimativamente è necessario
misurare la concentrazione della sostanza in più momenti ed effettuare un calcolo logaritmico. Per
determinare il volume plasmatico è necessario iniettare una sostanza che non attraversi l’endotelio,
prelevare successivamente un campione e tramite centrifugazione determinarne la concentrazione. La

100
determinazione dei liquidi intracellulare, extracellulare e interstiziale non può essere effettuata in maniera
diretta per l’impossibilità di accedere al fluido presente in tali spazi. Per il LEC e il liquido interstiziale si
utilizzano sostanze che penetrano attraverso l’endotelio molto lentamente. Successivamente l’immissione
in circolo di aliquote radioattive di queste sostanze e la misura della loro diluizione rilevata nel plasma
permette di valutare lo spazio extracellulare totale. Lo spazio interstiziale è dato dalla differenza tra il
volume del LEC e il volume plasmatico. Il volume del LIC si ottiene sottraendo al volume dell’acqua
corporea totale il volume dello spazio extracellulare.
Omeostasi liquida e salina: gli scambi di acqua e soluti tra LIC e LEC sono finalizzati a mantenere una
osmolarità costante e uguale tra i due compartimenti, rispettare il principio dell’elettroneutralità (le cariche
anioniche devono essere uguali a quelle cationiche), assicurare l’ingresso di nutrienti e le condizioni adatte
allo svolgimento delle funzioni.
Bilancio elettrico: la costanza del volume dei compartimenti dipende principalmente dal bilancio idrico e
salino, quindi dal rapporto tra introiti e perdite di acqua ed elettroliti (in particolare Na e Cl). L’assunzione
di acqua e sali avviene solamente per via orale e per successivo assorbimento intestinale. A questa si
aggiunge una piccola quota di acqua formatasi dalle reazioni metaboliche. Le perdite invece si realizzano
tramite urina, feci, sudorazione e quella che viene attraverso le cellule delle vie respiratorie e della cute
(perdita idrica insensibile). La quantità di liquidi ed elettroliti che vengono assunti giornalmente è
generalmente superiore al fabbisogno: tramite le bevande vengono assunti circa 1,2 l/die, tramite il cibo 1
l/die e tramite le reazioni metaboliche circa 300 ml/die. La perdita insensibile è di 700 ml/die (a 25°C), 100
ml/die vanno persi in sudore, 200 ml/die sono espulsi con le feci. La quota di perdita idrica dovuta alla
minzione ammonta a 1,5 l/die. L’escrezione renale è strettamente regolata con lo scopo di mantenere
costante il bilancio idrico e quello salino. Nel rene l’escrezione può variare tra 0,5 e 18 l/die.
Alterazioni del bilancio idrico: la condizione di equilibrio di un organismo è dovuta al bilancio tra gli ingressi
di metaboliti e le uscite di cataboliti. Se il bilancio varia induce modificazioni rilevanti nel funzionamento
dell’organismo. Le alterazioni più comuni del bilancio idrico sono la conseguenza di squilibri nell’introito o
nell’escrezione di acqua ed elettroliti. La perdita contemporanea di acqua e Sali è definita disidratazione
isotonica e porta ad una riduzione del LEC. Talvolta questa è talmente elevata che può generare un collasso
cardiocircolatorio. Un ingresso eccessivo di acqua e NaCl oppure una ridotta diuresi portano ad una
iperidratazione ipertonica con diminuzione del volume del LIC e aumento di quello del LEC. La perdita di
sola acqua produce disidratazione ipertonica, che comporta riduzione del volume del LIC. L’introito
eccessivo di acqua o la ritenzione di urina producono disidratazione ipotonica e si ha l’incremento del
volume cellulare. Questo può portare a edema cerebrale.
REGOLAZIONE DEL BILANCIO IDROELETTRICO:
le variazioni del bilancio idroelettrico coinvolgono le variazioni dei volumi del LIC e del LEC. Il bilancio e la
composizione del LEC possono essere modulati controllando assorbimento/escrezione intestinale,
sudorazione e escrezione renale. La composizione del LIC dipende da quella del LEC.
Regolazione della composizione e del volume del LIC: la costanza del volume e della composizione del LIC è
dovuta agli scambi con il LEC, in particolare con il liquido interstiziale che è in equilibrio con il plasma. I
gradienti ionici di Na e K sono mantenuti stabili grazie alla pompa Na/K – ATPasi. Questa pompa genera
anche la forza per azionare altri trasporti e mantiene stabile la distribuzione del Cl. Le cellule reagiscono
rapidamente alle variazioni di volume: il rigonfiamento induce l’uscita di K e Cl da canali che si attivano
tramite la deformazione della membrana o tramite cotrasporto. La riduzione del volume attiva invece il
cotrasporto Na/K/2Cl – ATPasi.
Regolazione della composizione e del volume del LIC: per mantenere costante l’acqua corporea occorre
che l’assunzione e la perdita siano in pareggio. Quando l’assunzione idrica è ridotta il rene tende a
conservare acqua producendo un volume ridotto di urina, viceversa se l’assunzione idrica è elevata il rene
101
produce una grande quantità di urina. La regolazione della composizione e della quantità delle urine
dipende principalmente dall’ormone ADH rilasciato dall’ipotalamo.
LE FUNZIONI DEL RENE:
Il rene è il principale organo escretore dell’organismo. Il suo ruolo principale è filtrare continuamente il
plasma estraendone acqua, cataboliti e altre sostanze a basso peso molecolare per formare l’urina. Fanno
parte delle funzioni del rene:

- Eliminazione di sostanze non necessarie all’organismo


- Controllo di volume e composizione del LEC
- Regolazione della pressione osmotica tramite escrezione di acqua e Cl
- Controllo della pressione arteriosa
- Formazione di ormoni
- Regolazione dell’eritropoiesi tramite sintesi di eritroproteina
- Regolazione dell’equilibrio acido-base
- Controllo indiretto della mineralizzazione delle ossa

La maggior parte delle funzioni vengono espletate nell’unità funzionale del rene, il nefrone, tramite la
produzione di urina che viene formata tramite tre meccanismi: ultrafiltrazione renale, riassorbimento
tubulare, secrezione tubulare. Il meccanismo di concentrazione dell’urina permette di controllare il
quantitativo di acqua escreta.

102
RENE E VIE URINARIE

I reni sono collocati all’esterno della cavità peritoneale, in prossimità della XII costola. Da ciascun rene si
diparte un uretere che trasporta l’urina prodotta alla vescica ed, attraverso l’uretra, abbiamo l’espulsione.
Ciascun rene presenta lateralmente una rientranza detta ilo nella quale convergono l’arteria renale, la vena
renale, i vasi linfatici, i nervi e gli ureteri. L’interno del rene presenta in vece le arterie e le vene interlobari.
Il rene è costituito da due porzioni differenti, una interna detta midollare ed una esterna detta corticale; la
midollare di colore più scuro e aspetto striato, consiste di 6-18 formazioni triangolari, le piramidi renali con
la base rivolta verso la corticale e degli apici, o papille renali, su cui sboccano dotti collettori, che si
proiettano nel seno renale. Tra le piramidi è interposta sostanza corticale che forma le colonne renali.
Prende il nome di lobo renale una piramide renale con la corrispondente sostanza corticale sovrastante e le
adiacenti colonne renali.

La circolazione renale: I reni ricevono all’incirca il 20-25% della gittata cardiaca, quindi all’incirca
1200mL/min; tale necessità di sangue è spiegata dall’elevata attività e dalle numerose funzioni renali.
Tramite l’ilo giungono l’arteria renale e la vena renale, che distribuiranno il sangue alle arterie e vene
interlobari. Ogni rene riceve la rispettiva arteria renale che una volta entrata nel seno renale si ramifica in
arterie segmentali che si dividono in arterie interlobari che penetrano la capsula renale, si estendono nella
corticale e portano il sangue alle arterie arcuate. Le arterie arcuate si dividono in arterie interlobulari che
vascolarizzano il lobo renale adiacente e si dividono poi in arteriole afferenti, con la funzione di
vascolarizzare i singoli nefroni. Dai nefroni il sangue passa attraverso i capillari, raggiunge venule che
convergono in vene interlobulari-> vene arcuate -> vene interlobari -> vena renale -> vena cava inferiore.
Nerfone: Il nefrone è l’unità funzionale del rene; non sono rigenerabili, ed ogni rene ne possiede circa un
milione. Ogni nefrone è costituito da due elementi funzionali: il corpuscolo renale ed il sistema tubulare. Il
corpuscolo renale filtra il liquido plasmatico, mentre il sistema tubulare trasforma il filtrato plasmatico in
urina. Il corpuscolo renale è detto anche “corpuscolo del Malpighi”, è un sistema filtrante formato da una
piccola rete di capillari ramificati che vanno a formare il glomerulo, contenuti in una struttura sferica detta
capsula del Bowman, dalla quale prende origine il sistema tubulare. I corpuscoli renali hanno uno spessore
di 150-200μm e si trovano solo nella corticale del rene.
Capillari glomerurali: costituiscono il glomerulo, sono capillari fenestrati, che quindi permettono il
passaggio della maggior parte degli elementi plasmatici tranne gli elementi figurati del sangue e le proteine
plasmatiche negative (poiché questi capillari possiedono cariche positive sulla superficie). I prolungamenti
di particolari cellule dette podociti si estendono dalla superficie esterna dell’endotelio e vanno a formare lo
strato viscerale della capsula del Bowman. Le cellule mesangiali invece stabilizzano le circonvoluzioni del
glomerulo e sono in grado di fagocitare e metabolizzare eventuali sostanze bloccate tra i podociti.
Capsula del Bowman: la capsula del Bowman avvolge il glomerulo ed è formata da due sottili strati

103
epiteliali: quello interno, viscerale, è costituito da podociti che avvolgono il glomerulo, mentre quello
esterno prosegue con quello del tubulo. Tra lo strato endoteliale interno e quello esterno abbiamo un
sottile spazio detto camera capsulare o spazio del Bowman, che raccoglie l’ultrafiltrato.

Apparato juxtaglomerurale: l’apparato juxtaglomerulare è un complesso di strutture formato dalle cellule


mesangiali (che troviamo anche nel glomerulo); è innervato dal sistema nervoso simpatico e presenta delle
cellule dette cellule granulari juxtaglomerulari che producono renina, la quale a sua volta stacca
l’angiotensina I dalla proteina plasmatica angiotensinogeno. La formazione di angiotensina II invece la
abbiamo nei polmoni. Le cellule del sistema tubulare in contatto con le cellule juxtaglomerulari formano la
macula densa.
Sistema tubulare: dal corpuscolo renale si origina il sistema tubulare che, oltre a trasportare il filtrato
primario verso la pelvi, ha anche il compito di formare l’urina mediante processi di secrezione ed
assorbimento. Ogni tubulo presenta dei tratti con differenti proprietà fisiologiche che si riflettono sulla
struttura morfologica dei tubuli stessi. I tubuli sono formati da un epitelio monostratificato; le cellule
possono comunicare mediante giunzioni comunicanti.
Tubulo prossimale: La prima porzione del sistema tubulare che si origina dal corpuscolo renale è il tubulo
prossimale: inizialmente ha un andamento molto tortuoso (PT1), per poi distendersi lievemente (PT2) ed
infine diventare rettilineo nella “pars recta” (PT3). Ha uno spessore di circa 60μm e la sua parete è formata
da non più di cinque cellule. Le cellule del tubulo prossimale, in particolare quelle del tratto PT1 presentano
dei microvilli (estroflessioni) e profonde invaginazioni.
Ansa di Henle: Dal tubulo prossimale inizia una porzione tubulare ad “U” che prende il nome di ansa di
Henle. Essa ha uno spessore che varia da nefrone a nefrone, ma in ogni caso si origina dalla porzione PT3
del tubulo prossimale nella zona corticale, per poi scendere fino al margine della zona midollare, oppure
oltre anche fino alla papilla nel caso di tubuli juxtaglomerulari. La prima porzione è detta tratto discendente
sottile, mentre dopo la curva abbiamo le due porzioni ascendenti, il tratto ascendente sottile quindi il tratto
ascendente spesso. La porzione sottile ha un diametro di circa 20-30μm, mentre quella spessa di circa
40μm.
Tubulo distale: Dopo il tratto ascendente spesso dell’ansa di Henle abbiamo il tubulo distale, un segmento
dall’andamento contorto che si allontana dal corpuscolo e che si riversa infine nel tubulo collettore. Il lume
del tubulo distale è più ampio di quello del tubulo prossimale, e formato da 6 ad 8 cellule.

104
Dotti collettori: L’urina prodotta dai nefroni confluisce nei tubuli corticali arcuati, quindi nei dotti retti
midollari fino a confluire in un dotto collettore papillare ed infine nella pelvi renale.
Le vie urinarie: la pelvi renale ha la forma di un imbuto, ed è formata da calici maggiori che si ramificano in
calici minori che raccolgono l’urina espulsa da ciascuna papilla. La pelvi si restringe a formare l’uretere.
L’uretere, la pelvi ed i calici sono dotati di muscolatura liscia che, grazie a contrazioni peristaltiche
favoriscono il fluire del liquido verso la vescica. Una caratteristica degli ureteri è la presenza di nocicettori
che, in caso di ostruzione, attivano un meccanismo di costrizione e vasocostrizione che riduca la produzione
di urina al fine di evitare danni.
La vescica: la vescica è un organo cavo che ha il compito di raccogliere l’urina per poi espellerla mediante il
riflesso della minzione. La parete della vescica è formata da muscolo liscio detto muscolo detrusore
caratterizzato da fibre legate meccanicamente ed elettricamente in modo che la contrazione possa
propagarsi facilmente a tutto il muscolo. Gli ureteri scaricano nella vescica posteriormente, entrando in
maniera obliqua al fine di evitare un flusso retrogrado dell’urina.
L’uretra: L’uretra è il condotto di trasporto dell’urina dalla vescica ai genitali esterni.
La minzione: La minzione è regolata sia da un riflesso spinale involontario che dalla volontà. In condizioni di
vescica vuota il simpatico causa il rilasciamento del muscolo detrusore e la contrazione dello sfintere; al
contrario, quando la vescica si riempie (200mL) e sarà necessario lo svuotamento, il simpatico induce il
muscolo destrusore a contrarsi, mentre rilasserà lo sfintere aprendolo. Per quanto concerne invece il
controllo volontario, esso è deputato ai centri inibitori nella corteccia cerebrale, che causano contrazioni
toniche dello sfintere anche in presenza del riflesso, ed ai centri sacrali che, con contrazioni addominali e
del diaframma portano allo svuotamento della vescica.

105
PROCESSI DI FORMAZIONE DELL’URINA

La funzione escretoria del rene si realizza con la formazione di urina, un fluido prodotto dalla filtrazione
continua del plasma. La filtrazione dell’urina è il risultato dell’attività ei diversi segmenti del nefrone.
Questo processo permette di regolare la composizione del plasma modulando la quantità e la composizione
dell’urina.
Filtrazione: passaggio dal plasma allo spazio capsulare del corpuscolo renale di acqua e soluti.
Riassorbimento: tutte le sostane che non devono essere perse vengono recuperate dai tubuli renali.
Secrezione: alcune sostanze che devono essere rimosse dal sangue vengono secrete nel tubulo mediante
appositi trasporti.
Escrezione: dipende dalle quantità filtrate, riassorbite e secrete secondo l’equazione -> escrezione urinaria
= filtrazione glomerurale – riassorbimento tubulare + secrezione tubulare.

FILTRAZIONE GLOMERURALE (ultrafiltrazione):


Nel corpuscolo renale ha inizio il processo di filtrazione del sangue da cui vengono estratti acqua e soluti.
Affinchè la filtrazione sia rapida ed efficiente la superficie filtrante deve essere ampia. La filtrazione del
plasma nel glomerulo presenta tre barriere:

1. Endotelio dei capillari glomerurali: dotato di fenestrature che permettono la filtrazione libera di
acqua e di soluti ma non lasciano passare gli elementi corpuscolari del sangue.
2. Lamina basale: costituita da due strati di lamina lucida comprendenti uno strato di lamina densa.
Rappresenta una barriera per il passaggio di molecole voluminose.
3. Podociti: cellule del foglietto viscerale i cui prolungamenti, ramificati, ricoprono le anse capillari del
glomerulo. Le ramificazioni dei podociti sono chiamate processi maggiori, questi presentano delle
estroflessioni laterali, i pedicelli, che si incastrano con quelli adiacenti andando a formare piccole
fessure di filtrazione, contenenti una struttura proteica (diaframma di filtrazione). Le proteine del
diaframma sono connesse a quelle del citoscheletro e questo permette di regolare la dimensione
delle fessure (può arrivare fino ad un minimo di 3 nm).

Composizione dell’ultrafiltrato: la filtrabilità dei soluti attraverso le tre barriere dipende dalla loro
dimensione e dalla loro carica. L’ampiezza minima delle barriere non permette il passaggio degli elementi
corpuscolari, ma è superiore a quella di molte proteine plasmatiche. Molecole con dimensioni fino a 2nm
sono filtrate liberamente, tra 2 e 4 nm parzialmente, più grandi di 4 sono praticamente assenti
nell’ultrafiltrato. Sulla fenestratura sono inoltre presenti cariche negative, per cui il passaggio viene

106
impedito alle cariche anioniche: molecole cationiche con dimensioni tra 2 e 4 nm passano molto più
velocemente di quelle anioniche. Alcune sostanze si legano alle proteine plasmatiche, la quota legata alle
proteine non è filtrata. Anche la filtrazione di Ca è ridotta in quanto tale ione è legato per il 40% alle
proteine pasmatiche. Un altro fattore che influisce sulla filtrazione è lo sviluppo di un potenziale elettrico
(1,5 mV) attraverso la membrana filtrante glomerurale. Questa trattiene i cationi e favorisce il passaggio
degli anioni rispettivamente riducendo e aumentando del 5% la loro entità.
Pressione di filtrazione: la forza che produce la filtrazione glomerurale è dovuta dal bilancio di quattro
forze di Starling: due pressioni idrostatiche e due pressioni oncotiche.
Pressione idrostatica glomerurale (Pg): favorisce la filtrazione. A causa dell’elevata resistenza dell’arteriola
efferente la pressione assume valori doppi di quella riscontrabile nei capillari sistemici (45-50 mmHg).
Pressione oncotica glomerurale (πG): si oppone alla filtrazione, vista la presenza d proteine richiama acqua
nei capillari. Questa pressione è più alta nelle arteriole efferenti che in quelle efferenti e nell’ultimo tratto
dei capillari la pressione oncotica riesce a bloccare la filtrazione. Questo stato è definito equilibrio di
filtrazione.
Pressione idrostatica capsulare (Pc): il filtrato che passa dal glomerulo allo spazio capsulare si oppone alla
fuoriuscita di altro liquido dai capillari determinando una pressione che contrasta la filtrazione.
Pressione oncotica capsulare (πC): poiché solo poche proteine lasciano i capillari la pressione oncotica, che
favorirebbe la filtrazione, ha un valore trascurabile.
La risultante delle forze di Starling sarà: PF = PG + πc – PC – πG. Sostituendo i loro valori troviamo 50-15-25= 10
mmHg.
Velocità di filtrazione glomerurale: l’entità della filtrazione è descritta dal parametro velocità di filtrazione
glomerurale (GFR) che è funzione di conduttanza idraulica, superficie e pressione di filtrazione. I primi due
parametri in condizioni fisiologiche non variano, quindi non influenzano la velocità di filtrazione, al
contrario la pressione di filtrazione varia molto in relazione alla pressione arteriosa anche se questa è
mantenuta costante dai riflessi barocettivi. La pressione di filtrazione rimane comunque costante se le
variazioni della pressione arteriosa variano tra i 40 e i 180 mmHg. Generalmente i reni filtrano 180 l/giorno
e considerando che il volume del plasma è pari a 3 l deduciamo che la filtrazione completa si ripete 60 volte
al giorno. Il valore medio della GFR è determinato sperimentalmente tramite la misura della clearance
dell’inulina.
Frazione di filtrazione: la frazione di filtrazione renale (FFR) corrisponde al volume del plasma filtrato
complessivamente dai due reni nell’unità di tempo. Dipende dal flusso plasmatico renale (FPR) e dalla
velocità di filtrazione glomerurale secondo la relazione FFR = GFR/FRP. Questo valore può essere ricavato
sperimentalmente misurando la clearance dell’acido para-aminoiuppurico. Nei glomeruli viene filtrato il
20% del plasma che attraversa i reni.
Carico filtrato: nel passaggio attraverso il glomerulo il plasma perde tutte le sostanze in grado di filtrare
liberamente verso lo spazio cellulare. Nel filtrato glomerurale la concentrazione delle sostanze liberamente
filtrabili è identica a quella del plasma, quindi conoscendo la concentrazione pasmatica è possibile calcolare
la quantità di soluto filtrata nell’unità di tempo.

RIASSORBIMENTO E SECREZIONE TUBULARE:


Dei circa 180 litri di liquido filtrato dal sangue nei corpuscoli renali, poco meno dell’1% viene escreto nelle
urine, infatti il 99% del filtrato è riassorbito e riversato nel sangue. Nel transito lungo il tubulo alcune
sostanze vengono riassorbite selettivamente e tornano in circolo, altre sono secrete: Q escreta = Qfiltrata –
Qriassorbita + Qsecreta.
Il modo di agire del rene comporta l’eliminazione rapida di cataboliti e sostanze da eliminare tramite urina
e la regolazione dell’omeostasi idrica e salina tramite assorbimento e secrezione di soluti e acqua a livello
107
del tubulo.
Il trasporto di acqua dal lume tubulare al sangue è un processo che si sviluppa attraverso più barriere: la
prima è l’ epitelio tubulare, che presenta due vie, una transcellulare ( attraversa membrana apicale,
citoplasma, membrana basolaterale) e una paracellulare (attraverso giunzioni epiteliali e spazi interstiziali).
Successivamente acqua e soluti si muovono nello spazio peritubulare per poi essere drenati nei capillari
peritubulari.
Trasporto dei soluti: esistono due tipi di trasporto dei soluti, passivo secondo gradiente elettrochimico e
attivo primario o secondario contro gradiente elettrochimico. Entrambi sono facilitati da proteine. Il
trasporto passivo avviene attraverso le giunzioni epiteliali o attraverso membrane cellulari, quello attivo
utilizza pompe ATPasi. Spesso sono presenti la Na/K – ATPasi, H/K – ATPasi e H – ATPasi. I tubuli renali
trasportano glucosio ma non lo utilizzano in quanto le loro cellule hanno un metabolismo aerobio.
Soglia renale: i trasporti sono specifici, saturabili e soggetti ad inibizione competitiva. La saturazione deriva
dalla presenza di un numero finito di trasportatori. Se la concentrazione di un dato soluto supera il punto di
saturazione, il sistema opera in condizioni di trasporto massimo e non riesce ad assorbire completamente il
soluto filtrato che compare nelle urine. Questo accade quando la sua concentrazione supera un limite
chiamato soglia renale.
Trasporto di acqua: l’attività delle pompe ATP-asi fa sì che vari soluti siano trasportati dal tubulo verso il
liquido peritubulare dal quale raggiungono il plasma. L’acqua permea liberamente tra giunzioni e
membrane, alcune regioni dei tubuli però sono impermeabili all’acqua oppure hanno permeabilità
modulabile grazie alle acquaporine.
TUBULO CONTORTO PROSSIMALE:
Si ha il riassorbimento di 2/3 dell’acqua e di NaCl filtrato, di tutti gli zuccheri e gli aminoacidi e il
riassorbimento parziale di sostanze come fosfato calcio e urea. La forza motrice per molti dei trasporti del
tubulo è data dal forte gradiente elettrochimico del Na che spinge lo ione dal lume verso il citoplasma
elettronegativo. Il gradiente elettrochimico è sostenuto dalla Na/K ATP-asi.
Riassorbimento di sodio e bicarbonato: la via principale per il riassorbimento del Na è lo scambiatore Na/H
presente sulla membrana apicale. Questo è importante anche per il riassorbimento di HCO 3-
(idrogenocarbonato, forma in cui viene trasportato il bicarbonato). Gli ioni H vengono espulsi, in scambio
con gli ioni Na, nel lume tubulare dove reagiscono con l’ HCO3- dando H2CO3 che viene deidratata a CO2. La
CO2 diffonde nella cellula e una volta entrata nel citoplasma viene trasformata in H e HCO3-. Il bicarbonato
passa dal sangue attraverso la membrana basolaterale mediante il simporto elettrogenico Na/ (HCO 3-)3. Lo
scambiatore Na/H è inibito da diuretici come l’amiloride. L’acidificazione ne promuove l’attività mentre un
incremento di pH ha effetto inibitorio.
Riassorbimento del fosfato inorganico: il fosfato è riassorbito prevalentemente tramite meccanismi attivi
secondari Na – dipendenti. L’uscita di HPO42- dal citoplasma al liquido interstiziale è mediata da un simporto
con il sodio (3 ioni Na per un HPO42-) o da uno scambiatore anionico. Il riassorbimento di fosfato è soggetto
a sistemi di controllo: è aumentato durante sviluppo, gravidanza e allattamento; ridotto in caso di
iperalimentazione o insufficienza renale. Il riassorbimento è favorito da ormoni tiroidei, somatostatine,
catecolamine e insulina. Sono inibitori per esempio calcitonina e dopamina.
Riassorbimento dei monosaccaridi: ci sono almeno nove diversi sistemi di trasporto che mediano il
riassorbimento dei monosaccaridi. Il loro lavoro è favorito dalla presenza di enzimi che scindono i
disaccaridi. Sulla membrana apicale sono presenti almeno due simporti sodio – dipendenti: SLGT1, che
accoppia l’ingresso del D-glucosio o del D-galattosio a due ioni Na, e SLGT2 per il trasporto del D-glucosio
accoppiato ad uno ione Na. Entrambi i trasportatori sono inibiti competitivamente dalla florizina. I
monosaccaridi diffondono attraverso il citoplasma senza essere utilizzati per il metabolismo e attraversano
la membrana basolaterale grazie a trasportatori semplici. Nel rene sono presenti almeno 4 proteine diverse
108
per il trasporto facilitato dei monosaccaridi (denominate GLUT).
Riassorbimento degli aminoacidi: gli aminoacidi filtrati vengono riassorbiti in simporto con il Na.
Generalmente l’80% del carico filtrato viene riassorbito nel tratto PT1. Il riassorbimento degli aminoacidi si
avvale di almeno 7 diversi trasportatori specifici per ciascuna delle seguenti classi: aminoacidi acidi, basici,
neutri (metionina e cisteina), neutri (triptofano, leucina…), non proteici, iminoacidi e glicina.
Riassorbimento transcellulare del cloruro: il trasporto transcellulare del cloro si avvale di uno scambiatore
che fa entrare cloro in scambio con lo ione formiato.
Riassorbimento delle proteine: l’escrezione giornaliera di proteine è molto bassa e quasi interamente
rappresentata da albumina sierica. Nel TCP l’albumina è riassorbita per endocitosi mediata da recettore. La
proteina si lega a due voluminose proteine di superficie e viene degradata ad aminoacidi nel
compartimento lisosomiale. Gli aminoacidi attraversano la membrana basolaterale mediante trasporti
facilitati indipendenti dal sodio.
Riassorbimento dell’urato: l’acido urico è presente nel plasma prevalentemente come urato di sodio, che
passa liberamente il filtro glomerurale. Il riassorbimento avviene grazie a scambio con anioni organici che
rientrano nel citoplasma in simporto con il Na. L’urato è tra le poche sostanze che possono essere anche
secrete nel tubulo prossimale, quindi la sua escrezione dipende dal bilancio tra i due processi.
Riassorbimento paracellulare: Il riassorbimento delle varie sostanze riduce fortemente l’osmolarità
dell’ultrafiltrato aumentando quella dello spazio interstiziale. Questa situazione produce movimento di
acqua attraverso le acquaporine e le giunzioni epiteliali. Per effetto del trascinamento del solvente insieme
all’acqua si muovono anche alcuni soluti tra cui Na e Cl. Nal segmento P1 il movimento del cloruro è
favorito dal potenziale negativo nel lume (-2 mV). Nei segmenti PT2 e PT3 si ha l’aumento del 17% della
concentrazione di cloro e del 5% del Na. Questo ne favorisce la diffusione verso l’interstizio che causa un
potenziale transepiteliale positivo che fornisce il gradiente elettrico per il riassorbimento paracellulare di
cationi quali Na e Ca.
Riassorbimento e secrezione di molecole organiche acide o basiche di xenobiotici: la secrezione degli acidi o
anioni organici si svolge in due tappe. Le molecole vengono assorbite dal sangue mediante scambiatori
anionici che sfruttano indirettamente il gradiente del sodio, poi passano nel lume tubulare mediante altri
scambiatori anionici. La secrezione delle basi o cationi organici utilizza invece trasportatori cationici che
scambiano i cationi organici con gli ioni H.
Riassorbimento di urea: circa il 50% di urea filtrata viene riassorbita passivamente. Infatti il riassorbimento
di acqua e di altri soluti fa innalzare la concentrazione di urea che esce dal lume.
Secrezione di NH4+: la maggior parte dell’NH3 escreta con le urine, sotto forma di ione ammonio è prodotta
dalle cellule epiteliali del tubulo prossimale. Per il 60 % deriva dalla glutammina, per il resto da altri
aminoacidi che generano glutammato. La glutammina viene trasportata nelle cellule epiteliali e una volta
nei mitocondri genera glutammato e libera ione ammonio. Il glutammato produce altri ioni ammonio. Gli
ioni ammonio non permeano attraverso la membrana e possono raggiungere il fluido tubulare solo grazie
ad uno scambiatore. Una piccola quantità di ammoniaca non protonata presente nel citoplasma attraversa
la membrana plasmatica e si lega al protone nel lume tubulare. Questo meccanismo genera un gradiente
continuo per l’escrezione.
ANSA DI HENLE:
la funzione principale dell’ansa di henle è la concentrazione dell’urina, essa è infatti strutturata
appositamente per svolgere questa funzione. Il primo tratto dell’ansa discendente è costituita dalla parte
PT3 del tubulo prossimale, segue la parte discendente sottile (tDL). Alcuni nefroni presentano una ansa
breve (nefroni corticali) e altri presentano un’ansa lunga (nefroni juxtamidollari che scendono verso la
papilla). Tutte le cellule appiattite del tDL sono molto permeabili all’acqua e non presentano trasporti attivi.
Riassorbimento di NaCl nella parte spessa ascendente: a livello della parte spessa ascendente si ha un
109
grande riassorbimento di elettroliti, in particolare NaCl. E’ inoltre impermeabile all’acqua, questo
determina la diluizione del fluido, per questo il segmento prende anche il nome di tratto diluente. Nella
membrana apicale è presente il simporto Na/K/2Cl che permette il riassorbimento del cloruro e del sodio.
La maggior parte del K torna nel lume tubulare tramite canali specifici la cui apertura dipende dal pH e dal
Ca. Una parte del cloro utilizza un simporto K/Cl sfruttando il gradiente chimico del K che tende ad uscire
dalla cellula.
Riassorbimento di NH4+ nella parte spessa ascendente: lo ione NH4+ può essere riassorbito al posto dello
ione Cl grazie alla pompa Na/K/2Cl.
Riassorbimento paracellulare di Na, Ca e Mg: il ritorno del K nel lume tubulare e l’uscita del Cl producono
un potenziale di circa 8 mV che spinge i cationi verso il sangue. Sulla membrana basolaterale è presente il
recettore per il calcio extracellulare (CaR), una proteina sensibile a piccole variazioni di calcio. L’aumento di
calcio nel sangue al di sopra del livello base (9-11 mg/100 ml) determina l’attivazione del CaR che inibisce
l’attività dei trasporti attivi primari e secondari e quindi l’attività delle pompe Na/K – ATPasi, del
cotrasporto Na/K/Cl e dei canali per il K apicali. Questo porta ad una riduzione del riassorbimento del Cl e la
formazione del gradiente elettrico che permette il riassorbimento del Ca.
TUBULO DISTALE:
è responsabile della composizione finale dell’urina poiché è capace di trasportare sostanze molto
selettivamente.
Riassorbimento di NaCl: il riassorbimento del 5-10% del NaCL è il compito preminente del tubulo distale.
Questo avviene grazie al cotrasporto NaCl. La spinta propulsiva del trasporto è data dall’attività della Na/K
– ATPasi. Per il riassorbimento del NaCl il consumo energetico è probabilmente di 1 mole di ATP per 3 moli
di NaCl. Il tubulo distale permette anche il riassorbimento del 10 % del calcio tramite specifici canali.
DOTTI COLLETTORI:
I dotti collettori presentano una grande varietà di tipi cellulari, ma predominano le cellule principali,
responsabili del riassorbimento di Na e acqua, e le cellule intercalate che si occupano delle secrezioni di H o
di HCO3-.
Cellule principali: caratterizzate da una bassissima permeabilità paracellulare. Presentano canali per il Na
sulla membrana apicale e almeno due tipi di canali per il K regolati da pH, ATP e fosforilazione. La spinta
propulsiva per il movimento del sodio e per la secrezione del K è fornita dalla pompa Na/K – ATPasi. Le
cellule principali contengono strutture proteiche che determinano la formazione di acquaporine. L’acqua
riassorbita lascia le cellule passando all’interstizio tramite queste acquaporine. Il peptide natriuretico riduce
il riassorbimento dell’acqua e del Na e aumenta l’escrezione urinaria.
Cellule intercalate: sono importanti per la regolazione del bilancio acido-base. Troviamo le cellule
intercalate di tipo A, che secernono H tramite H-ATPasi, e di tipo B, che secernono HCO3-. Le cellule
intercalate sono in grado di utilizzare anche una H/K – ATPasi. Nell’uomo l’urina è generalmente acida
quindi il ruolo delle cellule intercalate di tipo B è secondario rispetto a quello delle cellule intercalate di tipo
A.
CONCENTRAZIONE DELL’URINA: il tratto discendente sottile dell’ansa è caratterizzato dall’elevata
permeabilità dell’acqua e dall’assenza di trasporti attivi; nel tratto ascendente spesso ha luogo un rilevante
assorbimento di NaCl. Queste caratteristiche non sarebbero sufficienti a concentrare l’urina senza la
disposizione ad ansa ed il flusso in controcorrente. A ciascun livello dell’ansa ascendente il riassorbimento
di NaCl dal fluido tubulare incrementa l’osmolarità dell’interstizio e induce la sottrazione di acqua. In
questo modo a ciascun livello il fluido è più concentrato.
Ruolo dell’urea: la concentrazione controcorrente nella parte sottile dell’ansa è diversa da quella nella
parte spessa, infatti in quest’ultima il riassorbimento di NaCl è dipendente dall’energia metabolica, le
cellule del tratto sottile invece non possono sostenere trasporti attivi per un deficit di rifornimento
110
energetico.
Il flusso controcorrente del sangue determina un deficit di rifornimento nella midollare e rende impossibili i
processi di trasporto che consumano energia nella parte sottile profonda dell’ansa di Henle, parte in cui il
riassorbimento è quindi basato sul movimento passivo del cloro.
Il riassorbimento di acqua ha luogo soprattutto negli ultimi due segmenti e contribuisce ad aumentare la
concentrazione dell’urea nel fluido tubulare. Le cellule del dotto collettore midollare sono dotate di un
trasporto facilitato per l’urea che ne permette l’uscita verso la midollare al 50%. L’urea raggiunge poi i dotti
alzando l’osmolarità della midollare e contribuendo al riassorbimento dell’acqua mediato da acquaporine
del dotto collettore. In definitiva parte dell’acqua torna nei nefroni ripercorrendoli fino ai dotti collettori.
Ruolo dei vasa recta: le cellule che costituiscono i dotti collettori e le anse di Henle sono irrorate dai vasa
recta. I vasa recta discendenti assorbono NaCl ed urea così all’apice delle anse il plasma raggiunge
un’osmolarità paragonabile a quella dell’interstizio. I rami decrescenti invece si riequilibrano con i vari livelli
di osmolarità decrescente perdendo NaCl ed urea. Il flusso complessivo nella midollare ammonta a circa il
2% dell’intero flusso ematico renale. Un flusso così basso è sufficiente al rifornimento metabolico del
tessuto renale ma minimizza il drenaggio di soluti.
Ruolo dell’ormone ADH: controlla il riassorbimento dell’acqua. L’ADH viene prodotto in seguito a
cambiamenti dell’osmolarità interstiziale. Anche dei barocettori arteriosi inviano segnali all’ipotalamo,
luogo in cui viene prodotto l’ADH. Quest’ultimo raggiunge le cellule principali presenti nella porzione
terminale del tubulo distale e nel dotto collettore. In assenza di ADH questi tratti sono impermeabili
all’acqua.
Gradiente osmotico della midollare: il fluido proveniente dal TCD ha una osmolalità di 100 mOsM. Quando
il fluido scorre nel dotto collettore scende verso le zone ad osmolarità elevata della midollare. In assenza di
ADH si ha urina diluita, in presenza di ADH concentrata. La massima concentrazione dell’urina dipende
dall’osmolalità dell’interstizio, si viene a porre quindi un limite del gradiente osmotico. Questo implica che i
Sali che non sono stati riassorbiti debbano essere diluiti in modo che la loro osmolarità non superi quella
della midollare. Implica anche che non sia possibile introdurre nell’organismo liquidi che abbiano osmolalità
superiore alla capacità di concentrare le urine.
Alterazione della diuresi: la normale diuresi produce mediamente 1,5 l/die di urina. L’aumento della
pressione arteriosa produce un incremento dell’emissione definito diuresi pressoria. La presenza nel
plasma di osmoliti ostacola il riassorbimento di acqua (diuresi osmotica). L’assunzione di quantitativi elevati
di acqua inibisce la produzione di ADH e induce la diuresi idrica.

VALUTAZIONE DELLA FUNZIONE RENALE:


il processo della formazione dell’urina permette di regolare la composizione del plasma in funzione delle
necessità omeostatiche dell’organismo. Per valutare la funzione dei reni è necessario analizzare parametri
facilmente misurabili quali la concentrazione di una sostanza nel plasma, la concentrazione della stessa
sostanza nell’urina e la quantità di urina prodotta. Il concetto di clearance ovvero di depurazione definisce il
volume di plasma che viene completamente depurato da una determinata sostanza nell’unità di tempo. LA
clearance è uno dei due metodi che esprime la capacità renale, l’altro è la frazione di escrezione.

111
REGOLAZIONE NEURO-ORMONALE DEL RENE

Il rene assume un ruolo cruciale nella regolazione del volume e della composizione dei liquidi corporei e
della pressione arteriosa grazie al controllo del sistema nervoso e del sistema endocrino. Per esempio la
velocità di filtrazione glomerurale (GFR) potrebbe essere soggetta a variazioni dipendenti dai valori della
pressione arteriosa, ma il rene è in grado di regolare il flusso in maniera tale da assicurare una GFR costante
anche con variazioni che rimangano tra i 40 e i 180 mmHg grazie alla presenza di vari meccanismi di
autoregolazione.
Regolazione miogenica: è una regolazione intrinseca basata sulla risposta riflessa della muscolatura liscia
dei vasi glomerurali e dell’arteriola afferente che reagisce allo stiramento: all’aumento della pressione i vasi
aumentano la loro resistenza restringendosi. Quando la pressione supera i 180 mmHg questo non è più
possibile.
Feedback tubuloglomerurale: basato sull’attività dell’apparato juxtaglomerurale e mirato a mantenere
stabili i livelli di NaCl nel tubulo distale. Il controllo tubuloglomerurale è mediato dalle cellule della macula
densa e si realizza attraverso due diversi meccanismi: il controllo della resistenza offerta dall’arteriola
afferente e l’attivazione del sistema renina-angiotensina. La variazione della GFR modifica le quantità
riassorbite di NaCl, le cellule della macula densa sono sensibili a tali variazioni e rispondono con il rilascio di
sostanze vasoattive che hanno come bersaglio l’arteeriola afferente e ne provocano costrizione o
dilatazione in modo da mantenere stabile la GFR. Tali sostanze hanno azione paracrina sulle cellule
juxtaglomerurali.
L’agglomerato di cellule juxtaglomerurali presenti all’esterno del glomerulo, nello spazio tra arteriola
afferente ed efferente è in grado di produrre l’enzima renina, principalmente stimolato dalla riduzione della
perfusione ematica dovuta alla riduzione della pressione o del volume ematico. Infatti tali cellule sono
sensibili al grado di stiramento della parete. Le cellule juxtaglomerurali sono raggiunte anche da
terminazioni nervose efferenti β-adrenergiche del sistema simpatico che stimolano la produzione di renina.
La renina innesca l’attivazione del sistema renina – angiotensina – aldosterone (RAAS) che permette la
produzione di angiotensina II, un potente vasocostrittore. L’angiotensina stimola anche l’ipotalamo alla
produzione di ADH e agisce sui neuroni ipotalamici attivando il bisogno di assumere liquidi.
Contrazione delle cellule mesangiali: le cellule mesangiali che circondano i capillari sono muscolari lisce
modificate. Si contraggono, quando l’aumento della pressione arteriosa produce una dilatazione dei
capillari, in modo da opporre resistenza riducendo la superficie capillare e la GFR.
Diuresi pressoria: ad un aumento della pressione arteriosa corrisponde un incremento della escrezione di
Na e della diuresi, questo meccanismo di diuresi pressoria è importante per la regolazione a lungo termine
della pressione sanguigna.
Controllo estrinseco del flusso ematico renale: quando la riduzione del volume ematico supera la capacità
di autoregolazione intrinseca tubuloglomerurale interviene il controllo estrinseco mediato dalle afferenze
nervose del sistema vegetativo. I barocettori dell’arco aortico e del seno carotideo e quelli atriali e venosi
inviano segnali che tramite il sistema simpatico raggiungono la muscolatura liscia delle arteriole dei
glomeruli stimolandone la contrazione. Le terminazioni nervose β-adrenergiche raggiungono anche le
cellule juxtaglomerurali stimolandole a produrre renina.

112
CONTROLLO DEI TRASPORTI TUBULARI E DELLA DIURESI:
Il ruolo del rene nel controllo della concentrazione dei soluti è dovuto alla possibilità di variare la velocità di
escrezione grazie alla presenza di una serie di ormoni.
Aldosterone: viene prodotto dalla corteccia surrenale e va ad agire sulle cellule principali del tubulo distale.
L’aldosterone, come gli altri ormoni steroidei, passa dal sangue al citoplasma delle cellule principali dove
interagisce con uno specifico recettore citoplasmatico e stimola la sintesi e l’inserimento di canali per il
sodio e per il potassio e apre canali già presenti. L’aldosterone ha la funzione di ridurre la concentrazione di
K (secreto) e aumentare quella di Na. Il rilascio dell’aldosterone dipende dal sistema RAAS, ma le cellule
surrenali rispondono anche in maniera diretta all’aumento del K rilasciando aldosterone.
Angiotensina II: è l’ormone più efficace nel controllare il risparmio del Na e la pressione arteriosa. La
formazione di questo agonista dipende dal RAAS. L’angiotensina II agisce mediante un recettore accoppiato
ad una proteina G che incrementa il livello di calcio intracellulare ed innesca reazioni correlate. Gli effetti di
questo ormone vanno a compensare le riduzioni della pressione arteriosa e del volume plasmatico. A livello
ipotalamico l’angiotensina II stimola la neurosecrezione ed il rilascio dell’ormone antidiuretico che tramite
l’inserzione delle acquaporine aumenta il riassorbimento dell’acqua e la concentrazione delle urine
riducendo la diuresi. Gli aumenti della concentrazione ematica dell’angiotensina stimolano anche le cellule
della corteccia surrenale a rilasciare l’aldosterone. Infine l’angiotensina agisce anche su dei nuclei
ipotalamici che regolano la sete.
Ormone antidiuretico: ha la funzione di ridurre la diuresi accrescendo la permeabilità dell’acqua delle
cellule principali del tubo distale.
Peptide natriuretico atriale: chiamato anche atriopeptina viene rilasciato dalle cellule atriali cardiache in
risposta ad una eccessiva dilatazione delle cavità atriali. Questo ormone mira a ridurre l’ipervolemia tramite
incremento di escrezione di sodio e diuresi, riduce infatti la quantità dei canali per il sodio limitandone il
riassorbimento e incrementa la diuresi provocando la dilatazione dell’arteriola afferente e la contrazione di
quella efferente in modo da incrementare la GFR alla quale sarà associata l’escrezione di Na. La urodilatina
è un peptide prodotto dal rene molto simile al peptide natriuretico.
Paratormone e calcitonina: l’ormone paratiroideo (PTH) nel rene stimola il riassorbimento di calcio. Il suo
rilascio è causato dalla diminuzione del calcio plasmatico rilevata dai recettori CaR. Nel tubulo prossimale

113
inoltre il paratormone riduce il riassorbimento di Na, HCO3- e inibisce il riassorbimento del fosfato. Gli
effetti del PTH sul riassorbimento di calcio e fosfato a livello renale sono opposti per evitare l’aumento
contemporaneo della concentrazione di entrambi che porterebbe alla fomazione di cristalli di fosfato di
calcio.
Sistema nervoso autonomo: il sistema nervoso simpatico può ridurre l’escrezione di sodio e di acqua grazie
alle terminazioni che raggiungono le arteriole del glomerulo e che tramite vasocostrizione riducono la GFR.
Le stesse terminazioni stimolano la produzione di renina e il rilascio di angiotensina.

IL RENE COME ORGANO ENDOCRINO:


il rene produce diversi ormoni
Sistema renina-angiotensina-aldosterone: la renina è una proteasi che stacca dall’angiotensinogeno,
globulina plasmatica, l’angiotensina I. Nei capillari polmonari è localizzato l’enzima angiotensina convertasi,
che staccando due aminoacidi dall’angiotensina I la converte in angiotensina II. L’angiotensina attiva il
rilascio dell’aldosterone dalla corteccia surrenale.
Eritroproteina e trombopoietina: condizioni di anemia o di ipossia stimolano la produzione di eritroproteina,
ormone peptidico che potenzia l’eritropoiesi nel midollo osseo. Anche la trombo proteina, ormone
peptidico che stimola la formazione di megacariociti e trombociti è sintetizzata dalle cellule renali.
Calcitriolo: ormone steroideo la cui fonte primaria è la vitamina D 3. Il calcitriolo deve regolare i livelli
plasmatici di calcio e fosforo per favorire la mineralizzazione delle ossa.
Prostaglandine: le prostaglandine renali sono rilasciate in seguito ad aumento nel plasma di angiotensina o
adrenalina. Sono potenti vasocostrittori.
Callicreina-chinine: la callicreina è una proteasi che libera la callidina che successivamente viene
trasformata in bradichinina. Queste agiscono localmente come vasodilatatori. Sono velocemente inattivate
dalle chinasi e non raggiungono il circolo sistemico.

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FUNZIONI DELL’APPARATO DIGERENTE: GENERALITA’

Le funzioni dell’apparato digerente prevedono l’ingestione, ovvero l’assunzione di cibo attraverso la bocca,
la triturazione meccanica, riduzione in poltiglia grazie a denti, lingua e saliva, la digestione, ovvero la
degradazione chimica ed enzimatica di carboidrati, lipidi e proteine; la secrezione di acidi enzimi e tamponi;
l’assorbimento a livello intestinale delle sostanze scisse; l’escrezione, i rifiuti prodotti vengono secreti nel
canale digerente dalle ghiandole accessorie; la compattazione, ovvero la disidratazione del materiale non
digeribile; la defecazione, l’eliminazione dei rifiuti, che compattati prendono il nome di feci. In sintesi gli
organi dell’apparato digerente esercitano un’azione meccanica e chimica sul cibo.
L’attività dell’apparato digerente è sotto un duplice controllo sia nervoso che umorale. Il controllo nervoso
è esercitato da una rete nervosa intrinseca e dal SNA, mentre quello umorale coinvolge diversi ormoni
secreti da cellule dello stesso apparato digerente.
Cenni generali di anatomia funzionale: L’apparato digerente è costituito da un tubo muscolare, chiamato
canale digerente - formato da organi in successione che procedono dalla bocca all’ano – che comprende
cavità orale, faringe, esofago, stomaco, intestino (tenue e crasso). Sono organi accessori invece i denti, la
lingua, le ghiandole salivari maggiori (parotidi, sottomandibolari e sottolinguali), il fegato e il pancreas.
La componente muscolare include sia fibre striate che lisce. I fenomeni motori di tutto il tratto digerente
escluso lo sfintere superiore esofageo e lo sfintere anale esterno, sono assicurati da fibre muscolari lisce
disposte in uno strato circolare interno e in uno longitudinale esterno.
Il circolo splancnico: la caratteristica dei vasi arteriosi splancnici è la costante presenza di anastomosi tra
collaterali con formazione di arcate dalle quali originano altri rami più piccoli che, a loro volta, si
anastomizzano formando arcate più piccole (di I, II, III e IV grado). Dall’ultima arcata originano i vasi retti,
piccoli vasi arteriosi che irrorano il tenue. I vasi retti si dividono in due per raggiungere le facce
corrispondenti dell’intestino. A livello rettale le arterie alimentano una rete sottomucosa. Il sangue refluo di
stomaco e intestino confluisce nella vena porta. I vasi venosi provenienti dalla mucosa esofagea fomano
due plessi, uno sottomucoso e uno periesofageo. Da questi plessi il sangue si riversa in vene che
confluiscono nella vena cava superiore. I vasi venosi provenienti dalla parte inferiore dell’esofago vanno
invece a confluire nella vena porta. Le vene del retto formano un plesso venoso da cui originano le vene
rettali che riversano il loro contenuto nella vena mesenterica inferiore e cava inferiore.
Struttura della parete gastrointestinale: Il canale digerente è rivestito principalmente da quattro strati,
dall’interno verso l’esterno troviamo la tonaca mucosa, la tonaca sottomucosa, la tonaca muscolare e la
tonaca sierosa.
Tonaca mucosa→ formata da uno strato di connettivo lasso rivestito da epitelio, umettato dalle secrezioni
delle ghiandole sottostanti, e internamente da un sottile strato muscolare chiamato muscolaris mucosae.
Lo strato mucoso presenta delle modificazioni che includono estroflessioni (pliche e villi) e invaginazioni.
Tonaca sottomucosa → consiste in uno strato di connettivo, contiene grandi vasi sanguigni e linfatici. Lungo
il suo margine esterno si possono distinguere delle fibre nervose e corpi di neuroni sparsi che formano il
plesso sottomucoso (di Meissner) che provvede all’innervazione della mucosa.
Tonaca muscolare → circonda la sottomucosa ed è formata da fibre muscolari lisce importanti per le
trasformazioni meccaniche e per la propulsione del materiale ingerito lungo il canale digerente. E’ suddiviso
in due parti: lo strato più interno è formato da fibre circolari, quello esterno formato da fibre longitudinali.

Tonaca sierosa → ricopre la tonaca muscolare negli organi della cavità peritoneale ed è ricoperta da cellule
mesoteliali connesse alla membrana peritoneale. Quando riveste il tubo gastroenterico prende il nome di
mesentere.

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Innervazione della parete gastrointestinale: la parete gastrointestinale è innervata da fibre postgangliari
simpatiche e fibre pregangliari parasimpatiche. Le pregangliari formano sinapsi con le fibre postgangliari
che hanno il corpo nei plessi di Meissner e di Auerbach (mioenterico). Questi due plessi formano una rete
che comprende cellule gangliari, fibre afferenti sensitive, interneuroni, fibre efferenti. La presenza di plessi
intrinseci permette un controllo autonomo. Le responsabili dell’autoritmicità della muscolatura liscia
intestinale sono le cellule di Cajal, situate nel plesso di Auerbach e nei piani muscolari. Le cellule di Cajal
sono in stretto contatto con i processi varicosi delle fibre motorie autonome e presentano giunzioni
comunicanti con le fibre muscolari lisce. In tal modo l’autoritmicità si propaga alle cellule muscolari
adiacenti.
Fenomeni elettrici della membrana: le cellule di Cajal svolgono la funzione di cellule pacemaker dando
origine al ritmo elettrico di base (REB). Il loro potenziale di membrana presenta oscillazioni lente,
spontanee e auto ritmiche che si propagano alle cellule vicine tramite giunzioni comunicanti. In tal modo
l’eccitazione diffonde attraverso il tessuto stimolandolo ritmicamente. Le frequenze elettriche sono diverse
in zone diverse del canale digerente. Il REB è presente anche quando non si ha la contrazione, che compare
solo superata la soglia di contrazione. Le onde lente si propagano in direzione cranio-caudale, quindi anche
le onde di contrazione si propagheranno nella stessa direzione.
Variazione del potenziale di membrana per effetto della stimolazione nervosa: il potenziale di membrana è
regolato da afferenze sia inibitorie che eccitatorie. La stimolazione di fibre eccitatorie induce
depolarizzazione, che se raggiunge la soglia di eccitabilità genera uno o più potenziali di azione. I PDA si
manifestano solamente in coincidenza delle onde lente e sono quindi organizzati in modo ritmico da
queste. Il PDA insieme all’onda lenta produce contrazione. La forza di azione è più intensa più è alto il
numero dei PDA. Il REB non rappresenta le contrazioni, ma rappresenta il momento in cui possono
verificarsi. L’ingresso di Ca nella fase di plateau è il principale responsabile dell’insorgenza dei potenziali di
azione e della contrazione. I PDA compaiono soltanto nelle fasi di plateau , in conseguenza la massima
frequenza di contrazioni corrisponde alla frequenza del REB.
Controllo nervoso della motilità intestinale: il SNA coordina la motilità di segmenti distanti tra loro (riflessi
intestinali lunghi). Le fibre parasimpatiche vagali formano sinapsi con neuroni dei plessi di Meissner e di
Auerbach che in questo caso svolgono il ruolo di neuroni postgangliari. La stimolazione parasimpatica ha
effetti eccitatori e aumenta soprattutto la forza di contrazione. Il simpatico ha un effetto prevalentemente
inibitorio. Le fibre postgangliari simpatiche non formano sinapsi con le cellule muscolari lisce, ma
influenzano l’attività dei neuroni dei plessi.

ORMONI GASTROINTESTINALI:
le cellule endocrine rappresentano circa l’1% delle cellule dell’apparato digerente , esse secernono peptidi
116
che passano nel sangue e agiscono sugli organi bersaglio che esprimono i relativi recettori. I peptidi
rilasciati nello spazio interstiziale influenzano la funzione delle cellule vicine (effetto paracrino). I peptidi
gastrointestinali possono suddividersi in due famiglie, una comprendente gastrina e colecistochinina, l’altra
comprendente secretina, glucagone, peptide inibitorio gastrico e peptide vasoattivo intestinale.
L’attivazione delle cellule endocrine intestinali avviene per la presenza di materiale nel lume, quindi queste
cellule sono contemporaneamente recettrici ed effettrici.
Gastrina: è un peptide rilasciato prevalentemente nel duodeno in varie forme che differiscono tra loro per
il numero degli aminoacidi. L’effetto della gastrina è quello di aumentare le secrezioni dell’ HCl da parte
delle ghiandole gastriche e di stimolare la contrazione della muscolatura antrale. La sua secrezione è
stimolata dalla presenza stessa di materiale da digerire nel lume gastrico. Un pH acido invece riduce la sua
secrezione. Si realizza una regolazione a feedback = la gastrina secerne HCl che diminuisce il pH che
diminuisce la secrezione di gastrina.
Somatostatina: gli effetti che genera sono di natura inibitoria e si realizzano anche per via paracrina. Essa
riduce le secrezioni ghiandolari, la motilità, il transito intestinale e la crescita. Viene rilasciata
prevalentemente nel colon e nel fondo.
Colecistochinina (CCK): è secreta principalmente in duodeno e digiuno, ne esistono varie forme che
differiscono per il numero di aminoacidi. La colecistochinina incrementa la secrezione enzimatica del
pancreas e favorisce lo svuotamento della colecisti, con conseguente immissione di bile concentrata nel
duodeno. Rappresenta per il sistema nervoso centrale un potente segnale di avvenuta ingestione del cibo.
Gli stimoli efficaci per la secrezione di CCK sono la presenza nel lume intestinale di aminoacidi e acidi grassi.
La CCK è presente anche del sistema nervoso centrale (limbico).
Secretina: è rilasciata soprattutto nel duodeno. Ne esistono varianti che differiscono per il numero di
aminoacidi. La sua funzione principale è quella di incrementare la secrezione di acqua e di bicarbonato. La
sua secrezione è stimolata da un abbassamento del pH duodenale. La regolazione è a feedback negativo = il
chimo acido produce secrezione di secretina che incrementando la produzione di acqua e bicarbonato
neutralizza l’acidità duodenale.
Peptide inibitorio gastrico: (GIP) ha funzione inibitoria sulla secrezione e motilità gastrica. Viene rilasciato
principalmente a livello di duodeno e digiuno e in minor misura nell’antro gaastrico e nell’ileo. Il GIP
incrementa anche la produzione di insulina indotta dall’iperglicemia. La presenza di glucosio nel lume
determina l’insorgenza di un primo picco di GIP nel sangue, liberato principalmente dal duodeno. La
presenza di trigliceridi fa sì che questo sia rilasciato anche dal digiuno.
Motilina: peptide di 22 aminoacidi, viene rilasciato da cellule del duodeno e del digiuno. Incrementa la
motilità gastrointestinale, la contrazione della colecisti e la secrezione gastrica e pancreatica. La sua
secrezione aumenta con l’alcalinizzazione del duodeno e del digiuno.
Peptidi correlati al glucagone: (GLP) secreti dalle cellule di colon e ileo. Il più abbondante, il GLP-1
incrementa la secrezione di insulina. E’ anche uno dei peptidi gastrointestinali che induce sensazione di
sazietà. Lo stimolo più importante per la secrezione dei GLP sono la presenza di acidi grassi e di glucosio nel
lume intestinale.

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MOTILITA’ DELL’APPARATO DIGERENTE

I processi di rimescolamento e la velocità di avanzamento sono differenti nei diversi tratti dell’apparato
digerente. I movimenti gastrointestinali svolgono funzione di serbatoio, rimescolamento, frantumazione e
funzione propulsiva. Per la propulsione si ha la contrazione della muscolatura circolare e il rilasciamento
della longitudinale “a monte” (allungamento), “a valle” il rilasciamento della muscolatura circolare e la
contrazione di quella longitudinale (accorciamento). Le onde peristaltiche sono dovute a riflessi spinali che
includono recettori di stiramento e chemocettori presenti nella parete intestinale. La presenza del bolo
distende le pareti dell’intestino attivandone i recettori.
Masticazione e deglutizione: i muscoli masticatori determinano la chiusura della bocca. Grazie all’aiuto dei
muscoli delle guance, delle labbra e della lingua il cibo viene spinto avanti e indietro più volte. Una volta
che il materiale è stato lacerato e spezzettato grazie ai denti fino a raggiungere la giusta consistenza su cui
possono agire enzimi digestivi, ed è messo a contatto con le secrezioni salivari, la lingua inizia la
compattazione dei frammenti in una piccola massa ovale, il bolo, che può finalmente essere deglutita. La
masticazione è un processo riflesso ma controllabile, si dice quindi semivolontario. La deglutizione è un
processo che inizia in maniera volontaria ( dalla cavità orale all’olofaringe) e prosegue spontaneamente
nell’esofago e poi nello stomaco tramite fasi riflesse grazie a movimenti peristaltici. Tale processo può
essere diviso in fase orale, fase faringea e fase esofagea. La fase orale prevede la compattazione del bolo
che viene poi indirizzato alla faringe. La fase faringea è riflessa. Essa prevede l’innalzamento della laringe, il
ribaltamento dell’epiglottide all’indietro e la chiusura della glottide. La propulsione del cibo è resa possibile
dalla propulsione linguale e dall’onda peristaltica dei muscoli faringei. Lo sfintere faringo- esofageo si
rilascia per permettere il passaggio del bolo nell’esofago. Dai meccanocettori presenti nella bocca e nella
faringe originano informazioni che raggiungono il centro della deglutizione, situato nel bulbo. La fase
esofagea prevede l’apertura dello sfintere esofageo superiore e movimenti peristaltici che spingono il bolo
lungo l’esofago verso lo sfintere esofageo inferiore. Lo sfintere esofageo superiore a riposo è contratto e
limita il passaggio di aria nel corso della respirazione. AL momento della deglutizione la sua muscolatura si
rilascia, subito dopo si contrae nuovamente per evitare il reflusso. Il bolo passa così all’interno ell’esofago.
Dopo il passaggio dell’onda peristaltica afferenze provenienti dalle pareti dell’esofago possono determinare
l’insorgenza di ulteriori onde peristaltiche (peristalsi secondaria). Il bolo raggiunge poi lo sfintere esofageo
inferiore, costituito da un ispessimento della muscolatura circolare. Quando il bolo si avvicina allo sfintere
questo si rilascia consentendone il passaggio nello stomaco.

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MOTILITA’ GASTRICA: la digestione e l’assorbimento gastrici avvengono attraverso distensione della parete
che permette l’ingresso del bolo nello stomaco, adattamento dello stomaco alle dimensioni del contenuto,
rimescolamento, svuotamento di diverse fasi del chimo, regolazione di reflusso. Nello stomaco si
distinguono tre zone funzionali:

- Zona prossimale: include fondo e corpo. Non ha attività contrattile spontanea e svolge funzione di
serbatoio.
- Zona antrale: in cui si realizzano contrazioni ritmiche che danno origine a onde peristaltiche.
- Zona pilorica: regola il passaggio del chimo gastrico e limita il reflusso.

Attività elettrica ed eventi meccanici gastrici: si possono distinguere tre diversi periodi con attività elettrica
e meccanica distinti:

I. Periodo interdigestivo: nello stomaco vuoto la motilità è caratterizzata da una attività ciclica
chiamata complesso mioelettrico migrante (CMM), inibito dall’assunzione del pasto. Si
riconoscono quattro fasi (1) non si registrano PDA, (2) compaiono PDA e contrazioni irregolari,
(3) i PDA e le contrazioni diventano intendi e regolari, (4) fase breve ed intermedia tra 3 ed 1.
Queste fasi si propagano a tutto il tenue e arrivano alla valvola ileo-cecale dopo circa 90-120
minuti. L’arrivo di cibo nello stomaco segna la fine della comparsa dei CMM.
II. Arrivo del bolo nello stomaco: il bolo giunge nello stomaco e si ha il rilasciamento recettivo
riflesso del cardias e del fondo gastrico.
III. Periodo digestivo: la presenza del cibo determina un progressivo aumento della motilità
gastrica tanto maggiore quanto più si propaga verso l’antro e il piloro perché (1)il pacemaker si
trova nel corpo e dato che la propagazione del REB è in direzione aborale la muscolatura del
fondo non risente dell’attività del pacemaker. (2) la muscolatura dell’antro è sempre più spessa
quindi la contrazione è più intensa. (3) la frequenza del REB è uguale in tutto lo stomaco ma la
sua velocità aumenta dal corpo.
Le cellule pacemaker generano potenziali elettrici in cui possiamo distinguere una fase rapida di
depolarizzazione, un plateau e una ripolarizzazione. Quando la contrazione giunge al piloro ne
determina la contrazione (sistole antrale), quando giunge la contrazione successiva il contenuto
gastrico è chiuso all’interno del piloro ed è quindi spinto all’indietro: si ha così la frantumazione
delle particelle solide. Questo processo, detto di retropulsione trasforma gli alimenti in chimo.

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Svuotamento gastrico: lo svuotamento gastrico si realizza per piccoli volumi di chimo, la durata dello
svuotamento è correlata al volume de contenuto gastrico. Il tempo della digestione gastrica è influenzato
dalla presenza di alimenti solidi in quanto il tempo per ottenere una adeguata triturazione aumenta.
Alimenti ad elevato contenuto calorico (lipidi) attraversano il piloro più lentamente. La velocità di
svuotamento dello stomaco diminuisce con il grado di acidità (pH) del contenuto gastrico. Questo
rallentamento è funzionale alla necessità di mantenere il pH del chimo intestinale a valori alcalini. Liquidi
con osmolarità diversa da quella fisiologica vengono svuotati più lentamente.
Controllo della motilità gastrica: il controllo della motilità gastrica si realizza sia per via nervosa che per via
ormonale.
Controllo nervoso: il vago è il responsabile della contrazione dello stomaco prossimale e attiva la peristalsi
antrale. Sono importanti i riflessi gastro-gastrico, gastro-enterico ed intestino-gastrico che in generale
inibiscono la peristalsi.
Controllo ormonale: l’arrivo del chimo gastrico nel duodeno induce la produzione di secretina e di CCK che
rallentano lo svuotamento dello stomaco, stimolano la peristalsi ma chiudono il canale pilorico.

MOTILITA’ DELL’INTESTINO TENUE: si possono distinguere due tipi di movimenti, longitudinale e trasversale
con tre funzioni: miscelare, facilitare il contatto tra mucosa e chimo e far avanzare il contenuto.
Attività motoria del tenue: si possono distinguere due tipi di motilità

1. Motilità del periodo interdigestivo: durante il digiuno l’intestino tenue è attraversato dal CMM.
Ogni onda peristaltica interessa un breve segmento intestinale. Un evento peristaltico inizia più a
valle del precedente e si propaga fino ad un punto leggermente più distale. Il contenuto è
progressivamente spinto verso la valvola ileo-cecale.
2. Motilità durante la digestione: l’arrivo del chimo nel duodeno comporta un rilasciamento della
muscolatura liscia duodenale. La motilità dell’antro e quella del duodeno sono correlate, quando
l’antro si contrae il duodeno si rilascia. La motilità del periodo digestivo include
Movimenti di segmentazione → contrazioni anulari della muscolatura liscia accompagnate
dal rilasciamento della muscolatura liscia delle zone limitrofe. Si ha un alternarsi di
contrazione e rilasciamento. Queste contrazioni sono determinare dall’attività delle cellule
di Cajal che vanno incontro a depolarizzazione spontanea generando un REB ciclicamente.
Ogni segmento mostra una frequenza diversa. Quello distale ha una frequenza minore in
quanto la frequenza del REB diminuisce in senso caudale. Nell’intestino tenue come nello
stomaco l’eccitabilità si propaga distalmente. La conseguente contrazione di segmenti
sequenziali di intestino dà origine a onde peristaltiche.
Movimenti peristaltici → onde peristaltiche possono generarsi in seguito alla distensione di
un segmento intestinale. Si tratta di un riflesso locale. Altri movimenti interessano solo la
mucosa, infatti le pliche che essa genera mutano di aspetto in base al momento funzionale
dell’organo. Queste variazioni dipendono dalla muscolaris mucosae.
Movimenti di massa → contrazioni sostenute e di lunga durata della muscolatura circolare
dell’intestino che si propagano per lunghi tratti e si ripetono ogni 2-3 ore. La contrazione
determina un rapido deflusso del chimo.

Controllo della motilità dell’intestino tenue: la motilità intestinale è controllata sia dal SNA che da ormoni.
Controllo nervoso: l’attività elettrica delle cellule muscolari lisce è aumentata dal parasimpatico e inibita dal
simpatico. I riflessi più importanti che si generano sono l’ileo-gastrico,l’intestino-intestinale ed il gastro-
iliaco. I primi due sono inibitori, il terzo è eccitatorio.

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Controllo ormonale: durante il digiuno la motilina dà origine ad attività propagata a livello dello stomaco e
dell’intestino prossimale.

MOTILITA’ DEL COLON:


Il colon è suddiviso in sei parti: cieco, colon ascendente, colon trasverso, colon discendente, colon
sigmoidale e retto. Lo strato muscolare longitudinale esterno è distribuito in tre fasci sottili, le tenie. Nella
parete del colon che si trova tra le tenie la muscolatura esterna è sottile e quella interna mostra tre
sporgenze e tre depressioni. Questa configurazione prende il nome di haustra.
Attività motoria del colon: le principali funzioni motorie del colon sono miscelare per favorire il
riassorbimento di acqua ed elettroliti, generare una attività propulsiva e consentire l’immagazzinamento
temporaneo di materiale fecale attuando intermittenti processi di evacuazione. Segmenti adiacenti di colon
sono separati tra loro da contrazioni anulari fasiche ed indipendenti della muscolatura liscia
(segmentazione). Tali contrazioni determinano un incremento fasico della pressione intraluminale. Il colon
presenta movimenti complessivamente volti a rimescolare il contenuto luminale e a permettere la
progressione in senso caudale. Dopo l’assunzione di un pasto si osserva un’aumentata attività della motilità
del colon per circa 2 ore (movimenti di segmentazione e peristaltici). Nel colon trasverso e discendente si
osservano i cosiddetti movimenti di massa che si propagano ininterrottamente in senso distale.
Regolazione della motilità del colon: abbiamo controllo miogeno nervoso e ormonale.
Controllo miogeno: le onde lente nascono dallo strato circolare e diffondono a quello longitudinale. La
frequenza nella porzione prossimale è più lenta che nella porzione distale. Quando si raggiunge la soglia di
eccitabilità, alle onde lente si sommano i PDA e questo determina la contrazione meccanica. Nel colon si
possono registrare anche scariche continue di PDA senza alcuna relazione con il REB che determinano forti
contrazioni toniche della muscolatura.
Controllo nervoso: la stimolazione parasimpatica incrementa la motilità aumentando la forza delle
contrazioni muscolari e dei movimenti propulsivi. La stimolazione dei neuroni simpatici inibisce la motilità
del colon. L’innervazione estrinseca realizza i riflessi gastro-colico (eccitatorio) e colo-colico (inibitorio).
Controllo ormonale: hanno attività eccitatoria sulla motilità ormoni come la gastrina la CCK e l’insulina.
Hanno azione inibitoria ormoni come la secretina e il glucagone.
MOTILITA’ ANORETTALE: CONTINENZA FECALE E DEFECAZIONE
La parete rettale include la muscolatura liscia che comprende uno strato circolare interno e uno
longitudinale esterno. A livello dell’ano lo strato circolare interno si ispessisce a formare lo sfintere anale
interno. Una muscolatura striata costituisce lo sfintere anale esterno.
I centri di controllo simpatici sono situati nel midollo spinale e quelli parasimpatici e somatici a livello dei
segmenti sacrali. Questa innervazione controlla il complesso retto-sfinteri, che include i plessi sottomucosi
e i plessi muscolari.
La continenza: è resa possibile dal colon e dal retto che agiscono da serbatoio e da supporto delle feci, ma
anche dagli sfinteri che ne impediscono la fuoriuscita e da un sistema recettoriale che consente la
percezione della presenza di materiale e permette di distinguere la presenza di gas, feci solide o liquide.
La defecazione: il riflesso della defecazione inizia a livello del retto. Lo stimolo principale è rappresentato
da un aumento della tensione delle pareti del retto, rilevato da terminazioni libere, causato dall’arrivo delle
feci e promosso da un movimento di massa. Ciò determina il rilasciamento dello sfintere interno anche in
assenza di innervazione estrinseca, è dunque mediato da plessi intramurali.
Le vie simpatiche controllano il contenimento delle feci in quanto inibiscono la muscolatura liscia rettale e
contraggono lo sfintere interno, le vie parasimpatiche controllano l’espulsione. Il controllo encefalico
(volontario) della defecazione è effettuato da un centro bulbare, da centri superiori diencefalici, limbici e
corticali.
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LE SECREZIONI GASTROINTESTINALI

L’attività dell’apparato gastrointestinale è strettamente condizionata dalla presenza di ghiandole secretorie


che producono e secernono enzimi digestivi, muco e acidi biliari.
SECREZIONE SALIVARE:
La secrezione salivare avviene nelle ghiandole salivari parotide, sottolinguale, sottomandibolare e
accessorie. Le ghiandole salivari si distinguono per la localizzazione e per il tipo di secrezione che nella
parotide è prevalentemente sierosa, nelle salivarie accessorie è mucosa e nella sottolinguale e
sottomandibolare è mista. Le ghiandole salivari maggiori sono costituite da lobi, che a loro volta si dividono
in lobuli. In ogni lobulo vi sono diversi acini che riversano il loro secreto nel lume. Tale secreto è drenato da
dei dotti.
Funzione e composizione della saliva: la saliva ha funzione di lubrificante, facilita la parola, scioglie e
diluisce le sostanze, neutralizza gli acidi e inizia la digestione dell’amido. Complessivamente viene prodotto
circa 1 litro di saliva al giorno. La composizione ionica, la pressione osmotica e il pH della saliva variano con
il variare del flusso salivare, infatti la secrezione acinare è costantemente modificata al passaggio nei dotti.
Il succo primario prodotto contiene Na, Cl, HCO3- e K. Le cellule dei dotti impermeabili all’acqua riassorbono
poi Na e Cl e secernono in minor misura K e HCO3-. Oltre agli ioni nella saliva sono presenti anche mucine ed
enzimi. Gli enzimi sono soprattutto la ptialina e la lisozima. La ptialina è un α-amilasi in grado di digerire
l’amido cotto (e non la cellulosa). Il suo pH ottimale è 6.9 pertanto quando il bolo arriva allo stomaco dove
il pH è circa 2 viene inattivata. La saliva contiene anche RNAasi, DNAasi, lattoperossidasi, lipasi linguale,
callicreina e IgA.

Controllo nervoso della secrezione salivare: la secrezione salivare è prevalentemente soggetta ad un


controllo nervoso da parte del SNA. Sia la stimolazione dei nervi parasimpatici che quella dei nervi simpatici
causa secrezione. Le fibre simpatiche postgangliari provengono dal ganglio cervicale superiore e agiscono
direttamente sulle cellule acinose. Le fibre parasimpatiche pregangliari provengono dai nuclei salivatori
bulbari e formano sinapsi con le fibre postgangliari nel ganglio sottolinguale e sottomandibolare. Entrambe
le stimolazioni comunque causano un incremento della secrezione salivare, ma il tipo e la quantità della
saliva sono diversi. La saliva della stimolazione parasimpatica è più abbondante. Quella da stimolazione
simpatica è più densa e ricca di mucina. Stimoli efficaci per la secrezione salivare sono rappresentati da
sostanze presenti nella cavità orale. La secrezione salivare è prevalentemente un fenomeno riflesso.

SECREZIONE GASTRICA:
lo stomaco può essere diviso in 4 regioni: cardias, corpo, fondo e antro con lo sfintere pilorico. La mucosa
presenta dei rilievi (pliche) e delle piccole depressioni (fossette gastriche) al fondo delle quali si aprono le

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ghiandole gastriche. Si distinguono ghiandole cardiali, ossintiche e piloriche. Le cardiali e le piloriche sono
prevalentemente mucosecernenti, le ossintiche presentano diversi tipi cellulari:

- Le cellule mucipare del colletto che producono muco acido per lubrificare il contenuto gastrico;
- Le cellule parietali che secernono acido cloridrico e il fattore intrinseco antianemico;
- le cellule principali che producono pepsinogeno che a contatto con l’ambiente acido dello stomaco
viene convertito in pepsina e nei neonati produce rennina e lipasi gastrica per la digestione del
latte;
- le cellule enteroendocrine che producono serotonina, istamina, somatostatina, un esempio di
cellule enteroendocrine sono le cellule G che producono gastrina.
- Cellule D secernenti somatostatina

Secrezione di muco: gli enzimi gastrici sono secreti dalle cellule principali. Il pepsinogeno viene trasformato
in pepsina a pH acido. Esistono almeno tre tipi di pepsina: Pepsina I secreta in tutte le parti dello stomaco,
pepsina II e III secrete solo dalle ghiandole ossintiche del corpo, sono funzionalmente più efficaci perché
hanno un pH ottimale più acido. Anche la gastrina e l’istamina inducono un certo incremento della
secrezione.
La rennina è un enzima che promuove la secrezione del latte e insieme alla lipasi gastrica è importante in
età neonatale.
Secrezione di HCl: l’HCl è secreto dalle cellule parietali delle ghiandole della mucosa del corpo. Tale
secrezione è preceduta da notevoli variazioni strutturali della cellula parietale. Questa a riposo presenta
canalicoli comunicanti con il lume. Dopo stimolazione la membrana dei tubuli si fonde con quella dei
canalicoli incrementando la superficie della membrana plasmatica. In seguito a tale fusione avviene la
secrezione di HCl attraverso le pompe protoniche H/K che vengono incorporate nella membrana
citoplasmatica e iniziano a trasportare H. L’H si genera dal metabolismo ossidativo della cellula ossintica
che porta alla formazione di H ma anche di HCO3-. L’H viene escreto nel lume contro gradiente dalla pompa
protonica, il flusso dell’HCO3- dal lato basale determina un aumento di pH nel sangue venoso refluo
pertanto la produzione di HCl all’interno del lume ghiandolare ha come conseguenza un aumento del livello
di NaHCO3 a livello plasmatico. Per quanto riguarda la secrezione di Cl un ruolo molto importante è svolto
dai canali del K posti sulla membrana luminale. La fuoriuscita di K iperpolarizza la cellula e favorisce la
fuoriuscita di Cl. Sono importanti le pompe H/K e Na/K che mantengono alti i livelli di potassio intracellulare
contribuendo al mantenimento di un potenziale di membrana negativo.

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Controllo neuro-ormonale della secrezione gastrica: la secrezione di HCl è attivata dall’aumento del cAMP
e dall’aumento della concentrazione di Ca. Entrambi i meccanismi attivano i canali del K e aumentano i
canali del Cl. L’istamina causa un aumento del cAMP mentre gastrina e ACh aumentano il calcio
intracellulare. Questi ultimi attivano inoltre la secrezione di istamina direttamente e indirettamente.
L’istamina agisce sulle cellule localmente per via paracrina. La secrezione di HCl è inibita da somatostatina e
prostaglandina. L’effetto inibitorio è sia diretto sulla cellula ossintica sia indiretto per la secrezione di
istamina.
Le tre fasi della secrezione di HCl: il controllo della secrezione gastrica è nervoso, ormonale e paracrino. Si
distinguono tre fasi

I. Fase cefalica: mediata dal vago. Quando il cibo è in bocca la secrezione gastrica aumenta anche
se il bolo non è ancora pervenuto allo stomaco. Il riflesso origina da recettori della cavità orale
che raggiungono il nucleo dorsale bulbo-pontino del vago da cui prendono origine le fibre
pregangliari parasimpatiche che raggiungono i plessi intramurali dai quali partono le brevissime
fibre postgangliari che raggiungono le cellule ossintiche, G e enterocromaffini che rilasciano
istamina,.
II. Fase gastrica: inizia quando il bolo raggiunge lo stomaco. Nella fase gastrica sono coinvolti
soprattutto i plessi intramurali ma anche il vago e la gastrina che agiscono direttamente e
indirettamente sulla secrezione gastrica. I recettori sono rappresentati da meccanocettori e
chemiocettori.
III. Fase intestinale: è bifasica. Inizialmente, quando il pH duodenale è ancora superiore a 3,
l’ingresso del chimo induce un incremento della secrezione di HCl, successivamente la
secrezione di riduce. L’effetto stimolatorio è dovuto a peptidi che inducono la secrezione di
gastrina, quello inibitorio è mediato da ormoni.

Secrezione pancreatica esocrina: il pancreas presenta componente cellulare endocrina ed esocrina.


Strutturalmente il pancreas esocrino è simile alle ghiandole salivari: è una ghiandola acinosa comprendente
lobuli e acini con cellule secernenti proenzimi (zimogeno) e dotti che secernono elettroliti. Gli acini
scaricano il loro contenuto nei dotti intralobulari e il contenuto di più lobuli si riversa nei dotti extralobulari
di dimensioni sempre più grandi fino ai due maggiori: il principale e l’accessorio.
La secrezione pancreatica consta essenzialmente di una componente acquosa e di una enzimatica (succo
pancreatico). La componente acquosa è ricca di ioni HCO3- che a basse velocità di flusso è riassorbito in
scambio con il Cl. All’aumentare del flusso perà la sua concentrazione aumenta e quella del Cl diminuisce.
La secrezione di bicarbonato da parte delle cellule dei dotti richiede la presenza di CO 2 che proviene dal
metabolismo cellulare e dal bicarbonato plasmatico. Si ottengono H e HCO3- che viene scambiato dal lato
luminale con Cl. La fuoriuscita di H fa sì che si acidifichi il bicarbonato plasmatico e porta quindi alla
formazione di CO2. Il Cl che entra all’interno della cellula viene ricaptato e trasportato nel lume attraverso il
canale del cloro CFTR. Quest’ultimo contribuisce a creare l’elettronegatività che spinge Na K e acqua
all’interno del lume.
La secrezione enzimatica è formata da una miscela di enzimi digestivi:

- α-amilasi per la digestione dei carboidrati


- una lipasi, una fosfolipasi, due colipasi e un colesterolo estere idrolasi per la digestione dei lipidi
- un chimotripsinogeno, tre tripsinogeni, due proelastasi e quattro procarbossipeptidasi per la
digestione delle proteine. Sono tutti secreti come proenzimi per evitare una digestione delle
strutture proteiche parenchimatiche.
- una ribonucleasi e una desossiribonucleasi per la digestione degli acidi nucleici.
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Regolazione neuro-ormonale della secrezione pancreatica: la secrezione pancreatica esocrina è regolata
sia dal SNA che da ormoni duodenali. L’innervazione vagale (parasimpatica) è costituita da fibre pregangliari
che fanno sinapsi con neuroni intrapancreatici dando luogo a fibre postgangliari dirette soprattutto agli
acini, alle cellule dei dotti e a quelle muscolari.L’innervazione simpatica proviene dal ganglio celiaco ed è
diretta principalmente ai vasi pancreatici. Il vago stimola la secrezione sia della componente acquosa che di
quella enzimatica. Il simpatico riduce la secrezione con conseguente minore quantità di acqua per la
secrezione. Il controllo ormonale è mediato dalla secretina e dalla CCK. La prima aumenta i livelli del cAMP,
la seconda incrementa la secrezione enzimatica. Come per la secrezione gastrica anche per quella
pancreatica si distinguono tre fasi

I. fase cefalica: si realizza per riflessi i cui recettori si trovano nella testa ed è mediata dal vago.
II. fase gastrica: attivazione di riflessi vagali dovuta all’arrivo di cibo nello stomaco.
III. Fase intestinale: contribuisce alla formazione di circa il 65% del succo pancreatico. Inizia
quando il chimo arriva nel duodeno ed è mediata dal rilascio in circolo di secretina e CCK. La
secretina incrementa la secrezione di acqua e bicarbonato con conseguenti aumentati flussi di
bicarbonato verso il duodeno e un efficace tamponamento dell’acidità. La CCK aumenta la
secrezione di enzimi pancreatici con conseguente incremento dell’attività digestiva.

IL FEGATO:
è la più grande ghiandola dell’organismo. La sua unità strutturale è rappresentata dal lobulo epatico
costituito da gruppi o file di epatociti. Ciascuna fila è separata dall’altra tramite un capillare sinusoide che
trasporta sangue misto, quindi sia venoso che arterioso. Il venoso proviene da diramazioni della vena porta,
l’arterioso da una diramazione dell’arteria epatica. I sinusoidi convergono nella vena centrale il cui sangue
confluisce nella vena cava inferiore.
I sinusoidi possiedono una parete endoteliale ampiamente fenestrata, infatti la membrana cellulare
dell’epatocita è a contatto con il sangue. Sul lato opposto dell’epatocita la membrana forma il capillare
biliare tramite introflessioni che formano uno spazio con le introflessioni dell’epatocita adiacente.
All’interno del capillare biliare riversano la bile. Epatociti adiacenti sono tenuti insieme da giunzioni serrate.
In questo modo la bile secreta non è travasata nel sangue e a sua volta il sangue non entra nel capillare
biliare.
I capillari biliari confluiscono nei canalicoli biliari (rivestiti da endotelio) che confluiscono nei dotti biliari. I
dotti biliari confluiscono in dotti sempre maggiori fino ad arrivare ai due dotti epatici, destro e sinistro, che
si congiungono nel dotto epatico comune. Quest’ultimo confluisce con il dotto cistico dando origine al
dotto coledoco. Tra i pasti, quando non è richiesta la presenza di secrezioni nel duodeno l’apertura dei due
dotti è ostruita dalla contrazione di una robusta struttura muscolare (sfintere di Oddi).
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Funzioni del fegato: partecipa al metabolismo di nutrienti e substrati, sintetizza fattori coagulanti, produce
enzimi, svolge funzioni immunitarie (cellule di Kupfer), secerne la bile. Gli epatociti sono la sede di molte
trasformazioni biochimiche.
Metabolismo dell’alcol: il fegato ossida la maggior parte dell’etanolo ad acetaldeide tramite alcol
deidrogenasi. Circa 1/3 dell’alcol è ossidato nel reticolo endoplasmatico liscio.
Emopoiesi: il fegato è un organo emopoietico solo dal terzo al sesto mese di vita fetale. Nell’adulto
l’emopoiesi è svolta dal midollo osseo. Il fegato nell’adulto ha facoltà emopoietica solamente in condizioni
patologiche.
Deposito di minerali e vitamine: il fegato rappresenta un deposito per ferro, minerali e vitamine come la A e
la D. Esso svolge anche un ruolo importante nel metabolismo della vitamina D, infatti all’interno del fegato
avviene la prima idrossilazione della vitamina D 3. Sempre nel fegato si ha anche l’attivazione di diverse
vitamine idrosolubili. Avviene infatti la fosforilazione delle vitamine B1, B2, B6, si forma il coenzima A dalla
vitamina B5 e si ha la riduzione dell’acido folico in acido tetraidrofolico.
Influenza sulle funzioni endocrine: il fegato capta e catabolizza tutti gli ormoni, ma ha anche una funzione
endocrina specifica in quanto sede della sintesi di fattori che mediano gli effetti dell’ormone somatotropo.
Funzioni immunoprotettive: le funzioni immunoprotettive sono svolte dalle cellule di Kupffer che si trovano
in stretto contatto con l’endotelio dei sinusoidi epatici. Tali cellule hanno una spiccata attività fagocitaria e
sono anche coinvolte nel metabolismo dei pigmenti biliari, in quanto in grado di captare la bilirubina
circolante.
Secrezione biliare: la bile è secreta dal fegato in quantità variabile da 250 a 1200 ml/die. Essa contiene
acqua, Sali minerali, Sali biliari, colesterolo, trigliceridi, fosfolipidi e pigmenti biliari. I Sali biliari sono
sintetizzati dagli epatociti a partire dal colesterolo. Il fegato sintetizza due acidi biliari (primari), l’acido
colico e l’acido chenico. Entrambi vengono coniugati con la taurina e con la glicina e formano acidi forti che
nella bile e nel duodeno sono quasi tutti dissociati. Nell’ileo una parte dei sali biliari è modificata e va a
formare Sali biliari secondari per deconiugazione. Le modificazioni rendono gli acidi meno forti quindi meno
ionizzati e più facilmente assorbibili. L’assorbimento dei sali è un procedimento prevalentemente attivo. I
Sali biliari non assorbiti vengono eliminati con le feci (circa il 20%).
Funzione dei Sali biliari: i sali biliari sono emulsionanti dei grassi, favoriscono l’attività della lipasi e la
proteggono dall’azione di enzimi pancreatici. Inoltre ne abbassano il pH ottimale a 6. Solubilizzano i
prodotti della digestione lipidica, stimolano la sintesi di glicerolo e rendono difficile la formazione di calcoli
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impedendo la precipitazione del colesterolo. Poiché derivano dal colesterolo sono anche una via di
eliminazione di quest’ultimo.
Nella bile sono presenti anche colesterolo, fosfolipidi e trigliceridi. I composti liposolubili tendono a
precipitare. La precipitazione del colesterolo è il primo movente della formazione di calcoli. E’ necessario
che colesterolo, Sali biliari e fosfolipidi siano in rapporti abbastanza precisi tra loro. Nella bile sono presenti
anche acqua e sali minerali, soprattutto HCO3-, Cl e Na.
Metabolismo della bilirubina: la bilirubina è un altro componente della bile. Essa deriva dal catabolismo del
gruppo eme dell’emoglobina. La parte peptidica dell’emoglobina viene depolimerizzata e il gruppo
prostetico viene metabolizzato dapprima in biliverdina e poi ridotto a bilirubina. Quest’ultima è trasportata
nel plasma legata alle albumine e nel citoplasma dell’epatocita viene nuovamente legata alle proteine.
Successivamente nel reticolo endoplasmatico liscio viene coniugata con l’acido glucuronico. La bilirubina
coniugata viene secreta con la bile mediante un processo attivo mediato da proteine carrier.

COLECISTI:
E’ un organo in grado di contenere un volume di bile pari a 50 ml. E’ rivestita internamente da una mucosa
sollevata in pliche al di sotto della quale si trova una tonaca fibromuscolare. La mucosa della bile è
mucosecernente. La funzione della colecisti è raccogliere e concentrare la secrezione epatica. Tra i pasti lo
sfintere di Oddi è chiuso quindi la bile non defluisce nel duodeno ma nella colecisti. Si verifica un forte
assorbimento di ioni e conseguentemente di acqua. Non si ha assorbimento di Sali biliari.

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