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FALCONE

L’8 novembre 1985 il giudice Caponnetto firmò l’ordinanza-sentenza contro Abbate Giovanni più altri 706
imputati. L’ordinanza sentenza diede avvio al maxi processo. Caponnetto era un magistrato, capo della
procura di Palermo, che organizzò un pool antimafia, costituito da Falcone, Borsellino, di Lello e Guarnotta.
L’idea di fondo del maxi processo partì dal fatto che essendo la mafia un fenomeno unitario non possiamo
affrontare questi problemi di attività delinquenziali e omicidi singolarmente. Si sovvertì sul metodo di
lavorare e si riunivano i magistrati, titolari dei diversi fascicoli, e ognuno metteva in evidenza cosa aveva
scoperto che venivano confrontate con le indagini fatte dagli altri magistrati. Si trovarono punti di
collegamento e inoltre se avessero uccido uno dei magistrati le notizie e le informazioni che lui aveva erano
state diffuse e messe a conoscenza degli altri magistrati.
Fiorirono delle polemiche e il clima che viveva il pool antimafia non era favorevole, Palermo non era a
favore di essa e contro la mafia. C’era anche un problema formale: all’epoca la possibilità dal punto di vista
legislativo non c’era una norma che consentiva di lavorare insieme e si dovette aggirare la mancanza della
norma con un marchingegno, cioè Capo netto si intestó ogni fatto criminale avvenuto a Palermo e poi
delegava il fascicolo agli altri magistrati. I giudici ebbero questa grande capacità di affrontare in modo
unitario i fatti di cui si stavano occupando e si poterono muovere così grazie alla legge La Torre – Rognone
con l’art. 416 bis, che consentiva ai magistrati di aggredire le organizzazioni mafiose sul piano personale e
economico, anche i singoli, e anche dal fatto che Falcone riuscì a far collaborare Tommaso Buschetta.
Tommaso Buschetta era un mafioso di Palermo, uno che aveva una capacità mafiosa notevole, e lo
troviamo in varie parti d’Italia, come a Roma. Conosceva bene la Palermo di quegli anni, la “nobiltà”
mafiosa palermitana ed era capace di viaggiare in tutto il mondo. Era un mafioso pienamente convinto di
esserlo, ma nello stesso tempo era un mafioso indisciplinato perché alcune regole di Cosa Nostra non le
rispettava, come ad esempio “non toccare le donne dei mafiosi” e lui questa regola non l’ha mai rispettata.
L’errore di Buscetta fu quello di schierarsi con mafiosi come Bonate e Badalamenti.
Decide di collaborare con la giustizia, perché in questa guerra che Riina fece contro gli altri mafiosi, colpì
anche la famiglia di Buscetta (furono uccisi due figli, due fratelli e un cognato), e decide di parlare con
Giovanni Falcone. Buschetta decide di parlare con Falcone perché di lui si fidava, perché avevano lo stesso
codice identificativo, cioè il codice interpretativo siciliano, quindi un codice culturale comune.
Buschetta non parla di tutti, ma dei suoi nemici e in parte omette di parlare di tutti quelli che gli erano stati a
lui vicini e Falcone sa che farà questo ma lo utilizza per quanto possibile. Buschetta afferma“io non sono un
pentito”, prendeva le distanze da questa affermazione “ io sono uno che da giovane mi sono affiliato a Cosa
Nostra per i suoi valori”, Cosa Nostra faceva delle cose buone, poi “sono arrivati i contadini e villani”, che
vengono da Corleone (Riina, Provenzano). In questo c’è il disprezzo del palermitano per i contadini e per i
provinciali e Buschetta esprime il disprezzo e una distanza culturale esprimendo la cultura dominante
dell'epoca, che era comunque concreta. Cercando di colpire Riina vuole fare prevalere la mafia che era
caratterizzata da quei valori che Buscetta riteneva fondamentali, non ricollegabile alla mafia che
rappresentava Riina e colpire Riina significava colpire la politica mafiosa di Riina e un attacco al governo di
Cosa Nostra imposto da Riina, quindi Buschetta fornì a Falcone le prove di quello che diceva. Quando
accusava un personaggio Falcone poi faceva un riscontro una per una, quindi lui diede le prove di quello che
diceva e contemporaneamente parlava al mondo mafioso. Parlò allo stato italiano provando che la mafia
esisteva, che si chiamava Cosa Nostra, fornì le prove che quegli uomini avevano commesso reati e le prove
della struttura e dell’esistenza delle famiglie mafiose. Quindi fornisce gli strumenti per aggredire Cosa
Nostra, ma facendo questo si rivolge anche ai mafiosi affermando che non è un pentito, quindi non è un
infame e un traditore, fin dall’inizio, ma quello che è stato affiliato dalla mafia e non lo rinnega, però nel
momento in cui i corleonesi stravolgono quelle regole non si sente più di appartenere a quella mafia e quindi
parla.
Per capire un passaggio cruciale nel dibattito del maxiprocesso è importante il confronto con Pippo Calò.
Pippo Calò e gli altri avevano chiesto di essere messi a confronto con Buschetta che accusava le nefandezze
che denunciava e Pippo Calò ne uscì distrutto perché Buscetta smontò ogni affermazione di Pippo Calò.
Visto il confronto, tutti i mafiosi che avevano chiesto il confronto con Buschetta, ritirarono la richiesta
perché sapevano che sarebbe stato un disastro. Buschetta cominciò a parlare e i magistrati riscontrarono, una
per una, le affermazioni di Buschetta, pure quelle che possono sembrare marginali e secondarie.
Buschetta diede le informazioni e nessuno sapeva che stava collaborando con la giustizia e si arrivò con
l’emissione dei mandati di cattura. Vengono arrestati i capi mafia e nel giro di meno di due anni, il 10
febbraio del 1986 iniziò il maxiprocesso nell’aula bunker di Palermo. Il processo fu possibile svolgerlo a
Palermo perché Falcone e Borsellino si impuntarono affermando che fosse necessario farlo svolgere a
Palermo. C’era un problema: l’assenza del luogo fisico dove svolgere tale processo perché 476 furono gli
imputati, con gli avvocati, i testimoni dell’accusa e della difesa, i carabinieri, il pubblico: insomma, un
numero imponente e quindi si decise di fare un’aula apposta che era collegata al carcere e che non ci dovesse
essere ogni giorno lo spostamento dei detenuti.
Il processo si concluse il 16 dicembre del 1987 con la prima sentenza di condanna dei mafiosi. Durante
questo processo successero diversi fatti importanti: gli avvocati degli imputati fecero di tutto per difendere i
propri assistiti, ma fecero di più: assunsero un atteggiamento dilatorio: quando si svolge un processo di solito
accadeva che bisognasse leggere il processo verbale della seduta precedente, ma con l’accordo delle parti,
avvocati e pm, si dava per letto il processo verbale. Gli avvocati cominciano a fare una cosa mai accaduta:
chiedono al presidente di leggere il verbale e poterlo poi approvare. Questo significava che la seduta, che
trascorreva con le puntualizzazioni degli avvocati, il dibattimento non veniva fatto e questa tattica dilatoria
era dovuta al fatto che se avessero allungato i termini del giudizio scadevano i termini di custodia cautelare e
gli imputati sarebbero usciti. La legge infatti affermava che dal momento della cattura a quello della
decisione dovevano trascorre degli anni, trascorsi i quali se non c’era la sentenza gli imputati uscivano dalla
galera. Gli avvocati cercavano di impedire che si arrivasse a sentenza prima della scadenza dei termini di
custodia cautelare e in modo che la sentenza venisse emessa alla fine di questo periodo e i mafiosi fossero a
piede libero. Per evitare che prevalesse questa tattica dilatoria degli avvocati il Parlamento in uno dei
momenti di capacità di guardare al paese, fece una legge, Mancino - Violante, che disse che non era
possibile fare ciò quindi si diede per legge il verbale precedente, bloccando sul nascere questa scelta degli
avvocati. Gli avvocati avevano messo in discussione dell’impianto del maxiprocesso criticando i giudici,
affermando che stessero facendo un processo che fosse un mostro, perché stavano accusando quasi 500
imputati in un unico processo. Il processo fu fatto, si costruì l’aula bunker e si mise in posizione di svolgere
il proprio compito del tribunale. Durante il processo avvenne un fatto: quando iniziò l’ordine dei mafiosi era
quello di non ammazzare nessuno, di non commettere atti di violenza in modo da non creare problemi ai
giuridici senza avere il fiato addosso. Questo era importante perché la Corte di Assise di Palermo(3 giudici
togati e giudici popolari, cioè rappresentanti del popolo) e quindi mentre i giudici togati hanno una
professionalità i giudici popolari invece no. Durante il processo successero tanti fatti che cercarono di
fermare il processo (imputati in barella, che si cucivano le labbra e addirittura donne che urlavano) creando
uno stato di confusione, mentre fuori a Palermo nulla successe e ci fu un clima di calma e silenzio. Ma ad un
certo punto un bambino venne ucciso durante il processo e quindi uno di questi capo mafia si alzò durante il
processo affermando che non c’entravano nulla con quel fatto “noi non c’entriamo nulla”, affermando quindi
con quel noi l’appartenenza ad una associazione mafiosa, dicendo quindi che la mafia esiste. Per prendere le
distanze da un omicidio di criminalità comune si accusarono da soli.
Dopodiché succede che la sentenza fu emessa, una sentenza di condanna dei mafiosi e i capimafia
palermitani, che erano lì presenti, furono condannati all’ergastolo (Pippo Calò e Greco) anche quelli latitanti
(Riina e Provenzano) e per la prima volta nella storia della mafia palermitana, una Corte d’Assise di Palermo
afferma non solo che la mafia esiste ma che c’erano delle responsabilità penali rilevati nei confronti dei capi
mafia e agli altri, responsabili di tutte le accuse. Dopo la sentenza iniziarono di nuovo gli omicidi.
Il processo iniziò con il ricordo di un evento successo anni prima: prima che arrivasse Buscetta c’era stato un
pentito, Leonardo Vitale, cioè un mafioso che ad un certo punto si pente di quello che aveva fatto e va dai
giudici e polizia per raccontare quello che sapeva. Ma le sue dichiarazioni fecero sì che non gli credettero e
lo considerarono matto, non tennero conto delle accuse fatte agli altri mafiosi m solo delle accuse che lui
fece contro di sé, portando le prove. Venne mandato in manicomio da dove uscì dieci anni dopo e dopo un
paio di mesi, mentre portava la madre a messa, un killer lo uccise. Venne ucciso non per quello che poteva
dire, perché ormai aveva già parlato ma per dire agli altri mafiosi che chi fa l’infame paga con la morte.
Questo evento avviene all’inizio e poco prima della sentenza ordinanza dei giudici istruttori di Palermo ed è
importante perché dimostra come ci fu un solo pentito all’epoca e che le indagini sarebbero potute iniziare
molto prima e di conseguenza molto omicidi di mafiosi avrebbero potuto non essere effettuati.
Dopo la sentenza di primo grado, ci fu l’appello e la cassazione e si concluse nel 1992. In questi anni che ci
fu la sentenza definitiva della cassazione che confermò le condanne della corte d’Assise d’appello, vi furono
vari eventi. Dopo aver accertato che per la prima con la corte di Assise di Palermo, una struttura giudiziaria
importante dello stato italiano, la condanna all’ergastolo dei mafiosi Falcone fu attaccato sia dentro che fuori
la magistratura. Oggi abbiamo di Falcone Borsellino l’immagine di eroi, ma in vita furono bersagliati
violentemente.
Falcone, uomo austero, serio e preciso, immagine diffusa anche al di fuori dell’Italia, come negli Stati Uniti
d’America. Oltre ai rapporti seri di Falcone, aveva rapporto gioiosi e di compagnia, con diversi aneddoti
divertenti di Falcone (aneddoto delle molliche di pane, episodio della scorta che una volta licenziata per la
sera andava a fare le passeggiate per Roma con Pellegrini, episodio delle penne con Guarnotta, episodio della
proposta da parte di La Marfa a Ayala, dove Falcone con una semplice frase lasciata in sospeso aiuta Ayala a
fare una scelta lavorativa). Falcone era un personaggio che viveva con i suoi colleghi in modo armonico e
semplice. Falcone era anche una persona molto precisa e minuziosa, come ad esempio di rileva nella stesura
del libro con Padovani. Da Palermo parte l’ordine a Roma di ammazzare Falcone, e il commando era guidato
da Bagarella a capo, solo che non viene trovato Falcone, perché appunto Falcone aveva preso l’abitudine di
non recarsi al solito ristornate, ma iniziò a cambiare ogni volta un ristorante.
Prima che la cassazione confermi il giudizio della corte d’assise di Palermo Falcone è sottoposto ad una serie
di attacchi dalla stampa. C’è una lettera anonima mandata a Chillochetto dicendo che si doveva riguardare da
Falcone e che non era libero nei suoi giudizi essendo comunista, ma altro non era che un giudizio sbagliato
perché ha sempre dimostrato di essere un giudice giusto e imparziale. In un periodo di ferie Falcone prese in
affitto una villa vicino a Palermo; in quell’occasione una magistrata svizzera andò a trovare Falcone. Si
trovarono vicino alla casa una serie di candelotti e si disse che a porre quelle bombe era stato lo stesso
Falcone per essere messo in luce come un grande giudice antimafia, dovendosi giustificare di essere in vita.
Ci sono tre episodi dove la magistratura chiuse le porte a Giovanni Falcone. Quando Caponnetto ottiene la
condanna dei mafiosi con la prima sentenza torna a Firenze e una volta morto Falcone, chiede al CSM di
tronare a Palermo. Caponnetto pensa che al suo posto, quindi a capo dell’ufficio istruzione, potesse essere
nominato Falcone. Siamo in un momento storico in cui stava per entrare in vigore il nuovo codice di
procedura penale che avrebbe chiuso l’ufficio istruzione, quindi sarebbe stato un incarico direttivo che
sarebbe durato pochi mesi.
Il CSM, che decide tale incarico, si riunisce con uno scarto di pochi voti decide di mettere al posto suo
Giovanni Meli, un magistrato più anziano, perché all’epoca c’era il criterio di eleggere secondo l’anzianità e
non la capacità. Meli non aveva nascosto al consiglio i suoi intendimenti, cioè le indagini le avrebbe svolte in
maniera differente: ogni magistrato sarebbe stato responsabile di un fascicolo con lo smantellamento del
pool. I giudici del CSM sapevano che scegliendo Falcone avrebbero continuato nella lotta della mafia,
scegliendo Meli, avrebbero fatto un passo indietro nella lotta contro la mafia. Falcone affermò che era stato
tradito, perché qualcuno che avrebbe votato per lui non votò. Il criterio dell’anzianità era un criterio
oggettivo e cozzava con la necessità di avere un cambiamento e catturò anche la componente della sinistra
giudiziaria che votò contro Falcone. Votò a favore Caselli che appoggiava il metodo di Falcone.
Successivamente Falcone deicide allora di candidarsi nel CSM perché cominciò a capire che la realtà di
Palermo cominciava a essere sentita stretta perché non riusciva a lavorare in quella realtà. I colleghi
magistrati e i suoi amici magistrati non votarono per Falcone.
Dopodiché accettò una proposta che gli fece Claudio Martelli, ministro di grazia e giustizia, e Falcone va a
dirigere l’ufficio penale di Giustizia. Ci furono molte accuse contro Falcone di essere stato un traditore e di
aver abbandonato Palermo, di essersi alleato con i nemici. Falcone in realtà andò a lavorare con Martelli
perché giocarono alcuni fatti: Martelli capiva poco e niente di problemi della giustizia, Falcone andò a Roma
per salvare il maxiprocesso perché aveva un potere maggiore a Roma piuttosto che a Palermo e poi perché da
lì poteva far fare al ministro alcune leggi che non poteva fare infatti, mise in piedi alcune questioni di grande
importanza: sapeva benissimo che le indagini antimafia avevano un limite, perché all’epoca ogni tribunale
poteva avviare un’indagine antimafia purché ci fossero notizie di reato o ipotesi di atti mafiosi. Falcone,
perciò, pensò di costruire in ogni città capoluogo, sede di distretto di corte d’appello, delle strutture (dda,
direzione distrettuale antimafia) che raccogliessero tutte le indagini che riguardavano la mafia. Questo
comportava una direzione unica dei processi di mafia quindi non venivano sparpagliati. Allo stesso tempo
necessitava di un coordinamento unico a Roma (DNA, direzione nazionale antimafia) che coordini tutte
queste direzioni. Lui aveva immaginato questa direzione nazionale antimafia ritagliandola su sé stesso, ma
questa impostazione trovò molti dissensi, alcuni strumentali ma anche quello di Borsellino e Caselli, perché
fecero capire a Falcone che finché c’era lui andava bene, ma nel momento in cui arriva qualcuno che avoca a
sé le indagini e le vuole affossare, riesce. Falcone capì di aver sbagliato e accettò la critica e fece in modo
che il ministro proponesse una legge diversa che fu approvata: quindi si instituirono le direzioni distrettuali
antimafia e la direzione nazionale antimafia e il coordinatore della DNA veniva nominato dal CSM sulla
base delle richieste e ne fece richiesta Falcone. La prima riunione del CSM decide con 3 voti contro 2 che a
presiedere questo organismo non è Falcone, ma Agostino Condro. La proposta non arriverà al plenum perché
nel frattempo ci fu chi tolse dall’imbarazzo il CSM perché la mafia uccise a Capaci Falcone.
Dopodichè si avvicina il tempo per arrivare alla decisione della Cassazione per il maxiprocesso, per vedere
se conferma la sentenza di Corte di appello di Palermo, e si arriva ad un verdetto che tiene in piedi il
maxiprocesso con la condanna dei capi mafiosi. Nel luglio del 91 viene uccio il giudice Antonino Scopellitti
perché era un giudice di cassazione e si era proposto di sostenere l’accusa in cassazione contro i mafiosi, per
sostenere cioè la decisione della corte di Assise. Fu ucciso dall’ndrangheta su richiesta della mafia e questa
uccisione fu dovuta al fatto che voleva uccidere un magistrato non avvicinabile ed onesto e che poteva essere
ostacolo alla decisione della cassazione, in cambio la mafia fece da paciere nella guerra tra le famiglie regine
dell’ndrangheta. In Cassazione c’era una sezione presieduta da Carnevale che di solito faceva i grandi
processi di mafia e di solito venivano annullati e rimandati in dietro per vizi di forma. Giovanni Falcone
ordina dal ministero un monitoraggio delle sentenze dalla corte di cassazione per vedere come queste
sentenze venissero giudicate. In base a questa polemica il primo presidente della corte di cassazione al cui
competeva l’assegnazione di quel fascicolo decise che da quel giorno in poi i presidenti delle sezioni che
dovevano decidere i giudizi di mafia ruotassero. Toccò come presidente di quella sezione della cassazione a
Valente, che
confermò il giudicato della corte di Assise di Palermo, quindi quelle condanne che erano state stabilite
confermarono le condanne di ergastolo. Nella prima volta nella storia i capi mafia erano condannati
all’ergastolo, non si era mai verificata una cosa del genere. Questo comporta che dentro Cosa Nostra c’era
stata una discussione al momento dell’arresto dei mafiosi che chiedevano a chi stava fuori, come Riina, di
farli uscire e di attaccare i giudici. Riina, che capisce che era difficile in quel periodo fare un attacco, scelse
una strada più prudente: temporeggio l’attacco ai magistrati per evitare che la situazione diventasse più
complessa e successivamente farli uscire di galera ma tutto precipita e vengono condannati tutti i mafiosi e
Riina capisce che non può stare fermo e comincia ad agire. Il primo che viene ucciso è Salvo Lima,
proconsole di Andreotti, e il ragionamento che fa Riina è semplice: Lima, Andreotti, Carnevale, filiera che
avrebbe portato alla libertà dei carcerati ma questa filiera salta e la responsabilità è dei referenti politiche che
dovevano garantire in questa vicenda e uccide Salvo Lima. Qualche settimana dopo toccherà ad alcuni cugini
Salvo, che raccoglievano le tasse siciliane e collegate ad Andreotti, e fu ucciso anche lui e alla fine ci fu la
strage di Capaci.
Prima del tentato omicidio di Bagarella, all’epoca Riina aveva dato ordini di ammazzare Falcone a Roma,
invece fu ucciso a Capaci. La prima domanda a cui si deve rispondere è perché ci fu la decisione di spostare
l’uccisione a Roma di Falcone al ristorante invece di una strage compiuta con le modalità di Capaci, con
questo clamoroso messa in scena. Questa decisione diversa non si è mai capita, forse si può trovare una
connessione tra la strage di capaci e la strage di via d’Amelio, strage fatta a casa della madre di Borsellino,
che va dalla madre e davanti al portone di casa esplode una macchina piena di esplosivo. Il problema è che le
due vicende sono troppo vicine e qui sorge l’interrogativo che la mafia ripete l’errore di 10 anni prima, cioè
uccide Borsellino dopo poco aver ucciso Falcone. Lo stato dopo Falcone era prostrato. Non potevano
aspettare mesi prima di uccidere Borsellino perché poteva creare dei problemi che non era neanche stato
interrogato dai magistrati di Caltanissetta. Nel maggio del 92 si svolgono le elezioni politiche prima della
strage di capaci e per nove lunghi giorni il parlamento non riesce a trovare l’accordo per eleggere il capo
dello stato. Uno dei prendenti era Giulio Andreotti, il quale aveva subito un colpo dopo l’omicidio di Lima,
queste speranze di essere eletto Andreotti le vede sfumare con la strage di Capaci e si elegge Scarfaro.
Il traffico di droga e di eroina dopo le stragi passò nelle mani dell’ndrangheta perché arrivarono un sacco di
collaboratori di giustizia ed era chiaro che lo stato aveva iniziato una guerra con cosa nostra e di
conseguenza molto collaboratori di giustizia iniziarono a parlare e iniziò a cadere l’impianto di cosa nostra.
Dopo pochi mesi dalle stragi del 92 venne catturato Totò Riina a Palermo e successero un po’ di fatti, cioè
dopo due giorni la famiglia di Riina torna a Corleone, come simbolo di silenzio e garanzia nei confronti dei
mafiosi. Viene catturato nel gennaio del 93 il giorno in cui a Palermo si insedia Caselli come nuovo
procuratore della Repubblica. La cattura di Riina dal Piemonte dove Di Maggio dà la pista per catturare
Riina. Catturano trina fuori dalla stanza dove abitava e dopo la procura della Repubblica di Palermo dice ai
carabinieri di andare a casa di Riina per cercare di vedere chi c’era dentro e i magistrati furono dissuasi
perché non era stata ancora diffusa la notizia dell’arresto. perché conveniva controllare la casa ma nessuno
controllò l’appartamento. Quando giorni dopo i magistrati decisero di andare a casa Riina trovarono
l’appartamento vuoto e tinteggiato, questo comportò che non si volle far scoprire attraverso le impronte
digitali chi fosse andato in quella casa, non solo mafiosi ma anche persone che non dovevano essere lì
presenti. Non si è chiarito anche una cosa: si disse che Riina aveva dei documenti ma nessuno ha mai
accertato che fine avessero fatto tutti i documenti.

La questione mafiosa era diversa da quella di oggi perché conta molto l’attività economica delle
organizzazioni mafiose, non fanno solo droga con i cui proventi investono in attività. Esse oggi cercano di
entrare nell’economia acquisendo proprietà e gestendole economicamente.
I mafiosi si adattano alla realtà, soprattutto dopo le stragi di Falcone e Borsellino, soprattutto i siciliani
mafiosi, capirono che non bisognava attirare l’attenzione su di loro e dal 1992 hanno diminuito le stragi,
omicidi di mafia e quindi la rilevanza del fenomeno è scarso. I mafiosi non facendo sempre le stesse cose
non riescono ad esser percepiti come un pericolo e l’omicidio e le stragi non sono viste come pericolo. Dopo
il 92 ci sono state altre stragi fuori dalla Sicilia e nel 94 all’olimpico, non esplosa, messa dove di solito
stazionavano i carabinieri. Riina era già in galera e succedono questi fatti, in cosa nostra iniziano discussioni:
Bagarella fu quello che volle continuare le stragi, mentre Provenzano aveva capito che non era più il
momento delle stragi e la strategia dove inabissarsi. Nelle stragi mafiosi hanno cercato l’appoggio dei
calabresi perché quest’ultimi hanno sempre cercato di evitare stragi e omicidi eccellenti.