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Educare al discernimento morale

nell'accompagnamento spirituale
Assisi, Novembre 2016
Relazione al corso di aggiornamento per i presbiteri dell’Umbria

Don Carlo Maccari

1. Significato del discernimento morale

Propriamente con discernimento morale o etico si intende quella capacità razionale di


giudicare, esaminare la realtà nella ricerca del «bene da fare e del male da evitare» (GS 16). Il
verbo latino discernere, indica propriamente un distinguere, un dividere due realtà tra di loro,
da questo punto di vista il suo significato generale può essere applicato anche al
discernimento spirituale. Nel Nuovo Testamento diakrísis indica il «discernimento degli spiriti»
(1Cor 12,10), ma lo troviamo anche in Eb 5,14 nel senso etico per «distinguere il bene dal
male». Vi è un termine più usato nel Nuovo Testamento e con la chiara connotazione etica è
dokimázō, che indica il discernimento etico, si trova 22 volte di cui 17 nelle lettere di Paolo. E’
proprio nell'Apostolo delle genti che il suo uso ricorre frequentemente ad indicare sempre la
capacità dell'uomo di esaminare, scrutare, mettere alla prova, testare, discernere la realtà
concreta dell'esistenza umana alla ricerca del bene, della volontà di Dio in ogni propria
azione. Si può affermare che il termine dokimázō è la chiave di volta della morale paolina; esso
ha due significati: il primo mette in luce l'azione morale propria dell'uomo di giudicare,
discernere il bene (Rom 2,18; Fil 1,10; 1Cor 11,28; 2Cor 13,5); l'altro evidenzia l'azione
propria di Dio nel discernere, scrutare il cuore e le azioni dell'uomo, in questo secondo
significato è usato nell'Antico Testamento nel suo corrispettivo ‫ ּבָחַן‬ed è particolarmente
presente nei Salmi (Sal 7,9; Sal 11,4-5; Sal 17,3). Si nota come il corrispettivo ebraico di
dokimázō indica sempre l'atteggiamento di Dio, che scruta, discerne il cuore dell'uomo, come
in Giobbe; è del tutto assente la sua peculiarità etica presente invece in San Paolo.
Appare chiaro che per comprendere il discernimento etico, il suo oggetto e la sua pratica
dobbiamo ricorrere agli scritti Paolini, tuttavia è bene prima chiarire la differenza tra
discernimento spirituale e morale. Sappiamo che l'espressione più corretta debba essere
quella del discernimento degli spiriti, perché nel discernimento spirituale l'oggetto consiste nel
distinguere la voce dello Spirito Santo dalla voce degli altri spiriti (Cf S. Ignazio di Loyola,
Esercizi spirituali). Lo scopo è lo stesso del discernimento morale, cioè individuare e realizzare
la volontà di Dio, la differenza consiste nell'oggetto e nella pratica: il discernimento morale è

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strettamente legato all'azione morale da compiere, si colloca nell'ambito della virtù della
prudenza e si realizza nel giudizio della coscienza sul bene pratico possibile da compiere e sui
mezzi adatti per realizzarlo. Secondo questa definizione il discernimento morale ha una
prima connotazione universale nella legge morale naturale e quindi esula in un primo
momento dall'aspetto spirituale. Tutti gli uomini sono chiamati al discernimento morale,
successivamente nel credente esso si collega in modo stretto e quasi non si differenzia con il
discernimento spirituale, in quanto lo scopo è il medesimo, compiere la volontà di Dio nella
realizzazione del bene.

2. Il Discernimento morale negli Scritti Paolini


Nella Lettera ai Romani il termine dokimázō, è usato per discernere ciò che è buono, il bene
che per Paolo coincide con la volontà di Dio: «La fede che possiedi, conservala per te stesso
davanti a Dio. Beato chi non si condanna per ciò che egli approva (discerne, esamina,
giudica). Rom 14, 22. Il passo più esplicito dal punto di vista morale è sicuramente Rom 12,2:
«Non modellatevi su questo mondo, ma lasciatevi trasformare da una nuova mentalità, per
essere voi capaci di discernere ciò che è volontà di Dio, buono, gradevole, perfetto». In questo
versetto abbiamo delineato concretamente il significato del discernimento morale e il suo
scopo. Si vede anzitutto che per discernere la volontà di Dio l'uomo deve trasformarsi,
rinnovarsi in una nuova mentalità, cioè in Cristo. Da solo egli può conoscere e discernere il
bene dal male, ma non può conoscere la volontà di Dio se non porta a compimento la
metamorfosi battesimale, mediante la sequela in un cammino costante di conversione. Nella
preghiera di Fil 1,9-11 appare evidente che per Paolo il vero discernimento morale si attua
solo in un cammino di conversione personale, di avvicinamento all'amore di Dio: «Chiedo
nella mia preghiera che il vostro amore cresca sempre più in penetrazione e in sensibilità per
tutto, al fine di discernere ciò che è meglio. Così sarete trasparenti e perverrete senza ostacolo
al giorno di Cristo, ricolmi di questo frutto di rettitudine che viene attraverso Gesù Cristo, a
gloria e lode di Dio». Per Paolo non vi è distinzione tra discernimento spirituale e
discernimento morale, in quanto la ricerca della volontà di Dio non può che coincidere con il
discernimento sul bene da fare e il male da evitare. Dal punto di vista del cristiano il
discernimento morale si realizza solo in un ambito di piena comunione con Dio, di preghiera,
di dialogo incessante con Dio. È nella sequela del discepolo che si realizza quella opzione
morale fondamentale per il bene, quella ricerca e attualizzazione del bene, che trova il suo
senso ultimo nella risposta responsabile a Cristo. Lo scopo del discernimento morale, cioè la
ricerca della volontà di Dio, per Paolo non è mai un'intuizione, una sensazione, una
illuminazione soggettiva, ma essa ha sempre una connotazione etica, è concreta realizzazione
del bene nella forma più alta della sua perfezione. È importante chiarire un aspetto, che
spesso accompagna la scelta di vita particolare del credente; espressioni del tipo « è volontà di
Dio che io diventi sacerdote», è «Dio che ci ha voluti da sempre insieme nel matrimonio»,
nascondono un grande fraintendimento, che deve essere chiarito. Il discernimento
vocazionale sulla scelta di vita particolare non può essere identificato con la sequela del

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discepolo, che nasce dal Battessimo ed ha il suo compimento nella comunione beatifica con
Dio. La vita cristiana del discepolo, la sua adesione responsabile alla chiamata di Cristo è
precedente e fonda qualsiasi scelta particolare di vita. Il fine ultimo della vita di un cristiano
non è quello di diventare un sacerdote, ma neanche di sposarsi canonicamente, ma è il
raggiungimento della piena comunione con Dio, che inizia già su questa terra e ha il suo
compimento e la sua perfezione nell'eternità. Gli stati di vita particolari sono strumenti di
santificazione (Cf Amoris laetitia, 72), per raggiunge e mantenere sempre la piena comunione
con Dio. Essi sono semmai il banco di prova della risposta responsabile a Cristo nella sequela.
Pensare il contrario, ad esempio che fare bene il sacerdote, o essere un buon marito e padre in
senso funzionale e pragmatico mi avvicinano a Dio, limita la vita cristiana e la scelta di vita
particolare ad un funzionalismo esteriore, che di fatto riduce le esigenze etiche della sequela
ad un fare, invece che ad un essere in comunione con Cristo.

3. Discernimento morale e accompagnamento spirituale.


Sulla scia delle riflessioni suggerite dai testi di Paolo diviene indispensabile collocare il
discernimento morale all'interno dell'accompagnamento spirituale per tre motivi.
Primo, perché accompagnare nella sequela di Cristo, questo è lo scopo di una guida
spirituale, significa rendere consapevoli del dono della fede ricevuto nel battesimo, ma anche
delle esigenze etiche, che essa richiede. Per questo l'accompagnamento spirituale è sempre un
cammino di liberazione e di responsabilizzazione. Liberazione dal peccato, dall'uomo
vecchio, responsabilità nell'attuare la fede in una piena comunione con Cristo nella Chiesa.
Secondo, il discernimento morale colloca la comunione di fede con il Maestro nel suo ambito
naturale: la vita ordinaria con le sue scelte e e le sue azioni morali, che ogni giorno richiedono
un attento esame e discernimento per compiere il bene concretamente possibile.
Nell'accompagnamento spirituale si deve operare una prima e necessaria azione di
demitizzazione della vocazione da quella consuetudine attuale, che considera il proprio
rapporto con Gesù come un'isola felice, privata, una vera e propria fuga dal mondo e dalle
realtà quotidiane. La vera religione, il vero rapporto con Dio non è un morbido cuscino dove
riposare sonni tranquilli, ma al contrario è un letto di spine dove vegliare con inquietudine.
Terzo, considerare le proprie azioni come un progetto ragionato da realizzare dopo un
attento discernimento morale e non come una spinta della impulsività, appare oggi
un'urgenza ineludibile. Nel mondo attuale delle emozioni, delle sensazioni epidermiche,
sembra che il grande assente prima che essere la fede, sia la ragione stessa, rilegata ormai
nella sfera del semplice pragmatismo. Riflettere sul bene da fare e sul male da evitare con
tutte le sfumature che comporta, ragionare sulle proprie azioni prima di compierle,
progettarle con serietà e responsabilità sembra un aspetto indispensabile per realizzare la
sequela e allo stesso tempo per scegliere stili di vita particolari, senza lasciarsi attanagliare dal
rimorso perpetuo del dubbio.

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