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Appunti Modulo A2 Letteratura: Prof.

Sirtori
7/11/2017

L’emigrazione in poesia:

-GIACOMO ZANELLA
BIOGRAFIA

Chiampo (Vicenza) 1820 – Vicenza 1888. E’ stato un presbitero, poeta e traduttore italiano.

« Io dentro picciol borgo, in erma valle,


Cui fan le digradanti Alpi corona,
Vissi oscuri i miei dì, ... »

Con questi versi della poesia intitolata ‘’A Fedele Lampertico’’, scritta nel 1868, Giacomo Zanella
descrive il suo amato paese, Chiampo, situato nella verde campagna vicentina. Il poeta nacque in
una famiglia di modeste condizioni. Il padre, Adriano, possedeva un negozio di generi vari; la
madre, Laura Beretta, era imparentata con alcune notabili famiglie del luogo.
Nel villaggio natio il poeta trascorse i primi otto anni della sua vita.

A Vicenza frequentò le prime due classi del Ginnasio comunale e fu poi iscritto, come convittore,
alle scuole del Seminario vescovile della stessa città. Quel soggiorno nel Seminario vicentino,
secondo il Fogazzaro, spiega come Giacomo Zanella "acquistasse tardi quella libertà intellettuale in
cui trovò la sua vita" e parlerà di quel "piccolo mondo vicentino, fra il 1830 e il 1840", come di un
mondo "cinto da un altro (...) quasi sconosciuto".

Era infatti quello un ambiente ancorato alla tradizione umanistica, dove non era lecito esprimere
attitudini proprie, né accogliere esperienze letterarie più recenti. Zanella fu però sempre legato da
riconoscenza e affetto ai suoi maestri che, pur essendo ancora legati alla scuola classica, si
dimostrarono aperti alle idee più moderne. Dalla Valle lo avvicinò alle poesie di Leopardi.

Fu la lettura di Leopardi certo importante per la sua formazione culturale; egli amò in modo
particolare questo poeta, del quale accolse, nelle sue poesie, i temi e le cadenze. Gli autori italiani
più coltivati nel Seminario vicentino e che Zanella cominciò a conoscere e amare furono Alfieri,
Monti, Foscolo e Giuseppe Parini.

Fattosi chierico nel 1837, entrò negli ordini maggiori e successivamente fu ordinato sacerdote, per
essere subito dopo nominato professore nel seminario. Nel 1847 si era laureato in filosofia presso
l'Università di Padova e nel 1850, essendo stato chiuso dall'Austria per ragioni politiche il Liceo di
Vicenza, fu abilitato ad insegnare senza dover sostenere le prove comunali.
Zanella fu buon traduttore dal greco e dal latino, molto prima di iniziare le traduzioni degli scrittori
stranieri. Dal 1850 in poi egli traduce con passione dai classici latini e greci, specialmente da
Tibullo, Ovidio, Catullo e Anacreonte.

Oltre allo studio approfondito delle lingue classiche sappiamo che Zanella, in questi anni, si dedicò
allo studio della lingua tedesca e approfondì quello della lingua inglese, già iniziato in Seminario.
Questo studio non fu senza effetti sulla sua poesia.

PRIME PUBBLICAZIONI

Il libro venne stampato presso l'editore Barbèra nel 1868 con il titolo di Versi e ottenne presto un
grande successo soprattutto nell'ambiente veneto, dove Zanella aveva molti amici fedeli e
affezionati.

Zanella riesce, forse più di altri poeti e scrittori dell'epoca, a distinguersi per certe caratteristiche
proprie, tanto da apparire quasi una figura isolata.

ESTETICA

Dove trovasse la sua estetica Zanella, ce lo dice: "Io la mia estetica l'ho trovata da un pezzo nel
vecchio Omero. Il cantore sia libero; la materia che prende a trattare sia possibilmente nuova e
resa amabile dalla bellezza del verso. Ecco il canone supremo, immortale dell'arte".

Egli voleva, nella poesia: precisione, sobrietà e purezza di forme, ed è facile comprendere come
mai egli fu così spesso severo contro l'arte poetica dei suoi tempi.

Zanella si preoccupa non solo della forma, ma anche del contenuto della poesia e per le sue liriche
egli usò pure le forme metriche classiche della lirica italiana, mentre non fu favorevole né alla
canzone libera del tipo leopardiano, né ai metri barbari.

Nel 1870 scrive l'ode Gli Ossari di S. Martino e Solferino che fu oggetto d'interpretazioni inesatte e
tendenziose. In questa ode vi sono due versi particolarmente fieri contro i repubblicani, allora
capeggiati da Felice Cavallotti.

L’OPERA POETICA ED I TEMI DELLA SUA POESIA

Dal 1860 al 1887: con queste date si può fissare il periodo della sua maturità poetica.

-Tema di psiche

-Tema della patria nelle poesie del 1848

-Tema della campagna e degli umili nelle prime poesie

-Tema della patria (1867-1870)

-Tema della famiglia

-Il positivismo
-Scienza e fede

-Tema del cosmo

-Tema della luna

Giacomo Zanella si imbatte nel tema dell’emigrazione in maniera incidentale, non dedicando un
intero componente poetico all’emigrazione, ma intervenendo parzialmente nei suoi testi.

Zanella è un poeta per noi minore, ma molto noto tra ‘800 e ‘900.

E’ sopravvissuto all’azione divoratrice del tempo e viene ancora citato nelle storie della letteratura.

Zanella propone il ritorno ad una poesia didascalica ottocentesca, ovvero un genere poetico che
consiste nel fare oggetto di poesia temi tratti dalle scienze naturali.

La sua prima raccolta di versi di tendenza romantica vide la luce nel 1868. La produzione poetica
del Zanella durò per circa vent’anni, fino alla morte, e fu originale rispetto al panorama letterario
del suo tempo per la capacità di presentare in versi argomenti di carattere scientifico e il tentativo
di conciliare religiosità cattolica, cultura positivista e problemi sociali (come il lavoro operaio e la
povertà). Zanella visse in un’epoca di trasformazioni politiche, letterarie e soprattutto scientifiche,
che accolse con favore e inserì in una visione provvidenziale della storia.

(Francesco De Nicola ‘’Gli scrittori italiani e l’emigrazione’’):

Nella seconda metà dell’ ‘800 furono scritti dei versi sul tema dell’emigrazione, per lo più segnati
da un moralistico avvertimento verso le speranze di migliore vita economica nutrite dagli
emigranti. E’ il caso di Giacomo Zanella, che nell’ampio componimento ‘’Il Lavoro’’, che risale in
prima stesura al 1865, esaltava la laboriosità italiana guardando con compatimento i popoli del
nord Europa che, <<pensosi nell’ansia / d’un vivere incerto / dell’acquetraversano / l’immane
deserto >> (vv. 93-96), mentre nella più tarda ‘’Risposta d’un contadino che emigra’’ del 1877,
mentre l’emigrante è in procinto di cominciare il suo viggio verso le Americhe - <<Ritto sul molo
ligure, / mentre pel mar d’Atlante / si apparecchiava a sciogliere / la vela il navigante >> (vv.1-4) - e
rivolge << l’addio novissimo … alle dolci case >> (vv. 15-16), il poeta considera lui e i suoi compagni
<<ebbri di speme aerea / e d’aureo sogno illusi >> (vv. 25-26) e si dichiara invece pronto <<a
seppellir d’Italia / il lutto e la vergogna>> (vv. 103-104).

Le scelte poetiche dello Zanella contribuirono a collocarlo, nell’ambiente culturale del suo tempo,
in una posizione anomala. Egli, infatti, fu mal visto sia dal mondo culturale laico, per il suo rifiuto
delle tesi materialistiche, sia da una parte delle autorità ecclesiastiche per il patriottismo, la
scienza e l’interesse per la “questione sociale”.
La sua poesia più famosa è ‘’Sopra la conchiglia fossile’’ – nel mio studio. Motivo d’ispirazione fu
la vista di una conchiglia fossile, trovata in un luogo montano e adoperata come fermacarte. Il
poeta, contemplando la conchiglia, medita sulle età più antiche della terra e sul destino
dell’umanità, il cui futuro nasce dalle ceneri del passato attraverso un percorso che coinvolge
l’intero universo.

Quest’ode fu scritta di getto tra l’8 e l’11 marzo del 1864 e fu apprezzata anche da Alessandro
Manzoni, come testimonia lo stesso Zanella nella lettera, datata 30 aprile 1869, inviata al collega
Pietro Mugna: «è qui il marchese d’Adda di Milano, che volle conoscermi per dirmi che Manzoni
aveva imparata a memoria la mia “Conchiglia” e che egli stesso lo aveva udito recitarla…»

La figura della conchiglia, con il suo andamento spiraliforme, richiama in tutte le culture, fin dalla
preistoria, l’idea dell’infinito dinamismo della natura; è un motivo aperto ed ottimista. Con la sua
crescita regolare esprime anche i concetti di continuità e di progresso, ha in sé l’idea della
trasformazione. Con quest’opera l’autore tentò di conciliare fede e scienza.

‘’Il Lavoro’’ 1865:


[…] Fuggiasco da' margini Del verde Missuri, Da' boschi, ove suonano
D'Europa le scuri,
Più degna progenie Nel patrio retaggio
Contempla succedere
L'ignaro selvaggio. […]

Poemetto in quartine, non del tutto originale dal punto di vista della forma. Fa parte della raccolta
‘’Versi’’.
Vengono sempre usati versi tradizionalisti.
Questo testo voleva essere una sorta invito o sollecitazione agli italiani, a farsi operosi e attivi. Così
come lo sono state le altre popolazioni europee che vivono la stessa stagione di carestia, malattie
e miseria.
Zanella in quest’opera fa riferimento agli irlandesi, ritratti come buoni coloni.
Il selvaggio è incapace di sfruttare la sua terra per mancanza di conoscenza, non può accettare gli
europei più degni di operare. Dà quindi una visione razzista ed eurocentrica.

Zanella ed il lavoro: Il poeta ci pone di fronte ad una visione positiva del lavoro.
Giacomo Zanella con la poesia intervenne anche nelle questioni sociali tra cui il lavoro, ma anche
le tristi condizioni che la popolazione viveva dopo l’Unità d’Italia, come attesta la composizione Il
piccolo calabrese. Il tema del lavoro è affrontato in diverse poesie, dedicate ad imprenditori come
F. Lampertico, A. Rossi, altre alle realizzazioni umane, tra cui ricordiamo Per il Taglio dell’istmo di
Suez, L’industria; Il Lavoro, Le Nuove generazioni, e non mancano in altre riferimenti al progresso
scientifico dell’uomo e all’incidenza di questo nella vita spirituale come attestano le opere Sopra
una conchiglia fossile e il carme, in latino L’evoluzione, non dimentichiamo Milton e Galileo e
Sopra certi sistemi di fisiologia.
In tutte le composizioni ciò che interessa a Zanella è l’uomo, la sua opra, quanto egli compie e ciò
perché la prima e principale caratteristica dell’uomo fin dalla sua nascita.
Il lavoro ha nella storia umana grande importanza e se spesso è indicato come fatica, come
sudore, basti pensare al sinonimo “faticare” e anche “travagliare”, bisogna ricordare che anche Dio
lavorò alla creazione e se l’uomo, peccatore, dovrà guadagnarsi da vivere con il sudore della
fronte, non per questo il lavoro verrà considerato come negativo ma fonte di realizzazione
dell’uomo.

Il lavoro va considerato in tutto il suo valore, come autentica realizzazione dell’uomo e a questa
indicazione a questa passione di vita, si riferisce Zanella nella composizione Il lavoro, dove gli
uomini vengono invitati a “Spontanei/ voliamo al lavoro/ il tempo precipita/ il tempo è tesoro/”.
Così, descrivendo l’avvio al mattino al lavoro Zanella ha modo di esaltare il lavoro che dà il pane.
L’uomo fa l’economia, non l’economia l’uomo sembra dirci il poeta. Ciò è di rilevante importanza,
proprio perché l’uomo va considerato globalmente non solo in uno dei suoi aspetti. L’homo
oeconomicus che spesso sembra l’unico esistere anche nella nostra società, è un uomo parziale,
incapace di fede nel cuore, quella che gli prospetta il futuro, tanto che “ dovunque Dio pasce i suoi
figli;/ Dovunque a’gagliardi fortuna sorride”.

L’uomo, questo essere pensante, capace di libertà, di lavoro, di vita sociale, di amore, quest’uomo
ama Zanella. Il lavoro è sì condizione della vita dell’uomo e la riflessione di Zanella ci invita a
considerare oggi il lavoro in un’ottica diversa, come valore, come realizzazione, come
continuazione dell’opra di Dio nella creazione, sempre considerando che il lavoro è per l'uomo e
non l'uomo per il lavoro.

‘’Risposta di un contadino ligure’’ 1877:


Ritorna l’immagine stereotipata del ligure esploratore, ma alla fine del componimento l’autore
dice che: ‘’vanno all’estero a seppellir la vergogna d’Italia, quindi l’emigrazione è sì eroismo ma
anche conferma della miseria.’’
Emigrazione come fenomeno necessario come valvola di sfogo per chi non ha strumenti per il
benessere.
Immagine della Liguria, come terra di eroi, che rivolgono il loro saluto all’Italia.

-MARIO RAPISARDI
Catania 1844 – Catania 1912. E’ stato un poeta, traduttore e docente universitario italiano.
Venne soprannominato "il Vate Etneo", appellativo da lui stesso coniato nel suo autoritratto
poetico in stile foscoliano, presente nel poema Atlantide.
Egli utilizzò da adulto il cognome modificato in Rapisardi per omaggiare, avendo un cognome che
rimasse con lui, il suo poeta preferito, Giacomo Leopardi. Tuttavia non cambiò mai il nome in
maniera legale: gli atti ufficiali di nascita e morte presentano sempre il cognome Rapisarda,
evidenza che pone fine a qualsiasi disputa.
Lettore di Alfieri, Monti, Foscolo, Leopardi e di vari autori risorgimentali, scrisse, ancora
adolescente, l'Inno di guerra, agl'italiani e l'incompiuto poemetto Dione, nella cui prefazione
esaltava le battaglie di Solferino, Palestro e Magenta, partecipando così all'atmosfera politica di
quei mesi, che pose fine alla monarchia borbonica con la spedizione dei Mille.[4]
Ammiratore di Giuseppe Garibaldi e dei garibaldini, ma anche di Giuseppe Mazzini, divenne quindi
un fervente repubblicano e mazziniano.

Nel 1865 si recò per la prima volta a Firenze, dove in seguito ritornerà spesso, quasi tutti gli anni.
Vi conobbe Giovanni Prati, Niccolò Tommaseo, Atto Vannucci, Pietro Fanfani, Andrea Maffei,
Giuseppe Regaldi, Erminia ed Arnaldo Fusinato, Francesco Dall'Ongaro, Terenzio Mamiani e altri
«illustri e buoni», come li chiamò più tardi.

Pensiero
Rapisardi pensava che la scuola fosse un istituto di massima importanza nella vita pubblica, che
essa dovesse essere fucina di valori morali e palestra di educazione delle giovani generazioni,
riteneva che la scuola non potesse essere estranea alla vita, se di essa non si vuol fare un esercizio
di espiazione ovvero un museo di fossili.

La critica
Pur essendo classicista e avvicinato alla scapigliatura, Rapisardi mantenne una propria cifra
stilistica assolutamente personale, legata spesso anche al modello della canzone libera e dei versi
sciolti, a differenza del suo rivale Giosuè Carducci. Per il contenuto si caratterizza per una forte
vena polemica, per la critica religiosa, la poesia sociale, l'ispirazione filosofica e gli accenti
puramente lirici di origine leopardiana. L'opera di Rapisardi, elogiata da Francesco de Sanctis e altri
critici (Filippo Argeri, Sebastiano Barbagallo), fu poi criticata da Benedetto Croce (sotto l'influenza
carducciana) che lo definisce un poeta della nebbia, molto vago e generico e da Gramsci, e rimase
in ombra durante il fascismo poiché il suo autore era ritenuto un materialista storico (per gli elogi
a Karl Marx) più che un "mistico del naturalismo e del panteismo" (quale in effetti era, nel suo
panteismo naturalistico); nel secondo dopoguerra verrà rivalutata dagli studi di Concetto Marchesi
e Alberto Asor Rosa.
Criticato dagli idealisti, tra cui Benedetto Croce.

‘’Emigranti’’ 1883
Ecco, la terra è là;
Ma ritta su la riva del sospirato mondo,
col ghigno su le labbra, con spalancate braccia
la Fame orrenda sta.

Celebrazione dell’Italia, come natio paradiso.


Chi parte è attirato dal sogno dell’oro, in California.
Piuttosto che fruttare le risorse dell’Italia, voi partite con un sogno che si rivela un inganno, un
miraggio infedele. Così disse l’autore.
Questo miraggio che è stato costruito dai politici italiani corrotti e dai giornalisti prostituiti.
Si rivela un inganno molto forte, che porta a tragiche conseguenze. Il bastimento che portava gli
emigranti naufraga.
Italia come madre abbandonata; per questo possiamo dire che torna l’immagine della madre
abbandonata. Sostituita poi con la dea della fame, che li aspetta dall’altro lato dell’oceano.
Troviamo un clima inquietante nel testo.
Climax.