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Edipo e Jawdhar

Vincere il potere della Madre

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Con Freud il mito di Edipo è entrato nel pensiero
occidentale moderno sia come teoria esplicativa e universale,
sia come pratica della psicoanalisi individuale; il complesso di
Edipo è diventato, pertanto, uno dei capisaldi per la
comprensione della personalità nevrotica. Per una di quelle
ragioni difficili da spiegare quanto facili da constatare, è entrato
anche nel parlare comune ed il più delle volte in modo
approssimativo o caricaturale.
Tanto famoso Edipo, tanto ignoto Jawdhar nella cultura
occidentale, certamente, e oggetto di scarsa attenzione in
quella araba alla quale appartiene. Riassumerò le due vicende,
una mitica, l’altra favolistica, per porle a confronto e
sottolineare le similitudini nel nucleo drammatico e la radicale
differenza nell’atmosfera emotiva, oso dire anche
nell’accortezza psicologica.

Edipo, colui che si rende cieco scoprendo la verità.

Laio, re di Tebe, vive sotto la minaccia di una profezia: tuo


figlio ti ucciderà e sposerà sua madre. Alla nascita Edipo deve
essere ucciso, ma il servo trasgredisce e il bimbo finisce alla
corte del re di Corinto che lo crescerà come un figlio. Edipo

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ignora la sua origine e diventato adulto riceve lui pure dalla
profetessa di Apollo la rivelazione del suo futuro destino.
Inorridito fugge da Corinto e nel corso del viaggio, s’imbatte in
Laio. Scoppia un diverbio, il figlio uccide il padre e prosegue il
cammino. Raggiunge Tebe e viene accolto, conquista autorità e
sposa Giocasta non comprendendo che si tratta della propria
madre, a nulla gli serve la sagacia che pure gli aveva consentito
di risolvere l’enigma della mostruosa Sfinge.

Successivamente la città è colpita da una terribile


pestilenza creduta una punizione divina. L'indovino Tiresia svela
che ne sono causa i crimini di Edipo. Sopraffatti dalla
rivelazione, Giocasta s’impicca e Edipo s’acceca con lo spillone
dell’abito della madre, proseguendo poi il suo destino come
esule senza patria e senza pace, travolgendo nella sua tragedia
anche la figlia Antigone.

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La forza che muove i personaggi è il Fato che essi
fraintendono o ignorano o cercano di ingannare. Oserei dire,
con cautela certamente, che si tratta di una dinamica
masochistica come la illustra Alexander Lowen: fondata su di un
frontale "non voglio" opposto al Fato, da parte di Laio prima e di
Edipo poi, che conduce entrambi verso l’orizzonte della morte o
del fallimento.

Jawdhar, colui che timorosamente persegue la verità

Traggo dal saggio La sessualità nell’Islam, di Abdelaziz


Bouhdidà, che a sua volta trae dalla raccolta delle Mille e una
notte le notti dalla 606 alla 624 che sono dedicate a una storia
similmente incentrata sul rapporto tra un figlio e la madre.
Jawdhar , il pescatore, insieme al mago magrebino Abdel al
Samad parte alla ricerca del tesoro nascosto negli abissi della
Terra. Grazie ai poteri del mago che lo aiuta a salvarsi dai
pericoli , agli incensi bruciati per prosciugare un torrente che gli
sbarra la strada, Jawdhar giunge al luogo del tesoro nel quale
potrà penetrare solo riuscendo a far aprire le sette porte che lo
proteggono. Con coraggio e freddezza, supera le prime sei,
nonostante un colpo mortale dal quale risorgerà.

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“Arrivato alla settima, dovrai bussare, ti aprirà tua madre e dirà
Benvenuto figlio mio, vieni a salutarmi. Ma tu dovrai dire Stai
lontana da me e togliti i vestiti. Lei rifiuterà, cercherà di far
valere la sua autorità, allora tu dovrai brandire la spada e dire
Togliti i vestiti o ti ucciderò. Lei cercherà ancora di opporsi, e
ogni volta che si sfilerà un vestito dille Devi toglierti tutto. Solo
quando sarà completamente nuda avrai decifrato i simboli,
avrai soppresso le inibizioni e messo la tua personalità al
riparo.” Infine il mago aggiunge “Non aver paura, Jawdhar, è
solo un’ombra senz’anima” . Jawdar si comporta come
ordinatogli, ma quando la madre è sul punto di togliersi l’ultimo
velo (letteralmente: un perizoma) il suo pianto lo sconvolge
“Figlio mio, finirai male, figlio mio hai il cuore di pietra, vuoi
disonorarmi, questo è illecito (haram).”
Non sopportando la vista di quel dolore Jawdhar desiste e la
madre scoppia in una risata, gridando “Non ce l’hai fatta!
Picchiatelo adesso.” Infatti il figlio riceve una scarica di legnate
e viene buttato fuori dalla caverna del tesoro.

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Tornato dal mago, insieme decidono di attendere e non
rassegnarsi; il ragazzo si prepara, l’anno dopo ripete lo stesso
percorso e lo stesso dialogo, questa volta conducendo fino in
fondo il denudamento materno . Disvelata, la madre si
trasforma in un’ombra senz’anima e Jawdhar ottiene il tesoro.

Non è il Fato a creare la vicenda qui, ma la volontà di


ottenere. Ottenere, dice Abdelaziz Bouhdidà, quel tesoro che è
la pienezza di una personalità capace di autodeterminarsi
svincolandosi dalla nebulosità del legame privilegiato:
l’influenza che dalla madre emana sul bambino e che permane
nell’età adulta. Compete al figlio strappare i veli di potenza,
amore ricattatorio, impedimento alla libera crescita con cui
l’Immagine archetipica della Madre riveste la madre reale.
La maturazione psicologica, suggerisce ancora
Bouhdidà , è un “attentato” contro il materno. La vita è un

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tesoro che non si acquisisce se non sono distrutte in sé le
ombre inanimate. Profanare, demistificare l’Immagine della
madre dentro di sé è il prezzo per ottenere quella sicurezza che
consente l’autonomia. Occorre contemplare la madre disvelata,
noi diremmo: nella sua realtà di persona umana e di donna, per
accorgersi dei veli: paure, obblighi, fantasie, incomprensioni con
i quali il bambino ne aveva ricoperta la personalità . Ma la
storia prosegue e mostra come svelare la madre sia un atto che
il figlio compie anche a favore di lei. Nella favola, il giovane è
pescatore e la madre mendicante, sarà l’atto di coraggio filiale
a condurre al possesso di quel “tesoro” che arricchisce la vita di
entrambi. Nel vissuto non c’è paragone fra un rapporto
intrecciato di impressioni che tengono i figli sotto scacco e un
rapporto limpido in cui si è entrambi adulti.

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Credo bastino le brevi considerazioni che ho tratto dalla


lunga trattazione di Bouhdibà (nel capitolo Nel reame delle
madri) per illustrare l’intuizione profonda sui meccanismi
psicologici vincenti illustrati in questa fiaba, che data
probabilmente dall’anno mille. Un gioiello autentico, privo di

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cupe atmosfere di tragedia, di pressioni fatali, di colpe punite,
di rimorsi che a nulla portano se non al fallimento.
La storia si dipana qui nell’avventura (il viaggio e il tesoro) con
l’aiuto di un sapiente, e come non vederci un “padre” spirituale,
con le prove, anche mortali, superate una a una. E appare come
un viaggio a ritroso verso quella suprema prova della nascita ,
perché il taglio del cordone ombelicale dà la vita biologica, non
quella dello spirito, che è da affrontare sottraendo, con uno
sforzo altrettanto supremo, alla madre ciò che suo non è ma
solamente giustapposto.

Mi è capitato di sentir dire che le donne arabe vogliono/devono


uscire dalle Mille e una notte, io invece mi rammarico … che
non siano mai entrate in questa favola. Se questa è, a quanto
mi è dato conoscere, la più moderna delle storie in questa
raccolta favolistica , altre ve ne sono che illustrano il
compiacimento femminile dell’inganno, anche questa una
componente che occorre riconoscere, nell’interesse proprio e
del maschio, per consentirgli di liberarsi della più o meno
latente paura del femminile. Ciò può essere letto anche in modo
speculare: la figlia deve denudare le figure della madre e del
padre per potersi autodeterminare.

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Come accennato in precedenza, Jawdhar ha al suo fianco una
maschile sapiente, mentre Edipo è solo, Tiresia interviene solo
al momento di dar voce alla collera degli dei. Mi sembra
importante sottolineare la solitudine di Edipo, forse non
estranea alla scelta di Freud, rappresentante della cultura
occidentale nella quale impera l’individualismo, che afferma un
contrasto fra le generazioni maschili impegnate nella
successione del potere. Per Jawdar il maschile non è nemico, in
altre parole egli non ha il nemico in sé e sembra a me che, a
monte della liberazione dallo strapotere della madre, l’individuo
debba accettare ciò che è, come è. Edipo ci appare collerico,
violento contro il vecchio che gli si para davanti, reprime
anziché indagare l’alterità, mentre il baldanzoso Jawdhar si
affida alla sapienza che il suo stesso genere ha conquistato nel
corso del tempo, nelle prove della vita.

Come per le fiabe della tradizione araba, anche nella


nostra cultura le favole rivestono una funzione esplicativa dei
rapporti genitori figli; si pensi alla Bella Addormentata, alle
matrigne cattive, ai genitori che portano i figli nel bosco della
vita e li abbandonano a se stessi. Riderne come di un’infantile
credulità potrebbe essere chiusura mentale, anziché razionale
sagacia.

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Scrittori e poeti come Goethe, Mallarmè, Hugo hanno
attinto o fatto riferimento alla raccolta delle Mille e una notte .
Io ho sempre pensato da quando sono entrata in contatto con
questa produzione favolistica che non potesse essere liquidata
come “popolare”, visto il suo carattere interculturale che
ingloba narrazioni provenienti da almeno quattro aree: India,
Iran, Egitto, Iraq, e la fine accortezza con cui sono tenute
insieme poiché il filo che le lega è , infatti, una figura femminile
di grande sagacia psicologica. L’astuta Sherazade è destinata a
essere sposa per una sola notte del crudele sovrano che, offeso
dal tradimento della prima moglie, sistematicamente ne
sceglieva di nuove per mandarle a morte.

Non chiede pietà, non si scioglie in lacrime. Inizia a


raccontare una favola che all’alba non sarà conclusa. Di notte in

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notte, rimandando il finale e intrecciando le storie, trattiene il
marito dalla sanguinosa rappresaglia fino a intenerirgli il cuore
nel corso delle fatidiche mille notti, dargli dei figli e avere salva
la vita. Questo il finale della fiaba, ma nella vita vissuta niente
ha mai fine.
Ciò che si ottiene non è per sempre, ogni giorno va difeso. Ciò
che è perduto, non scompare dalla mente o dal cuore, e non
sempre è precluso poterlo riconquistare. 11 Questo è
probabilmente il fascino dell’esistenza a fronte della
suggestione che emana dalle fiabe. /

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