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Graham Hancock – Robert Bauval

John Grisby

L’enigma di marte
Titolo originale The Mars Mystery
Traduzione di Lucia Corradini
© 1998 Graham Hancock, Robert Bauval. John Grisby
© 1999 Casa Editrice Corbaccio
Edizione Mondolibri S.p.A. – Milano
su licenza Casa Editrice Corbaccio

NOTE DI COPERTINA
Marte è un pianeta avvolto nel mistero che da sempre infiamma l’immaginazione
dell’umanità. E sono alcuni dei suoi segreti che, strettamente legati al nostro pianeta,
potrebbero custodire messaggi di estrema importanza per il nostro futuro. Il Pianeta
Rosso è un mondo che oggi appare devastato da una catastrofe terrificante. È un
luogo infernale, spietato, spoglio, invivibile. Ma non è stato sempre così. Nel 1996 la
NASA ha annunciato di aver trovato tracce di microrganismi in un meteorite
staccatosi da Marte 13.000 anni fa. E questo non è l’unico indizio che può indurre a
ritenere che, in un tempo lontanissimo, ci sia stata vita su quel pianeta. Venti anni
prima il modulo orbitale Viking 1 aveva fotografato il cosiddetto «Volto» e le
«piramidi», strutture che sembrano scolpite sulla superficie di Marte e che,
incredibilmente, hanno caratteristiche assimilabili a quelle delle piramidi terrestri.
L’enigma di Marte presenta le ultime prove scientifiche di una pericolosa minaccia
che si aggira nel sistema solare: i frammenti di una gigantesca cometa che 20.000
anni fa hanno bombardato e «ucciso» Marte. E mentre sulla Terra sembrano farsi
sempre più numerose le testimonianze di una precedente civiltà che ha abitato il
nostro pianeta prima di essere distrutta da un cataclisma, gli autori studiano le
molteplici possibilità che una civiltà, altrettanto progredita, possa essere stata
spazzata via dal Pianeta Rosso dalla stessa terribile catastrofe. Faremo anche noi la
stessa fine? Cosa possono insegnarci le più recenti ricerche condotte su Marte? Nel
giungere alle loro straordinarie conclusioni, gli autori si trovano coinvolti in una
rete di coincidenze, avvenimenti insoliti e intrighi che inducono a porsi pressanti
domande riguardanti la NASA, il governo degli Stati Uniti, i lavori clandestini che si
svolgono nella piana di Giza in Egitto… e soprattutto il nostro passato e il nostro
futuro.
GRAHAM HANCOCK
Sociologo e giornalista, è il celebre autore dei best-seller Impronte degli dei (13 ristampe), Specchio
del cielo e Custode della genesi (3 ristampe), scritto a quattro mani con Robert Bauval.
ROBERT BAUVAL
Ingegnere e scrittore, è autore anche di Il mistero di Orione, altro grande successo (6 ristampe).
JOHN GRIGSBY
È uno storico, archeologo e studioso di miti.
INDICE

PARTE I: IL PIANETA ASSASSINATO


1 Un mondo parallelo
2 C’è vita su Marte?
3 La madre della vita
4 Il pianeta Giano
PARTE II: IL MISTERO DI CYDONIA
5 Incontro ravvicinato
6 Una probabilità su un milione
7 L’enigma Viking
8 Gesù in una tortilla
9 Il Volto che ricambia lo sguardo 10 Ozymandias
11 I compagni del Volto
12 La pietra filosofale
13 Coincidenze
PARTE III: OCCULTAMENTI
14 Disinformazione
15 Camera oscura
16 Le città degli dei
17 Il serpente piumato, l’uccello di fuoco e la pietra
PARTE IV: L’OSCURITÀ E LA LUCE
18 La Luna in giugno
19 Segni nel cielo
20 Apocalypse Now
21 Incrocio Terra
22 Pesci nel mare
23 Viaggio sull’abisso
24 Il visitatore che viene dalle stelle
25 Il toro del cielo
26 Stella buia
Nota degli autori
L’enigma di marte

PARTE I
IL PIANETA ASSASSINATO

UN MONDO PARALLELO
Benché siano separati da decine di milioni di chilometri di spazio vuoto, tra Marte e
la Terra esiste un misterioso legame.
Tra i due pianeti si sono verificati ripetutamente scambi di materiali: i più recenti
riguardano astronavi inviate dalla Terra e sbarcate su Marte fin dall’inizio degli anni
Settanta. Inoltre, in base alle nostre conoscenze attuali, possiamo dire che grossi
detriti rocciosi si staccano da Marte e cadono periodicamente sulla Terra. Nel 1997
una dozzina di meteoriti è stata identificata con assoluta certezza come proveniente
da Marte in base alla composizione chimica. Tecnicamente si tratta di meteoriti
«SNC» (da «Shergotty», «Nakhla» e «Chassingy», i nomi assegnati ai primi tre
meteoriti di questo genere che è stato possibile reperire) e studiosi di tutto il mondo
stanno cercandone altri. Il dottor Colin Pillinger del Planetary Sciences Research
Institute del Regno Unito ha calcolato che «ogni anno arrivano sulla Terra più di
cento tonnellate di materiale proveniente da Marte».
Uno dei meteoriti di Marte, ALH84001, fu rinvenuto in Antartide nel 1984. E’
composto da sottili strutture tubolari per le quali, nell’agosto del 1996, gli scienziati
della NASA hanno trovato la seguente, sensazionale definizione: «È possibile che si
tratti di fossili microscopici di organismi simili a batteri vissuti su Marte più di 3,6
miliardi di anni fa». Nell’ottobre del 1996 gli scienziati dell’«università aperta»
britannica annunciarono che era stato trovato un secondo meteorite di origine
marziana,
EETA7901, contenente a sua volta tracce chimiche di vita, in questo caso ancor più
sorprendenti: «organismi che potrebbero essere vissuti su Marte in un tempo
relativamente recente, cioè 600.000 anni fa».
Semi di vita
Nel 1996 la NASA inviò su Marte due sonde, Mars Pathfinder, un modulo di
atterraggio con un veicolo telecomandato (lander/ rover), e Mars Surveyor, un
modulo orbitale (orbiter). Per il 2005 sono previste altre missioni, allo scopo di
tentare di raccogliere un campione della superficie rocciosa o del suolo di Marte per
poi portarlo sulla Terra. Anche Russia e Giappone stanno mandando sonde su Marte
per intraprendere una serie di test e di esperimenti scientifici.
Con termini temporali più lunghi si fanno progetti di terraforming, ossia
«terraformare» il Pianeta Rosso. Questo implicherebbe l’introduzione di gas prodotti
in serre e di comuni batteri provenienti dalla Terra. Nel corso dei secoli gli effetti
termici dei gas e i processi metabolici dei batteri trasformerebbero l’atmosfera di
Marte, rendendola abitabile da specie sempre più complesse o introdotte o evolutesi
localmente.
Quante probabilità ci sono che l’umanità riesca a «seminare» la vita su Marte?
Apparentemente si tratta soltanto di trovare il denaro occorrente. La tecnologia
necessaria per realizzare l’impresa, invece, esiste già. Paradossalmente, tuttavia,
l’esistenza di vita sulla Terra stessa rimane uno dei grandi misteri irrisolti della
scienza. Nessuno sa quando, come o perché ebbe inizio. Sembra che sia esplosa
improvvisamente, dal nulla, in una fase molto antica della storia del pianeta. Benché
si ritenga che la Terra si sia formata 4,5 miliardi di anni fa, le rocce più antiche che
ancora rimangono sono relativamente più recenti, risalendo infatti a 4 miliardi circa
di anni fa. Sono state rinvenute anche tracce di organismi microscopici databili a 3,9
miliardi di anni fa.
Questa trasformazione della materia inanimata in vita è un miracolo che da allora non
si è mai ripetuto, e neppure i più evoluti laboratori scientifici sono in grado di
replicarlo. Dobbiamo veramente credere che una simile, sorprendente manifestazione
di alchimia cosmica si sia verificata per caso soltanto nelle prime, poche centinaia di
milioni di anni della lunga esistenza della Terra?

Alcune ipotesi
Il professor Fred Hoyle dell’università di Cambridge non la pensa così. E’ convinto
infatti che l’origine della vita sulla Terra a una distanza temporale tanto breve dalla
formazione del pianeta dipenda dal fatto che è stata importata dall’esterno del sistema
solare su grandi comete interstellari. Alcuni frammenti entrarono in collisione con la
Terra, liberando germi rimasti in stato di morte apparente nel ghiaccio delle comete. I
germi si diffusero e attecchirono in tutto il pianeta di recente formazione che ben
presto risultò densamente colonizzato da microrganismi particolarmente resistenti, in
grado di compiere un’evoluzione lenta ma diversificata… producendo alla fine
l’immensa varietà di forme di vita che oggi conosciamo.
Una teoria alternativa e più radicale, sostenuta da un certo numero di scienziati, è che
la Terra sia stata deliberatamente «terraformata» 3,9 miliardi di anni fa… proprio
come ora noi stiamo accingendoci a «terraformare» Marte. Questa teoria presuppone
l’esistenza di una civiltà evoluta sviluppatasi su una stella itinerante (oppure, più
probabilmente, di molte civiltà di questo genere) che abbia percorso l’intero universo.
Alla maggior parte degli scienziati, tuttavia, non sembra necessario chiamare in causa
comete o alieni. Secondo la loro teoria, che è quella più ampiamente condivisa, la vita
nacque sulla Terra accidentalmente, senza interferenze esterne. Inoltre, in base a
calcoli sulle dimensioni e la composizione dell’universo accettati quasi
unanimemente, risulta probabile che ci siano centinaia di milioni di pianeti come la
Terra disseminati a caso attraverso miliardi di anni luce di spazio interstellare. Questi
scienziati fanno notare quanto sia improbabile che, in mezzo a tanti pianeti
ugualmente adatti, la vita si sia evoluta soltanto sulla Terra.

Perché non Marte?


Nel nostro sistema solare il pianeta più vicino al Sole, ossia il piccolo Mercurio
sempre in fermento, è ritenuto poco congeniale a qualsiasi forma di vita
immaginabile. Lo stesso vale per Venere, il secondo pianeta in ordine di distanza dal
Sole, dove nuvole tossiche si sprigionano per ventiquattro ore al giorno da una
concentrazione di acido solforico. La Terra è il terzo pianeta in ordine di distanza dal
Sole. Il quarto è Marte, indiscutibilmente il più «simile alla Terra» tra i pianeti del
sistema solare. L’inclinazione dell’asse marziano è pari a 24,935 gradi rispetto al
piano della sua orbita attorno al Sole (l’asse della Terra è inclinato di 23,5 gradi).
Marte compie una rotazione completa attorno al proprio asse in 24 ore, 39 minuti e
36 secondi (il periodo di rotazione della Terra è di 23 ore, 56 minuti e 5 secondi).
Come la Terra, è soggetto all’oscillazione assiale ciclica che gli astronomi chiamano
precessione e, analogamente al nostro pianeta, non è una sfera perfetta, ma è
leggermente schiacciato ai poli e il suo piano equatoriale è molto inclinato sull’orbita.
Al pari della Terra, ha quattro stagioni, ha calotte polari ghiacciate, montagne, deserti
e tempeste di polvere. E sebbene oggi Marte sia assolutamente gelido e invivibile,
esiste la prova che, in tempi molto antichi, era vivo, con oceani e fiumi, e godeva di
un clima e di un’atmosfera del tutto simili a quelli della Terra.
Quante probabilità ci sono che la scintilla che accese la vita sulla Terra abbia lasciato
il segno anche sui pianeti vicini, come Marte? In altre parole, se la Terra fu
«terraformata» deliberatamente, o se ricevette semi di vita da comete cadute, oppure
ancora, se in effetti la vita vi nacque spontaneamente e accidentalmente, è
ragionevole sperare di poter trovare tracce dello stesso genere di processo su Marte.
Ma se queste tracce non si trovano, le possibilità di essere soli nell’universo
aumentano e le probabilità di scoprire vita altrove sono estremamente ridotte. Questo
implica che le forme di vita sono emerse sulla Terra in condizioni così circoscritte,
particolari e uniche, e nello stesso tempo così fortuite, che non potrebbero essere
riprodotte neppure in un mondo vicino appartenente alla stessa famiglia solare. E’
dunque quasi impensabile che si presentino in mondi alieni che orbitano attorno a
stelle lontane.
Per questo motivo l’argomento della vita su Marte dev’essere considerato come uno
dei grandi misteri filosofici del nostro tempo. Ma è un mistero che, grazie alle rapide
evoluzioni nell’esplorazione del pianeta, è destinato a esser presto risolto.

Tracce di vita
Finora ogni prova riguardante Marte si è basata sui seguenti quattro aspetti principali:
1) osservazioni dalla Terra per mezzo di telescopi;
2) osservazioni e fotografie da astronavi in orbita;
3) test chimici e radiologici eseguiti su campioni del suolo di Marte grazie ai landers
della NASA (i cui risultati vengono ritrasmessi alla Terra per essere sottoposti ad
analisi);
4) esame al microscopio di meteoriti dei quali sia nota la provenienza da Marte.
Alla fine del diciannovesimo secolo e all’inizio del ventesimo, l’uso di telescopi
piazzati sulla Terra indusse a credere, con grande scalpore, che «su Marte ci fosse
vita»: fu possibile affermare, infatti, che il pianeta era suddiviso da una gigantesca
rete di canali di irrigazione che portavano acqua dai poli alle inaridite regioni
equatoriali. L’autore di questa dichiarazione, della quale parleremo ulteriormente
nella Parte II poiché lasciò una traccia indelebile nell’immaginario collettivo degli
americani, era Percival Lowell, insigne astronomo statunitense. Tuttavia, la maggior
parte degli scienziati ridicolizzò le idee di Lowell e negli anni Settanta le sonde della
NASA Mariner 9 e Viking 1 e 2, in orbita attorno al pianeta, inviarono fotografie che
dimostravano una volta per tutte che su Marte non ci sono canali.
Oggi si ammette che Lowell e gli altri che, al pari di lui, sostennero di aver visto i
canali, furono tratti in inganno dalla qualità scadente delle immagini telescopiche e da
un’illusione ottica che induce la mente umana a collegare configurazioni diverse e
non unite tra loro in linee rette. A tutt’oggi, nessun telescopio posizionato sulla Terra
ha una definizione d’immagine tale da consentirci di risolvere il mistero della vita su
Marte. Per le nostre deduzioni dobbiamo dunque servirci degli altri tre tipi di prove
disponibili: meteoriti provenienti da Marte, osservazioni mediante moduli orbitali,
osservazioni mediante moduli d’atterraggio.
Come abbiamo già visto, due dei meteoriti di Marte sembrano contenere tracce di
microrganismi primitivi, anche se molti scienziati non condividono questa
interpretazione.
E’ invece meno noto il fatto che un certo numero di test eseguiti nel 1976 dai moduli
d’atterraggio Viking risultò positivo anche agli effetti della vita. Dalle dichiarazioni
che la NASA rese pubbliche a quell’epoca si trae l’impressione che il pianeta sia
sterile, perché in nessuno dei due punti di atterraggio sulla sua superficie sono state
trovate molecole organiche. Eppure, per quanto possa apparire sconcertante, i
campioni di Marte hanno dato risultati positivi relativamente a processi come la
fotosintesi e la chemiosintesi che normalmente sono associati alla vita.Anche
l’esperimento conosciuto come «scambio di gas», eseguito con campioni di suolo che
liberarono quantità rilevanti di ossigeno in risposta al trattamento con una sostanza
nutriente organica, potè esser considerato pienamente riuscito. Un altro risultato
positivo ottenuto con un esperimento a «rilascio controllato» era assente in un
campione di controllo che era stato cotto in forno a temperatura elevata (proprio
com’è logico aspettarsi se la reazione originaria è stata provocata da un agente
biologico).
Ma non dobbiamo ignorare l’opera dei moduli orbitali. Nei fotogrammi inviati dal
Mariner 9 e dal Viking 1 si possono vedere oggetti stranamente familiari interpretati
da alcuni scienziati non solo come tracce di vita ma come la prova che un tempo, su
Marte, doveva esistere una vita intelligente evoluta…

Le piramidi di Elysium
Le prime immagini anomale risalgono al 1972 e mostrano una zona di Marte nota
come Elysium. Inizialmente a queste foto fu prestata scarsa attenzione. Poi, nel 1974,
una breve notizia uscì sulla elitaria rivista Icarus. Scritto da Mack Gipson Jr. e da
Victor K. Ablordeppy, l’articolo riferisce quanto segue:
Sulla superficie di Marte sono state osservate strutture triangolari a forma di piramide. Situate nella
parte centro-orientale della regione di Elysium, queste configurazioni sono visibili nelle fotografie
del Mariner, in particolare nei fotogrammi B, MTVS 4205-3 DAS 07794853 e MTVS 4296-24
DAS 12985882. Le strutture proiettano ombre triangolari e poligonali. A pochi chilometri di
distanza si vedono coni vulcanici con i lati scoscesi e crateri da impatto. Il diametro medio della
base delle strutture piramidali triangolari è approssimativamente di 3 chilometri, mentre il diametro
medio delle strutture poligonali è approssimativamente di 6 chilometri.
Un’altra immagine del Mariner, il fotogramma numero 4205-78, mostra con estrema
chiarezza quattro piramidi massicce a tre lati. Nel 1977 Carl Sagan, astronomo della
Cornell University, le commentò nel modo seguente: «Le più grandi sono larghe tre
chilometri alla base e alte un chilometro, molto più grandi cioè delle piramidi sumere,
egizie, o messicane. Sembrano molto antiche e sono forse solo piccole montagne
erose dalla sabbia nel corso del tempo. Ma esse meritano – penso – un esame
accurato».
Le quattro strutture immortalate da quest’ultimo fotogramma sono particolarmente
interessanti in quanto disposte sulla superficie di Marte secondo uno schema o
allineamento preciso, molto simile ai siti delle piramidi terrestri.
Quanto a questo, hanno molto in comune anche con le altre «piramidi» di Marte che
si trovano in una regione conosciuta con il nome di Cydonia, approssimativamente a
40 gradi nord di latitudine, quasi agli antipodi rispetto all’Elysium.

Le piramidi e il «volto» di Cydonia


Le piramidi di Cydonia furono fotografate nel 1976 dal modulo orbitale Viking 1, da
un’altezza di 1500 chilometri, e vennero identificate per la prima volta nel
fotogramma 35A72 del Viking dal dottor Tobias Owen (ora professore di astronomia
all’università delle Hawaii). Lo stesso fotogramma, che ricopre approssimativamente
da 55 a 50 chilometri (l’equivalente dell’estensione di Londra con i suoi sobborghi),
mostra anche molte altre configurazioni che potrebbero essere artificiali.
Un’occhiata superficiale coglie soltanto un’infinità di colline, crateri e dirupi.
Gradatamente, però, come se si sollevasse un velo, l’immagine confusa incomincia
ad apparire organizzata e strutturata… troppo intelligente per essere il risultato di
processi naturali fortuiti. Su scala decisamente più ampia, corrisponde alla visione
che si potrebbe avere di certi siti archeologici della Terra se li si fotografasse da
un’altezza di 1500 chilometri. Più lo si esamina da vicino, più appare evidente che
potrebbe davvero trattarsi di un enorme insieme di monumenti in rovina sulla
superficie di Marte.
Particolarmente sorprendente è un «Volto» gigantesco simile alla Sfinge che la NASA
ufficialmente liquida come un’illusione ottica, un gioco di luci e ombre. Questa
spiegazione incominciò a esser messa seriamente in discussione soltanto dopo il
1980, come vedremo nella Parte II, quando Vincent DiPietro, esperto di informatica
che collaborava con il Goddard Space-flight Center della NASA nel Maryland, scoprì
un’altra immagine del Volto (fotogramma 70A13). Questa seconda immagine,
acquisita 35 giorni marziani dopo la prima e in differenti condizioni di luce, rese
possibili confronti di immagini e misurazioni dettagliate del Volto. Quest’ultimo,
completo della sua caratteristica acconciatura, è lungo, a quanto pare, quasi 2,6
chilometri dalla corona al mento, è largo 1,9 chilometri e alto poco meno di 800
metri.
Potrebbe trattarsi di una piccola montagna, alterata dagli agenti atmosferici. Ma
quante montagne hanno il lato destro e quello sinistro così simili, nella loro
complessità? Gli esperti di analisi delle immagini sostengono che la «simmetria
bilaterale» del Volto, che sembra simulare un aspetto naturale, quasi umano, non può
essersi realizzata per caso. L’impressione, del resto, è confermata da altre
caratteristiche che in seguito sono state identificate grazie a un miglioramento
dell’immagine tramite il computer. Tra queste figurano i «denti» nella bocca, linee
bilateralmente incrociate sugli occhi e strisce laterali regolari sulla testa, che fanno
pensare, almeno stando a quanto sostengono alcuni ricercatori, alla nemes, il
copricapo degli antichi faraoni egizi.
Secondo il dottor Mark Carlotto, esperto in elaborazione dell’immagine, tutte «queste
caratteristiche appaiono in entrambe le immagini del Viking, tra le loro forme c’è una
certa corrispondenza e strutturalmente sono parte integrante dell’oggetto; perciò non
possono essere addebitate né a dicerie né ad artifici causati dal restauro
dell’immagine o dalla tecnica usata per migliorarla».

«Un improbabile miscuglio di anomalie…»


Lo stesso vale per la piramide D&M (così chiamata da DiPietro e dal suo collaboratore
Gregory Molenaar, che la scoprirono). Questa struttura a cinque lati si erge a 16
chilometri circa dal Volto e, come la Grande Piramide d’Egitto, presenta un
allineamento quasi perfetto nord-sud-asse di rotazione del pianeta. Il lato più corto
misura 1,5 chilometri, il suo lungo asse si estende fino a 3 chilometri, è alta quasi 800
metri e si ritiene che possa contenere circa 2 chilometri cubi di materiale.
Commentando la vicinanza del Volto e della piramide D&M, il ricercatore statunitense
Richard Hoagland pone una domanda esplicita: «Quante probabilità ci sono che su un
pianeta così lontano e praticamente nella stessa collocazione esistano due
‘monumenti dall’aspetto terrestre’?»
Hoagland ha compiuto uno studio dettagliato dei fotogrammi 35A72 e 70A13 e ha
identificato altre caratteristiche forse artificiali. Tra queste figurano il cosiddetto
«Forte» con i suoi due tipici margini diritti, e la «Città», che descrive come «un
insieme insolitamente rettilineo di strutture massicce disseminato di numerose
‘piramidi’ più piccole (alcune formano un perfetto angolo retto con strutture più
grandi) e persino di ‘edifici’ più piccoli a forma di cono». Hoagland, inoltre, attira
l’attenzione su un altro elemento scioccante che riguarda la «Città»: sembra che sia
stata volutamente ubicata in modo tale che i suoi eventuali abitanti godessero di una
vista perfetta del Volto, come se quest’ultimo dovesse inserirsi in una specie di rito.
L’impressione che si tratti di un grande centro rituale nascosto sotto la polvere del
tempo è rafforzata da altre caratteristiche di Cydonia quali il «Tholus», un’altura
massiccia simile alla britannica Silbury Hill, e la «Piazza della Città», un
raggruppamento di quattro alture che ne circondano una quinta, più piccola. Questa
configurazione particolare, che fa pensare a una croce di collimazione, risulta ubicata
esattamente al centro di un lato della Città.
Inoltre, in tempi recenti, un gruppo di ricercatori britannici che ha base a Glasgow ha
identificato quella che sembra una massiccia piramide di quattro lati, la cosiddetta
piramide NK, 40 chilometri a ovest del Volto e alla stessa latitudine (40,8 gradi nord)
della piramide D&M. «Considerando Cydonia nel suo complesso e il modo in cui tutte
queste strutture sono situate», afferma Chris O’Kane del Mars Project britannico, «la
mia sensazione istintiva è che si tratti di qualcosa di artificioso. Non ritengo credibile
che un sistema di allineamenti così complesso sia puramente casuale.»
La convinzione di O’Kane è rafforzata dal fatto che «molte di queste strutture non
sono frattali». In altri termini, grazie a computer altamente sofisticati del tipo
normalmente usato nelle guerre dei nostri tempi per individuare e fotografare
l’ubicazione di carri armati e artiglieria durante le ricognizioni aeree, si è constatato
che i loro contorni sono stati delineati artificiosamente (non naturalmente).
«Ci troviamo davanti, dunque», sottolinea Chris O’Kane, «a un improbabile
miscuglio di anomalie. Allineamenti pianificati, divisioni in gruppi l’uno diverso
dall’altro, e mancanza di frattali. Tutto considerato, dobbiamo ammettere che è
decisamente insolito.»
Cydonia ed Elysium non sono gli unici siti ad aver fornito prove fotografiche di
strutture insolite e apparentemente artificiose. Altre configurazioni di Marte
inequivocabilmente non-frattali comprendono una linea retta di quasi 5 chilometri,
scandita da una fila di piccole piramidi situate sul margine di un cratere gigantesco,
estese recinzioni romboidali nella regione polare meridionale, e uno strano edificio a
forma di castello che culmina in una torre alta più di 600 metri.

Una galleria di misteri


Nel 1996, l’ultimo anno della sua vita, Carl Sagan fece uno strano commento a
proposito del «Volto su Marte» sostenendo che quella struttura era stata
«probabilmente scolpita da un lento processo geologico nel corso di milioni di anni».
Ciò nonostante aggiunse: «Ma potrei anche sbagliare. E’ difficile avere certezze su un
mondo di cui abbiamo visto così poco a distanza ravvicinata».
Sagan si augurava che le successive missioni americane e russe su Marte si
impegnassero in uno sforzo particolare
per esaminare molto più da vicino le piramidi e quelle che alcuni chiamano la Faccia
e la Città […] Queste forme meritano di essere osservate con una risoluzione
migliore. Fotografie molto più dettagliate della Faccia chiarirebbero senza dubbio
problemi di simmetria e aiuterebbero a decidere fra le due ipotesi alternative della
geologia e della scultura monumentale.
A differenza di Sagan, non pensiamo che immagini più sofisticate bastino a risolvere
la questione. Finché gli astronauti non sbarcheranno su Marte ed esploreranno
Cydonia, anche le migliori fotografie lasceranno probabilmente spazio ai dubbi, in
entrambe le direzioni. La questione è resa ancor più complicata dalla linea di
condotta della NASA, le cui affermazioni sulle piramidi e sul Volto si sono rivelate
spesso bizzarre e contraddittorie. A causa della segretezza e talvolta anche della
malafede da cui erano avvolte, queste dichiarazioni hanno inevitabilmente indotto
alcuni osservatori a fare associazioni mentali tra i «monumenti» di Marte e la
controversia sugli UFO (Roswell, «Area 51», presunti rapimenti a opera di alieni ecc.).
Tutto ciò ha alimentato la sensazione ossessiva, e sempre più diffusa negli Stati Uniti,
che sia in atto una massiccia opera di insabbiamento da parte del governo.
Ritorneremo sull’argomento delle piramidi e del Volto di Marte nella Parte II, mentre
nella III e nella IV indagheremo sui presunti sospetti di omertà. Ma il nostro scopo
principale, nella Parte I, consiste nell’esplorare il pianeta stesso ed entrare nella sua
galleria di misteri.
Il mistero più grande concerne l’estinzione della vita su Marte.

C’È VITA SU MARTE?


Un astronomo ricevette il seguente telegramma dal direttore di un giornale: «PREGO
RISPONDERE IN CENTO PAROLE AL QUESITO:
C’È VITA su MARTE?»L’astronomo rispose: «LO IGNORIAMO», ripetuto cinquanta volte.
Ma questo accadeva quando l’epoca delle esplorazioni spaziali non era ancora
incominciata. Nel luglio del 1965 la NASA riuscì per la prima volta a lanciare su Marte
una sonda, il Mariner 4, in grado di avvicinarsi al misterioso pianeta tanto da
ottenere, tramite un telescopio, ventidue immagini in bianco e nero che ne
mostravano la superficie incredibilmente piena di crateri e, apparentemente, del tutto
priva di vita come la Luna. Negli anni successivi anche i Mariner 6 e 7 sorvolarono
Marte, e il Mariner 9 vi orbitò attorno, trasmettendo 7329 immagini (1971-72). Nel
1976 il Viking 1 e il Viking 2 compirono orbite a lungo termine, durante le quali
inviarono più di 60.000 immagini di qualità ragguardevole e piazzarono moduli di
atterraggio sulla superficie. Anche tre sonde sovietiche effettuarono ricerche su
Marte, e due di esse ne raggiunsero la superficie.
Fino all’inizio del 1998, ossia al momento in cui stiamo scrivendo, alla domanda
«C’è vita su Marte?» si poteva rispondere soltanto «Lo ignoriamo». Con un maggior
numero di dati a disposizione, tuttavia, gli scienziati si sono creati una serie di
opinioni su questo argomento. Malgrado l’aspetto devastato del pianeta, attualmente
molti sono concordi nel pensare che microrganismi estremamente semplici come
batteri o virus possano essere sopravvissuti sotto la superficie. Altri hanno
l’impressione che attualmente su Marte non ci sia alcuna forma di vita, ma non
escludono la possibilità che il pianeta abbia avuto una «vita vegetale e animale
fiorente» in epoche molto remote.
Un elemento chiave del dibattito scientifico che sta ampliandosi, come abbiamo visto
nel Capitolo 1, è l’identificazione di un certo numero di probabili microfossili e di
tracce chimiche di processi vitali presenti in frammenti di roccia provenienti da Marte
che hanno raggiunto la Terra sotto forma di meteoriti. Questa prova avvalora i test
positivi riguardanti l’ipotesi della presenza di vita su Marte, come abbiamo visto
sempre nel Capitolo 1, eseguiti dai moduli di atterraggio dei Viking.

Prove positive
La storia della ricerca di vita su Marte presenta molti elementi di perplessità. Tra
questi c’è la conclusione ufficiale della NASA secondo la quale la missione Viking del
1976 «non scoprì alcuna prova convincente di processi di vita sulla superficie del
pianeta».
Il dottor Gilbert Levin, uno dei principali scienziati coinvolti nel progetto Viking, non
se la sente di condividere questa affermazione. Fu lui a eseguire l’esperimento «a
rilascio controllato» descritto nel Capitolo 1. L’esito fu innegabilmente positivo. A
quell’epoca avrebbe voluto rendere pubblica la notizia, ma altri colleghi della NASA lo
indussero a tacere. «Per spiegare i risultati del mio esperimento sono state avanzate
varie ipotesi», commentò Levin nel 1996, «ma nessuna è convincente. Sono certo che
attualmente su Marte ci sia vita.»
Sembra che Levin sia stato indotto a tacere perché il suo test contrastava con i
risultati negativi di altri test effettuati da colleghi più anziani di lui. Fu attribuita
particolare importanza al fatto che lo spettrometro di massa del Viking non aveva
individuato molecole organiche su Marte. In seguito, comunque, Levin dimostrò che
sulla sonda era stato collocato uno spettrometro di massa collegato a un motore
decisamente insufficiente. Aveva infatti un limite di soglia di 10 milioni di cellule
biologiche per campione, contro il limite di appena 50 cellule di altri strumenti.Levin
fu incoraggiato a parlare soltanto dopo il comunicato diramato dalla NASA nell’agosto
del 1996, secondo il quale si erano scoperte tracce visibili di microfossili nel
meteorite ALH84001. Questa prova rafforza notevolmente la concezione personale di
Levin secondo la quale sul Pianeta Rosso c’è sempre stata vita, malgrado la
prevalenza di una grande siccità: «La vita è più tenace di quanto avessimo mai
immaginato. Sono stati rinvenuti microbi persino nelle barre di caricamento
all’interno dei reattori nucleari e anche nelle profondità dell’oceano dove non filtra
alcuna luce».
Colin Pillinger, docente di scienza planetaria dell’«università aperta» britannica,
concorda: «Sono assolutamente convinto che le condizioni esistenti un tempo su
Marte rendessero possibile la vita». Puntualizza inoltre che certe forme di vita
possono sopravvivere anche nelle situazioni meno favorevoli: «In alcuni casi è
possibile l’ibernazione a temperature di gran lunga inferiori allo zero e, d’altro canto,
ci sono visibili tentativi di sopravvivenza anche a 150 gradi centigradi. Come si
potrebbe essere più tenaci?»

Vita in condizioni estreme


Su Marte fa terribilmente freddo: la temperatura media nell’intero pianeta va dai -23
gradi centigradi, per precipitare addirittura a -137 gradi centigradi in alcune zone.
Decisamente scarseggiano gas essenziali alla vita come il nitrogeno e l’ossigeno.Per
di più, la pressione atmosferica è bassa. Una persona che si trovasse su Marte al
«livello dato», un’altitudine concordata dagli scienziati che serve da punto di
riferimento equivalente al livello del mare sulla Terra, sperimenterebbe una pressione
atmosferica non più forte di quella esercitata sulla Terra a 30.000 metri sopra il
livello del mare. In presenza di pressioni e temperature così basse non c’è e non può
esserci, su Marte, acqua allo stato liquido.
Gli scienziati ritengono impossibile che la vita emerga, da qualsiasi parte, in
mancanza di acqua allo stato liquido. Ma, allora, le tracce accertate di vita presente o
passata su Marte implicano senz’ombra di dubbio che il pianeta, un tempo, era invaso
da grandi estensioni d’acqua, e di questo, come vedremo, esistono prove schiaccianti.
E’ innegabile che l’acqua sia poi scomparsa. Tuttavia, questo non significa
necessariamente che nessuna forma di vita possa sussistervi. Al contrario, alcune
scoperte scientifiche recenti e certi esperimenti hanno dimostrato che, almeno sulla
Terra, la vita può svilupparsi in qualsiasi condizione.
Nel 1996 alcuni scienziati britannici scavarono a più di 4000 metri sotto la superficie
dell’oceano Atlantico e scoprirono «un mondo sotterraneo rigoglioso di
microscopiche creature […] [Questi] batteri indicano che la vita può sussistere anche
in condizioni estreme dove le pressioni sono pari a 400 volte quella a livello del mare
e dove le temperature possono raggiungere i 170 gradi centigradi».
Esplorando i vulcani sottomarini attivi a profondità superiori a tre chilometri, altri
ricercatori hanno scoperto animali, detti pogonofori, che si raggruppano in colonie di
batteri e secernono tubi nei quali vivono, formando ribollenti pennacchi d’acqua
ricchi di minerali che si sollevano dal fondo marino. Lunghe di solito alcuni
millimetri, queste creature simili a vermi assumono qui dimensioni stranamente
maggiori e sembrano imitare la mitica salamandra, un anfibio che si riteneva vivesse
nel fuoco.
Anche i batteri di cui si nutrono i pogonofori sono strani. Non acquisiscono energia
dalla luce solare, dal momento che nessun raggio può filtrare a quelle profondità, ma
usano «il calore dell’acqua quasi bollente che scaturisce gorgogliando da sotto la
crosta». Non hanno bisogno di detriti organici per nutrirsi, ma consumano «minerali
contenuti nell’acqua salata calda».
Gli zoologi li includono nella categoria generale degli estremofili, ma queste creature
comprendono anche gli autotrofi che si nutrono di basalto, usano gas idrogeno per
l’energia ed estraggono carbone dal biossido di carbonio inorganico. Altri autotrofi
sono stati trovati tre chilometri al di sotto della superficie, dove l’unica fonte di calore è costituita
dalle rocce […] Sono stati individuati a una temperatura di 113 gradi centigradi […] in correnti di
acido; in toluene, benzene, ciclotene e cherosene; e a 11.000 metri nella fossa delle Marianne.
Creature di questo genere potrebbero essere sopravvissute su Marte per lunghissimi
periodi di tempo, forse chiuse nello strato di permafrost profondo 10 metri che, a
quanto si ritiene, si trova sotto la superficie del pianeta, forse in stato di morte
apparente. In California, nel 1995, alcuni scienziati riuscirono a far tornare in vita
microbi in letargo, conservati all’interno di insetti intrappolati nell’ambra per decine
di milioni di anni, e li misero in quarantena in laboratorio. Altri microrganismi
viventi, tratti da cristalli di sale, hanno più di 200 milioni di anni. Da esperimenti di
laboratorio risulta quanto segue: «Spore batteriche sono state portate alla temperatura
di ebollizione e raffreddate a -270 gradi centigradi, che è la temperatura interstellare
dello spazio. Quando le condizioni sono più favorevoli, esse ritornano in vita».
Analogamente ci sono virus «che possono essere attivati nelle cellule anche se sono
inerti al di fuori di simili bioorganizzazioni». Nel loro stato di inerzia queste entità
incredibilmente piccole – più piccole della lunghezza d’onda della luce visibile –
sono quasi letteralmente immortali. Se le si esamina, si scopre che sono
«estremamente complicate, poiché hanno un genoma composto da 1,5 x 10
nucleotidi».
Dato che la NASA continua a esplorare Marte, gli scienziati ritengono che ci sia
effettivamente la possibilità di una contaminazione incrociata. In realtà, la
contaminazione incrociata potrebbe essersi verificata molto prima dell’epoca dei voli
nello spazio. Come i meteoriti della superficie di Marte hanno raggiunto la Terra, così
potrebbero esserci buone probabilità che rocce «schizzate via» dalla superficie della
Terra per l’impatto con asteroidi abbiano, di tanto in tanto, raggiunto Marte. E’
credibile che le spore della vita stessa possano essere state portate sulla Terra da
meteoriti provenienti da Marte o, viceversa, che le spore di vita possano essere state
portate dalla Terra a Marte. Paul Davis, docente di scienze naturali presso la Adelaide
University, sottolinea che:
Marte non è un pianeta particolarmente ospitale per la vita di tipo terrestre […]
Tuttavia, alcune specie di batteri trovati sulla Terra
potrebbero essere in grado di sopravvivervi […] Se la vita si era instaurata
stabilmente su Marte in un lontano passato, è possibile che si sia adattata
gradualmente all’ambiente attuale, più ostile, poiché le condizioni sono andate
deteriorandosi lentamente.

«Una posta in gioco «astronomica»


Per annunciare la scoperta di microfossili nel meteorite ALH84001 la NASA scelse,
forse per pura coincidenza, un momento in cui le implicazioni della sopravvivenza di
microrganismi in condizioni ambientali estreme venivano ampiamente discusse dagli
scienziati e dai media.
Il dottor David McKay, che guidava il gruppo incaricato di compiere le ricerche sul
meteorite, dichiara:
Non abbiamo scoperto qualcosa in particolare che ci induca a credere che in passato [vi fu] vita su
Marte, bensì un insieme di cose […] Tra queste, uno schema apparentemente unico di molecole
organiche, composti di carbonio che sono il fondamento della vita. Abbiamo anche scoperto
parecchie fasi minerali insolite conosciute come il prodotto di microrganismi primitivi sulla Terra.
Strutture che potrebbero essere fossili microscopici sembrano avvalorare l’importanza di questo
ritrovamento. La vicinanza di tutti questi elementi in termini di ubicazione – a pochi centomillesimi
di centimetro l’uno dall’altro – ne è la prova più evidente.
Molti scienziati non trovano convincente la prova di McKay.
Tra coloro che non sono d’accordo figurano i ricercatori dell’Università delle Hawaii,
i quali ribattono che le presunte «forme di vita» non sono di natura biologica bensì
minerale e «devono essersi formate grazie a un fluido caldo, ad alta pressione, che si
frammentò in innumerevoli spruzzi». Anche il dottor William Schopf, esperto
mondiale di microfossili terrestri antichi, ritiene che si tratti di processi non biologici.
Sottolinea che i «microbi di Marte» della NASA sono cento volte più piccoli di
qualsiasi microbo mai trovato sulla Terra e non recano segni di cellule o di cavità che
potrebbero essere infallibili indicazioni di vita. Come i ricercatori dell’Università
delle Hawaii, ritiene più probabile che si tratti di strutture minerali. Ralph Harvey
della Case Western University di Cleveland, nell’Ohio, sostiene che un’analisi
dettagliata dei presunti microbi condotta con un microscopio elettronico «mostra lo
schema di un cristallo diverso da quello caratteristico delle forme di vita». E
ricercatori dell’università della California a Los Angeles hanno concluso che «le
condizioni in cui si formò quella roccia non sono compatibili con la teoria della vita».
Tra i sostenitori dell’ipotesi «vita» spicca il professor Colin Pillinger. Insieme ai suoi
colleghi, la dottoressa Monica Grady e il dottor Ian Wright del Museo di storia
naturale di Londra, contribuì alla scoperta di materiale organico in un altro meteorite
proveniente da Marte – EETA79001 – e pubblicò articoli sull’argomento nella rivista
scientifica Nature prima dell’annuncio da parte della NASA della possibile presenza di
microfossili in ALH84001 Inizialmente i ricercatori britannici si guardarono bene dal
dire che avevano trovato tracce di vita. Nell’ottobre del 1996, tuttavia, riferirono che
il materiale organico presente nel meteorite «contiene il quattro per cento in più di
carbonio-12 rispetto al carbonio-13 che esiste nei campioni affini di carbonato.
Questa osservazione fa pensare che il carbonio sia stato formato da metano prodotto
da attività microbica». Test analoghi eseguiti su ALH84001 (di cui un frammento è
stato fornito dalla NASA a Pillinger e ai suoi colleghi) produssero gli stessi rapporti di
isotopo di carbonio.
La prova più interessante era quella secondo cui i carbonati presenti in EETA79001
risultavano molto più recenti di quelli contenuti in ALH84001 – non risalivano,
infatti, a miliardi di anni fa, bensì, forse, soltanto a 600.000 anni fa. «Geologicamente
parlando», ha fatto notare uno scienziato, «questa data è abbastanza recente perché ci
siano buone possibilità che la vita esista tuttora nelle zone protette del nostro pianeta
vicino.»
Il Johnson Space Center della NASA continua a sostenere che la prova fornita dai
meteoriti marziani potrebbe essere «forse la più grande scoperta nella storia della
scienza». Il londinese The Times considerò quella scoperta come il primo passo di un
processo «destinato a modificare profondamente la nostra percezione dell’universo e
del posto che in esso occupiamo».
Negli Stati Uniti John Gibbons, consulente scientifico della Casa Bianca, dichiarò: «Il
nostro concetto della vita come un evento raro deve essere ridimensionato. Forse c’è
vita in tutto l’universo». Daniel Goldin, capo della NASA, è d’accordo e afferma:
«Siamo sulla soglia del cielo. Quando l’avremo varcata, scopriremo forse che la
Terra non è l’unico luogo in cui c’è vita?»Anche il presidente degli Stati Uniti Bill
Clinton fece la medesima riflessione. Il giorno in cui fu diramata la notizia, si rivolse
alla nazione attraverso la televisione osservando con tono emozionato che la
conferma delle scoperte della NASA, se e quando giungerà,
sarà sicuramente una delle più sconvolgenti acquisizioni sul nostro mondo che la scienza abbia
raggiunto. Le sue implicazioni sono della più vasta portata e della più grande importanza che si
possa immaginare […] Come promette risposte ad alcune delle nostre più antiche domande, così ne
pone altre persino più importanti.
E’ facile capire perché i politici populisti desiderino identificarsi con la ricerca della
vita su Marte. Così sintetizza Colin Pillinger: «E’ questo che importa alla gente.
Quando parlo con loro, mi accorgo che vogliono soltanto sapere se c’è vita su
Marte».

Un secondo fine?
«La NASA ha fatto una scoperta sorprendente, secondo la quale una forma primitiva di
vita microscopica potrebbe essere esistita su Marte più di tre miliardi di anni fa.»
Con queste parole accuratamente scelte, in mezzo a tanto clamore, fu comunicata per
la prima volta pubblicamente, durante una conferenza stampa svoltasi il 7 agosto
1996 presso il Johnson Space Center di Houston, la notizia di ciò che era stato trovato
nel meteorite ALH84001. Il portavoce era Daniel Goldin, il potente capo della NASA
giunto a ricoprire quell’incarico dopo aver trascorso 25 anni al TRW (Tactical
Reconnaissance Wing), un fornitore top secret della Difesa.I lobbisti che si battono
per un governo degli Stati Uniti più aperto e attendibile non vedono di buon occhio la
presenza di Goldin alla NASA. Inizialmente era stato nominato dal presidente George
Bush, a sua volta ex capo della CIA. Secondo il lobbista e ricercatore Dan Ecker:
Da quando Goldin ricopre questo incarico, molti dei civili impegnati nella NASA sono stati
sostituiti da esponenti dell’ex DOD [Dipartimento della Difesa] e la NASA è diventata sempre più
segreta […] Le sedi estere del Dipartimento della Difesa si moltiplicano e, tra l’altro, Dan Goldin
[…] è l’unico responsabile di un’agenzia federale che, a quanto mi risulta, non sia stato sostituito
durante il governo Clinton. Detto questo, è detto tutto.
Al pari di Ecker, molti americani sono convinti che la NASA abbia un secondo fine e
che la sua linea di condotta e l’informazione che sceglie di dare al pubblico siano
influenzate da fattori che esulano dal puro e semplice progresso scientifico. Come
vedremo negli ultimi capitoli, questi sospetti sono stati alimentati soprattutto dalla
vicenda dei cosiddetti «monumenti» di Marte, ossia le «piramidi» e il «Volto» della
regione di Cydonia. Si è ipotizzato che tutte le stravaganze del «microbo di Marte»
abbiano lo scopo di distogliere l’attenzione da un’altra, più nascosta storia di Marte…
che forse passa per Cydonia.
Una riflessione come questa ha tutta l’aria di essere il frutto di una fantasia malata.
Eppure sono state sollevate altre obiezioni, questa volta a proposito dei «microbi»
stessi. Le illazioni provengono da scienziati di chiara fama che lavorano nella NASA e
non possono essere liquidate facilmente.

Moventi
Il meteorite ALH84001 è fatto di roccia che è stata verosimilmente datata a più di 4,5
miliardi di anni fa. Si ritiene che le tracce di vita identificate in esso risalgano a 3,6
miliardi di anni fa. Prove attendibili dimostrano che la roccia «schizzò via» dalla
superficie di Marte 15 milioni di anni fa in seguito alla collisione con una cometa o
asteroide. Viaggiò dunque attraverso lo spazio come un relitto cosmico per milioni di
anni prima di incrociare finalmente la traiettoria della Terra esattamente 13.000 anni
fa e atterrare in mezzo agli strati di ghiaccio dell’Antartide.
La sua storia moderna incominciò il 27 dicembre 1984, quando il meteorite fu trovato
nella regione antartica delle colline di Alien. Verde scuro, con piccole macchie color
ruggine negli interstizi, il pezzo di roccia fu raccolto da Roberta Score della National
Science Foundation statunitense, che stabilì che si trattava di un meteorite e lo spedì
via mare al Johnson Space Center. Secondo i resoconti ufficiali rimase lì,
dimenticato, per più di otto anni, finché alcuni ricercatori scoprirono che recava la
tipica sigla chimica «SNC» che classifica i meteoriti provenienti, con ogni probabilità,
da Marte.
Tra il 1993 e il 1996, senza mettere al corrente i propri colleghi, un gruppo di
scienziati della NASA intraprese un’indagine particolarmente accurata del meteorite. Il
gruppo era guidato da David McKay e da Everett Gibson del Johnson Space Center,
che in seguito si rivolsero anche a due esperti esterni, Kathie L. Thomas-Keperta
della Lockheed Martin, fornitrice della Difesa, e il professor Richard N. Zare della
Stanford University in California, che analizzò i componenti organici del meteorite
con uno spettrometro di massa a laser.
Dwayne Day, dello Space Policy Institute (George Washington University), afferma:
«Non appena si rese conto delle implicazioni di quella ricerca, il gruppo si astenne
dal parlarne con colleghi esterni. Si guardarono bene dal fare alcun commento prima
di avere in mano prove inequivocabili».
David Des Marais, scienziato dell’Ames Research Center della NASA, ha spiegato
quella linea di condotta con motivazioni decisamente meno commendevoli. Ritiene
infatti che l’atteggiamento di segretezza assoluta adottato dai suoi colleghi del JSC
(Johnson Space Center) abbia più probabilmente a che fare con le rivalità tra i vari
dipartimenti per ottenere fondi che non con il senso di responsabilità o con la
prudenza:
In questo momento c’è sicuramente grande competitività tra i centri della NASA a
causa dei tagli operati dal governo, e credo che questo sia il motivo per cui vogliono
l’esclusiva sia della scoperta che del
suo annuncio, affinché le prime pagine dei giornali siano dedicate soltanto alle loro
ricerche e al loro centro.
La NASA distribuisce i vari compiti tra molti centri. L’Ames Research Center, dove
lavora Des Marais, è specializzato nella ricerca biologica, e in particolare negli
esperimenti chimici e biologici eseguiti dallo Space Shuttle. Dal marzo del 1997, vale
a dire più di sette mesi dopo i loro primi annunci sensazionali sui «microbi» di Marte,
gli scienziati dell’Ames non sono ancora riusciti a convincere il JSC a concedere loro
un campione tratto dal meteorite per poterlo studiare. «Intendiamo analizzare
chimicamente un campione per cercarvi segni di vita», ha dichiarato Des Marais,
«perché finora tutti coloro che hanno esaminato quella roccia si sono concentrati
sull’aspetto geologico. Nessuno ha esaminato a fondo la sua composizione organica e
chimica, e noi possediamo le attrezzature migliori per farlo.»

Un merito che va riconosciuto


Des Marais non è l’unico scienziato della NASA che il JSC abbia intenzionalmente
evitato di coinvolgere. Tra gli altri figurano Vincent DiPietro del Goddard Space
Flight Center nel Maryland, e il dottor John Brandenburg, che lavora per un’azienda
fornitrice della NASA, Physical Sciences Inc.
Come abbiamo visto nel Capitolo 1, DiPietro ha scoperto (insieme a Gregory
Molenaar) la cosiddetta piramide D&M nella regione di Marte chiamata Cydonia.
L’aver sostenuto l’ipotesi che i «monumenti» di Cydonia potrebbero essere strutture
artificiali, invece di effetti di luce e ombra, ha bollato a lungo DiPietro come un
ribelle all’interno della NASA. Lo stesso vale per John Brandenburg, autore insieme
a DiPietro di numerosi e controversi articoli su Cydonia.
DiPietro sottolinea che la storia della ricerca di vita nei meteoriti provenienti da
Marte non incominciò con gli sforzi relativamente recenti del gruppo del Johnson
Space Center, che invece se ne è attribuito tutto il merito, ma con l’opera iniziata nel
lontano 1966 dallo scienziato olandese Bartholomew Nagy.
Nel 1975 Nagy pubblicò un articolo sulla presenza di strani composti organici nei
«meteoriti contenenti carbonio», di cui in seguito si è riconosciuta la provenienza da
Marte. Quattordici anni dopo, le scoperte di Nagy furono confermate da Colin
Pillinger e dal suo gruppo di lavoro in Inghilterra, il cui articolo «Materiali organici
in un meteorite di Marte» fu pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature nel
luglio del 1989.
I materiali organici possono essere generati attraverso processi sia esclusivamente
chimici che biologici. Per stabilire quale dei due riguarda Marte, John Brandenburg e
Vincent DiPietro intrapresero una particolareggiata revisione delle scoperte di Nagy e
Pillinger. Nel 1994 incominciarono a sospettare di aver trovato segni di vita. Nel loro
studio sull’argomento, pubblicato nel maggio del 1996, tre mesi prima che il gruppo
del Johnson Space Center rendesse pubblica la propria «scoperta», i due scienziati
dichiararono che i meteoriti provenienti da Marte erano particolarmente interessanti
in quanto contenevano materiale organico in proporzioni maggiori di qualsiasi altro
tipo di meteorite. Concludevano affermando che questa «potrebbe essere considerata
una prova della presenza primordiale di sintesi organica su Marte e forse anche di una
vita biologica primitiva».
E’ strano, e non semplicemente scorretto, che la NASA abbia trascurato di citare il
lavoro di Brandenburg e DiPietro, o l’opera addirittura precedente di Nagy, Pillinger
e Wright, quando, nell’agosto del 1996, rese pubblica la sensazionale notizia
riguardante la scoperta di microfossili nel meteorite ALH84001. Inoltre, Brandenburg
e DiPietro sostengono di aver comunicato personalmente, più di un anno prima di
quella notizia, al capo della NASA Dan Goldin la loro scoperta di microfossili nei
meteoriti provenienti da Marte. Stando a quanto dice DiPietro, lui e il suo collega
riuscirono a ottenere l’attenzione di Goldin per «un paio di minuti» durante una
conferenza alla National Academy of Science di Washington e gli consegnarono un
dossier contenente
scritti sui meteoriti provenienti da Marte che contenevano carbone organico e fossili […] Proprio in
copertina […] c’erano immagini dei fossili trovati. Li guardò con una sorta di scetticismo, ma anche
con curiosità. Tuttavia, prima di consegnargli il dossier, gli avevo rivolto una domanda, di cui non
può non esserci traccia nella registrazione della conferenza, sui meteoriti e sui fossili in essi
rinvenuti, e sui progetti della NASA riguardo a quell’argomento […]
Perché dunque Goldin passò sotto silenzio le scoperte di Brandenburg e DiPietro,
mentre rese noto ed enfatizzò il lavoro parallelo del gruppo del JSC?
Brandenburg riconosce che «tutti sanno che noi consideriamo Cydonia» la prova
dell’esistenza su Marte di una civiltà antica.Dal momento che questa concezione è
stata a lungo scarsamente condivisa all’interno della NASA, qualcuno ha insinuato che
Gol-din non vedesse di buon occhio la possibilità che proprio Brandenburg e DiPietro
fossero i primi a tagliare il traguardo con una notizia degna di comparire sulle prime
pagine dei giornali, ossia che un tempo, sul Pianeta Rosso, c’era vita, quantunque in
forma primitiva.
Non ci sorprende che Goldin, e forse altri funzionari più anziani della NASA, fossero
al corrente dell’esistenza di fossili nei meteoriti di Marte assai prima che le prove
venissero ufficialmente rese pubbliche. Molte grandi organizzazioni ricorrono
abitualmente alla massima segretezza. Alla fine di agosto del 1996, tuttavia, un
curioso e forse significativo chiarimento su quella storia giunse da Sherry Rowlands,
una prostituta di trentasette anni che sostenne di aver avuto una relazione con Dick
Morris, consulente del presidente Clinton. Nelle interviste rilasciate ai giornali, la
Rowlands insisteva nel dire che Morris le aveva parlato della «scoperta della prova di
una forma di vita su Marte quando era ancora un segreto militare».

Gli omini verdi


Per quanto ce ne siano soltanto labili tracce, il mistero della vita su Marte suscita una
sensazione di intrigo e di scontro di poteri politici. Eppure, che cosa ci sarà mai da
nascondere?
Durante la conferenza stampa dell’agosto 1997, Daniel Goldin lodò il gruppo del
Johnson Space Center per «la dedizione, la competenza e il rigore con cui aveva
condotto la ricerca», e per
aver compiuto scoperte «che possono essere annoverate nel patrimonio della scienza
americana, della nazione americana e anche dell’intera umanità». Alla fine di questo
panegirico si preoccupò di precisare che «non stiamo parlando degli ‘omini verdi’. I
[fossili] sono piccolissimi, e la loro struttura è costituita da una singola cellula che in
un certo senso li rende simili ai batteri della Terra. Non ci sono né prove né indizi che
una forma di vita più complessa sia mai esistita su Marte».
Perché Goldin aveva tanta fretta di escludere la possibilità di forme di vita più
complesse su Marte? Subito dopo la conferenza stampa, il professor Stan McDaniel
della Sonoma State University fece un’osservazione significativa sulla presentazione
di Goldin: «E’ molto interessante notare che, mentre non costituisce un problema
riconoscere l’esistenza di microbi, ovviamente inferiori agli esseri umani,
sorgerebbero difficoltà se si trattasse di omini (o di omoni) verdi».Queste difficoltà
devono avere una spiegazione.

LA MADRE DELLA VITA


La scienza non ha ancora spiegato come, perché, quando e dove la vita comparve per
la prima volta. Ebbe inizio sulla Terra? E’ soltanto una possibilità. Risultò forse da
una combinazione casuale di molecole nel «brodo primordiale»? Anche questa è
soltanto un’ipotesi, così come lo è la concezione opposta, ossia che si tratti dell’opera
di un creatore. La verità pura e semplice, come hanno riconosciuto i biologi Stanley
Miller e Leslie Orgel, è che «non sappiamo come incominciò la vita».
In ogni caso, tutti sono concordi su alcuni punti fondamentali. Il più importante è che
«la scoperta di acqua allo stato liquido è l’indizio essenziale della presenza di vita».
Secondo Anders Hansson l’acqua, in quanto solvente inerte, «è ideale per il ciclo
biochimico. Szent-Gyorgyi l’ha definita ‘matrice di vita’. In assenza d’acqua non può
esserci vita né può aver inizio l’evoluzione darwiniana».
Nel regno di una scienza in cui le certezze sono poche, anche questa non è altro che
una possibilità. Ciò nonostante, è un’opinione che proviene da una fonte attendibile e
non abbiamo motivo di supporre che sia errata. Fino a quando, dunque, non emergerà
una nuova prova che dimostri il contrario, e poiché sappiamo che vale per il nostro
pianeta, sembra sensato riconoscere che l’acqua è probabilmente una precondizione
necessaria per la nascita della vita in qualsiasi punto dell’universo.
Oggi su Marte non c’è vita, e il pianeta appare irrimediabilmente prosciugato e
freddo, con una temperatura media di -23 gradi centigradi. Non c’è acqua allo stato
liquido, ma soltanto acqua gelata sotto forma di ghiaccio. In effetti, con un clima di
questo genere, l’acqua non può mantenersi allo stato liquido sulla superficie per più
di qualche secondo. È stato dunque sconcertante scoprire, da quando è incominciata
l’era dell’esplorazione dello spazio con astronavi che rimandavano fotografie
dettagliate, che buona parte del pianeta mostra inconfondibili prove di antichi oceani,
laghi e fiumi, di piogge copiose e di catastrofiche, gigantesche inondazioni che un
tempo ne ripulirono radicalmente la superficie.

Ghiaccio, dune e tempeste


Anche nelle condizioni più favorevoli, l’osservazione al telescopio di Marte può dare
risultati fuorviami. Come abbiamo visto nel Capitolo 1, l’illusione ottica dei
cosiddetti «canali di irrigazione» indusse Percival Lowell e altri, alla fine del
diciannovesimo secolo, a concludere che «Marte è abitato da esseri di un qualche
tipo». Il che servì ad alimentare le aspettative della gente per più di mezzo secolo. In
effetti, fino alla metà degli anni Sessanta, molti continuarono ad attendere fiduciosi
che l’esistenza dei canali venisse confermata dalle astronavi della NASA. Quando si
scoprì che di canali non c’era neppure l’ombra, subentrò la delusione generale e
l’interesse per Marte e i suoi misteri venne meno.
Anche se i canali non esistono, altri fenomeni legati a Marte, documentati in maniera
soddisfacente dall’indagine per mezzo del telescopio e confermati dagli studi
fotometrici, sono più difficili da liquidare come illusioni ottiche. Tra questi, uno dei
più interessanti viene chiamato dagli astronomi «onda di oscuramento»:
All’inizio della primavera, quando le calotte polari incominciano a sciogliersi, ai loro margini
compare un oscuramento diffuso della superficie, che poi gradatamente si allontana spostandosi
verso l’equatore e attraversandolo con una striscia netta che crea un forte contrasto; infine si
dissolve nell’emisfero opposto. Le onde, una in ciascun emisfero, viaggiano a una velocità
apparente di 35 chilometri circa al giorno.
La calotta polare meridionale di Marte, nel punto della sua massima estensione, si
spinge tanto verso l’equatore quanto 50 gradi a sud. La calotta settentrionale si
estende a una latitudine di 65 gradi nord, e molto più lontano rispetto all’equatore.
Misurando gli «spettri di riflessione» delle calotte, gli scienziati hanno scoperto in
che cosa consistono. La calotta meridionale, di gran lunga la più fredda delle due, è
fatta interamente di biossido di carbonio ghiacciato. La calotta settentrionale contiene
quantità variabili di biossido di carbonio ghiacciato e mantiene invece un residuo
permanente, pari a un’estensione di circa mille chilometri, di acqua pura allo stato di
ghiaccio. Si ritiene che questa sia «la più grande riserva di acqua disponibile del
pianeta».
Attorno ai ghiacci polari e anche sotto, praticamente invisibili, ci sono quelli che i
geologi definiscono «estesi depositi stratificati». Si ritiene che siano stati portati dal
vento, e appaiono attraversati da strette, sinuose vallate, e circoscritti dal più vasto
deserto di dune di sabbia, o «erg», esistente nel sistema solare:«Questo ‘erg’ forma
una striscia di sabbia soffiata dal vento tutto attorno alla calotta polare situata a nord.
In questa regione le dune sono spettacolari per la loro regolarità che continua
ininterrotta per centinaia di chilometri».
Di tanto in tanto sulla superficie di Marte si risvegliano spaventose tempeste. Per
motivi non ancora chiariti, simili tempeste sono solitamente precedute da un periodo
di improvvisa turbolenza locale in certe zone particolarmente predisposte
dell’emisfero meridionale e, in quei casi, incredibili quantità di polvere vengono
sollevate dalla superficie fino a un’altezza di diecimila metri nell’atmosfera. Venti
impetuosi trascinano poi la polvere in ogni punto del pianeta, oscurandone
rapidamente l’intera superficie. Infine, l’intensità della tempesta inizia a diminuire e
nel giro di qualche settimana l’atmosfera si normalizza.

Caratteristiche straordinarie della superfìcie


Mentre la Terra è fatta di morbide linee curve, Marte è un pianeta dalle estremità
frastagliate. Le sue valli sono le più basse del sistema solare, i suoi canyon i più
profondi, i suoi vulcani i più alti.
In mancanza del livello del mare, gli scienziati fanno riferimento, per stabilire le
altitudini e le profondità di Marte, a un arbitrario «livello dato». La sommità del
gigantesco monte Olympus, di origine vulcanica, che si trova a 27.000 metri sopra il
livello dato, è il punto più alto del pianeta, mentre il fondo del sistema di canyon
conosciuto come Valles Marineris, a 7000 metri sotto il «livello dato», è il punto più
basso.
Il monte Olympus sembra una visione tratta da un libro di fiabe sinistre. Dai geologi
è classificato come un «vulcano a scudo» e consiste in una crosta circolare di lava,
con un diametro di 700 chilometri, che culmina in un cratere del diametro di 80
chilometri. Il margine esterno della crosta di lava, una circonferenza di quasi 5000
chilometri, è tracciato da scogliere a picco sulle pianure circostanti che si trovano
6000 metri al di sotto.
A sud-ovest del monte Olympus si trova il rigonfiamento di Elysium, un’immensa
area di terreni elevati sovrastata da tre vulcani. Il più alto, il monte Elysium,
raggiunge i 9000 metri al di sopra delle pianure circostanti.
A sud-est del monte Olympus, a una distanza di 1600 chilometri, incomincia
un’estensione ancora più ampia di terreni ondulati. Nota come rigonfiamento di
Tharsis, raggiunge i 10.000 metri sopra il livello dato e si estende per oltre 4000
chilometri da nord a sud e 3000 chilometri da est a ovest – più o meno le dimensioni
dell’Africa a sud del fiume Congo. Anche questa regione è sovrastata da tre
giganteschi vulcani a scudo – Arsia, Pavonis e Ascraeus – che nel complesso sono
noti come i monti Tharsis. Allineati lungo la dorsale del rigonfiamento di Tharsis, i
loro picchi raggiungono i 20.000 metri sopra il livello dato e rimangono sempre
visibili dall’astronave, anche durante le più intense tempeste marziane di sabbia.
Sul margine orientale del rigonfiamento di Tharsis Marte sembra esser stato spaccato
da un cataclisma. In mezzo a un bizzarro insieme di canyon che si intersecano tra loro
e di depressioni note con il nome di Labyrinthus Noctis, un profondissimo solco ad
anse si apre nella superficie del pianeta e si allunga verso est quasi parallelo
all’equatore ma tra i 5 e i 20 gradi più a sud – per 4500 chilometri.
Si tratta delle Valles Marineris. Prendono il nome dal Mariner 9, la prima astronave
che le fotografò, e sono profonde 7000 metri, con una larghezza massima di più di
200 chilometri. In confronto al Grand Canyon americano, dunque, sono quattro volte
più profonde, sei volte più larghe e dieci volte più lunghe.All’estremità orientale le
Valles Marineris formano una specie di curva a nord verso l’equatore e sboccano
nella palude del cosiddetto «terreno di collasso caotico», un paesaggio accidentato e
inframmezzato da blocchi rocciosi isolati, valli e fratture geologiche che lo rendono
simile a uno dei gironi inferiori dell’Inferno dantesco.
Dal margine settentrionale di questa zona caotica emergono i profondi canali di
Simud Vallis, Tiu Vallis e Ares Vallis (il modulo di atterraggio Global Surveyor della
NASA sbarcò nella Ares Vallis il 4 luglio 1997). Tutti questi canali sono molto larghi e
lunghi e percorrono il suolo di un immenso bacino noto come Chryse Planitia dove
vengono poi raggiunti da altri canali, in particolare il Kasei Vallis, che sbuca dal nord
della sezione centrale dei canyon Marineris ed è lungo 3000 chilometri.
L’aspetto sorprendente di questi canali, riconosciuto da tutti i geologi, è la loro
origine: infatti, possono esser stati creati soltanto da inondazioni che spostarono
ingenti masse d’acqua. Queste inondazioni fluirono dall’emisfero meridionale di
Marte a quello settentrionale a grandissima velocità perché scorrevano a valle.

Un pianeta diviso
Uno dei grandi misteri di Marte è che ha due zone di rilievi montuosi perfettamente
distinte e nettamente separate: gli altopiani meridionali, massicciamente craterizzati,
che in gran parte si estendono a 2000 o più metri sopra il livello dato, e i basso-piani
settentrionali relativamente lisci e senza crateri, la maggior parte dei quali giace ad
almeno 1000 metri sotto il livello dato.L’altopiano e il bassopiano occupano
approssimativamente un emisfero ciascuno, ma questi coincidono soltanto a grandi
linee con gli attuali emisferi settentrionale e meridionale di Marte. Così spiega il
geologo Peter Cattermole: «La ‘linea di divisione’ che separa queste due zone elevate
descrive un grande cerchio inclinato approssimativamente a 35 gradi rispetto
all’equatore marziano».
Le eccezioni principali alla topografia sotto il livello dato nel «basso» emisfero
settentrionale sono il rigonfiamento di Elysium, completamente all’interno
dell’emisfero settentrionale, e una larga parte del rigonfiamento di Tharsis, che
scavalca la linea di divisione. Le eccezioni principali alla topografia sopra il livello
dato nell’emisfero «alto» sono alcune parti delle Valles Marineris e due notevoli
crateri, Argyre e Hellas, formati da impatti con comete o asteroidi. Argyre è profondo
3 chilometri e ha un diametro di 630 chilometri. Hellas è profondo 5 chilometri e ha
un diametro di 2000 chilometri circa.
Questi crateri, insieme a un terzo, Isidis, sono i più larghi esistenti su Marte. Ma il
pianeta possiede innumerevoli altri crateri con un diametro di 30 o più chilometri,
molti dei quali, compreso uno al polo sud, sono mostruosamente grandi: superano
infatti i 200 chilometri di diametro
Nel complesso, oltre a decine di migliaia di crateri più piccoli con il diametro che
misura al massimo un chilometro, su Marte sono stati contati 3305 crateri larghi più
di 30 chilometri. E’ difficile spiegare perché 3068 di essi, cioè il 93 per cento, si trovi
a sud della linea di divisione; soltanto 237 crateri di questa ampiezza sono stati
trovati a nord della linea di divisione. Ugualmente curioso è il fatto che l’emisfero
senza crateri sia tanto meno elevato (è infatti più basso di parecchie migliaia di metri)
rispetto alla parte craterizzata.
La causa di questa divisione bassopiano-altopiano, come osserva il geologo Ronald
Greely, «rimane uno dei principali problemi irrisolti di Marte». L’unica certezza è
che a un certo punto della sua storia il pianeta fu afflitto da un cataclisma di
dimensioni quasi inimmaginabili. Nel Capitolo 4 indagheremo le cause e le
conseguenze di questo evento catastrofico che, secondo un certo numero di scienziati,
potrebbe anche esser stato la causa della scomparsa dell’atmosfera congeniale a
Marte esistente in precedenza e delle sue abbondanti risorse di acqua allo stato
liquido.

Acqua, acqua dappertutto


Da segni inconfondibili si deduce che molti dei crateri più grandi e profondi di Marte
nel raggio di oltre 30 chilometri si sono formati quando il pianeta aveva un ambiente
umido e caldo. Hellas, Isidis e Argyre in particolare hanno margini bassi e indistinti e
il fondo piatto: queste caratteristiche, secondo molti autorevoli scienziati, dimostrano
che la loro formazione risale a quando Marte aveva ancora un’atmosfera densa, era
soggetto a una rapida erosione e possedeva un campo magnetico più forte che non
oggi. Allo stesso modo sulla Terra crateri di grandi dimensioni scavati dall’erosione
«possono integrarsi nel paesaggio in un periodo di alcune centinaia di anni al punto
da diventare praticamente irriconoscibili dall’ambiente circostante».
Altri larghi crateri marziani, in genere dotati di un diametro variabile tra i 30 e i 45
chilometri, hanno picchi centrali, simili a gigantesche stalagmiti, con grandi cavità
sulla cima. Ronald Greely ritiene che la spiegazione più convincente sia che si tratta
di crateri formati dall’acqua e che «l’acqua o l’atmosfera di Marte o entrambe
possano esser state responsabili della loro forma piroclastica».
Jay Melosh e Ann Vickery hanno calcolato che Marte «probabilmente aveva
un’atmosfera originaria con la stessa pressione in superficie che ha attualmente la
Terra, e di conseguenza con una temperatura superficiale più elevata, al di sopra di
quella del punto di fusione del ghiaccio». La loro ricerca conduce all’ipotesi che
l’atmosfera sia stata spazzata via da ripetuti impatti con asteroidi: «Dal momento che
la forza di gravità su Marte è molto debole, è facile, per la nube di vapore che si
espande da un maggiore impatto, distruggere tutta l’atmosfera spaziale che si trova
nei pressi».
A chiara dimostrazione dell’esistenza di tempi in cui l’atmosfera marziana era più
calda e umida, uno dei meteoriti studiati dalla NASA rivelò effettivamente un
contenuto di alcuni milligrammi di acqua allo stato liquido (la gocciolina è ora
conservata ed esposta in una fiala di vetro sigillata). Inoltre, è stato calcolato che su
Marte, attualmente, «può esistere acqua ghiacciata nel sottosuolo fino a una
profondità di 200 metri». Alcuni indizi fanno anche pensare che, a una certa
profondità, vicino agli strati interni di magma fuso del pianeta, ci siano sorgenti calde
sotterranee. In teoria esse potrebbero scaricare in superficie correnti surriscaldate e,
nell’agosto del 1980, il dottor Leonard Martin del Lowell Observatory, in Arizona,
riferì che due immagini successive – scattate dal modulo orbitale Viking della NASA –
di una zona immediatamente a sud delle Valles Marineris «facevano pensare
all’esplosione di una tromba d’acqua oppure a uno sbocco di vapore». Vincent
DiPietro e Gregory Molenaar eseguirono con il computer processi di miglioramento
di queste immagini e giunsero alla seguente conclusione: «Non solo possiamo
confermare la scoperta di Martin, ma abbiamo anche individuato un anello di
compressione circolare attorno alla colonna centrale […] La differenza di dimensioni
tra le immagini dei due fotogrammi indica che la nuvola sale a una velocità superiore
a 60 metri al secondo».
La «tromba d’acqua» costituisce un argomento controverso. Ma la prova che in
passato Marte possedeva vaste risorse di acqua corrente non è messa in dubbio dagli
scienziati e può essere verificata agevolmente in decine di migliaia di immagini della
NASA. Recentemente questa prova è stata esaminata con particolare attenzione da un
gruppo dell’Exobiology Program Office presso il quartier generale della NASA. Del
gruppo facevano parte David Des Marais dell’Ames Research Center della NASA,
Michael Carr del Geological Survey degli Stati Uniti, Michael A. Meyer del quartier
generale della NASA, e Carl Sagan.Citiamo integralmente le loro conclusioni, che
rappresentano l’opinione scientifica generale su questo argomento:
Uno degli aspetti più sconcertanti della geologia di Marte è il ruolo
che l’acqua ha giocato nell’evoluzione del pianeta. Benché nelle
condizioni attuali l’acqua allo stato liquido sia instabile in superficie, sono visibili numerose prove
di erosione acquea. Le caratteristiche più interessanti sono ampie valli asciutte, che sembrano
essersi formate in seguito a vaste inondazioni. Molte di queste valli incominciano nelle zone
chiamate terreni di collasso caotici in cui apparentemente il suolo ha ceduto formando una
superficie di blocchi accatastati e inclinati 1 o 2 chilometri sotto il terreno circostante […] [Nel
bacino di Chryse Planitia le] valli emergono dal terreno caotico e si estendono a nord scendendo
lungo il pendio della regione per parecchie centinaia di chilometri. Numerosi e ampi canali a nord e
a est delle [Valles Marineris] convergono nel bacino di Chryse e poi continuano più a nord dove
vengono assorbiti dalle poco elevate pianure settentrionali. Le valli affiorano completamente e
hanno pochi affluenti, talvolta ne sono addirittura prive. Hanno pareti affusolate, il fondo liscio e
generalmente contengono isole a forma di goccia. Tutte queste caratteristiche inducono a credere
che siano state originate da vaste inondazioni […] Benché la maggior parte delle inondazioni si sia
verificata attorno al bacino di Chryse, se n’è trovata traccia anche altrove […] vicino a Elysium e a
Hellas. Altre sono avvenute in Memnonia e nelle Amazzoni occidentali […] Altre configurazioni
fluviali sembrano il risultato della lenta erosione di acqua corrente. Reti di valli ramificate sono
state trovate su tutto il terreno pesantemente segnato dai crateri […] Assomigliano alle vallate dei
fiumi terrestri in quanto hanno affluenti e aumentano di portata lungo il percorso […] La
spiegazione più plausibile per le valli è che si siano formate per erosione dovuta ad acqua corrente.
La fine improvvisa di un ambiente lussureggiante
Benché scritto nell’arido linguaggio della scienza, il rapporto della NASA tocca
argomenti estremamente significativi. Non solo conferma che Marte un tempo può
aver avuto un clima umido e relativamente caldo, e forse addirittura un ambiente
adatto a forme di vita superiori, ma ribadisce anche che questo tipo di situazione
sembra esser stato stravolto all’improvviso. Altri studi hanno avvalorato questo
quadro generale. Il principale sistema di canali nel bacino di Chryse Planitia
raggiunge, in certi punti, una larghezza di 25 chilometri ed è lungo più di 2000
chilometri. Ebbe origine da un’improvvisa inondazione catastrofica che non solo
diede forma alle sue pareti lisce ma scavò anche «caverne sotterranee profonde molte
centinaia di metri» e incise isole affusolate «a forma di goccia» lunghe, da
un’estremità all’altra, 100 chilometri. L’inondazione procedeva molto velocemente:
così rapidamente da fornire punte di portata di milioni di metri cubi al secondo. Neppure
l’atmosfera densa della Terra può fornire acqua abbastanza velocemente da causare simili portate da
aree di raccolta d’acqua di dimensioni analoghe […] Soltanto i crolli delle dighe hanno causato
flussi di macro-erosione significativi.
Si è calcolato anche il volume di acqua necessario a tagliare i canali: doveva essere
ingente. Peter Cattermole ritiene che sia stato pari a un oceano globale profondo più
di 50 metri. Michael Carr del Geological Survey statunitense propende invece per
qualcosa di simile a un oceano profondo 500 metri.
Un’altra grande inondazione avvenne nella Ares Vallis. Le fotografie inviate dal
modulo d’atterraggio Pathfinder della NASA nel luglio del 1997 mostrano che, un
tempo, questo immenso canale «era colmo di acqua ribollente per chilometri e
chilometri». Michael Malin, scienziato ideatore del Pathfinder, afferma: «Deve esser
stato imponente. Paragonabile al diluvio che riempì il bacino del Mediterraneo sulla
Terra».
In diversi punti, su Marte, sono stati identificati depositi stratificati di materiali
sedimentari dello stesso genere che si trova nei laghi terrestri più vasti. In alcuni
luoghi questi depositi hanno uno spessore di 5000 metri, il che conferma non solo
l’esistenza su Marte, un tempo, di un’atmosfera densa e calda in cui l’acqua poteva
sussistere allo stato liquido, ma attesta anche che l’acqua dev’essere stata presente sul
pianeta per un periodo di tempo particolarmente lungo durante il quale si sono
verificati processi di sedimentazione simili a quelli della Terra. Queste deduzioni
sono rafforzate dalla prova imprescindibile, di cui si parla nel rapporto della NASA,
che i fiumi fluirono in certe regioni del pianeta per centinaia di milioni di anni.
Inoltre, «l’esistenza di canali di scorrimento fa apparire probabile che un tempo, su
Marte, ci siano state anche piogge».

I litorali di Cydonia
È opinione generalmente condivisa che miliardi di anni fa prevalessero queste
condizioni climatiche calde e umide. Tuttavia, secondo Harold Masursky del
Geological Survey statunitense, su Marte vi fu acqua allo stato liquido «fino ad alcuni
milioni di anni fa». In Gran Bretagna, Colin Pillinger e il suo gruppo si sono spinti
oltre. Il loro studio dei meteoriti di Marte dimostra che l’acqua allo stato liquido e
una forma di vita primitiva possono essere esistite sul Pianeta Rosso fino a 600.000
anni fa.Altri ricercatori, di cui esamineremo l’opera nel Capitolo 4, propendono per
un lasso di tempo ancora più recente: un grande cataclisma avrebbe colpito Marte
privandolo violentemente della sua atmosfera e dell’acqua meno di 17.000 anni fa.
Gli esperti sono sempre più inclini a credere che, oltre a laghi estesi, «un tempo, su
Marte, forse esistevano anche delta e mari», David Scott del Geological Survey
statunitense ha esaminato «canali sinuosi, sfioratori e sbocchi d’acqua, lidi,
terrapieni, depositi e litorali» in un certo numero di bacini situati nelle regioni di
Elysium, Amazonis, Utopia, Isidis e Chryse, e li ha attribuiti alla presenza di laghi e
mari esistenti in precedenza. Ritiene che il bacino di Elysium un tempo fosse pieno
d’acqua fino a una profondità di 1500 metri. Analogamente, Vic Baker e gli scienziati
dell’Università dell’Arizona ipotizzano che un grande oceano ricoprisse, un tempo,
buona parte dell’emisfero settentrionale e avvalorano la propria teoria con la prova
dell’esistenza di antichi litorali nelle basse pianure settentrionali.Simili caratteristiche
sono state riscontrate a una latitudine di 41 gradi nord e a una longitudine di 9 gradi
ovest, e vicino alle cosiddette «piramidi» e al «Volto» di Marte nella regione di
Cydonia. Secondo un geologo dell’ambiente, James L. Erjavec, questa regione, che
giace a nord-est di Chryse Planitia, include
zone che hanno caratteristiche specifiche dei litorali, aree in cui c’è erosione e potrebbero verificarsi
frane ai margini di un litorale e altre ancora in cui il materiale roccioso potrebbe esser stato eroso
fin sotto la base della scogliera, e il sedimento si sarebbe riversato in esso. Alcune configurazioni
provocate da erosione sono indizi sicuri
della presenza, in passato, di acqua in quantità enormi. Ma a quando risalgano, nella storia di Marte,
è ancora da verificare.
La superficie di Marte è un misterioso palinsesto. Tra i suoi strati, come vedremo nel prossimo
capitolo, è scritta la storia della morte di un mondo.
Può essere che non ci si debba inoltrare in un passato risalente a miliardi di anni fa e il destino che
gravò su Marte, forse, non lasciò completamente indenne neppure la Terra.

IL PIANETA GIANO
Marte è un pianeta dai mille misteri, sulla sua storia si può soltanto fare qualche
ipotesi, il suo ruolo nel sistema solare è tuttora sconosciuto. Di certo si sa soltanto che
un tempo palpitava di vita, aveva piogge e fiumi, laghi e oceani, mentre ora è arido e
morto.
Gli scienziati concordano sul fatto che Marte sia stato ucciso si potrebbe persino dire
«giustiziato» – da un incredibile bombardamento di asteroidi o comete. Le migliaia di
immensi crateri da cui è crivellata la sua tormentata superficie sono i testimoni muti
di quell’evento. E si ritiene probabile che lo stesso bombardamento abbia provocato
anche i cataclismi e le inondazioni descritti nel Capitolo 3 smantellando
improvvisamente il pianeta della densa atmosfera che prima possedeva, in modo tale
che in nessun punto della sua superficie potesse più sussistere acqua allo stato
liquido.
Di quale genere di evento può essersi trattato? E che cosa ci dice della natura
dell’universo in cui viviamo, o forse addirittura della difficile situazione della Terra
stessa… ci dice forse che Marte fu cancellato completamente quando era al massimo
del suo splendore?

Cercare gli indizi


Stiamo guardando la vittima di un assassinio. Non abbiamo altro che le foto e le
misure del «cadavere» e i risultati di analisi scientifiche eseguite su di esso.
Da questi elementi apprendiamo alcune curiosità riguardanti Marte.
Argomento n. 1: la sua orbita è sensibilmente eccentrica ed ellittica, e segue un corso
che, ogni anno, conduce il pianeta molto vicino al Sole e successivamente lo porta a
grande distanza.
Argomento n. 2: la velocità della sua rotazione è molto più lenta di quanto dovrebbe
essere.
Argomento n. 3: è quasi privo di campo magnetico.
Argomento n. 4: per lunghi periodi di tempo il suo asse di rotazione nord-sud compie
un movimento altalenante disordinato nello spazio, cambiando drasticamente
l’angolo di orientazione del pianeta rispetto al Sole.
Argomento n. 5: è dimostrato che la crosta di Marte può essere slittata tutta d’un
pezzo attorno agli strati più interni del pianeta in numerose circostanze passate,
provocando lo spostamento nelle zone equatoriali di masse di terra che in precedenza
si trovavano ai poli e viceversa.
Argomento n. 6: la maggior parte dei crateri marziani da impatto si trova raggruppata
nell’emisfero a sud della cosiddetta «linea di divisione» (vedi Capitolo 3), in numero
decisamente superiore a quanto dovrebbe essere statisticamente.
Argomento n. 7: l’emisfero settentrionale mostra soltanto lievi danni prodotti dai
crateri ed è un vasto bacino, 3000 metri più basso di quello meridionale.
Argomento n. 8: la linea di divisione tra nord e sud è concretamente segnata sulla
superficie di Marte dal margine liscio della scarpata montuosa. Questa caratteristica
senza pari percorre tutto il pianeta, tracciando un grande cerchio frastagliato che
attraversa l’equatore a un’angolazione di 35 gradi circa.
Argomento n. 9: un altro aspetto unico, su Marte, è l’incredibile voragine delle Valles
Marineris, profonda 7000 metri e lunga 4000 chilometri, causata dal crollo della
crosta marziana.
Argomento n. 10: ultimo ma non per importanza, la presenza di Hellas, Isidis e
Argyre, i crateri più profondi e ampi del sistema solare, stranamente «compensati»,
sull’altro lato di Marte, dal monte Elysium e dall’immenso rigonfiamento di Tharsis,
dal cui margine orientale erompono le Valles Marineris.

Impatti
Incominciamo con il mistero della divisione. I geologi riconoscono che, «malgrado
una consapevolezza sempre più spiccata della sua importanza, che si è espressa nelle
intense ricerche sulla sua natura, sul modo e sull’epoca in cui si è formata, non ci
sono ancora ipotesi precise sulla sua origine».
Alcuni scienziati propendono per un processo puramente interno, geologico, ma la
maggior parte è d’accordo con William K. Hartmann, il quale, in un articolo sul
Scientific American del gennaio 1977, puntualizza quanto segue:
un asteroide che colpisse a una velocità di 1000 chilometri un pianeta primordiale potrebbe creare
un’asimmetria di fondo in quel pianeta, forse facendo cadere la crosta da una parte […] [Questo]
genere di collisione potrebbe essere una causa dell’asimmetria di Marte che presenta un emisfero
con molti antichi crateri e l’altro quasi interamente modificato dal vulcanismo.
Dal momento che l’emisfero marziano che si trova a nord della linea di divisione ha
un’altitudine inferiore rispetto all’emisfero meridionale, se ne deduce che quello
colpito dev’essere stato l’emisfero settentrionale, che di conseguenza ha perso lo
strato esterno della sua crosta. L’unico serio dilemma è se la divisione fu causata da
molteplici e forti impatti a nord o da un «singolo mega-impatto». Ma entrambe le
teorie presentano un quadro essenzialmente simile di collisioni sufficientemente
grandi da scavare un bacino attraverso un intero emisfero di Marte. Entrambe danno
per scontato che vi fu un tempo in cui la zona settentrionale di Marte aveva un
numero di crateri pressappoco uguale a quella meridionale. Si suppone dunque che si
sia verificato un bizzarro bombardamento addizionale di asteroidi (o di un solo mega-
asteroide) che, per qualche strano motivo, ha colpito soltanto la parte a nord,
spezzandone la crosta, diminuendone l’altitudine e cancellando i crateri preesistenti.
In seguito, la lava fresca scaturì dall’interno del pianeta e si riversò sull’emisfero
settentrionale scorticato, ricoprendone le ferite e ridisegnandone la superficie. In
tempi successivi, benché occasionali asteroidi abbiano continuato a colpire il pianeta,
le collisioni sono diventate molto meno frequenti e nessuno dei due emisferi ha
sperimentato ulteriori episodi di bombardamenti intensi.
Ma entrambe le teorie dell’impatto eludono una questione importante: che cosa è
accaduto alle masse immense che costituiscono la crosta, profonde 3000 metri, che
sembrano esser state scavate via dall’emisfero settentrionale? Gli scienziati ritengono
che il materiale della crosta sia troppo massiccio per essere stato eroso, anche
ammesso che il processo sia durato miliardi di anni. Michael Carr del Geological
Survey statunitense ha osservato:
Il meccanismo preciso in base al quale l’antica crosta preesistente è stata distrutta così
massicciamente nell’emisfero settentrionale non è ancora stato capito a fondo […] L’erosione da
sola non può spiegare [la sua] scomparsa […] perché non c’è voragine di dimensioni sufficienti a
contenerne i detriti.
Anche le teorie dell’impatto risultano piuttosto deboli, perché chiamano in causa uno
strano bombardamento addizionale nell’emisfero settentrionale, ma non sono in
grado di descrivere alcun meccanismo che possa spiegarlo esaurientemente. L’ipotesi
più plausibile è che il materiale scagliato su Marte sia stato attirato nella sua orbita da
«perturbazioni e collisioni di corpi nella fascia degli asteroidi», probabilmente a
causa dell’attrazione atmosferica di Giove. Ma c’è chi sostiene che simili
perturbazioni e collisioni non possono aver espulso dalla fascia degli asteroidi
materiale sufficiente a infliggere l’enorme danno visibile su Marte. Non è neppure
chiaro perché il danno si sia concentrato soltanto in un emisfero, quello
settentrionale, in maniera talmente devastante da strapparne via la crosta a una
profondità di 3000 metri. Alcuni hanno precisato:
qualsiasi tentativo di spiegare la divisione con un impatto si fonda sul calcolo
statistico di un ammasso di impatti nel bassopiano settentrionale […] Se gli impatti
non sono significativamente più numerosi entro il bassopiano che altrove,
semplicemente non c’è motivo di aspettarsi che il bassopiano sia diverso sotto alcun
aspetto dal resto del pianeta.
Dunque Marte potrebbe esser stato colpito da impatti «significativamente più
numerosi» a nord che non a sud? C’è chi ipotizza che sia accaduto proprio il
contrario.

«Astra»
È opinione generale degli astronomi che collisioni tra asteroidi e pianeti fossero
frequenti all’inizio della storia del sistema solare e abbiano poi incominciato a
diminuire costantemente, fino a raggiungere un livello uniforme e prevedibile. Di
conseguenza si ritiene che «su ciascun pianeta le relative epoche siano chiare, poiché
le zone più invase dai crateri sono più vecchie di quelle in cui il fenomeno è meno
evidente».1 Per questo motivo ci si riferisce sempre agli altopiani meridionali di
Marte crivellati di crateri come a quelli «più vecchi» rispetto alle «pianure del nord la
cui superficie si è ricostituita di recente».
Il geografo Donald W. Patten e l’ingegnere Samuel L. Windsor la pensano
diversamente. Sostengono infatti che non fu l’emisfero settentrionale di Marte a
rimanere vittima di uno «strano bombardamento addizionale» (come tutti gli studiosi
hanno ipotizzato), bensì l’emisfero meridionale. Sostengono che questo rovescio
eccezionale di detriti sia l’unica ragione per cui l’emisfero meridionale è più invaso
dai crateri di quello a nord: la sua superficie dunque non è più antica delle pianure
settentrionali. Benché, per quanto li riguarda, non ne traggano le conseguenze, le loro
scoperte lasciano intravedere un’interessante possibilità: la perdita della crosta
settentrionale potrebbe non essere derivata da impatti diretti in qualsiasi punto a nord,
ma potrebbe invece essere stata un effetto di «avvicinamento» derivante dai
devastanti impatti a sud.
Attualmente nel sistema solare ci sono nove pianeti: Mercurio, Venere, Terra, Marte,
Giove, Saturno, Urano, Nettuno e Plutone. Secondo la teoria di Patten e Windsor un
tempo c’era anche un decimo pianeta, piccolo, che orbitava tra Marte e Giove
nell’area in cui si trova la fascia degli asteroidi, il quale finì per entrare in rotta di
collisione con Marte. Questo ipotetico pianeta è chiamato «Astra» e si ritiene che
fosse attratto verso Marte come una falena verso la luce, ma fu distrutto non appena
entrato nel «limite Roche» del pianeta più vasto. Questo è il termine tecnico usato
dagli astronomi per indicare
la zona che circonda qualsiasi oggetto largo di massa considerevole che produce un campo
gravitazionale a una distanza di 2 o 3 raggi dall’oggetto in questione. In effetti è una zona di
pericolo e, non appena vi entra, qualsiasi oggetto con una massa inferiore o con un campo
gravitazionale più debole ne viene rapidamente espulso elettromagneticamente oppure, più di
frequente, subisce la spinta di un’onda così potente da disintegrarlo.
Il limite Roche è qualcosa di magico, un invisibile campo di forze. Se il suo limite
Roche viene superato, ci si può attendere che un pianeta si difenda per cercare, quasi
fosse un essere vivente, di distruggere l’intruso. Quando questo accade, il pianeta che
si difende soffre gravi e forse irreversibili danni a causa di migliaia di frammenti
dell’invasore, alcuni dei quali molto grossi, che gli piovono addosso. Ma un simile
danno è probabilmente meno grave di quanto non sarebbe se ci fosse un’effettiva
collisione tra due corpi intatti di dimensioni planetarie.
Patten e Windsor ritengono che «Astra» si sia avvicinato a Marte entro un raggio di
5000 chilometri, superando di gran lunga il limite Roche, per poi esser spinto via da
forze gravitazionali ed elettromagnetiche, bersagliando l’emisfero di Marte che gli
era di fronte con un’improvvisa esplosione di proiettili velocissimi che provenivano
tutti contemporaneamente dalla stessa direzione. Secondo i due ricercatori ci sono
molte prove di un’esplosione di questo genere sull’emisfero meridionale di Marte, e
precisano che c’è
un bordo ripido, o margine, per una drastica diminuzione della densità dei crateri su Marte. Questo
margine [la linea di divisione] si trova «dove sono caduti i proiettili». E’ dove incomincia il
tranquillo emisfero [settentrionale] del Pianeta Rosso. Questo margine appare evidente a chiunque
pensi alla frammentazione sul limite Roche di Marte. Perciò gli astronomi che non hanno pensato
all’ipotesi di una catastrofe planetaria non si sono accorti dell’aspetto più ovvio. Il margine
raggiunge il punto più distante a nord su Marte nel suo quadrante di nordovest, a una latitudine di
40 gradi nord e a una longitudine di 320 gradi ovest […] L’estremità meri dionale del margine si
trova a una latitudine di 42 gradi sud e a una longitudine di 110 gradi ovest. Sapendo che i crateri ci
sono, non è difficile identificarne il margine. E’ come se Marte avesse dovuto sperimentare un
improvviso, intenso quarto d’ora di bufera di frammenti che lo bombardavano da un lato solo […]
Ma anche questa ipotesi ha un punto debole: proprio come coloro che ipotizzano un
bombardamento selettivo nell’emisfero settentrionale, infatti, questi due ricercatori
non suggeriscono un meccanismo convincente che abbia potuto porre «Astra», il loro
ipotetico decimo pianeta, su una rotta di collisione con Marte. Le loro idee su questo
argomento rimangono, essenzialmente, ferme alla convinzione che il sistema solare si
sia organizzato solo di recente nella sua forma attuale e che in precedenza le orbite
dei pianeti fossero molto diverse.
Gli studiosi che condividono questo aspetto delle ipotesi di Patten e Windsor sono
pochi, ma questo non significa necessariamente che siano errate. Inoltre, anche se
fossero completamente sbagliate quanto al meccanismo, i due scienziati possono
ugualmente avere ragione al cento per cento su altri aspetti della questione.
Potrebbero, per esempio, avere ragione quanto all’esistenza di «Astra», o di qualcosa
di molto simile. Sicuramente non c’è obiezione di principio al concetto di un decimo
pianeta esploso come fonte delle innumerevoli migliaia di corpi rocciosi, alcuni
larghi, altri piccoli, che orbitano a grande velocità nella fascia degli asteroidi tra
Marte e Giove. In realtà, già nel 1978 l’astronomo Tom Van Flandern del Naval
Observatory degli Stati Uniti a Washington formulò esattamente questa possibilità
nella rivista specialistica Icarus. Pur riconoscendo di non sapere per quale motivo un
pianeta potesse esplodere, presentò una prova convincente del fatto che un decimo
pianeta posto tra Marte e Giove fosse stato effettivamente distrutto, a suo avviso
cinque milioni di anni fa, e potesse essere stato l’origine non solo della fascia di
asteroidi ma anche dell’entrata di comete all’interno del sistema solare.
Un’altra tesi fondamentale di Patten e Windsor è quella di un bombardamento
massiccio selettivamente focalizzato sulla parte meridionale di Marte. Quanto meno
questa ipotesi non è più improbabile di quella ampiamente accettata del «calcolo
statistico di un ammasso di impatti» nell’emisfero settentrionale. Inoltre, sono sempre
più numerose le prove a favore della possibilità che il bersaglio di un simile
bombardamento sia stato proprio l’emisfero meridionale.

Proiettili killer
Hellas, Isidis e Argyre, i tre crateri da impatto più larghi del sistema solare, si trovano
tutti a sud della linea di divisione.
Situato a 295 gradi a ovest e a 40 gradi a sud, Hellas è un bacino ellittico, profondo 5
chilometri, che misura 1600 chilometri per 2000 chilometri – così massiccio che
persino i terrapieni del suo argine sono larghi 400 chilometri. Secondo i calcoli di
Patten e Windsor, questo immenso cratere si è formato in seguito all’impatto con un
oggetto del diametro di 1000 chilometri, «grande come l’Alaska con l’aggiunta di
Washington e di metà dell’Oregon, grande il doppio del Texas, e più grande della
maggior parte dell’Europa occidentale».
Il cratere Isidis è largo 1000 chilometri e fu scavato, stando a Patten e Windsor, da un
oggetto largo 600 chilometri; Argyre ha un diametro di 630 chilometri e si formò in
seguito all’impatto con un oggetto grande 360 chilometri.
Nella ricostruzione di Patten e Windsor Hellas fu il primo dei tre proiettili killer che
raggiunsero Marte, saettando attraverso l’atmosfera a una velocità di 40.000
chilometri all’ora verso un bersaglio al centro dell’emisfero a sud della linea di
divisione:
Il frammento Hellas colpì la crosta di Marte direttamente, da posizione quasi
verticale. Passò nel magma interno di Marte, creando enormi onde di pressione e
fendenti. Il frammento Hellas non raggiunse l’altro lato della crosta […] Ma
l’angolazione del colpo e la sua immediatezza provocarono improvvisamente un
immenso sconvolgimento interno che sfociò in due enormi rigonfiamenti
nell’emisfero opposto […] Il frammento Hellas continuò a immergersi in avanti,
sempre ruotando, nel magma di Marte. La cupola di Tharsis incominciò a salire,
improvvisamente, circa 100 minuti dopo la disintegrazione di «Astra» […]
Contemporaneamente vi furono almeno altri due frammenti che penetrarono la crosta
di Marte, Isidis e Argyre. Vicino, ma dalla parte opposta, il cratere Isidis è il secondo
rigonfiamento di Marte, cioè quello di Elysium.

La morte dei mondi


In mezzo a migliaia di crateri più piccoli, e a più di 3000 crateri con il diametro
superiore a 30 chilometri (comprese dozzine di crateri con il diametro superiore ai
250 chilometri), Hellas, Isidis e Argyre sono i cupi mostri nascosti della topografia
marziana. Patten e Windsor calcolarono che i tre asteroidi che provocarono questi
crateri dovevano avere un diametro rispettivamente di 1000, 600 e 360 chilometri, ma
le loro valutazioni non sono corrette. Dagli studi di impatti avvenuti sulla Terra
sappiamo che un oggetto di 10 chilometri di diametro può creare un cratere largo
quasi 200 chilometri. Valutazioni più accurate degli asteroidi che hanno colpito
Marte fanno propendere per un diametro attorno ai 100 chilometri per Hellas, ai 50
per Isidis e ai 36 per Argyre
E’ importante capire che, per un pianeta delle dimensioni della Terra (e Marte
corrisponde a poco più della metà delle dimensioni della Terra), una collisione con
qualsiasi oggetto più largo di un chilometro è un evento catastrofico. In realtà,
l’impatto con oggetti molto più piccoli ha causato, sulla Terra, danni ben più gravi. Il
famoso «cratere Barringer», in Arizona, profondo 180 metri e largo poco più di 1
chilometro, fu scavato da un meteorite di ferro del diametro inferiore a 50 metri. Il
cosiddetto «evento Tunguska» del 30 giugno 1908 riguardava la frantumazione nei
cieli sopra la Russia di un frammento di una cometa che misurava, da un’estremità
all’altra, 70 metri, e viaggiava a 100.000 chilometri all’ora. Questa vasta esplosione
che, per quanto se ne sa, si verificò a un’altitudine di 6000 metri sopra le pianure
siberiane e in particolare sul fiume Tunguska, abbatté più di 2000 chilometri quadrati
di foresta, incenerendo completamente una regione centrale di 1000 chilometri
quadrati e dando fuoco agli abiti della gente fino a 500 chilometri dall’epicentro.
Scosse sismiche provocate dall’evento Tunguska furono registrate a una distanza di
oltre 4000 chilometri e nell’atmosfera si sollevò talmente tanta polvere da oscurare la
luce solare, mentre la temperatura della superficie terrestre rimase sensibilmente
inferiore alla norma per molti anni.
L’oggetto che si disintegrò nell’atmosfera a Tunguska misurava 70 metri da
un’estremità all’altra e, fortunatamente, esplose sopra una zona disabitata prima di
scontrarsi con la Terra. Sessantacinque milioni di anni fa un altro meteorite, questa
volta lungo 10 chilometri, si schiantò nell’estremità settentrionale della penisola dello
Yucatan e del Golfo del Messico con una forza esplosiva mille volte più potente di
tutte le bombe nucleari e i missili attualmente presenti sulla Terra. Scavò un cratere
del diametro di 180 chilometri, sollevò una nube di polvere che nascose il Sole per
cinque anni e creò instabilità sismiche che si fecero sentire sull’intero pianeta per
decenni con scosse di terremoto secondarie ed eruzioni vulcaniche.
Questo fu il celebre «evento K/T» che eliminò per sempre i dinosauri, e anche il 75
per cento di tutte le altre specie che allora vivevano sulla Terra. L’esplosione di
quell’asteroide è stata adeguatamente descritta come:
uno dei più grandi disastri che abbiano mai colpito il nostro pianeta […] Era l’equivalente di una
roccia delle dimensioni del monte Everest, viaggiava a una velocità dieci volte superiore a quella
del più veloce dei proiettili, e provocò un impatto così violento che l’intera Terra si spostò nella
propria orbita di alcune dozzine di metri.
Che una «roccia delle dimensioni del monte Everest», con un diametro di soli 10
chilometri, possa aver provocato un cataclisma planetario che quasi mise fine alla vita
sulla Terra è sicuramente un pensiero agghiacciante. Asteroidi e comete che misurano
10 chilometri o più, sono relativamente comuni nel sistema solare e vedremo nella
Parte IV che molti di essi percorrono a velocità incredibile «orbite potenzialmente
disastrose per la Terra». Gli astronomi li chiamano «oggetti Apollo» e sono convinti
che molti raggiungano un diametro di 100 chilometri. Simili giganti sono rari, ma è
opinione diffusa che la collisione con uno di essi costituirebbe un «evento che
ucciderebbe il mondo», al quale forse nessuna forma di vita potrebbe sopravvivere.
Vale la pena di ribadire che l’oggetto che scavò il cratere Hellas su Marte aveva un
diametro di 100 chilometri. L’oggetto Isidis aveva un diametro di 50 chilometri.
L’oggetto Argyre aveva un diametro di 36 chilometri.

Dal momento che ciascuna di queste pallottole dumdum era sufficientemente grande
da poter uccidere Marte da sola, è facile immaginare quali debbano esser state le
conseguenze globali di tre impatti di questo genere. In realtà, immaginare è superfluo
perché abbiamo le foto scattate dalla NASA del cadavere in decomposizione di Marte
che ci raccontano l’intera storia. Malgrado il rischio di usare una metafora esagerata,
potremmo dire che queste fotografie suggeriscono che la «vittima» sia stata prima
colpita da sud con un tiro orizzontale sparato a bruciapelo, ossia l’equivalente
cosmico della raffica di un fucile calibro dodici. Questo provocò le migliaia di crateri
raggruppati a sud della linea di divisione. Infine il «killer» completò l’opera con tre
singoli spari fatti partire da un fucile di grosso calibro.

Onde di energia
Sessantacinque milioni di anni fa, nel momento in cui la cometa o asteroide di 10
chilometri che distrusse i dinosauri colpì la Terra, dal punto di impatto, nel Golfo del
Messico, si dipartirono fortissime onde sismiche che si fecero sentire attorno
all’intero pianeta. Secondo i geologi non è casuale che quasi dalla parte opposta del
globo, in India, esattamente nello stesso momento, vi sia stata un’incredibile
esplosione di attività vulcanica. Un’infiltrazione su larga scala di magma fuso
attraverso fessure nel suolo innalzò rapidamente un immenso «scudo» di lava
basaltica, alto quasi 1000 metri, con un’area di migliaia di chilometri quadrati che
gelò formando l’altopiano del Deccan. «Le onde sismiche che si propagarono dopo
l’impatto», osservano John e Mary Gribbin, «tendevano a focalizzarsi e a
concentrarsi ancora in quella parte del mondo.»
Patten e Windsor sostengono che lo stesso accadde, con una forza cento volte
superiore, su Marte: la cupola di Tharsis si gonfiò come conseguenza dell’impatto
con Hellas, mentre il rigonfiamento di Elysium fu una reazione all’impatto con Isidis.
Si ritiene che quelle onde sismiche fossero di dimensioni tali che non passarono
semplicemente attorno al pianeta, ma lo colpirono direttamente prima ancora che gli
asteroidi lo penetrassero crivellandolo. In effetti, si è calcolato che dai punti in cui
entrarono, a sud della linea di divisione, gli asteroidi Hellas, Isidis e Argyre possono
aver percorso una distanza di 5000 chilometri circa prima di sostare all’interno del
«tranquillo» emisfero opposto, a nord della linea di divisione. Là giunti, gli asteroidi
emanarono gigantesche onde di pressione che invasero la superficie a una velocità di
5000 chilometri circa all’ora.
E’ una supposizione perfettamente ragionevole, confermata dalla precedente
formazione del Deccan sulla Terra: l’attività vulcanica che si sviluppò in superficie a
quell’epoca, infatti, sarebbe stata sufficiente a creare sia il Tharsis che l’Elysium… e
probabilmente anche il monte Olympus. Inoltre, Patten e Windsor ipotizzano che
l’improvvisa necessità di assorbire e «digerire» la massa e l’energia cinetica dei tre
grandi asteroidi può aver condotto Marte sull’orlo della distruzione totale. Non gli fu
sufficiente lasciar uscire il magma formando i rigonfiamenti di Tharsis e di Elysium.
La pressione e l’espansione richiesero un ulteriore cedimento, e dal margine orientale
della cupola di Tharsis il pianeta si spaccò formando solchi lunghi un quarto della sua
circonferenza, ossia quell’incredibile «taglio» che conosciamo con il nome di Valles
Marineris. Questo vertiginoso insieme di canyon raggiunge profondità di 7
chilometri, tali dunque, secondo autorità in materia quali Peter Cattermole, da non
poter essere state causate da processi geologici interni.
E’ possibile che qualcosa di ancora più devastante sia accaduto su Marte come
conseguenza dei tre giganteschi impatti che vi si verificarono? E’ possibile che le
martellate che ricevette dall’interno, in particolare da sud, abbiano trasmesso a nord
energia sufficiente a staccare la crosta?
Su Scientific American, William K. Hartmann esaminò pressappoco questo tipo di
situazione, osservando che la collisione con un oggetto di enorme impatto potrebbe
teoricamente spiegare l’«asimmetria» di Marte. Come abbiamo visto, si è sempre
pensato che una simile collisione – o molteplici collisioni – si sia verificata
nell’emisfero settentrionale. Ma una ricerca recente avvalora la possibilità che
fortissime spinte di energia trasmesse da sud a nord durante l’impatto con Hellas,
Isidis e Argyre siano effettivamente responsabili di questo fenomeno. Questa ricerca
ha mostrato che anche onde sismiche di impatto relativamente lieve possono aver
provocato «la fluttuazione» della superficie di Marte, «sollevando massi nello spazio
fino a un’altezza di 15 metri».
Quelli di Hellas, Isidis e Argyre non furono impatti piccoli. Non si può dunque
escludere la possibilità che la loro massa, unita alla velocità acquisita, abbia fatto
«oscillare» l’intero emisfero settentrionale tanto energicamente da sollevare nello
spazio uno strato della crosta di Marte con uno spessore pari a 3 chilometri.

Scompiglio e caos
Il solo Hellas aveva un diametro di 100 chilometri: è plausibile che il suo impatto,
unito a quelli di Isidis e Argyre, abbia «prodotto tanta energia e una tale quantità di
moto» da «inclinare» Marte al momento della collisione, da «accelerarne e poi
rallentarne il movimento rotatorio, distruggendo un satellite del pianeta o forse
addirittura circondandolo con anelli di materiale dopo averne disgregato le forze di
gravitazione».
Le osservazioni della NASA che risalgono al Mariner 4 ipotizzano che «l’orbita di
Marte [il lettore ricorderà che è insolitamente ellittica] abbia subito un forte
cambiamento e la struttura del pianeta sia stata seriamente danneggiata in un certo
momento del passato». Inoltre, fratture rivelatrici sulla crosta marziana indicano che a
un certo punto c’è stato un cambiamento significativo nelle «cifre che descrivono il
movimento rotazionale del pianeta», ossia nella velocità della sua rotazione. Secondo
le leggi dei meccanismi celesti Marte dovrebbe ruotare una volta ogni otto ore; la sua
rotazione completa, invece, impiega quasi 25 ore. Un simile cambiamento sembra
troppo grande per esser stato causato da un’interazione di onde con Phobos e Deimos,
le due piccole lune di Marte, e gli scienziati riconoscono che occorrerebbe «trovare
un altro motivo».
E’ possibile che questo motivo abbia a che fare con un’altra stranezza di Marte, e
cioè il fatto che l’inclinazione, o l’«obliquità», del suo asse di rotazione è soggetta a
fluttuazioni disordinate? Attualmente pari a 24 gradi, il suo ondeggiamento
«normale» è già molto ampio, dato che varia da 14,9 gradi a 35,5 gradi su cicli di
alcuni milioni di anni. Nel 1993, tuttavia, Jihad Touma e Jack L. Wisdom del
Massachusetts Institute of Technology scoprirono che «l’oscillazione può anche
cambiare bruscamente. Le escursioni dell’asse di inclinazione attraverso un raggio
d’azione pari a 60 gradi possono ripetersi sporadicamente più o meno ogni dieci
milioni di anni».
Un’altra caratteristica bizzarra di Marte è l’essere quasi privo di campo magnetico,
benché sia indiscutibile che una volta doveva possederne uno molto forte.
Infine, citiamo una prova particolarmente importante: quella di un maggiore, forse
rapido e forse violentissimo slittamento dell’intera crosta marziana attorno agli strati
interni del pianeta. Per esempio, tipici mantelli polari stratificati sono stati trovati a
180 gradi di distanza dall’equatore, dunque agli antipodi l’uno rispetto all’altro…
come del resto ci si aspetterebbe se si trattasse di poli di precedente formazione.

Visitatori interplanetari
Che cosa mise in movimento la crosta marziana, fece oscillare l’asse del pianeta,
annientò il suo campo magnetico e rallentò drasticamente la velocità della sua
rotazione? Fu lo stesso evento che perforò brutalmente di crateri il sud del pianeta e
incise il nord fino a una profondità di 3 chilometri? E quando si verificò?
L ENIGMA DI MARTE
Patten e Windsor ritengono che molte risposte possano trovarsi nell’ipotetico decimo
pianeta, «Astra». Un corpo celeste di quel genere potrebbe aver disturbato l’orbita di
Marte e rallentato la sua velocità di rotazione se, come si suppone, esplose all’interno
del limite Roche del pianeta. In ogni caso questa è una posizione poco ortodossa. Su
Scientific American, anche Hartmann parla dell’eventualità che «un grande corpo
interplanetario» sia entrato nel sistema solare ed esamina le modalità in cui avrebbe
potuto violare il limite Roche di uno dei pianeti per essere poi «distrutto da ondate di
eccezionale grandezza». Ma la presa di posizione più anticonformista di Patten e
Windsor riguarda l’aspetto cronologico. Asseriscono infatti che il cataclisma di
«Astra» risale a «migliaia di anni fa, non milioni». Di conseguenza restringono il
lasso di tempo possibile tra «non prima del 15.000 a.C. e non dopo il 3000 a.C.».
Nel loro importante studio When the Earth Nearly Died, D.S. Alien e J.B. Delair
parlano a loro volta di un massiccio visitatore interplanetario a cui danno il nome di
«Phaeton». Al pari di Patten e Windsor ritengono che la sua comparsa sia
estremamente recente: si sarebbe avvicinato a Marte e alla Terra pressappoco 11.500
anni fa. Quanto alla natura precisa dell’oggetto, ipotizzano «che Phaeton abbia avuto
origine da un’esplosione astronomicamente simile a quella di una supernova, e che
fosse dunque costituito da materia astrale esplosa».
Tra le altre autorità che parlano di un caso analogo ci sono il dottor Victor Clube,
eminente astronomo della Oxford University, e il suo collega, il professor William
Napier, del quale esamineremo lo straordinario lavoro nella Parte IV. Clube e Napier
dimostrano che una gigantesca cometa interstellare vagante nel sistema solare
incominciò a frammentarsi meno di 20.000 anni fa, seminando rovina tra i pianeti.

Due più due uguale cinque?


Finché i campioni di roccia non saranno ritornati sulla Terra per i test radiometrici,
qualunque cronologia proposta per il pianeta Marte dovrebbe esser considerata con
scetticismo. L’unico procedimento di datazione attualmente praticabile dai
ricercatori, infatti, consiste nell’esaminare pazientemente le foto scattate dal modulo
orbitale e nel considerare i crateri come configurazioni in base alle quali stabilire una
datazione. Come il lettore avrà compreso, l’assunzione fondamentale su cui si regge
questa specie di scienza del pallottoliere è che gli impatti con asteroidi e meteoriti si
sono verificati a un ritmo prevedibile negli ultimi quattro miliardi di anni circa, e il
numero più elevato di impatti è stato registrato all’inizio della storia del sistema
solare. Di conseguenza, le zone in cui si trova una maggior quantità di crateri sono
sempre ritenute «più vecchie» di quelle che ne hanno pochi, e poiché Marte è
fortemente craterizzato a sud della linea di divisione, se ne deduce che la maggior
parte dei crateri debba essersi formata miliardi di anni fa.
Tuttavia, il computo dei crateri ha alcuni limiti che non possono essere ignorati, anzi,
forse sono addirittura decisivi. Peter Cattermole sottolinea che questo metodo non
può fornire dati assoluti, ma soltanto dati relativi. E’ francamente impossibile, infatti,
stabilire quanto tempo fa si verificò un impatto unicamente in base alle prove
fotografiche. Il conteggio dei crateri al massimo può dirci che «alcune configurazioni
sono probabilmente più vecchie o più giovani di altre, ma non ci consente di stabilire
di quanto lo siano o a quale epoca risalgano». A causa di questa pesante limitazione,
il metodo non ci autorizza ad avallare la possibilità, considerata da Patten e da altri, di
una improvvisa, irregolare, imprevedibile «bufera» di proiettili che abbia colpito un
singolo emisfero di Marte tutt’a un tratto, creando un ingente numero di crateri in un
lasso di tempo brevissimo, forse di recente, dando così un’apparenza di origini
antiche a configurazioni che in realtà sono giovani.
E’ possibile che la maggior parte degli scienziati abbia preso un abbaglio
autoconvincendosi che Marte subì l’ultimo bombardamento massiccio miliardi di
anni fa? È possibile che sia stato fatto un errore così grave?
Civiltà perdute
Il concetto secondo il quale l’ultimo cataclisma di Marte si sarebbe verificato in
tempi molto recenti – forse meno di 20.000 anni fa – astronomicamente parlando è
un’eresia che per noi ha risonanze particolari.
Nei libri precedenti abbiamo mostrato che un enorme cataclisma si verificò sulla
Terra proprio in quel periodo. Fu allora che l’ultima era glaciale giunse
improvvisamente e disastrosamente alla fine. Nessuno scienziato ci ha mai spiegato
come o perché si verificò quel terribile sconvolgimento. L’unica certezza è che le
calotte polari di estensione irregolare risalenti alle glaciazioni Wurm e Wisconsin,
che avvolsero completamente l’Europa del Nord e l’America del Nord per almeno
100.000 anni, improvvisamente furono colpite da un’immane catastrofe che ebbe
inizio 17.000 anni fa circa. Gli 8000 anni successivi furono testimoni di inondazioni
disastrose, terremoti, attività vulcanica e di un innalzamento complessivo del livello
del mare pari a più di 100 metri.
Una volta passato il peggio, la faccia della Terra era cambiata al punto da esser quasi
irriconoscibile: litorali, isole e istmi erano stati inondati, e si verificò l’estinzione di
molte specie animali. I sopravvissuti emergevano dal fango e dalle ceneri, e
includevano un piccolo, logoro residuo di umanità.
Il bagaglio più prezioso di questi superstiti era il ricordo, sotto forma di miti, di tempi
antichi e lontani, «prima del Diluvio», in cui era fiorita una grande civiltà e il mondo
era stato governato da re divini dotati di misteriose facoltà e in possesso di una strana
tecnologia. In Impronte degli dei e Custode della genesi abbiamo mostrato che questi
miti, sorprendentemente intrecciati tra le varie culture, potrebbero rispecchiare una
profonda verità storica. In effetti una civiltà avanzata potrebbe essere sorta durante
l’ultima era glaciale… per poi venir distrutta dall’inondazione globale che vi pose
fine.
Alcuni dei miti e degli scritti più antichi ci invitano a considerare l’eventualità che la
saggezza sacra e la conoscenza tecnica di questa civiltà antidiluviana non siano
andate completamente perdute nel cataclisma… ci sarebbe stato uno sforzo
concertato per assicurare che il meglio di un’eredità straordinaria venisse conservato.
Nei nostri libri precedenti abbiamo esplorato questa possibilità e abbiamo
approfondito l’argomento di una conoscenza nascosta attraverso un labirinto di siti
antichi in regioni disseminate un po’ in tutto il mondo.
Siamo ritornati dai nostri viaggi convinti che vi sia un sito superiore agli altri: la
necropoli di Giza, il sacro terreno su cui sorgono le tre grandi piramidi e la Sfinge.
Abbiamo ipotizzato che gli elementi di questo sito risalgano a un’epoca assai più
lontana di quella stabilita dagli studiosi ortodossi, i quali li avevano datati a 4500 anni
fa. Alcuni forse esistono da addirittura 12.500 anni. Le piramidi e la Sfinge, secondo
la nostra tesi, sono raffigurazioni terrestri delle costellazioni di Orione e del Leone
così come apparvero per l’ultima volta nel cielo sopra l’Egitto 12.500 anni fa.
Abbiamo anche esaminato la tradizione secondo la quale a Giza ci sarebbe una
«Camera dei documenti» forse nascosta nel letto di roccia sotto la Sfinge, forse in una
stanza sigillata della Grande Piramide – in cui gli antichi egizi credevano che
venissero conservati gli scritti sacri risalenti a prima del Diluvio.
Non siamo disposti a escludere che una simile miniera d’informazioni – una capsula
del tempo proveniente da una civiltà antidiluviana – esista tuttora e possa ancora
essere recuperata.Non siamo neppure disposti a escludere la possibilità, fatta balenare
dall’opera di Clube, Napier, Alien e Delair, che il cataclisma che colpì la Terra alla
fine dell’ultima era glaciale si sia verificato nella stessa epoca del cataclisma che
distrusse Marte… e possa aver avuto la stessa causa.
È dunque naturale che troviamo curioso, e ne faremo oggetto d’indagine nei capitoli
seguenti, che gli antichi egizi individuassero una connessione profonda tra Marte e la
Terra e, più precisamente, tra Marte e la Sfinge di Giza. Sia il pianeta che il
monumento erano considerati manifestazioni di Horus, il figlio divino degli dei
stellari Iside e Osiride. Il pianeta e il monumento venivano anche indicati con lo
stesso nome, «Horakhti», che significa «Horus dell’Orizzonte». Inoltre, Marte era
talvolta conosciuto come «Horus il Rosso» e la Sfinge, per buona parte della sua
storia, fu dipinta di rosso.
Che cosa morì realmente sul Pianeta Rosso durante l’ultimo, grande cataclisma?
Sappiamo già che, quando Marte fu colpito a morte da un’incredibile quantità di
detriti cosmici, il sistema solare perse qualcosa di infinitamente più prezioso di un
mondo sterile e vuoto. Sappiamo che, fino al momento in cui fu giustiziato, il pianeta
possedeva un campo magnetico forte e un’atmosfera densa simile a quella della
Terra, che consentiva la formazione di oceani, laghi e fiumi. Sappiamo che su Marte
c’erano state piogge frequenti e intense e che ci sono ancora vaste quantità d’acqua
racchiuse sotto forma di ghiaccio nei suoi poli e sotto la sua superficie. Sappiamo che
sono stati trovati numerosi indizi e strane tracce di processi di vita organica.
Sappiamo anche che c’è un gigantesco «Volto» di Sfinge sulle pianure di Cydonia,
vicino ai lidi di un antico oceano, in mezzo a un gruppo di immense strutture
piramidali.
Si tratta soltanto di «giochi di luci e ombre» e di una bizzarra configurazione
geologica?
Oppure siamo sulle tracce della più sconcertante rivelazione di questo millennio?

PARTE II

IL MISTERO DI CYDONIA

5
INCONTRO RAVVICINATO
L’incontro ravvicinato dell’umanità con Marte e la ricerca di vita sul pianeta
attualmente intrapresa costituiscono, senz’ombra di dubbio, un momento storico di
grande rilievo. Per quanto ne sappiamo, un incontro come questo non era mai
avvenuto prima d’ora. Tuttavia, dato che l’esplorazione scientifica di Marte da parte
della NASA è il risultato finale di più di un secolo di tentativi a livello internazionale,
le nostre reazioni alle scoperte saranno inevitabilmente influenzate da preconcetti.
L’interesse della scienza per la possibile presenza di vita su Marte sembra risalire al
1877, quando l’astronomo italiano Giovanni Schiaparelli annunciò una nuova,
sorprendente scoperta. Aveva infatti individuato sulla superficie marziana una rete di
linee sia singole che doppie che si intersecavano. Chiamò «canali» quei solchi
giganteschi. Il termine italiano corrisponde all’inglese channels, ossia «canali di
origine naturale», ma è probabile che sia stato tradotto con il vocabolo canals, che
indica i «canali di origine artificiale». A quell’epoca le scoperte di Schiaparelli
furono acclamate come la prova dell’esistenza di una civiltà extraterrestre intelligente
sul nostro pianeta vicino. Tra coloro che ne rimasero particolarmente colpiti vi fu
Percival Lowell, un americano benestante, appassionato di astronomia, che aveva
studiato a Harvard.
Lowell apprese l’esistenza dei canali identificati da Schiaparelli leggendo La Planète
Mars, un libro dell’astronomo francese
Flammarion, ed ebbe l’ispirazione di costruire un osservatorio a un’altitudine elevata
per poter studiare il pianeta sotto i cieli limpidi. La sede prescelta fu Flagstaff, in
Arizona. Lowell parlò della propria opera come di un «progetto speculativo,
assolutamente sensazionale e particolare». Dichiarò che il suo intento poteva essere
definito semplicemente come un’indagine sulle condizioni di vita in altri mondi,
senza tralasciare la possibilità che fossero abitati da esseri più o meno somiglianti
all’uomo. La sua ricerca non era chimerica, come molti pensarono. Al contrario, ci
sono buoni motivi per credere che siamo alle soglie di una scoperta ben precisa su
questo argomento.

Canali e macchine volanti


Lowell morì nel 1916, senza riuscire a raggiungere un risultato definitivo, ma la sua
concezione riguardante la natura della vita su Marte era destinata ad avere effetti
durevoli e a stimolare l’immaginario collettivo per decenni.
Secondo una teoria di Lowell divenuta popolare, i canali marziani portavano acqua
dalle calotte polari ghiacciate a un’antica civiltà, molto più antica di qualsiasi civiltà
umana, nell’arida distesa di deserti tropicali ed equatoriali del pianeta. Ipotizzò
inoltre che certe macchie scure fluttuanti visibili sulla superficie di Marte fossero
vegetazione.
Per realizzare le proprie scoperte Lowell si servì delle attrezzature più moderne, e le
sue dichiarazioni erano in sintonia con lo spirito dell’epoca: un’apertura fin de siècle
a idee nuove quali l’occultismo e lo spiritismo, e la tendenza a credere che ci fosse
vita su altri pianeti.
Il medesimo, diffuso interesse per l’occultismo e la vita extraterrestre fu determinante
per il successo del geniale scrittore francese Camille Flammarion. Nel 1861, a
diciannove anni, scrisse un libro intitolato La pluralitè des mondes habités, che
discuteva la probabile esistenza della vita extraterrestre. Divenne subito un best-
seller, come del resto la sua opera successiva, La Planète Mars (1892), che fu la
principale fonte d’ispirazione per Lowell. In esso Flammarion afferma:
Considerate le condizioni attuali su Marte, sarebbe sbagliato negare che il pianeta possa essere
abitato da specie umane la cui intelligenza e i cui metodi d’azione superino di gran lunga i nostri. E
non possiamo neppure escludere che questi esseri viventi abbiano raddrizzato il corso originario dei
fiumi costruendo un sistema di canali allo scopo di far giungere l’acqua in ogni punto del pianeta.
Le idee di Schiaparelli, Flammarion e Lowell fecero salire vertiginosamente
l’interesse per Marte negli ultimi anni del diciannovesimo secolo. Nel 1898 H.G.
Wells ne approfittò per scrivere un racconto sull’invasione marziana dell’Inghilterra
vittoriana, La guerra dei mondi. Poi, nel 1902, l’eminente psicologo svizzero Carl
Gustav Jung pubblicò la propria tesi di dottorato: «Sulla psicologia dei cosiddetti
fenomeni occulti». In essa sottoponeva sua cugina Helene Preiswerk – che
propendeva a cadere in stato di trance mistico – a una dettagliata analisi psicologica.
Durante lo stato di trance, Helene parlava spesso di viaggi su Marte:
Così su Marte si sarebbe da lungo tempo introdotta la macchina volante, tutto Marte sarebbe
canalizzato, i canali sarebbero laghi artificiali a scopo di irrigazione. I canali sono poco profondi, a
fondo piatto, e per scavarli gli abitanti non hanno incontrato particolari difficoltà poiché il suolo di
Marte è più leggero di quello della Terra; non ci sono ponti, eppure i canali non ostacolano la
circolazione perché tutti viaggiano con la macchina volante.
Evidentemente, Marte così come lo descrivevano Flammarion e Lowell aveva un
forte ascendente sulla psiche umana! In questo caso, una ragazzina svizzera di
quattordici anni, poco istruita, attraverso le proprie asserzioni inconsce rivelava le
preoccupazioni di un’epoca.
Nel 1902, lo stesso anno in cui fu pubblicata la tesi di Jung, venne messo in palio un
premio per la prima persona che riuscisse a mettersi in contatto con una forma di vita
aliena. C’era un’unica condizione: il contatto con marziani non valeva, per il
semplice motivo che era ritenuto troppo facile. Nel 1911, trascorsi nove anni da
quando la gara era stata indetta, sul New
York. Times comparve un articolo che affermava: «I marziani hanno costruito due
immensi canali in due anni».

Esperimenti
Fino alla seconda metà del ventesimo secolo, la convinzione che Marte potesse
essere, se non abitato, per lo meno abitabile, era molto diffusa sia tra i profani che tra
gli scienziati. Per esempio, all’inizio degli anni Sessanta, il ben noto astronomo
britannico Patrick Moore e un microbiologo, il dottor Francis Jackson, cercarono di
verificare le possibilità di vita su Marte valendosi di semplici esperimenti:
Costruimmo un laboratorio marziano, lo riempimmo di quella che, a nostro avviso, era l’atmosfera
corretta – azoto, con una pressione di 85 millibar – e vi producemmo le adeguate variazioni di
temperatura a seconda che fosse giorno o notte. Quando provammo a farvi crescere qualcosa,
ottenemmo risultati interessanti. Con un cactus non andò molto bene e dopo una sola notte marziana
appariva decisamente sofferente, ma organismi più semplici ebbero una riuscita migliore, e noi ci
sentimmo incoraggiati.
Analogamente, il celebre astrofisico americano Carl Sagan costruì i cosiddetti «vasi
di Marte», in cui ripetè questi esperimenti. Ottenne risultati simili: perché alcuni
microbi si sviluppassero, era effettivamente necessaria soltanto la presenza di un po’
d’acqua.
Ma l’ottimismo generato da questi risultati fu annientato di colpo quando, a metà
degli anni Sessanta, sonde spaziali inviarono immagini di Marte che lo ritraevano
come un luogo senza vita, sterile e ghiacciato.

Tecnologia missilistica
Nel 1926 lo scienziato americano Robert Hutchings Goddard (alla cui memoria fu
dedicato il Goddard Space Flight Center della NASA) costruì l’antesignano dei missili
spaziali che oggi siamo abituati a vedere – anche se il suo piccolo prototipo percorse
soltanto 60 metri alla velocità massima di 100 chilometri all’ora prima di schiantarsi
al suolo. Goddard fu il primo a testare e dimostrare la teoria che i missili possono
essere utilizzati per lasciare l’atmosfera terrestre e addirittura per raggiungere altri
pianeti. Si tratta di una concezione avanzata per la prima volta da un maestro di
scuola russo di nome Konstantin Eduardovich Tsiolkovsky alla fine del
diciannovesimo secolo, e poi perfezionata dal tedesco Hermann Oberth nel 1923.
Durante la Seconda guerra mondiale il missile divenne un’arma usata dai nazisti. Il
V-2 tedesco nacque dal perfezionamento della tecnologia di Goddard.
Tre anni dopo la fine della guerra un missile a due stadi creato dalla combinazione tra
un V-2 e un WAC Corporal migliorò sensibilmente i risultati ottenuti da Goddard,
raggiungendo un’altitudine di 4000 metri.

La competizione spaziale
Se la Seconda guerra mondiale fu un catalizzatore per la scienza missilistica, la
Guerra fredda lo fu mille volte di più. Con la minaccia sempre incombente
dell’annientamento nucleare, il programma missilistico americano, che all’inizio
faceva capo a Werner von Braun, gareggiava, quanto a ingegno e progettazione, con
la sua controparte russa, capeggiata da Sergei Korolov. Da entrambe le parti della
Cortina di Ferro massicci finanziamenti governativi furono impiegati per migliorare i
sistemi di propulsione delle armi atomiche. Il 4 ottobre 1957 il proliferare di tutte
queste ricerche e il loro sviluppo permise ai russi di mandare in orbita il primo
satellite costruito dall’uomo, lo Sputnik 1. La «competizione spaziale» era
incominciata.
La Russia si accaparrò anche il trionfo successivo, mandando il primo uomo nello
spazio. La missione riuscita di Yuri Gagarin a Vostok oscurò completamente gli
sforzi del programma spaziale americano avviato in tutta fretta nel 1958 come
risposta al lancio dello Sputnik.
Nello stesso anno fu fondata la NASA (National Aeronautics and Space
Administration), l’Ente nazionale aeronautico e spaziale americano. Gli Stati Uniti
lanciarono a loro volta un satellite, l’Explorer 1, mandandolo in orbita su un missile
Jupiter C consegnato al Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, in California,
dall’esercito statunitense. Poi fu la volta del grande successo di Gagarin nel 1961.
Subito dopo il presidente John Kennedy dichiarò formalmente che la NASA avrebbe
inviato un uomo sulla Luna nel giro di un decennio.
La dichiarazione di Kennedy trovò conferma il 20 luglio 1969, quando Neil
Armstrong fece «un piccolo passo» fuori dal modulo di atterraggio Apollo 11 sulla
superficie della Luna: era la trentatreesima sonda che gli americani vi inviavano.
Questo «salto gigantesco per l’umanità» fu agevolato dalla competizione
internazionale e dalla Guerra fredda, ma rappresentò anche un balzo in avanti, in un
nuovo ordine di scoperte destinato a darci una nuova visione della Terra: quella di un
pianeta sospeso nello spazio, perfettamente integro, immune da divisioni politiche e
confini nazionali.

Le missioni su Marte
Furono i russi a mandare la prima sonda su Marte: si chiamava Mars 1 e fu lanciata il
1 novembre 1962. Si ritiene che sia giunta a 195.000 chilometri dal pianeta, ma il 21
marzo 1963 si perse ogni contatto con essa prima che potesse inviare qualsiasi
osservazione. Il suo destino perseguitò misteriosamente molte altre missioni su
Marte.
La prima sonda mandata su Marte dalla NASA fu il Mariner 3, lanciato il 5 novembre
1964. Come i tentativi da parte sovietica, anche questo finì con un fallimento: della
sonda si perse quasi subito ogni traccia. A quanto pare l’involucro protettivo di fibre
di lana di vetro non riuscì ad aprirsi all’uscita dall’atmosfera della Terra, e la sonda,
di conseguenza, divenne troppo pesante per seguire la propria traiettoria.

Il successo americano
Tre settimane e due giorni dopo, il 28 novembre 1964, fu lanciato il Mariner 4. Con
esso gli americani iniziarono una nuova esperienza, perché il velivolo inviò ventidue
fotografie e nuove informazioni di importanza vitale, essendo riuscito a giungere a
10.000 chilometri da Marte. Le immagini, piuttosto nebulose, ritraevano la superficie
sensibilmente craterizzata e senza vita del pianeta. Rappresentavano il primo sguardo
dell’uomo su Marte a distanza ravvicinata… uno sguardo che contribuì a infrangere
molti miti.
Soltanto due giorni dopo il lancio del Mariner 4, il russo Zond 2 tentò di non
incorrere nello stesso, disastroso destino di Mars 1, ma non vi riuscì. Alla fine della
primavera del 1965 i contatti con la sonda cessarono.
Il 24 febbraio e il 27 marzo 1969 la NASA lanciò due nuove sonde su Marte, i Mariner
6 e 7. Il Mariner 6 giunse a 3390 chilometri da Marte e scattò 76 fotografie. Il
Mariner 7 si avvicinò fino a 3500 chilometri e inviò 126 immagini.

Un terreno desertico
Per molti, queste prime missioni su Marte furono una delusione. Rovinate da difetti
tecnici e messe in ombra dalle missioni riuscite sulla Luna, le immagini che
arrivavano non erano esaltanti. Non c’era vegetazione: quanto alle macchie scure, si
trattava di variazioni di albedo, cioè della capacità riflettente del corpo celeste in
questione, dovute anche al fatto che, in certe aree, il terriccio rosso era stato soffiato
via e rivelava rocce più scure al di sotto. Non c’erano canali. Marte era estremamente
craterizzato e apparentemente molto antico.
La prima sonda che riuscì a portare a termine la propria impresa, il Mariner 4, rivelò
che l’atmosfera marziana non era tanto ricca di azoto (come avevano ipotizzato
Moore e Jackson) quanto invece di anidride carbonica, come per esempio, con ogni
probabilità, ampie zone delle calotte di ghiaccio. Su Marte non poteva esistere acqua
allo stato liquido, dal momento che la
pressione sulla superficie era molto più bassa di quanto si credesse in precedenza: era
infatti inferiore ai 10 millibar, e non pari a 85 come si pensava. Era un mondo da
incubo, inospitale… dall’aspetto monotono e senza vita, apparentemente privo di
caratteristiche interessanti. E le teorie di Lowell si sciolsero come neve al sole nella
fredda, nitida luce del giorno marziano. Un portavoce della NASA dichiarò:
Abbiamo scattato immagini straordinarie. Sono migliori di quanto avremmo potuto sperare qualche
anno fa… ma che cosa ci mostrano? Un paesaggio monotono, estinto come un dodo. Non rimane
molto da scoprire.
Il decennio successivo avrebbe dimostrato che queste conclusioni a proposito di
Marte erano tanto erronee quanto lo erano state quelle di Lowell.

UNA PROBABILITÀ SU UN MILIONE


Il cataclisma si abbatté su di noi sei anni or sono. Mentre Marte si avvicinava
all’opposizione, Lavelle di Giava fece fremere i fili trasmittenti delle comunicazioni
astronomiche con la straordinaria notizia di un’immensa esplosione di gas
incandescenti sul pianeta. Il fenomeno si era verificato verso la mezzanotte del 12, e
lo spettroscopio, al quale egli era ricorso immediatamente, aveva indicato una massa
di gas infiammati, in massima parte idrogeno, che si dirigeva a velocità
impressionante verso la Terra. Quel getto di fuoco era scomparso alla vista circa a
mezzanotte e un quarto. Egli lo paragonò a una colossale vampata sprigionatasi,
improvvisamente e violentemente, dal pianeta, «come il gas infuocato che scaturisce
da un cannone».
La frase si dimostrò singolarmente appropriata. Tuttavia, il giorno seguente, sui
giornali non se ne parlò affatto, se si eccettua una breve notizia sul Daily Telegraph, e
il mondo ignorò uno dei più gravi pericoli che abbiano mai minacciato la specie
umana. Io stesso avrei potuto non sapere nulla dell’eruzione, se non avessi incontrato
a Ottershaw il notissimo astronomo Ogilvy. Era profondamente eccitato dalla notizia,
e, ancora agitato, mi invitò per quella sera a fare un turno di osservazione con lui per
guardare il rosso pianeta. […]
Ogilvy, quella notte, aveva la mente piena di teorie sulle condizioni di Marte, e rideva dell’idea
diffusa secondo la quale lassù ci sarebbero stati degli abitanti che ci stavano facendo delle
segnalazioni. Riteneva, invece, che sul pianeta si stesse scaricando una pioggia di meteoriti, o che
fosse in atto un’enorme esplosione vulcanica. Mi
spiegò quanto fosse inverosimile che l’evoluzione organica avesse preso la stessa direzione nei due
pianeti adiacenti. «Le probabilità contro l’esistenza di esseri simili agli uomini su Marte sono un
milione contro una», disse.
All’inizio del 1998, esattamente un secolo dopo che H.G. Wells scrisse queste parole
nel primo capitolo della Guerra dei mondi, la NASA programmò una sonda, il Mars
Global Surveyor, allo scopo di incominciare a mappare la superficie del Pianeta
Rosso.
Non è un’impresa nuova: Marte infatti era stato completamente mappato in
precedenza da sonde sia americane che russe. Tuttavia, il Global Surveyor fu
progettato per mandare sulla Terra le foto più dettagliate della superficie marziana
che mai fossero state scattate nello spazio.
Non è possibile ignorare che eventuali nuove scoperte potrebbero cambiare
irrevocabilmente il futuro dell’umanità e tutte le nostre nozioni sul passato.
Contro ogni aspettativa, in effetti, sembra che su Marte ci sia qualcosa di «simile
all’uomo». E un secolo dopo il calcolo delle probabilità di Ogilvy, potremmo essere
proprio sulla soglia di una scoperta che oltrepassa i più fantasiosi sogni di Wells, una
scoperta degna di uno Schiaparelli o di un Lowell, che gli scienziati giudicano una
mera illusione, ma che, se non è tale, è tanto significativa da superare le nostre
capacità di comprensione. Facendo eco a Lowell, potremmo dire che «ci sono buoni
motivi per credere che siamo alla vigilia di una scoperta ben precisa in questo
campo».
Il qualcosa di «simile all’uomo» è «il Volto su Marte», una colossale altura che
raggiunge quasi 800 metri sopra l’arida pianura di Cydonia, sul litorale di un mare
marziano scomparso da molto tempo, un’altura che sembra scavata in modo tale da
mostrare immense caratteristiche umanoidi che ci fissano ossessivamente.
Eppure, come il «gas infuocato» del racconto fantascientifico di Wells, questo
oggetto misterioso e i molti altri che lo circondano sulle pianure di Cydonia e di
Elysium – le cui implicazioni potrebbero essere, se mi si passa il gioco di parole,
astronomiche – rimangono relativamente ignorati e non sono oggetto di studio.
La maggior parte degli scienziati, infatti, come l’Ogilvy di Wells, rimane ferma nelle
proprie convinzioni secondo le quali le probabilità che ci sia mai stata vita umana su
Marte sono tuttora «una su un milione».
Un secolo dopo, gli Ogilvy dei nostri giorni sono forse costretti a cambiare idea alla
luce delle nuove prove? Il Mars Global Surveyor confermerà dunque che la realtà è
effettivamente più strana della fantasia? E’ inequivocabile, in effetti, che entrambe le
principali sonde inviate su Marte negli anni Settanta – il Mariner 9 e il Viking 1 –
hanno fotografato sulla superficie del pianeta oggetti che sono stati dichiarati la prova
dell’esistenza di vita intelligente su un altro mondo.
Maggio 1971
Alla fine degli anni Sessanta Marte è stato oggetto di ricerche pionieristiche ma
deludenti, e gli entusiasmi iniziali furono smorzati dalle immagini scattate dai primi
Mariner, che ritraevano il Pianeta Rosso come una landa monotona, senza vita e
crateriz-zata. Per un certo tempo nessuno seppe che le foto scattate durante quelle
prime missioni non erano affatto riuscite a cogliere le varie e incredibili
configurazioni geologiche che rendono Marte un pianeta tanto misterioso.
Con la fine degli anni Sessanta si chiuse la competizione delle superpotenze per
raggiungere la Luna. E immediatamente si riaccese l’interesse per Marte: nel maggio
del 1971 vi furono lanciate cinque navi spaziali nel giro di ventidue giorni.
Due dei velivoli, i Mariner 8 e 9, erano americani. Il Mariner 8 aveva la funzione di
mappare le caratteristiche topografiche di Marte, esplorando il 70 per cento della
superficie del pianeta da un’orbita fortemente inclinata. L’intento era quello di
fotografare Marte con il Sole molto basso all’orizzonte, affinché gettasse ombre
lunghe. Il Mariner 9, invece, doveva collocarsi in modo tale che il Sole risultasse
alto, per fotografare le caratteristiche dell’albedo nelle regioni equatoriali.
Il Mariner 8 fu lanciato l’8 maggio 1971, ma poco dopo la partenza si verificò un
funzionamento difettoso nel sistema di guida: lo stadio superiore del missile Atlas-
Centaur che trasportava la sonda si staccò da quello principale ma non si accese, e
finì per affondare nell’oceano Atlantico, 360 chilometri a nord di Puerto Rico.
Spettò dunque al Mariner 9 reintegrare la perdita, e la sua funzione fu modificata in
modo tale da includere aspetti della missione fallita della sua controparte. Il nuovo
progetto consisteva nell’inviare il velivolo in un’orbita intermedia, con
un’inclinazione di 65 gradi rispetto all’equatore, a un’altezza minima di 1350
chilometri.
Il Mariner 9 partì da Cape Kennedy (divenuto poi Cape Canaveral) 22 giorni dopo il
fallimento del Mariner 8. Ma presto avrebbe avuto compagnia…
Soltanto due giorni dopo la perdita del Mariner 8, un modulo orbitale sovietico fu
lanciato su Marte da Baikonur in Kazakhstan. Com’era già accaduto alla sua
controparte americana, a causa di un banale errore del sistema computerizzato, il
modulo spaziale non riuscì a lasciare l’orbita della Terra. Prima della fine di maggio,
tuttavia, altri due velivoli sovietici, Mars 2 e Mars 3, ciascuno costituito da un orbiter
con un lander smontabile, furono lanciati l’uno dopo l’altro.
Nell’estate del 1971, dunque, tre velivoli interplanetari lasciarono senza intoppi la
sfera d’influenza della Terra e si diressero silenziosamente verso il nostro rosso
vicino.

Tempesta di polvere
Qualche mese prima, nel febbraio del 1971, Charles F. Capen, un astronomo
dell’osservatorio Lowell di Flagstaff, azzardò una previsione concernente le
condizioni climatiche su Marte. A causa della posizione di Marte a quell’epoca – in
«opposizione perieliaca» – riteneva probabile che, verso la fine dell’estate, si sarebbe
sollevata una tempesta di polvere. In effetti, il 21 settembre, mentre i tre velivoli si
avvicinavano a Marte, una piccola nuvola si sviluppò sulla regione dell’Ellesponto…
Quando, il 10 novembre, il Mariner 9 accese la propria telecamera (dopo aver
superato i suoi due rivali russi nel raggio di 800.000 chilometri da Marte), rivelò un
pianeta la cui superficie era completamente oscurata da una violenta tempesta di
sabbia. Niente poteva penetrare quella cortina di polvere. E a quel punto il Mariner 9
effettuò un’operazione che gli avrebbe assicurato un posto nel cielo immortale della
storia dell’esplorazione spaziale. Spense la telecamera e aspettò.
I due velivoli sovietici, Mars 2 e 3, erano stati costruiti in base al modello orbiter-
lander Venera che i russi avevano inviato sulla superficie di Venere negli anni
Sessanta. Le missioni Venera avevano avuto un discreto successo, poiché avevano
trasmesso informazioni dai moduli di atterraggio durante la discesa, ma avevano
perso ogni contatto dopo aver raggiunto la superficie. Se avessero continuato a
trasmettere anche dal pianeta, avrebbero fatto notizia mettendo in ombra qualsiasi
risultato ottenuto dal Mariner 9, che era esclusivamente un orbiter, privo di modulo
d’atterraggio.
Il lander del Mars 2 non riuscì a effettuare una discesa graduale. Il 27 novembre
1971 si schiantò contro la superficie marziana in un punto a nord di Hellas (44,2° S,
313,2° O).
Cinque giorni dopo, l’involucro del modulo d’atterraggio del Mars 3 si aprì. Al
momento della discesa trasmise fotogrammi bianchi per venti secondi prima che il
contatto cessasse. Essendo atterrato mentre su Marte infuriava una violenta tempesta
di polvere, si pensò che il suo paracadute fosse stato trascinato via da venti che
raggiungevano la velocità di 140 metri al secondo e che il velivolo fosse finito in
mille pezzi.

Il Mariner 9
Mentre i moduli di atterraggio dei Mars venivano travolti dalla tempesta di polvere
che infuriava al di sotto, il Mariner 9 si lasciava trasportare silenziosamente in orbita,
inattivo, conservando la propria energia.
Nel frattempo, i moduli orbitali Mars 2 e 3, da cui erano discesi i lander che avevano
fallito la missione, continuavano a svolgere freneticamente un’irreversibile attività
programmata in precedenza, trasmettendo innumerevoli immagini di nubi di polvere.
Nel dicembre del 1971, quando la tempesta si placò, i sistemi del Mariner 9 furono
riaccesi. A differenza di quelli sovietici, i programmi del suo computer rimanevano
accessibili anche dopo il lancio, perciò la sua missione poteva essere modificata
durante il percorso. Una simile flessibilità significava che quell’orbiter fu l’unico, di
tutti i velivoli lanciati in quel mese di maggio, a portare a compimento la propria
missione.
Il Mariner 9 giunse a una distanza di 1370 chilometri da Marte e incominciò a
mappare l’emisfero meridionale da 25 a 65 gradi a sud. Continuò con l’emisfero
settentrionale, fino a 25 gradi. Quando, il 27 ottobre 1972, finì il combustibile, aveva
scattato 7239 stupefacenti fotografie di Marte, con una definizione d’immagine tale
da rivelare anche le caratteristiche di uno spazio non più grande di un campo da
football.
Ancora una volta i concetti scientifici del mondo a noi vicino stavano per essere
rovesciati.

Rivelazioni
Quando le nubi di polvere si dissiparono, svelarono un paesaggio marziano che era il
sogno di tutti i geologi.
Larghe, inspiegabili macchie scure che spuntavano in mezzo a vortici di nuvole
tempestose si rivelarono immensi vulcani: il gigantesco monte Olympus, alto tre
volte l’Everest, e altri tre, ossia il monte Ascraeus, il Pavonis e l’Arsia sul grande
rigonfiamento di Tharsis.
Gli scienziati rimasero sopraffatti dalla visione delle Valles Marineris, crepacci
profondi 7 chilometri che si aprono nella crosta marziana e si estendono su un quarto
della circonferenza del pianeta: una configurazione sorprendente che abbiamo cercato
di descrivere nella Parte I.
Si scoprirono anche i colossali bacini da impatto di Hellas, Isidis e Argyre, indizi
della morte di un mondo un tempo abitabile.
Un mondo un tempo abitabile! Come abbiamo visto nella Parte I, infatti, le
telecamere del Mariner furono le prime a portare alla luce configurazioni che
sembravano letti di fiumi prosciugati, vallate e altri segnali inconfondibili della
presenza, in altri tempi, di grandi quantità d’acqua in superficie, che costituivano
ovviamente il requisito fondamentale perché sul pianeta potesse esserci vita.

Le piramidi ammiccanti di Marte


L’8 febbraio 1972, a due mesi dall’inizio della missione, il Mariner 9 sorvolò e
fotografò l’area conosciuta con il nome di Elysium. A 15 gradi di latitudine nord e a
198 gradi di longitudine ovest, il fotogramma MTVS 4205 mostrò un
raggruppamento di piramidi tetraedriche. Questa zona fu fotografata nuovamente il 7
agosto, e il fotogramma MTVS 4296 mostrò la stessa area, anche questa volta con le
medesime forme piramidali.
Come abbiamo detto nella Parte I, queste strutture furono additate per la prima volta
all’attenzione degli studiosi in un articolo uscito su Icarus nel 1974, intitolato «Le
strutture piramidali di Marte». Gli autori osservavano che quelle strutture gettavano
ombre regolari, indicando così che la loro forma tetraedrica non era un’illusione
causata dalle variazioni di albedo nella colorazione della superficie del suolo. Inoltre,
l’esistenza di svariate immagini scattate a diverse angolazioni rispetto al Sole rafforza
la tesi che la loro forma non sia soltanto un’illusione ottica.
Queste grandi «piramidi ammiccanti», come le definì Carl Sagan, torreggiano mille
metri al di sopra della pianura circostante di Elysium. Si è calcolato che il volume
della più grande è pari a 1000 volte quello della Grande Piramide egizia e l’altezza è
dieci volte maggiore.
Queste configurazioni sono forse, come riteneva Carl Sagan, «piccole montagne
erose dalla sabbia nel corso del tempo»? Ma Sagan affermò anche che meritavano
«un esame accurato».

Bizzarrie geologiche?
Nell’arida pianura di Elysium ci sono quattro piramidi tetraedriche, due più grandi e
due più piccole, molto ravvicinate, l’una di fronte all’altra. Abbiamo visto nella Parte
I che sembrano esser state collocate secondo uno schema preciso di allineamento,
proprio come quelle terrestri, e le due piramidi più piccole sembrano rispecchiare
l’allineamento delle due più grandi.
Gli scienziati hanno cercato di spiegarle come coni vulcanici scolpiti dal vento,
oppure come il risultato di una particolare forma di erosione o di accumulo del suolo.
Tuttavia, come affermano J.J. Hurtak e Brian Crowley nel loro libro The Face on
Mars:
Questa spiegazione semplicistica non regge a un esame più accurato. A Los Angeles, a metà degli
anni Settanta, ingegneri della NASA svolsero esperimenti in tunnel aerodinamici per simulare la
creazione di configurazioni simili a quelle fotografate dal Mariner 9. Ma l’unica conclusione a cui
giunsero fu che né l’accumulo di terriccio né l’erosione del vento potevano dar luogo alla
formazione di quattro strutture tetraedriche ugualmente distanziate. Nel tunnel aerodinamico non fu
neppure possibile simulare una disposizione omogenea di oggetti che corrispondesse alle distanze
matematiche che separano tra loro le quattro piramidi maggiori e minori di questa zona
dell’Elysium.
Altri scienziati hanno attribuito queste formazioni all’opera dei ghiacci, oppure
all’erosione alterna di blocchi di lava, ma Hurtak e Crowley non sono di questo
avviso: «Non ci sono prove di glaciazioni [su Marte], specialmente nella regione
tropicale del pianeta [dove si trova l’Elysium]… e in connessione con le formazioni
non è stata individuata chiaramente nessuna colata di lava».
Ma allora che cosa sono queste enigmatiche configurazioni? Forse gli scienziati non
sono stati in grado di riprodurle mediante la simulazione di tipi conosciuti di processi
naturali proprio perché, prima di tutto, non si formarono in seguito a processi
naturali.
Potrebbero dunque essere il primo segno, come sostengono molti ricercatori
indipendenti, che Marte reca le «impronte» di un’antica civiltà extraterrestre?

L’ENIGMA VIKING
La fase successiva dell’esplorazione di Marte ebbe inizio nel 1975, quando la NASA
lanciò le due sonde gemelle Viking 1 e Viking 2. Erano entrambe composte da un
orbiter e da un lander, come gli sfortunati Mars 2 e Mars 3, i velivoli sovietici che le
avevano precedute, ma, a differenza di questi ultimi, i Viking erano destinati ad avere
enorme successo.
Il Viking 1 fu lanciato per primo e il suo modulo d’atterraggio raggiunse senza
intoppi la superficie marziana il 20 luglio 1976. La località era Chryse Planitia, il
grande bacino di terre basse che giace a nord delle Valles Marineris. Nel frattempo,
2000 chilometri al di sopra, le telecamere dell’orbiter riprendevano immagini ad alta
risoluzione del pianeta.

In cerca della vita


Tenendo conto delle rivelazioni del Mariner 9 secondo le quali Marte un tempo
poteva essere abitabile, la NASA dedicò le missioni Viking alla «Ricerca di vita su
Marte». Per lo più questa ricerca si fondò su fotografie ad alta risoluzione di larghe
aree della superficie del pianeta, sull’analisi della struttura e della composizione della
sua atmosfera e su test chimici di campioni di suolo raccolti dai moduli d’atterraggio.
Nella Parte I abbiamo visto che i campioni di suolo diedero un certo numero di
risultati positivi e che a tutt’oggi Gilbert Levin, uno degli scienziati che esaminarono
gli esperimenti, rimane convinto della presenza, quanto meno, di vita batterica su
Marte. Ma la posizione ufficiale della NASA, così come ci è stata recentemente
presentata dal dottor Arden Albee, lo scienziato che ha progettato il Mars Global
Surveyor, è esattamente opposta:
Nessuno degli esperimenti dimostrava la presenza di vita. Molti non riuscirono come speravamo
perché, quando progettammo gli strumenti, non ci eravamo ancora resi conto che sulla superficie di
Marte ci sono degli ossidanti. Dunque non ottenemmo i risultati chiari e precisi che ci aspettavamo,
ma niente indicava la presenza di vita.

La scelta dei luoghi


In origine il lander del Viking 1 era stato programmato per atterrare il Giorno
dell’Indipendenza, il 4 luglio 1976, ma la data fu spostata quando gli scienziati sulla
Terra visionarono le immagini dal vivo della superficie marziana trasmesse
dall’orbiter. Il luogo prescelto per l’atterraggio appariva pericolosamente accidentato.
Dopo alcune settimane di ricerca di un’ubicazione più sicura, la scelta cadde su
Chryse Planitia e il modulo potè scendere senza problemi.
Poi si incominciò a cercare un sito su cui far atterrare il lander del Viking 2. Così
racconta Carl Sagan:
La latitudine che si proponeva invece per l’atterraggio del Viking 2 era 44° N e il sito principale
una zona chiamata Cydonia, scelta perché secondo alcune considerazioni teoriche c’era qualche
possibilità di trovarvi piccole quantità di acqua liquida, almeno in certi momenti dell’anno
marziano. Poiché gli esperimenti biologici del programma Viking erano fortemente orientati verso
gli organismi che prosperano nell’acqua liquida, alcuni scienziati ritennero che le possibilità di
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trovare tracce di vita sarebbero state migliori in Cydonia.
Sagan e i suoi colleghi erano letteralmente sul punto di trovarsi faccia a faccia con
qualcosa di molto simile a un segno di vita… ma non quel genere di segno né quel
genere di vita che si erano immaginati. In effetti, ciò che trovarono oltrepassava
talmente la loro capacità di comprensione che fu immediatamente bollato come
un’illusione ottica e non si permise che influenzasse la scelta definitiva del sito per
l’atterraggio del Viking 2.

Un’illusione ottica
La scoperta avvenne il 25 luglio 1976 grazie a Tobias Owen, un membro della
squadra ideatrice del Viking presso il Jet Propulsion Laboratory. Stava esaminando
fotogrammi della regione di Cydonia per individuare possibili siti d’atterraggio
quando lo si udì mormorare: «Mio Dio, e questo cos’è?»
Il fotogramma che stava osservando, il numero 35A72, mostrava un’area della
superficie marziana grossolanamente divisa in due zone geologiche confinanti: una
pianura estesa, leggermente craterizzata, con alcune mesas in rilievo, e un’area
rocciosa ingombra di immensi blocchi di pietra inclinati. Più o meno al centro si
trovava una specie di gigantesco volto dall’aspetto umano che sembrava fissare
qualcosa con sguardo assente da quel pianeta morto. Sembrava uno sguardo sereno,
benché intenso, come se si trattasse di una muta sentinella di guardia a quel paesaggio
brullo.
Qualche ora dopo, Gerry Soffen, un portavoce del progetto Viking, tenne una
conferenza stampa sui progressi compiuti dalla cosiddetta «Ricerca di vita su Marte»
della NASA. In un modo o nell’altro qualcuno gli aveva fatto pervenire un’immagine
del «Volto» appena scoperto, poiché la mostrò ai giornalisti commentando
sbrigativamente: «Ecco fino a che punto possono trarre in inganno i giochi di luce e
ombra. Quando esaminammo una foto scattata qualche ora dopo, non c’era più
niente. È soltanto un’illusione ottica, che dipende dal modo in cui cade la luce».
Poco tempo dopo il JPL diramò un comunicato stampa in cui ribadiva essenzialmente
lo stesso punto di vista a proposito del «Volto»:
Didascalia della foto: Questa immagine è una delle tante scattate alle latitudini
settentrionali di Marte dal modulo orbitale Viking 1 durante la ricerca di un sito per
l’atterraggio del Viking 2. La foto mostra configurazioni di terra erosa simili a mesas.
L’immensa formazione rocciosa che si trova al centro e assomiglia a una testa umana
è costituita da ombre che danno l’illusione di vedere occhi, naso e una bocca. Questa
faccia ha un’estensione di un chilometro e mezzo, e la sua angolazione rispetto al
Sole è pari a 20 gradi circa. L’aspetto macchiettato dell’immagine è da addebitarsi a
errori grafici, accentuati dall’ingrandimento dell’immagine. La foto fu scattata il 25
luglio da un’altitudine di 1873 chilometri. Il Viking 2 arriverà nell’orbita marziana
sabato prossimo (7 agosto) e l’atterraggio è previsto per l’inizio di settembre.
Utopia
Senza por tempo in mezzo la NASA decise di non far atterrare il Viking 2 a Cydonia.
A quanto pareva, il sito ora veniva ritenuto «poco sicuro». Secondo Carl Sagan:
la latitudine 44° N era del tutto irraggiungibile col radar e, in tal caso, si doveva accettare un rischio
significativo di fallimento per il Viking 2. […] Per migliorare le possibilità di successo furono
considerati altri punti di atterraggio in una regione esaminata col radar nei pressi della latitudine 4°
S.
Tenuto conto di tutto ciò, è straordinario che il Viking 2 riuscisse finalmente a toccare
il suolo a una latitudine persino superiore a quella di Cydonia! Atterrò, rischiando di
venire rovesciato dai massi, in un’area rocciosa decisamente poco incoraggiante
conosciuta con il nome di Utopia, a 47,7 gradi di latitudine nord, il 3 settembre 1976.
Fu così che, apparentemente senza motivo, come afferma James Hurtak:
un’impresa costata milioni di dollari, che avrebbe potuto costituire una «miniera d’oro», divenne un
evento banale […] Una scelta poco felice favorì un’area di minore interesse geologico e biologico.
Sarebbe come scegliere il deserto del Sahara quale luogo adatto a un atterraggio sul nostro pianeta.

La signora fa le bizze
Perché scegliere Utopia invece di Cydonia quando, secondo i criteri della NASA,
entrambi i siti erano considerati ugualmente «poco sicuri», e, per di più, il primo è
scialbo e poco interessante, mentre dell’altro si dice che vi si trovi non solo l’acqua
ma anche il mistero del «Volto»? E’ una questione spinosa, perché anche se
prendiamo per buona la sbrigativa opinione di Gerry Soffen secondo la quale il
«Volto» non è altro che un gioco illusorio di luci e ombre, Cydonia rimane pur
sempre un luogo molto più interessante di Utopia!
Francamente troviamo sconcertante la decisione di atterrare a Utopia. Ma siamo
ancora più perplessi dalla rapidità con cui Cydonia cessò di essere l’ubicazione
preferita non appena fu scoperto il «Volto» sul fotogramma 35A72. Potrebbe essere
una coincidenza. D’altra parte troviamo strano che la NASA avesse tanta fretta di
liquidare il Volto come un’illusione ottica. In un certo senso il portavoce Gerry
Soffen aveva perfettamente ragione quando affermò che l’immagine svanì nel giro di
poche ore. Ma questo non accadde a causa di giochi di luci e ombre, bensì perché era
caduta la notte. Alcune ore dopo non fu più possibile avere alcuna immagine del
Volto.
Semplicemente, la tanto millantata foto che proverebbe che il Volto è un’illusione
ottica non esiste.
Perché, dunque, la NASA diffuse questa strana storia?

GESÙ IN UNA TORTILLA


Il 4 luglio 1997 Mars Pathfinder, la prima di una nuova generazione di sonde della
NASA, atterrata sulla superficie color ruggine di Marte, per la precisione nella Ares
Vallis (19,5° N 32,8° O), rimbalzò sugli airbag di protezione che si erano gonfiati
prima di atterrare e rimase integra su un mondo alieno. Poi, come in una scena da
film di fantascienza, gli airbag si sgonfiarono e tre pannelli solari triangolari si
aprirono come i petali di un fiore d’argento futurista, fu calata una rampa e il rover
Sojourner scese dal modulo d’atterraggio. Il mondo rimase a guardare attonito quel
piccolo robot a sei ruote, grande come una scatola da scarpe, del peso di dieci chili e
mezzo, uscire lentamente dal suo «fiore» di metallo protettivo e camminare sul suolo
marziano, tutto solo in quel mondo roccioso, sotto un cielo color salmone… a milioni
di chilometri da casa.

Mars Observer, per favore, telefona a casa


Pathfinder fu considerato un successo strepitoso da tutti coloro che avevano lavorato
al suo progetto. Ora la NASA poteva tirare un sospiro di sollievo dopo lo sfortunato
record del decennio precedente, incominciato nel 1987 con la tremenda esplosione in
volo dello Space Shuttle Challenger e terminato nel 1993 con la perdita della sonda
Mars Observer.
Lanciata il 25 settembre 1992, la missione dell’Observer avrebbe dovuto consistere
nel rimappare la superficie di Marte replicando, essenzialmente, il lavoro fotografico
degli orbiters Viking, ma a livelli di risoluzione molto più elevati. Attrezzato di
telecamera, il veicolo spaziale poteva ottenere immagini di 1,4 metri per pixel: un
notevole miglioramento rispetto ai 50 metri per pixel dei Viking.
Ma l’Observer fallì immediatamente prima di entrare in orbita. Un comunicato della
NASA descrive ciò che accadde:
La sera di sabato 21 agosto [1993] le comunicazioni con l’astronave Mars Observer, che si trovava
a una distanza di tre giorni dal pianeta Marte, si interruppero. Ingegneri e controllori della missione
del Jet Propulsion Laboratory della NASA, a Pasadena (California), azionarono i comandi di riserva
per accendere il trasmettitore dell’astronave e posizionarne le antenne verso la Terra. Ma domenica
22 agosto, alle 11 EDT (Eastern Daylight Time), nessuna delle stazioni d’inseguimento sparse per il
mondo ricevette più alcun segnale dall’astronave.

Cospirazioni
Che cosa accadde esattamente a Mars Observer?
Benché non ci fossero prove precise da cui trarre indicazioni, alla NASA si tenne una
riunione per tentare di rispondere a questa domanda. La conclusione fu che il black-
out era stato causato da un guasto al sistema di propulsione verificatosi all’inizio
della pressurizzazione del serbatoio del carburante.
Ma c’era ben altro, e qualche giorno dopo risultò evidente che la procedura non era
stata eseguita correttamente. In realtà, il ponte radio dell’ Observer con la Terra
(«telemetria») era stato deliberatamente interrotto dai controllori durante la
pressurizzazione del serbatoio del carburante. Era un fatto strano e senza precedenti. I
tecnici non potevano certo ignorare che è vitale mantenere costantemente la
comunicazione tra l’astronave e la base, perché una volta perduta è difficile
recuperarla. Ecco dunque che cosa accadde all’Observer. la telemetria fu interrotta e
non potè più essere ripristinata.
La perdita della sonda, apparentemente, fu causata da un’inezia. Eppure, come
vedremo nel Capitolo 15, alcuni analisti della NASA erano convinti fin dall’inizio che
potesse trattarsi di ben altro. Precisano infatti che, quando la telemetria fu interrotta,
l’Observer era presumibilmente pronto a incominciare la propria orbita e la
mappazione. Perché, si domandano, una procedura tanto rischiosa sarebbe stata
attuata proprio in quel momento cruciale se la NASA non avesse effettivamente voluto
perdere l’astronave?
E il motivo?
Chi teorizza la cospirazione è convinto che tutto questo mistero sia collegato al fatto
che, nel decennio precedente a Mars Observer, si faceva un gran parlare della
questione del Volto. In effetti, nel periodo di fervidi preparativi che precedette il
lancio del settembre 1992, la richiesta pubblica che la sonda fotografasse nuovamente
Cydonia era stata particolarmente insistente.
Forse l’Observer entrò in orbita qualche giorno prima di quanto fu detto alla gente.
Forse fotografò Cydonia. Forse alle autorità della NASA non piacque ciò che videro
lassù. Forse decisero di «dare un taglio», non volendo rendere universalmente noti
aspetti potenzialmente allarmanti che riguardavano la realtà della vita extraterrestre.

DiPietro, Molenaar, Hoagland


La NASA ha fatto molto per alimentare una simile paranoia, a giudicare da ciò che si
legge nelle dichiarazioni ufficiali riguardanti il Volto, fin dal momento in cui Tobias
Owen, per primo, lo individuò nel fotogramma 35A72 il 25 luglio 1976. Usando le
parole più adatte, i comunicati stampa cercarono di influenzare l’immaginazione
pubblica dichiarando che si trattava soltanto di un’illusione ottica, un gioco di luci e
ombre. Gli scienziati in massa persero subito ogni interesse per quell’argomento. E
nei tre anni successivi la questione giacque sepolta negli archivi della NASA sullo
spazio cosmico, al Goddard Space Flight Center di Greenbelt, nel Maryland.
Il Volto fu riscoperto nel 1979 da Vincent DiPietro, un informatico della Lockheed
che lavorava a contratto presso il Goddard. Insieme al suo collega Gregory Molenaar,
DiPietro sviluppò un procedimento di miglioramento dell’immagine per creare
vedute più dettagliate del Volto. Di loro iniziativa, come vedremo nel Capitolo 9, i
due ricercatori perlustrarono gli archivi e scoprirono un altro fotogramma del Viking
in cui il Volto, benché fotografato da una diversa angolazione, era chiaramente
visibile. In questo fotogramma si intravedeva un’altra enigmatica struttura: una
misteriosa piramide a cinque facce (che fu poi chiamata piramide D&M dai nomi dei
suoi scopritori) distante una quindicina di chilometri dal Volto.
Sulle prime, ingenuamente, DiPietro e Molenaar pensarono che la NASA si sarebbe
interessata alle loro scoperte. Ma com’era prevedibile, la delusione non si fece
attendere. Due scienziati, altamente qualificati, che lavoravano per la NASA,
sostenevano di aver trovato le prove effettive di una configurazione intelligente su un
altro mondo. Eppure nessuno li ascoltava.
Nel 1981 i due decisero di provare a rendere nota quella scoperta attraverso i canali
ufficiali e pubblicarono privatamente un libro intitolato Unusual Mars Surface
Features. Tra coloro che acquistarono una copia alla presentazione c’era uno scrittore
che si occupava di argomenti scientifici, Richard Hoagland, il quale, per pura
coincidenza, si era trovato nel gruppo dei giornalisti al JPL nel luglio del 1976, quando
Gerry Soffen aveva liquidato sbrigativamente la questione del Volto.
Nei capitoli seguenti incontreremo spesso Hoagland. Eclettico, appassionato del
mondo scientifico e spaziale, in possesso di uno straordinario curriculum vitae, era
destinato a diventare, con il passare del tempo, il più rappresentativo e controverso
dei giornalisti e dei ricercatori che per primi si interessarono a Cydonia. Definito dal
suo direttore «uno strano incrocio tra Gene Rodenberry, l’ideatore di Star Trek, e Mr.
Spock», questo spirito libero avrebbe reso note le scoperte di DiPietro e Molenaar.
Nel clima di attesa del nuovo millennio c’era un pubblico pronto a manifestare
interesse per una sfida tanto coraggiosa al pensiero scientifico convenzionale.

«Independent Mars Investigation»


Osservando per conto proprio i fotogrammi del Viking, Hoagland non compì soltanto
un lavoro pionieristico di scoperta, ma fece anche una notevole pubblicità
all’argomento. Tra le sue scoperte vi furono quelli che lui stesso chiamò la «Città», il
«Forte» e molte piccole alture nel raggio di pochi chilometri sia dalla piramide D&M
che dal Volto.
Insieme all’antropologo Randolpho Pozos, nel 1983 Hoagland fondò l’IMI
(Independent Mars Investigation). I due organizzarono una conferenza
computerizzata che prese il nome da un libro di Ray Bradbury, Cronache marziane,
in cui a Hoagland, Pozos, DiPietro e Molenaar si unirono John Brandenburg, fisico
del plasma, e l’artista Jim Channon (che diede una valutazione del Volto dal punto di
vista artistico). Tra i partecipanti alla conferenza c’erano anche Lambert Dolphin e
Bill Beatty, entrambi scienziati dell’SRI (Stanford Research Institute), il centro di
ricerca californiano famoso in tutto il mondo. Dolphin, un fisico, era stato coinvolto
per un certo tempo in indagini di telerilevamento sulle piramidi e la Sfinge della
piana di Giza, in Egitto.
L’«Independent Mars Investigation» fu presa abbastanza sul serio da ricevere 50.000
dollari dal Fondo presidenziale dell’SRL, benché fosse subito evidente che il centro di
ricerca non aveva intenzione di fornire ulteriore assistenza, consentendo soltanto a
Dolphin di dedicarvi tempo e consulenze tecniche. Inoltre sembrava che anche questo
sostegno potesse venir meno da un momento all’altro. Disperato, Hoagland formò un
secondo gruppo, il «Mars Investigation Group», con Thomas Rautenberg di Berkeley,
in California. Frattanto, nel marzo del 1984 la conferenza dell’IMI si chiuse e il
Martian Chronicle ebbe un brusco epilogo.
Le conclusioni principali dell’LML furono presentate da John Brandenburg alla «Case
for Mars Conference II» che si tenne a Boulder, nel Colorado, nell’estate del 1984.
Carlotto
Nel 1985, ai vari ricercatori indipendenti si unì un programmatore d’informatica
specializzato in tecniche dell’immagine, di nome Mark Carlotto. Come vedremo nel
Capitolo 10, Carlotto lavorò sulle immagini originali del Viking, migliorandole e
concludendo che il Volto è un oggetto tridimensionale. Accentuando i contrasti,
riuscì a identificare, nel Volto, qualcosa di simile a linee decorative intersecantesi al
di sopra degli occhi quasi fossero una corona o un diadema, «denti» e anche una
specie di striscia ornamentale sul capo, somigliante alla nemes dei faraoni.
Carlotto è uno scienziato altamente qualificato e il suo lavoro è sempre stato
particolarmente rigoroso dal punto di vista scientifico. Ciò nonostante scoprì che, fin
dall’inizio, le sue conclusioni e osservazioni furono decisamente respinte dagli esperti
di Marte.

Il rapporto McDaniel
Alcuni accademici specializzati in altre discipline, che hanno preso in considerazione
le scoperte di scienziati indipendenti come Carlotto, DiPietro e Molenaar, ritengono
che la reazione degli «esperti» sia stata avventata.
Stanley McDaniel, per esempio, professore emerito ed ex direttore del Dipartimento
di filosofia della Sonoma State University, era a conoscenza della disputa sul Volto
fin dal 1987. Nel 1992, anche a causa dell’imminente lancio di Mars Observer, rese
pubblica per la prima volta la sua posizione quanto al dibattito su Cydonia:
Il mio approccio iniziale era carico di scetticismo […] ma nel corso dell’indagine il mio
apprezzamento per l’opera dei ricercatori e per il rigore scientifico con cui era stata condotta
incominciò a crescere. Scoprii che qualche imprecisione occasionale nel loro lavoro era di gran
lunga compensata dalla consistenza dei dati e dall’immediatezza della loro risposta alle esigenze di
ciò che, dopo tutto, era il primo studio di quel genere che fosse mai stato compiuto.
Mi resi conto non solo della qualità relativamente alta della ricerca indipendente, ma anche di errori
evidenti nelle argomentazioni usate dalla NASA per respingerla. Via via che esaminavo nuovi
documenti della NASA, rimanevo sempre più sconcertato dalla pochezza di quei ragionamenti. Era
sempre più difficile credere che scienziati preparati potessero incappare in simili deduzioni
sbagliate: era dunque giustificata la supposizione che stessero perseguendo una sorta di secondo
fine allo scopo di occultare la vera natura dei dati.
Uomo energico malgrado il suo aspetto esile, Stan McDaniel è un brillante oratore,
dotato di ingegno vivace, il che smentisce l’ipotesi secondo la quale le AOC (Artificial
Origin s at Cydonia) siano sostenute unicamente da gente che di scienza non
s’intende granché. Il sottotitolo del suo rapporto, pubblicato nel 1993, denuncia
chiaramente le sue conclusioni principali: «il fallimento della responsabilità
esecutiva, congressuale e scientifica nell’indagare la possibile prova dell’esistenza di
strutture artificiali sulla superficie di Marte, e nell’aver assegnato la priorità al
programma di esplorazione di Marte da parte della NASA».
Il McDaniel Report analizza non soltanto la questione dell’artificiosità ma anche le
contromisure prese dalla NASA in merito all’argomento.
Tra queste figura, in primo luogo, la difesa standard, appoggiata in particolare dal
cosmologo Carl Sagan, secondo la quale il Volto è soltanto un’illusione ottica, un
gioco di luci e ombre. Poi c’è il cosiddetto «rapporto tecnico» (McDaniel nega che
sia tale) in cui si critica il Monuments of Mars di Hoagland. Ma non va dimenticata
l’opera di Michael Malin, ideatore e operatore delle telecamere trasportate dalle
sonde. Accanito oppositore della tesi dell’artificiosità, Malin detiene il potere di
scegliere tra ciò che viene fotografato su Marte in ciascuna missione con le sue
telecamere e gode anche di uno strano privilegio legale: un periodo «di prova» di sei
mesi durante il quale gli è consentito di visionare le immagini prima che siano rese
note al pubblico.
Senza alcun dubbio Carl Sagan, finché visse, fu «un rimedio anti-panico»
estremamente efficace per la NASA, pronto a tranquillizzare l’opinione pubblica
riguardo alla questione del Volto. Scrisse persino un articolo su questo argomento per
una rivista domenicale formato tabloid, il Parade, in cui difendeva fermamente la tesi
dell’illusione ottica sostenuta dalla NASA a proposito del Volto, e la raffrontava con i
numerosi «volti» che appaiono in natura, quali il «Grande volto indiano», «L’uomo
sulla Luna» e «Gesù in una tortilla».
Con questi argomenti la NASA ha potuto dare una consistenza apprezzabile alla propria
linea di condotta, ossia quella di non conferire alcuna priorità a Cydonia. Ma sono
argomenti realmente validi… o dettati unicamente dall’intenzione di chiudere la
faccenda? Secondo McDaniel si tratta della seconda ipotesi. In effetti, oltre a essere
sbrigativi, sono fondamentalmente errati.

Sonde perdute
Mars Observer era dotato dei mezzi adatti a risolvere la controversia: era infatti
previsto che scattasse nuove fotografie ad alta risoluzione delle pianure di Cydonia,
ma soltanto se la NASA e Michael Malin si fossero convinti che valeva la pena di
puntare la telecamera in quella direzione. I lobbisti incominciarono a fare pressioni.
Poi, soltanto ventiquattr’ore prima del previsto dibattito in diretta televisiva tra
Richard Hoagland e lo scienziato del Mars Observer, il dottor Bevan French, la sonda
scomparve…
Non fu la prima sonda della storia recente a svanire misteriosamente nel nulla. Si
erano già perduti i contatti con due sonde russe mandate su Marte nel 1988. Si
ipotizzò che Phobos 1, lanciata il 7 luglio 1988, si fosse persa dopo 53 giorni, mentre
Phobos 2, partita tre giorni dopo Phobos 1, riuscì, o almeno così si pensa, a mappare
almeno parte della superficie di Marte. In certo qual modo fu «distrutta» mentre
scattava foto di Phobos, una delle piccole lune di Marte. L’ultima immagine che
raggiunse la Terra mostrava un’ombra ellittica a forma di sigaro, immensa e
sconcertante, che si estendeva per chilometri sulla superficie marziana.

Mars Global Surveyor


Mentre scriviamo queste parole, il Mars Global Surveyor, il successore dello
sfortunato Mars Observer, è felicemente impegnato nella missione che i suoi
predecessori non erano neppure riusciti a incominciare.
Fondamentalmente si tratta di un Observer meno costoso: secondo i programmi,
dovrebbe effettuare soltanto cinque dei sette esperimenti inizialmente previsti, eppure
ha ancora lo stesso sistema di telecamere spaziali ideato da Malin (il Malin Space
Science Systems Camera), e lo stesso Malin controlla ancora l’uso di questo esempio
di tecnologia moderna.
Ma qual è la linea di condotta ufficiale della NASA? E’ la stessa di prima? L’opera dei
ricercatori dell’AOC ha convinto gli scienziati della NASA a svolgere uno studio
esauriente di Cydonia?

IL VOLTO CHE RICAMBIA LO SGUARDO


Oh! Mi sono liberato dalle pesanti catene della Terra,
e ho danzato nei cieli su ali di risate argentine;
lassù, nel vivido celeste ebbro di gioia
ho raggiunto le cime battute dal vento con agile grazia,
dove non giunse mai l’allodola e neppure l’aquila…
e, mentre con la mente che si levava in silenzio camminavo
nell’immensa, sconfinata santità dello spazio,
ho teso la mano e ho toccato il Volto di Dio.
John Gillespie Magee, «High Flight», 1943

Una fotografia non è soltanto un’immagine (a differenza di un


quadro che è un’immagine), un’interpretazione del reale; è anche
una traccia, uno stampino della realtà, un’impronta,
o una maschera mortuaria.
Susan Sontag, New York Review of Books,
23 giugno 1977

Quando scoprì il «Volto su Marte» nel fotogramma 35A72 del Viking, Tobias Owen
non potè fare a meno di esclamare: «Oh, mio Dio, sembra un volto».
E’ comprensibile che un’immagine possa produrre un’immediata reazione viscerale
di riconoscimento. Ma è davvero così come sembra? Persone di grande intelligenza e
altamente qualificate hanno dedicato molto tempo, negli ultimi vent’anni, a cercare
una risposta a questi interrogativi.

I segreti dei pixel


Vincent DiPietro, il primo scienziato che prese il Volto in seria considerazione (lo
stesso che lo «riscoprì» negli archivi del Goddard nel 1979), è un ingegnere
elettronico, specializzato in elettronica digitale e in elaborazione dell’immagine.
Condivise la scoperta con un informatico, suo collega alla Lockheed, legato da
contratto alla NASA e in particolare alla Computer Sciences Corporation, che aveva
una preparazione simile alla sua per quanto concerne l’analisi dell’immagine
mediante computer. Considerando quella faccenda come una specie di «avventura», i
due si imbarcarono in un progetto segreto per migliorare l’immagine del Volto e
riesaminare le registrazioni originali di dati attuate dal Viking per altri oggetti
anomali rinvenuti sulla superficie marziana.
Nell’immagine originaria il Volto occupa un’area di soli 64 x 64 pixel (ciascun pixel
rappresenta un’area di metri 45,7 x 47,2)2 Tuttavia, i pixel sono codificati in modo
tale da consentire ai computer di ricostruire quello che c’era.
Poiché era a bassa risoluzione, la telecamera orbitale doveva fare una media della
tonalità di ciascuna area di 45,7 x 47,2 metri allo scopo di stabilire il valore in pixel
che essa rappresentava. Alle aree più luminose assegnò un valore numerico basso
(bianco = 0)ea quelle più scure assegnò un valore alto (nero = 256). Dopodiché,
l’orbiter era in grado di ritrasmettere le immagini sulla Terra come una successione
di numeri che poteva essere sviluppata in immagini in bianco e nero realizzate in base
alla «scala dei grigi» dei pixel.
L’opera di miglioramento dell’immagine svolta da Di Pietro e Molenaar fu un
tentativo di racimolare qualche dettaglio da ciascun pixel su ciò che stava al di sotto
del valore «medio» di 256. Per farlo era sufficiente confrontare ciascun pixel con
quello che gli stava accanto. Per esempio, se un pixel era grigio chiaro e il suo vicino
di sinistra era ancora più chiaro, mentre il suo vicino di destra era più scuro,
probabilmente quei tre blocchi di tonalità rappresentavano effettivamente un
cambiamento graduale da chiaro a scuro, e non una differenza considerevole di
tonalità da sinistra a destra. Ricorrendo a un approccio di questo genere, in teoria era
possibile osservare un maggior numero di particolari sulle immagini a grana grossa
del Viking:
Per ingrandire immagini digitali, occorre aggiungere altri pixel di cui va determinato il valore. [Un]
metodo consiste nel calcolare i valori intermedi dei pixel […] usando combinazioni dei valori
vicini. Per esempio, l’interpolazione bilineare usa i quattro valori più vicini a un pixel e produce
risultati più uniformi della riproduzione in pixel, ma tendenzialmente più approssimativi.

Ritratto
Il primo passo consistette nel ripulire il fotogramma 35A72 da errori di trasmissione
(errori dovuti a interferenze ecc., che sono caratterizzati da singoli pixel candidi o
neri). Secondariamente, comprendendo che la maggior parte dei dati sul fotogramma
si trovava tra i valori della scala dei grigi, in particolare tra 60 e 108, Di Pietro e
Molenaar rafforzarono il contrasto in modo tale che 60, e non 0, divenne bianco, e
108 diventò nero. Così, i toni intermedi di grigio di cui le immagini erano fatte furono
sostituiti da una gamma più ampia di chiari e scuri.
Questo costituiva già un miglioramento, ma i ricercatori non erano ancora soddisfatti
dei risultati, che descrivevano come «pixel enormi con immagini simili ai gradini di
una scala». Perciò «idearono un modo per rimuovere i margini grossolani dividendo
ciascuno dei pixel di partenza in nove unità più piccole. Ciascun nuovo pixel è
oscurato dalla somma delle percentuali dei pixel originariamente adiacenti con il
pixel in questione, per ottenere nuovi valori discreti».
Chiamarono questo procedimento SPIT, da spitting image (ritratto), formando così
anche l’acronimo per Starburst Pixel Interleaving Technique. Come verifica
sottoposero fotografie terrestri satellitari a bassa risoluzione del Pentagono e del
Dulles International Airport in Virginia al procedimento SPIT e ottennero immagini
molto più nitide, che furono controllate mediante un raffronto con foto aeree degli
stessi siti.
Soddisfatti nel vedere che la loro tecnica funzionava, Di Pietro e Molenaar
l’applicarono al fotogramma 35A72: «Si verificò un notevole miglioramento: il Volto
incominciò a rivelare molti più dettagli di quanti se ne fossero notati in precedenza».

I fotogrammi mancanti
Nel 1976 il portavoce della NASA Gerry Soffen aveva affermato categoricamente che
c’era un’altra immagine di Cydonia, scattata soltanto «qualche ora dopo» il
fotogramma 35A72, in cui, a una diversa angolazione solare, il Volto «scompariva».
Naturalmente Di Pietro e Molenaar avrebbero voluto studiare quel fotogramma ma,
nonostante lunghe ricerche, non riuscirono a trovarlo negli archivi. In realtà, come
abbiamo visto, Soffen, nel fare la sua dichiarazione nel 1976, aveva alterato in un
modo o nell’altro la realtà dei fatti, perché «qualche ora dopo» Cydonia era avvolta
dall’oscurità e il modulo orbitale del Viking stava scattando fotografie da tutt’altra
parte del pianeta.
Ma i due scienziati della Lockheed perseverarono e alla fine trovarono un altro
fotogramma di Cydonia che mostrava il Volto – il fotogramma 70A13 – e risaliva a
35 giorni dopo il 35A72. Stranamente, non era stato archiviato come gli altri. Quando
la foto era stata scattata il Sole era molto più alto di quanto non fosse nel fotogramma
35A72 (27 gradi invece di 10). Lungi dallo «scomparire» sotto questa differente
angolazione solare, il Volto era ancora chiaramente visibile:
Non solo il secondo fotogramma confermava il primo, ma ne emergevano ulteriori caratteristiche. Il
contorno della cavità oculare era identico. La seconda cavità oculare era più distinta. L’attaccatura
dei capelli continuava sul lato opposto. La linea del mento incominciava a prender forma.
In seguito Di Pietro e Molenaar sostituirono nei due fotogrammi i valori rappresentati
dalle tonalità di grigio con una scala basata sui colori, dal momento che i colori fanno
risaltare le differenze più di quanto non facciano le gradazioni di grigio. Il risultato fu
che il contenuto delle cavità oculari incominciò a diventare più nitido. Con grande
stupore, i due ricercatori si resero conto che stavano osservando qualcosa di molto
simile alla raffigurazione di un bulbo oculare con una pupilla chiaramente visibile.
Questa dunque fu la prima prova avanzata da Di Pietro e Molenaar per dimostrare
che il Volto era assai più di un gioco di luci e ombre. Ma avevano ragione?
Prima di formulare la nostra personale opinione su questo argomento abbiamo sentito
la necessità di ascoltare un altro parere sulle tecniche per la riproduzione d’immagine
che i ricercatori avevano usato.

L’entusiasmo del dottor Williams


Pensammo che il luogo più adatto alle nostre indagini fosse proprio la NASA, dove
attualmente gli scienziati lavorano alle missioni su Marte Pathfinder e Global
Surveyor. Perciò, nel luglio del 1997, a tre settimane dall’atterraggio del Pathfinder
nella Ares Vallis, organizzammo un incontro con il dottor David Williams, archivista
responsabile del Centro per i dati scientifici spaziali del Goddard Space Flight Center
a Greenbelt, nel Maryland, dove Di Pietro aveva riscoperto il fotogramma 35A72.
Il Goddard è una vasta estensione di uffici e laboratori situata in mezzo a una
campagna rigogliosa, a mezz’ora di macchina dal centro di Washington. Un po’
intimiditi dalla precisione militaresca delle procedure di sicurezza, oltrepassammo
l’ingresso e fummo introdotti nel centro spaziale.
Dopo aver camminato per una decina di minuti lungo un piacevole viale alberato,
raggiungemmo l’edificio degli archivi. Poiché ci aspettavamo di incontrare il classico
scienziato dai capelli brizzolati e l’aspetto intransigente, fummo piacevolmente
sorpresi nel vedere che Williams, invece, era giovane ed esuberante, in stridente
contrasto con l’immagine ufficiale della NASA.
Non solo, ma Williams non vedeva l’ora di poter parlare del Volto su Marte:
So che un certo numero di scienziati, di scienziati seri, sta cercando di dimostrare che si tratta di una
struttura artificiale, del frutto di una mente pensante, perciò vorrei vedere personalmente che cosa
troverà il Mars Global Surveyor quando scatterà le sue immagini, preferibilmente ad alta
risoluzione, da diverse angolazioni di luce e così via, per capire a che cosa assomiglia quest’area, a
che cosa assomiglia questo «volto».
Rimarrei sorpreso se risultasse effettivamente che è artificiale, ma d’altra parte, se accadesse
l’opposto, credo che perderei ogni entusiasmo! Se dalle nuove foto si deducesse inequivocabilmente
che si tratta di una struttura artificiale sarebbe fantastico, nel senso che questa scoperta
rivoluzionerebbe la nostra concezione dell’intero universo. Credo che sarebbe davvero esaltante.

Lasciare la strada vecchia per la nuova


Come archivista responsabile della missione Pathfinder, era compito del dottor
Williams valutare e interpretare i dati in arrivo. Era dunque la persona giusta alla
quale chiedere che cosa pensasse la NASA della natura e della validità delle tecniche di
miglioramento dell’immagine usate sulle immagini iniziali del Viking.
Precisò che, da un punto di vista rigoroso, soltanto le immagini non elaborate del
Viking potevano esser considerate fedeli al cento per cento. Ammetteva, tuttavia, che
è una pratica standard della NASA manipolare le immagini per renderle più nitide e
definite:
Quando si guardano per la prima volta le immagini non elaborate del Viking, si scopre che la
maggior parte di esse sembra non mostrare alcunché, e sebbene questa sensazione non duri a lungo,
è necessario aumentare il contrasto, esasperarlo, in modo tale da poter vedere effettivamente che
cosa c’è realmente nell’immagine.
Ci confermò comunque che l’elaborazione al computer dei dati ricevuti non è
soltanto una procedura standard, ma è anche assolutamente necessaria per capire il
genere di informazioni trasmesse dalle telecamere piazzate sull’orbiter. Confermò,
inoltre, che tecniche quali il procedimento SPIT ideato da Di Pietro e Molenaar
trovano, attualmente, un utilizzo pratico in molte procedure commerciali. Fece notare
che Di Pietro e Molenaar avevano da poco ricevuto un premio dalla Computer
Sciences Corporation in Virginia per lo sviluppo del procedimento SPIT, che si è
rivelato un metodo efficace per trarre informazioni dalle immagini computerizzate.

Valore artistico?
All’inizio della sua ricerca, Richard Hoagland suggerì che i rapporti e le proporzioni
del Volto venissero valutati da artisti. Se quei dati corrispondevano ai criteri artistici,
a maggior ragione doveva trattarsi di qualcosa di artificiale. Jim Channon, artista,
progettista e illustratore, raccolse la sfida. Channon si concentrò sulle proporzioni
(«antropometria»), sulla struttura di supporto («simmetria architettonica») e
sull’espressione («il fulcro artistico e culturale»). Le sue conclusioni furono le
seguenti:
Non vedo caratteristiche facciali che sembrino violare le convenzioni classiche. Anche la
piattaforma che sostiene il volto ha la propria serie di proporzioni classiche […] Se non ci fosse il
volto, vedremmo ugualmente quattro serie di linee parallele che circoscrivono quattro aree inclinate
di uguali dimensioni. Poiché queste aree hanno quattro lati ugualmente proporzionati che formano
angoli retti l’uno con l’altro, si crea la figura geometrica simmetrica di un rettangolo. Queste
strutture di supporto, di per sé, fanno pensare a un’opera di architettura intrapresa volutamente.
L’espressione del volto su Marte rispecchia stabilità, forza e caratteristiche analoghe che hanno a
che fare con la reverenza e il rispetto. Questa è la prova inequivocabile che la struttura rivelata dalle
fotografie che mi sono state mostrate da Dick Hoagland è un monumento creato volutamente, tipico
dell’archeologia che i nostri predecessori ci hanno lasciato. A questo punto mi servirebbero prove
molto più precise per dimostrare il contrario.

Nuove caratteristiche
L’analisi di Channon fu eseguita prima che l’analista informatico Mark Carlotto
rigenerasse i fotogrammi del Viking perfezionando le tecniche impiegate da Di Pietro
e Molenaar. Riesamineremo più dettagliatamente l’opera di Carlotto nel Capitolo 10.
Tuttavia, in poche parole, essa rivelò una serie estremamente controversa di nuove
caratteristiche del Volto – caratteristiche che riecheggerebbero, come aveva detto
Channon, monumenti «tipici dell’archeologia che ci è stata lasciata dai nostri
predecessori». Tra queste ci sono i «denti», un «diadema», una «lacrima» e un
«copricapo decorativo» particolare, simile a una striscia, che ricorda il caratteristico
nemea, un ornamento che i faraoni d’Egitto portavano sul capo (visibile anche sulla
Sfinge di Giza).
Il lavoro di Carlotto sul secondo fotogramma, 70A13, rivelò che il Volto non è
simmetrico come altri ricercatori, in precedenza, avevano pensato. Usando una
tecnica nota come «interpolazione a curva cubica gobba», che accentua enormemente
il contrasto, riuscì a cogliere nel Volto dettagli che precedentemente erano troppo
labili perché si potesse notarli.
Il lato sinistro, in ombra nel fotogramma 35A72, spicca maggiormente nel
fotogramma 70A13, scattato a un’angolazione solare superiore. Si riesce a vedere la
cavità oculare sinistra e la bocca non appare perfettamente diritta, ma sembra invece
sollevata agli angoli, come in un sogghigno.
Carlotto scoprì anche una zona «contorta» sotto la guancia sinistra. Alcuni la
considerano una specie di rampa, ma è pura speculazione, perché tutta quell’area è
danneggiata o da un cratere o da un segno di registrazione fotografica che non può
essere cancellato dalle tecniche di miglioramento dell’immagine.

Un «gioco di luci e ombre»


Il 31 luglio 1997, a ventun anni dal giorno che seguì al primo tentativo, da parte della
NASA, di spiegare l’immagine del Volto di Cydonia come un’illusione ottica,
raggiungemmo Pasadena, in California, per visitare Caltech. Questa istituzione
privata, che consta di un’università e di un centro di ricerca, gestisce il vicino Jet
Propulsion Laboratory della NASA e ha ospitato alcuni leggendari scienziati di questo
secolo, tra cui i premi Nobel per la fisica Albert Einstein e Richard Feynman.
Gli edifici dalle linee rigorose di Caltech sono nascosti sotto i monti San Gabriel,
disseminati tra giardini lussureggianti e fresche fontane. Nei luoghi ameni di Caltech
non vige la severa sorveglianza che circonda gli anonimi fabbricati del JPL e si può
vagabondare a piacimento. Trovammo riparo dal caldo opprimente nell’ufficio con
aria condizionata del dottor Arden Albee.
Riuscire a vederlo fu un colpo di fortuna. Dopo aver passato ore a cercarlo al telefono
da un posto all’altro, finalmente e temerariamente avevamo varcato la soglia del suo
ufficio. Il giorno dopo sarebbe partito per il Giappone per discutere del proprio lavoro
come scienziato capo della missione Mars Global Surveyor, che a quell’epoca stava
avvicinandosi all’orbita marziana. Il velivolo avrebbe dovuto tracciare nuovamente e
interamente la superficie marziana, compresa la regione di Cydonia. Alla vigilia di
una possibile verifica dell’ipotesi AOC, come interpretare il disappunto del
responsabile del Mars Global Surveyor, ex scienziato capo del JPL?
Il dottor Albee era un uomo pieno d’impegni, e quello era un momento cruciale della
ricerca su Marte, perciò gli fummo immensamente grati per il tempo che ci dedicò.
Parlando lentamente con deliberata enfasi, rispose ai nostri quesiti come se fosse stato
a una delle numerose conferenze-stampa che nelle settimane precedenti erano state
una banale routine, per lui. Quando nominammo Cydonia, il suo volto si incupì. Che
cosa pensava, gli domandammo, del Volto trovato su Marte, e dell’ipotesi che fosse
artificiale, avanzata dai ricercatori dell’AOC? Rispose:
Che cosa sarà mai, se non un’ombra in certo qual modo somigliante a un volto? C’è
una differenza nell’albedo [la colorazione della superficie], per questo la sua
immagine, esaminata pixel per pixel, assomiglia a un volto, e i loro [dei ricercatori
dell’AOC] calcoli li hanno indotti a presumere che queste diversità di colore o di
albedo, in realtà, siano dovute a un’inclinazione… invece sono i vostri occhi e il loro
modo di mettere a fuoco un’immagine che vi fanno esclamare: ehi, ma quella è
un’inclinazione! Non è detto che sia così, potrebbe trattarsi di cambiamenti nella
quantità di polvere sulla superficie, potrebbe essere in parte l’inclinazione, in parte
polvere e in parte un materiale diverso e così via. E’ un gioco di luci e ombre.
Domandammo ad Albee se conosceva il McDaniel Report, o gli studi di Di Pietro,
Molenaar, Hoagland e Carlotto. Per tutta risposta, con un largo sorriso, prese una
copia del McDaniel Report dalla sua libreria:
Sapete, la gente immagina ogni genere di follia. In qualunque posto si vada, c’è una macchia per
turisti, sia sulle Alpi che nel Wisconsin o nel Grand Canyon, il grande «volto indiano» o il grande
«orso Yogi», lo sapete meglio di me… la gente guarda la natura e vi scorge volti umani. E’ un
fenomeno naturale, risale alla preistoria.

Ma quello è un cammello?
Dopo l’insurrezione araba del 1917, T.E. Lawrence («Lawrence d’Arabia») regalò a
coloro che l’avevano guidata ritratti di se stessi. Con suo grande stupore, i condottieri
non riuscivano letteralmente a capire che cosa raffigurassero quei dipinti. E ve ne fu
uno che, a titolo di prova, indicò l’immagine del proprio naso e chiese: «Ma quello è
un cammello?»
Gli arabi non erano né ignoranti né ingenui. Semplicemente non possedevano i
riferimenti culturali specificamente europei di quell’epoca, senza i quali non
potevano sapere che cosa cercare in un’immagine. Riuscivano a vedere soltanto tele
piatte e squadrate dissimulate nelle macchie di colore. Sulle prime non furono in
grado di interpretare queste aree colorate come rappresentazioni di oggetti
tridimensionali. In un certo senso erano proprio loro a vedere la realtà, mentre siamo
noi a esser tratti in inganno. Gli arabi vedevano quello che c’era realmente.
Ignoravano che un quadro è un segno visivo. Noi, invece, avremmo visto una
faccia… dove in effetti non c’era niente tranne il colore.
Analogamente, mentre voi leggete queste parole, le lettere stampate sulla pagina, o i
suoni delle parole che udite nella vostra mente, non sono intrinseci ai significati che
rappresentano. Un alieno, osservando questa pagina, non vedrebbe altro che
un’infinità di ghirigori… e anche in questo caso, come per i condottieri arabi, non ci
sarebbe niente di sbagliato. E’ la nostra cultura che ci ha insegnato a trasformare le
forme o i suoni in significati, ma in realtà essi non sono niente di simile.
Riconoscere i volti come oggetti significativi è una predisposizione genetica della
specie umana, qualcosa che ereditiamo senza bisogno che ci venga insegnato,
qualcosa che è cablato nel cervello stesso. Ovviamente è un dono importante.
Significa, per esempio, che un neonato riconosce all’istante gli esseri umani (in
particolare i genitori) senza aver dovuto imparare prima a che cosa assomigliano gli
esseri umani. Perciò, ogni insieme di oggetti che ricordi le caratteristiche facciali,
indipendentemente dal fatto che si tratti realmente di un volto (potrebbe trattarsi di
due mele, una carota e una banana), agisce come stimolo per il cervello e ci induce a
vedere quell’oggetto, o quell’insieme di oggetti, come un volto. Per lo stesso motivo
talvolta vediamo facce nelle nuvole o ci lasciamo spaventare da un albero che sembra
avere nella corteccia una faccia contorta, diabolica.
Ma riconoscere un volto non equivale esattamente a riconoscere l’immagine di un
volto. Come mostra l’esempio di Lawrence, la capacità di vedere un volto in una
raffigurazione bidimensionale come un ritratto o una fotografia è qualcosa che
occorre apprendere. Se agli arabi fossero state date delle sculture, senz’ombra di
dubbio avrebbero capito che rappresentavano volti.
Per chiarire ulteriormente l’argomento, immaginiamo che il modulo orbitale del
Viking 1 che fotografò Cydonia non fosse una missione senza equipaggio umano, ma
fosse guidato da un T.E. Lawrence e da uno dei suoi alleati arabi vissuti nel 1976.
Spostandosi 1800 chilometri circa al di sopra della superficie del Pianeta Rosso,
armati di un potente telescopio, i nostri due protagonisti avrebbero sorvolato il Volto
e si sarebbero scambiati qualche commento. Lawrence si sarebbe rivolto al suo
collega dicendogli: «Ehi! Guarda quella faccia!» Ma che cosa avrebbe detto l’arabo?
Ecco il punto focale dell’ipotesi concernente le Origini Artificiali di Cydonia (AOC).
Il Volto è una mera illusione, è un’immagine di Rorschach, su cui Lawrence proietta
qualità che non le appartengono e che l’arabo non può vedere poiché essa è
«soltanto» uno schema bidimensionale di differenti tonalità? Oppure è l’oggetto
veramente scolpito (dalla natura o con mezzi artificiali), dunque l’arabo lo vede?
L’arabo ribatte: «Quale faccia?», oppure rimane a sua volta attonito davanti al volto
polveroso che ricambia il suo sguardo?

10

OZYMANDIAS
Mark Carlotto dell’Analytic Sciences Corporation è una figura di spicco nel dibattito
sulle origini artificiali di Cydonia. Fin da quando apprese della questione concernente
il Volto su Marte, nel 1985, rimase sempre in prima linea sul fronte della ricerca e
non abbandonò mai un atteggiamento di estrema coerenza, utilizzando le proprie
capacità di elaborare elettronicamente le immagini per estrapolare nuove
informazioni di alto livello qualitativo dalle registrazioni originali del Viking. Quando
parlammo con lui nel dicembre del 1996, ci disse:
La mia prima reazione fu di grande disponibilità, ero incuriosito. Non ne sapevo niente. Ho sempre
seguito con interesse i progetti spaziali, fin dai tempi dell’università, nel 1976. Ricordo il Viking,
ma non avevo mai sentito parlare del Volto su Marte. Perciò volevo sapere…
Incominciai con l’applicare i procedimenti normalmente in uso nel mio lavoro alla TASC (The
Analytic Sciences Corporation). Impiegai i metodi che a quell’epoca utilizzavamo quotidianamente
per sfruttare al meglio i raggi X, le analisi radiografiche, il telerilevamento, le immagini via
satellite, e altri procedimenti di questo genere. Riuscii effettivamente a «ripulire» e ripristinare le
immagini [originali del Viking].

Analisi tridimensionale
Abbiamo parlato delle immagini di Carlotto nei capitoli precedenti, osservando che
mostrano caratteristiche interessanti e dettagli del Volto mai notati in precedenza: per
esempio, le linee che si intersecano bilateralmente al di sopra degli occhi e fanno
pensare a un «diadema», i «denti» nella «bocca», e «fasce ornamentali» sul capo.
Carlotto riuscì anche a fornire informazioni ulteriori sul Volto che andarono ad
aggiungersi al repertorio delle sue caratteristiche già note, come per esempio l’orbita
sinistra (sul lato in ombra) e una presunta «lacrima» sotto l’occhio destro.
«Fin dall’inizio fui disorientato», ci disse, «dall’ipotesi della NASA secondo la quale si
trattava di un gioco di luci e ombre. Pensai dunque che doveva esserci un modo per
fare chiarezza, e fu allora che mi avventurai nell’analisi tridimensionale del Volto per
ricostruirne la forma e ricavarne un gran numero di particolari, molto più nitidi.»
Un’analisi di questo genere racimola informazioni sugli aspetti tridimensionali di un
oggetto a partire dalla sua rappresentazione bidimensionale, cioè una fotografia. Si
può procedere in svariati modi, a seconda delle immagini disponibili: con l’analisi
dell’altezza delle ombre, con la stereoscopia (il confronto di due immagini dello
stesso oggetto scattate da diverse angolazioni) e in particolare con la deduzione della
forma dall’ombreggiatura, un metodo conosciuto anche come clinometria fotografica.
Carlotto afferma:
Le tecniche basate sulla deduzione della forma dall’ombreggiatura ricostruiscono la forma
dell’oggetto immaginato stabilendo un rapporto tra i dati riguardanti l’ombreggiatura e
l’orientazione della superficie. In casi [come quello di Cydonia] in cui le caratteristiche della
superficie e la struttura non sono chiare, la fonte principale di dati attinenti alla superficie è
l’ombreggiatura.
Un’obiezione a questo metodo consiste nel fatto che il computer può condurre a
termine questo lavoro facendo esattamente ciò che farebbe il cervello umano. In altri
termini, può «vedere» un’ombra come un’inclinazione, per esempio interpretando ciò
che potrebbe essere soltanto l’albedo di una superficie piana come un’altura. La
grande forza del computer, però, sta nel fatto che può costruire immagini in 3D ed
esaminarle e verificarle da diverse angolazioni e prospettive.
Lavorando con i due fotogrammi disponibili del Volto (quelli scattati dal Viking),
Carlotto impostò il computer in modo tale che preparasse modelli tridimensionali
fondati su ciascuno di essi. Dal momento che i due fotogrammi sono stati scattati a
diverse angolazioni e in diverse ore del giorno, procedendo in questo modo intendeva
verificare se il computer avrebbe costruito modelli molto diversi a partire da ciascun
fotogramma. Invece, entrambe le ricostruzioni mostrarono caratteristiche facciali
nella topografia basilare, il che indica come la struttura sia effettivamente
tridimensionale e «somigliante a un volto».
Poi Carlotto controllò i risultati in modo ingegnoso. Prese il modello del Volto
ritratto nel fotogramma 35A72 e impostò il computer in modo tale che lo illuminasse
dall’angolazione solare evidente nel fotogramma 70A13. La sua immagine
corrispondeva perfettamente all’ombreggiatura vista sul vero fotogramma 70A13. Poi
ripete il procedimento, questa volta utilizzando l’angolazione solare del fotogramma
35A72 sul volto ricostruito fotoclinometricamente a partire dal fotogramma 70A13.
Ancora una volta l’immagine del computer corrispondeva al fotogramma reale.

Frattali su Marte
La maggior parte dei giganteschi balzi in avanti dell’umanità nella scoperta dello
spazio è avvenuta in seguito a progressi nella tecnologia degli armamenti. Non
dovrebbe dunque stupire il fatto che la tecnica di elaborazione al computer più adatta
a individuare segni di artificiosità nelle immagini di Cydonia fosse stata
originariamente sviluppata per scopi militari. «All’Analytic Sciences Corporation», ci
disse Carlotto, «in quel periodo stavamo sviluppando programmi computerizzati per
individuare oggetti fatti dall’uomo. Anche in quel caso, affrontai l’analisi con un
atteggiamento di disponibilità. Mi limitai ad applicare la tecnica che stavamo
utilizzando per le immagini terrestri al repertorio d’immagini di Marte, riproducendo
esattamente le stesse condizioni.»
I programmi che Carlotto stava sviluppando per la TASC implicavano la cosiddetta
«analisi frattale». In parole semplici, la natura tende a ripetersi in aree specifiche
quanto alla morfologia e alle caratteristiche iniziali. Basti pensare alle foglie di una
felce, ciascuna delle quali è un modello in scala, ovviamente ridotta, dell’intera felce;
oppure alle fenditure nella roccia, che sembrano i grandi crepacci delle montagne su
scala inferiore. Gli schemi basilari che costituiscono le strutture naturali sono
chiamati «frattali», e si ripetono su scale differenti. Poiché gli oggetti naturali sono
simili a se stessi, con un computer è possibile individuare la ripetizione della forma
iniziale e distinguere questo frattale di base da un oggetto che non corrisponde allo
schema del frattale in questione.
In ambito militare questa tecnica può essere usata per riconoscere oggetti fatti
dall’uomo e installazioni mimetizzate in qualsiasi terreno. Dapprima il computer
calcola il modello frattale «normale» per quell’ubicazione, poi analizza l’intera
regione e mette in rilievo qualsiasi parte di quel terreno che non sembri coincidere
con il modello frattale. Se queste parti sono spiccatamente non-frattali, vengono
giudicate estranee alla località specifica: vale a dire che con ogni probabilità sono
oggetti fatti dall’uomo. Si è calcolato che l’analisi frattale identifica correttamente
oggetti artificiali con un’approssimazione dell’ottanta per cento. Insieme al collega
Michela C. Stein, Carlotto realizzò un’analisi frattale dettagliata dei fotogrammi del
Viking.
Scoprimmo che il Volto era l’oggetto meno naturale che comparisse nel fotogramma 35A72 e
applicammo lo stesso metodo ai fotogrammi immediatamente precedenti o successivi. Era anche
l’oggetto meno naturale che comparisse sui quattro o cinque fotogrammi che esaminammo. Un
risultato molto anomalo.
In realtà, l’analisi frattale di Carlotto rivelò che il Volto era l’oggetto meno naturale
per 15.000 chilometri in qualsiasi direzione e mostrava una curva di errore, per
quanto concerne la corrispondenza con il modello, leggermente più pronunciata di
quella di un veicolo militare!

Illuminazione
In definitiva, qualunque cosa possa essere – un’opera scultorea artificiale oppure una
mesa che presenta i segni di una bizzarra erosione -, il Volto su Marte non è
un’«ombra che in qualche modo assomiglia a una faccia». Appare simile a una faccia
perché la sua forma è somigliante a quella di una faccia. Siamo convinti che il lavoro
di Carlotto dimostri almeno questo. Non dimostra invece l’artificiosità, in parte
perché il lato non illuminato del Volto è, in generale, molto meno convincente di
quello illuminato, come lo stesso Carlotto è disposto ad ammettere:
È evidente che il lato in ombra del Volto è o incompleto o danneggiato e non è un’immagine
speculare del lato illuminato dal Sole. I sostenitori dell’ipotesi che si tratti di un’opera dell’ingegno
suppongono che la deformazione sia dovuta all’impatto con un meteorite, all’erosione nel corso del
tempo, a un puro e semplice abbandono del progetto iniziale, oppure a una discontinuità voluta
affinché non fosse completamente riconoscibile come Volto. Coloro che propendono per la tesi di
una configurazione naturale, invece, non si meravigliano della grossolana simmetria di ciò che, a
loro avviso, è semplicemente una mesa formatasi naturalmente. Tutti coloro che sono interessati a
questo argomento dovrebbero capire che i dati originariamente trasmessi dal Viking a proposito del
lato in ombra del Volto contengono assai poche informazioni, perciò rappresentano l’anello più
debole nella catena della ricostruzione dell’immagine. I giudizi definitivi sulla simmetria della
dorsale e sulla natura di qualsiasi minimo dettaglio nel lato in ombra dovrebbero esser sospesi fino a
quando il Volto potrà essere fotografato con un’illuminazione più rivelatrice.
Il 5 aprile 1998 Mars Global Surveyor riuscì a fotografare nuovamente il Volto con
un’illuminazione migliore e ad alta risoluzione. Come vedremo nel Capitolo 15,
l’immagine rimane ambigua. In ogni caso il Volto non è isolato e, come ci spiegò
Carlotto quando lo intervistammo nel dicembre del 1996, è proprio il contesto in cui
il Volto è inserito che costituisce la prova più convincente dell’artificiosità.
Più o meno un anno fa incominciai a vedere un’altra strada possibile per continuare la mia ricerca,
questa volta in un’altra direzione. Per pura coincidenza, in questi ultimi anni ho provato un interesse
sempre più vivo per l’«analisi di Bayes», che consiste nel prendere in considerazione varie prove e
nel metterle insieme per verificare fino a che punto sostengono o vanificano l’ipotesi. Un anno fa
mi venne in mente che, forse, questo sistema potrebbe esser applicato a tutte le prove
[sull’artificiosità di Cydonia]: non solo al mio lavoro, dunque, ma anche alle prime scoperte di
Hoagland e di altri. Quindi, lo scorso anno penso di aver cambiato il mio atteggiamento nel senso
che, quando fui coinvolto per la prima volta in questa faccenda, mi sentivo molto disponibile, ma
non ero pronto a passare dalla parte del vincitore sventolando una bandiera. Sono sempre stato
molto cauto […] Fino a un anno fa, se qualcuno mi chiedeva: «Secondo te, quante probabilità ci
sono? [che le strutture di Cydonia siano artificiali]», rispondevo «il 51% contro il 49% per cento»,
un genere di valutazione decisamente prudente, quasi ingegneristico. Però mi sentivo combattuto
[…] Intuitivamente sentivo che c’era molto di più, ma era qualcosa di subliminale. Credo che
l’analisi di Bayes abbia fatto nascere nel mio cervello l’idea che non c’è un’unica prova, e tanto
meno una prova inconfutabile. Ci sono tante piccole prove da sommare l’una all’altra […] A questo
punto la tesi dell’artificiosità incominciò a sembrarmi più attendibile.
Considera le mie opere…
Ispirato dalle rovine delle gigantesche statue di Ramses II sulla riva occidentale del
Nilo a Luxor, Percy Bysshe Shelley (1792-1822) scrisse Ozymandias, ossessivo
poema di arroganza e distruzione. Racconta di un viaggiatore giunto presso le rovine
dell’immensa statua di «Ozymandias, re dei re», su cui legge: «Considera le mie
opere, o potente, e disperati». Il suo orgoglio è tale che il re vuole invitare chi legge a
guardare la splendida città da lui governata, desiderando che si disperi di fronte al suo
potere, ma il tempo ha ridotto in polvere le sue opere. Il significato della scritta,
dunque, è strettamente legato all’ammonimento di ricordare sempre la propria natura
mortale, anche quando si è potenti e orgogliosi come Ozymandias che crede di essere
più potente anche della morte.
Se ce ne stessimo in piedi nella pianura di Cydonia, anche noi vedremmo un «volto
infranto, semi-sprofondato» nella sabbia. Da una simile vicinanza potremmo dire se
stiamo vedendo semplicemente una collina o se ci sentiamo schiacciati dalla
fatiscente maschera mortuaria di qualche antico Ozymandias della specie aliena.
Potremmo forse considerare anche le sue «opere»?
Infatti, se fossimo sul punto di attraversare la pianura un tempo colma d’acqua per
giungere alle basse colline dell’antico litorale, arriveremmo in un luogo in cui una
«città», benché in rovina, esiste ancora…

11

I COMPAGNI DEL VOLTO


Non c’è soltanto il Volto nella pianura di Cydonia, ma ci sono anche altre strutture
anomale che lo circondano e che, secondo alcuni, si riveleranno persino di maggiore
importanza. Richard Hoagland ha avanzato addirittura questa ipotesi: «Se qualcuno
l’ha fatto con lo scopo di attirare la nostra attenzione, scegliendo un Volto ha dato
prova di una certa logica. Quale modo migliore per richiamare l’attenzione su un
luogo preciso di Marte come sito in cui svolgere un’ulteriore esplorazione?»
Hoagland si trovava al JPL il giorno in cui il Volto fu scoperto, nel 1976. Era insieme
ai giornalisti e, come gli altri suoi colleghi, inizialmente aveva creduto alla
spiegazione che chiamava in causa l’«illusione ottica» data da Soffen. Soltanto anni
dopo, quando ebbe 0 tempo di esaminare l’immagine nei particolari, si sentì
ingannato da quello che definisce «l’errore nel programma Marte». Poi ricordò il
commento faceto di un collega giornalista «quel pomeriggio al JPL: ‘Le linee del
Volto sono lì per indicarci dove atterrare’». Ignorando il sarcasmo sottinteso,
Hoagland decise di considerare seriamente la possibilità che il Volto stesse a indicare
qualcos’altro e incominciò a cercare altri «monumenti» nel paesaggio di Cydonia.

La città e il forte
Riflettendo che chiunque avesse creato il Volto doveva aver in mente di garantirsene
una bella vista, Hoagland tracciò una linea orizzontale a 90 gradi dall’asse verticale
della struttura. Essa lo condusse al centro di quattro piccole colline regolari disposte
secondo lo schema di una croce, con una collina meno distinta nel mezzo. Tutto
questo, a quanto pareva, si trovava al centro di un gruppo di dieci forme geometriche
piramidali. Battezzò questo insieme di configurazioni «la Città» e lo descrisse come
una disposizione sorprendentemente rettilinea di strutture massicce, alternate a numerose
«piramidi» più piccole (alcune delle quali formano perfetti angoli retti con le strutture più grandi) e
persino a «edifici» più piccoli a forma di cono. L’intero assembramento misurava qualcosa come
4x8 chilometri: era dunque uno schema spiccatamente rettangolare creato da numerose
configurazioni situate perpendicolarmente l’una rispetto all’altra, con angoli allineati e anche
«strade» che si dirigevano approssimativamente da nord a sud.
La struttura situata più a est di questo raggruppamento fu chiamata da Hoagland «il
Forte». E’ una configurazione con i margini diritti che sembra fatta di due immensi
muri, ciascuno lungo più o meno un chilometro e mezzo, che si congiungono
nell’angolo a sud-ovest, racchiudendo uno spazio interno regolare, simile al maschio
di un castello gigantesco. Ma c’era ben altro da scoprire…

Linee sul paesaggio


La scoperta successiva di Hoagland fu la cosiddetta «Scogliera», 23 chilometri a est
del Volto, cioè sul lato opposto della Città. Osservò che questa curiosa formazione
giace stranamente intatta su una colata di materiali eruttati da un cratere, il che fa
pensare che sia stata costruita quando il cratere era già stato scavato. Inoltre, è
perpendicolare rispetto al cratere stesso.
La «Scogliera», che giace su un asse parallelo al Volto, potrebbe essere una piccola
mesa a forma di cuneo, oppure un muro gigantesco. Sembra far da sfondo al profilo
del Volto così come lo si vede dalla Città, lungo una linea che congiunge il «Centro
della Città», la bocca del Volto e la Scogliera nel mezzo.
Hoagland usò la tecnologia computerizzata per ricreare il cielo marziano e vedere se
questa linea orizzontale poteva avere un significato astronomico. Scoprì che un
osservatore che si fosse posto al centro della città avrebbe visto il Sole sorgere dalla
bocca del Volto all’alba nel solstizio d’estate approssimativamente 330.000 anni fa.

L’entrata nella città


Le strutture principali della Città si trovano in cerchio attorno alla «Piazza», secondo
il termine usato da Hoagland per indicare lo schema a forma di croce delle piccole
alture. Le grandi strutture circostanti, ciascuna più o meno delle stesse dimensioni del
Volto, hanno i lati diritti e sembrano di forma piramidale. Le uniche eccezioni sono
una configurazione situata sul lato opposto della Città rispetto al Volto (ovale, come
del resto anche il Volto) e il Forte, che assomiglia a un’enorme squadra da disegno, di
forma triangolare, con quelli che sembrano due lati di immensi muri che racchiudono
uno spazio interno, mentre il terzo lato è più rialzato e irregolare.
Disseminate ai piedi delle gigantesche piramidi che delimitano la Città ci sono sedici
piccole colline ovali. Sono disposte secondo uno schema che non risulta
immediatamente ovvio, fatta eccezione per il Centro della Città con le sue quattro
alture disposte a forma di croce. Sono talmente piccole che di esse non si può
cogliere nessun altro dettaglio tranne la posizione e le dimensioni. Eppure, come
vedremo più avanti, sono della massima importanza per il dibattito sull’«AOC».
A un primo sguardo la Città non sembra particolarmente interessante. Se la si
esamina più da vicino, invece, balza all’occhio un numero sorprendente di
configurazioni che per certi aspetti sembrano inserite in una specie di ordine.
Particolarmente degno di nota è senz’altro il Forte. I suoi due muri giganteschi sono
perfettamente diritti, e la cavità che racchiudono all’interno è parallela ai muri esterni
e di forma regolare. Il vento riesce a erodere le parti esterne di una formazione
rocciosa in tutti i modi possibili, ma quale forza geologica potrebbe scavare l’interno
di una simile configurazione in perfetta conformità con la parte esterna?

Il favo
La parte del Forte che sembra più «artificiale» è il lato occidentale. In questo punto
Hoagland, esaminando le immagini del Viking rielaborate da Di Pietro e Molenaar nel
1983, scoprì ciò che definì il «favo». Questa formazione particolare assomiglia a una
serie di «celle» cubiche allineate deliberatamente in una configurazione architettonica
addossata al Forte, ma altri ricercatori dell’AOC hanno contestato questo punto,
sostenendo che si tratta semplicemente di un’anomalia nel cosiddetto programma di
elaborazione SPIT.
Il McDaniel Report ristabilisce l’equilibrio:
I risultati dell’elaborazione fotoclinometrica e del miglioramento computerizzato dell’immagine
conseguiti da Carlotto non rivelano la struttura fatta di tante celle vista invece nelle immagini
sottoposte al procedimento SPIT. Il lavoro di Carlotto rivela una serie di strisce regolari, simili a
terrazze, nell’angolo a sud-ovest del Forte, all’interno dell’area associata al «favo». Questo
potrebbe essere il sottile dettaglio che generò l’effetto favo, così come può essere che si tratti di una
configurazione che esiste indipendentemente ma che è ugualmente anomala.
McDaniel e un suo collega, il dottor Horace Crater, fecero alcune ricerche per conto
proprio nell’area della Città e scoprirono un certo numero di caratteristiche in più che
facevano propendere per l’«artificiosità», come per esempio precisi rapporti di misure
tra le varie piccole colline ovali poste attorno al complesso e altre misure significative
nelle strutture principali. Considereremo nei dettagli queste misure in uno dei capitoli
successivi.

Nessuna spiegazione
Quante probabilità ci sono che simili formazioni dall’aspetto artificioso si verifichino
naturalmente… in particolare quando sono così numerose quelle ravvicinate? La
posizione ufficiale della NASA è che tutte le strutture sono naturali al cento per cento,
e i suoi scienziati si sono dati da fare per trovare soluzioni naturali a questo problema.
Arden Albee di Caltech dichiara:
Cydonia, le «strutture», lo schema che vi si osservava furono considerati, all’epoca dei Viking,
come un’area in cui si era verificato uno strano tipo di erosione non meglio specificato. Dal punto di
vista geologico si tratta dunque di una zona scientificamente interessante e meritava di esser
fotografata, Volto o non Volto. In effetti vi si trovano alcune strutture strane, che però sembrano
causate da un qualche tipo di erosione: se si tratta di erosione a opera del vento o di altro, non è
chiaro. Chi ha guardato le «strutture» di Cydonia continua a guardarle come configurazioni dovute
a erosione, cercando di capire.
Ufficialmente, dunque, continua a non esserci una spiegazione geologica naturale per
le strutture di Cydonia. In realtà, al ben ponderato e approfondito studio di scienziati
come Carlotto e Di Pietro la NASA può soltanto contrapporre un’assunzione secondo
la quale una spiegazione naturale alla fine si troverà. Forse è così. Ma è anche
possibile che trapelino altre notizie sul Volto che lo porranno definitivamente al di
fuori del mondo dei fenomeni naturali.

12

LA PIETRA FILOSOFALE
Tutto è numero.
Pitagora

Verrà il giorno in cui le pietre parleranno […]


i segreti più profondi saranno rivelati.
Merlino (in Storia dei re di Britannia
di Goffredo di Monmouth)

Hic lapis exilis extat precio quoque vilis


Spernitur a stultis, amatur plus ab edoctis.
(Qui giace la pietra del cielo, vale poco denaro!
E’ la più disprezzata dagli sciocchi,
la più amata dal saggio.)
Arnaldo di Villanova (alchimista, 1240 ca.-1311)

Carl Sagan fu uno strenuo oppositore di tutti coloro che hanno ipotizzato che i
«monumenti» di Cydonia possono essere la prova di vita extraterrestre intelligente.
Eppure, in molti suoi libri, fantascientifici e non, Sagan si è pronunciato a favore
dell’esistenza di vita intelligente altrove nell’universo. Contact, proiettato come
lungometraggio dopo la sua morte avvenuta nel 1997, descrive il primo incontro,
sotto forma di un codice binario ricevuto attraverso il radiotelescopio, tra l’umanità e
una civiltà aliena. E’ in questo modo, in effetti, che la maggior parte degli scienziati
contemporanei prevede che avverrà prima o poi il «contatto» con un’intelligenza
aliena.
In Cosmo, la sua opera più nota, Sagan afferma:
C’è qualcosa di irresistibile nella scoperta anche soltanto di un segno, ad esempio una complicata
iscrizione, che possa risultare la chiave per comprendere i segreti di una civiltà lontana, altrimenti
perduta. È un genere di richiamo il cui fascino non ci giunge nuovo.
Sagan continua riferendosi alla scoperta della «Stele di Rosetta» avvenuta nel 1799
grazie a un soldato francese che la trovò nel delta del Nilo, a Rashid (Rosetta). Su
questa stele la stessa scritta appare in tre lingue diverse: antichi geroglifici egizi,
demotico (la più antica calligrafia egizia) e greco. Questa stele rese possibile allo
studioso francese Jean François Champollion decifrare il codice dei geroglifici e
tradurli per la prima volta. Sagan continua:
Quale gioia dev’essere stata aprire questo canale di comunicazione con un’altra civiltà, permettere a
una cultura che era stata muta per millenni di parlare finalmente di sé!
Oggi siamo nuovamente alla ricerca di messaggi provenienti da civiltà antiche ed esotiche, questa
volta lontane da noi non solo nel tempo ma anche nello spazio. Se dovessimo ricevere un messaggio
radio proveniente da una civiltà extraterrestre, come potremmo capirlo? Gli extraterrestri
vorrebbero, naturalmente, rendere un messaggio diretto a noi il più possibile chiaro. Ma come
possono riuscirci? Esiste una stele di Rosetta interstellare? Noi crediamo di sì. Noi crediamo che ci
sia una lingua comune a tutte le civiltà tecnologiche, non importa quanto diverse, costituita dalla
scienza e dalla matematica. Le leggi della Natura sono le stesse dappertutto.
Sagan si riferisce alla possibilità di ricevere un messaggio alieno espresso nel codice
universale della matematica, sotto forma di segnale radiofonico. E se il messaggio
non fosse inviato via radio ma fosse costruito sulla superficie di un pianeta vicino?

Cecità culturale
È possibile che la nostra cultura ci abbia talmente abituato ad aspettarci
comunicazioni tramite mezzi radiotelescopici che quando riceviamo segnali d’altro
genere li ignoriamo?
Il volto umanoide su Marte è così banale da passare inosservato? Per gli scienziati
che si aspettano una serie regolare di «bip» superficiali provenienti dal mugghiare
oceanico di un «rumore» elettronico di sottofondo, il paesaggio di Cydonia è forse un
segnale troppo chiaro… così chiaro da sembrare ridicolo?
Nel suo libro Lila, lo scrittore e filosofo Robert Pirsig racconta di come, una volta, gli
capitò di navigare nel porto di Cleveland mentre, avendo letto erroneamente la carta,
era convinto di trovarsi a trenta chilometri di distanza, in tutt’altro porto. Eppure il
paesaggio gli sembrava corrispondente in maniera perfetta alla carta… finché ricordò
di aver notato qualche discrepanza tra la carta e il luogo in cui si trovava, dicendo a
se stesso, in ogni caso, che certi cambiamenti sulla costa forse erano stati fatti dopo la
pubblicazione della carta.
Come aveva potuto commettere un simile errore alla luce del giorno? I suoi occhi
guardavano forse senza vedere? Scrivendo di sé in terza persona, Pirsig afferma:
Una bella parabola per i fautori dell’oggettività scientifica. Ogni volta che la carta si
discostava dalle sue osservazioni, Fedro aveva negato l’osservazione e seguito la
carta. La sua mente, in base a idee che già aveva e che considerava vere, aveva
innestato un filtro statico, un sistema immunitario che escludeva tutte le informazioni
contraddittorie. Non: vedere per credere, ma credere per vedere. Se si trattasse di un
fenomeno puramente individuale, poco male. Ma è anche un fenomeno culturale di
vaste proporzioni e come tale preoccupante. Noi costruiamo intere strutture
intellettuali fondandole su «dati» che sono essi stessi il risultato di precedenti
selezioni. Quando si presenta un dato nuovo che non si adatta allo schema, non
buttiamo via lo schema, no: buttiamo via il dato. Un dato contraddittorio dovrà
continuare a bussare alla porta magari per secoli, prima che qualcuno si decida a
vederlo. E poi costui dovrà battere e ribattere prima che anche altri lo vedano.
I nostri scienziati sono così legati alle convinzioni solitamente accettate da essere
indifferenti a scoperte che non si sono verificate sulla Terra, come quella di Cydonia?
Dal momento che si aspettavano un segnale radiofonico, e dal momento che, secondo
i pregiudizi di quell’epoca, non vi fu mai vita su Marte, personaggi come Sagan si
sono limitati a far sapere che cosa vedevano quando possibili strutture artificiali
furono identificate per la prima volta sul Pianeta Rosso? Il McDaniel Report ci invita
a considerare che cosa sarebbe accaduto se la medesima notizia fosse giunta da molto
più lontano e in forma più «convenzionale»:
Supponiamo che uno schema digitale di segnali radiofonici aventi origine nello spazio profondo sia
stato ricevuto attraverso i radiotelescopi SETI (Search for Extraterrestrial Intelligence). Il computer
l’ha tradotto in immagini, e la prima che ci appare è quella di un volto umanoide con
un’acconciatura particolare, mentre la seconda è un diagramma pentagonale [come la piramide
D&M] che ha proporzioni uniche e costanti matematiche ridondanti […] La NASA avrebbe forse
archiviato queste immagini come una specie di arca perduta, dichiarando che si trattava soltanto di
un «gioco di interferenze radiofoniche e visive»? E se una parte del segnale fosse stata distorta dalla
statica interstellare, la NASA avrebbe interrotto l’ascolto su quella frequenza, asserendo che il
messaggio non era sufficientemente completo?

Il linguaggio della pietra


Gli antichi egizi possedevano forse radiotrasmettitori? Evidentemente no. Molto
semplicemente, la conoscenza che abbiamo dell’antico Egitto non ci è giunta via
radio. Ci siamo affidati a manufatti giunti fino a noi, recanti scritte e altri dati utili.
Ma se anche tutti i geroglifici fossero scomparsi, saremmo stati ugualmente in grado
di imparare molto sugli egizi dai loro giganteschi edifici. In altri termini, una
piramide di pietra non può certo viaggiare attraverso lo spazio interstellare, ma come
«segno» che indica l’esistenza di menti pensanti dura più a lungo di una trasmissione
radiofonica, essendo una delle forme più stabili che esistano in natura. Se una
qualsiasi razza, umana o aliena, avesse intenzione di lasciare un messaggio nella
pietra, non potrebbe scegliere veicolo migliore di una piramide per trasmetterlo
attraverso le diverse epoche.
Ovviamente è possibile che qualsiasi struttura artificiale contenga riferimenti e
«messaggi» magari non intenzionali. Per esempio, chiunque «decifrasse» una
struttura come il Partenone di Atene, sarebbe in grado di dedurre dalla sua
costruzione che fu l’opera di una cultura intelligente in possesso di conoscenze
matematiche e geometriche. Sagan è il primo a riconoscerlo: «La vita intelligente
sulla Terra si rivela prima di tutto attraverso la regolarità geometrica delle sue
costruzioni».

Chiave di volta
Nel 1988 Erol Torun, cartografo e analista di sistemi per la Defense Mapping Agency
statunitense, lesse il libro di Richard Hoagland The Monuments of Mars. In seguito
scrisse a Hoagland dicendo:
Sono rimasto colpito da buona parte delle immagini in esso contenute e dalla descrizione che lei ne
ha fatto, ma l’oggetto che più di ogni altro ha catturato la mia attenzione è la piramide D&M. Ho
una certa conoscenza di geomorfologia, ma non mi risulta che esista un meccanismo in grado di
spiegarne la formazione.
L’immagine della piramide D&M, lunga 2,6 chilometri, sul fotogramma 70A13 è
realmente sconcertante. Secondo i calcoli che sono stati fatti, essa incorpora più di 4
chilometri cubi di materiale e il suo apice svetta a quasi 800 metri dalla superficie
delle pianure circostanti. Alla base di ciascuno dei suoi cinque angoli c’è una curiosa
struttura di sostegno, il che ne aumenta l’imponenza architettonica.
La sua caratteristica più affascinante è costituita dalla facciata sud-occidentale che
forma la «base» della struttura pentagonale, la cui sommità è puntata verso il Volto.
Questo rivela con estrema chiarezza una superficie piana a forma di triangolo
regolare molto simile al lato di una piramide terrestre. Senza alcun dubbio, vista da
questa angolazione sembra artificiale. Tuttavia, come nel caso del Volto, il resto della
struttura non è affatto chiaro. I «danni» evidenti sul lato orientale, quello in ombra, ne
alterano la regolarità, e il fatto che sulle prime Di Pietro e Molenaar pensassero che la
piramide avesse soltanto quattro lati è una prova lampante di come quest’area sia
poco chiara. E’ anche perforata da una cavità profonda, che in precedenza era stata
identificata con un cratere. Le ricostruzioni fotoclinometriche di Carlotto hanno
indicato la straordinaria possibilità che questo buco possa essere, in realtà, un
«tunnel». Successivamente si è pensato che in origine la piramide potesse esser stata
una struttura vuota parzialmente crollata a un certo punto della sua storia… il crollo
sarebbe stato la causa della sua evidente deformazione e dell’apparente
accorciamento della sua «gamba» destra (è probabile che la parte mancante sia
nascosta sotto polvere e detriti).
Queste ipotesi, tuttavia, sono destinate a rimanere tali fintantoché non si avranno a
disposizione immagini ad alta risoluzione. L’unica certezza, invece, è che la piramide
ha un inconfondibile profilo pentagonale. Fu questa configurazione, più di tutte le
altre strutture di Cydonia, a suscitare l’interesse di Torun.

Altre bizzarrie geologiche?


Torun incominciò la sua analisi studiando sistematicamente processi geologici noti
per capire se ce ne fosse uno che poteva aver formato una piramide pentagonale, a
cinque facce. A questo scopo esaminò gli effetti di cinque diversi fattori erosivi:
acqua, vento, consumo della massa (cioè naturale slittamento di materiale dovuto a
faglie ecc.), vulcanismo e persino formazione di cristalli. I risultati che ottenne furono
decisivi:
Si può escludere che meccanismi quali processi fluviali abbiano potuto formare la
piramide d&m, dal momento che manca qualsiasi indicazione che l’acqua sia mai
defluita a un chilometro di profondità nel tavolato di Cydonia (un chilometro è
l’altezza approssimativa della piramide d&m). Inoltre va detto che forme aguzze,
sfaccettate e simmetriche non sono caratteristiche usuali dei terreni formati da corsi
d’acqua.
La piramide D&M è situata su ciò che è stato descritto come «terreno accidentato», che
si ergeva sopra la pianura di Cydonia un tempo colma d’acqua. Ciò nonostante, i
segni di erosione causata dall’acqua (dovuti a ondate lungo la costa) in quest’area
sono molto lievi.
Quanto all’erosione provocata dal vento, una delle spiegazioni preferite da molti
scienziati, Torun dichiarò:
Nessuna duna potrà mai avere la forma di un poliedro simmetrico somigliante a quello che stiamo
esaminando. I lati piatti e i margini diritti non compaiono nelle dune di sabbia terrestri o marziane. I
venti dominanti non possono aver rimosso alcunché con una simile periodicità e con una simmetria
tanto perfetta. Ma anche se si fosse verificata questa condizione apparentemente impossibile, c’è un
altro elemento che impedirebbe una formazione di questo genere… Nel caso di una collina soggetta
a erosione eolica, un flusso d’aria che soffi localmente nella direzione contraria a quella delle
correnti principali può effettivamente tagliare perpendicolarmente una superficie piatta sul lato
sottovento. Ma questo flusso d’aria che soffia nella direzione contraria, associato a una turbolenza a
livello di superficie, impedirebbe la formazione di un’ipotetica costruzione a cinque lati realizzata
dal vento. Ogni volta che il vento soffiasse in-una nuova direzione, il flusso d’aria che lo contrasta
incomincerebbe a erodere i margini formati dal vento quando soffia in quella direzione. Il risultato
finale non sarebbe una collina a forma di piramide, bensì un’altura tondeggiante.
Le conclusioni di Torun su questo argomento concordano con l’incapacità da parte
della NASA di riprodurre rilievi a forma di piramide in un tunnel ventoso.
Analogamente, nessuna caratteristica formatasi a causa di «consumo della massa»
potrebbe spiegare una struttura a cinque lati: le probabilità che cinque faglie
geologiche provochino tutte uno slittamento del terreno tale da causare un poligono
bisimmetrico sono praticamente inesistenti.
Infine, quanto al «vulcanismo» e alla «formazione di cristalli», semplicemente non
c’è alcuna prova di un’attività vulcanica a Cydonia, così come non ci sono cristalli
pentagonali formatisi per un processo naturale (e anche se ce ne fossero, i cristalli
sono regolari; la piramide D&M, invece, per quanto bisimmetrica, ha lati e angoli
diversi tra loro).
E per quanto concerne forze erosive sconosciute? Dopo tutto, Marte e la Terra sono
due pianeti diversi. Ecco la replica di Torun:
Tutte le osservazioni geofisiche compiute su Marte fino a oggi, la sua gravità, la meteorologia, la
geomorfologia ecc., indicano che Marte è un luogo in cui le leggi della fisica e i principi della
geomorfologia come noi li concepiamo trovano applicazione, con variazioni secondarie dovute alla
gravità e alla densità atmosferica nonché al suo volume. Non è sensato ritenere che ci sia un solo,
piccolo posto sulla superficie di Marte dove questi stessi principi non vengono osservati.

Architettura aliena
Torun non si accontentò di esser giunto a queste conclusioni, ma esaminò anche la
presunta «artificiosità» della piramide D&M ponendosi una serie di quesiti decisivi:
1. La geometria di questo oggetto è in contrasto con le forme dei rilievi e i processi
geomorfologici conosciuti?
2. Questo oggetto è allineato secondo le direzioni cardinali e/o con eventi astronomici
significativi?
3. Questo oggetto è ubicato insieme ad altri che a loro volta sono in contrasto con la
geologia circostante? E in questo caso, sono allineati geometricamente l’uno con
l’altro?
4. La geometria di questo oggetto esprime numeri matematicamente significativi, e/o
simmetrie associate con l’architettura?
Alla prima domanda è facile rispondere. Come abbiamo visto, nessun processo
geomorfologico può spiegare la forma pentagonale della piramide D&M. Quanto al
secondo quesito, va detto che la piramide è realmente allineata secondo le direzioni
cardinali di Marte. A proposito della terza questione, Torun dichiara:
La parte frontale della piramide D&M ha tre margini, a 60 gradi l’uno dall’altro. L’asse centrale è
puntato verso il Volto. Il margine sulla sinistra di questo asse punta verso il centro di una
configurazione che è stata soprannominata la «Città» da coloro che hanno svolto ricerche su
Cydonia. Il margine sulla destra dell’asse centrale è puntato verso l’apice di una struttura a forma di
cupola conosciuta come «Tholus».
Secondo Torun, questi tre allineamenti sono prove importanti dell’artificiosità. Dopo
tutto, quante configurazioni geologiche casuali possono «combaciare» con tanta
precisione e «puntare» perfettamente luna verso l’altra? E’ forse frequente trovare
una struttura anomala, inesplicabilmente unica sotto l’aspetto geologico, che esprima
un allineamento significativo con le direzioni cardinali e con altre strutture «uniche»
nelle vicinanze, e malgrado ciò risulti naturale al cento per cento?
Non è frequente, si potrebbe obiettare, ma neppure impossibile.
Ma se questa struttura corrisponde anche ai criteri insiti nella quarta domanda?
Ricostruzioni
Per rispondere a quest’ultimo punto, Torun dovette modellare la forma originaria
della piramide erosa e danneggiata, argomentando correttamente che questa è ormai
una pratica standard dell’archeologia ricostruttiva, specialmente in siti connessi ad
allineamenti astronomici o a una geologia specifica. Una volta creato il modello,
Torun lo misurò per stabilire se effettivamente possedeva caratteristiche
matematicamente significative. Preferì non avventurarsi nella complicata
«numerologia» e rimase entro i limiti delle seguenti misure basilari:
1. I valori di angoli osservabili espressi in misure radianti.
2. Esame dei rapporti formati tra gli angoli osservabili per stabilire se corrispondono a numeri
matematicamente significativi.
3. Esame di seno, coseno e tangente di angoli misurati per verificare la presenza di numeri
matematicamente significativi.
«Questi approcci», spiega Torun, «furono scelti per la loro semplicità, per la loro
validità nell’applicazione a numeri con base diversa da quella decimale, e perché non
rientrano nel nostro uso convenzionale di considerare gli angoli come porzioni di un
cerchio di 360 gradi.»
Realizzando una proiezione ortografica della piramide, Torun misurò tutti gli angoli
visibili (con un errore calcolato di +/- 0,2 gradi). C’è una grande varietà di angoli che
presenta una notevole varietà di rapporti. Premettendo che un monumento artificiale
deve esprimere misure e proporzioni significative, Torun incominciò a considerare
questi rapporti.
Per comprendere le conclusioni a cui giunse, è necessario, prima di tutto, fare una
breve escursione nel sacro regno della geometria…

Numeri sacri
Nel quinto secolo a.C., gli iniziati ai misteri della matematica e della geometria,
discepoli del filosofo Pitagora, possedevano un segno di riconoscimento segreto.
Se incontrava uno straniero, un pitagorico gli offriva una mela. Se lo straniero era a
sua volta un pitagorico, tagliava la mela lateralmente attraverso il torsolo per portare
alla luce i semi collocati a forma di pentagramma.
Per i pitagorici il pentagramma era un simbolo sacro, dal momento che conteneva
riferimenti alla misurazione matematica nota come «sezione aurea» o rapporto phi:
«Sembra non esservi dubbio che gli architetti e gli scultori greci inclusero questo
rapporto nelle loro opere. Il celebre Fidia ne fece ampio uso. Ne sono una prova le
proporzioni perfette del Partenone».
In realtà il rapporto phi trae il nome proprio da Fidia.
Phi è una proporzione, e in particolare il rapporto ideale tra due lunghezze per
produrre l’effetto estetico più armonioso e gradevole per l’occhio quando è inserito
nelle misure di un’opera d’arte o di architettura. Se i lati di un rettangolo sono
collegati in base al rapporto phi, quel rettangolo sarà visivamente più bello di
qualsiasi altro.
Osserviamo la linea ABC:
A--------B---------------------C
Il rapporto phi è dimostrato in una figura in cui tra la lunghezza AB e la lunghezza BC
c’è la stessa relazione esistente tra la lunghezza BC e l’intera lunghezza AC. Perché
questo si verifichi il rapporto dev’essere precisamente 1:1,61803398.
Perché phi produca un simile effetto estetico è un mistero, ma i pitagorici lo
consideravano un riflesso delle armonie della natura, dal momento che la stessa
figura ricorre di frequente nel mondo naturale e nella vita organica. Le spirali del
guscio di una lumaca incorporano phi, così come le distanze tra le foglie sui rami. Phi
si inserisce anche nelle proporzioni del corpo umano: per esempio, phi è il rapporto
tra la lunghezza del corpo dalla testa all’ombelico e quella dall’ombelico ai piedi.
I pitagorici proclamavano dunque che «tutto è numero» e usavano la geometria come
una metafora per i concetti più elevati e le asserzioni metafisiche. Per loro phi
esprimeva la bellezza, intesa non come opinione soggettiva secondo il proverbio che
dice che «la bellezza sta nell’occhio di chi guarda», ma come una qualità intrinseca
all’oggetto stesso. La bellezza è in ciò che viene guardato.

Vesica piscis
Phi è generato anche dalla forma geometrica più ampiamente usata e più sacra, la
vesica piscis, letteralmente «vescica del pesce», che consiste in due cerchi uguali
sovrapposti, il centro di ciascuno dei quali si trova sulla circonferenza dell’altro.
Nell’antichità, per gli esperti in geometria questo segno rappresentava l’unione di
spirito e materia, di cielo e terra. In esso erano generati non solo phi, ma anche le
costanti della sacra serie di radici quadrate di 2, 3 e 5 e i cinque solidi regolari.
Questa figura sacra venne usata come base di molti antichi monumenti, tra cui la St.
Mary Chapel a Glastonbury Abbey e, secondo John Micheli, esperto di misure sacre,
nella Grande Piramide di Giza.
Il segno segreto dei pitagorici, il «taglio della mela», era la trasmissione di una
saggezza condivisa, quella della conoscenza delle armonie numeriche della natura
rivelate attraverso il rapporto phi del pentagramma e, per estensione, la vesica piscis.
Questo «messaggio» non era verbale. Bastava conoscere la matematica, il linguaggio
universale…
Ma quale corrispondenza può esservi tra questo e il modello della piramide D&M di
Torun? Una corrispondenza perfetta, secondo Torun.

La stele di Rosetta
Quando scoprirono la piramide pentagonale, Di Pietro e Molenaar osservarono che le
sue dimensioni erano all’incirca di un chilometro e mezzo per due. Queste cifre,
ovviamente, sono molto vicine al rapporto della sezione aurea. Per Richard Hoagland
possono anche avere un significato più profondo. Osservando la «squisita
bisimmetria a cinque lati» della piramide D&M, Hoagland riferisce:
improvvisamente mi parve chiaro un altro aspetto sorprendente di questo «magico» rapporto:
l’applicazione fatta da Leonardo da Vinci di queste antiche e «sacre» proporzioni… alla figura
umana. E tutt’a un tratto colsi una straordinaria possibilità: sovrapponendo la famosa figura di
Leonardo – «un uomo in un cerchio» – ai nitidi contorni geometrici della piramide d&m, vidi che
coincidevano. Sembra che la d&m sia uno straordinario esempio geometrico di proporzioni
umanoidi disposte su un paesaggio alieno quasi all’ombra della centrale somiglianza «umanoide» [il
Volto].
L’attenzione di Torun fu inizialmente attratta proprio da questa affermazione di
Hoagland. Che cosa ci faceva una costante universale delle proporzioni estetiche su
una montagna inorganica di Marte? Ma le scoperte di Torun erano destinate a
diventare ancor più sorprendenti, e lo conferma l’autorevole McDaniel Report:
Torun scoprì una figura matematicamente ricca la cui geometria contiene le basi matematiche
dell’esagono, del pentagono e le proporzioni geometriche classiche della sezione aurea. Venti degli
angoli interni del modello, i rapporti tra gli angoli e le funzioni trigonometriche esprimono in
maniera ridondante tre valori di radice quadrata, sqrt 2, sqrt 3, sqrt 5, e due costanti matematiche, pi
(il rapporto tra la circonferenza di un cerchio e il suo diametro) ed e (la base dei logaritmi naturali)
[…] A parte sqrt 2 e sqrt 3, le costanti non appaiono da sole, ma in sette diverse combinazioni
matematiche. I valori più ridondanti erano e/pi, e/sqrt 5 e sqrt 3. Questi valori venivano ripetuti
quattro volte in almeno due modi diversi di misurazioni.
La piramide D&M, in altre parole, sembra dunque un esempio da manuale di quelle
stesse forme numeriche che erano considerate sacre dai pitagorici a causa delle loro
caratteristiche di armonia universale.

Verifica
Dobbiamo ammettere che siamo colpiti dal modello di Torun e dalla sua stupefacente
capacità di produrre costanti geometriche. Ma qualunque figura pentagonale
produrrebbe gli stessi risultati?
Keith Morgan, tecnico elettronico, progettò un programma su computer FORTRAN
(Formula Translation Programming Language) alla Howard University (Washington
DC), per risolvere il quesito.
Tenendo fermi i due angoli di 60 gradi posti l’uno di fronte all’altro, Morgan adattò
gli spigoli del lato opposto a un’intera gamma di angoli diversi, generando 680
variazioni della forma piramidale. Le sue conclusioni confermarono l’unicità del
modello di Torun, mostrando che si tratta dell’unica forma pentagonale con angoli
opposti di 60 gradi che potrebbe generare la vesica piscis e, contemporaneamente, i
valori di phi, pi, e, sqrt 2, sqrt 3 e sqrt 5, e l’unica che potrebbe rappresentarli tutti
(tranne phi) attraverso le tre misurazioni di rapporto angolare, misura radiante e
funzioni trigonometriche!
Chiaramente Torun ha scoperto non solo un ricco campo minato geometrico, ma per
giunta l’unico, una roccia gigantesca contenente le costanti pitagoriche… una vera
«pietra filosofale».
Alchimia
Nell’antica arte dell’alchimia, il compito dell’alchimista era trovare il lapis exillis,
ossia la «pietra filosofale» che trasformava i metalli vili in oro. Si diceva che questa
pietra fosse «caduta dal cielo» come il Benben, il meteorite di Eliopoli di cui si parla
nell’antica tradizione egizia, una pietra piramidale associata alla reincarnazione…
Essa recava l’arcana conoscenza della natura dell’universo («Sulla pietra è scritto in
codice il messaggio dei misteri della vita») e si riteneva che riscattasse la spiritualità
dalla materia «vile» (dal momento che gli aspetti pecuniari del processo sono
metafore di una trasformazione spirituale).
Questo lapis piramidale, «il messaggio in codice dei misteri della vita», è raffigurato
come una pietra, benché racchiuda tutta la materia, essendo composto «de re animali,
vegetabili et minerali». Si diceva anche che nascesse dalla «carne e dal sangue» e
possedesse un corpo, un’anima e uno spirito. Il lapis è dunque intrinsecamente
connesso con la reincarnazione, la nuova vita e la crescita.
Curiosamente, Torun trova caratteristiche analoghe che si riferiscono alla
misurazione e/sqrt 5 scoperta nella «pietra» piramidale marziana:
Le relazioni tra e e sqrt 5 possono anche alludere all’ambito biologico. La simmetria dei cinque lati
non è una caratteristica dei sistemi non viventi, mentre invece, sulla Terra, le forme di vita rivelano
spesso una simmetria a cinque lati, soprattutto nel regno vegetale. La costante e, la base dei
logaritmi naturali, è conosciuta anche come la legge della crescita organica. E’ un modo di
descrivere la crescita in cui l’incremento della crescita stessa è sempre proporzionale alle
dimensioni della quantità che aumenta, come spesso accade nei sistemi biologici. La maggior parte
delle formule concepite per lo studio della crescita organica, sia per gli studi sulla popolazione che
per le previsioni di crescita dei microbi e delle piante, include il numero e come fattore. La
relazione tra e e sqrt 5 potrebbe dunque esser interpretata come simbolica della «crescita
esponenziale della vita».
Torun rafforza la propria interpretazione di questi numeri come una metafora
biologica sottolineando il fatto che la piramide D&M possiede un’altra caratteristica
delle cose viventi, la simmetria bilaterale, e «facendo notare l’allineamento dell’asse
di simmetria piramidale della piramide D&M con l’unico oggetto del tavolato di
Cydonia che assomiglia molto chiaramente a una cosa vivente: il Volto».

Messaggio
I filosofi pitagorici consideravano la vesica piscis (le cui costanti non artificiali e i
numeri geometrici si rispecchiano nella piramide D&M) come un potente simbolo
dell’unione tra cielo e terra, spirito e materia. La «pietra filosofale» piramidale aveva
esattamente la stessa funzione eppure, per riprendere i versi dell’alchimista del
quattordicesimo secolo Arnaldo di Villanova citati all’inizio di questo capitolo, «gli
sciocchi la disprezzavano».
Torun sostiene che, come la «pietra filosofale», la piramide D&M è una sorta di
messaggio cifrato – una stele di Rosetta dei nostri giorni – concernente l’intera
regione di Cydonia, e rivela un disegno intelligente… Come vedremo, caratteristiche
essenzialmente simili ricorrono ripetutamente in tutti i monumenti di Cydonia. Le
strutture sembrano far parte di un tutto unico,
come gli strumenti di un’orchestra, per creare un’infinita sinfonia matematica.

13

COINCIDENZE
Ritorniamo ora sulle caratteristiche matematiche della piramide D&M. Tra le altre, c’è
la somma dei suoi angoli e delle sue dimensioni che dà un totale di 10 rapporti pi, 10
valori e, 4 valori e/pi.
Una ripetizione così insistente di dati geometricamente significativi non è una
normale caratteristica di strutture che si sono formate naturalmente. Inoltre, misure
estremamente accurate tratte dalle fotografie del Viking denunciano la presenza di un
altro curioso elemento che sembra derivare da un progetto intelligente: l’apice della
piramide D&M si trova a 40,86 gradi di latitudine nord. La tangente di 40,86 è pari a
0,865, cioè il valore preciso del rapporto e/pi che è ripetuto quattro volte nella
struttura interna della piramide.
Secondo i ricercatori dell’AOC, sembra quasi che il grande monumento pentagonale ci
dica che «sa dove si trova» su Marte.

La costante t
Un altro aspetto significativo a proposito della latitudine di 40,86 gradi a nord è che,
attraversando l’apice della piramide D&M, forma, con il lato dell’angolo più vicino del
monumento, un angolo di 19,5 gradi esatti. E’ un angolo che compare parecchie volte
in questa stessa struttura. E’ anche un angolo profondamente significativo entro un
campo matematico conosciuto come «geometria energetica-sinergetica» che fu
esplorato per la prima volta dall’americano R. Buckminster Fuller (1895-1983), un
vero talento nell’ambito dell’ingegneria. Il sistema assume come unità di base il
tetraedro (una forma piramidale con quattro lati inclusa la base, in cui ciascun lato è
un triangolo equilatero) e vi costruisce sopra un certo numero di strutture
stupefacenti, di cui la più famosa è la cupola geodetica.
Questo sistema ha rivelato una curiosa «regola» o costante geometrica, che ha
focalizzato l’attenzione di Richard Hoagland, Stan McDaniel, Erol Torun e altri
ricercatori dell’AOC. La regola dice che, quando si pone un tetraedro all’interno di una
sfera che, mentre ruota, lo circoscrive esattamente in modo tale che uno dei quattro
vertici tocchi o il polo nord o il polo sud della sfera stessa, gli altri tre vertici,
ciascuno separato da 120 gradi di longitudine, si troveranno a una latitudine di 19,5
gradi sud (il primo vertice è al polo nord) oppure a una latitudine di 19,5 gradi nord
(quando il primo vertice è al polo sud). Perciò la cifra 19,5 è nota come t, la costante
tetraedrica.

Alture
Torun e Hoagland hanno sempre sostenuto che i numeri tetraedrici forniti dalla
piramide D&M devono avere un significato. La credibilità di questa asserzione, a loro
avviso, è rafforzata dalle recenti scoperte di Horace W. Crater, docente di fisica del
Tennessee Space Institute. Lavorando insieme a Stanley McDaniel, Crater ha
scoperto che in altre strutture di Cydonia si trovano le stesse misure specifiche, in
particolare nella «Città» con il suo enigmatico raggruppamento di 16 alture ovali (di
cui quattro sono allineate direttamente con la piramide D&M).
Finora ci siamo riferiti solo incidentalmente all’esistenza di queste splendide,
uniformi alture, ciascuna con un diametro compreso tra i 90 e i 210 metri e alte 30
metri, disseminate attorno alle colline pedemontane della «Città» e situate in
direzione sud. Quattro di esse formano la regolare «croce di collimazione» del
«centro della Città», e sono allineate non solo con la piramide D&M ma anche,
significativamente, con la bocca del Volto.

Bersaglio mancato
Quando la NASA ridisegnò sezioni di Cydonia nell’aprile del 1998 (vedi Capitolo 15),
le quattro alture che formano la «croce di collimazione» del «centro della Città»
furono scelte, su consiglio di scienziati favorevoli all’ipotesi dell’artificiosità, come
punto di riferimento per la controversa opera di ridisegnare il Volto.
Sfortunatamente il Mars Global Surveyor mancò il «bersaglio» e calò in una zona
situata un chilometro alla sua sinistra (come abbiamo visto sopra) che includeva
soltanto un’altura e un paio degli affioramenti meno significativi della «Città».
Benché l’immagine mostri in superficie altri oggetti interessanti, non individuati dai
primi moduli orbitali dei Viking (come per esempio uno strano anello di piccole
strutture piramidali e una struttura piramidale più grande sul margine di un
affioramento roccioso per i quali dobbiamo attendere i risultati di ulteriori analisi), si
ottennero scarse informazioni sulle enigmatiche alture che invece potrebbero
facilitare la classificazione di queste configurazioni e dei loro allineamenti.
L’unica altura immortalata dal Mars Global Surveyor (altura P) appare come un
piccolo, regolare rilievo collinare di forma ovale… e, sfortunatamente, non avendo
altre immagini ad alta risoluzione con le quali confrontarla, è impossibile capire se si
tratta di una formazione naturale oppure se è strutturata analogamente alle altre alture
fotografate dal Viking, il che rafforzerebbe l’ipotesi dell’artificiosità.
L’unico particolare che, invece, queste alture ci indicano con assoluta certezza è la
loro ubicazione precisa sulla superficie di Marte. Le singole ubicazioni furono
studiate utilizzando i fotogrammi originali del Viking da Horace Crater e riferite dallo
stesso Crater e da McDaniel nel documento firmato da entrambi e intitolato
«Configurazioni collinari sulla pianura marziana di Cydonia: un’analisi geometrica e
probabilistica».

«La loro disposizione non era casuale…»


Probabilmente nessuno meglio di Horace Crater potrebbe valutare gli schemi formati
dalle alture. Esperto in fisica teoretica delle particelle, è un’autorità mondiale
nell’ambito della trasformazione di schemi di dati sperimentali in forme matematiche,
da cui possono essere estrapolati ulteriori schemi.
«Al pari di molti altri», dice il professor Crater, «non ero particolarmente interessato
alla controversia riguardante il Volto di Cydonia. Fu soltanto nel 1993 che
incominciai a esser coinvolto nella ricerca sulle anomalie di Marte.»
Inizialmente il dottor Crater era molto scettico e, a proposito della ricostruzione della
piramide D&M compiuta da Torun, dichiarò:
Sospettavo che dimensioni di quella ridondanza potessero verificarsi con ragionevoli probabilità in
qualunque figura semi-simmetrica a cinque lati. Delle svariate figure a cinque lati che ho esaminato,
molte apparivano di dimensioni simili a quelle misurate da Torun. Quando cercai di eseguire calcoli
ancora più precisi, tuttavia, ottenni un risultato sorprendente. A un maggiore livello di precisione
soltanto il modello di Torun manifestava una ridondanza significativa. Questo risultato inatteso
accrebbe il mio interesse per la regione di Cydonia. Incominciai a svolgere ricerche su un certo
numero di quelle piccole configurazioni simili ad alture. Sono infatti sufficientemente piccole da
consentire di misurare le loro relazioni geometriche con una certa precisione, e con un
determinabile margine di errore. La scoperta che mi attendeva mi lasciò esterrefatto. La loro
disposizione non era casuale.

Analisi
In un documento scritto Crater riferisce come iniziò la sua indagine etichettando le
sedici alture dalla A alla P, non secondo un ordine strettamente legato alla loro
ubicazione sul pianeta, ma nell’ordine in cui lui stesso le studiò. Prima di tutto prese
in considerazione 0 gruppo di alture E-A-D, le più vicine alla piramide D&M, alcuni
chilometri a sud della Città. Come Hoagland aveva già mostrato nel 1992, queste tre
alture formano un perfetto triangolo isoscele.
Crater basò le proprie misure di E-A-D su proiezioni ortografiche, correggendo
l’inclinazione dell’obiettivo in modo da adeguarsi alle tecniche di Mercatore, e scoprì
che gli angoli del triangolo erano i seguenti: 70,9 (+/- 2,9) gradi, 54,3 (+/- 2,2) gradi e
53,5 (+/- 2,2) gradi. Si rese conto che quegli angoli erano sorprendentemente simili
agli angoli del piano racchiuso da un tetraedro quando si assume la sua sezione
trasversale da un asse in modo tale che divida in due parti il lato opposto. Questi
angoli misurano, rispettivamente, 70,5 gradi, 54,75 gradi e 54,75 gradi. Inoltre,
quando gli angoli della sezione trasversale di un tetraedro ideale sono espressi in
radianti, «vediamo che tutti sono semplici funzioni lineari della costante tetraedrica, t,
equivalente a 19,5 gradi».
Poiché un risultato isolato non prova alcunché, Crater esaminò un certo numero di
test per vedere con quale frequenza un triangolo «tetraedrico» possa esser creato
casualmente (la sua definizione di triangolo tetraedrico è la seguente: «Qualsiasi
triangolo i cui angoli in radianti siano espressi semplicemente nei termini di multipli
di pi e t, indipendentemente dal fatto che siano pari a un quarto o a metà o all’intero
numero dato»).
I test di Crater erano minuziosi e professionali (come del resto è logico aspettarsi da
uno studioso specializzato nel calcolo di schemi). Usando il computer creò a caso
100.000 raggruppamenti di tre alture ciascuno, scoprendo che soltanto in 121 casi si
formavano i triangoli E-A-D. Poi analizzò 4460 triangoli veri formati da
configurazioni naturali marziane, di cui soltanto due erano triangoli E-A-D
tetraedrici. Basandosi su queste percentuali, Crater calcolò che le probabilità che i
triangoli E-A-D si verificassero naturalmente erano «leggermente superiori a una su
mille».
Non era un risultato straordinario e non escludeva la possibilità di coincidenze. Ma il
meglio doveva ancora venire…

Gruppi di quattro, di cinque e di sei


Il passo successivo di Crater fu introdurre l’altura G, che si trova ai piedi della più
meridionale della grandi strutture della città, formando così il tetraedro G-A-D-E.
Esso contiene due triangoli rettangoli identici A-E-G e G-A-D, e la sua geometria è
interamente determinata in termini di t e pi, come del resto accade per le divisioni
geometriche di un tetraedro.
Poi Crater introdusse la seconda altura in ordine di vicinanza, l’altura B, a destra del
triangolo E-A-D, per formare un gruppo di cinque elementi: G-A-B-D-E. Come i
denti di certe grandi ruote si incastrano l’uno nell’altro, così i triangoli A-D-B ed E-
A-B rispecchiano esattamente i triangoli A-E-G e G-A-D. Per di più, tutti gli angoli
all’interno del gruppo di cinque si rivelano anche funzioni di t. Ma dietro questo
assetto deve trovarsi un progetto più ampio, sospetta Crater, perché «la geometria che
descrive meglio i raggruppamenti di alture, con assoluta ridondanza, è quella a cui fa
12
riferimento Torun per il modello della piramide D&M».
Quindi fu analizzata l’altura P, scoperta a ovest dell’altura G. Anche in questo caso i
risultati costituiscono una conferma: il triangolo P-G-E è uno specchio di G-E-A e di
E-A-B. Crater ritiene che le probabilità che una simile collina di sei elementi si sia
formata naturalmente siano pari a 200 miliardi contro una. Questi triangoli
comprendono ripetutamente anche l’angolo matematicamente significativo di 19,5
gradi.
La conclusione definitiva giunse nel febbraio del 1995. Mentre studiava i risultati di
Crater, Stan McDaniel si rese conto che lo schema formato da cinque delle alture di
Cydonia (G-A-B-D-E) sembra includere un rettangolo, benché due angoli di quel
rettangolo siano «mancanti». Usando l’analisi geometrica compiuta da Crater, si
scoprì che le dimensioni del reticolato costituivano una figura significativa
nell’architettura terrestre sacra, ossia 1:1,414, oppure uno alla radice quadrata di due.
Come il lettore ricorderà, sqrt 2 è uno dei valori ripetutamente «forniti» dalla
geometria della piramide D&M.
Il messaggio e la cospirazione
Sulle orme dell’opera pionieristica di Torun e Crater, Richard Hoagland si accinse a
perlustrare la piana di Cydonia in cerca di ulteriori allineamenti che potessero
risultare significativi dal punto di vista della geometria tetraedrica.
La sua prima scoperta fu che l’angolo tra la cosiddetta «Scogliera» a est del Volto, e
una «piramide tetraedrica» individuata sul margine lontano del cratere sulla cui coltre
di materiale eruttivo si innalza la scogliera è pari a 19,5 gradi, ossia a t, la costante
tetraedrica.
Hoagland sostiene anche che la «lacrima» sul lato destro del Volto si trova in un
punto che è esattamente equidistante tra il «Centro della Città» e la piramide D&M.
Questa distanza è uguale a 19,5 minuti d’arco della circonferenza di Marte! Una
seconda misura, ossia la distanza tra la lacrima e il grande sostegno della piramide
D&M, corrisponde a un trecentosessantesimo del diametro polare di Marte.
Ma questo sistema che consiste nel dividere cerchi e sfere in 360 gradi non è forse
un’invenzione basata sulla Terra? Perciò, anche se accettiamo la «bizzarra»
concezione secondo la quale i monumenti di Cydonia sono artificiali, come possiamo
spiegare che i loro costruttori, probabilmente alieni, usarono lo stesso sistema di 360
gradi che usiamo noi, e seguirono persino le convenzioni geometriche che qui sulla
Terra risalgono a una venerabile antichità?
Torun e Hoagland giunsero alla conclusione che deve trattarsi di un messaggio
inviato deliberatamente, con ogni probabilità rivolto a «noi», e che il costante
riferimento alla circonferenza del pianeta nei termini della costante tetraedrica abbia
uno scopo preciso. «Tutto questo sembra rivolto a noi», teorizzò Hoagland nel 1987,
«per aiutarci a riconoscere il tetraedro iscritto in una sfera planetaria come Marte
stesso…»
Il 4 luglio 1997, giorno dell’Indipendenza, il modulo d’atterraggio della NASA
chiamato Pathfinder sbarcò nella Ares Vallis, un canale marziano un tempo invaso
catastroficamente dalle acque. Richard Hoagland fu il primo a sottolineare che
Pathfinder ha una sagoma decisamente tetraedrica, con caratteristici pannelli solari
sotto forma di triangoli equilateri. Inoltre, il sito di atterraggio nella Ares Vallis è
ubicato a 19,5 gradi di latitudine nord.
Probabilmente per la NASA questo non aveva alcun significato. Eppure, non possiamo
negare che l’atto di piazzare un oggetto tetraedrico su Marte alla latitudine di 19,5
gradi contiene tutti i
numeri e il simbolismo necessari per rispondere «messaggio ricevuto» alla geometria
di Cydonia. Inoltre, un simile gioco di matematica e simbolismo è precisamente ciò
che ci si aspetterebbe di trovare se la NASA fosse sotto l’influsso di quella specie di
cospirazione occulta che Hoagland, per quanto lo riguarda, sta ancora cercando di
portare alla luce…
PARTE III

OCCULTAMENTI

14

DISINFORMAZIONE

La stragrande maggioranza di una nazione […] cadrà più


facilmente vittima di una grossa menzogna che di una piccola.
Adolf Hitler, Mein Kampf, 1925

È possibile che la NASA sappia di più su Cydonia di quanto abbia ammesso? E’


possibile che abbia scoperto qualcosa che reputi più prudente non rendere di dominio
pubblico?
Nel 1938, mentre l’Europa si preparava per la guerra, la gente del Nuovo Mondo si
scoprì minacciata non da qualche Fuhrer maniaco che cercava di stabilire un nuovo
periodo buio, ma da invasori provenienti da Marte. Accadde quando Orson Welles
trasmise attraverso la radio statunitense il proprio adattamento della Guerra dei
mondi di H.G. Wells. Il testo era presentato così realisticamente che molti credettero
a una notizia autentica. Il panico si diffuse… e si capì che la comunicazione di massa
poteva essere un’arma a doppio taglio. Teneva unita la gente, ma il suo potere di
influenzare vaste fasce della popolazione era chiaramente immenso.
In Germania, Goebbels produsse film di propaganda in gran quantità e li diede in
pasto alle masse, esasperando risentimenti e xenofobia (a quell’epoca presenti in tutta
Europa) che, uniti a sentimenti di nazionalismo, sfociarono alla fine nell’Olocausto.
Ciò che Hitler aveva dichiarato nel 1925 stava verificandosi puntualmente: la gente
crede alle «grosse menzogne».
Ma la propaganda non fu un’invenzione della Seconda guerra mondiale e non ebbe
termine con essa. Si pone dunque un interrogativo: gli scienziati della NASA
potrebbero attualmente abusare della loro autorità, ingannando la gente o addirittura
mentendo deliberatamente a proposito di Cydonia e di altri argomenti? Se Wells
riuscì a convincere l’America degli anni Trenta che stava per essere invasa da gente
proveniente dallo spazio benché non stesse accadendo niente di simile, è evidente che
i governi potrebbero trovare il modo di nascondere o «minimizzare» le notizie
riguardanti contatti con esseri provenienti da altri pianeti o il ritrovamento di tracce di
vita intelligente su Marte, oppure ancora che, esplorando Marte, sono emersi alcuni
elementi nuovi di enorme significato per tutta l’umanità.
In generale, le agenzie governative trovano più facile e preferibile rafforzare
convinzioni già esistenti che non introdurne di nuove. Perciò non abbiamo difficoltà
nell’immaginare situazioni in cui la NASA potrebbe decidere di non condividere tutto
ciò che sa con il pubblico (per esempio, potrebbe tacere un’informazione precisa
ritenuta socialmente o politicamente o economicamente destabilizzante). Ma
possiamo anche supporre che i funzionari nascondano la verità su un certo tipo di
scoperte per motivi meno onorevoli.
Dal momento che tutto questo è possibile, e dal momento che certe scoperte sono
state nascoste e insabbiate in passato, riteniamo che sarebbe ingenuo riporre grande
fiducia nelle ripetute assicurazioni da parte della NASA che i monumenti di Cydonia
sono tutti formazioni naturali.

Il dovere di nascondere
La NASA non è una specie di «Impresa stellare» finalizzata alla «missione di cercare
nuovi mondi e nuove civiltà, e arrivare coraggiosamente dove nessun uomo è mai
giunto fino a oggi». Al contrario, è il figlio disturbato di due genitori malati: la
paranoia e la guerra.
La NASA nacque nel 1958 in piena Guerra fredda, quando tutti i progressi nell’ambito
delle scienze spaziali derivavano dall’applicazione e dal perfezionamento di
macchine per uccidere più efficienti. A quell’epoca, inoltre, l’esplorazione dello
spazio era direttamente collegata alla politica di difesa.
Entro certi limiti, questa mentalità da Guerra fredda prevale ancora. Perciò, benché
sia finanziata dalle imposte pubbliche, la NASA, in definitiva, non è responsabile nei
confronti della gente bensì del governo degli Stati Uniti. E non ci sono leggi che le
impongano di condividere apertamente le proprie informazioni con il pubblico. Al
contrario, nella Sezione 102 (c) (a) dell’Atto del 29 luglio 1958 (The Space Act) con
il quale fu costituita la NASA, leggiamo:
La NASA è incaricata di rendere note alle agenzie direttamente implicate nella difesa nazionale le
scoperte che hanno un valore o un significato militari […]
Le informazioni ottenute o sviluppate da questo ente nell’esercizio delle sue funzioni sancite da
questo atto saranno suscettibili di eventuali pubbliche ispezioni tranne che nei seguenti casi:
a) informazioni sulle quali la legge federale abbia autorizzato o richiesto il segreto, e
b) informazioni tenute nascoste per proteggere la sicurezza nazionale.
Sembra dunque che la NASA abbia realmente «il dovere di nascondere» certe
categorie di informazioni…

Il rapporto Brookings
Gli scienziati della NASA non possono sapere per certo, in base alle prove attuali, se le
strutture di Cydonia sono naturali o artificiali. Molti sospettano dunque
ragionevolmente che, se la NASA ha evitato così a lungo di sottoporre a test l’ipotesi
AOC, deve avere qualche motivo valido.
Si è ipotizzato che un rapporto del Brookings Institute del 1960 contenga un possibile
indizio. Il rapporto è intitolato «Proposed Studies on the Implications of Peaceful
Space Activities for Human Affairs». Tra l’altro, vi si notifica che se la NASA dovesse
mai scoprire prove di vita extraterrestre, sarebbe tenuta a esercitare uno stretto
controllo su questa informazione per motivi di pubblica sicurezza, considerato che
«società sicure del proprio posto nell’universo si sono disintegrate quando hanno
dovuto unirsi a società più antiche non basate sulla famiglia, ma fondate su idee e
modi di vita diversi».
A livello di politica e di strategia il rapporto Brookings raccomanda che la NASA
chieda sempre, e consideri molto attentamente:
In che modo e in quali circostanze simili notizie potrebbero esser presentate o
nascoste al pubblico, e per quali scopi? Quale potrebbe essere il ruolo degli scienziati
autori della scoperta e di altri responsabili della decisione di renderla nota?
Il rapporto fu commissionato dalla NASA nel 1958 – l’anno in cui si costituì – dal
Brookings Institute di Washington DC, e reso noto al presidente del Comitato della
NASA per gli studi a lungo raggio nel I960. Include una sottosezione che inizia a p.
216, intitolata «Implications of a Discovery of Extraterrestrial Life»:
Cosmologi e astronomi pensano che sia molto probabile che esista vita intelligente in
molti altri sistemi solari […] Manufatti lasciati in un determinato momento storico da
queste forme di vita potrebbero esser scoperti attraverso le nostre future attività
spaziali sulla Luna, su Marte o Venere […]
Il rapporto Brookings prevede che una prova inoppugnabile dell’esistenza di vita
extraterrestre intelligente possa avere ripercussioni gravi sulla leadership politica,
sconvolgendo radicalmente l’assetto sociale e inducendo la gente a porre domande a
élite trincerate dietro il proprio sapere:
Il livello di ripercussioni politiche o sociali probabilmente dipende da come la leadership interpreta
(1) il proprio ruolo, da come (2) quest’ultimo viene minacciato, e (3)
dalle opportunità nazionali e personali di trarre vantaggio dallo sconvolgimento o dal rafforzamento
degli atteggiamenti e dei valori altrui.

UFO
La politica di segretezza a proposito di possibili manufatti alieni ebbe origine alcuni
anni prima della formazione della NASA e le raccomandazioni del rapporto Brookings
si limitavano a riecheggiare certe dichiarazioni precedenti del governo americano.
Il Rapporto degli incontri del Comitato consuntivo scientifico sugli oggetti volanti
non identificati indetti dai servizi segreti scientifici della CIA dal 14 al 18 gennaio 1953
conclude: «Il racconto ripetuto ed enfatizzato di questi fenomeni [incontri con UFO]
sfocia, in questi tempi tormentati, in una minaccia per l’ordinato funzionamento degli
organi deputati a proteggere la classe politica». Molti teorici della cospirazione, negli
Stati Uniti, sono assolutamente convinti che simili conclusioni siano state tratte sei
anni prima, ossia nel 1947.
Il caso del 1947
Si può dire che il fascino esercitato dagli UFO nella nostra epoca sia incominciato con
l’avvistamento di nove «oggetti volanti a forma di disco» al di sopra del monte
Rainier (Washington) dal pilota Kenneth Arnold, il 24 giugno 1947. Un paio di
settimane dopo incominciarono a circolare voci su un’astronave di alieni
presumibilmente atterrata a Roswell, nel New Mexico.
Di recente, nel 1997, il «caso Roswell» è stato al centro della pubblica attenzione in
occasione del suo cinquantesimo anniversario. Dire che ha catturato l’immaginazione
della generazione attuale è dire poco, e in tempi recenti sono state avanzate, su questo
caso, ipotesi sempre più numerose e diverse, la maggior parte delle quali accusano il
governo degli Stati Uniti di occultare le prove. Respingendo queste dichiarazioni, il
Pentagono si sobbarcò un programma di quattro anni di ricerche per poter dimostrare
l’infondatezza di queste teorie.
In un rapporto intitolato Roswell: Case Closed, pubblicato il 24 giugno 1997 (50 anni
dopo il giorno in cui Arnold «avvistò» per la prima volta «dischi volanti»), il
Pentagono sostiene che ciò che precipitò al suolo a Roswell era un pallone aerostatico
concepito per il preciso scopo di volare ad alta quota e «i corpi di alieni» che, a
quanto si dice, furono trovati lì accanto non erano altro che «pupazzi di dimensioni
naturali staccatisi da finti paracadute che facevano parte di un progetto top-secret».
Il «relitto» fu scoperto da Mac Brazel, il proprietario di un ranch che stava
controllando i danni causati dalla tempesta nella sua tenuta, vicino alla RAAF [Roswell
Army Air Force Base). Brazel trovò un oggetto che sembrava fatto di uno strano
materiale luccicante e apparentemente inalterabile poiché, se si cercava di
appallottolarlo, immancabilmente assumeva di nuovo la sua forma originale. Non
riuscendo a capire di che cosa si trattasse, l’uomo portò l’oggetto alla base aerea. L’8
luglio 1947 la base militare rilasciò una dichiarazione ufficiale alla stampa secondo la
quale era stato rinvenuto un «disco volante», e il titolo sulla prima pagina del giornale
locale affermava: «La RAAF cattura un disco volante in un ranch nella regione di
Roswell». Ma nel giro di poche ore il Pentagono si mise in contatto con il direttore
della stazione radiofonica locale e gli disse di interrompere quei notiziari per
diffondere invece un nuovo comunicato stampa secondo il quale, in realtà, era stato
trovato un pallone sonda meteorologico.
Furono molti, tuttavia, gli abitanti di Roswell che non accettarono questa versione dei
fatti, sostenendo addirittura di aver visto non solo il relitto ma anche i suoi occupanti.
Frank Kauffman, che a quell’epoca lavorava come civile alla RAAF, riferisce di aver
visto i corpi di cinque alieni avviluppati nei teli dai militari. Tra i testimoni c’era
anche il colonnello Philip Corso (attualmente in pensione), che militava nei servizi
segreti del generale MacArthur durante la guerra in Corea e per quattro anni aveva
fatto parte dello staff per la sicurezza nazionale. Corso afferma di aver visto il corpo
di un alieno piccolo, grigio e calvo portato via dal sito del ritrovamento e lasciato a
Fort Riley, nel Kansas:
Sulle prime pensai che si trattasse di un bambino morto che si voleva trasferire da qualche parte, ma
non era un bambino […] Era una creatura alta un metro e venti, dall’aspetto umano, con braccia,
strane, mani dotate di quattro dita soltanto (non c’era il pollice, o almeno non lo vedevo), gambe e
piedi sottili e la testa a forma di lampadina spropositatamente grande.

I pupazzi
La rettifica del Pentagono, tesa a precisare che i corpi erano soltanto «pupazzi di
dimensioni naturali staccatisi da finti paracadute», è l’ammissione che a Roswell ci fu
almeno qualcosa che poteva esser scambiato per corpi di alieni. Ma quante
probabilità ci sono che simili pupazzi siano atterrati proprio vicino a un pallone sonda
schiantatosi al suolo? Come mai i militari stavano provando dei paracadute in una
notte in cui infuriava una violenta tempesta? E, se si presta fede alle parole dei
testimoni oculari, che senso poteva avere avvolgere quei pupazzi nei teli? Inoltre, che
cosa pensare delle affermazioni di parecchi testimoni secondo le quali uno degli
«alieni» sopravvisse allo schianto del velivolo e fu visto muoversi?
L’addetto stampa dell’esercito che l’8 luglio 1947 fu incaricato di diramare il
comunicato, molto tempo dopo sintetizzò in queste parole le numerose assurdità della
posizione del Pentagono: «E’ soltanto un’altra forma di copertura. Anche uno sciocco
sa che aspetto ha un pupazzo, e quelli non erano pupazzi».

UFO: crisi religiosa?


Ma perché la NASA vorrebbe insabbiare la prova dell’esistenza di alieni intelligenti?
Per motivi di sicurezza, ipotizza il rapporto Brookings. Eppure, l’uomo del 2000 non
ha le stesse paure di quello degli anni Sessanta, e la NASA lo sa. Indagini svolte negli
anni Novanta rivelano che il 65 per cento degli americani è convinto che, a Roswell,
un UFO sia precipitato schiantandosi al suolo. Inoltre, un numero sorprendente di
persone, probabilmente alcuni milioni, credono di aver visto entità animate aliene o
addirittura di esser state rapite da loro.
Dal momento che, a quanto pare, questi argomenti non suscitano il panico, quante
probabilità ci sono che una scoperta ancora ipotetica di manufatti attribuibili ad alieni
su Marte getti lo scompiglio tra la popolazione?
Le indagini fanno pensare che non ci sarebbe panico. Al contrario, la notizia sarebbe
probabilmente accolta con un atteggiamento positivo, anche dai cosiddetti gruppi
«fondamentalisti». Un resoconto particolarmente illuminante è l’Alexander UFO Religious
Crisis Survey – The Impact of UFOS and Their Occupants on Religion. Scritto da
Victoria Alexander per la fondazione Bigelow di Las Vegas, nel Nevada, il rapporto
prende in considerazione le risposte a domande poste a 230 leader di comunità
religiose disseminate in tutta l’America (134 appartenenti a chiese protestanti, 86 a
chiese cattoliche romane e 10 a sinagoghe). Poiché si tratta di un’indagine piuttosto
ristretta, è evidente che non può esser considerata definitiva, ma i suoi risultati sono
sorprendentemente chiari. Alexander li riassume nel modo seguente:
Le cifre non sono statisticamente significative, ma denotano tendenze inequivocabili. Benché si
tratti soltanto di un’indagine sperimentale, per la prima volta siamo in possesso di dati concernenti
l’atteggiamento più diffuso sulla relazione tra religione ed esistenza di una vita intelligente
extraterrestre. I dati dimostrano l’opposto di una credenza piuttosto diffusa secondo la quale, alla
vigilia di un possibile contatto con UFO, si verificherebbero distruzione e lutto.
Il metodo Alexander si basa in genere su un test a scelte multiple e incomincia con
un’affermazione alla quale fanno seguito i vari tipi di reazione. Per esempio:
La conferma ufficiale della scoperta di una civiltà extraterrestre superiore in possesso
di una tecnologia avanzata avrebbe gravi effetti negativi sui fondamenti morali,
sociali e religiosi del paese.
a) pienamente d’accordo
b) d’accordo
c) né d’accordo né contrario
d) contrario
e) assolutamente contrario.
Vale la pena di notare che il 77 per cento delle risposte erano o contrarie o
assolutamente contrarie a questa affermazione. Le risposte ad altre dieci domande
rivelano lo stesso atteggiamento:
I risultati conclusivi dimostrano che i leader religiosi interrogati erano convinti che la fede dei loro
parrocchiani fosse sufficientemente forte e lungimirante da poter assimilare una notizia come
questa. Contrariamente alla convinzione ampiamente diffusa a proposito degli UFO, è decisamente
poco probabile che simili notizie diano luogo a una crisi religiosa.
Alcuni teorici della cospirazione ritengono che il cambiamento nell’atteggiamento
della gente sia indotto dalle «autorità» attraverso la manipolazione dell’informazione.
L’ipotesi è che siamo tutti vittime di una brillante campagna pubblicitaria finalizzata
ad abituarci, gradualmente, alla reale esistenza di una vita extraterrestre intelligente.
Probabilmente stiamo lavorando di fantasia, ma non possiamo d’altra parte negare
che film come Independence Day, Stargate e Incontri ravvicinati del terzo tipo,
programmi televisivi quali X-Files o Dark Skies, e la decisione della NASA di rendere
pubbliche alcune notizie riguardanti una possibile vita «primitiva» su meteoriti
marziani hanno contribuito all’attuale atteggiamento relativamente disponibile da
parte dell’opinione pubblica nei confronti di contatti con ET.

Guerra di propaganda
La nostra personale impressione è che la NASA abbia tentato di manipolare l’opinione
pubblica sulla questione delle origini artificiali delle strutture di Cydonia. Non solo,
ma sembra anche voler occultare qualcosa. Non siamo in grado di dire che cosa
nasconda – forse soltanto i propri pasticci – ma continua a farlo dal 25 luglio 1976,
quando la prima foto del Volto ottenuta dal Viking, il fotogramma 35A72, fu mostrata
alla stampa. Come il lettore ricorderà, la NASA sostenne, durante una conferenza
stampa, che c’era una seconda foto, scattata da una diversa angolazione solare, che
dimostrava come il Volto non fosse altro che un gioco di luci e ombre. Trascorsero
più di diciassette anni prima che i funzionari ammettessero ufficialmente che una
simile foto di smentita non esiste.
Inoltre sappiamo che alcune immagini sono state archiviate nel posto sbagliato, e tra
queste anche una foto di conferma, il fotogramma 70A13. Questo portò fuori strada i
ricercatori per molti anni. Dovevano anche vedersela con alcune forme di censura,
come racconta Stan McDaniel:
Il primo documento su questo argomento [le origini artificiali di Cydonia], firmato da un gruppo
chiamato «Independent Mars Investigation Team», che riferiva in massima parte il lavoro compiuto
da Vincent Di Pietro e Gregory Molenaar, fu inspiegabilmente cancellato dall’elenco di
pubblicazioni presentate alla prima conferenza Case for Mars tenutasi nel 1984. I tentativi
successivi di pubblicare scritti su quell’argomento, compiuti da scienziati dalle credenziali
impeccabili e autori di numerose pubblicazioni scientifiche, furono tutti respinti dai principali
giornali americani di scienza planetaria. Questi scienziati si videro dunque costretti dalla censura a
far uscire le proprie opere in libri destinati a un pubblico non specialistico, mentre la NASA univa
al danno anche le beffe accusandoli di cercare il guadagno personale e di perseguire il «lavoro a
domicilio». Poiché nel corso del tempo i lettori di queste pubblicazioni qualificabili soltanto come
semplici cittadini divennero sempre più numerosi e incominciarono a rivolgere domande alla
NASA, una lunga serie di falsi argomenti fu avanzata contro l’idea che il Volto su Marte potesse
essere artificiale. In quell’impresa erano coinvolti, con ogni probabilità, i servizi segreti di quel
potente propagandista che era Carl Sagan, il quale continuava a scrivere e a parlare di aberrazioni
psicologiche a causa delle quali la gente credeva di vedere volti ovunque, tirando fuori
all’improvviso una melanzana dalla forma bizzarra durante una conferenza e sostenendo che
assomigliava a Richard Nixon, per dimostrare che, di conseguenza, anche il Volto su Marte era
naturale. Un atto di sorprendente valore scientifico. Poi, nel 1985, Sagan pubblicò un articolo sulla
rivista Parade ridimensionando il Volto e definendo chiunque lo prendesse in seria considerazione
come una specie di «fanatico». Fece anche ricorso a una versione falsificata di uno dei fotogrammi
del Viking che, grazie all’alterazione dei colori, dava l’impressione che, di fatto, il Volto non ci
fosse.
Se la NASA è tanto sicura che il Volto sia una pura illusione o un’aberrazione della
natura, perché ha bisogno di ricorrere a una frode così vistosa per convincere la
gente? La falsificazione del fotogramma 70A13 sull’articolo di Parade – ottenuta
ricoprendo l’immagine con un filtro colorato per oscurare i dettagli che confermano
ciò che si vede nel fotogramma 35A72 – è un’azione che contrasta a tal punto con un
atteggiamento di correttezza scientifica da poter essere definita quasi barbara. Non si
può neppure prendere le difese di Sagan dicendo che questo fotogramma gli fu
fornito già falsificato dalla NASA, perché Richard Hoagland aveva mostrato
personalmente a Sagan il fotogramma originale prima della pubblicazione
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dell’articolo su Parade. Sagan era perfettamente conscio che il 70A13 confermava il
35A72 e in precedenza aveva detto a Hoagland che lo trovava interessante.
Perché dunque Sagan mentì?
Quali che fossero i motivi, sembra che anni dopo si sia rammaricato
dell’atteggiamento assunto in quell’occasione. Nel suo ultimo libro, Il mondo
infestato dai demoni (1996), elogiò effettivamente i ricercatori di Cydonia e disse che
il Volto meritava un’occhiata più attenta. Nel dir questo, dava voce a una verità
personale non più soggetta alle limitazioni delle leggi della NASA?

L’uomo importante
Nel ruolo di scienziato capo che si mostri critico nei confronti dell’ipotesi AOC, a
Sagan è subentrato Michael Malin, capo del Malin Space Science Systems. Malin fu
il contraente privato che fornì e azionò i sistemi di teleriprese per la missione fallita
del
Mars Observer (1992-93), ma è anche il fornitore e l’operatore dei sistemi del Mars
Global Surveyor. Malin ha mostrato un’immagine del Volto sul suo sito Web con
l’intento dichiarato di far vedere che «il volto ha i denti». Probabilmente non è altro
che una presa in giro di Mark Carlotto, il quale aveva effettivamente identificato
caratteristiche simili a denti. Ma invece di prendere in considerazione quelle
caratteristiche, Malin sceglie ciò che McDaniel descrive come «errori in pixel
deliberatamente indotti». Lo scopo di una tattica come questa è far credere che l’idea
che il Volto abbia qualcosa di simile a «denti» deriva dall’«estrema povertà di mezzi
per migliorare l’immagine usati dai dilettanti e per pubblicare i loro risultati non certo
perfetti sui tabloid americani».
Come vedremo nel prossimo capitolo, Malin è l’uomo più importante del mondo per
tutto quanto concerne Marte. E l’unico ad avere la facoltà di decidere in quale
direzione saranno puntate le telecamere del Mars Global Surveyor. E gode di un altro
sorprendente privilegio: il diritto di vedere con sei mesi di anticipo rispetto a
chiunque altro le immagini del Surveyor prima che diventino di dominio pubblico.
Se non c’è una cospirazione in atto, che senso ha che un unico uomo abbia tanto
potere? E che senso ha il fatto che a un solo uomo sia assegnato il monopolio della
conoscenza in modo tale che diventi l’unico amanuense della storia di Marte?
Su un argomento tanto importante, non dovremmo forse sentire altri pareri?

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CAMERA OSCURA

SWINDON:Che cosa dirà la storia?


BURGOYNE: La storia, signore, dirà le solite menzogne.

George Bernard Shaw,


Il discepolo del diavolo (1901), Atto III

All’inizio del Novecento, nel villaggio inglese di Cottingley, vicino a Bradford, Elsie
Wright e Frances Griffith dichiararono di aver fotografato alcune fate in fondo al
giardino della loro casa. Vedendo le foto, anche grandi intellettuali come Arthur
Conan Doyle, l’inventore di Sherlock Holmes, caddero in questo tranello: una
sessantina di anni dopo, infatti, le ormai anziane Elsie e Frances rivelarono che quelle
foto erano soltanto un inganno bello e buono. L’avevano fatta franca unicamente
perché a quell’epoca la fotografia era agli inizi e la gente non era ancora in grado di
individuare un’immagine chiaramente alterata.
Oggi tutto è cambiato e la gente sa perfettamente che le macchine fotografiche,
soprattutto quando sono collegate ai computer, possono mentire e lo fanno. I gruppi
hollywoodiani che si occupano di effetti speciali, come per esempio l’Industriai Light
and Magic, ci dimostrano ripetutamente che l’impossibile può diventare facilmente
possibile sulla pellicola cinematografica. In Jurassic Park Steven Spielberg è riuscito
a mettere insieme riprese dal vivo e dinosauri prodotti con la tecnica digitale in
maniera tanto spettacolare che il punto di congiunzione era pressoché impercettibile.
Per il box-office è una fortuna, ma c’è anche qualche svantaggio. L’immagine ha
percorso una strada così lunga dai tempi delle fate di Cottingley che attualmente è
impossibile riconoscere una foto falsificata da un’altra che non lo è.
Dunque tutti noi potremmo essere stati fotografati molte volte senza neppure
saperlo…

Il grido di allarme di Wolpe


Nel 1992, poco tempo prima del lancio della sfortunata sonda della NASA Mars
Observer, il membro del congresso degli Stati Uniti Howard Wolpe dichiarò di aver
scoperto un documento ufficiale di due pagine intitolato Suggestions for Anticipating
Requests under Freedom of Information Act. Il documento affrontava i modi in cui la
NASA poteva eludere questo Atto e di conseguenza nascondere ai responsabili della
pubblica informazione ciò che per legge avrebbero avuto il diritto di vedere.
Wolpe scrisse quanto segue all’ammiraglio Richard Truly e al capo della NASA:
Questo documento della NASA insegna agli impiegati governativi a: 1) riscrivere o
persino distruggere documenti per «minimizzare l’impatto ostile»; 2) mischiare
documenti e testi spuri in modo tale che il senso dei documenti sia «meno
significativo»; 3) perfezionarsi nel «migliorare i programmi di servizio
computerizzati» per eludere i vari FOIA (Freedom of Information Act).
L’ammiraglio Truly aveva incominciato da poco a svolgere indagini su questo
argomento quando fu licenziato dal presidente (ed ex capo della CIA) George Bush e
sostituito da Daniel Goldin che, come abbiamo visto nella Parte I, ha una certa
esperienza di operazioni segrete. Non è stata autorizzata alcuna indagine sui tentativi
presumibilmente abituali, da parte della NASA, di aggirare il Freedom of Information
Act, e, commenta McDaniel, «a quanto pare non per confondere le spie nemiche, ma
per mettere in difficoltà i privati cittadini, o le agenzie o il Congresso o la stampa
quando vogliono avere informazioni su ciò a cui hanno diritto di accedere grazie al
Freedom of Information Act».
Pensando all’imminente missione Mars Observer, McDaniel si mostrò dubbioso sulla
possibilità che la NASA volesse realmente condividere tutte le nuove immagini
fotografiche con il pubblico, e in particolare quelle di Cydonia. In realtà, precisò,
l’agenzia sembrava aver lasciato interamente il controllo su quelle immagini a
Michael Malin, noto per la sua implacabile ostilità nei confronti dell’ipotesi di
manufatti individuati a Cydonia.

Malin e l’Observer
Michael Malin si laureò a Caltech nel 1976 con una tesi in scienze planetarie e
geologiche. Fin dal 1975 era un membro dello staff tecnico del JPL e divenne prima
assistente presso la facoltà di geologia e infine titolare di una cattedra nel 1987, alla
Arizona State University. Nel 1990 diventò docente ricercatore e dedicò il proprio
tempo ad allestire il Malin Space Science Systems (MSSS), di cui è presidente e
scienziato capo.
Con la missione Mars Observer nel 1992-93, la NASA, per la prima volta nella sua
storia, lasciò a un singolo individuo, Michael Malin, la responsabilità delle immagini.
In precedenza la stessa NASA aveva stabilito i fini del proprio sistema fotografico
facendosi carico sia dell’esecuzione delle immagini che della responsabilità. Ma per
Mars Observer fu realizzato un contratto, il MSSS, operativo a tutti gli effetti, nel
quale era compresa la responsabilità di tutte le immagini del Pianeta Rosso
(ovviamente questo implicava anche il più assoluto controllo sulle immagini di
Cydonia). Come sostiene Malin:
Nessuno alla NASA ha mai tentato di dissuadermi dallo scattare immagini nella regione di Cydonia.
Nessuno mi ha nemmeno mai incoraggiato a scattare simili foto, ma questo perché si era stabilito
fin dall’inizio che la scelta delle zone da fotografare spettava a me.
Rimanemmo attoniti nell’apprendere che neppure il capo della missione al JPL può
influire sulle decisioni di Malin. Ma l’aspetto più sorprendente fu la rivelazione che il
contratto di Malin per
Mars Observer non solo gli conferiva autorità assoluta sulla scelta dell’ubicazione
dell’astronave e delle sue telecamere, ma attribuiva anche a lui personalmente «il
controllo esclusivo delle immagini scattate dall’astronave per un periodo di sei mesi,
senza alcun obbligo di giustificare le proprie decisioni».
Comprensibilmente questa situazione era fonte di preoccupazione per molti
ricercatori dell’AOC. Sia prima che dopo il lancio di Mars Observer la protesta per i
poteri praticamente illimitati lasciati a Malin si fece sentire e divenne sempre più
vivace. Il gruppo dell’AOC tentò costantemente di ottenere dalla NASA la certezza che i
presunti «monumenti» di Cydonia sarebbero stati nuovamente fotografati
dall’Observer e che i risultati sarebbero stati resi di dominio pubblico prontamente e
senza alcuna alterazione.
La NASA non diede mai simili garanzie, mantenendosi coerente con una linea di
condotta che McDaniel descrive come «riluttanza ad assegnare un adeguato livello di
priorità all’impresa di fotografare nuovamente gli oggetti AOC unita a un’ambigua e
incostante politica per quanto concerne la sollecita trasmissione di notizie al
pubblico».
La posizione della NASA non poteva certo incontrare il favore del pubblico, e non era
neppure giustificabile. Inoltre sembrava piuttosto confusa rispetto alle priorità della
missione Mars Observer. L’unica cosa che la gente voleva veramente sapere era se la
NASA avrebbe nuovamente fotografato Cydonia e se, in tal caso, ci sarebbe stata la
certezza di avere a disposizione le immagini originali inalterate.
Ma c’era il timore che avvenisse l’esatto contrario delle fotografie delle fate di
Cottingley: la prova di un’altra vita sarebbe stata cancellata dalle immagini?
Il dibattito era sempre più vivace. Come abbiamo riferito nella Parte II, sembrava
addirittura possibile che le priorità della missione subissero un cambiamento come
risposta alla pressione pubblica. Poi, alle 18 «Pacific Daylight Time» del 21 agosto
1993, ogni contatto con l’astronave cessò e non poté più essere ripristinato.
Proprio allora, proprio in quel momento cruciale, Mars Observer ufficialmente
«scomparve».

La perdita
Il dottor Williams del Goddard Space Flight Center ci descrisse la sensazione
personale di delusione provata dagli scienziati della NASA in seguito alla perdita
dell’Observer.
Quando accadde, in realtà avevo iniziato da poco a lavorare qui, ma fu un vero disastro.
Quell’oggetto era finalmente arrivato su Marte e tutti si erano dati un gran da fare perché accadesse,
avevamo trascorso moltissimo tempo a fare registrazioni sia dell’astronave che degli esperimenti,
avevamo predisposto tutto per incominciare a ricevere i dati e archiviarli, e a quel punto l’oggetto
scomparve. E’ ovvio che fu una delusione enorme per centinaia di persone che avevano investito
anni e anni di lavoro in quell’impresa. Mi riferisco a chi aveva svolto ricerche personalmente e si
era dunque trovato strettamente coinvolto in quel fallimento, ma per la NASA forse fu ancora peggio.
Fu anche una tremenda vergogna, un errore davvero sfortunato, tutto era andato male. Sicuramente
quell’episodio avrebbe cambiato, stravolgendole completamente, molte cose riguardanti la NASA.
I lettori ricorderanno il particolare sconcertante che questa tremenda perdita si
verificò durante un’impresa molto rischiosa: il deliberato spegnimento della
telemetria (il contatto tra l’Observer e la Terra). Questa perdita intenzionale di
telemetria doveva presumibilmente servire a bloccare i tubi trasmettitori
dell’astronave affinché non venissero colpiti dalla pressurizzazione delle taniche di
combustibile.
Quando le valve [che si aprono per consentire all’elio che fa pressione di fluire nelle taniche di
propellente] si spostano, viene fatta esplodere una piccola onda d’urto meccanica che viaggia
attraverso la struttura dell’astronave e viene avvertita da tutte le parti elettroniche che la
compongono […] Dunque anche dai tubi amplificatori nel radiotrasmettitore dell’astronave.
L’effetto è molto simile a una lampadina elettrica surriscaldata che scoppia se viene colpita
all’improvviso mentre è accesa. Perciò spegnemmo il radiotrasmettitore per tenerlo al fresco in
modo che non subisse danni. Del resto, l’avevamo già fatto molte volte in precedenza, durante il
volo di Mars Observer […] Vedemmo i primi segni del disastro registrati dal tabellone, il
trasmettitore spegnersi […] ma non udimmo mai altri segnali dall’astronave.
Perciò, quando la NASA tentò di recuperare la telemetria non accadde nulla. Inoltre, il
fatto che la telemetria fosse spenta quando si verificò la perdita fatale significava che
non c’erano registrazioni delle circostanze precise in cui si verificò la perdita fatale
(come invece ce ne sarebbero state con la telemetria). Molti hanno osservato che
questo black-out delle comunicazioni sarebbe stato il momento ideale per un atto di
sabotaggio… o per una miriade di altri eventi da chiarire.
Mars Observer era solo, a 720 milioni di chilometri da casa. Si verificò
effettivamente un incidente, come sostenne la NASA? O forse aveva trovato qualcosa,
su Marte, che non dovevamo vedere, che imponeva di «staccare la spina»
immediatamente? Oppure ancora continuava a orbitare intorno a Marte, e continua a
tutt’oggi, inviando notizie… a qualcuno?

Stato di emergenza
Per indagare sulla perdita dell’ Observer fu istituito un comitato ufficiale, che prese il
nome di Coffey Board dal suo presidente, il dottor Timothy Coffey (direttore e
ricercatore del Naval Research Laboratory di Washington). Così afferma Michael
Malin sul sito Web MSSS:
Il Coffey Board Report dichiarò che la causa più probabile dell’interruzione delle comunicazioni
con l’astronave […] fu la rottura della parte di pressurizzazione del carburante nel sistema
propulsivo dell’astronave, che provocò una fuoriuscita pressurizzata sotto la copertura termica
dell’astronave. Molto probabilmente, il gas e il liquido uscirono da sotto la copertura termica in
maniera asimmetrica, provocando un aumento netto nella velocità di rotazione. Proprio questa
velocità del movimento rotatorio costrinse la nave spaziale a entrare nello stato di «emergenza», che
interruppe la sequenza di comandi memorizzati impedendo al trasmettitore di accendersi.

L’improvvisa velocità di rotazione potrebbe anche aver «strappato via l’antenna


principale. Infine, poiché i pannelli solari non erano più puntati in direzione del Sole,
le batterie dell’astronave si scaricarono e non poterono più effettuare trasmissioni per
mancanza di energia».

Ricaricare il computer
Fino a che punto la NASA si impegnò per ristabilire il contatto interrotto? Può anche
darsi che abbia giocato il tutto per tutto, ma le registrazioni mostrano che per molti
giorni rinviò un certo numero di iniziative vitali, come per esempio organizzare una
ricerca dell’Observer con il telescopio Hubble e inviare i comandi per attivare
l’elaboratore di riserva.
Mars Observer trasportava due computer centrali con pacchetti software identici. Se
il guasto si fosse verificato nel primo computer, «ricaricare» il secondo avrebbe
potuto costituire una soluzione del problema. Invece, il 3 settembre, più di una
settimana dopo l’iniziale perdita di contatto con l’astronave, ci si limitava ancora a
discutere sull’opportunità o meno di ricorrere a questo semplice rimedio.
Il lettore ricorderà che, nel 1971, il Mariner 9 rimase fuori uso per un certo tempo
poiché raggiunse Marte durante una tempesta di polvere. Restò «ibernato» finché la
tempesta cessò, per poi essere riprogrammato a grandi linee e incominciare la
mappazione.
Non c’erano motivi perché la NASA non potesse tentare una simile mossa con il
secondo computer a bordo di Mars Observer. Eppure, inspiegabilmente, nel
comunicato stampa successivo (10 settembre 1993), di «ricaricare» il secondo
computer non si parlava neanche… e non se ne parlò mai. La NASA cercò
effettivamente di ricaricare il computer? E se non lo fece, quale fu il motivo? Il
secondo computer era stato piazzato a bordo proprio per adempiere a questa
funzione! Di fronte al fallimento di una missione costata cifre esorbitanti, perché non
tentare quest’ultima via d’uscita? La risposta della NASA a quell’epoca ovviamente
non fu soddisfacente: «L’analisi compiuta da alcune squadriglie indicava che questo
modo di procedere avrebbe fatto correre il rischio, in misura maggiore di quanto non
sia ritenuto necessario normalmente, di danneggiare altre componenti dei sottosistemi
di telecomunicazione dell’astronave».
Dunque, anche se il velivolo era perduto, e la telemetria defunta, la NASA non volle
ricaricare il computer a causa del danno all’attrezzatura per le comunicazioni che
avrebbe potuto derivarne! Una situazione un po’ strana, dal momento che non c’erano
comunicazioni.
Rimaneva un’ultima speranza di individuare l’Observer e riprenderne il controllo:
utilizzare il radiofaro inserito in un elemento separato dell’astronave, il sistema del
Mars Ballon Relay. Stranamente, non si fece alcun tentativo di utilizzarlo per un
mese, un periodo, dunque, in cui la vicinanza di Marte al Sole provocò
un’interferenza solare… che coprì il segnale del radiofaro da 1 watt.

Il Surveyor
Poche settimane dopo la perdita dell’Observer, la NASA annunciò che avrebbe mandato
un altro orbiter su Marte, una specie di Observer che però avrebbe richiesto costi
inferiori. Era Mars Global Surveyor, che, come abbiamo visto, fu lanciato nel 1996
ed entrò in orbita nel settembre del 1997. Nell’estate del 1997, mentre ci trovavamo a
Caltech, chiedemmo notizie sulla missione Surveyor al dottor Arden Albee e gli
domandammo anche quale fosse la sua reazione alle insinuazioni e alle accuse
secondo le quali la NASA non intendeva fotografare nuovamente Cydonia e il Volto.
Albee era indignato:
Abbiamo sempre dichiarato che l’avremmo fatto! Potrei mostrarvi la prima descrizione della
missione Mars Observer… l’ho scritta io! E vi si dice che abbiamo intenzione di fotografare l’intera
superficie di Marte.
Il Surveyor scatterà immagini di Cydonia costantemente, ma a bassa risoluzione, perché la
telecamera a risoluzione inferiore coprirà il pianeta ogni giorno non appena avremo incominciato a
disegnare la mappa dell’orbita. Avremo dunque immagini di Cydonia, ma non ad alta risoluzione.
Non siamo in grado di prevedere fino a quando rimarremo nella nostra orbita circolare.
Vi leggerò una dichiarazione che ho rilasciato all’epoca del lancio e che tengo da parte per
occasioni come questa… «Domanda: ‘Mars Global Surveyor fotograferà il Volto su Marte?’
Risposta (la mia risposta è condivisa, tra l’altro, anche dal dottor Malin): ‘La telecamera di Mars
Global Surveyor fornirà immagini a bassa risoluzione dell’intera superficie di Marte. Tra queste
immagini quotidiane ci saranno immagini a bassa risoluzione (300 metri circa per ogni pixel) della
regione di Cydonia, rifotografata in molte occasioni quando il rilevatore di superficie degli
strumenti sorvola la regione. In questa missione la telecamera non può esser puntata su
caratteristiche specifiche della superficie che possono interessare gli scienziati. E l’orbita di
mappazione da cui si otterranno le [immagini ad alta risoluzione] è progettata in modo tale da
consentire la visione di qualsiasi collocazione specifica sulla superficie di Marte soltanto alcune
volte durante l’intera missione, fatto salvo un certo margine di errore. La regione di Cydonia è uno
dei numerosi scopi di una normale indagine scientifica. Quando le previsioni orbitali lo
consentiranno, avremo notizia di queste immagini poco prima che vengano scattate e saranno
trasmesse su Internet. Una volta acquisite, le immagini rimarranno disponibili su Internet’. Questa è
la posizione di un progetto ufficiale, la posizione ufficiale della NASA, la posizione ufficiale di
Malin – faremo del nostro meglio per scattare queste immagini, ma niente alimenterà il desiderio
della gente di vedere congiure da tutte le parti».
Anche il capo della NASA Dan Goldin ha promesso di scattare foto del Volto:
Nella nostra prossima missione [Mars Global Surveyor], quando l’astronave sorvolerà quella
macchia, se ci troveremo nella posizione giusta cercheremo di scattare una foto, e ne mostreremo i
risultati scientifici.

Notizie inaspettate
Il 26 marzo 1998 il professor Stanley McDaniel comunicò attraverso il suo sito Web
notizie tanto inattese quanto sperate:
Questa sera ho ricevuto la gradita telefonata di Glenn Cunningham del Jet Propulsion Laboratory di
Pasadena […] Mr. Cunningham, che dirige il progetto Mars Global Surveyor, ha dichiarato che in
aprile ci saranno tre opportunità di fotografare l’interessante area di Cydonia, e che in ciascuna di
queste occasioni verrà fatto ogni tentativo per scattare foto di quella zona.
Fortunatamente la calibratura della posizione e dell’orbita di Mars Global Surveyor
fu completata assai più velocemente di quanto ci si aspettasse, e vi fu una finestra in
cui le anomalie di Cydonia, non considerate ufficialmente come oggetto di ricerca
scientifico, potevano esser fotografate senza alterare il programma principale di
mappazione.
Nelle prime ore del 5 aprile 1998 Mars Global Surveyor, a 444 chilometri dalla
superficie marziana, passò silenziosamente sulle enigmatiche e controverse
configurazioni che avevano causato una scissione nella comunità scientifica e
incominciò a fotografarle di nuovo. Dieci ore dopo furono trasmesse sulla Terra.
Poi, per quella che sembrò un’eternità, tutti attesero che la prima immagine
comparisse.
Il silenzio fu rotto il 6 aprile 1998, verso metà mattina, quando l’immagine non
ancora elaborata fu spedita ai siti Web di tutto il mondo. Questa striscia scura di dati
tanto attesa si rivelò intraducibile, e si continuò ad aspettare una versione «più pulita»
dell’immagine, che si poteva ottenere con un procedimento di contrasto e
miglioramento dell’immagine e, secondo i progetti, necessitava «di qualche ora».
Dopo un certo numero di ore di elaborazione presso il quartier generale del Malin
Space Science Systems di San Diego, la nuova immagine fu resa pubblica. Con
grande costernazione di molti, le parole «Non è un volto» apparvero sul sito Web di
Malin.

«Non è un volto»
Sorprendentemente, la telecamera di Mars Global Surveyor aveva centrato il
bersaglio al primo tentativo localizzando direttamente il Volto con una precisione
mozzafiato. La nuova striscia di foto era completamente diversa, sia per i criteri
utilizzati per ottenerla sia per il contenuto, dai fotogrammi originali del Viking.
Questo fu il commento di Malin:
Il Sole del «mattino» era a 25° sopra l’orizzonte. L’immagine ha una risoluzione di metri 4,3 per
pixel, dunque dieci volte superiore a quella dell’immagine migliore che si era riusciti a ottenere fino
a quel momento, quella realizzata dalla missione Viking a metà degli anni Settanta. L’intera
immagine copre un’area di chilometri 4,4 di larghezza e 41,5 di lunghezza.
Il Volto era all’incirca a metà dell’immagine, e si vedeva l’angolo in alto a destra
(danneggiato) della piramide D&M.
Sulle prime i sostenitori dell’ipotesi del Volto rimasero scioccati. Ma quello era
davvero il Volto? L’originale era poco chiaro e insulso… come una serie di dune e
crinali circondati da un’immagine a losanga di materiale simile a una pista.
In questa foto le nobili fattezze del Volto sembrano soltanto scalfitture, ma è stata
sviluppata in brevissimo tempo, e molti dettagli appaiono subito chiaramente scoloriti
nel tentativo di perfezionare l’enigmatica immagine originale. Entro le 17 di quel
pomeriggio il Malin Space Science Systems svolse un ulteriore lavoro sulle foto:
l’immagine del Volto era stata sviluppata e orientata in modo tale che venisse a
trovarsi alla stessa angolazione dei fotogrammi originari del Viking.
Eppure, era evidente che non si trattava del Volto che i ricercatori dell’AOC
avrebbero voluto vedere in fotografie ad alta risoluzione.
La reazione di McDaniel fu controllata. Disse:
Le due «orbite» sono chiarissime, così come l’«acconciatura» o «elmetto» che circonda l’oggetto.
La piccola proiezione sulla guancia sinistra sembra prodotta da quella particolarità definita
«lacrima» nelle immagini del Viking. Ha l’aspetto di un volto, ma l’impressione complessiva, a
parte la regolarità dell’«acconciatura», è quella di trovarsi di fronte a una formazione naturale […]
Di primo acchito tendo a credere che la forma di un volto che spiccava chiaramente nei fotogrammi
che conosciamo sia da imputare alle immagini a bassa risoluzione del Viking unite a particolari
condizioni di luce. D’altro canto, la somiglianza con un volto rimane e quel che se ne vede è
sufficiente a suscitare dubbi. E’ una formazione naturale bizzarra, oppure è una scultura
pesantemente scavata intenzionalmente?
Nel comunicato stampa aggiunse:
Nel 1976 i funzionari si pronunciarono con estrema rapidità: tre ore dopo l’arrivo delle immagini da
Marte dichiararono che il «Volto» era «naturale». Molte delle loro premature affermazioni si
rivelarono errate. Con l’arrivo di nuove foto dal Global Surveyor, si sarà nuovamente tentati di
trarre conclusioni affrettate. Nessuna immagine del Volto potrà metter fine al dibattito a causa della
presenza di due dozzine o più di altre formazioni anomale nella regione, che costituisce il
fondamento di molte delle nostre conclusioni statistiche.

«Spero che si tratti della conclusione definitiva»


Nei due giorni successivi i media di tutto il mondo sparsero la notizia della NASA a
proposito della «cancellazione del Volto». Si pronunciarono anche alcuni esperti,
quali Michael Carr del Geological Survey statunitense, che asserì: «E’ una
formazione naturale, spero che si tratti della conclusione definitiva». Ma questa
affermazione, come del resto la drastica dichiarazione di Malin («Non è un volto»),
appare un po’ prematura.
Lungi dal porre fine alla controversia, la nuova scoperta ha riaperto il dibattito
agendo da catalizzatore.

«È un volto»
Richard Hoagland, invece, si sentì autorizzato a ignorare le dichiarazioni della NASA
e di Malin e proclamò: «E’ un volto!» C’era anche una certa logica in altre
affermazioni secondo le quali una scultura scolpita da agenti atmosferici difficilmente
avrebbe potuto apparire tanto simile a un volto. Sicuramente incominciava a
insinuarsi qualche dubbio…
Alcuni fecero notare che il Volto era stato fotografato di prima mattina il 5, ma fino
alle 9 del mattino successivo non era stato analizzato… a quanto pare era rimasto,
ignorato, nel database del Progetto per tutta la notte fino all’inizio del giorno
lavorativo seguente, un tempo sufficiente, pare che qualcuno abbia detto, per
l’alterazione delle immagini.
Stranamente era la prima, affrettata immagine del Volto rilasciata dalla NASA alla
stampa, l’immagine meno rappresentativa possibile del paesaggio autentico e della
sua forma, e quella probabilmente più incongrua se confrontata con le foto del Viking.
La stampa parlò poco della ricerca e in molti casi non disse neppure che il Volto era
soltanto una delle molte strutture anomale di Cydonia… e non fece neppure cenno al
problema dell’artificiosità. I media si concentrarono invece su un divertito
ridimensionamento degli appassionati di UFO e dei teorici della cospirazione i quali,
si prevedeva giustamente, non si sarebbero certo lasciati convincere dalla nuova
prova.
Eppure, il Volto rimane ancor oggi anomalo: per usare le stesse parole di McDaniel,
potrebbe non essere un volto, «ma allora che cos’è?» Molte caratteristiche dei
lineamenti, migliorate grazie all’elaborazione computerizzata dei fotogrammi
originali del Viking, si sono rivelate corrette, come la «cavità orbitale» scoperta da Di
Pietro e Molenaar e le strisce bilaterali al di sopra degli occhi trovate da Carlotto. Se
anche fossero puramente naturali, per quanto strano possa apparire, questo
dimostrerebbe soltanto che altre configurazioni individuate dall’elaborazione digitale
nella zona di Cydonia hanno le stesse probabilità di esistere realmente, come per
esempio i particolari del forte, le alture allineate e gli angoli della Piramide D&M.
Tuttavia, poiché fu il Volto ad attirare per primo l’attenzione su Cydonia, lo
«smascheramento» del Volto apparentemente ha distrutto l’ipotesi dell’artificiosità
per molti che lo consideravano, benché erroneamente, il cardine su cui si reggeva
l’intera argomentazione dell’artificiosità. Ma dobbiamo attendere immagini più
dettagliate degli altri oggetti enigmatici di Cydonia prima di poter anche solo
incominciare a pronunciarci sull’ipotesi dell’artificiosità.
Può anche darsi che, nel tentativo di seppellire il fantasma del Volto, la NASA abbia
avuto pienamente successo creando addirittura un martire. Sicuramente ci sono segni
di un’ondata di dissenso che sale sempre più alta contro l’insistenza dell’agenzia
sull’interpretazione «naturale». Il 14 aprile 1998, per esempio, sulla sito Web di
Hoagland apparve il seguente commento dell’astronomo Tom Van Flandern
dell’Osservatorio navale degli Stati Uniti: «La mia ponderata opinione è che non sia
più possibile dubitare ragionevolmente delle origini artificiose della mesa del Volto,
e, in 35 anni di carriera scientifica, non sono mai giunto alla conclusione che ‘non è
più possibile dubitare ragionevolmente’».

Un periodo di convalida
Una questione che è stata costantemente sollevata nel corso di questo dibattito è se
possiamo esser certi, alla luce dell’accusa di Wolpe e del rapporto Brookings, che ciò
che vediamo, e continueremo a vedere, nelle immagini del Global Surveyor, sia la
verità pura e semplice. I dubbi sull’autenticità delle immagini del «Volto» scattate dal
Global Surveyor si diffusero quasi subito, in parte a causa della differenza tra queste
e le immagini del Viking, e in parte per la riluttanza a renderle di dominio pubblico.
Questa «riluttanza» durò soltanto qualche ora, e la NASA si giustificò adducendo il
pretesto che i dati erano giunti durante il turno di notte, quando gli operatori televisivi
erano a casa a dormire. Nel trambusto, un’altra manciata di ore andò perduta. Ma a
complicare le cose c’era anche la sconcertante clausola di una «convalida» di sei mesi
che, come spiega McDaniel, faceva parte del contratto stabilito da Malin:
Fino a questo momento, ci era stato detto che il contraente privato per la telecamera a bordo, il
Malin Space Science Systems di San Diego in California, aveva un periodo di proprietà di sei mesi
durante i quali era necessario che i dati non fossero resi noti. Dopo insistenti richieste, soltanto
qualche settimana fa ho scoperto che ora la NASA dichiara che un simile periodo di proprietà non
esiste, mentre esiste di fatto un «periodo di convalida dei dati» pari a sei mesi. Comunque si voglia
chiamarlo, tuttavia, esiste un periodo di black-out nelle comunicazioni di almeno sei mesi da
quando sono state scattate le immagini di Cydonia. Nel frattempo, la NASA può rendere pubbliche
immagini di Cydonia quasi in tempo reale, ma a bassa risoluzione, scattate dalle telecamere usate
per la mappazione, fondamentalmente inutili per lo studio della anomalie di Marte.
È facile capire da simili solenni dichiarazioni perché molti, interessati a capire la
questione delle «anomalie», tendano a considerare Malin come il cattivo della
situazione… una figura cupa sullo sfondo, in grado di cambiare la nostra intera
concezione del mondo con una variazione della sua telecamera (o in ogni modo
dell’astronave a cui è collegata). Tuttavia lo stesso Malin è rimasto invisibile,
imperscrutabile… una tabula rasa su cui proiettare tutti i nostri incubi orwelliani… il
volto senza volto del «Grande Fratello» NASA.
Il 12 dicembre 1997 ci mettemmo in contatto con Malin per offrirgli l’opportunità di
raccontare la sua versione dei fatti. Ci aspettavamo che non rispondesse. Invece il
giorno dopo, il 13 dicembre, ricevemmo un suo e-mail di quattro pagine con le
risposte dettagliate a molte delle nostre domande.

Il mago
Nel Mago di Oz c’è una scena in cui Dorothy e i suoi amici raggiungono la Città di
Smeraldo dove trovano l’eponimo mago sotto forma di una voce minacciosa,
disincarnata, roboante. A quel punto il cane Toto tira una tenda e tutti hanno modo di
vedere che si tratta soltanto di un trucco meccanico messo in atto da un «mago» in
realtà molto umano.
Comunicare con il dottor Michael Malin, il mago del Malin
Space Science Systems, fu qualcosa di simile. Malgrado le nostre aspettative,
infatti, ci venne incontro come un essere umano in carne e ossa… intelligente,
candido e spiritoso.
Dopo aver letto la sua dichiarazione ci riusciva realmente difficile vederlo ancora
come il cattivo della situazione, e incominciammo a sospettare che fosse soltanto
vittima della propria coerenza. Era come se la frustrazione della gente per il
conservatorismo del mondo scientifico e il conseguente mancato esame della
questione di Cydonia nei termini in cui era giusto che la si considerasse fosse stato
proiettato sul «senza volto» Malin per il semplice motivo che il procedimento di
fotografare nuovamente Marte, e di conseguenza le anomalie di Cydonia, dipendeva
da lui… e quanto a questo, fino alla sorprendente nuova fotografia del Volto
dell’aprile 1998, non aveva progetti particolari.
Malin ci proibì di rendere pubbliche le sue risposte testuali alle nostre domande e
sembrava preoccupato che, qualsiasi cosa avesse detto, potesse in certo qual modo
esser alterata da noi e usata contro di lui in una disputa che considerava futile e
assurda. Per questo motivo mantenne un profilo molto basso: poiché solitamente le
sue affermazioni venivano respinte oppure dichiarate false, per lui rispondere era
soltanto una perdita di tempo.

Comma 22
Lo incalzammo parlandogli della necessità di ottenere altre foto del Volto. La risposta
fu quella che ci aspettavamo: la telecamera non può essere puntata specificamente su
qualcosa, e sarebbe difficile programmare di utilizzarla solo per un piccolo bersaglio,
anche se in questo caso si tratterebbe di alcuni chilometri.
Il tempo ha dimostrato che il suo era un eccesso di cautela perché, come abbiamo
visto, quando si venne al dunque, Malin riuscì a prendere di mira il Volto con
straordinaria e accurata precisione al primo tentativo. Aggiunse però che, a suo
avviso, se anche fosse riuscito a ottenere una buona immagine del Volto, era molto
improbabile che i ricercatori dell’AOC fossero soddisfatti.
Eppure, data l’importanza epocale di un’eventuale scoperta su quell’argomento, non
pensava che valesse la pena fare di tutto?
La risposta fu un secco «no». Malin spiegò che, secondo lui, le probabilità che le
anomalie di Cydonia non fossero naturali erano troppo scarse per giustificare il tempo
e il denaro che sarebbero stati necessari per un’indagine più approfondita.
Ricordammo che David Williams del Goddard ci aveva detto che per ciascuna
missione della NASA vengono stanziati soltanto i fondi rigorosamente e
assolutamente necessari per portare a termine un certo numero di imprese, tutte
solitamente iniziate come proposte, approvate e sottoposte a numerosi comitati per
poter essere selezionate e andare a buon fine. Un esperimento di cinque minuti a
bordo di una simile sonda può essere l’apogeo del lavoro di tutta una vita, per uno
scienziato. Detto questo, è facile capire perché Malin non ha tempo da dedicare a una
«stramberia» come il «Volto» su Marte. E il fatto che il Volto sia stato nuovamente
ritratto non induce a credere che Malin abbia cambiato idea. Cydonia poté essere
fotografata un’altra volta soltanto a causa di un imprevisto lasso di tempo libero tra
l’entrata nello spazio aereo e la mappazione. Inoltre, la nuova immagine aveva lo
scopo di soddisfare la gente, non nasceva da una richiesta scientifica. Se questa
opportunità non si fosse verificata, c’è da dubitare che il Volto sarebbe stato fatto
oggetto, intenzionalmente, di foto ad alta risoluzione.
Ma è proprio questo lungo procedimento di selezione che i ricercatori dell’AOC
trovano ingiusto. All’interno della NASA non ci sono scienziati che si rivolgono a
comitati che finanzino le loro ricerche (e dopo la tragica fine del Challenger Shuttle e
di Mars Observer, il denaro è più limitato che mai). Sembra che la NASA potrebbe
permettersi di mandare una missione a indagare su tutte quante le anomalie di
Cydonia sistematicamente e in maniera approfondita soltanto in presenza di una
inequivocabile prova di artificiosità. Questo è un Comma 22, dicono i ricercatori
dell’AOC, perché una prova esente da ambiguità, in ogni caso, può essere ottenuta
precisamente e soltanto con una missione di quel genere. Tenendo conto delle recenti
considerazioni negative sul Volto basate sull’immagine di Mars Global Surveyor, una
simile indagine sembra addirittura più improbabile di quanto non fosse in precedenza.

Questioni delicate
Nella nostra conversazione con Malin, ritornammo sulla delicata questione della
perdita di Mars Observer. Come aveva accolto le presunte accuse secondo le quali
era stato lui stesso a staccare la spina… o addirittura che le immagini erano li, in
qualche nascondiglio segreto, mentre parlavamo con lui?
Malin rispose con amarezza e senza mezzi termini. La perdita dell’Observer era stata
un terribile disastro per lui, e l’aveva costretto a licenziare metà del suo staff e a
trovare sistemazioni temporanee in altri edifici ai pochi rimasti. Se lui stesso avesse
sabotato la propria missione, domandò, quali vantaggi ne avrebbe tratto? Mentre i
ricercatori dell’AOC si riempivano le tasche grazie ad articoli e conferenze su quegli
argomenti, lui aveva subito una perdita sia personale che finanziaria. Poi girò la
domanda a noi: come avremmo reagito a illazioni tanto crudeli?
Quanto al periodo di convalida di sei mesi, Malin argomentò che non celava alcun
mistero, ma si trattava soltanto di una necessità pratica dal momento che occorreva
agire con un budget così limitato: voleva dire prendersi il tempo necessario per
trasformare tutte le immagini in un formato utilizzabile. Quando arrivava una notizia,
non c’erano i mezzi per riunire un nutrito gruppo che agisse istantaneamente. I
comunicati stampa potevano mostrare risultati importanti in breve tempo, ma si
trattava di una procedura diversa, che non rientrava nel budget previsto dal contratto
di Malin. Il resto dell’ardua impresa di recuperare le immagini avrebbe occupato la
maggior parte dei sei mesi e il tempo rimanente sarebbe stato utilizzato per la loro
valutazione e interpretazione.

Insabbiamento o soltanto denaro?


L’intera questione, in altri termini, sembra ridursi non tanto alla segretezza quanto al
denaro…
Ed è questo il motivo, in ultima analisi, per cui Malin si dichiara così scontento della
controversia sul «Volto» e anche, più in generale, della ricerca di vita biologica su
Marte. Nelle missioni Viking, ci ricordò, cercare la vita biologica su Marte non aveva
mai implicato spese ingenti. Il denaro che avrebbe potuto esser speso per la buona
causa delle indagini scientifiche, come per esempio stabilire le possibilità future, per
l’uomo, di vivere sul Pianeta Rosso, era stato, a suo avviso, sperperato in esperimenti
biologici tutt’altro che sostanziali. Malin considera la ricerca di vita come
un’autogratificazione per quegli scienziati che vogliono essere i primi a compiere una
scoperta sensazionale.
Sembra che a Malin interessi essere semplicemente uno scienziato, non una
celebrità… e non c’è motivo di dubitarne data la sua riluttanza a parlare di questo
argomento, considerando anche il fatto che non ha minimamente sfruttato la
situazione per trarne un guadagno personale in termini economici. Come ci disse,
avrebbe potuto guadagnare una fortuna se fosse stato lui il primo uomo a scoprire la
vita su Marte.
Descrivendo se stesso come uno scienziato coscienzioso che conosce i limiti del
budget della NASA, dichiara di voler essere semplicemente realista e ottenere il meglio
da ciò che ha invece di combattere contro i mulini a vento. Il suo è dunque un
approccio cauto, e potrebbe esser criticato per la mancanza di spirito pionieristico, ma
la NASA non possiede fondi illimitati. Realisticamente questo significa che Malin,
sapendo per esperienza personale che il programma spaziale è finanziariamente
debole, ha effettivamente forti limitazioni fin dall’inizio.

Complotto ad alto livello?


Tutto sommato, la nostra conclusione è che la NASA in realtà non sia una società
segreta di congiurati come la CIA e l’FBI, ma una corporazione di scienziati e di
appassionati il cui zelo per la materia di cui si occupano è tanto ammirevole quanto
contagioso. La sensazione diffusa che qualcosa venga «insabbiato» dalla NASA è
comunque palpabile, ma se esiste un complotto riguardante i «monumenti di Marte» e
altre questioni «extraterrestri», siamo abbastanza sicuri che non riguardi il grande
pubblico, perché, nel caso in cui si scoprisse la prova di vita extraterrestre, l’interesse
e l’esaltazione sarebbero irrefrenabili.
CAMERA OSCURA
In una valutazione personale dell’intera questione, non si dovrebbe dimenticare che
gli appassionati della NASA sono controllati dal governo e devono agire entro parametri
stabiliti dal governo. Inoltre, come abbiamo visto, l’agenzia è stata strettamente
legata, nel corso della sua storia, alla difesa nazionale e alla sicurezza. Occorre anche
ricordare che documenti come il rapporto Brookings avvertono che, nei limiti del
possibile, anche gli scienziati stessi dovrebbero esser tenuti all’oscuro se la prova
dell’esistenza di vita extraterrestre fosse confermata.
Perciò non possiamo escludere completamente l’idea di un complotto a livelli molto
elevati… che oltrepassa gli scienziati ordinari ma è alimentato dai loro atteggiamenti
dogmatici, limitati e per niente avventurosi, e sorretto da una feroce competizione per
spartirsi scarse risorse. Anche un complotto come questo, però, potrebbe aver
difficoltà a impedire «fughe» di notizie su Marte se queste giungessero a noi dal
lontano passato in cui vissero i nostri avi…
Per quanto possa sembrare inverosimile, nei prossimi due capitoli mostreremo che
vale la pena di prendere in considerazione questa possibilità.

16

LE CITTÀ DEGLI DEI


Ricordate la latitudine di 19,5 gradi nord (il luogo di atterraggio, nel luglio del 1997,
del tetraedrico Mars Pathfinder) e la scoperta dei valori matematici phi, pi, e e t, e poi
ancora sqrt 2, sqrt 3 e sqrt 5, nelle piramidi e nelle alture di Cydonia? Molti
ricercatori dell’AOC non credono che una geometria identica (e latitudini privilegiate
identiche entro due minuti d’arco) possano trovarsi del tutto casualmente in numerosi
siti archeologici della Terra.
Nella Valle del Messico, l’antica Teotihuacàn, «il luogo in cui gli uomini
diventavano dei», si estende a una latitudine di 19,5 gradi nord, molto vicino
all’attuale Città del Messico. Autentica meraviglia dell’antichità, di origini
sconosciute e di epoca incerta, il cosiddetto «Viale dei Morti», lungo quattro
chilometri, è sovrastato da tre piramidi gigantesche: la piramide del Sole, la piramide
della Luna e la piramide di Quetzalcóatl.
Nel 1974 Hugh Harleston Jr., ingegnere civile affascinato dalla Meso-America fin
dagli anni Quaranta, presentò uno studio controverso e rivoluzionario sulla città di
Teotihuacàn al 41° Congresso internazionale degli americanisti.
Dopo trentanni di calcoli, e più di 9000 misurazioni effettuate in loco, si era
imbattuto nel sistema di misurazione in uso a Teotihuacàn, fino a quel momento
sconosciuto, e l’aveva chiamato STU (Standard Teotihuacàn Unit). Questa unità
equivale a 1059 metri. John Mitchell, un’autorità in metrologia antica, dichiara a
proposito dello STU:
[Harleston] riconobbe anche il significato geodetico di quell’unità; 1,00594063 metri equivale alla
‘pertica ebraica’ di 3,4757485 piedi, la stessa unità che rappresenta l’ampiezza degli architravi di
Stonehenge, la sesto-milionesima parte del raggio polare della Terra e una parte su 37.800.000 della
sua circonferenza media.

Il codice
Harleston scoprì che le misure delle strutture di Teotihuacàn, e anche le distanze tra
una struttura e l’altra, si fondano su una sequenza distinta di numeri in STU: 9, 18, 24,
36, 54, 72, 108, 144, 162, 216, 378, 540 e 720 STU. Dunque, la lunghezza di un lato
della base della piramide del Sole, per esempio, è pari a 216 STU, la lunghezza di un
lato della base della piramide della Luna è pari a 144 STU, mentre il centro della
piramide del Sole si trova 720 STU a sud del centro della piramide della Luna.
Ciò che è interessante in questa sequenza di numeri, come gli storici della scienza
Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend hanno mostrato nel loro capolavoro, Il
mulino di Amleto, è che essa ricorre continuamente nei miti antichi e nell’architettura
sacra di tutto il mondo. Gli autori hanno anche dimostrato che la sequenza è
matematicamente derivata da un fenomeno astronomico noto come la precessione
degli equinozi.
Per riassumere brevemente l’argomento è sufficiente ricordare che l’asse della Terra
ha un’oscillazione di un minuto, e che questa oscillazione ha un ciclo di 25.920 anni.
Dal momento che la Terra è la piattaforma panoramica da cui osservare le stelle, è
inevitabile che questi cambiamenti, anche solo di minuti, della sua orientazione nello
spazio alterino le apparenti orientazioni delle stelle così come le si vede dalla Terra.
L’effetto più noto è osservabile all’equinozio di primavera, il 21 marzo nell’emisfero
settentrionale, e si manifesta come una rivoluzione estremamente lenta delle 12
costellazioni zodiacali sullo sfondo da cui si vede sorgere il Sole in quel giorno
speciale. Questa rivoluzione procede al ritmo di un grado ogni 72 anni (dunque 30
gradi in 2160 anni). Dal momento che a ciascuna delle 12 costellazioni zodiacali è
stata tradizionalmente assegnata una sezione di 30 gradi dell’eclittica (il «cammino»
del Sole percepito annualmente), ne consegue che ciascuna «ospita» il Sole
all’equinozio per un periodo di 2160 anni (12x2160 = 25.920 anni, il ciclo
precessionale completo).
Questi numeri e calcoli costituiscono gli elementi basilari di un antico codice.
Chiamiamolo «codice precessionale». Come in altri sistemi numerologici esoterici, in
questo codice è possibile spostare a proprio piacimento virgole decimali a sinistra o a
destra e utilizzare quasi qualunque combinazione immaginabile: permutazioni,
moltiplicazioni, divisioni e frazioni di certi numeri essenziali (tutti si riferiscono, con
estrema precisione, all’andamento della precessione degli equinozi).
Il numero «predominante» nel codice è 72. A questo veniva frequentemente
addizionato il 36, ottenendo così 108, ed era lecito dividere 108 per 2 ottenendo 54,
che poteva poi esser moltiplicato per 10 ed essere espresso come 540 (oppure come
54.000, 540.000, 5.400.000 ecc.). È molto significativo anche 2160 (cioè il numero di
anni necessari affinché il punto equinoziale transiti per un’intera costellazione
zodiacale). Questo numero potrebbe esser diviso per 10 e dare 216, oppure
moltiplicato per 10 e per fattori di 10 in modo tale da dare 216.000 oppure 2.160.000
ecc. Il numero 2160 talvolta veniva anche moltiplicato per 2 e dava 4320, oppure
43.200, 432.000. 4.320.000 e così via.
In altri studi abbiamo dimostrato che il codice ricorre nell’architettura di Angkor in
Cambogia e in quella delle piramidi di Giza in Egitto. Per quanto concerne Giza,
abbiamo mostrato come questo codice sia la chiave che apre un «modello su scala»
matematicamente preciso dell’emisfero settentrionale della Terra. Perciò, qualora si
moltiplichi l’altezza della Grande Piramide per 43.200, si ottiene un preciso «calco»
del raggio polare della Terra, e qualora si moltiplichi la misura del perimetro di base
della piramide per la stessa figura si ottiene un calco preciso della circonferenza
equatoriale della Terra.
A Teotihuacàn si verifica qualcosa di molto simile. Per esempio, come dimostra
l’indagine di Harleston, la distanza espressa in STU dell’intera lunghezza degli
elementi di confine della piramide della Luna (378) e la distanza espressa in STU di un
lato della base della piramide di Quetzalcóatl (60) producono numeri interessanti
quando vengono moltiplicati per 100.000. Il secondo numero corrisponde al raggio
polare del pianeta, mentre il primo equivale alla circonferenza della Terra.
Harleston stabilì questi dati fin dal 1974, due anni prima che le prime foto di Cydonia
fossero scattate dal Viking. Trovammo dunque interessante apprendere un altro
segreto matematico rivelato dalle sue misurazioni: i costruttori di Teotihuacàn si
presero il disturbo di collegare le strutture luna all’altra attraverso i rapporti di phi, pi,
8
e. La conclusione di Harleston fu che quei costruttori dovevano dunque possedere
una conoscenza paragonabile a quella dei geografi e degli astronomi dei nostri giorni:
Si trattava di un progetto le cui configurazioni dimensionali fornivano costanti matematiche
universali precise e altre con un minimo di punti condivisi […] tracciate [inoltre] per incorporare i
valori di pi, phi ed e. Forse l’insieme costituito dalla piramide era una traccia lasciata volutamente a
coloro che sarebbero venuti in seguito per arricchire la loro consapevolezza di una visione più
chiara del cosmo e la relazione dell’uomo con l’intero.

Quel monumento sa dove si trova…


Il lettore ricorderà che la piramide D&M a Cydonia era collocata, secondo i calcoli di
Erol Torun, a una latitudine di 40,868 gradi nord, la cui tangente equivale a e/pi. Erol
ne concluse che era stata volutamente costruita a quella latitudine e aveva se stessa
come punto di riferimento. Harleston scoprì poi qualcosa di molto simile misurando
le piramidi della Luna e del Sole a Teotihuacàn. In breve, l’angolo del quarto livello
della piramide del Sole è collocato a 19,69 gradi – la latitudine precisa della piramide
stessa (che si erge a 19,69 gradi a nord dell’equatore). E’ dunque un monumento che
ha come punto di riferimento se stesso, che fa uso della geometria per dirci che «sa
dove si trova», cioè conosce la propria latitudine, così come la piramide D&M. Inoltre,
l’angolo del corrispondente livello della piramide della Luna, il quarto, è situato
esattamente alla costante t di 19,5 gradi, una misura ricorrente nel progetto
complessivo di Cydonia.
Queste cifre hanno indotto alcuni ricercatori a credere che Teotihuacàn possa
contenere un «messaggio», forse identico a quello di Cydonia, basato sulla geometria
tetraedrica e su pi, phi e le costanti e e t. Ma simili sospetti esotici non sorgono
soltanto a Teotihuacàn.

Megalitomania
Si ritiene che Stonehenge, il grande cerchio di megaliti che domina la piana di
Salisbury nel Wiltshire, sia stato costruito in gran parte tra il 2600 e il 2000 a.C. –
benché alcune parti siano di gran lunga precedenti e altre leggermente più tarde. Non
rientra nei nostri scopi avventurarci nell’esplorazione di questi siti particolarmente
interessanti, le cui caratteristiche astronomiche e geodetiche richiederebbero un libro
a parte, ma è nostra intenzione rivedere alcuni raffronti con Cydonia compiuti da
studiosi di Matte.
Carl Munck, per esempio, dichiara:
Proprio l’angolo posto sul nord vero del suo [di Stonehenge] celebre viale a nord-est (opposto
all’effettivo azimut del Sole che sorge al solstizio) è, sorprendentemente, un’altra chiave
«dell’angolo di Cydonia»: 49,6 gradi. E’ identico non solo a una relazione «tetraedrica» angolare
entro 0,2 secondi d’arco considerata in chiave teoretica […] ma anche a un altro angolo specifico,
espresso due volte all’interno della geometria della piramide D&M stessa!
Questo angolo non è altro che e/pi espresso in radianti.
Avebury, situato a sua volta nel Wiltshire, risalente più o meno allo stesso periodo di
Stonehenge se non addirittura antecedente, è il più largo cerchio di pietre esistente al
mondo: include infatti un villaggio e due cerchi di pietre più piccoli. A quali livelli di
coincidenza si deve ricorrere per spiegare il fatto che il centro di ciascuno dei due
cerchi interni di Avebury è spostato rispetto al nord vero tanto da formare un angolo
di 19,5 gradi?
Poiché l’angolo di 19,5 gradi non ha un significato intrinseco se non come t, la
costante tetraedrica circoscritta, possiamo soltanto presumere che le sue ripetute
apparizioni in siti terrestri antichi e sacri debbano essere intenzionali e derivate da
una sofisticata geometria tetraedrica. Ma come spiegare 0 fatto che si presenti
ripetutamente anche nei «monumenti» di Cydonia, a milioni di chilometri dalla Terra,
su Marte, il Pianeta Rosso ormai in rovina?

Numeri sul Nilo


Abbiamo visto che ciò che appare come uno specifico codice matematico che
coinvolge la geometria tetraedrica e numeri derivati dalla precessione degli equinozi
si nasconde nelle misure di molti siti antichi di tutto il mondo. Il principale di questi
siti è la straordinaria necropoli di Giza in Egitto, che include la Sfinge e le piramidi di
Khufu, Khafre e Menkaure.
Erol Torun ha mostrato che, se usiamo l’apice delle tre piramidi per formare una
«curva di Fibonacci» (la curva prodotta entro phi, la sezione aurea), l’esatta
ubicazione della Sfinge è imposta dai rettangoli che ospitano questa curva, indicando
dunque che i costruttori della piramide devono aver avuto una buona conoscenza di
14
phi.
Altri considerevoli «giochi numerici» sono i seguenti:
* L’angolo di inclinazione della Grande Piramide è uguale a 51 gradi, 51 minuti e 40
secondi. Il coseno di questo angolo è pari a 0,6179, che può essere arrotondato con
una precisione di tre cifre decimali a 0,618. Come il lettore ricorderà, la sezione aurea
phi equivale a 1:1,618. La cifra 0,618 è la somma da aggiungere a 1 per produrre phi.
* Ricorrendo invece a un arrotondamento di due cifre decimali, notiamo che phi è
rappresentata anche dal rapporto tra l’inclinazione della piramide e l’angolo di
culminazione del Sole alla latitudine di Giza al solstizio d’estate nel 2500 a.C., pari a
84,01 gradi (51 gradi, 51 minuti e 40 secondi, cioè 51,84 gradi diviso per 84,01 gradi
è uguale a 0,617).
E’ una coincidenza che, nell’enigmatica Camera del Re, all’interno della Grande
Piramide, la somma dell’altezza del muro e di metà della larghezza del pavimento
produca una misura pari a 16,18 cubiti reali, incorporando ancora una volta le cifre
essenziali di phi?
* Ritorniamo all’angolo di inclinazione della Grande Piramide e al modo in cui il suo
coseno genera un numero collegato a phi. Abbiamo anche visto che c’è una relazione
tra gli angoli di inclinazione di Teotihuacàn e la latitudine del sito e tra la latitudine di
Cydonia ed e/pi. La latitudine della Grande Piramide è uguale a 29 gradi, 58 minuti e
51 secondi. Se la arrotondiamo a 30 gradi, scopriamo che il coseno, con
un’approssimazione pari a una cifra decimale, è uguale a 0,865, cioè il rapporto
tetraedrico e/pi.
* Il valore e/pi sembra anche incorporato nel rapporto dell’angolo di inclinazione
della Grande Piramide (51,84 gradi) con l’angolo di inclinazione del pozzo
meridionale della Camera del Re (45 gradi). Questo rapporto, con l’approssimazione
di una cifra decimale, è a sua volta uguale a e/pi.
* Pi si trova anche nel rapporto tra il perimetro di base e l’altezza della Grande
Piramide (1760/280 cubiti = 2 pi).

Un singolo tema unificante…


Nel 1988, in un criptico articolo della rivista specializzata Discussions in Egyptology,
il matematico britannico John Legon pubblicò dati interessanti sul sito dei monumenti
di Giza, mostrando che «le dimensioni e la correlazione tra le posizioni delle tre
piramidi erano determinate da un singolo tema unificante».Ecco quanto affermò
riguardo ai monumenti in questione:
sono accuratamente allineati rispetto ai quattro punti cardinali e le basi sono dislocate l’una rispetto
all’altra secondo una formazione che corrisponde alle necessità di una relazione dimensionale
coerente. Le difficoltà suscitate dal sito scelto per ciascuna piramide fanno pensare che debba
esserci qualche altro vincolo oltre agli elementi che di solito si prendono in considerazione, quali la
facilità di costruzione o la disposizione architettonica.
Quando disegnò un rettangolo che racchiudeva esattamente le tre piramidi, Legon
scoprì che le sue dimensioni erano 1417,5 cubiti da est a ovest, e 1732 cubiti da nord
a sud. Con un margine minimo di errore queste cifre equivalgono a 1000 x sqrt 2 e a
1000 x sqrt 3. La diagonale che attraversa il rettangolo è pari a 1000 x sqrt 5. Il
lettore ricorderà che i valori sqrt 2, sqrt 3 e sqrt 5 sono stati identificati più volte nella
piramide D&M di Cydonia.
Un altro punto riguardante Giza che emerge dallo studio dell’opera di Legon
(intrapresa senza alcuna conoscenza della geometria di Cydonia) riguarda
l’ubicazione della piramide di Menkaure, apparentemente definita dalla costante
tetraedrica t di Cydonia.
L’angolo di nord-ovest della piramide di Menkaure è posizionato su una linea che
sottende un arco di 19,48 gradi dal sud vero dell’angolo adiacente (sud-occidentale)
della vicina piramide di Khafre. E l’apice della piramide di Menkaure è collocato
esattamente su una linea che sottende un arco di 19,52 gradi da sud-ovest a partire
dalla stessa posizione.

Porte di accesso
Se su Marte ci sono piramidi artificiali in cui predominano i valori pi, phi, e e e se
sulla Terra ci sono piramidi artificiali in cui predominano i valori pi, phi, e e t, la
spiegazione deve, a rigor di logica, consistere in una delle seguenti quattro ipotesi:
1) Non c’è connessione tra le piramidi della Terra e le piramidi di Marte. Le
somiglianze sono soltanto coincidenze.
2) Un’antica civiltà marziana che costruiva piramidi venne sulla Terra e insegnò
l’arte di costruire piramidi agli esseri umani.
3) Un’antica civiltà umana che costruiva piramidi andò su Marte e insegnò l’arte di
costruire piramidi ai marziani.
4) Un’antica civiltà non-umana che costruiva piramidi giunse da un luogo al di fuori
del sistema solare e lasciò la propria impronta sia su Marte che sulla Terra.
Di tutte queste ipotesi la prima, quella della coincidenza, è quella che ci sembra meno
corretta. Il comune buon senso induce a credere che, se le piramidi di Marte sono
artificiali, devono avere qualche connessione con le piramidi terrestri.
Più di 4000 anni fa, le piramidi di Giza erano considerate dagli antichi egizi la porta
di accesso alle stelle. Per gli antichi messicani, le piramidi di Teotihuacàn avevano
esattamente la stessa funzione. Si credeva inoltre che, sia nelle piramidi di Giza che
in quelle di Teotihuacàn, gli uomini venissero trasformati in dei. In entrambi i luoghi
nacquero miti astronomici estremamente suggestivi e complessi. Si diceva che quei
monumenti, sia quelli messicani che quelli terrestri, rispecchiassero lo schema dei
prototipi celesti. E in entrambi i luoghi, come stiamo per scoprire, antichi testi e
tradizioni mostrano un particolare interesse per il pianeta Marte…

17
IL SERPENTE PIUMATO,
L’UCCELLO DI FUOCO E LA PIETRA
I calcoli di Hugh Harleston sulle misure della misteriosa città messicana di
Teotihuacàn lo condussero a formulare la teoria, che non rientra nei nostri scopi
analizzare in questa sede, secondo la quale in questo sito potrebbe esser iscritta una
vasta «mappa» astronomica in cui le distanze tra le due strutture maggiori si trovano
nella stessa relazione che sussiste tra le distanze tra un pianeta e l’altro nel sistema
solare.
Harleston elaborò anche una «strana» lettura astronomica di un antico mito
messicano che concerneva Xipe Xolotl, fratello gemello del dio supremo
Quetzalcóatl. Considerato il leggendario portatore della civiltà in Messico all’inizio
dell’attuale epoca della Terra, Quetzalcóatl fu spesso simboleggiato, come del resto la
stessa Teotihuacàn, da un fiammeggiante serpente «piumato» (il termine Quetzalcóatl
significa letteralmente «serpente piumato»). In questi miti si parla enigmaticamente
anche di come sia Xipe Xolotl che Quetzalcóatl siano stati scuoiati – letteralmente
«scorticati» vivi (e, in effetti, lo scorticamento di vittime sacrificali era una pratica
usuale nel Messico antico, in particolare tra gli aztechi, l’ultimo popolo che trasmise
gli antichi miti prima dell’arrivo dei conquistatori spagnoli).
La lettura di Harleston considera il simbolismo di Quetzalcóatl come riferito, almeno
in base a un certo livello di interpretazione, a:
un pianeta infuocato, il gemello di Marte, la cui superficie esterna è stata deliberatamente «tolta via
come quando si sbuccia un’arancia» […] Secondo questa lettura, il gemello più sfortunato, Xipe
Xolotl, il rosso dio fiammeggiante d’Oriente, ossia Marte, si ritrasse in una nuova posizione.
Questa immaginosa interpretazione dovrebbe farci riflettere.
Come abbiamo visto, Marte è tecnicamente un «pianeta scorticato», con l’emisfero a
nord della linea di divisione situato all’incirca 3 chilometri più in basso dell’emisfero
meridionale, che a sua volta reca i segni di un catastrofico bombardamento. Il mito di
Xipe Xolotl potrebbe forse avere qualche vaga analogia con una catastrofe di questo
genere, che coinvolge il rosso dio dell’est, Marte, con la pelle scorticata dal suo corpo
da un «serpente fiammeggiante»? Se è così, siamo costretti a chiederci quale entità
reale – nel senso di «non mitologica» – potrebbe corrispondere alla descrizione di un
serpente fiammeggiante, «piumato» o «alato» (quindi per certi versi «simile a un
uccello»), che voli attraverso i cieli lasciando dietro di sé una scia di vivide «piume».
Non si può ignorare che nel corso della storia, e in tutte le culture, immagini come
queste sono state ripetutamente riferite alle comete. Per esempio, la cometa di Donati
del 1858, la «cometa più luminosa del diciannovesimo secolo», fu spontaneamente
descritta da testimoni oculari nei seguenti termini: «La sua testa era simile a un
serpente, il corpo vicino al nucleo oscillava e roteava come un gigantesco serpente
rosso, e la coda, che lampeggiava come se fosse stata fatta di scaglie dorate, si
estendeva per più di 60 milioni di chilometri […]»
Nella Parte IV vedremo che i nuclei di comete possono essere molto larghi – talvolta
hanno un diametro di parecchie centinaia di chilometri – e possono viaggiare a una
velocità uguale, per eccesso, a un quarto di un milione di chilometri all’ora. Se un
simile oggetto colpisse un pianeta come Marte o la Terra, sicuramente avrebbe un
impatto di energia sufficiente a provocare un’inimmaginabile devastazione, forse
addirittura sufficiente a «scorticare» la propria vittima della crosta o «pelle» esterna
pietrosa.

Cicli astronomici
Nella mitologia indiana il dio Vishnu giace addormentato sull’oceano cosmico,
avvolto dalle spire del serpente Naga, Ananda. Dall’ombelico di Vishnu spunta un
loto su cui è seduto il creatore dalle quattro teste, Brahma. Brahma vive per 100 anni
Brahma (immensamente, infinitamente più lunghi degli anni umani), e ogni giorno
apre e chiude gli occhi un migliaio di volte. Quando li apre nasce un mondo; quando
li chiude un mondo finisce… mille mondi al giorno, milioni di universi che si
moltiplicano e si distruggono nel corso della sua vita… Quando Brahma muore il loto
si chiude e appassisce. Poi, dall’ombelico di Vishnu sboccia un nuovo loto, nasce un
nuovo Brahma, e il processo ricomincia.
Ciascun ciclo di entrata e uscita dall’esistenza è suddiviso a sua volta in quattro fasi,
o epoche, chiamati Yuga: il Krita Yuga (che corrisponde a 1.728.000 anni umani), il
Treta Yuga (1.296.000 anni umani), il Dvapara Yuga (864.000 anni umani) e infine
l’epoca in cui noi stessi ci troviamo a vivere, il Kali Yuga (432.000 anni umani).
Il professor Hermann Jacobi ha significativamente precisato:
L’aspetto astronomico dello yuga è che, in principio, sole, luna e pianeti erano in congiunzione nel
punto d’inizio dell’eclittica, e ritornarono nello stesso punto alla fine di un’epoca. La credenza
popolare su cui si basa questa nozione è più antica dell’astronomia indù.
L’arcaico «indicatore» della fine di un’epoca, dunque, in ultima analisi è
astronomico, un evento reale del tempo storico, espresso nei termini della precessione
degli equinozi. E’ il processo ciclico, descritto nell’ultimo capitolo, che lentamente
sposta le costellazioni zodiacali sullo sfondo da cui nasce il Sole all’equinozio di
primavera (come il lettore ricorderà, si diceva che il Sole e le stelle ritornassero in
una posizione arbitrariamente definita «punto d’inizio» lungo l’eclittica – e il ciclo
ricominciava, una volta ogni 25.920 anni).
Non soltanto nell’antica India, ma in tutto il mondo, si sapeva
che l’epoca della Terra in cui viviamo attualmente fa parte di una sequenza di epoche
analoghe, ciascuna con i propri distinti e peculiari punti di inizio e fine. Non soltanto
nell’antica India, ma in tutto il mondo, si sapeva che la fine di ogni epoca cosmica
sarebbe stata provocata da un cataclisma e seguita dalla nascita di una nuova era.

Distruzioni periodiche
Secondo gli hopi dell’Arizona:
Il primo mondo fu distrutto, per punizione per la cattiva condotta degli uomini, da un fuoco vorace
che venne dall’alto e dal basso. Il secondo mondo finì quando il globo terrestre si inclinò dal
proprio asse e tutto si coprì di ghiaccio. Il terzo mondo finì in un diluvio universale. Il mondo
attuale è il quarto. La sua sorte dipenderà dal fatto che i suoi abitanti si comporteranno o meno
secondo i disegni del Creatore […]
È risaputo che, secondo i miti degli aztechi e dei maya, noi viviamo nella quinta
epoca della creazione, caratterizzata come il «Quinto Sole». Si diceva che la quarta
epoca era terminata a causa di una grande inondazione in cui quasi tutti gli uomini
morirono («Vi fu acqua per 52 anni, poi il cielo crollò»). Secondo una profezia, la
quinta epoca, ossia la nostra, è destinata a finire in un cataclisma riguardante il
«movimento della Terra» che distruggerà la civiltà e forse sterminerà anche ogni
traccia di vita umana. Nel sistema matematico e calendaristico dei maya, che è
incredibilmente sofisticato e che abbiamo esplorato ampiamente in altri libri, questo
futuro cataclisma fu previsto per il 4 Ahau 8 Kankin. Se la traduciamo nel calendario
gregoriano che usiamo attualmente, la data diventa il 23 dicembre 2012 d.C…
L’antico Egitto conservò anche complesse credenze riguardanti la creazione e la
distruzione cicliche dei mondi. I poco conosciuti «Libri della Fondazione» di Edfu,
per esempio, parlano di una remota età dell’oro, risalente a molte migliaia di anni fa,
quando gli dei stessi vivevano su un’isola, la «Terra nativa degli Esseri primordiali».
Quest’isola, ci dicono i testi, fu completamente distrutta da una terribile tempesta e
un’inondazione causate da «un grande serpente». La maggior parte dei «divini
abitanti» annegò, ma i superstiti si stabilirono in Egitto, dove divennero noti come
«gli Dei Costruttori che edificarono nel tempo primordiale, i Sovrani della Luce […]»
Secondo i Testi di Edfu, furono questi superstiti che gettarono le fondamenta di tutte
le future piramidi e dei templi d’Egitto e trasmisero la religione che molto più tardi
sarebbe stata praticata in tutto il paese sotto la guida semi-divina dei faraoni.

Il Benben di Eliopoli
Il sistema religioso praticato presso le piramidi di Giza, in Egitto, era amministrato
dalla vicina città sacra di Eliopoli e aveva, come icona centrale, una «pietra»
piramidale, chiamata Benben, che, a quanto si diceva, era fatta di metallo bja
(letteralmente «metallo caduto dal cielo»). Da quanto abbiamo esposto per esteso in
altra sede, sembra quasi certo che questo oggetto, che era venerato in un tempio
particolare di Eliopoli chiamato Het Benbennet (letteralmente «la Dimora della
Fenice») fosse un frammento di un meteorite di ferro.
Esistono fondamentalmente due tipi di meteoriti: di pietra e di ferro. I meteoriti di
ferro, per ovvie ragioni, generalmente sono neri e più larghi di quelli di pietra, dal
momento che non subiscono danni quando colpiscono il terreno. Inoltre, quando
entrano nell’atmosfera della Terra, alcuni meteoriti di ferro tendono a mantenere la
propria direzione di volo invece di rotolare via. Vengono definiti «orientati» proprio
perché, mentre cadono, mantengono sempre la stessa orientazione, come una freccia
o come il proiettile di un cannone puntato. Poiché questi meteoriti orientati si
riscaldano durante la loro infuocata caduta, la parte frontale tende a fondersi e
assottigliarsi. Quando vengono trovati, dunque, di solito hanno una caratteristica
forma a cono. Ne sono un esempio il grande meteorite conico «Williamette», che in
realtà ha quasi una forma piramidale (lo si può vedere al Museum of Natural History
di New York) e «Morito» (attualmente esposto al Danish Institute of Metallurgy).
Nel mondo antico esistevano molti culti religiosi che veneravano meteoriti sacri. Il
culto di «omphalos», a Delfi, ha sicuramente un’origine meteoritica. Plinio (23-79
d.C.) riferì che «a Potidae si venerava una pietra caduta dal cielo». Il culto dei
meteoriti era particolarmente diffuso in Fenicia e in Siria. E’ considerata un meteorite
anche la pietra nera sacra della Kaaba a La Mecca. E nell’antica Frigia (la Turchia
centrale), la grande Madre degli dei, Cibele, era rappresentata, nel tempio di Pessinus,
da una pietra nera caduta dal cielo.
E.A. Wallis Budge fu il primo studioso a ipotizzare che la pietra Benben dell’antico
Egitto appartenesse a questa classe di oggetti. Successivamente un altro egittologo,
J.P. Lauer, concluse per conto proprio che il Benben non poteva essere altro che un
meteorite. La nostra stessa ricerca, del resto, ci ha convinto che, con ogni probabilità,
un grosso meteorite di ferro orientato cadde vicino a Giza in un momento compreso
nella prima metà del terzo millennio a.C. Dalle descrizioni, sembra che il Benben
avesse una massa compresa tra 7 e 16 tonnellate, e il terribile spettacolo della sua
infuocata caduta dev’essere stato molto impressionante. Probabilmente lo schianto fu
preceduto da forti detonazioni causate da onde d’urto, e anche alla luce del giorno
una palla di fuoco con una lunga coda «piumata» dev’essere stata visibile da grande
distanza. Correndo nel punto in cui aveva toccato il suolo, la gente probabilmente
vide che l’uccello di fuoco era scomparso, lasciando soltanto un oggetto bja nero, a
forma di piramide o di uovo cosmico: il meteorite di ferro orientato.

Il volo della Fenice


L’uccello Bennu, l’antica fenice egizia il cui centro di culto era Eliopoli, era
strettamente collegato al Benben in termini di simbolismo e significato religioso, e
anche il suo nome derivava dalla stessa radice, la parola ben. Secondo la leggenda, a
lunghissimi intervalli ciclici, talvolta della durata di migliaia di anni, questa creatura
costruiva un nido di rami d’albero e spezie aromatici e con esso si gettava nel fuoco
lasciandosi consumare dalle fiamme. Dal rogo nasceva miracolosamente una nuova
fenice che, dopo aver imbalsamato le ceneri di suo padre in un uovo di mirra, le
portava in volo a Eliopoli, dove le depositava sull’altare del dio-Sole Re. Secondo
una variante della storia, la Fenice morente volava a Eliopoli e si immolava sul fuoco
dell’altare, da cui poi sorgeva la nuova Fenice […] gli egizi associavano la Fenice
all’immortalità.
Simile per molti aspetti a Quetzalcóatl, il serpente alato (cioè simile a un uccello)
infuocato, il Bennu/Fenice possiede dunque le seguenti caratteristiche:
1) È una cosa che vola.
2) È una cosa che ritorna, a lunghi intervalli.
3) È una cosa che viene «consumata dalle fiamme».
4) In certo qual modo rinasce, o si rinnova, ogni volta che torna.
5) È strettamente associata al meteorite Benben, un «uovo» di ferro caduto dal cielo
che gli antichi egizi, per quanto se ne sa, tenevano chiuso nel Het Benbennet, la
«Dimora della Fenice» a Eliopoli.
Un codice applicabile a una cometa?
Spesso è un errore interpretare alla lettera i simboli di religioni antiche, e noi siamo
convinti che il Bennu e il Benben siano giustamente annoverati tra i simboli più
complessi, più sottili e sofisticati che si possano trovare nel mondo antico. Abbiamo
già esplorato in altra sede le implicazioni spirituali di questo simbolismo. Ma una
caratteristica di immagini tanto potenti come la Fenice e la Pietra è la loro capacità di
esprimere diversi livelli di significato.
Se prendiamo le immagini alla lettera e incominciamo a guardarci attorno nel mondo
naturale per trovare qualcosa che vola, che ritorna a intervalli ciclici, che sembra
«consumato dalle fiamme», che si «rinnova» misteriosamente in ogni occasione, e
che è associato con meteoriti, troviamo una sola classe di oggetti noti agli scienziati
di oggi che corrispondano a tutte queste caratteristiche.
Ancora una volta si tratta delle comete, gli stessi oggetti simboleggiati nei miti
messicani da serpenti «piumati» o «alati» di fuoco, che analizzeremo ulteriormente
nella Parte IV. Alle comete si devono molte piogge spettacolari di meteoriti che si
riversano sulla Terra ogni anno. Si tratta di detriti sparsi, relativamente piccoli,
causati dalla frantumazione di comete madri che continuano a circolare nelle stesse
orbite descritte da queste piogge.
* Si può dunque dire, a ragion veduta, che le comete possono esser associate ai meteoriti secondo la
stessa relazione che unisce la Fenice Bennu «madre» alla pietra Benben «figlia» che cade sulla
Terra.
* Ovviamente le comete «volano».
* Dal momento che sono in orbita, anche le comete ritornano nei nostri cieli a intervalli ciclici,
brevi per alcune, ossia di 3,3 anni, come la cometa Encke, più lunghi per altre, cioè 4000 anni come
nel caso della cometa Hale-Bopp, mentre altre ancora ritornano dopo decine di migliaia di anni.
* Le comete subiscono effettivamente un processo di «rinnovamento», una vera e propria
«rinascita», ogni volta che appaiono nei nostri cieli. Per questo motivo i nuclei delle comete di
solito sono inerti e profondamente bui mentre viaggiano attraverso lo spazio profondo, impedendoci
di vederne la caratteristica «chioma» scintillante e il luccichio della «coda». Quando invece una
cometa si avvicina al Sole (e alla Terra), i raggi solari fanno sì che i materiali volatili sepolti al suo
interno brucino in piena ebollizione e fermento, producendo getti di gas (gli scienziati chiamano
questo processo «degassamento») e spargendo tonnellate di polvere di detriti incredibilmente fine
che formano la chioma e la coda.
* Infine, ed è un particolare degno di nota, le comete che si «degassano» sembrano consumate dalle
fiamme, e la collisione di ciascun frammento di cometa con la Terra stessa potrebbe provocare una
gigantesca conflagrazione, forse estesa al mondo intero, seguita da un’inondazione di tutto il globo,
come vedremo nella Parte IV.

Indizi nel paesaggio stellare


La religione della Fenice e del Benben, praticata a Eliopoli nell’Età delle Piramidi, di
cui le piramidi e la Sfinge di Giza erano senza alcun dubbio i monumenti spirituali
centrali, trasmise un peculiare sistema di insegnamenti che abbiamo esplorato in
molti libri precedenti.
Secondo questo sistema religioso, il viaggio dell’anima nell’aldilà viene intrapreso in
una regione del cielo nota come il Duat, che possiede coordinate ben precise, essendo
delimitato da una parte dalla costellazione del Leone e dall’altra dalle costellazioni di
Orione e del Toro. Nel bel mezzo di questa parte di cielo, in fondo a un’ampia, oscura
«vallata» fluisce il corrispettivo celeste del sacro fiume Nilo, quella sorprendente
configurazione che chiamiamo Via Lattea e che gli antichi egizi conoscevano come la
Via d’acqua tortuosa.
Lo scopo dei nostri libri precedenti era mostrare che la Via Lattea non è l’unica ad
avere un «gemello» terrestre in Egitto. La costellazione di Orione, rappresentata dalle
tre stelle della sua Cintura, si rispecchia nelle tre piramidi di Giza. La costellazione
del Toro, rappresentata da due stelle luminose che formano la caratteristica «V» delle
sue corna, è la gemella delle due piramidi di Dashur. E la costellazione del Leone ha
il suo corrispettivo terrestre nella Sfinge di Giza dal corpo leonino.
Come abbiamo visto nel Capitolo 16, la precessione altera le posizioni di tutte le
stelle nel cielo secondo un grande ciclo di 25.920 anni – un ciclo che procede alla
velocità di un grado ogni 72 anni e che è principalmente osservabile (anche se non
rientra nel breve lasso di tempo di una vita umana) come la precessione degli
equinozi.
Nel Mistero di Orione, in Impronte degli dei e in Custode della genesi abbiamo
dimostrato con una consistente serie di prove che lo schema di stelle «congelato» sul
terreno di Giza sotto la forma delle tre piramidi e della Sfinge rappresenta la
disposizione delle costellazioni di Orione e del Leone come apparivano al momento
del sorgere del Sole all’equinozio di primavera durante l’«Età del Leone»
astronomica (ossia l’epoca in cui il Sole era «nella casa» del Leone all’equinozio di
primavera).
Come tutte le età precessionali, anche questa copriva un periodo di 2160 anni.
Generalmente si calcola che si sia verificata tra il 10.970 e l’8810 a.C. secondo 0
calendario gregoriano. Le simulazioni computerizzate degli effetti della precessione
mostrano, infatti, che soltanto in quest’epoca e in nessun’altra le tre stelle della
Cintura di Orione, viste all’alba dell’equinozio di primavera, si trovavano al sud vero
rispetto al meridiano nello schema delle tre piramidi sul terreno, e il Sole sorgeva
all’est vero, sulla stessa linea dello sguardo della Sfinge, mentre la costellazione del
Leone – il corrispettivo celeste della Sfinge – era situata esattamente al di sopra.
E’ stato dimostrato geologicamente (anche se in questa sede non ci dilungheremo
sull’argomento) che la Sfinge, in realtà, risale all’undicesimo millennio a.C. Non
contestiamo, invece, la data stabilita dagli egittologi per la costruzione di almeno
gran parte delle piramidi, ossia il terzo millennio a.C. Inoltre, benché il nostro intento
principale sia quello di mostrare che lo schema essenziale della necropoli di Giza era
concepito come un’immagine del cielo equinoziale nell’Età del Leone (dal 10.970
all’8810 a.C.), osserviamo anche che la Grande Piramide ha connessioni
astronomiche molto spiccate con il 2500 a.C. (la data a cui gli egittologi la fanno
risalire). Queste connessioni, che non potrebbero essere più esplicite, sono i pozzi, la
cui angolazione è estremamente precisa, che fuoriescono dalle cosiddette Camera del
Re e Camera della Regina. In ciascuna camera ci sono due pozzi, uno dei quali è
puntato verso il nord vero e l’altro verso il sud vero. I calcoli precessionali
dimostrano che soltanto nel 2500 a.C. tutti e quattro i pozzi erano allineati come
congegni di puntamento sul meridiano di transito di quattro stelle che per gli antichi
egizi erano cariche di significato:
Dalla Camera della Regina il condotto settentrionale ha un’inclinazione di 39° ed era puntato verso
la stella Kochab nella costellazione dell’Orsa Minore – una stella che gli antichi avevano associato
alla «rigenerazione cosmica» e all’immortalità dell’anima. Il condotto meridionale, invece, che ha
un’inclinazione di 39°30’, puntava verso la stella luminosa Sirio (Alpha Canis Major) nella
costellazione del Cane Maggiore, stella che gli antichi associavano alla dea Iside, la madre cosmica
dei re d’Egitto.
Dalla Camera del Re, il condotto settentrionale ha un’inclinazione di 32°28’ e puntava verso quella
che era la stella polare Thuban (Alpha Draconis) nella costellazione del Drago, associata dai faraoni
al concetto di «generazione e gestazione cosmica». Il condotto meridionale, che ha un’inclinazione
di 45°14’, era puntato verso Al Nitak (Zeta Orionis), la più luminosa (e la più bassa) delle tre stelle
della Cintura di Orione – che gli antichi egizi identificavano con Osiride, il dio della resurrezione e
rinascita e leggendario apportatore di civiltà nella Valle del Nilo in un’epoca remota, chiamata Zep
Tepi, il Primo Tempo.

Una vasta e straordinaria correlazione


Dal momento che con i moderni computer siamo in grado di ricostruire l’antico
assetto dei cieli sopra Giza, possiamo dimostrare gli allineamenti precisi dei quattro
pozzi con le quattro stelle nel 2500 a.C. circa. I computer ci mostrano anche che
questi allineamenti erano rari e transitori, validi soltanto per un secolo o poco più,
prima che il continuo e graduale cambiamento verificatosi nelle declinazioni stellari a
causa del passare del tempo modificasse le posizioni in cui le stelle transitavano sul
meridiano. Sembra dunque inconfutabile, quali che siano le connessioni con la data
del 10.500 a.C., che le piramidi segnalino anche una connessione estremamente
precisa con la data del 2500 a.C.
In effetti, siamo pronti ad andare oltre. La nostra ipotesi è che una delle molteplici e
complesse funzioni dei monumenti della necropoli di Giza possa esser stata quella di
attuare una sorta di correlazione tra due epoche astrologicamente molto lontane l’una
dall’altra: l’Età del Leone, che si protrae dal 10.970 all’8810 a.C. (in cui cade la data
più antica espressa dallo schema sul terreno), e l’Età del Toro, ossia quando il Toro
ospitò il Sole all’equinozio di primavera, generalmente collocata tra il 4490 e il 2330
a.C. (in cui cade la data più tarda espressa dai pozzi stellari).
Soltanto una correlazione di vasto e straordinario significato poteva giustificare
un’impresa tanto vasta e straordinaria, dato che qualsiasi analisi razionale delle
piramidi indica che devono esser state costruite con immani, quasi illimitate risorse, e
devono aver richiesto la massima attenzione da parte delle menti più geniali di
quell’epoca per un periodo di tempo considerevole. In effetti gli standard di
precisione che vi si riscontrano sono così alti, e i megaliti utilizzati sono talmente
giganteschi che non è neppure certo che oggi, con la migliore tecnologia moderna,
potrebbero essere nuovamente realizzati. Tanto allora quanto oggi, queste strutture
rappresentano l’estremo limite del possibile.
Che cosa cercavano di dire, gli antichi, di così importante da giustificare una simile
impresa sovrumana?
Gli dei e i loro corrispettivi stellari
Le piramidi e la Sfinge di Giza sono monumenti privi di incisioni a proposito dei
quali non è mai stato possibile dimostrare che fossero «tombe e soltanto tombe»,
come vorrebbero gli egittologi. In effetti, con i loro allineamenti, i pozzi e la presenza
al loro interno di sarcofagi vuoti, questi monumenti sembrano volerci dire soltanto
che i loro costruttori li consideravano connessi alle stelle, al fluire ciclico del tempo
così com’è misurato dalla precessione, e a idee concernenti la morte. La religione di
Eliopoli praticata attorno a questi monumenti, tuttavia, ci ha lasciato un’eredità
gigantesca di testi, alcuni incisi sui muri delle piramidi più tarde (i cosiddetti «Testi
delle Piramidi»), che ci aiutano a ricostruire il puzzle.
Abbiamo già incontrato il simbolismo eliopolitano della pietra Benben e della fenice
Bennu. E’ altrettanto utile ricordare anche alcuni tra i principali dei eliopolitani e i
loro corrispettivi astronomici:
Atum-Ra, il creatore, il padre degli dei, identificato con il Sole.
Osiride, il primo faraone divino d’Egitto, in seguito trasformato nel dio della morte e della rinascita,
associato alla costellazione di Orione.
Iside, dea della magia, sorella e moglie di Osiride, associata alla stella Sirio.
Set, dio delle tempeste e del caos, della violenza e dell’oscurità, del
fuoco eterno, assassino di Osiride e usurpatore del suo regno, associato alla costellazione del Toro.
Horus, il figlio vendicatore di Osiride e Iside, che sconfigge Set e ripristina il regno di
suo padre, associato alla costellazione del Leone, al Sole quando è «nella»
costellazione del Leone, e anche a un pianeta che talvolta passa tra le zampe della
costellazione del Leone… il pianeta Marte, come vedremo.

Il messaggio del cataclisma


Nei Testi delle Piramidi si fa riferimento all’età dell’oro egizia, governata da Osiride,
come allo Zep Tepi, letteralmente il Primo Tempo. La parola tepi, come abbiamo
mostrato in Custode della genesi, si riferisce a un nuovo ciclo di tempo annunciato
simbolicamente dalla comparsa della Fenice che arriva volando da est e va a posarsi
su Eliopoli per dare l’avvio al nuovo tempo con il suo grido. Ora, però, incominciamo
a chiederci se l’annuncio di una nuova epoca è davvero soltanto simbolico. E’ forse
possibile che la «Fenice», con le associazioni che implica al fuoco e ai meteoriti, sia
in realtà una cometa come abbiamo ipotizzato in precedenza… forse una cometa che
si vedeva ritornare ciclicamente nei cieli sopra l’Egitto, rovesciando in ciascuna
occasione il vecchio ordine del mondo e annunciandone uno nuovo?
Sospettiamo, e ne abbiamo discusso ampiamente in altra sede, che l’«età dell’oro di
Osiride» possa essere storicamente fondata su una civiltà preistorica perduta,
estremamente avanzata sia scientificamente che spiritualmente, cancellata più di
12.000 anni fa dall’immenso cataclisma globale che colpì la Terra alla fine
dell’ultima era glaciale.
Attualmente nessuno studioso dubita più che un simile cataclisma si sia realmente
verificato (più del 10 per cento di tutte le specie animali si estinse), ma il quesito più
interessante e ancora non risolto riguarda la causa di quel disastro.
Come mostreremo nella Parte IV, nell’ultimo decennio sono andate accumulandosi
prove sicure che creano un legame tra quel grande mistero e la frantumazione di una
cometa gigantesca, rimasta intrappolata in un’orbita di avvicinamento ciclico alla
Terra, responsabile dei forti impatti avvenuti nell’undicesimo millennio a.C. e nel
nono – la durata esatta dell’Età del Leone – e di un bombardamento episodico e più
tardo, avvenuto nel terzo millennio a.C., verso la fine dell’Età del Toro, più o meno
all’epoca in cui le piramidi di Giza furono costruite.
Ci chiediamo dunque se è soltanto per una bizzarra coincidenza che una lettura
legittima del messaggio estremamente sofisticato e stratificato che l’antico Egitto ci
ha tramandato può essere la seguente:
Bennu/Fenice = Grande cometa che si avvicina alla Terra
Benben/Pietra = Detriti meteoritici della stessa cometa
Schema essenziale = Indicatore scritto nel linguaggio universale
delle piramidi dell’astronomia precessionale che dichiara
e della Sfinge come la cometa (Fenice) abbia raggiunto
di Giza la Terra nell’Età del Leone, la mitica età
dell’oro chiamata Zep Tepi nel calendario
egizio (10.970-8810 a.C.)
Pozzi stellari della = Indicatore scritto, anche in questo caso,
Grande Piramide nel linguaggio universale dell’astronomia
precessionale che segnala il ritorno della
Fenice a distanza ravvicinata rispetto alla
Terra durante l’Età del Toro (4490-2330
a.C.)

Il pericolo viene dal Toro?


Una strana matrice mitologica circonda il simbolismo e l’architettura in cui si svolge
essenzialmente la storia della Fenice. Come abbiamo visto:

Osiride = Orione
Iside = Sirio
Set = Toro
Horus = Leone
Sappiamo anche che nei miti di Eliopoli Set uccise Osiride e ne usurpò il regno (è
interessante notare che fu aiutato da 72 complici, in quanto il 72 è il numero chiave
del «codice precessionale» tratteggiato sopra, nel Capitolo 16). I miti inoltre
asseriscono che Iside/Sirio usò poteri magici per riportare in vita Osiride fisicamente,
anche se per breve tempo, in modo da poter unirsi a lui e ricevere il suo «seme».
Osiride fu poi assunto nei cieli, dove divenne il giudice dei morti e il dio della
rinascita. Nel frattempo, come abbiamo già osservato in precedenza, nacque Horus, il
frutto della sua unione con Iside, che, a tempo debito, era destinato a far progredire
l’umanità, spodestando Set e ripristinando il regno di suo padre.
Il mito sembra voler dire che la nuova vita nasce dalla morte di ciò che è vecchio,
letteralmente dal corpo senza vita del vecchio dio. In un certo senso l’immagine di
Osiride-Horus equivale a quella della Fenice. Come il sacrificio della Fenice mette
fine all’età del mondo precedente, così la morte di Osiride mette fine allo Zep Tepi e
conduce, da ultimo, al regno dei faraoni.
Ma noi sappiamo che tutti gli attori principali del dramma hanno un corrispettivo
stellare, perciò vale la pena di considerare il mito anche a un livello più
specificamente astronomico:
1) Il cattivo della situazione è Set, che assassinò Osiride e pose fine all’età dell’oro.
2) Ci sono buoni motivi per identificare Set con la costellazione del Toro.
3) Questo non implica dunque che il Toro dev’essere stato visto, più o meno direttamente, dagli
antichi egizi, come fonte di pericolo, caos e distruzione?

Pianeta rosso, sfinge rossa


Il nome egizio della Sfinge era Horakhti, «Horus-dell’Orizzonte», la manifestazione
del dio-Sole al momento del suo sorgere. E in Custode della genesi abbiamo mostrato
che questo stesso nome, Horakhti, veniva applicato alla costellazione del Leone.
Inoltre, come sottolinea l’eminente egittologo E.A. Wallis Budge, il nome «Horus»
(originariamente «Heru») implica anche il significato di «volto»; il nome della
Sfinge, dunque, potrebbe significare «Volto dell’Orizzonte» e riferirsi al volto del
disco solare.
Comprensibilmente, alcuni ricercatori dell’AOC si sono dati da fare per individuare
un collegamento con il Volto su Marte. Non hanno trovato prove vere e proprie, ma
soltanto una serie di «indizi» particolari che sembrano puntare nella direzione
opposta:
1) Come Richard Hoagland fu il primo a capire, la città del Cairo, sul cui margine meridionale si
trova la necropoli di Giza, acquisì il suo nome attuale nel decimo secolo d.C. da invasori arabi che
inspiegabilmente decisero di chiamarla El-Kahira, che significa.. «Marte».
2) Il nome che gli antichi egizi diedero al pianeta Marte era Hor Dshr, letteralmente Horus il Rosso.
3) Nelle incisioni rinvenute in alcune tra le più antiche tombe dell’Egitto si trovano anche la frase
«il suo nome è Horakhti» e l’espressione «la stella orientale» riferite a Marte. Poiché lo sguardo
della Sfinge è orientato esattamente verso l’est vero, e poiché la Sfinge veniva parimenti chiamata
Horakhti, possiamo affermare con cognizione di causa che il nome della Sfinge è «Marte».
4) Insieme a tutti gli altri pianeti, e al Sole stesso, Marte sembra viaggiare in un ciclo senza fine
attraverso tutte le dodici costellazioni dello Zodiaco. Questo significa che, a intervalli, lo si vede
passare attraverso la costellazione del Leone. Astrologicamente parlando, è «in» Leone, oppure «si
trova nella casa» del Leone.
5) Per un lungo periodo della sua storia la Sfinge fu dipinta di
rosso.
6) Dal momento che la Sfinge è una creatura composita con la testa di uomo e il corpo di leone,
notiamo anche incidentalmente che antichi miti indù rappresentano il pianeta Marte come Nr-
Simha, l’Uomo-Leone.
Tutti questi indizi ci fanno credere, quanto meno, che gli antichi dovevano aver visto
un’associazione chiara e diretta tra il Pianeta
Rosso e la Sfinge. Inoltre, poiché l’astronomia della Sfinge è così precisamente
collegata al sorgere della costellazione del Leone all’equinozio di primavera tra il
10.970 e l’8810 a.C., sospettiamo che il messaggio sia da intendersi, almeno
parzialmente, come un invito a considerare gli eventi che potrebbero aver
visibilmente colpito sia il pianeta Marte che la Terra in questa epoca, in termini
astronomici l’Età del Leone. Nella mitologia identificabile in questo scenario c’è
anche un chiaro accenno al fatto che simili eventi, quali che siano, debbano
probabilmente esser messi in relazione con Taurus, il Toro del Cielo, la costellazione
di Set il distruttore.
I greci dell’antichità classica, che pendevano dalle labbra degli antichi egizi e
impararono da loro ogni cosa, cambiarono il nome di Set in Tifone e lo ritrassero
come un terribile mostro sovrannaturale: «la sua testa toccava le stelle, le vaste ali
ombreggiavano il Sole, il fuoco lampeggiava dai suoi occhi, e rocce infuocate
uscivano dalla sua bocca. Quando si precipitò correndo verso l’Olimpo, gli dei,
terrorizzati, fuggirono in Egitto».
Analogamente, lo storico romano Plinio scrive di un’epoca remota durante la quale
«una terribile cometa» alla quale fu dato il nome Tifone fu avvistata dal popolo
egizio: «Sembrava infuocata, ondeggiava come le spire di un serpente ed era orribile
a vedersi. Non era veramente una stella, bensì quella che potremmo definire una palla
di fuoco».
Ci domandiamo se è possibile che, con la loro architettura e i loro miti, gli antichi
cercassero di trasmetterci anche un insieme di nozioni da utilizzare per aver salva la
vita:
i loro ricordi di improvvisi benché periodici ritorni, nel cuore del sistema solare, di una spettacolare
cometa fiammeggiante; notizie precise sui suoi precedenti e pericolosi avvicinamenti alla Terra;
informazioni specifiche su almeno un avvicinamento catastrofico di questa cometa a Marte, che
«scorticò» il Pianeta Rosso privandolo della sua pelle;
indicazioni chiare su quando (e prima di tutto «se») la minaccia ricomparirà e forse anche sulla
direzione da cui giungerà (la direzione della costellazione del Toro?).
Oggi non si ha più paura delle comete, ed è raro che ci si soffermi a guardare i cieli.
Ma per gli antichi esse erano terribili portatrici di sorte funesta e distruzione, «che
implicavano mutamenti di tempi e stati» e lasciavano cadere «pestilenza e guerra»
dalle loro «orride chiome». Nella Parte IV vedremo che questa antica fama potrebbe
anche corrispondere al vero e che forse le comete sono realmente portatrici di
distruzione e rinascita di mondi…

PARTE IV

L’OSCURITÀ E LA LUCE

18
LA LUNA IN GIUGNO
La sera del 25 giugno 1178 d.C., quando già era discesa l’oscurità, cinque amici
sedevano all’aperto nei sobborghi della città di Canterbury, dove s’innalza la celebre
cattedrale, chiacchierando e godendosi la frescura estiva. Il cielo era senza nuvole e
una splendente luna nuova stava sorgendo con le due estremità rivolte verso est. Poi,
improvvisamente:
l’estremità superiore si spaccò in due. Dal punto centrale della divisione scaturì una torcia
fiammeggiante, vomitando fuoco, carboni ardenti e faville a considerevole distanza. Nel frattempo
il corpo della Luna, che era al di sotto, si contorceva quasi fosse in ansia, e per dirla con le parole di
coloro che videro ciò che accadeva con i propri stessi occhi e me lo raccontarono, la Luna palpitava
come un serpente ferito. Poi assunse di nuovo il suo stato consueto. Questo fenomeno si ripeté come
minimo una dozzina di volte, mentre la fiamma assumeva varie forme a caso per poi ritornare
normale. Dopo queste trasformazioni la Luna, in tutta la sua lunghezza, da un’estremità all’altra,
acquisì un aspetto nerastro. Questo resoconto è stato fatto a chi scrive da uomini che videro
l’accaduto con i propri occhi e sono disposti a giurare sul proprio onore di non aver né ingigantito
né alterato la verità dei fatti.
Chi scrive è il monaco del dodicesimo secolo Gervasio di Canterbury, la cui Cronaca
è considerata un’importante opera storica. Grazie all’estrema precisione per la quale
Gervasio divenne celebre, gli studiosi, generalmente, concordano nell’affermare che
«il suo racconto dell’evento di Canterbury’ dev’essere considerato seriamente».
Eppure, ammesso che si tratti di una storia vera, quale strano fenomeno descrive?
Nel 1976 l’astronomo americano Jack Hartung diede una risposta che ora la maggior
parte degli scienziati accetta. A suo avviso, i testimoni oculari di Gervasio videro gli
effetti catastrofici di una collisione tra la Luna e un grande oggetto che volava nello
spazio, una specie di cometa o di asteroide. Giunse anche alla conclusione che, se la
sua interpretazione dei fatti era corretta, in quella circostanza doveva essersi aperto
un cratere da impatto di forma e dimensioni considerevoli alla latitudine lunare
appropriata. Basandosi sul resoconto di Gervasio, Hartung calcolò che un cratere
geologicamente così recente avrebbe dovuto avere «un diametro di almeno 11
chilometri, raggi luminosi che coprissero una distanza di almeno un centinaio di
chilometri e una collocazione tra i 30 e i 60 gradi a nord e i 75 gradi e i 105 a est».
Il cratere Giordano Bruno prende il nome dal filosofo eretico arso vivo nel 1600 d.C.
per aver professato l’esistenza di pianeti abitati oltre alla Terra e si adatta
perfettamente alla descrizione di Hartung. Questo cratere ha infatti un raggio di 20
chilometri e si dice che abbia anche le scie luminose derivate da un impatto
catastrofico recente. Inoltre, benché si trovi a quasi 15 gradi nel lato buio della Luna,
gli astronomi Odile Calame e Derral Mulholland hanno dimostrato che i materiali
piroclastici causati dall’impatto furono scagliati violentemente a una distanza tale che
«non solo l’evento doveva esser stato visibile, ma anche sufficientemente apocalittico
6
da giustificare la descrizione che ne è stata fatta nella Cronaca».
L’opera di Calame e Mulholland fornisce inoltre un’ulteriore conferma che la Luna
ha effettivamente subito un impatto particolarmente violento a un certo punto dello
scorso millennio. Nella ricerca condotta tra il 1973 e il 1976, i due studiosi usarono il
telescopio a riflessione da 272 centimetri presso il McDonald Observatory nel Texas
occidentale per dirigere più di 2000 raggi laser su una serie di specchi che gli
astronauti dell’Apollo avevano lasciato sulla Luna. I raggi consentirono di effettuare
misurazioni estremamente precise e rivelarono «un’oscillazione di 15 metri della
superficie lunare attorno al suo asse polare, con un periodo di tre anni circa». Come
asserisce l’astronomo americano David Levy, esperto in comete, la Luna sta
comportandosi proprio «come un’enorme campana che vibra dopo esser stata
colpita». Due astronomi britannici di chiara fama, Victor Clube della Oxford
University e il suo collega Bill Napier del Royal Armagh Observatory, sottolineano
che una vibrazione di quel genere «si estingue dopo più di 20.000 anni» e
confermano che «il risultato può esser spiegato soltanto da un impatto forte e recente
con un oggetto la cui grandezza doveva essere simile a quella che fu necessaria a
formare il cratere Bruno».
Il cratere fu scavato da un oggetto che, secondo gli scienziati, deve aver avuto un
diametro di 2 chilometri circa ed esplose, al momento dell’impatto, con l’energia di
100.000 megaton di tritolo, vale a dire 100.000 milioni di tonnellate di tritolo, più o
meno l’equivalente di dieci volte il potere esplosivo di tutte le armi nucleari
attualmente accumulate sulla Terra (con l’unica differenza, ovviamente, di non essere
radioattivo). Per avere un’idea di ciò che significa, basta pensare che la bomba
atomica che cancellò la città giapponese di Hiroshima nel 1945 aveva una carica
esplosiva di 13 kiloton (cioè tredicimila tonnellate di tritolo) e le più potenti armi
nucleari singole oggi esistenti hanno una potenzialità valutata approssimativamente
attorno ai 50 megaton.
Ecco perché alcuni storici ritengono che l’«evento di Canterbury» avrebbe potuto
spazzar via in un colpo solo la civiltà-umana, il 25 giugno 1178 d.C., se si fosse
verificato sulla Terra invece che sulla Luna.

Tunguska
Settecentotrenta anni dopo, il 30 giugno 1908, un oggetto molto più piccolo colpì la
Terra, e le conseguenze furono devastanti. La catastrofe abbatté più di 2000
chilometri quadrati di foresta nella regione selvaggia siberiana di Tunguska. Fu
un’esplosione in
aria, non un impatto con il suolo, che implicò la frantumazione e l’esplosione di un
bolide con un diametro di circa 70 metri a un’altezza approssimativa di 6000 metri.
Abbiamo descritto alcuni aspetti dell’evento di Tunguska nel Capitolo 4. I suoi effetti
furono drammatici. Si dice che il bolide, mentre scendeva come un’immensa palla di
fuoco, fosse più luminoso del Sole e risultasse visibile a una distanza di più di 1000
chilometri dalla zona colpita. Si ritiene che viaggiasse a una velocità di 30 chilometri
al secondo, e chi lo vide passare disse che emetteva una serie di intensi rombi di
tuono. Quando esplose, lo fece con un «incredibile fragore», che venne udito a più di
1000 chilometri di distanza.
La tempesta di fuoco cadde rapidamente dall’atmosfera al suolo, ma non appena
avvenne il contatto una «colonna di fuoco» si levò violentemente da terra per
innalzarsi di nuovo verso il cielo. Secondo i racconti di numerosi testimoni oculari,
questo pilastro infuocato può esser stato largo circa 1500 metri e alto 20 chilometri ed
era visibile anche per chi lo guardasse da 400 chilometri di distanza.
L’intero cielo settentrionale appariva coperto dal fuoco [così riferì un agricoltore che si trovava alla
fattoria di Vanavara a soli 60 chilometri dalla zona devastata] […] Sentii un forte calore, come se la
mia camicia avesse preso fuoco. Poi si fece buio e nello stesso tempo udii un’esplosione che mi
scaraventò fuori dalla veranda […] Persi conoscenza.
Un altro agricoltore, a 200 chilometri dalla zona distrutta, ricordò:
Quando mi sedetti accanto al mio aratro per far colazione, improvvisamente udii rumori simili a
colpi di fucile. Il mio cavallo cadde sulle ginocchia. Sopra la foresta, nella zona settentrionale, si
levavano alte le fiamme di un incendio. Poi vidi che la foresta di abeti era piegata dal vento e pensai
che si trattasse di un uragano […]
A una distanza di 400 chilometri le scosse di terremoto provocate dall’esplosione di
Tunguska erano così forti che la Transiberiana dovette fare una sosta per evitare il
deragliamento.
L’onda d’urto fu così devastante che falciò le fitte foreste della regione, «spezzando
alberi del diametro pari a più di un metro come fossero fiammiferi», tanto che gli
abitanti del villaggio pensarono che «la fine del mondo fosse ormai vicina». La forza
d’impatto dell’esplosione era compresa tra i 10 e i 30 megaton di tritolo: era dunque
almeno 700 volte più potente della bomba di Hiroshima. Non c’è da stupirsi, dunque,
che anche nella lontana Europa occidentale la gente riferisse di aver visto «notti
bianche» per parecchio tempo dopo l’esplosione di Tunguska del 30 giugno, durante
le quali era «possibile leggere il giornale alla luce del cielo».
Occorre ricordare che questo evento, in tutta la sua estensione, fu causato da un
oggetto di 70 metri di diametro, che lasciò dunque «un’impronta» delle dimensioni di
un caseggiato di città… non particolarmente grande per gli standard cosmici. Poiché
l’esplosione si verificò in una zona remota del mondo, vi si prestò scarsa attenzione;
in effetti, soltanto nel 1927 la prima spedizione scientifica raggiunse il sito. Era
guidata dall’astronomo sovietico Leonard Kulik, che si rese subito conto dell’entità
del disastro, commentando che se quello stesso bolide si fosse disintegrato nei cieli
sopra il Belgio centrale «nessuna creatura vivente nell’intero paese si sarebbe
salvata». Di conseguenza, bisogna ricordare che, se l’oggetto di Tunguska fosse
entrato in collisione con la Terra soltanto tre ore dopo, cioè alle dieci del mattino
invece che alle sette, non avrebbe devastato una zona disabitata della Siberia ma
sarebbe esploso sopra la città di Mosca.
Il minimo che possiamo dire è che un simile evento avrebbe cambiato il corso della
storia del mondo…

Macigni
I riflettori laser usati da Calame e Mulholland per la loro ricerca non erano gli unici
strumenti che gli astronauti della missione Apollo della NASA lasciarono sulla Luna.
Anche i sismometri erano posizionati in punti diversi della superficie lunare affinché
registrassero le prove di bombardamenti cosmici e trasmettessero i dati alla Terra.
Dal 1969 al 1974 non accadde niente di sensazionale. Poi, per cinque giorni
consecutivi, dal 22 al 26 giugno 1975, tutti i sismografi si risvegliarono
improvvisamente per effettuare registrazioni che sembravano montagne russe. La
Luna era entrata in collisione con uno sciame di meteoriti massicci, del peso di una
tonnellata ciascuno. All’improvviso, dunque, nel giro di cinque giorni subì tanti
impatti quanti ne aveva subiti nei precedenti cinque anni.

Effetti devastanti
Proprio come i pianeti e le loro lune, ingenti quantità di roccia, ghiaccio e ferro
circolano all’interno del sistema solare a velocità mozzafiato, come se giocassero a
un intricato ripiglino di orbite caotiche e costantemente mutevoli. Frammenti di
questi detriti cosmici intersecano ripetutamente le orbite dei pianeti più interni,
soprattutto Marte e il sistema Terra-Luna, talvolta con effetti così devastanti che
qualsiasi forma di civiltà tanto sfortunata da rimanere coinvolta in una collisione di
questo genere verrebbe sicuramente annientata. L’ultima parola riguardo alla vera
storia della vita su Marte non è ancora stata detta, ma sappiamo per certo che si sono
verificati alcuni impatti cosmici che hanno rischiato di cancellare non solo la
«civiltà» della Terra, ma anche l’intera vita animale e vegetale di questo pianeta.

Impatti e spostamenti di crosta


Si ritiene che la Terra abbia quattro miliardi e mezzo di anni e che abbia ospitato la
vita, inizialmente nelle sue forme più semplici, per quasi 3,9 miliardi di anni. I fossili
procariotici più antichi risalgono a 3,7 miliardi di anni fa, i fossili eucariotici più
antichi a quasi 2 miliardi di anni fa, e i più antichi fossili animali a 800 milioni circa
di anni fa. In periodi intermedi tra 550 e 530 milioni di anni fa, il nostro pianeta fu
travolto ripetutamente da un immenso cataclisma di origini sconosciute. In un
articolo uscito su Science il 25 luglio 1997, un gruppo di ricercatori del California
Institute of Technology riferisce che una delle terribili conseguenze di questo evento
fu uno slittamento della rigida crosta esterna della Terra attorno ai suoi strati più
interni. Alla fine ne derivò «un cambiamento di 90 gradi nella direzione dell’asse di
rotazione della Terra rispetto ai continenti», commentò il dottor Joseph Kirschvink,
professore di geobiologia a Caltech:
Le regioni che in precedenza si trovavano ai poli nord e sud furono spostate all’equatore, e due
punti agli antipodi vicini all’equatore divennero i nuovi poli […] La prova geofisica che abbiamo
tratto dalle rocce depositatesi prima, durante e dopo questo evento dimostra che tutti i maggiori
continenti sperimentarono movimenti catastrofici nello stesso intervallo di tempo.
I ricercatori di Caltech sostengono con fermezza che l’evento da loro descritto non ha
niente a che vedere con la «tettonica a zolle», un processo geologico che avviene
all’interno della Terra e molto lentamente e gradualmente provoca lo spostamento di
masse di terreno continentali, una per volta oppure a gruppi, alla velocità massima di
qualche centimetro all’anno. I loro studi, invece, riguardano una rotazione titanica
della crosta terrestre tutta intera a una velocità tale da provocare un cataclisma.
Kirschvink afferma: «La velocità […] era realmente fuori dalla norma. Inoltre,
[sembra che] ogni cosa andasse nella stessa direzione».
Nel Capitolo 4 abbiamo osservato che la crosta di Marte slittò tutta d’un pezzo
attorno agli strati più interni del pianeta. Di questo evento non mancano le prove,
mentre invece non si sa ancora come o perché abbia potuto verificarsi. In ogni caso,
come ha dimostrato l’astronomo Peter Schultz, «tipici depositi polari coperti da
mantello e stratificati sono stati scoperti a 180 gradi dall’equatore, cioè agli antipodi
l’uno rispetto all’altro, come ci si aspetterebbe se si trattasse di poli anticamente
esistenti».
Due anni prima della pubblicazione dell’articolo di Caltech su Science, in Impronte
degli dei (Graham Hancock, 1995), parlammo del recente lavoro di Rand e Rose
Flem-Ath in Canada (e del precedente lavoro del professor Charles Hapgood e di
Albert Einstein negli Stati Uniti), nel quale si ipotizza che spostamenti catastrofici
della crosta possano essersi verificati sulla Terra anche recentemente, cioè alla fine
dell’ultima glaciazione. Malgrado l’autorevolezza che un nome prestigioso come
quello di Einstein avrebbe dovuto fornirle, questa teoria fu ridicolizzata dai geologi
ortodossi quando Hapgood, per primo, la propose negli anni Cinquanta, e fu
ulteriormente contrastata dagli studiosi quando i Flem-Ath la riproposero nel 1995
nel loro libro La fine di Atlantide.
L’essenza della «confutazione» o del «ridimensionamento» da parte degli scienziati
ortodossi consiste nel fatto che non si conoscono meccanismi sufficientemente
potenti da provocare spostamenti della crosta, perciò simili eventi sono ritenuti
«impossibili da un punto di vista geofisico». Proprio per questo interessanti prove
raccolte da coloro che teorizzano lo spostamento della crosta sono state più volte
insabbiate. Benché non sia stato ancora identificato un meccanismo convincente, le
scoperte più recenti hanno sicuramente fatto vacillare le convinzioni ortodosse.
Stando alle attuali disquisizioni dei ricercatori di Caltech (questa volta sotto il
vessillo di rispettabilità che una rivista elitaria come Science può conferire), si tratta
né più né meno di uno spostamento in piena regola della crosta terrestre che non può
non aver avuto conseguenze catastrofiche.
Non dovrebbe dunque sorprendere la notizia che a quell’epoca si verificò l’estinzione
di un buon 80 per cento di tutti i generi di vita. Con una rapidità quasi miracolosa la
vita poi si rigenerò e l’estinzione fu seguita da
una profonda diversificazione e dalla prima comparsa, nella registrazione dei fossili, di tutte le
specie animali effettivamente viventi oggi. Considerando che la velocità relativa di evoluzione era
superiore a venti volte quella normale, si può dire che da allora non è mai più accaduto niente di
simile.
Fu la cosiddetta «esplosione cambriana», ossia la massima diversificazione ed
espansione della vita mai accaduta sulla Terra. Gli scienziati ritengono che, da allora,
si siano verificate almeno altre cinque grandi estinzioni e una dozzina circa di
estinzioni di minore entità. E’ sempre più evidente che tutte queste estinzioni, così
come il gigantesco spostamento della crosta che precedette l’esplosione cambriana,
possono esser state provocate da collisioni ad altissima velocità con blocchi massicci
di detriti cosmici su orbite che incrociano la Terra. Se avessero avuto sufficiente
energia d’impatto, simili collisioni, in teoria, avrebbero potuto costituire il
meccanismo che gli scienziati stanno cercando per spiegare l’assetto della crosta di
interi pianeti in movimento. Si potrebbe addirittura immaginare uno scenario in cui,
per la Terra, tutti gli impatti di maggiore entità siano sfociati in estinzioni. In ogni
caso, perché un impatto possa provocare uno spostamento della crosta, dev’essere
superata una sufficiente soglia di energia o devono verificarsi altre condizioni.

Impatti ed estinzioni
Una delle cinque grandi estinzioni avvenute sulla Terra si colloca al limite tra i
periodi permiano e triassico, all’incirca 245 milioni di anni fa. In misteriose
circostanze, il 96 per cento di tutte le specie oceaniche e il 90 per cento di tutte le
specie terrestri furono cancellate in un colpo solo. Il radioastronomo Gerrit
Verschuur, ora docente di fisica presso l’università di Memphis, commenta:
Nessun vacillamento naturale localizzato può spiegare l’improvvisa scomparsa di
tante specie nello stesso tempo. Doveva trattarsi di un fenomeno globale di
sconcertante entità […] La vita sulla Terra fu sul punto di estinguersi. Le parole non
bastano per descrivere l’enormità di una simile catastrofe.
Sono state presentate prove che collegano questa estinzione a un impatto, ma i
geologi non sono affatto concordi su questo argomento. Per contro, non ci sono dubbi
sulla grande estinzione che si verificò più tardi, 65 milioni di anni fa, al limite tra il
cretaceo e il terziario («K/T»). Le scoperte degli anni Settanta e Ottanta segnarono una
svolta importante, e oggi tutti gli scienziati sono concordi sul fatto che questo evento
fu causato da un oggetto gigantesco proveniente dallo spazio – un oggetto di almeno
10 chilometri di diametro – che si schiantò contro la punta della penisola dello
Yucatan a una velocità approssimativa di 30 chilometri al secondo. Il cratere che ne
risultò, ora profondamente sepolto da strati sedimentati accumulatisi nel corso di
milioni di anni, ha un diametro di quasi 200 chilometri. Dapprima fu identificato sulle
carte geografiche gravitazionali create dai topografi per individuare il petrolio e
successivamente la datazione con radioisotopi confermò che risaliva a 65 milioni di
anni fa.
Come abbiamo osservato nel Capitolo 4, l’«evento K/T» provocò l’estinzione dei
dinosauri. Si ritiene anche che abbia ucciso il 50 per cento di tutti gli altri generi, il 75
per cento di tutte le altre specie, e, incredibile a dirsi, il 99,99 per cento di tutti i
singoli animali che vivevano sulla Terra.

Un cataclisma globale
Gli scienziati, che generalmente ritengono che l’oggetto K/T fosse una cometa, hanno
ricostruito la successione di eventi e ciò che accadde esattamente al nostro pianeta 65
milioni di anni fa. Il geologo Walter Alvarez dichiara:
Il 95 per cento circa dell’atmosfera si trova al di sotto dei trenta chilometri di altezza, perciò, a
seconda dell’angolazione con la quale si avvicinò alla superficie, l’oggetto che provocò l’impatto
deve aver impiegato soltanto uno o due secondi per penetrare. L’aria davanti alla cometa, bloccata
in quella posizione, venne compressa violentemente, generando uno dei più colossali bang sonici
mai uditi sul pianeta. La compressione riscaldò l’aria quasi istantaneamente, tanto da farle
raggiungere una temperatura di quattro o cinque volte superiore a quella del Sole, generando un
lampo di luce bruciante mentre attraversava in un secondo l’atmosfera. Nell’istante del contatto con
la superficie terrestre, dove ora si trova la penisola dello Yucatan, si scatenarono due onde d’urto.
Una avanzò nella roccia fresca, passando attraverso uno strato di calcare spesso tre chilometri
vicino alla superficie, e procedette nella crosta granitica al di sotto […] Nel frattempo una seconda
onda d’urto ritornò istantaneamente sulla cometa che avanzava […]
Gerrit Verschuur dell’università di Memphis racconta quanto segue:
Un’ora dopo l’impatto, da ogni parte del mondo si udiva un rumore sordo, e le scosse sismiche
gettavano in aria ogni cosa. Quando ha una magnitudo pari a 12 o 13 gradi sulla scala Richter, il
terremoto distrugge anche le rocce più solide mentre il suolo subisce una deformazione. Tutto
attorno al pianeta si avvertono le scosse sismiche. Mentre si sposta, la sua energia incomincia a
focalizzarsi e la sua potenza si concentra agli antipodi, mentre la superficie del pianeta si piega e si
solleva di 20 metri […] A ottocento chilometri dall’impatto uno tsunami alto più di un chilometro si
rovescia sul continente nord-americano e crea nel terreno ondulazioni che non verranno più
cancellate e rimarranno impresse negli strati geologici per i successivi 65 milioni di anni […] Un
centinaio di metri di sedimenti trascinati dal fondo del mare ricoprono le isole e le regioni costiere
della terraferma, e massi grandi come automobili atterrano a 500 chilometri dall’impatto in un paese
che poi verrà chiamato Belize.
Malgrado le ondate di dimensioni eccezionali, c’è la prova che una tempesta di fuoco
globale abbia infuriato, dopo l’impatto K/T, per parecchi giorni, finché a un certo
punto si estinse. Gli scienziati scoprirono che «una sorta di fuliggine e uno strato di
carbone di legna ricoprivano ogni cosa […] il che sta a indicare che oltre il 90 per
cento della biomassa fu ridotto in cenere, a quell’epoca, da incendi che interessarono
tutto il globo».
Ben presto il mondo cadde in una specie di «inverno nucleare», mentre la polvere e il
fumo sollevati nell’atmosfera dall’impatto e dalle fiamme oscurarono la luce del Sole
per molti mesi. Secondo Alvarez «la terra divenne così scura che non si riusciva a
vedere la propria mano davanti al proprio viso». Seguì un lungo periodo di gelida
oscurità, durante il quale molte delle specie animali che erano sopravvissute agli
effetti iniziali dell’impatto perirono a causa del freddo, della fame e della prolungata
esposizione a quegli stessi fenomeni. La fotosintesi fu cancellata e su tutta la Terra la
catena del cibo si interruppe.

Pericoli invisibili
Si ritiene che l’energia esplosiva dell’oggetto K/T fosse pari a 100 milioni di megaton
di tritolo: era dunque mille volte maggiore dell’oggetto che scavò il cratere di 13
chilometri Giordano Bruno sulla Luna nel 1178 d.C. Se un impatto di quelle
dimensioni si verificasse sulla Terra oggi, potrebbe distruggere un’intera civiltà, e
forse l’intero genere umano. In realtà, come abbiamo visto nella Parte I, impatti
considerevoli come quello che colpì Marte a un certo punto della sua storia, sono in
grado, in determinate circostanze, di rendere sterile un intero pianeta.
La nostra è una specie piena di risorse, che è sopravvissuta per la sua capacità di
adattarsi alle minacce incombenti e di prevedere i pericoli. Non è forse evidente,
considerato il terribile destino toccato a Marte, e date le prove di impatti avvenuti in
passato sulla Terra e sulla Luna, che dovremmo prestare attenzione alla possibilità
che pericoli non visti si celino nei recessi più oscuri dello spazio tra i pianeti del
sistema solare?

19

SEGNI NEL CIELO


Nel 1990 David Morrison, un astronomo dell’Ames Research Center della NASA,
osservò amaramente che «c’è più gente che lavora in un solo fast-food di quanta
esamini il cielo per professione alla ricerca di asteroidi». Oggi qualcosa è cambiato. I
fondi pubblici per questo genere di lavoro, in effetti, sono ancora così esigui da esser
quasi risibili: la somma totale di tutti i contributi da parte di tutti i governi del mondo
raramente ha superato un milione di dollari all’anno dal 1990 sino alla fine del 1997.
Ciò nonostante i programmi «Spacewatch» che esaminano il cielo per individuare
asteroidi sono stati installati in numerose nazioni, e fanno assegnamento soprattutto
su astronomi che hanno un interesse personale per questi argomenti e sono disposti a
svolgere ricerche come volontari.
In Arizona, presso il Kitt Peak Steward Observatory, che riceve parte dei limitati
fondi della NASA per Spacewatch, un gruppo di astronomi è impegnato in una ricerca
sistematica a lungo termine di asteroidi vicini alla Terra: utilizzano un telescopio da
90 centimetri e una telecamera CCD. Si dice che il programma abbia scoperto «in
media, due o tre oggetti vicini alla Terra ogni mese, il più piccolo lungo solo 6
metri».
Le indagini collegate agli Spacewatch includono il Programma di rilevamento di
asteroidi vicini alla Terra dell’osservatorio dell’aeronautica statunitense nelle Hawaii;
il Programma di ricerca di asteroidi che incrociano i pianeti dell’osservatorio della
Costa
Azzurra nella Francia del Sud; e il Programma anglo-australiano di ricerca di
asteroidi vicini alla Terra (i cui lavori furono interrotti nel 1996 per mancanza di
fondi).
Ci saranno maggiori risorse, in futuro, per questi programmi? E’ un ambito in cui chi
prende le decisioni politiche tende a fare grandi promesse alle quali non sempre
seguono i fatti. Ciò nonostante ci sembra il segno di un importante cambiamento di
atteggiamento il fatto che la Camera dei rappresentanti del governo degli Stati Uniti
abbia inserito la seguente clausola nell’Atto di autorizzazione della NASA del 20
luglio 1994:
Entro i limiti del possibile, la National Aeronautics and Space Administration, in collaborazione
con il Dipartimento della difesa e le agenzie spaziali di altre nazioni, identificherà e catalogherà,
entro dieci anni, le caratteristiche orbitali di tutte le comete e gli asteroidi con un diametro superiore
a un chilometro che si trovano, intorno al Sole, su un’orbita che attraversa quella della Terra.
Perché con il diametro superiore a un chilometro? È convinzione comune che la
civiltà umana possa sopravvivere a una collisione con un oggetto di mezzo
chilometro, ma non all’urto di un oggetto più largo di un chilometro. E se uno sciame
di oggetti grandi mezzo chilometro oppure, in questo caso, un quarto di chilometro o
addirittura se uno sciame di bolidi delle dimensioni di quello tunguskiano
penetrassero ripetutamente nell’atmosfera della Terra, in centinaia di ubicazioni
diverse, per un periodo di una o due settimane? Il genere umano sopravviverebbe? E
qualcosa del genere potrebbe realmente accadere?

Crateri
Negli ultimi due secoli gli astronomi hanno imparato molto sul sistema solare e sullo
spazio vicino alla Terra… e ciò che hanno scoperto non è certo rassicurante. Al
contrario, poiché il nostro pianeta orbita attorno al Sole a una velocità costante pari a
quasi 110.000 chilometri all’ora, adesso sappiamo che passa ripetutamente attraverso
«increspate» correnti di detriti cosmici. La maggior parte di questo pietrisco assume
la forma di piccole meteore che bruciano senza conseguenze nella nostra atmosfera
sotto forma di stelle cadenti. Ma nel cielo esplodono anche oggetti più grandi e altri
ancor più massicci si schiantano al suolo. Come abbiamo visto, nella sua lunga storia
la Terra è entrata molte volte in collisione con simili oggetti provenienti dallo spazio.
Inoltre, è chiaro che eventi come quelli di Tunguska e K/T, riportati nell’ultimo
capitolo, non sono affatto episodi isolati. Secondo l’astronomo Fred Hoyle, negli
ultimi miliardi di anni la Terra potrebbe benissimo aver subito più di 130.000 impatti
di dimensioni persino maggiori.
Un aspetto preoccupante è che molti impatti sembrano aver coinvolto gruppi di
oggetti e non singoli proiettili. Abbiamo parlato dell’eventualità di «sciami di oggetti
tunguskiani» (una prospettiva da incubo, come vedremo), ma è ormai evidente, dalle
registrazioni geologiche, che anche l’oggetto di 10 chilometri che provocò l’evento
K/T faceva parte a sua volta di uno sciame. E’ stata identificata almeno un’altra
dozzina di crateri con caratteristiche che non li distinguono dall’evento K/T. Tra gli
altri c’è anche la «struttura Manson», nello Iowa, lunga 35 chilometri e
completamente sepolta.
Poiché la superficie della Terra è dinamica e soggetta a costanti forze erosive e di
sedimentazione, anche i crateri più larghi possono scomparire e di fatto scompaiono
nel giro di milioni di anni. Inoltre, poiché l’acqua ricopre tre quarti della superficie di
questo pianeta, è logico che il maggior numero di impatti avvenga con gli oceani,
lasciando tracce più numerose e durature di quanto non facciano gli impatti con il
suolo. Un altro elemento importante è che soltanto alla fine degli anni Venti i crateri
da impatto sono stati riconosciuti per quello che sono (in precedenza, invece, erano
stati attribuiti erroneamente a fenomeni di vulcanismo). Si tratta dunque di un ambito
di studi relativamente nuovo. Tuttavia, fino a oggi, sono stati identificati con certezza
più di 140 crateri maggiori, disseminati su tutta la Terra, e ogni anno se ne trovano
più o meno altri cinque. Alcuni hanno quasi 200 milioni di anni, ma molti altri sono
incredibilmente recenti.
Tra le varie scoperte interessanti c’è una catena di crateri nell’America del Sud
costituita da uno sciame di piccoli meteoriti di ferro. Sembra che i meteoriti siano
entrati nell’atmosfera in maniera piuttosto superficiale, sopravvivendo soltanto
perché fatti di ferro (a differenza di quelli di pietra) e inoltre perché l’impatto con la
Terra è avvenuto lungo uno stretto sentiero di 18 chilometri nella regione di Campo
del Cielo, in Argentina:
Singoli meteoriti di svariate dimensioni furono correttamente classificati in base alla successione
dei massi lungo il sentiero, evidentemente dovuta a forze aerodinamiche (di trascinamento). Lo
smembramento del corpo principale avvenne a un’altezza di parecchi chilometri. L’analisi al
radiocarbonio del carbone di legna estratto da uno dei crateri induce a credere che l’evento si sia
verificato all’epoca in cui il Sudamerica fu abitato da esseri umani, verso il 2900 a.C.
Una seconda catena di crateri che, a quanto si ritiene, «non risale a più di qualche
migliaio di anni fa», si trova nel cuore della pampa argentina e fu individuata per la
prima volta da un pilota dell’aviazione militare che la sorvolò nel 1989. Si estende,
da un’estremità all’altra, per 30 chilometri. I suoi crateri non sono rotondi, come
accade quando si verifica un impatto verticale, ma allungati: i tre più grandi sono
lunghi 4 chilometri e larghi 1 chilometro ciascuno. Numerosi crateri più piccoli
«furono evidentemente scavati da frammenti scagliati a basso raggio».
Oltre il dieci per cento dei crateri della Terra più larghi di mezzo chilometro hanno
almeno un altro cratere accanto e tra le più grandi strutture da impatto che si trovano
sulla Terra ve ne sono tre palesemente affiancate da altre più piccole: i crateri
Steinheim e Reis in Germania (rispettivamente di 46 e 24 chilometri di diametro), che
risalgono entrambi a 15 milioni di anni fa; i crateri Kamensk e Gusev in Russia,
entrambi databili a 65 milioni di anni fa; e i laghi gemelli Clearwater in Canada, nel
Quebec settentrionale, a est della Baia di Hudson, risalenti a 290 milioni di anni fa.
Il lago Manicougan, in Canada, è un cratere da impatto con il diametro di 60
chilometri. La struttura di Sudbury, nell’Ontario, racchiude uno dei più grandi
depositi al mondo di nickel e di altri metalli preziosi, ed è ora riconosciuta come «un
cratere da impatto tettonicamente distorto che inizialmente misurava 140 chilometri
circa di diametro». Anche il Vredfort Dome in Sudafrica è una struttura da impatto
con il diametro di 100 chilometri.
L’astronomo Duncan Steel, capo dello Spacewatch-Australia e fondatore del
programma anglo-australiano di ricerca di asteroidi vicini alla Terra, dichiara:
dobbiamo ancora scoprire più dell’uno per cento delle strutture da impatto esistenti sulla Terra […]
Sicuramente centinaia di crateri sono ancora nascosti sotto la volta della foresta del bacino
amazzonico, la tundra delle regioni artiche […] le sabbie mobili dell’Africa del Nord e dell’Arabia
[…] [e] il 70 per cento della Terra ricoperto d’acqua […] Finora è stato trovato un solo cratere
sottomarino, largo 60 chilometri e risalente a 50 milioni di anni fa, la struttura Montagnais nelle
acque costiere della Nuova Scozia.
Ma l’elenco dei crateri da impatto presenti sulla Terra continua ad allungarsi.
Osservando i terribili sfregi di Marte e il volto butterato della Luna, dovremmo
rammentare che il sistema solare è ed è sempre stato un luogo pericoloso…
pericoloso per tutti i pianeti e per la vita in tutte le epoche passate e, ovviamente,
pericoloso ancor oggi.

Asclepio ed Ermes
Nel 1989 un asteroide con un diametro pari a mezzo chilometro incrociò l’orbita della
Terra. «La Terra si trovava in quel punto dello spazio soltanto sei ore prima», riferì
un documento della Camera dei rappresentanti al congresso degli Stati Uniti. «Se
avesse colpito la Terra, avrebbe causato un disastro senza precedenti nella storia
umana. L’energia sprigionata sarebbe stata pari a più di 1000 bombe da un megaton.»
Questo oggetto, le cui dimensioni e la cui energia cinetica potenziali equivalevano a
quelle di «una portaerei gigantesca che viaggiasse a una velocità di 75.600 chilometri
all’ora», fu identificato da un astronomo soltanto tre settimane dopo il suo rumoroso
passaggio. Catalogato ora come Asclepio 4581, si avvicinò alla Terra fino alla
distanza minima di 650.000 chilometri.
Segnò così un nuovo record per quanto riguarda la vicinanza dei passaggi, anche se,
come vedremo, non era destinato a mantenere a lungo il primato. In precedenza, il
passaggio più ravvicinato si era verificato nel 1937 con Ermes, un asteroide di entità
leggermente superiore (il suo diametro doveva essere di uno o due chilometri). La
notte prima di Halloween si avvicinò alla Terra a una velocità inquietante,
«spostandosi di 5 gradi all’ora e attraversando completamente il cielo in nove giorni»,
L’effetto, secondo un astronomo di quell’epoca, era «molto simile a quello che si può
avvertire stando in piedi vicino alle rotaie della ferrovia quando un treno espresso
passa rombando».
Dopo aver compiuto questo flyby mozzafiato, Ermes svanì nell’oscurità dello spazio
e, purtroppo, non lo si rivide mai più. Poiché i passaggi ravvicinati avvenuti in
passato rendono più probabili altri passaggi in futuro, Ermes è un oggetto da studiare.
Abbiamo la certezza che sia ancora nascosto nel sistema solare e ci sono buone
possibilità che abbia attraversato la traccia dell’orbita del nostro pianeta più di una
volta dal 1937, ma semplicemente non è stato avvistato. Con il telescopio non è
semplice individuare asteroidi di queste dimensioni e, come vedremo, gli astronomi
sono convinti che ne circolino a migliaia nelle immediate vicinanze del nostro
pianeta.

Asteroidi in arrivo
Domenica 19 maggio 1996 e alcuni giorni dopo, il 25 maggio, due asteroidi
potenzialmente apocalittici si avvicinarono alla Terra. Il primo, catalogato come 1996
JA, giunse a una distanza di 500.000 chilometri circa muovendosi a una velocità, a
quanto sembra, di 60.000 chilometri all’ora. Gli astronomi furono in grado di darci la
notizia del suo arrivo sulla nostra veranda affacciata sul cosmo con un anticipo di soli
quattro giorni. Il secondo, l’asteroide JG, aveva il diametro pari a più di un
chilometro e passò a una distanza di due milioni e mezzo circa di chilometri. Secondo
calcoli scientifici, una collisione tra la Terra e un simile oggetto «avrebbe provocato
un disastro planetario; almeno un miliardo di persone sarebbero rimaste uccise, e la
civiltà moderna sarebbe stata distrutta».
Nel dicembre del 1997, un asteroide del diametro di quasi 2 chilometri, che
incrociava l’orbita della Terra, fu individuato da astronomi statunitensi. Classificato
come asteroide 1997XF11, il suo corso fu studiato attentamente nei tre mesi seguenti.
Poi, nel marzo del 1998, Brian Marsden, astronomo della Harvard University, rese
noti i risultati di quei calcoli: avvertì infatti che c’era una possibilità di collisione con
la Terra nell’anno 2028. Il 12 e il 13 marzo 1998 le prime pagine dei giornali diedero
ampio spazio a questa notizia, e astronomi di tutto il mondo tentarono di perfezionare
i calcoli di Marsden. Alcuni conclusero che l’asteroide sarebbe passato più vicino alla
Terra di quanto non sia la Luna, forse a soli 40.000 chilometri di distanza. Altri
ribatterono che la distanza avrebbe potuto essere superiore a un milione di chilometri.
La conclusione di Marsden fu che «l’impatto non era probabile ma neppure
impossibile». Jack Hills, specialista in asteroidi del Los Alamos National Laboratory
degli Stati Uniti, commentò: «Mi spaventa. Veramente. Se un oggetto così grande
colpisce la Terra, può fare molte, moltissime vittime».
Nel 1968 l’asteroide Icarus, del diametro di due chilometri, mancò la Terra per sei
milioni di chilometri: «Una distanza così piccola da risultare inquietante nella scala
del sistema solare», commentò a quell’epoca il Massachusetts Institute of
Technology.
Nel 1991 l’asteroide BA passò a soli 170.000 chilometri dalla Terra, meno della metà
della distanza dalla Luna. Ha un diametro di nove metri (era dunque, più o meno,
delle dimensioni di un autobus a due piani), sufficiente «a distruggere una piccola
città».
Il 16 marzo 1994 Duncan Steel rilasciò la seguente dichiarazione davanti ai media
australiani:
Circa sei ore fa la Terra ha battuto un nuovo record riguardo alla mancata collisione con un
asteroide. Il passaggio è avvenuto a una distanza di 180.000 chilometri circa, meno di metà della
distanza che ci separa dalla Luna. L’oggetto misura soltanto 10 o 20 metri. Il suo nome, per il
momento, è 1994ES1. E’ stato scoperto dal gruppo Spacewatch (Università dell’Arizona) presso il
Kitt Peak National Observatory, vicino a Tucson, in Arizona. Se avesse colpito la Terra, lo avrebbe
fatto a una velocità di 19 chilometri al secondo (70.000 chilometri all’ora). Se non fosse stato fatto
di materiale solido come nichel o ferro (come molti meteoriti), sarebbe esploso nell’atmosfera a
un’altezza di 5 o 10 chilometri. La somma totale di energia liberata sarebbe stata equivalente a
un’esplosione nucleare di energia pari a 200 chiloton circa (più o meno venti volte la bomba di
Hiroshima).
In effetti, esplosioni distruttive causate da asteroidi vengono registrate regolarmente
dagli scanner a infrarossi dei satelliti militari statunitensi. I dati più recenti, dal 1975
al 1992, segnalano 136 esplosioni atmosferiche di potenza pari a uno o più chiloton.
Un’esplosione particolarmente spettacolare, con una potenza di 5 chiloton, fu
osservata sopra l’Indonesia nel 1978.Ancor più spettacolare fu quella da 500 chiloton
verificatasi il 3 agosto 1963 tra il Sudafrica e l’Antartide. Il 9 aprile 1984 il capitano
di un aereo da carico giapponese riferì di una luminosa esplosione avvenuta
approssimativamente 650 chilometri a est di Tokyo. «L’esplosione formò una nuvola
a fungo che si alzò da 4267 a 18.288 metri in soli due minuti.»

Stelle cadenti e comete


Il 19 febbraio 1913 un piccolo asteroide entrò nell’atmosfera della Terra e comparve
come un oggetto infuocato sopra Saskat-chewan, in Canada, spostandosi verso est a
una velocità di 10 chilometri circa al secondo. Lo si vide a un’altezza di 50 chilometri
sopra Winnipeg e Toronto e sopra parecchie città degli Stati Uniti nord-orientali.
Sorvolò New York e l’Atlantico. Due minuti dopo fu avvistato nuovamente sopra le
Bermuda. Poi se ne perse ogni traccia. Probabilmente cadde nell’oceano.
Nel 1972 un altro bolide fu individuato negli Stati Uniti,
questa volta mentre si sollevava velocemente per uscire dall’atmosfera della Terra a
cui era rimasto temporaneamente incatenato. Gli astronomi L.G. Jacchia e John
Lewis calcolano che:
Si avvicinò a una velocità relativa di 10,1 chilometri al secondo e il suo moto venne accelerato a 15
chilometri al secondo dalla gravità della Terra mentre precipitava verso la sommità dell’atmosfera.
Il suo punto di contatto più vicino alla Terra fu a un’altezza di 58 chilometri circa sopra il Montana
meridionale […] Il corpo aveva un diametro compreso tra i 15 e gli 80 metri e una massa pari a
migliaia di tonnellate metriche. Passò a 6430 chilometri dal centro della Terra. Se soltanto fosse
passato a 6410 chilometri dal centro della Terra sarebbe esploso o avrebbe avuto un impatto in
qualche punto della popolata striscia di terra che si estende da Provo (Utah) e attraversa Salt Lake
City, Ogden, Pocatello e Idaho Falls. Il suo potenziale esplosivo sarebbe stato probabilmente [pari
a] 20 chiloton di tritolo.
L’1 febbraio 1994 un bolide entrò nell’atmosfera della Terra sopra le isole della
Micronesia nel Pacifico, attraversò l’equatore spostandosi in direzione sud-est e
infine esplose a nord-ovest di Fiji, 120 chilometri al di sopra dell’isola di Tokelau. Si
calcola che abbia viaggiato a 72.000 chilometri all’ora. L’esplosione fu così luminosa
da essere accecante ed è possibile che abbia avuto una potenza di 11 chiloton di
tritolo.
Si sono avvicinati alla Terra anche oggetti più grandi e molto più veloci. Il 27 ottobre
1890, a Città del Capo, in Sudafrica, alcuni testimoni riferirono di aver visto una
cometa immensa, con una coda larga come la Luna piena, che si estendeva attraverso
una metà del cielo. Durante i 47 minuti in cui fu visibile (dalle 19,45 alle 20,32)
attraversò circa 100 gradi d’arco. «Se, com’è presumibile, si trattava di una tipica
cometa piccola», osserva John Lewis, «che si spostava a una velocità di 40 chilometri
circa al secondo rispetto alla Terra, il suo rapporto angolare di due gradi al minuto
implica che la cometa debba esser passata entro 80.000 chilometri dalla Terra, a circa
un quinto di distanza rispetto a quella della Luna.»
Un’altra cometa che si spostava velocemente attraverso il cielo (7 gradi al minuto) fu
individuata nel marzo del 1992 da astronomi dell’European Southern Observatory. Il
suo nucleo sembrava pari a 350 metri di diametro:
Sempre considerando che il flyby più probabile fosse di 40 chilometri al secondo, com’è tipico delle
comete a lungo periodo, questa cometa dev’essersi spostata a una distanza di 20.000 chilometri
circa. Ricordando che il diametro della Terra è di circa 13.000 chilometri, si tratta di un
avvicinamento davvero considerevole.

Mercurio
Più apprendiamo sul vasto arsenale di proiettili che volano nello spazio, più facile
diventa capire come il nostro pianeta vicino, Marte – che forse un tempo era un luogo
confortevole per viverci, possa esser stato ridotto a un mondo infernale, devastato e
sterile. In realtà, ciò che è accaduto a Marte è effettivamente normale tra i pianeti più
interni. E’ invece la continua sopravvivenza della Terra come ecosistema funzionante
che sembra difficile da spiegare.
Mercurio, il pianeta più interno, è crivellato da crateri e, come Marte, sembra che la
sua crosta sia stata ridotta in tante strisce: «Qualcosa andò a sbattere contro Mercurio
con una violenza tale che i suoi strati più esterni si sparsero in giro e, perduti nello
spazio, caddero nel Sole». Un’altra caratteristica che Mercurio condivide con Marte,
e anche con la Terra, è il fenomeno della craterizzazione massiccia in un emisfero,
alla quale corrisponde una spaccatura reattiva esattamente agli antipodi, nell’emisfero
opposto. Come abbiamo visto, il cratere marziano Hellas, che ha un diametro di quasi
2000 chilometri, è stato collegato a una bizzarra configurazione conosciuta come il
rigonfiamento di Tharsis, che si trova quasi agli antipodi. Sulla Terra, il cratere
messicano Chixculub di 200 chilometri, l’epicentro dell’evento K/T, è stato collegato
alle croste vulcaniche degli altopiani del Deccan in India. Nel caso di Mercurio, le
foto della NASA mostrano un cratere gigantesco, con un diametro di 1300 chilometri,
chiamato Bacino Caloris. Esattamente sul lato opposto del pianeta c’è un’area
particolarmente estesa di «terreno caotico» dove non esistono crateri da impatto ma
dove il terreno sembra essere stato frantumato da giganteschi battipali e poi
ricostruito secondo una nuova, straordinaria configurazione. Questa è la spiegazione
che ne dà Duncan Steel:
Quando Caloris si formò, immense onde sismiche si focalizzarono all’interno di Mercurio,
incontrandosi agli antipodi e spezzando il terreno liscio esistente in precedenza.

Venere
Se immaginiamo di guardare il sistema solare dall’«alto», cioè da nord, vediamo che
tutti i pianeti orbitano intorno al Sole in senso antiorario. La maggior parte ruota in
senso antiorario sul proprio asse. Unica eccezione degna di nota è Venere, il secondo
pianeta quanto alla distanza dal Sole, che ruota nella direzione opposta alla sua
rivoluzione.
Gli astronomi ritengono che la «rotazione retrograda» di Venere sia «assolutamente
eccezionale». La spiegazione generalmente accettata è che, a un certo punto della sua
storia, 0 pianeta «fu colpito così forte», probabilmente da un asteroide o da una
cometa titanici, che la sua rotazione si interruppe momentaneamente: poi, Venere
«incominciò a girare nella direzione opposta». Si ritiene che il cataclisma sia
avvenuto miliardi di anni fa, durante le prime fasi della formazione del sistema
solare, ma c’è anche la prova di un impatto gigantesco molto più recente in cui
la superficie di Venere fu interamente cancellata […] I geologi dicono che questo evento ha
«ridisegnato la superficie» del pianeta con la lava prelevata dal suo interno quando grossi blocchi di
superficie si ruppero e sprofondarono.

Terra
La Terra è il terzo pianeta in ordine di distanza dal Sole, una sfera scintillante di luce
e consapevolezza che si libra nello spazio oscuro, una specie di magia, una specie di
miracolo. Alcuni la considerano un essere vivente. Platone la descrisse come un «dio
ferito»:
un singolo universo sferico dotato di movimento circolare, solitario
perché così eccelso da non aver bisogno di altra compagnia che non
sia la propria, e appagato dalle proprie conoscenze e amicizie.
Data la nostra conoscenza assai rudimentale del nostro ambiente cosmico, è anche
l’unico luogo in cui possiamo essere assolutamente certi che la vita esiste. E’
probabile che ci sia vita, forse molto più intelligente della nostra, su altri pianeti che
orbitano attorno ad altri soli. Ma non possiamo esserne assolutamente certi. Per
quanto ne sappiamo, cataclismi cosmici come quelli che si abbatterono su Mercurio,
rovesciarono la rotazione di Venere e scorticarono il pianeta Marte, possono essere
comuni non solo entro il sistema solare ma nell’intero universo.
Riflettiamo dunque sulla nostra responsabilità, se davvero siamo l’unica vita
esistente. Riflettiamo sulla nostra responsabilità se la scintilla della nostra
consapevolezza è l’unica sopravvissuta nell’intero universo. Riflettiamo sulla nostra
responsabilità se una minaccia evitabile incombe approfittando del fatto che noi non
facciamo alcunché per evitarla.

Giove
È ormai chiaro che la Terra, attualmente, è l’unico pianeta del sistema solare abitato
da esseri intelligenti. E’ possibile che non fosse così 10.000 o 20.000 o 50.000 anni fa
– chi può saperlo? ma oggi tutti i nostri vicini sono morti e mostrano i segni dei
massicci bombardamenti di detriti cosmici subiti.
Mercurio è morto. Venere è morta. La Luna è morta. Anche Marte è defunto. E
benché la Terra sia ancora viva, e noi con lei, non c’è alcuna prova che i
bombardamenti siano cessati soltanto perché noi siamo qui. Al contrario, dobbiamo
risalire soltanto al 1994 per trovare un evento che dimostri spettacolarmente
all’umanità come oggetti di dimensioni tali da distruggere il mondo possano tuttora
entrare in collisione con i pianeti. Nel 1994, infatti, uno sciame di massicci frammenti
provenienti dalla disintegrazione della cometa Shoemaker-Levy 9 colpì Giove, un
evento considerato da molti astronomi come un tempestivo avvertimento, per la
Terra, che anch’essa potrebbe subire un simile destino… in teoria in qualsiasi
momento. David Levy, lo scopritore, benché non da solo, della cometa, osservò:
Era come se la Natura avesse telefonato per dire: «Sto per far cadere 21 comete su Giove a una
velocità di 215 chilometri all’ora […] Voglio soltanto che stiate a guardare».
Gli impatti furono effettivamente osservati con grande interesse e attenzione. Durante
il mese di luglio del 1994, quando avvenne la collisione, dozzine di osservatori e
l’Hubble Space Telescope, così come la sonda della NASA Galileo, focalizzarono
l’attenzione e le telecamere quasi esclusivamente su Giove, che divenne un
argomento da prima pagina, e terrificanti fotografie degli impatti maggiori passarono
davanti agli occhi di miliardi di persone in tutto il mondo.
Mercurio… Venere… Il sistema Terra/Luna… Marte… In termini di distanza dal
Sole, Giove è il quinto pianeta; la sua orbita si trova 500 milioni di chilometri oltre
quella di Marte. Con un diametro di quasi 144.000 chilometri è il gigante del sistema
solare: un decimo delle dimensioni del Sole stesso, dieci volte più grande della Terra
e venti volte più largo di Marte. Si ritiene che la sua superficie non sia solida ma
fluida e gassosa, «composta principalmente da idrogeno ed elio in proporzioni molto
simili a quelle del Sole». Ciò nonostante, la sua massa è 318 volte più grande di
quella della Terra e, in realtà, più grande delle masse di tutti gli altri pianeti del
sistema solare messi assieme.
La capacità di un simile gigante di addossarsi o distruggere oggetti provenienti dallo
spazio che lo attornia, e di assorbire l’impatto di quelli che penetrano nella sua
atmosfera, sembra virtualmente illimitata. Eppure anche Giove rimase orribilmente
sfigurato e ustionato dal suo incontro ad altissima velocità con i 21 frammenti della
cometa Shoemaker-Levy 9…

Tracciante cosmico
Caroline Shoemaker, l’ormai scomparso Eugene Shoemaker e David Levy scoprirono
la cometa il 24 marzo 1993. Inizialmente comparve come una macchia che si
muoveva velocemente su lastre fotografiche granulose. Poi grandi osservatori
rivolsero i propri telescopi verso l’oggetto e Jim Scotty del Lunar and Planetary
Laboratory dell’Università dell’Arizona, usando il telescopio Spacewatch da 90
centimetri, fu il primo a confermare che l’S-L9 non era in realtà un solo oggetto, ma
«una serie di 21 frammenti». Le prime fotografie mostrarono immagini bellissime ma
terrificanti: sembravano proiettili traccianti che formassero un arco nel cielo notturno.
Gli astronomi incominciarono a calcolare quanto potessero esser larghi i singoli
frammenti, da dove provenissero e dove fossero diretti.
Ben presto risultò evidente che i 21 nuclei della serie S-L9 erano stati tutti,
originariamente, parti di una singola cometa molto più massiccia, probabilmente con
un diametro compreso tra i 10 e i 20 chilometri. Il diametro del frammento più largo
era di km 4,2 mentre gli altri erano di km 3 e 2. Tracciando il loro percorso e
calcolando la loro orbita all’indietro, gli astronomi scoprirono che «quei nuclei erano
passati molto vicino a Giove nel 1992», Ulteriori indagini mostrarono ciò che doveva
essere accaduto: la cometa originaria si era avvicinata troppo a Giove, ed era caduta
a un’altezza di soli 20.000 chilometri al di sopra della sua superficie il 7 luglio 1992,
infrangendo il limite di Roche del pianeta. Così David Levy ne descrive le
conseguenze:
Come una mano gigantesca che raggiunga e cacci via la cometa, la forza di gravità di
Giove si fece sentire maggiormente sulla parte più vicina che non su quella più
lontana. La testa della cometa incominciò ad allungarsi sempre di più e, con un
brivido, finì per staccarsi
Quella volta la S-L9 riuscì a evitare di pochissimo la collisione, ma a causa di
quell’incontro fu strappata via dalla propria orbita a lunga distanza attraverso il
sistema solare e costretta a percorrere un’orbita attorno a Giove, pericolosamente
vicina al pianeta. Alla metà di maggio del 1993 gli astronomi calcolarono che
quell’orbita avrebbe portato i 21 frammenti a un incontro ancora più ravvicinato nel
luglio del 1994. Ulteriori calcoli rivelarono poi che quel futuro incontro sarebbe stato
così ravvicinato da rendere la collisione inevitabile:
Benché nel 1992 la cometa fosse stata spinta da parte, i suoi pezzi sopravvissero allo sfioramento
con Giove, ma soltanto per breve tempo. All’antica cometa sarebbe rimasta un’orbita, un’ultima
possibilità di allontanarsi da Giove, guardare indietro e ritornare a schiantarsi sul pianeta […]

Le comete colpiscono realmente i pianeti


Viaggiando a una velocità di 60 chilometri al secondo, il frammento A, uno dei più
piccoli, colpì Giove il 16 luglio 1994, creando un gigantesco pennacchio di fuoco.
Qualche ora dopo, il frammento B, considerato un «miscuglio di polvere e sassi»,
formò una vaga coda che durò soltanto 17 minuti. Due impatti separati da un
intervallo di un’ora furono associati al frammento C, immediatamente seguito da
69
un’«effimera stella cadente» unita al frammento D. Il primo grande frammento fu E.
Colpì alle 11,17 EDT (Eastern Daylight Time), sprigionando un pennacchio di
materiale «di una lucentezza trenta volte superiore a quella di Europa» (una delle lune
di Giove). Poiché l’iniziale turbolenza atmosferica non accennava a cessare, risultò
evidente che il frammento aveva aperto tre profonde ferite nella turbinosa superficie
di Giove (inclusa una macchia luminosa con il diametro di più di 15.000 chilometri).
Il frammento F fu la causa di una ferita da impatto addirittura più profonda, con un
diametro di più di 26.000 chilometri. Poi, racconta David Levy, «i cancelli
dell’inferno si aprirono mentre la massa centrale del frammento G esplodeva,
lasciando dietro di sé una maestosa meteora che si levò 3000 chilometri al di sopra
delle nuvole». La meteora si alzava di 17 chilometri al secondo ed era alimentata da
gas surriscaldati (la loro temperatura era pari al doppio di quella della superficie del
Sole).
L’anello d’impatto creato sulla superficie di Giove dal frammento G era una
configurazione ugualmente turbolenta. Si aprì all’esterno alla velocità di 4 chilometri
al secondo raggiungendo ben presto un diametro di 33.000 chilometri (soltanto 7000
chilometri meno della circonferenza equatoriale della Terra). Nel giro di un’altra ora
diventò una chiazza così grande che avrebbe potuto inghiottire la Terra, e così
luminosa da offuscare la radiosità dello stesso Giove «accecando» temporaneamente i
telescopi.
«Incominciai a pensare che significato potesse avere», ricorda Gerrit Verschuur:
Poiché si riteneva che il frammento G fosse largo km 4,2 e dato che viaggiava alla velocità di 60
chilometri al secondo, la sua energia d’impatto doveva esser stata di circa 100 milioni di megaton di
tritolo, più o meno come l’oggetto responsabile dell’evento K/T che aveva causato l’estinzione dei
dinosauri. Ed ecco che ora, nel 1994, accadeva su Giove! Ma quante probabilità c’erano che
accadesse anche qui? L’impatto produsse il corrispettivo di 5 milioni di esplosioni della stessa entità
di quella di Hiroshima che avvenissero contemporaneamente. Incredibile! Poco tempo prima, nel
1991, al Primo simposio internazionale sugli asteroidi vicini alla Terra tenutosi a San Juan
Capistrano, in California, avevo appreso che, secondo le previsioni, in tutta la nostra vita non
avremmo mai visto oggetti di quelle dimensioni andare a urtare contro i pianeti […]
Negli Stati Uniti, a Gene Shoemaker fu chiesto quale fosse, secondo lui, la lezione
più importante appresa dalla S-L9. «Le comete colpiscono realmente i pianeti», fu la
sua risposta.
In un’intervista con la BBC a Londra, a Caroline Shoemaker fu chiesto di descrivere
che cosa sarebbe avvenuto se un giorno un frammento come G avesse colpito la Terra.
Rispose laconicamente: «Moriremmo».

20
APOCALYPSE NOW
Da quando i 21 frammenti della cometa S-L9 furono sepolti nel massiccio corpo di
Giove, molti di coloro che in precedenza avevano prestato poca attenzione al cielo
incominciarono a guardare la volta celeste con una vaga sensazione di ansia. Bastava
un po’ di buon senso per capire che ciò che era accaduto a Giove poteva capitare
anche alla Terra… e probabilmente un giorno sarebbe realmente accaduto. Fu
rispolverata l’antica idea di usare missili nucleari per deviare comete o asteroidi
potenzialmente pericolosi e si parlò di utilizzare la tecnologia da «guerre stellari» per
difendere la Terra. Non fu certo casuale che, soltanto due giorni dopo l’impatto fatale
del frammento G, la Camera dei rappresentanti al congresso degli Stati Uniti
aggiungesse una clausola all’Atto di autorizzazione della NASA (citato nel capitolo
precedente), esortando l’Agenzia a «identificare e catalogare le caratteristiche orbitali
di tutte le comete e di tutti gli asteroidi con il diametro superiore a un chilometro che
si trovino su un’orbita, attorno al Sole, che incroci quella della Terra […]»

Energia a tutta velocità


Le possibili conseguenze per la Terra e per la civiltà umana di collisioni con asteroidi
e comete di vari generi e dimensioni sono state accuratamente studiate. Per poter
cogliere il significato di questi studi è importante ricordare che, nel caso di impatti
con oggetti di diametro pari ad alcune decine di metri, le eventuali collisioni avranno
inevitabilmente effetti catastrofici: basti pensare alla devastazione causata
dall’oggetto di Tunguska nel 1908.
Il motivo è che questi proiettili trasportano immense riserve di energia cinetica
(l’energia di movimento di un corpo o di un sistema è uguale al prodotto di metà
della sua massa per il quadrato della sua velocità) che poi lasciano uscire in maniera
esplosiva, generando terribili onde d’urto mentre attraversano l’atmosfera con lo
stesso effetto che produrrebbe uno spazzaneve. Quindi avviene lo scontro con la
superficie del pianeta che deposita sufficiente energia residua come calore da riuscire
a sciogliere o far evaporare sia ciò che ha causato l’impatto sia «un sovrappiù di
materiale colpito la cui massa varia da 1 a 10 volte la massa dell’oggetto che provoca
l’impatto, mentre la velocità di quest’ultimo aumenta da 15 a 50 chilometri al
secondo».
Entrando a una velocità di 20 o 30 chilometri al secondo (benché siano state
registrate anche velocità pari a 72 chilometri al secondo) nel bel mezzo di questo
campo d’azione che a sua volta si muove a tutta velocità
un asteroide finirà per sostare a una distanza pari al suo stesso diametro, trovandosi letteralmente
ribaltato da questo processo. Immediatamente vengono generate pressioni di parecchi milioni di
atmosfere e temperature estreme di decine di migliaia di gradi.

Grandi impatti con il suolo


Le proiezioni hanno considerato le implicazioni di impatti sia con il terreno che con
gli oceani. A proposito dei primi effetti di un oggetto di 10 chilometri che colpisca il
suolo a una velocità di 30 chilometri al secondo, il professor Trevor Palmer della
Nottingham Trent University in Inghilterra ci fornisce la seguente descrizione:
il bolide e la roccia evaporerebbero istantaneamente, e nel giro di pochi secondi si formerebbe un
cratere del diametro di km 180. Se, per esempio, il bolide colpisse Milton Keynes, il cratere si
estenderebbe dalla zona settentrionale di Nottingham a quella meridionale di Londra, includendo
anche Birmingham, Oxford e Cambridge. Questo immenso cratere si riempirebbe di roccia fusa, e
una luminosa meteora si leverebbe attraverso l’atmosfera, provocando un vento violento e bruciante
[…]
Il dottor Emilio Spedicato della facoltà di matematica e statistica dell’università di
Bergamo riferisce che gli sconvolgimenti provocati nell’atmosfera dalla collisione
con un oggetto di 10 chilometri
sarebbero giganteschi e si estenderebbero su aree emisferiche. Per esempio, se il dieci per cento
dell’energia iniziale finisse nell’onda provocata dall’esplosione, si calcola che a 2000 chilometri dal
punto d’impatto la velocità del vento sarebbe pari a 2400 chilometri all’ora con una durata di 0,4
ore e la temperatura dell’aria salirebbe a 480 gradi […] A 10.000 chilometri questi numeri
sarebbero, rispettivamente, pari a 100 chilometri all’ora, 14 ore e 30 gradi.
Victor Clube del dipartimento di astrofisica e matematica applicata di Oxford e Bill
Napier del Royal Armagh Observatory hanno calcolato che se un simile impatto si
verificasse in India, «abbatterebbe foreste appiccando incendi».
I detriti espulsi dal cratere varierebbero da cumuli grandi come montagne, veri e propri missili a
loro volta, a ceneri caldissime che si spargerebbero ovunque nel mondo e andrebbero ad
aggiungersi alla cenere sottostante. I terremoti si avvertirebbero dappertutto e sarebbero in cima alla
scala delle intensità in qualsiasi luogo, con onde verticali alte molti metri e altre orizzontali (per
esempio onde di oscillazione) di analoga ampiezza. Queste onde percorrerebbero il mondo intero
per alcune ore.

Un effetto immediato dell’impatto sarebbe la simultanea esplosione di «centinaia di


incendi su un’area delle stesse dimensioni della Francia». Tutto questo confluirebbe
in breve tempo in una sola, immensa conflagrazione, e ne scaturirebbero almeno 50
milioni di tonnellate di fumo, sospinto verso l’alto fino a mille metri. Nel giro di
qualche giorno, portati dai venti di tempesta residui, i lampi senza tuoni
comparirebbero intorno a tutto il globo, proprio come accadde, per quanto ne
13
sappiamo, 65 milioni di anni fa con il K/T. La cappa di fumo si mischierebbe a caso
con i presunti 100.000 chilometri cubi di cenere e polvere fluttuante scagliata nella
zona superiore dell’atmosfera dall’impatto originario. Con la perdita della luce solare,
le temperature al suolo crollerebbero a livelli da inverno siberiano, sui fiumi e sui
laghi si formerebbe una spessa crosta di ghiaccio, la vita animale e vegetale sarebbe
devastata e ogni genere di agricoltura cesserebbe…
Un’altra conseguenza inevitabile di qualsiasi impatto di vasta entità sarebbero i
cambiamenti chimici nell’atmosfera. Secondo Palmer: «La meteora farebbe fondere
l’azoto e l’ossigeno atmosferici formando gli ossidi di azoto, che reagirebbero con
l’acqua dando luogo all’acido nitrico. Analogamente, dal materiale vegetale bruciato
si sprigionerebbe acido solforico». Secondo i calcoli di Spedicato, simili reazioni
«rimuoverebbero completamente la strato protettivo di ozono stratosferico». Mentre
il cielo diventerebbe sempre più chiaro per la dispersione di fumo, cenere e polvere,
dunque, qualsiasi creatura sopravvissuta sulla Terra sarebbe esposta a «radiazioni
ultraviolette di intensità germicida».
In base a questi calcoli, l’asteroide o la cometa responsabile dell’impatto entrerebbe
nell’atmosfera formando un angolo particolarmente profondo. Se invece l’angolo
fosse poco profondo, subentrerebbero ulteriori complicazioni. Peter Schultz della
Brown University negli Stati Uniti e Don Gault del Murpheys Center of Planetology
hanno esaminato le implicazioni di un oggetto di 10 chilometri che, viaggiando alla
velocità di 72.000 chilometri all’ora, colpisse la superficie della Terra a
un’angolazione di meno di 10 gradi rispetto a una linea orizzontale. Si è constatato
che un simile impatto difficilmente provocherebbe un solo grande cratere. Il bolide,
invece,
si frantumerebbe in uno sciame di frammenti di dimensioni variabili tra un decimo di un chilometro
e un chilometro di diametro.
I frammenti rimbalzerebbero verso il basso [e] scaglierebbero in orbita detriti sufficienti a dare alla
Terra un anello come quello di Saturno.
Nei successivi duemila o tremila anni, larghi ammassi di questi detriti – il cui
presunto volume sarebbe di 1000 chilometri cubi o più – rientrerebbero
nell’atmosfera e si schianterebbero nuovamente sulla Terra, scatenando cataclismi
locali di grande entità. Una pioggia di simili oggetti provocherebbe un tremendo
accumulo di calore e forse accenderebbe una seconda conflagrazione globale. Duncan
Steel calcola che:
al rientro [nell’atmosfera] la velocità varierebbe da alcuni chilometri al secondo a 11 chilometri al
secondo, e mille chilometri cubi di roccia sprigionerebbero energia equivalente ai valori di energia
solari che riscaldano il pianeta per un’intera settimana. La situazione può essere immaginata in
molti modi: sarebbe, per esempio, come se un’enorme griglia fosse collocata a 50 o 100 chilometri
sopra la superficie, aumentandone la temperatura fino a oltre 1000 °C. In circostanze come queste
c’è da aspettarsi soltanto che la vita vegetale dei continenti si prosciughi rapidamente e poi prenda
fuoco.
In conclusione, a qualsiasi angolazione un proiettile di 10 chilometri colpisse la
Terra, le conseguenze per l’umanità sarebbero indicibilmente spaventose. Si ritiene
che, con ogni probabilità, 5 miliardi di persone rimarrebbero uccise, mentre forse un
miliardo sopravviverebbe, psicologicamente provato dallo shock e disorientato, in
zone isolate disseminate un po’ in tutto il mondo.
Piccolo ma letale
È ovvio che asteroidi e comete con il diametro inferiore a 10 chilometri provocano, al
momento dell’impatto, danni minori. Tuttavia, una delle lezioni più importanti
apprese dalla collisione della cometa S-L9 con Giove nel luglio del 1994 è che
persino frammenti relativamente piccoli possono rilasciare grandi quantità di energia
cinetica, sufficienti a provocare la devastazione massiccia di un intero pianeta.
Sulla Terra l’impatto con un oggetto di due chilometri sarebbe mortale. «Nella
migliore delle ipotesi», avverte Duncan Steel, «potremmo aspettarci che il 25 per
cento della razza umana scompaia […] ma è più probabile che si tratti del 50 per
cento […]»
Gerrit Verschuur è convinto che non occorrerebbe neppure «un oggetto di due
chilometri per immergerci nell’oscurità […] Attualmente sembra quasi certo che
basterebbe un oggetto del diametro di mezzo chilometro». Trevor Palmer è della
stessa opinione. Fa osservare che l’impatto con un oggetto di mezzo chilometro
libererebbe energia «equivalente a circa 10.000 megaton di tritolo, vale a dire milioni
di volte superiore all’energia della bomba atomica sganciata su Hiroshima nel 1945.
Per un asteroide di un chilometro, qualunque sia la sua composizione, l’energia
d’impatto [che aumenta in modo sproporzionato rispetto alle dimensioni] potrebbe
essere superiore a un milione di megaton», più o meno l’equivalente, in termini di
potenza esplosiva, a quella che scatenerebbero tutti gli armamenti nucleari del mondo
se esplodessero nel medesimo istante.
E sbalorditivo pensare alle conseguenze di uno sciame di corpi con una potenzialità
d’impatto pari a 10.000 megaton che colpisse la Terra. Nelle aree costruite e
industriali, l’incendio e i danni da combustione sarebbero enormemente aggravati
dalla presenza di gas e di depositi di carburante che esploderebbero come bombe
colossali. Altri elementi chimici infiammabili prenderebbero fuoco liberando
pennacchi di fumo nocivo, per le centrali elettriche nucleari sarebbe una catastrofe e i
depositi di munizioni verrebbero scagliati in alto nel cielo… Anche a grande distanza
dal luogo dell’impatto, la gente che abita nel centro delle città ne riporterebbe orribili
conseguenze, e vi sarebbero decine di migliaia di vittime a causa di schegge di vetro
volanti (più del 90 per cento delle vittime del blitz su Londra durante la Seconda
guerra mondiale furono causate da vetri volanti).
Nelle zone in cui potrebbe sopravvivere una notevole concentrazione di individui, è
facile immaginare quanti rimarrebbero feriti o malati o avvelenati o ustionati o
morirebbero di fame o soffrirebbero di ipotermia o si ritroverebbero contaminati
oppure minacciati da bande di balordi e di assassini affamati. E quand’anche si fosse
tenuto conto di tutto questo, è difficile prevedere con quanta rapidità ed efficienza i
servizi di pronto soccorso potrebbero intervenire, ammesso che il personale, i mezzi
di trasporto e le attrezzature fossero rimasti intatti. Tra l’altro, pompieri, polizia e
infermieri delle ambulanze nella maggior parte dei paesi industrializzati sono già
sopraffatti dalle richieste, e anche in «tempi normali» una concentrazione di
emergenze entro un periodo di tempo di qualche giorno porterebbe l’intero sistema
vicino al collasso totale. Una serie di esplosioni da 10.000 megaton causerebbe
emergenze su una scala mai vista né immaginata in precedenza e farebbe piombare il
mondo in un inverno nucleare.
Ma se la prognosi è a sfavore del Nord ricco, industrializzato e in possesso di mezzi
ad alta tecnologia, lo è ancor di più per il Sud sovrappopolato, impoverito e certo non
altamente tecnologizzato. Duncan Steel ritiene che molti paesi del Terzo mondo
verrebbero semplicemente spazzati via: «Non hanno né metodi di agricoltura
sufficientemente avanzati né riserve di cibo tali da render loro possibile sopravvivere
in un periodo di estrema difficoltà; ne sono una prova le carestie che si verificano in
Africa nei periodi di siccità […]»

Impotenza
In realtà, la storia delle carestie in Africa nella seconda metà del ventesimo secolo è
una prova del misero fallimento delle Nazioni Unite, incapaci di intervenire
efficacemente anche in caso di disastri naturali locali e di piccole dimensioni che
invece dovrebbero poter essere risolti rapidamente e facilmente.
Un altro esempio che fa riflettere è la lunga indecisione britannica a cui si deve il
continuo rinvio della sistemazione dei 12.000 abitanti di Montserrat, la piccola isola
dei Caraibi inondata da un’incessante ondata di lava e dalle ceneri del suo vulcano.
Se la Terra fosse colpita da una serie di proiettili da 10.000 megaton, i soccorsi
dovrebbero essere di gran lunga superiori a quelli messi a disposizione in questo
caso.
Nel 1997 una larga parte dell’Asia sud-orientale piombò sotto una densa nube di
fumo acre e soffocante, così denso, a volte, che parecchi velivoli si schiantarono,
scuole e fabbriche dovettero rimanere chiuse e gli ospedali registrarono un enorme
incremento dei disturbi respiratori. Quella «foschia», come venne chiamata, fu
provocata da incendi scoppiati in alcune migliaia di chilometri quadrati della foresta
pluviale dell’Indonesia. Per molti mesi, tuttavia, né il governo indonesiano né quelli
vicini di Singapore e della Malesia – e men che meno il resto del mondo presero
qualche iniziativa concreta per spegnere quegli incendi e prevenirne altri.
Una simile impotenza davanti ad ambienti tanto danneggiati e a minacce economiche
fa capire che cosa potrebbe effettivamente fare la piccola umanità nel caso di impatto
con un corpo di dimensioni notevoli. Eppure, per molti aspetti, l’impatto di un
asteroide o di una cometa con uno degli oceani del mondo sarebbe di gran lunga
peggiore.

Impatti oceanici
Nel marzo del 1993 Jack Hills e Patrick Goda del Los Alamos National Laboratory,
nel New Mexico, pubblicarono un articolo sull’Astronomical Journal, sostenendo che
«le onde causate da impatti con i mari aperti possono costituire il problema più serio
provocato da impatti con asteroidi, fatta eccezione per asteroidi-killer massicci come
l’oggetto coinvolto nella collisione del cretaceo/terziario». Nel loro scritto presentano
l’allarmante prova che
un asteroide con un raggio di 200 metri che cada in qualunque punto dell’Atlantico solleverà onde
molto profonde, alte almeno 5 metri quando raggiungono le coste sia europee che nord-americane.
Quando si rovescia sul terreno, un’onda di questo genere si trasforma in uno tsunami che arriva fino
a oltre 200 metri di altezza e
colpisce la costa con una durata media di almeno due minuti […] Una parte spropositata di risorse
umane si trova vicino alle coste.
Un’onda come quella indicata dalle simulazioni al computer di Hills e Goda per un oggetto di 200
metri «ricoprirebbe tutte le terre basse, come per esempio l’Olanda, la Danimarca, Long Island e
Manhattan. Centinaia di milioni di persone sarebbero travolte nel giro di pochi minuti».
Più è grande l’oggetto che provoca l’impatto, peggiori sono le conseguenze:
Un asteroide di 500 metri produrrebbe un’onda in profondità, variabile tra i 50 e i 100 metri di
ampiezza, e potrebbe addirittura arrivare a 1000 chilometri dal livello del terreno. Poiché l’altezza
dello tsunami potrebbe essere dieci o anche venti volte maggiore via via che si solleva incontrando
le piattaforme geologiche, ci riferiamo, in questa sede, a uno tsunami alto parecchi chilometri.
Anche se l’impatto avvenisse tra la Nuova Zelanda e Tahiti, lo tsunami che si abbatterebbe sul
Giappone sarebbe forse alto tra i 200 e i 300 metri, e solo l’intervento divino potrebbe salvare la
Nuova Zelanda e Tahiti.
Hills e Goda, inoltre, ritengono che un oggetto di pietra di un chilometro potrebbe
causare uno tsunami alto otto chilometri. E se l’oggetto responsabile dell’impatto
fosse fatto di ferro, in teoria lo tsunami potrebbe raggiungere un’altezza di 28
chilometri! «Queste cifre», osservano i due scienziati, «sono decisamente allarmanti
[…] Forse la leggenda della perduta civiltà di Atlantide […] nacque proprio da un
simile maremoto […]»

Le onde lunghe diventano onde alte


Perché gli impatti oceanici con oggetti cosmici relativamente piccoli possono causare
onde così enormi?
La parola tsunami in giapponese significa «onda nel porto» e questi fenomeni,
solitamente causati da terremoti sub-oceanici, si verificano frequentemente in
Giappone e al largo del Pacifico. Il grande terremoto cileno del 1960, per esempio,
causò uno tsunami che colpì Hilo nelle Hawaii e parti della costa giapponese a una
distanza di 16.000 chilometri.
Il terremoto solleva onde estremamente lunghe ma poco profonde:
Chi si trovasse in mare su una nave noterebbe appena l’onda […] ma quando si avvicina alla costa
l’onda rallenta e si fa più gonfia poiché entra nell’acqua bassa. Si verifica un accumulo d’acqua
perché la parte anteriore dell’onda rallenta il proprio ritmo.
Gli esperti sostengono che esattamente il medesimo effetto, molto più vasto, sarebbe
causato dall’impatto di un asteroide o di una cometa e che le lunghe, apparentemente
tranquille onde che causerebbe nell’ambiente libero di un oceano profondo si
impennerebbero a contatto con i litorali, formando incredibili tsunami capaci di
inondare interi continenti e di distruggere tutto ciò che incontrano sul proprio
cammino.
I maggiori impatti oceanici potrebbero avere conseguenze particolarmente gravi.
Gault, studioso di crateri, ha considerato l’effetto di un oggetto di 10 chilometri e ha
concluso che nell’acqua provocherebbe un «cratere» temporaneo,
approssimativamente emisferico, con una profondità massima di 13 chilometri e un
diametro massimo di 30 chilometri. Emilio Spedicato spiega così la successione degli
eventi:
La maggior parte dell’energia disponibile (il 92 per cento) verrebbe spesa nell’espulsione d’acqua,
nel calore scioccante e nella formazione di onde, mentre la parte rimanente verrebbe trasformata in
energia potenziale dell’acqua spostata. Il cratere appena formatosi presto crollerebbe, e una colonna
d’acqua alta 10 chilometri si svilupperebbe al di sopra del punto d’impatto. Il collasso finale della
colonna dà origine a un sistema di onde, con ampiezza decrescente, nelle acque aperte dell’oceano,
in senso inverso alla distanza. L’altezza delle onde potrebbe essere di un chilometro circa a dieci
chilometri dal punto dell’impatto e di un centinaio di metri a 1000 chilometri. Avvicinandosi ai
litorali l’onda diventerebbe considerevolmente più alta e la sua entità precisa sarebbe fortemente
determinata dalla geometria della costa. In ogni caso uno tsunami globale catastrofico, con
consistenti inondazioni continentali, sarebbe la conseguenza di un impatto oceanico […]
Dal momento che la profondità media degli oceani del mondo è pari a soli km 3,7 ne
consegue che oggetti con un diametro di 10 chilometri colpirebbero l’oceano in
profondità e molta della loro energia cinetica rimarrebbe intatta. Questo implica che,
se un simile oggetto dovesse cadere in un oceano profondo 5 chilometri in una zona
in cui anche la crosta dell’oceano è profonda 5 chilometri, il 35 per cento circa di
quella effimera cavità sarebbe scavato nell’acqua, il 25 per cento nella crosta
oceanica e il 40 per cento nel mantello sottostante. I ricercatori Emiliani, Kraus e
Shoemaker sono d’accordo con Gault e Spedicato sul fatto che da un simile evento
deriverebbero «onde di gravità mostruose con un’altezza di parecchie centinaia di
metri» che si riverserebbero per migliaia di chilometri su tutti gli oceani del mondo.
Sono anche convinti che il «super-tsunami» che ne deriverebbe penetrerebbe in
profondità nei continenti circostanti come del resto pensano anche Victor Clube e Bill
Napier, che hanno esibito la prova per cui un impatto oceanico di 10 chilometri
«creerebbe una voragine di incredibili dimensioni e una terribile, catastrofica
inondazione del terreno».

Ferite
Mercurio… Venere… la Luna… la Terra… Marte…
Fatta eccezione per la Terra che è sopravvissuta, pur uscendone malconcia, a una
serie di sventure, ora sappiamo che tutti gli altri corpi celesti grandi del sistema solare
interno (tutti senza eccezione) sono stati profondamente devastati da impatti
catastrofici con detriti cosmici. Di essi, un tempo Marte era quello di gran lunga più
simile alla Terra: possedeva infatti grandi oceani e fiumi, era bagnato da piogge
copiose e aveva un’atmosfera densa, perfettamente respirabile. Eppure tutto questo
scomparve in un solo istante e, a quanto pare, nel modo più violento che si possa
immaginare. Come abbiamo visto nella Parte I, il pianeta a noi più vicino reca ancora
le ferite degli impatti omicidi che lo distrussero e delle ondate di eccezionale
grandezza, alte chilometri, che ne trascinarono via la superficie al momento della sua
morte.
Per molto tempo gli scienziati hanno creduto che la maggior parte dei crateri da
impatto e degli altri danni visibili su Marte fossero stati inferti miliardi di anni fa e
che oggi il sistema solare sia un luogo di gran lunga più tranquillo e sicuro di quanto
non fosse in epoche primordiali, al punto che le possibilità di una collisione della
Terra con un asteroide o una cometa sono così esigue da essere insignificanti.
Ora sappiamo che si sbagliavano sul conto della Terra, e una nuova prova, che
esamineremo nel prossimo capitolo, ha costretto ad abbandonare la concezione un
tempo predominante di una generale uniformità. E possibile che si siano sbagliati
anche sul conto di Marte? E può essere che ci sia effettivamente qualche misteriosa
connessione tra i due pianeti, come tante fonti antiche sembrano suggerire?

21
INCROCIO TERRA
Tutto si muove. Niente rimane fermo.
La Luna si muove intorno al proprio asse e orbita attorno alla Terra. La Terra si
muove intorno al proprio asse e orbita attorno al Sole. Il Sole si muove intorno al
proprio asse e orbita attorno al centro della galassia. E anche la galassia è in
movimento attraverso l’intero universo.
La Terra è la nostra casa, ed è oggetto della nostra immediata preoccupazione. Ma
vedremo nei capitoli seguenti che è soggetta a misteriose e violente correnti che
perturbano l’intero sistema solare e sono governate dalla galassia. Se desideriamo
avere un quadro chiaro di ciò che significa vivere su questo pianeta, dunque, siamo
costretti a tener conto della galassia e del sistema solare, e sarebbe saggio prestare
attenzione a tutte le lezioni che possiamo ricevere dai pianeti nostri vicini. Dopotutto,
condividiamo l’ambiente cosmico così strettamente che qualsiasi cosa accada a loro
potrebbe ragionevolmente capitare anche a noi.
Mercurio, Venere, Marte e Giove ci dicono tutti la stessa cosa, molto semplicemente
e con grande chiarezza. Per citare Gene Shoemaker: «Le comete colpiscono davvero i
pianeti».
E non solo le comete, come vedremo (benché le comete siano di gran lunga il
pericolo più grave), ma anche vasti sciami di meteoriti e asteroidi, le cui dimensioni
variano da un metro a 1000 chilometri, che attraversano il sistema solare correndo
all’impazzata.
Questi oggetti, di qualunque dimensione siano, possono colpire i pianeti e spesso lo
fanno. La Terra non ne ha incontrato uno particolarmente grande, vale a dire con un
raggio superiore a 200 chilometri, per miliardi di anni. Ma ora sappiamo che ne ha
incontrati parecchi delle dimensioni di una decina di chilometri negli ultimi 500
milioni di anni e che ciascuna di queste collisioni ha dato luogo a un’estinzione di
vita quasi totale.
Per scoprire come apparirebbe la Terra se fosse colpita direttamente da una serie
continua e ininterrotta di oggetti molto più grandi, non abbiamo che da guardare il
volto deturpato di Marte. E stranamente, se lo facciamo, scopriamo un «Volto» che
ricambia il nostro sguardo dalle pianure di Cydonia…
Sentieri che si incrociano
Se consideriamo le orbite dei pianeti come una serie di sentieri circolari piatti che si
estendono concentricamente attorno al Sole, vediamo che il piccolo Mercurio
percorre il cerchio più interno. Esternamente troviamo Venere, poi la Terra, Marte e
Giove. Al di là di Giove, lontano dal calore e dalla luce, ci sono altri quattro pianeti:
nell’ordine, Saturno, Urano, Nettuno e Plutone. E tra essi circolano, attraversando i
sentieri in cui si muovono i pianeti, turbolenti sciami di roccia e ferro in orbita a cui
abbiamo già fatto riferimento, classificati genericamente e in base alle loro
dimensioni come meteoroidi o asteroidi.
Che cosa siano esattamente questi oggetti, da dove provengano e perché alcuni siano
di pietra e altri di metallo (quasi fossero le componenti fuse e mescolate insieme di
gigantesche macchine di ferro!) sono argomenti che gli scienziati non hanno ancora
sviscerato a sufficienza. Per di più non sono neppure d’accordo tra loro. Secondo una
scuola di pensiero si tratta dei detriti residui del nucleo di ferro e del mantello di
pietra di un pianeta esploso. Tuttavia, non è stata ancora fornita una spiegazione
convincente del meccanismo in base al quale un corpo delle dimensioni di un pianeta
possa esplodere. Altri invece ritengono che si tratti di frammenti staccatisi dal sistema
solare fin dall’inizio della sua esistenza: materiale in sovrappiù che non venne
utilizzato nella formazione dei pianeti. In base a una terza teoria, quella che ci sembra
più convincente, i frammenti sono strettamente collegati alle comete, in particolare a
comete interstellari giganti che periodicamente entrano nel sistema solare. Resta da
capire se molti asteroidi e i più piccoli meteoroidi possono essere i frammenti residui
di queste comete morte.

Grandi oggetti instabili


Almeno il 95 per cento di tutti gli asteroidi conosciuti si trova nella «fascia
principale» tra le orbite di Marte e Giove. Ma altri gruppi fitti di asteroidi circolano
tra l’orbita di Marte e quella di Venere… a cavalcioni della Terra. Si ritiene che siano
principalmente questi «a causare crateri con il diametro superiore a 5 chilometri di
larghezza sulla Terra, sulla Luna, su Venere e Marte […]»
Ci sono anche grossi oggetti a forma di asteroide che giacciono permanentemente al
di fuori dell’orbita di Giove e altri, che hanno orbite sensibilmente ellittiche, che
attraversano il percorso di Giove mentre salgono verso l’afelio (il punto in cui sono
più lontani dal Sole) ma oscillano nell’ambito dei pianeti più interni quando
precipitano verso il perielio (il punto più vicino al Sole).
Tra questi ultimi oggetti c’è 944 Hidalgo, che ha un’orbita di 14 anni e un diametro di
200 chilometri circa. Ogni volta che gira attorno al sistema solare oscilla lontano da
Giove, fin quasi a raggiungere la stessa distanza di Saturno, per poi compiere
un’oscillazione di ritorno «avvicinandosi all’orbita di Marte.
Un altro oggetto più distante e probabilmente più leggero (dovrebbe essere tra i 200 e
i 350 chilometri) è 2060 Chirone, che attualmente orbita tra Saturno e Urano, ma ha
dato prova di un comportamento particolarmente instabile in anni recenti. Gli
astronomi che ne studiano la traiettoria hanno concluso che ci sono molte probabilità
che cada nel sistema solare interno e forse incroci l’orbita della Terra. Se questo
dovesse accadere, dice Duncan Steel,
significherebbe un disastro per l’umanità anche se la Terra non ricevesse alcun impatto da Chirone
stesso, e neppure da eventuali detriti che se ne staccassero, perché l’accumulo di polvere
nell’atmosfera condurrebbe a un significativo raffreddamento del nostro ambiente.
Un terzo asteroide di oltre 200 chilometri è 5145 Pholus. La sua orbita
esageratamente ellittica fa sì che incroci i percorsi di Saturno, Urano e Nettuno. Al
pari di Chirone, è stato descritto dagli astronomi come «intrinsecamente instabile» e
si ritiene probabile che «si immerga in un’orbita che incrocia la Terra», ma non a
breve scadenza.
C’è poi uno spaventoso oggetto chiamato 5335 Damocle, che, a quanto si dice, ha il
diametro di 30 chilometri, attraversa l’orbita di Marte al perielio e poi, oscillando,
arriva nei pressi del lontanissimo Urano prima di ritornare nuovamente nel sistema
solare interno con un’orbita di 42 anni. Secondo Duncan Steel dello Spacewatch
Australia:
Questo asteroide ha un’orbita allungata e molto inclinata per la quale bisognerebbe classificarlo
come una cometa a periodo intermedio, benché non mostri alcun segno di degassamento, e sembri
completamente inerte. Gli fu dato questo nome per ricordare la spada di Damocle, dal momento che
la sua orbita, in futuro, ha buone probabilità di subire un’evoluzione che la condurrà a incrociare
quella della Terra.

La fascia principale
Dopo Hidalgo, Chirone, Pholus e Damocle, sono stati scoperti altri grandi asteroidi
instabili, con la stessa proprietà di incrociare, venendo dal sistema solare esterno, il
sistema solare interno, tali anche da costituire una minaccia per la Terra. Ma ci sono
anche ingenti eserciti di asteroidi che ruotano attorno al Sole in orbite stabili e non
rappresentano affatto una minaccia per noi. Tra questi ci sono i membri del Gruppo
Troiano, che condivide l’orbita di Giove, di cui alcuni seguono il pianeta, altri lo
precedono. Finora le indagini fotografiche hanno identificato 900 singoli oggetti con
un diametro che supera i 15 chilometri.
Tutti gli asteroidi della «fascia principale» che orbitano tra Giove e Marte sembrano,
per il momento, in orbite sicure. Si pensa che in tutto siano più di mezzo milione,
compresi alcuni veramente giganteschi come Cerere. Originariamente in realtà era un
pianeta minuscolo, ma ora questa sfera carbonacea estesa come un intero paese ha un
diametro di 940 chilometri, ruota attorno al proprio asse in 9 ore e 5 minuti e ha un
periodo di rivoluzione di 4,61 anni.
Cerere è molto buio, dal momento che riflette soltanto il 10 per cento della luce del
Sole che vi cade sopra. Fino a oggi è il più largo asteroide identificato. Subito dopo,
quanto a dimensioni, vengono Pallade (535 chilometri), Vesta (500 chilometri) e Igea
(430 chilometri). Davida e Interamina hanno entrambi un diametro pari a 400
chilometri. Giunone ha un diametro di 250 chilometri. In conclusione, più di 30
asteroidi della fascia principale con un diametro superiore ai 200 chilometri sono stati
ormai identificati e catalogati con certezza e ogni anno si fanno nuove scoperte
significative.

Gli Amor
Spostandoci dalla fascia principale, incominciamo a incontrare J primi sciami di
«asteroidi vicini alla Terra», un’ampia categoria che include tutti gli asteroidi in
grado di passare all’interno dell’orbita di Marte. I più distanti tra questi non si
estendono tanto lontano quanto l’orbita della Terra, mentre un po’ più vicino c’è
un’altra famiglia di asteroidi che incrociano Marte, gli «Amor», che suscitano un
immediato interesse. Una caratteristica degli Amor (dal marzo del 1995 ne sono stati
catalogati più di 130) è che spesso subiscono perturbazioni provenienti da Giove e dal
potere di gravità del nostro stesso pianeta, con il risultato che parecchi tra questi
attualmente hanno cambiato la propria orbita e incrociano «part-time» quella della
Terra. Molti altri della stessa famiglia attualmente non si avvicinano alla Terra ma, in
teoria, possono «subire un cambiamento imprevisto della loro direzione» in qualsiasi
momento.
Astronomi dell’Observatoire de la Còte d’Azur in Francia e matematici
dell’università di Pisa hanno osservato con particolare attenzione, per alcuni anni, un
Amor chiamato 233 Eros, lungo 22 chilometri e largo 7, dimensioni che lo rendono
un proiettile sostanzialmente più grosso e distruttivo dell’oggetto K/ T che uccise i
dinosauri. Benché Eros non attraversi di frequente l’orbita della Terra, ha
«relativamente spesso incontri ravvicinati con Marte e le perturbazioni a largo raggio
provenienti dai pianeti esterni». Questi ultimi hanno alterato il suo corso al punto che,
nel 1931, «Eros scivolò a più di 27 milioni di chilometri dalla Terra, dunque molto
più vicino di qualsiasi pianeta». Le simulazioni al computer indicano che ci sono
buoni motivi per credere che Eros diventerà un vero e proprio «incrociatore» della
Terra entro un milione di anni e a lungo termine «una collisione è probabile».
Finora sono stati trovati altri 15 Amor su traiettorie simili a quella di Eros, e tutte, un
giorno, potrebbero colpire la Terra. Nessuno di questi è tanto massiccio quanto Eros,
ma sia 1627 Ivar che 1580 Betulia hanno diametri vicini a 9 chilometri.

Gli Apollo
Spostandoci nuovamente dalla zona degli Amor raggiungiamo gli asteroidi Apollo
(che prendono il nome da 1862 Apollo, un oggetto di un chilometro – il primo di
questa classe – scoperto nel 1932 dall’astronomo tedesco Karl Willhelm Reinmuth).
La caratteristica principale degli Apollo è che «attraversano profondamente l’orbita
della Terra quasi con continuità».
Fin dai primi anni Novanta un certo numero di osservatori ha organizzato ricerche
radicali per stabilire la vera entità del «problema Apollo». Sono così giunti alla
conclusione che questi proiettili che attraversano la Terra sono estremamente
numerosi, che ce ne sono probabilmente più di mille con il diametro superiore a un
chilometro, e che alcuni possono superare i 50 chilometri di diametro.
I grandi Apollo conosciuti (di cui più di 170 sono stati catalogati a partire da marzo
1995) comprendono il minaccioso killer potenziale del mondo, 2212 Efesto, che ha il
diametro di 10 chilometri. Un altro «incrociatore» della Terra a grande profondità,
Toutatis, benché più piccolo, sembra quasi ugualmente inquietante. Si tratta di una
«binaria a contatto», «due frammenti o saldati insieme o tenuti a posto da una forza di
gravità molto debole». L’elemento più largo ha un diametro di 4,5 chilometri, mentre
il più piccolo è largo 2,5 chilometri. Mentre vaga attraverso lo spazio, questo oggetto
composito si comporta in modo instabile e imprevedibile. Di sicuro si sa soltanto che
ha già attraversato il percorso orbitale della Terra a una distanza da noi pari a più di
tre milioni di chilometri – una distanza che il nostro pianeta copre in 30 ore circa – e
che gli effetti di una collisione con un oggetto che ruota così velocemente ed è tanto
instabile sarebbero devastanti: «L’esistenza di Toutatis dimostra che ci sono ancora
rocce gigantesche che potrebbero diventare asteroidi fatali per noi, dal momento che
continuano ad avvicinarsi».
Negli anni Novanta sono stati rinvenuti numerosi Apollo con il diametro compreso in
un raggio di 5 chilometri e, come abbiamo visto nel Capitolo 19, un certo numero di
Apollo più piccoli – come per esempio Asclepio (km 0,5), Ermes (km 2 circa) e Icaro
(km 2) – hanno effettuato flyby estremamente ravvicinati rispetto alla Terra. Ci sono
anche grandi e misteriosi oggetti Apollo come Oljato e Phaeton, il cui
comportamento è molto più simile a quello delle comete che a quello degli asteroidi e
che avremo motivo di analizzare negli ultimi capitoli. Un piccolo frammento di
Phaeton colpì la Terra il 13 dicembre 1997. Atterrò in un paese politicamente
tormentato, l’Irlanda del Nord, vicino al confine con la Repubblica irlandese, creando
un’esplosione che sulle prime fu scambiata per un attentato terroristico. Ma quando
gli scienziati del Royal Armagh Observatory e della Queen’s University di Belfast
esaminarono il cratere, risultò evidente che si era trattato di un meteorite e che il
corpo principale da cui si era staccato era Phaeton.
Vale la pena di ripetere che tutti gli Apollo sono permanentemente chiusi in orbite
che incrociano la Terra, insieme a un
numero sconosciuto (probabilmente migliaia) di «compagni» non ancora identificati e
forse molto massicci. Non ci sono semafori agli incroci presso i quali intersecano il
grande cerchio nel cielo attorno al quale orbita la Terra e, in un futuro molto distante,
le leggi delle probabilità rendono le collisioni inevitabili. E’ probabile, tuttavia, che
avvenga una collisione tra la Terra e un oggetto Apollo in un prossimo futuro?
L’unica risposta onesta a questa domanda è che lo ignoriamo, perché non abbiamo la
benché minima idea di quanti di questi proiettili siano attualmente usciti dal corpo
principale! Gli Apollo sono notoriamente invisibili ai telescopi e sono anche così
inafferrabili che persino quelli catalogati spesso «scompaiono». 1862 Apollo, per
esempio, dal quale ha preso il nome l’intero sciame, fu perso di vista dai telescopi
non appena fu scoperto, nel 1932, e non ricomparve fino al 1973. Ermes, che passò
tanto vicino alla Terra nel 1937, svanì e non lo si vide mai più. Per questo motivo,
sostiene Brian Mardsen dell’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics, è «uno
dei più pericolosi oggetti vicini alla Terra». Efesto, l’Apollo più grande di tutti, riuscì
con pieno successo a sfuggire all’identificazione, malgrado i suoi 10 chilometri di
circonferenza, fino al 1978.
Arjuna, Aten e altri
Tom Gehrels, docente di scienze planetarie presso l’università dell’Arizona a Tucson,
e il principale studioso del programma Spacewatch a Kitt Peak, in Arizona, ha
identificato un particolare sottoinsieme di Apollo che attraversano la Terra, da lui
chiamati Arjuna. Il loro diametro si estende fino a 100 metri e seguono l’orbita della
Terra molto da vicino. Questo significa che sono insolitamente sensibili alla forza di
gravità del nostro pianeta e ci si aspetta che abbiano «un tempo di vita orbitale molto
breve prima di entrare in collisione con la Terra».
Spostandoci dagli Arjuna, la fascia di asteroidi più significativa che incontriamo è
stata chiamata Aten. Gli astronomi ritengono (benché per una volta si tratti davvero
di una pura supposizione) che almeno 100 di essi abbiano il diametro superiore a un
chilometro. Hanno orbite fortemente ellittiche che collocano molti di essi su percorsi
che incrociano ripetutamente la Terra.
Più avanti in direzione del Sole ci sono altri oggetti che seguono orbite ancora più
sensibilmente ellittiche. Un tipico esempio è il 1995 CR, scoperto da Robert Jedicke
di Spacewatch nel 1995. Questo vagabondo del sistema solare interno, lungo 200
metri, segue
un percorso particolarmente eccentrico che incrocia le orbite di Mercurio, Venere, Terra e Marte.
Questo tipo di orbita è decisamente instabile (caotico) e in un momento imprevedibile di un futuro
non molto lontano, il 1995 CR andrà a urtare contro uno di questi quattro pianeti, o contro il Sole,
oppure sarà scagliato fuori dal sistema solare.
Come gli scienziati non possono stabilire con precisione se e quando certi asteroidi
entreranno in collisione con la Terra, né sanno dire di quanti asteroidi sia composto
ogni sottoinsieme, così non può neppure esserci una valutazione finale sicura del
numero complessivo degli oggetti che potrebbero avere un impatto con la Terra. Ciò
nonostante, la maggior parte degli astronomi concorda sul fatto che ci siano almeno
2000 asteroidi con il diametro di un chilometro o anche più, distribuiti tra le famiglie
principali, che potrebbero incrociare la Terra, insieme a un numero di oggetti
variabile tra 5000 e 10.000 delle dimensioni di mezzo chilometro, e forse 200.000
oggetti grandi un quarto di chilometro. Una conferma di questi calcoli può venire
soltanto da osservazioni ravvicinate del cielo e, in realtà, le scoperte di asteroidi che
incrociano l’orbita della Terra sono decisamente aumentate negli anni Novanta. Nel
1989 sono stati scoperti soltanto 49 oggetti di questo genere (4 Aten, 30 Apollo e 15
Amor) ma nel 1992 questa cifra era già salita a 159, un aumento di 110 in soli due
anni. Tre anni dopo, nel 1995, la somma totale è salita a oltre 350, con un ulteriore
incremento di 200 e con una media, tra il 1989 e il 1995, di più di 50 nuove scoperte
all’anno.
«Benché molti siano oggetti piccoli», commentò Duncan Steel nel 1995,
è vero che ora abbiamo trovato molti asteroidi superiori a un chilometro, che costituiscono la
minaccia di una catastrofe globale, in più rispetto a quelli che abbiamo catalogati soltanto cinque
anni fa. Tuttavia, conosciamo ancora un piccolo frammento soltanto della popolazione totale di
simili oggetti: alcuni scienziati che studiano questo argomento ritengono che finora abbiamo
scoperto soltanto poco più del 5 per cento. Benché nessuno degli asteroidi conosciuti possa colpire
la Terra in un futuro prevedibile (entro due secoli) questa non è una notizia confortante, perché se ci
fosse un solo asteroide che dovesse tornare a casa presto, ci sarebbe anche una possibilità superiore
al 95 per cento che non l’abbiamo ancora trovato.

C’è tempo per salvare il mondo?


La fondamentale ignoranza della Terra sulla vera entità della minaccia costituita dagli
asteroidi che incrociano l’orbita terrestre è destinata a rimanere ancora tale, benché
molti scienziati credano fermamente che sarebbe possibile utilizzare esplosioni
nucleari controllate e altre tecniche per piegare il potenziale d’attacco se fosse
individuato in tempo. Non è nostro scopo esplorare in questa sede le svariate strategie
che sono state proposte per raggiungere questo obiettivo. E non saremmo neppure in
grado di valutarne la validità. La nostra impressione è che molte di queste strategie
siano molto vicine ai limiti della tecnologia moderna. Tuttavia, non dubitiamo che la
prospettiva di una collisione imminente con un Apollo da 10 chilometri
focalizzerebbe l’attenzione dei politici e galvanizzerebbe l’industria in generale e la
scienza stimolando all’azione.
Ma ci sarebbe tempo per salvare il mondo? Ci sarebbe tempo per far esplodere o per
deviare l’oggetto in arrivo o lo si scoprirebbe troppo tardi?
Duncan Steel sostiene che con gli attuali, minuscoli fondi pubblici «ci vorrebbero
forse 500 anni per completare la ricerca di tutti gli Apollo più larghi di un chilometro,
esce ne vorrebbero ancora di più per gli Aten. Dunque, se uno di questi venisse a
conoscenza del ‘nostro numero’ entro l’anno 2025, molto probabilmente non lo
scopriremmo in tempo In un documento ufficiale datato 19 febbraio 1997 la NASA
osserva che: «Gli impatti cosmici sono gli unici disastri naturali conosciuti che
potrebbero essere evitati completamente con l’applicazione appropriata della
tecnologia spaziale». Nello stesso documento la NASA dichiara che:
L’unica tecnologia di cui disponiamo oggi per difenderci dagli asteroidi e dalle comete è quella
nucleare, e avremmo bisogno di anni di studi per deviare o spezzare un oggetto che costituisce una
minaccia […] la verità è che se scoprissimo un asteroide che ci viene incontro con un anticipo
inferiore a parecchi anni, non potremmo far niente per proteggerci tranne evacuare la popolazione
dal sito dell’impatto […]
Quanto costerebbero «parecchi anni di anticipo»? Secondo uno studio della NASA del
1991-92: «Tutti i potenziali agenti di impatto con la Terra di dimensioni inferiori a un
chilometro potrebbero essere scoperti e se ne potrebbe tratteggiare il percorso con un
programma che costa 300 milioni di dollari da spendere in cinque anni». Uno studio
successivo, supervisionato dall’ora defunto Eugene Shoemaker del Lowell
Observatory e completato nel 1995, concluse che i progressi nei sistemi che indagano
le immagini astronomiche consentirebbero allo Spaceguard Survey di esser
completato in dieci anni con un costo complessivo inferiore a 50 milioni di dollari.
Il lettore ricorderà che, nel 1994, la Camera dei rappresentanti al congresso degli Stati
Uniti diede istruzioni alla NASA affinché identificasse e catalogasse tutti gli asteroidi
con il diametro superiore a un chilometro che incrociano la Terra in un lasso di tempo
corrispondente a dieci anni. Rimanemmo esterrefatti scoprendo che all’inizio del
1998 non era ancora stato lanciato alcun programma e che i fondi della NASA da
utilizzare per programmi di ricerca di asteroidi e comete era ancora limitato a circa un
milione di dollari all’anno.
La «minaccia-asteroidi» rimane una questione poco studiata e ignorata dai più. Sulla
questione, tuttavia, prevale un atteggiamento compiaciuto e proprio per questo, a
nostro avviso, la NASA resta in una specie di letargo. In ogni caso, questi
atteggiamenti di soddisfazione sono inevitabilmente fondati sul database
estremamente ristretto delle attuali conoscenze sugli asteroidi.
Com’è possibile che gli scienziati e i governi non capiscano che quel poco che sono
riusciti ad apprendere finora non è altro che un piccolissimo particolare dell’intero
quadro?
Fino a che punto arriva la certezza che la Terra non stia per condividere il terribile
destino di Marte?
Nel prossimo capitolo esamineremo le comete, che i cinesi consideravano «stelle
spregevoli Ogni volta che appaiono», scrisse Li Ch’un Feng nel settimo secolo d.C.,
«accade qualcosa che spazza via il vecchio e instaura il nuovo.»

22
PESCI NEL MARE
Keplero, astronomo e matematico vissuto nel diciassettesimo secolo, una volta
esclamò con evidente stupore: «Ci sono più comete nel cielo di quanti pesci si trovino
nel mare».
Non sappiamo quanti pesci ci siano nel mare, ma dagli anni Cinquanta osservazioni
sempre più precise hanno condotto gli astronomi a una conclusione sbalorditiva: in
qualunque momento, nel sistema solare ci sono almeno 100.000 milioni (100
miliardi) di comete, tutte raggruppate in due zone immense che sono conosciute, da
quando furono scoperte, come la nube di Oort e la fascia Kuiper.
La nube di Oort, la più distante delle due, si trova all’estremo limite del campo di
gravitazione del Sole, ad almeno un anno luce di distanza… 50.000 volte la distanza
tra il Sole e la Terra. Ha la forma di una «conchiglia» sferica che avvolge interamente
e circonda il resto del sistema solare. Alcuni astronomi sono del parere che possa
contenere i 100.000 milioni di nuclei di comete sopra citati: «ciascuna, per lo più con
un diametro tra 1 e 10 chilometri, anche se alcune possono essere molto più
larghe».Di quanto, esattamente, siano più larghe, o quanto siano più numerose,
nessuno è in grado di dirlo: sono così lontane da noi che è impossibile rispondere a
tale quesito, anche con l’aiuto dei telescopi più potenti. E’ decisamente plausibile,
comunque, che un immenso numero di corpi della nube di Oort possano essere pari a
più di 300 chilometri di diametro.
La validità di questa supposizione è già stata confermata da prove per quanto riguarda
invece le comete della fascia di Kuiper, una configurazione piatta a forma di disco
situata oltre l’orbita di Nettuno. La fascia di Kuiper è molto remota: il suo margine
esterno è quasi cinquanta volte più lontano della distanza che c’è tra il Sole e la Terra,
ma è un migliaio di volte più vicino a noi della nube di Oort.
Dagli anni Settanta gli astronomi Victor Clube e Bill Napier stanno sviluppando e
perfezionando una teoria concernente la penetrazione occasionale e la
frammentazione distruttiva entro il sistema solare interno di quelle che definiscono
«comete giganti», con un diametro di alcune centinaia di chilometri invece di alcune
decine o anche meno come quelle più diffuse. Questa teoria è fondata sulla logica
pura e sul calcolo, ma non fu ben accolta da altri astronomi. Oggi invece è
universalmente accettata, grazie all’osservazione con il telescopio, da parte di Clube e
Napier, della fascia di Kuiper, che si rivelò una specie di serbatoio di oggetti del tipo
che i due studiosi avevano descritto.
Il primo oggetto della fascia di Kuiper a esser individuato -1992 QB1 – ha un
diametro di 250 chilometri. Tra gli altri ritrovamenti considerevoli vi fu il 1993 FW
(anch’esso sui 250 chilometri), e il 1994 VK8 e il 1995 DC2, entrambi con diametri
di circa 360 chilometri. Osservazioni recenti hanno confermato l’impressione che
simili oggetti possano esistere in gran numero. Fino al marzo del 1996 ne erano stati
trovati più di 30, e nel gennaio del 1998 Victor Clube ci disse che la fascia di Kuiper
è letteralmente «piena di comete gigantesche! Sono le uniche cose che possiamo
vedere, in effetti, perché sono così lontane… Sono tutte larghe alcune centinaia di
chilometri». Scoperte come questa hanno condotto a una valutazione ampiamente
accettata secondo la quale: «potrebbero esserci almeno 35.000 oggetti dal diametro
superiore ai 100 chilometri che orbitano in questa regione del sistema solare, oltre
l’orbita di Nettuno». Attualmente un certo numero di astronomi considera Plutone,
che ha un’orbita insolitamente ellittica, soltanto uno degli oggetti particolarmente
grandi della fascia di Kuiper (un’antica cometa trasformatasi in pianeta), e questo è
un segno dell’influenza che ha avuto l’opera di Clube e Napier. Clyde Tombaugh,
che scoprì
Plutone nel 1930, è uno dei sostenitori di questa teoria e ora lo chiama il «Re della
fascia di Kuiper».

Incrocio sopraelevato cometa-asteroide


Un’altra interessante possibilità studiata da Victor Clube e da altri è che alcuni grandi
«asteroidi» siano anche comete della fascia di Kuiper, forse temporaneamente
«inattive», che gradatamente cadono nel sistema solare interno. «Dopo dieci milioni
di anni circa», spiega David Brez-Carlisle, «la traiettoria di qualsiasi cosa che orbiti
nella fascia di Kuiper si altera e finisce nel caos, generalmente in un’orbita quasi
ellittica che [alla fine la condurrà] nella zona dei pianeti sassosi.»
E’ possibile che le comete siano asteroidi? E’ possibile che gli asteroidi siano
comete?
Come accade per molte categorie usate dagli scienziati, la distinzione tra le due entità
non è chiara. Da varie fonti si è diffuso il concetto, entrato nella cultura popolare, che
gli asteroidi sono giganteschi ostacoli rocciosi, mentre le comete sono «palle di neve
sporca». Il celebre astronomo britannico Fred Hoyle prende decisamente le distanze
dalla seconda parte di questa idea:
Quello che una cometa non è, è una palla di neve sporca e impolverata […] Non esistono palle di
neve con una temperatura di -200 °C che esplodono come la cometa di Halley nel marzo 1991, non
esistono palle di neve più nere dell’inchiostro di china. Il 30 e il 31 marzo 1986, la cometa di Halley
ha espulso milioni di tonnellate di particelle finissime che, riscaldate dal Sole, emettevano la
radiazione caratteristica della materia organica e non quella della polvere comunemente intesa.
Se è una palla di neve sporca, o poco di più, è probabile che un oggetto venga
classificato come una cometa non appena gli astronomi osservano che ha le seguenti
caratteristiche:
1) un’orbita estremamente eccentrica (in quanto opposta a più o meno circolare), che l’avvicina al
Sole e poi la riporta lontano;
2) una composizione chimica volatile che produce getti di gas, una larga nube luminosa («chioma»)
attorno al nucleo centrale ghiacciato, e spesso una «coda» fatta di scintillanti particelle che il vento
solare fa volar via dalla cometa (con il risultato che la coda punta sempre a distanza dal Sole
indipendentemente dalla direzione che la cometa sta prendendo).
Quanto alla prima caratteristica, l’eccentricità dell’orbita, nuove scoperte hanno
rivelato un numero sempre più alto di luminose eccezioni alla «regola». Tra queste
figurano oggetti che sono innegabilmente comete per il loro aspetto generale e la loro
volatilità, ma che si muovono ugualmente tracciando orbite quasi circolari come gli
asteroidi (le sei comete del gruppo Hilda, per esempio). Viceversa, abbiamo visto nel
Capitolo 20 che molti asteroidi hanno orbite estremamente eccentriche e alcune,
come Damocle, Oljato e Phaeton, sono già sospettate di essere «comete travestite».
Damocle ha «un’orbita allungata, profondamente inclinata che potrebbe farla
rientrare nel numero delle comete a periodo intermedio: tuttavia, non mostra segni di
degassamento e sembra completamente inerte». Anche l’orbita di Phaeton possiede
caratteristiche curiosamente simili a quelle delle comete, e negli anni Novanta Oljato,
in precedenza «inattiva», fu vista diventare volatile e mostrare segni di «debole
degassamento» e persino un accenno di coda.
Un altro probabile caso di identità fraintesa tra questi incrociatori della Terra e i loro
vicini è l’asteroide del tipo Apollo chiamato Efesto, largo 10 chilometri, ora
considerato da un numero sempre maggiore di astronomi come un frammento
«spento» di una cometa gigantesca. In realtà, Victor Clube e Bill Napier sostengono
che molti asteroidi Apollo – forse la maggior parte – non sono altro che nuclei di
comete degassate o frammenti di comete degassate. Un tipico esempio è 1979 VA,
che «ha un’orbita simile a una cometa di breve periodo con l’afelio vicino a Giove».
Gettando un’occhiata oltre il sistema solare, scopriamo che recenti osservazioni
hanno dimostrato che anche l’«asteroide» Hidalgo che incrocia Giove ha un’orbita
simile a quella di una cometa. Nell’ultimo capitolo abbiamo visto che l’oggetto
transuraniano Chirone ha un’orbita ugualmente difficile da etichettare. Le
osservazioni compiute dalla metà degli anni Novanta in poi hanno mostrato che sta
«leggermente degassandosi» e ha incominciato a rilasciare sostanze volatili in un
modo che, secondo gli astronomi, non è tipico degli asteroidi: «Il suo nucleo
ghiacciato di 350 chilometri induce a credere che si tratti di una cometa gigantesca
provvisoriamente parcheggiata in un’orbita quasi circolare ma instabile […]»
Ecco i motivi per cui, a parere del professor Trevor Palmer, la concezione secondo la
quale alcuni asteroidi potrebbero essere i residui di antiche comete è andata via via
diffondendosi: «Potrebbero essere il risultato di un nucleo ghiacciato completamente
sigillato dalla formazione di una crosta isolante, oppure dell’evaporazione di
materiale volatile che ha lasciato soltanto un nucleo roccioso».

La cometa di Halley
L’ipotesi che oggetti di più di 200 chilometri come Chirone e Hidalgo siano antiche
comete provenienti dalla fascia di Kuiper che gradualmente scendono a spirale nel
sistema solare interno è rafforzata dall’osservazione di comete più piccole che sono
penetrate maggiormente in profondità. Per esempio, gli astronomi sono già concordi
sul fatto che le attuali orbite di comete periodiche come Halley e Swift-Tuttle devono
aver avuto origine in una «discesa a spirale» dopo esser state «parcheggiate per alcuni
milioni di anni nella fascia di Kuiper», Alle estremità delle loro traiettorie
decisamente ellittiche, prima di reimmergersi di nuovo verso il Sole, entrambi gli
oggetti segnalano ancora le proprie origini ritornando nella fascia.
Gli astronomi hanno suddiviso le comete «periodiche» – il termine è ampio e si
riferisce a tutte le comete in orbita che presto o tardi ritornano nei cieli della Terra –
in tre gruppi principali: a breve periodo, a periodo intermedio e a lungo periodo. Le
comete a periodo breve e intermedio hanno orbite che variano da meno di 6 anni fino
a 200 anni; le comete a lungo periodo hanno orbite di oltre 200 anni, e in certi casi di
migliaia e persino centinaia di migliaia di anni.
Con un’orbita a periodo intermedio di 76 anni, la cometa di Halley passò nelle
vicinanze della Terra nel 1986, e a quell’epoca fu intensamente studiata da sonde
spaziali di vari paesi. E’ un corpo formidabile con una massa valutata 80 miliardi
circa di tonnellate; le sue dimensioni sono all’incirca 16 x 10 x 9 chilometri. Il suo
nucleo grossolano «a forma di patata» è assolutamente nero, e riflette soltanto il 4 per
cento della luce solare che la attraversa, mentre ruota lentamente attorno al suo asse
una volta ogni 7,1 giorni.
Le prime documentazioni scritte della cometa di Halley risalgono a più di 2200 anni
fa. Degassandosi in modo esplosivo ogni volta che si avvicinava al Sole, ha dunque
avuto il tempo di disseminare immense fasce di detriti mentre procedeva lasciandosi
alle spalle la sua antica scia. La Terra passa attraverso questi detriti due volte
all’anno: in maggio e nella terza settimana di ottobre. A quell’epoca i suoi cieli si
illuminano con le piogge di meteoriti Eta Acquaridi e Orionidi perduti dalla cometa
stessa.

Il rischio di collisione Swift-Tuttle


Fonti storiche e moderne osservazioni registrano l’esistenza di 450 comete circa che
incrociano la Terra. La maggior parte erano a lungo periodo e non sono ancora
ritornate, dunque non ci hanno impensierito. A parte le ben note comete a periodo
breve e intermedio che vengono a farci visita più regolarmente, una trentina circa
sono chiuse nelle orbite che incrociano la Terra e in teoria potrebbero avere una
collisione con il nostro pianeta in un futuro più o meno lontano. Halley è una di
queste. Un’altra è Swift-Tuttle, «madre» delle Perseidi, piogge di meteoriti attraverso
le quali la Terra passa ogni anno in luglio e in agosto. Gli astronomi che studiano la
traiettoria della Swift-Tuttle ritengono che questa cometa rappresenti un serio e
imminente pericolo. Quando si avvicina al perielio (il suo punto più vicino al Sole), le
simulazioni al computer mostrano che le sue intersezioni con il percorso della Terra
possono, in certe circostanze, portarla pericolosamente vicino a noi. In particolare si è
capito che «la collisione nei pressi della Terra avverrebbe se la cometa si trovasse al
perielio a fine luglio».
Per questo motivo la Swift-Tuttle è stata descritta da una fonte come «il singolo
oggetto più pericoloso noto all’umanità». I calcoli mostrano che rimarrà una minaccia
per almeno altri 10.000 o 20.000 anni, «dopo i quali la sua orbita probabilmente si
deteriorerà ed essa o cadrà nel Sole o sarà gettata fuori dal sistema solare, ammesso
che non colpisca la Terra prima che questo accada».

L’effetto Cape
La storia della Swift-Tuttle incomincia con il primo avvistamento della cometa nel
luglio del 1862. Nel corso del mese successivo, a una distanza di circa 80 milioni di
chilometri dalla Terra, diventò un’abbagliante immagine spettrale nel cielo notturno,
con una coda lunga 30 gradi che, a quanto si dice, era più luminosa delle stelle più
luminose. Per parecchie settimane continuò un sereno e prevedibile percorso
attraverso i cieli che fu accuratamente tracciato e descritto da astronomi di tutto il
mondo. Negli ultimi giorni in cui fu visibile, invece, fece qualcosa che, per quanto se
ne sa, nessuna cometa aveva mai fatto fino a quel momento: cambiò direzione.
Quando scomparve dalla visuale, il Cape Observatory in Sudafrica notò con una certa
perplessità che la sua traiettoria era cambiata di circa 10 secondi d’arco durante il suo
passaggio nei cieli della Terra.
Il cosiddetto «effetto Cape» fu causato, o almeno così parve, dal degassamento della
cometa stessa, un degassamento così violento che la Swift-Tuttle fu letteralmente
scagliata di lato.
Ma si trattava di un evento pressoché unico oppure di qualcosa che accade
regolarmente? Nel 1862, domande come questa introdussero un elemento di
incertezza nei calcoli della probabile data del ritorno di questa cometa, benché
generalmente si pensasse che il periodo fosse di 120 anni circa. Una proiezione
analoga fu compiuta nel 1973 da Brian Marsden, il principale esperto di calcolo delle
orbite presso l’International Astronomical Union. Dopo aver attentamente
ricontrollato e rielaborato i dati del 1862, concluse che la cometa sarebbe ritornata tra
il 1979 e il 1983.
Ma poiché questo non accadde, Marsden ampliò la rete dei suoi calcoli fino a
includere osservazioni storiche di comete che potevano essere identificate con la
Swift-Tuttle. Scoprì una stretta corrispondenza con avvistamenti del 69 a.C., del 188
d.C. e del 1737 e, sulla base di queste date, elaborò una nuova previsione secondo la
quale la cometa sarebbe ritornata nel 1992 e avrebbe raggiunto il perielio (il suo
punto più vicino al Sole) verso il 25 novembre di quell’anno.
La nuova previsione si rivelò molto accurata e la ricomparsa della Swift-Tuttle – su
una traiettoria che la condusse al perielio l’11 dicembre 1992 – fu osservata per la
prima volta dall’astronomo giapponese Tsusuhiko Kiuchi il 26 settembre 1992.

L’avvertimento
Marsden ritornò poi al suo computer con le nuove informazioni sull’orbita per
scoprire la data del successivo avvicinamento della Swift-Tuttle al perielio. Scoprì
che si sarebbe verificato, dopo un periodo di circa 134 anni, l’11 luglio del 2126.
Inevitabilmente incominciò a domandarsi se la ricomparsa dell’«effetto Cape», o di
qualche altra imprecisione orbitale, potesse indurlo nuovamente in errore.
Il lettore ricorderà che, a quanto sembrava, ci si doveva aspettare una prossima
collisione tra la Terra e la Swift-Tuttle se la cometa avesse raggiunto il perielio alla
«fine di luglio», e Io stesso Marsden era il responsabile dei calcoli iniziali che
avevano condotto alla previsione del 1973. Considerando nuovamente il problema nel
1992, il suo passo successivo fu scoprire la data esatta alla fine di luglio del 2126 in
cui un passaggio al perielio della Swift-Tuttle sarebbe stato seguito da una collisione
con la Terra. I computer evidenziarono il 26 luglio 2126 e indicarono che, se la
cometa avesse raggiunto il perielio quel giorno, si sarebbe schiantata contro il nostro
pianeta poco meno di tre settimane dopo, il 14 agosto 2126.
Il futuro del genere umano, dunque, sembrava appeso al particolare minuscolo, da un
punto di vista cosmico, della distanza che la Terra avrebbe raggiunto attorno alla
propria orbita nei 15 giorni tra la data del perielio della Swift-Tuttle (11 luglio) e la
data «critica» del 26 luglio. Marsden dovette ammettere che c’era la possibilità che
non avesse tenuto conto di alcuni elementi fondamentali, perciò emanò una circolare
IAU (International Astronomical Union) (5636 dell’ottobre 1992) in cui avvertiva
della possibilità che «la cometa periodica Swift-Tuttle colpisse la Terra durante il suo
successivo ritorno».

Per il prossimo millennio siamo salvi?


Segui una valanga di pubblicità e Marsden fu accusato di cercare notizie che
facessero sensazione. Costretto a difendere la propria posizione, spiegò che non era
nelle sue intenzioni spaventare la gente: intendeva soltanto sollecitare gli astronomi
di professione a prestare particolare attenzione alla cometa «negli anni successivi»:
Le osservazioni del 1862 mostravano che la Swift-Tutde si comportava in un modo molto
particolare… non avevo mai visto niente di simile in quasi quarantanni di ricerche al computer sulle
orbite […] Se anche la Swift-Tuttle non ci avesse raggiunto nel suo passaggio successivo, c’erano
molte probabilità che lo facesse in un futuro più distante […]
Marsden passò tre mesi a rifare tutti i suoi calcoli. Poi, alla fine del 1992, diramò un
altro comunicato in cui dichiarava di essere ormai certo che la data iniziale dell’11
luglio era corretta – ne aveva le prove, e poteva sbagliarsi di un paio di giorni al
massimo -, dunque non c’era pericolo di collisione nel 2126. «Per il prossimo
millennio siamo salvi», proclamò, aggiungendo che la cometa si sarebbe avvicinata
nuovamente nel 3044.

Incertezze
Osservando la Swift-Tuttle lasciare il sistema solare interno, gli astronomi notarono
che si ripresentava l’effetto Cape del 1993: «La cometa eruttava materiale che
modificava ancora una volta il suo percorso, anche se di poco». Poi continuava la
propria strada, spostandosi così velocemente che, dal 1998, i più potenti telescopi
della Terra non furono più in grado di individuarla. La prossima volta la si vedrà
quando tornerà verso il perielio nel 2126, se tutto va bene verso l’11 luglio, e non il
26 luglio.
Con un diametro di 24 chilometri, la Swift-Tuttle viaggerà poi a una velocità
superiore ai 60 chilometri al secondo. Se per qualche motivo sfortunato si scoprisse
che i calcoli di Marsden sono sbagliati e la cometa colpisse la Terra, i calcoli di
velocità/ massa indicano che «l’energia d’impatto sarebbe compresa tra i 3 e i 6
miliardi di megaton», vale a dire tra i 30 e i 60 impatti sulla scala dell’evento K/T
avvenuto 65 milioni di anni fa.
Potrebbe esserci una collisione, oppure il margine di 15 giorni previsto da Marsden
sarebbe sufficientemente ampio da salvare il pianeta?
Nessuno lo sa. Il dottor Clark Chapman del Planetary Science Institute degli Stati
Uniti osserva: «Gli astronomi non hanno idea, in questo momento, di quanto si
sposterà l’orbita della cometa a causa delle forze distruttive che agiscono sulla sua
superficie e aumentano non appena essa si avvicina al Sole».
Incertezze di questo genere caratterizzano l’intero ambito della ricerca sulle comete,
in cui grandi sorprese e grandi oggetti si materializzano costantemente uscendo
dall’oscurità dello spazio profondo. Benché sia impossibile calcolare le probabilità,
dovrebbe essere evidente anche a uno scolaro che la Swift-Tuttle potrebbe continuare
in eterno a mancare il bersaglio Terra e che un’altra cometa, magari una che non è
stata vista nei nostri cieli per migliaia di anni, potrebbe materializzarsi domani, carica
di cupe minacce come il drago dell’Apocalisse, «che aveva sette teste e dieci corna
[…] La sua coda trascinò via un terzo delle stelle dal cielo e le fece cadere sulla Terra
[…]»
Non c’è da meravigliarsi se, quando la luminosissima cometa di Hale-Bopp, a lungo
periodo e dotata di una lunga coda, apparve minacciosamente nel 1997, raggiungendo
il punto di massimo avvicinamento alla Terra all’equinozio di primavera dopo 4210
anni in cui non era mai stata vista, una specie di febbre escatologica colpì in breve
tempo il mondo intero. Inoltre, se la Hale-Bopp ci avesse colpito invece di superarci a
una distanza di 200 milioni di chilometri, avremmo veramente vissuto gli ultimi
giorni della nostra vita. Si ritiene infatti che questa cometa sia, quanto a dimensioni,
almeno il doppio della Swift-Tuttle.

Qualcuno arriva di soppiatto


Altre comete a lungo periodo con orbite di 15.000 anni, o di 20.000 anni, o di 90.000
anni, in teoria potrebbero sbucare dal cielo notturno in qualsiasi momento e senza
alcun preavviso. Dal momento che i loro passaggi precedenti non sono registrati in
documenti storici e neppure nella tradizione orale, non abbiamo la possibilità di
prevedere quando ritorneranno. Lo stesso vale per le comete a lungo periodo che
possono aver attraversato questo percorso in tempi storici o poco più antichi, come la
Hale-Bopp che passò nel 2210 a.C.: non ci sono tracce di documentazione del loro
passaggio.
Comete di questo genere, dichiarano Philip Dauber e Richard Muller, sembrano
«orbitare attorno al Sole in direzione opposta a quella della Terra». Quando questo
accade:
le loro potenziali velocità d’impatto sono persino più grandi di quelle dei proiettili a breve periodo.
Le loro dimensioni solitamente grandi (4 chilometri e oltre) le rendono ancora più pericolose.
Queste comete che incrociano la Terra diventano visibili soltanto quando il calore del Sole
incomincia a sciogliere in vapore i loro ghiacci di lunga data […] Rimane più o meno un anno di
accelerazione prima che esse si dirigano verso il Sole o, più raramente, entrino in collisione con un
pianeta. Circa la metà di tutte le comete a lungo periodo incrociano effettivamente la Terra […] Se
siamo particolarmente sfortunati, una nuova cometa su un’orbita di collisione con la Terra potrebbe
essere individuata soltanto due mesi prima dello schianto fatale.
David Morrison dell’Ames Research Center della NASA sottolinea che, con l’attuale
tecnologia, «non ci sono mezzi per distinguere un oggetto vago (cometa o asteroide è
indifferente) contro il fitto sfondo stellare della Via Lattea», Avverte che è dunque
possibile che una cometa «arrivi di soppiatto» sulla Terra, senza essere individuata
fino a poche settimane dalla collisione. Per poter identificare le comete a lungo
periodo è necessario esaminarle costantemente, e anche in questo caso non si può
esser certi della riuscita.

Che cosa sa veramente la scienza…


Sembra che sia in atto un processo di evoluzione nella vita delle comete e che quelle
a lungo periodo cambino gradualmente la propria orbita «incrementando le
interazioni gravitazionali con i pianeti maggiori» per diventare comete a periodo
intermedio e infine a periodo breve con orbite sempre più corte, così corte, alla fine,
che le comete devono inevitabilmente o cadere nel Sole oppure rimanere intrappolate
nella forza di gravità di un pianeta. Un esempio è costituito dalla cometa di Encke,
che incrocia la Terra, ha il periodo più breve di qualsiasi altra cometa conosciuta
(meno di quattro anni) ed è stata vista diventare «sempre meno precisa nel mantenere
i propri appuntamenti nei nostri cieli». Il periodo della sua orbita continua ad
accorciarsi e, come scopriremo, può essere che faccia parte di un conglomerato più
ampio di detriti cosmici che attualmente sta evolvendosi in una pericolosa collisione
mortale.
Negli ultimi due secoli sono stati registrati in particolare due mancati incontri tra la
Terra e le comete. La cometa Lexell mancò la Terra di meno di un giorno nel giugno
del 1770,mentre la cometa IRAS-Araki-Alcock volò a una distanza dalla Terra pari a 5
milioni di chilometri circa nel 1983.
Per quando possiamo aspettarci il prossimo avvicinamento? L’opera classica sulle
comete, quella che è considerata un punto di riferimento da tutti gli scienziati che
cercano di chiarire questo argomento, è il Catalogue of Cometary Orbits. L’edizione
del 1997 segnala, tra le 1548 comete, tutte quelle per le quali esistono dati sufficienti
a calcolare le orbite: sono 91, poiché, dal periodo precedente al diciassettesimo
secolo ci sono giunti pochi dati storici, mentre il resto l’abbiamo appreso dai
«passaggi di comete negli ultimi tre secoli».
Ciò che la scienza sa veramente sulle comete, in altri termini, deriva dai dati che si
ricavano da un campione di comete estremamente ristretto il cui comportamento è
stato osservato dal nostro minuscolo angolo di universo nel corso dell’insignificante
durata di tre secoli…

Comete giganti che si frammentano


Abbiamo visto che ci sono miliardi e miliardi di comete nella nube di Oort e nella
fascia di Kuiper, che alcune di queste comete sembrano dirigersi con un movimento
«a spirale» verso il Sole, dunque verso i pianeti più interni, e che molti oggetti in
precedenza ritenuti asteroidi sono in realtà i residui di antiche comete. In un certo
senso, dunque, non è più il caso di pensare a comete e asteroidi come oggetti
chiaramente distinti. Essi appaiono invece come la conseguenza di un processo di
disintegrazione gerarchica in cui comete giganti provenienti dal sistema solare
esterno con orbite molto lunghe migrano nel sistema solare interno, frammentandosi
lungo la via in una moltitudine di comete più piccole a periodo più breve che, a
seconda delle volte, entrano in collisione con pianeti (test chimici indicano che
l’agente d’impatto del K/T era una cometa attiva) oppure riescono a evitarli. Quelle
che sopravvivono continueranno a diminuire gradualmente la propria luminosità fatta
di polvere, meteoriti e detriti più grossi per alcune migliaia di anni prima di perdere la
propria volatilità e diventare completamente inerti, cioè prima di assumere l’aspetto
di asteroidi. Non perdono però la propensione a frammentarsi, né quella a urtare i
pianeti, e continuano a incrociare orbite correndo lo stesso pericolo a cui si va
incontro giocando alla roulette russa.
Come abbiamo visto, in realtà è soltanto dalla metà degli anni Novanta che l’idea di
«comete giganti» che si frammentano, energicamente sostenuta da Victor Clube e
Bill Napier più di vent’anni prima, ha incominciato a ottenere il favore generale degli
astronomi. La scoperta di comete enormi come Chirone e Hidalgo, così come quella
degli oggetti della fascia di Kuiper, l’ha confermata. Inoltre, da uno studio di
registrazioni storiche ora risulta chiaramente che le comete giganti non sempre si
frammentano nel sistema solare esterno e talvolta possono sopravvivere, più o meno
intatte, avvicinandosi alla zona dei pianeti più interni. Un esempio degno di nota è la
cometa Sarabat comparsa nel 1729, che quasi raggiunse Giove. Da un certo numero
di registrazioni astronomiche eseguite a quell’epoca si evince che quella cometa era
estremamente luminosa, «intrinsecamente la più luminosa mai osservata in secoli
recenti», dice Duncan Steel, e «soltanto un oggetto molto grande poteva apparire così
luminoso pur essendo tanto lontano».
Una valutazione bassa delle sue dimensioni è di circa 100 chilometri; in realtà potrebbe aver
raggiunto i 300 chilometri […] E’ inevitabile che molte comete analoghe sulle orbite che incrociano
la Terra siano arrivate attraverso le ere geologiche.
A questo Bill Napier aggiunge che oggetti di 200 chilometri in orbite caotiche sono
intrinsecamente instabili: «E’ sufficiente una piccola collisione a deviare una cometa
sul percorso verso la Terra, e chi può sapere che cosa accadrebbe?» Una simile
imprevedibilità è ovviamente rafforzata dall’evidente possibilità che molte comete
siano anche soggette all’«effetto Cape» a causa del degassamento. Nel caso della
cometa di Halley, una valutazione accurata della potenza dei suoi getti di gas fu resa
possibile dalla sonda spaziale Giotto. Si scoprì che:
esercitano una forza di più due milioni di chili, quasi come tutti i motori della capsula spaziale
quando si solleva dalla rampa di lancio. E questi getti continuano a fuoriuscire per ore, per giorni
interi.

Missili a testate multiple a obiettivi indipendenti


Dalla prima conferma ottica dell’esistenza di comete giganti nella fascia di Kuiper
nel 1992 nessun oggetto di questo genere è stato visto frammentarsi. Quanto alle
comete «comuni», invece, che sono strettamente collegate a quelle giganti sotto ogni
aspetto, le si è viste spesso frantumarsi a distanza, liberando sciami di «testate
esplosive» come i missili balistici intercontinentali MIRV (Multiple lndependently
target ed Reentry Vehicle).
Ne fu un esempio la cometa di Biela, la cui orbita, secondo i calcoli, era «a trentamila
chilometri circa dalla Terra» (benché questo non significhi certo che la Terra e la
cometa fossero sempre a quella distanza l’una dall’altra; dipendeva dal punto in cui
ciascuna di esse si trovava nella propria orbita in un certo momento). Ignatius
Donnelly, storico del diciannovesimo secolo, ci ha lasciato il seguente racconto:
Il 27 febbraio 1826, M. Biela, un ufficiale austriaco […] scoprì una cometa nella costellazione
dell’Ariete che, a quell’epoca, era vista come una piccola, rotonda macchia di nuvole diafane. Il suo
corso fu osservato nel mese successivo da M. Gambart a Marsiglia e da M. Clausen ad Altona, i
quali le attribuirono un’orbita ellittica con un periodo di rivoluzione pari a sei anni e tre quarti. In
seguito M. Damoiseau calcolò il suo percorso, e annunciò che in occasione del suo ritorno
successivo la cometa avrebbe attraversato l’orbita della Terra, a trentamila chilometri dal suo
percorso, e all’incirca un mese prima che la Terra arrivasse nello stesso punto! Ovviamente si
trattava soltanto di un mucchio di sciocchezze! Egli valutò che il viaggio di ritorno sarebbe durato
una decina di giorni, a causa dell’influsso ritardante di Giove e Saturno; ma se avesse impiegato
quaranta giorni invece di dieci, che cosa sarebbe accaduto?
La cometa, invece, arrivò nel 1832, e mancò la Terra di un mese. La cometa ritornò, quasi fosse
un’abitudine, nel 1839 e nel 1846. Ma in questo caso si verificò un evento sorprendente. La sua
vicinanza alla Terra la spaccò in due; ogni metà aveva una testa e una coda; ogni metà aveva un
proprio assetto ben distinto; e giravano nello spazio, affiancate, come una coppia di cavalli da corsa,
a una distanza di venticinquemila chilometri circa, ossia il doppio del diametro della Terra.
Nel 1852, nel 1859 e nel 1866, la cometa avrebbe dovuto ritornare, ma non lo fece. Si era persa. Era
svanita nel nulla. Il materiale di cui era fatta rimase appeso attorno alla Terra sotto forma di
frammenti, da qualche parte…
Nella circostanza più recente, ossia nel 1866, un altro commentatore ci dice che «in
novembre, il periodo del ritorno di Biela, il mondo osservò una pioggia di meteoriti
particolarmente luminosa, e nel 1872, nel 1885 e nel 1892, in corrispondenza con la
sua orbita precedente, in novembre si videro imponenti schieramenti di meteore». In
un certo sito furono avvistate più di 160.000 stelle cadenti nel giro di un’ora e a
tutt’oggi i detriti della cometa di Biela ritornano annualmente sotto forma di sciame
di stelle cadenti conosciute con il nome di Andromedidi.
Lungo il suo percorso nel sistema solare interno la Grande Cometa del 1744 si
trasformò vicino all’orbita di Marte in sei grandi, luminosi frammenti, ciascuno con
la propria coda lunga da 30 a 44 gradi. Il 4 ottobre 1994 Jim Scotti dello Spacewatch
riferì che la cometa Harrington, la quale non incrocia l’orbita della Terra, si era
frantumata in almeno tre parti. Nel marzo del 1976 il nucleo della cometa West si
disintegrò in quattro parti. E abbiamo visto come la cometa Shoemaker-Levy 9 si
ruppe in 21 frammenti.
Altri esempi di frammentazione includono la cometa Macholz 2, scoperta
dall’astronomo Donald Macholz nel 1994 in una regione del cielo non ancora
esplorata da alcun telescopio della rete mondiale Spacewatch. Questa cometa si trova
su un’orbita che incrocia quella della Terra con un periodo breve di sette anni circa e
consiste di uno sciame di sei nuclei individuali ancora relativamente vicini l’uno
all’altro, ma sul punto di allontanarsi sempre di più, il che indica come,
probabilmente, fossero causati dalla frammentazione di un nucleo originariamente
più grande avvenuta negli anni Ottanta.
Le interessanti comete Kreutz «che sfiorano il Sole», così luminose che talvolta le si
è viste in pieno giorno, sono una famiglia analoga di nuclei discendenti da un
progenitore comune. Attualmente sono costituite da una dozzina di oggetti individuali
su orbite virtualmente identiche ma con periodi variabili da 500 a 1000 anni, che
passano molto vicino alla superficie del Sole, alcune soltanto a mezzo milione di
chilometri di distanza. In effetti, nel 1979 una di queste comete si schiantò
direttamente contro il Sole, e fu fotografata poco prima dal satellite Solwind
dell’aeronautica militare statunitense. L’impatto causò
«un luccichio su metà del disco solare che durò per quasi un giorno».
Ripercorrendo le orbite delle comete Kreutz che sfiorano il Sole, Victor Clube e Bill
Napier concludono:
Una volta, dieci o ventimila anni fa, erano un solo gigantesco oggetto che subì una serie di
disintegrazioni. E quasi certo che gli sconvolgimenti causati dal passaggio ravvicinato al Sole
abbiano spezzato la cometa «madre» in frammenti […]
Un esempio degli effetti che simili frammenti possono provocare è dato dalla cometa
S-L9, che andò a schiantarsi contro Giove. Dal momento che qualsiasi pianeta minore
sarebbe stato ucciso da quei 21 proiettili che sfrecciavano nel cielo, è naturale
domandarsi se non possa esser stato proprio un incidente, magari su scala persino
maggiore, a uccidere Marte. Una cometa gigante potrebbe essere implicata nella cupa
storia del passato di Marte e anche, forse, nell’incerto futuro della Terra?

23
VIAGGIO SULL’ABISSO
Fin dall’inizio della loro grande civiltà gli antichi egizi concepirono la missione e la
condizione del genere umano come inseparabilmente connesse al cosmo e da esso
governate. Erano convinti che la nostra vera casa spirituale si trovi nei cieli, dai quali
siamo discesi solo temporaneamente nel mondo materiale, e che «gli abitanti dei
cieli» esercitano un potente influsso sulle nostre vite che noi trascuriamo a nostro
rischio e pericolo. Nei loro insegnamenti le stelle e i pianeti erano dei, non soltanto
punti di luce remoti nel cielo, e i meteoriti di ferro (bja), il «metallo divino»,
rappresentavano uno scambio tra i regni spirituale e materiale.
Simili concezioni erano presenti fin dal primo periodo storico e si trovano espresse
nei Testi delle Piramidi, i più antichi scritti dell’umanità che ci siano rimasti. Insieme
alla più tarda letteratura funeraria degli antichi egizi, ci insegnano che esiste un
cammino segreto di pura conoscenza, «una via per ascendere al cielo», che può
ricondurci alla nostra dimora celeste se soltanto riusciamo a scoprirla e a
impossessarcene. Senza alcun dubbio la meta ultima degli antichi iniziati egizi era
una forma di consapevole immortalità – la «vita di milioni di anni» – che si sarebbe
potuta raggiungere attraverso la rinascita sotto forma di stella:
O Re, tu sei questa grande stella, il compagno di Orione che attraversa il cielo insieme a Orione, che
naviga nel Duat con Osiride.
Tu sali dalla parte orientale del cielo, e ti rinnovi nella giusta stagione e ringiovanisci a tempo
debito. Il cielo ti ha fatto nascere con Orione.
Il lettore ricorderà che la regione celeste del Duat, gli «inferi» degli antichi egizi, un
regno stellare dell’aldilà, era dominata dalle costellazioni di Orione, Toro e Leone e
divisa dalla «Via d’acqua tortuosa» che noi chiamiamo la Via Lattea:
La porta celeste verso l’orizzonte è aperta per te, e gli dei sono felici di incontrarti. Ti portano in
cielo con la tua anima […] Hai attraversato la Via d’acqua tortuosa come una stella attraversa il
mare. Il Duat ha afferrato la tua mano nel luogo in cui si trova Orione, il Toro del Cielo [Taurus] ti
ha dato la sua mano […]
La Via Lattea è la nostra galassia e il grande fiume del cielo che vediamo è fatto di
miliardi di luci di stelle unite insieme situate lungo la distesa del disco galattico.
Entro la galassia, che tecnicamente è una «galassia spirale», tutte le stelle in realtà
sono in movimento, e navigano attraverso le volute della spirale che gira, orbitando
attorno al nucleo galattico. La nostra stella particolare, il Sole, è passata di recente
attraverso le braccia spirali di Orione, così chiamate perché includono la spettacolare
nebulosa di Orione, che giace sotto le tre stelle della cintura della costellazione di
Orione. Gli astronomi hanno mostrato interessanti prove di come il passaggio fosse
«difficoltoso», e il sistema solare ne era gravemente disturbato, al punto da subirne
conseguenze che includevano una serie di spettacolari eventi celesti che si protrassero
nel passato per 20.000 anni. Ma sembrava che la causa di tutto fosse la costellazione
del Toro.

Messaggio cielo-Terra
Non può essere una pura coincidenza che gli antichi egizi nutrissero un profondo e
durevole interesse per le costellazioni di Orione e del Toro. La loro convinzione che
questa area del cielo sia la casa cosmica alla quale dobbiamo tentare di ritornare è
espressa non solo nei testi religiosi, ma anche nelle tre grandi piramidi di Giza e nelle
cosiddette piramidi «Inclinata» e «Rossa» di Dashur. Situato in una posizione
geodeticamente significativa, a 30 gradi nord di latitudine (un terzo della distanza tra
l’equatore e il polo nord) e incorporando una serie di costanti matematiche, numeri
trascendentali e rapporti geometrici come phi, pi, e e/pi, il gruppo di Giza simula
l’immagine celeste delle stelle della cintura di Orione, mentre le piramidi di Dashur
simulano le posizioni relative di due stelle nella costellazione del Toro: Aldebaran ed
Epsilon Tauri. E’ probabile che la piramide «Rossa», che rappresenta Aldebaran, sia
stata costruita in pietra rossa a causa del brillante colore del suo corrispettivo stellare
che forma «il rosso occhio scintillante» del toro celeste nella costellazione omonima.
Nel Capitolo 16 abbiamo mostrato che esattamente la stessa logica è espressa
nell’enigmatica figura della Sfinge, dipinta di rosso a causa della sua associazione
con Marte, il Pianeta Rosso, e con il corpo da leone per simulare l’immagine celeste
della costellazione del Leone che sorge all’equinozio di primavera. Nessuna civiltà
che comprenda la precessione dovrebbe avere più difficoltà di quante ne abbiamo noi
per scoprire che l’ultima volta che il Leone «governò» l’equinozio risale a un periodo
compreso tra 13.000 e 10.000 anni fa. Siamo certi che i costruttori della Sfinge
volevano rendere evidente questo collegamento. Per questo motivo ci domandiamo se
è possibile che parte del «messaggio» della Sfinge sia semplicemente: «Considera
Marte quando l’equinozio di primavera è nel Leone». Se consideriamo Marte
scopriamo quanto segue:
* Un tempo c’erano piogge e l’acqua scorreva e forse rendeva possibile la vita. Non sappiamo
quando fu. Secondo alcune indicazioni potrebbe anche trattarsi di tempi estremamente recenti.
* Sulla sua superficie c’è un oggetto che appare molto simile al volto della Sfinge, e si trova in
mezzo a un insieme di altri oggetti, molti dei quali assomigliano sorprendentemente alle piramidi.
Abbiamo visto che queste «strutture» marziane sono ubicate a una latitudine geodeticamente
significativa e incorporano molte delle stesse proprietà matematiche dei monumenti della necropoli
di Giza.
* La superficie marziana è stata devastata da collisioni con un gigantesco sciame di detriti cosmici,
tra cui tre enormi proiettili «in grado di uccidere il mondo» che provocarono la formazione dei
crateri di Hellas, Argyre e Isidis. Nella Parte I abbiamo visto che questo cataclisma non deve
necessariamente essersi verificato in un periodo geologico remoto, come gli scienziati tendevano a
credere, ma potrebbe risalire a tempi recenti, forse a meno di 20.000 anni fa, forse addirittura allo
stesso periodo in cui l’ultima era glaciale della Terra finì improvvisamente e misteriosamente con
l’estinzione di specie animali su tutto il pianeta.
È possibile, in altre parole, che «il cataclisma finale di Marte» e quello di minore
entità ma altrettanto grave che fece uscire la Terra dalla sua ultima era glaciale si
siano verificati più o meno contemporaneamente… e forse che siano stati addirittura
causati dallo stesso agente?
Se pensiamo alla maniera degli antichi egizi che consideravano il cosmo, la Terra, i
pianeti e tutte le stelle come parti costitutive di una matrice continua e interconnessa,
scopriamo che è più facile capire ciò che la scienza moderna ha dimostrato solo
recentemente, ossia che il sistema solare e tutti i pianeti sono profondamente
influenzati dalla loro galassia e che questi influssi scorrono verso di noi dalle
profondità dello spazio come onde…

I viaggi di Ra
Gli antichi egizi rappresentavano il Sole, cioè il dio Ra, come colui che viaggiava
sulle acque dell’abisso:
Gli uomini ti lodano con il tuo nome di «Ra» […] Milioni di anni sono passati sul mondo; non
posso dire il numero di quelli attraverso i quali sei passato tu […] Tu devi andare oltre e viaggiare
attraverso spazi immensi che richiedono milioni e centinaia di migliaia di anni per oltrepassarli […]
Tu segui la tua rotta attraverso gli abissi d’acqua fino al luogo da te più amato […] e poi immergiti
e poni fine ai tuoi giorni […]
Sebbene il testo sia tratto dal Libro dei morti degli antichi egizi, le idee che esprime
sono il territorio di moderni astrofisici, i quali hanno appreso che tutto, nell’universo,
è in movimento e che, nel suo girare attorno al nucleo galattico, il Sole è realmente
un viaggiatore che attraversa «spazi immensi» che richiedono «milioni di anni per
oltrepassarli».
In effetti, sono implicati diversi movimenti. Quelli fondamentali sono:
1) Mentre porta con sé l’intero sistema solare, incluse ovviamente le comete della
nube di Oort e la fascia di Kuiper, il Sole è chiuso in una vasta orbita attorno al
nucleo galattico, e completa ciascuna rivoluzione in un periodo di 250 milioni di anni
circa. Viaggiando a una velocità di 225 chilometri al secondo, recentemente è passato
attraverso le braccia spirali di Orione sul margine interno delle quali si trova adesso.
2) Il Sole orbita attorno al nucleo galattico più velocemente di alcune stelle e più
lentamente di altre (in generale le stelle distanti dal nucleo si spostano a velocità
inferiori rispetto a quelle più vicine, e il Sole è collocato relativamente lontano dal
nucleo). «C’è la confusione più assoluta», spiega Victor Clube:
Ogni cosa passa attraverso ogni altra cosa. Non intendo dire che una stella passa attraverso un’altra
stella. Ma lo spazio in generale è così vuoto che tutte queste configurazioni di cui parliamo
finiscono per associarsi l’una all’altra […] Il sole, in effetti, si muove nella sua orbita particolare. E
accade che cambi velocità passando da un antico braccio spirale oppure da un’antica nube
molecolare.
3) Il Sole non viaggia sempre nella «pianeggiante» (benché spessa anni luce) distesa
orizzontale del disco galattico. Il suo movimento può esser meglio compreso, invece,
come un moto ondoso (gli astronomi l’hanno paragonato al movimento dei cavalli di
una giostra, o a quello di un delfino). L’effetto di questa lenta ondulazione è che il
Sole, nella sua orbita, periodicamente «risale» il denso piano centrale della galassia,
poi nuota ancora in essa e infine emerge al di sotto, poi ricomincia a nuotare e così
via, senza fine, senza mai smettere di percorrere questo circuito. Il ritmo di questi
movimenti è regolare e ciclico con il Sole che dal suo punto «più basso» sotto il disco
sorge verso il suo punto più alto in un periodo di 60 milioni di anni circa e cade
nuovamente nel punto più basso dopo altri 60 milioni di anni. Soltanto a metà del
viaggio, più o meno dopo trenta milioni di anni, passa attraverso il denso piano
centrale della galassia.4) Sovrapposta alla traiettoria principalmente circolare del Sole
(benché si tratti di salire e scendere), sul nucleo galattico c’è anche quella che gli
astronomi chiamano la «peculiare» velocità solare. Secondo i calcoli di Mark Bailey,
Victor Clube e Bill Napier:
Questa velocità può essere rappresentata come un vettore diretto rispettivamente verso il centro
galattico, parallelo alla velocità circolare e perpendicolare al piano galattico. Nelle coordinate
galattiche questo corrisponde a un movimento verso il polo nord galattico. Questa direzione,
incidentalmente, può esser vista dall’emisfero settentrionale ogni sera d’estate, dal momento che si
trova […] più o meno a metà strada tra le stelle luminose Vega e Ras Alhague, quasi esattamente
all’opposto delle nubi molecolari di Orione.
Ricordiamo al lettore che le piramidi di Giza, che simulano le stelle della cintura di
Orione, sono collocate a 30 gradi nord di latitudine sulla Terra, oppure, per dirlo in
un altro modo, «in un punto approssimativamente a 30 gradi fuori dalla linea
dell’equatore verso il polo nord geografico […]» Inoltre, questo punto della galassia
verso il quale il Sole è condotto («Tu segui la tua rotta attraverso gli abissi d’acqua
fino al luogo da te più amato […] e poi immergiti e poni fine ai tuoi giorni […]), è
situato all’opposto delle nuvole molecolari della nebulosa di Orione. Come l’Hubble
Space Telescope ha definitivamente dimostrato durante gli anni Novanta, la nebulosa
è una regione di stelle, letteralmente il luogo in cui nascono nuove stelle. Poiché si
trova in una regione dello spazio attraverso la quale si ritiene che il Sole e la Terra
siano passati dai cinque ai dieci milioni di anni fa, essa dà luogo alla configurazione
della costellazione di Orione, sotto le stelle della cintura, che i greci rappresentavano
con una spada, mentre gli antichi egizi videro come il fallo di Osiride, il dio della
rinascita.

Come in alto, così in basso


Gli antichi egizi erano convinti che gli eventi sulla Terra fossero governati,
condizionati e direttamente influenzati da eventi nel cielo e che «tutto il mondo che
giace sotto» sia
disposto e riempito da ciò che si trova sopra; le cose che sono sotto, infatti, non possono disporre
quelle del mondo di sopra. I misteri più deboli, poi, devono sottostare ai più forti […] il sistema
delle cose in alto è più forte di quello delle cose in basso […] e non c’è niente che non sia sceso in
basso dall’alto.
Questo è letteralmente vero per le comete. Non solo esse «scendono dall’alto» nel
senso che appartengono al cielo e tuttavia, occasionalmente, entrano in collisione con
i pianeti; ma anche nel senso che, come gli astronomi ora sanno, periodicamente
vengono spinte verso il sistema solare interno da forze persino più distanti al livello
della galassia. Questi influssi «dall’alto» sono ampiamente governati dal carattere dei
diversi ambienti dello spazio profondo che il Sole incontra mentre percorre la sua
immensa, circolare e ondulata traiettoria attorno al nucleo galattico e si fanno sentire
più fortemente durante i passaggi attraverso il denso piano centrale della galassia.
Qui sono coinvolti due elementi chiave, o meglio, sono interconnessi. Si tratta delle
braccia spirali galattiche e delle nebulose compatte, spesso, ma non esclusivamente,
trovate entro le braccia spirali e note come «nubi molecolari giganti».
Fabbriche di comete
Gli astronomi non si trovano d’accordo sulla sostanza di cui sono fatte le braccia
spirali, ma la maggior parte condivide l’idea di Victor Clube che le considera
configurazioni relativamente transitorie, espulse dal nucleo galattico. Inoltre, la
galassia ne genera costantemente di nuove:
è come quando gli alberi, nella stagione giusta, mettono le foglie, per così dire […] Vedo
moltissime comete che si condensano al di fuori del gas caldo che originariamente si trova nelle
braccia spirali. Queste comete si aggregano e formano le stelle […]
Siamo così ricondotti alla prova di elettrificazione spettroscopica riferita
dall’astronomo Lagrange-Henri nel 1988, in base alla quale «uno sciame di piccoli
corpi simili a comete cadono ad alta velocità verso Beta Pictoris, una stella
relativamente giovane attorno alla quale sta avvenendo ora la formazione del pianeta
oppure è appena stata completata».
Condensandosi nei gas molto caldi delle braccia spirali, simili comete possono
raggiungere dimensioni gigantesche. Clube e Napier riferiscono che esempi
veramente massicci sono stati individuati «nelle vicinanze delle due associazioni
stellari meglio studiate e particolarmente attive: la cosiddetta nebulosa di Gum e la
nebulosa di Orione». Queste comete sono
enormi in confronto a quelle del sistema solare, poiché le loro code sono un milione di volte più
lunghe […] Non solo le code divergono dal centro in cui avviene l’associazione con la cometa
«madre» e da cui ha origine la maggior parte della radiazione locale, ma le teste sembrano anche
collocate in orbite sensibilmente eccentriche che si allontanano dalla fonte centrale […] si suppone
che le teste possano includere immensi assemblaggi di comete interstellari o disseminate tra i
pianeti […] Ci viene dunque segnalato che abbiamo a che fare con grandi, liberi aggregati di
materiale relativo alle comete che stanno per entrare, o sono già entrati, nel processo di formazione
di nuove stelle […]
Si ritiene che le braccia spirali, come se fossero le nursery di comete interstellari
giganti, contengano una massa di altro materiale, che varia per dimensioni dal gas
etereo e dai granelli di polvere a oggetti «grandi come la Luna»:
la prova galattica conferma che le braccia spirali contengono materiale di pianeti o
comete in tutte le varietà di forme possibili. E’ inevitabile, dunque, che il sistema
solare interagisca con questo materiale quando passa attraverso le braccia spirali.
Per compiere un passaggio orizzontale completo attraverso un braccio spirale, il Sole
può impiegare dai 50 ai 100 milioni di anni. Dal momento che le braccia spirali
tendono a localizzarsi sul piano galattico o molto vicino a esso, il movimento in su e
in giù del Sole, simile a quello di un delfino, significa che trascorrerà la maggior
parte del suo tempo o sopra o sotto il braccio, «immergendovisi» soltanto a intervalli
ciclici di 30 milioni d’anni circa.

Nubi mostruose
Il secondo, periodico «rischio del piano galattico», la zona piatta in cui la maggior
parte del materiale cosmico «libero» tende a gravitare, è la possibilità di incontri con
nubi molecolari giganti (GMC-Gigantic Molecular Clouds). Come abbiamo osservato
sopra, esse possono trovarsi quali elementi di ulteriore complicazione già all’interno
di braccia spirali «con molte protuberanze», oppure possono esistere in stato di
isolamento, nello spazio interstellare medio tra le braccia spirali.
Le GMC di solito hanno un diametro di 100 anni luce circa e hanno una massa
(distinta dal diametro) che, generalmente, è pari a mezzo milione di volte quella del
Sole. La matrice di base di queste fredde concentrazioni massicce consiste di
molecole di idrogeno e di composti più complessi, mischiati a polvere. Inoltre spesso
contengono densi agglomerati di stelle giovani e, secondo Clube e Napier, «un
numero spropositato di comete che si sono formate anch’esse di recente […] e
circolano liberamente nella nebulosa Confinate nella zona piatta della Via Lattea», si
ritiene che «alcune migliaia di GMC orbitino nella galassia.» Inevitabilmente, dunque,
ci saranno momenti, ancora governati dalla periodicità pari a 30 milioni di anni con
cui l’orbita del Sole oscilla dentro e fuori il piano galattico, in cui esso deve penetrare
le GMC:
Incontri ravvicinati tra il Sole e queste nebulose, vale a dire entro alcuni anni luce,
probabilmente si sono verificati più di cinquanta volte durante la vita del sistema
solare. L’attuale penetrazione dovrebbe essersi già verificata più di una dozzina di
volte, coinvolgendo in molti casi il passaggio del Sole entro un anno luce dal centro
della nube.

Controllo galattico
Ora abbiamo finalmente ricomposto il puzzle e, con tutti i pezzi al posto giusto,
siamo in grado di capire come le comete trovino la propria via nel sistema solare
interno, e possano costituire una minaccia distruttiva di mondi non a causa di qualche
evento vicino, «locale», ma a causa del distante e quasi inimmaginabile influsso della
galassia. In altre parole, e nel senso più autentico, ciò che accade qui «in basso», sulla
Terra, oppure su Marte, quando una cometa si avvicina particolarmente, può essere
fatto risalire effettivamente a molto «in alto» nei cicli del cosmo.
Gli astronomi hanno mostrato che il passaggio attraverso una GMC ha un effetto
profondamente destabilizzante sulla nube di Oort, la sfera che circonda il Sole come
un guscio situato molto oltre le estreme propaggini del sistema e contiene 100
miliardi di comete. Passaggi occasionali all’interno delle GMC con una
«sottostruttura» particolarmente densa e concentrata hanno «un effetto relativamente
più dannoso». Nello stesso tempo, la GMC «strappa via» lo strato esterno
dell’involucro delle comete e lo trascina lontano, mentre le sue immense onde
gravitazionali spingono anche altre comete all’interno, verso il Sole. Imbarcandosi in
un viaggio che, per giungere al termine, richiederà milioni di anni, questi «angeli
caduti» scendono gradualmente a spirale attraverso lo spazio remoto. Alcuni entrano
in una specie di limbo nella fascia di Kuiper, dove possono rimanere per tre milioni
di anni prima di incominciare a cadere nuovamente verso il centro. Altri imboccano
una via più diretta e alla fine si scoprono all’interno dell’influsso gravitazionale di
uno dei pianeti giganti che continua a girare loro attorno come se fossero bilie per poi
proiettarle su nuove traiettorie verso il sistema solare interno.
Il passaggio attraverso un braccio spirale ha effetti ugualmente drammatici. Qui la
nube Oort viene riempita di nuove comete interstellari e di altri «larghi, solidi corpi»
cresciuti nel braccio spirale. In realtà, si pensa che «il sistema solare, agendo come un
ramaiolo gravitazionale, catturi miliardi di corpi come questi quando s’imbatte in
braccia spirali». Mentre sciamano nella nube Oort questi corpi spingono altre comete
fuori dalla nube, in direzione del Sole, conducendo l’attività delle comete così
incrementata nel sistema solare interno. Alla fine si verificheranno «episodi di
bombardamento planetario» che si prolungheranno nel tempo con «profonde
conseguenze biologiche e di altro genere». Per ciascun episodio, immense quantità di
materiale vengono sguinzagliate entro il sistema solare, e rappresentano una minaccia
duratura che può colpire in qualsiasi momento, oppure ripetutamente, per molte
migliaia di anni.
In entrambi i casi – GMC e braccia spirali – il ciclo di turbolenze che conduce ai
bombardamenti planetari è principalmente governato dal movimento in su e in giù
simile a quello di un delfino che porta il Sole attraverso il denso piano centrale della
galassia a intervalli di 30 milioni di anni circa. Gli astronomi riconoscono anche il
funzionamento di un secondo ciclo, più lungo: un ciclo di 250 milioni di anni circa,
legato al periodo in cui l’orbita del Sole si trova attorno al nucleo galattico.
In altri termini, l’intero flusso di comete nel sistema solare interno è controllato a
livello galattico, e le comete stesse rappresentano frammenti della galassia rimasti sui
pianeti. Durante violenti scontri con le GMC, oppure passaggi attraverso braccia spirali
particolarmente bitorzolute, ci si deve aspettare che onde d’impatto potenziale,
alcune delle quali con un raggio omicida pari a più di 200 chilometri verranno
liberate in direzione di Marte-Terra-Luna; queste onde, inoltre, seguiranno altre onde
provenienti da precedenti incontri galattici e saranno a loro volta seguite da altre onde
derivanti da futuri incontri galattici. Ciò significa che i pianeti interni dovranno
continuare ad affrontare bombardamenti periodici che, secondo noi, potranno essere
sia pesanti che intensi. Questo processo durerà sempre, almeno fintantoché il Sole
splenderà e le comete continueranno a essere fabbricate nelle braccia spirali.

Pulsazione
Questo processo, nel suo insieme, è regolato dalla pulsazione di un ciclo di 30 milioni
di anni, all’interno di quello più ampio pari a 250 milioni di anni, prodotto dalle
oscillazioni del Sole attraverso il piano galattico. Come risultato di un tenace lavoro
d’indagine, squadre interdisciplinari di scienziati tra cui astrofisici, astronomi,
matematici, geologi e paleontologi sono riuscite a stabilire una stretta correlazione
statistica tra questi cicli di turbolenza galattica causati dal moltiplicarsi di grandi
comete, i dati dei crateri conosciuti sulla Terra e le estinzioni di massa delle specie
animali:
con le estinzioni maggiori che si verificano ogni 250 milioni di anni o più, causate dal passaggio del
sistema solare attraverso un braccio spirale della galassia, e quelle minori che avvengono
approssimativamente ogni 30 milioni di anni quando il sistema solare incrocia il piano galattico […]
Le nubi interstellari non si trovano tutte esattamente a metà del piano galattico: questo spiega
perché non tutte le estinzioni sembrano essersi verificate secondo un programma preciso, ma
presentano invece la deviazione standard di 9 milioni di anni per ciascun episodio individuale.
Fred Hoyle e Chandra Wickramasinghe dell’università di Cardiff hanno opinioni
precise in merito all’oggetto K/T che provocò l’estinzione dei dinosauri 65 milioni di
anni fa:
La prova è che una cometa gigante precipitò nel sistema solare interno passando vicino a Giove
quel tanto che bastava per finire in mille pezzi, 65 milioni di anni fa circa. Ripetuti passaggi vicino
a Giove per un periodo di 100.000 anni hanno prodotto una frammentazione gerarchica, e uno di
questi frammenti (delle dimensioni di una normale cometa) si è avvicinato tanto alla Terra da
schiantarsi sulla superficie del pianeta.
Come sottolineano anche Hoyle e Wickramasinghe, l’estinzione di massa di 65
milioni di anni fa non fu un episodio isolato, ma rientrava invece in un ciclo che è
difficile ignorare per quanto concerne gli ultimi 100 milioni di anni, con estinzioni di
massa avvenute 94,5 milioni di anni fa, 65 milioni di anni fa e 36,9 milioni di anni fa.
I sedimenti di queste epoche «sono stati trovati associati ad aumenti della presenza di
iridio, il che crea un’ulteriore connessione con le comete». Inoltre, studi di crateri da
impatto sulla Terra, e di campioni di crateri prelevati sulla
superficie lunare, mostrano quanto siano stati intensi, violenti e serrati i
bombardamenti che vi si sono verificati con una certa regolarità. Con un discreto
margine di tolleranza questi dati ci segnalano che il sistema Terra-Luna potrebbe
attualmente entrare in un episodio di bombardamento in qualsiasi momento. In realtà,
come vedremo nel prossimo capitolo, un gruppo sempre più numeroso di eminenti
scienziati ritiene che ci siamo trovati all’interno di un simile episodio per quasi
20.000 anni, come si deduce dall’improvvisa e misteriosa fine dell’era glaciale, che
sfociò in estinzioni di massa e in un diluvio globale. Ma il peggio deve ancora venire.
Nessuno ha pensato, forse perché Marte sembra così lontano visto dalla Terra, alla
terribile possibilità che il pianeta chiamato Horus il Rosso dagli egizi, lo Xipe-Xolotl
degli aztechi, il «pianeta scorticato», sia stato a sua volta vittima dello stesso serrato
bombardamento…

24
IL VISITATORE CHE VIENE DALLE STELLE
Il mistero di che cosa accadde a Marte è un puzzle i cui singoli pezzi sono stati
disseminati per l’intera galassia e forse anche più lontano, nel corso di miliardi di
anni. Inoltre, dal momento che la distanza tra Marte e la Terra è insignificante su
scala galattica, è ragionevole supporre che qualsiasi influsso subito da Marte sia stato
subito anche dalla Terra, e viceversa. Il quadro che incomincia a delinearsi colloca il
sistema solare all’interno del suo ambiente galattico e ci mostra che un chiaro e
attuale pericolo è rappresentato dalle comete.
Il pericolo è ancora estremamente difficile da quantificare, di conseguenza è
impossibile stabilire a quali rischi precisi andiamo incontro. Per certo sappiamo
soltanto che il Sole, orbitando attorno al proprio nucleo galattico e trascinando con sé
la nube di Oort, la fascia di Kuiper, Marte, la Terra e tutti gli altri pianeti nella
propria scia, espone ciascuno di questi pianeti a periodiche ondate di attività delle
comete quando passa attraverso braccia spirali oppure a una nube molecolare gigante.
Come sospinte da grandi maremoti cosmici, onde di comete vengono sguinzagliate
nello spazio da simili incontri e rotolano verso il sistema solare interno. Tra queste ci
sono anche, a intervalli casuali, comete giganti che si estendono per centinaia di
chilometri.
I missili contenuti in ciascuna onda possono impiegare milioni di anni a cadere
abbastanza lontano da incrociare le orbite dei pianeti sassosi ed entrare nel loro
regno. Durante questo lungo processo di discesa a spirale verso il basso, in cui le loro
orbite vengono ripetutamente «spinte» e sottoposte a pressione dall’interazione con
giganti di gas quali Nettuno, Saturno e Giove, molte comete vengono fatte a pezzi da
forze gravitazionali ed esplodono in innumerevoli frammenti, aumentando così
sensibilmente il numero complessivo di proiettili.
Ne deduciamo che buona parte dei danni subiti da Marte, e alcuni enigmi come la sua
strana linea di divisione nella crosta, potrebbero risalire a un singolo scontro frontale
con i frammenti di una cometa veramente gigantesca giunta dal sistema solare esterno
su un’onda simile a quelle descritte in precedenza. Inoltre, quando guardiamo il
cadavere «martoriato», craterizzato di Marte, cupamente inerte, così tragico con i
suoi fiumi e oceani prosciugati, non appare forse evidente che i mondi possono esser
uccisi dalle comete? E non è comunque ovvio che, come dice una vecchia canzone,
«solo per volere di Dio, tocca a me o a te»?

Cicli dei cieli


La scienza non è ancora riuscita a procurarci alcun campione di crateri marziani né a
intraprendere una dettagliata indagine geologica del pianeta. Quasi tutto ciò che
sappiamo su Marte, dunque, l’abbiamo appreso dallo studio delle fotografie scattate
dall’astronave orbitante, perciò non possiamo sapere quando si verificò il cataclisma.
Come già abbiamo osservato in questo libro, gli innumerevoli crateri da impatto che
si trovano a sud della linea di divisione non si sono necessariamente accumulati
lentamente, come molti scienziati credono ancora, ma potrebbero essersi creati
all’improvviso, forse addirittura durante un unico cataclisma, e forse recentemente.
Si tratta di un’ipotesi che potrà essere verificata soltanto quando equipaggi umani
sbarcheranno su Marte. Fino a quel momento si può soltanto supporre, senza alcuna
prova definitiva, che i crateri marziani abbiano miliardi di anni. Ma possiamo fare un
po’ di luce su questo argomento considerando ciò che è avvenuto al vicino di casa di
Marte, ossia la Terra. E’ un ambito in cui possiamo avere delle certezze, senza
bisogno di fare assegnamento su foto granulose scattate da moduli orbitali a migliaia
di chilometri di distanza. Possiamo infatti appellarci a eventi tangibili ed empirici
quali le registrazioni delle estinzioni, i dati raccolti esaminando i crateri sparsi per il
mondo, test chimici realizzati su campioni di suolo… e così via.
Ciò indica che, come abbiamo detto alla fine del capitolo precedente, il nostro pianeta
ha sperimentato episodi ciclici di bombardamento ed estinzione a intervalli regolari
durante gli ultimi cento milioni di anni: in particolare 94 milioni e mezzo di anni fa,
65 milioni di anni fa (l’evento K/T) e 36,9 milioni di anni fa. Abbiamo anche mostrato
che il ciclo ha una «pulsazione» di fondo di 30 milioni di anni, tenendo conto «che la
deviazione standard di ciascun singolo episodio è pari a 9 milioni di anni». Detto
semplicemente, ciò significa che, se si prende in considerazione un ciclo che copra un
periodo di tempo abbastanza lungo, ossia parecchie centinaia di milioni di anni, si
scoprirà che episodi di bombardamento e di estinzione collegati si verificano a
intervalli di tempo approssimativi di circa 30 milioni di anni, ma il lasso di tempo
può anche ridursi a 21 milioni di anni in certi casi o estendersi a 39 in altri.
Ripercorrendo agli ultimi 100 milioni di anni, scopriamo che gli intervalli tra due
episodi di estinzione rientrano regolarmente nei tempi considerati. 94 milioni e
mezzo di anni meno 65 milioni di anni dà come risultato 29 milioni e mezzo di anni.
Da 65 milioni di anni meno 36,9 si ottiene 28,1. Sapendo che i bombardamenti sono
stati causati da onde di materiale galattico che invadono l’intero sistema solare e non
soltanto lo spazio nelle immediate vicinanze della Terra, pensiamo che sia logico
supporre che Marte e la Luna abbiano sperimentato episodi di bombardamenti,
probabilmente insieme alla Terra, più o meno 94,5, 65 e 36,9 milioni di anni fa.
Come abbiamo visto nel capitolo precedente, di questo si è già avuto conferma nel
caso della Luna. Nel caso di Marte si tratta di un’ipotesi ancora da verificare, per la
quale si dovrà attendere che l’uomo sbarchi sulla sua superficie, e questo vale anche
per tutte le altre ipotesi su Marte, da qualsiasi fonte provengano. Né le bizzarre teorie
dei più folli eccentrici né le sobrie riflessioni di scienziati famosi sono ancora state
messe a confronto con la prova empirica pura e semplice tratta dalla superficie del
pianeta stesso.
Ribadiamo la nostra ipotesi: Marte e la Terra sperimentarono entrambi episodi di
bombardamento verso 94, 65 e 36,9 milioni di anni fa. L’ultimo intervallo, tra 36,9
milioni di anni fa sino a oggi, è significativamente più lungo dei due precedenti. In
realtà, è pericolosamente vicino all’estremo limite superiore del ciclo: 39 milioni di
anni. Stiamo forse avvicinandoci al termine di ciò che già incomincia ad apparire
come un periodo atipico e stranamente lungo di tranquillità? E’ possibile che stia per
verificarsi un altro bombardamento dei pianeti interni?

Dove siamo ora?


I primi passi verso una valutazione intelligente della nostra situazione attuale sono
già stati compiuti da un gruppo di astronomi di fama quali Victor Clube e Bill Napier,
David Asher, Duncan Steel, Mark Bailey, Fred Hoyle e Chandra Wickramasinghe.
Manca lo spazio per riportare tutte le loro scoperte, perciò nelle pagine successive di
questo capitolo ci concentreremo inevitabilmente sulla «gerarchia di prove» basilari
da loro costruite. Lo faremo usando il più possibile parole nostre, per comunicare al
lettore meglio che possiamo la profonda preoccupazione e la sensazione di urgenza
sempre più incalzante che questi scienziati avvertono. Condividiamo le loro
preoccupazioni. E riteniamo particolarmente importante che il pubblico e coloro che
prendono le decisioni politiche vengano a conoscenza del loro lavoro, che dimostra
come l’ambiente galattico in cui attualmente si trova il sistema solare sia
tragicamente mortale e imprevedibile. Insieme a un numero sempre più alto di
colleghi provenienti da altri paesi, essi prestano particolare attenzione ai seguenti
fatti:
1) C’è la prova «di una recentissima turbolenza della nube di Oort collegata in
qualche modo al movimento solare […]»
2) Il Sole è passato di recente attraverso l’area interna densamente popolata della
galassia e attualmente sta «sfiorando» gli 8 gradi al di sopra.
3) Negli ultimi 100 milioni di anni il Sole ha fatto visita alle braccia spirali di Orione,
attraversandole «a un’angolazione molto vicina al suo asse, completando un paio di
cicli con il movimento ‘a delfino’».
4) Recentemente ha completato questo passaggio e ora si trova esattamente al di
sopra del margine interno delle braccia spirali.
5) Qui ha «penetrato quelli che sembrano i residui di un’antica nube molecolare
gigante che si sia disintegrata. Si tratta di un anello di materiale che incorpora la
maggior parte delle nubi molecolari e le regioni di formazione di stelle situate nelle
vicinanze del Sole. Le giovani stelle azzurre formano un arco nel cielo ora noto come
fascia di Gould, ma conosciuto fin dai tempi di Tolomeo […] Il sistema solare passò
attraverso la fascia di Gould soltanto 5 o 10 milioni di anni fa».
6) L’agghiacciante conclusione è che l’attuale «indirizzo» del Sole nella galassia non
solo indica che un episodio di bombardamento è imminente, ma anche che deve
essere già incominciato e la velocità dell’impatto in questo momento dev’essere
straordinariamente alta:
La posizione del Sole sul margine interno del braccio spirale di Orione conferma che attualmente
siamo in una fase attiva. Inoltre, il sistema solare è da poco passato attraverso l’estensione della
galassia dove la pressione delle onde sulle nubi di comete è al massimo; il flusso di comete è
dunque vicino a un picco elevato del suo ciclo galattico. Recentemente è passato attraverso la fascia
di Belt e ha dunque subito una pressione eccezionale causata dal recente passaggio di un’antica
nube molecolare che si è disintegrata […] Questo incontro deve aver creato un episodio di notevole
impatto, entro il quale siamo tuttora immersi […] [In realtà] le condizioni che produrrebbero un
eccezionale flusso di comete sulla Terra, ossia la posizione vicina al piano galattico, la prossimità a
un braccio spirale e il recente passaggio attraverso un sistema di nubi molecolari, sono tutte
contemporaneamente presenti, per il sistema solare, in questo momento […] Attualmente ci
troviamo all’interno di un episodio d’impatto.

La traccia di una cometa gigante


Il lavoro di ricerca svolto dagli astronomi determina con esattezza che il passaggio
turbolento del Sole attraverso la fascia di Gould è la singola fonte più probabile
dell’episodio. Gli astronomi ritengono inoltre che verso la fine del passaggio,
pressappoco 5 milioni di anni fa, un raggruppamento di comete fu espulso dalla nube
di Oort dalla spinta del moto ondoso e incominciò il lento viaggio lungo anni luce
verso il sistema solare interno. Tra queste comete ce n’era almeno una gigante,
«grande alcune centinaia di chilometri», che impiegò parecchi milioni di anni a
scendere con un movimento a spirale verso i pianeti. Una volta giunta, entrò prima
nei regni di Nettuno, Saturno e Giove, dove fu trattenuta forse per un altro milione di
anni mentre le dimensioni della sua orbita diminuivano gradualmente e nel contempo
la sua forma diventava più ellittica. Di recente, ossia 50.000 anni fa,5 un «calcio»
gravitazionale di Giove finalmente la fece entrare nel sistema solare interno dove si
stabilì con un’orbita sensibilmente ellittica, con un perielio molto vicino al Sole e un
afelio immediatamente dietro a Giove. Un’orbita come quella incrocia
inevitabilmente sia la Terra che Marte. Victor Clube afferma:
Il quadro di questa cometa gigante deviata in un’orbita di sfioramento del Sole è molto chiaro. Per
di più la cometa è molto vicina al Sole. E’ anche sensibilmente eccentrica, il che significa che è
molto vicina anche a Giove. Questa orbita ellittica molto stretta è la chiave dell’evoluzione di
questa cometa particolarmente grande. I suoi frequenti passaggi vicino al Sole alla fine ne
provocheranno la frantumazione. Ma non si tratta di un processo lineare, bensì a lungo termine.
Il processo non incominciò sul serio fino a 20.000 anni fa circa, benché alcuni
astronomi sospettino che possa essere avvenuto più di recente, ossia 15.000 o 16.000
anni fa, quando sembra che un cambiamento più considerevole abbia colto di
sorpresa questa cometa gigante. La data approssimativa di questo evento è stata
stabilita mediante studi di dinamica e grazie a campioni di polvere interplanetaria
prelevati dalla Terra e dalla Luna (che mostrano come un grande cambiamento si sia
verificato tra 20.000 e 16.000 anni fa) ed è probabile che sia corretto con uno scarto
massimo di 2000 anni. Ma gli astronomi sono molto meno sicuri di che cosa accadde
esattamente in quell’epoca cruciale.
Si potrebbe ipotizzare che l’oggetto originario sia diventato così volatile, a causa di
ripetuti passaggi vicino al Sole, da esser stato letteralmente accantonato durante una
frammentazione esplosiva. Un’altra ipotesi, forse più plausibile, è che l’oggetto si sia
introdotto nel limite Roche di un pianeta, come fece la cometa Shoemaker-Levy 9 nel
1992-94, e sia stato ridotto in mille pezzi da spinte di eccezionale grandezza. E’ un
enigma sul quale dovremo ritornare.

Milioni di pezzi, migliaia di anni


Qualunque sia la natura precisa dell’«evento di frammentazione» originario, gli
astronomi hanno dimostrato che fu seguito da una lunghissima e costante «gerarchia
di disintegrazioni», che si estese lungo l’intero percorso dell’orbita della cometa
bombardando periodicamente tutti i pianeti interni con densi flussi di meteore, stelle
cadenti e sciami di proiettili dalla vita breve simili a quelli dell’evento di Tunguska,
insieme a
molti singoli asteroidi grandi un chilometro o anche di più, che a loro volta si rompevano mentre
rimaneva almeno un nucleo di dimensioni cospicue, probabilmente avvolto in uno sciame di polvere
e detriti […]
Fred Hoyle fa notare che, quando la cometa gigante originaria era ancora integra, le
possibilità di una collisione con la Terra erano minime, a suo avviso soltanto una su
un miliardo a ogni rivoluzione orbitale:
Però mentre la cometa si divide in frammenti sempre più numerosi, la probabilità che uno di questi
colpisca la Terra aumenta inesorabilmente finché, nell’arco di diecimila anni, i frammenti
diventeranno milioni e uno centrerà di sicuro il bersaglio […]
Hoyle ritiene che ciascun «frammento» pesi «attorno ai diecimila milioni di
tonnellate. Se il frammento rappresentasse soltanto un milionesimo della cometa
originaria, questa avrebbe avuto una massa iniziale di diecimila milioni di milioni di
tonnellate».Dovrebbero poi seguire ulteriori disintegrazioni, secondo una sorta di
gerarchia, in pezzi sempre più piccoli e sempre più numerosi. Tutto questo avverrà in
un periodo lunghissimo, e la velocità o la percentuale delle singole collisioni
aumenterà via via che sale il numero di proiettili disponibili
Ovviamente è importante sapere quanto a lungo potrebbe continuare un simile
processo.
Victor Clube calcola che «il tempo necessario per la polverizzazione» di una cometa
gigante dopo l’inizio della frammentazione – ossia il tempo necessario perché essa
stessa si riduca in pezzi troppo piccoli per causare danni da impatto – può
corrispondere anche a 100.000 anni. Dal momento che, a quanto sembra, il primo
evento cospicuo di frammentazione della cometa che ci riguarda avvenne soltanto
20.000 anni fa, ne consegue che sciami di proiettili mortali delle più svariate
dimensioni stanno ancora orbitando, probabilmente, lungo il percorso che incrocia la
Terra precedentemente seguito dalla cometa originaria intatta. Inoltre c’è
l’agghiacciante possibilità che i nuclei più larghi rimasti nello sciame risultino
particolarmente difficili da individuare per gli astronomi, «a causa della loro
immersione nella polvere oscurante, che li fa apparire, nell’insieme, come una specie
di ‘santo graal’».
Secondo il calcolo delle probabilità, se una simile minaccia quasi invisibile si
nasconde realmente su un’orbita che incrocia la Terra, i suoi frammenti dovrebbero
essere già entrati in collisione con il sistema Terra-Luna parecchie volte negli ultimi
20.000 anni.

Una mano nascosta


Clube, Napier, Hoyle, Wickramasinghe e i loro colleghi hanno dimostrato che
proprio una serie di incontri di questo genere possono esser stati la mano nascosta
all’opera dietro l’improvvisa, catastrofica e finora inspiegabile fine dell’ultima era
glaciale della Terra, una catastrofe che iniziò 17.000 anni fa, raggiunse due picchi
terrificanti 13.000 anni fa circa e 10.000 anni fa, e 9000 anni fa aveva ormai liberato
il mondo dalle coltri di ghiaccio che l’avevano ricoperto stabilmente per i precedenti
100.000 anni.
Questo cambiamento immenso e, in termini geologici, estremamente rapido, è uno
dei misteri centrali studiati in Impronte degli dei, in cui si sostiene che il cataclisma
che pose fine all’ultima glaciazione cancellò anche quasi ogni traccia di una civiltà
preistorica estremamente avanzata. La nostra ipotesi, esplorata ora in numerose
opere, è che vi furono dei sopravvissuti di quella perduta civiltà «antidiluviana»
(un’inondazione globale con ondate alte centinaia di metri fu una delle conseguenze
più devastanti del cataclisma dell’ultima era glaciale) che si spinsero in ogni parte del
mondo, tramandando miti e tradizioni di un’età dell’oro condotta crudelmente
all’epilogo: il racconto biblico del Diluvio di Noè ne è un classico esempio. Siamo
anche fermamente convinti che da «prima del diluvio» fino a oggi non siano stati
preservati soltanto miti e tradizioni, ma anche insegnamenti iniziatici tramandati da
gruppi segreti anche sotto forma di interessanti opere architettoniche, di provenienza
imprecisata, come Stonehenge in Inghilterra, Teotihuacàn in Messico e l’insieme
delle piramidi e della Sfinge di Giza.
Dal momento che si trovano su un pianeta devastato che ha indiscutibilmente subito
un forte impatto catastrofico che provocò (tra altre conseguenze) inondazioni
gigantesche e onde alte chilometri, il lettore si renderà conto del motivo per cui non
potevamo voltare le spalle alle enigmatiche «piramidi» e al «Volto simile a una
Sfinge» di Marte, qualunque cosa, alla fine, risultino essere.
Mondi paralleli?
Cataclismi paralleli?
Civiltà perdute parallele?
Chi può saperlo? Indubbiamente vale la pena di studiare meglio alcuni misteri, ma il
definitivo scioglimento dell’enigma potrebbe anche non verificarsi mai.
Tuttavia, sappiamo per certo che il sistema solare interno ha sperimentato un
momento in cui le comete erano particolarmente attive, ossia gli ultimi 20.000 anni,
che la Terra ha subito un misterioso cataclisma proprio in quel periodo e che anche
Marte è stato vittima di un misterioso cataclisma (benché ancora non sia stato
dimostrato quando si verificò). Questi eventi traumatici furono così gravi da inibire,
nel caso di Marte, qualsiasi possibilità di vita, e nel caso della Terra furono tali da
provocare l’estinzione del settanta per cento circa delle specie e alzare il livello del
mare di oltre cento metri.

Un consenso importante
Non è il caso di citare nuovamente, in questa sede, le prove e le argomentazioni già
ampiamente discusse da noi stessi e da altri in Impronte degli dei e altrove, riguardo
allo spettacolare disastro che sconquassò la Terra alla fine dell’ultima glaciazione.
Ma la grande sfida a cui questa prova invita i ricercatori è la necessità di capire quale
genere di evento possa aver provocato un disastro così massiccio e ancor più
sorprendente perché avvenuto su scala mondiale. In Impronte degli dei abbiamo
lasciato ampio spazio alla teoria dello spostamento della crosta di Charles Hapgood,
che fu poi vivacemente difesa anche dai Flem-Ath in Canada,mentre si prestò scarsa
attenzione all’eventuale ruolo di impatti cosmici, oppure ai fattori che possono aver
innescato gli spostamenti (vedi sopra, Capitolo 18) oppure ancora ad agenti che
possono averne costituito la causa immediata.
Non siamo gli unici a pensarla in questo modo, anche se la maggior parte della
scienza occidentale del ventesimo secolo ha risolutamente ignorato il ruolo degli
impatti nella storia della Terra, aprendo gli occhi solo gradualmente e con una certa
riluttanza sul loro significato alla luce della prova inconfutabile di una collisione di
comete per quanto concerne l’evento K/T (che fu pienamente riconosciuto soltanto nel
1990) e altri eventi limite come la frammentazione della cometa S-L9 in 21 pezzi e il
conseguente bombardamento subito da Giove nel 1994. Quando i frammenti
colpirono, il genere umano ebbe l’opportunità di gettare un’occhiata oltre i cancelli
dell’inferno. Da allora, dopo esser state quasi definitivamente ignorate per vent’anni,
le teorie del catastrofismo sostenute da astronomi come Clube, Napier, Hoyle e
Wickramasinghe hanno suscitato all’improvviso un notevole interesse nella maggior
parte dei loro colleghi.
Impronte degli dei uscì per la prima volta nel 1995. Durante la lunga ricerca su cui si
fonda L’enigma di Marte siamo diventati sempre più consci del consenso che le
teorie del catastrofismo ricevono nell’ambito dell’astronomia. Si tratta di un consenso
importante, che coinvolge molti studiosi di chiara fama e ha profonde implicazioni
non ancora adeguatamente comunicate al grande pubblico. Attualmente condividiamo
quasi completamente questo recente consenso secondo il quale, come affermano
Clube e Napier:
quei grandi impatti, verificatisi all’interno di episodi di bombardamento mentre il sistema solare si
sposta attraverso braccia spirali, hanno costituito un elemento di considerevole influsso
sull’evoluzione della vita, essendo responsabili di catastrofiche estinzioni di massa delle specie.
Anche fenomeni geologici fondamentali come frequenti cambiamenti nel livello dei mari, il
verificarsi delle ere glaciali e gli episodi di tettonica a zolle, compreso l’innalzamento di montagne,
possono essere stati innescati da impatti.
Più precisamente, pur non escludendo uno spostamento della crosta come un fattore
di complicazione del cataclisma che pose fine alle ere glaciali in un periodo compreso
tra 17.000 e 9000 anni fa, ora siamo convinti che la teoria astronomica degli impatti
unita alla disintegrazione e alla frammentazione di una cometa gigante rappresenta
non solo la più plausibile, ma anche la più chiara e semplice spiegazione di tutti gli
eventi e gli enigmi di quegli 8000 anni cruciali. Poiché quello fu il periodo in cui
l’umanità uscì dal buio delle ere glaciali e si affacciò alla soglia della storia moderna,
e poiché, come vedremo, ci sono stati altri impatti molto più recenti rispetto a quelli
di 8000 anni fa, tendiamo a condividere la concezione di Hoyle e Wickramasinghe:
«La storia della civiltà umana possiede, come testimoni del suo più recente capitolo,
una serie di eventi che hanno dominato il nostro pianeta in modo decisivo».

La testimonianza degli scarafaggi


Cercando tra le registrazioni geologiche e tra arcani misteri come quello legato alla
particolare sensibilità degli scarafaggi alle variazioni di temperatura (la presenza o
l’assenza delle varie specie in certe stratificazioni fornisce un «termometro» per
stabilire in quali epoche si formarono quegli strati), Hoyle e Wickramasinghe hanno
stabilito una cronologia rivelatrice degli eventi chiave dell’era glaciale.
Hanno infatti mostrato che, sebbene la fusione delle coltri di ghiaccio sia iniziata
17.000 anni fa circa, procedendo irregolarmente con avanzamenti che si alternavano a
regressioni, forse a causa di serie parallele di piccoli impatti, il rialzo di temperatura
più spettacolare si verificò in due casi isolati, uno nel periodo compreso tra 13.000 e
12.000 anni fa, e l’altro tra 11.000 e 10.000 anni fa.
Ecco come Fred Hoyle spiega l’intero processo:
Tredicimila anni fa New York era coperta da centinaia di metri di neve, com’era stato per la
maggior parte delle centinaia di millenni precedenti. Poi, con una subitaneità davvero sorprendente,
i ghiacciai della Scandinavia e dell’America del Nord scomparvero. In Gran Bretagna, la
temperatura passò da valori estivi di soli 8 °C a 18 °C nel giro di pochi decenni, un battibaleno dal
punto di vista storico.
Ma la temperatura incominciò a diminuire velocemente, e 11.000 anni fa o poco dopo
i ghiacciai tornarono […], ma non erano più cosi estesi. In Gran Bretagna coprirono le cime delle
montagne però senza propagarsi nelle valli […] Un’altra vampata di caldo si fece sentire diecimila
anni fa, e di nuovo la temperatura svettò di 10 °C nell’arco di una vita umana, in un lampo sulla
scala temporale storica. Fu quella seconda vampata a cambiare tutto, a portare il clima terrestre
fuori dall’era glaciale delle ultime centinaia di millenni e nel periodo interglaciale caldo che è stato
cruciale per lo sviluppo della storia e della civiltà.
In seguito alla prima vampata di calore, «il passaggio da condizioni di caldo a
condizioni di freddo prese a verificarsi nel giro di pochi decenni». E dopo la seconda
vampata di caldo, ancora più drastica e forse definitiva, il riscaldamento
dell’atmosfera avvenne, come abbiamo visto, entro l’arco di una vita umana.
E’ dunque comprensibile che Hoyle cerchi di capire che cosa abbia provocato simili
cambiamenti improvvisi e radicali nel clima globale:
Tuttavia non è la genesi dell’era glaciale a interessarmi, ma la sua fine. Che cosa può ribaltare in un
attimo una situazione che si protrae da decine di migliaia di anni? Deve trattarsi per forza di un
evento catastrofico, capace di spazzare via la foschia più densa, di accrescere l’effetto serra dovuto
al vapore acqueo abbastanza da far risalire la temperatura di 10 °C quasi istantaneamente, com’è
dimostrato proprio dagli scarafaggi fossili. Ma c’è di più: se l’oceano da freddo non diventasse
anch’esso caldo, la situazione tornerebbe ben presto a essere quella di prima. Ora, la differenza tra
un oceano freddo e uno caldo corrisponde a circa 10 anni di luce solare in arrivo. Per riscaldare
anche l’oceano, il clima più caldo provocato da un effetto serra dovuto al vapore acqueo deve
durare almeno per un decennio. Vale a dire per un tempo corrispondente all’incirca al periodo in cui
dell’acqua rimarrebbe nella stratosfera se vi fosse stata improvvisamente proiettata. Esiste un unico
fenomeno plausibile che possa proiettare in alta quota l’enorme quantità d’acqua necessaria (dieci
miliardi di tonnellate): la caduta, in uno degli oceani del pianeta, di un oggetto delle dimensioni di
una cometa.
Scienziati che condussero ricerche per conto proprio hanno recentemente mostrato
l’inconfutabile prova che non uno ma ben due grandi impatti oceanici si verificarono
10.000 anni fa circa: il primo nel mare di Tasman, a sud-est dell’Australia, e il
secondo nel mar Cinese vicino al Vietnam. Questo costituisce una valida conferma
della teoria di Hoyle. A quanto pare questi impatti, l’uno collegato all’altro,
potrebbero aver causato il drastico riscaldamento globale che si verificò a
quell’epoca. Chandra Wickramasinghe, ex studente di Hoyle che attualmente è
docente di matematica applicata e astronomia alla Cardiff University, aderisce senza
riserve alla teoria degli impatti oceanici. Nel 1988 ci disse:
La condizione naturale della Terra è la glaciazione, su questo non ci sono dubbi […] Per porre fine
al prolungato periodo di glaciazione esistente 20.000 anni fa, dovette verificarsi un immenso,
catastrofico rovescio d’acqua […] A mio parere sono sicuramente avvenute collisioni… del resto, le
registrazioni geologiche della Terra pullulano di collisioni fino a risalire a 65.000 di anni fa e oltre
[…]

L’Età del Leone


Per Hoyle è evidente che gli impatti che posero fine all’ultima era glaciale devono
esser stati «di notevoli dimensioni e di un peso attorno ai diecimila milioni di
tonnellate». Hoyle ammette di esser rimasto sorpreso quando capì per la prima volta
che soltanto un evento di quella portata poteva costituire una prova esaustiva. La
sorpresa deriva dal fatto, a suo dire, che gli scienziati hanno l’abitudine di far risalire
eventi così violenti a milioni di anni fa, e mai a un tempo così recente come 13.000
anni fa. Inoltre, nei quattro miliardi e mezzo di anni dell’esistenza del nostro pianeta,
non è strano che frammenti di una cometa gigante abbiano «scelto» di entrare in
collisione con la Terra proprio nel periodo in cui gli esseri umani moderni,
anatomicamente, appartenevano alla specie estremamente recente dell’Homo sapiens
(da allora l’unica specie sopravvissuta del genere Homo, ossia gente esattamente
uguale a noi), in grado di testimoniare l’evento?
Mi sono finalmente reso conto che la risposta sta nel cosiddetto principio antropico, in base al quale
la nostra stessa esistenza giustifica di fatto gli eventi improbabili e tuttavia necessari a renderla
possibile. Se la storia e la civiltà sono state prodotte dall’arrivo di una cometa gigante periodica, la
nostra associazione temporale con tale cometa non è più dovuta al caso. L’arrivo della cometa è
stato, sì, casuale, ma la nostra associazione con i suoi effetti non lo è.
Dicendo che la storia e la civiltà sono state «prodotte» dalla cometa, Hoyle intende
sostenere che con la fine delle glaciazioni si crearono le condizioni necessarie
all’emergere della cultura umana e alle sue creazioni. Anche noi riconosciamo la
forza del principio antropico, ma arriviamo a una conclusione diversa. A nostro modo
di vedere la civiltà è, in effetti, profondamente associata agli impatti provocati dalla
frammentazione di una cometa gigante, ma non è stata affatto «prodotta» da quegli
impatti; al contrario, ipotizziamo che ne fu quasi distrutta. Restiamo convinti che
durante l’ultima era glaciale un’avanzata cultura precedente al Diluvio fiorì in quelle
zone del mondo che allora erano vivibili e che ora si trovano a un centinaio di metri
sotto il livello del mare. La nostra ipotesi è che questo grande regno preistorico fu
prima notevolmente indebolito e poi radicalmente distrutto, lasciando soltanto pochi
superstiti, dai due impatti gemelli che spinsero definitivamente la Terra fuori dal suo
lungo sonno glaciale.
Come giustamente hanno osservato Hoyle e Wickramasinghe, gli impatti avvennero
rispettivamente nell’undicesimo millennio a.C. (tra i 13.000 e i 12.000 anni fa) e nel
nono millennio a.C. (tra gli 11.000 e i 10.000 anni fa). Di queste date ci colpisce
particolarmente l’estrema vicinanza all’«Età del Leone» astronomica, quando la
costellazione del Leone ospitò il Sole all’equinozio di primavera, generalmente
identificata con il periodo di 2160 anni tra il 10.970 a.C. (12.970 anni fa) e l’8810
a.C. (10.810 anni fa).Come abbiamo visto, questa è l’«Età» che appare indicata dalla
Sfinge equinoziale di Giza dal corpo leonino… la stessa epoca che attira la nostra
attenzione su Marte attraverso la sua associazione con «Horus il Rosso».
La Sfinge è stata erosa da lunghi periodi di piogge copiose e può realmente risalire
all’undicesimo millennio a.C., come un numero in continuo aumento di geologi è ora
disposto ad ammettere. E’ possibile che la sua costruzione sia stata provocata dalle
prime due grandi comete che colpirono la Terra nell’Età del Leone?
E perché dovrebbe esserci una connessione con Marte?

25
IL TORO DEL CIELO
La prova di Fred Hoyle di ciò che accadde alla Terra alla fine dell’ultima era glaciale
si adatta alla teoria di Clube e Napier della disintegrazione di una cometa gigantesca
come la scarpetta al piede di Cenerentola. Per ribadire la cronologia, si ritiene che la
cometa (e non si conoscono limiti alle dimensioni di questi oggetti terrificanti) si
stabilì su un’orbita che incrociava la Terra 50.000 anni fa circa. Nei successivi 30.000
anni rimase relativamente intatta. Poi, più o meno 20.000 anni fa, subì un massiccio
«evento di frammentazione» in un punto della sua orbita. A partire da 17.000 anni fa,
è possibile che frammenti occasionali di molti megaton siano entrati in collisione con
la Terra provocando una riduzione graduale delle glaciazioni, ma in particolare vi
furono due impatti oceanici immensi e catastrofici, uno nell’undicesimo millennio
a.C. e l’altro nel nono millennio a.C., che alzarono le temperature globali a un punto
tale che l’era delle glaciazioni giunse inevitabilmente al termine. Entrambi questi
impatti avvennero durante l’«Età del Leone» astronomica, un’epoca, a nostro avviso,
deliberatamente segnalata e simboleggiata dalla Sfinge di Giza.
Ma grazie al suo alter ego «Horus il Rosso» la Sfinge parla anche di Marte, e Marte
sembra avere le proprie piramidi e la propria «Sfinge»: quest’ultima solleva lo
sguardo dalla superficie devastata e craterizzata del Pianeta Rosso come un teschio
umano velato…

Un segnale?
Alla fine del capitolo precedente ci siamo chiesti «perché dovrebbe esserci una
connessione con Marte».
Le evidenti somiglianze geometriche e numeriche tra i «monumenti» di Cydonia e i
monumenti di Giza, e gli altri strani collegamenti mitologici e cosmologici tra i due
siti e i due mondi che abbiamo messo in luce in questo libro, non dimostrano, in
nessun caso, che esista una connessione.
Il comportamento della NASA a proposito di origini artificiali a Cydonia non dimostra
che tutto è così semplice come sembra.
Il lavoro dei ricercatori dell’AOC non ha dimostrato che le strutture di Cydonia sono
artificiali.
Inoltre, noi stessi non siamo affatto certi – anzi, abbiamo dei dubbi – della vera
provenienza dei «monumenti» marziani. Potrebbero essere soltanto «bizzarrie
geologiche». Potrebbero esserlo realmente. Oppure potrebbero essere stati ideati
consapevolmente. L’unico modo sicuro per scoprirlo è agire in modo scientifico, il
che, a nostro avviso, significa inviare una missione umana a Cydonia. E’ poco
probabile che perfezionare le foto dell’orbiter risolva la controversia in un modo o
nell’altro, tutt’al più serve ad alimentarla ulteriormente, sia da parte dei sostenitori
dell’ipotesi AOC che degli oppositori.
La soluzione di questo enigma, da cui dipende la comprensione del ruolo dell’Uomo
nell’universo, non è forse troppo importante per essere rimandata all’infinito da simili
futilità? È ovvio che, se i dati matematici espressi nei monumenti di Cydonia fossero
stati trasformati in un segnale radiofonico proveniente dallo spazio profondo, gli
scienziati che lavorano ai programmi SETI finanziati da fondi pubblici avrebbero
vissuto una giornata campale (e tutti sarebbero stati d’accordo con loro), quella in cui
avrebbero potuto proclamare che la loro tesi era stata dimostrata. Un segnale
extraterrestre così chiaro e coerente sarebbe stato anche indubbiamente ricompensato
con una massiccia indagine che avrebbe coinvolto immense risorse ufficiali e
l’attenzione riunita delle menti scientifiche più brillanti dell’umanità per cercare di
scoprire dove fossero gli «alieni» e che cosa stessero dicendoci… E le ricerche
sarebbero andate avanti anche se qualche scettico avrebbe continuato a nutrire
sospetti che il segnale si fosse generato, in un modo o nell’altro, «naturalmente».
Siamo convinti che lo stesso tipo di risposta, a livello nazionale e internazionale, è
giustificato dal «segnale» di Cydonia anche se, a un esame empirico ravvicinato, in
ultima analisi risulta naturale. Attrezzata di radiotelescopi e sonde spaziali, di una
tecnologia in rapida evoluzione ma di un’esigua spiritualità, la nostra specie si trova
oggi su quello che i Testi delle Piramidi degli antichi egizi chiamano il «portale
dell’abisso», letteralmente sulla soglia del cosmo. Se sopravviviamo, il che non è
affatto certo, è possibile che i secoli e i millenni futuri ci offrano l’opportunità di un
viaggio incomparabile di scoperta attraverso la galassia. Ma come possiamo sperare
di sfruttare al meglio una simile occasione se non teniamo aperte la nostra mente e la
nostra immaginazione? Come possiamo apprendere l’insegnamento della galassia se
non siamo disposti a correre il rischio della delusione, se temiamo di perdere la faccia
e non ce la sentiamo di sprecare fondi per una ricerca inutile o con poche probabilità
di successo?
E perché mai dovrebbe esserci una connessione tra Giza e Cydonia, tra la Terra e
Marte, e tra gli impatti della cometa che posero fine all’ultima era glaciale sulla Terra
con inondazioni globali e il massiccio impatto che strappò a Marte metà della sua
crosta?
Non sappiamo se c’è una connessione tra le storie dei cataclismi subiti da questi due
pianeti, ma del resto ecco un’altra questione che può essere risolta soltanto con test
empirici. Crediamo, comunque, che simili test siano urgenti, necessari e utili per
l’umanità, anche se a Cydonia non venissero mai scoperte le vestigia di una civiltà
perduta. In realtà, esse non riguardano neppure direttamente una simile civiltà
presunta e presumibilmente aliena, benché possano dirci quale fu il suo destino.
L’unica vera necessità è lo sbarco su Marte di un equipaggio umano per ottenere una
varietà sufficiente di campioni di roccia e polvere dei crateri marziani e riportarli
sulla Terra per analizzarli. Poi si potrebbe ricorrere alla datazione radiometrica e ad
altri test affidabili che determinerebbero esattamente quando avvenne l’ultimo
cataclisma di Marte.

Ipotesi
Come abbiamo già dichiarato più volte, riteniamo possibile che questo grande
disastro che scorticò il pianeta sia avvenuto in tempi molto più recenti di quanto gli
scienziati non abbiano ancora immaginato. In breve, proponiamo come ipotesi da
verificare con ulteriori test che la cometa gigante che polverizzò il sistema solare
interno con frammenti mortali circa 20.000 anni fa causò questa catastrofe per essersi
avvicinata troppo a Marte in una delle sue orbite – più di quanto si avvicinò a Giove
la Shoemaker-Levy 9 nel 1994 -, superò il limite di Roche ed esplose letteralmente in
innumerevoli pezzi.
Questo sarebbe accaduto proprio sulla sommità di Marte, sulla «faccia di Marte»,
forse a un’altezza non superiore ad alcune migliaia di chilometri. E gli effetti, come
se una potente raffica di missili inviati ad assassinare il mondo avesse urtato contro
l’atmosfera precedentemente densa, gli oceani e i fiumi, le montagne, le valli e le
pianure di Marte, sarebbero stati indicibilmente tragici. Molti di questi oggetti, forse
la maggior parte, avrebbero avuto un diametro superiore a dieci chilometri: ciascuno
di essi, dunque, picchiava duro come il singolo frammento di una cometa più antica
che provocò sulla Terra l’evento K/T 65 milioni di anni fa scavando un cratere largo
200 chilometri sul margine del Golfo del Messico. Inoltre, poiché alcuni crateri
marziani superano i 1000 chilometri di diametro e Helias ha un diametro di 2000
chilometri, riteniamo che molti frammenti debbano esser stati molto più larghi.
La nostra teoria, dunque, non è poi tanto diversa dalla teoria di «Astra» esposta nel
Capitolo 4. Tuttavia, l’opera di Patten e Windsor contraddice le leggi basilari della
fisica quando tenta di spiegare la migrazione di un antichissimo «decimo» pianeta da
un’orbita stabile e circolare tra Marte e Giove in un’orbita instabile ed ellittica che
incrocia quella di Marte. La nostra teoria, invece, riguarda un oggetto – una cometa
periodica gigante che non ci si dovrebbe stupire di trovare in una simile orbita, che
non ha un limite massimo quanto alle dimensioni, che appartiene a una classe di
oggetti che sono stati visti frammentarsi in un’esplosione molto vicino ai pianeti, e
che è già stata implicata nella serie di grandi impatti che pose fine all’ultima
glaciazione sulla Terra.
Nel nostro scenario c’era l’esplosione iniziale della cometa gigante che assassinò
Marte con una sola, fenomenale tempesta da impatto. Ma il resto del massiccio
sciame di frammenti, probabilmente la maggior parte, mancò il Pianeta Rosso e
continuò a viaggiare a folle velocità lungo l’orbita iniziale della cometa. Dal
momento che questa era un’orbita che incrociava profondamente la Terra (con il suo
perielio vicino al Sole e l’afelio al di là di Giove), non dovremmo sorprenderci se i
frammenti incominciarono a piovere sulla Terra nel corso delle successive, numerose
migliaia di anni, senza ucciderla, come invece avevano fatto con Marte, ma causando
ugualmente profondi e drastici cambiamenti.
Una congettura
E’ lecito, talvolta, fare congetture, e noi presentiamo la seguente come niente di più
che un amuse-gueule, una congettura innocua che però vorrebbe essere avvincente.
Nasce dalla nostra immaginazione e si risveglia ogni volta che rivediamo l’immagine
del Volto su Marte e le strutture geometriche che sembrano circondarlo secondo uno
schema preciso nella pianura di Cydonia.
I rapporti matematici sembrano messaggi.
I particolari legami tra Giza e Teotihuacàn non sembrano casuali.
E i giochi di latitudine che sembrano caratterizzare tutti e tre i siti sembrano opera di
uno stesso creatore.
Last but not least, alcune delle strutture di Cydonia si trovano immediatamente oltre e
anche all’interno di configurazioni da impatto, tra cui, per esempio, una piramide
intatta, sgombra di materiali eruttivi e per niente danneggiata, situata sul margine del
bordo di un cratere. Queste anomalie ci inducono a credere che i monumenti siano
stati costruiti dopo l’ultimo cataclisma di Marte, non prima.
La nostra impressione, dunque, è che Cydonia sia effettivamente una specie di
«segnale», non nel senso di un comunicato radiofonico rivolto all’intero universo, ma
un avvertimento molto preciso sulla direzione da prendere, un messaggio rivolto
unicamente all’umanità.
Tuttavia dobbiamo essere in grado di ricevere il messaggio.
Dobbiamo poter guardare Marte da vicino, il che implica alta tecnologia. Ma
dobbiamo anche avere l’intelligenza e l’apertura mentale, l’intuizione e l’umiltà
spirituale di accettare che persino un pianeta morto possa parlarci.
In breve, l’umanità deve esser messa in condizione di poter vedere Cydonia, di capire
che cos’è e di agire in base a ciò che dice.
Chi potrebbe aver inventato un simile messaggio? E come può esser riuscito a
esprimerlo in un «codice architettonico-geometrico» così particolare che lo si sarebbe
ritrovato molto tempo dopo sulla Terra nelle piramidi e nella Sfinge di Giza e in altri
siti terrestri come Stonehenge e Teotihuacàn?
Coloro che costruirono Cydonia seppero anche esercitare un influsso sulle più antiche
civiltà terrestri? Vi furono coinvolti in qualche modo, forse molto tempo prima del
«Diluvio»? E questo potrebbe spiegare perché sembra esserci una persistente,
ossessiva «memoria» di Cydonia impressa nello schema del complesso di Giza e
perché non solo la Sfinge, ma anche la città araba del Cairo che vi si sviluppò attorno
fu chiamata con nomi che significano «Marte»?
Infine, che dire del contenuto del «messaggio di Cydonia»?
Procediamo soltanto per intuizioni, ma la nostra impressione è che ci sia stato lasciato
l’avvertimento che una sorte funesta come quella di Marte aspetti al varco la Terra a
meno che non riusciamo a rendercene conto, una sorte funesta che potrebbe segnare
la fine non solo delle specie individuali, non solo della civiltà umana, ma anche di
tutti gli esseri umani e della vita su questo pianeta. Ecco perché il messaggio è
indirizzato esclusivamente a noi: perché noi siamo i suoi beneficiari potenziali. Ecco
perché è espresso in un «linguaggio» di architettura, geometria e simbolismo che
risveglia la memoria degli esseri umani. Ed ecco perché c’è realmente una profonda e
antica connessione tra la Terra e Marte, ancorata a certi monumenti astronomici che
erano designati, fin dall’inizio, a risvegliarci appena in tempo…

Uno schema di impatti


Ma ritorniamo ora alla cometa gigante e ripercorriamo il suo ciclo vitale una volta
scesa dalla galassia nel sistema solare interno:
* 20.000 anni fa: frammentazione esplosiva accanto a Marte.
* 13.000/12.000 anni fa: il più grande bombardamento della Terra; i ghiacci arretrano.
* 11.000/10.000 anni fa: il secondo bombardamento, per entità, della Terra; finisce l’era glaciale.
Nessuno degli astronomi che hanno affrontato questo straordinario ambito di studi
negli ultimi vent’anni si illude che la minaccia che incombe sulla Terra sia finita con i
cataclismi delle ere glaciali. Al contrario, sono certi che i frammenti della cometa
gigante abbiano continuato a cadere in mezzo a noi.
Lo studio dettagliato compiuto da Fred Hoyle e Chandra Wickramasinghe ha tratto
informazioni dalla registrazione delle temperature e da altre fonti che fanno pensare
che gli impatti più significativi (benché nessuno massiccio come quello che si
verificò nell’Età del Leone) siano continuati a intervalli irregolari nel corso della
storia umana. Secondo questi due scienziati, ci sono le prove di episodi caotici e di
smembramento, e di rapidi cambiamenti climatici verso il 7000 a.C., il 5000 a.C., il
4000 a.C., il 2500 a.C., il 1000 a.C. e il 500 d.C. In ciascuno di questi casi durarono
per parecchi decenni o addirittura per un secolo e implicarono ripetute collisioni con
molteplici frammenti almeno delle dimensioni di quello tunguskiano fino a un limite
4
di 100 all’anno. Duncan Steel ritiene che gli impatti, in certi periodi, siano stati più
numerosi, e calcola che in simili episodi
i cataclismi colpiscono vaste aree del pianeta a causa del concomitante arrivo di molti agenti
d’impatto nel giro di pochi giorni. E’ perfettamente plausibile che in quei pochi giorni la Terra
possa ricevere centinaia di raffiche come quelle dell’oggetto di Tunguska.

Il terzo millennio a.C.


La storia dell’epoca che seguì alle glaciazioni è stata approfondita anche da altri
ricercatori, i quali concordano sul fatto che molte anomalie possono esser spiegate da
un’irregolare pioggia di frammenti che ripetutamente distrusse la civiltà in ogni parte
del mondo.
La seconda metà del terzo millennio a.C., per esempio, dal 2500 al 2000 a.C., sembra
esser stata un periodo turbolento e pericoloso durante il quale un numero
sorprendente di civiltà, che in precedenza si erano consolidate, inesplicabilmente
crollarono, oppure subirono un periodo di caos e disintegrazione. Dopo aver
esaminato più di 500 resoconti di scavi e studi climatologici, il dottor Benny Peiser
della John Moore University di Liverpool ha dimostrato che tutte le civiltà colpite
«subirono profonde variazioni di clima esattamente nello stesso periodo di tempo».
Questi disastri si verificarono «nell’Egeo, in Anatolia, nel Vicino e Medio Oriente, in
Egitto e nel Nordafrica, e in estese parti dell’Asia». Fu rilevata una connessione
anche con una catastrofe verificatasi a grande distanza, nella Cina orientale.
La civiltà della valle dell’Indo nel nord-ovest del subcontinente indiano fu una delle
vittime, dal momento che svanì misteriosamente.
La civiltà egizia sopravvisse allo sconvolgimento climatologico, ma conservò il
ricordo di un caldo intenso, di violente inondazioni e dell’improvvisa desertificazione
di terre su cui un tempo si era sviluppata una fiorente agricoltura.
Nella medesima epoca l’impero Akkad della Mesopotamia e della Siria fu travolto
dalle inondazioni e da un cataclisma che non era il terremoto a cui si era sempre
pensato, bensì, come confermarono gli studiosi nel 1997, un impatto. Marie-Agnes
Courty del French Centre for Scientific Research scoprì microsferule di un materiale
di calcite sconosciuto sulla Terra ma abbondante nei meteoriti disseminato in un’area
di migliaia di metri quadri nella Siria settentrionale in campioni di suolo e depositi
archeologici risalenti al 2350 a.C. La ricercatrice scoprì anche la prova di incendi
regionali giganteschi sotto forma di uno spesso deposito carbonaceo.
Una ricerca parallela ha identificato almeno altri sette crateri da impatto sparsi per il
mondo che «si crearono nel giro di un secolo a partire dal 2350 a.C.». E il professor
Mike Baillie, un paleo-ecologista della Queen’s University di Belfast, riferisce che i
suoi studi degli anelli di crescita degli alberi hanno fornito la prova di una vasta
catastrofe ecologica verificatasi proprio a quell’epoca.

Il mistero delle Tauridi


Nella seconda metà del terzo millennio a.C., mentre si verificavano tutti questi eventi,
l’orbita della Terra, secondo i calcoli astronomici, avrebbe intersecato i detriti del
nucleo dello sciame meteorico «Tauridi», particolarmente massiccio e molto esteso,
così chiamato perché produce piogge di «stelle cadenti» che, a chi osserva da terra,
sembrano provenire dalla costellazione del Toro. Il flusso si estende sull’intera orbita
della Terra, coprendo una distanza di più di 300 milioni di chilometri, intersecandola
in due punti in modo tale che il pianeta debba attraversarlo due volte all’anno: dal 24
giugno al 6 luglio e dal 3 al 15 novembre. Poiché la Terra percorre più di 2,5 milioni
di chilometri lungo la propria orbita al giorno, e poiché impiega 12 giorni circa per
compiere ciascun passaggio, è evidente che lo sciame delle Tauridi deve essere
«largo» o «spesso» almeno trenta milioni di chilometri. In realtà, ciò che la Terra
incontra durante questi due periodi potrebbe essere considerato come una specie di
«condotto» o «tubo» di detriti frammentati.
Benché sia una delle più intense piogge meteoriche annuali,l’incontro che avviene tra
il 24 giugno e il 6 luglio (e culmina nel 30 giugno) non può esser visto normalmente a
occhio nudo, ma soltanto con il radar e l’attrezzatura a raggi infrarossi, perché si
verifica durante le ore del giorno. Quando invece l’incontro avviene tra il 3 e il 15 di
novembre è visibile di notte. La Collins Guide to Stars and Planets indica agli
astronomi dilettanti dove guardare nella costellazione del Toro: «Le meteore si
irraggiano da un punto vicino a Epsilon Tauri, raggiungendo un massimo di
12 meteore circa all’ora il 3 novembre».
Il lettore ricorderà dal Capitolo 23 che nello schema cielo-terra degli antichi egizi, le
due piramidi di Dashur, presumibilmente costruite verso il 2500 a.C., corrispondono
alle posizioni di due stelle nel Toro: Aldebaran per la piramide «Rossa» ed Epsilon
Tauri per la piramide «Inclinata». Osserviamo che la data del 2500 a.C. cadeva verso
la fine dell’«Età del Toro» astronomica (cioè quando il Sole all’equinozio di
primavera sorgeva nella costellazione del Toro, più o meno tra il 4490 e il 2330 a.C.).
Abbiamo visto che la Sfinge ha la funzione di un indicatore astronomico per l’«Età
del Leone» (10.970/8810 a.C.), l’epoca in cui si verificarono i giganteschi impatti che
ebbero termine con l’ultima era glaciale. La Terra, inoltre, sembra esser stata
sconquassata da un’altra serie di bombardamenti durante il periodo compreso tra il
2500 e il 2000 a.C., ossia l’epoca della costruzione delle piramidi in Egitto. E nel
Capitolo 16 abbiamo visto che la pietra Benben, oggetto sacro di culto per i sacerdoti
eliopolitani che svolgevano riti religiosi presso le piramidi, era quasi certamente un
meteorite di ferro «orientato»…
E’ possibile che ci sia una connessione tra a) i bombardamenti e lo sciame meteorico
delle Tauridi, e b) le osservazioni di meteore appartenenti alle Tauridi verso il 2500
a.C., che dev’essere stato spettacolare perché la Terra era vicina al nucleo del flusso,
e la costruzione delle piramidi in Egitto?

Stonehenge
A nostro avviso le piramidi e altre strutture megalitiche disseminate per il mondo
erano senz’ombra di dubbio edifici religiosi e spirituali; tuttavia non abbiamo niente
da obiettare alla concezione secondo cui potrebbero anche aver avuto svariati usi
pratici, o addirittura «scientifici». Gli antichi non facevano la distinzione tra
«scienza» e «spirito» che facciamo noi oggi, e sospettiamo che il culto eliopolitano
esigesse dai suoi iniziati che coltivassero ciò che può essere descritto soltanto come
una conoscenza «scientifica» del cielo. Non vediamo dunque alcuna contraddizione
tra la funzione matematica e di osservazione pratica svolta da un monumento e il suo
scopo spirituale e di trasformazione che consideriamo di primaria importanza.
E non siamo neppure i primi a ipotizzare che tra i complessi motivi che hanno
contribuito all’evoluzione a lungo termine di antichi e misteriosi siti possa esservi un
interesse particolare per le piogge meteoritiche.
Duncan Steel è il direttore dello Spaceguard Australia. In queste pagine abbiamo fatto
riferimento spesso al suo lavoro e alle sue scoperte. Secondo la sua teoria, l’asse
primario di Stonehenge in Inghilterra, che si trova a 33 gradi di longitudine ovest
rispetto a Giza, originariamente non doveva indicare il sorgere del Sole al solstizio
d’estate (la concezione che riscuote il maggior numero di consensi), ma doveva
invece alludere al sorgere dello sciame meteorico delle Tauridi. Questo accadde
durante il periodo «preliminare» a cui gli archeologi si riferiscono come a
«Stonehenge I», compreso approssimativamente tra il 3600 e il 3100 a.C., e i grandi
megaliti che vediamo oggi furono disposti in un periodo successivo in modo da
conformarsi allo stesso asse. Il periodo della costruzione dei megaliti viene fatto
risalire al 2600/ 2300 a.C., quando furono erette le «pietre blu» e le sarsens (i famosi
«pali della porta»), un periodo che curiosamente coincide con l’Età delle Piramidi in
Egitto e con l’episodio su scala mondiale del bombardamento dal cielo nella seconda
metà del terzo millennio a.C. Ma simili bombardamenti sono ricorrenti per natura,
benché a intervalli imprevedibili, e possono prolungarsi per secoli in ciascuna
occasione. Steel ha esibito la prova che un precedente episodio si verificò all’epoca di
Stonehenge I, nella seconda metà del quarto millennio a.C.
La tesi di Steel, saldamente fondata su studi dinamici e percorsi a ritroso alla ricerca
di dati lungo le traiettorie all’interno dello sciame delle Tauridi, è che la cometa
gigante, che disintegrandosi offuscò la Terra come un vampiro o un demone
divoratore, per 20.000 anni subì una delle sue spettacolari frammentazioni in un certo
periodo del quarto millennio a.C. In questa circostanza le Tauridi si moltiplicarono e
sciamarono nello spazio incrociando con la propria orbita quella della Terra. Si tratta
di uno sciame, come vedremo, che non consiste soltanto di meteoriti e polvere ma
incorpora anche un’inerte, invisibile massa di asteroidi e parecchie comete attive.
Una di queste è la cometa periodica di Encke, tuttora ben nota ai moderni astronomi,
particolarmente volatile e spettacolare, con una ricca «chioma» e la coda visibili fin
dal 3600 a.C. Contemporaneamente, poiché altri frammenti si fecero strada fino alla
Terra, gli esseri umani devono esser stati testimoni di «intense tempeste di meteore»
e quasi certamente furono soggetti a periodi di pesanti bombardamenti di blocchi
massicci di detriti che diedero luogo a «molteplici eventi simili a quello di
Tunguska».
In poche parole, Steel sostiene che l’asse di Stonehenge, con il suo caratteristico
orientamento a nord-est (secondo Steel è soltanto una coincidenza che sia vicino al
punto in cui sorge il Sole al solstizio d’estate), fu tracciato come una specie di «antico
sistema di avvertimento per impatti cosmici»:
Da Stonehenge I […] quando si avvicinava alla Terra, la cometa sarebbe stata vista levarsi nella
sera con un’immensa scia luminosa [la traccia meteoritica delle Tauridi] attraversando buona parte
del cielo, dal momento che aveva avuto origine a nord-est. Il passaggio attraverso la traccia sarebbe
sfociato in fuochi d’artificio celesti (e forse peggio); poi la cometa e la traccia sarebbero passate in
direzione del Sole, offuscandone parzialmente la luce per alcuni giorni […] Si ipotizza che
Stonehenge sia stata costruita […] per consentire la previsione di simili eventi.

Encke
Le «stelle cadenti» sono inoffensive… sono soltanto piccole meteore che esplodono
nell’atmosfera… dunque perché si dovrebbe temere la traccia di una meteora?
Quanto ai cinquanta o più sciami di meteore distinti e separati che sono stati scoperti
ora dagli astronomi – Leonidi, Perseidi, Andromedidi ecc. -, la risposta a questa
domanda è che nella maggior parte dei casi probabilmente non c’è alcun pericolo e
non c’è niente da temere. Dal momento che la stragrande maggioranza delle particelle
che contengono sono veramente minuscole, non costituiscono una minaccia per la
Terra.
Ma con le Tauridi è tutto diverso. Come Steel, Asher, Clube, Napier e i loro colleghi
hanno dimostrato, il motivo è che lo sciame delle Tauridi trabocca di altro materiale
molto più massiccio, talvolta visibile, talvolta velato da nubi di polvere, e tutte
insieme volano nello spazio a velocità incredibile, intersecando l’orbita della Terra,
precise come un orologio, dal 24 giugno al 6 luglio e nuovamente dal 3 al 15
novembre… anno più anno meno dal periodo in cui, più di 5000 anni fa, la cometa di
Encke e tutto ciò che era contenuto nello sciame si moltiplicò in seguito al continuo
disintegrarsi della smisurata materia interstellare d’origine.
La rivelazione graduale della natura veramente sinistra e inquietante dello sciame
delle Tauridi deriva dall’opera di astronomi risalente a più di mezzo secolo fa e di cui
la maggior parte della gente non sa nulla, benché si tratti di una questione vitale per il
futuro della civiltà. La scoperta fondamentale avvenne negli anni Quaranta quando
l’astronomo americano Fred Whipple, per primo, indicò la correlazione tra lo sciame
delle Tauridi e la cometa di Encke che costituisce il nucleo della teoria di Steel a
proposito di Stonehenge. Con un’orbita sensibilmente ellittica che incrocia la Terra
ed equivale a 3,3 anni soltanto, il periodo più breve che si conosca,
la cometa di Encke ha un diametro di cinque chilometri […] È dunque corretto pensare che sia la
«madre» dello sciame. D’altro canto, potrebbero esserci una o più comete inerti nello sciame che
non abbiamo ancora identificato, e potrebbero essere anche più grandi della cometa di Encke […]
A partire dal 1998, come vedremo nel prossimo capitolo, ricerche astronomiche
sempre più sofisticate condotte con radar e radiotescopi a Jodrell Bank, con il
telescopio Spacewatch a Kitt Peak, in Arizona, e con l’utilissimo IRAS (Infrared
Astronomical Satellite) hanno incominciato a rivelare la vera entità del problema.

26
STELLA BUIA
«Se il clima generale del nostro globo dovesse migliorare ancora una volta»,
avvertono Victor Clube e Bill Napier,
come sta accadendo in questo secolo e come è accaduto più volte nel corso dei secoli dalla fine
dell’ultima era glaciale, potrebbe esserci soltanto una vaghissima percezione di un imminente nadir.
Forse non ci rendiamo conto che il cosmo sta semplicemente procrastinando il prossimo input di
detriti e polvere, allarme, distruzione e morte. Una grande illusione di sicurezza cosmica avvolge
l’umanità, e l’«establishment» di Chiesa, Stato e mondo accademico non fa niente per turbarla.
Ostinarsi a credere in questa illusione non servirà affatto ad alleviare i tempi bui, quando
arriveranno. Ma si può mandarla in frantumi senza difficoltà: basta guardare il cielo.
Dopo aver tanto imparato durante la stesura dell’Enigma di Marte, ci sorprende non
poco vedere che organizzazioni come la NASA, che ricevono fondi pubblici per
«guardare il cielo», utilizzino così poco denaro per studiare i pericoli di collisioni
gravi con oggetti le cui orbite incrociano quella della Terra. Pur disponendo di un
budget di 13,8 miliardi di dollari all’anno, la NASA ne ha speso meno di un milione,
nel 1997, per sovvenzionare le ricerche di asteroidi e comete vicini alla Terra. Nello
stesso anno la Gran Bretagna ha speso 6000 sterline (10.000 dollari circa) chiarendo
che si trattava di un’eccezione che difficilmente si sarebbe ripetuta.
«Un atteggiamento così miope», commentano Clube e Napier, «colloca la specie
umana poco al di sopra dell’ostrica, in attesa dello stesso destino del
dinosauro.»Oppure, come osserva Fred Hoyle:
Sarebbe strano se una civiltà che cerca di studiare le galassie lontane ignorasse al contempo ogni
possibilità di grave impatto con la Terra; sarebbe davvero un caso di amnesia all’opera.
Quanto meno, afferma Hoyle, e soltanto come primo passo, bisognerebbe
compilare un catalogo di tutti gli oggetti di grandi dimensioni su orbite intersecanti quella terrestre.
A questo scopo è necessario un telescopio spaziale, anche se meno grande e costoso del telescopio
Hubble. Basterebbe che avesse un’apertura di un metro, almeno all’inizio.
Neppure questa modesta proposta, avanzata nel 1993 da un eminente astronomo, è
stata accolta almeno fino a oggi, quando, del resto, non c’è neppure un telescopio
adatto all’individuazione nello spazio di oggetti vicini alla Terra. Eppure, l’utilità di
un satellite per identificare comete o asteroidi potenzialmente pericolosi che dalla
Terra non potrebbero esser visti, forse fino a quando sarà troppo tardi per prendere
provvedimenti efficaci, è evidente dal lancio dell’LRAS avvenuto il 27 gennaio 1983.
Si trattava di un’impresa rischiosa che coinvolgeva fondi pubblici provenienti da Stati
Uniti, Olanda e Gran Bretagna, il cui obiettivo primario era condurre una ricerca nelle
profondità dello spazio e in particolare nell’infrarosso che alla fine consentisse di
redigere un catalogo di un quarto di un milione di fonti infrarosse, «tra cui stelle,
galassie, dense nubi di polvere interstellare e qualche oggetto non identificato». Ma
durante i suoi dieci mesi in orbita (la missione finì il 23 novembre 1983 quando la
riserva di liquido refrigerante del satellite si esaurì), l’IRAS trascorse anche un po’ di
tempo a guardare lo spazio vicino alla Terra. Vi scoprì cinque nuove comete che non
erano mai state individuate dagli astronomi terrestri (è molto difficile vedere le
comete quando si avvicinano alla Terra dalla direzione del Sole). Una di queste, IRAS-
Araki-Alcock, fu osservata dal satellite nel maggio del 1983. Il lettore ricorderà che
passò a cinque milioni di chilometri dalla Terra e fu la cometa che più vi si avvicinò
dopo la cometa Lexell, avvistata nel diciottesimo secolo.
Che altro potrebbe aver visto l’IRAS sciamare attorno alla Terra se avesse rivolto la
propria telecamera sulla minaccia costante delle comete? Oppure se fosse stato ideato
e attrezzato per osservare più a lungo che per dieci mesi?
Da persone razionali che hanno osservato le prove con atteggiamento disponibile,
non riusciamo veramente a capire perché la NASA, ossia l’organizzazione più adeguata
e meglio sovvenzionata per agire contro la minaccia di un impatto, finora abbia fatto
così ridicolmente poco. Questo ci ricorda il modo in cui la stessa organizzazione ha
risposto alla straordinaria sfida dei «monumenti» di Marte. In entrambi i casi siamo
in presenza di un buon numero di prove interessanti, qualunque cosa possano
significare. E in entrambi i casi la NASA si è affrettata a minimizzare.
E’ forse in atto una specie di cospirazione per tenerci all’oscuro della verità sul
cataclisma terminale di Marte e su come riguardi anche la Terra?
Tutto sommato preferiamo pensare che non sia così.
Ipotizziamo che sia solo un preconcetto, non una cospirazione.
Tuttavia… per essere del tutto onesti, dobbiamo ammettere che avremo sempre un
lieve sospetto che sia avvenuto qualcosa di oscuro e terribile dietro le quinte,
qualcosa di molto più grande, di molto più spaventoso di un puro e semplice
complotto. L’universo è misterioso. Anche la realtà è misteriosa. Nessun essere
umano saprebbe dire se la vita ha uno scopo trascendente o no, se c’è vita dopo la
morte, se ci sono entità simili a dei onnipotenti e un inferno senza speranza.
Non vediamo dunque motivo di respingere l’insegnamento degli antichi su questi
argomenti: l’Uomo è 0 fulcro di un grande conflitto cosmico. Forze contrapposte di
buio e luce, di nichilismo e celebrazione, di odio e amore, lottano per trionfare sulla
sua anima, perché una simile vittoria deciderà il fato di questo cosmo e definirà il
carattere di tutti gli universi che ancora non sono stati formati. La luce si aggiudica la
vittoria quando gli esseri umani coltivano la propria ragione e la propria mente,
riuscendo così a distogliere l’attenzione da preoccupazioni puramente materiali per
prendersi cura, invece, del proprio spirito. L’oscurità rilancia la partita interferendo
nel mondo per distruggere mente e ragione, frustrando così l’aspirazione spirituale
dell’umanità alla redenzione ultima. Gli antichi sostenevano che, ogni volta che la
razza umana aveva raggiunto un livello superiore, era stata crudelmente punita e
costretta a ritornare a una condizione inferiore.
I testi gnostici, infatti, scritti in Egitto all’inizio del primo millennio dopo Cristo,
affermano che il cataclisma globale ricordato come il diluvio di Noè non fu inflitto da
«Dio» per punire la malvagità umana, come afferma la Bibbia, ma fu invece
provocato dalle forze dell’oscurità per distruggere l’umanità antidiluviana che aveva
osato aspirare a un’elevata condizione di sviluppo scientifico e spirituale e a «portare
la luce» che andava sempre più diffondendosi. Le forze dell’oscurità riportarono un
grande successo. Pur essendoci dei superstiti, quasi tutti erano in uno stato di «grande
confusione ed erano costretti a pensare alla propria sopravvivenza, accantonando le
questioni dello spirito».
Analogamente, raccontando le vicende della perduta Atlantide, Platone lamenta che
ogni volta che le civiltà raggiungono un livello elevato, aprendo la strada a studi e
contemplazione e argomenti dello spirito, «piomba loro addosso un diluvio dal cielo,
che non suole risparmiare di voi se non gl’illetterati e gl’incolti», affinché gli esseri
umani dimentichino il passato e tutto quello che avevano appreso, e debbano
ricominciare «sempre daccapo come novellini».
Il racconto di Platone, curiosamente, collega il diluvio al «fulmine» e alla
«deviazione de’ corpi, che intorno alla terra s’aggirano per il cielo, e, a lunghi
intervalli di tempo, la distruzione per opera del fuoco sovrabbondante di tutto quello
che è sulla terra».
Le inondazioni globali seguite da incendi e il ricordo di una connessione tra fulmini e
cieli riecheggiano gli effetti di un bombardamento da impatto multiplo con bolidi
incandescenti che cadono dal cielo ed esplodono in aria, e altri che si immergono in
oceani distanti e creano vasti tsunami capaci di staccare i continenti l’uno dall’altro,
risparmiando, come afferma Platone, soltanto «bifolchi e pastori».
Se si osserva la carcassa craterizzata e devastata di Marte non si hanno più dubbi: il
pianeta è stato distrutto da un flagello venuto dal cielo. Comunque si fosse evoluta, la
sua vita potenziale, la civiltà, i miracoli che avrebbero potuto verificarvisi furono
stroncati proprio lì, in quel preciso momento, per sempre.
L’universo è infinitamente misterioso, infinitamente vario. Perciò non riteniamo
inconcepibile che un’intelligenza cosmica mostruosa che si nutra di negatività e di
buio possa esser stata appagata e arricchita da una simile, indicibile tragedia. In
realtà, nei testi gnostici si prende in considerazione proprio una forza soprannaturale
di questo genere, che abbia rovesciato il Diluvio sull’umanità per privarci della nostra
«luce».
Quanto più profonda sarebbe diventata l’oscurità universale se quella piccola luce si
fosse spenta per sempre.
Tuttavia, se gli gnostici avevano ragione, l’oscurità non può trionfare da sola. Ha
bisogno del nostro aiuto e lo cerca, ha bisogno della nostra volontà, della nostra
complicità per ultimare la distruzione della luce.

Orbitando nel Toro


Prolungati studi sullo sciame meteorico delle Tauridi, compiuti da astronomi che
lavorano per proprio conto in osservatori diversi e si servono di telescopi destinati ad
altri usi, hanno incominciato a tracciare la raffigurazione di una minaccia che
potrebbe far cadere definitivamente il mondo nelle tenebre. Dissimulata in miliardi di
tonnellate di polvere che gira vorticosamente, e circondata da dozzine di asteroidi
grandi parecchi chilometri, sembra che un’immensa, inerte, quasi invisibile cometa
possa giacere nel nucleo dello sciame – un frammento più grosso rimasto
dall’esplosione che generò la cometa di Encke più di 5000 anni fa.
Nel capitolo precedente abbiamo paragonato lo sciame delle Tauridi a un «condotto»
o a un «tubo» di detriti che sfrecciavano attraverso l’orbita della Terra. Ma poiché lo
sciame in realtà si estende ovunque sull’orbita ellittica della cometa di Encke
(insieme a tutto ciò che contiene e che è in continuo, veloce movimento lungo
quell’orbita), la sua vera forma è quella di un tubo formato in un’ellissi. La forma, in
altre parole, è un anello tridimensionale simile a una ciambella o a un cerchio di
metallo, ma con una sezione trasversale di 30 milioni di chilometri. Il termine
corretto per una forma di questo genere è «toro».
Che cos’altro orbita nel toro insieme alle «stelle cadenti» e al nucleo di 5 chilometri
della cometa periodica di Encke?
Tredici asteroidi Apollo che incrociano la Terra, tutti provvisti di diametro superiore
a un chilometro, sono stati identificati con sicurezza. Basandosi sui calcoli
ampiamente accettati dagli astronomi a proposito del rapporto tra asteroidi scoperti e
non scoperti che condividono la stessa orbita, Clube e Napier concludono da questi
dati che dev’esserci un totale di
cento o duecento asteroidi dal diametro superiore a un chilometro che orbitano all’interno dello
sciame meteorico delle Tauridi. Sembra evidente che stiamo considerando i detriti derivati dalla
frammentazione di un oggetto molto grande. La disintegrazione, o la sequenza di disintegrazioni,
dev’essere avvenuta negli scorsi venti o trentamila anni, altrimenti gli asteroidi si sarebbero sparsi
per tutto il sistema planetario interno e non sarebbero più riconoscibili come sciame.
Oltre alla cometa di Encke, nello sciame ci sono almeno altre due comete: Rudnicki,
a sua volta di 5 chilometri circa di diametro, e il misterioso oggetto Apollo chiamato
Oljato, che abbiamo citato nel Capitolo 22, che ha un diametro di un chilometro e
mezzo circa. Inizialmente ritenuto un asteroide, questo proiettile estremamente buio
che incrocia la Terra di recente ha incominciato a mostrare segni, visibili al
telescopio, di volatilità e degassamento, e la maggior parte degli astronomi ora lo
considera una cometa inerte che sta risvegliandosi. Anche la cometa di Encke rimase
inerte per un lungo periodo finché improvvisamente incominciò a brillare di vita e fu
vista per la prima volta dagli astronomi nel 1786. Ora si è compreso che alterna
regolarmente, nel corso di lunghi cicli, i suoi stati inerti e quelli volatili.
Clube e Napier hanno ripercorso le orbite di Encke e Oljato e hanno scoperto che
erano pressoché identiche fino a più o meno diecimila anni fa, approssimativamente
all’epoca del secondo grande impatto dell’era glaciale. Poiché sappiamo che la
cometa di Encke fu essa stessa il risultato di un episodio di frammentazione avvenuto
5000 anni fa circa – e a quell’epoca si separò da un oggetto «madre» più largo e non
ancora identificato -, la probabile conclusione è che anche Oljato fosse un frammento
dell’originario oggetto «madre» da cui si separò in seguito a una precedente
disintegrazione:
E’ possibile che a quell’epoca ci sia stata una maggior disintegrazione del corpo originario, e che si
siano creati molti detriti in più, di cui la cometa di Encke e Oljato sono i corpi più larghi conosciuti,
seguiti da analoghe disintegrazioni delle altre comete e degli asteroidi dello sciame.
È ciò che gli astronomi definiscono una gran quantità di «struttura fine» entro lo
sciame meteorico delle Tauridi inteso come un intero, ossia come gruppi distinti di
oggetti che possono esser identificati mentre orbitano entro i 30 milioni di chilometri
del largo «tubo» del toro. Ripercorrendo queste orbite, Clube e Napier osservano che
il gruppo meteorico chiamato Tauridi nord sembra essersi staccato bruscamente dalla
cometa di Encke o forse da un asteroide delle Tauridi un migliaio di anni fa.
Concludono che l’intero complesso, cioè i vari contenuti del toro,
sembra sul punto di subire un’autodistruzione a valanga poiché i detriti si accumulano ed entrano in
collisione […] Questo complesso di detriti unico è indubbiamente il più grande rischio di collisione
a cui la Terra si trova davanti in questo momento. È probabile che
centinaia di migliaia di corpi, ciascuno in grado di scatenare un’esplosione di molti megaton sulla
Terra, stiano orbitando entro lo sciame […]

Sciami multipli
Come gli astronomi ben sanno, i corpi più larghi e più densi all’interno di qualunque
sciame si raggruppano verso il suo centro, e si è anche stabilito che lo sciame delle
Tauridi ha un nucleo denso, lungo il cui margine orbita la cometa di
Encke,trascinando con sé nella propria orbita una «scia» (distinta dalla coda) di detriti
osservati per la prima volta nel 1983 dal prezioso satellite IRAS. E’ altrettanto evidente
che, più ci si allontana dal nucleo, più probabilità ci sono che le particelle in orbita
appaiano diffuse, piccole e inerti.
Nel caso delle Tauridi questo quadro è complicato dal fatto che altri due sciami
massicci di materiale, anch’essi disposti a forma di giganteschi condotti ellittici,
vengono gettati in orbite parallele al toro centrale, uno più vicino al Sole nel perielio
e uno più lontano. Considerati insieme, sono chiamati lo sciame Stohl (dal nome
dello scienziato ceco che li scoprì) e si ritiene che siano stati creati da un’ulteriore
disintegrazione spettacolare, probabilmente verso il 2700 a.C., di un largo frammento
della cometa gigante «madre». Clube e Napier calcolano che «la massa di meteoriti
all’interno dello sciame di Stohl sia «dieci o venti milioni di milioni di volte un
milione di grammi» e valutano che «la massa di asteroidi che orbitano assieme è
probabilmente la stessa». Dal momento che con il passare del tempo devono esserci
state perdite di gas e polvere, concludono che la massa di materiale è più o meno
equivalente a quella di un corpo di 100 chilometri di diametro.
Un’ulteriore complicazione è costituita dal toro completamente separato ma più
stretto, che ha le stesse caratteristiche dinamiche delle orbite degli sciami Tauridi e
Stohl e che deve aver anche fatto parte, una volta, dello stesso grandissimo
progenitore che moltiplicò la cometa di Encke. Ciò che accadde, tuttavia, come
conseguenza di un evento di vasta portata verificatosi a una data non identificata
migliaia di anni fa, è che il piano della sua orbita subì una rotazione di 90 gradi circa
verso gli sciami principali Tauridi e Stohl.
Questo è il cosiddetto gruppo Efesto, che include l’asteroide Efesto della serie Apollo
dal quale prende il nome (come il lettore ricorderà, Efesto ha un diametro di 10
chilometri), ed è quindi grande come l’oggetto K/T che provocò l’impatto che uccise i
dinosauri 65 milioni di anni fa. Altri asteroidi di oltre 5 chilometri sono stati visti
spostarsi con Efesto, così come le solite montagne di polvere e detriti non classificati
individualmente.
Ne consegue che le scoperte future porteranno alla luce almeno un’altra cinquantina
di asteroidi di dimensioni chilometriche disseminati sull’orbita di Efesto.

Il compagno non individuato


Il quadro d’insieme del «pericolo Tauridi» può esser visto come il raggruppamento di
quattro sciami di materiali separati ma strettamente correlati tra loro: i due sciami
Stohl, il gruppo Efesto e lo sciame principale delle Tauridi con la cometa di Encke
quale oggetto più visibile. Tutti questi sciami derivano dalla frammentazione della
stessa cometa gigante originaria, e tutti sono su orbite vicine alla Terra e strettamente
collegate tra loro, disposte in modo tale che il nostro pianeta passa dall’una all’altra
durante l’anno, e in effetti trascorre, nel complesso, più di quattro mesi all’anno
realmente immerso in essi.
Ciascun incrocio costituisce un pericolo: già sappiamo che ci sono oggetti molto
grossi e minacciosi che si precipitano lungo questi sciami ed è ovvio che ne
rimangano ancora molti da individuare. In ogni caso è lo sciame delle Tauridi quello
che Clube e Napier, in ultima analisi, indicano come il rischio di collisione più
pericoloso per la Terra.
La loro ricerca, ora sostenuta da un numero in continuo aumento di astronomi e
matematici, ha infatti segnalato il pericolo più terribile di tutti, sotto forma di un
compagno non individuato della cometa di Encke che, a quanto si ritiene, orbita
proprio al centro dello sciame. Il sospetto che esista un oggetto di questo genere risale
al 1940, quando Fred Whipple mostrò che parecchi gruppi di orbite di meteore non
potrebbero essere spiegati in altro modo che con una fuoriuscita di detriti da un
oggetto eccezionalmente grande in un’orbita inclinata vicino a quella della cometa di
Encke.
Ulteriori prove accumulate fin dai tempi di Whipple hanno indotto i ricercatori a
concludere che un simile oggetto esiste davvero. Si ritiene che, come Encke e Oljato,
il compagno non identificato sia una cometa che, talvolta per lunghissimi periodi,
riesce a non farsi vedere.
Questo accade quando una sorta di pece liquida che fluisce continuamente dal suo
interno durante episodi di degassamento diventa così abbondante da coprire l’intera
superficie esterna del nucleo con uno spesso guscio che si indurisce sempre di più
fino a sigillarsi perfettamente… forse per millenni. All’esterno regna la quiete dopo
che la «chioma» incandescente e la coda sono svanite e l’oggetto apparentemente
inerte in realtà corre attraverso lo spazio a una velocità di decine di chilometri al
secondo. Ma al centro del nucleo l’attività continua, incrementando gradatamente la
pressione. Come un bollitore surriscaldato senza valvola di sfogo, la cometa alla fine
esplode dall’interno e si frammenta in innumerevoli pezzi che possono diventare a
loro volta singole comete oppure schiantarsi contro i pianeti.
Abbiamo visto nel Capitolo 22 che il nucleo della cometa di Halley è particolarmente
nero perché rispecchia soltanto il 4 per cento della luce del Sole che lo colpisce. Si
sospetta che nel suo stato di inerzia il nucleo del non meglio identificato compagno di
Encke possa essere addirittura più nero… forse uno degli oggetti più neri del sistema
solare. Dal momento che dovrebbe anche esser circondato da una densa nube di
polvere meteoritica, è legittimo pensarlo come una specie di missile cosmico segreto.
E’ difficile stabilire quali potrebbero essere le dimensioni esatte di questo terrificante
«compagno» che incrocia la Terra o quali potrebbero essere i suoi futuri parametri
orbitali. E non possiamo neppure sapere con certezza quanti altri larghi frammenti
potrebbero girare vorticosamente con esso, a loro volta dissimulati nella polvere
meteoritica. Malgrado queste incertezze, alcuni tentativi sono stati fatti e nel 1997 il
matematico italiano Emilio Spedicato dell’università di Bergamo è giunto a
conclusioni estremamente significative. L’oggetto, secondo i suoi calcoli, potrebbe
avere un diametro di trenta chilometri.
Inoltre:
Si è cercato di valutare e sperimentare quali parametri orbitali potrebbero consentire
di osservarlo. E’ prevedibile che in un futuro ormai prossimo (verso il 2030) la Terra
attraverserà ancora quella parte del toro che contiene i frammenti.

Orbite mutevoli
Speriamo, con rispetto parlando, che Spedicato non abbia identificato la data esatta,
dal momento che una collisione con un oggetto di trenta chilometri di diametro
metterebbe fine a tutta la vita umana e potrebbe veramente liberare energia d’impatto
sufficiente a rendere completamente sterile il pianeta. Alcuni degli astronomi che
hanno incrementato le prove che abbiamo sulle comete hanno la rassicurante
sensazione che lo scontro fatale probabilmente non si verificherà per altri mille anni.
Victor Clube è uno di loro. Ma altri, e in particolare Fred Hoyle e Chandra
Wickramasinghe, hanno indicato che, secondo i loro calcoli, un episodio di
bombardamento sta per verificarsi, forse addirittura all’inizio del prossimo secolo.
Purtroppo, non c’è niente di sicuro. L’orbita della Terra è in costante, benché
minimo, mutamento quanto alla forma, che diventa ora più o meno eccentrica
(ellittica), ora più o meno circolare. Contemporaneamente il suo perielio e il suo
afelio gradatamente subiscono la «precessione» attorno all’orbita, cioè si spostano
«all’indietro» rispetto alla direzione della rotazione principale. Nel frattempo gli
stessi meccanismi celesti sono al lavoro sul toro. Ne risulta che i punti d’intersezione
delle due orbite variano considerevolmente da un’epoca all’altra, e con essi anche
l’area del toro attraverso la quale passa la Terra. Un transito per il margine dello
sciame non dovrebbe suscitare altre conseguenze che fenomeni di stelle cadenti.
D’altro canto, un transito per il nucleo o nelle sue vicinanze sfocerebbe in un disastro
quasi inimmaginabile, specialmente se dovesse esserci una collisione tra la Terra e
l’oscuro compagno della cometa di Encke.
Dove siamo ora?

Indizi di giugno
Ancora una volta, gli astronomi hanno diversi punti di vista. Eppure, tutti evidenziano
curiosamente un particolare: uno schema che concerne il mese di giugno.
Abbiamo osservato che la pioggia delle Tauridi produce meteore visibili quando la
Terra vi passa attraverso dal 3 al 15 novembre ogni anno, ma produce una tempesta
di detriti più intensa e violenta, invisibile a occhio nudo, tra il 24 giugno e il 6 luglio,
con un picco il 30 giugno. A causa della posizione in cui si trovano la Terra e il Sole
l’una in rapporto all’altro, questo è un periodo in cui grossi proiettili potrebbero
teoricamente colpire la Terra di sorpresa, con il Sole alle spalle, prima che possiamo
rendercene conto.
Il 25 giugno 1178 d.C. fu esattamente un simile proiettile, un asteroide Apollo oppure
un frammento di cometa dal diametro di due chilometri a colpire la Luna, creando il
gigantesco cratere Giordano Bruno (vedi Capitolo 18). Soltanto per fortuna, e forse
per miracolo, non colpì la Terra, dal momento che la Terra è nella stessa zona dello
spazio in cui si trova la Luna e costituisce un bersaglio molto più grosso.
Nel Capitolo 18 abbiamo esposto anche altri due indizi essenziali:
* Il 30 giugno 1908, un frammento molto più piccolo della cometa che stava disintegrandosi esplose
in aria sopra la regione del fiume Tunguska, abbattendo 2000 chilometri quadrati di foresta e
provocando immense scosse sismiche a centinaia di chilometri di distanza.
* Dal 22 al 26 giugno 1975 la Luna fu colpita da una serie ininterrotta e violenta di macigni pesanti
tonnellate.
Attualmente gli astronomi concordano, in genere, sul fatto che tutti questi impatti
erano collegati ai passaggi della cometa di Encke, che si sposta particolarmente
vicino alle Tauridi in giugno/luglio, e furono causati o da frammenti che si
suddividevano cadendo oppure da altri oggetti in orbita nei pressi che furono gettati
nel sistema Terra-Luna. Poiché sappiamo che la cometa di Encke orbita vicino al
nucleo, dunque vicino «al compagno
invisibile», è evidente che questi incontri avvenuti in passato avrebbero potuto essere
di gran lunga peggiori. E quanto agli incontri futuri?
La visione che ci ossessiona è quella del nucleo scuro, buio, avvolto in un velo di
polvere, che scaraventa davanti a sé uno sciame di asteroidi.
Come Clube e Napier avvertirono fin dal 1990 (a quanto pare inutilmente dato che
non vi fu alcun cambiamento nell’atteggiamento pubblico):
un asteroide in un’orbita delle Tauridi, con un’energia d’impatto pari a 100.000 megaton, uscendo
dal cielo notturno [cioè durante l’incrocio di novembre dello sciame] sarebbe visibile con un
binocolo per sei ore circa prima dell’impatto. Diventerebbe visibile a occhio nudo circa mezz’ora
prima della collisione e nel momento dell’immersione finale lo si vedrebbe come un oggetto
luccicante in movimento forse per trenta secondi. Si ha bisogno di più tempo per prepararsi per
l’inverno.
Se un simile asteroide giungesse in pieno giorno durante l’incontro della Terra con lo
sciame delle Tauridi alla fine di giugno, il periodo in cui è più probabile che avvenga
una collisione con la cometa di Encke o con il suo buio compagno, non sarebbe
affatto visibile, a meno che non ci fosse un satellite nel cielo dotato di una telecamera
a raggi infrarossi.

Un inferno costruito da noi


Attualmente l’umanità si trova davanti a due strane, importanti «prime volte»:
* E’ la prima volta, in qualunque epoca della storia che possiamo ricordare, che si profila un
disastro che ha la capacità potenziale di distruggere non solo parte del genere umano, ma l’intera
umanità, con le sue aspettative e le sue risorse, per sempre.
* È la prima volta, sempre per quanto possiamo ricordare consultando la storia, che la nostra specie
possiede la scienza e la tecnologia utili a sviare un simile disastro… ammesso che voglia farlo.
Abbiamo ricevuto segnali di avvertimento tutt’altro che ambigui dal tragico destino
di Marte, dalla nostra maggiore comprensione degli effetti della craterizzazione da
impatto sulla Terra, dallo schema di impatti di Tauridi di notevoli dimensioni con il
sistema Terra-Luna durante il secondo millennio d.C., e dall’apocalittico disastro
della cometa Shomaker-Levy 9 nel 1994.
Ragione e intuizione concordano. C’è un pericolo reale.
Eppure non è stato fatto quasi niente per prevenirlo, e gli avvertimenti di Clube, di
Fred Hoyle e di tutti gli altri eminenti uomini e donne che hanno visto la minaccia,
sono stati ignorati.
Riteniamo che la prima metà del terzo millennio sarà un’epoca determinante per la
storia del genere umano, che richiederà non solo un cambiamento politico o
strategico, o una modifica dei budget e delle priorità, benché anche tutto questo sia
necessario, ma soprattutto richiederà un cambiamento profondo di atteggiamento.
In buona parte, dicevano gli antichi, noi definiamo la nostra realtà attraverso le nostre
scelte. Eppure, ciò che abbiamo costruito alla fine del ventesimo secolo è un mondo
che sta diventando infernale.
Che cos’è accaduto all’animo umano se un uomo, che dice di agire in nome di Dio, è
a tal punto preda dell’odio da fracassare il cervello di un neonato contro un muro e
tagliare la gola a sua madre? Simili episodi sono diventati banale routine in Algeria
alla fine del secondo millennio.
Che cos’è accaduto all’animo umano se gli adulti – uomini e donne – perseguono il
male al punto di trarre piacere sessuale dal rapimento, dalla tortura, dalle violenze e
dall’assassinio di bambini? Simili orrori fanno parte della vita quotidiana in Europa e
negli Stati Uniti alla fine del secondo millennio.
Che cos’è accaduto all’animo umano se un uomo è così accecato dal proprio ego da
sfigurare il volto di una ragazza gettandole addosso acido solforico, mangiandole via
la carne di dosso, accecandola e bruciandole la pelle fino a carbonizzarla, soltanto
perché si è rifiutata di sposarlo? Alla fine del secondo millennio una simile
concentrazione di malvagità è diventata usuale in Bangladesh, dove centinaia di
ragazze subiscono ogni anno vergogna, miseria e sofferenza.
Non continueremo questo elenco di atrocità individuali e di massa che potrebbe
riempire centinaia di volumi, come tutti ben sanno. Vogliamo soltanto ipotizzare che
una specie che è così attratta dalle tenebre ha poche probabilità di riuscire a
raccogliere la sfida della galassia e a vincerla. In realtà, forse abbiamo già dimostrato
che non siamo in grado di farlo durante la prima decade dalla nostra scoperta di
Marte e con l’incapacità di proteggere il nostro prezioso e insostituibile pianeta che,
come sappiamo, può essere l’unica casa rimasta per vivere nell’universo.

La freccia e la scelta
Prendere in considerazione la minaccia dell’impatto effettivamente richiederebbe un
grande progetto internazionale, con risorse illimitate e illimitata buona volontà,
riunendo le menti più geniali del mondo e chiedendo loro di non considerare altro che
la sicurezza del pianeta e la salvezza del resto del genere umano. Deviare frammenti
di asteroidi e comete inerti che potrebbero avere un diametro di trenta chilometri
sarebbe un’impresa di alta precisione, dato che è ovvio che qualsiasi errore potrebbe
rendere ancora più pericolosa la traiettoria dell’oggetto in arrivo. Probabilmente è
un’impresa che, se non supera i limiti della scienza attuale, sicuramente li raggiunge.
Sembra impossibile. Tuttavia, se ci si ferma a rifletterci sopra, qualcosa del genere sta
già accadendo in vista di obiettivi assai più limitati. Le forze armate del mondo, per
esempio, sono una specie di «grande progetto internazionale» senza limiti di risorse,
che utilizzano gli ingegni più brillanti di tutte le nazioni al solo scopo di diffondere
mutilazioni e miseria, di bombardare e avvelenare, e di infliggere morte e distruzione
ai propri simili.
In realtà qui si tratta del genere di scelte che le società compiono riguardo all’utilizzo
che vogliono fare delle proprie risorse, non di un problema riguardante le risorse
stesse. Tuttavia stentiamo a immaginare che qualsiasi società del mondo, così com’è
oggi, possa privarsi di uno dei suoi maggiori poteri e decidere di impiegare fondi
considerevoli per la salvezza del pianeta invece che per la difesa nazionale e
l’aggressione da parte degli esseri umani.
Siamo certi che la richiesta, se ci sarà il tempo e la possibilità di superare la minaccia
degli impatti cosmici, sarà che gli esseri umani reinventino se stessi nel ventunesimo
secolo… si reinventino completamente. Ci domandiamo addirittura se un grande
progetto per salvare la Terra non possa agire di per sé come catalizzatore necessario
per un simile cambiamento. In realtà, a modo suo e senza insegne ufficiali abbiamo
visto che il progetto è già incominciato… dipende dall’energia e dall’iniziativa di un
gruppo di astronomi indipendenti e di altri scienziati che mettono a disposizione il
proprio tempo come volontari in molti paesi diversi per il bene dell’umanità.
C’è un vecchio detto, attribuito a Ermes, secondo il quale «la morte è come una
freccia che è già in volo, e la vostra vita dura soltanto fino a quando la freccia vi
raggiunge».
Gli astronomi ci hanno mostrato una «freccia» nel cielo, puntata verso la Terra, che
vola verso di noi da cinque milioni di anni.
Eppure questa freccia non dovrà arrivare mai. La vita e la luce e la gioia e la ricerca
della conoscenza sacra non devono venir cancellate. L’oscurità non dev’essere
alimentata con ulteriore sofferenza e nichilismo. La magia e il mistero possono
assumere altri aspetti. E il vuoto spirituale può essere colmato.
Noi siamo le nostre scelte.
E questa scelta è nostra.

NOTA DEGLI AUTORI


Uno degli intenti principali dell’Enigma di Marte è attirare l’attenzione pubblica su
scoperte, realizzate da scienziati di tutto il mondo, che riguardano le anomalie di
Marte e la questione particolarmente grave e incalzante dei cataclismi planetari.
Senza il lavoro scrupoloso e innovatore di questi scienziati non avremmo potuto
scrivere questo libro. Abbiamo cercato di offrire un resoconto fedele della loro opera,
citando le loro stesse parole ogni volta che era possibile, ma le conclusioni
complessive che ne abbiamo tratto sono nostre. Sotto questo aspetto, il nostro ruolo è
consistito nel sintetizzare e collegare le prove e i dati di molti, differenti campi di
ricerca. Soltanto quando abbiamo incominciato a ricostruire il puzzle ci siamo resi
conto di quale immagine ne derivasse e delle implicazioni in essa contenute,
realmente sconcertanti sia per il passato della Terra che per il suo futuro.
Grazie a Chris O’Kane del Mars Project britannico e a Simon Cox per aver svolto
ricerche su testi e documentari per conto nostro. Un ringraziamento particolare al
dottor Benny Peiser dell’università John Moore di Liverpool, che cortesemente ha
messo a nostra disposizione la sua biblioteca personale.