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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI LECCE

XVII - 2003

CONGEDO EDITORE
2003
GIUSEPPE PATISSO

GLI SPAGNOLI IN ITALIA.


ECONOMIA E STATO MODERNO NEL REGNO DI NAPOLI
AGLI INIZI DEL XVI SECOLO.

Dal 1494 al 1503 il Regno di Napoli conobbe eventi che segnarono


per secoli la sua storia. La discesa di Carlo VIII in Italia, animato da spi-
rito di conquista in una penisola divisa, segnò la fine di quella pur diffici-
le e traballante pax italica sancita a Lodi nel 1454. Nel meridione la con-
trapposizione tra Francesi e Spagnoli vide un continuo scontro-incontro
tra ansie di rivincita e brevi successioni fino alla vittoria del Gran Capita-
no Consalvo de Cordoba1 che consegnò per più di due secoli il Mezzo-
giorno d’Italia alla monarchia cattolica. 2 La situazione del decennio
1494-1503 si presentava assai fluttuante ed aperta a molteplici soluzioni
in quanto Napoli era comunque soggetta ad un gioco molto più ampio nel
quale i regnicoli non avevano la parte dei protagonisti. Questa situazione
di “transizione” durò sino al 1519 anno in cui Carlo V assurse alla corona
imperiale: il quadro politico acquisì elementi di certezza e da quel mo-
mento in poi si restrinsero gli spazi di un’autonomia di fatto che Napoli,

1
“Ferdinando adunque, quando temendo della sterminata potenza del Gran Capitano
che s’avea acquistata nel regno per lo suo valore e virtù, e per la benevolenza di tutti gli
ordini, si determinò di persona a venire in Napoli per condurlo seco in Ispagna, ed in suo
luogo lasciare il Conte di Ripacorsa per vicerè: portò seco tre giureconsulti, ch’erano reg-
genti del supremo Consiglio D’Aragona, per istabilirne un altro in Napoli a somiglianza
di quello; non altrimente di ciò che fece Alfonso, che a similitudine del Consiglio di Va-
lenza introdusse nel regno quello di Santa Chiara, il quale, quando risiedevano i re di Na-
poli, era il supremo, come quello nel quale giudicava l’istesso principe che n’era capo”.
Cfr. Pietro Giannone, Istoria civile del regno di Napoli, Napoli, stamperia dell’industria
1866, vol. 6 fasc. 2, p. 163.
2
Per quanto riguarda la situazione politica nel Regno di Napoli nel passaggio tra An-
gioini, Aragonesi e poi Spagnoli si veda il saggio di G. D’AGOSTINO, Napoli e il sud
dagli Angioini agli Aragonesi, in Poteri, istituzioni e società nel mezzogiorno medievale
e moderno, (una raccolta di saggi dello stesso autore), Napoli 1996, p. 31-64. Si veda
inoltre: M. ARTOLA, La monarquía de España, Madrid 1999, pp. 518 e segg. ; C. J.
HERNANDO SÁNCHEZ, El reino de Nápoles en el Imperio di Carlos V. La consolida-
ción de la conquista, Madrid 2001, pp. 35-60; G. GALASSO, Momenti e problemi di sto-
ria napoletana nell’età di Carlo V, in Mezzogiorno medievale e moderno, Torino 1975,
pp. 137-197.
298 Giuseppe Patisso Gli spagnoli in Italia. Economia e Stato moderno nel Regno di Napoli… 299

o meglio la sua classe politico-nobiliare, era riuscita a gestire nel primo percorso di trasformazione della nobiltà meridionale da potenza a potere,
quindicennio di incerta presenza spagnola sul territorio nazionale.3 -scrive Aurelio Musi- sollecitato dall’assolutismo monarchico, può esse-
I tratti politico-istituzionali tra il centro (la Spagna) e la periferia (Re- re, per certi versi, assimilato a quello di altre nobiltà europee, caratteri
gno di Napoli) che verranno a delinearsi in un contesto imperiale, si arti- originali mostra invece il rapporto che dal principio del secolo XVI viene
coleranno essenzialmente in tre punti: a stabilirsi fra la nobiltà del mezzogiorno e la monarchia spagnola”.6
- il ruolo di Napoli all’interno dello stesso sistema imperiale; Durante i primi anni del XVI secolo, ed in particolare a partire dal 1528,
- la scelta degli alleati, da parte della Spagna, per la gestione del po- anno della fallita invasione francese del Regno, l’assolutismo asburgico diede
tere nel Regno; stabile e pressoché definitiva regolazione ai rapporti di forza tra corona e ba-
- la definizione politico-istituzionale degli strumenti attraverso i ronaggio. Sul piano degli strumenti la procedura si dimostrò ancora indecisa:
quali realizzare i due precedenti piani4. per questo la monarchia cattolica intervenne dall’esterno con progetti e solu-
I modi con cui si realizzarono tali obiettivi passarono per diverse fasi. zioni che, se sortiranno esiti incerti, serviranno comunque alla regia corte
La prima iniziò a delinearsi verso la metà degli anni trenta del secolo per acquisire esperienza e conoscenza dell’apparato napoletano, diviso, in un
XVI e precisamente dal 1535, anno in cui Milano fu accorpata ai posse- precario equilibrio, tra funzionari spagnoli e regnicoli. Uno degli esempi che
dimenti spagnoli. Napoli in questo periodo diventò cruciale dal punto di mostrano più apertamente la tendenza interventista del potere centrale nel Re-
vista politico per la Corona: la sua posizione la collocò in stretto rapporto gno, a partire dalla prima metà del secolo XVI, riguardano – e non poteva es-
con la Sicilia sia per una funzione antifrancese che per l’attuazione di sere diversamente – le istituzioni economiche e di gestione finanziaria. “En el
quella politica “africana” contro i Turchi fortemente voluta dall’impera- caso de la Monarquía Católica – sostiene Garcia Marín - nel esfuerzo por
tore Carlo V. L’inserimento del Mezzogiorno nel sistema imperiale spa- controlar los instrumentos financieros napolitanos hallaba su causa en la ne-
gnolo non si esaurì tuttavia solo nella lotta anti-turca dato che non meno cessidad de hacere efectiva su autoridad sobre el reino. Así se explican los
importante fu per la Spagna lo sfruttamento della posizione strategica di constantes esfuerzos del poder central por consolidar su disposición sobre
Napoli in funzione del controllo di Milano, considerato il tradizionale aquellos cargos públicos en los que recaía la administración tributaria”.7
“scudo d’Italia”. La città lombarda era considerata l’antemurale delle po- L’immissione di personale spagnolo nelle magistrature centrali fu, nel
sizioni spagnole nella penisola, e come tale essa copriva innanzitutto Na- corso degli anni, discreta ma continua e per quanto sia difficile quantificare
poli e Genova. “A sua volta il Regno di Napoli doveva fungere da imme- tale componente, siamo su un ordine variabile tra un quarto e un terzo dei
diata retrovia e da base per il sostegno logistico, militare, economica e fi- posti di maggior rilievo.8 Il progetto della corona è la promozione di un ceto
nanziario dello stato ambrosiano”.5 dirigente relativamente autonomo rispetto alle diverse dinamiche sociali del-
Naturalmente, in questo periodo, la monarchia asburgica è obbligata, le realtà imperiali, di una mediazione burocratica in opposizione alla media-
nella scelta degli alleati all’interno del Regno, a privilegiare la nobiltà zione dei notabili: in questo contesto si assiste ad una sorta di sollecitazione
(sia di seggio che delle province) in quanto rappresenta l’unico gruppo della monarchia per la creazione di una nuova leva di burocrati e hombres de
sociale che sia in grado di garantire alla corona un sicuro potere. “Se il negocios spagnoli nel contesto civile, economico e militare napoletano. “Que
los virreyes se hicieron eco de la necesidad de disponer de españoles a quie-
3
G. D’AGOSTINO, Napoli e il sud dagli Angioini agli Aragonesi, op. cit., p. 24. nes entregar puestos de confianza – afferma il Marín - es algo que queda su-
scrive inoltre il Comparato: “Quanto alla storia del meridione, il suo inserimento entro la ficientemente claro con sólo examinar las relaciones epistolares entre aquél-
più ampia storia d’Italia è sempre apparso assai difficile e complicato specie per le vie los y la Corona. No en vano eran los representantes regios quienes más
istituzionali, poiché occorre tener conto: 1) della relativa autonomia della storia meridio- sentían la necesidad de encontrar apoyo en personas en las que confiar, a fin
nale sino alla conquista spagnola; 2) dell’evoluzione subita sotto l’egemonia della Spa- de impedir la infiltracíon de naturales incluso en aquellos cargos no reserva-
gna; 3) delle analogie istituzionali riscontrabili con gli altri domini spagnoli, come Mila-
no, Sicilia, Sardegna, Fiandre e colonie extraeuropee; 4) dei rapporti economici intercor- dos estatutariamente a estos últimos”.9
renti con gli stati italiani più interessati al regno di Napoli, che non comportavano analo-
gie istituzionali, ma pesavano sul suo destino.” V. I. COMPARATO, Uffici e societa a
6
Napoli (1600-1647): aspetti dell'ideologia del magistrato nell'età moderna, Firenze A. MUSI, Mezzogiorno spagnolo. La via napoletana allo Stato moderno, Napoli
1974, p. 22. 1991, p. 16.
4 7
Ibidem. J. M. GARCIA MARÍN, Monarquía catolica en Italia, burocracia imperial y privi-
5 legios constitucionales, Madrid 1992, p. 233.
G. GALASSO, Milano spagnola nella prospettiva napoletana, in Alla periferia del-
8
l’impero. Il Regno di Napoli nel periodo spagnolo (sec. XVI-XVII), Torino 1994, p. 306. G. MUTO, Il Regno di Napoli sotto la dominazione spagnola, in Storia della so-
Si veda inoltre A. CALABRIA, The cost of Empire. The finances of the kingdom of Na- cietà italiana, vol. XI, Milano 1987, p. 308.
9
ples in the time of Spanish rule, Cambridge 1991. J. M. GARCIA MARÍN: Monarquía catolica en Italia, op. cit., p. 226.
300 Giuseppe Patisso Gli spagnoli in Italia. Economia e Stato moderno nel Regno di Napoli… 301

Agli inizi del secolo XVI si assiste nel Mezzogiorno d’Italia alla for- organizzata su scala provinciale, e in tale ambito è ugualmente centraliz-
mazione di un apparato statale che, per dirla con Galasso, “anziché la via zata, con una Udienza (che è insieme intendenza amministrativa e corte
polacca, prese la via francese alla monarchia moderna. La via polacca di giustizia d’appello) sovrapposta alle giurisdizioni feudali locali, e do-
portava all’anarchia e alla frantumazione del potere centrale dello Stato, dici percettorie, dipendenti dalla Sommaria. L’avvento degli Spagnoli nel
alla “repubblica dei 100mila gentiluomini” ciascuno con il suo liberum 1503 introduce due grosse novità: la figura del Viceré e il Consiglio Col-
veto […] la via francese portava invece alla decisa preminenza del potere laterale. Quest’ultimo, con consiglieri di toga e di spada, spagnoli e na-
regio, allo Stato moderno accentratore e autoritario. […] d’ora in poi [i poletani, è evidentemente un organo che il Sovrano dispone intorno al
nobili] dovettero accettare di diventare cortigiani, uomini della Corte del Viceré, non meno per controllarlo che per sostenerlo. Era formato da tre
sovrano, sudditi privilegiati e titolati rispetto a tutti gli altri, minoranza membri nominati ad beneplacitum dal sovrano, con l’aggiunta di uno,
eletta e legata al sovrano da un vincolo personale di fedeltà, ma pur sem- napoletano, distaccato presso la corte. Tutti i maggiori uffici di giustizia
pre sudditi”.10 In tutti i domini della corona di Spagna la presenza di un sarebbero stati assegnati a vita, con l’eccezione dei giudici della Vicaria e
apparato governativo moderno doveva esercitare le quattro funzioni rite- delle Udienze, temporanei a rotazione biennale. Erano esclusi dalla vena-
nute primarie dagli giuristi spagnoli: jurisdicción (funzione giudiziaria), lità gli uffici che comportavano l’amministrazione diretta della giustizia
gobierno o policía (funzione legislativa ed amministrativa), capitanía ge- o compiti politici particolarmente delicati. Tra il 1532 e il 1550 venne ri-
neral (comando militare e difesa), hacienda (gestione del tesoro). solto in linea di massima il problema delle proporzioni tra gli ufficiali
Va sottolineato che dal punto di vista della struttura burocratica, le in- spagnoli e regnicoli nei vari settori dell’amministrazione centrale e peri-
novazioni iniziate sotto Alfonso il Magnanimo alla metà del secolo XV ferica: i sette grandi uffici (cariche divenute in gran parte onorifiche) sa-
furono fatte proprie dagli Spagnoli, i quali, utilizzando la stessa logica rebbero spettati a napoletani nella proporzione di quattro a tre; i presi-
burocratica alfonsina, tesero ad assicurare al Regno una diffusa rete di denti delle grandi corti ad beneplacitum, consiglieri del Sacro regio Con-
funzionari dello Stato nelle province e di mantenere al centro un numero siglio, presidenti della Regia Camera della Sommaria, governatori e udi-
di uffici e di burocrati pronti a “far sentire la voce dei poteri pubblici in tori provinciali, governatori delle terre regie, percettori: due terzi napole-
ogni affare che ne fosse suscettibile, di seguire con la formazione di nuo- tani e un terzo ad beneplacitum; giudici della Vicaria metà e metà e il
ve competenze giuridico-amministrative la crescita della società e i pro- reggente del medesimo tribunale un anno Napoletano e un anno ad bene-
blemi nuovi che ne scaturivano”.11 placitum; tesoriere generale, scrivano di razione, portolani, doganieri, ed
La nuova architettura burocratico-amministrativa dello Stato napole- altri uffici minori erano riservati a napoletani. Il Consiglio di Stato, detto
tano prevedeva una Cancelleria del sovrano; un grande organo per le ma- anche Collaterale di cappa corta, (con funzioni prevalentemente milita-
terie amministrative, finanziarie ed economiche (la Camera della Som- ri), era di fatto un contentino per i baroni napoletani. Le esigenze della
maria); la Gran Corte della Vicaria (per la giustizia criminale e civile); il politica assolutistica determinano, però, ben presto una completa prevari-
Sacro Regio Consiglio (supremo organo giusdicente); una Tesoreria Ge- cazione del Collaterale da parte del Viceré. Sempre, tuttavia, la figura dei
nerale. consiglieri (reggenti) del Collaterale, viene vista dalla pubblica opinione
Intorno, come in ogni Stato moderno ai suoi inizi12, una piccola selva come quella dei massimi notabili dello Stato e in questa considerazione
di organi minori con minori competenze. L’amministrazione periferica è sono associati il luogotenente della Sommaria, il reggente della Vicaria e
il presidente del Sacro Consiglio, spesso anch’essi tutti consiglieri del
10
Collaterale. La nozione di notabilato, in quanto legata all’esercizio di
G. GALASSO, Napoli spagnola dopo Masaniello, Firenze 1982, vol. I, pp. I-II. grandi funzioni amministrative o pubbliche, comprende pure, al livello
Sulla questione della corte in Spagna si vedano inoltre: J. MARTÍNEZ MILLÁN: Los
estudios sobre la corte. Interpretacion de la corte de Felipe II ; C. J. DE C. MORALES: immediatamente inferiore, il segretario del Collaterale, che è anche se-
El poder de los secretarios reales: Francisco de Eraso, in J .MARTÍNEZ MILLÁN (a gretario del Regno; i presidenti delle varie sezioni della Sommaria; i giu-
cura di) La corte de Felipe II, Madrid 1994. dici della Vicaria e del Sacro Consiglio, gli avvocati e procuratori fiscali
11
G. GALASSO, La Spagna imperiale e il Mezzogiorno, in Alla periferia dell’impe- nei massimi consessi amministrativi, finanziari e giudiziari; i capi delle
ro…, op. cit., p. 25. Udienze provinciali e i governatori delle città demaniali; i capi dell’am-
12
Si vedano i seguenti lavori: E. FASANO GUARINI: Centro e periferia, accentra- ministrazione civile dell’esercito e della marina, ben presto delineatasi
mento e particolarismi: dicotomia o sostanza degli Stati in età moderna?; P. SCHIERA:
Legittimità, disciplina, istituzioni: tre presupposti per la nascita dello Stato moderno, in accanto a quella militare; i capi (uditori) dei tribunali militari supremi
G. CHITTOLINI, A. MOLHO, P. SCHIERA (a cura di) Origini dello Stato. Processi di dell’esercito e della marina; alcune altre cariche legate ad amministrazio-
formazione statale in Italia fra medioevo e età moderna. “Annali dell’Istituto storico ita- ni ordinarie o straordinarie. La funzione civile della burocrazia è assai
lo-germanico di Trento” Quaderno 39, Bologna 1994. accentuata. La guerra è veramente affare del re. Magistrati e funzionari
302 Giuseppe Patisso Gli spagnoli in Italia. Economia e Stato moderno nel Regno di Napoli… 303

significano esclusivamente amministrazione, fisco e giustizia. Cancelle- provinciale vi era l’Udienza che aveva competenze tanto amministrative
ria, udienze, viceregni erano stati accolti da Ferdinando il Cattolico nella quanto giudiziarie.19
prassi amministrativa del Regno, mentre il principio della pluralità isti- L’aumento delle competenze e dell’attività delle Udienze provinciali
tuzionale veniva eretto a sistema di governo (polisinodia) attraverso l’i- si accompagnò ad un parallelo aumento degli altri organi dell’ammini-
stituzione dei consigli: Consejo de Aragón e de Castilla 1494; Consejo de strazione periferica e il fenomeno si rafforzò con l’ampliamento delle
Indias 1519; Consejo de Italia 1555-1558; alla fine del XVI secolo furo- funzioni delegate ai baroni; un ampliamento che si fece imponente a par-
no creati i Consejos de Portogallo, di Fiandra e Hacienda. tire dalla seconda metà del sec XVI, periodo in cui lo Stato, sotto la pres-
Nelle competenze del Consiglio d’Italia rientrava il vasto Regno di sione di urgenti esigenze finanziarie, procedette ad alienare funzioni fi-
Napoli13 che con il trattato di Cateau Cambrésis (1559) fu degradato a scali e giurisdizionali.
rango di semplice Viceregno sotto il dominio della Spagna. I caratteri La questione della venalità degli uffici nel Viceregno di Napoli fu af-
dello Stato che si sviluppò nel meridione d’Italia in età spagnola furono, frontata per la prima volta nel 1536. Il parlamento chiese allora al Sovra-
dunque, il risultato “della combinazione tra le sollecitazioni provenienti no che non si vendessero uffici, dato che erano contrattati a prezzi alti,
dalla società napoletana e le scelte ed esigenze della dinastia”14. Un sofi- sebbene la maggior parte di essi non dessero che qualche centinaio di du-
sticato sistema di relazioni clientelari fu costruito dalla Spagna per tenere cati di rendita. Nel 1538, però, lo stesso parlamento napoletano chiese
più saldamente le redini del Regno, un sistema “non meno corposo di che fosse sospesa la sua precedente richiesta, eccezion fatta per gli uffici
quello messo in piedi dal papato nell’età barocca, che portava sul terre- che amministravano la giustizia. Si sperava che l’assegnazione degli in-
no delle esigenze della politica imperiale [...] i grandi baroni del Regno carichi burocratici potesse essere fatta ancora con lo stesso criterio in uso
meridionale”15. Rinunciando alle sue velleità indipendentiste, la nobiltà, per la concessione di feudi: concessione che era ritenuta appannaggio di
in accordo con la Corona, si propose come classe dirigente e sostenitrice coloro che si erano distinti, offrendo i loro servigi, in campo militare e
degli interessi collettivi. In questo modo la Corona conquistò uno spazio politico.20 Ma i tempi erano cambiati e le continue necessità di denaro
d’azione sufficiente a garantirsi, attraverso il rafforzamento dello Stato e della Spagna stravolsero un sistema divenuto ormai anacronistico e inso-
la stabilità politica e sociale, i necessari appoggi per attuare la sua politi- stenibile. Gli ingranaggi dello Stato-macchina avevano continuo bisogno
ca generale.16 Comunque nei primi decenni del sec. XVI il controllo de- di fondi per muoversi senza intoppi e il Regno di Napoli rappresentava
gli Spagnoli sul territorio e la società del Viceregno era ancora precario, a una sicura e importante fonte di entrate per la monarchia iberica. Secon-
causa dell’incertezza nel “governare i meccanismi dei rapporti tra il cen- do G. Galasso, con la pratica della venalità degli uffici a Napoli, “non so-
tro e le diverse periferie”17. Era necessario che fosse assicurata la presen- lo veniva assicurata allo Stato una fonte di entrate praticamente continua,
za dello Stato nelle province attraverso una rete capillare di uffici e di ma veniva per di più a costituirsi una amplissima rete di interessi forte-
funzionari ad essi collegati; occorreva dare, inoltre, a questi ultimi, una mente legati alle fortune dell’amministrazione pubblica e quindi, dal
preparazione di base in campo giuridico-amministrativo, per poter me- punto di vista politico, al consolidamento del potere centrale”.21 L’au-
glio seguire la crescita della società e i nuovi problemi che si ve- mento del numero e delle competenze degli organi di potere politico, am-
nivano delineando.18 ministrativo e giudiziario della capitale, comportò anche una crescita de-
Intorno ad una struttura burocratica centrale ruotavano organismi me- gli organi burocratici periferici. Questi ultimi crebbero in conseguenza
no importanti e dotati di minori competenze. L’amministrazione periferi- dell’incremento delle attività e funzioni delle udienze provinciali e
ca fu organizzata su base provinciale e in tale ambito presentava analo- questo determinava un aumento complessivo degli organici degli appara-
ghe caratteristiche di centralizzazione. Alla testa dell’amministrazione ti centrali e periferici dello Stato e, quindi, del ricorso alla pratica della
venalità degli uffici. Tutto ciò non faceva altro che assicurare allo
13
F. BRAUDEL, L’Italia fuori dall’Italia, due secoli e tre Italie, in Storia d’Italia, Stato napoletano, e quindi anche e soprattutto alla Spagna, un flusso di
vol. 2°, tomo 2°, trad it. Torino 1974, p. 2238. denaro continuo e un apparente rafforzamento del potere centrale, il qua-
14
R. VILLARI, La Spagna, l’Italia e l’assolutismo in “Studi Storici”, n. 4, 1977, p. 14 le, col tempo, sarebbe dovuto venire a patti con l’aristocrazia napoletana.
15
A. SPAGNOLETTI, Principi e Señores Grandes nell’Italia spagnola, “ Dimensioni
e problemi della ricerca storica”, n° 2, 1993, p. 114.
16 19
R. VILLARI, La Spagna, l’Italia e l’assolutismo…, cit. p. 16. G. GALASSO, Le forme del potere, classi e gerarchie sociali, in Storia d’Italia,
17 vol. I, Torino 1972, pp. 488 - 89.
G. MUTO, Istituzioni dell’Universitas e ceti dirigenti locali, in Storia del Mezzo-
20
giorno, vol. IX, tomo 2°, Napoli 1991, p. 44. R. VILLARI, La rivolta antispagnola a Napoli. Le origini 1585-1647. Roma-Bari
18 1994, cap. I
G. GALASSO, Il Regno di Napoli nel periodo Spagnolo, (sec. XVI-XVII), in Alla
21
periferia dell’Impero, Torino 1994, p. 25. G. GALASSO, Il Regno di Napoli nel periodo spagnolo (sec. XVI-XVII) cit, p.26.
304 Giuseppe Patisso Gli spagnoli in Italia. Economia e Stato moderno nel Regno di Napoli… 305

Gli uffici regi vendibili dell’amministrazione finanziaria centrale e peri- autorizzazione. Frodi erano commesse anche negli appalti per la manu-
ferica, pur avendo spesso un’importanza politica modesta, venivano ac- tenzione delle strade, sia alterando le “misure” dei lavori eseguiti, sia
quistati anche dai baroni essendo, molte volte, un investimento redditi- trascurando offerte più convenienti; frodi avvenivano nella manutenzione
zio. Si veniva, così, a formare una sorta di amministrazione fiscale pa- dei castelli e degli altri edifici demaniali. Coloro che erano addetti a
rallela: la prima - quella gestita dal percettore - riguardava gli introiti che rifornire le galere e le truppe, spesso erano accusati di rubare quanto
andavano, almeno in teoria, allo Stato; l’altra - quella gestita in nome e avrebbero dovuto custodire (merci e derrate), mentre titolari e “subalter-
per conto dei baroni - agiva nell’interesse dell’aristocrazia feudale e degli ni” di altri importanti “uffici” come la zecca, pesi e misure, avrebbero
acquirenti di uffici. “La venalità si traduceva in provincia, assai più che addirittura falsato i campioni, preparandone un modello inferiore al vero,
nella capitale, - afferma Comparato - nella preminenza degli interessi che doveva essere adoperato in caso di vendita, e uno superiore in caso di
privati su quelli pubblici in modo tale che non è possibile distinguere a acquisto.26 “Di fronte a tanta estesa corruzione fra gli ufficiali minori, la
prima vista se l’amministrazione regia si sovrapponesse alla rete impo- disonestà di arrendatori, percettori e funzionari della Sommaria toccava
nente del sistema signorile o si fosse adattata e inserita in esso”22. davvero punte preoccupanti”27. La corruzione e una generale cultura
La situazione divenne ancor più confusa quando le necessità della dell’illegalità era così diffusa che, quando il governo cercò di limitare
guerra in Europa portarono la Spagna ad aumentare la pressione fiscale, l’accesso agli uffici dell’amministrazione giudiziaria solo a quanti posse-
in una situazione in cui, peraltro, le risorse del paese diminuivano per la devano il titolo dottorale, vi fu una corsa sfrenata al conseguimento di
crisi che nel Seicento gravò su quasi tutta l’Europa e che comportò una questo titolo che, puntualmente, poté anche essere acquistato. Agli inizi
rilevante riduzione del potere contributivo dei sudditi. “Il potere regio del Seicento “uffici e tribunali erano praticamente in mano a gente
dovette ricorrere - allora - senza più alcuna remora, alla alienazione di spesso ignorante e indotta perciò ad affidare, a sua volta, la gestione a
giurisdizione, di città, di prerogative, di titoli, di diritti e di uffici. Nel scrivani senza scrupoli”28. Ai tempi di Carlo V furono fatti seri tentativi
medesimo tempo e per le medesime ragioni smarrì ogni effettiva capacità di adeguare le strutture amministrative del Regno alle esigenze di funzio-
di attuare riforme e impedire il deterioramento dell’amministrazione”23. nalità ed efficienza che sembrano caratterizzare la costruzione dello Stato
Avveniva quindi che “negli uffici regi e nelle province, alle illegali azioni moderno. Ma fu allora che ebbe “anche inizio il processo di espansione e
degli ufficiali si accompagnava la totale connivenza con il potere locale di corruzione della fiscalità, che nel giro di pochi lustri avrebbe fatto
dei baroni”24. Nella stessa provincia, infatti, alla debolezza della giusti- emergere i problemi finanziari e tributari come la piaga maggiore e l’a-
zia regia si sommava la sostanziale impotenza dell’amministrazione fi- spetto più odioso del nuovo regime”29. Già allora il viceré Pedro de Tole-
nanziaria che, nonostante la sua presenza capillare, difficilmente riusciva do, in una relazione diretta alla corte di Madrid nell’anno 1536, elencava
a tenere sotto controllo la gestione delle esazioni e dei pagamenti del Re- nell’ordine quelli che erano i tre principali malanni del Vicereame: estor-
gno.25 Quando nel Seicento diminuirono i controlli e l’autorità del gover- sioni, vendita di pubblici uffici, banditismo. Alla prepotenza baronale si
no, crebbe l’indisciplina degli ufficiali insieme ai loro profitti illegittimi e sommavano l’arroganza e gli abusi di un nuovo ceto di funzionari che
alla corruzione. Sia i titolari di “uffici” più importanti, come il Sacro Re- non sarebbero stati da meno dei vecchi feudatari nello spogliare sistema-
gio Consiglio, la Sommaria e il Consiglio Collaterale, sia quelli di uffici ticamente il Regno. Sotto lo sguardo, spesso impotente, della corte di
di rango inferiore o loro subalterni, ricavavano dall’esercizio dell’ufficio Madrid, preoccupata soprattutto di ricavare dal Napoletano, attraverso le
il massimo utile con ogni mezzo e le loro connivenze e la loro corruzione asistencias, il massimo possibile di risorse da destinare alle guerre di una
emergevano pienamente soltanto in occasione delle visite generali, quan- Corona costantemente impegnata in conflitti per l’egemonia in Europa.
do si scoprivano inusitate ricchezze possedute da ufficiali che percepiva- A fronte di un sistema che non sapeva autoregolarsi e i cui controlli
no un modesto appannaggio. La corruzione diventò nel Regno di Napoli interni erano pressoché nulli o inefficaci, la presenza dei visitatori gene-
fattore endemico che interessò l’apparato amministrativo, sia a livello rali negli anni di dominio spagnolo del Mezzogiorno d’Italia sarà costan-
centrale che periferico. I maestri portolani, per esempio, erano spesso ac- te. D’altronde, oltre alla pesquisa e al juicio de residencia, il più diffuso
cusati di permettere l’esportazione di merci e vettovaglie senza alcuna mezzo di controllo utilizzato durante l’Età Moderna in tutto l’ambito del-

22 26
V.I. COMPARATO, op. cit., p. 81. G. CONIGLIO, Il Viceregno di Napoli nel sec. XVII, Roma 1955.
23 27
F. CARACCIOLO, Uffici, difesa e corpi rappresentativi nel Mezzogiorno in età Ivi, p. 161.
28
spagnola, Reggio Calabria 1974, p. 59. F. CARACCIOLO, Uffici, difesa e corpi rappresentativi…, cit, p. 83.
24 29
Ivi, p. 68. G. GALASSO, Momenti e problemi di storia napoletana nell’età di Carlo V, in ID.
25
V.I. COMPARATO, op. cit, pp. 80-81. Mezzogiorno medievale e moderno,Torino 1975, p. 166.
306 Giuseppe Patisso Gli spagnoli in Italia. Economia e Stato moderno nel Regno di Napoli… 307

la Monarchia spagnola fu comunque la visita30. A seconda dell’ampiezza come una vera e propria pesquisa.31 La continua erosione di ricchezza da
del mandato affidato ai visitatori, le visitas potevano essere generali, parte dello Stato a causa della sua alienazione ai privati fu oggetto delle
quando comprendevano la totalità o parte della organizzazione ammini- attenzioni del visitatore Lope de Guzmán che visitò il Regno di Napoli
strativa di un Regno (come avveniva in Navarra e, con frequenza, nelle tra il 1581 e il 158432. Ma già il precedente visitatore nel 1563, Gaspar de
Indie e in Italia), o particolari. In questo ultimo caso vennero usate fon- Quiroga33 aveva esaminato la situazione finanziaria e, come scrive Man-
damentalmente nei confronti di organi collegiali, anche se non mancaro- telli “per ciò che riguarda più propriamente le alienazioni del patrimonio
no visitas a singoli ufficiali. I funzionari incaricati di effettuare visitas statale, aveva fatto redigere elenchi nominativi dei titolari di rendite pub-
particolari limitavano la loro indagine ad una sola istituzione o funziona- bliche cedute con patto di retrovendita e anche i vitalizi ceduti al 20% nel
rio sospettato di aver operato, durante l’esercizio delle sue funzioni, in 1554”.34
modo “scandaloso” o “criminale”: in questo caso la visita si configurava Tali ispezioni avevano carattere straordinario; vi erano, poi, quelle or-
dinarie, “como las visitas de oficiales cuya realización anual prescribían
30
Sull’istituto giuridico delle visitas a Napoli e negli altri domini della corona cattoli-
las ordenanzas de diversos organismos”35. Più diffuse e importanti era-
ca si vedano: B. GONZÁLEZ ALONSO, Control y responsabilidad de los oficios reales: no, dunque, le visitas straordinarie praticate nei confronti di grandi orga-
notas en torno a una pesquisa del siglo XVIII” en Sobre el Estado y la Administración de nismi collegiali come consigli, udienze o altri tribunali, tanto nei Regni
la Corona de Castilla en el Antiguo Régimen, Madrid, 1981; P. ARREGUI ZAMORANO, della penisola iberica quanto nei territori spagnoli d’oltremare, italiani e
“Visita en Indias”, en A.H.D.E., 49 (1979); P. BULGARELLA, I visitatori generali nel nelle Indie occidentali. Le procedure secondo le quali si svolgevano le vi-
regno di Sicilia (secoli XVI-XVII), in “Archivio storico per la Sicilia orientale”, 73 sitas erano uniformi, dal punto di vista del contenuto giuridico, a quelle
(1977), fasc. I-II; G. CESPEDES DEL CASTILLO, “La visita como institución indiana”,
en Anuario de Estudios Americanos, 3 (1946); G. CONIGLIO, Visitatori del viceregno di del juicio de residencia che si differenziava dalla visita per il sol fatto
Napoli, (Società di storia patria per la Puglia. Documenti e monografie, XXXVIII), Ba- che per il juicio era previsto un procedimento pubblico, mentre per la vi-
ri, Tip. del Sud 1974; M. CUARTAS RIVERO, Los funcionarios pùblicos a fines del si- sita l’ispezione era più o meno segreta. Inoltre i visitati, salvo eccezioni,
glo XVI, in Hacienda Publica Española 87 (1984), pp. 145-172. [Publie les sentences d’u- durante lo svolgimento della visita non erano sospesi dai loro in-
ne visite du Conseil de Hacienda et de la Contadurìa Mayor de Cuentas effectuée per le carichi. “ En España y Hispanoamérica, - scrive G. Parker - durante el
président du Conseil des Indies en 1596] ; L. G. DE VALDE-AVELLANO, Las partidas siglo XVI, cuando el tempo de desempeño de un cargo se cumplía, tenía
y los orìgines medievales del juicio de residencia, in “Boletín de la Real Academia de la
Historia”, 153 (1963), fasc. II; J. M. GARCIA MARIN, El oficio pùblico en Castilla du- lugar la residencia – período de varias semanas durante las cuales el ofi-
rante la Baja Edad Media. Sevilla, 1987; E. GENTILE, I visitatori generali nel Regno di cial seguía residiendo en el lugar en donde había desempeñado la fun-
Napoli e un cartello infamatorio contro i regi ministri e ufficiali, Casalbordino 1914; B. ción, rientras aquellos que tenían alguna queja en contra suya eran invita-
GONZALEZ ALONSO, “El juicio de residencia en Castilla. I) Origen y evoluciòn hasta dos a presentarla ante un juez specialmente desiñado a este objeto (juez
1480”, A.H.D.E., 48 (1978); J. LALINDE ABADIA, La purga de taula, in AA.VV., Ho- de residencia).36
menaje a J. Vinces Vives, Barcelona 1965, I; LEFEVRE J., Le Tribunal de la visite (1594- Nel Napoletano le visitas concorsero a “guidare” la formazione di una
1602), in “Archives Bibliothéques et Musées de Belgique”, 9 (1932) ; G. MARTINEZ
DIEZ, “Los oficiales pùblicos: de las partidas a los Reyes Catòlicos”, en Actas del II struttura di stato moderno ancora incerta e legata a vecchi schemi feudali.
Symposium de Historia de la Administraciòn, Madrid, 1971; J. E. MARTINEZ FER- All’interno del Regno si inizia a consolidare il rapporto tra classe nobi-
RANDO, Privilegios otorgados por el emperador Carlos V en el reino de Nàpoles, Bar- liare e monarchia, arrivando alla costruzione di un assetto costituzionale
cellona, 1943; U. PETRONIO, Il Senato di Milano. Istituzioni giuridiche ed esercizio del che si manterrà a lungo in equilibrio, nonostante i problemi e le tensioni
potere nel ducato di Milano da Carlo V a Giuseppe II, I, Milano 1972 [l’autore in questo
saggio, ha lucidamente individuato nelle visite lo strumento, oltre che di controllo, d’i-
31
spanizzazione dello stato pp.98-9, 175-80]; M. PEYTAVIN, Le calendrier de l’admini- R. MANTELLI, Burocrazia e finanze pubbliche…, cit., cap. I.
32
strateur. Periodisation de la domination espagnole en Italie suivant les Visites Générales, Cfr. R. PILATI, La dialettica politica a Napoli durante la visita di Lope de
in “Mélanges de L’Ecole Française de Rome, Italie et Méditerranée,” t. 106 - 1994- 1 ; Guzmán, in “Archivio Storico per le Provincie Napoletane”, CV, 1987, pp. 145-221.
33
ID., Visites générales à Naples XVI-XVII siècle, in “Recherche sur L’histoire de L’Etat Sul cardinal Quiroga si veda: M. BOYD, Cardinal Quiroga. Inquisitor general of
dans le monde ibérique” Presses de L’Ecole Normale Supérieure, Paris, 1993; ID., Visites Spain, Iowa 1952;
34
Générales du Royaume de Naples. XVIème et XVIIème siècles: pratiques judiciaires, in R. MANTELLI, L’alienazione della rendita pubblica e i suoi acquirenti dal 1556
Fallstudien zur spanischen und portugiesischen Justiz 15. bis 20. Jahrhundert, (a cura di al 1583 nel Regno di Napoli, Bari 1997, p. 4.
35
J. M. Scholz), Frankufurt am Main 1994; I. SANCHEZ BELLA, “Visitas a Indias (siglos Voce Visita, in Enciclopedia de Historia de España, vol. V (a cura di M. ARTOLA
XVI-XVII)”, en Memoria del II Congreso venezolano de Historia, III (1975); V. SCIUTI GALLEGO), Madrid 1991. p. 1220.
36
RUSSI, Visita e sindacato nella Sicilia spagnola, in AA.VV., in “L’educazione giuridi- G. PARKER, Corrupción e imperialismo en los Países Bajos españoles : el caso de
ca”, IV, t. I; G. ZARRILLI, Le visite di Francesco Alarcon e Danese Casati nel regno di Francisco de Lixalde, 1567-1612, in España y los Paises Bajos 1559-1659, Madrid 1986,
Napoli, in Samnium, XXXVIII (1965) pp. 205-223.
308 Giuseppe Patisso Gli spagnoli in Italia. Economia e Stato moderno nel Regno di Napoli… 309

degli anni 1536-1543. Un equilibrio che conobbe due tipologie di inter- feriore al “valore di mercato”40. L’ingente patrimonio accumulato dal Re-
venti: il primo fu squisitamente di carattere interno con la prammatica De verter, secondo l’accusa mossagli dal visitatore, derivava dalle tangenti
officiorum provvisione del 1550, la quale stabilì il numero dei componen- ottenute grazie alla concessione di appalti e dalla partecipazione alle spe-
ti spagnoli e oriundi presenti nei vari uffici mentre il secondo - la crea- culazioni finanziarie dei mercanti genovesi.41 La visita generale, spesso,
zione del Consejo de Italia – di natura esterna, regolò istituzionalmente i era anche l’occasione per grandi personaggi e uomini politici investiti dal
rapporti tra il Regno di Napoli e la Corona spagnola. Il Consiglio d’Italia Sovrano della carica di visitatori, di difendere l’amministrazione pubbli-
fu istituito intorno al 1557 e al suo interno era rappresentata ciascuna del- ca da fenomeni di corruzione di singoli funzionari che minavano irrime-
le tre province italiane da un reggente nazionale; il potere di quest’orga- diabilmente le stesse fondamenta dello Stato. I visitatori erano consci
nismo era di natura prevalentemente consultiva e propositiva, ma la per- della grandezza e dell’utilità del loro compito, del servizio reso al Sovra-
sonalità politica dei suoi componenti influenzava le decisioni del Sovra- no ed allo Stato. Nell’immaginario popolare, poi, la visita assumeva
no, dando pareri in un certo qual modo “vincolanti” su tutti gli affari che un’importanza fondamentale in quanto la giustizia arrivava direttamente
dalla provincia napoletana erano indirizzati alla corte imperiale.37 I con- dalla Spagna, da Madrid, da un luogo comunque geograficamente lonta-
dizionamenti fondamentali furono la dipendenza delle sorti dell’egemo- no dai legami di amicizia, di parentela, di ceto, di classe, vincoli che
nia spagnola nel Mezzogiorno dall’equilibrio internazionale, la forza so- bloccavano ogni serio tentativo di “bonifica” dell’intera vita amministra-
ciale ed economica del baronaggio, la difficile nascita e crescita di ceti tiva. Il visitatore inoltre doveva, (funzione più importante, specialmente
dotati di reale autonomia rispetto al baronaggio stesso, il profilo disconti- a partire dagli anni venti del XVII secolo) con la sua presenza sul territo-
nuo di una mediazione burocratica in grado, solo in particolari congiun- rio, individuare e prevenire ogni tentativo di occultamento di ricchezze
ture, di svolgere una funzione di contrappeso al potere baronale.38 Attra- utili alla Spagna per sedare le rivolte interne e finanziare le guerre in
verso l’intreccio assai stretto fra “pubblico” e “privato” si venne ad affer- Europa. Le visitas, non assunsero solo un ruolo meramente giudiziario,
mare e sviluppare un ceto di funzionari spagnoli che utilizzando il siste- ma divennero anche uno strumento organico agli interessi e alla politica
ma della venalità degli uffici, cercò di applicare le direttive della politica del “sistema” castigliano.
imperiale nel Mezzogiorno. Questa élite amministrativa entra a pieno ti- Un punto importante da sottolineare è l’assoluta sincronia tra l’accen-
tolo in un’analisi delle élites internazionali perché costituisce il vertice di tuazione della pressione finanziaria e l’avvio di una fase decisiva tenden-
un sistema legato, per vie e canali diversi, ai gruppi finanziari e commer- te all’affermazione dell’assolutismo regio. Il potere politico intuisce rapi-
ciali stranieri. Per Aurelio Musi, “i funzionari spagnoli diventano un tra-
mite importante tra lo Stato napoletano e le élites economiche. Le forme
del loro radicamento nel Mezzogiorno sono analoghe a quelle delle élites 40
Mi pare interessante, a tal proposito, segnalare la posizione del Galanti, convinto
economiche. Il carattere internazionale dell’élite amministrativa spagnola che “per vendere vantaggiosamente gli arredamenti, si accordarono a’ compratori le più
risulta, inoltre, dal curriculum di questi funzionari, dalla loro formazione, odiose prerogative fiscali, cosicché colle sostanze si vendé la libertà de’ popoli. A tributi
dall’esperienza accumulata durante il soggiorno in altri “reinos” imperia- eccessivi andando annesse le difficoltà dell’esazione, bisognò essere sordo alle lagrime
de’ sudditi. Per la quale cosa le nostre leggi finanziere, in luogo di promuovere l’indu-
li, dalla possibilità di confrontare modelli di amministrazione e di gover- stria, si occuparono de’ mezzi da impedire i contrabbandi in favor degli arredatori: e poi-
no”.39 Tra i funzionari spagnoli più in vista nel Regno, durante la prima ché il modo di rimediarvi no era facile come quello di commetterli, si stabilirono pene se-
metà del XVI secolo, basti citare il caso di Francisco Reverter, prove- verissime e stravaganti, che non s’impongono per li maggiori delitti. Contro le picciole
niente da una famiglia catalana ed inviato a Napoli nel 1528: questi di- frodi si privilegiarono ancora le prove. Così per sostenere gli arredamenti si trattarono co-
verrà al termine del suo cursus honorum reggente della Cancelleria Regia me scellerati i cittadini industriosi, sebbene colpevoli, e si distrussero le famiglie delle
e quindi componente del Consiglio Collaterale (1557). Durante la visita quali si compone lo stato”. G. M. GALANTI, Della descrizione geografica e politica del-
le Sicilie, (rist.) Napoli 1969, (a cura di F. ASSANTE e D. DE MARCO) pp. 341-342.
compiuta dal cardinale Quiroga, il Reverter fu accusato di aver concesso 41
Di fronte al visitatore, Francisco Reverter rivendica la sua esperienza di funziona-
ai genovesi Niccolò Lercari e Niccolò Spinola, dietro corresponsione di rio acquisita con l’esercizio di cariche pubbliche nei diversi possedimenti dell’impero. Si
una tangente, l’arrendamento di una gabella per una somma di molto in- chiede Aurelio Musi nel suo saggio: “un funzionario di specchiata onestà, dunque? Il Re-
vertel non potrebbe esserlo per il semplice fatto che partecipa attivamente alla dinamica
economica e sociale del Regno: ed è la monarchia spagnola stessa a sollecitare questa in-
tegrazione fra amministrazione, economia e società, che consente una circolazione, un re-
37
G. MUTO, Il Regno di Napoli sotto la dominazione spagnola, in Storia della so- lativo ricambio delle élites e un intreccio continuo fra vertici commerciali, finanziari e
cietà italiana, vol. XI, Milano 1987, p. 308. politico-amministrativi, ma favorisce anche sovrapposizioni e interferenze fra “pubblico”
38
Ibidem. e “privato”. Cfr. A. MUSI, Mezzogiorno spagnolo. La via napoletana allo Stato moderno,
39
Cfr. A. MUSI, Mezzogiorno spagnolo… op. cit., p. 152 Napoli 1991, p. 149.
310 Giuseppe Patisso Gli spagnoli in Italia. Economia e Stato moderno nel Regno di Napoli… 311

damente le possibilità che derivano da una dilatazione della sfera finan- occorre. “Ciò che viaggia – scrive Muto - è il suo sosia, la lettera di cam-
ziaria e se da un lato impone sistemi fiscali assolutamente improduttivi, bio, questo straordinario strumento che riceve dalla tecnica finanziaria
dall’altro vincola a sé la finanza privata che, più agile nelle strutture di del secolo ulteriori e più raffinati perfezionamenti. Da un punto all’altro
quella pubblica, riesce a drenare il risparmio e i valori mobiliari in circo- del continente si incrociano e si scambiano migliaia di lettere di cambio,
lazione. Ciò significa raccogliere e far circolare da un lato all’altro del- ora per il pagamento delle truppe, ora per l’approvvigionamento dell’ar-
l’Europa ingenti somme sulla base di una circolazione fiduciaria: di qui mada.45
la creazione di un’ampia tipologia di nuovi strumenti di credito, dappri- I Genovesi furono i principali asientistas nell’età di Carlo V e Filippo
ma escogitati e utilizzati dalla oligarchia finanziaria tedesca fino a tutta II: le loro capacità finanziarie ed economiche li collocarono tra i protago-
la prima metà del secolo XVI; da questo periodo, e fino agli anni venti nisti in quella che è stata chiamata la “repubblica internazionale del de-
del Seicento saranno i Genovesi a detenere le leve della finanza interna- naro”. Base del sistema finanziario internazionale dei genovesi è la rete
zionale che successivamente passerà in mani portoghesi, i quali, peraltro, di operatori residenti nei diversi domini imperiali, i loro sistemi informa-
si muoveranno per lo più sui mercati dei paesi Bassi. Con i Genovesi, at- tivi e una sapiente organizzazione mercantile-finanziaria tra XVI e XVII
traverso il sistema degli juros42 si arriva al piccolo risparmiatore e non è secolo46. Ma gli asientos, questi prestiti a breve termine e ad alto tasso di
necessario il possesso di grandi somme per entrare nel circuito finanzia- interesse (che costituiscono per la maggior parte il debito fluttuante dello
rio. Ci si affida ai cosiddetti hombres de negocios e di fatto, come affer- Stato napoletano) non esauriscono tutte le possibilità per gli operatori
ma Giovanni Muto, “ci si pone anche al servizio dello Stato!”43 Queste stranieri (Genovesi in particolare) di investire nel debito pubblico (debito
modalità sottraggono, ovviamente, ingenti somme dalle attività produtti- consolidato).47 Alla stessa stregua di ciò che avveniva in Spagna, anche a
ve per essere indirizzate verso “l’improduttività” dei titoli di Stato. Ma
quali erano le motivazioni per le quali un “risparmiatore” affidava ad un
privato il suo denaro sapendo solo che questi lo avrebbe rimesso ad altri 45 Ivi, p. 164-165.
fuori del suo territorio per operazioni il cui contenuto spesso gli era pres- 46
Sull'influenza economica dei Genovesi a Napoli e nei domini spagnoli cfr.: R. S.
soché sconosciuto? La risposta può essere una sola e molto lineare: il LOPEZ, Il predominio economico dei Genovesi nella monarchia spagnola, in “Giornale
meccanismo di remunerazione funzionava ed era sufficientemente affida- storico e letterario della Liguria”, XII (1936) pp. 65-74; R. ROMANO, Banchieri genove-
si alla corte di Filippo II, in “Rivista Storica Italiana”, 1949, pp. 241-247; A. SILVE-
bile.44 Nella sostanza era un meccanismo relativamente semplice, anche STRI, Sui banchieri pubblici nella città di Napoli dalla costituzione del monopolio alla
se il suo funzionamento presupponeva un’organizzazione assai articolata fine dei banchi dei mercanti. Notizie e documenti, “Bollettino dell'Archivio storico del
che funzionasse sempre al meglio. Tutto inizia con uno e più contratti tra banco di Napoli”, 4 (1951), PP. 1-24; R. COLAPIETRA, I Genovesi a Napoli nel primo
il Sovrano ed il banchiere (spesso consorzi di banchieri), il quale si impe- Cinquecento, in “Storia e politica”, VII (1968), PP. 386-419; ID., Le rendite dei Genovesi
gna, secondo le condizioni precedentemente pattuite, a rimettere nei luo- nel Regno di Napoli in un documento del 1571, in “Critica storica”, VII (1968), p. 93-
ghi e nei tempi decisi dal sovrano le quantità ed il tipo di monete oggetto 101. G. GALASSO, Economia e società nella Calabria del Cinquecento, Milano 1967,
pp. 207-295. Cfr. inoltre la raccolta di saggi di R. COLAPIETRA, Dal Magnanimo al
del contratto: in ciò consiste, ad esempio, l’asiento spagnolo. Puntual- Masaniello, vol. 11, Salerno, 1973.
mente poi gli hombres de negocios danno il via all’operazione e provve- 47
Con il termine debito pubblico, in antico regime veniva indicato un elemento eco-
dono a spostare i fondi. In realtà il denaro compie viaggi assai brevi nel- nomico-finanziario alquanto diverso rispetto a ciò che intendiamo oggi. Da una serie di
l’Europa del XVI secolo e alle scadenze previste è quasi sempre lì dove documenti - Archivio Generale de Simancas AGS, Secretarías Provinciales, libro 424, f.
89 (1561); A.S.N., Collaterale, Negotiorum Camerae, libro 8, ff. 186-187 (1592); BNN,
ms. XI. D. 9, Compendio di regali ordini, f. 2 (1614) – si può evincere l’esatta terminolo-
gia utilizzata per indicare gli elementi che costituivano il debito pubblico e i meccanismi
42
“La corona española empezó a tomar préstamos desde los tiempos de los Reyes che sovrintendevano alla gestione dello stesso. Scrive a tal proposito Roberto Mantelli.
Católicos. Desde 1489, los Reyes pedían préstamos que prometían devolver a un interés “La pratica e la terminologia dell’amministrazione del debito pubblico nel XVI secolo
anual del 10 por 100 : la devolución quedaba garantizada por juro de heredad, y de ahì el differivano alquanto dalle attuali. Le rendite pubbliche erano dette entrate, annue entrate,
nombre de juros ”. Cfr., M. TORRES LOPEZ e J. M. PEREZ PRENDES, Los juros, Ma- e anche rendite. I pagamenti non erano garantiti dalla totalità delle entrate dello Stato; in-
drid, 1967 ; voce JUROS in Vocabulario básico de Historia Moderna, Barcellona 1986, fatti, le rendite erano concretamente consegnate (dicevasi anche assegnate, o situate) su
pp. 124-127. cespiti determinati delle finanze pubbliche, e perciò, a volte, erano denominate consegna-
43
G. MUTO, Le finanze pubbliche napoletane tra riforme e restaurazione. (1520- zioni o assegnamenti, o situazioni. Quando si trattava di rendite consegnate sulle imposte
1634). Napoli 1980, p. 13-17. sui fuochi, si parlava anche della compra o vendita di pagamenti fiscali; la rendita assu-
44
ID., Sull’evoluzione del concetto di “hacienda” nel sistema imperiale spagnolo in meva quindi il nome dell’imposta su cui era situata. Nel caso di rendite garantite dal get-
Finanze e ragion di stato in Italia e Germania nella prima età moderna, (a cura di A. DE tito delle imposte indirette, parlavasi della compra o vendita di arrendamenti, perchè così
MADDALENA e H. KELLENBENZ) Bologna 1984, p. 164. erano denominate queste imposte, la cui gestione era usualmente ceduta in appalto. La
312 Giuseppe Patisso Gli spagnoli in Italia. Economia e Stato moderno nel Regno di Napoli… 313

Napoli venivano messe in vendita le cosiddette “annue entrate”, le quali commercio e le speculazioni finanziarie: la percettoria provinciale. Tra
rappresentavano singoli cespiti di entrata sia di natura diretta (fiscali) che XVI e XVII secolo i Genovesi diventano veri e propri funzionari dello
di natura indiretta (arredamenti). Nel Regno di Napoli il passaggio dal Stato in un triplice senso: come veri e propri controllori del sistema fisca-
debito fluttuante a quello consolidato “è testimoniato – scrive Musi - le dell’impero castigliano; come principali asientistas della monarchia,
dall’aumento massiccio di quest’ultimo nel giro di venticinque anni: dai come componente essenziale dell’amministrazione centrale e periferica
7 milioni 750.000 ducati del 1575 ai 16 milioni del 1600”.48 Da questo dello Stato. Quest’ultimo aspetto consiste in una metodica acquisizione
periodo in poi aggiudicarsi l’appalto delle entrate annue diventa per i Ge- delle percettorie provinciali in tutte e dodici le provincie del Viceregno
novesi (assieme al consolidamento dei patrimoni feudali) un obiettivo napoletano (Abruzzo Citra, Abruzzo Ultra, Calabria Citra, Calabria Ul-
prioritario. L’inserimento dei Genovesi stessi nelle diverse realtà feudali tra, Basilicata, Principato Citra, Principato Ultra, Capitanata, Terra di
delle province napoletane fu già sollecitato dalla corona a partire dal Lavoro, Terra d’Otranto, Terra di Bari, Contado di Molise). Gli uffici dei
1528, anno della ribellione feudale nel Regno di Napoli e del definitivo percettori erano retribuiti con lo 0,5% delle somme esatte.53 L’organico
inserimento della città di San Giorgio nell’orbita politico-economica im- della percettoria era composta da: il titolare dell’ufficio, il luogotenen-
periale. Famiglie di origine genovese come i Ravaschieri, (divenuti feu- te, un cassiere, uno o più scrivani che tenevano i libri contabili e qualche
datari in Calabria), i Doria (Andrea Doria divenne principe dei Melfi nel scrivano e un computante che risiedeva a Napoli per seguire i vari pro-
1531), i Grimaldi (Onorato Grimaldi ricevette il titolo di duca di Gravi- blemi dell’ufficio.54 Vi erano, oltre a questi funzionari addetti nella per-
na, appartenuto sino al 1532 al “ribelle” Ferrante Orsini)49, rappresenta- cettoria, dei commissari pagati dal percettore, che agivano in suo no-
vano la tipologia del genovese-barone meridionale, il cui feudo consenti- me e per suo conto, non inseriti nella pianta organica dell’ufficio.
va loro non solo il prelievo giurisdizionale e agricolo ma anche l’eserci- Col passare degli anni all’ufficio del percettore, furono assegnati compiti
zio del prestito ai privati e l’attività mercantile.50 Secondo Galasso i ba- finanziari sempre più numerosi e complessi e l’esiguo personale a dispo-
roni di origine genovese nel 1585 erano circa 8.00051 e per Aurelio Musi sizione difficilmente poteva assolvere i compiti prescritti. Le difficoltà (e
“non è azzardato affermare che il “radicamento” genovese nel Mezzo- spesso le connivenze) incontrate dalla Camera della Sommaria nell’eser-
giorno […coincise] con la ripresa del sistema feudale e con la costruzio- citare un efficace controllo sulle percettorie (per non parlare del controllo
ne di una complessa macchina fiscale al centro e alla periferia dello Stato quasi inesistente esercitato sui portolani, doganieri e fondaci del sale, tut-
napoletano”.52 L’interesse dei genovesi era rivolto, inoltre, alla burocra- ti uffici acquistati da baroni e mercanti) erano tali che i percettori e i loro
zia dello Stato e attraverso la pratica della venalità degli uffici essi riusci- collaboratori potevano facilmente superare il già esile confine tra lecito e
rono ad inserirsi in una struttura economico-finanziaria del Mezzogiorno illecito con la conseguenza di alimentare, il più delle volte, gravi casi di
moderno, la cui caratteristica consisteva nel dare la possibilità ai Geno- corruzione.55 Il percettore, pur essendo titolare dell’azione fiscale,
vesi di essere sì dei funzionari statali ma allo stesso modo di praticare il non svolgeva compiti giurisdizionali, in quanto il contenzioso di merito
e di legittimità era di esclusiva competenza del Tribunale camerale. Inol-
parola arrendamento (dallo spagnolo arrendar, appaltare) poteva designare quindi non
tre l’ufficio di percettoria, essendo di carattere venale, poteva anche es-
solo l’appalto, ma anche la cosa appaltata e la rendita gravante su di essa. Prescindendo sere esercitato attraverso un rapporto di sostituzione.56 L’istituto della so-
dalle rendite vitalizie, la concessione di annue entrate poteva essere in feudo, oppure in stituzione consentiva all’acquirente di un ufficio la possibilità di designa-
burgensatico, come qualsiasi altro bene, e la possessione burgensatica (vale a dire allodia- re altri ad esercitarlo, “cioè a dire, poteva darlo in affitto”57.
le) era naturalmente più piena e di maggior prezzo di quella feudale. I titoli del debito Sul piano giuridico la figura del percettore non aveva lineamenti ben
pubblico in burgensatico potevano, a loro volta, essere con patto di retrovendita, usual- definiti: non vi era una legislazione specifica che definisse tutte le com-
mente quandocumque, se lo Stato si riservava il diritto di estinguere il debito mediante la
restituzione del capitale, o la vendita poteva essere perpetua (sinonimo di a todas pasadas
petenze ammesse a tale carica; non vi erano progressioni di carriera e
e in solutum) se lo Stato rinunciava a questo diritto”. Si veda anche R. MANTELLI, L’a- nelle diverse province questo ufficio, dalla metà del sec. XVI fino ai pri-
lienazione della rendita pubblica e i suoi acquirenti dal 1556 al 1583 nel Regno di Napo- mi anni del sec. XVII, venne controllato dai grandi mercanti Genovesi e
li, op. cit., pp. 55.
48
A. MUSI, Mezzogiorno spagnolo… op. cit., p. 162.
49 53
R. COLAPIETRA, Genovesi in Puglia nel Cinque e Seicento, in “Archivio Storico V.I. COMPARATO, op. cit. p. 81.
Pugliese”, anno XXXV – fasc. I-IV – gennaio-dicembre 1982, pp. 21-22. 54
G. MUTO, Il Regno di Napoli sotto la dominazione spagnola, in Storia della so-
50
G. MUTO, Sull’evoluzione del concetto di “hacienda” nel sistema imperiale spa- cietà italiana, vol XI, Milano 1987, pp. 274 - 275.
gnolo in Finanze… op. cit.,p. 163. 55
V.I. COMPARATO, op. cit. p. 81.
51 56
G. GALASSO, Economia e società nella Calabria del ‘500, Milano 1967, p. 209. G. MUTO, Il Regno di Napoli.... , cit. p. 274.
52 57
A. MUSI, Mezzogiorno spagnolo… op. cit., p. 164. R. VILLARI, La rivolta antispagnola.... , cit., p. 28.
314 Giuseppe Patisso Gli spagnoli in Italia. Economia e Stato moderno nel Regno di Napoli… 315

poi da mercanti e finanzieri dello stesso Viceregno. Le istruzioni inviate Da più elementi appare chiaro che i rapporti tra finanza pubblica e
ai percettori erano sempre ad personam, spesso diverse da provincia a privata avevano un’articolazione assai più ampia sia sotto il profilo eco-
provincia. “Solo negli anni Ottanta del sec. XVI - afferma Muto - vi fu nomico che sotto l’aspetto politico-sociale in quanto era lo Stato a creare
uno sforzo di omogeneizzare la normativa, senza peraltro conseguire al- la quantità fisica dell’offerta nella sua duplice veste di creatore di moneta
cun esito significativo”58. L’ufficio del percettore, sganciato da ogni ri- legale e di drenaggio della stessa attraverso l’imposizione fiscale. Vi so-
ferimento alla progressione di carriera, venne controllato da esponenti no chiaramente dei limiti all’agire verso queste direzioni costituiti da un
del mondo mercantile i quali erano interessati all’ufficio per la possibilità lato dal pericolo inflazionistico e dall’altro lato da problemi di natura po-
di gestire il flusso monetario della percettoria, denaro da impiegare a bre- litica: basti citare l’esempio della gestione e controllo degli uffici finan-
ve termine con sostanziosi profitti. “Non a caso, - continua Muto - dalla ziari e i problemi che si vennero a creare tra XVI e XVII secolo, prima
metà degli anni Cinquanta del Cinquecento fino ai primi decenni del Sei- che si riuscisse ad individuare una soluzione idonea a soddisfare le esi-
cento l’ufficio è controllato dalle grandi firme mercantili genovesi (Spi- genze dell’azione amministrativa dello Stato. La finanza pubblica in età
nola, Squarciafico, Centurione, Rovaschieri) e poi da esponenti del moderna rappresenta un elemento condizionante della vita economica e
mondo commerciale regnicolo”59 Nel vortice della corruzione, presente sociale in tutti i paesi europei, nei quali assume, almeno dall’inizio delle
nel Regno di Napoli, compaiono quindi, a pieno titolo, anche i percettori guerre d’Italia, un rilievo senza precedenti: è proprio a livello delle finan-
provinciali. Questi, accusati il più delle volte di frode e di sottrazione ze pubbliche che si determinano alcune delle dimensioni internazionali
indebita di denaro allo Stato, registravano “somme minori di quelle della nuova economia moderna. Proprio per Napoli, scrive Giuseppe Ga-
realmente introitate, avevano simulato pagamenti non effettuati con la lasso, è possibile constatare come al commercio estero si affianchi la fi-
complicità dei razionali della Sommaria, adibiti al controllo dei conti nanza pubblica quale elemento fondamentale di quella “contestualità eu-
presentati dai percettori”60. Avveniva, inoltre, che non versassero le som- ropea, di cui la considerazione storica non può fare a meno, se vuole rap-
me riscosse, da privati e università, alla Tesoreria, costringendo lo Stato presentare la fisionomia autentica della vita economica sia europea che
a chiedere denaro in cambio di pesanti interessi. napoletana nei secolo XVI e XVII”.64
Giuseppe Coniglio osserva che i percettori “avevano riscosso con pre- A partire dagli anni Sessanta del secolo XVI, Napoli acquista i connotati
cedenza il denaro loro spettante e solo dopo si erano interessati di esigere di grande piazza finanziaria inserendosi a pieno titolo non tanto nel circuito
quello dello Stato. Erano accusati, inoltre, di non aver curato le riscossio- della penisola, quanto in un contesto commerciale e monetario di respiro eu-
ni perché corrotti dalle “università” che venivano così dichiarate indigen- ropeo. A partire dalla metà del ‘500, Siviglia, Anversa, Napoli, Madrid di-
ti ed ottenevano dalla Sommaria dilazioni e abbuoni. Si erano valsi delle ventano le quattro grandi piazze finanziarie d’Europa dove i Genovesi gesti-
somme riscosse, per i loro affari”61. La corruzione diveniva, così, ele- scono i loro flussi monetari e controllano i mercati finanziari. Secondo Gio-
mento strutturale della burocrazia e della società del Regno. Ma se il Re- vanni Muto, però, Napoli non appare “una piazza dirigente, come lo era An-
gno di Napoli piange, certo la Spagna non ride. Già Filippo II, nella sua versa…[in quanto] non esistono […] grandi banchieri indigeni della gran-
pur austera corte, aveva cercato di porre rimedio al fenomeno della cor- dezza di un Nicolò Grimaldi, di un Costantino Gentile, dei Centurione o dei
ruzione, senza, peraltro, riuscirci62. Nei primi decenni del XVII sec. nel Lomellini; il raggio d’azione dei banchieri napoletani, pur a volte assai rile-
contesto creato dall’ascesa al trono di Filippo III, “l’allentarsi dei vante nei movimenti quantitativi, sembra limitarsi al territorio meridionale e
controlli amministrativi ed il diradarsi delle visitas, produssero una sorta comunque essi appaiono in difficoltà già nel corso degli anni Ottanta del
di generalizzazione della corruzione e come una caduta del ritegno nei Cinquecento”65. Ciò che appare quanto meno singolare è che - almeno stan-
confronti delle sue manifestazioni più visibili”63. do alle fonti archivistiche – sulla piazza finanziaria di Napoli vi era una co-
spicua circolazione di lettere di cambio ma le maggiori firme delle filiali

64
Lo studioso continua dicendo: “il che era, del resto, implicito e inevitabile dal momento
58 in cui sul trono napoletano venne a sedere, fin dall’inizio del secolo XVI, una delle maggiori
G. MUTO, Il Regno di Napoli..... , cit., p. 275.
59 dinastie europee e, ancor di più, dal momento in cui, con Filippo II, la grande monarchia ma-
Ibidem
60 drilena si trovò nella necessità di mantenere e di consolidare l’egemonia europea guadagnata
G. CONIGLIO, Il Viceregno di Napoli nel sec.... , cit., p. 160.
61 con Carlo V” Cfr. G. GALASSO, Economia e finanze tra XVI e XVII secolo, in Alla periferia
Ibidem.
62 dell’impero. Il Regno di Napoli nel periodo spagnolo… op. cit., p. 194.
Cfr. Luigi DE ROSA, Economic Crisis in the Kingdom of Naples in the Days of
65
Phillip II, in: JEEH “Journal of European Economic History” 28, 1999, p. 511. G. MUTO, Le finanze pubbliche napoletane… op. cit., pp. 25-26. Cfr. inoltre F.
63 BARRA, Il Mezzogiorno nelle relazioni internazionali, in Storia del Mezzogiorno, vol.
F. BENIGNO, L’ombra del Re. Ministri e lotta politica nella Spagna del Seicento,
Venezia 1992, p. 33. IX, Roma 1994, pp. 163-173.
316 Giuseppe Patisso

bancarie dell’epoca non sembrano agire di prima persona e ciò fa pensare al


fatto che i Genovesi traevano o pagavano le lettere di cambio per altre piaz-
ze, utilizzando Napoli solo come la piazza su cui agivano. Per Giovanni Mu-
to, essendoci rapporti finanziari tra due realtà di natura diversa – l’azienda
mercantile–bancaria e l’hacienda real – le tracce delle transazioni si trovano
sicuramente dissimulate per il semplice fatto che la contrattazione e la stipu-
lazione con cui si realizzava il rapporto Corona-privati non si svolgeva affat-
to a Napoli ma dai luoghi da dove gli interlocutori e gli operatori della coro-
na controllavano e dirigevano tutti i flussi finanziari. Fin dagli anni Cinquan-
ta del secolo XVI l’intero movimento monetario del Mezzogiorno è diretto
da Genova, attraverso una concertazione di politica finanziaria, e precisa-
mente tra gli stessi banchieri genovesi e Gomez Suarez de Figueroa, vero e
proprio ministro del tesoro nei possedimenti italiani della Corona, oltre che
per tutta la monarchia hispanica.66 L’inserimento del Regno di Napoli all’in-
terno dei grandi circuiti della finanza e del commercio internazionali, provo-
carono nel Mezzogiorno un sostenuto aumento della domanda di prodotti
meridionali che si mantenne tale almeno fino ai primi venti anni del Seicen-
to. Lo sviluppo del commercio e della finanza pone in evidenza il gruppo de-
gli operatori economici napoletani formato da un ceto eterogeneo (piccoli
commercianti, borghesi, piccola nobiltà provinciale e cittadina) a cui vanno
aggiunti un buon numero di pubblici funzionari e i titolari di molti uffici pro-
vinciali, gli uni e gli altri largamente interessati in molte operazioni commer-
ciali e finanziarie. Rappresenta, questo, un gruppo in crescita economica che
a partire dai primi decenni del secolo XVII cerca un suo spazio politico, una
sua rappresentanza in un contesto, quello napoletano, la cui rigidità delle
strutture costituzionali rappresenta un serio ostacolo a riconoscere la legitti-
mità degli interessi di tali gruppi. L’impegno della monarchia si mosse verso
tale riconoscimento ma sia la rigidità sociale del Regno che la crisi economi-
ca dopo gli anni venti del secolo, spinse la maggior parte del ceto mercantile
e commerciale ad investire in titoli del debito pubblico, più redditizi e più si-
curi, almeno apparentemente. Ciò che i più recenti studi confermano è che,
comunque, nel Mezzogiorno vi fu una mancata maturazione di forze e grup-
pi economici in grado di assumere un ruolo di protagonisti diretti nella nuova
scena economica internazionale. E se gli elementi indigeni all’interno del
Mezzogiorno fanno registrare, col passare degli anni, una crescita maggiore,
questi non riusciranno mai a varcarne i limiti. Per dirla con Galasso, “il Mez-
zogiorno resta l’ambito esclusivo della loro attività; e alla intensità degli svi-
luppi sociali interni di uno dei periodo della storia meridionale caratterizzato
da maggior dinamismo corrisponde il permanere dell’assenza di mercanti e
finanziari del Mezzogiorno ai grandi livelli dell’economia internazionale”.67

66
Cfr. F. CHABOD, Storia di Milano nell’età di Carlo V, Milano 1961.
67
G. GALASSO, Economia e finanze tra XVI e XVII secolo, in Alla periferia dell’im-
pero… op. cit., p. 193.