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Studio e analisi

Enrico IV di L. Pirandello (testo utilizzato edizioni Oscar Mondadori)


Pag. 160 - Descrizione di Enrico IV
- grottesca
- contrapposizione tra la descrizione e l’espressione che trapela nella “fissità spasimosa” che
fa spavento ed il saio indossato che dovrebbe essere segno di umiltà così come
l’atteggiamento.
Pirandello introduce nel teatro (come del resto anche nei suoi romanzi) una concezione non più statica ma
dialettica del reale (non la rappresentazione della realtà come dato di fatto, in una concezione oggettiva del
reale), una realtà oppostamente interpretabile e tale da generare uno scontro tra le diverse interpretazioni.

Maschera, forma…..
Pag, 165 e seguenti ……….fissati in un bel concetto di noi stessi
“ 168 e seguenti………..guai a chi non sa portare la sua maschera
“ 194 e seguenti………...Parole che ognuno intende e ripete a modo suo…..c’è un uomo che si
affanna a persuadere gli altri che voi siete come vi vede lui, a fissarvi nella stima degli altri secondo il
giudizio che ha fatto di voi….fisso in questa eternità di maschera.
Caratteristica dei personaggi pirandelliani è il loro arrovellarsi a ragionare a spiegare (cerebralismo). Tale
ragionare e lacerarsi (nuovi Amleti in panni borghesi) nasce dal tentativo di far combaciare le opposte visioni
della realtà o comunque di comunicare.
Questo non è possibile o non si verifica: non resta che accettare quella forma, quella maschera che
imprigiona la vita, in cui la visione degli altri ci ha fissati (visioni che non collimano, visione, degli altri, su noi
stessi che non coincide con la nostra visione: Uno, nessuno, centomila).

La pazzia
Pag. 198 …….perché trovarsi davanti ad un pazzo sapete che significa? Trovarsi davanti ad uno che vi
scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica, la logica di tutte le vostre
costruzioni…….
/
concezione di pazzia secondo Enrico IV
Pazzo è colui che comprende a fondo l’essenza della vita tanto da non poterla concepire in schemi che
siano ideologici, “burocratici” di forma.

Pag. 202 e seg. (Motivi della finzione)….gli uomini del 1900 si abbaruffano intanto, s’arrabattano in un’ansia
senza requie di sapere come si determineranno i loro casi, di vedere come si stabiliranno i fatti che li
tengono in tanta ambascia e in tanta agitazione. Mentre voi, invece, già nella storia! con me………già storia
non cangiano (cambiano) più, non possono più cangiare, capite? Fissati per sempre……
Nell’Enrico IV la “fuga” si manifesta attraverso la storia che permette di “fissare” poiché l’avvenimento si è già
verificato. Ci permette di non essere più vittima del “fluttuare” delle cose e della vita, dell’incomunicabilità
(con gli altri ma anche con se stessi), della frantumazione.

Pag. 212-213-214-215 e seg. …….torno a vedere chiaramente…….via, via, allora via, quest’abito, da
mascherato!…Via via corriamo fuori! Dove a far cosa?…….Ma se già mi chiamavano pazzo, prima tutti!…….
preferìì restar pazzo, trovando qua tutto pronto e disposto a questa delizia di nuovo genere: viverla con la
più lucida coscienza la mia pazzia……..La solitudine – questa- così squallida e vuota come m’apparve
riaprendo gli occhi – rivestirmela subito, meglio di tutti i colori e gli splendori di quel lontano giorno di
carnevale………” “…………e obbligar tutti quelli che si presentavano a me, a seguitarla perdio, per il mio
spasso, ora quell’antica famosa mascherata……..fare che diventasse per sempre non più una burla, no; ma
una realtà, la realtà di una vera pazzia. …….questo, questo (il saio che indossa) che è per me la caricatura
evidente e volontaria di quest’altra mascherata, continua d’ogni minuto, di cui siamo i pagliacci involontari
quando senza saperlo ci mascheriamo di ciò che ci par d’essere.
Enrico IV comprende la “schizofrenia” della vita, l’intolleranza, l’impossibilità a viverla secondo tali dettami,
ancor prima di cadere da cavallo, ancor prima di divenire “pazzo”. Da questa considerazione scaturisce il
rifiuto, “una volta tornato alla normalità” di accettare quella realtà che aveva sentito come costrittiva, falsa ed
“inutile”. Una vita che vissuta in tal senso appare “squallida” e “vuota”. Con la “forma” invece che sceglie, che
ha dato alla sua vita, tenta una strada che lo salvi da quel nulla, una strada ed una vita che lo definisca. Il
fallimento del tentativo, di Enrico deriva dal fatto che nulla, nessun strumento o “stratagemma” ci permette
“di sfuggire” alle regole che la vita ci impone. Il dramma terminando in tal modo mostra come il protagonista,
mosso da passione (di vendetta?) ma anche da bramosia di recuperare la vita perduta, venga riafferrato
volutamente dalla vita stessa che infrange i suoi tentativi. La vita gli imporrà ora quella maschera che si era
scelta (che si era illuso di scegliere). Ora deve accettare quella maschera imposta dalle leggi della
convivenza civile.
Per concludere
1. E’ fondamentale meditare sul concetto di “sentimento del contrario” che permette di andare oltre il
semplice dato”oggettivo” per cogliere, invece, ”la complessità del reale” o meglio di ciò che è dentro
la “forma”, dietro la maschera. Certo è un voler andar oltre, non fermarci di fronte a ciò che vediamo,
che cade in primo piano, sotto i nostri occhi; da qui il superamento, la liquidazione di un principio
fondamentale del verismo, di estrazione positivista, che voleva la rappresentazione di una realtà
oggettiva concepita come un dato autonomo, da rappresentare.
2. Dunque problematicità della conoscenza (relativismo gnoseologico) tutti i fenomeni o sono
illusioni, o la ragione di essi ci sfugge, inesplicabile. Manca affatto (del tutto) alla nostra
conoscenza del mondo, di noi stessi, quel valore obiettivo che comunque presumiamo di attribuirle.
È una costruzione illusoria continua.
3. La depersonalizzazione: è la scoperta e la consapevolezza del valore assurdo, fittizio delle forme; è
il percepire realtà nuove che esulano dal vissuto quotidiano. È il percepire “l’alienità” del nostro
vivere e sentire una realtà vivente oltre, al di fuori delle forme dell’umana ragione. Da qui l’apparire
dell’esistenza quotidiana priva di senso, priva di scopo.
4. Ognuno di noi è visto e vede secondo una propria personale visione. Vi è la frantumazione della
realtà. Chi siamo effettivamente se ciascuno ci vede o ci guarda, vediamo e guardiamo, secondo
così svariati aspetti? (Uno, nessuno, centomila..). la realtà è variamente interpretabile a seconda
della visione e concezione delle parti (Così è se vi pare, La ragione degli altri..). emerge un quadro
di “incomunicabilità” poiché tali opposte ragioni non trovano soluzione o sbocco. Diveniamo
prigionieri di una solitudine umana totale. Si delineano tentativi di uscire da questi quadri come nel
- Fu Mattia Pascal attraverso quella presunta morte che permette al protagonista di uscire
da quella forma, da quella maschera, da quelle convenzioni che la vita gli ha imposto,
ma………..
- Nell’Enrico IV attraverso la “follia” e la storia, ma………….
- In Uno, nessuno, centomila dopo aver acquisito consapevolezza della propria condizione e
del rifiuto di essere “visto” in quel modo secondo una, tre, venti, diecimila visuali, si assiste
ad una serie di “gesti”, di azioni tendenti a distruggere quei Vitangelo Moscarda, che,
ognuna delle persone a lui vicino, si era creata e dunque…………….
5. Si deve inoltre parlare di “cerebralismo” di Pirandello quando i suoi personaggi impegnati nello
scontro di diversi punti di vista sulla realtà, ragionano e cavillano: hanno un carattere raziocinante.
Questo per superare quella sfera di incomunicabilità che si crea in base alla frantumazione della
verità, di far combaciare le opposte visioni della realtà, di stabilire un colloquio (Così è se vi pare,
Enrico IV). Il fallimento di tale tentativo conduce ad accettare quella solitudine, quella forma, quella
maschera che la vita ci impone.
6. “Maschere nude” è il corpo della produzione teatrale di Pirandello: “teatro nel teatro, “ teatro dei miti”.
Con particolare attenzione ai “Sei personaggi in cerca d’autore” dobbiamo sottolineare come questa
rappresentazione costituisca in particolare la dichiarazione della fine del teatro spettacolo poiché
all’interno di tale meccanismo l’autore non può dare dei dati del reale senza falsificazioni; l’autore,
cioè, non sa dare, ai suoi personaggi, attraverso l’arte, un’esistenza vera, autonoma. Del resto
l’attore non può che recitare, interpretare il dramma di altri, altre vicende. Il teatro non può
appropriarsi della vita: la finzione dell’arte è inadeguata alla dolente realtà, il dolore
dell’esistenza rimane senza un nome e senza un perché.