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Istituzioni di diritto pubblico di manlio mazziotti di celso giulio


m salerno
Istituzioni di diritto pubblico (Università degli Studi di Macerata)

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ISTITUZIONI DI DIRITTO PUBBLICO


CAP.1 NORME E ORDINAMENTI GIURIDICI

Quando più persone si associano per raggiungere un fine comune, costituendo una formazione sociale,
debbono stabilire una serie di regole o norme per definire tale fine, procurare i mezzi per raggiungerlo e
definire le conseguenze derivanti dalla loro violazione. In tal senso, distinguiamo:
- le regole etiche, che stabiliscono ciò che deve essere,
- le regole tecniche, che stabiliscono le modalità per raggiungere un determinato obiettivo,
- le regole morali o “di costume”, che invece stabiliscono i comportamenti ideali da tenere per godere di
un’alta considerazione sociale.

Le norme regolatrici delle formazioni sociali sono dette giuridiche, in quanto la funzione essenziale del
diritto è proprio quella di regolare la vita di tali formazioni.
Esse possiedono delle caratteristiche indefettibili:
 Esteriorità, ovvero le norme giuridiche regolano solo i comportamenti umani esprimibili nel mondo
esterno, a differenze delle norme morali che riguardano essenzialmente il buon costume.
 Coercibilità, ovvero l’intero sistema di norme giuridiche è congegnato in modo da ottenere l’osservanza
di quest’ultime, mediante l’applicazione di sanzioni o di disposizione che ne rendano praticamente
impossibile la trasgressione.
 Imperatività, ovvero affinché le norme siano imponibili a tutti i consociati è necessario che esse siano
volute dalle forze sociali predominanti.
 Plurilateralità, ovvero le norme giuridiche, regolando ogni aspetto dell’intera vita associata, deve
necessariamente anche regolare giuridicamente i rapporti tra i singoli consociati.

Oltre a queste caratteristiche indefettibili, vi sono anche altre due caratteristiche significative che
appartengono alla quasi totalità delle norme giuridiche:
 Generalità, ovvero la norma giuridica non si riferisce a singoli individui, ma a tutti colori che
possono attuare i comportamenti da essa indicati.
 Astrattezza, ovvero la norma giuridica si riferisce a comportamenti non concretamente individuati,
ma astrattamente definiti – es. l’art. 624 del codice penale, che punisce il furto, dispone che esso è
applicabile a tutti coloro che fanno in modo di impossessarsi di cose mobili altrui sottraendole per
trarne profitto per se o per gli altri, dunque non a specifici individui o specifiche eventualità.

I principi di generalità e astrattezza contribuiscono dunque alla razionalità e alla giustizia sostanziale delle
norme, impedendo al legislatore di legiferare in maniera non equa.
Possiamo distinguere diverse categorie di norme giuridiche. La principale distinzione sta tra:
- norme di produzione giuridica, che regolano direttamente i rapporti cui si riferiscono
- norme sulla produzione giuridica, ovvero quelle che determinano i ruoli e le modalità di legiferazione
(es. le norme costituzionali attribuiscono e regolano l’attività legislativa dello Stato e degli altri enti
locali).

Un’altra distinzione si ha tra:


- norme cogenti, che obbligano in maniera incondizionata i destinatari,
- norme dispositive, che possono essere derogate da volontà privata (es. norme del diritto civile).

Un’ulteriore distinzione in questo senso si ha tra le norme di diritto pubblico e le norme di diritto privato,
concepita ed individuata correttamente dal diritto romano in relazione alla natura rispettivamente
pubblica e privata degli interessi tutelati e regolati.

A seconda del tipo di società, è possibile distinguere:


- norme di diritto interno, che regolano le comunità organizzate in stati,
- norme di diritto internazionale, che regolano le comunità internazionali costituite da stati in quanto
enti sovrani.

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Infine, distinguiamo:
- norme di diritto scritto, ovvero contenute in atti emanati regolarmente dalle autorità dotate di potere
legislativo,
- norme consuetudinarie, che hanno la loro origine in fatti o comportamenti ripetuti nel tempo,
assumendo nella comunità la convinzione diffusa della loro obbligatorietà giuridica.

Le norme giuridiche debbono essere collegate fra loro, costituendo quello che viene definito ordinamento
giuridico, ovvero un sistema complesso di norme che organizzano una data società, regolano i
comportamenti e i rapporti tra consociati, determinano i fini sociali e i mezzi materiali e immateriali per
conseguirli, distribuiscono mansioni e compiti e determinano le sanzioni per la violazione delle norme
stesse.

Possiamo notare una pluralità di ordinamenti giuridici. Una distinzione fondamentale riguarda:
- ordinamenti originari, ovvero quelli la cui validità normativa non dipende da altri ordinamenti diversi
e/o superiori ma è intrinseca all’ordinamento stesso,
- ordinamenti derivati, ovvero quelli che traggono la loro validità dalle norme di un ordinamento di
maggior rilevanza giuridica (es. gli ordinamenti degli enti locali devono far riferimento all’ordinamento
dello Stato).
Tale subordinazione vale anche per gli enti storicamente antecedenti alla formazione dello Stato italiano.
In tal senso, una caratteristica essenziale per garantire l’originarietà di un ordinamento è la sua sovranità,
ovvero la sua dipendenza da ogni altro ordinamento esistente.
indipendenza
Distinguiamo poi:
- ordinamenti accentrati, che istituiscono autorità centrali per provvedere all’attuazione dei fini sociali,
- ordinamenti decentrati o paritari, privi di autorità centrale, dove sono gli stessi consociati a
provvedere all’attuazione dei fini sociali in conformità con le norme dell’ordinamento (es. nelle
comunità internazionali il raggiungimento dei fini comunitari spetta alle singole sovranità statali);
inoltre, negli ordinamenti accentrati come quello italiano notiamo come entità quali il parlamento, il
governo o il presidente della repubblica sono considerati organi dello Stato.

Distinguiamo ancora:
- ordinamenti semplici, ovvero costituiti in un singolo sistema di norme,
- ordinamento complessi, articolati in ordinamenti minori;
- ordinamenti perfetti, capaci di provvedere da se al conseguimenti dei propri fini,
- ordinamenti imperfetti, che debbono necessariamente ricorrere ad ordinamenti diversi,
- ordinamenti politici, ovvero quelli che si assumono competenti a curare gli interessi della comunità,
- ordinamenti costituiti per altri fini determinati (es. comunità religiose, economiche, sportive, culturali,
sociali, ecc), anche a scopo di lucro.
Un’ulteriore categoria di ordinamenti è l’ordinamento a competenza territoriale, che si ha quando il
criterio che ne determina l’operatività è dato dalla localizzabilità delle fattispecie (es. ordinamenti degli
enti locali come Comuni, Regioni, Province ecc).

La pluralità degli ordinamenti pone ovviamente il problema dei rapporti che possono sussistere tra essi:
 Subordinazione, ad esempio il rapporto tra l’ordinamento dello Stato e quelli degli enti locali
derivati, come Regioni, comuni, province ecc.
 Coordinazione, ovvero il riconoscimento di indipendenza tra un ordinamento ed un altro, ad
esempio il rapporto tra Stati diversi, dove ciascuno riconosce il carattere sovrano dell’altro rispetto agli
altri ordinamenti, fatta eccezione soltanto per il diritto internazionale; in tal senso, può avvenire che si
debba rendere operante, presso un’altra comunità, le norme di un ordinamento estraneo, mediante un
rinvio – ad esempio, l’art. 20 della legge 218/1995 dichiara che “la capacità giuridica delle persone è
regolata dalla legge nazionale”, ciò significa che il rinvio vale per ogni cittadino in funzione alla
legiferazione del proprio paese di appartenenza; tale rinvio si dice mobile se si riferisce all’attività
normativa in materia, considerando anche le future legiferazioni, fisso se invece si rifà ad una norma
precisamente determinata.

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 Opposizione, ovvero quando due ordinamenti regolano in maniera diversa la medesima fattispecie;
il conflitto è risolvibile con un rinvio o con l’applicazione di disposizioni speciali applicabili in caso di
controversia

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CAP.2 LO STATO

Gli elementi costitutivi dello Stato sono:


 Popolo, ovvero una collettività stabilmente stanziata su una parte della superficie terrestre, i cui
componenti sono riconosciuti come cittadini dello Stato e dunque titolari di un complesso di diritti
(voto e petizione, accedere alle cariche pubbliche, entrare e dimorare nel territorio nazionale e
protezione diplomatica) e doveri (difendere la patria sia dentro che fuori dai confini, essere fedeli alla
 repubblica e adempiere con onore alle proprie funzioni) legati allo status di cittadinanza.
L’acquisto e la perdita della cittadinanza è regolata dalla legge n. 91 del 1992 sulla base di tre differenti
principi:
- discendenza, per effetto del quale un soggetto è cittadino poiché figlio di genitori riconosciuti
cittadini;
- nascita sul territorio, per effetto del quale un soggetto è riconosciuto ufficialmente come cittadino
se nato sul territorio nazionale da genitori sconosciuti o apolidi, salvo effetto di leggi straniere
e/o internazionali,
- volontà, per effetto del quale un soggetto viene riconosciuto cittadino dopo aver presentato
richiesta ufficiale alle autorità competenti previa dimostrazione dell’osservanza delle condizioni
legali, ad esempio la permanenza legale sul territorio per dieci anni.
Dal concetto di popolo ne deriva quello di nazione, che però va distinto; per nazione infatti si intende
una collettività caratterizzata non da pari condizione giuridica, ma da elementi comuni quali l’origine
etnica, la lingua, la cultura ecc.
 Governo, ovvero l’autorità che l’ordinamento istituisce per garantire l’attuazione dei propri fini.
Trattandosi di un ordinamento originario (Stato), di conseguenza anche il governo rappresenta
 un’autorità sovrana, ovvero che non riconosce alcuna autorità superiore
 Territorio, ovvero la parte di superficie terrestre su cui è stanziato stabilmente il popolo e nei cui
limiti vengono esercitati i poteri sovrani del governo; rientrano nella definizione di territorio anche il
mare territoriale (entro 12 miglia dalla costa) e lo spazio atmosferico (fino alla massima altezza di
navigazione aerea). Esso è contraddistinto da confini, che possono essere naturali (catene montuose,
fiumi ecc) o artificiali e vengono stabiliti dal diritto internazionale; nello specifico, gli attuali confini
italiani sono stati stabiliti dal trattato di pace stilato dalle Nazioni Unite nel febbraio 1947, fatta
eccezione per il territorio della città di Trieste, annesso nel 1961

Nel linguaggio corrente del diritto si fa spesso riferimento ai poteri, agli obblighi, ai diritti e doveri e ad
altre situazioni giuridiche dello Stato, per le quali esso viene considerato una persona giuridica, ovvero un
insieme di persone fisiche e di beni organizzato per il conseguimento di determinati obiettivi di interesse
collettivo. Tale personalità giuridica dello Stato assume diversi caratteri a seconda dell’ordinamento di
riferimento: nel diritto internazionale, ad esempio, lo Stato viene considerato una complessiva
organizzazione di un popolo in una collettività territoriale sovrana, per cui i diritti e gli obblighi comunitari
rimangono immutati al cambiare dei poteri di governo. Nei rapporti interni tra Stato ed enti locali, esso
viene considerato l’apparato centrale di riferimento, mentre per ciò che riguarda le questioni di legittimità
di un atto esso si intende come massimo potere amministrativo.

Lo Stato è organizzato in diversi organi, ovvero strutture parziali i cui atti sono direttamente riconducibili
allo Stato stesso. Essi si distinguono essenzialmente in:
 Individuali, ovvero gli organi costituiti da una sola persona fisica, ad esempio il presidente della
repubblica o i prefetti
 Collegiali, ovvero gli organi dove gli agenti, salvo il presidente, possiedono poteri uguali ed operano
mediante un solo atto (detto deliberazione) che viene imputato a tutto il collegio, se approvato dalla
maggioranza.
La maggioranza può essere:
- semplice (maggioranza dei presenti votanti, es. Camere),
- assoluta (metà +1 dei membri del collegio),
- qualificata (maggiore di quella assoluta, es. i 2/3),
- relativa (quando è maggiore di quella di altre proposte singolarmente considerate)

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 Complessi, ovvero organi formati a loro volta da altri organi, ad esempio il governo che è formato
da organi individuali (presidente del consiglio e i singoli ministri) e da organi collegiali (il consiglio dei
ministri)

Altri criteri di valutazione degli organi statali riguardano la loro attività, per cui distinguiamo organi:
 Legislativi, la cui attività riguarda l’immissione di nuove leggi.
 Esecutivi, la cui attività riguarda l’esecuzione e l’osservanza delle norme.
 Giudiziari, la cui attività riguarda la risoluzione di contestazioni e conflitti in riferimento alla volontà
delle leggi vigenti.
 Centrali, ovvero gli organi competenti a regolare le fattispecie localizzate su tutto il territorio.
 Periferici, ovvero gli organi competenti a regolare le fattispecie localizzabili.
 Rappresentativi, ovvero gli organi che mostrano una rappresentanza del complesso di tendenze e
aspirazioni della volontà popolare (es. Camere o consigli regionali, ecc) mediante l’uso dell’elezione.
Questi organi infatti sono contraddistinti dall’elettività e dalla loro temporaneità.

Gli organi fondamentali dello Stato sono i cosiddetti organi costituzionali, ovvero Presidente della
Repubblica, il parlamento, il governo e la corte costituzionale; essi si distinguono dagli altri organi poiché
sono in grado di esercitare le loro funzioni in modo sovrano (a parità di indipendenza tra di loro), ponendo
controllo anche sull’attività svolta dagli organi subordinati.
Esistono anche alcuni organi detti ausiliari, in quanto le loro funzioni sono rivolte a facilitare l’esercizio
delle funzioni di altri organi, come ad esempio il CNEL (consiglio nazionale economia e lavoro), il consiglio
di Stato e la corte dei conti.

Vengono detti dipendenti pubblici gli agenti delle persone giuridiche, ovvero quelle persone fisiche i cui
atti, se compiuti secondo specifiche condizioni, sono imputati direttamente alla persona giuridica di
riferimento, ovvero lo Stato.
Distinguiamo tra i dipendenti pubblici i funzionari, ovvero dipendenti che hanno la possibilità di esercitare
potestà pubbliche in nome della persona giuridica.
Il rapporto che si instaura tra il dipendente e l’ente di cui fa parte viene detto rapporto di servizio, che può
essere attivato tramite nomina, elezione o contratto; in tal senso, l’art. 97 della Costituzione stabilisce che
per competere all’ottenimento di un contratto è necessario superare un concorso di verifica fra gli
aspiranti.

Sono definiti atti di diritto pubblico gli atti emanati da enti e uffici pubblici nell’esercizio di funzioni di
pubblico dominio. Elementi caratteristici degli atti di diritto pubblico, oltre al soggetto, sono:
 Volontà, anche se in tal senso non ha lo stesso peso degli atti di diritto privato, poiché l’esecuzione
di questi atti si rifà ad una serie di procedimenti ossia una serie preordinata di atti preparatori dove è
difficile individuare una volontà data da un processo psicologico.
 Oggetto, ovvero i comportamenti umani che vanno a regolare.
 Contenuto, ovvero la regola che comporta.
 Forma, ovvero il mezzo usato per portare a conoscenza dei soggetti la volontà dell’atto.

Gli atti di diritto pubblico possono distinguersi secondo:


 Criterio della funzione svolta, per il quale distinguiamo:
- atti normativi (immettono nuove norme),
- esecutivi (danno esecuzione alle norme esistenti),
 - giurisdizionali (risolvono le controversie fra i soggetti dell’ordinamento)
 Criterio della struttura, per il quale distinguiamo:
- atti semplici (emanati da un singolo organo)
- composti (emanati da più organi); tra questi ci sono i cosiddetti atti complessi, ovvero quelli la cui
volontà delle parti competenti all’emanazione si fonde in una sola (es. le camere parlamentari)

Il procedimento è la serie preordinata di fasi che permette di eseguire un atto di diritto pubblico. Esso è:

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 Perfetto, quando tutte le norme che regolano il procedimento sono state osservate.
 Viziato, quando alcune norme non sono state osservate; in tal senso, se manca un requisito
essenziale l’atto viene ritenuto nullo e non produce alcun effetto, altrimenti l’atto viene detto
annullabile, ovvero produce effetti ma può essere privato dei suoi effetti dalle disposizioni dell’autorità
competente.
I vizi dell’atto possono riguardare la legittimità dell’osservanza delle norme procedurali oppure la sua
inidoneità di merito, se riguarda l’incompetenza dell’entità che lo emette o l’eccesso di potere,
oppure la sua inidoneità di merito

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CAP.3 FORME DI STATO E FORME DI GOVERNO. L’UNIONE EUROPEA

Per forma di Stato si intendono le categorie generali che determinano l’ordinamento originario di un
popolo su un certo territorio e sotto un governo sovrano.
Per forma di governo si intende il modo in cui viene espressa ed organizzata la volontà popolare e la
suddivisione dei poteri.

Per quanto riguarda le forme di governo, distinguiamo:


 Regimi monocratici, potere politico concentrate in un unico soggetto individuale o collettivo.
 Regimi policratici potere politico ripartito in modo eguale fra più soggetti.

Tra le forme monocratiche ricordiamo:


 Monarchia assoluta, potere politico concentrato nelle mani del sovrano, forma dominante in
Europa fino alla rivoluzione francese.
 Dittatura rivoluzionaria, forma di governo che nasce quando una personalità politica o un partito si
attribuisce ed esercita un potere illimitato.
 Regime totalitario, forma dittatoriale tipica dell’Europa nel primo dopoguerra, caratterizzata dalla
presenza di un leader carismatico che accentra in se i poteri, mirando a gestire ogni aspetto del popolo
secondo un’ideologia di massa che ne giustifica e garantisce il potere.

Tra le forme policratiche ricordiamo:


 Regime presidenziale, tipico degli USA, la cui costituzione stabilisce che i tre poteri siano suddivisi
egualmente e siano delegati dal popolo.
 Regime parlamentare, come quello italiano, dove la ripartizione dei poteri è meno netta e non
affidata completamente al popolo; infatti, anche se il governo viene potenzialmente eletto dai cittadini,
esso viene poi nominato ufficialmente dal Presidente della Repubblica, e deve inoltre ottenere il voto
di fiducia dalle due camere del Parlamento riunite in seduta comune; dunque, i poteri sono tra loro
indipendenti e possono controllarsi a vicenda.
 Regime direttoriale, tipico della Svizzera, dove il governo viene eletto da un’assemblea che però
concede poteri per tempi prestabiliti.
 Regime semi-presidenziale, tipico della Francia, rappresenta una via di mezzo tra il regime
presidenziale americano ed il regime parlamentare.

Per quanto riguarda le forme di Stato, esse possono essere assunte come risultato della determinazione
dei poteri e delle forme di organizzazione negli Stati in riferimento ai rapporti tra gli individui, definendo:
 Stato gentilizio, lo stato è formato da individui che formano un popolo e sono vincolati
dall’appartenenza a gruppi famigliari.
 Stato patrimoniale, lo stato è formato da individui stanziati su un territorio di proprietà di un
signore
 Stato politico-territoriale, lo stato è formato da individui vincolati da una comunanza di interessi
politici.

Invece, assumendo come elemento essenziale per definire la forma di stato il rapporto tra governanti e
governati, possiamo distinguere diversi regimi politici:
 Stato feudale, il potere sul territorio è frazionato sui rapporti di vassallaggio tra il signore ed i suoi
feudatari (vassalli).
 Stato assoluto, il potere sul territorio è concentrato in una sola figura.
 Stato moderno o di diritto, sorto dalle Rivoluzioni Inglese, Americana e Francese, secondo cui
l’autorità pubblica trova fondamento in una legge fondamentale (Costituzione) definendo così quello
che possiamo definire inoltre Stato Costituzionale: si tratta di uno stato liberale (garante delle libertà
individuali e collettive) e di uno stato sociale (garante dei servizi e della solidarietà).

Ulteriori classificazioni di stati sono:

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 Stato federale, dove il potere politico è ripartito tra lo stato centrale (federazione) e diversi stati
locali con una propria autonomia parziale, che con un accordo decidono di unirsi in una confederazione
(esempio USA).
 Stato regionale, come l’Italia, dove ogni regione ha una certa autonomia, tuttavia molto ridotta
rispetto agli stati federati.
 Unione di stati, organizzazioni internazionali di stati che mantengono la propria sovranità,
collaborando per sostegno e finalità comuni (es. NATO, ONU, EU).

Un esempio molto importante di unione di stati è l’Unione Europea, una congregazione di stati europei che
è nata dall’idea di evitare nuovi conflitti e garantire pace e collaborazione comune.
L’unificazione è avvenuta per passi:
1. Creazione della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) con il Trattato di Parigi nel 1953.
2. Creazione della Comunità Economica Europea e Euratom con i Trattati di Roma nel 1957.
3. Con il Trattato di Maastricht del 1992 fu istituita ufficialmente l’Unione, intesa in questo senso non
solo come unione economica e politica ma soprattutto sociale, con la creazione di un grande spazio
di circolazione tra gli stati europei per quanto riguarda cittadini, imprese, merci, servizi, ecc.

L’attuale ordinamento europeo è stato disciplinato dal trattato di Lisbona del 2007 (in vigore dal 2009),
sulla base di due sezioni:
 TUE, Trattato sull’Unione Europea, che detta i principi fondamentali relativi all’organizzazione
dell’unione
 TFUE, Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, che ne disciplina le funzioni in modo
analitico

L’ Unione Europea è suddivisa in diversi organi, ognuno con i proprio poteri e funzioni:
 Consiglio europeo, formato dai capi di stato e governo degli stati membri, che ha il compito di
definire le direttive politiche dell’unione.
 Consiglio dei ministri, formato dai ministri degli stati membri in funzione dei singoli ministeri (es.
consiglio ministri economia, esteri ecc), che svolge un forte potere di direzione legislativa.
 Parlamento europeo, eletto dai cittadini europei ed organo legislativo principale, svolge un
importante ruolo anche nella gestione del bilancio comunitario.
 Consiglio europeo, nominato dal consiglio, principale organo esecutivo.
 Corte dei conti e BCE, principali organi economico-finanziari, responsabili della gestione della
moneta unica e dell’euro-zona, nonché della gestione del bilancio. Area euro 19 Paesi, tra cui l'Italia
 Corte di giustizia, principale organo giudiziario della comunità europea, responsabile della
risoluzione di conflitti e controversie tra stati membri.

- Presidente del Consiglio europeo: eletto dal Consiglio, con poteri limitati alla preparazione e
 direzione del consiglio stesso.
- Commissione europea: nominata dal Consiglio previa approvazione del Parlamento ed il cui
Presidente è designato dal Consiglio europeo sulla base dei risultati elettorali del Parlamento, funzioni
di iniziativa legislativa, di esecuzione e quelle di rilievo internazionale.
- Tribunale di primo grado: competenza generale, conosce dei ricorsi per annullamento degli atti delle
istituzioni comunitarie per incompetenza, violazione di legge o sviamento di potere (analogie con i
nostri giudici amministrativi).
- Tribunale di funzione pubblica: esso è giudice di prima istanza delle controversie fra l'Unione
e i suoi agenti.

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CAP.4 NOTIZIE SULLA STORIA COSTITUZIONALE DELLO STATO ITALIANO

Per comprendere bene l’assetto del vigente diritto pubblico italiano è necessario analizzare, almeno
sommariamente, le vicende costituzionali del nostro stato:
Statuto Albertino, emanato dal re Carlo Alberto nel 1848 e divenuto la Costituzione del Regno di Italia a
partire dal 17 marzo 1861. Tale statuto istituiva un Governo Monarchico Rappresentativo, dove i poteri
venivano suddivisi tra organi differenti:
- potere esecutivo e legislativo al Re,
- potere legislativo al Parlamento,
- potere giudiziario ai magistrati)
- ai cittadini venivano garantite libertà individuali e collettive e uguaglianza.
Tale Statuto viene definito flessibile, in quanto è modificabile con leggi ordinarie approvate con un normale
procedimento legislativo.
Regime fascista, instaurato ufficialmente nel 1922 in seguito alla crisi sociale del primo dopoguerra,
caratterizzato da un governo totalitario con i poteri accentrati nella figura di Mussolini. ll governo fascista
apportò significative modifiche allo Statuto Italiano (appunto flessibile) ripudiandone molti principi
portanti come le libertà e l’uguaglianza dei cittadini.
Nello specifico, il governo fascista istituì:
- una milizia di parte
- un Collegio Unico Nazionale per l’elezione dei deputati, eliminando la pluralità dei seggi e
presentando una del sola lista di candidati, designata dal Gran Consiglio Fascista.del Fascismo.
Fascismo
- Il Gran Consiglio Fascista è un organo esecutivo e direttivo del regime.
- Una “Camera dei fasci e delle corporazioni” ossia la camera dei deputati, eliminandone
l’elettività. Quindi mutò anche il parlamento.
Il regime fu sciolto con la sconfitta in guerra nel 1943, quando Mussolini si ritirò in Nord Italia con i residui
fascisti formando una Repubblica Fascista nei territori ancora sotto controllo tedesco. Il governo dell’Italia
fu affidato dal re a Badoglio.
Con il Patto di Salerno del 1944 fu sciolto anche il governo di Badoglio, deliberando a favore della
formazione di un’Assemblea Costituente (per l’elaborazione di una nuova Legge Costituzionale) e
dell’attuazione di un Referendum Istituzionale per scegliere la forma di stato dell’Italia.
Il referendum, in concomitanza con l’elezione dell’Assemblea Costituente, ebbe luogo il 2 giugno 1946 e fu
la prima elezione a suffragio universale aperta anche alle donne.
Vide la vittoria con limitata maggioranza della Repubblica e una forte rappresentanza dei partiti di massa
(DC, PCI e socialisti) nella lista della costituente.
L’elaborazione della nuova Costituzione fu ultimata il 22 dicembre 1947, promulgata il 27 dicembre ed
entrata ufficialmente in vigore il 1 gennaio 1948, definendo anche 4 regioni a statuto speciale (Trentino,
Valle d’Aosta e isole).

Nei 70 anni di vita della nostra Costituzione, possiamo assistere a diverse modifiche effettuate dall’organo

}
legislativo:
- Leggi circa la Corte Costituzionale (1948-53), - attuazione dell'istituto referendario;
- CNEL (1957), Primo
complesso
di provvedimenti
- Consiglio Superiore della Magistratura (1958),
- Ordinamenti regionali (a cavallo tra i 60 e 70); 
- un secondo gruppo di provvedimenti di modifica sono dovuti alle modifiche circa la composizione
ed elezione delle camere. è costituito dalle leggi di riforma costituzionale, quelle cioè che hanno
modificato norme della Costituzione e che perciò sono state tutte approvate
secondo il procedimento previsto dall'art. 138 Cost. (fu così modificata la
composizione numerica delle Camere e parificata la durata della legislatura
del Senato a quella della Camera, ...pag. 29...);
- un terzo gruppo è costituito dalle leggi in cui si è riflessa la crisi di regime che ha generato quella
che si usa chiamare "seconda Repubblica" in cui si è avviato un sistema di alternanza tra gli
opposti schieramenti costituiti dalle nuove forze politiche in competizione (es. legge cost. 3/1993,
leggi di riforma dei sistemi elettorali...).

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CAP.5 LE FONTI NORMATIVE E I PRINCIPI GENERALI

Ogni ordinamento giuridico determina le proprie fonti legali di produzione del diritto, ovvero gli atti e i
fatti di rilievo giuridico ai quali è attribuita l’idoneità a porre norme giuridiche.
Distinguiamo inoltre le fonti sulla produzione del diritto, ovvero quelle che disciplinano la produzione
normativa, determinandone titolarità e modalità di svolgimento dei poteri.
L’osservanza e l’applicazione del diritto da parte dei componenti della collettività dipendono dall’esistenza
di apposite forme di pubblicazione ufficiali previste dall’ordinamento, ovvero fonti che garantiscono alla
collettività di venire a conoscenza delle leggi vigenti nell’ordinamento e delle nuove leggi promulgate; tali
fonti sono dette fonti di cognizione del diritto (es. Gazzetta Ufficiale della Repubblica).

Le fonti di produzione del diritto si distinguono in fonti atto e fonti fatto, sulla base di una ripartizione
dottrinale che individua nei fatti giuridici in senso lato (eventi cui l’ordinamento attribuisce rilievo
giuridico) gli atti giuridici, ovvero gli atti umani volontariamente posti in essere per conseguire gli effetti
giuridici previsti dall’ordinamento; tutti gli altri fatti ugualmente rilevanti per il diritto rientrano nei fatti
giuridici in senso stretto.
A tale ripartizione si può aggiungere quella tra diritto scritto (prodotto mediante l’intermediazione della
forma scritta, ovvero mediante atti formali) e diritto non scritto (prodotto mediante la raccolta dei
cosiddetti usi e consuetudini, ovvero comportamenti ripetuti nel tempo dalla collettività.
Si pone inoltre la distinzione tra disposizioni, ovvero l’enunciato che è contenuto nel testo dell’atto, e
norme giuridiche, ovvero l’effetto prescrittivo che deriva dall’atto.

Un elemento molto importante per garantire coerenza e razionalità all’ordinamento riguarda


l’interpretazione del diritto; a tal proposito l’art. 12 delle “pre-leggi” prescrive che “la legge non può darsi
altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse e
dall’intenzione del legislatore”.
La legge può essere interpretata secondo diverse modalità:
 Interpretazione letterale, ovvero la comprensione analitica del messaggio normativo unicamente al
significato proprio delle parole impiegate.
 Interpretazione sistematica, ovvero la comprensione del contesto normativo nel quale la norma
viene emanata e il suo rapporto con le altre norme vigenti.
 Interpretazione teleologica, ovvero la comprensione degli antefatti e delle motivazioni che hanno
portato all’elaborazione della norma giuridica.
 Interpretazione storico-evolutiva, ovvero la comprensione del significato della norma giuridica in
funzione all’evoluzione degli elementi che la caratterizzano.
Tuttavia, a volte l’interpretazione può essere viziata da alcune lacune normative, per le quali si procede ad
una auto integrazione da parte dell’interprete, secondo:
- il principio della analogia legis, si applica la legge che disciplina casi simili.
- il principio della analogia iuris, si applicano i principi generali del diritto statuale qualora sia assente
una norma giuridica di competenza.
Un altro problema che può verificarsi riguarda le antinomie normative, ovvero delle incongruenze tra due
norme giuridiche, risolvibili secondo diversi criteri:
 Criterio gerarchico, che presuppone una distribuzione in scala gerarchica delle fonti normative che
impone all’interprete di distinguere vari livelli:
1. Fonti costituzionali, ovvero gli articoli di legge presenti nella costituzione e gli atti ad essa legati;
2. Fonti primarie, ovvero gli atti aventi forza di legge (forza attiva – innovano l’ordinamento, forza
passiva – resistono alle innovazioni poste da altre fonti), tra cui le leggi ordinarie, i decreti legge,
decreti legislativi, referendum abrogativi e regolamenti parlamentari e regionali;
3. Fonti secondarie, ovvero le fonti subordinate sia a quelle costituzionali che quelle primarie, ad
esempio il regolamento governativo, i regolamenti ministeriali, regolamenti provinciali e
comunali; 

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4. Usi e consuetudini, ovvero azioni svolte ripetutamente nel tempo dalla collettività che secondo
l’art. 8 delle pre-leggi hanno efficacia nelle materie regolate dalle leggi e dai regolamenti quando
sono espressamente richiamate

 Criterio della competenza, che distingue le fonti in senso orizzontale, ovvero in funzione alla sfera
di competenza riservata alle singole fonti del diritto e all’autorità dalla quale provengono
 Criterio cronologico, che distingue le fonti normative a seconda del momento storico in cui sono
entrate in vigore, imponendo all’interprete di dare prevalenza alle norme entrate in vigore per ultime.
Come risultato del criterio cronologico abbiamo una sorta di abrogazione delle disposizioni normative
entrate in vigore precedentemente a quella considerata, in quanto seguendo tale criterio di
valutazione le fonti abrogate non possono più produrre i loro effetti (ma mantengono gli effetti
normativi già prodotti in altre circostanze). L’abrogazione può dirsi:
- espressa espressamente richiesta dalla disposizione abrogante,
- tacita per questioni di incompatibilità con la nuova disposizione,
- implicita in presenza di una nuova legge che va a disciplinare nuovamente la materia nella sua
 interezza.
 Criterio di specialità, che dispone che una disciplina giuridica di carattere speciale prevalga su
quella generale, dovendo quindi essere applicata a preferenza di quest’ultima.

Due ulteriori principi importanti circa le fonti normative sono:
 Principio di legalità, ovvero tutte le attività autoritative sono subordinate alla primazia della legge
(non possono contraddirla); in senso formale tale principio impone che il fondamento giuridico positivo
di qualsiasi potere pubblico incisivo debba essere fornito da una disposizione di legge o un atto
equiparato che ne determini la competenza; in senso sostanziale, nella legge che dispone la
competenze deve essere specificata anche una disciplina che ne descrive le modalità e condizioni di
esercizio.
 Riserva di legge, ovvero tutti quei casi nei quali una disposizione di rango costituzionale riserva alla
legge la disciplina normativa per un determinato settore dell’ordinamento; tale riserva può essere:
- assoluta, l’attribuzione di competenza della legge è rigida e dunque opera in via assoluta.
- relativa, si riferisce ai casi nei quali l’attribuzione di competenza delle legge è delimitata, pertanto
possono intervenire fonti subordinate come i regolamenti
- rinforzata, quando la stessa disposizione costituzionale che pone la riserva indica principi, criteri,
finalità e condizioni che devono essere osservate.
Distinguiamo inoltre:
- riserva di legge costituzionale, competenza attribuita solo a leggi costituzionali.
- riserva di legge parlamentare, atti di indirizzo e di controllo nei riguardi del governo, ma che non
può sostituirli con atti propri.

Un problema significativo dell’ordinamento italiano riguarda la mancanza di una norma sulla produzione
che ne indichi l’elencazione completa; pertanto, l’individuazione delle fonti di produzione passa attraverso
un processo di identificazione di una norma di riconoscimento, ovvero una norma che attribuisce
competenza di produzione normativa, e la sussistenza di un contenuto veramente normativo.

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CAP.6 LE SINGOLE FONTI NORMATIVE

Tra le singole fonti dell’ordinamento statale troviamo:


 Costituzione, ovvero la fonte di diritto fondamentale di tutto l’ordinamento giuridico italiano, che
fornisce l’articolazione basilare dell’intero sistema normativo vigente mediante un complesso di 139
articoli suddivisi in tre parti:
- i principi fondamentali (1-12),
- i diritti e doveri dei cittadini (13-54)
- l’ordinamento della Repubblica (55-139).
La nostra Costituzione rappresenta una fonte scritta e rigida, ovvero è un unico documento solenne
modificabile solamente attraverso una procedura legislativa apposita e ben diverse da quella prevista
per le leggi ordinarie dello stato.
Le leggi costituzionali e le leggi di revisione costituzionale necessitano di essere adottate da ciascuna
delle due Camere Parlamentari con due successive deliberazioni da approvare con maggioranza
assoluta e ad intervalli non inferiori ai tre mesi; tali leggi possono anche essere sottoposte a
referendum se viene richiesto da 1/5 dei membri di una Ccamera o da 500.000 elettori entro tre mesi
dalla pubblicazione, per poi essere promulgata dal Capo dello Stato se approvata dalla maggioranza dei
voti validi.
Possiamo distinguere tra:
- Costituzione materiale, ovvero l’insieme di valori, ideali e fini politici perseguiti dalle forze politiche
dominanti (che divengono quasi i pilastri caratterizzanti della struttura del corpo sociale dello
stato)
- Costituzione vigente, ovvero il complesso delle norme contenute nel documento scritto della
Costituzione come risultato dell’applicazione e dell’interpretazione delle stesse.

 Leggi ordinarie dello Stato, principale fonte primaria del nostro ordinamento il cui processo
legislativo viene regolato dalla Costituzione e dai regolamenti parlamentari.
L’iter prevede il passaggio e l’approvazione della proposta di legge in entrambe le Camere
Parlamentari, seguita dalla promulgazione da parte del Presidente della Repubblica entro un mese dalla
votazione e successivamente dalla pubblicazione ed entrata in vigore della legge dopo 15 giorni dalla
promulgazione.
Le leggi ordinarie sono oggetto di alcune classificazioni:
- Leggi in senso soltanto formale, non producono modifiche all’assetto legislativo vigente;
- Leggi in senso soltanto materiale, atti aventi forza di legge, tra cui decreti legislativi e decreti
legge, capaci di innovare le norme vigenti;
- Leggi rinforzate, condizionate dalla necessaria presenza di determinati presupposti procedurali;
- Leggi atipiche in senso stretto, caratterizzate da una peculiare idoneità attiva o passiva diversa
da quella attribuita solitamente alle fonti primarie.
- Atti aventi forza di legge, (una sorta di legislazione negativa a competenza limitata per
specifiche materie di cui l’art. 75 della Costituzione) tra i quali:
 Decreti legislativi, atti emanati dal governo su delega del Parlamento nell’esercizio della
funzione legislativa rispettando determinati limiti: oggetti ben definiti, ovvero
individuando esattamente i confini della materia di competenza, e il termine entro il
quale la delega deve essere esercitata).
I decreti legislativi sono deliberati dal Consiglio dei Ministri e successivamente emanati
dal Presidente della Repubblica, può trattarsi di:
 Decreti correttivi ed integrativi,
 Testi unici innovativi, che racchiudono in un unico corpus più disposizioni
legislative in modo da facilitarne l’applicazione,
 Testi unici di mera compilazione, testi unici spontaneamente adottati dalla
pubblica autorità per facilitare la cognizione e l’applicazione delle disposizioni
vigenti in un determinato settore dell’ordinamento,
 Testi unici compilativi (raccolte di disposizioni legislative che regolano materie e
settori omogenei);
 Decreti legge, atti emanati dal governo in casi straordinari di necessità o urgenza che
vengono emanati dal Capo dello Stato e presentati lo stesso giorno alle Camere affinché
possa avvenire la conversione in legge;
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 Decreti di attuazione degli Statuti delle Regioni ad Autonomia Speciale,


 Atti legislativi adottati dal Governo ed emanati dal Capo dello Stato che consentono di
assicurare il costante adeguamento degli Statuti Speciali all’evoluzione dell’ordinamento
dello stato;
 Referendum abrogativi per leggi ordinarie
 Regolamenti degli organi Costituzionali, come i regolamenti parlamentari, che
definiscono e garantiscono l’ambito di esercizio ed intervento anche nei confronti delle
altre fonti primarie

 Fonti secondarie, ovvero gli atti adottati da altre autorità pubbliche e aventi efficacia innovativa
subordinata alla legge ed i regolamenti del potere esecutivo, tra cui:
- Regolamenti governativi in senso stretto, deliberati dal Consiglio dei Ministri ed emanati dal
Capo dello Stato;
- Regolamenti di esecuzione delle leggi, dei decreti legislativi e dei regolamenti europei;
- Regolamento di organizzazione, disciplinano l’organizzazione e il funzionamento delle
amministrazioni pubbliche);
- Regolamenti del Presidente del Consiglio,
- Regolamenti ministeriali ed interministeriali. pag. 61-62-63

 Fonti-fatto, ovvero gli usi e le consuetudini, fonti alle quali corrisponde il diritto non scritto vigente;
tali fonti sono caratterizzate da due elementi costitutivi:
- un elemento materiale (usus) che riguarda la ripetizione costante di un medesimo
comportamento nel tessuto sociale,
- un elemento psicologico (opinio iuris) che riguarda il convincimento collettivo relativo alla
necessità giuridica di adottare tali comportamenti.

Tra le fonti degli ordinamenti territoriali troviamo:


 Statuti regionali, ovvero l’insieme di norme giuridiche che regolano la vita della comunità sul
territorio regionale, direttamente approvati e modificati dai consigli regionali a maggioranza assoluta
con un procedimento simile a quanto accade per le Leggi Costituzionali (ovvero due deliberazioni con
un intervallo non inferiore ai due mesi)
Gli Statuti regionali delle Regioni ad Autonomia Speciale sono adottati e modificati dalle Camere
mediante Legge Costituzionale.
 Leggi regionali, il cui iter di formazione è determinato dalla Costituzione, dagli Statuti regionali e dai
Regolamenti consiliari. L’iniziativa delle leggi regionali è attribuita ai singoli consiglieri, alla giunta o
anche a soggetti ed enti estranei all’organizzazione regionale (es. iniziativa popolare). Dopo la
deliberazione da parte del Consiglio (entro dieci giorni) la legge viene promulgata dal Presidente della
Giunta e viene pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione, entrando in vigore 15 giorni dopo
(vacatio legis).
Un elemento importante circa la legiferazione regionale è la determinazione delle competenze
presente nella legge cost. 3/2001, che determina alcune materie di competenza esclusiva dello Stato
(previste dalla Costituzione, quali materie di rilievo socio-politico per l’intera collettività) e materie di
competenza legislativa avente carattere generale e residuale (materie sulle quale le regioni esercitano
potestà legislativa); la medesima legge dispone che sia lo Stato che le regioni devono esercitare le loro
funzioni nel rispetto della Costituzione e dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli
obblighi internazionali, ovvero nel rispetto anche delle direttive delle organizzazioni internazionali (es.
UE). Per quanto riguarda le competenze delle regioni a statuto speciale, ad esse si estendono tutte le
competenze legislative e regolamentari spettanti alle Regioni ad Autonomia Ordinaria; a tali regioni e
alle province autonome di Trento e Bolzano è attribuita inoltre competenza legislativa primaria
(relative alla legiferazione esclusiva senza interventi statali).
 Regolamenti regionali, possono avere carattere esecutivo o attuativo delle leggi regionali adottate
negli ambiti di rispettiva competenza; si tratta di fonti gerarchicamente subordinate alle leggi regionali;
un esempio è dato dai regolamenti consiliari.

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 Fonti degli enti territoriali minori, ovvero le fonti del diritto di enti sub regionali quali Province,
comuni e città metropolitane, che possono darsi un proprio statuto e quindi una propria legislatura.

Come visto il nostro ordinamento giuridico non vive isolato dagli altri, ma deve necessariamente
confrontarsi ed integrarsi con le fonti provenienti da ordinamenti esterni, come quelli internazionali e
comunitari. Attraverso la tecnica del rinvio è possibile creare interconnessioni tra il nostro ordinamento e
le disposizioni internazionali. In tal senso è necessario analizzare i principi costituzionali che regolano i
rapporti dello stato con l’ordinamento internazionale, relativo a:
- consuetudini generali (diritto marittimo, diritto diplomatico, diritto bellico),
- principi fondamentali (divieto della schiavitù),
- trattati internazionali (norme stipulate tra stati)
- giurisprudenza internazionalistica.
Nello specifico, l’art. 10 della Costituzione stabilisce che l’ordinamento italiano si conforma alle norme
internazionali generalmente riconosciute, ovvero mediante un adattamento automatico che si manifesta
con l’attuazione di leggi del diritto interno che danno esecuzione alle disposizioni internazionali. Tale
adattamento automatico tuttavia non vale per quanto riguarda i Trattati, in quanto la loro esecuzione è
direttamente vincolata alla stipulazione dell’atto.

La principale fonte di diritto esterna per l’ordinamento italiano è rappresentata ovviamente


dall’ordinamento dell’Unione Europea, in funzione dei Trattati (TUE e TFUE) e degli atti normativi emanati
dagli organi dell’Unione.
Le fonti dell’ordinamento dell’Unione Europea sono gerarchicamente ordinate in:
- fonti convenzionali (o primarie)
- fonti derivate (o secondarie). Si distinguono in
 regolamenti, con efficacia generale, obbligatorietà di esecuzione ed applicabilità diretta.
 direttive, Stati destinatari determinati, cui hanno l’obbligo di raggiungere gli obiettivi
richiesti entro un determinato termine, mantenendo comunque la piena competenza dei
singoli stati circa le forme e i mezzi per raggiungerli.
- atti normativi derivati, emanati dalla Commissione, che hanno il potere di modificare gli elementi non
essenziali della formazione dell’Unione.
- atti normativi di esecuzione, volti a garantire condizioni uniformi di esecuzione di atti normativi
europei.

Circa il rapporto tra ordinamento italiano ed internazionale, ogni anno il parlamento approva una Legge di
delegazione europea, che contiene le disposizioni necessarie per dare attuazione agli Atti europei non
direttamente efficaci sul territorio nazionale.
Viene approvata annualmente anche la Legge europea, con la quale si provvede a dare esecuzione diretta
agli impegni derivanti dagli obblighi assunti in sede europea, dunque modificando o abrogando le
precedenti disposizioni statali vigenti in contrasto con l’esecuzione di tali obblighi.

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CAP.7 I PRINCIPI FONDAMENTALI

A fondamento della Costituzione ci sono: il principio liberale, il principio democratico ed il principio sociale.
Il principio liberale si afferma nell’Art.2 della Costituzione, che dichiara che “la Repubblica riconosce e
garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua
personalità”.
i Diritti inviolabili sono quelli espressamente riconosciuti tali dalla Costituzione:
- la libertà personale (art. 13),
- l’inviolabilità del domicilio (art. 14)
- la libertà e segretezza della corrispondenza (art. 15).
Ci sono molti altri diritti che fanno genericamente capo alla libertà personale, anche se nessuno di questi
viene esplicitamente sancito nel testo costituzionale, tra i quali il diritto all’obiezione di coscienza, il diritto
all’identità sessuale, il diritto al divorzio, il diritto all’aborto e il diritto alle libere relazioni omosessuali.
Il principio democratico si fonda sulla questione della valenza universale del principio liberale per tutti i
soggetti, e dunque sulla loro eguaglianza giuridica. Tale principio si afferma nell’Art. 1 della Costituzione,
che dichiara che “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro (ovvero le distinzioni di funzioni
di potere e autorità si fondano unicamente sul lavoro e non sul diritto di nascita o proprietà come in
passato). La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti stabiliti dalla
costituzione”. Tale sovranità, ovvero il potere supremo di decidere, viene espressa dal popolo attraverso il
diritto di voto e l’elezione di un’assemblea di rappresentanti, secondo i procedimenti e le limitazioni
previste dalla costituzione stessa.
Il principio sociale riprende nuovamente il principio liberale e, nello specifico, riguarda la sua attuazione
pratica nonché la sua garanzia da parte dello Stato. Tale principio, infatti, esige che i cittadini possano
godere, in condizioni di eguaglianza, di tutti i benefici della vita associata, ovvero dei diritti e dei doveri
fondamentali che ne derivano, e sottolinea l’importanza dei poteri pubblici e della loro azione moderatrice
nel garantire che tale eguaglianza sia rispettata. Tale principio si afferma nel secondo comma dell’Art. 3
della Costituzione, che dichiara che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine
economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.
Si può notare come questi tre principi fondamentali vertano tutti sul principio fondamentale di
eguaglianza tra gli uomini. Tale principio è sancito dall’Art. 3 della Costituzione, che dichiara “Tutti i
cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua,
religione, opinione politica, condizioni personali o sociali”. Dunque, si può dedurre come tale articolo abbia
l’obiettivo di porre tutta la comunità sullo stesso pieno davanti alla legge, evitando che vengano erogati
privilegi o condizioni favorevoli agli uni piuttosto che agli altri in virtù di una o più distinzioni vietate dallo
stesso. Il principio di eguaglianza, quindi, incorpora in se il principio di parità fra uomo e donna (sia per ciò
che riguarda i rapporti familiari sia per il trattamento dei due sessi nella società), il divieto di
discriminazione di minoranze etniche, linguistiche o religiose, oppure sulla base di opinioni politiche
contrastanti oppure ancora sulla base di condizioni personali sociali ed economiche ritenute svantaggiose
(es. omosessualità, transessualità, povertà, ecc).

I diritti fondamentali, enunciati e garantiti dalla stessa costituzione, si classificano in tre tipologie:
- Diritti di libertà, da cui nasce la pretesa che lo stato si astenga dall’intervenire in certi campi della
loro vita o attività.
- Diritti sociali, da cui deriva la pretesa che lo stato effettui certe prestazioni positive a beneficio dei
cittadini.
- Diritti politici, che conferiscono ai cittadini poteri specifici come il voto o la possibilità di concorrere
alle cariche pubbliche.
Tali diritti fondamentali vengono garantiti da norme e mezzi diretti ad assicurarne l’osservanza. La prima
garanzia è la loro stessa proclamazione all’interno della Costituzione, in quanto testo solenne e legge
fondamentale dello Stato (in Italia questa garanzia è ancora più forte dato che godiamo di una Costituzione
rigida, ovvero modificabile solo con un iter legislativo aggravato); un’altra garanzia, proposta dalla stessa
Costituzione, è la predisposizione di organi giurisdizionali di controllo come la Corte Costituzionale, che
può prendere decisioni solenni inerenti alla validità e all’applicabilità delle norme costituzionali in casi
specifici. Esistono inoltre altre garanzie, tra cui la riserva di legge, secondo cui solo con una legge formale è
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possibile apportare limitazioni ai diritti fondamentali, e la riserva di giurisdizione, secondo cui solo gli
organi del potere giudiziario hanno la possibilità di decidere l’applicabilità di una norma limitatrice; infatti,
l’Art. 13 della Costituzione dichiara che la libertà personale può essere limitata solo nei casi e nei modi
stabiliti dalla legge e solo su ordine di un’autorità giudiziaria.
Altre garanzie circa i diritti fondamentali sono riscontrabili sul piano internazionale: innanzitutto, nel
dicembre del 1948 fu approvata dall’Assemblea delle Nazioni Unite la Dichiarazione universale dei diritti
dell’uomo; nel 1949 fu inoltre istituito il Consiglio d’Europa (successivamente Unione Europea), che stipulò
nel 1950 a Roma la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà
fondamentali (ratificata in Italia nel 1955), e nel 1949 propose contemporaneamente l’istituzione della
Corte Europea dei diritti dell’uomo (diverso dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea, poiché affronta
un’ampia vastità di materie), mentre l’altra opera esclusivamente nell’ambito della garanzia e
dell’osservanza dei diritti fondamentali.
Altre fonti di natura internazionale particolarmente rilevanti sono la Carta dei diritti di Nizza del 2000
(riproclamata a Strasburgo nel 2007) e la Convenzione europea dei diritti del fanciullo. In particolare,
l’Italia da grande importanza all’obbligatorietà d’osservanza delle norme internazionali, sicché dall’Art. 117
comma 1 della Costituzione deriva l’incostituzionalità di qualsiasi legge le cui disposizioni siano in
contrasto con quelle di uno o più trattati internazionali di cui l’Italia fa parte.

Tuttavia, l’Art. 2 della Costituzione richiede anche l’adempimento ad alcuni “doveri inderogabili di
solidarietà politica, economica e sociale”, ovvero il dovere di difesa della Patria (Art. 52), il dovere di
concorrere alle spese pubbliche (Art. 53) e il dovere di essere fedeli alla Repubblica (art. 54).
Ci sono poi altri doveri fondamentali che non sono però esplicitati direttamente in singoli articoli, piuttosto
vengono indicati nelle disposizioni che riguardano alcuni diritti fondamentali: ad esempio, al diritto al
lavoro è collegato il dovere di svolgere al meglio delle proprie possibilità un’attività o una funzione che
concorra al progresso materiale o spirituale della società; il diritto di voto viene inteso anche come un
dovere morale e civico (Art. 48).

Tra i principi fondamentali si considera anche la condizione giuridica degli stranieri (intesi come cittadini di
paesi extra europei). Il principio generale relativo alla condizione giuridica degli stranieri è indicato
nell’Art. 10 della Costituzione, secondo cui essa deve essere stabilita dalla legge in conformità con i trattati
internazionali vigenti; tuttavia, l’art. 3 prevede l’eguaglianza anche per tutti i cittadini stranieri.
Nell’Art. 10 sono presenti due disposizioni particolari circa il diritto di asilo e l’estradizione:
- lo straniero ha diritto d’asilo sul territorio italiano secondo le condizioni stabilite dalla legge, ovvero
quando gli sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla
costituzione, anche se occorre considerare le qualità del rifugiato (identificarne l’identità, valutarne la
fedina penale, ecc);
- prevede che venga applicata l’estradizione per gli stranieri, ovvero la consegna di un individuo presente
sul territorio ad un altro strato, imputato o condannato secondo le leggi di quest’ultimo.

Infine, spicca come valore fondamentale della Repubblica il ripudio della guerra d’aggressione e il
conseguente favore verso lo sviluppo di organizzazioni internazionali che promuovano la pace.
Specificatamente, l’Art. 11 della Costituzione dichiara che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di
offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Ciò
significa, brevemente, che l’Italia ripudia la guerra offensiva, ma non l’eventuale guerra difensiva
(riconoscibile anche nel dovere fondamentale di difesa della Patria) sia essa intesa anche a favore di popoli
che subiscono atti di offesa da parte di altri stati (es. missioni di pace delle Nazioni Unite).

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CAP.8 I DIRITTI DI LIBERTA’

Il primo e più importante gruppo di diritti fondamentali è costituito dai diritti di libertà, ovvero
quei diritti che hanno per oggetto certe esplicazioni della personalità umana: disposizione del
proprio essere fisico, la scelta della professione, la libertà di professare una fede religiosa diversa
da quella predominante, la libera manifestazione del proprio pensiero, ecc. Tali diritti di libertà
sono da intendersi come assoluti, in quanto ogni cittadino è libero di poter fare qualunque cosa
non sia vietata dalla legge ed ogni provvedimento che minacci una limitazione di tali diritti,
ritenuto errato, può essere impugnato.

Il diritto di libertà personale (Art. 13 della Costituzione) comporta una serie di limitazioni previste
dalla legge e ufficializzate dagli atti emanati presso le autorità pubbliche e giudiziarie, quali la
detenzione in prigione, le perquisizioni e restrizioni coatte, il collocamento presso istituti di
correzione, l’isolamento in centri specializzati causato da ceppi di malattie infettive epidemiche,
l’obbligo di non soggiornare in alcuni comuni o province, l’obbligo di non associarsi con certe
persone, ecc.
Le garanzie della libertà personale consistono in una riserva assoluta di legge ed in una riserva
rafforzata di giurisdizione: ciò significa che solo la legge del Parlamento e gli atti normativi
equiparati ad essa possono stabilire i casi e i modi di restrizione alla libertà e solamente i giudici, in
quanto autorità giudiziarie, possono applicarla e disporre restrizioni.
Solo in casi eccezionali, previsti tassativamente dalla legge, la pubblica sicurezza i privati possono
disporre delle restrizioni alla libertà personali, dandone però immediata notizia all’autorità
giudiziaria che dovrà procederne alla convalida entro 48 ore, in caso contrario gli atti si intendono
come revocati e privi di ogni effetto.
Altre disposizioni che vanno a garantire la libertà personale sono il divieto di violenza fisica o
morale sulle persone già sottoposte a restrizioni e l’obbligo di porre dei limiti alla carcerazione
preventiva:
- divieto di violenza fisica o morale sulle persone già sottoposte a restrizioni, la disposizione
garantisce che chi si trova in condizioni di restrizione non possa essere sottoposto a torture o
tormenti morali, prevedendo pene e sanzioni per chi commette tali infrazioni;
- obbligo di porre dei limiti alla carcerazione preventiva, la custodia cautelare predisposta
dall’autorità giudiziaria per chi è indagato e/o imputato, atta a garantire che il soggetto non
possa eventualmente inquinare le prove, fuggire o commettere altri reati, può avere una
durata massima di 6 anni. In alcuni casi previsti dalla legge, le disposizioni di restrizione alla
libertà personale sono ricorribili in Cassazione e, in certe condizioni, l’imputato può richiedere
il riesame della misura coercitiva.

Connesso al diritto di libertà personale vi è il diritto di libertà di circolazione e soggiorno (Art. 16


della Costituzione). Il criterio di distinzione tra i due è il seguente: il diritto di libertà personale
garantisce i soggetti contro provvedimenti coercitivi disposti dall’autorità pubblica tendenti a
sottoporli al controllo della stessa, mentre il diritto di libertà di circolazione e soggiorno garantisce
contro provvedimenti che pongono limiti alla mobilità del soggetto sul territorio della Repubblica.
Il diritto di libertà di circolazione e soggiorno è inoltre garantito esplicitamente solo ai cittadini,
che sono liberi di muoversi lasciando il territorio e ritornandoci; per i cittadini stranieri, invece,
tale diritto può essere limitato secondo le disposizioni del legislatore. Oggetto di tale diritto però
non sono solamente la circolazione ed il soggiorno, ma anche la fissazione della residenza e del
posto di lavoro. In quanto alle garanzie di tale diritto è prevista una riserva di legge rafforzata e
relativa: rafforzata perché solo la legge può limitare tale libertà e solo per motivi di sicurezza

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generale, relativa perché partendo dal requisito della generalità si è dedotto che, circa la materia
di legiferazione, possono concorrere anche fonti subordinate come i regolamenti.

Un altro diritto importante connesso alla libertà personale è dato dal diritto di inviolabilità del
proprio domicilio, ovvero l’elemento che rende propria una persona fisica nell’ottica dello Stato.
In tal senso, il domicilio viene inteso come spazio esclusivo nel quale svolgere la propria vita al
riparo da intromissioni altrui, compresa quella pubblica, salvo secondo predisposizioni e casi
previsti dalla legge. La Costituzione dichiara quindi inviolabile il domicilio personale secondo le
garanzie previste per la tutela della libertà personale.

Una delle libertà più importanti previste nella Costituzione è la libertà di coscienza, che trova una
delle sue forme d’espressione più significative nella libertà di religione e di culto nell’Art. 19 della
Costituzione, secondo il quale tutti hanno diritto di professare liberamente la propria religione, in
qualsiasi forma individuale o associata, e di esercitarne in privato o il pubblico il culto, purché non
si tratti di riti contrari al buon costume (ovvero non contrario al comune senso del pudore e
nell’osservanza dell’ordine e della sicurezza pubblica. Sono sorte nel tempo diverse problematiche
inerenti la libertà di coscienza dal punto di vista religioso:
- Obbligo dei genitori di istruire ed educare la prole (Art. 30 Cost.), escludendo l’impiego di
coercizioni di alcun tipo nei confronti dei figli, soprattutto in termini di educazione religiosa.
- Insegnamento della religione nelle scuole, dal 1984 reso facoltativo con la revisione dei
Concordati del 1929 tra Stato e Chiesa Cattolica.
- Obbligo di giuramento di fedeltà alla Repubblica (Art. 54 Cost.), dalle cui formule testuali
sono stati rimossi tutti i riferimenti alla religione e ad elementi divini
- Obiezione di coscienza, ovvero il diritto di essere esentati dal compimento di atti contrari
alle proprie convinzioni religiose; tale diritto viene riflesso sulla condizione giuridica delle
formazioni sociali che sono istituite, per fini di culto, a rappresentare tutti i fedeli del credo cui
appartengono, e viene inoltre sottolineato con l’Art. 8 della costituzione, che pone tutte le fedi
religiosi in condizioni di eguaglianza dinanzi alla legge
- Condizione giuridica delle fedi religiose, per quanto riguarda la Chiesa Cattolica (che
ricopre un ruolo dominante tra la popolazione) la sua condizione giuridica è fissata nell’Art. 7
della Costituzione, secondo cui lo Stato e la Chiesa Cattolica sono indipendenti e sovrani, i loro
rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi e le modificazioni dei patti, accettate dalle due
parti, non richiedono procedimenti di revisione costituzionale. Tali Patti Lateranensi che
regolano i rapporti tra Stato e Chiesa furono istituiti l’11 febbraio 1929, revisionati poi nel
1984 con importanti modifiche tra cui la non obbligatorietà dell’insegnamento della religione
nelle scuole e l’introduzione del matrimonio concordatario.
Per quanto riguarda le condizioni giuridiche delle altri fedi, come previsto dall’Art. 8 sono
poste tutte in condizioni di eguaglianza; l’Art. 20, inoltre, vieta ogni limitazione legislativa o
gravami fiscali per la costituzione e l’attività di associazioni di carattere religioso.
Infine, la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 203 del 1989, ha formalmente dichiarato il
principio di laicità dello Stato Italiano, ovvero della neutralità dello stato nei confronti di tutte
le fedi (es. moralità nell’esposizione o meno del crocifisso o altri simboli religiosi nei luoghi
pubblici, ecc).

Dal diritto di libertà di coscienza deriva un altro diritto molto importante, ovvero il diritto di
libertà di manifestazione del pensiero, tutelato dall’Art. 21 della Costituzione che dichiara che
tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni
altro mezzo di diffusione. Dunque, l’oggetto fondamentale di tale diritto è la manifestazione del
pensiero, ovvero la sua comunicazione effettiva al pubblico: da un lato, tale diritto va a regolare il
pensiero stesso che ne è alla base, verificandone la veridicità o meno; dall’altro, tale diritto pone
come materia la regolamentazione dei mezzi stessi che possono essere sfruttati. In particolare, la

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Legge Gasparri (n.112 del 2004) ha modificato radicalmente l’assetto dell’ambito radiotelevisivo
italiano, precedentemente sotto il monopolio pubblico: con il nuovo sistema, il servizio pubblico è
stato affidato ad una società per azioni (Rai) che ha il canone di abbonamento annuale come
principale fonte di finanziamento e si pone sotto il controllo diretto dell’autorità pubblica, di fatto
la sua autonomia è limitata dalla commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza
sui servizi radiotelevisivi; per altri emittenti radiotelevisive private, invece, la legge ha stabilito
delle disposizioni dirette circa la formazione di posizioni di pensiero dominanti, ponendo limiti alla
diffusione dei programmi e ai ricavi e predisponendo, in casi particolari, l’accertamento circa le
fonti di finanziamento principali delle emittenti. Inoltre, è stata istituita un’autorità amministrativa
indipendente, ovvero l’autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Come per gli altri diritti, anche
la libertà di manifestazione del pensiero va incontro ad alcuni limiti, tra cui:
- Onore, ovvero il divieto di violare l’Art. 3 della Costituzione che pone i cittadini in condizioni di
eguaglianza, legittimando dunque le norme che tutelano l’ingiuria, la diffamazione, la calunnia
ecc.
- Riservatezza, ovvero la garanzia di segretezza dei cosiddetti dati sensibili, cioè dati personali
relativi all’orientamento politico, religioso, sessuale, ecc; a tutela della riservatezza vi è
un’autorità indipendente detta Garante per la protezione dei dati personali, istituita dal Codice
della Privacy (d. lgs. 196/2003).
- Segreto, ovvero la segretezza delle manifestazioni di pensieri propri attraverso mezzi di
corrispondenza privata, tutelata dall’Art. 15 della Costituzione.
- Ordine pubblico, ovvero l’obbligo di non diffondere su larga scala notizie false o tendenziose
che possono minare alla situazione di ordine e sicurezza pubblica, tra cui ad esempio la
propaganda sovversiva, l’istigazione alla rivolta, l’apologia di reato ecc.

Infine, per quanto riguarda la stampa, intesa come principale mezzo di informazione e diffusione
radiotelevisiva, l’Art. 21 dispone che la pubblicazione delle notizie può essere svolta senza
restrizioni entro i limiti posti dalla Costituzione stessa; non è dunque possibile sottoporre la
stampa ad autorizzazione da parte di autorità pubblica o a censura, e il sequestro preventivo del
materiale viene disposto solo per fatti costituenti delitto o violazione di norme dello Stato.

Dalla libertà di manifestazione di pensiero deriva inoltre la libertà di informazione, intesa come
libertà di diffondere notizie e, viceversa, di informarsi.

Dalla libertà di manifestazione di pensiero deriva la libertà e la segretezza delle comunicazioni


private, ovvero messaggi indirizzati a destinatari specifici, ritenuti inviolabili dalla legge e con la
garanzia dell’Art. 15 della Costituzione, che prevede limitazioni soltanto per casi previsti dalla
legge e sotto ordinanza di autorità giudiziaria (riserva rafforzata di giurisdizione e riserva di legge).

Altro diritto importante è la libertà di riunione, ovvero della contemporanea presenza di più
persone in luogo privato o pubblico per eventi di vario genere (ricevimenti, spettacoli, cerimonie,
funzioni religiose, cortei ecc). Tali riunioni possono svolgersi liberamente purché avvengano
pacificamente, ovvero non turbino l’ordine pubblico e non vi sia presenza di armi proprie o
improprie. Per le riunioni in luoghi privati è solitamente necessario un invito diretto, un biglietto o
consenso dell’organizzatore, mentre per le riunioni in luoghi pubblici è necessario informare
preventivamente l’autorità pubblica, ma unicamente per questioni legate all’ordine pubblico e alla
sicurezza (es. per i cortei in strada è necessario preventivamente riorganizzare il traffico stradale
ecc).

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Alla libertà di riunione segue la libertà di associazione, ovvero la libertà di unirsi ad altre persone
secondo un vincolo giuridico che obbliga a collaborare con essi, secondo determinate regole, per il
perseguimento di fini comuni. Gli elementi principali delle associazioni sono dunque la pluralità dei
soggetti coinvolti e l’elaborazione di uno statuto, ovvero dell’insieme di norme che ne regola
l’attività, i rapporti tra associati e l’organizzazione generale, ovvero la struttura. La libertà di
associazione viene garantita dall’Art. 18 della Costituzione, che dichiara che i cittadini hanno il
diritto di associarsi liberamente per fini che non sono vietati dalla legge penale.
Sono infatti previste limitazioni giuridiche per le associazioni di carattere militare, ovvero
associazioni che operano secondo un’organizzazione di stampo militare anche per l’impiego
collettivo di azioni di violenza e minaccia, e per le associazioni segrete, ovvero associazioni che
operano in condizioni di clandestinità per interferire con l’attività amministrativa di pubblici e
privati, prevedendo mezzi atti ad occultarne l’esistenza.
Infine, la libertà di associazione comporta anche la libertà stessa di non associarsi o di recedere da
un’associazione.

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CAP.9 I PRESUPPOSTI E GLI ISTITUTI DI GARANZIA DEI DIRITTI

Alle norme che definiscono i diversi diritti di libertà di cui godono i cittadini seguono altre
disposizioni (Art. 22-29 della Costituzione) che riguardano i presupposti e le garanzie dei diritti di
tutti i cittadini.
Nello specifico, l’Art. 22 dichiara che nessuno può essere privato, per motivi politici (intesi come
condotta politica del cittadino e come origine delle motivazioni del provvedimento), della capacità
giuridica, della cittadinanza e del nome. L’eventuale privazione o anche solo limitazione della
capacità giuridica di un soggetto provocherebbe una violazione della personalità, garantita
dall’Art. 2.

L’Art. 23 estende a tutte le prestazioni, personali o patrimoniali, il principio di legalità, ovvero


nessuna di queste prestazioni può essere imposta se non in base alle disposizioni della legge.
Infatti, imporre certe prestazioni in modo coatto rappresenterebbe una restrizione al principio di
libertà personale garantito dalla Costituzione stessa. Per prestazioni personali si intendono le
attività e i comportamenti, aventi contenuto positivo, che un soggetto privato è costretto a tenere
da un atto dell’autorità pubblica; tuttavia, in tal senso questi obblighi riguardano fenomeni a
norma di legge e promossi dalla Costituzione, come la difesa della collettività (art 54), il suo buon
funzionamento (art. 48) e il conseguimento di un certo livello di istruzione (art 34). Per prestazioni
patrimoniali si intendono, invece, le prestazioni in denaro imposte dallo Stato ai cittadini per
concorrere alle spese pubbliche (tributi).

Molto importante è inoltre l’Art. 24, dichiara che tutti hanno il diritto di agire in giudizio per la
tutela dei propri diritti e interessi legittimi. Tale articolo, nei commi 1 e 2, tutela il diritto d’azione,
ovvero il diritto di far valere i propri diritti e ricorrere in giudizio, e il diritto di difesa in giudizio,
ovvero il diritto di difendersi in giudizio contro chi viola i diritti legittimi. Un’importante distinzione
da fare è quella tra diritto soggettivo e interesse legittimo: il diritto soggettivo si riferisce al
potere giuridico di un soggetto di agire per la tutela di un interesse direttamente protetto da una
norma dell’ordinamento vigente; l’interesse legittimo riguarda invece una situazione di vantaggio
del soggetto nei confronti espressamente dei rapporti con la pubblica amministrazione. Tale
distinzione è importante anche per quanto riguarda i procedimenti risolutivi, in quanto i diritti
soggettivi vengono giudicati dalla giurisdizione ordinaria (Magistratura), mentre gli interessi
legittimi vengono giudicati dai TAR (Tribunali Amministrativi Regionali), che hanno inoltre una
giurisdizione esclusiva per ciò che riguarda i pubblici servizi, l’urbanistica e l’edilizia.
bene l'importanza
Per ciò che riguarda il diritto di difesa in giudizio è importante ricordare l’importante di un “giusto
processo” (Art. 111), ovvero di un processo imparziale e regolato in modo da giungere, in tempi
ragionevoli, a dichiarare la volontà effettiva della legge.
L’Art. 24 pone inoltre con due disposizioni il principio di eguaglianza sostanziale, disponendo il
gratuito patrocinio per chi non abbia i mezzi economici per sostenere un giusto processo, e
attribuisce inoltre al legislatore il compito di determinare le condizioni e i modi per la riparazione
degli errori giudiziari. Infine, la piena attuazione dei diritti di azione e di difesa in giudizio viene
estesa anche agli atti della pubblica amministrazione: come dichiara l’Art. 113, contro gli atti della
P.A. è sempre ammessa la tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi dinanzi agli
organi di giurisdizione ordinaria o amministrativa.

Le disposizioni successive, ovvero l’Art. 25, 26 e 27 concernono il diritto penale, ovvero la parte
dell’ordinamento giuridico che più può incidere sulla restrizione della libertà personale in seguito
alla commissione di reati.

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L’Art. 25 dichiara che nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in
vigore prima del fatto commesso (legalità e irretroattività delle pene) e che nessuno può essere
sottoposte a misure di sicurezza se non in casi previsti dalla legge e con ordinanza di un’autorità
giudiziaria.
L’Art. 26 va a tutelare invece l’estradizione, affermandone che essa può avvenire solo se
espressamente prevista dalle convenzioni internazionali.
L’Art. 27 sostiene invece che la responsabilità penale è sempre personale, che l’imputato non può
essere considerato colpevole, e dunque non può essere trattato come tale, prima che venga
emessa una sentenza definitiva di condanna o meno e che le pene non possono essere contrarie al
senso di umanità, ovvero non è ammessa la pena di morte, e devono tendere alla rieducazione
civica del condannato.
L’Art. 28, infine, dispone che i funzionari dello stato e degli enti pubblici sono direttamente
responsabili, secondo le leggi penali, civili e amministrative, degli atti compiuti in violazione dei
diritti; la responsabilità civile si estende anche allo Stato e agli enti pubblici.

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CAP.10 I RAPPORTI ETICO-SOCIALI

I rapporti etico-sociali disposti dalla Costituzione raggruppano quelle disposizioni facenti capo alla
famiglia (Art. 29-31), l’istruzione, l’arte e le scienze (Art. 33-34) e il diritto alla tutela della salute
(art. 32).

L’Art. 29 afferma che la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata
sul matrimonio; ciò sta a significare che la Costituzione riconosce la famiglia come una
conformazione naturale, ovvero un processo di unione tra i due coniugi che avviene
spontaneamente nella nostra cultura, con lo scopo di soddisfare il bisogno di affetto e procreare; il
matrimonio rappresenta il mezzo riconosciuto dallo Stato per riconoscere la formazione di una
nuova famiglia con l’unione di due coniugi, esso deve essere ordinato sulla eguaglianza morale e
giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare (legge
151/1975); con la precedente norma del 1942 vigeva invece il principio di supremazia del marito,
specialmente nell’esercizio della patria potestà. Dall’Art. 29 si evince tuttavia che anche le
convivenze prolungate tra persone di sesso diverso possono essere assimilate alla concezione di
famiglia.
L’Art. 30 riguarda invece la tutela dei figli e sostiene che è diritto e dovere dei genitori mantenerli,
istruirli ed educarli, anche se nati fuori dal matrimonio effettivo; in tal senso lo Stato ha il compito
di agevolare le famiglie a garantire il benessere dei figli, senza però intervenire direttamente, salvo
casi particolari previsti dalla legge come l’incapacità dei genitori o il divorzio. Anche ai figli nati
fuori dal matrimonio la Costituzione assicura ogni tutela giuridica e sociale, eliminando ogni
discriminazione di carattere patrimoniale, pur non potendo intervenire sull’accettazione
dell’individuo da parte della sua famiglia legittima senza il consenso.
Particolarmente importanti sono anche l’Art. 31 circa la tutela dell’infanzia e della gioventù, l’Art.
36 circa la tutela del salario dei lavoratori, che deve essere sufficiente ad assicurare alla famiglia
esistenza libera e dignitosa e l’Art. 37, che tutela la condizione delle donne lavoratrici e dei
minori.

Per quanto riguarda l’istruzione, il principio portante riguarda la libertà delle arti e delle scienze
ed il loro libero insegnamento. La cultura infatti, secondo il nostro ordinamento, è libera da
vincoli e trova particolare espressione negli istituti scolastici, nelle accademie e nelle Università.
L’unico vero limite imposto alla libertà di insegnamento è data dai limiti della libertà di
manifestazione del pensiero. Tuttavia, lo Stato stila periodicamente delle linee guida generale cui
tutti gli enti che operano nell’istruzione, sia pubblici che privati, devono adeguarsi.
Per quanto riguarda il diritto allo studio (Art. 34) oggi l’obbligatorietà di istruzione è pari a 10 anni
di studio, ovvero fino al biennio della scuola superiore; diritto allo studio inoltre è l’espressione
della libertà di ciascuno di poter studiare ed istruirsi secondo le proprie scelte libere, ponendo
anche garanzie di carattere sociale e previdenziale per gli studenti capaci e meritevoli che, qualora
privi di mezzi economici di sostentamento, desiderino proseguire il loro percorso di istruzione
raggiungendo anche i più alti livelli.

Infine, l’Art. 32 va a tutelare il diritto alla tutela della salute, dichiarando che la Repubblica tutela
la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, garantendo cure
gratuite agli indigenti mediate il servizio sanitario nazionale, ovvero il complesso di funzioni,
strutture, servizi e attività destinate alla promozione, mantenimento e recupero della salute psico-
fisica di tutta la popolazione, senza distinzioni individuali o sociali e secondo le modalità che
rassicurano l’eguaglianza dei cittadini. La tutela della salute non è però solamente un diritto

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individuale, ma anche un interesse della collettività: infatti, l’autorità pubblica può disporre atti e
provvedimenti tali da istituire trattamenti sanitari obbligatori (TSO), sempre secondo le modalità
previste dalla legge e nel rispetto dalla dignità umana, per soggetti che mettono in pratica atti o
comportamenti dannosi per la saluta propria e pubblica.

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CAP.11 I RAPPORTI ECONOMICI

Nel titolo III della prima parte del testo Costituzionale, concernente i rapporti economici, sono
posti alcuni principi intesi a delineare la struttura economica della società riguardo alla tutela dei
lavoratori (Art. 35-40), la proprietà e l’iniziativa economica privata (Art. 41-44) e le
problematiche economico-sociali circa la cooperazione, la partecipazione dei lavoratori alla
gestione aziendale, la tutela del risparmio e il controllo sul credito (Art. 45-47).

Circa la tutela dei lavoratori, possiamo analizzare singolarmente i diversi articoli:


Art. 35, secondo cui la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni,
promuovendo la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori e gli accordi intesi a
regolare i diritti del lavoro e riconoscendo la libertà di emigrazione e di tutela del lavoro italiano
all’estero; tale diritto può essere confrontato, rispettivamente, con gli art. 1 e 4, in quanto il lavoro
rappresenta l’elemento stesso sul quale si fonda la Repubblica e la Costituzione stessa garantisce
ai cittadini l’impegno, da parte dell’autorità pubblica, a garantire che il diritto al lavoro venga
correttamente esteso e promosso a tutti.

Art. 36, secondo cui il lavoratore ha diritto alla percezione di una retribuzione proporzionata alla
quantità e alla qualità del lavoro svolto e sufficiente a garantire a se e alla propria famiglia
condizioni di vita dignitose; tale articolo da inoltre diritto ai lavoratori al riposo settimanale e alle
ferie annuali retribuite e alla garanzia di numero di ore lavorative giornaliere prestabilito secondo
la legge

Art. 37, che tutela i diritti della donna lavoratrice equiparandoli a quelli dei lavoratori,
garantendone inoltre l’espletamento delle sue funzioni famigliari; la legge stabilisce inoltre i diritti
per i lavoratori minorenni e i limiti minimi di età per il lavoro salariato

Art. 38, secondo cui ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha
diritto al mantenimento e all’assistenza sociale, garantendo in caso di infortunio, malattia,
invalidità, vecchiaia o disoccupazione involontaria e promuovendo il diritto all’educazione e
all’avviamento professionale per gli inabili e i minorati (secondo il principio di eguaglianza)

Art. 39, che stabilisce che l’organizzazione sindacale è libera e ne determina la regolamentazione,
garantendo inoltre la possibilità, da parte delle organizzazioni sindacali intese come personalità
giuridica, di stipulare contratti collettivi di lavoro, che vanno a regolamentare e determinare
l’importo della retribuzione per tutti i lavoratori appartenenti alle categorie alle quali il contratto si
riferisce

Art. 40, che sancisce il diritto di sciopero per i lavoratori, nel rispetto e nell’osservanza delle leggi
vigenti in materia.

Per ciò che riguarda l’iniziativa economica privata, essa viene regolamentata dall’Art. 41 della
Costituzione, che dichiara l’iniziativa economica privata è libera purché non si svolga in contrasto
con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana.
Infatti, uno dei due limiti che incontra la libera iniziativa privata è dato dalla determinazione, da
parte della legge, di programmi e controlli opportuni che possono indirizzarla e coordinarla verso
finalità sociali; è importante sottolineare che questa disposizione va intesa solo come un’opera di
indirizzo e coordinamento, e non come una vera e propria pianificazione economica coercitiva. Il
secondo limite che incontra la libera iniziativa economica privata è dato dall’esigenza di tutelare la
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libera concorrenza di mercato, a difesa della quale è stata istituita l’autorità garante della
concorrenza e del mercato (1990), che opera a tutela della libera concorrenza, della correttezza
delle pratiche commerciali, dei conflitti di interesse e della pubblicità.

Connessa alla libertà di iniziativa economica privata è anche la garanzia della proprietà privata,
istituto fondamentale della nostra società tutelato dall’Art. 42 della Costituzione, che sostiene che
la proprietà privata, ovvero il diritto di disporre e di godere dei beni che ne sono oggetto, è
riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti,
allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. Ciò significa che
l’autorità pubblica deve da una parte riconoscere e tutelare la proprietà privata dei beni, dall’altra
assicurare che essa non sia un privilegio di pochi, ma possa essere accessibile a tutti i cittadini. La
legge stabilisce inoltre le norme e i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello
stato sull’eredità. Al comma 3, infine, l’articolo dispone circa l’espropriazione della proprietà
privata, che può essere attuata per motivi di interesse generale nei soli casi previsti dalla legge,
salvo indennizzo.

L’Art. 44 dichiara che la legge imponi obblighi e vincoli alla proprietà privata terriera, fissando
limiti di estensione secondo le regioni e le zone agrarie, promuovendo la bonifica delle terre e la
trasformazione del latifondo; in tal senso, una materia fortemente connessa alla proprietà privata
è la tutela del paesaggio, ovvero la tutela di quel bene immateriale unitario che viene
rappresentato dalle bellezze naturali e panoramiche che vengono tutelate dall’Art. 9 della
Costituzione, a tutela del paesaggio e il patrimonio storico ed artistico della nazione – occorre
quindi imporre il rispetto dei limiti imposti dalla legge, circa l’estensione della proprietà privata, in
modo da garantire e preservare la bellezza e l’interezza del paesaggio nazionale, con particolare
attenzione alle zone montane e rurali.

Infine, altre disposizioni costituzionali circa l’assetto socio-economico dello Stato sono date da:
Art. 43, che dispone che certe categorie di imprese, ovvero quelle che si riferiscono a servizi
pubblici essenziali, a fonti di energia o situazioni di monopolio e posseggano un carattere di
preminente interesse generale, possono essere riservate originariamente o trasferite, mediante
espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o utenti; si
tratta della cosiddetta collettivizzazione e nazionalizzazione delle imprese (es. ENI)

Art. 45, che tutela e promuove, da parte dello Stato, l’artigianato e la funzione sociale della
cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata

Art. 46, che tutela il diritto dei lavoratori a collaborare, secondo le modalità e i vincoli previsti dalla
legge, alla gestione delle aziende, per finalità legate all’elevazione socio-professionale e alle
esigenze di produzione

Art. 47, che tutela il risparmio in tutte le sue forme, disciplinando l’esercizio del credito e
favorendo il diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del paese.

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CAP.12 I RAPPORTI POLITICI

Il titolo IV della prima parte del testo della Costituzione, dedicato ai rapporti politici, si divide in
due parti:
- La prima parte sancisce i diritti per mezzo dei quali i cittadini influiscono sulla formazione
dello volontà dello Stato, in osservanza della sovranità del popolo prevista dall’art. 1, quali il
diritto al voto (Art. 48), il diritto di associazione in partiti politici (Art. 49), il diritto di petizione
(art 50) ed il diritto di accesso ai pubblici uffici (Art. 51)
- La seconda parte sancisce, in osservanza delle disposizioni dell’art. 2, l’obbligatorietà di
adempire ai doveri fondamentali, ovvero la difesa della Patria (Art. 52), la concorrenza alle
spese pubbliche (Art. 53) e la fedeltà alla Repubblica e l’osservanza della costituzione e delle
leggi (Art. 54).

Analizzando singolarmente ognuno di questi articoli

Il voto è un atto di scelta, che può avere come oggetto la preposizione di una o più persone ad una
carica pubblica o l’approvazione di un atto legislativo, mediante il referendum. Il voto in quanto
tale, inteso come atto reale e volontario, va distinto dal diritto di voto, ovvero il diritto di poter
compiere quell’atto. Secondo l’ Art. 48, che tutela tale diritto, sono elettori tutti i cittadini, sia
uomini che donne e compresi gli italiani residenti all’estero, che hanno compiuto 18 e che
possono godere dei diritti politici, tra cui il voto, salvo limitazioni previste dal legislatore per
incapacità civile, effetto di sentenza penale irrevocabile o indegnità civile.
Per garantire che il voto sia genuino ed espresso in condizioni di eguaglianza, la Costituzione esige
che sia personale ed eguale, libero e segreto:
- voto personale si intende che deve necessariamente essere espresso dalla persona fisica, salvo
alcuni casi previsti dalla legge dove è possibile delegare una persona di fiducia (es. infermità
fisica);
- voto eguale si intende il pari valore attribuito ai singoli voti, senza quindi porre questioni di
superiorità, nonché l’impossibilità del voto plurimo (verso più persone) o multiplo (in più
seggi);
- voto libero e segreto si intende la massima libertà e riservatezza di voto, tutelate dai principi
fondamentali della costituzione.
Per concludere, il diritto di voto viene spesso esteso anche a “dovere civico”, ovvero un dovere
morale cui dovrebbero attenersi tutti i cittadini, anche se, di fatto, non esiste alcuna sanzione per
chi decida liberamente di non esercitare il proprio diritto al voto.

Per quanto invece riguarda il diritto di associazione in partiti politici, tutelato dall’ Art. 49, la
Costituzione sancisce che tale diritto viene attribuito egualmente a tutti i cittadini per concorrere
con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Il ruolo dei partiti politici è molto
importante della nostra società, poiché rappresentano il principale mezzo mediante il quale si
sostiene il regime democratico e si permette ai cittadini di intervenire nella vita politica in maniera
ancora più attiva.
L’associazione in partiti politici, come detto, è libera e va incontro sostanzialmente ad un solo
limite sancito dalle XII disposizione finale della Costituzione, che vieta la riorganizzazione in
qualsiasi forma del disciolto partito fascista; un ulteriore limite, seppur relativo a specificate
categorie di persone, è dato dall’Art. 98 della Costituzione, secondo cui si possono stabilire
limitazioni al diritto di iscriversi ai partiti politici per i magistrati, i militari in carriera di servizio, i
funzionari e agenti di polizia e i rappresentanti diplomatici all’estero.
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Per quanto riguarda la concorrenza con metodo democratico alla determinazione della politica
nazionale, bisogna fare riferimento al comportamento dei partiti sia per quanto riguarda il loro
agire pubblico, sia per quanto riguarda la loro conformazione e statuto interno: il principio
democratico, infatti, deve essere manifestato sia nelle relazioni esterne sia in quelle interne.
L’autorità pubblica può inoltre disporre delle forme di controllo sulla vita dei partiti, in particolare
in riferimento al finanziamento pubblico, ovvero la ricezione di finanziamenti da parte di donazioni
spontanee dei cittadini (il 2x1000 sul reddito); inoltre, il rimborso pubblico ai partiti previsto dalla
Legge 157 del 1999 (con modifica con la Legge 156 del 2002) è stato progressivamente
ridimensionato, prevedendo la sua definitiva soppressione nel corso del 2017 (cfr. d.l. 149/2013).

Per quanto riguarda il resto delle disposizioni del titolo IV:


Art. 50, che garantisce a tutti i cittadini il diritto di richiedere petizioni alle Camere per proporre
provvedimenti legislativi o rendere note necessità comuni

Art. 51, che da diritto a tutti i cittadini, di ambo i sessi ed in condizioni di estrema eguaglianza
(promozione delle pari opportunità), di poter accedere agli uffici pubblici e alle cariche pubbliche
elettive, secondo i requisiti previsti dalla legge

Art. 52, che sancisce la sacralità del dovere di difendere la Patria e l’obbligatorietà del servizio
militare di leva (reso facoltativo solo a livello professionale con la legge 215 del 2001); tuttavia, in
caso di guerra e in mancanza di forze militari sufficienti (in accordo con l’art. 78 della cost.), lo
Stato può arruolare in modo obbligatorio secondo le condizioni e i limiti previsti

Art. 53, che sancisce il dovere di concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità
contributiva, secondo criteri di progressività prestabiliti

Art. 54, che sancisce l’obbligo per tutti i cittadini di essere fedeli alla repubblica, alla sua
costituzione e alle leggi, adempiendo con onore e disciplina alle funzioni pubbliche.


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CAP.13 ELEZIONI E REFERENDUM

Il corpo elettorale, ovvero l’insieme di individui dotati della cittadinanza e del diritto di elettorato
attivo, costituisce uno degli elementi principali per il funzionamento del nostro regime
democratico e per l’attuazione della sovranità popolare. Esso è costituito anche dai cittadini
residenti all’estero, ai quali, in seguito alle modifiche apportate all’Art. 48 della Cost. con la Legge
Cost. 1/2000, è stato consentito di votare tramite corrispondenza; inoltre, per le elezioni delle
assemblee parlamentari i cittadini residenti all’estero sono accorpati in un’apposita circoscrizione
elettorale, appunto la circoscrizione estero, cui è assegnato un certo numero di seggi stabilito dagli
Art. 56 e 57 della Cost. (con modifica con la Legge Cost. 1/2001), rispettivamente 12 alla Camera
e 6 al Senato.
Al corpo elettorale viene attribuita quindi l’essenziale funzione di eleggere i titolari delle due
assemblee parlamentari ai quali è conferita la rappresentanza della nazione (Art. 67 Cost.); inoltre,
il corpo elettorale nella sua interezza è anche responsabile per l’elezione dei rappresentanti
italiani al Parlamento europeo.
Considerando il decentramento amministrativo previsto dal nostro ordinamento (Art. 5 Cost.), il
corpo elettorale (frazionato in funzione della competenza territoriale) ha il compito di eleggere i
rappresentanti per le autonomie locali (regioni, province e comuni) – il diritto di voto per le
autonomie locali spetta anche agli stranieri che sono residenti in Italia (secondo l’art. 9 del TUE).
L’esercizio della sovranità popolare, oltre che con il voto elettivo, può manifestarsi anche con altri
mezzi, quali:
- Referendum, ovvero appelli posti al corpo elettorale (qui detto corpo referendario)
affinché si pronunci sulla decisione in merito a singole questioni (senza intervento dei
rappresentanti parlamentari). Possono essere:
 costituzionali, se si interviene sul processo di formazione di leggi di rango
costituzionale,
 abrogativi, se si interviene per l’abrogazione totale o parziale di una legge già vigente;
 regionali, se si interviene per atti di competenza delle regioni;
 territoriali, se si interviene per provvedimenti di modifica delle circoscrizioni degli enti
territoriali.
- Iniziativa popolare, ovvero la manifestazione di democrazia diretta mediante la richiesta
(previa la firma e autorizzazione di 500.000 elettori) di proposte referendarie o legislative;
tale strumento consente al popolo di concorrere, egualmente con i poteri dello Stato, alla
formazioni finale della volontà statuale

Per quanto riguarda la disciplina delle campagne elettorali e referendarie, ovvero l’insieme di
attività rivolte ad informare preventivamente i cittadini circa l’oggetto sul quale intervenire e i
possibili esiti del voto, nella Costituzione non vi sono disposizioni esplicite, all’infuori del principio
di eguaglianza; è dunque compito della Repubblica e di tutti gli enti rappresentanti dell’autorità
pubblica garantire la libertà e l’equità delle attività informative legate a ciò. In tal senso,
particolarmente importante è la definizione di appositi limiti e condizioni circa l’attività
propagandistica che si svolge tra l’indizione delle consultazioni popolari ed il loro svolgimento,
con particolare riferimento alla par condicio, ovvero la parità di condizioni e di opportunità per
tutte le forze politiche, soprattutto in merito all’utilizzo di mezzi di comunicazione di massa
particolarmente influenti come la radiotelevisione e la stampa, la cui attività viene monitorata da
apposite autorità per le garanzie (per i privati) e da una commissione parlamentare per il servizio
mediatico su concessione pubblica.

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Oggetto di regolamentazione, inoltre, sono i contenuti propagandistici e pubblicitari, i sondaggi,


l’attività informativa e mediatrice delle amministrazioni pubbliche e i finanziamenti per le spese
sostenute dai candidati, dai partiti e dai movimenti impegnati nella campagna elettorale.

Per quanto riguarda i sistemi elettorali, possiamo distinguere due principi:


 Proporzionalistico, secondo cui il sistema elettorale è congegnato in modo che le forze
politiche siano rappresentate in Parlamento in maniera proporzionale alla forza numerica che
rappresentano nel corpo elettorale.
 Maggioritario, che invece attribuisce la rappresentanza alle forze che hanno ottenuto la
maggioranza nei singoli collegi; ciò, tuttavia, non escluda una rappresentanza parlamentare
minima per le forze d’opposizione.
Analizzando i due principi, si può subito intuire come il proporzionalistico punta principalmente su
un criterio di giustizia ed equità astratta, che si traduce però in una serie di difficoltà talvolta
complesse nel riuscire a formare una maggioranza parlamentare stabile, intaccando la
governabilità del Paese. Il maggioritario, invece, fa leva soprattutto sulla possibilità di ovviare a ciò
stabilendo delle maggioranze stabili e coese, capaci di gestire la governabilità nazionale e
perdurare per tutta la legislazione.
In ogni caso, per gli inconvenienti di uno e dell’altro principio sono state introdotte alcune
soluzioni:
 per il principio proporzionali stico vengono istituite:
- clausole di sbarramento (ovvero delle quote, in percentuale, che se superate garantiscono
alle singole forze politiche di ottenere dei seggi di rappresentanza)
- premio di maggioranza (ovvero viene attribuito un numero di seggi bonus alla forza politica
che ha ottenuto la maggioranza dei voti).
 per il principio maggioritario:
- diritto di tribuna viene generalmente stabilita una percentuale di seggi per le minoranze
politiche in base ad attribuzione standardizzate o secondo quote proporzionali.
- plurality, vince il seggio il candidato che ha ottenuto più voti rispetto ai concorrenti.
- majority, vince il seggio il candidato che ha ottenuto la maggioranza assoluta, ovvero la
metà+1 dei voti validi espressi.

Nello specifico, in Italia prevalse il sistema elettorale proporzionale fino al 1993, adottato da
entrambe le Camere sin dal 1948; tuttavia, con il Referendum sulla Legge elettorale del Senato del
18 aprile 1993 e l’approvazione delle leggi 276 e 277 dello stesso anno (successivamente integrate
nel d.lgs. 533/1993) fu introdotto il sistema maggioritario in entrambe le camere che prevedeva il
principio di plurality per il 75% dei seggi complessivi, mentre per il restante 25% fu prescritto il
ricorso al proporzionale tra le liste concorrenti.
Tuttavia, con la Legge 270/2005 si è tornati al sistema proporzionale a liste concorrenti senza voto
di preferenza, corretto però con il premio di maggioranza e con le soglie di sbarramento; in ogni
caso. La sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale ha sostenuto che da un lato il premio di
maggioranza è costituzionalmente illegittimo in quanto attribuito senza ragionevole soglia di voti
minimi, dall’altro che le leggi predette sono da ritenersi illegittime se non consentono all’elettore
di esprimere una preferenza.
In entrambe le assemblee parlamentari vi è la presenza di seggi (12 alla Camera e 6 al Senato)
riservati alla circoscrizione estero ed attribuiti con un sistema proporzionale a liste concorrenti per
le quali votano soltanto i cittadini italiani residenti all’estero.
Circa tutti gli altri seggi restanti (618 alla Camera e 309 al Senato) il territorio nazionale viene
ripartito in circoscrizioni elettorali alle quali viene attribuito un determinato numero di seggi:
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- per l’elezione della Camera la ripartizione avviene dividendo per 618 il numero di tutti gli
abitanti della Repubblica e distribuendo i seggi tra le circoscrizioni in proporzione alla
rispettiva popolazione;
- per l’elezione del senato, i 309 seggi vengono ripartiti fra le regioni in ragione della rispettiva
popolazione ed in modo che ciascuna regione abbia almeno 7 senatori, fatta eccezione per
Valle d’Aosta che ne ha 1 e il Molise che ne ha 2.
Per l’attribuzione di tali seggi valgono alcuni principi comuni, tra cui: presenza di clausole di
sbarramento, voto di preferenza, obbligo per i partiti di presentare i loro programmi presso il
Ministero dell’Interno ed indicarne la persona prescelta come capo e l’attribuzione di premi di
maggioranza.
Tuttavia, è stata recentemente emanata una nuova Legge per la Camera (1 luglio 2016), che
prevede la suddivisione del territorio nazionale in 20 circoscrizioni elettorali, corrispondenti alle
regioni, suddivise a loro volta in complessivi 100 collegi plurinominali, in modo che a ciascun
collegio sia assegnato un numero limitato di seggi (3-9), fatta eccezione per Valle d’Aosta e
Trentino dove sono istituti collegi uninominali. Alla lista che raggiunge il 40% dei voti su base
elettorale sono attribuiti 340 seggi, in caso contrario si va ad un ballottaggio tra le due forze
politiche che hanno ottenuto più voti, prevedendo clausole di sbarramento al 3%.

Per ciò che riguarda il sistema elettorale per il Parlamento Europeo, la metodologia è piuttosto
simile a quella vista per le assemblee parlamentari. Il sistema impiegato è quello proporzionale e
viene corretto da soglie di sbarramento e in base alla legge 10/2009.
Il territorio è suddiviso in 5 grandi circoscrizioni elettorali (nord occidentale, nord orientale,
centrale, meridionale, insulare), fra cui sono ripartiti, in proporzione alla popolazione residente, gli
87 seggi spettanti all’Italia al parlamento europeo.

Per quanto invece riguarda il sistema elettorale relativo ai consigli regionali, esso è regolato in
modo diverso tra le Regioni ad Autonomia ordinaria e quelle ad Autonomia Speciale: le regioni con
autonomia speciale, infatti, possono disporre leggi elettorali proprie mediante leggi regionali,
mentre le regioni con autonomia ordinaria hanno solamente un’autonomia legislativa parziale, in
tal senso sancita dalla Legge cost. 1/1999.
Il sistema elettorale dei consigli regionali è un complesso sistema prevalentemente proporzionale
(80% dei membri del consiglio), con clausola di sbarramento e corretto in senso maggioritario per
il restante 20%; il fine è quello di ottenere una maggioranza consiliare coerente con quella che
occorre per l’elezione del Presidente della Giunta che viene contemporaneamente eletto con il
medesimo procedimento elettorale.
Ogni regione, infatti, viene suddivisa in collegi elettorali provinciali, tra i quali sono ripartiti l’80%
dei seggi attribuiti al consiglio secondo il principio proporzionalistico; è inoltre prevista una
clausola di sbarramento pari al 3% della totalità dei voti espressi a livello provinciale; oppure al 5%
a livello regionale. Il restante 20% dei seggi viene attribuito, con principio maggioritario, alla lista
più votata a livello regionale, in modo da garantirle il raggiungimento del 55-60% dei seggi del
consiglio e costruire una maggioranza coesa.

Per quanto invece riguarda il sistema elettorale di comuni, province e città metropolitane, esso è
stato radicalmente modificato nel tempo a partire dal 1993 in poi, correggendo l’applicazione del
principio proporzionale sia con l’introduzione del premio di maggioranza sia con l’introduzione
della clausola di sbarramento.

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Per quanto riguarda i comuni, il sistema muta a seconda della sua grandezza:
- Se il comune conta meno di 15.000 abitanti, i due terzi dei seggi del consiglio comunale sono
assegnati alla lista di candidati alla carica di consiglieri che ha ottenuto più voti rispetto alle
liste concorrenti, e conseguentemente viene eletto sindaco il candidato collegato a tale lista
- Se il comune conta più di 15.000 abitanti il meccanismo è molto diverso e articolato, in quanto
viene dichiarato sindaco (collegato ad una o più liste) chi ottiene la maggioranza assoluta dei
voti; in caso contrario, si va al ballottaggio tra i due candidati più votati nella seconda
domenica successiva alle elezioni, prevedendo la nomina a sindaco del vincitore, con forte
premio di maggioranza e prevedendo clausole di sbarramento al 3%.

Per quanto riguarda le province, la legge 56 del 2014 ha sostituito la diretta elettività degli organi
da parte dei cittadini residenti con un sistema elettivo di secondo grado: il presidente di provincia
viene infatti eletto tra e dai sindaci della provincia medesima, considerando il voto ponderato
(ovvero il valore di ciascun voto varia in funzione dell’ampiezza numerica della popolazione del
comune di riferimento); anche il consiglio provinciale viene eletto allo stesso modo, riunendo i
sindaci e i consiglieri comunali.
Per quanto riguarda invece la città metropolitana, vale il medesimo principio elettorale dei
consigli provinciali, considerando anche qui il voto ponderato.

Per quanto riguarda i referendum, ovvero appelli posti al corpo elettorale (qui detto corpo
referendario) affinché si pronunci sulla decisione in merito a singole questioni (senza intervento
dei rappresentanti parlamentari), essi rappresentano una delle forme giuridicamente più rilevanti
della democrazia diretta previste dalla Costituzione. Tra le forme di referendum vi sono:
- Costituzionale, che pone al corpo referendario delibere circa atti di revisione o modifica del
testo costituzionale vigente, previo controllo della richiesta di referendum da parte dell’ufficio
centrale predisposto presso la corte di cassazione che ne verifica la conformità alle altre
norme costituzionali e alla legge 352/1970.
Nei referendum costituzionali non è prevista la presenza di un quorum alle urne, ovvero non è
necessario che, per essere valida, la votazione debba richiedere anche la partecipazione della
maggioranza degli aventi diritto al voto (50% + 1); il Presidente della Repubblica, dopo aver
appreso l’esito delle urne, procede alla promulgazione o meno della legge di rango
costituzionale, con successiva pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale
- Abrogativo, che pone al corpo referendario delibere circa atti di abrogazione, totale o parziale,
di atti aventi forza di legge, previo controllo e approvazione della richiesta da parte dell’ufficio
centrale predisposto dalla Corte di Cassazione e giudizio di ammissibilità emanato dalla corte
costituzionale (secondo la legge cost. 1/1953); per tale tipologia di referendum è necessario
raggiungere un quorum alle urne (secondo l’Art. 75 Cost.) e, qualora la proposta abrogativa
venisse respinta dalla maggioranza dei votanti, non potrà essere riproposta nei 5 anni
successivi, altrimenti il Presidente della Repubblica, con decreto ufficiale, dichiara l’avvenuta
abrogazione. Tuttavia, un’importante sentenza della corte costituzionale (sent. 68/1978) ha
dichiarato che se il parlamento agisce in frode alla costituzione abrogando la legge oggetto del
quesito referendario (formulato dall’ufficio centrale per effetto della legge 173/1995) solo al
fine di evitare lo svolgimento del referendum, e contemporaneamente la sostituisce con una
nuova normativa di tenore simile, l’ufficio stesso può disporre che la consultazione
referendaria si effettui sulla legge sostitutiva.
- Referendum regionali e territoriali, che pongono al corpo referendario (frazionato su base
territoriale) delibere circa atti legati all’amministrazione regionale oppure circa questioni di
redifinizione delle circoscrizioni territoriali.

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CAP.14 IL PARLAMENTO

Il principio portante del nostro parlamento è il bicameralismo (Art. 55 Cost.), ovvero è dotato di
due assemblee distinte, definite Camera dei Deputati e Senato della Repubblica. Il nostro
bicameralismo viene definito paritario e perfetto, in quanto entrambe le camere sono elette
direttamente dai cittadini (a rappresentanza dunque della sovranità popolare) e hanno pari poteri.
In particolare, il potere principale del Parlamento è quello legislativo, ovvero legato alla
formulazione e alla promulgazione delle leggi. Il Parlamento è anche l’organo dotato del potere di
revisione costituzionale, nonché di controllo e indirizzo della politica nazionale e dell’operato
dell’autorità pubblica.
Nell’esercizio del potere legislativo le due camere operano separatamente e
contemporaneamente, ovvero operano come due organi distinti dello Stato ma in tempi
relativamente contemporanei tra loro; tuttavia, il parlamento, secondo alcuni casi specifici previsti
dalla legge, può riunirsi in seduta comune per l’esercizio di talune funzioni.

L’unica sostanziale differenza tra le due Camere consiste nella sua formazione ed elezione:
 punto di vista numerico:
- la Camera è composta da 630 deputati,
- il Senato è composto da 315 senatori.
 l’elettività delle due assemblee:
- alla Camera possono candidarsi i cittadini che hanno compiuto 25 anni e possono votare
tutti gli aventi diritto al voto,
- al Senato possono candidarsi i cittadini che hanno compiuto 40 anni e possono votare gli
aventi diritto al voto che hanno compiuto già 25 anni.

Vi è, tuttavia, una piccola porzione del Senato composta dai cosiddetti senatori a vita (ex
Presidenti della Repubblica in vita e da un massimo di 5 rappresentanti del popolo scelti tra
personalità illustri del mondo della scienza, letteratura, arte ecc.)
Il Senato viene eletto su base regionale, garantendo una rappresentanza di almeno 7 senatori per
ogni regione, a parte Molise e Valle d’Aosta.

La Costituzione indica due soli limiti per essere eletti membri del Parlamento:
- Ineleggibilità, legata a situazioni o qualità che escludono a priori l’elezione, ad esempio i limiti
di età precedentemente indicati oppure l’incandidabilità a seguito di condanne definitive per
determinati reati.
- Incompatibilità, legata all’esercizio contemporaneo di due funzioni pubbliche inconciliabili
predisposte dalla stessa Costituzione; ad esempio, la carica di deputato è incompatibile con
quella di senatore e viceversa (Art. 65), il Presidente della Repubblica in carica non può essere
un parlamentare (Art. 84), un membro del Consiglio superiore delle Magistratura non può
essere un parlamentare (Art. 104)

L’indipendenza degli organi costituzionali si manifesta in modo particolarmente rilevante per le


Camere, mediante norme che tutelano direttamente ed indirettamente, tramite immunità, privilegi
e prerogative attribuite ai membri delle assemblee parlamentari. Tra queste caratteristiche
ritroviamo:
- Potestà regolamentare, l’ Art. 64 della Cost. stabilisce che ogni camera adotta il proprio
regolamento a maggioranza assoluta dei suoi componenti; a tali regolamenti interni spetta
determinare le modalità di approvazione dei disegni di legge, i procedimenti abbreviati e altre
attività spettanti all’assemblea.
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- Verifica dei poteri, ovvero a ciascuna camera spetta la funzione, mediante giunte specifiche, di
verificare che i propri componenti abbiano le qualità necessarie per farne parte.
- Autonomia finanziaria, ovvero ciascuna camera delibera autonomamente il proprio bilancio e
gestisce i propri fondi, assumendo personale per la propria struttura finanziaria e burocratica e
giudicando le controversie che possono sorgere tra i dipendenti e la camera stessa
(autodichia).
- Immunità della sede, ovvero appartengono a ciascuna assemblea, per mezzo del Presidente, i
poteri occorrenti per il mantenimento dell’ordine ed è fatto divieto alla forza pubblica di
entrare nell’aula senza ordine del presidente.
- Tutela penale, ovvero la legge punisce chiunque comprometta o vilipenda il libero esercizio
delle funzioni spettanti a ciascuna camera.
- Immunità parlamentari, secondo l’ Art. 68 i membri del Parlamento non possono essere
chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle proprie funzioni
tale immunità, secondo la corte costituzionale, si estende a tutte le attività dei parlamentari
collegate da un nesso funzionale con quelle menzionate espressamente nell’ Art. 68. Distinta
dall’immunità è l’inviolabilità, che tutela la libertà personale dei parlamentari – infatti, lo
stesso Art. 68 dispone che nessun membro del Parlamento può essere arrestato o mantenuto
in detenzione, né sottoposto a perquisizione personale o domiciliare o ad intercettazioni in
qualsiasi forma senza l’autorizzazione della sua Camera di appartenenza, salvo che in
esecuzione di sentenze irrevocabili o di flagranza di reato; la richiesta di autorizzazione per
esaminare tali casi viene affidata a delle giunte predisposte per ciascuna Camera, le cui
proposte devono essere successivamente approvate a maggioranza dall’assemblea di
riferimento riunita.
- Divieto di mandato imperativo, secondo l’ Art. 67 ogni membro del Parlamento rappresenta la
nazione senza vincolo di mandato, vale a dire che gli elettori non hanno diritto di revocare la
sua nomina, né tantomeno che il parlamentare possa mostrare indifferenza verso gli impegni
del proprio partito di appartenenza.
- Indennità, secondo l’ Art. 69 i Parlamentari hanno diritto a percepire un’indennità stabilita
dalla legge per l’espletamento delle loro funzioni (tra cui rimborsi spese e benefici di natura
economica).

Per quanto riguarda la composizione interna delle due Camere:


- Presidenti, eletti dalle rispettive assemblee secondo le disposizioni stabilite dai
regolamenti interni; tra le funzioni presidenziali vanno ricordate il potere di convocare
l’assemblea (Art. 62), essere consultati dal Presidente della Repubblica prima dello
scioglimento di una o entrambe le camere (Art. 88), il potere del Presidente della
Camera di convocare e presiedere il Parlamento in seduta comune, il potere del
presidente del senato di sostituire il presidente della repubblica, quando quest’ultimo
sia impedito nell’esercizio delle sue funzioni (Art. 86).
- Gruppi parlamentari, ovvero formazioni di parlamentari di tendenze politiche affini e,
dunque, facenti parte dello stesso partito o coalizione; sono vincolati dalla cosiddetta
disciplina di gruppo, ovvero devono attuare le deliberazioni di quest’ultimo.
- Commissioni parlamentari, ovvero formazioni composte da alcuni parlamentari
designati dai singoli gruppi che hanno la funzione principale di esaminare i disegni di
legge prima che questi vengano proposti all’attenzione dell’assemblea riunita per la
deliberazione.
- Commissione bicamerale per le questioni regionali (Art. 126 Cost.).

L’attività del parlamento è retta dal cosiddetto principio di continuità: ciò significa, infatti, che le
Camere una volte elette rimangono in funzione fino al loro scioglimento, rimanendo tuttavia
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attive (prorogatio), con poteri ridotti, fino alla riunione ufficiale delle nuove camere, per questioni
di natura prevalentemente straordinaria e urgente come la conversione dei decreti legge in leggi
ordinarie dello stato, la ratifica di trattati internazionali o l’approvazione del bilancio.
Solo in casi eccezionali, ad esempio in caso di dichiarazioni di guerra, le camere possono ottenere
una vera e propria legge di proroga che garantisce al Parlamento pieni poteri fino al nuovo
termine indicato dalla proroga.

Quanto alla formazione della volontà delle camere, l’ Art. 64 stabilisce che le deliberazioni delle
assemblee sono ritenute valide solo se vi partecipa il numero legale, ovvero la maggioranza dei
componenti dell’assemblea. Nonostante le sedute delle assemblee parlamentari sono pubbliche
(salvo precisa disposizione che deliberi la riunione segreta, prevista dallo stesso articolo), il voto
dei parlamentari è quasi sempre segreto, salvo se l’oggetto in questione riguarda la fiducia al
governo, prevedendo il voto palese (Art. 94).

L’ Art. 70 della Costituzione dichiara che la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle
due Camere e ne regola il procedimento, che comporta tre fasi:
1. Iniziativa, ovvero il potere di presentare progetti di legge (detti Disegni di legge) alla
presidenza di una delle due Camere affinché il Parlamento deliberi; l’ Art. 71 stabilisce che
l’iniziativa spetta al Governo, ad un parlamentare, al popolo (50.000 elettori), ai consigli
regionali, al CNEL e ad altri enti preposti (es. comuni e province)
L’iniziativa governativa rappresenta la traduzione legislativa del proprio programma politico,
ed essa deve essere approvata dal Consiglio dei Ministri e autorizzata dal Presidente della
Repubblica.
2. Istruttoria, ovvero l’esame del disegno di legge da parte delle Commissioni Parlamentari, che
si conclude con una relazione finale che ne propone l’accoglimento presso le assemblee
parlamentari o la sua reiezione, oppure possono essere proposti emendamenti o rettifiche al
testo.
3. Deliberante, ovvero la discussione del disegno di legge presso le assemblee parlamentari, che
si distingue in:
- discussione generale circa la proposta legislativa possibilità di proporre la questione
pregiudiziale o sospensiva,
- discussione articolo per articolo possibilità di proporre emendamenti o rettifiche
- discussione finale approvazione o reiezione del disegno di legge con il testo di legge
aggiornato con gli eventuali emendamenti.

Oltre al procedimento legislativo ordinario possiamo riconoscere ulteriori procedimenti legislativi:


- Abbreviato, applicabile ai Disegni di Legge dichiarati urgenti e comporta la riduzione dei
termini previsti per l’intero procedimento.
- Decentrato, secondo sui la discussione e l’approvazione del disegno di legge avviene
direttamente in commissione, ovvero in sede deliberante; tuttavia, la commissione deve
essere in tal senso costituita in modo da rappresentare la proporzione giusta dei gruppi
parlamentari e tale procedimento non può essere adottato se si tratta di leggi di materia
costituzionale, delegazione legislativa, ratifica di trattati internazionali, approvazioni di bilancio
o conversione dei decreti legge

Circa le leggi di revisione costituzionale, l’ Art. 138 cost. stabilisce che:


- deliberate e approvate due volte da ciascuna camera
- tra la prima e la seconda deliberazione deve decorrere un intervallo non inferiore a 3 mesi,
- alla seconda deliberazione l’approvazione deve essere presa a maggioranza assoluta.

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Circa l’approvazione dei bilanci annuali, l’ Art. 81 Cost. stabilisce che le camere devono approvare
annualmente i bilanci ed il rendiconto consuntivo presentati dal governo.
L’approvazione dei bilanci annuali presenta delle caratteristiche:
- la partecipazioni di tutte le commissioni permanenti (oltre a quella designata per
l’approvazione del bilancio),
- l’impossibilità di alterare i caratteri della manovra predisposta dal governo
- la tempestività nell’approvazione della manovra (entro il 31 dicembre).
Il procedimento di approvazione del bilancio è stato, tuttavia, alterato, in quanto dei 3 principi
portanti (approvazione annuale, indicazione dei mezzi per far fronte ed il divieto di stabilire nuovi
tributi e spese con la legge di approvazione di bilancio) l’ultimo è stato modificato mediante
l’introduzione della cosiddetta Legge di stabilità, ovvero una legge che precede l’approvazione del
bilancio preventivo annuale e che stabilisce il saldo netto da finanziare, ovvero il disavanzo
pubblico tra spese e entrate.
A partire dal 2016, la Legge di bilancio assorbirà direttamente il contenuto della legge di stabilità.
La manovra finanziaria comprende:
- documenti di economia e finanza (programmi finanziari per il triennio successivo e deve essere
approvato dalle camere;
- legge di stabilità e approvazione del bilancio annuale preventivo (va presentato entro il 15
Ottobre di ogni anno);
- procedimenti legislativi collegati;
- legge di assestamento del bilancio
- il rendiconto generale dello stato.
Infine, circa il procedimento legislativo dei Decreti Legge, l’ Art. 77 Cost. condiziona i poteri del
governo e gli permette di emanare atti aventi forza di legge se se ne accerta l’urgenza e la
straordinarietà.

Come detto, il Parlamento svolge anche importanti funzioni di indirizzo politico, ovvero di
direzione dello Stato, e funzioni di controllo e ispezione.
La funzione di indirizzo viene espletata mediante le mozioni (ad esempio fiducia/sfiducia al
Governo) che hanno lo scopo di promuovere una deliberazione dell’Assemblea, risoluzioni e ordini
del giorno; la funzione di controllo riguarda essenzialmente l’aspetto economico finanziario e
consiste nell’approvazione di un rendiconto generale dello stato e di atti della corte dei conti.
La funzione ispettiva viene espletata mediante specifiche commissioni d’inchiesta predisposte
dalle due Camere, che hanno il compito di vigilare sull’operato dell’autorità pubblica e disporre,
eventualmente provvedimenti finalizzati all’indagine con gli stessi poteri e limiti della normale
autorità giudiziaria; tali inchieste si distinguono in:
- legislative, se hanno per oggetto la raccolta di informazioni per l’emanazione delle leggi,
- politiche se l’oggetto consiste nell’osservazione sull’opera del governo e dei poteri pubblici.
Le camere possono anche riunirsi in seduta comune in casi specifici previsti dalla legge,
essenzialmente finalità elettive o accusatorie. La principale funzione elettiva consiste nell’elezione
del Presidente della Repubblica; in questo caso l’assemblea viene integrata da 3 delegati per ogni
regione, in modo da avere una rappresentanza equa; l’elezione deve avvenire a maggioranza dei
2/3 dei membri per i primi 3 scrutini, e poi a maggioranza assoluta.
Il Parlamento elegge anche, a maggioranza qualificata, 5 giudici della Corte Costituzionale, 8
membri del Consiglio Superiore Della Magistratura e 45 persone aventi i requisiti per diventare
senatori, tra i quali vengono sorteggiati 16 giudici aggregati che, in caso di accusa al Presidente
della Repubblica, devono integrare la composizione della corte. Tale accusa al Presidente della
Repubblica avviene per alto tradimento o per attentato alla Costituzione, e viene deliberata dal
Parlamento in seduta comune a maggioranza assoluta.

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CAP.15 IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

L’Art. 87 della Costituzione stabilisce che il Presidente della Repubblica è capo dello Stato e
rappresentante dell’unità nazionale: ciò significa che egli rappresenta e impegna lo Stato, come
soggetto unitario, nei rapporti internazionali, nonché svolge una funzione di garanzia
costituzionale e di preservazione dell’unità intera della nazione e di tutti i cittadini.
L’Art. 84 stabilisce che può essere eletto Presidente della Repubblica qualunque cittadino che
abbia compiuto almeno 50 anni e goda dei diritti civili e politici; l’elezione, spettante al Parlamento
in seduta comune, avviene a scrutinio segreto e a maggioranza qualificata (2/3 dei votanti fino al
terzo scrutinio) e maggioranza assoluta dopo.
L’elezione del Presidente deve effettuarsi entro 30 giorni dalla convocazione delle assemblee in
seduta comune; nel caso in cui le camere vengano convocate in fase di scioglimento, l’Art. 85
prevede che la rielezione spetti alle nuove camere entro 15 giorni dalla loro riunione,
comportando anche una proroga dei poteri al presidente per questo arco di tempo stabilito.
Al Presidente delle Repubblica spetta un assegno in denaro ed il godimento di certi beni, tra cui il
palazzo del Quirinale e l’autodichia (autonomia amministrativa e contabile).
Il mandato della Presidenza della Repubblica dura 7 anni, a partire dalla data di giuramento di
fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione e delle leggi, e può prevedere la
rieleggibilità del presidente uscente (es. Napolitano 2006 e 2013).
L’Art. 86 regola inoltre la supplenza del Presidente della Repubblica, che spetta al Presidente del
Senato in carica. Tale supplenza viene attribuita per:
- impedimenti permanenti (dimissioni),
- temporanei (viaggi),
- incontrovertibili o controvertibili (es. malattia anche grave);
- supplenza parziale, ovvero può interessare solamente alcune funzioni svolte dal Presidente
(es. può essere necessaria supplenza per gli impegni di politica interna, mentre le funzioni di
natura internazionale possono esser espletate senza problemi).
Infine, nonostante il Capo dello stato goda di protezioni specifiche dalla legge penale circa la sua
vita, incolumità, libertà e prestigio, come qualsiasi altro cittadino anche lui detiene la piena
responsabilità civile e penale per gli illeciti compiuti al di fuori dell’esercizio delle proprie funzioni
pubbliche.

Gli Art. 89 e 90 della Costituzione, rispettivamente, dichiarano che nessun atto del Presidente
della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti che ne assumono la
responsabilità, così come il presidente non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle
sue funzioni, salvo costituiscano alto tradimento alla nazione o attentato alla Costituzione.
La controfirma, che ha essenzialmente la funzione di validare gli atti presidenziali, è comunque
controversa: in primo luogo sembrerebbe indicare semplicemente che vi è una collaborazione, nel
compimento degli atti, tra il presidente ed i ministri del governo; in secondo luogo, come
suggerisce anche la sentenza della Corte Cost. 200/2006, vi sono atti presidenziali in cui manca di
fondo la proposta e la responsabilità ministeriale, come l’indizione di elezioni e referendum, la
promulgazione delle leggi, la nomina dei senatori a vita e dei giudici costituzionali, la nomina del
presidente del consiglio, lo scioglimento anticipato delle camere ecc. Dunque, la controfirma
rappresenterebbe solamente l’espressione dei rapporti fra capo dello stato e governo in regime
parlamentare.

I poteri del Presidente della Repubblica sono:


- Rappresentanza generale dello Stato, ovvero la rappresentanza dello Stato nei rapporti
diplomatici internazionali, ratificando i trattati politici (es. trattati e regolamenti comunitari),
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dichiarando lo stato di guerra, prendendo il comando delle forze armate e presedendo il


Consiglio Supremo di Difesa, un organo costituito dal Capo di Stato, il Capo di Stato Maggiore
della Difesa e dai principali ministri.
- Attribuzioni circa il corpo elettorale e referendario, ovvero è compito del Presidente della
Repubblica, nei termini previsti dalla Costituzione e previa deliberazione del Consiglio dei
Ministri, indire elezioni e referendum, fissandone la data e monitorandone l’espletamento.
- Attribuzioni relative al potere legislativo, ovvero il Presidente della Repubblica interviene sul
potere legislativo tramite:
o la nomina dei Senatori a vita,
o il potere di scioglimento anche anticipato delle Camere,
o l’approvazione dei Disegni di Legge
o la promulgazione delle Leggi dello Stato, ovvero l’atto mediante il quale una legge
viene approvata con Decreto Presidenziale, in seguito all’approvazione delle assemblee
parlamentari, per poi essere pubblicato entro 30 giorni dall’approvazione sulla Gazzetta
Ufficiale della Repubblica, entrando in vigore effettivo entro i 15 giorni successivi
- Attribuzioni relative al potere esecutivo, ovvero il Presidente della Repubblica interviene sul
potere esecutivo mediante:
o la formazione stessa del governo (nomina del presidente del consiglio e, su sua
proposta, dei ministri),
o l’approvazione o meno delle dimissioni del governo
o l’emanazione di atti, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, quali gli atti aventi
forza di legge formati dal governo, la nomina dei funzionari, la concessione di grazia e
commutazione delle pene e il conferimento di onorificenze della Repubblica.
- Attribuzioni relative al potere giurisdizionale, ovvero il Presidente della Repubblica interviene
sul potere giurisdizionale mediante la nomina di 5 giudici tra i 15 della Corte Costituzionale ed
esercitando la sua funzione di Presidente del Consiglio superiore della Magistratura,
gestendone e monitorandone il buon funzionamento.

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CAP.16 IL GOVERNO

L’Art. 92 della Costituzione. dichiara che con l’espressione Governo della Repubblica si intende
l’organo costituzionale titolare dell’indirizzo politico e amministrativo dell’intera collettività e
posto al vertice dell’organizzazione amministrativa dello Stato.
Il governo complessivamente inteso, ovvero il Consiglio dei Ministri ed il Presidente del Consiglio, è
titolare delle più importanti competenze dell’esecutivo. Il Consiglio dei Ministri rappresenta un
organo collegiale che detiene il potere esecutivo, a differenza di altri paesi dove il presidente del
consiglio ha un ruolo molto più centrale; nello specifico, tale organo collegiale rappresenta la sede
ove si forma l’indirizzo politico-amministrativo del governo e dove si deliberano gli atti più
importanti dell’esecutivo. Il governo è quindi responsabile dell’indirizzo generale dell’azione
amministrativa necessaria in sede di attuazione degli obiettivi prefissati.
Il Consiglio dei Ministri è costituito da:
- Presidente del Consiglio,
- dai Ministri di ciascun Ministero (che hanno posizione eguale anche in termini decisionali)
- su richiesta, dai vice ministri;
La Legge 400/1988 permette inoltre al Presidente del Consiglio di istituire il Consiglio di
Gabinetto, ovvero un consiglio ristretto al quale partecipano solo il Presidente ed alcuni ministri
da lui selezionati.
Il presidente può anche convocare altri collegi ministeriali, detti comitati interministeriali, che
hanno la funzione di coordinare l’attività di più ministri su una stessa materia comune (es.
programmazione economica, affari europei, sicurezza della Repubblica, ecc) e comitati dei
Ministri, ovvero riunioni dei ministri decretate dal Presidente del Consiglio qualora occorra
esaminare in via preliminare questioni di comune competenza.

Nello specifico, il presidente del consiglio ha il potere di proporre al Capo dello Stato la nomina
dei ministri e gli spettano attribuzioni di fondamentale rilievo politico ed istituzionale (Art. 95), tra
cui la direzione politica del governo (di cui è responsabile) e la promozione e coordinazione
dell’attività svolta dai singoli ministri. Circa i rapporti con quest’ultimi, il presidente può
indirizzarne le direttive politiche ed amministrative e può sospenderne l’adozione degli atti
sottoponendoli all’attenzione dell’intero consiglio, ma non può proporne la revoca; circa i rapporti
con i comitati, il presidente assume un ruolo di direzione, controllo e verifica dell’attività svolta,
ricevendo aggiornamenti costanti circa l’ordine del giorno e le singole questioni analizzate.
I Ministri, dal canto loro, hanno il compito di presiedere il ministero al quale sono stati assegnati,
dirigendone, gestendone e verificandone l’attività e gli atti (di cui sono direttamente responsabili);
circa gli atti deliberati in collaborazioni con altri ministri, ovvero gli atti collegiali del consiglio dei
ministri, la responsabilità è da intendersi collegiale (con riferimento principale al presidente del
consiglio).

Circa la formazione del Governo della Repubblica, la disciplina in materia riporta agli Art. 92-93-
94 della Costituzione, alla Legge 400/1988 e ai regolamenti parlamentari. Nello specifico, la
nomina del Presidente del Consiglio e dei Ministri spetta al Presidente della Repubblica, tenendo
conto del necessario consenso delle forze politiche destinate a sostenere la compagine
governativa.
L’iter di formazione di un nuovo governo comincia dal momento in cui nasce una crisi di governo,
ovvero nel momento in cui il Presidente del Consiglio presenta le sue dimissioni (e quelle del suo
esecutivo) per cause parlamentari, ad esempio la mancata concessione della fiducia iniziale o

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l’approvazione di una mozione di sfiducia, o extraparlamentari, ad esempio quando le dimissioni


derivano da una crisi politica netta pre-esistente nella compagine governativa.
Nella prassi, dopo la presentazione delle dimissioni il governo uscente viene ritenuto ufficialmente
dimesso solamente quando viene nominato un nuovo Consiglio dei Ministri da parte del Capo
dello Stato; tuttavia, prima di arrivare a questa fase si passa per le consultazioni, una fase più o
meno lunga a seconda delle problematiche legate alla formazione del nuovo governo, periodo nel
quale il Presidente della Repubblica consulta le delegazioni di tutte le forze politiche presenti nelle
camere ed individua il candidato che ha maggiori possibilità di costituire un nuovo governo stabile
ed approvato dalla maggioranza parlamentare. L’incaricato procede, a sua volta, a delle
consultazioni atte a comprendere quali forze politiche possano dare fiducia alla sua ascesa al
Governo, constatandone dunque se gode di una maggioranza parlamentare sufficiente. Ottenuti i
consensi necessari, il Capo dello Stato può procedere alla nomina del nuovo Presidente del
Consiglio e, successivamente, a quella dei ministri da lui designati. L’incarico governativo, tuttavia,
può essere preceduto da un pre-incarico, ovvero da un mandato temporaneo esplorativo che
permette di svolgere ulteriori indagini e dare maggiori indicazioni pratiche al Presidente della
Repubblica, affinché possa scegliere il candidato più idoneo. Qualora risulti impossibile costituire
un governo stabile, il Capo dello Stato deve ricorrere alla scelta estrema di sciogliere
anticipatamente le camere.

Circa il rapporto fiduciario, una volta costituitosi il Governo deve procedere alle prime necessarie
deliberazioni (anzitutto i Sottosegretari di Stato) e deve preparare ed esporre il proprio
programma politico al presidente del consiglio e alle due Camere. La Costituzione prevede per il
governo neo-costituito il necessario ottenimento della fiducia iniziale presso entrambe le Camere;
si tratta della mozione di sfiducia, che qualora venisse approvata comporterebbe le dimissioni del
governo. Tale mozione deve essere motivata, ovvero bisogna indicare le ragioni del consenso
parlamentare, e prevede votazione a scrutinio palese in modo che sia evidente a tutti la posizione
del parlamento verso il nuovo governo. Tuttavia, la costituzione non richiede particolari quorum di
partecipazione per votare la fiducia al governo, basandola solamente sulla maggioranza semplice
dei votanti presenti; ciò rappresenta, per certi versi, un problema abbastanza importante del
nostro ordinamento, poiché si rischia di avviare governi formalmente instabili e non appoggiati
dalla maggioranza parlamentare, compromettendo la governabilità del paese. La mozione di
sfiducia, tuttavia, può essere anche individuale, ovvero presentata solamente verso un singolo
Ministro, senza dunque compromettere l’esistenza del governo ed obbligarne le dimissioni.

Infine circa le attribuzione del governo troviamo:


- Atti di indirizzo politico, ovvero attività inerenti l’individuazione degli obiettivi politici e dei
mezzi per raggiungerli, quali la predisposizione del proprio programma politico e altre
programmazioni settoriali, l’adozione di direttive in materia di sicurezza interna ed esterna,
l’intervento sui rapporti con le confessioni religiose, con le autonomie locali e con le
organizzazioni internazionali.
- Atti normativi, ovvero il potere del governo, in determinati casi di urgenza o di necessità, di
emanare atti aventi forza di legge e regolamenti (decreti legge e decreti legislativi).
- Atti amministrativi, ovvero il potere del governo di influire sulle funzioni amministrative del
paese, tra cui la nomina di alcuni componenti delle giurisdizioni speciali ed amministrative, le
attribuzioni specifiche del ministro della giustizia circa l’azione disciplinare ed il funzionamento
della stessa, la nomina nelle pubbliche amministrazioni, ecc.

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CAP.17 LE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI E GLI ORGANI AUSILIARI

La Costituzione detta alcuni principi di carattere generale in tema di amministrazione pubblica, in


relazione al personale, ai mezzi e ai beni pubblici, agli apparati e all’insieme di attività compiute
nell’adempimento dei compiti e nel perseguimento degli obiettivi.
Al vertice dell’Indirizzo Politico Amministrativo Nazionale è posto il Governo, che ne è
responsabile. Innanzitutto, le pubbliche amministrazioni sono soggette al principio di legalità (Art.
100, 103, 113 Cost.) e perciò la loro attività è sottoposta al sindacato dei giudici a tutela dei diritti
e degli interessi legittimi derivanti dalle norme vigenti; l’intera disciplina dell’amministrazione
pubblica deve inoltre rispettare la riserva di legge, vincolo che ne permette il controllo dei
fondamenti principi liberale, democratico e sociale, impedendo quindi lo svolgimento autoritario
del potere pubblico.
La principale riserva di legge è quella espressa dall’Art. 97 della Costituzione, che dichiara che i
pubblici uffici sono organizzati secondo le disposizioni della legge: si tratta di una riserva relativa,
in quanto la legge pone solo delle linee di indirizzo generale integrabili con fonti secondarie
(regolamenti ecc); è anche rafforzata, in quanto l’art. 97 prescrive che devono essere rispettati i
principi di buon rendimento ed imparzialità. Per buon rendimento si intende il corretto
adempimento e l’adeguata funzionalità che devono caratterizzare le attività amministrative nel
perseguimento delle proprie finalità, nonché nella concreta idoneità funzionale degli apparati
amministrativi. Per verificarne il buon andamento, nella pubblica amministrazione sono presenti
forme di controllo anche di carattere aziendale:
- interne, ad esempio la verifica della regolarità amministrativa e contabile, i controlli di
gestione, la valutazione delle performance dei risultati e dello svolgimento delle attività
(introdotti nel 2009) ed il controllo strategico,
- esterne se si tratta di controlli ausiliari sulla gestione (es. corte dei conti). Per imparzialità
dell’amministrazione si intende, invece, il rispetto del fondamentale principio di eguaglianza
previsto dall’art. 3, ovvero l’esercizio efficiente e pulito dell’attività amministrativa senza
forme di preferenza, privilegio, favoritismo né tantomeno di razzismo e/o discriminazione; alle
finalità di correttezza ed imparzialità amministrativa sono riconducibili disposizioni legate, ad
esempio, al principio di accesso all’impiego pubblico mediante concorso pubblico e la
previsione di responsabilità personale dei pubblici dipendenti.
La pubblica amministrazione deve inoltre fare riferimento alle direttive del diritto comunitario, in
particolare all’art. 1 della legge 241/1990 che sottolinea l’importanza dei canoni di
proporzionalità impone che le misure amministrative non comportino sacrifici sproporzionati per
gli individui e il canone contraddittorio: obbliga ad ascoltare i soggetti interessati prima
dell’adozione di una scelta amministrativa.

Circa la disciplina legislativa del procedimento amministrativo, la legge precedentemente


accennata dispone inoltre che l’attività amministrativa persegue i fini determinati dalla legge ed è
retta da criteri di economicità, efficacia, pubblicità e trasparenza, nonché dai principi
dell’ordinamento comunitario; tale disciplina, inoltre, impone la determinazione di termini per i
procedimenti decisionali, la necessaria motivazione dei provvedimenti amministrativi, la presenza
di soggetti responsabili, la partecipazione dei soggetti interessati e alcune modalità di
semplificazione dell’azione amministrativa e di accesso ai documenti.
La disciplina della pubblica amministrazione comprende, inoltre, il decentramento previsto
dall’Art. 5 della Costituzione, che può essere:
- burocratico se si intende il conferimento di compiti pubblici ad uffici periferici dello stato,
- istituzionale se invece i compiti pubblici sono conferiti ad organi ed uffici distinti dallo stato.
-
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Infine, citando in via generale i compiti della pubblica amministrazione, attuabili mediante la
disposizione costante di personale e mezzi necessari, distinguiamo:
- compiti di conservazione e protezione del gruppo sociale che ne determinano la
sopravvivenza, ad esempio la sicurezza
- compiti di benessere rivolti al miglioramento delle condizioni di vita, es. sanità e sviluppo
economico.

Il personale è uno dei due fattori essenziali che permettono alla pubblica amministrazione di
funzionare e raggiungere i propri obiettivi; il personale viene selezionato con un concorso e quindi
su base meritocratica, senza distinzioni di sesso ed in condizioni di eguaglianza secondo i requisiti
stabiliti dalla legge, ovvero l’accertamento dei requisiti attitudinali richiesti dalle leggi in quanto
ragionevolmente collegati all’impiego. In Italia sono più di 3 milioni i dipendenti pubblici che
prestano la loro attività lavorativa in modo volontario, professionale e retribuito, e sono collegati
al settore pubblico da un rapporto di servizio stabile e continuativo. Circa la disciplina giuridica del
rapporto di lavoro nel pubblico impiego, ovvero l’insieme di diritti e doveri connessi alla
professione pubblica, ci sono state numerose modifiche alle leggi vigenti a partire dagli anni 80
allo scopo di rendere più flessibile l’organizzazione del lavoro, garantire maggior efficienza e il
contenimento delle spese (d. lgs. 165/2001).
I due punti fondamentali della configurazione del lavoro pubblico sono:
 Contrattualizzazione, che si rifà al procedimento di contrattazione collettiva nazionale
sviluppata dai sindacati (ARAN per i dipendenti pubblici) e quindi ha come obiettivo la
stipulazione dei contratti collettivi nazionali, ovvero accordi formali tra le associazioni
sindacali per regolamentare il diritto del lavoro, le retribuzioni, le agevolazioni ecc.
 Privatizzazione, che si rifà al graduale processo normativo che ha portato il pubblico impiego
ad assimilarsi grossomodo al lavoro privato, in quanto i rapporti lavorativi interni ai singoli enti
e la contrattualizzazione individuale (cui accedono i vincitori dei concorsi pubblici indetti) sono
oggi molto simili a quelli del settore privato.
Altre due similitudini con il mondo del lavoro privato riguardano:
 flessibilità del lavoro, in quanto recentemente anche nel settore pubblico sono stati introdotti
contratti di lavoro a tempo determinato o di apprendistato;
 promozione ai livelli superiori (dirigenza), che nel settore pubblico avviene mediante concorsi
interni presso la scuola superiore della pubblica amministrazione e riguarda l’avanzamento di
livello del lavoratore ad un nuovo ruolo con incarichi e responsabilità più elevate, legati
principalmente l’adozione di provvedimenti amministrativi, la gestione finanziaria, la gestione
delle risorse umane ed il controllo operativo.

Il secondo fattore essenziale per permettere alla pubblica amministrazione di funzionare


(comprendendo la retribuzione dei dipendenti) e raggiungere i propri obiettivi è dato dall’insieme
di mezzi e beni funzionali al settore pubblico, tra cui i mezzi finanziari di sostentamento e i beni
materiali. Circa i mezzi finanziari riscontriamo:
 Sistema tributario, ovvero il sistema di prelievo fiscale dai cittadini da parte dello stato e dei
singoli enti pubblici, che godono di autonomia finanziaria propria (federalismo fiscale).
I tributi si distinguono in:
- imposte, ovvero prestazioni tributarie fisse che possono essere.
o dirette (es. imposta sul reddito IRPEF)
o indirette (es. IVA sui prodotti di consumo);
- tasse, ovvero prestazioni tributarie dovute se si usufruisce di determinati servizi o beni
pubblici;

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- contributi speciali, ovvero prestazioni dovute da chi usufruisce di particolari servizi o


vantaggi derivanti da un’attività amministrativa.
 Ricorso al reddito, ovvero l’indebitamento della pubblica amministrazione mediante la
contrattazione di capitale di credito presso banche ed altre istituti finanziari; si parla spesso, in
tal senso, di deficit o debito pubblico, ossia la differenza in negativo tra le entrate e le uscite
nelle casse pubbliche
 Gestione di attivi di gestione e altre entrate (es. donazioni o lasciti)

Circa i beni materiali di natura pubblica riscontriamo:


 Beni demaniali, ovvero quei beni che appartengono allo stato in modo inalienabile, tra cui:
spiagge, porti, fiumi, torrenti, acquedotti, strade e autostrade, musei, pinacoteche, archivi,
biblioteche, ecc.
 Beni patrimoniali, ovvero quei beni materiali mobili o immobili che possono a loro volta
distinguersi in:
o indisponibili, ovvero quei beni che non possono essere sottratti in nessuno modo alla
loro destinazione originaria,
o disponibili.

Circa l’apparato amministrativo dello Stato, riscontriamo:


 Presidenza del Consiglio, che presenta numerose funzioni amministrative dislocati in diversi
dipartimenti, ad esempio quello per la partecipazione all’Unione Europea e quello per il
Coordinamento degli Affari Giuridici e Legislativi.
 Ministeri, dove riconosciamo:
- uffici di diretta collaborazione con il Ministro,
- strutture di primo livello, esercitano attribuzioni amministrative di rilevanza esterna
- strutture di secondo livello, attribuzioni di rilevanza interna all’amministrazione.
 Enti pubblici di origine privata, ad esempio il CONI o la SIAE, i collegi professionali ecc.
 Enti pubblici privatizzati o trasformati in società per azioni di proprietà dello Stato, ad
esempio l’ENEL o le Poste.
 Autorità amministrative indipendenti, ovvero enti che svolgono funzioni prevalentemente
amministrative in ambiti delicati quali la tutela della privacy (autorità per le garanzie delle
comunicazioni), la regolamentazione per le società e i mercati di borsa (CONSOB), la tutela del
libero mercato e della concorrenza (Antitrust), ecc

Per il raggiungimento degli obiettivi prefissati, gli apparati amministrativi preposti pongono in
essere molteplici attività, traducibili in atti amministrativi autoritativi, ovvero riservati agli uffici
pubblici, e tipici, in quanto previsti dalle norme come strumenti giuridici da utilizzare per
raggiungere i fini prefissati. Nella concreta attuazione delle norme mediante l’esecuzione di atti
amministrativi, l’amministrazione gode talvolta della discrezionalità amministrativa, ovvero della
possibilità di scegliere, se la situazione specifica lo permette, quando, come e con quale strumento
attuare la legge. Nell’esercizio di tale discrezionalità, l’amministrazione è tenuta a considera il
bilanciamento degli interessi in gioco, ovvero l’interesse pubblico primario e altri interessi
secondari, che possono anche di natura privata (legati, ad esempio, alla gestione economico-
finanziaria dell’amministrazione).
Nell’osservanza dell’interesse pubblico primario sono impiegati i provvedimenti amministrativi,
ovvero atti tipici di manifestazione di volontà della pubblica amministrazione mediante i quali
viene soddisfatto l’interesse primario. Il provvedimento amministrativo rappresenta, tuttavia,
solamente l’atto finale di un processo molto più articolato, definito procedimento amministrativo,
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che indica la modalità procedurale mediante la quale si svolge l’attività amministrativa,


suddivisibile in 4 fasi:
1. Iniziativa, dove viene determinato l’oggetto e si avvia la procedura amministrativa; essa spetta
alla stessa amministrazione oppure ad un altro soggetto pubblico o privato interessato.
2. Preparatoria/istruttoria, fase dove l’amministrazione procede alla raccolta di informazioni ed
elementi utili per giungere ad una decisione.
3. Costitutiva/deliberativa, fase dove l’amministrazione giunge alla propria conclusione,
adottando il provvedimento amministrativo previsto (o negandone l’adozione); tali
provvedimenti sono di norma immediatamente produttivi di effetti.
4. Integrazione, fase non sempre necessaria che si verifica nel caso in cui gli effetti di un
provvedimento non possono essere immediatamente attivi, ma necessitano di un’integrazione
ausiliare di elementi affinché possa essere messa in atto la sua efficacia.
Tuttavia, per snellire e semplificare l’adozione di provvedimenti amministrativi pubblici, sono stati
adottati diversi sistemi, tra cui la conferenza dei servizi (che riduce le tempistiche per il
raggiungimento di una deliberazione) e l’introduzione delle tecnologie informatiche, con database
e software utili per velocizzare e automatizzare molte operazioni amministrative, grazie anche alla
possibilità di interazione telematica per la presentazione di documenti o l’invio di richieste.

Nello specifico, con il provvedimento amministrativo l’amministrazione esercita i poteri che la


legge le attribuisce e dispone in ordine all’interesse pubblico primario, incidendo sulle situazioni
soggettive dei privati. Nel provvedimento amministrativo è possibile individuare diversi elementi:
 Presupposti, ovvero le circostanze al cui verificarsi l’amministrazione è legittimata a
provvedere
 Motivi, cioè gli interessi pubblici alla cui soddisfazione è rivolto l’atto
 Volontà, ovvero la scelta adottata dall’amministrazione di produrre un dato effetto
 Oggetto, ovvero l’attività posta in essere
 Forma, ovvero le modalità mediante il quale i precedenti elementi sono resi riconoscibili
all’esterno (giustificazione dei presupposti, motivazioni e dichiarazioni della volontà e
dell’oggetto)

Per quanto concerne invece gli effetti giuridici degli atti amministrativi, essi sono imperativi ed
autoritativi: ciò significa che tali provvedimenti, provenienti da enti legati all’autorità pubblica e
quindi agendo secondo la legalità, vanno ad incidere unilateralmente nella sfera giuridica del
soggetto destinatario dell’atto, generando, modificando o estinguendo situazioni giuridiche
soggettive; inoltre si distinguono:
- l’esecutività degli atti, ovvero l’immediata efficacia degli effetti prodotti, salvo altre
disposizioni
- l’esecutorietà, ovvero la possibilità dell’amministrazione di dare esecuzione diretta e coattiva
ai propri provvedimenti anche senza l’intervento della giurisdizione amministrativa.
I provvedimenti possono essere, però, anche viziati: in tal senso si parla di illegittimità o invalidità
dell’atto, cioè la sua non conformità rispetto alle norme che ne disciplinano l’adozione. Circa il
vizio di legittimità, cui consegue l’annullabilità dell’atto e dei suoi effetti, riscontriamo 3 diverse
tipologie:
- incompetenza dell’atto rispetto alle norme che ne disciplinano l’adozione;
- violazione di legge, ovvero la non osservanza delle leggi vigenti in materia (e anche non);
- eccesso di potere, ovvero l’atto è viziato nella sua discrezionalità per via di figure sintomatiche
quali contraddizioni tra motivazioni e provvedimenti, incongruenze di valutazione, manifesta
ingiustizia, disparità di trattamento, ecc.

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Come già detto in precedenza, chi ritiene di essere stato danneggiato da un atto amministrativo ha
la possibilità di impugnare tali atti davanti alla giurisdizione ordinaria o amministrativa, a tutela dei
propri diritti soggettivi o di interessi legittimi. I ricorsi si distinguono in:
- amministrativi, ovvero viene fatta richiesta alla stessa amministrazione di riesaminare,
modificare o annullare l’atto incriminato,
- ordinari, suddivisibile a sua volta in:
o ricorso gerarchico, ovvero presso amministrazioni sovraordinate rispetto a quella che ha
adottato l’atto incriminato,
o ricorso in opposizione, presso la stessa amministrazione
o ricorso straordinario al Capo dello Stato, applicabile soltanto in reazione alle controversie
devolute al giudice amministrativo e può concernere soltanto profili di provvedimenti
definitivi, va richiesto entro 120 giorni).
Circa le differenze tra giudice ordinario ed amministrativo, si ricorda che il giudice ordinario può
direttamente disporre la reintegrazione nella situazione originaria della parte lesa, mediante
risarcimenti, mentre il giudice amministrativo può soltanto disporre l’illegittimità dell’atto e,
dunque, la sua annullazione; si parla inoltre di giudizio di ottemperanza, qualora l’amministrazione
non rispetti le disposizioni del giudice amministrativo e il soggetto leso interessato decida di fare
ulteriore ricorso amministrativo. In particolari casi previsti dalla legge, inoltre, può essere disposta
una giurisdizione esclusiva in sostituzione di quelle ordinaria e amministrativa.

Infine, gli Art. 99 e 100 della Costituzione prevedono la presenza di organi ausiliari all’attività
della pubblica amministrazione, che esercitano compiti di iniziativa, di controllo e consulto:
 Il CNEL, o Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, è composto da esperti esponenti
della cultura economica e socio-giuridica dai rappresentanti delle categorie produttive
(lavoratori dipendenti sia pubblici che privati, lavoratori autonomi e imprenditori) e svolgono
un importante ruolo di consulenza per le Camere ed il Governo, in riferimento soprattutto alla
normativa sul lavoro e sulla contrattazione collettiva; tale organo gode di una forte autonomia
contabile ed organizzativa, in quanto può disporre autonomamente regolamenti interni per la
disciplina della propria attività, inoltre ha la possibilità di inviare alle assemblee parlamentari
proposte legislative.
 Il Consiglio di Stato è invece organo di consulenza giuridico amministrativa per il governo, che
opera anche a tutela della giustizia dell’amministrazione. Esso è composto da 7 sezioni, delle
quali 3 esercitano competenze consultive e 4 competenze giurisdizionali. Le funzioni
giurisdizionali hanno per oggetto la tutela nei confronti della pubblica amministrazione degli
interessi legittimi, invece le funzioni consultive, che possono essere obbligatorie (se richieste
dalla legge) o facoltative (su richiesta dell’amministrazione), riguardano principalmente la
consulenza dell’organo circa gli aspetti giuridici legati all’attività amministrativa.
 La Corte dei Conti è l’organo di controllo della legittimità degli atti dell’esecutivo e della
corretta gestione delle finanze pubbliche da parte delle pubbliche amministrazioni. Essa svolge
funzioni di controllo e giurisdizionali, ovvero si occupa della legittimità degli atti del governo,
della gestione del bilancio dello stato, della gestione delle finanze pubbliche e delle
deliberazioni delle amministrazioni in materia finanziaria.

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CAP.18 LE GIURISDIZIONI

Il titolo quarto della seconda parte della costituzione (Art. 101-113) è dedicato all’esercizio della
funzione giurisdizionale, ed in particolare agli organi cui spetta applicare imparzialmente il diritto
nella risoluzione delle controversie che sorgono tra singoli soggetti oppure tra questi e la pubblica
amministrazione, al fine di garantire l’osservanza delle norme, reprimere e sanzionare eventuali
violazioni.
In primo luogo si prescrive nell’Art. 101 che la giustizia è amministrata in nome del popolo da
parte dei giudici; ciò significa che l’attività giuridica, svolta appunto dai giudici che sono funzionari
pubblici assunti per concorso meritocratico (salvo quelli nominati come magistrati onorari, Art.
106), viene esercitato secondo il principio di eguaglianza (la legge è uguale per tutti) e in maniera
incondizionata rispetto a poteri o interessi (sia pubblici che privati) diversi da quelli
dell’osservanza delle norme vigenti e della giustizia. L’Art. 104 definisce inoltre i presupposti di
autonomia ed indipendenza costituzionalmente garantiti, in quanto la magistratura viene
considerata come ordine a se stante distinto dagli altri poteri dello stato.
Nell’ambito della magistratura possiamo distinguere:
 Organi giudicanti, ovvero i giudici ordinari che operano nell’ambito di tribunali, corte
d’appelli, corte di cassazione e corte d’assise.
 Organi requirenti, ovvero i pubblici ministeri che fanno capo all’ordinamento giudiziario
(procure della repubblica); questi organi, diversamente da quelli giudicanti, hanno perlopiù
funzioni di stimolazione ed intervento rispetto all’attività giuridica, tutelando le posizioni
soggettive che resterebbero indifese e rappresentando la pubblica accusa nel processo penale.

L’Art. 112 attribuisce ai pubblici ministeri l’obbligo dell’esercizio dell’azione penale ogniqualvolta
vi sia fondata notizia di reato, garantendo parità di trattamento alle parti interessate.

Nell’Art. 102 viene inoltre indicato il principio di unità di giurisdizione, che vuole che la
giurisdizione sia esercitata da un unico corpo di funzionari pubblici unitariamente disciplinati,
ovvero i giudici ordinari. Da qui ne deriva il divieto di istituire giudici straordinari o speciali,
all’infuori di quelli già espressamente previsti dal testo costituzionale, ovvero:
 Giurisdizione amministrativa, composta dai TAR (organo di giustizia di primo livello) e dal
consiglio di stato (secondo livello), che si occupa della risoluzione delle controversie tra singoli
soggetti e pubblica amministrazione nella tutela degli interessi legittimi; nello specifico, i
giudici amministrativi possono annullare e dichiarare illegittimi eventuali atti amministrativi
incriminati, potendo però solamente disporre procedure di revisione e modifica dell’atto
presso la stessa amministrazione responsabile; in caso di mancato adempimento, è possibile
ricorrere nuovamente in giudizio di ottemperanza, dove generalmente vengono nominati
commissari ad acta che si sostituiscano all’amministrazione inadempiente; solo i giudici
ordinari possono disporre il risarcimento danni in favore di chi ritiene di essere stato
danneggiato da atti amministrativi (salvo disposizioni specifiche che prevedono che tale potere
appartenga anche ai giudici amministrativi).
 Giurisdizioni speciali, tra le quali:
- la giurisdizione contabile svolta dalla corte dei conti, circa le dinamiche finanziarie del
settore pubblico
- la giurisdizione tributaria, gestita da commissioni provinciali in primo grado e
commissioni regionali in secondo grado;
- la giurisdizione militare, che agisce anche in tempi di pace circa le dinamiche
processuali che coinvolgono membri dei corpi armati dello stato.

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Circa l’esercizio delle funzioni giurisdizionali (Art. 111) è importante tenere presenti i principi del
giusto processo (legge cost. 2/1999), che prescrive le condizioni di eguaglianza di trattamento per
le parti coinvolte, e della ragionevole durata, velocizzando in tal senso le dinamiche processuali.
Tutti i provvedimenti giurisdizionali, inoltre, devono essere provvisti di motivazione sia nelle
ragioni di fatto che in quelle di diritto in essi addotte, in modo da poter risalire, in caso di ricordi,
alla fondatezza logico-giuridica che hanno portato all’adozione di un determinato provvedimento.
La Costituzione, inoltre, anche se non prevede esplicitamente il principio del doppio grado di
giurisdizione, dispone comunque di diversi gradi di processo che hanno la funzione di legittimare
l’attività svolta dalle udienze precedentemente effettuate, a tutela di eventuali violazioni di legge
circa sentenze ed altri provvedimenti che vanno ad intaccare la libertà personale di una delle parti
interessate.Nello specifico, l’ultimo grado di giudizio spetta alla Corte di Cassazione, che è
suddivisa in sezioni (civile, penale e del lavoro) e può talvolta riunirsi in sezioni unite per casi di
importanti o di estrema gravità. Il principale compito della corte di cassazione è quello di giudicare
sui ricorsi verso le sentenze adottate in appello dai giudici ordinari (valutandone la legittimità) e
decidere sui conflitti di competenza tra giudici ordinari, conflitti di giurisdizione tra giudici ordinari
e speciali e conflitti di attribuzione tra giudici e pubblica amministrazione. Più semplicemente, la
cassazione svolge funzione nomofilattica, ovvero a tutela della legge e dell’uniformità
d’interpretazione.
A tutela dell’indipendenza ed autonomia dell’ordine giudiziario vi sono inoltre delle forme di
immunità previste dalla Costituzione, tra cui l’inamovibilità dei magistrati ordinari (possono essere
sospesi dal servizio o destinati ad altre sedi o funzioni solo dal consiglio superiore della
magistratura) e l’eguaglianza tra giudici (i cui rapporti non possono instaurarsi in modo
gerarchico). Il consiglio superiore della magistratura, esso è un organo molto importante che
svolge funzioni di ordinamento amministrativo relative allo status giuridico e alla carriera degli
appartenenti alla giurisdizione ordinaria (sia organi giudicanti che requirenti); si tratta di un
organo a composizione mista, costituito da 27 membri d cui:
 3 membri di diritto, ovvero il presidente della repubblica, il primo presidente ed il procuratore
generale della corte di cassazione
 16 membri elettivi “togati”, selezionati tra tutti i magistrati ordinari (giudici e pubblici
ministeri)
 8 membri “laici” eletti a maggioranza qualificata dal parlamento in seduta comune, tra i
professori ordinari di università in materie giuridiche ed avvocati con almeno 15 anni di
servizio
Importante è inoltre la figura del vice presidente, eletto dal consiglio tra i componenti designati
dalle camere, che sostituisce il Capo dello Stato in caso di impedimento.
Il CSM viene rinnovato integralmente ogni 4 anni ed i suoi componenti non sono immediatamente
rieleggibili né tantomeno punibili per le opinioni espresse nell’esercizio delle loro funzioni e
concernenti l’oggetto di discussione; i membri sono inoltre soggetti a regime di incompatibilità
con altre cariche pubbliche o private.
Le funzioni svolte dal CSM sono sintetizzate nell’Art. 105 della Costituzione e consistono nel
disporre le assunzioni, assegnazioni, trasformazioni, promozioni e provvedimenti disciplinari dei
magistrati ordinari. Circa le responsabilità disciplinari dei magistrati del CSM, essa riguarda la
condotta del magistrato che può andare a compromettere il prestigio dell’ordine giudiziario,
dando luogo a sanzioni di diversa entità a seconda del comportamento tenuto; diversa invece è la
responsabilità civile concernente il danno patrimoniale e non patrimoniale che il magistrato,
nell’esercizio delle sue funzioni, ha arrecato a terzi; in tal senso i magistrati sono civilmente
responsabili in caso di dolo, colpa grave o denegata giustizia. Circa le deliberazioni del CSM, esse
sono adottate di norma con decreto del presidente della repubblica, ovvero con decreto
ministeriale della giustizia; l’azione di ricorso amministrativo per motivi di legittimità, in tal senso,
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può essere presentata presso il TAR della regione Lazio. Naturalmente, il CSM ed il ministero della
giustizia pongono in essere rapporti di importante rilievo costituzionale, legati soprattutto ad
azioni di indirizzo politico-amministrativo.

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CAP.19 LE REGIONI E GLI ENTI LOCALI

Il Titolo quinto della seconda parte della Costituzione, oggetto di profonde modifiche con la
Legge Cost. 3/2001, è interamente dedicato alle autonomia territoriali, ovvero regioni, province,
comuni e città metropolitane, che rispecchiano il principio di decentramento previsto dall’Art. 5,
pur osservandone i canoni di unità ed indivisibilità della repubblica.
Un principio portante circa gli enti territoriali è la sussidiarietà, che implica l’esercizio dei compiti
di rilievo pubblico sia per un verso svolto dagli stessi soggetti privati (sussidiarietà in senso
orizzontale), sia per altro verso esercitato dagli enti pubblici più vicini ai cittadini (sussidiarietà in
senso verticale), provvedendosi all’attribuzione e alla distribuzione delle funzioni tra i diversi enti
pubblici.

L’Art. 118 prescrive che gli enti territoriali favoriscano l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e
associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale; inoltre, si privilegia l’esercizio delle
funzioni amministrative da parte dei comuni, che sono gli enti storicamente e funzionalmente più
prossimi ai cittadini, prevedendo la ripartizione di queste funzioni tra tutti gli enti locali sui principi
di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza.

Circa la legge cost. 3/2001, essa ha esaltato il rilievo costituzionale delle autonomie territoriali
mediante la riformulazione dell’Art. 114 cost., che dispone che la repubblica è costituita da
comuni, città metropolitane, province, regioni e stato; l’art. 131 cost., che dispone che le regioni
della repubblica sono 20, attribuisce a quest’ultime un primario rilievo tra le autonomie locali, in
quanto dotate di funzione legislativa (il nostro infatti è uno stato regionale). Tra le 20 regioni, l’art.
116 dispone l’esistenza di 5 regioni a statuto speciale, per motivi legati alla loro posizione
geografica o per la presenze di minoranze importanti di carattere linguistico-culturale; tali regioni
sono la Sicilia, la Sardegna, il Friuli Venezia Giulia, la Valle d’Aosta e il Trentino Alto Adige
(comprese le sue due province autonome di Trento e Bolzano); la peculiarità delle regioni a statuto
speciale è che i loro statuti regionali devono essere approvati in qualità di leggi di rango
costituzionale. Lo stesso art. 116 dispone il cosiddetto regionalismo differenziato, che può
attribuire ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia concernenti specifiche materie
indicate nell’art. 117, cui possono essere attribuite alle regioni con legge dello stato approvata a
maggioranza assoluta dalle camere, sulla base di un’intesa tra lo stato e le regioni interessate.

In riferimento alle attribuzioni, ritroviamo:


 Potestà statutaria, ovvero l’art. 114 attribuisce autonomia statutaria a tutte le regioni, cioè la
facoltà di darsi un proprio statuto (una sorta di carta fondamentale di principi e regole
normative basilari di organizzazione e funzionamento) secondo i principi fondamentali fissati
dalla costituzione.
 Potestà legislativa e regolamentare, ovvero l’art. 117 attribuisce alle regioni potestà legislativa
concorrente (in osservanza delle leggi statali) in alcune materie espressamente indicate nel
terzo comma dell’art., e potestà legislativa residuale su tutte le materie non espressamente
riservate allo stato; la potestà regolamentare degli enti territoriali consente di provvedere alla
disciplina dell’organizzazione e dello svolgimento delle funzioni amministrative loro attribuite
 Competenze amministrative, ovvero l’art. 118 attribuisce in via generale ai soli comuni (in
quanto gli enti più prossimi alla vita dei cittadini) tutte le funzioni amministrative; tali funzioni
possono essere proprie, ovvero quelle già spettanti di natura ai comuni in quanto tali, oppure
conferite, cioè quelle funzioni attribuite sulla base di conferimenti specifici da parte dello stato
o delle regioni; talvolta può essere necessario conferire funzioni amministrative ad enti diversi
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dai comuni, tramite conferimento statale o regionale, nell’osservanza dei principi di


competenza e adeguatezza
 Potere estero delle regioni, ovvero la possibilità per le sole regioni, in qualità di enti
territoriali, di stringere accordi internazionali con stati stranieri o con autonomie locali
appartenenti a stati stranieri; è importante ricordare che tale funzione può essere esercitate
unicamente nelle materie di competenza regionale e limitatamente alle forme disciplinate da
leggi dello stato, inoltre tali accordi, prima di essere siglati, necessitano della verifica ed
approvazione da parte del ministro degli affari esteri e della presidenza del consiglio; qualora si
verifichino conflitti di politica estera tra stati stranieri e le regioni, la questione deve essere
portata all’attenzione del consiglio dei ministri, cui spetta deliberare in merito alla risoluzione
delle controversie; tale autonomia legata al potere di contrattazione politica estera spetta, in
qualità di province autonome, anche a Trento e Bolzano.

Autonomia finanziaria, ovvero l’art. 119 prevede che gli enti territoriali dispongano di autonomia
finanziaria di entrata e di spesa, riconoscendo loro risorse autonome e la potestà di stabilire tributi
ed entrate proprie in armonia con la costituzione ed i principi di coordinamento della finanza
pubblica e del sistema tributario; inoltre, gli enti territoriali possono disporre di compartecipazioni
al gettito dei tributi erariali riferibili al proprio territorio e possono accedere a dei fondi
perequativi istituiti dallo stato senza vincolo di destinazione; in particolare, la legge 42/2009
riferita al federalismo fiscale cerca di dare attuazione a queste disposizioni costituzionali,
specificando i principi della territorialità dell’imposta (il gettito delle imposte sia destinato a
prestazioni di cui siano i principali beneficiari gli abitanti dei territori cui le imposte sono state
prelevate) e della spesa standard (il fabbisogno degli enti locali è determinato da criteri obiettivi
desunti dal costo delle prestazioni erogate in condizioni di efficienza) – tuttavia, l’attuazione a
pieno titolo del federalismo fiscale è ancora parziale e complessa

La regione si presenta come una forma di governo parlamentare razionalizzata ispirata al


presidenzialismo, in quanto il presidente della giunta regionale ha il potere di sciogliere
l’assemblea del consiglio regionale, e quest’ultimo, con approvazione della mozione di sfiducia
approvata a maggioranza, può predisporre le dimissioni dello stesso presidente, procedendo entro
3 mesi alla nuova rielezione.
Le funzioni specifiche degli organi costitutivi della regione sono:
 Consiglio regionale, cui è attribuita la potestà legislativa, l’iniziativa regionale di legge statale,
l’iniziativa di referendum abrogativo di atti aventi forza di legge e di leggi di rango
costituzionale (congiuntamente con altri 4 consigli regionali).
 Giunta regionale l’organo esecutivo
 Presidente della giunta l’organo di vertice del potere esecutivo regionale; il presidente
rappresenta la regione nei rapporti con lo stato e con gli altri enti territoriali, promulga le leggi
ed emana i regolamenti regionali, può nominare e revocare i componenti della giunta, ne
dirige la politica e le funzioni amministrative e se ne assume la responsabilità.

Gli organi del comune sono:
 Consiglio comunale, l’organo di indirizzo e controllo politico-amministrativo, con proprie
norme regolamentari a disciplina della propria organizzazione e funzionamento.
 Giunta comunale, organo esecutivo dell’ente territoriale. La giunta ha un ruolo di supporto
all’attività del sindaco.
 Sindaco, organo esecutivo dell’ente territoriale. Rappresenta l’ente, convoca e presiede la
giunta e sovraintende al funzionamento dei servizi e all’esecuzione degli atti; può inoltre
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adottare ordinanze con tingibili ed urgenti per prevenire ed eliminare pericoli all’incolumità dei
cittadini.

Le province, con la legge 56/2014, hanno subito un cambiamento sensibile nella loro forma:
 assemblea dei sindaci della provincia, organo di consulto, controllo e propositivo
 consiglio provinciale ed il presidente della provincia (funzioni similari al consiglio comunale e
al sindaco).

Vi sono comunque 10 città italiane che, con la medesima legge precedentemente citata, sono
divenute città metropolitane (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli,
Reggio Calabria, Bari); tale organo è composto da:
 sindaco metropolitano, sindaco del comune del capoluogo),
 consiglio metropolitano, sindaco più un certo numero di sindaci eletti tra tutti i sindaci della
città metropolitana,
 conferenza metropolitana, presieduta dal sindaco e comprendente tutti i sindaci appartenenti
alla città metropolitanae
 consiglieri delegati dal sindaco metropolitano.
Circa le forme di controllo sull’attività svolta dagli enti territoriali, è opportuno distinguere gli
interventi di natura straordinaria da quelli di natura ordinaria:
- Natura straordinaria, l’art. 120 attribuisce al governo un potere sostitutivo a carattere
emergenziale, ovvero il compito di sostituirsi a tutti gli organi degli enti territoriali qualora si
verifichino presupposti quali il mancato rispetto della normativa comunitaria, pericolo grave o
incolumità per la sicurezza pubblica, tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i
diritti civili e sociali, ecc.
Tale potere sostitutivo può avere anche carattere regionale, ovvero può essere disposto dalla
regione nei confronti degli altri enti territoriali minori.
- Forme di controllo ordinario bisogna fare distinzione tra:
- icontrollo sugli atti legislativi,generalmente a cura della Corte Costituzionale, che
verifica l’osservanza dei principi costituzionali nella legiferazione regionale.
- controllo sugli atti amministrativi, ad opera principalmente della corte dei conti, che
effettua controlli accurati anche sulla gestione del bilancio e delle finanze.
Tali forme di controllo sono molto importanti, poiché, in caso di gravi violazioni di legge o di atti
contrari alla costituzione (art. 126) può essere disposto lo scioglimento del consiglio regionale con
conseguente rimozione del presidente della giunta; tale atto, che può essere ovviamente esteso
anche alla rimozione degli altri amministratori locali di enti minori, viene disposto con decreto
motivato del presidente della repubblica.

Molto importante è anche la cooperazione tra lo stato centrale e le autonomie locali. Il ruolo di
raccordo tra lo Stato e le regioni spetta, con la legge 3/2001, al prefetto di ogni capoluogo
regionale, anche se ad egli non vengono attribuite particolari funzioni all’infuori della semplice
comunicazione e cooperazione. Nella Costituzione,come indicato dalla corte costituzionale nel
1997, vi è un intrinseco principio di leale collaborazione tra lo stato e le autonomie territoriali,
traducibile in un regionalismo cooperativo che si manifesta nelle conferenze, ovvero strumenti di
coordinamento che permettono l’attuazione ottimale della collaborazione a livello nazionale;
nello specifico, la conferenza stato-regioni riunisce tutti i rappresentanti dell’esecutivo dello stato
centrale e degli organi territoriali, e dunque il presidente del consiglio (o un ministro delegato) e i
presidenti delle giunte regionali, operano a livello informativo, consultivo e dialogico (discussione
sugli schemi degli atti normativi proposti dal governo nelle materie di competenza regionale e sui
disegni di legge di stabilità comunitaria). Infine, circa la formazione di nuovi enti territoriali, o la
modificazione di quelli già esistenti, è necessario seguire un percorso normativo molto complesso:
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per la costituzione di nuove regioni, mediante la fusione di due pre-esistenti, l’art. 132 dispone
l’obbligatorietà del consenso formale dei cittadini mediante referendum, l’approvazione (non
vincolante) dei consigli regionali e l’approvazione della nuova legge costituzionale secondo il
procedimento aggravato previsto dall’art. 138; una procedura simile, che tuttavia può essere
ultimata mediante legge ordinaria, riguarda la modifica delle circoscrizioni territoriali delle regioni
(comuni, province e città metropolitane) – in tal senso, l’iniziativa procedurale deve provenire dai
comuni interessati ed occorre disporre del parere consensuale della regione di appartenenza; per
quanto riguarda l’istituzione di nuovi comuni (a condizione che ci siano almeno 10.000 abitanti) le
disposizioni sono dettate dalla costituzione e vengono messe in pratica dopo aver sottoposta a
referendum le popolazioni interessate.

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CAP.20 LA CORTE COSTITUZIONALE

La Corte costituzionale è prevista e disciplinata nell’ultimo titolo della seconda parte della
costituzione, relativo alle garanzie costituzionali. Alla corte sono attribuiti ruoli e attribuzioni legati
alla tutela dei principi e delle disposizioni costituzionali ed alla repressione di atti lesivi del testo
costituzionale.
Per la composizione della corte bisogna distinguere:
- ordinaria, impiegata nell’esercizio di tutte le funzioni.
La corte è composta da 15 giudici nominati per un terzo dal presidente della repubblica, per un
terzo dal parlamento in seduta comune e per un altro terzo dalle supreme magistrature
ordinarie ed amministrative (3 dalla cassazione, 1 dal consiglio di stato e 1 dalla corte dei conti)
- integrata, riservata a giudizi indicati dalla legge, in particolare il giudizio sullo stato d’accusa
del capo dello stato).
Nella corte integrata ai 15 giudici vanno aggiunti altri 16 giudici aggregati estratti a sorte da un
elenco di 45 cittadini aventi i requisiti di eleggibilità a senatore.
Per entrare nella corte costituzionale sono previsti alcuni requisiti, tra cui:
- la necessità di essere magistrati delle superiori giurisdizioni,
- professori universitari in discipline giuridiche
- avvocati con almeno 20 anni di esercizio della professione (art. 135).
Le guarentigie a disposizione dei giudici costituzionali prevedono l’inamovibilità, l’insindacabilità,
la non perseguibilità per opinioni espresse nell’esercizio delle loro funzioni e l’elusività dalle
limitazioni alla libertà personale o domiciliare (se non previa autorizzazione della stessa corte a
procedere). Ulteriori guarentigie riguardano la verifica dei poteri, ovvero la sussistenza dei
requisiti richiesti per l’accesso alla carica.
La Corte ha una durata d’ufficio di 9 anni (e i membri scaduti all’incarico non possono essere
rinominati). Al vertice è posto il Presidente della corte, eletto dagli stessi giudici a maggioranza:
egli rimane in carica per 3 anni e può essere rieletto, stabilisce il calendario dei lavori della corte e
presiede allo svolgimento della discussioni; il suo voto, che ha lo stesso peso di quello degli altri
giudici, è però decisivo in caso di parità di voti.

Circa le attribuzioni della corte costituzionale, essa opera sui:


 giudizi di legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge emanate dagli
enti pubblici,
 giudizio sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello stato o tra quelli dello stato e delle regioni
(o tra regioni),
 giudizio sullo stato di accusa del Presidente della Repubblica (art. 134) e sull’ammissibilità delle
richieste di referendum abrogativo.

Il giudizio di legittimità costituzionale può essere condotto seguendo due procedimenti distinti:
- Giudizio in via incidentale, il più diffuso, dove viene richiesta la presenza di un introduttore (un
giudice della corte) che nel corso di un processo sollevi agli occhi della corte la questione di
legittimità costituzionale di una legge o di un atto avente forza di legge che sta per essere
applicata nel suddetto processo (ordinanza di rimessione); in tal senso, la questione diventa
fondamentale, poiché senza aver disposto un’interpretazione della legge non è possibile
giungere alla conclusione del processo e prendere una decisione definitiva.
In tale ordinanza è necessario indicare i termini e i motivi della questione, ovvero gli elementi
che concorrono all’esistenza stessa della questione di legittimità:

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o oggetto, ovvero la disposizione stessa sulla quale sorgono dubbi di legittimità


costituzionale (il cui giudizio è desumibile in via interpretativa),
o parametro, ovvero le disposizioni che si presumono violate dalle disposizioni che
costituiscono l’oggetto (integrate dalle disposizioni e principi posti dalla costituzione e
dalle leggi di rango costituzionale e le leggi interposte di rango legislativo).
La legittimità costituzionale può essere anche viziata da alcuni fattori, tra cui l’eccesso di
potere legislativo ed altre violazioni formali o sostanziali, che portano la corte a valutare la
ragionevolezza del sollevamento della questione di legittimità. La corte, inoltre, può
pronunciarsi solamente in merito al principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato,
ovvero nei limiti dell’impugnazione; la corte gode inoltre di un’ampia autonomia
interpretativa dei testi delle disposizioni legislative, che tuttavia viene spesso rimandata al
diritto vivente, ovvero alla più diffusa interpretazione della legge già elaborata dagli organi
deputati all’applicazione della stessa.
Nel corso del giudizio la corte provvede ad adottare le sue decisioni (verso le quali non è
ammessa impugnazione) che si distinguono in:
o ordinanze, utilizzate le tutte le deliberazioni collegiali che non concludono in via
definitiva il giudizio,
o sentenze, ovvero deliberazioni definitive che a loro volta possono distinguersi in:
sentenze di inammissibilità, che dichiarano l’insussistenza dei presupposti richiesti
dalla legge per consentire alla corte di giudicare sulla fondatezza della questione;
sentenze di accoglimento, che hanno valenza per tutti i soggetti e ne determinano
gli effetti giuridici conseguenti, dichiarando illegittime le disposizioni legislative
poste come oggetto (che perdono la loro efficacia dal giorno successivo alla
pubblicazione della decisione);
o sentenze di rigetto, che sanciscono l’impossibilità da parte dello stesso giudice di
sollevare nuovamente la questione di legittimità su una data disposizione nello
stesso processo, né tantomeno di impugnare la decisione della corte.
Ulteriori tipologie di pronunce della corte riguardano:
o sentenze interpretative, ovvero deliberazioni che riguardano la legittimità di una
disposizione desunta in via interpretativa; si distinguono:
 sentenze interpretative di rigetto, dichiarando l’infondatezza della
questione in quanto si deduce un’interpretazione normativa diversa da
quella desunta dal giudice a quo (sollevante la questione) e conforme alla
costituzione,
 sentenze interpretative di accoglimento, dichiarando l’illegittimità
costituzionale della disposizione impugnata, ritenendo corrette le deduzioni
del giudice a quo.

- Giudizio in via principale, ovvero il procedimento utilizzato allorché lo Stato, le regioni o le


province autonome, mediante ricorso, adiscono direttamente la Corte Costituzionale in ordine
alle leggi approvate da altri enti; in tal senso la corte agisce sull’azione di organi esterni, e non
per mediazione di uno dei giudici costituzionali, con il procedimento medesimo atto ad
individuare l’oggetto principale della questione, definirne la legittimità costituzionale o meno e
procedere all’emanazione di una deliberazione definitiva; tali questioni possono essere
sollevate nel limite di entro 60 giorni dalla pubblicazione della legge ed in via immediatamente
successiva all’entrata in vigore di quest’ultima.

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L’Art. 134 dispone che la Corte debba anche giudicare:


- conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato,
- conflitti tra lo Stato e le regioni/province autonome,
- conflitti tra singoli enti territoriali.
L’oggetto proprio della natura di questi conflitti risiede nel bilanciamento, da parte della Corte,
delle attribuzioni previste e garantite dalla Costituzione ad ogni ente, che appaiono compromesse
da atti o comportamenti posti in essere:
 Conflitti tra poteri dello Stato, il procedimento contenzioso sorge tra organi competenti a
dichiarare definitivamente la volontà del potere cui appartengono e per la delimitazione della
sfera di attribuzione determinata per i vari poteri da norme costituzionali; in tal senso il
compito della corte è quello di stabilire a quale potere spettano le attribuzioni in
contestazione. Il parametro legato ai conflitti di poteri si rifà essenzialmente alle norme
costituzionali, che determinano e delimitano le attribuzioni costituzionali di ogni organo,
mentre in ordine ai soggetti dotati della legittimazione ad agire e resistere nel conflitto tra
poteri non si fa riferimento alla ripartizione dei poteri, poiché esistono organi costituzionali
aventi funzioni di carattere supremo ed esercitate in condizioni di indipendenza; l’atto da cui
può scaturire il conflitto può essere determinato da un atto vero e proprio, da un
comportamento o da un’omissione, mentre sul possibile oggetto di contestazione nei conflitti
di attribuzione la corte ritiene che in linea di principio non si può contestare un atto legislativo,
rimandando dunque agli atti residuali di natura amministrativa, giurisdizionale o governativa.
Circa lo svolgimento del procedimento:
- presentazione di ricorso proposta direttamente dalla Corte Costituzionale dalla parte che si
ritiene lesa nella propria sfera di attribuzioni;
- l’accertamento circa la legittimità costituzionale e la sussistenza dei requisiti di
ammissibilità
o oggettivo (competenza della materia di conflitto)
o soggettivo (sussistenza della legittimazione delle parti),
- emanazione di un verdetto definitivo dichiarando a chi spetti la competenza circa
l’attribuzione in contestazione.
 Conflitti intersoggettivi, ovvero procedimenti contenziosi in funzione ai conflitti di attribuzione
tra Stato e Regioni, regioni e regioni oppure con le province autonome.
Nello specifico, tali conflitti sorgono quando una delle parti ritiene che l’altra abbia invaso con
un suo atto la sfera di competenza assegnata dalla costituzione.
Circa il parametro del conflitto, la corte utilizza solitamente la normativa sub costituzionale, in
particola la disciplina legislativa adottata per il conferimento delle funzioni alle regioni, in
quanto integrativa delle disposizioni costituzionali; in ordine ai soggetti, la legittimazione attiva
e passiva spetta al presidente del consiglio (stato) e al presidente della giunta regionale, previa
deliberazione rispettivamente del consiglio dei ministri e della giunta; circa l’oggetto in
contestazione, la giurisprudenza ammette che possa trattarsi non solo di atti amministrativi,
ma anche giurisdizionali. Da un punto di vista giuridico, sia i conflitti intersoggetti che quelli tra
poteri dello stato rappresentano conflitti da menomazione derivanti dal pregiudizio
presuntivamente subito a causa dell’atto illegittimo o lesivo posto in essere da una delle parti
coinvolte nei confronti dell’altra. Dal punto di vista dello svolgimento del procedimento, oltre
al rispetto del termine perentorio di 60 giorni dalla pubblicazione dell’atto impugnato (non
presente nella prima tipologia di conflitti), le fasi di procedura rimangono pressoché le stesse

L’art. 134 cost. giudica inoltre, come detto, sulle accuse mosse dal Parlamento nei confronti del
Presidente della Repubblica, per crimini legati all’alto tradimento e attentato alla costituzione. Il
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procedimento innanzi alla corte costituzionale si avvia a seguito della decisione del parlamento in
seduta comune, a maggioranza assoluta, di deliberare la messa in stato d’accusa del capo dello
stato; nel procedimento vengono considerato le norme del diritto penale, oltre ai principi
costituzionali, e si distinguono una fase istruttoria, dove la corte può disporre la sospensione della
carica del presidente e adottare provvedimenti limitativi circa la sua libertà personale, domiciliare
o della corrispondenza, e la fase del dibattimento, che porta all’attuazione di una sentenza da
parte della corte, che può condannare (mediante sanzioni penali, costituzionali, amministrative e
civili) o assolvere il presidente, rigettando lo stato d’accusa.

Infine, la corte giudica sull’ammissibilità delle richieste di referendum abrogativo presentate a


norma dell’art. 75 cost. Il giudizio di ammissibilità riguarda complessi di ragioni desunti da
molteplici valori di ordine costituzionale: in primo luogo, l’inammissibilità concerne quella
tipologia di quesiti referendari che non rispettano una genuina manifestazione della volontà
sovrana del popolo; in secondo luogo, l’inammissibilità abbraccia anche quei quesiti che
concernono leggi a contenuto costituzionalmente vincolato, ossia leggi il cui contenuto normativo
non possa venire alterato o privato di efficacia, senza che ne risultino lesi i corrispondenti specifici
della costituzione; in terzo luogo, l’inammissibilità coinvolge i quesiti che hanno per oggetto
direttamente la costituzione, le leggi costituzionali, e le leggi atipiche a forza passiva rinforzata,
ovvero insuscettibili di abrogazione con semplice legge ordinaria.

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