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1985 by Stephen Davis


© 2011 Arcana Edizioni Srl
Prima edizione digitale 2017
Via Isonzo 34, Roma
Tutti i diritti riservati

Titolo originale: Hammer of the Gods – The Led Zeppelin Saga


Traduzione dall’inglese di Guido Chiesa

www.arcanaedizioni.it

ISBN: 9788862317252
STEPHEN DAVIS

IL MARTELLO DEGLI DEI


LA SAGA DEI LED ZEPPELIN

TRADUZIONE DI GUIDO CHIESA


A mio fratello C.B.D.

Where’er I roam, whatever realms to see,


My heart untravl’d fondly turns to thee

(Ovunque vada, per quanti regni veda


Il mio cuore è immobile e pazzo d’amore si rivolge a te)
PRELUDIO

LE MALEDIZIONI, LE CALUNNIE e le voci infamanti sui Led Zeppelin cominciarono


a circolare come sangue infetto nel 1969, durante il terzo tour americano del
quartetto rock britannico. Orribili racconti erano sussurrati da un clan di groupie
all’altro, mentre i Led Zeppelin ne saccheggiavano le città e si dirigevano
tranquillamente verso nuove mete. Devon ed Emaretta le ascoltarono
probabilmente per la prima volta a New York; telefonarono alla bellissima Miss
Pamela e alle GTO di Los Angeles e forse anche alle Plaster Casters di Chicago,
e in un nonnulla tutte le cortigiane del rock, dal Tea Party al Whisky,
cominciarono a raccontarsi di come i Led Zeppelin si mantenessero in forza
durante i tour bevendo liquidi vaginali direttamente dalla fonte; di come i Led
Zeppelin si cibassero di donne e ne lanciassero le ossa fuori dalle finestre; di
come ragazze di colore venissero immerse in vasche di fagioli bollenti prima del
coito. A Los Angeles le ragazze uscivano barcollando alle prime luci dell’alba
dagli hotel sul Sunset Strip, portandosi dietro assurde leggende da raccontare a
Hollywood e nella Valley, luridi resoconti di invocazioni spiritiche e
chiromanzia al lume di candela, di vergini scopate pubblicamente sui tavoli dei
nightclub, di donne picchiate, di magia sessuale e interminabili orge.
Raccontavano della ragazza ubriaca nell’albergo sulla costa di Seattle che si era
lasciata picchiare dai Led Zeppelin con uno squalo morto, mentre i Vanilla
Fudge la filmavano con la loro cinepresa a passo ridotto. A New Orleans
circolavano improbabili leggende sugli amoreggiamenti dei Led Zeppelin con la
stravagante popolazione locale di travestiti. In un documentario intitolato
Groupie, una ragazza fuori di testa delirava sull’abilità del chitarrista nel
manovrare la frusta. Queste voci, considerando i tempi, non erano poi così
malvage: Stati Uniti, il Sud della California in particolare, 1969. Nixon alla Casa
Bianca; genocidi in Vietnam; Charles Manson nella Valle della Morte, frustrato
dall’industria musicale, in attesa di mandare un’altra delle sue pattuglie di hippie
da guerra a far giustizia e massacro a Beverly Hills. Erano tempi stregati. Le
pagliacciate dei Led Zeppelin non erano altro che i giochetti sadici di giovani
artisti inglesi, con menti perverse e risorse illimitate, allo sbaraglio negli Stati
Uniti. Loro stabilirono un ineguagliabile modello di depravazione, carisma,
lussuria ed eccesso per le formazioni rock che cercarono di imitarli. Però alla
fredda luce del giorno, erano tutti assai simpatici, addirittura dei gentiluomini.
Ma c’era sempre un’altra storia che veniva sussurrata sui Led Zeppelin,
qualcosa di ben più sinistro dei vizi notturni di un gruppo di musicisti rock. La
diceria peggiore era quella che tutte le ragazze avevano imparato, da costa a
costa. “Non dite che ve l’ho detto io”, affermavano le ragazze (come fanno
tuttora), ma la verità è che i Led Zeppelin hanno venduto le anime al Diavolo in
cambio del loro rapido successo, del loro carisma irresistibile e della loro
incredibile ricchezza. Le ragazze credevano ciecamente nel patto quasi faustiano
dei Led Zeppelin con Satana. Non avete che da guardare, dicevano. Durante il
loro decennio di splendore nei Settanta, i Led Zeppelin erano la più famosa band
al mondo, la rappresentazione vivente del boom dell’industria discografica, in
quegli anni all’apice dei suoi profitti. Ora, dicevano le groupie, non era credibile
che gli Zeppelin avessero fatto tutto da soli.
C’era anche un seguito a questa assurda diceria. Uno dei quattro Zeppelin,
insistevano le ragazze, non avrebbe venduto l’anima al Diavolo e si sarebbe
rifiutato di firmare con il sangue. E, fecero notare le ragazze, guarda quel che è
successo (o che non è successo) a quello che si è sottratto al patto. Era il membro
più isolato della banda, quello che non si esponeva alle luci della ribalta. Quello
che non viaggiava nemmeno con il gruppo, ogni volta che ne aveva l’occasione.
Quello che non si lasciava... manipolare. E, anni più tardi, dopo che tutte le morti
e i disastri avevano seppellito i Led Zeppelin e il gruppo si era ormai sciolto tra
vergogne e rimorsi, egli fu l’unico a sopravvivere, praticamente indenne.
La storia del presunto patto tra i Led Zeppelin e il Diavolo ha basi solide nella
tradizione della popular music, soprattutto se si tiene conto del fatto che il
gruppo iniziò la propria carriera suonando blues. Infatti, tutti i giovani musicisti
inglesi che invasero gli Stati Uniti sull’onda dei Beatles – i Rolling Stones, gli
Animals, gli Yardbirds e i Kinks con la prima ondata e Cream, Jeff Beck e Led
Zeppelin con la seconda – si consideravano apprendisti blues. Molti di loro,
ancor prima di aver messo piede su un palcoscenico, avevano passato mesi e
anni rinchiusi in una stanzetta ad ascoltare e imparare vecchi dischi, classici
blues americani come quelli di Blind Lemon Jefferson, Big Bill Broonzy, Skip
James, Leadbelly e Muddy Waters. Più tardi scoprirono Elmore James, Sonny
Boy Williamson e Robert Johnson, il re dei cantanti del Delta blues, musicista
demoniaco e invasato che incarnò l’idea popolare del blues quale musica del
Diavolo. Nel Delta del Mississippi, dove Johnson era nato, la leggenda dice che
se un aspirante bluesman si mette in attesa a un crocevia deserto di campagna nel
cuore di una notte senza luna, c’è la possibilità che Satana stesso si presenti per
accordargli la chitarra, per firmare un patto con l’anima del musicista e
garantirgli in cambio una vita colma di facili guadagni, donne e fama.
Robert Johnson è stato il più grande musicista blues di tutti i tempi. Secondo
la gente, non c’è alcun dubbio che egli abbia aspettato al crocevia e che la sua
chitarra sia stata accordata. Nato a Robinsonsville, Mississippi (più o meno
quaranta miglia a Sud di Memphis) all’incirca nel 1911, Johnson passò la sua
adolescenza ad ascoltare i primi menestrelli del blues rurale: Charley Patton, Son
House e Willie Brown. Non ancora ventenne, imparò a far gemere e piangere la
sua chitarra, muovendo su e giù lungo le corde il collo spezzato di una bottiglia
di vetro. Ancor prima del 1935, quel giovane musicista enigmatico e solitario
aveva già inventato un suo stile chitarristico, squillante e percussivo, e aveva
scritto o fatto proprio un repertorio di canzoni destinato a diventare con il tempo
la base di tanto R’n’B, rock’n’roll e rock. Compose brani violenti come 32-20
Blues e Kindhearted Woman e amare canzoni di sconfitta come Love In Vain.
C’erano pezzi leggeri, densi di immagini sessuali parafrasate, come Terraplane
Blues e Travelling Riverside Blues, dove Robert ordina alla sua amante di
spremergli il limone fino a quando il succo non gli scorra giù lungo le gambe:
quarant’anni più tardi, un marchio di fabbrica dei futuri testi targati Robert Plant.
Ma la caratteristica di Johnson era il disperato senso di colpa che accompagnava
i suoi tormentati racconti di imprese diaboliche. In Me And The Devil Blues,
confessa: “Io e il mio Diavolo camminavamo fianco a fianco / Picchierò la mia
donna sino a quando sarò soddisfatto” (Me and my Devil were walking side by
side / I’m going to beat my woman till I get satisfied). E chiunque ascolti anche
la più graffiata delle incisioni di cinquant’anni fa di Hellhound On My Trail può
ancor oggi provare la tensione e la paura con cui Robert Johnson cantò le sue
strofe più terrificanti: “Devo continuare a muovermi / Il blues viene giù come
grandine / Non riesco a tenere il denaro che posseggo / Il segugio infernale mi
sta inseguendo” (I’ve got to keep on moving / Blues falling down like hail / I
can’t keep no money / Hellhound on my trail).
A partire dal 1938 le registrazioni di quel giovane genio cominciarono a
filtrare verso il Nord. A New York il produttore John Hammond stava
preparando il suo famoso concerto From Spirituals To Swing, che avrebbe
introdotto i migliori musicisti afroamericani alla sofisticata atmosfera della
Carnegie Hall. Hammond, che aveva ascoltato Terraplane Blues e Last Fair
Deal Gone Down, voleva che Robert Johnson si esibisse durante il concerto ma
la notizia che il cantante fosse stato assassinato cominciò a circolare lungo il
Delta. Robert era stato avvelenato da un marito geloso a Greenwood,
Mississippi. La madre e il fratello lo seppellirono in una tomba senza nome
dietro a una chiesa sionista nei pressi di Morgan City. La sua chitarra
scomparve. E, per il concerto della Carnegie Hall, Hammond dovette ingaggiare
Big Bill Broonzy.
“Salve Satana, credo che sia ora d’andare”, cantava Robert Johnson, e per
quanto abbia tratto profitto dal patto stabilito al crocevia, non è mai realmente
morto. Infatti, è semplicemente cresciuto. Leggenda vuole che egli fosse già al
lavoro con una piccola band nei mesi intercorsi tra le sue ultime registrazioni e la
morte. Il suo stile passionale e i suoi intensi ritmi furono copiati nel Delta non
appena i suoi dischi cominciarono a circolare. Terraplane Blues divenne quasi
un hit nel Sud. Il solo musicista a cui Robert insegnò a suonare era il figlio di
una delle sue amanti, divenuto poi a sua volta un bluesman sotto il nome di
Robert Jr. Lockwood. Due anni dopo la morte di Robert, Lockwood cominciò a
suonare, in perfetto stile Johnson, con un cantante e suonatore d’armonica, Rice
Miller, il cui nome d’arte era Sonny Boy Williamson. Già nel 1941, Lockwood e
Williamson erano diventati gli idoli del King Biscuit Time, un programma
radiofonico della KFFA di Helena, nell’Arkansas. A quel punto Lockwood
aveva imbracciato la chitarra elettrica; quelle trasmissioni radiofoniche furono le
prime in cui gran parte dei musicisti del Delta ascoltarono il suono di quello
strumento ancora semisconosciuto. Nell’arco di pochi anni, Muddy Waters, John
Lee Hooker, Howlin’ Wolf, B.B. King ed Elmore James attaccarono lo spinotto
e suonarono la musica di Robert a Chicago, Memphis e Detroit. Già non era più
blues: si chiamava R’n’B. Dieci anni dopo, Elvis Presley e Chuck Berry lo
trasformarono in rock’n’roll. Se Robert Johnson fosse vissuto un’altra ventina di
anni, avrebbe potuto suonare l’introduzione di chitarra di Maybelline di Chuck
Berry. Elvis e Chuck furono censurati e banditi lungo tutta la Blues Belt e nel
Midwest. La chiamavano la “musica del Diavolo”. Predicatori battisti armati di
torce organizzavano adunate punitive per bruciare quei dischi come se fossero
streghe.

HA SEMPRE ALEGGIATO uno strano odore, simile alla puzza dello zolfo, attorno
alle vite e alle opere dei musicisti più virtuosi. C’è un’aura di tristezza e
melanconia che pervade il loro mondo; tutti i grandi lo sanno e ognuno di loro se
ne prende cura a proprio modo. “Musica”, scrisse Georges Bizet, “che arte
meravigliosa! E che triste professione!”.
Più è grande l’abilità di un musicista, più alto è il prezzo pagato per
conservarla. Si prenda per esempio la vita del violinista genovese Niccolò
Paganini (1782-1840), la cui carriera è stata paragonata a quella dei Led
Zeppelin. Paganini è stato la prima superstar del virtuosismo nella memoria dei
tempi moderni. In un periodo in cui i cantanti d’opera erano gli unici musicisti in
Europa che godessero di considerevole fama e fortuna, Paganini divenne lo
strumentista virtuoso per eccellenza. Quando appariva in pantaloni attillati e
capelli lunghi, in teatri strapieni, più di una donna urlava o sveniva al suono dei
misteriosi effetti che produceva con il violino. Inventò l’uso degli armonici sul
violino, escogitò la riduzione sulla terza e quarta posizione di problemi tecnici
relativi a posizioni (e quindi ottave) superiori e rivitalizzò l’antica pratica della
“scordatura”, ovvero l’uso di accordature differenti. Ma nel corso della sua
carriera Paganini fu anche perseguitato da fastidiose voci e infami calunnie. La
sua fama fu così vasta e il suo potere sullo strumento e sulle donne così
leggendario, che chiunque in Europa era sicuro che Niccolò Paganini avesse
venduto l’anima al Diavolo. Fu accusato dalla stampa di essere un dissipatore
incurabile e un maniaco giocatore d’azzardo. Si disse che era egoista, morboso,
crudele e avido. Lo si accusò, nell’immaginazione popolare, di aver guidato una
banda di briganti e di aver ucciso i mariti delle sue nobili protettrici. In un
documento dell’epoca è scritto che “Paganini ottenne dal Diavolo il proprio
dominio sull’umanità e la sua preminenza nell’arte del violino, in cambio di
un’anima già sufficientemente rovinata e dannata”. In Italia, testimoni oculari
affermarono senza scomporsi di aver visto Satana mentre guidava le mani di
Paganini durante un concerto a Milano, mentre in Francia, testimoni al di sopra
di ogni sospetto giurarono di aver scorto emissari infernali allontanarsi dalla sala
dei concerti lungo una strada che non esisteva. Quando Paganini morì in Francia
nel 1840, la Chiesa cattolica si rifiutò di seppellirlo in terra consacrata,
nonostante le implorazioni di Roma, perché i contadini locali erano troppo
spaventati. Rimase senza sepoltura per tre anni, cioè fino a quando venne
riportato in Italia.
Il Diavolo appare, sotto le spoglie di Mefistofele con violino e archetto, nel
Faust di Goethe. Il Diavolo è un violinista in The Devil Went Down From
Georgia di Charlie Daniels. È una vecchia immagine arrivata fino ai nostri
giorni.
Nell’aprile del 1982 un comitato costituitosi nello stato della California si
riunì per ascoltare un disco dei Led Zeppelin suonato al contrario. Infuriati
predicatori battisti si erano lamentati che, quando i dischi dei Led Zeppelin
venivano suonati in quel modo, si potevano captare messaggi satanici, che
minacciavano la meravigliosa gioventù cristiana statunitense per mezzo delle
tecniche subliminali del Diavolo. Manco a farlo apposta, quando il comitato
ascoltò Stairway To Heaven al contrario, alcuni membri dissero di aver sentito
chiaramente la frase sinistra, biascicata e terrificante: “Questo è dedicato al mio
dolce Satana”.
PARTE PRIMA

Now around the world


– bad trips for everyone
No more the man of paradise
or the Celt of Albion
They queue like burning moths to spread
the all-time vicious lie
You Christians destroyed our tribe
– I fight you till I die

(Ora in giro per il mondo / – brutti viaggi per tutti /


Non più l’uomo del paradiso / o il celta di Albione /
Fanno la fila come falene brucianti per spargere /
la menzogna più velenosa di tutti i tempi /
Voi cristiani avete distrutto la nostra tribù /
– Io vi combatterò fino alla morte)

ROY HARPER
1. THE TRAIN KEPT A-ROLLIN’

“Si può ancora vedere l’ombra di quando lo Zeppelin


fluttuò sopra l’America: se ne arrivò come
l’Islam nel deserto...” – Michael Herr

LA SAGA DEI LED ZEPPELIN inizia nel 1943, nel mezzo del blackout e del duro
razionamento degli anni della guerra. Un impiegato di un’officina aeronautica di
nome James Page sposò Patricia Elizabeth Gaffikin, segretaria di un ufficio
medico. Il 9 gennaio 1944, Patricia diede alla luce il suo unico figlio, James
Patrick Page, a Heston, nel Middlesex. Dopo la guerra, il padre trovò impiego
come capo personale in una fabbrica e la famiglia Page andò a vivere a Feltham,
nei pressi dell’aeroporto di Heathrow, a Ovest di Londra. A metà degli anni
Cinquanta la famiglia Page si trasferì a Epsom (nel Surrey), una tranquilla
località circondata da panorami bucolici e corse di cavalli.
Jimmy crebbe praticamente da solo nella comoda casa di Miles Road. Non
ricorda di aver avuto compagni di giochi fino all’età di cinque anni.
“Probabilmente quell’iniziale isolamento ha influenzato molto il modo in cui si è
sviluppata la mia personalità”, commenterà anni dopo. “Un solitario. Molta
gente non riesce a star da sola. Si spaventano, mentre a me l’isolamento non crea
problemi. Mi dà un senso di sicurezza”.
Jimmy Page trovò il suo miglior amico quando aveva circa quindici anni. Era
una chitarra di tipo spagnolo con corde di metallo. Jimmy non sapeva da che
parte cominciare con la chitarra, così la portò a scuola, vide uno studente che
suonava delle canzoni in stile skiffle e si fece avanti per chiedere al ragazzo di
accordargli la chitarra. Jimmy andò oltre lo skiffle assai in fretta. Dopo aver
ascoltato brani di rock’n’roll americano come Baby Let’s Play House di Elvis
Presley e No Money Down di Chuck Berry, “l’eccitazione e l’energia
semplicemente mi afferrarono e volli farne parte”. Jimmy prese alcune lezioni da
un’insegnante di Kinston-on-Thames prima di andare a cercare la propria
ispirazione nelle stazioni radiofoniche e nei dischi americani. “Gli assoli che mi
colpivano riuscivano a mandarmi un brivido lungo la schiena”, ricorderà in
seguito, “e passavo delle ore, e in certi casi dei giorni, a cercare di eseguirli”. Al
principio lavorò sugli assoli arpeggiati dei dischi di Buddy Holly, per poi finire
concentrandosi su James Burton, il creativo chitarrista dalla nota “tirata” che
accompagnò Ricky Nelson in molti suoi brani di successo. Lo stile degli assoli a
“corda tirata”, faceva impazzire Jimmy; cercare di suonarli da solo, senza aiuto
alcuno, si dimostrò estremamente frustrante. Finalmente, qualcuno gli consigliò
di sostituire la terza corda, solitamente rivestita, con una molto più leggera e
nuda. In breve la chitarra divenne la passione dominante della vita di Jimmy
Page ed egli stesso cominciò a immergersi nel brulicante ambiente dei giovani
chitarristi, collezionisti di dischi e discepoli del blues della West London. Uno
dei suoi amici era Jeff Beck. Jeff si era costruito da solo una chitarra e suonava
già da oltre un anno quando lui e la sorella, una domenica pomeriggio, andarono
con l’autobus a casa di Page a Epsom. Jeff suonò l’assolo di James Burton da My
Babe di Ricky Nelson. “Fu come se fossimo immediatamente diventati fratelli di
sangue”, ricorda Page.
La chitarra acustica spagnola non durò a lungo. Per riprodurre il caratteristico
suono di Burton, Chuck Berry o Cliff Gallup (che suonava con Gene Vincent),
Jimmy doveva avere una chitarra elettrica. Così si mise a distribuire giornali,
fino a quando riuscì a permettersi una Hoffman Senator con pickup elettrico. Ma
siccome la Senator aveva una cassa semiacustica, Page non la considerava una
vera e propria chitarra elettrica. Convinse suo padre a sottoscrivere un contratto
per il noleggio e acquisto di una chitarra elettrica economica chiamata Grazioso,
una copia britannica della più classica chitarra rock’n’roll, la Fender
Stratocaster. Sin dal 1960, Page divenne un discepolo della chitarra elettrica. I
suoi insegnanti gliela confiscavano ogni giorno al momento dell’ingresso in
classe, per restituirgliela solo dopo le quattro pomeridiane. “Il bello della
chitarra”, afferma Page, “è che non era materia di studio: la studiai da
autodidatta e fu la parte più importante della mia istruzione. So che Jeff Beck e
io amavamo la musica perché non eravamo obbligati a farlo”.
Jimmy cominciò a collaborare con piccole formazioni di Epsom quando non
aveva ancora sedici anni. Nel 1960, suonando la chitarra acustica, accompagnò il
poeta beat Royston Ellis durante un recital di poesie al Mermaid Theater di
Londra. Aveva riacquistato interesse nello strumento acustico dopo aver
ascoltato il chitarrista Bert Jansch. Dopo poco, però, acquistò una Chet Atkins
Country Gentleman arancione, una delle poche esistenti all’epoca in Inghilterra,
e si mise a suonare in gruppi della Western London. Una notte, nel 1961, Page
stava lavorando con il gruppo di spalla nella sala da ballo di Epsom, scaldando i
ballerini prima delle grandi star sudiste della serata, vale a dire Chris Farlowe
and The Thunderbirds e Johnny Kidd and The Pirates. Page cominciò a fare
fuoco e fiamme con il suo ritmo chitarristico originale, naturale e ballabile,
proprio mentre nella sala si trovava un cantante nonché manager londinese, Neil
Christian. Dopo lo show, Christian offrì a Page il posto di chitarra solista nel suo
complesso, Neil Christian and The Crusaders. Poiché Jimmy aveva superato
positivamente gli esami scolastici, i genitori accordarono il loro permesso.
I Crusaders suonavano Chuck Berry e Bo Diddley a un pubblico apatico, con
almeno due anni di anticipo sui tempi. Ma a Londra, il diciassettenne Jimmy
Page iniziò a costruirsi una fama come nuovo asso inglese della chitarra. Non
c’era dubbio che fosse la star dei Crusaders, una vera e propria primadonna con
una vistosa e modernissima strumentazione che gli altri giovani musicisti non si
sarebbero mai potuti permettere. Guadagnava venti sterline alla settimana in
un’epoca in cui un autista con un buon impiego ne prendeva dieci. Fu uno dei
primi a Londra a suonare con il pedale e divenne di rigore, per i giovani aspiranti
chitarristi locali, andare a vedere regolarmente quel che faceva Jimmy Page. Un
giovane chitarrista del Sud, John Baldwin, dirà a un cronista: “Già nel 1962 mi
ricordo che la gente diceva: ‘Devi andare a sentire Neil Christian and The
Crusaders, hanno un giovane alla chitarra che è incredibile’. Sentii parlare di
Page prima ancora che di Clapton o Beck”.
I Crusaders suonarono ovunque nel Sud dell’Inghilterra ma dopo pochi mesi
lo sforzo cominciò a debilitare Page. Quale star dello show, Page doveva
curvarsi all’indietro finché la testa non gli toccava il palco, uno dei tanti
stucchevoli movimenti che dovevano eseguire i complessi dell’epoca. I
Crusaders vivevano praticamente nell’umidità del loro pulmino, viaggiando per
tutta l’Inghilterra e incorrendo nei classici guasti del motore. Una notte, prima di
un concerto a Sheffield, Page svenne mentre stava passeggiando all’aperto. Si
risvegliò sul pavimento del camerino. Il dottore diagnosticò febbre ghiandolare
complicata da affaticamento e stress. Era malnutrito, emaciato e soffriva di tosse
bronchiale. Di fronte alla prospettiva di interminabili acrobazie sul palcoscenico,
pubblico scarso e praticamente niente cibo e riposo, Page fece le valigie. Con
riluttanza, abbandonò i Crusaders e si iscrisse alla scuola d’arte di Sutton,
intenzionato a studiare pittura.
Mentre Page imparava a dipingere e miscelare colori, una bufera culturale
destinata a cambiare la musica popolare in Europa e in America stava investendo
l’Inghilterra. Nel porto settentrionale di Liverpool erano esplosi i Beatles, grazie
alle semplici melodie di John Lennon e Paul McCartney. Fu però la febbre del
blues dei giovani britannici a portare nel 1963 una nuova generazione di
musicisti e fan agli onori delle cronache e dei gusti popolari del tempo. Tutto in
realtà era cominciato nel 1958, quando Muddy Waters aveva percorso ruggendo
l’Inghilterra, accompagnato dal suo gruppo elegante in perfetto stile Chicago,
con tanto di vestiti neri attillati, pettinature imbrillantinate e potenti e rozzi
amplificatori. Il pubblico britannico si aspettava “autentici”, patriarchi del blues
rurale dei Delta e invece Muddy lo aveva mandato alle stelle con il suo mojo che
funzionava a tutta velocità e il blues che veniva giù come grandine. Muddy
aveva convertito due importanti musicisti inglesi – Alexis Korner e Cyril Davies
– destinati a diventare allievi a vita del blues. Due anni dopo, il capogruppo
Chris Barber era stato convertito allo stile blues di Chicago mentre era in tournée
in America. Di ritorno in Inghilterra, aveva assunto Korner e Davies nella sua
orchestra denominata Trad e li aveva presentati nel suo show del sabato sera per
la BBC, Trad Tavern. Il tutto aveva portato alla for mazione della prima blues
band inglese, Alexis Korner and Cyril Davies’s Blues Incorporated. Nel maggio
1962, il gruppo aveva tra i suoi membri i neofiti del blues Mick Jagger (voce),
Charlie Watts (batteria) e Jack Bruce (basso); si esibivano ogni fine settimana
allo straripante Marquee, un club della vecchia guardia jazz su Oxford Street.
Nel giro d’un anno Mick e Charlie se ne andarono per formare i Rolling Stones
(Jack Bruce raggiungerà i Cream più tardi) ma le notti blues del Marquee erano
ancora la passione della gioventù londinese, ansiosa di trovare un’alternativa al
Mersey Sound che stava falciando dal Nord l’Inghilterra. Alla fine, Alexis
Korner portò gli Stones dal loro club abituale, il Crawdaddy nel sobborgo di
Richmond, al Marquee, per farne il gruppo di spalla dei Blues Incorporated. Poi i
Rolling Stones esplosero a loro volta e non si guardarono mai più alle spalle.
Jimmy Page non perse tempo e fece tesoro di tutto ciò. Invece di suonare per
professione, trasformò il salotto di casa Page in Miles Road in uno studio
musicale, con un registratore, dischi sparsi ovunque, amplificatori, chitarre
elettriche di riserva, una batteria e altri strumenti. Ogni domenica teneva banco,
dando via libera agli strumenti in compagnia di Jeff Beck e di altri discepoli del
blues provenienti da Richmond e da Eel Pie Island. La madre di Jimmy, alla
quale quella musica era finita con il piacere, preparava il tè per gli scavezzacolli.
Anche a Page piaceva divertirsi. Con un amico se ne andava in giro in
macchina nella zona di Epsom a gridare insulti alla gente per strada. Epsom era
pieno zeppo di ospedali psichiatrici e i ragazzi erano particolarmente attratti da
un istituto per la cura di ragazze con turbe sessuali quali la masturbazione
compulsiva. Un giorno, Jimmy e i suoi amici penetrarono nell’istituto e
cercarono di portarsi a casa un paio di ragazze, senza riuscirvi ma con grande
spasso. Spesso Page spariva con la sua chitarra per lunghi viaggi in autostop
verso la Scandinavia, l’Europa e l’Oriente. In uno di questi, giunse fino in India
prima che un attacco della solita febbre lo obbligasse a tornare a casa.
Di lì a poco abbandonò la tavolozza e i pennelli e ricominciò a suonare. Per
riabituarsi al lavoro in pubblico, Page si esibiva con la band di Cyril Davies
negli intervalli al Marquee, dove in una serata leggendaria fu chiesto ai giovani
bluesmen bianchi di fare da spalla a Muddy Waters. Un paio di settimane dopo,
alla fine di una delle sue blues jam al Marquee, fu avvicinato da un giovane
chitarrista che militava nella band londinese dei Roosters. Disse che Jimmy
aveva uno stile molto simile a quello di Matthew Murphy, che all’epoca suonava
con Memphis Slim. Page fu lusingato dal complimento del chitarrista, che si
chiamava Eric Clapton.
Cyril Davies morì per una malattia del sangue e dopo poche settimane Page
smise di frequentare le serate blues del Marquee. All’epoca i Rolling Stones
avevano abbandonato i loro spettacoli settimanali al Crawdaddy di Richmond ed
erano stati sostituiti dal nuovo gruppo di Eric Clapton, gli Yardbirds. In
Inghilterra, sull’onda dei Beatles e degli Stones, nuovi gruppi venivano costituiti
a ogni piè sospinto e Page fu sommerso da offerte di ingaggio quale chitarra
solista ma considerazioni di carattere medico gli consigliarono di rifiutare. Iniziò
invece a lavorare come chitarrista di studio, un virtuoso “pistolero a noleggio”,
utilizzato dai produttori per rafforzare il suono spesso inadeguato dei giovani
chitarristi di altre band. Il lavoro in sala ebbe inizio dopo uno dei giovedì sera al
Marquee. Il tecnico di registrazione Glyn Johns, un vecchio amico di Epsom,
propose a Page di presentarsi il giorno successivo per una seduta. C’era
un’incredibile richiesta di nuovi dischi di gruppi inglesi e la scena sonnolenta
degli studi londinesi disponeva di un solo chitarrista, Big Jim Sullivan, ritenuto
abbastanza preparato per sostenere la musica dei nuovi complessi. La prima
seduta di Page produsse il successo Diamonds di Jet Harris e Tony Meehan, che
avevano appena abbandonato il complesso di Cliff Richard. Poi un’altra seduta
di registrazione, per Carter Lewis and The Southerners, diede vita a Your
Mama’s Out Of Town che a sua volta scalò le classifiche inglesi, tanto che i
produttori cominciarono a considerare Page un portafortuna. Non che avessero
molta scelta: o ci si affidava a “Big” Jim Sullivan o a “Little”, Jimmy Page. Per
un breve periodo Page si unì alla banda di Carter Lewis ma se ne ritirò quasi
immediatamente per ritornare al lavoro di studio. “Ero stato accolto in tutti i tipi
di impenetrabili fratellanze”, dirà, “e fu un modo di cominciare estremamente
divertente”.
Nel 1965 Shel Talmy, Andrew Oldham e Mickie Most erano i più quotati
produttori in Inghilterra. Tutti si affidavano alle camaleontiche capacità di Page
di copiare qualsiasi stile chitarristico: George Harrison, Chuck Berry, Brian
Jones. Fu così che Jimmy Page finì con l’apparire nelle prime registrazioni di
Who, Kinks, Them e altri importanti gruppi della cosiddetta British Invasion.
Quando, nel gennaio 1965, gli Who entrarono in sala di registrazione per
incidere il loro primo 45 giri, I Can’t Explain, scoprirono che Shel Talmy aveva
Jimmy Page in attesa nel corridoio, pronto a sostituire Pete Townshend nel caso
in cui non si fosse dimostrato all’altezza del compito. Ma Townshend si
dimostrò capace, così Page aggiunse solo la chitarra ritmica. Sulla facciata B del
45 giri, tuttavia, Page suonò da solista usando uno dei nuovi effetti per cui era
famoso: il distorsore. Era stato costruito per lui due anni prima. Così Page spiegò
a un reporter: “Roger Mayer, che in seguito lavorò per Jimi Hendrix, mi contattò
nel periodo in cui ero ancora alla scuola d’arte e avevo cominciato a fare alcune
sedute e mi disse di lavorare per la Marina Militare nel dipartimento
sperimentale e di poter costruire ogni sorta di apparecchi. Così gli dissi: ‘Perché
non provi a fabbricarmi quell’aggeggio che ho ascoltato anni fa su quel disco dei
Ventures, THE 2000 POUND BEE?’ Era un distorsore della Gibson. Ne
avevamo uno in Inghilterra ma era un disastro e suggerii: ‘Perché non migliori
questo qui con le apparecchiature della Marina?’. Poi i Pretty Things ne
ricevettero uno e poi Jeff Beck e alla fine lo volevano tutti”.
Ovviamente, quasi tutti i gruppi erano fieramente orgogliosi della propria
musica ed erano spesso contrari al fatto che altri musicisti venissero impiegati
nei loro dischi. Le registrazioni per i Them furono veramente spiacevoli per
Page, dal momento che i quattro coriacei musicisti di Belfast che spalleggiavano
Van Morrison furono rimpiazzati, uno per uno, da professionisti di Londra. “Il
gruppo entrò in sala credendo di incidere”, dice Page, “e tutto d’un colpo si
trovarono queste altre persone che suonavano nei loro dischi. Fu un miracolo che
non rimpiazzassero Van Morrison. E poi si parla di pugnalate alle spalle!”.
I Kinks furono meno dispiaciuti dal fatto che Page suonasse le loro canzoni: la
sua presenza alla chitarra ritmica permetteva a Ray Davies di agire liberamente
in studio, dirigendo e producendo. Tuttavia, i Kinks furono in seguito infastiditi
perché a Londra si diffondevano voci che assegnavano a Page la paternità degli
inconfondibili giri di distorsore di All Day And All Of The Night e di You Really
Got Me. La loro sensazione fu che Page avesse spezzato il tacito accordo di
anonimato, tipico dei musicisti di studio, parlando alla stampa e diffondendo
false informazioni.
Durante il giorno, Page si costruiva una ben pagata carriera di musicista di
studio mentre di notte rincasava a Epsom (gli amici dicevano che era troppo
avaro per lasciare la dimora dei genitori e procurarsi un posto per conto proprio)
e ritornava al suo ruolo preferito di allievo, ascoltando dischi blues e
imparandone gli assoli. Alla fine del gennaio 1965, suonò in una seduta destinata
a unire i suoi due mondi, lo studio di registrazione e il blues.
Sonny Boy Williamson arrivò in Inghilterra nel 1963 durante una tournée
organizzata dall’American Folk Blues Festival. Vi ritornò l’anno dopo per delle
sedute di registrazione con gruppi inglesi d’avanguardia come gli Yardbirds e gli
Animals (tutti quanti atterriti dalla stazza e dal burbero cipiglio del bluesman: a
Helena, nell’Arkansas, dove Sonny Boy viveva, anche i suoi concittadini erano
spaventati; Sonny Boy era alto oltre un metro e novanta e si diceva che fosse
assai svelto con il coltello). Nell’Inghilterra in preda alla febbre del blues, la
carriera di Sonny Boy rinacque. Si recò da un sarto inglese e ordinò la sua
versione di un completo alla britannica, apparendo in concerto in abiti bianchi e
neri a strisce sottilissime e con una bombetta a sghimbescio. Aveva una passione
tutta da bluesman per l’alcol e in genere era ubriaco quando suonava. Durante
una visita a Birmingham, diede fuoco alla sua stanza d’albergo mentre cercava
di arrostire un coniglio in una caffettiera a filtro. Ma se i giovani allievi blues
britannici che cercarono di suonare con lui lo trovavano minaccioso, Sonny era
anche il blues in carne e ossa. Aveva conosciuto l’ombroso Robert Johnson e
aveva imparato dal suo figliastro, Robert Jr Lockwood. Era il legame vivente
con lo splendore del primitivo blues rurale degli anni Trenta.
Le sedute che misero fianco a fianco Sonny Boy Williamson e Jimmy Page
furono organizzate da Giorgio Gomelsky, il manager degli Yardbirds. Furono
convocati anche il tastierista Brian Auger e il batterista di studio Mick Waller,
insieme a numerosi altri discepoli del blues. Sonny Boy entrò nello studio, si
aprì una bottiglia di scotch spezzandone il collo, fece un cenno agli sbalorditi
giovani musicisti, provò i pezzi una volta e li incise senza ulteriori esitazioni. A
Page furono affidati gli assoli di I See A Man Downstairs e Little Girl, ma per il
resto Sonny Boy lo seppellì con la sua armonica amplificata. Le sedute si
svolsero nel caos totale, Sonny Boy continuò a confondere i musicisti con
lunghe pause e arcane strutture blues che sembrava inventare lì per lì.
Ironicamente, Sonny Boy ritornò a Helena subito dopo le sedute con Jimmy
Page. Qui fece alcune jam con un gruppo di musicisti bianchi di R’n’B che si
facevano chiamare Hawks (in seguito ribattezzati The Band). Parlando con il
chitarrista Robbie Robertson, Sonny Boy derise i musicisti inglesi con cui aveva
lavorato, dicendo quanto deprimente fosse stata la prova degli Yardbirds e degli
altri. Il maggio seguente, Sonny Boy Williamson tirò le cuoia.

IL 1965 FU L’ALBA della Swinging London. La birra costava tre scellini alla pinta e
le strade erano piene di Mini Morris e minigonne. C’era qualcosa di nuovo
nell’aria e grandi fortune da ricavare dall’esplosione pop – arte, musica, moda –
che scoppiò a Londra quell’anno. All’epoca i Beatles erano diventati troppo
“grandi”, per suonare in pubblico, mentre gli Stones avevano disertato il
Marquee per lanciarsi in interminabili tour dei teatri provinciali e degli Stati
Uniti. La formazione più rovente di Londra erano gli assordanti Yardbirds, con
le loro rapide e deliranti cavalcate R’n’B e un giovane chitarrista di fama: Eric
Clapton. Il formidabile musicista di studio Jimmy Page – in parte grazie alla sua
amicizia con Clapton e in parte poiché era presente nella più eccitante delle
scene cittadine – si faceva spesso vedere in giro con la band, quando questa si
esibiva nei dintorni di Londra.
Gli Yardbirds erano emersi dalla scena di Richmond-Kingston sulla scia dei
Rolling Stones. Eric Clapton, il chitarrista ritmico Chris Dreja e il cantante Keith
Relf provenivano dalle accademie d’arte di West London; erano poi stati
raggiunti dal bassista Paul Samwell-Smith e dal batterista Jim McCarty, i quali
avevano militato nella stessa band a Hampton Grammar. All’inizio suonavano
blues acustico con il nome di Metropolis Blues Quartet, ogni venerdì sera al
Railway Hotel di Norbiton. Al principio del 1963 però, ascoltati i Rolling
Stones, avevano cambiato il nome in Yardbirds e si erano gettati a capofitto nei
classici dell’R’n’B che gli Stones non eseguivano; vale a dire il resto del
repertorio di Howlin’ Wolf, Jimmy Reed e Bo Diddley. Ma gli Yardbirds
avevano anche un approccio molto più sciolto degli Stones, i quali mostravano
arrangiamenti relativamente rigidi. Gli Yardbirds abbandonarono il R’n’B puro
per dedicarsi a episodi solisti a mano libera e a lunghi intermezzi strumentali,
perlopiù improvvisati di notte in notte. Quando il loro primo album venne
stampato, gli Yardbirds seguirono gli Stones nell’estenuante mondo delle
tournée, suonando ogni notte per due mesi davanti a una diversa platea. A
differenza degli Stones, gli Yardbirds furono incapaci di tradurre il loro
selvaggio R’n’B da accademia d’arte in un 45 giri di successo. Alla fine del
1964 Giorgio Gomelsky decise di cambiare tattica e produrre un 45 giri
semplicemente pop per gli Yardbirds, scritto da un compositore esterno e senza
traccia alcuna del loro basilare repertorio R’n’B. La canzone era For Your Love,
composta da Graham Gouldman, un ragazzo di Manchester che in seguito
avrebbe formato i 10 cc. Quando venne messo in distribuzione nel marzo 1965,
For Your Love divenne immediatamente un successo mondiale. Il discepolo
blues Eric Clapton odiava però la canzone e l’idea che gli Yardbirds eseguissero
un qualsiasi tipo di musica che non fosse il blues: si rifiutò dunque di suonare
nel brano nonostante le suppliche degli altri e infine abbandonò il complesso.
Ancor prima che Eric Clapton lasciasse gli Yardbirds, Gomelsky aveva
chiesto a Jimmy Page di assumere il ruolo di chitarra solista. Page rifiutò
immediatamente. Ovviamente, non voleva che una diatriba professionale sugli
Yardbirds venisse a rovinare la sua amicizia con Clapton. Così, fornì agli
Yardbirds il nome di un altro eccellente chitarrista: Jeff Beck. Gli Yardbirds non
lo avevano mai sentito nominare.
Nell’anno precedente, Beck, alla testa di un’oscura dance band, i Tridents, si
era trasformato in uno dei più eccitanti chitarristi della scena londinese ma, per il
resto, restava uno squattrinato senza nemmeno i soldi per comprarsi nuove
corde. Page era certo che Beck fosse il solista giusto per gli Yardbirds e questi
finirono con l’offrirgli il posto. Jeff Beck entrò a far parte degli Yardbirds nel
marzo 1965. Cercare di colmare il vuoto lasciato da Eric Clapton in un gruppo di
successo non era un compito facile, occorreva innanzitutto una buona presenza
scenica; Gomelsky allora trascinò Beck da un parrucchiere di lusso per il suo
inconfondibile taglio “a forma di budino”, e gli comprò dei vistosi abiti a
Carnaby Street. Da quel momento Beck prese il volo, inventando una nuova
coreografia chitarristica, suonando la chitarra dietro alla testa, facendo saltare in
aria gli amplificatori con feedback, distorsioni ed effetti psichedelici che
sarebbero stati poi imitati da molte altre band. Senza un frontman nella
formazione, come poteva esserlo Jagger per gli Stones, gli Yardbirds
trasformarono Beck nella loro caratteristica peculiare e diventarono un banco di
prova per gli showmen della chitarra destinati a dominare di lì a poco la musica
rock progressiva. Per promuovere il loro disco più recente, HEART FULL OF
SOUL, gli Yardbirds salparono per gli Stati Uniti nel giugno del 1965. Prima di
lasciare l’Inghilterra, Beck si presentò sugli scalini di casa di Jimmy Page e gli
offrì una rara Telecaster del 1958, dicendo: “È tua”.
Page, nel frattempo, si stava erudendo nell’arte della produzione discografica,
lavorando in compagnia di giovani tecnici del suono quali Glyn Johns ed Eddie
Kramer. In breve, Andrew Oldham, il manager degli Stones, assunse Page in
qualità di staff producer per la sua etichetta, la Immediate Records. Il lavoro di
Page per la Immediate comprese gruppi sconosciuti, il cantante Chris Farlowe e
la chanteuse tedesca Nico, che in seguito riapparve a New York suonando
l’armonium con i Velvet Underground. Page produsse anche quattro
composizioni per la formazione regnante del blues inglese, i Bluesbreakers di
John Mayall, accompagnati dalla micidiale chitarra di Eric Clapton. In
compagnia di Jeff Beck e Clapton, Page registrò anche una serie di
improvvisazioni blues su un tema di Elmore James. Clapton e Beck credettero di
aver effettuato delle prove ma, quando in seguito la Immediate stampò le
registrazioni con l’intenzione di dar vita a un “archivio”, del blues britannico, i
due andarono su tutte le furie e accusarono Page di aver tradito la loro amicizia.

JIMMY PRODUSSE IL SUO primo 45 giri alla fine del 1965: She Just Satisfies, a
nome Jimmy Page, fu messo in distribuzione dall’etichetta Fontana alla fine di
quell’anno; aveva un bel suono di distorsore, giri chitarristici alla Kinks ma un
testo insipido e chiaramente Page non possedeva alcuna dote vocale. Descrisse il
disco ad alcuni amici come “un gioco fatto in casa”: aveva infatti suonato tutti
gli strumenti, a eccezione della batteria, lasciata al veterano delle sedute Bobby
Graham. La facciata B era meglio: Keep Movin’ era un duro pezzo strumentale
di R’n’B all’inglese, con Page impegnato a sovraincidere un’eccellente armonica
blues e a copiare un tipico assolo alla Eric Clapton annata Bluesbreakers 1965. Il
disco non apparve mai nelle classifiche. Nonostante il trascurabile esordio
discografico come autore, Page aveva già collaborato a centinaia di sedute di
registrazione nell’area londinese, era il musicista più esperto del mondo pop, un
professionista consumato che guadagnava un sacco di soldi mentre il resto dei
musicisti inglesi della sua generazione si spezzava la schiena per molta gloria,
soprattutto in America, ma per pochi soldi. Al di fuori del mondo esclusivo degli
studi di registrazione londinesi però, Jimmy Page era un perfetto sconosciuto.
Nel 1966 se ne andò in vacanza a Los Angeles e vide i Byrds e i Buffalo
Springfield: così anche lui aveva qualcosa da raccontare. Una volta tornato a
casa, per scrollarsi di dosso la monotonia delle sedute di registrazione iniziò a
sperimentare nuove tecniche.
Durante una seduta, un violinista gli chiese casualmente se avesse mai cercato
di suonare la chitarra elettrica con l’archetto. Page se ne fece prestare uno e non
si tirò indietro. La Gibson Black Beauty produsse un lungo e altisonante
mormorio elettrico sulla corda bassa e penetranti grida disumane su quelle alte.
La tastiera della chitarra non è ricurva e Page poteva suonare solo due corde per
volta, ma non appena sfregò l’archetto lungo le sei corde, l’amplificatore emise
urla selvagge e grandi belati. Era un chiarissimo effetto drammatico e Page
cominciò a lavorarci sopra. Casualmente, nella medesima epoca, il chitarrista
Eddie Phillips, del gruppo inglese Creation (al basso: Ron Wood), aveva già
cominciato a suonare la chitarra con l’archetto.
Nel frattempo, però, Page cominciò ad averne abbastanza del lavoro in studio.
La goccia che fece traboccare il vaso fu una seduta per la star francese Johnny
Halliday. A un giornalista confessò: “Stavo diventando una di quelle persone che
odio”. Ma nella primavera del 1966 la salvezza arrivò sotto forma di un altro
invito a entrare a far parte degli Yardbirds. Questa volta Page non disse di no.
Gli Yardbirds avevano suonato in tutti gli Stati Uniti sulla scia della
protopsichedelica Shapes Of Things e Jeff Beck aveva scioccato i teenager
americani con le sue pose sessuali e l’energia viscerale del suo modo di suonare.
Sotto la folle tutela di Giorgio Gomelsky, gli Yardbirds erano pronti a tutto.
Dopo uno show a Memphis, Gomelsky telefonò a Sam Phillips, il leggendario
produttore che per primo aveva fatto incidere Elvis, Jerry Lee Lewis e altri
grandi del rock. Prenotò lo studio di registrazione e, in seguito, convinse Phillips
medesimo a fungere da supervisore durante le sedute in cui gli Yardbirds
incisero Train Kept A-Rollin’, probabilmente lo zenith artistico della loro
carriera. Successivamente, il gruppo incise Shapes Of Things e I’m A Man ai
Chess Studios di Chicago (la leggenda degli Yardbirds racconta che Bo Diddley
e i suoi accoliti si presentarono nello studio di registrazione per reclamare le loro
royalty non appena la formazione se ne fu andata). Ma, nonostante l’indiscutibile
successo, il comportamento di Beck era sempre più frustrante per gli altri.
Capriccioso, vanitoso, soggetto a terribili mal di testa a causa di un incidente
infantile, Beck si lanciava una sera in lunghi e ispirati assoli blues e poi suonava
per tre sere consecutive in modo incostante e addirittura inconcludente. A Los
Angeles, la roccaforte degli Yardbirds, aveva incontrato una ragazza, Mary
Hughes, e di tanto in tanto non si presentava ai concerti per stare con lei. Così,
mentre influenzavano palesemente i nuovi gruppi californiani con il loro
assordante e ipnotico ronzio blues, gli Yardbirds si stavano contemporaneamente
lacerando dall’interno. Jeff Beck era annoiato e la sua concentrazione diminuiva.
A quel punto Gomelsky era già scoppiato e aveva venduto gli Yardbirds a Simon
Napier-Bell, un giramondo londinese che si era guadagnato la fiducia dei
musicisti raccontando loro come gli fosse possibile ottenere anticipi dalle case
discografiche in cambio di royalty, una pratica di cui non avevano mai sentito
parlare.
Già all’inizio del 1966, Jeff Beck stava cercando di convincere Page a entrare
a far parte con lui degli Yardbirds, in modo da poter suonare in coppia le chitarre
soliste. Beck pensava che l’unione di due ululanti soliste psichedeliche sarebbe
stata devastante: era disperatamente alla ricerca di nuova linfa vitale per la
formazione. Ad aprile la stampa musicale vociferava sul presunto ingresso di
Jimmy Page negli Yardbirds; nello stesso mese Page ammise che era possibile,
anche perché, aggiunse, Beck era tornato dall’America piuttosto scoppiato.
In quel periodo, Paul Samwell-Smith era il direttore musicale degli Yardbirds
e fu lui a produrre il nuovo 45 giri del gruppo: Over Under Sideways Down, il
cui riff di chitarra si dice fosse stato cantato da Simon Napier-Bell a Jeff Beck.
Anche Samwell-Smith era scoppiato. Disgustato dall’atteggiamento fiacco degli
Yardbirds, era interessato soltanto a produrre dischi. Nel maggio 1966, la
tensione all’interno del complesso era al culmine. Jimmy Page si recò una notte
a Oxford, in compagnia di Jeff Beck, in occasione dell’annuale “ballo di
maggio”, organizzato dagli studenti universitari, i quali avevano ingaggiato gli
Yardbirds e gli Hollies per suonare tre set a testa. Non appena i due chitarristi
entrarono nei camerini e videro Keith Relf accasciato in un angolo chiaramente
ubriaco, capirono entrambi che sarebbe stata una lunga notte. La prima
esibizione degli Yardbirds andò bene ma ricevette scarsa attenzione. Dietro le
quinte, Relf e il cantante degli Hollies cominciarono a spaccare i vassoi del
refettorio con colpi di karate. Relf si ruppe tutte le dita di una mano, che finirono
per gonfiarsi come salsiccie, e si precipitò nuovamente al bar per alleviare il
dolore. Durante il secondo set degli Yardbirds, Relf era ubriaco marcio: mentre
la band eseguiva i propri classici, scoreggiò nel microfono, mandò affanculo gli
studenti attillati nelle loro divise e poi cominciò a strisciare sui palco. Quando si
rialzò, cadde all’indietro contro la batteria e dovette essere trascinato via. In
mezzo al pubblico, Page si teneva la pancia dal gran ridere. Per il terzo set
legarono Relf con una cinghia all’asta del microfono e suonarono versioni
strumentali di tutti i loro classici. Nei camerini, dopo lo show, Paul Samwell-
Smith abbandonò gli Yardbirds disgustato. Chiese a Chris Dreja e Keith Relf di
fare altrettanto ma quelli rifiutarono. Invece, Page si offrì di sostituire
temporaneamente Samwell-Smith al basso. Racconta Chris Dreja: “Page era
stato negli studi per anni. Voleva uscirne per rimettersi in giro e credo che quella
sera vide una buona occasione per unirsi a un gruppo che era proprio nel mezzo
di tutto quel che stava accadendo. E non si lasciò scappare l’occasione. Era
persino pronto a suonare la batteria se fosse stato necessario”.
Page debuttò come bassista degli Yardbirds al Marquee di Londra nel giugno
1966. Inizialmente Simon Napier-Bell cercò di convincere la formazione a non
ingaggiare un professionista furbastro come Page. Disse a Jeff Beck: “Tu sei il
genio della banda. Ingaggiare qualcuno bravo come te è pura follia”. Ma Beck e
gli altri insistettero e a Page fu chiesto di rimanere con il gruppo. “Era felice di
restare”, secondo Dreja, “e sebbene non fosse il suo strumento naturale, era
contento di restare al basso. Credo che gli piacesse semplicemente rimanere
nella formazione... Era molto gentile e ansioso di rendersi utile. Avrebbe fatto di
tutto per te, almeno finché il suo ego non si mise di mezzo”.
Il primo tour americano di Page con gli Yardbirds iniziò nell’agosto 1966.
Suonarono al Whisky di Los Angeles e alla Carousel Ballroom di San Francisco,
oltre che in numerose feste locali nel Sud e nel Midwest. Page, di buon umore,
strizzò la sua figura longilinea in una vecchia divisa da ufficiale e nascose i
lunghi capelli neri sotto un cappello della guerra civile americana. Si portò dietro
la sua arma vincente del periodo, la Telecaster del 1958, ora dipinta a spirali
psichedeliche fosforescenti ricoperte di perspex che, colpito dalle luci della
ribalta, rifletteva raggi ad arcobaleno. Musicalmente gli Yardbirds erano al loro
apogeo. Il bisogno di rockeggiare di Page, ora che si trovava al basso, era ancora
più forte e Train Kept A-Rollin’ e I’m A Man bruciavano sotto le ondate
indistinte di feedback e riverbero della chitarra di Beck. Diedero un memorabile
concerto all’aperto nell’isola di Catalina prima di volare a San Francisco per
esibirsi alla Carousel Ballroom, una delle palestre dei gruppi di laggiù. Ma Jeff
Beck fu colpito da raucedine e si rifiutò di suonare; il gruppo decise allora di
spostare Chris Dreja al basso e di presentarsi con Page alla solista. Nel passato,
un cedimento di Beck avrebbe significato la crisi del gruppo; Beck era
innegabilmente la star della formazione e i fan non avrebbero accettato un
concerto senza il loro imbronciato chitarrista. Jimmy Page, invece, acchiappò al
volo l’occasione e mandò tutti in visibilio. Collegando l’acida Telecaster con un
paio di amplificatori Fender, Page riprodusse i familiari assoli di Clapton e Beck,
per poi sbalordire con i propri. Meravigliò il pubblico del Carousel suonando la
chitarra con l’archetto, inventando assalti bizzarri e oceanici di suoni che
diventarono tutt’uno con il gioco di luci psichedeliche della sala. Alla fine della
serata gli Yardbirds poterono tirare il fiato. Tutti avevano la sensazione che Beck
non sarebbe stato della partita ancora per molto tempo ma che gli Yardbirds
avrebbero potuto andare avanti con Jimmy Page al suo posto.
Jeff invece ritornò nella formazione, la tournée estiva venne completata e se
ne tornarono a casa tutti di un pezzo. Dreja si spostò al basso, Beck e Page
suonavano le soliste e Keith Relf si lamentava per il fatto che i loro amplificatori
erano troppo assordanti. Di ritorno in Inghilterra, Page e Beck passarono ore e
ore provando nel nuovo buco di Jimmy, una casa galleggiante vittoriana
all’ancora nel tratto settentrionale del Tamigi. I due chitarristi impararono nota
per nota alcuni assoli di Freddie King – il migliore era I’m Going Down – e li
provarono suonando all’unisono o in armonia fino a quando non li giudicarono
perfetti.
Usare due chitarre soliste in una formazione rock era un’idea sorprendente e
nuova: i due musicisti erano convinti di aver imboccato una strada che si sarebbe
dimostrata commercialmente esplosiva. E fino a quando durarono, le due
chitarre sembravano “magiche”, poiché producevano gemiti vibranti simili a
sirene che riempivano l’aria di bizzarre dissonanze e dinamiche sonorità.
Sfortunatamente, ben poca della musica degli Yardbirds eseguita con le due
soliste venne registrata. Il nuovo 45 giri del gruppo, Happening Ten Years Time
Ago, venne inciso mentre la formazione stava aspettando il ritardatario Beck. La
sola incisione a due soliste in grado di catturare il volo selvaggio degli Yardbirds
si chiama Stroll On. Fu registrata nella tarda estate del 1966 per l’apparizione del
gruppo in Blow Up di Michelangelo Antonioni. Il regista aveva scritto una scena
che richiedeva un gruppo rock in un club e aveva cercato di ingaggiare gli Who,
che aveva visto distruggere violentemente gli strumenti durante un’esibizione.
Ma gli Who non accettarono e Simon Napier-Bell riuscì a ottenere un contratto
per gli Yardbirds. Composero musica originale per la colonna sonora ma al
provino suonarono Train Kept A-Rollin’, che era tutto ciò che Antonioni voleva
ascoltare: quelle due chitarre soliste in armonia. Uno strano inghippo
contrattuale, che riguardava il vecchio brano rockabilly, costrinse Relf a
cambiare leggermente il testo e la canzone venne ribattezzata Stroll On. Gli
Yardbirds vennero filmati, con Page al basso, agli Elstree Studios alla periferia
di Londra, su un set che era la diligente ricostruzione del Ricky Tick di Windsor.
Ancora ossessionato dal ricordo degli Who, Antonioni chiese a Jeff Beck di
sfasciare la chitarra. Beck si rifiutò, dal momento che stava suonando con uno
strumento costoso; in ogni caso, quella non era la sua specialità, bensì quella di
Pete Townshend (a dire il vero, mentre era in tournée in America, Beck, vittima
delle sue frustrazioni, spesso si abbatteva sui suoi malfunzionanti amplificatori.
Una volta, nel New Mexico, interruppe un concerto gettando il suo amplificatore
fuori da una finestra aperta adiacente al palco). Ma Antonioni insistette e Beck
fu rifornito dai trovarobe di una chitarra di poco valore. Ringhiando come uno
psicopatico, la sfasciò nello stesso momento in cui la cinepresa coglieva Jimmy
Page che ghignava sotto i lunghi capelli.
A settembre, gli Yardbirds con due soliste si fecero vivi nel corso di una
tournée inglese che comprendeva anche gli Stones, Ike & Tina Turner e i
Jaywalkers con il cantante Terry Reid. Quando erano in serata, gli Yardbirds
facevano fuoco e fiamme ma gradualmente emerse la competizione fra le due
primedonne. Quando gli effetti stereo e le armonie delle chitarre non
funzionavano, gli altri davano la colpa a Beck. Jimmy Page, furbo e consumato
professionista qual era, cominciò rapidamente a oscurare Beck, facendosi
sempre trovare in forma, ogni sera della tournée.
I giorni di Jeff Beck con gli Yardbirds erano evidentemente contati e aveva
già iniziato a lavorare con Mickie Most, il veterano produttore di 45 giri che
all’epoca stava ottenendo un grosso successo con Donovan e gli Herman’s
Hermits. Dal momento che Beck non poteva cantare e faticava ad adattarsi a un
complesso, Most lo lanciò quale strumentista solista e organizzò per lui una
seduta di registrazione ancor prima della sua dipartita dagli Yardbirds. Mancò
poco che quella seduta non si trasformasse nella nascita dei Led Zeppelin con
due anni di anticipo.
L’idea era di registrare una variazione per chitarra rock del Bolero di Ravel.
Jimmy Page era l’arrangiatore e suonava la chitarra ritmica a dodici corde, al
pianoforte c’era Nicky Hopkins, mentre la ipotetica sezione ritmica avrebbe
dovuto essere composta da Keith Moon alla batteria e John Entwistle al basso,
entrambi stanchi dei riottosi Who. All’ultimo momento Entwistle si sottrasse
all’impegno e il suo posto venne preso dal più giovane degli arrangiatori di
studio di Most: John Paul Jones. Beck’s Bolero venne registrata agli IBC Studios
di Langham Place, dove il pazzoide Moon sgattaiolò indossando occhiali da sole
e un gigantesco cappello da cosacco, poiché non era prevista la sua
partecipazione ad alcuna seduta al di fuori dei Who.
Beck’s Bolero fu così soddisfacente che per un certo periodo ci furono fondate
discussioni sulla possibilità di formare un gruppo. Keith Moon e John Paul Jones
erano pronti, Page e Beck erano desiderosi ma avevano bisogno di un cantante.
Vennero contattati Stevie Winwood (prossimo a formare i Traffic) e Steve
Marriott degli Small Faces; il progetto abortì quando a Page, che aveva espresso
dubbi sul manager di Marriott, venne chiesto come sarebbe riuscito a suonare la
chitarra con dieci dita rotte. Il prototipo dei Led Zeppelin si schiantò sul posto.
A ottobre gli Yardbirds partirono per un tour statunitense di cinque settimane,
come membri della “Carovana delle star”, di Dick Clark. Il tour fu un disastro.
Dopo tre giorni di viaggi in autobus e due concerti a sera, Jeff Beck scoppiò.
Sbatté giù la sua colonna di amplificatori, sfasciò la chitarra, abbandonò il
palcoscenico e prese il primo volo per Los Angeles. Gli Yardbirds continuarono
in quartetto. Quando arrivarono a Los Angeles, Beck chiese scusa ma durante
una riunione della formazione i tre membri originali annunciarono il loro rifiuto
di suonare con lui e lo licenziarono. Back si alzò per andarsene e chiese a Page
se era intenzionato a seguirlo. Page lo guardò e disse: “No, resto”. Con la
dipartita di Beck, gli Yardbirds diventarono il gruppo di Page. Esistono varie
opinioni rispetto a chi fosse il responsabile ultimo della scissione. “È una
materia molto delicata”, raccontò Page a un giornalista. “Sembrava di essere in
un romanzo di cappa e spada a cui io non volevo partecipare... Lui e io eravamo
molto uniti. Quella strana gelosia professionale si è intromessa tra noi e non
riesco a capire il perché”.

MENTRE GLI YARDBIRDS si sgobbavano le ultime fatiche del tour di Dick Clark,
vennero a sapere che Napier-Bell stava vendendo la sua quota del complesso a
Mickie Most e al suo partner, Peter Grant. Most era principalmente interessato a
Jeff Beck, mentre Grant, un veterano delle guerre musicali inglesi, si sarebbe
occupato degli Yardbirds. Prima di andarsene, Napier-Bell disse a Peter Grant di
stare in guardia con Jimmy Page, il quale aveva il vizio di fare sempre troppe
domande su dove finivano i soldi della band. Ricorda Grant: “Mi disse: ‘È una
buona formazione, ma devi trovarti un nuovo chitarrista. Quel Jimmy Page è un
vero rompicoglioni’. Quando incontrai Jimmy glielo riferii. ‘Rompicoglioni!’,
disse, ‘ci puoi scommettere. Abbiamo fatto Blow Up, cinque settimane in
America e un tour dei Rolling Stones in Gran Bretagna e abbiamo ricevuto solo
centodiciotto sterline a testa’. Decisi che me ne sarei occupato”.
Poco dopo averne rilevato il contratto, Grant portò gli Yardbirds in Australia e
a Singapore. A differenza degli altri manager, li accompagnò e divise con loro le
fatiche del viaggio. Page apprezzò moltissimo il gesto, così come i modi da
gangster di Grant e i suoi centoquaranta chili da purosangue di East London,
utilissimi a intimidire chiunque tentasse di fottere il gruppo. Dopo anni di cattiva
conduzione, quello fu il primo tour in cui gli Yardbirds guadagnarono. Dopo
l’Australia, Page se ne andò in India, dove voleva ascoltare musica carnatica
(Karnatik, regione dell’India Sud-orientale). Arrivò da solo a Bombay alle tre di
mattina con una sacca da campeggio sulle spalle e passò giornate intere nelle
strade ad ascoltare musicisti itineranti.
Mickie Most era il più quotato manager/produttore del 1967 in Inghilterra e
sembrava essere la persona giusta per gli Yardbirds. Tre dei suoi gruppi –
Herman’s Hermits, Lulu e Donovan – erano tra i più popolari del mondo. Ma
Jimmy Page era preoccupato. Durante i suoi viaggi in California aveva ascoltato
il modo in cui Paul Butterfield e i gruppi di San Francisco si stavano evolvendo
verso stili basati sull’improvvisazione. Il rigido formato dei tre minuti – la
specialità di Mickie Most – era già morto. Page voleva portare gli Yardbirds nel
mondo sconosciuto della psichedelia, non fare filastrocche per teenager. Peter
Grant era il perfetto materasso per il malcontento di Page. Nato nel 1935, aveva
vissuto una vita di stenti degna di Dickens: famiglia spezzata, evacuazione
durante il tempo di guerra, nessuna istruzione. All’età di tredici anni faceva il
macchinista al teatro di Croyden Empire. Era venuto su come fattorino a Fleet
Street, portando di corsa le pellicole ancora bagnate. Uomo dal duro cipiglio e
dalla stazza mastodontica, aveva lavorato come buttafuori di nightclub,
comparsa nel film I cannoni di Navarone, controfigura di Robert Morley e
lottatore professionista con il nome di Principe Mario Alassio. La sua infanzia
nelle strade gli aveva dato un istinto quasi animalesco per il denaro e la sua
circolazione. Alla fine degli anni Cinquanta era diventato un aggressivo tour
manager per rocker americani come Little Richard, Gene Vincent e gli Everly
Brothers. Secondo una famosa leggenda musicale inglese aveva picchiato un
impresario che aveva cercato di fregare Little Richard dopo uno show e quindi
aveva riservato il medesimo trattamento ai sei poliziotti intervenuti per calmarlo.
Verso la metà degli anni Sessanta, Grant aveva imparato i trucchi delle tournée
statunitensi, lavorando come tour manager degli Animals, uno dei gruppi di
Mickie Most. Dopo aver più volte rischiato di finire in grossi guai con gli
Animals, aveva fatto sapere che portava con sé una pistola. Minaccioso e
indomabile, era il perfetto opposto del riservato ermafrodita Jimmy Page, le cui
massime ambizioni erano suonare la chitarra per ragazzini americani sballati,
viaggiare per il mondo, guadagnare milioni di sterline ed essere lasciato in pace
a leggere Aleister Crowley e praticare incantesimi. Dal momento in cui Page e
Grant si incontrarono, la fine degli Yardbirds era predestinata.
Nel frattempo, c’erano dei contratti da ottemperare e Mickie Most aveva
prenotato per gli Yardbirds uno studio di registrazione. Page era ansioso di
registrare come leader degli Yardbirds, ispirato dalle rivoluzionarie formazioni
che stavano emergendo. Eric Clapton, Jack Bruce e il batterista Ginger Baker
avevano formato i Cream per suonare rozze e accelerate versioni elettriche di
Robert Johnson e Skip James. I Cream erano il gruppo del momento in
Inghilterra. Stevie Winwood aveva formato i Traffic e stava registrando un raga
rock chiamato Paper Sun, mentre complessi ancora più recenti come Move, Soft
Machine, Pink Floyd e Free (con un cantante adolescente, Paul Rodgers) stavano
allargando i confini di quel che era permesso fare a un gruppo in studio. Voci di
un nuovo capolavoro dei Beatles intitolato SGT. PEPPER’S LONELY HEARTS
CLUB BAND erano nell’aria. Così Page inorridì quando agli Yardbirds venne
riservato il trattamento alla Mickie Most. Ricorda: “Di metà dei brani neppure
riascoltammo il risultato finale. Alcuni erano stati incisi di prima battuta.
Passavamo molto tempo sui 45 giri ma Mickie Most credeva che gli album
fossero pressoché inutili... Solo qualcosa da appiccicare a un 45 giri di
successo”. Quando Page chiedeva di ascoltare il risultato, Most grugniva
attraverso l’interfono: “Non preoccuparti”. Gli altri Yardbirds non furono
nemmeno invitati a suonare. Page fu affiancato al basso dal solito arrangiatore di
Most, John Paul Jones, e furono ingaggiati altri musicisti di studio. Il risultato fu
una misera infornata di canzoni, perlopiù saggi prova di compositori sconosciuti.
Tra i brani migliori spiccavano Little Games, dotato di una gradevole sezione di
violoncello di John Paul Jones, White Summer, il madrigale carnatico di Page
che era il suo pezzo forte in concerto, e Tinker, Tailor, Soldier, Sailor e
Glimpses, entrambi caratterizzati dalla presenza, per la prima volta su disco,
della strana tecnica dell’archetto. Glimpses forniva anche un valido esempio
delle combinazioni multimediali che gli Yardbirds presentavano in concerto:
psichedelia da manuale con sinistri cori, sitar, frammenti di chitarra suonata con
l’archetto e voci radiofoniche distorte. Gli Yardbirds registrarono anche agli
studi della CBS di New York. Due di quei brani, Think About It e Goodnight
Sweet Josephine, furono stampati come loro ultimo 45 giri all’inizio del 1968. In
Think About It si può ascoltare un incendiario assolo di chitarra di Jimmy Page,
infarcito di svisate metalliche e lenti echi, che sarebbe poi riapparso per portare
la versione dei Led Zeppelin di Dazed And Confused alla sua apoteosi finale.
In Inghilterra, i Cream di Eric Clapton e la Jimi Hendrix Experience erano le
band regnanti e gli Yardbirds erano ignorati; Little Games divenne però un
successo in America, dove gli Yardbirds si erano praticamente trasferiti nel
1967. Blow Up venne distribuito a marzo e il micidiale segmento degli
Yardbirds li rese famosi negli ambienti underground. Mentre Relf si manteneva
con quotidiani viaggi di Lsd, Page si occupava degli affari e concedeva interviste
a giornalini per adolescenti come «Hit Parader», che annunciava: “Jimmy Page
degli Yardbirds dice: ‘Aprite le Vostre Menti’”. Dopo aver divulgato le mode di
Carnaby Street, Clapton e Beck, la musica indiana e le sue chitarre, ora Page
tracciava la sua filosofia dell’era hippie: “In realtà non mi preoccupo di come ci
si veste. E, a dire il vero, mi compiaccio di vedere gente vestita in modo
oltraggioso. Stanno gettando via le catene della vecchia società. Forse stanno
rendendo l’Inghilterra completamente decadente, ma chi se ne frega? In realtà è
un annuncio della fine della società. Se in cinque anni siamo arrivati così avanti,
dovrà essere veramente speciale fra cinque ancora. Mi piacerebbe che la nuova
società fosse pacifica ma non lo sarà, perché la violenza sembra essere la
risposta a ogni problema. Ogni frangia della società conosce ciò di cui sto
parlando. Noi ce ne andiamo in giro con i capelli lunghi e c’è sempre qualcuno
che ci grida qualcosa dietro ma, quando rispondiamo in modo pungente senza
che se lo aspettino, allora ci inseguono per picchiarci. Che razza di mentalità è
questa?”. Page concludeva l’intervista con alcuni velati commenti contro la
guerra in Vietnam ed esprimeva il suo profondo amore per Hollywood, in
particolare per il Sunset Strip.
Intanto, la maggior parte degli Yardbirds era bruciata e istupidita dalle droghe
ma Peter Grant riuscì a tenere il gruppo in tournée per tutto l’anno. Ad aprile
girarono la Scandinavia, poi seguirono concerti in Giappone e Francia, con
proiezioni sul palco di bombe, treni e vecchi cinegiornali di Hitler, e un corpo di
ballerini chiamato Pan’s People. Per Relf e McCarty, i concerti erano diventati
una farsa. Solo Page era ancora fresco e si godeva ogni minuto della sua
celebrità giocando nel ruolo dell’agghindato dandy preraffaellita, con lunghi
capelli ricci, sgualciti pantaloni scampanati di velluto, camicie di pizzo ricamate,
caffettani di seta, giacche di pelle, stivali da cowboy e camicioni in cachemire.
Suonarono su cassoni di camion in parchi di divertimenti del Sud e in sale da
ballo alla moda come il Boston Tea Parry e il Kinetic Circus di Chicago, dove si
narra che Page accettò l’invito delle Plaster Casters, le più note groupie di quella
città, la cui specialità consisteva nel prendere impronte in gesso dei peni eretti
delle rockstar di passaggio. Scortati da Peter Grant che terrorizzava tutti, gli
Yardbirds stavano finalmente guadagnando. In qualche modo, Grant era riuscito
ad agganciare la band al giro dei club della mafia. Un tipico incidente accadde in
un parco giochi a Warwick nel Rhode Island, quando il pulmino degli Yardbirds
si presentò con un’ora di ritardo. I due impresari italiani saltarono sull’autobus,
tirarono fuori le pistole e dissero ai musicisti di cominciare a recitare le loro
ultime preghiere. Grant si alzò e iniziò a spingerli verso la porta con la sua
voluminosa pancia, urlando: “Che cos’è che devono recitare?”. Le cose si
calmarono e lo show andò avanti regolarmente.
Durante una delle loro notti libere a New York, gli Yardbirds, tutti insieme,
andarono al Café Au Go Go a sentire Janis Ian, che all’epoca aveva un grosso
successo con Societys Child. Ad allibirli completamente, però, fu l’artista che
aveva il compito di aprire la serata, il cantante folk Jake Holmes, che si esibiva
accompagnato da altri due chitarristi acustici. Uno dei brani di Holmes, Dazed
And Confused, aveva una scala discendente di bassi e un testo bizzarro e
paranoico che descriveva con minuziosa precisione un cattivo trip di acido. Così
come era suonata da Holmes e dai suoi chitarristi, la canzone aveva un assolo
percussivo, quasi flamenco in alcuni passaggi, che si dissolveva in un acido
stridio di chitarre. Dazed And Confused, concordarono i membri della
formazione, era uno splendido brano: drammatico, terrificante e facile da rubare.
Il mattino dopo comprarono l’album in cui era contenuto, THE UNDER-
GROUND SOUND OF JAKE HOLMES, e cominciarono ad arrangiarlo per il
loro repertorio, Keith Relf riscrivendo il testo e Page ricucendovi all’interno il
suo furioso attacco di chitarra da Think About It. Dopo aver ribattezzato la loro
versione I’m Confused, la eseguirono in dicembre quando fecero da spalla agli
Young Rascals al vecchio Madison Square Garden di New York.
All’inizio del 1968, Peter Grant mise in piedi quel che era destinato a
diventare l’ultimo tour statunitense degli Yardbirds. All’interno del gruppo c’era
già una profonda divisione tra la sballata fazione hippie (Relf e McCarty) e
quella dei seri professionisti (Page e Grant). Chris Dreja stava più o meno nel
mezzo. Relf scherzava continuamente sull’attitudine di Page secondo la quale
“lo show deve continuare”; durante una delle riunioni della band, disse
amaramente a Page che, per quanto lo riguardava, tutta la magia degli Yardbirds
se n’era andata via con l’abbandono di Eric Clapton.
Alla fine del gennaio 1968, gli Yardbirds ritornarono negli Stati Uniti, per un
tour delle università e dei locali psichedelici che rappresentavano la principale
fonte di pubblico per il nuovo progressive rock che aveva rimpiazzato il
rock’n’roll. Praticamente ogni grande città aveva una o più stazioni radiofoniche
in FM stereo che trasmettevano rock ventiquattr’ore su ventiquattro, in netto
contrasto con la politica cattolica adottata in patria dalla BBC nei confronti della
musica pop. Tenuti in piedi da pillole, iniezioni e droghe, gli Yardbirds si
prepararono al viaggio. Manager del tour era Richard Cole, un inglese
recentemente assunto da Peter Grant. Ventisei anni, alto oltre un metro e
novanta, con un orecchino d’oro che gli penzolava da un lobo, Cole divenne una
delle figure centrali nella scalata al successo dei Led Zeppelin. All’epoca, le
pagliacciate con i Led Zeppelin fecero di Richard Cole una leggenda, il perfetto
road manager, il soldato rock per eccellenza.
Cole era nato nella parte orientale di Londra nel 1945. Aveva cominciato a
lavorare come operaio edile ma un giorno del 1965, in un pub, qualcuno gli
aveva offerto un posto come roadie per un gruppo inglese denominato Unit Four
Plus Two. Nel 1966, guadagnava venti sterline alla settimana come road
manager degli Who, fino a quando la sua patente di guida era stata revocata per
eccesso di velocità. Quindi aveva lavorato per i Searchers, vivendo nel Sud della
Francia. Di notte dormiva in un pulmino di proprietà di un gruppo inglese
chiamato The Paramounts, che in seguito avrebbe cambiato nome per diventare
Procol Harum. C’era anche un timido e minuscolo pianista: Reg Dwight, che si
arrabattava attorno a quella scena e in seguito cambiò il nome in Elton John. Il
successivo lavoro di Cole era stato guidare il furgone per Ronnie Jones and The
Night Timers, un gruppo con John Paul Jones al basso e John McLaughlin alla
chitarra solista. Alla fine del 1966, aveva ottenuto un lavoro con la New
Vaudeville Band, che aveva raggiunto il successo con Winchester Cathedral.
Quel gruppo aveva permesso a Cole di soddisfare il fervente desiderio di vedere
l’America. Come egli stesso racconta: “Era il sogno di tutti i road manager
britannici quello di andare in America. In genere, i roadie britannici erano
lasciati a casa e il personale veniva assunto sul luogo. Quella era la prassi. Io ho
rimesso le cose al loro fottuto posto. Ho detto: ‘Basta con questa merda.
Portiamoci i nostri strumenti dall’altra parte, quelli con cui siamo abituati a
lavorare”’. Peter Grant era il manager della New Vaudeville Band. Quando
Richard Cole si era recato a Oxford Street per informarsi sul posto di lavoro,
Grant gli aveva offerto venticinque sterline alla settimana. Cole aveva risposto:
“No, vaffanculo. Trenta alla settimana, prendere o lasciare”. Grant aveva
squadrato l’alto e muscoloso Richard Cole, lo aveva giudicato una versione più
affascinante e meno pericolosa di se stesso e gli aveva detto che l’avrebbe
assunto. Cole restò al servizio di Grant – e dei Led Zeppelin – per i successivi
tredici anni.
Richard Cole era rimasto con la New Vaudeville Band fino alla fine dell’anno
(una notte, a Birmingham, un giovane batterista del luogo, il cui strumento era
stato confiscato, gli aveva chiesto se poteva suonare la batteria della sua band:
impietosito dal sedicenne John Henry Bonham, Cole aveva acconsentito). Si era
trasferito poi in America, dove aveva lavorato come tecnico del suono per i
Vanilla Fudge a cento dollari la settimana, viaggiando sulla spinta del loro
grande successo, una versione morbida e dura al tempo stesso di You Keep Me
Hangin’ On delle Supremes. Quando aveva scoperto che gli Yardbirds stavano
tornando negli Stati Uniti, aveva scritto a Peter Grant chiedendo, e ottenendo, il
posto di manager del tour.
Per un mese Richard Cole trascinò i recalcitranti e sballati Yardbirds
attraverso gli Stati Uniti. Era duro quanto Grant e non esitava a ricorrere alle
maniere forti per proteggere i musicisti sotto la sua responsabilità, intimidendo i
proprietari di club disonesti e accanendosi contro i cacciatori di autografi troppo
aggressivi. Ovunque andasse conosceva tutte le groupie del posto e poteva
davvero dire a un batterista che aveva nostalgia di casa, magari mentre stavano
per arrivare in una desolata città del Midwest, che proprio là conosceva una
ragazza che andava pazza per i batteristi inglesi. Chioccia, ruffiano, sicario,
Richard Cole era profondamente amato da tutte le formazioni per cui aveva
lavorato. Era il perfetto sergente: grande, cattivo, un leader nato, un pirata
angloirlandese che sarebbe stato a suo agio con le famose White Companies,
mentre saccheggiavano la Francia durante la Guerra dei Cent’Anni.
Gli Yardbirds arrivarono a New York nell’aprile 1968 per una serata
all’Anderson Theatre, una traballante sala per concerti rock a due isolati dal
Fillmore East. Era una notte tetra e la banda era ancora sconquassata dalla
permanenza a Los Angeles, la casa adottiva degli Yardbirds. Di conseguenza,
quando un produttore della Epic, la loro casa discografica americana, annunciò
loro che avrebbe registrato lo show, la band si incazzò. Non dimeno, gli
Yardbirds si presentarono sul palco e aprirono con il loro cavallo di battaglia,
Train Kept A-Rollin’’. I’m Confused parve la colonna sonora di un film
dell’orrore, con le sue pause studiate ad arte (era il periodo d’oro dei “rock
teatrale”, dei Doors), lo spettacolare e drammatico pezzo di Page con l’archetto e
lo strabiliante assolo di chitarra al momento culminante del brano. Per Shapes Of
Things, Keith Relf presentò “Dita Magiche Jimmy Page, Grande Stregone della
Chitarra Magica”. Dopo il brano indoceltico di Page, White Summer (suonato
usando una chitarra Danelectro accordata all’indiana), lo show terminò con I’m
A Man e una vera e propria esplosione di delirio stile Yardbirds, mentre Page
suonava in ginocchio un assolo trascinante e selvaggio.
Alcuni giorni dopo, il gruppo si recò alla sede della Epic per ascoltare la
registrazione. “Eravamo estremamente imbarazzati”, ricorda Page. “Era stata
effettuata quando eravamo ancora sconquassati dal volo aereo, da un tizio che
non aveva mai registrato una formazione rock in vita sua... Aveva un solo
microfono per la batteria, una cosa impensabile, e aveva messo quello per la
chitarra nel posto sbagliato: quindi il distorsore, che ci dava tutto il riverbero,
non si azionò”. Ancor peggio, il produttore aveva anche aggiunto grida da
corrida e un effetto sonoro con bicchieri che si infrangono, per rendere il suono
del concerto live. Gli Yardbirds proibirono alla Epic di stampare il disco.
Mentre il gruppo era a New York, Richard Cole si intrattenne sovente con
Keith Moon e John Entwistle al Salvation, la discoteca del momento. Una sera,
Moon ed Entwistle stavano sparlando degli Who, raccontando di quanto
odiassero Roger Daltrey e Pete Townshend e di come volessero sciogliere gli
Who e formare un nuovo gruppo con Jimmy Page e Stevie Winwood. Entwistle,
stando a Cole, disse: “La chiameremo Lead Zeppelin (Zeppelin di piombo)
perché non avrà un cazzo di successo [Gioco di parole tra il nome del complesso
e l’espressione idiomatica go over like a lead balloon, “non avere successo”,
“fare fiasco”, N.d.T.]”. Moon ragliò alla sua folle maniera e Richard Cole
raccontò l’idea a Page quando rientrò all’hotel.
Di ritorno in Inghilterra, alla fine della primavera, gli Yardbirds si
disintegrarono. A Relf e McCarty non piaceva più la musica, preferendo ora gli
stili raffinati di gruppi come Fairport Convention e Incredible String Band. Per
loro gli Yardbirds erano finiti. “Cercai disperatamente di tenerli uniti”, affermò
in seguito Page. “I concerti funzionavano ma Keith non li prendeva affatto sui
serio: si ubriacava, cantava nei momenti sbagliati. Fu un vero peccato. Il gruppo
finì quasi con il vergognarsi del proprio nome, anche se non ho mai capito il
perché. Era una grande band. Non mi sono mai vergognato di essere stato uno
Yardbird”. L’ultimo show del complesso si tenne al Luton Technical College in
luglio. Il giorno successivo, Peter Grant chiamò Page e gli disse che Relf e
McCarty se n’erano andati. Grant rammentò anche a Page che possedevano
ancora i diritti legali sul nome Yardbirds e che, se voleva continuare, c’era già in
cantiere una tournée in Scandinavia per l’autunno. Page rispose che desiderava
proprio quello.
Anni dopo, riflettendo sul ruolo che Page ebbe negli Yardbirds, Chris Dreja si
espresse così: “Ce la mise tutta per inserirsi nella formazione e per dare il suo
contributo alla musica. Aveva un atteggiamento estremamente professionale; era
molto rapido, mentre noi, all’epoca in cui si unì al gruppo, sembravamo una
plebaglia degenerata e indisciplinata. Ci stavamo stufando, mentre Jimmy era
fresco ed entusiasta... Cercò di fare tutto quello che era nelle sue possibilità... Ma
cercò anche di usarci come piattaforma di lancio per se stesso, mettendosi a
suonare la chitarra con l’archetto e altri esperimenti del genere. Penso che
Jimmy avesse davvero previsto la fine della formazione. Sapeva di voler
continuare, con un’altra band... Penso che sia lui sia Peter Grant avessero capito
che cosa riservava il futuro, mentre noi avevamo appena finito di sobbarcarci
cinque anni di lavoro, in un periodo in cui i complessi rock e le sale da concerto
erano ancora entità misteriose. Ma si resero conto del potenziale del rock e
ovviamente videro giusto”.
Infine, con l’infinita e dolorosa saggezza del senno di poi, Jim McCarty
aggiunse: “La peggior cosa fu che, appena noi ce ne andammo, l’intera faccenda
esplose. Giusto?”.
2. IL DIRIGIBILE PRENDE IL VOLO

“Ci saremmo potuti chiamare i Vegetali o le Patate...


Che cosa significa Led Zeppelin? Non
significa niente” – Jimmy Page

PAGE SI RITIRÒ A VIVERE e riflettere nella sua casa galleggiante a Pangbourne. Con
Peter Grant che possedeva ancora il nome della band, avrebbe potuto continuare
a suonare hard rock stile Yardbirds per tutta la vita, in tutto il mondo. Un tour in
Scandinavia era già in cantiere per l’autunno; sarebbero poi seguiti Giappone,
Australia e Stati Uniti. Invece, fiaccati dalla vita bucolica del fiume, i gusti di
Page si adagiarono verso sonorità più soffici, folk, come quelle dei Pentangle,
della Incredible String Band e di Joni Mitchell. Dev’esserci, pensava, una via di
mezzo tra la musica dura e quella più leggera. Nell’estate 1968 non c’erano
ancora abbastanza segnali per determinare se la seconda ondata delle band
inglesi fosse destinata a ottenere il medesimo straordinario successo della prima.
Alla fine di luglio, però, la reazione ai concerti del Jeff Beck Group al Fillmore
East dimostrò a Jimmy Page e Peter Grant che dovevano continuare.
Dopo aver lasciato gli Yardbirds, Beck non aveva toccato uno strumento per
cinque mesi. Nel marzo 1967, ispirato da una delle tempeste di fuoco sonore di
Jimi Hendrix, aveva messo in piedi la prima versione del Jeff Beck Group, con
Ron Wood al basso, Aynsley Dunbar alla batteria e il cantante scozzese Rod
Stewart. Il suo primo album, TRUTH, uscì nel luglio 1968. Miscelando classici
R’n’B di Willie Dixon (You Shook Me, I Ain’t Superstitious) con rinnovati
cavalli di battaglia degli Yardbirds (Shapes Of Things) e brani più soffici (come
Greensleeves, Beck’s Bolero e il brano del cantante folk Tim Rose Morning
Dew), TRUTH presentava sonorità vicine al blues ma dai contorni aspri. Beck
faceva ringhiare la chitarra come un cane e lo faceva gemere come un gatto
maschio in calore. Il disco segnò anche il debutto dello stile vocale grezzo e
passionale di Rod Stewart e della sua abitudine di far roteare il microfono sul
palcoscenico. Quando Peter Grant e Mickie Most li portarono al Fillmore East di
Bill Graham, scoprirono che c’era molta attesa fra il pubblico, grazie alla
straordinaria reputazione di Beck con gli Yardbirds. Suonando come spalla per i
Grateful Dead, con Rod Stewart così spaventato da rimaner nascosto dietro agli
amplificatori per le prime tre canzoni, il Jeff Beck Group sconvolse il pubblico
con il suo drammatico blues bianco.
Nella casa sul Tamigi, nel frattempo, Page non toccava quasi mai la chitarra
elettrica, preferendo arpeggiare e strimpellare con quella acustica, ma sia lui che
Grant sapevano di dover seguire il loro istinto viscerale che li avrebbe portati
dove c’era il “vero” denaro: la heavy music negli Stati Uniti. La formazione di
maggiore successo del momento erano gli Iron Butterfly: il loro album IN-A-
GADDA-DA-VIDA, con le sue scale blues reiterate e monotone, era rimasto in
classifica per anni. L’altro gruppo di spicco erano i Vanilla Fudge, che
suonavano in modo leggermente più morbido, alternando “blues bianco” a
momenti più delicati e meno ampollosi. La direzione da prendere era chiara e
inoltre Page e Grant potevano contare sulla situazione favorevole che si era
creata nella scena inglese. Nell’agosto del 1968, infatti, i Cream, dopo tre
fortunati album, si sciolsero e le nuove stazioni radiofoniche di rock progressivo,
che Page così tanto amava, si diedero alla disperata ricerca di un nuovo gruppo
blues britannico. All’inizio sembrò che Jeff Beck fosse destinato a colmare il
vuoto che avevano lasciato, ma Peter Grant sapeva come sarebbe andata a finire:
il gruppo di Beck era già instabile, Rod Stewart e Ron Wood avevano
cominciato a fare le moine come delle ragazzine e Beck era quello tagliato fuori.
Non importava quanto eccitanti fossero sul palco: se le personalità dei singoli
non ingranavano, il gruppo era destinato al fallimento.
Page sosteneva che il suo nuovo gruppo doveva essere autogestito e
indipendente sia finanziariamente sia artisticamente. Era stato testimone dello
sbandamento degli Yardbirds e sapeva che la cattiva gestione finanziaria ne era
stata l’unica vera causa. Jimmy Page non si sarebbe mai più lasciato manipolare.
All’inizio di settembre, lui e Peter Grant formarono una nuova società, chiamata
(ironicamente) Superhype Music Inc., che li liberò da ulteriori obblighi
contrattuali con Most, anche se entro un mese gli Yardbirds avrebbero dovuto
ottemperare agli impegni presi per un breve tour della Scandinavia; Page non
aveva altra scelta che mettere in piedi una nuova formazione. Chris Dreja, a quel
punto, era ancora il bassista. E se Page avesse potuto scegliere, sarebbero stati
probabilmente affiancati dal mieloso cantante pop Terry Reid e dal batterista
B.J. Wilson, allora con i Procol Harum. Wilson aveva partecipato a una seduta in
cui Page aveva suonato per Joe Cocker, With A Little Help From My Friends, e
aveva espresso interesse nel chiacchieratissimo nuovo gruppo. Ma Page era
incerto: nel suo gruppo ideale il batterista era un elemento chiave, uno strumento
guida quasi al pari della sua chitarra. Terry Reid, invece, aveva appena firmato
come solista per Mickie Most e ciò lo escluse dal progetto dei New Yardbirds.
Un altro musicista che si informò dei piani di Jimmy Page fu John Paul Jones,
il bassista e arrangiatore di studio che aveva già suonato con Page in molteplici
sedute sin dal 1965. Ancor prima dello scioglimento degli Yardbirds, Page riferì:
“Stavo lavorando alla registrazione di Hurdy Gurdy Man di Donovan e John
Paul Jones si occupava degli arrangiamenti. Durante una pausa mi chiese se
avevo bisogno di un bassista per il nuovo gruppo che stavo formando. In effetti,
John Paul Jones è un arrangiatore e un musicista incredibile: non aveva bisogno
di me per un lavoro. Semplicemente sentiva il bisogno di poter esprimere se
stesso e pensò che potevamo farlo insieme... Aveva una formazione musicale
seria e delle ottime idee. Non mi lasciai sfuggire l’opportunità di agganciarlo”.
Il vero nome di John Paul Jones era John Baldwin ed era nato il 3 gennaio
1946 a Sidcup, nel Kent. I suoi genitori erano “del mestiere”, con uno spettacolo
di varietà in coppia. All’età di due anni era già on the road. Suo padre era stato
pianista nei cinema all’epoca del muto e lo stesso John a cinque anni suonava già
il pianoforte. Più tardi, lui e il padre avevano formato un duo di piano e basso,
esibendosi a feste di caccia, celebrazioni ebraiche e cocktail party. Durante
l’estate lavoravano allo Yacht Club dell’Isola di Wight. John aveva ricevuto il
suo primo basso a tredici anni, comprato a malavoglia dal padre, solo perché
aveva trovato lavoro in una formazione e perché il pianoforte era troppo grande
per essere trasportato. Suo padre, come riferisce John, “aveva detto: ‘Lascia
perdere il basso. Occupati del sax tenore. In due anni il basso sarà morto e
sepolto’. Io ribattei: ‘No papà, lo voglio veramente; c’è del lavoro per me’. E lui:
‘Ah, c’è del lavoro?’, e mi beccai il basso seduta stante”.
Quando studiava al Christ College, aveva formato il suo primo gruppo. Dice
di essere stato fortemente influenzato da bassisti jazz come Charlie Mingus e
Scott LaFaro, quest’ultimo accompagnatore di Bill Evans. Un giorno, aveva
ascoltato per radio l’assolo di basso di Phil Upchurch in You Can’t Sit Down e la
proverbiale lampadina si era accesa. Il basso poteva essere uno strumento guida
e solista nel rock, così come Mingus aveva dimostrato che poteva esserlo nel
jazz.
A sedici anni, John Baldwin aveva una band che suonava nelle basi militari
americane in tutto il Sud degli Stati Uniti. Giganteschi sergenti di colore gli
facevano suonare Night Train per tutta la notte. L’anno seguente, 1962, aveva
abbandonato la scuola e trovato subito lavoro con Jet Harris e Tony Meehan, che
avevano appena lasciato gli Shadows e avevano un 45 giri, Diamonds (in cui
Page aveva suonato la chitarra), in testa alle classifiche. Appena diciassettenne,
John era stato assunto come bassista. John McLaughlin, già allora il miglior
chitarrista jazz in Inghilterra, era la chitarra ritmica. Il lavoro era durato diciotto
mesi e a poco a poco John Baldwin aveva cominciato a farsi notare negli studi di
registrazione come bassista da seduta. Nel 1964, diciottenne, aveva cambiato il
proprio nome in John Paul Jones e inciso il suo primo disco, uno strumentale
chiamato BAJA. La facciata B era una composizione originale, profeticamente
intitolata A Foggy Day In Vietnam. Nel 1965 era uno dei più quotati bassisti di
studio di Londra, lavorava regolarmente per cantanti quali Tom Jones e Dusty
Springfield e musicisti da seduta come Jimmy Page. “C’erano sempre Big Jim e
Little Jim”, racconta, “Big Jim Sullivan e Little Jim [Page], il sottoscritto e il
batterista. A parte le sedute di gruppo, dove suonava la chitarra solista, Little Jim
finiva sempre alla ritmica, poiché non sapeva leggere molto bene. Lo vedevo
sempre seduto con una chitarra acustica in mano, come se stesse frugando tra le
corde”. Dopo due anni Jones era stato promosso arrangiatore e direttore
musicale. Era accaduto durante le registrazioni di Sunshine Superman prodotte
da Mickie Most, dove John aveva deciso che l’arrangiatore era un incompetente
e aveva fatto vedere a Most come ottenere una migliore sezione ritmica. Dopo
esser stato assunto seduta stante come arrangiatore nello staff di Most, uno dei
primi lavori che gli vennero assegnati era stato con gli Herman’s Hermits. In
seguito Mickie Most sostenne che i dischi degli Hermits prodotti da Jones
avevano venduto più dei Beatles nella stagione 1965-66, con dodici milioni di 45
giri nella sola America.
Lavorando con Donovan, Lulu e altri artisti, Jones passava i giorni attaccato al
suo Fender, sovente dirigendo ampie orchestre. Nel 1967 aveva ventun anni. Si
era sposato con Mo l’anno precedente, aveva una figlia e una seconda in arrivo.
La sua più prestigiosa seduta di registrazione era arrivata quell’anno, quando
Andrew Oldham lo aveva assunto per produrre l’arrangiamento di archi su She’s
A Rainbow, inclusa in THEIR SATANIC MAJESTIES REQUEST dei Rolling
Stones. Aveva lavorato anche con Jeff Beck e Terry Reid, i cui primi album
presentavano molti degli stacchi del primo album dei Led Zeppelin, a riprova
della presenza di Jones. All’inizio del 1968 Jones era scoppiato. Ricorda:
“Avevo iniziato a gestire e arrangiare quaranta o cinquanta cose al mese. Finii
semplicemente con il mettermi davanti un pezzo di carta bianco, sedermici di
fronte e fissarlo. Poi entrai a far parte dei Led Zeppelin, credo, dopo che la mia
signora mi disse: ‘La vuoi smettere sì o no di trascinarti per casa? Fai qualcosa,
entra in una band’. E io dissi: ‘Di cosa stai parlando, non c’è una sola band con
cui ho voglia di suonare’. E lei rispose: ‘Be’, senti, credo fosse su ‘Disc’, Jimmy
Page sta formando un gruppo... perché non gli telefoni?’. Così lo chiamai e dissi:
‘Jim, come va? Hai già trovato la tua formazione?’. Lui disse: ‘Non ho ancora
nessuno’. E io incalzai: ‘Be’, se hai bisogno di un bassista, dammi un colpo di
telefono’. E lui concluse: ‘Va bene. Devo andare a vedere un cantante di cui mi
ha parlato Terry Reid e lui dovrebbe conoscere anche un batterista. Ti chiamo
dopo aver capito che tipi sono’”.
Se questo racconto vi sembra bizzarro e buffo, pensate che Jones, con tipico
humour inglese, raccontò a un altro intervistatore di aver ottenuto il posto come
bassista dei Led Zeppelin dopo aver risposto a un annuncio su «Melody Maker».

ERA CHIARO A JIMMY PAGE e Peter Grant che a Londra non vi fosse un solo buon
cantante disponibile. Dal momento che la nuova formazione era modellata sul
Jeff Beck Group, avevano bisogno di un cantante con la personalità romantica di
un Rod Stewart, qualcuno con il coraggio di salire sul palco a competere
vocalmente con una chitarra elettrica. Ma tutti i cantanti validi – Steve Marriott,
Stevie Winwood, Joe Cocker, Chris Farlowe – erano impegnati. Terry Reid,
allora solo diciottenne, era stato soffiato da Mickie Most all’ultimo momento.
Un giorno Peter e Page si imbatterono in Reid, su Oxford Street. Reid raccontò
loro di uno sconosciuto cantante di una banda di Birmingham chiamata
Hobbstweedle, un tizio alto e biondo che sembrava un principe delle favole, con
una voce miagolante, profondamente influenzato dal blues e dalle formazioni
della West Coast. La gente lo chiamava Robert Plant, e Terry Reid lo consigliò
caldamente: aveva tenuto concerti in compagnia del suo gruppo precedente, la
Band Of Joy. L’ufficio di Peter telegrafò a Plant a casa e Page gli telefonò. Tutto
venne disposto affinché Page e Grant potessero andare quel weekend a vedere
Plant in concerto con gli Hobbstweedle. Fu poi lo stesso Plant a indicare a Page
un batterista che avrebbe dovuto ascoltare.

ROBERT ANTHONY PLANT era nato il 20 agosto 1948 a West Bronwich nello Staf
fordshire. Suo padre era un ingegnere e la famiglia Plant viveva a Kidderminster,
un sobborgo rurale di Birmingham nel Worchester. Iscritto alla scuola
elementare King Edward VI nella solida e convenzionale Stourbridge, il cuore
della “Terra Nera”, nelle Midlands occidentali dell’Inghilterra, Robert era ben
educato e si era comportato da studente modello fino ai tredici anni, quando
aveva scoperto le ragazze ed Elvis. Passava ore allo specchio cercando di imitare
ogni più piccola mossa di Presley. A quel punto Elvis era militare e ben lontano
dai suoi vertici di star degli anni Cinquanta ma le sue prime canzoni rockabilly,
nondimeno, avevano conquistato Robert. Quando era quindicenne, il padre, pur
disapprovando, lo accompagnava ogni settimana al Seven Stars Blues Club di
Stourbridge, dove Robert si esibiva con la Delta Blues Band, straziando Muddy
Waters, gemendo Got My Mojo Working e altri sanguigni classici del blues, in
compagnia di tutta la “birrosa” ed estroversa anima della classe operaia delle
Midlands. Nel complesso militava Terry Foster che suonava la sua chitarra a otto
corde nello stile di Big Joe Williams. Un’altra delle band di Robert, i Sounds Of
Blue, comprendeva Chris Wood, che avrebbe in seguito suonato con i Traffic.
Se è vero che i musicisti blues erano tabù nel loro medesimo contesto natale
nel Delta del Mississippi, è vero che erano altrettanto aborriti dalle classi medie
di Kidderminster, soprattutto all’epoca in cui il giovane Robert era divenuto un
mod – acconciatura alla francese, parka, giacca stretta, stivali Chelsea e scooter
con pannelli laterali cromati – dopo aver visto Who e Small Faces di passaggio a
Birmingham. Fu l’unico membro dei Led Zeppelin (e uno dei pochi musicisti
pop inglesi della sua generazione) a essere stato scoraggiato dalla famiglia nella
sua vocazione musicale. I suoi genitori volevano che studiasse contabilità e,
quando aveva lasciato la scuola a sedici anni, gli era stato affibbiato, al costo di
due sterline alla settimana, un tremante contabile che doveva prepararlo a una
vita di bilanci e libri mastri. Tutto ciò che Robert faceva, invece, era preparare il
tè per l’anziano insegnante e sognare di Robert Johnson, colui che era riuscito a
rendere la propria voce tetra e nasale come la sua chitarra. “Mi sembrava quasi
che le corde della chitarra fossero le sue vere corde vocali”, ricorderà in seguito
Plant. Di sera si esibiva in compagnia di vari dimenticati gruppi blues di
Birmingham – i New Memphis Bluesbreakers, Black Snake Moan (dal brano di
Blind Lemon Jefferson) e i Banned. Aveva partecipato a ogni immaginabile
sottocultura giovanilista inglese dei Sessanta, cominciando come freak beatnik
che soffiava dentro un kazoo e strimpellava selvaggiamente un asse da lavare
con un ditale di metallo, per proseguire dando battaglia con i mod ai rocker a
Margate, per poi passare per un po’ dalla parte dei rocker, prima di ritornare
all’asilo beat e infine cominciare a teorizzare da hippie precoce. La sua criniera
bionda a quel punto era così lunga che poteva andare a casa solo di notte.
Finalmente se ne era andato di casa a diciassette anni per iniziare la carriera di
musicista blues. Molto tempo dopo, rifletteva così su quella decisione: “Decisi
che se non avessi raggiunto un qualcosa entro i vent’anni, mi sarei ritirato.
Ovviamente, poco importava quel che sarebbe successo, perché tanto non mi
sarei ritirato in ogni caso. L’intera scena era stupore, illuminazione, uno sballo
completo. Momenti così sono semplicemente impossibili da riprodurre... Non si
può veramente abbandonare qualcosa che si ama per ragioni finanziarie. Se
muori in un fosso lungo la strada, muori in un fosso lungo la strada: così è la
vita, perlomeno ci hai provato. Dieci minuti dentro la scena musicale valevano
cent’anni fuori da essa”.
Nel 1965, Sonny Boy Williamson aveva suonato a Birmingham e Robert si
era infilato nei camerini e aveva rubato una delle sue armoniche, mettendosi così
in “contatto fisico”, con uno dei propri idoli. Anni dopo si diceva che avesse
affermato: “Ho sempre avuto un brivido ogni qualvolta ho visto Sonny Boy
Williamson: il modo in cui avanzava solennemente sul palcoscenico... Era tutto
quel che avrei voluto essere a settant’anni”. Cercava anche di imitare
l’esecuzione blues a grana grossa e nasale di Bukka White.
Sul finire di quello stesso anno, Robert si era unito a un’altra band blues, i
Crawling King Snakes, così chiamata in omaggio al brano boogie di John Lee
Hooker. Si esibivano venti minuti per volta in club e sale da ballo stracolme di
giovani mod che venivano a vedere i gruppi principali come Solomon Burke e
Wilson Pickett, o formazioni dell’area di Birmingham come lo Spencer Davis
Group o gli Shakedown Sounds con il cantante Jess Roden. Per un po’, gli
Snakes erano stati affiancati da un robusto batterista capellone che tutti
chiamavano Bonzo. Era un tipo gentile e generalmente silenzioso, con la
medesima affabilità del cane Bonzo, il vecchio cartone animato britannico. Il suo
idolo era Keith Moon degli Who, e aveva l’abitudine di foderare l’interno della
batteria con carta stagnola per farla crepitare come una mitragliatrice. Bonzo e
Plant erano divenuti rapidamente amici. Anni più tardi, Plant raccontò a uno dei
collaboratori dei Led Zeppelin che di solito quando si intratteva a casa di Bonzo
(non avendone una per conto proprio) aveva così tanta voglia di sesso da
cominciare a masturbarsi finché Bonzo non interveniva dicendo: “Sssh! Ehi!
Basta! Sta arrivando mia mamma”.

LA SUA BAND SUCCESSIVA di Plant si chiamava Tennessee Teens, un trio di soul


stile Tamla che gli aveva chiesto di affiancarli. Il gruppo aveva cambiato nome
in Listen e il suono era divenuto praticamente quello degli Young Rascals.
Avevano inciso addirittura un disco, il primo di Plant, una versione di You Better
Run degli Young Rascals. Spalleggiato da fiati e da un coro femminile, Plant era
stato diretto perché cantasse come un Tom Jones più giovane, addirittura più
enfatico. Il 45 giri era stato stampato dalla CBS nel 1966 ed era scomparso in un
batter d’occhio. Il lato B era Everybody’s Gonna Say, a cui Plant aveva
partecipato anche come coautore. La CBS aveva stampato altri due 45 giri sotto
il nome di Plant alla fine di quell’anno e all’inizio del 1967: Our Song /
Laughin’, Cryin’, Laughin’ e Long Time Coming / I’ve Got A Secret. Nessuno
dei due 45 giri aveva avuto successo ma il secondo (in cui suonava Bonzo)
aveva procurato a Plant una fotografia (barba poco folta, baffi, caffettano di
velluto, ghirlande di riccioli) sul «New Musical Express». Plant vi era descritto
come un diciottenne di Birmingham, con pieni voti in storia, inglese e
matematica e la capacità di suonare il violino, il pianoforte, l’organo e la
chitarra. “Ora si sta esibendo in tutta la nazione con il suo gruppo, The Band Of
Joy. Il disco è già entrato in classifica a Birmingham, e sta perlomeno plantando
i semi del suo talento”.
A quel punto, Plant aveva trovato nuova dimora nella famiglia allargata
angloindiana della sua ragazza: Maureen, che aveva conosciuto a un concerto di
George Harrison. Erano tutti strenui lavoratori appena immigrati dall’India e tra
loro vi era una calda atmosfera fatta di curry piccante e brava gente: la prima
vera famiglia che l’onesto bluesman avesse incontrato dopo l’amara partenza
dalla sua casa natale.
Ci furono in realtà tre edizioni della Band Of Joy. Plant venne licenziato dalla
prima all’inizio del 1967 quando il manager del gruppo gli disse che non era
capace di cantare. In segno di sfida, Plant formò un’altra Band Of Joy, la cui
particolarità stava nel dipingersi le facce ed esibirsi in paludamenti hippie. Era
l’inizio del periodo influenzato dal San Francisco Sound e Plant ci si buttò a
capofitto. “Misi le mani su una copia di un album dei Buffalo Springfield”,
racconta. “Lo trovai straordinario perché era il tipo di musica con cui ti potevi
mettere a saltare, quando la ascoltavi, oppure sederti per terra e semplicemente
godertela. Poi ricevetti il primo album dei Moby Grape che era sbalorditivo... Ho
sempre amato il buon blues, ma tutto d’un colpo non potevo più ascoltare il
vecchio blues... Ora singhiozzavo all’ascolto di Arthur Lee e dei Love di
Forever Changes”. La seconda Band Of Joy si sciolse e la terza nacque sulla
spinta del suo nuovo batterista: John “Bonzo”, Bonham. Cavalcando il San
Francisco Sound ed eseguendo canzoni dei Jefferson Airplane, il complesso uscì
da Birmingham e suonò in club Londinesi quali Middle Earth e Speakeasy.
Dopodiché, fecero da spalla al cantante americano Tim Rose nel suo tour
inglese. Il cantante Terry Reid era l’altra spalla. Plant e Bonzo adoravano
suonare insieme ma nella primavera 1967 la Band Of Joy aveva fatto il suo
corso. Bonzo entrò a far parte della nuova formazione di Tim Rose, mentre Plant
rimase disoccupato. Ci volle un bel po’ prima che trovasse un nuovo gruppo.
Molti musicisti dell’area di Wolverhampton credevano che fosse più un ballerino
che un cantante e pensavano che stesse nei gruppi per cantare ma anche per
danzare e farsi bello. Per un pelo non fu invitato a entrare a far parte degli Slade,
formazione di Wolverhampton il cui chitarrista, Noddy Holder, era stato un
roadie della Band Of Joy. Ma gli altri membri degli Slade odiavano le pose
vanitose di Plant e così non venne assunto.
Per un po’ si fece mantenere da Maureen, poi entrò a far parte di una squadra
di catramatori per guadagnarsi qualche sterlina. Prendeva sei scellini e due pence
all’ora, spargendo catrame bollente. Gli altri operai lo chiamavano “il cantante
pop”. Per un breve periodo formò un duo con Alexis Korner, il bluesman
londinese, e insieme suonarono in alcuni concerti nell’area di Birmingham e
incisero un 45 giri che anni dopo venne ristampato in un album di Korner.
Quindi, Plant fallì un provino con Denny Cordell, il manager di Joe Cocker.
Abbastanza demotivato, entrò a far parte di una formazione chiamata Hobbs
tweedle: prendevano il nome dalla trilogia Il signore degli anelli di J.R.R.
Tolkien, che ogni buon hippie a quel tempo aveva letto. E fu proprio a
quell’epoca che ricevette il primo telegramma di Peter Grant. Il fine settimana
successivo Page, Peter Grant e Chris Dreja arrivarono a Birmingham per
assistere al concerto degli Hobbstweedle in un cadente collegio per insegnanti.
Li fece entrare dal retro un “grosso e zotico capellone”, che dedussero fosse il
buttafuori ma, quando lo videro sul palco con il caffettano e i riccioli che
eseguiva Somebody To Love con una voce da soprano a metà strada tra il blues e
una sirena, si guardarono negli occhi. “Mi bastava ascoltarlo per innervosirmi”,
dirà in seguito Page. “Ancora adesso accade; è come se fosse un gemito
primordiale”. C’erano venticinque ragazzi allo show ed erano tutti occupati a
sbronzarsi. Dopo aver finito il suo repertorio di pezzi dei Moby Grape e Buffalo
Springfield, Plant si avvicinò a Page per avere un giudizio sullo show. Page e gli
altri si tennero però sulle loro. Page disse solamente: “Ti richiamo entro una
settimana”. Di ritorno a Londra, però, non riusciva a toglierselo dalla testa.
Quella voce... aveva qualcosa, quella specifica fortissima carica sessuale di cui
Page aveva bisogno. Era una voce blues bianca, buona quanto quella di Rod
Stewart ma persino più selvaggia, persino più folle. Page era indeciso. Non
riusciva a credere che Plant si stesse ancora sbattendo, sconosciuto, a
Birmingham. “Quando gli ho fatto il provino e l’ho sentito cantare, ho
immediatamente pensato che ci fosse qualcosa di storto nella sua personalità o
che fosse impossibile lavorarci insieme, poiché semplicemente non riuscivo a
capire come mai, dopo che cantava ormai da parecchi anni, come mi aveva detto,
non fosse ancora diventato una celebrità”. Così riflettendo, Page richiamò Plant
e lo invitò a Pangbourne per alcuni giorni, per poterselo studiare e vedere quel
che ne veniva fuori. Plant chiamò Alexis Korner per chiedere consiglio. Korner,
senza ombra di dubbio, gli disse: “Vai”.
Nella casa galleggiante sul Tamigi, Robert Plant e Jimmy Page ascoltarono
dischi e divennero amici. Grazie a Dio, tolti i gruppi californiani (Page aveva
suonato con ognuno di loro all’epoca degli Yardbirds e ne era nauseato), i due
condividevano numerose passioni musicali. Page mise sul piatto alcune cose
soft, come Babe I’m Gonna Leave You cantata da Joan Baez e le arie folk
rimodernate della Incredibile String Band di Robin Williamson, che colavano
come miele. Mise su pezzi rock’n’roll, come No Money Down fatta da Chuck
Berry. Gli fece ascoltare i blues per armonica di Little Walter e gli spiegò la sua
idea di un nuovo tipo di musica heavy con tonalità più pacate e soffici, musica
con dinamismo, luci e ombre. Parlarono di una formazione dove il chitarrista e il
cantante potessero suonare all’unisono. Gli fece sentire You Shook Me da un
vecchio Ep di Muddy Waters, con Earl Hooker che eseguiva la parte melodica
alla chitarra elettrica dietro alla voce di Muddy. Jeff Beck e Rod Stewart
avevano fatto la stessa cosa, con la medesima canzone, sul nuovo album di Beck,
ma non importava. Era il suono che Page voleva.
Dopo pochi giorni, Plant era quasi fuori di sé. Era tutto così inebriante. C’era
un’attraente, misteriosa, silenziosa stella del rock che offriva passaporti per la
gloria in America, rilegati con vaghi annunci di immense ricchezze. Era tutto
così nuovo. Per la prima volta, aveva trovato qualcuno in grado di tirare fuori
qualcosa dalla sua illimitata riserva di adrenalina. Era eccitatissimo e così, una
volta lasciata Pangbourne, se ne andò in autostop fino a Oxford a trovare Bonzo,
che quella sera suonava in qualche buco con Tim Rose, per arruolarlo nei New
Yardbirds.

JOHN HENRY BONHAM era nato il 31 maggio 1948 a Redditch nel Worcestershire.
Figlio di un carpentiere, crebbe vicino a Plant a Kidderminster, martellando su
tutto. La sua prima batteria, oltre che dalle pentole della cucina della madre, era
costituita da un bidone di sali da bagno con fil di ferro sul fondo e una lattina di
Gaffe che suo padre aveva legato con uno spago non stretto per conferire al tutto
un effetto da rullante. Quando aveva dieci anni, sua madre gli comprò un
rullante vero e proprio. Cinque anni dopo, suo padre gli procurò una batteria di
seconda mano, leggermente arrugginita. A sedici anni, Bonzo lasciò la scuola e
andò a lavorare con suo padre, trasportando secchi di mattoni nei cantieri edili.
A Bonzo, a dire il vero, piaceva lavorare: lo rafforzava nel fisico e lo lasciava
libero di suonare di sera.
Debuttò con Terry Webb and The Spiders, indossando giacche viola con
risvolti di velluto. Poi suonò con un’altra band, il Nicky James Movement, i cui
strumenti vennero confiscati dopo un concerto. A diciassette anni si unì a un
gruppo chiamato A Way Of Life e sposò la sua bella, una giovinetta inglese che
aveva incontrato a un ballo a Kidderminster. Pat non era ansiosa di sposarsi con
un musicista così povero: la loro prima abitazione fu una roulotte e il marito
dovette smettere di fumare per poter pagare l’affitto. Bonzo aveva giurato a Pat
che avrebbe smesso di suonare la batteria se lei l’avesse sposato ma poco dopo il
matrimonio si incontrò con Robert Plant, che viveva da quelle parti, ed entrò a
far parte della sua banda. Bonham, naturalmente, non poteva permettersi una
macchina e all’inizio ci fu il dubbio che Plant e i Crawling King Snakes non
riuscissero in realtà a comprare la benzina per andarlo a prendere e riportarlo a
casa. Bonzo aveva già un’ottima reputazione come batterista nella zona di
Birmingham; suonava la più dura e rumorosa batteria delle Midlands e nella
foga, occasionalmente, sfondava la pelle della grancassa. Alcune band non
volevano ingaggiarlo, dal momento che molti proprietari di club non erano
disposti a scritturare gruppi in cui suonasse Bonham. Lo consideravano troppo
rumoroso. Bonzo, però, sviluppò gradualmente un tocco più soffice; smise di
rompere le pelli, imparando a suonare a un volume ancora più alto ma senza
colpire così forte: imparò a rullare. Fu uno dei primi percussionisti a foderare la
batteria con carta stagnola e già si esibiva in assoli a mani nude ancor prima di
iniziare a suonare con Plant. Le sue uniche influenze riconosciute erano vecchi
dischi di soul, il rauco Keith Moon e lo strabiliante Ginger Baker, che nel 1966,
con i Cream, era diventato il primo batterista rock a emergere come solista e ad
avere la medesima rilevanza dell’onnipotente chitarra. L’assolo di batteria di
Baker in Toad, a tratti ipnotico (e a tratti noioso) divenne un modello per Bonzo.
Come la maggior parte dei batteristi, aveva una vena aggressiva. Gli piaceva
bere e rompere le palle qua e là. Non cercava le risse ma neppure le rifiutava.
Alla fine, Bonham lasciò gli Snakes e ritornò con i Way Of Life, più vicino a
Kidderminster. Successivamente, lui e Plant suonarono nella Band Of Joy fino a
quando non si sciolse, nel 1968, e Bonzo accettò di andare in tournée con Tim
Rose, nella formazione dove Plant lo ritrovò a Oxford, una sera d’estate del
1968.
Erano passati tre mesi dall’ultima volta in cui Bonzo aveva sentito Plant e il
batterista fu costretto ad ascoltare il racconto emozionato dell’amico su Page e la
nuova banda, discorso che terminò con le parole: “Amico mio, devi venire anche
tu con i New Yardbirds”. Bonzo, però, non ne rimase impressionato.
Guadagnava quaranta sterline alla settimana con Tim Rose, più di quanto avesse
mai guadagnato in vita sua, ed era persino stato notato dalla stampa musicale,
l’ultima volta che avevano suonato a Londra. Disse a Plant: “Be’, io sto bene
qui, no?”. Plant ribadì che potevano fare un sacco di soldi con i New Yardbirds
ma Bonham rimaneva indeciso. Per lui, gli Yardbirds erano un nome del passato
senza alcun futuro.
Poco dopo, Page vide per la prima volta il batterista, mentre si esibiva con
Tim Rose al Country Club di Londra. All’epoca Page stava ancora considerando
l’ipotesi di formare un complesso più o meno sulla falsariga dei Pentangle, la
formazione acustica che comprendeva il chitarrista Bert Jansch, ma quando
ascoltò l’attacco senza pietà di Bonzo capì come avrebbe dovuto suonare la sua
nuova banda. Di conseguenza, ebbe inizio un’intensa campagna della Superhype
per intrappolare John Bonham (Grant disse di sapere che Page era seriamente
interessato al batterista perché per la prima volta non l’aveva chiamato a suo
carico). Il fatto è che Bonham era troppo povero per permettersi un telefono.
Plant spedì otto telegrammi al pub di Bonzo, il Three Men In A Boat di Walsall.
A questi fecero seguito quaranta telegrammi di Peter Grant. Ciò nonostante, il
batterista non cedeva. Il successo dei concerti di Tim Rose aveva attirato altre
offerte. Joe Cocker lo voleva e Chris Farlowe gli offrì un posto. Stava
diventando una decisione difficile da prendere. Farlowe era ben affermato e
aveva un nuovo album prodotto da Mick Jagger. Chiunque a Londra era sicuro
che Joe Cocker, lo spastico urlatore blues di Sheffield, fosse destinato a un
futuro di grandi successi. Però, come Bonzo ricordò in seguito: “Non era
questione di chi offrisse le migliori prospettive ma anche di quale musica
sarebbe stata adatta. Quando mi offrirono il posto per la prima volta, pensai che
gli Yardbirds erano finiti, perché in Inghilterra erano stati dimenticati.
Comunque, riflettendo mi dissi: ‘Be’, non ho nulla per le mani, per cui qualcosa
è meglio di nulla’. Sapevo che Page era un buon chitarrista e che Plant era un
ottimo cantante, per cui anche se non avessimo avuto alcun successo, perlomeno
sarebbe stato un piacere suonare in un buon gruppo... Così decisi che la loro
musica mi piaceva più di quella di Cocker o Farlowe”. Finalmente Bonzo
telegrafò a Peter Grant accettando di sedere sullo sgabello del batterista dei
nuovi Yardbirds. Page si rifece vivo con John Paul Jones che accettò di
presentarsi alla prima prova e, se fosse andata bene, di impegnarsi con la
formazione. Page stesso investì nel progetto quasi tutti i soldi ricavati dal lavoro
in studio e con gli Yardbirds. Jones fu l’ultimo a unirsi alla band, che doveva
partire la settimana successiva, con il nome di New Yardbirds, per la
Scandinavia. Chris Dreja si ritirò dall’attività musicale quando Jones entrò nel
gruppo.
Tutti e quattro i musicisti hanno sin d’allora usato lo stesso aggettivo per
descrivere la loro prima prova insieme: magica. Come Jones raccontò in seguito:
“La prima volta, ci incontrammo in una stanza molto piccola per vedere se
riuscivamo a sopportarci a vicenda”. Bonzo era affascinato dal cervellotico e
stregonesco Page e disse poco o quasi nulla. “C’erano amplificatori da muro a
muro, terribili, tutti vecchi. Plant aveva saputo che ero un musicista di studio e si
stava domandando che cosa sarebbe arrivato: un tizio vecchio con la pipa? Page
disse: ‘Be’, siamo tutti qua, cosa suoniamo?’. E io risposi: ‘Non lo so. Tu che
cosa conosci?’. E Page: ‘Conoscete Train Kept A-Rollin’?’. Gli dissi di no. E lui
continuò: ‘È facile, dal Sol al La’. Batté il tempo e la stanza esplose. Pensammo:
‘Grande, siamo a cavallo, c’è tutto, funziona!’”. In un’altra intervista, sette anni
dopo, Plant fu altrettanto caloroso nel descrivere quel primo incontro. Non ero
mai stato così eccitato in vita mia”, disse. “Eravamo tutti impregnati di blues e
R’n’B, ma nella prima ora e mezza insieme scoprimmo che ciascuno di noi
aveva la sua identità personale”. Suonarono vecchi cavalli di battaglia degli
Yardbirds come Smokestack Lightning, vecchi brani della Band Of Joy come As
Long As I Have You di Garnett Mimms e tutti i classici blues e R’n’B. Page
cercò di insegnare loro Dazed And Confused ma Jones continuava a sbagliare gli
accordi. Il tacito patto era che Jimmy Page sarebbe stato il leader, visto che era il
musicista con più talento. Page aveva bisogno solo di una buona band alle spalle
e di un cantante; ora però capì di avere in mano molto di più. Ecco come ricorda
lo shock iniziale: “Ci ritrovammo in quattro a suonare in una stanza. Lì ci
rendemmo conto. Iniziammo a riderci in faccia. Forse derivava dalla gioia o
dalla coscienza del fatto che insieme potevamo fare faville”.
Alla fine della prova, Bonham e Plant erano quasi intontiti dalla gioia,
leggermente smorzata, peraltro, da un antipatico episodio: mentre stavano per
andarsene, la ricca popstar Jimmy Page chiese ai due squattrinati musicisti di
dare il loro contributo per pagare le birre e il cibo. Non conoscevano la
reputazione di avaro di Page. Di lì a poco l’avrebbero chiamato “Led
Portafoglio” [Gioco di parole tra Led Zeppelin, nome del complesso, e Led
Wallet, “portafoglio piombato”, N.d.T.].
Il 14 settembre, i New Yardbirds partirono per Copenhagen. Il loro repertorio
consisteva di Train Kept A-Rollin’, che evolveva in una versione senza parole di
Communication Breakdown, la versione di Dazed And Confused di Page con un
nuovo testo, il fiore all’occhiello di Page White Summer, un blues intitolato I
Can’t Quit You Baby, più innumerevoli variazioni spontanee su temi di altri
musicisti: Fresh Garbage degli Spirit, We’re Gonna Groove di Ben E. King,
Shake di Sam Cooke e Otis Redding, It’s Your Thing degli Isley Brothers e
l’opera omnia di Elvis. I concerti scandinavi furono il laboratorio in cui il gruppo
mise a punto la sua alchimia e inventò – o reinventò – uno stile, giudicando il
successo o il fallimento di ogni nuova direzione presa sulla base delle reazioni
dei ragazzini danesi. L’elemento migliore era l’accoppiamento all’unisono
dell’altisonante gemito-sirena di Plant con la chitarra lanciata a tutta velocità di
Page. “Accadde per la prima volta sul palcoscenico in Danimarca”, nota Plant.
“Non stavo cercando di cantare a tempo ma la voce finiva per imitare la chitarra.
Non c’eravamo dettati alcuna istruzione al riguardo ma venne fuori durante You
Shook Me e ci mettemmo tutti a ridere”. Page ricordò poi un significativo
incidente avvenuto durante il primo concerto a Copenhagen, quando si ruppe
l’amplificatore di Plant ma “la sua voce rimase lo stesso udibile al di sopra del
gruppo fino in fondo all’auditorium”.
Già in Scandinavia la band sapeva di non potersi più chiamare Yardbirds.
Occorreva scegliere un nome. Inizialmente pensarono a Mad Dogs (usato in
seguito da Joe Cocker) o Whoopee Cushion. Poi Page si ricordò delle folli
sparate di Entwistle e Moon sull’aerostato di piombo. “Ce ne stavamo seduti a
spiattellare possibili nomi”, racconta Page. “Alla fine fummo d’accordo che non
era tanto importante il nome quanto il fatto che venisse accettata la musica. Mi
stava a cuore Lead Zeppelin... Sembrava calzare a pennello con tutto il resto.
Aveva qualcosa a che fare con l’espressione popolare ‘un cattivo scherzo sale
come un palloncino di piombo’. E c’era un briciolo della connotazione
leggero/pesante degli Iron Butterfly”. Quando il gruppo ritornò a Londra, venne
eliminata la a di lead per evitare che quegli ottusi di americani pronunciassero
per errore come leed (lid ).
Il primo album del gruppo, LED ZEPPELIN, venne registrato nell’ottobre
1968 agli Olympic Studios di Barnes, nel Sud di Londra. Page eil tecnico del
suono Glyn Johns ne furono i produttori. I nove pezzi dell’album erano
sostanzialmente la scaletta scandinava dei Led Zeppelin, meno Train, We’re
Gonna Groove e la lunga introduzione all’organo di John Paul Jones per Your
Time Is Gonna Come, improvvisata nello stile di Chest Fever di Garth Hudson.
L’album venne registrato in appena trenta ore di studio, sparse in due settimane
(nel 1975, dopo che il disco aveva già incassato oltre sette milioni di dollari,
Peter Grant affermò che per produrlo avevano dovuto investire solo 1.750
sterline, compresa la grafica di copertina che ritraeva la catastrofica fine
sull’oceano dello Zeppelin Hindenburg).
LED ZEPPELIN intendeva riprodurre i primi concerti della band: così la
nuova formazione aveva qualcosa da vendere l’anno seguente quando sarebbe
stata in tournée in America. Fu deciso che contenesse pochi di quegli effetti
speciali: sarebbe stato arduo riprodurli sul palcoscenico, ragion per cui i brani
vennero incisi praticamente dal vivo in studio. In genere, aderendo allo schema
leggero/pesante di Page, le canzoni iniziavano come studi acustici di blues
bianco che sfociavano nei tonfi cadenzati di Bonzo raddoppiati dalla chitarra
dura e sporca di Page. Good Times Bad Times partiva piano, fino a quando
l’intera band si fermava per un istante e – come un’esplosione di energia
elettrica repressa in un generatore – Page si lanciava in uno dei suoi
innumerevoli torrenti di note. Ugualmente, il lamento folk di Joan Baez, Babe
I’m Gonna Leave You, iniziava con Page impegnato all’arpeggio con una
chitarra acustica Gibson J-200, per poi alternare stritolanti masse di suono
sporco. Plant cantava come se avesse ascoltato Van Morrison. Ma l’album
esplodeva, nel vero senso della parola, con You Shook Me, il vecchio blues di
Willie Dixon, ripreso in modo ancor più lento, pesante e letterale che nella
precedente versione di Jeff Beck. Qui la voce di Plant e la chitarra di Page
coniarono il caratteristico gemito all’unisono, destinato a diventare oggetto di
imitazione da parte delle garage band dei quindici anni successivi. La prima
facciata terminava con l’epico classico Dazed And Confused (attribuito a Jimmy
Page senza menzionare Jake Holmes), le cui parole erano state nuovamente
riscritte. Originariamente incentrata su un brutto viaggio di Lsd, Dazed And
Confused illuminava ora alcune delle diaboliche opinioni di Page sul sesso
femminile: “Molte persone parlano, poche sanno che / L’anima della donna fu
creata là sotto” (Lots of people talking, few of them know / The soul of a woman
was created below). Sognante, morbosa, risplendente di stormi ondeggianti di
piccoli avvoltoi creati dal Mi della chitarra elettrica percosso dall’archetto,
Dazed And Confused era il tour de force dell’album e – quando Page tirava fuori
il giro di Think About It durante il secondo assolo e Plant lasciava partire una
fanfara di tetre grida – il tutto sembrava diventare un crepuscolo degli dei
wagneriano in chiave rock. Una generazione di fan sarebbe cresciuta
domandandosi che cosa stesse blaterando Plant, sommerso dal wah wah, prima
che lo Zep sganciasse l’ultima bomba.
Quell’atmosfera veniva generosamente alleggerita dalla seconda facciata.
L’introduzione con organo da chiesa di John Paul Jones a Your Time Is Gonna
Come conduceva al nuovo preludio per chitarra acustica di Page, Black
Mountain Side. Quest’ultima era una versione modale, in falsa accordatura da
sitar, di una vecchia canzone folk inglese spesso interpretata da Annie Briggs e
registrata da Bert Jansch. Fu aggiunto anche un suonatore di tabla, Viram Jasani,
per fornire un ritmo raga alla composizione. Seguiva Communication
Breakdown, che rimpiazzava Train Kept A-Rollin’. Il momento in cui il lamento
di Plant si trasformava nell’urlo “Suck!”, e Page sparava una scarica mortale è
un classico degli Zeppelin. Un altro blues di Willie Dixon, I Can’t Quit You
Baby, rappresentava un’ulteriore palestra per i fraseggi e i cliché blues di Page,
perlopiù presi a prestito da B.B. King e Voodoo Chile di Jimi Hendrix.
L’apice del disco è How Many More Times, tratta dal repertorio della Band Of
Joy. Quel brano, che utilizza i testi e i giri di The Hunter di Albert King e un
medley di altri cliché verbali blues, è primitivo, spaccacervelli; un concentrato di
Led Zeppelin nella sua più vergognosa sfacciataggine, pieno zeppo di
ondeggiamenti con l’archetto e svisate di Page (l’assolo viene da Shapes Of
Things) e di rantolii di Plant che annuncia di essere nervoso perché sta
aspettando un figlio, il che in effetti era vero. La canzone si conclude con un
bolero arpeggiato di Page, che poteva essere un omaggio, uno scherzo tra amici
o un colpo mancino, a seconda che l’ascoltatore fosse o meno Jeff Beck.
Le canzoni e i giri di chitarra di LED ZEPPELIN erano solo una parte della
storia. In qualche modo, Page fu capace di catturare l’ambiguo e semplice
eccitamento di un gruppo in calore. Aveva idee precise su come avrebbe dovuto
essere la musica rock, idee che si riflettevano nei suoi metodi eccentrici. La
maggior parte dei produttori, per esempio, piazzava semplicemente un
microfono di fronte a un amplificatore. Page, invece, ne metteva anche uno a una
decina di metri di distanza, per poi registrare la media dei due. “La distanza è
profondità”, sussurrava nello studio. La disposizione dei microfoni era una
scienza arcana; variandone la distanza, Page fu uno dei primi produttori a
registrare il “suono d’ambiente”, di una band, la lunghezza del percorso
temporale di una nota da un angolo all’altro della stanza. Page credeva che fosse
quella la ragione per cui i primi dischi di rock’n’roll sembravano registrati a una
festa. “Il concetto di fondo, per come vedo io la registrazione”, disse Page in
seguito, “è quello di cercare di catturare il suono della stanza dal vivo e
l’emozione dell’intero momento per poterla comunicare... Si deve cercare di
catturare il suono dell’ambiente quanto più è possibile. È questo il punto
fondamentale”.
L’entusiasmo di quelle prime registrazioni dei Led Zeppelin era contagioso.
Ascoltando il nastro, i musicisti e il personale tecnico non credevano alle proprie
orecchie.
Glyn Johns ricorda: “Fu tremendamente eccitante fare quell’album. Avevano
fatto un salutare periodo di prove prima di avvicinarsi allo studio. Prima d’allora
non avevo mai ascoltato arrangiamenti di quella specie, né avevo mai sentito un
gruppo suonare in quel modo. Era semplicemente incredibile. E quando si è in
studio con qualcosa di così creativo, non si può fare altro che nutrirsene”.
Il più entusiasta di tutti era Plant, che finalmente si era avvicinato al suo
massimo potenziale.
Così ricordò quel momento anni dopo: “Quel primo album fu la prima volta in
cui le cuffie significarono qualcosa per me. Ciò che sentivo dalle casse mentre
cantavo era di gran lunga meglio di qualsiasi figa dell’intera Inghilterra. Era così
forte, aveva così tanta energia: era devastante. Era tutto molto arrapante”.
Quando, alla fine delle registrazioni (solo Babe I’m Gonna Leave You ebbe
bisogno di un significativo numero di sovraincisioni), Peter Grant cercò di
organizzare un veloce tour dei Led Zeppelin nei club e nelle università inglesi, si
vide circondato dalla totale indifferenza. Praticamente nessuno voleva un gruppo
chiamato New Yardbirds, e tanto meno volevano un complesso sconosciuto
chiamato Led Zeppelin. Page, però, consigliò a Grant di accettare qualsiasi
offerta, a ogni costo, in qualunque circostanza. Così il gruppo fece il suo debutto
mondiale come Led Zeppelin all’Università del Surrey, per centocinquanta
sterline. Tre sere dopo suonarono al Marquee di Londra come Jimmy Page and
The New Yardbirds. Si esibirono nel vecchio jazz club a un volume che
superava di poco la soglia di tolleranza umana, attaccarono dodici battute di
Train Kept A-Rollin’ a mo’ di invocazione, prima di gettarsi in Communication
Breakdown, con Bonzo lanciato in tutte le direzioni, Plant impegnato a emettere
vocalizzi – la musica era troppo veloce per le parole – e Page concentrato a
espellere misurati getti di wah wah. Attaccarono quindi immediatamente I Can’t
Quit You Baby, con Plant che urlava come un pazzo, cercando di farsi notare,
mentre Page tirava fuori gigantesche bordate sonore, per poi dedicarsi al suo
focoso e potente show hendrixiano, tutto virtuosismo e innegabile amore per il
blues. Il tutto a sua volta confluiva in un originale medley dei primi Led
Zeppelin, che mescolava Killing Floor di Howlin’ Wolf con Fought My Way
Out Of Darkness e gli osceni versi sul “limone” da Travelling Riverside Blues di
Robert Johnson. Nel mezzo di tutto ciò, Page esplose in That’s All Right di
Elvis. Quindi Plant, cantando freneticamente tutto quello che gli passava per la
testa pur di non perdere contatto con Page, si lanciò in un’improvvisazione
basata su Bags’ Groove di Milt Jackson. Il concerto terminò in gloria con undici
minuti di Dazed And Confused. Fu uno show micidiale e il pubblico ne fu assai
impressionato. I proprietari del locale si lamentarono del volume. La sera
successiva, i New Yardbirds suonarono il loro ultimo concerto all’Università di
Liverpool. Subito dopo furono rilanciati come Led Zeppelin.
L’iniziale reazione dell’acida e spesso grossolana stampa britannica fu buona;
solo più tardi, sarebbe degenerata in un aperto conflitto. Un giornale descrisse i
Led Zeppelin come: “Il sound più eccitante udito dall’esordio di Hendrix o dei
Cream”. Il primo concerto al Marquee fu recensito positivamente, soprattutto il
brano che veniva citato con il titolo di Days Of Confusion, ma la maggior parte
dei critici rimproverò il “gruppo di heavy music”, di aver suonato a volume
troppo alto.
Il 9 novembre, Plant sposò Maureen, incinta di otto mesi. Quella sera i Led
Zeppelin fecero il loro debutto londinese alla Roundhouse di Chalk Farm. La
vecchia macchina di Plant rimase in panne mentre il cantante si recava al
concerto e per poco non arrivò troppo tardi. Di lì a poco, Maureen diede a
Robert Plant una figlia, Carmen Jane.
Mentre i quattro musicisti facevano decollare il loro dirigibile di piombo,
Peter Grant si preparava a dare l’assalto a New York per procurare un contratto
discografico. A quel punto Jimmy Page aveva solo la metà di quel che andava
cercando: voleva il controllo totale su produzione, copertina, diritti d’autore,
organizzazione, concerti e pubblicità. Non voleva mai più essere proprietà altrui.
Così, Grant lasciò l’Inghilterra nel novembre 1968 con le registrazioni di prova,
un mixaggio approssimativo e la copertina di LED ZEPPELIN. il suo obiettivo
era ottenere un contratto di distribuzione mondiale con una casa discografica
americana che garantisse ai musicisti il completo controllo artistico e
commerciale.
Li ottenne da Ahmet Ertegün e Jerry Wexler della Atlantic Records, l’etichetta
che vent’anni prima aveva lanciato il R’n’B di massa. All’epoca, l’Atlantic era
tranquillamente nelle classifiche con i Cream, i Buffalo Springfield e Aretha
Franklin. Wexler teneva però anche un occhio sul futuro, così come si veniva
configurando dalle cifre di vendita di altri due gruppi Atlantic, gli Iron Butterfly
e i Vanilla Fudge, cosiddette heavy band che sputavano lugubre blues e rock e
stavano vendendo come dei pazzi. Raramente presenti nei primi venti posti,
nondimeno rimanevano nelle classifiche per settimane. IN-A-GADDA-DA-
VIDA degli Iron Butterfly rimase in classifica per parecchi anni e fu il primo
album premiato con il platino. Wexler e il direttore della Atlantic, Ahmet
Ertegün, si resero anche conto che nei due anni precedenti il pubblico del rock
era cambiato radicalmente. Sulla scia di Eric Clapton e dei Cream, i Led
Zeppelin avrebbero attirato quel nuovo pubblico: ragazzini e giovani tra i
quindici e i ventiquattro anni a cui il rock piaceva ad alto volume, anglosassone,
violento, in quattro quarti. Per la verità, le ragazze non erano invitate alla festa.
Non era una festa da ballo.
Wexler aveva già parlato per telefono con Peter Grant dicendogli che
l’Atlantic voleva i Led Zeppelin: gli erano stati caldamente raccomandati dalla
cantante Dusty Springfield, dopo aver lavorato a Londra sia con Page sia con
Jones. “Non conosci il mio prezzo”, aveva risposto Grant.
A New York, Grant e il suo avvocato americano, Steve Weiss, negoziarono un
contratto incredibile per l’epoca: si diceva che i Led Zeppelin avessero ottenuto
un anticipo di duecentomila dollari e la più alta percentuale sulle vendite mai
accordata a un gruppo di musicisti (cinque volte quella dei Beatles, secondo voci
emerse in seguito) in cambio della distribuzione mondiale da parte dell’Atlantic
e delle sue consociate. Il contratto riconosceva al complesso completo controllo
artistico e comprendeva una clausola, richiesta da Page, grazie alla quale i Led
Zeppelin diventarono il gruppo rock accolto nella sacra etichetta Atlantic. Tutti
gli altri complessi rock apparivano sulla declassata sussidiaria dell’Atlantic, la
Atco Records.
L’Atlantic aveva concesso ai Led Zeppelin una piccola fetta della torta. Peter
Grant se ne ritornò al Plaza Hotel e convocò Page a New York per firmare il
contratto. Quindi, probabilmente esultanti per la gioia, Grant e Weiss
chiamarono Clive Davis, allora presidente della Columbia Records, la cui
sussidiaria Epic aveva sotto controllo per gli Stati Uniti gli Yardbirds (e Jeff
Beck).
La riunione degenerò in uno scontro verbale. Davis arringò Grant: gli
Yardbirds erano su EMI in Inghilterra, mentre la Epic possedeva i diritti per gli
Stati Uniti. Il contratto della Epic comprendeva anche i singoli componenti degli
Yardbirds ed era loro convinzione che il contratto della EMI prevedesse
altrettanto. Invece, il contratto che Page aveva firmato quando era entrato a far
parte della band gli consentiva di continuare a detenere i propri diritti di
registrazione. Grant spiegò che Page non aveva mai firmato con la EMI come
musicista singolo, e che pertanto la CBS non aveva nulla da reclamare.
L’incontro terminò con i funzionari della CBS su tutte le furie.
Jimmy Page arrivò a New York pochi giorni dopo, portando con sé i nastri
originali di LED ZEPPELIN. Dopo un incontro con l’Atlantic e la firma dei
contratti, Page e Grant si unirono alla tournée di Jeff Beck che era allora in
corso. Page non si esibì: semplicemente seguì la tournée per osservare quel
nuovo pubblico giovane, perlopiù maschile. Solo all’Image Club di Miami andò
sul palco per suonare con Jeff Beck e Rod Stewart. Poi a New York, dopo uno
dei trionfi di Beck al Fillmore East, fece ascoltare il nastro di You Shook Me dei
Led Zeppelin, che naturalmente era uno dei cavalli di battaglia di Beck. Con
TRUTH ancora nei negozi, Beck ebbe la convinzione che Page stesse cercando
ancora una volta di fregarlo, così, tanto per il gusto di farlo. Perché non se n’era
venuto fuori con farina del proprio sacco?

QUANDO LE VOCI SUL COLOSSALE contratto dei Led Zeppelin cominciarono a


circolare, da ogni parte piovvero accuse di montatura. I musicisti e il pubblico,
alla fine degli anni Sessanta, erano assai ambigui nei confronti dell’incredibile
successo commerciale del rock; i giovani funzionari delle case discografiche
erano tacciati di essere degli sfigati alla mercè delle etichette ed erano
ideologicamente sospettati quali agenti del capitalismo borghese. Qualsiasi
nuova band emersa dopo il 1967 era sospettata del peccato di montatura da parte
del capitalismo corporativo, ovvero di essere stata fabbricata a uso e consumo
del pubblico ricco e credulone da qualche grande multinazionale, senza alcuna
autentica credenziale anarchica hippie.
Per controbattere tali accuse, Page si presentò un giorno senza appuntamento
negli uffici del «Melody Maker» e si espresse così: “Se qualcuno vuole
fabbricare un gruppo, finisce semplicemente per perderci, perché la gente sa che
cosa sta succedendo oggi. La gente capisce l’economia dei gruppi, soprattutto
negli Stati Uniti, dove si usa chiedere sempre che cosa si ottiene e a che prezzo”.
Quello stesso mese, a New York, la Columbia Records fece pubblicare degli
annunci sulla stampa alternativa e underground (a sua volta pesantemente
dipendente dalla pubblicità discografica) che proclamavano: “Il Sistema Non
Può Distruggere La Nostra Musica!”.
Tornato a Londra, a dicembre, Page partì con la sua formazione per ulteriori
concerti di prova. Suonarono al Marquee, poi al Bath Pavilion per settantacinque
sterline, poi all’Exeter City Hall per centoventicinque e infine alla Fishmongers
Hall di Wood Green, a Londra. Senza un album e con gli Yardbirds morti, i Led
Zeppelin non potevano sprecare tempo in Inghilterra. Poco prima di Natale, Page
e Grant decisero di portare il gruppo negli Stati Uniti e iniziare una tournée
ancor prima che l’album fosse uscito. “Non potevamo trovare lavoro in Gran
Bretagna”, ricorda Grant. “Alla gente sembrava ridicolo che stessimo mettendo
insieme la band lavorando a quel modo”.
Page era inoltre frustrato per quello che riteneva un rifiuto personale da parte
del business musicale inglese. “Era ridicolo... Stavamo veramente male. Non
volevano accettare nulla che fosse nuovo. In America, ci diedero una
possibilità”. I Led Zeppelin lasciarono Londra il giorno di Natale del 1968,
diretti verso lo splendore subtropicale di Los Angeles. Lo Zeppelin era decollato.
Era iniziata una nuova epoca.
3. L’ANNO DELLO SQUALO

Zeppelin, flieg!
Hilf uns im Krieg
Fliege nach England
England wird abgebrant
Zeppelin flieg!
Vola Zeppelin! / Aiutaci in guerra / Vola in Inghilterra /
L’Inghilterra verrà bruciata / Vola Zeppelin!
Filastrocca dei bambini tedeschi, 1915

Peter Grant aveva preso l’America per la gola. Andando negli Stati Uniti senza
ancora un album in circolazione, i Led Zeppelin stavano affrontando un rischio
calcolato. Peter Grant basò la sua strategia su anni d’esperienza e sulla sua
istintiva conoscenza dell’incessante voglia di rock inglese della gioventù
americana. Facendo leva sul nome di Page, Peter Grant e il suo agente, Frank
Barsalona della Premier Talent, fissarono per i Led Zeppelin molte date nei
luoghi chiave delle varie regioni, le sedi perfette per il lancio di un nuovo
gruppo: i Fillmore West e East, il Whisky di Los Angeles, il Kinetic Circus di
Chicago, il Boston Tea Party e altri ancora. Poi, l’Atlantic mandò alle stazioni
radiofoniche rock in FM stereo e ai negozi di dischi cinquecento copie senza
etichetta di LED ZEPPELIN, ottenendo in tal modo una prenotazione di 50mila
pezzi (un ottimo affare per una nuova band al primo Lp) e contribuì a far nascere
negli ascoltatori, dalle ceneri dei compianti Yardbirds, un genuino interesse per
la nuova formazione. Una volta negli Stati Uniti, Peter Grant, conducendo la
propria personale campagna promozionale, si mise a telefonare in anticipo alle
emittenti radiofoniche private della città in cui la band avrebbe suonato nella
tappa successiva, ricordando al direttore dei programmi che i Led Zeppelin
stavano arrivando e chiedendo a quali pezzi del nuovo album gli ascoltatori
stavano reagendo meglio. Gli Yardbirds guadagnavano 2.500 dollari per sera ma
i Led Zeppelin erano felici di accettare ingaggi per 1.500 e addirittura per
duecento dollari. L’idea era semplice: “Va’ in giro e suona”.
Il risultato della strategia di Grant fu uno straordinario successo. I Led
Zeppelin passarono i seguenti diciotto mesi sulla strada (per complessivi sei
diversi tour americani), guadagnandosi una notevole popolarità e cercando di
scrollarsi di dosso una ben meritata reputazione di oscenità e incontrollabili
eccessi. Il vero artefice di questa reputazione, l’extraordinaire road manager
Richard Cole, incontrò per la prima volta i quattro membri dei Led Zeppelin a
ottobre, nell’ufficio di Grant in Oxford Street. Aveva appena lasciato la New
Vaudeville Band in Canada e stava per affiancare negli Stati Uniti Terry Reid, il
quale faceva da spalla al nuovo supergruppo di Eric Clapton, Blind Faith. Cole,
vecchio bucaniere di una miriade di viaggi rock, si affezionò immediatamente
alla nuova formazione, soprattutto allo zelante e inesperto batterista Bonzo, che
rammentò a Cole della notte di due anni prima a Birmingham in cui gli aveva
permesso di usare le percussioni della New Vaudeville. Il perspicace Cole
previde anche grandi cose per Page: “Sapeva di essere destinato a diventare un
grande leader del rock. Non era difficile capirlo. Quando gli Yardbirds si
sciolsero, in qualche modo, sebbene fosse stato nel gruppo per un solo anno, finì
per rappresentarne il nome. Non chiedetemi come, ma diventò gli Yardbirds. E
ciò rappresentava una miniera d’oro, e lui lo sapeva. Sapeva anche che cosa
voleva fare con un gruppo e aveva solo bisogno di avere attorno a sé le persone
adatte. Sono sicuro che fosse nato con una cazzo di pepita d’oro su per il culo e
probabilmente ha ancora quella cazzo di pepita originale, con due mani di colore
sopra. È il più gran bastardo al mondo. Ecco perché lo chiamano ‘Led
Portafoglio’”.
Il 26 dicembre 1968, Richard Cole andò ad aspettare all’aeroporto di Los
Angeles Page, Plant, Bonzo e Peter Grant che stavano arrivando da Londra. John
Paul Jones, che aveva trascorso il Natale a New York in compagnia della moglie
e della cantante Madeline Bell, arrivò per proprio conto. Los Angeles era un
parco giochi per i gruppi rock inglesi. Robert Plant e Bonzo, che raramente
erano stati fuori dall’Inghilterra, non riuscivano a credere ai propri occhi. Plant
continuò a far notare come prima d’allora non avesse mai visto un poliziotto con
una pistola. Ancor prima di aver suonato una sola nota, i Led Zeppelin
diventarono gli amici del cuore del principale gruppo di groupie di Hollywood,
le Girls Together Outrageously (Ragazze Unite Oltraggiosamente).
Diversamente da molte star inglesi, i Led Zeppelin amavano davvero
intrattenersi in squallidi rock club e stare in giro tutta la notte. Page era abituato
a questa routine ma Plant e Bonzo – zoticoni di campagna delle Midlands – non
riuscivano a crederci. Erano stupefatti quando vedevano le bellissime ragazze
del GTO – con trucco appariscente e grandi tette che straripavano dagli sfacciati
abiti scollati – che si facevano sotto per sedurli. In sintonia con la filosofia di
Richard Cole a base di alcol e sesso a volontà, i Led Zeppelin si ritrovarono a
intrattenere le stelle del giro delle groupie e novizie come “Dog Act”, che
portava un alano all’hotel del quartetto per speciali show organizzati da Cole.
Subito dopo Natale, la formazione volò a Denver per il debutto americano,
accompagnata dalla sua troupe di due uomini, Richard Cole e il roadie Kenny
Pickett soprannominato “Pissquick” (Piscia in fretta). Fu quella la prima volta
che Richard Cole ascoltò i Led Zeppelin. “Cazzo, che mostri”, pensò. Ma non
erano nemmeno annunciati nel programma. Due giorni dopo erano a Boston, per
suonare al Tea Party, che Grant considerava uno show fondamentale, poiché
quella era la città universitaria in cui si formava il gusto degli americani. Là il
quartetto ebbe il primo assaggio di che cosa volesse dire l’isteria formato Led
Zeppelin, quando, dopo aver allungato il loro concerto di un’ulteriore mezz’ora,
il pubblico scatenato li richiamò sul palco per sette bis. Con i loro nuovissimi
costumi hippie comprati a Los Angeles inzuppati di sudore, i quattro finirono per
improvvisare su classici di Elvis Presley e Chuck Berry che non avevano mai
provato prima di allora, oltre a vecchi cavalli di battaglia degli Yardbirds. A un
certo punto, durante l’esecuzione di How Many More Times, Page fece segno a
Jones di guardare giù di fronte a loro, dove l’intera prima fila di ragazzi stava
sbattendo la testa contro il bordo del palco.
La successiva meta dei Led Zeppelin fu New York, dove incontrarono la
stampa. L’agente pubblicitario dell’Atlantic li portò a compiere l’obbligatoria
visita a «Billboard», dove un redattore prese in giro i loro capelli, insolitamente
lunghi anche per quell’epoca. Page fu anche intervistato da «Hit Parader» e
descrisse i Led Zeppelin come un gruppo di improvvisazione blues, difendendosi
dall’accusa di rubare idee a Hendrix e Clapton e vantandosi della propria tecnica
con l’archetto e del suo nuovo acquisto, una steel guitar con pedale che avrebbe
usato nell’album imminente. Quando gli chiesero di dare un suggerimento ai
giovani aspiranti chitarristi, rispose succintamente: “Usate corde più sottili”.
La vecchia roccaforte degli Yardbirds era stata la West Coast e Peter Grant
aveva organizzato un’intensa serie di concerti in quella zona, generalmente come
spalla ai Vanilla Fudge (in altre date aprirono per il sovversivo gruppo di
Detroit, MC5). L’ultimo giorno dell’anno, il gruppo suonò a Portland
nell’Oregon ma non riuscì a trasferirsi a Los Angeles perché una tempesta polare
aveva causato la chiusura dell’aeroporto. Tutti, però, non vedevano l’ora di
suonare al Whisky, la principale ribalta rock di Los Angeles. Lo show non
poteva essere cancellato. Così, Richard Cole affittò una spaziosa familiare e si
mise in viaggio con il gruppo verso Seattle, nel mezzo della peggiore bufera di
neve che si fosse mai vista da quelle parti, con l’intenzione di imbarcarsi su un
aereo all’aeroporto di Seattle, ancora agibile. Pissquick, che guidava il camion
con gli strumenti della band, era in ritardo di un’ora. La strada era deserta, a
eccezione dei veicoli abbandonati, e la visibilità era completamente nulla ma
Cole era determinato a proseguire, lentamente ma senza esitazioni, spinto dal
sinistro brontolio di Grant, che temeva di non riuscire ad arrivare in tempo
all’aeroporto. Quando i Led Zeppelin arrivarono allo Squalamie Pass, trovarono
il percorso bloccato da una macchina della polizia statale: il passo era stato
chiuso a causa delle valanghe. La polizia fece fermare Cole al bordo della strada
e gli ordinò di non proseguire oltre. Cole, invece, aspettò che la macchina della
polizia fosse partita e scomparsa nella marea bianca e poi si rimise in marcia,
zigzagò attorno al blocco stradale e proseguì attraverso un sottopassaggio dove
era proibito l’ingresso. La comitiva si incamminò su per il passo in una bufera
infernale, superando le stazioni di servizio chiuse e gli spazzaneve inutilizzati. A
quel punto erano convinti che Pissquick si fosse fermato al blocco stradale e che
quindi sarebbero arrivati senza strumenti e attrezzatura. Il morale era a terra,
specialmente quello di Plant e Bonzo, che erano terrorizzati nel retro della
familiare e sognavano di ritornare sulla tranquilla via per Wolverhampton.
“Bonzo e io eravamo davvero dei bambini a quel tempo”, disse successivamente
Plant. “Avevamo vent’anni, una fifa mortale e non avevamo mai militato in una
band famosa o cose simili”. In mezzo al passo, Richard Cole accostò al lato della
strada e annunciò che doveva pisciare. Mise il freno a mano e balzò fuori,
sbottonandosi i pantaloni e domandandosi ad alta voce quale dei suoi organi
genitali si sarebbe gelato per primo. Improvvisamente, la macchina cominciò a
muoversi all’indietro. La band e Peter Grant capirono che stavano scivolando
verso un precipizio, dieci metri e poi la fine, mentre Cole continuava a pisciare
ignaro di tutto. Ma le grida terrorizzate di Plant e Bonzo giunsero all’orecchio di
Cole, che cominciò a rincorrere la macchina, riuscendo a frenarla e sterzarla fino
a farla fermare. Plant e Bonzo erano sopraffatti dalla paura, così il materno Cole
diede loro una razione di whisky per calmarli. Un’ora dopo erano ubriachi persi
e Cole continuò a guidare attraverso la tempesta fino a Seattle. Il motore del loro
aereo si era però congelato e così, costretti ad abbandonare il piano, si recarono
al bar dell’aeroporto per consolarsi. Mezz’ora dopo arrivò Pissquick con
l’attrzzatura: era riuscito a superare lo stesso blocco stradale e ad attraversare
proprio il sottopassaggio che era stato proibito al traffico. I Led Zeppelin
arrivarono a Los Angeles il giorno dopo, tutti interi. “Eravamo completamente
incoscienti”, racconta Cole. “Tutto quello che avevamo in testa era che avevamo
un lavoro da fare e basta”. Per il fragile Page, però, il viaggio attraverso la
tempesta era stato troppo: era influenzato e aveva la febbre alta, quindi fu
costretto a passare il Capodanno a letto. Richard Cole e John Paul Jones erano
gli unici due abbastanza vecchi da permettersi di festeggiare con una bevuta. I
due ventenni, Robert Plant e John Bonham, furono cacciati dal bar.

L’ESIBIZIONE AL WHISKY fu un successo clamoroso e Hollywood abbracciò i Led


Zeppelin così come aveva fatto con gli Yardbirds quattro anni prima. Il 9
gennaio 1969, il 25simo compleanno di Page, il gruppo iniziò una serie di tre
concerti al Fillmore West di San Francisco, facendo da spalla a Country Joe and
The Fish. Taj Mahal aprì lo show. Nonostante l’headbanging contro il palco a
Boston e l’entusiasmo di Los Angeles, fu proprio questo fine settimana al
Fillmore West a far capire ai musicisti che il loro destino era quello di diventare
molto famosi. Qui, esauriti i medley a base di Elvis, furono costretti a suonare
brani, mai provati prima, di Garnet Mimms e a improvvisare su successi del
momento come Fresh Garbage degli Spirit.
Mentre i Led Zeppelin si spingevano all’interno degli Stati Uniti, l’Atlantic
mise in moto la sua macchina pubblicitaria. Furono messi in circolazione
migliaia di manifesti che raffiguravano Page – folta chioma e mano tesa con
palmo aperto (un’imitazione del primo manifesto dei Doors) – e i tre
“guardaspalle”, capelloni che lo fissavano con aria minacciosa. LED ZEPPELIN
fu distribuito in America l’ultima settimana di gennaio, mentre la formazione era
impegnata all’Image Club di Miami. Nei programmi delle stazioni radiofoniche
di rock progressivo, come WBCN di Boston e KSAN di San Francisco, l’album
era già da numerose settimane un successo underground.
La soddisfazione dei Led Zeppelin per la programmazione radiofonica e le
ottime vendite fu rovinata da una fredda reazione da parte della stampa. «Rolling
Stone», che Page considerava la migliore rivista musicale americana, fu molto
acido nella sua recensione, che cominciava così: “La formula popolare in
quest’era, l’era del riflusso dopo lo straordinario successo di bluesmen britannici
come Cream e John Mayall, pare essere: si aggiunga a un eccellente chitarrista
(diventato famoso dopo aver lasciato gli Yardbirds e/o Mayall) una competente
sezione ritmica e un gradevole urlatore in grado di fare un’onesta imitazione.
L’ultimo dei gruppi inglesi così concepiti aggiunge ben poco a quanto il suo
gemello, il Jeff Beck Group, aveva già detto altrettanto bene tre mesi prima. E
gli eccessi dell’album TRUTH del Beck Group... sono (soprattutto per quanto
riguarda l’autocompiacimento) altrettanto evidenti nell’album d’esordio dei Led
Zeppelin”. Dopo aver aspramente criticato il disco pezzo per pezzo, il recensore
chiudeva dicendo: “...Se sperano di riempire il vuoto lasciato dallo scioglimento
dei Cream, dovranno trovare un produttore e del materiale degni dell’attenzione
del pubblico”.
Dopo tre settimane passate a perfezionare lo show nei club e nelle università
provinciali, i Led Zeppelin finirono la loro prima tournée americana facendo da
spalla agli Iron Butterfly, il 31 gennaio, al Fillmore East di New York. Prima
dello show, Peter Grant disse a Page che era compito dei Led Zeppelin spazzare
via dal palco i maldestri Butterfly. Così, Page salì sul palco nel suo completo di
velluto rosso e suonò per due ore prima dell’attesa mezza dozzina di bis, con
Bonzo che saltava per aria sopra la sua batteria durante lo sforzo conclusivo.
Quando i Led Zeppelin finirono lo show con Train Kept A-Rollin’, gli Iron
Butterfly si rifiutarono di salire sul palcoscenico, avendo capito che gli altri –
colleghi di etichetta, amici musicisti e compagni d’avventura – non gli avevano
lasciato nulla.

LA BAND RITORNÒ IN Inghilterra in febbraio, ricolma di allori. LED ZEPPELIN


era al 90esimo posto delle classifiche americane e stava salendo. Non tutti i
concerti erano stati perfetti, ma il fatto importante era che la formazione stava
cominciando a ingranare. Page suonava meglio che mai i suoi giri di chitarra
furiosi ma controllati e trasudava, più di chiunque altro, un sinistro carisma. John
Paul Jones, contento di rimanere nell’ombra, aveva patito problemi di
strumentazione ma rimaneva il perfetto professionista pop. Bonzo aveva ricevuto
molta attenzione: era considerato il più vigoroso batterista rock dai tempi di
Keith Moon. Sera dopo sera, stava sempre al suo posto, suonando con più vigore
e forza di quanto si fosse mai visto prima d’allora ma nello stesso tempo con
precisione e cura. I batteristi inglesi erano perlopiù uomini minuti come Ringo
Starr, Charlie Watts, Keith Moon e Kenny Jones degli Small Faces. Bonzo
invece era uomo di notevole statura e poteva contare su una maggiore forza
fisica. Inoltre, suonava con la più grande cassa a pedale in circolazione: aveva un
diametro di circa settanta centimetri ed era foderata con carta stagnola per
aumentarne il riverbero. Lo stile di Bonzo era più brutale che artistico ma il suo
tempo era impeccabile e il lungo assolo su cui stava lavorando (prendendo a
modello Toad di Ginger Baker) riceveva spesso le più entusiastiche ovazioni
della serata, soprattutto quando, gettate le bacchette, continuava a mani nude. A
Portland, Bonzo si era addirittura lamentato di non riuscirsi a sentire; voleva
aggiungere un’altra grancassa. Jones disse di non riuscire a capire perché
Bonham la volesse doppia, quando con un solo piede faceva già più casino di
quello che gran parte dei batteristi riusciva a fare con due mani e due piedi.
Dei quattro membri dei Led Zeppelin, Plant era quello più aspramente
criticato, sia fuori dalla band che al suo interno. In tutti gli Stati Uniti, i critici
mortificarono i suoi gemiti blues da opera lirica e le sue pose affettate e
ultramascoline. Cole ricorda: “Ero solito nascondergli i reportage della stampa
perché erano estremamente critici. Non glieli lasciavo vedere”. In effetti, la
presenza scenica di Plant era abbastanza scandalosa e, a volte, i suoi stessi
compagni pensavano che stesse esagerando. Qualcuno inventò un soprannome
per lui: “Percy”. Cole dice che cominciò come uno scherzo tra amici su un
famoso giardiniere inglese chiamato Percy Thrower: fatto sta che sopravvisse
all’interno del gruppo. Da quel momento in poi, Plant divenne Percy. Neppure
Page dava un giudizio del tutto positivo nei suoi confronti. Cole ricorda: “Dopo
il primo tour, la presenza di Robert nella banda era estremamente incerta, poiché
non sembrava in grado di soddisfare le attese di Page”. All’epoca, esisteva la
concreta possibilità che Robert non partisse per un altro tour. Quella era la realtà
dei fatti”.
Non fu un caso che Plant non fosse stato menzionato quale autore dei brani di
LED ZEPPELIN, anche se in seguito fu spiegato che all’epoca era ancora sotto
contratto con la CBS come compositore. Plant, comunque, rimase nella banda.
Rage e Grant decisero che sarebbe migliorato con l’esperienza. Nel frattempo le
voci circolavano e la stampa riportò un affermazione di Page: “Non riesco
proprio a capire perché abbiamo ottenuto un simile successo negli Stati Uniti.
Posso solo pensare che eravamo coscienti delle dinamiche esistenti, in un
momento in cui tutti erano attirati dallo stile rilassato della West Coast. Ci
accorgemmo di stare realmente impressionando il pubblico dopo l’incredibile
reazione che ottenemmo al Boston Tea Party e al Kinetic Circus di Chicago, ma
fu al Fillmore West che capimmo di aver veramente aperto un varco. Fu
nient’altro che un... bang!”.
In Inghilterra, invece, gli Zeppelin non suscitavano interesse. Racconta Cole:
“Tornarono come vincitori. Negli Stati Uniti erano il gruppo del momento e
improvvisamente erano di nuovo nel piccolo giro inglese a suonare di fronte a
quattrocento persone. Quello era purtroppo il circuito dell’epoca. In Inghilterra
non si partiva per andare in tournée, si andava semplicemente a lavorare, a fare il
giro dei propri locali”. Page era realmente abbattuto a causa della situazione in
patria; si lamentò sul «Melody Maker» che i suoi capelli ultralunghi gli
procuravano guai nel West End di Londra, dove skinhead in bretelle e scarponi
lo sbeffeggiavano e insultavano. In America, affermò, avevano un sistema di
comunicazioni decente e stazioni radiofoniche che suonavano rock’n’roll in
continuazione. In Inghilterra, LED ZEPPELIN fu tardivamente messo in
distribuzione nel marzo 1969 e venne ignorato da Radio One della BBC, l’unica
emittente di una qualche importanza nel Paese. “Detesto l’intera scena”,
mugugnava Page. “Un nuovo gruppo potrebbe starsene seduto a far niente per
dieci mesi e nessuno se ne accorgerebbe”.
Per due mesi, i Led Zeppelin si fecero conoscere in Gran Bretagna, suonando
in pub come il Toby Jug di Tolworth e in quasi tutti i club attorno a Londra.
Ritornarono a suonare in Danimarca e Svezia, prima di fare la loro prima (e
ultima) apparizione alla televisione inglese, dove rimpiazzorono i Flying Burrito
Brothers in un programma di tarda serata, eseguendo Communication
Breakdown. Nel frattempo, la stampa cominciava a svegliarsi. «Oz», il giornale
underground, notò: “Raramente escono album capaci di sfidare ogni immediata
categorizzazione: sono svolte così decisive, per il rock, che solo il tempo riuscirà
a collocarli nella giusta prospettiva. Questo dei Led Zeppelin è uno di quegli
album”.
L’Inghilterra era una delusione. I Led Zeppelin avevano assaggiato il proprio
potere in America e ora questa si prostrava ai loro piedi con offerte di denaro,
donne e fama. Così, il 20 aprile, ritornarono a Los Angeles per un altro tour,
ancora una volta diretto da Richard Cole. Ritornando per un attimo alla prima
tournée, al Carosel Ballroom di San Francisco Cole aveva fatto a Grant una
strana richiesta. “Gli dissi: ‘Senti, fammi stare con questa band e liberami dalle
altre. Lasciami stare con una fottuta band invece di spostarmi in continuazione,
lasciami avere un po’ di gloria’. Perché sapevo che avrebbero guadagnato una
fortuna. Sapevo che sarebbero diventati dei mostri. E lo erano”.
Il tour si aprì con quattro serate al Fillmore West. Ventinove concerti in
trentun giorni, come nomi principali in cartellone alla pari con i Vanilla Fudge:
ogni sera avrebbe suonato per ultima la band attualmente più forte sul mercato.
A quel punto, l’esibizione standard dei Led Zeppelin stava crescendo a
dismisura. Il loro solito concerto di un’ora si era allungato a un’ora e mezza.
Quando aggiungevano il loro repertorio “tappabuchi”, di pezzi di Ben E. King e
Garnet Mimms, suonavano per due ore. I bis che venivano richiesti in America
espandevano lo show a due ore e mezza, mentre i nuovi giri e i pezzi veri e
propri che i Led Zeppelin stavano scrivendo durante il viaggio aggiungevano
un’altra ora al resto. Anche i Vanilla Fudge, che erano amici del quartetto,
avevano intelligentemente capito che era meglio non andare sul palco dopo che i
Led Zeppelin avevano strapazzato la folla con tre ore e mezza di costante
martellamento.
A Los Angeles, Cole piazzò i Led Zeppelin in vari bungalow dell’hotel
Chateau Marmont: così le loro orge non avrebbero infastidito gli altri ospiti. Il
fatto che tutti i membri del gruppo, a eccezione di Page, fossero sposati non
faceva che rendere ancor più appetitosi i piaceri proibiti che la vita notturna di
Hollywood offriva loro. Una volta, Bonzo si vestì da cameriere, caricò Page su
un carrello per il servizio in camera e lo spinse in una stanza piena di ragazze
vogliose, che Jimmy gradiva preferibilmente giovani. “Non conosco un solo
musicista inglese che rifiuterebbe una di quelle ragazze chiamate groupie”,
spiega Cole, “perché quelle ragazze non erano puttane o troiette o cose simili”.
Più di una volta le loro scopate mi hanno salvato il culo in fatto di pazienza,
perché qua stiamo parlando di ragazzi di vent’anni via da casa. Le ragazze si
prendevano cura di loro e li facevano sentire come in una seconda casa. Erano
ragazze di cui ci si poteva fidare. Non avevano intenzione di fregarti”.
ALL’INIZIO DI MAGGIO, LED ZEPPELIN era entrato nei Top 10 delle classifiche
americane e la formazione era su di giri. I concerti più lunghi iniziavano
generalmente con Communication Breakdown e proseguivano con I Can’t Quit
You Baby, con le urla arrembanti di Plant e le delicate fughe blues di Page.
Spesso gli spettacoli si impantanavano in chiassose versioni di Killing
Floor/Lemon Song e Babe I’m Gonna Leave You, prima di concludersi con il
consueto medley di vecchi classici. Durante uno show al Winterland, il medley
iniziò con As Long As I Have You di Garnett Mimms e si dipanò in
un’improbabile miscela composta dalla ninnananna Hush Little Baby, Bag’s
Groove, Shake (à la Otis Redding) e Fresh Garbage. Due giorni dopo, il
soggiorno dei Led Zeppelin a Seattle significò la fine della loro reputazione di
normali esseri umani. Fu lì che avvenne il cosiddetto “episodio dello squalo”.
Il concerto in sé e per sé fu un altro successo. L’esibizione si tenne all’aperto e
Plant e Bonzo erano eccitati perché dividevano il cartellone con Chuck Berry
(che l’esausto Page dei tempi degli Yardbirds ricordava chiuso e lunatico). Il
loro stupore crebbe quando videro il bell’uomo dagli occhi castani emergere
dalla Cadillac impolverata che aveva guidato da St Louis, estrarre la chitarra
dalla custodia, fare il concerto in compagnia di una formazione improvvisata e
infine depositare il suo onorario in contanti nella custodia e ripartirsene. I Led
Zeppelin salirono sul palco dopo i Doors, il cui concerto era fallito per colpa
degli sconnessi vaneggiamenti di Jim Morrison, e rivitalizzarono il fiacco
pubblico con i loro ritmi incisivi ed esplosivi. Non c’era paragone e i Led
Zeppelin non si fecero pregare.
Tornato all’hotel, il gruppo cominciò a bere. Richard Cole afferma che quel
che successe in seguito fu colpa sua. “La storia con lo squalo accadde
all’Edgewater Inn di Seattle. Tutto iniziò nel 1968 quando lavoravo per Terry
Reid, che era in quella città per far da spalla ai Moody Blues. Il loro road
manager mi disse che avrei dovuto alloggiare la band all’Edgewater Inn, perché
nell’ingresso dell’hotel c’era una rivendita di esche e si poteva pescare proprio
dalla finestra dell’albergo. La prima volta in cui mi ritrovai a Seattle, fu con i
Led Zeppelin e i Vanilla Fudge e ci mettemmo a pescare squali dalla finestra. A
quel punto, i tour erano sempre più osceni e con le ragazze che si presentavano
all’hotel potevi fare quel che ti pareva. Per me, quel secondo cazzo di tour con i
Led Zeppelin rappresentò il miglior periodo della mia vita. Fu proprio quello.
Eravamo sulla cresta dell’onda e stavamo salendo sempre più in alto e nessuno
ci controllava troppo da vicino. Così ci potevamo divertire un casino. E queste
fighe arrivarono nel mio alloggio con l’intenzione di scopare, mentre Bonzo e io
eravamo seriamente impegnati a pescare”. Non è del tutto chiaro che cosa
accadde dopo. Una ragazza, una graziosa giovane groupie dai capelli rossi, fu
spogliata e legata a un letto. Secondo la leggenda del cosiddetto “episodio dello
squalo”, i Led Zeppelin procedettero quindi a infilarle pezzi di squalo nella
vagina e nell’ano. Richard Cole sostiene che non avvenne in quel modo. “Bonzo
non c’entra, sono stato io. Plant e Bonzo non sapevano nulla, erano dei bambini.
Non erano pezzi qualunque dello squalo: venne infilato il naso. Eh già, lo squalo
era vivo! Non era morto! Prendemmo un sacco di squali, perlomeno due
dozzine, infilammo degli attaccapanni tra le branchie e li lasciammo appesi
nell’armadio... Ma la vera storia dello squalo è che non era nemmeno uno
squalo. Era un dentice rosso e guarda caso la gallinella aveva una cazzo di testa
rossa e una fighetta color fuoco. E questa è la verità. Bonzo era nella stanza, ma
fui io a farlo. Mark Stein, dei Vanilla Fudge, filmò il tutto. E a lei piacque
immensamente. Fu una cosa tipo: ‘Ti piace scopare? Vediamo un po’ quanto
piace alla tua pesciolina rossa questo pesciolone rosso!’. Tutto lì. Non dico che
la ragazza non fosse ubriaca, non dico nemmeno che nessuno di noi non lo fosse.
Ma non ci fu nulla di malizioso o pericoloso, per carità! Nessuno venne mai
ferito. Può darsi che lei, per non aver obbedito agli ordini, sia stata ‘colpita’ un
paio di volte con uno squalo ma non venne ferita”.
Durante quell’incredibile anno di depravazione, i musicisti e i loro manager,
stando a Cole, si rammentavano spesso l’un l’altro, scherzosamente, che la
carriera della star del cinema muto Fatty Arbuckle era stata distrutta dalla
rivelazione che aveva accidentalmente ucciso una ragazza mentre la stava
scopando con una bottiglia di champagne. E la faccenda divenne un abituale
argomento di discussione, perché i Led Zeppelin scoprirono che un sacco di
ragazze morivano dalla voglia di essere scopate con bottiglie di champagne.
Cole fa ricadere la colpa sull’alcolismo. “Ti racconto qualcosa che ti farà capire
quanto bevevamo. Credo che abbiamo mandato il Steve Paul’s Scene in
bancarotta per non aver mai pagato i nostri conti. Tutta la cosiddetta
depravazione dei Led Zeppelin si concentra nei primi due anni, nel mezzo di una
nebbia alcolica. Dopodiché, crescemmo e superammo quella fase”.

A DETROIT L’ENTOURAGE dei Led Zeppelin venne affiancato dal loro primo
contingente di fotografi e giornalisti, impegnati a scrivere un articolo sulla band
per la rivista «Life». A Los Angeles, il gruppo era rimasto amareggiato dalle
recensioni decisamente incerte della stampa locale. Per rimediare alla situazione,
venne ingaggiato un addetto stampa di Hollywood. E «Life» fu convinta ad
assegnare un gruppo di reporter a seguito del tour. La giornalista Ellen Sander e
il suo fotografo avevano originariamente proposto di occuparsi degli Who, che si
trovavano in tour negli Stati Uniti (furono uno dei pochi gruppi inglesi a suonare
a Woodstock) ma, naufragata tale proposta, la Sander e «Life» si erano trovati
d’accordo sui Led Zeppelin. Era il primo lavoro della Sander per «Life» e una
ciliegina sulla torta per i Led Zeppelin, visto che ai nuovi gruppi non veniva
generalmente concessa una simile attenzione dalla stampa tradizionale. Fu
deciso che la Sander si sarebbe unita alla banda a Detroit. Lì Cole organizzò un
improvvisato giro di scommesse basato su chi di loro l’avrebbe scopata per
primo.
Mentre era in viaggio con la banda, la Sander registrò periodicamente le sue
impressioni, destinate a comparire nell’articolo. Plant era “virile, bello in un
modo oscenamente sgraziato”. Page era “etereo, effeminato, pallido e fragile”.
Bonzo “suonava la batteria ferocemente, spesso a torso nudo, sudando come un
gorilla all’attacco”. John Paul Jones era “il coordinatore del tutto e si manteneva
nell’ombra”. “Pur avendo miseramente fallito ogni tentativo per mantenere il
proprio comportamento entro i livelli minimi degli esseri umani”, notò la
Sander, “hanno suonato bene in quasi ogni data del tour. Sebbene fossero
solamente uno dei numerosi gruppi inglesi in tournée all’epoca, sono comunque
uno dei migliori. La carica di energia con cui si ritrovavano ogni sera quando
calava il sipario era sbalorditiva, a dispetto di ogni concepibile grana causata
dagli strumenti, dagli orari, dai trasporti e dall’organizzazione di ogni data.
C’erano calore e spirito di fratellanza tra i musicisti e questo li teneva uniti e
rappresentava un grandissimo stimolo: questa volta, durante la loro seconda
tournée, erano già praticamente delle star fin dall’inizio”.
Sander non poté non notare la frenetica tensione sessuale che esisteva tra i
membri del gruppo. A Page non piaceva avvicinarsi alle ragazze, ma preferiva
che Cole le invitasse per lui. Cole era però troppo pericoloso e la Sander non era
una groupie. Così, Page fece chiamare la Sander dalla sua agente pubblicitaria. E
la Sander finì per passare la maggior parte del tempo con Page, visto che Plant
era troppo selvaggio e interessato al sesso, Bonzo e Cole erano troppo ubriachi e
Jones non si faceva mai vedere in giro. Una notte, Cole si precipitò nella sua
stanza d’albergo per annunciarle l’imminente partenza del gruppo e notò che
entrambi i letti erano sfatti. “Allora vuol dire che Page è stato con te!”, esclamò
Cole e corse a raccontarlo agli altri. Ma non era vero.
Quella sera, lo show era al Grande Ballroom, un vecchio magazzino che era
uno dei palazzi storici del rock. La sala era affollata e in fermento; la polizia
armata stava arrestando gli spettatori in possesso di marijuana. Gli altoparlanti
della sala si ruppero durante la prima esibizione, che finì per risultare terribile.
Dietro le quinte, gli striminziti camerini erano affollati di groupie alla ricerca di
un’occasione per poter incontrare la band. Secondo Sander, “un paio di
grassocce bombe sexy di poco sotto ai trent’anni, grottescamente truccate e dalle
guance untuose, sono riuscite a superare la marea di ragazzine e ad avvicinarsi a
Robert Plant. Una ha piazzato la mano sulla sua coscia e ha dichiarato
sfacciatamente: ‘Tu stanotte dormi con me’. Plant ha ghignato ed è esploso:
‘Che cazzo dici, cicciottella? Il vecchio Plant è un uomo sposato’. Le altre
groupie hanno soffocato a stento le risate, mentre lui scivolava via, fermandosi
un attimo solo per strizzare loro un malizioso occhiolino”. Complottando in
circolo per proteggersi, il gruppo discusse la situazione. Le due anziane groupie
furono soprannominate “le brutte sorelle”, ma i musicisti concordarono che in
fin dei conti possedevano una certa sputtanata capacità di seduzione. Venne
quindi ordito un complotto per portarle all’hotel, scoparsele tutti insieme e infine
imbottirle di ciambelle ripiene di crema. I piacevoli ricordi dell’episodio dello
squalo danzavano ancora nei loro cervelli febbricitanti. In effetti, una volta che
presero il vizio di abusare delle groupie, non fecero che peggiorare.
Giustificandosi con un’aria compiaciuta, Page lo spiegò alla Sander: “Le ragazze
si fanno vedere in giro e si mettono in posa come se fossero delle dive,
prendendoci in giro e comportandosi in modo altezzoso. Se le sottometti appena
un po’, dopo finiscono per comportarsi bene. Tutti sanno perché vengono... e
non ho tempo per starci a pensare sopra”. Proprio in quel momento, John Paul
Jones si affacciò alla porta, guardò nella stanza piena di ragazze e spacciatori di
droga e se ne uscì di nuovo, per andare fuori a fare il broncio mentre i fan lo
scocciavano. Jimmy Page, “con quello sguardo febbrile e miserabile che
scatenava la perversione delle quindicenni” (secondo la Sander), se ne stava
seduto in un angolo, chiacchierando con chiunque gli parlasse, senza fare né
accettare alcuna proposta sessuale.
Il mattino dopo il gruppo si incontrò fuori dall’hotel, aspettando che arrivasse
Cole con la familiare. Plant era incazzato. Il piano delle ciambelle alla crema era
fallito quando non erano riusciti a trovare un negozio aperto dopo il concerto.
Plant era stato con una delle “brutte sorelle”, e lei non aveva avuto un orgasmo
in tutta la notte. “Riesci a crederci?”, chiese. “Ero proprio imbarazzato”.
I concerti successivi furono ad Athens e poi a Minneapolis. Qui Page decise
che la band si sarebbe dovuta recare a New York per quattro giorni, per lavorare
sul nuovo album, provare e concedere interviste prima del concerto di Chicago.
Il lavoro per LED ZEPPELIN II era iniziato il gennaio precedente, a partire da
riff non utilizzati nel primo album e da altri nuovi sviluppati nel corso delle
continue prove e improvvisazioni del tour. LED ZEPPELIN II fu il prodotto di
una formazione inglese impazzita dopo la vita on the road, composto pezzettino
per pezzettino in stanze d’hotel, scritto durante gli intervalli nei camerini e negli
studi di registrazione di tutto il Nordamerica. Ai musicisti inglesi era permesso
stare solo sei mesi all’anno negli Stati Uniti, quindi loro vivevano con l’obbligo
costante di tirare fuori il massimo possibile da ogni giornata. Ma, in effetti,
lavorare in uno studio diventava un problema quando tra le groupie si spargeva
la voce che Jimmy Page e la sua banda di stalloni erano arrivati in città. C’era
una groupie queen trentenne che Page trovava particolarmente impossibile da
sopportare. Si presentò allo studio dove Page stava cercando di mixare Bring It
On Home, sostenendo di essere la ex moglie di un famoso produttore. Era
agghindata in modo adatto al ruolo: capelli biondi ossigenati, minigonna di cuoio
nero, stivali alti e cappello da cowboy. Le groupie più avvedute avevano il
buonsenso di controllare gli orari di prenotazione dello studio, per arrivare presto
e occupare i posti migliori: erano proprio quelle le groupie che la bionda cercò di
intimidire quando si mise a gridare ad alta voce che a letto Page era stato
semplicemente meraviglioso. Finalmente, un distratto Page decise che non ne
poteva più. Se ne uscì nella saletta d’attesa e cercò la più patetica di tutte le
aspiranti groupie. Coccolandola protettivamente, guidò la malcapitata nello
studio e chiese alla donna più anziana di lasciarle il posto. Fissando dritta di
fronte a sé mentre la sua faccia tosta si andava sgretolando, la bionda si alzò e se
ne andò. La stessa sera il gruppo la vide aggirarsi attorno allo Steve Paul’s Scene
come un barracuda assetato di sangue fresco.
La fermata successiva, Chicago, era la vecchia roccaforte degli Yardbirds. Il
gigantesco Kinetic Circus era affollato in ogni ordine di posti: in cartellone
c’erano anche i Vanilla Fudge e nei camerini, tra le risate, vennero riproposti i
dettagli più osceni dell’episodio dello squalo. I Led Zeppelin ce la misero tutta,
quella notte, e nella sala echeggiarono ripetute ovazioni. Dazed And Confused si
era ampliata fino a raggiungere i venti minuti, con l’esibizione di Page
all’archetto che continuava a sollevare gran scandalo per le sue diaboliche
connotazioni ritualistiche. Sbirciando nel retro, Peter Grant sorprese il gestore
del locale mentre vendeva sottobanco biglietti di uno show già esaurito e
confiscò l’incasso. Ma c’era altro che non quadrava. Sia Grant che Cole non
credevano al totale dei paganti e dell’incasso. Nell’ufficio, Cole buttò per aria il
bidone della spazzatura e vi trovò dentro delle ricevute di biglietti di un colore
sbagliato. Inoltre, Grant chiese e ottenne qualsiasi somma incassata illecitamente
che fosse dovuta alla band. Alla fine, il tenace istinto di Grant per il profumo del
denaro avrebbe fatto sì che i suoi clienti, i Led Zeppelin, guadagnassero (e
conservassero) più soldi di qualsiasi altra formazione prima di loro.
Dopo due notti a Chicago e un’altra nel Maryland, il gruppo aveva bisogno di
riposo. Page era febbricitante ma decise che non avrebbe smesso. “È così che
capisci di essere un professionista”, confessò il giorno successivo a Ellen Sander
sull’aereo per New York, dove l’Atlantic Records aveva organizzato una festa al
Plaza Hotel per il Disco d’oro. Lì, il gruppo fu informato che LED ZEPPELIN II
avrebbe dovuto essere terminato rapidamente, per essere pronto per l’autunno.
Quasi distrattamente, la band ritornò in studio subito dopo la festa. In quel
periodo, il morale dei musicisti sprofondò nello scoramento. Bonzo,
disperatamente nostalgico, era silenzioso e permaloso. Page era diventato un
sergente, un drogato da lavoro. Jones manteneva il controllo dei nervi e parlava
poco. Plant – che stava rapidamente diventando la star dei Led Zeppelin, con
evidente costernazione di Page – parlava costantemente di comprare un abito da
battesimo per la figlia Carmen Jane. Una mattina, dopo un’intera notte di sbornia
e bravate che avevano richiamato alla sua porta il direttore dell’albergo, Plant
sospirò ad alta voce, rivolto a nessuno in particolare: “Dio, quanto mi manca mia
moglie”.
Pungolati da Cole e ammaliati da Grant con viscide visioni di future
ricchezze, i Led Zeppelin non mollarono. La prima tournée era finita in perdita
ma la seconda sarebbe terminata con un bel guadagno. Ricevevano tra i 5 e i
15mila dollari a sera. Per le cinque settimane di lavoro, i quattro musicisti e
Grant si sarebbero divisi una somma di circa 150mila dollari, dopo aver pagato
organizzatori, avvocati, contabili, roadie e agenti pubblicitari. Ma, in fin dei
conti, non era di quegli spiccioli che si preoccupavano; quella tournée era solo il
prologo alla terza, che avrebbe fruttato quasi mezzo milione di dollari per un
minor numero di concerti e migliori condizioni di viaggio. L’atteggiamento della
formazione era così riassunto da Jones: “In questo mestiere, non è tanto
importante farcela più in fretta che puoi, quanto farcela in fretta mentre puoi. La
vita media di un gruppo di successo è di circa tre anni. Devi superare tutte le
difficoltà iniziali. Andare in tour ti trasforma in tutt’altra persona. Me ne accorgo
quando arrivo a casa. Dopo aver vissuto come un animale così a lungo, mi ci
vogliono settimane per riprendermi”.
Lo show successivo fu al Boston Tea Party, dove i ragazzini si erano messi a
sbattere le teste contro il bordo del palcoscenico. Questa volta, con tutti i
funzionari dell’Atlantic venuti da New York per vedere il concerto, i Led
Zeppelin presero il volo e furono richiamati per i consueti numerosi bis. Dopo il
quinto, i musicisti si nascosero dietro alle quinte ingollando birra di malto
Watney’s Red Barrel, prossimi a crollare ma ancora pieni di adrenalina. Fuori, la
folla era in delirio. Plant incitò: “Diamogliene un altro”. Page scosse la testa,
ridendo. “Non ne conosciamo un altro”, disse affannosamente. Ma quando Plant
se ne ritornò sul palcoscenico, la folla cominciò a ruggire e gli altri lo seguirono
in una pasticciata e mai provata collezione di canzoni dei Beatles e degli Stones.
Nei camerini, dopo lo show, la band era spompata. Plant era incazzato nero
perché un fan gli aveva fregato la sua camicia preferita. Jones si mise a pulire
amorevolmente il basso con un asciugamano, prima di riporlo con tutte le
precauzioni nella custodia foderata di peluche. Come al solito furono assediati
dalle groupie (in precedenza, un novello sposo aveva pedinato la moglie all’hotel
della formazione: lì lei aveva cercato di incontrare i Led Zeppelin e lui l’aveva
picchiata per strada di fronte al ristorante dove i musicisti stavano mangiando,
ignari di tutta la faccenda). Questa volta, troppo stanchi per occuparsene di
persona, chiesero a un dj di una stazione FM di Boston di trovare per loro alcune
ragazze carine.
Il secondo tour degli Stati Uniti si chiuse con due show al Fillmore East il 30 e
il 31 maggio. L’ultima sera, Ellen Sander si presentò nei camerini per ringraziare
i musicisti di averla lasciata viaggiare con loro e per salutarli.
Entrò nello stanzino dei Led Zeppelin senza sospettare quel che le sarebbe
accaduto.
“Due membri del gruppo mi hanno attaccato, urlando e strappandomi i vestiti,
completamente fuori di senno... Il primo è stato Bonzo, seguito da un paio
d’altri. Dopodiché, non sono riuscita a vedere più di tanto. Improvvisamente,
avevo addosso tutte quelle mani e tutti quei ragazzoni. I miei vestiti erano per
metà strappati; erano completamente impazziti. Ero assolutamente atterrita
all’idea di essere violentata, ero realmente incazzata... E poi ho visto arrivare
Peter Grant – che era il più grande e grosso di tutti loro – e ho pensato: ‘Anche
lui? Oh no, sto per essere uccisa!’. Invece, non ha fatto altro che liberarmi dalla
presa di Bonham. Come se nulla fosse, Peter Grant l’ha sollevato per aria e l’ha
sbattuto via; così, in fin dei conti, tutto ciò che mi hanno fatto è stato strapparmi
i vestiti. Non mi hanno ferita, se non nei sentimenti”.
I Led Zeppelin non videro mai la loro fotografia pubblicata su «Life»; Ellen
Sander si rifiutò di scrivere l’articolo. E quando in seguito pubblicò il suo amaro
resoconto del secondo tour dei Led Zeppelin, concluse così: “Se si entra nelle
gabbie dello zoo è possibile vedere da vicino gli animali imprigionati,
accarezzare le loro pelli e diventare tutt’uno con l’energia al di là del mito. È
anche possibile odorare di persona la merda”.
Le recensioni della stampa americana non furono molto gentili. Dello
spettacolo conclusivo al Fillmore Variety scrissero: “L’ossessione di questo
quartetto per il potere, il volume e la teatralità melodrammatica lascia poco
spazio per le raffinatezze messe in mostra dagli altri gruppi britannici. Nel
genere ultrarock dei Led Zeppelin c’è ampio spazio per il dinamismo e le
raffinatezze. Ma il gruppo ha preferito abbandonare il buongusto musicale a
vantaggio del nero potere che seduce il loro pubblico, in gran parte giovanile”.
I Led Zeppelin erano già nei guai perché coloro che li amavano di più erano i
ragazzini più giovani, i fratellini e le sorelline della grande generazione degli
anni Sessanta. Per questa ragione, i Led Zeppelin non sarebbero mai stati
perdonati dall’establishment del rock.
A giugno tornarono a casa. Ormai i media inglesi avevano pubblicizzato la
loro notorietà americana e atteso il loro ritorno con grande trepidazione. Il 13
giugno, cominciarono un altro tour inglese e tre giorni dopo suonarono
Communication Breakdown alla BBC, nella prima di tre trasmissioni televisive
inglesi a cui parteciparono quel mese. La settimana seguente suonarono
Travelling Riverside Blues di Robert Johnson al programma Top Gear, di Radio
One. Anche quando erano in tournée, la tabella di marcia dell’Atlantic per LED
ZEPPELIN II li obbligava a recarsi negli studi, dove furono incise Ramble On e
Living Loving Maid (She’s Just A Woman). Ai Morgan Studios, venne anche
inciso quello che di tanto in tanto era il loro pezzo d’apertura, We’re Gonna
Groove. Il 27 giugno registrarono un concerto dal vivo di un’ora al Playhouse
Theatre che venne trasmesso da Radio One: per la prima volta l’Inghilterra intera
aveva la possibilità di ascoltare tutto un loro spettacolo. Communication
Breakdown aprì la scaletta con il vistoso assolo con il wah wah di Page, e,
nell’improvvisata sezione centrale, frammenti di Season Of The Witch e di It’s
Your Thing degli Isley Brothers. Fece quindi seguito I Can’t Quit You Baby, con
Plant che strideva al di sopra della pesante cadenza blues: “Oooooaaaaaarrrrrrrr!
Non posso mollarti baaaambina / Ma dovrò lasciarti andare per un po”’ (I can’t
quit you baaaabe / But ah’m gonna hafta putcha down for awhile). Il blues
bianco all’apice della sua affettazione. Dazed And Confused risuonò gotica
persino per radio, mentre il pezzo all’archetto emise boati dolorosi e demoniaci
di infernale tetraggine, prima che la folle sezione veloce cominciasse a decollare
come un missile Exocet. Non visti, per radio, i Led Zeppelin avevano,
nonostante tutto, una misteriosa capacità di proiettare forti sensazioni di
movimento e magica ostentazione. Il pezzo da concerto di Page, White
Summer/Black Mountain Side, rallentò il tutto prima che You Shook Me e How
Many More Times terminassero lo show. Fecero quindi seguito due importanti
concerti. Al Festival di blues e musica progressiva di Bath gli Zepp aggiunsero
12mila nuove vittime alla loro lista sacrificale. Il giorno successivo, il 29 giugno,
furono il gruppo di punta della prima serata della serie Pop Proms, alla Royal
Albert Hall, dove il personale tolse la corrente alle 23, dopo un solo bis. I Led
Zeppelin ritornarono comunque sul palcoscenico e suonarono Long Tall Sally,
per poi inondare il pubblico con coriandoli e petali di fiori lanciati dal bordo del
palco.
Finalmente, i Led Zeppelin erano riusciti a trionfare in patria. Anche la stampa
musicale applaudì allo “stile non professionale”, di Bonzo, mentre derise gli
“ideali hippie”, della band.
Il terzo tour americano dei Led Zeppelin cominciò il 5 luglio all’Atlanta Pop
Festival e sarebbe durato tutta l’estate. Gradualmente, l’isteria del pubblico
cominciò a far sentire il suo peso sulla band. A quello che una volta era il
semirispettabile Newport Jazz Festival, dove suonarono insieme a Jeff Beck,
James Brown, B.B. King e ai Jethro Tull, centinaia di ragazzini si gettarono
verso il palco per avvicinarsi a loro, ponendo fine una volta per tutte
all’atmosfera bucolica di Newport. Lo stesso accadde ai festival jazz di
Baltimora e Filadelfia la settimana successiva. Il 13 luglio suonarono al Singer
Bowl, uno stadio all’aria aperta a Flushing Meadows (Long Island), dividendo il
cartellone con Jeff Beck, Ten Years After e Vanilla Fudge. Durante il concerto
di Beck, Page si presentò sul palco per fare una jam, seguito da un ubriachissimo
Bonzo che si sedette alla batteria e iniziò a suonare un ritmo “da spogliarellista”,
togliendosi al contempo i vestiti. Alla fine, Bonzo rimase solo con le mutande a
fiori; mentre stava per togliersi anche quelle, una squadra di poliziotti iniziò ad
avanzare verso il palco con la chiara intenzione di impedirgli di mostrare il culo.
Ma Peter Grant, che lo guardava dai lati, lo raggiunse per primo, lo sollevò per
aria insieme allo sgabello della batteria e alle bacchette ancora roteanti e lo
trascinò nei camerini, dove gli disse che, se non si faceva trovare con dei vestiti
addosso al momento in cui la polizia avrebbe buttato giù la porta, lo avrebbe
licenziato.
A New York suonarono anche con B.B. King al festival sponsorizzato da
un’azienda produttrice di birra al Central Park, dove la polizia stimò attorno a
25mila il numero dei fan accalcati in uno spazio che ne poteva contenere solo
10mila. Dopo quattro bis, la folla fu spazzata via dalla rauca frenesia dei Led
Zeppelin e la struttura in metallo del palcoscenico e delle torri d’illuminazione
cominciò a vacillare dalla base. Poco prima che il quartetto partisse per le date
sulla West Coast, l’Atlantic Records annunciò loro di aver ricevuto per il nuovo
album un’incredibile prenotazione di 400mila copie.
I Led Zeppelin ritornarono a Los Angeles, la loro patria spirituale, da eroi
conquistatori e diavoli impertinenti, pronti a nuovi libertinaggi e fornicazioni.
Ormai, i pettegolezzi circolavano senza controllo. L’episodio dello squalo era
stato abbellito fino a includere la sadica punizione di numerose ragazze con
polipi morti. L’attacco alla Sander era diventato una vera e propria violenza
carnale con omicidio. Richard Cole alloggiò di nuovo la formazione allo
Chateau Marmont e i divertimenti ebbero inizio.
I Led Zeppelin guardavano a Los Angeles come alla loro Sodoma e Gomorra,
un’improbabile terra subtropicale della fantasia che offriva loro su un piatto
d’argento le sue figlie più nubili e ogni vizio immaginabile. Quando giovani
brummies come Plant e Bonzo si trovavano di fronte quelle sgargianti ragazze
californiane con abiti psichedelici e sguardi da “scopami sul posto”, le loro
giovani menti andavano in tilt. Forse, non era altro che una reazione all’ambiente
puritano della Gran Bretagna del dopoguerra, all’epoca dei razionamenti e delle
privazioni. Una delle star della scena era la ragazza che Cole chiamava “Dog
Act”. Un giorno, cercò di convincerla a fare un pompino al suo cane danese e a
farsi scopare dallo stesso. Ma il cane non era interessato. Cole l’aveva perfino
riempita di pancetta, che aveva fatto friggere nel cucinotto del suo bungalow. Ma
il cane continuava a non muoversi. “Allora me la scopo io”, esclamò Cole. “E
dissi a Bonzo: ‘Dai, te la puoi scopare anche tu’. Bonzo amava veramente la
moglie e di solito non si lasciava coinvolgere dalle ragazze; però, quella volta,
rispose di sì. Così si mise a scoparla e giuro che mi disse: ‘Vado bene?’. Gli
risposi che stava andando benissimo. Poi arrivò Grant con una gigantesca lattina
di fagioli cotti e la versò tutta addosso a Bonzo e alla ragazza. Quindi aprì una
bottiglia di champagne e cominciò a spruzzargliela addosso”. Page si fece
fotografare ricoperto di trippa e frattaglie, che Miss Cinderella delle GTO faceva
finta di mangiare. Le foto furono censurate.
Richard Cole attribuisce quella follia alla malinconia e alla nostalgia della vita
in tournée. Plant e Bonzo erano talmente insicuri che insistettero a dormire con
le luci accese durante i primi cinque tour. A volte, la loro paura era comica. Plant
e Bonzo alloggiavano nel bungalow B e si rifiutavano di dormire se l’altro non
era presente. Cole ricorda che una notte Plant entrò nel bungalow e, scoprendo
che mancava Bonzo, si mise a letto con il roadie Clive Coulson, che stava
dormendo in salotto. Più tardi, arrivò Bonzo insieme a una ragazza e, non
riuscendo a trovare Plant, la rimandò a casa e cercò a sua volta di infilarsi nel
letto con Coulson, svegliando sia Plant che l’incazzato roadie.
Le regine delle groupie di Los Angeles erano naturalmente le GTO, la gang di
groupie vagamente affiliata con le Mothers Of Invention di Frank Zappa. E la
più bella delle GTO era una sarta diciottenne chiamata Miss Pamela, che cuciva
magnifiche camicie per i ragazzi delle band e che una notte della tournée attirò
l’acuto occhio di Page in uno squallido nightclub di Hollywood, il Thee
Experience.
“Fu lui a venirmi dietro”, ricorda Miss Pamela. A quell’epoca, non volevo
saperne dei Led Zeppelin, perché ero al corrente della loro reputazione e in ogni
caso mi interessavo ai Byrds; anzi, a dire il vero in quei giorni stavo dietro ai
Flying Burrito Brothers: country & western locale. Oltretutto preferivo andare in
giro con le ragazze, le GTO, perché localmente eravamo veramente famose e ci
divertivamo un sacco: Miss Mercy, Miss Lucy, Cinderella, Sparky, e le due
Michelle. E, lo sai, avevamo sentito parlare dei Led Zeppelin, di come erano
pazzi. Prima erano stati sulla costa orientale. Tutte le voci erano arrivate alle
nostre orecchie perché la comunicazione tra le groupie – odio questo termine –
era aggiornata minuto per minuto. Conoscevamo alcune delle ragazze della costa
orientale: Devon ed Emaretta. Ci avevano raccontato di quanto fossero selvaggi i
Led Zeppelin, che le avevano scopate tutte, una diversa ogni notte. Si erano già
guadagnati una simile reputazione dopo solo un mese dall’inizio del tour! Ci
puoi scommettere! E mi ero sempre inorgoglita del fatto che potevo avere
chiunque volessi per un’intera tournée, perlomeno in ambito locale. (ride) Ero
troppo romantica per una sveltina notturna”.
Il locale rock dell’estate 1969 era il Thee Experience. I Led Zeppelin erano
una delle poche band a cui piaceva andare a divertirsi tutti insieme; adoravano
farsi vedere e farsi adulare. La loro notorietà locale era cominciata a tutti gli
effetti quando Richard Cole e una groupie avevano unito due tavoli e si erano
messi a scopare proprio nel mezzo del club, accompagnati dalle sudate urla
d’incoraggiamento dei clienti (nelle settimane successive, la popolarità della
ragazza era cresciuta a dismisura). Poche sere dopo, Page mandò Cole al tavolo
di Miss Pamela. “Piaci a Jimmy”, le annunciò Cole. Miss Pamela disse di
trovarlo simpatico. Poco dopo Cole ritornò con un biglietto di Page che le
comunicava il numero della sua stanza all’albergo, ma Pamela lo ignorò. La sera
successiva Page rimandò Cole. Questa volta, Miss Pamela fu invitata al tavolo
dei Led Zeppelin, dove era in corso il consueto casino, cui non partecipava però
Page, che se ne stava quietamente seduto in un angolo. “Jimmy era troppo
sensibile per invitare le ragazze”, racconta Pamela. “Era proprio come un
bocciolo di rosa, così pudico, quasi femmineo, così roseo e soffice. Ne fui
completamente risucchiata: chi non lo sarebbe stato? Era così bella l’immagine
che rappresentava allora”. In seguito, Cole le disse che Page l’avrebbe voluta
invitare a vedere lo show dei Led Zeppelin la notte successiva. Era un simpatico
invito. Miss Pamela divenne la ragazza americana di Page e la moglie on the
road per il successivo anno e mezzo.
Pamela ricorda il tempo passato insieme a Page con genuina tenerezza. “Era
così romantico, così affezionato, con gli occhi così paciocconi. Ero
completamente stregata dal suo fascino e ai concerti ero qualcuno. Mi ricordo
che a quei tempi, se uno era un musicista, argento e turchese erano di moda. E
con tutto quel denaro che si erano appena guadagnati, i Led Zeppelin andavano
in giro a comprarsi i pezzi più grandi, più grotteschi e sfarzosi che potevano
trovare – gigantesche collane d’argento con enormi pietre di turchese – per poi
affidarmi tutte quelle cose prima di salire sul palco. Si fidavano e mi
consegnavano i loro gioielli! Voi non potete capire che cosa voleva dire per me,
diciottenne, nel 1969! Jimmy era incredibile. Non prendeva droghe e beveva
vino solo occasionalmente. Perlopiù era un vanitoso; passava il doppio del mio
tempo a starsene in bagno per lavorare sui capelli, agghindandoseli e via
dicendo. Io avevo una macchina per farmi la permanente, che lui si metteva in
testa per ottenere quei perfetti ricciolini che se ne stavano sospesi come per
magia”.
Miss Pamela viaggiò con il gruppo quell’estate, andando a New York, Dallas
e San Francisco. “Jimmy mi portava a fare gli acquisti nei negozi più costosi e io
non mi facevo pregare. Collezionava anche oggetti d’arte e comprò molti disegni
di Escher in California, poco prima che l’artista morisse. Andavamo a vedere i
concerti al Whisky dove adorava starsene semplicemente seduto, mentre tutti
attorno lo riempivano di esagerate premure. Jimmy era estremamente romantico
con la donna con cui stava: le concedeva tutti i suoi favori. Non guardava mai
nessun’altra e ti faceva sentire come una principessa”.
In quei giorni si stava girando a Los Angeles un documentario sul fenomeno
delle groupie. In una sequenza, girata nella bottega di Pamela, una ragazza non
meglio identificata descrisse l’abilità di Page con le fruste. Quando il film,
Groupie, fu messo in distribuzione l’anno seguente, la già danneggiata
reputazione dei Led Zeppelin sprofondò ancora più in basso. Ora era: “Jimmy
Page il flagellatore delle groupie”.
“Be’, non mi avrebbe mai toccato in quel modo”, dice Pamela. “Era sempre
estremamente galante a letto. Anzi, era favoloso! A dire il vero, era un
appassionato di fruste. Le ho viste nella sua valigia e sono sicura che durante la
tournée le abbia usate su qualcun’altra. Conosco Cinderella e so che lui l’ha
frustata. Jimmy la frequentava nello stesso periodo in cui io e lui iniziammo a
uscire insieme. La legava e la frustava e... lei ne andava pazza! Ne era addirittura
orgogliosa!”, Miss Pamela sorride al ricordo. Racconta anche che Page non era
affatto coinvolto nella maggior parte delle orge allo Chateau Marmont e alla
Continental Hyatt House, dove la band si era trasferita dopo che quell’estate gli
omicidi di Manson avevano seminato il panico nella California del Sud. Una
volta, uno dei roadie bussò alla loro porta per informare Page che al piano di
sopra stavano scopando tutti insieme Cynthia delle Plaster Casters, in una vasca
da bagno riempita di fagioli cotti. Page salì, solo per dare un’occhiata.
Più che altro, dice Pamela, Page era ossessionato dall’eccentrica figura del
mago inglese Aleister Crowley e stava cercando di costruirsi una collezione
privata degli oggetti di Crowley. Una volta, dopo che Page era tornato in
Inghilterra, Pamela trovò un manoscritto con note originali di Crowley al
Gilbert’s Bookstore in Hollywood Boulevard, e lo comprò per lui. Aveva anche
lei un’ossessione per il gioco dei tarocchi, quindi Pamela era attirata
dall’argomento. “Ero veramente interessata a tutto quel mondo”, racconta.
“Credo che Jimmy fosse decisamente coinvolto in pratiche di magia nera e che
probabilmente facesse un sacco di rituali, con candele, sangue di pipistrello e
tutto il resto. Credo che facesse proprio cose del genere. E, ovviamente, la
diceria che avevo sentito da sempre era che tutti loro avevano fatto un patto con
il Diavolo – Satana, i Poteri Neri, chiamatelo come volete – affinché i Led
Zeppelin conseguissero un gigantesco successo. Il solo che non voleva starci era
John Paul Jones. Semplicemente, non voleva farlo. Non so da dove venisse
quella voce, ma era quello che si diceva”.

MENTRE IL TOUR ESTIVO proseguiva, LED ZEPPELIN II doveva essere mixato e


completato, e il programma di lavoro di Page divenne folle. Per fare solo un
esempio, dopo un concerto degli Zeppelin a Salt Lake City il chitarrista si recò
in volo a New York allo Studio A&R, per una seduta di mixaggio; dopo la
seduta, ritornò subito a Los Angeles, in modo da poter raggiungere il tour il
giorno successivo a Phoenix.
All’inizio di agosto, tutte le canzoni di LED ZEPPELIN II erano state scritte e
registrate un po’ ovunque, in Inghilterra e in Nordamerica, e riflettevano
l’intenso e selvaggio stato mentale di una band inglese in tournée. Mentre LED
ZEPPELIN era stato principalmente frutto delle idee di Page, il nuovo album
presentava la nuova identità del gruppo così come era emersa on the road. Anche
il suono di Page era differente, dal momento che aveva cessato di usare una
Telecaster per imbracciare una Les Paul. Il tecnico del suono era Eddie Kramer,
un asso nella manica del rock inglese, che aveva lavorato sia con Jimi Hendrix
che con i Traffic. Così ricorda la pressione per finire LED ZEPPELIN II in
tempo: “L’abbiamo mixato in due giorni allo Studio A&R, su una console Altec
a dodici canali con solo due leve di controllo: la più primitiva console che si
possa immaginare. I nastri ci arrivavano da ogni parte; Whole Lotta Love era
stata registrata a Los Angeles; alcuni venivano da Londra; Robert aveva
sovrainciso la voce a Vancouver in uno studio senza cuffie e altri, infine, come
per esempio What Is And What Should Never Be, li avevo registrati io stesso a
New York in studi sconosciuti come il Grove Sound e il Juggy Sound; insomma
lavoravamo in qualsiasi buco dove riuscivamo a prenotare ore di registrazione.
Facemmo molte sovraincisioni e registrammo gli assoli nei corridoi degli studi.
Ci sbattemmo per tutta New York alla ricerca di posti dove poter lavorare. Fu un
periodo selvaggio e la band era estremamente chiassosa. Lasciai a loro l’aspetto
depravato della faccenda”.
Finalmente, ad agosto quasi concluso, l’album era completato. Page si
accomodò in una sedia dello studio per ascoltare i nastri, vestito nel suo solito
stile Regency: la giacchetta di velluto rosa, gli stropicciati pantaloni scampanati
di velluto scarlatto e gli stivali con la fibbia di vero cuoio, color vinaccia. Alcune
persone (per esempio Jerry Wexler) dicevano che l’album era un capolavoro ma
Page era ormai stufo di ascoltarlo e cominciò addirittura a perdere fiducia in
alcuni pezzi.
Whole Lotta Love apriva l’album con una nervosa risata di Plant e uno dei più
memorabili attacchi di chitarra della storia del rock. Il pezzo cominciava quindi a
ruggire come una divisione di panzer atomici in marcia a centoventi all’ora su
un’autostrada, prima che i vocalizzi da sirena di Plant, che sfoggiava il più
carnale stile d’amore, precipitassero nella famosa sezione centrale. Questa era
una caterva astratta (ma accuratamente provata) di suoni: treni in frenata, donne
in orgasmo, un attacco con il napalm sul delta del Mekong, un tornio d’acciaio
registrato proprio mentre l’impianto veniva spento. Aveva uno strano giro
discendente che Page scolpiva usando svisate metalliche arrangiate con echi
capovolti.
C’erano terrificanti urla provenienti dal theremin, un oscillatore elettronico
inventato in Unione Sovietica nel 1920 con cui, semplicemente muovendo le
mani nel campo elettrostatico di due antenne, si potevano controllare la
frequenza dell’oscillatore variabile e il guadagno dell’amplificatore finale e
produrre bizzarri suoni interplanetari. Page l’aveva visto usare per la prima volta
dalla formazione californiana Spirit all’inizio dell’anno. Il testo era semplice:
“Giù fino in fondo, voglio darti ogni centimetro del mio amore... Voglio essere il
tuo amante segreto” (Way down inside I wanna give you every inch of my love...
I want to be your backdoor man). Ma era la voce di Plant, non ciò che diceva, a
conferirgli un’atmosfera selvaggia e implorante. La sua bollente cavalcata vocale
nella notte era come un mantra indoceltico impazzito, che semplicemente non
voleva andarsene.
Seguiva What Is And What Should Never Be che introduceva un tipico
percorso di volo dei Led Zeppelin: il melodico verso iniziale, soffice e
sussurrato, e poi – fuori uno! A tutto gas! – una ballad acustica incentrata su una
limpida storia d’amore ribolliva improvvisamente come un inno marziale di
potere incendiario e dominazione.
La personalità vocale di Plant, a volte a metà strada tra adulazione e
pavoneggiamento, stava emergendo. Le parole di quella grande canzone rock –
versi insipidi di seduzione e amore proibito: “È in un castello che ti porterò” (It’s
to a castle I will take you) – segnavano, secondo Richard Cole, l’inizio di una
lunga relazione segreta tra Plant e una vicina amica.

THE LEMON SONG FU INCISA dal vivo nello studio così come veniva eseguita in
scena (ma nel ponte la chitarra era stata sovraincisa): una semplice
interpretazione di Killing Floor di Howlin’ Wolf, con il testo modificato e il
recitativo tipico del blues bianco di Plant. La prima facciata terminava con
Thank You, considerato il primo frutto del nuovo canzoniere di Robert Plant.
Una canzone d’amore molto sentimentale, scritta per sua moglie sul modello del
soul “dagli occhi azzurri”, degli Young Rascals: fu la prima canzone che Plant e
Page scrissero realmente insieme. Il brano termina con un assolo all’organo di
John Paul Jones: un tema sinistro e funesto che portava la prima facciata a una
misteriosa conclusione. Heartbreaker, grezzo scatenabacini, apriva la seconda:
un pastiche di banali testi westcoastiani di Plant unito a un assolo chitarristico
blues da manuale, che terminava con un sussulto delirante e veniva
immediatamente seguito dalla brillante Living Loving Maid, ritratto della matura
groupie newyorkese che aveva perseguitato Page per tutta l’estate. “Con un
ombrello viola e un cappello da cinquanta centesimi / Signora Eleganza se ne va
in giro nella sua vecchia Cadillac” (With a purple umbrella and a fifty cent hat /
Missus Cool rides around in her aged Cadillac). Page avrebbe detto in seguito:
“Parla di una donna degenerata che cerca disperatamente d’essere giovane”. Il
pezzo successivo, Ramble On, iniziava con un massiccio intervento di chitarre
acustiche, un modo come un altro per ricordare che la California nel 1969 era
affascinata dal nuovo suono di Crosby, Stills e Nash: il brano era caratterizzato
da un evocativo ronzio ottenuto tramite l’accoppiamento di feedback armonici.
Per la prima volta, tuttavia, il potere vocale di Plant viveva di propria luce,
prendendo il posto della chitarra solista di Page. La canzone prendeva a prestito
il tema dall’Hobbit e dalla saga dei Signore degli Anelli di Tolkien. Il “Mordor”,
menzionato nella canzone è la sede della ricerca spirituale intrapresa dagli hobbit
di Tolkien. L’assolo di batteria di Bonzo, Moby Dick, era molto simile a quello
che accadeva quando la band si prendeva cinque (o venti) minuti per una birra o
una sigaretta, mentre Bonzo fracassava tutto sul palcoscenico. L’ultimo pezzo,
Bring It On Home, era il più eccentrico di tutti. L’inizio era una specie di presa
in giro, priva di gusto, dei vecchi blues di Sonny Boy Williamson, con osceni
vocalizzi negri, e si chiudeva inaspettatamente con il decollo dei Led Zeppelin:
chiassoso, crudo, validissimo tecnicamente, un blues bianco elettrico che
sfociava nel blues acustico – onesto, addirittura fedele – di Page.
Per quest’album l’Atlantic aveva già ricevuto prenotazioni arrivate a mezzo
milione di copie. Entro l’ottobre di quell’anno, Jimmy Page avrebbe capito se i
dubbi dell’ultimo momento erano giustificati.
Il terzo tour americano finì a Dallas il 31 agosto, dove il gruppo ricevette il
compenso il più alto: 13mila dollari. Poco dopo, i Led Zeppelin ritornarono in
Inghilterra per riposarsi e vennero infastiditi dagli agenti della dogana per i loro
dischi di platino. Page se ne andò in Spagna per alcune settimane prima
dell’esordio francese dei Led Zeppelin. I funzionari della consociata francese
dell’Atlantic, la Barclay Records, si resero conto di quanto fossero importanti gli
Zeppelin quando vennero a sapere che il presidente dell’Atlantic, Ahmet
Ertegün, li avrebbe accompagnati: un favore accordato solo a superstar come
Crosby, Stills e Nash. A Parigi, i Led Zeppelin apparvero anche nel varietà
televisivo dal vivo Tous en scene. A ottobre del 1969 erano pronti a ritornare
negli Stati Uniti per la quarta volta. Ma prima ci fu un concerto con un ironico
doppio senso. Durante la prima guerra mondiale, cinquantaquattro anni prima,
l’Inghilterra era stata martoriata dai terribili bombardamenti aerei degli Zeppelin
della marina tedesca. Giganteschi aerostati da guerra partivano di notte dalle
basi, volavano sopra il Mare del Nord e gettavano bombe su Londra, in quelli
che furono i primi bombardamenti aerei prolungati della storia. Il kaiser
Guglielmo II aveva richiesto espressamente che i suoi Zeppelin non
bombardassero i palazzi reali né i quartieri più poveri di Londra, tuttavia i suoi
piloti non riuscirono a determinare la propria posizione e si basarono solo sulle
luci che vedevano a terra, senza poter essere sicuri degli obiettivi che stavano
colpendo. Ne era seguita una vera e propria carneficina, dominata dalle sagome
degli Zeppelin illuminate dalla luna. I raid degli Zeppelin venivano considerati
una terribile atrocità dagli inglesi, i quali erano stati pressoché impotenti di
fronte agli aerostati tedeschi fino al giorno in cui i piloti della RAF non avevano
imparato ad attaccare i palloni lenti e pesanti trasformandoli in sfere di idrogeno
infuocate. Il 13 ottobre 1915, lo Zeppelin navale tedesco LZ 15 aveva
bombardato la città di Londra; una delle bombe era esplosa al Lyceum Theatre
ad Aldwych. Cinquantaquattro anni dopo, quasi lo stesso giorno, lo show dei
Led Zeppelin sul Lyceum ebbe un effetto simile, sebbene un po’ meno violento.
La band ricevette quel che fu definito il più alto cachet mai pagato a un gruppo
inglese per un solo concerto. La folla urlante e in delirio fu la prova definitiva
che i Led Zeppelin erano molto di più di quella mera montatura pubblicitaria che
erano stati accusati di essere.
Cinque giorni dopo, i Led Zeppelin aprirono il loro quarto tour americano con
due show alla Carnegie Hall di New York: erano la prima formazione rock che si
esibiva nel prestigioso teatro dai tempi dei Rolling Stones, cinque anni prima. La
blusa femminile di velo crespato e gli stivali di serpente di Plant e gli antichi
abiti dell’epoca edoardiana di Page fecero sensazione. Dopo gli arabeschi
dell’assolo di Page in White Summer, qualcuno portò sul palco una bottiglia
fredda di buon champagne; alla fine dei concerti, i gestori del teatro fecero
pagare alla band le spese per la rimozione da sotto i sedili della gomma da
masticare. Dopo le esibizioni di New York, ricominciò la vita itinerante –
Chicago, Cleveland, Boston (dove ricevettero un cachet di 45mila dollari per un
singolo show), Buffalo, Toronto, Providence, Syracuse, Kansas City – fino alla
nausea. Il 22 ottobre entrò in distribuzione LED ZEPPELIN II. Da quel
momento in poi la vita del complesso non fu mai più la stessa.
A quell’epoca, il primo album era ancora al 18esimo posto nelle classifiche:
aveva venduto 800mila copie in quaranta settimane. I Beatles avevano appena
fatto uscire ABBEY ROAD e gli Stones avevano LET IT BLEED in
distribuzione. A dispetto della dura competizione, LED ZEPPELIN II entrò nelle
classifiche al numero 199 e saltò la settimana successiva al numero 25. Per un
mese rimase al secondo posto. Ma alla fine di dicembre aveva addirittura
scalzato ABBEY ROAD dalla prima posizione delle classifiche statunitensi. I
Led Zeppelin erano estasiati. Più grandi dei Beatles!
Intanto, erano in corso grosse polemiche con l’Atlantic per la mancata uscita
su 45 giri di Whole Lotta Love, che era un brano assai popolare. Negli Stati Uniti
le stazioni radiofoniche in FM lo sparavano costantemente e persino in Francia
veniva trasmesso due volte al giorno dalle tradizionali stazioni a onda lunga,
quasi fosse un successo francese che non poteva essere ignorato. Ma i cinque
minuti e mezzo della canzone erano troppi per le stazioni radiofoniche
americane dei Top 40 in AM e i Led Zeppelin si rifiutavano di eliminare la
sezione centrale per fare entrare Whole Lotta Love nel formato radiofonico di tre
minuti, che Page e Grant consideravano sorpassato. I Led Zeppelin avevano
maturato la consapevole decisione di scavalcare i media – la radio e la stampa –
e di raggiungere direttamente il proprio pubblico suonando dal vivo senza
compromettere il suono. Quando la band rifiutò di distribuire la canzone su 45
giri, alcune stazioni radiofoniche americane tagliarono semplicemente la sezione
centrale e rimontarono Whole Lotta Love come fosse un 45 giri. La reazione del
pubblico fu così positiva che l’Atlantic fini per distribuire la propria versione
rimontata, a dispetto delle strenue obiezioni di Grant e Page. “Semplicemente
non mi place mettere in distribuzione pezzi di un album come 45 giri”, protestò
Page. “Penso che tra i due campi non vi sia alcuna relazione”. Nel giro di cinque
settimane, Whole Lotta Love (con Living Loving Maid sul retro) vendette un
milione di copie. In Inghilterra il quartetto rifiutò a oltranza l’idea del 45 giri,
che non fu mai messo in distribuzione. Grant, secondo quanto riportò la stampa,
rifiutava di leccare il culo di una stazione radiofonica controllata dallo Stato.
Ma in America, alla fine del 1969 e per tutto il 1970, Whole Lotta Love fu
come un telegramma urgente per una nuova generazione. Con la sua carica di
frenesia sessuale, caos e distruzione sembrava voler scongiurare tutte le ansie
agghiaccianti del decennio morente. Il testo riduceva la battaglia della
generazione degli anni Sessanta al suo elemento più basilare, il suo bisogno
disperato e incontrollabile d’amore. Ironicamente, la canzone (e il quartetto che
la eseguiva) non riceveva molta attenzione dai ragazzi degli anni Sessanta, che
erano cresciuti con i Beatles, gli Stones e Bob Dylan e – stanchi, frustrati e
disillusi – si stavano volgendo verso i suoni più soffici del country. Però i loro
fratelli più giovani, i ragazzi delle scuole superiori, avevano la ferma intenzione
di divertirsi ancora. I Led Zeppelin erano veramente il loro gruppo. Nel decennio
successivo, gli Zeppelin sarebbero diventati i monarchi incontrastati dei
parcheggi delle scuole superiori di tutta l’America. Dimenticandosi l’Inghilterra,
diventarono una formazione americana per ragioni tutte pratiche: l’America li
avrebbe abbracciati in modi molto strani. In Vietnam, quell’anno, Whole Lotta
Love divenne un vero e proprio grido di battaglia. I soldati e i marines americani,
con ironia omicida, incatenavano i loro stereo sui carri armati e si munivano di
registratori portatili personali prima di gettarsi nella mischia della battaglia
ascoltando la canzone al massimo volume.
Compiaciuti del loro (quasi inaspettato) successo, i musicisti rimasero stupiti
delle dure critiche che la stampa riservò all’album. «Rolling Stone» lo
ridicolizzò, accusando il gruppo di derubare gli autentici bluesmen dei loro diritti
(oltre al fatto di avere inciso versioni di brani di Howlin’ Wolf e Sonny Boy
Williamson senza menzionarli, alcuni critici fecero notare che Whole Lotta Love
era assai simile a You Need Love di Willie Dixon), e aggiunse che l’hard blues
bianco come il loro si ascoltava meglio sotto l’effetto allucinogeno della
mescaline, del Romilar – uno sciroppo narcotico per la tosse –, della marijuana
vietnamita o della novocaina analgesica. Ma i Led Zeppelin avevano bisogno
dell’approvazione dei propri simili, della loro stessa generazione; quando non la
si vedeva arrivare, quando il loro pubblico consisteva solo dei loro fratelli più
giovani, i musicisti dovevano nascondere un moderato disappunto prima di
rincuorarsi in banca. Uno dei momenti più eccitanti del tour fu a Las Vegas,
dove i Led Zeppelin videro il loro eroe, Elvis Presley, esibirsi in un gigantesco
nightclub.
Il tour autunnale si consumava stancamente. A Filadelfia dovevano esibirsi
allo stadio di basket Spectrum; i Jethro Tull avrebbero aperto lo show ma i Led
Zeppelin erano stufi e volevano ritornare allo Steve Paul’s Scene di New York
per ubriacarsi e rincorrere le ragazze. Così Richard Cole andò dall’organizzatore
e chiese che il complesso andasse in scena per primo, perché Page era malato.
L’organizzatore rifiutò decisamente.
Cole disse: “Senti, c’è un problema: guarda Page, guarda com’è malato,
cazzo! Sta prendendo pillole per il fegato; o andiamo per primi o vaffanculo, ce
ne andiamo ora”.
“Non potete farlo!”, urlò l’organizzatore.
“Be”’, disse Cole, “non posso rischiare la salute di questo cazzo di ragazzo
per il tuo bene. I soldi non significano niente per noi. Mi importa molto più della
sua salute”. L’organizzatore non ebbe scelta. I Led Zeppelin si presentarono per
primi, suonarono per un’ora e poi ritornarono a New York nelle loro limousine e
andarono allo Scene.
L’ultimo concerto americano del 1969 ebbe luogo l’8 novembre al Winterland
di San Francisco, con Roland Kirk e Isaac Hayes a fare da spalla. Intanto, il tour
dei Rolling Stones del 1969 marciava a pieno regime: gli Stones avrebbero
suonato la notte successiva a Oakland. Richard Cole vide entrambi gli show. “E
fu allora che capii quanto sarebbero stati grandi i Led Zeppelin”, racconta.
“Perché – cazzo! – la gente era morta allo show degli Stones, mentre invece la
folla dei Led Zeppelin era completamente impazzita. Erano più giovani, avevano
un sacco di energia in più e volevano ancora rockeggiare”.
A quel punto, i Led Zeppelin avevano passato nove mesi on the road. Il primo
tour era finito in perdita ma gli altri erano andati bene: nel loro primo anno di
attività avevano guadagnato circa un milione di dollari.

IL QUARTETTO PASSÒ il resto del 1969 a riposarsi e concedere interviste. Page si


lamentò con «Hit Parader» della cecità della BBC: “La gente della strada sa
perfettamente di cosa parliamo, sa perfettamente che tipo di musica suoniamo,
mentre gli adulti non lo capiscono affatto. Se la musica fosse programmata di
più, la capirebbero più persone”.
A un altro giornalista, Page disse: “Eravamo un gruppo di persone per nulla
rodato. Ci mettemmo insieme per produrre un album, sapendo che avremmo
potuto fare affidamento su un solo ingrediente: il genuino entusiasmo. Eravamo
un gruppo rock completamente onesto e il segreto del nostro successo sta in
questo, nell’abilità di adattare l’eccitazione dei primi suoni del rock alla lingua
di oggi”. L’11 dicembre, Page non riuscì a presentarsi alla consegna di un disco
d’oro a causa di un incidente sull’autostrada M4 per Londra in cui fu coinvolta la
sua macchina. Si comprò quindi una nuova Rolls.
In America Whole Lotta Love e LED ZEPPELIN II avevano cambiato il suono
del rock. I vecchi termini – blues bianco, heavy music – non riuscivano a
spiegare il fenomeno Led Zeppelin. Venne creato un nuovo termine: heavy
metal. Era stato usato per la prima volta dallo scrittore William S. Burroughs e
poi dagli Steppenwolf nella fortunata Born To Be Wild. Ma Page se ne risentì:
“È un termine bastardo per noi. Non riesco a riferirlo alla nostra musica perché
quel che mi viene in mente quando la gente parla di heavy metal sono i giri
fracassoni e non penso che tutto ciò che abbiamo fatto finora sia consistito solo
in giri fracassoni. Quel che ci è sempre interessato sono le dinamiche interne, le
luci e l’ombra, il dramma e la versatilità”. Parlando con un altro giornalista, Page
mise a fuoco la posizione politica del gruppo: “Trovo che alcuni dei cosiddetti
gruppi progressive siano andati troppo in là con la loro personale versione
intellettualizzata del beat. La nostra musica è essenzialmente emotiva come
quella delle vecchie rockstar del passato... Non daremo mai giudizi politici o
morali. La nostra musica è semplicemente quel che siamo noi”.
Tornato in Inghilterra, Plant comprò una proprietà chiamata Jennings Farm a
Blakeshall, nel Wolverly, vicino a Kidderminster. Era un posto antico, dove,
secondo la leggenda locale, Carlo I si era fermato per il tè dopo aver perduto la
battaglia di Worcester. Plant vi si trasferì con Maureen, la figliolina e alcuni dei
suoi vecchi amici. Comprarono un trattore e cominciarono ad allevare galline e
capre. A un cronista locale confessò: “Sembra ridicolo, ma alcuni mesi fa io non
ero altro che un cantante senza gratificazioni, mentre ora dicono che sono un
nuovo sex symbol. Non può esserci nulla di male... Forse si diventa sex symbol
se il pubblico può vederti il cazzo attraverso i pantaloni”. Anche Bonzo aveva
acquistato una casa nelle vicinanze, una vecchia fattoria a West Hagley. Aveva
speso migliaia di dollari in automobili. Alla fine dell’anno ne aveva otto,
compresa la sua prima Rolls. Anche John Paul Jones si trasferì con la famiglia in
una casa a Chorleywood, nell’Hertfordshire.
I Led Zeppelin avevano trionfato, aiutati dalla loro professionalità e dalla loro
reciproca compatibilità. Grandi formazioni come i Cream, i cui componenti non
potevano sopportarsi l’un l’altro, furono costrette a sciogliersi. I Beatles si
sciolsero con rancore proprio quell’anno. Brian Jones fu estromesso dai Rolling
Stones e finì annegato nella sua piscina. In qualche modo, i Led Zeppelin erano
riusciti a evitare l’egocentrico autocompiacimento che accomunava le altre
popstar. Possedevano la consapevolezza e la capacità di pensare in prospettiva
che erano necessarie per farcela. Pur rifiutandosi di apparire in televisione e di
mettere in circolazione 45 giri di sicuro successo, erano riusciti a emergere a
dispetto di contrasti altrimenti insormontabili. Era quasi come se stessero
penalizzandosi. Era una strana colla a tenerli uniti, dato che i quattro musicisti
erano molto differenti l’uno dall’altro. Mentre Jones e Page erano dei cinici
professionisti londinesi, Plant e Bonzo erano semplicemente due provinciali naïf
e si erano dati alla musica più per passione che per denaro. Page e Jones
tendevano a essere distaccati e solitari, mentre Plant e Bonzo erano aperti ed
espansivi. Page e Jones erano pazienti, sarcastici e dotati di notevole
autocontrollo. Plant e Bonzo erano violenti, divertenti e facilmente manipolabili
dagli altri due e da Peter Grant. Ma in realtà nulla di tutto ciò aveva importanza.
L’importante era che i Led Zeppelin avessero trovato il loro pubblico. E avevano
escluso gli adulti.
4. VALHALLA I AM COMING

“Fai quello che vuoi. Così potrai essere” – Aleister


Crowley, Il libro della legge

GIÀ DA MOLTI ANNI, prima del 1970, Page era interessato alla vita e all’opera di
Aleister Crowley. Possedeva una collezione in continua espansione di libri,
manoscritti e memorie di Crowley, e in quell’anno vi aveva aggiunto uno degli
oggetti in assoluto più crowleyani: la Boleskine House sulla riva del lago di
Loch Ness, in Scozia.
La bizzarra carriera di Crowley ha lasciato un segno estremamente
significativo sulla vita dei Led Zeppelin, quindi vale la pena di prenderla in
considerazione. Crowley era nato in una famiglia benestante della borghesia
inglese nel 1875 ed era cresciuto fino a diventare un giovanotto alto e
carismatico che pubblicava le sue poesie a Oxford ed era considerato uno dei più
valenti alpinisti del suo tempo. La sua personalità era al contempo perversa e
tragica. Si conferiva da sé titoli nobiliari, viveva sotto falsi nomi (uno dei quali
era: cavalier MacGregor), studiava strane lingue e frequentava prostitute.
Assetato di segreti e conoscenza esoterica, si unì all’Ordine della Golden Dawn,
ma gli vennero negati i più alti gradi da William Butler Yeats in persona, che
scrisse a Lady Gregory: “Non crediamo che una società mistica si prefigga gli
stessi scopi di un riformatorio”. Crowley si trasferì quindi in Messico, dove
passò un intero anno cercando di far svanire la propria immagine riflessa da uno
specchio. Gli stregoni tradizionali avevano elaborato un arcano sistema di
incantesimi, rituali e drammatizzazioni su temi magici. Ma Crowley riteneva che
la vera magia fosse nascosta nella volontà dell’uomo e potesse essere fatta
emergere solo da un processo inconscio. Alla magia era affidata la
sopravvivenza dell’era precristiana, un mondo naturale di spiriti e poteri che era
stato soppresso dalla Chiesa. La moralità convenzionale era inutile; il motto di
Crowley, con cui cominciava le proprie missive, divenne: “L’essenza della
Legge sarà: fai quello che vuoi” (Do what thou wilt shall be the whole of the
Law). Di conseguenza, condusse una vita di misteriose avventure, eccessi e
decadenza. Partecipò a grandi spedizioni (alcune delle quali disastrose) sulle
montagne dell’Himalaya, scrisse in abbondanza, passò la vita a cercare la stima
come scrittore (sebbene i suoi libri fossero considerati pornografici o dementi) e
combatté duelli con i negromanti rivali, utilizzando plotoni di demoni richiamati
in vita. Considerato dai più come un ciarlatano e dal suo culto come un vero
mago, Crowley visse ostentatamente con più di una donna per volta, mentre il
suo uso continuo di droghe – hashish, oppio, cocaina ed eroina – divenne
addirittura leggendario. Fu deportato dalla Sicilia dopo che uno dei membri del
suo entourage morì nella sua “abbazia”, rustica di Thelema. Crowley acquistò
notorietà anche con ciò che chiamava sex magick, ovvero rapporti sessuali
protratti per un tempo indefinito, senza orgasmo, per produrre prolungati stati di
estasi e intossicazione. La società londinese fu letteralmente scioccata quando si
scoprì che alcune delle sue dame più rispettabili visitavano regolarmente “Bestia
666”, ovvero “Il più malvagio uomo del mondo” (come occasionalmente si
faceva chiamare) e venivano da lui iniziate ai riti della sex magick.
Crowley finì i propri giorni spostandosi di nazione in nazione, sempre sul
punto di essere acciuffato da creditori e polizia. Minato dall’asma e da infezioni
bronchiali, assuefatto all’eroina, morì a Brighton nel 1947 e fu praticamente
dimenticato fino a quando i musicisti rock inglesi, i soli che avevano i soldi e
l’inclinazione necessari a vivere come aveva fatto Crowley, cominciarono a
interessarsi a lui, anni dopo la sua morte.
Page comprò la Boleskine House nel 1970. Era una casa del Diciottesimo
secolo a forma di u con un passato sinistro. Situata proprio di fronte
all’inquietante Loch (sede di una razza di rettili “mostruosi”, ritenuta estinta), era
stata costruita su un terreno su cui precedentemente sorgeva una chiesa che era
stata distrutta da un incendio mentre i fedeli erano ancora all’interno. Nella casa,
un uomo era stato decapitato e, secondo la leggenda locale, si poteva
occasionalmente sentire la sua testa che rotolava tra le stanze. Quando Crowley
vi si trasferì, a cavallo tra i due secoli, nominò se stesso Signorotto di Boleskine,
cominciò a indossare il kilt e cercò di richiamare in vita demoni come Toth e la
dea egizia Horus. Praticò anche la pericolosa magia di Abra-Melin il Mago per
cercare di combattere il suo angelo custode. Come conseguenza di quegli
esperimenti, la casa e la terrazza di Boleskine furono invase da “forme
umbratili”, e il guardiano impazzì e cercò di ammazzare la propria famiglia.
Crowley inoltre sosteneva che mentre stava cercando di copiare i simboli magici
la stanza divenne così tetra che fu costretto a lavorare con la luce artificiale
anche quando fuori risplendeva il sole. Dopo che vi aveva vissuto Crowley, la
Boleskine era stata sede di una nota truffa che aveva coinvolto molti agricoltori
locali e una fabbrica fittizia di salsicce di maiale. Tutti coloro che vivevano
attorno a Loch Ness ritenevano che il posto fosse maledetto e foriero di sventura.
Jimmy Page, alla ricerca di una residenza in campagna, lo trovò perfetto.

I LED ZEPPELIN INIZIARONO il 1970 con un brevissimo tour sperimentale


dell’Inghilterra. L’anno precedente, quando i loro lunghi concerti dovevano
essere preceduti da un gruppo di spalla, erano ripetutamente incappati in
problemi di coprifuoco. Questa volta, Peter Grant mandò la band in giro da sola
per vedere se il blitz di due ore dei Led Zeppelin, zeppo di dinamiche blues e
movimenti pelvici, poteva reggere la scena. Come al solito, il pubblico venne
spremuto come una spugna. John Paul Jones, oltre al basso, suonava ora anche
l’organo Hammond; questo ulteriore strato di “ronzio”, obbligava Page a
produrre uno spiegamento ancor più febbrile di giri blues. Dopo gli show di
Birmingham e Bristol, il complesso tenne uno scatenato concerto alla Royal
Albert Hall di Londra, il 9 gennaio, compleanno di Page. Dietro alle quinte,
qualcuno aveva accompagnato una stupenda modella francese, Charlotte Martin,
che era coccolata da tutte le più importanti rockstar di Londra. Richard Cole
ricorda di averla vista per la prima volta a braccetto con Eric Clapton che,
entrando con lei una sera allo Speakeasy, aveva zittito tutti i tavoli fino a quando
Roger Daltrey non aveva urlato: “Porca puttana! Eric, dove hai trovato quella
figa?”. Quel 9 gennaio cominciò una lunga e tormentata relazione tra Page e
Charlotte, dalla quale sarebbe in seguito nata l’unica figlia del chitarrista,
Scarlet.
Il tour terminò a Leeds alla fine di quel mese e Page e Charlotte si stabilirono
a Pangbourne, godendosi uno stile di vita edoardiano lungo il fiume, in mezzo
alle crescenti collezioni di antichità e mobili preraffaelliti del chitarrista. Ora gli
indecenti capelli lunghi di Page e le sue maniere anticonvenzionali erano causa
di ostilità persino tra le strade del suo villaggio. Di conseguenza, divenne sempre
più solitario. L’idillio venne bruscamente turbato quando la polizia, in una notte
piovosa d’inizio di febbraio, bussò violentemente alla porta per sapere se
conoscesse un certo signor Robert Plant che era rimasto ferito in un incidente
d’auto.
Il cuore di Page quasi si fermò. Aveva perso il cantante? C’era anche la
bambina in macchina? Quando chiamò il Kidderminster Hospital, scoprì che la
Jaguar di Plant era uscita di strada dopo un concerto degli Spirit vicino a
Birmingham. Ancora lontano dalla propria famiglia, Plant aveva dato il nome di
Page come parente più prossimo. Il braccio di Plant era seriamente contuso e
aveva un taglio sopra l’occhio ma disse che, se ce ne fosse stato bisogno,
avrebbe lavorato in sedia a rotelle. Fu annullato un concerto in Scozia per dare a
Plant l’opportunità di ristabilirsi. Gli incidenti di macchina si sarebbero rivelati
una terribile nemesi per il futuro dei Led Zeppelin. Nel frattempo, Peter Grant
aveva regalato a Page una Bentley per il suo compleanno. Per festeggiare, Page
imparò a guidare.
Alla fine del mese, Plant era abbastanza in forma da potersi riunire al
complesso per iniziare il primo tour europeo dei Led Zeppelin, che partì
infaustamente da Copenhagen.
Mentre provavano in uno studio, furono bruscamente interrotti da una donna,
Eva Von Zeppelin, che affermava di essere una discendente del conte Von
Zeppelin, il quale aveva progettato la prima navicella aerea tedesca. La donna
era isterica. Minacciò terribili azioni legali se la formazione si fosse presentata
come Led Zeppelin. Alla stampa danese dichiarò: “Possono essere famosi in
tutto il mondo ma un gruppo di scimmie urlanti non riuscirà a usare senza
permesso il nome di una famiglia nobile”. Il complesso avrebbe dovuto apparire
alla televisione danese e la donna cercò inutilmente di far cancellare lo show.
Alla fine, fu calmata da Grant e Page ma, mentre lasciava lo studio, notò la
copertina del primo album, con lo Zeppelin in fiamme che si schianta, e
ricominciò. Spaventati dalle minacce legali, i Led Zeppelin assunsero per le date
scandinave lo pseudonimo The Nobs, che nel gergo cockney sta a indicare ciò
che penzola tra le loro gambe.
In quel tour venne composto anche del nuovo materiale e in particolare un
blues stravagante intitolato Since I’ve Been Loving You, il più gradevole di tutti i
blues dei Led Zeppelin. Nel tempo libero, Cole li portò nei locali a luci rosse.
Tutto bene fino a che la sussidiaria discografica danese tenne una conferenza
stampa in una galleria d’arte, nonostante tutto ciò che aveva sentito dire in
merito alla violenza dei Led Zeppelin. Page fu offeso dall’ispida arte moderna
esibita nella galleria e convinse Bonzo a correggere un paio di dipinti la cui
vernice era ancora fresca. Quando il gallerista protestò, Peter Grant comprò i
quadri pur di quietare le acque. Ma poco dopo scoppiò una rissa tra Bonzo, Cole
e due reporter, i quali vennero sbattuti fuori in malo modo.
Di ritorno in Inghilterra all’inizio di marzo, Peter Grant annunciò i piani per il
quinto tour degli Stati Uniti, che sarebbe dovuto iniziare alla fine del mese. Il
prestigioso giornale londinese «Financial Times» pubblicò un articolo sul
complesso, facendo notare che avrebbe guadagnato 800mila dollari con ventun
concerti nell’arco di un mese. Il giornale descrisse Plant come una “eroina
preraffaellita penosamente magra, con lineamenti delicati e riccioli selvaggi che
le coprono la faccia ogni volta che muove la testa. Plant urla nel microfono...
brani volgari e pessimistici copiati dai cantanti blues degli anni Trenta, per
culminare in un grido belligerante dalle silenziose profondità della sala: ‘Strizza
il mio limone finché il succo non mi colerà sulle gambe’”. I musicisti trovarono
divertente l’articolo ma per Plant rappresentava molto di più. L’approvazione da
parte del «Financial Times» – che descriveva i Led Zeppelin come procacciatori
di una quantità significativa di valuta straniera – diede a Plant una nuova
credibilità di fronte al padre e segnò l’avvio di un armistizio tra lui e la famiglia.
Il quinto tour americano rappresentava un infernale test per il complesso.
Stavano ritornando in America durante uno dei peggiori periodi di disordini
civili della sua storia. La guerra in Vietnam aveva diviso la nazione in
schieramenti generazionali. Gli americani in età universitaria – il principale
obiettivo dei Led Zeppelin – erano alienati e inquieti. Manifestazioni di massa
contro la guerra diventavano sempre più spesso violente quando la folla veniva
attaccata dai reparti speciali della polizia. L’umore delle autorità, soprattutto dei
governi locali e della polizia, era pessimo; l’omicidio di alcuni studenti
contestatori alla Kent State University, nell’Ohio, avvenne proprio dopo il tour.
In quel clima di agitazione e paura, concerti rock come le feste improvvisate dei
Led Zeppelin erano considerati un pericolo pubblico e un’inutile scusa per far sì
che una già eccitata gioventù diventasse ulteriormente arrabbiata. I capelli
lunghissimi dei Led Zeppelin, le loro barbe incolte e i loro incrollabili ideali
hippie erano particolarmente odiati dagli sbirri, che si presentarono a numerosi
concerti con caschi e tenute antisommossa, pronti a cercar guai che molto spesso
trovarono.
Il tour iniziò a Vancouver. Durante lo show, Richard Cole individuò tra la
folla un uomo che teneva per aria l’asta del microfono di un registratore mentre
il complesso suonava. Cole indicò il microfono a Grant. I Led Zeppelin erano
già stati più volte vittime di dischi pirata, che contenevano le registrazioni di
esibizioni non perfette e derubavano i musicisti delle royalty sulla loro musica. I
Beatles, i Rolling Stones, Bob Dylan e Jimi Hendrix erano stati duramente
colpiti da quel traffico ed era già iniziato a circolare il primo disco non
autorizzato dei Led Zeppelin. Grant era già ben noto nei negozi di dischi inglesi
per aver confiscato tutti i dischi clandestini dei Led Zeppelin. All’inizio di
quell’anno, «Melody Maker» aveva pubblicato un articolo in prima pagina che
pubblicizzava un bootleg doppio degli Zeppelin distribuito da tale Collins,
gestore di un negozio di dischi in Chancery Lane. Grant e Cole avevano visitato
il negozio verso le sei di sera della stessa settimana. Grant aveva messo il
cartello CHIUSO fuori dalla porta, mentre Cole provvedeva a minacciare di
morte l’atterrito padrone, se non avesse dato loro il suo intero assortimento di
bootleg degli Zeppelin. “Il gruppo era stufo di essere derubato del proprio
lavoro”, racconta Cole, “e così mandammo un paio di roadie tra la folla affinché
trascinassero il tizio dietro alle quinte. Gli dissi: ‘Vieni qua, testa di cazzo’ e gli
spaccai il microfono e il registratore”. Invece, saltò fuori che era un agente del
governo canadese impegnato a verificare il livello dei decibel e ne sortì una
grande baruffa. Dietro alle quinte, un incazzato Bonzo distrusse il camerino, che
costò a Grant altri 1.500 dollari.
La reputazione gangsteristica dei Led Zeppelin, che Cole ben ricorda, li
precedeva a ogni concerto: “Eravamo bloccati a Winnipeg, e avevamo la fama di
essere dei duri, molto duri. Gente con cui era meglio non avere a che fare. Peter
Grant voleva che il gruppo ricevesse sempre quanto gli era dovuto e io ero
quello che in teoria avrebbe dovuto accertarsi che ciò avvenisse. Dovevamo
suonare per un concerto all’aperto ma aveva cominciato a piovere e c’erano stati
degli incidenti tra la folla. Così arrivò l’impresario e ci diede i nostri soldi.
Esclamai: ‘Be’, questo mi piace. Non abbiamo nemmeno suonato. Così mi
piace!’. E lui rispose: ‘E neppure dovrete suonare’. E io incalzai: ‘Che cazzo
vuol dire che non dobbiamo suonare? Ci siamo spezzati le nostre cazzo di
schiene per arrivare fin qui. Abbiamo dovuto affittare un aereo del cazzo per la
strumentazione’. Quello ribatté che il nostro agente newyorkese gli aveva riferito
che gli Zeppelin non avrebbero suonato sotto la pioggia e che avrebbe spezzato
le gambe di qualcuno se non fossero stati comunque pagati. Ma io dissi: ‘Figlio
mio, non abbiamo fatto tutta questa strada per fare incazzare la gente. Queste
persone sono musicisti professionisti e sì che suoneranno, anche se c’è da
smantellare tutta la strumentazione e rimetterla in piedi da capo’. E fu quello che
facemmo”. Il roadie Clive Coulson si lamentò di un problema con gli
amplificatori. “Chiudi quella cazzo di boccaccia e fai quello che ti è stato detto
di fare”, inveì Cole.
Il giorno successivo non c’erano impegni e i Led Zeppelin stavano marcendo
nei loro hotel. Una delle specialità di Cole era trovare forme di divertimento per
il complesso. Così Grant chiese a Cole: “Che cosa facciamo oggi?”. E Cole
rispose: “Non lo so. Guardiamo nelle pagine gialle. Forse possiamo andare a fare
un giro in barca o qualcosa del genere”. Grant disse: “No, testa di cazzo. Non
possiamo trovare delle spogliarelliste o delle ballerine?”. Così Cole mise insieme
quattro spogliarelliste per uno spettacolo privato nell’albergo. Portarono persino
il loro giradischi personale. Grant chiamò il servizio del ristorante e ordinò
sessanta bicchieri di vodka con succo d’arancia. “Vi ho detto che ne voglio
sessanta, cazzo! Sei zero! Dieci volte sei! È quello che vogliamo!”, Quando poi
tutti erano già molto ubriachi, Cole fece entrare le ragazze, si intrufolò nei loro
camerini e si vestì con i loro abiti normali. Quando apparve e cominciò pure lui a
spogliarsi, l’effetto fu decisamente comico. Gli altri si misero a ridere così forte
da vomitare. “Poi scopai una delle ragazze sul tavolo, mentre avevo addosso i
suoi vestiti”, ricorda Cole. “Non c’era niente di immorale in tutto ciò. È che la
maggior parte della gente non si sognerebbe nemmeno di farlo. C’è tutta la storia
dei Led Zeppelin, proprio lì”.
I problemi continuarono lungo il percorso, specialmente a causa della violenza
tra pubblico e forze dell’ordine. A Pittsburgh e in numerose altre località, i Led
Zeppelin furono costretti a interrompere lo show e ad abbandonare il palco fino a
che non fu sedata una brutale rissa nelle prime file. Era particolarmente
frustrante per il complesso, dal momento che il tour era stato organizzato con la
precisione di una efficiente campagna militare. Era la prima volta che il quartetto
si presentava negli Stati Uniti da solo, senza un gruppo di spalla, diventando così
il centro assoluto dell’attenzione del pubblico.
Cole spiega: “Peter Grant era un manager geniale, credetemi. Capì che se il
gruppo era così grande e così bravo da poter tenere viva l’attenzione del
pubblico per un paio d’ore, non c’era alcuna ragione di appiccicargli un gruppo
di spalla, facendo sprecare tempo alla gente nell’attesa dell’attrazione principale.
Se uno va a un concerto, non vuole veder suonare per mezz’ora Le Sorelle del
Cazzo. Si va a sedere al bar, vero? Così facendo evitiamo tutte quelle irritazioni
del cazzo, le baruffe tra i gruppi sulla strumentazione e tutte quelle stronzate. Era
così semplice: entravamo in scena e, basta, la nostra roba era lì ed eravamo
pronti a lavorare. Non c’era nessuna perdita di tempo; l’avevamo provato,
funzionava e non appena schiacciavamo il pulsante, un minuto prima che il
sipario si alzasse, tutto funzionava. Tutto qui!”.
Il Sud diede al complesso i guai maggiori. I Led Zeppelin si fermavano ogni
tanto a mangiare in trattorie lungo la strada e di punto in bianco si ritrovavano in
una scena tipo Easy Rider. Non c’era verso che una mezza dozzina di inglesi
vistosi, malandati e barbuti non venisse vista di malocchio e insultata dagli zotici
locali. Gli sputavano addosso e li ridicolizzavano. Le cameriere si rifiutavano di
servirli. Minacce di morte venivano fatte pervenire alle sale dei concerti.
Continuamente, c’era gente che tirava fuori le pistole e le puntava contro i Led
Zeppelin. Un tipico incidente: il 6 aprile visitarono Memphis, di cui furono
nominati cittadini onorari: un riconoscimento precedentemente riservato a
celebrità come Elvis e Carl Perkins. Quella sera la folla impazzì quando Page
mollò il grilletto di Communication Breakdown. Era un tipico decollo à la Led
Zeppelin e in un nonnulla 10mila ragazzini del Sud si misero a dimenarsi come
pagani. Non appena vide questa frenesia, l’impresario perse la testa e ordinò a
Peter Grant di fare smettere il gruppo. Grant disse: “Vaffanculo, io non li tiro giù
dal palco”. Così l’impresario tirò fuori la pistola, la ficcò tra le ampie costole di
Grant e gridò: “Se non fai fermare il concerto, ti ammazzo”. Grant lo fissò
dall’alto in basso e gli rise in faccia. “Non mi puoi sparare, testa di cazzo”, disse.
“Ci hanno appena dato le cazzo di chiavi della città!”.
Pochi giorni dopo, gli Zeppelin suonarono a Raleigh in North Carolina. Dopo
aver montato l’attrezzatura, uno dei roadie, Henry Smith, se ne stava seduto in
un gabinetto dietro al palco quando udì per caso due poliziotti locali discutere un
piano per “spaccare il culo a quei figli di puttana dei Led Zeppelin”. Smith lo
riferì a Cole, che chiamò Steve Weiss a New York. Un’ora dopo, parecchie
dozzine di piedipiatti privati delle agenzie Burns e Pinkerton, assunti da Weiss,
si presentarono all’ingresso della sala a far da cuscinetto tra il complesso e la
polizia. Quando il complesso giunse in Georgia, vennero ingaggiate otto guardie
del corpo, dopo che erano giunte ulteriori minacce di morte contro il gruppo.
Due piedipiatti armati viaggiavano su ciascuna delle limousine dei Led Zeppelin.
In Texas, uno stupido furbacchione urlò che i loro capelli erano troppo lunghi e i
musicisti gli gridarono di andare a farsi fottere. Dopo di che, secondo Bonzo:
“Stavamo per andarcene dopo il concerto quando si presentò alla porta lo stesso
tizio. Ci puntò una pistola addosso e disse: Allora ragazzi, vi mettete a urlare
anche adesso?’. Ce ne andammo da lì tout de suite”. Più tardi, all’aeroporto, due
marinai ubriachi stavano rompendo le scatole a Page e Plant per via dei loro
capelli lunghissimi. Sempre protettivo nei confronti del proprio gruppo, Peter
Grant si piazzò di fronte ai marinai, li sollevò entrambi per aria, uno per mano,
tenendoli per il colletto e ruggì: “Qual è il vostro problema del cazzo, Bracci di
Ferro?”.
I problemi non erano finiti. Page e Plant erano entrambi malati. E a dispetto
della sua esuberante camminata da galletto in calore sul palcoscenico, Plant era
di tanto in tanto paralizzato da attacchi di panico e nervosismo. Peter Grant
doveva calmarlo e dirgli che non era un fallito, che era una grande star. E
nessuno poteva negarlo. I giovani fan erano isterici. Giravano vorticosamente e
battevano i piedi di fronte al palco, contorcendosi come viscide anguille, e
quando una fila si metteva a correre verso il palco, letteralmente sulle spalle di
coloro che erano davanti, era come se un’onda umana si stesse infrangendo su
una spiaggia. Spesso, mentre elargiva le sue canzoni, Plant ebbe la sensazione di
cantare a un oceano d’umanità, animato da un impulso travolgente. I ragazzi non
si preoccupavano nemmeno delle cattive esibizioni. Una volta, allo Spectrum di
Filadelfia, l’impianto di amplificazione andò in tilt e Page e Plant
abbandonarono il palco, lasciando Bonzo da solo a suonare Moby Dick per quasi
un’ora. Ai ragazzi non importò nulla. A loro piaceva. Quando ritornarono Page e
Plant, ci fu un altro folle attacco verso il palcoscenico. I ragazzi volevano
semplicemente vedere l’azione reciproca tra il biondo cantante dai jeans attillati,
con i baffi arrotolati e la barba a punta, e il magico chitarrista dai capelli corvini
e dal tocco maledetto. Quando Page e Plant avvicinavano le teste o
appoggiavano i corpi l’uno sull’altro, il pubblico urlava ad alta voce come se
potesse percepire un flusso di sensualità pura. I Led Zeppelin stavano creando un
universo privato per il loro pubblico. La musica era solo una parte di esso. C’era
altro che bolliva in pentola.
Il tour finì su una falsa nota in Arizona quando la voce di Plant si trasformò in
quella di un ranocchio dopo uno show a Phoenix, il ventinovesimo concerto del
tour (ne erano stati aggiunti molti dopo la partenza). Era previsto che i Led
Zeppelin suonassero il loro ultimo concerto a Las Vegas, ma la voce di Plant era
scomparsa e lo show non si poté più tenere. Ringraziando, i musicisti ritornarono
a casa. Le mogli li avevano raggiunti per l’ultima parte della tournée e loro erano
diventati di pessimo umore. “L’atmosfera era proprio differente”, dice Cole.
“Cazzo, gli affari sono affari. Era l’ultima volta che ci portavamo dietro le
mogli”. I musicisti erano rimasti disgustati e spaventati dalla brutalità poliziesca
che avevano provato e a cui avevano assistito in quel tour e furono contenti di
essere di nuovo a casa. Un giornale musicale inglese riportò la seguente
affermazione di Jones: “Sì, la violenza mi spaventa, soprattutto perché gli Stati
Uniti sono la massima potenza mondiale. Sembrano essere in preda a un terribile
caos in questo momento... Il fatto che ti colpisce maggiormente è che c’è
coinvolta un’enorme quantità di denaro. Il governo sembra completamente
corrotto”. E Page si lamentò di com’erano stati maltrattati in quei ristoranti dove
gli avevano rifiutato il servizio e negli alberghi dov’era stato detto loro di non
andare in piscina, onde evitare il rischio che infettassero gli altri ospiti. Plant
ciarlò di James Taylor e del suo soft rock lacrimoso e introspettivo che era la
tendenza del momento negli Stati Uniti. Ma Plant ne sapeva di più. Un paio di
centinaia di migliaia di ragazzini americani gli aveva appena dimostrato che la
nuova grande tendenza era lui.

IN INGHILTERRA, IL COMPLESSO godette di alcune settimane di libertà, prima


dell’inizio delle registrazioni del terzo album, che l’Atlantic voleva distribuire
quell’autunno, mentre Led Zeppelin II – i fan lo chiamavano “il bombardiere
marrone” per via della copertina color seppia – era ancora alto nelle classifiche.
Il complesso aveva già preparato alcune canzoni; Immigrant Song rifletteva
l’attrazione di Plant per il periodo celtico del suo Paese e per i cicli della storia
inglese, soprattutto i quattrocento anni intercorsi tra l’Ottavo e l’Undicesimo
secolo, quando gli inglesi avevano combattuto contro generazioni di invasori
vichinghi dalla Danimarca e dalla Svezia, per il possesso delle loro isole.
Immigrant Song, con le sue immagini di barbari marinai norvegesi e abbazie
saccheggiate, fu la prima di molte trenodie da “martelli degli dei”, scritte dai Led
Zeppelin, che stavano pensando di aprire con quel brano i concerti del prossimo
tour. Alla fine di aprile, nel frattempo, Page fece una rara apparizione televisiva
da solo, suonando White Summer e Black Mountain Side nel programma di Julie
Felix su BBC2.
A quel punto, dopo quindici mesi di continuo lavoro (perlopiù sulle strade
degli Stati Uniti), i Led Zeppelin erano scoppiati. Bonzo e Jones tornarono a
casa dalle proprie famiglie ma Page e Plant dovevano scrivere un nuovo album.
All’inizio, visto che i loro gusti personali andavano da Crosby, Stills e Nash a
Joni Mitchell e che riuscivano a scrivere bene insieme quando erano in tournée,
pensarono di procurarsi una casa nel Nord della California e di scrivere là. Ma
volevano anche essere vicini al villaggio sulle montagne di Snowdonia chiamato
Bron-Yr-Aur (si pronuncia brom rar) che aveva frequentato da bambini. La
moda di quei giorni, per i giovani hippie, era fuggire dai mali della vita cittadina
tornando alla terra, ai bisogni basilari, e formando comuni in vecchie fattorie.
Page non era mai stato nel Galles e pensò che la calma e misteriosa campagna
gallese gli sarebbe andata a genio dopo i crudeli rigori delle tournée. Plant prese
con sé Maureen e la bambina, mentre Page portò la sua Charlotte. Tre roadie
(Clive Coulson, Henry Smith e Sandy MacGregor) li accompagnarono per
provvedere al resto. Bron-Yr-Aur (che in gallese significa “petto d’oro”) era
situato in una valle di montagne nere molto lontana dalla rete stradale e vicina al
fiume Dovey. Con le custodie delle chitarre che sbattevano nel retro, l’entourage
dovette guidare le jeep attraverso i campi per raggiungere la casa, che non aveva
alcuna fonte di elettricità. In origine, il viaggio non era stato tanto pensato per
scrivere canzoni quanto per riposarsi. Era primavera e il Galles era in fiore.
Passarono lunghe ore a camminare nella campagna, portandosi dietro il
registratore e lavorando sulle melodie. Con le jeep andarono in una vicina
proprietà a visitare una villa che un gruppo di giovani volontari stava
restaurando. Uno dei ragazzini credette di riconoscerli e porse a Page una
chitarra, ma Page obiettò pudicamente che non sapeva assolutamente suonare. In
un’altra occasione, la loro solitudine fu interrotta da un gruppo di ragazzini in
motocicletta. Plant era arrabbiatissimo con gli invasori ed era quasi pronto a
scatenargli dietro i roadie ma si scoprì invece che i ragazzini erano i figli dei
coltivatori con diritto di pesca e caccia sulla proprietà. Uno di loro riuscì a
spalancare la bocca e a bisbigliare: “Sei veramente Robert Plant?”.
Le serate si trascorrevano attorno al fuoco, bevendo sidro riscaldato sugli alari
incandescenti del camino. Le batterie scariche venivano poste sulla grata del
fuoco per riscaldarle e ricaricarle. Dopo le scampagnate nell’aria gallese, i
musicisti erano esausti ma pieni di ispirazione. Gradualmente, le canzoni di LED
ZEPPELIN III cominciarono a prendere forma, perlopiù arie folkeggianti,
acustiche e bucoliche, assai diverse nel tono dallo schiacciante meccanismo e
dalla frenesia da strada del “bombardiere marrone”. Una volta tanto, i Led
Zeppelin non erano in movimento. Tempo dopo, in un’intervista, Plant tirò le
somme dell’idillio di Bron-Yr-Aur: “Era giunto il momento di fermarci, fare
rifornimento e non perderci nuovamente nel caos. Gli Zeppelin stavano
diventando veramente grandi e volevamo che il resto del viaggio prendesse un
corso molto uniforme. Da ciò nacque il viaggio nelle montagne e l’inizio degli
eterei Page e Plant. Avevo pensato che saremmo riusciti a guadagnarci un po’ di
pace e calma e a ottenere il vero blues californiano di Marin County, che in
realtà riuscimmo a realizzare nel Galles piuttosto che a San Francisco. Era un
bellissimo posto”.
A partire dal 19 maggio, i Led Zeppelin si ritirarono in una vecchia casa di
campagna chiamata Headley Grange a incidere, con uno studio di registrazione
mobile, LED ZEPPELIN III, lontani dalle distrazioni di Londra. Il complesso, i
manager e lo staff del gruppo si occupavano semplicemente delle faccende di
casa e poi andavano a lavorare, con Page nei panni di produttore. Alcuni pezzi,
come Immigrant Song, già esistevano. Avevano già un altro brano blues
chiamato Poor Tom, registrato all’inizio di maggio agli Olympic Studios di
Londra. Altre canzoni, That’s The Way, Down By The Seaside, Bron-Y-Aur
Stomp, furono portate dal Galles. Le sedute di Headley Grange produssero una
figliata mista di bombe rock tipiche degli Zeppelin ed espressivi brani acustici
influenzati dal dominante soft rock californiano del momento. I brani duri erano
spietati quanto le urla di battaglia del “bombardiere marrone” (e ancor più
significativi). Immigrant Song assegnava al complesso il ruolo degli invasori
vichinghi che violentavano, incendiavano, saccheggiavano e sussurravano
leggende di gloria. I lamenti di Plant divennero urla di guerra; i suoi gemiti
erano il vento del Nord che sibilava attraverso le rovine dei monasteri di Mersia.
Considerandola ovviamente la prosecuzione di Whole Lotta Love, Plant puntava
senza mezzi termini agli intestini: “Valhalla sto arrivando” (Valhalla I am
coming). Era difficile prendere sul serio la canzone, perché i suoi presupposti
erano troppo sciocchi, ma i fan l’adoravano: creava quell’atmosfera di ricercata
fantasia dei Secoli Bui – un incrocio tra un’edizione antica di Beowulf e
un’ammucchiata di modernissimi supereroi Marvel – che era destinata a
diventare l’orizzonte psichico standard di tutte le future bande heavy metal. A
essa faceva seguito Friends, un’imitazione spudorata sia di Crosby, Stills e Nash
(nell’arpeggio acustico degli accordi) sia degli archi arrangiati da Tony Visconti
per i Tyrannosaurus Rex, che nel 1970 erano il complesso inglese del momento.
Con le sue morbose orchestrazioni e i suoi cori, era l’ultima pugnalata di Page
alla psichedelia e sfumava in un ronzio che introduceva Celebration Day, un
altro strepito di battaglia con moltissime sovraincisioni di chitarra e
l’esibizionismo tipico di Living Loving Maid, nella seconda strofa. Il ronzio
iniziale aveva una funzione estetica piuttosto che cercare di creare un’atmosfera.
L’inizio originario era stato accidentalmente cancellato da un tecnico del suono,
che era letteralmente fuggito dallo studio temendo per la propria vita quando
aveva capito di aver commesso quel terribile errore.
Since I’ve Been Loving You, il maestoso nuovo blues di Page e Plant, fu
registrato dal vivo nello studio e si avvicina assai al suono del complesso in
concerto. Gli accordi di Page erano graziosi e originali, mentre era chiaro che
Plant aveva ascoltato attentamente sia Van Morrison sia Janis Joplin. Out On
The Tiles, che concludeva la prima facciata, presentava tutte le raffinatezze di un
dirigibile in picchiata, un’esplosione brutale e monumentale di aria calda alla
Zeppelin: il solito misterioso alone grossolano e selvaggio che fece innamorare
una generazione di giovani americani, ubriachi di vinaccio di mela da quattro
soldi Boone’s Farm e pronti a rockeggiare.
I fan più sfegatati si sarebbero sentiti imbrogliati dai pezzi restanti, che
costituivano l’atipica seconda facciata di LED ZEPPELIN III. Era quasi come se
i Led Zeppelin si fossero vergognati del successo veramente stupefacente di
Whole Lotta Love e avessero provato repulsione per la singolare identificazione,
avvenuta nella mente del pubblico, tra loro e quel pesante tirannosauro. I Led
Zeppelin si consideravano artisti. Volevano fare un album rispettabile dopo il
tumultuoso attacco dei primi due, un disco da ascoltare in casa con le proprie
famiglie, nello stesso modo in cui ascoltavano i Fairport Convention o Joni
Mitchell.
La facciata inizia con Gallows Pole, un’antica e triste ballad che Page aveva
scoperto in un vecchio disco Folkways di Fred Gerlach, uno dei primi musicisti
bianchi che suonarono la chitarra a dodici corde come uno strumento folk. Ha
uno stile molto “rustico”, con un violino e il banjo di Page. “Il mio
fingerpicking”, dirà Page a un intervistatore, “era un incrocio tra Pete Seeger,
Earl Scruggs e l’incompetenza totale”. Le immagini della canzone richiamano
alla memoria l’Appeso dei tarocchi, che figuravano tra gli interessi di Page (che
come Crowley si era disegnato il proprio mazzo). Il significato divinatorio
dell’Appeso indica circostanze in cambiamento e la ricerca della saggezza e
della guida da parte dell’inconscio. Il pezzo era seguito da Tangerine, che
risaliva ai tempi degli Yardbirds. Page l’aveva scritta in un periodo di
turbamento emotivo e gli Yardbirds avevano provato a suonarla senza riuscirci.
Ora era stata ricostruita con un nuovo testo e un eloquente assolo che sembrava
una citazione di Jeff Beck. That’s The Way, poi, presentava un’amabilissima
chitarra con eco e prendeva a modello i dischi pensosi ed evocativi che stava
facendo Neil Young. Il testo parlava di ecologia e di acque inquinate ed era un
commento obliquo sulle loro disavventure negli Stati Uniti. L’umore era quindi
sollevato da Bron-Y-Aur Stomp, uno skiffle errante dal ritmo duro, che Bonzo
suonava delicatamente, come un rinoceronte in tutù. Il testo di Plant era un
omaggio al suo cane, Strider.
Tutti quei brani erano praticamente finiti per la metà di giugno, assieme ad
altri due composti durante la vacanza gallese: Down By The Seaside e un assolo
di chitarra che Page chiamava Bron-Yr-Aur. Ce n’era un altro, ancora senza
titolo: una maniacale e tagliente versione blues di Shake’em Down di Bukka
White, con una delirante chitarra suonata con il bottleneck e la voce trattata
elettronicamente che puntava dritta ai sentimenti degenerati e dissoluti di Robert
Johnson ed era quasi lì per catturarli. A fine mese i Led Zeppelin incontrarono
un folksinger inglese brillante e mezzo pazzo al festival di Bath e decisero di
dedicargli il titolo di questo profetico pezzo blues: Hat’s Off To (Roy) Harper.
Page dichiarò in seguito: “Per quanto mi riguarda, tanto di cappello a chiunque
fa ciò in cui crede e rifiuta di compromettersi”.

CON IL NUOVO ALBUM pronto a partire, i Led Zeppelin ritornarono al lavoro. Dopo
due concerti in Islanda, suonarono al festival di Bath il 28 giugno di fronte a un
pubblico di 150mila persone. Grant aveva rifiutato di farli suonare a Boston e
New Haven per 250mila dollari quello stesso fine settimana, perché erano
ansiosi di ottenere in Inghilterra quella medesima approvazione e adulazione che
davano ormai per scontate in America. Di conseguenza, lo show a Bath venne
considerato uno dei più importanti della loro carriera (fu anche l’ultimo in
Inghilterra per quell’anno: il denaro vero e proprio stava pur sempre dall’altra
parte dell’Atlantico).
Lo show si tenne di domenica e in cartellone c’erano anche Jefferson
Airplane, Frank Zappa, Byrds, Santana, Dr. John, Country Joe e Flock. Il tempo
era perturbato, con una pioggia sferzante seguita da un sole cocente. Peter Grant
avrebbe voluto che i Led Zeppelin salissero immediatamente sul palco non
appena vide che il tramonto sarebbe stato spettacolare: una perfetta
illuminazione naturale per il drammatico mistero di son et lumière degli
Zeppelin. L’unico problema era che l’esibizione dei Flock stava prolungandosi
più del previsto e il loro manager annunciò che avevano intenzione di fare anche
un paio di bis. Grant non volle saperne. Ordinò a Richard Cole di staccare la
corrente ai Flock, interrompendo bruscamente lo show. Quindi il gigantesco
Grant si presentò sul palco in mezzo agli stupefatti membri dei Flock e cominciò
a sloggiarne l’attrezzatura in modo che i Led Zeppelin potessero montare la
propria. Un membro della troupe dei Flock obiettò qualcosa e Cole gli rispose
con un pugno. Anche Grant tirò qualche cazzotto e con la forza bruta permise
rapidamente al suo complesso di presentarsi sul palco. Page apparve nei panni di
un contadino baffuto con un lungo spolverino di tweed, una tuta da lavoro, un
cappello sgraziato e la chitarra che gli penzolava ben al di sotto del pube. Il
complesso aprì con i gemiti marziali di Immigrant Song proprio mentre il sole
calava a occidente, arrossando il panorama del Somerset. Quindi gli Zeppelin
suonarono Heartbreaker, Dazed And Confused, Bring It On Home, Since I’ve
Been Loving You, Thank You (con Jones all’organo), l’acustica That’s The Way
(che Plant annunciò con il titolo originale di The Boy Next Door), What Is And
What Should Never Be e Moby Dick; poi una lunga jam sul tempo di How Many
More Times, che comprendeva anche l’impersonificazione di Elvis da parte di
Plant in I Need Your Love Tonight, unita a passaggi di Gotta Keep Moving, The
Hunter, Let That Boy Boogie, The Lemon Song e That’s All Right. Per i bis, i
roadie gettarono tamburelli tra la folla e gli Zeppelin esplosero in Whole Lotta
Love, seguita da Communication Breakdown. Prima del pezzo finale, Plant
annunciò alle orde: “Vorrei dire un paio di cose. Di recente abbiamo suonato un
sacco negli Stati Uniti e avevo veramente creduto che ritornando qui avremmo
incontrato un po’ di guai. Ci sono un sacco di cose che vanno male in America
in questo momento. La situazione è diventata piuttosto sgradevole e chissà come
andrà a finire. È veramente bello venire a un festival all’aria aperta dove non
succede niente di brutto”. Come bis suonarono Johnny B. Good e Long Tall
Sally.
Bath si rivelò la classica breccia nel muro per i Led Zeppelin; dopo Bath
furono accettati in patria come uno dei complessi più importanti, nella stessa
categoria di Beatles, Stones e Who. La strategia del braccio di ferro di Peter
Grant aveva funzionato.
In luglio, seguirono tre date in Germania. Page e Bonzo avevano nel frattempo
maturato una vera e propria fobia per l’aereo e il gruppo intraprese viaggi di
cinque ore in treno per arrivare a Berlino, Essen e Francoforte, stabilendo record
di affluenza di pubblico in ognuna delle tre città. I lunghi capelli e la barba
trasformavano Plant in un impettito guerriero norvegese. Page era abbigliato con
una lunga tunica cremisi e sembrava un arcidruido celta. I ragazzini tedeschi
erano tutti per loro. A Essen erano così entusiasti che Page dovette interrompere
il suo assolo acustico in Black Mountain Side, per dar modo a Plant di invitare i
ragazzini della prima fila a sedersi. Quando questi si rifiutarono, i Led Zeppelin
abbandonarono il palcoscenico. “Cristiani in pasto ai leoni”, mormorò Page a
Grant.
Da un’epoca immemorabile fino a gran parte del Novecento, i grandi eserciti
si sono lanciati in battaglia accompagnati da rumorose orchestre di percussioni
marziali e trombe. Addirittura, nel 1912, l’esercito marocchino si presentò sul
campo di battaglia con centinaia di tamburini e rhaitas, sorta di oboe che
squillavano come gigantesche cornamuse. Mentre la musica prorompeva, i
portatori passavano in mezzo all’esercito con razioni di vino e altre droghe
affinché i guerrieri, che avevano tutti poco meno o poco più di vent’anni,
potessero fortificarsi e perdersi in una furiosa e narcotizzata bramosia di sangue
e carneficina. Mentre le truppe, ora dazed and confused, cominciavano a
caricare, la musica veniva suonata a volume più alto e a maggior velocità. Le
orchestre dei due eserciti nemici dovevano competere l’una contro l’altra al pari
dei soldati. Ogni tanto, l’orchestra migliore vinceva la giornata. Il direttore
d’orchestra aveva un ruolo chiave nello svolgimento della battaglia e stabiliva il
ritmo dell’azione. Le trombe diventarono un eccellente metodo di segnalazione
al di sopra dell’orrido, confuso e rumoroso strepitio della battaglia; ancora oggi
gli squilli delle trombe sopravvivono nei moderni eserciti, ultime vestigia del
temuto strepito, delle urla degli uomini morenti, dell’urto dei cavalli e delle
lance, degli echi dei bronzi, degli acciai e dei cannoni. Sostituite la tromba con la
chitarra elettrica. Aggiungete i racconti di gloriose gesta, vecchie battaglie e
carneficine sussurrate da Plant e le cannonate impassibili di Bonzo. E aggiungete
10mila appassionati di rock, dazed and confused da marijuana, pessimo vino e
dal nuovo narcotico del momento, il Quaalude (Mandrax, in Europa). Con le
loro epiche esplosioni di suono e luce, i Led Zeppelin sembravano una
sublimazione dello strepitio della battaglia, un orgasmo guerriero per il loro
pubblico. Non era un caso che le giovani truppe americane in Vietnam li
adorassero.
Così, il 5 agosto 1970, cominciò a Cincinnati, in Ohio, il sesto tour americano
del complesso. Suonando per un cachet minimo di 25mila dollari a sera (e spesso
molto di più), senza gruppi di spalla né scenografie né effetti speciali (a parte gli
amplificatori e il parco luci) e aprendo con Immigrant Song, il complesso
trascinava ancora una volta il proprio pubblico in una trama privata di antica
comunione spirituale ignorata dal mondo esterno. Il nuovo show era simile a
quello di Bath. Ogni sera, i Led Zeppelin suonavano ai massimi livelli per un
paio d’ore e spesso ancora più a lungo, tanto che all’inizio di settembre si
presentarono al L.A. Forum con uno show decisamente inconsueto. Page aveva
aggiunto una nuova collezione di riff alla fine di Heartbreaker, nonché una
nuova introduzione blues e differenti effetti nella sezione con l’archetto di
Dazed. What Is presentava, al di sotto dei vocalizzi, gradevoli arrangiamenti
acustici, mentre Moby Dick durava circa un quarto d’ora, compresa una rullata a
mani nude di cinque minuti, al termine della quale Plant chiedeva senza che ce
ne fosse bisogno un altro applauso per “Big B!”.
Communication Breakdown era ora un medley che incorporava Good Times
Bad Times, For What It’s Worth dei Buffalo Springfield e I Saw Her Standing
There, seguita da Since I’ve Been Loving You con l’organo a fanfara di Jones,
una versione pesantissima di Thank You e la vivacissima Out On The Tiles.
Quest’ultima si dissolveva in Blueberry Hill di Fats Domino (Plant era pronto a
provare tutto). Quindi partivano i bis, che iniziavano in modo sommesso con
Bring It On Home. I tamburelli venivano gettati tra la folla per il rito sacrificale,
Whole Lotta Love: era per quello che la gente aveva pagato il biglietto. La
sezione centrale era ora il concerto elettronico di Page che danzava e gesticolava
attorno alle antenne del theremin come un mago in preda agli spasmi di qualche
alchimia, ottenendo dal piccolo oscillatore urla bestiali e spaventosi gridi di
guerra. Seguivano quindi ulteriori medley Zepp/Elvis: Let That Boy Boogie,
That’s All Right, I’m Movin’ On, Think It Over, Some Other Time e The Lemon
Song.
Dopo Los Angeles, il complesso andò alle Hawaii per fare un paio di show e
godersi una vacanza. Mentre erano là, il «Melody Maker» pubblicò il
referendum di fine d’anno tra i suoi lettori con il titolo: Gli Zeppelin scavalcano
i Beatles. Era passato solo un anno da quando il giornale li aveva segnalati fra le
“più luminose promesse”, e ora avevano vinto il titolo di miglior gruppo, che
negli otto anni precedenti era sempre stato assegnato ai Beatles. Plant era primo
nella categoria “cantante inglese maschio”, mentre il “bombardiere marrone” era
stato nominato miglior album inglese. Non c’era ragione di essere stupiti ma la
soddisfazione era comunque molta.
Il 18 settembre erano a New York, per tenere una conferenza stampa e
festeggiare l’incasso di 100mila dollari per due concerti al Madison Square
Garden. Il complesso cercò con difficoltà di fare dell’ironia con un gruppo di
cronisti scettici e poco amichevoli. Pochi avevano visto la band; per loro, i Led
Zeppelin non erano nient’altro che una montatura e una macchina per far soldi.
Nel giro di un mese, i rapporti con la stampa sarebbero degenerati in guerra
aperta.
LED ZEPPELIN III era stato mixato da Page perlopiù all’Ardent Studio di
Memphis. Fu messo in distribuzione il 5 ottobre, mentre il “bombardiere
marrone” era ancora nelle posizioni alte delle classifiche americane. La copertina
dell’album avrebbe dovuto assomigliare, nelle intenzioni, a un calendario rotante
per i raccolti annuali, riflettendone così l’ambientazione rurale. Invece, in
seguito a un compromesso, si trasformò in una fustella, ruota psichedelica che,
quando la si girava, faceva comparire le facce dei membri del complesso. Il
gigantesco ordine di prenotazione sulla scia del “bombardiere marrone” garantì
al nuovo album una rapida ascesa alla testa delle classifiche ma non vi si fermò
molto. Ai fan l’album non piacque come il classico LED ZEPPELIN II. Le
recensioni della stampa sconvolsero veramente i musicisti. I critici detestarono
l’album, disprezzando le canzoni rock come ulteriori vuote ampollosità, i pezzi
blues quali ingiustificati furti a veri bluesmen e i brani acustici in quanto pallide
imitazioni del suono di Crosby, Stills e Nash. La stampa attaccò ferocemente il
complesso e si risentì del suo successo. Non solo fu disprezzato il complesso ma
fu insultato anche il suo pubblico. Cominciò «Rolling Stone», stampando un
falso reportage secondo cui il pubblico dei Led Zeppelin consisteva
principalmente di “sostenitori delle droghe pesanti”. Altri giornali gli fecero eco.
Il «Los Angeles Times» li schernì scrivendo: “Il successo degli Zeppelin può
essere attribuito almeno in parte alla crescente popolarità dei barbiturici e delle
amfetamine tra il pubblico adolescenziale del rock, droghe che rendono i loro
consumatori particolarmente ricettivi ai volumi spaccatimpani e ai feroci
istrionismi come quelli finora inscenati dai Led Zeppelin. In altre parole, il
quartetto piace a coloro che ingoiano Seconal e si ubriacano di vinaccio Boone’s
Farm, agli hippie da sbarco e ai freak amfetaminici”. I Led Zeppelin erano
declassati: mezze tacche, squallido rock del cazzo senza alcuna positiva virtù
sociale.
Il complesso, soprattutto Page, era davvero offeso. L’assalto proseguì da ogni
parte. Il critico britannico Charlie Gillette descrisse la loro musica come “uno
strumento di controllo autoritario”. Jon Landau, il principale critico rock
americano del momento, recensì uno dei loro concerti a Boston definendolo
“chiassoso, impersonale, esibizionistico... violento e spesso folle. Non è
successo niente di importante”. Il risultato della campagna intimidatoria fu la
decisione del complesso di ignorare la stampa. Page spiegò in seguito: “Il terzo
Lp fu veramente martellato dalla stampa e ci rimasi molto male. Credevo che
l’album tutto sommato fosse buono ma alla stampa non piacque e
ricominciarono anche a fare insinuazioni sul modo in cui avevamo ottenuto il
nostro successo. Ammetto che la nostra scalata al successo era stata
relativamente rapida ma non penso che avessimo calcato la mano sulla stampa o
altro. In ogni caso, ci beccammo tutte queste batoste e perdemmo ogni illusione.
Il risultato fu che non concedemmo più interviste per quasi un anno”.
L’ultima apparizione pubblica del gruppo in quel faticoso 1970 fu un
ricevimento negli uffici dell’Atlantic Records di Londra, dove furono consegnati
i dischi d’oro da Anthony Grant, segretario parlamentare al Commercio e
all’Industria. “Il Governo riconosce il valore dei gruppi pop”, disse Grant. “Se
hanno successo, si meritano una pacca sulla spalla”.

I FAN PIÙ ACCANITI del complesso, quelli che avevano comprato le prime copie di
LED ZEPPELIN III, trovarono la seguente massima, non attribuita, incisa
accanto all’etichetta sulla prima facciata: Do what thou wilt. So mete it Be (Fai
quello che vuoi. Così potrai essere).
Page stava lanciando il suo incantesimo.
5. LA SOCIETÀ SEGRETA

“...I leggendari martellatori penetrarono attraverso il muro di scudi e con le spade mandarono in pezzi
le corazze di tiglio, poiché era scritto in loro fin dalla nascita che avrebbero spesso dovuto, in guerra
contro ogni nemico, difendere la terra, le persone e le case. Gli aggressori si fermarono; gli scozzesi e i
vichinghi caddero morti. Quando nella marea mattutina la splendida stella del Sole, la luminosa
candela di Dio, Eterno Signore, scivolò in alto sulle pianure della terra e fino a quando quella nobile
creatura si inabissò per riposare, il campo di battaglia si inumidì del sangue degli uomini. Cinque
giovani re giacevano sul campo di battaglia, messi a tacere dalle spade, e anche sette dei conti di Olaf e
un’innumerevole schiera di vichinghi e scozzesi”

La Battaglia di Brunanburh, circa 940 a.C.

Colpito dalle critiche a LED ZEPPELIN III e allarmato dalle sue magre vendite,
soprattutto se paragonate a quelle del supercommerciale “bombardiere marrone”,
Page si curò la depressione come aveva sempre fatto: impegnandosi più
duramente che mai. Il terzo album aveva dimostrato che i Led Zeppelin non
erano assassini monomaniaci obbligati dal destino a trascinare enormi sassi
come Sisifo. Le sue cadenze e i suoi panorami rurali avrebbero dovuto illustrare,
nelle intenzioni, l’amore del complesso per la pace, la natura e i fiori. Invece, i
Led Zeppelin erano stati ridicolizzati; la stampa e implicitamente i fan avevano
consigliato loro di suonare quel che meglio suonavano: temi blues brucianti di
passione e carnalità. Se quello era ciò che volevano i loro ascoltatori, i Led
Zeppelin potevano mettersi d’accordo. Per l’album successivo, Page e Plant non
avrebbero abbandonato la loro inclinazione folkeggiante ma l’avrebbero fatta
ruggire come un’onda incalzante in uno stretto fiordo. Page avrebbe realizzato di
lì a poco il suo compromesso tra i due reami della musica, quello acustico e
quello metallico. Plant avrebbe trovato la maniera di conciliare la propria
passione per le antiche rovine e la decadenza romantica con la visione di Page.
L’alchimia nata da quella combinazione avrebbe prodotto il loro capolavoro.
Alla fine del 1970, Page e Plant ritornarono al cottage di Bron-Yr-Aur per
scrivere nuovo materiale. In Galles cominciarono a sviluppare l’introduzione e a
lavorare sulle differenti sezioni di un nuovo brano, un inno che avrebbe
rimpiazzato Dazed And Confused quale pezzo centrale del repertorio dei Led
Zeppelin. Page si lasciò scappare un’allusione al progetto mentre parlava con un
giornalista musicale a Londra: “C’è un’idea per un pezzo molto lungo... Ti
ricordi di come Dazed And Confused e canzoni simili erano spezzate in differenti
sezioni? Be’, stiamo cercando di fare qualcosa di nuovo con un crescendo di
organo e chitarra, per poi iniziare la parte elettrica... Potrebbe venirne fuori un
pezzo di quindici minuti”.
Quando i Led Zeppelin cominciarono a registrare all’Island Studio di Basing
Street a Londra, nel dicembre del 1970, Page pensò che alla fine avrebbe potuto
uscirne un album doppio. Una parte di Stairway To Heaven, l’introduzione per
chitarra acustica a sei corde che era stata composta in Galles, venne registrata in
quella sede; ma ora, con l’avvento della stagione natalizia, si era trasformata da
un madrigale rurale in una canzone stagionale, come un inno. Il gruppo decise
quindi di spostare la sede delle prove e delle registrazioni a Headley Grange, la
casa di campagna nell’Hampshire, preferendo la vita rilassata dei signorotti di
campagna al mondo dei seminterrati fluorescenti degli studi londinesi. Dopo una
settimana di intensa vita e lavoro in comune, arrivò lo studio mobile dei Rolling
Stones e i nuovi pezzi furono incisi.
Poco per volta, dopo che l’attrezzatura era stata trasportata in campagna, il
complesso si trasferì nella dilapidata proprietà terriera. Plant e Bonzo arrivarono
insieme a bordo di una delle ventun macchine di Bonham: forse la Jensen,
oppure la Maserati o la Cobra AC, la Rolls o la Jaguar XKE azzurro chiaro. Page
e Grant furono accompagnati in macchina. John Paul Jones arrivò per ultimo.
Mangiarono, secondo Richard Cole, “come boyscout da un milione di dollari”, e
bevvero come spugne. Negli intervalli tra le prove e le sedute di registrazione
potevano sparare, fare camminate o passeggiate fino al pub del villaggio (dove a
Bonzo, in giacca e cappello di tweed, piaceva tener banco).
Di notte i roadie o Cole preparavano il fuoco e le chitarre saltavano fuori. Una
sera, dopo che Ian Stewart, manager dei Rolling Stones e virtuoso pianista di
boogie woogie, era arrivato con lo studio mobile degli Stones (uno studio di
registrazione con console montato su un camion), Page e John Paul Jones
finirono di scrivere gli accordi principali di Stairway. Il giorno successivo il
complesso provò Stairway To Heaven per la prima volta. Mentre le varie sezioni
– chitarra a sei corde, a dodici, solista – cominciavano ad amalgamarsi, i
musicisti iniziarono a sorridersi. Era la stessa magica sensazione della prima
prova del gruppo. Sapevano di avere qualcosa tra le mani. Bonzo aveva dei
problemi a tenere il tempo nella sezione con la dodici corde, prima dell’assolo, e
dovettero provarlo più volte prima di ottenere ciò che voleva Page. Mentre tutto
ciò stava accadendo, Plant ascoltava e scribacchiava il testo. “Deve aver scritto
tre quarti delle parole al momento”, disse Page successivamente. “Non dovette
nemmeno ritirarsi a pensarci sopra. Incredibile, veramente”.
Il testo di Stairway rifletteva le letture di Plant in quel periodo. La canzone
racconta, in termini poetici, della mitica ricerca da parte di una donna della
perfezione spirituale. È il paradigma della Faerie Queen di Spenser, della White
Goddess di Robert Graves e di ogni altra eroina celtica: la Lady Of The Lake,
Morgan La Fay, Diana Of The Fields Greene, Rhiannon The Nightmare. Plant
aveva concentrato le proprie attenzioni sui lavori dello scrittore britannico Lewis
Spencer. Citò in seguito Le arti magiche nella Britannia celtica come una delle
fonti di ispirazione del testo di Stairway (il titolo era già familiare ai cinefili
perché preso a prestito da un thriller del 1946 interpretato da William Powell).
Con le sue immagini austeramente pagane – alberi, uccelli, pifferai, la Regina di
maggio, luci bianche risplendenti, la foresta echeggiante di risa –, Stairway To
Heaven sembrava quasi un invito ad abbandonare le nuove tradizioni per seguire
i vecchi dèi. La canzone esprimeva un’ineffabile sete di trasformazione
spirituale, profondamente radicata nel cuore della generazione a cui era
indirizzata. Con il tempo, divenne il suo inno.
Con Page come produttore e Andy Johns (fratello di Glyn) nelle vesti di
tecnico del suono, la registrazione procedette rapidamente. Alcuni dei pezzi
vennero scritti in studio. Black Dog, con il suo schema chitarristico stile “aprite
il fuoco”, era un giro che John Paul Jones aveva portato con sé. Rock And Roll
era una composizione “trovata”. Bonzo aveva suonato l’inizio di Good Golly
Miss Molly di Little Richard mentre il nastro stava ancora girando. Page aveva
cominciato a improvvisare il giro ma dopo dodici battute il nastro si era fermato
bruscamente. Per loro fortuna, il registratore era riuscito a catturare abbastanza
materiale da potervi basare il pezzo. Plant improvvisò l’esuberante testo in un
colpo solo e Ian Stewart tirò fuori il suo boogie al pianoforte. Per questa
specifica registrazione, la batteria di Bonzo fu posta nel mezzo della sala, per
ottenere il cosiddetto “effetto ambiente”, che tanto piaceva a Page.
Anche Misty Mountain Hop – con il suo denso giro blues, le sue immagini
spirituali gallesi e le percussioni incisive, quasi delicate, di Bonzo – fu scritta in
studio. Per certi aspetti, un maggiore sforzo dovette essere dedicato a The Battle
Of Evermore, che Plant e Page avevano composto perlopiù a Headley Grange.
Page non aveva mai veramente suonato il mandolino ma Jones ne aveva portato
uno con sé e una notte il chitarrista lo imbracciò e strimpellò gli accordi
incantatori che sarebbero diventati Battle. All’inizio era stato concepito come
una sorta di strumentale stile Olde English ma Plant aveva appena finito di
leggere la storia delle guerre di confine scozzesi e The Battle Of Evermore fu
riscritta come un moderno discendente delle saghe di battaglia anglosassoni.
Going To California era una melodia acustica che Page aveva portato con sé.
Esplicito omaggio a Joni Mitchell, la cantautrice canadese idolatrata sia da Page
che da Plant, Going To California esprimeva anche l’instancabile brama dei Led
Zeppelin per la romantica jet life della tournée, per i loro amici e le loro ragazze
a Los Angeles, per la maestosità delle montagne e dei canyon della California. I
Led Zeppelin vivevano in due mondi: uno nella tranquilla e verde Inghilterra di
famiglia e tradizione, l’altro in uno squallido film di Hollywood di fantasia ed
eccesso. Le sensazioni espresse in Going To California erano l’intercapedine tra
i due.
Anche altri brani furono registrati a Headley Grange all’inizio del 1971. Tra
questi, una versione di Four Sticks, un’improvvisazione boogie con Ian Stewart
al piano, una versione di Down By The Seaside e un’altra canzone di viaggio
chiamata Night Flight. Forse la più interessante di tutte era When The Levee
Breaks, che Page aveva ricavato da una registrazione del 1928 di Memphis
Minnie e Kansas Joe McCoy. Page trasformò completamente il classico blues in
dodici battute adottando vocalizzi filtrati ed effetti di studio, come un assolo
d’armonica con l’eco al contrario. Ogni dodici battute veniva sviluppato un
nuovo tema, tutti blueseggianti con torbidi arpeggi e ritmo spaccacervelli, che
finivano per fondersi in quella che sarebbe stata la rielaborazione più oltraggiosa
(e pur sempre la migliore) del sentimento del blues da parte dei Led Zeppelin.
Alla fine di gennaio, con le piste di base registrate, i Led Zeppelin ritornarono
agli Island Studio di Londra per lavorare sulle sovraincisioni, gli assoli di
chitarra e le parti vocali. Four Sticks, con le sue chitarre frastornanti e
l’orchestrazione per sintetizzatori, fu registrata in quella sede. Sandy Denny,
soprano dei Fairport Convention dalla voce pulita come quella di una campana,
arrivò per cantare l’ossessionante duetto di Battle Of Evermore, interpretando la
Regina della Vita al fianco del Principe della Pace, rappresentato da Plant.
Quando venne il momento in cui Page doveva sovraincidere gli assoli, fu fatto
chiudere lo studio. Gli piaceva concentrarsi in solitudine. Il suo metodo abituale
era quello di ascoltare nuovamente i pezzi, giocarci sopra per un po’ e quindi
improvvisare un assolo. Era sua abitudine preparare tre assoli; il migliore dei tre
sarebbe poi finito sull’album. Page aveva usato una chitarra Les Paul per il disco
ma voleva un suono differente per Stairway. Tirò fuori la vecchia Telecaster che
Jeff Beck gli aveva donato, la collegò a un amplificatore Supro e registrò
l’assolo in un’unica volta. Non usava quella chitarra da un paio d’anni ma aveva
uno strano potere, come un talismano.
Quando infine John Paul Jones trasferì il tema della canzone su un registratore
a due piste, le parti di Stairway e del resto dell’album erano finite. Era la fine di
febbraio. Non restava che mixare il disco e farlo uscire al più presto, per
controbattere i continui attacchi contro l’album precedente, rispetto ai quali Page
era ancora sensibile. Successivamente disse a un intervistatore: “Dopo tutte le
dure e intense vibrazioni della tournée che si erano riflesse nel secondo album,
queste (le parti acustiche di III) provenivano da sensazioni totalmente differenti.
Con le mie composizioni ho sempre cercato di catturare delle emozioni. Mi
sembra che il compito della musica sia quello di trasmettere questo tipo di
sensazioni”.
L’uscita del nuovo album fu ritardata quando Andy Johns convinse Page che
sarebbe stato meglio portare i nastri finiti ai Sunset Sound di Los Angeles per il
mixaggio. Invece, i Led Zeppelin si rimisero in movimento con una tournée di
un mese che li riportò in quelle università e in quei piccoli club britannici che
per primi li avevano fatti suonare all’inizio della carriera. Lì il complesso suonò
per il piccolo compenso di un tempo. Quella tournée doveva servire a provare
alcune nuove canzoni del nuovo album ancora senza titolo, come pure per
rifinire le versioni acustiche di alcune recenti canzoni di III. Il tour avrebbe
anche messo a tacere i numerosi titoli del tipo Si sciolgono i Led Zeppelin! che
erano apparsi sulla stampa musicale britannica nel mese precedente.
Per tutto il 1971, voci come quelle venivano pubblicate quasi settimanalmente
dal «Melody Maker». Altre voci in circolazione asserivano che Pe ter Grant
sarebbe diventato il manager degli Emerson, Lake and Palmer.
A un certo punto, il «Melody Maker» pubblicò una vignetta raffigurante Grant
come una balena gonfia, mentre due gruppi, i Led Zeppelin e gli ELP, gli
nuotavano nello stomaco a bordo di zattere. Dallo sfiatatoio della balena
sgorgava un getto di banconote. Grant era furibondo e minacciò di denunciare il
giornale. Al personale giunse notizia che le loro gambe rischiavano di essere
spezzate e fu rapidamente pubblicata una nota di scusa. Oltretutto, non era il
caso di dimenticare che il titanico Grant era estremamente sensibile quando si
menzionava il suo peso.
I concerti iniziarono il 5 marzo alla Ulster Hall di Belfast. Era la prima visita
dei complesso in Irlanda e una delle sempre più rare apparizioni di un gruppo
inglese nell’Ulster; la maggior parte dei gruppi si rifiutava di suonare in Irlanda
del Nord per timore di rimaner coinvolta nelle violenze tra cattolici e protestanti.
Ancor poco propensi a salire su un aereo, gran parte dei membri del complesso
attraversarono il Mar d’Irlanda su un traghetto, a bordo delle proprie macchine.
E a Belfast, la sera dello show, scoppiarono i disordini. Un camion per il
trasporto della benzina fu dirottato e bruciato vicino alla sala del concerto, un
giovane fu ucciso e gli incendi causati dalle bottiglie molotov illuminarono le
strade centrali della città. Ma quando il complesso si scrollò di dosso la ruggine
e si lanciò su Immigrant Song, tutto ciò fu dimenticato in mezzo al fasto degli
Zeppelin. Proseguirono con la lenta e misurata maratona di Since I’ve Been
Loving You, con la sua magniloquente sequenza di accordi. Black Dog ricevette
il battesimo del palco, così come Stairway To Heaven, che Page suonò con la
chitarra a doppio manico: dodici corde su quello superiore e sei su quello
inferiore. Anni prima, aveva visto il maestro blues di Chicago Earl Hooker
suonarne una e si era reso conto che solo con quello strumento poteva replicare
dal vivo le varie sezioni di Stairway. Ma la chitarra a doppio manico non era più
in commercio e ne era stato prodotto solo un numero limitato. Dovette farsene
costruire una apposta dalla Gibson, che la preparò a tempo di record. Il cantante,
in blusa rossa e nera, introdusse l’assolo di Bonzo dicendo: “Ora arriva qualcosa
che migliora ogni sera”. E quando l’ovazione per le rullate a mani nude di Bonzo
si spense, Plant parlò di nuovo: “Un sacco di quei giornali musicali che arrivano
da oltremare dicono che ci stiamo per sciogliere. Be’... non ci scioglieremo mai”.
Ciò detto, il complesso esplose in Whole Lotta Love. Per quanto potessero essere
stufi della canzone, i Led Zeppelin sapevano che cosa si aspettava il pubblico.
Come disse Plant a un reporter: “Whole Lotta Love è qualcosa di cui ho bisogno
personalmente, qualcosa che semplicemente devo avere. L’abbiamo
imbottigliata e quando andiamo sul palco possiamo lasciarla sgorgare”. Nei
camerini, dopo lo show, una dolce ragazza irlandese si avvicinò a Cole e
domandò: “Sono un complesso inglese? Ho sempre pensato che venissero
dall’America”.
Da Belfast, i Led Zeppelin partirono in macchine separate per lo show
successivo a Dublino. Al volante c’erano autisti irlandesi, tranne che sull’auto di
Bonzo, il quale si era portato dietro il proprio autista personale, Matthew, che
prese una curva sbagliata ed entrò in Falls Road, dove la sera prima l’IRA si era
scontrata con le truppe britanniche. “La strada era coperta di vetri”, disse in
seguito Bonzo, “e c’erano autoblindo e ragazzini che lanciavano oggetti.
Abbassammo le teste e passammo oltre senza fermarci”.
Alla partenza, Richard Cole si era accertato che in ogni macchina dei Led
Zeppelin ci fosse almeno una bottiglia di whisky Jameson. A tarda sera, quando
l’entourage si sparpagliò per l’Intercontinental Hotel di Dublino, tutti erano
parecchio ubriachi. Peter Grant era malato; lui e Cole rimasero nella sua suite,
bevendo Irish Coffee. Verso mezzanotte, venne loro comunicato che c’era un
problema in cucina. Secondo la versione di Cole, Bonzo e Matthew si erano
messi alla ricerca di un pasto notturno e la ricognizione si era trasformata in una
rissa. Matthew aveva assalito lo chef dell’hotel, che per tutta risposta aveva
tirato fuori un trinciapollo. Mentre Cole scendeva per calmare le acque, Bonzo
cominciò a strillare che voleva il sangue dello chef e si avventò sull’ormai
sconfitto cuoco; Cole riuscì ad afferrarlo in tempo e gli urlò: “Fai tacere quella
cazzo di bocca”. Poi lo colpì duramente in faccia, spezzandogli il naso e
coprendolo di sangue. Furioso, ubriaco e ululante di rabbia, Bonzo volò di sopra,
nella stanza di Grant. “Basta!”, ringhiò. “Me ne vado da questo complesso del
cazzo”. Ma Peter Grant, che non si sentiva bene, gli rispose: “Vaffanculo, non
saltare fuori con queste stronzate a quest’ora della notte!”. Fatta eccezione per
una leggera curva nel naso di John Bonham, l’incidente fu rapidamente
dimenticato.
Lo show di Dublino si tenne in un’arena per gli incontri di pugilato. Gli
Zeppelin eseguirono un repertorio acustico di canzoni folkeggianti tratte da III,
seduti su tre sedie al bordo del palco, con Plant al canto mentre Jones suonava il
mandolino e Page la chitarra. Going To California sarebbe stata aggiunta
successivamente al repertorio. Bonzo se ne stava fuori (in seguito, parlando con
un giornalista irlandese, Page disse che i confronti negativi con complessi
americani contemporanei, come i volgarissimi Grand Funk Railroad e Mountain,
avevano stimolato i Led Zeppelin a registrare più raffinati pezzi acustici). Dopo i
consueti bis, conclusi da Communication Breakdown, i dublinesi non ne
volevano ancora sapere di lasciare andare i Led Zeppelin. Così finirono con un
altro medley incentrato su Summertime Blues.
La tournée “Ritorno ai club”, dei Led Zeppelin continuò per tutto marzo,
concludendosi al Marquee di Londra. Originariamente concepito come un modo
per ringraziare il pubblico e gli impresari che avevano creduto in loro fin
dall’inizio, il tour era finito nei guai quando gli spettatori si erano dimostrati
troppo numerosi per le sedi che Grant aveva scelto. C’era abbastanza spazio in
posti come l’università di Leeds o il Bath Pavillon ma allo Stepmothers di
Birmingham o al Nottingham Boat Club si erano verificate scene spiacevoli,
quando centinaia di ragazzi avevano cercato di accalcarsi nei piccoli locali,
provocando non pochi problemi. Successivamente, Plant definì la tournée una
perdita di tempo.
Il 4 aprile, i Led Zeppelin ripresentarono le nuove canzoni al pubblico
radiofonico britannico con un concerto di un’ora per la BBC. Il brano d’apertura
fu Black Dog, con i suoi riff a mitraglia e il tipico decollo dello Zeppelin, mentre
Page suonava giri ripetitivi quasi come un musicista marocchino in trance, fino
al momento in cui la canzone esplose nel suo spettacolare climax. Seguì quindi il
duello di mandolini di Going To California, qui presentata in una versione
delicata, con gli echi e i sussurri di Plant raddoppiati rispetto alla versione
dell’imminente album. Fu poi la volta di una perfetta Stairway To Heaven, che
iniziò come un gentile madrigale con accompagnamento di organo per poi
trasformarsi, con l’entrata a passi pesanti di Bonzo, in un incendiario concerto
per chitarra a doppio manico. Poco ci mancò che si potesse sentire la gioventù
britannica trattenere collettivamente il fiato in attesa della stellare e ascendente
nota finale della canzone. Quindi, a tutta forza, arrivò Whole Lotta Love, con un
brillante rifacimento della sezione centrale incentrata sul theremin. Poiché il
brano durò venti minuti, Plant fu costretto a prendere frasi a prestito da Let That
Boy Boogie e Fixin’ To Die (à la John Lee Hooker) prima dell’inevitabile
omaggio a Elvis: That’s All Right, A Mess Of Blues e Blue Monday.
Pochi giorni dopo, Page e Andy Johns volarono a Los Angeles per mixare il
nuovo album, che si sarebbe intitolato LED ZEPPELIN IV (originariamente
Page aveva pensato di fare uscire tutte le nuove canzoni su quattro Ep o su un
album doppio; l’idea fu abbandonata per contenere i prezzi).
Andy Johns aveva parlato con l’ammirazione del Sunset Sound come del
migliore studio di mixaggio del mondo e lui e Page passarono settimane a
lavorare sulle tracce. Page riportò i nastri in Inghilterra, li ascoltò in uno studio
londinese e fu sconvolto dalla scoperta che LED ZEPPELIN IV suonava come
se fosse stato registrato sotto il Loch Ness. Era su tutte le furie. Settimane di
prezioso lavoro erano andate sprecate. “Tutto ciò che mi riesce di capire”, disse
in seguito, “è che gli altoparlanti e le spie di quella stanza (al Sunset Sound)
erano eccezionalmente brillanti... e mentivano. Non era il vero suono”. Andy
Johns scappò e si sprecò ancora più tempo alla ricerca di un nuovo tecnico del
suono per remixare l’album. Nel frattempo, il complesso era idrofobo perché
desiderava far uscire il disco. Sapevano di aver fatto il loro lavoro migliore e che
Stairway To Heaven era destinata a conquistare il mondo.
I peggiori incidenti nella carriera del quartetto avvennero a Milano durante
l’annuale tour europeo. I Led Zeppelin erano stati ingaggiati per suonare al
velodromo Vigorelli, erano stati pagati in anticipo in Inghilterra e arrivarono al
Vigorelli solo per scoprire che erano stati programmati, secondo Cole, dopo altri
ventotto gruppi. Mentre entravano nello stadio, stipato da 12mila persone,
notarono che centinaia di poliziotti, muniti di tenuta antisommossa, erano
ammassati all’esterno e dentro il velodromo. Quando Page vide i loro scudi, fece
notare come somigliassero a dei centurioni romani. Dietro al palco, Page e Grant
parlarono con l’impresario e gli dissero che l’esperienza aveva insegnato loro
che la presenza di una milizia armata avrebbe sicuramente finito per provocare
guai con i ragazzi. Page fece anche notare che l’area dietro al palco era così
affollata di brulicante umanità rock che nessuno poteva muoversi. Dal momento
che avete tutte queste truppe, disse Page, perché non sgomberate i camerini? Ma
il pubblico continuava ad aumentare e la situazione era sempre più pericolosa.
Richard Cole era di cattivo umore e pronto a prendersela con tutti; era appena
stato a Zurigo a vedere il chitarrista Rory Gallagher (uno degli artisti di Grant) e
aveva dovuto picchiare tre hell’s angels tedeschi che avevano cercato di
distruggere il club. Cole era infastidito dai ritardi e decise di mandare il
complesso sul palcoscenico. “L’atmosfera era schifosamente agitata”, ricorda.
“Così dicemmo: ‘Vaffanculo, non staremo qui ad aspettare tutta la notte per voi
italiani dei cazzo in mezzo a questo cazzo di casino. Vaffanculo, noi
cominciamo quando ne abbiamo voglia’”.
Così, presentandosi sul palco prima dei previsto, i Led Zeppelin cominciarono
il loro show e ricevettero dalla folla l’attesa reazione: il pandemonio. Racconta
Page: “Notammo masse di fumo che arrivavano dal retro dell’ovale.
L’impresario arrivò sul palco e ci chiese di dire ai ragazzi di smetterla di
accendere fuochi. Come degli sciocchi, facemmo quel che ci aveva detto”. Plant
disse ai ragazzi che la polizia avrebbe fatto interrompere il concerto se ci fossero
stati altri fuochi. Il tutto proseguì per un paio di altri pezzi. Ogniqualvolta la
musica raggiungeva uno dei suoi tempestosi climax e il pubblico rispondeva, il
complesso vedeva arrivare sempre più fumo. Plant continuava a ripetere:
“Smettetela di accendere quei fuochi, per favore”. Improvvisamente, un
candelotto lacrimogeno fu lanciato verso il palcoscenico e atterrò in mezzo alla
folla che si accalcava sotto. Il complesso capì che tutto il fumo non era altro che
gas lacrimogeno. I carabinieri stavano attaccando la folla. Cercando di suonare
avvolto in una spessa nube di gas, Page disse al complesso che avrebbero
terminato in fretta e quindi attaccò Whole Lotta Love. Quando tutti i ragazzi
balzarono in piedi per la loro canzone preferita, la polizia distribuì un altro giro
di gas. Qualcuno gettò una bottiglia e la polizia attaccò la folla alle spalle. Allora
i ragazzini cominciarono ad arrampicarsi sul palco, cercando freneticamente di
sottrarsi agli sfollagente della polizia; Cole ne ributtò indietro un paio fino a
quando non capì che l’intero pubblico attaccato con i gas lacrimogeni stava
avanzando a tutta forza cercando rifugio sulle impalcature. “Vaffanculo”, urlò.
“Andiamocene. Su, ragazzi, via dal palco!”.
All’inizio i roadie cercarono di salvare l’attrezzatura ma, quando videro che la
folla in preda al panico stava ondeggiando in avanti, Cole urlò di lasciare gli
strumenti e scappare. Una volta giunti dietro al palco, i musicisti corsero sotto un
lungo tunnel verso i loro camerini ma si ritrovarono a loro volta bloccati, in
mezzo a soffocanti sacche di gas che entravano dalle due estremità del tunnel.
Cole trovò allora una porta chiusa a chiave, l’aprì con un calcio e i Led Zeppelin
si barricarono nella sala di pronto soccorso in attesa che gli incidenti
terminassero. Quando ne uscirono, trovarono il palcoscenico distrutto e tutti i
loro strumenti fatti a pezzi. Il roadie della batteria di Bonzo, Mick Hinton, era
stato seriamente ferito alla testa da una bottiglia e dovette essere trasportato
all’ospedale in barella. Dopo, mentre cercavano di calmarsi nel bar dell’hotel,
Bonzo disse a un reporter in cerca di commenti di andare affanculo o si sarebbe
beccato lui una bottiglia rotta in testa.
Durante il volo di ritorno a casa, Plant scoppiò in lacrime mentre cercava di
descrivere la frustrazione provata dai musicisti. I Led Zeppelin si erano formati
con l’intenzione di suonare hard rock in tutto il mondo per sollevare lo spirito
della gente. La rissa di Milano fu semplicemente l’opposto di quelle sfarzose
parate spirituali di armonia giovanile e amicizia che Plant aveva in testa per il
suo pubblico. A volte è troppo difficile accettare la realtà dei fatti. Di ritorno in
Inghilterra, i Led Zeppelin cominciarono a litigare con l’Atlantic per la
realizzazione del nuovo album.
La musica non rappresentava un problema: tutti concordavano che questo
disco sarebbe stato il migliore degli Zeppelin. Il vero ostacolo era invece il
progetto del complesso per la copertina: nessun titolo, nessuna sigla o numero di
catalogo, nessuna menzione dei Led Zeppelin in qualsiasi parte dell’album.
Lunica allusione al fatto che il nuovo album avesse qualcosa a che fare con i Led
Zeppelin sarebbe stato il nome di Page indicato come produttore nella busta
interna. Sempre sulla busta interna avrebbe dovuto essere pubblicato per la
prima volta il testo di una canzone: Stairway To Heaven. Quando venne
presentata quella proposta, i dirigenti dell’Atlantic urlarono che si trattava di un
suicidio commerciale. Implorarono affinché si potesse perlomeno stampare “Led
Zeppelin”, sul dorso della copertina ma venne loro vietato nel modo più
assoluto. Page decise di vedere se si poteva vendere la sola musica e spiegò in
seguito: “Decidemmo che sul quarto album avremmo deliberatamente giocato a
minimizzare il nome del gruppo e che non ci sarebbe stata alcuna informazione
sulla copertina esterna. Nomi, titoli e cose simili non significano nulla... Ciò che
importa è la nostra musica. Decidemmo che ci saremmo affidati esclusivamente
alla musica”.
L’Atlantic Records combatté su ogni particolare del progetto, soprattutto
quando venne presentata la scelta della grafica di copertina. Sulla parte frontale
c’era un vecchio contadino piegato sotto un carico di fascine. Aprendo l’album
si poteva vedere lo stesso disegno appeso al muro diroccato di una vecchia casa;
sullo sfondo, un desolato panorama cittadino di squallide case e nuovi grattacieli
(dove senza dubbio stavano crescendo i futuri fan dei Clash). La busta interna
raffigurava l’eremita dei tarocchi in cima a un dirupo roccioso, che sovrastava
una città lontana simile a quelle disegnate da Escher, circondata da mura. Ai
piedi del dirupo un giovane si proponeva come discepolo all’eremita. In seguito,
Page avrebbe così spiegato il simbolismo: “Il vecchio che trasporta la legna è in
armonia con la natura. Prende dalla natura e restituisce alla terra. È un ciclo
naturale... La sua vecchia casetta viene abbattuta e lui è costretto a vivere in
questi ghetti urbani... L’eremita regge la luce della verità e dell’illuminazione
per un giovane ai piedi della collina. Coloro che conoscono le carte dei tarocchi,
sanno che cosa significa l’Eremita” (in genere l’Eremita viene interpretato come
un ammonimento a non procedere su una data strada senza riflessione e
contemplazione).
Di nuovo, l’Atlantic esitava. Secondo i suoi esperti la copertina sarebbe stata
un disastro. Page quasi si ammalò cercando di convincerli. Infine, secondo Plant,
i Led Zeppelin dissero all’Atlantic che non avrebbe ricevuto i nastri originali dei
disco, se prima non si fossero accordati sulla copertina. Alla fine Page ottenne
ciò che voleva. Il progetto Led Zeppelin era stato approntato per mantenere il
controllo totale del prodotto. E aveva funzionato.
In ogni caso, c’erano dei marchi d’identificazione, sebbene non fossero di
facile lettura. Page fece scegliere a ogni membro del gruppo un simbolo che
l’avrebbe rappresentato sull’album. Plant scelse una piuma in un cerchio, Bonzo
tre cerchi che si intrecciano, John Paul Jones tre ovali che intersecano un
cerchio. Page scelse un misterioso glifo che fu ritenuto da alcuni assai simile al
simbolo alchemico dell’ambra (in effetti, l’album senza titolo veniva spesso
chiamato Zoso dai fan). Ma Page si rifiutò di rivelare che cosa significassero i
simboli; in futuro, si sarebbe solamente limitato a confutare servizi giornalistici
che li interpretavano come rune islandesi. Apparendo in cima all’elenco dei
brani sulla copertina interna, i quattro simboli servivano sia come titolo
dell’album, sia come sostituti runici dei nomi dei musicisti. Ora i Led Zeppelin
erano una società segreta, a cui ogni ragazzo che avesse abbastanza soldi per
comprarsi l’album poteva partecipare. I Led Zeppelin non permisero che gli
adulti vi entrassero.

IL SETTIMO ATTACCO dei Led Zeppelin al Nordamerica cominciò il 19 agosto


1971 a Vancouver. Sarebbe stato il tour più grande e ricco fino a quel momento
allestito dagli Zeppelin: venti concerti in sale capaci di contenere un minimo di
12mila persone ciascuna avrebbero fruttato un incasso di oltre un milione di
dollari. Tra l’entourage, dopo le reazioni quasi isteriche ai primi concerti, c’era
la palpabile sensazione che i Led Zeppelin fossero ormai inarrestabili, la più
grande band del mondo. Dal momento che incidevano per la medesima casa
discografica del cosiddetto “più grande complesso rock del mondo”, i Led
Zeppelin sapevano ciò di cui pochi al di fuori dell’industria discografica erano al
corrente, vale a dire che le loro vendite stavano sorpassando tre a uno quelle dei
Rolling Stones. Ora, mentre assalivano gli stadi metropolitani degli Stati Uniti, i
Led Zeppelin cominciavano a rendersi conto di avere realmente potere. Potevano
fare tutto ciò che volevano. “Quando cominciò il nostro periodo d’oro”, dice
Richard Cole, “la gente se ne accorse e noi non demmo più retta a nessuno. Ora
le porte dovevano essere aperte. Se non le aprivano, le buttavamo giù. Punto e
basta. Ci costruimmo le nostre leggi. Se qualcuno non voleva ubbidire, era
meglio che se ne stesse a casa a farsi i cazzi suoi”.
Questa volta, mentre tenevano la ribalta con il nuovo show in giro tra Stati
Uniti e Canada, di fronte a loro ci fu meno violenza esplicita. Ora la violenza era
più sottile e minacciosa. Page, in particolare, cominciò a diventare bersaglio di
anonime minacce di morte inviate alla polizia e agli impresari locali degli
Zeppelin. Parecchie volte, durante quel tour – il 22 agosto a Los Angeles, a
Toronto, a Rochester, a New York –, i musicisti o i roadie credettero d’aver visto
qualcuno con una pistola davanti al palcoscenico. Ma i numerosi allarmi “della
pistola”, si rivelarono un semplice frutto della paura. Secondo Richard Cole non
vennero mai puntate pistole contro il palcoscenico mentre i Led Zeppelin
stavano suonando.
Il lungo concerto tenuto al Los Angeles Forum il 4 settembre non fu
probabilmente dei più tipici. Per quanto i Led Zeppelin stessero profondendo
tutta la loro ispirata frenesia nelle province, quando arrivarono a Los Angeles si
sentirono di nuovo a casa e occuparono interi piani del loro tozzo bunker sul
Sunset Boulevard, la Continental Hyatt House. Al Forum suonarono un po’ più
forte, un po’ più a lungo, un po’ meglio. Dopotutto, non stavano pensando ad
altro che a farsi belli davanti agli amici. Quando il complesso si presentò sul
palco ancora avvolto nell’oscurità e i ragazzi lanciarono urla di guerra
all’indirizzo delle ombre che si muovevano qua e là e degli amplificatori che
avevano cominciato a ronzare, Miss Pamela se ne stava proprio di fianco al
palco: una principessa hippie in pelli di renna a frange. Quindi si accesero le
luci, Page lasciò partire rossi raggi traccianti dalla chitarra e Plant cominciò a
gemere la sua canzone di morte del guerriero con la scure norvegese: “Valhalla,
sto arrivando”. Immigrant Song confluì dritta nell’orrido tonfo di Heartbreaker,
con Page che in un nonnulla cominciò a impastare prelibatezze assortite sulla
Les Paul, a macinare fuori un po’ di blues duro, per continuare con una versione
personale di The 59th Street Bridge Song, proseguire con un tema chitarristico
preso da Bach e infine iniziare il conto alla rovescia di un esaltante lancio
missilistico di cantante e complesso rock. Tutto ciò fu seguito da una torrida
Since I’ve Been Loving You, il pezzo di bravura blues con Jones all’organo.
A quel punto, il pubblico era anestetizzato. Ma l’inedita Black Dog lo
risvegliò di nuovo e fece sembrare la prima parte del concerto, basata sui classici
del passato, meccanica e fredda. Suonando i brani da poco composti, il
complesso si rianimò e sembrò quasi che i musicisti fossero davvero interessati.
Era la prima canzone che realmente strapazzava il pubblico e si concluse con
un’orgogliosa fanfara. “Buona sera”, disse Plant: erano le prime parole che
pronunciava in quell’occasione. Si lamentò che il livello di inquinamento di fine
estate gli aveva fatto perdere la voce. Quindi disse: “Questa risale a milioni e
milioni di anni fa: proprio quando stavano accadendo cose meravigliose”. E il
complesso aprì il varco per il fatale rito di Page, Dazed And Confused.
Facendola durare quasi venti minuti, Page aveva trasformato la canzone in
un’esibizione delle sue tecniche d’avanguardia. Dopo i morbosi accordi iniziali
del tema, si lanciava in un elegante e precisissimo duetto con il martellante
Bonzo. Quando compariva l’archetto del violino e le luci si abbassavano fino a
ridursi a un singolo faro su di lui, Page costruiva delicati arabeschi di note
pizzicate, splendide melodie indiane e rumorosi belati di ronzante oscurità
elettronica. Poco dopo, Plant si affiancava con i suoi gemiti e le sue imitazioni di
canti tantrici, all’unisono o meno. Era un’esibizione folle, totalmente
autocompiaciuta. Si meritò una clamorosa ovazione, così come il pezzo
successivo, Stairway To Heaven.
Mancavano ancora otto settimane all’uscita dell’album e nessuno dei ragazzi
aveva mai sentito Stairway prima d’allora ma la perfetta e attenta esecuzione che
il complesso forniva del proprio inno e madrigale fece balzare in piedi la folla e
la fece ruggire dopo il finale vulcanico ed estatico. “Fu un momento
indimenticabile”, racconterà in seguito Page, “perché tutti sapevamo quanto
fosse difficile ascoltare per la prima volta una canzone dal vivo e sentirla
veramente propria. Fu un momento veramente emozionante”. Il repertorio
acustico “da seduti”, comprendeva That’s The Way (con Bonzo che suonava il
tamburello) e la quieta e delicata Going To California. Mentre Page e Jones
riaccordavano rapidamente, Plant presentò il loro omaggio alla California:
“Questa canzone è stata composta... stavo per dire sugli altopiani scozzesi o le
montagne gallesi ma in verità è accaduto in qualche albergo della 37sima
Ovest”. Altro che rovine archeologiche o culto della decadenza romantica... Lo
show terminò con il lungo uragano di theremin di Whole Lotta Love. La gioventù
della California meridionale balzò in piedi e si contorse. L’intero edificio sembrò
vibrare all’unisono con l’eruzione di Bonzo, fino a quando i Led Zeppelin non
giunsero all’intermezzo per iniziare l’attesa serie d’improvvisazioni su Elvis,
Ricky Nelson e in chiave rockabilly. Quella sera corsero attraverso Let That Boy
Boogie (con Page impegnato su venticinque accordi), Hello Mary Lou (Page che
impersonava James Burton), un paio di rivisitazioni di Elvis, A Mess Of Blues e
That’s All Right, e You Shook Me, per la quale Page scagliò le sue ultime
staffilate blues della serata. E poi marcia indietro con l’ormai grottesca Whole
Lotta Love: “Donna... giù dentro di te... (blam, boom) ...tu hai bisogno di me...”
(Woman... way down inside... [blam, boom] ...You need me...).
“Buonanotte. Grazie a tutti!”.

ARRIVÒ QUINDI IL MOMENTO di ritornare sulla East Coast, quindi di nuovo in


Canada, poi due concerti a Berkeley e un ultimo spettacolo a Los Angeles.
Infine, a metà settembre, arrivò la “vendetta”, della Epic. La vecchia casa
discografica degli Yardbirds mise in circolazione Live Yardbirds Featuring
Jimmy Page, il remixaggio (con tanto di finti rumori del pubblico e cori
d’incoraggiamento) del disastroso concerto degli Yardbirds all’Anderson
Theatre della primavera del 1968. Page era furibondo, poiché riteneva che
l’album facesse sembrare lui e i vecchi Yardbirds (che a quell’epoca suonavano
scintillanti versioni di I’m Waiting For The Man dei Velvet Underground) delle
teste di cazzo, con il suono di una qualsiasi garage band. Quasi immediatamente
Steve Weiss, il duro avvocato newyorkese dei Led Zeppelin, spedì una denuncia
alla Epic, che non aveva alcun diritto legale per stampare una registrazione già
rifiutata. Dopo un mese, l’album fu fatto ritirare dal mercato. Dalla California, i
Led Zeppelin partirono per la loro prima serie di concerti in Giappone. Lungo la
strada si fermarono una settimana alle Hawaii per riposarsi e passare un po’ di
tempo con le mogli che arrivarono in volo dall’Inghilterra.
Quando i Led Zeppelin giunsero in Giappone, trovarono Immigrant Song
prima in classifica. Siccome era la loro canzone d’apertura, il pubblico
giapponese – non ancora abituato a vedere in azione gli eroi britannici del rock –
impazzì completamente. Anche la pazzia personale dei Led Zeppelin continuò
senza interruzioni. Al Tokyo Hilton, Bonzo scagliò un carrello per il servizio
dentro la doccia occupata da Phil Carson, che dirigeva l’Atlantic Records in
Inghilterra e stava viaggiando con il complesso. Una sera, Cole e Bonzo
andarono a comprarsi delle spade da samurai. Di ritorno in albergo, a tarda notte,
ridussero completamente in frantumi le loro stanze. Poi fecero a pezzettini la
porta di Jones e lo trovarono a letto, ubriaco e privo di conoscenza. Lo
trascinarono fuori nel corridoio, lasciandolo a dormire sul pavimento e, prima di
andarsene, fecero seppuku anche alla sua stanza. La mattina successiva, una
cameriera scoprì Jones ancora addormentato e cercò di svegliarlo. Jones insultò
pesantemente la sfortunata donna di servizio, finché non si rese conto di non
essere né a letto né nella propria stanza. Dopo che i musicisti e i roadie ebbero
distrutto uno dei corridoi in una battaglia a base di lanci di frutta, ai Led
Zeppelin fu interdetto a vita l’accesso al Tokyo Hilton.
Quindi il complesso andò a Hiroshima, dove fece un concerto di beneficenza
per le vittime della Bomba Atomica. Dopo l’esibizione, il sindaco offrì
sobriamente al gruppo, in segno d’apprezzamento, una medaglia per la pace.
Quindi, i Led Zeppelin e il loro entourage si imbarcarono sul bullet train per le
date successive a Osaka e Kyoto. Portarono con sé una cassa di Suntori Whisky,
una dozzina di fiasche di sakè caldo e un funzionario della loro casa discografica
giapponese, il quale assistette terrorizzato alla solita indegna gazzarra notturna.
Più tardi, Phil Carson prese sottobraccio lo sconcertato funzionario e lo
tranquillizzò spiegandogli che cose del genere succedevano in continuazione.
Dopo i concerti giapponesi, Grant, Bonzo e Jones volarono a casa in
Inghilterra, mentre Page, Plant e Cole decisero di visitare l’Asia. Dopo una
fermata a Hong Kong, atterrarono a Bangkok e presero alloggio al Rama Hilton.
Cole andò quindi a fare una passeggiata per comprarsi delle antichità. Quando
ritornò in albergo, Plant e Page insistettero affinché si occupasse di loro e gli
trovasse qualcosa da fare. Cosicché Cole si mise in contatto con un fattorino
dell’albergo, che li guidò in un lungo giro del famoso quartiere a luci rosse di
Bangkok. I loro bizzarri capelli lunghi, ancora assai inconsueti per l’Asia, erano
motivo di stupore per le strade. I ragazzini li seguivano da un bordello all’altro
gridando “Billy Boy” (ovvero “omosessuale”).
“Passavamo tutto il tempo sdraiati nelle saune”, ricorda Cole teneramente.
“Non facemmo altro che bere, andare a puttane, comprare statuette di Buddha e
antichità. Tutto ciò che facevamo aveva come fine quello di scrollarci di dosso la
pressione che le tournée ci avevano imposto. La gente non se ne accorge, ma
quando il complesso e i guadagni diventano sempre più grandi, non resta più
spazio per il divertimento. È una merda del cazzo. Alla fine, te ne torni a casa
con le lacrime agli occhi”.
Dopo Bangkok, Page e Plant andarono a Bombay. Page era ancora
ossessionato dal desiderio di registrare con dei musicisti indiani ma in quel
viaggio non compose nulla. Richard Cole volò in Australia per organizzare la
prima tournée dei Led Zeppelin nella terra dei canguri, prevista per l’anno
successivo. La trasferta asiatica ricordò sia a Page che a Plant che l’ambizione
dei Led Zeppelin di diventare un complesso veramente internazionale doveva
ancora realizzarsi. A Bangkok, dove nessuno ancora conosceva i Led Zeppelin,
la prima cosa che videro fu un manifesto nel loro albergo che annunciava
l’imminente arrivo dei Marmalade, un complesso inglese di serie B ma ancora
esotico e giramondo. Il fatto fece riflettere Page e Plant.

IL QUARTO ALBUM dei Led Zeppelin entrò in distribuzione nel novembre del
1971. La Atlantic Records fornì alla stampa le matrici dei quattro simboli degli
Zeppelin, così l’album senza nome poteva figurare correttamente nelle
classifiche. Nondimeno, il disco fu chiamato in vari modi: LED ZEPPELIN IV,
ZOSO e anche FOUR SYMBOLS. Le recensioni furono migliori di quelle di III,
sebbene ancora generalmente controverse. Sembrava che ai critici piacesse
Stairway, anche se non quanto ai fan, che si scatenarono all’acquisto dell’album.
Di nuovo, i Led Zeppelin si rifiutarono di farne uscire una versione tagliata su 45
giri; per tutta risposta, i fan comprarono l’album come se fosse un 45 giri, il che
lo portò rapidamente al secondo posto delle classifiche statunitensi e
probabilmente aggiunse mezzo milione di copie alle vendite iniziali. Il disco
vendette costantemente e rimase nelle classifiche per lungo tempo ma ci vollero
due anni prima che Stairway, in seguito alla grande tournée del 1973, diventasse
un vero e proprio inno. Ma il complesso sapeva. A un giornalista, Page disse:
“Ho sempre creduto che Stairway cristallizzasse il significato del nostro gruppo.
Aveva tutto al posto giusto e mostrava i Led Zeppelin al loro meglio... Per noi
era una pietra miliare. Ogni musicista vuole fare qualcosa di qualità che possa
durare nel tempo, qualcosa che lasci il segno”.
A un altro cronista, Plant descrisse la natura “automatica”, del testo: “Me ne
stavo seduto con Page davanti al caminetto di Headley Grange. Page aveva
scritto gli accordi e li aveva suonati per me. Tenevo in mano una penna e della
carta e, per qualche strana ragione, ero di pessimo umore. Quindi,
all’improvviso, le mie mani cominciarono a buttar giù parole. ‘C’è una signora
che è convinta che tutto ciò che luccica sia oro e si sta comprando una scala per
il paradiso’ (There’s a lady who’s sure, all that glitters is gold, and she’s buying
a stairway to heaven). Me ne rimasi lì seduto a fissarle e poi quasi balzai in aria
dallo stupore”.
Per pubblicizzare l’album in patria, i Led Zeppelin ritornarono nel circuito
delle maggiori città inglesi a partire da metà novembre, cominciando dal Nord, a
Newcastle. Tutti i biglietti del tour furono venduti in ventiquattr’ore. Quando i
biglietti per i due giganteschi concerti londinesi al Wembley Empire Pool furono
messi in vendita a settantacinque pence l’uno, i 19mila posti andarono esauriti in
meno di un’ora. La maggior parte delle esibizioni dei Led Zeppelin, in quel
periodo di glam rock, erano piuttosto austere: il complesso si presentava senza
gruppo di spalla, senza scenari né effetti speciali. Null’altro che ore e ore di
musica. Gli show di Wembley, invece, vennero allestiti come serate di
vaudeville rock, quasi fossero dei circhi romani. Ci furono acrobati, giocolieri e
un porcellino su un trampolino. Quindi si esibì il complesso scozzese Stone The
Crows, che comprendeva il chitarrista Les Harvey e la cantante Maggie Bell (la
Janis Joplin inglese). Il loro manager era Peter Grant e nutriva grandi speranze
sul loro futuro. Mentre aspettava i Led Zeppelin, lo stesso Grant apparve dietro
le quinte, circondato da uno stormo di bambini. Quindi furono innestati gli
spinotti e Ray Thomas, roadie e accordatore di Page, strimpellò una corda.
Bbbbrrrraaannngggg. Il pubblico rabbrividì visibilmente pensando che i Led
Zeppelin stessero per suonare oltre la soglia tollerata dall’orecchio umano. “Era
come se i timpani venissero spinti verso l’interno, come vele gonfie di vento”,
scrisse un giornalista del «Melody Maker». “È doloroso ma scatena emozioni
comuni a tutti i presenti. Eccitazione, qualcosa di rozzo, qualcosa di così vivo
che puzza... Poi Page ha riattaccato. È un’arte dell’esibizionismo, la sua. Si
raggomitola silenziosamente, poi esplode abbaiando come se fosse un cane
elettrico, con la bocca ancora piena di pungenti pezzettini d’osso... Si muove alla
perfezione, conosce tutti i trucchi, si aggira con grazia. È un piacere guardarlo.
Nel frattempo, Plant sta ancora urlando. Forse troppo forte, forse no. È uno
spettacolo osceno”. Gli show erano stati annunciati con l’appellativo di “Magia
Elettrica”: gran parte dei fan che avevano assistito alle tre ore di assordante
esibizione degli Zeppelin non poté non concordare. Stavano ancora vibrando
tutti per il contatto, mentre in massa facevano ritorno a casa nell’umida e
freddissima notte londinese. Il tour britannico si concluse a dicembre a
Bournemouth e i Led Zeppelin interruppero per quell’anno le attività
professionali.
6. CONTINENTAL RIOT HOUSE

“La mia vita sessuale era molto intensa... L’amore


era una sfida al cristianesimo. Era una degradazione
e una dannazione” – Aleister Crowley

QUANDO NON ERANO IN TOURNÉE, i Led Zeppelin non si frequentavano. Plant e


Bonzo vivevano nel Worcestershire, Jones si ritirava nella propria casa con la
moglie e le tre figlie, mentre Page tornava alla sua collezione di chitarre e di
oggetti di Crowley.
C’erano stati degli allagamenti quell’anno lungo il Tamigi e Page temeva che
la sua collezione potesse essere minacciata. Così, per mezzo milione di sterline
comprò una grande villa del Settecento chiamata Plumpton Place, nel Sussex,
collocata in un ampio parco verde con numerosi laghi co struiti a terrazza su
differenti livelli e circondata da un fossato.
Più o meno in quel periodo, Page fu avvicinato dall’americano Kenneth
Anger, regista di Scorpio Rising, uno dei classici del cinema underground degli
anni Sessanta. Anger aveva vissuto in Inghilterra ed era anche un insaziabile
studioso dei lavori di Aleister Crowley. Era venuto a conoscenza dell’interesse
di Page per Crowley, quando un agente, mandato da Page, lo aveva battuto
nell’asta per aggiudicarsi il manoscritto originale di The Scented Garden. Anger
stava terminando un nuovo film intitolato Lucifer Rising: avrebbe dovuto
trattarsi di una rappresentazione simbolica del suo interesse per il satanismo e
aveva bisogno di una colonna sonora. Aveva ascoltato la musica di Page e
sentito affinità con le morbose melodie e i significati infernali di canzoni come
Dazed And Confused. Dal momento che avevano un comune interesse per
Crowley e che, secondo Anger, “l’area in cui stava lavorando coincideva con le
tematiche del film”, il regista si mise in contatto con Page tramite un
intermediario, uno spiritista cockney che conoscevano entrambi e quindi fece
visita a Page nel Sussex. Page esibì orgogliosamente la sua inestimabile
collezione: libri, edizioni originali, manoscritti, cappelli, bastoni da passeggio,
quadri e persino le tuniche con cui Crowley aveva officiato i propri riti. Page
accettò di lavorare sulla colonna sonora di Anger, ma lo avvisò che il suo
complesso gli portava via gran parte del tempo libero. Il cineasta e il musicista si
accordarono su una scadenza molto vaga e Page cominciò a lavorare su quella
che sembrava destinata a diventare una fruttuosa collaborazione.
A Nord, nel Worcestershire, Plant lavorava nella sua fattoria e pensava di
comprarne un’altra, un ovile ancora in uso vicino alla costa del Galles (finì per
comprarlo, così come la casa a Bron-Yr-Aur). Lui e Bonzo patrocinarono un
complesso chiamato Bronco, il cui chitarrista, Robbie Blunt, era amico di
entrambi. Ogni tanto Plant e Bonzo si presentavano alle prove dei Bronco nel
centro sociale del villaggio e poi si rifugiavano con tutti gli altri nel pub per una
pinta o due (o una dozzina, nel caso di Bonzo). Intanto proseguiva l’interruzione
dei rapporti tra i Led Zeppelin e la stampa e dunque fu veramente strano che
fosse proprio Bonzo, che aborriva i giornalisti, a sbloccare la situazione, quando
in un bar londinese venne messo alle corde dall’amico giornalista Chris Welch.
Bonzo raccontò di come erano stati ricevuti onorevolmente in Giappone, un
territorio ancora vergine per quanto riguardava i complessi rock. Disse che il suo
gruppo era spompato e raccontò di aver avuto paura prima dell’ultimo tour
americano, perché non era più sicuro di poter ancora suonare bene. Offrì anche
una dimostrazione del suo atteggiamento estremamente pratico verso il lavoro:
“Non ho mai cercato coscientemente di essere uno dei migliori batteristi e non
voglio nemmeno esserlo. Un sacco di ragazzini mi vengono a dire cose tipo: ‘Ci
sono molti batteristi meglio di te’. A me piace suonare al meglio delle mie
capacità ed è quello che sto facendo ora. Non pretendo di essere più eccitante di
Buddy Rich. Ma non suono ciò che non mi piace. Sono un batterista semplice,
senza fronzoli per la testa e non cerco di atteggiarmi o essere meglio di quel che
sono”.
Nei primi mesi del 1972, all’inizio dello splendore dei Led Zeppelin, il
complesso non poteva permettersi di rimanere inattivo. Per quanto fosse grande
il fascino della tranquilla campagna inglese, nulla poteva eguagliare il ronzio
sessuale di uno stadio pieno di estatici giovani sballati in profonda comunione
con la sacrilega messa blues degli Zeppelin. Plant e Page, in particolare, avevano
bisogno di quella sensazione di pura e incontaminata esaltazione, quel sogno di
passione senza freni, quell’onnipotenza da “dèi del rock”, che provavano quando
l’urlo della folla scrosciava su di loro come una cascata d’adulazione ed energia
romantica. Non c’era nulla a cui lo si potesse paragonare. Era previsto che i Led
Zeppelin tornassero a lavorare a metà febbraio, inaugurando con un concerto a
Singapore le loro prime esibizioni in Australia e Nuova Zelanda. Le prove e le
prime sedute di registrazione per il nuovo album cominciarono a gennaio
all’Olympic Studio di Londra e continuarono il mese successivo all’Electric
Lady Studio di New York, diretto da Eddie Kramer, che era stato tecnico del
suono e aveva mixato il celebre “bombardiere marrone”.
Il concerto di Singapore era previsto per il 14 febbraio. Il giorno precedente,
ai Led Zeppelin fu vietato l’ingresso nel Paese a causa delle loro folte chiome. Il
governo ultraconservatore stava conducendo una campagna contro la nefasta
influenza della cultura giovanile occidentale – capelli lunghi, droga e sesso –
sulla gioventù di Singapore. Così, la tournée iniziò invece il 16 febbraio a Perth,
in Australia, e proseguì con le date di Melbourne, Adelaide, Brisbane e Sydney,
prima che il complesso volasse ad Auckland, in Nuova Zelanda, dove suonò di
fronte a 25mila sballati degli antipodi. Quando il tour si concluse il 10 marzo a
Sydney, nel Nuovo Galles del Sud, Page e Plant decisero di tornare in India,
questa volta armati di strumenti per la registrazione e un nome da contattare nel
business musicale indiano. Il viaggio a Bombay, nelle intenzioni, doveva fruttare
la tanto decantata fusione tra melodie orientali e occidentali a cui i Led Zeppelin
dedicavano sogni e discussioni ormai da anni.
Bombay è una città portuale calda, polverosa e affollata di dodici milioni di
abitanti, situata sulla costa occidentale dell’India. Page, Plant e Cole vagarono
per giorni nelle strade con macchine fotografiche e registratori, scattando
bizzarri ritratti di donne e incantatori di serpenti. Page aveva un modernissimo
registratore portatile stereo Stellavox e, ogniqualvolta giungeva nelle vicinanze
di un gruppo di musicisti, chiedeva se poteva registrare. Ma la presenza di quei
bizzarri forestieri con i microfoni richiamava sempre una grande folla di curiosi
e così gli sfortunati musicisti, eredi viventi di 5mila anni di tradizioni musicali
indiane, finivano generalmente per fuggire verso qualche vicolo più quieto, dove
potevano continuare in pace il loro lavoro.
Con l’aiuto del proprio contatto locale, metà degli Zeppelin effettuarono una
seduta di registrazione in uno studio di Bombay. Venne fatto pubblicare un
annuncio e numerosi musicisti si presentarono in sala di registrazione. Le sedute
fruttarono versioni anglocarnatiche di Friends e Four Sticks ma successivamente
Plant spiegò: “Non pubblicheremo niente di quel materiale. Si trattava solo di un
esperimento: stavamo semplicemente provando e cercando di intuire quanto
potesse essere facile trasporre le nostre idee nello stile raga e nelle menti dei
musicisti indiani. Ne è venuto fuori che è molto difficile per loro confrontarsi
con l’approccio occidentale alla musica... Abbiamo comunque scoperto che, in
futuro, sarà possibile realizzare con successo ciò che realmente vogliamo
suonare”. Page tenne a precisare che quella seduta era una semplice estensione
di quanto avevano progettato sin dalla fondazione del complesso. “La nostra
intenzione è sempre stata quella di fare un tour mondiale completo”, disse, “e
nello stesso tempo registrare in posti come Il Cairo, Bangkok e Bombay,
coinvolgendo anche i musicisti locali... Sarebbe stato meraviglioso farlo con
quel gruppo ma non ci riuscimmo e quei due brani non vennero mai nella forma
che volevamo”.
Ma, perlomeno, Page e Plant poterono ritornare in Inghilterra a registrare il
nuovo album, sapendo di aver provato a realizzare il sogno di una musica che
unisse tradizione orientale e occidentale.
Il loro racconto preferito di quel viaggio riguardava la jam che
improvvisarono nell’unica discoteca di Bombay. Page suonò una chitarra
elettrica giapponese munita di corde da pianoforte e collegata a un piccolo
amplificatore Fender, di fronte a un pubblico poco numeroso di clienti
esterrefatti che non avevano mai visto un musicista rock occidentale prima di
allora e tantomeno avevano sentito parlare dei Led Zeppelin. Alla fine
dell’esibizione, il proprietario diede a Page e Plant una bottiglia di whisky
indiano e ne offrì loro una seconda se si fossero presentati la sera successiva.

NELL’APRILE DEL 1972, nacque il secondo figlio di Robert e Maureen Plant, un


maschio cui venne dato nome Karac. Il nome Karac è un diminutivo di
Caractacus, il generale gallobritannico, figlio di Cymbaline, che condusse una
lotta lunga ed eroica contro l’invasione romana della Britannia. Quando
Caractacus venne finalmente catturato e portato a Roma in catene, l’imperatore
Claudio fu così impressionato dal suo sprezzante coraggio che gli risparmiò la
vita. Plant, cultore appassionato della storia antica del Galles e della Britannia,
diede al figlio il nome di un famoso eroe celtico.
A maggio, arrivò da New York Eddie Kramer. Poche settimane prima,
Richard Cole l’aveva chiamato per dirgli che i Led Zeppelin avrebbero iniziato a
registrare il nuovo album a Stargroves, una casa di campagna di proprietà di
Mick Jagger, utilizzando di nuovo lo studio mobile dei Rolling Stones. Kramer
trovò il complesso stimolato ed eccitato dai viaggi e dalle tournée. Page e Plant
erano stati particolarmente ispirati dalla loro ricerca etnomusicologica sul campo
a Bombay e gran parte dei brani (più molti scarti) per il nuovo album furono
scritti durante le prove a Stargroves. Ci furono delle eccezioni: Page portò con sé
The Rain Song e Over The Hills, mentre Jones aveva già pronti gli accordi e i
temi per mellotron di No Quarter. Kramer conserva dei piacevoli ricordi di
quelle sedute a Stargroves: “Erano grandi, eccitanti, meravigliosi. Il fatto è,
semplicemente, che tutti i Led Zeppelin erano estremamente preparati, e contenti
di quanto stavano facendo. L’atmosfera generale era eccellente. Per esempio, ho
un ricordo indelebile di quando, dal mio punto di osservazione (nello studio
mobile, con le porte del camion spalancate), vidi tutti e quattro ballare in fila
indiana sul prato durante il primo riascolto di Dancing Days. Era fantastico
lavorare con loro. Bonzo era il batterista più disponibile con cui avessi mai
registrato. Lo mettevo a suonare da solo nella veranda di una grande serra, con
tre microfoni per la batteria. Bonzo riusciva a suonare in quel modo, perché
picchiava sulla batteria con più forza di chiunque altro e, al contempo, aveva un
tocco estremamente delicato. Con il suo modo di suonare otteneva un sound di
batteria che definiva ‘monumentale’. Per molti aspetti, era lui la chiave dei Led
Zeppelin. Si poteva lavorare in fretta con lui. Le sole ragioni per cui, di tanto in
tanto, i Led Zeppelin dovettero registrare una seconda volta un brano, furono le
difficili e frequenti variazioni ritmiche di gran parte delle loro canzoni. Ma una
volta che Bonzo aveva approfondito la sua parte, tutto il resto calzava a
pennello”.
Eddie Kramer ricorda che era Page a produrre e a comandare: era chiaramente
il complesso di Page ma il suo stile era decisamente sciolto e obliquo, e ognuno
contribuiva con le proprie idee. Kramer ebbe inoltre la sensazione che Page
“concedesse” a John Paul Jones margini più ampi, accettando le sue coloriture
timbriche e brani come No Quarter. Era difficile lavorare con Page alla
registrazione di un album: usava infatti numerosi e diversi tipi di amplificatori,
era “una persona molto esigente”, in compenso era abitualmente tranquillo e
rilassato, il che facilitava di molto il lavoro.
Le sedute di registrazione a Stargroves produssero moltissimo materiale, tanto
che i Led Zeppelin passarono mesi a remixare e a torturarsi per decidere che
cosa usare sull’album e che cosa fosse meglio scartare. Page aveva lavorato su
una complicata fanfara strumentale con molteplici voci e figure di chitarra.
All’inizio la chiamò semplicemente The Overture ma, durante le prove, l’aria
marziale e romanzesca del brano suggerì un nuovo titolo: The Campaign (in
seguito, dopo che Plant ebbe aggiunto il testo, si trasformò in The Song Remains
The Same, tributo dei Led Zeppelin alla musica del mondo). The Rain Song, un
triste inno blueseggiante che Page aveva composto nel Sussex, venne
diligentemente costruita, in modo fin troppo formale, con un’ampia
orchestrazione di John Paul Jones al mellotron che ricordava lo stile dei Moody
Blues. Anche Over The Hills And Far Away era stata composta da Page, con il
suo giro acustico folkeggiante seguito dal consueto bombardamento a tappeto
degli Zeppelin. Plant vi avrebbe aggiunto in seguito assurdi aforismi ed enigmi,
mentre Jones vi unì una bizzarra coda con il clavicembalo.
John Paul Jones era il principale responsabile di No Quarter, il cui tema cupo
e aggraziato ispirò a Plant un testo che immaginava provocatoriamente i Led
Zeppelin nei panni di una squadra vichinga della morte, lanciata sui venti di
Thor verso qualche orrendo destino satanico: “Camminando fianco a fianco con
la morte / Il Diavolo deride ogni loro passo” (Walking side by side with death /
The Devil mocks their every step). Faceva quindi seguito un incoerente assolo da
pianobar e una sezione per chitarra jazz di Page. Se il significato di No Quarter
era che i Led Zeppelin non facevano prigionieri e sognavano di compiere
sacrifici umani, allora il messaggio di brani scherzosi come D’yer Mak’er e The
Crunge sembrava quello di non prendere i Led Zeppelin troppo sul serio. D’yer
Mak’er (il titolo è un’omofonia con “Jamaica”) era un segno dei tempi: il reggae
giamaicano stava diventando di moda in Inghilterra. Bob Marley e i Wailers
vivevano a Londra ed erano la grande novità dell’underground. I Led Zeppelin
erano interessati al reggae (e al suo derivato tecnico, la musica dub) e Bonzo
venne spesso preso in giro perché non era capace di suonare a tempo di reggae.
D’yer Mak’er cominciava come un reggae ma finiva quasi come una parodia
degli anni Cinquanta. The Crunge era una parodia spontanea di James Brown.
Bonzo cominciava a suonare, Jones lo seguiva e quindi arrivava Page che
suonava come il celebre chitarrista di James Brown, Jimmy Nolen. Il tutto
diventava una parodia del funk, con Plant che digrignava tra i denti Mr. Pitiful di
Otis Redding prima di cantare: “Dov’è questo maledetto ponte?” (Where’s that
confounded bridge?).
Seguivano quindi i pezzi di vero e proprio hard rock, che sarebbero serviti a
commercializzare l’album: Dancing Days, con il suo magistrale tema a spirale,
assai simile a quello suonato dallo shenai indiano a doppia ancia che Page e
Plant avevano ascoltato a Bombay; The Ocean, completa di eruzioni di vulcani
chitarristici, veri e propri cori di chitarra che costruivano strati su strati di forza
sonora. L’oceano, chiaramente, era l’indimenticabile immagine che Plant aveva
delle giovani folle eccitate, che ondeggiavano e si contorcevano di fronte al
palco con l’impeto di una marea umana. E quelli furono i soli brani a finire
sull’album. Le sedute di Stargroves produssero scarti come Black Country
Woman, The Rover e Houses Of The Holy, la canzone gioviale che in un primo
tempo doveva dare il titolo all’album. C’era poi un altro pezzo, Walter’s Walk,
eseguito a una velocità folle. E c’erano anche un paio di brani ritmici senza titolo
di diversa qualità. Uno era conosciuto solamente come Slush.
In seguito, quando gli Zeppelin ascoltarono le incisioni di Stargroves
nell’abituale laboratorio londinese, l’Olympic Studio di Barnes, si accorsero di
non essere poi così soddisfatti del sound e passarono molti mesi a remixare il
tutto a Londra e a New York. Poi i consueti litigi per le inconsuete copertine
degli Zeppelin ritardarono l’uscita dell’album per quasi un altro anno.
Mentre i Led Zeppelin stavano registrando quella che sarebbe diventata la loro
opera più conosciuta, Peter Grant stava dando una svolta al modo in cui i grandi
gruppi rock conducevano i propri affari. Per consuetudine, se un gruppo famoso
voleva andare in tournée, le percentuali sugli incassi venivano divise a metà con
gli impresari locali. Se il gruppo era veramente famoso, qualche volta riusciva a
ottenere il sessanta per cento degli incassi. Ma mentre organizzava il tour estivo
statunitense dei Led Zeppelin del 1972, Peter Grant sbalordì gli impresari
americani infornandoli che da quel momento in avanti la percentuale degli
Zeppelin sarebbe stata del 90 per cento. Grant ne sarebbe diventato il vero
impresario e avrebbe pagato tutte le spese. Gli impresari locali avrebbero
eseguito il lavoro di contorno e avrebbero ricevuto il 10 per cento più la gloria di
essere associati al “complesso con i più alti incassi del mondo”. Naturalmente,
gli impresari americani insorsero contro Grant, ma lui non cedette. Disse loro
sfacciatamente che il 10 per cento degli incassi dei Led Zeppelin era meglio che
il 50 per cento di nulla. Gli impresari non avevano scelta. I Led Zeppelin
avrebbero incassato più denaro di ogni altro complesso rock in tournée e la
nuova formula di Peter Grant sarebbe diventata rapidamente la norma tra le
grandi celebrità del rock. Cole parla così dell’audacia di Grant: “Semplicemente,
capì che il pubblico andava a vedere l’artista e quindi il denaro spettava
all’artista. Si assunse il rischio; affittò gli stadi con il proprio denaro e disse: ‘Io
affitto le sale, voi lavorate per me’. Per fortuna, avevamo a che fare con grandi
impresari come Jerry Weintraub (che aveva organizzato grandi concerti di Elvis
Presley) e a loro andò bene”.
Ma la gioia di Grant per il proprio trionfo fu offuscata da un lutto personale,
quando Les Harvey, il chitarrista del gruppo Stone The Crows, venne ucciso da
una scarica elettrica mentre si esibiva in concerto a Swansea, in Galles, il 3
maggio 1972. La cantante Maggie Bell, la ragazza di Harvey, svenne dopo
l’incidente. Nessuno prima di allora aveva mai visto quello spaccone
ammazzasette di Peter Grant andare in pezzi e mettersi a piangere.
Grant aveva svolto bene tutto il lavoro di preparazione e il quarto album senza
titolo era ancora nelle classifiche americane e vendeva con regolarità. Il risultato
fu che tutti i biglietti di quasi ogni concerto del Nordamerica, tra il giugno e
l’agosto del 1972, furono immediatamente venduti senza alcun supporto
pubblicitario. I fan diedero l’assalto alle agenzie di vendita, creando le consuete
sommosse, che con il passare dei tempo sarebbero diventate incontrollabili.
I musicisti stavano preparando un nuovo show ed erano convinti che quella
tournée – l’ottava negli Stati Uniti – avrebbe trasformato i Led Zeppelin da
complesso rock di successo, conosciuto solamente dai fan, in simbolo culturale
come i Beatles o gli Stones. L’unico problema era che i Rolling Stones (il cui
album EXILE ON MAIN STREET stava per raggiungere il primo posto delle
classifiche americane) sarebbero stati in tournée negli Stati Uniti nello stesso
periodo. L’agenzia di relazioni pubbliche di Los Angeles che lavorava per gli
Stones stava già pubblicizzando il loro tour come l’evento culturale giovanile
dell’anno. Anche se stavano effettivamente superando gli Stones in alcune città,
i Led Zeppelin si accorsero con orrore che rischiavano di passare completamente
inosservati. I loro ammiratori più leali impazzivano ancora e tutti i concerti si
trasformavano nei consueti festini dionisiaci ma, a parte i fan con cui avevano
già un solenne accordo privato di puro misticismo, nessun altro sembrava
interessarsi agli Zeppelin.
Il problema era che i rapporti dei Led Zeppelin con la stampa erano disastrosi,
mentre invece i Rolling Stones potevano contare su relazioni buone e costanti. I
Led Zeppelin ebbero la sensazione che la stampa musicale britannica avesse
motivi di vendetta nei loro confronti; dal canto suo, la stampa americana era
spaventata dai Led Zeppelin e dalla loro reputazione di fustigatori assassini. I
giornalisti inglesi ebbero una conferma quando fu finalmente pubblicato Trips,
di Ellen Sander, che conteneva il resoconto dell’assalto che aveva subito dai Led
Zeppelin durante le calme (e molto più violente) settimane del 1969. Plant fu
offeso dal trattamento dei media. “Devo ammettere che mi infastidisce”,
confessò a un giornalista. “Devo avere un problema con il mio ego perché, in
parte, vado sul palcoscenico per soddisfarlo”. E sembra che in un’altra occasione
Plant abbia detto: “Sappiamo benissimo che stiamo facendo affari migliori di...
un sacco di gente che viene glorificata dalla stampa. Così, senza essere
egocentrici, secondo noi è arrivato il momento che la gente conosca di noi altre
cose e non solo il fatto che ci nutriamo di donne e ne gettiamo le ossa fuori dalla
finestra”.
Da anni i Led Zeppelin non avevano un ufficio stampa. Nel 1968 avevano
usato Bill Harry, l’ex addetto stampa dei Beatles e caporedattore di
«Merseybeat», che all’epoca lavorava per i gruppi di Mickie Most. Ma con
Harry litigarono piuttosto in fretta e cominciò a circolare la voce che Grant e
Cole l’avessero spinto fuori da una finestra e l’avessero lasciato dondolare,
appeso per le gambe, sopra il traffico di Oxford Street.
I Led Zeppelin ingaggiarono così un altro addetto stampa, il minuscolo B.P.
“Beep”, Fallon, che si era occupato della promozione dei T. Rex e altri gruppi
inglesi dell’era glitter. In passato, generalmente, i giornalisti che volevano
intervistare i Led Zeppelin non ricevevano risposta dall’ufficio di Peter Grant. Se
un intervistatore riusciva a intrufolarsi fino a una distanza da cui potesse
rivolgere la parola al complesso, veniva di solito placcato dal gigantesco e
minaccioso Cole e schiettamente invitato ad andare affanculo. Fallon,
perlomeno, avrebbe cercato di far arrivare la stampa a Page e Plant, senza creare
problemi. Era una strana persona, amata da Page e Plant e completamente
aborrita da Bonzo, da Richard Cole e dai roadie. Parlava usando un proprio
idioma particolarissimo. Per lui, tutto era una “vibrazione”. Se era ora di
mangiare, Fallon cinguettava: “Vibrazione mangereccia”. Se era ora di
andarsene, Fallon annunciava: “Vibrazione-limousine”. Quando telefonava a un
giornalista per promuovere uno dei suoi gruppi, premetteva sempre: “Devo farti
un discorso, caro mio”. Era un tipo incredibilmente divertente. Quando i Led
Zeppelin lo assunsero, Fallon stava lavorando come addetto stampa per i
Silverhead, il cui chitarrista, Robbie Blunt, era amico di Plant dai tempi di
Kidderminster. Il cantante del gruppo era Michael des Barres, un grazioso
aristocratico biondo che conobbe Page quando Beep portò i Led Zeppelin a
vedere un concerto dei Silverhead, in un piccolo club di Birmingham. Dato che
Plant e Blunt erano amici, entrambi i complessi e i loro entourage, dopo il
concerto, si recarono a casa di Plant e suonarono tutta la notte. Michael des
Barres fu affascinato da Page sin dal primo momento.
“Beep e Jimmy erano molto simili”, racconta, “erano entrambi dei demoni
visionari. Ed entrambi erano innamorati del rock per la stessa ragione per cui lo
sono io, vale a dire l’atmosfera che circonda il tutto. Non aveva nulla a che fare
con le canzoni o i testi. Nulla di tutto ciò. Le sole cose veramente importanti
erano l’orecchino giusto, la giusta copertina dell’album e fare una bella figura
quando si esce dall’aereo e si sale sulla limousine; inoltre era importante essere
la persona più sballata nella stanza. La vibrazione era tutto. E lo è ancora adesso.
L’atteggiamento era tutto. Ecco perché amo Jimmy così tanto. Voglio dire,
Jimmy era incredibile perché era la classica stella del rock con il castello e il
fossato, gli abiti di velluto, le macchine favolose che non poteva nemmeno
guidare e le 80mila rarissime chitarre. E io, come un idiota, in quel periodo mi
dilettavo con la storia di Crowley. Andavo spesso a Plumpton a trovare Jimmy,
che tirava fuori le tuniche di Crowley, il mazzo dei tarocchi di Crowley, tutti gli
oggetti di Aleister Crowley che aveva collezionato. Era tutto così perverso e
decadente. Ecco quello che rappresentava Jimmy per me. Non so che cosa
rappresentassi io per lui. Ho sempre pensato di essergli piaciuto perché mi è
capitato di dire la parola ‘Rimbaud’ al momento giusto”.
L’ottavo tour in Nordamerica dei Led Zeppelin cominciò il 21 giugno 1972 a
Denver. Il loro nuovo show, che durava da due ore e mezza a quattro a seconda
della salute di Page, era ampiamente basato sul materiale appena registrato
(ancora sconosciuto ai fan), sui nuovi classici dell’album senza titolo e sui
tradizionali pezzi d’artiglieria degli Zeppelin: Since I’ve Been Longing You,
Dazed And Confused e l’inevitabile Whole Lotta Love. Lo show si apriva ora con
Rock And Roll, per proseguire con Over The Hills And Far Away, Black Dog e
Misty Mountain Hop, prima che Plant salutasse il pubblico con il suo solito
“Buona sera”, a bassa voce. Fin dall’inizio, Plant ebbe dei problemi con la sua
voce sabbiosa, che pativa i costanti mutamenti del clima estivo. Nelle
temperature desertiche del Texas e dell’Arizona, gli Zeppelin uscivano dal loro
aereo con l’aria condizionata, piombavano per pochi istanti nel caldo opprimente
del deserto e poi entravano in una limousine con l’aria condizionata. La voce di
Plant si incrinò rapidamente; per il resto della tournée mantenne una dieta di tè
caldo con limone e miele. Alle carenze della voce, compensò con la cruda
energia sessuale. Si piegava all’indietro e il suo intero corpo tremava mentre
emetteva potentissime urla.
All’inizio della tournée fecero due concerti al Madison Square Garden di New
York. La prima notte, un venerdì, sulla città si era abbattuta un’ondata di calura
e il condizionatore d’aria cominciò a funzionare male: il gigantesco auditorium
si trasformò in una sauna. Quella notte, i fan andarono fuori di testa sin dal
momento in cui udirono Bonzo attaccare rozzamente Rock And Roll e gli accordi
sempre potenti di Page.
Era come se il Martedì grasso, i saturnali e il Capodanno cinese si fossero
uniti in un solo concerto rock, senza scenario o effetti speciali: solo i Led
Zeppelin, la musica e un paio di luci. Tre ore dopo, mentre il complesso si
scagliava su Whole Lotta Love, i fan cominciarono ad arrampicarsi sul palco.
Richard Cole cercò di ributtarli nel marasma con precisi colpi di karate ma
questa volta non vi riuscì. Mentre i ragazzini inondavano il palcoscenico, i Led
Zeppelin continuarono a suonare, mettendocela tutta, senza pensare a quel che
stava succedendo attorno a loro, fino a che la parte centrale del proscenio
sprofondò sotto il peso del pubblico danzante. Mentre la gente rovinava dentro la
buca dell’orchestra e gli altoparlanti le cadevano addosso, il complesso lasciò il
palco e rimase dietro alle quinte fino a quando fu ovvio che nessuno dei 20mila
presenti aveva alcuna intenzione di andarsene. Il complesso allora ritornò sul
palco per suonare Louie Louie e Long Tall Sally.
A New York il gruppo fece il giro dei locali rock, bevendo in continuazione.
Lavorarono all’Electric Lady con Eddie Kramer, impegnati a mixare Houses Of
The Holy, che avrebbe dovuto dare il titolo al nuovo album. Suonarono poi al
Nassau Coliseum, nella periferica Long Island, di fronte a ragazzi che avevano
viaggiato centinaia di miglia per vederli e avevano pagato ai bagarini duecento
dollari per un biglietto. Dopo uno show di quattro ore, che si concluse con
Boogie Mama e Peggy Sue, i Led Zeppelin attesero nei loro camerini che il
gigantesco parcheggio esterno venisse liberato dalle migliaia di Pontiac Cutlass e
Camaro 427, mentre la gioventù della periferia newyorkese si intratteneva nel
classico ingorgo automobilistico post-Zeppelin. Dietro al palco, un giornalista
inglese informò il complesso che una rivista musicale aveva scritto che il gruppo
inglese che godeva di maggior prestigio negli Stati Uniti erano i Moody Blues.
Plant, sorseggiando tè al miele, scosse la testa disgustato. “È da quattro anni che
va avanti così”, mormorò Jones.
Quando concedeva interviste, Plant si lamentava in continuazione che gli
articoli sui Led Zeppelin non cogliessero quanto realmente accadeva a livello
spirituale tra i musicisti e i loro fan, né riuscissero a percepire lo scambio
d’energia che stava al cuore del successo zeppeliniano. “Ciò che accade non è
semplicemente una questione di musica”, disse a un cronista: “è una relazione
che trasporta la musica da un livello terreno a qualcosa che è quasi al di sopra
di... È così che mi piace immaginarla. Questo è il punto in cui ci si comincia ad
assumere dei rischi e si diventa come re Artù. Questo è il punto dove veramente
la forza risiede nella popolarità, quando si riesce a dire a se stessi: ‘Guarda, non
ci sono secondi fini’”. Non c’era un vero e proprio modo per spiegare alla
stampa il magico senso di empatia che i membri dei Led Zeppelin provavano nei
reciproci confronti ma Plant ci provò: “In ogni caso, non è solo una cosa da
ragazzini come fare roteare il microfono per aria. C’è qualcosa di ben più
profondo che sta accadendo. Anche brani che abbiamo suonato per anni possono
essere cambiati ogni sera”.
Mentre il tour proseguiva attraverso gli Stati Uniti prima di culminare a Los
Angeles, il complesso si accorse che a quanto pareva Stairway era la canzone
preferita del pubblico (anche se generalmente era l’assolo di Bonzo, Moby Dick,
a ottenere le ovazioni più calorose). C’era qualcosa in Stairway To Heaven – il
tintinnio degli strumenti acustici, le immagini primitive della dea, lo strepito
battagliero del finale – che aveva preso all’amo la gioventù americana. “Era
come l’Islam nel deserto”. Page aveva scoperto che se lasciava libero il manico
della dodici corde, le corde entravano in risonanza con le melodie che stava
suonando sulla sei corde, contribuendo ad aumentare la resa acustica globale, un
po’ come accade con le corde di risonanza del sitar. Quella tournée coincise
anche con un cambiamento di ruolo per John Paul Jones. Nel passato, era stato il
bassista senza volto, relegato nell’oscurità, obbligato a mantenere un
atteggiamento modesto mentre Page e Plant si esaltavano sotto le luci della
ribalta. Jones era un musicista validissimo che aveva scelto il monotono
anonimato del bassista e i suoi lineamenti mostravano, generalmente, la
maschera della concentrazione. Ma in quel tour Jones si sciolse, suonando il
piano elettrico, l’organo e il mellotron ed entrando a far parte a tutti gli effetti del
complesso. “Non mi dispiace rimanere sullo sfondo”, disse al reporter Ritchie
Yorke. “Non mi piacerebbe essere là davanti come Page. Essere un artista
implica comunque una minima dose di esibizionismo... Credo che si debba fare
ciò che si deve e, se sono il bassista, piuttosto che cercare di impormi per
diventare il leader preferisco dare il mio contributo eseguendo un valido giro di
basso”.
QUANDO I LED ZEPPELIN arrivarono a Los Angeles, si insediarono alla
Continental Hyatt House sul Sunset Boulevard e ripresero abitudini ormai
familiari; fecero una prova registrata che conteneva una dozzina di brani di Elvis
e bazzicarono i locali rock di Hollywood, come il Rodney’s English Disco e il
Rainbow Bar. Page si riunì con la sua amica Miss Pamela e tutto sembrò filar
liscio, fino al giorno in cui cominciò a rincorrere una modella quattordicenne,
Lori Maddox.
Lori era una ragazza graziosa, alta e bruna come Page, con lineamenti marcati
e occhi giganteschi. Alla gente ricordava Bianca Jagger. La sua fotografia era
stata pubblicata su «Star» e all’inizio dell’anno aveva conosciuto B.P. Fallon,
che era stato a Los Angeles con i Silverhead. Fallon aveva scattato alcune
fotografie di Lori, che ora mostrò a Page quale esempio della nuova generazione
di groupie. Fu il classico colpo di fulmine. Secondo Lori, Beep diede a Page il
suo numero e lui la chiamò dal Texas dicendo: “Ciao, sono Jimmy Page e voglio
conoscerti”. Lori pensò che si trattasse di uno scherzo e rispose: “Sì, certo,
amico, certo”, e gli sbatté il telefono in faccia. Ma si incuriosì. Quando i Led
Zeppelin arrivarono in città, Lori e alcune sue amiche si recarono alla piscina
sulla terrazza della Hyatt House, dove Page cominciò a farsi sotto. Le sue
amiche le dissero che se Miss Pamela l’avesse scoperta con il suo uomo
l’avrebbe fatta a pezzi.
“All’epoca ero ancora un po’ verginella”, racconta Lori, “e gli dissi: ‘Senta
signor Page, davvero non le posso parlare, perché non mi va di essere picchiata’.
Jimmy rispose: ‘Dolcezza mia, se vieni con me, nessuno ti toccherà”’.
Page la inseguì per tutta la città, da Rodney’s, poi alla piscina della Hyatt
House, poi nella suite di Robert Plant. Lì, lei e le altre nuove ragazze del giro –
Sable Starr, Lynn e le altre – passarono la serata a gettare bottiglie di champagne
vuote fuori dalla finestra, cercando di colpire i grandi cartelloni pubblicitari al di
là della strada. Page, racconta Lori, non si faceva mai coinvolgere nelle consuete
pagliacciate che i Led Zeppelin perpetravano alla Hyatt, quelle stesse che
avevano spinto gli abitanti del luogo a ribattezzarla Continental Riot House
[Casa Continentale dei Guai, N.d.T.]. Era invece calmo e riservato, un
osservatore divertito della folle carneficina, piuttosto che un partecipante.
La notte successiva, Lori era nuovamente in compagnia delle sue amiche alla
Rodney’s English Disco, quando Page arrivò con Miss Pamela. Lori andò alla
toilette e Page la seguì e cominciò a toccarla e baciarla... “di fronte a tutti. E io
gli dico: ‘Mio Dio! Non puoi farlo. Fermati. Mi farai ammazzare’. Ovviamente
mi piaceva un sacco ma avevo paura di lui. Avevo solo quattordici anni e lui era
un uomo molto più maturo. Non sapevo veramente chi fosse ed ero troppo
giovane per rendermene conto. Le mie amiche mi implorarono di stargli lontana.
Mi raccontavano che Jimmy, una volta che fossimo stati soli, mi avrebbe
picchiata”.
Lori lasciò quindi Rodney’s e si trasferì al Rainbow Bar, la più importante
fonte di rifornimento per le stelle del rock inglesi a Los Angeles. Page vi arrivò
poco dopo, senza miss Pamela, nel tentativo di rintracciare Lori. Era
decisissimo. Mandò al suo tavolo Richard Cole, il quale disse a lei: “Jimmy mi
ha detto che riuscirà a farti sua, che ti piaccia o no”.
“Improvvisamente”, continua Lori, “il gruppo di Jimmy se ne andò di corsa
dal Rainbow. Jimmy saltò sulla sua limousine e partì a razzo, dopo aver detto a
Richard Cole che se mi perdeva di vista lo avrebbe licenziato. Così Richard mi
prese per un braccio e mi disse: ‘Tu fai una cazzo di mossa e io faccio saltare la
tua testa di cazzo’. Mi sbatté nel retro di un’altra limousine dicendomi: ‘Ora stai
seduta lì e taci’. Gli chiesi che cosa stesse accadendo e mi rispose solo di stare
zitta. Senza che me ne fossi accorta, eravamo di nuovo tutti alla Riot House.
Stavamo camminando lungo il corridoio di un piano dei Led Zeppelin e
improvvisamente venni trascinata in una stanza. Era debolmente illuminata con
delle candele e all’inizio non riuscivo a distinguere nulla. Poi vidi Jimmy, che se
ne stava seduto in un angolo con il cappello abbassato sugli occhi e un bastone
in mano. Era veramente misterioso e strano. Se ne stava semplicemente seduto
là, su una sedia nell’angolo, picchiettando quella canna sul pavimento. Sembrava
proprio un gangster. Era magnifico. Riesci a crederci? Sembrava di essere in un
romanzo. Rapita a quattordici anni! Poi rimanemmo soli, nessuno mi poteva
picchiare e non avevo troppa paura. Sbirciammo da una fessura della porta fino a
che fummo sicuri che non c’era nessuno nel corridoio e quindi sparimmo
nell’altra stanza di Jimmy. Fu l’inizio della nostra storia d’amore. Fu come se ci
stessimo innamorando. Da quel giorno fu come se stessimo insieme. Arrivava in
città, si piazzava alla Riot House e mandava una macchina a prendermi. Poi
partiva per andare a fare i concerti e ritornava quella stessa notte per stare con
me. Eravamo follemente, follemente innamorati. Era come se fosse una fantasia,
una favola. Gli altri erano veramente contro di me, a quell’epoca. Erano
preoccupati, perché se Jimmy fosse stato scoperto con una quattordicenne
sarebbe stato immediatamente rimpatriato. Così, Jimmy mi teneva sempre
sottochiave nella sua stanza. Sia Peter Grant che Richard Cole insistevano per
farmi tenere sottochiave. Non mi lasciavano andare da nessuna parte perché ero
minorenne. Nessuno osò mai dirlo a Jimmy ma io ne ebbi la chiara sensazione.
Alla fine, diventammo tutti amici. Jimmy conobbe mia madre e tutto il resto. Le
telefonò un giorno dicendo: ‘Spero che non le dia fastidio se frequento sua
figlia’. Era un vero gentil uomo e lei sapeva che era un tizio rispettabile pieno di
soldi e, insomma, che cosa volete che dicesse? Capisci, lei lo sapeva che lo avrei
fatto comunque e così pensò che, se tanto lo facevo lo stesso, con chi era meglio
che lo facessi?”.
“Era una vera e propria storia d’amore. È la persona più romantica del mondo.
È così dolce e gentile, un uomo perfetto, di maniere quasi femminili... è
veramente sensibile, sensibilissimo. Quando veniva in città, mandava una
macchina a prendermi e a me piaceva andarlo ad aspettare all’aeroporto. Quindi
ritornavamo all’hotel, correvamo dritti alla nostra stanza, ci sedevamo sul
pavimento e cominciavamo a piangere perché eravamo così felici di rivederci.
Mi fece dei regali, per esempio una vecchia collana con uno scarabeo per tenere
lontani gli spiriti maligni, mentre io gli diedi un vecchio grammofono e cose del
genere. Fu una storia veramente dolce. E un amore perfetto, veramente
innocente, bellissimo, capisci? Era come se lui sapesse che l’amavo
semplicemente per quel che era e nient’altro... Insomma, ne sentirete tante su
Jimmy – mago o stregone e cose del genere – ma, di tutto questo, ciò che ebbi
modo di constatare fu quello che sentivo e basta. Voglio dire, non riesco a
spiegarlo ma credo che lui, nel suo piccolo, abbia molto potere... Ho sempre
avuto la sensazione di essere sotto il suo incantesimo. Sinceramente. Talvolta,
quando facevamo l’amore, andavamo avanti per ore, lo giuro su Dio, era come
essere in un incantesimo; confusione, essere trasportati in luoghi differenti, senza
nemmeno prendere droghe, e semplicemente sentirsi... sentirsi come da qualche
parte nello spazio. Era il più incredibile amante del mondo, con un potere
enorme ma decisamente gentile e sensibile. Sono assolutamente sicura che ogni
ragazza che ha toccato si sia innamorata di lui... Dopo quel primo anno, Jimmy
cominciò a portarmi a tutti i concerti. Ogni tanto me ne dedicavano uno! E se
non ero con lui, mi chiamava ogni giorno, ovunque fosse. Soprattutto nell’epoca
in cui era al culmine del suo successo, dal 1973 al 1975, l’apice degli Zeppelin.
Dopodiché, si è un po’ rincretinito con l’eroina”.
Il tour terminò in agosto e fu un grande successo artistico e finanziario ma
anche una cupa sconfitta per i Led Zeppelin, perché furono totalmente ignorati
dalla stampa, mentre, come previsto, i Rolling Stones li travolsero
completamente. Le celebrità fecero a pugni per entrare nei camerini degli Stones.
Andy Warhol li seguiva con la sua cinepresa, mentre Truman Capote, con la
principessa Lee Radziwill a rimorchio, pedinò la tournée degli Stones di città in
città. Autori famosi come Terry Southern scrissero seri articoli di fondo per
giornali rispettabili. Nello stesso periodo, i Led Zeppelin furono ignorati da tutti,
tranne che dalla stampa per adolescenti più grossolana e volgare.
Mentre la bellissima e affascinante moglie nicaraguense di Mick Jagger
veniva corteggiata come una califfa dell’avanguardia, Jimmy Page stava
cercando di nascondere alla legge la sua concubina quattordicenne. Era una
situazione ridicola. I Led Zeppelin erano più grandi degli Stones. Avevano
venduto più degli Stones e suonato anche meglio e con più energia di loro, che
erano appesantiti da una sezione di fiati poco preparata e coesa. Ma mentre i loro
concerti venivano aperti da Stevie Wonder, il quale riscaldava la folla così
intensamente che ogni tanto gli Stones non avevano più nemmeno voglia di
suonare, i Led Zeppelin erano da soli, in prima fila, ad affrontare i loro fan,
isolati dal resto dell’industria musicale e dal mondo circostante. Era come se i
Led Zeppelin e il loro trasandato e bizzarro entourage stessero combattendo da
soli contro il mondo. Il fatto era che il mondo aveva paura dei Led Zeppelin.
«Rolling Stone» menzionò a malapena il loro tour estivo di quell’anno. I
musicisti erano comprensibilmente furiosi. “C’era sempre il solito problema”,
ricorda Richard Cole. “Si dicevano tra di loro: ‘Guarda gli Stones. Perché non
abbiamo gente come la principessa Radicchio, qui?’. Ma sapevano il perché. I
Led Zeppelin erano costruiti attorno a un tipo d’immagine diverso, qualcosa di
sconcertante”.
Page domandò in seguito: “Voglio dire: a chi interessa sapere che i Led
Zeppelin hanno stabilito il record di presenze in questo o quel posto quando
Mick Jagger se ne va in giro con Truman Capote?”. La risposta era: “A
nessuno”.
Nell’ottobre 1972 i Led Zeppelin tornarono per la seconda volta in Giappone;
il 3 ottobre, alla Budokan Hall di Tokyo, tennero uno splendido concerto che
iniziò con Black Dog e terminò con il prolungato medley di brani di Elvis
racchiuso all’interno di Whole Lotta Love. A Osaka, improvvisarono una
versione di Stand By Me. Ma in Giappone il quartetto si annoiò e decise di volare
a Hong Kong per una breve vacanza. “Una sera”, racconta Cole, “volevamo
comprarci uno sniffo di coca, ok? Così ci comprammo una busta e, mentre
stavamo cenando, ci prese una cazzo di voglia di provarla e cominciammo
semplicemente a infilare le cannucce dentro al pacchettino. Ma, cazzo!, venne
fuori che era eroina! Non sapevamo che cosa fosse e, dopo, non sapemmo più
nemmeno dove eravamo”.
Alla fine del mese fecero due concerti a Montreux, in Svizzera, per
l’impresario Claude Nobs, nel relativamente minuscolo Pavillon (1500 posti). I
concerti terminarono con i consueti medley di Whole Lotta Love, che
mescolavano pezzi di Carl Perkins con i soliti cavalli di battaglia di Elvis, come
Heartbreak Hotel.
I Led Zeppelin rifiutavano di riposarsi. Il 10 novembre, annunciarono che
avrebbero suonato a dicembre e a gennaio nelle isole britanniche: i 120mila
biglietti andarono esauriti in un giorno. «Melody Maker» riportò la reazione di
Jimmy Page: “Quando ricevetti la notizia, mi sentii molto umile”. Il tour (il più
grande che il complesso avesse mai messo in piedi in patria) cominciò a
Newcastle il 30 novembre. Recensendo il concerto (e riferendosi alla moda del
momento, la glam music di David Bowie e Gary Glitter), Roy Hollingsworth
scrisse sul «Melody Maker»: “Se volete sentire un complesso di rock spazzare
via quei trucchi stupidissimi, allora andate a vedere gli Zeppelin”. Il tour
proseguì attraverso la Scozia (dove, nella coriacea Glasgow, B.P. Fallon fu
picchiato fuori della sala) e il Galles. A Cardiff, il gruppo alloggiò nel decadente
Angel Hotel, che Bonzo mise abbondantemente a soqquadro. Il 20 dicembre, al
Brighton Dome, i Led Zeppelin eseguirono tra i bis alcune carole natalizie. Il
tour si fermò per le vacanze dopo due serate al cavernoso Alexandra Palace,
l’Ally Pally, di Muswell Hill, nel Nord di Londra. Dopo il secondo concerto,
Plant diede all’intera squadra dei roadie il suo regalo natalizio: una bottiglia di
whisky. Jimmy Page non era il solo “Led Portafoglio”, di quel complesso.
PARTE SECONDA

LED ZEPPELIN! LE INDISCREZIONI SULLE BIZZARRE PRATICHE


OCCULTE!
CENTO FOTO ESCLUSIVE!
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GROUPIE: “ECCO PERCHÉ HO PERSO LA TESTA PER ROBERT
PLANT”!
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LA VITA SUL JET DEI LED ZEP!
ESCLUSIVO! LA STORIA DEI LED ZEPPELIN: TESTI E FOTO!
OSCURI PRESAGI!
I LED ZEPPELIN SOPRAVVIVERANNO?

– Titoli tratti da alcune fanzine, 1973-1984


7. LO STARSHIP

“And if you take your pick


Be careful how you choose it...”
(E se fate la vostra scelta
State attenti a quel che prendete...)
Royal Orleans

NEL 1973, I LED ZEPPELIN raggiunsero l’apogeo della loro carriera. Per i tre anni
successivi, il complesso sarebbe stato al culmine del successo, all’apice della
forza artistica e fisica. I Led Zeppelin non avevano messo in distribuzione alcun
disco nell’anno precedente, ma i primi quattro album stavano vendendo così
bene che il gruppo rappresentò il 18 per cento delle vendite totali dell’Atlantic
nel 1972. Negli anni a venire, quella cifra sarebbe cresciuta fino a rappresentare
quasi il 30 per cento. Il complesso era dotato di una formidabile coesione interna
e di una grande sicurezza di sé. L’energia creativa dei Led Zeppelin era ancora
tutta focalizzata sul complesso, senza distrazioni di album solisti, senza problemi
di egocentrismo o mutamenti di formazione. Molti altri complessi heavy metal si
erano affacciati alla ribalta ma nessuno poteva eguagliare i Led Zeppelin, il loro
stile, il loro fascino. Soprattutto, i Led Zeppelin erano ancora una società segreta.
La loro popolarità non era semplicemente confinata al mondo del rock ma
addirittura a un segmento disprezzato del pubblico rock: acerba gioventù di
massa, perlopiù maschile, di bassa estrazione sociale, che si identificava con i
Led Zeppelin in modo mitopoietico, al di là della stessa musica. I Led Zeppelin
erano un culto segreto con alcuni milioni di iniziati. Negli anni Settanta, nei
parcheggi delle scuole superiori di ogni città nella periferia americana si
ascoltava solo musica dei Led Zeppelin: erano i grandi sacerdoti delle stazioni
radiofoniche che trasmettevano principalmente Lp.
Ma, a partire dal 1973, i Led Zeppelin non vollero più essere un culto. I
musicisti volevano vera celebrità e fama, oltre i confini della musica rock.
Persino l’odiata stampa musicale, che li aveva accusati di stupidità e fascismo
culturale – per aver catturato il giovane pubblico narcotizzato tramite spacconate
demagogiche –, doveva ora essere corteggiata. I Led Zeppelin erano diventati il
più grande complesso del mondo e ora il pubblico doveva esserne informato. I
tentativi di B.P. Fallon di promuovere i Led Zeppelin erano stati poca cosa. Così,
Peter Grant cominciò a cercare un agente pubblicitario americano, qualcuno che
li portasse sulle prime pagine.
Il tour inglese continuò per tutto il gennaio 1973. Il 2 gennaio, la Bentley su
cui viaggiavano Plant e Bonzo alla volta di un concerto a Sheffield rimase in
panne. Percorsero il tratto rimanente in autostop e arrivarono in tempo per il
concerto ma Plant si beccò un brutto raffreddore e numerose date dovettero
essere rimandate. Il 16 tennero una strana esibizione ad Aberystwyth, la più
grande città tra quelle vicine a Bron-Yr-Aur e agli altri loro covi gallesi.
Suonarono alla Kings Hall (800 posti), di fronte a uno stupefatto pubblico
formale, che mai lasciò le sedie e applaudì educatamente la breve esibizione. La
tournée si concluse in Scozia alla fine del mese.
In febbraio, il complesso si riposò prima di un mese di concerti in Europa e
quindi la grande tournée negli Stati Uniti che sarebbe cominciata a maggio. Il
nuovo album stava per essere messo in distribuzione, dopo mesi di ritardo a
causa dei problemi relativi alla copertina. Fu il primo disco dei Led Zeppelin ad
avere un titolo vero e proprio, HOUSES OF THE HOLY, anche se la canzone
eponima era rimasta fuori dal disco: sarebbe stata pubblicata soltanto due anni
dopo. La copertina, che di nuovo non faceva alcuna menzione dei Led Zeppelin,
raffigurava dei bambini biondi nudi, intenti ad arrampicarsi su una formazione
rocciosa a Staffin, nelle isole occidentali delle Ebridi. L’interno presentava un
erculeo uomo nudo che, in una posizione che simboleggiava sottomissione e
sacrificio, sollevava sopra la propria testa uno dei bambini biondi, di fronte a una
fortezza in rovina. All’interno, i testi delle canzoni erano stampati sulla busta del
disco; era la prima volta che gli Zeppelin lo facevano (con l’unica eccezione di
Stairway To Heaven) e alcuni testi furono trascritti malamente o deliberatamente
distorti, come i riferimenti di Plant all’inferno in The Ocean, che furono cambiati
perché non avessero un preciso significato.
A marzo, i Led Zeppelin suonarono in Danimarca, Norvegia, Svezia, Austria e
Germania. In Giappone e in Inghilterra, The Song Remains The Same era stata
presentata con il titolo originale di The Campaign. Ora aveva il nome definitivo
e si guadagnava ovunque ovazioni per le sue molteplici parti di chitarra e la sua
aura mistica. I musicisti capirono, grazie alle reazioni del pubblico ai pezzi non
ancora conosciuti, che il nuovo album sarebbe stato un grande successo.
Il 27 marzo, i Led Zeppelin iniziarono a Lione un tour di cinque città della
Francia. Mentre i roadie stavano montando la strumentazione, Peter Grant scoprì
con orrore che l’impresario francese non si era preoccupato di approntare un
servizio d’ordine. Così, chiese a Benoit Gautier, un impiegato francese
dell’Atlantic, di preparare una sorta di barriera di sicurezza. Il pubblico era stato
molto indisciplinato in Germania e Grant si aspettava ulteriori guai in Francia.
Come molte altre persone che avevano lavorato con lui, Gautier provava
ammirazione, sia pure controvoglia, per il brutale manager dei Led Zeppelin:
“All’interno dell’industria discografica aveva la reputazione di un tremendo
bastardo. Ti trattava male, ti picchiava, ti insultava. Ma Peter non ti dava mai un
problema finché tu non ne davi uno a lui. L’ho visto comportarsi a quel modo in
molte occasioni, spaccando cose e persone, ma ogni volta che picchiava
qualcuno era perché quel tale se lo era meritato. Era un vero professionista, un
vero gentiluomo, incredibilmente fedele ai suoi gruppi e alla gente che lavorava
per lui e soprattutto alla gente che ci metteva il cuore per aiutare i Led
Zeppelin”.
Il primo concerto a Lione si tenne in uno stadio da pallacanestro con 12mila
posti divisi in quattro sezioni. Ci furono guai ancor prima che iniziasse lo show,
quando arrivò una folla di autoriduttori inneggiando alla musica gratis. Stando
fianco a fianco, Grant e Gautier videro gli autoriduttori spazzare via le anziane
maschere che strappavano i biglietti all’ingresso; allora Grant ordinò ai roadie
degli Zeppelin di passare all’azione. Gli incidenti continuarono anche dopo
l’inizio del concerto. Il palcoscenico era posto sotto una delle file di sedili e,
verso la fine dello spettacolo, un ragazzo cominciò a far cadere bottiglie di vino
sul gruppo dal livello più alto, facendo volare schegge di vetro per tutto il palco.
Gautier corse sulla gradinata, acciuffò il ragazzo che stava buttando le bottiglie e
lo trascinò per i capelli lungo le scale, giù fino al retro del palco.
Nell’intermezzo tra la fine del concerto e il primo bis, i roadie pestarono senza
pietà il ragazzo e infine lo gettarono fuori. Peter Grant chiese a Benoit Gautier di
occuparsi del servizio d’ordine per il resto della loro permanenza in Francia.
Gautier ricorda che i Led Zeppelin erano diversi da qualsiasi altro complesso
rock che avesse attraversato la Francia. Vi era fra di loro un’inattaccabile
fratellanza, simile a quella di una gang. Era come se i personaggi di Robin Hood
fossero stati interpretati dai detenuti del manicomio di Charenton; Page poteva
essere Robin, Plant forse Marian, il corpulento Bonzo Little John e l’austero
Jones il menestrello Alan A’ Dale. A Peter Grant non rimaneva che la parte dello
sregolato frate Tuck e al sinistro Cole quella dello sceriffo di Nottingham. La
truppa maniacale e incontrollabile di roadie completava il cast nella parte della
banda di Allegri Compari di Robin. E c’era qualcosa di decisamente medievale
nei Led Zeppelin, con i loro abiti di velluto, gli stivali di pitone, le giacche di
pelle, i nasi inglesi a punta e i lunghi capelli fluenti.
Dopo lo show di Lione, il gruppo decise di recarsi in macchina a Nantes, per
l’esibizione successiva. Quando arrivarono in città proseguirono dritti verso la
sala del concerto per il soundcheck. Ma la porta del retropalco tardò ad aprirsi e i
ragazzini cominciarono a radunarsi attorno alla macchina, fino a quando Peter
Grant non pigiò a tavoletta l’acceleratore e sfondò il cancello. Dopo lo show,
Bonzo decise che non gli piacevano i cibi e le bevande che gli erano stati fatti
trovare nei camerini e così distrusse tutte e tre le roulotte che venivano usate
come spogliatoi. I musicisti ritornarono quindi nel loro piccolo albergo, dove
Plant cercò di procurarsi del latte per il suo tè ma gli fu comunicato che l’hotel
non ne aveva. Così, la truppa dei roadie venne lasciata ai suoi divertimenti
preferiti: scardinarono le porte e le rivoltarono, inondarono due piani con le
pompe antincendio, intasarono i gabinetti e distrussero i mobili terrorizzando gli
altri clienti.
Benoit Gautier era uscito di soppiatto con Page e Plant per andare a mangiare
un boccone nel solo ristorante di Nantes aperto tutta la notte. Mezz’ora dopo,
Bonzo, Cole e tutti i roadie vi entrarono barcollando, tutti ubriachi, alla ricerca di
un pasto. Bonzo lanciò insulti a Page per non averlo aspettato e, imbronciato, si
sedette a mangiare. Quando era ubriaco, si metteva a ringhiare come un mastino
ferito e pericoloso, tanto che Gautier cominciò a chiamarlo La Bestia. Page e
Plant trovarono la definizione divertentissima. La Bestia, naturalmente! Il
soprannome restò.
Dopo cena, Gautier, Page e Plant salirono sulla Volvo e si prepararono a
partire. Improvvisamente, Bonzo e i roadie saltarono sull’auto e Gautier dovette
ritornare all’albergo con sedici persone che urlavano e cantavano appese fuori
dalla macchina lungo le strade deserte. Durante il tragitto, i roadie cominciarono
a demolire la macchina, forzando il coperchio del baule, il tettuccio, tutte le
quattro porte, la cassetta degli attrezzi, il cric e la ruota di scorta e gettando tutto
nelle strade. Improvvisamente, cominciò a seguirli un’auto della polizia, seguita
a sua volta da molte altre. Gautier fu preso dal panico. Essendo il solo francese,
sarebbe stato l’unico punibile per la gazzarra. Così, si mise a deviare lungo
strade laterali e vicoli, cercando di evitare la polizia, mentre i musicisti e i roadie
ridevano istericamente. Alla fine furono fermati a un posto di blocco dall’intera
gendarmeria locale. Cercarono tutti di scappare ma vennero circondati, arrestati
e portati in galera. “Non fategli sapere che sono francese”, pregò sottovoce
Gautier.
La polizia aveva già visitato il devastato hotel dei Led Zeppelin e non era per
nulla divertita. Ma Richard Cole, nient’affatto intimidito dai poliziotti francesi,
obbligò tutti a cantare a squarciagola. In breve, la polizia si trovò di fronte a
sedici musicisti e roadie britannici ubriachi, che cantavano come forsennati
canzoni da pub e inni calcistici. La polizia cedette in cinque minuti. L’intero
entourage degli Zeppelin fu rilasciato, rispedito all’hotel e messo sotto chiave
nelle stanze fino al mattino. Lo scheletro di quel che era stata una Volvo fu
restituito al noleggio la mattina successiva.
Prima degli importanti show parigini erano previsti altri due concerti (a
Marsiglia e a Lilla) ma, siccome l’impresario francese era scomparso ancor
prima del concerto di Nantes, Grant li cancellò e decise di dirigersi a Parigi per
un paio di giorni in più di vino e donne. Si scelse di andare con il treno. Grant
pagò i biglietti per tutti, tirando fuori il denaro da una gigantesca borsa piena di
valuta europea che portava con sé. Page era in ritardo e così i roadie bloccarono
per venti minuti il puntualissimo espresso Nantes-Parigi. Quando Bonzo scoprì
che il bar era chiuso, perse di nuovo la testa e gli fu impedito a stento di
distruggere il resto del treno.

APARIGI, I LED ZEPPELIN alloggiarono al Georges V, uno degli hotel più lussuosi
del mondo. Attorniati da mura coperte di arazzi, mobili stile Impero e dalla
propria biancheria sporca, i Led Zeppelin si prepararono a divertirsi guidati da
Benoit Gautier, a cui venne chiesto di tutto, meno che droghe. “Era ovvio che
qualcuno di loro le usava”, dice Gautier, “ma erano molto discreti. Non
chiedevano mai erba o cose del genere; domandavano solo cose legali, perlopiù
ragazze. La prostituzione è legale in Francia. Volevano del buon alcol, feste
divertenti e gente spiritosa. Peter Grant diceva: ‘Voglio che tutti si divertano,
stasera! Puoi trovare sei ragazze veramente belle?”’. Così Gautier si metteva al
telefono con Madame Claude, la più famosa e costosa maîtresse di Parigi, per
poi ritornare da Grant con il prezzo. “Si sapeva che Madame Claude sarebbe
costata un occhio della testa”, racconta Gautier, “ma perlomeno i soldi che
sborsavi erano ben spesi”. Un’altra sera fu organizzato uno spogliarello all’hotel.
I ragazzi volevano vedere due donne che facevano l’amore. La stanza fu
oscurata e alle ragazze venne detto di comportarsi come se fosse vero, come se il
gruppo non stesse guardando. Puro e semplice divertimento.
Gradualmente, Gautier ebbe modo di conoscere le singole personalità dei Led
Zeppelin e ne trasse degli interessanti ritratti. Così come molti altri che
conoscevano John Bonham, dice che Bonzo aveva una doppia personalità:
“Poteva essere la persona più generosa ma anche la peggiore. Bonzo si metteva a
piangere quando parlava della sua famiglia. Poi i roadie cominciavano a
spingerlo a far qualcosa e lui perdeva il controllo. Se glielo chiedeva Jimmy, si
metteva a lanciare bevande o a gettare cibo sulla gente. Non aveva alcuna difesa
naturale contro chi cercava di manipolarlo e non aveva nessuno a proteggerlo”.
Una volta Bonzo offrì una grossa pista di cocaina a Gautier, che stava per
accettare quando, guardando attentamente la droga, si accorse che non era
cocaina bensì eroina. “Ma è ero!”, esclamò stupefatto. Bonzo trovò così
divertente quell’uscita che cominciò a rotolarsi sul pavimento. “Pensava che
fosse la cosa più divertente del mondo: offrirti della cocaina e darti invece
dell’eroina. Aveva rischiato di ammazzarti eppure per lui non era un problema!”.
Il giorno successivo, Gautier lodò una stupenda camicia da cowboy che
indossava Bonzo e quello se la strappò di dosso e gliela regalò.
In un’altra occasione, Gautier accompagnò Plant a comprare una pelliccia.
“Robert era veramente una persona simpatica”, racconta; “Non faceva mai dei
male a nessuno, aveva maniere educate, sorrideva in continuazione... Mi faceva
sempre venire in mente che i Led Zeppelin erano costituiti da due tipi di persone.
Due venivano dall’industria musicale, progettavano tutto e sapevano quel che
sarebbe successo, gli altri due erano quel che io chiamo ‘i ragazzi delle favole’,
due ragazzi di provincia: Robert e John”.
La descrizione di John Paul Jones fatta da Gautier è forse la più sorprendente,
se si considera il carattere schivo del bassista: “Quando si era in sua compagnia,
si desiderava essere intelligenti, acuti e istruiti. Era estremamente intelligente e
avrebbe potuto essere il più vizioso e pericoloso di tutti loro; non lo era ma
avrebbe potuto esserlo. Era un membro del complesso, ma altrettanto facilmente
avrebbe potuto gestire la casa discografica.
Naturalmente, la mente direttrice di tutto era Jimmy, che sembrava mantenere
su di sé un controllo assoluto. Un giorno, quando lo vidi sniffare della coca,
rimasi completamente sconvolto. Non solo era sconvolgente che fosse Jimmy a
farlo ma anche che lasciasse trasparire quella parte di se stesso. Quella fu la
prima volta in cui lo vidi perdere il controllo. Fu in quel momento che cominciai
a pensare che il più saggio dei Led Zeppelin fosse John Paul Jones. Perché?
Perché non si fece mai coinvolgere in una situazione imbarazzante. Si presentava
sempre all’ultimo momento. Nessuno sapeva mai dove fosse. Guidava per conto
suo ed era indipendente dal resto del complesso. Peter e il gruppo dicevano in
continuazione: ‘Dove cazzo è?’. Li irritava non riuscire a manipolarlo. Direi che
era anche il più dispettoso dei quattro. Gli capitava di dire: ‘Jimmy sembra teso;
non sarebbe divertente se qualcuno gli lanciasse un petardo?’. E, naturalmente,
John Bonham si precipitava a lanciargli il petardo. Lo trovavo una persona
brillante. Avrebbe potuto fare qualsiasi lavoro ed era un maestro in fatto di
beffe”.

IL TOUR EUROPEO TERMINÒ a Parigi all’inizio di aprile, con due concerti al Palais
des Sports. Al secondo erano presenti due americani: uno era un uomo elegante
sulla cinquantina, l’altro aveva poco più di vent’anni e capelli anche più lunghi
di quelli dei Led Zeppelin. L’uomo più anziano si chiamava Lee Solters ed era il
più importante agente pubblicitario dello show business americano; annoverava
fra i suoi clienti Frank Sinatra. Il giovanotto era Danny Goldberg, un
ventitreenne che aveva lavorato per «Billboard» e scritto per «Rolling Stone» e
ora stava imparando pubbliche relazioni da Solters, mentre lavorava per la sua
ditta.
Sull’aereo per Parigi, Solters aveva chiesto a Goldberg se era il caso di
occuparsi di questi nuovi clienti, i Led Zeppelin. Erano famosi? Valevano la
pena? Goldberg spiegò che erano famosi presso i loro fan ma ora avevano
bisogno di raggiungere un pubblico più vasto. Il problema era che avevano
un’immagine negativa presso la stampa ed erano visti come dei barbari selvaggi.
Persino «Rolling Stone», quando si degnava di occuparsene, considerava i Led
Zeppelin dei gradassi senza gusto, oltre che colpevoli di aver letteralmente
rubato e riciclato canzoni blues senza nemmeno menzionare le proprie fonti.
“E allora come la spuntiamo?”, aveva chiesto Solters. Goldberg pensava che i
Led Zeppelin avrebbero dovuto tenere, nel corso del loro imminente tour, un
paio di concerti di beneficenza per sostenere un ipotetico museo del blues, in
qualche città del Sud ancora da specificare. Quella sera a Parigi i Led Zeppelin
attaccarono a tutta forza con Rock And Roll e il Palais des Sports esplose per il
loro assordante hard rock. Dopo la prima canzone, Solters si piegò verso
Goldberg dicendogli: “Pensaci tu”. In seguito, durante il repertorio acustico, più
leggero e armonico, Solters ammise di essere rimasto sorpreso. Jimmy Page era
veramente un bravo musicista.
Il giorno dopo tennero la prima riunione con Peter Grant al Georges V.
Solters, che era sempre molto franco con i clienti, spiegò che i Led Zeppelin
avevano problemi con la propria immagine e che erano considerati dei barbari
dai media. Grant pensò che si trattasse di un’ottima battuta. Quando Solters e
Goldberg furono in seguito presentati al complesso, Peter Grant sollecitò Solters:
“Di’ ai ragazzi qual è la nostra immagine negli Stati Uniti. Qual è la parola? Che
cos’è che la stampa pensa di noi?”. Solters fece segno a Danny Goldberg di
rispondere alla domanda e quello deglutì e poi rispose che la stampa li
considerava dei barbari gentili. Tutti si misero a ridacchiare e Goldberg ebbe
l’impressione che il complesso ne fosse compiaciuto.
Più tardi, Robert Plant lo prese per un braccio dicendogli: “Vedi, ti devi
rendere conto che quando andai per la prima volta in America ero un ragazzino.
Avevo diciannove anni e impazzii. Incontrai le GTO e andai semplicemente in
tilt. Io venivo da una città dimenticata da dio nelle Midlands e lì c’erano tutte
quelle ragazze a seno nudo che ci venivano dietro senza alcun pudore; era
naturale che, durante quei primi pochi tour, perdessimo la testa. Ma quei giorni
sono completamente finiti. Siamo adulti ora. Siamo uomini d’affari di successo.
Mi sono tolto dalla testa quelle cose”. Goldberg gli disse qualcosa in merito alla
violenta reputazione dei Led Zeppelin e Plant gli rispose: “Dai, questa è follia,
pura esagerazione. Quando cominciammo, negli anni Sessanta, c’era un po’ di
follia nell’aria, ma sin d’allora non abbiamo mai incontrato nessuno che osasse
raccontare la nostra versione della storia”.
Anche John Bonham fu relativamente espansivo durante l’incontro. Non era
ubriaco e impressionò Goldberg per i suoi modi infantili. “Vuoi dire”, si metteva
a domandare, “che cercherai di raggiungere quelle persone che non ci conoscono
ancora? È questa l’idea?”. Quando gli fu confermato che, sì, l’idea era quella,
Bonzo commentò pacato: “Grazie a Dio sei qui. Siamo i più grandi e non lo sa
nessuno. È ora che ti occupi di questa faccenda”.
John Paul Jones sedette impazientemente durante tutto l’incontro e sembrò
imbronciato e prepotente. Page era tranquillo e lanciò solo un paio di frecciate
contro «Rolling Stone». “Era semplicemente incantevole”, afferma Goldberg.
“Era tutto preso dalle sue ciglia, dal suo fascino da corista di chiesa e sembrava
proiettare intorno a sé l’immagine della perfetta star”. Goldberg propose ai Led
Zeppelin l’idea dei concerti di beneficenza per il museo del blues e quelli
parvero apprezzarla. Furono tutti d’accordo che il mese successivo, quando
sarebbe partito da Atlanta il nono tour dei Led Zeppelin, Goldberg avrebbe
assunto l’incarico di agente pubblicitario.

LA TOURNÉE AMERICANA del 1973 avrebbe attraversato trentatré città nell’arco di


tre mesi e sarebbe stata la più grande che i Led Zeppelin avessero fino ad allora
organizzato. Si prevedeva che i soli concerti avrebbero incassato quattro milioni
e mezzo di dollari. All’inizio di maggio, il «Financial Times» di Londra riportò
la stima di Peter Grant secondo cui il gruppo avrebbe guadagnato, quell’anno,
trenta milioni di dollari. Di conseguenza, il tour venne allestito in grande stile.
La paura di volare di Page non era diminuita. Confessò a un giornalista che
doveva essere completamente ubriaco per potersi imbarcare su un aereo e
raccontò che una volta, guardando fuori dal finestrino, aveva visto uscire del
carburante da una delle ali. In passato, Grant aveva noleggiato un piccolo jet
privato per dar modo al complesso di spostarsi di città in città, ma a Page non
piaceva. Questa volta, Grant affittò lo Starship, un Boeing 720B riconvertito, di
proprietà del produttore dello show televisivo dei Monkees. Lo Starship era stato
trasformato in un aereo di lusso da quaranta posti, decorato nello stile dei saloni
di Las Vegas con un lungo bancone bar, schermi video, poltroncine di peluche,
camere da letto con falsi caminetti e docce. C’era persino un organo. Il costo
dell’affitto dell’aereo era incredibilmente alto, ma per i Led Zeppelin ne valeva
la pena. Gli avrebbe permesso di vivere in una sola località, di spostarsi nelle
città vicine con l’aereo e le limousine e di tornare quella medesima notte a un
hotel familiare, invece dei consueti trasferimenti disorientanti da un motel
all’altro.
Anche nello spettacolo dei Led Zeppelin ci furono alcuni importanti
cambiamenti. Gli arrangiamenti furono cambiati per inserire meglio le nuove
tastiere di Jones e durante No Quarter veniva gettato ghiaccio secco sul palco
per ottenere un minaccioso effetto nebbia. In passato, i Led Zeppelin si erano
presentati in scena armati solo della loro musica e delle loro falliche personalità.
Questa volta, ingaggiarono una società texana chiamata Showco per farsi fornire
un gioco di luci completo, con luci stroboscopiche appese sopra al palco,
giganteschi riflettori mobili vicino alla batteria, cannoni per esplosioni, bombe
fumogene per sbalordire il pubblico durante il finale e una troupe di trenta
assistenti per controllare luci, effetti e impianto di amplificazione. Inoltre, ogni
musicista aveva il proprio roadie personale. Ray Thomas lavorava per Page,
accordando le varie chitarre di cui aveva bisogno per ogni canzone. Benji
LeFevre coordinava gli effetti speciali per la voce di Plant. Brian Conliffe, che
aveva lavorato per gli Yardbirds, si occupava di John Paul Jones. Il roadie per la
batteria di Bonzo era Mick Hinton, un cockney beneducato che in passato aveva
lavorato per Ginger Baker e ora serviva Bonzo sia come valletto, sia come
ulteriore fonte d’ispirazione. Quei signori si dovevano anche occupare di
rifornire le suite degli hotel dove alloggiavano i musicisti procurando
determinati generi di conforto, com’era previsto in un memorandum distribuito
prima del tour. Page doveva avere fiori freschi, frutta, acqua in bottiglia, un
bollitore elettrico, le tende tirate, le candele accese, champagne freddo, succo
d’arancia a temperatura di frigorifero e un impianto stereo nella camera da letto
sintonizzato sulla stazione radiofonica FM più eccitante della città. Plant doveva
trovare le medesime cose, più un rifornimento di tè Earl Grey, miele e limoni.
Bonzo voleva anche un tappeto di pelle di pecora. Jones voleva un pianoforte
ovunque fosse possibile.
L’entourage comprendeva anche il menestrello inglese Roy Harper, che fece
da spalla ai Led Zeppelin in alcuni concerti. Valente chitarrista e poeta
ossessionato dalla cultura celtica, Harper cantava i suoi versi incalzanti in
un’acuta chiave tenorile. Era ammirato e coccolato da Page e Plant. Page aveva
persino suonato su due album folk di Harper, LIFE MASK e STORMCOCK. Sia
per Plant che per Page, Harper sembrava simbolizzare l’innocenza, la sensibilità,
la passione e l’idealismo che avevano sacrificato a Mammon, il dio del denaro.
Per loro, Roy Harper era un poeta inglese e doveva essere trattato con rispetto e
cortesia dalla bestiale troupe di roadie. “Personalmente, non fui mai infatuato di
Roy Harper”, dice Richard Cole. “Il cielo mi fulmini se so perché lo amavano
così tanto. Per me era solo un rompipalle”. Ma Harper scambiava significative
strizzate d’occhio ed enigmatiche citazioni dylaniane con Plant, mentre era
generalmente considerato un tipo pesante dal resto dell’entourage.
Poco prima che partissero per l’America, ci fu una discussione in merito
all’eventualità di filmare la tournée. Una troupe aveva filmato parte di uno dei
loro tour del 1970 ma non ne era venuto fuori nulla. Questa volta, invece, gli
Zeppelin vennero contattati da un cineasta di nome Joe Massot, un conoscente
dell’amica di Page, Charlotte. Massot aveva lavorato su un western rock
intitolato Zachariah e voleva filmare la tournée dei Led Zeppelin per ricavarne
un lungometraggio composto da riprese di concerti e “sequenze fantastiche”.
Grant, però, bocciò l’idea perché troppo costosa e per la mancanza del tempo
necessario a prepararla adeguatamente. Di lì a poco avrebbe cambiato opinione.

MENTRE I LED ZEPPELIN stavano atterrando a Miami, alcuni giorni prima del
concerto iniziale di Atlanta, HOUSES OF THE HOLY scalzò ALOHA FROM
HAWAII VIA SATELLITE di Elvis dalla prima posizione delle classifiche
americane. Ma ciò non servì a impedire alla stampa di denigrare l’album.
«Rolling Stone» lo definì “una dose di pabulum”, e “una scintilla spenta”,
mentre il resto della stampa si unì diligentemente al coro di derisioni e sberleffi.
Danny Goldberg – ora ribattezzato dal complesso “Riccioli d’oro”, a causa della
sua lunga chioma – aveva piazzato su «Rolling Stone» un articolo relativo al
tour comprendente una falsa citazione di Page, che annunciava il pagamento di
“ciò che consideriamo un debito di vecchia data verso i musicisti americani che
hanno influenzato la nostra musica”. Fu l’inizio e la fine del progetto del museo
blues, che venne rapidamente accantonato, perché inutile, quando il tour
cominciò a farsi pubblicità da sé battendo ogni record di presenze e incassi. Il
complesso alloggiava al Doral Hotel a Miami. C’era anche Maggie Bell, mentre
i Bee Gees andavano e venivano. Si stavano apportando gli ultimi ritocchi al
vestito nero da scena di Page, ornato con lustrini a forma di mezzelune e stelle
d’argento. Dato che uno dei clienti di Lee Solters era «Playboy», fu chiesto a
Danny Goldberg se era possibile che alcune delle conigliette della rivista si
rendessero disponibili per il divertimento dei Led Zeppelin. Goldberg rispose
diligentemente che non pensava fosse possibile.
I musicisti, soprattutto Plant e Bonzo, erano nervosi e irritabili. Plant disse a
Goldberg che le critiche a HOUSES OF THE HOLY avevano depresso il gruppo
e che tutti avevano paura di aver perso la battaglia. Ma le sue paure vennero
dissipate il 4 maggio, quanto iniziò il tour al Braves Stadium di Atlanta. Furono
venduti 40mila biglietti, battendo così il record locale di presenze detenuto dai
Three Dog Night. Dalla loro suite nell’albergo, i musicisti videro una grande
folla di ragazzi sfilare verso l’interno dello stadio. Jones si affacciò allora alla
finestra urlando: “Avanti, gente, portateci tutto il vostro adorato denaro!”.
Sentendolo, Plant – alto sacerdote e vero credente della comunione rock – si
offese davvero. “Jonesy!”, esclamò. “Come puoi essere così cinico? Quella è la
nostra gente”. Più tardi, mentre il complesso suonava, Peter Grant portò Danny
Goldberg sul tetto dello stadio e gli mostrò il panorama. Dentro lo stadio, i
ragazzini erano completamente fuori di testa. Grant fece quindi un gesto in
direzione della gente che stava viaggiando sull’autostrada adiacente,
completamente ignara dei Led Zeppelin. “Quelle”, disse Grant, indicando con il
dito le macchine dei passanti, “sono le persone che io voglio che tu raggiunga
per noi”.
La sera successiva, i Led Zeppelin attirarono una folla di 56mila persone a
Tampa, in Florida, battendo il record, stabilito otto anni prima dai Beatles, del
più alto numero di presenze mai registrato durante un concerto di un singolo
gruppo. Lo show incassò 309mila dollari contro i 301mila che avevano
guadagnato i Beatles nel 1965 quando avevano suonato per 55mila persone allo
Shea Stadium. Danny Goldberg, sempre diligente, ottenne le prime pagine dei
giornali americani. Il giorno successivo, ricevette una telefonata furiosa da Steve
Weiss, l’avvocato newyorkese dei Led Zeppelin. “Da dove hai tirato fuori quella
cifra?”, domandò Weiss. Goldberg spiegò che aveva semplicemente moltiplicato
il prezzo dei biglietti per il numero dei presenti e che, quando si batte un record,
l’incasso è parte dell’evento, la sola parte che realmente significhi qualcosa per
la stampa quotidiana. “I Led Zeppelin non comunicano mai i loro incassi”, tagliò
corto Weiss. “D’ora in poi, non comunicare mai più le cifre di alcun concerto
degli Zeppelin”. Un paio di giorni dopo, Grant convocò Goldberg nella sua
stanza. Goldberg attese pazientemente mentre Grant sniffava una quantità
inenarrabile di cocaina con il suo naso gigantesco. Quindi Grant disse: “Sarebbe
veramente splendido se tu riuscissi a infilare qualcosa nella stampa sul come i
Led Zeppelin siano stati il più grande avvenimento mai accaduto ad Atlanta dai
tempi di Via col vento”. Goldberg trasalì e balbettò: “Be’, qualcuno deve pur
dirlo. Vuoi che riferisca che l’hai detto tu?”. Grant alzò gli occhi al cielo come
se parlasse a un ottuso. “No, non voglio che tu lo dica. Stavo solo pensando che
sarebbe splendido se la stampa lo dicesse”. Incapace di giudicare se si trattasse
di un caso di follia o di un desiderio profondamente radicato, Goldberg gettò al
vento le cautele e attribuì la frase al sindaco di Atlanta, il quale aveva richiesto
dei lasciapassare per il backstage da dare ai suoi parenti. Due delle più
importanti giornaliste newyorkesi, Lillian Roxon e Lisa Robinson, citarono la
frase e Grant fu soddisfatto. Quando Goldberg riuscì a portare i Led Zeppelin
sulla copertina dell’«Atlanta Constitution» e ottenne per loro servizi a tappeto
dalle agenzie più un editoriale dell’agenzia di stampa New York News, venne
ringraziato con un grugnito e una scrollata di spalle. A loro, quel che importava
veramente era la stampa inglese, perché era quella che li aveva maggiormente
martoriati nel passato. Quando, dopo un altro articolo elogiativo del «Financial
Times», il «Daily Express» di Londra riportò parola per parola uno dei
comunicati stampa pieni di statistiche (i giornali in generale non sapevano cosa
scrivere su quei rozzi musicisti) sotto il titolo Ci crediate o no, sono più grandi
dei Beatles, Goldberg si assicurò il posto di responsabile della pubblicità. Poco
per volta, entrò a far parte dell’esclusivo entourage degli Zeppelin. Dato che era
fisicamente presente alla maggior parte dei concerti, il gruppo giunse alla
conclusione che Goldberg “credeva”, in loro e che, di conseguenza, doveva
essere introdotto alla loro tempestosa e cameratesca intimità.
Il lavoro di pubbliche relazioni cominciava a dare i suoi frutti. All’inizio,
Goldberg aveva addirittura difficoltà a convincere i giornalisti a venire ai
concerti dei Led Zeppelin; poi, finalmente, riuscì a persuadere Lisa Robinson, la
corrispondente newyorkese del giornale musicale britannico «Disc», la quale era
atterrita all’idea di incontrarli. Ma i Led Zeppelin fecero sfoggio di buone
maniere e Lisa cominciò a scrivere rubriche piene di complimenti, tramite cui gli
amici e le famiglie dei Led Zeppelin furono informati dei trionfi americani del
complesso. Lisa era stata colpita dal concerto di St Petersburg e lo riferì anche su
«Hit Parader» e «Creem». Accettò inoltre di inserire nelle proprie rubriche
informazioni innocue – in genere commenti su quanto gli Zeppelin sentissero la
mancanza delle proprie mogli –, commenti che comunque non ingannavano
nessuno e tantomeno le stesse mogli.
Mentre il tour avanzava attraverso diciotto altre città prima del riposo, il
gruppo cominciò veramente ad apprezzare le comodità dello Starship. Non
c’erano più lunghe code nei terminal degli aeroporti e le limousine
parcheggiavano proprio sotto l’aereo, che li attendeva in un angolo privato
dell’aeroporto. C’era cibo caldo e l’alcol scorreva incessantemente a fiumi.
A New Orleans, alloggiarono al famoso hotel Royal Orleans e si mischiarono
con la sfrenata popolazione di travestiti del quartiere francese. Di giorno, Plant
dava spettacolo in ridottissimo slip rosso sulla terrazza del Royal Orleans, che si
affacciava sul Mississippi. Di notte, Cole scorrazzava il complesso nei gay bar,
dove attirarono l’attenzione di tutti i travestiti di Bourbon Street. Uno di questi si
innamorò di Plant e lo coprì di braccialetti d’argento e turchese. Un altro si gettò
su Jones, che lo portò con sé in albergo, senza rendersi conto che si trattava di un
uomo.
“Non ci fu alcun seguito”, afferma Cole in merito alla predilezione dei Led
Zeppelin per i gay bar. “Era una fascinazione che tutti noi sembravamo subire:
gay club e tutto il resto. Qualunque persona di mondo sa benissimo che gli
omosessuali si divertono di più delle persone normali. Non ti infastidiscono, né ti
seccano. Non gliene fregava un cazzo di chi fossero i Led Zeppelin e
ascoltavano sempre la musica migliore. In qualsiasi altro posto tu vada, la gente
vuole da te questo e quello. Quando il gruppo ha finito un concerto, è
completamente privo d’energia. Chiunque vi abbia partecipato è scoppiato,
cazzo! Si ha solo voglia di restare soli. Non voglio che la gente si avvicini a
Page, perché poi sono io quello che deve mandarli via, o chiedergli gentilmente
di muoversi, e qualche volta non si vogliono spostare e mi tocca dargli un calcio
nella mascella e a qualcun altro tocca portarli fuori”.
Dopo il concerto al Municipal Auditorium di New Orleans, durante il quale
Page aveva maliziosamente colpito con l’archetto il sedere di Plant nel mezzo di
Dazed And Confused, l’intero gruppo andò al Gateway, all’angolo tra Bourbon e
Iberville, per assistere a un concerto di Frankie Ford. Robert Plant, che
indossava una sgargiante blusa d’argento aperta sul petto, chiese a Ford di
cantare Sea Cruise, il suo grande successo degli anni Cinquanta. Dopo, si
recarono a un club chiamato Déjà Vu, il cui proprietario chiese ai Led Zeppelin
di imprimere le impronte delle proprie mani nel cemento fresco del marciapiede
esterno. “Perché non gli fai sbattere dentro i loro cazzi?”, suggerì Cole. Plant
confessò di dubitare che il suo avrebbe lasciato un’impronta. Da New Orleans il
complesso volò verso gli altri concerti del Sud: Jacksonville, Tuscaloosa, St
Louis e Mobile. Lisa Robinson scrisse: “Non c’erano trucchi. Nessuna lunga
accordatura, niente intermezzi, niente gruppi di spalla, niente scarpe dai tacchi
sproporzionati, nessun effetto speciale, nessuna ballerina, niente astronavi,
niente gioielli, nessuna porcheria senza suono. Semplicemente, quattro ragazzi e
due ore e mezza della loro musica...”. Plant le spiegò così la propria filosofia:
“Mi piace pensare che la gente se ne vada dai nostri concerti sapendo che siamo
dei tipi piuttosto osceni e che facciamo davvero un sacco di quelle cose che ci
attribuiscono... Ecco, quello che davvero cerchiamo di ottenere è: il meglio. Non
ci interessa il potere, la rivoluzione, alzare i pugni chiusi nell’aria. Mi piace che
la gente se ne vada sentendosi come ci si sente dopo una buona scopata:
soddisfatti ed esausti... Qualche sera basta che guardi davanti a me e mi viene
subito voglia di scopare tutta la prima fila”.
Prima che partissero da New Orleans, ai Led Zeppelin fu offerta una festa da
Ahmet Ertegün, in uno studio chiamato Jazz City. Il menù era a base di soul
food, mentre il divertimento era garantito dalla crema dei maestri di R’n’B della
Crescent City: Ernie K. Doe, Professor Longhair, Snooks Eaglin e Willie Tee.
Suonarono anche i Meters, la Olympic Brass Band e i Wild Magnolias. John
Paul Jones suonò l’organo, mentre una spogliarellista fingeva di fare
selvaggiamente l’amore con una tovaglia. In piedi, in mezzo alla folla, Page e
Plant rimasero a bocca aperta, mentre gli anziani capi di stato dell’R’n’B
mettevano in mostra tutto il loro talento.
Mentre il tour avanzava verso la sospirata California, il repertorio e le
improvvisazioni collettive degli Zeppelin si riscaldarono e divennero assai più
selvagge. Solo il pezzo d’apertura, Rock And Roll, veniva suonato ogni sera con
il medesimo numero di battute, il che, per certi versi, serviva a mantenere fresco
il grido di guerra del complesso. I concerti finivano invariabilmente con la
tradizionale accensione di migliaia di accendini, che dal palco somigliavano a
una galassia spumeggiante. I biglietti per gli show di Dallas e Fort Worth
andarono esauriti e Page fu colpito dal fatto che un terzetto di groupie texane
avesse affittato un jet privato per seguire in giro il complesso.
Quando finalmente arrivarono a Los Angeles, Page si contuse una mano
appoggiandola malamente su uno steccato. Il concerto del 30 maggio fu
rimandato di qualche giorno ma Page riuscì a presentarsi al Forum la sera
successiva, i1 31, dopo aver passato l’intera giornata con la mano gonfia
immersa in acqua ghiacciata.
“Buona sera”, disse Plant al pubblico, dopo l’iniziale bombardamento degli
Zeppelin. “Questa è la festa di compleanno di Bonzo. Io l’ho conosciuto... lo
conosco da quindici anni ed è stato un bastardo per tutta la vita”. Poi attaccarono
con Misty Mountain Hop, The Song Remains The Same e The Rain Song, durante
la lenta sezione con il mellotron, i fan più scalmanati iniziarono a fischiare,
richiedendo qualcosa di più movimentato. Ora Dazed And Confused, nelle serate
di maggior autocompiacimento, durava facilmente anche mezz’ora.
Comprendeva eccentriche puntate di bluegrass sopra una chitarra funk, stile
Crunge, e un tranquillo preludio chitarristico folkeggiante, che faceva da
accompagnamento a Plant mentre cantava frammenti di San Francisco – “...non
dimenticarti di portare fiori nei capelli...” (...be sure to wear flowers in your
hair...) – prima dell’obbligatoria sezione con l’archetto: questa ora riecheggiava
i cori modali di Ligeti che si sentivano nella colonna sonora di 2001: Odissea
nello spazio e i temi di vari film dell’orrore. Mentre Page sparava grandi bordate
di sonorità sinistre, Plant gli si univa con grugniti orgasmici: “Spingi! Spingi!
Spingi!”. Bonzo colpiva la batteria con violenza mortale e poi Page si metteva a
suonare un po’ di Purple Haze. I Led Zeppelin inserivano di tutto nel pezzo, ma
proprio di tutto. Dopo No Quarter, Plant annunciò che Page si era slogato un
dito, cosa che gli fece guadagnare un giro d’applausi. Plant disse: “Questa
canzone è per voi”, e gli altri attaccarono The Ocean; quindi diresse un coro di
buon compleanno per Bonzo, prima di iniziare Whole Lotta Love, per due soli
versi, e poi tuffarsi nella sezione centrale, che quella notte presentava i giri alla
James Brown di Page e scivolava nella consueta orgia di schiamazzi e stridii con
il theremin. Muovendo selvaggiamente il braccio attorno al theremin, Page,
vestito di nero, si atteggiava a mago, ricavando dalla piccola scatola nera atroci
ululati simili a quelli di una sirena.
Dopo lo show, il complesso andò alla festa di compleanno di Bonzo, che si
tenne nella casa del proprietario di una stazione radiofonica locale. Alla festa
c’erano anche George Harrison e sua moglie. Harrison si era messo a osservare i
Led Zeppelin abbastanza da vicino, intrufolandosi dietro le quinte di alcuni loro
concerti nel Sud della California. Una sera aveva chiesto a uno dei roadie: “Chi
suona per primo?”. Gli era stato risposto che non c’era alcun gruppo di spalla;
aveva domandato se fosse previsto un intervallo e gli era stato risposto di no.
“Che mi venga un accidente!”, aveva esclamato incredulo. “Quando andavo in
tournée con i Beatles, suonavamo per venticinque minuti e ce ne potevamo
andare nel giro di un quarto d’ora”. I Led Zeppelin erano sempre eccitati quando
uno dei Beatles veniva a vederli. I Beatles appartenevano a quella prima aurea
generazione di eroi del rock’n’roll inglese, alla cui fama e consenso universali i
Led Zeppelin aspiravano.
Nel momento in cui Bonzo stava per tagliare la gigantesca torta, George
Harrison si gettò in avanti completamente ubriaco, ne afferrò lo strato superiore
e lo scaraventò su Bonzo, che si trasformò nell’apocalittica Bestia e prese a sua
volta il resto del dolce e lo gettò a Harrison che stava cercando di battere in
ritirata. Poi, prese per il bavero George e Patti Harrison e li buttò nella piscina,
seguiti dal resto degli invitati, fatta eccezione per Grant: era così grosso e
antipatico che non si sentì di gettarlo dentro. Page protestò timidamente, dicendo
di non saper nuotare; gli fu quindi concesso di entrare in piscina camminando
nel suo immacolato completo bianco con l’emblema “zoso”, cucito sul risvolto
della giacca.
A Los Angeles, la base operativa dei Led Zeppelin era il Rainbow Bar. Lì era
loro concessa una parte separata del locale ed erano trattati come re. Le donne
sapevano dove trovarli. tutto l’entourage ci andava in massa: così i Led Zeppelin
non correvano il rischio di essere sbattuti fuori, com’era successo durante i primi
anni. Potevano ubriacarsi, dare spettacolo per tutta la notte e andare a casa con
chiunque volessero. La loro unica preoccupazione era quella di non venir
fotografati con le ragazze, creando così allarme tra le mogli a casa.
Page se ne stava chiuso nella sua camera con Lori Maddox, che ora aveva
quindici anni. C’erano state numerose minacce di morte contro di lui. A turno,
guardie private sorvegliavano gli accessi alla sua stanza, ventiquattr’ore su
ventiquattro. Come al solito, Bonzo e i roadie portarono a termine la loro
annuale distruzione rituale dell’albergo. Ma, a dispetto di tutti gli aneddoti di
vandalismo, Danny Goldberg rammenta una realtà diversa: “Io ricordo un
periodo estremamente noioso. Erano stanchi. Quello che non è mai stato
raccontato è quante volte non ci furono feste selvagge, quanto diventassero
solitari e stanchi e quanto fossero preoccupati di come apparivano in una foto o
di come le loro mogli fossero arrabbiate con loro”.
Il 2 giugno, i Led Zeppelin volarono a San Francisco, dove figuravano come
nome principale di una giornata di concerti organizzati da Bill Graham al Kezar
Stadium. Dopo l’apertura di Roy Harper e le esibizioni dei Tubes e di Lee
Michaels, arrivarono le due di notte, ora in cui erano previsti i Led Zeppelin. Ma
il quartetto era ancora in volo da Los Angeles a bordo dello Starship. Dopo una
folle corsa in limousine dall’aeroporto, salirono sul palco alle tre e mezza.
Suonarono a un volume così alto che gli ultimi hippie rimasti sul famoso
panhandle di Haight-Ashbury li poterono sentire chiaramente a quasi un
chilometro di distanza. Tre isolati più in là, i degenti della clinica universitaria si
lamentarono di non poter dormire. Gli Zeppelin suonarono fino alle sei e poi
andarono dietro le quinte per vedersela con Bill Graham, che era incazzato nero
per il ritardo. Peter Grant e Bill Graham, in fatto di personalità, erano come King
Kong e Godzilla: due tipi veramente duri. A Graham, prima di tutto, non andava
giù di dover pagare tutto quel denaro ai Led Zeppelin. Durante tutto il concerto
vi erano state discussioni e litigi sull’incasso e gli uomini di Graham non
avevano permesso al fotografo degli Zeppelin di salire sul palco.
In situazioni delicate, i Led Zeppelin cercavano sempre di farsi venire in
mente degli scherzi umilianti e così, dopo lo show, Bonzo versò un secchio
d’acqua gelida su Bill Graham, il che non contribuì affatto a migliorare
l’atmosfera. Del resto, anche se non gli piacevano i Led Zeppelin, Graham
guadagnò grazie a loro un sacco di soldi.
La prima metà della tournée terminò il giorno successivo a Los Angeles, con i
Led Zeppelin impegnati a rivitalizzare nel bis I’m A Man degli Yardbirds e I’m
Going Down di Freddie King.
Durante la pausa di giugno, il complesso si divise. Plant comprò un ovile sulla
costa gallese, mentre Page riuscì ad aver la meglio su David Bowie (con
un’offerta di 350mila sterline) quando venne messa all’asta la storica Tower
House dell’attore Richard Harris, nel quartiere londinese di Kensington.
Costruita da un architetto dell’epoca edoardiana, la casa era un miracolo di
decorazioni e artigianato. Ognuna delle raffinatissime stanze raffigurava un
diverso tema naturale – le farfalle, il mare, l’astrologia – e chiunque ne
attraversasse una aveva la chiara sensazione di trovarsi al cospetto di un’entità
superiore. Page viveva ancora a Plumpton Place ma la Tower House era
destinata a diventare in breve tempo il suo rifugio.
Il 6 luglio, quando i Led Zeppelin si ritrovarono a Chicago per la seconda
metà della tournée, la situazione era mutata. C’era stata una seria minaccia di
morte contro Page, lanciata da un pazzo. Il chitarrista afferma che l’uomo fu in
seguito catturato e rinchiuso in un ospedale psichiatrico ma, in ogni caso, una
guardia rimase fuori dalla porta del chitarrista ventiquattr’ore al giorno. “I Led
Zeppelin erano sempre bersaglio di minacce di morte”, racconta Danny
Goldberg, “perché erano famosi e venivano associati alle forze occulte. Fu
durante il tour del 1973 che, per la prima volta, vennero lanciate al quartetto vere
e proprie minacce di morte, che vennero prese molto sul serio. In seguito, le
minacce di morte divennero un’abitudine”.
Anche Roy Harper era tornato. “Jimmy e Robert lo consideravano un grande
pensatore visionario”, sostiene Goldberg, “di conseguenza, Roy Harper veniva
trattato con incredibile rispetto e tutti si premuravano di servirlo. Ma stava
diventando sempre più pazzo. Si metteva a fianco del palco tenendo fra le mani
un gorilla giocattolo di gomma nera, che agitava durante il concerto, come se
fosse un feticcio magico in grado di conferire potere al complesso”. La scena si
ripeté per numerosi concerti, finché un giorno il roadie di Plant, Benji LeFevre,
si girò verso Goldberg dicendo: “Non me ne frega niente di cosa pensano gli
altri, ma questo qui è due volte matto da legare”. Neppure Richard Cole ne
poteva più e afferrò il poeta per il collo sbattendolo nell’ultima limousine della
carovana degli Zeppelin, tradizionalmente destinata ai membri più sciatti e
malvoluti dell’entourage.
Di lì a poco, gli Zeppelin vennero raggiunti da B.P. Fallon e da una troupe
cinematografica, messa in piedi al momento da Joe Massot, su commissione di
Grant: quando mancavano tre sole città alla fine del tour, il manager era stato
colto dall’illuminazione che forse, in fin dei conti, un filmato della tournée
avrebbe potuto essere un’idea valida.
Quando arrivò la troupe, il complesso era accampato al Drake, il fantasma di
quel che era stato un grande albergo, sulla Madison Avenue di New York. Ogni
notte l’entourage si imbarcava su una flotta di limousine diretta all’aeroporto di
Newark, dov’era in attesa lo Starship con il serbatoio pieno, in un angolo privato
della pista. Durante la prima serata di riprese, i Led Zeppelin si fecero ritrarre
sulle ali del grande jet a fianco delle gigantesche lettere del nome del gruppo che
erano state dipinte sulla fusoliera. A Baltimora, il pubblico di 25mila persone si
alzò in piedi e, ancor prima che il gruppo avesse suonato una sola nota, accese
gli accendini, in silenzioso omaggio all’inalterato carisma e all’armonia degli
Zeppelin. Page non riuscì a proseguire, fulminato dall’emozione. Disse in
seguito che per lui era stato un momento di pura magia.
Alcune sere dopo volarono a Pittsburgh. Sullo Starship c’erano anche Ahmet
Ertegün e una mezza dozzina di ragazze in svolazzanti costumi di seta, che
chiacchierarono per tutto il tragitto con Page e B.P. Fallon, mentre scorrevano
fiumi di eccellente champagne e freddissima birra thailandese. Peter Grant, dalla
stazza gigantesca avvolta in una camicia hawaiana, fissava con aria minacciosa il
team di giornalisti di «Playboy» e l’inviato del «Daily Express», mandati da
Goldberg. Bonzo rimbrottò i rappresentanti maschili di «Playboy» perché i Led
Zeppelin non si erano piazzati bene nelle classifiche musicali della rivista. Plant
si mise a flirtare con l’inviata della rivista: “Ci vediamo più tardi senza vestiti”.
La carovana di limousine degli Zeppelin fu scortata a sirene spiegate dalla
polizia dall’aeroporto al Pirates Stadium. Il palcoscenico alto sei metri era
situato nel mezzo del grande stadio di baseball. Page, in completo bianco di lino
e camicia nera, si presentò con la Gibson rossa appesa a livello del basso ventre
e le labbra duramente imbronciate; fece la danza del pistolero per tutta la notte,
cavando dal suo theremin rumori che parevano le sirene della polizia venusiana.
Plant indossava i consueti jeans attillati e una veste aperta sul torace nudo.
Camminò impettito, agitò le anche e spinse in fuori il petto luccicante di sudore;
andò a sbattere a destra e sinistra, arrotò i fianchi, si pavoneggiò con esagerata
millanteria, lanciando indietro i capelli come una specie di Cristo hippie. La
pesante calura di luglio trasformò il concerto in una sauna delirante. Le luci della
ribalta ardevano in sfumature di zafferano, rosso ciliegia, indaco, acquamarina e
smeraldo. All’apice dello show, ecco Whole Lotta Love, il Vecchio Testamento
dei Led Zeppelin più l’opera di Freud, il tutto condensato in un solo volume,
mentre duecento colombe bianche volavano sopra lo stadio. Lo spettacolo era
appena finito e i primi fan stavano per raggiungere le loro automobili nel
parcheggio che i Led Zeppelin erano già a bordo dello Starship, in volo per New
York.
Il ritmo si fece ancora più frenetico quando il lungo e faticoso tour imboccò la
dirittura d’arrivo. A Boston, i roadie del quartetto si scontrarono con una squadra
di picchiatori del sindacato dei trasportatori, che era apparsa dietro le quinte del
Boston Garden con l’idea di dare una lezione al gruppo. Peter Grant e il suo
esercito privato li mandarono via con le facce insanguinate.
Il tour si concluse con tre concerti al Madison Square Garden di New York. Il
Drake Hotel precipitò nel caos. La stanza di Richard Cole era un manicomio di
amici alla ricerca di biglietti, pubblicitari, perditempo, groupie, gente che
vendeva rarità e spacciatori di droga. I telefoni erano sommersi dalle richieste di
interviste. Finalmente, i media prestavano attenzione! «Rolling Stone» aveva
finito per offrire ai Led Zeppelin la copertina, se Page e Plant avessero concesso
un’intervista, ma ottenne solo un secco rifiuto. Vennero respinte anche tutte le
proposte televisive. I Led Zeppelin erano orgogliosi di rifiutarle.
Plant vagabondava nella stanza di Cole, alla ricerca di birra birmana e biglietti
per gli amici di Birmingham. Poi Page si materializzava, pallido e spettrale, in
completo nero di velluto. A quel punto avrebbe ben figurato in una cassa da
morto. La mano contusa gli dava ancora fastidio e doveva far ricorso a tutta la
sua buona volontà per riuscire a suonare la chitarra ogni sera. Inoltre, le due
settimane precedenti erano state trasformate in un calvario dalla paranoia
provocata dalle minacce di morte. Non dormiva da quindici notti, vivendo di
droga, alcol e hamburger del servizio in camera. La sera del primo concerto
newyorkese, un ragazzino dai capelli lunghi si gettò sulla sua limousine che
stava accostando all’entrata di servizio, urlando: “Page, Gesù è arrivato!”. La
polizia lo trascinò via e lo picchiò. C’era di che perdere la testa. A un giornalista
Page mormorò: “Siamo tutti terribilmente scoppiati. Ho oltrepassato il punto di
recupero fisico già da un pezzo”.
Nel frattempo, la troupe cinematografica, che era stata messa in piedi con un
preavviso di tre giorni, era costretta a filmare in continuazione. Per qualche
strana ragione, non erano stati in grado di riprendere Whole Lotta Love in
un’unica sequenza e non riuscivano a persuadere John Paul Jones a indossare la
medesima camicia per tre sere consecutive, in modo da garantire la continuità
delle riprese. Era pura follia.
La situazione peggiorò quando i Led Zeppelin furono derubati di circa
200mila dollari durante la loro ultima sera a New York.
“Mi recai alla cassetta di sicurezza dell’albergo verso le due o le tre di notte,
dopo uno dei concerti”, racconta Richard Cole, “per prendere un po’ di denaro,
perché Jimmy voleva comprare una chitarra, e a quel punto i soldi erano ancora
lì. Poi dormimmo tutto il giorno. Infine, la sera dell’ultimo concerto, andai a
ritirare la somma necessaria a pagare i conti del Garden e, mentre stavamo per
salire sulle limousine, aprii la cassetta: dentro non c’era un cazzo di niente. Non
c’era denaro, solo i passaporti. Ero incazzato nero”.
Richard Cole fu interrogato, schedato e sottoposto alla prova della macchina
della verità, che superò tra lo stupore generale.
Al Madison Square Garden il complesso salì sul palco ignaro d’essere stato
derubato di una sostanziosa fortuna. Dato che i musicisti si erano messi a
esagerare le proprie parti per la troupe cinematografica, nessuno dei loro concerti
newyorkesi fu particolarmente efficace. Dazed And Confused durò più di
mezz’ora, con Page che usava l’archetto per emettere fischi acutissimi e crepitii
cibernetici di morte, prima di calarsi attraverso la purple haze in
un’improvvisazione su Route 66, con Plant che urlava: “Oh, succhiamelo!”, e
fingeva di avere un orgasmo. Mentre il complesso si catapultava su No Quarter,
dietro le quinte regnava la costernazione. Danny Goldberg capì che qualcosa era
andato storto. L’onnipresente Cole non si vedeva e Peter Grant era impegnato in
un animato colloquio con Ahmet Ertegün. Quando il resto del complesso scese
dal palco, durante l’assolo di Bonzo, fu informato del furto. Stranamente, non
sembrò dargli fastidio. Successivamente, Page dichiarò: “Avevamo raggiunto un
punto in cui non ce ne fregava più niente di niente”.
Sul palco, Bonzo continuò a suonare, martellando i suoi ritmi scervellati,
usando le mani come percussioni, per creare, con l’ausilio di un pedale per gli
effetti speciali, incredibili modulazioni da tabla. Suonò ritmi blues sui piatti e sul
gigantesco gong sinfonico del diametro di quasi un metro. Quando scese dal
palco e gli fu detto della rapina, esplose e si trasformò nella Bestia.
La mattina successiva, la notizia fu riportata dai giornali newyorkesi e l’hotel
venne assediato dalla stampa. Peter Grant picchiò un fotografo del «New York
Post» e venne arrestato con l’accusa di aggressione. Goldberg voleva
organizzare una conferenza stampa ma nessuno del complesso aveva voglia di
intervenire.
Alla fine, toccò a Peter Grant rispondere alle domande dei cronisti. Jan
Hodenfield del «Post» chiese se il furto fosse una trovata pubblicitaria. Grant lo
guardò come se volesse divorarne gli intestini. Quando venne chiesto perché il
complesso portasse con sé tanto contante, Grant replicò che dovevano pagare
l’aeroplano. Alla domanda se avessero un’assicurazione, Grant rispose di no.
Quando gli venne domandato se a quel punto i Led Zeppelin odiassero
l’America, Grant protestò: “No, amiamo l’America!”.
I Led Zeppelin ritornarono in Inghilterra il giorno successivo. Quando i
familiari di Page videro in che condizioni era – affaticato, malnutrito, insonne,
delirante – cercarono di ricoverarlo in un ospedale per un periodo di riposo. Lo
stesso Page ammise a un giornalista di aver pensato di essere pronto per un
ospedale psichiatrico o per un monastero. “Pensavo: ‘Che cazzo farò?’, perché
era come se il tappo dell’adrenalina non volesse chiudersi. Durante quei
concerti, di fronte a così tanta gente, immagazzinavamo un’incredibile quantità
d’energia. Mi sentivo come un bollitore con un tappo in cima. Riuscivo a stare in
piedi per cinque notti di fila senza problemi. Era come se non avesse effetto sul
mio modo di suonare ma, quando scendevo dal palco, non riuscivo a
liberarmene, non riuscivo ad abbassare il livello dell’adrenalina. Non ce la
facevo. Sentivo il bisogno di andare da qualche parte dove ci fosse una cella
imbottita per potermi sfogare e diventare pazzo se ne avevo voglia. Ero piuttosto
serio quando pensavo queste cose”.

ANCORA UNA VOLTA, i membri del complesso si separarono. A settembre, Plant fu


eletto miglior cantante maschile dai lettori del «Melody Maker». Il mese
successivo, la troupe cinematografica di Joe Massot cominciò a riprendere i
singoli membri dei Led Zeppelin nelle loro case. L’intenzione era quella di
montare questo materiale e quello dei concerti con immagini che avrebbero
dovuto offrire una rappresentazione simbolica del complesso e del suo
entourage. Page fu ripreso mentre suonava la chitarra sulle rive del Loch Ness, a
Boleskine, e mentre si arrampicava su una montagna rocciosa. In cima, in una
notte di luna piena, appariva nei panni del vecchio della montagna, sorreggendo
la lanterna dell’Eremita dei tarocchi. Plant venne ripreso nella sua fattoria nel
Galles e nel castello di Raglan, dove interpretò un archetipo dell’eroe mitologico
celtico, in compagnia di una graziosa attrice bionda e di un’orda di comparse
nella parte dei villani medievali. La parte di Bonzo era meno complicata. Il
batterista presentava la sua fattoria, i tori da competizione, l’ampia collezione di
automobili e poi saliva su una di esse e si recava al pub per un paio di bicchieri.
Jones venne filmato a casa, nel Sussex, mentre leggeva Jack And The Beanstalk
alle figlie. Si fece anche riprendere mentre suonava un organo gigantesco nei
panni del Fantasma dell’Opera e mentre cavalcava di notte nella campagna del
Sussex. Alla fine, si annoiò e chiese alla troupe di andarsene. Peter Grant e
Richard Cole furono filmati vestiti da gangster degli anni Venti mentre, armati di
mitra a bordo di una vecchia automobile da corsa, sforacchiavano una casa. A
tutte quelle sequenze venne aggiunta successivamente la musica appropriata.
Tutto il complesso, però, nutriva forti dubbi sull’operazione. Grant, che la
stava finanziando da solo e a costi astronomici, pensava che fosse il peggiore e
più costoso film amatoriale mai realizzato. Alla fine dell’anno, quando i Led
Zeppelin videro alcune riprese e si accorsero di quanto fossero mediocri i filmati
dei loro concerti di fine tour, decisero di abbandonare l’intero progetto.
Jimmy Page, nel frattempo, era di nuovo al lavoro. Erano cominciate le prove
per il nuovo album, doppio, con sei o sette pezzi nuovi aggiunti agli scarti
dell’epoca di Bron-Yr-Aur; inoltre doveva anche comporre la colonna sonora per
Lucifer Rising. In quel periodo veniva spesso intervistato in merito al suo
interesse per l’occulto. Una volta gli fu chiesto quale personaggio storico
avrebbe preferito incontrare. La sua risposta fu Machiavelli, l’autore dei
Principe. “Era un maestro del male”, disse, “...ma non si può ignorare il male se
si studia il soprannaturale come faccio io. Ho molti libri sull’argomento e ho
anche partecipato ad alcune sedute. Voglio continuare a studiarlo”. In un’altra
occasione dichiarò: “La magia è molto importante se la si riesce a penetrare.
Credo che Aleister Crowley sia un personaggio assolutamente attuale. Stiamo
ancora cercando tutti la verità: la ricerca continua”. Nella medesima
conversazione fu chiesto a Page quale fosse la sua opinione sulle donne e la sua
risposta fu rivelatrice: “Crowley non aveva un’alta stima delle donne e non
penso che si sbagliasse”. Altrove, si disse che Page provava sensazioni
d’esaltazione unite a presagi. “Ora so qual è la mia direzione musicale”, disse
alla fine del 1973, “e, tutte le volte che sono riuscito a farla mia, era come se
fossi semplicemente il veicolo di qualche forza superiore”. Ma parlò anche di
una corsa contro il tempo e della sensazione di essere accerchiato dagli eventi.
Interrogato sul futuro del complesso, si espresse in termini profetici: “Staremo
insieme finché uno di noi non creperà”.
8. UN ANGELO CON UN’ALA SPEZZATA

“La tecnica non conta. Io mi occupo di emozioni”


– Jimmy Page

L’ORIGINALE CONTRATTO quinquennale dei Led Zeppelin con l’Atlantic era


scaduto alla fine del 1973, e il prezzo del rinnovo sarebbe stato alto per
l’etichetta. Dopo una contrattazione con Peter Grant durata tutta la notte, Ahmet
Ertegün uscì dalla stanza brontolando: “Peter, mi stai ripulendo”.
Nel gennaio 1974, i due tennero una conferenza stampa a Londra per
annunciare il lancio di una casa discografica di proprietà dei Led Zeppelin, che
sarebbe stata distribuita dall’Atlantic. La maggior parte delle etichette gestite da
artisti, come quella dei Rolling Stones, erano sostanzialmente operazioni
destinate a compiacere le star. La casa discografica dei Led Zeppelin, invece, fu
progettata come una società attiva, gestita da Peter Grant, con un occhio attento
alla promozione di nuovi gruppi. L’inesauribile capitale sarebbe arrivato
dall’inesauribile pozzo d’oro dei Led Zeppelin. Già si facevano i nomi degli
artisti destinati ad apparire sull’etichetta: Maggie Bell, che cercava di iniziare
una carriera solista sotto la direzione di Grant (aveva già inciso un album con
Page alla chitarra in due brani) e un nuovo gruppo chiamato Bad Company, che
vedeva in prima fila Paul Rodgers, eccellente giovane cantante dei Free, e il
chitarrista Mick Ralphs dei Mott The Hoople. I Bad Company facevano un rock
compatto e incisivo e Grant era convinto che sarebbero diventati famosi. Page e
Plant desideravano mettere sotto contratto Roy Harper e i Pretty Things: questi
ultimi erano stati uno dei principali complessi di R’n’B nella Londra dei primi
anni Sessanta insieme agli Stones e agli Yardbirds e ora si erano riformati sotto
la guida di Phil May, già presente nella prima formazione. Plant era
particolarmente affezionato all’idea dei Pretty Things: “Lavoreremo con gente
che abbiamo frequentato e amato. La nostra casa discografica è un trampolino di
lancio per gente che amiamo e vogliamo aiutare... gente come Roy Harper, che è
veramente bravo ma i suoi dischi non sono stati nemmeno distribuiti negli Stati
Uniti. Lì la gente deve ancora scoprire il genio dell’uomo che incendiò il
Blackpool Cricket Ground. Comunque Roy non è troppo felice al pensiero di
diventare una star”. Tanto poco felice, in effetti, che pose molte strane
condizioni e non firmò mai il contratto.
A New York Danny Goldberg ricevette una telefonata che gli ordinava di
incontrare Peter Grant in Inghilterra. Il giovane pubblicitario prese il primo aereo
per Heathrow, dove lo attendeva una limousine che lo portò alla residenza di
Grant nel Surrey. Grant lo ricevette sdraiato su un letto enorme, ancora in
pigiama e cuffia da notte, e gli disse che la nuova etichetta aveva bisogno di un
“ambasciatore” in America; poi gli chiese se era interessato a diventarlo.
Goldberg rispose che ci avrebbe pensato su. Di ritorno a New York, si mise a
riflettere sul da farsi. “Tentennavo a causa della loro pessima reputazione”,
racconta. Ma la cosa lo allettava. Amici come Lisa Robinson gli dissero: “Fallo!
Sono il più grande gruppo del mondo”. Goldberg accettò il lavoro e fu nominato
vicepresidente della holding di Grant, la Culderstead Ltd., con sede all’ultimo
piano dei grattacielo di «Newsweek» sulla Madison Avenue, a New York. A
Londra, la nuova etichetta aprì i propri uffici in King’s Road, a Chelsea.
Le registrazioni per il sesto album dei Led Zeppelin erano cominciate nel
novembre 1973 a Headley Grange, con lo studio mobile di Ronnie Lane, primo
bassista dei Faces. John Paul Jones, però, si era ammalato e le sedute furono
rimandate all’inizio dell’anno successivo. Page e Bonzo, nel frattempo,
realizzarono con chitarre e percussioni un demotape per una canzone in chiave
vagamente orientale, ispirata allo sgraziato assolo eseguito con la Danelectro in
White Summer. Sarebbe stato il terzo di una serie di complessi pezzi per chitarra
iniziata con Stairway To Heaven e proseguita con The Song Remains The Same.
Le sedute di registrazione ripresero nel febbraio 1974, ancora con lo studio
mobile di Ronnie Lane. Accompagnato dall’epico testo di memorie di viaggio di
Plant, il demotape di Page e Bonzo si trasformò in Kashmir, con l’aggiunta di
vampate chitarristiche dravidiche e, nella sezione centrale, dell’orchestra araba
sintetizzata di Jones. Monumentale e drammatico, Kashmir sarebbe diventato il
successivo pezzo forte degli Zeppelin. Ma il suo invito incantatorio – “Lascia
che ti porti là...” (Let me take you there...) – era solo retorico: nessuno dei
musicisti, come più tardi ammisero, era mai stato nel Kashmir.
I Led Zeppelin erano in forma e i nuovi pezzi vennero composti di getto,
facendo affidamento sulle consuete fonti. Custard Pie era il secondo raid dei Led
Zeppelin su Shake’Em On Down di Bukka White, con chitarra a mitraglia,
gemiti d’armonica e un’atmosfera di volgarità senza vergogna che era tanto
inedita quanto il letame fresco. In My Time Of Dying era un vecchio spiritual
ripescato anni prima da Bob Dylan. Page lo interpretò con la sua bizzarra slide
guitar, prima di decollare nel consueto rock alla Zeppelin, duro e rapidissimo. Il
pezzo si concludeva con Plant che implorava Gesù (un’anomalia nel repertorio
degli Zeppelin) e si dissolveva in un comico attacco di tosse. In The Light
guardava di nuovo a Oriente, replicando il ronzio dell’armonium (con la
sovraincisione di chitarre suonate con l’archetto) e dello shenai indiano; ancora
una volta, il testo descriveva una ricerca spirituale, prima della solita
sovraincisione multipla della chitarra di Page. Trampled Under Foot,
innegabilmente una delle grandi canzoni del rock, iniziava con una parte di
clavinet suonata da Jones e ispirata a Superstition di Stevie Wonder. Come
Terraplane Blues di Robert Johnson e Maybelline di Chuck Berry, la canzone
descriveva una donna paragonandola a un’automobile. Gli altri brani erano in
puro stile Zeppelin. Ten Years Gone descriveva il rimpianto di Plant per la sua
prima ragazza, la quale gli aveva chiesto di scegliere tra lei e la musica. Sick
Again e The Wanton Song erano sostanzialmente dei rifacimenti di The Rover e
The Crunge; entrambe si riferivano allo stormo sempreverde di ragazzine che
assediavano i Led Zeppelin in California, dopo che la storia di Lori Maddox si
era propagata nelle scuole medie. A questi nuovi otto brani, furono aggiunti sette
vecchi scarti remixati, così da realizzare quell’album doppio che da anni Page
voleva produrre. Il collasso chitarristico di Bron-Yr-Aur e lo splendido panorama
marino di Down By The Seaside risalivano entrambi alle sedute del 1970 per
LED ZEPPELIN III. Night Flight (che avrebbe potuto essere un pezzo dei
Rolling Stones) e la jam chiamata Boogie With Stu (Stu era Ian Stewart)
provenivano entrambe dalle sedute di registrazione del 1971 per il quarto album
senza titolo.
I tre pezzi rimanenti facevano parte delle sedute di Stargroves dell’anno
prima. Houses Of The Holy aveva dato il titolo all’album precedente senza
apparirvi. Black Country Woman era una jam sciolta e improvvisata,
contrariamente a The Rover, massa tesa e intricata di pesanti urti, su cui Plant
declamava la sua supplica più visionaria per l’armonia, l’amicizia e i vecchi
ideali degli anni Sessanta ora trascurati nel cosiddetto “decennio dell’io”.
I quindici pezzi erano pronti e mixati dal giugno 1974, ma passò un altro anno
prima che il doppio album dei Led Zeppelin venisse messo in distribuzione.
Mentre era a Londra, il complesso si riunì per decidere la denominazione della
nuova compagnia. All’inizio, vennero tirati in ballo, e scartati, nomi
deliberatamente crudi come Slut Records e Slag Records (slut significa
sgualdrina, troietta e slag scoria). Poi si accordarono su Eclipse Records ma gli
avvocati scoprirono che esisteva già un simile marchio di fabbrica. Furono
proposti molti altri nomi ma la riunione si concluse senza che fosse presa una
decisione. In seguito, il primo album di Maggie Bell previsto per la nuova casa
discografica, QUEEN OF THE NIGHT, uscì invece su Atlantic, perché i Led
Zeppelin non erano riusciti a trovare un nome adatto per la propria compagnia.
Alla fine fu scelto Swan Song, che in origine era il titolo di un pezzo acustico
per chitarra composto da Page. Dato che l’espressione “canto del cigno”, si
riferisce generalmente all’ultimo respiro di un essere umano, qualcuno obiettò
che poteva dare un’immagine negativa. Page spazzò via quelle obiezioni quando
disse a Danny Goldberg: “Si dice che quando un cigno muore, emetta il più bello
dei suoni”.
I Led Zeppelin contavano molto sulla propria casa discografica. Poiché
avevano ottenuto un rapido successo, pensarono che anche i loro nuovi
compagni d’etichetta lo avrebbero avuto. “Non volevamo essere impantanati
nella promozione degli artisti”, disse Page a un reporter. “Volevamo gente
capace di occuparsi di queste cose per conto proprio, come i Pretty Things”. Di
conseguenza, il complesso fu dispiaciuto per le scarse vendite del disco di
Maggie Bell. In America, Danny Goldberg orchestrò per lei una costosa crociata
sulla stampa; la cantante ricevette ottime recensioni e fu accolta come la Janis
Joplin inglese ma i dischi, semplicemente, non vendevano.
Nel maggio 1974 si sarebbe effettuato il lancio della Swan Song Records con
eleganti ricevimenti a New York e Los Angeles. Le feste sarebbero servite anche
a presentare i Bad Company, il cui album, prima uscita della Swan Song,
sarebbe stato pubblicato di lì a poco. A New York c’erano anche altri problemi
da risolvere. Nel nuovo film di Brian De Palma, Il fantasma del palcoscenico,
c’era una compagnia discografica fittizia chiamata Swan Song.
Un giorno, Steve Weiss e Peter Grant stavano assistendo alla proiezione del
film per verificare quante volte avrebbe dovuto essere cancellato il nome Swan
Song. Improvvisamente, sullo schermo, una rockstar veniva uccisa sul
palcoscenico da una scossa elettrica. Grant, turbato dal ricordo della morte di
Les Harvey, cominciò a piangere. Ordinò a Weiss di fare in modo che De Palma
eliminasse dal film anche quella scena e Weiss dovette gentilmente spiegargli
che probabilmente non sarebbe stato possibile.
In Inghilterra, i musicisti erano inquieti e ansiosi di rigettarsi nelle feste e nel
clima turbolento degli Stati Uniti, da cui mancavano da quasi un anno. Page era
isolato nel Sussex con Charlotte e la figlia Scarlet. Il precedente proprietario di
Plumpton Place era un allevatore di cavalli da corsa e ora le sue stalle erano un
rifugio per capre e polli, la Range Rover di Page e una rara automobile Cord. In
casa, il chitarrista viveva attorniato dalla sua collezione d’arte, dagli oggetti di
Crowley e da una considerevole raccolta di chincaglierie rock. Migliaia di dischi
erano sparsi sul pavimento. Il catalogo quasi completo della Sun Records
occupava uno scaffale tutto per sé. La fattoria di Plant, invece, era invasa da
bambini, familiari e vecchi amici. Bonzo e Jones erano altrettanto ansiosi di
partire. Il problema era che alle mogli degli Zeppelin non piaceva che i loro
mariti se ne andassero in America a suonare. Ogniqualvolta leggevano la parola
“Los Angeles”, negli itinerari che i musicisti ricevevano dagli uffici della Swan
Song, le mogli diventavano molto nervose. Sapevano benissimo che cos’era Los
Angeles per i Led Zeppelin: una babilonia di droga e ragazzine. Di conseguenza,
per quel viaggio, fu ordinato a Goldberg di preparare falsi itinerari che i Led
Zeppelin potessero mostrare alle loro mogli. I documenti indicavano che le feste
per il lancio della Swan Song in America si sarebbero tenute a Denver e ad
Atlanta. “Guarda,”, avrebbero potuto dire: “guarda quanto è orribile! Dobbiamo
andare ad Atlanta e Denver per occuparci di noiosi affari e tornare in un paio di
giorni. Che palle!”.
A New York, i musicisti alloggiavano al St Regis Hotel e la notte
frequentavano il Club 82. Lori Maddox fu fatta arrivare da Los Angeles per
occuparsi di Page. Il rinfresco della Swan Song si tenne al Four Seasons, un
raffinato ristorante d’affari nell’East Side di Manhattan. Duecento tra giornalisti,
personale radiofonico e vari esponenti dell’industria musicale erano stati invitati
a mangiare pasticcini alla crema a forma di cigno. “In sintonia con quelle che
sono le buone maniere del nostro tempo”, osservò il «New York Post», “il
quartetto britannico si è chiuso in un angolo e nessuno di loro si è degnato di fare
il più piccolo annuncio”. Il clou arrivò quando Paul Rodgers, il cantante
venticinquenne dei Bad Company, gettò del cibo addosso a Steve Ross, dirigente
della Warner Communications, la casa madre dell’Atlantic e, di conseguenza,
della Swan Song. Fortunatamente, Ross non prese sul serio lo scherzo
inoffensivo. “Andava bene”, dice Danny Goldberg, “perché Peter Grant sapeva
sfornare rock’n’roll con la garanzia del guadagno”.
Dopo il party, Bonzo continuò a bere. Quella sera, finì dietro le quinte
dell’Uris Theatre sulla 54esima strada, dove suonavano i Mott The Hoople.
Voleva sedersi alla batteria a improvvisare ma gli fu detto di togliersi dalle palle,
perché non c’era stato alcun accordo. Nessun roadie inglese poteva permettersi
di dire a Bonzo di togliersi dai coglioni e ovviamente scoppiò una violenta rissa.
Il personale dei Mott gliele diede di santa ragione e lo sbatté fuori dal teatro a
calci in culo.
Il giorno successivo, Jan Hodenfield del «New York Post» si presentò al St
Regis per un’intervista con Page che era stata organizzata da Danny Goldberg.
Come riportato nel «Post» (con le bestemmie censurate), il reporter era in attesa
in una delle suite degli Zeppelin: “A un addetto stampa stanno saltando i nervi,
un avvocato cammina su e giù per la stanza, giovani signorine si fanno sotto, un
fotografo si aggrappa alla sua attrezzatura e vari roadie sgusciano dentro e fuori.
Dalla stanza adiacente esce il manager dei Led Zeppelin, Peter Grant, un ex
lottatore di centotrenta chili che sembra si stia recando a un concorso indetto per
trovare un sosia di Gengis Khan. ‘Dove cazzo è Danny Goldberg?’ tuona il
manager in direzione della piccola folla, che d’un tratto si fa silenziosa.
L’aspirante intervistatore, per mitigare il silenzio, si fa avanti dicendo che il
signor Goldberg, l’addetto stampa, si è recato in un’altra stanza. ‘Chi cazzo sei
tu?’ chiede il manager del complesso rock più pagato del mondo. ‘Perché non ti
levi dai coglioni?”’. Goldberg fu rintracciato mentre supplicava fuori dalla porta
di Page. Dentro, tutto quel che si poteva sentire erano le risatine di Lori.
Finalmente, Goldberg riuscì a dire la giusta parola d’ordine e la porta si aprì.
Hodenfield e Goldberg trovarono Page intento a mangiare patatine fritte, mentre
Lori lo fissava con estatica attenzione. “Intervista?”, mormorò Page. “Che
intervista?”, “Quella che hai promesso ieri”, replicò Goldberg. “Mmmmmm”,
biascicò Page. “Insomma, come vedete sto facendo colazione”.
L’articolo di Hodenfield proseguiva: “‘Oh no, aspetta’ sospira la star, mentre
le sue ciglia abbandonano la posizione di riposo sulle pallide guance. ‘Penso che
potrei parlarti. Per un po’. Devo preparare le valigie. E devo farmi la barba. E ho
promesso al fotografo che avrebbe potuto scattarmi qualche foto. Ma suppongo
di poterti parlare’. Versa la bottiglia di ketchup sulle patate e, con il pollice e
l’indice, se ne porta schizzinosamente un’altra alla bocca. La sua compagna
continua la veglia d’adorazione. L’addetto stampa si contorce le mani.
La star scuote seducente i riccioli e pilucca un’altra patatina grondante
ketchup. C’è un silenzio di tomba.
L’aspirante intervistatore calcola le proprie probabilità e fugge a gambe levate
in strada, dove si ferma, impalato, in mezzo alla folla frenetica nella luce
pomeridiana, domandandosi perché mai si sia messo a fissare un tombino”.
A Los Angeles, dove il party per la Swan Song si sarebbe dovuto tenere alcuni
giorni dopo al Bel Air Hotel, i Led Zeppelin si rifugiarono alla Riot House in
Sunset Boulevard. Là, Lori Maddox venne lasciata da Jimmy Page per Bebe
Buell, una ragazza più grande, di diciannove anni. E i Led Zeppelin ebbero
modo di incontrare il loro principale ispiratore, il re del Rock and Roll, Elvis
Presley in persona.
L’incontro con Elvis ebbe luogo nella suite di un albergo di fronte al Forum,
dove Presley si esibiva. I Led Zeppelin stavano assistendo a uno dei concerti
quando Elvis si girò verso il proprio complesso – il cui chitarrista era uno dei
primi idoli di Jimmy Page, James Burton – e disse di mettercela tutta perché
c’erano i Led Zeppelin in sala. Dal momento che Elvis e i Led Zeppelin avevano
in comune uno degli impresari, Jerry Weintraub, Presley era ben cosciente del
fatto che il complesso inglese stava vendendo più di lui. Diceva al proprio
entourage: “Be’, non sarò come i Led Zeppelin ma le sale si riempiono anche per
me”. Prima che i Led Zeppelin fossero ammessi alla presenza del Re, fu loro
rigorosamente raccomandato di non parlare di musica con lui. Dopo le
presentazioni, Bonzo attaccò a conversare di automobili con Elvis. Dopo
mezz’ora, le guardie del corpo di Elvis fecero segno che era giunto il momento
di andarsene. Mentre uscivano, Plant disse scioccamente: “Elvis, sei il mio idolo.
Grazie per averci fatti venire”. Il Re rispose cantando l’inizio di Treat Me Like A
Fool. Plant cantò il secondo verso: “Trattami male e crudelmente”. Insieme,
Elvis e Plant cantarono il verso finale: “Ma amami”. Per i Led Zeppelin, il
momento migliore dell’incontro era stato quando Elvis aveva chiesto i loro
autografi. Aveva detto che erano per sua figlia, Lisa Marie.
Alla Riot House la situazione era ridicola. Dozzine di graziose ragazze appena
pubescenti si erano accampate nelle anticamere e nei corridoi, gettandosi tra le
braccia di chiunque avesse vagamente a che fare con il complesso. Malgrado la
costante sorveglianza delle guardie di sicurezza, una mezza dozzina di ragazzine
dormiva ogni notte fuori dalla porta di Page. Nella sua stanza, il chitarrista aveva
due frigoriferi pieni di birra. Uno era per lui e i suoi ospiti; dall’altro estraeva
alcune lattine, apriva la porta con la catena ancora agganciata e le gettava nel
corridoio alle ragazze. La sua amante più importante era stata Lori Maddox ma
aveva a portata di mano anche altre ragazze. Chrissie Wood, moglie di Ronnie
Wood degli Stones, alloggiava nel medesimo albergo. E lì arrivò Bebe Buell,
una bellissima modella che all’epoca viveva con Todd Rundgren e stava per fare
il suo debutto nel mondo mediatico quale coniglietta del mese di «Playboy».
Una sera, il complesso decise di travestirsi e di scattare alcuni ritratti per la
copertina del prossimo album. Lori, Chrissie Wood e Miss Lucy dalle GTO
ricoprirono Plant, Bonzo e John di trucco, mentre a Page fu fatta una vistosa
pettinatura gonfia. Al piano di sotto, George Harrison aspettava i Led Zeppelin
per andare a cena e così i ragazzi decisero di fargli una sorpresa. “Ma quello che
non sapevano”, ricorda Lori, “è che con George Harrison c’era Stevie Wonder.
Tutti i ragazzi arrivarono pavoneggiandosi per la stanza, truccati e in costume, e
lì c’era seduto Stevie Wonder! Ve l’immaginate? Ecco i Led Zeppelin in
costume e Stevie Wonder che pensa che gli stiano facendo uno scherzo perché
lui è cieco. Morirono quasi dalla vergogna”.
Poco prima del party per la Swan Song, Bebe Buell arrivò alla Riot House con
il suo coati, un marsupiale sudamericano. Bebe viveva con Todd Rundgren, ma
aveva incontrato Page un paio di volte in compagnia dell’attrice Patti
D’Arbanville ed era infatuata di lui. Così, quando Page le mandò un biglietto
aereo per Los Angeles, lei impacchettò il coati e volò a Ovest.
“Todd era sempre in studio o in tournée”, racconta. “Lo amavo, ma non
riuscivo a vederlo abbastanza”. Page diede il benvenuto alla bellissima ragazza
con la sua consueta galanteria. “Era un diavolo, noi tutte eravamo alla ricerca di
quel cavaliere dall’armatura scintillante”, racconta Bebe, “e lui interpretava quel
ruolo molto bene, solo che invece di avere un cavallo aveva un jet”. Alla Riot
House, Page ficcò l’animaletto di Bebe in un armadio, con un mucchio di cestini
di frutta che gli erano stati regalati dai fan.
Il ricevimento per la Swan Song si tenne in uno dei lussuosi patii del Bel Air
Hotel. I Led Zeppelin avevano stilato per Danny Goldberg un elenco
lunghissimo di celebrità hollywoodiane da invitare. Volevano solo i nomi più
famosi: Robert Redford, Warren Beatty, Gloria Swanson, Bette Davis, Jane
Fonda. Alla fine, erano stati persuasi a partecipare solo Groucho Marx, l’attore
Lloyd Bridges e alcune delle rockstar inglesi in vacanza, tra cui Bill Wyman
degli Stones e Bryan Ferry dei Roxy Music. Bonzo chiese un autografo a Ferry
per suo figlio Jason.
Come al solito, i musicisti si isolarono in un angolo, dimenticandosi il resto
della festa. Troppo timidi per farsi sotto e presentarsi a Groucho Marx,
continuarono a mandare Goldberg a richiedere il suo autografo. Groucho era
fragile e anziano, ma irradiava ancora celebrità. Finalmente, Boz Burrell dei Bad
Company osò farsi sotto e ricevette uno splendido autografo. Groucho disegnò la
propria mano su un pezzo di carta e lo firmò. Fu poi la volta di Maggie Bell:
quando Groucho sentì la sua marcata r arrotata scozzese cominciò a cantare I
Belong To Glasgow.
Sebbene Miss Pamela e la maggior parte delle altre ragazze di Page si
trovassero là, la compagna designata era Bebe Buell. Lori Maddox era fuori di sé
per la rabbia. Aveva preso del Mandrax e vagava in mezzo al party con l’aria
stordita, bellissima ed emaciata. Casualmente, il naso le si era messo a
sanguinare e il suo vestito da Biancaneve era tutto macchiato di rosso. Mentre
Page e Bebe se ne stavano andando, Lori saltò fuori da dietro a una statua
urlandogli: “Perché mi fai questo? Perché non mi parli? Come puoi farmi una
cosa simile?”. Page cercò di ignorarla e si infilò nella limousine. Più tardi, disse
a Bebe che Lori era troppo giovane per riuscire a non confondere la fantasia con
la realtà.
In seguito, dopo la festa, andarono tutti al Rainbow. Page e Bebe litigarono
pubblicamente, perché la ragazza gli aveva detto che era stato crudele con la
piccola Lori. Al bar, un ubriaco cominciò a rompere le scatole al tavolo degli
Zeppelin per fare colpo sulla propria ragazza. Di solito, quando accadevano cose
dei genere, Richard Cole trascinava fuori il colpevole e lo faceva a pezzi. Questa
volta, Cole diede all’ubriacone quel che chiamava “un colpetto con il piede”. La
mossa di karate di Cole provocò la rottura della mascella dell’uomo e la caduta
dei denti sul pavimento, proprio davanti all’entourage degli Zeppelin.
La mattina successiva, Lori si presentò come al solito alla Continental Riot
House per fare colazione con Page. Ma, prima che potesse entrare
nell’ascensore, la afferrò Cole. In quel momento arrivò una delle sentinelle
adolescenti urlando: “Lori, Bebe è su in stanza con Jimmy”, proprio mentre Cole
stava dicendo: “Aah, Jimmy è andato in Hollywood Boulevard a comprarsi dei
libri e ha detto se lo aspetti nella mia stanza”. Lori rispose: “Io non aspetto nella
tua stanza; ho le chiavi della nostra stanza”. Ma Cole insisteva e Lori dovette
seguirlo nella sua stanza. Non appena Cole si assentò, Lori sgattaiolò fuori e lo
seguì fino alla stanza del chitarrista, dove, racconta, trovò Page e Bebe a letto.
“Ero a pezzi”, ricorda Lori. “Era semplicemente orribile”. Se ne andò di corsa.
Un paio d’ore dopo, avanzò faticosamente attraverso la folla di ragazzine
accampate fuori della stanza di Page e bussò. Bebe aprì la porta con la catenella
per vedere chi c’era e Lori la attaccò, afferrandola per i capelli e cercando di
trascinarla fuori dalla stanza, incoraggiata dalle ragazze nel corridoio, le quali
odiavano Bebe Buell considerandola un’intrusa dell’East Coast. Tranquillamente
seduto nella sua suite, Page osservava le sue due amanti mentre cercavano di
strapparsi vicendevolmente i capelli e si divertiva. In seguito, disse agli amici
che tutta la situazione era incredibile, da far morire dal ridere.
Un paio di settimane dopo, il «Melody Maker» pubblicò in Inghilterra un
reportage sullo sfarzoso party della Swan Song a Los Angeles e sulla rissa al
Rainbow. L’articolo era corredato da una fotografia di Plant e della sua giovane
e scintillante compagna. La cosa non sfuggì alle mogli: a casa c’era l’inferno ad
attenderli. I falsi itinerari dicevano che il party sarebbe stato a Denver! Peter
Grant, su tutte le furie, chiamò Danny Goldberg: voleva sapere a tutti i costi
come ci fosse arrivata la stampa. Cercando di nascondere la propria paura,
Goldberg suggerì che, se volevano l’intimità, i Led Zeppelin non avrebbero
dovuto farsi vedere in un noto ritrovo di groupie come il Rainbow Bar sul Sunset
Strip.

L’ESTATE DEL 1974 trascorse senza particolari novità. I vari membri degli Zeppelin
si riposarono e si esibirono in concerti occasionali. John Paul Jones suonò il
basso per Roy Harper in un concerto gratuito a Hyde Park. Joe Massot venne
esonerato dalla direzione del film sui Led Zeppelin, con l’accusa di avere
confuso gli interessi dei gruppo con le sue cosiddette “sequenze fantastiche”.
Pare che il suo principale peccato fosse quello di non aver filmato una versione
completa di Whole Lotta Love. In seguito, quando il progetto del film venne
nuovamente preso in considerazione, Massot venne rimpiazzato con
l’australiano Peter Clifton.
Il 14 settembre, l’intero complesso assistette al gigantesco concerto di Crosby,
Stills, Nash & Young al Wembley Stadium. Bonzo arrivò vestito da gentiluomo
di campagna con calzoni alla zuava. Page e Plant erano ancora infatuati del
country rock californiano. In numerose interviste di quell’anno, parlarono
incessantemente del loro profondo amore per Joni Mitchell e per il suo ultimo
album COURT AND SPARK. A una festa dopo la show di Wembley, Page
suonò con Stephen Stills e Graham Nash fin oltre l’alba. Una settimana dopo,
volò negli Stati Uniti per suonare con i Bad Company ad Austin, Texas, e al
Central Park di New York. Il duro album di hard rock dei Bad Company, con
canzoni di successo come Can’t Get Enough, aveva ottenuto i risultati previsti:
alla fine di settembre era in testa alle classifiche statunitensi. Era già raro di per
sé che un gruppo sconosciuto riuscisse ad arrivare in testa alle classifiche con
l’album d’esordio ma era addirittura inaudito che ci fosse riuscito tramite
l’etichetta di un altro gruppo rock. L’incantesimo dei Led Zeppelin si era
compiuto. Più o meno nello stesso periodo, Page, Plant e Bonzo volarono a Los
Angeles per suonare con i Bad Company. Tutti alloggiarono al Beverly Hills
Hilton. Nel tragitto dall’albergo al Forum, mentre la limousine era bloccata nel
traffico vicino all’arena, Plant aprì il tettuccio e si alzò sul sedile per guardare
fuori. Immediatamente riconosciuto dai fan che si pigiarono attorno, cominciò a
battersi il petto e a urlare: “La mia gente”, prima che teste meno calde lo
trascinassero dentro la macchina.
A casa nel Sussex, Page era sempre più inquieto e non vedeva l’ora di
ritornare on the road. Le sue varie relazioni amorose stavano diventando
confuse. Nello stesso periodo, l’intero complesso decise che i Led Zeppelin
avrebbero preso esempio da molti loro famosi amici e si sarebbero imbarcati in
un anno di volontario esilio fiscale all’estero. In base alle onerose leggi tributarie
britanniche talvolta gran parte dei guadagni sulle percentuali dei più famosi
musicisti pop andava alle tasse. Altre star del rock britannico, come gli Stones e
Rod Stewart, vivevano all’estero: in Francia o in America. Per quanto avessero
bisogno del sostegno emotivo delle loro famiglie, i musicisti decisero che un
anno di esilio fiscale sarebbe stato nell’interesse di tutti.
Page si adeguò subito alla decisione scappando con Chrissie Wood. Un
giorno, Ron Wood e la sua bella moglie bionda si erano recati nel Sussex per far
visita a Page e Charlotte. A un certo punto, il chitarrista e la signora Wood si
allontanarono e scomparvero.
Per un certo periodo, Page si trasferì nella Tower House, la sua residenza
londinese a Kensington. In mezzo al surreale artigianato della casa, cercò di
mettere un po’ d’ordine nella propria vita. Bebe andò a trovarlo e rimase
sbalordita dalla casa e dalle sue stanze a tema. La camera da letto era coperta di
dipinti e intagli di farfalle e c’erano farfalle di vetro colorato sulle finestre. C’era
una stanza che rappresentava l’oceano con una spettacolare sirena che
sorreggeva uno specchio e a sua volta sembrava emergere dal caminetto.
L’intero zodiaco era dipinto sul soffitto della stanza dell’astrologia, mentre nella
sala da pranzo un confessionale cattolico nascondeva un montavivande. Giù in
cantina Ken Anger cercava di finire Lucifer Rising, lavorando sulla costosa
moviola tedesca acquistata per il film degli Zeppelin.
Page aveva concesso ad Anger di lavorare nello scantinato di quella che il
regista chiamava “la casa della fantasia perversa”. Ma, a causa della paranoia di
Page per l’arredamento della residenza, Anger era letteralmente imprigionato in
cantina, non potendo andare al piano di sopra per farsi una tazza di tè senza far
scattare l’antifurto. Page, lavorando nel suo attico a Plumpton, aveva completato
solo trenta minuti di musica per il film di Anger. “Gli avevo chiesto intimità e
forza, ritmi e controtempi”, afferma Anger, “ma mi diede un breve frammento di
voci corali e suoni che trovai assai tetri e morbosi. Non sembrava dedicare molta
attenzione a quel che volevo e pareva quasi sempre assente”.
In precedenza, Page aveva finanziato al suo astrologo una libreria a
Kensington. Aveva rifornito il negozio di molti libri di magia e occulto,
acquistati nel corso di numerose visite a commercianti di libri rari. La libreria,
chiamata Equinox, prendeva il nome dalla rivista di occultismo di Aleister
Crowley. Quando Page scappò con Chrissie Wood, Charlotte si trasferì per un
po’ nella libreria, mentre Chrissie si sistemò alla Tower House. Un giorno,
mentre Page era fuori, irruppe in casa una ragazza americana, facendo scattare il
sistema d’allarme. Quando fu arrestata, spiegò alla polizia che il fantasma di
Jimi Hendrix le aveva ordinato di andare a Londra e sposarsi con Jimmy Page.
Raccontando in seguito l’incidente a Danny Goldberg, Page si disse terrorizzato
dal pensiero di ciò che sarebbe potuto accadere. Goldberg pensò che Page fosse
preoccupato per Chrissie Wood ma invece: “E se avesse tagliato le
tappezzerie?”, chiese Page.
Più o meno in quel periodo, Page effettuò alcune registrazioni informali con
Keith Richards e Ron Wood, a casa di quest’ultimo. Quando era scappato con
Chrissie, Page si era preoccupato della reazione di Wood ma le sue paure erano
scomparse quando un giorno gli aveva telefonato Ron, chiedendogli
spensieratamente: “Come sta il nostro uccellino?”. Le sedute con Richards e
Wood produssero una canzone chiamata Scarlet, che prendeva il nome dalla
figlia di Page.
La prima uscita della Swan Song in Inghilterra fu l’album SILK TORPEDO
dei Pretty Things. Il disco fu lanciato il 31 ottobre con un blasfemo party di
Halloween al Chislehurst Caves. Nelle nicchie della caverna, donne nude
giacevano di fronte ad altari nello stile delle messe nere. Spogliarelliste vestite
da monache si toglievano i neri abiti e facevano roteare i seni. Mangiatori di
fuoco e maghi camminavano in mezzo alla folla e tutti erano ubriachi marci. Il
party finì con Bonzo e i roadie intenti a lanciarsi gelatina.
SILK TORPEDO era un buon album e i Led Zeppelin erano sicuri che
avrebbe raggiunto il medesimo successo di BAD COMPANY. L’istinto di Peter
Grant sembrava infallibile. Aveva convinto l’Atlantic a fare uscire Can’t Get
Enough su 45 giri e la canzone aveva conquistato il primo posto delle
classifiche.
I Led Zeppelin lasciarono l’Inghilterra per il loro esilio fiscale all’inizio del
1975. Avevano intenzione di rimanere in tournée per tutto l’anno, suonando in
America, Australia e forse Sudamerica. Le prove per il gigantesco tour
cominciarono nel novembre 1974 in un teatro di Ealing, nella parte oc cidentale
di Londra. Erano passati quasi diciotto mesi dall’ultima volta che il complesso
aveva suonato insieme in pubblico. Ancora stordito dai ca pricci della sua vita
sentimentale, Page assunse un atteggiamento stoico: “Il 1974 non è veramente
accaduto. Il 1975 sarà un anno migliore”.
9. NOBODY’S FAULT

“Rimanendo calmo al centro di una cultura in disintegrazione, sta indicando la strada


per il suo futuro sviluppo. Se abbiamo bisogno di eroi, allora è meglio Jimmy Page
che i buffoni della politica, i giullari patentati o gli assi dello sport; meglio il
giovanotto timido, nervoso e inflessibile le cui canzoni stanno ispirando una
generazione”
Tony Palmer, «The Observer»

DUE GIORNI DOPO IL 31ESIMO compleanno dei “giovanotto timido, nervoso e


inflessibile”, i Led Zeppelin ritornarono al lavoro. Fecero dei concerti di prova
nei Paesi Bassi, prima dell’immenso tour del Nordamerica che avrebbe dovuto
cominciare a Minneapolis il 18 gennaio 1975. Il tour sarebbe stato il più
ambizioso che il complesso avesse mai intrapreso. I quaranta concerti in ventisei
città avrebbero incassato oltre cinque milioni di dollari. E siccome i Led
Zeppelin avevano fatto attendere il loro fedele pubblico per due anni – nessuna
apparizione televisiva, nessun concerto, nessun album – i fan risposero alla
vendita dei biglietti con frenesia maniacale. Nello stato di New York, la folla
invase una filiale della Ticketron di Long Island e dovette essere dispersa con
pompe antincendio. A Washington i fan scagliarono bottiglie contro la polizia,
che stava cercando di tenere sotto controllo le file alle biglietterie. A Boston, i
gestori del Boston Garden, impietositi dalle migliaia di ragazzini accampati
all’aperto nonostante la temperatura polare per poter comprare i biglietti il
giorno successivo, permisero loro di dormire nell’arena che i fan procedettero
poi a saccheggiare. Il giorno dopo, il sindaco di Boston cancellò lo show, con
grande delusione degli Zeppelin, dato che Boston era stata una delle loro piazze
calde sin dai primi concerti al Tea Party.
L’eccitazione per l’arrivo del gruppo fu incredibile: i 700mila posti a
disposizione per i concerti degli Zeppelin andarono esauriti in un solo giorno, le
prenotazioni di PHYSICAL GRAFFITI fruttarono quindici milioni di dollari
(l’album esordì nelle classifiche di «Billboard» al terzo posto) e,
sorprendentemente, all’inizio del 1975 figurarono nelle classifiche americane
nove album dei Led Zeppelin, se si contano anche i tre Lp della Swan Song (Bad
Company, Maggie Bell e Pretty Things).
PHYSICAL GRAFFITI, forse il più duro album di hard rock mai realizzato,
salì rapidamente al numero uno e vi rimase per settimane. La complicata
copertina raffigurava un edificio americano di tipo vittoriano, attraverso le cui
finestre era possibile vedere varie immagini intercambiabili: fotografie di W.C.
Fields e Lee Harvey Oswald si alternavano con i ritratti dei Led Zeppelin in
costume, scattati la notte in cui avevano erroneamente preso in giro Stevie
Wonder. La domanda per l’album era così alta che un negozio di New York
riferì di averne venduti trecento in un’ora.
Nell’ufficio newyorkese della Swan Song, in cima al grattacielo di
«Newsweek», lo staff cercava freneticamente di tenere il passo. Danny Goldberg
era sdraiato su un sofà nell’angolo del suo ufficio, che era decorato con varie
immagini di Krishna. Riccioli d’Oro era stato ora ribattezzato da Robert Plant
“Govinda”, una delle leggendarie incarnazioni del dio. Govinda era impegnato al
telefono: “Che cosa vuoi che ti dica, Max, non posso assumerti come
guardaspalle di Jimmy Page, perché Jimmy Page assume guardaspalle proprio
per proteggersi da gente come te. Adesso non posso parlare: sono impegnato...
sono impegnato per un anno, sei mesi come minimo, chiamami più avanti, che
Dio ti benedica, arrivederci”.
La routine di Danny Goldberg era interrotta da centinaia di telefonate,
perlopiù richieste di biglietti, interviste, sedute fotografiche e qualsiasi affare che
potesse riguardare il più eccitante complesso rock. La logistica della tournée era
spaventosa. Era stato nuovamente affittato lo Starship, a un prezzo ancora più
alto. Quarantaquattro roadie avrebbero messo in funzione 310mila watt di
amplificazione, centocinquanta fari (compresi tre proiettori di laser krypton),
cinque impalcature per le luci e, in più, i consueti esplosivi, le macchine
fumogene e i diffusori di ghiaccio secco. L’impianto di amplificazione era stato
computerizzato e programmato con un nuovo meccanismo di controllo digitale,
che poteva produrre torrenti di feedback, urlare come le furie o,
simultaneamente, provvedere effetti armonici per qualsiasi cosa i Led Zeppelin
stessero suonando o cantando.
Ma le consuete calamità cominciarono ancor prima che i musicisti lasciassero
l’Inghilterra. Uscendo dal treno alla stazione londinese di Victoria, Page si ferì
l’anulare della mano sinistra urtando lo sportello. Il tour era troppo importante
per essere rimandato per un qualsiasi incidente che non fosse mortale e così Page
adottò quella che chiamava “la tecnica delle tre dita”, ed eliminò la difficile
Dazed And Confused dalle date iniziali della tournée. Ci furono altri problemi di
salute. Plant si stava prendendo un brutto raffreddore e Bonzo aveva problemi
allo stomaco, perlopiù crampi e intestino in disordine. Per queste e altre ragioni,
fu assunto un giovane dottore affinché viaggiasse con i Led Zeppelin per tutta la
durata del tour. Il dottore aveva lavorato con i Rolling Stones e portava sempre
con sé due enormi valigie piene di medicinali. Poteva occuparsi di qualsiasi
emergenza, da una grave ferita d’arma da fuoco alla depressione alla tristezza. I
musicisti, sogghignando, confessarono agli amici che il dottore aveva
somministrato loro degli stimolanti sessuali e avevano notato che aveva un
debole: era attratto da molte delle ragazze più giovani che bighellonavano
vogliose nelle hall degli alberghi dove alloggiavano gli Zeppelin durante il tour.
Il gruppo arrivò a Chicago in gennaio e si fece sorprendere dal clima polare
della città. Plant scese dall’aereo indossando una blusa e una giacca di pelle e il
suo raffreddore si trasformò in influenza. Vennero subito comprate delle pellicce
prima che il complesso volasse a Nord, a Minneapolis, per provare e inaugurare
il tour. Il nuovo show cominciava ancora con Rock And Roll e alternava pezzi da
GRAFFITI (Sick Again, Kashmir, Trampled Under foot) con vecchi classici
degli Zeppelin. Una posizione di particolare riguardo era riservata a In My Time
Of Dying, un morboso blues chitarristico che strisciava come un languido cobra.
C’erano anche una lunga sezione acustica e tutte le altre esplosioni ipercinetiche,
prima che il concerto terminasse con le prime otto rudimentali battute di Whole
Lotta Love, che introducevano Stairway To Heaven. Ormai, Stairway aveva
assunto definitivamente il suo ruolo di inno pop dal magico significato spirituale.
I dj delle stazioni radiofoniche FM americane dicevano che la canzone era
richiesta in continuazione: durante il giorno dalle casalinghe e di notte dagli
adolescenti. Le stazioni radiofoniche ricevevano spesso la richiesta che Stairway
fosse trasmessa a un’ora precisa, perché coincidesse con il funerale di qualche
ragazzo. Dieci anni dopo la sua uscita, i programmatori delle radio americane
l’avrebbero ancora considerata la canzone rock numero uno di tutti i tempi.
I Led Zeppelin ritornarono quindi a Chicago e suonarono per tre lugubri sere
nello stadio locale. Il dolore al dito ferito di Page fu alleviato da costanti
somministrazioni per via orale di Jack Daniel’s e Plant si esibì con la febbre alta
ma, in qualche modo, riuscirono a cavarsela. Gli effetti speciali, soprattutto i
raggi laser sottili come una penna, nascosero alcuni errori del complesso. Questi
primi concerti comprendevano anche The Wanton Song e When The Levee
Breaks, che furono in seguito eliminate. Naturalmente i ragazzini non erano
venuti solo per sentire la musica ma anche per vedere il mito in azione. I costumi
di scena in seta di Page erano fastosi, con ricami di dragoni, papaveri
maliziosamente cremisi, stelle, quarti di luna e simboli esoterici: l’emblema di
“Zoso”, il segno dello Scorpione e lo stilizzato “666”, il biblico “marchio della
bestia”, che Crowley e ora Page avevano adottato quale pericoloso emblema
personale. Il pezzo che costantemente riusciva a tenere uniti gli show era Moby
Dick. Quando nient’altro funzionava, quando Page era assente e Plant non
riusciva a tenere il passo, Bonzo poteva ancora far sì che uno stadio docile e
inquieto, zeppo di giovani bianchi, si alzasse in piedi e si mettesse a ballare.
Fuori scena, era come il mostro Grendel, che gettava i rifiuti lungo i bastioni. Sul
palco Bonzo, vestito con la tuta bianca e la bombetta nera dei teppisti di Arancia
meccanica, non poteva sbagliare. Era andato su tutte le furie quando, giunto a
Chicago, era stato informato che si era piazzato dopo Karen Carpenter nella
graduatoria dei batteristi pubblicata da «Playboy». A Lisa Robinson, Page
confessò di essere depresso per via del dito ferito e dei concerti poco
entusiasmanti degli Zeppelin. Disse che andava tutto male e che stava
raccogliendo i frutti del proprio karma. Si lamentò di essere ancora terrorizzato
dal volo e di aver sviluppato ulteriori fobie, come le vertigini e la claustrofobia.
Dopo lo show, Richard Cole riportò il complesso all’albergo prima delle
obbligatorie visite alle discoteche locali. Ma tutti si sentivano male o erano tristi,
o entrambe le cose. L’inizio del tour era stato decisamente fiacco.
A Chicago, sia Page che Plant parlarono con Cameron Crowe, un giovane
giornalista di «Rolling Stone»; Plant si lamentò tristemente degli anni che
passavano e dei cambiamenti intervenuti sulla scena di Los Angeles, dove tutti i
vecchi compagni d’avventura se n’erano andati o erano morti di overdose.
Accusato di scrivere “datati farfugliamenti da figlio dei fiori”, si risentì e disse:
“L’essenza di tutto il mio lavoro è da sempre il desiderio di pace, tranquillità e di
una situazione idilliaca. È quello che tutti vogliono e hanno sempre desiderato.
Come può essere datato?”. Anche Page respinse qualsiasi critica nei confronti
del complesso. Quando gli chiesero che cosa avrebbe voluto essere a
quarant’anni, rispose che non si aspettava di arrivarci ma, d’altronde, non si era
nemmeno aspettato di arrivare ai trenta. “Avevo questa paura”, disse, “...ora non
ho paura della morte. È il più grande dei misteri. Quella sarà la fine, proprio
quella. È solo una corsa contro il tempo. Non si sa mai quello che può accadere”.
Quando gli venne chiesto quali fossero le sue speranze, replicò: “Sto solo
cercando un angelo con un’ala spezzata”.
Dalla loro base a Chicago, i Led Zeppelin si recarono in volo ai concerti che si
tennero al Cleveland Coliseum e all’Indianapolis Arena. Le uniche prove per il
tour erano stati due show a Rotterdam e a Bruxelles, e lo si vedeva, specialmente
nell’esecuzione dei brani tratti da GRAFFITI. Alla fine, l’influenza di Plant
divenne così grave che dovette essere annullato il concerto di St Louis. Il dottore
lo obbligò a stare a letto nell’albergo di Chicago e la tournée fu sospesa per
quattro giorni. Piuttosto che bazzicare nella gelida Chicago, il resto del
complesso e Peter Grant decisero di recarsi in California, visto che, comunque,
pagavano un minimo di 2.500 dollari al giorno per il noleggio dello Starship.
In volo per Los Angeles, Jones faceva il broncio, perché aveva proposto di
portare l’aereo fino alle calde Bahamas ma l’ardente desiderio di Page di
rivedere le proprie ragazze a Los Angeles aveva avuto la meglio. Bonzo aveva
ingollato un’intera bottiglia di scotch e si era poi appisolato in una delle camere
da letto a poppa. Quando si svegliò, aveva il tipico aspetto della Bestia. Uscendo
dal bagno con la vista annebbiata, vestito del solo accappatoio, afferrò una delle
graziose hostess mentre gli passava accanto nel corridoio. All’inizio, la ragazza
non ebbe sospetti e pensò che si trattasse solo di uno scherzo ma
improvvisamente Bonzo la fece piegare in avanti, le tirò su il vestito e le disse
che l’avrebbe scopata. Si era slacciato l’accappatoio e a questo punto l’intera
faccenda stava assumendo l’aspetto di una vera e propria violenza carnale. Alle
grida della malcapitata, Richard Cole e Peter Grant uscirono precipitosamente
dall’altra camera da letto e in un batter d’occhio trascinarono Bonzo lontano
dalla ragazza.
Quella notte a bordo dell’aereo c’erano parecchi giornalisti, tra i quali Chris
Charlesworth di «Melody Maker» e il fotografo del tour Neal Preston. Mentre lo
Starship iniziava la discesa, apparve Cole e, piuttosto bruscamente, ordinò: “Non
voglio vedere stampata una sola cazzo di parola su quel che è successo, chiaro?”.
Li fissò con aria minacciosa. I giornalisti avevano capito.
A Los Angeles si diressero senza preamboli al Rainbow. Perlopiù, gli altri
complessi inglesi di passaggio erano abbastanza discreti (fatta eccezione per
Elton John, l’altra grande rockstar inglese del momento), mentre i Led Zeppelin
facevano faville in pubblico con le groupie più degenerate e indefesse, quasi
fossero le loro sorelle spirituali.
Dopo quattro giorni di follie raggiunsero la Carolina del Nord, per un concerto
al Greensboro Coliseum. Richard Cole era noto per le sue rapide fughe in
limousine dopo i concerti, ma questa volta centinaia di ragazzini invasero l’area
dietro il palcoscenico prima che potesse preparare le limousine. Gli autisti locali,
perlopiù abituati ai funerali, furono rapidamente sopraffatti dalla valanga umana.
Improvvisamente, il vetro anteriore di una Cadillac andò in pezzi, poi un altro. Il
tetto della macchina del complesso cominciò a sprofondare sulle loro teste e
tutto ciò che poterono vedere fu una massa fremente di facce e corpi. Così, Peter
Grant afferrò l’autista per la gola e lo sbatté fuori dalla macchina urlando:
“Guido io!”. Cominciò a sbattere contro la vettura della polizia che era ferma di
fronte a lui. Il poliziotto gli disse di smetterla e lui gli urlò: “Se non vai in fretta,
cazzo, giuro che ti passo sopra”. Quando le limousine si sottrassero finalmente
alla vera e propria sommossa che stava iniziando attorno alla sala del concerto, i
musicisti notarono di essere seguiti da macchine piene di esaltati ragazzini del
Sud, che tenevano la loro stessa velocità e, anzi, continuavano ad affiancarsi,
ogni volta più da vicino, per dar modo alle loro ragazze di guardare i propri eroi.
Quando arrivarono allo Starship, bagnati, esausti e scintillanti sotto i neon, Grant
era così sollevato che fece un “giro d’onore”, attorno all’aereo che li aspettava
con i motori accesi.

A NEW YORK, i Led Zeppelin alloggiarono nell’imponente Plaza Hotel. Prima di


permettere l’ingresso a Bonzo, l’albergo domandò un deposito di 10mila dollari
per gli eventuali danni. Fu trasportata nelle loro stanze la consueta dotazione di
pianoforti e stereo; Bonzo richiese un tavolo da biliardo, per praticare la sua
amata carambola. Page si lamentò della propria stanza, perché sembrava una
falsa Versailles. Plant fece numerose scorribande in un ristorante indiano
chiamato Nirvana in Central Park South, dove ricordò continuamente ai
camerieri che era sposato con una donna indiana.
Danny Goldberg aveva organizzato una conversazione tra Page e lo scrittore
William S. Burroughs. La registrazione avrebbe costituito il materiale base di un
pezzo sui Led Zeppelin, che sarebbe stato pubblicato sulla rivista «Crawdaddy».
Page era naturalmente ansioso e su di giri. Come Crowley, Burroughs era un
geniale e cortese Lucifero umano, un mago moderno, un leggendario
tossicodipendente e un artista la cui influenza si estendeva oltre la letteratura per
raggiungere la musica, la pittura e il cinema. Burroughs assistette al primo
concerto dei Led Zeppelin al Madison Square Garden, seduto in 13esima fila e,
benché il complesso suonasse ancora una volta al limite di disintegrazione
dell’impianto, rifiutò di mettere dell’ovatta nelle orecchie.
Successivamente, Burroughs affermò nel suo articolo di essere stato colpito
dal pubblico dei Led Zeppelin, “un fiume di gioventù che curiosamente
sembrava un singolo organismo: un solo ragazzino beneducato della classe
media”. Paragonò la musica ad alto volume dei Led Zeppelin a quella che
accompagna lo stato di trance dei maestri musicisti di Jajouka in Marocco, anche
loro impegnati a suonare temi squillanti con fiati e tonanti percussioni. Così
come la musica marocchina ha per scopo l’igiene psichica, Burroughs suggerì
che anche la musica dei Led Zeppelin venisse usata dal pubblico per proiettarsi
in viaggi astrali e per la rigenerazione spirituale. In seguito, quando si
incontrarono a cena, Burroughs parlò diffusamente del Marocco e svergognò
Page facendogli ammettere che non aveva ancora visitato quel Paese. Come
chiunque altro, Burroughs fu assai colpito dal riservato Page e continuò a
brontolare sugli effetti negativi e positivi degli ultrasuoni e sui famosi incidenti
mortali avvenuti tra gruppi di tifosi in fuga negli stadi peruviani di calcio. Page
era completamente affascinato e, non riuscendo a reggere il confronto, non
faceva altro che emettere la sua consueta serie di biascicati “mmmmm”, “già”,
“a-ha”.
Al Plaza, nel frattempo, Page si era fatto preparare un proiettore e aveva fatto
vedere agli amici alcuni spezzoni di Lucifer Rising, cercando di trovare nuove
idee per completare la colonna sonora, che ormai era in ritardo di anni. Ci furono
molte feste, tra cui un party durato un’intera notte organizzato per il complesso
dall’Atlantic al Penn Plaza Club. Il concerto di quella sera era andato bene: il
complesso stava finalmente suonando come voleva Page e il solo fastidio era
giunto quando, durante la consueta fuga con le limousine all’uscita dalla sala, si
erano trovati la strada sbarrata da una fila di bidoni dell’immondizia in fiamme.
Numerosi membri dell’entourage dei Rolling Stones erano in città e si
presentarono al party. Gli Stones sarebbero andati in tournée alla fine dell’anno e
Mick Jagger venne ad assistere a uno dei concerti del Madison Square Garden,
per poter osservare di persona i metodi di Peter Grant. Ron Wood presentò al
complesso un’ereditiera dell’industria farmaceutica a cui piaceva offrire party in
onore delle rockstar britanniche, che approfittavano ben volentieri delle illimitate
quantità di cocaina farmaceutica, apparentemente legale, offerte dalla loro
ospite.
In questo periodo, ogni concerto aveva i propri incidenti. Ora, c’erano
minacce di morte in ogni città e due guardaspalle armati, entrambi ex agenti
dell’FBI, accompagnavano il complesso ovunque andasse. Al Philadelphia
Spectrum, durante Stairway To Heaven scoppiò una rabbiosa rissa proprio sotto
il palcoscenico. Un ragazzino era arrivato fino al bordo del palco con
l’intenzione di scattare delle fotografie. Due tipi di mezz’età, membri dei
servizio d’ordine, gli saltarono addosso e cominciarono a prenderlo a pugni.
Page avanzò verso il bordo e fu sul punto di sfracellare la sua chitarra a doppio
manico sulla testa di uno dei piedipiatti. Ma si fermò: la chitarra era
praticamente insostituibile. Così, si fece sotto Plant e roteò il suo microfono
come una mazza da golf, punendo il bruto con un colpo mancino alla testa. Lo
show proseguì. Ma poco dopo il membro del servizio d’ordine fu visto dietro le
quinte, mentre insultava Plant e si preparava a fargliela pagare. Tutto ciò
cominciò a infastidire Peter Grant e subito furono mobilitati i roadie con l’ordine
di cacciare fuori l’inferocito piedipiatti.
Il tour proseguì attraverso Cleveland, Pittsburgh, Montreal e Washington.
Plant era guarito dall’influenza ed era di nuovo in forma per i piccoli concerti
che ora, più ragionevolmente, duravano due ore e mezza. Con i boccoli che
volavano nell’aria, la blusa del kimono ondeggiante, il petto nudo che brillava di
sudore, il cantante proiettava pura e sfrenata libidine ultramascolina. Bonzo si
faceva largo a forza attraverso tutto ciò che incontrava sul proprio cammino; con
le sue maniere forti e rozze e il suo pesante accento delle Midlands vanificava
ogni sforzo dei Led Zeppelin per mostrarsi gentili e beneducati nei confronti del
pubblico e della stampa. Jones era praticamente inesistente ma sia lui che Bonzo
si lamentarono con Danny Goldberg di non essere abbastanza illuminati dai
riflettori e di non venire mai convocati quando arrivava il momento della
pubblicità o delle interviste. Goldberg ne parlò a Page e fu dirottato per
informazioni al capo elettricista della Showco, che riferì di aver ricevuto precisi
ordini dal signor Page affinché né Jones né Bonham venissero investiti dalla luce
diretta dei riflettori. Dunque, le lotte per il potere toccavano anche i Led
Zeppelin.
Il 10 febbraio il complesso volò a Washington per un concerto al gigantesco
Capitol Centre. Mentre il gruppo aspettava a fianco del palcoscenico, Page, che
non dormiva da giorni, si sentì strano. La sala era buia, gli amplificatori erano
stati accesi e ronzavano e il pubblico stava facendo scoppiare petardi e
mortaretti: sembrava di essere a Saigon quando i vietcong entrarono in città.
Page tremava come una foglia. Odiava aspettare dietro le quinte prima di un
concerto e preferiva saltare fuori dalla limousine e correre direttamente sul
palco. Bonzo sudava visibilmente, mentre il rumore della folla cresceva fino a
sembrare il rombo di una battaglia. “È ridicolo”, disse Bonzo. E poi qualcuno
annunciò: “Signore e signori, i Led Zeppelin!”.
Dopo due ulteriori concerti a New York, il complesso si concesse un periodo
di riposo di dieci giorni. Page e Plant andarono nell’isola caraibica di Santo
Domingo, mentre il resto del gruppo volò in patria per stare con le famiglie.

DUE SETTIMANE DOPO, la tournée ricominciò. Tutti erano riposati e Page e Plant
ritornarono raccontando di strane avventure con i rasta di Santo Domingo, di
aver mangiato allucinogeni bolliti in gelatina di frutta e di non aver trovato nulla
da fumare. I Led Zeppelin dovevano ora esibirsi nel Texas e nel Sud. A uno
show ad Austin, fu montata una seconda batteria per il bis e Simon Kirke, il
poderoso batterista dei Bad Company, si unì al complesso per una tumultuosa
Whole Lotta Love. Come al solito, i fan di quelle regioni erano i più casinisti;
allo show a Baton Rouge il servizio d’ordine confiscò tre pistole e una ventina di
coltelli a serramanico. John Bonham lasciò che una parte di quella follia sudista
lo possedesse e, mentre si trovavano in Texas, Richard Cole affidò a una delle
guardie di sicurezza il compito di tenerlo d’occhio, per paura che venisse
arrestato. Così, Jack Kelly, un ex agente FBI (che negli anni Sessanta aveva
spiato i radicals per conto dell’ufficio di Boston) si mise a guidare la macchina
di Bonzo tra uno show e l’altro. Un pomeriggio vagavano senza meta in auto
quando Bonzo adocchiò una scintillante Corvette del 1959 parcheggiata in
strada. L’insaziabile mania di Bonzo per le auto rare prese il sopravvento.
“Jack”, disse a Kelly, “voglio che aspetti vicino a questa macchina finché non
arriva il proprietario; e quando arriva digli che il signor Bonham desidera
pagargli da bere. E se non vuol venire, vedi se riesci a farlo arrestare”. Quel
pomeriggio, Bonzo pagò 18mila dollari in contanti per la Corvette, che ne valeva
circa 10mila sul mercato delle auto d’epoca. Dal momento che la sua patente
inglese era stata ritirata e non gli era permesso guidare in America, Bonzo fece
trasportare la Corvette a Los Angeles, dove fu parcheggiata nel garage
seminterrato della Riot House, mentre il costosissimo avvocato degli Zeppelin
passò due giorni all’ufficio di registrazione cercando di ottenere
un’assicurazione e una targa temporanea. Nel frattempo, Bonzo passava ore e
ore semplicemente seduto nella macchina insieme a Mike Ralphs dei Bad
Company, ad accendere e spegnere il motore. Due settimane dopo, comprò una
Ford Model T ed entrambe le vetture furono spedite all’Old Hyde Farm, nel
Worcestershire.
I Led Zeppelin avevano prenotato il consueto piano alla Riot House ma questa
volta non ci fu nessun guaio. Alle ragazzine che bighellonavano nella hall non fu
più permesso recarsi al piano di sopra. Plant addirittura non viveva più
all’albergo: si era nascosto con una delle sue ragazze a Malibu Canyon. Persino i
rinomati roadie erano piuttosto calmi. La vecchia mentalità degli Zeppelin di
“saccheggio e distruzione”, stava scomparendo. Uno dei motivi del
cambiamento era forse la presenza narcotizzante dell’eroina, che veniva offerta a
Page da molti musicisti suoi amici. Un giorno, nella stanza di Page, Iggy Pop
offrì a Danny Goldberg una striscia di eroina. Jimmy Page andò su tutte le furie:
“Jimmy, lui non prende questa roba”, gli disse (il vero nome di Iggy Pop è
Jimmy Osterberg). “Come puoi offrire dell’eroina a un tipo del genere?”.
Richard Cole conferma che l’uso di eroina divenne assai più frequente
nell’entourage degli Zeppelin durante quel tour.
A Los Angeles, il complesso era stanco dopo un paio di maratone di quattro
ore nel Texas e piuttosto giù di morale perché un gigantesco concerto in Florida
era stato cancellato quando i finanziatori dell’operazione non erano stati in grado
di soddisfare le scadenze imposte da Grant. Al complesso era stato garantito
mezzo milione di dollari per un singolo concerto e tutti erano ovviamente
amareggiati per la cancellazione. Page passò le giornate nella sua stanza
d’albergo, con le tende tirate e le candele accese. Concesse numerose interviste
seduto a un tavolino da caffè su cui erano poggiati innumerevoli coltelli a
serramanico e a seghetto. Mentre parlava, le sue mani si agitavano con
nervosismo nell’aria. Il telefono fu staccato; Richard Cole stappava Dom
Perignon e tutto il cibo arrivava dall’esterno. I dischi erano ammucchiati
ovunque; l’album BURNIN’ dei Wailers suonava continuamente sullo stereo.
Con una guardia armata seduta fuori dalla porta, Page era riuscito a ottenere
l’isolamento di un monaco. Passò giorni e notti sveglio, con la chitarra in mano,
“aspettando”, disse a un reporter “che arrivasse qualcosa”.
Plant era l’opposto: caldo, amichevole, esuberante. Un giorno, arrivò da
Malibu per rilasciare alcune interviste su invito di Danny Goldberg. Una
comitiva di giornalisti era stata fatta venire in aereo da Londra e New York a
Los Angeles, viaggiando in prima classe. All’aeroporto li aspettava una
limousine, che li portò alle loro stanze alla Riot House, quasi tutte sopra, sotto o
adiacenti alla suite di Bonzo. Il compito del batterista era quello di tenere in
piedi gli ignari giornalisti tutta la notte, con fragorosi dischi di batteria di
Alphonse Mouzon suonati al più alto volume possibile. Dopodiché, sarebbe stato
più facile, il giorno successivo, avere a che fare con gli indeboliti scribacchini.
Plant era solito dare il benvenuto alla stampa insieme a Lori Maddox. Lori,
vestita in coloratissime penne d’uccello, aveva il compito di distrarre i
giornalisti, mentre Plant sorseggiava tè al limone. Questi la presentava dicendo:
“È una cara vecchia amica”. Sempre espansivo, Plant cominciava generalmente
le sue interviste con battute gettate lì a caso, come: “A dire il vero, ho smesso di
sniffare cocaina stamattina”. Si metteva a parlare del suo concetto dei Led
Zeppelin quali “forze del bene”, come i cavalieri della Tavola rotonda di Re
Artù, e delle leggende celtiche e delle sue varie ispirazioni soprannaturali.
Faceva notare che spesso poteva sentir spingere la sua penna da qualche entità
superiore. Durante un’intervista, attraversò la stanza con un balzo e raggiunse il
balcone che sovrastava Hollywood completamente illuminata, adagiata ai suoi
piedi come una gigantesca griglia scintillante. “Sono un dio dorato!”, urlò,
slanciando i pugni e ondeggiando i riccioli. Nella stanza dell’albergo, il
giornalista e il suo fotografo si guardarono. Per chi l’aveva fatto? Chi cazzo si
credeva di essere quel tizio?”.
Il primo concerto californiano si tenne a San Diego. Richard Cole decise che
sarebbero andati in aeroplano: il volo sarebbe durato solo venti minuti, mentre il
convoglio delle limousine avrebbe impiegato parecchie ore. Alle cinque,
l’entourage dei Led Zeppelin si riunì nella sala d’attesa, in compagnia di ragazze
e perditempo che speravano di trovare un posto a sedere in una delle sei
limousine (“macchine puttane”, le chiamava Cole) parcheggiate in attesa al
bordo del marciapiede. Jimmy Page, con l’aria assente, uscì da uno degli
ascensori e un fan gli corse incontro urlando: “Page, sei fantastico!”. Page si
fermò e sembrò rifletterci per un istante. “Vuoi dire che sono una spirale
vorticosa?”, chiese innocentemente.
Rapidamente, Cole piazzò i membri dell’entourage nelle varie limousine. I
musicisti furono fatti salire su un regale pullman Mercedes 600 con sei porte e i
vetri fumé. Grant e l’avvocato si sistemarono in una Lincoln dorata da
magnaccia, con servizio bar di cristallo.
Il dottore, i giornalisti e le puttanelle furono gettati nelle anonime Cadillac
nere. Durante il tragitto verso l’aeroporto, il convoglio delle limousine fu
costretto a fermarsi in quattro differenti stazioni di servizio, per dar modo a
Bonzo, affetto da una terribile diarrea, di liberarsi. Il dottore era assai inquieto,
perché la cura che gli aveva ordinato non stava producendo alcun effetto e il
batterista era realmente infastidito. Il ruolo del dottore nella tournée era già in
dubbio. Cole lo odiava e una volta, in stato di ubriachezza, lo aveva strattonato
per il collo, rischiando quasi di essere licenziato. Comunque, lo stomaco e
l’intestino di Bonzo continuavano a essere un problema: da quel momento in
poi, il batterista viaggiò da un concerto all’altro in una lussuosa roulotte rossa
dotata di gabinetto.
Lo Starship decollò dall’aeroporto di Los Angeles nel mezzo di un pericoloso
temporale. Il pilota, non dovendo rispettare le regole di sicurezza dei jet
commerciali, virò bruscamente per evitare i fulmini. A bordo, i bicchieri si
rovesciarono e i passeggeri dovettero aggrapparsi impauriti ai sedili. Durante il
breve volo, Grant camminò a grandi passi su e giù per il corridoio, vestito con un
kimono azzurro annodato sulla pancia gigantesca. In testa aveva un cappello
viola da gaucho con una penna blu (altre volte indossava un cappello di pelle di
procione). Le sue dita erano cariche di anelli d’argento e turchese. Sembrava un
corsaro dell’epoca elisabettiana tornato in patria per rinnovare il suo contratto.
Mentre gli passava a fianco, Plant disse ai giornalisti che Peter Grant era l’ultimo
vero festaiolo.
Tra i giornalisti c’era un critico rock inglese, Nick Kent (ma il complesso lo
chiamava Nick Bent [in slang bent può significare sia “scoppiatone”, sia
“truffaldino”, sia “incazzato”, N.d.T.] che aveva osato scrivere una recensione
pignola di PHYSICAL GRAFFITI per il «New Musical Express». Pochi giorni
prima, a una festa rock, Kent era stato insultato e innaffiato di vodka e succo di
pomodoro da Cole e Bonzo: “La tua vita non vale una pisciata”, gli avevano
detto. Page aveva invitato Kent ad andare a San Diego come loro ospite, per
cercare di metterci una pezza. Ora Kent aveva comprensibilmente paura di
Bonzo e rimase tutto il tempo a fianco di Page, Plant e del capellone spacciatore
di cocaina che offriva loro con insistenza la sua merce, mentre cercava di
vendere a Plant una Chevrolet del 1955. Un altro dei giornalisti era il
caporedattore di «Circus», una rivista rock con sede a New York. Page lo invitò
a scambiare due chiacchiere a tu per tu e dalla conversazione saltò fuori che il
chitarrista era turbato perché «Circus» aveva pubblicato un tascabile intitolato
Robert Plant.
Mentre l’aereo planava su San Diego nel mezzo di una terribile turbolenza, la
piastra a cassette dell’aereo suonava a tutto volume Teddy Bear di Elvis. Quando
il velivolo cominciò a tremare, Plant fece tranquillamente notare che se i Led
Zeppelin dovevano morire, tanto valeva che lo facessero al ritmo di Elvis, poiché
era proprio da lì che, per loro, tutto era cominciato.
Lo Starship riuscì ad atterrare, i passeggeri salirono sulle limousine e, mentre
stavano uscendo dall’aeroporto, un gruppo di fan che li aspettava nella pioggia
fece scattare le proprie instamatic e si aggrappò alle macchine bagnate, mentre
queste, precedute da una scorta della polizia stradale, si allontanavano
rapidamente attraverso il cancello. Le loro facce erano contorte e le bocche
urlavano in silenzio. Gli Zeppelin si meravigliarono che per l’opinione pubblica i
musicisti rock fossero gente strana quando, in realtà, erano i loro fan quelli che
conducevano vite bizzarre, passando intere serate sotto la pioggia solo per poter
toccare per un secondo una macchina bagnata.
I camerini della San Diego Sports Arena erano un autentico manicomio. Il
complesso indossò i propri costumi di scena nel mezzo di un guazzabuglio di
roadie, ammiratori, funzionari discografici e programmisti radiofonici locali.
Plant chiese del tè e un po’ di miele ignorando la montagna di pollo fritto, frutta
fresca e cestini con i regali dei fan ammucchiati in un angolo. Un attimo prima di
salire sul palco, i Led Zeppelin si pigiarono tutti insieme in un gabinetto per
fumarsi una canna in santa pace.
Quindi andarono sul palco, attaccarono Rock And Roll e la San Diego Sports
Arena saltò in aria. La folla sbatté immediatamente per terra i sedili e si pigiò
contro il palco come tanti pesci catturati in una rete. Mentre lo show si
riscaldava, dozzine di ragazze si issarono sulle spalle dei propri ragazzi; molte di
loro si spogliarono il busto e dimenarono i seni nudi in direzione del complesso,
scatenando lo sfrenato entusiasmo dei roadie.
Gradualmente, il dichiarato intento apollineo degli Zeppelin si trasformò in un
baccanale dionisiaco. Cominciarono a verificarsi degli svenimenti, le cui vittime
venivano calpestate o consegnate dalla folla al servizio d’ordine che presidiava il
palco. Il mero calore corporeo ispirava il complesso. Page si catapultò in The
Crunge e manipolò il theremin con gesti selvaggi da sciamano. Plant richiamò
costantemente all’ordine la folla e lo show si trasformò in un capolavoro. Mentre
il complesso stava per lasciare il palco per l’ultima volta dopo un’ora di bis, una
gigantesca insegna al neon si accese sul fondale del palco, illuminando la sala
con il suo messaggio incontestabile: LED ZEPPELIN.

LO STARSHIP VOLÒ quindi a Nord, per i concerti di Vancouver e Seattle, dove il


manager dell’Edgewater Inn raccontò a Peter Grant che i Led Zeppelin erano
stati recentemente superati, quanto a distruzione di stanze d’albergo, da un
seminario di giovani metodisti, che avevano persino strappato i tappeti del
corridoio e li avevano buttati giù nella baia.
Di ritorno a Los Angeles, le tre serate dei Led Zeppelin al Forum furono
presentate da Linda Lovelace, la protagonista del film Gola profonda. Ancora
una volta, Simon Kirke dei Bad Company si unì per i bis alla batteria,
aggiungendo una stupenda dimensione ritmica ai tempi dell’Età della Pietra di
Bonzo.
Page era tutto su di giri perché era stato presentato a Joni Mitchell in un
ristorante chiamato The Greenhouse. Era stata una semplice chiacchierata ma
Page aveva finalmente incontrato uno dei suoi pochi idoli. In seguito, Plant
declinò un’analoga opportunità, ammettendo che era troppo timido per poter
parlare con la musicista.
Richard Cole, nel frattempo, era diventato amico di una delle guardie del
corpo di Elvis, Jerry Schilling. L’anno precedente, dato che i Led Zeppelin non
avevano effettuato alcuna tournée, Cole era stato il road manager del tour
americano di Eric Clapton e a Memphis aveva accompagnato Clapton a
incontrare Elvis. Ora, Cole aveva deciso di fare una nuova visita a Elvis e
organizzò le cose in maniera tale che John Paul Jones potesse seguirlo. Così,
presero una delle limousine e, quando arrivarono alla casa, gli fu raccomandato
di non discutere di musica con il Re e di andarsene dopo venti minuti. Cole entrò
nel salotto di Elvis con due bottiglie fredde di Dom Perignon.
Trovarono Elvis sdraiato sul divano, in pigiama e ciabatte, mentre guardava la
televisione con il suo entourage. Cole era un pochettino ubriaco. “Che cazzo sta
succedendo qui?”, domandò senza malizia. A Elvis non andava giù che la gente
parlasse in quel modo in casa sua. “Ehi, tu”, lo apostrofò, “che cosa sono tutte
queste parolacce?”. Ma Cole si mise a prenderlo in giro: “Te ne stai seduto lì,
con le tue stupide ciabatte e quello stronzo di Charlie Hodge [uno dei
collaboratori di Elvis] che si sta facendo una sega con quella cazzo di penna.
Che cazzo di party è questo?”. Elvis allora balzò in piedi e con una mossa di
karate mandò a cozzare il proprio polso contro quello di Cole, il quale, a sua
volta, aveva assunto una posizione da combattimento. Al contatto, l’orologio
Tiffany d’oro di Cole volò sul pavimento. Elvis lo raccolse. Gli piacevano gli
orologi e così se lo mise. “Bello”, disse.
“Vaffanculo, tientelo!”, esclamò Cole. Ma il regalo mise in moto una serie
inarrestabile di donazioni. Elvis si precipitò fuori dalla stanza e ritornò con un
altro orologio. “To’, vaffanculo”, esclamò porgendolo a Cole, “tieniti questo!”.
Era un orologio d’oro decorato con trentadue diamanti. Quindi si rivolse a Jones:
“E tu che cos’hai? Dammi il tuo orologio”. Jones gli porse il suo orologio di
Topolino. Elvis si allontanò nuovamente dalla stanza e ritornò con un orologio
Baume & Mercier in lapislazzuli, con doppio quadrante (per due fusi orari). Ma
non aveva finito. “Che altro avete?”, domandò. Cole gli diede il suo anello
brasiliano di ametista. Elvis ne prese uno dalla propria mano: “Vaffanculo, puoi
tenertelo”, disse gettando a Cole un anello con un diamante da due carati e
l’incisione “Love Linda”. Elvis lasciò finalmente che Cole e Jones se ne
andassero dopo tre ore. Li accompagnò alla loro limousine ancora in pigiama e
aprì per loro la porta della macchina. Gli autisti e gli altri membri dell’entourage
quasi morirono d’infarto. Elvis raramente usciva di casa: figurarsi se apriva le
portiere della limousine per gli ospiti!

QUANDO IL TOUR TERMINÒ a Los Angeles alla fine di febbraio, i Led Zeppelin
rimasero in California. L’intero complesso era in esilio fiscale per via delle leggi
spartane dei laburisti, che obbligavano i musicisti di successo a pagare fino al 95
per cento delle royalty ricevute sulle proprie canzoni.
Questa volta, i Led Zeppelin non tornarono a casa. Come al solito, quando
risiedevano a Hollywood attiravano un flusso costante di sconosciuti
mentalmente instabili, che non facevano altro che gironzolare attorno al
complesso, sperando di poterlo incontrare o altro ancora. Anni dopo, Danny
Goldberg avrebbe affermato: “Guarda, Mark David Chapman [l’assassino John
Lennon] non fu altro che l’esecutore materiale. Fu l’incarnazione della coscienza
dei rockettari sballati che si mettevano in testa le idee più folli”. Quando questi
sconosciuti apparivano nella hall della Riot House chiedendo informazioni sui
Led Zeppelin, venivano spediti alla suite di Goldberg. Una mattina, prima di un
concerto a Long Beach, una ragazza con un tic nervoso che le rovinava la faccia
bussò alla porta di Goldberg. Disse che doveva incontrare Jimmy Page a tutti i
costi perché aveva previsto qualche sciagura nel suo futuro e pensava che
sarebbe successa quella sera stessa, alla Long Beach Arena. Giurò che l’ultima
volta che aveva avuto quel tipo di premonizioni qualcuno era stato ucciso
proprio di fronte ai suoi occhi. La ragazza, che appariva molto eccitata, fu
convinta a scrivere un lungo messaggio personale a Page e se ne andò
controvoglia, solo dopo che le fu assicurato che era impossibile vederlo. Il
messaggio fu bruciato senza essere letto. A Long Beach, alcuni petardi furono
lanciati pericolosamente vicino a Jimmy Page, che fu anche colpito in testa da un
rotolo di carta igienica.
Una settimana dopo, Goldberg vide la stessa ragazza al telegiornale. Aveva
appena tentato di assassinare Gerald Ford, il Presidente degli Stati Uniti. Il suo
nome era Squeaky Fromme, una delle vecchie amiche di Charles Manson.

INTANTO BONZO STAVA andando pian piano... fuori di testa. Sorridente e


beneducato quando era sobrio, si trasformava in un terribile bullo quand’era
ubriaco, vale a dire ogni notte. “Era molto emotivo”, racconta Cole. “Era
estremamente legato a sua moglie e al bambino e non voleva allontanarsene, ma
fu obbligato a farlo per via dei problemi fiscali. Così, si deprimeva facilmente e,
se qualcuno osava dirgli qualcosa, lo stendeva”.
Veniva regolarmente coinvolto in risse di lieve entità al Rainbow. Se c’erano
nei paraggi dei roadie che gli dessero man forte, andava in cerca di guai; se
invece era solo, era meno spaccone e semplicemente beveva.
Chiassoso e indisciplinato, Bonzo imbarazzava spesso gli altri musicisti. Se si
organizzavano delle cene al Dar Maghreb, c’era sempre qualcuno che
sussurrava: “Shhh, non lo dire a Bonzo”. Sia Peter Grant che Jimmy Page si
riservavano delle stanze segrete su altri piani dell’albergo, affinché Bonzo non li
potesse trovare quando era ubriaco. Se c’era un party in qualche locale chic,
dove i Led Zeppelin non avevano intenzione di causare guai, la parola d’ordine
era: “Non dirlo alla Bestia”.
A marzo, i Led Zeppelin diedero una festa al Los Angeles Shrine in onore dei
Pretty Things, il cui nuovo album per la Swan Song stava cercando di scalare le
classifiche.
Bonzo si trovava vicino al bar, quando fu avvicinato da Andy McConnell, un
reporter piccolo ed elegante del giornale musicale britannico «Sounds». John
Bonham era uno degli eroi musicali del giornalista, che alla festa aveva
finalmente trovato il coraggio di avvicinarlo: “Signor Bonham, mi chiamo Andy
McConnell e rappresento ‘Sounds’... Vorrei semplicemente dirle che lei è il più
grande batterista del mondo e che ho sempre desiderato stringerle la mano”.
Bonzo si voltò e sollevò il reporter per il bavero, in modo che i suoi occhi
fossero alla stessa altezza dei propri, e urlò in faccia al pover’uomo: “Ho già
ricevuto abbastanza merda da voi puttane della stampa!!!”. Immediatamente,
altre persone intervennero per placarlo; completamente impazzito, dovette essere
trascinato via a forza.
Quella stessa notte, alla Riot House, Danny Goldberg fu svegliato alle quattro
da un martellamento – rumoroso, regolare, ritmico – sulla sua porta. Dapprima,
pensò che l’albergo stesse andando in fiamme ma poi si rese conto che Bonzo
era riuscito a trovare il numero della sua stanza e stava cercando di abbattere la
porta. “Lo so che sei lì dentro, Riccioli d’oro!”, sbraitò a squarciagola il
batterista. “Lo so che sei lì dentro e voglio che chiami al telefono quel cazzo di
piccoletto di ‘Sounds’. Digli che voglio fare un’altra cazzo d’intervista!
Concederò a quell’orribile pezzetto di merda un’intervista che non si
dimenticherà mai!”.
Goldberg era terrorizzato. Bonzo era uno dei suoi capi. Finse di dormire fino a
che non lo sentì allontanarsi barcollando lungo il corridoio. Bonham non ne
voleva sapere di andare d’accordo con la stampa. In un’altra occasione, versò il
proprio bicchiere sull’inviato di un quotidiano britannico e obbligò il fotografo
dello staff dei Led Zeppelin a camminare nudo lungo il corridoio dello Starship.
Qualcosa non andava per il verso giusto. Richard Cole lo poteva sentire:
“L’anno in cui andarono in esilio fiscale mi sembrò l’inizio della fine”, dice.
Persino Page ammise a Lisa Robinson che poteva sentire gli avvoltoi volare
sopra di loro. “Mi piacerebbe suonare per altri vent’anni”, affermò, “ma non
riesco a vedere come sia possibile. Non so perché. Non riesco a spiegarlo in
parole. È solo una strana sensazione. Un presagio...”.
A maggio, i Led Zeppelin portarono il loro show con i raggi laser in
Inghilterra. L’esilio fiscale concedeva loro di passare solamente pochi giorni per
volta in patria e così furono annunciate tre serate alla gigantesca Earl’s Court
Arena; i biglietti andarono esauriti talmente in fretta che dovettero aggiungere
altre due date.
Suonarono la stessa scaletta con cui si erano esibiti negli Stati Uniti,
cominciando con Rock And Roll e proseguendo con Sick Again. Page cambiò
chitarra e imbracciò la sua vecchia Danelectro per In My Time Of Dying, che
Plant sarcasticamente dedicò a Dennis Healey, il ministro delle Finanze
britannico, ufficialmente responsabile delle leggi fiscali. Per The Song Remains
The Same e The Rain Song, Page usò la sua Gibson rosso ciliegia a doppio
manico. John Paul Jones fece un lungo assolo in No Quarter, prima che l’intero
complesso si sedesse nel proscenio per il repertorio acustico. Tutti e quattro
cominciarono a improvvisare sul tempo di Tangerine, come non avrebbero mai
osato fare in America, dove raramente riuscivano a essere così sciolti. Quindi
suonarono Going To California, That’s The Way e Bron-Y-Aur Stomp, che Plant
dedicò al suo cane. Seguirono Trampled Under Foot e Moby Dick. Dopo l’assolo
di Bonzo, Plant intervenne dicendo: “John Bonham, maestro delle pelli! L’unico
uomo che possa suonare la batteria e nello stesso tempo cantare The Last Waltz.
John viene da una famiglia di artisti del circo... Mio Dio, come fa a essere tanto
sciocco un gruppo così heavy? Questa è una canzone che ci riporta all’inizio
della nostra carriera. Bonzo si rifiutava di venire con noi perché guadagnava
quaranta sterline alla settimana con Tim Rose. Gli mandai otto telegrammi al
Three Men In A Boat di Walsall... Nessuno voleva credere ai New Yardbirds”.
Da dietro, Bonzo cinguettò: “Non è cambiato niente!”. Plant continuò: “Nessuno
voleva crederci. John Paul Jones aveva appena finito un tour con Greta Garbo.
Jimmy Page stava imparando a conoscersi. Stiamo veramente divertendoci nella
vecchia Inghilterra... Sapete com’è, con Dennis Healey: privatizzazioni e niente
più artisti in patria. Quel tizio dev’essere dazed and confused”.
I surreali raggi laser, sottili come penne stilografiche, tagliarono l’aria durante
la sezione con l’archetto e Plant intonò frammenti di Woodstock. L’ultimo brano
fu Stairway To Heaven, seguito per il bis dalle granate di Whole Lotta Love e
Black Dog. La stessa scaletta fu ripetuta per cinque sere consecutive.
Dopo l’ultimo show, lunedì sera, il complesso offrì un grande party dietro le
quinte dell’Earls Court per i vecchi amici. Arrivò Jeff Beck: arrivò e rimase fino
alle quattro del mattino. Era una grande rimpatriata. Dopo gli show, la stampa
impazzì. I Led Zeppelin dovevano essere rivalutati. Nel supplemento del
quotidiano «The Observer», il critico Tony Palmer cavalcò la febbre Zeppelin:
“Non c’è spettacolo teatrale che possa reggere il confronto. Nessun quadro di
action painting si può avvicinare agli schemi sempre fluttuanti di luce e suono
che questa letale combinazione di talenti è riuscita a mettere in piedi. Se i
Beatles sono stati capaci di strappare la musica popolare dall’inanità della classe
media, dalla poltiglia degli uomini di mezz’età interessati solo agli affari, allora i
Led Zeppelin hanno saputo lanciare il rock’n’roll fino ai vertici dell’arte della
metà degli anni Settanta”. Commentando Stairway To Heaven Palmer chiese:
“Riuscite a pensare a un’altra canzone, una qualsiasi altra canzone, per cui,
quando viene suonata la prima nota, un’intera platea di 20mila persone si alza in
piedi non solo per battere le mani o incitare, ma in omaggio a un evento che è
decisivo per la vita di tutti loro?”.
Naturalmente, c’erano delle opinioni diverse. Dopo il ritorno degli Zeppelin,
Mick Gold, un giornalista britannico, commentò: “...la cosa che emerge più
chiaramente dai loro concerti è un sentimento di violente emozioni
interiorizzate. Non c’è traccia della spontaneità o della gioia dei concerti degli
Stones o dei Faces. Non c’è rilassamento. I Led Zeppelin ottengono grandi
risultati quanto a controllo del tempo e delle dinamiche sonore. I loro concerti
sono magnificamente ritmati ma non c’è un climax soddisfacente. È musica
corporea ma, dal momento che non riesce ad avere swing, non riesce a far
ballare il proprio pubblico; punta alle tempie, non ai piedi, e il suo effetto finale
è il completo stupore”.
Dopo i concerti a Earls Court, Plant portò la propria famiglia in vacanza in
Marocco, mentre il resto dei Led Zeppelin stabilì il quartier generale del proprio
esilio a Montreux. Tre settimane dopo, Jimmy Page volò a Marrakech, l’antica
stazione d’arrivo delle carovane cinta di mura rosse, sul margine del Sahara,
sotto la grande muraglia dell’Atlante.
Il progetto originale era di portarsi dietro i magnetofoni per effettuare
registrazioni sul campo dei ritmi penetranti dei berberi marocchini ma non se ne
fece nulla. Invece, Plant e Page si diressero a Sudest a bordo di una Range
Rover, verso la costa atlantica. Quando raggiunsero l’Atlantico, continuarono
verso Sud in direzione di Essaouira, Tarfaya, e Tan-Tan, cercando di
raggiungere il Sahara spagnolo. Ma avevano scelto il momento sbagliato. Il re
del Marocco aveva appena annesso il gigantesco territorio, ricco di fosfato,
facendo marciare oltreconfine una gigantesca falange di civili, armati solo delle
bandiere rosse e verdi del Marocco. L’esercito spagnolo se n’era andato senza
sparare nemmeno un colpo ma l’esercito marocchino e i gendarmi continuavano
a tenere sotto stretto controllo le vie di comunicazione. Dopo numerosi posti di
blocco, la strada si interruppe del tutto e furono costretti a fare retromarcia e a
dirigersi a Nord, dove attraversarono lo stretto di Gibilterra e poi passarono
attraverso la Spagna e la Francia fino in Svizzera, dove si trovava il resto del
complesso.
A Montreux si fecero ulteriori progetti. In autunno, il complesso avrebbe
effettuato un altro giro di trenta concerti in America e poi, per la prima volta, si
sarebbe esibito in Sudamerica. Fu poi discussa un’altra visita in Giappone e in
Australia. Plant e Page volevano ritornare in Marocco, per registrare sulle
montagne dell’Alto Atlante. Page voleva visitare Il Cairo, per registrare lì con
dei musicisti egiziani, e pensava anche di recarsi a Nuova Delhi per conoscere la
scena musicale locale. I Led Zeppelin, con risorse illimitate e completa libertà di
movimento, erano in cima al mondo: i sogni di tutti stavano diventando realtà. E
fu proprio a quel punto che cominciò l’incubo.
Dopo il “Montreux Jazz Festival”, a luglio, Page, Charlotte, la piccola Scarlet,
Plant, Maureen e i loro due bambini si recarono per una vacanza estiva nell’isola
greca di Rodi. Con loro c’erano la sorella di Plant, Maureen e il marito. Il 3
agosto, Page lasciò Rodi per andare in Sicilia a visitare la vecchia fattoria e
l’abbazia di Aleister Crowley, che stavano per essere vendute. Avrebbe dovuto
poi ricongiungersi al resto della comitiva un paio di giorni dopo a Parigi.
Il giorno successivo, il 4 agosto, Maureen Plant si mise alla guida dell’auto
che avevano affittato. Robert era al suo fianco e la figlia di Page sul sedile
posteriore, con i bambini dei Plant. Improvvisamente, la macchina slittò sulla
stretta strada dell’isola, saltò da un precipizio e si schiantò contro un albero. Fu
un incidente terribile: Maureen Plant si fratturò il cranio e il pube, Plant si ruppe
malamente la caviglia e il gomito, i suoi bambini subirono gravi contusioni,
mentre Scarlet Page sembrava illesa. Non c’erano ambulanze a disposizione e ci
vollero ore prima che un contadino li portasse fino al più vicino ospedale, sul
retro del suo camioncino.
Il giorno successivo, a Londra, Richard Cole ricevette una telefonata da
Charlotte Martin, che gli raccontava confusamente dell’incidente. Maureen Plant
era in pessime condizioni e aveva bisogno di sangue. Il suo gruppo sanguigno
era introvabile a Rodi e la sorella non era in grado di donarne in quantità
sufficiente. Charlotte chiese a Cole di noleggiare un aereo, volare a Rodi e
salvarli. Se Maureen non fosse stata ricoverata in un ospedale adatto sarebbe
morta. Cole riappese la cornetta e si mise a riflettere sul da farsi. Era abituato
alle urla e alle esagerazioni di Charlotte. Grant e Bonzo erano in esilio fiscale
con le loro famiglie nel Sud della Francia. Cole cominciò a fare delle telefonate,
convocando i migliori medici e chirurghi ortopedici di Harley Street. Telefonò al
contabile della Swan Song per ottenere denaro contante e affittare un jet; questi
gli rispose che non poteva autorizzare l’invio del denaro senza il consenso di
Peter Grant. “Schifose teste di cazzo!”, urlò Cole. “I familiari del complesso
stanno morendo!”. Fortunatamente, uno dei chirurghi aveva curato Robert
McAlpine, proprietario della McAlpine Aviation, e fu in grado di farsi dare il
suo jet privato. Così, Cole volò a Rodi con due dottori e sangue fresco per la
moglie di Plant.
Phil May dei Pretty Things, che aveva una casa a Rodi, era ad attenderli
all’aeroporto e li condusse all’ospedale. “Robert non stava male”, ricorda Cole,
“ma sua moglie era in condizioni praticamente disperate e le gambe e le braccia
dei bambini erano ridotte a pezzi”.
C’erano anche altri problemi. Il proprietario dell’agenzia di noleggio dell’auto
affermava che Maureen fosse ubriaca al momento dell’incidente e c’erano degli
avvocati greci che si erano fatti rapidamente sotto, sentendo il profumo di grossi
guadagni. Ancora alla ricerca di contanti, Cole chiamò Claude Nobs a Montreux
e ottenne da lui, via telex, abbastanza soldi per portarli via da Rodi. Cole disse al
pilota di tenere pronto l’aereo e quindi corse all’ospedale, caricò i pazienti su
una familiare a noleggio e li trasportò all’aeroporto, da dove partirono alla volta
di Roma. Di lì finalmente raggiunsero l’Inghilterra.
Maureen Plant, seriamente ferita, avrebbe dovuto stare per settimane in un
letto d’ospedale. In seguito, Plant disse: “Se non avessimo avuto i soldi che ci
volevano per raggiungere subito l’Inghilterra e ottenere le cure migliori, sono
sicuro che ora mia moglie non sarebbe viva”. Plant non avrebbe potuto
camminare per almeno sei mesi, il che creava ulteriori problemi perché, in base
alle condizioni dell’esilio fiscale, poteva stare in Inghilterra solo pochi giorni
all’anno e aveva già consumato tutto il tempo a sua disposizione. Se fosse
rimasto oltre il limite, il suo status di residenza sarebbe cambiato e avrebbe
dovuto sborsare una cifra enorme per il pagamento delle tasse.
Ancora con l’aiuto di Cole, si trasferì nell’isola di Jersey, un “rifugio fiscale”,
situato nella Manica, dove lo raggiunse il resto del complesso.
Il lucroso tour americano fu naturalmente cancellato, così come qualsiasi altro
progetto in Sudamerica e Asia. Miliardi, per non parlare del momento
favorevole, erano andati in fumo nel giro di una notte. Si decise allora di
riprendere in mano il film-concerto, ormai vecchio di due anni, con un nuovo
regista e di registrare in California un nuovo album il più rapidamente possibile.
All’inizio di settembre, Plant e Page presero da Jersey un volo della Lufthansa
per Los Angeles. All’inizio, alloggiarono alla Riot House ma non riuscivano più
a sopportare quell’ambiente: così, affittarono delle case sulla spiaggia
dell’esclusiva colonia di Malibu, dove Plant cominciò a scrivere versi e a
guarire. Un suo motivo di orgoglio era un telegramma di auguri da parte di Elvis.
Ma era completamente terrorizzato. Agli amici smentì le voci, riportate dalla
stampa londinese, secondo cui avrebbe pensato che l’interesse per la magia nera
di Page fosse in qualche modo responsabile della disgrazia capitata alla sua
famiglia. Bloccato dall’ingessatura, arrancava come meglio poteva lungo la
spiaggia e si divertiva a guardare le stelle del cinema che passeggiavano di
fronte alla sua casa, in Malibu Colony Drive. Era estremamente superstizioso e
credeva che l’aura negativa associata alla musica dei Led Zeppelin potesse
essere la causa dei suoi tormenti. Quando, a ottobre, un temporale si portò via il
porticato della sua residenza, chiese a Danny Goldberg se credeva che fosse
successo per colpa del “cattivo karma”, della sua canzone, The Ocean. Con altri
amici, si mostrò superstizioso nei confronti di In My Time Of Dying. Era tutto
troppo... negativo.
Secondo l’opinione comune, Plant era prigioniero del proprio rimorso e della
paura che la sua famiglia fosse rimasta vittima di qualcosa su cui lui non poteva
più esercitare alcun controllo.
Anche Page aveva una casa lungo Malibu Colony Drive e conduceva una vita
molto riservata.
Mentre progettava il nuovo repertorio degli Zeppelin, Page si occupava anche
di affari. La Swan Song aveva messo sotto contratto una complesso di Los
Angeles chiamato Detective, il cui cantante era Michael des Barres, un amico
inglese di Page. Con la tipica prodigalità della Swan Song, al nuovissimo
complesso vennero offerti un contratto discografico da un milione di dollari, più
250mila dollari per produrre un album per il cui completamento sarebbero
occorsi non meno di nove mesi e, infine, un’intera fattoria per le prove. “Quando
Bonzo possiede un quinto di te”, afferma Michael des Barres, “allora puoi esser
certo che si tratta di una situazione fuori dall’ordinario. Una volta firmati i
contratti, non vedemmo alcun membro dei Led Zeppelin per due anni.
Trattavamo con Goldberg. Eravamo pagati per suonare il più possibile simili ai
Led Zeppelin e avrebbero pubblicato qualsiasi nastro gli avessimo dato”.
C’era un sacco di eroina in giro. I musicisti amavano l’eroina; li faceva sentire
sicuri. Sembrava che metà dei musicisti di Los Angeles si facesse di eroina.
Page, nonostante la sua proverbiale discrezione, cominciò a ciondolare il capo
durante una seduta fotografica per i Detective e fu fotografato mentre dormiva
alle spalle del gruppo. Qualcuno lo svegliò e lui disse: “Mmmmm, devo
smetterla di prendere quel Valium”. Gli altri si guardarono e alzarono gli occhi
al cielo. Chi stava cercando di prendere per il culo?
John Bonham e John Paul Jones arrivarono a Los Angeles a fine ottobre per le
prove. Jones si stava curando una mano, che si era rotto poco dopo l’incidente di
Plant. Bonzo, dopo l’infortunio, era rimasto con la famiglia. A giugno, la moglie
aveva dato alla luce una bambina che fu chiamata Zoe e lui non riusciva a starle
lontano. Cole ricorda: “Non gliene fregava un cazzo dei soldi. Voleva solo stare
con sua moglie”. Ora, separato dalla famiglia, Bonzo si ritrasformò nella Bestia,
vagando su e giù per Sunset Boulevard alla ricerca di nuove vittime da fare a
pezzi.
Per gli altri membri dei Led Zeppelin i giorni delle orge semipubbliche e delle
zuffe nei bar erano finiti, ma non per Bonzo. C’era qualcosa – che aveva a che
fare con il trovarsi in America, distante dai propri cari – che lo trasformava in un
maniaco.
Era la cristallizzazione di un modo di pensare che in fondo l’intero complesso
condivideva: l’America era la terra fantastica del denaro, del peccato e
dell’eccesso. In patria, amavano tutti la vita casalinga di campagna, tra antichità,
bambini e quiete familiare. Negli Stati Uniti erano trattati come dei re e potevano
avere tutto ciò che volevano.
Bonzo, semplicemente, non riusciva a controllare questo potere. Era come se
Jimmy Page fosse un mago che aveva tirato fuori dal nulla questo giovane
musicista e lo avesse trasformato nel giro di una notte in una star miliardaria.
John Bonham era l’apprendista stregone, un infaticabile lavoratore che aveva
ricevuto più di quello di cui riusciva a occuparsi. Il talento di Bonzo era stato
manipolato per creare enorme ricchezza, fama internazionale e un potere ben al
di là della sua capacità di controllo. Come disse Danny Goldberg: “Bonzo era un
gigantesco adulto con le emozioni di un bambino di sei anni e la licenza artistica
di concedersi qualsiasi genere di comportamento distruttivo o infantile che lo
facesse divertire”.
Anche John Paul Jones era un problema. In teoria, il complesso avrebbe
dovuto essere impegnato nelle prove e Plant si era addirittura trasferito a
Hollywood per essere più vicino agli studi. Ma Jones continuava a scomparire.
Fieramente indipendente dal resto del gruppo, andava e veniva a proprio
piacimento e Page ne era infastidito. “Se vedi John Paul Jones”, disse a Danny
Goldberg, che stava cercando di rintracciare il bassista, “sparagli a vista”. Con
un reporter, Page fu leggermente più discreto: “Avere a che fare con John Paul
Jones, a volte, può rivelarsi veramente difficile, credimi”.
Le prove si stavano svolgendo negli studi S.I.R. di Hollywood. I nuovi brani
erano decisamente eccitanti.
L’impegno e l’energia che sarebbero dovuti andare nei tour autunnale finirono
nella nuova musica e i Led Zeppelin bruciavano con un nuovo funk elastico che
li stava conducendo verso inattese destinazioni. Il rumore bianco delle chitarre
marocchine si scontrò con i ritmi di New Orleans. Le articolazioni ritmiche
erano brutali ed estremamente complesse. Bonzo era forte come l’acciaio e Plant
cantava in sedia a rotelle, dimenandosi nell’ingessatura.
I Led Zeppelin dovevano andarsene anche dagli Stati Uniti o, altrimenti,
avrebbero avuto a che fare con le tasse americane. Si decise di registrare ai
Musicland Studios di Monaco di Baviera, in Germania. Durante il tragitto verso
l’Europa, Page, Plant e Bonzo si fermarono per un paio di giorni a New York. Il
cantante aveva già abbandonato la sedia a rotelle e riusciva quasi a camminare
senza bastone. Sfoggiando una dozzina di tintinnanti braccialetti indiani, Plant
concesse delle interviste piene di ottimismo. “Dopo l’incidente”, disse a Lisa
Robinson, “ho avuto il tempo per osservare. Prima ero sempre travolto da tutto
ciò che facevamo, da quel che siamo e da quel che è stato creato attorno a noi.
Ovviamente, tutto ciò è stato spazzato via: il fulcro della situazione si è
leggermente spostato... Sono stato costretto a ripensare tutto da capo, invece di
proseguire semplicemente a testa bassa”.
Nel frattempo, Page era sulle tracce di un chitarrista blues di colore, Bobby
Parker, che gli era stato descritto come una leggenda da scoprire e che stava
gettando il proprio talento al vento suonando nei sobborghi di Washington D.C.:
Page voleva a tutti i costi mettere sotto contratto un vero bluesman con la Swan
Song. Così, lui e Danny Goldberg si recarono a Washington per vedere Parker in
azione, dopo averlo rintracciato grazie all’aiuto di alcuni giornalisti musicali
della zona. Trovarono Bobby Parker impegnato a suonare R’n’B e successi da
discoteca con un pessimo complesso, in un club per sottufficiali di una base
militare in Virginia. Page tirò fuori un modesto registratore a cassette, incise il
concerto e accettò poi con riluttanza di suonare qualche vecchio blues quando
Parker lo invitò sul palco. Suonando senza plettro, fece una pessima figura.
Dopo aver portato alle stelle le speranze di Bobby Parker – scoperto dai Led
Zeppelin!! – Page e Goldberg ritornarono a New York. Il chitarrista fece
ascoltare a Plant e Bonzo il nastro del concerto di Parker; i due lo odiarono,
riuscendo a malapena a sentire qualcosa: Bobby Parker cadde nel dimenticatoio.
Gli Zeppelin tornarono, ciascuno per proprio conto, in Europa. Bonzo
viaggiava sempre con il suo roadie, Mick Hinton, che svolgeva anche le
mansioni di valletto, procacciatore, infermiere e tuttofare. Hinton era un allegro
cockney, un veterano del rock inglese – aveva lavorato per Ginger Baker – ed
era trattato da Bonzo come un servo legato da un contratto a vita. Sull’aereo che
li riportava in Europa, Bonzo sedette nella prima classe del jumbo della British
Airways e si gettò sullo champagne offerto a bordo, mentre Hinton volò in classe
economica nella coda dell’aereo. Durante la prima ora di volo, Bonzo si ingollò
due bottiglie di champagne, insultò lo steward, urlò e minacciò gli altri
passeggeri di prima classe. Quindi si addormentò, ubriaco. Quando lo steward
cominciò a servire la cena, gli altri passeggeri minacciarono di fargli perdere il
posto se avesse svegliato il turbolento passeggero.
Due ore dopo, Bonzo si svegliò e scoprì che si era pisciato addosso, per colpa
di tutto lo champagne bevuto, rovinandosi i pantaloni e inzuppando il sedile.
Improvvisamente cominciò a tuonare il nome dei suo schiavo: “’Inton! ‘Inton!!
Vieni qua!”. Mick Hinton corse in prima classe. Bonzo gli fece un cenno
sussurrando: “Presto, testa di cazzo, coprimi!”. Poi si alzò e si diresse verso il
gabinetto, stretto alla schiena di Hinton, per cercare di eludere le risate
sarcastiche degli altri passeggeri, il cui divertimento fu rapidamente soffocato
dalla puzza che cominciò a diffondersi dal sedile. Come una mamma che si porta
dietro i pannolini di ricambio per il suo neonato, Hinton aveva nella sua borsa da
viaggio un ricambio di pantaloni per Bonzo. Quindi, Bonzo lo fece sedere nel
suo sedile bagnato di urina e andò ad accomodarsi in quello asciutto del roadie,
nella coda dell’aereo, dove si riaddormentò.

LE VARIE TRACCE DEL SETTIMO album dei Led Zeppelin, PRESENCE, furono
incise quel novembre a Monaco, in appena diciotto giorni. Gli studi si trovavano
sotto l’hotel Arabella, dove alloggiavano i Led Zeppelin. Richard Cole, che non
aveva più visto il gruppo dopo l’incidente di Plant, fu incaricato di portare
l’attrezzatura a Monaco e organizzare i soliti divertimenti per alleviare la
tensione.
Il Musicland, all’epoca, era uno studio di registrazione molto richiesto e tutti
gli altri gruppi inglesi in esilio fiscale volevano utilizzarlo. Gli Zeppelin erano
riusciti a trovare un buco di due settimane, prima che arrivassero i Rolling
Stones per registrare il loro nuovo album. In passato, le sedute di registrazione
dei Led Zeppelin si erano svolte con lentezza, adottando la grazia e la nevrotica
cautela di un romanziere con il blocco dello scrittore. Con gli Stones alle
calcagna, il perfezionista Page fu costretto ad agire in fretta.
Il suono della nuova musica era duro e spietato. Era un album caratterizzato
da molteplici sovraincisioni di chitarre elettriche urlanti, senza alcun episodio
acustico. Le nuove canzoni erano il frutto dei costanti spostamenti del complesso
durante l’anno d’esilio. I testi di Plant riflettevano la sua angoscia e quel che,
stranamente, pareva pentimento.
Il brano d’apertura dell’album, Achilles Last Stand, era anche il pezzo forte e
rappresentava l’apogeo della passione di Page per la costruzione di imponenti
strutture dinamiche e cariche di emozione, ottenute con la sovrapposizione di
molteplici parti di chitarra, come già in Stairway To Heaven, The Song Remains
The Same e Kashmir, mentre la fonte di ispirazione era rintracciabile nella
musica marocchina. Qui Page mostra tutto il suo “sapere armonico”, in quello
che i conoscitori dei Led Zeppelin finirono per considerare il più grande pezzo
ritmico di John Bonham. Plant evoca lo strepitio della battaglia, le potenti armate
di Atlante e lo spirito della terra di Albione ancora addormentata. I ritmi mutano
dall’epica pomposità, tipica degli Zeppelin, a un intricato bolero spagnolo pieno
di interruzioni repentine. Come gran parte delle canzoni dell’album, Achilles
aveva strane parti di chitarra e un finale malinconico, che annunciava i cambi di
tonalità come campane a mezzanotte. For Your Life, una canzone più lenta che
parlava dell’uso delle droghe nell’ambiente di Los Angeles, aveva un tono più
sobrio. Page inventò un sinistro ronzio rock, che passava da un canale all’altro,
mentre la voce di Plant, che narrava di una scommessa persa con la droga, è
seppellita in profondità nel mixaggio, quasi indecifrabile sotto il fuoco di fila
della chitarra pesantemente manipolata di Page. Ugualmente oscure erano le
parole di Royal Orleans, che sembravano descrivere le avventure notturne di
John Paul Jones a New Orleans due anni prima. Suonando a più non posso, i Led
Zeppelin si cimentarono nel cavallo di battaglia dei Meters, Cissy Strut, mentre
Plant sogghignava raccontando, con fare compiaciuto, di un uomo che in
Louisiana, dopo essere stato coinvolto in un incendio, si era ritrovato a baciare
uomini anziani. La vittima fu spiritosamente identificata come “John Cameron”,
che in realtà era il vecchio rivale di studio di Jones nel periodo in cui questi
lavorava come arrangiatore per Mickie Most.
Ma il testo più sorprendente dell’album era quello di Nobody’s Fault But
Mine, adattato da un vecchio blues di Blind Willie Johnson. Dopo un’incredibile
introduzione di chitarra e una tipica partenza di Bonham, Plant interpreta un
testo sbalorditivo pieno di pentimento e sofferenza. Riconosce il Diavolo nel suo
inseguitore e annuncia che cercherà di salvare la propria anima. Urla e piange
che ha una scimmia sulla schiena e si impegna a cambiare vita. L’appassionata
confessione aveva come sfondo una jam torrida e sporca, uno dei pezzi più
implacabili di puro rock che il complesso avesse mai tirato fuori. Nobody’s Fault
But Mine era la Hellhound On My Trail dei Led Zeppelin. Per Plant, e forse per
gli altri, era una specie di esorcismo. I fan che riuscirono a decifrare le parole del
testo si convinsero che Plant stava ammettendo di aver venduto l’anima a Satana
e che ora voleva sottrarsi al suo patto.
Tra gli altri brani, si segnalavano le dure Candy Store Rock e Hots On For
Nowhere, con un grande riff iterativo e uno dei più bizzarri assoli di Page.
L’album si concludeva con Tea For One, un triste blues in chiave minore, con
toni spagnoleggianti e chitarre malinconiche e lamentose. Tea For One era il lato
più oscuro della corsa dei Led Zeppelin verso l’arcobaleno. Testimoniava
l’insopportabile solitudine e depressione di una vita passata sulla strada, vissuta
giorno per giorno, senza quelle sicurezze che permettono alla gente normale di
mantenersi sana ed equilibrata.
PRESENCE doveva molta della sua brillantezza al clima di frenetica urgenza
in cui era stato registrato. Quando le ore prenotate in studio erano terminate,
Page aveva calcolato che servivano ancora almeno tre giorni di lavoro, per
terminare tutte le sovraincisioni. Aveva telefonato a Mick Jagger spiegando la
situazione e chiedendogli due giorni in più. Jagger non aveva fatto obiezioni.
Dopo aver lavorato diciotto ore al giorno nelle due settimane precedenti, Page
era rimasto in piedi per parecchi giorni effettuando tutte le sue sovraincisioni.
Quelle di chitarra di Achilles erano state registrate in una sola notte. Il resto
dell’album era stato completato il giorno successivo. L’ascolto dello strano
assolo di Hots On For Nowhere deve essere collocato in questo contesto.
Alla fine Page, esausto, era riuscito a finire l’album nel tempo che si era
preposto. Si era trattato, disse al «New Musical Express», “del test definitivo di
tutto quello stile di vita”. Per lui era semplicemente una questione di volontà. A
un altro giornalista, ricordò: “Comunque, il giorno in cui finimmo, gli Stones
arrivarono e ci chiesero com’era andata. Io dissi: ‘Ho finito grazie ai due giorni
in più che ci avete dato’. Loro domandarono: ‘Vuoi dire che hai finito le
tracce?’. E io dissi: ‘No, tutto quanto’. Non potevano crederci”.
L’intero album era stato registrato e mixato in meno di tre settimane. L’unico
momento spiacevole era occorso quando Plant, inciampando mentre entrava
nella cabina di registrazione, per poco non si era rotto nuovamente la caviglia.
“Non avrei mai pensato che Page potesse essere così veloce”, disse in seguito.
“Uscì di corsa dalla cabina di mixaggio e, per quanto fragile fosse, mi sorresse
fra le braccia. Organizzò le cose in modo quasi teutonico e in un lampo fui
trasportato all’ospedale, per paura che mi si fosse riaperta la frattura con il
rischio di non poter più camminare correttamente”.
A dicembre, il complesso tornò a Jersey, per continuare il proprio “esilio”, in
un luogo più vicino alla Gran Bretagna. Il 10 dicembre saltarono sul palco del
pub Behan e ci diedero dentro con alcuni vecchi classici.
Il giorno di Natale, Plant, Jones e Bonzo tornarono a casa, per stare con le
proprie famiglie. Page andò a New York per mixare la colonna sonora del
redivivo film degli Zeppelin. L’ultimo giorno dell’anno, Robert Plant, per la
prima volta dal suo terribile incidente automobilistico, camminò nella cucina
della sua fattoria senza l’ausilio del bastone.
10. POTERE, MISTERO E IL MARTELLO DEGLI DEI

“L’ingrediente essenziale di ogni gruppo rock di successo è l’energia: la capacità di trasmettere


energia, di ricevere energia dal pubblico e di restituirgliela. Un concerto è, in effetti, un rito che
prevede l’invocazione e la trasmutazione di energia. Le stelle del rock possono essere comparate a
sacerdoti... Lo show degli Zeppelin si basa principalmente sul volume, la ripetitività e le percussioni.
Vi sono alcune analogie con la musica da trance che si ascolta in Marocco, che è magica nella sua
origine e nel suo scopo: vale a dire che si occupa dell’invocazione e del controllo delle forze spirituali.
In Marocco, i musicisti sono anche maghi. La musica gnawa è usata per cacciare gli spiriti maligni. La
musica di Jajouka evoca il dio Pan, Pan dio del panico, che rappresenta le reali forze magiche che
cacciano via il falso. Bisogna ricordare che, all’ origine di tutte le arti – musica, pittura e scrittura – ci
sono la magia e l’invocazione: la magia è sempre usata per ottenere risultati magici. Nei concerti dei
Led Zeppelin, sembrerebbe che il risultato desiderato sia la creazione di una forma di energia per i
musicisti e il pubblico. Per condurre in porto una tale pratica magica, è necessario rifornirsi alle
sorgenti dell’energia magica e tale processo può rivelarsi assai pericoloso” – William S. Burroughs,
Rock Magic

NONOSTANTE IL LORO REGNO fosse stato perlopiù benigno, l’impero dei Led
Zeppelin cominciò a sgretolarsi nel 1976. Era come se il disastro che aveva
colpito la famiglia di Robert Plant avesse fiaccato la buona fortuna dei Led
Zeppelin e la loro insaziabile sete di potere. Sebbene proprio in quell’anno
fossero usciti ben due album e un lungometraggio del quartetto, le cose non
sarebbero mai più state come prima. Senza i Led Zeppelin in giro, i loro adepti
finirono per ascoltare altri gruppi. Nella breccia penetrarono gli imitatori degli
Zeppelin, perlopiù complessi americani che suonavano fotocopie dei potenti
accordi di Jimmy Page, con cantanti biondi che gemevano sovreccitate
sciocchezze mistiche. Tali zeppreplicanti avevano percepito l’ombra dello
Zeppelin quando era passata sopra l’America, all’inizio degli anni Settanta. I
Boston inaugurarono la serie delle innumerevoli Little Stairways con il loro inno,
More Than A Feeling, che quell’anno fu un grosso successo negli Stati Uniti. Gli
Heart, capitanati da due sorelle provenienti dallo stato di Washington, suonavano
grezze imitazioni del materiale degli Zeppelin e aprivano addirittura i concerti
con Rock And Roll. Free Bird dei Lynyrd Skynyrd contese a Stairway il ruolo di
inno nelle stazioni radiofoniche americane. Un altro complesso del
Massachusetts, gli Aerosmith, rilesse addirittura Train Kept A-Rollin’,
ricavandone un altro hit. I Led Zeppelin erano ufficialmente in ritiro ma la loro
musica continuava a vivere tramite quella di altri artisti (successivamente i fan
scherzarono sul fatto che, in assoluto, i due migliori 45 giri dei Led Zeppelin
fossero Barracuda degli Heart – che prese il giro di basso e batteria da Achilles
Last Stand – e Lonely Is The Night di Billy Squier). Ma anche quella musica fu
messa in minoranza dal nuovissimo soft rock che stava prendendo piede,
perlomeno negli Stati Uniti. I più grossi successi dell’anno arrivarono da Peter
Frampton e dai Fleetwood Mac, entrambi discepoli dei blues trapiantati
nell’America delle multinazionali. Nel frattempo, a Londra e a New York c’era
un’altra corrente di complessi giovani che disprezzavano i Led Zeppelin e la loro
generazione. Nel giro di un anno, i complessi punk – Sex Pistols, Clash,
Generation X – avrebbero iniziato una vera e propria rivoluzione e i Led
Zeppelin si sarebbero arresi.
Dopo alcuni giorni preziosi passati con le proprie famiglie, nel gennaio 1976
Robert Plant, John Paul Jones e John Bonham volarono a New York per
continuare a condurre i propri affari in “esilio”. Si installarono al Park La ne
Hotel e continuarono a lamentarsi amaramente del proprio destino. Plant parlò di
come i “migliori talenti inglesi”, si trovassero a New York, perché non potevano
permettersi di pagare le tasse britanniche. Fece notare che Mick Jagger viveva a
quattro isolati di distanza nel West Side e dichiarò: “Il premio per tutte le cose
che ho fatto dovrebbe essere quello di poter tornare a casa per stare con Maureen
e i bambini”. Ma Plant rimase a New York, men tre Maureen se la cavava da
sola in Inghilterra. Via via che cominciavano a conoscerlo meglio, gli impiegati
dell’ufficio della Swan Song si resero conto che esistevano due Plant. Uno era il
visionario spiritualista celtico, l’altro la volgare stella del rock che inseguiva i
vizi tipici della sua professione.
In materia d’affari, la priorità era assegnata al film dei Led Zeppelin, ora
giunto alla sua terza reincarnazione, intitolata The Song Remains The Same. Il
nuovo regista, Peter Clifton, aveva montato le riprese dei concerti e le sequenze
fantastiche di Joe Massot in un rabberciato documentario. Grazie al trucco e agli
effetti speciali, Page invecchiò di cent’anni per interpretare la parte dell’eremita
dei tarocchi. La damigella in pericolo di Plant, salvata dopo una cruenta lotta,
scompariva di fronte ai suoi occhi. Bonzo fu ripreso al volante di macchine da
corsa. Jones era impegnato in una misteriosa missione in un cimitero medievale.
Peter Grant e Richard Cole interpretavano dei gangster ghignanti intenti a ridurre
a pezzettini numerose abitazioni con il fuoco dei loro mitra. Con la sua colonna
sonora tutt’altro che magica, registrata a New York durante l’amaro epilogo del
tour del 1973, il film era musicalmente handicappato. Ma era tutto ciò che
avevano a disposizione ed erano decisi a farlo uscire quell’anno.
Mentre era in corso il mixaggio della colonna sonora, Bonzo era libero di
occuparsi degli affari a modo suo. Una sera, si presentò dietro le quinte di un
concerto dei Deep Purple al Nassau Coliseum di Long Island. Ubriaco e assai
eccitato, faceva fatica a stare in piedi dietro al palco; notò un microfono libero e
salì sul proscenio prima che i roadie dei Deep Purple potessero afferrarlo. Il
gruppo smise di suonare stupefatto, mentre Bonzo urlava al microfono: “Sono
John Bonham dei Led Zeppelin e voglio semplicemente annunciarvi che
abbiamo un nuovo album in uscita: si chiama PRESENCE e, cazzo, è
fantastico!”. Quindi fece per andarsene ma prima si voltò verso il chitarrista dei
Deep Purple e lo insultò gratuitamente: “E per quanto riguarda Tommy Bolin;
non sa suonare un cazzo!”.

PRESENCE USCÌ IN APRILE e fu il primo album che, negli Stati Uniti, conquistò il
disco di platino sulla base delle sole prenotazioni. In Inghilterra, il mese
precedente, Page aveva spiegato il clima psicologico del disco: “È stato
registrato mentre il gruppo era in movimento, zingari tecnologici senza base né
casa. Le uniche cose con cui potevamo sentirci in relazione erano un nuovo
orizzonte e una valigia da viaggio. È per questo che c’è così tanto movimento,
aggressività e molta amarezza per il fatto di trovarsi in una situazione simile”. Il
titolo aveva lo scopo di comunicare la sensazione di impatto extrasensoriale che
i Led Zeppelin riuscivano ad avere e l’idea era rappresentata in copertina da un
piccolo obelisco nero, dipinto come un comune oggetto casalingo usato a fini di
guarigione, educazione e rigenerazione spirituale. L’oggetto sarebbe diventato
l’ennesimo enigma dei Led Zeppelin. Ai giornalisti che telefonavano agli uffici
londinesi della Swan Song per ottenere spiegazioni a proposito della natura
dell’oggetto rispondeva Richard Cole, il quale li informava che gli stessi
musicisti non sapevano di che cosa si trattasse. L’idea era stata dello studio
grafico Hipgnosis, che realizzava la maggior parte delle copertine dei Led
Zeppelin. Successivamente, nelle interviste, Plant descrisse l’oggetto
paragonandolo al famoso monolito di 2001: Odissea nello spazio.
Come al solito, le recensioni di PRESENCE non furono univoche. Molti
critici ritennero (correttamente) che l’album fosse deprimente. Piacque di più ai
programmatori radiofonici (Achilles Last Stand fu trasmessa per mesi dalla
Capital Radio di Londra) ma le vendite scemarono rapidamente.
Forse PRESENCE era troppo serio. Nel testo di Achilles, per esempio, Plant
ricordava che l’Iliade era stata cantata per migliaia di anni prima di venire
trascritta. PRESENCE, comunque, fu il primo album dei Led Zeppelin a fare
capolino nello scaffale delle offerte speciali.
Tutto ciò, tuttavia, non significava che la diffusa popolarità dei Led Zeppelin
fosse scomparsa. Nel 1976, negli Stati Uniti, le ricerche sociologiche
commissionate dai due candidati alla presidenza registrarono una tale popolarità
per il quartetto, che sia il candidato democratico sia quello repubblicano si
dissero in diverse occasioni ammiratori dei Led Zeppelin! La figlia del
Presidente, Susan Ford, affermò durante il Dick Cavett Show, che i Led Zeppelin
erano il suo gruppo preferito. Parlando alla convention dell’Associazione
nazionale degli industriali discografici, Jimmy Carter ricordò che, quando era
governatore della Georgia, era solito ascoltare i dischi dei Led Zeppelin durante
le riunioni notturne.
A maggio, ci furono dei cambiamenti all’interno della Swan Song. Danny
Goldberg fu licenziato dalla carica di vicepresidente della compagnia, dopo che
si era rifiutato di intraprendere quelle che considerava azioni immorali, durante
l’organizzazione di un tour dei Bad Company. Fu licenziato perché nessuno
poteva lasciare i Led Zeppelin di propria iniziativa. In ogni caso, Peter Grant
ebbe modo di esprimere il proprio dispiacere: “Non avrei mai pensato di arrivare
al giorno in cui avrei sentito la mia voce dire: ‘Danny Goldberg è licenziato!”’.
La carriera dei Pretty Things si concluse poco dopo. I Led sapevano solo
produrre dei successi momentanei. Non avevano la passione necessaria per
quegli anni lunghi e faticosi generalmente indispensabili per costruire, coltivare
e sviluppare una carriera artistica. Così, Plant e Page si concentrarono sul loro
più grande successo, i Bad Company, il cui secondo album, STRAIGHT
SHOOTER, aveva quasi eguagliato i buoni risultati del primo. I due si
presentarono più volte sul palco per suonare durante i concerti dei Bad
Company, prima di ritornare in Inghilterra il 26 maggio.
Quell’estate, Page fu attaccato a mezzo stampa da Kenneth Anger: questi si
era finalmente stufato di aspettare che terminasse la promessa colonna sonora di
Lucifer Rising.
Dopo tutti quegli anni, Page era riuscito a produrre solo ventotto minuti di
musica che Anger trovava utilizzabile. Nessuno osava negare il fatto che la
musica fosse straordinaria: morbosa, ipnotica, profondamente terrificante. Simile
a No Quarter, Kashmir e alla recente In The Evening, la colonna sonora era
composta di ronzii e canti, melodie flautate e chitarre gementi suonate con
l’archetto ed elaborate con un primitivo sintetizzatore Arp. L’effetto generale era
quello di un mantra satanico che scricchiolava sotto le bordate di un feedback
clamoroso mentre si udiva il suono di lontane campane. Ma il tutto non era che
un frammento di ciò che Anger aveva richiesto e così il regista accusò Page di
sabotare il suo film e insinuò che fosse un eroinomane. La principale
frustrazione di Anger era rappresentata dal fatto che, essendo Page così solitario,
era praticamente impossibile comunicare con lui. “Fu come se il mio
collaboratore fosse morto”, disse in seguito Anger. Non solo i numeri telefonici
di Page erano un segreto custodito gelosamente dalla casa discografica ma lo
stesso ufficio della Swan Song a Chelsea si rifiutava addirittura di ricevere
messaggi. “L’egoismo e la mancanza di considerazione erano spaventosi”,
commentò Anger. Persino quando riuscì a trascorrere un po’ di tempo con Page,
il chitarrista era così distante che Anger non riusciva a comunicare con lui. “Era
come parlare a un muro. Page si era più o meno trasformato in un ricco dilettante
senza disciplina, perlomeno per quanto riguardava la magia e ogni seria opinione
sul lavoro di Aleister Crowley”. Anger ebbe la sensazione che Page fosse un
perfetto esempio di “magia impazzita, compresa solo a metà, priva di
autocontrollo”. Fece notare che Aleister Crowley era stato un pesante
consumatore sia di cocaina sia di eroina, che riusciva a sopportare grazie al suo
fisico robusto da montanaro. Jimmy Page appariva devastato. “Non riusciva a
reggerla”, concluse Anger.
Page contrattaccò, dichiarandosi turbato e insultato. Spiegò che aveva fornito
ad Anger una moviola e un posto in cui lavorare e affermò che era lui ad
aspettare che Anger finisse il proprio lavoro e non viceversa.
A settembre, Page e Bonzo erano a Montreux, dove registrarono un assolo di
batteria che Page intendeva manipolare con degli effetti, per includerlo in un
prossimo album dei Led Zeppelin. Quindi Page ritornò in Inghilterra per
affrontare il problema Anger e per stare con Charlotte, che era seriamente
ammalata. Doveva anche sfrattare una coppia di amici dalla Tower House. Le
vibrazioni erano sempre molto strane nelle case di Page. A Boleskine, che ora
era stata ristrutturata dal noto satanista Charles Pierce, un guardiano si era
suicidato, mentre un altro era impazzito e avevano dovuto internarlo.
Nel frattempo, Bonzo aveva rispedito moglie e figli in Inghilterra con il suo
autista, Matthew, e se n’era andato a Montecarlo per divertirsi in compagnia di
Mick Hinton e della sua ragazza. Alla festa si unirono anche Richard Cole e la
ragazza di Los Angeles di Bonzo. “La vecchia Bestia!”, commenta Cole.
“Qualcuno doveva pur occuparsi di lui”.
Una notte, la compagnia di Bonzo era al Jimmy’s, un costoso nightclub di
Montecarlo. “Il problema”, rammenta Cole, “è che Bonzo amava davvero la
moglie e la famiglia e non gli piaceva stare lontano da loro. Di conseguenza, si
ubriacava e faceva cazzate di cui si pentiva amaramente la mattina dopo. Quella
notte stava bevendo, quando attaccò briga con Hinton. E aveva una pistola con
sé – era solo una pistola giocattolo – in una fondina a tracolla sotto al completo
bianco. Si mise a insultare Hinton e gli puntò la pistola alla faccia. Ora, se uno sa
cos’è il Jimmy’s, sa benissimo che ci può trovare Onassis, gli sceicchi e tutti gli
altri. Ci puoi trovare quei ricchi turchi del cazzo, i mafiosi e i duri della Corsica;
e tutti quei ricconi hanno con sé dei tizi armati! Ora, immaginatevi un capellone
qualsiasi vestito di bianco che si alza in piedi e tira fuori la pistola: si scatenerà
un inferno e qualcuno si beccherà una pallottola senza nemmeno sapere chi
ringraziare per il regalo. Bonzo afferrò la pistola e cominciò a colpire Hinton,
quasi come se stesse frustando un ragazzino, prendendolo in giro. Gli dissi:
‘Lascialo stare’. Lui ribatté: ‘Sta’ zitto, testa di cazzo, o lo faccio anche a te”’.
Cole colpì Bonzo sul naso più forte che poteva. Bonzo crollò a terra con il
naso spezzato che spruzzava sangue in ogni direzione. Mentre la pistola rotolava
sul pavimento, Cole sibilò alla ragazza di Hinton: “Prendi quella pistola del
cazzo e gettala nel cesso. Nascondila, falla sparire”. Arrivò la polizia, arrestò
tutti quanti e li tenne in guardina per tre ore. Nel frattempo, Cole e Bonzo
cercavano di trovare un sistema per sbarazzarsi di tutta la cocaina che avevano
addosso. Alla fine, furono rilasciati.
Il giorno successivo, Bonzo telefonò al suo autista nel Worcestershire:
“Matthew? Ascolta: va’ dal sarto e procurami un altro vestito bianco. Quella
testa di cazzo di Richard mi ha di nuovo coperto di sangue!”. Successivamente,
guardandosi stupefatto nello specchio, Bonzo ringraziò Cole per il secondo naso
spezzato in cinque anni: “Ne avevo bisogno: cazzo, ora è di nuovo dritto!”.
A fine ottobre del 1976, i Led Zeppelin si recarono a New York per assistere
alla prima del loro film, The Song Remains The Same. Due giorni prima, la loro
casa discografica aveva messo in circolazione un album doppio con la colonna
sonora. I ragazzini accalcati nei cinema si alzarono spesso in piedi per
applaudire l’assolo di batteria di Bonzo in Moby Dick. Fuori dalle sale, dopo le
ultime proiezioni dei fine settimana, si verificarono sporadici incidenti: persino
su celluloide, il potere dei Led Zeppelin di incendiare visceralmente un
diciassettenne era rimasto intatto. Il film era una specie di pastiche criptomistico
di datate riprese concertistiche (che persino il complesso trovava stupide) e
sognanti sequenze medievali. La reazione dei critici fu quella prevista: The Song
Remains The Same fu criticato ovunque per i suoi incubi violenti e il suo
esagerato narcisismo. Su «Rolling Stone», Dave Marsh mise il dito nella piaga:
“Lungi dall’essere un monumento al divismo degli Zeppelin, The Song Remains
The Same è un tributo alla loro rapacità e mancanza di riguardo. Mentre la loro
musica rimane degna di rispetto (anche se le loro canzoni migliori sono acqua
passata), il loro narcisismo merita solo disprezzo”. Il film ottenne un moderato
successo di botteghino e poi scomparve rapidamente, relegato alle occasionali
proiezioni di mezzanotte di qualche drive-in del Sud (la sua infuenza si sarebbe
avvertita anni dopo su MTV, dove servì da modello per i videoclip dei gruppi
heavy metal emersi sulla scia degli Zeppelin). Come di consueto, l’album della
colonna sonora conquistò il platino.
Jimmy Page concesse una lunga serie di interviste nell’ottobre e novembre
1976, in cui negò ripetutamente le voci secondo cui i Led Zeppelin erano finiti e
denigrò anche il proprio film, definendo le riprese concertistiche “dei prendere o
lasciare”, zeppi di “imperdonabili errori”. D’altro canto, giustificò il progetto
quale valido modo per fregare le tasse e come documento dell’epoca in cui i Led
Zeppelin chiudevano ancora i propri concerti al ritmo di Whole Lotta Love.
Robert Plant, nel frattempo, era ritornato al suo allevamento di pecore nel
Galles, con la moglie e i bambini. Vivevano in una vecchia casa di pietra,
circondata da quasi trecento acri di terreno, con una grande mandria di pecore e
un maialino chiamato Madam. La vita nell’allevamento di pecore gallese era
idilliaca e faticosa, la gamba stava guarendo e i suoi bambini erano più belli che
mai. Parlando del figlio di cinque anni, Karac, Plant disse a un reporter: “Lo
chiamiamo Baby Austin, come l’Uomo bionico. Non sa che cosa significhi la
paura. Non si aspetta mai il pericolo. Lo invidio”.

QUASI DUE ANNI DOPO l’incidente stradale occorso a Robert Plant, i Led Zeppelin
ritornarono a lavorare. Alla fine del 1976 avevano cominciato a provare una
versione live di Achilles Last Stand, per dar modo a Page di suonarla in concerto.
Le prove continuarono nel gennaio del 1977 in un teatro rimodernato di Fulham,
di proprietà degli Emerson, Lake e Palmer.
Il tour sarebbe stato il più grande fino ad allora intrapreso dai Led Zeppelin:
cinquantun concerti in trenta città di fronte a oltre mezzo milione di spettatori.
Sarebbe stato l’undicesimo tour americano dei Led Zeppelin e l’attesa era
vivissima. L’ undici era stato il numero favorito di Aleister Crowley, che
addirittura scriveva magick con la k perché è l’undicesima lettera dell’alfabeto.
Da molto tempo i Led Zeppelin mancavano dalle scene e il clima della musica
pop era drasticamente cambiato. Il punk, la cosiddetta nuova ondata di complessi
giovanissimi, era esploso con forza nel mezzo della demoralizzata scena
musicale, polarizzata attorno ai tonfi in quattro quarti della disco music e
all’incedere da dinosauri dell’hard rock. I nuovissimi complessi – Sex Pistols,
Clash, Damned, Stranglers, Generation X – stavano prendendo piede, soprattutto
in Inghilterra, nei club e nei locali che contavano. Gli artisti di successo degli
anni precedenti – Led Zeppelin, Stones, Rod Stewart, Yes, Genesis – erano
continuamente insultati e derisi dai punk e dai loro portavoce, che li
paragonavano a vecchie e noiose scoregge. I Led Zeppelin ed Elton John erano
particolarmente disprezzati per il loro successo, la loro ricchezza, la loro
esagerata volgarità e la loro relazione ruffiana con l’America. Ma, peggio di
tutto, venivano etichettati come junkies, milionari drogati senza alcuna relazione
o rapporto con i ragazzini per cui suonavano. I nuovi complessi erano identici al
proprio pubblico: giovani proletari nichilisti con una morbosa passione per
l’autodistruzione.
Piuttosto che leccarsi le ferite in silenzio, i Led Zeppelin risposero alla sfida.
Scelsero il più scabroso e scervellato di tutti i complessi punk inglesi – i Damned
– e iniziarono a frequentare i loro concerti al Roxy, che all’epoca era il
principale ritrovo punk di Londra. Page e Plant vi andarono insieme una sera di
fine gennaio. Due sere dopo, Plant vi fece ritorno con Bonzo. I Damned
suonavano musica scatenata ad altissimo volume e riuscivano a comunicare un
efficacissimo carisma negativo. Il nome del batterista era Rat Scabies.
L’undicesimo tour dei Led Zeppelin venne annunciato per il mese di marzo e i
membri del complesso trascorsero febbraio a prepararsi. Gli strumenti e
l’attrezzatura del gruppo furono spediti negli Stati Uniti e Page vendette gran
parte delle sue vecchie chitarre. Lo Starship era stato tolto dalla circolazione,
cosicché Peter Grant dovette noleggiare dai proprietari del Caesar’s Palace, il
noto casinò di Las Vegas, un altro jet di lusso battezzato Caesar’s Chariot. La
Showco di Dallas avrebbe nuovamente provveduto alle luci, all’impianto
d’amplificazione e agli effetti speciali, compreso il gigantesco schermo video
che prima d’allora era stato usato solamente a Earl’s Court nel 1975. Pochi
giorni prima della partenza verso il Texas, per il concerto d’apertura a Dallas,
Plant si prese una tonsillite. Per non correre il rischio di avere un cantante senza
voce, la tournée fu rimandata di un mese. I Led Zeppelin marcirono per
numerose settimane, senza nemmeno preoccuparsi di provare, dato che la loro
attrezzatura era già oltreoceano. La tournée cominciò il giorno del pesce d’aprile,
a Dallas. I concerti duravano nuovamente più di tre ore, con quindici canzoni e
due bis, Whole Lotta Love e Rock And Roll. Fin dall’inizio, fu chiaro che quella
tournée sarebbe stata diversa. Page arrivò negli Stati Uniti molto debole. Peter
Grant era stato lasciato dalla moglie: una doccia fredda per il morale
dell’entourage. In passato, Grant era stato l’allegrone della compagnia, sempre
impegnato a galvanizzare i musicisti: ora, invece, era arrabbiato e umiliato.
“Penso che fosse scappata con un tizio che lavorava nella fattoria”, racconta
Cole. “E poi credo che quella fu davvero la merdosa fine di tutto. È strano, ma
odiai quell’ultima tournée. Lo si poteva sentire... C’era qualcosa di molto brutto
nell’aria. Credo che fosse tutta colpa delle droghe. Non era più la stessa cosa”.
In primo luogo, il lavoro di Cole era aumentato. Jimmy Page e – stando a Cole
– gran parte dei roadie erano strafatti di eroina e avevano continuamente bisogno
di procurarsene. “È come tutto il resto”, racconta Cole, “se la vuoi è lì e tutto ciò
che devi fare è prendertela”. Oltre alle tendine tirate, alle candele accese e ai
sintonizzatori FM, Page aveva bisogno di eroina. “Giunti a quel punto”, ricorda
Cole, “cominciai anch’io a farmi”.
Dopo aver suonato a Oklahoma City, i Led Zeppelin si trasferirono a Chicago
per un concerto al Chicago Stadium. Le esibizioni stavano diventando più
lunghe e intense. Plant prese l’abitudine di dire: “Buona sera. Benvenuti a tre ore
di follia”. Ed era effettivamente così. Il primo brano era The Song Remains The
Same, seguito da The Rover, il sottovalutato inno all’armonia dei Led Zeppelin,
e poi da Nobody’s Fault But Mine, generalmente dedicata a Blind Willie
Johnson. Il set di apertura si concludeva con In My Time Of Dying, che alla fine,
per qualche strana ragione, Robert Plant aveva accettato di cantare. Dazed And
Confised era stata eliminata dalla scaletta. Al suo posto, Page si esibiva in una
sezione di assoli all’archetto, che comprendevano sinistri temi di cornamuse e
occasionalmente Star Spangled Banner, nonché Achilles Last Stand, il veloce e
furioso viaggio nel tempo dei Led Zeppelin. Per il set successivo, Page
imbracciava la sua vecchia chitarra Danelectro con un’accordatura orientale.
White Summer e Black Mountain Side confluivano nelle monumentali Kashmir e
Ten Years Gone. Faceva seguito una lunga sezione acustica: Battle Of Evermore,
Going To California, Bron-Y-Aur Stomp e Black Country Woman. I musicisti si
sedevano nel proscenio e Plant appoggiava il suo piede ferito su uno sgabello.
Page si curvava sul mandolino, totalmente concentrato. Bonzo percuoteva il
tamburello, mentre John Paul Jones esibiva con orgoglio una nuova chitarra a
triplo manico, con un piccolo manico per mandolino sopra a quelli con sei e
dodici corde.
No Quarter si era ora trasformata in un sardonico recital pianistico, assai
kitsch, che comprendeva The March Of The Wooden Soldiers. Sick Again era
dedicata a quelle che Plant chiamava “le regine di Los Angeles”. Quando i Led
Zeppelin cominciavano il loro bombardamento finale con Whole Lotta Love, i
fan erano già sazi.
Fin dall’inizio, ci furono cattive vibrazioni. Una sera Page entrò in scena
vestito da soldato nazista. Arrivati alla terza serata, si ammalò. Ebbe bisogno di
una sedia durante Ten Years Gone e quindi barcollò in preda a lancinanti crampi
allo stomaco. Lo show venne interrotto. Più tardi, fu comunicato che si trattava
di una intossicazione alimentare. Il giorno successivo, si sentiva già meglio.
Sorseggiando una calda bibita Dr. Pepper nella sua stanza, mentre Cole gli
gironzolava attorno in pigiama, concesse un’intervista: “Ho vissuto rischiando”,
disse Page, parlando del collasso della notte precedente. “Mi è semplicemente
impossibile essere prudente. Danzare sull’orlo dell’abisso: è così che si deve
vivere”. Cole aprì una finestra per lasciare entrare un po’ d’aria. “Non gettarti,
Richard”, scherzò Page. “Faresti una cattiva impressione su Chicago”.
Interrogato sulla vistosa assenza di Dazed And Confused, Page replicò che non si
sentiva più dazed and confused. “I Led Zeppelin”, disse, “sono una festa senza
fine per soli uomini... Questa non è l’ultima tournée. Qui siamo e qui
ritorneremo sempre. Sarebbe un atto criminale sciogliere questo complesso”.
Nel mese di aprile, i Led Zeppelin invasero la loro vera e propria patria di
adozione: le città del Midwest americano. Il loro pubblico non vedeva l’ora e ci
furono i consueti incidenti e scaramucce tra la polizia e le brigate giovanili
Zeppelin, tra cui una breve rivolta di imbucati a Cincinnati più azioni circoscritte
della polizia a St Louis, Indianapolis e Atlanta. A Cleveland, Plant dedicò per tre
sere Over The Hills And Far Away a “uno dei più grandi sognatori del mondo,
un simbolo di prima grandezza di nome John Bindon”. Si trattava di uno scherzo
privato: Bindon era un elegante gangster londinese tristemente famoso, assassino
ed ex carcerato, che ora deteneva la carica di Primo Assassino nel servizio
d’ordine personale dei Led Zeppelin. Due sere dopo, i Led Zeppelin suonarono
di fronte a 76mila ragazzini deliranti al Pontiac Silverdome nel Michigan,
battendo il record, da essi stessi stabilito quattro anni prima, della maggiore
afiluenza a un concerto di un solo gruppo. Una volta tanto, persino Peter Grant
non pretese che il compenso degli Zeppelin fosse in contanti. Comunque, dopo il
concerto, Richard Cole andò a ritirare un assegno di 800mila dollari.
A maggio la tournée si interruppe per due settimane di riposo. A Page era
venuta l’idea di andare al Cairo (sulle orme di Crowley) ma, come al solito,
esitava a prendere una decisione. Ogni esitazione scomparve la sera in cui vide
alla tv un programma sui misteri delle piramidi. Improvvisamente, in un
cinegiornale d’epoca si vedeva un dirigibile Zeppelin in volo sopra gli antichi
monumenti: la decisione fu presa seduta stante. Page andò al Cairo per quattro
giorni, prima di ritornare alla sua famiglia in Inghilterra. Il 12 maggio, tutti i
membri del complesso si radunarono al Grosvenor House Hotel di Londra per
ricevere una statuetta come riconoscimento per il loro “vivace ed energico
contributo alla musica britannica”.
La seconda fase della lunga tournée partì il 18 maggio in Alabama e prese la
via del Sud. A Fort Worth, i quattro suonarono durante il bis It’ll Be Me di Jerry
Lee Lewis. A Tampa ci fu un’altra débâcle. Venti minuti dopo l’inizio dello
show, cominciò a piovere a catinelle e il complesso dovette lasciare il
palcoscenico per paura delle scosse elettriche. Da sempre memori della sorte di
Les Harvey, i Led Zeppelin erano stati ulteriormente sconvolti, l’anno prima,
dalla morte di Keith Relf, cantante degli Yardbirds, colpito da una scarica
mentre suonava la chitarra elettrica in casa. Ancor prima del concerto di Tampa,
i roadie venivano mandati a controllare e ricontrollare i collegamenti elettrici.
Quando la pioggia peggiorò, Peter Grant cancellò lo show. La sua prima
intenzione era quella di recuperare il concerto la sera successiva ma la folla
delusa, uscendo dal Tampa Stadium, si abbandonò ad atti di vandalismo, tanto
che ai Led Zeppelin fu vietato il ritorno.
Dal 7 giugno i Led Zeppelin si esibirono per sei sere al Madison Square
Garden. Page danzò acrobaticamente con la chitarra, mentre l’armonizzatore
elettronico di Plant produsse insospettabili fuochi d’artificio vocali. Prima di
arrivare a New York, il cantante aveva sempre fatto molta attenzione al piede
ferito. Il selvaggio e danzante dio del rock era divenuto più posato e statuario;
sotto le violente luci della ribalta di Broadway, riprese però coraggio e
ricominciò a rubare la scena agli altri. Nelle interviste, sventolò senza
pentimento alcuno la sua bandiera hippie, in risposta ai dubbi che erano stati
sollevati sull’attualità dei Led Zeppelin nell’epoca dell’ideologia no future dei
punk. Interrogato sulle proprie abitudini di ascoltatore, Plant replicò che gli
piaceva ascoltare Robert Johnson, Bukka White, Elmore James e la musica folk
bulgara. Intanto Page si era ritirato nella sua suite al Plaza ad ascoltare a tutto
volume l’album dei Damned, fino a quando gli altri ospiti non si lamentarono e
la direzione dell’hotel minacciò di sbatterlo fuori.
A metà giugno, il complesso volò in California. Al momento di partire per
San Diego, Page era così fuori di sé che dovettero quasi trasportarlo di peso
sull’aereo: sembrava vivere in un inferno di eroina e tranquillanti. Il medico
della tournée lo accusò di aver sottratto del Mandrax dalla sua borsa di
medicinali. Page gli rispose di chiudere la bocca altrimenti sarebbe stato
licenziato.
A Los Angeles, i Led Zeppelin abbandonarono la Riot House per alloggiare
nel meno “compromesso” Beverly Hilton, dove Page ricevette alcuni giornalisti
e chiacchierò con loro di Stravinskij, della new wave, della tragica artrite del
chitarrista Bert Jansch e delle proprie chitarre preferite (una Gibson Everly
Brothers, dono di Ron Wood, e una Les Paul del 1959 che gli era stata regalata
da Joe Walsh, chitarrista degli Eagles). Dopo aver dichiarato alla rivista «Guitar
Player» che il quarto album dei Led Zeppelin era ancora il suo preferito, Page
continuò: “La mia vocazione è più che altro quella del compositore. La
costruzione di armonie attraverso l’uso delle chitarre, l’orchestrazione delle
chitarre come un esercito: un esercito di chitarre. Quando parlo di orchestrazione
intendo esattamente lo stesso modo in cui si orchestra un pezzo di musica
classica”.
In seguito, Neal Preston, fotografo ufficiale della tournée, mostrò a Page tutte
le diapositive dei concerti degli Zeppelin. Page stava cercando una fotografia che
lo ritraesse ma, ogni volta che vedeva una nuova diapositiva, si dichiarava
insoddisfatto, facendo notare qualche difetto nella sua immagine: “La pancia! Le
rughe!”. Alla fine, gli fu chiesto di spiegare esattamente ciò che voleva. Senza
scomporsi, Page rispose che ciò che stava cercando era “potere, mistero e il
martello degli dei”.
Come sempre, il ritrovo preferito dei Led Zeppelin era il Rainbow. Questa
volta, l’atmosfera era molto più tranquilla. Persino Bonzo era cambiato, secondo
Lori Maddox: “Volevo bene a Bonzo. Nonostante le sue frequenti follie si
preoccupava per gli altri e mi sgridava sempre quando arrivava in città. Una
sera, al Rainbow nel 1977, attaccò: ‘Lori, è da sette anni che vengo qui. Per sette
anni ho visto le stesse identiche facce. Non voglio ritornare qui fra sette anni e
ritrovarti ancora nello stesso posto’. Ed era un ottimo consiglio, capisci? Quella
notte, per molti aspetti, Bonzo cambiò la mia vita”.
Le sei serate di tutto esaurito al Forum di Los Angeles furono un grande colpo
per i Led Zeppelin. Plant era nuovamente a briglia sciolta e pieno di passione.
Durante gli assoli incalzanti di Page, urlava: “Jimmy, oh Jimmy!”. Nel mezzo di
uno dei concerti, Keith Moon si unì al complesso per una fantastica Whole Lotta
Love. L’unico problema era rappresentato dal pubblico.
Questa volta, i ragazzi erano più giovani, più indisciplinati e persino un
pochino stupidi. Nonostante il «Melody Maker» avesse descritto l’effetto dei
Led Zeppelin sul pubblico newyorkese come una “paralisi rincretinente”, in
California la folla si scatenò con furia selvaggia. Durante la sezione acustica
vennero lanciati sul palco dei frisbee che spezzarono la già fragile
concentrazione di Page. Vennero gettati sul palco anche dei petardi, che
esplosero vicino ai volti dei musicisti. “Sul palco siamo stati colpiti da ogni sorta
di oggetto”, raccontò Plant, “ma i petardi sono di gran lunga i peggiori. Ci fanno
morire di paura”.
Dopo un’altra interruzione di due settimane a luglio, cominciò al gigantesco
Seattle Kingdome la terza e ultima fase del tour. Una settimana dopo i quattro
erano a San Francisco per due serate all’Oakland Coliseum, dove ancora una
volta il concerto fu organizzato da Bill Graham.
Come al solito, i veterani del servizio d’ordine di Graham arrivarono ai ferri
corti con la squadriglia volante degli Zeppelin capitanata da John Bindon. Per
dieci anni, Peter Grant e Bill Graham si erano dati battaglia: il 23 lu glio, la sera
del primo show a Oakland, ci fu una specie di duello finale.
Tutto cominciò a causa del giovane figlio di Peter Grant, Warren, che li
accompagnava per una parte della tournée. C’era un cartello con la scritta Led
Zeppelin sulla porta di una delle roulotte dietro al palcoscenico e il giovane
Grant chiese a uno degli uomini del servizio d’ordine di Graham se poteva
prenderlo. Secondo Richard Cole, il membro del servizio d’ordine spinse via
Warren. Bonzo, che in quel momento non era in scena, vide quanto stava
accadendo, si avvicinò, insultò l’uomo e lo colpì un paio di volte prima di
rientrare sul palcoscenico. Venne quindi riferito a Peter Grant che qualcuno
aveva messo le mani addosso a suo figlio. Grant e Bindon trascinarono l’uomo
del servizio d’ordine in una delle roulotte e gli saltarono addosso, mentre
Richard Cole faceva la guardia all’esterno. Sopraggiunse un altro degli uomini di
Graham per aiutare il suo collega e fu maltrattato da Cole quando cercò di
entrare. Quando gli uomini di Graham riuscirono finalmente a entrare nella
roulotte trovarono il collega svenuto in un lago di sangue, vittima di prolungate e
costanti percosse. L’uomo fu ricoverato all’ospedale.
Il secondo concerto dei Led Zeppelin a Oakland si tenne la sera successiva, il
24 luglio, dopo che Bill Graham venne obbligato a firmare una lettera che
assolveva i Led Zeppelin da ogni responsabilità in merito al fatto della notte
precedente. Ovviamente, il documento non aveva valore giuridico, dal momento
che Graham non aveva alcun diritto legale di agire in vece del suo impiegato. Il
giorno successivo, i Led Zeppelin stavano facendo le valigie quando Richard
Cole, casualmente, sbirciò fuori dalla finestra e vide una squadra di poliziotti in
assetto di guerra che circondava l’edificio. Nascose immediatamente la cocaina
del complesso e subito dopo venne arrestato insieme a John Bonham, Peter
Grant e John Bindon. Il 25 luglio furono tutti incriminati per aggressione e
rimessi in libertà previo pagamento di una cauzione di 250 dollari a testa; inoltre
fu intentata nei loro confronti una causa per due milioni di dollari.
Dopo quella débâcle, il complesso si divise. John Paul Jones scappò in
California con la propria famiglia, per una vacanza in campeggio. Page e Grant
rimasero a San Francisco, mentre Plant, Bonzo e Cole volarono a New Orleans e
si insediarono al Royal Orleans. “Ricordo che entrammo nell’atrio dell’hotel”,
racconta Cole. “Stavo sbrigando le formalità per il gruppo, quando arrivò una
telefonata per Robert dalla moglie. Andò nel suo appartamento per ricevere la
telefonata e due ore dopo mi chiamò dicendomi: ‘Mio figlio è morto’. Proprio
così. Era una tale... merda! Oh, cazzo!”.
Il 26 luglio, Karac Plant era stato colpito da un violento virus alle vie
respiratorie. Il giorno successivo, le condizioni del bambino erano peggiorate ed
era stata chiamata in tutta fretta un’autoambulanza ma il ragazzino era morto
prima di raggiungere l’ospedale di Kidderminster. La stampa londinese dedicò
titoli a piena pagina alla vicenda, scrivendo che un “misterioso virus”, aveva
ucciso il figlio di una delle stelle del rock.
Plant era in uno stato di profondo shock. Chiese a Bonzo e Cole di
accompagnarlo a casa quella sera stessa. Così, Cole cercò senza successo di
noleggiare un aereo privato. Il Caesar’s Chariot non era abilitato alle rotte
transatlantiche e l’apparecchio della casa discografica era stato dato in prestito al
Presidente Carter. Allora Cole li portò a New York su un volo commerciale e di
lì a Londra con la British Airways. A Heathrow noleggiò un jet privato per
riportarli a casa. All’aeroporto di Birmingham, un giornalista chiese al padre di
Robert quale fosse stata la sua reazione all’accaduto. “Tutta questa fama...”,
disse il vecchio Plant, “Che cosa vale? Non significa poi molto quando la si
paragona all’amore di una famiglia”.
Alcuni giorni dopo, Cole si recò a Birmingham per i funerali di Karac Plant.
Dopodiché si sedette sul prato verde del crematorio insieme a Plant e Bonzo: i
tre giramondo parlarono poco e perlopiù rimasero a fissare il vuoto.
All’inizio dello sfortunato tour (le cui rimanenti date erano state cancellate),
Richard Cole aveva avuto la sensazione che stesse per accadere qualcosa. “Tutta
la faccenda stava andando a puttane”, racconta amaramente. “C’era qualcosa che
non funzionava per il verso giusto. Non avrebbe mai dovuto accadere. Andò
tutto quanto a catafascio proprio allora. Punto e basta. Era come se qualcuno
stesse dicendo: ‘Ecco, beccatevi questo, teste di cazzo’”.
11. IN THE EVENING

“Chi è quell’uomo che sta attraversando il palco?


Ricorda moltissimo quello che si chiamava Jimmy
Page. È come una reliquia di un’altra epoca...”
Paul McCartney, Rock Show

IN UN BATTER D’OCCHIO le maldicenze e le calunnie infamanti cominciarono a


volare come pipistrelli al tramonto. Si diceva che Robert Plant desse la colpa dei
disastri che avevano colpito la sua famiglia alle pratiche occulte di Jimmy Page.
Per le strade correva voce che Plant ne aveva abbastanza del chitarrista e che i
Led Zeppelin erano decollati per la loro ultima scorribanda. Furono i momenti
più brutti. Quell’agosto, Elvis morì per un’overdose di barbiturici nella sua casa
di Memphis. Si trattò di una vera catastrofe per i Led Zeppelin, che vi si erano
ispirati sin dall’infanzia e che si consideravano addirittura i suoi degenerati
nipoti. Il mese successivo, la macchina di Bonzo si rovesciò vicino alla sua casa
di Cutnall Green e il batterista si ritrovò con tre costole rotte e il sapore della
morte in bocca.
Alla fine di ottobre, Jimmy Page concesse una serie di dolorose interviste alla
stampa musicale britannica, per smentire le voci relative allo scioglimento del
quartetto. Visibilmente afilitto dalle allusioni all’ormai leggendaria
“maledizione” che pendeva sui Led Zeppelin e dalle insinuazioni relative al fatto
che ora il complesso stava raccogliendo i frutti del suo cattivo karma, Page
rispose con un sussurro quasi impercettibile: “Tutto quanto è stato detto manca
davvero di tatto... non è affatto una questione di karma. Non riesco a capire
come il complesso si possa meritare una simile vendetta del karma. Tutto ciò che
io o noi abbiamo cercato di fare è di andare in giro a divertirci e, nello stesso
tempo, di compiacere il pubblico”. Ammise che le vibrazioni attorno al
complesso erano “pesanti”, ma insistette a ripetere che la parola karma non era il
termine giusto da usare. I Led Zeppelin non si meritavano quanto era successo.
Quando gli venne chiesto di parlare della musica, Page rispose che stava
ascoltando le registrazioni dei concerti che aveva raccolto fin dal loro primo
show, in modo da poter fare uscire un vero album dal vivo dei Led Zeppelin, per
controbilanciare la colonna sonora del film, che il gruppo giudicava mediocre.
Parlò del suo nuovo studio nella casa in Sussex, completo di console
computerizzata e banca dati. Si stava gingillando con il nuovo sintetizzatore per
chitarra Roland e si era cimentato nell’orchestrazione di una suite per chitarre
filtrate: avrebbe dato l’impressione che Les Paul, Django Reinhardt e Jimi
Hendrix suonassero nel medesimo complesso. I testi, disse, avrebbero avuto a
che fare con le quattro stagioni; il lavoro però era stato ostacolato dal furto di
una scatola piena di cassette contenenti le prove che Page aveva registrato nel
luglio precedente negli Stati Uniti.
Nel febbraio 1978, John Bonham, Peter Grant, Richard Cole e John Bindon
furono giudicati colpevoli del reato di aggressione per la rissa all’Oakland
Coliseum, multati e condannati con la condizionale. Bill Graham era furibondo
perché i Led Zeppelin, ancora una volta, erano riusciti a farla franca. “In questo
modo non impareranno mai”, disse con dispiacere.
Robert Plant passò l’inverno con la famiglia e nella tarda primavera Maureen
era incinta: il processo di guarigione si era avviato. Plant trascorse la maggior
parte delle sue giornate armeggiando sul pianoforte del villaggio e bevendo
talmente tanta birra che in breve cominciò a parlare di sé come di un obeso. In
aprile, Bonzo aveva cercato di convincerlo a riunirsi al complesso. Casualmente,
più o meno in quel periodo, Roy Harper aveva concesso un’intervista a un
giornale agricolo inglese, dedicata perlopiù alle proprie pecore, nel corso della
quale aveva però anche menzionato il fatto che stava lavorando con Jimmy Page
sui testi del nuovo album dei Led Zeppelin. Plant lesse l’intervista e, a quel che
si dice, andò su tutte le furie. Di conseguenza, si mise in contatto con Page per la
prima volta in molti mesi. Così, i Led Zeppelin si riunirono a maggio nel castello
di Clearwell – nella foresta di Dean, al confine con il Galles – e chiacchierarono
a fatica per alcune ore, dopo dieci mesi di silenzio. In luglio, Plant cominciò a
esibirsi in compagnia di un gruppo del Worcestershire, cantando classici R’n’B
in sale come la Wolverly Memorial Hall. In agosto, si esibì con i Dr. Feelgood al
club Amnesia, sull’isola di Ibiza. In settembre, sia Richard Cole sia Simon Kirke
si sposarono e Plant assistette alla cerimonia in compagnia di Page e Jones.
“Tutti osservavano di sott’occhio Percy per vedere come stava”, racconta Cole.
E in breve fu chiaro a tutti: Plant stava bene e i Led Zeppelin sarebbero ritornati.
In novembre, l’intero complesso si trasferì a Londra, per provare un album
che sarebbe stato registrato il mese successivo nello studio degli Abba a
Stoccolma. Musicalmente parlando, John Paul Jones aveva preso il sopravvento
nel complesso. Gran parte delle nuove canzoni furono costruite attorno a
melodie e idee che aveva portato con sé, per le quali Plant scrisse testi che
riflettevano il suo subbuglio emotivo. Per la prima volta, John Paul Jones
sarebbe stato citato in copertina come principale compositore di un album dei
Led Zeppelin. Le prove furono sensazionali e i musicisti si resero conto che
potevano ancora farcela. I Led Zeppelin erano stati ridicolizzati e disprezzati dai
punk e dai fan della new wave, che li dipingevano come Golia musicali e stitici
evasori fiscali. Era giunto il momento di controbattere e si resero conto che la
loro risposta era la musica migliore e più sofisticata che avessero mai fatto. Nella
sala prove a fianco della loro, il complesso punk Generation X si preparava per
una tournée. Una sera, mentre i Led Zeppelin se ne stavano andando, il giovane
cantante dei Generation X urlò verso di loro sarcastiche accuse di vecchiaia.
Bonzo chiese chi fosse quel ragazzino e gli fu risposto che il suo nome era Billy
Idol.

I LED ZEPPELIN PARTIRONO per Stoccolma all’inizio di dicembre. In Svezia, le


registrazioni per il nono album furono effettuate ai Polar Studios, accoglienti e
dal suono molto live: lì gli Abba erano riusciti a ottenere il suono che li aveva
resi uno dei più famosi gruppi del mondo. I Led Zeppelin si ubriacarono di birra
chimica svedese, estremamente alcolica, e ancora una volta finirono l’album in
tre settimane. Come gran parte della loro musica migliore, i nuovi pezzi vennero
incisi in dicembre. Era come se ci fosse qualcosa di speciale nelle lunghe notti
del solstizio invernale.
Con il praticissimo Jones al comando, le registrazioni andarono in fretta. La
maggior parte delle canzoni presentava sinistre e turbolente ouverture e finali per
chitarre filtrate, che riflettevano il gusto del momento di Page. Alcune di queste,
come l’incantesimo a tela di ragno che apre In The Evening, erano ispirate ai
temi che aveva originariamente composto per la colonna sonora di Lucifer
Rising. In The Evening era terrificante, con le sue chitarre moltiplicate
all’infinito e le convulse urla di Plant che gridava: “Sono posseduto dal dolore”
(I’ve got the pain); nel contempo, aveva una maestosità quasi sinfonica che
avrebbe potuto segnare la nascita di un nuovo tipo di musica. Altri brani
offrivano simili immense sensazioni. Fool In The Rain iniziava come puro
rigoroso Zeppelin ma, sotto la direzione di John Paul Jones, si spostava verso il
Brasile per l’intermezzo, dove il complesso si trasformava in un’orchestrina
ambulante di samba, con tanto di fischietti e gridolini. I surreali salti temporali e
le dolorose immagini del testo instauravano un’atmosfera di meditabonda
malinconia, destinata a dominare l’album. C’era anche materiale più leggero.
South Bound Suarez (scritta da Jones e Plant) era un semplice pezzo ritmico su
cui il chitarrista aveva sovrainciso uno dei suoi tipici assoli dissonanti. Hot Dog
era una divertente parodia della musica country ispirata da Audrey Hamilton,
un’amante texana di Plant.
Due pezzi sembravano particolarmente riusciti agli occhi del complesso.
L’episodico Carouselambra, con i suoi temi molteplici e i suoi sintetizzatori
scoppiettanti, era come una cavalcata su una giostra veloce e minacciosa. Il testo
di Plant, mixato così profondamente nel corpo della canzone da rendere
incomprensibili le parole, aveva la cadenza di un’orazione funebre per un
condottiero norvegese. Invece, le parole furono messe deliberatamente in
evidenza in All My Love, una complessa canzone di lutto e procreazione, morte e
rinascita. Scintillante di trombe e archi sintetizzati, All My Love era l’unica
concessione di Plant alla speranza e al futuro, in un disco che trasudava profonda
prostrazione. L’album si concludeva con un monumentale inno blues nel loro
stile tipico, I’m Gonna Crawl. Dopo l’introduzione, che ricordava un ampio
paesaggio dipinto da Ralph Vaughan Williams, Jimmy Page edificava il suo
definitivo assolo blues accompagnato da un fiume di orchestrazioni sintetizzate.
Nell’album in cui sembrava aver finito la propria scorta di idee, Jimmy Page
ritornava al blues per cercar conforto e il suo assolo pareva piangere di
depressione e rimorso.
Almeno altri tre pezzi furono registrati a Stoccolma. In due di questi, poi
intitolati Ozone Baby e Wearing And Tearing, i Led Zeppelin indossavano gli
abiti strappati e pieni di spille della new wave e si sollevavano come un’onda di
puro potere. Wearing And Tearing era essenzialmente Train Kept A-Rollin’
rivisitata con un ritmo saltellante. Darlene, una vetrina per la batteria di Bonzo e
il piano stride di Jones, era più che altro un’abile parodia del Grande Bopper e
dei vecchi cliché del rock’n’roll.
Le sedute per l’album, che fu intitolato IN THROUGH THE OUT DOOR, si
conclusero pochi giorni prima di Natale e i musicisti ritornarono in patria per
stare con le proprie famiglie.

LO SLANCIO VITALE descritto in All My Love ebbe il suo culmine il 21 gennaio


1979, quando Maureen Plant diede alla luce un altro bambino, che fu chiamato
Logan Romero. Il mese successivo, Plant, Page e Bonzo ritornarono a Stoccolma
per mixare IN THROUGH THE OUT DOOR. Plant era estremamente eccitato
dall’energia e dal suono punk di uno degli scarti, Wearing And Tearing, tanto
che voleva che il gruppo lo mettesse immediatamente in distribuzione su 45 giri.
“Facemmo quella canzone”, affermò in seguito, “con l’intenzione di dire: ‘Va
bene, siamo dei vecchi dinosauri noiosi e scoreggioni: beccatevi un po’ questo’”.
Page, invece, pensava di raccogliere i tre pezzi scartati su un Ep, da fare uscire
prima di un grande show all’aperto che i Led Zeppelin avrebbero tenuto l’estate
successiva. A maggio di quell’anno, fu annunciato che i Led Zeppelin si
sarebbero riuniti per due giganteschi concerti all’aperto nell’anfiteatro naturale
di Knebworth Park, vicino a Stevenage nell’Hertfordshire, a Nord di Londra.
Contemporaneamente, sarebbe uscito IN THROUGH THE OUT DOOR, con
una copertina in sei versioni differenti. I Led Zeppelin stavano tentando il più
raro dei miracoli dello show business: il ritorno.
La stampa e i fan della new wave salutarono la notizia con insulti di derisione.
Il «New Musical Express» scrisse: “La maniera in cui si sono presentate
costantemente quelle vecchie superscoregge dei Led Zeppelin ha reso il loro
nome sinonimo di eccesso gratuito... Per certi aspetti, una parte dei velenosi
attacchi subiti dal complesso non dipende solo da quanto si è lasciato cadere in
basso ma anche dal fatto che tutti sanno maledettamente bene che almeno Jimmy
Page (un ex studente d’arte, come molti dei nuovi simboli del punk) sa
certamente fare di meglio”. Paul Simonon, bassista dei Clash, riassunse così
l’odio viscerale che i nuovi complessi nutrivano nei confronti Led Zeppelin:
“Led Zeppelin? Non devo neppure ascoltare la musica. Basta che guardi la
copertina di uno dei loro album e subito mi viene da vomitare!”.
I Led Zeppelin cercarono il più possibile di ignorare tutto ciò. Page concesse
una serie di interviste dove non si degnò nemmeno di rispondere alle domande
relative agli attacchi dei punk contro il complesso. Invece, bevve birra, fumò
Marlboro una dopo l’altra e parlò dei suoi sforzi per prevenire il saccheggio
ecologico del suo amato Loch Ness. In precedenza, aveva sostenuto una
campagna contro l’installazione di tralicci elettrici lungo la riva del lago e a
maggio fu invitato a tagliare il nastro in occasione della riapertura del porto di
Phillips, nella città di Caithness. Alla cerimonia, il deputato locale del partito
laburista si alzò nel tentativo di cavare dall’evento un po’ di simpatie politiche.
A Page non piacevano i laburisti e le loro leggi fiscali e, quando toccò a lui
parlare, si alzò in piedi e fece seccamente notare che i pescatori avevano
ricostruito il porto praticamente da soli, dal momento che la giunta locale aveva
quasi sempre avversato qualsiasi spesa relativa al progetto.
Robert Plant, nel frattempo, cantava R’n’B a Stourbridge con un complesso
che a volte si faceva chiamare Melvin’ Marauders e altre volte Melvin
Giganticus and The Turd Burglars. La Swan Song aveva un nuovo nome in
scuderia: Dave Edmunds, il grande chitarrista rockabilly dei Rockpile, un gruppo
che incise quattro album per l’etichetta e consentì agli Stray Cats, usandoli come
gruppo-spalla, di esordire discograficamente.
La Swan Song, sebbene i Pretty Things si fossero sciolti, continuava a
sfornare album dei Bad Company. Distribuì anche due album dei Detective,
prima che il complesso di Los Angeles finisse per disintegrarsi. Nonostante tali
iniziative, nessuno amministrava veramente l’etichetta e i suoi proprietari si
vedevano così raramente che non c’erano mai delle vere e proprie riunioni per
prendere decisioni sulla gestione. Richard Cole continuava a rispondere al
telefono ma l’inattività lo stava facendo impazzire. “Semplicemente non davano
mai a nessuno l’autorizzazione per fare qualsiasi cosa”, ricorda. “La gente
veniva a portare nastri in ufficio, io li passavo a loro e non ne veniva mai fuori
nulla. Era imbarazzante per me. Mi dissi: ‘Che cosa cazzo sto facendo?’. Si
diventa indisponenti e viene semplicemente voglia di ubriacarsi”.
Alla fine di luglio, i Led Zeppelin suonarono per due sere al Falkonerteatret di
Copenhagen, usando il pubblico danese come una cartina al tornasole in vista del
ritorno sulle scene inglesi. La scaletta dello show – il primo del complesso in
due anni – era simile a quella del 1977, con l’aggiunta di due nuove canzoni: In
The Evening e Hot Dog. Ancora una volta, Dazed And Confused era stata
eliminata; ora il teatrale episodio con l’archetto serviva come preludio in stile
crepuscolo degli dei a In The Evening, la nuova piccola sinfonia per chitarra
elettrica più che mai carica di sinistri presagi.
Di ritorno in Inghilterra, il complesso si ritrovò in uno studio cinematografico
per lavorare su una nuova illuminazione degli show serali a Knebworth. Il più
spettacolare era un sipario di luci al laser che avrebbe formato una piramide
attorno a Page durante la sua esibizione con l’archetto. Il successivo incontro
dell’intero complesso fu per il soundcheck nella vuota distesa d’erba di
Knebworth.
Il primo show di Knebworth era previsto per il 4 agosto e i Led Zeppelin
erano terrorizzati. Si trattava del loro primo concerto inglese dal 1975, quattro
anni prima. Plant disse: “Non credevo che potessimo fare qualcosa di abbastanza
valido da soddisfare le attese del pubblico. Mi ci volle metà della prima serata
per rendermi conto che ero lì e che tutto ciò stava realmente accadendo. La mia
voce era completamente soffocata dal nervosismo”.
Ma, quando il complesso salì sul palco quella prima notte, si sollevò un
mostruoso boato dalle centinaia di migliaia di ragazzini inglesi vestiti di cotone
stropicciato che prima avevano ascoltato, tra gli altri, il complesso di Todd
Rundgren e Commander Cody. Alla parte iniziale dello show di tre ore era stata
aggiunta Celebration Day, mentre ai bis fu annessa Heartbreaker. Chiuse il
concerto Communication Breakdown, canuta progenitrice del rock progressivo.
Gli Zeppelin si esibirono nuovamente una settimana più tardi, questa volta dopo
il complesso di Ron Wood, i New Barbarians. Pioveva e lo show fu tormentato
da difficoltà tecniche (il theremin si rifiutò di funzionare, rendendo Whole Lotta
Love alquanto flaccida) e fu poi aspramente criticato dalla stampa musicale
inglese, che lo definì un’esibizione senza speranza di musica da dinosauri. I Led
Zeppelin, scrisse un giornale, avrebbero dovuto essere una specie estinta.
Gli abituali ritardi impedirono che IN THROUGH THE OUT DOOR uscisse
prima dei concerti di Knebworth e lo stesso accadde all’Ep con tre canzoni che
Page aveva voluto pubblicare. Così, IN THROUGH THE OUT DOOR uscì alla
fine dell’estate e salvò l’industria discografica americana dalla bancarotta.
L’anno precedente, impressionate dall’enorme attenzione che i media avevano
dedicato ai complessi new wave, le case discografiche avevano messo sotto
contratto giovani musicisti di scarso talento tecnico. Solo alcuni di essi – i Sex
Pistols e i Clash, per esempio – avevano abbastanza spirito e magnetismo da far
dimenticare il fatto che, alla fine dei conti, non erano nemmeno capaci di
suonare. In America, nessuno comprò quei dischi. I ragazzi di periferia, che una
volta avevano acquistato milioni di dischi rock e trasformato il business
musicale in un’industria multimiliardaria, odiavano il punk e detestavano la new
wave. Ciò che volevano erano i Led Zeppelin e i loro imitatori: Black Sabbath,
Heart, Cheap Trick e Foreigner (che in realtà erano più che altro imitatori dei
sempre popolari Bad Company). Nelle scuole superiori le mode della new wave
e l’ideologia del punk erano appannaggio di sfigati e secchioni. In un periodo in
cui i negozi americani di dischi erano a corto di clienti, IN THROUGH THE
OUT DOOR riportò lì dentro così tanti ragazzini che, nel giro di una notte, la
malandata industria discografica ricevette un nuovo impulso, dato che gli
acquirenti dei Led Zeppelin riscoprirono anche i dischi di altri complessi hard
rock. Riviste commerciali come «Billboard» pubblicarono articoli dove si
insinuava che i Led Zeppelin avessero salvato l’intera industria musicale pop da
una precoce scomparsa.
IN THROUGH THE OUT DOOR aveva sei copertine differenti, ognuna delle
quali raffigurava una scena di disperazione in un bar squallido e deprimente. Gli
assoli di Page erano spettacolari ma i fan si resero conto che era l’album di John
Pau! Jones: mite, oscuro e minaccioso.
Verso la fine dell’anno, le droghe ritornarono a essere un problema. Richard
Cole era così sballato da non riuscire nemmeno a lavorare. “Ero a Knebworth”,
racconta, “e quella fu l’ultima volta in cui lavorai con loro. Ero fuori di testa per
l’eroina. Non riuscivo nemmeno a maneggiare il denaro o a fare qualsiasi altra
cosa”. Alcuni mesi dopo, un ragazzo di diciannove anni “amico del complesso”,
morì per un’overdose di eroina in casa di Page. Subito Page si mise a cercare una
nuova abitazione, preferibilmente vicino all’acqua, come tutte le sue precedenti
dimore.
Mentre elucubrava in vacanza alle Barbados, il resto del complesso cercò di
tenersi occupato, apparendo qua e là a feste di beneficenza e concerti per
l’Unicef. Plant, Jones e Bonham si presentarono alla cerimonia di consegna dei
premi del «Melody Maker», per ritirare i molteplici trofei vinti dai Led Zeppelin
(lo staff della rivista fu non poco infastidito, dato che aveva disperatamente
cercato di frenare l’inarrestabile aumento delle vendite del «New Musical
Express» concentrandosi sui complessi new wave. Ovviamente, non poté
nascondere il proprio disappunto, quando i lettori del giornale votarono in massa
per i Led Zeppelin in innumerevoli categorie). Plant arrivò con la sua Land
Rover, mentre Bonzo e Jones si presentarono a bordo delle rispettive Rolls. Poi,
Bonzo si ubriacò, lamentando che i Police avrebbero dovuto vincere il premio
per il migliore complesso e cominciò a cantare a squarciagola il ritornello di
Message In A Bottle. John Paul Jones indossava una spilla con la scritta “Rock
contro il giornalismo”.

NELL’APRILE 1980, i Led Zeppelin cominciarono nuovamente a provare per un


breve tour europeo. L’idea era di effettuare quattordici date in giugno, tra
Germania, Olanda, Belgio e Svizzera. Sarebbero stati i primi concerti europei dei
Led Zeppelin dal 1973. In seguito, nell’autunno del 1980, il complesso avrebbe
intrapreso un tour meno impegnativo degli Stati Uniti. Non ci sarebbe stato
alcun nuovo disco da promuovere, nessun laser, nessun epico compiacimento di
sé. Ci sarebbero solo stati i Led Zeppelin in azione: potere, mistero e il martello
degli dei.
E non ci sarebbe stato nemmeno Richard Cole.
Prima del tour europeo, Cole litigò con il suo datore di lavoro, Peter Grant, il
quale giunse alla conclusione che Cole era troppo fatto per poter lavorare e
incaricò Rex King di gestire la tournée. Stupefatto, Cole mormorò qualche vaga
minaccia contro i figli di Grant, che lo venne a sapere e non lo perdonò mai: fu
licenziato. Prese un aereo per l’ Italia insieme a un’amica, per cercare di
procurarsi dell’eroina, e scese all’Hotel Excelsior di Roma. La mattina
successiva all’alba, i nuclei antiterrorismo della polizia italiana fecero irruzione
nella sua stanza. Confiscarono due coltelli a serramanico, tre siringhe, un
cucchiaio, un limone e circa cinque grammi di una sostanza che reputarono
essere cocaina. Cole protestò che era stata nascosta appositamente per
incastrarlo. Fu accusato di terrorismo e spedito nel carcere di Regina Coeli, nel
cuore di Roma, dove restò sei mesi.

LA PRIMA DATA DEL TOUR dei Led Zeppelin fu il 17 giugno alla Westfalenhalle di
Dortmund, in Germania. L’intera tournée era stata allestita in modo molto
misurato, senza schermi video e ben pochi altri effetti. Page, terribilmente magro
e fragile, indossava un abbondante completo svolazzante con una sottile cravatta
punk e suonò con un rigore a dir poco spartano. John Paul Jones aveva i capelli
corti pettinati all’indietro ed era chiaramente il direttore musicale del complesso,
impegnato al clavinet elettrico e all’organo, oltre che al pianoforte a coda e al
suo fedele basso. Bonzo era più obeso che mai; sfoggiava una folta barba e,
quando si sentiva bene, suonava al meglio delle sue capacità. Robert Plant era
mite, se paragonato al delirante guerriero di un tempo, ma ancora danzava e si
muoveva con la grazia che gli era propria. Si presentò in scena con una maglietta
di seta, jeans e scarpe da ginnastica. Lo show era nuovamente cambiato; ora
cominciava con Train Kept A-Rollin’; in una versione che i vecchi Yardbirds
avrebbero stentato a riconoscere. Seguivano quindi Nobody’s Fault But Mine e
la raggelante In The Evening, ora eseguita senza la distorta fanfara con
l’archetto. The Rain Song riportava i Led Zeppelin al loro periodo di mezzo, da
cui uscivano con le nuove Hot Dog e All My Love. Trampled Underfoot era un
brano di hard rock devastante, alleggerito da Since I’ve Been Loving You, che era
ora l’incisivo cavallo di battaglia ricco di pathos di Plant. Poi, luce bianca e
nebbia fumogena inondavano il palco per Achilles Last Stand. L’assolo di White
Summer (eseguito diligentemente e adesso prossimo a sonorità spagnole, più che
indiane) confluiva in Kashmir e il concerto si concludeva con Stairway To
Heaven, l’universale inno dei Led Zeppelin alla redenzione adolescenziale. A
seconda del pubblico, i bis erano Rock And Roll, Communication Breakdown o
Whole Lotta Love.
A mano a mano che la tournée procedeva – toccando Colonia, Bruxelles e
Rotterdam –, gli show diventavano più imprevedibili. Alcune sere, Page
appariva “esaurito, con la barba incolta, vacillante e sudato”; altre sere, saltava
per il palco con mosse stravaganti da stregone e capitava addirittura che si
rivolgesse al pubblico per presentare i brani con la sua caratteristica voce nasale.
Non era mai accaduto prima.
Fuori dal palco, l’atmosfera era tranquilla, tanto quanto i concerti. Senza
Richard Cole a istigarli, raramente si verificarono incidenti, contrariamente alla
consuetudine delle altre tournée. I musicisti erano uomini d’affari britannici di
successo, ben oltre la trentina, impegnati a vendere capelli lunghi e rock
progressivo alla gioventù europea e ai soldati americani che riempirono le sale
da 10mila posti di Francoforte e Mannheim, agitando cartelli con la scritta
ATOMICHE SULL’IRAN. A Norimberga, il 27 giugno, John Bonham svenne
cadendo dallo sgabello della batteria dopo la terza canzone della serata. La
spiegazione ufficiale fu “stanchezza”. A Francoforte, alcuni giorni dopo, Bonzo
lasciò il palco nel mezzo dell’esecuzione di White Summer per andare ad
abbracciare Ahmet Ertegün che era appena arrivato. In quella città, la folla era
così furiosa e violenta che Page dovette smettere di suonare, avvicinarsi al
microfono e implorare: “Per favore, dateci almeno una possibilità”. I Led
Zeppelin non riuscivano nemmeno a sentirsi.
Page fumava una sigaretta dopo l’altra. Affermò di voler semplicemente
continuare a suonare e suonare con il suo complesso, senza mai fermarsi. Fuori
scena, appariva più sveglio e socievole di quanto non fosse mai stato. Una sera,
fece una rara apparizione dopo il concerto nel bar del seminterrato dell’hotel di
Mannheim dove alloggiava il gruppo. Bevve un po’ e chiacchierò con alcuni fan,
tra cui il caporedattore di «Tight But Loose», una fanzine dedicata ai Led
Zeppelin. Questi chiese un autografo; Page tirò fuori una penna e scribacchiò:
“Grazie per il vostro appoggio, lettori di ‘Tight But Loose’. Spero che
riusciremo sempre a soddisfare le vostre aspettative. Jimmy Page, Led
Zeppelin”.
L’ultima tournée dei Led Zeppelin si concluse il 7 luglio 1980 a Berlino, dopo
che Page aveva fatto cancellare una serie di concerti in Francia. Quando gli fu
chiesto di commentare la decisione, Bonzo disse: “Alla fine dei conti, siamo tutti
annoiati a morte dal modo in cui è andata avanti questa tournée”.

POCO PIÙ DI DUE MESI DOPO, iniziavano le prove per l’imminente tour americano. I
Led Zeppelin si incontravano a Windsor, nella nuova casa di Page, un gigantesco
edificio in riva al Tamigi che un tempo era stato un mulino, protetto da un alto
muro di pietra. Il chitarrista l’aveva acquistato dall’attore Michael Caine per
circa un milione di sterline perché soddisfaceva due dei suoi principali criteri di
scelta: era vicino all’acqua ed era abbastanza spazioso da ospitare le prove e uno
studio che potesse rimpiazzare la sala di registrazione di Plumpton. Lì, in Old
Mill Lane a Windsor, il 24 settembre 1980 si incontrarono per l’ultima volta.
Le speranze per la completa rinascita del gruppo erano molto alte. La
settimana prima, Page aveva detto a un giornalista: “Ho la sensazione che ci sia
ancora molto da fare, semplicemente perché il complesso prospera su una
scommessa”.
Bonzo aveva smesso di farsi d’eroina ma si era messo a bere come una spugna
e prendeva una medicina chiamata Motival, che riduceva l’ansia e gli teneva alto
il morale. Un amico disse in seguito che gli era sembrato assai teso e
preoccupato di ritornare in America, perché l’ultima tournée era stata un com
pleto disastro e in California aveva ancora dei conti in sospeso con la giustizia.
Quella mattina, Rex King fece da autista a Bonzo. Andò a prenderlo a casa,
alla Old Hyde Farm, ma il batterista insistette perché si fermassero in un pub
prima di recarsi alle prove. Nel pub, Bonzo bevve quattro bicchieri quadrupli di
vodka e succo d’arancia e mangiò un paio di panini al prosciutto. Continuò a
bere vodka durante le prove in uno studio nel Berkshire, fino a quando fu troppo
ubriaco per continuare a suonare. Era sempre stato un punto d’orgoglio per lui il
fatto di non essere mai tanto perso da non poter fare il proprio lavoro. In dodici
anni di carriera non aveva mai mancato un concerto dei Led Zeppelin e si era
sempre premurato di arrivare a ogni prova in orario e al meglio della forma. Più
tardi, nella casa di Page a Windsor, Bonzo continuò la bisboccia durante un festa
organizzata per celebrare la riunione del complesso. Un’ora prima di
mezzanotte, ingollò due o tre abbondanti doppie vodka e si addormentò su un
divano. L’aiutante di Page, Rick Hobbs, aveva già assistito a scene simili in
passato. Trascinò Bonzo in una camera da letto, lo coricò di lato con la testa
appoggiata su dei cuscini e se ne andò lasciando la luce accesa. Il pomeriggio
successivo, Bonzo non si fece vedere. Benji LeFevre, che lavorava per Plant,
entrò nella stanza per svegliarlo ma la sua faccia era blu e spettrale e il polso
aveva smesso di pulsare. Fu chiamata un’ambulanza ma era ovvio che era morto
durante la mattinata. Aveva trentadue anni.
Appena ricevuta la scioccante notizia, i Led Zeppelin e il loro seguito si
dispersero. Plant andò a Nord per restare con Pat Bonham e i figli, mentre Jones
tornò a casa e Page rimase a Windsor. La storia della morte di Bonzo si sparse in
tutto il mondo e, in breve, un piccolo drappello di fan iniziò una silenziosa veglia
oltre il muro della casa di Page. Immediatamente, cominciarono a circolare
maldicenze e seccanti calunnie. Una fanzine scrisse che il giorno della morte di
Bonzo era stato visto alzarsi dalla casa di Page un denso fumo nero e che il
chitarrista, dopo aver ricevuto la notizia, si era abbandonato a una furia
distruttiva; lanciando maledizioni in linguaggi sconosciuti. Si insinuò anche che
Page avesse ordinato una gigantesca fornitura di nastro magnetico e avesse
inciso una sorta di tributo a Bonzo. E così, la vecchia leggenda del cosiddetto
Black Album dei Led Zeppelin tornò a galla. Secondo quella voce, che circolava
ormai da anni, il complesso aveva registrato un album di canti funebri, che uno
scrittore tedesco sosteneva di aver tradotto dallo svevo antico. Due giorni dopo
la morte di Bonzo, l’«Evening News» di Londra uscì con il titolo: Il mistero
della magia nera degli Zeppelin. Citando una fonte anonima vicina al gruppo,
scriveva: “Sembra folle, ma Robert Plant e tutti coloro che sono vicini al
complesso sono convinti che le pratiche di magia nera di Page siano in qualche
modo responsabili della morte di Bonzo e di tutte le altre tragedie...
Probabilmente i tre membri rimanenti degli Zeppelin sono un po’ spaventati,
adesso, al pensiero di quel che potrebbe accadere la prossima volta”.
La cerimonia funebre si tenne due settimane dopo, il 10 ottobre, nella chiesa
della parrocchia di Rushock, non distante dalla fattoria di Bonham. I resti di
Bonzo erano stati cremati poco dopo la sua morte. Era stato predisposto un
imponente servizio d’ordine ma solo otto giovanotti del paese rimasero a marcire
nella pioggia per assistere alle esequie. La piccola chiesa era affollata e numerosi
abitanti del villaggio rimasero fuori, senza poter entrare. Musicisti della Electric
Light Orchestra e dei Wings consolarono Pat Bonham e i suoi bambini, Jason e
Zoe.
Durante l’inchiesta del coroner, alcuni giorni dopo, un patologo stabilì che
John Bonham era morto per overdose di alcool, avendo bevuto quaranta dosi di
vodka nell’arco di dodici ore; era poi soffocato nel proprio vomito durante il
sonno. Page testimoniò che Bonzo era “piuttosto sbronzo”, quando era arrivato
alle prove ma disse anche che era difficile stabilire quanto fosse ubriaco, perché
beveva in continuazione. Rex King testimoniò in merito alla bisboccia di Bonzo
dopo la partenza da Cutnall Green e lo stesso fecero Rick Hobbs e Benji
LeFevre. Dopo gli interrogatori, il coroner di East Berkshire fece notare che la
polizia, una volta informata della morte di John Bonham, aveva perquisito la
casa di Jimmy Page ma non vi aveva trovato nulla di sospetto. Il coroner decise
di emettere un verdetto di morte per cause accidentali: un suicidio accidentale.
Nella prigione di Regina Coeli, a Roma, un compagno di cella si avvicinò a
Richard Cole e gli disse: “Uno del tuo gruppo è morto”. “Povero Page”, pensò
Cole credendo che fosse stato il chitarrista a tirare le cuoia.
Ma lo stregone era sopravvissuto. Il suo apprendista no. Qualche giornale
insinuò senza ragione che i tre membri sopravvissuti fossero divisi in merito
all’opportunità di sciogliere o meno il gruppo. Si sparse la voce che fossero stati
presi in considerazione numerosi batteristi inglesi – Cozy Powell, Carl Palmer,
Aynsley Dunbar – per rimpiazzare Bonzo in vista di una ricostituzione dei Led
Zeppelin. Ma, d’altro canto, Page non riusciva a concepire l’idea di andare in
tournée con qualcuno che non fosse Bonzo. Nessuno aveva il coraggio di farlo.
Il 4 dicembre 1980, i Led Zeppelin emisero l’ambiguo comunicato stampa che
segue: “La perdita del nostro caro amico e il profondo senso di armonia sentito
da noi e dal nostro manager ci hanno portato a decidere che non possiamo
continuare così come eravamo”.
12. CODA

“Sapevamo che se Bonham fosse stato al suo posto,


avrebbe fatto quel che c’era da fare. Capisci,
hai bisogno di una batteria grossa così e devi essere
capace di colpirla con una forza proporzionale.
Bonham... Non ne trovi un altro come lui”
– Charlie Watts

DOPO LA MORTE DI BONZO, i frammenti dell’antica potenza dei Led Zeppelin


cominciarono lentamente ad andare alla deriva tra correnti e mulinelli. Page
ritornò quasi immediatamente al lavoro. Un suo vicino, il regista
cinematografico Michael Winner, gli commissionò la colonna sonora per quel
miracolo di cattivo gusto che fu il seguito di Il giustiziere della notte. Con
pochissimo tempo a disposizione per finire Il giustiziere della notte 2, Page andò
a frugare nella sua valigia di vecchi trucchi. In The Evening fu trasformata nella
canzone tema del film, Who’s To Blame, cantata da quella fragorosa vecchia
gloria di Chris Farlowe. The Release era un breve tema per le sequenze
d’inseguimento che suggeriva quale direzione avrebbero preso i Led Zeppelin se
Bonzo non si fosse ucciso. Quando sono in dubbio, i professionisti delle colonne
sonore saccheggiano i classici e così venne utilizzato il Preludio n. 3 in Sol
diesis di Fryderyk Chopin, con il titolo di Preludio, nella triste interpretazione di
una gemente chitarra elettrica. La parte più significativa della colonna sonora era
il montaggio di “suoni agghiaccianti”, che Page aveva escogitato per i momenti
di suspense: oscuri vortici di ronzii che si avvicinavano oltre il limite di
sopportazione al raggelante orlo del vuoto.
Nel settembre 1981 Page comprò uno studio di registrazione nel Berkshire,
appartenuto a Gus Dudgeon, che era stato il produttore di Elton John. A quel
punto, il chitarrista era rimasto quasi completamente isolato per un anno,
rifiutando di parlare a chiunque non fosse un suo dipendente o un amico intimo.
Stava considerando l’opportunità di investire nei sintetizzatori Roland e confidò
a un funzionario della Roland che aveva smesso di suonare in pubblico perché
sentiva troppo la mancanza di Bonzo. Dopodiché, con rare eccezioni, ci vollero
due anni prima che si sentisse di nuovo parlare di Jimmy Page.
JOHN PAUL JONES scomparve completamente. La sua identità di professionista
del pop e showman svanì e John Baldwin ritornò alla propria vita familiare nella
placida campagna inglese. Tutti coloro che orbitavano attorno ai Led Zeppelin
sapevano che Baldwin era l’unico vero sopravvissuto: non era morto, non aveva
perso un figlio, né si era mai fatto incastrare dalle droghe pesanti. Avrebbe
potuto continuare e invece si ritirò nelle sue fattorie con un ingente patrimonio e
la sua dignità intatta. Di quando in quando, la buona fortuna di Baldwin fu
attribuita al suo rifiuto di sottoscrivere il leggendario patto satanico dei Led
Zeppelin. Persino amici intelligenti e razionali dei Led Zeppelin, come Danny
Goldberg e Benoit Gautier, si rifiutarono di smentire completamente la leggenda.
“In fondo, Page potrebbe veramente averlo fatto”, afferma Gautier. “Non sarei
sorpreso se fosse realmente accaduto. Erano tutti molto giovani e gli altri due
erano dei provincialotti, completamente sconosciuti in campo musicale, mentre
Page era già una leggenda. Sono sicuro che avrebbe potuto persuadere John
(Bonham)... Non sarei affatto sorpreso, basta guardare chi è morto, chi ha
sofferto, chi è sopravvissuto. Non puoi non credere che Satana non sia in grado
di fare cose del genere. C’è logica nella sua follia. Page non avrebbe potuto
manipolare Jonesy fino a quel punto”.
Del compianto Bonzo, Gautier racconta: “In sostanza, credo che sia lassù o
forse da qualche altra parte, pensando che si tratti di un bello scherzo. Lo puoi
quasi sentir dire: ‘Facciamoci una bevuta e giochiamo a freccette. Ehi,
divertente, no?”’.
Robert Plant ebbe bisogno di molto più tempo per riprendersi dallo shock
della morte di Bonzo. Erano cresciuti insieme e Plant era stato l’artefice
dell’ingresso di John Bonham nei Led Zeppelin. Parlandone due anni dopo,
Plant ricordò così la morte di Bonham: “Fu uno dei momenti più scoraggianti e
strazianti della mia vita. Avevo un grande amico, pieno d’affetto e dal cuore
grande così, e ora non ce l’avevo più. Era così... definitivo. Non ho mai
realmente pensato al futuro del complesso o della musica”. L’interesse di Plant
per la musica rifiorì alcuni mesi dopo la scomparsa di Bonzo. Nella primavera
del 1981 cominciò a esibirsi anonimamente in compagnia degli Honeydrippers,
il complesso del chitarrista Robbie Blunt, un vecchio amico di Kidderminster
che aveva suonato con Silverhead e Chicken Shack. Gli Honeydrippers
suonavano con calore R’n’B anni Cinquanta, la musica di Albert King, Otis
Rush e Gene Vincent, nei nightclub del Nord: Sheffield, Nottingham, Derby. Più
o meno nello stesso periodo, Plant si mise a registrare una raccolta di canzoni
rockabilly su un registratore a quattro piste. Alla fine dell’anno, si sentì pronto
per andare oltre la rivisitazione del R’n’B. Componendo con Robbie Blunt sul
quattro piste, Plant cominciò a formare la propria nuova identità musicale, con
cui si sarebbe trovato a suo agio, ora che i giorni dello sgargiante Percy erano
finiti. Le sue nuove canzoni erano anche influenzate dalla musica araba. Nella
primavera del 1982, prima di partire con la moglie per un viaggio in Marocco,
diede a Robbie Blunt una cassetta di odi orchestrali della defunta Om Kalsoum,
la cantante egiziana eroina del panislamismo, e disse al chitarrista che avrebbe
dovuto imparare a suonare come cantava lei. In Marocco, Plant e Maureen
visitarono la città di Goulemine, nel Sud, e ascoltarono i ritmi e i canti berberi
delle famose Donne Blu. Quindi andarono ancora più a Sud, costeggiando il
margine del Sahara.
Di ritorno in Inghilterra, Plant portò Robbie Blunt e un gruppo di musicisti
delle Midlands in uno studio del Galles per registrare il suo primo album solista.
Come Page, saccheggiò il capolavoro dell’ultimo periodo Zeppelin, In The
Evening, in quella che era la principale cavalcata dell’album, Burning Down One
Side.
Il classicismo arabo di Om Kalsoum era evidente in Slow Dancer e Pledge
Pin. Quando le tracce di base furono completate usando diversi batteristi e la
semplice chitarra blues di Blunt, Plant portò i nastri a Jimmy Page per avere la
sua approvazione. “Fu un momento molto emozionante”, disse in seguito a un
intervistatore. “Semplicemente, ci sedemmo e io poggiai la mano sul suo
ginocchio. Restammo seduti insieme ad ascoltare. A quel punto, capì che me ne
ero andato, che ero sulla mia strada con l’aiuto di altra gente, che stavo
avanzando a piccoli passi e che tutto ciò che volevo da lui era che facesse la
stessa cosa”. Nella stessa intervista, Plant confessò qual era la motivazione che
ancora lo spingeva all’età di trentatré anni: “Non volevo passare alla storia come
un vecchio scorreggione”.
Nel maggio 1982, Page e Plant si unirono ai Foreigner, a Monaco, durante un
loro bis: Lucille di Little Richard. Alcuni mesi dopo, la Swan Song mise in
distribuzione il primo album solista di Plant, PICTURES AT ELEVEN, che a
dispetto delle previsioni di Plant fu un successo. Debuttò nei Top 10 statunitensi
e vi rimase per cinque settimane, raggiungendo la terza posizione. In Inghilterra
arrivò fino al secondo posto. Dato che Plant non aveva nessuna intenzione di
suonare canzoni dei Led Zeppelin (“Sarebbe idiota e senza cuore”, disse) non
intraprese alcuna tournée promozionale.
Più o meno nello stesso periodo, Page disse alla rivista «International
Musician»: “Sarebbe stato stupido il solo pensiero di continuare con gli
Zeppelin. Sarebbe stato un gigantesco insulto a John. Non ce l’avrei fatta a
suonare i pezzi, voltarmi e vedere qualcun altro seduto alla batteria. Non sarebbe
stato onesto”.
Le canzoni scritte da Robert Plant per PICTURES AT ELEVEN esprimevano
perlopiù un senso di liberazione e sollievo. Era come se fosse finalmente riuscito
a liberarsi della cupa ombra dello Zeppelin.
Nel 1982, due anni dopo lo scioglimento, i Led Zeppelin riuscivano ancora a
suscitare pubbliche controversie. Stairway To Heaven aveva dieci anni ma
rimaneva la canzone più richiesta alle stazioni radiofoniche americane in FM, il
che cominciò a infastidire un gruppo di predicatori battisti del Sud e del
Sudovest.
Un importante esponente della Chiesa battista usò il proprio pulpito
radiofonico per affermare che Stairway To Heaven conteneva messaggi satanici
subliminali. In un programma trasmesso su scala nazionale alla domenica
mattina, fece ascoltare due versioni di Stairway To Heaven: la prima, a velocità
normale, era quella che ogni sano adolescente americano considerava il proprio
inno personale; nella seconda, riprodotta a velocità estremamente ridotta, si
potevano faticosamente distinguere le parole “Questa è per il mio dolce Satana”
(Here’s to my sweet Satan). Alla fine della canzone, la stessa voce sinistra
sembrava dire “Nevicherà” (It’s gonna snow). Il predicatore pretendeva che
quelle fossero le prove definitive del fatto che la musica rock era uno strumento
dell’Anticristo.
Nell’aprile del 1982, una commissione parlamentare dello stato della
California ascoltò a rovescio durante una pubblica assemblea un nastro di
Stairway To Heaven, nella convinzione che frasi subliminali d’adorazione del
Demonio fossero state inserite nel disco tramite un processo chiamato
“mascheramento a rovescia”. Alcuni membri della commissione affermarono
che durante l’ascolto di Stairway al contrario avevano chiaramente udito le
parole “Vivo per Satana” (I live for Satan).
I Led Zeppelin furono diligentemente denunciati come agenti del Diavolo con
l’accusa di aver dannato milioni di ragazzini trasformandoli in inconsapevoli
discepoli dell’Anticristo e delle forze delle tenebre. Eddie Kramer, il produttore
e tecnico che aveva lavorato su quattro album dei Led Zeppelin, dice che queste
accuse sono “totalmente infondate e profondamente ridicole. Perché avrebbero
dovuto passare così tanto tempo in studio per fare una cosa così idiota?”. Kramer
insiste che non esiste alcun procedimento chiamato “mascheramento a rovescia”,
e che i Led Zeppelin non hanno mai registrato alcun messaggio nascosto nelle
proprie canzoni. Fa anche notare che qualunque predicatore può portare
Stairway To Heaven in uno studio di registrazione e sovraincidervi sopra
qualunque cosa sia necessaria per confermare qualsiasi folle teoria.
Nel dicembre 1982, Page diede alle stampe l’ultimo album dei Led Zeppelin,
che fu anche l’ultimo della Swan Song. CODA era una raccolta di otto brani che
ripercorrevano i dodici anni di volo dello Zeppelin. We’re Gonna Groove (quella
che una volta era la canzone d’apertura dei concerti) risaliva alle sedute del 1969
per LED ZEPPELIN II. Poor Tom era del periodo di Bron-Yr-Aur nel 1970,
mentre I Can’t Quit You Baby arrivava da un soundcheck dello stesso anno alla
Albert Hall. Walter’s Walk era uno scarto delle sedute di Stargroves del 1972. La
seconda facciata consisteva di tre scarti di Stoccolma, Ozone Baby, Darlene e
Wearing And Tearing, con l’aggiunta di un pezzo per batteria “trattata”,
intitolato Bonzo’s Montreux: Page l’aveva remixato nel 1982 nel suo nuovo
studio, attribuendone la paternità alla “John Bonham Drum Orchestra”. L’album
fu pubblicato senza squilli di tromba. La copertina era quasi sepolcrale, con
vecchi ritratti del complesso nella busta interna. Come al solito, i critici
attaccarono il disco. Il «New York Times» notò che CODA era la prima nuova
uscita dei Led Zeppelin dalla morte di Bonzo e “una tempestiva risposta alle
preghiere dei negozianti, dei discografici atterriti dal continuo calo di vendite e
degli adolescenti bianchi americani. Non c’era bisogno che fosse particolarmente
buono per essere semplicemente quel che il dottore aveva ordinato; e non lo è”.
CODA si insediò al quarto posto delle classifiche americane nella stessa
settimana in cui uscì e vendette bene per tutto l’anno successivo.

NELL’ESTATE DEL 1983, Robert Plant fece uscire il suo secondo album solista, THE
PRINCIPLE OF MOMENTS. Composto a Ibiza e nuovamente registrato in
Galles (con Phil Collins e Cozy Powell alla batteria), il disco era meno
avventuroso di PICTURES AT ELEVEN e riuscì nel complesso persino meglio.
Il successo dell’album venne aiutato anche da due videoclip affascinanti ed
enigmatici. Il video prodotto per l’hit delle stazioni radiofoniche in FM, Bit Log,
comunicava la malinconia del testo della canzone, raffigurando Plant arenato in
una stazione di rifornimento nel deserto americano, intento a strappare vecchie
fotografie, perlustrare una città fantasma e lambiccarsi il cervello di fronte alla
tana di un gatto, prima di essere trascinato via al tramonto. Nel video di I’m In
The Mood, Robert Plant veniva invece ritratto nell’atto di fissare intensamente
un limone.
Non casualmente, THE PRINCIPLE OF MOMENTS uscì per l’Atlantic e non
per la Swan Song. I problemi personali avevano rovinato Peter Grant, che non
aveva mai assistito ad alcuna delle prove di Plant o delle sedute di registrazione.
Così, Plant dichiarò la propria completa indipendenza dall’ultima reliquia dei
Led Zeppelin, abbandonando la Swan Song. Intervistato in seguito dai giornalisti
in merito ai suoi rapporti con Grant, Plant disse che ancora rispettava Peter Grant
e il loro passato sodalizio ma si rifiutò di aggiungere altro.
Nel giugno 1983, Plant si recò con la sua grande Mercedes marrone agli
Shepperton Studios di Londra per provare il suo primo tour solista, che sarebbe
cominciato a settembre negli Stati Uniti. Il batterista della tournée americana
sarebbe stato Phil Collins, mentre Richie Hayward, ex Little Feat, avrebbe
lavorato nel tour inglese di fine anno. Alcuni giorni dopo, Plant registrò due
esibizioni per i programmi televisivi Top Of The Pops e A Midsummer Night’s
Tube e fu poi costretto a rivolgersi a un tribunale per impedire che quella che
riteneva una mediocre esibizione venisse trasmessa da Tube.
A settembre il cantante partì per gli Stati Uniti e vi rimase in tournée per due
mesi, eseguendo brani dei suoi due album solisti. A dispetto delle numerose
richieste, si rifiutò di interpretare qualsiasi brano dei Led Zeppelin. Invece, molti
dei suoi concerti terminarono con una versione di Lively Up Yourself di Bob
Marley. Nelle interviste, disse che si era separato dalla moglie e viveva da solo.
Asserì di essere contento di avere una carriera solista perché con i Led Zeppelin
si era sentito troppo isolato e aggiunse di essere lieto che i suoi dischi fossero
stati recensiti seriamente dai critici. In più occasioni, negò tutte le dicerie su
Jimmy Page e sui suoi interessi occulti e smentì quelle relative alla propria
avversione per l’interesse di Page in Aleister Crowley. Si descrisse come una
persona che viveva in campagna, a cui piaceva giocare a tennis e leggere buoni
libri di viaggio. Pensosamente, disse che gli dispiaceva di non aver tenuto un
diario degli anni di viaggi e avventure con i Led Zeppelin. Ridicolizzò anche la
nuova generazione di giovani imitatori dei Led Zeppelin, come i Def Leppard.
Gli show americani registrarono perlopiù il tutto esaurito. I giovanissimi fan
dei Led Zeppelin si presentarono in massa per ascoltare il suo nuovo art rock,
descritto dalla stampa come “poesie sonore malinconiche e non melodiche”, e
“rock melodrammatico con affettate coloriture esotiche”. Richard Cole, che ora
viveva a Los Angeles, giudicò freddo lo show a cui assistette. I ragazzi, notò,
stavano semplicemente seduti al loro posto, senza ombra di quella furia febbrile
e tribale che i Led Zeppelin erano soliti scatenare. Prima di ritornare in
Inghilterra, Plant apparve nelle vesti di veejay ospite a MTV. Sorridente,
rilassato, con gli occhi segnati dalle fatiche del tour, programmò i video di Elvis,
Dave Edmunds e Stray Cats, Visage e Duran Duran, di cui segnalò con
particolare ammirazione lo “stile e l’eleganza”.
A ottobre, Plant, Page e Jones si incontrarono a Londra per discutere
formalmente della liquidazione della moribonda Swan Song, i cui uffici
londinesi e newyorkesi erano stati chiusi. Ma i tre non riuscirono a raggiungere
una decisione. “Non sono cambiati”, confessò Plant a un amico, parlando dei
suoi due ex compagni. “Non sono ancora capaci di prendere una decisione”.
Un mese prima, alla fine di settembre, Jimmy Page era emerso dal suo ritiro,
per partecipare a un concerto di beneficenza di sole celebrità alla Royal Albert
Hall. L’occasione si era presentata perché Ronnie Lane, ex bassista dei Faces e
proprietario dello studio mobile usato spesso dai Led Zeppelin, era stato colpito
dalla sclerosi multipla. Lane aveva ricevuto momentaneo conforto da un
trattamento anticonvenzionale a base di ossigeno iperbarico, che richiedeva una
costosa apparecchiatura, decisamente fuori dalle possibilità di moltissime
persone affette da quella grave malattia. Così, aveva chiesto a Eric Clapton di
fare un concerto di beneficenza a Londra, affinché si potesse acquistare
un’apparecchiatura, da mettere a disposizione anche di altre vittime della sclerosi
multipla. Clapton aveva accettato e aveva messo in moto una catena di eventi
che era poi culminata nella formazione di una complesso inglese anni Sessanta
da sogno. Glyn Johns aveva accettato di produrre il concerto e aveva portato con
sé Ian Stewart degli Stones, che a sua volta aveva coinvolto il batterista Charlie
Watts e il bassista Bill Wyman. Poi, durante una festa a casa di Jeff Beck,
Stewart aveva reclutato anche lo stesso Beck e Jimmy Page. L’estate precedente
c’era stata una riunione degli Yardbirds al Marquee, organizzata da Paul-
Samwell Smith, Jim McCarty e Chris Dreja. Né Eric Clapton né Jeff Beck si
erano fatti vedere e Page non era neppure stato invitato; l’aveva preso come un
insulto. Così, alla festa, Ian Stewart stava discutendo con Jeff Beck del concerto
di beneficenza per Ronnie Lane, quando Page gli si era avvicinato casualmente e
si era lamentato: “Nessuno mi chiede mai di suonare. Perché non potrei suonare
anch’io?”. Stewart aveva replicato: “Fatti sotto!”. In breve, anche altri musicisti
– Joe Cocker, il batterista Kenny Jones, Stevie Winwood – si erano aggregati
all’iniziativa ma la maggiore attrazione era stata rappresentata dalla compresenza
sul palco delle tre chitarre degli Yardbirds, per la prima volta insieme: Clapton,
Beck e Page.
Il concerto si era tenuto nell’ultima settimana di settembre. Eric Clapton aveva
presentato e aperto lo show con una serie di ben eseguiti blues e rock sudisti. Jeff
Beck e il suo complesso di improvvisazione jazz rock (con Jan Hammer alle
tastiere) avevano occupato la parte centrale, suonando per un’ora ipnotico jazz
elettrico. Page era stato tenuto per ultimo, per via della sua lunga assenza dalle
pubbliche scene. Si era presentato sul palco sotto la luce di un singolo faro nel
mezzo di un passionale uragano di applausi e in modo calcolato si era tolto la
giacca, sfilato l’anello e arrotolato le maniche della camicia. Magrissimo,
sfoggiando una lunga zazzera di riccioli neri, aveva aperto con la sua versione
del Preludio di Chopin, accompagnato dalla sezione ritmica di Jeff Beck,
composta dal batterista Simon Phillips e dal bassista Fernando Saunders. Stevie
Winwood era salito sul palco per la parte vocale di Who’s To Blame e di altre
canzoni dalla colonna sonora di Il giustiziere della notte 2. Alla fine, Page aveva
imbracciato la Gibson a doppio manico per suonare una versione strumentale di
Stairway To Heaven, ugualmente maestosa e dinamica anche senza la voce di
Plant. Prima di andarsene, aveva concluso la propria scaletta con un brano alla
dodici corde e con una breve esibizione con l’archetto. Poi era tornato insieme a
Eric Clapton e Jeff Beck. I tre chitarristi avevano suonato Layla, la famosa
canzone d’amore di Clapton. Erano tutti e tre più o meno sulla quarantina e
afflitti dalle frustrazioni sempre più profonde della mezza età ma, quella notte,
sembravano tutti raggianti e pieni di determinazione. Durante l’esibizione di
Page, qualcuno aveva saccheggiato il suo camerino.
Tre mesi dopo, la serata di beneficenza della ARMS (Action Research Into
Multiple Sclerosis) venne replicata in quattro città statiunitensi (Dallas, San
Francisco, Los Angeles e New York) sotto gli auspici di Bill Graham. Per
celebrare l’occasione, Jimmy Page annunciò agli amici di aver messo la parola
fine alla sua lunga dipendenza nei confronti dell’eroina.
La parte americana della tournée cominciò con le prove e due concerti a
Dallas. Winwood aveva altri impegni, quindi Page reclutò Paul Rodgers,
affinché lo seguisse e cantasse con lui. I Bad Company si erano sciolti due anni
prima e Rodgers si era dedicato alla realizzazione di album solisti, nel tentativo
di ritornare a essere uno dei grandi cantanti del rock inglese. Per un po’, lui e
Page avevano progettato di formare un complesso e di andare in tournée. Per
quel tour, cominciarono a scrivere una lunga canzone in quattro movimenti, che
rimase incompleta e senza titolo ma che eseguirono ugualmente. Dopo Dallas, la
tournée si spostò a San Francisco, dove Page si nascose nella sua stanza
d’albergo, talmente nervoso che non riusciva neppure a socializzare con gli altri
musicisti. Dopo i concerti, mentre le altre celebrità si intrattenevano a
chiacchierare dietro le quinte, Page si infilava in un pulmino in attesa e si faceva
riportare in tutta fretta all’albergo. Un quotidiano di San Francisco lo attaccò
definendolo “il chitarrista più sopravvalutato del rock”. La sera successiva, Page
si avvicinò al microfono centrale e disse: “Buona sera. È bello vedere qualche
volto amico, lì davanti”. Reagendo allo stimolo, si esibì in un superbo repertorio.
Dopo aver suonato per due minuti Chopin sulla sua Telecaster nera, fece roteare
nell’aria l’archetto e lo mandò a toccare le corde della chitarra. Mentre il
pubblico, riconoscendolo, cominciava a urlare “L’archetto!”. Page lo gettò in
mezzo alla folla, senza suonare con esso una sola nota, come se fosse null’altro
che un insignificante gingillo di un passato ormai remoto. Quindi presentò Paul
Rodgers e suonò Who’s To Blame e City Sirens da Il giustiziere della notte 2,
prima di attaccare con Mama Loves To Boogie dall’album solista di Paul
Rodgers. Poi presentò “un pezzo completamente nuovo su cui ho lavorato con
Paul: ci auguriamo vivamente che sia di vostro gradimento”. La nuova canzone
– intitolata di volta in volta Midnight Moonlight o Bird On The Wing – era come
un dizionario del sapere chitarristico di Page. Seduto su una sedia e accovacciato
in completa concentrazione, Page suonava vibrante hard rock, fingerpicking in
stile folk, lunghe note psichedeliche e nuovi squillanti fraseggi funk. Non appena
il brano cominciava a prendere ritmo, si alzava in piedi e iniziava a esibirsi in
tutte le sue vecchie mosse, gettando i capelli all’indietro, piegandosi all’indietro
fino a lambire il suolo, agitando il braccio teso durante gli accordi sostenuti,
camminando impettito lungo il palco, sorridendo e salutando, divertendosi: non
era più inibito dal ricordo del passato. In tutte le città, la reazione del pubblico a
questa nuova canzone fu un pandemonio indescrivibile. Quello era l’uomo che
aveva trasformato le esecuzioni alla chitarra in eventi atletici. Come aveva fatto
a Londra, Page concluse la sua scaletta con la versione strumentale di Stairway
To Heaven, che Plant si era rifiutato di cantare due mesi prima nel suo tour
americano. Questa volta, Page invitò la folla a seguirlo, cantando: “Siate i miei
ospiti”, disse. Per l’esplosivo finale di Stairway, Clapton e Beck salirono sul
palco per suonare con lui. Dopo Layla, Bill Graham presentò tutti i musicisti,
che si erano allineati nel proscenio in compagnia di Ronnie Lane. Quando
Graham arrivò a Jimmy Page, il pubblico gli tributò cinque interi minuti di urla e
applausi. Page era imbarazzato. Ancora una volta, aveva rubato la scena.
Quando il tour di ARMS arrivò a Los Angeles, un paio di giorni dopo, Page
scese al Sunset Marquis sotto lo pseudonimo di James McGregor. Con lui
viaggiava una giovane spogliarellista che aveva abbordato a San Francisco, in un
negozio di alcolici aperto tutta la notte. Quando Page arrivò in città, telefonò a
Richard Cole, che viveva placidamente a Hollywood, sperperando in bevute i
duecentomila dollari che aveva risparmiato dal lavoro con gli Zeppelin.
Dopo la morte di Bonzo, prima di essere scarcerato dalla prigione italiana
Cole aveva ricevuto la visita di alcuni investigatori inglesi che volevano
discutere con lui una serie di casi insoluti d’omicidio. Poco dopo, Jimmy Page
era stato arrestato perché trovato in possesso di una modica quantità di cocaina.
Questi eventi tra loro non correlati e il consiglio di alcuni amici – che lo avevano
avvisato che Peter Grant ce l’aveva con lui – avevano spinto Richard Cole, dopo
la scarcerazione (all’inizio del 1981), a trasferirsi in California. Poco più di un
anno dopo, Page era capitato a Los Angeles ed era riuscito a farsi procurare
dell’eroina da Cole. “A quell’epoca era così magro”, ricorda Cole, “che tra il
collo e il bavero della camicia si poteva far passare un pugno”. Questa volta,
quando Richard Cole lo andò a trovare nel suo albergo, Page sembrò ancora una
volta spettralmente magro ma non gli domandò droga. Ora era pulito. Page si
incontrò anche con Lori Maddox, ormai venticinquenne, che ancora lo amava. Si
videro al Rainbow e, in breve, si ritrovarono a baciarsi sotto il tavolo. In seguito,
Lori cercò di trascinarlo nel parcheggio per farsi fotografare insieme a lui, ma lui
si oppose. Fece trasferire Lori nel suo albergo ed ebbero una lunga discussione.
Lori disse a Page che era offesa, perché sapeva che lui era stato in città negli
anni precedenti ma non l’aveva mai chiamata. “Ed ecco ciò che mi disse”,
ricorda Lori, passando a un’affettuosa imitazione dell’accento di Page: “‘Lori,
negli ultimi sette anni ero così fatto che non avevo nemmeno voglia di vederti’.
E continuò: ‘Ora me ne sono liberato. Lo sai quanti giorni mi ci sono voluti per
tirarmi fuori? Quattro giorni’. Si può dire che il nostro amore era speciale. Io
sono l’angelo con un’ala spezzata, capisci. Sono imbarazzata a parlarne. Lo sai,
non ne parlo mai con nessuno e spero che non si arrabbi con me, perché lo amo
ancora moltissimo. Ha un cuore grande così, un cuore incredibile. Lo amerò per
sempre. Sono cresciuta con lui. Era come l’inizio della mia vita. Ed era così
triste vederlo in quello stato, così magro e pallido. Non riuscivo a crederci. Mi
faceva male, perché sapevo che doveva essere stato estremamente infelice per
farsi una cosa simile. Penso che furono tutte quelle puttane a spingerlo. Senza
che quasi me ne accorgessi, per un po’ era diventato asessuale: fu come se si
fosse ibernato per poi gettarsi nell’eroina. Non era più il Jimmy di un tempo. Ma
ora se ne è liberato ed è tornato quello di una volta, forte come non mai. Mi disse
di essersi fatto ogni giorno per sette anni e che ora aveva smesso. Io gli credo.
Non c’è alcuna ragione per cui mi dovrebbe dire una bugia. Era preoccupato per
me. Mi chiese: ‘Non è che per caso anche tu sei schiava di quella roba, Lori?’. E
quando risposi di no, esclamò: ‘Grazie a Dio’”.
A Los Angeles, Page suonò nuovamente bene. Quando tirò fuori l’archetto per
stuzzicare la folla, il Forum saltò per aria. Anche Paul Rodgers – tarchiato,
sincero, ancora intento a far roteare il microfono come il cantante adolescente
dei Free di quindici anni prima – stava cominciando ad acquisire sicurezza.
Dietro al palco, Page aveva il proprio camerino personale. La ragazza di San
Francisco se ne rimase seduta in un angolo e non aprì bocca. A causa del
pestaggio di Oakland del 1977, Richard Cole fu confinato da Bill Graham in uno
dei corridoi dietro alle quinte del Forum, dopo essere stato ammesso solo in
segno di cortesia verso Jimmy Page. A un certo punto, Cole si informò su Peter
Grant: “Come sta il grassone?”. Page rispose: “Ho licenziato quel ciccione testa
di cazzo. Che vada al diavolo: ha fatto il suo tempo. Che vada affanculo”.
La sera successiva, Page ricevette la visita di due vecchi amici: Miss Pamela e
il cantante Michael des Barres, che ora si erano sposati e vivevano a Los
Angeles. Des Barres aveva un nuovo complesso, Chequered Past, insieme a
Steve Jones, che era stato il chitarrista dei Sex Pistols, gli ammazzazeppelin.
Dietro le quinte, des Barres cercò di mantenere un atteggiamento distaccato
mentre implorava Page di suonare in un paio di brani dal primo album del
gruppo. Steve Jones gli disse: “Sei sempre stato il mio idolo”, e Page gli rispose
con degli “a-ha, a-ha”, dato che non chiudeva occhio da cinque notti.
Dopo i concerti di Los Angeles, la tournée di ARMS si trasferì a New York.
Ancora una volta, Page venne salutato da una straordinaria ovazione, ora
accettata dagli altri due chitarristi degli Yardbirds, che in passato erano
considerati i suoi grandi rivali. Ancora una volta, le recensioni furono
controverse. Un critico disse che sembrava “grigio come un pezzo di arrosto di
un fast food”. Un altro scrisse che dopo gli opportuni tagli la canzone inedita di
Page e Rodgers sarebbe servita a rivoluzionare il concetto di disco multiplatino.
Dopo la tournée, Page ritornò a casa e subito dopo partì per trascorrere le
vacanze natalizie a Singapore e Bali. Prima di andarsene, disse alla stampa che
l’anno successivo avrebbe potuto dar vita a un nuovo complesso insieme a Paul
Rodgers, forse incidere un disco e ritornare in tournée. “Sono disoccupato da
troppo tempo”, aveva concluso.
Quando ritornò da Singapore, telefonò a Richard Cole in California e gli
raccontò del tour inglese di dicembre di Plant. A Bristol, John Paul Jones era
salito sul palco e avevano suonato insieme. Era previsto che Page si unisse alla
tournée, una volta che questa avesse raggiunto Londra. Cole ricorda che Jimmy
Page disse: “Dovevo andare sul palco verso la fine della serata ma Jonesy mi
telefonò per dirmi: ‘No no no. Devi salire sul palco all’inizio, perché dopo il
quarto pezzo comincia a far veramente pena’”.
“Page non è affatto cambiato”, afferma Cole. “Mi disse: ‘Ahh, quel fottuto
Percy. È come mettersi a parlare con qualcuno che ha fatto parte di qualche setta
religiosa”’. Page, ghignando, confidò a Cole che Plant aveva ricominciato a
frequentare la sorella di sua moglie e i due veterani del rock si fecero una bella
risata alle spalle del loro vecchio amico.
Gradualmente, le ferite dei Led Zeppelin cominciarono a rimarginarsi. Mentre
il 1984 procedeva e l’Inghilterra era presa nella morsa dei conflitti sociali,
Jimmy Page ritornò al lavoro. Aveva quarant’anni. Suonò alcune sedute per un
album solista di Stephen Stills e si unì in studio a Robert Plant e al produttore di
disco funk Nile Rogers per lavorare a un album di classici del rock’n’roll. Non
solo quelle sedute ricongiunsero Page e Plant in uno studio di registrazione, per
la prima volta dopo la morte di Bonzo, ma riunirono anche Page e Jeff Beck per
i primi duelli di chitarra solista dai tempi degli Yardbirds. I primi cinque pezzi
ricavati da quelle registrazioni furono pubblicati anonimamente in autunno dalla
nuova etichetta di Plant, la Es Paranza, su un Ep intitolato THE HONEY-
DRIPPERS / VOLUME ONE, Il repertorio degli Honeydrippers comprendeva
nuove versioni di I Get A Thrill di Hank Ballard and The Midnighters, il classico
di New Orleans Sea Of Love di Phil Phillips, I Got A Woman di Ray Charles
(che a sua volta l’aveva tratta da un vecchio disco gospel dei Southern Tones
intitolato It Must Be Jesus), di Young Boy Blues di Ben E. King (scritta da Phil
Spector) e un rauco pot-pourri di chitarre duellanti in stile big band basato su
Rockin’ At Midnight di Roy Brown. Sebbene il disco fosse stato pubblicato in
incognito, la voce di Plant era inconfondibile e il cantante apparve nei sognanti e
romantici video realizzati alle Baleari. La musica non generò particolari
emozioni ma i vecchi fan riconobbero il puro entusiasmo tipico dei rilassati bis
che i Led Zeppelin erano soliti concedere. L’album ottenne un lusinghiero
successo commerciale, rimanendo per settimane nei Top 10 americani.
Persino Bonzo tornò in scena, dall’oltretomba. In Inghilterra, un gruppo di
Liverpool chiamato Frankie Goes To Hollywood piazzò in testa alle classifiche
una canzone intitolata Relax: il duro giro di batteria della canzone era stato
programmato da un tecnico del suono newyorkese su un sintetizzatore digitale
Fairlight, dopo aver campionato due secondi della batteria di Bonzo da LED
ZEPPELIN II. L’ironia era piuttosto macabra.
Alla fine del 1984, Page fu trovato dazed and confused dalla polizia in una
stazione ferroviaria di Londra. Quando lo perquisirono, gli trovarono addosso
una busta di cocaina e lo arrestarono. Dato che si trattava del suo secondo arresto
per cocaina in due anni, c’era il rischio che andasse a finire in galera. Ma al
processo, in novembre, il magistrato gli diede un buffetto sulla guancia. Davanti
a Page, il giudice dichiarò: “Generalmente, per una seconda infrazione di questa
natura le spetterebbe la prigione. Ma io prendo in considerazione il fatto che una
pena detentiva potrebbe pregiudicare lo svolgimento della sua professione”.
Così, si limitò a condannarlo al pagamento di quattrocentocinquanta sterline di
multa: si trattava di un artista troppo in gamba e di un procacciatore di dollari
americani troppo abile perché lo si potesse mandare a marcire in prigione. Alla
fine del mese, Page e Rodgers annunciarono di aver fondato un complesso
chiamato The Firm: a quanto si diceva, un album e una tournée erano imminenti.
Ma, a quel punto, il mondo del pop che una volta i Led Zeppelin conoscevano
e dominavano non esisteva più. Il giovane pubblico veniva nutrito con una dieta
insulsa di mode prefabbricate e cattivo gusto, che andava da flaccidi complessi
elettronici inglesi a travestiti con pettinature rasta, fino ai nuovi giovani
metallari. Ora, la musica pop era in mano agli elitari magnati dei video e ai
programmisti razzisti delle stazioni radiofoniche. I Led Zeppelin erano stati
diffamati per anni come gangster ma ora i veri bulli avevano la strada aperta.
Alcuni fan ebbero la sensazione che ai Led Zeppelin fosse convenuta la morte,
piuttosto che finire tra le grinfie di quelli.
13. IL DIRIGIBILE VOLA ANCORA

“È una buona regola non scrivere biografie dei viventi, a


meno che l’autore non scelga apertamente una di queste due
opposte direzioni: l’agiografia o il pamphlet politico, che divergono
dalla realtà e non sono imparziali. Quale sia la vera
immagine di ciascuno di noi può essere, in fin dei conti,
una faccenda senza importanza” – Primo Levi

“Quello fu l’unico periodo della storia recente che ci regalò


delle canzoni a colori. I Led Zeppelin, per esempio, riuscivano
a farti sentire differente con ciascuna canzone” – Prince

MOLTI DEI NUOVI E VECCHI adepti dei Led Zeppelin furono sconcertati
dall’apparizione dei Firm, il nuovo complesso lanciato da Jimmy Page e Paul
Rodgers all’inizio del 1985. Il nome dei gruppo implicava un pesante
conservatorismo: il termine era infatti un anatema del vecchio esecutivo del
Partito conservatore contro qualsiasi tipo di innovazione o cambiamento. Ma la
definizione di The Firm offerta da Page fu, per certi versi, meno incolore: “In
Inghilterra, il termine the firm sta a indicare quando tutti i ragazzi escono
insieme di notte, senza le mogli o le ragazze. Come quando tutti gli impiegati di
un’azienda vanno a divertirsi insieme”.
Come i Led Zeppelin, i Firm erano un quartetto di hard rock. Il complesso era
nato dalla collaborazione tra Page e Paul Rodgers nella fase americana del tour
di ARMS del 1983, nonché dai concerti di Page con il menestrello Roy Harper
nel 1984. In quell’anno, Page si era esibito al fianco di Harper in numerosi
festival folk inglesi, accompagnando i suoi versi con una cristallina e scintillante
chitarra acustica. I due musicisti avevano poi unito i loro talenti sull’album di
Harper WHATEVER HAPPENED TO JUGUIA? Per le loro prime esibizioni
insieme, Harper e Page si erano quasi sempre presentati con il nome di The
MacGregors, richiamandosi a uno dei vecchi pseudonimi di Aleister Crowley.
Quando, quell’estate, era giunto il momento del Cambridge Folk Festival, i due
erano abbastanza a loro agio da potersi presentare come i Themselves,
spalleggiati dall’abituale bassista di Harper, Tony Franklin. Quando Page e
Rodgers avevano finalmente deciso di partire con il loro complesso e cercare di
riconquistare gli Stati Uniti, si erano fatti prestare Tony Franklin da Roy Harper
e avevano arruolato un violentissimo batterista calvo di nome Chris Slade, un
individuo tarchiato, simile a Brainiac (uno dei nemici di Superman), che aveva
lavorato con Manfred Mann e altri gruppi inglesi di serie B.
Con la tipica reticenza di Page, i Firm furono originariamente concepiti come
un progetto a termine. Un album, un tour e basta. “A quarantun anni, non è il
caso di firmare un contratto per cinque anni o cinque album”, disse Page a un
reporter. “Potrei addirittura non arrivare vivo ai quarantasei anni”, aggiunse.
Com’era sua abitudine quando c’era di mezzo Jimmy Page, la zotica stampa
musicale britannica salutò l’annuncio della fondazione dei Firm con una
fragorosa esplosione di sberleffi e insulti. Una rivista specializzata pubblicò una
foto di Page e Rodgers con il titolo: Hippie morti si risvegliano. La reazione di
Page a quella provocazione fu, com’era logico aspettarsi, furiosa. “Pensai:
‘Bene, ottimo, nessuno di voi verrà al concerto. Lasciate che sia la gente che
realmente vuole vederlo a venire”’. Così, quando i Firm cominciarono la loro
carriera pubblica con una serie di concerti in Germania, alla fine del 1984, Page
ordinò che non fosse rilasciato alcun biglietto omaggio per la stampa.
THE FIRM entrò in distribuzione all’inizio del 1985. Atteso con ansia da
legioni di fan dei Led Zeppelin e da un’intera nuova generazione di ragazzini
metallari (che conoscevano i Led Zeppelin solo come misteriosi progenitori
metallici sepolti nelle nebbie degli anni Settanta), l’album fu preceduto dal
singolo Radioactive, un pezzo sballato di Paul Rodgers con un intermezzo di
chitarra di Page sorprendentemente duro e dissonante. Il resto dell’album era
basato perlopiù su un rock da manuale, dozzinale e deludente. Closer fondeva i
cliché degli Zep e dei Bad Company con un arrangiamento di sassofoni.
Together adottava il vecchio e sordo quattro quarti di Bonzo ma fiaccamente e
fuori tempo, quantunque l’evocativa interpretazione di Rodgers fosse abbastanza
forte da far dimenticare persino il testo banale e pieno di maschilismo. Altre
canzoni nella vena Dead Zeppelin – Money Can’t Buy, Make Or Break, Someone
To Love – provavano che Chris Slade poteva darci dentro più o meno come John
Bonham e che in fin dei conti Jimmy Page, per poter suonare, aveva bisogno di
quel lugubre tappeto di sottofondo. Solo un brano, Satisfaction Guaranteed,
faceva veramente scintille; la sospirata versione discografica di Midnight
Moonlight, invece, prendeva il volo come il proverbiale Zeppelin di piombo, con
le sue dinamiche forzate e il suo romanticismo lamentoso. I fan ebbero la
sensazione che l’album dei Firm fosse semplicemente un “prodotto”, e si tennero
a distanza, preferendo aspettare il tour americano della primavera successiva.
Nel frattempo, Page e Rodgers si unirono al gruppo di studio di Bill Wyman,
Willie and The Poor Boys, per un album benefico collegato all’operazione
ARMS. È interessante notare che la canzone su cui i due lavorarono, These Arms
Of Mine, fosse il brano migliore del progetto, che si poteva in qualche modo
considerare una versione wymaniana degli Honeydripper.
Quando i Firm si ritrovarono per il tour americano, Jimmy Page concesse una
lunga serie di interviste. Un giornalista gli chiese se gli pesasse il soprannome di
“Bacio della Morte”. Perplesso, Page replicò: “Non ho mai fatto a nessuno
qualcosa che non voleva che gli facessi”. Interrogato su incantesimi e magie,
negò di aver mai praticato magia nera. “Da dove vengono, allora, tutte quelle
fosche storie?”, insisté il giornalista. Page sorrise. “Ho fatto tutto quello che
avete sentito dire”, rispose con una certa dose di orgoglio. Ma poi aggiunse: “Per
certi aspetti, la gente penserà che ho avuto una vita migliore di quella che ho in
realtà vissuto”.
Tutti gli intervistatori vollero conoscere le opinioni di Page sulla musica
heavy metal, che negli anni Ottanta aveva sostituito il rock’n’roll nelle
preferenze degli adolescenti ribelli americani. “Non siamo mai stati un
complesso heavy metal”, rispose Page, riferendosi ai disciolti Zeppelin.
“Eravamo hard rock, anche se c’erano in noi alcuni elementi di ciò che è
chiamato heavy metal”. In riferimento al successo del tour americano dei Firm,
Page commentò: “Confermo ciò in cui credo: se suoni con convinzione, sei
ancora accettato”. Quando gli fu chiesto quali complessi heavy metal
prediligesse, parlò con particolare ammirazione del temibile gruppo canadese
Rush.
Nel tour, i Firm non riproposero alcun pezzo dei Led Zeppelin, né dei Bad
Company. Mentre suonava, Page vagava per il proscenio in cerca di prede, con
una Marlboro accesa costantemente penzolante dalle labbra, e osservava le folle
frementi, ignorando le insistenti richieste di Stairway To Heaven. I Firm
viaggiavano in limousine e con un piccolo jet privato in compagnia del proprio
manager (lo stesso di Plant), l’ex dirigente dell’Atlantic britannica Phil Carson.
“Non si può far volare Jimmy Page su un aereo di linea”, disse Carson a un
giornale. Ma, sebbene i concerti dei Firm registrassero ottime presenze di
pubblico e alcuni dei più alti incassi della stagione, era ovvio a tutti che i giorni
opulenti e scintillanti dei viaggi sullo Starship erano finiti.
Mentre era in tournée, Page veniva costantemente messo alle corde da
domande inerenti la sua relazione con Robert Plant. Un giornalista gli chiese se
fosse vero che lui e Plant non si parlavano più. “Credo che sia una versione dei
fatti abbastanza accurata”, replicò Page, spiegando che, in realtà, non si erano
più parlati dall’epoca delle registrazioni di Sea Of Love, quando Page aveva
sovrainciso la sua parte di chitarra. “Vedi”, continuò, “eravamo ottimi amici.
Voglio dire, era un matrimonio, come quello tra Lennon e McCartney... Quando
ricominci da capo e ti volti indietro a guardare quel che hai fatto in tutti questi
anni, vedi che ci sono tante pietre miliari, soprattutto per me e Robert, come
Stairway: il pubblico, alla fine, riusciva a mettersi in relazione con cose di cui,
inizialmente, non ci eravamo nemmeno resi conto. Spero che la gente non si
faccia delle cattive idee quando dico ‘come un matrimonio’ ma lo era”. Un
giornalista chiese a Page se esisteva la possibilità che lui e Plant unissero
nuovamente le forze, non per resuscitare i Led Zeppelin ma semplicemente per
suonare per i loro fan. Page si irritò: “Perché? Voglio dire: lui ha la sua carriera
solista, non è vero? E io... era da molto tempo che non facevo nulla. Me ne stavo
semplicemente seduto a far nulla. Credo che, se avesse voluto suonare con me,
mi avrebbe semplicemente telefonato e me l’avrebbe chiesto”.
A un altro intervistatore, Page confidò: “La cosa peggiore era stare seduto a
casa a preoccuparmi come un pazzo, morendo dalla voglia di suonare, perché è
l’unica cosa che so fare nella vita, e non sapendo come ricominciare a farlo”. E
in seguito aggiunse: “Avevo bisogno che questo disco (THE FIRM) fosse messo
in distribuzione. Avevo bisogno di ritornare in pieno possesso del mio
strumento, capisci? Così non ne avrò mai più paura. Perché avevo cominciato ad
averne paura e ora non ne ho più”.
Quando gli fu chiesto quali fossero i suoi progetti futuri, Page rispose: “Tutto
ciò che posso dire è che saranno estremamente eccentrici. Credo che sia arrivato
il momento di fare qualcosa del genere, in modo che la gente possa veramente
vedere chi sono: ‘È un saggio o un pazzo?’ Sarà questo il mio epitaffio: ‘Era un
saggio o un pazzo?”’.

QUANDO I FIRM andarono in tournée in Inghilterra all’inizio del 1985, Robert


Plant e la figlia sedicenne Carmen Jane assistettero al loro concerto di
Birmingham. Padre e figlia sedettero nei posti economici, in fondo alla sala; non
c’è alcun modo di sapere che cosa pensò Carmen Plant dell’esibizione dei Firm
ma il padre, in seguito, descrisse la propria reazione a un reporter: “Ho pianto,
ho pianto di cuore. Non ho vergogna ad ammetterlo. Quell’uomo mi manca
disperatamente. Non ho mai capito quanto fosse bravo. In tutti questi anni, non
mi ero mai seduto semplicemente in mezzo al pubblico a guardarlo suonare. Me
ne stavo lì seduto con mia figlia; le ho preso la mano, me la sono messa sulla
guancia e lei mi ha detto: ‘Papà, che cosa c’è? Stai piangendo’. E io: ‘È così
bello quel che sta suonando’. Non riuscivo a credere che potesse suonare così
bene, perché quell’uomo ha avuto i suoi alti e bassi – a volte se li è addirittura
procurati da solo – ma ciò che voglio veramente dire è che in mezzo a tutto ciò
(la musica dei Firm) riesco a sentire Cliff Gallup ed Eddie Cochran. Potrebbe
essere Woman Love o Bluejean Bop o un altro qualsiasi di quei vecchi classici;
ed è sempre là”.
Jimmy Page continuava a lamentarsi con discrezione del successo della
carriera solista di Robert Plant, tuttavia quest’ultimo continuò a esaltare il
vecchio compagno in ogni intervista. “È il Wagner della Telecaster”, disse a
MTV. “E il Mahler della Les Paul. È straordinario”. Quindi, fece con estrema
attenzione un commento significativo su Page: “Ha avuto i suoi alti e bassi e, in
realtà, avrebbe potuto preoccuparsi un po’ più di se stesso ma ora si è reso conto
delle sue follie ed è pura dinamite!”.
Ma, quando lo incalzarono su una possibile reunion dei Led Zeppelin, Plant
rispose sia agli amici sia ai reporter che la migliore definizione dello stato della
sua relazione con Page era: “Appesa a un filo”.
Così, Plant continuò a inseguire il proprio destino, il più lontano possibile (per
quanto concesso dalle leggi di mercato) dallo stile del passato. Alla fine del
1984, si era recato a New York per partecipare con gli Honeydrippers al
programma televisivo Saturday Night Live al suo fianco c’erano un complesso di
turnisti newyorkesi e il chitarrista Brian Setzer, ex Stray Cats. Aveva fatto
ritorno in Inghilterra, per cominciare le prove del suo terzo album solista. La
versione della Robert Plant Band che si era riunita a Monmouth, nel Galles, per
provare il nuovo album e una tournée era la stessa del passato, con l’eccezione di
un nuovo batterista: Richie Hayward, già membro dei Little Feat, era stato scelto
oculatamente da Plant, perché era un batterista americano influenzato dal jazz e
il suo stile era molto più sciolto di quello potente ma rigido della maggior parte
dei batteristi rock inglesi. Durante i tre mesi di prova, ne successero di tutti i
colori, dato che Plant, alla ricerca di nuovi suoni, spinse deliberatamente i suoi
musicisti fino ai loro limiti creativi. Il chitarrista Robbie Blunt, in particolare,
descrisse successivamente le prove dell’album come “un incubo”.
Nella sua fretta di negare il passato e apparire il più possibile al passo con i
tempi, Plant pretese che il suo complesso realizzasse un album degli anni Ottanta
e null’altro. Robbie Blunt fu costretto a imparare a servirsi del sistema di
sintetizzatori per chitarra Roland GR-700/707, dotato di un complesso sistema di
echi e ritardi. “Collegammo via MIDI il GR707 al computer Wave Term del mio
PPG 2.3 e a un DX9”, spiegò in seguito il tastierista Jezz Woodroffe, “così la
chitarra attingeva la maggior parte dei suoni dai programmi della tastiera”. Così
è la vita nella nuova tecnocrazia musicale... Plant e il complesso litigavano e
urlavano in continuazione. Blunt cercava disperatamente di ricatturare
quell’inconfondibile atmosfera di sinistra melanconia che era così seducente nel
contesto di un singolo da Top 40 come Big Log. “Volevo creare la sensazione
del lato triste delle cose”, disse Plant; e fu assai chiaro quella primavera, quando
uscì Little By Little, primo singolo tratto dal suo terzo album, SHAKEN’N
STIRRED.
Per quanto Plant continuasse a negare con decisione che gli interessasse
ricostruire il suono dei Led Zeppelin, SHAKEN’N STIRRED rappresentava il
suo più evidente omaggio al vecchio gruppo. Little By Little aveva una tipica
cadenza Zeppelin, con bordate di accordi chitarristici alla Page e un testo sentito
ma deprimente che parlava di lutto, cambiamento e redenzione. Lo straziante
coro “Posso respirare di nuovo” (I can breathe again) si richiamava al
collegamento, stabilito da Freud, tra i problemi della respirazione e i sentimenti
della separazione e del lutto, condizioni che Robert Plant conosceva fin troppo
bene. Numerose canzoni – Kallalou Kallalou, Pink And Black e soprattutto il
gioco di parole di Easily Lead – presentavano evidenti citazioni del materiale
degli Zeppelin e risaltavano come astuti episodi di avant rock, bruciando di
un’incandescenza sincera e peculiare. L’album era privo delle scale arabe e degli
esperimenti in chiave soft rock dei precedenti dischi di Plant. Ora, a cantare con
lui in alcune canzoni, c’era una giovane, Tony Halliday. Inoltre, spiccava
un’elegante e squillante sensibilità reggae bianca (presa in prestito dai Police),
particolarmente evidente nel maestoso finale dell’album, Sixes And Sevens.
Sebbene fosse ancora pesantemente legato agli Zeppelin, era ovvio che, con il
passar degli anni, Robert Plant stava maturando la propria individualità.
Mentre i Firm ancora svolazzavano qua e là per gli Stati Uniti, Plant portò il
proprio carrozzone in America, dove il suo lungo tour estivo si aprì a Vancouver
all’inizio di giugno. A dispetto di tutte le sue solenni intenzioni musicali, lo
show faceva ancora pesantemente affidamento alla pompa e alle formalità dei
vecchi Zeppelin, anche se spesso preferiva ammiccare alla grandeur del vecchio
complesso, piuttosto che rivendicarla in toto. Plant si lavorava le pigiatissime
folle da un nudo palcoscenico di legno ripidamente inclinato, sul quale non c’era
null’altro che i musicisti e i loro strumenti. Ostentò movimenti drammatici e
angolari del corpo e delle mani e solenni andature al rallentatore. I ragazzi che
venivano ai suoi concerti dimostravano ben poco apprezzamento per i sempre
interessanti assoli chitarristici di Robbie Blunt, concentrando invece tutta
l’attenzione su Plant. Durante alcuni assoli strumentali, il chitarrista apparve
vagamente perso, come se non sapesse che cosa fare. Per eseguire il repertorio
degli Honeydrippers, inserito nel mezzo dei concerti, salirono sul palco gli
imbrillantinati Uptown Horns e le Harlettes, il trio femminile di Bette Midler,
acconciate per l’occasione con vestiti da ballo studentesco delle scuole superiori.
Molti fan ebbero la sensazione che i concerti fossero un po’ troppo spenti e si
rammaricarono che Robert Plant non avesse spinto un po’ di più l’acceleratore.
Dato che il tour di Plant coincideva con l’uscita dell’edizione rilegata del libro
che state leggendo, quasi tutti gli intervistatori interrogarono Robert Plant in
merito alla sordida storia degli Zeppelin. Quando gli fu chiesto di parlare della
scatenata e scandalosa immagine pubblica del complesso, Plant replicò:
“Quell’immagine non era veritiera, ma la nostra saggezza di quel periodo – con
la quale, a posteriori, sono in disaccordo – ci consigliò di non fare nulla e di
lasciare che tutto proseguisse per conto suo. Semplicemente, permettemmo alla
gente di pensare quel che più le piaceva. In fin dei conti, siamo principalmente
dei musicisti e qualsiasi balla pubblicata dalla stampa finisce per contare poco o
nulla. Se occasionalmente facevamo delle cretinate, le combinavamo quasi
sempre in un’atmosfera di goliardia e bonomia. Sembra che la gente ci veda
come un gruppo di indemoniati, che divorò tali e tante ricchezze in un così breve
lasso di tempo da finire completamente fuori di testa. Non è così che accadde.
Attorno a noi c’erano un sacco di mercenari, che si lustrarono di gloria riflessa e
diffusero quell’immagine al posto nostro. Cercammo di licenziarli ogni volta che
potemmo”. Poi, come al solito, proseguì imputando le varie atrocità dei Led
Zeppelin agli Who. A un intervistatore di MTV che gli chiedeva dei Led
Zeppelin, rispose con piglio severo: “Vuoi sapere se ho mai fatto qualcuna di
quelle cose bizzarre e meravigliose? Be’, può darsi ma non riesco a
ricordarmene”.
Durante la prima fase del tour di Plant, fu annunciato il Live Aid, un concerto
benefico di sole celebrità contro la fame in Africa, che doveva tenersi
simultaneamente al Wembley Stadium di Londra e al JFK Stadium di Filadelfia.
Dato che Plant non aveva partecipato alle sedute del Band Aid britannico l’anno
precedente, si offrì volontariamente con il complesso per lo show di Filadelfia.
Ma gli organizzatori di Live Aid volevano che Plant cantasse con Eric Clapton;
Plant e Phil Carson rifiutarono ma informarono gli organizzatori di Live Aid che
Jimmy Page si trovava negli Stati Uniti in tournée con i Firm e, di conseguenza,
sarebbe stato possibile che suonasse insieme a Plant come metà dei Led
Zeppelin. Improvvisamente, una riunione dei Led Zeppelin sembrò possibile. A
quel punto, Robert Plant e Jimmy Page si attaccarono al telefono con John Paul
Jones, ancora serenamente isolato nella campagna inglese.
Jones aveva recentemente interrotto il suo ritiro con un nuovo album: la
colonna sonora del film La casa in Hell Street, commissionata dal regista
Michael Winner, lo stesso dell’insipido Il giustiziere della notte 2. Page aveva
suonato la chitarra in alcuni pezzi e John Paul Jones aveva addirittura cantato in
un paio d’altri. Page e Plant gli telefonarono per annunciargli che avrebbero
suonato insieme a Filadelfia e che avevano intenzione di eseguire brani degli
Zeppelin. Parlandone in seguito, Jones ricordò: “Dissi: ‘Be’, se vi mettete a
suonare brani degli Zeppelin, io conosco il bassista”’. La reunion era cosa fatta.

I TRE MEMBRI SUPERSTITI dei Led Zeppelin si riunirono dietro le quinte del
concerto Live Aid di Filadelfia il 14 luglio 1985. Erano cinque anni che non si
incontravano per suonare ed erano tutti un po’ nervosi e spaventati. Lo stadio era
stipato da centinaia di migliaia di ragazzini, la maggior parte dei quali dichiarò ai
giornalisti che era venuta con lo specifico proposito di assistere al ritorno dei
Led Zeppelin. Nel pomeriggio, i Led Zeppelin tennero una prova di novanta
minuti con Tony Thompson, il giovane e potentissimo batterista di colore che
era cresciuto con gli Chic e che all’epoca lavorava con un progetto parallelo dei
Duran Duran, chiamato Power Station (cantante solista: l’ex Detective Michael
des Barres). Anche Phil Collins, che stava arrivando in volo da Londra, si
sarebbe seduto alla batteria. John Paul Jones era ora impegnato alle tastiere e il
bassista di Plant, Paul Martinez, lo avrebbe rimpiazzato al basso.
Mentre il caldo pomeriggio passava lentamente, il camerino dei Led Zeppelin
fu fatto oggetto di intense attenzioni dal pubblico nel backstage, generalmente
apatica. L’ingresso era sorvegliato dal corpulento Phil Carson e l’accesso era
limitato. Dentro, esaltati dal successo delle prove con il sicurissimo Thompson
(che disse loro di essere stato un grande fan dello scomparso Bonzo), i Led
Zeppelin si preparavano per rilanciarsi in volo sul mondo.
Salirono sul palco alle otto di quella stessa sera, proprio mentre cominciavano
i collegamenti televisivi in network. Quando Plant e Page balzarono sul palco
salutando, ancor prima che fossero presentati le centinaia di migliaia di ragazzini
si alzarono in piedi ed emisero un ruggito disumano. Dietro le quinte, ci fu una
corsa precipitosa verso i lati del palco, mentre le altre stelle del rock e i tecnici si
azzuffavano per essere testimoni di un pezzo di storia della musica.
A ogni complesso, quella sera, erano stati concessi venti minuti. I Led
Zeppelin attaccarono con Roek And Roll. Lo stadio esplose e cominciò
letteralmente a vibrare sotto i salti dei figli degli Zeppelin. Con Thompson
impegnato allo spasimo e un esausto Phil Collins che batteva come un
forsennato, il suono era confuso ma pur sempre efficace. Plant non riusciva a
raggiungere le note acute del vecchio Percy e Page era per certi versi meno agile
del vecchio stregone dalle dita magiche, ma facevano ugualmente faville. Quindi
si gettarono a capofitto nel loro vecchio inno di disperazione, Whole Lotta Love.
Lo stadio perse la testa: quelli erano veramente i Led Zeppelin! Nessuno riusciva
a crederci e tutti cominciarono a danzare al più famoso ritmo balbuziente della
storia del rock. I Led Zeppelin finirono il loro concerto con Stairway To Heaven,
nel mezzo di un’incredibile ovazione. Dietro le quinte, i sei musicisti erano
inzuppati di sudore. Tremavano ancora tutti per il nervosismo e l’adrenalina e,
per riuscire a stare in piedi, furono letteralmente costretti ad aggrapparsi l’uno
all’altro, quando Plant li radunò e li mise in posa insieme, fradici di sudore, per
un fotografo di «Life». Poi si sedettero per un’intervista con Alan Hunter di
MTV.

MTV: “Robert, che te n’è parso?”.


Plant: “È stato grande! È una di quelle cose... Era grande, è andato avanti per
circa venti minuti ed era magnifico”.
MTV: “Come l’avete messo in piedi?”.
Plant: “A dire il vero non l’abbiamo messo in piedi. Tre di noi sapevano quel
che stavano facendo e gli altri hanno fatto del loro meglio”.
MTV: “Come vi siete conosciuti voi due [indicando Page e Plant]?”.
Plant: “Ci conoscemmo alla stazione ferroviaria di Pangbourne [risate]. Stava
con una ragazza stupenda, all’epoca”.
Page: “Come si chiamava? [altre risate]”.
MTV: “Come sono andate le prove?”.
Plant: “Un’ora e mezza con Tony Thompson”.
Page: “Veramente furiose e rapide”.
Plant: “Musicalmente, erano molto meglio del concerto che abbiamo appena
fatto, perché gli elementi, se mi è concesso usare questo termine negli anni
Ottanta, non sono stati esattamente dalla nostra parte. Be’, ecco, naturalmente
io sono negli anni Ottanta. Ho la mia carriera solista [alcune risate forzate,
impacciate]”.
MTV: “C’è un futuro per i Led Zeppelin?”.
Tutti: “Togliti dai piedi!”.
MTV: “Robert, suoneresti di nuovo... con questi tizi?”.
Plant [dopo una lunga pausa]: “Sì, ma domani sera sono a Cleveland. Mi
piacerebbe rivedervi tutti lì. Mercoledì sera sarò ad Hartford, nel Connecticut,
e quindi andrò a Toronto...”.

Immediatamente dopo il trionfale ritorno dei Led Zeppelin a Live Aid,


cominciarono a spargersi voci di una possibile riunione dei Led Zeppelin. Si
diceva che Robert Plant avesse contattato Tony Thompson e gli avesse chiesto se
era disponibile a suonare con i Led Zeppelin. Significativamente, i Firm si
sciolsero e quell’anno, dopo lo show di Live Aid, non suonarono più dal vivo.
La ragione addotta era che Paul Rodgers si era rotto la spalla. Non molto tempo
dopo Live Aid, uno sciatto Jimmy Page si unì a Plant per un bis allo stadio delle
Meadowlands nel New Jersey. Page apparve stravolto e fuori di sé e venne
aiutato a salire sul palco, quasi si trattasse di un anziano. Suonò a casaccio alcuni
giri di blues durante il bis, mentre Plant, a disagio, faceva da spettatore. I fan
vennero turbati da quella caduta e cominciarono a richiedere a gran voce le
canzoni dei Led Zeppelin. Forse, la riunione degli Zeppelin si sfracellò proprio
in quel momento. Alla fine dell’estate, sebbene corresse voce di un imminente e
definitivo ritorno dei Led Zeppelin, Plant confidò agli amici che, a quel punto,
certi membri del gruppo non gli apparivano in forma abbastanza decente da
rendere possibile una riunione.
Di ritorno in Inghilterra, Plant disse a un giornalista: “Mentre ero sul palco a
Filadelfia mi sono venute in testa le immagini del passato; ho cercato di
immaginare che effetto facevo quando mi pavoneggiavo in giro con la camicia
aperta e gli stivali in pitone e ho cominciato a pensare: ‘Mi chiedo come farei, se
mi toccasse rifarlo ogni sera’. E la risposta è che non lo rifarei”.
“Perché?”, chiese l’ intervistatore.
“Perché ciò che ho raggiunto con il mio complesso è troppo buono per riporlo
su uno scaffale. Troppo buono per cominciare a fare dei remake”.
Così, alla fine, Robert Plant annunciò la morte di Percy, la sua vecchia
personalità spremilimone, e forse anche la definitiva morte dei Led Zeppelin.
Nonostante tutto, all’inizio del 1986 circolava voce che Page, Plant e Jones
fossero di nuovo in studio e che lo Zeppelin avrebbe benissimo potuto, ancora
una volta, prendere il volo.
In seguito, Plant se ne andò in vacanza, da qualche parte nei Caraibi. Come
disse a un giornalista: “Mi è corsa incontro una ragazzina bellissima, di circa
dodici anni. Probabilmente, i suoi genitori hanno una di quelle antenne
paraboliche che captano le trasmissioni via satellite. Mi ha detto: ‘Tu sei quello
che canta Big Log! Che cos’hai fatto prima?’. E io le ho risposto: ‘È una lunga,
lunga storia’”.
14. I LED ZEPPELIN NELLA PIAZZA DEI MORTI

“Noi siamo inglesi. C’era sangue dappertutto”

NELLA TIEPIDA SERA del 12 gennaio 1995, i membri sopravvissuti dei Led
Zeppelin si riunirono nella Gran Sala da Ballo del Waldorf Astoria Hotel di New
York per essere ufficialmente ammessi nella Rock’N’Roll Hall Of Fame. Si
trattava della decima cerimonia annuale, evento di gran gala, per assegnare ai
musicisti dell’era rock un posto d’onore nel pantheon da erigersi sulle sponde del
lago Erie, a Cleveland, nell’Ohio.
In un editoriale del «New York Times» di quella mattina si accennava
velatamente al fatto che nell’accampamento degli Zeppelin fossero sorti dei
problemi. Qualche mese prima, Robert Plant e Jimmy Page avevano ripreso a
collaborare dando vita a una nuova formazione dal nome Unledded. Tuttavia,
non si erano minimamente preoccupati di contattare John Paul Jones, che in
seguito rivelò alla stampa quanto fossero contrastanti i suoi sentimenti rispetto a
questa esclusione.
Mentre 1.200 magnati dell’industria musicale consumavano la loro cena a
base di brasato, per 1.500 dollari a porzione, voci sempre più interessanti
correvano per la sala. Quando Al Green, un altro “eletto”, salì sul palco all’inizio
della presentazione dell’evento, non era ancora chiaro se i soli musicisti inglesi a
essere presenti quella notte avrebbero suonato insieme. Si mormorava che Jones
non fosse il solo problema. Jimmy e Robert non riuscivano a mettersi d’accordo
su quale batterista far suonare. Jimmy voleva coinvolgere Jason Bonham, che
era lì in veste rappresentativa, mentre Robert preferiva il batterista Michael Lee,
che suonava nella band degli Unledded.
Ben presto Robert e Jimmy furono notati mentre si aggiravano in un angolo
della sala da ballo vicinissimi alla porta della cucina che serviva da area di
backstage, in attesa di essere convocati sul palco, mentre altri artisti ricevevano
la nomina. Frank Zappa. Gli Orioles. Janis Joplin. Martha and the Vandellas. Gli
Allman Brothers. Neil Young. I “consacrati”, per la gran parte, non avrebbero
potuto festeggiare quella notte a causa della loro prematura scomparsa, e un velo
di tristezza calò sulla cerimonia.
Il pubblico si domandava: i Led Zeppelin avrebbero suonato? La fama dei Led
Zeppelin era ormai oltre la leggenda. Nessuna di quelle band che avevano attinto
dal poderoso archivio dei riff più celebri degli Zeppelin – U2, Pearl Jam,
Soundgarden, Alice in Chains, Stone Temple Pilots – avrebbe mai potuto
sognare di avere l’impatto che ebbero gli Zeppelin. Molti avevano pagato 10mila
dollari a tavolo per assistere a quella apoteosi.
Se voi foste stati lì quella notte, non avreste potuto trattenervi dal fare della
feroce ironia: soprattutto conoscendo la storia della band e tutto ciò che
riguardava il periodo post Zeppelin. Tanto era accaduto nell’ultima decade
eppure, a un esame retrospettivo, così poco.

DOPO CHE JIMMY e Robert ebbero sciolto le loro rispettive band nel 1985, i due
artisti fecero rare apparizioni in pubblico per un paio di anni. Jimmy suonò in
DIRTY WORK dei Rolling Stones, realizzato nel 1986. John Paul Jones
produsse nel 1987 THE THREE KINGDOMS, un album del chitarrista John
Renborne, che aveva influenzato i primi Led Zeppelin. Nonostante Page e Plant
avessero preso strade in parte diverse, non si persero mai di vista almeno sul
piano musicale. Nel 1987 Robert Plant trovò una nuova band mentre ascoltava
demotape. La sua collaborazione con il tastierista Phil Johnstone sarebbe durata
ben oltre la pubblicazione di tre album solisti e almeno mezza decade. Il primo
di questi, NOW AND ZEN, fu pubblicato nel 1988, con il contributo di Page
come chitarrista in due brani: Heaven Knows e Tall Cool One (il secondo, che fu
trasmesso continuamente alla radio americana, conteneva esempi di quei celebri
e incandescenti momenti di Zeppstasy; non poteva dirsi lo stesso delle canzoni
poco trascinanti delle prime registrazioni soliste di Plant). Invece Robert fu
coautore e cantò in The Only One, il miglior pezzo dell’album solista di Jimmy
Page OUTRIDER del 1988, che in altre occasioni venne eseguito dai cantanti
Chris Farlowe e John Miles.
Ci fu una sorta di reunion degli Zeppelin il 14 maggio del 1988, quando Jason
Bonham si esibì con la band al Madison Square Garden a conclusione di un
party di dodici ore in onore del quarantesimo anniversario dell’Atlantic Records
(Jason aveva fatto delle jam session con gli Zeppelin fin da adolescente. La sua
band, Virginia Wolf, aveva anche fatto da spalla ai The Firm).
Jimmy Page arrivò a New York contrariato. La sua ragazza di New Orleans,
Patricia, aveva appena messo al mondo suo figlio, James Patrick, a cui era stato
dato un doppio nome, quello del padre e quello del nonno. L’Atlantic dovette
riservare la suite d’albergo attigua a quella del musicista e assicurarsi che
restasse libera; se qualcuno l’avesse occupata, il telefono avrebbe potuto
squillare e innervosirlo ulteriormente. Si dice che la notte prima avesse fatto un
magnifico soundcheck; in quella sede, provò per ben sei minuti, ma suonò in
modo svogliato quando all’una del mattino salì sul palco insieme agli altri
membri del gruppo per eseguire Kashmir, Whole Lotta Love, Misty Mountain
Hop e Stairway To Heaven, l’ultimo brano culminava con un assolo di chitarra
che Page eseguì malamente. Dopo aver suonato per mezz’ora, il gruppo lasciò la
scena, scatenando le accese proteste del pubblico. Bill Graham intervenì,
scusandosi con la folla, per informare che gli Zeppelin avevano lasciato
l’edificio.
Nel 1989, Robert Plant suonò per quasi un milione di persone in Europa e in
America, rilasciando, per tutta la durata del tour, un numero incredibile di
interviste, molte delle quali spiritose e vivaci. Plant esprimeva giudizi affettuosi
sugli altri componenti degli Zeppelin, mentre si accaniva con caustici commenti
su quelle band che suonavano sfacciate imitazioni degli Zeppelin. Bersaglio
frequente delle battute pungenti di Robert era il cantante degli Whitesnake,
David Coverdale, riccioli d’oro (Plant lo chiamava “David Coververtion”), che
in alcune apparizioni su MTV si dimenava assumendo pose più grottesche ed
effeminate di quelle di Robert. A microfoni accesi, Robert assicurava che gli
inenarrabili eccessi degli Zeppelin erano ormai un lontano ricordo. A registratori
spenti, intratteneva i giornalisti raccontando esilaranti storie di bagordi notturni
in stanze d’albergo. Rivelò che anche qualcuna delle mogli dei membri della
band, inclusa la sua, avevano assistito al leggendario “episodio dello squalo” a
Edgewater Inn a Seattle, nei lontani e brumosi giorni del 1969.
La band di Robert era buona e le sue canzoni avevano dei ritornelli che anche
i fan potevano intonare durante l’esecuzione; alla fine, Plant si lasciava
trascinare dal pubblico eccitato e suonava alcuni tra i pezzi più amati e
conosciuti (No Quarter, Immigrant Song, Wearing And Tearing e la travolgente
Misty Mountain Hop come bis) di fronte a uno show di luci psichedeliche, in
omaggio alle grandi performance del passato, e videoclip di riprese aeree e
sottomarine. Mentre era in tournée in Nordamerica quell’estate ebbe una
relazione con la cantante canadese del gruppo spalla, Alanna Miles, il cui
manager era un vecchio collega della Swan Song, Danny Goldberg.
Nel 1990, la band eponima di Jason Bonham fece un tour mondiale come
gruppo spalla dei Cult, suonando rock stile Zeppelin; lo stesso aveva fatto anche
Robert Junior Lockwood che suonava imitando lo stile di Robert Johnson. In
aprile, i Led Zeppelin suonarono al matrimonio di Jason, eseguendo Custard Pie,
It’ll Be Me, Rock And Roll, Sick Again e Bring It On Home. “Alla fine erano tutti
ubriachi”, disse Robert alla stampa.
In estate, Robert pubblicò il suo quinto album da solista, MANIC NIRVANA,
e ritornò a esibirsi in pubblico. Alcuni membri della band avevano vent’anni
meno di lui e Robert, rispolverando glorie passate, raccontava a questi giovani di
quando suonava a San Francisco con Janis e Mopy Grape, o con i Doors a Los
Angeles. Nelle interviste, dichiarò che da una parte il suo ruolo di veterano
brizzolato lo divertiva, dall’altra si preoccupava fortemente di poter essere
considerato un vecchio e noioso sbruffone. Durante una pausa, il cantante fece
un pellegrinaggio nell’area del Delta del Mississippi. Mentre stava seduto sul
fatiscente portico dell’ufficio postale di Robinsonville, Mississippi, la città
natale di Robert Johnson, Plant indossò le cuffie del walkman e premette il tasto
Play. Mentre la polvere si alzava da quelle strade su cui Johnson aveva
camminato, Preachin’ Blues inondò la sua testa. “L’emozione fu grande”, disse
più tardi a un amico.
Jimmy Page suonò con la band di Robert a Knebworth nell’agosto del 1990 e
anche all’Hammersmith Odeon in sei canzoni. Membri degli Zeppelin riferirono
che la più memorabile di queste jam fu quella per il ventunesimo compleanno di
Carmen Plant. Jimmy portò con sé sua figlia, anche i Nashville Teens
suonarono, e Jimmy e Jason Bonham si unirono alla fine alla band di Robert per
qualche toccante pezzo blues. In agosto, al Monsters of Rock Festival di Castle
Donington, Jimmy si esibì con gli Aerosmith, tornati al loro splendore, per il bis
Train Kept A-Rollin’. Due sere più tardi, al Marquee di Soho, suonò di nuovo
con loro in Ain’t Got You, Think About It, Red House, Immigrant Song e Train. I
pochi che riuscirono a intrufolarsi nel vecchio club definirono la performance di
Page, Joe Parry e Brad Whitford, una delle migliori jam mai fatte.
La spudoratamente woodstockiana Tie Die On The Highway era la miglior
traccia di MANIC NIRVANA. L’album non ebbe un gran successo e mentre
Robert si trovava in tournée in America esibendosi negli shed – anfiteatri di
provincia all’aperto – i reporter continuarono a tormentarlo su una possibile
reunion dei Led Zeppelin. Robert si lamentò in privato del fatto che la Atlantic
Records non stesse promuovendo il vecchio prodotto come aveva fatto
precedentemente. L’Atlantic di certo favoriva maggiormente LED ZEPPELIN,
una raccolta di 4 Cd, pubblicata nel novembre del 1990, che raggruppava
dozzine di groove classici rimasterizzati e presentava tre pezzi inediti per la gioia
dei collezionisti: Travelling Riverside Blues, White Summer/Black Mountain
Side (ambedue registrati per la BBC Radio nel 1969) e Hey Hey What Can I Do,
un outtake del 1970 da LED ZEPPELIN III. I fan rincorsero la nuova edizione
discografica come segugi alla volta di un vagone pieno di carne, e la raccolta
vinse il disco di platino divenendo la più venduta nella storia.
La vecchia magia era ancora intatta, nonostante la morsa del tempo. Un’altra
canzone inedita degli Zeppelin fu pubblicata tre anni più tardi sia su LED
ZEPPELIN/BOX SET 2 sia sui 10 Cd rimasterizzati in versione di lusso LED
ZEPPELIN/THE COMPLETE STUDIO RECORDINGS. Si trattava della
superba Baby Come On Home: un outtake del seminale LED ZEPPELIN, datato
ottobre 1968. Fonti vicine alla band insistono nel dire che questo fu in assoluto
l’ultimo inedito a uscire dallo scrigno degli Zeppelin.
Nel 1991, Willie Dixon morì nella California del Sud. Il compositore blues di
Chicago aveva citato in giudizio i Led Zeppelin nel 1985 per quanto concerneva
i diritti d’autore di Whole Lotta Love, che si rifaceva a You Need Love di Dixon
registrata da Muddy Waters nel 1952. Dixon e gli Zeppelin risolsero la causa in
sede extragiudiziale. Nello stesso periodo, BONHAM del compositore
Christopher Rouse, un tributo orchestrale all’ultimo Bonzo, debuttò al Festival di
Musica Contemporanea di Tanglewood nel Massachusetts occidentale.
L’esecuzione dei sei percussionisti fu mirabile al punto che l’inamidato pubblico
dei concerti sinfonici accompagnò la fine del pezzo illuminando la platea con un
tripudio di accendini sfavillanti.
Nel 1992 circolarono di nuovo voci su una reunion dei Led Zeppelin. La band
di Robert riscuoteva un certo successo e lui era effettivamente inarrestabile.
Jimmy dichiarò di essere disponibile a realizzare un progetto con lui, ma Robert
non acconsentì per ragioni che non volle rivelare. “I Led Zeppelin erano
veramente bravi e questo è meraviglioso”, disse in un intervista. “Ci sono stati
momenti terribili, ma in fondo tutto è andato bene. Ritengo che la band non
dovrebbe essere considerata come qualcosa di reale, ma come qualcosa che fa
parte dell’immaginario collettivo. E non vedo la ragione di trascinarmi
barcollante per gli stadi americani di football”.
Jimmy Page, invece, stupì i suoi fan andando in sala di registrazione con
David Coverdale, producendo quel concentrato di chitarre presente negli undici
brani di COVERDALE/PAGE, pubblicato dalla Geffen Records agli inizi del
1993 nella generale indifferenza. Robert Plant, intervistato più volte in quel
periodo, a stento riuscì a trattenere la sua incredulità. COVERDALE/PAGE,
assemblato in collaborazione con il produttore esecutivo della Geffen A&R John
Kalodner (che aveva contribuito allo strepitoso revival degli Aerosmith), era in
realtà un buon showcase delle nuove tecnologie cyber in materia di chitarra che
Page ben conosceva. Senza il supporto del tour, però, l’album perse quota
velocemente. Circolò qualche voce avventata che riferiva di una loro tournée
mondiale in preparazione, ma alla fine solo qualche migliaio di fan giapponesi
ebbero la possibilità di assistere alla performance di Page e Coverdale.
Per non essere da meno, Robert Plant formò una nuova band e nel giugno del
1993 pubblicò il suo sesto (e migliore) album da solista, FATE OF NATIONS. I
brani migliori comprendevano: I Believe, in cui si avvertiva l’ispirata anima
celtica, scritta per suo figlio Karac, e la preghiera eco-hippie Great Spirit: le note
che accompagnavano il disco riportavano gli indirizzi delle organizzazioni di
Greenpeace e degli Amici della Terra). La band comprendeva i chitarristi Kevin
Scott MacMichael e Francis Dunnery, il batterista Michael Lee e il bassista
Charlie Jones, che più tardi sposò Carmen, la figlia di Robert. Questi fece la sua
versione cover di If I Were A Carpenter di Tim Hardin, che lui e Bonzo
suonavano nella Band of Joy. Infatti, l’intero album era un’elegia sui valori
perduti del movimento hippie, quando maestri come Jimi Hendrix incitavano il
loro pubblico a condividere pace e amore e ad avere una maggiore
consapevolezza del mondo. Da considerarsi il miglior lavoro che sia mai stato
realizzato da un ex membro degli Zeppelin, FATE OF NATIONS ispirò una
tournée mondiale in cui si sperimentarono il canto in stile arabo e nuove versioni
di capolavori degli Zeppelin quali Babe I’m Gonna Leave You (che apriva lo
show), Thank You, What Is And What Should Never Be, Whole Lotta Love e
Going To California, che di solito il pubblico cantava insieme a Plant.
Per promuovere l’album, Robert rilasciò interviste a raffica durante la tournée
americana intrapresa in autunno. Continuamente sollecitato a fare commenti
provocatori sulla collaborazione Page/Coverdale, Robert non si pronunciava;
ripeteva solo che Jimmy Page aveva sempre avuto un cupo senso dell’umorismo.
Plant fu ospite del Late Show di David Letterman dove, indispettito, criticò la
band dello studio per aver suonato troppo velocemente una canzone dei Led
Zeppelin come stacco musicale prima di una pubblicità. “Ti è piaciuto sentir
suonare la tua canzone dalla nostra band?”, chiese Letterman. “No”, rispose
Robert, ridendo nervosamente. “In realtà, sono canzoni di Jimmy”.
Una sera Plant fu ospite in un programma radiofonico a diffusione nazionale,
condotto da Larry King, in cui gli spettatori potevano intervenire
telefonicamente:

“Ehi! Dammi pure del passatista, ma sto ancora provando a capire Elvis! Così
Robert, Led Zeppelin! Ma perché questo nome strano? Andiamo ai telefoni!
Per Robert Plant – il nuovo album, FATE OF NATIONS – Tulsa, Oklahoma!”
“Robert, è un onore parlare con te. Sono nato il giorno in cui è stato
pubblicato LED ZEPPELIN IV”.
“Flint, Michigan, per Robert Plant: un adulto con i capelli che gli arrivano al
culo!”.
“Robert avevo i biglietti per lo show al Silverdome [1980] e poi Bonzo è
morto. Che sfiga!”.
“L’ultima chiamata per Robert Plant. Gente, quest’uomo indossa i pantaloni di
pelle in radio! Che figata! Overland Park, Kansas!”.
“Amico, non mi sembra vero di aver preso la linea. Robert, due domande. Che
ne pensi di COVERDALE/PAGE, e se spremo il tuo limone, scorrerà il succo
sulla tua gamba?”.

Nell’autunno del 1993 il destino giocò di nuovo le sue carte. Robert Plant aveva
quarantacinque anni. Jimmy Page era vicino ai cinquanta. Robert confidò agli
amici che si era sentito strano ad aver fatto da spalla a Lenny Kravitz, rocker
stile anni Settanta, nella sua tournée europea di quell’estate. Quando in ottobre
MTV offrì a Robert di partecipare al suo programma di musica acustica
Unplugged, il suo manager Bill Curbishly contattò Jimmy Page per chiedergli di
collaborare con Robert. La notizia provocò il solito tormentone sulla reunion
degli Zeppelin, in base a cui Plant, Page, John Paul Jones e Jason Bonham
avrebbero fatto lo show televisivo e un possibile tour più avanti.
Non andò così.
Nel gennaio 1994, Robert portò la sua band in Sudamerica, suonando come
gruppo spalla negli show dei contenuti ma coinvolgenti Aerosmith, attuali
campioni mondiali dell’hard rock. Robert parlò apertamente della possibilità di
lavorare di nuovo con Jimmy, ma rimarcò che si sarebbe trattato esclusivamente
di una collaborazione e non di una reunion degli Zeppelin. Il progetto originario
di MTV era quello di far esibire Robert nello studio che l’emittente aveva nel
Queens, insieme ad altri special guest, sperando che vi partecipasse anche Page.
Di contro, Curbishly riferì a MTV che Robert e Jimmy volevano fare prima delle
riprese in Marocco e nel Galles e poi in uno studio tv di Londra con un ensemble
di archi e un’orchestra egiziana. MTV inghiottì il rospo e accettò. Al progetto fu
dato il titolo di Unledded.
I lavori iniziarono nella primavera del 1994. Il produttore francese Martin
Meissonier si occupò dei loop di batteria registrati in Mauritania e Marocco;
Plant e Page poterono così immergersi in un’atmosfera orientaleggiante e trarne
l’ispirazione per scrivere nuove canzoni. In particolare composero un visionario
inno intitolato Wonderful One. A maggio il duo si esibì a Londra in un concerto-
tributo al bluesman Alexis Corner. Subito dopo si precipitarono a Marrakesh, la
favolosa stazione d’arrivo delle carovane circondata da mura rosse, ai bordi del
Sahara, nel Marocco meridionale. Lì contattarono Malim Ibrahim El Belkani,
altrimenti noto come Ibrahim El Marrakshi, un rispettato musicista locale di
stirpe Gnawa (gli Gnawa sono discendenti degli schiavi dell’Africa occidentale
condotti a Nord nello stesso periodo in cui ci fu la diaspora della popolazione
Bambara, i quali combatterono contro il commercio degli schiavi per le
Americhe. Oggi in Marocco, i musicisti Gnawa sono ricercati operatori di
etnopsichiatria ed esperti nell’allontanamento degli spiriti djinn. Usano sonorità
alte, ritmi assordanti e canti religiosi per convocare gli spiriti maligni e poi
convincerli ad abbandonare quei luoghi. Come i loro cugini del nuovo mondo,
con cui condividono musicalità e identità tribale, gli Gnawa sono bluesmen, ben
conosciuti e rispettati per la loro affinità con i diavoli e altre forze infernali.
Ironia della sorte, Page e Plant, inseguiti per tutta la loro lunga carriera da voci
insistenti di esperienze sataniche, avevano finito per suonare proprio con gli
Gnawa).
I risultati furono belli e interessanti. Insieme a tre Gnawa, il cui aspetto
suscitava un timore reverenziale, seduti su tappeti berberi in uno spiazzo
sabbioso, si realizzò un’improvvisazione che fu trasmessa con il titolo di Wah
Wah e che più tardi diventò City Don’t Cry. Un’altra sera, Plant e Page
sistemarono i loro amplificatori sotto alcune luci ai bordi della Jemaa El Fna,
“La Piazza dei Morti”, un antico mercato di cammelli nel centro di Marrakesh
che di notte pullula di giocolieri e acrobati, venditori di succhi, Gnawa e
musicisti di altre fratellanze mistiche, grill all’aperto, e griot tradizionali che
incantano i campagnoli, vestiti con la gellaba, scesi in città dai monti
dell’Atlante.
Una tale folla africana si era assembrata intorno ai due hippie inglesi e ai loro
amici Gnawa mentre intonavano una nuova canzone: Yallah (arabo marocchino
che sta per “Andiamo!”) che gli altoparlanti diffondevano nella piazza mentre le
videocamere riprendevano. Ben presto notarono che qualcuno stava cercando di
rubare gli altoparlanti confondendosi nella mischia.
Successivamente Page e Plant si recarono in una miniera di ardesia a
Snowdonia, nel Galles, dove filmarono nuove versioni di No Quarter e
Nobody’s Fault But Mine con la band di Robert ampliata di un ulteriore
elemento: l’organetto, il principale strumento musicale dei trovatori provenzali, i
fondatori della musica popolare europea della Francia medievale. L’organetto
trasformò il vecchio blues in un ammaliante bluegrass della Terra di Mezzo,
perso nella notte dei tempi.
Il materiale registrato in studio riguardante gli Unledded si rifaceva
notevolmente (e dichiaratamente) a LED ZEPPELIN III, l’insuccesso
discografico semiacustico del 1970. Le tracce Friends, Since I’ve Been Loving
You, That’s The Way e Gallows Pole furono registrate, combinando in vario
modo l’organico, con i trentacinque musicisti presenti, che comprendevano gli
archi della London Metropolitan Orchestra e un ensemble per matrimoni in stile
cairota diretto dal percussionista egiziano Hossam Ramzy. Inoltre editarono una
versione di Thank You, una delle prime canzoni di Robert, e anche Four Sticks
(usando lo stesso arrangiamento che avevano registrato a Bombay con musicisti
locali più di vent’anni prima). Su The Battle Of Evermore, all’eterea vocalità di
Sandy Denny fu affiancata la penetrante voce della cantante anglo-indiana
Najma Akhtar, che Robert stava frequentando in quel periodo (e che più tardi
sposerà). Il set finiva con la travolgente Kashmir, in cui si sprigionavano un
assolo di violino di sorprendente impatto e vampate hard rock che evocavano
l’ultima, grande Black Dog.
No Quarter: Robert And Jimmy Page Unledded fu trasmesso in Unplugged di
MTV nell’ottobre del 1994. Durante la notte, raggiunse un tale indice di
gradimento da diventare lo show più seguito nella storia della serie. “Volevamo
mostrare alla gente come ‘vestire con abiti nuovi’ la musica”, disse Robert a un
reporter. Le critiche furono positive, ma tutti notarono che mancava qualcosa:
John Paul Jones.
Jones aveva continuato a lavorare in tutta tranquillità per anni, producendo
dischi e lavorando con i R.E.M. e i Butthole Surfers, tra i vari suoi progetti. Al
tempo delle session di Unledded, stava suonando in Europa in un trio con la
cantante d’avanguardia Diamanda Galás e il batterista Pete Thomas. Il potente
trio combinava, con effetto esplosivo, le canzoni di amori omicidi della Galás
con la fredda furia degli Zeppelin. Interpellato dalla stampa inglese per
esprimersi sull’apparente reunion degli Zeppelin, Jones mostrò un certo stupore.
I suoi vecchi compagni non avevano mai provato a contattarlo. Non lo avevano
chiamato. “Nessuno si è preso la briga di parlare con me”, disse, “ho letto di
questa cosa sui giornali”. Si avvertiva in Jones un inespresso rancore. Dichiarò:
“Suonare canzoni fatte vent’anni fa non mi interessava particolarmente. L’ho già
fatto nella migliore delle band, e siamo stati noi a renderla così grande”.

MA TORNIAMO AL WALDORF ASTORIA: la suspense continuava a salire, mentre


Neil Young riceveva la nomina per la Hall of Fame. Subito dopo toccava agli
Zeppelin. Come sarebbe andata? Avrebbero suonato insieme? Nel trambusto del
backstage, Robert, Jimmy e Jones confabulavano con Joe Perry e Steven Tyler.
Page e Perry avevano cenato insieme a Buenos Aires qualche mese prima e
Jimmy aveva chiesto a Perry di fare da maestro di cerimonie quella sera. Joe
aveva portato con sé il suo compagno Tyler. Si erano messi d’accordo per
suonare almeno Train Kept A-Rollin’ e tutti i brani che venissero loro in mente
durante la jam. “Che ne dite di Night Flight?”, suggerì Robert. Jimmy gli gettò
un’occhiata sarcastica. Jason Bonham, lì con sua sorella Zoe (un esotico fiore
inglese di vent’anni o giù di lì) avrebbe suonato la batteria.
Di lì a poco ebbe inizio la cerimonia della nomina. Ahmet Ertegün, il Papa
dell’industria musicale, nonostante l’età e le precarie condizioni di salute, fu
accompagnato al leggio. Prese amabilmente in giro gli Zeppelin, facendo
riferimenti maliziosi a Plaster Casters, a giganteschi televisori lanciati fuori dalle
finestre degli hotel, e ad altre sregolatezze leggendarie. Elogiò l’assente Peter
Grant per averlo reso possibile e, commosso, ringraziò Grant e Richard Cole per
alcune delle più memorabili notti della sua vita.
Venne poi data la parola a Perry e Tyler. Steven ricordò di aver visto i Led
Zeppelin al Boston Tea Party nel 1969 e di essere letteralmente scoppiato in
lacrime nel mezzo di Dazed And Confused, potente come una bomba al napalm.
Tyler disse di aver pianto di nuovo quando vide Jimmy uscire dal camerino in
compagnia della stessa ragazza con cui Tyler viveva (fino a quel momento).
“Nei Led Zeppelin militarono semplicemente i migliori musicisti”, disse Joe
Perry. “Jimmy Page era al di sopra di qualunque altro chitarrista al mondo. Lo
stesso si poteva dire di Bonzo alla batteria e del non sufficientemente apprezzato
John Paul Jones per basso, tastiere e orchestrazione. E poi c’era Robert Plant.
Arrivò alle prime prove dei New Yardbirds direttamente dal suo lavoro di
carpentiere. Aveva catrame sulle mani e sui capelli e quando apriva la bocca
sembrava che avessero azionato quel fottuto allarme antiaereo”.
Finito il discorso, Perry si girò verso Jimmy Page e gli chiese: “Ora ti
dispiacerebbe insegnarmi a suonare The Rain Song?”.
I Led Zeppelin salirono sul palco per ricevere il riconoscimento. Robert parlò
di quanto andasse orgoglioso del fatto di essere stato parte della scena musicale
americana nei giorni rivoluzionari del 1969. Disse in tono scherzoso a Ertegün
che non ricordava nessun cattivo comportamento da parte dei televisori e
punzecchiò Jones sia per aver suonato con Herman’s Hermits sia per quanto
riportato sul quotidiano di quella mattina.
Jimmy ricordò a tutti che lui era già nella Hall of Fame: gli Yardbirds erano
già stati ammessi nel 1992. Jason disse che suo padre sarebbe stato molto
contento. E John Paul Jones, con pungente sarcasmo, ringraziò semplicemente i
suoi amici per aver finalmente ricordato il suo numero di telefono.
Alle due del mattino, i restanti membri dei Led Zeppelin insieme agli
esponenti principali degli Aerosmith si sistemarono sul palco e irruppero in una
potente Train Kept A-Rollin’ che provocò meraviglia e brividi di emozione in
tutta la sala. Belle donne ingioiellate con indosso succinti vestiti neri si
precipitarono di fronte alla band, dimenando i fianchi in preda all’entusiasmo.
Seduto al tavolo di fronte c’era Danny Goldberg, che aveva recentemente preso
il posto di Mo Ostin alla direzione della Warner Bros. Records, una delle
posizioni di primo piano nell’industria musicale; quello stesso anno però avrebbe
perso la poltrona in seguito alla furia politica scoppiata a causa delle presunte
oscenità del gangsta rap sponsorizzato dalla Time-Warner. Danny continuò a
gestire la Mercury Records.
SOTTO LA DIREZIONE DI ROBERT, eseguirono For Your Love degli Yardbirds prima
di suonare pezzi blues quali Bring It On Home, Long Distance Call, Baby Please
Don’t Go, Reefer Head Woman e Let That Boy Boogie (intenditori e aficionado
nel pubblico notarono immediatamente quanto Page e Plant suonassero meglio
con John Paul Jones nella band). Poi Jason e gli Aerosmith furono sostituiti da
Neil Young e dal batterista Michael Lee per una scatenata versione grunge di
When The Levee Breaks che concluse la serata lasciando tutti con un ronzio nelle
orecchie e la sensazione che qualcosa di speciale fosse accaduto quella notte a
New York.
Jimmy Page e Robert Plant ritornarono alla loro angusta sala prove sopra il
pub King’s Head a Fulham Road a Londra per provare in vista dell’imminente
tour mondiale degli Unledded e per perfezionare la loro collaborazione.
“L’unico problema che avevo con Jimmy”, disse Robert a «Rolling Stone», “era
che per ben quattordici anni non avevamo mai parlato di un futuro insieme. Ci
ritrovavamo in quelle cerimonie a sfondo umanitario – spettacoli di beneficenza
– senza esserci mai incontrati prima, se non in brevi conversazioni al telefono o
tra una festa e l’altra. È ridicolo, ma non ci conoscevamo affatto. Conoscevamo
solo quello che avevamo condiviso e i nostri ricordi erano ormai sbiaditi dal
tempo passato. Non sapevamo cosa ci avesse portato lì. Oggi, dopo essere andati
in giro per il mondo insieme [per il tour promozionale degli Unledded] non c’è
una sola ragnatela che non sia stata rimossa o crepa che non sia stata esplorata e
mandata a farsi fottere . Ecco quello che succede quando stai insieme così di
rado”.

IL LOGO PER IL TOUR MONDIALE del 1995 di Jimmy Page/Robert Plant, che iniziò il
27 febbraio, a Pensacola, in Florida, era un incrocio tra la vecchia runa di
Robert, un calamo in un cerchio, e il crittogramma “Zoso”, di Jimmy. Era
chiaramente una fase nuova per tutti. Quella vibrazione malvagia di abusi e
misfatti che aveva dominato i vecchi tour degli Zeppelin era ormai sparita. New
Operation Greenpeace era stata invitata per allestire punti informativi nei
corridoi di passaggio dell’arena, e disponeva di numerosi posti a sedere in prima
fila da vendere per la raccolta di fondi.
La band, che si esibì sotto schermi giganti che mostravano i primi piani dei
musicisti e immagini riprese in Marocco, era formata da Jimmy, Robert, Porl
Thompson (un transfuga dei Cure) alla chitarra, Nigel Eaton che suonava
l’organetto, Michael Lee alla batteria e Charley Jones al basso. C’erano anche
otto egiziani – quattro batteristi e quattro violinisti – capitanati dall’allegro
Hossam Ramzy, ammiratore dichiarato dei Deep Purple. A ogni sosta durante il
tour, gli impresari locali mettevano a disposizione venti suonatori di archi –
violini, viole e violoncelli – rigorosamente diretti durante le prove dal
tastierista/arrangiatore Ed Shearmur.
Gli spettacoli iniziavano generalmente sia con The Wanton Song che con
Thank You e proseguivano con Bring It On Home, Ramble On, Hey Hey..., The
Song Remains The Same, Friends, Four Sticks, No Quarter, Since I’ve Been
Loving You, Gallows Pole (Robert ogni sera ripeteva il tributo a Leadbelly) e
When The Levee Breaks, in successione variabile. Mentre Plant e Page
riposavano e sorseggiavano bevande sulla pedana della batteria, Nigel Eaton
avanzava verso i riflettori per un assolo di organetto, annunciato e descritto da
Robert come “la chitarra elettrica della Francia dell’Undicesimo secolo”. I suoni
strani, quasi sommessi, riempivano le grandi arene dell’antica atmosfera
occitanica. Il materiale non-Zeppelin dei concerti includeva Shakin’ Your Tree
da Coverdale/Page, Lullaby dei Cure e Calling To You di Robert e spesso
concludevano la prima parte dello show interludi di Hello Mary Lou, Break On
Through e rapidi accenni di Dazed And Confused.
Gli archi entravano sul palco per il finale e dopo essersi appostati sulle pedane
al di sopra della band, riversavano splendidi background sonori su Four Sticks,
Dancing Days, No Quarter e sul classico finale In The Evening. Come bis
veniva eseguita Kashmir, dove i briosi musicisti egiziani ricreavano la festosa
atmosfera del Vicino Oriente. Dopo la fine del concerto, nel pubblico stor dito
riecheggiavano le poderose sonorità in stile anni Settanta; mancava pe rò
l’incredibile impatto che Bonzo e John Paul Jones riuscivano a suscitare.
Il tour fu un gran successo. I concerti facevano immediatamente il tutto
esaurito; NO QUARTER: JIMMY PAGE AND ROBERT PLANT
UNLEDDED, al contrario, non aveva ottenuto quel successo strepitoso che tutti
si aspettavano. Recensendo il disco, il «Messenger Of Morocco» – un quotidiano
di lingua inglese pubblicato a Fez – dichiarò: “In questo album si assiste al
matrimonio di due culture, Oriente e Occidente, in cui Robert Plant e Jimmy
Page sono gli dei dell’amore, della pace e della coesistenza”.
Circolarono un gran numero di pettegolezzi dietro le quinte, quando la band
approdò a Boston per la prima tappa americana degli show finali nell’aprile del
1995. Si disse che Robert e Jimmy fossero in disaccordo su moltissime
questioni, gli egiziani litigavano per soldi e il loro leader rischiò di essere
lanciato dalla finestra della suite dell’albergo su Central Park a New York.
La band girò in lungo e in largo per il resto dell’anno.
Robert spesso si esibiva indossando una t-shirt che ritraeva Hafez, una popstar
araba, jeans stretti e stivali da cowboy in pelle di serpente. Jimmy indossava una
camicia color porpora iridescente e sobri pantaloni neri. La band di Hossam
Ramzy veniva presentata da Robert come I Faraoni Egiziani. Ora Yallah veniva
eseguita regolarmente, Page si esibiva gesticolando come un ossesso mentre il
suo vecchio e fidato theremin, collocato al lato destro del palco, emetteva
stridenti raffiche di onde elettromagnetiche. Ad alcuni degli ultimi spettacoli
assistette la bella e fascinosa Carmen Plant, ora signora Charley Jones e madre
della nipote di Robert Plant, Sonny, che dormì per gran parte delle performance
stellari del nonno.
Nel novembre del 1995, dopo la fine del tour, Peter Grant fu colpito da un
attacco di cuore e morì all’età di settant’anni. Plant, intervistato a questo
proposito, dichiarò: “È stata una gran perdita per me, fu la fine di un’era. Amava
il gioco e ne rovesciò le regole. Era un gigante tra pigmei”. Dopo la morte di
Bonzo, Grant non si era più preoccupato di lavorare di nuovo. Se soltanto si
nominava Bonzo in sua presenza, Grant scoppiava in lacrime, rammaricandosi
del fatto di non essere stato lì a prendersi cura del suo batterista. Era stata
iniziata una causa legale tra Grant e la band post-Zeppelin che alla fine fu risolta
amichevolmente. Quando Grant finalmente si disintossicò dalla cocaina, ironizzò
dicendo che l’economia del Perù non si sarebbe mai più ripresa. Vendette il suo
maniero circondato da un fossato in Sussex e si trasferì in una casa più modesta
a Eastbourne, una flemmatica cittadina di villeggiatura sulla costa inglese, vicino
ai suoi figli e nipoti. Insieme ad altri facoltosi appassionati di automobili, aveva
fondato la Chariots, una società di noleggio che forniva veicoli esotici per
matrimoni e set cinematografici. Poco prima che morisse, i notabili del posto
chiesero all’archetipo del pirata rock, trasformato ormai in un cittadino
rispettabile, di fare il giudice di pace. Chi lo conosceva scorgeva in lui
l’individuo più idoneo per quell’incarico, ma Grant rifiutò dicendo che sarebbe
stato troppo imbarazzante.
Dopo la sua morte, si disse che Peter Grant avesse scritto una piccola lista di
cose che voleva che venissero seppellite insieme a lui. “Chi c’è sulla lista?”,
ironizzarono alcuni suoi amici.

UN ANNO PIÙ TARDI, nel 1996, Robert Plant e Jimmy Page ritornarono in uno
studio londinese per lavorare a un album che doveva uscire nel 1997 ed essere
poi seguito da un altro tour mondiale. Intervistati, cercarono di mostrarsi allegri.
“Jimmy è sempre stato la causa di tutti i problemi”, disse Plant in un’intervista
rilasciata insieme al suo chitarrista. “È vero”, disse Page affabilmente. “Anche se
generalmente sto nella mia cassa da morto rivestita di satin perché non mi è
permesso uscire nelle ore di luce”.
“Noi vogliamo soltanto scrivere canzoni, spassarcela, dire qualche bugia e
fare della grande musica cazzuta”, disse Robert.
“Giusto”, aggiunse Page con la sua solita imperscrutabilità. “Noi vogliamo
avere ospitalità, onore e dire bugie”.
Qualcuno chiese a Robert cosa gli riservasse il futuro. “Tra dodici anni”, di
chiarò assorto l’Uomo Selvaggio del Paese Nero, “gestirò un hotel in qual che
parte dei Carabi, suonando musica ska i giovedì per i giocatori d’azzardo”.
Successivamente, negli ultimi mesi del 1997, i Led Zeppelin pubblicarono
BBC SESSIONS, una raccolta di 2 Cd con esibizioni realizzate tra marzo e
giugno del 1969 e aprile del 1971. Nei primi show, si dispiegava la forza
dirompente e corrosiva dei giovani Zeppelin in classici come Dazed And
Confused e Communications Breakdown, mentre lo show del 1971 presentava la
prima mondiale di Black Dog e Stairway To Heaven. La gemma rockabilly di
Eddie Cochran Something Else, mostrava come agli inizi gli Zeppelin
propendessero per le cover di canzoni degli albori del rock’n’roll. Durante
un’intervista che promuoveva BBC SESSIONS, Robert Plant si lamentò dei
leggendari assoli di chitarra dei gloriosi Zeppelin, dicendo che erano così lunghi
che non avendo nulla da fare sul palco avrebbe potuto mettersi a vendere
sigarette nell’atrio, indossando una gonna corta e tacchi alti.
Nel 1998 Jimmy Page e Robert Plant pubblicarono WALKING INTO
CLARKSDALE, dodici nuove canzoni registrate con il batterista Michael Lee e
il bassista Charlie Jones, prodotto da Steve Albini. Invece di replicare il vecchio
groove degli Zeppelin, Page e Plant tentarono di creare una versione romantica e
matura della musica rock con radici blues e influenze marocchine e andaluse.
Most High ne era un splendido esempio, e brani come Please Read The Letter e
Sons Of Freedom avevano una loro solenne dignità.
L’anno successivo, e cioè nel 1999, Jimmy Page collaborò con gli americani
Black Crowes per alcuni concerti che riproponevano molto dell’energia e dello
spirito dei vecchi Zeppelin. Suonando elaborazioni digitali dei capolavori degli
Zeppelin, in omaggio alla leggendaria band britannica, Page e i Crowes offrirono
uno dei più spettacolari tributi nella storia del rock; inoltre, lo stile incandescente
del cantante dei Crowes, Chris Robinson, sembrava ribadire che il rock era stato
inventato dai ragazzi bianchi dell’America sudista e non dai ragazzi inglesi delle
Midlands. Prima del 2000, Page e i Crowes pubblicarono una raccolta di 2 Cd
con i brani del loro concerto di Los Angeles, LIVE AT THE GREEK
THEATER. La sbalorditiva registrazione fu un tale successo che Page e i
Crowes progettarono una tournée mondiale, poi cancellata perché Jimmy non
poteva esibirsi a causa di problemi al midollo spinale.
John Paul Jones pubblicò due album, ZOOMA nel 1999, e THE
THUNDERCHIEF nel 2001. Si trattava di jam, per la maggior parte, dissonanti,
di forte impronta jazz, molto agili ma con poca anima. Jones fece anche un
tournée nel 2001 con le reliquie dei rock progressive britannico, i King Crimson.
Nel 2001 anche Robert Plant fece un tour con il quintetto chiamato Strange
Sensations. Il loro repertorio comprendeva classici riarrangiati della mitica band
britannica insieme a nuove versioni di brani che avevano influenzato i primi
Zeppelin come Season Of The Witch di Donovan, Morning Dew di Tim Rose e
un paio di canzoni dei Love, splendido complesso della Los Angeles fine anni
Sessanta capitanato da Arthur Lee.
“Qualche volta devi scavare in profondità per ottenere strane sensazioni”,
disse l’enigmatico Plant al suo confuso pubblico.
Così Jimmy Page, Robert Plant e John Paul Jones continuavano a suonare,
seguendo le antiche tradizioni dei trovatori, trovando nuova musica, riscoprendo
vecchie canzoni, e cercando di trasmettere la loro arte speciale a un pubblico che
comprendeva almeno due generazioni.

La nostra storia potrebbe terminare qui, almeno per ora, a meno che non vi
accada di essere condotti nelle Midlands inglesi in un abbagliante verde mattino
di primavera, un po’ persi in un pellegrinaggio alla tomba di St John Henry
Bonham.
Non è facile trovarla. Non vogliono che voi o altri sappiate esattamente dov’è
la tomba di Bonzo, perché non vogliono che venga riempita di offerte di ogni
genere e graffiti come la tomba di Morrison a Parigi.
La vecchia chiesa parrocchiale ha centinaia di anni e si trova su una piccola
collina. Non appena si lascia l’automobile dirigendo il passo verso l’antico
cimitero retrostante la chiesa, si avverte una brezza leggera e l’aria diventa
improvvisamente più fredda. Il sole è scomparso; ora il cielo è grigio ed è calato
un freddo umido. Si prosegue passando attraverso un cancello arrugginito verso
tombe scolpite dalle intemperie fino ad arrivare a un monumento
commemorativo quadrato di marmo banco che poggia su un appezzamento
erboso, ben curato.
Qui giace John Bonham: Led Zeppelin, la Bestia, Forza della Natura.
La sua tomba domina un prato, alcune fattorie e un esteso panorama inglese
che deve essere stato sempre lì, come a rievocare il mistico paesaggio del
passato.
DISCOGRAFIA

Led Zeppelin
(Atlantic, 1969)

1. Good Times Bad Times


2. Babe I’m Gonna Leave You
3. You Shook Me
4. Dazed And Confused
5. Your Time Is Gonna Come
6. Black Mountain Side
7. Communication Breakdown
8. I Can’t Quit You Baby
9. How Many More Times

Band: Jimmy Page (chitarra acustica, pedal steel, chitarra elettrica, steel guitar,
cori); Robert Plant (armonica, voce); John Paul Jones (organo, basso, tastiere,
cori); John Bonham (batteria, cori, timpani).
Ospiti: Sandy Denny (voce); Viram Jasani (tablas).
Prodotto da: Jimmy Page.

Led Zeppelin II
(Atlantic, 1969)

1. Whole Lotta Love


2. What Is And What Should Never Be
3. The Lemon Song
4. Thank You
5. Heartbreaker
6. Living Loving Maid (She’s Just A Woman)
7. Ramble On
8. Moby Dick
9. Bring It On Home

Band: Jimmy Page (chitarra acustica, chitarra elettrica, steel guitar, cori); Robert
Plant (armonica, voce); John Paul Jones (organo, basso, cori); John Bonham
(batteria, cori, timpani).
Prodotto da: Jimmy Page.

Led Zeppelin III


(Atlantic, 1970)

1. Immigrant Song
2. Friends
3. Celebration Day
4. Since I’ve Been Loving You
5. Out On The Tiles
6. Gallows Pole
7. Tangerine
8. That’s The Way
9. Bron-Y-Aur Stomp
10. Hats Off To (Roy) Harper

Band: Jimmy Page (chitarra acustica, chitarra elettrica, cori, arrangiamenti);


Robert Plant (armonica, voce, arrangiamenti); John Paul Jones (basso, tastiere);
John Bonham (batteria).
Ospiti: Viram Jasani (tablas).
Prodotto da: Jimmy Page.

Led Zeppelin IV
(Atlantic, 1971)

1. Black Dog
2. Rock And Roll
3. The Battle Of Evermore
4. Stairway To Heaven
5. Misty Mountain Hop
6. Four Sticks
7. Going To California
8. When The Levee Breaks

Band: Jimmy Page (chitarra acustica, chitarra elettrica); Robert Plant (armonica,
voce); John Paul Jones (synth, basso, tastiere); John Bonham (batteria).
Ospiti: Sandy Denny (voce).
Prodotto da: Jimmy Page.

Houses Of The Holy


(Atlantic, 1973)

1. The Song Remains The Same


2. The Rain Song
3. Over The Hills And Far Away
4. The Crunge
5. Dancing Days
6. D’yer Mak’er
7. No Quarter
8. The Ocean

Band: Jimmy Page (chitarra acustica, chitarra elettrica); Robert Plant (armonica,
voce, cori); John Paul Jones (organo, synth, basso, pianoforte, tastiere, voce,
cori, mellotron, basso synth, piano synth, grand piano); John Bonham (batteria,
cori).
Prodotto da: Jimmy Page.

Physical Graffiti
(Swan Song, 1975)

Disco 1
1. Custard Pie
2. The Rover
3. In My Time Of Dying
4. Houses Of The Holy
5. Trampled Under Foot
6. Kashmir

Disco 2
1. In The Light
2. Bron-Yr-Aur
3. Down By The Seaside
4. Ten Years Gone
5. Night Flight
6. The Wanton Song
7. Boogie With Stu
8. Black Country Woman
9. Sick Again

Band: Jimmy Page (chitarra acustica, chitarra elettrica); Robert Plant (armonica,
voce); John Paul Jones (basso, tastiere, mellotron); John Bonham (batteria).
Ospiti: Ian Stewart (pianoforte).
Prodotto da: Jimmy Page.

The Song Remains The Same (Live)


(Swan Song, 1976)

1. Rock And Roll


2. Celebration Day
3. The Song Remains The Same
4. Rain Song
5. Dazed And Confused
6. No Quarter
7. Stairway To Heaven
8. Moby Dick
9. Whole Lotta Love

Band: Jimmy Page (chitarra acustica, chitarra elettrica); Robert Plant (armonica,
voce); John Paul Jones (basso, tastiere, pianoforte); John Bonham (batteria).
Prodotto da: Jimmy Page.
Presence
(Swan Song, 1976)

1. Achilles Last Stand


2. For Your Life
3. Royal Orleans
4. Nobody’s Fault But Mine
5. Candy Store Rock
6. Hots On For Nowhere
7. Tea For One

Band: Jimmy Page (chitarra acustica, chitarra elettrica); Robert Plant (armonica,
voce); John Paul Jones (basso, tastiere); John Bonham (batteria).
Prodotto da: Jimmy Page.

In Through The Out Door


(Swan Song, 1979)

1. In The Evening
2. South Bound Saurez
3. Fool In The Rain
4. Hot Dog
5. Carouselambra
6. All My Love
7. I’m Gonna Crawl

Band: Jimmy Page (chitarra acustica, chitarra elettrica); Robert Plant (armonica,
voce); John Paul Jones (basso, tastiere); John Bonham (batteria).
Prodotto da: Jimmy Page.

Coda
(Swan Song, 1982)

1. We're Gonna Groove


2. Poor Tom
3. I Can't Quit You Baby
4. Walter's Walk
5. Ozone Baby
6. Darlene
7. Bonzo's Montreux
8. Wearing And Tearing

Band: Jimmy Page (chitarra acustica, chitarra elettrica, effetti elettronici);


Robert Plant (armonica, voce); John Paul Jones (basso, pianoforte, tastiere);
John Bonham (batteria).
Prodotto da: Jimmy Page.
BBC Sessions
(Atlantic, 1997)

Disco 1
1. You Shook Me
2. I Can't Quit You Baby
3. Communication Breakdown
4. Dazed And Confused
5. The Girl I Love She Got Long Black Wavy Hair
6. What Is And What Should Never Be
7. Communication Breakdown
8. Travelling Riverside Blues
9. Whole Lotta Love
10. Somethin' Else
11. Communication Breakdown
12. I Can't Quit You Baby
13. You Shook Me
14. How Many More Times

Disco 2
1. Immigrant Song
2. Heartbreaker
3. Since I've Been Loving You
4. Black Dog
5. Dazed And Confused
6. Stairway To Heaven
7. Going To California
8. That's The Way
9. Whole Lotta Love (Medley)
10. Thank You
Band: Jimmy Page (chitarra elettrica); Robert Plant (voce); John Paul Jones
(basso); John Bonham (batteria).
Prodotto da: Jimmy Page.

How The West Was Won (Live)


(Atlantic, 2003)

Disco 1
1. LA Drone
2. Immigrant Song
3. Heartbreaker
4. Black Dog
5. Over The Hills And Far Away
6. Since I’ve Been Loving You
7. Stairway To Heaven
8. Going To California
9. That’s The Way
10. Bron-Y-Aur Stomp

Disco 2
11. Dazed And Confused / Walter’s Walk / The Crunge
12. What Is And What Should Never Be
13. Dancing Days
14. Moby Dick
Disco 3 15. Whole Lotta Love / Boogie Chillun / Let’s Have A Party / Hello
Marylou / Going
16. Rock And Roll
17. The Ocean
18. Bring It On Home / Bring It On Back
Band: Jimmy Page (chitarra acustica, chitarra elettrica); Robert Plant (armonica,
voce); John Paul Jones (mandolino, chitarra basso, tastiere); John Bonham
(batteria, percussioni).
Prodotto da: Jimmy Page.

DISCOGRAFIA
CARRIERE SOLISTICHE

JIMMY PAGE

Album
1982 – Death Wish II (Swan Song)
1988 – Outrider (Geffen)
1993 – Coverdale/Page (Geffen) w/David Coverdale
2000 – Live At The Greek (TVT) w/The Black Crowes
2000 – Rock And Roll Highway (Thunderbolt)

The Firm
1985 – The Firm (Atlantic)
1986 – Mean Business (Atlantic)
ROBERT PLANT

Album
1982 – Pictures At Eleven (Swan Song)
1983 – The Principle Of Moments (Es Paranza)
1985 – Shaken‘N Stirred (Es Paranza)
1988 – Now & Zen (Es Paranza)
1990 – Manic Nirvana (Atlantic)
1993 – Fate Of Nations (Atlantic)
1993 – If I Was A Carpenter (Fontana)
2002 – Dreamland (Universal)
2005 – Mighty Rearranger (Sanctuary)
2007 – Raising Sand (Rounder) w/Alison Krauss
2010 – Band Of Joy (Rounder)

The Honeydrippers
1984 – Volume One (Es Paranza)

JOHN PAUL JONES

Album
1994 – The Sporting Life (Mute) w/Diamanda Galás
1999 – Zooma (Discipline)
2001 – The Thunderthief (Discipline)

Them Crooked Vultures


2009 – Them Crooked Vultures (Interscope)

PAGE & PLANT

Album
1994 – No Quarter (Atlantic)
1998 – Walking Into Clarksdale (Atlantic)
BIBLIOGRAFIA

ALTMAN, BILLY, Front Page News, in «Village Voice», 18 dicembre 1983.


ALTMAN, BILLY, Robert Plant, in «Creem», settembre 1985.
ATLANTIC RECORDS, Robert Plant, 1982 [biografia ufficio stampa].
BARTON, GEOFF, Rare Plant, in «Sounds», 13 agosto 1983.
BASHE, PHILIP, Robert Plant, International Musician and Recording World, autunno 1985.
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INDICE

Preludio

PARTE PRIMA

1. The Train Kept A-Rollin’


2. Il dirigibile prende il volo
3. L’anno dello squalo
4. Valhalla I Am Coming
5. La società segreta
6. Continental Riot House

PARTE SECONDA

7. Lo Starship
8. Un angelo con un’ala spezzata
9. Nobody’s fault
10. Potere, mistero e il martello degli dei
11. In The Evening
12. Coda
13. Il dirigibile vola ancora
14. I Led Zeppelin nella Piazza dei Morti

Discografia
Bibliografia

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