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Microeconomia Krugman

Microeconomia (Università di Bologna)

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Microeconomia

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Principi fondamentali.
Qualsiasi questione economica comporta una scelta individuale su cosa fare e cosa non
fare, tali scelte sono determinate da quattro principi fondamentali.

1. Gli individui sono costretti a scegliere perché le risorse sono scarse: la scelta è una
necessità, il reddito limitato è un fattore che impedisce all’individuo di compiere tutte
le attività che vorrebbe, così come il tempo, anch’esso limitato. È risorsa tutto ciò ce
può essere utilizzato per produrre qualcos’altro. Quest’ultima è scarsa se la quantità
disponibile non è sufficiente a soddisfare tutti gli usi ai quali la società vorrebbe
destinarla, le scelte sono quindi necessarie.

2. Il costo-opportunità, ovvero ciò a cui si deve rinunciare per ottenere qualcosa, è il vero
costo di qualsiasi bene/servizio.

3. Le decisioni quantitative comportano un trade-off al margine, ovvero una


compartizione fra i costi e i benefici di una quantità leggermente superiore/inferiore di
una data attività: le decisioni comportano un trade-off, cioè la compartizione tra costi
e benefici di un︎︎ ︎a data attività. Una scelta tra svolgere o meno un’attività è una scelta
al margine. Lo studio di tali decisioni al margine è detta analisi marginalista che ha
un ruolo di rilevante importanza nell’economia.

4. Gli individui rispondono agli incentivi sfruttando le opportunità per migliorare il proprio
benessere: tale principio di sfruttare gli incentivi per migliorare il proprio benessere è
alla base di tutte le previsioni formulate dagli economisti. In generale le dinamiche più
interessanti di un sistema economico non sono il semplice risultato di scelte
individuali, ma il modo in cui le scelte di diversi individui interagiscono.

Un sistema economico coordina le attività produttive di una moltitudine di individui, i quali


decidono indipendentemente dagli altri delle proprie scelte ma nonostante tutto sono
collegate, in quanto dipendono in larga misura da quelle degli altri individui. È necessario
quindi studiare tale interazione, ovvero il modo in cui le scelte dell’uno influiscono su
quelle dell’altro, attraverso cinque principi.

5. Lo scambio apporta benefici: tutti gli individui possono godere dei benefici dello
scambio, ottenendo più beni e servizi di quanti ne otterrebbero in condizioni di
autosufficienza. L’aumento della produzione è dovuto alla specializzazione, ognuno si
dedica all’attività che gli è più congeniale.

6. I mercati tendono all’equilibrio: si ha una situazione di equilibrio quando nessuno può


migliorare la propria condizione comportandosi diversamente. I mercati raggiungono
l’equilibrio attraverso le variazioni dei prezzi che aumentano o diminuiscono fino ad
ottenere una situazione che non può più essere migliorata.

7. Per realizzare gli obiettivi delle società le risorse devono essere utilizzate nel modo più
efficiente possibile: esiste un trade-off tra efficienza ed equità. Un sistema economico
è efficiente se sfrutta tutte le opportunità per migliorare il benessere di alcune persone,
senza danneggiarne altre, equità invece significa che ciascuno ottiene ciò che gli
spetta.

8. Dato che gli individui sfruttano tutti i benefici degli scambi, di solito i mercati sono
efficienti: ci si trova in un mercato inefficiente quando il perseguimento di un interesse
individuale porta al peggioramento del benessere sociale [es.il fallimento].

9. Se i mercati sono efficienti, l’intervento pubblico può migliorare il benessere della


società: in un mercato inefficiente, i governi e le politiche pubbliche possono condurre
verso uno stato di efficienza, modificando l’impiego che il sistema economico fa delle
risorse disponibili.

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L’economia nel suo complesso è soggetta ad alti e bassi, per capire le fasi di recessione
ed espansione è necessario comprendere le interazioni che si sviluppano a livello
internazionale del sistema economico, attraverso tre principi fondamentali.

10. La spesa di un individuo è il reddito di un altro: in un economia di mercato il


cambiamento del comportamento/gusti di spese di un individuo si ripercuotono in
tutto il sistema economico attraverso una serie di reazioni a catena. A seguito di
queste ripercussioni il mercato si può trovare di conseguenza in una situazione di
recessione o inflazione.

11. La spesa complessiva a volte non è in linea con la capacità produttiva dell’economia:
tale situazione si genera quando la quantità richiesta dai consumatori è maggiore della
quantità offerta dalle imprese.

12. Le politiche pubbliche possono modificare il livello della spesa: i governi possono
decidere di variare le entrate e le uscite attraverso l’imposizione fiscale, andando ad
influire sul reddito degli individui e delle imprese.

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I modelli economici.
I modelli economici hanno un ruolo fondamentale in quasi tutta la ricerca economica,
infatti si può dire che la teoria economica è un insieme di modelli, una serie di
rappresentazioni semplificate dalla realtà che ci permette di capire una gran quantità di
questioni economiche.

I principali modelli economici sono:

FRONTIERA DELLE POSSIBILITÀ DI PRODUZIONE. 



Lo scopo di questo modello è quello di migliorare la comprensione dei trade-off, che
caratterizzano un sistema economico che produce solo due beni, mostrando la quantità
massima di un bene che può essere prodotta, data la quantità prodotta dell’altro bene.

La frontiera delle possibilità di produzione è un ottimo modo di illustrare l’aspetto della


produzione del concetto di efficienza, ma non l’altro suo aspetto, ovvero quello
dell’allocazione.

La frontiera delle possibilità di produzione dimostra anche che il vero costo di un bene
non è solo l’ammontare di denaro necessario all’acquisto, ma anche tutto ciò a cui di
deve rinunciare per ottenerlo, ovvero il costo-opportunità.

Esempio:

Occorre rinunciare a 5 unità.

Costo opportunità => 30/40 ->3/4


La pendenza di una frontiera delle possibilità di produzione rettilinea è uguale al costo-
opportunità del bene misurato in ascissa in termini del bene misurato in ordinata. Questo
modello può anche essere utilizzato per esaminare una situazione in cui il costo-
opportunità varia al variare della combinazione di produzione, ovvero con un costo-
opportunità crescente, in cui all’aumentare dei beni prodotti il costo di produrre un bene
addizionale, misurato in termini di minore produzione di altri beni, diventa
progressivamente maggiore, e lo stesso vale inversamente.

Esempio:

Occorre rinunciare a 5 unità.

Costo opportunità => 30/40 ->3/4

La frontiera delle possibilità di produzione infine aiuta a capire il significato


dell’espressione crescita economica, la quale provoca una spostamento verso l’esterno
della frontiera, in quanto le possibilità di produzione di espandono. 


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Questa ha due fonti: l’aumento dei fattori di produzione e la tecnologia utilizzata per la
produzione di beni e servizi.

VANTAGGIO COMPARATO E LO SCAMBIO.



Illustra il principio dei benefici reciproci dello scambio tra individui e tra Paesi. Un Paese
ha un vantaggio comparato nella produzione di un bene o di un servizio se il costo-
opportunità è inferiore a quello di altri Paesi. Nella misura in cui i soggetti economici
hanno costi-opportunità diversi, ciascuno ha un vantaggio comparato in qualcosa e uno
svantaggio in un’altra. Questo modello mostra che ogni paese ha un vantaggio
comparato nella produzione di qualcosa, diverso dal vantaggio assoluto, che si ottiene se
nella produzione di un bene o di un servizio un paese può produrne una maggiore
quantità rispetto ad altri paesi.

LE TRANSAZIONI: IL DIAGRAMMA DI FLUSSO.

Lo scambio assume la forma del baratto quando gli individui scambiano direttamente
beni e servizi che possiedono per quelli che desiderano ottenere e generalmente questi
vengono scambiati in cambio di denaro, utilizzato poi per ottenerne altri.

Esso rappresenta due flussi circolari di direzione


opposta che comprendono tutte le transazioni che
hanno luogo in un sistema economico. Affinchè tutto
funzioni, bisogna effettuare tutto secondo uno specifico
ciclo [famiglie -> imprese -> mercati].

Le famiglie offrono la loro forza lavoro alle imprese che


daranno loro in cambio denaro. Le imprese invece
offrono al mercato beni e servizi in cambio di denaro, in
questo modo le imprese ottengono delle entrate
monetarie che utilizzeranno per ripagare i lavoratori e
per acquistare beni e servizi necessari nella produzione.

In molti casi la ricerca economica ricade nell’ambito dell’analisi positiva, che si prefigge
di descrivere il ︎funzionamento del mondo, spesso formulando delle previsioni che
possono giungere a conclusioni giuste o sbagliate. invece, l’analisi normativa, prescrive
come dovrebbe funzionare il mondo, spesso ci sono solo giudizi di valore.

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APPENDICE CAPITOLO 2 ︎ I GRAFICI IN ECONOMIA. 



Una variabile è una grandezza che può assumere più di un valore. I grafici usati in
economia si basano su uno spazio cartesiano, nel quale si misurano i valori di due
variabili, in modo da vedere la relazione che esiste tra loro. Fra due variabili esiste una
relazione causale se il valore assunto dall’una influenza o determina il valore︎︎ dell’altra. In
una relazione causale la variabile determinante è detta dipendente mentre la variabile
determinate è detta dipendente. 

In un grafico una curva è una linea che rappresenta una relazione fra due variabili, se la
curva è una retta vuol dire che tra le sue variabili esiste una relazione lineare invece se è
una curva vuol dire che la relazione non è lineare. Due variabili sono caratterizzate da una
relazione diretta quando all’aumentare del valore di una aumenta anche il valore dell’altra
(fig. A), due variabili invece hanno una relazione inversa se all’aumentare del valore di una
l’altra diminuisce (fig. B).

︎︎︎︎︎︎︎︎︎

La pendenza di una curva è la misura del suo grado di inclinazione. Ci serve a capire
cosa succede se cambiano le variabili inoltre ci dice a quanto rinunciare per aumentare
una determinata quantità. La pendenza è il rapporto incrementale tra base e altezza.

Pendenza positiva => al crescere di una variabile


cresce anche l’altra.

Pendenza negativa => all’aumentare di x, y


diminuisce.

Se una curva è orizzontale, il valore della variabile


y è costante, quindi, in ogni punto della curva la
sua variazione è zero. Se invece, una curva è
verticale, il valore della variabile x è costante,
quindi in ogni punto della curva la sua variazione è
zero. La pendenza di una curva verticale è infinita.
Una curva ha pendenza positiva crescente se la

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pendenza, pur restando sempre positiva aumenta progressivamente; una curva ha invece
pendenza positiva decrescente se la pendenza, pur restando positiva, diminuisce
progressivamente.

Abbiamo diversi modi per calcolare la pendenza lungo una curva non lineare.

- METODO DELL︎ARCO. Occorre tracciare una linea retta tra i due estremi dell’arco. La
sua pendenza è paro alla pendenza media del segmento di curva compreso tra i due
estremi.

- METODO DEL PUNTO. Calcola la pendenza di una curva in un punto specifico, in


questo caso si traccia una retta che tocca la curva e tale retta viene detta TANGENTE.

La condizione di tangenza è che la linea retta tocchi la curva


in uno e un solo punto.

La tangente viene calcolata con la derivata


prima, tale derivata si annulla quando ha un
massimo punto o un punto di minimo.
Quando la pendenza va da positiva a
negativa è un punto di massimo, mentre,
quando va da negativa a positiva è un punto
di minimo.

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Domanda e offerta.
Il mercato è formato da produttori e consumatori che si scambiano beni e servizi in
cambio di denaro.

Un mercato concorrenziale è un mercato caratterizzato da una molteplicità di venditori e


compratori dello stesso bene, nessuno dei quali è in grado di influenzare il prezzo al quale
il bene viene venduto, infatti sono denominati tutti price-takers, i quali quindi subiscono il
prezzo deciso dal mercato. Tale mercato è ben descritto nel modello di domanda e
offerta.︎ gli elementi fondamentali di questo modello sono:

• La curva di domanda;

• La curva di offerta;

• I fattori che causano spostamenti della curva di domanda e di offerta;

• Il mercato di equilibrio, descritto dal prezzo di equilibrio e dalla quantità di equilibrio;

• Il modo in cui cambia il prezzo di equilibrio in conseguenza di spostamenti delle due


curve.

Una scheda di domanda è una tabella che indica la quantità di un bene o servizio che gli
individui sono disposti ad acquistare dati diversi possibili livelli di prezzo. La curva di
domanda è la rappresentazione grafica della scheda di domanda che descrive la quantità
domandata e il prezzo. Secondo la legge della domanda, quanto maggiore è il prezzo di
un bene, tanto minore sarà la quantità domandata dai consumatori di quel bene.

Lo spostamento della curva di domanda corrisponde alla


variazione della quantità domandata per ogni livello di prezzo, è
rappresentata dal dislocamento della curva originaria in una
nuova posizione. La curva di domanda può traslare a seguito del
cambiamento di qualcosa di esogeno, non registrato sul grafico
come ad esempio i gusti e la volontà dei consumatori. Abbiamo
due tipi di traslazioni della curva: nel primo caso la curva di
domanda trasla verso destra, cioè verso l’esterno, quando c’è un
aumento della quantità domandata, mentre nel secondo caso la
curva di domanda trasla verso sinistra, cioè verso l’origine degli assi, cel caso in cui ci sia
una diminuzione della quantità domandata di beni o servizi.

Le cause che provocano lo spostamento della curva sono:

- La variazione del prezzo di beni e servizi correlati. Sono definiti beni correlati quei
beni che tra loro possono essere sostituti o complementari. Sono definiti beni sostituiti
quelli per cui l’aumento del prezzo di uno provoca l’aumento della quantità domandata
dell’altro (es. se il prezzo della coca-cola aumenta la sua domanda diminuisce, di
conseguenza la domanda della pepsi aumenta). Invece, sono definiti beni
complementari quei beni che i consumatori acquistano insieme: l’aumento del prezzo
di uno fa diminuire la quantità domandata del bene stesso e del bene ad esso
complementare (es. se il prezzo del caffè aumenta la sua domanda diminuisce e di
conseguenza diminuisce anche la domanda dello zucchero).

- Le variazioni del reddito. All’aumento del reddito gli individui sono disposti ad
acquistare una quantità maggiore di beni e servizi, per ogni dato prezzo. In questo
caso distinguiamo due tipi di beni: i beni normali che all’aumentare del reddito la
domanda del bene in questione aumenta, i beni inferiori invece sono quei ben che
all’aumento del reddito la loro quantità domandata diminuisce (es. aumenta il reddito i
consumatori compreranno maggiori quantità di camicie in cotone in tal caso la
domanda di camice sintetiche diminuisce).

- I cambiamenti delle preferenze.

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-I cambiamenti delle aspettative.

-Le variazioni del numero di consumatori.

Diversi dalle traslazioni della curva sono i movimenti lungo


la curva di domanda che corrispondono alle variazioni della
quantità domandata di un bene generata dalla variazione
del suo prezzo .

Una curva di domanda individuale illustra la relazione tra
quantità domandata e prezzo per il singolo consumatore. La
curva di domanda di mercato illustra la relazione tra la
quantità domandata complessivamente da tutti i
consumatori ed è data dalla somma orizzontale delle varie
curve individuali.

N.B=> la CURVA di DOMANDA ha pendenza NEGATIVA.

La quantità offerta è l’effettiva quantità che gli individui (imprese) sono disposti a vendere
a un dato livello di prezzo ai consumatori di determinati beni o servizi. La scheda di offerta
indica la quantità di ogni bene e/o servizio che gli individui sono disposti a vendere a ogni
dato livello di prezzo. Una curva di offerta descrive graficamente la relazione tra quantità
offerta e prezzo. Secondo la legge dell’offerta quanto più elevato è il prezzo tanto
maggiore è la quantità di beni e servizi offerti dai produttori ai consumatori.

Anch’essa subisce gli spostamenti che sono variazioni delle


quantità offerte ai diversi livelli di prezzo; è rappresentato
graficamente della traslazione della curva di offerta originaria
verso una nuova curva. Quando la curva di offerta trasla verso
destra si parla di un aumento dell’offerta, quando invece la curva
trasla verso sinistra si parla di una diminuzione dell’offerta.


Le cause principali dello spostamento della curva di offerta sono:

- Le variazioni dei prezzi dei fattori di produzione. I fattori di produzione sono quei
beni e servizi utilizzati per produrre altri beni e servizi; un aumento o una diminuzione
del prezzo di tali fattori provoca un aumento o una diminuzione da parte dei venditori
della quantità offerta.

- Le variazioni dei prezzi di beni o servizi correlati. Se un impresa produce e vende


più prodotti la quantità di ciascun bene che è disposta a offrire per ogni livello di
prezzo dipende anche dagli altri beni che produce.

- I cambiamenti della tecnologia. I miglioramenti tecnologici permettono ai produttori


di ridurre i costi di produzione, in tal caso la quantità offerta aumenta.

- I cambiamenti delle aspettative.

- Le variazioni del numero dei produttori.


Diversi dalle traslazioni della curva sono i movimenti lungo la curva di offerta che
corrispondono alle variazioni della quantità offerta di un bene a seguito dalla variazione
del suo prezzo .

Una curva di offerta individuale illustra la relazione tra quantità domandata e prezzo per
il singolo produttore. La curva di offerta di mercato illustra la relazione tra la quantità
offerta complessivamente da tutti i produttori ed è data dalla somma orizzontale delle
varie curve individuali.

N.B=> la CURVA di OFFERTA ha pendenza POSITIVA.

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Un mercato concorrenziale è in equilibrio quando il prezzo raggiunge il livello in


corrispondenza del quale la quantità domandata e la quantità offerta del bene sono
uguali. Tale prezzo è detto prezzo di equilibrio e la quantità acquistata e venduta a quel
prezzo è detta quantità di equilibrio. In corrispondenza di quel prezzo e di quella
quantità nessun venditore può migliorare la sua situazione offrendo una maggiore o
minore quantità a un maggior o minor prezzo e nessun acquirente può accrescere il
proprio benessere offrendosi di acquistare una quantità maggiore o minore del bene.
Graficamente le due curve vengono rappresentate sullo stesso piano cartesiano.I mercati
quando funzionano in modo concorrenziale hanno delle forza al loro interno che le
spingono a raggiungere una situazione di equilibrio.

Si registra un’eccedenza di un bene quando la


quantità offerta è maggiore della quantità
domandata, ovvero quando il prezzo di mercato è
superiore al prezzo di equilibrio. Tale situazione è
detta anche surplus dell’offerta, cioè quando le
imprese producono più beni di quanto il mercato
richiede. Quando ci troviamo di fronte a tali
situazioni le imprese diminuiscono i prezzi per
aumentare le vendite. Se il prezzo è superiore a
quello di equilibrio ci sarà una forza che lo farà
diminuire.

Si registra, invece, una penuria di un bene quando


la quantità offerta è minore della quantità
domandata, ovvero quando il prezzo di mercato è
inferiore a quello di equilibrio. Tale situazione viene
denominata anche surplus di domanda, che a sua
volta genera una spinta al rialzo del prezzo.

In ogni caso il mercato converge verso una situazione di equilibrio.

Un aumento della domanda provoca un incremento sia del prezzo sia della quantità di
equilibrio, una diminuzione della domanda provoca una riduzione sia del prezzo sia della
quantità di equilibrio.

Un aumento dell’offerta provoca una diminuzione del prezzo di equilibrio e un aumento


della quantità di equilibrio, una diminuzione dell’offerta provoca un aumento del prezzo di
equilibrio e una diminuzione della quantità di equilibrio.

Le curve di domanda e offerta possono spostarsi anche simultaneamente. Se le curve si


spostano in direzioni opposte possiamo prevedere l’effetto sul prezzo ma non sulla
quantità; se si spostano nella stessa direzione, possiamo prevedere l’effetto sulla quantità
ma non sul prezzo.

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Il surplus del consumatore e del


produttore.

Definiamo disponibilità a pagare il prezzo massimo che un potenziale consumatore è disposto a
pagare per un determinato bene, detto anche prezzo di riserva. Il surplus individuale del
consumatore è il beneficio netto che il singolo compratore trae dall’acquisto del bene, ed è pari
alla differenza fra la sua disponibilità a pagare e il prezzo pagato. Il surplus totale del consumatore
è la somma del surplus individuale del consumatore e di tutti i compratori del bene.

Il surplus totale del consumatore derivante dall’acquisto


di un bene a un dato prezzo è pari all’area compresa tra la
curva di domanda e la semiretta orizzontale
corrispondente a quel livello di prezzo. La diminuzione del
prezzo fa aumentare il surplus del consumatore in due
modi: accrescendo il surplus di chi avrebbe acquistato il
bene anche al prezzo originario, ma lo può acquistare a
un prezzo inferiore e inducendo nuovi consumatori ad
acquistare il bene al prezzo più basso. Un aumento del
prezzo, invece, riduce il surplus del consumatore in
maniera simmetrica.

Il consumatore marginale è colui il cui prezzo di riserva è uguale al costo bel bene. Il
consumatore intermarginale invece è colui che ha un prezzo di riserva maggiore del
prezzo del bene.

Il costo del venditore è il prezzo minimo a cui un potenziale venditore è disposto a


vendere. Tale concetto di costo è associato all’esborso di denaro finalizzato alla
produzione di un bene. Il costo del venditore include oltre alle spese monetarie anche
eventuali costi opportunità.

Il surplus individuale del produttore è il beneficio netto


che il singolo venditore trae della vendita del bene ed è pari
alla differenza fra il suo costo e il prezzo incassato.

Il surplus totale del produttore in un mercato è la somma


del surplus individuale del produttore di tutti i venditori del
bene. Il surplus totale del produttore derivante dalla vendita
di un bene a un dato prezzo è pari all’area compresa tra la
curva di offerta e una semiretta orizzontale corrispondente a
quel livello. L’are del surplus del produttore rappresenta il
guadagno che i produttori ricevono dalla vendita di quel
bene. L’aumento del prezzo di un bene accresce il surplus del produttore in due modi:
incrementando il surplus di chi avrebbe venduto ad un prezzo originario, e che può
vendere a un prezzo superiore e inducendo nuovi produttori a vendere il bene a un prezzo
più elevato. Una diminuzione del prezzo riduce il surplus del produttore in maniera
simmetrica.

Riducendo il benessere di un individuo aumento il benessere di un altro individuo.


Modificando l’allocazione del benessere si va a peggiorare la situazione. Il mercato
fornisce quanto necessario per la distribuzione.

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Il surplus totale misura il beneficio che la società trae dagli scambi in un mercato.

I mercati di solito sono efficienti. Possiamo dimostrarlo verificando cosa accade se, a
partire da una posizione di equilibrio, si riallocano il consumo con le vendite, o si varia la
quantità scambiata del bene. Qualsiasi risultato diverso dall’equilibrio di mercato riduce il
surplus totale, ciò significa che l’equilibrio di mercato è efficiente.

Un’economia composta da mercati efficienti è a propria volta efficiente, anche se di fatto


impossibile nella realtà. I pilastri dell’efficienza sono i diritti di proprietà e l’azione dei
prezzi quali segnali economici. In alcune condizioni può verificarsi un fallimento del
mercato.

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Controllo dei prezzi e della


quantità: interferire con i mercati.
Per ragioni politiche i governi intervengono sui mercati per regolare i prezzi imponendo
dei limiti ai prezzi. Si possono avere due tipi di forme:

- Il livello massimo di prezzo (limite superiore): è il prezzo massimo che i venditori


possono praticare;

- Il livello minimo di prezzo (limite inferiore): è il prezzo minimo che i compratori


devono pagare.

Nel caso in cui i governi impongano un limite massimo di prezzo, i venditori hanno un
minor incentivo a offrire beni e servizi, di conseguenza la quantità offerta rispetto alla
situazione di libero mercato è minore. Al tempo stesso però i consumatori hanno maggior
incentivo ad acquistare ad un livello di prezzo minore rispetto alla situazione di libero
mercato, di conseguenza la quantità domandata aumenta, si crea cosi una penuria di
beni e servizi. Se invece il livello massimo di prezzo imposto è superiore al prezzo di
equilibrio, non si avrà alcun effetto.

Ogni penuria causata dal controllo dei prezzi, può essere gravemente dannosa perché
crea inefficienza.

L’equilibrio di mercato porta alla vendita e all’acquisto della


quantità giusta, cioè quella quantità che massimizza la
somma del surplus del consumatore e del surplus del
produttore. La perdita secca è la perdita di surplus totale
che si genera ogni qualvolta un’azione o una politica riduce
la quantità scambiata al di sotto del livello di equilibrio di
un mercato efficiente.

Oltre alla perdita secca abbiamo un altro tipo di inefficienza. Un livello massimo di prezzo
spesso genera inefficienza sotto forma di un’allocazione inefficiente ai consumatori:
alcuni individui che hanno una necessità impellente del bene sono disposti a pagare un
prezzo più elevato non riescono a procurarselo, altri pur avendo una minore necessità e
un’inferiore disponibilità a pagare riescono ad ottenerlo.

Un'altra forma di inefficienza causata da un livello massimo di prezzo è lo spreco di


risorse: gli individui sono costretti a impiegare tempo, denaro ed energie a causa della
situazione di penuria provocata dal provvedimento. Abbiamo poi un'altra forma di
inefficienza provocata da un livello massimo di prezzo ed è la quantità inefficientemente
scadente del bene: i venditori offrono beni di qualità scadente anche se i compratori
sarebbero disposti a pagare di più per beni di qualità superiore.

Un’ultima conseguenza negativa dei limiti massimi di prezzo è il mercato nero. un


mercato nel quale si scambiano illegalmente beni e servizi, o perché lo scambio è
proibito, o perché il prezzo applicato è maggiore del livello massimo imposto per legge.

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Un livello minimo di prezzo fissa il prezzo minimo di mercato a un livello superiore a quello
di equilibrio, arrecando beneficio a chi riesce comunque a vendere il bene, ma creando
una situazione di eccedenza persistente: il prezzo è mantenuto artificialmente al di sopra
del livello di equilibrio, quindi la quantità domandata è minore di quella di equilibrio, e la
quantità offerta maggiore. Anche in questo caso emergono alcuni problemi: perdita secca
dovuta a quantità inefficientemente bassa, allocazione inefficiente delle vendite tra i
venditori, spreco di risorse e qualità inefficientemente elevata. Inoltre, un livello minimo di
prezzo incoraggia le attività illegali e il mercato nero. Il salario minimo è il livello minimo
legale imposto al salario, che è il prezzo di mercato del lavoro ed è il livello minimo di
prezzo maggiormente conosciuto.

Un controllo della quantità, stabilisce la massima quantità di un bene che può essere
scambiata sul mercato. La quantità totale che può essere scambiata legalmente è detta
limite imposto dal contingentamento. Inoltre una licenza conferisce al titolare il diritto a
vendere un bene. Un controllo della quantità, o contingentamento, crea un differenziale
fra il prezzo di domanda e il prezzo di offerta, ciò vuol dire che il prezzo pagato dagli
acquirenti è più elevato di quello incassato dai venditori. La differenza invece fra il prezzo
di domanda e il prezzo di offerta in corrispondenza del limite imposto dal
contingentamento è la rendita della quota, ovvero il guadagno che i titolari della licenza
realizzano. Tale rendita della quota corrisponde al prezzo di mercato della licenza.

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L’elasticità.
L︎’elasticità della domanda rispetto al prezzo è la variazione percentuale della quantità
domandata in risposta ad una variazione percentuale del prezzo. Tale formula si esprime
con: variazione della quantità domandata (variazione della quantità domandata / quantità
iniziale) la variazione del prezzo (variazione del prezzo /prezzo iniziale). Un altro modo per
calcolare l’elasticità è con il metodo del punto medio con tale modo si vanno a calcolare
le variazioni di una variabile in rapporto alla media del suo valore iniziale e finale.



La domanda è perfettamente anelastica se la quantità domandata non è affatto reattiva
a variazioni del prezzo. Se la domanda è perfettamente anelastica la curva di domanda è
una semiretta verticale, perché per ogni possibile variazione di prezzo è nulla, l’elasticità
della domanda al prezzo in questo caso è zero.

La domanda, invece, è perfettamente elastica se qualsiasi aumento di prezzo riduce la
quantità domandata a zero. Se la domanda è perfettamente elastica, la curva di domanda
è una retta orizzontale. 

In conclusione si può affermare che: la domanda è elastica se il valore dell’elasticità della
domanda al prezzo è maggiore di 1, in tal caso l’effetto di quantità prevale sull’effetto di
prezzo, una diminuzione del prezzo causa un aumento dei ricavi; la domanda è anelastica
invece se è minore di 1, l’effetto di prezzo prevale sull’effetto della quantità, una
diminuzione del prezzo causa una riduzione dei ricavi; la domanda ha elasticità unitaria se
il suo valore è esattamente 1, i due effetti si compensano a vicenda, i ricavi non variano al
variare del prezzo. 

La distinzione tra domanda elastica, anelastica e unitaria è importante perché aiuta a
prevedere l’effetto di una variazione del prezzo sul ricavo totale realizzato da chi vende il
bene. Il ricavo totale è definito come il valore totale derivante dalla vendita di un bene o
servizio, e si calcola moltiplicando il prezzo del bene per la quantità venduta.


Nella maggior parte delle curve di domanda, l’estinti al prezzo varia al variare del punto
della curva in cui è calcolata.

I principali f︎︎attori che determinano l’elasticità della domanda sono:

- La disponibilità di beni sostituti. L’elasticità tende ad essere elevata se ci sono altri


beni che i consumatori ritengono simili e che sarebbero disposti a consumare al posto
di quello il cui prezzo è aumentato.

- Il fatto che il bene sia di prima necessità o di lusso. L’elasticità tende ad essere bassa
se il bene è necessario, tende invece ad essere elevata se il bene è di lusso.

- La quota di reddito spesa nell’acquisto del bene. L’elasticità tende ad essere bassa se
la spesa per l’acquisto del bene non rappresenta una modesta quota del reddito del
consumatore. In tal caso una variazione significativa del prezzo non produce alcun
effetto.

- il tempo trascorso dalla variazione del prezzo del bene. In genere l’elasticità della
domanda al prezzo è tanto maggiore quanto più tempo i consumatori hanno a
disposizione per adeguarsi alla variazione del prezzo. Ciò significa che l’elasticità di
lungo periodo è maggiore di quella di breve periodo.

L’ elasticità incrociata della domanda rispetto al prezzo è la variazione percentuale


della quantità domandata di un bene in risposta ad una variazione percentuale del prezzo
di un altro bene. Si calcola come il rapporto tra la variazione percentuale della quantità
domandata di un bene e la variazione percentuale del prezzo dell’altro.

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L’elasticità della domanda rispetto al reddito è la variazione percentuale della quantità


domandata in risposta ad una variazione percentuale del reddito dei consumatori. La
domanda di un bene è elastica al reddito se l’elasticità della domanda rispetto al reddito
ha un valore maggiore di 1. La domanda di un bene invece è anelastica al reddito se
l’elasticità della domanda al reddito è minore di 1.

Per misurare la reazione dei produttori alle variazioni del prezzo prendiamo in
considerazione l’elasticità dell’offerta al prezzo. È definita in modo simile della domanda
al prezzo e viene calcolata:

Una curva di offerta è perfettamente anelastica se l’elasticità dell’offerta al prezzo è nulla,


di modo che una qualsiasi variazione del prezzo non ha alcun effetto sulla quantità
offerta. Se l’offerta è invece perfettamente anelastica, la curva di offerta è una semiretta
verticale.

Una curva di offerta è perfettamente elastica se una diminuzione minuscola del prezzo
provoca un aumento incommisurabile della quantità offerta, per cui l’elasticità dell’offerta
al prezzo è infinita. Se l’offerta è perfettamente elastica, la cura di offerta è una semiretta
orizzontale. L’elasticità dell’offerta al prezzo dipende dalla disponibilità di fattori di
produzione, dalla facilità con cui è possibile destinarli ad usi alternativi e dal tempo
intercorso dalla variazione del prezzo.

L’︎ELASTICITÀ DELLA DOMANDA E DELL︎OFFERTA - SCHEMA.

DOMANDA ANELASTICA -> elasticità della domanda al prezzo minore di 1;

DOMANDA ELASTICA -> elasticità della domanda al prezzo maggiore di 1;

DOMANDA UNITARIA -> elasticità della domanda al prezzo uguale a 1;

BENI SOSTITUTI -> elasticità positiva;

BENI COMPLEMENTARI -> elasticità negativa;

BENI NORMALI -> elasticità al reddito positiva;

BENI INFERIORI -> elasticità al reddito negativa;

ELASTICA AL REDDITO -> maggiore di 1;

ANELASTICA AL REDDITO -> minore di 1;

OFFERTA ANELASTICA -> elasticità nulla;

OFFERTA ELASTICA -> elasticità infinita︎.

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La tassazione.
L︎’accisa è l’imposta che va a gravare sulle transazioni, cioè su ciascuna unità venduta di un bene
o di un servizio. Anche se la maggior parte delle entrate tributarie provengono dalle entrate
tributarie, le accise sono molto comuni. Le accise producono degli effetti sul mercato: i produttori
ad un prezzo maggiore offrono una quantità maggiore di beni viceversa se ne offrono di meno. Se
il governo aumenta l’accisa la curva di offerta trasla verso l’alto, e dato che all’aumentare
dell’accisa i consumatori pagano lo stesso prezzo ma i venditori del bene guadagnano di meno di
conseguenza la quantità offerta diminuisce. Se invece l’accisa grava sui consumatori la curva di
domanda trasla verso il basso.

Come il contingentamento, anche l’accisa genera inefficienza poiché va ad alterare gli


incentivi e impedisce il perfezionarsi di transazioni reciprocamente vantaggiose.

Secondo il principio generale dell’imposizione fiscale, che siano i venditori o i


consumatori a versare l’imposta non ha alcun effetto sul risultato di equilibrio.

La ripartizione dell’onere di un’accisa dipende dall’elasticità della domanda e dell’offerta.


Nel caso in cui abbi︎︎amo una domanda anelastica e un’offerta elastica l’accisa grava
principalmente sui consumatori. Possiamo inoltre affermare che secondo il principio
generale se l’elasticità della domanda al prezzo è bassa e quella dell’offerta è elevata,
l’accisa graverà sui consumatori.

Nel caso opposto invece, cioè se abbiamo una domanda elastica ma un’offerta
anelastica, l’accisa andrà a gravare principalmente sui produttori. Possiamo affermare
secondo il principio generale che anche in questo caso se abbiamo un’elasticità al prezzo
elevata e un’elasticità dell’offerta al prezzo bassa, l’accisa graverà principalmente sui
produttori.

Il beneficio di un'imposta è il gettito che genera per l'erario e che permette al governo di
finanziare i servizi che offre; questo beneficio ha un costo che di solito è superiore al
beneficio, cioè gli importi versati da produttori e consumatori.

L'aliquota fiscale è l'ammontare dell'imposta che i contribuenti sono tenuti a versare su


ogni unità di ciò che viene tassato; a volte è definita in euro, altre volte in percentuale.

Il gettito corrisponde all'area evidenziata e viene


calcolata:


Area= base x altezza => gettito.


Tra l'aliquota e il gettito c'è una relazione, in generale si può affermare che il raddoppio
dell'aliquota non comporta il raddoppio del gettito, perché all'aumentare dell'imposta la
quantità di bene scambiato diminuisce. Inoltre si può affermare che se l'aliquota viene
fissata ad un livello eccessivamente elevato da scoraggiare il numero delle transazioni, il
gettito diminuisce. L'inefficienza complessiva provocata da un'imposta è la somma
della perdita secca e dei costi amministrativi. Secondo una regola generale, a parità delle
altre condizioni, il sistema tributario deve essere configurato in modo tale da minimizzare
l'inefficienza totale per la società.

Un’accisa genera una perdita secca perché scoraggia transazioni reciprocamente


vantaggiose: in particolare la perdita secca è pari alla perdita di surplus del produttore

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dovuta alla mancanza di transazioni. Pertanto, quanto


maggiore è il numero di transazioni che non si
perfezionano a causa dell’imposta, tanto è maggiore
la perdita secca. Un’imposta du un bene la cui
domanda e/o offerta è elastica provoca una notevole
riduzione della quantità scambiata, di conseguenza,
una perdita secca relativamente pronunciata. Se
invece ci troviamo in una situazione in cui l’imposta su
un bene è anelastica essa causa una modesta
riduzione della quantità scambiata e dunque, una
perdita secca relativamente contenuta. Se l’obiettivo è
minimizzare la perdita secca provocata dall’imposta bisogna tassare i beni e i servizi la
cui domanda o offerta è anelastica. Se invece si vuole ricorrere all’imposizione fiscale per
ridurre le attività dannose allora tale provvedimento è maggiore quanto più quell’attività
ha una domanda elastica.

Quando parliamo di imposte facciamo riferimento a due principi di equità fiscale.

- Secondo il principio delle prestazioni e controprestazioni, l’onere di un’imposta


dovrebbe essere sostenuta dai benefici della spesa pubblica che quell’imposta va a
finanziare. Tale principio coniuga con la teoria della spesa pubblica secondo la quale è
necessario l’intervento dello Stato per fornire beni e servizi che il mercato da sé non
offrirebbe

- Secondo il principio della capacità contributiva, un’imposta deve gravare in misura


preponderante su chi è maggiormente in grado di pagarla.

- Si ha poi un’imposta forfettaria che viene pagata da tutti i contribuenti in ugual misura,
a prescindere dalle azioni o dai comportamenti individuali. Esse sono considerate
meno eque dei tributi il cui ammontare è proporzionale al valore delle transazioni.

In un sistema fiscale ben configurato si ha sempre un trade-off fra equità ed efficienza: il


sistema stesso può essere reso più efficiente solo a discapito dell’equità, e viceversa

Tutte le imposte sono costituite da due componenti:

- La base imponibile è la misura o il valore ce determina l’ammontare dell’imposta che


un individuo deve pagare;

- La struttura fiscale è il modo in cui l’imposta dipende dalla base imponibile


solitamente ed è espressa in percentuale.

Abbiamo diversi tipi di imposte: sul reddito, sui ruoli paga, sulle vendite, sui profitti, sugli
immobili e sul patrimonio. Inoltre, le imposte possono essere progressive e regressive:

- Un’imposta progressiva è versata in misura proporzionalmente maggiore dei contribuiti


ad alto reddito.

- Un’imposta regressiva è versata in misura proporzionalmente maggiore dei


contribuenti a basso reddito.

Viene definita aliquota marginale la percentuale di imposta versata su ogni incremento di


reddito.

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Il commercio internazionale.
I beni e i servizi venduti all’estero costituiscono le esportazioni, mentre i beni e i servizi
acquistati all’estero costituiscono le importazioni. Il commercio internazionale non è solo
il modo in cui i paesi interagiscono economicamente.

Gli economisti utilizzano il termine autarchia per descrivere una situazione in cui un
paese non intrattiene scambi commerciali con altri paesi.

Il commercio internazionale apporta benefici per entrambi i paesi che lo intraprendono:

gli scambi internazionali, dunque, provocano un aumento della produzione mondiale di


beni, tale beneficio porta i paesi all’autosufficienza, cioè a produrre autonomamente il
paniere di beni che consumano.

A tal punto la produzione totale mondiale aumenta, rendendo possibile un più elevato
standard di vita.

Il prezzo relativo è il prezzo di un bene in termini di un altro nei mercati internazionali.


Tale prezzo deve soddisfare una particolare condizione in cui nessun paese deve pagare
un prezzo superiore al proprio costo-opportunità di produrre quel bene in regime di
autarchia. Una volta soddisfatta tale condizione, il prezzo relativo effettivo è determinato
nei mercati internazionali della domanda e dell’offerta.

Es. Se gli USA acquistano le componenti auto dal Messico il prezzo non può essere più
alto di quello che avrebbe il corrispettivo in aeroplani.

I benefici del commercio internazionale non dipendono dal vantaggio assoluto, bensì dal
vantaggio comparato, infatti esso è alla base del commercio internazionale.

Si fa anche uso del modello ricardiano del commercio internazionale, ovvero del
modello con la frontiera delle possibilità produttive (FFP) rappresentata da delle rette, con
cui si fa un’analisi del commercio internazionale attraverso l’ipotesi di costi-opportunità
costanti.

Il vantaggio comparato deriva da tre fonti principali che sono:

- La differenza di clima, determinante nella produzione soprattutto di beni alimentari;

- La differenza nelle dotazioni di fattori, a causa di elementi geografici e storici, le


combinazioni di fattori disponibili differiscono da un paese all’altro. La relazione tra
vantaggio comparato e disponibilità dei fattori è illustrata nel modello Heckscher-Ohlin,
secondo il quale un paese tende ad avere un vantaggio comparato rispetto a quei beni
la cui produzione richiede un uso intensivo dei fattori abbondantemente disponibili nel
paese. I due concetti fondamentali di questo modello sono:

- L’abbondanza dei fattori, cioè la disponibilità complessiva di un fattore rispetto ad


altri;

- L’intensità fattoriale si riferisce al fatto che le imprese impiegano i fattori di


produzione in rapporti differenti a seconda del bene prodotto.

- La differenza nelle tecnologie.

Quando parliamo di commercio internazionale, è necessario introdurre tre concetti:


domanda interna (quantità domandata dai consumatori di un paese), offerta interna
(quantità offerta dai produttori di un paese) e autarchia (assenza di scambi internazionali,
tutto prodotto e consumato internamente al paese.

In autarchia, avremo un equilibrio (quantità QA e prezzo PA di autarchia)).

A livello internazionale:

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Prezzo mondiale Pw > PA I produttori interni possono vendere al prezzo più alto
all’estero, contraendo l’offerta interna fino a che il prezzo diventa pari a Pw
Esportazioni!

La curva di domanda interna di un bene mostra la relazione tra la quantità domandata


dagli abitanti di un paese stesso e il prezzo del bene.

La curva di offerta interna di un bene, invece, mostra la relazione tra la quantità offerta
dai produttori di un paese e il prezzo del bene.

Il prezzo mondiale è il prezzo al quale il bene può essere acquistato o venduto all’estero.

In una situazione di autarchia l’equilibrio di tale mercato sarebbe determinato


dall’intersezione delle due curve e il surplus del consumatore e del produttore sono pari.

A seguito dell’apertura di un mercato alle importazioni si registra un incremento netto del


surplus totale.

Gli esportatori, a causa del prezzo internazionale più elevato, possono acquistare nel
mercato interno e rivenderli in quello internazionale, realizzando un profitto, di
conseguenza il prezzo interno aumenta fino a raggiungere il prezzo mondiale, e la
quantità dei consumatori interni diminuisce. Come le importazioni, le esportazioni
provocano un aumento del surplus totale del paese esportatore.

Il commercio internazionale tende a stimolare la domanda dei fattori relativamente


abbondanti e a ridurre quella dei fattori scarsi; di conseguenza, i prezzi dei fattori
abbondanti tendono ad aumentare mentre quelli dei fattori scarsi a diminuire.

Effetti di surplus: Esportazioni

1. Il consumatore perde una parte del suo surplus rispetto all’autarchia, a causa
dell’aumento di prezzo. Questo surplus viene trasferito al produttore.

2. Oltre all’aumento al punto 1, il produttore ottiene anche interamente il beneficio dello


scambio, perché si apre al mercato internazionale (vende di più rispetto al caso di
autarchia).

3. Il surplus totale aumenta rispetto all’autarchia, tutto a vantaggio del produttore.

Consideriamo ora il caso di Pw < PA I produttori interni possono comprare al prezzo


più basso e rivendere, e il prezzo diventa pari a Pw Importazioni!

Effetti di surplus: Importazioni

1. Il produttore perde una parte del suo surplus rispetto all’autarchia, a causa della
diminuzione di prezzo. Questo surplus viene trasferito al consumatore.

2. Oltre all’aumento al punto 1, il consumatore ottiene anche interamente il beneficio


dello scambio, perchè compra di più rispetto al caso di autarchia.

3. Il surplus totale aumenta rispetto all’autarchia, tutto a vantaggio del consumatore.

Effetti sui prezzi dei fattori.

Il commercio internazionale ha effetti non solo sul mercato del bene scambiato (domanda
e offerta), ma anche sui mercati dei fattori produttivi, che si spostano da un settore
all’altro. Un settore che si apre alle importazioni internazionali, infatti, tende a contrarsi,
mentre quello che entra nel commercio internazionale (esporta) tende ad espandersi.

Nel settore “esportatore” aumenta la domanda di fattori (esempio: lavoro), perché la


produzione deve soddisfare un mercato più grande. Questo porta il prezzo di quel fattore
a salire (nel caso del lavoro: il salario) a causa dello spostamento verso destra della curva
di domanda.

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Nel settore “importatore” diminuisce la domanda di fattori (esempio: lavoro), perché la


produzione si contrae a causa della concorrenza internazionale.

Questo porta il prezzo di quel fattore a scendere (nel caso del lavoro:il salario) a causa
dello spostamento verso sinistra della curva di domanda.

Il commercio internazionale tende a far lievitare il prezzo di fattori abbondantemente


disponibili e ridurre quello dei fattori relativamente scarsi. Un paese che è abbondante di
un fattore tende ad essere esportatore nei settori di cui quel fattore è intenso.

Esempio: Cina e Bangladesh producono abbigliamento, perché settore ad alta intensità di


lavoro, di cui i due paesi sono ricchi.

Esempio: Raffinerie di petrolio sono invece ad alta intensità di capitale, le più importanti si
trovano in USA.

Conclusione: Il commercio internazionale tende a redistribuire il reddito dei fattori meno


abbondanti nel paese a quelli più abbondanti.

(Corollario: uno stato ricco di laureati ma povero di manodopera poco qualificata tenderà
ad esportare in settori dove viene richiesta alta specializzazione e questo porta a una
redistribuzione di reddito da lavoratori poco qualificati a laureati.)

La maggior parte degli economisti è a favore dell’economia di libero scambio ma il


governo non mira a ridurre o incrementare i livelli di importazioni ed esportazioni che si
realizzerebbero per effetto dell’interazione domanda-offerta. Nella realtà molti governi
praticano il protezionismo, cioè la protezione commerciale di produttori interni della
concorrenza internazionale.

Le due forme più comuni di protezionismo sono:

- I dazi, cioè imposte sulle importazioni, una particolare forma di accisa che si applica ale
vendite di beni importati. Questi innalzano il prezzo interno al di sopra del prezzo
mondiale, danneggiando i consumatori, apportando un beneficio ai produttori e
generando entrate per lo Stato. Di conseguenza il surplus totale diminuisce.

- Il contingentamento delle importazioni. Questo è un limite legale sulle quantità di un


bene che è possibile importare: ha lo stesso effetto del dazio, l’unica differenza è che il
ricavo non va al governo ma ai possessori delle licenze di importazione.

Tale protezionismo riflette l’influenza politica dei produttori interni che competono con le
importazioni dell’estero. Il protezionismo, inoltre ha natura prettamente politica.

Il protezionismo ha come lato positivo la creazione di posti di lavoro, infatti evitando la


concorrenza di importazioni, vengono protetti settori (es. protezione del made in Italy). Si
proteggono inoltre le industrie nascenti (Anni ’50: tentativo di paesi latinoamericani di
diventare industriali e non esportatori di materie prime). Il problema sta invece nel fatto
che i produttori sono un piccolo gruppo coeso, mentre i consumatori sono un grande
gruppo poco coeso.

Esempio. USA limitano importazione di zucchero, e questo raddoppia il prezzo pagato dai
consumatori a favore di poche migliaia di produttori

I trattati commerciali internazionali sono accordi mediante i quali i paesi si impegnano


a ridurre le proprie misure protezionistiche in cambio della promessa che gli altri paesi
faranno altrettanto.

Il libero scambio è reso possibile e governato da Trattati commerciali internazionali mirati


a ridurre le misure protezionistiche dei paesi partecipanti agli accordi.

• North American Free Trade Agreement (NAFTA): USA, Messico, Canada → Assenza di
barriere e paesi decidono i propri dazi

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• Unione Europea (UE): 28 nazioni → Assenza di dogane e dazi prelevati in egual misura
su tutti i beni extra UE

• World Trade Organization (WTO): Coordina trattati globali e risolve dispute: Dazi UE
contro importazione banane dal centro America ridotti, Sussidi cotone USA e disputa
con il Brasile, Protezionismo accettato in casi di concorrenza estera sleale o aumenti
repentini importazioni (Pneumatici Cina-USA).

La globalizzazione porta una disuguaglianza: come visto, cambiando i prezzi dei fattori,
il libero scambio ha forti effetti redistributivi nel mercato del lavoro. I paesi più avanzati
sono importatori di beni ad alta intensità di lavoro non-specializzato (e questo riduce il
salario) ed esportatori di beni ad alta intensità di conoscenza (e questo aumenta il salario
delle classi alte della popolazione). Esempio più importante è la Cina, dove i salari
continuano ad esser molto più bassi di quelli occidentali.

Si ha un outsourcing, un’ impresa nazionale si rivolge a fornitori stranieri per alcune


mansioni (es. call center indiani).

La vera sfida sta nel distribuire più uniformemente i benefici della globalizzazione.

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Il processo decisionale degli


individui e delle imprese.
Il consumatore sceglie in base a quanto spende e al beneficio che ne ricava, il produttore
invece, sceglie per decidere quanto produrre prefigurando dei ricavi in relazione ai costi. Il
vantaggio del consumatore si chiama utilità, esso infatti in relazione ad un bene ha una
funzione di utilità. Questa funzione è sempre concava (positiva decrescente), tende cioè
ad azzerarsi man mano che aumenta la quantità del bene consumata.

In microeconomia si fa un’ipotesi, più aumenta il consumo del bene e più aumenta


l’utilità. L’utilità totale è la somma delle utilità marginali, mentre l’utilità marginale è
quella che considera un’utilità in più (quindi acquistando un’unità in più il vantaggio
marginale è legato a quell’unità in più).

Per esaminare la relazione fra i costi-opportunità e gli esborsi monetari, gli economisti
ricorrono ai concetti di costo esplicito e costo implicito.

- Un costo esplicito è un costo che comporta un esborso monetario.

- Un costo implicito è quel costo che non richiede un esborso monetario, ma è


commisurato al valore monetario del beneficio a cui si deve rinunciare.

I profitti contabili sono la differenza tra benefici (ricavi) e costi espliciti, mentre i profitti
economici sono il risultato della differenza tra benefici, costi espliciti e costi impliciti.

In genere quando parliamo di profitto, gli economisti fanno riferimento al profitto
economico e non al profitto contabile.

Il capitale è il valore totale dell’attività di un individuo o di un’impresa. Il capitale di un


individuo è dato dal saldo liquido del C.C. bancario, dal suo portafoglio e dal valore delle
sue proprietà. Nel caso delle imprese invece il capitale comprende anche i beni mobili
materiali (attrezzature e macchinari) e i beni immagazzinati (beni non ancora venduti).

L’Homo Economicus è razionale ed ottimizzante: sceglie ciò che gli dà il massimo


beneficio, ovvero il massimo profitto economico attraverso una scelta intrapresa secondo
il principio della scelta tra attività alternativa, principio secondo il quale, nello scegliere fra
due attività bisogna prediligere quella che offre un profitto economico positivo. Tale scelta
si basa su valori marginali.

Molte decisioni economiche comportano una scelta fra alternative, ma molte altre hanno
natura quantitativa. Tutte le decisioni quantitative sono decisioni al margine. A tal
proposito facciamo riferimento attraverso l’analisi marginalità che mette a confronto il
costo ed il beneficio marginale.

Il costo marginale è il costo aggiunto necessario per produrre un’unità in


più di un bene o servizio (il costo totale è la somma dei costi marginali), e la
curva dei costi marginali descrive graficamente la relazione tra il costo di
produzione e la quantità già prodotta. In genere la curva di costo marginale
è crescente, cresce al crescere della quantità prodotta.

Il beneficio marginale è il beneficio aggiuntivo ottenuto mediante la


produzione o il consumo di un’unità in più di tale bene o servizio, e la curva
di beneficio marginale descrive graficamente la relazione tra il beneficio
generato dalla produzione o consumo e la quantità già prodotta. La curva di
beneficio marginale è decrescente, diminuisce al crescere della quantità
prodotta o della quantità consumata.

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Secondo l’analisi marginalista, la quantità ottimale è quella che massimizza i profitti o


l’unità totale, ed è quella in corrispondenza della quale il beneficio marginale è superiore o
uguale al costo marginale. È quindi un procedimento da adottare per trovare la quantità
ottima nel caso in cui il processo decisionale riguardi un numero limitato di quantità
possibili.

Continuare ad incrementare la quantità fino al punto in cui il beneficio marginale di una


unità addizionale è maggiore o uguale al relativo costo marginale, fermandosi prima che il
beneficio marginale diventi minore del costo marginale. Quando una decisone
quantitativa concerne una quantità relativamente grande la regola è: la quantità ottimale,
cioè quella che massimizza il profitto, è la quantità più elevata in corrispondenza della
quale il beneficio marginale è uguale al costo marginale. Tale regola generale prende il
nome di principio dell’analisi marginalista per la massimizzazione del profitto, che può
essere applicato a tutte e decisioni quantitative nelle quali l’obiettivo è quello di
massimizzare il profitto totale di un’attività. ︎ ︎ ︎ ︎ ︎ ︎ ︎ ︎ ︎ ︎ ︎ ︎ ︎ ︎ ︎ ︎ ︎ ︎ ︎ ︎ ︎ ︎ ︎ ︎ ︎ ︎ ︎ ︎

Altri elementi che influenzano o meno la scelta sono i costi sommersi, cioè quei costi
che sono già stati sostenuti e che non possono essere recuperati. Nelle decisioni
economiche riguardanti scelte future tali costi andrebbero ignorati.

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Il consumatore razionale.
Il consumatore razionale confronta il suo beneficio marginale con il suo costo marginale e
con la sua funzione di utilità. Il beneficio è identificato dalla soddisfazione che a sua volta
viene identificata dalla funzione di utilità.

L’utilità del consumatore è una misura del beneficio, o della soddisfazione, che un
consumatore ottiene dal possesso o dal consumo di un bene o servizio.

Il paniere di consumo invece è l’insieme di tutti i beni e servizi che il consumatore


acquista.

La funzione di utilità associa ad ogni paniere di consumo un livello di utilità. In linea


generale indica l’utilità totale che un individuo trae dal proprio paniere di consumo.
Distinguiamo l’unità totale dall’utilità marginale. L’utilità marginale di un bene o servizio è
la variazione dell’unità totale prodotta dal consumo di un’unità
addizionale di quel bene o servizio. La curva di utilità
marginale mostra come l’utilità marginale dipende dalla
quantità consumata di beni o servizi.

Secondo il principio dell’utilità marginale decrescente l’utilità


generata da un’unità addizionale di un bene o servizio
diminuisce progressivamente all’aumentare della quantità in
possesso del consumatore.

Ovvero l’utilità generata da un’unità addizionale di un bene è


sempre minore di quella generata dall’unità precedente.

Il vincolo di bilancio impone che il costo del paniere di consumo di un individuo non sia
superiore al suo reddito totale. Esso è un limite posto alla possibilità di consumo di un
individuo; la redditività totale è il limite massimo. Ovvero il costo del paniere di consumo
che acquista non può essere superiore al suo reddito totale.

Le possibilità di consumo sono l’insieme dei panieri di beni che può


acquistare, dato il suo reddito ed i prezzi dei beni. È rappresentato
dall’area sottostante la retta di bilancio, e quest’ultima mostra i panieri
di consumo che un consumatore può acquistare se spende tutto il suo
reddito.

La scelta del paniere di consumo ottimo cioè il paniere che ottimizza il


trade-off, è quello che massimizza l’utilità del consumatore dato il suo
vincolo di bilancio.

L’utilità marginale per euro speso nell’acquisto di un bene o un servizio è l’utilità


addizionale che deriva dalla spesa di un euro in più per quel bene o servizio. Il
consumatore massimizza la sua utilità, dato il suo vincolo di bilancio.

L’utilità marginale per euro speso nell’acquisto di un bene o un servizio è l’utilità


addizionale che deriva dalla spesa di un euro in più per quel bene o servizio. Il
consumatore massimizza la sua utilità, dato il suo vincolo di bilancio, quando l’utilità per
euro speso in ciascuno dei beni o servizi che acquista è la stessa.

L’utilità marginale per euro speso su ciascun bene diminuisce all’aumentare del consumo
di quel bene causa del principio dell’utilità marginale decrescente.

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La curva di domanda individuale, che esprime la relazione tra il consumo individuale di un


bene e il suo prezzo, ha di solito pendenza negativa. Di conseguenza la curva di
domanda di mercato ha ugualmente pendenza negativa e si ottiene dalla somma
orizzontale delle curve di domanda individuali di tutti i consumatori. Un altro modo per
interpretare la pendenza negativa della curva di domanda è concentrarsi sul costo-
opportunità.

L’effetto della variazione del prezzo sulla quantità è una caratteristica onnipresente detta
effetto di sostituzione, è una conseguenza della variazione del prezzo di un bene e la
variazione della quantità consumata del bene dovuta alla sostituzione, da parte del
consumatore in quanto quel determinato bene e divenuto più costoso rispetto ad altri.

L’effetto di reddito è anch’esso conseguenza della variazione del prezzo di un bene e la


variazione della quantità del bene stesso, dovuta a un cambiamento del potere d’acquisto
complessivo del consumatore causato dalla variazione del prezzo del bene.

Tale effetto non ha rilevanza sul consumo individuale, pertanto la pendenza negativa della
curva di domanda è dovuta esclusivamente all’effetto di sostituzione.

Un bene di giffen è un ipotetico bene inferiore, su cui l’effetto di sostituzione e l’effetto di


reddito agiscono in senso opposto: l’effetto di sostituzione tende a causare una
diminuzione della quantità domandata, mentre l’effetto di reddito tende a produrre un
aumento della quantità domandata.

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Dietro la curva di offerta: fattori


di produzione e costi.
La funzione di produzione esprime la relazione fra la quantità di fattori di produzione
impiegati e la quantità di prodotto da essi ottenuta. Tali fattori possono essere distinti in:

- fattori di produzione fissi, cioè fattori la cui quantità in un determinato periodo di


tempo (breve periodo) è data e non può essere modificata.

- fattori di produzione variabili, cioè fattori la cui quantità può essere modificata in
qualunque momento.




La curva di prodotto totale descrive il modo in cui la quantità prodotta dipende dalla
quantità del fattore di produzione variabile, per ogni data quantità del fattore di
produzione fisso.

Il prodotto marginale di un fattore di produzione è la quantità aggiuntiva che si ottiene


utilizzando una unità addizionale di quel fattore di produzione.

La pendenza di una curva si misura dividendo la distanza


verticale tra due punti sulla curva per la distanza orizzontale
tra gli stessi.

Secondo la legge dei rendimenti decrescenti di un fattore di produzione aumentando la


quantità impiegata di un solo fattore, tenendo costante la quantità impiegata degli altri
fattori, il prodotto marginale del fattore diminuisce. All’aumentare della quantità di un
fattore fisso utilizzata, aumenta la produttività del fattore variabile.

La curva di prodotto totale e la curva di prodotto


marginale dipendono dal livello del fattore di
produzione fisso, all’aumentare della quantità di un
fattore fisso utilizzato, aumenta la quantità di un
fattore variabile.

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Il costo totale (CT) di una data quantità prodotta è uguale alla somma dei costi fissi (CF)
e dei costi variabili (CV), che si devono sostenere per produrre quella determinata
quantità.

Il costo marginale generato da una unità addizionale di prodotto è dato da:

La curva di costo totale descrive graficamente la relazione fra il costo totale e la quantità
prodotta, essa ha pendenza positiva: data la presenza dei costi variabili, quanto più la
produzione aumenta, tanto maggiore è il costo. A tal proposito la curva di costo medio
totale (CMT) è convessa.

- Decrescente in corrispondenza di bassi livelli di produzione.



Effetto ripartizione: quanto maggiore è la quantità prodotta, tanto maggiore è la
quantità su cui si ripartisce il costo fisso, di conseguenza tanto maggiore è il costo
medio fisso (CMF).

- Crescente in corrispondenza di livelli elevati di produzione.



Effetto dei rendimenti decrescenti: quanto maggiore è la quantità prodotta, tanto
maggiore è il fattore di produzione variabile necessario a produrre un’unità addizionale
e tanto maggiore è il costo medio variabile (CMV)

All’aumentare della quantità prodotta il prodotta marginale del fattore di produzione


variabile diminuisce, di conseguenza per produrre per produrre un’unità addizionale di
prodotto bisogna utilizzare quantità crescente del fattore (= costo marginale crescente).


Il costo marginale è la variazione di costo generata dalla produzione di un’unità
addizionale di un bene o servizio.

Tale costo corrisponde alla pendenza della curva di costo totale. La curva di costo
medio marginale incontra il punto medio di costo nel punto minimo.

La pendenza negativa della curva nel tratto iniziale è dovuta all’espansione iniziale a
partire da livelli molto bassi che apportano benefici in termini di specializzazione e
divisione del lavoro. Abbiamo rendimenti crescenti superato un certo limite (MIN C︎︎’).

Se il costo marginale è maggiore del costo medio totale, il costo


medio è crescente

Se il costo marginale è minore del costo medio totale,


quest’ultimo è decrescente.

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Il costo medio totale è pari al costo totale diviso la quantità complessivamente prodotta,
corrisponde quindi al costo per unità di prodotto.

Esso è importante perché indica al produttore quanto costa in media produrre un’unità di
prodotto. La curva di costo medio totale ha la caratteristica di essere convessa, dovuta
al modo in cui il costo medio totale prima diminuisce e poi aumenta all’aumentare della
quantità prodotta.

Il costo medio totale ha dei suoi elementi che sono:

- Costo medio fisso (CMF), esso diminuisce all’aumentare della quantità prodotta.

︎︎︎

︎ ︎

- Costo medio variabile (CMV) è una funzione crescente della quantità prodotta.

Un aumento della quantità prodotta ha due effetti sul costo medio totale:

1. Effetto di ripartizione quanto maggiore è la quantità prodotta, tanto maggiore sarà la


quantità su cui ripartire il costo fisso, tale effetto è molto pronunciato a bassi livelli di
produzione.

2. Effetto dei rendimenti decrescenti quanto maggiore è la quantità prodotta, tanto


maggiore è il fattore di produzione variabile necessario a produrre unità addizionali e
tanto maggiore è il costo medio variabile. In conclusione possiamo affermare che
l’effetto di ripartizione prevale sull’effetto dei rendimenti decrescenti e la curva di costo
medio totale ha pendenza negativa.

Il costo medio totale minimo ha forma convessa e raggiunge il livello minimo nel punto
più basso della curva. La quantità che corrisponde al costo medio totale minimo è detta
produzione in minor costo e in tale punto di minimo la curva di costo marginale interseca
quella di costo medio totale.

Si possono affermare tre principi:

- In corrispondenza del minor costo, il costo medio totale è uguale al costo marginale;

- Per quantità inferiori alla produzione di minor costo, il costo marginale è minore del
costo medio totale ed esso è decrescente;

- Per quantità invece superiori il costo marginale è maggiore del costo medio totale ed
esso è crescente. Spesso in corrispondenza di bassi livelli di produzione si hanno
rendimenti crescenti dei fattori, grazie ai benefici offerti dalla specializzazione e dalla
divisione del lavoro, ciò rende la curva di costo marginale convessa inizialmente
decrescente e successivamente crescente.

Nel lungo periodo il costo fisso diventa variabile il cui valore può essere determinato
dall’impresa. Per ogni livello di produzione esiste un livello di costo fisso che minimizza il
costo medio totale.

La curva di costo medio totale nel lungo periodo descrive la relazione fra la quantità
prodotta e il costo medio totale quando il costo fisso è stato scelto in modo da
minimizzare il costo medio totale per ogni dato livello di produzione.

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Si hanno rendimenti di scala crescenti (economie di scala) se il costo


medio totale di lungo periodo diminuisce ︎ ︎ ︎ ︎

Si hanno invece rendimenti di scala decrescenti (diseconomie di


scala), se il costo medio totale di lungo periodo aumenta all’aumentare
della quantità prodotta.

Si hanno, infine, rendimenti di scala costanti se il costo medio totale di
lungo periodo rimane costante all’aumentare della quantità prodotta.

La concorrenza perfetta e la curva di offerta.

La concorrenza perfetta è un mercato senza barriere in cui nessun


produttore e nessun compratore è sufficientemente grande rispetto alle dimensioni del
mercato, in termini di quote di mercato, da avere il potere di influenzare il prezzo di
equilibrio. In un mercato di concorrenza perfetta la curva di domanda è una retta
orizzontale.

In un mercato perfettamente concorrenziale tutti gli operatori di quel mercato (produttori e


consumatori) sono price-taker, il prezzo è stabilito dal mercato, nel punto di incontro tra
domanda e offerta.

Un settore perfettamente concorrenziale ha 3 caratteristiche fondamentali:

1. Ci sono molti produttori, nessuno dei quali con una quota di mercato rilevante;

2. Il prodotto è standardizzato: i beni sono percepiti dai consumatori come sostituti


perfetti;

3. C’è libertà di entrata e di uscita dal settore (una caratteristica importante per
l’efficienza dell’industria)︎︎: nuove imprese possono entrare facilmente nel settore e
imprese già esistenti possono uscire senza dover sostenere ulteriori costi, perché
sono libere di fare fallimento.

Nel grafico viene rappresentato che il costo marginale (C’)


cresce al crescere della produzione.

Beneficio marginale = costo marginale -> non è possibile
migliorare ancora di più il benessere perché già ci troviamo
in una situazione di ottimo.

Un produttore sceglie quanto produrre in base alla regola del prodotto ottimo: produrre la
quantità tale per cui il ricavo marginale è uguale al costo marginale. Peer un’impresa
price-takers il ricavo marginale è uguale al prezzo, e la curva di ricavo marginale è una
retta orizzontale con intercetta verticale in corrispondenza del prezzo. Questa impresa
determina la quantità da produrre in base alla regola del prodotto ottimo di un’impresa
price-taker: produrre la quantità tale per cui il prezzo è uguale al costo marginale.

La decisione di un’impresa di continuare a produrre o uscire dal mercato deve basarsi sul
profitto economico.

L’incrocio tra la curva del costo marginale e la curva del costo


medio totale corrisponde al prezzo di pareggio (o al CMT
minimo):

• Se P > CMT minimo l’impresa sta realizzando un profitto


positivo. Nel lungo periodo nuove imprese entrano nel settore;

• Se P = CMT minimo l’impresa sta realizzando un profitto

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nullo. Nel lungo periodo non si verificano né entrate né uscite dal settore;

• Se P < CMT minimo l’impresa sta realizzando una perdita. Nel lungo periodo le imprese
escono dal settore.

Quanto il profitto è positivo, il profitto unitario è P - CMT; quanto il profitto è negativo la


perdita unitaria è CMT - P.

Le imprese sono costrette a chiudere quando i ricavi delle vendite non sono
sufficientemente idonei a coprire i costi, tale punto viene chiamato punto di chiusura.

Se le imprese escono dal mercato la curva di offerta si sposta verso l’alto, il prezzo sale
fino a C’ che sarà poi il nuovo equilibrio.

Nel breve periodo, il costo fisso è irrilevante ai fini delle decisioni


relative ad una potenziale sospensione dell’attività, dal momento che
non può essere modificato. Ciò che invece è rilevante è il costo medio
variabile. Dal momento che la curva di costo marginale è convessa, la
curva di CMV di breve periodo è anch’essa convessa: l’iniziale
diminuzione del C’ fa diminuire anche il CMV, prima che l’aumento del
C’ marginale lo spinga nuovamente verso l’alto. Il punto di
intersezione tra il costo marginale e il costo medio variabile è il prezzo
di chiusura:

• Se P > CMV minimo nel breve periodo l’impresa produce; se P < CMT minimo l’impresa
copre tutti i costi variabili e parzialmente quelli fissi; se P > CMT minimo l’impresa copre
sia i costi fissi che quelli variabili.

• Se P = CMV minimo per l’impresa è indifferente produrre o cessare la produzione nel


breve periodo, copre solo i costi variabili.

• Se P < CMV minimo l’impresa cessa la produzione, dato che non copre nemmeno i
costi variabili.


Da qui si genera la curva di offerta individuale di breve periodo, che mostra come la
quantità ottima varia al variare del prezzo di mercato, dato il livello di costo fisso. 

Sommando tutte le curve delle varie imprese che appartengono
a un’industria otteniamo la curva di offerta dell’industria che
definisce prezzo e quantità di equilibrio.

La curva di offerta di settore, che esprime la relazione tra il
prezzo e la quantità prodotta di un settore industriale nel suo
complesso, dipende dal periodo di tempo considerato. La curva
di offerta di settore di breve periodo è la curva di offerta di
settore quando il numero di imprese è fisso; l’equilibrio di
mercato di breve periodo è dato dall’intersezione della curva di
offerta di breve periodo e la curva di domanda. 


Nel lungo periodo le imprese possono modificare i costi fissi: eliminandoli ed uscendo dal
settore, o acquisendone di nuovi ed entrando nel settore. 

La curva di offerta di lungo periodo è l’offerta di settore
quando si considera un tempo sufficientemente lungo da
consentire alle imprese di entrare e uscire dal settore.
Nell’equilibrio di mercato di lungo periodo, dato
dall’intersezione tra la curva di offerta di settore di lungo
periodo e della domanda, nessun produttore ha incentivo
ad entrare o uscire dal settore, dato che i profitti sono nulli.
La curva di offerta è perfettamente elastica in quei settori
con costi costanti; tuttavia può assumere pendenza

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positiva se un fattore della produzione è disponibile in quantità limitata, oppure può avere
pendenza negativa quando i costi sono decrescenti all’interno del settore. In ogni caso è
sempre più elastica della curva di breve periodo.

Nell’equilibrio di lungo periodo di un settore perfettamente concorrenziale la


massimizzazione del profitto porta tutte la imprese a produrre al medesimo costo
marginale, che è uguale al prezzo di mercato. La libertà di entrata e di uscita implica che
ogni impresa realizza un profitto economico nullo, producendo la quantità corrispondente
al suo costo medio totale minimo. Il risultato è efficiente perché tutti i consumatori con
disponibilità a pagare maggiore o uguale al costo marginale ottengono il bene desiderato.

“Partendo dalla situazione di partenza, c’è un aumento di domanda che implica un


aumento del prezzo, che diventa maggiore del prezzo di pareggio; ciò implica che i profitti
aumentano e si crea un extra-profitto; di conseguenza ciò che implica che il numero delle
imprese presenti nell’industria aumentano progressivamente; ciò però implica che la curva
di offerta diminuisce di conseguenza ciò fa sì che il prezzo diminuisce e torna ad essere
uguale al prezzo di pareggio, ciò implica un nuovo prezzo di equilibrio di conseguenza ciò
implica che il profitto torna nullo.”

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Il monopolio.
Il monopolio è una contraddizione al pensiero liberale.

Un’impresa è monopolista se è l’unico produttore di un bene o di un servizio che non ha
rivali di sostituti. Quando un’impresa è monopolista, il settore di cui opera è un
monopolio.

Nei sistemi economici più avanzati è difficile trovare monopoli puri, soprattutto a causa di
ostacoli giuridici. La differenza fondamentale tra un monopolio e un settore perfettamente
concorrenziale è che un’impresa in concorrenza perfetta interagisce con una curva di
domanda orizzontale, mentre il monopolista fronteggia una curva di domanda con
pendenza negativa. Ciò dà al monopolista potere di mercato: la capacità di alzare il
prezzo e contrarre la quantità di produzione rispetto a un’impresa perfettamente
concorrenziale. In un regime di monopolio i profitti non svaniscono: un monopolista
continua a realizzare profitti positivi anche nel lungo periodo.

Il monopolista è un price-taker perché ha potere di mercato.

Per essere duraturo un monopolio deve essere protetto da barriere all’entrata che
impediscono alle altre imprese di entrare nel settore;

Esistono 5 tipi diversi di barriere all’entrata.

1. Controllo di risorse o di fattori della produzione scarsi: un monopolista che


controlla una risorsa o un fattore di produzione cruciale per un particolare settore può
impedire ad altre imprese di entrare nel suo mercato;

2. Rendimenti di scala crescenti: in un settore caratterizzato da rendimenti di scala


crescenti, le imprese più grandi sono più redditizie e tendono ad escludere le imprese
più piccole. Per questo motivo le imprese già esistenti hanno un forte vantaggio di
costo e questa dà origine al monopolio naturale, in cui appunto il monopolista
produce una data quantità a un costo medio totale inferiore rispetto a due o più
imprese più piccole. La curva dei CMT del monopolista è decrescente per tutti i livelli
di produzione, in corrispondenza dei quali il prezzo è maggiore o uguale del costo
medio totale;

3. Superiorità tecnologica: un’impresa che riesce a mantenere un vantaggio


tecnologico sui potenziali concorrenti può creare e rafforzare la posizione di
monopolio. Questa, però, è una barriera all’entrata solo di breve periodo, in quanto nel
tempo i concorrenti investono nel miglioramento della propria tecnologia per
raggiungere o superare quella del leader;

4. Le esternalità di rete: essa è una condizione che si presenta quando il valore di un


bene o servizio per un individuo è tanto maggiore quanto più è elevato il numero di
persone che consumano quel bene o servizio. Quando sono presenti, l’impresa con la
quantità più elevata di consumatori ha un vantaggio che può trasformarsi in
monopolio, in quanto queste imprese possono praticare prezzi elevati ed incrementare
i propri profitti;

5. Barriere di natura giuridica: esse sono costituite da brevetti che conferiscono


all’inventore un monopolio temporaneo sull’utilizzo e sulla vendita della sua
invenzione, e dal copyright, che conferisce al creatore di un’opera letteraria o artistica
il diritto esclusivo di trarre profitto dalla sua opera. Essi hanno durata limitata nel
tempo.

Il monopolista è l’unico fornitore del bene che produce, di conseguenza la sua curva di
domanda coincide con la curva di domanda del mercato, che ha pendenza negativa. Data
questa pendenza esiste un “divario” tra prezzo e ricavo marginale. L’aumento di
produzione da parte di un monopolista ha due effetti opposti:

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• Un  effetto di quantità, per cui la vendita di un’unità addizionale accresce il ricavo
totale;

• Un effetto di prezzo, per cui la vendita di un’unità addizionale comporta la riduzione del
prezzo di tutte le unità vendute e, di conseguenza, il ricavo totale diminuisce.

A causa dell’effetto di prezzo, il ricavo marginale del monopolista è sempre inferiore al


prezzo di mercato, e la curva di ricavo marginale giace sempre al di sotto della curva di
domanda.

Al livello di produzione che massimizza il profitto di monopolio, il


costo marginale è uguale al ricavo marginale, che è minore del prezzo
di mercato. Al livello di produzione che massimizza i profitti in
concorrenza perfetta, il costo marginale è uguale al prezzo di mercato.
Dunque, rispetto ai mercati perfettamente concorrenziali, il
monopolista produce meno, fa pagare prezzi più elevati e realizza
profitti sia nel breve che nel lungo periodo.

•Qm < Qc

•Pm > Pc

•Profitto positivo

•Monopolio : P > R’ = C’

•Concorrenza perfetta : P = C’

Applicando un prezzo superiore al costo marginale, il monopolista crea una perdita secca,
causata dal fatto che alcune transazioni reciprocamente vantaggiose non avvengono: la
riduzione del surplus del consumatore è maggiore del profitto del monopolista.

I monopoli sono dunque causa di fallimento sei mercati e dovrebbero essere fermati sul
nascere o smantellati, attraverso provvedimenti governativi noti come politica antitrust. 

I monopoli naturali possono comunque essere causa di perdita secca; per limitare questa
perdita, i governi attuano dei provvedimenti:

• La proprietà pubblica, attraverso cui il bene è fornito dallo Stato, o da un’impresa


statale;

• La regolamentazione dei prezzi, attraverso cui si pone un limite al prezzo che il


monopolista può 

praticare.

La regolamentazione dei monopoli naturali può aumentare il surplus del consumatore.

Non tutti i monopolisti sono monopolisti mono prezzo; alcuni di essi spesso praticano
forme di discriminazione dei prezzi, usando varie tecniche per differenziare i consumatori
sulla base e la loro sensibilità al prezzo, applicando prezzi più elevati a coloro che hanno
una domanda più anelastica. Un monopolista che riesce ad applicare una discriminazione
dei prezzi perfetta applica a ciascun consumatore un prezzo pari alla sua disponibilità a
pagare, appropriandosi di tutto il surplus del mercato. Sebbene la discriminazione dei
prezzi non crei inefficienza, è praticamente impossibile da attuare.

In caso di monopolio si produce di meno ad un prezzo maggiore.


Tale sistema produttivo permette di dare profitti al monopolista
stesso e di appropriarsi della maggiore quantità possibile di surplus. I
profitti delle imprese fanno parte del benessere sociale ciò che si
perde al netto del profitto delle imprese è rappresentata dalla perdita

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secca, per ridurla si tende a regolare i monopoli.

Il produttore monopolista inoltre, discrimina i consumatori


apportando diversi prezzi a consumatori diversi. Il profitto
applicando tale discriminazione aumenta.

Più il monopolista discrimina i prezzi e i consumatori, maggiori
saranno i suoi profitti.

Nel caso della discriminazione perfetta si torna a produrre una


quantità perfetta e si ha un maggior benessere sociale, che sarà tutto profitto del
produttore.

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L’oligopolio.
L’︎oligopolio è un settore nel quale operano poche imprese che si fanno concorrenza tra
loro e godono di potere di mercato: è una situazione di concorrenza imperfetta. La
principale fonte di un oligopolio è l’esistenza di rendimenti su scala crescenti, che
conferiscono ai produttori di maggiori dimensioni un vantaggio su quelli più piccoli.
Questo effetto, quando è molto marcato porta alla creazione di un monopolio, quando lo
è meno, porta alla concorrenza fra un numero ridotto di imprese.

Un caso particolare di oligopolio, è il duopolio, in cui sono presenti solo due venditori.
Con due sole imprese nel mercato, ciascuna di esse si rende conto che la decisione di
espandere la produzione non fa altro che spingere al ribasso il prezzo di mercato.
Ciascuna sa di poter realizzare un profitto maggiore limitando la produzione dei
concorrenti. Una possibilità che le imprese pratichino la collusione, accordandosi per
mantenere alti i profitti, attraverso il cartello, un accordo esplicito che stabilisce la
quantità che ciascuna impresa può produrre, ma ciascuna impresa avrebbe un incentivo
ad infrangere l’accordo e produrre una quantità maggiore di quella concordata. Questo è
un comportamento non cooperativo, in quanto le imprese ignorano gli effetti delle proprie
azioni sul profitto delle imprese concorrenti. La collusione è sicuramente più redditizia del
comportamento non cooperativo, per cui se è consentito, le imprese hanno un incentivo a
colludere; un modo di praticare la collusione è formalizzare l’accordo. Dunque, le
decisioni di un’impresa hanno un’influenza significativa sui profitti dell’altra impresa, e
viceversa, quindi le due imprese si trovano in una situazione di interdipendenza.

La disciplina che studia il comportamento in situazioni di interdipendenza è detta teoria


dei giochi, che si occupa di tutte quelle situazioni in cui il risultato per un giocatore,
ovvero il suo pay-off, non dipende solo dalle proprie decisioni, ma anche da quelle di altri
partecipanti: per l’oligopolista il pay-off è semplicemente il suo profitto. L’interdipendenza
tra i due giocatori è rappresentata dalla matrice dei pay-off. A seconda della struttura dei
pay-off, un giocatore può avere una strategia dominante, ovvero un’azione che è sempre
preferibile alle altre, indipendentemente dalle scelte dell’altro giocatore. I duo-polisti si
confrontano con interazioni descritte da un particolare gioco, detto dilemma del
prigioniero: se ciascuno dei due agisce indipendentemente e nel proprio interesse,
massimizzando dunque il proprio pay-off, senza tener conto dei risultati sul pay-off
dell’altro, l’equilibrio di Nash (o equilibrio non cooperativo) che ne deriva, risulta dannoso
per entrambi. Tuttavia, le imprese che prevedono di partecipare ripetutamente allo stesso
gioco, adottano un comportamento strategico, cercano, cioè, di influenzare le azioni
future della controparte. Un particolare tipo di strategia che si rivela efficace in queste
situazioni è la strategia “occhio per occhio”, che consiste nell’adottare inizialmente un
comportamento cooperativo, per poi comportarsi esattamente come ha fatto l’avversario
nel periodo precedente, e porta spesso ad una collusione tacita, come se le imprese
hanno stipulato un accordo che limiti la produzione di entrambe, così da accresce i
profitti. Al fine di limitare la possibilità che gli oligopolisti colludano e si comportino come
un monopolista, la maggior parte dei governi persegue una politica antitrust, un insieme
di provvedimenti per limitare la collusione. Sebbene la collusione tacita sia alquanto
diffusa, essa è resa difficile da una molteplicità di fattori: un numero elevato di imprese,
prodotti e strategie di prezzo complessi, interessi divergenti e il potere negoziale degli
acquirenti. Quando la collusione tacita viene meno, le imprese cominciano a competere
sul prezzo, dando vita ad una vera e propria guerra dei prezzi. Per evitare guerre di prezzi,
gli oligopolisti attuano varie strategie: la differenziazione del prodotto, in cui ogni impresa
cerca di convincere i compratori che i prodotti sono diversi, o con la leadership di costo,
in cui un’impresa fissa i prezzi per tutto il settore, o ancora con la concorrenza su fattori

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diversi dal prezzo, dove le imprese hanno un accordo informale di non competere sui
prezzi, e ricorrono alla pubblicità o ad altri mezzi per incrementare le vendite.

Concorrenza monopolistica e differenziazione del prodotto.

La concorrenza monopolistica è una struttura di mercato in cui coesistono numerose


imprese in concorrenza fra loro, ciascuna delle quali vende un prodotto differenziato e in
cui, nel lungo periodo, esiste libertà di entrata e di uscita dal settore. In un settore in
concorrenza monopolistica ogni produttore è in grado di determinare il prezzo del proprio
prodotto differenziato, per cui ogni produttore gode di un certo potere di mercato, seppur
limitato. Questa capacità di alzare il prezzo dipende dall’intensità della concorrenza
esercitata da atri produttori, esistenti e potenziali, che producono beni simili, ma non
identici, considerati dai consumatori validi sostituiti.

La differenziazione del prodotto assume 4 forme distinte:

- In base allo stile o al tipo: i prodotti dei diversi sono sostituti imperfetti, ogni prodotto
ha la propria nicchia di mercato;

- In base all’ubicazione: i clienti spesso scelgono il venditore più vicino;

- In base alla qualità: ogni consumatore sceglie quale bene consumare in base alla
qualità che sceglie, che è determinata dalla sua disponibilità a pagare;

- Disponibilità a pagare del consumatore.

Il produttore in concorrenza monopolistica si confronta con


una curva di domanda con pendenza negativa, proprio perché
offre un prodotto distinto, e ciò gli conferisce un certo potere
di mercato, di conseguenza la curva di ricavo marginale è
anch’essa inclinata negativamente. 

Per massimizzare il profitto, l’impresa in concorrenza
monopolistica pone il ricavo marginale uguale costo
marginale. 

Nel breve periodo i profitti positivi attirano l’entrata di nuove imprese. Questo riduce la
quantità venduta da ogni singolo produttore per ogni dato livello di prezzo, causando lo
spostamento della curva di domanda residuale verso sinistra. Le perdite di breve periodo,
invece, inducono alcune imprese ad uscire dal settore, di conseguenza la curva di
domanda residuale delle imprese restanti si sposta verso destra, perché deve produrre
quantità maggiori. 


Nel lungo periodo un settore in concorrenza monopolistica


perviene ad un equilibrio con profitti nulli: alla quantità che
massimizza il profitto, la curva di ciascuna domanda esistente
è tangente alla rispettiva curva di costo medio totale. Le
imprese del settore realizzano profitti nulli e non vi è né
entrata né uscita. 


Nel lungo periodo si arriva ad una situazione di equilibrio, in cui le


imprese incassano ciò che serve a coprire i costi.

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Confrontando concorrenza perfetta e concorrenza monopolistica si evincono alcune


differenze: in primo luogo in concorrenza perfetta il prezzo è uguale al costo marginale,
mentre un concorrenza monopolistica il prezzo è superiore al costo marginale, quindi la
vendita di un’unità addizionale accresce il ricavo in misura maggiore del costo; in
secondo luogo in concorrenza perfetta l’impresa produce la quantità ottima collocandosi
sul punto di minimo del costo medio totale (prezzo di pareggio), mentre in concorrenza
monopolistica la quantità ottima si trova sulla parte con pendenza negativa della curva
dei costi medi totali, per cui si produce una quantità inferiore rispetto a quella che
minimizza il costo medio totale; questo dà luogo ad un problema di capacità in eccesso,
ovvero la quantità non è sufficiente a minimizzare il costo medio totale.

La concorrenza perfetta produce una perdita secca, in quanto alcune transazioni


reciprocamente vantaggiose non avvengono a causa del prezzo superiore al costo
marginale, per cui da questo punto di vista è meno efficiente rispetto alla concorrenza
monopolistica, ma questa perdita è compensata da un maggior benessere per i
consumatori, in quanto hanno la possibilità di scegliere tra prodotti differenziati.

Un’impresa in concorrenza monopolistica trae sempre vantaggio dall’incrementare le


vendite al prezzo corrente; per tanto investe in pubblicità per accrescere la domanda del
proprio prodotto e acquisire potere di mercato. La pubblicità e i marchi commerciali, che
rappresentano un nome, spesso associato ad un simbolo grafico, di proprietà di una
particolare impresa, che connota e distingue i suoi prodotti rispetto a quelli di altre
imprese, forniscono informazioni utili ai consumatori svolgono un’importante funzione
economica, ma costituiscono uno spreco di risorse quando il loro unico scopo è creare
potere di mercato. In conclusione si può affermare che il mercato di concorrenza
monopolistica è diversamente inefficiente.

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Le esternalità.
Ci sono esternalità quando le azioni di un individuo o di un’impresa genera effetti esterni
su altri individui o altre imprese. Un costo esterno è un costo che un individuo o
un’impresa impone a terzi, a fronte del quale non è previsto alcun risarcimento. Un
beneficio esterno è un beneficio che gli individui o le imprese conferiscono ad altri senza
ricevere un compenso; essi sono rispettivamente esternalità negative ed esternalità
positive.

Esempio tipico di esternalità negativa è l’inquinamento che, pur essendo un fenomeno


negativo, è l’effetto collaterale di attività che ci forniscono beni e servizi di grande utilità.

Per comprendere quale sia la quantità ottima di inquinamento per una società si
guardano le grandezze al margine, vale a dire costo marginale sociale dell’inquinamento,
ovvero il costo addizionale per le società derivante da un’unità aggiuntiva di
inquinamento, e beneficio marginale sociale dell’inquinamento, cioè il beneficio
addizionale per la società derivante da un’unità addizionale di inquinamento.

La quantità socialmente ottima di inquinamento, cioè la


quantità di inquinamento che la società sceglierebbe se
potesse tener conto di tutti i suoi costi e benefici. La curva di
costo marginale ha pendenza positiva, è via via crescente man
mano che la quantità di inquinamento aumenta; la curva di
beneficio marginale ha pendenza negativa, è via via
decrescente, man mano che la quantità di inquinamento
aumenta, il suo benefici marginale è progressivamente
decrescente.

Dunque, l’inquinamento comporta sia costi che benefici, ma senza un intervento


pubblico, il mercato lasciato libero di agire, produrrebbe una quantità di inquinamento
stabilita solo da coloro che ne godono il beneficio. Secondo il teorema di Coase, gli
individui possono trovare un modo di internalizzare le esternalità, tenendo conto di costi e
benefici esterni, rendendo superfluo l’intervento pubblico, nella misura in cui i costi di
transizione, cioè i costi di concludere un accordo, sono sufficientemente contenuti.

Alcuni costi di transizione possono essere i costi di comunicazione tra le parti, i costi di
stipula di un accordo o i costi dei ritardi nella negoziazione. Tuttavia, in molti casi i costi di
transizione sono troppi elevati per consentire di giungere ad un accordo.

Spesso i governi risolvono il problema dell’inquinamento introducendo standard


ambientale, cioè norme a tutela dell’ambiente che regolano le azioni di produttori o di
consumatori, un metodo inefficiente, secondo gli economisti, per realizzare questo
obiettivo, in quanto sono molto rigidi e non permettono di ridurre l’inquinamento al costo
più basso possibile.

Un modo di risolvere direttamente il problema dell’inquinamento è far pagare a chi


inquina un’imposta sulle emissioni, che dipende dalla quantità di inquinamento prodotta
da un’impresa, contrariamente agli standard ambientali, in quanto questa minimizza i
costi e garantisce che il beneficio marginale dell’inquinamento sia il medesimo per tutte le
imprese inquinanti.

In genere, le imposte studiate per ridurre i costi esterni sono


dette imposte pigouviane. Anche le imposte sulle emissioni,
però, possono causare delle problematiche: poste ad un livello
troppo basso il miglioramento delle condizioni ambientali è
insufficiente, poste ad un livello troppo alto i tagli alle

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emissioni eccedono il livello efficiente. Per questo vengono introdotti i permessi di


emissione negoziabili, ovvero licenze liberamente scambiate nel mercato che autorizzano
a emettere quantità limitate di sostanze inquinanti. Tali permessi essendo negoziabili,
permettono di concludere transazioni reciprocamente vantaggiose, in quanto le imprese
che riescono a ridurre più facilmente le emissioni possono vendere parte dei propri
permessi a quelle che incontrano maggiori difficoltà. Questi metodi forniscono un
incentivo per lo sviluppo e l’adozione di tecnologie a basso impatto ambientale.

I benefici esterni sono invece esternalità positive. Lasciato a se stesso il mercato


produrrebbe una quantità insufficiente di un bene che conferisce benefici esterni agli altri.
La società ha però tutto da guadagnare dall’adozione di politiche tese ad espandere
l’offerta di questo bene. Per indurre l’economia a produrre la quantità socialmente ottima
è possibile ricorrere a un sussidio pigouviano, un pagamento finalizzato a incoraggiare le
attività che generano benefici esterni.

Nei sistemi economici moderni, la più importante fonte di benefici esterni è la creazione
del sapere. Nei settori ad alta tecnologia le innovazioni di un’impresa sono rapidamente
imitate e perfezionate dai concorrenti. Questo processo di rapida diffusione
dell’innovazione tra individui e imprese è detto spillover tecnologico, nelle economie
moderne la maggiore fonte di spillover tecnologici sono le università e gli istituti di ricerca.

Le comunicazioni, i trasporti e i beni ad alta tecnologia sono frequentemente soggetti ad


esternalità di rete, che si manifestano se il valore di un bene per un singolo consumatore
dipende dal numero di altri consumatori che utilizzano quel bene. Questi beni sono
soggetti a feedback positivo: se un gran numero di persone acquista quel bene, aumenta
la probabilità che altre persone lo acquistino a loro volta. Di conseguenza, successo e
fallimento si autoalimentano: il bene con la più vasta rete di utenti finisce per dominare il
mercato. I mercati caratterizzati da esternalità di rete tendono ad essere monopoli; inoltre
pongono particolari problemi alle autorità anti trust perché diventa difficile distinguere tra
la naturale evoluzione di una rete e le azioni illegali intraprese dai produttori per creare un
monopolio.

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Beni pubblici e risorse comuni.

I diversi beni possono essere classificati in beni:

• Esclusivi, se chi lo produce può impedire a chi non paga di consumarlo;

• Non esclusivi, se chi lo produce non può impedire a chi non paga d consumarlo;

• Rivali nel consumo, se la stessa unità del bene non può essere consumata da più di
una persona contemporaneamente;

• Non rivali nel consumo, se una stessa unità del bene può essere consumata da più
persone contemporaneamente.


Incrociando queste quattro caratteristiche si ottengono quattro categorie di beni:

• Beni privati, esclusi e rivali nel consumo (es.: frumento);

• Beni pubblici, non esclusivi e non rivali nel consumo (es.: difesa pubblica);

• Beni comuni, non esclusivi ma rivali nel consumo (es.: acqua pulita);

• Beni artificialmente scarsi, esclusi ma non rivali nel consumo (es.: software).

Il mercato non può fornire beni e servizi che non siano privati, cioè esclusivi e rivali nel
consumo. I beni non esclusivi soffrono del problema del free-rider: molti individui non
sono disposti a pagare per la fruizione di un bene non esclusivo e preferiscono piuttosto
consumare sulle spalle di chi paga, e questo comporta un livello di produzione
inefficientemente basso. I beni non rivali nel consumo dovrebbero essere forniti
gratuitamente, quindi un prezzo positivo genera livelli di consumo inefficientemente bassi. 

I beni privati sono esclusivi: un produttore può far pagare per il loro consumo e ha
dunque un incentivo a produrli; sono anche rivali nel consumo, ed è dunque efficiente che
il consumatore paghi un prezzo positivo, pari al costo marginale di produzione.

Se una o entrambe queste caratteristiche vengono meno, un’economia di mercato non è


in grado di garantire livelli efficienti di produzione e di consumo del bene. 

Un bene pubblico è non esclusivo e non rivale nel consumo, come ad esempio la difesa
nazionale o la ricerca scientifica. Essendo non esclusivi, i beni pubblici sono soggetti al
problema del free-rider, quindi nessuna impresa privata è disposta a produrli. Ed essendo
non rivali nel consumo, sarebbe inefficiente far pagare agli individui un prezzo per la loro
fruizione; quindi generalmente dovrebbero essere forniti dallo Stato. Il beneficio marginale
sociale di un bene pubblico è pari alla somma dei benefici marginali individuali dei singoli
consumatori. La quantità efficiente di un bene pubblico è quella per cui il beneficio
sociale marginale è uguale al costo di produzione marginale. Come un’esternalità
positiva, il beneficio marginale sociale è maggiore del beneficio marginale di qualsiasi
individuo, quindi nessuno è disposto a fornire preventivamente la quantità efficiente di
quel bene.

Le pubbliche amministrazioni responsabili cercano di stimare i benefici e i costi sociali


della fornitura di un bene pubblico con un processo detto analisi dei costi-benefici. È
un’alisi abbastanza complessa, in quanto gli individui tendono a sovrastimare il valore che
attribuiscono al bene in questione.

Una risorsa comune è rivale nel consumo, ma non esclusiva: non è possibile impedire ad
un individuo di consumare il bene, ma il fatto che il consumo riduce la quantità del bene
disponibile per gli altri consumatori.

Le risorse comuni sono soggette ad un uso eccessivo: gli individui non si curano del fatto
che il loro utilizzo della risorsa comune riduce la quantità che ne rimane per gli altri. Le
risorse comuni pongono un problema simile a quello delle esternalità negative: il costo
marginale sociale dell’uso di una risorsa è sempre maggiore del costo marginale

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dell’individuo che la utilizza. Le imposte pigouviane, la creazione di un sistema di licenze


negoziabili e l’assegnazione dei diritti di proprietà sono possibili soluzioni al problema
dell’uso eccessivo delle risorse comuni.

I beni artificialmente scarsi sono esclusivi, ma non rivali nel consumo. Il costo marginale
di lasciare che un individuo addizionale consumi un bene con queste caratteristiche è
nullo, quindi il prezzo efficiente è anch’esso nullo. Un presso positivo serve a coprire il
costo sostenuto dal produttore, ma porta a un livello di consumo inefficientemente basso.
Il problema posto dai beni artificialmente scarsi è simile a quello del monopolio naturale.

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I mercati dei fattori e la


distribuzione del reddito.
Distribuzione, interessi, profitti e rendite dipendono dal funzionamento dei mercati dei
fattori di produzione.

Un fattore di produzione è qualsiasi risorsa usata dall’impresa per produrre beni e servizi
consumati dalle famiglie. I fattori di produzione sono acquistati e venduti nei mercati dei
fattori, e i prezzi in questi mercati sono detti prezzi dei fattori.

I fattori della produzione sono fondamentalmente 4:

1. Terra, che è una risorsa naturale;

2. Lavoro, ovvero l’attività dell’uomo;

3. Capitale fisico, vale a dire tutte le risorse produttive come edifici, utensili, macchinari;

4. Capitale umano, cioè il miglioramento della qualità del lavoro reso possibile
dall’istruzione e dalle conoscenze, e incarnato dalla forza lavoro. 


I mercati dei fattori funzionano in modo simile a quelli dei mercati dei beni, ma hanno due
importanti caratteristiche:

- La domanda dei fattori deriva dalle decisioni ottimali delle imprese;

- I prezzi dei fattori della produzione determinano i redditi delle persone, cioè la
distribuzione del reddito tra i possessori dei fattori.

I mercati e i prezzi dei fattori svolgono una funzione fondamentale in uno dei più
importanti processi che costituiscono il sistema economico: l’allocazione delle risorse tra i
produttori.

I mercati dei fattori sono simili ai mercati dei beni, che allocano beni e servizi tra i
consumatori. Due caratteristiche contraddistinguono i mercati dei fattori: innanzitutto la
domanda in un mercato dei fattori è una domanda derivata, deriva cioè dalle decisioni di
produzione dell’impresa, e in secondo luogo i mercati dei fattori sono la principale fonte di
reddito per la maggior parte delle persone.

I prezzi dei fattori determinano la distribuzione del reddito tra i fattori, cioè il modo in cui il
reddito del sistema economico è ripartito tra lavoro, terra e capitale.

Tutte le decisioni economiche comportano il confronto tra costi e benefici marginali. Gran
parte dei mercati dei fattori sono perfettamente concorrenziali: per tutti i compratori e
venditori di un dato fattore di produzione il prezzo è dato. In un mercato del lavoro
concorrenziale definire il costo marginale di un lavoratore per un datore di lavoro è
abbastanza facile: il costo marginale è il salario di quel lavoratore. Il numero ottimo di
lavoratori è il numero di lavoratori necessari a produrre la quantità ottima. Il beneficio
marginale è il valore del prodotto addizionale generato dall’impiego di una unità
aggiuntiva di lavoro, detta valore del prodotto marginale del lavoro, o VP’L.

Il valore del prodotto addizionale è generato dall’impiego di un’unità aggiuntiva del fattore
= prezzo unitario del prodotto * prodotto marginale del lavoro.

Conviene assumere un lavoratore in più solo se il valore del prodotto aggiuntivo è
maggiore del costo del lavoratore.

La decisione di assumere lavoratori è una decisione fondata su un’analisi mjaarginalista,


in cui il beneficio marginale per il produttore di assumere un lavoratore in più (VP'L), deve
essere confrontata con il relativo costo marginale (W). La scelta ottima è quella per cui il
beneficio marginale è esattamente uguale al costo marginale e al livello di occupazione
che massimizza il profitto.

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Un produttore può sempre accrescere il proprio profitto impiegando un’unità addizionale


di un fattore di produzione, se il valore del prodotto marginale di quell’unita è maggiore
del prezzo del fattore.

Un produttore può sempre incrementare il proprio profitto impiegando un’unità in meno di


un fattore di produzione, se il valore del prodotto marginale di quell’unità è inferiore al
prezzo del fattore.

L’impresa massimizza il profitto scegliendo un livello di prezzo tale per cui il valore del
prodotto marginale dell’ultimo lavoratore assunto è uguale al salaio. La curva del valore
del prodotto marginale di qualsiasi fattore di produzione è la curva di domanda di quel
fattore del singolo produttore.

È importante distinguere movimenti lungo la curva, da movimenti della curva stessa, che
possono essere causati da:

- Variazione dei prezzi dei beni: un aumento del prezzo comporta uno spostamento
verso l’alto della curva del valore del prodotto marginale e quindi il livello di
occupazione che massimizza il profitto aumenta, viceversa una diminuzione del prezzo
porta ad uno spostamento verso il basso della curva, e il livello ottimo diminuisce;

- Variazione dell’offerta di altri fattori;︎︎ ︎ ︎ ︎ ︎

- Progresso tecnologico, che generalmente dovrebbe accrescere la domanda dei


fattori.


Quando un mercato del lavoro concorrenziale è in equilibrio, il salario di
equilibrio è uguale al valore di equilibrio del prodotto marginale del lavoro,
ovvero il valore addizionale prodotto dall’ultima unità di lavoro impiegata nel
mercato del lavoro nel suo complesso. Lo stesso principio si applica ad altri
fattori di produzione: il saggio di locazione della terra o del capitale, ovvero
il costo, implicito o esplicito, di impiegare un’unità di terra o di capitale in
un dato periodo di tempo, è uguale al valore di equilibrio del rispettivo
prodotto marginale. In generale, un’unità di terra o di capitale viene utilizzata fino al punto
in cui il valore del suo prodotto marginale è uguale al suo saggio di locazione per il
periodo considerato.


Sommando le curve di domanda individuale di terra di tutti i produttori otteniamo la curva
di domanda di terra del mercato. A causa dei rendimenti di scala decrescenti, la curva di
domanda di terra ha pendenza negativa, come la curva di domanda di lavoro. La curva di
offerta di terra è anelastica, perché trovare nuove fonti di offerta di terra da destinare alla
produzione è in generale difficile e costoso. Il saggio di locazione di equilibrio della terra e
la quantità di equilibrio della terra impiegata nella produzione, sono individuati
dall’intersezione delle due curve. La curva di offerta di capitale è relativamente reattiva al
prezzo. Il saggio di locazione di equilibrio del capitale e la quantità di equilibrio del
capitale impiegata nella produzione sono individuati dall’intersezione delle due curve.

Secondo la teoria della distribuzione del reddito in base alla produttività marginale, ogni
fattore è remunerato nella misura del suo valore di equilibrio del prodotto marginale.

Le ampie disparità salariali sollevano dubbi circa la validità della distribuzione del reddito
in base alla produttività marginale. Molte disparità possono essere spiegate alla luce dei
differenziali compensatori, ovvero quelle differenze salariali dovute al grado di
gradevolezza e di pericolosità delle diverse mansioni, e da differenze di talento,
esperienza lavorative e capitale umano tra i lavoratori. Anche le interferenze con il
mercato possono contribuire a creare disparità, come i sindacati, organizzazioni di

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lavoratori il cui scopo è incrementare i salari e migliorare le condizioni dei propri membri
attraverso la contrattazione collettiva con i datori di lavoro.

Il modello del salario di efficienza mostra come le disparità salariali possano nascere dal
tentativo di datori di lavoro di accrescere il rendimento dei lavoratori. I mercati liberi da
interferenze tendono a ridurre la discriminazione, che rimane però una fonte importante di
disparita salariali. La discriminazione generalmente persiste a causa di problemi dei
mercati del lavo o della sua istituzionalizzazione politica. L’offerta di lavoro è il risultato di
decisioni in merito all’allocazione nel tempo, ovvero a quante ore dedicare per ciascuna
attività, in cui ogni lavoratore si misura con un trade-off tra lavoro e svago, vale a dire
tutte quelle ore che ogni singolo individuo ha a disposizione per qualsiasi attività diversa
da quella finalizzata al guadagno di reddito da spendere per acquistare beni sul mercato.
Un aumento del salario orario tende a incrementare le ore di lavoro attraverso l’effetto di
sostituzione e a ridurle attraverso l’effetto di reddito.

Se il risultato netto di un aumento del salario è un incremento del numero di ore lavorate,
la curva di offerta di lavoro individuale ha pendenza positiva; se il risultato è invece una
diminuzione del numero di ore lavorate, la curva di offerta di lavoro individuale,
contrariamente alla curva di offerta di beni e servizi, ha pendenza
negativa.

La curva di offerta di lavoro di mercato è la somma orizzontale delle


curve di offerta di lavoro individuali di tutti i lavoratori in quel mercato.
Quattro sono i fattori che possono determinarne uno spostamento:

•I cambiamenti delle preferenze e delle convenzioni sociali;

•I cambiamenti demografici;

•I cambiamenti delle opportunità;

• I cambiamenti della ricchezza.

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Incertezza, rischio e informazioni


private.
Una variabile aleatoria è una variabile con un valore futuro incerto. Il valore atteso di
una variabile aleatoria è la media ponderata di tutti i possibili valori che la variabile può
assumere, calcolata utilizzano come fattori di ponderazione le probabilità associate a
ciascun valore. Per ottenere la formula generale del valore atteso di una variabile
aleatoria, immaginiamo che ci sia un certo numero di possibili eventi futuri. A ogni evento
è associato un diverso valore della variabile aleatoria, cioè il valore che la variabile
assume al verificarsi di quell’evento. Nessuno sa con esattezza quale evento si
verificherà, ma è possibile assegnare a ciascun evento una a probabilità. Supponiamo
che P1 sia la probabilità dell’evento 1, P2 quella dell’evento 2 e così via, mentre i valori
assunti dalla variabile aleatoria al verificarsi di ciascun evento sono, rispettivamente s1,
s2, e così via. Supponiamo infine che vi siano N eventi possibili. Quindi, il valore atteso
della variabile aleatoria è:

VA = (P1 * S1) + (P2 * S2) + … + (Pn * Sn)

La maggior parte degli individui preferisce, a parità delle altre condizioni, ridurre il rischio,
cioè l’incertezza legata agli eventi futuri. Se tale incertezza riguarda un esito di natura
monetaria, si parla di rischio finanziario.

In effetti, la maggior parte degli individui è disposta a pagare anche un prezzo


considerevole per ridurre quel rischio; ecco perché esistono le compagnie di
assicurazioni. Questo atteggiamento è noto come avversione al rischio.

L’utilità attesa di un individuo, ovvero il valore atteso della sua utilità totale data
l’incertezza sugli eventi futuri, è minore di quanto sarebbe se egli non fosse esposto ad
alcun rischio. La funzione di utilità ha pendenza positiva, perché all’aumentare del reddito
l’utilità totale aumenta. La curva diventa progressivamente meno ripida via via che ci si
sposta verso destra, a causa dell’utilità marginale decrescente.

Per analizzare gli effetti del rischio sull’utilità individuale, l’analisi economica parte
dall’ipotesi che, esposto al rischio, un individuo massimizza la propria utilità attesa. Un
individuo avverso al rischio sceglie di ridurre il rischio quando tale riduzione lascia
inalterato il valore atteso del suo reddito o dalla sua ricchezza. È questa una caratteristica
di una polizza assicurativa equa, il cui premio, ovvero il pagamento reso all’assicurazione
affinché questa provveda al rimborso per il verificarsi di determinati eventi, è uguale al
valore atteso del risarcimento.

Utilità attesa = (probabilità dell’evento S * utilità totale associata all’evento S) +


(probabilità dell’evento M + utilità totale associata all’evento M)

Una persona è indifferente al rischio se è completamente insensibile al rischio e perciò


non è disposta a pagare un premio per evitarlo.

L’avversione al rischio scaturisce dall’utilità marginale decrescente: un euro addizionale di


reddito genera un’utilità marginale maggiore quando il reddito è basso, che quando il
reddito è elevato. Una polizza assicurativa equa accresce l’utilità di una persona avversa
al rischio, perché trasferisce un euro dagli eventi ad alto reddito (dive è valutato meno) ad
eventi a basso reddito (dove è valutato di più).

Differenze nelle preferenze e nel reddito o nella ricchezza si traducono in diversi livelli di
avversione al rischio. A seconda dell’entità del premio, un individuo avverso al rischio

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potrebbe essere disposto ad acquistare anche una polizza non equa, il cui premio è
maggiore del valore atteso del risarcimento. Quanto maggiore è il grado di avversione al
rischio, tanto maggiore è il premio che si è disposti a pagare.

Lo scambio del rischio può generare dei benefici: gli individui che desiderano ridurre il
rischio a cui sono esposti possono pagare altri, meno sensibili a quel rischio, affinché se
ne accollino una parte. I fondi che l’assicuratore mette a rischio quando fornisce la
copertura assicurativa sono detti capitale a rischio. Questo genera un’allocazione
efficiente del rischio, nella quale ad accodarsi il rischio sono coloro più disposti a
sopportarlo.

Il rischio può essere ridotto attraverso la diversificazione, ovvero investendo in molte


attività diverse, in modo che le perdite siano eventi indipendenti, cioè che non presentano
alcuna correlazione fra loro, e il verificarsi di uno non ha alcuna influenza sul verificarsi
dell’altro. Per calcolare la probabilità che si verifichino due eventi indipendenti esiste una
regola molto semplice: moltiplicare la probabilità del verificarsi del primo per quella del
secondo. Il mercato azionario, dove si scambiano le azioni, ovvero titoli rappresentativi
della proprietà di una quota della società, offre un modo per diversificare, in quanto
investendo azioni in diverse società, la probabilità di perdere tutto l’investimento è bassa.
Le compagnie di assicurazioni possono praticare il pooling: essa è una forma estrema di
diversificazione, con la quale un individuo può eliminare completamente il rischio,
acquistando una piccola quota del rischio di molti eventi indipendenti. Questo genera un
profitto con un grado di rischio molto contenuto. Quando però gli eventi sono
positivamente correlati, non tutto il rischio può essere eliminato attraverso la
diversificazione.

Le informazioni private, ovvero informazioni note per alcuni individui e ignote per altri,
possono creare inefficienze nell’allocazione del rischio. Un problema è la selezione
avversa, che si presenta quando un individuo dispone di informazioni migliori su un bene
rispetto ad un altro. La presenza di informazioni private induce gli acquirenti a supporre
che il bene offerto abbia difetti nascosti. Questo porta ad un abbassamento del prezzo e
alla conseguente esclusione dal mercato di tutti i beni che non sono difettosi. La
selezione avversa dà luogo al “problema del bidone” nel mercato delle automobili usate,
dove i venditori di auto di alta qualità escono dal mercato. La selezione avversa può
essere eliminata in vari modi: operando degli screening degli individui, cioè l’utilizzo delle
informazioni disponibili per fare inferenze sulle informazioni private, producendo dei
segnali per rivelare le proprie informazioni private e costruendo una reputazione, per
rassicurare gli individui.

Un problema strettamente collegato è il rischio morale: un individuo dispone sul proprio


comportamento di informazioni migliori rispetto ad altri. Questo porta a una distorsione
degli incentivi dovuta al fatto che sono altri a sopportare il costo di un’eventuale
negligenza. Il rischio morale limita l’abilità dei mercati di allocare il rischio in maniera
efficiente. Le compagnie di assicurazioni cercano di limitare il rischio morale imponendo
delle franchigie, clausole in base alle quali il risarcimento del danno subito avviene solo
per l’ammontare eccedente una certa soglia.

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Principi fondamentali. 2

I modelli economici. 4

Domanda e offerta. 8

Il surplus del consumatore e del produttore. 11

Controllo dei prezzi e della quantità: interferire con i mercati. 13

L’elasticità. 15

La tassazione. 17

Il commercio internazionale. 19

Il processo decisionale degli individui e delle imprese. 23

Il consumatore razionale. 25

Dietro la curva di offerta: fattori di produzione e costi. 27

Il monopolio. 33

L’oligopolio. 36

Le esternalità. 39

Beni pubblici e risorse comuni. 41

I mercati dei fattori e la distribuzione del reddito. 43

Incertezza, rischio e informazioni private. 46

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