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Manuali

di base

Luciano Mecacci

Storia della psicologia


Dal Novecento a oggi

Editori Laterza
© 2019, Gius. Laterza & Figli

Edizione digitale: marzo 2019


www.laterza.it

Proprietà letteraria riservata


Gius. Laterza & Figli Spa, Bari-Roma

Realizzato da Graphiservice s.r.l. - Bari (Italy)


per conto della
Gius. Laterza & Figli Spa
ISBN 9788858136829
È vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata
Indice

Prefazione
I.
Due stili di psicologia all’inizio del secolo:
Wundt e Brentano
1. Wundt e Brentano
2. Il metodo sperimentale
3. Il metodo fenomenologico
4. La struttura dei processi psichici

II.
La prospettiva fenomenologica
e la teoria della forma
1. Introduzione
2. La psicologia dell’atto
3. La teoria della forma
4. La psicologia fenomenologica. Le «nuove forze» della psicologia (psicologia umanistica, psicologia
transpersonale, psicologia positiva)

III.
La prospettiva psicodinamica
e la psicoanalisi
1. Introduzione
2. Dalla concezione organicistica alla concezione psicodinamica della malattia mentale
3. La teoria di Janet
4. La psicoanalisi da Freud agli anni ’50
5. La teoria di Jung
6. La teoria di Adler
7. Temi della psicoanalisi del secondo Novecento e nuove tematiche
8. La psichiatria fenomenologica
9. Teorie della personalità
10. Modelli integrati tra salute e patologia della mente

IV.
La prospettiva comportamentista
I. Introduzione
2. La psicologia americana agli inizi del secolo: strutturalismo e funzionalismo
3. Il comportamentismo da Watson agli anni ’50
4. Skinner e l’utopia comportamentista
5. L’operazionismo in psicologia
6. Personalità, psicopatologia e apprendimento sociale nella prospettiva comportamentista

V.
La prospettiva cognitivista
1. Introduzione
2. Lo studio dei processi cognitivi: dalla scuola di Würzburg a Bartlett
3. Le teorie dell’intelligenza
4. Le teorie dello sviluppo psichico
5. La teoria di Piaget
6. Le teorie probabilistiche ed ecologiche
7. Il cognitivismo
8. La scienza cognitiva

VI.
La prospettiva storico-culturale
1. Introduzione
2. Freudo-marxismo, psicologia marxista e psicologia critica
3. La teoria storico-culturale da Vygotskij agli anni ’60
4. La teoria dell’attività
5. Il costruzionismo sociale. La psicologia culturale

VII.
La prospettiva biologica e neuroscientifica
1. Introduzione
2. La psicologia animale e comparata. L’etologia
3. Le ricerche sulle funzioni cerebrali agli inizi del Novecento
4. La riflessologia di Bechterev
5. La teoria dell’attività nervosa superiore di Pavlov
6. Teorie olistiche del primo Novecento
7. Il neuroconnessionismo di Hebb
8. Ricerche sulle funzioni cerebrali e il comportamento:
1950-70
9. La teoria dei sistemi funzionali cerebrali di Lurija
10. Neuroscienze cognitive, affettive e sociali tra la fine
del Novecento e l’inizio del nuovo secolo

VIII.
Il dibattito contemporaneo
1. Crisi delle teorie o crisi della psicologia
2. La verifica empirica in psicologia
3. Psicologia del senso comune e psicologie alternative
4. Il primato delle neuroscienze
5. Il disagio della psicoterapia
6. La psicologia e la società contemporanea
Bibliografia delle opere citate
Appendice.
Per approfondire la storia della psicologia
Schede
Wilhelm Wundt
I primi laboratori di psicologia
Le prime riviste di psicologia
Franz Brentano
I primi congressi di psicologia
La psicologia in Italia
Carl Stumpf
Vittorio Benussi
Max Wertheimer
Kurt Koffka
Wolfgang Köhler
Kurt Lewin
Gestalt e arte
Pierre Janet
Sigmund Freud
I congressi internazionali di psicoanalisi nel primo Novecento
Melanie Klein
Sabina Špil’rejn e Vera Schmidt
Le prime riviste di psicoanalisi
Carl G. Jung
Alfred Adler
John Bowlby
La psicoanalisi e la cultura del primo Novecento
Ludwig Binswanger
William Stern
Gordon W. Allport
Edward B. Titchener
William James
James R. Angell
John B. Watson
Clark L. Hull
Edward C. Tolman
Burrhus F. Skinner
«Walden Two»
Il comportamentismo e la società americana
Hans J. Eysenck
Albert Bandura
Oswald Külpe
Karl Bühler
Frederic C. Bartlett
Alfred Binet
I test e il razzismo in psicologia
James M. Baldwin
La psicologia e le due guerre mondiali
Jean Piaget
James J. Gibson
Ulric Neisser
Kenneth J.W. Craik
Donald E. Broadbent
Jerome S. Bruner
Daniel Kahneman e Amos Tversky
Gregory Bateson
Paul Watzlawick
Herbert A. Simon
Wilhelm Reich
Georges Politzer
Henri Wallon
L’antipsichiatria
Psicologia e storia
Lev S. Vygotskij
La psicologia sovietica
Sergej L. Rubinštejn
Aleksej N. Leont’ev
Robert M. Yerkes
Konrad Lorenz
Nadežda N. Ladygina-Kots
Charles S. Sherrington
Vladimir M. Bechterev
Ivan P. Pavlov
Nikolaj A. Bernštejn
Kurt Goldstein
Karl S. Lashley
Donald O. Hebb
Giuseppe Moruzzi
Roger W. Sperry
Aleksandr R. Lurija
Le riviste tra neuroscienze e psicologia
Il Brain Prize
Eric Kandel
Prefazione

Dopo quasi un trentennio da quando ci accingemmo a ripercorrere la storia


della psicologia del Novecento (la prima edizione di questa Storia comparve
nel 1992), oggi possiamo analizzare – con maggiore distacco storico – lo
sviluppo della psicologia come ricerca scientifica e pratica professionale
autonoma e possiamo verificare se l’impostazione storiografica allora scelta
(partire da una differenziazione tra ampie prospettive teoriche anziché dalla
tradizionale esposizione di scuole distinte) rispecchiava adeguatamente il vasto
panorama che ci si era presentato nel corso della nostra ricostruzione.
Soprattutto dopo la riflessione che svolgemmo su una nuova crisi della
psicologia – la crisi teorica e operativa denunciata alla fine del Novecento da
alcune correnti della psicologia contemporanea – in Psicologia moderna e
postmoderna (Laterza, 1999), siamo ancora più convinti che la nostra scelta fosse
appropriata. Nel riproporre questa Storia, completamente rivista alla luce della
storiografia più recente e aggiornata al dibattito contemporaneo, abbiamo
quindi conservato il tratto peculiare della nostra ricostruzione: la
diversificazione tra le varie prospettive teoriche e, allo stesso tempo, il loro
intreccio alla ricerca di un’integrazione sempre auspicata, ma mai interamente
compiuta.
Come scrivemmo nella passata prefazione, non avevamo potuto ignorare il
dibattito che v’era stato, tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, sui modelli
storiografici adottati nelle ricerche di storia della scienza e sulla loro
applicabilità alla storia della psicologia. Sul finire degli anni ’60 del Novecento,
sotto l’influenza del libro The structure of scientific revolutions (1962) di Thomas
Kuhn, si ricorse – nelle ricerche di storia della psicologia – sia al concetto di
«paradigma» per indicare le teorie psicologiche ritenute dominanti in un certo
momento storico sia al termine «rivoluzione» per indicare il passaggio da un
paradigma all’altro: così si era parlato di «rivoluzione psicoanalitica» e di
«rivoluzione comportamentista» per l’introduzione delle nozioni di inconscio e
di stimolo-risposta rispettivamente, considerando la psicoanalisi e il
comportamentismo dei veri e propri paradigmi; e negli anni ’80 si era anche
affermato che nel secolo scorso si sarebbe assistito nientemeno che a tre
rivoluzioni tra loro interconnesse: quella comportamentista, quella cognitivista
e infine quella connessionista. Tuttavia osservavamo che alla storia della
psicologia non si potevano applicare facilmente i concetti di paradigma e di
rivoluzione scientifica. Questi, infatti, sono concetti che valgono per periodi
lunghi e per svolte critiche, come la rivoluzione copernicana, che hanno
richiesto secoli di sedimentazione di ricerche teoriche e empiriche.
Se proprio dovevamo riferirci a un modello storiografico, il modello più
adeguato alla storia della psicologia ci sembrò quello fondato sull’idea di una
coesistenza e competizione tra programmi di ricerca (Lakatos) o tradizioni di ricerca
(Laudan): all’interno di una scienza, in un dato momento della sua storia, si
può individuare non tanto un paradigma teorico dominante, quanto una
famiglia di teorie che si collocano all’interno di una tradizione di ricerca.
Laudan (1977) fece alcune affermazioni che vale la pena di riportare
integralmente perché devono esser tenute presenti per comprendere
l’impostazione del presente libro: «1. Ogni tradizione di ricerca ha un certo
numero di teorie specifiche [...] alcune di queste teorie sono contemporanee
fra loro, altre si succedono nel tempo. 2. Ciascuna tradizione di ricerca appare
caratterizzata da alcuni impegni metafisici e metodologici che, nel loro
insieme, individuano la tradizione stessa e la distinguono dalle altre. 3.
Ciascuna tradizione di ricerca (a differenza delle singole specifiche teorie)
passa attraverso un certo numero di diverse e dettagliate (e spesso
reciprocamente contraddittorie) formulazioni; in genere ha una lunga storia,
che si svolge attraverso un notevole periodo di tempo (a differenza delle teorie,
che spesso hanno una vita breve)» (p. 101).
Ora, se si applica il concetto di tradizione di ricerca alla psicologia, è possibile
superare alcune incongruenze evidenti nella concezione che presuppone un
progresso graduale e lineare nella disciplina. Uno sguardo anche rapido sulla
psicologia del Novecento non ci offre affatto l’immagine di una teoria che si è
succeduta a un’altra, per la crisi di un paradigma e la vittoria di un altro; ci
rivela invece un quadro ben diverso in cui spicca la coesistenza di differenti
tradizioni di ricerca psicologica.
Queste tradizioni o prospettive – come qui le chiamiamo – sono costituite
internamente da teorie diverse che possono essere fra loro contemporanee o
succedersi nel tempo; queste tradizioni o prospettive hanno avuto origini
filosofiche e scientifiche differenti (si pensi alla psicoanalisi o al
comportamentismo); inoltre queste tradizioni si sono talvolta avvicinate e
talvolta allontanate tra di loro, spesso si sono ignorate reciprocamente.
In breve, non si può parlare di uno sviluppo lineare della psicologia. Non vi è
stata e non vi è una scienza unitaria, che si dispiega nel tempo in modo
coerente attorno a un nucleo fondamentale di princìpi teorici, condivisi e
accettati unanimemente dalla comunità dei suoi ricercatori. Viceversa,
abbiamo di fronte una famiglia di linee di ricerca, ciascuna delle quali ha
propri assunti teorici fondamentali che la caratterizzano rispetto alle altre,
proprie metodologie e proprie aree privilegiate di indagine.
Le tradizioni o linee di ricerca individuabili abbastanza chiaramente si
possono ridurre a sei prospettive fondamentali: la fenomenologica, la
psicodinamica, la comportamentista, la cognitivista, la storico-culturale, la
biologica o, oggi diremmo, neuroscientifica. Per ciascuna di queste prospettive
è possibile definire un nucleo di princìpi teorici e metodologici e un ambito di
ricerca che la distinguono dalle altre.
Se all’interno di una prospettiva vi è stato uno sviluppo, diciamo pure un
progresso, ciò non significa che tale sviluppo o tale progresso debbano essere
interpretati come l’indice di un progresso più generale di tutta quella sfera
complessiva di ricerca che si chiama psicologia. La valutazione del significato
di un nuovo dato, di una nuova scoperta, è possibile solo all’interno di una
determinata tradizione di ricerca; né è lecito assumere le nuove acquisizioni
come indice della superiorità di una tradizione sull’altra. Ciò vuol dire, più
concretamente, che lo sviluppo teorico o metodologico di una prospettiva
come il comportamentismo o il cognitivismo non è direttamente
confrontabile, per sancire una superiorità o una inferiorità in termini di
progresso scientifico, con lo sviluppo teorico e metodologico di prospettive
diverse come la fenomenologia e la psicoanalisi.
Negli anni ’20 la coesistenza di scuole psicologiche diverse fu considerata
come il fallimento del progetto avviato con l’istituzione del laboratorio di
psicologia a Lipsia, che avrebbe voluto essere il simbolo della fondazione della
psicologia come scienza autonoma. La «crisi della psicologia» (cui dedicarono
scritti specifici Karl Bühler, Hans Driesch, Kurt Koffka e Lev S. Vygotskij, fra
gli altri) era vista proprio nella mancanza di un corpo unitario di princìpi
teorici e metodologici. Nel corso del secolo le divisioni si sono acuite, ma non
è il caso di parlare di «crisi della psicologia», quanto di una situazione di fatto
per la quale la psicologia contemporanea si caratterizza proprio per la
coesistenza di prospettive diverse. Una vera «rivoluzione scientifica» in
psicologia avverrà il giorno in cui si capovolgerà questa situazione e vi sarà un
nucleo di base di conoscenze e pratiche condiviso da tutti gli psicologi, come
accade per la fisica o la biologia. Oppure, secondo quanto tende ad affermare
un numero crescente di psicologi, si può concepire la psicologia – per usare
una differenziazione passata, ma che riaffiora continuamente – non tanto come
una scienza nel senso delle scienze naturali, quanto come una scienza nel senso
delle scienze dello spirito: un insieme di modalità diverse di descrivere e
interpretare il mondo psichico. La psicologia, quindi, sarebbe un’ermeneutica
e una narrazione. In quest’ottica anche le prospettive naturalistiche e
sperimentali non sarebbero che uno dei tanti e vari modi di studiare la psiche
umana.
Questo libro non ha l’ambizione di rispondere a tali quesiti sullo statuto
epistemologico della psicologia. Si propone piuttosto di fornire un quadro
generale delle varie prospettive della psicologia dal Novecento a oggi, in modo
che il lettore abbia immediatamente la consapevolezza della plurivocità teorica
e metodologica in cui si muove la psicologia contemporanea.
Però di fronte a una storia della psicologia che invitiamo il lettore a
considerare in tutta la sua frammentarietà e molteplicità di voci, ci sembra
opportuno segnalare un singolare filo rosso che collega personalmente gli
esponenti delle varie prospettive e delle diverse teorie. Si tratta delle biografie
degli psicologi: personalità complesse, vite inquiete e inquietanti, eventi
tragici. Si pensi soltanto alle vicende sentimentali di Franz Brentano, James M.
Baldwin, Carl G. Jung e John B. Watson; alle depressioni di William James,
Melanie Klein, Jean Piaget, Burrhus F. Skinner; alle sofferenze psichiche e
fisiche di moltissimi psicoanalisti e psicologi ebrei a causa delle emigrazioni
forzate negli anni ’30; agli ultimi anni di dolore fisico di Sigmund Freud e Lev
S. Vygotskij; ai suicidi di Vittorio Benussi, Bruno Bettelheim, Karl Duncker,
Lawrence Kohlberg, Stefan Miller, Marta Muchov, Richard Semon e Victor
Tausk; alle morti di Vladimir M. Bechterev avvelenato da Stalin, di Wilhelm
Reich in un penitenziario statunitense, di Otto Selz nel lager di Auschwitz, di
Georges Politzer e Sabina Špil’rejn (Spielrein) fucilati dai nazisti, di Isaac
Špil’rejn fucilato dalla polizia stalinista; infine alla detenzione o alla morte di
molti psicologi russi nei gulag. Non sembra che ci sia altra scienza, se non la
psicologia, per la cui comprensione occorra richiamarsi così direttamente alla
vita, spesso drammatica, dei suoi protagonisti.
Il libro è organizzato in otto capitoli. Il primo capitolo è dedicato allo sfondo teorico e metodologico
della fine dell’Ottocento, dal quale si distaccarono sin dai primi anni del Novecento le varie prospettive
psicologiche, trattate nei sei capitoli successivi. Ogni prospettiva è delineata, nelle sue caratteristiche
teoriche e metodologiche principali e nella sua evoluzione storica, in una introduzione posta all’inizio di
ciascuno di questi sei capitoli. Nell’ottavo capitolo sono trattati alcuni temi generali che caratterizzano il
dibattito sviluppatosi negli ultimi due decenni, ma che si riallacciano a problematiche affrontate lungo
tutto il corso del Novecento.
Ogni capitolo è corredato da schede biografiche sugli esponenti, a nostro avviso più importanti e
interessanti, di ciascuna prospettiva. In altre schede si trovano notizie e dati utili per un inquadramento
storico generale. Spesso abbiamo fatto ricorso a lunghe citazioni da autori classici sia per chiarire alcuni
temi importanti sia per consentire di apprezzare lo stile e il modo di argomentare di questi psicologi.
Le informazioni storiche e bibliografiche di dettaglio e le schede biografiche sono state riportate in
corpo tipografico minore. Brevi notizie relative ai primi contributi italiani nelle varie prospettive e nei
vari settori di ricerca sono date di volta in volta in una sezione specifica (“In Italia”).
Oltre alla bibliografia dei testi di cui sono riportati passi nel corso della trattazione, vi è un’appendice
bibliografica per consentire l’approfondimento storico e critico specifico che nella presente opera a
carattere generale non è stato possibile svolgere.
Avvertenza Per le opere in lingua straniera viene sempre indicato il titolo originale; per le lingue tedesca e
russa è segnalata tra parentesi quadre la traduzione letterale del titolo (nel caso di una traduzione italiana
con un diverso titolo, viene fornito anche questo). I riferimenti completi delle opere da cui sono tratte le
citazioni si trovano nella Bibliografia delle opere citate.
I.
Due stili di psicologia all’inizio del secolo:
Wundt e Brentano

1. Wundt e Brentano
Quasi stesse tracciando un bilancio essenziale della psicologia scientifica
sviluppatasi negli ultimi quarant’anni, dopo la fondazione del primo
laboratorio di psicologia a Lipsia nel 1879, lo psicologo statunitense Edward B.
Titchener scriveva nel 1921 un articolo (Brentano and Wundt. Empirical and
experimental psychology), spesso citato, sulla differenza tra la «psicologia
empirica» di Brentano e la «psicologia sperimentale» di Wundt. Per Titchener
nella ricerca psicologica erano emerse due correnti distinte. Si trattava di due
orientamenti che comunque rimanevano all’interno di una psicologia empirica
in senso lato, che si era differenziata dalla passata psicologia razionale di tipo
filosofico fondata su assunzioni metafisiche. Queste due impostazioni erano
state illustrate, ricordava Titchener, in due opere apparse nel 1874: la
Psychologie vom empirischen Standpunkte [Psicologia dal punto di vista empirico]
di Brentano e i Grundzüge der physiologischen Psychologie [Fondamenti di
psicologia fisiologica] di Wundt (in realtà, la prima parte dell’opera di Wundt
era stata pubblicata nel 1873). Nello stesso anno erano state presentate due
concezioni diverse della «nuova» psicologia, ormai staccatasi dalla filosofia.
Brentano rifiutava senz’altro la psicologia razionale, ritenendo che la psicologia
dovesse basarsi su dati empirici (in questo senso era una «psicologia empirica»),
ma affermava che il dato empirico era ottenibile con metodologie diverse,
dall’osservazione alla sperimentazione, ma non esclusivamente con
quest’ultima; inoltre la riflessione filosofica, il piacere per l’argomentazione
concettuale, come notava Titchener, erano ancora presenti nella filosofia
brentaniana. Per Wundt, invece, il metodo sperimentale era essenziale per
definire la psicologia come scientifica: essa era scientifica in quanto
sperimentale.
Alla fine dell’Ottocento, Wundt e Brentano avevano quindi proposto due
modi diversi di concepire la ricerca psicologica. Scriveva ancora Titchener:
Brentano e Wundt «già nella piena maturità della vita, erano uomini di
consolidata reputazione, ricercatori pieni di entusiasmo per la ricerca,
insegnanti dotati di una forza del tutto eccezionale per influenzare le menti più
giovani, polemisti pronti a duellare con uno Zeller o un Helmholtz. Tuttavia si
cerca invano un qualche segno di una più stretta parentela intellettuale tra di
loro; difficilmente, infatti, si potrebbe trovare una divergenza maggiore o
nell’orientamento o nella formazione. La psicologia, considerando quanto la
loro opera e il loro esempio abbiano fatto per assicurarle un posto tra le
scienze, può confessare con piacere il suo debito verso entrambi. Lo studioso
di psicologia, sebbene il suo debito personale sia duplice, deve fare nondimeno
la sua scelta, per l’uno o per l’altro. Non c’è via di mezzo tra Brentano e
Wundt» (p. 3).
Dal contrasto tra Wundt e Brentano («Non c’è via di mezzo tra Brentano e
Wundt») si può partire per definire alcuni aspetti principali della «nuova»
psicologia agli inizi del Novecento. Appunto The new psychology si intitolava un
libro di successo pubblicato nel 1897 dallo psicologo statunitense Edward W.
Scripture (1864-1945). Solo durante gli anni ’10 del Novecento la «nuova»
psicologia si sarebbe definitivamente articolata in correnti e scuole differenti,
ben oltre le due contrastanti concezioni di Wundt e Brentano.
Si tenga conto, tuttavia, che si tratta di una caratterizzazione estrema di
queste due grandi personalità della psicologia tra Ottocento e Novecento, la
quale ci permette anche di comprendere come queste erano «percepite» e
differenziate nei primi decenni del secolo. Indubbiamente Wundt e Brentano
appaiono oggi come psicologi molto più complessi e articolati sul piano
teorico. Basti pensare al ridimensionamento che è stato fatto recentemente
dell’immagine di Wundt come puro scienziato ottocentesco, cultore dei fatti e
alieno dalla teorizzazione filosofica. A questo proposito si possono ricordare le
parole che Wundt scrisse nel 1913 sul rapporto tra filosofia e psicologia in un
saggio dal titolo emblematico Die Psychologie im Kampf ums Dasein [La
psicologia in lotta per la sua esistenza]: non dovrebbe esser permesso di
insegnare a «chi è un semplice sperimentalista e non è allo stesso tempo un
uomo preparato psicologicamente e filosoficamente, pieno di interessi
filosofici» (p. 543).

Wilhelm Wundt ►
2. Il metodo sperimentale
Nel Grundriss der Psychologie [Compendio di psicologia] (1896), l’opera a
carattere introduttivo tra le più diffuse agli inizi del Novecento (fu tradotta in
italiano nel 1900), Wundt aveva affermato che il metodo sperimentale e
l’osservazione erano i due metodi fondamentali della psicologia. Il metodo
sperimentale si basava sull’intervento «volontario» dell’osservatore che
manipolava e controllava i processi psichici in esame. L’osservazione era invece
adeguata per lo studio dei «prodotti dello spirito» (la lingua, le rappresentazioni
mitologiche, i costumi, secondo l’esempio stesso di Wundt) che non possono
essere manipolati a volontà dal ricercatore. Questi «prodotti» rientravano nella
«psicologia sociale», mentre i processi psichici affrontabili col metodo
sperimentale (come la sensazione, la percezione, la memoria) facevano parte
della «psicologia individuale». Nella sfera individuale non era possibile
applicare il metodo dell’osservazione perché «l’intenzione stessa dell’osservare»,
scriveva Wundt, «altera sostanzialmente il principio e il decorso del processo
psichico» (p. 17). Il metodo sperimentale avrebbe invece conferito alla
psicologia l’oggettività propria delle scienze naturali, nelle quali è
notevolmente ridotto l’effetto perturbatore del soggetto che indaga
sull’oggetto indagato.
Nell’ambito della tradizione sperimentalista, almeno fino a tutto il primo
decennio del Novecento, il metodo sperimentale fu strettamente legato al
problema dell’impiego dell’introspezione. Solo nel secondo decennio,
soprattutto dopo le critiche del comportamentismo, in vari orientamenti della
ricerca psicologica l’introspezione fu abbandonata e il riferimento ai dati
soggettivi fu duramente respinto. Il problema dell’introspezione era stato posto
nell’importante saggio di Wundt, Selbstbeobachtung und innere Wahrnehmung
[Introspezione (lett., auto-osservazione) e percezione interna] (1888). Wundt
aveva ben chiari i limiti dell’introspezione, intesa come personale e libera auto-
osservazione. Gli stati psichici interni potevano essere analizzati, nella
psicologia scientifica, solo se essi erano manipolati nel quadro di un
esperimento psicologico dove si potessero riprodurre le stesse condizioni e si
potessero controllare rigorosamente le variabili studiate. Negli esperimenti di
psicofisica, fin dal momento della loro impostazione sistematica negli Elemente
der Psychophysik [Elementi di psicofisica] (1860) di Gustav Theodor Fechner
(1801-87), si variava l’intensità dello stimolo e si registravano le sensazioni del
soggetto quali erano riferite verbalmente dal soggetto stesso in base al suo
processo di introspezione. Attraverso l’«introspezione sperimentale»
(experimentelle Selbstbeobachtung) si sarebbe dovuto seguire il corso del percepire
(«percezione interna») degli eventi esterni, senza l’influenza di fattori soggettivi
e di immagini derivate dalla memoria. Così per Wundt l’analisi era limitata a
fenomeni psichici, sensazioni e percezioni, che erano replicabili, lasciando
fuori tutta una vasta gamma di fenomeni psichici, come il pensiero, le
emozioni e la volontà. I resoconti dei soggetti erano generalmente limitati alla
percezione, riguardavano in definitiva le caratteristiche fisiche degli stimoli
(durata, intensità, grandezza, ecc.) ed erano sostanzialmente dei resoconti
quantitativi. Inoltre il soggetto doveva essere addestrato a compiere un lavoro
introspettivo sistematico e rigoroso e a riferire i dati introspettivi con una
precisa terminologia, in modo da evitare che ricorresse ad una libera e
frammentaria auto-osservazione e al linguaggio ordinario. L’esposizione più
accurata del metodo introspettivo, lo «schema dell’introspezione», si trova negli
articoli scritti nel 1912 da Titchener, che era stato allievo di Wundt a Lipsia e
poi era divenuto professore alla Cornell University (cfr. cap. IV). Lo schema
dell’introspezione da una parte si estendeva allo studio qualitativo dei
fenomeni psichici, esclusi dal metodo della percezione interna di Wundt,
dall’altra introduceva nuove caratteristiche nell’indagine. In primo luogo fu
accettato l’uso della «retrospezione», la memoria dei fatti esperiti
retrospettivamente, che era stato rifiutato da Wundt a favore della percezione
immediata e diretta. Inoltre i resoconti soggettivi divennero una caratteristica
costante e infine essenziale delle ricerche di laboratorio, mentre prima erano
considerati solo un’informazione aggiuntiva. I resoconti soggettivi, fondati su
una introspezione «provocata» e «sistematica» guidata dalla «interrogazione»
(Ausfrage) dello sperimentatore divennero fondamentali in particolare nelle
ricerche condotte dalla scuola di Würzburg (cfr. cap. V) sul pensiero e sulla
volontà, temi scartati dalle indagini sperimentali wundtiane. Wundt (1907)
criticò questo indirizzo di ricerca nell’articolo Über Ausfrageexperimente und über
die Methoden zur Psychologie des Denkens [Sugli esperimenti a interrogazione e
sui metodi della psicologia del pensiero], affermando che si ritornava di fatto
alla «forma più imperfetta del vecchio tipo di introspezione» (p. 358). In
questo modo ci si orientava verso una raccolta qualitativa di dati (resoconti)
soggettivi piuttosto che basarsi sulla misurazione di dati quantitativi. In questa
nuova impostazione lo sperimentatore non era più un passivo e neutrale
presentatore e manipolatore di stimoli, ma diveniva più attivo, partecipava
attraverso le sue domande al decorso dell’indagine introspettiva. L’altro aspetto
problematico della metodologia che univa l’esperimento all’introspezione era
rappresentato dai soggetti impegnati nell’indagine. I soggetti erano
generalmente gli stessi psicologi che sperimentavano su loro stessi, oppure
erano gli allievi di questi professori di fisiologia, psicologia o filosofia. In
seguito si sarebbe posto il problema della possibilità di generalizzare i risultati
ad altri soggetti, al di fuori di coloro che praticavano i laboratori di psicologia.

I primi laboratori di psicologia


L’introduzione del metodo sperimentale nella ricerca psicologica fu realizzata


con la fondazione di specifici laboratori di psicologia in Europa e Nord-
America tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. I progetti di
ricerca, fondati sul metodo sperimentale, richiedevano all’interno di una data
area (sensazione, percezione, attenzione, ecc.) di indicare gli stimoli e i loro
parametri manipolabili (intensità dello stimolo, numero di sillabe da
memorizzare, ecc.) per verificarne l’effetto sul processo indagato. Questo
effetto poteva essere studiato ricorrendo a misure oggettive, come i tempi di
reazione, o a resoconti soggettivi derivati dall’introspezione «controllata» del
soggetto.
Il tempo di reazione era divenuto il metodo paradigmatico della psicologia
sperimentale (anche le primissime ricerche di Wundt nell’area psicologica si
erano basate su questo metodo). Il fisiologo olandese Francis C. Donders
(1818-89) aveva condotto una serie di esperimenti che consentivano di
distinguere tra tempo di reazione «semplice» (tempo occorso per rispondere ad
un solo stimolo) e «composto» (tempo occorso per rispondere ad uno stimolo
tra più stimoli o per produrre risposte diverse per stimoli diversi secondo un
dato criterio). La differenza tra il tempo di reazione semplice e quello
composto (mediante una «procedura sottrattiva» o «metodo della sottrazione»)
avrebbe indicato il tempo aggiuntivo necessario per compiere un’operazione
psichica come una discriminazione tra due stimoli, un giudizio, ecc. La
«cronometria mentale», elaborata da Donders, Wundt ed altri, tra cui l’italiano
Gabriele Buccola (1854-85), autore del libro Le leggi del tempo nei fenomeni del
pensiero (1883), avrebbe consentito di determinare i tempi necessari per le varie
operazioni psichiche nelle loro componenti sensoriali, in quelle propriamente
psichiche e in quelle motorie (dalla recezione dello stimolo nell’organo di
senso all’elaborazione cognitiva e alla risposta motoria). Le ricerche sui tempi
di reazione, da una parte, avevano messo in risalto una proprietà fondamentale
dei processi psichici, la loro dimensione temporale, ma dall’altra avevano
favorito una concezione semplicistica dei processi psichici stessi che potevano
essere addizionati e sottratti come se fossero blocchi separati e distinti. Una
critica del genere fu sollevata da vari psicologi della scuola di Würzburg.
Esemplificativa di questo dibattito è la discussione relativa agli esperimenti condotti da Ludwig Lange
(1863-1936) sul «processo di reazione semplice alle impressioni sensoriali» nel laboratorio di Lipsia
(1887-88). Lange aveva distinto tra reazioni sensoriali e reazioni motorie, le prime prodotte
dall’attenzione posta dal soggetto sullo stimolo, le seconde dall’attenzione sull’atto motorio per la
risposta. Narziss Ach (1871-1946), esponente della scuola di Würzburg, nel libro Über die Willenstätigkeit
und das Denken [L’attività volontaria e il pensiero] (1905), aveva affrontato la questione in una serie di
esperimenti nei quali si contrapponeva la «disposizione (Einstellung) sensoriale» alla «disposizione
muscolare». Nella prima condizione era richiesto al soggetto di porre l’attenzione sullo stimolo nel modo
seguente: «Al ‘pronto’ prema il dito verso il basso; dopo circa tre secondi comparirà [sull’apparecchio]
una carta bianca. Appena vede la carta bianca, alzi il dito. Concentri la sua attenzione sull’impressione
visiva in arrivo. Poi descriverà ciò che ha provato». Per la «disposizione muscolare» l’istruzione richiedeva
invece: «Concentri la sua attenzione sul movimento che dovrà eseguire» (p. 36). Secondo gli esperimenti
di Lange le risposte centrate sullo stimolo richiedevano più tempo delle risposte centrate sulla reazione
muscolare. Adottando la procedura sottrattiva risultava che le reazioni sensoriali erano più lunghe di
circa un decimo di secondo. Secondo Wundt questo tempo addizionale era dovuto al fatto che il
soggetto nelle risposte «sensoriali» appercepiva lo stimolo (definiamo sinteticamente l’appercezione come
una percezione consapevole guidata dall’attenzione), si «soffermava» per così dire per percepirlo
consapevolmente, mentre nelle risposte motorie era prodotta immediatamente la reazione. Ach notava
che in realtà i soggetti non reagivano in stretta relazione alle istruzioni dello sperimentatore, ma secondo
l’intenzione (Absicht) di rispondere il più velocemente possibile allo stimolo oppure di rispondere in
modo accurato solo dopo aver avuto la piena consapevolezza di aver percepito lo stimolo. In altri termini,
si introduceva nella sequenza stimolo-reazione una caratteristica soggettiva (l’intenzione del soggetto)
che non era direttamente controllabile dallo sperimentatore e che emergeva richiedendo al soggetto un
resoconto introspettivo di quanto era accaduto nella sua mente durante l’esecuzione del compito.

Il ruolo dei fattori soggettivi e delle differenze individuali nei tempi di


reazione era stato al centro del dibattito nel 1895-96 tra Edward B. Titchener
e James M. Baldwin: il primo – lungo la linea di pensiero di Wundt –
sosteneva la generalità inter-individuale dei risultati ottenuti con gli
esperimenti di cronometria mentale su soggetti talvolta denominati «reagenti»,
cioè dei semplici meccanismi di produzione di risposte a stimoli esterni; l’altro
ribadiva l’esistenza di rilevanti differenze individuali e l’effetto della «pratica»
sui risultati. Gradualmente si pose il problema di generalizzare i dati, ottenuti
su gli stessi autori delle ricerche e su studenti di psicologia addestrati, a soggetti
non addestrati.
Altro grande centro della psicologia sperimentale in Germania fu l’università
di Gottinga dove insegnò per alcuni decenni Georg Elias Müller (1850-1934),
maestro di numerosi psicologi del primo Novecento. Occupatosi in una prima
fase di psicofisica e percezione visiva, Müller si dedicò in particolare allo studio
della memoria (Zur Analyse der Gedächtnistätigkeit und des Vorstellungsverlaufes
[Sull’analisi dell’attività mnestica e il decorso della rappresentazione], 1911-
17). Le ricerche di Müller e dei suoi allievi sono un altro esempio
dell’applicazione del metodo sperimentale nella ricerca psicologica. Il materiale
da memorizzare era presentato al soggetto mediante un apparecchio che
consentiva di regolare la durata di esposizione e l’intervallo tra uno stimolo e
l’altro. Tra i metodi di presentazione degli stimoli, vi era quello del
Traffermethode [metodo degli stimoli azzeccati] di Müller e Pilzecker (1900)
(alla presentazione di una sillaba il soggetto deve richiamare dalla memoria
un’altra sillaba che seguiva ad essa in un elenco appreso in precedenza) o il
metodo delle coppie associate (devono essere memorizzati elementi tra loro
accoppiati, senza alcuna relazione, come un numero e una parola, e si studia
l’effetto della ripetizione delle coppie, la posizione delle coppie nella lista,
ecc.). Rispetto alle ricerche di Hermann Ebbinghaus (1850-1909) sulla
memoria, illustrate nel libro Über das Gedächtnis [La memoria] (1885), in cui lo
sperimentatore era egli stesso il soggetto sperimentato e si usavano
metodologie ancora «artigianali» seppure molto originali ed efficaci, gli studi
del gruppo di Müller si caratterizzarono non solo per la sistematicità ed
esaustività degli esperimenti, ma per l’esplicitazione del programma di ricerca,
degli apparecchi, del materiale stimolo, delle procedure, ecc., un insieme di
parametri e variabili applicabili in qualsiasi laboratorio e su altri soggetti.
Nel ventennio 1890-1910 si ebbe quindi una graduale trasformazione
nell’ambito delle ricerche psicologiche basate sul metodo sperimentale.
All’inizio le ricerche erano condotte in laboratori improvvisati, con strumenti
prototipi, con psicologi che erano a turno i soggetti e gli sperimentatori.
Successivamente si delineò l’ambiente tipico del laboratorio di psicologia
(stanze, sonorizzazione, illuminazione, ecc.) con la disposizione degli
strumenti (sempre più standard e disponibili sul mercato) e l’elenco delle
procedure. L’opera di Titchener, Experimental psychology. A manual of laboratory
practice (1901-5), due volumi per l’insegnante e due per lo studente, fu la prima
classica trattazione sistematica sul laboratorio di psicologia e la
sperimentazione in psicologia.
Negli esperimenti di psicofisica o in quelli sui tempi di reazione o sulla
memoria, si era posto il problema della quantificazione delle variabili studiate.
Ad esempio, le ricerche di Ebbinghaus sulla memoria (1885) presentavano una
serie di analisi quantitative che ponevano in relazione il numero delle sillabe
memorizzate con il numero di ripetizioni del materiale stimolo, con il tempo
intercorso dalla fase di apprendimento, ecc. Tuttavia fu solo dopo il 1888,
quando fu pubblicato l’articolo Co-relations and their measurement dell’inglese
Francis Galton (1822-1911), che si diffuse in psicologia l’uso di analisi
statistiche.
Tappe fondamentali per la storia della statistica in psicologia nel primo Novecento furono la diffusione
della correlazione, perfezionata dal punto di vista matematico dallo statistico inglese Karl Pearson (1867-
1936), e la sua applicazione alla misurazione dell’intelligenza da parte di Charles E. Spearman (cfr. cap.
V); i contributi dello statistico inglese William Sealy Gosset (1876-1937) firmati con lo pseudonimo
«Student»; lo sviluppo negli anni ’30 dell’analisi fattoriale ad opera degli inglesi Cyril L. Burt (1883-
1971) e Godfrey H. Thomson (1881-1955) e dello statunitense Louis L. Thurstone (1887-1955), e
dell’analisi della varianza ad opera dello statistico inglese Ronald A. Fisher (1890-1962). Le riviste
«Biometrika», fondata nel 1902, e «Psychometrika», fondata nel 1936, pubblicarono alcuni dei più
importanti articoli sull’applicazione della statistica in psicologia. Sembra che il primo libro di psicologia
che abbia contenuto un capitolo specifico dedicato alla statistica sia stato il già citato The new psychology
(1897) di Scripture. Da allora ogni manuale di psicologia, della «nuova psicologia» basata sul metodo
sperimentale, ha contenuto una parte relativa alla statistica, considerata come uno strumento
indispensabile.

Nella nuova psicologia sperimentale-statistica convergevano due tradizioni:


da una parte le ricerche di laboratorio (di origine soprattutto tedesca) dedicate
allo studio dei processi psichici nella loro struttura e nel loro funzionamento
comuni a tutti gli individui umani; dall’altra le ricerche sulle differenze
individuali nelle prestazioni mentali (ricerche avviate da Galton e proseguite
soprattutto dagli psicologi inglesi). Le differenze individuali riscontrate nelle
ricerche di laboratorio furono ricondotte all’interno di una concezione
statistica che configurava tali differenze come «errori di misurazione», dati che
si disperdono rispetto ad un valore medio che misura la prestazione tipica della
mente umana. Il metodo sperimentale e la statistica si integravano per
delineare le proprietà fondamentali delle funzioni mentali. La «nuova
psicologia», al pari delle scienze naturali, avrebbe assunto la mente come un
prodotto di laboratorio, manipolato in condizioni sperimentali rigorose,
descritto in termini matematico-statistici, generalizzabile nella sua struttura e
nelle sue funzioni a tutti gli individui. Come si è notato, questa impostazione
avrebbe incontrato più di una critica all’interno dello stesso ambiente
sperimentalista nord-americano per cui si sarebbe gradualmente rivalutata la
differenziazione individuale nel comportamento effettivo dei soggetti. Edwin
G. Boring scrisse che Titchener agli inizi del secolo «desiderava lavorare sulla
mente; gli americani stavano cominciando ad occuparsi delle menti» (19502, p.
413).

Le prime riviste di psicologia ►

3. Il metodo fenomenologico
Il metodo sperimentale dei wundtiani fu presentato in modo sistematico dagli
psicologi che lo avevano adottato o nella premessa alle loro trattazioni di
psicologia generale (ad esempio nel Compendio di Wundt) o come esposizione
specifica (ad esempio i volumi della Experimental psychology di Titchener).
Invece il metodo usato nella tradizione brentaniana non fu illustrato in modo
altrettanto sistematico e non fu concepito sempre come un capitolo a sé,
introduttivo alla scienza psicologica.
Partiamo da una famosa pagina del filosofo Edmund Husserl, allievo di
Brentano, sul quale torneremo nel cap. II, dedicato alla prospettiva
fenomenologica. In Ideen zu einer reinen Phänomenologie und phänomenologische
Philosophie [Idee per una fenomenologia pura e una filosofia fenomenologica]
del 1913, Husserl descriveva così il modo in cui la coscienza dell’uomo si apre
alla realtà: «Io sono consapevole di un mondo che si estende infinitamente
nello spazio, e che è ed è stato soggetto a un infinito divenire nel tempo.
Esserne consapevole significa anzitutto che trovo il mondo immediatamente e
visivamente dinanzi a me, che lo esperisco. Grazie alle diverse modalità della
percezione sensibile, al vedere, al toccare, all’udire, ecc., le cose corporee sono
in una certa ripartizione spaziale qui per me, mi sono alla mano, in senso
letterale e figurato, sia che io presti o non presti loro attenzione, sia che mi
occupi o no di esse nel pensiero, nel sentimento, nella volontà. Anche esseri
animali come gli uomini sono qui per me; io li guardo, li vedo, li sento
avvicinare, stringo loro la mano e, parlando con loro, comprendo
immediatamente quali siano le loro rappresentazioni e i loro pensieri, quali
sentimenti si muovano in loro, che cosa essi desiderino e vogliano. Che io
presti o non presti loro attenzione, anch’essi mi sono alla mano, come realtà nel
mio campo visivo. Ma non è indispensabile che essi, e gli altri oggetti, si
trovino precisamente nel mio campo di percezione. Infatti, insieme con gli
oggetti percepiti, sono ‘qui per me’ anche oggetti reali determinati, più o
meno noti, senza che siano percepiti, visivamente presenti. Io posso lasciar
vagare la mia attenzione dalla scrivania, che vedo e osservo, alle pareti della
mia camera che stanno alle mie spalle, fino alla veranda, al giardino, ai bambini
che si trovano sotto la pergola ecc., ossia verso tutti quegli oggetti che ‘so’
essere qua e là nelle mie vicinanze – un sapere che però non ha nulla del
pensare concettuale e che d’altra parte soltanto in virtù del volgersi
dell’attenzione su quegli oggetti si tramuta, e anche allora solo parzialmente e
imperfettamente, in visione chiara, in un percepire nel senso per cui il
percepire è un cogliere, è anche un esperire che include una conferma [...] Io
trovo constantemente alla mano, di fronte a me, la realtà spazio-temporale, a
cui appartengo io stesso e a cui appartengono tutti gli altri uomini, che si
trovano in essa e ad essa si riferiscono nel mio medesimo modo. La realtà – e la
parola stessa lo dice – la trovo in quanto, desto dentro una esperienza
omogenea e mai interrotta, la trovo come esistente e la assumo esistente, così
come essa mi si offre. Qualunque nostro dubbio o ripudio di dati del mondo
naturale non modifica affatto la tesi generale dell’atteggiamento naturale. Il mondo
come realtà è sempre là; può rivelarsi qua o là ‘diverso’ da come lo presumevo,
questo o quell’elemento dev’essere cancellato da esso a titolo di ‘apparenza’,
‘allucinazione’ e simili; ma, nel senso della tesi generale, esso è sempre mondo
esistente» (pp. 57-59, 62).
Questo passo di Husserl sull’«atteggiamento naturale» della coscienza (per cui
la coscienza ingenua dà per scontata e ovvia la realtà del mondo esterno)
esemplifica due aspetti importanti del metodo fenomenologico: da una parte il
riferimento al mondo quale appare alla mia coscienza, il mio mondo
fenomenico, nel suo darsi immediato, come oggetto di indagine; dall’altra – il
programma della fenomenologia husserliana – la necessità di descrivere questo
mondo fenomenico, al di là dei pre-giudizi e pre-concetti delle scienze
naturali che fanno di questo mondo un mondo di oggetti staccati dalla
coscienza stessa. Nel riferirsi al proprio mondo fenomenico, lo psicologo che
impiegava il metodo fenomenologico usava in effetti uno stile di ricerca e di
illustrazione delle proprie indagini lontano da quello degli psicologi di
laboratorio, basato sulla precisa descrizione dei metodi e delle procedure
sperimentali, sulla presentazione dei risultati ed infine sull’analisi divenuta
sempre più quantitativa dei dati. Lo stile del fenomenologo era più personale,
fluttuante secondo i percorsi del suo pensiero, affidato a una prosa
argomentativa e ridondante che ricordava più i testi dei filosofi che quelli degli
scienziati.
Il metodo fenomenologico si collocava in una prospettiva più generale di
studio dei processi psichici, in cui si privilegiava la dimensione dell’esperienza
psichica individuale. Di nuovo occorre riferirsi ad una letteratura di carattere
filosofico piuttosto che a quella scaturita direttamente dagli ambienti della
«nuova» ricerca psicologica. Testi importanti per delineare tale impostazione
sono i saggi scritti dal filosofo tedesco Wilhelm Dilthey (1833-1911), tra cui il
saggio Ideen über eine beschreibende und zergliedernde Psychologie [Idee su una
psicologia descrittiva ed analitica] del 1894. La tesi di Dilthey è riassunta
nell’affermazione per cui «noi spieghiamo la natura, mentre comprendiamo la
vita psichica» (p. 20). La realtà esterna può essere studiata con i metodi delle
scienze naturali (Naturwissenschaften), che appunto la spiegano in termini di
relazioni deterministiche di causa-effetto (un processo di spiegazione causale
denominato in tedesco Erklären). Al contrario, la realtà interna, studiata dalle
scienze dello spirito (Geisteswissenschaften), non è riducibile a leggi generali e
non è smembrabile in fenomeni distinti, è una «connessione vivente» che non
può essere spiegata nel senso suddetto, ma può essere compresa nel suo essere
irriducibile. Mentre le scienze della natura sono scienze nomotetiche che
mirano allo studio di leggi generali, le scienze dello spirito sono scienze
idiografiche volte alla comprensione del singolo individuo nella sua storia
concreta. Alla psicologia esplicativa ispirata alle scienze naturali si contrappone
la psicologia descrittiva basata sul comprendere. Attraverso il comprendere
(Verstehen) si coglie la dimensione interiore dell’individuo, «ciò che è
immediatamente vissuto», la continuità dello Erleben dove una «esperienza
vissuta» (Erlebnis) si «connette» ad un’altra. Allo stesso tempo il comprendere
me stesso permette di comprendere l’altro da me nella sua stessa individualità;
l’altro non è un oggetto naturale ai fini di un’indagine deterministica, ma è al
pari di me un altro io, è portatore di altre significative esperienze vissute che
devono essere disvelate. Il filosofo e psichiatra Karl Jaspers, su cui torneremo
nel cap. III trattando la psicologia e la psichiatria fenomenologica, nella sua
opera principale Allgemeine Psychopathologie [Psicopatologia generale] del 1913
scriveva a proposito dello psicopatologo: «Ciò che caratterizza essenzialmente
lo psicopatologo gli deriva dal fatto di trattare con gli esseri umani. Quello che
egli viene ad acquisire con tale esperienza dipende da come egli si comporta
con gli individui e come coopera terapeuticamente nell’evento particolare,
facendo opera di chiarificazione nei confronti di se stesso e dell’altro. Egli
compie non solo un’osservazione indifferente, come nella lettura di una
misura, ma nell’atto di scrutare l’anima egli deve comprendere e partecipare.
Deve esserci in lui come una immedesimazione nell’altro, che consiste nel
tentativo di autotrasformarsi pari a quello dell’attore che si immedesima nel
personaggio pur restando se stesso» (p. 24). La comprensione è allo stesso
tempo interpretazione. Poiché le esperienze vissute trapelano da colui che è
altro da me attraverso modalità comunicative, significati e intenzioni che si
presentano in modo discontinuo, frammentario e fluido, occorre un’opera
continua di tessitura e attribuzione di senso a tali esperienze; diviene allora
centrale il metodo dell’interpretazione secondo Dilthey e numerosi altri
esponenti della prospettiva fenomenologica, ma anche di prospettive
psicologiche diverse (vedi nel cap. III il significato di «interpretazione» in
Freud).
Sul piano delle indagini strettamente psicologiche, il metodo fenomenologico
permetterà di conseguire i risultati più significativi nello studio dei fenomeni
percettivi (come si metterà in evidenza nel cap. II, dedicato alla prospettiva
fenomenologica). Si avvierà un sistematico programma di «fenomenologia
sperimentale» basato sulla manipolazione delle proprietà dello stimolo e
sull’analisi degli effetti percettivi esperiti dal soggetto.
Infine, il metodo fenomenologico caratterizzerà la psichiatria
fenomenologica, rispetto ad altri orientamenti psicopatologici e psichiatrici
(cfr. cap. III).

Franz Brentano ►

4. La struttura dei processi psichici


Vi era una complementarità necessaria tra i due principali metodi di indagine
psicologica sopra illustrati e i processi psichici che questi stessi metodi
avrebbero permesso di indagare. È opportuno quindi riassumere i due tipi
fondamentali di struttura dei processi psichici, formulati da Wundt e
Brentano, e divenuti il riferimento obbligato della ricerca psicologica
successiva.
La psicologia di Wundt era una psicologia dei contenuti dell’esperienza quali
sono esperiti dal soggetto. Le scienze naturali avrebbero invece studiato gli
stessi contenuti prescindendo dal soggetto stesso. Nel Compendio Wundt
distingueva chiaramente la psicologia dalle scienze naturali, riferendosi alla
scissione dell’esperienza, da una parte, negli «oggetti» dell’esperienza e,
dall’altra, nel «soggetto conoscente»: «Due vie si svolgono per lo studio
dell’esperienza. L’una è quella della scienza naturale, che considera gli oggetti
dell’esperienza nella loro natura, pensata indipendentemente dal soggetto;
l’altra è quella della psicologia; essa investiga l’intero contenuto dell’esperienza
nella sua relazione col soggetto e nelle qualità, che sono immediatamente
attribuite ad esse dal soggetto. In base a ciò il punto di vista della scienza
naturale, essendo solo possibile mediante l’astrazione del fattore soggettivo
contenuto in ogni reale esperienza, può anche essere designato come quello
dell’esperienza mediata, mentre il punto di vista psicologico, il quale annulla
quell’astrazione e i suoi effetti, può essere detto dell’esperienza immediata» (pp.
2-3).

I primi congressi di psicologia ►

L’esperienza immediata è un complesso di fatti psichici, i quali attraverso


l’indagine psicologica (momento dell’analisi e dell’astrazione) possono essere
scomposti in «elementi psichici», che di tali fatti sono «parti assolutamente
semplici ed indecomponibili» (p. 22). Poiché l’esperienza immediata
(unmittelbare Erfahrung) consta di un versante oggettivo (il contenuto [Inhalt]
dell’esperienza) e uno soggettivo (il soggetto che esperisce), gli elementi
(Elemente) psichici costitutivi sono da una parte gli elementi della sensazione
(Empfindung) o sensazioni («ad es., un suono, una certa sensazione di caldo, di
freddo, di luce, ecc.»), dall’altra gli elementi del sentimento (Gefühl) o
sentimenti («il sentimento che si accompagna ad una sensazione di luce, di
suono, di gusto, d’olfatto, di caldo, di freddo, di dolore; oppure i sentimenti
che vanno uniti alla vista di un oggetto piacevole o spiacevole, che sono nello
stato dell’attenzione, nel momento di un atto volitivo, e così via», pp. 22-23).
Gli elementi di sensazione e sentimento si compongono in formazioni
psichiche (psychische Gebilde) dotate di proprietà diverse da quelle dei singoli
elementi, di proprietà nuove: «Così una rappresentazione visiva contiene non
solo la proprietà delle sensazioni luminose, e insieme delle sensazioni di
posizione e di movimento, dell’occhio, ma oltre a ciò anche le proprietà
dell’ordine spaziale delle sensazioni, che queste in sé e per sé non contengono
affatto; oppure un processo volitivo non consiste solo di rappresentazioni e
sentimenti, nei quali i singoli atti del processo possano venire scomposti, ma
dalla combinazione di questi atti risultano nuovi elementi sentimentali, che
sono specificamente particolari al processo volitivo composto» (p. 74).
Le formazioni psichiche sono di due tipi: sul versante cognitivo vi è la
rappresentazione (Vorstellung) data da composti di elementi di sensazione; su
quello affettivo vi è il moto d’animo (Gemüthsbewegung) dato da composti di
elementi di sentimento (le emozioni sono un «decorso connesso» di
sentimenti). Le formazioni psichiche si connettono infine tra di loro dando
origine alla vita psichica nel suo complesso (secondo linee di sviluppo
indagabili dalla psicologia infantile). Compito della ricerca psicologica non è
soltanto la scomposizione della vita psichica prima nelle formazioni e poi negli
elementi costituenti (analisi), ma anche quello dello studio delle leggi di
connessione tra gli elementi e le formazioni.
La teoria di Wundt è stata denominata «elementismo», «atomismo» o una
«chimica mentale», perché avrebbe ridotto la vita psichica a «composti» di
elementi separati (come gli atomi di una molecola). Questa interpretazione
della teoria wundtiana, che fu diffusa tra gli psicologi americani soprattutto
attraverso la trattazione fattane da Boring nella sua History of experimental
psychology sin dalla prima edizione del 1929, metteva in evidenza più il
momento dell’analisi e della scomposizione che quello della sintesi e della
ricomposizione degli elementi e delle formazioni in un processo psichico
integrato. In effetti Wundt non parlava di «composto», termine che evoca
appunto l’idea di sostanza chimica e con cui gli psicologi americani
traducevano (compound) il termine wundtiano Gebild (prodotto, creatura,
formazione, sistema, struttura, ecc.). Per Wundt l’analisi permetteva di trattare
separatamente gli elementi e di sottoporli ad un’indagine sperimentale in cui si
manipolavano le proprietà di tali elementi. Il metodo sperimentale si confaceva
quindi allo studio analitico degli elementi psichici (in particolare le sensazioni),
ma non allo studio delle formazioni psichiche complesse quali si rivelavano nei
processi superiori come il linguaggio e la formazione dei concetti e nei
processi psicologici dipendenti dall’influenza delle «comunità spirituali»
(geistige Gemeinschaften) («popoli, stati, società civili di diversa natura, genti e
famiglie») (p. 241). Gli psicologi Theodore Mischel (1970) e Arthur L.
Blumenthal (1975), nei loro articoli di rivalutazione della teoria di Wundt
dopo la lettura limitata che ne era stata fatta come semplice elementismo,
hanno scritto che l’enfasi (e da qui la rilevanza attuale di Wundt) fu più sul
processo psichico nella sua finalizzazione e nel suo dinamismo che sugli
elementi psichici coinvolti nel processo stesso. Come appunto aveva già scritto
nel 1928 Federico Kiesow (1858-1940), allievo di Wundt, professore di
psicologia a Torino, nel suo articolo Il principio della sintesi creatrice di G. Wundt e
la teoria della forma (Gestalt), «di una ‘chimica psichica’ Wundt non parla» (p.
336), o per lo meno di una chimica estremamente elementistica. Questa
dimensione processuale si era resa evidente nei concetti introdotti da Wundt di
«appercezione» (Apperzeption), come un sistema di focalizzazione attiva
dell’attenzione all’interno del «decorso» dei contenuti dell’esperienza, e in
quello di «sintesi creatrice» (schöpferische Synthese), per la quale nelle formazioni
psichiche si «creano» nuove proprietà, diverse dalle proprietà dei singoli
elementi componenti.
Occorre senz’altro ridimensionare le critiche a Wundt di aver semplificato la
vita psichica riducendola a combinazioni di elementi semplici, tenendo conto
anche che generalmente ci si è limitati alla lettura delle opere wundtiane
relative ai processi psichici inferiori (sensazione e percezione, tempi di
reazione, ecc.) trascurando tutto il complesso della produzione wundtiana,
oggi rivalutata, sui «prodotti spirituali» (Geisteserzeugnisse) o prodotti della
mente – secondo una terminologia più attuale, per cui Geist è tradotto
«mente» invece di «spirito», evitando il richiamo alla nozione idealistica di
Geist – prodotti sviluppatisi nei contesti storico-sociali (i dieci volumi della
Völkerpsychologie [Psicologia dei popoli] sono dedicati al linguaggio, il mito e la
religione, l’arte, la società, il diritto, la cultura e la storia). Tuttavia è indubbio
che la dinamicità dei processi psichici era messa in maggior risalto nell’altra
impostazione di ricerca che è stata opposta a quella di Wundt: la teoria di
Brentano e gli sviluppi che ne fecero gli allievi.
Se per Wundt la psicologia era la scienza che studia i processi psichici quali si
manifestano nell’esperienza immediata sotto la forma di «contenuti», per
Brentano la psicologia era la scienza dei processi mentali in quanto tali, nel
loro agire e procedere. Più che sul contenuto dell’esperienza (quella sensazione,
quel sentimento, quella rappresentazione), l’accento è posto sull’esperire stesso
(sul sentire, sul provare sentimenti, sul pensare). Brentano affermò con
precisione quale era l’oggetto della psicologia nel momento in cui delineava ciò
che effettivamente avrebbe contraddistinto il fenomeno psichico rispetto al
fenomeno fisico. In un passo citatissimo del suo libro Psicologia (1874),
Brentano scrisse: «Ogni fenomeno psichico è caratterizzato da ciò che lo
Scolastico medievale ha chiamato in-esistenza intenzionale (o anche mentale) di
un oggetto, e che noi chiameremmo, con un’espressione non del tutto
ambigua, relazione a un contenuto, direzione verso un oggetto (che non deve
essere inteso come una realtà) o oggettività immanente. Ogni fenomeno
psichico contiene in sé qualcosa come oggetto, sebbene non sempre nello
stesso modo. Nella rappresentazione qualcosa è rappresentato, nel giudizio
qualcosa è ammesso o respinto, nell’amore amato, nell’odio odiato, nel
desiderio desiderato, e così via» (pp. 124-25). L’oggetto è quindi sempre
presente, è immanente nell’atto (Akt) psichico, non è distaccato come un
qualcosa di esterno all’atto psichico stesso. Brentano precisa che «i fenomeni
della luce, del suono, del calore, dello spazio e del movimento locale [...] non
sono cose che esistano veramente ed effettivamente. Sono segni di qualcosa di
effettivamente reale, che attraverso l’impressione produce la rappresentazione.
Perciò non sono un’immagine che corrisponda a questo reale effettivo, e
danno una conoscenza di quest’ultimo solo in un senso molto improprio» (p.
28). Ciò che è pensato non esiste come qualcosa di distaccato, al di là del
pensare, è il pensare medesimo, su un oggetto che esiste senz’altro, ma che per
noi esiste solo nel momento in cui esso è pensato. Sulla concezione della
intenzionalità era confluita la tradizione filosofica classica, in particolare il
pensiero di Aristotele – studiato a fondo da Brentano – e Tommaso d’Aquino:
Aristotele «nei suoi libri Sull’anima dice che il sentito in quanto sentito è nel
senziente, che il senso accoglie il sentito senza la materia, che il pensato è
nell’intelletto pensante [...] Tommaso d’Aquino insegna che il pensato è
intenzionalmente nel pensante, l’oggetto dell’amore nell’amante, il desiderio
nel desiderante» (p. 125).

La psicologia in Italia ►

Sulla base del concetto di intenzionalità Brentano (1911) propose una


classificazione dei fenomeni psichici che non era basata sulla divisione tra
fenomeni semplici e complessi (vedi Wundt), tra fenomeni comuni agli
animali e agli uomini e quelli propri solamente degli uomini, ecc. La
classificazione di Brentano aveva «per fondamento il diverso rapporto con
l’oggetto immanente dell’attività psichica, o la diversa maniera della sua
esistenza intenzionale» (p. 25). Erano così distinti tre processi fondamentali
relativi alla a) intenzionalità rappresentativa (Vorstellung o rappresentazione); b)
intenzionalità giudicativa (Urteil o giudizio); c) intenzionalità affettiva
(Gemüthsbewegung o moto dell’animo, sentimento). Rappresentarsi (vorstellen),
giudicare (urtheilen), «sentire», cioè amare (lieben) e odiare (hassen), sono i modi
fondamentali di essere della vita psichica; ciò che la caratterizza al di là degli
specifici oggetti (sentiti o immaginati, affermati o negati, accettati o respinti)
cui tali modi si riferiscono e che si realizzano attraverso tale «tensione» dell’atto
psichico verso l’oggetto.
II.
La prospettiva fenomenologica
e la teoria della forma

1. Introduzione
Tra la fine dell’Ottocento – si può prendere come riferimento la Psicologia dal
punto di vista empirico di Brentano, pubblicata nel 1874 – e gli anni ’30 del
Novecento, si consolida nella psicologia europea una corrente di ricerca, assai
articolata e variegata sul piano teorico e metodologico, che complessivamente
possiamo qualificare come fenomenologica. La massima espressione di questa
corrente sarà la Gestalttheorie [teoria della forma], spesso detta brevemente
Gestalt (pronuncia Gestàlt), che, sviluppatasi dopo il 1912, darà i massimi
contributi negli anni ’20-30. Il principale orizzonte geografico entro cui si
dispiega la prospettiva fenomenologica comprende l’Austria e la Germania, in
particolare la Germania meridionale, Praga e Padova. L’area linguistica è stata
quasi esclusivamente quella tedesca.
In questa prospettiva è stata fondamentale l’adozione del metodo
fenomenologico rispetto al metodo sperimentale, anche se spesso si può
individuare una forma di metodo fenomenologico che si associa al metodo
sperimentale e si può quindi distinguere una «fenomenologia sperimentale»
soprattutto nelle ricerche della Gestalttheorie. Nel metodo fenomenologico,
come si è già accennato nel cap. I, è centrale l’esperienza che si verifica nel
soggetto stesso quando questi esamina un certo fenomeno (una sensazione,
una immagine). Molti dati importanti sulla percezione dei colori e su vari
fenomeni cromatici illustrati da Johann W. Goethe (1749-1832) e da Johannes
E. Purkinje (1787-1869) nel primo Ottocento furono raccolti da questi
medesimi scienziati dopo lunghe e attente osservazioni personali. Questa
impostazione comporta un riscontro immediato del fenomeno stesso da parte
di qualsiasi altro osservatore oltre allo psicologo che per primo l’ha descritto. I
fenomeni di percezione visiva si prestano particolarmente a questo riscontro (si
pensi alle illusioni ottiche che possono essere verificate appena le si osserva
nelle figure di un qualsiasi manuale di psicologia) ed è quindi comprensibile
che il metodo fenomenologico sia stato particolarmente impiegato nello studio
di questo tipo di fenomeni. Ogni soggetto è per così dire un fenomenologo,
perché può provare direttamente una determinata esperienza psichica,
verificare da sé l’esistenza di un certo fenomeno psichico. Non c’è bisogno di
particolari procedure sperimentali, di ripetizioni delle prove, di raccolta e
analisi statistica dei dati. Il fenomeno (ad esempio, un’illusione ottica) si
presenta di per sé immediatamente per quello che è: il fenomeno c’è o non c’è.
Si tratta in questo caso di un experimentum crucis, di un esperimento cruciale,
consistente in un’unica presentazione del fenomeno per verificarne l’esistenza.
D’altra parte il soggetto deve essere addestrato a sistematizzare i dati della sua
esperienza psichica, non può essere completamente naïf, libero di dar corso
alle sue impressioni e opinioni.
Un’altra caratteristica generale della prospettiva fenomenologica è stata
l’accentuazione dei fattori innati nei processi psichici rispetto al ruolo dei
fattori ambientali. Per tale aspetto, questa tradizione è fatta risalire almeno fino
a Immanuel Kant (1724-1804) e alla sua concezione delle forme a priori della
sensibilità (il tempo per il senso interno e lo spazio per il senso esterno). Nella
seconda metà dell’Ottocento, il maggiore rappresentante dell’impostazione
fenomenologica e della interpretazione innatista nello studio dei fenomeni
percettivi fu Ewald Hering (1834-1918), professore di fisiologia a Praga dal
1870 al 1895 e poi a Lipsia.
Infine, la prospettiva fenomenologica si è distinta per una maggiore
considerazione della funzione psichica in quanto tale – l’atto psichico secondo
Brentano – rispetto al contenuto del processo stesso, privilegiato nella
psicologia di tradizione wundtiana. Escludendo la teoria della forma, i
contributi di questa impostazione sono stati quindi accomunati come psicologia
dell’atto.
Metodo fenomenologico, innatismo e atto psichico contrapposti a metodo
sperimentale, empirismo e contenuto psichico, sono i tre aspetti principali con
cui si può caratterizzare l’orientamento fenomenologico in psicologia rispetto
ad altre prospettive di ricerca. Si tratta, tuttavia, di una contrapposizione che si
può adottare solo in senso generale, perché le concezioni specifiche sviluppate
dai vari fisiologi, psicologi e filosofi all’interno della prospettiva
fenomenologica sono state diverse, spesso in contrasto tra di loro.
Prendendo come punto nodale l’opera di Brentano, la tradizione fenomenologica si amplia tra la fine
dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento anzitutto attraverso il contributo degli allievi di
Brentano.
In una prima linea di derivazione da Brentano, ricordiamo il suo allievo Alexius Meinong (1853-
1920), che si trasferì da Vienna a Graz nel 1882 fondandovi nel 1894 il primo laboratorio austriaco di
psicologia. Altro allievo di Brentano a Vienna fu Christian von Ehrenfels (1859-1932), che poi insegnò a
Graz, Vienna e infine a Praga. Allievi di Meinong furono a loro volta Stephan Witasek (1870-1915),
professore a Graz, e Vittorio Benussi (1878-1927), professore a Graz e Padova. Questo gruppo di
psicologi è stato indicato complessivamente anche come scuola austriaca o scuola di Graz.
In una seconda linea di tradizione si colloca Carl Stumpf (1848-1936), che fu allievo di Brentano a
Würzburg e divenne professore nel 1894 a Berlino. Allievi e/o collaboratori a Berlino di Stumpf furono
Friedrich Schumann (1863-1940), professore a Francoforte dal 1910 al 1929, e i principali esponenti
della teoria della forma, Max Wertheimer (1880-1943), Wolfgang Köhler (1887-1967), Kurt Koffka (1886-
1941) e, secondo un orientamento relativamente autonomo, Kurt Lewin.
In una terza linea si pone l’opera di Edmund Husserl (1859-1938), allievo prima di Brentano e poi di
Stumpf, professore dal 1901 a Gottinga e dal 1916 a Friburgo, e fondatore della fenomenologia come
teoria filosofica in senso stretto, uno dei principali indirizzi teorici della filosofia del Novecento.
Al di fuori della sfera brentaniana, contributi importanti nella prospettiva fenomenologica furono dati
dalle ricerche sulla percezione visiva condotte da Erich R. Jaensch, David Katz e Edgar Rubin, tutti e tre
studenti di psicologia a Gottinga di Georg E. Müller. Altri esponenti della fenomenologia in psicologia
furono il belga Albert E. Michotte e l’olandese Frederick J.J. Buytendijk (1887-1974).
Infine, va ricordato che non meno importanti per lo sviluppo di questa stessa prospettiva erano state le
analisi teoriche e talvolta i contributi empirici di filosofi e scienziati che avevano affrontato in particolare
i temi della sensazione e della percezione: Ernst Mach (1838-1916), professore di fisica a Praga dal 1867
al 1895 e a Vienna fino al 1901; Richard Avenarius (1843-96), professore di filosofia a Zurigo dal 1877 al
1896; Hans Cornelius (1863-1947), professore di filosofia dal 1894 a Monaco e dal 1910 a Francoforte;
Theodore Lipps (1851-1914), professore di filosofia a Monaco dal 1894.
Dopo il 1912 la Gestalttheorie si differenziò come un orientamento specifico ed ebbe una autonoma
evoluzione concettuale e metodologica rispetto alle altre correnti di ispirazione fenomenologica. Inoltre,
con particolare riferimento alla teoria di Husserl, e in stretta relazione con l’esistenzialismo, si sono
sviluppate una psicologia fenomenologica coltivata soprattutto da filosofi, come Jean-Paul Sartre e
Maurice Merleau-Ponty, e una psichiatria fenomenologica ed esistenzialistica (cfr. cap. III).
In Italia, la tradizione fenomenologica ha avuto importanti riscontri teorici ed empirici. Oltre alla
scuola di Benussi a Padova, un’impostazione fenomenologica ha caratterizzato l’ultima fase psicologica di
Francesco De Sarlo (1864-1937), mentre un’accentuazione della specificità della psicologia sul versante
delle funzioni psichiche piuttosto che su quello dei contenuti di coscienza è presente in Agostino Gemelli
(1878-1959).
Negli Stati Uniti, la tradizione fenomenologica si è affermata solo dopo gli anni ’50 attraverso un
movimento in cui è confluito anche l’esistenzialismo e che si è progressivamente caratterizzato come
«terza forza» (la psicologia umanistica), nella psicologia nord-americana, accanto al comportamentismo e
alla psicoanalisi.

2. La psicologia dell’atto
Se consideriamo complessivamente la psicologia dell’atto, è indubbio che i
contributi principali furono dati alla chiarificazione della specificità
dell’oggetto della psicologia e, in stretta relazione con questo tema, allo studio
del rapporto tra la sensazione (un fenomeno al confine tra fisica e psicologia) e
la percezione e il pensiero (fenomeni al confine tra psicologia e filosofia).
Atto psichico e funzione psichica. Un riferimento fondamentale per la discussione
sull’oggetto della psicologia fu il saggio di Stumpf, Erscheinungen und psychische
Funktionen (1906), che trattava la relazione tra Erscheinungen, termine
traducibile letteralmente con «apparenze», ciò che appare, i fenomeni in senso
etimologico, e le «funzioni psichiche». La fenomenologia, secondo Stumpf,
studia i fenomeni, costituiti in primo luogo dalle sensazioni, mentre la
psicologia studia le funzioni psichiche. La fenomenologia è in effetti una «pre-
scienza» perché si occupa dei fenomeni, che sono i dati di partenza per la
ricerca sia della fisica che della psicologia. La fisica studia questi fenomeni dal
punto di vista quantitativo, come dati che divengono oggetto di relazioni
quantitative e di leggi, al di là del loro riferimento al soggetto cui appaiono; la
psicologia studia le funzioni psichiche nella loro struttura e dinamica al di là
degli specifici fenomeni cui esse «tendono». Le funzioni psichiche si
differenziano, come Stumpf precisava nel 1924 nella Selbstdarstellung
[Autobiografia intellettuale], in questo modo: «Prima di tutto si dividono in
funzioni intellettuali ed emozionali; ognuno di questi generi include tuttavia
dei tipi di funzioni, che costituiscono a loro volta un ordinamento di livelli che
si includono a vicenda; tra quelle intellettuali troviamo il notare (distinguere),
l’unire [Zusammenfassen], la formazione dei concetti [Begriffsbildung] e il
giudicare; tra quelle emozionali le emozioni passive e attive» (p. 57).
Gemelli, nell’articolo Funzioni e strutture psichiche (1925) rendeva vividamente
la contrapposizone tra «atti di coscienza» o funzioni psichiche e i «contenuti di
coscienza», espressione cui egli faceva corrispondere il termine Erscheinungen:
«In primo luogo abbiamo dei contenuti di coscienza, essi vengono, vanno, si
uniscono, si separano, si fondono, si contrastano, ecc., si presentano come dati
qualitativi; costituiscono gli oggetti e la materia stessa delle nostre attività
interiori. Sono tali, ad esempio, i dati dei sensi, poscia le sensazioni interiori, i
sentimenti elementari, le rappresentazioni, i pensieri [...]. Hanno una evidente
indipendenza, in quanto, nel loro apparire e scomparire, non dipendono solo
da noi, il soggetto. W. James ha dato loro il nome di stati sostantivi. Meglio
conviene loro la denominazione di contenuti di coscienza, che significa anche la
loro opposizione a un secondo ordine di fatto di coscienza: le funzioni [...].
Sono veramente degli stati nel senso statico della parola; si dispongono, per
così dire, nel piano della coscienza, nella vita continua di essa. Io preferisco per
designarli la espressione di contenuti di coscienza, che meglio esprime il
carattere di questi dati qualitativi, o stati di coscienza propriamente detti, per
quanto la espressione di James ‘stati sostantivi’ abbia il vantaggio di esprimere il
carattere di questi stati, cioè di essere qualcosa di solido, di compatto e di
facilmente osservabile. Ma, oltre questi stati di coscienza, vi sono degli atti di
coscienza; essi sono chiamati anche funzioni; sono i fenomeni psichici
propriamente detti, ossia sono quei fenomeni transitivi, interiori, fuggitivi,
pronti, per mezzo dei quali si manifesta l’attività coscienziale: sono essi modi
di essere e di agire rispetto ai contenuti del nostro io. Noi siamo rivolti verso
un determinato contenuto; noi lo osserviamo, lo cerchiamo, lo fuggiamo, ecc.,
ecc.; in una parola, sono forme proprie di attività del soggetto. Appartengono
a questa categoria il rappresentarci, il percepire, il ricordare, il conoscere,
l’osservare, il pensare, l’amare, l’odiare, il volere, ecc., ecc. Nel linguaggio
empirico si esprimono con verbi transitivi: perciò furono chiamati da James
‘stati transitivi’, per conservare loro l’appellativo classico di stati di coscienza
propriamente detti, ma sottolineando la loro instantaneità e il loro dinamismo.
Noi non li possiamo cogliere che come essi si presentano, cioè in un lampo
della coscienza. Non sono nemmeno degli stati, se si conserva a questa parola
il senso statico; non sono altro che fenomeni; i più delicati, i più tenui che vi
possono essere. Sono essi in particolare che conferiscono alla vita psichica i
suoi caratteri di immaterialità e di dinamismo e che assicurano la sua più
elevata originalità; sono essenzialmente dei fenomeni vitali, dei fenomeni
funzionali, o meglio, per usare il linguaggio di Stumpf, delle ‘funzioni’» (pp.
80-81).
La posizione di Stumpf, ovvero caratterizzare la psicologia come scienza degli
atti o, più precisamente, delle funzioni, escludendo i fenomeni e i contenuti,
non fu accettata da tutti gli psicologi che più o meno direttamente o
esplicitamente si richiamavano alla teoria della psicologia dell’atto. Ad
esempio, Stephan Witasek in Grundlinien der Psychologie [Lineamenti di
psicologia] del 1908 e August Messer (1867-1937) nel suo libro Psychologie
[Psicologia] del 1914 sostennero che oggetto della psicologia erano sia gli atti
che i contenuti della coscienza; una posizione, questa, in parte analoga a quella
di Oswald Külpe (1862-1915) (su cui cfr. il cap. V) nelle sue postume
Vorlesungen über Psychologie [Lezioni di psicologia], dove introduceva una
«psicologia bipartita» (Boring, 19502, p. 361), divisa tra i contenuti «palpabili»
e le funzioni «impalpabili». In sostanza, la psicologia dell’atto aveva
inequivocabilmente richiamato l’attenzione sulla funzione psichica, sulla
tensione del soggetto verso l’oggetto, e quando aveva incluso nelle sue indagini
anche i contenuti di coscienza, li aveva sempre sussunti all’interno di questa
dinamicità della coscienza. Citiamo ancora dall’articolo di Gemelli del 1925:
«L’attività della vita interiore si diversifica in molteplici attività a seconda della
diversità degli oggetti ai quali si applica; essa divide la sua unità in una
molteplicità di funzioni che compiono a loro volta una molteplicità di atti:
funzioni conoscitive, funzioni affettive, funzioni volitive. Ma ciascuna
funzione resta una e la stessa nella molteplicità dei suoi atti, così come la
coscienza resta una nella stessa molteplicità delle sue funzioni. Se diversi sono i
sensata, una è la sensazione; se diverse sono le idee, una è la conceptio; e così via.
Ciò che domina la vita psichica sono le funzioni; ed è strano che si sia tanto
tardato a riconoscerlo e che ancora oggi tanto si resista da molti a riconoscerlo
[...]. L’analisi psicologica ci conduce dallo studio dei differenti stati di
coscienza a un sistema di funzioni. Queste funzioni costituiscono un oggetto
omogeneo e sempre lo stesso, che è perciò stesso oggetto di indagine
scientifica, in quanto ci si presenta con quel determinismo senza il quale non è
possibile fare la scienza» (p. 86).

Carl Stumpf ►

Fenomeni, elementi e qualità formali. Per la chiarificazione del concetto di


fenomeno era stata preziosa la formulazione che ne aveva dato Mach nelle sue
opere, in particolare in Die Analyse der Empfindungen und das Verhältnis des
Physischen zum Psychischen [L’analisi delle sensazioni e il rapporto fra fisico e
psichico] del 1886. Apparentemente, nota Mach, la realtà è composta di
«corpi», «cose», «oggetti» che producono sensazioni nel nostro organismo,
come se essi fossero sostanze compatte e separate, ma in effetti questi «corpi»,
«cose» e «oggetti» sono un aggregato, un complesso, delle sensazioni (o
elementi) che corrono nel nostro organismo in un flusso continuo. Scriveva
Mach: «Non sono i corpi a generare le sensazioni bensì sono i complessi di
elementi (complessi di sensazioni) a formare i corpi. Se i corpi si presentano al
fisico come ciò che persiste, la realtà, e gli ‘elementi’ invece come la loro
apparenza labile e transitoria, egli non pone mente al fatto che tutti i ‘corpi’
sono soltanto simboli mentali per indicare complessi di elementi (complessi di
sensazioni) [...]. Il mondo non consiste dunque per noi in essenze misteriose le
quali, interagendo con un’altra essenza, altrettanto misteriosa, l’io, generano le
‘sensazioni’ che sole ci sono accessibili. I colori, suoni, spazi, tempi... sono per
noi provvisoriamente gli elementi ultimi di cui dobbiamo indagare la
connessione data. In ciò consiste appunto l’investigazione della realtà» (pp. 57-
58). Nell’altra importante opera, Erkenntnis und Irrtum: Skizzen zur Psychologie
der Forschung [Conoscenza ed errore: abbozzi per una psicologia della ricerca]
del 1905, Mach scriveva: «La scomposizione delle parti costitutive qui
designate come elementi non è pensabile dal punto di vista assolutamente
ingenuo dell’uomo primitivo. Come l’animale, quest’ultimo concepisce
probabilmente i corpi dello spazio circostante come una totalità, senza separare
i contributi forniti dai singoli sensi, che anzi gli son dati solo insieme. Ancor
meno separa colore e forma, o è in grado di scomporre i colori misti nelle loro
parti costitutive. Tutto ciò è già il risultato di esperienze e riflessioni
scientifiche, anche se semplici. La scomposizione dei rumori in sensazioni
sonore semplici, delle sensazioni tattili in una molteplicità di sensazioni
parziali, delle sensazioni luminose in sensazioni di colori primitivi ecc. fa
ormai parte della scienza più moderna» (pp. 13-14). Come le cose non sono
che un complesso di sensazioni o elementi, così anche l’io non è che la
sostanzializzazione di un complesso di sensazioni, ricordi, immagini, affetti. I
fenomeni studiati dalla fisica (come la luce o il suono) e dalla psicologia (come
l’io) sono quindi complessi (di elementi) fondati su sensazioni, quali si
«porgono», si danno all’esperienza (i dati immediati dell’esperienza). La fisica e
la psicologia riconducono questi complessi esperienziali ad elementi,
facendone l’oggetto delle proprie ricerche.
Oltre che fisico, fisiologo e storico della scienza, Mach fu anche un rigoroso
studioso dei problemi della percezione (in particolare della percezione del
movimento e del contrasto visivo). Egli pose chiaramente il problema
dell’esistenza di forme (Gestalten) spaziali o visive (Raumgestalten) e sonore
(Tongestalten) esperite come tali indipendentemente dagli elementi
componenti: un quadrato è sempre un quadrato (una forma visiva) nero o
bianco che sia (pur cambiando, cioè, l’elemento colore); una melodia è sempre
la stessa anche se cambiamo gli elementi componenti, le note. Il problema era
se la sensazione (Empfindung: Mach parlava ancora in termini di sensazione) di
una forma visiva o di una melodia fosse data dalla sommazione
(Zusammenfassung) delle sensazioni dei singoli elementi componenti visivi o
uditivi, oppure fosse una percezione distinta, dotata di una proprietà nuova,
appunto la «forma spaziale» (Raumgestalt) o la «forma sonora» (Tongestalt).
Il problema fu affrontato sistematicamente da Christian von Ehrenfels
nell’articolo Über Gestaltqualitäten [Le qualità formali] del 1890. Ehrenfels
precisò che la forma non è data dalla semplice somma delle parti, ma è un
qualcosa di più rispetto alle singole parti, un qualcosa denominato appunto
«qualità formale». Ad esempio, «la melodia o forma sonora – scriveva Ehrenfels
– è qualcosa di diverso dalla somma delle singole note su cui essa si basa» (p.
48), è una «qualità formale». Si possono cambiare (trasporre) gli elementi (i
toni, in questo esempio), ma la qualità formale (la melodia) rimane la stessa. I
complessi di elementi sono quindi il fondamento (Grundlage, il fondamento
complessivo rispetto ai singoli Fundamente dati dagli elementi) della percezione
immediata della qualità formale, ma questa qualità formale è qualcosa di
diverso: sul fondamento di quattro segmenti (gli elementi) si può disegnare un
quadrato, ma «il quadrato» è un qualcosa di diverso, in più rispetto agli
elementi, è la qualità formale che è esperita al di là dei singoli elementi. Per
Ehrenfels la qualità formale è indipendente dagli elementi (non è solo qualcosa
in più, come in fondo aveva già detto Wundt parlando della sintesi creatrice),
ma è data immediatamente nell’esperienza allo stesso modo in cui sono dati
immediatamente nell’esperienza gli elementi. Nell’articolo del 1929 La
psicologia della forma Musatti così riassumeva il contenuto del saggio di
Ehrenfels: «Ehrenfels poneva in rilievo il fatto seguente: sulla base di un
determinato complesso di dati sensoriali, ad esempio, di suoni, noi possiamo
vivere un elemento particolare, che nel caso specifico dei suoni diciamo una
melodia; questo elemento non si può però comprendere come costituito dalla
semplice giustapposizione di quei dati sensoriali: infatti è possibile ricordare
quella melodia, altra volta udita, senza ricordare i singoli precisi suoni in base
ai quali quella melodia era stata vissuta; come pure è possibile rivivere la stessa
precisa melodia in un complesso attuale di suoni affatto diversi, come in quei
casi in cui i musicisti parlano di una trasposizione di tonalità di un tema
melodico, o anche di tutto un brano musicale. Analogamente in un complesso
di singole localizzazioni spaziali, ossia di singoli punti, noi possiamo afferrare
un elemento, una forma, appunto spaziale, che pure non si può comprendere
come costituita dalla somma di quelle localizzazioni, poiché la stessa identica
forma spaziale può esserci data localizzata in infiniti modi diversi. Tali
elementi, che quindi verrebbero ad aggiungersi ai singoli dati sensoriali nella
nostra percezione del mondo esterno, o che comunque non possono risolversi
in quei singoli dati sensoriali, sono detti da Ehrenfels qualità formali» (p. 355).
E aggiungeva che ormai (ovvero nel 1929) riteneva che «tutta la moderna
psicologia della forma prende origine da uno scritto di Ehrenfels, pubblicato
nel 1890» (p. 355).
In effetti nelle ricostruzioni storiche della Gestalt, anche in quelle degli
esponenti di questa teoria, si è sempre considerato l’articolo di Ehrenfels come
il suo precursore. Gli storici attuali tendono invece a rendere più complesso il
quadro dei dibattiti, tra il 1890 e il 1920 circa: da una parte riallacciano la
trattazione di Ehrenfels a tutta una serie di riflessioni da Mach in poi su questo
tema; dall’altra individuano varie linee di ricerca (all’interno della scuola
austriaca di Graz: in particolare la teoria di Meinong e il contributo di
Benussi) che coesistettero alla teoria della forma e non sono affatto assimilabili
ad essa e che, comunque, non possono essere trascurate o dimenticate, come è
invece accaduto, a causa della maggior fortuna della scuola tedesca di Berlino o
teoria della forma. Allo stesso tempo, va riconosciuto alla teoria della forma il
merito di aver offerto una nuova soluzione teorica a tutti i problemi emersi in
quegli anni nello studio della genesi del percetto.
Oggetti, produzione e rappresentazioni di origine asensoriale. Un punto della
trattazione di Ehrenfels su cui non vi furono sostanziali divergenze tra gli
psicologi della scuola austriaca riguardava l’esistenza in sé delle qualità formali.
Un tema di grande discussione fu invece l’interpretazione della genesi delle
qualità formali dalla Grundlage degli elementi. Per Ehrenfels le qualità formali
emergevano grazie all’opera dell’attivà psichica, da una parte l’atto della
fantasia consistente nella integrazione inconscia dei dati sensoriali, e dall’altra
l’atto dell’intelletto consistente nell’analisi dei loro rapporti di somiglianza,
semplicità, ecc. Quando nel 1890 scrisse il suo saggio, Ehrenfels si trovava a
Graz con Alexius Meinong, di cui era già stato allievo. E Meinong intervenne
subito su questo stesso problema con l’articolo del 1891 Zur Psychologie der
Komplexionen und Relationen [Sulla psicologia delle complessioni e delle
relazioni]. Meinong introdusse il concetto di «oggetto» in questa discussione e
delineò nell’articolo del 1899 Über Gegenstände höherer Ordnung und deren
Verhältnis zur innere Wahrnehmung [Gli oggetti d’ordine superiore in rapporto
alla percezione interna] una specifica «teoria degli oggetti» (Gegenstandtheorie)
che negli ultimi anni è tornata all’attenzione dei filosofi della mente. I punti
essenziali della teoria sono i seguenti. L’oggetto è un contenuto mentale; può
corrispondere ad una realtà esterna, ma può essere puramente mentale. Vi
sono due ordini di oggetti: i primi sono i contenuti sensoriali, dati
nell’esperienza sensoriale immediata (i singoli suoni, luci, odori); i secondi
sono fondati sui primi, non possono sussistere senza i primi (ad esempio una
melodia, oggetto di secondo o superiore ordine, sussiste solo in quanto vi sono
i suoni, oggetti di primo o inferiore ordine). I primi (ad esempio, i suoni) sono
«contenuti fondanti», i secondi (ad esempio, la melodia) sono «contenuti
fondati». Nell’ambito degli oggetti di secondo ordine, Meinong distinse le
«complessioni» (Komplexionen) o, secondo una successiva terminologia,
«complessi» (Komplexen), come una figura geometrica, una melodia (le qualità
formali di Ehrenfels) rispetto alle «relazioni» (Relationen) costituite da giudizi di
somiglianza, identità, ecc. (per cui, ad esempio, affermiamo che due colori
sono diversi). Tuttavia complessioni e relazioni sono sempre compresenti le
une alle altre («Dove vi è una complessione, vi è una relazione e viceversa»)
(Meinong, 1904, p. 389). Come vi è un rapporto di «fondazione» (Fundierung)
tra gli oggetti dei due ordini, per cui i superiori si fondano sugli inferiori, così
vi è un rapporto di «produzione» (Produktion) tra le loro rappresentazioni: la
rappresentazione di un oggetto di ordine superiore (una forma spaziale, una
melodia, un ritmo temporale) è prodotta in base alle rappresentazioni degli
oggetti di ordine inferiore (singoli dati sensoriali).
Nel 1904 uscì dal laboratorio di Meinong una raccolta di Untersuchungen über Gegenstandtheorie und
Psychologie [Ricerche sulla teoria degli oggetti e la psicologia] dove la teoria degli oggetti era delineata
attraverso gli scritti di Meinong stesso e dei suoi allievi, tra cui Vittorio Benussi e Rudolf Ameseder.
Quest’ultimo, con il saggio compreso in tale raccolta, Über Vorstellungsproduktion [Sulla produzione della
rappresentazione] e, in particolare, l’altro allievo di Meinong, Stephan Witasek, nei suoi Lineamenti di
psicologia del 1908 e Psychologie der Raumwahrnehmung des Auges [Psicologia della percezione spaziale
dell’occhio] del 1910, elaborarono una vera e propria «teoria della produzione» (Produktionstheorie).

Un aspetto centrale nella problematica affrontata dalla scuola di Graz


riguardava in sostanza l’intervento attivo della mente che introduceva la forma
nei dati sensoriali. Questo intervento poteva essere visto come un atto di
giudizio, come affermava Witasek nel 1908: «È indubbio che la percezione
contiene non soltanto colori, suoni e altre qualità; contiene anche un attimo di
credenza, di convinzione; chiunque percepisce qualcosa, esperisce in un modo
immediato e unitario la convinzione dell’esistenza di un oggetto percepito,
pensa che l’oggetto rappresentato sia qualcosa di esistente di per sé» (p. 288).
La percezione, quindi, era ancorata più che al versante della sensazione a quello
del pensiero (e in effetti nella sua classificazione dei processi psichici Witasek
distingueva tra sensazione o rappresentazione, da una parte, e pensiero
comprendente la percezione, la memoria, la denominazione, ecc., dall’altra).
All’interno della scuola di Graz, un’ulteriore elaborazione del problema del
rapporto tra dati sensoriali e percezione fu data da Vittorio Benussi. Le sue
posizioni teoriche si svilupparono gradualmente, fino al distacco dalla scuola
meinonghiana, soprattutto negli anni seguenti al suo trasferimento da Graz a
Padova. Tuttavia è sufficiente ricordare qui che il contributo di Benussi si
caratterizzò sia per le innovazioni concettuali che per le profonde e
sistematiche ricerche sperimentali, a cominciare dallo studio delle illusioni
ottico-geometriche fino alle ricerche sulla percezione del tempo e del
movimento. Benussi osservò che in presenza di stimoli costanti si può avere
una «plurivocità formale» (Gestaltmehrdeudigkeit), cioè una varietà di percezione
di forme (ad esempio, quattro punti distanziati nello spazio come se fossero i
vertici di un quadrato possono essere percepiti «a volontà» come effettivamente
i vertici di un quadrato oppure possono essere uniti «mentalmente» secondo
forme diverse: i bracci di una croce, ecc.). In questi casi di plurivocità formale
si hanno le «rappresentazioni d’origine asensoriale», cioè rappresentazioni
«sganciate» dai dati sensoriali costanti, ma dipendenti dall’attività involontaria
o volontaria, inconscia o cosciente della mente. Le «rappresentazioni d’origine
sensoriale» sono invece quelle rappresentazioni che non mutano se i dati
sensoriali sono costanti (così una superficie rossa è percepita rossa, se non
mutano le condizioni ambientali con cui essa è osservata). Come commentava
Musatti nell’articolo del 1929, citato in precedenza, «mentre le percezioni
d’origine sensoriale si spiegano in base a puri processi fisiologici di recezione,
conduzione e trasformazione, a spiegare la genesi delle percezioni di forma è
necessario postulare in più particolari condizioni di natura psichica, a cui
debbono naturalmente corrispondere particolari processi somatici nel sistema
centrale, ma che soltanto come condizioni psichiche sono determinabili ed
analizzabili» (p. 362). Particolarmente le illusioni ottico-geometriche
mettevano in evidenza la «plurivocità formale» della forma: a stimoli costanti
può corrispondere una varietà di forme, come nel caso del cubo di Necker in
cui emerge percettivamente «in avanti» ora il lato posteriore, ora quello
anteriore. Nell’ambito delle illusioni Benussi distingueva infine tra
«inadeguatezza rappresentativa d’origine sensoriale» e «inadeguatezza
rappresentativa d’origine asensoriale». Un esempio del primo tipo di
inadeguatezza rappresentativa è quello del contrasto cromatico simultaneo
(antagonistico): un quadrato grigio posto su una superficie verde mi appare
roseo, ho quindi una percezione inadeguata rispetto ai dati sensoriali che sono
rimasti costanti e tale inadeguatezza permane costante se le condizioni esterne
non mutano. Un esempio del secondo tipo è quello delle varie illusioni ottico-
geometriche (Müller-Lyer, Zöllner, Poggendorf, ecc.): la mia percezione è sì
inadeguata rispetto al dato sensoriale (nell’illusione di Müller-Lyer, il
segmento principale mi appare più corto o più lungo a seconda che i segmenti
secondari ad angolo siano rivolti verso l’interno o verso l’esterno, pur
rimanendo costante la lunghezza della linea principale medesima), ma
l’intensità di questa inadeguatezza fluttua da un’osservazione all’altra (nel caso
del cubo di Necker, varia la forma stessa a seconda che emerga
percettivamente ora il lato posteriore ora il lato anteriore).

Vittorio Benussi ►

Un fenomeno importante messo in evidenza da Benussi fu il carattere


amodale delle inadeguatezze di origine asensoriale (o percezioni inadeguate
della forma). Mentre le inadeguatezze di origine sensoriale sono relative alla
modalità sensoriale (come nel caso del contrasto cromatico), le inadeguatezze
asensoriali possono verificarsi per modalità sensoriali diverse (così Benussi
constatò l’esistenza di illusioni di forma per la dimensione sia spaziale che
temporale). In definitiva, le ricerche di Benussi avevano permesso di
distinguere tra processi, responsabili della percezione della forma, di carattere
amodale, e processi di carattere sensoriale, legati appunto alla specifica
modalità sensoriale stimolata. Alla posizione di Benussi dedicò un saggio
fondamentale nel 1915 Kurt Koffka, per il quale nella posizione benussiana
rimanevano ancora distinti i dati sensoriali dalla percezione della forma (una
critica solo in parte giusta, come rilevò Musatti).
Alla fine del primo decennio del Novecento il dibattito sul rapporto tra
sensazione e percezione, tra dati sensoriali e qualità formali, si era sviluppato
fino al punto di far maturare una nuova impostazione concettuale, che si
sarebbe configurata come una nuova teoria: la Gestalttheorie o teoria della
forma. Questa teoria maturò tra gli psicologi dell’Istituto di Berlino e in effetti
si parlò di una «scuola di Berlino» contrapposta alla «scuola di Graz» (anche se
alcuni storici oggi preferiscono parlare di tradizione brentaniana più che di una
scuola di Graz vera e propria, costituita da un gruppo compatto di studiosi che
si fossero riferiti ad un nucleo centrale di principi teorici).
Tutto il dibattito del primo decennio fu criticamente riassunto da Adhémar Gelb (1887-1936), allievo
di Stumpf a Berlino, poi anch’egli aderente alla teoria della forma, nel saggio del 1911 Theoretisches über
‘Gestaltqualitäten’ [Analisi teorica delle ‘qualità formali’]. Un anno dopo, nel 1912, Wertheimer avrebbe
pubblicato il primo lavoro sulla teoria della forma. Per Gelb il problema fondamentale dell’approccio di
Meinong e dei suoi allievi era la separazione tra la Grundlage sensoriale e la qualità formale, la quale di
fatto subentrava a sé per la sua natura «superiore» rispetto ai dati sensoriali. Si ricordi un’analoga critica
nel 1915 di Koffka a Benussi. A Gelb replicò con un lungo articolo Alois Höfler (1853-1922), allievo di
Meinong: Gestalt und Beziehung-Gestalt und Anschauung [Forma e relazione-forma e intuizione] nel 1912.
Sul tema delle Gestalten intervenne anche Karl Bühler (1879-1963), della scuola di Würzburg, con la sua
monografia Die Gestaltwahrnehmungen [Le percezioni della forma] del 1913.

Si deve infine ricordare che le tematiche affrontate dalla teoria della forma a
partire dal 1912 erano oggetto di indagine già da alcuni anni non solo
nell’ambito della scuola austriaca, ma anche nel laboratorio di Gottinga diretto
da Georg E. Müller (1850-1934), già ricordato nel cap. I per l’impostazione
sperimentale propria delle sue ricerche e di quelle dei suoi allievi. Müller aveva
svolto vari studi nel campo della psicofisica e della percezione visiva e tattile:
Zur Grundlegung der Psychophysik [Sul fondamento della psicofisica] (1878), Die
Gesichtspunkte und die Tatsachen der psychophysischen Methode [Concezioni e dati
del metodo psicofisico] (1903), Über die Farbenempfindungen: psychophysische
Untersuchungen [Sulle percezioni cromatiche: ricerche psicofisiche] (1930).
Müller partecipò alla discussione sulla teoria della forma con la monografia
Komplextheorie und Gestalttheorie [Teoria del complesso e teoria della forma] nel
1923, in cui proponeva una elaborata teoria associazionista del «complesso»
come organizzazione degli elementi sensoriali prodotta dallo spostamento
inconscio dell’attenzione sugli elementi stessi. Alla posizione di Müller rispose
criticamente Köhler con un articolo del 1925. Negli anni ’10-20 vari allievi di
Müller continuarono ad occuparsi della percezione visiva seguendo
l’impostazione fenomenologica: Erich R. Jaensch (1883-1940) si occupò della
percezione dell’acuità visiva e della profondità; David Katz (1884-1953),
assistente di Müller dal 1907 al 1919, professore a Rostock fino al 1933 ed
emigrato per motivi razziali prima in Inghilterra e poi a Stoccolma, scrisse
un’opera oramai classica sulla percezione del colore nel 1911 (Die
Erscheinungsweisen der Farben [I modi di apparenza dei colori], ristampata nel
1930 con il titolo più noto Der Aufbau der Farbwelt [La struttura del mondo dei
colori]); infine Edgar Rubin (1886-1951), poi professore a Copenhagen,
scrisse la famosa monografia sulle figure reversibili e sulla dinamica figura-
sfondo (in danese Synsoplevede Figurer nel 1915 e in tedesco Visuell
wahrgenommene Figuren [Figure visive reversibili] nel 1921).
Su Jaensch, che divenne una figura importante della psicologia tedesca tra le
due guerre, ritorneremo nel cap. III a proposito della sua teoria tipologica
basata sulla capacità individuale di produrre immagini.
Katz risentì fortemente dell’impostazione fenomenologica di Husserl, suo
collega a Gottinga (nell’autobiografia scrisse che gli era parso che «la
fenomenologia, quale fu propugnata da Husserl, fosse il legame più importante
tra la filosofia e la psicologia. Nessuno dei miei insegnanti ad eccezione di
G.E. Müller ha influenzato più profondamente il mio metodo di lavoro e la
mia impostazione nelle questioni psicologiche se non Husserl con il suo
metodo fenomenologico», 1952, p. 194); e ricordava che lo stesso Husserl
aveva avuto un «vivo interesse» per le sue ricerche). Katz criticò le ricerche
sulla percezione del colore basate sulle proprietà fisiche dello stimolo (tonalità,
intensità, saturazione) analizzate da recettori retinici. Katz dimostrò che la
percezione di un colore era indipendente dai valori delle proprietà fisiche
assunti ad esempio con il cambiamento dell’illuminazione ambientale, per cui
il colore «era percepito» come costante. Poiché la costanza del colore poteva
però essere eliminata sottraendo l’oggetto colorato al contesto ambientale, si
metteva in evidenza l’effetto del campo sulle proprietà psicologiche
dell’oggetto (in questo caso la costanza del colore). Katz propose una
classificazione dei colori (filmari, di superficie, di volume, trasparenti) rimasta
tuttora un riferimento importante delle ricerche sul colore. Nel 1944 scrisse
un’opera molto diffusa sulla Gestaltpsychologie [Psicologia della forma] in cui
esponeva rigorosamente la teoria della forma, sebbene non ne accettasse
completamente tutti i principi teorici.
Non meno importante fu l’opera di Rubin sulle figure reversibili, divenute
illustrazione obbligata di tutti i capitoli sulla percezione visiva nei manuali di
psicologia. Nelle figure reversibili una figura bianca su uno sfondo nero può
divenire lo sfondo bianco su cui si stacca una figura nera (in una classica figura
la coppa bianca sullo sfondo nero si alterna al profilo di due volti neri su uno
sfondo bianco). Si metteva in evidenza la relazione figura-sfondo, su cui i
gestaltisti avrebbero insistito per dimostrare l’indipendenza dei percetti dai dati
sensoriali (in questo caso, pur rimanendo costante la stimolazione retinica,
appare ora un percetto, ora un altro).
Sempre nell’impostazione fenomenologica si collocano le ricerche del belga
Albert E. Michotte (1881-1965), professore a Lovanio, sulla causalità spiegata
come fenomeno percettivo originario (La perception de la causalité, 1946).

3. La teoria della forma


Introduzione. Harry Helson (1898-1977), lo psicologo statunitense che scrisse
nel 1925-26 uno dei primi articoli apparsi in America sulla teoria della forma,
ad un convegno svoltosi nel 1968 si chiedeva a proposito di questa teoria:
«Perché i precursori fallirono e gli psicologi della Gestalt riuscirono?». In
primo luogo il successo fu accompagnato dall’entusiasmo, come notava
Helson: «Coloro che hanno vissuto i primi due decenni e mezzo del
movimento della Gestalt e ne hanno seguito i vari sviluppi ricorderanno
l’eccitazione e l’entusiasmo che generò. Più di ogni altro movimento nella
psicologia sperimentale apparve come una meteora luminosa che brillava nel
cielo, per il resto oscuro, delle teorie della percezione» (p. 1006). In realtà, i
motivi della fortuna della Gestalt erano connessi ad aspetti cruciali
dell’impianto concettuale di questa teoria. Seguendo Helson, si possono
indicare alcuni punti essenziali che caratterizzarono la teoria della forma e
permettono di introdurre la trattazione su una delle principali scuole della
psicologia del Novecento.
La teoria della forma fu un movimento di innovazione teorica radicale nel
campo della psicologia sperimentale degli inizi del secolo («La Gestalt – scrive
ancora Helson – fu una deviazione radicale dai modi consolidati di vedere e
interpretare le questioni psicologiche. L’attacco della Gestalt all’introspezione
analitica, il suo rifiuto dell’attenzione, dei processi inconsci, dell’esperienza
passata e dell’associazione come spiegazioni dei processi percettivi e ideativi, il
suo programma di procedere von oben nach unten [dal sopra al sotto] piuttosto
che von unten nach oben [dal sotto al sopra] secondo le impostazioni passate,
tutto ciò spinse a riconsiderare non solo i metodi e le teorie correnti fino al
1912, ma anche i dati scelti per la manipolazione sperimentale», p. 1007).
Nella teoria della forma la ricerca teorica non fu solamente riflessione
filosofica, ma il fondamento di concrete indagini empiriche (secondo Helson
«certamente Benussi fu un attivo sperimentalista e anche altri ebbero a che fare
con dati fattuali, ma i grandi teorici, Husserl, Meinong e von Ehrenfels,
furono in primo luogo dei filosofi piuttosto che degli psicologi nel nostro
senso moderno. Questi uomini lavorarono quasi del tutto con i concetti,
mentre gli psicologi della Gestalt si basarono su esperimenti compiuti in
condizioni di laboratorio controllate con cura», pp. 1007-8).
Un aspetto fondamentale della teoria della forma fu la ricerca di una
corrispondenza tra il dato fenomenologico e il processo neurofisiologico.
Sebbene, come vedremo in seguito, le specifiche concezioni fisiologiche
proposte dai gestaltisti furono sottoposte a critiche, rimaneva caratteristica di
questa teoria, rispetto alle altre teorie precedenti e contemporanee, l’esigenza
di una ricerca neurofisiologica sulle basi dei processi mentali: «Concesso che il
loro fisiologizzare fu soggetto alle critiche più forti, il fatto che cercassero e
postulassero dei correlati fisiologici dei fenomeni gestaltici dimostra che il loro
approccio era in accordo, se non con i tempi, almeno con gli orientamenti
futuri. In ciò erano aiutati dal fatto che il concetto di Gestalt si prestava ai
modelli fisiologici, il che non era vero per i concetti dei precursori e
contemporanei: Akt, Gestaltqualität, oggetti di ordine superiore, ecc., concepiti
come processi psichici o prodotti dei processi mentali o contenuti, non
ispiravano un lavoro o un pensiero fisiologici. Sebbene generalmente i loro
modelli fisiologici specifici non siano stati accettati, l’approccio di campo ai
processi fisici e fisiologici è destinato, credo, ad una lunga vita», affermava a
ragione Helson (p. 1009).
Altro aspetto importante della teoria della forma è il fatto che essa ha
descritto fenomeni psichici che restano incontrovertibili, al di là delle
spiegazioni che sono state costruite dai gestaltisti. In questo senso Helson
concepiva la teoria della forma come una teoria descrittiva più che una teoria
costruttiva, sebbene vi fossero stati certamente dei momenti teorici costruttivi
di rilievo come le spiegazioni fisiologiche dei fenomeni percettivi: «I contributi
descrittivi sono validi oggi come quando furono formulati più di mezzo secolo
fa», notava Helson (p. 1009); e basta aprire un manuale odierno di psicologia,
nel capitolo «percezione», per verificare la correttezza di questa affermazione.
Tutte queste caratteristiche della teoria della forma erano fondate su un altro
aspetto, la «semplicità» della teoria stessa: non nel senso, ovviamente, del
semplicismo, ma in quello di elegante riduzione dei fenomeni indagati a
pochi, ma esaustivi princìpi concettuali («I gestaltisti raggiunsero d’un sol
colpo una enorme semplificazione della teoria del comportamento e resero
quindi obsoleto il pensiero della maggior parte dei loro predecessori»,
aggiungeva Helson; p. 1010).
Infine la grande personalità, umana e scientifica, dei tre rappresentanti
principali di questa scuola: Wertheimer, Köhler e Koffka. Di loro così scriveva
Boring: «Raramente un movimento è stato legato così specificamente al nome
di pochi uomini. Ci sono stati movimenti associati alla leadership di un solo
uomo e ci sono state molte scuole che si sono diffuse, accogliendo differenze
di vedute e controversie interne, ma la psicologia della Gestalt ebbe tre leader
che indubbiamente differivano nel privato ma che erano così profondamente
d’accordo sui princìpi fondamentali da potersi astenere da pubbliche
controversie» (19502, p. 594). Un «gruppo unito», secondo l’espressione di
Helson, nella ricerca e nella teoria psicologica, ma anche nelle traversie della
vita quando, tutti e tre, emigrarono dalla Germania verso gli Stati Uniti nei
primi anni ’30 per motivi razziali.
Max Wertheimer ►

Il concetto di Gestalt. Sotto il nome di «scuola di Berlino» un gruppo di psicologi


che aveva studiato e/o collaborato a Berlino con Stumpf si differenziò subito
dalle altre scuole tedesche e austriache di Lipsia, Gottinga, Würzburg e Graz.
Dopo un primo periodo di ricerche all’Istituto di psicologia di Francoforte,
l’attività di questi psicologi si spostò di nuovo all’Istituto di psicologia di
Berlino, dove fu pubblicata anche la rivista ufficiale della Gestalt
«Psychologische Forschung» [Ricerca psicologica] dal 1921 al 1937-38.
Le ricerche compiute da Max Wertheimer a partire dall’estate del 1910 sulla
percezione del movimento furono illustrate nel 1912 nell’articolo
Experimentelle Studien über das Sehen von Bewegung [Studi sperimentali sulla
visione del movimento] apparso sulla rivista «Psychologische Forschung» e
considerato come la prima pubblicazione in cui compare l’impostazione
teorica della Gestalt. Princìpi gestaltisti erano comunque stati abbozzati in un
altro articolo di Wertheimer, sul concetto di numero nei popoli primitivi,
pubblicato in un fascicolo precedente della stessa rivista «Psychologische
Forschung», sempre nel 1912. Nell’articolo sul movimento, Wertheimer
descriveva la percezione del movimento fenomenico o fenomeno-φ (leggi: fi).
Si tratta di un movimento apparente o illusorio (già noto ai fisiologi e psicologi
dell’Ottocento), dato non da un reale stimolo luminoso in movimento nello
spazio, ma ad esempio da due stimoli (due linee) a e b che sono posti nei punti
A e B dello spazio e si illuminano in modo alternato (ababab...), ora l’uno ora
l’altro, ad una certa frequenza temporale producendo appunto l’impressione di
un unico stimolo luminoso che si muove dal punto A al punto B. Se
l’intervallo temporale aumenta, si ha invece l’impressione che i due stimoli
siano immobili e si illuminino ora l’uno e ora l’altro. Se l’intervallo temporale
diminuisce si ha l’impressione che i due stimoli siano immobili e sempre
illuminati. Si ha un esempio classico di fenomenologia sperimentale: si varia
l’intervallo temporale (manipolazione sperimentale della variabile tempo) e si
studiano gli effetti percettivi nell’osservatore (egli stesso può variare l’intervallo
temporale per percepire a volontà i vari effetti percettivi). Sebbene gli stimoli a
e b siano sempre gli stessi e eccitino gli stessi recettori retinici producendo
sensazioni distinte relative ai luoghi dello spazio A e B, si hanno percezioni
diverse sulla base della relazione temporale nella variazione di luminosità tra i
due stimoli; in breve, a stimoli simili corrispondono percetti diversi, fino al
punto che la percezione (ciò che il soggetto esperisce, vive percettivamente)
non corrisponde direttamente alla realtà fisica. Contrariamente a quanto si può
prevedere secondo la teoria elementista della percezione, si scopre che il
percetto non è dato dalla somma dei singoli elementi sensoriali, ma è qualcosa
di diverso e di più rispetto ad essi. Il movimento è un’organizzazione o
configurazione percettiva, una Gestalt, che non corrisponde alla somma dei
singoli elementi. Si può avere la percezione di movimento sia quando un
corpo si muove effettivamente nello spazio da un punto all’altro, sia quando
due corpi sono immobili ma si instaura tra di loro una configurazione
percettiva adeguata. Questo movimento, realizzato mediante uno stroboscopio
(in greco, stròbos significa «corpo girante»), cioè un apparecchio – e anche un
giocattolo – dove si fanno girare le figure immobili disegnate dentro e si ha
l’impressione che esse si muovano, era noto agli psicologi e ai bambini da
molto tempo. Fu Wertheimer, però, a intuirne il significato ai fini di una teo–
ria non elementista della percezione. Nell’articolo del 1929 su La psicologia della
forma Musatti commentava così le ricerche di Wertheimer: «Con ciò il punto
di vista classico della psicologia rispetto alla percezione è capovolto. Non si
tratta più di partire dai singoli stimoli e dai singoli dati sensoriali
corrispondenti, per comporre mediante essi la percezione che noi abbiamo del
mondo; giacché i singoli dati sensoriali come tali sono un’astrazione, e quindi
una non entità, ma piuttosto di partire da quella che è una concreta situazione
percettiva globale, o per lo meno – dato che nella percezione globale sussistono
nuclei percettivi quasi indipendenti dal resto, ossia le forme propriamente
dette – di partire da queste forme, per passare ad una analisi delle leggi della
loro interna struttura e costituzione» (p. 366). Il procedimento appunto nach
oben von unten [dal sopra al sotto], come avrebbe detto Wertheimer.
Dopo gli articoli del 1912 di Wertheimer – oltre a quella che è ritenuta oggi la prima esposizione
esplicita della Gestalt, una nota nel libro a carattere filosofico-religioso del 1914 (Die christliche
Persönlichkeit im Idealbild: eine Beschreibung sub specie psychologica [La personalità cristiana ideale: una
descrizione dal punto di vista psicologico]) di Gabriele Gräfin von Wartensleben (1870-1953), psicologa
collaboratrice di Wertheimer all’Istituto di Francoforte – seguirono nella nuova impostazione gestaltista
le seguenti pubblicazioni: nel 1913-15-19, i primi lavori di Koffka (Beiträge zur Psychologie der Gestalt
[Contributi alla psicologia della Gestalt]); nel 1917, gli studi di Köhler sui processi intellettivi nei primati
(Intelligenzprüfungen an Menschenaffen [Test di intelligenza nei primati], ristampati in un volume del 1921
tradotto in italiano con il titolo L’intelligenza nelle scimmie antropoidi); nel 1920, la monografia di Köhler
Die physischen Gestalten in Ruhe und im stationären Zustand [Le forme fisiche in quiete e nello stato
stazionario]; nel 1922 e nel 1923 i due articoli di Wertheimer che tracciano per la prima volta l’impianto
teorico della nuova scuola (Untersuchungen zur Lehre von der Gestalt [Ricerche sulla dottrina della forma]);
nel 1921, il libro di Koffka sullo sviluppo psichico infantile (Die Grundlagen der psychischen Entwicklung:
eine Einführung der Kinderpsychologie [Fondamenti dello sviluppo psichico: un’introduzione alla psicologia
infantile]); nel 1922, l’articolo di Koffka che fece conoscere la teoria della forma agli psicologi americani
(Perception: an introduction to the Gestalt-theorie); nel 1929, il libro di Köhler, il più diffuso e noto tra le
esposizioni della teoria della forma (Gestalt psychology); nel 1935, la summa gestaltista di Koffka (Principles
of Gestalt psychology). Altre opere furono scritte negli anni in cui Wertheimer, Köhler e Koffka
risiedevano ormai negli Stati Uniti.

Kurt Koffka ►

Una formulazione sistematica dei princìpi della nuova teoria fu data da


Wertheimer nel primo articolo del 1922 sulla «dottrina della forma». Ne
riportiamo la sintesi che ne fece nel 1938 Willis D. Ellis nella sua raccolta di
testi classici della Gestalt, una silloge che fu approvata da Koffka stesso e
rappresentò il più importante mezzo di diffusione di testi gestaltisti fino ad
allora non tradotti dal tedesco.
«L’atteggiamento fondamentale verso la mente, prevalente nella maggior parte della psicologia
scientifica, quando ne siano valutate le implicazioni reali, risulta strano, ottuso e assurdo al profano.
Tuttavia i suoi vantaggi nella precisione scientifica rispetto alla semplice opinione hanno portato ad una
sua accettazione come se fosse ovvio, specialmente perché un atteggiamento di questo tipo sembra
essenziale per un lavoro scientifico ben delineato. È parsa un’ipotesi ovviamente forte quella per cui la
comprensione scientifica di un fenomeno mentale richiedeva la scoperta dei suoi ‘elementi’ e poi,
mediante leggi applicabili a questi elementi, una ricostruzione del fenomeno.
Ma nella scienza bisogna sottoporre i nostri principi all’indagine e non semplicemente in un modo un
po’ generale e discorsivo, ma mediante una ricerca concreta e positiva. Sebbene l’atteggiamento e
l’ipotesi menzionati siano stati suffragati da alcune scoperte, vi erano altre scoperte per cui questo punto
di vista doveva essere sottoposto ad uno scrutinio critico. Invece sono state o forzate in qualche modo
lungo questa direzione o semplicemente sono state accantonate. Formuliamo alcuni di questi princìpi
sottostanti. Nel far questo esprimeremo le posizioni in un modo più brusco del solito per mettere in
evidenza al massimo il loro significato concreto.
I. L’ipotesi del mosaico o del ‘fascio’. Ogni ‘complesso’ consiste in una somma di contenuti o pezzi
elementari (ad esempio, le sensazioni). Ad esempio: se ho a1, b1, c1, e b1 c1 sono sostituiti con b2 c2,
allora ho a1 b2 c2. Ci troviamo essenzialmente con una molteplicità sommativa di componenti
variamente costituite (un ‘fascio’) e nient’altro è costruito in qualche modo su questa pura sommazione.
Così alle sensazioni si aggiungono i ‘residui’ di ciò che precedeva come percezioni, sentimenti,
attenzione, comprensione, volontà. Anche la memoria si lega alla somma dei contenuti.
II. L’ipotesi dell’associazione. Se un certo contenuto A è capitato di frequente con B (‘in contiguità spazio
temporale’), allora c’è la tendenza di A a richiamare B. (Caso tipico: le sillabe senza senso [negli
esperimenti di Ebbinghaus sulla memoria]). Questo è il piano fondamentale dell’associazionismo. Qui il
principio è quello della semplice connessione esistenziale, soltanto un’unione relativa alla comparsa di questo
o quel contenuto, una concatenazione essenzialmente estrinseca nel suo carattere. I contenuti concatenati
sono arbitrari; non si pone mai di principio il problema delle loro relazioni intrinseche l’uno con l’altro.
In entrambe le ipotesi troviamo l’identico principio: una sommazione pura, cioè una costruzione da pezzi
[separati] – un primo pezzo, un secondo, un terzo, e così via – che, come fondamenti dati
primariamente, sottostanno a tutto il resto. I loro contenuti sono avventizi l’uno rispetto all’altro. Ora da
questo assemblaggio di pezzi possono emergere strutture superiori, unificazioni, complessi – costruite,
come secondarie, sulle sommazioni pure dei pezzi. È in linea di principio del tutto arbitrario che cosa è
accoppiato nella simultaneità e nella successione. Per il ‘rapporto di appartenenza’ stesso il ‘contenuto’ o
la relazione dei contenuti sono realmente irrilevanti. Nessun momento intrinseco determina
l’aggregazione; vi sono invece fattori estranei, estrinseci come la frequenza o la simultaneità della
presentazione (dei costituenti) e così via.
Può sembrare ingiustificata la durezza con cui sono state caratterizzate queste ipotesi e si può anticipare
la domanda. Sì, ma chi oggi difenderebbe una tale posizione? Ma noi non stiamo esaminando delle
‘dottrine generali’; lo scopo è quello di indagare che cosa è stato fatto effettivamente, quale sia realmente il
contenuto positivo sottostante alla terminologia dei resoconti sperimentali, come sia affrontato un
problema concreto e come gli stadi di un pezzo di ricerca vera e propria seguano realmente l’uno
all’altro. Qui stiamo trattando non di opinioni ma di questioni pratiche e lo scopo è quello di tracciare
dei confini nel modo più netto possibile. Nelle scienze esatte ci si aspetta naturalmente un trattamento
serio quando sono poste delle questioni di principio relative al progresso e a un’impresa che abbia
successo. Considerandole qui in modo del tutto obbiettivo, non ci può esser dubbio che queste ipotesi
prevalgono in una gran parte dei lavori concreti di psicologia.
In contrasto con le ipotesi precedenti: solo raramente, solo in certe condizioni caratteristiche, solo entro
limiti molto ristretti e forse mai se non in modo approssimativo troviamo delle relazioni puramente
sommative. Non è appropriato trattare un caso così speciale come tipico di tutti gli eventi mentali.
Nel dire ‘solo raramente’, il punto è che soltanto in casi eccezionali è possibile nell’esperienza una
‘sommazione pura’. Ciò può accadere in condizioni di estrema fatica; può accadere quando si incontra
una specie di ostacolo insuperabile nel pensiero; o, ancora, quando una situazione è preparata in modo
così artificiale da presentare una successione di oggetti non rilevanti e non connessi l’uno all’altro; o,
quando, come parte di una certa procedura sperimentale, le istruzioni richiedono specificamente un
atteggiamento che favorisca una recezione ‘preferenziale’ del materiale presentato.
L’espressione ‘entro limiti molto ristretti’ ci ricorda che la ‘estensione della coscienza’ per elementi non
connessi è estremamente piccola, variando direttamente con i gradi di strutturazione; si può dire la stessa
cosa della memoria immediata e estesa.
Con l’espressione ‘se non in modo approssimativo’ si intende suggerire che un esame più accorto rivela
come un aggregato di elementi apparentemente non connessi sia in realtà una totalità unita e organizzata.
Anche l’impressione di un caos non è un caso di sommazione pura. In effetti la realizzazione di un
gruppo puro è possibile soltanto in modo approssimativo e poi a rischio dell’artificialità o di aver alterato,
appiattito e svuotato i pezzi stessi.
Il dato [das Gegebene] è di per sé in vari gradi ‘strutturato’ (‘gestaltet’), consiste di totalità più o meno strutturate in
modo definito e di processi totali con le loro proprietà e leggi totali, tendenze totali e determinazioni totali delle parti. I
‘pezzi’ appaiono quasi sempre ‘come parti’ dei processi totali.
L’indagine empirica mostra non una costruzione di pezzi primari, ma gradazioni del dato in grandi
linee (relativamente alle proprietà totali inclusive) e articolazioni diverse. Il limite superiore è una
completa organizzazione interna dell’intero dato; il limite inferiore è quello dell’adiacenza additiva tra
due o più totalità relativamente indipendenti. Staccare una ‘parte’ dalla totalità organizzata in cui si trova
– che si tratti o di una totalità sussidiaria essa stessa o di un ‘elemento’ – è un processo molto reale che di
solito comporta delle alterazioni in quella ‘parte’. Le modificazioni di una parte comportano di frequente
dei cambiamenti anche nella totalità stessa. E la natura di queste alterazioni non è arbitraria, perché anche
esse sono determinate dalle condizioni totali e gli eventi avviati dal loro accadere seguono un corso
definito dalle leggi della dipendenza funzionale nelle totalità. Qui il ruolo giocato dalle parti è quello di
‘parti’ che partecipano ‘genuinamente’, non quello di pure unità estranee, indipendenti.
La combinazione, l’integrazione, il completamento, lungi dall’essere i risultati avventizi di ciechi fattori
estrinseci (come un’abitudine meccanica) sono determinati da concrete leggi della Gestalt. Gli ‘elementi’
non sono quindi posti assieme come fondamenti di una sommazione pura e in condizioni che
comportano delle combinazioni estrinseche. Sono invece determinati come parti per le condizioni
intrinseche delle loro totalità e devono essere compresi ‘come parti’ relative a tali totalità. E le ‘Gestalten’
non sono le somme di contenuti aggregati costruiti soggettivamente su pezzi dati primariamente:
strutture contingenti, determinate soggettivamente, avventizie. Non semplicemente delle ‘Qualitäten’
cieche, aggiuntive, essenzialmente dei pezzi e non trattabili in quanto ‘elementi’; e non sono
semplicemente un qualcosa aggiunto a un materiale già dato, semplicemente ‘formale’. Qui abbiamo a
che fare invece con totalità e processi totali che possiedono leggi interne e intrinseche specifiche; stiamo
considerando delle strutture con i loro princìpi strutturali concreti.
Esprimendoci nei termini della nostra ipotesi precedente, possiamo affermare che lo studio scientifico
della percezione non sarà basato su un punto di vista ‘puramente sommativo’; un insieme totale di punti
di stimolazione per un totale di sensazioni più i fattori secondari necessari per legarle in un totale
aggiuntivo. Invece le percezioni devono essere trattate dal punto di vista delle costellazioni di stimoli da
una parte e dei fenomeni gestaltici mentali effettivamente dati dall’altra. E ciò porta nella teoria
fisiologica all’assunzione di processi totali. Le cellule di un organismo sono parti della totalità e le
eccitazioni che si verificano in esse devono quindi essere viste come processi parziali funzionalmente
connessi ai processi totali dell’intero organismo. Ciò non significa però un rifiuto dell’approccio
psicologico, come se mettendo in risalto la fisiologia venisse esclusa l’analisi psicologica. Ciò che è
respinto è il trattamento parziale dei dati psicologici. In effetti l’approfondimento psicologico non solo è
richiesto, ma ora è realmente permesso per la prima volta da un’ipotesi come la nostra.
A parte però i problemi della configurazione dello stimolo e della fisiologia è chiaro che nella stessa
psicologia la possibilità di progredire richiede una procedura ‘dal sopra’, non ‘dal sotto al sopra’. Così la
comprensione delle proprietà totali e delle condizioni totali deve precedere la considerazione del
significato reale delle ‘parti’. Osservate ad esempio le diverse implicazioni di quanto segue: (1) Ho a e b e
c e...: questi sono i costituenti sussistenti di per sé di un totale raggiunto dall’accoppiamento di una serie
di ‘e’. (Ciascuno è, cioè, una sensazione determinata soltanto dal suo stimolo corrispondente). O
viceversa (2) qui c’è una totalità, determinata da proprietà e leggi concrete, dalla quale si possono
derivare delle parti non per semplici scambi dell’attenzione, una mera astrazione sottrattiva o simili, ma
per un vero e proprio smembramento. Una tale derivazione produce un gruppo di totalità sussidiarie in
cui qualsiasi alterazione (come conseguenza dello smembramento) può essere accertata chiaramente.
Nei fenomeni di ‘completamento’ possiamo vedere di nuovo l’operazione di questi princìpi. Così il
completamento di un’esperienza incompleta non è effettuato mediante la semplice aggiunta di un qualsiasi
dato arbitrario, ma attraverso l’operazione di fattori totali e di concrete leggi gestaltiche.
Anche la memoria riguarda in primo luogo le proprietà totali e l’unità strutturale della cosa ricordata. I
processi di memoria e l’‘esperienza’ non consistono in una semplice sequenza di eventi, ciascuno dei
quali è essenzialmente estraneo rispetto a tutto il resto. L’indifferenza contestuale nell’associazione o
nell’abitudine (la memoria ‘meccanica’ in generale) è semplicemente un caso limite. Sotto questo
riguardo si consideri la natura di un genuino processo di pensiero: la soluzione di un problema, l’atto di
comprendere e afferrare ciò che si sente o si vede, il processo di scoprire che cosa è un problema, vedere
il punto, l’atto del pensiero per cui si passa dalla in-comprensione alla comprensione di una data
situazione. Qui non vi è una ‘sequenza di immagini’, né qualcuno potrebbe confondere tali attività
mentali con pure addizioni e sottrazioni di conoscenza. Invece la proprietà essenziale di questi processi è
che sono processi gestaltici. (Si possono vedere anche delle analogie nei processi della percezione, del
sentimento e della volontà.)
Le condizioni di totalità cui ci siamo riferiti sono proposte come oggetti d’indagine scientifica, non
come temi per la generalizzazione e la speculazione. È di fondamentale importanza la differenza tra
processi i cui fattori sono l’essere estranei e l’essere avventizi e quei processi i cui fattori sono l’avere un
genuino significato. I processi dei fenomeni di totalità non sono ciechi, arbitrari e privi di significato, per
come si intende questo termine nella vita di tutti i giorni. Comprendere una coerenza interna
corrisponde a un significato; corrisponde a un significato afferrare una necessità interna. Una predizione
corrisponde a un significato nel senso in cui può esserlo il completamento di qualcosa di incompleto; il
comportamento ha un significato o no, e così via. In tutti questi casi si ha un significato quando ciò che
si verifica non è determinato da ciechi fattori esterni, ma da concrete ‘condizioni interne’. Quindi
possiamo dire in generale che una totalità ha un significato quando si ottiene una concreta dipendenza
reciproca tra le sue parti. L’ipotesi del mosaico o dell’associazione è quindi un principio incapace di
fornire un qualsiasi approccio diretto al problema del significato. Se vi è un qualcosa come l’avere
significato oppure no, è semplicemente una questione di fatto» (M. Wertheimer, The general theoretical
situation, in Ellis, 1938, pp. 12-16).

Nel saggio di Wertheimer si trovano quindi i punti essenziali della teoria


della forma: la critica all’elementismo e all’associazionismo ottocentesco, ma
anche alle nuove ipotesi sulle qualità formali; l’enunciazione del concetto di
Gestalt come una totalità data immediatamente e non aggiunta alle parti
componenti; la necessità di indagini concrete sulla nuova impostazione
dall’alto verso il basso, contro le passate ricostruzioni dal basso verso l’alto, alla
ricerca delle leggi specifiche dei fenomeni gestaltici; l’estensione del principio
di Gestalt a tutti i processi psichici: dalla percezione alla memoria, dal pensiero
al sentimento e alla volontà; la centralità della proprietà del significato nella
Gestalt.
Le leggi della organizzazione delle forme percettive (le leggi della Gestalt)
furono esposte nella seconda parte dell’articolo di Wertheimer sulla «dottrina
della forma», pubblicata nel 1923. L’articolo cominciava con un celebre attacco
in cui si contrapponeva l’approccio fenomenologico della teoria della forma
alla passata impostazione elementista e associazionista:
«Sto alla finestra e vedo una casa, degli alberi, il cielo. Teoricamente potrei dire che ci sono 327
luminosità e tonalità di colore. Ma ho ‘327’? No. Ho il cielo, degli alberi, una casa. È impossibile
ottenere 327 in quanto tali. E anche quando fosse possibile un calcolo così strano, che portasse a 120 per
la casa, 90 per gli alberi e 117 per il cielo, avrei almeno questa combinazione e divisione del totale, e non,
diciamo, 127 più 100 più 100; oppure 150 più 177. La divisione concreta che io vedo non è determinata
da un qualche modo arbitrario di organizzazione basato solamente sul mio capriccio; invece vedo la
combinazione che vi è data davanti a me [...]. Oppure, osservo un quadro. Due facce l’una di fronte
all’altra. Ne vedo una (se volete con ‘57’ di luminosità) e l’altra (‘49’ di luminosità). Non vedo una
combinazione di 66 più 40 né di 6 più 100. Ci sono state teorie che richiedevano che io vedessi ‘106’. In
realtà io vedo due facce! Oppure, ascolto una melodia (17 note) con il suo accompagnamento (32 note).
Io sento la melodia e l’accompagnamento, non semplicemente ‘49’, e certamente non 20 più 29. E ciò è
vero anche nei casi in cui non vi è una continuità tra gli stimoli. Ascolto la melodia e il suo
accompagnamento anche quando sono suonati da un vecchio orologio, dove ogni nota è separata dalle
altre. Oppure, si vede una serie di punti discontinui su uno sfondo omogeneo non come una somma di
punti, ma come delle figure. Anche se vi può essere una grande varietà di combinazioni possibili, i punti
di solito si combinano in articolazioni ‘spontanee’, ‘naturali’, e ogni altra combinazione, anche se è
ottenuta, è artificiale ed è mantenuta con difficoltà» (pp. 301-2).

Il mondo dei fenomeni (il mondo fenomenico) è quello lì, di fronte a me,
«alla mano» con le sue cose, come si esprimeva Husserl, con cose (totalità
percettive) che significano per noi una casa, degli alberi, il cielo, delle facce,
una melodia; non sono stimoli sconnessi con le loro qualità fisiche distinte.
Queste totalità percettive seguono leggi di organizzazione tra le parti, le quali
sono messe in evidenza nella loro «spontaneità» e «naturalezza», anche quando
si osservano semplici combinazioni e disposizioni di punti e linee. La
fenomenologia sperimentale dei gestaltisti affronta lo studio delle leggi di
organizzazione percettiva proprio attraverso semplici, ma non semplicistici,
esperimenti percettivi, impiegando punti, linee, superfici colorate, contrasti,
ecc. con lo scopo di svelare le leggi che sono alla base della percezione del
mondo «esterno», il mondo che ci è dato nella nostra esperienza vissuta, il
mondo fenomenico. Nell’articolo del 1923 Wertheimer enunciò i fattori (o
leggi) che presiedono all’organizzazione delle forme percettive: vicinanza,
somiglianza, destino comune, pregnanza, direzione o buona forma o
completamento, chiusura, esperienza passata. Si tratta di leggi
dell’organizzazione percettiva che si trovano illustrate in tutti i capitoli sulla
percezione nei manuali di psicologia generale. La forma è quindi
un’organizzazione o unificazione strutturata di parti o elementi, sottoposti a
questa stessa strutturazione unitaria, ed essa «emerge» come tale su uno
sfondo.
Un aspetto fondamentale della teoria della forma fu, come si è già accennato,
l’interpretazione dei fenomeni gestaltici in base a processi fisiologici. Quando
gli elementi si organizzano in una forma, ciò non accade – come avevano
affermato le teorie precedenti – per una sommazione e associazione tra gli
elementi o per un processo di produzione della forma dagli elementi, ma per
un fenomeno fisiologico. La stimolazione prodotta dai singoli elementi
produce delle correnti nervose («funzioni trasversali») che, agendo e
distribuendosi simultaneamente, danno luogo ad una specie di «corto
circuito», un fenomeno nuovo di eccitazione rispetto alle eccitazioni retiniche.
Questo problema fu affrontato sistematicamente da Köhler nel libro Le forme
fisiche (1920), attraverso una disamina critica della fisiologia di stampo
ottocentesco e l’introduzione di una nuova ipotesi sui correlati fisiologici dei
processi psichici. Erano criticate le teorie fisiologiche che sostenevano che la
stimolazione corresse dai centri periferici lungo vie nervose distinte ai centri
corticali (stimolazione punto a punto, periferia-centro corticale) e che, per
associazione tra i centri corticali, si realizzasse la percezione. Per Köhler la
percezione era data invece da una distribuzione delle correnti elettriche
(«forme fisiche») non corrispondente alla somma delle singole eccitazioni, ma
generata dagli effetti dell’interazione tra una corrente e l’altra secondo i
princìpi descritti dalla fisica nella spiegazione degli effetti di campo nella
distribuzione dell’energia («Lo stato o il processo in un qualsiasi punto
dipendono in linea di principio dalle condizioni ottenute in tutte le altre parti
del sistema»). Ogni sistema fisico è concepibile come un campo totale dove
interagiscono forze diverse, con la tendenza a mantenere uno stato di
equilibrio tra di loro. Se l’equilibrio è alterato da una forza nuova, vi è una
riorganizzazione del campo e di tutte le forze interagenti. Gli effetti di campo
si verificano nel mondo inorganico della fisica, come in quello organico della
fisiologia, e in quello psicologico della psicologia. Per questa centralità della
nozione di campo, la teoria della forma è stata spesso chiamata anche «teoria
del campo». Tra il mondo fenomenico, studiato dalla psicologia, e il mondo
fisiologico, studiato dalla fisiologia, vi è un isomorfismo, dato dalla identità di
leggi di strutturazione che regolano entrambi i mondi. Ciò non significa che
quanto accade sul piano fenomenico, il percetto esperito, abbia una copia nel
cervello, una specie di fotografia biologica del vissuto psichico. L’isomorfismo
indica una identità dei rapporti tra le parti all’interno e della struttura
psicologica e di quella fisiologica, un’adesione a leggi comuni di
funzionamento.
Ricerche sulla percezione. Il settore più importante di ricerca fu quello della percezione. In particolare fu
studiata la percezione del movimento, subito dopo l’articolo del 1912 di Wertheimer, mettendo in evidenza i
valori da attribuire alle variabili fisiche degli stimoli (intensità, distanza tra gli stimoli, intervallo
temporale) per far emergere il movimento apparente. Le leggi della percezione del movimento furono
illustrate da Adolf Korte nell’articolo del 1915 Kinematoscopic Untersuchungen [Ricerche
cinematoscopiche]. Strettamente connesso al tema del movimento, fu il fenomeno della identità
fenomenica studiata da Josef Ternus nell’articolo del 1926 Untersuchungen über phänomenale Identität
[Ricerche sull’identità fenomenica], per la quale un oggetto mantiene la sua identità pur muovendosi
nello spazio. Un nuovo fenomeno di movimento illusorio fu descritto da Karl Duncker, nell’articolo del
1929 Über induzierte Bewegung [Sul movimento indotto]: in presenza di due oggetti, uno fermo e uno in
movimento, l’osservatore può percepire come fermo o in movimento l’uno o l’altro a seconda di quale
sia l’oggetto di riferimento scelto (che fa da sfondo) e quale sia l’oggetto «percepito» in movimento (la
figura). Altri fenomeni della percezione del movimento furono studiati da Koffka e Friedrich Kenkel
(1913), Erich Lindemann (1922) e Ludwig Hartmann (1923).
Altri problemi connessi alla percezione visiva (trasparenza, rapporto tra forma e colore, costanza del
colore, contrasto, illusioni ottico-geometriche, ecc.) furono studiati nel 1923 da Wilhelm Fuchs e da
Adhémar Gelb e Ragnar Granit, il futuro premio Nobel per la fisiologia; nel 1924 da Wilhelm Benary,
ecc. La percezione tattile fu studiata da Max von Frey (1923).
Erich M. von Hornbostel (1877-1935), collaboratore di Stumpf e Wertheimer, studioso della
psicologia della musica, mise in evidenza nel saggio Die Einheit der Sinne [L’unità dei sensi] del 1925 che
varie proprietà fisiche degli stimoli erano comuni alle varie modalità sensoriali e che ciò che caratterizza
la percezione non è la sommazione di più modalità sensoriali, ma la loro unificazione in un solo vissuto.
Nelle varie ricerche sulla percezione ricorreva il fenomeno della costanza percettiva, per cui pur
cambiando i valori delle proprietà fisiche di uno stimolo, esso è percepito immodificato (un oggetto che
si allontana produce delle stimolazioni nella retina relativamente proporzionate alla grandezza che assume
man mano, ma ci appare comunque sempre identico e non come se divenisse effettivamente più piccolo).
Intorno all’ipotesi associazionista che sul percetto avesse un’influenza l’esperienza passata (per cui un
uomo che si allontana da me rimane sempre identico a se stesso, non diviene «realmente» più piccolo,
perché «so» che è un uomo che si allontana) compì una serie di noti esperimenti Kurt Gottschaldt (1902-
91), illustrati in Über den Einfluss der Erfahrung auf die Wahrnehmung von Figuren [Sull’influenza
dell’esperienza passata sulla percezione di figure] (1926-29). Gottschaldt affrontò il problema
presentando prima una figura (a) da memorizzare e poi una seconda figura (b) più «complessa»,
chiedendo ai soggetti o di descrivere quest’ultima oppure di ricercare la prima figura mascherata nella
seconda. In entrambi i casi, i soggetti vedevano la seconda figura nella sua totalità e non riuscivano a
«smembrarla» e a «scoprire» la prima figura, anche se l’invito a ricercarla facilitava la prestazione.
Cosicché Gottschaldt concludeva che l’aver visto precedentemente la prima figura non aveva alcuna
influenza rilevante sulla percezione della seconda figura che rimaneva compatta nella sua attualità
fenomenica, mentre si dimostrava che il diverso tipo di istruzioni (per cui il soggetto era coinvolto in una
ricerca attiva e non era un osservatore passivo) aveva un’importanza maggiore dell’esperienza stessa.
Un altro importante settore di ricerca fu quello degli effetti di lesioni cerebrali sull’organizzazione
percettiva. A questo tema, già trattato da Wertheimer al congresso di psicologia sperimentale a Lipsia nel
1912, si dedicarono Gelb, allievo di Stumpf, e Kurt Goldstein (1878-1965), che esaminarono dal 1916 in
poi, all’Istituto per la ricerca sugli effetti delle lesioni cerebrali di Francoforte, vari feriti di guerra. I loro
risultati, riassunti in una serie di articoli tra il 1918 e il 1924-25, mettevano in evidenza la dissociazione
tra funzioni visive diverse (per cui alcune funzioni rimangono integre e altre sono danneggiate).
Interessanti furono anche le ricerche di Fuchs sui casi di emianopsia (1921-22) e quelle di Heinrich
Schulte sui fenomeni paranoici (1924). Sul contributo della teoria della forma allo sviluppo delle ricerche
sul cervello, ritorneremo nel cap. VII.
Infine, la percezione fu studiata negli animali, in primo luogo da Köhler (1918) negli scimpanzé e nelle
galline, e poi da Mathilde Hertz (1926-29) nei corvi, nelle gazze e nelle api, mettendo in evidenza
l’esistenza di fenomeni percettivi (ad esempio, la costanza di colore) simili a quelli rilevati nella
percezione umana.

Wolfgang Köhler ►

Ricerche sul pensiero e sulla memoria. Se la percezione fu l’area privilegiata di


indagine dei gestaltisti, proprio perché la percezione consentiva più di tutti gli
altri processi psichici di mettere in evidenza l’immediatezza fenomenica delle
leggi di organizzazione, altre importanti aree di ricerca furono costituite dal
pensiero e dalla memoria.
Durante la sua permanenza alla Stazione per la ricerca sugli antropoidi
dell’Accademia prussiana delle scienze a Tenerife, Köhler condusse una serie
di esperimenti sulla «intelligenza» dei primati, illustrati prima in una memoria
dell’Accademia nel 1917 e poi nella monografia L’intelligenza nelle scimmie
antropoidi del 1921. Gli scimpanzé dovevano trovare una soluzione per
raggiungere uno scopo (ad esempio, afferrare una banana posta al di là delle
sbarre della gabbia servendosi di canne come strumenti). Köhler osservò che
gli animali compivano una serie di prove ed errori, ma poi arrivavano
improvvisamente alla soluzione per un processo di pensiero denominato
Einsicht (da ein più sicht, che deriva a sua volta da sehen, ovvero «vedere», e
quindi «vedere dentro») o secondo il termine inglese più noto insight (in più
sight, da to see), termini che potremmo tradurre con «intuizione», «visione».
Ecco come Köhler descrive nel suo libro uno dei più brillanti esempi di
Einsicht dello scimpanzé Sultano:
«Viene sottoposto alla prova Sultano [il 20 aprile 1914]. Si mettono a sua disposizione due canne di
bambù cave, ma solide, come quelle che gli animali hanno spesso usato per avvicinare dei frutti. La prima
ha una sezione notevolmente più piccola di quella della seconda, così che si può con facilità introdurla
nell’una o nell’altra delle due aperture di questa. L’obbiettivo sta al di là dell’inferriata, ma è troppo
lontano perché l’animale possa raggiungerlo mediante una sola delle due canne (di lunghezza più o meno
uguale). Nondimeno l’animale si dà gran pena per tentare di raggiungerlo con un bastone o con l’altro,
anche introducendo fra le sbarre della inferriata buona parte della spalla destra. Poiché tutto risulta
inutile, Sultano commette allora un ‘cattivo errore’, o, per essere più chiari, una grossa stupidità, che ha
già commesso altre volte. Dal fondo della stanza trascina una cassa fin presso le sbarre; ma, giunto qui, la
spinge di nuovo via, poiché non serve a nulla e costituisce anzi un ostacolo. Subito dopo dà inizio ad un
atto che è praticamente inutile, ma che peraltro deve essere annoverato fra gli ‘errori positivi’: sospinge
uno dei due bastoni all’esterno della inferriata quanto più lontano gli è possibile, poi prende l’altro con
precauzione, e se ne serve per spingere il primo verso l’obbiettivo; urtando o spingendo lentamente la sua
estremità posteriore, lo guida con cura nella direzione del frutto. A dire il vero non sempre riesce in ciò;
ma quando è andato abbastanza lontano in questo modo di procedere prende delle precauzioni
particolari, spinge con dolcezza, fa molta attenzione alla canna che si trova sul terreno, e ne guida
effettivamente la punta fino all’obbiettivo. Così, in un modo che si presenta qui spontaneamente per la
prima volta, il contatto fra l’animale e l’esca è stabilito, e Sultano prova visibilmente un certo piacere –
che anche l’uomo può simpateticamente provare – nell’avere almeno il potere di urtare il frutto per
tramite del bastone spinto in avanti, e di muoverlo leggermente. La manovra viene ripetuta; quando
l’animale ha spinto il bastone che è sul terreno troppo lontano perché gli sia possibile tirarlo di nuovo
presso di sé, esso gli viene ridato. Spingendo con cautela, esso adatta esattamente la canna che tiene in
mano all’orifizio della canna che sta sul terreno, per poterla dirigere con sicurezza. Si potrebbe pensare
che già si è fatta luce la possibilità di innestare una delle canne nell’altra; tuttavia non vi è il minimo
accenno di una situazione di questo tipo, che abbia un valore pratico. Infine l’osservatore viene in aiuto
all’animale introducendo un dito nell’apertura di una delle canne, sotto gli occhi dell’animale stesso
(senza peraltro mostrare l’altra canna). Nessun risultato; Sultano continua, come prima, a sospingere una
canna verso l’obbiettivo, servendosi dell’altra, e quando questa pseudo-soluzione non lo soddisfa più,
abbandona completamente i suoi sforzi, e non raccoglie neppure più le canne quando queste gli vengono
gettate attraverso le sbarre. L’esperimento è durato più di un’ora, e viene temporaneamente interrotto, in
quanto sotto questa forma risulta privo di senso. Poiché si ha intenzione di riprenderlo dopo una pausa,
impiegando mezzi più efficaci, l’obbiettivo viene lasciato sul posto, e Sultano resta in possesso delle sue
canne; per ogni evenienza viene lasciato di guardia il custode [che chiamerà subito Köhler dopo aver
osservato quanto segue]. Rapporto del custode: ‘Sultano dapprima si accoccola con indifferenza sulla cassa,
che è rimasta un poco all’indietro rispetto all’inferriata; poi si alza, raccoglie le due canne, si siede di
nuovo sulla cassa e gioca con esse distrattamente. Capita allora per caso che tenga una canna in ciascuna
mano davanti a sé, in modo che esse si trovano l’una nel prolungamento dell’altra; spinge un poco la più
sottile dentro l’apertura di quella più grossa, salta d’un tratto all’inferriata, alla quale sino a quel momento
volgeva la schiena, e comincia a tirare verso di sé una banana, con la canna raddoppiata in lunghezza. Io
chiamo il direttore [Köhler]. Nel frattempo una delle canne cade, perché l’animale le ha inserite molto
poco l’una nell’altra; ma subito esso le congiunge di nuovo’. Il racconto del guardiano è relativo ad un
intervallo di non più di cinque minuti, che ha avuto inizio dal momento in cui l’esperienza è stata
interrotta. Chiamato da lui, ho visto il resto io stesso. Sultano è accoccolato presso l’inferriata, e fa
sporgere all’esterno una canna sulla estremità della quale è fissata in modo instabile una seconda canna,
che è sul punto di cadere. Infatti essa cade; Sultano la riprende, inserisce subito, con la massima
sicurezza, la più sottile nella più grossa, in modo da adattarle solidamente l’una all’altra e, con lo
strumento così prolungato, attira a sé un frutto. Tuttavia la canna più grossa ha un diametro un po’
troppo grande, e perciò scivola spesso via dalla estremità della più piccola; ogni volta Sultano ricongiunge
immediatamente le canne, tenendo la più grossa con la mano sinistra davanti a sé e la più sottile con la
destra spostata un poco all’indietro, e introduce la seconda nella prima. Questa manovra sembra
provocare in lui uno straordinario piacere; esso suscita un’impressione di grande vivacità; tira l’uno dopo
l’altro presso l’inferriata tutti i frutti senza perdere tempo a mangiarli, e quando io separo l’una dall’altra
le due canne, le ricongiunge rapidamente per tirare verso l’inferriata oggetti lontani del tutto indifferenti»
(pp. 114-17).

L’interpretazione di Köhler si opponeva a quella degli psicologi, in particolare


Thorndike (cfr. cap. IV), che ritenevano che la soluzione di un problema
dipendesse dall’associazione di esperienze precedenti, da una catena di prove
ed errori. Sebbene vi fosse effettivamente una serie di prove ed errori, quello
che risaltava, e che Köhler voleva mettere in evidenza, era la proprietà del
pensiero per cui vi era una ristrutturazione di tutte le esperienze passate e delle
condizioni presenti, che andava al di là della semplice somma di esse e
consentiva una nuova «visione» del problema. Köhler insisteva inoltre sul
concetto di «struttura di campo otticamente data» per cui elementi sparsi nel
campo visivo dell’animale (ad esempio, le canne) assumono ad un certo
momento, per la Einsicht, un significato diverso rispetto agli altri elementi del
campo (ad esempio, il frutto), si organizzano gli uni con gli altri in una nuova
totalità, per cui le canne significano ora non degli oggetti inutili, ma gli-
strumenti-per-ottenere-il-cibo. In sostanza, la Einsicht corrisponde ad una
ristrutturazione del campo, dove le esperienze passate acquistano appunto una
nuova relazione reciproca.
Le proprietà del pensiero umano furono studiate da Wertheimer, dai suoi
primi lavori fino al libro comparso postumo. Nell’articolo del 1912 Über das
Denken der Naturvölker, I: Zahlen und Zahlgebilde [Sul pensiero dei popoli
primitivi, I: Numeri e strutture di numeri], Wertheimer notava che nel
pensiero primitivo il pensiero concreto precedeva quello astratto, come era
dimostrabile dalla concezione e dall’impiego dei numeri da parte degli
individui di popoli primitivi studiati da etnologi e missionari. I numeri non
sono una proprietà astratta delle cose, ma sono strettamente legati alle cose
relative; sono delle «strutture» che esprimono quantitativamente la cosa qual è
(un quadrato non è riconosciuto come tale, perché ha quattro lati, rispetto ad
altre figure che variano per il numero dei lati; il suo «esser quattro» è
intrinseco, strutturale alla figura stessa). Inoltre queste strutture numeriche
non sono astraibili dal contesto concreto e reale. Wertheimer faceva l’esempio
di un bambino indiano cui era stato chiesto di tradurre la frase «Oggi l’uomo
bianco ha ucciso sei orsi» e che si rifiutava di farlo perché nessun uomo bianco
avrebbe potuto uccidere sei orsi in un giorno. In breve, per Wertheimer il
pensiero concreto si realizza in strutture, in Gestalten, legate al contesto, e solo
in seguito si forma un pensiero astratto. Wertheimer studiò poi il sillogismo
nella breve monografia Über Schlussprozesse im produktiven Denken [Sul
sillogismo nel pensiero produttivo] del 1920, in cui sono trattati temi ripresi in
seguito nel libro postumo Productive thinking del 1945. Il pensiero è
«produttivo» quando produce soluzioni non sulla base di semplici associazioni,
di prove ed errori solamente, ma quando affronta il problema riconcependolo
attraverso una ristrutturazione completa di tutti gli elementi in gioco, o meglio
in campo. Ricordiamo l’aneddoto riportato da Wertheimer sul genio
matematico di Carl Gauss (1777-1855). Una volta il maestro di Gauss chiese ai
suoi alunni chi fosse in grado di rispondere per primo qual era il totale di 1 + 2
+ 3 + 4 + 5 + 6 + 7 + 8 + 9 + 10. Gauss rispose quasi subito, con grande
sorpresa del maestro che gli chiese di spiegargli come aveva fatto. Gauss non
aveva aggiunto l’1 al 2, poi la loro somma al 3, e la nuova somma al 4, e così
via: «Se l’avessi fatto sommando 1 + 2, poi 3 al risultato, poi 4 al nuovo
risultato, e così via, avrei impiegato molto tempo, e cercando di arrivare presto
molto probabilmente avrei fatto degli sbagli. Ma vedete, 1 + 10 fa 11, 2 + 9 fa
di nuovo – deve fare! – 11. E così via! Vi sono cinque coppie di questo tipo: 5
volte 11 fa 55» (1945, p. 122). Gauss aveva quindi «visto» gli elementi, i
numeri, in una totalità retta da una relazione (che è poi la regola della somma
dei termini in una progressione aritmetica) dove era possibile segregare,
ristrutturare gli elementi, coppia a coppia, per arrivare al prodotto mentale
nuovo della soluzione. Wertheimer denominava questa nuova posizione, da
cui si ristrutturava il problema, «centramento» (Umzentrierung), per cui si arriva
a «una nuova visione della situazione, più profonda, che comporta
cambiamenti nel significato funzionale degli elementi, nel loro
raggruppamento, ecc.» (p. 228). Wertheimer portava esempi di pensiero
produttivo tratti dalla storia della scienza (di particolare interesse la trattazione
dedicata a Galilei e a Einstein).
Un altro contributo fondamentale alla psicologia del pensiero nell’ottica
gestaltista fu dato da Karl Duncker (1903-40), che fu allievo di Wertheimer e
Köhler, ed emigrò nel 1938 negli Stati Uniti. Nel libro Zur Psychologie des
produktiven Denkens [La psicologia del pensiero produttivo] (1935) Duncker
precisò che la soluzione del problema non doveva essere concepita come un
processo mentale immediato, spontaneo e intuitivo, ma come un sistema
organizzato di soluzioni parziali, che a loro volta divengono un problema da
risolvere, fino alla totale soluzione del problema iniziale. Mentre Wertheimer
era interessato alla fase finale della ristrutturazione in sé e per sé, Duncker
metteva in evidenza la rilevanza delle fasi intermedie, che non sono semplici
prove ed errori, ma vere e proprie soluzioni come dimostrano i protocolli, le
registrazioni del percorso di pensiero, raffigurabile come un albero genealogico
di soluzioni, dove alcuni rami conducono in un vicolo cieco, mentre altri
portano alla soluzione finale avviata secondo un programma iniziale: «La
forma finale di ogni singola proposta di soluzione – scriveva Duncker – non
viene generalmente raggiunta con un solo passaggio a partire dall’impostazione
originaria del problema; al contrario, in genere, si delinea anzitutto il
principio, il valore funzionale della soluzione e solo nella successiva
concretizzazione di questo principio si sviluppa la forma finale della soluzione.
In altre parole, le proprietà generali, ‘essenziali’, di una soluzione precedono
geneticamente le proprietà specifiche, e quest’ultime si organizzano sulla base
delle prime [...] Dal protocollo riportato si può rilevare innanzi tutto che
l’intero processo, a partire dalla impostazione originaria del problema fino alla
soluzione definitiva, si presenta come una serie di proposte di soluzione più o
meno concrete [...] Tuttavia, per quanto rudimentali esse siano, è certo che
non si tratta di reazioni prive di senso, di un comportamento ‘per prove ed
errori’ del tutto casuale» (pp. 19-20, 11).
Anche negli studi sulla memoria si misero in risalto i fattori di natura
gestaltista che agiscono secondo princìpi di strutturazione degli elementi (qui,
le tracce mnestiche) nel campo e non secondo l’ipotesi associazionista di una
concatenazione elemento per elemento, consolidatasi nel tempo dopo
continue ripetizioni. Nell’articolo del 1922 Über die Veränderung von
Vorstellungen (Gedächtnis und Gestalt) [Sulla variazione delle rappresentazioni
(memoria e forma)], Friedrich Wulf volle verificare l’ipotesi di G.E. Müller
secondo la quale con il passare del tempo i contenuti mnestici si trasformano,
perdono le loro caratteristiche peculiari, divengono sempre più vaghi e
indefiniti e si assomigliano sempre di più tra di loro. Wulf mise invece in
evidenza che la continua riproduzione «a memoria» di disegni
precedentemente visti portava non tanto ad una vaghezza, ma ad
un’accentuazione delle loro caratteristiche verso una «buona forma» peculiare
di ciascun disegno. La psicologa Hedwig von Restorff (1906-62), in un
articolo del 1933, dimostrò che il ricordo di una traccia è funzione delle altre
tracce apprese (per cui uno stimolo in una lista è ricordato peggio se è simile a
tutti gli altri, mentre è ricordato meglio se ha delle caratteristiche differenziali).
L’effetto von Restorff fu ulteriormente approfondito da Köhler e da questa
stessa psicologa in un lavoro del 1935, nel quale si concepiva lo stimolo da
ricordare, distinto per alcune caratteristiche fisiche (ad esempio, una parola
scritta in rosso contro tutte le altre parole in nero), come una figura che si
stacca sullo sfondo di tutti gli altri stimoli simili. Una trattazione sistematica
dei processi della memoria nell’ottica gestaltista fu fornita da Koffka nei
Principles of Gestalt psychology (1935) e da George Katona (1901-81) in
Organizing and memorizing (1940). Nel libro di Katona si trovano molti esempi
sul ruolo che ha l’organizzazione degli elementi da ricordare secondo le regole
sulla memorizzazione. I soggetti, una volta compreso il «significato» di una
regola, apprendono più facilmente e possono trasferire questa regola ad altro
materiale. In breve, si sottolineava da una parte la validità del principio di
ristrutturazione e dall’altra quella del campo o contesto in cui si collocano gli
elementi per spiegare i processi fondamentali della memoria, oltre che quelli
della percezione e del pensiero.

Kurt Lewin ►

La psicologia topologica. Nel contesto della teoria della forma si sviluppò la


concezione sistematica dei processi psichici elaborata da Kurt Lewin,
denominata «teoria del campo» o «psicologia topologica». I princìpi della
Gestalt cui Lewin si riferì erano quelli generali di totalità, campo, interazione,
ma la focalizzazione delle sue ricerche (e dei suoi collaboratori) sugli aspetti
psicodinamici piuttosto che su quelli cognitivi della vita psichica, da una parte,
e l’impiego della topologia per descrivere in modo rigoroso e formale le azioni
umane e la dinamica dei gruppi, dall’altra, hanno posto l’opera lewiniana in
una posizione autonoma rispetto alla scuola di Berlino.
Nei confronti delle concezioni secondo cui un evento psichico (una
reazione) è causato direttamente da uno stimolo, sicché si creano
«accoppiamenti» o «connessioni meccanicamente rigide» o associazioni di
«stimolazioni specifiche con reazioni ben determinate», Lewin affermò fin dai
suoi primi lavori tra gli anni ’10 e ’20 che i processi psichici si attuano in
funzione di una dinamica interna alla psiche stessa e non solamente in
funzione di stimoli esterni. Nell’articolo del 1926 Vorsatz, Wille und Bedürfnis
[Intenzione, volontà e bisogno], Lewin precisò che «la condizione necessaria
del verificarsi di un evento psichico, in qualsiasi modo esso si svolga, è sempre
la presenza di certe energie psichiche, e cioè di certi sistemi di tensioni
psichiche che conseguono di regola alla formulazione di un proposito o al
presentarsi di un bisogno» (pp. 52-53). Lo stimolo esterno può attivare un
processo psichico, ma questo riceve internamente l’energia necessaria al suo
svolgimento.
Nell’articolo citato, Lewin riassume il ruolo dello stimolo, dal momento in cui è percepito, nella
dinamica psichica conseguente: «La percezione di un oggetto o di un evento può dunque: 1) Causare la
formazione di un definito sistema di tensioni psichiche che prima non esisteva, per lo meno nella forma
che ora assume. Un’esperienza di questo tipo produce immediatamente un’intenzione, o fa sorgere un
desiderio, che non erano previamente presenti. 2) Uno stato di tensione già esistente, riconducibile ad un
proponimento fatto, ad un bisogno, o ad un’attività iniziata ma non terminata, si ricollega ad un certo
oggetto o evento, che è sperimentato come fonte di attrazione (o di repulsione), e pertanto questo
particolare sistema di tensioni ottiene ora il controllo della motricità. Diremo, di tali oggetti, che essi
posseggono una ‘valenza’. 3) Valenze di questo tipo operano nel contempo (come certe altre esperienze)
come forze di campo, nel senso che controllano e guidano i processi psichici, soprattutto quelli relativi
alla motricità. 4) Certe attività, suscitate in parte da valenze, conducono a processi di saturazione, o alla
realizzazione di un proposito e quindi alla riduzione delle tensioni nel relativo sistema, sino ad un
equilibrio ad un livello di tensione più basso» (pp. 68-69).

L’attività psicologica è considerata una totalità di fatti coesistenti e


interdipendenti, retta dai principi dinamici propri di un campo di energia. Il
«campo» dello psicologo non è ovviamente quello del fisico, ma è lo «spazio di
vita» (life space), che è definito come «la totalità dei fatti che determinano il
comportamento (C) di un individuo ad un certo momento» (Lewin, 1936, p.
230). Nello spazio di vita (S) si rappresenta la totalità degli eventi psicologici
possibili. Si può quindi affermare che il comportamento è funzione (f) dello
spazio di vita, esprimendo questa relazione con la formula C = f (S). Poiché lo
spazio di vita include una «regione», la persona (P), e l’ambiente psicologico
(A), si può meglio precisare la relazione precedente con la formula C = f (P,
A).
Il comportamento è quindi funzione della interazione tra la persona e
l’ambiente psicologico. L’ambiente psicologico non è il mondo fisico,
geografico o socio-economico. Quando si parla di spazio di vita si deve
intendere non lo spazio fisico entro il quale «si muove» un individuo, ma uno
«spazio di vita psicologico», di cui un individuo ha un’esperienza soggettiva
più o meno cosciente. Alfred J. Marrow (1905-78), autore della principale
biografia di Lewin, ha così caratterizzato lo spazio di vita: esso «include tutti i
fatti che esistono per la persona ed esclude quelli che per essa non esistono.
Esso abbraccia bisogni, scopi, influenze inconsce, convinzioni, fatti di natura
politica, economica e sociale e tutto ciò che potrebbe avere un effetto diretto
sul comportamento» (1969, p. 46). L’ambiente psicologico è quella parte di
tale spazio di vita o spazio psicologico che racchiude le persone, le attività, gli
oggetti con cui un individuo, in un particolare momento della propria vita,
interagisce. Si tratta di un’interazione psicologica, non di un’interazione fisica.
Se un individuo sta compiendo una certa attività (ad esempio, lavoro), la sua
persona è in interazione con questa attività che costituisce in quel momento
una regione del suo ambiente psicologico. Quando passa a un’altra attività (ad
esempio, gioco), vi è una dislocazione nel suo ambiente psicologico, quella che
Lewin chiama «locomozione», da una regione all’altra. Anche la persona,
nell’accezione lewiniana, comprende un insieme di regioni: le due principali
sono la regione percettivo-motoria (relativa appunto ai processi percettivi e
motori dell’individuo) e la regione interna-personale (relativa ai processi
dinamici e cognitivi). La regione interna-personale può essere a sua volta
divisa in altre sotto-regioni o celle. Tutte queste regioni o sotto-regioni sono
separate, ma allo stesso tempo comunicanti (attraverso un processo
denominato «comunicazione»). Alla struttura della personalità, descritta come
un insieme di spazi intercomunicanti (lo spazio descritto dalla psicologia
topologica in analogia alla topologia, branca della geometria che studia le
relazioni spaziali), si affianca la «psicologia vettoriale» che descrive i princìpi
dinamici (energia, tensione, bisogno, valenza, forza) che attivano la
locomozione e la comunicazione: si ha allora uno «spazio odologico» [dal
greco odòs = via] entro il quale si attuano i percorsi di tali processi dinamici. Al
di là dello spazio di vita vi è uno spazio esterno, il mondo fisico, e tra questi
due spazi vi è un’influenza reciproca, grazie al fatto che la «frontiera» (boundary)
che delimita lo spazio di vita non è rigida, ma permeabile. Con la crescita e
l’interazione con l’ambiente psicologico, la persona si differenzia sempre di più
in sotto-regioni. Anche l’ambiente psicologico si differenzia progressivamente
in regioni.
Descrivendo lo sviluppo psicologico del bambino nei termini dello spazio di vita, nel saggio
Environmental forces in child behavior and development del 1931, Lewin caratterizzava bene le sue nozioni di
ambiente psicologico e spazio di vita: «L’analisi dei fattori ambientali deve partire da una considerazione
della situazione complessiva. Una tale analisi presuppone dunque, come suo più importante compito,
un’adeguata comprensione e presentazione in termini dinamici della situazione psicologica totale. La
teoria di Loeb identifica l’ambiente biologico con l’ambiente fisico: i fattori dinamici dell’ambiente
consistono nella luce (di lunghezza d’onda e di intensità specifiche), nella gravità ed in altri fattori della
stessa natura. Altri, in particolare von Uexküll, hanno invece dimostrato che l’ambiente biologico deve
essere caratterizzato in modo del tutto diverso, e cioè come un complesso costituito da alimenti, da
nemici, da mezzi di difesa, ecc. La stessa situazione fisica deve essere così descritta, per differenti specie di
animali, come un mondo specificamente differente sia in senso fenomenico che in senso funzionale.
Anche in psicologia infantile il medesimo ambiente fisico deve essere caratterizzato in modo del tutto
diverso in rapporto all’età, al carattere individuale, alla condizione momentanea del bambino. Lo ‘spazio
di vita’ del bambino è estremamente ristretto ed indifferenziato. Ciò vale sia per lo spazio percettivo che
per quello dell’azione. Con la graduale estensione e la differenziazione dello spazio di vita del bambino,
un ambiente più largo e fatti fondamentalmente diversi acquistano esistenza psicologica. Ciò vale anche
per quanto riguarda i fattori dinamici. Il bambino apprende in misura sempre maggiore a controllare
l’ambiente; nel contempo – questo non è meno importante – diviene psicologicamente dipendente da
una sempre più vasta cerchia di eventi che hanno luogo nell’ambiente. Quando, per esempio, viene rotta
una bambola ad alcuni passi di distanza da un bambino di pochi mesi, quest’ultimo resta indifferente,
mentre lo stesso atto, nel caso di un bambino di tre anni, suscita un intervento assai energico. Il
progressivo estendersi nell’ambito spazio-temporale del bambino al di là della camera e della cerchia della
famiglia, significa dunque non solo una presa di possesso intellettuale di relazioni più vaste, ma
soprattutto una moltiplicazione degli oggetti e degli eventi ambientali dai quali il bambino dipende
psicologicamente in modo immediato. Il fatto di venire semplicemente a conoscenza di qualcosa (per
esempio, della geografia di un paese straniero, della situazione economica e politica, o anche dei fatti che
riguardano direttamente la propria famiglia) non comporta necessariamente un mutamento profondo
nello spazio di vita del bambino. D’altra parte, fatti ‘ambientali’ psicologicamente critici, quali l’amicizia
o l’inimicizia di una certa persona adulta, possono avere un significato fondamentale per lo ‘spazio di
vita’ del bambino, senza che vi sia da parte sua una loro chiara valutazione intellettuale. Per lo studio dei
problemi dinamici dobbiamo partire dall’ambiente psicologicamente reale del bambino. In un senso
‘obbiettivo’, l’esistenza di un rapporto sociale è condizione necessaria perché un bambino non ancora
capace di soddisfare da sé i suoi bisogni biologicamente importanti possa restare in vita. Questo è di
solito un rapporto sociale con la madre, rapporto nel quale i bisogni del neonato hanno funzionalmente
la supremazia. Ma i fatti sociali molto presto acquistano una importanza predominante come costituenti
essenziali anche dell’ambiente psicobiologico. Ciò non significa, naturalmente, che quando il bambino di
tre mesi reagisce in modo specifico alla voce umana, e ad un sorriso amichevole, la relazione con certi
individui sia già divenuta un elemento costitutivo stabile dell’ambiente psicologico del bambino. L’età
alla quale questo si verifica dipende essenzialmente dalle doti del singolo bambino e dalle sue esperienze.
Il fatto che certe attività (per esempio, quella del maneggiare certi giocattoli) sono permesse mentre altre
sono proibite (per esempio, gettar via le cose, o toccare certi oggetti che appartengono agli adulti)
comincia molto presto – certamente prima dell’età di due anni – ad avere un importante ruolo dinamico
nella struttura dell’ambiente del bambino. Con lo sviluppo del bambino i fatti sociali di solito acquistano
una importanza sempre maggiore per la struttura dell’ambiente psicologico. Fatti sociali come l’amicizia
con un altro bambino, la dipendenza da un adulto, ecc., devono essere considerati, da un punto di vista
dinamico, come non meno reali dei fatti fisici. Certo, nella descrizione dell’ambiente psicologico del
bambino, non si possono prendere come base le forze e le relazioni sociali di carattere nettamente
obbiettivo che vengono enumerate dal sociologo o dal giurista. Si deve, piuttosto, descrivere i fatti sociali
per il modo come essi influiscono sull’individuo particolare che si sta considerando. I fattori sociali
obbiettivi non hanno in verità una relazione più chiara e definita con l’individuo psicologico di quanto
ne abbiano i fattori fisici. Il medesimo oggetto fisico può avere tipi di esistenza psicologica del tutto
diversi per differenti bambini, o per lo stesso bambino in differenti situazioni. Un cubo di legno può
essere in un caso un proiettile, in un altro caso un elemento da costruzione, in un terzo una locomotiva.
Che cosa esso sia, in ogni dato momento, dipende dalla situazione complessiva e dalla condizione
momentanea del bambino considerato. Considerazioni simili valgono anche per i fattori sociali. A questo
riguardo diviene chiaro un fatto di importanza psicologica fondamentale, e cioè l’esistenza di relazioni
dirette fra lo stato momentaneo dell’individuo e la struttura del suo ambiente psicologico. Che l’ambiente psicologico,
anche quando resta obbiettivamente lo stesso, dipenda non soltanto dal carattere individuale e dal grado
di sviluppo del bambino considerato, ma anche dalla sua condizione momentanea, risulta chiaro non
appena si consideri la relazione fra ambiente e bisogni. Oltre all’ambiente quasi-fisico e quasi-sociale,
anche un compito mentale o una fantasia devono talvolta, da un punto di vista dinamico, essere
caratterizzati come ‘ambiente’. Certe attività (per esempio, un gioco) possono avere il carattere di una
regione, all’interno o all’esterno della quale il bambino può muoversi» (pp. 81-84).

I princìpi teorici elaborati da Lewin furono verificati in una serie di


esperimenti svolti nell’Istituto di psicologia di Berlino e pubblicati sulla rivista
«Psychologische Forschung» tra la fine degli anni ’20 e gli anni ’30 (furono
riassunti e commentati da Lewin nel cap. VIII del suo libro A dynamic theory of
personality del 1935). Si tratta di esperimenti famosi che conservano tutt’oggi il
loro valore empirico al di là della cornice teorica topologica entro la quale
furono interpretati da Lewin e dai suoi collaboratori. Il primo esperimento fu
condotto dalla psicologa russa Bluma Zeigarnik, che lavorò a Berlino con
Lewin tra il 1924 e il 1926. Nell’articolo del 1927 Über das Behalten von
erledigten und unerledigten Handlungen [Sulla memoria delle azioni compiute e
incompiute], Zeigarnik riferì un esperimento in cui aveva sottoposto i soggetti
ad una serie di compiti, metà dei quali erano interrotti prima di essere eseguiti
completamente. Il risultato fu che i soggetti si ricordavano in seguito meglio i
compiti interrotti che quelli completati. La spiegazione di questo fenomeno
era cercata in una dinamica interna al processo di memorizzazione,
considerato come una specie di attività che doveva essere «completata» (nel
senso gestaltista per cui una forma tende a completarsi); questa esigenza di
completamento avrebbe generato una «tensione psichica» che persisteva se il
completamento non era stato effettuato; la tensione era la causa del migliore
ricordo dei compiti interrotti. In questi esperimenti, a differenza di quelli dei
colleghi gestaltisti di Berlino, Lewin metteva in relazione i processi cognitivi
(la memorizzazione) con i processi dinamici (la tensione), impostazione di
notevole innovazione concettuale e sperimentale.
Gli altri esperimenti condotti da Maria Ovsiankina, da Gita Birenbaum, da
Ferdinand Hoppe, da Tamara Dembo e da altri studenti e collaboratori di
Lewin riguardavano la relazione tra bisogni, tensione e attività, l’aspirazione al
successo, l’oblio, la frustrazione e la collera, ecc. Dopo il trasferimento negli
Stati Uniti, Lewin condusse altri importanti esperimenti. Assieme a Roger
Barker e a Tamara Dembo, anch’essa emigrata negli Stati Uniti, Lewin scrisse
nel 1941 uno dei più noti lavori sulla frustrazione e la regressione nei bambini
(Frustration and regression). Furono studiati bambini di età compresa tra i 2 e i 5
anni. In una prima fase, i bambini potevano giocare in una stanza con dei
giocattoli privi di qualche pezzo (un telefono mezzo rotto, ad esempio), ma
erano contenti e supplivano ai pezzi mancanti con la loro fantasia. In una
seconda fase, fu permesso loro di accedere ad una stanza accanto dove vi erano
i giocattoli integri e i bambini furono ovviamente ancora più contenti di
giocare con questi. In una terza fase, le due stanze furono divise da una griglia
e i bambini potevano giocare solo con i giocattoli rotti, con la conseguenza che
la vista dei giocattoli integri, ma non più disponibili, bloccò l’attività fantasiosa
della prima fase e i bambini più grandi regredirono ad un comportamento
simile a quello dei bambini più piccoli.
Un altro esperimento molto noto fu quello riferito da Lewin, Ronald O.
Lippitt (1914-86) e Ralph K. White (1907-2017) nel 1939 (Patterns of aggressive
behavior in experimentally created «social climates»). Studiando il comportamento di
ragazzi di 10-11 anni sotto la guida di un leader o autoritario o democratico o
permissivo, si trovò che questo ‘clima sociale’ artificiale induceva delle risposte
differenti, indipendenti dalla personalità del singolo ragazzo (mancanza di
iniziativa e aggressività nel clima autoritario, deconcentrazione e disinteresse
nel clima permessivo, collaborazione e amicizia nel clima democratico).
L’altro grande settore di ricerca affrontato da Lewin nel periodo americano fu
la psicologia sociale, di cui è unanimemente considerato uno dei maggiori
teorici della prima metà del Novecento. Furono due le branche principali
avviate da Lewin: da una parte la dinamica di gruppo, e dall’altra la ricerca-
azione, detta anche ricerca attiva o partecipante (action research). Il gruppo, che
costituiva l’unità di analisi della psicologia sociale, era definito in modo
gestaltista e dinamico: «Il gruppo è qualcosa di più o, per meglio dire, qualcosa
di diverso dalla somma dei suoi membri: ha struttura propria, fini peculiari e
relazioni particolari con altri gruppi. Quel che ne costituisce l’essenza non è la
somiglianza o la dissimiglianza riscontrabile tra i suoi membri, bensì la loro
interdipendenza. Essa può definirsi come una totalità dinamica. Ciò significa
che un cambiamento di stato di una sua parte o frazione qualsiasi interessa lo
stato di tutte le altre. Il grado di interdipendenza delle frazioni del gruppo varia
da una massa indefinita a un’unità compatta. Dipende, tra gli altri fattori,
dall’ampiezza, dall’organizzazione e dalla coesione del gruppo» (Lewin, 1951,
p. 125). La ricerca-azione fu indirizzata allo studio di problemi sociali concreti
e alle strategie di intervento e di soluzione. Il legame tra dinamica di gruppo e
ricerca-azione si concretizzò nella fondazione dei Training-groups (o T-
groups, gruppi di formazione) nel 1947, per la formazione dei leader nella
progettazione e nella soluzione dei problemi e dei conflitti sociali in un clima
di cooperazione democratica da maturarsi nel gruppo, quale prospettiva reale
per il cambiamento delle dinamiche psicologiche individuali e sociali.
Sebbene l’impianto teorico delle ricerche di Lewin sia stato abbandonato
abbastanza presto, e sia stato spesso criticato l’uso della topologia come un
modo artificioso di descrivere e raffigurare i processi psichici, il significato
storico delle sue ricerche rimane nel tentativo da una parte di studiare in modo
integrato i processi dinamici e i processi cognitivi in situazioni concrete (ad
esempio, nell’esperimento sulla frustrazione nei bambini) e non nell’ambiente
innaturale del laboratorio; dall’altra di collocare queste ricerche in un’ottica di
intervento sui reali problemi psicologici e sociali degli individui. Possiamo
citare a questo proposito due valutazioni sintetiche. La prima è di Calvin S.
Hall e Gardner Lindzey, che nel loro classico manuale Theories of personality
(1978) scrivono: «Lewin ha contribuito a far rivivere la concezione dell’uomo
come un complesso campo energetico, motivato da forze psicologiche e che
agisce in modo selettivo e creativo. All’uomo furono attribuiti di nuovo
bisogni psicologici, intenzioni, speranze e aspirazioni. L’automa fu trasformato
in un essere umano vivente. Il materialismo ottuso e desolato del
behaviorismo fu rimpiazzato da una visione più umanistica dell’uomo. Mentre
la psicologia ‘oggettiva’ sceglieva le proposizioni empiriche in modo da
provarle su cani, gatti e topi, la teoria di Lewin condusse a compiere ricerche
sul comportamento umano espresso in situazioni più o meno naturali.
Bambini che giuocano, adolescenti attivi in gruppo, lavoratori nelle fabbriche,
massaie che preparano il pranzo, queste erano le situazioni della vita di tutti i
giorni con cui si cimentava la teoria del campo di Lewin» (pp. 421-22).
L’altra valutazione è quella di Leon Festinger, allievo di Lewin. Festinger
ritiene che il contributo di Lewin «a livello astratto possa essere stata l’idea di
studiare le cose cambiandole e vedendone gli effetti. Questo tema – ovvero che
per capire esattamente un determinato processo si debba creare un
cambiamento e quindi osservare i suoi variabili effetti e la nuova dinamica – si
ritrova in tutta l’opera di Lewin. La vita per Lewin non era stasi, bensì
cambiamento, dinamica, fluidità» (cit. in Marrow, 1969, p. 272).
Le ricerche di psicologia sociale avviate da Lewin furono proseguite da numerosi allievi e collaboratori;
esse contribuirono all’evoluzione teorica e metodologica della psicologia sociale in generale, della cui
storia bisogna dare qualche cenno anche se esula dalla prospettiva fenomenologica trattata in questo
capitolo. Questa branca della psicologia aveva cercato una propria autonomia di indagine sin dalla fine
dell’Ottocento con gli studi sulla «psicologia delle folle» dei francesi Hippolyte Taine (1829-93), Gustave
Le Bon (1841-1931) e Gabriel Tarde (1843-1904), e degli italiani Scipio Sighele (1868-1913) e Pasquale
Rossi (1867-1905). I primi libri di rilievo di psicologia sociale furono quelli di William McDougall
(1871-1938), An introduction to social psychology (1908, giunto nel 1950 alla XXXVI edizione); e di Edward
A. Ross (1866-1951), Social psychology (1908). La loro trattazione era ancora troppo filosofica o generale
oppure aneddotica. Impostazioni teoriche più precise, in un’ottica comportamentista, furono presentate
nei libri di Floyd H. Allport (1890-1978), Social psychology (1924), e Luther L. Bernard (1881-1951),
Introduction to social psychology (1926). I primi contributi empirici sistematici furono presentati solo negli
anni ’30 nel libro di Gardner Murphy (1895-1979) e Lois B. Murphy (1902-2003), Experimental social
psychology (1931; ristampato nel 1937 in collaborazione con Newcomb), nel libro curato da Carl
Murchison (1887-1961), A handbook of social psychology (1935), e nell’opera di Muzafer Sherif (1906-88),
allievo di Murphy, The psychology of social norms (1936). In questo sviluppo si inserì alla fine degli anni ’30
l’opera di Lewin con la sua forte connotazione di integrazione fra teoria, sperimentazione e intervento in
campo sociale. Nel 1936 fu fondata la Society for the Psychological Study of Social Issues; tra i suoi
membri un ruolo centrale per la psicologia sociale statunitense ebbe Theodor M. Newcomb (1903-84),
autore di Personality and social changes (1943). Negli anni ’50 le ricerche della scuola di Lewin furono
numerose. Di fatto si può parlare genericamente di una psicologia sociale di matrice gestaltista, che oltre
agli allievi diretti di Lewin, comprende altri studiosi di rilievo. I principali contributi in questa
prospettiva sono stati dati da Asch, Festinger e Heider. Solomon Asch (1907-96), influenzato da
Wertheimer durante gli anni trascorsi alla New School di New York, scrisse Social psychology (1952), un
libro basato sulla teoria della Gestalt, come affermava Asch stesso, e che introduceva una nuova visione
integrata dei vari temi della psicologia sociale, oltre all’interpretazione in una chiave pre-cognitivista dei
fenomeni del conformismo e della pressione sociale. Leon Festinger (1919-89), allievo di Lewin, col libro
A theory of cognitive dissonance (1957) diffuse i concetti di «cognizione» (cognition), intesa come l’insieme
delle «cose che un individuo sa di se stesso, del suo comportamento, del suo ambiente circostante», e di
«dissonanza cognitiva» (cognitive dissonance), relativa alla discrepanza interna alle cognizioni di un
individuo. Fritz Heider (1896-1988), che aveva studiato a Graz con Meinong e si era trasferito negli Stati
Uniti nel 1930 a Northampton nel Massachusetts, dove lavorava Koffka, fu in stretto contatto con
Lewin, e nella sua opera The psychology of interpersonal relationships (1958) – ormai un classico della
psicologia sociale – fece confluire varie esperienze di ricerca, da quella gestaltista a quella lewiniana, a
quella della psicologia sociale e della sociologia nord-americana. Nel libro di Heider, oltre ad analisi
penetranti sul rapporto tra psicologia del senso comune e psicologia scientifica, si trovano introdotti i
concetti di equilibrio cognitivo (cognitive balance) e di attribuzione causale (causal attribution) che hanno
influenzato moltissimo la ricerca contemporanea.
► In Italia La psicologia sociale ha avuto uno sviluppo autonomo, nell’ambito della ricerca psicologica
italiana, in particolare a partire dagli anni ’50 del Novecento. Il primo congresso nazionale di psicologia
sociale si tenne nel 1954 e, nello stesso anno, Angiola Massucco Costa (1902-2001) fondò la «Rivista di
psicologia sociale e archivio italiano di psicologia generale e del lavoro» (pubblicata fino al 1975). Dal
2006 esce la rivista «Psicologia sociale». Tra i primi psicologi che, nel secondo Novecento, hanno
studiato temi di psicologia sociale e psicologia di comunità, dallo sviluppo sociale infantile alle dinamiche
di gruppo, dalle organizzazioni ai comportamenti devianti, ricordiamo: Piero Amerio (n. 1934), Marco
Walter Battacchi (1930-2006), Pina Boggi Cavallo (1933-2016), Gabriele Calvi (1927-2015), Eraldo De
Grada (1925-2012), Francesca Morino Abbele (1925-2010), Augusto Palmonari (1935-2016), Giulia
Villone Betocchi (n. 1926).
Spesso al confine con le problematiche di psicologia sociale, la psicologia del lavoro ha avuto un
notevole sviluppo, con una tradizione di studi iniziata da Agostino Gemelli all’Istituto di Psicologia
dell’Università Cattolica di Milano (con Filippo Bottazzi, Il fattore umano del lavoro, 1940; L’operaio nella
industria moderna: le scienze del lavoro nel quadro della concezione sociale cristiana, 1945). Un altro centro
importante, promosso dall’industriale Adriano Olivetti (1901-60) presso l’omonima fabbrica di Ivrea nel
1943, fu coordinato da Cesare L. Musatti. I risultati delle ricerche condotte nel campo della psicologia
del lavoro e delle organizzazioni furono esposti nel convegno del 1978 su Stress e lavoro industriale e nel
libro Psicologi in fabbrica: la psicologia del lavoro negli stabilimenti Olivetti del 1980, curato da Musatti e i suoi
collaboratori. Tra i contributi italiani del secondo Novecento, ricordiamo le ricerche di Alberto Marzi
(1907-83), Francesco Novara (1923-2009) e Vincenzo (Enzo) Spaltro (n. 1929).

La concezione aristotelica e la concezione galileiana in psicologia. Nell’illustrare l’opera


di Lewin abbiamo tralasciato volutamente un aspetto fondamentale, un tema
che solitamente costituisce la necessaria introduzione al pensiero di Lewin, ma
che qui abbiamo voluto trattare alla fine, come aiuto a caratterizzare più in
generale anche l’orientamento della Gestalt stessa. Nel saggio del 1931 su The
conflict between Aristotelian and Galileian modes of thought in contemporary psychology,
Lewin opponeva due concezioni diverse della ricerca scientifica, quella
aristotelica e quella galileiana, e riteneva fondamentale il passaggio dalla prima
alla seconda, come già era accaduto per le scienze fisiche e naturali. La scienza
aristotelica era una scienza «classificatoria», volta all’elenco degli oggetti e degli
eventi naturali aventi caratteristiche comuni, e alla descrizione della loro
natura essenziale o sostanza sulla base di tali caratteristiche. La scienza
galileiana è invece una scienza «genetico-condizionale», volta alla formulazione
delle leggi che regolano il verificarsi di un evento in funzione di variabili
definite. Lewin citava in proposito l’opera del filosofo Ernst Cassirer (1874-
1945) Substanzbegriff und Funktionsbegriff [Concetto di sostanza e concetto di
funzione] del 1910, in cui era stato delineato il passaggio da una scienza
sostanzialistica a una scienza funzionalistica. Per Lewin la psicologia era ancora
allo stadio della scienza aristotelica: era una scienza classificatoria, che spaccava
la vita psichica in campi separati (intelligenza, memoria, affettività, ecc.) e
ricercava delle caratteristiche comuni a una certa classe di comportamenti o di
individui (ad esempio, il comportamento dell’uomo adulto normale rispetto al
bambino o all’uomo adulto con disturbi psichici), senza un raccordo tra i vari
campi o le varie classi di comportamenti. La nuova psicologia di stampo
galileiano doveva invece prefiggersi la ricerca di leggi generali che
consentissero di integrare tali mondi psichici separati e permettessero di
predire anche il verificarsi di casi individuali che prima sfuggivano alla
classificazione ed erano considerati spuri.
Per Lewin che, ripetiamo, scriveva nel 1931, vi erano i segni degli «inizi di un modo di pensare
galileiano» in psicologia: «All’inizio, anche nella psicologia della percezione, le spiegazioni erano relative a
percezioni singole, considerate isolatamente, o anche a singoli elementi di tali percezioni. Gli sviluppi
che hanno avuto luogo negli anni recenti hanno portato, dapprima lentamente, poi in modo più
accentuato, ad una rivoluzione nelle idee dinamiche fondamentali, mediante la dimostrazione che la
dinamica dei processi deve essere derivata, non dai singoli elementi della percezione, ma dalla sua
struttura complessiva. Per l’attuale psicologia della percezione è impossibile definire, mediante una
considerazione di singoli elementi, che cosa si debba intendere per figura nel senso più comprensivo del
termine. L’intera dinamica dei processi psicologici che riguardano la percezione di una figura è in stretto
rapporto con quella dei processi attraverso i quali ha luogo la percezione dello sfondo e della struttura del
campo complessivo circostante. La dinamica della percezione non può essere compresa attraverso
l’astratto metodo aristotelico che porta ad escludere la situazione, considerata come un dato fortuito, ma
soltanto attraverso l’analisi del costituirsi di una forma dalla struttura ben definita nell’ambito di un contesto pure ben
definito. È questo un principio che si va oggi affermando in tutti i campi della psicologia della percezione.
Recentemente, questi stessi princìpi fondamentali relativi alla dinamica psicologica sono stati estesi al di
là del campo specifico della percezione, ed hanno trovato applicazione nel campo dei processi mentali
superiori, nella psicologia dell’istinto, della volontà, dell’emozione e dell’espressione, e nella psicologia
genetica. La sterilità, per esempio, della discussione interminabile e perennemente ‘circolare’ sul
problema dell’eredità e dell’ambiente, e la impossibilità di superare la divisione, introdotta sulla base di
questa discussione, fra le diverse caratteristiche dell’individuo, cominciano a dimostrare che vi è qualcosa
di radicalmente sbagliato nelle assunzioni fondamentali sulle quali essa è stata impostata. Si fa strada, sia
pure solo gradualmente, un modo di pensare che trova un certo riscontro nei concetti biologici di
fenotipo e genotipo, e che cerca di determinare la esistenza di una predisposizione, non già escludendo,
per quanto possibile, l’influenza dell’ambiente, ma includendo nel concetto stesso di predisposizione un
necessario riferimento ad un gruppo di situazioni concretamente definite. Così, nei campi psicologici più
importanti per lo studio del comportamento degli esseri viventi, sembra inevitabile il passaggio ad una
concezione galileiana della dinamica. Questa concezione deriva tutti i vettori che determinano un
processo non già da oggetti singoli isolatamente considerati, ma dalle reciproche relazioni tra i fattori che
operano nell’ambito di una situazione concreta presa nel suo insieme, cioè, essenzialmente, dalle
condizioni nelle quali l’individuo si trova ad un momento dato e dalla struttura della situazione
psicologica. La dinamica dei processi deve essere sempre derivata dalla relazione fra l’individuo concreto e la situazione
concreta e, nella misura in cui tali processi riguardano forze di origine interiore, dalle mutue relazioni fra i
vari sistemi funzionali che compongono l’individuo» (pp. 47-48).
La teoria della forma rappresentava quindi per Lewin uno dei «primi inizi» nella fondazione di una
psicologia galileiana, una scienza di leggi e non di sostanze, una scienza dei processi psichici nella loro
struttura integrata.

Diffusione della teoria della forma. La teoria della forma suscitò fin dalle prime sue
formulazioni concettuali e dai suoi primi risultati sperimentali reazioni o
eccessivamente entusiastiche o estremamente critiche. Si riconosceva
l’originalità delle ricerche di Wertheimer, Köhler e Koffka, ma si criticava la
pretesa di aver rivoluzionato lo scenario della psicologia dell’epoca, con
l’introduzione di un concetto, una chiave universale per disvelare tutti i
problemi della psicologia: il concetto di Gestalt, un «camaleonte», secondo
l’espressione dello psicologo inglese Charles E. Spearman, adattabile a spiegare
tutti i fenomeni psichici. La teoria gestaltista penetrò comunque nella
psicologia contemporanea europea e americana, orientandone le ricerche in
una direzione che se non può essere definita nettamente come gestaltista
risentiva tuttavia delle notevoli innovazioni introdotte da tale teoria. Quando,
con l’avvento del nazismo, gli psicologi della Gestalt emigrarono negli Stati
Uniti, l’incontro diretto tra questa teoria e le scuole preesistenti – in
particolare il comportamentismo – era stato preparato dalla assimilazione negli
anni precedenti di alcuni princìpi teorici basilari permettendone un’ulteriore
diffusione e approfondimento. In definitiva la prospettiva gestaltista fu
assimilata dagli psicologi americani senza continuare ad essere una corrente
teorica autonoma; essa divenne un riferimento teorico essenziale, spesso
implicito, che minò alcuni presupposti fondamentali del comportamentismo,
fino al punto da favorirne la crisi nei primi anni ’60. Con lo sviluppo del
cognitivismo (cfr. cap. V) il ruolo giocato dalla teoria della forma in questo
processo divenne sempre più evidente; a quest’ultima fu riconosciuto un
significato storico più ampio e profondo di quanto non fosse stato fatto nel
passato (Boring aveva scritto nella sua History of experimental psychology del
19502: «la psicologia della Gestalt ha già raggiunto il suo picco ed ora sta
morendo di successo per esser stata assorbita da ciò che è la Psicologia», p.
600). Dalla fine degli anni ’70 si è assistito ad una rinascita di studi sulla teoria
della forma sia dal punto di vista storico che da quello dell’impiego dei suoi
princìpi nel campo delle ricerche di psicologia cognitiva.
In Germania le reazioni critiche alla teoria della forma si svilupparono soprattutto nell’ambito della
scuola wundtiana. Felix Krueger (1874-1948), allievo e successore di Wundt a Lipsia nel 1917, elaborò
una «psicologia della totalità» (Ganzheitspsychologie) che, pur riconoscendo l’importanza dei princìpi di
totalità e globalità, quali poteva aver messo in evidenza la Gestalt, sosteneva la priorità degli affetti e dei
sentimenti nella strutturazione della vita psichica (per Krueger i sentimenti sono da considerarsi come un
«complesso, cioè come la ragione della colorazione specifica che assume un tutto d’esperienza [Erlebnis-
ganze], secondo la quale la totalità di un processo psichico sale immediatamente ed originariamente alla
coscienza», Der Strukturbegriff in der Psychologie [Il concetto di struttura in psicologia], 1924). Alla
posizione di Krueger aderirono Hans Volkelt (1886-1964), Friedrich Sander (1889-1971; autore del
saggio Structure, totality of experience and Gestalt, 1930) e Albert Wellek (1904-72). Altre analisi critiche
furono compiute da William Stern e da Karl Bühler.
La scuola gestaltista ebbe in Germania i centri principali a Berlino, dove lavorarono Wertheimer,
Köhler e Lewin; a Francoforte, nel periodo delle ricerche di Wertheimer; a Giessen, dove Koffka,
trasferitovisi nel 1918, diresse le ricerche di Wulf sulla memoria e quelle di Korte sul movimento
apparente. Quando nel 1927 Koffka si trasferì negli Stati Uniti, seguito da Wertheimer nel 1933, Köhler
nel 1934 e Duncker nel 1938, la scuola gestaltista fu continuata da vari, ma non numerosi, psicologi che
ne erano stati gli allievi. Tra questi una posizione importante ha occupato Wolfgang Metzger (1899-
1979), autore di ricerche di fenomenologia sperimentale sulla psicologia della percezione e di due
fondamentali monografie: Gesetze des Sehens [Leggi della visione] del 1936 e Psychologie [Psicologia;
tradotto in italiano con il titolo I fondamenti della psicologia della Gestalt] del 1941 (riv. nel 1954). Metzger
ha mantenuto viva la tradizione gestaltista attraverso le molteplici ristampe dei suoi libri e i contatti
internazionali, in particolare con gli psicologi gestaltisti italiani. Dopo la sospensione della rivista
«Psychologische Forschung» nel 1938, la teoria della forma non ebbe più un organo ufficiale fino al 1979,
quando fu avviata la pubblicazione della rivista «Gestalt Theory».
Negli Stati Uniti la Gestalt si diffuse attraverso le visite e le conferenze fatte da Koffka e Köhler nei
primi anni ’20, la traduzione dei loro libri, la pubblicazione di rassegne da parte di psicologi americani su
questa nuova teoria e infine l’insegnamento diretto e la presenza dei maggiori gestaltisti nelle università
americane dopo la loro definitiva emigrazione. La Gestalt fu ancora una volta o valutata positivamente o
criticata aspramente. A chi riconosceva l’originalità dei princìpi gestaltisti (Gordon W. Allport, 1923-24;
Harry Helson, 1925-26) si rispondeva col mettere in evidenza le pretese di pervasività del concetto di
Gestalt, se non la sua vacuità e fumosità (furono pubblicati articoli intitolati all’«enigma della Gestalt»,
Wyatt, 1928; al «fantasma della Gestalt», Lund, 1929; «materializzare lo spettro della Psicologia della
Gestalt di Köhler», Gregg, 1932).
Certamente il punto di maggiore attrito fu nell’incontro fra la teoria della forma e il
comportamentismo. Le monografie di Koffka e di Köhler, tradotte in inglese rispettivamente nel 1921 e
1925, contenevano delle critiche precise al comportamentismo per quanto riguardava sia l’esclusione
della coscienza nella ricerca psicologica (sicché, scriveva Koffka, la psicologia si riduce a una fisiologia
delle reazioni muscolari e ghiandolari), sia la presenza di una concezione associazionista dei processi
psichici visti come assemblaggio a catena di elementi separati. L’influenza più importante si manifestò
nell’opera dello psicologo comportamentista Edward C. Tolman (cfr. cap. IV), il cui libro Purposive
behavior in animals and men (1932), con la sua concezione di «comportamento molare», fu positivamente
recensito da Koffka nel 1933. Anche lo psicologo e fisiologo Karl S. Lashley (cfr. cap. VII) fu influenzato
profondamente dalla teoria della forma nelle sue indagini sull’attività integrata del cervello. Un settore di
ricerca ampiamente studiato fu quello relativo alla nozione di campo e di isomorfismo. Uno studio,
realizzato da Junius F. Brown (1902-70) e Albert C. Voth (1896-1969) nel 1937, metteva in evidenza
degli effetti di campo nella percezione del movimento e permetteva di elaborare una teoria di campo che
poteva essere verificata sperimentalmente (vedi le ricerche nel 1939 di William D. Orbison, 1912-52). La
nozione di campo di Brown e Voth fu illustrata da questi due autori nell’articolo The path of seen movement
as a function of the vector-field (1937): «Per campo visivo noi intendiamo un costrutto spaziale sulla cui base
possono ordinarsi i fenomeni dell’esperienza visiva. Si tratta di un campo strutturato al cui interno ci
sono differenze di intensità nei vari luoghi. Per struttura del campo noi intendiamo la configurazione, o
disposizione, o Gestalt della distribuzione di intensità al suo interno. La teoria di campo ipotizza che il
valore di ogni punto all’interno del campo sia funzione della strutturazione totale del campo. Noi
ipotizziamo che il campo visivo sia un campo vettoriale; un campo, cioè, in cui ogni punto è
caratterizzato da grandezza e direzione. Per forze di campo intendiamo le forze che producono dei
processi dinamici al suo interno. [...] Il campo visivo deve essere concepito come una superficie astratta
(manifold) tetradimensionale, avente una dimensione temporale oltre alle tre spaziali» (cit. in Luccio,
1988, p. 99; in questo saggio vi è un’accurata ricostruzione storica del concetto di campo). Köhler avviò
assieme a Hans Wallach (1904-98) una serie di esperimenti per verificare con tecniche
elettroencefalografiche l’ipotesi dell’isomorfismo e l’esistenza di «correnti cerebrali» (il primo loro lavoro
del 1944 riguardava gli «effetti figurali consecutivi»). Autorevoli neurofisiologi verificarono le ipotesi di
Köhler (K.S. Lashley, K.L. Chow e J. Semmes, 1951; R.W. Sperry, N. Miner e R.E. Myers, 1955),
ottenendo risultati non conformi ad esse. Tuttavia, come è stato notato in tempi recenti e come si è già
affermato, Köhler aveva espresso l’esigenza di una neurofisiologia dell’attività «olistica» del cervello, sulla
quale sarebbe tornata l’attenzione dagli anni ’70 in poi (cfr. cap. VII).
La teoria della forma penetrò infine in vari settori della ricerca psicologica americana: negli studi sulla
percezione e sui processi cognitivi (James J. Gibson, 1904-79; Julian E. Hochberg, n. 1923; Ulric
Neisser, 1928-2012) e in generale all’interno del cognitivismo (cfr. cap. V); negli studi
sull’apprendimento, sulla memoria e sul pensiero (George Katona, 1901-81, autore di Organizing and
memorizing, 1940; Abraham S. Luchins, 1914-2005, autore di Mechanization in problem solving: The effect of
«Einstellung», 1942); negli studi di psicologia dell’arte (lo psicologo più noto fu Rudolph Arnheim, 1904-
2007; laureatosi a Berlino nel 1928 con Wertheimer, emigrato nel 1933 prima a Roma, poi a Londra e
infine negli Stati Uniti, autore di libri diffusissimi (Film als Kunst [Film come arte], 1932; Art and visual
perception, 1954; Visual thinking, 1969); negli studi di psicologia sociale con i contributi già ricordati di
Fritz Heider e Solomon Asch.
In Russia, le idee gestaltiste si diffusero in primo luogo attraverso l’opera di Bluma Zeigarnik, rientrata
a Mosca dopo la permanenza a Berlino con Lewin. Inoltre, nel 1932, Koffka partecipò alla spedizione
nell’Uzbechistan, progettata da Lev S. Vygotskij e guidata da Aleksandr R. Lurija, per lo studio dei
processi cognitivi in popolazioni nomadi e analfabete (cfr. cap. VI). Koffka somministrò vari test visivi
rilevando che «con pochissime eccezioni gli uomini e le donne esaminati da noi cadevano nelle illusioni
ottiche – di cui fu mostrata una gran varietà proprio come noi» (cfr. Lurija, 1934, p. 257) e confermando
quindi l’universalità di fenomeni percettivi al di là dei contesti storico-culturali. Il 29 maggio 1932
Koffka tenne anche una conferenza all’Istituto di psicologia di Mosca su Die Überwindung der Mechanismus
in der modernen Psychologie [Il superamento del meccanicismo nella psicologia moderna]. Sugli esiti della
spedizione in Asia vi fu una corrispondenza tra Köhler e Lurija. Vygotskij criticò la teoria della forma
per la pervasività del concetto di Gestalt e l’assenza di un’adeguata considerazione dei fattori storico-
culturali nello sviluppo dei processi psichici, ma considerava questa teoria (come risulta nel suo libro
Mišlenie i rěc’ [Pensiero e linguaggio] del 1934, in passi omessi nelle ristampe successive) come «la più
avanzata di tutte le correnti psicologiche contemporanee». Vygotskij curò la traduzione russa delle opere
di Koffka e di Köhler (vedi in Pensiero e linguaggio il cap. IV dedicato a Köhler). Una forte influenza sulle
ricerche di Vygotskij ebbe l’opera di Kurt Lewin, che soggiornò a Mosca tra l’aprile e il maggio 1933.
► In Italia La teoria della forma penetrò attraverso l’opera di Benussi, dopo il suo trasferimento a
Padova nel 1919. Sebbene Benussi avesse posizioni diverse da quelle dei gestaltisti, la sua influenza si
realizzò soprattutto richiamando l’interesse verso un’impostazione teorica e metodologica nello studio
dei processi psichici di stampo fenomenologico-sperimentale, con particolare riguardo alla
fenomenologia della percezione visiva.
Si formò la cosiddetta «scuola di Padova»: il primo assistente volontario di Benussi fu nel 1922 Cesare
L. Musatti (1897-1989), divenuto assistente straordinario nel 1925 e direttore dell’Istituto di psicologia di
Padova dal 1927; la prima laureata fu Silvia De Marchi (1897-1936), moglie di Musatti, morta
prematuramente; gli allievi di Musatti furono Fabio Metelli (1907-87) e Gaetano Kanizsa (1913-93) che
svilupparono in modo originale le loro ricerche teoriche e sperimentali in una prospettiva gestaltista. La
scuola gestaltista di Padova si è poi estesa ad un’area geografica più vasta (Bologna, Trieste). Gli studi
sperimentali più importanti di Musatti sono stati quelli relativi alla percezione dei fenomeni
stereocinetici (1924), mentre notevole spessore teorico hanno avuto i suoi contributi Analisi del concetto di
realtà empirica (1926) e Forma e assimilazione (1931). Le ricerche di Metelli più note sono state quelle sul
movimento (1940) e in particolare quelle sulla trasparenza, diffuse a livello internazionale soprattutto
dopo un articolo comparso su «Scientific American» nel 1974 (The perception of transparency). Le ricerche
di Kanizsa sui contorni soggettivi, illustrate in un articolo fondamentale del 1955 sulla «Rivista di
psicologia», divulgate a livello internazionale con un articolo su «Scientific American» nel 1976 (The
subjective contours) e presentate in forma sistematica nei libri Organization in vision (1979), Grammatica del
vedere (1980) e Vedere e pensare (1991), hanno suscitato un grande interesse a cominciare dalla fine degli
anni ’70 tra gli studiosi della percezione visiva (si veda il fascicolo di «Perception» del 1992, dedicato a
questo tema). Il continuo interesse per la teoria della forma tra gli psicologi italiani è documentato fra
l’altro dai convegni a Roma (1975) sui rapporti tra Gestalt e cognitivismo e a Bologna (1987) sull’eredità
della Gestalt. Con Musatti, Metelli e Kanizsa si sono formati altri ricercatori italiani (tra i quali Riccardo
Luccio) che hanno sviluppato ricerche di rilievo internazionale sulla percezione e il pensiero mantenendo
un costante riferimento alla lezione teorica della Gestalt o integrandola con i nuovi contributi del
cognitivismo. Una particolare menzione merita l’opera di due allievi di Kanizsa: Paolo Bozzi (1930-
2003) per le ricerche sulla percezione e sulla fisica ingenua e Giovanni Bruno Vicario (n. 1932) per le
ricerche sulla percezione e sul tempo. Altri contributi di orientamento gestaltista sono stati dati da
Giuseppe Galli (1933-2016) e da vari ricercatori afferenti in particolare alle università di Padova e Trieste.
Critiche alla teoria della Gestalt furono espresse dal filosofo Eugenio Rignano (1870-1930), in un
saggio disinformato e teoricamente molto carente del 1927, La teoria della forma della nuova scuola psicologica
tedesca contrapposta all’associazionismo della scuola psicologica inglese, tradotto in inglese e tedesco, e divenuto
famoso per la contro-critica precisa che ne fece Köhler nel 1928. Rignano riteneva che i princìpi della
Gestalt fossero stati sostanzialmente già messi in evidenza dall’associazionismo. L’originalità della Gestalt
fu negata anche da Federico Kiesow nel saggio Il principio della sintesi creativa di G. Wundt e la teoria della
forma (Gestalt) del 1928. Per il wundtiano Kiesow, i princìpi della Gestalt erano già presenti nella teoria di
Wundt.

Attualità della teoria della forma. In un articolo su «Scientific American» del 1991,
dedicato all’eredità della Gestalt, gli psicologi Irvin Rock e Stephen Palmer
hanno scritto che «oggi molti concetti che gli psicologi della Gestalt proposero
ai primi di questo secolo appaiono integrati nelle moderne concezioni della
percezione, dell’apprendimento e del pensiero; fanno anzi parte della nostra
cultura e del nostro linguaggio» (p. 60). I fenomeni psichici trattati dai
gestaltisti nei primi decenni del Novecento sono rimasti al centro di numerose
ricerche volte a determinarne i fondamenti neurofisiologici o darne una
interpretazione secondo la prospettiva cognitivista. Quindi la teoria della
forma non è stata una parentesi nel corso dello sviluppo della psicologia del
primo Novecento, come aveva affermato Boring nella sua History, bensì è
penetrata in profondità nelle concezioni teoriche e nelle impostazioni
metodologiche di molti settori della psicologia fino a oggi. Al convegno del
1987 a Bologna sull’eredità della Gestalt, Kanizsa ha individuato alcune idee-
guida di questa teoria che conservano ancora una grande rilevanza per la
ricerca contemporanea: il metodo fenomenologico (che non è soltanto
descrizione del mondo fenomenico, ma è anche sperimentazione per «stabilire
un sistema di princìpi e di leggi da cui gli eventi percettivi sono dominati»,
1988, p. 17); l’antiatomismo, l’antiassociazionismo e l’antiempirismo
(orientamenti comuni a vari indirizzi della psicologia cognitiva
contemporanea, oltre che della linguistica e della neurofisiologia); il concetto
di pregnanza, come principio che mette in evidenza l’autonomia e
l’autoregolazione del sistema percettivo rendendo «superfluo il ricorso a forze
ordinatrici ‘superiori’, esterne al sistema» (pp. 24-25); i concetti di
isomorfismo e campo, ridivenuti attuali nella neurofisiologia non
associazionista sviluppatasi negli anni ’70 e in continua espansione. Kanizsa
concludeva: «La Gestalttheorie non è, secondo me, un capitolo della storia della
psicologia da archiviare, ma è ancor oggi un punto di vista aperto a nuovi
sviluppi, suscettibile di approfondimenti, precisazioni e parziali riformulazioni.
Ritengo però che il modo giusto di porsi di fronte ad essa non sia quello di
considerarla come un corpus dottrinale compatto da accettare o da rifiutare in
blocco. Non va cioè veduta come un sistema filosofico, anche se alcuni suoi
esponenti sembrano tentati di farlo, ma come un insieme organico di ipotesi e
di metodi la cui validità va sempre nuovamente verificata sul terreno
dell’indagine empirica» (pp. 30-31).
Gestalt e arte ►

4. La psicologia fenomenologica. Le «nuove forze» della psicologia (psicologia umanistica,


psicologia transpersonale, psicologia positiva)
All’interno della prospettiva fenomenologica si sviluppò fin dagli inizi del
secolo un orientamento che si richiamò in primo luogo alla fenomenologia di
Edmund Husserl (1859-1938), accolse progressivamente i nuovi contributi
della filosofia, in particolare di Martin Heidegger (1889-1976) e del nascente
esistenzialismo, e sfociò in una presa di posizione nettamente critica nei
confronti proprio di quella psicologia galileiana auspicata dai gestaltisti e da
Lewin, e fondata sul metodo della fenomenologia sperimentale.
Husserl, che aveva già criticato nelle Logische Untersuchungen [Ricerche
logiche] (1900-1) lo psicologismo, inteso come la riduzione della logica (lo
studio delle leggi del pensiero) a fenomeni e processi fisiologici o psichici,
espose la propria concezione critica della «psicologia naturalistica» nell’opera
incompiuta Die Krisis der europäischen Wissenschaften und die transzendentale
Phänomenologie [La crisi delle scienze europee e la fenomenologia
trascendentale] (1936-37). Husserl riteneva che la psicologia naturalistica, nel
suo intento di ridurre i processi psichici a «fatti» spazio-temporali entro una
griglia quantitativa, escludesse dalla propria indagine quel mondo-della-vita
(Lebenswelt) costituito dalla soggettività vissuta dell’uomo. Nella psicologia
naturalistica si ripeteva – per Husserl – l’errore della scienza nata con Galilei:
«Questa scienza non ha niente da dirci. Essa esclude di principio proprio quei
problemi che sono i più scottanti per l’uomo, il quale, nei nostri tempi
tormentati, si sente in balìa del destino; i problemi del senso o del non-senso
dell’esistenza umana nel suo complesso. Questi problemi, nella loro generalità
e nella loro necessità, non esigono forse, per tutti gli uomini, anche
considerazioni generali e una soluzione razionalmente fondata? In definitiva
essi concernono l’uomo nel suo comportamento di fronte al mondo
circostante umano ed extra-umano, l’uomo che deve liberamente scegliere,
l’uomo che è libero di plasmare razionalmente se stesso e il mondo che lo
circonda. Che cos’ha da dire questa scienza sulla ragione e sulla non-ragione,
che cos’ha da dire su noi uomini in quanto soggetti di questa libertà?
Ovviamente, la mera scienza di fatti non ha nulla da dirci a questo proposito:
essa astrae appunto da qualsiasi soggetto» (pp. 35-36).
Rifiuto della psicologia naturalistica, recupero del soggetto nella dimensione
del corpo e della psiche individuali nella loro concretezza di vissuto
quotidiano, furono punti importanti della riflessione fenomenologica in
psichiatria (cfr. cap. III) e in varie opere di filosofia degli anni ’30 e ’40. Un
precedente importante in questo atteggiamento critico verso la psicologia
naturalistica era già stato espresso alla fine del secolo dal filosofo francese Henri
Bergson (1859-1941; Essai sur les données immédiates de la conscience, 1889;
Matière et mémoire, 1896). Le opere più note di psicologia fenomenologica,
pubblicate nel primo Novecento, sono quelle del filosofo francese Jean-Paul
Sartre (1905-80) sulla critica alla riduzione positivista e naturalistica delle
emozioni e dell’immaginazione a «fatti» sconnessi, al di fuori del significato
che essi acquistano nella globalità della vita psichica umana (L’imagination,
1936; Esquisse d’une théorie des émotions, 1939; L’imaginaire: psychologie
phénoménologique de l’imagination, 1940). Altro contributo fondamentale alla
psicologia fenomenologica fu dato dall’altro esponente dell’esistenzialismo
francese, Maurice Merleau-Ponty (1908-61), che affrontò in particolare i temi
del corpo, entro cui si struttura la relazione tra psiche e mondo, e della
percezione, come processo psichico che fonda questa stessa relazione (La
structure du comportement, 1942; Phénoménologie de la perception, 1945). Nell’opera
di Merleau-Ponty si realizzò il tentativo più sistematico di incontro teorico tra
la fenomenologia di origine husserliana e la teoria della forma.
L’opera di questi filosofi ha avuto un’eco debole e certo mai diretta sul
decorso della psicologia «scientifica» del primo Novecento, anche all’interno
della prospettiva fenomenologica di orientamento sperimentale propria dei
gestaltisti. Queste teorie influenzarono tuttavia una nuova corrente che si
sviluppò negli Stati Uniti negli anni ’50 e maturò negli anni ’60, e fu
denominata la «terza forza» della psicologia nord-americana, la psicologia
umanistica, oltre alle due forze tradizionali (il comportamentismo e la
psicoanalisi).
L’articolo del 1941 di Donald Snygg (1904-67), pubblicato sulla autorevole «Psychological Review» e
dedicato a The need for a phenomenological system of psychology, dette inizio ad una serie di pubblicazioni
sull’impostazione fenomenologica in psicologia (Robert MacLeod, 1907-72, autore di Phenomenological
approach to social psychology, 1947; Arthur W. Combs, 1912-99, autore di Individual behavior, 1949, ecc.).
Alla fine degli anni ’50 si diffuse negli Stati Uniti una concezione della psicologia basata sui princìpi
dell’esistenzialismo. Il primo libro in questa ottica fu quello di Rollo May (1909-94), intitolato Existence
(1959). Altro libro notevole fu quello di Adrian van Kaam (1920-2007), Existential foundations of
psychology (1966). Nel 1959 si tenne un simposio sulla «psicologia esistenzialistica» e nel 1963 se ne tenne
un altro su «comportamentismo e fenomenologia». Le correnti esistenzialistica e fenomenologica
confluirono poi nella «terza forza», la psicologia umanistica (la rivista relativa, «Journal of Humanistic
Psychology», fu fondata nel 1961). Il carattere di questa nuova concezione è riassunto nello statuto della
American Association for Humanistic Psychology: «Come ‘terza forza’ della psicologia contemporanea,
[la psicologia umanistica] si interessa di argomenti che hanno avuto uno spazio limitato nelle teorie e nei
sistemi esistenti: ad esempio, amore, creatività, sé, crescita, organismo, bisogno fondamentale di
gratificazione, autorealizzazione, valori superiori, essere, divenire, spontaneità, gioco, umorismo, affetto,
naturalezza, calore, trascendenza dell’io, oggettività, autonomia, responsabilità, significato, fair-play,
esperienza trascendentale, esperienza culminante, coraggio e concetti relativi». I cinque postulati della
psicologia umanistica, formulati originariamente da uno dei suoi principali rappresentanti, James
Bugental (1915-2008), nel 1964, furono ripresi da Thomas (Tom) Greening (n. 1930) e esposti in una
sorta di manifesto di questa corrente pubblicato in ciascun numero: «1. Gli esseri umani, in quanto
umani, vanno oltre la somma delle loro parti. Non possono essere ridotti alle componenti. 2. Gli esseri
umani hanno la loro esistenza in un contesto unicamente umano, come pure in un’ecologia cosmica. 3.
Gli esseri umani sono consapevoli e sono consapevoli di esserlo, cioè sono coscienti. La coscienza umana
include sempre una consapevolezza di se stessi nel contesto delle altre persone. 4. Gli esseri umani hanno
la capacità di fare delle scelte e quindi sono responsabili. 5. Gli esseri umani sono intenzionali, mirano a
scopi, sono consapevoli che causano gli eventi futuri e ricercano significati, valori e creatività» (Greening,
2006, p. 239). Queste tematiche attrassero l’attenzione di un vasto pubblico, per lo più estraneo al
mondo universitario e scientifico. I fondamenti teorici della psicologia umanistica furono esposti
originariamente nelle opere di Abraham H. Maslow (1908-70), autore di Motivation and personality (1954)
e Toward a psychology of being (1968), e Carl R. Rogers (1902-87), sui quali si tornerà nel cap. III.
Dopo gli anni ’60 si registrò un declino della «terza forza», alla quale sarebbe succeduta senza un pari
successo una «quarta forza» nata dall’incontro tra la psicologia umanistica e le «psicologie alternative»
derivate dalla cultura orientale: la «psicologia transpersonale». Nel primo numero del «Journal of
Transpersonal Psychology», fondato nel 1969, Anthony Sutich (1907-76), allievo di Maslow, individuava
i nuovi temi della «quarta forza»: l’estasi, l’esperienza mistica, l’Unità, la coscienza cosmica, ecc. Questi
argomenti furono esposti contemporaneamente anche in due libri di successo: Altered states of consciousness
(1969) di Charles Tart (n. 1937) e The psychology of consciousness (1972) di Robert Ornstein (n. 1942). Il
carattere di questa prospettiva filosofico-psicologica è messa in evidenza dall’aggettivo «transpersonale»
che indica una dimensione che va oltre (trans) la psiche di una singola persona, un complesso di
esperienze nelle quali «il senso dell’identità o il sé si estende oltre (trans) l’individuale o il personale per
includere gli aspetti più vasti dell’umanità, della vita, della psiche o del cosmo», secondo la definizione di
Roger Walsh (n. 1946) e Frances Vaughan (1935-2017), tra i maggiori esponenti della psicologia
transpersonale e autori del libro, considerato un classico in quest’area: Paths beyond ego: the transpersonal
vision (1994). Questo orientamento si organizzò nel 1972 nella Association of Transpersonal Psychology
(ATP) che, come si afferma nel suo sito internet, «fu fondata originariamente per studiare e promuovere
gli stati supremi – pure descritti come esperienze-picco, stati dell’essere o stati mistici della coscienza – e
come queste esperienze potevano essere incoraggiate e accresciute per cambiare le prospettive sia
personali sia culturali. La prova del successo dell’ATP negli ultimi quaranta anni comprende:
l’accettazione ampiamente diffusa dell’uso della meditazione nella cura della salute; una crescita nel
dialogo tra la scienza e le tradizioni spirituali; il riconoscimento scientifico dell’importanza delle
credenze religiose per il mantenimento della salute personale; e crescente riconoscimento
dell’importanza dei valori spirituali per condurre relazioni sociali stabili. Muovendosi lungo il
ventunesimo secolo, l’ATP si dedica alla promozione di una visione dell’universo come entità sacra. A
questo fine, l’ATP incoraggia una democrazia spirituale; un’indagine rigorosa sulla molteplicità delle
tecniche, delle discipline e dei metodi per esplorare la spiritualità personale e le pratiche culturali
tradizionali; e il riconoscimento di come il sacro sia insito in tutte le esperienze». Nel 1975 fu fondata la
Sofia University a Palo Alto, California, considerato il centro più autorevole per la formazione in
psicologia transpersonale. Nel corso degli ultimi decenni sono stati presentati vari modelli della psiche e
dello sviluppo della coscienza passando da un livello prepersonale a uno personale e infine a quello
transpersonale. Tra i principali teorici di questo orientamento, in cui si integrano concetti della filosofia e
psicologia occidentali e concetti delle tradizioni filosofiche e religiose orientali, ricordiamo: Stanislav
Grof (n. 1931; LSD psychotherapy, 1980; con H.Z. Bennett, The holotropic mind: the three levels of human
consciousness and how they shape our lives, 1992; Psychology of the future: lessons from modern consciousness research,
2000), Michael Washburn (n. 1943; The ego and the dynamic ground: a transpersonal theory of development,
1988) e Ken Wilber (n. 1949; The spectrum of consciousness, 1977; The Atman project: a transpersonal view of
human development, 1980; Integral psychology: consciousness, spirit, psychology, 2000). Il panorama sistematico
più aggiornato della psicologia transpersonale è The Wiley-Blackwell handbook of transpersonal psychology,
curato da Harris L. Friedman e Glenn Hartelius nel 2013, con il contributo di numerosi esponenti di
questo orientamento.
Nell’ambito delle correnti fenomenologico-esistenziali in psicoterapia si colloca anche la «terapia della
Gestalt», proposta da Fritz Perls (1893-1970), psicoterapeuta tedesco, dapprima assistente di Kurt
Goldstein, poi in analisi didattica da Wilhelm Reich a Berlino. Perls, con la moglie Laura (nata Lore
Posner; 1905-90) emigrò nel 1933 in Olanda e Sudafrica e infine, dal 1946, si trasferì negli Stati Uniti.
Nel 1951, assieme a Ralph Hefferline (1910-74) e Paul Goodman (1911-72), scrisse Gestalt therapy:
excitement and growth in the human personality, considerato il testo fondamentale di questa scuola di
psicoterapia. Riprendendo il concetto di Gestalt, come totalità strutturata, ed estendendolo allo studio e
alla terapia della persona, si insiste sulla capacità di realizzare e potenziare la vita psichica nel suo
complesso, qui e ora, senza un’analisi retrospettiva delle cause, consce o inconsce, che potrebbero aver
determinato il comportamento attuale. Le esperienze passate costituiscono una sorta di sfondo, nel senso
gestaltista, su cui il paziente in sintonia con il terapeuta fa emergere una nuova figura, sintesi della
condizione psichica presente.
Un altro orientamento che rientra nella più vasta corrente della psicologia e psicoterapia a sfondo
fenomenologico-esistenziale è la «logoterapia» proposta da Viktor Frankl (1905-97), psichiatra austriaco.
Fortemente segnato dall’esperienza di deportato dal 1942 al 1945 in vari lager tedeschi, dove perse il
padre, la madre, il fratello e la moglie, Frankl descrisse la fenomenologia di una persona internata, in
condizioni estreme di abbrutimento fisico e desolazione psichica, nel libro di grande successo ...trotzdem
Ja zum Leben sagen. Ein Psychologe erlebt das Konzentrationslager [...comunque dire sì alla vita: uno psicologo
esperimenta il campo di concentramento; tradotto in italiano con il titolo Uno psicologo nei lager] (1946).
Frankl volle mostrare come la ricerca del significato della propria vita (la parola logos qui vuol dire
«significato» o «senso») e di una dimensione spirituale può divenire il cardine dell’esistenza di una
persona, un processo svincolato dal soddisfacimento dei bisogni fisiologici o materiali, considerata invece
una precondizione secondo la gerarchia dei bisogni tracciata da Abraham Maslow (altre opere principali:
Der unbewußte Gott: Psychotherapie und Religion [Il dio inconscio. Psicoterapia ereligione], 1948;
Logotherapie und Existenzanalyse [Logoterapia e analisi esistenziale], 1952; Der Wille zum Sinn [Alla ricerca
di un significato nella vita], 1972). La logoterapia di Frankl, per il suo forte richiamo a valori spirituali, ha
avuto una larga diffusione in ambito cattolico. Uno dei principali esponenti, a livello internazionale, è
stato Eugenio Fizzotti (1946-2018), presbitero, salesiano, docente all’Università Pontificia Salesiana di
Roma.
► In Italia Tra le fonti più importanti della psicologia transpersonale è annoverata la «psicosintesi», la
teoria e pratica psicoterapeutica fondata da Roberto Assagioli (1888-1974). Assagioli fu tra i primissimi
studiosi italiani di psicoanalisi, dalla quale si distaccò per sviluppare una nuova concezione della psiche
umana nelle sue varie componenti inconsce e consce. La psiche è rappresentata dall’immagine
dell’«ovoide», composto da tre livelli di inconscio e al cui centro è posto il campo di coscienza, con al
centro a sua volta l’Io; alla sommità dell’ovoide è posto il Sé. Attraverso sintesi sempre più ampie e
integrate tra le varie componenti, la psiche raggiunge una dimensione transpersonale di carattere cosmico
(Psychosynthesis: a manual of principles and techniques, 1965; Per l’armonia della vita: la psicosintesi, 1966; The act
of will, 1974; Lo sviluppo transpersonale, 1988). Assagioli fondò nel 1926 l’Istituto di psicosintesi a Roma,
chiuso nel periodo fascista e poi riaperto a Firenze. La psicosintesi ha avuto una notevole diffusione nei
paesi anglosassoni, inserendosi nel panorama delle nuove correnti psicologiche esterne sia alla tradizione
della psicologia scientifica e accademica sia agli orientamenti psicodinamici e psicoterapeutici dominanti
nel Novecento.
La terapia della Gestalt ha avuto una vasta diffusione in Italia a partire dagli anni ’70. La Società italiana
psicoterapia della Gestalt fu fondata nel 1985. Le varie scuole di formazione si confederarono nel 1992
nella FISIG (Federazione italiana scuole e istituti Gestalt). Nel 1985 fu fondata la rivista «Quaderni di
Gestalt». Tra i primi esponenti italiani si ricordano Pio Scilligo (1928-2009) e Edoardo Giusti.
La più recente espressione dell’esigenza di nuove forme di psicologia e psicoterapia, nel contesto sociale
del nuovo millennio, è rappresentata dalla «psicologia positiva», il cui esordio è ricondotto al 1998
quando Martin E.P. Seligman (n. 1942), professore di psicologia alla University of Pennsylvania, divenne
presidente dell’American Psychological Association (APA) e scelse questa proposta teorica e applicativa
come il tema privilegiato del suo mandato. Seligman, che era già noto per le sue ricerche sulla
«impotenza appresa» (il comportamento passivo e rinunciatario di una persona esposta ripetutamente a
situazioni negative e frustranti, pur avendo la possibilità di evitarle e superarle) (Learned helplessness: on
depression, development, and death, 1975), divenne il leader della psicologia positiva. Il primo articolo
programmatico (Positive psychology: an introduction) fu pubblicato sullo «American Psychologist» nel 2000
da Seligman e dallo psicologo statunitense di origine ungherese Mihály Csíkszentmihályi (n. 1934).
Le premesse teoriche erano già presenti, nelle correnti umanistiche, nella loro enfasi sulla funzione
propositiva della psicologia, tanto che Abraham Maslow aveva già intitolato Toward a positive psychology
l’ultimo capitolo del suo libro Motivation and personality del 1954 (capitolo omesso nelle edizioni
successive).
«La scienza psicologica finora ha avuto molto più successo sul lato negativo che su quello positivo; ci ha
svelato molto dei difetti dell’uomo, delle sue malattie, dei suoi peccati, ma poco delle sue potenzialità,
delle sue virtù, delle sue aspirazioni realizzabili o della sua piena statura psicologica. È come se la
psicologia si fosse volontariamente ristretta solo a una metà della sua legittima giurisdizione, e a quella
più scura, spregevole. Questo non è un atteggiamento estrinseco, superficiale; piuttosto sembra chiaro
che è intrinseco e al centro dell’intera cultura [...]. In breve, sostengo che la psicologia non si è innalzata
fino a tutta la sua altezza e mi piacerebbe sapere come questo errore pessimistico sia sorto, perché non si
sia autocorretto e cosa si puo fare con esso. Dobbiamo trovare non solo che cosa sia la psicologia, ma che
cosa dovrebbe essere o che cosa potrebbe essere se potesse liberarsi dagli effetti nocivi delle preconcezioni
limitate, pessimistiche e sordide della natura umana [...]. Naturalmente la scelta più pertinente e ovvia di
un soggetto per la psicologia positiva è lo studio della salute psicologica [...]. Però una psicologia positiva
richiede pure che si abbiano più studi sull’uomo buono, sicuro e fiducioso, dal carattere democratico,
l’uomo felice, sereno, calmo, pacifico, compassionevole, generoso, gentile, creatore, santo, eroe, forte,
genio, e altri buoni esempi di umanità. Che cosa produce le cararatteristiche socialmente desiderabili
della gentilezza, coscienza sociale, desiderabilità, affabilità, identificazione, tolleranza, cordialità, desiderio
di giustizia, giusta indignazione? Abbiamo un ricco vocabolario per la psicopatologia, ma uno molto
povero per la salute» (1954, pp. 354, 377).
La funzione propria della psicologia positiva è dunque quella di promuovere in primo luogo la crescita
del potenziale umano, il benessere soggettivo, la ricerca della felicità, rovesciando completamente
l’impostazione tradizionale centrata sul disturbo psichico (dal patologico si ricava il normale). Rispetto al
concetto di benessere è fatta una distinzione interessante, d’altronde già presente nella filosofia classica,
come riconoscono gli stessi esponenti della psicologia positiva, e cioè tra «l’approccio edonico, che si
focalizza sulla felicità e definisce il benessere nei termini di raggiungimento del piacere ed evitamento del
dolore; e l’approccio eudaimonico, che si focalizza sul significato e l’autorealizzazione e definisce il
benessere nei termini del grado al quale una persona funziona pienamente» (Richard M. Ryan e Eward
L. Deci, On happiness and human potentials: a review of research on hedonic and eudaimonic well-being, 2001, p.
141). Un altro concetto, tipico della psicologia positiva, è quello di flusso (flow), stato o esperienza di
flusso, con il quale s’intende una condizione di pieno assorbimento e concentrazione, con distorsione o
annullamento della dimensione spazio-temporale, durante lo svolgimento di un’attività impegnativa e la
cui realizzazione produce soddisfazione e un senso di totale benessere (Mihály Csíkszentmihályi, Flow:
the psychology of optimal experience, 1990). Uno strumento molto diffuso, nella psicologia positiva, per la
rilevazione della esperienza soggettiva nella vita quotidiana è lo Experience Sampling Method, introdotto da
Mihály Csíkszentmihályi, Reed Larson e Suzanne Prescott nel 1997. Nel 2004 Christopher Peterson e
Martin Seligman hanno pubblicato un manuale diagnostico secondo l’impostazione della psicologia
positiva, basato sulla rilevazione di una serie di 6 virtù e 24 potenzialità (Character Strenghts and Virtues: a
handbook and classification, noto come CSV), in contrapposizione alla classificazione dei disturbi psichici
propria della psicologia e psichiatria tradizionali («negative»), rappresentata dal Diagnostic and Statistical
Manual of Mental Disorders (DSM). Il numero dei periodici dedicati alla psicologia positiva è cresciuto
notevolmente dall’inizio del nuovo secolo: «Journal of Happiness Studies: an Interdisciplinary Forum on
Subjective Well-Being» (dal 2000), «The Journal of Positive Psychology» (dal 2006), «Indian Journal of
Positive Psychology» (dal 2010), «European Journal of Positive Psychology» (dal 2015), «Iranian Journal
of Positive Psychology» (dal 2015), «Psychology of Wellbeing» (dal 2015), «International Journal of
Applied Positive Psychology» (dal 2016), «Journal of Positive Psychology and Wellbeing» (dal 2017),
«Middle East Journal of Positive Psychology» (dal 2017), «Eurasian Journal of Positive Psychology» (dal
2018).
► In Italia Tra i primi psicologi, che si sono occupati del nuovo orientamento della psicologia positiva,
ricordiamo il gruppo di ricercatori di Milano costituito principalmente da Flavio Massimini (coautore
con Mihály Csíkszentmihályi di vari articoli), Antonella Delle Fave e Marta Bassi. Un contributo
significativo è stato dato da Gian Franco Goldwurm, all’inizio esponente di un approccio pavloviano e
comportamentale. Nel 2004 è stata fondata la Società italiana di psicologia positiva. Il primo congresso
della Società è stato tenuto a Milano nel 2007.
III.
La prospettiva psicodinamica
e la psicoanalisi

1. Introduzione
Alla fine dell’Ottocento si diffuse, soprattutto nel campo della psichiatria, l’uso
dell’aggettivo «dinamico» per qualificare i fenomeni patologici che non erano
riconducibili a malattie organiche del sistema nervoso, ma erano considerati
disturbi nervosi funzionali e momentanei oppure disturbi propriamente
psichici. La «psichiatria dinamica» ottocentesca, di cui Henri F. Ellenberger ha
ricostruito lo sviluppo nel suo libro The discovery of the unconscious (1970),
costituisce la premessa storica della prospettiva psicodinamica in psicologia.
Sebbene spesso si faccia coincidere la psicodinamica con la psicoanalisi,
quest’ultima non fu che un tentativo – certamente il più sistematico e
fruttuoso – di fondazione di una teoria psicologica che ponesse l’accento più
sugli aspetti dinamici che su quelli strutturali, più sulle componenti
motivazionali che su quelle cognitive, più su sistemi di forze in continua
interazione che su sistemi statici, più sulla personalità integrata che sulle
singole e separate funzioni psichiche. Tentativi di psicodinamica in questo
senso furono quindi non solo la psicoanalisi, ma anche la teoria di Robert S.
Woodworth esposta nel libro Dynamic psychology (1918) o quella di Kurt Lewin
nel libro A dynamic theory of personality (1935), di cui abbiamo già trattato nel
cap. II in relazione al suo sfondo teorico fenomenologico. Ciò che caratterizzò
la psicoanalisi rispetto alle altre teorie psicodinamiche fu da una parte il forte
risalto dato alle forze inconsce nella dinamica psichica, dall’altra la
imprescindibilità dal rapporto interpersonale analista-paziente per la
fondazione e lo sviluppo della teoria stessa.
Complessivamente la prospettiva psicodinamica ha proposto una concezione
dei processi psichici per la quale essi sono causati e regolati da sistemi che la
psicologia soltanto può indagare, in quanto essi non sono riducibili a
meccanismi biologici e a processi fisiologici. Fondamentale è, a questo
proposito, la profonda evoluzione teorica che in psicoanalisi si attuò col
passaggio dal concetto biologico di istinto a quello psicologico di pulsione.
Altrettanto significativa fu la centralità che assunse in molte altre teorie
psicodinamiche non psicoanalitiche il concetto di personalità come unità di
analisi che ingloba e trascende i processi cognitivi e dinamici di per sé. Mentre
le funzioni cognitive (la percezione, la memoria, il linguaggio, ecc.) e le
funzioni dinamiche (le emozioni, le motivazioni, ecc.) potrebbero essere
ricondotte in parte a substrati biologici e neurofisiologici, la personalità si pone
come un sistema integrato non riducibile. Le altre prospettive per le quali la
personalità ha un proprio fondamento biologico e neurofisiologico non sono
propriamente teorie psicodinamiche e rimandano a un contesto teorico
diverso (cfr. cap. IV).
La prima teoria sistematica della psicopatologia in una prospettiva psicodinamica fu quella di Pierre
Janet (1859-1947), che sintetizzò i tentativi analoghi di altri neurologi e psichiatri della seconda metà
dell’Ottocento. Con Janet fu superata l’impostazione organicistica nella spiegazione della genesi dei
disturbi psichici e fu realizzata una psicopatologia autonoma.
La psicoanalisi, fondata da Sigmund Freud (1856-1939), si presentò come una nuova teoria psicologica
e una nuova tecnica terapeutica. È stata definita dal suo stesso fondatore una «psicologia del profondo»
perché assegnava un ruolo centrale alla vita psichica inconscia rispetto alla «superficie» del
comportamento cosciente. La psicoanalisi si articolò presto in un movimento psicoanalitico ortodosso e
in una serie di secessioni, tra le quali acquisirono la maggiore rilevanza teorica e clinica la «psicologia
analitica» di Carl G. Jung (1875-1961) e la «psicologia individuale» di Alfred Adler (1870-1937). Dopo il
1950 la psicoanalisi si è sviluppata sia sul piano dell’elaborazione teorica che su quello del trattamento
terapeutico, in un processo di integrazione con i contributi provenienti da altri settori della psicologia e
della psichiatria. Alla fine del Novecento è stata proposta anche un’elaborazione dei concetti della
psicoanalisi alla luce delle nuove acquisizioni delle neuroscienze, un ambito di studi e applicazioni noto
come neuropsicoanalisi.
Un’originale formulazione psicodinamica dei processi psichici umani normali e patologici (la
psichiatria fenomenologica), nella quale si integrano i temi della psichiatria dinamica e della psicoanalisi
in una prospettiva fenomenologica (cfr. cap. II), fu quella presentata nelle opere di Karl Jaspers e di
Ludwig Binswanger.
Infine, nelle varie teorie psicodinamiche della personalità elaborate nel primo Novecento si operò il
tentativo di sviluppare una concezione dinamica del comportamento che non si riferisse a sistemi teorici
specifici come la psicoanalisi o il comportamentismo, ma che tenesse conto dei vari aspetti del
comportamento sottovalutati nell’una o nell’altra teoria. La prima teoria in questa direzione fu quella di
William Stern, nota come «personalismo».

2. Dalla concezione organicistica alla concezione psicodinamica della malattia mentale


Lungo il corso storico della psichiatria tra Settecento e Ottocento si era posto
ripetutamente il problema della specificità della malattia mentale, rispetto alle
altre malattie del corpo umano, e allo stesso tempo si era tentato di descrivere
e classificare i vari tipi di malattie mentali e di ricercare le cause per ciascuna di
esse. La «prima psichiatria dinamica», attraverso le esperienze del magnetismo,
la diffusione dell’ipnosi e della suggestione nei trattamenti terapeutici, la
crescente letteratura sul sonnambulismo, la personalità multipla e l’isteria,
aveva concettualizzato la nozione di genesi psichica di una vasta gamma di
fenomeni psichici normali e patologici. Si trattava di quella psichiatria praticata
soprattutto negli ospedali dove i pazienti erano curati secondo i princìpi
umanitari e non costrittivi del «trattamento morale» adottato fin dai primi
anni dell’Ottocento da molti medici francesi e inglesi. Nella seconda metà del
secolo, in particolare in Germania, si sviluppò una nuova psichiatria, la
cosiddetta «psichiatria ufficiale», accolta dall’ambiente medico-universitario.
La psichiatria tedesca divenne il riferimento teorico di tutta la letteratura e la
pratica clinica dell’epoca in relazione alle malattie mentali su due punti
essenziali: in primo luogo, la riduzione della malattia mentale a malattia
organica; in secondo luogo, la classificazione sistematica delle malattie mentali.
Come scrisse Gregory Zilboorg (1890-1959), nella sua classica A history of
medical psychology (1941): «La storia della psichiatria tedesca dell’Ottocento è la
storia della sistematizzazione psichiatrica. L’inizio del secolo fu caratterizzato
dal pensiero romantico che invase tutti i campi, e anche la psichiatria risentì di
questa influenza. I fautori di punti di vista anatomici e fisiologici non
aderirono con entusiasmo alle teorie psicologiche sorte da questo
romanticismo, tanto che ne derivò una grande controversia nella psichiatria
tedesca: quella tra somatologi e psicologi. Questo contrasto, pur appartenendo
cronologicamente alla prima metà del secolo, rappresenta una pagina a sé nella
storia psichiatrica ed è psicologicamente più in relazione con quest’ultimo
periodo della storia medico-psicologica. Vinsero i somatologi e, alla metà del
secolo, la psichiatria tedesca affermò la supremazia del cervello sopra ogni altra
struttura, e procedette sistematicamente a produrre una psichiatria
apsicologica. Naturalmente, la psicologia non poté essere eliminata facilmente,
così venne impiegata secondo l’intuito e l’ingegnosità psicologica di ciascun
osservatore; ma solo allo scopo di una semplice descrizione» (p. 385). Lo
psichiatra era, allo stesso tempo, un anatomo-patologo del cervello; la
psichiatria non era che patologia cerebrale (questo celebrato riduzionismo fu
chiamato dai suoi critici «mitologia del cervello», Hirnmythologie).
Il principale esponente della psichiatria organicista fu Wilhelm Griesinger
(1817-69), direttore dell’Ospedale psichiatrico dell’università di Zurigo, il
Burghölzli, dove si formeranno importanti psichiatri tra la fine dell’Ottocento
e il primo Novecento. È di Griesinger la famosa frase «le malattie mentali sono
malattie cerebrali». L’integrazione tra l’impostazione descrittiva-classificatoria
e quella riduzionistica fu portata alla massima sistematicità da Emil Kraepelin
(1855-1926), professore a Heidelberg e a Monaco, autore del Compendium, poi
Lehrbuch der Psychiatrie [Manuale di psichiatria] (1883, IX ed. nel 1927), il
manuale di psichiatria più diffuso e tradotto fino ai primi decenni del
Novecento. Per Kraepelin la malattia mentale era un fenomeno naturale da
descrivere, classificare e ricondurre alle sue origini organiche. In quest’ottica si
privilegiava la malattia, come entità astratta, rispetto alla concretezza del
paziente. Anche la psicologia impiegata da Kraepelin per lo studio dei suoi casi
clinici non era che una psicologia disincarnata. Collaboratore di Wundt a
Lipsia, Kraepelin aveva assimilato una psicologia che era interessata ai processi
sensoriali e alle procedure sperimentali ed escludeva l’indagine delle
componenti affettive della vita psichica, accessibili in modo indiretto e
introspettivo. L’indagine psicologica serviva per arricchire con strumenti
oggettivi (esperimenti di psicofisica, tempi di reazione, ecc.) il quadro
sintomatologico del paziente al livello sensoriale-percettivo e non per
comprendere la dimensione privata della sua sofferenza. La malattia era
studiata sotto il profilo delle cause organiche, del decorso sintomatologico e
dell’esito, supponendo che ad una data causa conseguisse un determinato
effetto sul piano dei sintomi e che quindi ad un dato sintomo corrispondesse a
ritroso una determinata causa. Fu proprio il grande numero di casi clinici
studiati da Kraepelin, inquadrati in una classificazione rimasta per decenni il
riferimento della semiologia e della manualistica psichiatrica (in particolare,
per quanto concerneva la differenza tra «demenza precoce» – poi denominata
schizofrenia da Eugen Bleuler – e «psicosi maniaco-depressiva»), che condusse
alla crisi di questa concezione tassonomica delle malattie mentali. La rigida
concezione deterministica del sintomo psicologico non reggeva di fronte
all’evidenza clinica di sintomatologie relativamente simili ma aventi cause
differenti, e di sintomatologie relativamente differenti ma aventi cause simili.
Solo per la «paralisi generale» e l’associata progressiva demenza era stata
rintracciata una definita causa organica nell’infezione cerebrale presente nella
sifilide, una malattia infettiva prodotta dal batterio Treponema pallidum (o
Spirochaeta pallida), individuato nel 1905. Si trattava di un caso isolato, che
aveva comunque alimentato la convinzione degli psichiatri «somatologi» che
ogni disturbo mentale fosse prodotto da una causa organica.
Alla fine dell’Ottocento, vari psichiatri misero in risalto due aspetti che
emergevano ormai con chiarezza dall’indagine clinica: anche se un disturbo
mentale fosse originato da una causa organica, non è possibile risalire dal
disturbo mentale alla causa, data l’eterogeneità della sintomatologia; inoltre,
esistono tipi di disturbi mentali che sono, con molta probabilità, connessi a
cause puramente psicologiche. In questa impostazione della «nuova psichiatria
dinamica» vi era un’altra caratteristica fondamentale: la costante attenzione per
il paziente nella sua concretezza di essere umano, cui lo psichiatra dedicava la
sua opera non perché rappresentava un «caso clinico» utile all’arricchimento
della tassonomia psicopatologica, ma in quanto persona sofferente. Il rapporto
interpersonale diretto tra paziente e psichiatria era così l’altro aspetto peculiare
dell’approccio dinamico.
Le due scuole più importanti di questa impostazione psicodinamica negli
ultimi due decenni del secolo furono la scuola di Nancy e la scuola della
Salpêtrière a Parigi. La scuola di Nancy si era formata dopo le esperienze di
ipnosi condotte a fini terapeutici da Ambroise-Auguste Liébeault (1823-
1904), riprese e sistematizzate sul piano teorico da Hippolyte Bernheim
(1840-1919). La scuola della Salpêtrière era stata fondata da Jean-Martin
Charcot (1825-93), il neurologo francese più famoso della Francia fin de siècle.
Entrambe le scuole ebbero una notevole influenza su Freud, che nel 1885-86
trascorse alcuni mesi a Parigi da Charcot, e alcune settimane a Nancy da
Bernheim nel 1889. Fu Freud a tradurre in tedesco sia le Leçons sur les maladies
du système nerveux (1887) e le Leçons du mardi de la Salpêtrière (1887-88) di
Charcot, sia De la suggestion et de ses applications à la thérapeutique (1886) di
Bernheim. Nella prefazione a quest’ultima traduzione Freud (1888) riassunse
il dibattito tra le due scuole, seguìto soprattutto alla comunicazione presentata
da Charcot nel 1882 all’Académie des Sciences di Parigi sulla relazione tra
ipnosi e isteria e che aveva fatto acquisire dignità scientifica all’ipnosi,
generalmente considerata alla stregua di un fenomeno da baraccone. Vi sono
«due opposte fazioni» nei sostenitori dell’ipnotismo, notava Freud. Da una
parte, coloro «di cui appare portavoce Bernheim affermano che vi è un’unica
fonte per tutti i fenomeni ipnotici, cioè la presenza di una suggestione, di una
rappresentazione cosciente, immessa nel cervello dell’ipnotizzato attraverso un
influsso esteriore e da lui accolta come se fosse in lui sorta spontaneamente.
Gli altri [rappresentati da Charcot] sostengono invece che a base del
meccanismo di almeno alcuni fenomeni ipnotici stiano alterazioni fisiologiche,
cioè spostamenti dell’eccitabilità nel sistema nervoso, senza alcuna
partecipazione degli elementi operanti in modo cosciente, e parlano quindi di
fenomeni fisici o fisiologici dell’ipnosi» (p. 71).
In Charcot permaneva quindi l’idea di una base fisiologica dell’ipnosi, mentre
Bernheim si era ormai spostato su una concezione strettamente psicodinamica
dei fenomeni ipnotici all’interno della categoria più comprensiva della
suggestione. La posizione di Bernheim e della scuola di Nancy prevalse presto
su quella di Charcot e della Salpêtrière. Se Charcot aveva messo in evidenza
l’esistenza di paralisi isteriche di natura puramente psicologica che non
dipendevano da cause organiche e che potevano essere prodotte e sbloccate
con le procedure ipnotiche, Bernheim aveva posto l’accento sull’importanza
della suggestione e del rapporto medico-paziente, e sulle conseguenze
terapeutiche che ne risultavano (Hypnotisme, suggestion, psychothérapie, 1891). In
conclusione, si profilava una prospettiva psicodinamica basata sulla nozione di
genesi psicologica di malattia mentale e sull’intervento psicoterapeutico. Al II
congresso internazionale di psicologia a Londra, nel 1892, Frederik van Eeden
(1860-1932), medico e scrittore olandese, definì la «psicoterapia» come «la
cura del corpo attraverso le funzioni psichiche del paziente» e affermò che
«l’aiuto principale della psicoterapia è la suggestione come impulso di una
mente sull’altra» (1892, p. 150). Il paziente operava quindi su di sé sia con la
propria mente sia attraverso la mediazione della mente dello psicoterapeuta. In
altri termini, dal rapporto inter-psichico psicoterapeuta-paziente scaturiva una
evoluzione delle funzioni intra-psichiche del paziente stesso. La malattia
mentale, non legata a una causa organica, trovava la propria strada terapeutica
in una relazione interpersonale perché – come si cominciava a supporre e
come mostrò Freud – proprio un rapporto interpersonale «patogeno» era stato
la causa della malattia stessa. La prospettiva dinamica si legava alla psicoterapia,
termine diffusosi in questo periodo per indicare un insieme di procedure
terapeutiche basate sul rapporto medico-paziente. Nel 1897 fu pubblicato uno
dei primi testi generali di psicoterapia, il Lehrbuch der gesamten Psychotherapie
[Manuale di psicoterapia generale] di Leopold Löwenfeld (1847-1923).
Per lo sviluppo interno della «psichiatria ortodossa» verso una concezione dinamica, un contributo
centrale fu dato da coloro che lavorarono al Burghölzli: oltre a Auguste Forel (1849-1931), autore nel
1889 di Der Hypnotismus oder die Suggestion und die Psychotherapie [L’ipnotismo o la suggestione e la
psicoterapia], soprattutto i suoi allievi Eugen Bleuler (1857-1939) e Adolf Meyer (1866-1950). Entrambi,
richiamarono l’attenzione sulla personalità del paziente e sulla necessità di un rapporto costante e diretto
tra psichiatra e paziente; inoltre, si opposero a una rigida classificazione delle malattie mentali come unità
distinte con sintomi specifici.
Bleuler, direttore del Burghölzli dal 1898, introdusse una concezione molto articolata della
sintomatologia della schizofrenia, basata sul concetto di «scissione» (Spaltung) tra le funzioni psichiche
(Dementia praecox, oder Gruppe der Schizophrenien [Dementia praecox o il gruppo delle schizofrenie], 1911).
Al III congresso internazionale di psicoanalisi, a Weimar nel 1911, Bleuler introdusse il concetto di
«pensiero autistico» per indicare una dimensione psichica nella quale una persona è dominata dalla sua
vita interiore e si distacca dal mondo esterno, una delle caratteristiche fondamentali della schizofrenia (la
relazione fu pubblicata nel 1912: Das autistische Denken [Il pensiero autistico]). Anche il manuale di
psichiatria di Bleuler (Lehrbuch der Psychiatrie [Manuale di psichiatria], 1916) ebbe una grandissima
diffusione. Jung e Binswanger si formarono alla scuola di Bleuler.
La tradizione psichiatrica europea si diffuse negli Stati Uniti, grazie a Meyer, figura dominante della
psichiatria nord-americana del primo Novecento, dal 1910 al 1941 professore di psichiatria alla Johns
Hopkins University di Baltimora. Meyer spostò l’indagine sul versante comportamentale della malattia
mentale, sulle reazioni specifiche che un paziente produce e per le quali si differenzia dagli altri malati
(The psychobiological point of view, 1934). Meyer definì «psicobiologia» la sua concezione integrata
organico-dinamica della psiche normale e patologica.

3. La teoria di Janet
Concludendo il capitolo su Janet, Ellenberger (1970) scrive che «l’opera di
Janet può essere paragonata a una grande città sepolta sotto le ceneri, come
Pompei. Il destino di una città sepolta è incerto: può restare sepolta per
sempre; può rimanere nascosta ed essere saccheggiata dai predoni. Ma è anche
possibile che invece un giorno sia dissotterrata e riportata in vita» (p. 474).
Janet aveva proposto una teoria dei disturbi mentali che superava
l’impostazione organicistica classica e allo stesso tempo si distingueva
dall’emergente impostazione psicoanalitica. Janet si trovò così tra due fuochi,
gli psichiatri ortodossi e gli psicoanalisti, che concorsero a sotterrare nell’oblio
la sua ricca produzione clinica e teorica. Inoltre alla fortuna dell’opera di Janet
non giovarono né l’isolamento intellettuale voluto in un certo senso da Janet
stesso, professore al Collège de France, sede prestigiosa, ma fuori dagli
ambienti universitari più influenti e dunque l’assenza di una scuola vera e
propria, né in parte la farraginosità dei suoi numerosi volumi che non
confluirono mai in un’opera sistematica. Tuttavia oggi si assiste alla riscoperta
prevista da Ellenberger e alla quale ha contribuito proprio la trattazione che
questi ne fece, dando per la prima volta una sintesi della complessa produzione
di Janet.
L’interesse attuale per l’opera di Janet riguarda non tanto le sue concezioni
psicopatologiche, quanto alcune idee generali, come quella di dissociazione,
ripresa da Ernest R. Hilgard in Divided consciousness: multiple controls in human
thought and action (1977), o le ipotesi sulla gerarchia dei processi mentali e sulla
sociogenesi dell’azione. Da questa nuova lettura di Janet emerge che egli cercò
di delineare una teoria generale dei processi mentali, normali e patologici,
basata sulle ricerche sia della psicologia sperimentale che della psicopatologia.
Questo tentativo di integrazione tra psicologia e psicopatologia non fu invece
perseguito dalla psicoanalisi freudiana, che praticamente ignorò la letteratura
psicologica contemporanea. Per questo motivo, come hanno notato vari
studiosi recenti di Janet, è possibile individuare in questo autore una
problematica che fu comune a molti psicologi dell’epoca, come Baldwin,
Mead, Vygotskij e Werner. In conclusione, l’opera di Janet va considerata
nell’ambito del contesto più ampio della psicologia dei primi decenni del
Novecento e non va appiattita nello sterile confronto con le teorie di Freud.
La produzione di Janet può essere divisa in due periodi principali: il primo, fino ai primi anni ’20, è
caratterizzato dagli studi di psicopatologia (L’automatisme psychologique, 1889; L’état mental des hysteriques, le
stigmates mentaux, 1893; Névroses et idées fixes, 1898; Les névroses, 1909; Les médications psychologiques, 1919;
La médicine psychologique, 1923); il secondo, da opere di respiro più generale su temi di psicologia
(Psychologie expérimentale, 1926; De l’angoisse à l’extase, 1926-28; La pensée interieure et ses troubles, 1927;
L’evolution de la mémoire et la notion du temps, 1928; L’évolution psychologique de la personnalité, 1930; La force et
la faiblesse psychologiques, 1932; L’amour et la haine, 1932; Les débuts de l’intelligence, 1935; L’intelligence avant le
langage, 1936).

Nella Autobiographie psychologique (1946), Janet scrisse che la parte che sarebbe
rimasta «la più interessante della sua opera» riguardava le «numerosissime
osservazioni che [aveva potuto] raccogliere sull’uomo normale e sul malato»
(p. 98). In effetti la descrizione di casi come quello di Léonie (affetta da
personalità multipla), quelli riportati nel libro L’automatisme psychologique, quelli
di Justine e Irène (affette da isteria), o quello di Achilles (un caso di
«possessione») divennero famosi per la sistematicità delle osservazioni e la
capacità di basarvi la classificazione di stati psichici indicati da Janet sotto la
comune espressione di «automatismo psicologico» (dalla catalessia all’ipnosi,
alla scrittura automatica, alle azioni ossessive, alle idee fisse, ecc.). Janet, in una
prima fase della sua indagine (fase dell’«analisi»), studiava i vari sintomi che
insorgevano a causa di «idee fisse subconsce», a loro volta prodotte da eventi
traumatici. Successivamente (fase della «sintesi»), Janet studiava la dinamica e
lo sviluppo della malattia. Il momento dell’analisi metteva in evidenza la
presenza di una scissione, cioè la mancanza di sintesi, tra le funzioni psichiche
nel paziente, funzioni che in un individuo normale sono invece sintetizzate tra
loro. L’ipnosi permetteva sia di individuare le idee fisse, sia di risolverle, non
tanto portandole al livello di coscienza del paziente, quanto cercando di
dissociarle dal resto dell’attività mentale per poterle eliminare o trasformare
definitivamente. Janet denominò «analisi psicologica» questo insieme di
procedure di indagine e di interventi terapeutici e sostenne che da essa Freud
aveva derivato la sua «psicoanalisi».
In base alla sua «analisi psicologica» Janet arrivò ad una teoria generale
dell’isteria e delle nevrosi esposta in vari articoli e monografie, e poi nei due
volumi del libro Névroses et idées fixes (1898). Per Freud, la teoria di Janet
riduceva l’isteria ad una debolezza costituzionale che sfaldava la sintesi tra le
funzioni psichiche, mentre per la psicoanalisi era lo scontro intrapsichico la
fonte della malattia (nella Selbstdarstellung [Autobiografia] del 1925 Freud
scrisse: «Stando alle opinioni di Janet, le donne isteriche sono povere creature,
che a causa di una debolezza costituzionale, sono incapaci di tener coesi i loro
atti psichici; esse soccombono perciò alla scissione psichica e alla restrizione
della sfera cosciente. Stando ai risultati delle ricerche psicoanalitiche, invece,
questi fenomeni sono il risultato di fattori dinamici, di un conflitto psichico e
di un’avvenuta rimozione», pp. 98-99). In sostanza Janet avrebbe descritto la
psiche come un mosaico (sintesi) composto di tanti pezzetti tra di loro
scindibili (analisi), ma non avrebbe efficacemente indicato le cause e i processi
della coesione e della dissociazione. Nelle opere successive (L’évolution
psychologique de la personnalité del 1930 e La force et la faiblesse psychologiques del
1932) Janet elaborò ulteriormente l’aspetto dinamico della propria teoria,
approfondendo i concetti di «forza psicologica» e «tensione psicologica»
utilizzati già da alcuni decenni nelle sue indagini. Si tratta di due concetti
ortogonali: poiché la forza indica la quantità di energia psichica impiegata nelle
attività psicologiche e la tensione il livello di complessità (o di sintesi) cui
appartengono tali attività, si hanno tutte le possibili combinazioni (grande
forza per scarsa tensione, scarsa forza per grande tensione, equilibrio tra
energia e tensione), le quali danno luogo a manifestazioni psichiche normali o
patologiche. Ad esempio, «la sindrome astenica» è data da scarsa forza
psicologica che limita la possibilità di attività psicologiche complesse e
continuate; la «sindrome ipotonica» è invece data da scarsa tensione psicologica
con semplificazione del livello di attività psichica e manifestazioni
psicosomatiche e psicopatologiche della forza psicologica inespressa.
Anche se la concezione energetica dell’attività psichica fu alla base della teoria
sulla condotta (la «psychologie de la conduite») sviluppata da Janet negli anni
’20 e ’30, gli aspetti energetici divennero sempre più secondari rispetto a quelli
sociogenetici. Il termine «condotta» aveva per Janet un significato più ampio di
quello di comportamento, in primo luogo perché includeva la coscienza, non
indagata dalle teorie comportamentiste. La condotta è data dalla dinamica
delle tendenze (tendances) intese come disposizioni della psiche a compiere
determinate azioni secondo una complessità differenziata. Janet distinse tre
livelli di tendenze (inferiore, medio e superiore), all’interno dei quali erano
individuabili nove tipi di tendenze, dalle «tendenze riflesse», simili agli atti
riflessi, comuni a tutti gli individui umani, alle «tendenze progressive», che
caratterizzano la condotta specifica di ogni individuo e ne esprimono gli
aspetti più astratti e razionali. Tutte queste tendenze sono compresenti nella
vita psichica ed emergono con forza e tensione diverse a seconda delle
circostanze. Vi è tuttavia una gerarchia per cui le tendenze inferiori sono
controllate dalle tendenze superiori, secondo un’organizzazione che Janet
aveva ripreso da Théodule Ribot (1839-1916) e questi, a sua volta, dalla teoria
dell’evoluzione e dissoluzione del sistema nervoso di John H. Jackson (1835-
1911).
L’aspetto che distinse la «psicologia della condotta» di Janet dalle teorie basate
su una concezione evolutivo-gerarchica delle funzioni psichiche consiste
essenzialmente nel fatto che queste teorie consideravano l’organizzazione
psichica come il risultato dello sviluppo filogenetico e ontogenetico del sistema
nervoso, mentre per Janet la condotta umana era mediata da azioni di origine
sociale. Così la memoria o il linguaggio non sono considerati da Janet il
prodotto dell’evoluzione del sistema nervoso al livello della specie umana, ma
processi che si sono sviluppati nel corso della storia umana all’interno delle
relazioni sociali. Per Janet, la memoria e il linguaggio sono delle condotte in
primo luogo sociali, dei sistemi di mediazione tra un individuo e gli altri. La
memoria tipica degli umani non è quindi quella di tipo riflesso, per cui
l’organismo ha nel proprio corredo genetico la memoria della risposta da
produrre ad un determinato stimolo, ma è una memoria di tipo culturale o
sociale, rappresentata da un insieme di informazioni e azioni rilevanti in un
dato contesto socio-culturale. Anche il linguaggio si sviluppa nella
comunicazione tra individui, tra il bambino e la madre, tra il bambino e i suoi
coetanei, e successivamente diviene uno strumento alla base del pensiero
interiore (La pensée interieure et ses troubles, 1927). In generale, Janet affermava
che le funzioni psichiche avevano una origine sociale (teoria sociogenetica) sia
in una dimensione storica, lungo il cammino della storia umana, sia in una
dimensione ontogenetica, lungo lo sviluppo psichico del bambino. Le funzioni
acquisite nel contesto sociale, le funzioni interpersonali, divenivano
gradualmente funzioni intrapersonali. Così non si trattava tanto di una
evoluzione e una gerarchia neurofisiologiche nella organizzazione della
condotta umana, quanto di uno sviluppo storico-sociale che aveva consentito
l’emergere di condotte complesse. Questa teoria sociogenetica fu ripresa da
altri psicologi, in primo luogo da Vygotskij (cfr. cap. VI) che aveva letto le
opere di Janet, ma si ritrova in autori contemporanei come Mead (cfr. cap.
IV), il quale, probabilmente, non ne aveva una conoscenza diretta.
L’opera di Janet ebbe una scarsa influenza sullo sviluppo teorico della psichiatria, della psicopatologia e
della psicologia del primo Novecento per quanto riguarda l’insieme delle sue teorie psicopatologiche e
psicologiche, mentre vari temi e aspetti delle sue indagini teoriche e cliniche furono assimilati in misura
notevole da altri autori. Si è già accennato all’influenza della concezione sociogenetica sulla teoria delle
funzioni psichiche di Vygotskij. Negli Stati Uniti il problema della dissociazione, e quello connesso della
personalità multipla, furono studiati da Boris Sidis (1867-1923) nel libro Psychopathological research: studies
in mental dissociation (1902) e da Morton Prince (1854-1929), professore di neurologia alla Harvard
Medical School. Nel libro The dissociation of a personality (1906), Prince descrisse il famoso caso di Miss
Beauchamp, nella quale convivevano quattro personalità differenti. In Francia la teoria psicopatologica di
Janet fu sviluppata in un’ottica organicistica da vari psichiatri, tra cui Henry Ey (1900-77) che elaborò
una concezione «organo-dinamica» dell’evoluzione normale e patologica delle funzioni psichiche
integrando le idee di Jackson con quelle di Janet.

Pierre Janet ►

4. La psicoanalisi da Freud agli anni ’50


Introduzione. Alla fine del secolo, all’interno di un un complesso e articolato
contesto storico e culturale, caratterizzato dalla disgregazione della società
borghese e dalla crisi della cultura positivista, ha origine con Freud la
psicoanalisi. Questa teoria divenne nel primo Novecento non solo una nuova
impostazione teorica in psicologia e terapeutica in psicopatologia, ma costituì
una nuova visione della società e della cultura in genere. Per le sue
caratteristiche di concezione globale dell’uomo, la psicoanalisi rimase
distaccata dalle altre grandi scuole di psicologia. Allo stesso tempo attrasse
l’interesse di un pubblico più vasto, dall’artista che riprodusse nella letteratura
o nel cinema i concetti psicoanalitici all’uomo della strada che arrivò ad
identificare la psicologia con la psicoanalisi e a usare il gergo psicoanalitico
nella vita quotidiana.
Freud è stato accomunato dal filosofo Paul Ricoeur (1965) a Karl Marx e a
Friedrich Nietzsche, perché questi «tre maestri del sospetto» avrebbero
rovesciato la prospettiva cartesiana, pilastro della filosofia e della scienza
moderne, per cui si «sa che le cose sono dubbie, che non sono come
appaiono», ma non si «dubita che la coscienza non sia così come appare a se
stessa; in essa, senso e coscienza del senso coincidono; di questo dopo Marx,
Nietzsche e Freud, noi dubitiamo. Dopo il dubbio sulla cosa, è la volta per noi
del dubbio sulla coscienza» (p. 47). Si scopre allora che il senso dell’azione
psichica non coincide con quello che appare alla coscienza, ma si nasconde in
un mondo inconscio che l’Io cartesiano respinge pur essendone determinato.
Il richiamo alle sorgenti inconsce e irrazionali dei processi psichici ha fatto
ricollegare il pensiero freudiano alle filosofie tra Ottocento e Novecento
caratterizzate dal rifiuto della spiegazione razionale e scientifica. In Freud,
però, il disotterrare l’inconscio significava non tanto l’abbandono dell’Io al
mondo dell’irrazionale, ma la consapevolezza critica, dopo il disincanto, della
determinazione della propria vita psichica, in una visione romantica e
illuministica allo stesso tempo. Scrisse a questo proposito nel 1929 lo scrittore
Thomas Mann: «Il freudismo ha la stessa sensibilità di coscienza del
romanticismo contro l’inumanità di ogni soffocante forza conservatrice,
contro una falsa pietas che mira a conservare a tutti i costi ogni prematura e
moralmente immeritevole forma di vita, che riposa instabile sulla base
dell’incoscienza. Esso comporta lo scalzamento, la rottura di tali equilibri
provvisori mediante l’indagine critica; esso crede, come i romantici, al valore
trascendente del disordine, ai più alti gradi di sviluppo, all’avvenire. La via
ch’esso prescrive è quella della consapevolezza, dell’analisi, una via sulla quale
non ci si ferma né si torna indietro, dove è impossibile ripristinare ‘le buone
cose di un tempo’; il traguardo che esso ci addita è un nuovo, meritorio ordine
vitale, assicurato dalla consapevolezza, fondato sulla libertà e sulla veracità. Lo
si può chiamare illuministico per i suoi mezzi e i suoi fini; ma il suo
illuminismo è passato attraverso troppe cose perché lo si possa tacciare di
serena superficialità» (p. 132).
Il pensiero freudiano si formò nell’ambiente della «grande Vienna», la capitale
dell’Impero austro-ungarico alle soglie della sua decadenza, centro di
contraddizioni sociali ed economiche, teatro della dissoluzione dei valori
borghesi. La crisi di una cultura e la ricerca di nuove forme espressive furono
all’origine di una serie di movimenti intellettuali di avanguardia nella
letteratura, nella pittura (Gustav Klimt), nell’architettura (Otto Wagner e
Camillo Sitte) e nella musica (Arnold Schönberg). In un primo momento
l’origine ebraica di molti tra questi intellettuali non fu di ostacolo alla loro
assimilazione nella cultura di lingua tedesca, ma in seguito divenne un pretesto
razzista per la condanna delle loro idee, comprese quelle psicoanalitiche.
Soprattutto nella letteratura si manifestò l’interesse per il mondo psichico e le
nuove dimensioni dell’inconscio, sostituendo il personaggio dell’uomo
razionale, sicuro e propositivo della borghesia positivista, con l’uomo
«psicologico», introverso e conflittuale. Ai personaggi maschili si affiancarono
inquiete figure femminili in storie dove la sessualità e l’erotismo dominavano.
Scrittori come Hugo von Hofmannsthal (1874-1929), Arthur Schnitzler
(1862-1931), Karl Kraus (1874-1936), Joseph Roth (1894-1939), oltre ad
interessarsi spesso in modo diretto alla psicoanalisi, documentarono nelle loro
opere il mondo interiore delle donne e degli uomini della società borghese
mitteleuropea alla fine dell’Ottocento.
Freud riuscì a cogliere in modo originale i fermenti di questa cultura del
dubbio, del «sospetto» e della crisi, e propose una psicologia che rispecchiava
una nuova concezione della vita psichica, dove i confini tra il normale e il
patologico non erano più definibili.

Sigmund Freud ►

La teoria di Freud. Sebbene le origini della teoria freudiana debbano essere


considerate nel quadro più generale del mondo culturale tedesco e
mitteleuropeo alla fine dell’Ottocento, non bisogna dimenticare che tale teoria
maturò in stretta relazione con la biologia e la medicina dell’epoca. Se Freud
minimizzò la rilevanza delle sue ricerche anatomo-fisiologiche e neurologiche
svolte prima di dedicarsi ai problemi della futura psicoanalisi, la storiografia
più recente (soprattutto dopo il libro di Frank J. Sulloway, Freud, biologist of the
mind del 1979) ha individuato vari elementi di continuità tra il periodo pre-
analitico e quello analitico.
Freud ebbe una conoscenza diretta e precisa dei princìpi teorici e dei metodi
propri della scienza biologico-medica contemporanea. I lavori pubblicati tra il
1887 e il 1897, dall’anatomia all’istologia del sistema nervoso, dallo studio
degli effetti della cocaina a quello delle paralisi cerebrali infantili, furono
contributi di rilievo nei rispettivi settori. Particolarmente interessanti sono i
lavori in cui Freud si confrontò con le impostazioni riduzionistiche volte a
spiegare i processi psichici in termini strettamente neuro-anatomo-fisiologici,
quella «mitologia del cervello» che egli aveva conosciuto nell’Istituto di
fisiologia diretto da Ernst W. von Brücke (1819-92). Freud affrontò il
problema adottando un’analisi concettuale attraverso cui verificare i
presupposti di tale riduzionismo, piuttosto che un approccio empirico.
Nel libro Zur Auffassung der Aphasien [L’interpretazione delle afasie] del 1891,
Freud non presentò nuovi casi clinici o dati sperimentali, ma sottopose ad una
serrata disamina critica le ricerche contemporanee sull’afasia. Freud respinse le
teorie del localizzazionismo rigido e introdusse una concezione dinamica dei
processi cerebrali. Il linguaggio non era più inteso come un assemblaggio di
componenti sensoriali e motorie, ciascuna con la propria localizzazione
corticale, ma come un sistema dinamico nel quale gli elementi danneggiati
singolarmente avrebbero influito su tutto il sistema.
Nel manoscritto del 1895, intitolato da Freud «Psicologia per i neurologi», e
divenuto noto come Entwurf einer Psychologie [Progetto di una psicologia]
quando fu pubblicato nel 1950, è ancora presente l’impostazione concettuale
nel cercare di fornire un modello neuronale dei processi psichici. Pur
riferendosi a unità neurofisiologiche «reali», come i neuroni, e a princìpi fisici
legati al concetto di energia, Freud descriveva le leggi di interazione neuronale
alla base dei processi psichici su un piano puramente ipotetico-concettuale,
senza una diretta verifica empirica, come era invece proprio della fisio-
psicologia contemporanea. Nel Progetto, dunque, non si deve vedere un
ennesimo tentativo riduzionistico, tipico dell’epoca, ma occorre riconoscervi
la ricerca di una nuova neurofisiologia adeguata alla complessità e alla
dinamicità delle funzioni psichiche. Tuttavia la gamma di comportamenti che
Freud stava registrando e studiando nella sua attività clinica non risultò
inquadrabile, se non forzatamente, in quel tentativo di modello neuronale e
Freud abbandonò il suo progetto.
Dedicatosi, dal 1886, alla professione privata come specialista in malattie
nervose, Freud aveva subito affrontato casi patologici in cui l’organico e lo
psichico risultavano l’uno la continuazione dell’altro. Sia negli stati ipnotici
che nell’isteria era difficile distinguere le componenti strettamente anatomo-
fisiologiche da quelle psichiche. La tendenza prevalente tra i neurologi del
tempo era quella di riferire i sintomi psicopatologici a cause organiche, ma vi
erano ormai nuove posizioni per le quali si supponeva che tali sintomi non
avessero un’origine organica, ad esempio una lesione o una degenerazione del
tessuto cerebrale, ma dovessero essere ricondotti a cause psichiche. Nel
periodo trascorso presso Charcot a Parigi (1885-86), Freud aveva avuto modo
di osservare numerosi pazienti affetti da isteria e, soprattutto, di assimilare la
nozione di una causalità psichica nel processo psicopatologico (nella relazione
del 1886 sul viaggio compiuto a Parigi, Freud riferì che «Charcot usava dire
che nel complesso l’anatomia aveva ormai esaurito il suo compito, e la teoria
delle malattie organiche del sistema nervoso era per così dire conclusa: ora
bisognava occuparsi delle nevrosi», pp. 9-10).
Un caso di isteria era stato già descritto a Freud da Josef Breuer (1842-1925),
un noto medico viennese: il famoso caso Anna O., il cui vero nome era Berta
Pappenheim (1859-1936), divenuta in seguito una strenua fautrice della
emancipazione sociale dei gruppi minoritari. Freud scrisse nella sua
Autobiografia: «La paziente era una ragazza di cultura e intelligenza non
comuni; la sua malattia aveva cominciato a manifestarsi mentre accudiva
amorevolmente il padre gravemente ammalato. Quando era ricorsa alle cure di
Breuer la paziente offriva un quadro sintomatico complesso e variopinto:
paralisi con contratture, inibizioni e stati di confusione psichica.
Un’osservazione casuale permise al medico di scoprire che la malata poteva
essere liberata da tali turbamenti della sua coscienza se e quando veniva indotta
a dare espressione verbale alle fantasie affettive che in quel momento la
dominavano. Breuer trasse da questa scoperta un metodo terapeutico.
Ripetutamente, dopo aver sottoposto la paziente a ipnosi profonda, la invitò a
raccontare ciò da cui l’animo suo si sentiva oppresso. Dominati in tal modo gli
accessi di ottenebramento depressivo, fece uso di questo stesso procedimento
per eliminare le inibizioni e i disturbi somatici» (1925, p. 88).
Ritornato da Parigi, Freud iniziò a collaborare con Breuer firmando assieme la «comunicazione
preliminare» Über den psychischen Mechanismus hysterischer Phänomene [Meccanismo psichico dei fenomeni
isterici] nel 1893 e nel 1895 gli Studien über Hysterie [Studi sull’isteria], che comprendevano: oltre alla
comunicazione, cinque casi clinici (il caso della «signorina Anna O.», descritto da Breuer; i casi «signora
Emmy von N., quarantenne della Livonia», «Miss Lucy R., trentenne», «Katharina...» e «signorina
Elizabeth von R.», descritti da Freud) e i capitoli teorici «Considerazioni teoriche» di Breuer e «Per la
psicoterapia dell’isteria» di Freud.

La tecnica ipnotica era servita a Breuer, nel caso Anna O., per far riemergere
dalla memoria le «situazioni» traumatiche che erano la causa lontana dei
sintomi isterici e farle rivivere durante la seduta. Si dava libero sfogo ai sintomi
(«crampi, nevralgie, allucinazioni»), facendoli «scomparire quindi per sempre»
(«i singoli sintomi isterici scomparivano subito e in modo definitivo, quando si
era riusciti a ridestare con piena chiarezza il ricordo dell’evento determinante,
risvegliando insieme l’affetto che l’aveva accompagnato, e quando il malato
descriveva l’evento nel modo più completo possibile esprimendo verbalmente
il proprio affetto», 1895, p. 178). Freud, attraverso lo studio dei suoi quattro
casi, si distaccò da Breuer sia nella spiegazione della fenomenologia isterica sia
nella tecnica terapeutica (il metodo catartico, da catarsi = purificazione,
liberazione). La causa psicopatogena non fu più considerata un nucleo passivo,
un «corpo estraneo», che si manifestava automaticamente nei sintomi organici
dell’isteria. Al contrario, si trattava di un processo dinamico per il quale il
paziente «intenzionalmente rimuoveva dal suo pensiero cosciente, inibendole e
reprimendole» quelle cose che «voleva dimenticare». La stessa tecnica ipnotica,
basata sull’idea di suggestione esercitata dal medico sul paziente secondo la
scuola di Nancy, non permetteva di ovviare alle resistenze del paziente a non
ricordare («Nell’Io del malato si era introdotta una rappresentazione che si era
dimostrata insopportabile. Questa difesa era effettivamente riuscita, la
rappresentazione era stata scacciata dalla coscienza e dalla memoria, e
apparentemente la sua traccia psichica non era più ritrovabile», 1895, p. 407).
Freud abbandonò l’ipnosi ed il metodo catartico (scrisse nell’Autobiografia:
«Abbandonai dunque l’ipnosi, di cui mantenni solo la posizione del paziente,
posto a giacere supino su un divano, mentre io stavo seduto dietro di lui, in
modo da vederlo senza essere visto», p. 96) e adottò il metodo delle
associazioni libere (o «la regola fondamentale della psicoanalisi» per cui
rivolgendoci al paziente si dirà: «Lei osserverà che durante il Suo racconto Le
vengono in mente diversi pensieri, che vorrebbe respingere con determinate
obiezioni critiche. Sarà tentato di dirsi: Questo o quello non c’entra oppure
non ha alcuna importanza, oppure è insensato, perciò non c’è bisogno di dirlo.
Non ceda mai a questa critica e nonostante tutto dica, anzi dica proprio perché
sente un’avversione a dire», 1913, p. 344).
Alla fine degli Studi sull’isteria e in particolare nella conferenza del 1896 Zur
Ätiologie der Hysterie [Etiologia dell’isteria], Freud sostenne che la lontana causa
psicologica del disturbo isterico era dovuta a traumi sessuali di varia natura
verificatisi nell’infanzia del paziente, e principalmente a tentativi di seduzione
sessuale da parte di un adulto. Dalle lettere a Fliess risulta che Freud aveva
ipotizzato la natura sessuale del trauma psichico nel 1893, era arrivato a
ritenere per certa questa ipotesi nel 1895 («Sono quasi certo di aver trovato la
soluzione dell’enigma della isteria e della nevrosi ossessiva con le formule dello
spavento sessuale e del piacere sessuale infantile...», p. 171), ma dopo appena
due anni negò che all’origine vi fosse realmente un trauma sessuale, un fatto
concreto, effettivamente accaduto (vi è «la netta convinzione che non esista un
‘dato di realtà’ nell’inconscio, dimodoché è impossibile distinguere tra verità e
finzione investita di affetto», p. 298).
Su questo punto nodale dell’evoluzione del pensiero di Freud, sull’esistenza
di una «realtà» o di una «verità» di un trauma sessuale effettivamente avvenuto
e rimasto inconscio, si riaccese il dibattito agli inizi degli anni Ottanta del
Novecento. Secondo Jeffrey M. Masson (The assault on truth, 1984), Freud
avrebbe abbandonato l’idea di un trauma passato reale per non incorrere nelle
critiche dell’ambiente viennese ostile all’idea sia di una sessualità infantile sia
della possibilità che si verificassero effettivamente e frequentemente episodi di
seduzione sessuale da parte di adulti. Si pensi invece che per tutto il futuro
percorso della psicoanalisi è stato basilare il passaggio di Freud verso la
concezione di una «realtà psichica», un complesso di fantasie, ricordi,
ricostruzioni, il quale non corrisponde necessariamente a una «realtà effettiva»,
oggettiva (Freud nel 1914 notò che sarebbe stato un errore «fatale» se la
psicoanalisi, questa «giovane scienza», fosse partita dal «considerare reali ed
etiologicamente significativi i resoconti dei malati, secondo cui i loro sintomi
dovevano essere fatti risalire a esperienze sessuali passive subite durante i primi
anni dell’infanzia, vale a dire, in parole povere, alla seduzione», p. 390; infatti
«se gli isterici riconducono i loro sintomi a traumi inventati, la novità consiste
appunto nel fatto che essi creano tali scene nella loro fantasia, e questa realtà
psichica pretende di essere presa in considerazione accanto alla realtà effettiva»,
p. 391). Quello che è ricordato dalla psiche non sono i fatti in sé, ma i fatti in
quanto sono stati ricordati e ricostruiti, fatti che in parte o in tutto possono
anche non essere accaduti e che comunque al di là di tale realtà effettiva
possono essere patogeni per la psiche di un individuo.
Freud compì una profonda trasformazione del suo pensiero attraverso una
sistematica autoanalisi basata, in particolare dopo il 1897, sull’interpretazione
dei propri sogni. In questo processo di autoanalisi fu centrale la scoperta del
complesso di Edipo, ovvero l’esistenza di una complessa rete di sentimenti
d’odio per il genitore dello stesso sesso e di amore nei confronti del genitore di
sesso opposto: una complessa dinamica necessaria allo sviluppo psichico
infantile e la cui soluzione determina il futuro, normale o patologico, della vita
psichica.
Tutto l’insieme delle innovazioni teoriche trovò una prima formulazione
sistematica in Die Traumdeutung [L’interpretazione dei sogni], pubblicata alla
fine del 1899, ma con la data del 1900. Freud riassunse criticamente tutta la
letteratura precedente sulla natura dei sogni e la loro interpretazione, e
sottopose a una nuova e originale analisi interpretativa una vasta serie di sogni,
in gran parte personali. Infine nell’ultimo capitolo, il fondamentale cap. 7,
espose la nuova «psicologia dei processi onirici», in realtà una nuova teoria dei
processi psichici in generale. Come nell’isteria il sintomo organico era la
manifestazione «esterna» di un trauma psichico originario, di cui il paziente non
è cosciente e che può essere individuato attraverso l’analisi, così il sogno –
come è ricordato e verbalizzato (contenuto manifesto) – non è che
l’espressione di un contenuto latente, nascosto. Il contenuto latente si
trasforma nel contenuto manifesto attraverso il lavoro onirico, dando luogo a
un contenuto apparentemente senza senso. Questa trasformazione-
deformazione è imposta dalla funzione psichica della «censura» che blocca
l’accesso dei desideri (di natura sessuale e connessi al complesso edipico)
dall’inconscio al livello cosciente. In questo senso il sogno può essere definito
come l’«appagamento di un desiderio», perché consente al desiderio stesso di
manifestarsi, seppure in forma mascherata. L’analisi permette di individuare il
senso del sogno attraverso le associazioni che il paziente fa in relazione agli
elementi del contenuto manifesto.
Tra la fine degli anni ’90 del secolo scorso e i primi anni ’20, Freud elaborò
una teoria generale della psiche e propose un modello di terapia dei disturbi
psichici attraverso molteplici opere dedicate ai fenomeni osservati nella vita
psichica normale e patologica, all’analisi dei princìpi teorici della sua
concezione e alla descrizione e interpretazione di casi clinici.
Particolare rilievo in questo periodo ebbero le opere dedicate alle dimenticanze, ai lapsus e agli atti
mancati (Zur Psychophathologie des Alltagslebens [Psicopatologia della vita quotidiana], 1901); allo sviluppo
psicosessuale del bambino (Drei Abhandlungen zur Sexualtheorie [Tre saggi sulla teoria sessuale], 1905); al
motto di spirito (Der Witz und seine Beziehung zum Unbewussten [Il motto di spirito e la sua relazione con
l’inconscio], 1905); alla psicologia del narcisismo (Zur Einführung des Narzissmus [Introduzione al
narcisismo], 1914); a vari concetti della psicoanalisi, come il principio di piacere e il principio di realtà
(Formulierungen über die zwei Prinzipien des psychischen Geschehens [Precisazioni sui due princìpi
dell’accadere psichico], 1911), le pulsioni (Triebe und Triebschicksale [Pulsioni e loro destini] 1915), la
rimozione (Die Verdrängung [La rimozione], 1915), l’inconscio (Das Unbewusste [L’inconscio], 1915).
Notevoli furono inoltre tre opere a carattere generale, una di rivisitazione dei princìpi fino ad allora
studiati sulla dinamica delle pulsioni (Jenseits des Lustprinzips [Al di là del principio di piacere], 1920), le
altre due sull’origine del tabù dell’incesto (Totem und tabu [Totem e tabù], 1912-13) e sulla psicologia
delle folle (Massenpsychologie und Ich-Analyse [Psicologia delle masse e analisi dell’Io], 1921). La tematica
freudiana trovò un riscontro fattuale nell’analisi di vari casi clinici (isteria: «caso clinico di Dora», 1905;
fobia infantile: «caso clinico del piccolo Hans», 1909; nevrosi ossessiva: «caso clinico dell’uomo dei topi»,
1909; paranoia: «caso clinico del presidente Schreber», 1911; nevrosi infantile: «caso clinico dell’uomo dei
lupi», 1918).

Nella voce «Psicoanalisi» per lo Handwörterbuch der Sexualwissenschaft


[Dizionario di sessuologia] del 1923, Freud poteva definire compiutamente la
nuova prospettiva psicologica e psicopatologica che aveva elaborato, dopo gli
studi sull’isteria, in circa venticinque anni di ricerche. Per Freud la psicoanalisi
era sia una teoria e un metodo di ricerca in psicologia, sia un metodo
terapeutico: «Psicoanalisi è il nome: 1) di un procedimento per l’indagine di
processi psichici cui altrimenti sarebbe pressoché impossibile accedere; 2) di
un metodo terapeutico (basato su tale indagine) per il trattamento dei disturbi
nevrotici; 3) di una serie di conoscenze psicologiche acquisite per questa via
che gradualmente si assommano e convergono in una nuova disciplina
scientifica» (p. 439). Sintetizzando il passaggio dalla impostazione seguita da
Breuer a quella tipicamente psicoanalitica, Freud sottolineava da una parte il
rifiuto dell’idea per la quale l’origine dei sintomi isterici era nel blocco di un
processo psichico «gravato di intenso affetto» e nella sua conversione in
manifestazioni somatiche; dall’altra la necessità di introdurre il concetto di
«difesa», per la quale vi è un’opposizione attiva a un eccitamento interno o a
una rappresentazione che possono interrompere l’equilibrio psichico. Ad una
teoria che supponeva un processo di trasformazione energetica del contenuto
psichico patologico in un processo somatico, subentrava una teoria più
complessa della dinamica interna alla psiche con sotto-sistemi interattivi. Ad
una terapia basata sulla rievocazione degli eventi traumatici (catarsi) e sulla
liberazione degli affetti bloccati (abreazione), si sostituiva una nuova terapia,
quella psicoanalitica, fondata sullo svelamento delle rappresentazioni respinte o
conservate nell’inconscio.
Nella teoria elaborata fino al 1920 circa, Freud collocava la dinamica degli
affetti all’interno di un «apparato psichico» suddiviso in sistemi aventi funzioni
diverse: inconscio, preconscio e conscio. Si tratta della prima «topica»
(letteralmente, «teoria dei luoghi»). Dopo il 1920 Freud propose un’altra teoria
dell’apparato psichico, la seconda topica, basata sulla differenziazione tra Es, Io
e Super-io. La struttura dell’apparato psichico sarebbe stata considerata dal
«punto di vista topico della psicoanalisi», mentre il «punto di vista dinamico»
avrebbe studiato i fenomeni psichici in relazione alle forze che agiscono nella
psiche, sulla base («punto di vista economico») dell’energia che circola e si
distribuisce in essa. L’insieme dei tre punti di vista costituiva per Freud la
«metapsicologia» (Metapsychologie), lo studio dei princìpi teorici e delle ipotesi
della psicoanalisi.
L’introduzione della seconda topica e il tentativo di conciliare i vari punti di vista sono documentati
nelle opere principali pubblicate dopo il 1920: Das Ich und das Es [L’Io e l’Es] nel 1923; Hemmung,
Symptom und Angst [Inibizione, sintomo e angoscia] nel 1926. In questi ultimi anni Freud scrisse anche
una serie di libri di carattere più generale come Die Zukunft einer Illusion [L’avvenire di un’illusione] nel
1927, Das Unbehagen in der Kultur [Il disagio della civiltà] nel 1930, oltre a saggi di carattere più
metodologico come Die endliche und unendliche Analyse [Analisi terminabile e interminabile] nel 1937 e
Konstruktionen in der Analyse [Costruzioni nell’analisi] nel 1937, e al «romanzo storico», come lo chiamò
lo stesso Freud, su Der Mann Moses und die monotheistische Religion [L’uomo Mosè e la religione
monoteistica] (1937-38). Un quadro complessivo della teoria freudiana, già dato nelle Vorlesungen zur
Einführung in die Psychoanalyse [Introduzione alla psicoanalisi] pubblicate nel 1916-17, fu aggiornato nella
nuova serie di lezioni del 1933. Un’ultima sintesi, rimasta incompiuta per la malattia, fu avviata nel 1938
e pubblicata postuma nel 1940: Abriss der Psychoanalyse [Compendio di psicoanalisi].
Struttura dell’apparato psichico e princìpi metapsicologici. Per delineare alcuni aspetti
teorici fondamentali della teoria psicoanalitica ci si può riferire all’ultima
versione sistematica che Freud scrisse nel 1938 per il suo Compendio di
psicoanalisi. Secondo la prima topica, l’apparato psichico si divideva in
inconscio, preconscio e conscio; secondo la seconda topica adottata nel
Compendio, si divide ora in Es, Io e Super-io. L’Es (in tedesco, pronome neutro
di terza persona singolare corrispondente al latino id) rappresenta per la psiche
il patrimonio ereditario e la sede di origine delle pulsioni. Il rapporto tra l’Es
di un individuo e il mondo esterno è mediato dall’Io che, ai fini
dell’autoconservazione dell’individuo stesso, svolge la funzione di conoscere e
valutare gli stimoli esterni e interni. Dall’Io si sviluppa durante l’infanzia il
Super-io, nel quale si collocano le influenze dei genitori e delle altre persone
del proprio ambiente sociale («Si vede dunque – scrive Freud – che l’Es e il
Super-io, pur differendo in molte cose fondamentali, in una cosa concordano,
nel fatto di rappresentare entrambi gli influssi del passato, l’Es l’influsso di ciò
che l’individuo ha ereditato, il Super-io essenzialmente di ciò che egli ha
recepito da altre persone; l’Io è determinato invece principalmente da ciò che
l’individuo ha sperimentato di persona, dunque da eventi accidentali e attuali»,
1940, p. 574).
I bisogni dell’organismo si esprimono e sono soddisfatti nella vita psichica
sotto forma di pulsioni. L’istinto (Instinkt) è un comportamento innato,
proprio di una determinata specie animale, generato per annullare la tensione
determinata dal bisogno. La pulsione (Trieb) è la rappresentazione psichica del
bisogno, arriva in virtù della sua forza (spinta) alla meta, cioè alla soppressione
della tensione prodotta dall’eccitazione somatica (fonte), seguendo una
dinamica nettamente più mobile e articolata di quella dell’istinto, dirigendosi
non necessariamente su un oggetto specifico, ma su oggetti che possono variare
nel tempo. Nel caso della pulsione sessuale, ad esempio, la fonte è costituita
dagli organi sessuali genitali, l’oggetto può essere una persona, la meta può
essere il coito. Tuttavia, come ha mostrato Freud proprio a proposito della
pulsione sessuale, la pulsione si esprime attraverso fonti, oggetti e mete diverse
(così la pulsione sessuale può avere una fonte erogena diversa da quella
genitale: ad esempio nel neonato la zona erogena è quella orale, la meta è la
suzione realizzata attraverso il proprio corpo, non vi è un oggetto sessuale
esterno). Nell’ultima fase del suo pensiero Freud divise le pulsioni
fondamentali in due grandi categorie, le pulsioni di vita (la cui energia è
denominata in generale libìdo, termine precedentemente usato da Freud per
indicare l’energia della pulsione sessuale) e le pulsioni di morte. Queste
pulsioni interagiscono tra di loro nella dinamica psichica, come accade pure,
diceva Freud in un’ottica cosmogonica, nel mondo biologico e persino in
quello inorganico («Nelle funzioni biologiche le due pulsioni fondamentali
agiscono l’una contro l’altra, oppure si combinano insieme. Così l’atto del
mangiare è una distruzione dell’oggetto con il fine ultimo di incorporarlo, e
l’atto sessuale un’aggressione che si propone la più profonda delle unificazioni.
Da questa cooperazione e da questo contrasto delle due pulsioni fondamentali
traggono origine i molteplici e variopinti fenomeni dell’esistenza. L’analogia
delle nostre due pulsioni fondamentali si estende al di là del campo del vivente
fino a raggiungere la sfera inorganica dominata dalla coppia di opposti
attrazione-repulsione», p. 576).
Il concetto di pulsione era stato elaborato da Freud soprattutto nella sfera
della vita psichica sessuale, in particolare nello studio dello «sviluppo della
funzione sessuale». Le «scoperte principali» della psicoanalisi in merito alla
sessualità erano state, per Freud, in primo luogo il fatto che la sessualità non
emerge nella pubertà, ma si manifesta subito poco dopo la nascita; essa non si
identifica con la genitalità, con il coito, ma comprende una vasta gamma di
attività non esclusivamente genitali; il piacere sessuale può essere prodotto da
zone del corpo non direttamente legate al coito e alla procreazione. Lo
sviluppo della sessualità infantile era stato cadenzato da Freud in varie fasi, da
quella orale a quella anale a quella fallica, durante le quali le zone erogene
relative dominano nella produzione del piacere sessuale. Durante la pubertà
matura la fase genitale che prelude alla vita sessuale adulta. Il processo
evolutivo è la base per la comprensione dei processi involutivi che possono
insorgere nella vita psichica adulta, sotto forma di perversioni sessuali o di
disturbi psichici come le nevrosi.
Coll’importanza assegnata alla sessualità nella vita psichica, Freud assimilò – pur leggendola in chiave
psicodinamica – la letteratura che sul tema della psicologia e psicopatologia sessuale era cresciuta
smisuratamente negli ultimi decenni del secolo. L’opera principale, diffusissima, fu Psychopathia sexualis
(1886) del medico austriaco Richard von Krafft-Ebing (1840-1902). Nel 1899 fu fondato un periodico
specializzato, lo «Jahrbuch für sexuelle Zwischenstufen» [Annuario delle fasi sessuali intermedie]. Altre
opere importanti furono quelle dello psichiatra tedesco Albert Moll (1862-1939), tra cui Untersuchungen
über die Libido sexualis [Ricerche sulla libido sessuale] del 1898, e i sette volumi di Studies in the psychology
of sex (dal 1897) dello psicologo inglese Henry H. Ellis (1859-1939). Con il medico tedesco Iwan Bloch
(1872-1922) nacque la sessuologia (in ted., Sexualwissenschaft) come autonomo approccio
interdisciplinare, dalla biologia alla medicina dalla psicologia e sociologia alla criminologia, allo studio dei
fenomeni e problemi della sessualità. Bloch pubblicò nel 1906 Das Sexualleben unserer Zeit in seinen
Beziehungen zur modernen Kultur [La vita sessuale dei nostri tempi nei suoi rapporti con la civiltà
moderna], un libro di grande successo. Il primo periodico dedicato alla sessuologia («Zeitschrift für
Sexualwissenschaft») nacque nel 1908 per l’iniziativa del medico tedesco Magnus Hirschfeld (1868-
1935), cui si deve anche la fondazione dello Institut für Sexualwissenschaft a Berlino nel 1919. A
differenza di Freud che nei Tre saggi sulla teoria sessuale aveva considerato l’omosessualità una
«aberrazione», Hirschfeld sostenne che essa era una manifestazione normale della sessualità e non doveva
essere discriminata, una posizione che suscitò dure reazioni nella società tedesca del primo Novecento.
L’Istituto fu chiuso nel 1933 dalle autorità naziste.
Grande fascino suscitò la tesi di una intrinseca bisessualità dell’individuo umano, illustrata nel libro di
grande successo Geschlecht und Charakter [Sesso e carattere] del 1903 di Otto Weininger (1880-1904) e in
altre opere meno note come Libido und Manie [Libido e mania] (1903) di G. Herman (pseudonimo di
Maximilian Ferdinand Sebaldt von Werth, 1859-1916) e Der Ablauf des Lebens [Il corso della vita] (1906)
di Wilhelm Fliess (1858-1928), amico di Freud. Tuttavia, come Freud rimarcava nei Tre saggi sulla teoria
sessuale (1905), era stata trascurata la «sessualità infantile», con l’unica eccezione di rilievo del saggio Das
Saugen an den Fingern, Lippen etc. bei den Kindern (Ludeln) [La suzione delle dita, delle labbra, ecc. nei
bambini (Ciucciare con piacere)] pubblicato nel 1879-80 dal pediatra ungherese Samuel Lindner. Un
panorama sistematico di tutti fenomeni e i problemi connessi alla sessualità dalla fisiologia e medicina alla
psicologia e sociologia fu presentato dal neurologo e psichiatra svizzero Auguste Henri Forel (1849-
1931), direttore dell’Istituto psichiatrico di Zurigo dal 1879 al 1898, nel libro Die sexuelle Frage: Eine
naturwissenschaftliche, hygienische und soziologische Studie für Gebildete [La questione sessuale: uno studio dal
punto di vista delle scienze naturali, dell’igiene e della sociologia] del 1905, più volte ristampato e
tradotto in varie lingue.

La «storia evolutiva dell’individuo» diviene fondamentale per comprendere la


dinamica dei processi psichici in età adulta. I processi psichici si qualificano
(Freud usa l’espressione «qualità psichiche» per l’inconscio, il preconscio e il
conscio) in base al grado di coscienzialità che possiedono per l’individuo.
Alcuni processi psichici inconsci divengono consci, e per questa potenzialità
sono definiti preconsci, ma nella maggior parte rimangono inconsci. Nella vita
psichica si realizza una «resistenza» (Widerstand) al far divenire cosciente ciò che
è inconscio e queste resistenze divengono evidenti nel processo terapeutico. Vi
è una relazione dinamica tra le qualità psichiche (ciò che era stato delineato
nella prima topica) e i sistemi (o istanze o province) dell’apparato psichico
(descritti nella seconda topica). Le funzioni dell’Io e del Super-io possono
essere consce, sono spesso preconsce, e ancor più di frequente sono inconsce.
L’Es è invece caratterizzato dalla qualità dell’inconscio. Evolutivamente, la
relazione tra le qualità psichiche e le istanze dell’Io e Super-io è stata così
definita da Freud: «Originariamente tutto era Es, l’Io si è sviluppato dall’Es per
l’influsso persistente del mondo esterno. Nel corso di questa lenta evoluzione,
determinati contenuti dell’Es si sono trasformati, assumendo lo stato
preconscio, e perciò sono stati accolti dall’Io. Altri sono rimasti immutati
nell’Es, costituendone il nucleo difficilmente accessibile. Tuttavia, sempre nel
corso di questa evoluzione, il giovane e fragile Io ha riconvertito nello stato
inconscio determinati contenuti che aveva precedentemente accolti, li ha
lasciati cadere, e, nei confronti di certe nuove impressioni che avrebbe potuto
accogliere, si è comportato in modo tale che queste, essendo state respinte,
hanno potuto lasciare una traccia soltanto nell’Es. In considerazione della sua
origine, chiamiamo questa parte dell’Es il rimosso» (1940, pp. 589-90).
Le leggi che regolano i processi nell’inconscio o nell’Es rientrano nel
«processo primario», mentre quelle che guidano i processi nel preconscio-
conscio o nell’Io appartengono al «processo secondario». Questi due processi
sono regolati rispettivamente dal principio di piacere e dal principio di realtà,
discussi sistematicamente nel lavoro del 1911 Precisazioni sui due princìpi
dell’accadere psichico. Per il principio del piacere, Freud aveva scritto in quel
saggio: «I processi mirano a ottenere piacere; dagli eventi che possono
provocare dispiacere l’attività psichica si ritrae (rimozione) [Verdrängung]. Il
nostro sognare notturno e la nostra tendenza a staccarci nella vita vigile dalle
impressioni penose costituiscono i residui del dominio di questo principio, e
testimoniano la sua potenza» (p. 454). Per il principio di realtà, invece, si
impone un «esame di realtà» ai fini del conseguimento del piacere; non vi è
una rappresentazione allucinatoria dell’oggetto desiderato, come nel processo
primario, ma si produce una rappresentazione mentale adeguata a «esplorare»
la realtà per ottenere una reale soddisfazione del bisogno.
La tecnica psicoanalitica. Nel trattamento analitico, come è stato già notato, la
«regola fondamentale» è quella per la quale il paziente è impegnato a
comunicare liberamente all’analista tutto quanto gli viene in mente, anche ciò
che gli risulta «sgradevole», «irrilevante» o «assurdo» («Se riesce, attenendosi a
queste istruzioni, a far tacere la sua autocritica, egli ci offrirà una quantità di
materiale, pensieri, idee improvvise, ricordi, che stanno ancora sotto l’influsso
dell’inconscio, spesso ne derivano direttamente, e dunque ci metterà in grado
di indovinare l’inconscio in lui rimosso e di estendere, grazie alle nostre
comunicazioni, le conoscenze del suo Io riguardanti il suo inconscio», 1940, p.
601). In questo processo di svelamento del rimosso e dell’inconscio, si produce
un fenomeno di grande rilevanza, notato già da altri psichiatri e psicopatologi,
ma da Freud messo in evidenza e considerato nella sua portata teorica e
pratica. Si tratta del fenomeno del transfert (o traslazione, Übertragung), per il
quale il paziente «ravvisa [...] nell’analista un ritorno – reincarnazione – di una
persona importante della sua infanzia, del suo passato, e trasferisce perciò su di
lui sentimenti e reazioni che certamente erano destinati a quel modello» (1940,
pp. 601-2). Il transfert è ambivalente, contiene atteggiamenti positivi nei
confronti dell’analista, ma anche negativi. Il paziente si comporta con l’analista
come si sarebbe comportato con i genitori, «anziché riferire, ‘agisce’ per così
dire teatralmente davanti a noi», e «ci squaderna un pezzo di storia della sua
vita sulla quale altrimenti avrebbe potuto fornire soltanto qualche insufficiente
ragguaglio» (1940, p. 603). In questa situazione si può innescare il «desiderio
erotico», un tempo diretto verso il genitore e ora trasferito sull’analista. È un
momento che inevitabilmente avviene, ma che deve assolutamente essere
bloccato («relazioni sessuali vere e proprie tra paziente e analista sono
assolutamente da escludere», precisava Freud, 1940, p. 603) proprio per
consentire il proseguimento dell’analisi. Il transfert è un momento necessario
nel processo di quell’«ampliamento della conoscenza di sé» che si propone
l’analisi e che comporta continuamente un superamento delle resistenze che il
paziente oppone alle interpretazioni che l’analista dà dei suoi sogni e dei suoi
atti mancati, e alle costruzioni (o ricostruzioni) che fa del suo passato, un
passato dimenticato e che una volta riaffiorato alla coscienza è incomprensibile.
Una «visione del mondo». Nell’ultima lezione di Introduzione alla psicoanalisi,
scritta nel 1932, ma pubblicata con la data del 1933, Freud si chiedeva se la
psicoanalisi poteva essere concepita come una nuova «visione del mondo»
[Weltanschauung], cioè «una costruzione intellettuale che, partendo da una
determinata ipotesi generale, risolve in modo unitario tutti i problemi della
nostra vita e nella quale, per conseguenza, nessun problema rimane aperto e
tutto ciò che ci interessa trova la sua precisa collocazione» (p. 262). E
rispondeva decisamente che la psicoanalisi non era una nuova «visione del
mondo», ma solo una scienza particolare, che nell’ambito del suo oggetto di
indagine, la psiche, contribuiva alla visione scientifica del mondo, una visione
non esaustiva e totalizzante, ma limitata a ciò che il progresso conoscitivo
permette di acquisire mediante l’«elaborazione intellettuale di osservazioni
accuratamente vagliate» (p. 263). La psicoanalisi aveva contribuito, per Freud,
alla moderna visione scientifica del mondo, avendo esteso la ricerca scientifica
alla sfera psichica.
Tuttavia, nel primo Novecento la psicoanalisi fu recepita di fatto come una
nuova «visione del mondo» e per questo motivo fu accolta entusiasticamente o
respinta duramente. Le critiche andarono da quelle di carattere più teorico,
relativamente alla forte componente biologica della concezione freudiana delle
pulsioni, a quelle più moralistiche sul carattere pansessuale delle idee freudiane
che avrebbero portato al diffondersi di un comportamento sessuale svincolato
dalle regole religiose e sociali. La relazione tra la psicoanalisi e il mondo
accademico della psicologia fu difficile, con differenze da paese a paese, e solo
gradualmente i princìpi della psicodinamica freudiana penetrarono nei sistemi
di psicologia elaborati dalle altre scuole. D’altra parte la psicoanalisi stessa non
mostrò interessi maggiori per quanto era acquisito dalla psicologia
contemporanea. L’influenza più penetrante della psicoanalisi si ebbe sull’arte e
sulla letteratura, sulla critica artistica e letteraria, sul cinema, insomma su tutta
la cultura del primo Novecento, che indagò la genesi inconscia e irrazionale
della vita psichica e dei prodotti dello spirito umano. Infine, quanto Freud
aveva esposto in Il disagio della civiltà (1930) sulla repressione delle forze
psichiche individuali da parte della comunità e della civiltà in generale fu un
vero e proprio tentativo di fondare una teoria demistificatoria dei «valori» della
società umana sulla scia di quanto avevano affermato Marx e Nietzsche.
Questo aspetto del pensiero di Freud ebbe un’influenza più tardiva sulla
filosofia e la sociologia contemporanea e fu ampiamente ripreso negli anni ’60
(cfr. cap. VI).

I congressi internazionali di
psicoanalisi nel primo Novecento

Il movimento psicoanalitico dal 1902 al 1950. A partire dalla fine del 1902, quando
alcuni studiosi cominciarono a riunirsi in casa Freud, ogni mercoledì, per
affrontare ed esaminare i problemi della nuova scienza della psiche (i verbali
delle riunioni di questa ‘società psicoanalitica del mercoledì’, raccolti tra il
1906 e il 1915 da Otto Rank, sono illuminanti per comprendere lo sviluppo di
alcuni temi psicoanalitici) attorno a Freud si formò gradualmente un gruppo
di discepoli. Nel 1908 si tenne il I congresso di psicoanalisi a Salisburgo e
l’anno dopo iniziò la pubblicazione dello «Jahrbuch für psychoanalytische und
psychopathologische Forschungen» [Annuario di ricerche psicoanalitiche e
psicopatologiche]. Nel 1909 Freud si recò negli Stati Uniti assieme a Jung e
Ferenczi per tenere alcune conferenze sulla psicoanalisi alla Clark University
di Worcester nel Massachusetts, invitato dal preside, lo psicologo Stanley Hall.
La psicoanalisi si diffondeva così anche tra gli psicologi americani. Nel 1910 vi
fu un II congresso a Norimberga: si decise di fondare una nuova rivista, la
«Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse» [Rivista internazionale di
psicoanalisi] e di costituire la Associazione psicoanalitica internazionale, con lo
scopo di «Coltivare e promuovere la scienza psicoanalitica fondata da Freud,
sia come psicologia pura sia nella sua applicazione alla medicina e alle scienze
morali; garantire ai membri dell’Associazione il sostegno reciproco in tutti gli
sforzi intesi ad acquisire e diffondere le conoscenze psicoanalitiche» (Freud,
1914, p. 417), tenuto conto anche, diceva Freud, che «la scienza ufficiale aveva
promulgato contro [i seguaci della psicoanalisi] la grande messa al bando e
usato il boicottaggio contro medici e istituti che esercitavano la psicoanalisi»
(Freud, 1914, p. 416).
La psicoanalisi divenne dunque nel primo decennio del secolo un’istituzione
scientifica autonoma che organizzava i propri convegni, aveva le proprie riviste
e in particolare un proprio «statuto» per la cooptazione dei nuovi membri e il
controllo della ortodossia delle loro concezioni teoriche e terapeutiche. Nel
1912 si arrivò persino a fondare un «comitato segreto» per svolgere tali
funzioni di controllo. Quando – nel 1911 nel caso di Alfred Adler e nel 1913
nel caso di Carl G. Jung – si manifestarono i primi dissensi rispetto alle
posizioni ufficiali di Freud, la condanna degli «eretici» fu immediata. Freud,
nel saggio del 1914, Zur Geschichte der psychoanalytischen Bewegung [Per la storia
del movimento psicoanalitico], scritto nel turbine di queste prime secessioni,
fu implacabile. Da una parte rifiutò in blocco le elaborazioni teoriche proposte
da Adler e Jung, dall’altra suggerì la possibilità che queste nuove prese di
posizione fossero interpretabili in chiave psicoanalitica, paragonando gli
psicoanalisti a pazienti in trattamento analitico.
Il saggio Per la storia del movimento psicoanalitico indusse Jung a dimettersi definitivamente da presidente
dell’Associazione psicoanalitica internazionale il 20 aprile 1914. La durezza di Freud contro le secessioni
fu netta: «Debbo ora menzionare due secessioni avvenute all’interno del movimento psicoanalitico; la
prima tra la fondazione dell’Associazione nel 1910 e il congresso di Weimar del 1911, la seconda
cominciata dopo questo congresso, divenne palese a Monaco nel 1913. La delusione che mi procurarono
avrebbe potuto essere evitata se si fosse prestata maggior attenzione ai processi che si svolgono in chi è
sottoposto a trattamento psicoanalitico. Comprendevo naturalmente benissimo che al primo contatto
con le sgradevoli verità analitiche qualcuno potesse darsi alla fuga; io stesso avevo sempre affermato che la
comprensione di ciascuno viene impedita dalle sue stesse rimozioni (o meglio dalle resistenze che le
mantengono) per cui, nel rapporto con l’analisi, non si può procedere oltre un certo punto. Ma non mi
ero aspettato che chi aveva raggiunto una certa profondità nella comprensione dell’analisi, potesse poi
rinunciare ad essa fino a perderla del tutto. Eppure l’esperienza quotidiana fatta sui malati aveva
dimostrato che il rigetto totale delle conoscenze analitiche può partire da ogni livello di profondità nel
quale si presenti una resistenza particolarmente forte; anche quando, con lavoro faticoso, siamo riusciti a
far sì che un malato abbia afferrato parti del sapere analitico fino a saperle maneggiare come cosa propria,
ciononostante possiamo verificare che egli mandi all’aria tutto ciò che aveva appreso e si ribelli come nel
bel mezzo dei suoi giorni di noviziato. Dovetti apprendere che con gli psicoanalisti le cose possono
svolgersi esattamente come con i pazienti in analisi. Non è compito facile né invidiabile scrivere la storia
di queste due secessioni, perché da un lato mi manca un forte stimolo personale a farlo – non mi sono
mai aspettato gratitudine, né sono abbastanza vendicativo –, dall’altro so che scrivendola mi espongo alle
invettive di avversari privi di scrupoli e fornisco ai nemici dell’analisi lo spettacolo graditissimo di come
‘gli psicoanalisti si sbranano a vicenda’. Sono riuscito con tanto sforzo a impedirmi di polemizzare con
gli avversari fuori dell’analisi, e ora mi vedo costretto ad affrontare la lotta con i miei vecchi seguaci o con
coloro che ancor oggi vogliono dirsi tali. Ma non rimane altra scelta; tacere sarebbe comodo o vile e
nuocerebbe alla causa più che confessare apertamente i danni subiti. Chi si sia interessato di altri
movimenti scientifici saprà che turbamenti e dissapori del tutto analoghi sogliono presentarsi ovunque.
Forse altrove vengono celati con maggior cura; la psicoanalisi, che rinnega molti ideali convenzionali, è
più sincera anche in queste cose. Un altro inconveniente molto rilevante è che non posso evitare del
tutto di sottoporre i due campi avversari a un chiarimento di tipo analitico [...] Lascio questo compito ad
altre persone qualificate nel campo dell’analisi [...] Dei due movimenti descritti, quello adleriano è
indubbiamente il più significativo; radicalmente errato, esso si segnala tuttavia per rigore e coerenza.
Inoltre si fonda pur sempre su una teoria delle pulsioni. La modifica junghiana invece ha allentato il
nesso tra fenomeni e vita pulsionale; del resto, come rilevano i suoi critici (Abraham, Ferenczi, Jones),
essa è così confusa, nebulosa e intricata che non è facile prendere posizione nei suoi confronti. Da
qualunque parte la prendiamo, dobbiamo esser pronti a sentirci dire che l’abbiamo fraintesa, ma non si
capisce in qual modo si possa intenderla rettamente. Essa si presenta in maniera stranamente oscillante,
ora come ‘una divergenza affatto innocua che non vale lo schiamazzo che le si è levato dintorno’ (Jung),
ora come un nuovo messaggio di salvezza che inaugurerebbe non solo una nuova era per la psicoanalisi,
ma addirittura una nuova Weltanschauung per il mondo intero» (pp. 421-23, 432).

La scuola freudiana si caratterizzò presto rispetto alle altre scuole della


psicologia della prima metà del secolo non solo per la specificità della propria
prospettiva teorica, ma anche per la rigida struttura associativa dei propri
membri, tra i quali uno era stato spesso l’analista di un altro. Inoltre la
psicoanalisi si sviluppò al di fuori del mondo universitario, presentandosi in
genere come un orientamento terapeutico seguito da professionisti privati,
piuttosto che come una linea di ricerca svolta in istituzioni pubbliche. Fino alla
sua morte, nel 1939, Freud fu il «padre» di una grande famiglia, e si è visto
come egli fosse duramente critico verso ogni tentativo di messa in discussione
della sua posizione da parte dei propri «figli». La ricostruzione che Freud fece
delle secessioni di Adler, Jung ed altri, ha portato a parlare di questi psicologi
come di eretici e trasgressori rispetto alle idee del maestro. Di fatto, si trattò
spesso di sviluppi originali all’interno della teoria freudiana che non possono
essere considerati pure e semplici deviazioni dal pensiero freudiano verso un
impoverimento teorico e terapeutico.
Nell’ambito del movimento psicoanalitico fino al 1950, i contributi più
significativi furono dati da Anna Freud, da Melanie Klein e da Heinz
Hartmann. Le loro opere introdussero innovazioni e ampliamenti concettuali
di carattere generale nella teoria freudiana originaria. Numerosi altri
psicoanalisti approfondirono tematiche più specifiche.
L’opera più rilevante di Anna Freud (1895-1982) (emigrata col padre nel
1938 a Londra dove fondò le Hampstead War Nurseries per i bambini
abbandonati e poi lo Hampstead Child-Therapy Course e lo Hampstead
Child-Therapy Clinic per la formazione di terapeuti infantili) è Das Ich und die
Abwehrmechanismen [L’Io e i meccanismi di difesa] del 1936, nella quale sono
analizzate le funzioni dell’Io, considerate centrali nella fondazione della
personalità, in particolare nel quadro di una prospettiva evolutiva. Il ruolo
dell’Io è fondamentale per i processi di adattamento dell’individuo all’ambiente
nell’opera più significativa di Hartmann, intitolata appunto Ego psychology and
the problem of adaptation (1939). Hartmann (1894-1970), emigrato da Vienna
negli Stati Uniti nel 1935, concepì l’Io come un sistema psichico autonomo
nella sua genesi rispetto all’Es, dotato di proprie funzioni finalizzate
all’adattamento.
Con le opere di Anna Freud e di Hartmann si costituì la «psicoanalisi dell’Io»
o anche «psicologia dell’Io» che, diffusasi soprattutto negli Stati Uniti,
accentuò sempre di più le caratteristiche adattative della psiche in una
prospettiva naturalistico-biologica (per Hartmann la psicoanalisi era una
«scienza naturale dello psichico»). La psicoanalisi avrebbe potuto usufruire dei
contributi della psicologia generale ed evolutiva aderente alle stesse nozioni di
adattamento. La psicoanalisi si inseriva così in un progetto più vasto di ricerca
sullo sviluppo psichico nelle sue componenti biologiche, dinamiche e
cognitive in stretta interazione con le ricerche di psicologia provenienti da
tradizioni non analitiche. Questo progetto fu avviato tra gli psicoanalisti e
psicologi nord-americani alla fine degli anni ’50.

Melanie Klein ►

Sebbene Anna Freud avesse messo in evidenza l’importanza dell’indagine


analitica nei bambini per la fondazione di una teoria psicoanalitica generale
della personalità, fu Melanie Klein (1882-1960) a gettare le basi per una
psicoanalisi infantile che non ripercorresse la psicoanalisi tradizionale nata
dall’indagine sugli adulti. Attraverso l’introduzione di nuove tecniche, come
quella rappresentata dall’osservazione del gioco infantile («Nel gioco i bambini
riproducono simbolicamente fantasie, desideri, esperienze. Nel farlo si
servono dello stesso linguaggio, della stessa forma di espressione arcaica e
filogeneticamente acquisita che ci è ben nota nei sogni», 1926, p. 156), sarebbe
stato possibile accedere alla dinamica della psiche infantile. Nella sua opera più
sistematica tra le due guerre mondiali, The psycho-analysis of children (1932), la
Klein richiamò l’attenzione sul mondo psichico (un «teatro interno») della
primissima infanzia, costituito da fantasie o fantasmi inconsci preesistenti alle
rappresentazioni psichiche che si formeranno in seguito nell’interazione con
l’ambiente esterno. Le fantasie inconsce strutturano il mondo psichico
primitivo del bambino, organizzano la relazione del bambino con gli oggetti
delle pulsioni.
La diffusione della psicoanalisi può essere vista come una graduale penetrazione geografica delle idee
freudiane prima nei paesi vicini a Vienna, nell’area mitteleuropea, poi nei paesi anglosassoni e quindi in
quelli latini.
Tra i primi psicoanalisti viennesi, una posizione originale ebbe Otto Rank (1884-1941), trasferitosi da
Vienna a Parigi nel 1926, per i suoi studi di psicoanalisi dell’arte e della letteratura e per la sua monografia
Das Trauma der Geburt [Il trauma della nascita] (1924). Studi originali sulle psicosi e sull’Io furono
compiuti da Paul Federn (1872-1950). Tra gli altri psicoanalisti viennesi emigrati, Otto Fenichel (1898-
1946), dal 1935 a Praga e dal 1938 a Los Angeles, divenne notissimo per i suoi studi sulla tecnica
psicoanalitica e per un trattato sistematico di psicoanalisi (The psychoanalytic theory of neurosis, 1945).
In Germania, una Società psicoanalitica fu fondata a Berlino nel 1910 da Karl Abraham (1877-1925),
fedele seguace delle idee freudiane (fu membro del «comitato segreto»), autore del saggio Versuch einer
Entwicklungsgeschichte der Libido auf Grund der Psychoanalyse seelischer Störungen [Tentativo di una storia
evolutiva della libido sulla base della psicoanalisi dei disturbi psichici] del 1924. Nel 1920, a Berlino, fu
fondato da Max Eitingon (1881-1943) e rimase operante fino al 1930 il Policlinico psicoanalitico, il
primo istituto con lo scopo precipuo di realizzare la formazione degli analisti. Al Policlinico si formarono
e lavorarono, tra gli altri, Hanns Sachs (1891-1947), direttore della rivista «Imago» e studioso di
psicoanalisi dell’arte; Franz Alexander (1891-1964), trasferitosi nel 1923 a Chicago, noto per il suo
modello psicoanalitico dei disturbi psicosomatici (Psychosomatic medicine, 1950); Ernst Simmel (1882-
1947), studioso delle nevrosi di guerra. Altro noto psicoanalista fu Theodor Reik (1888-1969), emigrato
nel 1938 prima in Olanda e poi negli Stati Uniti, autore nel periodo tedesco di interessanti ricerche di
psicoanalisi della religione e di antropologia (Die Pubertätsriten der Wilden [I riti della pubertà fra i selvaggi]
del 1915-16). Figura originale, relativamente ai margini della comunità psicoanalitica ortodossa, fu
George W. Groddeck (1886-1934), autore di Das Buch vom Es [Il libro dell’Es] del 1923, un romanzo più
che un’opera sistematica di psicologia in cui si delineano, come dirà Freud riprendendovi il termine Es,
le «forze ignote e incontrollabili» da cui siamo «vissuti». Un capitolo importante della storia della
psicoanalisi in Germania è connesso alla persecuzione degli psicoanalisti ebrei durante il nazismo (nel
1933 i libri di Freud furono bruciati a Berlino): molti di loro erano già emigrati o emigrarono all’estero,
in particolare negli Stati Uniti. Nel 1936 l’Istituto fu annesso al Deutsches Institut für psychologische
Forschung und Psychotherapie [Istituto tedesco per la ricerca psicologica e la psicoterapia],
soprannominato Istituto Göring, essendone direttore Matthias H. Göring (1879-1945), cugino del
maresciallo del Reich, Hermann W. Göring. Matthias Göring, fervente nazista, fu arrestato e morì di
tifo in carcere, alla fine della seconda guerra mondiale. All’Istituto, volto a promuovere una nuova
psicoterapia ispirata ai principi del nazismo, collaborarono e si formarono anche alcuni psicoanalisti non
ebrei, divenuti poi noti esponenti della psicoanalisi tedesca post-bellica.
In Svizzera, la psicoanalisi si diffuse attraverso Bleuler e Jung, e ne tratteremo più avanti, all’Ospedale
psichiatrico di Zurigo, il Burghölzli. La Società svizzera di psicoanalisi aderì alla Società internazionale
nel 1910. Tra gli psicoanalisti svizzeri il più noto fu il pastore protestante Oskar Pfister (1873-1956), che
si occupò della relazione tra psicoanalisi, educazione e religione (amico di Freud, ebbe con lui una fitta
corrispondenza su tali temi).
In Ungheria si formò, come disse Freud, una «splendida scuola analitica» grazie a Sandor Ferenczi
(1873-1933), che nel 1918 occupò a Budapest la prima cattedra universitaria di psicoanalisi. Nel 1920,
per le mutate condizioni politiche in Ungheria, Ferenczi fu privato dell’insegnamento e continuò la sua
attività come professionista privato. Ferenczi si interessò della tecnica terapeutica analitica introducendo
nuovi metodi che non furono pienamente accolti dalla comunità psicoanalitica ortodossa. Inoltre nel
famoso libro Thalassa, pubblicato nel 1924 con il titolo Versuch einer Genitaltheorie [Per una teoria della
genitalità], fu delineata una concezione cosmogonica della sessualità come ritorno all’utero
(simboleggiato dal mare, in greco thàlassa) e alla riunione con la madre. Con Ferenczi si formarono noti
psicoanalisti, tutti emigrati dall’Ungheria: Michael Balint (1896-1970), René Spitz (1887-1974), Sandor
Rado (1890-1981), Géza Roheim (1891-1953), autore di studi di psicoanalisi applicata all’etnologia e
all’antropologia, il già ricordato Franz Alexander, e infine Melanie Klein.
In Russia la Società psicoanalitica fu fondata a Mosca nel 1922. Il primo presidente fu Ivan D. Ermakov
(1875-1942), a lui successe nel 1925 Moisej Wul’f (1878-1971), che era stato analizzato da Karl
Abraham. Altre figure importanti della psicoanalisi russa furono Nikolaj J. Osipov (1887-1934), che
aveva lavorato nell’Ospedale psichiatrico di Zurigo, diretto da Eugen Bleuler; Sabina N. Špil’rein (più
nota come Spielrein) (1885-1941), paziente nello stesso ospedale di Zurigo e poi psicoanalista; e Vera
Schmidt (1889-1937), direttrice della sezione psicopedagogica dell’Asilo-laboratorio a Mosca, nella stessa
sede della Società psicoanalitica, per la realizzazione di un progetto educativo in un’ottica psicoanalitica,
così sintetizzato da Alberto Angelini (1988): «Nei rapporti tra bambini ed educatori si teneva conto dei
fenomeni transferali e si tentava di instaurare dei rapporti basati sull’affettività e sulla fiducia, piuttosto
che sull’autorità. Inoltre si richiedeva agli educatori un atteggiamento analitico verso se stessi. Nella
pratica, si evitavano le punizioni, ma anche le eccessive manifestazione di amore. Ci si sforzava,
complessivamente, di adattare l’ambiente fisico ai bisogni e all’età dei piccoli ospiti. I bambini godevano
della massima libertà di movimento e i loro processi di evacuazione non venivano costretti ad un
controllo rigido e artificioso. Altrettanta disponibilità veniva mostrata nei confronti delle loro
manifestazioni e curiosità sessuali» (p. 55). Nel 1925 l’Asilo fu chiuso per le critiche mosse alla sua
impostazione psicopedagogica e la stessa sorte toccò alla Società. Una Società psicoanalitica fu fondata
nel 1922 a Kazan da Aleksandr R. Lurija (1902-77), poi segretario della Società moscovita dopo il suo
trasferimento a Mosca nel 1923. Lurija, inseritosi nella prospettiva storico-culturale avviata da Lev S.
Vygotskij (1896-1934), anche lui interessato ai temi della psicoanalisi, si dimise dall’incarico di segretario
della Società nel 1926 (cfr. cap. VI). Le critiche alla psicoanalisi, dopo i tentativi di integrarla in una
psicologia di indirizzo marxista (cfr. cap. VI.2) si acuirono alla fine degli anni ’20. Tra le varie
pubblicazioni critiche di quel periodo merita un cenno Frejdizm [Freudismo] (1927) di Valentin N.
Vološinov (1896-1936), collaboratore del critico letterario Michail M. Bachtin (1895-1975), che avrebbe
ispirato sostanzialmente tale libro. Del «freudismo» si criticava soprattutto il fatto che esso concepiva la
psiche umana in modo biologico, astraendola dal contesto storico-sociale entro il quale si sviluppa e
agisce. In sostanza si riteneva che fosse un’altra tipica teoria idealistico-borghese, la cui «aspirazione
fondamentale» era quella di «fondare il mondo al di là del sociale e dello storico». Con la condanna
ideologica della psicoanalisi, divenuta norma già nella seconda metà degli anni ’20, finì ogni attività di
ricerca e di pratica terapeutica secondo l’impostazione psicoanalitica. La Società psicoanalitica fu chiusa
ufficialmente il 27 giugno 1930. Inoltre, durante la repressione stalinista, fu tragica la morte di alcuni
rappresentanti del dibattito sulla psicoanalisi. La tematica dell’inconscio fu riaffrontata solo alla fine degli
anni ’60, dopo la pubblicazione del libro di Filipp V. Bassin (1905-92), Problema bessoznatelnogo [Il
problema dell’inconscio] (1968), ma fino al 1989 non fu più ripubblicata un’opera di Freud in Unione
Sovietica. A partire dall’ultimo decennio del Novecento, è rinato in Russia un grande interesse per la
psicoanalisi. La Società russa di psicoanalisi fu ricostituita nel 1995.

Sabina Špil’rejn e Vera Schmidt



In Francia, fu fondata la Società psicoanalitica di Parigi nel 1926. La diffusione della psicoanalisi non fu
facile, ostacolata dalla psichiatria di ispirazione janetiana e dalle critiche ideologiche, come quella di
Georges Politzer (1903-42) (cfr. cap. VI). Migliore accoglienza venne dall’ambiente artistico e letterario
degli anni ’20 e ’30, in particolare dagli esponenti del surrealismo. Il rappresentante più noto della
psicoanalisi francese del primo Novecento fu Marie Bonaparte (1882-1962), che nel 1934 fondò
l’Istituto psicoanalitico di Parigi e si occupò in particolare dell’interpretazione analitica di opere
letterarie.
In Inghilterra, la Società psicoanalitica fu fondata definitivamente nel 1919. Oltre ad Anna Freud e
Melanie Klein, la psicoanalisi inglese fu rappresentata da Ernest Jones (1879-1958), famoso per la prima
monumentale biografia di Freud (The life and work of Sigmund Freud, 1953-57); da Edward Glover (1888-
1972), autore di opere sistematiche sulla psicoanalisi; da Ella F. Sharpe (1875-1947), studiosa dei processi
del sogno; ed infine da Michael Balint (1896-1970), che dopo il suo trasferimento da Budapest a Londra
sviluppò, presso la Tavistock Clinic, una metodologia di formazione psicologica dei medici, diffusasi
rapidamente negli altri paesi.
Negli Stati Uniti, la data storica della diffusione della psicoanalisi è quella già ricordata del 1909, con la
visita di Freud alla Clark University di Worcester. Nel 1911 si formarono prima una Società di
psicoanalisi di New York ad opera di Abraham A. Brill (1874-1948), e poi la Società psicoanalitica
americana, il cui primo presidente fu James J. Putnam (1846-1918). Un salto qualitativo nella
penetrazione della psicoanalisi nel mondo nord-americano fu dovuto alla grande emigrazione tra le due
guerre mondiali di molti psicoanalisti, in gran parte già menzionati: Alexander, Rado, Federn, Sachs,
Reik e Fenichel. Nel 1931 fu fondato l’Istituto di psicoanalisi di New York e nel 1932 quello di Chicago.
Uno dei nodi problematici che si pose alla psicoanalisi freudiana con questa nuova branca statunitense fu
quello della «analisi profana», l’analisi esercitata da non medici, e su cui già nel 1926 Freud aveva scritto
un intero libro (Die Frage der Laienanalyse [Il problema dell’analisi condotta da non medici]). Freud nel
poscritto del 1927 a questo libro sostenne che la presa di posizione del «gruppo di New York» contro il
trattamento analitico da parte di non medici era ingiustificata, che la «preparazione medica [era] una via
contorta e pesante per giungere alla professionalità analitica» (p. 417), che tale professionalità passava non
tanto attraverso le nozioni di medicina, ma attraverso quelle tratte «dalle scienze dello spirito, dalla
psicologia, dalla storia della civiltà, dalla sociologia» accanto a quelle tratte dalla «anatomia, biologia e
storia dell’evoluzione» (p. 417), e naturalmente attraverso la specifica preparazione psicoanalitica quale era
stata delineata da Eitingon nel Policlinico psicoanalitico di Berlino (analisi personale, formazione teorica,
analisi di controllo o supervisione). Gli psicoanalisti statunitensi rimasero comunque fermi nella loro
posizione dell’obbligo della laurea in medicina per accedere alla professione.

Le prime riviste di psicoanalisi


► In Italia (primo Novecento) La psicoanalisi incontrò l’opposizione della filosofia idealistica, della
psichiatria organicistica e della cultura cattolica. L’antisemitismo fu un altro motivo di ostacolo alla
diffusione della psicoanalisi. Nella prima diffusione della psicoanalisi si impegnarono Marco Levi
Bianchini (1875-1961), Nicola Perrotti (1897-1970) e Edoardo Weiss (1889-1971), fondatori della
Società psicoanalitica italiana nel 1925. Perrotti fondò nel 1948 la rivista «Psiche», periodico di
psicoanalisi aperto all’apporto di altre discipline, dalla filosofia alla sociologia. Weiss, autore di Elementi di
psicoanalisi (1931), con la prefazione di Freud, ristrutturò la Società nel 1932, disciolta poi nel 1938. Un
altro pioniere della psicoanalisi in Italia fu Emilio Servadio (1904-95), noto anche per i suoi saggi sulla
parapsicologia (La ricerca psichica, 1930). Una sintesi breve, ma essenziale dei temi della psicoanalisi fu data
dallo psicologo Enzo Bonaventura (1891-1943) nel libro La psicoanalisi (1938). La prima opera
sistematica italiana di rilievo, strettamente freudiana, fu scritta da Cesare L. Musatti (1897-1989): Trattato
di psicoanalisi (1949). Musatti aveva derivato l’interesse per la psicoanalisi dal suo maestro Benussi (cfr.
cap. II). Con riserve sui princìpi teorici e terapeutici, un’esposizione generale era stata già scritta dallo
psichiatra e antropologo Enrico Morselli (1852-1929) nel libro La psicoanalisi (1926).

5. La teoria di Jung
Spesso la teoria di Jung è stata caratterizzata come una ramificazione della
teoria di Freud, come uno dei tanti sviluppi, anche se il più originale,
distaccatisi da quel ceppo originario. Allo stesso modo, la personalità di Jung è
stata contrapposta a quella di Freud; anzi, accettando la lettura psicoanalitica
che Freud stesso fece della «secessione» di Jung, si è raffigurato Jung come il
figlio che si ribella al padre. Ora, il ruolo di Jung all’interno del nascente
movimento psicoanalitico fu indubbiamente importante (Freud lo considerava
il «principe ereditario»), e senz’altro significativa è la dinamica affettiva che
legò per alcuni anni Freud e Jung (quale risalta dal loro epistolario negli anni
1906-13). Eppure oggi è ormai chiaro che l’opera di Jung riflette un progetto
teorico diverso da quello freudiano, anche se la psicoanalisi ne è stata una
componente fondamentale.
Una prima fase dell’attività di Jung può essere delimitata tra il 1895 e il 1900,
periodo in cui era studente di medicina a Basilea. Jung frequentava la locale
associazione studentesca Zofingia, discutendovi argomenti di parapsicologia e
spiritismo. In una relazione del 1897 pubblicata nel 1983 col titolo inglese
Some thoughts on psychology (vi richiamò opportunamente l’attenzione Mauro
La Forgia), Jung partiva dalla lettura che era stata fatta in chiave spiritistica dei
testi di Kant, I sogni di un visionario spiegati coi sogni della metafisica e le Lezioni di
psicologia, per ampliare il concetto di «realtà psichica» a fenomeni ed esperienze
esclusi dalla psicologia scientifica (sonnambulismo, ipnosi, spiritismo,
esperienze medianiche e parapsicologiche). Nella tesi di laurea discussa nel
1900 e pubblicata nel 1902 con il titolo Zur Psychologie und Pathologie sogenannter
okkulter Phänomene [Psicologia e patologia dei cosiddetti fenomeni occulti],
Jung aveva illustrato questa nuova tematica avvalendosi anche delle esperienze
personali che aveva condotto in campo medianico.
Un secondo periodo comincia nel dicembre 1900, quando Jung si trasferì
all’Ospedale psichiatrico di Zurigo, il Burghölzli, diretto da Eugen Bleuler, ed
arriva fino al febbraio 1907, ovvero all’incontro tra Jung e Freud. Negli anni
trascorsi al Burghölzli, Jung sviluppò la tecnica delle associazioni verbali libere
in una serie di articoli raccolti nel libro Diagnostische Assoziationsstudien: Beiträge
zur experimentellen Psychopathologie [Studi diagnostici di associazioni: contributi
alla psicopatologia sperimentale] (2 voll., 1906-9). Al soggetto in esame era
presentata una lista di termini e si registravano le parole che egli vi associava.
In base al tipo di risposta e al tempo impiegato per rispondere, si potevano far
emergere i «complessi» da cui era affetto il soggetto. Jung indicava con
«complesso» [Komplex] quell’insieme di rappresentazioni, ricordi e immagini a
forte contenuto emotivo e affettivo che causava la reazione (la parola emessa in
risposta alla parola-test). Questo reattivo permetteva di affrontare in modo
oggettivo la dinamica psicopatologica («psicopatologia sperimentale») e fu
applicato da Jung nell’indagine su un caso di psicosi illustrato nella monografia
del 1907 Über die Psychologie der Dementia praecox [Psicologia della dementia
praecox].
Il test delle associazioni verbali corre lungo la storia della psicologia tra Ottocento e Novecento come
un filo rosso che lega la psicologia sperimentale, la psicopatologia e la psicologia giudiziaria. Realizzato
da Galton, il test fu usato da Wundt, da Kraepelin ed altri per studiare le associazioni verbali, e infine da
Theodor Ziehen (1862-1950), che ne mise in evidenza l’impiego nello studio dei processi emotivi. Il
futuro gestaltista Max Wertheimer e Julius Klein, allievi a Praga di Hans Gustav Adolf Gross (1847-
1915), criminologo, autore di Criminalpsychologie [Psicologia criminale] del 1898, pubblicarono nel 1904
il primo studio di applicazione del test in campo giudiziario per quella che era denominata «diagnosi
psicologica di un fatto»: le risposte fornite dal soggetto indiziato a parole-chiave relative a fatti e oggetti
significativi di un atto criminoso potevano mettere in risalto le sue reazioni emotive e svelare la sua
colpa. Wertheimer dedicò la sua tesi di dottorato alla «diagnosi di un fatto», pubblicata nel 1905. Nel
1904 Jung aveva cominciato a pubblicare assieme a Franz Riklin i primi lavori sull’uso diagnostico del
test, e in seguito nacque una polemica tra Jung e Wertheimer sulla priorità di questo impiego clinico.
La letteratura sul test delle associazioni verbali in campo clinico e giudiziario (tra cui l’articolo di Jung,
Le nuove vedute della psicologia criminale pubblicato sulla «Rivista di psicologia» nel 1908) crebbe
smisuratamente. Se ne occuparono Freud (Tatbestandsdiagnostik und Psychoanalyse [Diagnostica del fatto e
psicoanalisi], 1906), Robert M. Yerkes e Charles S. Berry (The association reaction method of mental diagnosis,
1909), William Stern in vari studi di «psicologia della testimonianza» (Psychologie der Aussage) tra il 1902 e
il 1910. Vi furono inoltre varie indagini in cui alle risposte verbali erano correlate le risposte fisiologiche
concomitanti, come il riflesso psicogalvanico e la respirazione (tesi di laurea di Ludwig Binswanger nel
1904; ricerche di Jung e coll., 1907; Vittorio Benussi, Die Atmungssymptome der Lüge [I sintomi respiratori
della menzogna], 1914), secondo una linea applicativa che avrebbe portato alla «macchina della verità»
usata in ambito giudiziario anche in tempi recenti. Gli interessi di Benussi per questi temi si ritrovano nel
suo allievo Cesare L. Musatti (Elementi di psicologia della testimonianza, 1931) e nell’allievo di questi Fabio
Metelli (Psicologia della testimonianza, 1940).
Il test delle associazioni verbali fu sviluppato da Aleksandr R. Lurija all’Istituto di psicologia di Mosca
nel «metodo motorio combinato», che richiedeva al soggetto di rispondere alle parole-test con la prima
parola associata e contemporaneamente di premere un bulbo di gomma. In base alla relazione
concomitante o sfasata tra la risposta verbale e quella motoria, Lurija studiava i «conflitti» retrostanti al
comportamento dei soggetti, normali, affetti da disturbi mentali o criminali. Lurija riportò in varie sedi
le sue esperienze con questa tecnica, fra l’altro su invito di Wertheimer nella rivista gestaltista
«Psychologische Forschung» nel 1929, e in particolare nel libro apparso in inglese nel 1932 The nature of
human conflicts or emotion, conflict and will: an objective study of disorganization and control of human behavior.
Lurija considerava quest’opera un tentativo di «psicoanalisi sperimentale» (e si è visto che Jung adottò il
test proprio per fondare una «psicopatologia sperimentale»).

Carl G. Jung ►

L’approccio sperimentale fu abbandonato da Jung quando – soprattutto dopo


la visita a Freud a Vienna nel febbraio 1907 – il suo confronto con la teoria e la
tecnica psicoanalitica diviene costante. Questo periodo, detto psicoanalitico, si
chiude nel 1913 con la «secessione» di Jung dal movimento psicoanalitico.
Jung aveva già maturato un’insoddisfazione per l’atteggiamento clinico
distaccato, proprio dello psichiatra classico del tempo, presente a suo parere
anche al Burghölzli, nonostante le innovazioni terapeutiche di Bleuler (nella
sua autobiografia Jung ricordava: «Gli anni trascorsi al Burghölzli, la clinica
psichiatrica dell’università di Zurigo, furono anni di tirocinio. I miei interessi e
le ricerche erano dominati dallo scottante problema: che accade realmente nei
malati di mente? Era qualcosa che allora non riuscivo ancora a capire, e
nessuno dei miei colleghi si era mai tormentato circa tale problema. Gli
insegnanti di psichiatria si interessavano non di quel che il paziente potesse
avere da dire, ma piuttosto della diagnosi, dell’analisi dei sintomi, di statistiche.
Dal punto di vista clinico – che era quello allora prevalente – la personalità
umana del paziente, la sua individualità, non aveva alcuna importanza. Il
medico trattava un paziente X con una lunga serie di diagnosi bell’e pronte e
una minuziosa sintomatologia. Il paziente era catalogato, bollato con una
diagnosi, e, per lo più, la faccenda finiva così. La psicologia del malato mentale
non aveva nessuna parte da adempiere», 1962, p. 152). La psicoanalisi forniva
invece un nuovo modo di rapportarsi alla malattia mentale, faceva divenire
centrale la dimensione psicologica e quella psicoterapeutica rispetto alla
impostazione classificatoria della psichiatria ufficiale. Nel 1909 Jung lasciò il
Burghölzli definitivamente e si dedicò allo studio delle malattie mentali in una
prospettiva che teneva conto delle innovazioni teoriche della psicoanalisi, ma
allo stesso tempo introduceva elementi ad essa estranei. L’opera più importante
di questo periodo è Wandlungen und Symbole der Libido [Trasformazioni e
simboli della libido] del 1911-12. Si basava sul caso della giovane Frank Miller,
una studentessa di ricca immaginazione autosuggestiva, le cui fantasie erano
state pubblicate nel 1906 dallo psicologo francese Théodore Flournoy (1854-
1920), studioso dei fenomeni parapsicologici e dello spiritismo, autore del
famoso libro sul caso della medium Hélène Smith, Des Indes à la planète Mars:
étude sur un cas de sonnambulisme avec glossolalie (1900). Jung interpretò le fantasie
della Miller ricollegandole a miti religiosi antichissimi e a simboli universali
che sarebbero emersi dal suo inconscio. I simboli erano per Jung espressioni o
trasformazioni di una energia psichica in generale, chiamata «libido», che non
era più la libido intesa come energia o istinto sessuale («È più prudente –
scriveva Jung, 1911-12 –, parlando della libido, intendere con questo termine
un valore energetico suscettibile di comunicarsi a una sfera qualsiasi di attività:
potenza, fame, odio, sessualità, religione, eccetera, senza essere un istinto
specifico», p. 140). La teoria sessuale dell’origine delle nevrosi era rifiutata in
nome di una teoria psicologica basata sul concetto di libido come energia
psichica in generale (Jung preferirà negli anni seguenti abbandonare il termine
equivoco di libido e parlare direttamente di «energia psichica»; cfr. ad esempio
Über die Energetik der Seele [Energetica psichica] del 1928). La psiche umana si
sviluppa quindi per le trasformazioni di questa energia, che può essere anche
energia psicosessuale, ma non si identifica con essa. Freud, in una nota
aggiunta nel 1914 alla ristampa dei Tre saggi sulla teoria sessuale – e dunque dopo
il libro di Jung del 1912 sulla libido, come fece notare lo stesso Jung in Die
Psychologie der unbewussten Prozesse [Psicologia dell’inconscio] del 1942 – aveva
invece precisato che la libido, come forza relativa all’«eccitamento sessuale»,
doveva essere distinta dall’«energia che in generale dev’essere supposta nei
processi psichici» (Freud, 1905, p. 523).
Nel 1913 Jung abbandonò il movimento psicoanalitico, nel quale aveva
conquistato posizioni di rilievo, e sviluppò ulteriormente la propria teoria
psicologica. Tra il 1913 e il 1919 fu cruciale l’autoanalisi che Jung compì
sistematicamente ogni giorno annotando i propri sogni e le proprie fantasie,
un viaggio nel profondo dell’inconscio simile alla discesa di Ulisse agli Inferi
(viaggio che egli chiamava appunto nèkyia o «sacrificio funebre», come il titolo
dell’episodio narrato nell’XI libro dell’Odissea: «Quelle prime fantasie e quei
sogni erano come magma fuso e incandescente: da essi si cristallizzò la pietra
che potei scolpire. Gli anni più importanti della mia vita furono quelli in cui
inseguivo le mie immagini interne. In quegli anni si decise tutto ciò che era
essenziale; tutto cominciò allora. I dettagli posteriori sono solo complementi e
chiarificazioni del materiale che scaturì dall’inconscio, e che da principio mi
travolse nelle sue onde: ma fu esso la materia prima di un lavoro che durò tutta
la vita» (1962, p. 244).
Nel 1921 fu pubblicata l’altra opera fondamentale di Jung, Psychologische Typen
[Tipi psicologici]. Vi era descritta la struttura della psiche, articolata in quattro
funzioni (pensiero, sentimento, sensazione e intuizione) e in due atteggiamenti
fondamentali (l’introversione e l’estroversione). Nei singoli individui domina
sia un atteggiamento sull’altro (tipo introverso rivolto verso la vita soggettiva e
tipo estroverso rivolto verso il mondo esterno), sia una funzione sulle altre tre.
Il tipo complementare non dominante e le funzioni non dominanti
rimangono comunque attive a un livello inconscio in ogni individuo.
Avvalendosi di una vastissima serie di fonti filosofiche, religiose e letterarie,
Jung poneva in evidenza come l’introversione e l’estroversione dei poeti,
filosofi e scienziati del passato avessero originato visioni differenti del mondo.
Con Tipi psicologici si era ormai delineata una completa teoria della psiche
denominata da Jung «psicologia analitica» (espressione usata per la prima volta
nella conferenza del 1913 General aspects of psychoanalysis), una concezione ben
distinta dalla «psicoanalisi» freudiana. Jung esporrà sistematicamente il suo
pensiero in due brevi testi pubblicati nel 1916-17, rivisti e pubblicati
successivamente con i titoli Psicologia dell’inconscio (1942, 19485) e Die
Beziehungen zwischen dem Ich und dem Unbewussten [Le relazioni tra l’Io e
l’inconscio] (1928). Negli anni successivi, fino alla morte nel 1961, Jung
approfondì vari temi della psicologia analitica, soprattutto sul versante dei
rapporti con la storia delle religioni, la cultura orientale, la mitologia e la storia
dell’alchimia.
Uno dei concetti cardine della teoria freudiana, quello di inconscio, fu
rielaborato sostanzialmente da Jung attraverso la distinzione tra inconscio
personale e inconscio collettivo. Nell’inconscio personale si trovano i
«materiali» individuali, nel secondo quelli impersonali, collettivi. In Tipi
psicologici Jung scriveva: «Possiamo distinguere un inconscio personale che
comprende in sé tutte le acquisizioni dell’esistenza personale, dunque cose
dimenticate, rimosse, percepite, pensate e sentite al di sotto della soglia di
coscienza. Accanto a questi contenuti inconsci personali esistono però altri
contenuti che non provengono da acquisizioni personali, ma dalla possibilità di
funzionamento che la psiche ha ereditato, cioè dalla struttura cerebrale
ereditata. Queste sono le trame mitologiche, i motivi e le immagini che in
ogni tempo e luogo possono riformarsi indipendentemente da ogni tradizione
e migrazione storica. Questi contenuti io li denomino collettivamente inconsci»
(p. 462). L’espressione tipica dell’inconscio collettivo sono le immagini
primordiali o «archetipi». Si tratta di immagini a carattere arcaico, proprie di
un’epoca o di tutta l’umanità, che si manifestano – al livello individuale – nei
sogni, nell’immaginazione provocata e nei disegni liberi, e – al livello
collettivo – si «concretizzano nei miti, nelle fiabe e nelle opere d’arte» (p. 453).
Jung ha ribadito più volte che gli archetipi non sono contenuti o rappresentazioni inconsce, ma sono
delle «forme» che strutturano l’inconscio collettivo (in L’Io e l’inconscio del 1928 precisava: «Non si tratta
di idee ereditate, ma di disposizioni ad accogliere l’idea che sono organiche, ereditate», p. 42; ancora nel
1954 scriveva: «M’imbatto continuamente nell’equivoco che gli archetipi siano determinati da un
contenuto, siano cioè una specie di ‘rappresentazioni inconsce’. È perciò necessario rilevare ancora una
volta che gli archetipi non sono determinati dal contenuto, ma solo formalmente, e anche questo in
modo molto condizionato. Si può dimostrare che un’immagine originaria [Urbild] è determinata da un
contenuto solo quando è conscia e perciò riempita da materiale dell’esperienza cosciente. La sua forma
invece... si potrebbe forse paragonare al sistema assiale di un cristallo, che preforma in certo senso la
cristallizzazione nell’acqua madre, senza possedere in se stesso un’esistenza materiale. Quest’ultima
appare soltanto nel modo con cui si aggregano gli ioni e poi le molecole. L’archetipo in sé è un elemento
vuoto, formale, che non è altro che una facultas praeformandi, una possibilità di rappresentazione data a
priori. Le rappresentazioni non vengono ereditate, ma solo le forme, che a tal riguardo corrispondono
esattamente agli istinti, anch’essi determinati formalmente. L’esistenza degli istinti non può esser provata,
così come quella degli archetipi in sé, fino a che non si manifestino in concreto», cit. in Jung, 1962, p.
468).

La psiche è composta, oltre che dall’inconscio personale e dall’inconscio


collettivo, dall’Io che ne rappresenta la parte cosciente. La dinamica tra
componenti consce e inconsce della psiche è vista da Jung come un percorso
difficile («individuazione») che l’individuo affronta nella propria vita per
realizzare la propria personalità. L’Io (conscio) si scontra con organizzazioni
archetipiche (inconsce) della personalità: la Persona (in latino «maschera
teatrale»), ovvero la personalità pubblica, come un individuo appare in società
nel rispetto delle convenzioni e delle tradizioni [per Jung (1950), «si potrebbe
dire che la persona è ciò che in realtà uno non è, ma ciò che egli e gli altri
credono che sia» (cit. in Jung, 1962, p. 476)]; l’Ombra, cioè i comportamenti
negativi, istintuali che l’individuo rifiuta e nasconde [per Jung (1939), «la
figura dell’ombra impersona tutto ciò che il soggetto rifiuta di riconoscere e
tuttavia continuamente – in modo diretto o indiretto – gli si impone, dunque,
ad esempio tratti inferiori del carattere e altre tendenze incompatibili» (cit. in
Jung, 1962, p. 475)]; l’Anima e l’ Animus, rispettivamente, la personificazione
della natura femminile nell’uomo e della natura maschile nella donna [per
Jung (1925), «l’uomo ha sempre portato in sé l’immagine della donna, non
l’immagine di una determinata donna, ma di un determinato tipo di donna.
Questa immagine è, in fondo, un insieme ereditario inconscio d’origine molto
remota, innestato nel sistema organico, un ‘archetipo’, sintesi di tutte le
esperienze ancestrali intorno all’animo femminile e di tutte le impressioni
fornite dalla donna; un sistema di adattamento psichico ereditario... Ciò vale
anche per la donna: anch’essa ha un’immagine innata dell’uomo... Siccome
quest’immagine è inconscia, essa viene inconsciamente proiettata sulla persona
amata ed è una delle cause principali dell’attrazione passionale e del suo
contrario» (rist. in Jung, 1931, pp. 200-1)]. Nella relazione dinamica tra l’Io e
l’inconscio, personale e collettivo, si attua il processo di «individuazione», di
differenziazione della personalità individuale, di realizzazione della propria
personalità in una compiuta totalità-unità, denominata Sé (Selbst). Il Sé è
l’archetipo fondamentale della psiche; è la meta, non sempre raggiunta, cui
aspira la psiche individuale.
In Tipi psicologici Jung definiva il Sé, concetto centrale della sua teoria, nel modo seguente: «In quanto
concetto empirico denomino il Sé come il volume complessivo di tutti i fenomeni psichici nell’uomo.
Esso rappresenta l’unità e la totalità della personalità considerata nel suo insieme. In quanto però
quest’ultima, a causa della sua componente inconscia, può essere conscia solo in parte, il concetto del Sé
è, propriamente parlando, potenzialmente empirico e quindi è, allo stesso titolo, un postulato. In altri
termini esso abbraccia ciò che è oggetto d’esperienza e ciò che non lo è, ossia ciò che ancora non è
rientrato nell’ambito dell’esperienza. Esso ha queste qualità in comune con moltissimi concetti peculiari
delle scienze naturali i quali sono piuttosto semplici ‘nomi’ che non idee. Poiché la totalità, che consta di
contenuti sia coscienti che inconsci, è un postulato, il suo concetto è trascendente; per ragioni empiriche
infatti essa presuppone l’esistenza di fattori inconsci, e caratterizza con ciò un’entità che solo in parte può
venire descritta, ma che per quel che riguarda l’altra parte rimane pro tempore inconoscibile e non
delimitatile. Poiché in pratica esistono fenomeni della coscienza e dell’inconscio, il Sé, in quanto totalità
psichica, possiede tanto un aspetto cosciente quanto un aspetto inconscio. Empiricamente il Sé appare
nei sogni, nei miti e nelle favole in una immagine di ‘personalità di grado superiore’, come re, eroe,
profeta, salvatore, ecc.; oppure di un simbolo della totalità, come il cerchio, il quadrato, la quadratura del
circolo, la croce, ecc. Rappresentando una complexio oppositorum, una sintesi degli opposti, esso può
apparire anche come diade unificata, quale è per esempio il Tao, fusione della forza yang e della forza yin,
come coppia di fratelli oppure sotto l’aspetto dell’eroe e del suo antagonista (drago, fratello nemico,
nemico mortale, Faust e Mefistofele ecc.). Ciò vuol dire che sul terreno empirico il Sé appare come un
giuoco di luce e ombra, quantunque concettualmente esso venga inteso come un tutto organico e quindi
come un’unità nella quale gli opposti trovano la loro sintesi. Poiché un concetto del genere si sottrae a
ogni rappresentazione – tertium non datur – esso è anche, per questa stessa ragione, trascendente. Da un
punto di vista logico, esso sarebbe anzi una speculazione oziosa, qualora non stesse a designare e a
denominare i simboli unitari che ricorrono sul piano empirico. Il Sé non è un’idea filosofica, giacché
non contiene l’affermazione di una sua propria esistenza, cioè non si ipostatizza. Da un punto di vista
intellettuale esso possiede solo il valore di una ipotesi. Per contro, i suoi simboli empirici possiedono assai
spesso una notevole numinosità (per esempio il mandala), vale a dire un originario valore affettivo (per
esempio Deus est circulus..., la tetrade pitagorica, la quaternità, ecc.) rivelandosi in tal modo una
rappresentazione archetipica che si differenzia da altre rappresentazioni di tal genere in quanto occupa una
posizione centrale in modo conforme all’importanza del suo contenuto e della sua numinosità» (pp. 477-
78).

Nel processo di individuazione è stato colto un elemento di ulteriore


differenziazione del pensiero di Jung dalla teoria freudiana. Il processo di
individuazione mette in risalto l’idea di una crescita psichica proiettata verso il
futuro. Confrontando le posizioni di Freud e di Jung, si può dire in linea
generale che per Freud la vita psichica è predeterminata nei suoi stadi e nelle
sue manifestazioni, è schiacciata tra le forze dell’Es e quelle del Super-io; per
Jung la psiche è una progettualità che ha spazi indeterminati. Anche
l’assunzione di Freud che la sua teoria potesse essere considerata un punto
fermo, imprescindibile, per lo studio della psiche umana, corrispondeva per
Jung ad una visione deterministica della creatività di questa psiche. La teoria
freudiana non poteva essere considerata una risposta assoluta e definitiva alle
questioni della psiche. Una teoria psicologica dipende in primo luogo dalla
«psicologia personale» dell’autore; non si può assolutizzare il prodotto relativo
di un singolo autore. Parlando dei suoi «contrasti» con Freud, Jung nel 1929
notava: «Ciò che Freud ci dice sugli istinti sessuali dell’adulto e del fanciullo,
sul conflitto che ne consegue con il ‘principio di realtà’, sull’incesto e simili
cose, può essere preso come la più giusta espressione della sua psicologia
personale. Egli ha dato forma adeguata a quanto ha osservato in se stesso...
Con la confessione di quanto ha scoperto in se stesso, Freud ha collaborato alla
nascita di una grande verità umana. Egli ha dedicato la sua vita e la sua energia
alla costruzione di una psicologia che è la formulazione del suo essere stesso»
(cit. in Jung, 1931, pp. 53-54). Una teoria non deterministica, come quella di
Jung, relativizza il proprio teorizzare, rende «indeterminato» il proprio oggetto
di indagine. Essa concepisce lo scienziato come oggetto egli stesso di un
sistema più ampio in cui egli pure si modifica nel momento stesso che indaga.
Per quel che riguarda il rapporto terapeutico, Jung criticava la
contrapposizione tra l’analista, immutabile nel suo operare, fermo nelle sue
competenze e tecniche oramai acquisite, e il paziente, oggetto di potenziali
mutazioni. Nel sistema terapeutico junghiano si prospettava invece una
continua modificazione reciproca tra analista e paziente.
L’influenza di Jung sulla psicologia del primo Novecento è stata forse minore
rispetto a quella avuta in altre aree di ricerca: in primo luogo l’antropologia,
l’etnologia e gli studi di storia delle religioni, cui egli stesso aveva dato
contributi originali. A partire dagli anni ’60, anche per l’esaurirsi progressivo
dell’ostracismo dei freudiani, le teorie di Jung si sono riproposte nel quadro
della psicologia contemporanea attraverso il riferimento a concetti
fondamentali come quello di individuazione e di Sé. La «psicologia analitica» è
attualmente rappresentata al livello mondiale da una rilevante schiera di
psicoterapeuti e studiosi che si rifanno all’insegnamento teorico e terapeutico
di Jung in una prospettiva di sviluppo teorico e metodologico-terapeutico.
Nel 1948 fu fondato a Zurigo l’Istituto C.G. Jung per lo studio e la diffusione dell’opera di Jung. Nel
1956 fu fondata l’International Association for Analytical Psychology. Tra gli studiosi contemporanei che
hanno approfondito la teoria junghiana e ne hanno sviluppato in modo originale alcuni concetti
principali, i più noti sono Erich Neumann (1905-60), autore di The origins and history of consciousness
(1949), e James Hillman (1926-2011), autore di numerosi libri, tra cui An essay on Pan (1972), The myth
of analysis (1972) e Re-visioning psychology (1975), The soul’s code (1996), Archetypal psychology (2006).
Hillman propose una teoria della psiche (psicologia archetipica), fondata sul concetto di archetipo,
ripreso da Jung, ma ampliato attraverso una vasta gamma di riferimenti alla mitologia, la religione e la
cultura in generale:
«Da Jung deriva l’idea che le strutture fondamentali e universali della psiche, i modelli formali dei suoi
sistemi relazionali sono modelli archetipici. Come gli organi fisici, essi ci vengono dati sin dalla nascita
con la psiche stessa (ma non necessariamente ereditati per via genetica), e sono solo in parte modificati
dai fattori storici e geografici. Questi modelli o archai compaiono nelle arti, nelle religioni, nei sogni,
nelle usanze sociali di tutti i popoli, e si manifestano spontaneamente nelle malattie mentali. Per Jung,
sono tanto antropologici quanto spirituali, trascendendo il mondo empirico del tempo e dello spazio, e
non avendo di per sé natura fenomenica. Distaccandosi da Jung, la psicologia archetipica ritiene che
l’archetipico sia sempre fenomenico, evitando così l’idealismo kantiano implicito nel maestro […]. Il
linguaggio primario e irriducibile di questi modelli archetipici è il discorso metaforico dei miti, che
possiamo quindi considerare i modelli fondamentali dell’esistenza umana. Per studiare la natura umana al
suo livello basilare, bisogna rivolgersi a quelle sfere della cultura (mitologia, religione, arte, architettura,
epica, dramma, riti) dove questi modelli sono rappresentati. Questo distacco dalla base biochimica,
storico-sociale e personale-comportamentale della natura umana in direzione dell’immaginativo
presuppone ciò che Hillman ha chiamato “la base poetica della mente” […] Il dato da cui la psicologia
archetipica prende le mosse è l’immagine. È stato Jung a identificare l’immagine con la psiche:
“l’immagine è psiche” […], una massima che la psicologia archetipica ha sviluppato sino all’affermazione
che l’anima è costituita da immagini, che è in primo luogo un’attività immaginativa, manifestantesi nel
modo più spontaneo e paradigmatico nel sogno. È proprio nel sogno, infatti, che il sognatore stesso
agisce come un’immagine tra le altre, e anzi, come si può convincentemente dimostrare, nel sogno è il
sognatore che è nell’immagine e non l’immagine nel sognatore. La fonte delle immagini – immagini del
sogno, immagini della fantasia, immagini poetiche – è l’attività autogenerativa dell’anima stessa. Nella
psicologia archetipica, quindi, il termine ‘immagine’ non si riferisce a un’immagine consecutiva’, cioè al
prodotto di sensazioni e percezioni; e non significa nemmeno un costrutto mentale che rappresenti in
forma simbolica idee e sentimenti. L’immagine non ha infatti alcun referente oltre se stessa, nè
propriocettivo, nè esterno, nè semantico: “le immagini non significano niente” […]; esse sono la psiche
stessa nella sua visibilità immaginativa; in quanto dato primario, l’immagine è irriducibile» (Hillman,
1980, pp. 813-14).
► In Italia La diffusione del pensiero di Jung si deve a Ernst Bernhard (1896-1965), fondatore nel 1962
dell’Associazione italiana di psicologia analitica, autore di Mitobiografia (1969). Altro cultore e promotore
dell’opera di Jung, ma anche della psicoanalisi freudiana, fu Bobi (Roberto) Bazlen (1902-65), scrittore e
traduttore di talento. Nel 1947 Bernhard e Bazlen stesero il programma della collana «Psiche» per la casa
editrice Astrolabio (i primi volumi furono costituiti da opere di Freud, Jung e Adler). Nel 1965 fu
avviata la pubblicazione in lingua italiana delle Opere di Jung, sotto la direzione di Luigi Aurigemma
(1923-2005). Nel 1970 cominciò la pubblicazione della «Rivista di psicologia analitica» e nel 1990 di
«Atque: materiali tra filosofia e psicoterapia», aperta a altri orientamenti teorici. Tra gli psicoterapeuti
italiani che hanno dato contributi teorici, metodologici e storici alla psicologia analitica nel secondo
Novecento, ricordiamo Aldo Carotenuto (1933-2005), Umberto Galimberti, Giuseppe Maffei (n.
1935), Silvia Montefoschi (1926-2011), Mario Moreno (1928-83), Pier Francesco Pieri, Gianfranco
Tedeschi (1924-2003), Mario Trevi (1924-2011). Nei due volumi del Trattato di psicologia della personalità
(1992), curato da Carotenuto, con il contributo di numerosi autori, si ha un vasto panorama della
psicologia analitica italiana alla fine del Novecento.

6. La teoria di Adler
L’altra grande «secessione» dal movimento psicoanalitico, quella operata da
Alfred Adler nel 1911, può essere vista come un momento interno alla
psicoanalisi freudiana, allo stesso modo in cui è stata solitamente considerata la
«secessione» junghiana. Quanto è stato detto per Jung vale però anche per
Adler. La «psicologia individuale» (Individualpsychologie) fondata da Adler ha
risentito senz’altro dell’incontro con la teoria freudiana, ma ha sempre
conservato la sua autonomia concettuale che le deriva da un contesto culturale
e sociale diverso da quello in cui si sviluppò il pensiero freudiano. In primo
luogo, fin dai primi lavori, Adler collocò la propria teoria all’interno di una
concezione sociale della vita psichica estranea alla psicoanalisi freudiana. Si
trattava di una concezione che si traduceva in una maggiore attenzione teorica
non solo alle condizioni sociali dello sviluppo psichico, ma anche alle
condizioni concrete che potevano essere realizzate per favorire meglio tale
sviluppo. L’impegno costante di Adler per gli interventi di medicina sociale e
del lavoro, l’organizzazione di centri di consultazione psico-pedagogica e la
fondazione di una nuova «scuola sociale» (come egli la definiva), lo
caratterizzano come uno psicologo attivo negli anni ’20 della «Vienna rossa»
rispetto allo psicologo della crisi, nella Vienna fin de siècle, rappresentato
esemplarmente da Freud.

Alfred Adler ►

Le opere principali di Adler furono essenzialmente tre: Studie über


Mindwertigkeit von Organen [Studio sulla inferiorità degli organi] del 1907, Über
den nervosen Charakter [Sul carattere nervoso; libro noto nelle traduzioni italiane
come Il temperamento nervoso] del 1912, e infine Menschenkenntnis [La
conoscenza dell’uomo] del 1927, il testo più generale e sistematico. Nelle
prime due opere Adler sviluppò in modo originale due concetti fondamentali
della «psicologia individuale»: l’«inferiorità organica», per cui una deficienza
organica condiziona la crescita psichica individuale (concetto che sarà ampliato
psicologicamente in quello più generale di «complesso di inferiorità»), e il
«carattere», ovvero l’organizzazione psicologica di origine ambientale che si
rivela nell’interazione tra l’individuo e il suo ambiente sociale. Questi concetti
furono ripresi nel libro La conoscenza dell’uomo, dove Adler parla di «organo
psichico», un sistema unitario al servizio dell’organismo umano, per
assicurarne la conservazione e favorirne lo sviluppo. L’organo psichico non è
una struttura fisiologica, ma un insieme di forze di natura psichica finalizzate
all’adattamento dell’individuo al suo ambiente:
«Sarebbe una conclusione errata pensare all’anima come a un tutto statico, perché noi non possiamo
rappresentarcela se non sotto forma di forze in movimento, scaturienti senz’altro da un unico
fondamento e tendenti pure a un unico scopo. Nello stesso concetto di adattamento è compresa questa
tendenza verso un fine. Non è possibile perciò rappresentarsi una vita psichica senza quel fine verso cui si
volge il movimento e la dinamica contenuti nella vita dell’uomo. La vita dell’anima umana è dunque
determinata da uno scopo. Nessun uomo può pensare, sentire, volere e neppure sognare senza che tutto
ciò non sia determinato, limitato, condizionato, diretto verso uno scopo posto dinanzi a lui» (p. 23).

Questo «movimento» della psiche è radicato in un ambiente sociale. Come


precisa Adler, infatti, la natura della psiche umana è prioritariamente sociale,
non ha come presupposto delle forze biologiche, l’Es descritto da Freud. Il suo
«essere sociale», l’uomo lo vive come un «sentimento» innato (il «sentimento di
comunità») che struttura e organizza la sua vita psichica. La prima e
fondamentale relazione sociale è quella che il neonato vive con la propria
madre. L’altro tessuto sociale entro cui si sviluppa la vita psichica è quello
costituito dalle relazioni con gli altri membri della famiglia, ciò che Adler
chiama «costellazione familiare» (i rapporti con i fratelli e le sorelle, l’essere
primogenito o ultimogenito, ecc.). In questo complesso allargato di relazioni
interpersonali, la figura paterna ha per Adler una importanza notevole, ma non
quella esclusiva assegnatale da Freud in relazione al complesso di Edipo
(concetto rifiutato da Adler).
Quando il bambino nasce si trova in una naturale «inferiorità organica»:
prima ha bisogno di nutrizione e di cure per sopravvivere, poi interagisce con
adulti che appaiono più forti e sicuri. Il «sentimento di inferiorità» del
bambino non nasce solo da una possibile inferiorità organica (una malattia, un
handicap), come Adler pensava in un primo momento, ma da una inferiorità
psicologica avvertita nella relazione interpersonale con gli adulti e con i pari.
La crescita psichica si realizza attraverso il superamento del sentimento di
inferiorità, grazie a modalità di compensazione che caratterizzano la vita
psichica di ogni singolo individuo e che complessivamente sono indicate come
il suo «stile di vita» (Lebensstil). La forza che spinge questa crescita psichica
verso la realizzazione della propria personalità è chiamata da Adler il «Sé
creativo». La psicoterapia è vista come un riorientamento del paziente rispetto
alle necessità della realtà presente e concreta piuttosto che come un processo di
scavo nel profondo di una psiche considerata scindibile da tale realtà. Il
rapporto fiducioso e ottimistico che si deve instaurare, per Adler, tra l’analista
e il paziente non passa attraverso il transfert e la riproposizione di passate
dinamiche interpersonali nella condizione terapeutica. Il paziente, che sta
seduto davanti al proprio analista, faccia a faccia (e non, come vogliono i
freudiani, sdraiato sul divano senza poter vedere l’analista, seduto dietro di
lui), deve vivere per Adler una situazione di incoraggiamento e
compartecipazione emotiva in questo recupero del proprio Sé, piuttosto che
una condizione di disagio fisico e psichico.
La psicologia individuale ha avuto una notevole diffusione, in particolare negli Stati Uniti, come
specifico orientamento psicoterapeutico. Inoltre le teorie di Adler hanno influito sugli sviluppi della
psicoanalisi americana in direzione «culturalista», anche se questa influenza non è stata ammessa
esplicitamente. L’Associazione internazionale di psicologia individuale fu fondata da Adler subito dopo il
distacco dal movimento psicoanalitico.
► In Italia La Società italiana di psicologia individuale fu istituita nel 1969 per iniziativa di Pier Luigi
Pagani (1923-2012) e Francesco Parenti (1925-90). Nel 1973 fu fondata la «Rivista di psicologia
individuale».

7. Temi della psicoanalisi del secondo Novecento e nuove tematiche


Lo sviluppo della psicoanalisi freudiana dagli anni ’60 ad oggi è caratterizzato
in primo luogo da un confronto sempre più approfondito con la ricerca
psicologica contemporanea, rispetto all’isolamento teorico che il sistema
freudiano si era costruito nei confronti delle altre grandi scuole della psicologia
del primo Novecento. Tracciando un panorama sintetico di questa evoluzione,
possiamo individuare cinque aree tematiche principali della psicoanalisi
contemporanea: 1) la struttura della psiche; 2) la dimensione evolutiva; 3) la
dimensione sociale; 4) la verifica sperimentale dei concetti e in generale lo
statuto epistemologico della psicoanalisi; 5) l’integrazione con le neuroscienze
e lo sviluppo della neuropsicoanalisi. Questa schematizzazione può servire solo
come primo orientamento all’interno di una letteratura ricchissima che
richiede un approfondimento concettuale di problemi che appartengono al
dibattito attuale e non possono ancora essere inquadrati in una cornice storica
adeguata
La struttura della psiche. La struttura della psiche, quale era stata descritta nella
prima e nella seconda topica freudiane, fu rivista negli anni ’30 e ’40 alla luce
delle nuove teorizzazioni sulle funzioni dell’Io avviate in particolare da Heinz
Hartmann. Come si è già ricordato, con l’opera di Hartmann, maturata
nell’ambiente nord-americano, si sviluppò una corrente denominata
«psicologia dell’Io» centrata sia sull’idea di autonomia dell’Io dall’Es e di
centralità dell’Io nell’adattamento della psiche all’ambiente, sia sulla rilevanza
riconosciuta alle funzioni cognitive dell’Io nel processo di conoscenza della
realtà esterna ai fini adattativi. Questa impostazione – rappresentata in
particolare da Hartmann, Ernst Kris (1900-57) e Rudolph M. Loewenstein
(1898-1976) – permetteva un raccordo con la ricerca psicologica
contemporanea. Si riteneva che da questo ampliamento concettuale potesse
derivare la fondazione di una teoria completa della psiche, e la psicoanalisi
sarebbe divenuta così la psicologia generale per eccellenza. Un nuovo modello
della struttura psichica, nel quale si teneva conto sia della psicologia dell’Io di
Hartmann che della psicologia contemporanea, fu proposto da David
Rapaport (1911-60) in un saggio del 1960, The structure of psychoanalytic theory,
divenuto subito un classico della psicoanalisi post-freudiana.
Il rapporto tra Es e Io è legato a un altro grande tema di discussione della
psicoanalisi contemporanea, quello delle relazioni oggettuali. Buona parte
della ricerca psicoanalitica degli ultimi decenni del Novecento è stata
indirizzata al superamento della centralità delle pulsioni nella strutturazione
della psiche e al rilievo dato alle «relazioni oggettuali», ovvero alle
rappresentazioni psichiche, interne all’Io, delle relazioni con «oggetti»
(persone) costituitisi come fondamentali nella primissima vita psichica
individuale. In alcune versioni della teoria delle relazioni oggettuali si opera un
rovesciamento rispetto alla teoria tradizionale freudiana: mentre Freud poneva
in primo piano l’Es e le pulsioni, e su questo sfondo si costruiva l’Io, le nuove
teorie ritengono che le pulsioni si organizzino in funzione delle relazioni
oggettuali e che l’Io strutturi di fatto il mondo delle pulsioni. Su questa
problematica i contributi più importanti sono quelli di W. Ronald D.
Fairbairn (1889-1964), autore di Psychoanalytic studies of the personality (1952);
Margaret Mahler (1897-1986), autrice di Infantile psychosis (1968) e di The
psychological birth of the human infant (1975); e Heinz Kohut (1913-81), autore di
The analysis of the self (1971) e The restoration of the self (1977). In alcuni autori, in
particolare in Kohut, la dinamica Es-Io è sostituita dalla dinamica del Sé,
istanza superiore che determina lo sviluppo sia delle pulsioni che dell’Io (alla
«psicologia dell’Io» è subentrata una «psicologia del Sé»). Il concetto di Sé è al
centro anche della teoria di Silvano Arieti (1914-81), studioso della
schizofrenia. Nel Manuale di psichiatria da lui curato, il più diffuso negli anni
’60 e ’70, fu operata con successo l’integrazione tra vari orientamenti
psichiatrici, psicoanalitici e psicoterapeutici.
Al di fuori di questi percorsi di ricerca, si collocano altre posizioni che hanno
toccato le fondamenta della struttura stessa della teoria psicoanalitica,
ricorrendo spesso a concezioni e a discipline estranee alla psicoanalisi
tradizionale. Tra queste teorie, un ampio dibattito hanno suscitato, anche fra
gli psicoanalisti italiani, quelle di Wilfred Bion, Ignacio Matte Blanco e
Jacques Lacan.
Wilfred Bion (1897-1979), nato in India, formatosi in Inghilterra (si laureò
prima in storia a Oxford e poi in medicina a Londra), cominciò a occuparsi di
psicoterapia e psicoanalisi nei primi anni ’30 (fu in analisi con Melanie Klein).
Fu uno dei più autorevoli esponenti della psicoanalisi inglese (presidente della
Società britannica di psicoanalisi dal 1962 al 1965). Nel 1968 si trasferì a Los
Angeles e ritornò a Londra nel 1979. Il contributo centrale di Bion è costituito
dal concetto di gruppo come sistema interpersonale fondamentale che fa
emergere forme e contenuti protomentali (Experiences in groups, 1961; Learning
from experience, 1962; Elements of psychoanalysis, 1962; Transfornations, 1965;
Attention and interpretation, 1970; Seminari italiani, 1985, tenuti a Roma nel
1977).
Ignacio Matte Blanco (1908-95), cileno, laureatosi in medicina nel 1930 si
formò in psicoanalisi a Londra, fu docente di psichiatria negli Stati Uniti nei
primi anni ’40, nel 1943 rientrò in Cile, dove promosse la diffusione della
psicoanalisi, e infine nel 1966 si trasferì a Roma (fu didatta della Società
Italiana di Psicoanalisi). Nella sua opera principale L’inconscio come insiemi
infiniti: saggio sulla bi-logica (1975), distinse due tipi di logica che operano in
modo distinto nella logica: da una parte, la logica propria dei processi
coscienti, fondata sui principi aristotelici (in particolare il principio di non
contraddizione: A è A, A non è non-A); dall’altra, la logica propria dei
processi inconsci, fondata sul principio di generalizzazione (il contenuto
psichico è collocato all’interno di un insieme in cui si trovano altri elementi, e
questo insieme è a sua volta il sottinsieme di un altro elemento, e così
all’infinito) e sul principio di simmetria (le relazioni asimmetriche divengono
asimmetriche: «A è la causa di B» è trattato nell’inconscio anche come «B è la
causa di A»).
Jacques Lacan (1901-81) fu una delle figure più brillanti e controverse della
psicoanalisi del secondo Novecento. Si laureò in medicina nel 1932 con una
tesi su La psychose paranoïaque dans ses rapports avec la personnalité, nella quale
aveva studiato il «caso Aimée» (Marguerite Pantaine), una donna ricoverata in
un ospedale psichiatrico con la diagnosi di psicosi paranoica. Già in questo suo
primo lavoro Lacan rifiutava la dominante impostazione psichiatrica
organicistica, riguardo alla genesi delle psicosi, a favore di un’interpretazione
psicodinamica. Influenzato dalle concezioni filosofiche di Spinoza e Hegel,
dalle proposte dell’avanguardia artistica e letteraria francese, alle cui discussioni
aveva partecipato personalmente, e in particolare dalla teoria linguistica
strutturalista di Ferdinand de Saussure (1857-1913) e dallo strutturalismo
dell’antropologo Claude Lévi-Strauss (1908-2009), Lacan formulò una
concezione dell’inconscio che fu accolta criticamente dagli esponenti più
autorevoli della psicoanalisi. Nel 1953 Daniel Lagache (1903-72), Françoise
Dolto (1908-88), Lacan e altri psicoanalisiti francesi, dimessisi dalla Société
psychanalytique de Paris, fondarono la Société française de psychanalyse, fra
l’altro aperta agli analisti non medici e favorevole a sedute brevi (possibilità
all’epoca osteggiate dagli psicoanalisti «ortodossi»). Nuove divisioni interne
alla Société portarono al suo scioglimento nel 1963 e alla formazione della
École freudienne de Paris, anche questa poi scioltasi nel 1980. In seguito si
formarono numerosi gruppi lacaniani, con varie denominazioni (École de la
cause freudienne, Fédération des ateliers de psychanalyse, Espace analytique,
etc.), divergenti tra di loro su vari punti teorici e terapeutici. Lacan non scrisse
monografie sistematiche (i libri Écrits del 1966 e Autres écrits del 2001
raccolgono gli scritti più importanti), ma preferì presentare le sue tesi durante
le sue conferenze e i suoi celebri seminari tenuti tra il 1953 e il 1980
(pubblicati finora in oltre venti volumi). Hanno un interesse storico generale
due aspetti della teoria lacaniana. In primo luogo, il «ritorno a Freud» ovvero
una rilettura e un esame fedele dei testi freudiani per enuclearne i principi
fondamentali, al di là delle distorsioni manifestatesi nel corso della storia della
psicoanalisi. Inoltre, la concezione dell’inconscio per cui esso è strutturato
come un linguaggio costituito da una catena di elementi, i significanti, tra loro
interconnessi secondo regole definite (metafora e metonimia, corrispondenti
rispettivamente alla condensazione e allo spostamento, i due processi illustrati
da Sigmund Freud nell’Interpretazione dei sogni). Lacan aveva presente la
distinzione introdotta da Saussure tra segno, significante (immagine acustica) e
significato (concetto): «Il segno linguistico unisce non una cosa o un nome,
ma un concetto e un’immagine acustica. Quest’ultima non è il suono
materiale, cosa puramente fisica, ma la traccia psichica di questo suono, la
rappresentazione che ci viene data dalla testimonianza dei nostri sensi: essa è
sensoriale, e se ci capita di chiamarla «materiale», ciò avviene solo in tal senso e
in opposizione all’altro termine dell’associazione, il concetto, generalmente più
astratto [...]. Noi proponiamo di conservare la parola segno per designare il
totale, e di rimpiazzare concetto e immagine acustica rispettivamente con significato
e significante» (Course de linguistique générale, 1916, pp. 83-85). Nella struttura
dell’inconscio, secondo Lacan, il significante rinvia a un altro significante, e
questo a un altro, e così via. La dimensione dei significanti si impone sulla
dimensione dei significati (fenomeno per cui il significato «scivola» da un
significante a un altro, come si constata nel delirio e nel linguaggio psicotico).
► In Italia L’interesse per il pensiero lacaniano si è formato a partire dalla fine degli anni ’60, grazie
anche ai frequenti seminari e conferenze tenuti da Lacan stesso in varie città italiane. Va ricordato che la
scissione dalla Société psychanalytique de Paris avvenne in un congresso tenutosi il 26 e 27 settembre
1953 all’Istituto di psicologia dell’Università “La Sapienza”di Roma (gli atti comparvero sul primo
numero della nuova rivista «La psychanalyse» nel 1956). Lacan vi lesse il famoso «discorso di Roma» su
Fonction et champ de la parole et du langage dans la psychanalyse. Nel 2010 si sono costituite l’Associazione
lacaniana internazionale in Italia (ALI-in-Italia) e l’Associazione lacaniana italiana di psicoanalisi
(ALIPSI).

La dimensione evolutiva. Lo sviluppo della psiche fu affrontato sia dalla


psicoanalisi con le indagini teoriche e cliniche sulla vita psichica infantile
avviate da Anna Freud e Melanie Klein, sia dalla psicologia dell’età evolutiva,
sia dalla etologia. Uno dei primi psicoanalisti a tentare una integrazione fra
psicoanalisi e psicologia infantile fu René Spitz (1887-1974). Basandosi sullo
studio diretto dei bambini con tecniche osservazionali e cliniche e con
strumenti di ripresa filmica, Spitz delineò lo sviluppo psichico nei primi mesi
di vita e mise in risalto l’importanza della relazione madre-bambino per
l’insorgere di gravi disturbi psichici. Le psicosi infantili sono state studiate in
un’ottica psicoanalitica sia dalla Mahler, già ricordata, sia da Bruno Bettelheim
(1903-90), autore di libri molto diffusi sull’autismo infantile. Altre teorie
importanti dello sviluppo psicodinamico, elaborate negli anni ’50 e ’60,
furono quelle degli inglesi Donald W. Winnicott (1896-1971; The child and the
family, 1957; The child and the outside world, 1957; Playing and reality, 1971) e
John Bowlby (1907-90; Maternal care and mental health, 1950; Attachment and
loss, 3 voll., 1969-80; A secure base: parent-child attachment and healthy human
development, 1988). Le nozioni di «oggetto transizionale» e di «attaccamento»,
elaborate rispettivamente da Winnicott e da Bowlby, sono entrate nel
patrimonio concettuale della psicologia dell’età evolutiva non necessariamente
di indirizzo psicoanalitico. In particolare il concetto di «attaccamento» ha
permesso una vasta serie di ricerche comparate sull’organizzazione innata, nei
primati e nell’uomo, di schemi comportamentali che strutturano il rapporto
madre-figlio e guidano il processo di socializzazione. Bowlby era stato spinto a
studiare gli effetti della separazione dalla madre o del caregiver nei primi anni di
vita di una bambina o un bambino sulla base della sua esperienza diretta,
soprattutto durante la seconda guerra mondiale, con bambini disadattati o con
disturbi comportamentali. Infine, una teoria completa dello sviluppo psichico
lungo tutto l’arco della vita è stata elaborata da Erik H. Erikson (1902-94),
formatosi a Vienna, dove fu analizzato da Anna Freud, e trasferitosi negli Stati
Uniti nel 1933. Il suo primo libro Childhood and society (1950) è un altro
classico della psicoanalisi post-freudiana. La psicologia del Sé in chiave
evolutiva è stata sviluppata soprattutto da Daniel N. Stern (1934-2012; The
interpersonal world of the infant: a view from psychoanalysis and development, 1985).

John Bowlby ►

La dimensione sociale. Il ruolo dei fattori sociali nello sviluppo psichico, già
messo in evidenza da Adler, ha rappresentato un tema di interesse centrale per
molti psicoanalisti statunitensi intorno agli anni ’40 e ’50. L’influenza di Adler
non è stata mai ammessa, ma è oggi evidente in una visione retrospettiva.
Queste teorie «neofreudiane» sono state definite «psicologico-sociali»,
«culturalistiche» per aver sottolineato il ruolo dei fattori sociali nella
formazione della personalità e delle dinamiche interpersonali nei contesti
sociali, pur all’interno di un quadro teorico di riferimento rappresentato
ancora dalla psicoanalisi. Gli esponenti più noti e rappresentativi sono stati
Karen Horney (1885-1954), Harry S. Sullivan (1892-1948) e Erich Fromm
(1900-80). Anche la teoria di Erikson può rientrare in questo orientamento
psico-sociale della psicoanalisi statunitense degli anni successivi alla seconda
guerra mondiale. La scuola neofreudiana permise un riavvicinamento decisivo
tra la psicoanalisi e i problemi della società del dopoguerra, ripropose i temi di
uno sviluppo psichico individuale libero e creativo all’interno di una società
democratica, e favorì l’assimilazione delle idee psicoanalitiche nel campo delle
scienze sociali. Fatta eccezione per Fromm e i suoi libri di carattere generale e
filosofico (Escape from freedom, 1941; The sane society, 1955; Sigmund Freud’s
mission, 1959; Marx’s concept of man, 1961; The art of loving, 1961; The anatomy of
human destructiveness, 1973; To have or to be?, 1975), opere che furono
caratterizzate da una forte connotazione utopistica («socialismo comunitario
umanistico») e che ebbero una larga diffusione anche al di fuori dell’ambiente
specialistico della psicologia, negli anni ’60 questa scuola subì un forte declino
dovuto alle prese di posizione più radicali, rispetto al tema società-individuo,
che si andavano diffondendo nella cultura statunitense.
La questione epistemologica. Un tema che ha suscitato grande interesse fin dagli
anni ’50 riguarda il quesito, posto spesso in termini molto semplici, se la
psicoanalisi sia una scienza. È un interrogativo su cui si sono confrontati
filosofi, psicologi e psicoanalisti senza arrivare a una risposta definitiva. Il
dibattito ha un riferimento storico principale nel simposio, tenutosi a New
York nel 1959, sul metodo scientifico in psicoanalisi, cui hanno fatto seguito
iniziative importanti, avviate tra gli altri da Robert H. Holt (n. 1917), per un
confronto sistematico tra la psicologia e la scienza moderna (ad esempio la
serie annuale di monografie intitolata Psychoanalysis and contemporary science,
iniziata nel 1972). La posizione di alcuni noti psicologi dell’area
comportamentista, tra cui B.F. Skinner e H.J. Eysenck, è stata spesso radicale,
di completo rifiuto della teoria psicoanalitica considerata come un insieme di
concetti e pratiche non verificabili secondo i criteri della scienza moderna.
Con lo sviluppo del cognitivismo, l’interesse degli psicologi verso la
psicoanalisi è aumentato notevolmente soprattutto attraverso l’indagine sui
processi non coscienti di elaborazione dell’informazione, ponendosi così il
problema delle differenze e somiglianze strutturali e funzionali tra tale
«inconscio cognitivo» e l’«inconscio dinamico» (importante per la
sistematizzazione di questo problema fu la rassegna ad opera di Morris N.
Eagle, The psychoanalytic and the cognitive unconscious, del 1987; a Eagle si devono
altre notevoli analisi sistematiche della psicoanalisi contemporanea: Recent
developments in psychoanalysis: a critical evaluation, 1984; From classical to
contemporary psychoanalysis: a critique and integration, 2010). Alle indagini di
diretta verifica sperimentale dei processi dinamici inconsci (come quelle sulla
percezione subliminale o in stato di ipnosi) considerate di scarso valore tanto
dagli psicoanalisti quanto dai loro critici (H.J. Eysenck e G.D. Wilson, The
experimental study of freudian theories, 1974), subentrò una sperimentazione che
mirava a individuare le leggi di elaborazione dell’informazione che possono
essere alla base sia dei processi cognitivi che di quelli dinamici (ad es., le
ricerche sulla «memoria implicita» hanno considerato sia gli aspetti cognitivi
che quelli dinamici della memorizzazione non cosciente dell’informazione).
Su un terreno più propriamente filosofico il dibattito sulla psicoanalisi come
scienza è stato segnato dall’applicazione del criterio di falsificabilità del filosofo
Karl R. Popper (1902-94), esposto nel suo libro Logik der Forschung (1934; ed.
ingl. riv., The logic of scientific discovery, 1959). Per Popper una teoria è scientifica
se è soggetta a mutamenti, se contiene enunciati che possono essere non tanto
verificati empiricamente all’infinito, quanto essere disconfermati, confutati,
falsificati. Al pari del marxismo, per Popper la psicoanalisi è un insieme di
enunciati non falsificabili, non confutabili; è quindi una teoria impermeabile
alle critiche e ai cambiamenti, dunque una teoria non scientifica. In effetti altri
filosofi (Paul Ricoeur, De l’interprétation: essai sur Freud, 1965; Jürgen
Habermas, Erkenntnis und Interesse [Conoscenza e interesse], 1968) hanno
considerato la psicoanalisi non una scienza, ma un esempio moderno di
ermeneutica, una conoscenza filosofica basata sull’interpretazione, quale si
poteva rintracciare già nella prima opera veramente psicoanalitica di Freud,
appunto intitolata L’interpretazione dei sogni, fino agli ultimi scritti dove
l’interpretazione è considerata non una semplice, univoca e singola lettura del
sintomo, ma una continua costruzione e ricostruzione del senso della realtà
psichica del paziente (Costruzioni nell’analisi, 1937). Il dibattito sulla possibilità
di enucleare un fondamento scientifico negli enunciati psicoanalitici si riaprì
con il libro del filosofo Adolf Grünbaum (1923-2018), The foundations of
psychoanalysis: a philosophical critique (1984), al quale fu dedicata una importante
discussione nel 1986 sulla rivista «The Behavioral and Brain Sciences», con la
partecipazione di studiosi di aree disciplinari diverse. Al centro dell’analisi di
Grünbaum vi era il criterio discusso da Freud per valutare l’efficacia di una
terapia analitica, e che il filosofo statunitense, riprendendo un’espressione
freudiana («La soluzione dei suoi [del paziente] conflitti e il superamento delle
sue resistenze riesce solo se gli sono state date quelle rappresentazioni
anticipatorie che concordano con la realtà che è in lui», Freud, 1917, p. 601),
chiamò il tally argument o «argomento della concordanza», la concordanza tra le
interpretazioni dell’analista e la realtà psichica del paziente. Questo criterio
avrebbe avuto per la psicoanalisi più valore che la verifica basata su dati
extraclinici.
Il dibattito sullo statuto epistemologico della psicoanalisi ha presupposto che
la documentazione fornita da Sigmund Freud e dai primi e principali
esponenti della scuola psicoanalitica avesse un fondamento storico,
corrispondesse a personaggi e fatti reali, al di là delle interpretazioni proposte.
Se si fosse dimostrato che i casi clinici descritti da Freud, paradigmatici per la
genesi della teoria, e divenuti modelli dell’osservazione clinica, erano una
ricostruzione lontana dalla realtà biografica dei pazienti, non corrispondente ai
fatti che avrebbero causato il disturbo psichico, allora la stessa discussione sul
piano teorico e metodologico non avrebbe avuto una base empirica
consistente. Quindi non solo si è scavato sul contesto storico e sociale e sulla
biografia dei singoli pazienti, ma anche sull’influenza che tale contesto e la
stessa dimensione biografica degli analisti (Sigmund Freud, Anna Freud,
Melanie Klein, ecc.) potevano aver avuto sulle loro analisi. La letteratura su
queste tematiche è stata ricchissima negli ultimi decenni (una sintesi fu data
nel nostro libro Il caso Marilyn M. e altri disastri della psicoanalisi, 2000). Il primo
e più pervicace studioso in questo campo fu Paul Roazen (1936-2005; Freud
and his followers, del 1965 resta la sua opera più importante e influente, seguita
da numerosi libri e saggi su Bruno Bettelheim, Helen Deutsch, Erik Erikson,
Edward Glover, Melanie Klein, Sandor Rado, Viktor Tausk, Edoardo Weiss,
ecc.). Una discussione molto accesa seguì alla pubblicazione del libro di Jeffrey
M. Masson (n. 1941), The assault on truth: Freud’s suppression of the seduction
theory (1982) che, attraverso l’esame di documenti conservati negli archivi
Freud, alla Library of Congress di Washington, DC, ricostruiva i rapporti tra
Freud e Fliess e l’evoluzione della teoria della seduzione, allo stesso tempo
aprendo il problema della gestione «riservata» di questi documenti, condotta
dal suo curatore Kurt R. Eissler (1908-99) (una questione ripresa da Masson
nel libro In the Freud Archives, 1905, nuova ed. 2005). Per decenni la biografia
canonica di Freud era stata la monumentale monografia di Ernest Jones (1879-
1958), ortodossa e a tratti agiografica, ma comunque imprescindibile (Sigmund
Freud. Vita e opere, 3 voll., 1953-57), ma nuovi studi, a cominciare dal libro
Freud: biologist of the mind: beyond the psychoanalytic legend (1979) di Frank
Sulloway (n. 1947), segnarono una svolta nella storiografia su Freud, mettendo
in evidenza contesti storici, sociali e scientifici più ampi di quelli tracciati
precedentemente. La revisione era iniziata con la monumentale monografia
dello psichiatra svizzero Henri F. Ellenberger (1905-93), The discovery of the
unconscious: the history and evolution of dynamic Psychiatry (1970), tuttora
fondamentale per collocare in un quadro più generale la storia della
psicoanalisi. Un altro contributo rilevante venne da Sebastiano Timpanaro
(1923-2000), filologo e saggista, in un’opera dedicata alla rivisitazione
filologica dell’interpretazione freudiana dei lapsus (Il lapsus freudiano: psicanalisi e
critica testuale, 1974; un’analisi che, dopo la traduzione inglese del 1976, suscitò
più interesse all’estero che in Italia). Negli anni ’80 e ’90 cominciò una accesa
disputa sulla validità della psicoanalisi, su aspetti della biografia di Freud e altri
psicoanalisti che ne avrebbero condizionato il lavoro teorico e terapeutico,
sulla infondatezza dei casi clinici presentati come paradigmatici, ecc., un
dibattito indicato come le «Freud wars» e che persiste tuttora. I fautori più
tenaci della «crociata antifreudiana» (Reuben Fine, 1914-93; The antifreudian-
crusade, nel «Journal of Psychohistory», 1984) sono stati, tra gli altri, Mikkel
Borch-Jacobsen (n. 1951; Souvenirs de Anna O. Une mystification centenaire,
1996; Les patients de Freud: destins, 2011), Frederick Crews (n. 1933; a cura di,
Unauthorized Freud: doubters confront a legend, 1999; Freud: the making of an illusion,
2017), Malcolm McMillan (n. 1929; Freud evaluated: the completed arc, 1991,
nuova ed. 1997), Peter J. Swales (n. 1948; autore di saggi su Freud, il caso
Anna O., ecc.) e Richard Webster (1950-2011; Why Freud was wrong: sin,
science, and psychoanalysis, 1996). L’opera emblematica, fin dal titolo, delle
critiche alla psicoanalisi è stato Le livre noire de la psychanalyse: vivre, penser et aller
mieux sans Freud (2005), curata da Catherine Meyer. La replica dei sostenitori
della psicoanalisi arrivò subito con i libri Pourquoi tant de haine? Anatomie du
«Livre noir de la psychanalyse» (2005) di Élisabeth Roudinesco, Jean-Pierre
Sueur, Roland Gori, Pierre Delion e Jack Ralite; e L’Anti-livre noir de la
psychanalyse (2006), a cura di Jacques-Alain Miller (n. 1944), allievo di Lacan,
tra i principali esponenti del movimento lacaniano. Altri contributi
interessanti della parte psicoanalitica sono Dispatches from the Freud wars:
psychoanalysis and its passions (1997) dell’inglese John Forrester (1949-2015),
filosofo della scienza e storico, direttore della rivista «Psychoanalysis and
History» dal 2005 al 2014; e le varie opere della psicoanalista francese
Élisabeth Roudinesco (n. 1944), in particolare Mais pourquoi tant de haine?
(2010) che riprende il libro già citato (Roudinesco è autrice di notevoli opere
sulla storia della psicoanalisi: Histoire de la psychanalyse en France, 2 voll., 1982-
86 ; con Michel Plon, Dictionnaire de la psychanalyse, 1997; Jacques Lacan: esquisse
d’une vie, histoire d’un système de pensée, 1993; Sigmund Freud en son temps et dans le
nôtre, 2014).
► In Italia (secondo Novecento) La psicoanalisi cominciò ad acquistare un certo rilievo nella cultura
filosofica e scientifica italiana solo negli anni ’60. Le teorie freudiane erano attaccate sia dalla cultura
marxista sia da quella cattolica, e iniziavano a essere discusse serenamente soltanto dai filosofi aderenti
alla fenomenologia. Dopo la ripresa delle pubblicazioni della «Rivista di psicoanalisi» nel 1956, l’evento
editoriale più importante fu l’uscita del primo volume delle Opere di Freud a cura di Cesare L. Musatti,
nel 1966. Al recupero della teoria di Freud giovò in sede cattolica la pubblicazione del libro La psicoanalisi
di Leonardo Ancona (1922-2008), psicoanalista cattolico, nel 1963, e in sede marxista la traduzione di
Eros and civilization di Herbert Marcuse nel 1964. Cominciò a essere pubblicata una letteratura meno
compilativa e più originale sul piano teorico. Inoltre alcuni psicoanalisti, oltre a Musatti, poterono
occupare le prime cattedre universitarie di psicologia. Tra gli psicoanalisti italiani che, negli anni ’70,
ebbero maggiore influenza nel dibattito sulla teoria psicoanalitica e sulle possibilità di innovare le
modalità di intervento terapeutico vanno ricordati Franco Fornari (1921-85), allievo di Musatti,
professore di psicologia a Milano, autore di La vita affettiva originaria del bambino (1963), Elvio Fachinelli
(1928-89), Eugenio Gaddini (1916-85), la cui ricerca fu influenzata dall’opera di Winnicott, e Giovanni
Carlo Zapparoli (1924-2009). Negli ultimi decenni del Novecento si sono formati numerosi gruppi, in
particolare a Milano, Roma e Bologna, che hanno perseguito progetti teorici e terapeutici di
approfondimento del pensiero freudiano e talvolta alternativi all’impostazione freudiana ortodossa. In
particolare a Milano si formò nel 1962 il Gruppo milanese per lo sviluppo della psicoterapia, cui si
aggiunse in seguito la dizione Centro studi di psicoterapia clinica. Ne furono i primi animatori vari
psicologi e psichiatri, tra i quali Gaetano Benedetti (1920-2013), Berta E. von Kessler Beumann (1893-
1973), Pier Francesco Galli (n. 1931) e Mara Selvini Palazzoli (1916-99; cfr. cap. V.7). Alle attività del
Gruppo partecipò attivamente come docente e supervisore lo psicoanalista tedesco Johann Cremerius
(1918-2002). Galli promosse la diffusione della psicoanalisi e delle correnti più avanzate della psicoterapia
attraverso la direzione di collane per gli editori Feltrinelli, Boringhieri (poi Bollati Boringhieri) e
Einaudi, e nel 1967 fondò la rivista «Psicoterapia e scienze umane». Altri psicoterapeuti italiani che
hanno dato contributi teorici, metodologici e storici alla psicoanalisi nel secondo Novecento sono stati,
tra gli altri, Enzo Funari (n. 1935), Antonio Imbasciati (n. 1936), Giampaolo Lai (n. 1931), Mauro
Mancia (1929-2007), Enzo Morpurgo (1920-2002), Dina Vallino (1941-2014). Nel Trattato di psicoanalisi
(1988-89), a cura di Antonio A. Semi, con contributi di vari autori, si ha un vasto panorama della
cultura e ricerca psicoanalitica italiana alla fine del secolo scorso.
Il tema della scientificità della psicoanalisi è stato trattato fin dai primi anni ’80 (La psicoanalisi tra scienza
e filosofia, a cura di Enzo Morpurgo, 1981; L’inconscio e le scienze, a cura di Antonio Balestrieri e Carlo
Lorenzo Cazzullo, 1983). Nel libro L’anima e il compasso: saggi su psicoanalisi e metodo scientifico, a cura di
Paolo Repetti, 1985, i contributi di Vincenzo Caretti, Franco Fornari, Umberto Galimberti, Adolfo
Grünbaum, Giovanni Jervis e Alessandro Pagnini offrivano nel loro insieme un quadro sistematico del
dibattito in corso. Il problema dello statuto epistemologico e della verifica fu illustrato da Nino Dazzi (n.
1937; con Massimiliano Conte, La verifica empirica in psicoanalisi. Itinerari teorici e paradigmi di ricerca, 1988).
Altri contributi di rilievo sono apparsi sulla rivista «Psicoterapia e scienze umane». Un reiterato interesse
per queste tematiche fu caratteristico dell’opera di Giovanni Jervis (1933-2009), docente di psicologia
dinamica all’Università “La Sapienza” di Roma, esponente di rilievo del movimento antipsichiatrico
italiano, in una serie di saggi e monografie (oltre a quelli citati nel cap. VI.2, ricordiamo qui La
psicoanalisi come esercizio critico, 1989; Fondamenti di psicologia dinamica: un’introduzione allo studio della vita
quotidiana, 1993). Jervis affrontò non solo il problema della mitizzazione di Freud come «conquistatore
solitario», una visione a sua volta demitizzata dalla storiografia più recente, ma anche le conseguenze
negative della popolarizzazione e banalizzazione di alcuni concetti cardine (il complesso di Edipo, ecc.),
generando una cultura di massa approssimativa e fuorviante sui processi psichici; ma anche
l’autoisolamento della psicoanalisi come istituzione chiusa e autoreferenziale. Restava centrale, per Jervis,
la peculiarità della «situazione psicoanalitica»: «La psicoanalisi è una procedura conoscitiva caratterizzata
dal fatto di non separare nettamente il soggetto (il ricercatore, in questo caso l’analista) dal suo oggetto
(l’analizzando e la sua vita inconscia). Infatti ciò che è oggetto dell’attenzione analitica non è solo e non è
tanto l’analizzando, quanto la situazione psicoanalitica stessa, e il modo con cui l’analista reagisce alla
situazione, e agli atteggiamenti di quel dato analizzando verso di lui. Qui il compito dell’analista è reso
difficile dal fatto che egli da un lato non ignora e anzi valorizza i propri strumenti di comprensione
empatica nei confronti dell’analizzando; mentre d’altro lato ha ottimi motivi per diffidare degli aspetti di
intuitiva e lusinghiera facilità di ogni forma di comprensione empatica. La sua stessa empatia, come ogni
forma di identificazione con l’analizzando, viene dunque sottoposta a un’analisi disincantata e non priva
di una attiva presa di distanza. Ciò crea una situazione complessa, che non ha molto in comune con la
condizione conoscitiva propria delle scienze, dove soggetto e oggetto sono ben delimitati» (1985, pp. 22-
23).
La neuropsicoanalisi. Il tentativo iniziale di fondare una psicologia su basi
neurologiche (Progetto di una psicologia, 1895) risultò inadeguato allo stesso
Freud rispetto alla complessità dei fenomeni psichici che stava cominciando a
mettere in evidenza e che lo spinse nel giro di pochi anni a fondare la
psicoanalisi per spiegarli e per trattarli terapeuticamente. I motivi di questa
inadeguatezza sono duplici: da una parte, le conoscenze sulla struttura e le
funzioni del cervello erano alla fine dell’Ottocento ancora limitate; dall’altra, i
processi neurofisiologici e i processi psichici seguono leggi diverse e
richiedono analisi distinte, conseguentemente la psicologia e la psicoanalisi
non sono riducibili alla neurofisiologia. Questi due aspetti, in Freud e fino a
oggi, s’intrecciano continuamente e non sempre sono stati considerati
separatamente, perlomeno quando si è compiuta un’analisi storica della
concezione freudiana e in generale dell’intera psicoanalisi fino agli ’90 del
Novecento. I ricercatori che negli ultimi due decenni hanno proposto una
integrazione tra neuroscienze e psicoanalisi hanno in genere affrontato il
primo aspetto, ritenendo che il grande avanzamento delle conoscenze sul
funzionamento del cervello può consentire quella integrazione che Freud non
aveva potuto compiere. Freud mise in evidenza più volte questo problema del
livello di conoscenze, ad esempio in un passo molto chiaro del saggio
L’inconscio (1915).
«La ricerca ha provato in modo incontestabile che l’attività psichica è legata al funzionamento del
cervello più che ad ogni altro organo. Un tratto più avanti (non sappiamo quanto) porta la scoperta
dell’importanza disuguale delle diverse aree del cervello e del loro particolare rapporto con determinate
parti del corpo e attività mentali. Ma tutti i tentativi di scoprire, su questa base, una localizzazione dei
processi psichici, tutti gli sforzi intesi a stabilire che le rappresentazioni sono accumulate in cellule
nervose e gli eccitamenti viaggiano lungo le fibre nervose sono completamente falliti. La stessa sorte
toccherebbe a una dottrina che volesse, poniamo, individuare nella corteccia la sede anatomica del
sistema C, dell’attività psichica cosciente, e localizzare i processi psichici inconsci nelle aree subcorticali
del cervello. Si apre qui uno iato che per il momento non è possibile colmare; e colmarlo non appartiene
comunque ai compiti della psicologia. Per il momento la nostra topica non ha niente da spartire con
l’anatomia; non si riferisce a località anatomiche, bensì a regioni dell’apparato psichico, a prescindere
dalle parti dell’organismo in cui dette regioni possano esser situate. Da questo punto di vista il nostro
lavoro è dunque libero, e può procedere secondo i propri bisogni» (Freud, 1915, pp. 57-58).

Tuttavia Freud era fiducioso che la situazione attuale sarebbe stata superata,
anzi doveva esser superata: «L’edificio dottrinale che abbiamo creato è in realtà una
sovrastruttura, che prima o poi ha da esser collocata sul suo fondamento organico,
ma questo non ci è ancor noto (Freud, 1917, p. 542, corsivo nostro). Lungo
questa prospettiva è sorta l’integrazione tra psicoanalisi e neuroscienze, la
neuropsicoanalisi, sviluppatasi nel secolo attuale. Nel libro che può essere
considerato storicamente la prima monografia di neuropsicoanalisi, scritto da
Karen Kaplan-Solms e Mark Solms, Clinical studies in neuro-psychoanalysis:
introduction to a depth neuropsychology (2000; tradotto in italiano con il titolo
Neuropsicoanalisi: un’introduzione clinica alla neuropsicologia del profondo), a
conclusione dell’analisi dei passi freudiani su questo progetto d’integrazione,
s’indicava chiaramente la linea direttiva: «la posizione di Freud per spiegare
l’organizzazione neurologica di un processo mentale può esser riformulata nel
modo seguente. Innanzitutto sono necessari due passi: nel primo, il processo
in questione deve essere oggetto di un’analisi psicologica completa, con lo
scopo di descriverne la struttura interna del sistema funzionale, senza
riferimenti alla sua organizzazione cerebrale (è proprio questo il compito a cui
lo stesso Freud ha dedicato la maggior parte della sua attività scientifica). Solo a
questo punto sarà possibile identificare con accuratezza ed efficacia i correlati
cerebrali del processo psicologico in questione (e questo è il compito che
Freud ha lasciato ai suoi successori, proprio perché, durante l’arco della
propria vita, non erano ancora disponibili i metodi per raggiungere l’obiettivo
di localizzare i sistemi funzionali dinamici, da lui stesso scoperti nell’ambito
della ricerca psicologica). Tutte le considerazioni fatte da Freud sulla relazione
tra la psicoanalisi e le neuroscienze sono conciliabili con questa semplice
riformulazione della sua posizione» (pp. 19-20).
Le aree entro cui si sono mossi i contributi della neuropsicoanalisi sono
essenzialmente tre. La prima area si pone a un livello di analisi molare del
funzionamento cerebrale. Mark Solms (n. 1961), neuropsicologo e
psicoanalista sudafricano, promotore e leader della neuropsicoanalisi, ha
proposto che la tripartizione freudiana dell’apparato psichico abbia una
corrispondenza con i tre sistemi funzionali cerebrali descritti dal
neuropsicologo russo Aleksandr R. Lurija (1902-77) (cfr. cap. VII.9): «La
parte centrale del tronco cerebrale e il sistema limbico – le aree che presiedono
agli istinti e alle pulsioni – [I sistema funzionale], corrispondono grosso modo
all’Es di Freud. La regione ventro-frontale, che controlla l’inibizione selettiva,
la regione dorso-frontale che controlla il pensiero auto-cosciente [III sistema
funzionale], e la corteccia posteriore, che rappresenta il mondo esterno [II
sistema funzionale], corrispondono all’Io e al Super Io» (Solms, 2004, p. 49; la
specificazione dei sistemi funzionali è un’aggiunta nostra). Un’analoga
tripartizione delle strutture cerebrali in correlazione con il modello freudiano
era già stata presentata dallo psichiatra napoletano Renato Balbi (L’evoluzione
stratificata, 1965), ma ebbe scarsa risonanza in un’epoca in cui né la psicoanalisi
né la neurofisiologia erano interessate a integrarsi. Va comunque ricordato
l’avvertimento di Freud, sopra riportato, sul «fallimento» dei tentativi di
localizzare in blocco l’attività psichica cosciente nella corteccia cerebrale e i
processi inconsci nelle aree sottocorticali. La seconda area si pone a un livello
molecolare di analisi, e riguarda il funzionamento dei singoli neuroni e i
processi neurochimici. Sulle potenzialità di questa linea di ricerca si pronunciò
favorevolmente lo psichiatra e neuroscienziato Eric R. Kandel (n. 1929),
premio Nobel per la fisiologia o la medicina nel 2000 (cfr. cap. VII.10), in due
articoli fondamentali apparsi sullo «American Journal of Psychiatry» nel 1998 e
1999 (riprodotti assieme ad altri saggi nel libro Psychiatry, psychoanalysis, and the
new biology of mind, 2005). Il tema su cui si è sviluppato di più l’incontro tra
psicoanalisi e neuroscienze è stato quello relativo alle basi neuronali delle
relazioni interpersonali e dell’empatia dopo le ricerche sulle funzioni dei
«neuroni specchio» (mirror neurons) individuati nei primi anni ’90 dal
neurofisiologo Giacomo Rizzolatti (n. 1937) e il suo gruppo (cfr. cap. VII.10).
Infine, nella terza area sono studiati specifici fenomeni messi in evidenza dalla
psicoanalisi (meccanismi di difesa, memoria e rimozione, sogni, ecc.)
impiegando spesso tecniche di neuroimmagine. Restano aperti i problemi più
complessi dell’interazione analista-analizzando, il decorso, la dinamica e l’esito
dell’analisi, ma anche in questo campo la prospettiva neuropsicoanalitica sta
esplorando le metodologie neuroscientifiche più adeguate.
Proprio sulla questione del ruolo centrale del livello psicologico dell’analisi e
dell’interpretazione, all’interno del rapporto circolare analista-analizzando, ha
invece richiamato l’attenzione l’articolo antineuropsicoanalitico di Rachel B.
Blass e Zvi Carmeli, The case against neuropsychoanalysis: on fallacies underlying
psychoanalysis’ latest scientific trend and its negative impact on psychoanalytic discourse,
apparso sulla rivista più autorevole della psicoanalisi, «The International
Journal of Psychoanalysis», nel 2007. Blass e Carmeli, dopo aver esaminato le
ricerche condotte secondo l’orientamento neuropsicoanalitico intorno a
quattro tematiche (trauma e memoria, motivazione e affetto, teoria del sogno,
e teoria della mente), hanno concluso: «Rifiutando il contributo della
neuroscienza alla psicoanalisi di per sé, non poniamo in questione in alcun
modo il fatto che tutti i fenomeni mentali richiedono necessariamente un
sostrato biologico. Poniamo in questione solo la rilevanza e il valore della
comprensione del sostrato biologico, lo hardware della mente, per la
comprensione del mentale [...] La neuroscienza ci può dire della biologia della
mente mentre si sogna, mentre ci si sente motivati, mentre si hanno esperienze
affettive, ma non della pregnanza (meaningfulness) di quel sostrato biologico o di
come questo può essere compreso e categorizzato secondo il significato.
Poiché la psicoanalisi è un processo e una teoria indirizzati verso la
comprensione dei significati latenti e delle verità psichiche che determinano la
psiche umana, tali risultati neuroscientifici sono irrilevanti per i suoi scopi e la
sua pratica» (pp. 21, 35). All’articolo di Bass e Carmeli è seguito un lungo
dibattito, a favore e contro la neuropsicoanalisi, con interventi di psicoanalisti
e neuroscienziati.
Nel 2000 fu fondata la International Neuropsychoanalysis Association, che
organizza annualmente un convegno dedicato a un tema di comune interesse
per le neuroscienze e la psicoanalisi (il primo convegno si tenne a Londra nel
2000 sull’emozione; seguirono quelli dedicati alla memoria, alla sessualità e al
genere, all’inconscio, all’emisfero destro, ai sogni e la psicosi, alle relazioni
oggettuali, alla depressione, ecc.). Dal 1999 è pubblicato
«Neuropsychoanalysis: an Interdisciplinary Journal for Psychoanalysis and the
Neurosciences».

La psicoanalisi e la cultura del


primo Novecento ►

8. La psichiatria fenomenologica
La critica della psichiatria organicistica e il suo superamento in una prospettiva
psicodinamica possono essere visti come un processo maturato all’interno di
quella stessa psichiatria. Il caso di Freud è emblematico: Freud era stato
studente di Theodor Meynert (1833-92) ed aveva lavorato nella sua Clinica
psichiatrica; Meynert, psichiatria «somatologo», era stato allievo di Wilhelm
Griesinger, proprio colui che aveva dato il via alla «mitologia del cervello» e
alla riduzione della malattia mentale a malattia cerebrale. L’idea di energia
psichica, la descrizione di un apparato psichico articolato in istanze, e perfino
la finale versione freudiana di una lotta psico-cosmica tra vita e morte,
riflettono una concezione della psiche la quale intende senz’altro liberarsi dalla
gabbia della psichiatria «somatologica», ma ne conserva alcuni princìpi
sostanziali di marca biologica. In Freud riecheggia in sostanza una concezione
dell’uomo e della natura che ha alcuni riferimenti di fondo nel positivismo
ottocentesco deterministico e riduzionistico (aspetto su cui richiamerà
l’attenzione Ludwig Binswanger in Freud und die Verfassung der klinischen
Psychiatrie [Freud e la costituzione della psichiatria clinica] nel 1936), sebbene
sia chiaro che fu la psicoanalisi a dare il colpo più potente perché crollasse
l’edificio cristallizzato della psichiatria ottocentesca. Va notato, tuttavia, che
contro la psichiatria riduzionistica si pongono all’inizio del Novecento alcuni
psichiatri che sviluppano la loro critica da un’ottica completamente diversa,
proprio perché i loro riferimenti teorici non sono nella filosofia positivista,
bensì in quegli orientamenti, prima la fenomenologia e poi l’esistenzialismo,
che partono da un rovesciamento radicale della filosofia positivista stessa. La
psichiatria fenomenologica viene inclusa all’interno della prospettiva
psicodinamica non tanto perché si rende necessario – per motivi storici – farne
seguire la trattazione dopo la psicoanalisi, quanto perché la psichiatria
fenomenologica non può essere accostata alle teorie (la scuola di Graz o di
Berlino) che impiegarono comunque il metodo fenomenologico. Tali teorie,
infatti, adottarono questa metodologia all’interno di un progetto di ricerca
sperimentale sui processi psichici di base in tutti gli individui umani, mentre la
psichiatria fenomenologica ha condiviso con le teorie psicodinamiche
l’interesse per l’organizzazione dinamica individuale, normale e patologica,
della vita psichica.

Ludwig Binswanger ►

La prima e fondamentale illustrazione dell’impostazione fenomenologica in


psichiatria fu opera di Karl Jaspers (1883-1969) nel libro Allgemeine
Psychopathologie [Psicopatologia generale] del 1913. Dapprima medico e
psichiatra, Jaspers divenne in seguito professore di filosofia (a Heidelberg, dal
1920 al 1937, e dal 1948 al 1961 a Basilea). I suoi studi filosofici costituiscono
una delle principali espressioni teoriche dell’esistenzialismo. Jaspers si rifaceva
alla distinzione di Dilthey tra «spiegare» e «comprendere» e alla nozione di
Erlebnis [esperienza vissuta] (cfr. cap. I) per individuare il compito dello
psicopatologo non nella diagnosi sistematica e classificatoria della malattia
mentale, ma in quello della «empatia» (Einfühlung), una «comprensione per
immedesimazione» che questi avrebbe dovuto avere del vissuto del malato di
mente. A tale scopo, allo psicopatologo è richiesta un’impostazione di
indagine non distaccata, partecipe verso l’altro, allo stesso tempo aperta verso
se stesso, verso le proprie potenzialità di comprendere l’altro nel momento in
cui comprende se stesso.
Nella Psicopatologia generale Jaspers scrive: lo psicopatologo «deve assumere l’atteggiamento di un
ascoltatore attento, che non intende esercitare violenza sull’altro e resta fondamentalmente obiettivo,
senza farsi influenzare. Lo psicopatologo è legato alla propria capacità di vedere, di sperimentare
interiormente e alla propria ampiezza di orizzonti, all’apertura verso nuovi problemi e alla propria
ricchezza spirituale. Vi è una grande differenza tra coloro che vanno ciechi per il mondo dei malati
malgrado i loro occhi aperti, e la sicurezza di una chiara percezione che scaturisce dalla sensibilità di chi
partecipa. Il palpitare della propria anima all’unisono con le vicende altrui favorisce quindi
l’obiettivazione critica di tale esperienza da parte dell’osservatore. Commozione non è tuttavia
conoscenza ma fonte di intuizione, che fornisce il materiale indispensabile per la conoscenza.
Impassibilità e commozione procedono unite e non possono contrapporsi, mentre la fredda osservazione
di per sé non vede nulla di essenziale. Soltanto insieme, mediante un’azione reciproca, possono portare
alla conoscenza. Lo psicopatologo che vede in modo reale è un’anima vibrante, che controlla
costantemente l’esperienza, elevandola ad una costruzione razionale» (p. 24).

Alla comprensione dell’altro può esservi un limite quando il disturbo


mentale raggiunge la gravità maggiore, come nello schizofrenico, perché allora
il vissuto di questo uomo è un «vissuto incomprensibile», segue modalità che
non sono rivivibili dallo psicopatologo. Jaspers riteneva che in questo caso
potesse essere adottata una metodologia basata sullo spiegare, che inferisse dal
comportamento esterno quel mondo psichico inaccessibile. Nelle opere
successive (Psychologie der Weltanschauungen [Psicologia delle visioni del
mondo], 1919; Strindberg und van Gogh [Strindberg e van Gogh], 1922) Jaspers
oltrepassò la problematica spiegare-comprendere, introducendo il concetto di
«visione del mondo», come modalità psichica di organizzare e orientare il
proprio essere nel mondo. Normale e patologico non sono mondi distinti,
sono modalità diverse attraverso le quali gli individui progettano la loro vita
nel mondo.
I temi della critica alla psichiatria naturalistica, della fondazione
fenomenologica della psichiatria e della realizzazione di una psicologia dei
modi umani di vivere la propria soggettività nel mondo furono rielaborati e
riorganizzati da Ludwig Binswanger (1881-1966), allievo di Bleuler,
collaboratore di Jung, amico di Freud, all’incrocio quindi tra correnti
psichiatriche e psicologiche in grande fermento nei primi decenni del secolo.
Nel saggio del 1923 Über Phänomenologie [Sulla fenomenologia] Binswanger
criticò l’impostazione della psichiatria tradizionale consistente nella
descrizione e classificazione di «oggetti» esterni, i sintomi, staccati dal tutto
integrato della persona che li vive, e propose una psicopatologia basata su una
conoscenza immediata, «intuitiva» dei vissuti soggettivi (interni).
Questa conoscenza intuitiva in parte è simile alla intuizione artistica, come è spiegato nello stesso
saggio del 1923: «Il metodo della conoscenza procede in questo modo: la cosa corporea o psichica
percepita, l’evento percepito vengono scomposti concettualmente in proprietà, in elementi o funzioni; e
si ritiene di aver colto scientificamente l’oggetto quando è possibile coglierlo e spiegarlo in base alla
somma delle sue proprietà, dei suoi elementi o delle sue funzioni. Il metodo delle scienze naturali esige
però, se possibile, che ogni passo della scomposizione, dell’astrazione dell’oggetto venga sostenuto e
convalidato da nuove percezioni. La spiegazione viene ritenuta una spiegazione scientifica ideale quando,
date le funzioni parziali, gli elementi dell’oggetto, l’oggetto stesso o l’evento che vanno spiegati si
presentano realmente all’intuizione, vale a dire: vengono percepiti. In altre parole si può dire che
l’oggetto è spiegato nel senso delle scienze naturali quando si possono designare le condizioni del suo
prodursi. Esistono però anche uomini, i quali sanno come, accanto alla percezione sensibile, si dia altresì
un altro genere di conoscenza, di esperienza immediata, diretta, e che, accanto alla scomposizione
concettuale dell’oggetto nei suoi singoli elementi, esiste la possibilità di coglierlo in modo più originario
e più totale. Flaubert, per esempio, riconosce questo modo di conoscenza quando, esprimendo in poche
parole il principio fondamentale di qualsiasi fenomenologia, dice: “A forza di guardare un ciottolo, un
animale, un quadro, mi ci sentivo trasportato dentro” (Correspondance) [...] Quando van Gogh dipinge un
albero frustato dal vento o un campo di grano, vede nell’albero non l’albero singolo, strutturato in un
certo modo, bensì, come egli stesso scrive, “un dramma”; nel grano nuovo, non i singoli steli, bensì
“qualcosa di indicibilmente puro e mite”, “che suscita una commozione analoga a quella suscitata per
esempio dall’espressione di un bambino dormiente” (Lettere al fratello). Egli vede perciò uno stesso
fenomeno nell’albero in lotta col vento e nel destino dell’uomo (un dramma), uno stesso fenomeno (la
purezza, la dolcezza) nel grano nuovo e nel bambino dormiente. Lo vede, anche se non lo percepisce
sensorialmente. Non si tratta di un vedere con gli occhi, eppure si tratta di una presa di coscienza
immediata, di un vedere ‘dentro’ che non ha nulla da invidiare alla conoscenza sensoriale e che è
probabilmente più sicuro» (pp. 6-8).

La critica alla psicologia e alla psichiatria naturalistica coinvolgeva anche


Freud il quale, secondo Binswanger, aveva conservato quella impostazione
positivista cui abbiamo accennato. In effetti, la critica di Binswanger non
teneva sufficientemente conto delle profonde innovazioni teoriche che il
pensiero di Freud aveva portato all’interno di una prospettiva psicodinamica,
sconvolgendo il quadro della psichiatria ortodossa.
Alla fine degli anni ’20, il pensiero di Binswanger fu profondamente
influenzato dalle opere del filosofo tedesco Martin Heidegger (1889-1976):
Sein und Zeit [Essere e tempo] del 1927 e Vom Wesen des Grundes [L’essenza del
fondamento] del 1929. Il metodo fenomenologico di Husserl veniva a
integrarsi con la teoria di Heidegger per cui la peculiarità dell’esistenza umana
non era nell’essere un soggetto astratto o un oggetto naturale, ma un uomo
concreto all’interno del mondo, entro il quale egli si orienta e progetta la
propria vita. L’essere-nel-mondo, l’esserci (Dasein) è il concetto introdotto da
Heidegger che permette di superare la scissione tra soggetto (l’individuo) e
oggetto (il mondo), «il cancro – come Binswanger diceva – che minava alla
base tutte le precedenti psicologie». Per Binswanger la psicologia non è più lo
studio della coscienza o del comportamento in astratto, ma è lo studio delle
modalità di essere dell’uomo nel mondo, del modo in cui egli esprime la
propria vita, la progetta e la realizza nell’orizzonte del suo mondo concreto,
temporalmente definito. Questa «analisi dell’esserci» (Daseinsanalyse), nota in
Italia anche come «antropoanalisi», fu la nuova teoria psicologica e
psicopatologica proposta in modo compiuto da Binswanger in Grundformen
und Erkenntnis menschlichen Daseins [Forme fondamentali e conoscenza
dell’esserci umano] del 1942. La malattia mentale era considerata una modalità
di essere nel mondo, un «progetto di mondo» (Weltentwurf), allo stesso modo
che una vita psichica sana rappresenta un’altra modalità di rapportarsi al
mondo. Lo scopo dell’antropoanalisi non era individuato nella descrizione dei
sintomi, compito che poteva ancora essere svolto dalla psichiatria tradizionale,
ma nell’enucleazione del progetto di mondo che caratterizza l’esistenza del
malato di mente. Binswanger dette un primo suggestivo esempio di
antropoanalisi nella illustrazione del famoso caso Ellen West (1944), la donna
affetta da bulimia, suicidatasi poco dopo esser stata dimessa dalla clinica in cui
era ricoverata. Nel 1949 fu pubblicato l’altro caso molto noto di Lola Voss, una
donna affetta da psicosi. In definitiva, come notano Giovanni Pietro
Lombardo e Fabio Fiorelli (Binswanger e Freud, 1984), Binswanger manteneva
comunque coesistenti due piani di indagine sul malato di mente: da un lato
quello clinico relativo alla «funzione di vita», con cui si può studiare la mente
normale e patologica secondo l’impostazione clinica della psicologia
naturalistica e della psichiatria classica; dall’altro quello della «storia della vita
interiore», con cui l’antropoanalisi ridisegna il senso della vita psichica di
ciascun individuo, sana o malata che sia.
Altro esponente importante della psichiatria fenomenologica è stato Eugène
Minkowski (1885-1972), allievo di Bleuler, trasferitosi a Parigi alla fine degli
anni ’10. Minkowski svolse una analisi fenomenologica dei disturbi psichici
centrata sulla deformazione temporale del vissuto interiore, sulla distorsione
dello «slancio vitale» (élan vital, concetto ripreso da Bergson) che orienta verso
il futuro la vita psichica individuale (Le temps vécu, 1933).
La tradizione fenomenologica fu continuata a Zurigo da Medard Boss (1903-90; Daseinsanalyse und
Psychoanalyse [Analisi esistenziale e psicoanalisi], 1957), allievo di Bleuler, con formazione psicoanalitica,
vicino sia a Jung che a Heidegger. La psichiatria fenomenologica ha avuto una diffusione notevole nella
psichiatria a partire dai primi anni ’60 e ha costituito la premessa teorica del movimento anti-psichiatrico
esploso in quel periodo, soprattutto attraverso l’opera di Ronald D. Laing (cfr. cap. VI).
► In Italia I primi esponenti dell’analisi esistenziale, antropoanalisi e psichiatria fenomenologica sono
stati Ferdinando Barison (1906-95), Arnaldo Ballerini (1928-2015), Franco Basaglia (1924-80; cfr. cap.
VI), Eugenio Borgna (n. 1930), Bruno Callieri (1923-2012), Danilo Cargnello (1911-98), Sergio Piro
(1927-2009). Dal 1988 esce la rivista «Comprendre. Archive international pour l’anthropologie et la
psychopathologie phénoménologiques», nata per l’iniziativa di Lorenzo Calvi (1930-2017).

9. Teorie della personalità


Tra gli anni ’20 e ’30, mentre le varie scuole (la psicoanalisi, la Gestalt, il
comportamentismo) pongono l’accento su alcuni aspetti della psiche umana,
ora mettendo in evidenza le componenti innate, ora quelle ambientali, si
sviluppa una corrente di studi che cerca di fondare una psicologia unitaria, in
una sorta di compromesso tra la dimensione biologica e la dimensione sociale,
centrando la propria analisi sul concetto di personalità. Non si trattò di una
scuola unica, bensì di varie teorie che fondavano il proprio statuto teorico e
metodologico sul concetto di personalità, vista come l’organizzazione
integratrice delle funzioni psichiche cognitive e dinamiche dell’individuo
umano.
La prima teoria a fondare la psicologia stessa sul concetto di personalità fu il
«personalismo» di William Stern (1871-1938). La psicologia per Stern non
doveva essere lo studio delle funzioni psichiche di per sé, ma l’indagine su
come queste funzioni si radicano in una «persona» individuale, su come gli
aspetti innati e acquisiti convergono («principio della convergenza») in
un’unità indivisa. Questa concezione di Stern, che aveva una cornice filosofica
di matrice spiritualistica, si conciliava con i suoi studi empirici sulle differenze
individuali nei processi cognitivi e dinamici: Über Psychologie der individuellen
Differenzen [Sulla psicologia delle differenze individuali] (1900); Person und
Sache: System der philosophischen Weltanschauung [Persona e cosa: sistema di
conoscenza filosofica] (1923-24); Allgemeine Psychologie auf personalistischen
Grundlagen [Psicologia generale su basi personalistiche] (1935). Secondo
Vygotskij, il personalismo di Stern portava ad una concezione della persona
come «monade», come unità racchiusa in sé, antecedente rispetto allo sviluppo
delle funzioni psichiche, ad esempio il linguaggio (da Stern studiato
approfonditamente). Le funzioni psichiche erano considerate in definitiva un
derivato della personalità e non il presupposto da cui questa si sarebbe
configurata.

William Stern ►

Nella posizione di Gordon W. Allport (1897-1967), la personalità è


concepita in modo più psicodinamico. Nel libro principale, caposaldo delle
teorie della personalità del primo Novecento, Personality del 1937, Allport
scrisse che «la personalità è l’organizzazione dinamica all’interno dell’individuo
di quei sistemi psicofisici che determinano il suo adattamento all’ambiente...
La personalità è qualcosa e fa qualcosa... È ciò che sta dietro atti specifici e dentro
l’individuo» (p. 48). In questa definizione si può rilevare la confluenza di varie
concezioni psicologiche: vi è un processo fondamentale di adattamento
dell’individuo all’ambiente (funzionalismo); questo adattamento di tipo sia
biologico che psicologico passa attraverso un sistema dinamico interno (teorie
psicodinamiche) che produce in modo deterministico il comportamento
manifesto (comportamentismo). Allport distinse inoltre il concetto di
personalità da quelli di temperamento e carattere, spesso tra loro confusi: il
temperamento costituisce la componente ereditaria; il carattere rappresenta la
componente comportamentale, ossia come un individuo è giudicato dagli altri
in relazione al suo comportamento; la personalità è al centro di queste due
dimensioni, biologica e sociale, come processo psicodinamico.
Le varie teorie prodotte nel primo Novecento accentuarono ora l’aspetto
biologico, ora quello sociale, ora quello psicodinamico della personalità,
oppure cercarono – come fece Allport – di elaborare una teoria che unificasse
questi tre aspetti o componenti.
Quando Allport scrisse verso la metà degli anni ’30 la sua sintesi, il quadro delle teorie della personalità
era molto variegato. Si possono distinguere sei gruppi: teorie dei tipi, teorie dei tratti, teorie
psicodinamiche, teorie umanistiche, teorie del Sé, teorie dell’apprendimento sociale.
Le teorie dei tipi si basano sulla classificazione della personalità dei vari individui in un numero
relativamente ridotto di tipi. La più antica classificazione del genere fu quella di Galeno relativa ai quattro
tipi di temperamento (sanguigno, melanconico, collerico, flemmatico), basata sulla dominanza di uno
dei quattro umori del corpo (rispettivamente sangue, bile nera, bile gialla, flemma). Si trattava quindi di
una teoria della personalità ridotta a temperamento, e questo a sua volta a processi biologici. Le teorie dei
tipi sviluppate nel primo Novecento conservarono questo riduzionismo biologico: alcune si basavano su
differenze nel sistema nervoso autonomo, come quella proposta da Edward J. Kempf (1885-1971) in The
autonomic functions and the personality (1918), o sul sistema endocrino, come quella elaborata da Louis
Berman (1893-1946) in The glands regulating personality (1921). Altre teorie si fondavano su caratteristiche
costituzionali del corpo, quantificabili, ma anche visibili a occhio nudo (come nella passata
«fisiognomica», che studiava il carattere o la personalità in relazione ai tratti del volto; o la «frenologia»,
che compiva lo stesso studio in relazione alla conformazione del cranio e dei «bernoccoli»). Le due teorie
costituzionali più importanti furono quelle dello psichiatra tedesco Ernst Kretschmer (1888-1964) e
dello psicologo statunitense William H. Sheldon (1899-1977). Nel libro di grande successo Körperbau
und Charakter: Untersuchungen zum Konstitutionsprobleme und zur Lehre von den Temperamenten [Costituzione
del corpo e carattere: ricerche sul problema della costituzione e sulla dottrina dei temperamenti],
pubblicato nel 1921, Kretschmer distinse due tipi corporei principali, l’astenico (longilineo e magro) e il
picnico (basso e grasso), e un tipo intermedio (atletico). Al tipo astenico e picnico corrispondevano il
carattere schizotimico e ciclotimico e a questi due caratteri, a livello patologico, la schizofrenia e la
psicosi maniaco-depressiva. Sheldon basò la sua tipologia su concetti embriologici e distinse tre tipi
corporei principali (endomorfico, mesomorfico e ectomorfico), in parte corrispondenti ai tipi picnico,
atletico e astenico di Kretschmer. Il temperamento era costituito da tre dimensioni (viscerotonia,
somatotonia e cerebrotonia) che dominavano, l’una sulle altre due, rispettivamente nei tre tipi corporei.
Sheldon e i suoi collaboratori raccolsero oltre quarantamila fotografie e le selezionarono per consentire
una classificazione rapida del «somatotipo» (la struttura corporea «ideale» di ogni singolo individuo, la
quale resta relativamente fissa nel tempo, misurata secondo regole oggettive nel libro Atlas of men: a guide
for somatotyping the adult male at all ages, 1954). Queste teorie costituzionali persero credito alla fine degli
anni ’50, quando nuove ricerche empiriche non confermarono l’esistenza delle alte correlazioni tra
caratteristiche somatiche e caratteristiche comportamentali quali erano state presentate in particolare da
Sheldon. La teoria dei tipi introversi ed estroversi di Jung, che abbiamo già illustrato in questo capitolo,
introduce una dimensione psicodinamica che manca alle teorie costituzionali tipologiche. Tuttavia
rimane nella concezione junghiana di questi tipi come «atteggiamenti» strutturali della personalità l’idea
di una rigidità organizzativa della personalità stessa in modo simile alle teorie temperamentali. Lo
psichiatra svizzero Hermann Rorschach (1884-1922), allievo di Bleuler e studioso vicino a Jung,
introdusse una distinzione tra introversione e estratensione, dimensioni simili alla introversione ed
estroversione della tipologia junghiana, per differenziare tra due fondamentali «tipi di esperienza vissuta»
(Erlebnistypus) evidenziabili con il test delle macchie d’inchiostro da lui ideato (Psychodiagnostik
[Psicodiagnostica], 1921). Nella tipologia junghiana vi era inoltre un’attenzione sistematica alla relazione
tra i due tipi e la visione del mondo espressa da filosofi, scienziati, scrittori e artisti. Questa relazione fra
tipologia e dimensione sociale-culturale-filosofica fu estremizzata dallo psicologo tedesco Eduard
Spranger (1882-1963), allievo di Dilthey, professore a Berlino e a Tubinga. Spranger distinse sei tipi o
forme di vita (Lebensformen) basate su sei valori principali (tipo o uomo teoretico, economico, estetico,
sociale, religioso, politico) (Lebensformen, 1913). Per un altro psicologo tedesco, Ludwig Klages (1872-
1956), il carattere rappresentava ancora più a fondo la dinamica corpo-anima e l’espressione di questa
dinamica era rilevabile nella scrittura. La grafologia divenne così un nuovo modo «esterno» (come
avevano tentato la fisiognomica, la frenologia o le teorie costituzionali) per accedere al mondo interiore
dell’individuo (Handschrift und Charackter [Scrittura e carattere], 1928). Infine una tipologia basata sulla
capacità di produrre immagini visive fu elaborata da Eric R. Jaensch (cfr. cap. II). In una prima versione,
Jaensch distinse tra il tipo B, con forte immaginazione visiva, in associazione ad un’alta attività della
ghiandola tiroidea, e il tipo T, con scarsa immaginazione visiva, in associazione a una ridotta attività della
ghiandola paratiroidea. In seguito Jaensch sviluppò questa distinzione nei due tipi relativi «integrati»
(integrazione delle funzioni psichiche) e «disintegrati». È importante ricordare che durante il nazismo e il
fascismo vi fu un’assimilazione tra la tipologia (in Germania, in particolare quella di Jaensch; in Italia,
quella su basi endocrine, di Nicola Pende, 1880-1970) e la «teoria della razza»: in certe razze sarebbe
stata dominante una certa tipologia «psicologica». Nella «Zeitschrift für Psychologie», diretta dal 1933 da
Jaensch e Oswald Kroh (1887-1955), presidente della Società tedesca di psicologia, comparvero
numerosi articoli di tipologia, a firma di Jaensch e altri, sulla superiorità della razza ariana. Questa
letteratura tipologica fu duramente criticata in un libretto rarissimo di Vygotskij e coll. (Fašism v
psichonevrologii [Il fascismo in psiconeurologia], 1934). Teorie tipologiche su basi biologiche sono state poi
sviluppate dalla scuola pavloviana (cfr. cap. VII) e da Eysenck (cfr. cap. IV).
Le teorie dei tratti si riferiscono alla teoria della personalità di Allport, ma questa si sviluppò a sua volta
in relazione al dibattito tra gli anni ’20 e ’30 sul concetto di tratto. Nel libro Die differentielle Psychologie [La
psicologia differenziale] del 1911, Stern aveva definito il tratto nel modo seguente: «Abbiamo il diritto e il
dovere di sviluppare un concetto di tratto come teoria definitiva, poiché in ogni attività della persona
esiste, accanto ad una parte variabile, anche una parte costante, tendenziale. Quest’ultima parte la
isoliamo nel concetto di tratto». La presenza di una costanza di comportamento nella persona (si ricordi
l’impostazione personalistica di Stern e il suo accento sulla individualità) era stata negata da altri autori di
orientamento comportamentista quale era stato espresso nel 1913 nel libro di Edward L. Thorndike,
Educational psychology: «Non vi sono tratti chiari e generali della personalità, non esistono forme di
condotta generali e costanti, tali da confermare la costanza della condotta e la stabilità della personalità,
ma esistono soltanto delle relazioni indipendenti e specifiche di stimolo-reazione o abitudini». Alla teoria
della costanza del tratto si contrapponeva la teoria della specificità della relazione tra stimolo-risposta. Il
problema fu affrontato in una serie di esperimenti da Mark A. May (1891-1977) e Hugh Hartshorne
(1885-1967), alla Yale University, raccolti nei tre volumi di Studies in deceit (1929-30). In base alle loro
ricerche sul comportamento morale dei bambini esaminati ripetutamente in tempi e situazioni diversi,
risultava che il tratto, ad esempio della «sincerità», non era stabile, ma si modificava in funzione delle
condizioni ambientali. A questa critica del concetto di tratto risposero Allport e lo psicologo inglese
Philip E. Vernon (1905-87) nel loro libro Studies in expressive movement (1933). I soggetti furono esaminati
in test di prestazione (velocità di lettura e computo, disegno, scrittura, ecc.) e valutati per il loro modo di
esprimersi, per l’intensità della voce, ecc. Nel comportamento manifestato da questi soggetti si poteva
mettere in evidenza da una parte la specificità del compito, la «componente adattativa» propria del
compito e comune a tutti i soggetti, dall’altra la modalità individuale, la «componente espressiva»,
nell’esecuzione del compito. Per Allport e Vernon (1933) il «comportamento espressivo» era ciò che
rivelava una «congruenza» delle risposte tra una situazione e l’altra, una coerenza interna dipendente dal
tratto: «In base ai nostri risultati risulta chiaro che il gesto e la scrittura di un uomo riflettono entrambi
uno stile individuale essenzialmente stabile e costante. Le sue attività espressive non sembrano dissociate
e prive di relazione le une con le altre, ma appaiono invece organizzate e ben definite. Inoltre, la prova
indica che vi è una congruenza fra il movimento espressivo e gli atteggiamenti, i tratti, i valori, e le altre
disposizioni della personalità ‘interiore’» (cit. in Hall e Lindzey, 1978, p. 450). Nel libro Personality
(1937), Allport dette una classificazione gerarchica dei tratti, in parte rielaborata nel libro del 1961 Pattern
and growth in personality. Nella nuova classificazione Allport distingueva tra «tratti comuni» a vari individui
e «tratti individuali» o «disposizioni personali» (personal dispositions), come capacità di «iniziare e guidare
coerenti (equivalenti) forme di comportamento adattativo e caratteristico di un dato individuo». Il
comportamento è considerato da Allport un processo altamente dinamico, in continuo «divenire»
(Becoming si intitola significativamente un suo libro del 1955), dalla nascita all’età adulta, lungo il quale vi
è una trasformazione della finalità dei comportamenti – comportamenti attivati originariamente da
processi biologici e diretti verso una data meta possono esserne sganciati e acquisire una loro «autonomia
funzionale». Su questa autonomia si fonda il divenire psicologico e lo sviluppo del Proprio (Proprium),
nucleo della personalità, della identità personale, concetto più ampio per Allport di Io e Sé. Per il rilievo
dato alla individualità, è comprensibile che Allport abbia ritenuto fondamentale che accanto al metodo
nomotetico (da lui chiamato «dimensionale»), basato su metodologie quantitative applicate a più soggetti,
si dovesse necessariamente affiancare il metodo idiografico (da lui chiamato «morfogenetico»), basato su
una analisi qualitativa del singolo caso (The general and the unique in psychological science, 1962).
Le teorie psicodinamiche della personalità sono, specificatamente intese, quelle connesse alla teoria
freudiana. In queste teorie si fa riferimento sia alla dinamica evolutiva, sia ai rapporti interpersonali, in
modo più accentuato che nelle teorie dei tratti e dei tipi. Nella teoria di Adler e nelle teorie neofreudiane
o «culturaliste», la dinamica intrapsichica e i rapporti interpersonali sono considerati in stretta relazione
con il contesto sociale con il quale l’individuo interagisce.
Le teorie umanistiche si sono sviluppate come «terza forza» della psicologia nord-americana dagli anni
’50 in poi (cfr. cap. II). Si ispirano tutte al concetto di personalità come una unità integrata individuale
quale era stato proposto da altri psicologi e psichiatri del primo Novecento. Nel libro Der Aufbau des
Organismus [La struttura dell’organismo; trad. ingl., The organism, 1939] (1934), Kurt Goldstein (1878-
1965), su cui si tornerà in relazione alle sue concezioni sul cervello (cfr. cap. VII), presentò una teoria
integrata e globale dell’organismo, detta anche olismo (dal greco olos = tutto, intero). L’organismo è una
organizzazione dinamica delle funzioni psichiche, che non possono essere considerate separatamente ma
solo nella loro interazione-integrazione nel processo di «accomodamento» con l’ambiente.
L’«autoattualizzazione» (self-actualization) rappresenta la forza che spinge verso questo continuo processo
di integrazione e di autorealizzazione della propria personalità, vista quindi come il frutto
dell’organizzazione psichica. Concetti simili furono sviluppati dallo psicologo ungherese Andras Angyal
(1902-60), trasferitosi negli Stati Uniti nel 1932, nel suo libro Foundations for a science of personality (1941).
La concezione olistica di Angyal partiva dall’assunto di una inscindibilità tra individuo e ambiente,
compresi in un’unità unica (da lui denominata «biosfera»). La stretta relazione tra personalità e ambiente
sociale fu messa in evidenza da Gardner Murphy (1895-1979) nel libro Personality: a biosocial approach to
origins and structure (1947). Lungo questa tradizione olistica si colloca la teoria della personalità dello
psicologo statunitense Abraham Maslow (1908-70), esponente principale della «terza forza», autore di
Motivation and personality (1954) e Toward a psychology of being (1962). Anche Maslow centrò la sua teoria
sul concetto di «autoattualizzazione» della persona, di liberazione delle sue potenzialità e della sua
creatività. La teoria della personalità di Maslow si basa sul concetto di motivazione, considerata come la
dinamica dell’organizzazione unitaria della personalità stessa. Maslow elaborò una teoria gerarchica della
motivazione lungo un continuum che va dai bisogni fisiologici a quelli di autorealizzazione, dalla
dimensione puramente biologica a quella puramente psicologica. La gerarchia indica che la soddisfazione
dei bisogni nel basso della scala, come i bisogni strettamente fisiologici, è la premessa necessaria per la
soddisfazione di quelli posti in cima alla scala. L’altra teoria umanistica, che ha avuto una larga diffusione
soprattutto in campo clinico, è quella di Carl R. Rogers (1902-87), autore di Counseling and psychotherapy
(1942), Client-centered therapy (1951), On becoming a person (1961). Partito da una lunga esperienza clinica,
Rogers elaborò una nuova forma di «terapia non direttiva» o «terapia centrata sul cliente», nella quale si
poneva in primo piano l’esigenza di una relazione empatica tra terapeuta e paziente, o meglio cliente, e
allo stesso tempo considerò questa relazione come un prototipo delle relazioni interpersonali in genere.
Nel processo terapeutico, il cliente non doveva essere guidato e interpretato, ma orientato nella sua
crescita personale verso una migliore conoscenza di sé e realizzazione di sé.
Il concetto di Sé, come si è visto, ritorna continuamente nelle teorie della personalità; è in effetti una
nozione centrale nella considerazione della personalità come processo dinamico proiettato verso il futuro,
appunto verso la realizzazione della propria unicità psicologica. Nei primi decenni del secolo, il Sé era
stato un concetto molto dibattuto. Il riferimento principale era la trattazione contenuta nel X cap. dei
Principles of psychology (1890) di William James, dedicato alla «coscienza del Sé» (consciousness of Self). La
psicologa Mary Whiton Calkins (1863-1960), allieva di William James, aveva considerato la psicologia
come la «scienza del Sé» (Psychology as a science of selves, 1900; Psychology as a science of the Self, 1908), ma era
stata criticata da Titchener, per il quale il Sé era una realtà introspettiva non indagabile dalla psicologia
scientifica (A note on the consciousness of Self, 1911). La tematica del Sé era stata approfondita da sociologi e
psicologi sociali, che avevano messo in risalto la nozione di «Sé sociale» e di «Sé sociali» espressa da James
nel 1890 («Il Sé sociale di un uomo è il riconoscimento che ottiene dai suoi pari... Propriamente
parlando un uomo ha tanti Sé sociali quanti sono gli individui che lo riconoscono e ne portano
l’immagine nella loro mente», pp. 293-94). La formazione del Sé sociale in funzione del come un
individuo pensa che gli altri lo giudichino fu studiata dal sociologo statunitense Charles Horton Cooley
(1864-1929) in Human nature and the social order (1902) e dallo psicologo dell’università di Chicago
George Herbert Mead (1863-1931) nella sua teoria della genesi sociale del Sé illustrata in Mind, self and
society from the standpoint of a social behaviorist (1934) (cfr. cap. IV). Il concetto di Sé rientrò in ambito più
strettamente psicologico attraverso la nozione di «coinvolgimento dell’Io» (Ego-involvement), con cui si
indicava il comportamento di un individuo motivato e sollecitato dall’esterno (ad esempio, da un gruppo
di pari) e la cui realizzazione, con o senza successo, era valutata dall’individuo stesso in funzione
dell’immagine di sé e dell’autostima. Questa nozione derivava dagli studi di Lewin e in particolare da
quelli del suo allievo Ferdinand Hoppe presentati nell’articolo Erfolg und Misserfolg [Successo e insuccesso]
del 1930 sull’effetto degli esiti del compito sul proprio livello di aspirazione. Nel 1943 Allport scrisse un
articolo sull’importanza dell’Io o Sé negli studi sulla personalità in particolare e per la psicologia in
generale (The Ego in contemporary psychology) e nel 1947 Muzafer Sherif e Hadley Cantril, allievo di
Allport, pubblicarono il libro The psychology of Ego involvements, in cui si riproponevano i concetti di Io,
autostima, immagine di sé, ecc. Sempre nel 1947 Rogers presentò in un articolo la sua teoria
sull’organizzazione della personalità dove si poneva in risalto il ruolo del Sé (Some observations on the
organization of personality). In quegli stessi anni stava maturando la «psicologia dell’Io» nell’ambito della
teoria psicoanalitica. Vi era quindi una convergenza nella prospettiva psicodinamica verso lo studio di
una dimensione della personalità affrancata dalla dimensione biologica, connessa a motivazioni di natura
psicologica, in relazione alle richieste della realtà esterna, caratterizzata da una specificità contestuale di
carattere sociale. Questa componente sociale della personalità fu messa in evidenza dalle teorie
dell’apprendimento sociale, che saranno sinteticamente trattate nel cap. IV.

Gordon W. Allport ►

Nella storia delle teorie sulla personalità un posto a parte merita il problema
relativo alla metodologia e alle procedure di indagine. Come si è già notato,
Allport aveva indicato nel metodo idiografico, basato sullo studio qualitativo
del singolo caso, un aspetto fondamentale dell’indagine sulla personalità. Altri
psicologi cercarono di elaborare strumenti che dessero una maggiore garanzia
di obiettività e fossero basati su procedure quantitative di raccolta e analisi dei
dati. Il test delle associazioni verbali, ideato da Jung per lo studio dei
«complessi», fu rielaborato come strumento clinico da Grace Kent (1875-
1973) e Aaron Rosanoff (1878-1943) in una lista di cento parole per le quali
era nota la frequenza delle possibili associazioni (quali erano state fornite da un
esteso campione di soggetti normali). A seconda delle associazioni date alle
cento parole e della loro frequenza rispetto a quella del campione di controllo,
si potevano inferire le dinamiche del soggetto in esame. Questionari sulla
personalità furono elaborati fin dai primi anni ’20. Il più diffuso, il Minnesota
Multiphasic Personality Inventory o MMPI, comparve tuttavia solo nel 1943
ad opera di Starke R. Hathaway (1903-84) e John C. McKinley (1901-50),
psicologi dell’università del Minnesota. Sempre negli anni ’40 fu elaborato da
Hans J. Eysenck (1916-97) un questionario sui tratti di introversione-
estroversione (Eysenck Personality Inventory). Nel 1950 comparve infine un
altro questionario ad opera di Raymond B. Cattell (1905-98), professore
nell’università dell’Illinois (The 16 Personality Factor Questionnaire). Questi
questionari originavano da una concezione fattoriale della personalità, per la
quale vi sono delle dimensioni fondamentali o fattori su cui si fonda la
personalità e che sono estraibili mediante il metodo statistico dell’analisi
fattoriale applicata ai dati ottenuti dai questionari stessi. Le principali teorie
fattoriali della personalità sono state quelle di Cattell, autore di Personality
(1950) e Personality and motivation (1957); di Eysenck, autore di The scientific
study of personality (1952), su cui ritorneremo nel cap. IV; e di Joy Paul
Guilford, autore di Personality (1959). Cattell individuò 16 fattori, Guilford ne
descrisse 10, Eysenck solo 3 (introversione-estroversione, nevroticismo,
psicoticismo). Dalla combinazione di questi fattori emergerebbe, secondo i
sostenitori delle teorie fattoriali, la personalità nel suo insieme. Negli ultimi
decenni ha costituito un ambito di ricerca e applicazione molto innovativo il
modello dei Big Five, cioè i cinque «grandi» fattori di tratto che inglobano il
maggior numero di fattori descritti nei modelli fattoriali precedenti. Secondo
l’«ipotesi lessicale», alla base di questo modello, quasi tutte le lingue codificano
le caratteristiche principali della personalità e delle differenze individuali
attraverso vocaboli specifici; l’analisi fattoriale dimostra che queste definizioni
si aggregano intorno a cinque dimensioni fondamentali. Nel NEO-
Personality Inventory Revised di Paul T. Costa e Robert McCrae (1985) i
cinque fattori sono: Openness to experience, Conscientiousness, Extraversion,
Agreeableness e Neuroticism (acronimo OCEAN); nel Big Five
Questionnaire di Gian Vittorio Caprara, Claudio Barbaranelli e Laura
Borgogni (1993) i cinque fattori sono: Stabilità emotiva, Energia, Apertura
mentale, Amicalità e Coscienziosità. Gli studi degli ultimi due decenni
riguardano i fondamenti genetici e biologici delle cinque dimensioni, la loro
evoluzione ontogenetica, le differenze cross-culturali e l’impiego dei profili di
personalità derivati dai test relativi nel campo della psicologia delle
organizzazioni. Queste ricerche hanno avuto come principale riferimento
iniziale i contributi di Lewis R. Goldberg della University of Oregon (n.
1932; An alternative description of personality: the Big-Five factor structure, nel
«Journal of Personality and Social Psychology», 1990) e Paul T. Costa e
Robert McCrae (An introduction to the five-factor model and its application, nel
«Journal of Personality», 1992) Il gruppo diretto da Gian Vittorio Caprara
dell’Università “La Sapienza” di Roma (con Daniel Cervone, Personality:
determinants, dynamics and potential, 2000) ha condotto una vasta gamma di
ricerche teoriche e applicative sul modello dei Big Five. L’ultima proposta di
rilievo in questo ambito è stata l’aggiunta di un sesto fattore (Honest-
Humility) nel modello HEXACO di Michael C. Ashton, Kibeom Lee,
Marco Perugini, Piotr Szarota, Reinout E. de Vries, Lisa Di Blas, Kathleen
Boies e Boele De Raad (A six factor structture of personality-descriptive adjectives:
solutions from psycholexical studies in seven languages, nel «Journal of Personality
and Social Psychology», 2004). HEXACO è l’acronimo di Honesty-Humility
(H), Emotionality (E), Extraversion (X), Agreeableness (A),
Conscientiousness (C), Openness to Experience (O).
Per i critici di queste teorie, l’approccio fattoriale è solo un modo
quantitativo raffinato di descrivere i dati ricavati dai questionari, ma non
permette di spiegare la dinamica sottostante alla personalità. Già nel 1937
Allport nel libro Personality contrapponeva all’approccio fattoriale il metodo
clinico, sostenendo che quanto si riusciva a conseguire era una «personalità
media», ottenuta dal computo fattoriale, una astrazione matematica e che
«raramente i fattori ricavati in tal modo rispecchiano le disposizioni e i tratti
identificati con i metodi clinici nello studio intensivo dell’individuo». La
dinamica della personalità non poteva essere rilevata, secondo vari psicologi,
attraverso questionari in cui il soggetto consapevolmente forniva delle risposte
su se stesso e sul proprio comportamento.
Alla fine degli anni ’30 furono elaborati i «test proiettivi» (Lawrence K.
Frank, 1890-1968; Projective methods for the study of personality, 1939), con lo
scopo di far emergere dalle risposte libere fornite dal soggetto in relazione a
disegni, figure, ecc., la struttura fondamentale della personalità e la sua
dinamica inconscia. Il test delle macchie d’inchiostro di Rorschach fu uno dei
primi test proiettivi diffusi in campo clinico. Altri test proiettivi furono il
Picture Frustration Test (1934) di Saul Rosenzweig (1907-2004), il Thematic
Apperception Test (1935) di Christiana D. Morgan (1897-1967) e Henry A.
Murray, il Blacky Test (1946) di Gerald S. Blum (n. 1922), tutti composti da
tavole rappresentanti scene e personaggi sulla cui base il soggetto deve
costruire una storia. Le tecniche proiettive rappresentano in effetti la
mediazione quantitativa tra la concezione psicoanalitica della personalità e
l’esigenza della fondazione di una scienza oggettiva della personalità, più vicina
ai canoni della psicologia accademica. Questo incontro tra impostazioni
teoriche diverse, attraverso la realizzazione di strumenti originali di indagine,
fu tentato, fino a sfiorare l’eclettismo, da Henry A. Murray (1893-1988),
professore di psicologia clinica a Harvard, che chiamò «personologia»
(personology) la sua concezione della personalità. Murray propose una elaborata
teoria dei bisogni e insistette sull’esigenza di uno studio limitato a casi
individuali, seppure in modo intensivo e mediante procedure quantitative.
Intorno agli anni ’60 le teorie della personalità fondate sui concetti di tratti o
disposizioni stabili e coerenti nel tempo entrarono in crisi sotto la pressione
critica di nuove impostazioni che mettevano in evidenza la processualità della
personalità in relazione ai fattori ambientali. Mentre le prime teorie della
personalità accentuavano il ruolo della persona rispetto all’ambiente, le teorie
elaborate nel secondo dopoguerra cominciarono ad accentuare sempre più il
ruolo dell’ambiente o della «situazione» ambientale (si può dire che dal
personalismo ci fu uno spostamento verso il «situazionismo»). Queste teorie si
svilupparono nell’ambito della prospettiva neo-comportamentista (cap. IV) e
cognitivista (cap. V).

10. Modelli integrati tra salute e patologia della mente


Negli anni ’60 del Novecento assunsero un’autonomia concettuale e operativa
vari modelli dei processi mentali e comportamentali nei quali si superava il
riferimento diretto alle correnti psicoanalitiche o fenomenologiche, centrate
sull’analisi e la terapia dei disturbi psichici, e si affrontava una tematica di più
ampia portata relativa alla valutazione, prevenzione e trattamento a livello
individuale, familiare, comunitario e sociale. L’esigenza di una impostazione
non strettamente legata al «modello medico» (fondato sulla patologia) era stata
posta fin dagli inizi del secolo scorso da Lightner Witmer (1867-1956),
psicologo statunitense allievo di James McKeen Cattell e di Wundt nel 1891,
poi professore alla University of Pennsylvania. Nel 1896 Witmer istituì nella
sua università la prima clinica psicologica e nel 1907 fondò la rivista «The
Psychological Clinic», dove nel primo numero delineò l’ambito di ricerca e
intervento di quest’area della psicologia.
«Sebbene la psicologia clinica sia strettamente collegata alla medicina, è anche legata da vicino alla
sociologia e alla pedagogia. Anche le aule scolastiche, il tribunale dei minorenni e le strade possono
essere considerate un rilevante laboratorio di psicologia. Una parte abbondante di materiale utile alla
ricerca scientifica non viene usato perché l’interesse degli psicologi è riservato ad altro e quelli che sono
in costante contatto con i fenomeni relativi alla vita quotidiana non possiedono la formazione necessaria
per dare alla loro esperienza e alle loro osservazioni una qualche rilevanza scientifica. Intanto il campo di
studi specifico della psicologia clinica è in una certa misura occupato dal medico, e specialmente dallo
psichiatra, e mentre io mi aspetto di poter contare in gran misura sull’educatore e sull’assistente sociale
per i più importanti contributi a questo ramo della psicologia, è indubbio che nessuno di questi possiede
una formazione adeguata a questo tipo di lavoro. In quanto a ciò neppure lo psicologo ha acquisito
questa formazione, a meno che non avesse tale istruzione in altri ambiti piuttosto che nel normale corso
di formazione in psicologia. In realtà, noi stessi dobbiamo mirare a insegnare la nuova professione per
una nuova professione che benché venga esercitata con particolare riguardo ai problemi riguardanti
l’educazione, avrà come prerequisito l’addestramento come psicologo» (Witmer, 1907, pp. 161-62).

La psicologia clinica ebbe una diffusione di un certo rilievo lungo il primo


Novecento, soprattutto negli Stati Uniti, ma la sua impostazione ebbe una
maggiore accoglienza nel panorama internazionale della seconda metà del
secolo scorso (nel 1937 fu fondato il «Journal of Consulting and Clinical
Psychology» e nel 1945 il «Journal of Clinical Psychology»). Vi è stata
un’ampia discussione sulle caratteristiche distintive della psicologia clinica,
rispetto alla psicodiagnostica, la psicoterapia e la psichiatria, relativamente alle
aree e alle procedure d’intervento, oltre che riguardo ai modelli teorici
prescelti. I primi e principali esponenti della psicologia clinica nel secondo
Novecento sono stati: Sheldon J. Korchin (1921-89), autore di Modern clinical
psychology: principles of intervention in the clinic and community (1976), Luciano
L’Abate (1928-2016), psicologo statunitense di origine italiana, autore di
Principles of clinical psychology (1964), con Gerald R. Weeks, Paradoxical therapy:
theory and practice with individuals, couples, and families (1982), A theory of
personality development (1994); e Julian B. Rotter (1916-2014), autore di Social
learning and clinical psychology (1954) (vedi cap. IV.6).
Negli ultimi due decenni del secolo scorso si è imposta una nuova area della
psicologia, la psicologia della salute (health psychology) relativa all’analisi e
all’intervento per una vasta gamma di «tutti i problemi inerenti al benessere
psichico, alla valutazione delle condizioni ambientali e lavorative che generano
disadattamento, stress e burnout, all’organizzazione di strutture pubbliche e
private dedicate alla prevenzione dei disturbi mentali che hanno forti
implicazioni psicologiche (tossicodipendenza, AIDS, ecc.), oltre che alle
attività di consulenza psicologica. A differenza della psicologia clinica, che
interviene nella diagnosi dei disturbi psichici e comportamentali della persona,
la psicologia della salute affronta in primo luogo la problematica
dell’educazione alla salute, in un’ottica che privilegia le risorse della persona
stessa piuttosto che i problemi» (Mecacci, 2012, p. 854). La prima proposta
sistematica per la costituzione di quest’area della psicologia fu presentata da
Joseph (Giuseppe) J. Matarazzo (n. 1925), presidente dell’American
Psychological Association nel 1989. Sono sorte negli ultimi anni varie riviste
specialistiche: «Health Psychology» (dal 1996), «The British Journal of Health
Psychology» (dal 1982), «Journal of Health Psychology» (dal 1982), «Applied
Psychology: Health and Well-Being» (dal 2009).
► In Italia La psicologia clinica e la psicologia della salute, come aree disciplinari autonome, si sono
diffuse in Italia a partire dagli anni ’80, ma vi erano stati contributi in questi campi già in precedenza
(Adriano Ossicini, Problemi di psicologia clinica, 1957). Tra i primi e principali esponenti ricordiamo Mario
Bertini, Marino Bosinelli (1927-2013), Renzo Canestrari (1924-2017), Renzo Carli, Lucio Pinkus,
Saulo Sirigatti (n. 1933) e Giancarlo Trentini (1928-2017). Nel 1982 fu fondata la rivista «Psicologia
clinica» (dal 2006 «Rivista di psicologia clinica»), nel 1988 «Psicologia della salute» e nel 1997 «Psicologia
clinica dello sviluppo».
IV.
La prospettiva comportamentista

I. Introduzione
Nel 1913, con la pubblicazione dell’articolo Psychology as the behaviorist views it,
scritto dallo psicologo John B. Watson, nasceva il comportamentismo, la
scuola che avrebbe dominato la ricerca psicologica nord-americana nel campo
sperimentale e applicativo fino agli anni ’60 circa del Novecento. La
prospettiva comportamentista coincide direttamente con il
comportamentismo; non ha prodotto ramificazioni significative, anche se
notevoli sono stati gli sviluppi interni a questa scuola. Se si considera come
comportamentista, in senso lato, ogni riflessione sulla mente e la personalità di
un individuo basata sull’osservazione e l’analisi di caratteristiche e tratti
esteriori (dai gesti al tono della voce, dalle reazioni muscolari della faccia allo
sguardo, dalla sudorazione o l’arrossire al pianto e alle urla, ecc.), in sostanza su
ciò che è chiamato comportamento «manifesto» (overt), allora la prospettiva
comportamentista include sia la psicologia dell’uomo della strada che descrive
e giudica gli altri sulla base del loro comportamento manifesto (la cosiddetta
folk psychology o psicologia del senso comune), sia i primi tentativi di
«psicologia comportamentale» quale, ad esempio, fu abbozzata già, nella
Anthropologie in pragmatischer Hinsicht [Antropologia pragmatica].(1798) da
Immanuel Kant.
Per Kant, una scienza naturale dell’anima non era possibile, in quanto il
flusso della coscienza sfugge all’auto-osservazione anch’essa in continua
trasformazione, ma poteva essere individuata una diversa scienza (che Kant
chiamava «antropologia pragmatica»): la «scienza delle regole della condotta
effettiva». In una recensione del 1785 a un’opera di Herder, Kant aveva scritto
che i materiali per lo studio dell’uomo «non possono essere ricercati né nella
metafisica, né nel gabinetto delle scienze naturali mediante il confronto dello
scheletro dell’uomo con quello di altre specie animali [...] possono solo essere
rintracciati nelle sue azioni, attraverso le quali egli manifesta il proprio
carattere [...] non vi sono vere fonti, ma soltanto sussidi per l’antropologia:
storia, biografia, teatro, romanzi» (p. 164).
Kant insiste qui più sulle azioni (esterne) che sui meccanismi interni,
compresi quelli che potevano essere studiati dalle scienze naturali dell’epoca. E
in effetti, una caratteristica della prospettiva comportamentista è stata proprio
l’assenza di un riferimento ai processi biologici e fisiologici che sono il
fondamento del comportamento. Per spiegare quest’ultimo, il
comportamentismo non include il riferimento né ai processi organici (in
particolare, cerebrali), né ai processi interni della mente (in particolare, la
coscienza). Questo rifiuto dei processi interni, sia cerebrali che mentali, rende
la psiche una «scatola nera» (black box), soggetta alle influenze dell’ambiente
esterno (gli stimoli) e produttrice di reazioni relative (le risposte). Per il
comportamentismo, il comportamento può essere studiato semplicemente
attraverso la relazione tra stimoli e risposte, senza fare riferimento a quanto
accade dentro la scatola.
Il comportamentismo si diffuse non solo nel mondo scientifico, ma anche
nell’opinione pubblica nord-americana come un modo di fare psicologia
concreto, attento più agli effetti che alle cause e quindi, per molti critici,
consono ad una società tecnologica, pragmatista e efficiente. Tuttavia, anche lo
sfondo filosofico rispetto a cui si sviluppò, era ben diverso da quello che aveva
alimentato la prospettiva fenomenologica o quella psicoanalitica all’inizio del
secolo. La fonte filosofica più importante fu il pragmatismo, originatosi alla
fine degli anni ’70 dell’Ottocento e rappresentato dai filosofi statunitensi
William James (1842-1910), Charles Peirce (1839-1914) e John Dewey (1859-
1952). Per il pragmatismo le idee e i concetti hanno una validità, sono veri se
permettono all’individuo di operare sulla realtà. I processi mentali sono
considerati come strumenti per rendere più efficace l’adattamento
dell’organismo-uomo al suo ambiente fisico e sociale. Il carattere strumentale
della conoscenza fu ribadito nell’altra fonte filosofica del comportamentismo,
l’operazionismo, che si diffuse alla fine degli anni ’20. Molti comportamentisti
aderirono alla concezione epistemologica dell’operazionismo, per il quale i
concetti scientifici corrispondono alle operazioni concrete messe in atto per
determinarli. Infine, la terza fonte filosofica fu l’empirismo (o positivismo)
logico o neopositivismo, sviluppatosi nei primi anni ’20 a Vienna e diffusosi
negli Stati Uniti negli anni ’30. L’empirismo logico si propose di definire le
caratteristiche del linguaggio scientifico come un sistema di enunciati connessi
da regole logiche precise e verificabili secondo procedure definite. Esso fu
accolto da alcuni psicologi attraverso la mediazione dei filosofi Herbert Feigl
(1902-88), ad Harvard nel 1930, e Rudolf Carnap (1891-1970), professore a
Chicago dal 1936 al 1952 e alla University of California di Los Angeles dal
1954 al 1962. Feigl curò assieme allo psicologo Michael Scriven (n. 1928) il
volume The foundations of science and the concepts of psychology and psychoanalysis
(1956), in cui si realizzava l’incontro tra l’empirismo logico e la psicologia
scientifica. Al progetto neopositivista di una International encyclopedia of unified
science, avviata nel 1938 a Chicago, aderì lo psicologo di origine viennese Egon
Brunswik, che vi contribuì con il saggio The conceptual framework of psychology
(1955).
Per i comportamentisti doveva essere seguita l’impostazione della scienza
moderna, in particolare per quanto atteneva al metodo di indagine. Per Clark
L. Hull, uno dei maggiori esponenti del comportamentismo, il metodo
ipotetico-deduttivo era il metodo fondamentale. «La procedura tipica della
scienza – scriveva Hull all’inizio dei Principles of behavior (1943) – è quella di
assumere un postulato come tentativo, quindi dedurne una o più implicazioni
logiche concernenti fenomeni osservabili e infine controllare la validità delle
deduzioni attraverso l’osservazione. Se la deduzione è in aperto contrasto con
l’osservazione, il postulato deve essere abbandonato, o deve essere modificato
in modo da non provocare più uno stato di conflitto. Se invece le deduzioni
coincidono con le osservazioni, il postulato guadagna in attendibilità. Quando
ciò si realizza per gradi successivi, in una grande varietà di condizioni, il
postulato può raggiungere un grado elevatissimo di credibilità legittima, ma
mai l’assoluta certezza» (p. 15).
Nel futuro della psicologia non vi era più spazio per le argomentazioni e le
interpretazioni di tipo filosofico. Alla fine dei Principles Hull riassumeva quella
che era stata, in modo sistematico, la posizione più estrema del
comportamentismo, alimentatosi alla filosofia dell’operazionismo e
dell’empirismo logico: «Gli scienziati del comportamento non solo devono
imparare a leggere correntemente in termini matematici, ma devono imparare
a pensare in termini di equazioni e di matematica superiore. Le cosiddette
scienze sociali non resteranno ancora a lungo una suddivisione delle belles
lettres; l’intuizione antropomorfica e uno stile brillante, per quanto possano
essere desiderabili, non basteranno più, come ai tempi di James e di Cooley
[sociologo statunitense]. Il progresso in questa nuova era consisterà nello
scrivere laboriosamente, una per una, centinaia di equazioni; nella
determinazione sperimentale, una per una, di centinaia di costanti empiriche
contenute nelle equazioni; nella definizione obiettiva di centinaia di simboli
che appaiono nelle equazioni; nella rigorosa deduzione, una per una, di
migliaia di teoremi e di corollari dalle definizioni primarie e dalle equazioni;
nella esecuzione meticolosa di migliaia di esperimenti quantitativi critici e di
ricerche sul campo progettate con immaginazione e sagacia e audacemente
esposte a provare simultaneamente la validità dei teoremi, dei princìpi primari
e dei concetti da cui sono state derivate; nella spietata eliminazione o revisione
dei princìpi primari che una volta erano apparsi promettenti o dei concetti che
siano venuti meno del tutto o in parte nello scontro con la prova della
validazione empirica» (pp. 430-31).
L’ideale di Hull fu condiviso dai comportamentisti in forme più o meno
estreme fino agli anni ’60 circa. Come si noterà nel cap. V, dedicato alla
prospettiva cognitivista, il comportamentismo cominciò a entrare in crisi in
quegli anni per l’effetto di vari fattori esterni (nuove acquisizioni delle
neuroscienze, sviluppo della teoria dell’informazione, ecc.), ma anche interni
alle stesse teorie comportamentiste. Il rigido formalismo dei modelli del
comportamento risultò sterile di fronte ai nuovi dati empirici e incapace di
rinnovarsi.
Il comportamentismo nacque nel 1913 all’interno di una viva attività di ricerca teorica e sperimentale
maturata negli Stati Uniti tra i due secoli. Le scuole principali di psicologia erano allora lo strutturalismo
di derivazione wundtiana, introdotto da Edward B. Titchener, e il funzionalismo della scuola di
Chicago, rappresentato da James R. Angell, da Harvey A. Carr e dagli psicologi della Columbia
University.
I principali esponenti del comportamentismo furono John B. Watson, Edwin R. Guthrie, Clark L.
Hull, Edward C. Tolman e Burrhus F. Skinner. Il periodo del «comportamentismo classico» comprese
gli anni dal 1913 al 1930 e vide i primi sviluppi teorici ad opera di Watson e altri psicologi minori. Il
«neocomportamentismo» si sviluppò negli anni ’30 e dominò la psicologia nord-americana fino agli anni
’50. Fu l’«epoca delle teorie» («the Age of Theory», come la definì Sigmund Koch nel 1959 a chiusura di
una imponente rassegna sulla psicologia contemporanea), caratterizzata da ambiziosi modelli generali dei
processi comportamentali e da numerose ricerche sperimentali di verifica. Ad una prima fase segnata
dall’egemonia del modello di Hull (anni ’40), seguì un secondo periodo di ricerche ispirate in particolare
al modello di Skinner (anni ’50). Soprattutto nell’impostazione skinneriana il comportamentismo trovò
una larga applicazione nelle aree della istruzione («istruzione programmata») e della terapia dei disturbi
psichici («terapia del comportamento»). Furono elaborate anche teorie di matrice comportamentista sulla
personalità e sul comportamento sociale.
Oltre al comportamentismo, negli Stati Uniti si svilupparono negli anni ’30 altre teorie sulla psicologia
intesa come scienza del comportamento. Albert P. Weiss (1879-1931) riteneva che il comportamento
fosse determinato completamente dai fattori organici e sociali, in entrambi i casi, quindi, esclusivamente
da fattori esterni e non da fattori «interni», soggettivi, e coniò l’espressione «psicologia biosociale» (A
theoretical basis of human behavior, 1925; The biosocial standpoint in psychology, 1930). Walter S. Hunter (1889-
1954), noto per i suoi studi sulla «reazione ritardata», propose il termine «antroponomia» al posto di
psicologia che evocava, a suo parere, una connotazione ancora soggettivistica dello studio del
comportamento (Human behavior, 1928; Anthroponomy and psychology, 1930). Jacob R. Kantor (1888-
1984) propose un sistema di «psicologia intercomportamentale» (Principles of psychology, 1924; Preface to
interbehavioral psychology, 1942).

Edward B. Titchener ►

2. La psicologia americana agli inizi del secolo: strutturalismo e funzionalismo


Alle fine dell’Ottocento, negli Stati Uniti la psicologia si sviluppò sul piano
istituzionale in modo accelerato. Dopo il primo laboratorio fondato da Stanley
Hall nel 1883, ne seguirono molti altri nei vari Stati; intorno al 1900 erano
circa 40. Si può schematizzare la situazione della psicologia americana in quel
periodo notando appunto che le due maggiori scuole, lo strutturalismo e il
funzionalismo, erano presenti in tre principali sedi: lo strutturalismo presso la
Cornell University a Ithaca (New York), il funzionalismo presso la University
of Chicago e, in forma teorica diversa, alla Columbia University of New York.
Lo strutturalismo americano ebbe il suo caposcuola e forse l’unico
importante rappresentante in Edward B. Titchener (1867-1927). Dopo aver
studiato a Lipsia con Wundt, nel 1892 Titchener si stabilì alla Cornell dove
rimase fino alla morte. Nel 1898 pubblicò il manifesto dello strutturalismo,
l’articolo The postulates of a structural psychology, e nel 1899 quello su Structural
and functional psychology, nel quale confrontava l’impostazione strutturalista con
quella funzionalista che aveva trovato nei Principles of psychology (1890) di
William James la propria pietra miliare.
Nel suo articolo del 1898 Titchener aveva paragonato la psicologia alla
biologia moderna e alle sue tre branche principali relative allo studio della
struttura (morfologia), della funzione (fisiologia), della crescita e del
decadimento (ontogenesi). La psicologia strutturale corrispondeva alla
morfologia e la psicologia funzionale alla fisiologia.
«Troviamo un parallelo alla morfologia in una parte assai vasta della ‘psicologia sperimentale’. Lo scopo
primario dello psicologo sperimentale è stato di analizzare la struttura della mente; di sbrogliare i processi
elementari dai grovigli della coscienza o (se possiamo cambiare la metafora) di isolare i costituenti di una
data formazione cosciente. Il suo compito è la vivisezione, ma una vivisezione che darà risultati
strutturali non funzionali. Cerca di scoprire, prima di tutto, che cosa c’è e in quale quantità, non per che
cosa c’è. Veramente questo lavoro di analisi ha un così gran peso nella letteratura della psicologia
sperimentale che uno scrittore recente ha messo in questione il diritto della scienza al suo aggettivo,
affermando che un esperimento è qualche cosa di più di una misura fatta con l’aiuto di strumenti delicati.
E non c’è dubbio che molte delle critiche fatte alla nuova psicologia dipendono dall’insuccesso dei critici
a riconoscerne il carattere morfologico. Spesso ci è stato detto che la nostra trattazione dei sentimenti e
delle emozioni, del ragionamento, dell’Io non è adeguata; che il metodo sperimentale è prezioso per lo
studio delle sensazioni e delle idee, ma non ci può portare oltre. La risposta è che i risultati ottenuti con
la dissezione dei processi ‘superiori’ saranno sempre deludenti per coloro che non hanno adottato, essi
stessi, il punto di vista del dissettore. [...] C’è però una psicologia funzionale oltre alla psicologia della
struttura. Possiamo considerare la mente, da una parte, come un complesso di processi, modellati e
foggiati nelle condizioni degli organismi fisici. Possiamo considerarla, d’altra parte, come il nome
collettivo per un sistema di funzioni dell’organismo psicofisico. [...] Proprio come la psicologia
sperimentale in larga misura riguarda i problemi della struttura, così la psicologia ‘descrittiva’, antica e
moderna, si è occupata soprattutto dei problemi delle funzioni. Memoria, riconoscimento,
immaginazione, concezione, giudizio, attenzione, appercezione, volontà e una schiera di gerundi, di
significato più ampio o più ristretto, indicano, nelle discussioni della psicologia descrittiva, le funzioni
dell’organismo nella sua totalità. [...] Non si può dire che questa psicologia funzionale, nonostante quella
che possiamo chiamare la sua maggiore naturalezza per l’indagine, non è stata sviluppata o con lo stesso
entusiasmo e la stessa pazienza o con la stessa precisione scientifica della psicologia della struttura
mentale. È vero, ed è una verità che lo sperimentalista dovrebbe essere pronto a riconoscere e a far
risaltare, che c’è molto che vale nella psicologia ‘descrittiva’. Ma è anche vero che i metodi della
psicologia descrittiva non possono portare in questo caso a risultati scientificamente definitivi. La stessa
critica vale, come stanno le cose, per la psicologia individuale, che sta facendo un eccellente lavoro
pionieristico nella sfera delle funzioni. La psicologia sperimentale ha aggiunto molto alle nostre
conoscenze, dal punto di vista sia funzionale che strutturale, della memoria, attenzione, immaginazione,
ecc. e in futuro assorbirà e quantificherà i risultati di queste e altre nuove branche. Eppure non penso che
ognuno che abbia seguito il corso del metodo sperimentale, nella sua applicazione ai processi superiori e
agli stati della mente, possa dubitare che l’interesse principale in tutto e per tutto è stato nell’analisi
morfologica piuttosto che nell’accertamento delle funzioni» (pp. 80-82).

La psicologia strutturale si poneva dunque il compito di studiare la mente


umana attraverso la scomposizione dei suoi elementi (le sensazioni, le
immagini e i sentimenti) e la descrizione delle leggi che governano la loro
combinazione: «Lo scopo dello psicologo è triplice. Egli cerca (1) di analizzare
le esperienze concrete (attuali) nelle sue componenti più semplici, (2) di
scoprire come questi elementi si combinano, quali sono le leggi che governano
la loro combinazione, e (3) di metterle in connessione con le loro condizioni
fisiologiche (corporee)» (Titchener, 1899, p. 15). Per Titchener lo studio delle
funzioni psichiche, perseguito dal funzionalismo, era prematuro. Preliminare e
fondamentale era invece l’analisi della struttura della mente. Isolando la
struttura dalle funzioni, si metteva in risalto l’organizzazione della mente in
quanto tale, senza connetterla alle funzioni che essa svolge in relazione ai
compiti specifici, alle esigenze e alle competenze dei singoli individui, allo
stadio ontogenetico in cui essi si trovano. Si trattava quindi di una mente
astratta, quale emergeva dallo studio di soggetti adulti normali. Il metodo
adottato da Titchener fu quello della introspezione (cfr. cap. I), considerato il
metodo per eccellenza della psicologia scientifica. Rispetto alla teoria
wundtiana, Titchener accentuò la dimensione elementista ed escluse quegli
aspetti che permettevano di collegare la psicologia sensoriale ai processi
superiori del pensiero, ai processi evolutivi e a quelli sociali. In questa
impostazione Titchener era stato influenzato sia dall’associazionismo inglese
che dal pensiero di Mach, assimilati a fondo nel periodo inglese della sua
formazione. L’empirismo e il fenomenismo furono anche alla base del rifiuto
di Titchener di distinguere la fisica dalla psicologia secondo il criterio
wundtiano della immediatezza o non immediatezza dell’esperienza (per
Wundt la psicologia studiava l’esperienza immediata e la fisica studiava
l’esperienza mediata). Per Titchener (ed anche per l’altro allievo di Wundt,
Külpe) sia la fisica che la psicologia partivano dall’esperienza immediata, con la
differenza però che la fisica adottava il «punto di vista» per cui l’esperienza era
sganciata dall’individuo che la esperiva, mentre la psicologia teneva conto di
questo individuo che esperiva. Nell’introspezione si doveva apprendere a
riportare questo esperire sensoriale (ad esempio, «vedo una forma tonda,
colorata; è profumata...») e non a segmentarlo in significati di origine culturale
(«vedo una mela»), come spesso avveniva nelle introspezioni non esperte (e per
cui si incorreva in quello che Titchener definiva «errore dello stimolo»).
In breve, Titchener sosteneva una psicologia che, nei termini europei, poteva
essere chiamata psicologia del contenuto (la tradizione wundtiana; cfr. cap. I).
La controversia con il funzionalismo nasceva dalla contrapposizione con una
psicologia delle funzioni (nei termini europei, psicologia dell’atto). La
controversia si concretizzò nell’interpretazione di dati sperimentali, in primo
luogo quelli relativi alle differenze individuali nei tempi di reazione.
Nell’articolo del 1895, Types of reaction, Baldwin e Shaw misero in evidenza
delle differenze individuali in compiti di reazione che per la concezione
titcheneriana erano impreviste. In realtà, queste differenze emergevano in
soggetti non addestrati, mentre nel lavoro di Titchener erano stati studiati
soggetti addestrati. Come fu chiarito da James R. Angell e Addison W. Moore
(1866-1930) nell’articolo Reaction time: a study in attention and habit (1896),
l’addestramento produceva un’abitudine (habit): si creava una modificazione
del comportamento in funzione del compito. Le differenze individuali nei
soggetti non addestrati si assottigliavano nei soggetti addestrati. Questa
interpretazione funzionalista era rinforzata dalle argomentazioni teoriche
contenute nel fondamentale articolo The reflex arc concept in psychology, scritto
nel 1896 da John Dewey (1859-1952), il filosofo più rappresentativo della
cultura statunitense del primo Novecento, professore a Chicago e poi alla
Columbia University di New York dal 1904. In quell’articolo Dewey
sosteneva che la tradizionale divisione tra sensazione e movimento, tra stimolo
e risposta, era un’astrazione che non teneva conto del concatenamento
circolare per cui la risposta permette di interagire con lo stimolo, coglierne
elementi prima non valutati adeguatamente, produrre una nuova risposta più
adattativa e funzionale, che di nuovo reinnescherà un processo circolare: «Lo
stimolo è qualche cosa che deve essere scoperto e decifrato; se l’attività
produce la sua adeguata stimolazione, non c’è alcuno stimolo se non nel senso
oggettivo già indicato. Appena viene determinato in modo adeguato, allora e
solo allora anche la risposta è completata. Inoltre è la risposta motoria che
coopera a scoprire e stabilire lo stimolo. È il movimento in un certo stadio che
crea la sensazione che lo mette in rilievo» (p. 77).

William James ►

Il funzionalismo ebbe il suo riferimento principale nei Principles of psychology,


pubblicati nel 1890 da William James (1842-1910), professore prima di
psicologia e poi di filosofia a Harvard. Quest’opera monumentale, il classico
della psicologia statunitense dalle sue origini a oggi, non ricalcava le
sistematiche e scolastiche trattazioni tedesche, ma esponeva in modo
personale, e con uno stile letterario affascinante, le opinioni di James su una
serie di temi e problemi della psicologia. James partiva dalla definizione di ciò
che distingueva il «mentale»: la mente (mind) era caratterizzata
dall’«adempimento di scopi futuri e dalla scelta di mezzi per il loro
conseguimento» (p. 8). I processi mentali erano quindi considerati in primo
luogo nella loro tensione verso un fine, uno scopo, ai fini dell’adattamento
all’ambiente; e in secondo luogo nella loro dinamica continua per cui «il
pensiero è sempre in cambiamento» e non è frantumabile in elementi separati,
come per gli strutturalisti. L’idea di «corrente di pensiero» (stream of thought) o,
come James scrisse in seguito, «corrente di coscienza» (stream of consciousness), fu
la più importante nozione antistrutturalista diffusa dai Principles: «La coscienza,
quindi, non sembra fatta a pezzi. Parole come ‘catena’ o ‘treno’ non la
descrivono appropriatamente nel modo in cui essa si presenta a prima vista.
Non è affatto separata a pezzi; essa scorre. Un ‘fiume’ o una ‘corrente’ sono le
metafore con cui è descritta nel modo più naturale. Nel parlare di essa in futuro,
chiamiamola corrente di pensiero, o della coscienza, o della vita soggettiva» (p. 239).
Nella moltitudine di idee e intuizioni sparse nei due volumi dei Principles, lo
psicologo Gordon W. Allport in un articolo del 1943 intitolato The productive
paradoxes of William James mise in evidenza sei temi centrali che avrebbero
impegnato le riflessioni degli psicologi dei decenni successivi. Il primo
«paradosso produttivo» riguardava la relazione tra il corpo e la mente. James
criticava la concezione per la quale i processi psichici erano epifenomeni, che
emergevano dai processi cerebrali (quella che egli chiamò la «teoria
dell’automa») e proponeva un parallelismo tra gli stati della coscienza e gli stati
cerebrali (ci dobbiamo «chiedere, dopo tutto, se l’accertamento di una netta e
immediata corrispondenza, termine per termine, della successione degli stati
di coscienza con la successione di tutti i processi cerebrali non sia la formula
psico-fisica più semplice, e l’ultima parola dello psicologo che si appaga di
leggi verificabili e cerca solo di essere chiaro e di evitare ipotesi rischiose»,
James, 1890, vol. 1, p. 182). Il secondo paradosso era relativo al rapporto tra
una impostazione positivista ed una fenomenologica. James rifiutava le
concezioni metafisiche dei processi psichici per le quali essi erano considerati
«prodotti di entità giacenti in profondità» (l’anima, l’Io trascendentale, ecc.) e
riteneva che la psicologia dovesse essere una scienza di fatti, di dati empirici.
Allo stesso tempo le sue analisi, come quella relativa alla corrente della
coscienza, ricordavano una metodologia di tipo fenomenologico piuttosto che
quella di stampo associazionista e strutturalista (da qui le recenti
interpretazioni di James come filosofo pre-esistenzialista e fenomenologo). Il
terzo paradosso consisteva nel fatto che James negava entità psichiche
metafisiche, ma nel X cap. dei Principles, quello sulla «coscienza del Sé»,
accettava la nozione di Sé (Self) che poteva essere empiricamente constatato
(«Il Sé empirico di ciascuno di noi è tutto ciò che si è tentati di chiamare con il
nome di me»). Il Sé empirico era costituito, per James, dal «Sé materiale» (il
corpo, i propri genitori, la propria casa, i propri oggetti); il «Sé sociale» (come
siamo «riconosciuti» dagli altri: «un uomo ha tanti Sé sociali quanti sono gli
individui che lo riconoscono e ne portano l’immagine nella loro mente»); il
«Sé spirituale» («l’essere interno o soggettivo di un uomo, le sue facoltà o
disposizioni psichiche, prese concretamente; non il semplice principio della
Unità personale, o il ‘puro’ Io») (James, 1890, vol. 2, pp. 291, 294, 296). La
posizione di James sul Sé empirico sarà ripresa da vari psicologi americani per
tutto il corso del primo Novecento e ritornerà in modo sistematico nella
psicologia degli anni ’70 (cfr. cap. III). Il quarto paradosso riguardava il
dilemma tra determinismo e libertà. Nel cap. XXVI dei Principles dedicato alla
«volontà», James cercò di conciliare la concezione deterministica degli atti
motori con l’esistenza di un atto libero e volontario che innesca tale sequenza
prefissata di atti, concependo la «volontà» come «il fenomeno preliminare,
l’urgenza cioè con la quale è capace di attirare l’attenzione e dominare la
coscienza» (James, 1890, vol. 2, p. 559). Al pari dell’attenzione sul versante
sensoriale, la volontà è un processo di selezione sul versante motorio, lo
staccarsi di una «rappresentazione» motoria sullo sfondo di altre per essere
eseguita. Il quinto paradosso era relativo alla disputa tra associazionismo e
antiassociazionismo, tra la concezione della mente costituita da atomi ed
elementi associati tra di loro, e la concezione per la quale la mente non era
scomponibile in elementi (vedi la «corrente di pensiero»). James non accettava,
come si è già notato, la concezione elementistica, ma allo stesso tempo usava la
nozione di associazione quando spiegava la formazione di un’abitudine (habit) a
livello nervoso. Infine nel sesto paradosso si poneva il problema della reale
possibilità di studiare scientificamente la mente una volta assunto che ogni
individuo è psicologicamente diverso da un altro («in ogni individuo concreto
vi è una unicità che elude qualsiasi formulazione», James, 1912, p. 411).
Il manifesto del funzionalismo uscì nel 1907 a firma di James R. Angell
(1869-1949) dell’università di Chicago. In questo articolo (The province of
functional psychology) Angell rifiutava l’idea di una mente astratta, staccata dal
contesto ambientale, e di una psicologia che non si collegasse con la visione
biologica e darwiniana di un fondamento evolutivo delle funzioni della mente.
La concezione jamesiana di una mente attiva e dinamica era stata
compiutamente assimilata.
In un bel passo di quell’articolo del 1907, condivisibile ancor oggi da buona parte della psicologia
contemporanea, Angell scriveva: «Lo psicologo funzionalista, quindi, nella sua foggia moderna è
interessato non solo alle operazioni dei processi mentali considerati semplicemente in sé e per sé, ma
anche e in modo più forte all’attività mentale come parte di un più vasto flusso di forze biologiche che
ogni giorno e ogni momento lavorano davanti ai nostri occhi e costituiscono la parte più importante e
interessante del nostro mondo. Lo psicologo di questo genere è avvezzo ad avere i suggerimenti dalla
concezione fondamentale del movimento evoluzionistico, per cui cioè la maggior parte delle strutture e
funzioni organiche possiede le proprie caratteristiche attuali in virtù dell’efficienza con cui si adattano alle
condizioni di vita esistenti fornite in generale dall’ambiente. Con questa concezione in mente, egli cerca
di comprendere il modo in cui lo psichico contribuisce all’avanzamento della somma totale delle attività
organiche, non solo lo psichico nella sua interezza, ma specialmente lo psichico nelle sue particolarità, la
mente come giudicare, la mente come sentire, ecc.» (p. 97).

Nell’ambito funzionalista spiccavano alcuni temi di ricerca, assenti o


secondari in quello strutturalista: l’apprendimento, la motivazione, le
differenze individuali, la psicologia evolutiva e le sue applicazioni nel campo
dell’educazione, la psicologia animale. Questa varietà di interessi, in una forma
sistematica, si trova in Harvey A. Carr (1883-1954), successore di Angell a
Chicago, autore di Psychology: a study of mental activity (1925), considerato il
manuale di psicologia della tipica psicologia funzionalista degli anni ’20,
quando ormai la polemica con lo strutturalismo si era conclusa.

James R. Angell ►

A Chicago insegnò anche George H. Mead (1863-1931), che per anni tenne
un corso di psicologia sociale molto seguito da psicologi, filosofi, sociologi e
linguisti. I numerosi scritti sparsi di Mead comparvero in buona parte postumi
(Mind, self and society from the standpoint of a social behaviorist, 1934) ed ebbero
un’influenza più sotterranea che esplicita sulla ricerca psicologica e sociale
nord-americana del primo Novecento. La teoria di Mead, sviluppatasi tra il
pragmatismo e il funzionalismo di Chicago, poneva in primo piano il ruolo
dei fattori sociali nello sviluppo dei processi psichici, sicché fu denominata
«comportamentismo sociale». In Mead è centrale la tematica del Sé, di cui
aveva già trattato ampiamente James nei Principles. Il Sé è spiegato nella sua
genesi dalle interazioni sociali, in quanto la mente presuppone sempre un
contesto sociale per potersi dispiegare. «La nostra opinione è che la mente non
può mai trovare espressione e non può mai giungere all’esistenza completa se
non nei termini di un ambiente sociale; che un gruppo organizzato o un
modello di rapporti o interazioni sociali (specialmente quelle della
comunicazione per mezzo di ‘gesti’, che svolgono la funzione di simboli
significativi e creano così un discorso universale) è necessariamente
presupposto da essa e implicito nella sua natura... la mente si sviluppa e
acquisisce il suo essere solo e per virtù del processo sociale di esperienza e
attività, che essa quindi presuppone, e per cui non può svilupparsi ed acquisire
il suo essere in nessun altro modo» (1934, pp. 230-31).
Altro centro importante del funzionalismo fu la Columbia University di
New York. Rispetto a Chicago, l’ambiente della Columbia risultò ancor più
aperto all’approfondimento di quei temi che erano stati trascurati dagli
strutturalisti. James McKeen Cattell (1860-1944), primo americano a
conseguire il dottorato con Wundt a Lipsia, studiò la questione delle differenze
individuali nei tempi di reazione e sviluppò i primi test mentali (cfr. cap. V).
Cattell fu alla Columbia dal 1891 al 1917. Tra i suoi allievi vi furono Edward
L. Thorndike (1874-1949), e Robert S. Woodworth (1869-1962), professori
per decenni il primo al Teachers College e il secondo alla Columbia
University. La loro psicologia non può essere considerata funzionalistica in
senso stretto, come adesione al funzionalismo di Chicago, ma ne accettò i
presupposti principali.
Thorndike affrontò il problema dell’apprendimento attraverso esperimenti
condotti su animali. La sua dissertazione di dottorato del 1898, Animal
intelligence: an experimental study of the associative processes in animals, definì
sistematicamente il processo di «apprendimento per prove ed errori» (trial and
error learning): un gatto affamato posto in una gabbia apprendeva ad uscirne per
prendere il cibo posto di fuori, smuovendo casualmente una serie di congegni.
Per Thorndike si trattava di impostare lo studio sul «processo di associazione
nella mente animale» ricorrendo ad esperimenti controllati e non
all’osservazione o all’aneddotica come era stato fatto negli studi precedenti di
psicologia animale (con l’esperimento, diceva Thorndike nella sua
dissertazione, «potete ripetere le condizioni a volontà, così da vedere se il
comportamento dell’animale è dovuto o no a una semplice coincidenza. Un
numero di animali può esser soggetto allo stesso test in modo da ottenere
risultati rappresentativi», p. 277). Una volta appresa la soluzione, il tempo
intercorso per riscappare di nuovo, se l’animale era posto ancora nella gabbia,
sarebbe divenuto minore. L’apprendimento era regolato da due leggi: la «legge
dell’esercizio», per cui l’apprendimento migliorava con l’esercizio e la
ripetizione delle prove, grazie alla impressione (stamping in) tra uno stimolo, o
meglio una situazione-stimolo, e una risposta; e la «legge dell’effetto», per cui
l’apprendimento si sviluppava in funzione degli effetti («piacere»,
«soddisfazione» di un bisogno) conseguenti a un determinato «movimento»
dell’animale. Thorndike fu inoltre il primo a formulare chiaramente una teoria
«connessionistica» dell’apprendimento: apprendere è connettere e la mente è
un «sistema di connessioni» tra situazioni-stimolo e risposte. Queste
connessioni sono descritte come processi che si verificano al livello sinaptico.
Le ricerche sull’apprendimento animale sono alla base degli studi che
Thorndike fece nel campo della psicologia pedagogica. In un lavoro del 1901,
scritto assieme a Woodworth, The influence of one mental function upon the
efficiency of other functions, i due autori criticavano l’impostazione della
cosiddetta «disciplina formale», convinta che vi fosse un effetto generalizzato
dell’apprendimento su tutte le discipline scolastische. Thorndike e
Woodworth misero in evidenza che questa sorta di «trasferimento» (transfer)
era possibile solo per alcuni processi molto elementari, ma non poteva
riguardare l’apprendimento delle varie discipline nei loro contenuti scientifici.
Thorndike dedicò buona parte della sua ricchissima produzione scientifica alla
psicologia pedagogica e ai metodi di valutazione (i suoi libri in questo campo
divennero molto noti e furono adottati in moltissime scuole degli Stati Uniti;
l’opera generale più importante è costituita dai tre volumi di Educational
psychology, 1913-14).
Woodworth introdusse un’altra prospettiva di ricerca nella psicologia
sperimentale americana degli inizi del secolo: quella relativa alla motivazione.
Fin dal libro del 1918 Dynamic psychology, Woodworth perseguì la fondazione
di una psicologia che ponesse in rilievo le cause, gli impulsi, le spinte, i
bisogni, i motivi (drives) del comportamento. Questa dinamica interna
all’organismo (O) si collocava tra la dimensione dello stimolo (S) e quella della
risposta (R), alle quali si limitavano i comportamentisti. La psicologia avrebbe
dunque dovuto studiare la dinamica S-O-R: attraverso quali processi il
comportamento si produce (R) in interazione con l’ambiente esterno (S) in
funzione delle motivazioni dell’organismo (O). Nel 1921 Woodworth
pubblicò il manuale introduttivo più diffuso negli anni tra le due guerre
mondiali, intitolato Psychology.
In Europa una impostazione funzionalistica caratterizzò l’opera di Édouard
Claparède (1873-1940), fondatore nel 1912 dell’Istituto J.-J. Rousseau a
Ginevra, dove avrebbe poi lavorato Jean Piaget cui era legato, oltre che da
interessi scientifici comuni, da una stretta amicizia personale. Il funzionalismo
di Claparède fu caratterizzato da una particolare attenzione allo sviluppo
psichico infantile e ai problemi psicopedagogici (L’association des idées, 1903;
Psychologie de l’enfant et pédagogie expérimentale, 1905; L’éducation fonctionnelle,
1931; La genése de l’hypothèse, 1933; La psychologie fonctionnelle, 1935). Nello
studio dei processi di pensiero che portano alla soluzione di un problema, al
raggiungimento di uno scopo, non limitandosi al risultato, ma alle procedure e
alle strategie impiegate, Claparède si avvalse del metodo della «riflessione
parlata» (réflexion parlée), secondo il quale il soggetto deve riferire a voce alta i
processi mentali in corso, e mise in evidenza i relativi processi di «presa di
coscienza» (prise de conscience) e «mentalizzazione» (mentalisation).

3. Il comportamentismo da Watson agli anni ’50


Il manifesto di Watson. Nel giro di tre-quattro anni dall’articolo di Angell del
1907, furono pubblicati una serie di lavori che spostavano la psicologia
americana dal funzionalismo al comportamentismo, da una parte rinunciando
all’ultima dichiarazione in favore della introspezione e della coscienza, quale
ancora si trovava in Angell; e dall’altra definendo il comportamento (behavior)
come l’unità di analisi della psicologia scientifica. Su questa posizione
convergevano sia le ricerche di psicologia sperimentale condotte sugli animali,
sia quelle relative a soggetti umani. Oltre agli studi di Thorndike
sull’apprendimento animale, per il settore della psicologia animale in America
furono rilevanti i lavori di Herbert S. Jennings (1868-1947) e di Robert M.
Yerkes (1876-1956), su cui si ritornerà trattando della prospettiva biologica
(cfr. cap. VII).
Le ricerche di Thorndike, Jennings e Yerkes, svolte nel primo decennio del
secolo, partivano dall’assunto che si dovessero studiare i «movimenti», gli habit
e le reazioni degli animali senza spiegarli con entità ipotizzate ma non
verificabili, bensì solo in relazione agli stimoli e alle condizioni ambientali che
li avevano provocati. Il termine americano behavior (o l’inglese behaviour)
(comportamento) era ormai frequente per indicare il complesso di tali
movimenti, habit e reazioni esterne dell’animale rispetto all’ambiente: lo si
ritrova, ad esempio, già nel libro dello psicologo inglese Conwy L. Morgan
(1852-1936), Animal behaviour (1900), e nel libro di Jennings, Behavior of lower
organisms (1906). Nell’articolo del 1910 dal significativo titolo Diverse ideals and
divergent conclusions in the study of behavior in lower organisms, Jennings esplicitava
una posizione metodologica, negli studi sul comportamento animale, che
sarebbe stata accolta nell’arco di pochi anni da altri psicologi statunitensi anche
nel campo del comportamento umano: «Il vivo interesse dello studio del
comportamento animale sta nei fatti concreti: in ciò che gli animali fanno [...]
Negli ultimi anni un nuovo spirito, un nuovo desiderio ha permeato la scienza
biologica in ogni settore, in breve il desiderio di vedere i processi della natura nel
loro corso, e di modificare e controllare questi processi, non semplicemente di
giudicare quali processi devono essere accaduti [...] In contrasto con questo vi è
un metodo precedente di lavoro, che può essere espresso nel modo seguente: si
è visto che esistono certe condizioni. Da ciò si sono tratte le conclusioni su che
cosa deve essere accaduto, affinché potessero esistere queste condizioni. Se siamo
riusciti a immaginarci un processo in grado di spiegare in modo sufficiente ciò
che esiste, allora ciò avrebbe rappresentato una spiegazione sufficiente» (pp.
349-50).
Nel campo della psicologia umana, gli psicologi di orientamento
funzionalista (James, Angell) avevano riconosciuto l’importanza della
coscienza e ammesso l’uso dell’introspezione per accedere ad essa. Alcune
riserve sulla validità teorica dei riferimenti alla coscienza e sull’attendibilità
della introspezione maturarono però tra questi stessi psicologi alla fine degli
anni ’10. Ormai si richiamava l’attenzione sul «comportamento», sulle risposte
osservabili e registrabili dall’esterno (risposte motorie, vegetative, verbali),
piuttosto che sulla coscienza, come dimensione interna della mente non
accessibile direttamente. Questa impostazione è esplicitata chiaramente nel
libro del 1911 dello psicologo statunitense di origine tedesca Max Meyer
(1873-1967), The fundamental laws of human behavior; nell’articolo del 1912 dello
psicologo statunitense Knight Dunlap (1875-1949), The case against
introspection; e infine nell’articolo di Angell, Behavior as a category of psychology,
pubblicato nel 1913 sulla «Psychological Review», qualche pagina dopo
l’articolo di Watson. In sostanza, anche questi psicologi che si erano dedicati
allo studio di soggetti umani (1) indicavano nel «comportamento» la nuova
categoria della psicologia, (2) ritenevano superfluo ricorrere a entità non
osservabili come la coscienza e (3) decretavano definitivamente come
soggettivo e inadeguato per la nuova psicologia oggettiva il metodo
dell’introspezione.

John B. Watson ►

Il manifesto del comportamentismo, Psychology as the behaviorist views it, letto


il 24 febbraio 1913 ad una riunione dell’American Psychological Association e
pubblicato da John B. Watson (1878-1958) per la «Psychological Review»
nello stesso anno, si inserì quindi in una prospettiva che era maturata nel
primo decennio del secolo tra gli psicologi statunitensi, in buona parte di
orientamento funzionalista, ma di questa prospettiva – che considerava la
psicologia come lo studio del comportamento –, esso fu la prima formulazione
decisa e sistematica. Le tesi di Watson si erano delineate attraverso una serie di
esperienze e ricerche di rilievo: tra il 1900 e il 1908 alla University of Chicago,
l’insegnamento di psicologi funzionalisti come Angell e Carr e di neurologi
come Henry H. Donaldson, nonché le ricerche sullo «sviluppo psichico» del
ratto e sulle scimmie; dopo il 1908 alla Johns Hopkins University, i continui
contatti con gli psicologi Jennings, Yerkes e Dunlap.
Tutto il programma comportamentista è riassunto nelle righe iniziali
dell’articolo di Watson (1913): «La psicologia, così come la concepisce il
comportamentista, non è altro che una branca sperimentale puramente
oggettiva delle scienze naturali. Il suo obiettivo teorico è la previsione e il
controllo del comportamento. L’introspezione non è una parte essenziale dei
suoi metodi e il valore scientifico dei suoi dati non dipende affatto dalla
rapidità con cui essi portano ad una interpretazione in termini di coscienza. Il
comportamentista, impegnato a individuare uno schema unitario delle
risposte animali, non trova alcuna linea divisoria fra l’uomo e l’animale» (p.
197). I punti essenziali erano il rifiuto della coscienza, non tanto come
funzione psichica, quanto come riferimento esplicativo dei dati introspettivi; la
delimitazione dell’indagine alla previsione e al controllo del comportamento;
la possibilità di unificare su queste basi il comportamento animale e quello
umano. Al limite, la coscienza e il pensiero potevano essere dedotti dalle
risposte comportamentali (oggettive), ma non vi si doveva accedere con i dati
introspettivi (soggettivi). Inoltre, particolarmente importante era il riferimento
al «controllo del comportamento». Esso significava che questo poteva non solo
essere osservato e studiato, ma anche manipolato e/o controllato assumendo
che la somministrazione di certi stimoli avrebbe senz’altro prodotto gli effetti
attesi, le risposte previste.
Il «rifiuto» della coscienza nel manifesto del 1913 fu indubbiamente il punto
centrale al quale ci si sarebbe poi richiamati per bollare, in modo semplicistico,
il comportamentismo come la scuola psicologica che negava l’esistenza
nientemeno che della coscienza. In effetti, come si è già accennato, Watson
non negò l’esistenza della coscienza in se stessa bensì di quello stato psichico
interno, detto coscienza, che emergeva dai resoconti introspettivi e che era
considerato la causa del comportamento umano manifesto. Sul terreno
vischioso della coscienza e dell’introspezione erano scivolati, secondo Watson,
sia lo strutturalismo che il funzionalismo.
«Non è mia intenzione muovere critiche ingiuste alla psicologia – scrisse Watson nel suo manifesto del
1913 – ma credo che non si possa ignorare il suo limite maggiore, consistente nel fatto che, dopo più di
cinquant’anni di esistenza come disciplina sperimentale, essa non sia riuscita ad affermarsi come scienza
naturale indiscussa. La psicologia, così come viene comunemente intesa, ha qualcosa di esoterico nei suoi
metodi. Se, per esempio, a qualcuno non riesce di riprodurre i miei risultati, ciò non dipende da un
eventuale difetto dell’apparato strumentale o da un insufficiente controllo dello stimolo usato, bensì dal
fatto che costui è carente dal punto di vista introspettivo. A essere messo in discussione non è l’apparato o
il sistema sperimentale ma l’osservazione. In fisica o in chimica, invece, si chiamano in causa le
condizioni sperimentali, nel senso che si attribuisce il fallimento di una verifica alla scarsa ricettività
dell’apparato, all’uso di sostanze chimiche impure, e così via. In queste scienze, quanto migliore è la
tecnica impiegata tanto maggiore diventa il grado di riproducibilità dei risultati. In psicologia è diverso.
Se non si riesce a osservare da 3 a 9 stati di chiarezza nell’attenzione, l’introspezione è insufficiente. Se,
d’altra parte, una sensazione appare ragionevolmente chiara all’osservatore, non c’è da fidarsi troppo
dell’introspezione neppure in questo caso: vuol dire che egli si è spinto troppo oltre, giacché le sensazioni
non sono mai perfettamente chiare.
Sembra, dunque, ormai giunto il momento che la psicologia decida di sbarazzarsi di ogni riferimento
alla coscienza e smetta di coltivare l’illusione di poter sottoporre a osservazione gli stati mentali. Ci siamo
a tal punto inviluppati in questioni speculative concernenti gli elementi costitutivi della mente e la natura
dei contenuti coscienti (parlando, ad esempio, di pensiero senza immagini, di atteggiamenti, ecc.) da far
sorgere il sospetto, almeno in uno sperimentalista come me, che qualcosa non funzioni a dovere nelle
nostre premesse e nel tipo di problemi che ne scaturiscono. In particolare non esiste più la certezza che
s’intenda tutti la stessa cosa quando ci serviamo dei termini attualmente in voga nel linguaggio
psicologico. Prendiamo il caso della sensazione. Essa viene definita sulla base dei suoi attributi. Ebbene,
uno psicologo afferma senza esitazione che gli attributi di una sensazione visiva sono la quantità,
l’estensione, la durata e l’entità. Un altro vi aggiunge la chiarezza, un altro ancora l’ordine. Personalmente
dubito che esista anche un solo psicologo la cui definizione di ciò che egli intende per sensazione possa
riscuotere l’approvazione di altri due o tre colleghi di diversa formazione. Consideriamo ora per un
momento la questione del numero delle sensazioni isolabili. Le sensazioni di colore sono innumerevoli o
soltanto quattro, cioè corrispondenti al rosso, verde, giallo e blu? In quest’ultimo caso ecco nascere
subito un problema: il giallo, per esempio, pur rappresentando una sensazione psicologicamente
semplice, può essere ottenuto sovrapponendo raggi spettrali rossi e verdi sulla stessa superficie di
diffusione! Se, d’altra parte, diciamo che ogni differenza appena percettibile nello spettro corrisponde a
una sensazione semplice, e che ogni aumento percettibile nel valore bianco di un dato colore provoca
sensazioni semplici, è necessario ammettere che il numero delle sensazioni è talmente grande e le
condizioni per ottenerle sono talmente complesse da rendere inutilizzabile il concetto stesso di
sensazione, sia dal punto di vista dell’analisi che da quello della sintesi. Titchener, che è stato qui da noi il
più intrepido paladino di una psicologia basata sull’introspezione, ritiene che queste diverse opinioni
circa il numero delle sensazioni e dei loro attributi, così come quelle riguardanti l’esistenza di relazioni
(dal punto di vista degli elementi) e molte altre questioni d’importanza fondamentale per ogni tentativo
di analisi, siano perfettamente naturali in rapporto allo sviluppo ancora relativamente scarso della
psicologia. Pur ammettendo che ogni scienza in via di organizzazione è piena di questioni insolute, credo
che solo i patiti dell’attuale sistema, coloro che hanno lottato e sofferto per esso, possano credere in
buona fede a una futura maggiore uniformità di risposte a tali quesiti. Secondo me, invece, a meno di
non sbarazzarsi del metodo introspettivo, fra duecento anni gli psicologi seguiteranno ancora a dibattere
se le sensazioni uditive abbiano la qualità dell’‘estensione’, se l’intensità sia un attributo applicabile al
colore, se ci sia una differenza di ‘struttura’ fra immagine e sensazione e così via, per centinaia e centinaia
di questioni analoghe.
Quanto agli altri processi mentali, la situazione non è meno caotica. È possibile isolare e verificare
sperimentalmente l’immagine-tipo? E i più riposti processi di pensiero possono esser fatti dipendere
meccanicamente dalle immagini? Cosa ancor più importante: c’è accordo tra gli psicologi per quanto
riguarda la definizione del sentimento? Alcuni dicono che i sentimenti non sono altro che atteggiamenti;
altri sostengono che essi sono gruppi di sensazioni organiche aventi caratteristiche comuni; altri ancora, e
sono la maggioranza, li considerano elementi di tipo nuovo correlati ed equivalenti alle sensazioni.
La mia polemica non è rivolta solo contro gli psicologi sistematici e strutturalisti. Negli ultimi quindici
anni si è assistito anche allo sviluppo della cosiddetta psicologia funzionale. Questo tipo di psicologia
condanna l’uso degli elementi alla maniera statica degli strutturalisti. Essa batte l’accento sul significato
biologico dei processi consci invece che sulla scomposizione analitica degli stati consci in elementi
isolabili attraverso la tecnica introspettiva. Ho fatto del mio meglio per capire la differenza tra la
psicologia funzionale e quella strutturale ma, invece di chiarirmi le idee, me le sono ritrovate ancora più
confuse. Termini come sensazione, percezione, affezione, emozione e volizione vengono usati sia dal
funzionalista che dallo strutturalista, con l’unica differenza che il primo aggiunge ad essi la parola
‘processo’ (‘atto mentale globale’ è un’altra espressione che si ritrova spesso nel suo linguaggio, insieme
ad altre analoghe) al fine di rimuovere in qualche modo il cadavere del ‘contenuto’ e mettere al suo posto
la ‘funzione’. Se questi concetti sono indubbiamente ambigui dal punto di vista contenutistico,
nell’accezione funzionalistica diventano ancor più fuorvianti, soprattutto quando la funzione viene
ottenuta mediante il metodo introspettivo. È di un certo interesse che nessun psicologo funzionale si sia
preoccupato di distinguere con la dovuta accuratezza tra ‘percezione’ (o altri termini dello stesso tipo) nel
senso sistematico e ‘processo percettivo’ secondo l’accezione della psicologia funzionale. Appare illogico
e alquanto ingiusto criticare il tipo di psicologia teorizzato dagli strutturalisti e poi servirsi degli stessi
termini senza indicare chiaramente il diverso significato che si attribuisce loro dal nuovo punto di vista»
(pp. 201-3).

Sempre nel 1913 Watson pubblicò un altro articolo, Image and affection in
behavior, sulla vacuità dei concetti di «immagine» e di «affetto» nella ricerca
psicologica e nel 1914 uscì il libro Behavior: an introduction to comparative
psychology, la prima monografia sistematica del comportamentismo. Negli anni
che seguirono fu affrontato in primo luogo il problema dell’unità di analisi
della «psicologia come scienza del comportamento», individuata nel riflesso
condizionato e nel condizionamento in genere.
Ricerche sul condizonamento. Nel 1909 fu pubblicato un articolo di Yerkes e S.
Morgulis, The method of Pavlov in animal psychology, dove era illustrata la
procedura introdotta dal fisiologo russo Ivan P. Pavlov per lo studio
dell’apprendimento di reazioni (riflessi condizionati) a nuovi stimoli
ambientali. Nel 1913 fu tradotto in francese e in tedesco il libro di un altro
fisiologo russo, Vladimir M. Bechterev dedicato alla «psicologia oggettiva».
Nel condizionamento pavloviano, le reazioni erano di natura neurovegetativa
(ad esempio, la salivazione), mentre nella procedura di Bechterev, le reazioni
(riflessi di associazione) erano motorie (cfr. cap. VII). Nonostante l’articolo di
Yerkes e Morgulis fosse comparso già nel 1909, fu solo nel 1916 che Watson
recepì l’importanza dei metodi di condizionamento introdotti dai fisiologi
russi per lo studio dell’apprendimento. In particolare, Watson risentì
maggiormente del quadro concettuale offerto da Bechterev, che si era
occupato dei riflessi motori, rivelatisi più interessanti per lo studio del
comportamento umano rispetto a quelli neurovegetativi, anche se la
terminologia da lui adottata fu quella pavloviana. Nell’articolo del 1916 su The
place of the conditioned reflex in psychology, testo letto come presidente
dell’American Psychological Association l’anno precedente, Watson individuò
nel riflesso condizionato l’unità di analisi per lo studio dell’abitudine (habit) o
acquisizione di nuovi comportamenti.
Fino a tutti gli anni ’20 sia Watson sia gli altri psicologi che avevano aderito al comportamentismo
applicarono il metodo del condizionamento per lo studio di risposte emozionali e di reazioni motorie e
neurovegetative in animali e in soggetti umani. Il libro di Florence Mateer (1887-1961), Child behavior: a
critical and experimental study of young children by the method of conditioned reflexes (1918), ad esempio, fu una
monografia completamente dedicata all’indagine del comportamento infantile mediante i riflessi
condizionati. Altri lavori interessanti furono la monografia di Ignatius A. Hamel, A study and analysis of
the conditioned reflex (1919); gli articoli di Hulsey Cason (1893-1950) nel 1922 sul condizionamento
pupillare e sul condizionamento dell’ammiccamento; l’articolo di Nathaniel Kleitman (1895-1999) e
George Crisler nel 1927 sul condizionamento salivare; l’articolo di Harold S. Schlosberg (1904-64) nel
1928 sul condizionamento patellare; il lavoro di Morgan Upton nel 1929 sulla sensibilità uditiva delle
cavie studiata mediante il condizionamento. Un piccolo gruppo di studiosi pavloviani si formò alla fine
degli anni ’20 dopo la permanenza di (William) Horsley Gantt (1892-1980) e Howard S. Liddell (1895-
1967) nel laboratorio di Pavlov a Leningrado. Nel 1927 comparve la traduzione americana del libro di
Pavlov sull’attività degli emisferi cerebrali con il titolo Conditioned reflexes e nel 1929 fu pubblicato il
primo volume della raccolta di articoli pavloviani con il titolo Lectures on conditioned reflexes. Queste due
traduzioni aumentarono ulteriormente l’interesse degli psicologi statunitensi per il metodo del
condizionamento (sulla imprecisa traduzione inglese di alcuni termini russi cfr. cap. VII). Il
condizionamento non fu più uno dei tanti metodi oggettivi impiegabili nella ricerca sperimentale, ma
divenne il metodo per eccellenza. Una sintesi classica fu data nella monografia Conditioning and learning di
Ernest R. Hilgard (1904-2001) e Donald G. Marquis (1908-73) nel 1940, per decenni il testo
universitario di riferimento sul condizionamento.

Tra la fine degli anni ’20 e i primi anni ’30 fu introdotta un’importante
distinzione tra due tipi di condizionamento. Una prima versione di questa
distinzione fu data da due fisiologi polacchi, Stefan Miller (1902-41) e Jerzy
Konorski (1903-73), che poi lavoreranno nel laboratorio di Pavlov a
Leningrado (cfr. cap. VII). In un primo tipo di condizionamento, era prodotta
una risposta secondo la classica procedura introdotta da Pavlov: ad esempio, la
saliva (reazione incondizionata) è emessa dal cane in risposta alla vista del cibo
(stimolo incondizionato), ma può essere emessa (reazione condizionata) anche
dopo uno stimolo neutro (stimolo condizionato, ad esempio un suono) che è
stato presentato per un certo numero di volte prima della somministrazione
del cibo (al suono l’animale emette la saliva, prima che arrivi il cibo; per
l’interpretazione fisiologica di questo fenomeno cfr. cap. VII). In un secondo
tipo di condizionamento, una risposta (ad esempio, la flessione passiva di una
zampa del cane) procura all’animale un rinforzo positivo (una quantità di cibo)
o negativo (una scossa elettrica), cosicché l’animale apprende a flettere o a non
muovere la zampa in funzione del rinforzo che potrebbe derivare dal suo
movimento. Questi due tipi di condizionamento furono descritti da Miller e
Konorski nel 1928 e poi in un articolo, intitolato appunto On two types of
conditioned reflexes, apparso nel 1937 sul «Journal of General Psychology». Nel
libro di Hilgard e Marquis, Conditioning and learning (1940), i due tipi di
condizionamento furono chiamati «condizionamento classico» (classical
conditioning), quello descritto originariamente da Pavlov, e «condizionamento
strumentale» (instrumental conditioning). Nell’articolo del 1935 Two types of
conditioned reflexes and a pseudo type, pubblicato anch’esso sul «Journal of General
Psychology», Burrhus F. Skinner usò una terminologia diversa: il primo tipo
di condizionamento fu denominato Tipo S (perché per produrlo era
importante lo stimolo) o «condizionamento rispondente» (respondent
conditioning); il secondo, Tipo R (perché era importante la risposta) o
«condizionamento operante» (operant conditioning).
Sulla base del principio del condizionamento furono elaborati quattro
modelli principali dell’apprendimento, da parte di E.R. Guthrie, B.F. Skinner,
C.L. Hull e E.C. Tolman, modelli che rappresentarono il nucleo forte del
comportamentismo negli anni ’30 e ’40.
Secondo Edwin R. Guthrie (1886-1959), professore alla University of
Washington, l’apprendimento è una modificazione del comportamento
prodotta dalla associazione o contiguità tra uno stimolo e una risposta. Non si
tratta quindi di un condizionamento stabilito in relazione al rinforzo, positivo
o negativo, che l’animale riceverebbe, ma di una semplice contiguità
temporale tra lo stimolo e la risposta. È sufficiente che uno stimolo si associ
anche una sola volta con una risposta perché alla presentazione successiva dello
stimolo segua la stessa risposta. Si ha quindi un apprendimento con una sola
associazione o prova (one-trial learning). Guthrie espose la sua teoria negli
articoli del 1930 e del 1934 rispettivamente su Conditioning as a principle of
learning e Pavlov’s theory of conditioning, e nel libro del 1935 The psychology of
learning (in quest’ultimo riassumeva il suo principio della contiguità stimolo-
risposta con la nota frase: «Una combinazione di stimoli che hanno
accompagnato un movimento sarà seguita da quel movimento quando essa si
ripresenterà», p. 26). All’interno della sua teoria, peraltro abbastanza semplice,
dell’apprendimento, Guthrie introdusse una distinzione interessante tra
movimenti e atti. Il comportamento, ad esempio, del gatto negli esperimenti
di Thorndike è un insieme di atti che a loro volta sono formati da movimenti
distinti. Ciò che l’animale apprende è l’associazione tra un singolo stimolo e
un singolo movimento; successivamente si forma una costellazione o
combinazione di stimoli che evoca una combinazione di movimenti (o atto
vero e proprio). Nello studio sperimentale dell’apprendimento si devono
quindi, per Guthrie, creare delle situazioni semplici in cui si possono mettere
in evidenza stimoli e risposte (movimenti) distinti, perché lo studio degli atti
(come nelle ricerche di Thorndike) non permette di districare le associazioni
significative nel mezzo di migliaia di combinazioni stimolo-risposta.
Nel modello di Burrhus F. Skinner (1904-90) l’accento è posto sul
condizionamento operante piuttosto che sul condizionamento classico per
caratterizzare le potenzialità dell’apprendimento. Nel condizionamento
classico la risposta è «elicitata» dallo stimolo (occorre lo stimolo – il cibo –
perché la risposta – la saliva – sia prodotta in associazione ad uno stimolo
neutro o condizionato); nel condizionamento operante la risposta è «emessa»
indipendentemente dalla presenza dello stimolo e se questa risposta è
rinforzata positivamente, essa sarà emessa di nuovo, se è rinforzata
negativamente essa non sarà emessa. Esempi notissimi di condizionamento
operante sono quelli del topo posto in una gabbia (la gabbia di Skinner o
Skinner’s box) che preme una levetta (la pressione costituisce la risposta
operante o operant) per ottenere il cibo (rinforzo), o del piccione che ottiene lo
stesso rinforzo positivo se becca un pulsante. Skinner introdusse una
importante procedura di analisi del condizionamento operante attraverso vari
tipi di «programmi di rinforzo» (schedules of reinforcement): il rinforzo (ad
esempio, il cibo) poteva essere fornito solo se tra una pressione e l’altra passava
un periodo fisso di tempo (fixed interval) oppure solo dopo un intervallo
variabile di tempo (variable interval), ancora solo dopo un numero fisso di
pressioni (fixed ratio) o dopo un numero variabile di pressioni (variable ratio).
Queste procedure furono descritte nei libri di Charles B. Ferster (1922-81) e
B.F. Skinner, Schedules of reinforcement (1957) e B.F. Skinner, Contingencies of
reinforcement (1969). Il comportamento dell’animale si sarebbe modellato
(modellamento = shaping) in funzione del programma di rinforzo scelto dallo
sperimentatore. In termini generali, l’ambiente agirebbe da rinforzo delle
risposte emesse dagli animali e dagli individui umani permettendo
l’apprendimento di nuove forme di comportamento. Inoltre l’ambiente,
rappresentato ad esempio dalla società o dalla scuola, è provvisto di propri
programmi di rinforzo che modellano il comportamento dell’individuo fin
dalla nascita.
Sia il modello di Guthrie sia quello di Skinner spiegavano l’apprendimento
secondo relazioni tra stimoli e risposte indipendentemente dai processi
biologici che consentivano, favorivano o attivavano queste stesse relazioni. Sia
gli stimoli che le risposte erano manifesti, osservabili e registrabili
oggettivamente e non vi era ragione di ricorrere a processi interni non
accessibili. Nel modello di Clark L. Hull (1884-1952) furono introdotti alcuni
processi che erano inferiti dal comportamento manifesto e che erano
indispensabili per spiegare la genesi e il decorso di questo stesso
comportamento. Fondamentale fu la nozione di pulsione (drive), che fa da
sfondo all’acquisizione della risposta operante. La fame, ad esempio, è una
pulsione che provoca l’emissione di risposte per ottenere il cibo (il rinforzo).
Hull affermò quindi che uno stimolo avrebbe evocato una risposta se la
connessione tra questo stimolo e questa risposta era associata alla diminuzione
della pulsione. Il drive era una «tipica» – come diceva Hull – variabile
interveniente tra lo stimolo e la risposta ed era incorporata nell’organismo (in
modo simile a quanto sosteneva Woodworth quando parlava di relazione S-O-
R). La tendenza di uno stimolo ad evocare una risposta ad esso associata, ciò
che i comportamentisti chiamavano habit, si rinforzava ulteriormente ad ogni
rinforzo: la forza dell’abitudine (habit strenght) era funzione della
somministrazione del rinforzo.

Clark L. Hull ►

Negli esperimenti sul condizionamento svolti da Watson, Guthrie, Hull,


Skinner e dai loro allievi fino a tutti gli anni ’30, l’apprendimento era valutato
in funzione delle risposte emesse dall’animale. Nell’animale che forniva la
risposta adeguata per ottenere il rinforzo positivo o evitare il rinforzo negativo
si era prodotto un condizionamento tra stimolo e risposta. Considerando la
risposta come prestazione (performance) fornita dall’animale, si poteva quindi
affermare che la prestazione era l’indice del condizionamento o apprendimento
(prestazione = apprendimento). Questa eguaglianza fu messa in crisi da
Edward C. Tolman (1886-1959), professore alla University of California a
Berkeley. In un fondamentale articolo del 1930, Introduction and removal of
reward, and maze performance in rats, Tolman e Charles H. Honzik (1897-1968)
illustrarono un esperimento originale su ciò che fu chiamato «apprendimento
latente» (latent learning). Fu confrontato l’apprendimento del percorso di un
labirinto in tre gruppi di ratti (il primo era rinforzato con il cibo, il secondo
non era rinforzato, il terzo era rinforzato a partire dal dodicesimo giorno di
prove sperimentali). Gli animali che erano rinforzati sempre apprendevano il
percorso del labirinto dopo pochi giorni di prove, quelli che non erano
rinforzati non arrivavano mai, neppure dopo una ventina di giorni, a
percorrere il labirinto senza compiere errori; infine, gli animali rinforzati al
dodicesimo giorno miglioravano immediatamente la prestazione al pari di
quelli rinforzati fin dal primo giorno. Quest’ultimo risultato fu interpretato da
Tolman e Honzik come l’evidenza del fatto che gli animali avevano appreso il
percorso anche in assenza del rinforzo, e che questo apprendimento si
manifestava in una prestazione corretta una volta somministrato il rinforzo. In
conclusione, l’assenza della prestazione non significa l’assenza
dell’apprendimento o, in altri termini, l’apprendimento non corrisponde
sempre alla prestazione. Vi può essere un apprendimento latente che nelle
dovute condizioni si può manifestare nella prestazione. Secondo Tolman,
nell’apprendimento è acquisita non tanto una relazione tra stimolo e risposta,
come affermavano gli altri comportamentisti, quanto un complesso di stimoli
che fungono da segni, una struttura-segno (sign-Gestalt) che soggiace al
comportamento dell’animale ed è disponibile per la soddisfazione del bisogno.
Negli esperimenti sull’apprendimento latente, si sarebbero formate delle
«mappe cognitive», degli schemi del percorso del labirinto, che l’animale
utilizza prontamente nel momento in cui comincia ad essere rinforzato. I
processi interni che modulano il comportamento dell’animale sono delle
variabili intervenienti, poste tra gli stimoli e le risposte. Queste variabili
intervenienti sono il requisito fondamentale dell’apprendimento, non lo è
invece la semplice connessione stimolo-risposta. Tolman fornì varie
classificazioni delle variabili intervenienti. Una prima classificazione
distingueva tra «variabili di necessità» (demand variables), relative ai bisogni
primari, le drives di Hull, e alla necessità di fuga in caso di pericolo; e le
«variabili cognitive» (cognitive variables) relative agli schemi, alle mappe che
guidano il comportamento. Nel saggio del 1951 A psychological model, Tolman
distinse poi tra i «sistemi di bisogno» (need systems) relativi ai bisogni; lo «spazio
di comportamento» (behavior space) relativo allo spazio di vita, descritto da
Lewin, entro il quale si esplica il comportamento; e la «matrice credenze-
valori» (belief-value matrix), una gerarchia delle aspettative apprese relativamente
all’ambiente e al loro significato per il comportamento. I risultati di Tolman
furono ampiamente discussi negli anni ’30 e ’40. Le variabili cognitive furono
sottoposte a verifica sperimentale e la loro introduzione per spiegare
l’apprendimento fu nettamente criticata. Alla proposta di Tolman di
accentuare la nozione di sign-Gestalt rispetto a quella di riflesso condizionato
(nell’articolo del 1933 Sign-Gestalt or conditioned reflex?) seguì nel 1935 la replica
di Neal E. Miller nell’articolo A reply to «Sign-Gestalt or conditioned reflex?». Una
importante analisi sperimentale del modello di Tolman in un’ottica
comportamentista tradizionale fu quella di Kenneth W. Spence e Ronald O.
Lippitt (An experimental test of the sign-Gestalt theory of trial-and-error-learning,
1946).
Edward C. Tolman ►

Nei primi anni ’50 si formò un nuovo orientamento negli studi sul
condizionamento. Si profilava un cambiamento nell’impostazione teorica di
fondo che avrebbe portato, assieme a vari altri aspetti problematici, a una crisi
del comportamentismo nei primi anni ’60. Il decorso dell’apprendimento (ad
esempio, diminuzione del numero di errori nell’apprendimento del percorso
di un labirinto; numero di prove per apprendere a emettere una risposta allo
scopo di ottenere il rinforzo) fu sottoposto ad un trattamento quantitativo per
determinare la migliore funzione matematica che lo descrivesse (ad esempio,
andamento lineare, a parabola, ecc.). Queste funzioni matematiche
diventavano dei modelli predittivi del comportamento, da verificare in
esperimenti con soggetti reali, ma esse erano relativamente indipendenti nella
loro formulazione teorica da questo accertamento empirico. All’interno di
questo orientamento furono svolti vari lavori, tra cui quelli più noti e
sistematici furono di William K. Estes (1919-2011; Toward a statistical theory of
learning, 1950).
Il comportamentismo fino agli anni ’50. Il comportamentismo fu la psicologia
dominante negli Stati Uniti almeno fino a tutti gli anni ’50. Sebbene sia
considerato come una scuola compatta, in realtà esso si articolò in vari
orientamenti teorici che distinguevano il contributo dei diversi psicologi da
Watson a Skinner. Si deve considerare inoltre che vi fu un’evoluzione anche
nell’impostazione teorica interna ai modelli proposti via via dai singoli
studiosi. Generalmente si parla di «comportamentismo classico» per
l’evoluzione compresa tra il 1913 e il 1930 circa e di «neo-comportamentismo»
per il periodo 1930-50 circa.
Molto interessante fu lo sviluppo teorico dell’opera di Watson, considerato lo
psicologo meno sensibile alle innovazioni teoriche e metodologiche. Intorno al
1917 Watson cominciò a modificare alcuni punti essenziali del suo programma
comportamentista. Nell’articolo del 1917 An attempted formulation of the scope of
behavior psychology, Watson rinunciò all’idea che la psicologia dovesse studiare il
comportamento sia degli animali che dell’uomo, benché in entrambi fossero
comuni i meccanismi principali dell’apprendimento, ed affermò che la
psicologia umana si distingueva dalla psicologia animale proprio perché
nell’uomo erano appresi comportamenti sostanzialmente diversi da quelli
riscontrabili negli animali. Il comportamento istintuale, così pervasivo nel
mondo animale, era solo parzialmente presente nell’uomo. Il
comportamentismo di Watson si caratterizzò come un netto «ambientalismo»
che metteva in evidenza la possibilità di modificare il comportamento umano.
La svolta ambientalistica di Watson era stata sollecitata dall’esigenza di
applicare i contributi della psicologia nel campo dei problemi sociali, scolastici,
lavorativi. Solo in un’ottica che prevedesse la possibilità di modificare il
comportamento, attraverso l’apprendimento, era possibile individuare il ruolo
applicativo della psicologia comportamentista nella società americana
dell’epoca. E furono proprio gli aspetti applicativi che divennero centrali nella
produzione di Watson negli anni successivi al suo distacco dall’ambiente
universitario, e che fecero del comportamentismo la psicologia che più attrasse
l’attenzione dell’opinione pubblica grazie anche agli articoli scritti su periodici
di grande diffusione da Watson stesso e dalla sua seconda moglie Rosalie
Rayner. Il libro del 1928 Psychological care of the infant and child, in cui si
illustravano i modi – basati sul condizionamento – con cui allevare un
bambino, divenne un libro molto popolare tra le famiglie americane.
L’ambientalismo di Watson era stato avviato anche da un paio di studi sul comportamento infantile: il
lavoro del 1917 con John J.B. Morgan (1888-1945), Emotional reactions and psychological experimentation, e
quello del 1920 con Rosalie Rayner, Conditioned emotional reactions. Watson e i suoi collaboratori
studiarono le reazioni emotive nei neonati e la possibilità di modificarle con procedure di
condizionamento. Le reazioni emotive alla nascita, secondo Watson, erano solo tre: la paura, la rabbia e
l’amore. Sulla base di queste tre emozioni si sarebbe formata una gamma più vasta di reazioni emotive.
Nell’articolo del 1920 fu presentato il famoso caso di Albert, un bambino di nove mesi condizionato ad
aver paura di animali (ad esempio, un topo, un coniglio, un cane e una scimmia) o di oggetti (ad
esempio, cotone, maschere di volti umani, un giornale che brucia) per i quali non aveva mostrato in
precedenza alcun timore. La vista degli animali e degli oggetti era associata a un colpo prodotto da un
martello su una sbarra di ferro posta dietro ad Albert. In seguito questo forte rumore – prodotto ogni
volta che Albert toccava un topolino – procurava una reazione di paura: bastava che Albert vedesse il
topolino, anche senza sentire il rumore, e subito scoppiava a piangere. Watson e Rayner compirono
numerose prove con Albert per generalizzare la sua paura agli altri animali e oggetti. Come è stato
illustrato da Ben Harris nel suo articolo del 1979 Whatever happened to Little Albert?, l’esperimento di
Watson e Rayner divenne uno degli esempi più citati del comportamentismo watsoniano. Tuttavia, si
trattò anche del contributo riportato nei modi più distorti, probabilmente non sempre letto nella forma
originaria, ma tramandato di manuale in manuale fino ad inventare persino gli stimoli cui Albert si
sarebbe condizionato. Si formò un mito sul «piccolo Albert», su come il comportamentista avrebbe
potuto modificare a piacere il comportamento di un individuo umano cominciando a condizionarlo
opportunamente fin dai primi mesi di vita. Purtroppo, era stato proprio Watson a favorire questa
mitologia. In un noto passo del libro Behaviorism del 1924, Watson scrisse: «Datemi una dozzina di
bambini sani, ben formati, e l’ambiente specifico che dico io per tirarli su e vi garantisco che, dopo averlo
preso a caso, farò di ognuno uno specialista a piacere – un dottore, un avvocato, un artista, un capitano
d’industria oppure persino un mendicante o un ladro – a prescindere dal suo talento, dalle sue
inclinazioni, tendenze, capacità, vocazioni, e dalla razza dei suoi avi. Sto andando al di là dei miei fatti e
lo ammetto, ma così hanno fatto i difensori del contrario e lo stanno facendo da molte migliaia di anni»
(p. 104).

Il comportamentismo di Watson si diffuse sia negli ambienti scientifici che


nell’opinione pubblica, suscitando approvazione e rifiuto. La speranza del
comportamentismo di costruire una nuova umanità mediante le procedure di
condizionamento faceva intravvedere un mondo utopico che alcuni
accettavano e altri giudicavano utopistico, dettato da un’adesione «religiosa»
alla nuova scuola psicologica (Louis Berman, The religion called behaviorism,
1927). Le reazioni negative vennero soprattutto dall’ambiente scientifico, dove
si riteneva che l’abbandono dell’introspezione e dello studio della coscienza
avrebbe limitato fortemente la rilevanza della psicologia umana (come notò
Titchener nella sua recensione del 1914 al manifesto di Watson). Un’altra
critica riguardava il forte determinismo del comportamentismo watsoniano,
rispetto al quale Berman nel libro appena citato scriveva: «Il continuo tam-tam
del tamburo comportamentista afferma insistentemente che noi siamo
completamente e totalmente le vittime di condizioni che vanno al di là del
nostro controllo dal momento della nascita al momento dell’estinzione. E
naturalmente questo vale anche prima della nascita... Nel ventre i geni dei
cromosomi commettono i loro crimini silenziosi sulla personalità» (p. 134).
Nei primi anni ’20 si arrivò ad una distinzione tra due forme di
comportamentismo, una più rigida ed una più flessibile: nella prima si negava
l’esistenza della coscienza, nella seconda si accettava lo studio della coscienza e
non si escludevano i dati non strettamente comportamentali. William
McDougall, in un saggio del 1926 intitolato significativamente Men or robots?,
distingueva un comportamentismo «rigido», proprio di Watson, in cui si
rifiutavano le nozioni di coscienza e scopo del comportamento, e un
«comportamentismo intenzionale» (purposive behaviorism), nel quale si
introduceva il concetto di finalità di ogni atto comportamentale. Karl S.
Lashley, in un articolo del 1923, The behavioristic interpretation of consciousness,
aveva già operato una distinzione tra un comportamentismo «estremo», poi
definito «radicale», in cui vi era un rifiuto della coscienza o di altre entità
soggettive come costruzioni astratte, metafisiche (su questa linea furono
Watson e poi, in particolare Skinner, la cui teoria è stata spesso definita
«comportamentismo radicale») e un comportamentismo «metodologico», nel
quale non si negavano la coscienza e la dimensione soggettiva, ma si affermava
che esse non potevano essere studiate in modo oggettivo.
Negli anni dal 1930 al 1950 il dibattito sulle pretese teoriche e applicative del
programma comportamentista si spense, e l’interesse si spostò da una parte
sugli aspetti più empirici e metodologici relativi al condizionamento, tematica
di cui abbiamo già trattato, e dall’altra su problemi di natura concettuale.
Un primo importante problema fu quello dell’impostazione molecolare o
molare nello studio del comportamento. Watson aveva proposto una
concezione strettamente molecolare del comportamento, che era ridotto in
unità semplici: gli stimoli e le risposte. Il comportamento poteva essere
interpretato sulla base delle relazioni tra stimoli e risposte, le quali potevano
essere ulteriormente ridotte a puri processi fisiologici (muscolari e
ghiandolari). La versione più originale dell’impostazione molare fu quella
avanzata da Tolman, secondo cui non si poteva spiegare il comportamento nei
termini di associazioni tra semplici stimoli e risposte. Il comportamento
dipendeva, per Tolman, da associazioni tra insiemi di stimoli e complessi di
risposte, da unità molari o gestaltiche (ad esempio le «mappe cognitive»,
descritte da Tolman nell’articolo Cognitive maps in rats and men nel 1948). Le
proprietà di queste unità molari non erano riconducibili alle proprietà delle
semplici associazioni stimolo-risposta. L’influenza della teoria della forma sul
pensiero di Tolman era stata notevole, come egli stesso riconobbe varie volte,
dalla terminologia (si ricordi l’espressione sign-Gestalt theory) fino alla sostanza
teorica delle sue ricerche. Anche il modello di Hull può essere considerato
molare, in quanto fondato sulla concezione che il comportamento si basava
sull’interazione integrata tra variabili intervenienti nella regolazione delle
risposte comportamentali fornite alla stimolazione ambientale. Hull propose
un modello formalizzato del comportamento, nel quale era esplicitato un
insieme di postulati, corollari e teoremi. Secondo il metodo ipotetico-
deduttivo, adottato da Hull, dalle ipotesi formulate sul comportamento – con
riferimento ai postulati del modello – si potevano dedurre delle conseguenze
da verificare con ricerche empiriche.
Il metodo ipotetico-deduttivo fu applicato dapprima in un libro scritto da Hull nel 1940 in
collaborazione con un gruppo di matematici, logici e psicologi, sull’apprendimento di liste di parole:
Mathematico-deductive theory of rote learning; e in seguito riproposto in un modello sistematico del
comportamento nel libro scritto da Hull nel 1943, Principles of behavior. Il sistema di Hull fu una delle
principali teorie comportamentiste adottate dagli psicologi sperimentali tra gli anni ’40 e ’50. È stato
calcolato che il 70% degli articoli sull’apprendimento e il condizionamento pubblicati nelle importanti
riviste «Journal of Experimental Psychology» e «Journal of Comparative and Physiological Psychology»
tra il 1944 e il 1950 si riferissero a Hull. L’entusiasmo per il rigore formale-matematico del sistema di
Hull si doveva attenuare già nei primi anni ’50, anche per la difficoltà di verificare empiricamente un
modello molto complesso. L’opera di Hull fu continuata da alcuni allievi e collaboratori, tra cui il già
ricordato Kenneth W. Spence (1907-67), professore alla State University of Iowa, autore di Behavior
theory and conditioning (1956) e Behavior theory and learning (1960).
Un secondo tema importante su cui emersero varie posizioni tra i
comportamentisti americani fu quello del ruolo dello scopo (purpose) nel
comportamento. Watson aveva rigettato ogni accenno agli scopi, in quanto si
sarebbe introdotta una dimensione interna – inaccessibile al pari della
coscienza – nello studio del comportamento. Edwin B. Holt (1873-1946),
allievo di James, professore a Harvard e a Princeton, nei suoi libri The Freudian
wish and its place in ethics (1915) e Animal drive and the learning process (1931),
aveva proposto l’integrazione tra i concetti della psicoanalisi e quelli del
comportamentismo, soprattutto attraverso la nozione di «desiderio», «scopo» o
«proposito» (wish) come un «corso dell’azione» (course of action) che l’organismo
è predisposto ad attuare per soddisfare i propri bisogni. Le risposte
comportamentali non erano per Holt delle semplici risposte molecolari, ma
delle unità integrate, molari, finalizzate, volte verso uno scopo specifico.
Queste idee furono rielaborate sistematicamente da Tolman, che aveva
studiato con Holt. Il sistema di Tolman fu definito il «comportamentismo
intenzionale» per eccellenza, grazie alla centralità del concetto di scopo (l’opera
principale di Tolman fu Purposive behavior in animals and men, 1932).
Nell’articolo del 1925 Purpose and cognition: the determiners of animal learning, Tolman aveva individuato
nello «scopo» e nella «cognizione» i due aspetti fondamentali dell’apprendimento. Per Tolman si trattava
di concetti nuovi «perché non si limitano alle consuete nozioni fisiologiche di stimolo, eccitazione
neurale, resistenza sinaptica e contrazione muscolare (o secrezione ghiandolare), ma comprendono
nozioni immediate e proprie al senso comune come quelle di scopo e cognizione. Tali nozioni verranno
definite in termini oggettivi e comportamentisti e non in termini ‘mentalistici’. Più precisamente, il
lettore è invitato a considerare i fenomeni dell’apprendimento animale, come pure dell’apprendimento
umano, nei termini di: 1. una ricerca della meta (scopo), 2. una serie di impulsi esplorativi iniziali (‘impulsi’
cognitivi iniziali) e 3. l’acquisizione di una serie di adattamenti finali all’oggetto (cognizioni finali). [...]
Quando un ratto percorre un labirinto, si può osservare che le sue attività di percorrere e cercare
persistono fino al raggiungimento del cibo. Tale persistenza pare essere il risultato della condizione fisiologica di
fame. Non sappiamo se il ratto, in tale ‘persistere’, è ‘cosciente’, né sappiamo se ‘vede uno scopo’ (per
usare la terminologia dei mentalisti); sappiamo però che, (1) data la condizione fisiologica di fame e (2)
date le condizioni oggettive del labirinto, il ratto persiste fino al raggiungimento del cibo. Questo fatto
puramente oggettivo, che è la persistenza fino a che non venga raggiunto un certo tipo specifico di
oggetto-meta, è quanto noi definiamo come ricerca della meta. Così definita, la ricerca della meta è un
fenomeno completamente oggettivo e comportamentista: non vi è nulla di ‘mentalistico’ in esso. [...] La
tendenza a provare tutte le porte, ma nessuna più d’una volta, la tendenza a procedere in maniera
regolare da sinistra verso destra o da destra verso sinistra, la tendenza a provare più volte la stessa porta,
interponendo o no tentativi di altri corridoi, e infine la tendenza ad insistere con certi piccoli gruppi di
porte più e più volte sono delle buone descrizioni, oggettive ovviamente, della innatezza, dell’estensione
e della flessibilità delle tendenze esplorative iniziali degli animali (‘impressioni’ cognitive iniziali di come
arrivare lì). L’animale che insiste davanti alla stessa porta più e più volte ha evidentemente una dotazione
di tendenze esplorative (‘impressioni’ cognitive) inferiori all’animale che nel frattempo prova le altre
porte. [...] Quali sono gli elementi caratteristici ed i fattori causali determinanti nell’acquisizione degli
adattamenti finali all’oggetto (cognizioni)? Va osservato, in primo luogo, che tali adattamenti sembrano
consistere in due fasi o aspetti: (1) ciò che possiamo chiamare i loro aspetti intenzionali o noetici
[cognitivi], e (2) ciò che possiamo chiamare la loro stimolazione sensoriale ovvero i loro aspetti
sensoriali. [...] L’aspetto intenzionale o noetico di un adattamento all’oggetto verrà definito come la
struttura dell’oggetto (cioè quella possibilità comportamentale) che il comportamento osservabile
dell’animale attribuisce, a torto o a ragione, ad una certa parte determinata del labirinto. Così, ad esempio,
si può dire abbastanza oggettivamente che il comportamento del ratto, che corre direttamente fino al
termine di un labirinto cieco accorciato, attribuisce a questa parte del labirinto una struttura dell’oggetto
(una possibilità comportamentale) che quest’ultimo non possiede. [...] È comunque chiaro che
l’apprendimento non consiste semplicemente nell’acquisizione e nel miglioramento di questi aspetti
intenzionali o noetici dell’adattamento dell’animale al labirinto, ma coinvolge anche il collegamento di
tali intenti a corretti stimoli differenziali. Perché si presenti un qualsiasi adattamento all’oggetto è necessaria
la presenza di stimoli. Il ratto attribuisce una possibilità di comportamento ad una parte determinata del
labirinto come risultato di stimoli particolari presentati da quella parte del labirinto, ed il fenomeno
dell’apprendimento consiste in gran parte nel collegare a questi stimoli gli intenti degli adattamenti
all’oggetto. [...] Infine va messo in rilievo come la discussione precedente, nonostante l’impiego dei
termini scopo e cognizione, è comportamentista. Infatti, quando abbiamo impiegato questi concetti non
li abbiamo mai definiti in termini ‘mentalistici’, né li abbiamo ‘intravisti’ e scoperti in qualche modo
misterioso. Piuttosto abbiamo osservato il ratto in un labirinto e abbiamo semplicemente descritto il
comportamento osservato. Anche le cognizioni (adattamenti all’oggetto) e gli scopi (ricerche della meta)
dell’animale li abbiamo descritti come li abbiamo osservati e li abbiamo definiti in termini puramente
oggettivi, nei termini cioè (a) della situazione oggettiva del labirinto e (b) degli aspetti puramente oggettivi
e descrittivi del comportamento del ratto davanti a quella data situazione» (pp. 221-31).

Altro tema di grande interesse fu quello relativo alla elaborazione di variabili,


«intermedie» o «intervenienti» (intervening variables), interposte tra lo stimolo e
la risposta. Come ha fatto notare Spence nella sua premessa alla VII edizione
dei Principles di Hull, non solo Tolman e Hull inclusero il concetto di
«variabile interveniente» nel loro sistema, ma anche Skinner fece ricorso al
concetto di «termine medio ipotetico» per mettere in relazione gli stimoli con
le risposte. Come ricordava Hull in una nota dei Principles era stato Tolman a
introdurre il concetto di variabile intermedia nel discorso presidenziale del
1937 per l’American Psychological Association (pubblicato con il titolo The
determiners of behavior at a choice point nella «Psychological Review» del 1938).
Un’analisi teorica della variabile intermedia era stata fatta dal fisico Percy W.
Bridgman nel libro The logic of modern physics (1938) dove, secondo le parole di
Hull, si arrivava alla conclusione che «la variabile intermedia (X) [incognita
posta tra S e R, stimoli e risposte] non è mai direttamente osservata, ma è
un’inferenza basata sulle osservazioni di qualcos’altro e che l’inferenza è
criticamente dipendente dalle manipolazioni sperimentali (operazioni) che
conducono alle osservazioni» (p. 32). Sempre nei Principles, Hull dette una
precisa definizione di variabile intermedia: «Dovunque si faccia un tentativo di
penetrare l’invisibile mondo della molecolarità, gli scienziati si servono
ripetutamente e utilmente di costrutti logici, variabili intermedie, o simboli
per facilitare il proprio pensiero. Questi simboli, o incognite X, rappresentano
entità o processi, che, se esistono, potrebbero spiegare taluni eventi nel mondo
molare osservabile. Esempi di tali entità postulate nel campo delle scienze
fisiche sono gli elettroni, i protoni, i positroni, ecc. Un concetto estremamente
parallelo in campo di comportamento, familiare a tutti, è quello di abitudine,
distinta dall’azione abituale. L’abitudine presumibilmente esiste come
condizione invisibile del sistema nervoso, sia quando l’azione non viene
mediata, sia quando l’azione abituale è in corso; le abitudini su cui si basa il
nuoto sono realmente presenti sia quando una persona è in una sala da ballo,
sia quando è in acqua» (pp. 22-23). Secondo Hull queste variabili non
avrebbero fatto introdurre degli elementi ascientifici se fossero state ancorate
all’osservazione, da una parte, di «eventi antecendenti» e, dall’altra, di «eventi
susseguenti», entrambi rappresentati da «dati sperimentali». Queste variabili
intermedie sono dei «costrutti logici» che pongono una relazione tra gli stimoli
e le risposte, legano gli uni alle altre, ma non spiegano la ragione per cui queste
risposte seguono a tali stimoli. Ancor più precisamente, si tratta di «relazioni» e
non di entità invisibili che sottostanno a queste stesse relazioni. Quando, come
fu affermato da alcuni psicologi comportamentisti, queste entità non sono
soltanto delle relazioni, ma sono dei processi o degli stati, localizzati tra gli
stimoli e le risposte, attualmente inaccessibili e invisibili, ma di fatto «reali»,
allora si preferisce parlare di «costrutti ipotetici» o di «variabili ipotetiche».
Il riferimento alle variabili intervenienti si associa alla posizione dei
comportamentisti nei confronti del ruolo del sistema nervoso nei processi
comportamentali e alla rilevanza delle ricerche neurofisiologiche per la
psicologia. In una lettera del 1946 di Karl S. Lashley al biografo di Pavlov,
Boris P. Babkin, si poneva tale questione nel modo seguente: «Sebbene Pavlov
indicasse la via della ricerca fondamentale nella fisiologia del cervello, questa
via, purtroppo, non fu seguita sistematicamente in America e si è aggiunto ben
poco a un’analisi ulteriore delle funzioni cerebrali con l’aiuto di questo
metodo. Paradossalmente, molti psicologi, nella cui opera corrente si può
tracciare chiaramente l’influenza delle teorie di Pavlov, si sono volti allo
sviluppo di sistemi concettuali da cui tutte le interpretazioni neurologiche
vengono escluse rigorosamente. Così la principale influenza della teoria dei
riflessi condizionati sulla psicologia in America sembra essere stata
diametralmente opposta alle aspettative di Pavlov di usare i suoi studi come
base per la spiegazione fisiologica del comportamento» (cit. in Babkin, 1949,
p. 328). L’adozione dei metodi del condizionamento e l’interpretazione
dell’apprendimento come processo di condizionamento non significarono
dunque l’accettazione dell’impianto fisiologico descritto da Pavlov (cfr. cap.
VII). D’altronde questa posizione non implicava che i comportamentisti
negassero il ruolo del sistema nervoso e in particolare del cervello nella
realizzazione dell’apprendimento. Essi negavano in generale che dallo studio
delle funzioni nervose si potessero trarre elementi conoscitivi adeguati per la
comprensione del comportamento. Secondo Hull l’approccio neurofisiologico
era molecolare, limitato a processi elementari distinti, mentre per lo studio del
comportamento era necessario un approccio molare che lo considerasse come
una «unità integrata» (nei Principles Hull sottolineava: «L’abisso che corre fra la
minuziosa descrizione anatomica e fisiologica del sistema nervoso quale si
conosce al presente, e quella che sarebbe necessaria per la costruzione di una
teoria del comportamento molare sufficientemente fondata, è insormontabile»,
pp. 20-21). A questo problema Skinner dedicò il cap. XII («Comportamento e
sistema nervoso») del suo libro The behavior of organisms (1938). Qui Skinner
introdusse l’importante nozione di «sistema nervoso concettuale» per indicare
quelle teorie neurofisiologiche che non studiavano direttamente i processi
nervosi implicati nel comportamento, ma li deducevano sulla base dei processi
comportamentali indagati (l’esempio più tipico di questa impostazione era
stato, per Skinner, proprio la teoria pavloviana). Inoltre, il sistema nervoso che
poteva essere correlato con il comportamento non era il sistema nervoso
descritto in termini molecolari e studiato con tecniche neurofisiologiche, ma il
sistema nervoso che aveva proprietà integrative e molari (come appunto quello
descritto da Pavlov). La posizione comportamentista sul sistema nervoso è
esemplificata dall’analogia del cervello con una «scatola nera» (black box) dentro
la quale entrano gli stimoli e dalla quale escono le risposte, senza però che si
possa accedere ai meccanismi interni. Il comportamentista riteneva che la
conoscenza di questi meccanismi in termini molecolari non fosse sufficiente
per spiegare il processo comportamentale stimolo-risposta, allo stesso modo in
cui si negava alla coscienza e all’introspezione un’analoga funzione conoscitiva.
Tuttavia ciò non significava negare la «realtà» del cervello come «supporto»
materiale del comportamento. Nel 1980, ripercorrendo le tappe del suo
itinerario scientifico, Skinner scrisse a questo proposito: «La mia tesi [di
dottorato] fu una sorta di dichiarazione di indipendenza dal sistema nervoso e
riaffermai la mia posizione in The behavior of organisms. Non è – non credo –
antifisiologica. Vari stati e processi fisiologici intervengono tra le operazioni
compiute da un organismo e il comportamento risultante. Essi possono essere
studiati con tecniche appropriate e la loro importanza è scontata. Una scienza
del comportamento ha però i suoi propri fatti, e questi son troppo spesso
oscurati quando sono convertiti in avventate inferenze sul sistema nervoso»
(pp. 198-99).

Burrhus F. Skinner ►

4. Skinner e l’utopia comportamentista


Nel quadro dello sviluppo del comportamentismo, un posto a sé merita
l’opera di Skinner, sia perché attraverso la prima formulazione sistematica nel
1938, la nuova sintesi del 1953 e gli innumerevoli saggi scritti fino all’ultimo –
Can psychology be a science of mind? è del 1990 – quest’opera è stata presente nella
psicologia contemporanea per oltre un sessantennio; sia perché oltre a fornire
una teoria generale del comportamento ha costituito un modo di concepire la
psicologia che era allo stesso tempo un modo di concepire la società umana.
Questo intreccio tra teoria e visione del mondo, quale si può riscontrare nella
psicoanalisi di Freud, ha contraddistinto il comportamentismo di Skinner
rispetto a quello degli altri grandi esponenti di questa scuola.

«Walden Two» ►

La prima opera importante di Skinner, The behavior of organisms (1938), non


ebbe una grande influenza sul comportamentismo della fine degli anni ’30,
sempre più impegnato nell’adesione alla teoria di Hull e alla verifica
sperimentale dei suoi postulati. Fu nel libro del 1953 Science and human behavior
che Skinner espose alcuni principi che si sarebbero presto diffusi tra molti
psicologi nord-americani, mentre andava spegnendosi l’interesse per la teoria
di Hull. Skinner ribadiva che lo studio dei fatti interni, retrostanti alle variabili
esterne, manifeste e osservabili del comportamento non permetteva
un’indagine rigorosa e quantitativa del comportamento stesso. Per Skinner la
psicologia doveva procedere allo stesso modo di una scienza naturale,
studiando le relazioni tra variabili indipendenti e variabili dipendenti. Sebbene
non fosse negata la differenza tra il comportamento animale e quello umano
per i loro diversi livelli di complessità, la sperimentazione su animali (Skinner
aveva impiegato ratti e piccioni) permetteva di studiare in condizioni di
laboratorio estremamente controllate i meccanismi di base comuni.
A proposito dei compiti della psicologia comportamentista, Skinner scriveva in Science and human
behavior: «Le variabili esterne di cui è funzione il comportamento costituiscono gli elementi di quella che
può essere chiamata un’analisi causale o funzionale. Ci proponiamo di predire e controllare il
comportamento di un organismo individuale, e questa è la nostra ‘variabile dipendente’, cioè l’effetto per
il quale desideriamo trovare una causa; le nostre ‘variabili indipendenti’, le cause del comportamento,
sono le condizioni esterne di cui è funzione il comportamento; le relazioni tra le due serie, le ‘relazioni
causa-effetto’ del comportamento, costituiscono le leggi di una scienza, e una sintesi di tali leggi espressa
in termini quantitativi ci fornisce un quadro globale dell’organismo considerato come un sistema dotato
di un comportamento.
Tutto questo ha da esser fatto entro i limiti di una scienza naturale, e non possiamo fondarci sull’ipotesi
che il comportamento abbia proprietà peculiari che richiedano metodi propri, o tipi particolari di
conoscenza. Viene spesso dichiarato che non è tanto importante un’azione quanto l’‘intenzione’ che la
sottende, oppure che un’azione può essere descritta solamente in funzione di ciò che essa ‘significa’ per
l’individuo che mostra un comportamento o per le altre persone che tale comportamento può
influenzare: se affermazioni di questo tipo sono utili per qualche scopo scientifico, debbono basarsi su
eventi osservabili, e noi possiamo valerci di tali eventi esclusivamente nell’ambito di un’analisi funzionale.
Vedremo più avanti che per quanto termini come ‘significato’ o ‘intenzione’ sembrino riferirsi a
proprietà del comportamento, essi generalmente nascondono riferimenti a variabili indipendenti, e
questo è vero anche per ‘aggressivo’, ‘amichevole’, ‘disorganizzato’, ‘intelligente’ e altri termini che
sembrano descrivere proprietà del comportamento mentre in realtà fanno riferimento alle relazioni che
lo controllano.
Anche le variabili indipendenti debbono essere descritte in termini fisici; spesso vien fatto lo sforzo di
evitare la fatica di analizzare una situazione fisica tentando d’interpretare che cosa essa ‘significhi’ per un
organismo, oppure distinguendo tra il mondo fisico e un mondo psicologico dell’‘esperienza’, e questo
modo di operare denuncia anche una confusione tra variabili dipendenti e indipendenti. Gli eventi che
influiscono su un organismo debbono poter essere descritti nel linguaggio delle scienze fisiche. Si
sostiene talvolta che certe ‘forze sociali’ o le ‘influenze’ della cultura o della tradizione costituiscono delle
eccezioni, ma non possiamo fare appello a delle entità di questo tipo senza spiegare in che modo esse
possano influire sia sul ricercatore che sull’individuo sottoposto a osservazione, e allora gli eventi fisici cui
bisogna fare appello in tali spiegazioni ci possono fornire elementi alternativi adeguati per un’analisi
fisica.
Limitandoci strettamente a questi eventi osservabili ci assicuriamo un vantaggio considerevole, non
soltanto teorico ma anche pratico, dal momento che una ‘forza sociale’ non è certo di maggiore utilità
nella manipolazione del comportamento che uno stato interno di fame, ansia o scetticismo, e nello stesso
modo in cui dobbiamo risalire da questi eventi interni fino alle variabili manipolabili di cui diciamo che
sono funzioni, dobbiamo identificare gli eventi fisici attravero i quali una ‘forza sociale’ si ritiene influisca
su un organismo, prima di essere in grado di manipolarla a scopo di controllo: maneggiando i dati
direttamente osservabili non abbiamo bisogno di far riferimento né allo stato interiore né alla forza
esterna.
Il materiale da analizzare in una scienza del comportamento proviene da molte fonti diverse:
1. le nostre osservazioni casuali non debbono essere completamente trascurate, ma sono anzi
particolarmente importanti nei primi stadi della ricerca e le generalizzazioni fondate su di esse, anche in
assenza di analisi esplicite, forniscono utili supporti per studi ulteriori;
2. nell’osservazione diretta controllata, di cui alcuni metodi dell’antropologia costituiscono altrettanti
esempi, i dati vengono raccolti più accuratamente e le conclusioni vengono espresse in modo più
esplicito che nell’osservazione casuale; strumenti e procedure chiaramente definite aumentano la
precisione e l’uniformità dell’osservazione diretta;
3. l’osservazione clinica fornisce ampio materiale; procedure stabilite di colloquio e valutazione rivelano
un comportamento che può essere facilmente sottoposto a misurazione, descritto in riassunto, e
paragonato col comportamento di altri; benché solitamente dia rilievo alle disfunzioni che conducono
una persona al ricovero clinico, questo tipo di campione è spesso di estremo interesse e di grande valore
in quanto la condizione eccezionale rilevata pone in evidenza una caratteristica importante del
comportamento;
4. osservazioni estensive del comportamento sono state condotte in condizioni più strettamente
controllate nell’ambito industriale, militare o di altre ricerche istituzionali; questo tipo di lavoro differisce
sovente dall’osservazione e dall’esame clinico per un più ampio uso del metodo sperimentale;
5. gli studi di laboratorio del comportamento umano forniscono un materiale particolarmente utile; il metodo
sperimentale comprende l’uso di strumenti che migliorano il nostro contatto col comportamento e con
le variabili di cui esso è funzione; gli apparecchi di registrazione ci mettono in grado di osservare il
comportamento per periodi prolungati, e misurazioni e registrazioni accurate rendono possibile
un’efficace analisi quantitativa; la caratteristica più importante del metodo di laboratorio è la
manipolazione deliberata di alcune variabili: l’importanza di una data condizione può essere determinata
modificandola in modo controllato e osservando il risultato.
La ricerca sperimentale attuale sul comportamento umano è talvolta meno ampiamente comprensiva di
quanto potrebbe essere desiderabile, in quanto non tutti i processi di comportamento possono essere
facilmente predisposti in laboratorio, e la precisione della misura viene ottenuta qualche volta solamente
al prezzo di condizioni poco realistiche. Chi è soprattutto interessato alla vita quotidiana dell’individuo
medio, spesso ha difficoltà ad accettare queste condizioni artificiali, e tuttavia in quanto sia possibile
porre sotto controllo sperimentale relazioni significative, il laboratorio offre l’occasione migliore per
ottenere i risultati quantitativi necessari a un’analisi scientifica;
6. abbiamo anche a disposizione gli abbondanti risultati degli studi di laboratorio sul comportamento
di animali di livello infraumano; all’uso di questo materiale viene rivolta spesso la obiezione che c’è una
fondamentale discontinuità tra l’uomo e gli altri animali, e che i risultati relativi al primo non possono
essere estrapolati dalle ricerche condotte sui secondi: ma insistere su questa discontinuità all’inizio di una
investigazione scientifica è un modo scorretto per tranciare la questione a priori: d’accordo che il
comportamento umano si distingue per la sua complessità, la sua varietà e le sue maggiori capacità di
realizzazione, ma ciò non vuol dire che i processi fondamentali debbano per questo essere differenti. La
scienza procede dal semplice al complesso, e ha la costante preoccupazione di verificare che i processi e le
leggi individuate ad un dato stadio di sviluppo siano adeguati al successivo; sarebbe piuttosto rozzo
sostenere a questo punto che non vi sia alcuna differenza essenziale tra il comportamento umano e il
comportamento delle specie inferiori, ma finché non sia stato fatto il tentativo di affrontarli entrambi
negli stessi termini sarebbe altrettanto rozzo affermare che tale differenza esiste. Una discussione
approfondita sull’embriologia umana si fonda su di un considerevole uso dei dati ottenuti mediante
ricerche su embrioni di pollo, di maiale o di altri animali. Trattati relativi alla digestione, alla
respirazione, alla circolazione, alla secrezione endocrina e altri processi fisiologici si riferiscono a ratti,
criceti, conigli e così via, benché ovviamente l’interesse primario sia rivolto all’essere umano. Lo studio
del comportamento ha molto da guadagnare dallo stesso tipo di procedura. Si studia il comportamento
degli animali perché è più semplice, i suoi processi fondamentali sono più facilmente distinguibili e
possono essere registrati per periodi molto più lunghi, l’osservazione non viene complicata
dall’interazione sociale tra soggetto e sperimentatore, le condizioni possono essere meglio controllate. Si
possono predisporre precise storie genetiche per controllare certe variabili e speciali storie individuali per
controllarne altre: per esempio si può allevare un animale nella oscurità fin dall’inizio dell’esperimento se
si vuole indagare il modo in cui un organismo impara a vedere. Siamo anche in grado di controllare
circostanze transitorie in misura non facilmente ottenibile nel caso del comportamento umano, potendo
per esempio far variare in modo molto ampio gli stati di privazione. Sono tutti vantaggi che non
dovrebbero essere rifiutati sulla base della affermazione a priori che il comportamento umano è
inevitabilmente distinto in un suo ambito separato» (pp. 58-62).

A Skinner interessava non tanto il processo di apprendimento di per sé,


quanto la possibilità di modificare e controllare il comportamento attraverso le
procedure di condizionamento. Certo, la popolarità del comportamentismo di
Skinner è legata alla dimostrazione della possibilità di applicare tali procedure
ai problemi più disparati del mondo umano. La prima applicazione dei princìpi
skinneriani fu l’istruzione programmata in campo educativo. Ogni contenuto
disciplinare era diviso in blocchi il cui apprendimento avveniva per tappe
successive. A ogni tappa lo studente doveva rispondere a una domanda di
verifica su quanto aveva appreso precedentemente. Se la risposta era giusta,
poteva procedere alla tappa successiva; se era sbagliata, doveva tornare alla
tappa precedente, e così via fino a quando lo studente non arrivava a terminare
completamente il corso. Per Skinner, la caratteristica principale dell’istruzione
programmata stava nel fatto che lo studente poteva seguire da solo il corso,
basandosi su un testo organizzato secondo tali momenti di autoverifica o su
«macchine per insegnare» che fornivano (ad esempio, su uno schermo) il
materiale da apprendere, verificavano le risposte dello studente, ecc.
L’istruzione programmata ebbe una grande diffusione negli anni ’60, ma fu
poi criticata per l’artificiosità e la ripetitività del processo educativo, e la
negazione del significato psicologico e sociale della concreta relazione
insegnante-alunno. Già nel 1959 la concezione skinneriana era stata
fortemente criticata dal linguista Noam Chomsky nella sua recensione al libro
di Skinner, Verbal behavior (1957), sempre per non aver colto la complessità
della struttura dei processi mentali umani (in questo caso, il linguaggio). La
critica di Chomsky, come sarà meglio illustrato nel cap. V, fu uno dei primi
segnali della dissoluzione dell’egemonia del comportamentismo tra gli
psicologi statunitensi. Nonostante queste prime critiche, negli anni ’50 e ’60 il
comportamentismo skinneriano trovò il massimo consenso nella psicologia
nord-americana. Fra l’altro, si era sviluppata in quegli stessi anni la terapia del
comportamento, l’applicazione in campo psicopatologico dei principi del
comportamentismo (cfr. più avanti).
In breve, la «scienza del comportamento» di Skinner fu accolta da molti
psicologi perché costituiva il modello più rigoroso di una psicologia come
scienza naturale, valida in campo teorico, sperimentale e applicativo allo stesso
tempo. Ma proprio per questo suo carattere totalizzante fu rifiutata da molti
altri psicologi. La riserva principale era rappresentata dal fatto che la psicologia
skinneriana prospettava uno sviluppo umano e una organizzazione della
società basate su un controllo rigido e pre-programmato del comportamento.
Si soffocava la libertà e la creatività dell’individuo a favore di gruppi minoritari
di potere. In effetti Skinner aveva ben chiare queste stesse preoccupazioni.
Proprio perché gli individui vivono in una società che li condiziona
fortemente, occorreva sviluppare delle forme di controllo sociale che
garantissero loro una maggiore libertà e creatività. Sia nel romanzo Walden Two
(1948) che in Beyond freedom and dignity (1971), Skinner delineò una società
utopistica basata sul controllo del comportamento umano secondo i principi
del condizionamento operante.
Nell’articolo del 1990, scritto la notte prima di morire, intitolato
significativamente Can psychology be a science of mind?, Skinner riaffermava
energicamente che la psicologia è una scienza solo a condizione che aderisca ai
princìpi delle scienze naturali (in questa prospettiva, scriveva, «fu Darwin,
naturalmente, che fece la differenza»), princìpi adottati nell’«analisi del
comportamento» (behavior analysis) delineata dal comportamentismo e
perfezionata da lui stesso: «La storia della psicologia insegna. Cominciò cento
anni fa, con un’indagine introspettiva della mente. Watson attaccò
l’introspezione nel suo manifesto comportamentista del 1913, e per questa o
per altre ragioni l’introspezione fu essenzialmente abbandonata. I
comportamentisti si volsero allo studio del solo comportamento, e gli psicologi
non comportamentisti si volsero al comportamento degli insegnanti, degli
studenti, dei terapisti, dei clienti, dei bambini che crescono anno dopo anno,
delle persone in gruppo, e così via. Gli psicologi cognitivisti cercarono di
ristabilire lo statu quo. Il comportamentismo, dichiararono, era morto. Forse
non volevano dire che gli psicologi non stavano più studiando il
comportamento degli animali nei laboratori e quello degli insegnanti, degli
studenti, dei terapisti, dei clienti, ecc. Ciò che speravano fosse morto era
l’appello al determinismo (selection by consequences) nella spiegazione del
comportamento. La mente o, se falliva questa, il cervello, doveva esser rimessa
al posto giusto. A causa della sua somiglianza con il linguaggio quotidiano, la
psicologia cognitivista era facile da comprendere e per un certo periodo di
tempo la cosiddetta rivoluzione cognitiva ebbe successo. Ciò può aver fatto
accelerare la velocità con cui gli analisti del comportamento si ritirarono dallo
establishment, fondando per conto loro le proprie associazioni, tenendo i propri
incontri, pubblicando i propri giornali. Furono accusati di costruire un
proprio ghetto, ma accettavano semplicemente il fatto che avevano ben poco
da guadagnare dallo studio di una mente creativa» (pp. 1209-10).
Le ricerche sperimentali di orientamento skinneriano furono documentate dal 1958 nel «Journal of the
Experimental Analysis of Behavior»; quelle a carattere applicativo dal 1968 nel «Journal of Applied
Behavior Analysis». Nel 1978 fu fondata la Association for Behavior Analysis, con la rivista ufficiale «The
Behavior Analyst». Il comportamentismo ha avuto una diffusione limitata al di fuori degli Stati Uniti
perlomeno fino agli anni ’50, sebbene richiami diretti a questa scuola si trovino in vari psicologi europei,
come il francese Henri Piéron (1881-1964), autore del libro Psychologie expérimentale (1927), basato
sull’idea di una oggettiva «psychologie du comportement». Il comportamentismo non fu congeniale per i
gestaltisti o per gli psicologi «mentalisti» e protocognitivisti come Piaget e Vygotskij.

Il comportamentismo e la società
americana ►

► In Italia Il comportamentismo non ebbe un’influenza rilevante sulla psicologia italiana se non dopo
gli anni ’70, ma un primo richiamo importante alla metodologia di questa prospettiva fu fatto nel
secondo dopoguerra da Virgilio Lazzeroni (1915-2000), professore all’università di Siena, autore della
prima opera sistematica italiana di storia della psicologia (Le origini della psicologia contemporanea, 1956). Un
altro psicologo interessato al comportamentismo fu Gastone Canziani (1904-86), professore all’università
di Palermo. Un importante dibattito sugli aspetti critici del comportamentismo, e in generale sui limiti
teorici e applicativi della psicologia contemporanea, fu aperto nel «Giornale italiano di psicologia» nel
1975 con un articolo firmato da Sebastiano Bagnara, Cristiano Castelfranchi, Gianfranco Minguzzi,
Raffaello Misiti e Domenico Parisi. In risposta fu pubblicato nella stessa rivista nel 1976 un articolo, a
firma di Cesare Cornoldi, Aldo Galeazzi, Erminielda Mainardi Peron, Paolo Meazzini e Ezio Sanavio,
nel quale si metteva in evidenza la rilevanza storica del comportamentismo. Cesare Cornoldi, professore
all’Università di Padova, ha studiato in una prospettiva aperta ai contributi del cognitivismo, i fenomeni
dell’apprendimento e della memoria, in particolare i disturbi dell’apprendimento e della lettura. Per gli
sviluppi nel campo della psicoterapia vedi il par. 6 del presente capitolo.

5. L’operazionismo in psicologia
Nel 1935 lo studioso di psicofisica Smith S. Stevens (1906-73) pubblicò
l’articolo The operational definition of concepts, con cui iniziò un lungo e
importante dibattito sull’operazionismo, la teoria elaborata in filosofia della
scienza dal premio Nobel per la fisica Percy W. Bridgman (1892-1961). Nel
libro del 1927 The logic of modern physics, Bridgman aveva introdotto la nozione
di «operazione», per la quale un concetto scientifico (ad esempio, la
temperatura) corrispondeva alle operazioni o agli atti teorici e sperimentali
compiuti per determinare questo stesso concetto («il concetto è sinonimo del
corrispondente gruppo di operazioni»). I concetti scientifici non sono quindi
riferibili a entità o cose assolute, ma sono momenti relativi («costrutti teorici»)
della scienza in continua evoluzione che costruisce sempre nuove operazioni
concrete per affrontare la realtà che indaga. Bridgman era professore a Harvard
e in questa stessa università si trovavano alla fine degli anni ’20 psicologi come
Edwin G. Boring, il suo allievo Stevens e Skinner. Nel 1930 trascorse un
soggiorno di studio a Harvard presso Bridgman il filosofo della scienza
austriaco Herbert Feigl. Fu Feigl a diffondere l’operazionismo tra gli psicologi;
Boring ricordava che «gli psicologi di Harvard durante i seminari e il pranzo in
laboratorio parlavano del ‘nuovo approccio’ e cominciavano a usare la parola
operazionismo» (19502, p. 656).
Nella sua History of experimental psychology (19502), Boring riassumeva così la
posizione di Stevens sull’operazionismo in psicologia: «Stevens ha elencato
sette caratteristiche dell’operazionismo, che si possono indicare qui in una
forma molto abbreviata. (a) L’operazionismo significa la riduzione di tutte le
affermazioni sui fenomeni (proposizioni empiriche) a quei termini semplici su
cui in generale vi è un accordo. Questo criterio è sociale. (b) L’operazionismo
tratta solo eventi pubblici o pubblicabili. È esclusa l’esperienza privata. (c)
Tratta solo con l’‘altro’, la persona o l’organismo che non è lo sperimentatore.
(d) Uno sperimentatore può considerare gli eventi che accadono dentro di sé,
ma allora tratta se stesso come ‘un altro’, accettando come scienza solo ciò che
pubblica al di fuori della sua sfera privata. (e) L’operazionismo tratta solo con
proposizioni la cui verità o falsità può essere verificata a richiesta mediante
l’uso di operazioni concrete. (f) L’operazione di base risulta la discriminazione.
Gioca il ruolo che la sensazione (l’esperienza) giocava per Mach. Ogni
osservazione è in fondo discriminativa. (g) Infine, l’operazionista mantiene
chiaramente differenziate nel suo pensiero le proposizioni formali e empiriche,
evitando così delle confusioni infinite» (pp. 657-58).
L’operazionismo si configurò come una teoria filosofica della scienza che rispondeva a molte delle
esigenze teoriche del comportamentismo: il rifiuto di entità e concetti assoluti, l’esclusione dei fatti
privati, una rigorosa metodologia di indagine, definita nelle sue operazioni concrete. Questo nuovo
orientamento trovò quindi vari consensi tra gli psicologi comportamentisti, oltre a Skinner, che si riferì a
Bridgman e a Mach nella sua tesi di dottorato per delineare il concetto di riflesso: John A. McGeoch
(1897-1942) (Learning as an operationally defined concept, 1935), Boring (Temporal perception and operationism,
1936; An operational restatement of G.E. Müller’s psychophysical axioms, 1941), Tolman (An operational analysis
of ‘demands’, 1936), Hull (Logical positivism as a constructive methodology in the social sciences, 1938), Spence
(che assieme al filosofo neopositivista Gustav Bergmann, 1906-87, scrisse The logic of psychophysical
measurement, 1944). Una critica a queste posizioni fu espressa da Harold E. Israel e B. Goldstein
nell’articolo Operationism in psychology sulla «Psychological Review» del 1944. In risposta a questa critica,
Boring organizzò un simposio i cui atti furono pubblicati sulla stessa «Psychological Review» nel 1945,
con i contributi di Boring, Bridgman, Feigl, Israel, Carroll C. Pratt e Skinner.
Già alla fine degli anni ’40, l’operazionismo non era più un riferimento obbligatorio per gli psicologi
comportamentisti. Alcuni princìpi generali erano penetrati nelle teorie psicologiche relativamente al
rigore metodologico e all’esclusione dei fatti privati, mentre una sempre minore diffusione ebbe
l’imperativo di definire i concetti psicologici nei termini delle operazioni attuate per determinarli.
► In Italia L’operazionismo e il relativo dibattito sulla scientificità dei concetti psicologici si diffuse nel
secondo dopoguerra grazie ai contributi di Silvio Ceccato (1914-97), Vittorio Somenzi (1918-2003) e
Giuseppe Vaccarino (1919-2016), fondatori nel 1949 della rivista «Methodos» (cessata nel 1967), dedicata
ai temi della metodologia e della logica simbolica. A questo gruppo si deve anche la conoscenza in Italia
degli sviluppi della cibernetica e dei primi modelli informazionali della mente (cfr. cap. V). Il filosofo
Umberto Curi, che si era già occupato a fondo del comportamentismo, curò nel 1973 un’importante
antologia degli scritti relativi al dibattito sull’operazionismo in psicologia.

6. Personalità, psicopatologia e apprendimento sociale nella prospettiva comportamentista


Il comportamentismo è stato spesso identificato come teoria
dell’apprendimento, sia perché dedicò gran parte della ricerca teorica e
sperimentale allo studio dell’apprendimento di per sé, sia perché estese i
risultati di queste indagini alla comprensione di altri processi psichici, come la
personalità e le dinamiche interpersonali e sociali. Se si considera il libro
Principles of behavior (1943) di Hull, non vi si trova una trattazione specifica di
temi diversi da quelli del condizionamento e apprendimento. Tuttavia, proprio
dalla estensione di quanto era contenuto nei lavori di Hull fu elaborata una
serie di teorie comportamentiste della personalità, tra le quali la più nota e
importante fu quella maturata in un gruppo di psicologi della Yale University
dove Hull insegnava. In questa università fu fondato nel 1929 l’Institute of
Human Relations, con lo scopo di integrare tutte le ricerche svolte
nell’università sull’uomo (biologia, medicina, psicologia, psichiatria,
psicoanalisi, antropologia e scienze sociali). Il prodotto più notevole del
gruppo di Yale fu l’opera Frustration and aggression del 1939, ad opera di John
Dollard (1900-80), Leonard W. Dobb (1909-2000), Neal E. Miller (1909-
2002), Orval H. Mowrer (1907-82) e Robert R. Sears (1908-89), nella quale
concetti di origine psicoanalitica furono sottoposti ad una verifica sperimentale
sulla base di dati comportamentali. Dollard e Miller continuarono la loro
collaborazione scrivendo due monografie generali sul comportamento sociale
(Social learning and imitation, 1941) e sulla personalità nella prospettiva
comportamentista (Personality and psychotherapy: an analysis in terms of learning,
thinking and culture, 1950). Attraverso una serie di esperimenti sul
condizionamento di evitamento nei ratti (l’animale apprendeva a sfuggire a
uno stimolo doloroso preceduto da un segnale acustico), Dollard e Miller
arrivarono alla conclusione che la personalità fosse un insieme di
comportamenti (abitudini) apprese nell’interazione tra l’individuo e
l’ambiente. Anche i comportamenti patologici (come l’ansia e le fobie) erano
interpretati come risposte apprese nel corso di esperienze negative.
Storicamente, il contributo di Dollard e Miller, e in genere del gruppo di Yale,
ebbe il merito di richiamare l’attenzione dei comportamentisti su una
dinamica motivazionale che interveniva tra gli stimoli e le risposte. Era stato
proposto in sostanza un tentativo di integrazione tra i princìpi del
comportamentismo e quelli della psicoanalisi (fra l’altro Dollard, oltre che
sociologo e psicologo, era psicoanalista).
Nel campo della psicopatologia si è sviluppato fin dagli anni ’50 un
orientamento teorico e terapeutico di indirizzo comportamentista, noto come
«terapia del comportamento» (behavior therapy). Oltre ai princìpi del
comportamentismo, questo orientamento ha fatto riferimento alla teoria
pavloviana che include di per sé un collegamento tra la psicologia normale e la
psicopatologia (cfr. cap. VII). I principali esponenti della terapia del
comportamento sono stati Joseph Wolpe (1915-97), autore del libro
Psychotherapy by reciprocal inhibition (1958), Hans J. Eysenck (1916-97) e lo
stesso Skinner. Eysenck ha così riassunto l’idea guida della terapia del
comportamento: il modello comportamentista del comportamento anormale
«sostiene semplicemente che ogni comportamento è appreso, e che il
comportamento ‘anormale’ è appreso secondo le stesse leggi del
comportamento ‘normale’. I princìpi dell’apprendimento e del
condizionamento sono applicabili ugualmente a entrambi i comportamenti,
permettendoci di comprendere la genesi sia di quello normale che di quello
anormale. I ‘sintomi’ lamentati dal paziente sono quindi semplicemente dei
comportamenti che egli ha appreso; non c’è alcuna ‘causa’ o ‘complesso’
sottostante che produca e alimenti i sintomi e li faccia ricomparire dopo che
erano stati eliminati mediante una cura ‘puramente sintomatica’. In base a
questo modo di considerare il problema ne consegue pure che i
comportamenti, una volta appresi, possono essere disappresi, o ‘estinti’, come
direbbe un seguace di Pavlov» (Case studies, 1976, p. 333). La terapia del
comportamento si propose quindi come un’alternativa netta alle psicoterapie
interpretative, come la psicoanalisi, mirando alla cura dei sintomi piuttosto che
alla individuazione di dinamiche profonde. La prima rivista ufficiale di questo
orientamento fu «Behavior Research and Therapy», fondata nel 1963.

Hans J. Eysenck ►
Eysenck ha inserito la sua concezione della genesi dei disturbi psichici in un
quadro teorico che accoglie dal comportamentismo il rilievo dato più ai
sintomi che alle cause e allo stesso tempo propone una teoria biologica della
struttura della personalità (Dimensions of personality, 1947; The biological basis of
personality, 1967). Alla base della personalità vi sono tre fattori fondamentali
indipendenti l’uno rispetto all’altro (introversione-estroversione, nevroticismo
e psicoticismo), che hanno una base genetica e strutturano il comportamento
dell’individuo nell’interazione con l’ambiente. A seconda dei valori bassi o alti
che l’individuo ha in questi tre fattori si costituisce una particolare tipologia
(ad esempio, tipo con alta estroversione, alto nevroticismo, basso psicoticismo)
che rappresenta la struttura della personalità. Sullo sfondo di questa,
l’individuo apprende determinati schemi di comportamento in funzione della
specificità dell’ambiente con cui interagisce.
Un altro esempio di associazione tra i princìpi del comportamentismo e un
approccio fisiologico alla psicopatologia è dato dalla tecnica del biofeedback, nata
alla fine degli anni ’60 e molto diffusa negli anni ’70. Il biofeedback si basa
sull’apprendimento volontario del controllo delle funzioni organiche. Già negli
anni ’20 e ’30 si erano sviluppate tecniche analoghe mirate all’acquisizione
della capacità di rilassarsi in casi di affaticamento, tensione e ansia. Il
«rilassamento muscolare progressivo» fu proposto da Edmund Jacobson (1888-
1983) nel libro Progressive relaxation (1929) e il «training autogeno» da Johannes
Schultz (1884-1970) nel libro Das autogene Training: Konzentrative
Selbstentspannung [Il training autogeno: autorilassamento concentrativo] (1932).
Il biofeedback si fonda sempre sulla concentrazione, ma essa è controllata con
procedure di condizionamento operante. Quando il soggetto si rilassa, si
verificano delle modificazioni delle sue attività fisiologiche (la tensione
muscolare, il battito cardiaco, i ritmi elettroencefalografici) di cui il soggetto è
informato attraverso stimoli visivi e uditivi «esterni» (che indicano le variazioni
di frequenza e intensità degli indici fisiologici). Sulla base di questa
informazione «esterna», il soggetto può apprendere a controllare meglio le
proprie risposte fisiologiche. Dopo i primi entusiasmi negli anni ’70 per questa
tecnica, considerata una nuova forma esaustiva di terapia del comportamento,
già a partire dagli anni ’80 si ritiene che essa possa essere utilizzata
essenzialmente come supporto ad altre forme di terapia.
► In Italia A partire dagli anni ’70 e in particolare negli ultimi decenni del Novecento, si diffuse un
indirizzo comportamentista in psicoterapia (terapia del comportamento) poi sviluppatosi
nell’integrazione con i contributi cognitivisti (psicoterapia cognitivo-comportamentale). Su questo
indirizzo ebbe un’influenza notevole l’approccio pavloviano in campo psicopatologico e psichiatrico
(vedi cap. VII) e quello avviato da Eysenck, Rachman e Wolpe (le cui opere furono tradotte in italiano
nei primi anni ’70). Nel 1971 fu fondata la Società italiana di terapia del comportamento (dal 1981
Società italiana di terapia comportamentale e cognitiva) e nel 1977 l’Associazione italiana di analisi e
modificazione del comportamento (dal 1992 Associazione italiana di analisi e modificazione del
comportamento e terapia cognitiva e comportamentale). Tra gli psicoterapeuti italiani di questo ultimo
periodo del secolo scorso, i quali hanno contribuito all’approfondimento teorico e metodologico degli
orientamenti cognitivo-comportamentali, si ricordano: Vittorio Guidano (1914-99), Giovanni Liotti
(1945-2018), Bruno G. Bara, Gabriele Chiari, Paolo Meazzini e Ezio Sanavio. Isaías Pessotti (n. 1933),
psicologo brasiliano, ricercatore all’Istituto di psicologia dell’Università Cattolica di Milano nella seconda
metà degli anni ’60, scrisse la prima opera sistematica in italiano sul condizionamento operante
(Introduzione allo studio del comportamento operante, 1970).

Nell’ambito della psicologia statunitense comportamentista sono state


sviluppate anche varie teorie sul ruolo dei fattori sociali nella costruzione della
personalità. Si tratta delle teorie dell’«apprendimento sociale» (social learning),
maturate tra gli anni ’50 e ’60, grazie in particolare ad alcune opere
fondamentali: il già citato Social learning and imitation (1941) di Dollard e
Miller; Social learning and clinical psychology (1954) di Julian Rotter (1916-2014),
professore alla Ohio State University; e Social learning and personality development
(1963) di Albert Bandura e Richard H. Walters. Sebbene focalizzate sulla
personalità, queste teorie hanno avuto una influenza notevole anche sulla
psicologia sociale. Il legame tra personalità e ambiente sociale è stato visto sia
come acquisizione di risposte sociali attraverso meccanismi di rinforzo
(Dollard e Miller, Rotter), sia come processo di imitazione del
comportamento altrui che diviene un «modello» per la personalità in
evoluzione (Bandura). I vari profili di personalità sono stati ricondotti a stili
cognitivi diversi nella valutazione del peso che i fattori interni oppure quelli
esterni avrebbero nel rinforzo positivo o negativo del proprio comportamento
(modello del locus of control di Rotter). Le teorie dell’apprendimento sociale
sono state la premessa per il passaggio da una prospettiva comportamentista a
una cognitivista nella concezione della personalità e dei processi sociali (cfr.
cap. V).
In questa evoluzione storica assume una posizione centrale l’opera di Albert
Bandura (n. 1925). I suoi primi studi riguardarono il ruolo dell’imitazione
delle altre persone nell’apprendimento di comportamenti sociali, senza che
siano necessari effettivi schemi di rinforzo com’era previsto nella prospettiva
comportamentistica classica; e gli effetti del contesto sociale e familiare sul
comportamento aggressivo (con Richard H. Walters, 1918-67: Adolescent
aggression: a study of the influence of child-training practices and family
interrelationships, 1959). Attraverso due ricerche pubblicate nel 1961 e 1963,
note come «esperimento della bambola Bobo», e tra le più citate della
psicologia del secondo Novecento, Bandura e le sue collaboratrici, Dorothea
Ross e Sheila A. Ross, dimostrarono come il comportamento (aggressivo o
non) di un individuo dipendesse dall’osservazione del comportamento altrui
(processo di apprendimento per osservazione o modeling, modellamento) (Bobo
doll experiment; Bobo è il nome commerciale di una bambola, un pupazzo che
oscilla, ma non cade mai; i bambini, che hanno osservato un adulto picchiare
la bambola, manifesteranno lo stesso comportamento aggressivo nei confronti
di questo giocattolo, a differenza dei bambini che non sono stati esposti a tale
comportamento dell’adulto). Queste ricerche empiriche confluirono su un
piano teorico più generale nella monografia, scritta con Walters, Social learning
and personality development (1963), la quale impresse una svolta definitiva nella
fondazione di una teoria socio-cognitiva della personalità. Nei decenni
successivi Bandura mise ancor più in evidenza l’importanza dei processi
cognitivi nell’autoregolazione e nell’autovalutazione del comportamento
(concetti di agency o agentività; perceived self-efficacy o autoefficacia percepita),
affrontando da ultimo i temi del ragionamento, del comportamento morale e
del disimpegno morale (Social foundations of thought and action: a social cognitive
theory, 1983; Self-efficacy: the exercise of control, 1997; Moral disengagement: how
people do harm and live with themselves, 2015). L’impatto delle ricerche di
Bandura nella discussione dei problemi sociali contemporanei, dalla scuola alla
politica, è stato notevole. Soprattutto nel campo dell’educazione, è risultato
che i concetti di modello, pianificazione, autoregolazione e autoefficacia sono
fondamentali predittori del successo scolastico e del proseguimento degli studi
(ricerche del gruppo di Gian Vittorio Caprara dell’Università “La Sapienza” di
Roma condotte in collaborazione con Bandura).

Albert Bandura ►
V.
La prospettiva cognitivista

1. Introduzione
La Gestalt e il comportamentismo entrarono sulla scena della psicologia del
primo Novecento annunciati da due articoli, quello di Wertheimer del 1912 e
quello di Watson del 1913, che rappresentarono il punto di riferimento teorico
e metodologico per le ricerche che in seguito si collocarono in tali prospettive.
Il cognitivismo, che costituì una delle principali correnti di ricerca degli anni
’60 e ’70, non fu presentato in un manifesto altrettanto decisivo. Quando nel
1967 uscì Cognitive psychology, di Ulric Neisser, le indagini di orientamento
cognitivista erano in corso già da una decina di anni. Il libro di Neisser
divenne uno dei libri più letti dalle nuove generazioni di psicologi non tanto
perché presentava una nuova prospettiva quanto perché, attraverso una chiara e
accurata sistematizzazione della letteratura, esplicitava l’esistenza di un
orientamento che di fatto era già seguito da molti ricercatori. Anzi si può dire
che quando fu pubblicata la sintesi di Neisser, il cognitivismo era ormai al
massimo delle proprie potenzialità teoriche e sperimentali. Infatti i contributi
più importanti di questa prospettiva erano stati prodotti nella seconda metà
degli anni ’50 e nei primi anni ’60; inoltre il cognitivismo si impose,
soprattutto nel campo della psicologia sperimentale, gradualmente e non come
un movimento di completa e immediata rottura: da una parte emergeva
dall’ambito stesso delle indagini comportamentiste di laboratorio e, dall’altra,
continuava una tradizione di ricerca che era rimasta apparentemente
nell’ombra nel primo Novecento, ma che ora riacquistava tutta la sua
importanza teorica e metodologica. Se quindi il cognitivismo è un
orientamento che si organizzò come tale intorno agli anni ’60 nella psicologia
nord-americana, vi era però una tradizione di ricerca, una prospettiva che
aveva una storia più lontana e affondava le proprie radici nelle indagini dei
laboratori europei dell’inizio del secolo.
In una visione d’insieme dai primi decenni del Novecento fino agli anni ’60,
la prospettiva cognitivista comprende una varietà di indirizzi e ambiti di
ricerca che possono essere accomunati da una serie di principi fondamentali.
In primo luogo (principio delle basi biologiche dei processi psichici), la psicologia
studia essenzialmente le strutture e le funzioni del sistema nervoso, nella sua
massima complessità, e i processi psichici, che controllano l’adattamento
dell’organismo all’ambiente. Inoltre, i processi psichici si sviluppano in
relazione alla maturazione del sistema nervoso (principio dello sviluppo). Lungo
questo sviluppo i processi psichici operano in modo attivo sull’ambiente,
filtrando l’informazione esterna e producendo risposte motorie in funzione dei
propri schemi di conoscenza e di azione (principio del costruttivismo). Parlando di
mente (ingl., mind), invece che di psiche, ci si riferisce in particolare
all’organizzazione tipica dei processi psichici, caratterizzati non tanto dalla
produzione di risposte agli stimoli (come si poteva pensare, ad esempio, per la
psiche vegetativa o sensoriale aristotelica), ma da modelli («modelli mentali»),
spesso coscienti, che guidano il comportamento attraverso una
rappresentazione interna del mondo esterno (principio del mentalismo). La
costruzione dei modelli mentali avviene attraverso l’elaborazione
dell’informazione esterna e interna compiuta da unità specializzate all’interno
della mente (principio della elaborazione dell’informazione). L’elaborazione
dell’informazione può essere simulata su macchine non organiche (calcolatori)
perché sia la mente sia il calcolatore operano fondandosi su processi e regole
simili (principio della simulazione).
Questi princìpi, tra loro connessi, non sono stati condivisi nel loro complesso
da tutti gli psicologi di orientamento cognitivista, fatta eccezione per il
cognitivismo degli anni ’60 e ’70 che li fece propri pressoché in blocco. Va
notato che per questa prospettiva, l’influenza dei fattori sociali, storici e
culturali sullo sviluppo cognitivo ha scarsa rilevanza. Anche se alcuni psicologi
di questo orientamento hanno preso in considerazione tali fattori, non si è mai
pervenuto a ritenerli il presupposto fondamentale dello sviluppo dei processi
cognitivi, contrariamente a quanto sostiene la teoria storico-culturale (cfr. cap.
VI). La metafora della mente come un calcolatore considera la mente in modo
astratto e universale, appunto come una macchina che agisce al di fuori del
contesto storico, sociale e culturale.
In questo quadro più esteso, che ingloba sotto la prospettiva cognitivista una vasta gamma di ricerche
svolte lungo tutto il Novecento fino al cognitivismo vero e proprio degli anni ’60 e ’70, vanno presi in
esame in primo luogo tutti gli studi sui processi cognitivi svolti dalle varie scuole. La scuola di
Würzburg, tra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento, mise in evidenza alcune
caratteristiche dei processi di pensiero esclusi dall’indagine della scuola wundtiana. Altri psicologi, in
particolare Otto Selz e Frederic C. Bartlett, compirono importanti elaborazioni teoriche sul pensiero e
sulla memoria.
Le teorie dell’intelligenza (con il problema connesso degli strumenti per misurarla, ovvero i test)
contribuirono ad arricchire le conoscenze sulla struttura multifattoriale della mente e a porre in evidenza
la questione del rapporto tra fattori ereditari e fattori ambientali nelle prestazioni cognitive. Questo
problema fu affrontato in un’ottica diversa dalle teorie dello sviluppo psichico (le teorie principali del
primo Novecento furono quelle di James M. Baldwin e Heinz Werner).
La sintesi più importante e innovativa sui processi cognitivi nella loro dimensione evolutiva fu elaborata
da Jean Piaget, a partire dagli anni ’20. Le ricerche di Piaget sullo sviluppo cognitivo nel bambino furono
alla base di un progetto interdisciplinare sulle strutture della conoscenza umana (epistemologia genetica)
avviato negli anni ’50. La teoria di Piaget è stata un riferimento fondamentale degli studi sullo sviluppo
cognitivo infantile fino a quasi tutto il Novecento, allorché si sono affermati nuovi indirizzi in parte
ispirati alla teoria dello psicologo russo Vygotskij (vedi cap. VI).
Le ricerche sulla percezione furono approfondite, a cominciare dagli anni ’40, mettendo in evidenza
come la percezione non sia un sistema di recezione passiva dell’informazione, ma interagisca con altri
processi psichici in una rappresentazione attiva della realtà. Gli orientamenti teorici più importanti
furono il transazionalismo, il funzionalismo probabilistico di Egon Brunswik, e il New Look. Negli anni
’60 e ’70 ha avuto una vasta risonanza la teoria della percezione (ottica ecologica) elaborata da James J.
Gibson.
Negli anni ’60 emerse nell’ambito della psicologia nord-americana il nuovo indirizzo di ricerca
denominato cognitivismo, frutto della convergenza di indagini teoriche e sperimentali svolte in ambiti
disciplinari diversi: la psicologia sperimentale, la teoria dell’informazione e la cibernetica, la linguistica, le
neuroscienze. Il libro che sistematizzò la letteratura in questa prospettiva sui processi cognitivi fu, come
abbiamo detto, Cognitive psychology (1967) di Ulric Neisser. La produzione cognitivista degli anni ’60 e
’70 sui vari processi cognitivi, concepiti come unità di elaborazione dell’informazione, fu ricchissima.
Nella seconda metà degli anni ’70 i princìpi teorici e i risultati del cognitivismo furono sottoposti ad una
revisione critica che sottolineò l’esigenza di una ricerca attenta alle condizioni naturali in cui opera la
mente umana (approccio ecologico) e che non si limitasse a studiare i processi cognitivi in condizioni di
laboratorio.
Alla fine degli anni ’70 si sviluppò l’orientamento della «scienza cognitiva». È uno studio
interdisciplinare dei processi cognitivi in un’ottica nella quale la simulazione al calcolatore è una
caratteristica fondamentale per comprendere la struttura e il funzionamento di tali processi. La
realizzazione sul calcolatore di programmi che svolgano complessi compiti cognitivi, non
necessariamente simili a quelli umani, è un ramo fondamentale (intelligenza artificiale) della scienza
cognitiva. Un ultimo orientamento di ricerca all’interno della scienza cognitiva fu il connessionismo,
sviluppatosi negli anni ’80.

2. Lo studio dei processi cognitivi: dalla scuola di Würzburg a Bartlett


Rispetto alla scuola wundtiana, che aveva concentrato le proprie ricerche sulle
sensazioni e le rappresentazioni e considerava il pensiero come combinazione
di elementi psichici inferiori, la scuola di Würzburg svolse una serie di
indagini sulle proprietà del pensiero specifiche e non riducibili a quelle di altri
processi psichici. Questa scuola si formò intorno a Oswald Külpe (1862-
1915), allievo e assistente di Wundt a Lipsia, quando nel 1894 divenne
professore a Würzburg.
Una serie di esperimenti sulle associazioni libere, sui giudizi (giudicare se due
figure sono uguali o no, se due oggetti hanno lo stesso peso, ecc.) e sui tempi
di reazione mise in evidenza che nel processo psichico necessario per eseguire
il compito erano presenti degli «stati di coscienza» (Bewusstseinslagen) che
indicavano da una parte l’assenza di immagini e rappresentazioni concomitanti
e dall’altra una «intenzione» (Absicht) o «disposizione» (Aufgabe, in inglese
tradotto con set) o «tendenza determinante» (determinierende Tendenz) di natura
non cognitiva. Questa disposizione prelude all’esecuzione del compito,
«imposta» l’esecuzione stessa. Narziss K. Ach (1871-1946), nella sua opera
L’attività volontaria e il pensiero del 1905, definì un «sapere senza immagini» (o
«pensiero senza immagini», secondo altri psicologi della stessa scuola) questi
processi psichici che intervenivano sia sul piano cognitivo sia quello volitivo
nel decorso dell’esecuzione del compito. Si tratta di processi di cui il soggetto
non ha coscienza e che oggi sarebbero descritti come «inconscio cognitivo».
L’attualità delle ricerche della scuola di Würzburg risiede anche nell’uso
sistematico e controllato dell’introspezione (cfr. cap. I), ripreso in studi
condotti nel secondo Novecento sul pensiero e sulle immagini mentali, e nel
tentativo di «frazionare» (attraverso il metodo del «frazionamento»
dell’introspezione) il processo psichico in fasi e stadi e di indagare i vari
percorsi o le varie strategie seguite dai soggetti per arrivare alla soluzione del
compito. È interessante notare che i compiti posti ai soggetti, generalmente
docenti e assistenti del laboratorio di Würzburg, riguardavano frasi, pensieri,
proverbi che si riferivano a problemi della vita reale (ad esempio, in un
esperimento di Bühler del 1908, dopo aver letto una prima lista di proverbi, i
soggetti dovevano indicare in una seconda lista di proverbi quali erano quelli
che avevano un contenuto analogo ai precedenti) o a temi di cultura (in una
ricerca sempre di Bühler, si chiedeva di rispondere «vero» o «falso» ad
affermazioni del tipo «La sofistica è il punto più alto della filosofia greca»). Si
era quindi lontani dalla psicologia delle sensazioni del laboratorio di Lipsia: si
studiavano effettivi «contenuti» complessi della mente, seppure per mettere in
risalto i processi (o «atti» o «funzioni») che veicolano l’elaborazione di tali
contenuti. D’altra parte Wundt, nella sua critica alle ricerche della scuola di
Würzburg, riteneva che il rigore metodologico e la validità conoscitiva dei
risultati conseguiti fossero limitati proprio da questo tipo di problemi
relativamente difficili posti al soggetto dallo sperimentatore, da questo
rapporto quasi colloquiale per cui lo sperimentatore interrogava il soggetto e
registrava nei protocolli le risposte e i percorsi seguiti liberamente dal soggetto
per arrivare alla soluzione (metodo della «introspezione sperimentale
provocata» o Ausfragemethod, letteralmente «metodo dell’intervista»).
I primi risultati della scuola di Külpe furono pubblicati nel 1901: l’articolo di August Mayer (1874-
1951) e Johannes Orth (1872-1949), Zur qualitativen Untersuchung der Assoziation [Ricerca qualitativa
sull’associazione], e il libro di Karl Marbe, Experimentell-psychologische Untersuchungen über das Urteil: eine
Einleitung in die Logik [Ricerche di psicologia sperimentale sul giudizio: una introduzione alla logica].
Karl Marbe (1869-1953) successe a Külpe nella cattedra di Würzburg. Nel 1903 uscì il libro Gefühl und
Bewusstseinslage [Sentimento e stato di coscienza] di Orth. Nel 1905 comparvero il libro L’attività
volontaria e il pensiero di Ach e la ricerca di Henry J. Watt, Experimentelle Beiträge zur einer Theorie des
Denkens [Contributi sperimentali ad una teoria del pensiero]. Narziss Kaspar Ach, già assistente di
Müller a Gottinga e poi di Stumpf a Berlino, divenne professore all’università di Gottinga. Henry J. Watt
(1879-1925), dopo la permanenza a Würzburg, ritornò in Inghilterra e fu professore dal 1908
all’università di Glasgow. Altri contributi importanti furono quelli di August Messer (1867-1937),
Experimentell-psychologische Untersuchungen über das Denken [Ricerche di psicologia sperimentale sul
pensiero] (1906) e Empfindung und Denken [Esperienza e pensiero] (1908). Le ultime ricerche di questa
scuola furono quelle di Karl Bühler (1879-1963), una delle figure più importanti della psicologia tedesca
del primo Novecento, trasferitosi negli Stati Uniti nel 1940. Si tratta di quattro contributi, pubblicati tra
il 1907 e il 1908, dedicati in generale a Tatsachen und Probleme zu einer Psychologie der Denkvorgänge [Fatti e
problemi di una psicologia dei processi di pensiero] e in particolare a Über Gedanken [I pensieri], Über
Gedankenzusammenhänge [Relazioni di pensieri], Über Gedankenerinnerung [Il ricordo di pensieri]. Nel
1907 Wundt scrisse un’ampia critica delle ricerche della scuola di Würzburg, alla quale replicò nel 1908
Bühler. Nel 1912 Külpe, ormai voltosi a interessi prettamente filosofici, riassunse la problematica
affrontata dalla sua scuola nell’articolo Über die moderne Psychologie des Denkens [La moderna psicologia del
pensiero]. Una nuova polemica sorse nel 1919 dopo l’articolo di Hans Henning (1885-1946),
Experimentelle Untersuchungen über Denkspsychologie [Ricerche sperimentali sulla psicologia del pensiero],
cui seguì l’immediata replica di Bühler, Eine Bemerkung zu der Diskussion über die Psychologie des Denkens
[Nota per una discussione sulla psicologia del pensiero]. Bühler rispondeva decisamente che, invece di
continuare a difendere la teoria associazionista del pensiero, Henning doveva dimostrare sul piano
empirico come con questa teoria si potessero spiegare i processi effettivi di pensiero. Si trattava,
comunque, dell’epilogo di una polemica ormai superata, in un clima teorico nuovo determinato dai
lavori definitivamente anti-associazionisti della Gestalt.

Oswald Külpe ►

Agli inizi degli anni ’10, il problema della natura e delle caratteristiche del
pensiero si poneva in una luce completamente diversa da quella prospettata in
chiave elementistica dalla scuola associazionista e dalla scuola di Wundt. Il
pensiero era considerato come un processo dinamico, con sue specifiche
proprietà, un percorso a stadi che nasce da un problema e si dirige verso la
soluzione. Molte opere di questi anni si concentrarono più sulla dinamica del
pensiero che sui suoi contenuti, sulle strategie seguite, sulle soluzioni corrette
e su quelle errate. Il pensiero era visto nella sua «produttività» globale, più che
nell’assemblaggio di elementi separati. Su questa impostazione stavano
convergendo psicologi di formazione diversa, certamente non appartenenti allo
strutturalismo wundtiano, ma sicuramente più inclini ad una concezione
funzionalistica in senso lato dei processi di pensiero. Tra le opere più
importanti sul pensiero di questi anni, oltre ai contributi già ricordati della
scuola di Würzburg e all’opera fondamentale di Ernst Mach, Conoscenza ed
errore: abbozzi per una psicologia della ricerca (1905), si possono menzionare i libri
How we think (1910) del pragmatista statunitense John Dewey, Das
schlussfolgernde Denken [Il pensiero logico] (1916) dello psicologo tedesco
Johannes Lindworsky (1875-1939) ed infine Über die Gesetze des geordneten
Denkverlaufs [Sulle leggi del decorso ordinato del pensiero] (1913) dello
psicologo tedesco Otto Selz (1881-1944).
Selz era una figura dimenticata della psicologia tedesca dei primi decenni del
secolo, ma che è stata rivalutata dagli anni ’80 del Novecento (il nome di Selz
non compare nemmeno una volta nella History di Boring; dopo una prima
reclusione, in quanto ebreo, a Dachau, Selz fu costretto a trasferirsi ad
Amsterdam, ma, quando i nazisti occuparono i Paesi Bassi, fu di nuovo
arrestato e morì ad Auschwitz). Selz propose una concezione del pensiero
come processualità e produttività: alla soluzione del compito non si arriva per
tentativi ed errori, ma attraverso una anticipazione di schemi di azione e di
strategie che orientano e guidano la ricerca delle soluzioni. La nozione di
«pensiero produttivo», espressa da Selz anche in altre opere degli anni ’20,
esprimeva una nuova prospettiva nello studio dei processi di pensiero alla quale
aderivano anche i gestaltisti, spesso richiamati da Selz stesso nelle sue ricerche
(Zur Psychologie des produktiven Denkens und des Irrtums [La psicologia del
pensiero produttivo e dell’errore], 1922; Die Gesetze der produktiven und
reproduktiven Geistestätigkeit [Le leggi dell’attività mentale produttiva e
riproduttiva], 1924). Si ricorderà che il primo lavoro sul «pensiero produttivo»
del gestaltista Duncker (cfr. cap. II) comparve nello stesso periodo: A
qualitative (experimental and theoretical) study of productive thinking (solving of
comprehensible problems), 1926. Duncker riconobbe a Selz di aver individuato
alcune importanti proprietà del «pensiero produttivo».
All’interno di questo filone di indagini sul pensiero (la Denkspsychologie o
«psicologia del pensiero») ebbero origine due nuovi settori di ricerca. Da una
parte iniziarono gli studi sistematici su aspetti precedentemente trascurati,
come la formazione dei concetti; dall’altra, la ricerca sul pensiero fu collocata
in una prospettiva evolutiva, ontogenetica, per la quale il pensiero stesso si
sviluppa nel bambino in una complessa relazione con le altre funzioni mentali,
in primo luogo il linguaggio.
Il lavoro più importante sulla formazione dei concetti fu realizzato da Narziss
Ach nel 1921 (Über die Begriffsbildung [La formazione dei concetti]). Il metodo
usato da Ach consisteva nel fornire ai soggetti 12 oggetti (una specie di
gettoni) di varia forma (cubi, cilindri, triangoli), grandezza (grande, piccolo) e
peso (pesante, leggero) sui quali era posta una targhetta con scritta una parola
senza senso (ad esempio, la parola «gazun» significava «grande e grosso»). Dopo
aver appreso le associazioni, le targhette erano tolte e i soggetti dovevano
cercare l’oggetto corrispondente alla parola, ad esempio, «gazun». Ach mise in
evidenza come la formazione dei concetti non fosse una semplice catena di
associazioni tra un oggetto o un’idea e la parola, ma fosse un processo
dinamico, produttivo, generato dal perseguimento di un fine e orientato da
una «tendenza determinante» a tale scopo.
Il metodo di Ach fu ripreso e rielaborato dallo psicologo russo Lev S. Vygotskij e dal suo collaboratore
Leonid S. Sacharov (1900-28) nel loro articolo del 1930 O metodach issledovanija ponijatij [Sui metodi di
indagine dei concetti]; fu divulgato in Occidente alla fine degli anni ’30 attraverso i lavori di Eugenia
Hanfmann (1905-83) e Jacob S. Kasanin (1897-1947) sul pensiero degli schizofrenici (tra cui Conceptual
thinking in schizophrenia, 1942), divenendo noto come «metodo di Ach-Vygotskij» (in inglese «Ach-
Vygotsky test») o più semplicemente come «test di Vygotskij». La formazione dei concetti fu studiata in
età evolutiva con questo metodo oltre che dagli allievi di Vygotskij (cfr. cap. VI), e Vygotskij ne riferì nei
capp. V e VI del suo libro Pensiero e linguaggio del 1934, anche dagli psicologi tedeschi Georg Bacher in
Die Ach’sche Suchmethode in ihrer Verwendung zur Intelligenzprüfung [Il metodo della ricerca di Ach nel suo
uso come test d’intelligenza] e Franz Rimat in Intelligenzuntersuchungen anschliessend an die Ach’sche
Suchmethode [Ricerche sull’intelligenza con il metodo di ricerca di Ach] del 1925 e dallo psicologo
georgiano Dmitri N. Uznadze in vari articoli tra cui Die Begriffsbildung im vorschulpflichtigen Alter [La
formazione dei concetti nell’età della scuola preparatoria dell’obbligo] del 1929.

L’esigenza di uno studio ontogenetico dei processi di pensiero si era diffusa


nei primi decenni del secolo all’interno di una «psicologia evolutiva» che si era
sviluppata in modo autonomo rispetto alla psicologia di tipo sperimentale
coltivata nei laboratori di derivazione wundtiana. Tuttavia, anche nell’ambito
delle ricerche di laboratorio si pose il problema di collocare lo studio del
pensiero lungo una dimensione ontogenetica. Certamente, questo aspetto
produsse un ulteriore distacco dalla tradizione wundtiana che aveva limitato le
indagini di laboratorio alla struttura della mente adulta. Il contributo più
importante in questa direzione fu quello di Karl Bühler nel libro Die geistige
Entwicklung des Kindes [Lo sviluppo psichico del bambino] del 1918. Bühler
affrontò il problema della formazione dei concetti nel bambino e quello dei
rapporti tra pensiero e linguaggio, e delineò una periodizzazione dello
sviluppo psichico cui si sarebbero riferiti vari psicologi negli anni successivi
(cfr. cap. V.4).

Karl Bühler ►

L’intreccio tra psicologia dei processi cognitivi, in particolare il pensiero e il


linguaggio, e lo sviluppo psichico infantile divenne sempre più esplicito negli
anni ’20. Le teorie di Piaget e di Vygotskij (cfr. cap. V.5 e cap. VI.3), emersero
alla fine di questo decennio come due sintesi originali di questo vasto e
profondo processo di superamento della tradizione associazionista e
wundtiana.
Anche lo studio della memoria subì una profonda trasformazione dopo il
predominio delle interpretazioni associazioniste elaborate da Hermann
Ebbinghaus e Georg E. Müller. Tentativi interessanti di sviluppare una teoria
della memoria fuori della tradizione elementistica e associazionista erano già
stati presentati dal fisiologo Ewald Hering (1834-1918) nel suo libro Über das
Gedächtnis als eine allgemeine Funktion der organisierte Materie [La memoria come
funzione generale della materia organizzata] del 1870 e dallo zoologo tedesco
Richard W. Semon (1859-1916) nei libri Die Mneme als erhaltendes Prinzip im
Wechsel des organischen Geschehens [La mneme come principio di conservazione
nel mutamento degli eventi organici] del 1908 e Die mnemischen Empfindungen
[Le esperienze mnemiche] del 1909.
Semon ebbe una vita intensa e drammatica. Ricco ebreo della Berlino degli anni ’70, si convertì al
protestantesimo per le sue convinzioni nazionalistiche; fu costretto ad abbandonare l’incarico di
professore straordinario a Jena a causa della sua relazione sentimentale con la moglie di un collega, con la
quale poi si sposò dopo il divorzio; infine, morta per un tumore la moglie e crollato l’Impero, Semon si
suicidò sparandosi nel 1918 dopo essersi sdraiato sulla bandiera tedesca nel letto della consorte. La figura
e l’opera di Semon sono state rivalutate nel 1982 in una biografia scritta dallo psicologo cognitivista della
memoria Daniel L. Schacter (n. 1952), per la notevole attualità delle sue teorie sul recupero delle tracce
mnestiche (da Semon stesso denominate «engrammi»).

Una teoria che è stata riletta in chiave cognitivista è quella elaborata da sir
Frederic C. Bartlett (1886-1969), professore all’università di Cambridge. Nel
libro Remembering (1932), Bartlett propose una teoria della memoria per molti
aspetti rivoluzionaria rispetto alle precedenti teorie associazioniste. Più che
fornire nuovi dati empirici, Bartlett enunciò alcuni princìpi e concetti
fondamentali per lo studio dei processi della memoria. In primo luogo, la
memoria non doveva essere studiata in modo artificiale ricorrendo, come
avevano fatto Ebbinghaus dapprima e in seguito molti altri psicologi, a sillabe
senza senso e a materiale privo di significato concreto per il soggetto. La
memoria doveva essere studiata nel suo ruolo effettivo di strumento di cui è
dotato l’organismo per sopravvivere all’ambiente (anche qui, come in Hering e
in Semon, vi è un richiamo alle funzioni organiche della memoria). In
quest’ottica la memoria non è più considerata un magazzino statico dal quale
si prende di volta in volta il pezzo necessario, come quando si cerca una pratica
in un archivio. La memoria è concepita da Bartlett come un processo attivo di
continua ricostruzione del passato in funzione delle esigenze del presente.
Bartlett sottopose i suoi soggetti a varie prove di memorizzazione (non su
materiale senza senso, ma relativamente a figure e storie dotate di senso) e
verificò che col tempo il contenuto originale immagazzinato subiva delle
trasformazioni caratterizzate dalla perdita degli elementi irrilevanti, dalla
presenza di nuovi elementi e di nuove relazioni, ed infine dall’acquisizione di
una struttura («schema») relativamente stabile, rispetto alla quale si
modulavano le trasformazioni successive. La memoria non è quindi, per
Bartlett, una «riproduzione» del materiale originale, conservato in un
magazzino, ma una «ricostruzione» continua intorno ad uno schema di
riferimento. Il concetto di schema, ripreso dalle opere del neurofisiologo
inglese Henry Head (cfr. cap. VII), indicava quindi un’organizzazione
dinamica delle tracce mnestiche, disponibile come riferimento per fornire –
nel presente – le risposte agli stimoli ambientali e suscettibile di innovazioni e
aggiornamenti («Schema si riferisce ad un’organizzazione attiva delle reazioni
o delle esperienze passate, che si deve supporre agiscano in qualsiasi risposta
organica appropriata», 1932, p. 265).
La teoria di Bartlett sulla memoria e sugli schemi (schemata) era così riassunta nel libro Remembering del
1932: «Il ricordo non è una rieccitazione di tracce isolate, fisse e senza vita, ma una costruzione
immaginativa costruita dalla relazione del nostro atteggiamento verso un’intera massa attiva di reazioni
passate organizzate, e verso qualche dettaglio di rilievo che emerge sul resto, apparendo in forma di
immagine sensoriale o in forma verbale. Il ricordo non è perciò quasi mai esatto, anche nei casi più
rudimentali di ricapitolazione meccanica, e del resto non ha nessuna importanza che lo sia.
L’atteggiamento è, in senso letterale, un effetto della capacità dell’organismo di agire sui propri
‘schemata’ ed è una funzione diretta della consapevolezza. Il particolare che emerge è il risultato di quella
valutazione dei singoli elementi entro una massa organizzata che incomincia con l’entrata di un appetito
o di un istinto e che prosegue notevolmente con la crescita degli interessi e degli ideali. Anche
prescindendo dal fatto che compaiono sotto forma di immagini sensoriali o di forme di linguaggio,
alcuni degli elementi di una massa possono emergere grazie al fatto di possedere certe particolari
caratteristiche fisiologiche, ma non vi è alcuna prova che queste possano agire determinando una
reazione specifica, tranne che dopo intervalli relativamente brevi. Gli schemi attivi che hanno un ruolo di
primaria importanza nel ricordo a livello umano sono prevalentemente schemi di ‘interessi’ e, dal
momento che l’interesse possiede sia una direzione ben precisa che un ampio raggio d’azione, il loro
sviluppo implica una notevole riorganizzazione degli ‘schemata’, secondo le linee più primitive di
differenze specifiche di sensi, di appetiti e di istinti. Così, dal momento che molti ‘schemata’ sono
costruiti sulla base di materiali comuni, le immagini e le parole che ne contrassegnano alcuni caratteri
salienti sono in costante ma spiegabile cambiamento. Gli ‘schemata’ sono inoltre un espediente reso
possibile dalla comparsa o scoperta della consapevolezza e senza di essi non sarebbe possibile nessun
ricordo veramente a lunga distanza. Si potrebbe dire che, dopo tutto, questa teoria è molto limitata. Essa
semplicemente riunisce assieme un gran numero di tracce, le chiama ‘schemata’ e poi ne sceglie alcune e
le chiama immagini. Io sono invece del parere che questa non sia una critica valida. Tutte le teorie
convenzionali che considerano la memoria come duplicativa cercano di trattare le tracce come se fossero
immagazzinate sotto forma di impressioni ben precise, fisse e che hanno soltanto la capacità di essere
rieccitate. Invece gli schemi attivi che fanno parte della mia impostazione sono viventi e in sviluppo,
costituiscono un’espressione complessa della vita del momento ed aiutano a determinare i nostri modi di
condotta quotidiani» (pp. 278-79).

Frederic C. Bartlett ►

3. Le teorie dell’intelligenza
Nella storia della psicologia dei processi cognitivi del primo Novecento si
incunea una tradizione di ricerche – sull’intelligenza – che ha origini e finalità
assai diverse da quelle proprie dei laboratori sperimentali di Würzburg o di
Berlino, ma che tuttavia rimane una presenza costante nel dibattito sulla
natura dei processi mentali superiori. L’opera di Piaget dedicata a La naissance
de l’intelligence chez l’enfant del 1936 raccordò definitivamente il problema
dell’intelligenza, come specifica funzione mentale, con quello dello sviluppo
ontogenetico della mente del bambino: l’intelligenza diveniva una funzione
che si costruisce e si realizza nell’ontogenesi; non era più una qualità innata,
stabile nel corso della vita psichica. Per studiare l’intelligenza occorrevano
procedure, fini e articolate allo stesso tempo, che permettessero di seguire lo
sviluppo mentale nei suoi minimi particolari allo scopo di determinare se
esistevano effettivamente delle costanti evolutive al di là delle differenze
individuali.
Le ricerche sull’intelligenza tenevano conto di due fattori che erano stati
accantonati nella tradizione wundtiana: da una parte, il significato delle
differenze individuali emerse negli esperimenti di laboratorio; dall’altra,
l’esigenza di determinare con strumenti oggettivi queste differenze per
consentire una selezione e un orientamento nel campo della scuola e del
lavoro. Nello studio dell’intelligenza si delineava quindi fin dai primi lavori,
accanto ad una componente conoscitiva, una componente applicativa che
avrebbe marcato questo tipo di studio con continue polemiche sulla validità
dei risultati conseguiti e sul loro uso sociale. Tra la fine dell’Ottocento e il
primo Novecento si posero i seguenti problemi nello studio dell’intelligenza:
1) quali erano i compiti più idonei per valutare e misurare l’intelligenza; 2)
quali fossero le applicazioni pratiche dei test di intelligenza; 3) che cosa
rappresentasse l’intelligenza all’interno della struttura della mente.
I primi test per misurare l’intelligenza furono elaborati da James McKeen
Cattell (1860-1944), che aveva studiato a Lipsia con Wundt ed era poi
divenuto professore dal 1888 al 1891 all’università della Pennsylvania e dal
1888 al 1917 alla Columbia University. In un articolo del 1890, Mental tests and
their measurement, Cattell introdusse l’espressione «test mentale» e in un lavoro
del 1896 in collaborazione con Livingston Farrand (1867-1939) studiò le
differenze individuali sottoponendo un centinaio di matricole universitarie a
test sensoriali e motori. Hugo Münsterberg (1863-1916), anch’egli allievo di
Wundt, trasferitosi ad Harvard nel 1892, riteneva che i test non dovessero
riguardare funzioni sensoriali e motorie semplici, ma dovessero essere relativi a
funzioni e capacità più complesse (prove di vocabolario, di cultura, ecc.).
Anche Stella E. Sharp, allieva di Titchener, concludeva il suo lavoro del 1899
sulla Individual psychology sostenendo che occorrevano test complessi per
differenziare effettivamente le capacità mentali individuali. Su questa direzione
si erano già posti gli psicologi francesi Alfred Binet (1857-1911) e Victor
Henri (1872-1940) che nei loro articoli, particolarmente importante quello del
1895 su La psychologie individuelle, avevano introdotto test di memoria,
immaginazione, attenzione, ecc. oltre a quelli usuali relativi alle capacità
sensoriali e motorie. Nel 1905, in una serie di tre articoli pubblicati su
«L’Année Psychologique», Binet e Théodore Simon (1873-1961) presentarono
un test che conteneva una vasta gamma di domande e compiti di complessità
crescente per valutare le capacità mentali dei bambini. Nel lavoro del 1908, Le
développement de l’intelligence chez les enfants, Binet e Simon definirono come «età
mentale» il livello delle capacità mentali accertate in un bambino, da
confrontare con l’età mentale tipica degli altri bambini della stessa età (età
cronologica) per mettere in evidenza un ritardo o un anticipo nello sviluppo
mentale. Il test Binet-Simon ebbe varie edizioni e traduzioni, tra le quali la più
importante fu quella di Lewis Madison Terman (1877-1956), professore alla
Stanford University (da qui il nome Stanford-Binet dato alla versione del
1916). Terman adottò anche la nozione di «Intelligence Quotient» o IQ
(Quoziente di Intelligenza, QI) riprendendo l’espressione
«Intelligenzquotient» con cui William Stern (La psicologia differenziale, 1911)
aveva indicato il rapporto tra età mentale e età cronologica. Infine nel 1939
David Wechsler (1896-1981) elaborò un nuovo test di intelligenza – noto
come Wechsler-Bellevue Adult Intelligence Scale – nel quale vi erano due
scale principali (una per il quoziente d’intelligenza verbale: con prove di
vocabolario, di aritmetica, ecc.; e un’altra per quello di esecuzione o
performance: con prove di composizione di cubi, completamento di figure,
ecc.) le quali complessivamente davano il quoziente di intelligenza totale del
soggetto esaminato.

Alfred Binet ►

I test, più che avere una funzione conoscitiva, ebbero una connotazione
tipicamente applicativa. Binet e Simon elaborarono il loro test su incarico del
ministero della Pubblica Istruzione francese, per approntare uno strumento
che permettesse di individuare i bambini con ritardo mentale e fornire loro
una istruzione speciale. Oltre che nella scuola, i test furono impiegati in modo
sistematico per la selezione e l’orientamento professionale nel campo del
lavoro. Un grande impulso alla diffusione dei test negli Stati Uniti venne dalla
loro applicazione nell’esercito statunitense: tra il 1917 e il 1919 furono
esaminati un milione e settecentomila soldati con l’Army Alpha, un test che
poteva essere somministrato in gruppo a coloro che sapevano leggere e scrivere
in inglese, e l’Army Beta per i soldati analfabeti. Questa insuperata
ricognizione testistica di massa fu guidata dallo psicologo Robert M. Yerkes
(1876-1956), lo studioso del comportamento animale, richiamato alle armi
dopo lo scoppio della prima guerra mondiale.
Nei primi anni ’20 iniziò una controversia durata per decenni e ancora non
sopita (vedi la scheda I test e il razzismo in psicologia) sull’uso discriminatorio dei
test di intelligenza. Poiché questi test comprendevano domande e prove di
natura culturale (conoscenza di vocaboli, operazioni matematiche, ecc.), gli
individui sprovvisti delle conoscenze relative per mancanza di istruzione e
cultura sarebbero stati discriminati ingiustamente, attribuendo la loro
prestazione negativa a deficit intrinseci alla loro intelligenza e non a carenze
socio-culturali. In effetti, fin dalle prime ricerche sulle differenze individuali
condotte da Francis Galton (1822-1911), vi era stato il presupposto che le
differenze psichiche come quelle fisiche avessero una base biologica e fossero
ereditarie. Le differenze accertate con i test d’intelligenza erano ricondotte
implicitamente o esplicitamente a un «patrimonio» mentale ereditario. Nel
1904 era uscito l’articolo «General intelligence» objectively determined and measured
dello psicologo inglese Charles E. Spearman (1863-1945), nel quale era stata
proposta l’esistenza di una «intelligenza generale» (fattore generale
dell’intelligenza o «g») accanto a fattori specifici («s») relativi a capacità,
conoscenze e operazioni cognitive particolari (aritmetica, musica, ecc.).
Spearman accettò l’ipotesi che il fattore «g» fosse una specie di «energia» che
circolava per tutta la corteccia cerebrale rifornendo vari raggruppamenti di
cellule nervose preposte a funzioni particolari (i fattori «s»). Si poteva anche
ritenere che questo fattore «g» fosse la vera caratteristica individuale, di natura
biologica e probabilmente ereditaria. Vari psicologi criticarono la teoria dei
due fattori (fattore «g» e fattori «s») di Spearman. Nel libro Introduction to the
theory of mental and social measurements del 1904, Edward L. Thorndike (1874-
1949) aveva già affermato che non vi era un’alta correlazione tra le prestazioni
fornite da un soggetto in compiti diversi tale da far supporre l’esistenza di un
fattore comune sottostante. Louis L. Thurstone (1887-1955) ribadì questa tesi
in una serie di lavori degli anni ’30 (tra cui Vectors of the mind, 1935; Primary
mental abilities, 1938) sostenendo l’esistenza di sette «capacità mentali primarie»
(comprensione verbale, fluenza verbale, capacità numerica, visualizzazione
spaziale, memoria, velocità percettiva, ragionamento) relativamente
indipendenti tra loro.
L’approccio fattoriale all’intelligenza, per il quale è possibile estrarre dei
«fattori» comuni che spiegano i risultati nelle scale dei test, è stato sviluppato
da una parte con l’introduzione di tecniche statistiche sempre più raffinate e
dall’altra con una rielaborazione concettuale della struttura e delle proprietà
dell’intelligenza. Nel modello di Joy P. Guilford (1897-1987), professore alla
University of Southern California, l’intelligenza fu concepita come un insieme
di contenuti (di cui esistono 4 tipi: figurativo, simbolico, semantico,
comportamentale), operazioni (5 tipi: valutazione, produzione convergente,
produzione divergente, memoria, cognizione) e prodotti (6 tipi: unità, classi,
relazioni, sistemi, trasformazioni, implicazioni). Dalla combinazione di
contenuti, prodotti e operazioni derivano ben 120 capacità distinte. È
interessante notare la differenziazione introdotta da Guilford tra produzione (o
pensiero) convergente e produzione (o pensiero) divergente, attraverso la quale
è inserita nella struttura della intelligenza la creatività come processo di
produzione divergente di nuove e originali soluzioni rispetto alle soluzioni
collaudate del processo di produzione convergente (The nature of human
intelligence, 1967).

I test e il razzismo in psicologia


A partire dagli anni ’70 del Novecento le teorie sull’intelligenza sono state
influenzate dal cognitivismo. La struttura dell’intelligenza non è ricondotta ai
fattori emersi dai risultati dei test, ma è concepita come un insieme di
operazioni cognitive «componenti» (pianificazione del problema, strategie di
soluzione, recupero di tracce mnestiche, ecc.) verificabili sperimentalmente.
La teoria componenziale più importante fu quella sviluppata da Robert J.
Sternberg (n. 1949) della Yale University (Intelligence, information processing, and
analogical reasoning: the componential analysis of human abilities, 1977; Beyond IQ: a
triarchic theory of intelligence, 1984). Sternberg ha distinto tre dimensioni o
sottoteorie delle componenti dell’intelligenza: la prima (metacomponenti)
riguarda le competenze e capacità individuali relative alla pianificazione, al
controllo e alla valutazione dell’elaborazione durante la soluzione di un
problema; la seconda (componenti di prestazione) riguarda i processi messi in
atto per eseguire le azioni attivate e controllate dalle metacomponenti; la terza
(componenti di acquisizione delle conoscenze) riguarda i processi relativi
all’acquisizione e all’integrazione delle informazioni. Le tre sottoteorie
intervengono in ogni comportamento intelligente, ma nei vari individui una
sottoteoria può essere dominante rispetto alle altre due.
Anche la teoria di Howard Gardner (n. 1943) della Harvard University è
fondata su una critica dell’intelligenza come dipendente da un fattore unico e
generale. Gardner ha criticato la tradizionale assimilazione del concetto di
intelligenza al ragionamento logico, a sua volta fondato su un fattore generale
o g, e ha avanzato l’ipotesi di forme diverse di intelligenza che cooperano tra di
loro e che assumono un rilievo particolare o predominante nella vita psichica
individuale in funzione del contesto sociale culturale (Frames of mind: the theory
of multiple intelligences, 1983). Le forme descritte da Gardner sono sette:
intelligenza linguistica, musicale, logico-matematica, spaziale, somato-
cinestesica, intrapersonale, interpersonale. Questa teoria ha avuto una larga
diffusione, soprattutto nel campo della psicologia dell’educazione, ma è stata
criticata per l’intercorrelazione trovata, nelle ricerche di verifica, tra i livelli di
prestazione nelle varie forme di intelligenza, rinviando così a un fattore
generale sottostante.
Nella classificazione di Gardner, l’aspetto più innovativo fu probabilmente
l’aver richiamato il tema dell’intelligenza non solo su una dimensione
cognitiva (pensiero verbale/pensiero visuo-spaziale) o esecutiva, ma anche sulla
capacità di ragionare sulle emozioni, intenzioni e motivazioni proprie e altrui
(intelligenza intrapersonale e intelligenza interpersonale). Questa sfera psichica
è oggi nota come emotional intelligence (espressione tradotta in italiano con
«intelligenza emotiva», ma l’aggettivo più appropriato sarebbe «emozionale»).
Si tratta di un concetto che aveva cominciato a interessare i ricercatori fin dagli
anni ’60, ma acquisì una posizione di rilievo nel panorama della psicologia
contemporanea dopo i vari lavori di John D. Mayer (n. 1953) e Peter Salovey
(n. 1958), a cominciare dall’articolo Emotional intelligence, pubblicato nel 1989
sulla rivista «Imagination, Cognition and Personality» (primo autore Salovey).
I due psicologi statunitensi proposero una struttura in quattro componenti
dell’intelligenza emozionale: percezione e espressione delle emozioni proprie e
altrui, comprensione delle emozioni e del loro significato, accesso alle
emozioni e loro generazione, regolazione delle emozioni. Il successo mondiale
del libro dello psicologo e giornalista David Goleman (n. 1946), Emotional
intelligence: why it can matter more than IQ (1995), ha reso questo concetto molto
popolare anche al livello dell’opinione pubblica che ha accolto favorevolmente
l’idea che se il Quoziente di Intelligenza rimane una misura delle capacità
cognitive astratte, l’effettivo successo nella vita sociale e professionale sarebbe
predetto dal Quoziente Emozionale (Emotional Quotient, EQ), derivabile dai
vari questionari costruiti negli ultimi anni (il più noto è The Mayer-Salovey-
Caruso Emotional Intelligence Test). Più in generale, il riconoscimento del
ruolo delle emozioni nella vita personale e sociale si è integrato con
l’impostazione della psicologia positiva (cfr. cap. II.4).
Vari ricercatori hanno criticato il concetto di intelligenza emozionale, fra
l’altro mettendo in evidenza che sottostante a essa vi sarebbero in effetti tratti
di personalità e processi propri dell’intelligenza misurata con il QI. Questo
dibattito è ancora in corso (ad esempio, sulle riviste «Emotion» e «Personality
and Individual Differences»), e inoltre va notato che gli studiosi del rapporto
tra intelligenza e prestazione, nel quadro dell’evoluzione della società e della
produzione contemporanea fondata sulla tecnologia e la comunicazione
digitale, ribadiscono l’importanza del fattore g. Tra questi studiosi ricordiamo
lo psicologo tedesco Heiner Rindermann (n. 1966; The g-factor of international
cognitive ability comparisons: the homogeneity of results in PISA, TIMSS, PIRLS and
IQ–tests across nations nello «European Journal of Personality», 2007; Cognitive
capitalism, human capital and the wellbeing of nations, 2018).
Si può parlare, negli ultimi venti anni, di una vera e propria esplosione
dell’interesse per l’intelligenza emotiva e l’emozione in generale, al punto di
superare l’interesse per la sfera cognitiva in alcune aree di applicazione della
psicologia, come dimostra anche la nascita di varie riviste dedicate a questo
tema, dopo che per un lungo periodo vi era stato un solo periodico di rilievo
(«Motivation and Emotion», dal 1977): «Cognition and Emotion» (dal 1987),
«Journal of Emotional and Behavioral Disorders» (dal 1993), «Emotional and
Behavioral Difficulties» (dal 1996), «Journal of Emotional Abuse» (dal 1997),
«Emotion» (dal 2001), «International Journal of Work Organization and
Emotion» (dal 2005), «Emotion, Space and Society» (dal 2008), «Emotional
Review» (dal 2009), «International Journal of Emotional Education» (dal
2009).

4. Le teorie dello sviluppo psichico


Nella tradizione del laboratorio di Lipsia, la psicologia infantile era considerata
un supplemento alla psicologia dell’adulto per due motivi: in primo luogo, si
riteneva che la sperimentazione non fosse possibile su bambini nei primi anni
di vita e che l’osservazione del comportamento infantile fosse guidata da
preconcetti e interpretazioni basate sul senso comune; in secondo luogo, si
affermava che la psicologia infantile non dava elementi nuovi ed importanti per
conoscere la psicologia dell’adulto. Su quest’ultimo punto, nel Compendio del
1896, Wundt scriveva che era errata «l’opinione più volte espressa che la vita
psichica dell’uomo adulto possa essere compresa in base ad un’analisi della
psiche infantile. Accade proprio il contrario» (p. 240).
La prima psicologia infantile fu condotta, mediante l’osservazione e la
registrazione del comportamento, da vari scienziati e psicologi della fine
dell’Ottocento, generalmente sui propri figli nei primi mesi o anni di vita. Si
trattava essenzialmente di descrizioni relative a vari aspetti del
comportamento, da quello sensoriale e motorio a quello intelligente, senza
uno specifico inquadramento teorico dei dati registrati. Nell’articolo del
teorico dell’evoluzionismo Charles Darwin (1809-82), A biographical sketch of
an infant (1877), erano riportate le annotazioni scritte molti anni prima sulla
collera, la paura, le sensazioni di piacere, l’affettività, le associazioni di idee, la
ragione, il senso morale, l’inconsapevolezza, la timidezza, i mezzi di
comunicazione del figlio William, nato nel 1839. Sebbene nell’articolo non
fosse esplicitato, Darwin riteneva che lo studio del comportamento infantile
avrebbe permesso di individuare alcuni schemi comportamentali di base,
ancora relativamente immuni dalle influenze ambientali e culturali, i quali
potevano essere confrontati con il comportamento istintuale delle specie
animali. Una connotazione innatista si trova anche nel primo libro specifico
sullo sviluppo psichico infantile ad opera dell’embriologo tedesco Wilhelm T.
Preyer (1841-97), Die Seele des Kindes [L’anima del bambino] del 1881. Preyer
parla dello sviluppo ontogentico come di un insieme di esperienze che
riattivano il patrimonio ereditario: «La mente del neonato non assomiglia ad
una tabula rasa, su cui i sensi per primi scrivono le loro impressioni, cosicché da
queste si sviluppa, attraverso una intensa azione reciproca, la totalità della
nostra vita mentale, ma la tavoletta è già scritta prima della nascita, con molti
segni illeggibili o piuttosto irriconoscibili ed invisibili, le tracce dell’impronta
delle infinite impressioni sensoriali delle passate generazioni. Questi resti sono
così confusi e indistinti che di fatto noi possiamo pensare che la tavoletta sia
bianca, fino a quando non esaminiamo i cambiamenti che incontra nella
primissima infanzia. Quanto più si osserva con attenzione il bambino, tanto
più facilmente diventa leggibile la scrittura che si porta appresso nel mondo e
che non è subito compresa. Allora vediamo qual è il capitale che ciascun
individuo ha ereditato dai suoi antenati, quanto c’è che non è prodotto dalle
impressioni sensoriali e quanto è falsa la supposizione che l’uomo apprende a
sentire, volere e pensare solo attraverso i sensi. L’eredità è importante quanto
l’attività individuale nella genesi della mente. Nessun uomo in questo caso
viene dal nulla e ottiene lo sviluppo della sua psiche attraverso la sua sola
esperienza individuale; piuttosto ognuno deve riempire e rianimare attraverso
l’esperienza il patrimonio ereditato, i resti delle esperienze e attività dei suoi
antenati» (p. 321).
Il primo caso di osservazione del comportamento infantile si deve probabilmente al filosofo tedesco
Dietrich Tiedemann (1748-1803), autore di Beobachtungen über die Entwicklung der Seelenfähigkeiten bei
Kindern [Osservazioni sullo sviluppo delle attività psichiche nei fanciulli] del 1787. Importante fu anche
l’opera dello psichiatra francese Jean Itard (1774-1838) sul «bambino selvaggio dell’Aveyron» (Mémoire sur
les premiers développements du sauvage de l’Aveyron, 1801). Nella prima metà dell’Ottocento apparvero poi
varie opere sullo sviluppo psichico infantile, ma la prima vera sistematizzazione del problema si ebbe con
l’opera del 1881 di Preyer, preceduto dagli articoli pubblicati nel 1877 su «Mind» del filosofo francese
Hippolyte A. Taine (On the acquisition of language by children, in parte già pubblicato in francese nel 1876) e
di Darwin. Sia Darwin che Preyer e poi Baldwin, Stern, Piaget, Vygotskij, i coniugi Winthrop N.
Kellog e Luella A. Kellogg, la psicologa russa Nadežda N. Ladygina-Kots (cfr. cap. VII), ecc. e altri
studiosi del mondo psichico infantile condussero le proprie ricerche spesso sui propri figli, attraverso la
compilazione di «diari» e «biografie» e la realizzazione di prove quasi-sperimentali negli anni della prima
infanzia.

Lo studio dello sviluppo psichico infantile trovò la sua sistematizzazione alla


fine dell’Ottocento con l’opera di Granville Stanley Hall (1844-1924) e di
James Mark Baldwin (1861-1934). Hall fu la figura più importante, dal punto
di vista istituzionale, della psicologia statunitense ai suoi inizi: primo studente
americano di Wundt, fondatore del primo laboratorio di psicologia alla Johns
Hopkins University di Baltimora nel 1884 e della prima rivista di psicologia
(«American Journal of Psychology», dal 1887), e primo presidente della
American Psychological Association nel 1892. Hall diffuse l’uso dei
questionari per raccogliere dati sulle conoscenze dei bambini (The contents of
children’s minds, 1883) e divise lo sviluppo in cinque stadi: prima infanzia
(infancy), infanzia (childhood), giovinezza o pre-adolescenza, adolescenza, età
adulta/senescenza. Il suo contributo più importante fu la caratterizzazione di
una fase autonoma rispetto all’infanzia, l’adolescenza, studiata in tutte le sue
manifestazioni psicologiche e sociali (Adolescence: its psychology and its relations to
physiology, anthropology, sociology, sex, crime, religion, and education, 1904).
Baldwin, professore alla Johns Hopkins University di Baltimora dal 1903 al
1909, poi all’università di Città del Messico e infine all’Ecole des Hautes
Etudes Sociales di Parigi, è oggi considerato uno dei maggiori teorici dello
sviluppo psichico infantile, una delle fonti principali del pensiero di Piaget.
Come ha scritto John M. Broughton (1981), «fu Baldwin, non Piaget, a
tentare per primo una sintesi della filosofia e delle scienze della vita attraverso
una descrizione dello sviluppo intellettivo progressivo, stadio per stadio [...], e
delle sue continuità e discontinuità con l’organizzazione e l’adattamento
psicologico [...]. Fu Baldwin [...] a proporre per primo le sequenze evolutive
nei campi della coscienza logica, scientifica, sociale, morale, religiosa e estetica
e a suggerire come tutti potessero essere legati l’uno all’altro. E fu Baldwin [...]
a articolare per primo una epistemologia genetica fondata sul principio della
conoscenza attraverso i processi dell’assimilazione cognitiva e
dell’adattamento» (p. 396). Nei suoi libri di psicologia dello sviluppo (Mental
development in the child and the race: methods and processes, 1895; Social and ethical
interpretations in mental development: a study in social psychology, 1897; The story of
the mind, 1898; Thought and things, 3 voll., 1906-11), Baldwin propose una
divisione dello sviluppo del pensiero («logica genetica») in quattro stadi (pre-
logico, quasi-logico, logico, iper-logico) e una serie di ipotesi sui processi di
«accomodazione» e «assimilazione» (termini che si ritrovano in Piaget) che
sarebbero caratteristici dell’interazione tra la mente e l’ambiente. Nel rapporto
tra le strutture della mente e gli oggetti esterni, l’assimilazione rappresenta
l’integrazione degli elementi esterni in strutture e schemi in evoluzione o
completamento. L’assimilazione permette all’organismo di formare
un’abitudine (habit) utile a garantire l’ordine e la continuità dell’esperienza.
L’accomodamento permette invece il cambiamento e lo sviluppo: esso «si
oppone all’abitudine in due modi: primo, si riferisce a nuovi movimenti – un
riferimento prospettivo –, mentre l’abitudine si riferisce sempre a movimenti
più o meno vecchi, un riferimento retrospettivo, e quindi va avanti rispetto
all’abitudine; e, secondo, tende, mediante la selezione di nuovi movimenti, a
venire in conflitto diretto con i vecchi movimenti abituali e così a disintegrare
le abitudini [...]. L’accomodamento continuo è possibile soltanto perché l’altro
principio, l’abitudine, conserva sempre il passato e fornisce dei points d’appui in
solide strutture per nuovi accomodamenti» (Baldwin, 1895, pp. 454-55).
Baldwin mise in evidenza l’importanza dell’adattamento individuale nello
sviluppo ontogenetico: mediante un processo definito «reazione circolare»
(l’esito di un atto diviene lo stimolo per un nuovo atto, corretto e modificato,
che a sua volta innesca nuove correzioni e modificazioni) si producono
reazioni sempre più adattative. Secondo il principio della «selezione organica»
di Baldwin, che integra quello della «selezione naturale» di Darwin al livello
della specie, gli individui che si sono meglio adattati grazie agli
accomodamenti sviluppati nella loro ontogenesi sopravvivono di più rispetto
ad altri e, riproducendosi, danno luogo ad una discendenza di future
generazioni in cui è conservata la loro modalità di adattamento individuale
(fenomeno noto come «effetto Baldwin»).

James M. Baldwin ►

Negli anni ’20 e ’30 la psicologia infantile ebbe un forte impulso sia empirico
che teorico. Furono avviati numerosi progetti di ricerca longitudinale e
trasversale sullo sviluppo psichico del bambino ed elaborate varie sintesi
teoriche. Un quadro generale fu tracciato nel manuale curato da Carl
Murchison (1887-1961) nel 1931, A handbook of child psychology (19332),
sostituito poi dal «testo sacro» della psicologia evolutiva curato da Leonard
Carmichael (1898-1973): il Manual of child psychology che nelle sue tre edizioni
del 1946, 1954 e 1970 (quest’ultima curata da Paul H. Mussen, 1922-2000)
costituisce un riferimento essenziale per comprendere l’evoluzione storica di
questo campo di studi (il Manual nelle varie edizioni successive, un riferimento
sempre fondamentale, è divenuto lo Handbook of child psychology). Le varie
prospettive psicologiche fornirono lo sfondo teorico a queste ricerche sullo
sviluppo psichico infantile: in quel periodo uscirono il libro di Kurt Koffka
sullo sviluppo mentale (tradotto nel 1924 in inglese con il titolo The growth of
the mind) e le ricerche di Kurt Lewin nella prospettiva gestaltista, il libro di
John B. Watson, Psychological care of the infant and child (1928) nella prospettiva
comportamentista, le opere di Anna Freud e Melanie Klein in quella
psicoanalitica. La prospettiva biologica, riflessa in una concezione
relativamente schematica dei processi di maturazione organica del bambino,
con il conseguente sviluppo stadio per stadio dei processi psichici, fu elaborata
in maniera sistematica da Arnold Gesell (1880-1961), professore alla Yale
University, in una serie di opere molto diffuse che divennero praticamente dei
manuali normativi, ad uso dei genitori e degli insegnanti, per determinare se
lo sviluppo di un bambino di una certa età avesse raggiunto lo stadio previsto:
The mental growth of the preschool child, 1925; Infancy and human growth, 1928; con
l’esperta di biometria Helen Thompson (1929-64), Infant behavior: its genesis
and growth, 1934. Nello stesso periodo maturarono tuttavia indirizzi di ricerca
psicologica sul bambino che si collocavano in una prospettiva che nei decenni
successivi sarebbe stata caratterizzata come cognitivista. Ci riferiamo in
particolare all’opera di Jean Piaget (cfr. cap. V.5) e di Lev S. Vygotskij (cfr.
cap. VI.3), nelle quali è posto l’accento sui processi interni della mente e sulla
loro evoluzione ontogenetica. Altre sintesi importanti del periodo fra le due
guerre furono quelle di Karl Bühler e di Heinz Werner.
Bühler, l’autorevole esponente della scuola di Würzburg, in Lo sviluppo
psichico del bambino (1918, più volte ristampato), delineò tre stadi principali
dello sviluppo psichico: lo stadio del comportamento istintuale, lo stadio del
comportamento modificabile in base all’addestramento (ad esempio, mediante
i riflessi condizionati), e infine lo stadio del comportamento intelligente (ad
esempio, quello dimostrato dagli scimpanzé studiati da Köhler). Si tratta di
una sequenza ancora molto schematica, ma alla quale si riferirono vari
psicologi dell’epoca (ad esempio Vygotskij e Aleksandr R. Lurija nel loro libro
del 1930, Etjudy po istorii povedenija [Studi sulla storia del comportamento], in
cui è confrontato il comportamento del bambino con quello della scimmia
antropoide da una parte e l’uomo primitivo dall’altra) (cap. VI).
Di maggiore rilievo teorico fu il contributo di Heinz Werner (1890-1964)
alla psicologia dello sviluppo psichico infantile. Viennese, dapprima professore
a Monaco (1915-17) e ad Amburgo (1917-33), emigrato per motivi razziali nel
1933 negli Stati Uniti, Werner divenne professore di psicologia alla Clark
University dal 1947 al 1960, formando un gruppo di studiosi autorevoli nel
campo della psicologia dei processi cognitivi e dello sviluppo. Assieme a
Seymour Wapner (1917-2003), Werner scrisse numerosi articoli sullo sviluppo
della percezione; e con Bernard Kaplan (1925-2008) scrisse l’importante libro
Symbol formation del 1963. L’opera principale di Werner è Einführung in die
Entwicklungspsychologie [Introduzione alla psicologia dello sviluppo], pubblicata
nel 1928, e poi nelle edizioni americane, ampliate e riviste, nel 1940 e nel
1948. Werner elaborò una concezione dello sviluppo psichico del bambino,
che comprendeva un insieme di princìpi generali validi per confrontare i
processi psichici infantili con quelli degli animali, degli uomini primitivi e
degli individui affetti da disturbi psichici e poter quindi individuare le leggi di
sviluppo e organizzazione comuni (per questa finalità comparativa il titolo
delle edizioni americane fu cambiato propriamente in Comparative psychology of
mental development). Werner concepiva il mondo psichico originario del
bambino come un mondo indifferenziato, autistico ed egocentrico, e lo
sviluppo mentale come caratterizzato da una «indifferenziazione» di partenza
nel neonato sia tra la mente e la realtà esterna, sia all’interno della mente: da
una parte i processi affettivi e cognitivi si differenziano fra loro; dall’altra entro
la sfera affettiva o cognitiva le varie funzioni psichiche si differenziano
ulteriormente. L’interrelazione tra funzioni percettive e funzioni affettive dà
luogo nel bambino alle «percezioni fisiognomiche», per le quali gli oggetti
percepiti assumono una connotazione affettiva. L’animismo infantile avrebbe
origine da tale dinamizzazione affettiva della realtà esterna. Gradualmente si
sarebbe operata lungo l’ontogenesi una «differenziazione» tra la mente e il
mondo esterno, con il distacco dell’Io dalla realtà esterna, e il progressivo
articolarsi delle funzioni mentali secondo un’organizzazione gerarchica.
La legge genetica fondamentale è per Werner la «crescente differenziazione» e la «progressiva
gerarchizzazione dei fenomeni e delle funzioni mentali», così sintetizzata in Comparative psychology of
mental development (1948): «Fra i popoli primitivi, come pure fra i bambini, si constata un tipo di pensiero
che in modo molto appropriato può essere definito come pensiero ‘concreto’. La sua caratteristica
distintiva consiste nel fatto che l’attività concettuale si sviluppa in intima, inscindibile unione con i
processi percettivo-motori e immaginativi. Solo gradualmente il modo di pensare astratto si viene
manifestando correlativamente al dissolversi di questa unione. Ma anche a questo nuovo livello si può
constatare che la differenziazione non comporta mai una discontinuità completa fra le funzioni inferiori
e quelle superiori, uno stato autosufficiente di ciascuna di esse. È caratteristico dell’organizzazione
mentale superiore che vi sia una interrelazione di funzioni ed una subordinazione di quelle inferiori a
quelle superiori. Il pensiero astratto non è mai così autosufficiente da poter fare a meno del materiale
fornito dalla percezione. Nello stesso tempo, il pensiero in quanto attività relazionale e comparativa
assume il ruolo di funzione selettiva centrale che governa i dati senso-motori, percettivi ed immaginativi.
Esso, per mezzo di interpretazioni e giudizi, opera una mediazione nella confusa molteplicità delle
impressioni sensoriali e impone ordine e misura a questa molteplicità. Questa mancanza di
differenziazione tra le funzioni senso-motorie e quelle intellettuali, l’assenza di un modo di pensare
generale e astratto, si esprime, per esempio, nella conoscenza infantile estremamente rudimentale della
causalità. Il mondo infantile consiste di immagini in successione che sono più o meno vagamente
comprese per quanto riguarda le relazioni causali fra esse esistenti. Nei suoi primi anni il bambino spesso
non sa che è il sole che porta la luce del giorno, che è il vento che scuote i rami, che l’acqua scorre
soltanto verso il basso, e così via. Non si è ancora verificato un coordinamento del mondo dei fenomeni
nei termini di un rapporto generale di causa ed effetto, nei termini cioè di un modo di pensare
fondamentalmente astratto. Questo coordinarsi e subordinarsi di impressioni sensoriali, reso possibile da
un pensiero generalizzato, è riservato alle ulteriori e superiori fasi di sviluppo. È perciò ragionevole
interpretare lo sviluppo della mentalità umana come crescente centralizzazione resa possibile da funzioni
ordinatrici superiori che danno forma e direzione alle attività inferiori. La conoscenza del mondo si viene
progressivamente organizzando grazie alla formazione di modi di pensare generali ed astratti che
emergono da una sfera in cui le funzioni intellettuali sono intimamente fuse con quelle percettive,
immaginative e motorie» (pp. 50-51).

La psicologia e le due guerre


mondiali ►

La concezione di Werner fu definita «teoria organismica» per sottolineare la


stretta interdipendenza e integrazione delle funzioni dell’organismo, sensoriali,
cognitive e motorie, nello sviluppo ontogenetico e nella loro interazione con
l’ambiente. Questa teoria ebbe una notevole influenza anche su altri filoni di
ricerca, come quello delle differenze individuali e degli stili cognitivi avviato
dagli studi di Herman A. Witkin (1916-79) sulla «dipendenza/indipendenza
dal campo» (Psychological differentiation, 1962).
► In Italia Il concetto di dipendenza/indipendenza dal campo fu adottato in
vari studi sulle differenze negli stili cognitivi. Dopo il simposio organizzato da
Seymour Wapner nell’aprile 1980 a Hartford, nel Connecticut, sul tema Style
in cognition and culture, ne fu organizzato un secondo, a cura di Mario Bertini e
Luigi Pizzamiglio, all’Istituto di psicologia dell’Università “La Sapienza” di
Roma nel novembre 1980. Gli atti dei due simposi furono pubblicati nel 1986
(Field dependence in psychological theory, research, and application: two symposia in
memory of Herman A. Witkin, a cura di M. Bertini, L. Pizzamiglio e S.
Wapner).
5. La teoria di Piaget
Introduzione. Nell’opera dello psicologo svizzero Jean Piaget (1896-1980) lo
studio dello sviluppo psichico infantile si inquadra in una problematica più
ampia, in parte già prospettata da Baldwin, relativa alla genesi della conoscenza
umana e al rapporto tra la mente e il mondo esterno. Si tratta di una tematica
(quella di come si sviluppa la conoscenza e quale sia la corrispondenza tra essa
e gli oggetti esterni) che aveva alle spalle una lunga tradizione filosofica,
rispetto alla quale Piaget volle distaccarsi in quanto scienziato della natura che
studia la struttura della mente abbandonando il metodo dell’argomentazione
speculativa e ricorrendo al metodo scientifico. Nel libro Sagesse et illusions de la
philosophie del 1965, Piaget svolse una critica durissima contro la filosofia,
accettabile sotto forma di saggezza fatta di riflessioni teoriche e massime
etiche, ma condannabile nelle sue invasioni speculative nel campo della
scienza, compresa la psicologia. Eppure, come è stato spesso sottolineato,
Piaget è stato anzitutto un filosofo, un filosofo in una accezione nuova, con
una competenza in discipline diverse, dalla biologia alla logica e alla
matematica, dalla fisica alla psicologia e alla pedagogia. Come scrisse il filosofo
Lucien Goldmann (1913-70), «che lo voglia o no, Piaget finisce col fare della
‘filosofia’, portando un contributo essenziale alla soluzione di un certo numero
di questioni dibattute dai filosofi da più di venti secoli» (1973, p. 7). Vygotskij
(Pensiero e linguaggio, 1934) notava che «Piaget non è riuscito ed in fondo non
poteva riuscire a sfuggire le costruzioni filosofiche, perché l’assenza stessa della
filosofia è una filosofia assai precisa» (p. 66). L’epistemologia genetica elaborata
da Piaget ha rappresentato di fatto la proposta di una nuova filosofia della
mente, fondata su basi empiriche e su una integrazione interdisciplinare che
erano mancate alla filosofia. Si tratta comunque di una teoria generale che non
riguarda solo la mente umana nella sua dimensione psicologica, ma le strutture
della conoscenza nel senso filosofico. Questa considerazione preliminare non
vuole ricacciare Piaget nel mondo delle argomentazioni filosofiche illusorie da
lui respinte, ma dovrebbe far comprendere come Piaget stesso si fosse posto in
definitiva come l’erede di una tradizione occidentale di pensiero che
considerava centrale il problema della conoscenza. Piaget ha mostrato come
questo problema possa avere soluzioni nuove, basate su indagini empiriche e
sulla integrazione tra discipline diverse, e soprattutto su una teoria della mente
che ha come presupposto fondamentale la nozione di sviluppo. La conquista
delle modalità adulte di conoscere non è immediata, ma procede per stadi
successivi, ciascuno dei quali svolge un ruolo necessario e ineludibile per la
progressiva ristrutturazione del loro funzionamento. La mente che studiarono
Cartesio, Locke o Kant era una mente adulta, già data, immune dallo
sviluppo. Con Piaget fu portata a compimento la scoperta di una «mente
infantile», intravvista e approssimativamente abbozzata già negli ultimi decenni
dell’Ottocento, ma mai indagata sistematicamente. Piaget compì una serie
incredibile, per numero e originalità, di ricerche sui bambini, aprendo un
varco definitivo per accedere al mondo cognitivo infantile, proprio negli stessi
anni in cui la psicoanalisi si poneva il problema dell’«analisi infantile» per
svelare direttamente il mondo psicodinamico nei primi anni di vita. Infine,
con Piaget, l’indagine sullo sviluppo psichico non è più la raccolta di aneddoti
e la registrazione di fatti sporadici, ma diviene un’impresa sistematica, fondata
su metodologie precise e su presupposti teorici rigorosi. E sebbene si possa
rintracciare l’influenza di vari autori, in particolare di Baldwin, sulla
concezione piagetiana, a Piaget va riconosciuta una grande originalità teorica e
metodologica. È comprensibile che per decenni si sia pensato allo sviluppo
mentale nel bambino nei termini della concezione piagetiana.

Jean Piaget ►

Il metodo clinico. Come abbiamo notato più volte, nella tradizione wundtiana si
era posto il problema della validità dello studio della psiche infantile e della
possibilità di estendere i risultati conseguiti alla spiegazione dei processi
psichici dell’adulto. Questo problema si intrecciava con quello della
metodologia più adeguata da adottare nel momento in cui non si aveva più a
che fare con soggetti adulti, istruiti (gli studenti e i professori di psicologia),
ma con bambini con i quali era difficile poter applicare le stesse istruzioni e
procedure. Per quanto riguarda i soggetti della psicologia infantile ai suoi
esordi, va rilevato che si trattò – soprattutto nei casi di registrazione diaristica
del comportamento – dei figli degli psicologi stessi. Questo aspetto portò poi
alla critica rivolta a tali ricerche di aver generalizzato i risultati ottenuti con i
propri figli – ancora una volta appartenenti ad un ambiente socio-culturale
privilegiato – estendendoli a tutti i bambini, senza tener conto della peculiarità
dei rapporti stretti tra l’osservatore (il genitore) e il soggetto (il figlio). Questa
critica fu estesa anche all’assunzione che lo sviluppo accertato in un gruppo, sia
pure più ampio, di bambini di un certo ambiente socio-culturale potesse essere
sovrapposto a quello di bambini di un altro ambiente. Si tratta della critica
rivolta a Piaget e alla psicologia del «bambino svizzero», considerato
implicitamente il prototipo di tutti i bambini del mondo. Scriveva in proposito
Vygotskij (Pensiero e linguaggio, 1934): «Le regole che Piaget ha fissato, i fatti
che ha trovato, hanno un significato non universale, ma limitato. Sono validi
hic et nunc, qui e ora in un ambiente sociale dato e determinato. Così si sviluppa
non il pensiero del bambino in generale, ma il pensiero di quel bambino che
ha studiato Piaget» (p. 81).
Piaget usò nelle sue ricerche metodi non propriamente sperimentali, bensì
metodi quasi-sperimentali e in particolare il metodo clinico. Piaget si oppose
da una parte al metodo dei test e, dall’altra, a quello dell’osservazione pura. I
test (o reattivi) permettono, per Piaget, di accertare in molti bambini una serie
di conoscenze e comportamenti rispetto a domande e compiti uguali per tutti;
ma la procedura è rigida, deve seguire certe tappe uguali per tutti, senza
consentire di ampliare e aggiustare le domande e i compiti in modo da mettere
in evidenza il reale percorso mentale e le effettive strategie di ciascun bambino.
Anche l’osservazione pura, per Piaget, non è sufficiente per lo studio della
mente del bambino, perché questi è lasciato libero nei suoi pensieri e nei suoi
comportamenti senza la possibilità di manipolarli per poter cogliere ciò che lo
psicologo avverte come retrostante a tali pensieri e comportamenti. Così
Piaget individuò il metodo per eccellenza della psicologia infantile nel metodo
clinico in cui l’osservazione si lega alla sperimentazione. Piaget aveva appreso
questo metodo durante la sua permanenza all’Ospedale psichiatrico Burghölzli
di Zurigo nel 1918. Il suo interesse per la psicoanalisi in quegli anni contribuì
alla sua impostazione clinica nella ricerca psicologica infantile (La psychanalyse
et ses rapports avec la psychologie de l’enfant, 1920). Inoltre, anche la pratica con i
test durante la sua permanenza a Parigi e la collaborazione con Théodore
Simon gli fornirono gli elementi per individuare la più adeguata metodologia
di ricerca nel campo della psicologia infantile. Nel metodo clinico lo psicologo
è guidato da ipotesi e quindi orienta e dirige il comportamento del bambino
in modo da poterle verificare; pone e articola le domande tenendo conto del
percorso che momento per momento il bambino segue per arrivare a
rispondere alle domande e a risolvere i compiti.
In uno dei suoi primi libri, La représentation du monde chez l’enfant (1926, 19472), Piaget descrive il
metodo clinico nei termini in cui era impiegato in psichiatria: «Dunque, è necessario a tutti i costi
superare il metodo dell’osservazione pura e, senza ricadere negli inconvenienti dei reattivi, assicurarsi i
principali vantaggi dell’esperimento. Impiegheremo a tale scopo un terzo metodo, che tende a riunire le
risorse dei reattivi e dell’osservazione diretta, evitando gli inconvenienti di entrambi: il metodo
dell’esame clinico che gli psichiatri usano come mezzo di diagnosi. Ad esempio, si possono osservare per
mesi determinate forme paranoidi senza veder mai affiorare l’idea di grandezza, che tuttavia s’intuisce in
ogni reazione stravagante. D’altra parte, non si posseggono reattivi differenziali per le diverse sindromi
morbose. Ma il clinico può: 1) parlare col malato seguendolo anche nelle risposte, così da non perder
nessuna eventuale idea delirante; 2) condurlo dolcemente verso le zone critiche (la sua nascita, razza,
fortuna, titoli militari, politica, talento, vita mistica, ecc.), senza sapere dove affiorerà l’idea delirante, ma
mantenendo costantemente la conversazione su un terreno fecondo. L’esame clinico partecipa così
dell’esperimento, nel senso che il clinico si pone problemi, formula ipotesi, varia le condizioni, e infine
controlla ogni ipotesi in base alle reazioni provocate dalla conversazione. Ma l’esame clinico partecipa
anche dell’osservazione diretta, nel senso che il buon clinico, pur dirigendo, si lascia dirigere, e tien
conto di tutto il contesto mentale, invece di cadere vittima di ‘errori sistematici’ come spesso accade allo
sperimentatore puro. Poiché il metodo clinico ha reso grandi servizi in una zona in cui altrimenti tutto
sarebbe disordine e confusione, lo studio della psicologia infantile farebbe molto male a privarsene. Non
esiste, infatti, a priori una ragione per non interrogare i fanciulli sui punti dove l’osservazione pura lascia
incompiuta la ricerca [...]. Un bravo sperimentatore deve riunire due qualità spesso incompatibili: saper
osservare, cioè lasciar parlare il fanciullo, non perdere nulla, non falsar nulla; e nello stesso tempo saper
cercare qualcosa di preciso, avere in ogni momento qualche ipotesi di lavoro, qualche teoria – giusta o
falsa – da controllare. Bisogna aver insegnato il metodo clinico per comprenderne le difficoltà vere.
Talvolta i principianti suggeriscono al fanciullo ciò che desiderano trovare, oppure non suggeriscono
nulla, ma solo perché non cercano nulla ed è perciò naturale che non trovino nulla» (pp. 9-11).

Lo sviluppo della mente. Piaget ha studiato lo sviluppo della mente affrontando


sistematicamente in numerose ricerche, documentate in una lunga serie di
monografie, i principali processi cognitivi, le rappresentazioni e le categorie
mentali trattate tradizionalmente dalla filosofia: il linguaggio e il pensiero
(1923), il giudizio e il ragionamento (1924), la rappresentazione degli eventi
della realtà esterna e della vita psichica interna (1926), la causalità fisica (1927),
il giudizio morale (1932), l’intelligenza (1936 e 1947), la costruzione della
realtà (1937), il concetto di quantità fisica (1941), il concetto di numero
(1941), la formazione del simbolo (1946), il concetto di movimento e velocità
(1946), il concetto di tempo (1946), la rappresentazione dello spazio (1948), la
geometria spontanea (1948), il concetto di caso (1951), la percezione (1961),
l’immagine mentale (1966), la memoria (1968), la presa di coscienza (1974), la
soluzione di problemi (1974). Buona parte delle ricerche e delle monografie
furono realizzate in collaborazione prima con la psicologa polacca Alina
Szeminska (1907-86) e poi con la psicologa svizzera Bärbel Inhelder (1913-
97). Negli anni ’50 Piaget sviluppò la propria riflessione teorica verso la
fondazione della epistemologia genetica, avviando un progetto di ricerca
interdisciplinare di largo respiro presso il Centro internazionale di
epistemologia genetica.
Nelle prime opere degli anni ’20 Piaget compì una ricognizione dei processi
mentali mettendone in evidenza l’evoluzione ontogenetica; nelle opere degli
anni ’30 consolidò la nozione di stadi di sviluppo e fece risaltare la dimensione
costruttiva della realtà operata dalla mente; negli anni ’40 e ’50, infine, Piaget
approfondì i meccanismi funzionali di adattamento e regolazione dei processi
mentali, richiamando l’attenzione più sulle funzioni che sulla struttura della
mente. Il rapporto tra struttura e funzioni della mente rimandava a una
problematica centrale che il giovane Piaget aveva incontrato sin dai primi studi
di biologia e che riguardava l’evoluzione della struttura di un organismo in
relazione alle funzioni svolte per l’adattamento all’ambiente. In questa
prospettiva biologica Piaget innestò la sua ricerca sullo sviluppo della struttura
della mente, considerato come un processo di continua riorganizzazione
realizzatosi nell’interazione tra la mente e l’ambiente. Nell’Autobiografia
scriveva a proposito delle sue riflessioni svolte poco prima del 1920: «Le mie
osservazioni sul fatto che la logica non è innata ma si sviluppa a poco a poco
apparvero coerenti con le mie idee sulla formazione dell’equilibrio verso cui
tende l’evoluzione delle strutture mentali. Inoltre, la possibilità di studiare
direttamente il problema della logica si accordava con i miei precedenti
interessi filosofici. Infine il mio desiderio di scoprire una sorta di embriologia
dell’intelligenza si accordava con la mia preparazione biologica; fin dall’inizio
del mio pensiero teoretico ero certo che il problema della relazione tra
organismo e ambiente si estendeva anche al campo della conoscenza, essendo
possibile considerarlo come un problema della relazione tra il soggetto agente
o pensante e gli oggetti della sua esperienza. Adesso avevo la fortuna di
studiare questo problema in termini di sviluppo psicogenetico» (1950, p. 133).
La psicogenesi si delineava come una evoluzione – a partire dalla nascita del
bambino – da strutture mentali semplici, fondate sull’azione, a strutture
sempre più complesse, fondate sul pensiero. Lungo questo sviluppo la mente
assolve lo stesso ruolo delle altre strutture dell’organismo come sistema di
adattamento all’ambiente, dapprima in forma subalterna alle strutture
biologiche e poi sempre più con una funzione egemone rispetto a queste.
L’adattamento avviene attraverso due processi fondamentali, l’assimilazione e
l’accomodamento, già descritti da Baldwin. L’assimilazione permette
all’organismo (e alla mente) di incorporare nelle sue strutture gli elementi
dell’ambiente esterno; l’accomodamento produce invece un cambiamento in
tali strutture per gli effetti dell’assimilazione. Tra assimilazione e
accomodamento si realizza un equilibrio che consente la riorganizzazione
delle strutture mentali e il loro sviluppo ontogenetico.
In La naissance de l’intelligence chez l’enfant (1936), Piaget chiarisce nel modo seguente il ruolo
dell’assimilazione e dell’accomodamento nel processo di adattamento all’ambiente e di organizzazione
delle strutture mentali: «Alcuni biologi definiscono semplicemente l’adattamento mediante la
conservazione e la sopravvivenza, ossia l’equilibrio fra organismo e ambiente. Ma la nozione perde allora
ogni interesse, poiché si confonde con quella della vita stessa. Vi sono gradi nella sopravvivenza e
l’adattamento implica un più e un meno. Occorre dunque distinguere l’adattamento-stato e
l’adattamento-processo. Nello stato non v’è nulla di chiaro. Considerando il processo, le cose si
chiariscono. C’è adattamento quando l’organismo si trasforma in funzione dell’ambiente e questa
variazione ha per effetto un accrescimento degli scambi fra ambiente e organismo favorevoli alla
conservazione di quest’ultimo. Cerchiamo di precisare questi concetti, da un punto di vista formale.
L’organismo è un ciclo di processi fisio-chimici e cinetici i quali, in relazione costante con l’ambiente, si
generano a vicenda. Siano a, b, c, ecc. gli elementi di questa totalità organizzata e x, y, z, ecc. gli elementi
corrispondenti dell’ambiente. Lo schema dell’organizzazione è dunque il seguente:

(1) a + x → b;
(2) b + y → c;
(3) c + z → a, ecc.
I processi (1), (2), ecc., possono consistere sia in reazioni chimiche (allorché l’organismo ingerisce
sostanze x che trasformerà in sostanze b facenti parte della sua struttura), sia in trasformazioni fisiche
qualsiasi, sia infine, in particolare, in comportamenti senso-motori (quando un ciclo di movimenti
corporali a combinati con movimenti esteriori x porta a un risultato b che a sua volta entra nel ciclo
d’organizzazione). Il rapporto che unisce gli elementi organizzati a, b, c, ecc. agli elementi dell’ambiente
x, y, z, ecc. è dunque una relazione di assimilazione: il funzionamento dell’organismo non distrugge, ma
conserva il ciclo organizzativo e coordina i dati dell’ambiente in modo da incorporarli nel ciclo.
Supponiamo dunque che nell’ambiente si produca una variazione che trasformi x in x1. O l’organismo
non si adatta affatto, e si ha la rottura del ciclo, oppure ha luogo l’adattamento, ciò che significa che il
ciclo organizzato si è modificato richiudendosi su se stesso:

(1) a + x1 → b1;
(2) b + y → c;
(3) c + z → a.
Se chiamiamo accomodamento questo risultato delle pressioni esercitate dall’ambiente (trasformazione di
b in b1), possiamo dunque dire che l’adattamento è un equilibrio fra l’assimilazione e l’accomodamento.
Ora questa definizione si applica anche all’intelligenza. L’intelligenza è infatti assimilazione in quanto
incorpora nei propri quadri tutto il dato dell’esperienza. Sia che si tratti del pensiero che, grazie al
giudizio, riconduce il nuovo al noto riducendo così l’universo alle proprie nozioni, sia che si tratti
dell’intelligenza senso-motoria che pure struttura le cose percepite riconducendole ai propri schemi, in
ogni caso l’adattamento intellettuale comporta un elemento di assimilazione, ossia di strutturazione
mediante l’incorporazione della realtà esteriore in forme dovute all’attività del soggetto. Quali che siano
le differenze di natura che separano la vita organica (che elabora materialmente le forme e assimila ad esse
le sostanze e le energie dell’ambiente), l’intelligenza pratica o senso-motoria (che organizza degli atti ed
assimila allo schematismo di questi comportamenti motori le diverse situazioni offerte dall’ambiente), e
l’intelligenza riflessiva o gnostica (che si contenta di pensare le forme, o di costruirle interiormente per
assimilarvi il contenuto dell’esperienza), le une come le altre si adattano assimilando gli oggetti al
soggetto.
Che anche la vita mentale sia accomodamento all’ambiente non si può assolutamente mettere in
dubbio. L’assimilazione non può mai essere pura, in quanto l’intelligenza, incorporando gli elementi
nuovi negli schemi anteriori, modifica incessantemente questi ultimi per adattarli ai dati nuovi. Ma,
inversamente, le cose non sono mai conosciute in se stesse poiché questo lavoro d’accomodamento non è
mai possibile se non in funzione del processo inverso di assimilazione. Così vedremo che la nozione
stessa di oggetto è ben lontana dall’essere innata e presuppone una costruzione ad un tempo assimilatrice
ed accomodatrice.
In breve, l’adattamento intellettuale, come ogni altro adattamento, è il costituirsi progressivo di un
equilibrio fra un meccanismo assimilatore e un accomodamento complementare. Lo spirito non può
trovarsi adattato a una realtà se non v’è perfetto accomodamento, ossia se in questa realtà nulla più viene
a modificare gli schemi del soggetto. Ma, inversamente, non v’è adattamento se la realtà nuova ha
imposto atteggiamenti motori o mentali contrari a quelli che erano stati adottati a contatto con altri dati
anteriori: non c’è adattamento se non c’è coerenza e quindi assimilazione. Certo, sul piano motorio, la
coerenza presenta una struttura completamente diversa che sul piano della riflessione o su quello
organico, e tutte le sistemazioni sono possibili: ma sempre e dovunque l’adattamento non è compiuto se
non quando perviene a un sistema stabile, ossia quando vi è equilibrio fra accomodamento e
assimilazione.
Questo ci conduce alla funzione di organizzazione. Dal punto di vista biologico, l’organizzazione è
inseparabile dall’adattamento: sono i due aspetti complementari d’un meccanismo unico: il primo è
l’aspetto interno del ciclo, di cui l’adattamento costituisce l’aspetto esterno. Orbene, per quanto
concerne l’intelligenza, nella sua forma riflessa non meno che nella sua forma pratica, si ritrova questo
doppio fenomeno della totalità funzionale e dell’interdipendenza fra organizzazione e adattamento.
Quanto ai rapporti fra le parti e il tutto che definiscono l’organizzazione, è ben noto che ogni operazione
intellettuale è sempre relativa a tutte le altre e che i suoi stessi elementi sono retti dalla medesima legge.
Ogni schema è così coordinato con tutti gli altri e costituisce esso stesso una totalità di parti differenziate.
Ogni atto d’intelligenza presuppone un sistema di mutue implicazioni e di significazioni solidali. Le
relazioni fra questa organizzazione e l’adattamento sono dunque le stesse che sul piano organico. Le
principali categorie a cui ricorre l’intelligenza per adattarsi al mondo esteriore – lo spazio e il tempo, la
causalità e la sostanza, la classificazione e il numero, ecc. – corrispondono ciascuna a un aspetto della
realtà, così come gli organi del corpo sono relativi ciascuno a un carattere speciale dell’ambiente; ma,
oltre ad adattarsi alle cose, esse sono implicate le une nelle altre, a tal punto che è impossibile isolarle
logicamente. L’‘accordo del pensiero con le cose’ e l’‘accordo del pensiero con se stesso’ esprimono
questo doppio invariante funzionale dell’adattamento e dell’organizzazione. Ma questi due aspetti del
pensiero sono indissociabili: soltanto adattandosi alle cose il pensiero organizza se stesso e soltanto
organizzando se stesso il pensiero struttura le cose» (pp. 12-15).

Per Piaget lo sviluppo mentale del bambino si dispiega dall’infanzia


all’adolescenza in due periodi principali (senso-motorio, nei primi due anni di
vita; concettuale, dai due ai dodici-quindici anni) a loro volta suddivisibili in
vari stadi. Si tratta di una descrizione che ha costituito, almeno fino agli anni
’80 del Novecento, e soprattutto tra gli psicologi dell’Europa occidentale, il
riferimento fondamentale per lo studio dei processi mentali nella loro
evoluzione ontogenetica, trovando inoltre una vasta applicazione in campo
psicopedagogico. Spesso questa concezione è stata presentata ed esposta in
molti manuali di psicologia generale ed evolutiva del secondo Novecento
come l’unica teoria sistematica in questo campo.
Nelle linee essenziali, le caratteristiche di questi stadi sono le seguenti. Nel periodo senso-motorio, il
bambino sviluppa progressivamente le proprie modalità di interazione con l’ambiente. Passa dall’uso
esclusivo dei riflessi (succhiare, piangere, ecc.) alle prime coordinazioni visuo-motorie. Nel primo mese
di vita la percezione e il movimento sono funzioni scoordinate. Il bambino vede un oggetto, ma non sa
afferrarlo. Successivamente, organizza le due funzioni separate, dapprima secondo una sequenza fissa e
poi in modo sempre meno rigido per adattare le proprie azioni alle varie condizioni ambientali. Il
bambino apprende tra i 4 e gli 8 mesi che gli oggetti sono entità separate da lui e che questi oggetti
continuano a esistere anche se scompaiono dal campo visivo: la «permanenza dell’oggetto» è preceduta
dalla «permanenza della persona»: il bambino verifica che la madre si allontana da lui, ma poi ritorna; è
un’entità che scompare momentaneamente ma continua a esistere. Il bambino si forma così delle
immagini delle persone o degli oggetti che non percepisce direttamente. La mente può allora operare
mediante rappresentazioni interne che non necessitano di una corrispondenza immediata con oggetti e
persone.
Il periodo concettuale si divide in tre sottoperiodi ed è caratterizzato, in generale, dall’introduzione del
linguaggio e dei simboli nelle operazioni mentali.
Il primo sottoperiodo, lo stadio preoperatorio, va dai 2 ai 7 anni circa. In una prima fase (fino ai 4 anni
circa), denominata fase preconcettuale, il bambino sviluppa ulteriormente le rappresentazioni interne degli
oggetti esterni. Ad esempio, comincia a classificare gli oggetti in categorie secondo alcune proprietà
(colore, grandezza, ecc.). La capacità di classificazione si sviluppa notevolmente dopo i 4 anni. Una
caratteristica importante della fase preconcettuale è il gioco simbolico. Il bambino usa nel gioco un
oggetto (sedia) al posto di un altro oggetto (cavallo). L’oggetto perde il suo significato reale e acquista
quello prodotto dalla mente del bambino. Nella seconda fase (dai 4 ai 7 anni), denominata fase del pensiero
intuitivo, il bambino sviluppa le operazioni mentali di classificazione e seriazione degli oggetti. Può
raggruppare facilmente gli oggetti secondo le loro proprietà fisiche (colore, grandezza, forma) o la loro
classe di appartenenza (animali, piante, cose da mangiare, ecc.). Può ordinare quegli stessi oggetti in una
serie, dal più grande al più piccolo e viceversa.
Nello stadio delle operazioni concrete (dai 7 agli 11 anni), come dice l’espressione stessa, il bambino sa
compiere operazioni mentali sugli oggetti usando i concetti di numero, peso, volume, ecc. sempre però
riferendosi a oggetti concreti, persone o cose. Fondamentale è l’acquisizione in questo stadio del
principio di conservazione. Nello stadio preoperatorio il bambino valuta le proprietà fisiche degli oggetti
secondo la loro apparenza. Egli ritiene, ad esempio, che il liquido contenuto in un recipiente stretto e
lungo sia di più di quello contenuto in un recipiente largo e basso, anche se ha visto che si tratta dello
stesso liquido travasato da un recipiente all’altro. Nello stadio delle operazioni concrete il bambino
riconosce invece che la quantità è conservata indipendentemente dalla forma assunta.
Nello stadio delle operazioni formali (dai 12 ai 15 anni) si completa lo sviluppo mentale del bambino. Egli
può compiere operazioni mentali indipendentemente dal riferimento a oggetti o persone concrete,
usando concetti e simboli. Può affrontare la soluzione di problemi scientifici, introducendo il metodo
ipotetico-deduttivo (formula un’ipotesi, ne deduce le conseguenze sul piano teorico e sperimentale ed
esegue l’esperimento per verificare l’ipotesi).

Lo sviluppo morale. Piaget condusse una serie di ricerche sullo sviluppo del
ragionamento morale illustrate nel libro Le jugement moral chez l’enfant (1932),
mettendo in evidenza come esso seguisse una serie di stadi, passando da
un’accettazione passiva delle regole di comportamento a una loro concezione
relativista. Questa successione di stadi fu ripresa dallo psicologo statunitense
Lawrence Kohlberg (1927-87) e fu rielaborata in un modello a tre stadi
(moralità preconvenzionale, convenzionale e postconvenzionale) a loro volta
divisi ciascuno in due sottostadi (The philosophy of moral development: moral stages
and the idea of justice, 1981; The psychology of moral development: the nature and
validity of moral stages, 1982). Lo schema teorico generale era essenzialmente
quello piagetiano, valido sia per lo sviluppo cognitivo sia per quello morale: dal
bambino, monade soggettiva, all’adolescente inserito in una rete
interpersonale; dalle regole autoriferite alle regole socialmente condivise.
Lo schema piagetiano (dall’individuale al sociale) era già stato criticato dallo psicologo russo Lev S.
Vygotskij negli anni ’30, e alla sua ripresa negli anni ’70 e ’80, in un clima sociale nuovo, tra
contestazioni studentesche anti-istituzionali e movimenti di difesa delle minoranze e delle donne,
ricevette nuove critiche. Una collaboratrice di Kohlberg, Carol Gilligan (n. 1936), nel suo libro In a
different voice: psychological theory and women’s development (1982; tradotto in italiano con il titolo Con voce di
donna: etica e formazione della personalità, 1987), un bestseller, espressione forte del femminismo americano
di quegli anni, sostenne che la teoria di Kohlberg era condizionata da una concezione maschilista del
comportamento morale, fondata sull’assolutezza della giustizia, mentre nelle donne tale comportamento
è guidato da un’etica della cura fondata sui sentimenti. I risultati ottenuti da Kohlberg sarebbero stati
viziati dall’impiego di soli soggetti maschili. Altre critiche hanno riguardato l’universalità della sequenza
stadi, la generalizzazione di uno specifico modello di comportamento osservato in una popolazione
storicamente e culturalmente determinata (quella white-anglo-saxon-protestant o WASP, in particolare
maschile). Anche questo rilievo critico era già stato espresso da Vygotskij rispetto alla teoria piagetiana
dello sviluppo cognitivo (vedi più avanti).
Lawrence Kohlberg fu infetto nel 1971 da un parassita tropicale durante una spedizione nel Belize,
Stato dell’America centrale, per ricerche di psicologia transculturale. Gli effetti furono devastanti e a
causa delle continue sofferenze fisiche Kohlberg fu colpito anche da ricorrenti periodi di depressione. Il
19 gennaio 1987 Kohlberg lasciò la propria automobile su una strada senza uscita nei pressi del porto di
Boston e si incamminò verso il mare ghiacciato. Alcuni mesi dopo, il 6 aprile 1987, quando il ghiaccio si
sciolse, il suo corpo riaffiorò.

L’epistemologia genetica. Negli anni ’50, a cominciare dai tre volumi della
Introduction à l’épistémologie génétique (1950), Piaget dedicò numerose
pubblicazioni alla fondazione dell’epistemologia genetica. Nella collana
«Etudes d’épistémologie génétique» sono apparsi dal 1957 fino al 1980, quando
Piaget morì, ben 37 volumi con saggi di Piaget stesso e dei suoi collaboratori.
L’epistemologia genetica era divenuta per Piaget il fulcro della sua riflessione
teorica, costituiva la realizzazione del suo progetto di fondazione di una nuova
teoria della formazione e della struttura della conoscenza. Secondo la
definizione di Piaget (1973) «l’epistemologia genetica si occupa della
formazione e del significato della conoscenza e dei mezzi attraverso i quali la
mente umana passa da un livello di conoscenza inferiore ad uno giudicato
superiore. Non è compito degli psicologi decidere quale conoscenza sia
inferiore ma è loro compito, piuttosto, spiegare come avviene il passaggio
dall’una all’altra. La natura di questi passaggi, che sono storici, psicologici e
talvolta anche biologici, è un problema reale. L’ipotesi fondamentale della
epistemologia genetica è che ci sia un parallelismo tra il progresso compiuto
nell’organizzazione razionale e logica della conoscenza e i corrispettivi processi
psicologici formativi» (p. 28). La struttura della conoscenza (un tema classico
della filosofia) si rivela quindi attraverso lo studio della sua evoluzione nella
storia della scienza da una parte, e dello sviluppo mentale del bambino
dall’altra. Storia della scienza e psicogenesi si fondono per descrivere e spiegare
il cammino percorso dall’uomo nella costruzione scientifica della realtà,
l’uomo nella sua dimensione storica, dall’uomo primitivo all’uomo della
cultura scientifica occidentale, e l’uomo nella sua dimensione psicologica, dal
neonato all’adulto. Al progetto di fondazione dell’epistemologia genetica
contribuirono psicologi, pedagogisti, matematici, logici, cibernetici, fisici,
linguisti, storici della scienza, filosofi. Dal Centro internazionale di
epistemologia genetica si sviluppò la «scuola di Ginevra», che ebbe il momento
di massima espansione negli anni ’50 e ’60.
Sviluppi e fortuna della teoria piagetiana. La teoria piagetiana fu elaborata
dapprima dal solo Piaget, poi assieme alle sue collaboratrici, la moglie
Valentine Châtenay, la Szeminska e la Inhelder, e infine assieme ad un folto
gruppo di collaboratori attivi al Centro di Ginevra. Fuori dell’ambiente
ginevrino, la teoria piagetiana, benché conosciuta e apprezzata, cominciò ad
essere assimilata da altri psicologi, confrontata con altre teorie dello sviluppo
mentale e sottoposta a nuove verifiche empiriche soltanto a partire dagli anni
’50. Importante fu la diffusione della teoria piagetiana negli Stati Uniti ad
opera di John H. Flavell (n. 1928; The developmental psychology of Jean Piaget,
1963) e di altri psicologi come David Elkind (n. 1931) e Hans G. Furth (1920-
99). Negli anni ’60 la conoscenza delle concezioni di Piaget contribuì
notevolmente a minare le basi del comportamentismo americano, poiché si
metteva in evidenza una concezione raffinata ed articolata della struttura e
dello sviluppo dei processi cognitivi assente nel modello comportamentista.
Infine, la teoria piagetiana è stata decisiva per il rinnovamento della pedagogia
e per le ricerche su nuovi programmi attenti alle tappe dello sviluppo
cognitivo. Negli anni ’70 la diffusione del cognitivismo ha spinto sia gli allievi
di Piaget sia altri psicologi che in Europa e in America si riferivano alla sua
teoria, ad un arricchimento concettuale e metodologico dell’impostazione
piagetiana (quest’evoluzione si può rilevare in particolare nella stessa Inhelder,
che ha spostato il centro delle ricerche sue e dei suoi allievi dalle grandi
strutture operatorie della mente allo studio di specifici processi cognitivi in
condizioni concrete, sperimentalmente manipolabili). Infine, l’epistemologia
genetica è confluita in un progetto epistemologico rinnovato alla luce di nuovi
concetti interdisciplinari quali quelli di «auto-organizzazione», «autopoiesi» e
«complessità» (cfr. il libro di Huberto Maturana e Francisco J. Varela,
Autopoiesis and cognition del 1980).
La teoria piagetiana, tuttavia, è stata sottoposta a continue critiche fin dalle prime formulazioni degli
anni ’20. Un primo appunto fu forse quello espresso da Lurija e Vygotskij al congresso internazionale di
psicologia a New Haven nel 1929, in merito al problema dell’egocentrismo (cfr. cap. VI). Nel 1931
l’antropologa Margaret Mead (1901-78), nel capitolo su The primitive child dello Handbook of child
psychology, curato da C. Murchison (dove compariva anche lo stesso Piaget con il capitolo su Children’s
philosophies), affermò che lo sviluppo per stadi descritto da Piaget poteva valere per una determinata
cultura, ma non era generalizzabile per ogni contesto culturale: una critica, sul versante antropologico,
simile a quella fatta al «bambino svizzero» da altri psicologi come Stern e Vygotskij. Negli stessi anni ’60,
quando esplose l’interesse per la teoria piagetiana, comparve la traduzione americana dell’opera
principale di Vygotskij contenente una critica sistematica al concetto di egocentrismo e a tutto
l’impianto teorico piagetiano. Si originò un dibattito, spentosi solo negli anni ’80, tra le tesi piagetiane e
quelle vygotskiane (cfr. cap. VI). La grande fortuna di Piaget in campo pedagogico degenerò talvolta
nell’abuso di un riferimento meccanico alla nozione di stadio nella preparazione dei programmi di
insegnamento e nella verifica del processo di apprendimento scolastico.
► In Italia Le prime traduzioni delle opere di Piaget apparvero negli anni ’50. A Guido Petter (1927-
2011), docente di psicologia dell’età evolutiva a Padova dal 1963, si deve la prima trattazione sistematica
della teoria piagetiana (Lo sviluppo mentale nelle ricerche di Jean Piaget, 1960) alla quale seguirono numerosi
studi empirici e teorici in questa prospettiva. Una notevole influenza hanno avuto le ricerche di Ada
Fonzi (n. 1927), docente di psicologia dell’età evolutiva a Cagliari, Torino e infine a Firenze, su vari temi
di psicologia dello sviluppo, tra i primi studiosi a livello internazionale del fenomeno del bullismo. Fonzi
fondò nel 1974 «Psicologia contemporanea», la prima rivista di alta divulgazione scientifica in psicologia,
e nel 1978 la rivista «Età evolutiva». Tra le prime proposte di integrazione tra psicologia dello sviluppo,
psicologia dinamica e psicologia sociale sono state importanti le ricerche di Adriano Ossicini e di Marco
Walter Battacchi (1930-2006; curatore del Trattato enciclopedico di psicologia dell’età evolutiva, 5 voll., 1985-
96). Per i contributi nella prospettiva vygotskiana vedi cap. VI.
La diffusione dell’opera piagetiana fu determinante per i nuovi orientamenti della pedagogia italiana
che avrebbero fatto da riferimento alla riforme della scuola di I e II grado tra gli anni ’50 e ’60. A metà
anni ’70 si cominciò a proporre l’approccio vygotskiano in campo psicopedagogico come un approccio
più compatibile con una didattica attenta alle differenze individuali e ai fattori socio-culturali (cap. VI).

6. Le teorie probabilistiche ed ecologiche


Negli anni ’50 furono elaborate, da parte di alcuni psicologi statunitensi,
alcune teorie della percezione visiva che da una parte riproponevano la
tematica della percezione, trascurata dal comportamentismo, e dall’altra
introducevano nuovi e interessanti princìpi concettuali. La «teoria
transazionale», il funzionalismo probabilistico di Egon Brunswik, il «New
Look» e l’ottica ecologica di James J. Gibson furono le principali correnti
innovative di quegli anni.
La teoria transazionale fu esposta nell’articolo The transactional point of view in
psychological research, pubblicato su «Science» nel 1949 e firmato da Adelbert
Ames Jr. (1880-1955), Hadley Cantril (1906-69), Albert H. Hastorf (1921-
2011) e William H. Ittelson (1920-2017). Secondo questa teoria, la percezione
si genera dalla interazione (transazione) tra stimoli ambientali e assunzioni
inconsce precedentemente acquisite sugli stessi stimoli. Le assunzioni non
sono rigide, ma sono delle inferenze probabilistiche sulla natura degli stimoli.
La percezione della realtà esterna non corrisponde quindi ad una realtà
assoluta, ma ne è un modello probabilistico dinamico che permette
all’organismo di interagire con l’ambiente e di guidarne le azioni.
La teoria transazionale dette luogo a dimostrazioni empiriche originali, la «camera distorta», la «finestra
trapezoidale ruotante», ecc., realizzate in buona parte da Adelbert Ames Jr. alla Princeton University alla
fine degli anni ’40, nelle quali si producevano effetti percettivi illusori dovuti alle aspettative, assunzioni e
inferenze inconsce degli osservatori. Queste dimostrazioni furono raccolte da William H. Ittelson nel
libro The Ames demonstrations in perception (1952). Un’esposizione generale del transazionalismo fu data nel
libro curato da Franklin P. Kilpatrick (n. 1920), Explorations in transactional psychology (1961). La teoria
transazionale era ormai applicata non solo all’ambito della percezione visiva, ma anche ad altri campi, in
particolare la psicologia sociale e la pedagogia (notevoli sono stati i contributi di Hadley Cantril, studente
di Gordon Allport, autore di The pattern of human concerns, 1965). Lo sfondo teorico del transazionalismo
va ricercato nel funzionalismo e nello strumentalismo di John Dewey: importante il suo ultimo libro con
Arthur F. Bentley (1870-1957), Knowing and the known (1949).
► In Italia La teoria transazionale ebbe una certa diffusione sia in campo pedagogico (Aldo Visalberghi,
1919-2007; Esperienza e valutazione, 1958) sia psicologico. Nel 1955-56 («Rivista di psicologia» e
«Archivio di psicologia, neurologia e psichiatria») vi fu una interessante discussione condotta da Angiola
Massucco Costa e Renzo Canestrari intorno all’interpretazione di alcuni fenomeni studiati dalla teoria
transazionale.

Il concetto di probabilità fu applicato in maniera sistematica in psicologia da


Egon Brunswik (1903-55), viennese, emigrato negli Stati Uniti, alla
University of California, al quale abbiamo già fatto riferimento per la sua
adesione all’empirismo logico (cap. IV). La teoria di Brunswik è stata
denominata «funzionalismo probabilistico». Già in Wahrnehmung und
Gegenstandswelt [Percezione e mondo degli oggetti] del 1934, Brunswik aveva
affrontato il problema della genesi della percezione e della sua corrispondenza
con gli oggetti esterni. Negli anni ’40 introdusse i concetti di «disegno
rappresentativo» (representative design) e «validità ecologica» (ecological validity) per
indicare rispettivamente la situazione sperimentale più idonea per lo studio
della percezione visiva (preferibilmente ambienti naturali e non artificiali di
laboratorio) e la corrispondenza tra indizi degli stimoli distali (ad esempio, una
sedia su cui si riflette la luce) e indizi degli stimoli prossimali (la luce che è
riflessa dalla sedia e stimola i recettori retinici). Per Brunswik la percezione è
un processo di scoperta degli indizi che, nella fluttuazione della stimolazione
prossimale, permettono con maggiore probabilità di riconoscere lo stimolo
distale e di reagirvi opportunamente. La validità ecologica degli indizi
prossimali è quindi data dalla loro maggiore probabilità di predire le proprietà
degli oggetti esterni (oltre ai due importanti articoli sulla «Psychological
Review», Organismic achievement and environmental probability del 1943 e
Representative design and probabilistic theory in a functional psychology del 1955,
Brunswik scrisse il libro Perception and the representative design of psychological
experiments, pubblicato nel 1947 e rivisto nel 1956, e il capitolo per la
neopositivista International encyclopedia of unified science dedicato a The conceptual
framework of psychology nel 1955).
Sia nel transazionalismo sia nel funzionalismo probabilistico la percezione
non è più concepita come un sistema rigido di analisi dei dati sensoriali
esterni, secondo la tradizione inaugurata dalla psicofisica di Fechner, ma come
un sistema dinamico in cui il percetto è realizzato grazie ad un processo di
interscambio mutevole tra percettore e ambiente. Negli anni ’50 e ’60 i
modelli fechneriani della soglia sensoriale furono criticati e sostituiti da
modelli più complessi e adeguati alle nuove concezioni della percezione per le
quali l’osservatore non è un passivo «spettatore» del mondo esterno, ma
introduce nella percezione le sue aspettative e cognizioni. I nuovi modelli
psicofisici furono elaborati da Stanley S. Stevens (1906-73) e dai teorici della
«detezione del segnale» (signal detection), concetto che sostituisce quello di soglia
sensoriale fissa (Is there a sensory threshold? fu il significativo titolo dell’articolo di
J.A. Sweets, pubblicato su «Science» nel 1961) con quello di una soglia
dinamica connessa a processi decisionali soggettivi. La monografia più
importante fu opera di David M. Green (n. 1932) e John A. Sweets (1928-
2016), Signal detection theory and psychophysics, 1966). Nello Handbook of
experimental psychology, curato da Stevens nel 1951, fu rappresentata
l’impostazione sperimentale più rigorosa e avanzata.
Il ruolo dei fattori soggettivi nella percezione era stato già messo in evidenza
alla fine degli anni ’40 da una serie di ricerche che dettero luogo a quello che
fu definito il «New Look» nella percezione. Secondo queste ricerche, tra le
quali le più note sono quelle condotte nel 1947 da Jerome S. Bruner (1915-
2016) e Leo Postman (1918-2004), la percezione è modulata dai bisogni, le
motivazioni e le aspettative dei soggetti. Nel 1949 si tenne a Denver un
convegno dedicato appunto al rapporto tra percezione e fattori di personalità:
le relazioni furono pubblicate nel volume curato da Bruner e David Krech
(1909-77), Perception and personality nel 1950. Sempre nel 1949 uscì l’articolo di
Elliott McGinnies (n. 1921), Emotionality and perceptual defense, in cui si
introduceva il concetto di «difesa percettiva»: alcuni stimoli che generano una
reazione emotiva nell’inconscio non sarebbero percepiti dal soggetto, ma
potrebbero agire al livello inconscio. Tutte queste indagini, che concepivano la
percezione come un processo strettamente legato alla sfera psicodinamica
soggettiva, ebbero il merito di configurare la percezione come un processo
prettamente psicologico, integrato con gli altri processi psichici, più che
fondato sull’organizzazione sensoriale. Tuttavia sia il New Look sia gli studi
sulla difesa percettiva furono criticati per l’impostazione troppo meccanica con
cui collegavano la percezione, la personalità e la dimensione inconscia, rispetto
anche alla sola complessità del processo percettivo di per sé, quale stava
emergendo nelle nuove ricerche percettologiche degli anni ’60.
La teoria della percezione visiva di James J. Gibson (1904-79) fu presentata
nel libro The perception of the visual world del 1950 e rivista e ampliata in The
senses considered as perceptual systems del 1966 e The ecological approach to visual
perception del 1979. Costante, in queste tre opere, è il riferimento ad una
psicologia della percezione fondata sui processi effettivi mediante cui un
osservatore percepisce il mondo visivo reale in un ambiente naturale. Di qui la
polemica di Gibson contro le situazioni sperimentali di laboratorio considerate
artificiali e improduttive per lo studio della percezione (a proposito dei
numerosi esperimenti sulla percezione visiva condotti con il metodo della
presentazione tachistoscopica degli stimoli, Gibson – in un saggio postumo del
1985 – afferma: «È una conquista il tachistoscopio? Mi sembra una calamità.
Invece di ridurre l’esperienza visiva alle sue forme più semplici, non consente
al sistema visivo di operare in modo normale», p. 228). Il riferimento
all’ambiente naturale entro il quale agisce l’osservatore riflette l’esigenza di una
«psicologia ecologica» diversa dalla psicologia di laboratorio espressa da altri
psicologi tra gli anni ’40 e gli anni ’50. Nel richiamare l’attenzione
sull’ambiente naturale, Gibson accentua il ruolo dell’ambiente stesso rispetto a
quello dell’osservatore o percettore. La percezione non è più concepita come
un processo nel quale le funzioni della mente sono essenziali o come
elaboratore di esperienze passate (lungo la tradizione empirista di Helmholtz)
o come organizzatore degli elementi sensoriali (secondo la teoria gestaltista).
La percezione è concepita da Gibson come un processo di apprensione
immediata («percezione diretta») delle proprietà degli stimoli distali, senza la
mediazione di fattori empirici, inferenziali e cognitivi. Ciò che è percepito
nell’ambiente esterno sono delle proprietà invarianti all’interno del flusso
continuo e mutevole dell’informazione che arriva ai recettori della retina.
Gibson propone una «nuova fisica», denominata «ottica ecologica», per
descrivere le proprietà dell’informazione luminosa che si struttura
nell’ambiente circostante il percettore. Le proprietà invarianti sono colte
all’interno di questa struttura o ordine ottico (optic array), in continua
mutazione rispetto al movimento del percettore nello spazio.
La teoria di Gibson ha suscitato un ampio dibattito di carattere sia generale
sul significato della psicologia ecologica, sia particolare sull’approccio seguito
nello studio della percezione visiva. Alla metà degli anni ’70, quando tra gli
psicologi statunitensi si era ormai diffuso il cognitivismo (cap. V.7),
cominciarono ad essere espresse le prime riserve sui risultati ottenuti negli
esperimenti di laboratorio, ovvero condizioni sperimentali ritenute artificiali
rispetto alle condizioni naturali di un organismo che agisce nel proprio
ambiente ecologico. Nel libro Cognition and reality (1976), dedicato ad una
disamina critica di alcuni concetti chiave del cognitivismo, Ulric Neisser
scriveva: «L’ipotesi di Gibson comporta dei vantaggi notevoli rispetto a quella
tradizionale. L’organismo non è visto come se fosse in perpetua lotta con lo
stimolo, ma piuttosto come se fosse intonato alle proprietà del suo ambiente
che sono obiettivamente presenti, accuratamente specificate, e veridicamente
percepite. L’importanza attribuita alla raccolta di informazioni nel tempo fa sì
che la sua teoria sia applicabile, per lo meno in linea di principio,
all’informazione tattile e acustica, oltre che a quella visiva nella luce. Lo spunto
più interessante della sua teoria sta nel suggerire agli studiosi della percezione
di sviluppare descrizioni nuove e più ricche a proposito dell’informazione
fornita dallo stimolo, anziché elaborare ipotesi sempre più sottili sui
meccanismi mentali» (pp. 42-43). L’ipotesi della percezione diretta, fondata su
una estrazione-differenziazione delle caratteristiche dello stimolo visivo,
piuttosto che sulla costruzione stadio per stadio del percetto, come nei modelli
informazionali e cognitivisti, costituì, soprattutto dopo l’uscita del libro di
Gibson del 1979, un tema di grande dibattito negli ultimi due decenni del
Novecento. Un importante confronto tra gibsoniani e cognitivisti si svolse nel
1980 sulla rivista «The Behavioral and Brain Sciences», in seguito all’articolo
di Shimon Ullman (n. 1948), Against direct perception.
Nell’orientamento ecologico rientra anche la «teoria dei sistemi ecologici»
(ecological systems theory) dello psicologo statunitense Urie Bronfenbrenner
(1917-2005), emigrato dalla Russia con la famiglia nel 1922. Bronfenbrenner
propose una teoria centrata sulla forte influenza dei fattori ambientali
(famiglia, scuola, istituzioni, ecc.) convergenti sullo sviluppo infantile.
Influenzato sia dalle correnti ecologiche critiche delle ricerche di stampo
comportamentista e cognitivista condotte in laboratorio sia dalle teorie di
Kurt Lewin e Lev S. Vygotskij, Bronfenbrenner richiamò l’attenzione
sull’esigenza di un’indagine psicologica svolta sul campo, negli ambienti
«naturali» in cui il bambino cresce (Two worlds of childhood: US and USSR,
1970; Influences on human development, 1973; The ecology of human development:
experiments by nature and design, 1979). In una seconda fase della sua opera,
Bronfenbrenner riconobbe l’importanza dei fattori biologici nello sviluppo
psichico e propose un «modello bioecologico» (bioecological model) (Making
human beings: bioecological perspectives on human development, 2005).

James J. Gibson ►

7. Il cognitivismo
Introduzione. Sono quasi tutti concordi, gli storici della psicologia e gli psicologi
cognitivisti stessi, nell’indicare il 1956 come una data fondamentale nella storia
del cognitivismo. Dal 10 al 12 settembre di quell’anno si tenne al
Massachusetts Institute of Technology di Boston un simposio sulla teoria
dell’informazione, in cui furono presentate relazioni di straordinaria
innovazione per la ricerca psicologica. Precisamente il giorno 11 settembre,
come ricorda Howard Gardner in The mind’s new science del 1985, furono lette
le comunicazioni di George A. Miller sulla memoria a breve termine e sui suoi
limiti fissata in 7 (più o meno 2) elementi, di Allen Newell e Herbert A.
Simon sul loro modello «General Problem Solving» e di Noam Chomsky sulla
sua nuova teoria del linguaggio. Psicologi sperimentali, scienziati della
simulazione su calcolatore e linguisti cominciarono a interagire per un
progetto comune di indagine interdisciplinare sui processi cognitivi. La
seconda metà degli anni ’50 vide non solo il fiorire di nuove impostazioni
teoriche e procedure sperimentali per lo studio dei processi cognitivi, ma
anche la diffusione di una prospettiva differente da quella dominante negli
Stati Uniti, che era stata essenzialmente quella comportamentista: la
prospettiva della psicologia cognitiva o del cognitivismo. Questa prospettiva
aveva radici ben più lontane, come vedremo, ma si distaccò come
orientamento autonomo dallo scenario della psicologia contemporanea solo
alla fine degli anni ’50. Innanzitutto vi confluirono i contributi di discipline
diverse: oltre alla psicologia sperimentale, alla linguistica, alla teoria
dell’informazione e alla cibernetica, le neuroscienze e la filosofia della mente.
Tra il 1956 e il 1960 uscirono i seguenti libri o articoli fondamentali, relativi a
tali ambiti disciplinari diversi:
1956: A study of thinking di Jerome S. Bruner, Jacqueline J. Goodnow e
George A. Austin;
1956: articolo di George A. Miller sulla memoria a breve termine («il magico
numero sette»);
1957: Syntactic structures di Noam Chomsky;
1958: Perception and communication di Donald E. Broadbent;
1958: The computer and the brain di John von Neumann;
1958: articolo di Allen Newell, John C. Shaw e Herbert A. Simon sul problem
solving;
1959: articolo di David H. Hubel e Torsten N. Wiesel sui campi recettivi
della corteccia striata del gatto;
1959: articolo di Jerome Y. Lettvin, Humberto R. Maturana, Warren S.
McCulloch e Walter H. Pitts su «che cosa dice l’occhio della rana al cervello
della rana»;
1960: saggio del filosofo Hilary Putnam su Minds and machines;
1960: Plans and the structure of behavior di George A. Miller, Karl H. Pribram e
Eugene Galanter;
1960: articolo di George Sperling sulla memoria iconica.
Oltre all’impostazione interdisciplinare, la psicologia cognitiva era
caratterizzata da altri aspetti che la differenziavano dal comportamentismo. In
primo luogo, si interessava appunto dei processi cognitivi (la percezione,
l’attenzione, la memoria, il linguaggio, il pensiero, la creatività), che erano stati
trascurati dai comportamentisti o considerati come dei «prodotti»
dell’apprendimento. A questi processi era riconosciuta sia un’autonomia
strutturale sia una interrelazione e interdipendenza reciproche. In Perception
and communication (1958), lo psicologo inglese Donald E. Broadbent (1926-93)
ipotizzava che l’informazione fosse recepita (da strutture devolute all’analisi
sensoriale), filtrata (in base al meccanismo dell’attenzione divenuto noto come
«filtro di Broadbent») e trasmessa ad altre strutture per l’immagazzinamento in
memoria e altre codificazioni. Questa elaborazione si sarebbe verificata
secondo una sequenza stadio per stadio.
La mente era quindi concepita – e questa è un’altra importante caratteristica
della psicologia cognitiva – come un elaboratore di informazione che ha
un’organizzazione prefissata di tipo sequenziale e una capacità limitata di
elaborazione lungo i propri canali di trasmissione. L’analogia tra mente e
calcolatore, o la metafora della mente come calcolatore, era basata sulle nozioni
di informazione, canale, sequenza di trasmissione ed elaborazione
dell’informazione, strutture di entrata (input) e uscita (output)
dell’informazione dall’elaboratore, strutture di memoria. Per spiegare tale
organizzazione e interrelazione strutturale e funzionale si diffuse l’uso di
«diagrammi di flusso», formati da unità («scatole») aventi ciascuna compiti
definiti (percezione, attenzione, ecc.) e da vie di comunicazione. Nei primi
modelli cognitivisti, fino ai primi anni ’70 circa, l’elaborazione
dell’informazione era concepita come un processo che avviene stadio per
stadio, terminate le operazioni proprie di uno stadio si passa al successivo, e
così via. Negli anni ’70 furono presentati nuovi modelli che mettevano in
evidenza sia la possibilità di retroazioni di uno stadio successivo su quelli
precedenti, sia la possibilità che si attivassero le operazioni di uno stadio
successivo senza che quelli precedenti avessero già elaborato l’informazione per
quanto li riguardava.
Un altro aspetto importante dell’emergente cognitivismo fu l’accentuazione
del carattere finalizzato dei processi mentali. Il comportamento era ora
concepito come una serie di atti guidati dai processi cognitivi ai fini della
soluzione di un problema, con continui aggiustamenti per garantire la migliore
soluzione. La nozione di «retroazione» (feedback) sviluppata dalla cibernetica
divenne centrale in questa concezione del comportamento orientato verso una
meta. Il libro Plans and the structure of behavior, apparso nel 1960, di George A.
Miller (1920-2012), psicologo sperimentale del linguaggio, Karl Pribram
(1919-2015), neuroscienziato, e Eugene Galanter (1924-2016), psicologo
matematico, rappresentò un’autentica svolta nella rappresentazione del
comportamento (termine che in effetti significava mente, ma era ancora
conservato come retaggio del morente comportamentismo): il
comportamento era visto come il prodotto di una elaborazione della
informazione, quale è compiuta da un calcolatore, per lo svolgimento di un
«piano» utile alla soluzione di un problema. Il comportamento non era quindi
l’epifenomeno di un arco riflesso (input sensoriale-elaborazione-output
motorio), ma il risultato di un processo di continua verifica retroattiva del
«piano» di comportamento secondo l’unità TOTE (test-operate-test-exit): l’atto
finale (exit) non consegue direttamente ad un input sensoriale o a un comando
motorio, ma è il risultato di precedenti operazioni di verifica (test) delle
condizioni ambientali, di esecuzioni (operate) intermedie e di nuove verifiche
(test).
Nel 1967 uscì il libro Cognitive psychology dello psicologo statunitense Ulric
Neisser (1928-2012), nel quale erano sintetizzate le ricerche condotte nei dieci
anni precedenti secondo la prospettiva che, appunto dopo questo libro, fu
definitivamente chiamata cognitivista (intendendo quindi cognitivist come
sinonimo di cognitive, vale a dire identificando un orientamento di ricerca con
l’oggetto di studio). Il primo manuale universitario in cui si esponeva la
psicologia secondo l’orientamento cognitivista fu quello di Peter H. Lindsay e
Donald A. Norman, Human information processing, pubblicato nel 1972
(tradotto in italiano nel 1983 con il titolo L’uomo elaboratore di informazioni). Nel
1970 cominciò la pubblicazione della rivista «Cognitive Psychology» e nel
1971 di «Cognition», i periodici più autorevoli di questo indirizzo di ricerca
negli ultimi decenni del Novecento. La letteratura sperimentale sui processi
cognitivi crebbe a dismisura sostituendo le prospettive passate con la nuova
prospettiva: ad esempio, nello studio della percezione l’impostazione
fenomenologica e gestaltista trovava un numero sempre minore di sostenitori,
così come accadeva per lo studio dell’apprendimento e della memoria,
precedentemente un campo privilegiato di indagine del comportamentismo.
La prospettiva cognitivista si diffuse inoltre anche nel campo della psicologia
sociale e della psicopatologia. È comprensibile quindi che nei primi anni ’70 si
parlasse ormai di «rivoluzione cognitivista» nella ricerca psicologica.

Ulric Neisser ►

Alla metà degli anni ’70 ebbe inizio un’opera di revisione teorica e
metodologica all’interno del cognitivismo che arrivò fino ad una autocritica su
quanto era stato acquisito negli ultimi dieci anni. Fu nuovamente Ulric
Neisser, con il libro Cognition and reality: principles and implications of cognitive
psychology (1976), a riassumere gli aspetti problematici essenziali emersi nella
letteratura psicologica cognitivista. Era evidente – affermava Neisser – che il
cognitivismo aveva apportato nuovi e importanti contributi alla comprensione
dei processi cognitivi, ma allo stesso tempo era degenerato in una miriade di
esperimenti e di modelli privi spesso di un effettivo valore euristico. Si trattava
di modelli generalmente relativi a situazioni di laboratorio e non estrapolabili a
situazioni di concreto funzionamento della mente nella vita quotidiana; inoltre
avevano un interesse più teorico che applicativo. In buona parte erano gli stessi
aspetti negativi che i cognitivisti avevano rimproverato al comportamentismo.
Nell’introduzione a Cognition and reality, Neisser ha limpidamente riassunto sia il significato dello
sviluppo del cognitivismo, sia i motivi della necessità di una revisione dei suoi «principi» e delle sue
«implicazioni»: «A partire dalla prima guerra mondiale fino ai primi anni ’60, il comportamentismo e la
psicoanalisi (o le discipline che ne sono derivate) hanno a tal punto dominato la psicologia in America
che i processi cognitivi sono stati completamente ignorati. Non erano molti gli psicologi interessati al
problema di come venga acquisita la conoscenza. La percezione, che è l’atto cognitivo più importante,
venne studiata principalmente da un ristretto gruppo di scienziati seguaci della tradizione della Gestalt e
da pochi altri psicologi che lavoravano sulla misurazione e la fisiologia dei processi sensoriali. Piaget e i
collaboratori studiarono lo sviluppo cognitivo, ma il loro contributo ricevette scarsi riconoscimenti. Non
c’era alcun lavoro sull’attenzione. Le ricerche sulla memoria non furoro mai del tutto abbandonate, ma si
occupavano soprattutto dell’apprendimento di ‘sillabe senza senso’, nell’ambito di procedimenti di
laboratorio rigorosamente definiti e con scarsa possibilità di generalizzazione. Ne risultò così che
l’immagine pubblica della psicologia era quella di una scienza che studiava principalmente il sesso,
l’adattamento, e il controllo comportamentale.
In questi ultimi anni tale situazione ha subito cambiamenti radicali. I processi mentali sono tornati ad
essere un vivace centro d’interesse. Ha cominciato a svilupparsi un nuovo campo di studi definito
psicologia cognitivista, che tratta temi quali percezione, memoria, attenzione, riconoscimento di pattern,
soluzione di problemi, psicologia del linguaggio, sviluppo cognitivo, e una miriade di altri argomenti
lasciati a sonnecchiare per mezzo secolo. Le riviste tecniche, che un tempo privilegiavano gli articoli sul
comportamento animale, attualmente straripano di relazioni su esperimenti cognitivi, e nascono
continuamente nuove riviste: ‘Cognitive Psychology’, ‘Cognition’, ‘Memory and Cognition’,
‘Perception and Psychophysics’. Si ottengono con una certa facilità finanziamenti e borse di studio nel
campo delle ricerche cognitive, e si può dire che tutte le università più importanti sono dotate di un
laboratorio cognitivo. Il lavoro di Piaget è stato riscoperto e osannato.
Numerose sono state le ragioni di questa evoluzione, ma la più importante era probabilmente connessa
con l’avvento del calcolatore e questo non tanto perché i calcolatori consentissero pìù agevoli
sperimentazioni o analisi dei dati, cosa che peraltro facevano, quanto perché le attività stesse del
calcolatore sembravano in qualche maniera affini ai processi cognitivi. I calcolatori accettano le
informazioni, manipolano i simboli, immagazzinano i dati nella ‘memoria’ e li recuperano quando
occorre, classificano gli input, riconoscono i pattern, e così via. Non era tanto importante che facessero
queste operazioni proprio come fanno gli uomini, ma era importante che le facessero. L’avvento del
calcolatore ha fornito la sicurezza, quanto mai necessaria, che i processi cognitivi fossero reali e che
questi processi potessero essere studiati e forse compresi. Ha fornito inoltre un nuovo vocabolario e un
nuovo sistema di concetti che trattano dell’attività cognitiva; termini quali informazione, input, elaborazione,
codificazione e subroutine sono ben presto diventati patrimonio comune. Alcuni hanno addirittura
dichiarato che tutte le teorie psicologiche andrebbero esplicitamente trascritte nella forma dei programmi
per calcolatore. Altri, invece, hanno preso le distanze, e continuano tuttavia a dissentire, ma nessuno può
mettere in dubbio l’importanza della metafora offerta dal calcolatore nell’ambito della psicologia
contemporanea.
Man mano che andava sviluppandosi il concetto di elaborazione dell’informazione, divenne scopo
supremo del nuovo campo di studi il tentativo di seguire il flusso di informazioni nell’ambito del
‘sistema’ (ad esempio, la mente). (Io stesso ho esplicitamente dichiarato questo scopo, in un libro
intitolato Psicologia cognitivista). Il rapido sviluppo di nuove e numerose tecniche sperimentali, escogitate
da Broadbent, Sperling, Sternberg e altri, ha creato un entusiasmante senso di progresso. Queste
tecniche erano solo l’inizio: c’è stato un vero e proprio diluvio di nuovi procedimenti, che si basano quasi
tutti sulla precisa distribuzione temporale di stimoli e risposte, senza dover più ricorrere all’introspezione.
La proliferazione di questi metodi ingegnosi e scientificamente di tutto rispetto apparve in un primo
tempo (e per molti studiosi è ancora così) come un segno che la nuova psicologia cognitivista sarebbe
riuscita ad evitare le trappole in cui era caduta la vecchia psicologia.
Un siffatto ottimismo può essere considerato prematuro. Lo studio dell’elaborazione d’informazioni è
certamente dotato di impulso e prestigio, ma non si è ancora impegnato a formulare concezioni della
natura umana tali da applicarsi oltre i confini del laboratorio, e all’interno del laboratorio stesso i suoi
assunti base vanno poco oltre il modello per calcolatore cui deve la propria esistenza. Non viene ancora
fornita alcuna spiegazione di come gli uomini agiscono o interagiscono col mondo quotidiano. In verità,
gli assunti che si collocano alla base della maggior parte degli studi contemporanei sull’elaborazione di
informazioni sono sorprendentemente simili a quelli della psicologia introspezionista del XIX secolo, sia
pure senza l’introspezione stessa.
Se la psicologia cognitivista si dedica con troppa intensità a tale modello, si può trovare in futuro di
fronte a svariati problemi. Priva di validità ecologica, indifferente alla cultura, addirittura carente a livello
delle principali caratteristiche della percezione e della memoria così come si verificano nella vita
quotidiana, una tale psicologia è destinata a diventare un campo ristretto e specializzato di scarso
interesse. Già adesso ci sono indicazioni che così può avvenire. La proliferazione di tecniche nuove non
offre più grossi incoraggiamenti, anzi, comincia a diventare opprimente. In un suo recente articolo, Allan
Newell effettua tabulazioni di qualcosa come 59 paradigmi sperimentali attualmente adottati. Egli si
chiede esplicitamente fino a che punto un’altra generazione di tale lavoro, e lo sviluppo di nuove
tecniche, possano arricchire le nostre conoscenze. Cinquantasette dei paradigmi elencati da Newell si
basano su situazioni artificiali di laboratorio: le uniche dotate di un minimo di validità ecologica
riguardano il gioco degli scacchi e l’osservazione della luna.
Ritengo che questa tendenza si possa rovesciare solo se lo studio dei processi cognitivi assume una
direzione più ‘realistica’, nel senso più ampio del termine. In primo luogo, gli psicologi cognitivisti
devono compiere sforzi maggiori per comprendere l’attività cognitiva che si manifesta nell’ambiente
ordinario e nel contesto di attività concrete. Questo non significa porre un termine agli esperimenti di
laboratorio, bensì è un impegno a studiare le variabili ecologicamente importanti, anziché quelle
facilmente manipolabili. In secondo luogo, sarà necessario dedicare maggiore attenzione ai particolari del
mondo reale in cui vivono coloro che percepiscono e coloro che pensano, e alla delicata struttura di
informazioni resa loro disponibile da quello stesso mondo. Forse abbiamo profuso troppi sforzi a
elaborare modelli ipotetici della mente, e non abbastanza all’analisi dell’ambiente che la mente, per sua
formazione, è predisposta ad incontrare. In terzo luogo, la psicologia deve tener conto della sofisticazione
e della complessità delle abilità cognitive che gli uomini sono realmente capaci di acquisire, e del fatto
che tali abilità subiscono uno sviluppo sistematico. È difficile formulare una teoria soddisfacente
dell’attività cognitiva umana, se ci si deve basare solo su esperimenti che forniscono a soggetti privi di
esperienza brevi opportunità di eseguire compiti nuovi e privi di significato. Infine, gli psicologi
cognitivisti devono esaminare le implicazioni del loro lavoro relativamente a problemi più fondamentali:
la natura umana è troppo importante per lasciarla ai comportamentisti e agli psicoanalisti» (pp. 28-32).

Neisser faceva un continuo riferimento alla impostazione ecologica di


Gibson, che aveva avuto una prima diffusione nella seconda metà degli anni
’60 e che sarebbe stata rilanciata nel 1979 con l’uscita del libro The ecological
approach to visual perception. La concezione cognitivista di una costruzione della
realtà esterna da parte della mente, secondo un’organizzazione sequenziale
dell’elaborazione dell’informazione, stadio per stadio, era criticata in base
all’assunto che l’organismo nel corso dell’evoluzione si è dotato di sistemi
sempre più economici e adeguati che consentono un’analisi diretta e
immediata della realtà. Se la metafora della mente come calcolatore aveva
comportato che si pensasse alla mente come una macchina auto-dotata di
sistemi di elaborazione dell’informazione e indipendente dall’ambiente,
l’approccio ecologico ribadiva il carattere funzionale della mente, incorporata
in un organismo a sua volta in continua interazione con l’ambiente esterno.
Il richiamo alla validità ecologica degli esperimenti cognitivisti (essi devono
poter simulare in laboratorio delle situazioni reali della vita quotidiana); la
critica alla modellistica dei «microprocessi» e «micromodelli» all’infinito (le
unità di elaborazione contenevano delle sotto-unità di elaborazione, e queste a
loro volta delle altre sotto-unità, e così via, come nelle bambole russe);
l’esigenza di introdurre nel flusso dell’elaborazione dell’informazione processi
relativamente trascurati, come la coscienza e la produzione di immagini; le
innovazioni nel campo dell’informatica e della simulazione su calcolatore dei
processi mentali; le nuove acquisizioni nel campo delle neuroscienze; tutti
questi furono elementi fondamentali che attenuarono l’interesse per il
cognitivismo già nei primi anni ’80. Nel 1981, dedicando una serie di articoli
al cognitivismo, a dieci anni dalla pubblicazione del primo numero della rivista
«Cognition», nell’editoriale si riconosceva che vi erano stati molti progressi
importanti nella ricerca psicologica grazie alla nascita e alla diffusione di questo
nuovo orientamento; tuttavia, si aggiungeva che in fondo ben poco era
veramente cambiato e non si poteva certamente parlare di «rivoluzione».
Non vedendo realizzata effettivamente una vera e propria rivoluzione
paradigmatica, nei primi anni ’80 molti psicologi finirono con lo sminuire la
rilevanza teorica e metodologica del cognitivismo arrivando persino a ritenerlo
come una continuazione, seppure in forma più sofisticata, del
comportamentismo. In fondo, si diceva, il cognitivismo ha aggiunto dei
processi intermedi tra lo stimolo e la risposta, ma il paradigma rimane sempre
quello di un sistema che accetta informazione in entrata e produce
informazione in uscita. In sostanza la mente è sempre concepita come un arco
riflesso, nonostante l’articolazione e complessità dei processi interposti tra le
unità sensoriali e quelle motorie. In questo contesto di riflessioni autocritiche
da una parte, e di nuove acquisizioni in discipline di confine dall’altra, si
sviluppò il nuovo orientamento della «scienza cognitiva».
Precursori e fonti del cognitivismo. La diffusione della prospettiva cognitivista alla
fine degli anni ’60 fu associata all’individuazione di un filone di studi che era
sorto autonomamente già agli inizi del secolo e che poteva configurarsi come
cognitivista o pre-cognitivista. Si trattava di ricerche che erano state dedicate ai
processi psichici superiori e avevano dimostrato l’organizzazione e la struttura
complessa di processi cognitivi come il pensiero e il linguaggio. Anche
all’interno di altre tradizioni, come quella gestaltista o quella
comportamentista, era possibile rintracciare contenuti e risultati inquadrabili
in un modello cognitivista della mente. Furono rivisitati e «riscoperti» autori
classici (vi fu una lettura «cognitivista» di James e dello stesso Wundt, e
suscitarono un nuovo interesse gli studi della scuola di Würzburg; il libro di
Arthur L. Blumenthal, The process of cognition del 1977, fu dedicato ad un
recupero di molti studi passati pre-cognitivisti); inoltre si cercarono punti di
convergenza teorica con scuole classiche, soprattutto con la teoria della forma
(ad esempio, fu importante il convegno del 1975 a Roma sul rapporto tra
Gestalt e psicologia cognitivista).
I precursori principali del cognitivismo furono comunque indicati in
Bartlett, Piaget e Vygotskij. Il riferimento a Bartlett concerneva in particolare
il suo concetto di «schema» e l’ipotesi costruttivista della memoria. Piaget
tornò di nuovo ad essere tradotto in inglese, dopo diciotto anni dall’ultima
traduzione, nel 1950; e nel 1963 uscì il libro di Flavell (cfr. cap. V.5) sulla
teoria piagetiana. L’impatto di Piaget sulla psicologia nord-americana fu
notevole soprattutto per quanto riguardava l’idea di autonomia dello sviluppo
dei processi cognitivi rispetto ai processi di apprendimento e
condizionamento. La relazione tra processi cognitivi, maturazione organica e
contesto sociale fu affrontata nella nuova ottica teorica illustrata nell’opera
principale di Vygotskij dedicata al pensiero e al linguaggio, che diveniva nota
con la traduzione americana nel 1962 (significativamente, questa traduzione
aveva una prefazione di Bruner e un commento in appendice di Piaget).
Indubbiamente, anche nel comportamentismo erano presenti fermenti
innovativi in chiave pre-cognitivista. Tutto il dibattito sulle variabili
intervenienti, infatti, si era incentrato sull’esigenza di introdurre dei processi
(ad esempio, la «forza dell’abitudine» di Hull) tra lo stimolo e la risposta per
spiegare la varietà del comportamento rispetto a condizioni ambientali e di
stimolazione omogenee. Il concetto di «mappa cognitiva» di Tolman rientrava
in questa problematica. Un tentativo interessante di «aggiornamento» del
comportamentismo fu quello operato da Daniel E. Berlyne (1924-77),
professore all’università di Toronto. Oltre che essere influenzato da Hull,
Berlyne risentì anche dell’approccio cognitivista di Piaget, con il quale lavorò a
Ginevra e scrisse un libro in collaborazione (Théorie du comportement et
opérations, 1960). Nei libri su Conflict, arousal, and curiosity (1960) e Structure and
direction in thinking (1965), Berlyne dimostrò che per spiegare i processi di
apprendimento occorreva introdurre nuovi concetti come quello di
«complessità» dello stimolo (per cui stimoli relativamente complessi sono
spesso preferiti a stimoli semplici) e «curiosità» dell’animale.
Il cognitivismo non emerse negli anni ’50 soltanto da questa tradizione più o
meno sotterranea di ricerche sui processi cognitivi, ma fu anche il prodotto del
confluire di contributi molto originali che provenivano da discipline vicine alla
psicologia: la cibernetica e la teoria dell’informazione, la linguistica e le
neuroscienze.
Nell’articolo del 1943 del fisiologo Arturo Rosenblueth (1909-70), del
matematico Norbert Wiener (1894-1964) e dell’ingegnere Julian H. Bigelow
(1913-2003), intitolato Behaviour, purpose, and teleology, considerato il manifesto
della cibernetica, si univa il concetto di finalizzazione del comportamento a
quello di sistema di autoregolazione e controllo per il conseguimento dello
scopo (purpose). Qualche anno dopo, nel 1948, Norbert Wiener, professore di
matematica al Massachusetts Institute of Technology, pubblicò il libro
Cybernetics con cui, come chiariva il sottotitolo, si presentava la nuova scienza
del «controllo e della comunicazione negli animali e nelle macchine». La
cibernetica metteva quindi in evidenza le analogie funzionali tra il
comportamento di un organismo e l’attività di una macchina, entrambi
accomunati dall’esigenza di risolvere un problema. Nello stesso anno 1943,
nell’articolo di Warren S. McCulloch (1898-1969) e Walter H. Pitts (1923-
69), A logical calculus of the ideas immanent in nervous activity, l’analogia tra sistemi
organici e sistemi meccanici era basata sulla rappresentazione dell’attività dei
neuroni in termini di proposizioni logiche: la stessa logica che reggeva il
funzionamento neuronale poteva essere alla base della logica del
funzionamento di una macchina, come il calcolatore. Questa concezione si
legava a quella sviluppata, come «teoria dell’informazione», dal matematico e
ingegnere Claude E. Shannon (1916-2001; A mathematical model of
communication, 1948) e per la quale il messaggio trasmesso in un sistema,
organismo o macchina che sia, è appunto indipendente dal sistema per quanto
attiene alle sue proprietà intrinseche: l’informazione ha regole di trasmissione e
elaborazione che prescindono dal sistema di supporto e dal contenuto
trasmesso. Il modello della comunicazione elaborato da Shannon prevede una
fonte del messaggio, un’unità di codificazione, canali di comunicazione,
un’unità di decodificazione, un’uscita del messaggio, e la possibilità di
trasformazione e distorsione del messaggio per gli effetti sia dei processi di
codificazione e decodificazione che del rumore di fondo. Le prime
applicazioni di questo modello in campo psicologico furono presentate negli
articoli di George A. Miller, What is information measurement? (1953) e di David
A. Grant (1916-77), The discrimination of sequences in stimulus events and the
transmission of the information (1954), entrambi pubblicati sull’autorevole rivista
«American Psychologist».
Gli studi sulla storia della cibernetica e della teoria dell’informazione, in
particolare quelli compiuti dal filosofo della scienza Roberto Cordeschi,
hanno messo in evidenza che importanti presupposti teorici di questi nuovi
orientamenti di ricerca possono essere individuati nelle riflessioni teoriche e
nei primi tentativi di simulazione del comportamento svolti da psicologi
sperimentali negli anni ’30 e ’40. L’approccio simulazionale era stato proposto
da Hull già alla metà degli anni ’20 e fu descritto in Principles of behavior (1943)
come il modo di «considerare di volta in volta l’organismo che si sta
comportando come un automa del tutto autoregolato, costituito di materiali il
più possibile differenti da quelli organici» (p. 29). Oltre ai progetti di Hull e
dei suoi collaboratori di simulare meccanicamente la formazione dei riflessi
condizionati e costruire delle «macchine psichiche», vi furono altri lavori
dedicati alla simulazione «meccanica» del comportamento, tra cui quelli del
fisico e matematico Nicolas Rashveski (1899-1972; Possible brain mechanisms
and their physical models, 1931) e dell’ingegnere elettrotecnico Thomas Ross
(Machines that think, 1933).
Tuttavia lo studioso che rappresenta l’anello di congiunzione tra la psicologia
sperimentale, i primi tentativi di simulazione del comportamento e la
cibernetica è Kenneth J.W. Craik (1914-45), psicologo a Cambridge, teorico
originale e sperimentatore brillante. Nei suoi scritti editi e inediti degli anni
’40 – tra cui il libro The nature of explanation (1943), gli articoli postumi sulla
Theory of the human operator in control systems (1947-48) e i saggi raccolti nel
volume The nature of psychology (1966), dove si trova l’importante scritto The
mechanism of human action del 1943 –, Craik espose chiaramente un progetto di
ricerca («metodo sintetico») che doveva sostituire quello tradizionale di
indagine anatomica, fisiologica e psicologica dei processi comportamentali
(«metodo analitico»), basandosi sulla concezione del comportamento degli
animali e dell’uomo come un sistema di autoregolazione e controllo ai fini
dell’adattamento all’ambiente. In questo modo era possibile sviluppare una
analogia tra il sistema macchina, animale e umana, e il sistema macchina
realizzato ingegneristicamente.
Nel capitolo introduttivo a The mechanism of human action (1943), Craik caratterizza i metodi analitico e
sintetico nel modo seguente: «Con il primo [metodo analitico] mi riferisco allo studio anatomico,
psicologico e fisiologico delle strutture e dei processi effettivi presenti nell’uomo e negli animali nel corso
dell’apprendimento e del comportamento rigido e modificabile; con il secondo [metodo sintetico] mi
riferisco alla ricerca teorica dei princìpi fondamentali di cui un organismo dovrebbe costituire
un’esemplificazione perché si mostri in grado di apprendere, e alla costruzione di dispositivi meccanici
che stiano ad indicare le potenzialità e le lacune delle varie strutture e dei vari meccanismi che è possibile
postulare in questo approccio teorico [...]. Nell’approccio sintetico considereremo più da vicino la teoria
dell’autoregolazione e dei servomeccanismi, con i loro apparati sensori e di calcolo, con le valvole di
controllo e gli amplificatori di potenza; i feedback positivi e negativi con e senza le costanti di tempo; gli
effetti dei ritardi temporali e delle diverse funzioni di controllo sulla loro stabilità; i metodi disponibili
per ottenere variazioni qualitative della risposta, per quanto riguarda sia gli schemi spaziali che quelli
temporali; le possibilità di imitare meccanicamente le facoltà di ‘raggruppamento’ e ‘generalizzazione’
proprie degli animali e dell’uomo. Analogamente, nell’approccio analitico ci ispireremo alla conoscenza
attuale della struttura e della funzione degli organi di senso nell’uomo e negli animali, della trasmissione
degli impulsi nelle fibre nervose e nelle sinapsi, e del controllo delle risposte muscolari. In certi casi
potremo ispirarci ai più semplici sistemi di autoregolazione interna del corpo (quali la regolazione della
temperatura e quella della respirazione), dove, ancora una volta, il comportamento del sistema è
determinato dalle sue richieste e l’intenzionalità è presente a livello inconscio» (pp. 177, 189-90).

Kenneth J.W. Craik ►

L’altra importante area di ricerca alle origini del cognitivismo della metà
degli anni ’50 fu la linguistica. Il linguaggio era stato affrontato da alcuni
psicologi negli anni tra le due guerre (Piaget e Vygotskij, in particolare), i quali
ne avevano colto alcune proprietà essenziali e specifiche rispetto agli altri
processi cognitivi. Nella tradizione comportamentista, gli studi sul linguaggio
erano stati impostati generalmente come indagini sull’apprendimento verbale
nel bambino (vedi il capitolo di Dorothea McCarthy, Language development,
nella seconda edizione dello Handbook of child psychology, curato da Carl
Murchison nel 1933). L’attenzione degli psicologi agli sviluppi della linguistica
era stata molto tiepida, se si fa eccezione per Vygotskij e, tra gli psicologi
americani, per Albert P. Weiss (1879-1931) che nel 1925, nel primo numero
della rivista «Language», scrisse un articolo dedicato a Linguistics and psychology,
suscitando in vari studiosi statunitensi l’interesse per il raccordo tra linguistica
e psicologia. Anche il linguista Leonard Bloomfield (1887-1949), autore di
Language, un libro che ebbe un forte influsso negli anni ’30 e ’40, si era riferito
all’approccio comportamentista di Weiss.
Il quadro degli studi linguistici e psicologici sul linguaggio cambiò
radicalmente negli anni ’50. Si tennero seminari dedicati alla psicolinguistica,
il nuovo approccio interdisciplinare allo studio del linguaggio, e apparvero libri
che mettevano in relazione il linguaggio umano con altre forme di
comunicazione o riproponevano il rapporto tra linguaggio e pensiero. Il
contesto teorico di riferimento diveniva sempre più quello della teoria
dell’informazione e sempre meno quello comportamentista.
Nel 1951, dopo un seminario tenutosi alla Cornell University, si costituì un Comitato nazionale per la
linguistica e la psicologia che tenne la sua prima riunione alla Indiana University nel 1953 i cui atti
furono pubblicati nel 1954 a cura di Charles E. Osgood (1916-91) e Thomas A. Sebeok (1920-2001) con
il titolo significativo Psycholinguistics. Sempre nel 1951 uscì il libro Language and communication di George
A. Miller e nel 1957 Words and things di Roger Brown (1925-97). Il 1957 fu un anno importante anche
per la pubblicazione di altri due libri fondamentali: Verbal behavior di Burrhus F. Skinner e Syntactic
structures di Noam Chomsky.

La concezione comportamentista del linguaggio fu espressa in forma


definitiva da B.F. Skinner nel libro del 1957 sul «comportamento verbale». È
importante notare che Skinner spiega l’apprendimento verbale riferendosi ai
risultati ottenuti nei suoi esperimenti sul condizionamento operante di
processi elementari, senza fornire dati sperimentali specifici sul linguaggio.
Molto semplicemente, secondo Skinner il bambino apprende a parlare in base
ad un processo di rinforzo positivo delle parole emesse correttamente, e di
rinforzo negativo di quelle errate, nella denominazione di oggetti. Il libro di
Skinner fu recensito sulla rivista «Language» nel 1959 da Noam Chomsky (n.
1928), professore al Massachusetts Institute of Technology di Boston,
unanimemente considerato il maggior linguista del secondo Novecento. La
critica di Chomsky fu netta: la teoria di Skinner era semplicistica perché
permetteva di spiegare soltanto l’acquisizione di alcune parole e frasi, ma non
teneva conto del fatto che un parlante è capace sia di produrre un numero
infinito di frasi senza averle apprese precedentemente, sia di riconoscere se una
frase ascoltata è grammaticalmente corretta. A distanza di molti decenni da
questa famosa recensione, si ritiene però che Chomsky non avesse valutato
adeguatamente i fattori ambientali nello sviluppo del linguaggio, nella sua
dimensione comunicazionale e pragmatica, ambito al quale era più interessato
Skinner e per i quali sarebbe sorto in seguito un nuovo interesse tra gli stessi
psicolinguisti. Nel libro del 1957 sulle Syntactic structures e poi in Aspects of
theory of syntax del 1965, Chomsky elaborò una teoria del linguaggio che
introdusse una nuova impostazione di ricerca in linguistica (si parlò di
«rivoluzione copernicana» prodotta dal libro del 1957) e allo stesso tempo
influenzò notevolmente la ricerca psicologica. Gli psicologi che si stavano
orientando verso la prospettiva cognitivista furono particolarmente interessati
alla concezione di un sistema innato nella mente umana per controllare la
generazione delle frasi in base a leggi di trasformazione. Si poteva mettere in
evidenza l’esistenza di strutture innate e universali che guidano
l’apprendimento del linguaggio nel bambino. La distinzione tra competenza
(competence) ed esecuzione (performance), introdotta da Chomsky nel 1965,
permetteva di concepire l’esistenza di sistemi innati di cui è dotata la mente
umana, con proprie caratteristiche strutturali e funzionali, per lo svolgimento
dei processi cognitivi. Poiché lo studio del linguaggio rientrava in quello più
generale dei processi cognitivi, Chomsky affermò che la linguistica doveva
diventare una branca della psicologia cognitiva. Questi sistemi innati avevano,
per Chomsky, un fondamento biologico, essendo appunto una caratteristica
propria della specie umana. L’integrazione tra linguistica e neuropsicologia,
psicologia e altre scienze limitrofe, per lo studio delle basi biologiche e
cerebrali del linguaggio, fu svolta nel diffusissimo libro Biological foundations of
language (1967) di Eric H. Lenneberg (1921-75), professore di psicologia
all’università del Michigan, prematuramente scomparso.
L’impatto della teoria chomskiana sulla nascente psicologia cognitiva fu così
riassunto da George A. Miller, uno dei maggiori esponenti della
psicolinguistica degli anni ’60, nel suo articolo pubblicato nel 1965 sulla rivista
«American Psychologist» e intitolato Some preliminaries to psycholinguistics: «Se
accettiamo una definizione realistica del problema, credo che saremo pure
costretti ad accettare un approccio più cognitivo: a parlare di verifica di ipotesi
invece di apprendimento per discriminazione, di valutazione di ipotesi invece
di rinforzo di risposte, di regole invece di abitudini, di produttività invece di
generalizzazione, di capacità umane innate e universali invece di metodi
speciali per insegnare risposte vocali, di frasi invece di parole o rumori vocali,
di struttura linguistica invece di catene di risposte, in breve di linguaggio
invece di teoria dell’apprendimento» (p. 20).
Sempre nella seconda metà degli anni ’50, furono ottenuti sorprendenti
risultati anche nel campo degli studi sul sistema nervoso (cap. VII). Ciò che in
particolare fu assimilato dalla psicologia cognitiva fu la scoperta del carattere
estremamente selettivo del funzionamento dei singoli neuroni: il cervello è
dotato di unità funzionali, ciascuna delle quali risponde a determinate
caratteristiche dell’informazione. Il cervello, considerato dai comportamentisti
come una «scatola nera», risultava invece un insieme di strutture ben
differenziate sul piano funzionale nel processo di elaborazione
dell’informazione. L’esigenza sia di superare la concezione comportamentista
della «scatola nera», sia di introdurre nuovi modelli del funzionamento del
cervello che non ricalcassero la sequenza stimolo-risposta dell’arco riflesso, fu
espressa da psicologi come Donald O. Hebb e Karl S. Lashley (cap. VII),
considerati per queste ragioni tra i principali protagonisti della storia della
psicologia nord-americana nel passaggio dal comportamentismo al
cognitivismo.
Ricerche sui processi cognitivi. I processi cognitivi sono stati l’area privilegiata di
indagine del cognitivismo. I contributi del cognitivismo in questo campo sono
tuttora trattati nei manuali correnti di psicologia generale e cognitiva, ai quali
si rimanda per un approfondimento delle procedure sperimentali e dei risultati
conseguiti. Qui daremo solo una traccia schematica di carattere storico, da una
parte sugli studi relativi ai sistemi e sotto-sistemi specializzati per particolari
tipi di elaborazione dell’informazione, dall’altra sugli studi relativi ai princìpi e
alle modalità di elaborazione in genere, indipendentemente dal tipo di
informazione.
Le ricerche svolte dagli psicologi inglesi, a Cambridge, negli anni ’50, riguardarono principalmente i
processi di vigilanza e attenzione. In Perception and communication (1958) Donald E. Broadbent sintetizzò
numerosi dati sperimentali all’interno di una concezione informazionale dei processi mentali, che
costituì il punto di partenza per le ricerche dei primi anni ’60 sull’attenzione. Il fatto più importante è
nell’idea che l’informazione scorra lungo canali di trasmissione dall’input all’output. Per Broadbent,
l’attenzione agisce come filtro per selezionare l’informazione in entrata ad un livello periferico durante
tale trasmissione ai sistemi successivi di elaborazione. I nuovi modelli, tra gli anni ’60 e ’70, modificarono
la teoria del filtro di Broadbent, da una parte spostando l’operazione di filtraggio a stadi più centrali
dell’elaborazione e dall’altra mettendo in evidenza la relazione tra capacità limitata del sistema attentivo e
processi centrali di controllo sulla distribuzione dell’attenzione (Donald A. Norman, Memory and
attention, 1969; Daniel Kahneman, Attention and effort, 1973). Fu quindi proposta una distinzione tra due
tipi di elaborazione che intervengono nell’attenzione: da una parte, i processi automatici (rapidi,
inconsci); dall’altra, i processi controllati (più lenti, coscienti). La lunga serie di ricerche dedicata a questa
distinzione ebbe inizio con i due articoli di Walter Schneider (n. 1950) e Richard M. Shiffrin (n. 1942),
pubblicati sulla «Psychological Review» nel 1977.

Donald E. Broadbent ►

Anche la capacità della memoria a breve termine fu precisata dopo il lavoro di George A. Miller, The
magical number seven, plus or minus two: some limits on our capacity for processing information (1955), in cui
Miller dimostrò che il numero di elementi memorizzabili è limitato. In seguito le ricerche di George
Sperling (n. 1934; The information available in brief visual presentations, 1960) misero in evidenza l’esistenza
di un magazzino di memoria dalla durata ancora più breve, denominato «memoria iconica» per la
modalità visiva e «memoria ecoica» per la modalità uditiva. L’accesso alla memoria iconica o a quella a
breve termine è possibile elemento per elemento, con la conseguenza che l’aumento del numero di
elementi estratti fa aumentare il tempo necessario per completare il compito richiesto. Saul Sternberg (n.
1933) propose che il tempo necessario, valutato con i tempi di reazione, per svolgere un compito fosse
usato come indice della sequenza degli stadi e della complessità dell’elaborazione compiuta dal soggetto.
In The discovery of processing stages: extensions of Donder’s method (1969) Sternberg si riferiva alle procedure
seguite da Donders nel secolo precedente (cfr. cap. I). Si sviluppò una nuova «cronometria mentale» per
la quale gli stadi di elaborazione dell’informazione interessati nei vari compiti cognitivi furono studiati in
base ai tempi impiegati (Michael I. Posner, n. 1936; Chronometric explorations of mind, 1978).
La memoria, nella prospettiva cognitivista, non fu più considerata un luogo di immagazzinamento di
tracce in base alle leggi dell’associazione e dell’oblio, ma divenne un insieme articolato di sotto-sistemi,
ciascuno con proprie funzioni. Nel modello proposto nel 1968, Richard C. Atkinson (n. 1929) e
Richard M. Shiffrin (n. 1942) (Human memory: a proposed system and its control processes) individuarono tre
sotto-sistemi: la memoria sensoriale (simile alla memoria iconica dimostrata da Sperling), la memoria a
breve termine e la memoria a lungo termine. Nel 1972 Endel Tulving (n. 1927; Episodic and semantic
memory) introdusse la distinzione tra «memoria episodica» (per date o eventi personali) e «memoria
semantica» (conoscenze memorizzate indipendentemente dall’esperienza personale). Sempre nel 1972,
nell’articolo Levels of processing: a framework for memory research, fu presentata da Fergus I.M. Craik (n. 1935)
e Robert S. Lockart (n. 1939) un’ipotesi che si contrapponeva a quella della memoria come un insieme
di sotto-sistemi specializzati, seppure interagenti. Craik e Lockart sostennero che la caratteristica
fondamentale della memoria era nel suo collegamento con i livelli di elaborazione che potevano
riguardare (con un progressivo aumento di «profondità» di elaborazione) le caratteristiche fisiche dello
stimolo, il riconoscimento dello stimolo e l’identificazione del significato. Maggiore è la profondità di
elaborazione (quando è stato elaborato il significato di uno stimolo), più forte è la traccia mnestica.
Come ha scritto Craik (1990) «questa tesi va contro l’idea della memoria nei termini di ‘magazzini’
discreti e suggerisce invece che la memoria debba esser considerata come un continuum, che va dai
prodotti transienti delle analisi sensoriali a quelli estremamente durevoli delle elaborazioni semantiche e
concettuali» (p. 112). Alla metà degli anni ’70 si diffuse un nuovo modello dell’architettura della
memoria, nel quale il ruolo della memoria a breve termine, ora denominata «memoria di lavoro» (working
memory), acquisiva una funzione più importante, non solo di conservazione della traccia per tempi brevi,
ma anche per l’elaborazione immediata dell’informazione trattenuta in questo magazzino. Le ricerche
sulla memoria di lavoro furono avviate dagli psicologi inglesi Alan D. Baddeley (n. 1934) e Graham J.
Hitch (n. 1946) (una sintesi di un decennio di ricerche in A.D. Baddeley, Working memory, 1986).
Le ricerche sulla memoria erano strettamente connesse a quelle sulla modalità con cui le tracce sono
memorizzate e rievocate. Anche in questo campo i lavori più importanti furono compiuti tra la fine degli
anni ’60 e i primi anni ’70. Allan Paivio (1925-2016) (nel fondamentale articolo sulla «Psychological
Review» del 1969, Mental imagery and associative learning and memory; e nel libro Imagery and verbal processes
del 1971) distinse tra due codici, il verbale e il visivo, alla base dei processi di memorizzazione e
richiamo. L’importanza della codificazione visiva dell’informazione era riconosciuta all’interno di un
nuovo interesse per il processo di produzione delle immagini visive (imagery), una funzione mentale
«interna» che in quanto tale era stata «bandita» dal comportamentismo, come denunciò Robert Holt (n.
1917) nell’articolo del 1964 Imagery: the return of the ostracized sulla rivista «American Psychologist». Nel
1971 uscì su «Science» il notissimo lavoro Mental rotation of three-dimensional objects di Roger N. Shepard
(n. 1929) e Jacqueline Metzler (n. 1949) nel quale si dimostrava, con procedure di cronometria mentale,
il fenomeno della rotazione mentale delle immagini visive. Sull’interpretazione dell’origine e delle
caratteristiche visive o astratte delle immagini visive vi fu un ampio dibattito negli anni ’70, soprattutto
dopo l’articolo del 1973 di Zenon W. Pylyshyn (n. 1937), apparso sulla «Psychological Review», What the
mind’s eye tells the mind’s brain: a critique of mental imagery. Pylyshyn negava che le immagini visive fossero
una forma specifica di elaborazione dell’informazione e sosteneva che esse erano simili per struttura e
funzionamento alle altre forme di conoscenza usate dalla mente, e che fossero delle descrizioni o
«rappresentazioni proposizionali», astratte e amodali. Alla teoria proposizionale (ripresentata da Pylyshyn
in Computation and cognition, 1984) fu opposta una teoria analogica per la quale le immagini visive sono
effettivamente una forma specifica di conoscenza, simile più alla visione che al linguaggio verbale
(Stephen M. Kosslyn, n. 1948; Image and mind, 1980, e Ghosts in the mind’s machine, 1983; Allan Paivio,
Mental representations: a dual coding approach, 1986).
Un settore di ricerca molto importante per le ricadute in campo applicativo (dalla comunicazione dei
mass-media alle indagini giudiziarie) riguarda la memoria di eventi significativi (un evento storico, un
incidente automobilistico, un reato, ecc.) e le possibili distorsioni dei ricordi e le «false memorie». Questi
studi presero un nuovo indirizzo, fondato su princìpi della psicologia cognitiva, con la psicologa
statunitense Elizabeth F. Loftus (n. 1944) (Eyewitness testimony, 1979; Memory, 1980; con Katherine
Ketcham, The myth of repressed memory, 1994). La tesi di Loftus per cui i ricordi di abusi sessuali possono
essere ricostruzioni falsate o indotte indirettamente durante un percorso psicoterapeutico hanno suscitato
molte critiche, allargando il dibattito sulla memoria al di fuori dei laboratori di ricerca. Un altro caso
molto discusso di studi sulla memoria con risvolti più generali, giudiziari e politici, fu quello della
testimonianza del consigliere di Nixon, John Dean (vedi scheda biografica su Ulric Neisser).
Gli studi sul pensiero furono sviluppati tra la metà degli anni ’50 e la fine degli anni ’70 secondo varie
linee di indagine relative a temi specifici: la formazione di concetti, la categorizzazione, la soluzione di
problemi, la decisione, la creatività e infine il rapporto tra pensiero e linguaggio. Nel libro di Jerome S.
Bruner, Jacqueline J. Goodnow (1924-2014) e George A. Austin, A study of thinking (1956) fu presentato
un approccio nuovo, per lo meno nell’ambito della tradizione comportamentista nord-americana, per lo
studio della formazione dei concetti. L’indagine si concentrava non tanto sulle risposte finali fornite, ma
sulle regole applicate e sulle strategie seguite da ciascun soggetto per arrivare alla soluzione. Dapprima gli
esperimenti furono condotti da Jerome Bruner e dai suoi collaboratori usando materiale artificiale, da
laboratorio; negli anni successivi Bruner si dedicò allo studio dello sviluppo del pensiero in situazioni
concrete, in particolare durante il processo educativo (Studies in cognitive growth, 1966), in questo
orientamento fortemente influenzato dalla teoria di Vygotskij. Una nuova direzione allo studio dei
concetti fu data dalle ricerche di Eleanor Rosch (n. 1938) agli inizi degli anni ’70 (fondamentale l’articolo
del 1973, Natural categories). Da questi studi, condotti su «categorie naturali» impiegate dai soggetti in
situazioni concrete, e non di laboratorio, risultò che i concetti erano organizzati in modo gerarchico
all’interno di una memoria semantica, composta da reti e nodi concettuali, la quale poteva essere studiata
sperimentalmente, come fu fatto in un citatissimo lavoro del 1969 sul Retrieval time from semantic memory
di Allan M. Collins (n. 1937) e M. Ross Quillian (n. 1931). Nella seconda metà degli anni ’70 furono
proposti vari modelli delle reti semantiche, tra cui quello di John Anderson (n. 1947) in Language, memory
and thought (1976). Infine, tutto il settore di studi che si è sviluppato nei primi anni ’70 sulla soluzione di
problemi, sulle strategie di ragionamento e sulle euristiche cognitive è stato il ramo del cognitivismo che
ha continuato a produrre i contributi più innovativi dell’ultimo Novecento. Gli articoli considerati un
riferimento classico per aver dato l’impulso iniziale a questo settore furono quelli di Philip N. Johnson-
Laird (n. 1936) e Peter C. Wason (1924-2003), A theoretical analysis of insight into a reasoning task apparso su
«Cognitive Psychology» nel 1970, e di Daniel Kahneman (n. 1934) e Amos Tversky (1937-1996),
Judgment under uncertainty. Heuristics and biases su «Science» nel 1974. Questi studi sui processi di decisione
hanno messo in evidenza come la mente umana applichi un ragionamento statistico basato sulla
probabilità soggettiva degli eventi, influenzato dalle informazioni disponibili oltre ai dati oggettivi (gli
studi sul ragionamento probabilistico si basano sull’applicazione del teorema di Bayes).

Jerome S. Bruner ►

Assieme alle ricerche di Herbert Simon, il lavori di Kahneman e Tversky costituiscono il contributo
più originale della psicologia sperimentale del secondo Novecento se si considera il loro impatto su altre
aree di indagine delle scienze umane e sociali. Basti notare che il premio Nobel per l’economia fu
assegnato nel 1978 a Simon «per la sua ricerca pionieristica sul processo di presa di decisione all’interno
delle organizzazioni economiche» e nel 2002 a Kahneman «per avere integrato i risultati innovativi della
ricerca psicologica nella scienza economica, specialmente riguardo al giudizio umano e alla presa di
decisione in condizioni d’incertezza».
In queste ricerche sui processi cognitivi svolte nella seconda metà del
Novecento, la procedura sperimentale più diffusa è stata la registrazione dei
tempi di reazione. Come si è già notato, per illustrare l’impiego di questa
procedura nelle ricerche di «cronometria mentale» Sternberg si richiamava
direttamente al «metodo della sottrazione» introdotto da Donders (del quale
furono ristampati i lavori nel 1969 nel secondo volume di «Attention and
performance», la collana di orientamento cognitivista avviata nel 1967). Il
tempo di reazione, nelle prime ricerche sugli stadi di elaborazione
dell’informazione, era registrato durante la percezione di stimoli visivi
presentati al tachistoscopio, un apparecchio che proietta gli stimoli per tempi
molto brevi. La sperimentazione è divenuta poi molto più sofisticata e
articolata con l’introduzione del computer, sia per la programmazione degli
stimoli sia per la registrazione delle risposte. Si deve infine ricordare che la
cronometria mentale per lo studio degli stadi della elaborazione
dell’informazione fu condotta – già alla fine degli anni ’60 – anche con
tecniche elettrofisiologiche, permettendo di comparare i tempi di reazione con
l’attività elettrica cerebrale precedente o contemporanea all’esecuzione della
reazione stessa (su questa «psicofisiologia cognitiva» cfr. il cap. VII).
Tuttavia l’uso dell’introspezione, dopo essere stato rifiutato negli anni del
comportamentismo, si diffuse di nuovo nelle ricerche pre-cognitiviste e
cognitiviste. Ad esempio, l’approccio di Newell e Simon (Human problem
solving, 1972) per lo studio delle strategie nella soluzione di un problema si
basava sui «resoconti verbali» (verbal reports) che i soggetti fornivano
relativamente ai loro processi mentali. Furono elaborati anche dei «questionari
di autovalutazione» (self-reports) dei processi cognitivi, per determinare la
relazione tra ciò che un soggetto pensa sui propri processi cognitivi (ad
esempio, sulle proprie capacità di memoria) e la prestazione effettiva. Questi
strumenti permisero di aprire un nuovo filone di ricerche intorno alla
«metacognizione», cioè al complesso di idee e credenze che ogni individuo
sviluppa nel corso della propria vita intorno ai propri processi cognitivi (i
primi lavori in questa direzione furono di John H. Flavell sulla metamemoria
nei bambini, nei primi anni ’70). Le ricerche sulla metacognizione sono
confluite in una problematica più generale e di grande interesse teorico,
trasversale ai vari campi della psicologia contemporanea: la «teoria della mente»
(theory of mind, TOM), vale a dire la proprietà della mente di analizzare,
valutare, controllare e predire gli stati mentali propri e altrui; avere la
consapevolezza delle proprie e altrui conoscenze, emozioni, credenze e
intenzioni. Questo tema acquisì la sua specificità come oggetto di ricerca dopo
l’articolo di David Premack e Guy Woodruff, Does the chimpanzee have a theory
of mind?, pubblicato sulla rivista «Behavioral and Brain Sciences» nel 1978.
David Premack (1925-2015), studioso del comportamento dei primati
(Intelligence in ape and man, 1976; con Ann James Premack, The mind of an ape,
1983), pose il problema se il comportamento fosse guidato da un sistema
cognitivo specificamente relativo agli stati mentali e se esso fosse proprio solo
della specie umana. Il problema principale degli studi sulla teoria della mente è
costituito dalla sua natura e origine: se è un sistema specie-specifico con
fondamenti genetici, se esiste un modulo cerebrale relativo, se è acquisito
attraverso processi di imitazione, ecc. La letteratura è ricchissima e si è
articolata lungo varie direzioni, principalmente: lo sviluppo ontogenetico della
teoria della mente, le differenze transculturali, le anomalie del suo
funzionamento nei disturbi psichici (in particolare, autismo e schizofrenia), le
sue basi cerebrali. Tra i primi ricercatori, che si sono occupati di questo tema,
ricordiamo anzitutto il gruppo della Developmental Psychology Unit (oggi
Institute of Cognitive Neuroscience, presso lo University College of London).
Questo gruppo fu diretto dalla psicologa di origine tedesca Uta Frith (n.
1941), formatasi con Neil O’Connor (1917-97) e Beate Hermelin (1917-
2007), due psicologi che si occuparono delle disabilità cognitive e del ritardo
mentale in un’ottica cognitiva anche sotto l’influenza delle ricerche dello
psicologo russo Aleksandr R. Lurija. Nel 1985, con l’articolo Does the autistic
child have a ‘theory of mind’?, sulla rivista «Cognition», Uta Frith, già nota per le
sue ricerche sulla dislessia, assieme a Simon Baron-Cohen e Allan M. Leslie,
avviò un filone di ricerche sulla mind-blindness (cecità mentale, assenza della
teoria della mente) nei bambini autistici. Le ricerche a livello internazionale su
questo problema furono esaminate da Frith nel libro di successo Autism:
explaining the enigma (1989; nuova ed. 2003). Baron-Cohen (n. 1958) ha
proseguito queste ricerche esposte in una serie di articoli e libri (con L.
Gleiman, Mindblindness: an essay on autism and theory of mind, 1997), pervenendo
a una teoria strettamente biologica sulle differenze di genere nei processi
cognitivi e le loro implicazioni nella genesi dell’autismo (The essential difference:
men, women and the extreme male brain, 2004), suscitando critiche e polemiche
accese (Baron-Cohen è stato accusato di «neurosessismo»).

Daniel Kahneman e Amos


Tversky ►
Personalità, psicologia sociale e psicopatologia nella prospettiva cognitivista. Il
cognitivismo si diffuse presto, oltre la sfera dello studio dei processi cognitivi,
nel campo delle ricerche sui processi emozionali e motivazionali, sulla
personalità e sulla psicologia sociale. Negli anni ’60 e ’70 fiorirono a dismisura
articoli e libri che nel titolo riportavano l’aggettivo «cognitivo», per qualificare
immediatamente l’approccio seguito nell’illustrare tematiche classiche come la
personalità e il comportamento sociale. In linea generale, i processi emozionali
e motivazionali non erano più visti come la conseguenza di un apprendimento
stimolo-risposta, bensì come organizzazioni cognitive che guidano il
comportamento e strutturano la personalità nel suo complesso. Anche per
questa problematica, che tuttora fa parte delle trattazioni presenti nei manuali
correnti di psicologia, si danno solo alcune indicazioni di carattere storico.
Lo studio delle emozioni si era basato in precedenza su una concezione «energetica», condivisa sia dal
comportamentismo che dalla psicoanalisi. L’emozione era considerata generalmente la manifestazione di
una attività fisiologica (una scarica di «energia») prodotta in risposta ad uno stimolo esterno positivo e
negativo, secondo uno schema automatico di tipo istintuale, innato e universale. Questa concezione
fisiologica o biologica delle emozioni era stata accolta da molti psicologi alla fine dell’Ottocento, dopo
l’esposizione fattane da Charles Darwin (1809-82) in The expression of emotions in man and animals (1872)
(cfr. cap. VII). Se si escludono i modelli psicodinamici, la teoria fisiologica fu la più diffusa anche nel
primo Novecento. Il quadro teorico mutò rapidamente nei primi anni ’60. Gli esperimenti illustrati nel
1962 sulla «Psychological Review» da Stanley Schachter (1902-97) e Jerome E. Singer (1934-2010) su
Cognitive, social and physiological determinants of emotional states furono decisivi per mettere in evidenza come
l’emozione fosse essenzialmente costruita sulle informazioni che i soggetti hanno relativamente al
proprio stato fisiologico e alla situazione ambientale. La tesi secondo cui è l’informazione (o la
cognizione) a connotare l’emozione positivamente o negativamente fu da allora sottoposta a numerose
verifiche sperimentali. I modelli cognitivisti furono impiegati anche per la spiegazione di risposte
emozionali complesse come lo stress, che era stato descritto in termini biologici come «sindrome da
adattamento generale» da Hans Selye (1907-82) in The physiology and pathology of exposure to stress (1950) e
The stress of life (1956). La teoria cognitiva dello stress più accreditata si deve a Richard S. Lazarus (1922-
2002), autore di Psychological stress and the coping process (1966), Emotion and adaptation (1991) e Stress and
emotion: a new synthesis (1999). La relazione tra processi cognitivi e condizioni di stress fu affrontata da
Broadbent nel libro Decision and stress (1971). Il tema delle emozioni ha avuto uno sviluppo ulteriore
nell’ambito delle ricerche sulla «intelligenza emotiva» (cfr. cap. V.3).
Le teorie cognitive della personalità cominciarono ad essere sviluppate nella seconda metà degli anni
’50, ebbero una larga espansione negli anni ’60 e ’70 e sono poi divenute un modello di riferimento
attuale molto seguito anche nella terapia dei disturbi della personalità. Una prima teoria di rilievo, in
parte assimilabile alle nuove impostazioni cognitiviste, è quella elaborata da George A. Kelly (1905-67),
professore di psicologia alla Ohio University e poi alla Brandeis University (The psychology of personal
constructs, 1955). La «teoria dei costrutti personali» di Kelly afferma che la personalità è un’organizzazione
integrata fondata su schemi o costrutti attraverso i quali l’individuo conosce, interpreta e modifica se
stesso nella relazione con l’ambiente. L’individuo è una specie di scienziato che vive la vita come un
esperimento, con previsioni e verifiche sugli effetti del proprio comportamento. La teoria di Kelly ha
trovato una larga applicazione in psicologia clinica e psicoterapia. Anche le ricerche sugli «stili cognitivi»
di Herman Witkin e coll. (Personality through perception, 1954), di Leon Festinger sulla «dissonanza
cognitiva» (A theory of cognitive dissonance, 1957), di George S. Klein (1917-71) sul controllo cognitivo
della motivazione e di Fritz Heider sull’attribuzione (The psychology of interpersonal relations, 1958)
contribuirono alla svolta cognitivista nello studio della personalità verificatasi negli anni ’60. Il dibattito
all’interno delle teorie della personalità (cfr. capp. III e IV) sul rilievo dato o alla struttura della persona o
alla situazione ambientale si indirizzò verso la concezione di una interazione dinamica tra persona-
ambiente guidata dalle aspettative, gli scopi, gli schemi, i costrutti e l’autoregolazione dell’individuo. I
contributi più importanti in questa evoluzione storica verso una teoria interazionistica su fondamenti
cognitivi sono quelli di Albert Bandura (n. 1925; con R.H. Walters, Social learning and personality
development, 1963; Social learning theory, 1977; cfr. cap. IV) e di Walter Mischel (1930-2018; Personality and
assessment, 1968; Introduction to personality, 1971). In questa impostazione, nella quale la persona e
l’ambiente sociale sono messi in interazione, lo sconfinamento della psicologia della personalità nella
psicologia sociale, e viceversa, è inevitabile. La teoria dell’attribuzione, elaborata da Heider e sviluppata
da vari psicologi (tra cui Harold H. Kelley, 1921-2003; Attribution theory in social psychology, 1967), si
propose allo stesso tempo come una spiegazione sia della personalità sia del comportamento sociale. La
tematica delle «rappresentazioni sociali» costituisce un esempio di ambito di ricerca attuale in cui si
intrecciano processi cognitivi individuali e contesti sociali. Un classico dell’applicazione del concetto di
rappresentazione è il libro del 1961 La psychanalyse, son image et son public dello psicologo e sociologo
rumeno naturalizzato francese Serge Moscovici (1925-2014). Altri contributi fondamentali in un
orientamento di ricerca ispirato alla prospettiva cognitivista sono stati dati nel campo della psicologia
sociale. Si ricorda in particolare l’opera dello psicologo inglese di origine polacca Henri Tajfel (1919-82)
sui pregiudizi, l’identità sociale e la categorizzazione sociale (Human groups and social categories, 1981); e
dello statunitense Leonard Berkowitz (1926-2016) sull’altruismo e l’aggressione (Aggression: its causes,
consequences, and control, 1993; Causes and consequences of feelings, 2000).
Infine, anche sul versante della psicologia clinica e della psicopatologia il cognitivismo ha acquisito una
propria autonomia rispetto ad altri approcci clinici e psicoterapeutici. Sulla base della concezione per cui
il comportamento è guidato da cognizioni e schemi, le terapie cognitive mirano alla riorganizzazione
delle cognizioni errate del paziente su se stesso e sugli altri. Le procedure terapeutiche spesso integrano
tecniche comportamentali con tecniche centrate sui processi interni (terapie cognitivo-
comportamentali). Una delle proposte teoriche e terapeutiche di orientamento cognitivista più influenti
è stata quella di Aaron Beck (n. 1921), applicata soprattutto per la cura della depressione e dell’ansia
(Depression: causes and treatment, 1972; Cognitive therapy and emotional disorders, 1975; con David A. Clark,
Scientific foundations of cognitive theory and therapy of depression, 1999, e Cognitive therapy of anxiety disorders:
science and practice, 2011).
Un orientamento terapeutico, che può rientrare nella prospettiva cognitivista per il forte risalto dato al
ruolo della comunicazione nei rapporti interpersonali, è quello sistemico-relazionale, particolarmente
applicato nella terapia familiare. Tuttavia la mente non è considerata, come nel cognitivismo classico, un
sistema isolato di elaborazione dell’informazione, ma un sistema immerso in una rete relazionale e
comunicazionale: «L’unità autocorrettiva totale che elabora l’informazione o che, come dico io, ‘pensa’ e
‘agisce’ e ‘decide’, è un sistema i cui confini non coincidono affatto coi confini del corpo o di ciò che
volgarmente si chiama l’‘io’ o la ‘coscienza’» (Bateson, 1972, p. 351). Nella terapia sistemica confluiscono
la teoria dei sistemi del biologo Ludwig von Bertalanffy (1901-72), concetti della teoria
dell’informazione e princìpi cognitivisti. Questo indirizzo terapeutico fu sviluppato dal «gruppo di Palo
Alto», un gruppo di psicologi e psichiatri del Mental Research Institute di Palo Alto in California,
formatosi nei primi anni ’50 intorno a Gregory Bateson (1904-80) e Don deAvila Jackson (1920-68),
fondatore dell’Istituto nel 1959. La prima importante applicazione si ebbe nel campo della schizofrenia,
studiata come un disturbo nell’uso della comunicazione (pragmatica della comunicazione) all’interno
della struttura familiare (Gregory Bateson, Don Jackson, Jay Waley e John Weakland, Toward a theory of
schizophrenia, 1956). Altre opere molto diffuse di questo indirizzo di ricerca e terapia sul ruolo della
comunicazione nei rapporti interpersonali furono Pragmatics of human communication: a study of interactional
patterns, pathologies, and paradoxes (1967) di Paul Watzlawick, Janet H. Beavin e Don Jackson; e Steps to an
ecology of mind: collected essays in anthropology, psychiatry, evolution, and epistemology (1972), raccolta di saggi di
Gregory Bateson.

Gregory Bateson ►

Il nucleo fondamentale della scuola di Palo Alto è stata l’elaborazione della dimensione pragmatica della
comunicazione. Il filosofo statunitense Charles W. Morris (1901-79) aveva distinto la semiotica (o teoria
dei segni) in sintattica (studio dei rapporti tra i segni), semantica (studio dei rapporti tra segni e referenti,
le unità extralinguistiche espresse dalla comunicazione; i significati) e pragmatica (studio dei rapporti tra i
segni e l’impiego che ne fanno le persone nelle loro relazioni interpersonali). In Pragmatics of human
communication (1967) Watzlawick, Beavin e Jackson si proposero di occuparsi appunto «della pragmatica,
cioè degli effetti della comunicazione sul comportamento [...] In questa prospettiva tutto il
comportamento, e non soltanto il discorso, è comunicazione, e tutta la comunicazione – compresi i
segni del contesto interpersonale – influenza il comportamento» (pp. 15-16). Furono fissati cinque
assiomi della comunicazione umana: 1) «L’impossibilita di non-comunicare»: «comunque ci si sforzi,
non si può non comunicare. L’attività o l’inattività, le parole o il silenzio hanno tutti valori di messaggio:
influenzano gli altri e gli altri, a loro volta, non possono non rispondere a queste comunicazioni e in tal
modo comunicano anche loro» (pp. 42-43). 2) «Livelli comunicativi di contenuto e relazione»: «Ogni
comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione di modo che il secondo classifica il
primo ed è quindi metacomunicazione [comunicazione sulla comunicazione]» (p. 47). È la distinzione in
un messaggio comunicato tra l’informazione o «notizia» che questo trasmette e il «comando», la sua
conseguenza sul piano comportamentale all’interno della relazione, effetto che va compreso su un piano
diverso, metacomunicativo. 3) «La punteggiatura della sequenza di eventi»: «La natura di una relazione
dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione degli eventi» (p. 52); la «punteggiatura»
può essere intesa, sinteticamente, come il proprio punto di vista rispetto agli eventi comunicativo-
comportamentali in corso, ad esempio, all’interno di una coppia. 4) «Comunicazione numerica e
analogica»: «Gli esseri umani comunicano sia con il modulo numerico che con quello analogico. Il
linguaggio numerico ha una sintassi logica assai complessa e di estrema efficacia ma manca di una
semantica adeguata nel settore della relazione, mentre il linguaggio analogico ha la semantica ma non ha
alcuna sintassi adeguata per definire in un modo che non sia ambiguo la natura delle relazioni» (p. 59). 5)
«Interazione complementare e simmetrica»: «Tutti gli scambi di comunicazione sono simmetrici o
complementari, a seconda che siano basati sull’uguaglianza o la differenza» (p. 62). L’interazione è
simmetrica se gli interlocutori A e B sono sullo stesso piano; è asimmetrica se, ad esempio, A si pone su
un piano diverso rispetto a B. Questo posizionamento non dipende univocamente dal ruolo (ad esempio,
genitore rispetto a figlio).

Paul Watzlawick ►

► In Italia Nel 1984 fu fondata la Società italiana di psicologia e psicoterapia relazionale finalizzata a
promuovere la ricerca, l’intervento e la formazione secondo l’indirizzo sistemico-relazionale; nel 1990 fu
fondata la Società italiana di psicoterapia relazionale sistemica. Nel 1986 fu fondata la rivista «Ecologia
della mente» e nel 1990 «Terapia familiare». Tra gli psicologi e psicoterapeuti italiani che si sono occupati,
da un punto di vista teorico e metodologico, dell’orientamento sistemico-relazionale e della terapia
familiare ricordiamo Maurizio Andolfi, Luigi Boscolo (1923-2015), Luigi Cancrini (n. 1938),
Gianfranco Cecchin (1932-2004), Gaspare Vella (1928-2009), Marisa Malagoli Togliatti, Mara Selvini
Palazzoli (1916-99), Valeria Ugazio.

8. La scienza cognitiva
Alla fine degli anni ’70, quando cominciarono a comparire le prime riflessioni
critiche sul cognitivismo, emerse un orientamento nuovo a carattere
interdisciplinare, denominato «scienza cognitiva». Nel 1977 fu fondata la
rivista «Cognitive Science» e nel 1979 si tenne il primo convegno annuale
della Cognitive Science Society a La Jolla in California. Sulla scienza cognitiva
confluivano varie discipline interessate allo studio della mente. Tuttavia, era
fondamentale il riferimento al calcolatore per differenziare la scienza cognitiva
rispetto alle altre linee contemporanee di indagine sui processi cognitivi.
Nel suo libro The mind’s new science (1985) Howard Gardner caratterizzò la
scienza cognitiva sotto cinque aspetti principali.
1) La scienza cognitiva ha per oggetto di ricerca un livello di analisi specifico,
non riducibile ad altri livelli o verso il basso, neurofisiologico, o verso l’alto,
sociologico. Questo livello è costituito dalle rappresentazioni mentali, da quei
processi mentali che organizzano e producono conoscenza: simboli, regole,
schemi, immagini.
2) Il calcolatore rappresenta il modello di come funziona la mente e serve
come strumento per simulare i processi mentali (l’intelligenza artificiale, che
simula al calcolatore i processi mentali, è dunque un ramo fondamentale della
scienza cognitiva).
3) La scienza cognitiva studia i processi cognitivi al di fuori del contesto più
generale e globale che caratterizza la mente umana, dai fattori individuali
(emozioni, motivazioni, sviluppo ontogenetico, ecc.) ai fattori sociali e
culturali.
4) La scienza cognitiva è una ricerca interdisciplinare, che include gli apporti
della psicologia sperimentale, della linguistica, dell’intelligenza artificiale,
dell’antropologia e delle neuroscienze.
5) La scienza cognitiva affronta i problemi della conoscenza (come la mente
conosce, quali sono i suoi limiti, ecc.) che sono stati centrali nella storia della
filosofia occidentale, dai tempi di Platone e Aristotele fino a oggi. Essa è
quindi la versione contemporanea di una lunga tradizione del pensiero
filosofico occidentale.
La storia dell’intelligenza artificiale è ormai un capitolo a sé della storia della scienza. È strettamente
legata allo sviluppo tecnologico dei calcolatori nelle loro cinque generazioni, caratterizzate dal materiale
usato come base per il calcolo e dal linguaggio di programmazione (I, 1946-59 circa: valvole
termoioniche; II, 1959-65 circa: transistor; III, 1965-71: circuiti integrati al silicio; IV, 1961-80 circa:
circuiti integrati Large Scale o LS e Very Large Scale Integration o VLSI; V, dal 1980 a oggi: circuiti
integrati Ultra Large Scale Integration o ULSI). Con la V generazione, sono stati prodotti calcolatori
capaci di elaborare l’informazione in parallelo con la capacità di eseguire miliardi di calcoli al secondo
rispetto ai centomila dei calcolatori della generazione precedente. La logica del funzionamento di questi
calcolatori è relativamente semplice: da una parte, il sistema (calcolatore o cervello), che elabora
informazione, opera secondo una logica booleana (dal nome del matematico George Boole) per cui un
elemento del sistema può assumere in un dato momento solo uno tra due stati (0 o 1, nel codice binario);
dall’altra, secondo il modello del matematico John von Neumann (1903-57) delineato alla metà degli
anni ’40, il sistema elabora dati mediante un programma che è memorizzato nel sistema stesso secondo il
medesimo codice con cui sono elaborati i dati. Già nel 1936-37 il matematico e logico inglese Alan
Turing (1912-54) aveva descritto un «calcolatore universale» (o «macchina di Turing») capace di
comporre e eseguire una serie infinita di programmi mediante il codice binario. L’analogia tra il cervello
e il calcolatore passava attraverso l’ipotesi che i due elaboratori di informazione operassero mediante lo
stesso codice binario (nel caso del neurone, secondo la legge del tutto o nulla: il neurone scarica o non
scarica), come supposero McCulloch e Pitts nell’articolo già menzionato, A logical calculus of the ideas
immanent in nervous activity del 1943. Nel 1950 Turing pubblicò su «Mind» un articolo fondamentale
intitolato Computing machinery and intelligence, nel quale si poneva il problema della possibilità di
distinguere tra il prodotto cognitivo di una macchina e il prodotto cognitivo del cervello. Si poteva
prevedere una situazione («test di Turing») per cui, non conoscendo la fonte (calcolatore o cervello), era
impossibile decidere se il prodotto «usciva» da una macchina o da un cervello. Già alla metà degli anni
’50 (ed anche durante lo stesso seminario tenutosi al Darthmouth College di Hanover, nel New
Hampshire, nel 1956, considerata la data di nascita dell’intelligenza artificiale), si potevano distinguere
due orientamenti in questo campo: da una parte, vi erano gli scienziati che realizzavano programmi al
calcolatore riferendosi alle operazioni svolte dall’intelligenza umana (i principali rappresentanti furono
Allen Newell, Herbert A. Simon e Clifford Shaw, autori del programma «Logic Theorist» nel 1956 e del
programma «General Problem Solving», presentato nell’articolo Elements of a theory of human problem
solving sulla «Psychological Review» del 1958); dall’altra, gli scienziati che intendevano studiare i processi
cognitivi indipendentemente dal sistema fisico che li realizzava, fosse una macchina elettronica, come il
calcolatore, o una macchina chimica, come il cervello. Il principale esponente di questo secondo
orientamento fu Marvin L. Minsky (1927-2016), autore con Seymour Papert (1928-2016) del libro
Perceptrons del 1968. La differenza tra i due orientamenti fu generalmente indicata con la distinzione tra
un’intelligenza morbida (soft) che ha per riferimento i processi mentali umani e un’intelligenza artificiale
dura (hard) che progetta programmi non necessariamente simili a quelli della mente umana. La prima
rivista in questo settore, tuttora molto autorevole, fu «Artificial Intelligence», fondata nel 1970.
La scienza cognitiva ha rinnovato vari campi della ricerca contemporanea sui processi cognitivi. I
contributi di maggiore interesse, prodotti negli ultimi decenni del Novecento, hanno riguardato la
percezione visiva: David Marr (1945-80; Vision: a computational investigation into the human representation and
processing of visual information, 1982); la rappresentazione della conoscenza: Roger C. Schank (n. 1946) e
Robert P. Abelson (1928-2005; Scripts, plans, goals and understanding: an inquiry into human knowledge,
1977); Stephen M. Kosslyn (n. 1948; Image and mind, 1980); John R. Anderson (n. 1947; The architecture
of cognition, 1983); Philip N. Johnson-Laird (n. 1936, Mental models, 1983); Zenon W. Pylyshyn (n. 1937;
Computation and cognition, 1984); e l’architettura della mente: Jerry A. Fodor (1935-2017; The modularity of
mind: an essay on faculty psychology, 1983). Si tratta di una problematica che ha arricchito notevolmente
anche il dibattito filosofico contemporaneo sui problemi più generali della struttura, delle funzioni e delle
finalità dei processi mentali umani. Tra le opere più note di questo periodo si ricordano Mind, language
and reality (1975) e Representation and reality (1993) di Hilary Putnam (1926-2016), dal 1965 professore di
filosofia alla Harvard University; e Intentionality: an essay in the philosophy of mind (1983) e The rediscovery of
the mind (1992) di John R. Searle (n. 1932), professore di filosofia alla University of California, Berkeley.
Nell’ultimo decennio del Novecento si sviluppò un nuovo orientamento nella scienza cognitiva sotto il
nome di «connessionismo». La caratteristica principale è il superamento della concezione di calcolatore
alla von Neumann, fondata su un’organizzazione sequenziale della elaborazione dell’informazione (ogni
operazione è svolta una dopo l’altra in sequenza, stadio per stadio) e la separazione tra unità centrale di
elaborazione e memoria. Per i modelli connessionistici l’elaborazione avviene in parallelo (le operazioni
sono compiute simultaneamente) e non vi è un’unità di memoria separata. Le operazioni non sono
organizzate in modo gerarchico (le operazioni più semplici sono svolte prima di quelle più complesse),
ma avvengono simultaneamente nelle reti («reti neurali») di connessioni tra molteplici unità semplici di
elaborazione. La distribuzione massiva di segnali eccitatori e inibitori da un’unità all’altra forma un
pattern specifico di attivazione nella rete. L’informazione non sarebbe quindi localizzata in singole unità,
ma sarebbe distribuita secondo un proprio pattern nella rete intera. Il nucleo principale delle ricerche
connessionistiche ebbe origine nel gruppo di ricerca PDP (Parallel Distributed Processing) guidato da
David E. Rumelhart (1942-2011), dal 1967 al 1987 alla University of California, San Diego, e poi alla
Stanford University, e da James L. McClelland (n. 1948), professore prima alla Carnegie Mellon
University a Pittsburgh e dal 2006 alla Stanford University. Rumelhart, McClelland e il loro gruppo
pubblicarono nel 1986 il libro Parallel distributed processing: explorations in the microstructure of cognition, testo
di riferimento del connessionismo.
Le riviste di psicologia e scienza cognitiva sono numerose e il loro numero è cresciuto negli ultimi
decenni. Ricordiamo «Cognitive Psychology» (dal 1970), «Cognition» (dal 1972), «Memory and
Cognition» (dal 1973), «Cognitive Science» (dal 1977), «Cognition and Instruction» (dal 1984),
«Cognitive Development» (dal 1986), «Applied Cognitive Psychology» (dal 1987), «Consciousness and
Cognition» (dal 1992), «Trends in Cognitive Sciences» (dal 1997), «Animal Cognition» (dal 1998),
«Journal of Cognition and Development» (dal 2000), «Advances in Cognitive Psychology» (dal 2007),
«Topics in Cognitive Science» (dal 2009), «Journal of Cognitive Psychology» (dal 2011), «Journal of
Applied Research in Memory and Cognition» (dal 2012), «Journal of Cognition» (dal 2018).
► In Italia L’interesse per la cibernetica e la teoria dell’informazione maturò all’interno della filosofia
della scienza degli anni ’50, in particolare grazie all’opera di Silvio Ceccato e di Vittorio Somenzi, già
ricordati per la diffusione dell’operazionismo (cfr. cap. IV.5). Nel 1967 il congresso della Società
filosofica italiana dedicato al tema «L’uomo e la macchina» si aprì con la relazione di Somenzi, Uomini e
macchine. Fu il primo evento importante per la cultura filosofica italiana per discutere i temi relativi alla
relazione tra cervello, mente e computer. Somenzi curò due antologie che fecero conoscere autori e
problematiche fino ad allora ignote a gran parte degli psicologi italiani: La filosofia degli automi (1965;
nuova ed. con R. Cordeschi, 1986) e La fisica della mente (1969).
Vari allievi di Somenzi, che hanno continuato a lavorare nel campo della filosofia della scienza oppure
sono passati alla ricerca psicologica, ne hanno conservato l’impostazione interdisciplinare propria della
scienza cognitiva contemporanea: tra questi Roberto Cordeschi (1946-2014), professore di filosofia della
scienza all’Università “La Sapienza” di Roma, studioso dei fondamenti teorici e della storia
dell’intelligenza artificiale; e Domenico Parisi, attorno al quale si formò nell’Istituto di psicologia del
CNR (poi Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del CNR), a partire dai primi anni ’70, il più
importante gruppo italiano di psicolinguistica (Francesco Antinucci, Cristiano Castelfranchi e altri)
orientatosi nel corso dei decenni successivi verso la scienza cognitiva e l’intelligenza artificiale.
Altri gruppi, formatisi in particolare nelle sedi universitarie di Bologna, Milano, Padova, Roma,
Torino, Trento e Trieste, hanno sviluppato le ricerche sui processi cognitivi partendo spesso da
un’impostazione gestaltista per approdare alla prospettiva cognitivista. Tra i primi contributi prodotti nel
secondo Novecento, con un orientamento cognitivista, si ricordano in particolare quelli dei gruppi di
ricerca di Padova e Trieste con psicologi noti a livello internazionale per le loro ricerche: Giuseppe
Mosconi (1931-2009), Alberto Mazzocco (1940-2007), Vittorio Girotto (1957-2016), Remo Job, Paolo
Legrenzi e Rino Rumiati.
La rivista «Sistemi intelligenti», nata nel 1989, pubblica lavori ispirati alla scienza cognitiva. Una nuova
rivista è nata nel 2014: «Reti, saperi, linguaggi. The Italian Journal of Cognitive Sciences» (una prima
serie era stata già pubblicata tra il 2004 e il 2009).

Herbert A. Simon ►
VI.
La prospettiva storico-culturale

1. Introduzione
A partire dai primi anni ’20, e in stretta relazione con le trasformazioni sociali
e politiche prodotte dalla Rivoluzione bolscevica del 1917, si sviluppò una
tradizione di ricerca che si proponeva di fondare una nuova psicologia sulla
base dei princìpi del marxismo e del materialismo storico. Rispetto alle altre
prospettive psicologiche maturate nei primi decenni del Novecento, questo
orientamento teorico si caratterizzava quindi per una scelta filosofica di fondo
che non era né il positivismo, né la fenomenologia, né il pragmatismo, ma una
filosofia che – stando alle parole di Marx – aveva lo scopo non solo di
conoscere il mondo, ma soprattutto quello di trasformarlo.
Questa prospettiva assume come principio di partenza che la psiche non è
un’entità ideale, come la res cogitans di Descartes, ma un prodotto
dell’evoluzione animale, divenuto funzionalmente sempre più complesso sotto
l’influenza dei fattori storici, sociali e culturali. Si tratta quindi di una
prospettiva che privilegia in primo luogo la dimensione storico-culturale nello
studio della psiche umana. Allo stesso tempo, il richiamo marxiano e leninista
ad una scienza che operi attivamente e concretamente per la trasformazione
della società comporta che questa prospettiva sia «critica» verso concezioni
ritenute conservatrici e reazionarie. Di conseguenza la verifica della teoria non
si limita all’indagine empirica, ma si propone di avere un’influenza diretta sulle
relazioni sociali, sul lavoro, sulla scuola. Non è dunque – come precisò lo
psicologo russo Lev S. Vygotskij – né una psicologia da divano (psicoanalitica),
né una psicologia da laboratorio (fenomenologica o comportamentista): è una
psicologia che si confronta con i problemi di carattere psicologico di un
preciso contesto storico e sociale, che fa i conti con la prassi (secondo
Vygotskij «l’urto con la pratica obbliga la psicologia a una ricostruzione dei
suoi princìpi in modo che essi reggano alla prova della pratica», 1982, p. 387).
È in questo senso «prassico» che tale prospettiva si definisce «critica». Essa,
inoltre, sottolinea l’importanza che sempre più la psicologia assume nel mondo
contemporaneo, in quanto scienza umana che può servire da strumento di
controllo dello sviluppo psichico individuale, nel momento in cui ne stabilisce
i criteri normativi. La psicologia può essere quindi una scienza al «servizio»
delle classi dominanti. Può, però, essere anche una scienza che smaschera il
condizionamento che la società opera sulla personalità. In tale ottica, questa
tradizione di ricerca valuta positivamente la teoria freudiana come il primo
tentativo esplicito di chiarificazione dei processi di condizionamento sociale
della psiche, cercando altresì di inquadrarne i risultati nella più ampia
concezione marxista dei rapporti tra uomo e società.
Nell’ambito della prospettiva storico-culturale possono dunque essere inclusi
tutti gli studi e le ricerche compiuti per la fondazione di una psicologia critica,
sulla base esplicita del marxismo e del materialismo dialettico. Si tratta spesso
di contributi di gruppi minoritari nel quadro della psicologia del Novecento,
ad eccezione della teoria storico-culturale sviluppatasi in Unione Sovietica.
D’altronde, anche quest’ultima teoria ha avuto una scarsa influenza sulla
psicologia di questo secolo: solo a partire dagli anni ’70 in Europa e negli Stati
Uniti è cresciuto l’interesse verso di essa. Si deve infatti notare che la maggior
parte degli psicologi che hanno adottato la prospettiva storico-culturale sono
stati impegnati politicamente (spesso erano membri del Partito comunista) e
hanno incontrato resistenze notevoli negli ambienti universitari tradizionali
(come scrisse Georges Politzer nel 1929, «è possibile confutare delle idee, ma
non delle istituzioni. Ecco perché è difficile eliminare la psicologia classica»).
Negli anni ’20 e ’30 vari psicologi cercarono di individuare i punti di incontro tra la teoria freudiana e
il marxismo, con un orientamento noto come «freudo-marxismo». Il contributo più importante si deve a
Wilhelm Reich, originariamente di scuola psicoanalitica. In Francia, lo psicologo Georges Politzer
elaborò un programma di «psicologia concreta», dedicata allo studio della psiche dell’«uomo concreto»,
che cercava di riprendere alcuni elementi innovatori della psicoanalisi. L’assimilazione teorica più
profonda e articolata del pensiero freudiano, comunque, fu compiuta dalla «scuola di Francoforte» negli
anni tra le due guerre mondiali. Un duro attacco alla psicoanalisi fu invece sferrato negli anni ’30 dagli
psicologi sovietici rigidamente fedeli ai princìpi del materialismo storico-dialettico, per i quali il
«freudismo» era una «psicologia borghese» essenzialmente idealistica.
Un’interessante concezione «dialettica» dello sviluppo psichico infantile fu elaborata negli anni tra le
due guerre mondiali dallo psicologo francese Henri Wallon. Una ripresa della psicologia critica si è avuta
negli anni della contestazione studentesca, dopo il 1968, soprattutto nell’università di Berlino. Il
movimento della «psicologia critica», il cui massimo esponente fu Klaus Holzkamp, si richiamava sia alla
tradizione marxista sia alla teoria storico-culturale sovietica.
La teoria storico-culturale, fondata dallo psicologo sovietico Lev S. Vygotskij verso la metà degli anni
’20, fu sviluppata nei primi anni ’30 dallo stesso Vygotskij e dai suoi allievi e collaboratori, tra i quali
Aleksej N. Leont’ev. Questi, negli anni ’40, elaborò una nuova teoria, oggi nota come «teoria
dell’attività». Il concetto di attività era stato riconosciuto come centrale anche dall’altro importante
psicologo sovietico Sergej L. Rubinštejn, che criticò la teoria vygotskiana per non aver considerato
adeguatamente il momento della prassi nello sviluppo dei processi psichici. Dopo le critiche degli anni
’30, la teoria storico-culturale vygotskiana ha incontrato un nuovo interesse negli anni ’60 e ’70 e, nella
versione della teoria dell’attività, ha suscitato ricerche e dibattiti in Europa e negli Stati Uniti dalla metà
degli anni ’80 in poi.

2. Freudo-marxismo, psicologia marxista e psicologia critica


Il problema dei rapporti tra psicologia e marxismo si pose immediatamente
dopo la rivoluzione del 1917 tra gli psicologi sovietici. Il libro collettaneo
Psichologija i marksizm [Psicologia e marxismo], curato da Konstantin N.
Kornilov (1879-1957) nel 1925, rappresenta il primo contributo sistematico
nell’ambito del progetto sviluppatosi in quegli anni per la fondazione di una
psicologia marxista. In quel libro erano analizzate le teorie psicologiche
contemporanee e se ne riscontrava l’accordo con i princìpi del materialismo
storico e del materialismo dialettico, la cui conoscenza veniva approfondendosi
con la pubblicazione, in quel periodo, di nuovi testi: La dialettica della natura di
Engels nel 1925, i Quaderni filosofici di Lenin nel 1929-30, i Manoscritti
economico-filosofici di Marx nel 1932. Tra le teorie psicologiche, quella che
incontrò maggiore attenzione fu la psicoanalisi, cui lo psicologo Aleksandr R.
Lurija (1902-77) dedicò il saggio Psichoanaliz kak sistema monističeskoj psichologii
[La psicoanalisi come sistema di psicologia monistica], incluso nel libro sopra
citato del 1925. La psicoanalisi appariva, secondo Lurija, una teoria che
considerava lo sviluppo psichico come condizionato contemporaneamente da
fattori biologici e fattori sociali. Era, in questo senso, una teoria «monistica»
della psiche; una teoria che riconosceva unitariamente i fondamenti materiali
(biologici e sociali) dei processi psichici. Il dibattito sulle caratteristiche
ideologiche della psicoanalisi e la loro adeguatezza a una concezione marxista
dell’uomo e della società continuò nella seconda metà degli anni ’20, portando
gradualmente alla scomparsa del movimento psicoanalitico russo nei primi
anni ’30 (cfr. cap. III).
Nel dibattito sul rapporto tra psicoanalisi e marxismo in Russia intervennero, oltre a Lurija con il suo
saggio del 1925, vari altri psicologi tra cui Bernard E. Bychovskij (1901-80; O metodologičeskich
osnavanijach psichoanalitičeskogo učenija Frejda [Sui fondamenti metodologici della teoria psicoanalitica di
Freud], 1923), Aron B. Zalkind (1886-1936; Frejdizm i marksizm [Freudismo e marxismo], 1924),
Vladimir A. Jurinec (1891-1937; Frejdizm i marksizm [Freudismo e marxismo], 1924), Boris D. Fridman
(1895-1991; Osnovnye psichologičeskie vozrenija Frejda i teorija istoričeskogo materializma [Le concezioni
psicologiche fondamentali di Freud e la teoria del materialismo storico], 1925), Valentin N. Vološinov
(1895-1936) con il libro Freudismo del 1927 (cfr. cap. III), Isaj D. Sapir (1897-1976; Frejdizm i marksizm
[Freudismo e marxismo], 1926; Frejdizm, sociologija, psichologija [Freudismo, sociologia, psicologia], 1929).
Nel saggio del 1929 Sapir esprimeva una critica netta nei confronti del «freudismo», considerato come
una nuova concezione borghese che riduceva il mondo psichico umano a forze biologiche innate, senza
tener conto adeguatamente dei fattori sociali. Questo saggio, come molti altri sul rapporto tra freudismo
e marxismo, era apparso sulla rivista «Pod znamenem markizma» [Sotto la bandiera del marxismo] – di
cui esisteva una versione tedesca con lo stesso titolo «Unter dem Banner des Marxismus» – un periodico
molto importante in quel tempo per i dibattiti sulla cultura e la scienza contemporanea nell’ottica del
materialismo dialettico. L’articolo di Sapir era una risposta ad un articolo di Wilhelm Reich apparso
nello stesso anno con il titolo Dialektičeskij materializm i psichoanaliz [Materialismo dialettico e
psicoanalisi], a sua volta una replica all’articolo del 1924 di Jurinec (cfr. anche cap. III.4).

Wilhelm Reich ►

Nel suo saggio del 1929, scritto quando era ancora membro dell’Associazione
psicoanalitica internazionale, Wilhelm Reich (1897-1957) sosteneva che la
psicoanalisi non rappresentava una visione del mondo, una nuova filosofia, ma
uno specifico metodo di studio e terapia dei processi psichici. Mentre il
marxismo si occupava dei fenomeni sociali e collettivi (movimenti di massa,
politiche, riforme, ecc.), la psicoanalisi si interessava dei fenomeni psichici
dell’uomo «singolo», seppure immerso in una rete di rapporti e relazioni
sociali. Tuttavia, questa stessa struttura sociale determina l’organizzazione della
vita psichica individuale: diverse sono le strutture sociali (e la cultura che esse
esprimono), diversi sono i condizionamenti cui deve sottostare lo sviluppo
psichico. Il Super-io non è quindi per Reich una entità astratta della psiche,
ma il complesso dei valori e delle norme che la famiglia trasmette al proprio
figlio e che, a sua volta, essa ha ricevuto dallo specifico contesto socio-
culturale in cui vive. Il contributo della psicoanalisi al marxismo consiste
dunque, per Reich, nella descrizione dei processi attraverso i quali una
determinata società condiziona un determinato individuo. Il complesso di
Edipo, ad esempio, è per Reich un processo di formazione della psiche
individuale valido per una particolare società, che non può essere generalizzato
ad altre società. La relatività socio-culturale del complesso di Edipo era già
stata documentata dall’antropologo Bronislaw Malinowski (1884-1942) nella
sua opera Sex and repression in savage society (1927), cui Reich si riferiva.
L’aspetto fondamentale sottolineato da Reich nella sua analisi è la tesi secondo
la quale la società borghese non solo condiziona genericamente la psiche, ma
reprime specificamente la pulsione sessuale. L’attacco sferrato da più parti alla
teoria freudiana dipendeva appunto – per Reich – dalla minaccia che la società
borghese vedeva in essa in quanto capace di smascherare il meccanismo
basilare di controllo degli individui. Reich svilupperà la sua tesi nelle opere
successive (Charakteranalyse [Analisi del carattere], 1933; Die Massenpsychologie
des Faschismus [Psicologia di massa del fascismo], 1933), che lo porteranno da
una parte a un impegno sociale e politico sempre più diretto (fino a divenire
membro del Partito comunista tedesco) e, dall’altra, ad abbandonare il
movimento psicoanalitico. Tema centrale della teoria di Reich diventò la
formazione del carattere, da lui vista come la progressiva costruzione di una
«corazza», una sorta di gabbia entro la quale è compressa l’energia sessuale. La
sessualità, impedita nelle sue libere manifestazioni, produce un
comportamento nevrotico o genera malattie psicosomatiche. Anche in
riferimento alle nuove esperienze educative attuate in Unione Sovietica, come
l’Asilo di Vera Schmidt, Reich propose un progetto rivoluzionario di
educazione psicologica, centrata sulla sessualità vissuta liberamente, senza le
costrizioni della società (Die Sexualität in Kulturkampf [La sessualità in una
battaglia di civiltà; tradotto in italiano con il titolo La rivoluzione sessuale],
1936). L’esigenza di una nuova educazione sessuale fu avvertita da Reich
durante la sua attività nei centri di igiene sessuale da lui fondati, dove ebbe
modo di conoscere direttamente i problemi sessuali di uomini e donne del
proletariato (la «miseria sessuale delle masse», come egli diceva). Attorno alle
tesi di Reich e al freudo-marxismo si svolse un articolato dibattito sulla
«Zeitschrift für politische Psychologie und Sexualökonomie», fondata nel
1934, cui contribuì anche Otto Fenichel, che avrebbe rappresentato in seguito,
negli Stati Uniti, la «sinistra freudiana».
Negli stessi anni, in Germania, si realizzò un altro importante progetto di
integrazione tra la psicoanalisi e il marxismo presso l’Institut für
Sozialforschung [Istituto per la ricerca sociale] di Francoforte, fondato nel
1923. I due membri più importanti furono i filosofi Theodor W. Adorno
(1903-69) e Max Horkheimer (1895-1973), cui si affiancarono altri noti
protagonisti della cultura del Novecento: il filosofo Herbert Marcuse (1898-
1979), gli psicologi Erich Fromm (1900-80), Bruno Bettelheim (1903-90),
Marie Jahoda (1907-2001), lo scrittore e letterato Walter Benjamin (1892-
1940), ecc. Con l’avvento del nazismo, i membri dell’Istituto, in gran parte
ebrei e socialisti, emigrarono negli Stati Uniti. Nel 1950 l’Istituto fu di nuovo
riaperto a Francoforte. Le indagini svolte dalla «scuola di Francoforte» si
concentrarono in partenza sui processi e le strutture sociali che mediano la
trasmissione dei valori e delle regole di una determinata società. «Teoria
critica» fu chiamata l’impostazione della scuola di Francoforte, per la quale
l’indagine conoscitiva sulla società contemporanea deve unirsi ad un progetto
di trasformazione sociale e civile. Oggetto principale di indagine fu la famiglia,
in quanto cardine di questa trasmissione del sociale nell’individuale. L’opera
principale fu Studien über Autorität und Familie [Studi sull’autorità e la famiglia],
pubblicata nel 1936 a cura di Max Horkheimer. Dopo l’emigrazione negli
Stati Uniti, i membri della scuola di Francoforte continuarono le loro ricerche
sulla problematica precedente (fondamentale la monografia del 1950, The
authoritarian personality, di Theodor W. Adorno e coll.), ma attenuando gli
aspetti marxisti e rivoluzionari presenti nei contributi del periodo
francofortese. Sostanzialmente, si approdava così ad una concezione utopistica
di una società nuova, che avrebbe dovuto fondarsi sull’amore e non
sull’aggressività (E. Fromm, Escape from freedom, 1941; The anatomy of human
destructiveness, 1973), sulla liberazione della libido contro la repressione che su
di essa esercita la società (H. Marcuse, Eros and civilization, 1955); per un uomo
libero e creativo contro un uomo ridotto a produttore-consumatore
nell’ingranaggio della società industriale (H. Marcuse, One-dimensional man,
1964). Le opere di Herbert Marcuse hanno avuto una notevole influenza sui
movimenti di contestazione del ’68 e sulla nascita di quella che il filosofo
tedesco Jürgen Habermas (n. 1929) definì una «soggettività ribelle» negli anni
del «Termidoro psichico».
L’incontro tra psicologia e marxismo non fu altrettanto articolato e profondo
negli altri paesi europei occidentali quanto in Austria e in Germania tra le due
guerre mondiali. Tuttavia il contributo francese si presenta ricco di spunti
originali e di risultati preziosi, forse più sul piano ideologico-politico che su
quello strettamente conoscitivo. Una critica radicale allo a-storicismo della
psicologia scientifica sorta nei laboratori della fine dell’Ottocento fu elaborata
da Georges Politzer (1903-42), filosofo e psicologo, membro del Partito
comunista francese. Per Politzer, il limite maggiore della psicologia
contemporanea consisteva nello studio di una psiche universale e astratta,
senza considerare le specifiche condizioni sociali e culturali in cui essa agisce.
Il merito della psicoanalisi era stato, per Politzer, quello di aver restituito
all’indagine psicologica l’individuo nella sua unicità storica, che era il vero
oggetto della «psicologia concreta» da lui auspicata (e alla quale intitolò la
«Revue de psychologie concrète»). «Ora, è precisamente con la psicoanalisi
che, per la prima volta, tende a costituirsi una vera psicologia. Prima della
psicoanalisi, la psicologia era sempre rimasta o al di qua o al di là dell’uomo
concreto», scriveva Politzer nel 1925 (1924-39, p. 59). La critica alla
psicoanalisi di non essere una scienza, ma una sorta di «romanzo» della psiche
non segnava per Politzer un punto negativo, in quanto, dopo le concezioni
astratte dell’uomo-materia o dell’uomo-spirito, la psicoanalisi era appunto una
adeguata rappresentazione dell’«uomo-attore» che agisce in un mondo
concreto. Politzer si riferiva alla vita psichica esattamente come a un
«dramma». Questo dramma era stato studiato in modo riduttivo dalle scienze
naturali, che si erano limitate a indagare la struttura, gli elementi in gioco, la
sequenza d’azione (la «messa in scena del materiale del dramma»), ma non il
significato del «dramma recitato», accessibile solo alle scienze morali
(economia, politica, ecc.) e alla psicologia, che avrebbe inserito nella
considerazione «morale» dei rapporti interpersonali il fattore irriducibile
dell’individuo. Per Politzer, questa individualità doveva essere riconquistata
attraverso un programma di interventi psicologici nelle scuole, nell’ambiente
di lavoro, nei consultori, in opposizione alla repressione esercitata dalla classe
dominante che impone ciò cui «il ‘popolo’ deve credere affinché un certo
regime sociale possa sussistere» (1924-39, p. 138).

Georges Politzer ►

Un altro esempio di integrazione tra psicologia e marxismo è rappresentato


dall’opera di Henri Wallon (1879-1962), psicologo francese eccentrico
rispetto al mondo accademico ufficiale, anche lui membro del Partito
comunista. Nelle sue opere di psicologia dello sviluppo (Les origines du caractère
chez l’enfant, 1934; L’évolution psychologique de l’enfant, 1941; Les origines de la
pensée chez l’enfant, 1945), Wallon sostenne una concezione «dialettica» della
psiche, per la quale la psiche umana è il prodotto di una interazione dinamica
tra fattori biologici e sociali durante lo sviluppo infantile. Alla finezza delle
analisi dello sviluppo dei processi psichici più complessi (come nell’articolo La
conscience et la conscience du moi del 1921), in Wallon non si accompagnò un
esame altrettanto profondo dei fondamenti teorici della nuova psicologia
marxista quale si trova in Vygotskij. In effetti la psicologia marxista di Wallon
si muoveva nella scia di quel prodotto ibrido della psicologia pavloviana che si
diffuse negli anni ’50 grazie ai canali ufficiali sovietici e trovò accoglienza nella
rivista «La Raison» (fondata nel 1951). La ferma difesa del pavlovismo (cfr. cap.
VII) come l’autentica psicologia oggettiva si scontrava infatti con l’esigenza di
un aggiornamento nei confronti sia delle nuove teorie fisiologiche che stavano
emergendo in quel periodo, sia delle teorie psicologiche sovietiche (nella linea
di Vygotskij-Leont’ev o in quella di Rubinštejn) che avevano criticato il
riduzionismo pavloviano.

Henri Wallon ►

La tradizione marxista in psicologia è continuata in Francia con vari contributi, tra i quali il più
importante fu la monografia di Lucien Sève (n. 1926), Marxisme et théorie de la personnalité (1969), che
presentava un’accurata rivisitazione dei testi marxiani di interesse psicologico. L’allievo di Wallon, René
Zazzo (1910-95), ha indagato lo sviluppo psichico infantile (Psychologie de l’enfant et méthode génétique,
1962) adottando la prospettiva dialettica del maestro. Gli anni della contestazione studentesca, dopo il
maggio parigino del ’68, hanno visto il fiorire di una letteratura in cui si intrecciano i temi del marxismo,
della psicoanalisi nella versione lacaniana, del freudo-marxismo alla Reich e alla Marcuse. Questa
letteratura, inaugurata dal saggio autorevole del filosofo Louis Althusser (1918-90), Freud et Lacan (1964),
denunciò l’istituzionalizzazione della psicoanalisi, convergendo in parte nel dibattito allora in corso sulla
riforma della psichiatria: Gilles Deleuze (1925-95) e Félix Guattari (1930-92), L’Anti-Œdipe, 1972;
Robert Castel (1933-2013), Le psychanalisme, 1973).
Negli Stati Uniti, il tentativo più sistematico di fondazione di una «psicologia dialettica» fu quello di
Klaus Riegel (1925-77), che indagò l’influenza dei fattori storici, culturali e politici sullo sviluppo della
psicologia, in particolare evolutiva (importante l’articolo del 1972 sul «Psychological Bulletin», Influence of
economic and political ideologies on the development of developmental psychology) ed elaborò una sintesi dello
sviluppo psichico, integrando il pensiero di Piaget e di Sergej L. Rubinštejn (Psychology of history and
development, 1976; Psychology, mon amour: a countertext, 1978; Foundations of dialectical psychology, 1979).
► In Italia La riflessione marxista sulla psicologia è stata sporadica fino agli anni ’70, probabilmente a
causa del retaggio del neoidealismo di Benedetto Croce (1866-1952) e Giovanni Gentile (1875-1944) e
della concezione della psicologia come «pseudoscienza». Nel dopoguerra si riteneva, come stava
accadendo in Francia, che il riferimento dovesse essere la teoria pavloviana (cfr. cap. VII). Negli anni ’70
si sviluppò una lettura più attenta sia delle opere della psicologia sovietica, che cominciarono ad essere
tradotte sistematicamente, sia di altre correnti psicologiche contemporanee. I convegni organizzati
dall’Istituto Gramsci tra il 1968 e i primi anni ’70 (in particolare quello dedicato a Psicologia, psichiatria e
rapporti di potere del 1969) permisero un confronto diretto tra gli psicologi e gli psichiatri di sinistra sulla
nuova realtà culturale e politica in campo psicologico e psichiatrico. Tra le esperienze di una nuova
psicoterapia, indirizzata a un’utenza proletaria – in un’ottica che ricorda il progetto reichiano dei
consultori berlinesi degli anni ’30 aggiornata alla luce delle nuove conoscenze psicoterapeutiche –, si
distinse, tra il 1969-74, quella del Consultorio popolare di Niguarda, quartiere periferico di Milano,
sotto la guida di Enzo Morpurgo, già ricordato (cap. III).

Negli anni della contestazione studentesca sorse in Germania un movimento


di ricerca teorica e sperimentale, noto come «psicologia critica» (Kritische
Psychologie). Alla «Conferenza degli psicologi critici e di opposizione», tenutasi
a Hannover nel 1969, la maggior parte degli studenti e dei giovani professori di
psicologia concluse che la psicologia era una scienza al servizio del capitale e
che doveva dunque essere liquidata. Reich, il freudo-marxismo e la scuola di
Francoforte furono ampiamente citati in questa ottica estremista. I testi degli
anni ’20 e ’30 furono quindi ristampati nel 1972 a cura di Hans Peter Gente
(1936-2014) con il titolo Marxismus, Psychoanalyse, Sexpol [Marxismo,
psicoanalisi, Sexpol]. Altri affermarono che la psicologia, rinnovata nei suoi
fondamenti teorici, poteva contribuire alla trasformazione rivoluzionaria della
società che sembrava realizzabile alla fine degli anni ’60. In questa direzione di
«ricostruzione» della psicologia, il riferimento all’opera degli psicologi
sovietici, in particolare alla teoria dell’attività di Aleksej N. Leont’ev, risultò il
più proficuo. Il testo fondamentale di questo movimento fu pubblicato nel
1972 dal suo leader Klaus Holzkamp (1927-95), professore dell’Istituto di
psicologia di Berlino, con il titolo Kritische Psychologie. «Psicologia critica»: una
parola d’ordine che ricorse come titolo in varie pubblicazioni (compreso il
periodico «Forum Kritische Psychologie»), al punto di trasformare il
movimento stesso in una «scuola» di tipo tradizionale, chiusa in se stessa. In
polemica con questo settarismo di scuola sorsero altri gruppi «critici», tra cui
quello che si raccolse intorno alla rivista «Psychologie und Gesellschafts-
Kritik» e quello attorno a Günter Rexilius (n. 1943; Grundzüge einer kritischen
Psychologie [Fondamenti di una psicologia critica], 1977). Altri psicologi e
psicoanalisti tedeschi hanno approfondito i problemi teorici della psicoanalisi
in una prospettiva marxista, come Alfred Lorenzer (1922-2002; Kritik des
psychoanalytischen Symbolbegriffs [Critica del concetto psicoanalitico di simbolo],
1970; Sprachzerstörung und Rekonstruktion: Vorarbeiten zu einer Metatheorie der
Psychoanalyse [Distruzione e ricostruzione del linguaggio: lavori preliminari
per una metateoria della psicoanalisi; trad. it. con il titolo Crisi del linguaggio e
psicanalisi], 1970; Zur Begründung einer materialistischen Sozialisationstheorie [Sul
fondamento di una teoria materialistica della sociolizzazione], 1972; trad. it.
con il titolo Nascita della psiche e materialismo; Die Wahrheit der psychoanalytischen
Erkenntnis: ein historisch-materialistischer Entwurf [La verità della conoscenza
psicoanalitica: un abbozzo materialistico-storico], 1974).

L’antipsichiatria ►

Tra le tematiche affrontate dal movimento della «psicologia critica» un


particolare rilievo hanno avuto le analisi storico-critiche dello sfondo
ideologico delle prospettive psicologiche di questo secolo. Nel caso del
comportamentismo, fu messa in evidenza la natura meccanicistica del soggetto
umano, un «oggetto-sperimentale» collocato all’interno di una rete di stimoli e
risposte, privato di una propria iniziativa e di libertà di intervento
sull’ambiente, ma predisposto implicitamente a rispondere con funzionalità ed
efficacia agli stimoli di un determinato ambiente (scelto dalla classe
dominante). Analoghe critiche di «sottomissione» della scienza psicologica al
potere furono rivolte alla psicologia sociale nord-americana, che avrebbe
fornito modelli delle relazioni sociali confacenti alla società borghese.
Un’analisi di questo tipo fu tracciata da Helmut Nolte e Irmingard Staeuble
nel loro Zur Kritik der Sozialpsychologie [Sulla critica della psicologia sociale]
(1972). Un altro contributo interessante fu dato, nello studio della sensazione e
della percezione, da Klaus Holzkamp (Sinnliche Erkenntnis: historischer Ursprung
und gesellschaftliche Funktion der Wahrnehmung [Conoscenza sensoriale: origine
storica e funzione sociale della percezione], 1973) e da Michael Stadler (n.
1941) e coll. (Psychologie der Wahrnehmung [Psicologia della percezione], 1974).
Questi psicologi rilevarono che la sensazione era stata considerata
tradizionalmente come una funzione psichica «inferiore», comune agli animali
e all’uomo, studiabile in laboratorio. Invece si metteva in evidenza la centralità
che ha la sensazione nell’interazione tra l’uomo e l’ambiente esterno che non è
fatto di oggetti neutri, ma di oggetti di importanza vitale nel contesto della
vita quotidiana. La sensazione diveniva quindi una funzione complessa alla
base dell’interazione tra l’individuo e il proprio ambiente geografico-sociale
(ecologico), pieno di oggetti significativi. È importante notare che, rispetto
agli psicologi francesi degli stessi anni della contestazione studentesca, nei quali
riecheggiavano temi utopistici di tono freudo-marxista, gli esponenti della
«psicologia critica» si riferirono alla teoria storico-culturale sovietica e
cercarono non solo di contestare la psicologia accademica, ma anche di dare
esempi concreti di che cosa intendevano per una nuova psicologia (oltre
all’area della sensazione e della percezione, furono studiati i processi delle
emozioni e motivazioni, le relazioni sociali e la psicologia del lavoro).

Psicologia e storia ►

3. La teoria storico-culturale da Vygotskij agli anni ’60


La teoria di Vygotskij. Uno dei capitoli più interessanti della storia della
psicologia è rappresentato dalle vicende cui è andata incontro la teoria di
Vygotskij, da quando fu elaborata (tra la fine degli anni ’20 e i primi anni ’30)
fino a oggi. Non apprezzata in quel periodo, anche perché poco conosciuta al
di fuori della Russia, essa ha incontrato in Occidente un crescente interesse
solo dopo gli anni ’60 e ha visto un’esplosione di ricerche e di studi a partire
dagli anni ’80. Una specifica trattazione meriterebbe l’analisi, da una parte, di
come la teoria vygotskiana è stata discussa all’interno della psicologia sovietica
ed è stata diffusa in Occidente dalle fonti «ufficiali» sovietiche; e, dall’altra, di
come questa stessa teoria è stata accolta e assimilata dalla psicologia europea e
da quella nord-americana. A ostacolare la conoscenza della teoria di Vygotskij
fu soprattutto la non disponibilità delle sue opere, alcune delle quali rimasero
inedite fino agli anni ’80. Le critiche mosse a Vygotskij, a partire dagli anni
’30, da altri psicologi sovietici potevano riferirsi quindi solo a una parte assai
ridotta della sua produzione. Inoltre le traduzioni pubblicate in Occidente
negli ultimi decenni hanno mostrato che l’opera di Vygotskij non è riducibile
alla problematica dei rapporti tra pensiero e linguaggio, per la quale lo
psicologo russo era noto in precedenza. Si è visto sempre più chiaramente che
essa contiene una varietà insospettata di contributi nei campi più diversi:
dall’estetica alla linguistica, dalla psicologia alla pedagogia, dalla psicopatologia
alla neuropsicologia. Alla luce di questa nuova e arricchita rivisitazione di tutta
la sua opera, la figura di Vygotskij ha però perso la connotazione mitica che lo
aveva circondato in passato. Vygotskij non è più un pensatore geniale, pieno di
intuizioni non concretizzate a causa della sua morte precoce. È uno psicologo
e un intellettuale che elaborò le sue teorie, avviò un nuovo orientamento di
psicologia e poté compiere ricerche e pubblicare una quantità incredibile di
articoli e libri, tutto questo all’interno di un preciso periodo della storia della
società e della cultura russa. Uno dei risultati più nuovi delle recenti indagini
su Vygotskij è quello per cui oggi si possono delineare con precisione gli
indirizzi di ricerca e le secessioni teoriche che si svilupparono all’interno della
«scuola» vygotskiana già negli anni ’30. In breve, sebbene la teoria storico-
culturale abbia avuto senz’altro il proprio fondamento teorico in Vygotskij,
essa non può essere ridotta solo alle tesi e alle ricerche empiriche che Vygotskij
poté sviluppare. La teoria storico-culturale appare ora come un insieme
variegato di contributi, non legati affatto da un riferimento compatto e
unitario al nucleo teorico «storico» (o miticamente presunto tale) dell’opera
vygotskiana. Infatti, mentre prima si parlava di una «scuola» vygotskiana
caratterizzata dalla concezione storico-culturale dei processi psichici e da un
ristretto gruppo di allievi «fedeli», oggi si preferisce l’espressione «circolo di
Vygotskij» per indicare un insieme di psicologi, linguisti, filosofi, ecc. che
ebbero con lo psicologo russo varie forme di collaborazione scientifica e
culturale, più o meno consistente e duratura.

Lev S. Vygotskij ►

Vi sono state varie proposte di periodizzazione dell’opera di Vygotskij, ma sostanzialmente si possono


identificare cinque fasi principali in un breve arco temporale di attività scientifica (Vygotskij, nato nel
1896 e morto nel 1934, a trentasette anni e mezzo, iniziò a pubblicare i primi lavori di interesse
psicologico nel 1924). In una prima fase pre-psicologica, tra il 1912 e il 1922, Vygotskij si occupò
principalmente di critica letteraria e psicologia dell’arte, e cominciò a interessarsi dell’applicazione della
psicologia alla pedagogia. Tra il 1915 e il 1916 scrisse un saggio sull’Amleto di Shakespeare (Tragedija o
Gamlete, prince Datskom [La tragedia di Amleto]). Nella seconda fase (reattologica), tra il 1923 e il 1926,
studiò la riflessologia di Vladimir M. Bechterev (1857-1927) e la teoria di Ivan P. Pavlov (1849-1936) e
la reattologia di Konstantin N. Kornilov (1879-1957), tentando un’integrazione con un’impostazione
attenta ai fattori sociali e culturali (come appare nel saggio Soznanie kak problema psichologii povedenija [La
coscienza come problema della psicologia del comportamento] del 1925, e nella monografia del 1926 –
rimasta inedita fino al 1982 – su Istoričeskij smysl psichologičeskogo krizisa [Il senso storico della crisi della
psicologia]). Nel 1925 finì la dissertazione Psichologija isskustva [Psicologia dell’arte]. In campo
psicopedagogico, Vygotskij curò nel 1924 una raccolta di studi sui bambini handicappati (Voprosy
vospitanija slepych, gluchonemych i umstvenno otstalych detej [Problemi dell’educazione dei bambini ciechi,
sordomuti e con ritardo mentale]) e nel 1926 pubblicò il libro Pedagogičeskaja psichologija [Psicologia
pedagogica]. La terza fase (psicologia strumentale) va dal 1926 al 1929. In questi anni Vygotskij si pose in
modo sistematico il problema della storicità delle funzioni psichiche, attraverso un’attenta lettura dei testi
di Marx, Engels e Lenin e un’analisi critica delle teorie psicologiche e fisiologiche dell’epoca. Il prodotto
più importante di queste indagini teoriche è la monografia Istorija razvitija vysšich psichičeskich funkcij
[Storia dello sviluppo delle funzioni psichiche superiori], terminata nel 1931 e pubblicata per la prima
volta nel 1960, seppure solo i primi cinque capitoli (i rimanenti dieci furono pubblicati nel 1982).
Centrale in questo periodo fu il concetto di strumento psicologico. L’unico libro di psicologia, redatto in
questo periodo, fu scritto assieme a Lurija e fu dedicato allo studio comparato dell’evoluzione filogenetica
e ontogenetica dei processi psichici (Etjudy po istorii povedenija. Obez’jana. Primitiv. Rebënok [Studi sulla
storia del comportamento. La scimmia, l’uomo primitivo, il bambino], 1930). Nella quarta fase (teoria
sistemica della mente), tra il 1930 e il 1931, Vygotskij introdusse il concetto di «sistema psicologico», che
superava quello precedente di «funzione psichica superiore». Questo concetto fu presentato nella
conferenza del 1930 sui Sistemi psicologici e nel libro scritto nello stesso anno assieme a Lurija, Strumento e
segno nello sviluppo psichico del bambino, rimasto inedito fino al 1982. In questo periodo Vygotskij scrisse
vari libri di pedologia. Nella quinta e ultima fase (teoria semantica della mente), dal 1932 al 1934,
Vygotskij mise in evidenza il ruolo del significato rispetto al segno, come strumento basilare dei sistemi
mentali, e approfondì vari temi di psicologia, tra cui il ruolo delle emozioni nella vita psichica umana
(una monografia del 1933 fu pubblicata nel 1982 con il titolo Učenie ob emocijach [Teoria delle
emozioni]). All’inizio del 1934 Vygotskij raccolse una serie di prefazioni a traduzioni da lui curate di
psicologi occidentali; scrisse un capitolo introduttivo ed uno conclusivo e riunì tutto questo materiale nel
libro Myšlenie i reč’ [Pensiero e linguaggio], uscito pochi mesi dopo la morte nel 1934. In questi ultimi
due anni della sua vita pubblicò inoltre numerosi saggi su problemi di psicopedagogia, alcuni dei quali
uscirono postumi nel 1935 o 1936, altri solo negli anni ’70 e ’80. Una notevole importanza teorica
hanno anche i saggi sul pensiero e sul linguaggio negli schizofrenici e sull’organizzazione funzionale del
cervello alla base dei processi psichici.

Il manifesto della teoria storico-culturale fu esposto nel saggio La coscienza


come problema della psicologia del comportamento, incluso nel libro Psicologia e
marxismo curato da Konstantin N. Kornilov nel 1925. Questo saggio si basava
sulla prima conferenza che Vygotskij tenne all’Istituto di psicologia di Mosca,
il 19 ottobre 1924. In molti libri di storia della psicologia si trova scritto che
questa conferenza (con lo stesso titolo) è la stessa che Vygotskij presentò al
secondo congresso di psiconeurologia il 6 gennaio 1924, suscitando l’interesse
del pubblico e spingendo Kornilov a chiamarlo a Mosca. In effetti, il testo della
conferenza di Leningrado, dedicato alla Metodika refleksologičeskogo i
psichologičeskogo issledovanija [Metodologia della ricerca riflessologica e
psicologica], conteneva gli elementi essenziali del manifesto della scuola
storico-culturale. Si partiva dalla considerazione che le teorie riflessologiche
russe (Bechterev e Pavlov; cfr. cap. VII), che consideravano la psiche come un
sistema di riflessi, si erano occupate esclusivamente dei processi psichici
elementari (i riflessi condizionati, ad esempio) e avevano escluso lo studio dei
processi psichici superiori, che avrebbe richiesto il riferimento all’esperienza
soggettiva e all’introspezione. Per Vygotskij, questa posizione comportava la
rinuncia all’indagine sulla specificità dei processi psichici umani, che si
differenziano da quelli degli animali proprio per la presenza della coscienza.
Autentico materialista dialettico o, come amava affermare, riflessologo più
dello stesso Pavlov, Vygotskij riteneva che il rinunciare a un’indagine oggettiva
della coscienza corrispondeva ad una posizione idealistica e dualistica: da una
parte i processi psichici elementari, dall’altra i processi psichici superiori e la
coscienza, come un mondo psichico inaccessibile e irriducibile. Occorreva
invece individuare alcune procedure oggettive di ricerca sui processi psichici
coscienti. Lo studio sperimentale delle risposte verbali dei soggetti poteva
costituire una chiave d’accesso alla loro coscienza.
Nel saggio del 1925 su La coscienza, Vygotskij pone come epigrafe un celebre passo del Capitale, in cui
Marx confronta il comportamento di un animale (un’ape) con quello di un uomo (un lavoratore). È un
passo importante perché basa il confronto su un comportamento concreto, un’attività concreta,
interpretandola come un processo che dipende da un’idea (prodotta dalla mente cosciente) e persegue uno
scopo: «Il ragno compie operazioni che assomigliano a quelle del tessitore, l’ape fa vergognare molti
architetti con la costruzione delle sue cellette di cera. Ma ciò che fin da principio distingue il peggiore
architetto dall’ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in
cera. Alla fine del processo lavorativo emerge un risultato che era già presente al suo inizio nell’idea del
lavoratore, che quindi era già presente idealmente. Non che egli effettui soltanto un cambiamento di forma
dell’elemento naturale; egli realizza nell’elemento naturale, allo stesso tempo, il proprio scopo, da lui ben
conosciuto, che determina come legge il modo del suo operare, e al quale deve subordinare la sua
volontà» (Marx, vol. I, sez. 3).
I limiti