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Turchi o “buoni cristiani e sudditi della Chiesa” ?

Mercanti bosniaci ad Ancona a metà 600

La guerra di Candia, combattuta accanitamente anche in Dalmazia 1, non interruppe


repentinamente gli scambi commerciali nell’Adriatico, ma li rese più precari. Al tempo stesso, però, essa
offerse la possibilità di maggiori guadagni, proporzionati all’alto rischio di una navigazione soggetta al
pericolo di rappresaglie e sequestri. E gli interessi commerciali in gioco erano così rilevanti da minacciare
di incrinare solidarietà politico-ideologiche apparentemente solide, come quella tra Venezia e il papato in
funzione antiottomana: lo “scontro di civiltà” allora in atto non poteva infatti far dimenticare interamente
ai due Stati cristiani la loro secolare rivalità nel commercio adriatico, che si era materializzata nel
contrasto fra le vie commerciali Ragusa-Ancona e Spalato-Venezia. Questo è quanto si evince da una
complessa disputa politico-giuridica vivacemente dibattuta a Venezia e Roma tra il 1646 e il 1647, che
incidentalmente – nonostante la nota inadeguatezza delle fonti diplomatiche per lo studio dei fatti
economico-sociali – ci fornisce qualche indicazione sull’attività svolta ad Ancona, sia pure in subordine
ai Ragusei, da mercanti bosniaci di religione cattolica, così a lungo presenti sulla piazza anconetana da
poter rivendicare, a ragione o a torto, una sorta di diritto di cittadinanza e la protezione diplomatica del
pontefice Innocenzo X, che si considerava il loro sovrano.

Tutto era cominciato con il sequestro di un vascello raguseo da parte degli abitanti di Perasto,
eccellenti marinai e fedeli sudditi di Venezia, assai attivi in questi pattugliamenti e dotati di proprie
imbarcazioni2. Con l’autorevole avallo del Provveditore di Cattaro, Nicolò Contarini q. Marino3, i
perastini avevano sequestrato le ricche merci di proprietà di ebrei levantini e di “turchi” ed avevano
trattenuto a terra questi mercanti, lasciando poi ripartire la nave per la sua destinazione originaria, il porto
pontificio di Ancona. I beni di proprietà dei sudditi turchi erano stati considerati bottino di guerra dal
Contarini, che si accingeva a distribuirli secondo gli usi militari, premiando così coloro che avevano
partecipato all’impresa.
Questa ed altre iniziative del Contarini avevano però allarmato Leonardo Foscolo, “uno dei
migliori generali ed uomini politici che allora la Repubblica possedesse”, dal dicembre del 1645
Provveditore Generale di Dalmazia e Albania 4. Angosciato per la recente perdita di Novigrad, caduta in
mani turche il 3 luglio 5, e quindi comprensibilmente desideroso di evitare quelle ulteriori difficoltà che
sarebbero potute insorgere nel suo settore di operazioni per un peggioramento delle relazioni con la
Repubblica di Ragusa, tributaria degli Ottomani ma neutrale nel conflitto, egli aveva prontamente accolto
le proteste degli inviati ragusei e, pur restando in attesa delle decisioni del Senato, da lui informato dei

1
Cfr. Marko Jačov, Le guerre veneto-turche del XVII secolo in Dalmazia, “Atti e Memorie della società dalmata di storia
patria”, XX, 1991.
2
Già nel 1625 il vescovo di Cattaro Vincenzo Bucchia aveva parlato con ammirazione degli abitanti del castello di Perasto,
“oppidum Perasti”, comprendente circa 2.000 anime, che “non habent territorium, sed navigant mare cum centum navibus”
(ARCHIVIO SEGRETO VATICANO, Archivio della Sacra Congregazione del Concilio, Relazioni delle visite ad limina,
Cattaro .
3
La carica di Provveditore a Cattaro, distinta da quella di rettore (conte) di Cattaro, era stata creata dal Senato nel febbraio
1645. Nicolò Contarini vi fu eletto il 20 gennaio 1646 e la tenne fino al dicembre dello stesso anno (ARCHIVIO DI STATO
DI VENEZIA, d’ora in poi ASVe, Segretario alle Voci, Elezioni del Senato, reg. 15, c. 147 v.). Questo Nicolò Contarini, q.
Marino, q. Sebastiano, nato nel 1608 e morto nel 1669, non era parente stretto dell’omonimo doge, amico del Sarpi, morto nel
1631: apparteneva infatti al ramo dei Contarini “della Maddalena”. Nel proseguimento della sua carriera raggiunse le
importanti cariche di Savio di Consiglio e Podestà a Brescia. Magistrature significative ricopersero anche i fratelli Francesco
(Podestà a Verona), Piero e Leonardo (Consiglieri). Il patrimonio familiare fu consolidato dal matrimonio di un quinto fratello,
Sebastiano, con la ricca ereditiera Chiara Querini, q. Francesco, q. Michele, q. Girolamo, per il tramite della quale la famiglia
Contarini ereditò le case dei Querini a S. Marciliano (A.S.V., Miscellanea codici, M. Barbaro, Arbori dei patrizi veneti, II, p.
470).
4
Giuseppe Praga, Storia di Dalmazia, Milano, Dall’Oglio, 19812, p. 198.
5
Ivi.
recenti avvenimenti, aveva severamente ammonito il Contarini “considerandole la qualità de tempi che
insegnano a destreggiare, onde procuri con li Ragusei passarla con ottima corrispondenza[…]” 6.
Ma, contrariamente alle aspettative del Foscolo, le informazioni separatamente fornite a Venezia
dal rettore di Cattaro avevano pienamente soddisfatto il Senato, grazie anche – insinuerà il nunzio
pontificio – a un intensa opera di lobby di amici e parenti: giacché in questa guerra, con una intensità in
passato sconosciuta, ogni questione militare e diplomatica eccitava la rivalità tra individui e gruppi
familiari, in un succedersi rovinoso di contrasti e ripicche: sicché infine la preda fu distribuita, come
voleva il Contarini, fra i soldati e le popolazioni rivierasche.

Rivalità personali, Contarini contro Foscolo certamente; ma dietro le scelte del Senato – disposto
ad urtare la sensibilità dei Ragusei e persino, più tardi, quella del pontefice, pur di non restituire o
rimborsare le merci sequestrate - si intravedevano tendenze e aspirazioni di lunga durata, che il nunzio
pontificio non aveva interesse a delineare nel loro secolare contrasto. C’era in gioco, infatti, la pretesa
veneziana al dominio del Golfo, contrastata dalle intense relazioni commerciali tra Ragusa e Ancona, che
avevano conosciuto un rapido sviluppo nel corso del ‘500 7. Venezia osservava con gelosia ogni
ingrandimento dello scalo marchigiano: già nel 1523 gli ambasciatori veneti recatisi a Roma per rendere
omaggio a papa Adriano VI descrissero Ancona al Senato come una città “bellissima, piena di mercanti
d’ogni nazione e massime greci e turchi”8, le cui merci venivano scambiate soprattutto con “pannilani di
Ponente”, provenienti dalla Toscana e dal Milanese. Questi traffici non erano alimentati dalla debole
marina mercantile dello Stato pontificio, ma dalle navi ragusee, spesso di grande tonnellaggio. Nella
misura in cui la Serenissima lo consentiva, questi mercanti ragusei erano naturalmente presenti anche a
Venezia: si aveva quindi quella che Sergio Anselmi ha definito come “la quadrangolazione delle famiglie
mercantili ragusee su Sarajevo, Venezia, Ragusa, Ancona”. 9 Era un traffico che coinvolgeva anche
mercanti armeni ed ebrei, la cui presenza sulla piazza di Ancona ritornò frequente dopo la crisi
determinata dalla persecuzione e dal supplizio di 26 “marrani” voluto nel 1556 da papa Paolo IV, solo fra
i pontefici dell’epoca così rigidamente insensibile, se non altro, agli interessi commerciali dello Stato
pontificio 10.
Anche se questi traffici non potevano costituire una reale alternativa al primato veneziano dei
commerci adriatici, rappresentavano però un importante elemento di concorrenza: soprattutto durante la
guerra di Cipro, nonostante l’indignata denuncia veneziana della neutralità ragusea che non commosse

6
ASVe, Provveditori di Terra e di Mar, f. 462, cc. n. n., Leonardo Foscolo al Senato, Zara, 11 agosto 1646: “Da’signori
Ragusei mi pervennero ultimamente lettere spedite con soggetto a posta con diverse indolenze contro la parte di Cattaro, in
particolare che d’ordine dell’ecc.mo Contarini, arrestato da quei sudditi un lor vascello con merci de Ragusei e d’alcuni Turchi
et Hebrei, habbi fatto scaricar tutte le robbe degl’Hebrei e de Turchi fermando anco le persone, lasciando il vascello col resto
al suo viaggio, et che inseguita da Perastini una felucca mauriotta ricovratasi in S. Croce salvandosi le genti in terra sia stata la
felucca condotta a Cattaro […]. Ho risposto in cortese maniera ai Ragusei e promettendoli dar ordini necessarii perché siano
ben trattati loro popoli, gl’interessi e tutte le cose loro, e quanto all’arresto del vascello non ho stimato venir a particolari,
sapendo che dal ecc.mo signor Contarini è stato rappresentato alle Eccellenze Vostre tutto l’affare, che però resta rimesso a
cenni della publica dispositione, havendo intanto scritto all’Eccellenza Sua in propria maniera considerandole la qualità de
tempi che insegnano a destreggiare, onde procuri con li Ragusei passarla con ottima corrispondenza, dando gl’ordini proprii a
Perastini et agl’altri sudditi di doverli ben trattare, non inferendosi insulti che possono cagionar disturbi, male sodisfattioni e
pregiudicii”.
7
Per una visione di sintesi, cfr. Sergio Anselmi, L’Adriatico nell’economia mediterranea in età moderna, in Id., Adriatico.
Studi di storia, secoli XIV-XIX, Ancona, Clua, 1991, pp. 37-42; Renzo Paci, La “scala” di Spalato e il commercio veneziano
nei Balcani fra Cinque e Seicento, Venezia, Deputazione di storia patria per le Venezie, 1971, pp. 71 ss.
8
Le relazioni degli ambasciatori veneti al Senato del secolo decimosesto, a cura di Eugenio, 16 voll, Firenze, Società editrice
fiorentina, 1839-1863, s. II, vol. III, Firenze 1846, p. 87.
9
Sergio Anselmi, I ragusei nelle fonti notarili di Ancona (1634-1685): materiali per una ricerca, in Id., Adriatico. Studi di
storia cit., p. 237.
10
Cfr. Jean Delumeau, Un ponte fra Oriente e Occidente: Ancona nel Cinquecento, in “Quaderni storici”, V, 1970, pp. 26-47,
segnatamente pp. 42-46; Ariel Toaff, Nuova luce sui marrani di Ancona (1556), in Studi sull’ebraismo italiano in onore di
Cecil Roth, a cura di Elio Toaff, Rom, Barulli, 1974, pp. 261-280; Brian Pullan, Gli ebrei d’Europa e l’Inquisizione a Venezia
dal 1550 al 1670, trad. it., Roma, Il veltro, 1985, p. 282.
Pio V11, Ragusa e Ancona “fecero facende assai” e continuarono a prosperare anche dopo il ritorno della
pace. Del resto ancora nel Seicento – cioè in piena Controriforma – “Roma è costretta a tollerare i traffici
di Ancona, essendo troppo alto l’utile che se ne ricava. Così anconitani, fiorentini, greci, ebrei, ragusani,
spalatini, turchi e Albanesi fanno di Ancona e Ragusa i piloni di un ponte interadriatico di tutto rispetto”,
attraverso il quale “vanno nel Levante generi di bottega di alta qualità e di alto costo”; mentre arrivano
attraverso di esso materie prime (pellami, cuoio, piombo, lana, cera, vallonea)12.
Anche per la fine del ‘500 si potrebbero ricostruire passo per passo le segnalazioni allarmate dei
Veneziani. Così ad, esempio, nel 1598 i diplomatici veneziani auspicavano il ristabilimento del “nostro
antico possesso della navigazione” (cui di lì a poco avrebbe fornito un agguerrito supporto giuridico fra
Paolo Sarpi)13, perché preoccupati dalle esenzioni concesse da papa Clemente VIII ai levantini e ai
forestieri, grazie alle quali sembrava che il porto di Ancona stesse riprendendo la sua crescita14. Questo
giudizio era ribadito nel 1612 dal bailo veneto a Costantinopoli, nella consueta relazione ricapitolativa del
suo soggiorno nell’Impero ottomano: “continua e si accresce… il traffico d’ Ancona con tutto il Levante,
sostenuto da qualche Turco e da mercanti ebrei in grandissimo numero, che per di là trasportano
addirittura per il Golfo di Vostra Serenità i panni di seta di Fiorenza o di Milano” 15.
Venezia reagì con energia: tra ‘500 e ‘600 favorì il decollo dei traffici dello scalo di Spalato: strinse
accordi con la Porta (Kapï) e coi funzionari della “provincia” (eyâlet) di Bosnia per dirottare le carovane
verso Spalato, ed impose tasse gravosissime (i “mezzi noli”) sulle merci dirette da Venezia verso Ragusa,
nell’evidente intento di “costringere i mercanti ottomani a dirigersi a Spalato, una volta che non avessero
più trovato altrove alcune merci veneziane, come la cera lavorata, le vetrerie e alcuni tipi di pannilane e
seterie”16. Questi provvedimenti non ebbero però un esito risolutivo: pur nel generale declino dei traffici
mediterranei nel corso del ‘600, l’Adriatico continuò ad alimentare importanti correnti di traffico,
soprattutto verso il mondo turco17; e la concorrenza fra le rotte rivali che dai Balcani conducevano a
Venezia e ad Ancona volse ora a vantaggio degli uni, ora degli altri. Fino alla conclusione della guerra di
Gradisca, la marineria veneziana subì duri attacchi ad opera dei pirati uscocchi: un autentico flagello da
cui i traffici di Ancona furono risparmiati. Viceversa, con la pace di Madrid e l’effettivo allontanamento
degli uscocchi da Segna18, la maggiore sicurezza del commercio veneziano nell’Adriatico creò condizioni
favorevoli a far sì che il porto di Spalato raggiungesse negli anni ‘20 la sua massima fioritura19. Ma poi,
nel 1630-1631, la gravissima crisi demografica ed economica della peste 20 segnò il definitivo fallimento

11
Sergio Anselmi, Motivazioni economiche della neutralità di Ragusa nel Cinquecento, in Il Mediterraneo nella seconda metà
del ’500 alla luce id Lepanto, a cura di Gino Benzoni, Firenze 1974, pp. 33-70.
12
Anselmi, Adriatico. Studi di storia cit., p. 40. Tra queste merci, soprattutto i pellami dovevano costituire, con ogni
probabilità, il carico più pregiato e più facilmente commerciabile sequestrato nel luglio del 1646 dai perastini e dal
provveditore Contarini al vascello raguseo.
13
Paolo Sarpi, Il dominio del mare Adriatico, a cura di Roberto Cessi, G. Tolomei, 1945. In generale, sul problema della
navigazione nell’Adriatico, cfr. la Histoire de l´Adriatique, a cura di Pierre Cabanes, Seuil, Paris, 2001 (in particolare i saggi di
B. Doumerc, L’ Adriatique du XIIIe au XVIIe siècle, e di O. Chaline , L´ Adriatique, de la guerre de Candie à la fin des
Empoires (1645-1918). .
14
Alberi, Le relazioni degli ambasciatori cit., s. II, vol. IV, Firenze 1857, p. 504. Cfr. Paci, La “scala” di Spalato cit., pp. 78-
79.
15
Relazioni di ambasciatori veneti al Senato. Tratte dalle migliori edizioni disponibili e ordinate cronologicamente, a cura di
Luigi Firpo, vol. XIII, Torino 1984, p. 565.
16
Paci, La “scala” di Spalato cit., p. 77. E’ interessante notare che il decreto del 25 gennaio 1591, con cui furono istituiti i
“mezzi noli” suscitò – secondo i V Savi alla Mercanzia – la protesta di “mercanti turchi e christiani” (ivi).
17
Anselmi, Adriatico. Studi di storia cit., p. 218.
18
In generale, cfr. Catherine W. Bracewell, The Uskoks of Senj: piracy, banditry, and the Holy War in the sixteenth-century
Adriatic, Ithaca(N.Y.), Cornell University Press, 1992. Sull’allontanamento degli Uscocchi da Segna, cfr. la tesi di laureadi
Rita Lenardi, L’esecuzione della pace di Madrid nel Friuli e nell’Istria, nel diario del giurista goriziano Ortensio Locatelli,
Facoltà di Lettere, Università degli Studi di Trieste, a. a. 2003-2004.
19
Paci, La “scala” di Spalato cit., pp. 81-82.
20
Cfr. Paolo Ulvioni, Il gran castigo di Dio. Carestia ed epidemie a Venezia e nella Terraferma 1628-1632, Milano, F. Angeli,
1989.
del tentativo veneziano di concentrare a Spalato tutto il commercio balcanico e agevolò la parallela
ripresa dei traffici di Ragusa e di Ancona21.
Come reagire ? Il problema commerciale si ripresentava coi noti, delicatissimi risvolti politici,
perché alla fioritura dei traffici di Ancona era ancora e sempre interessato il pontefice. E tuttavia
l’ambasciatore veneto a Roma suggeriva esplicitamente come rimedio il ricorso alla forza, cioè l’uso del
“rigore contro i vascelli che s’incontrano, o col gettarli a fondo sotto pretesto di qualche meritato castigo,
o col differire la loro restituzione sì che robbe e i vascelli vadano a male”22. Quando poi, l’anno seguente,
il console che i Veneziani tenevano con qualche difficoltà ad Ancona 23 ebbe confermato la crescita
dell’attività portuale e l’inefficacia del pattugliamento veneziano del Golfo 24, i Savi alla Mercanzia
raccomandarono al governo veneziano energiche misure volte a “sforzare” i mercanti ragusei a “venire a
negotiare in questa città”. Soprattutto, si voleva che Venezia tornasse al centro dell traffico delle “lane di
Bossina”; ma a questo fine, non bastavano certo “le gratiose maniere tenute dalla Serenità Vostra”.
Occorreva dunque che il Capitano del Golfo non si limitasse a fermare i vascelli ragusei, facendo loro
pagare i dazi, ma “mandarli in questa città” frapponendo poi vari ostacoli al loro rilascio (“et li vascelli
lasciarli distruggere nel porto”. Ed il desiderio di annientare la concorrenza ritorna ossessivamente in
questo rapporto, indirizzato appunto al fine di “distruggere la scala d’Ancona, tanto dannosa et
pregiudiciale a pubblici interessi”.25 Nel 1634 furono quindi varate misure straordinarie coll’invio di due
galere specificamente destinate a bloccare i traffici fra Ragusa, Ancona, Fiume e Trieste. Verso il 1635 il
pendolo oscillò nuovamente verso l’adozione di misure pacifiche, volte a incoraggiare la venuta dei
mercanti ragusei a Venezia; ma non per questo si rinunciò all’uso della forza. Si pensò anche di creare un
nuovo scalo, a sud di Ragusa, presso le bocche di Cattaro, utilizzando in tal modo le navi degli abitanti di
Perasto26, che pure notoriamente esercitavano la pirateria (ed erano infatti quegli stessi perastini che dopo
lo scoppio della guerra di Candia avrebbero potuto riprendere ad esercitare la loro tradizionale
professione col pieno sostegno del Provveditore di Cattaro 27). Tutte queste proposte erano segno di una
crescente agitazione per i progressi di Ancona: “particolarmente allarmante – rileva il Paci- era il traffico
dei cuoiami balcanici che, favorito dal regime di franchigia, era salito in pochi anni da 200-300 balle ad
8.000-10.000”, richiamando nello scalo bosniaci, ebrei e ragusei28 .
Questa preoccupazione dei Veneziani di deprimere Ancona e di sostenere in tutti i modi lo scalo di
Spalato ebbe modo di palesarsi, in forme sorprendenti, anche dopo l’attacco ottomano a Candia. Nei
primi mesi di guerra vi fu infatti un disperato tentativo veneziano di neutralizzare in un certo senso la
Dalmazia, così da lasciar aperta anche in tempo di guerra la linea commerciale fra Spalato e la Bosnia.
Quando poi, per l’ostilità delle autorità periferiche dell’Impero ottomano il tentativo fallì29, i Veneziani,
che fin dallo scoppio delle ostilità avevano trattato col massimo riguardo i sudditi ottomani presenti sulla

21
Paci, La “scala” di Spalato cit., pp. 81-82. Nel 1632 l’ambasciatore veneto a Roma Alvise Contarini riferisce che “il traffico
d’Ancona […] s’è grandemente accresciuto con l’ultima peste di Venezia e i direttori di esso sono i ragusei, cinque case dei
quali, aperte in quella città, appaltano le dogane, sopraintendono alle navigazioni e non vogliono console della Repubblica [di
Venezia]. I papi allettano quel traffico con la leggerezza dei dazi. Dai ragusei e paese turco convicino capitano cere, curami e
vallonie. Il ritratto consiste in pannine, rasi da Fiorenza e cereali”, per un valore di due milioni di scudi all’anno (Relazioni
degli Stati europei lette al Senato dagli ambasciatori veneziani del secolo decimosettimo, a cura di Nicolò Barozzi e Guglielmo
Berchet, 11 voll., Venezia 1856-78, s. III, vol. I, p. 402).
22
Ivi, p. 403. Cfr. Paci, La “scala” di Spalato cit., p. 72.
23
Sulle resistenze suscitate dalla sua presenza e attività ad Ancona riferiva il console Michele Oberti, nel dispaccio del 20
maggio 1632 (A. S. V., Senato, Dispacci dei Consoli, Ancona, busta 2, cc. n. n.)
24
Ivi, lettera del console Michele Oberti, Ancona, 16 agosto 1633: “ continuano i vascelli ragusei questa navigatione et per
farla con più sicurezza pigliano il cammino di Puglia per non incontrare le barche armate et le galere della Serenità Vostra, così
io non cesso di notificare la venuta di essi con le loro portate”.
25
Relazione dei V Savi alla Mercanzia del 30 agosto 1633, citata da Anselmi, Adriatico. Studi di storia cit., pp. 216-217.
26
Paci, La “scala” di Spalato cit., p. 88.
27
Cfr. sopra, nota 6.
28
La “scala” di Spalato cit., p. 85.Sulla parziale sostituzione dei Ragusei con altri gruppi di mercanti, non solo ebrei, ma
anche bosniaci musulmani e cristiani, cfr. più oltre.
29
Sull’ostilità verso i Veneziani dimostrata da Jusuf-pascià Maskovic, nato ad Aurana (Vrana) nel contado di Zara da genitori
cristiani, cfr. Praga, Storia di Dalmazia cit., p. 198; Jačov, Le guerre veneto-turche, cit. pp. 10-11.
piazza di Rialto 30, concessero a tuti i forestieri, anche ebrei, che avessero portato merci a Rialto dagli scali
del Levante l’esenzione della metà dei diritti doganali, equiparandoli almeno in ciò ai mercanti
veneziani31, senza però che il provvedimento ottenesse il successo sperato.

Ma se dal punto di vista commerciale era perfettamente comprensibile il comportamento dei


Veneziani, che trattavano coi guanti i mercanti non cristiani disposti a servirsi dei loro scali, mentre
sequestravano allegramente (anche in tempo di pace) le merci transitanti fra Ragusa e il porto pontificio
di Ancona, è altrettanto chiaro che una vicenda come quella del vascello sequestrato dal provveditore
Contarini e dai perastini nel 1647 poteva avere gravissime ripercussioni sul piano diplomatico, non solo
nei rapporti con Ragusa, che in fondo contavano relativamente, ma anche nelle relazioni con la Santa
Sede, e ciò proprio mentre erano in pieno svolgimento le trattative per un consistente aiuto papale nella
guerra contro i Turchi.
Infatti il vascello dissequestrato, ma privato del suo carico, era finalmente giunto ad Ancona, dove
il racconto delle sue disavventure aveva messo in agitazione il principale emporio dello Stato pontificio.
Il sequestro e le conseguenti proteste dei mercanti, accompagnate dalla minaccia di abbandonare lo
scalo 32, avevano sollevato preoccupazione ed indignazione anche a Roma; e da qui erano partiti ordini per
la nunziatura di Venezia. Ci fu un rilevante ritardo, causa la malattia e la morte del nunzio Cesi 33; ma
subito dopo l’insediamento del suo successore, Scipione Pannocchieschi d’Elci 34, questi si recò in
Collegio, il 20 gennaio 1647, per prospettare alla Signoria le preoccupazioni e le ragioni del pontefice
Innocenzo X. Non poteva certo illudersi che i Veneziani condividessero la commozione del pontefice per
il “pregiudicio” recato al porto d’Ancona35. Ma si era ben reso conto, fin dal suo arrivo a Venezia,
dell’ardente passione con la quale il patriziato veneziano aveva intrapreso la difesa di Candia. Su questa
base era forse possibile stabilire una salda intesa con la Santa Sede contro il nemico comune, e si poteva
sperare che la maggioranza del patriziato si orientasse in favore dell’accoglimento delle richieste del
pontefice, purché fosse stata persuasa della loro ragionevolezza. Il nunzio non si limitò quindi a invocare
la ragione di Stato (“per corrispondere…al desiderio, che ha Sua Beatitudine di ben vicinare con questa
Serenissima Repubblica”), ma sollevò una delicata questione di diritto, quella dell’identità dei mercanti
coinvolti nel sequestro. I Provveditori Contarini e Foscolo, almeno in questo concordi, li avevano
presentati al Senato come ebrei e “turchi”, con una confusione, forse intenzionale, fra i sudditi musulmani
dell’Impero ottomano e quelli di altra etnia e religione 36. In realtà si trattava di Bosniaci, cristiani e non
“turchi” (secondo le fedi loro rilasciate dal vescovato di Bosnia); e poiché da lungo tempo risiedevano ad
Ancona, essi dovevano essere trattati come sudditi pontifici. 37

30
Paolo Preto, Venezia e i Turchi, Firenze, Sansoni, 1975, p. 138.
31
Paci, La “scala” di Spalato cit., p. 95.
32
Nel discorso del nunzio del 20 gennaio 1647 si dice che il Pontefice si era commosso “ per il pregiudicio che ne risulta al
porto di Ancona, dove per questo accidente tutti li mercanti si sono sollevati” (ASVe, Fondo Pannocchieschi, b. 7, antico
numero 20, c. 5 r.). Ed il 13 marzo 1647, perorando ancora la causa dei mercanti bosniaci sostenne che la loro rovina sarebbe
stata “un esempio a tutti gli altri mercanti d’abbandonare affatto il negotio, come già si protestano di fare con un danno
irreparabile di quel porto” (ivi, cc. 9v.-10 v.).
33
Il nunzio era ammalato dal gennaio 1646 ed era stato sostituito per le funzioni di routine dall’auditore Silvio Arcangeli, Cfr.
Gino Benzoni, Cesi, Angelo, in: Dizionario biografico degli Italiani, vol. XXIV, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana,
1980, pp. 239-243.
34
Sulla nunziatura di Venezia dell’arcivescovo di Pisa Scipione Pannocchieschi d’Elci, cfr. Sergio Andretta, La repubblica
inquieta. Venezia nel Seicento tra Italia ed Europa, Roma 2000, pp. 139-168, segnatamente pp. 148-149; Giuseppe Trebbi, Il
processo stracciato. Interventi veneziani di metà Seicento in materia di confessione e Sant’Ufficio, “Atti dell’Istituto Veneto di
Scienze, Lettere ed Arti”, cl. di scienze morali, lettere ed arti, CLXI (2002-2003), pp. 165 ss.
35
Nel memoriale consegnato alla Signoria il 13 marzo 1647, il nunzio insistette ancora su questo punto, “rapresentando a
Vostra Serenità la premura, che nostro Signore tiene in questa causa, in cui si tratta della libertà e sicurezza del trafico
d’Ancona” (ASVe, Fondo Pannocchieschi, b. 7, antico numero 20, cc. 11v-12v.).
36
In effetti i diplomatici veneziani del ‘600 si dimostrarono spesso (ma non sempre) consapevoli di tale distinzione. Cfr. Maria
Pia Pedani, Dalla frontiera al confine, Roma, Herder, 2002, pp. 93-95.
37
Nel citato discorso del 20 gennaio 1647, il Pannocchieschi osservò che “il pretesto del Provveditore di Cattaro nel fermar
dette mercantie, come che fossero de sudditi del Turco cessa onninamente, perché dalle fedi del vescovo di Bosna e di altri
apparisce che questi mercanti sono cristani et habitanti da lungo tempo in qua nella città di Ancona”. Il 23 febbraio li chiamò,
Le argomentazioni del nunzio potevano apparire persuasive (e spesso non gli mancarono da parte
veneziana sinceri riconoscimenti della sua capacità diplomatica) 38. Ma ogni trattativa col Senato
nascondeva difficoltà e insidie, se non veri e propri trabocchetti. Accadde così che l’invidia dei patrizi e
dei mercanti veneziani per i successi del porto d’Ancona, le pressioni degli amici e parenti del
Provveditore Contarini, che non volevano sconfessare il suo operato, e l’anticurialismo di un settore
ancora importante del ceto dirigente veneziano confluirono nella risposta che il nunzio, dopo averla
sollecitata, poté finalmente ricevere il 23 febbraio. La “parte” votata quel giorno dal Senato giustificava
interamente il comportamento tenuto da parte veneziana: poiché infatti il sequestro e la successiva
spartizione del bottino erano avvenuti “in accidente di guerra aperta”, il criterio decisivo per valutarne la
legittimità consisteva nell’individuare a quale sovranità fossero soggetti quei mercanti “bosnesi” le cui
merci erano state sequestrate. Ed essi “effettivamente” erano “sudditi del Turco”, nonostante il loro
opportunistico atteggiamento, che li portava ad autorappresentarsi come sudditi pontifici o addirittura
come sudditi “nostri” (cioè di Venezia), “accomodando la varietà del vassallaggio ai proprii loro
vantaggi”39.
Del fatto che i “bosnesi” fossero cattolici, altro aspetto cruciale dell’argomentazione del nunzio, i
Veneziani non fecero cenno, perché non lo giudicarono un elemento rilevante ai fini della decisione sulla
vertenza: la fede comune avrebbe contato, e moltissimo, in altri contesti (sicché nessuno, ad esempio,
avrebbe mai costretto mercanti cristiani, anche se sudditi ottomani, a condividere coi musulmani la
segregazione a Venezia nel “fondaco dei Turchi”) 40, ma essa non mutava nulla riguardo alla sovranità del
Sultano, cui erano soggette anche le popolazioni cristiane dell’impero ottomano.
Il nunzio Pannocchieschi non poteva assolutamente accettare come definitiva una simile risposta.
Da Roma egli era energicamente sollecitato ad esercitare le più forti pressioni e a minacciare apertamente
l’ira del pontefice ed il rifiuto degli sperati aiuti per la guerra di Candia 41. In realtà la Segreteria di Stato
di Innocenzo X era allora nel caos, come del resto tutta la corte di Roma, per la debolezza ed
irresolutezza del pontefice, che aveva determinato un vuoto di potere in cui si erano inserite e di
inconsuete presenze ed ingerenze femminili (anche se va rilevato che nel lungo periodo, proprio a seguito
della crisi di età innocenziana, la Segreteria di Stato emerse infine come istituzione autonoma rispetto alla
figura del cardinal nipote)42. In tali delicati frangenti, in cui non era sempre chiaro chi reggesse il timone
della diplomazia curiale43, il nunzio doveva applicare con prudente moderazione le direttive romane,

più efficacemente, “christiani et sudditi della Chiesa” (ASVe, Fondo Pannocchieschi, b. 7, antico numero 20, c. 9v. – 10v.).
Ed il 13 marzo: “non solamente non sono turchi, ma sono buoni christiani, et sudditi della Chiesa” (ivi).Insiste maggiormente
sul tema della residenza il memoriale consegnato dal nunzio in quella stessa data: vi si ricorda che quei mercanti bosniaci
“passavano con buona fede in Ancona, dove da molto tempo in qua hanno fermato la stanza, et elettosi il domicilio in essa” E
si ribadiva “ la realtà che questi non sono turchi, ma christiani, e sudditi della Chiesa per il domicilio elettosi da tanto tempo in
qua in Ancona” (ivi, cc. 11v-12 r.).
38
L’autorevole patrizio veneziano e pubblico storiografo Giovan Battista Nani lo definì “di genio placido, di quieti costumi”,
“huomo prudente e maturo, da cui attendere non si potevano, che attioni esemplari per la religione, e caute per gl’interessi
de’principi” (Historia della Repubblica veneta, 2 voll., in Degl’istorici delle cose veneziane, i quali hanno scritto per pubblico
decreto, tomi VIII-IX, Venezia, Lovisa, 1720, vol. II, p.620. E cfr. ivi, p. 320.
39
ASVe, Senato, Roma ordinaria, f . 84, cc. n. n., “parte” del 26 febbraio 1646 m. v.
40
Cfr. Ennio Concina, Fondaci. Architettura, arte e mercatura tra Levante, Venezia e Alemagna, Venezia, Marsilio, 1997, pp.
236, 240.
41
La Segreteria di Stato al nunzio Pannocchieschi, Roma, 2 marzo 1647: quanto all’affare dei “Bosnesi”, “dovrà ella insister
sempre più, lasciandosi opportunamente e destramente intendere che, se in questa guisa sono i vassalli della Santità Sua trattati
in quelle cose le quali non possono loro negarsi senz’offesa della giustizia e della ragione, havrà a suo tempo la Santità Sua
minor cagione di adempir quello, che la Repubblica è per desiderar dalla sua benignità” (Archivio Segreto Vaticano, Segreteria
di Stato, Venezia, f. 70, c. 80).
42
Sul pontificato innocenziano, cfr. Olivier Poncet, Innocenzo X, in: Enciclopedia dei papi, vol. II, Roma, Isittuto
dell’Enciclopedia Italiana, 2000, pp. 321-335 (con bibliografia aggiornata). Sulle complicazioni, anche cerimoniali,
determinate dalla presenza a fianco del pontefice della cognata Olimpia Maidalchini Pamphilj, cfr. Marina D’Amelia,
Nepotismo al femminile: il caso di Olimpia Maidalchini Pamphilj, in: La nobiltà romana in età moderna, a cura di Maria
Antonietta Visceglia, Roma, Carocci, 2001, pp. 353-399. Gli ambasciatori e gli storici veneziani furono fra i critici più caustici
di donna Olimpia, “donna non meno di comando ambitiosa, che avida di ricchezze” (Nani, Historia cit., vol. II, p. 11).
43
Era allora segretario di Stato Giovanni Giacomo Panciroli, soggetto però ad ogni sorte di pressioni da parte della corte
romana. Dopo la sua caduta in disgrazia, l’ufficio sarebbe passato nelle abili mani dell’ex-nunzio a Münster, Fabio Chigi, il
dettate a volte dall’imprudenza e dal puntiglio; non poteva però mostrare di ignorarle. Tentò perciò una
delicata mediazione: alla curia romana suggerì di attendere con pazienza che cambiasse la composizione
del Collegio, perché a suo giudizio l’affare era intorbidato dalle manovre degli amici e parenti del
Provveditore di Cattaro44. Al tempo stesso, cercò di indurre i Veneziani a dare qualche soddisfazione al
pontefice. L’ideale sarebbe stato contattare a tale scopo i singoli senatori per preparare il terreno; ma,
come è noto, ciò gli era assolutamente vietato dalle leggi venete. Ritornò quindi in Collegio il 13 marzo:
ribadì la sua tesi sulla residenza anconetana dei mercanti, che la prima volta non erano stata
adeguatamente recepita, chiese la restituzione delle merci sequestrate o il loro rimborso per giustizia
(“perché nissuna legge vuole che i cristiani si possino spogliare delle proprie merci, che questo solamente
co’Turchi si pratica per esser nemici della Chiesa”) ed accennò con estrema delicatezza all’opportunità di
accontentare il pontefice in questa verenza per poter contare sul suo sostegno nei maggiori affari di stato.
Risolse infine con facilità le altre obiezioni, come quella secondo cui non si poteva più fare nulla, perché
il bottino era stato già diviso: bastava infatti un rimborso45.
Forse il nunzio non si aspettava una risposta immediata, sperava in laboriose consultazioni, che
avrebbero dato modo alle sue argomentazioni di circolare negli ambienti patrizi e raccogliervi maggiori
consensi. Invece la sera stessa fu portata alla sede della nunziatura la nuova “parte” del Senato, ancora più
dura della precedente. I Senatori avevano infatti approvato (quasi all’unanimità) una dichiarazione,
redatta dal segretario Marcantonio Padavino, con cui riaffermavano, formalmente, “il riguardo, che
habbiamo di render contenta Sua Santità” e davano atto al nunzio dei suoi “efficaci uffici e premure”; ma
ribadivano che la divisione della preda era stata giusta, “essendo li Bossinesi, come anco la loro
denominazione chiaro significa, sudditi del Turco originarii” (cioè per nascita); e tali rimanevano “sebene
hora habitano in questa città, hora in Ancona per qualche tempo, secondo che la necessità de’ loro negotii
gli obliga” senza diventare per questo sudditi veneti o pontifici.
Una risposta così ferma nella sostanza e sprezzante nel tono, da parte di quello stesso Senato che
meno di dieci anni dopo si sarebbe piegato a tollerare persino il ritorno dei gesuiti pur di ottenere il
sostegno finanziario di papa Alessandro VII per la difesa di Candia, ha una sola possibile spiegazione: il
credito di Innocenzo X a Venezia era ormai sceso a livelli bassissimi e nessuno si aspettava più da lui un
efficace intervento nella guerra contro i Turchi: lo si sospettava infatti di voler impiegare le risorse dello
Stato pontificio a suo esclusivo vantaggio 46, e talvolta anche lo si lasciava intendere, fra le righe, nelle
risposte del Senato agli uffici del nunzio 47.
Lo sconcerto del Pannocchieschi, stretto fra l’incudine di Roma e il martello di Venezia, fu tale
che egli per trarsi d’impaccio ricorse ad un ardito espediente: contando sul fatto che la diplomazia
veneziana non avrebbe più riaperto di propria iniziativa una vertenza, che il governo marciano
considerava definitivamente chiusa, mentre la curia romana si era dichiarata disponibile ad attendere
l’elezione del nuovo Collegio, egli si astenne dal comunicare a Roma la deliberazione (“per degni

futuro pontefice Alessandro VII (sulla cui brillante carriera diplomatica cfr. Mario Rosa, Alessandro VII, in Enciclopedia dei
papi cit., vol. III, pp. 336-345).
44
Lettera al cardinale Panciroli, Segretario di Stato, del 9 marzo 1647 : “Non perdo di vista il negotio de’Bosnesi, né mi
trattengo di rinovarne le istanze se non perché ho penetrato che adesso è impossibile di far cosa buona in questo neg(oti)o per
l’adherenza, o parentela, o altro loro interesse, che passa tra alcuni senatori del presente Collegio con il Provveditore di
Cattaro, che fece la represaglia; ma dovendosi al principio d’april mutar il Collegio, et intendendo che sieno per entrarvi altri
Senatori meno partiali del detto Provveditore e più discreti, ho stimato bene di fraporre questo poco di tempo et attendere la
congiuntura della detta mutatione, come più a proposito per questo affare, quando però non mi venga ordinato in contrario, non
havendo io in ciò altro rispetto che di adempiere i giustissimi sensi di Nostro Signore con quel profitto, che sarebbe dovuto in
causa tanto giusta” (ASVe., Fondo Pannocchieschi d’Elci, busta 5, a. n. 15, c. 18 r.).
45
Qualunque esperto di teologia morale avrebbe saputo distinguere fra restituzione in specie e restituzione in genere. Il fatto
che il Senato avesse fatto ricorso a un’argomentazione così fragile sembra confermare l’impressione di un mancato ricorso da
parte del Senato al parere dei consultori in iure.
46
“Spettator otioso delle calamità universali, e si può dire perduto tra gli affari domestici, e gli interessi suoi” lo definì il solito
implacabile Nani (Historia cit., pp. 258, 329).
47
Il 4 maggio 1647 il Senato lodò l’impegno del Pannocchieschi a favore della Repubblica, criticando all’opposto la freddezza
del pontefice. Come precisa un’annotazione nel registro della nunziatura, “il lineato non si mandò a Roma”, venne cioè taciuto
il passo incriminato (ASVe, Fondo Pannocchieschi d’Elci, b 7, a. n. 20).
rispetti”, come annotò sul registro degli atti della sua nunziatura) come se si fosse ancora in attesa della
risposta del Senato48. Dopo un mese, il 13 aprile scrisse nuovamente al cardinale Panciroli, fingendo di
avere raccolto la segreta confidenza di qualche informatore, secondo cui i signori veneziani erano “più
che mai fissi nella pretensione che li suddetti mercanti sieno sudditi del Turco e che il nome di Bosnesi li
dichiari per tali”; e soggiunse che non c’era da sperare nel cambiamento del Collegio, risultato troppo
simile per composizione al precedente49. Ricevute queste informazioni, che riferivano correttamente la
posizione veneziana ma nascondevano lo smacco di un aperto rifiuto, nella Segreteria di Stato prevalse la
rassegnazione, o forse solo l’oblio derivante dal disordine nella conduzione degli affari; e l’imbarazzante
negoziato diplomatico si concluse senza produrre ulteriori danni nelle relazioni tra Venezia e Roma.

La documentazione, sulla base della quale abbiamo potuto ricostruire sotto il profilo événementiel
questa complessa vertenza diplomatica, non ci permette in alcun modo di affrontare il problema
antropologico dell’identità di questi mercanti bosniaci: nessuna loro supplica ci è direttamente pervenuta;
e sembra che, almeno a Venezia, i diplomatici veneti e pontifici abbiano discusso la loro sorte senza
neppure curarsi di conoscerne i nomi. Inutile, dunque, chiedersi quale dei ritratti di questi mercanti risulti
più attendibile: forse quello tratteggiato da parte pontificia, che delineava una identità cristiana e cattolica,
affermata e difesa in mezzo ai musulmani e agli ortodossi grazie alla presenza pastorale del vescovato di
Bosnia ed all’opera missionaria dei francescani, e rafforzata poi in seguito ai legami mercantili con
l’Italia ed alla prolungata residenza ad Ancona; oppure la più spregiudicata interpretazione veneziana, che
vedeva in questi mercanti dei versatili sudditi ottomani, pronti a cambiare cittadinanza come ci si cambia
d’abito, sudditi pontifici ad Ancona e veneti a Venezia.
È però possibile, combinando questa documentazione con quella emersa da precedenti studi,
proporre qualche ulteriore riflessione sia sul ruolo mercantile esercitato dai Bosniaci nell’Adriatico del
Seicento, sia sulla loro possibilità di acquisire, prevalentemente a fini commerciali, la condizione di
cittadini di Ancona50. Sotto tale profilo, si impone preliminarmente una distinzione fondamentale, quella
di carattere religioso. Certamente per trafficare con Venezia e Ancona non era indispensabile essere
cristiani: le merci dei turchi e degli ebrei vi erano egualmente le benvenute. Ma persino nella più
tollerante Venezia, per potervi soggiornare a lungo senza essere relegati in un Ghetto come gli Ebrei, o in
un “fondaco dei Turchi”51, e per poter quindi aspirare col tempo alla cittadinanza, occorreva essere
cattolici (sia pure nella forma ambigua di quei “greci”, che il governo veneziano fingeva di considerare
“uniti” a Roma sulla base del Concilio di Firenze, pur sapendo che essi ed il loro clero riconoscevano la

48
La manovra si rese possibile, perché il 16 marzo il cadinale Panciroli aveva accolto il suggerimento di attendere il cambio
del Collegio:“...Ha stimato Nostro Signore esser molto buono il discorso fatto da Vostra Signoria nella sua cifra de 9 corrente
intorno all’interesse de’Bosnesi, e però concorrendo Sua Beatitudine nella opinione di lei, approva che rifferisca in Collegio
quando già sarà seguita la mutatione di Senatori...” (Archivio Segreto Vaticano, Segreteria di Stato, Venezia, filza 70, c, 82r-
82).
49
Scipione Pannnocchieschi al cardinale Panciroli, Venezia, 13 aprile 1647 : “Mai ho perso di vista il negozio de’mercanti
Bosnesi, e pensavo pure che la rinovatione del Collegio potesse pur partorire qualche buon effetto alle mie istanze; ma
havendo continuato sotto mano le mie diligenze, trovo che questi signori stanno più che mai fissi nella pretensione che li
suddetti mercanti sieno sudditi del Turco, e che il nome di Bosnesi li dichiari per tali, e che secondo l’urgenza de’loro negotii
si eleggano il domicilio dove più loro torna il comodo; che sebene se l’hanno eletto in Ancona, il simile hanno fatto in Venezia
et in altri luoghi ancora, conforme ha ricercato la qualità delle merci e la loro corrispondenza; che già le merci non sono più in
essere, e che la Repubblica non è in istato di pensare al risarcimento. Et essendo nel Collegio seguita poca mutazione, per esser
stati li Savi d’ordine confirmati per Savi di Terra Ferma, pare che poco o nessuno vantaggio possa portare questa mutazione e
che si perda la speranza di far alcun frutto in questo negozio”. (ASVe, Archivio Pannocchieschi d’Elci, busta 5, a. n. 15, cc. 34
r-34 v).
50
Sul conferimento della cittadinanza nelle città italiane di antico regime, rinvio alla bibliografia citata nelle note del mio
saggio I diritti di cittadinanza nelle repubbliche italiane della prima età moderna: gli esempi di Venezia e Firenze, in:
Cittadinanza, a cura di Gilda Manganaro Favaretto, Trieste, Università di Trieste, 2001, pp. 135-181. Per una panoramica
europea, cfr. Marino Berengo, L’Europa delle città. Il volto della società urbana europea tra Medioevo ed Età moderna,
Torino, Einaudi, 1999, pp. 181 ss.
51
Su cui cfr. Paolo Preto, Venezia e i Turchi cit., pp. 126 ss. Va peraltro tenuto presente che, anche dopo l’apertura e la
riorganizzazione seicentesca del Fondaco dei Turchi, non tutti i mercanti musulmani residenti a Venezia vi si stabilirono
(Pedani, Dalla frontiera al confine cit., pp. 104-106)
superiorità del patriarcato di Costantinopoli: per questa via contorta si era realizzata a Venezia una
tolleranza di fatto verso gli ortodossi, impensabile in altri Stati italiani, e specialmente nello Stato
pontificio) 52.
Quando non vi fosse l’ostacolo della difformità di religione, l’ammissione alla cittadinanza
nelle città italiane di antico regime, finalizzata allo scopo di acquisirne i privilegi mercantili, non era
precluso ai mercanti dell’altra sponda adriatica. Come ha rilevato Bandino Z. Zenobi in uno studio sugli
atti dei notai di Ancona, “non è agevole individuare nei protocolli notarili dalla prima metà del ‘600 i
contraenti che fossero di origine slava. Raramente le rubricelle riportano, accanto al nome della parte, la
nazionalità e l’origine”. Dato che nei secoli precedenti l’immigrazione slava era stata rilevante, ciò
significa “che la coscienza dei contemporanei avvertiva come ormai, nella società anconitana, una
componente costitita dalla popolazione slava immigrata che conservasse una sua identità … non esisteva
più”. 53 Questa considerazione vale, in particolare, per il significativo afflusso di famiglie ragusee,
insediatesi nei secoli XV-XVII ad Ancona: tanto numerosi da costituire dapprima una loro colonia,
raccolta nella parrocchia di Santa Maria della Piazza, fortemente endogamica e caratterizzata dalla
devozione a san Biagio, essi finirono progressivamente coll’assimilarsi alla società locale: i loro membri
più fortunati raggiunsero infatti lo status di cives. Ci furono pertanto dei ragusini cives Anconae, il cui
numero crebbe progressivamente nel Seicento. Finché non passarono nel gruppo di coloro che vivono di
rendita, furono attivi soprattutto nel settore del cuoio: un settore che già alla metà del Cinquecento era
stato monopolizzato ad Ancona dalle famiglie ragusee degli Zuzzeri e dei Gondola 54. Ma, nei casi di
maggiore successo, la generale aspirazione dei mercanti alla nobilitazione esecitò anche su di loro
un’attrazione molto forte: vediamo così che nel 1639, fra le 16 famiglie forestiere aggregate al patriziato
di Ancona, ce ne furono due di origine ragusea, gli Sturani e i Palunci55.
Rispetto ai Ragusei, i bosniaci erano arrivati ad Ancona in numero sicuramente minore, e più
tardi. La loro affermazione commerciale era frutto di una generale evoluzione dell’economia dell’area
balcanica gravitante sull’Adriatico, a seguito della quale, come ha ricordato il Paci, “le colonie ragusee
nei Balcani trovano ormai dei concorrenti nei gruppi mercantili locali, che la richiesta di materie prime ed
il consolidarsi un poco dovunque delle colonie ebraiche hanno fatto sorgere in tutte le piazze balcaniche
di qualche importanza”. In particolare, nelle città di Bosnia, fin dalla seconda metà del ‘500
“cominciarono ad affermarsi gruppi di mercanti ebrei, ortodossi e musulmani che acquistarono nella vita
economica e sociale della regione un’influenza crescente in diretto rapporto con l’aumentato volume dei
traffici attraverso i porti della Dalmazia da Zara a Ragusa” 56 .
I rapporti commerciali dei mercanti di Sarajevo con il porto di Ancona dovrebbero risalire almeno
all’inizio del 600, perché nel 1647 si ha notizia di una petizione rivolta al sultano da cinquantatre
mercanti musulmani, della Bosnia e soprattutto di Sarajevo: da tale documento risulta che i bosniaci
commerciavano con Ancona da oltre 40 anni57. Essendo musulmani, non sembra probabile che essi

52
Su questo complesso problema mi limito a rinviare ai classici studi di Manoussos Manoussacas, La comunità greca di
Venezia e gli arcivescovi di Filadelfia, in La chiesa greca in Italia dall’VIII al XVI secolo, Atti del convegno storico
interecclesiale (Bari 1969), Padova, Antenore, 1973, pp. 45-87; Vittorio Peri, L’unione della Chiesa Orientale con Roma. Il
moderno regime cononico occidentale nel suo sviluppo storico, in «Aevum», LVIII (1984), Milano 1984, pp. 483-498; Id., L'
«incredibile risguardo» e l' «incredibile destrezza», La resistenza di Venezia alle iniziative postridentine della Santa Sede per i
Greci dei suoi domini, in Venezia, centro di mediazione tra oriente e occidente (secoli XV-XVI), Aspetti e problemi, vol. II, a
cura di H.G. Beck, M. Manoussacas, A. Pertusi, Firenze, Olschki, 1977, pp. 599-625.
53
Bandino Giacomo Zenobi, La collocazione sociale dell’immigrazione slava ad Ancona fra Quattrocento e Seicento, in
Migracije Slovanov v Italijo. Le migrazioni degli slavi in Italia, a cura di Ferdo Gestrin, Ljubljana, s. n., 1978, pp. 1 ss.: 13-14
(tutti i saggi contenuti nel volume hanno numerazione propria).
54
Ivi, p. 219.
55
Maria Paola Niccoli, Emigrazione di mercanti ragusei e loro inserimento nella vita economica e sociale di Ancona (XVI-
XVII secolo), in Migracije Slovanov v Italijo cit., pp. 1-11
56
Paci, La “scala” di Spalato cit., pp. 90, 98.
57
Sed Mustafa Traljic, Rapporti commerciali della Bosnia con le Marche nei secoli XVII e XVIII, in “Quaderni Storici”, 16,
aprile 1971, pp. 246-253: 247. Non posso condividere l’interpretazione di Traljic secondo cui la supplica accennerebbe a
misure punitive adottate da Ragusa nei confronti dei mercanti bosniaci che trafficavano con Venezia: essa va riferita al gravoso
doppio dazio (ottomano e raguseo) che questi mercanti dovevano pagare sulle merci dirette ad Ancona attraverso Ragusa. Cfr.
soggiornassero ad Ancona; ma, come osserva Sed M. Traljic, “è giusto chiedersi quanti sono gli altri,
ebrei e cristiani, che mantengono contatto diretto con Ancona, recandosi anche personalmente in città”.
La documentazione da lui raccolta, relativa agli anni 1655-1678, ci fa conoscere il nome di alcuni di
questi mercanti, come Petar Matejkovic, Giovanni Maronchich (console dei mercanti bosniaci ad
Ancona) e Andrija Brnjakovic, e ci espone i loro problemi, che anche dopo la fine della guerra di Candia
risultano simili a quelli della prima metà del Seicento. Venezia, infatti, continua a mettere in pratica le sue
tradizionali direttive di politica mercantile, se è vero, come essi riferiscono allarmati, che nel 1670 “ha
destinato il general di Dalmatia galere, che faccino guardia predando tutto quello che si trafficarà per
Ragusa”, con il rischio di gravi perdite per chi ha spedito ad Ancona, tramite Ragusa, “cori, pellami e
cera”: situazione che induce i mercanti bosniaci di Ancona a supplicare il papa di allora, Clemente X, per
la libertà dei loro traffici58.

La documentazione diplomatica relativa alla vertenza del 1647 ci consente di anticipare di qualche
anno, rispetto a quanto finora noto, l’insediamento di questi mercanti bosniaci di fede cattolica ad
Ancona. Non credo però che si possa risalire, sulla base di questa fonte, al di là degli anni ’40 o della fine
degli anni ’30. Se infatti quei mercanti bosniaci avessero veramente stabilito la loro residenza nel porto
pontificio da qualche decennio, difficilmente il Pannocchieschi d’Elci avrebbe rinunciato a far valere un
simile argomento, che avrebbe avuto una certa efficacia persuasiva nei confronti degli stessi Veneziani e
li avrebbe costretti, quanto meno, a modificare le loro argomentazioni, per non contraddire i loro stessi
principii. Il governo marciano, infatti, non aveva mai escluso la possibilità di conferire la pienezza dei
diritti commerciali, cioè la ambitissima cittadinanza veneziana de intus et extra, a mercanti forestieri (non
necessariamente italiani); ma con una serie di leggi emanate fra il 1305 e il 1552 aveva imposto agli
aspiranti, almeno in situazioni ordinarie, un tempo di residenza molto lungo, di ben venticinque anni,
nella convinzione che i privilegi della cittadinanza non dovessero essere spartiti se non con coloro che
avevano veramente deciso di fare di Venezia la loro nuova patria 59.

Nedim Filipović, Nekoliko dokumenata o trgovini za vrijeme turske vladavine u našim zemljama, “Prilozi za orijentalnu
filologiju i istoriju jugosl. naroda pod turskom vladavinom” (Sarajevo), 2, 1952, pp. 61-62, 77-78.
58
Ivi, pp. 247-249.
59
Cfr. Trebbi, I diritti di cittadinanza cit.; Anna Bellavitis, Identité, mariage, mobilité sociale. Citoyennes et citoyens à Venise
au XVIe siècle, Roma, Ecole française de Rome, 2001.
APPENDICE DOCUMENTARIA

Doc. 1

Discorso del nunzio in Collegio, udienza straordinaria del 20 gennaio 1647


(ASVe, Fondo Pannocchieschi, busta 7, a.n. 20,c. 5 r.).

“[…] Devo anche soggiongere 60 alla Serenità Vostra come pochi mesi sono venne ordine da Roma al mio
antecessore bonae memoriae di procurare la restitutione d’alcune mercantie, che il mese di luglio
prossimo passato furono levate dal Provveditore di Cattaro a certi mercanti bosnesi, che da Ragusa
passavano in Ancona. Ma perché l’ordine non hebbe essecutione per la malattia e morte del detto mio
antecessore, e venendo questi incaricato a me, supplico istantissimamente la Serenità Vostra di ordinare
che li detti mercanti sieno reintegrati delle loro merci per corrispondere in primo luogo al desiderio, che
ha Sua Beatitudine di ben vicinare con questa Serenissima Repubblica, secondariamente per il
pregiudizio, che ne risulta al porto di Ancona, dove per questo accidente tutti quelli mercanti si sono
sollevati, et in terzo luogo per la compassione, che si deve a questi poveri mercanti, che con buona fede
da Ragusa se ne passavano in Ancona. A che si aggionge che il pretesto del Provveditore di Cattaro nel
fermar dette mercanzie, come che fossero de sudditi del Turco,cessa onninamente, perché dalle fedi del
vescovo di Bosna et di altri apparisce che questi mercanti sono cristiani, et habitanti da lungo tempo in
qua nella città di Ancona. E seben le robbe furono già dispensate, non mancheranno modi alla Serenità
Vostra per fare che quei poveri venghino reintegrati. La rendo ben certa che questa sarà opera degna della
sua gran pietà, che havrà gran luogo nei giustissimi sentimenti di Nostro Signore, e che la Serenità Vostra
si captiverà maggiormente gli animi di quei popoli tanto devoti di questa Serenissima Repubblica.”

Doc. 2

Discorso del nunzio in Collegio del 23 febbraio 1647


(ASVe, Fondo Pannocchieschi, busta 7, a.n. 20,cc. 9v.-10v).

“[...] Con questa occasione 61 mi trovo anche in obligo di ridurre a memoria a Vostra Serenità il negotio di
quei mercanti bosnesi, i quali havendo con fedi maggiori d’ogni eccettione giustificato che sono cristiani
et sudditi della Chiesa, non pare di dovere che habbino a restar privi di quelle mercantie, che a mesi
passati gli furono tolte sotto pretesto d’esser turchi. Io tengo ordine di farne nuove instanze alla Serenità
Vostra, non meno per proveder al danno di questi poveri huomeni che a quello, che ne riceve con
quest’esempio il porto di Ancona. Onde la supplico di qualche precisa risposta, a fine, ch’io possa
mostrare d’haver eseguito in ciò quello, che mi è stato imposto [...]”

Doc. 3

“Parte” del Senato del 23 febbraio 1647 (1646 m.v.).


(ASVe, Senato, Roma ordinaria, filza 84, carte non numerate)

“[...]Alcuna cosa anco bramaressimo poter fare nel negotio di quei Bosnesi, li quali accomodando
la varietà del vassallaggio ai proprii loro vantaggi, fintisi anco sudditi nostri benché effettivamente del
Turco, sono in accidente di aperta guerra caduti nelle nostre armi, divise pure ad uso di guerra le robbe tra
i popoli et soldatesche. Tuttavia se qualche occasione si aprisse, per dove potesse entrare il desiderio, che
habbiamo del compiacimento della Santità Sua, noi ad altro maggiormente inclinati che a far conoscere la
brama, che ne ferve negli animi nostri, vi presteremo certo ogni studio. Ben assicurati che il santo affetto
paterno, onde ella riguarda gl’interessi della Republica s’appagherà del possibile, ricevendo et gradendo
60
In precedenza aveva parlato di problemi relativi alla nomina del canonico penitenziere nella cattedrale di Padova.
61
Nella prima parte del discorso era tornato sul tema dei contrasti fra il capitolo di Padova ed il suo vescovo.
quella volontà, che verso le sodisfattioni della Beatitudine Sua non può essere né più perfetta, né più
sincera [. ..]”.

Doc. 4

Discorso del nunzio in Collegio del 13 marzo 1647


(A.S,V., Fondo Pannocchieschi, busta 7, a.n. 20,cc. 9v.-10v.).

“[...]Con questa occasione supplico la Serenità Vostra a non prender maraviglia se io torno a
rinovar i miei uffici per quei poveri mercanti bosinesi, de’quali tante volte 62 ho parlato alla Serenità
Vostra, perché la parte sopra ciò trasmessami63 me ne somministra l’occasione et gli ordini precisi et
reiterati, che tengo da Sua Beatitudine, m’astringono a farlo di nuovo.
Si suppone in questa parte che i detti mercanti sieno turchi et che però giustamente le merci loro
fussero represagliate dal Provveditore di Cattaro. Onde mi fa lecito di replicare che non solamente non
sono turchi, ma sono buoni cristiani et sudditi della Chiesa, conosciuti et riputati per tali dal proprio
vescovo64 et da molti altri, che ne fanno piena et indubitata fede. Et se Vostra Serenità vorrà di ciò
maggiori prove, si haveranno subito tutte quelle, che bisogneranno. Supposto questo che per certo sieno
cristiani, come lo sono, pare che per giustitia, per equità e per convenienza devino essere reintegrati delle
robbe loro. Per giustitia prima, perché nissuna legge vuole che i cristiani si possino spogliare delle proprie
merci, che questo solamente co’Turchi si pratica per esser nemici della Chiesa. Et essendo la Serenità
Vostra l’apice della giustitia, non credo, né meno Sua Santità se lo può persuadere, che vorrà comportare
un aggravio tanto manifesto contro ogni dispositione di ragione. Ma oltre la giustitia ci è anche l’equità a
favore di questi miserabili, poiché passandosene con buona fede in Ancona, dove da molto tempo in qua
hanno fermato la stanza et elettosi il domicilio in essa, ogni equità vuole che non restino in un punto et
sotto un falso pretesto privi di tutte le proprie sostanze, la perdita delle quali è l’ultimo esterminio loro, et
un esempio a tutti gli altri mercanti d’abbandonare affatto il negotio, come già si protestano di fare con un
danno irreparabile di quel porto. A che si aggiunge la convenienza, perchè se in ogni tempo è libero,
come deve essere, il trafico et il comercio tra lo Stato della Chiesa et quello della Serenissima Republica,
molto più pare che si deva osservare adesso che Sua Santità mostra tanta premura di ben vicinare, et che il
dar gusto alla Santità Sua in domanda così giusta può esser di tanto profitto alla Serenissima Republica
nelle presenti congionture. Et il dire che le mercantie non sieno più in essere non deve pregiudicare alla
reintegratione di questi poveri huomini, perché non premono essi nell’identità delle robbe, ma in ricuperar
il valore et equivalente di esse; altrimenti se bastasse l’haver consumate le robbe per non esser più tenuto
alla restitutione, si potrebbono ogni hora represagliare i cristiani et incontinenti despensare le mercantie; il
che quanto sia assurdo et lontano dal giusto, lo lascio considerare alla somma prudenza di Vostra
Serenità.
Non ha dubio che nel far io quest’istanza esequisco le commissioni, che ho strettissime da Sua
Beatitudine; ma è anco vero che nello stesso tempo pretendo d’incontrare il buon servitio della Serenità
Vostra, la cui rettitudine non si dilungando da quella, che è propria di questa Serenissima Repubblica, mi
fa sperare che in questo caso, nel quale vanno uniti i simboli di giustitia, di pietà et di convenienza, vorrà
esser simile a se stessa, esercitandoli verso questi miseri coll’ordinare che sieno reintegrati della
represaglia fattali, nel modo et forma che parrà più spediente alla Serenità Vostra[...]”.

62
Tre volte: il 20 gennaio, il 23 febbraio e ora.
63
Allude alla “parte” del Senato 23 febbraio 1646 m.v.
64
Vescovo di Ancona era allora Giovanni Luigi Galli (Konrad Eubel, Hierarchia Catholica, vol. IV, Monasterii, Librariae
Regensbergianae 1935). Ma il nunzio si era riferito nel discorso del 20 gennaio al vescovo di Bosnia, francescano osservante:
peraltro l’ufficio era allora vacante, fra la morte di Thomas Maravich, nel 1645, e la nomina di Marianus Maravich, avvenuta il
24 luglio 1647 (Eubel, op cit., p. 119)
Doc. 5

“Parte” del Senato del 16 marzo 1647


(ASVe, Senato, Roma ordinaria, filza 85, cc. n. n.)

“... Nel negotio de’Bosinesi voressimo esser in stato di potere esercitare l’ottima nostra intentione,
et far cospicuamente conoscere il riguardo, che habbiamo di render contenta Sua Santità et palesare la
consideratione et il peso, che facciamo delli efficaci ufficii et premure da Vostra Signoria reverendissima
replicate in questo affare. Ma, giudicata giusta la preda con ogni legal forma, et ripartita; et essendo li
Bossinesi, come anco la loro denominatione chiaro significa, sudditi del Turco originarii, et
conservandosi tali, sebene hora habitano in questa città, hora in Ancona per qualche tempo, secondo che
la neccessità de’ loro negotii gli obliga, non perché siano sudditi della Chiesa o Veneti; non si vede modo
di riandare questo negotio già totalmente deffinito. Et siamo certi che Sua Santità resterà paga della nostra
ottima dispositione, attesa la notitia, che le sarà da lei portata con le predette65 [...].

65
In realtà nei registri della nunziatura, a margine della deliberazione, fu annotato che “questo capitolo non fu mandato a Roma per degni
rispetti” ( ASV, Archivio Pannocchieschi d’Elci, b. 7, a.n. 20, cc.12 v.-13 r.). Cfr. su ciò il testo dell’articolo.