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Materiale tratto da: http://www.futuroquotidiano.

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1 .- Apprendimento o acquisizione di una lingua straniera


DI NICOLA CORRADO - 2 MAGGIO 2015

Si dibatte da anni e si continua a farlo, quale sia il metodo migliore per acquisire la
padronanza di una lingua straniera. Attenzione: ho detto acquisire e non apprendere.
Perché già dall’accento sulla differenza dei due termini in campo psico-linguistico si
comprende la delicatezza del problema. L’apprendimento attiene al semplice campo
del cognitivo (sintassi, regole, correttezza formale). L’acquisizione attiene al
campo più vasto della comunicazione (motivazione, emozione, personalità,
carattere). I progressi fatti dalla ricerca in campo linguistico non lasciano dubbi sulla
bontà e sull’auspicio che nella scuola si adottino metodi che poggiano sul versante
dell’acquisizione, sebbene questo costi di più. Maggiore impegno professionale. Migliore
preparazione dei docenti.

Maggiore impegno economico delle famiglie per consentire ai propri figli un soggiorno
all’estero e una full immersion nella L2 di turno. Perché è questa la condizione
indispensabile per padroneggiare una lingua straniera, dopo aver pedissequamente
appreso la sua struttura formale sui banchi di scuola. Un po’ come per la musica. Come
dicono i grandi del jazz. – studia, poi dimentica tutto e suona. Eppure, anche dopo tutto
ciò, ci si accorge che permangono ancora difficoltà che non consentono di comunicare
come si vorrebbe e creano un grande senso di frustrazione al pensiero che ci si è
impegnati tanto senza risultati soddisfacenti. Che cosa si frappone ancora a quel
misterioso oggetto del desiderio? Su che cosa si dovrà ancora lavorare per raggiungere il
target?

Esistono purtroppo degli ostacoli inconsci, che ogni parlante una lingua straniera
dovrebbe fare emergere ad un livello di consapevolezza e adoperarsi strategicamente al
meglio per fronteggiarli, evitando così di farsi travolgere dalla frustrazione. Non si tratta di
lacune nell’impegno profuso, ma di ostacoli del tutto oggettivi e impossibili da superare
nel breve periodo, tanto più se non se ne ha coscienza. Il cosiddetto “affective filter” di
Krashen&Terrel e “l’orecchio sordastro” di Tomatis rappresentano degli impedimenti
a capire e a parlare bene una lingua straniera e possono essere superati soltanto con la
pratica e con un atteggiamento di base fiducioso e paziente.
1
È del 1983 l’esordio di Stephen Krashen e Tracy Terrel con “The Natural Approach” in
campo linguistico e rappresenta una svolta nell’apprendimento delle lingue straniere. Per
la prima volta vengono citati vissuti emozionali del parlante, come paura,
nervosismo, noia, resistenza al cambiamento, quali agenti inibitori del processo di
acquisizione di una seconda lingua, in quanto ostacoli che si frappongono al
raggiungimento del linguaggio con la sua complessità di parole, regole, suoni e
intonazioni (la musica di una lingua) nell’area del cervello deputata alla elaborazione
linguistica (Area di Broca). Con un approccio completamente diverso, tutto
incentrato sulla percezione fisico-sensoriale Tomatis (1992) ci tranquillizza e ci
spiega il motivo della nostra frustrazione. Nonostante la nostra migliore volontà, noi
quali nativi di lingua madre italiana, non siamo fisicamente in grado di sentire i suoni di
una lingua straniera che si articolano su frequenze completamente diverse dalle nostre.

Il nostro orecchio è abituato -attraverso la nostra lingua, l’italiano- a percepire


chiaramente frequenze che vanno dai 1500 fino a un massimo di 3000 Hertz. Non è
assolutamente in grado di percepire

suoni (leggi: parole) che si attestano su una gamma di frequenze che spazia dai 3000 ai
13000 Hertz, quale la lingua inglese. Il tedesco si attesta su una gamma che va dai 2000
ai 4000 Hz. Il francese e lo spagnolo più o meno come l’italiano. E – ancora secondo
Tomatis – se il nostro orecchio non è in grado di percepire tali suoni, noi non siamo
nemmeno in grado di emetterli. Perché – scientificamente da lui provato – i suoni che
non si riescono ad “ascoltare” non si possono “pronunciare”. Il nostro orecchio appare
“sordastro”. Così definisce Tomatis questa particolare condizione in cui viene a trovarsi il
nostro udito.

Si comprende benissimo che tutto ciò non è cosa di poco conto. Per un verso ci
sentiamo liberati. Per un altro avvertiamo la complessità della questione e ci sentiamo
ancora più sfiduciati nell’affrontare il viaggio. Perché si tratta di un viaggio non proprio
breve. I due motori di cui abbiamo bisogno dovranno essere inevitabilmente una
fortissima motivazione e in subordine una impellente necessità d’uso della lingua
in questione. Non a caso l’innamoramento ha funzionato alla grande in molte storie di
apprendimento linguistico.

Questo per dire che non è proprio una passeggiata o l’avventura di un momento. Si
tratta di un processo che pone in atto dinamiche psico-fisiche complesse, che
possono essere padroneggiate e fatte proprie, soltanto se lasciate agire su di noi,
pienamente consapevoli di quanto va accadendo volta per volta sia a livello emozionale
(fiducia in se stessi, ansia di prestazione, blocco emotivo) che a livello puramente fisico-
sensoriale (capacità di ascoltare ed emettere suoni di frequenze inusuali nella propria
lingua madre). Ciò che ci conforta in questo viaggio è che non siamo i soli ad aver
provato sconforto e delusione, ma anche entusiasmo ed eccitazione.