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20/3/2004 anno 2 n.

32 (12)
Esce il sabato 32 Il “corriere” e le “pillole del corriere”
possono richiedersi a mds84@libero.it

Il corriere del pollaio


Il dittatore confesso
O
gnuno ha nella propria
vita dei sogni che DIRETTORE RESPONSABILE
vorrebbe tanto vedere Matteo Del Signore
realtà il giorno dopo PROGETTO GRAFICO
che il pensiero ha cominciato a Matteo Del Signore
vagire. Fino ai piani alti. Se non
REDAZIONE
credete, chiedete a Silvio,
l’amico di ogni italiano. Che in Nicolò Canestrari
realtà di sogni ne ha sempre Giovanni Del Bianco
avuti molti e, bontà sua, è CHIUSO IN REDAZIONE
sempre riuscito a vestirsene, IL 19/3/ 2004
passo dopo passo. Si sentiva www.spiox.3000.it
attratto dal mondo del business,
e per chi e per come, si è mds84@libero.it
costruito un impero mondiale.
Amava guardare la televisione
steso nel salotto e si è imposto sommario
un polo televisivo da far invidia
alla Rai. E visto che anche
Libero arbitrio 2
qualche programma della Rai
non gli sembrava poi da buttare, L’angolo di freud 4
si è preso anche quella. E il
calcio? Non parliamone, i suoi Storie di sport 5
piedi erano sicuramente la
sintesi perfetta di Maradona, Storie di sport europei 6
Platini, Pelè e Di Stefano, ma il Asfalto storia 7
suo gran animo voleva lasciare
agli altri spazio. E allora ha Spunti e appunti 8
comprato solo il Milan. Ed
essendo un grande tecnico, ha
fatto per 18 anni le formazioni a
Sacchi, Capello, Ancelotti, Torna il
Zaccheroni. E se osservate
bene, quando il Milan sbandava racconto di
con Tabarez, Silvio si era
defilato, perché doveva coltivare
la sua creatura, Forza Italia, la
“asfalto
via per salvare finalmente il nostro paese e per affermare il suo credo. E per
togliere quegli ostacoli che gli impedivano di migliorare ogni vita. E poi si costruì
storia”
2
Arcore e, giusto per farsi dare un mano, decise di assumere un maggiordomo alla Smiters: Fede Emilio,
un bravo viscido uomo. E ha cominciato a consigliare i suoi nuovi amici Bush, Putin, pronti a piangere
sulle sue spalle e sulla sua sapienza. Certo, viene quasi da chiedersi che cosa mai possa mancare per dire
di avere ogni cosa, di essere in ogni cosa. “Ma io non sono un dittatore, anche se mi piacerebbe esserlo”,
Silvio, sornione dixit. L’arte della parola e del far parlare di sé e la tecnica più affinata e micidiale del
nostro e spesso dicendo 100 si vuol dire 10, l’importante è parlarne, anche se, poi, in realtà, ogni scherzo
nasconde sempre un fondo di verità. Rileggete quella piccola lista qualche riga più in alto e vi accorgerete
che la realtà non è poi così distante dalla fantasia.
NOTE DALLA REDAZIONE. Allora gente, qualche piccola nota informativa: torna “Asfalto storia” giunto
quasi alla fine del suo lungo viaggio, e prosegue il viaggio verso Euro 2004. Si affaccia uno spazio nuovo
“L’angolo di Freud”, dove ci si interroga della psiche della vita. Vediamo se potrà avere un buon futuro.
Poi un ottimo “Libero arbitrio”, un piccante “Storie di sport”. Cosa volere di più? “Il desiderio di uccidere”?
Fate crescere la vostra curiosità e aspettate fiduciosi. Bene, fatto il mio dovere vi lascio ad un nuovo
succoso numero. IL DIRETTORE

LIBERO
ARBITRIO

La follia dei cento giorni di Nicolò Canestrari


tardi ormai. È notte. Proprio ora inizia un nuovo giorno. È da un bel pezzo che sono tornato a casa.

È Stasera sono stato al cinema. Ma non è di questo che voglio parlare. Ad un volume bassissimo ronza
per la mia stanza una canzone degli Oasis, ma non è neppure di questa che vi voglio parlare, né tanto
meno degli Oasis. Sono qui, davanti alla luce bianca e fischiante del mio computer. Sono qui. Scrivo,
rifletto, penso. Penso ai miei amici. Sì, ai miei amici. Perché, uno non può pensare agli amici?
Alcuni di loro dormiranno, ne sono certo. Altri, incapaci di farlo, guarderanno la televisione, studieranno,
leggeranno stancamente un libro o chi lo sa…
Alcuni di loro, invece, non dormono, non stanno guardando la televisione, non studiano e non leggono.
Non sono neppure a casa.
Sono ad una festa. Una festa grossa. Piena di gente, di musica, di casino. Una di quelle feste dove l’alcool
scorre a fiumi; dove fumo, marijuana, droga, allucinogeni e chissà che cazzo altro ancora si mescolano in
un’unica bollente pentola. È una di quelle feste che hanno un nome ben preciso: “cena dei cento giorni”.
Così la chiamano tutti.
Ed è una delle più grandi cazzate di questa terra. O quanto meno, una fra le tante che allietano la vita dei
giovani. Una tappa obbligata. Una data che in tanti aspettano come un compleanno, come Natale, come i
Mondiali. Solo che capita una volta sola. Una sola volta nella vita. E meno male perché, lo sottolineo e lo
confermo, a me sembra una stronzata mostruosa.
Ecco perché penso ai miei amici. A quei miei amici. A quelli che in questo momento si stanno divertendo.
Penso a loro perché non li capisco. Non capisco loro né quella festa. Ed allora rifletto. E scrivo.
Ho diciannove anni, venti tra un mesetto. Non vado più a scuola, faccio l’Università. Ho pertanto lasciato
il liceo da meno di un anno. Dovrei ricordarmi abbastanza bene di come è stata la mia cena dei cento
giorni. E invece non la ricordo perché non ci sono andato. Mi sono rifiutato. Un anno fa, i miei compagni e
compagne di classe mi avevano supplicato di andar con loro aggiungendo che mi sarei divertito, che
sarebbe stata la sera più bella della mia vita, che sarebbe stata una cosa unica, irripetibile, imperdibile.
Ma ho rifiutato. Dapprima ho risposto semplicemente con un “no grazie, non ho voglia di venire” o “non
mi va”. Poi, però, mi hanno chiesto di motivare questo mio rifiuto. Ho detto loro che non avevo alcuna
intenzione di spendere una barca di soldi per mangiare (male) e bere. Anzi: solo per mangiare, visto che
non bevo. Ho aggiunto che la trovavo una festa assurda (ma che cazzo di senso ha ricordare che
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non bevo. Ho aggiunto che la trovavo una festa assurda (ma che cazzo di senso ha ricordare che manca-
mancano cento giorni all’esame? No, dài, pensiamoci… che senso ha?), che li giudicavo tutti/e dei pecoro-
ni, dei tonti (perché bisogna andarci “per forza” a quella cazzo di festa? Perché? L’ha detto il medico?).
Ho concluso dicendo che non sono tipo da feste, io. Che non mi piace fare tanto casino per un niente.
Avrei voluto dire anche che con loro non avevo proprio un cazzo da festeggiare. Avrei voluto dir loro che
consideravo le loro facce come comparse di una telenovela e che m’avevano rotto il cazzo per quei cin-
que, lunghissimi anni. Avrei voluto mandarli a cagare. Loro, la scuola, il “Nolfi”, la festa e tutto il resto. Ma
non l’ho fatto. Questa è un’altra storia.
Oggi, ad un anno di distanza, quei pensieri, quelle domande mi tornano alla mente perché so che in que-
sto momento ci sono dei miei amici a quella festa. Continuo a chiedermi che senso abbia contare i giorni
che mancano all’esame. Che senso abbia far festa perché ne mancano cento. Che senso abbia festeggia-
re, divertirsi, sballarsi perché mancano cento giorni all’esame. Rinnovo l’invito a riflettere su questa cosa:
che senso ha?
Continuo a domandarmi perché “ci vanno tutti”. Chi sono questi “tutti”? Perché ci vanno? Chi glielo ha
detto che questa festa è così figa, così magica, unica, irripetibile, imperdibile. Uno non può dire semplice-
mente di no? No, non si può. Perché se non ci vai sei uno sfigato. E allora, per l’appunto, per non appari-
re come degli “sfigati”, “ci vanno tutti”. Io me ne sbatto altamente i coglioni di essere considerato uno
“sfigato”. Me ne sono fregato e la mia vita è continuata tranquillamente. Ed oggi non rimpiango di aver
mancato quell’appuntamento. Mi chiamassero pure “sfigato”. Sono ben felice di esserlo. Sono “sfigato”
perché non sono andato a quella festa? Perché non mi sono mischiato a quel gruppo di fighetti, fascisti di
merda e figli di non dico cosa dello scientifico? Perché non ho voluto sprecare tempo con gli “alternativi”
del classico? O forse perché ho idee mie? Perché mi piace fare di testa mia? O magari perché non ho mai
dato un tiro ad una sigaretta né ad una canna, né ho mai bevuto né mi sono mai ubriacato? Se sono uno
“sfigato” per questo, sono ancor più felice d’esserlo.
Chiudo questa mia sezione di considerazioni per aprirne un’altra, composta da ricordi del dopo-festa: i
miei compagni, mi hanno fatto una dettagliatissima cronaca della cena e del successivo “party” di cui ri-
porto solo alcune battute. Mi è stato detto che sull’autobus, già prima di arrivare, il tasso etilico era già
elevato. C’era chi si era portato la scorta di bottiglie (ed anche quella di fumo) da casa ed aveva già mes-
so mano a questa “riserva”. Uno dei miei pochi compagni maschi mi ha dato della serata questa definizio-
ne: “non era la serata del ‘che cos’è’… era solo ed esclusivamente la serata del ‘versa e butta giù!’…”, ri-
ferendosi ovviamente al bere, verbo che imperava tra i tavoli de “La Torre Folk”. Mi sono pure beccato il
racconto di una che abita a Marotta, la quale dopo la festa era stata riaccompagnata a casa. Il suo cervel-
lo era talmente fuso che una volta là, si è messa in marcia (a piedi!) verso Fano, con l’intento di andare a
scuola anche se era notte fonda. Cammin facendo, alcuni giovani in macchina l’hanno scambiata per una
prostituta, l’hanno caricata in macchina e posso immaginare cosa sia successo. Dopo poco l’hanno scari-
cata nel mezzo della strada e lì ha dormito. Questo successe alla più brava della classe, la più compassa-
ta, la più precisa e rompicazzo di tutte. Fate voi… Ma i racconti andavano avanti e mi venivano narrate le
gesta di ragazzi che fumavano attraverso una bottiglia di plastica, di altri che tiravano su col naso una
polvere bianca, di altri ancora che hanno fatto spuntare delle pasticche colorate. E qui mi fermo.
Dai ricordi, da ciò che è stato ieri passo al presente. Ed il mio pensiero, l’ho già detto, vola verso i miei
amici. I quali ora, dopo aver mangiato, si stanno divertendo. Ma si stanno divertendo davvero? Sì, anzi
no. Forse no. Forse non si stanno neppure divertendo, non hanno mangiato bene, non ne possono più di
quella musica, di quell’ambiente, di quell’aria, di tutta quella gente che neppure conoscono. Però ve bene
lo stesso. “Bisognava andarci” e soprattutto “bisognava divertirsi per forza”. Anche se non ti va, ti dovevi
divertire.
Solo che io non sono uno che finge. Non sono capace di farlo. Soprattutto quando si tratta di far vedere
agli altri qualcosa che non provo. Ripenso allora a cosa avrei fatto se fossi andato a quella festa: beh,
semplice… me ne sarei rimasto in un angolo a fare quattro annoiate chiacchiere con qualcuno (annoiato
pure lui), contando i secondi, i minuti, le ore che mancavano alla fine di quella tortura. Ed allora, non ho
fatto bene a risparmiare quei soldi? Vabè, dài, per una volta nella vita si può fare… sento già echeggiare
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nella testa questa considerazione falsa e stupida. No, rispondo. Non si può fare. Io non lo faccio. Non mi
va. Ho voglia solo di ragionare con la mia testa e stop. Sapete cosa ho fatto quella sera di un anno fa?
Sapete come ho passato la serata mentre tutti gli altri celebravano questa data di merda? Sono andato a
casa di un mio amico, abbiamo cenato con latte e biscotti ed abbiamo guardato la tele, ascoltato musica,
giocato al computer. Ed invece di contare i secondi, i minuti, le ore che mancavano alla fine della serata,
pregavo perché durassero ancora un po’ di più rispetto al solito. Perché mi stavo divertendo. Senza
volerlo, senza cercarlo a tutti i costi, ‘sto cazzo di divertimento sono stato proprio bene. E proprio per
questo (torniamo sempre allo stesso punto) sono uno “sfigato”. Ma mi va bene così.
Le mie sono considerazioni semplici, condivisibili da pochi e discutibili per altri. I miei dubbi sono dubbi di
poco conto, visto che li ho io e pochi altri. Il mio è solo il racconto di uno “sfigato” che non è andato alla
cena dei cento giorni. Uno che non si è divertito, non si è mai divertito, forse, come vuole la massa.
Pazienza.
Lasciatemelo dire: questa festa è una paranoia. È una follia, pura follia. Non ha senso. Almeno per me.
Meditate, gente. Meditate…

L’ANGOLO
DI FREUD

IL DIZIONARIO DEI SIMBOLI di Carmela Giammario

V
i siete mai chiesti perché vi capita di disegnare o scarabocchiare sempre la stessa cosa...magari
quando parli al telefono o durante una lezione? Beh, forse una volta arrivati in fondo alla pagina
avrete qualche risposta in più.

FIORE: denota un temperamento sentimentale e allegro. Quelli di forma strana riflettono una fantasia
fervida. Se il fiore ha 5 o 6 petali e la corolla annerita nasconde un desiderio di espansione contrastato da
un certo timore a buttarsi in una nuova esperienza.
ALBERO: rappresenta se stessi. Chi disegna questo motivo ha di solito un carattere espansivo. Se la
chioma è folta indica una personalità piuttosto forte e un po’ egocentrica. Se il tronco è ramificato, con i
rami rivolti verso l’alto, denota ottimismo. Le foglie cadenti indicano che si sta attraversando un momento
di stanchezza fisica o psicologica. Una scaletta vicino ad un albero o un albero pieno di frutti sono segni
tipici di chi fatica a tenere a freno la propria golosità!
SOLE: il sole è un riferimento alla figura paterna; riflette il desiderio di richiamarla, se è mancata
fisicamente o psicologicamente, o semplicemente un sentimento di amore e rispetto nei suoi confronti.
NUVOLA: denota una certa sensibilità e una predisposizione alla malinconia. Chi disegna le nuvole ha in
genere un temperamento romantico, generalmente generoso, facile alla commozione.
STELLE: sono un elemento gioioso e rappresentano un desiderio di spiritualità, l’esigenza di illuminare la
propria vita.
CASA: la casa è il luogo della sicurezza. Può essere la casa che manca perché l’ambiente familiare è
freddo. Se c’è un camino fumante significa che in casa si ritrova calore e affetto.
LABBRA: disegna le labbra chi ha una natura tenera, un po’ egocentrica e sognatrice. Se colorate in
rosso sono segnale di una sessualità dirompente o una certa aggressività. Quando compaiono anche i
denti, denotano un’aggressività nascosta oppure il desiderio di aggredire l’interlocutore.
OCCHI: rispecchiano il bisogno di tenere sotto controllo la realtà, di riuscire sempre ad avere in mano la
situazione; se sono truccati indicano narcisismo, sicurezza di sé e della propria immagine.
VOLTI: chi disegna i volti non accetta fino in fondo il proprio aspetto fisico e ha bisogno di maggior
sicurezza ed equilibrio. Raffigurano il viso le ragazze che hanno paura di passare inosservate e che hanno
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bisogno di conferme.
Aggiungere un paio di baffi o la barba ad un volto è sintomo di una certa timidezza, invece disegnare un
paio di occhiali denota la voglia di autoanalisi, il desiderio di ripercorrere alcune fasi della propria vita.
FRECCE: esprimono la voglia di fare colpo, di affermarsi, di centrare un bersaglio ben definito. Spesso
rappresenta delle frecce chi è pronto a scattare quando è provocato.
FORME GEOMETRICHE: QUADRATI, TRIANGOLI, RETTANGOLI rivelano un comportamento riflessivo e
razionale, proprio di chi non è espansivo ed è misurato nei rapporti con gli altri e fatica ad esprimere i
propri stati d’animo.
CORNICE: circondare una parola con una “greca”, o semplicemente disegnare un rettangolo come fosse
la cornice di un quadro è la manifestazione del senso estetico di una persona molto razionale e anche un
po’ pignola, che tende a incasellare e a inquadrare tutto con precisione. Se si inquadra il proprio nome,
può anche indicare un senso di protezione dal mondo esterno.
SPIRALE: segnalano la tendenza ad avvolgersi su se stessi, con desiderio di autoprotezione, ma anche la
voglia di concedersi, di tanto in tanto , una pausa per riflettere.
GRATE: disegnare un reticolato o linee incrociate a formare dei rettangoli indica un senso di costrizione e
di oppressione. Traccia dei segni a grata chi, ascoltando qualcuno, non comprende fino in fondo il senso
del discorso e non riesce a chiarirsi dei dubbi.
ANNERIRE GLI SPAZI, “RIEMPIRE” LE LETTERE: è lo scarabocchio tipico di chi è un po’ ansioso e
poco sicuro di sé. Chi ricalca il tratto per non lasciare spazi bianchi, in genere torna sulle cose molte volte,
per verificare di averle fatte bene.

STORIE
DI SPORT

Sangue e pallone: the show must go on di Giacomo Mattioli

C
he il mondo del calcio sia in crisi lo si sapeva già.
Che il castello di carte degli affaristi del pallone stia per crollare è risaputo.
Ma qualche giorno fa è successo un fatto che mette in discussione la credibilità dello sport più
popolare del mondo, ed in particolare dell’ UEFA.
Sì, perché il giorno dei tragici attentati di Madrid, capitato per disgrazia di giovedì, è anche il giorno in cui
si giocano solitamente le partite di Coppa UEFA; tutti pensavano che in quel giorno funestato da una
simile notizia sarebbe stato meglio non giocare e rinviare gli incontri, per rispetto di ciò che era successo
solo qualche ora prima.
Tutti pensavano questo, tranne alcuni signori in giacca e cravatta che dicono di chiamarsi “dirigenti
dell’UEFA” e che nel primo pomeriggio, quando ancora a Madrid si stava lavorando per soccorrere chi era
stato coinvolto dalle esplosioni, si sono riuniti ed hanno deciso che la sera stessa si sarebbero disputate
regolarmente tutte le partite in programma.
Tutto ciò accadeva proprio mentre i dirigenti delle squadre impegnate (persone più intelligenti, a quanto
pare) si stavano mettendo d’accordo per rinviare gli incontri.
Le squadre quindi, come hanno ammesso alcuni presidenti infuriati per la decisione, sono state
letteralmente costrette a scendere in campo.
Non è bastato a questi signori il tragico precedente dell’11 settembre 2001: il giorno dell’attentato alle
Torri Gemelle era martedì, giorno di Champions League, guai a fermare il carrozzone, si gioca, basta un
minuto di silenzio prima delle partite; il giorno dopo si capì l’errore e le partite del mercoledì furono
rinviate.
Si dice che sbagliando si impara: ora io mi chiedo, quanto ancora bisognerà sbagliare per capire una cosa
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così ovvia, cioè che se succedono fatti così dolorosi il futile modo del pallone dovrebbe essere il primo a
farsi da parte, per concentrarsi sui veri problemi?
Anche se il calcio ormai vive solo di sponsor e di calendari sempre più fitti, si auspica che almeno chi lo
governa sia animato da buonsenso e rispetto: rispetto verso quelle 200 persone che non ci sono più;
rispetto verso chi ha perso un familiare, un parente, un amico; rispetto verso chi sta lottando tra la vita e
la morte, una partita ben più dura di quella che si vuole far giocare tra 22 ragazzoni in mutande; rispetto
verso chi quella partita avrebbe voluto vederla, ma non può più; rispetto verso tutti quelli che sono
turbati da simili notizie e non hanno voglia di sorridere.
Non credo che la gente si sarebbe lamentata se la partite fossero state rinviate, anzi; mi piace ricordare
che parecchi tifosi tedeschi del Bayer Monaco, ancora a Madrid dalla sera precedente (per la partita Real
– Bayer) si sono recati spontaneamente negli ospedali a donare il sangue, vista la situazione di
emergenza…non è forse questa la vera civiltà?
Ma forse noi semplici cittadini non capiamo, per questi signori la vita degli altri è meno importante di un
gol.

STORIE DI SPORT
SPECIALE EUROPEI

IL ROMANZO DEGLI EUROPEI : LA VITTORIA ALLA MONETINA E IL TRIONFO NELLA DOPPIA FINALE
di Giovanni Del Bianco
3^A PUNTATA

I
l grande successo dell’edizione 1964, ha fatto sì che il numero delle squadre aumentasse. Il processo
per accedere alla fase finale è diverso: gironi al posto dell’eliminazione diretta. L’Italia ebbe la
possibilità di ospitare la manifestazione dopo la grande scalata di qualificazione con Cipro, Svizzera,
Romania (ai gironi) e Bulgaria (quarti di finale). Le altre tre finaliste per la manifestazione di Pinocchio
(mascotte dell’Europeo) erano la Jugoslavia, l’Unione Sovietica e l’Inghilterra campione del mondo in
carica. Il torneo si presentava con molte caratteristiche interessanti. Jugoslavia e URSS erano due scogli
temibili, gli inglesi non avevano bisogno di presentazioni e gli azzurri avevano ottimi calciatori (Zoff, Riva,
Inastasi, Facchetti…). L’Italia era pronta a far sognare i suoi tifosi dopo il periodo buio dell’ultimo
ventennio. Ma oltre la bravura, la fortuna aiutò i nostri atleti…
LE SEMIFINALI (Italia-URSS 0-0; Jugoslavia-Inghilterra 1-0)
Il primo incontro si giocò all’Olimpico di Roma, tra Italia e Unione Sovietica. La gara non si schioda e il
punteggio finale sarà lo stesso dell’inizio: 0-0. Dopo il risultato con gli occhiali, si giocano regolarmente i
supplementari, ma anche qui il gol non arriva da nessuna parte. Rigori? Macché, all’epoca se dopo 120
minuti di lotta il risultato era ancora sul pareggio, decideva la sorte. I capitani si avvicinano all’arbitro, che
lancia in aria una monetina. Facchetti dice: “testa”. E’ vittoria. L’Italia è in finale! La Jugoslavia stenta
nell’altro match, quello di Firenze, avendo la meglio sui maestri del football con un gol allo scadere di
Dzajic. In Gran Bretagna, la delusione fu totale, perché i bianchi leoni della Regina, mai avevano
raggiunto la fase finale. Alan Mullery diventò il primo giocatore inglese espulso in nazionale.
LA FINALISSIMA (Italia-Jugoslavia 1-1/ Ripetizione: Italia-Jugoslavia 2-0)
In finale, le uniche nazioni confinanti di questo torneo, se la giocano alla pari nella sfida dell’Olimpico. Di
fronte a 85.000 spettatori, quell’8 luglio, Italia e Jugoslavia pareggiarono 1-1 e dopo i supplementari, la
situazione rimase tale. L’arbitro Dienst (Svizzera) non poté fischiare al termine la vittoria a favore di una
squadra e per la finale il regolamento non prevede la monetina, ma il replay della gara, che per la
cronaca era stata fissata sull’1-1 da Dzajic al 38’ e dal pari di Domenghini all’80’, su punizione. L’arbitro
designato per la ripetizione di due giorni dopo (cambio di sede: il replay è a Firenze, stadio Comunale), è
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lo spagnolo Ortiz de Mendibil. Questa volta, il pubblico è di 50.000 unità. Al dodicesimo, Riva, assente
nella prima gara, porta in vantaggio l’Italia. Gli slavi sono storditi e non impensieriscono Zoff. Al 31’,
Inastasi sigla il 2-0 e la partita terminerà con questo punteggio. Gli azzurri, dopo anni di amarezze e
delusioni tornano a vincere a livelli importanti e intanto si preparano alla spedizione messicana del 1970,
dove riusciranno a tenere in piedi tutti gli italiani tutte le notti, in particolare nella semifinale con i
tedeschi dell’Ovest.
LA FINALE PER IL 3/4 POSTO (Inghilterra-URSS 2-0)
Con un gol per tempo (reti di Charlton e Hurst), gli inglesi battono l’URSS e si piazzano terzi.
L’UOMO DELL’EUROPEO
Dino Zoff. Il portierone della nazionale, salvò più volte il risultato in questo europeo ed è tutt’oggi uno dei
simboli più importanti del nostro calcio. Fino a quattro anni fa deteneva il record di presenze in nazionale
(112, la prima a 26 anni, l’ultima a 40 e da quarantenne vinse i mondiali). Con la Juve ha praticamente
vinto tutto. Secondo agli europei del 2000, da allenatore.
NELLA PROSSIMA PUNTATA
Belgio 1972, scocca l’ora dei tedeschi con Gerd Müller superstar

ASFALTO
STORIA

Storia di un secolo di auto fiat di Matteo Del Signore

11^a puntata
UNA STORIA FATTA DI AUTOMOBILI (7^a parte)

“COUPE’”

A
l Motorshow di Bologna del 1993 Fiat si presenta con una importante novità, il ritorno nel settore
delle sportive a buon mercato con la “Coupè”, disegnata da Chirs Bangle, l’attuale e criticato
designer Bmw in collaborazione con Pininfarina. È il ritorno in un settore di grande tradizione Fiat
con molte sportive di successo nel corso della sua storia ( anche se non ve le ho raccontate, ndr).
Resta in produzione fino alla fine del secolo con un discreto successo, ma oggi il vuoto in questo
segmento e si cheide a gran voce una nuova sportiva Fiat

“BARCHETTA”

Al pari della coupè, la sportività viene esaltata nel 1995 con la “barchetta”, spider due posti secchi vecchia
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Maniera, con una bella linea ispirata ad alcune vecchie Ferrari. È ancora in vendita, tra l’altro
recentemente oggetto di restyling che ne ha accentuato con piccole modifiche la componente sportiva
senza intaccare più di tanto la linea originaria. Non si sa niente al riguardo del suo futuro: gli anni si
fanno sentire e dimenticare l’emozione delle spider è un peccato che fiat non deve permettersi.

“DOBLO’ ”

Sul finire del 2000, ecco il “Doblò”, sulla scia del successo di “Berlingo” e “Kangoo” di Citroen e Renault
con cui Fiat si getta nel nuovo settore di questa nuova categoria di multispazio che si pongono al confine
tra auto e veicoli commerciali. Ma di un furgoncino (anche se esiste poi anche una versione
appositamente creata per il lavoro) ha solo l’andamento della linea, ma per il resto, motori,
equipaggiamenti sono da moderna auto del 2000. Il “Doblò” ha e ha ancora oggi un buon successo,
grazie all’immensità dello spazio interno e del suo bagagliaio, tra i più grandi tra le auto dell’intero
mercato, per trasportarsi dietro un’intera casa. (CONTINUA)

SPUNTI
E APPUNTI

Sbagliare è umano, perseverare è diabolico il direttore risponde


Buongiorno direttore. Ho saputo dello spiacevolissimo episodio occorsole domenica sera in
una piadineria e vorrei offrirle tutta la mia solidarietà. Mi sembra assurdo che per un errore
banale come confondere Praga con Barcellona alcuni soggetti che non esiterei a definire
cretini, abbiano cominciato a prenderla in giro. Per rincuorarla vorrei dirle che anche a me
capita di commettere simili inezie: ricordo di una volta in cui confusi “calzaturificio” con
“Giorgio Mastrota”. Poi errori come sbagliarsi tra pettine e Rubber cappello di paglia,
deltoide e Paraguay, bandicot coniglio e Maria Teresa Ruta, telefono e giardino zoologico,
filologia e God save the Queen, manicomio e Gatteo a mare sono all’ordine del giorno. Da
piccolo mi confondevo spesso tra xilofono e industria aeronautica e tra cartello autostradale
e Maga Magò, ma adesso non mi sbaglio più. Quindi coraggio direttore! Le faccio i
complimenti per il suo bellissimo giornale.
P.S.:Spero che la mia lettera le arrivi, perché qui al Gatteo a mare di Ortona controllano tutta
la nostra posta.
Napoleone Augusto
Guarda, ti ringrazio perché è stato un episodio deplorevole che mi ha veramente fatto male e ci ho
sofferto qualcosa come due nanosecondi. Che poi hai perfettamente ragione, sbagliare è umano: spesso
mi sbaglio tra cerotti e Monte Bianco o tra baobab e bomba nucleare, o tra Nelson Mandela e Marco
Pedrolin. È normale, come se cocomero e catetere non siano uguali. O come entrare in una piadineria e
spavaldo ordinare un piadina rucola e stracciatella. È assolutamente normale.