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RAHAMIN UTERO MATERNO DI DIO

Musica e canto sono per la nostra comunità un altro modo – accanto all’arte – per
diffondere la bellezza del Mistero di Cristo. L’unico che ci salverà! I canti sono eseguiti
dalle sorelle della Comunità e così anche l’esecuzione di alcuni brani musicali.
Pubblichiamo qui l’introduzione al libretto Rachamim.

La parola rachamim, appartenente alla tradizione biblica, racchiude in sé la radice e la


pienezza di ciò che indichiamo parlando di Misericordia. Formata da rehem (‫ )םחר‬utero
emayim (‫ )םימ‬acque ci parla di un grembo che è quello di Dio, in cui ciascuno di noi è
perennemente generato. Il vocabolo rahamim (‫ )םימחר‬è poi, sostanzialmente, il plurale
di rehem, un accrescitivo che sta a indicare l’insieme di tutti gli uteri, anzi: l’utero per
eccellenza, quello appunto divino. Dio che, radice e fonte generativa di ogni amore,
come padre e madre ci plasma. Proprio attraverso la parola rachamim conosciamo
quell’accento materno di Dio che ama e che non può fare a meno di amare; come una
Madre, le cui viscere fremono di compassione e timore davanti al proprio figlio,
dinnanzi al mistero di un tu che, visceralmente parte di lei, è altro da sé: «Come potrei
abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele? Il mio cuore si commuove
dentro di me, il mio intimo freme di compassione». (Osea 11,8) E ancora: «Si dimentica
forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue
viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai»
(Is 49,15). Al paragone dell’utero ricorse anche Cristo nell’ultima cena per spiegare il
suo amore per noi. Viscerale è, infatti, l’amore con cui Cristo ci ha amato, facendoci,
nell’eucarestia, una sola carne con Lui; testimoniandoci, con la sua morte e
resurrezione, che l’amore del Padre è più forte della morte.
Anche i colori, propri del nostro abito, quell’abito con cui il Signore ci riveste di sé,
introducono a questo mistero. Il bianco: segno dell’acqua battesimale che ci genera alla
grazia di Dio. Il rosso: segno del sangue, pegno di un amore che dona la vita. Il nero:
segno della morte e, quindi, della croce, quale sacrificio redentivo.
A ogni sezione del libretto «Rachamim» corrisponde una lettera ebraica. Sono le lettere
che formano la parola rachamim - Misericordia rivelatasi a poco a poco nelle pieghe
della mia vita.
Ogni lettera della lingua ebraica ha, infatti, un significato proprio, simbolico e
numerico.

La resh: ‫ ר‬L’origine
Simbolicamente disegna l’arco del capo e richiama la posizione del feto nel ventre della
madre, con la testa ripiegata. È il momento primo, generativo, in cui Dio ci plasma e
pronuncia il nostro nome.

La het: ‫ ח‬Il dono


Figura di otre, immagine di qualcosa che accoglie e cela agli occhi estranei.
È inoltre formata da due zain: ‫( ז‬immagine di arma) la cui somma dà il numero 14,
numero del nome di Davide, tipo del Messia. Numero, quindi, della presenza di Dio nel
tempo dell’uomo, oltre che immagine dell’incontro di due volontà, divina e umana,
nella vita come lotta per la costruzione del regno di Dio.

La mem: ‫ מ‬Il nome


Disegna, con la sua forma conca dalla quale si esce per un pertugio, l’utero materno che
genera. La lettera infatti ha valore numerico di 40, numero che nella bibbia corrisponde
all’arco di una generazione. Dunque la mem implica il disvelarsi della identità personale
grazie alla trasmissione della vita. È il nome nuovo svelato al nostro cuore: «Tu sei mio
figlio, oggi ti ho generato» (salmo 2,7).

La yod: ‫ י‬La forma


Indica l’apice, il compimento: «Non passerà neppure uno iota, senza che tutto sia
compiuto» (Mt. 5,18). Ma anche punto terminale, mano in ebraico si dice Yad. Il suo
valore numerico è 10 che indica la completezza terrena. È una delle lettere del
tetragramma sacro, il nome impronunciabile di Dio, ed essendo la particella più piccola,
indivisibile, fa riferimento a Dio stesso. La mano di Dio che tiene le redini del mondo
intero e lo forma, quotidianamente.
Colui che è l’uno per eccellenza mi rende uno con lui, dando forma nuova alla mia vita.

La mem chiusa: ‫ ם‬La missione


Come lettera finale, la mem si presenta chiusa, indicandoci la vera e ultima missione:
«Rimanete nel mio amore» (Gv. 15,9). Rimanere in Lui, lasciandosi ogni giorno
plasmare dal suo amore. E la lettera che chiude anche la parola le’olam, cioè eternità.
Rimanere in Cristo significa radicarsi in un permanere che sarà eterno.

Il nome Maria, in ebraico Miriam (‫)םרימ‬, è composto dalle stesse lettere


di rahamim salvo la lettera het. La het, è presente nel Nome di Dio due volte, il suo
stesso significato simbolico rimanda alle due nature del Cristo. La misericordia di Dio
dunque si compie nel Mistero dell’Incarnazione dove Cristo, vero Dio e vero Uomo
irrompe nella storia grazie al sì di Maria. Per questo un’ultima sezione chiude il nostro
percorso: due canti dedicati a Maria, Madre di Misericordia.
Colei nella quale «'l suo Fattore non disdegnò di farsi sua fattura» (Divina Commedia,
Paradiso, Canto XXXIII) ci custodisca, facendoci suoi in Cristo Gesù, nostro Signore.