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CAP.

11: IL GIUDIZIO DI PRIMO GRADO

L’introduzione del giudizio:


L’art. 38 prevede una disciplina di carattere generale (c.d. rinvio interno): pertanto, per tutto quanto
non diversamente disposto dal c.p.a., la disciplina del giudizio di I grado vale anche per i giudizi
d’impugnazione, per i riti speciali e per il giudizio di ottemperanza.
Il giudizio davanti al TAR è introdotto con la notifica del ricorso (art. 41.1).
Il ricorso di norma, viene prima notificato alle altre parti e poi, entro 30 giorni dall’ultima notifica,
deve essere depositato presso il TAR competente (art. 45).

A) I contenuti necessari del ricorso sono indicati nell’art. 40 il ricorso deve indicare:
1) L’organo giurisdizionale cui è diretto;
2) Le generalità del ricorrente, del suo difensore e delle altre parti necessarie;
3) l’oggetto della domanda, identificando, nel caso di azione di annullamento, l’atto
impugnato;
4) deve contenere l’esposizione sommaria dei fatti e i motivi specifici su cui si fonda la
domanda;
5) infine deve indicare i mezzi di prova e i provvedimenti chiesti al giudice (es.
annullamento atto, riforma in caso di giurisdizione di merito, condanna parte resistente).
L’atto va sottoscritto dall’avvocato, con indicazione della procura speciale, ovvero, se la
parte sta in giudizio personalmente, dalla parte stessa.
L’art. 44.1 stabilisce che il ricorso è nullo in caso di difetto di sottoscrizione e di incertezza
assoluta sulle persone o sull’oggetto della domanda. Tale nullità è rilevabile d’ufficio.
In altre ipotesi, il collegio se riscontra un’irregolarità che non determini la nullità, può
assegnare alla parte un termine per rinnovare l’atto (Co.2).
Nell’azione di annullamento, la domanda è definita dalla richiesta di annullamento dell’atto
impugnato, in relazione alle censure proposte a fondamento della richiesta. Le censure sono
i motivi del ricorso e consistono nella deduzione dei vizi dell’atto impugnato che ne
giustifichino l’annullamento (in coerenza col divieto di ultrapetizione, il giudice non può
annullare l’atto impugnato per vizi diversi da quelli dedotti dalla parte nel ricorso). In difetto
dell’enunciazione di un vizio, il ricorso contro un provvedimento è inammissibile. Sorge
allora un’esigenza, è necessario chiedersi cosa si debba intendere per vizio proprio perché
rileva per stabilire se la domanda è stata validamente proposta, nonché per determinare il
contenuto minimo del ricorso.
Per vizio s’intende uno dei 3 ordini di vizi di legittimità:
1) Incompetenza;
2) Violazione di legge;
3) Eccesso di potere.
In realtà ai fini dell’identificazione dei motivi del ricorso, per vizio dell’atto va inteso il
profilo specifico in cui si è storicamente concretato il contrasto fra l’atto impugnato e
l’ordinamento giuridico e non la categoria astratta di illegittimità.
Da quanto detto non è possibile ricavare una regola di portata generale ai fini
dell’individuazione del vizio, ma si dovrà sempre tener conto dei diversi caratteri dei vizi
dell’atto amministrativo.
Nel ricorso ogni vizio dev’essere dedotto in modo chiaro, ma non sono richieste formule
sacramentali. Ciò che rileva a pena di inammissibilità, è che il vizio sia oggettivamente
identificato nei suoi elementi concreti, in relazione al provvedimento impugnato (art. 40.2).
Invece un errore nella qualificazione del vizio non ha rilevanza decisiva: il G.A. non è
vincolato dalla qualificazione formale del vizio proposta dalla parte (es. ricorrente qualifica
erroneamente come eccesso di potere, il vizio dell’incompetenza, il giudice non ne terrà
conto).
B) Il ricorso per l’annullamento di un provvedimento amministrativo va notificato, a pena di
inammissibilità:
1) Alla P.A. che ha emanato il provvedimento impugnato;
2) Ad almeno uno dei controinteressati.
La notifica ad una P.A. statale deve essere effettuata presso l’Avvocatura dello Stato, nel cui
distretto ha sede il TAR competente. Se il giudice competente è il TAR Lazio o il C.d.S., la notifica
deve essere effettuata presso L’Avvocatura Generale dello Stato che ha sede a Roma.
La notifica va eseguita entro 60 gg dalla comunicazione pubblicazione o piena conoscenza dell’atto
impugnato; si tratta di un termine perentorio (arte. 29, 41). La tardività del ricorso può essere
rilevata anche d’ufficio dal giudice (art. 35.1) purché risulti dagli atti del giudizio; mentre a carico
della parte interessata, graverebbe l’onere di provare la tardività del ricorso (es. provando che il
ricorrente, più di 60 gg prima della notifica del ricorso, aveva già avuto piena conoscenza dell’atto).
Il termine di 60 gg per il ricorso decorre dalla comunicazione (o notificazione) dell’atto
amministrativo che si intende impugnare, per i diretti destinatari, decorre invece dalla pubblicazione
su albo o pubblicazione ufficiale, per i non diretti destinatari (art. 41.2). Ai fini della decorrenza del
termine, la comunicazione-pubblicazione dell’atto, ha come equipollente la sua piena conoscenza
(uguale conoscenza dei contenuti essenziali dell’atto, tale di permettere all’interessato di coglierne
la lesività, anche senza una conoscenza completa dell’atto).
Il termine per la notifica del ricorso è sospeso dal 1° agosto al 15 settembre, per le ferie giudiziarie.
Solo i termini concernenti azioni cautelari non sono sospesi.
Per i giudizi a tutela di diritti soggettivi, che non comportano l’impugnazione di provvedimenti, non
opera un termine di decadenza per il ricorso: la notifica del ricorso non è soggetta a termini
perentori, ma resta ferma la disciplina della prescrizione del diritto fatto valere in giudizio.
Un termine particolare di 180 gg è stato introdotto dal c.p.a., per la notifica del ricorso diretto a far
dichiarare la nullità dell’atto amministrativo impugnato. La nullità può essere eccepita dalla parte
resistente o rilevata d’ufficio dal giudice, anche dopo il decorso di tale termine.
Per la notifica del ricorso, il c.p.a. richiama la disciplina del processo civile. In caso di nullità della
notifica del ricorso, la costituzione delle parti intimate ha effetto sanante (principio di conservazione
degli atti processuali). L’effetto sanante nel processo amministrativo è limitato dalla salvezza dei
diritti acquistati anteriormente alla comparazione (art. 44.3), (es. in caso di nullità della notifica del
ricorso, se la costituzione delle parti avviene dopo il decorso del termine di 60 gg. Stabilito per la
notifica, la costituzione non preclude di rilevare l’inammissibilità del ricorso.
La rinnovazione della notifica nulla è ammessa solo se il giudice ritiene che l’esito negativo della
notificazione dipenda da causa non imputabile al notificante: ove sia autorizzata la rinnovazione, la
sua effettuazione preclude la decadenza (Co.4).

C) L’originale del ricorso, con la prova della notifica, va depositato, a pena di irricevibilità, entro 30
gg dal perfezionamento dell’ultima notifica, presso la segreteria del TAR adito (art. 45).
La parte può procedere al deposito, già dopo aver richiesto la notifica, senza attendere che l’atto sia
pervenuto al destinatario, e che dunque la notifica si sia perfezionata per il destinatario.
Con tale deposito si attua la costituzione in giudizio del ricorrente, e si determina la pendenza del
giudizio.
La P.A. resistente all’atto della costituzione, è tenuta a depositare l’atto impugnato e gli altri atti del
relativo procedimento.

D) Quando l’inosservanza del termine perentorio per la notifica del ricorso, nel caso di
impugnazione di un atto, sia stata determinata da un errore scusabile, il G.A. può concedere alla
parte la remissione in termini per consentirle di procedere ad una nuova notifica.
Il c.p.a. ha accolto le esigenze della giurisprudenza (che ammetteva la remissione solo per ipotesi
eccezionali), assegnando alla remissione in termini per errore scusabile un portata generale, non
circoscritta alla sola tardività della notifica del ricorso, ed allargando l’operatività dell’istituto anche
alle inosservanze determinate da gravi impedimenti di fatto, introducendo così un ulteriore margine
per un apprezzamento equitativo del giudice.

I Motivi Aggiunti:

L’assoggettamento dell’azione d’annullamento ad un termine perentorio ex art.29, comporta che


una volta decorso il termine di 60 g. per l’impugnazione, siano precluse ulteriori censure nei
confronti dell’atto impugnato.
La giurisprudenza ha quindi ammesso che il ricorrente che abbia già impugnato un provvedimento e
solo successivamente venga a conoscenza di un vizio, possa integrare il ricorso originario coi
motivi aggiunti.
Originariamente i motivi aggiunti erano l’atto processuale col quale il ricorrente modificava la
domanda, facendo valere i vizi del provvedimento impugnato, dei quali egli fosse venuto a
conoscenza solo dopo la notifica, del ricorso.
L’orientamento fu recepito dal c.p.a. (art. 43.1): oltre ad ammettere che, coi motivi aggiunti,
possano essere proposte nuove ragioni a sostegno delle domande già proposte, stabilisce che, con le
stesse modalità, possano essere proposte domande nuove, purché connesse a quelle proposte.
Nel giudizio d’annullamento, domande nuove, sono anche quelle proposte contro atti sopravvenuti
nel corso del giudizio, purché connessi con l’atto impugnato nel ricorso principale.
Il c.p.a., peraltro, esclude che l’impugnazione di un atto sopravvenuto, nel corso del giudizio, con
un ricorso autonomo, anziché coi motivi aggiunti, determini irregolarità processuali: la conseguenza
di un ricorso autonomo, nel caso di impugnazione di atti connessi, è il dovere per il giudice di
procedere alla riunione dei ricorsi (art. 43.3).
I motivi aggiuntivi rispecchiano esigenze comuni al ricorso: il c.p.a. modella la loro disciplina su
quella del ricorso, specie per quello che concerne la notifica alla altre parti in giudizio, la quale deve
avvenire, entro 60 gg. Dalla conoscenza dei nuovi documenti: a tale