Sei sulla pagina 1di 1141

George Gordon Byron

Opere complete
Volume V

www.liberliber.it
Questo e-book è stato realizzato anche grazie al
sostegno di:

E-text
Web design, Editoria, Multimedia
(pubblica il tuo libro, o crea il tuo sito con E-text!)
http://www.e-text.it/
QUESTO E-BOOK:

TITOLO: Opere complete di Lord Giorgio Byron. Volume


quinto
AUTORE: Byron, George Gordon
TRADUTTORE: Rusconi, Carlo
CURATORE: Rusconi, Carlo
NOTE: comprende: Ore d'ozio ; Bardi inglesi ; Liri-
che ; Deforme trasformato ; Werner ; Cielo e terra,
ecc., ecc., ecc.

CODICE ISBN E-BOOK:

DIRITTI D'AUTORE: no

LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza


specificata al seguente indirizzo Internet:
http://www.liberliber.it/libri/licenze/

TRATTO DA: 5: Ore d'ozio ; Bardi inglesi ; Liriche ;


Deforme trasformato ; Werner ; Cielo e terra, ecc.,
ecc., ecc. / di lord Giorgio Byron ; traduzione di
Carlo Rusconi. - Torino : Cugini Pomba e comp., 1853
. - 710 p. ; 18 cm.
Fa parte di:
Opere complete di Lord Giorgio Byron. - Torino : Cu-
gini Pomba e comp., 1852-1853. - 5 v. ; 18 cm.

2
CODICE ISBN: non disponibile

1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 4 settembre 2012

INDICE DI AFFIDABILITA': 1
0: affidabilità bassa
1: affidabilità media
2: affidabilità buona
3: affidabilità ottima

DIGITALIZZAZIONE:
Catia Righi, catia_righi@tin.it

REVISIONE:
Laura Petetta, laura_cam@yahoo.it

IMPAGINAZIONE:
Catia Righi, catia_righi@tin.it

PUBBLICAZIONE:
Catia Righi, catia_righi@tin.it

Informazioni sul "progetto Manuzio"


Il "progetto Manuzio" è una iniziativa dell'associa-
zione culturale Liber Liber. Aperto a chiunque vo-
glia collaborare, si pone come scopo la pubblicazio-
ne e la diffusione gratuita di opere letterarie in
formato elettronico. Ulteriori informazioni sono di-
sponibili sul sito Internet:
http://www.liberliber.it/

Aiuta anche tu il "progetto Manuzio"


Se questo "libro elettronico" è stato di tuo gradi-
mento, o se condividi le finalità del "progetto Ma-
nuzio", invia una donazione a Liber Liber. Il tuo
sostegno ci aiuterà a far crescere ulteriormente la
nostra biblioteca. Qui le istruzioni:
http://www.liberliber.it/aiuta/

3
OPERE COMPLETE
DI

LORD GIORGIO BYRON

VOLUME QUINTO

ORE D'OZIO. – BARDI INGLESI. – LIRICHE.


DEFORME TRASFORMATO. – WERNER. – CIELO E TER-
RA.
ECC., ECC., ECC.

Traduzione di CARLO RUSCONI.

TORINO
CUGINI POMBA E COMP. EDITORI
1853

4
ORE D'OZIO
POEMETTI.

5
Virginibus puerisque canto.
ORAZIO, lib. III, od. I.

Μήτ ἄς με μαλ αἴνεε μήτε τι νείκει.


OMERO, Iliad. X.

He whistled as he went for want of thougts.


Non sapendo a che pensare ei fischiava camminando.
DRYDEN.

6
PREFAZIONE
ALLA PRIMA EDIZIONE1.

Nell'imprendere la pubblicazione di questi poemi gio-


vanili, io non debbo combattere soltanto le difficoltà che
incontrano generalmente coloro che scrivono versi, ma
eziandio temere, non mi si accusi di presunzione per es-
sermi io posto così davanti al pubblico, allorchè avrei
potuto nella mia età impiegare tanto più utilmente il
tempo.
Queste composizioni sono il frutto delle ore perdute
di un giovine che da poco soltanto ha compito il suo di-
cianovesimo anno. Il suggello dell'adolescenza così fa-
cile a scorgervisi rendeva forse soverchio lo avvertimen-
to. Alcuni di questi poemetti sono stati scritti in ore di
infermità, e di abbattimento; fra gli altri, le Memorie
dell'infanzia. Questa considerazione, se non basta per
istrappare lo elogio, può almeno placare la censura. La
maggior parte di questi versi fu stampata ad istanza de'
miei amici e per loro esclusiva lettura. Io so che l'ammi-
razione parziale e spesso poco giudiziosa di una brigata
di amici non è buon criterio del genio poetico; ma so
pure che quegli che vuole molto fare, deve molto osare.
Ho dunque vinte le mie ripugnanze, ed ho pubblicato
questo volume a rischio e pericolo della mia riputazio-
ne. Il dado è tratto; varcai il Rubicone, e, favorevole o
1
Questa Prefazione è stata omessa nella seconda edizione.
7
no, aspetto la mia sentenza. All'ultima di queste due al-
ternative mi sobbarcherò rassegnato; imperocchè quan-
tunque io desideri buon successo a questi scritti, non vi
pongo però grandi speranze. Egli è probabile, ch'io ab-
bia tentato molto e fatto poco: perchè secondo la senten-
za di Cowper, «la è una cosa ben diversa lo scrivere per
piacere ai nostri amici, che appunto perchè son nostri
amici son prevenuti in favore nostro, e lo scrivere per
piacere al pubblico, che non conoscendo l'autore non si
farà scrupolo di criticarlo.» Nullameno io non aderisco
interamente a questa sentenza: al contrario mi tengo per-
suaso che questi parti dell'ozio non soffriranno ingiusti-
zia. Il loro merito, se un merito hanno pure, verrà fran-
camente riconosciuto: d'altra parte le mille mende che li
deturpano non possono ottenere un favore rifiutato a
scrittori di un'età più provetta, di fama meglio costituita,
e di un merito assai maggiore.
Io non ho qui mirato ad un'originalità esclusiva, nè mi
sono proposto alcun modello speciale. Si vedranno qui
parecchie traduzioni, che per la più parte non son che
parafrasi. Nelle cose originali si troveranno punti di
coincidenza con autori di cui la lettura mi è familiare,
comechè tai plagi siano involontarii per parte mia. Non
produr nulla che di interamente nuovo, è carico che in
un'età così feconda in poeti esigerebbe forze veramente
erculee; avvegnachè non vi sia soggetto che non sia sta-
to trattato, e per così dire, esausto. Poi la poesia non è la
mia vocazione: «è un peccato» che ho commesso per re-

8
car qualche distrazione alle ore pesanti dei miei giorni
d'infermità, e per rompere la monotonia dell'ozio. La è
questa, vuol confessarsi, una sorgente di ispirazioni che
non promette molto, ma d'altra parte un vano alloro, per
quanto arido possa essere, comporrà tutta la ricompensa
che questi poemi mi faranno ottenere, e allorchè le sue
foglie saranno appassite, non cercherò di sostituirvene
altre, nè di raccogliere una sola nuova fronda in quei bo-
schetti poetici, in cui non sono realmente che un intruso.
Benchè nella mia infanzia io abbia più d'una volta calca-
to con piede incurevole le montagne della Scozia, è da
molto tempo ch'io non ho respirato quell'aere puro, che
non ho abitato quei luoghi maestosi e alpestri; io non
posso dunque entrare in lizza coi bardi che han tal van-
taggio sopra di me. Ma le loro produzioni fruttano ad
essi molta gloria e spesso molto danaro, mentre io espie-
rò la mia audacia, senz'avere per conforto l'ultimo di
questi beni, e forse con una parte molto modica del pri-
mo. Io lascio ad altri, virum volitare per ora. Io m'indi-
rizzo a coloro per cui, dulce est desipere in loco; ai pri-
mi lascio di buon cuore la speranza dell'immortalità, e
mi accontento dell'umile prospettiva di prender posto
nel volgo degli scrittori gentlemen; col conforto forse di
figurare dopo morte nel «catalogo degli autori di sangue
regio o patrizio,» opera alla quale i Pari han più di un
obbligo, nel senso che molti nomi lunghi, sonori e ba-
stantemente antichi, sfuggono per tal mezzo all'oscurità
che involve sgraziatamente le produzioni voluminose di

9
coloro che li portano. È dunque con qualche timore e
con ben poca speranza ch'io pubblico questo libro, il
primo che esce dalla mia penna, e che sarà anche l'ulti-
mo. Un'ambizione giovanile fece spesso commettere atti
più rei e del pari insensati. Questa raccolta potrà diverti-
re alcuni lettori della mia età: non farà male a nessuno.
Per lo stato mio e per le mie occupazioni non è probabi-
le ch'io abbia a ricorrere di nuovo al giudizio del pubbli-
co, e quand'anche la sua prima sentenza mi fosse mite,
non avrei nessun desiderio di rendermi colpevole di una
seconda contravvenzione del medesimo genere. Il dotto-
re Johnson ha detto a proposito dei poemi di uno dei
miei nobili parenti2 che, «quando un uomo di qualità si
fa autore, egli ha diritto di pretendere che ciò che può
esservi di merito nelle sue opere non gli venga contesta-
to.» Quest'opinione non potrebb'essere di gran peso nel-
la bilancia della critica verbale, e meno ancora in quella
della censura periodica; ma in ogni caso è questo un pri-
vilegio di cui non mi prevarrò mai, e preferisco le sfer-
zate più felle dei critici anonimi ad elogii che non fosse-
ro rivolti che al mio titolo.

2
Il conte di Carlisle, autore di una tragedia intitolata: La Ven-
detta di un Padre. Vedi la vita di Johnson.
10
ORE D'OZIO.

SULLA MORTE DI UNA GIOVINETTA,


CUGINA DELL'AUTORE E DA ESSO AMATA3.

I venti rattengono il loro alito; la sera è bruna; alcuno


zeffiro non ispira pel bosco, ed io vado a meditare sopra
una tomba adorata e a cospargere di fiori le ceneri che
amo.
In quest'angusto sepolcro riposa la sua polvere, da
tanta vita prima animata; il re de' terrori ne fe' sua preda;
nè merito, nè beltà valsero a ricomprarla.
Oh! se quel crudo avesse potuto lasciarsi intenerire!
se il cielo avesse temprato il suo fero decreto, quegli che
la piange non avrebbe qui lai da esalare; nè qui la musa
rivelerebbe le sue virtù.
Ma perchè rammaricarsi? La sua anima celeste s'è
slanciata a volo oltre le sfere in cui brilla l'astro del dì, e
angeli in pianto la conducono verso quei sacri boschetti,
in cui la virtù è ricompensata da piaceri senza fine.
E noi, arditi mortali, accuserem noi il cielo, o ci erge-
remo follemente contro i decreti del Signore? Ah! lungi
da me questi pensieri insensati! Io non rifiuterò al mio
3
L'autore impetra l'indulgenza del pubblico specialmente per
questo poemetto, che fu il suo primo saggio, composto da lui in
età di 14 anni.
11
Dio l'omaggio della mia rassegnazione.
E nondimeno è ben dolce il rammentare le sue virtù;
dolce è bene il ricordare la sua incantatrice bellezza. I
miei pianti sgorgheranno senza interruzione per lei; la
sua immagine rimarrà scolpita nel mio cuore per sem-
pre4.
1802.

A E…..5.

Ridano a lor posta gli stolti in veggendo l'amicizia in-


tralciare i nostri nomi; la virtù ha diritti più sacri all'affe-
zione, che il vizio opulento e titolato.
Benchè il tuo destino sia inferiore al mio, avvegnachè
un titolo abbia fregiata la mia nascita, non invidiarmi
questa splendida prerogativa; a te si addice l'orgoglio di
un merito modesto.
Le nostre anime sono di tempra uguale; la tua sorte
non ha nulla di cui la mia debba arrossire: il sentimento
che ci avvince non sarà dunque meno dolce, e il merito
terrà a te luogo di nascita.
Novembre 1802.

4
La giovinetta qui cantata è Margherita Parker, figlia e nipote
dei due ammiragli Parker.
5
Questo fanciullo, pel quale Byron aveva concepito una tenera
affezione, era figlio di uno dei suoi coloni di Newstead.
12
A D…..

In te io sperava di stringere contro il mio seno un


seno, da cui la morte sola potesse separarmi: perchè do-
vevano gli ufficii della bieca invidia staccarti da me per
sempre?
Ma benchè essa t'abbia divelta dal mio cuore, tu in
esso serbi sempre il tuo loco; quivi l'effigie tua vivrà
finchè cessati ne siano i palpiti.
E quando i morti scoperchieranno gli avelli, quando
la polvere dei sepolcri riprenderà una nuova vita, è sul
tuo seno che si appoggierà la mia testa; il cielo sarebbe
squallido per me se tu non vi fossi.
Febbraio 1803.

EPITAFFIO DI UN AMICO.

Oh tu, che ho tanto amato, tu che mi sarai caro eter-


namente, di quante inutili lagrime ho bagnata la tua
tomba! Quanti gemiti ho esalati sul tuo letto di morte,
mentre tu ti dibattevi nella tua ultima agonia! Se le la-
grime avessero potuto rattenere il tiranno nella sua via;
se i gemiti avessero potuto allontanare la sua falce spie-
tata; se la giovinezza e la virtù avessero potuto ottenere
da esso un breve indugio, e la bellezza fargli scordare la
sua preda, tu vivresti ancora, delizia de' miei occhi oggi
gonfi di pianto, presidio e decoro dell'amico tuo. Se la
tua anima erra ancora talvolta nel luogo in cui riposano
13
le sue spoglie, tu potrai vedere nel mio cuore un dolor
troppo profondo, perchè esprimere si possa dallo scal-
pello dello scultore; il marmo non addita il luogo in cui
dormi il tuo ultimo sonno; ma ivi veggonsi lagrimare
statue favellanti. L'immagine del dolore non si inchina
sul tumulo, ma il dolore medesimo deplora la tua perdita
precoce; il tuo genitore piange in te il primo nato della
sua schiatta; ma l'afflizione di un padre non potrebbe
eguagliare la mia. Niuno senza dubbio addolcirà i suoi
ultimi istanti, come tu l'avresti fatto, pure altri figli gli
rimangono, ed essi gli allevieranno gli affanni della ter-
ra. Ma chi riempirà il vuoto che lasciasti nell'anima
mia? Qual nuova amicizia vi cancellerà la tua immagi-
ne? Nessuna! – I pianti di un padre cesseranno di scorre-
re; il tempo placherà il dolore di un fratello fanciullo an-
cora. Tutti fuori di un solo saranno racconsolati; e l'ami-
cizia gemerà squallida, derelitta e solitaria.
1803.

FRAMMENTO.

Il giorno in cui la voce di un padre mi appellerà al ce-


leste soggiorno, e nel quale la mia anima partirà lieta;
quando la mia ombra veleggierà sull'ala dei venti, o co-
perta da fosca nube scenderà sul fianco della montagna,
oh! un'urna splendida non acchiuda le mie ceneri, e non
indichi il luogo in cui la terra tornò alla terra! Non lun-
ghe epigrafi, non marmi fastosi di lodi. A solo epitaffio
14
si inscriva il mio nome: e se questo non ricinge d'onore
la fredda mia polvere possa nessun'altra gloria ricom-
pensare l'opere mie! Questo nome, questo solo additi il
luogo in cui io giaccio; per esso rimemorato, o con esso
posto in obblío.
1803.

VERSI COMPOSTI NEL LASCIARE L'ABBAZIA


DI NEWSTEAD.

Perchè costruisci questa dimora, figlio dei giorni dal-


l'ala rapida! Oggi tu giri lo sguardo dalla cima della
tua torre: pochi anni ancora e il soffio del deserto
muggirà nell'ostello disabitato.
OSSIAN.

Newstead, traverso ai tuoi merli i venti ruggiscono


sordamente; dimora de' miei padri, eccoti omai caduta;
ne' tuoi giardini, che la gioia non ha molto avvivava, la
cicuta e il cardo tengono il loco della rosa.
Di quei Baroni coperti di ferro, che superbi del loro
valore guidavano i vassalli in Palestina, non rimangono
altri vestigii, che gli stemmi e gli scudi che risuonar fa il
soffio degli uragani.
L'arpa del vecchio Roberto non eccita più i cuori ge-
nerosi a mietere la palma delle battaglie. Giovanni d'Ho-
ristan6 riposa presso alle torri d'Ascalona; la morte im-
6
Il castello di Horistan, nella provincia di Derby, antico seggio
della famiglia dei Byron.
15
pose fine ai concenti del suo Menestrello.
Paolo e Uberto pur dormono nella valle di Cressy 7.
Essi caddero per la salute di Eduardo e dell'Inghilterra.
Oh! miei padri, voi rivivete nei pianti della vostra patria;
essa narra di voi come sapeste combattere e morire!
A Marston8, lottando con Roberto9 contro i ribelli,
quattro germani bagnaron del loro sangue un campo di
stragi; propugnatori dei diritti oltraggiati del Monarca, il
loro paese essi difesero, finchè la morte gli ebbe col suo
soffio agghindati.
Addio, ombre di eroi! Nell'allontanarsi dalla dimora
dei suoi avi, il vostro discendente vi acclama incliti e
forti! Sulla riva straniera o nella terra natale, egli pense-
rà alla vostra gloria, e questa ricordanza rianimerà il suo
coraggio.
Sebbene una lagrima gl'intenebri l'occhio a questa tri-
sta separazione, è la natura e non la tema che gliela
strappa. Una nobile emulazione l'accompagnerà nei pae-
si lontani; ei non potrebbe dimenticare la grandezza de'
suoi padri.
Questa ricordanza e la magnanimità vostra formeran-
no la sua gloria; egli giura che non mai oscurerà la vo-
7
Due cavalieri della famiglia di Byron che servirono con ono-
re all'assedio di Calais sotto Eduardo III, e perderono la vita alla
celebre battaglia di Cressy.
8
La battaglia di Marston, in cui gli aderenti di Carlo I furono
disfatti.
9
Figlio dell'Elettore Palatino e parente di Carlo I. Egli coman-
dò poscia una flotta sotto il regno di Carlo II.
16
stra fama; come voi egli vivrà, o come voi affronterà la
morte; e quando più non sia, possa egli unire le sue ce-
neri alle vostre.
1803.

VERSI SCRITTI SOPRA UN VOLUME DI «LETTERE


DI UNA RELIGIOSA ITALIANA AD UN INGLESE.»

«Lungi da me i vostri artifizii seduttori! Sian essi ri-


volti ai cuori semplici, e li faccian traviare! Mentrechè
voi sorriderete della loro credulità, essi piangeranno del-
la vostra perfidia.»

RISPOSTA A QUESTI VERSI, INDIRIZZATA A MISS.....

Ingenua fanciulla, gli artifizii da' quali tu vorresti tu-


telare il tuo sesso non esistono che nella tua immagina-
zione; sono fantasmi che tu sola crei. Oh! credi a me,
non ha alcun disegno d'ingannarti colui che non può ve-
dere senza ammirazione i tuoi vezzi, le tue schiette for-
me, i tuoi lineamenti amorosi. Getta gli occhi sopra il
tuo specchio, e vi scernerai quell'eleganza che il nostro
sesso loda con entusiasmo, e che eccita l'invidia del tuo.
Quegli che ti parla della tua beltà non adempie che ad
un debito: non fuggire la giovinezza che favella sincera;
non riputar adulazione l'espressione della verità.
Luglio 1804.

17
ADRIANO MORENTE, ALLA SUA ANIMA.

(Animula! vagula, blandula,


Hospes comesque corporis
Quae nunc abibis in loca?
Pallidula, rigida, nudula,
Nec, ut, soles, dabis jocos)
Ah! gentle, fleeting, wavering Sprite
Friend and associate of this clay!
To what unknown region borne,
Wilt thou now wing thy distant flight?
No more, with wonted humour gay;
But pallid, cheerless, and forlorn.
Oh! gentile, fuggevole, instabile animella, amica e
compagna di questo corpo, verso qual ignota regione
vuoi tu ora dirizzare il tuo volo? Non più lieta come so-
levi; ma squallida senza speranza e senza gioie.

A EMMA.

Poichè l'ora è venuta in cui tu devi separarti da quegli


che tanto ti amò, poichè il nostro sogno di felicità volse
al suo termine, anche un dolore, o mia amica! e tutto
sarà finito.
Momento pieno di amaritudine questo in cui ci sepa-
riamo per non più rivederci, in cui chi mi fu tanto caro
si toglie da me per andar verso contrade ignote!
Ma sia!... Passammo istanti felici, e la gioia si mesce-
rà al nostro pianto, allorchè il nostro pensiero ricorrerà

18
verso queste torri antiche che ospitarono la nostra infan-
zia.
In piedi sulla lor gotica cima noi contemplavamo il
lago, il parco, la valle; ed ora anche fra il velo delle no-
stre lagrime i nostri sguardi rivolgono un ultimo
addio.....
A queste campagne che abbiam tante volte percorse,
teatro dei nostri giuochi fanciulleschi; a queste ombre,
sotto di cui stanchi delle nostre corse ci riposavamo, al-
lorchè la tua testa s'inchinava sopra il mio cuore;
Mentre io ti contemplavo con occhio d'ammirazione,
e dimenticavo di far fuggire dal tuo bel volto l'alato in-
setto a cui invidiavo il bacio ch'ei deponeva sui tuoi oc-
chi dormenti.
Mira la pinta navicella nella quale io ti facevo scorre-
re il lago; mira la quercia che commuove sul parco la
sua vast'ombra, e su di cui aggrappandomi io salivo ad
un tuo cenno.
Quei tempi trascorsero. – Non più gioie per me: tu mi
abbandoni, tu lasci questa lieta valléa. Solo omai io deb-
bo percorrere questi bei luoghi; ma senza di te, quale in-
canto possono più avere pei miei occhi?
Oh! nessuno che sperimentato non lo abbia potrà con-
cepire tutto ciò che v'è di crudele in un ultimo amplesso,
allorchè divisi da quanto si amava si dà un lungo addio
alla felicità.
Ah! è questo il più doloroso dei mali; è questo che
per lungo tempo solca le gote con lagrime infuocate; è

19
questo che segna il termine finale dell'amore, da cui l'a-
nima si divincola in un letargo di morte!

A M. S. G.

Ogni volta ch'io veggo le tue labbra incantevoli ardo


del desiderio di stamparvi un bacio infuocato; ma di sì
celeste felicità mi privo, perchè sarebbe una felicità col-
pevole.
Ogni volta ch'io miro quel seno splendido di bian-
chezza avvampo della brama di sfiorarne la neve! Ma sì
audace brama reprimo, per tema di non turbare il tuo ri-
poso.
Uno sguardo del tuo occhio sfolgorante mi fa palpita-
re di speranza o di tema: nullameno io ti nascondo il
mio amore; e perchè?... solo per risparmiarti le lagrime
del dolore.
Non mai io ti ho confessato il mio amore: ma tu non
vedesti che troppo la mia ardente fiamma; debbo io ora
parlarti della mia passione, per mutare in inferno il cielo
della tua anima?
No, giacchè tu non puoi mai esser mia! Giammai la
Chiesa non potrebbe benedire alla nostra unione. Oh!
mia amica, tu non mi sarai mai avvinta che con nodi ce-
lesti.
Arda dunque in segreto il mio fuoco; ignorato da te,
divampi e si consumi. Preferisco il morire al lasciarne
risplendere la luce colpevole.

20
Non vuo' sollevare il mio cuore pieno d'ambascia,
struggendo la pace del tuo. Piuttosto che contristarti,
spegnerò in me ogni pensiero di baldanza.
Sì, io rinuncio a quelle tue labbra adorate, per le quali
sprezzerei più che non oso dire; per salvare il tuo e il
mio onore io innalzo a te il mio ultimo addio.
Io non premerò contro il mio cuore il tuo seno vezzo-
so; io vuo' restar solo colla mia disperazione; e mi privo
dei tuoi amplessi, pei quali tutto affronterei, fuorchè il
tuo disonore.
Rimanti pura; esempio eccelso diventa d'illibata one-
stà... io languirò in preda ad ambascie infinite, ma im-
molata almeno non ti avrò all'amore.

A CAROLINA.

Oh! quando verrà la morte a dar tregua per sempre ai


miei mali? Quand'è che la mia anima, lasciando que-
st'argilla terrestre prenderà il suo volo? Il presente è l'in-
ferno, e il dimane aggiunge nuove torture ai patimenti
del dì che lo precede.
I miei occhi non han lagrime, le mie labbra non han-
no maledizioni; io non isterminerò i nemici che mi pre-
cipitarono dall'altezza delle gioie; vile sarebbe l'anima
che in preda a tali tormenti sfogasse con parole il suo
dolore.
Se dai miei occhi invece di lagrime uscissero dardi di
fuoco; se le mie labbra vomitassero fiamme cui nulla

21
potesse estinguere; i miei occhi avventerebbero sui no-
stri nemici i fulmini della vendetta; la mia lingua sfo-
gherebbe con impeto la sua rabbia.
Ma ora a che varrebbero i pianti e le maledizioni!
Esse addoppierebbero solo la gioia dei nostri tiranni; s'ei
ne vedessero gemere di questa funesta separazione, tal
vista allegrerebbe i loro cuori spietati.
Pure è indarno che ostentiamo rassegnazione; la vita
non fa più splendere sopra di noi un raggio solo di feli-
cità; l'amore e la speranza non han più consolazioni per
noi sopra la terra; nel sepolcro sta la nostra speranza
dacchè nella vita è posto il nostro timore.
Oh amante mia! io non aspiro che alla tomba, dopo-
chè l'amore e l'amicizia mi han per sempre abbandona-
to! E se nel soggiorno della morte potrò di nuovo pre-
merti contro il mio petto, forse i vili che ci opprimono
non turberan più la pace nostra.
1805.

A CAROLINA.

Quando io ti ascolto esprimere un'affezione tanto


viva, non credere, o amica mia, ch'io non presti fede alle
tue parole: le tue labbra calmerebbero il più sospettoso
degli uomini, e ne' tuoi occhi brilla un raggio che non
saprebbe ingannare.
E nondimeno quantunque ti adori, il mio cuore affasci-
nato pensa con isgomento che l'amore come la foglia deve
22
un giorno appassire, che la vecchiezza sopravverrà e che
allora colle lagrime agli occhi contempleremo traverso al
velo delle memorie le scene di nostra giovinezza;
Che un tempo troverassi in cui le ciocche della tua ca-
pigliatura perderanno il loro colore e ondeggieranno più
rade al soffio della brezza, allorchè non rimarranno di
quelle treccie che pochi capelli canuti, vestigi dolorosi
delle infermità, del tempo e del deperire delle cose terre-
stri.
È ciò, mia amica, che turba i miei pensieri, che abbru-
na il mio volto. Non però io accuserò d'ingiustizia quel-
la legge suprema che assoggetta alla morte tutto ciò che
respira, e che un giorno deve privarmi di te!
Amabile scettica, non ingannarti sulla cagione delle
mie ambascie: il dubbio non può farsi strada fino al cuo-
re del tuo amante; ognuno de' tuoi sguardi è oggetto del
suo culto; un tuo sorriso basta a ricrearlo, una tua lagri-
ma a mutarne i concetti.
Ma oh! amica dolce, poichè la morte deve tosto o tar-
di colpirne; poichè i nostri cuori ardenti ora di tanto af-
fetto dormir denno sotto terra, per non risvegliarsi che
nel giorno in cui la formidabile squilla sperderà il sonno
dei morti;
Libiamo a larghi sorsi il piacere di cui una passione,
qual è la nostra, è sorgente inesausta: empiamo fino al-
l'orlo la coppa dell'amore e innebriamoci di questo terre-
stre néttare.
1805.

23
A CAROLINA.

Credi tu dunque ch'io abbia veduto imperterrito i tuoi


begli occhi bagnati di lagrime supplicarmi di restare;
che io sia rimasto sordo a' tuoi sospiri, più eloquenti di
ogni parola?
Per quanto vivo fosse l'affanno che faceva scorrer le
tue lagrime, veggendo così disperdersi le nostre speran-
ze e il nostro amore, credi, fanciulla adorata, che questo
cuore sanguinava di ferita non meno profonda della tua.
Ma quando il dolore infiammava le nostre gote, quan-
do le tue labbra soavi premevano le mie, i pianti che
sgorgavano da' miei occhi erano assorbiti da quelli che
versavano i tuoi.
Tu non potevi sentire la mia guancia avvampante. Il
torrente delle tue lagrime ne avea spenta la fiamma, e
allorchè la tua lingua faceva opera di parlare, era solo
coi sospiri che essa proferiva il mio nome.
Pure, giovinetta, è invano che piangiamo, invano esa-
liamo questi nostri lamenti: le ricordanze sole debbono
restarne, ed esse non potranno che doppiare i nostri
mali.
Addio, mia amante! Ah! se tu il puoi, comprimi i tuoi
dolori; il tuo pensiero non si arresti su le nostre gioie
passate: ogni nostra speranza è ora posta nell'obblío.

24
STROFE SCRITTE A UNA SIGNORA
NELL'INVIARLE I POEMI DI CAMOENS.

Beltà diletta, forse tu apprezzerai per cagion mia que-


sto pegno di una tenera stima; questo libro parla d'amore
e de' suoi sogni celesti: è un tema che non possiamo
trattare mai con dileggio.
Chi il biasima infatti fuor dello stolto invidioso, della
vecchia pulzella, o della donna che, educata alla scuola
di un'affettuosa saviezza, è condannata a languire in uno
sterile abbandono?
Ma tu, donna vezzosa, tu che non entri in nessuna di
queste serie di persone, tu leggi questi versi, e leggili
con commozione; non è invano ch'io invocherò la tua
pietà su gli infortunii del poeta.
Ed egli era poeta vero; la sua fiamma non era menda-
ce o passeggiera. Possa l'amore ricompensarti come lui
ricompensò; ma il suo destino non divenga il tuo.

IL PRIMO BACIO DELL'AMORE.

Tregua alle finzioni d'insensati romanzi, trame di


menzogne intessute dalla follía! Accordatemi il dolce
raggio di uno sguardo che vien dall'anima, o l'entusia-
smo che si prova al primo bacio dell'amore.
Poeti, che non ardete che di un fuoco immaginario, le
cui passioni pastorali son fatte pei boschetti, da qual fe-
conda sorgente d'ispirazioni sgorgherebbero le vostre

25
rime, se gustato aveste il primo bacio dell'amore!
Se Apollo vi ricusa il suo aiuto, se le nove suore sem-
brano farsi a voi ritrose, non le invocate più, dite addio
alla musa, e sperimentate l'effetto del primo bacio dell'a-
more.
Fredde composizioni dell'arte, io vi abbomino. Do-
vessero gl'ipocriti condannarmi e le pinzochere garrirmi,
io cerco le ispirazioni di un cuore che batte di voluttà al
primo bacio dell'amore.
Que' vostri pastori, quegli armenti e tutte quell'altre
fantasie possono dilettare talvolta, ma non mai com-
muovere. L'Arcadia non è che un paese di finzioni; e
che sono le immagini sue raffrontate col primo bacio
dell'amore?
Oh! non dite che l'uomo dacchè nacque, da Adamo
fino ai nostri giorni sia stato soggetto alla legge della
sventura; evvi ancora sulla terra qualche orma di paradi-
so, l'Eden rivive tutto nel primo bacio dell'amore.
Allorchè l'età avrà agghiacciato il nostro sangue, e
quando i nostri piaceri saranno svaniti (avvegnachè gli
anni per isfuggirne abbiano ali di colomba) la ricordan-
za più cara e che ad ogni altra sopravvivrà, sarà quella
che ne richiami il primo bacio dell'amore.

26
SOPRA UN MUTAMENTO DI DIRETTORE IN UNA
DELLE NOSTRE SCUOLE PUBBLICHE10.

Che divenne, Ida11, l'onorata fama di cui tu godevi, al-


lorchè Probo12 sedeva sul tuo trono magistrale? In quella
guisa che Roma degenere vide un barbaro salire sul so-
glio dei Cesari, è così, o Ida, che subendo un destino
turpe del pari, tu vedi un Pomposo 13 surrogato a un Pro-
bo.
Pomposo t'inceppò alla sua fiera catena, Pomposo
dalla dura cervice, dall'anima più dura ancora; Pompo-
so, straniero ad ogni gentilezza, il cui merito sta solo in
un gergo sonoro, in vane parole, in folli assurdità, quali
mai non udì alcun collegio. Mutando la pedantaggine in
scienza, ei regge baldanzoso della sua sola approvazio-
ne. Con lui, o Ida, acconciati a provare il destino di
Roma: com'essa tu cadrai, smarrirai la tua antica gloria,
nè ti rimarrà della scienza altro che il nome.
Luglio 1805.

10
Nel marzo 1805 il dottor Drury lasciò la direzione del colle-
gio di Harrow, e gli venne sostituito il dottor Butler.
11
È con questo nome che l'autore ha sempre chiamato Harrow.
12
Il dottor Drury di cui lord Byron parla a lungo nelle sue Me-
morie.
13
Il dottor Butler. Una riconciliazione ebbe poscia luogo fra
lord Byron e lui.
27
AL DUCA DI DORSET14.

Dorset! compagno delle mie giovanili escursioni, al-


lorchè percorrevamo insieme tutti i sentieri ombreggiati
da Ida; tu, cui l'affezione m'insegnò a proteggere; e per
cui fui meno un tiranno che un amico, in onta alla legge
inflessibile della nostra brigata che imponeva a te l'ob-
bedienza, a me l'impero15; tu che fra pochi anni vedrai
discendere sulla tua testa tutti i doni dell'opulenza e tutti
gli onori del potere; tu fin da ora possiedi già un nome
illustre, e tieni un posto che è a breve distanza dal trono.
Pure, Dorset, non indurti a fuggir la scienza e a rompere
ogni freno malgrado la viltà di quei maestri che, temen-
do di spiacere al fanciullo titolato che può un giorno
compartire le cariche e i favori, veggono con indulgenza
le tue pecche e chiudon gli occhi sopra colpe che trema-
no di punire.
Quando giovani parassiti genuflettono, non innanzi a
te, ma innanzi all'opulenza, loro idolo d'oro, – avvegna-
chè fin nell'infanzia semplice ed ingenua trovinsi schia-
vi e adulatori; – allorchè essi ti dicono che la pompa
deve adornar colui cui la nascita chiama alle grandezze,
che i libri non si addicono che ai mendichi, che gli spiri-
14
Giorgio-Giovanni-Federico IV, duca di Dorset, nacque il 15
novembre 1793, e morì di una caduta da cavallo nel febbraio
1815.
15
Questo duca di Dorset era il fag di lord Byron, il giovine
cioè che secondo gli usi d'Inghilterra stava soggetto ad esso nel
collegio.
28
ti eletti sprezzar denno le norme comunali, bada a non
creder loro, essi ti additano il sentiero dell'ignominia, e
cercano di offuscare la gloria del tuo nome. Fra la folla
de' tuoi condiscepoli trascegli coloro di cui l'anima non
esita a condannare il male; o se fra i compagni di tua
adolescenza niun se ne trova abbastanza ardito per farti
udire la voce severa della verità, interroga il tuo cuore;
egli non ti ingannerà, perocchè io so che la virtù vi di-
mora.
Sì, è da lungo ch'io imparai a stimarti; ma nuove cure
mi chiaman ora lungi da te; sì, io ho in te intravveduta
un'anima generosa, che ben guidata farà la delizia degli
uomini. Ah! io pure sebbene la natura m'abbia creato al-
tero e impetuoso, trascorrendo di fallo in fallo, predesti-
nato a una sicura caduta, io cadrò solo; e comechè alcun
precetto non possa ora lenire il mio cuore, io adoro
quelle virtù che non posseggo.
Non basta per te il diffondere in mezzo agli altri figli
della potenza lo splendore fugace di una meteora. Tu
non puoi starti pago al misero onore di aggiungere un
nome vuoto agli annali di tanti altri nomi per partecipare
poscia al destino dei più coperti dall'obblío della morte;
senza che nulla ti separi dal vulgo, tranne la fredda pie-
tra che si stenderà sulle tue spoglie, l'arma rugginosa e
la scritta araldica, con amore mantenuta e da niuno am-
mirata. Tu non vorrai, a simiglianza di quei patrizii che
vissero, e mai non furono, dormir dimenticato fra le
nere pareti che proteggono le loro ceneri, le loro follíe e

29
i loro errori, e non lasciare per ricordanza che un vano
stemma. Oh quanto il mio sguardo profetico predilige
invece di contemplarti esaltato fra tutti gli uomini probi,
percorrere una via lunga e luminosa, primo per ingegno
come per nascita, calpestando il vizio abbietto e l'abbiet-
ta viltà, non Beniamino della fortuna, ma suo alunno il
più nobile!
Volgi i tuoi sguardi al passato, e vedrai risplendere le
geste dei tuoi padri. Uno ebbe la gloria di creare il
dramma inglese16; un altro fu eccelso nei campi, nella
corte, al senato; guerriero intraprendente, favorito delle
muse, orgoglio dei re e ornamento del Parnaso17. Tali fu-
rono i tuoi maggiori; sostieni la gloria del loro nome:
succedi non ai loro titoli soltanto, ma alla loro fama. Per
me l'ora avvicinasi; fra breve io non vedrò più questo
teatro delle gioie e dei dolori della mia adolescenza; fra
breve mi converrà abbandonare questi rezzi ameni in cui
vivevo di speranza, d'amistà e di pace: speranza che si
incoloriva per me di tutte le tinte dell'iride, e lumeggia-

16
Tommaso conte di Dorset fu uno dei più splendidi ornamenti
della poesia inglese. Egli fu il primo che compose un dramma re-
golare – (ANDERSON).
17
Carlo conte di Dorset, riguardato come il cavaliere più per-
fetto del suo tempo, si attirò l'attenzione non meno della Corte
voluttuosa di Carlo II, che di quella mesta e terribile di Guglielmo
III. Egli si fece onore alla battaglia navale contro gli Olandesi nel
1665. Fu alla vigilia di quel combattimento che compose la sua
celebre canzone: «Salvete Fanciulle d'Inghilterra.» Venne lodato
da Dryden, da Pope, da Prior e da Congrêve. – (ANDERSON).
30
va sulle ali del tempo vorace; pace che niun pensiero
turbava, cui non alterava alcun presagio funesto; amistà
che pura e sincera non sorride fuorchè nell'infanzia. Ah!
lungamente amar non possono coloro che sanno tanto
amare. Tutto ebbe termine, io non posso che con dolore
staccare gli sguardi da questi oggetti diletti. Cosi l'esule
lasciando il paese natío, volge verso la sponda che s'al-
lontana lentamente sul piano azzurro occhi pieni di do-
lore, ma a cui non è dato di piangere.
Addio, Dorset! io non richiedo alcuna ricordanza da
un cuore sì giovine. Il dimani cancellerà in esso il mio
nome senza lasciarvi alcuna traccia. Ma in età più matu-
ra noi ci rivedrem forse; perocchè il destino ci ha posti
nella medesima orbita; e membri del medesimo senato,
l'Inghilterra potrà reclamare nello stesso litigio il nostro
voto. Chi può dire se allora noi non ci passeremo vicino
con indifferenza, o fors'anche con disdegnosa riserva?
Omai per me tu non sarai amico, nè nemico io rimarrò
straniero alla tua buona o rea fortuna, ed è l'ultima volta
che ti ricordo i dì della nostra giovinezza. Noi non gu-
steremo più insieme le gioie dell'intimità, nè sarà più
che fra la folla ch'io potrò udire la tua voce. Ma se i voti
di un cuore inetto a palliare sentimenti ch'ei dovrebbe
forse nascondere, se questi voti non sono stati formati
invano, l'angelo che presiede al tuo destino e che grande
ti trovò, ti lascierà glorioso.
1805.

31
FRAMMENTO SCRITTO POCO TEMPO DOPO
IL MATRIMONIO DI MISS CHAWORT.

Montagne di Annesley, asilo freddo e solitario, dove


tante volte errò la mia spensierata giovinezza, come le
tempeste del Nord combattono e mugghiano al disopra
delle vostre folte ombre!
Ora non più ingannando il corso delle ore andrò a vi-
sitare i miei ricetti favoriti; il sorriso di Maria cessò di
far per me un Eden di quei luoghi.
1805.

GRANTA18. ZIBALDONE (A MEDLEY).

Oh! perchè non ho io il potere del demone di Le


Sage! In questa notte stessa il mio corpo tremante sareb-
be trasportato sul campanile di Santa Maria.
Là, scoperchiando gli edifizii della vecchia Granta, i
suoi abitanti mi si mostrerebbero nella loro nudità; co-
desti uomini che non agognano che prebende e benefi-
zii, mercede del lor voto venale.
Là vedrei i due antagonisti candidati Petty e Palmer-
ston che vanno in traccia di schede nel dì delle elezio-
ni19.
18
Nome classico dell'Università di Cambridge.
19
Dopo la morte di Pitt nel 1806, lord Petty e lord Palmerston
si contesero l'onore di rappresentare al Parlamento l'Università di
Cambridge; il primo era candidato del ministero, il secondo del-
32
Ma candidati e elettori, la santa falange dorme di un
sonno profondo, gente egregia per pietà, a cui la co-
scienza non turba il riposo.
Lord Hawke può attendere sicuro gli eventi; i membri
dell'Università sono saggi, nè le promozioni han loco
che a lunghi intervalli.
Essi sanno che il Cancelliere ha incliti benefizii da
conferire: ognuno spera di conseguirne, e accoglie sorri-
dendo il candidato ch'ei propone.
Ora che la notte discende lasciamo questo inutile qua-
dro e scandagliamo invisibili gli studiosi alunni dell'U-
niversità.
Là in camere anguste e umide l'aspirante al premio
collegiale si stilla il cervello al lume della lampada not-
turna, si corica tardi e si alza col giorno.
Certo ha ben meritato quel premio con tutti gli altri
onori del collegio colui che per ottenerli si condanna ad
impossessarsi di cognizioni inutili;
Che sagrifica le ore destinate al sonno per scandere
metri attici, o risolvere problemi di geometria;
Che cerca in Scale20 quantità false, o insanisce sulla
chiosa di un latino barbaro, ripudiando i piaceri delle
letture storiche, e anteponendo ai capolavori letterarii i
quadrati dell'ipotenusa.
Tuttavolta codeste non sono che occupazioni inno-

l'opposizione.
20
Autore di un'opera sulla versificazione greca, non senza me-
rito, ma con molti errori.
33
centi, che non nuocono che allo sfortunato scolaro, nè
ragguagliar si possono alle ricreazioni a cui convengono
quei giovani imprudenti,
Le orgie scostumate de' quali offendono la vista,
quando il vizio si unisce all'infamia, e l'intemperanza e
il giuoco non son dimenticati, e tutti i sensi stanno im-
mersi nell'ebbrezza del vino.
Tale non è la compagnia dei metodisti che sognano ri-
forme, e assumono un contegno umile, e pregano pei
peccati altrui;
Dimenticando che il loro spirito d'orgoglio, la pompa
che fanno delle loro virtù scema di molto il merito del
loro disinteresse troppo vantato.
Ma ecco il giorno che spunta; volgiamo altrove gli
sguardi. Quale scena mi si appresenta? Che folla è code-
sta che vestita di bianco21 scorre traverso alle
campagne?
La squilla della cappella risuona per l'aere; ella si
tace: quali accordi le succedettero? L'organo fa udire al-
l'orecchio attento e inebbriato la sua cara e soave armo-
nia.
A quei suoni si mesce il cantico sacro, l'inno del Re
profeta; ma quegli che avrà per qualche tempo udito tal
musica non si lascierà indurre ad ascoltarla una seconda
volta.
I nostri cantori son meno che mediocri anche per es-

21
Nei giorni di festa gli studenti portano in chiesa certe cotte
bianche.
34
ser novizii. Niuna grazia ottenga quella torma di pecca-
tori dalla stridula voce.
Se David allorchè ebbe finita l'opera sua udito avesse
cantare costoro, i suoi salmi non sarebbero giunti fino a
noi; nell'ira sua ei gli avrebbe lacerati.
Gl'infelici Israeliti, prigionieri di un tiranno barbaro,
ebbero ordine di cantare nel loro infortunio sulle rive
del fiume di Babilonia.
Oh! se l'arte o la tema avesse loro inspirati sì nefandi
accordi, essi non avrebbero avuto mestieri di ubbidire;
alcuno non sarebbe rimaso ad ascoltarli.
Ma per poco ch'io continui ancora a scrivere, temo di
essere dal lettore abbandonato: la mia penna è già senza
tempra; il mio inchiostro finì, e credo sia ora di smette-
re.
Vecchia Granta, a te e alle tue torri io dico addio. Non
vuo' più viaggiare per l'aere come Cleofa: tu non ispiri
più nulla alla mia musa: il lettore ed io siamo del pari
stanchi.
1806.

35
SOPRA UNA LONTANA VISTA DEL VILLAGGIO E
DEL COLLEGIO DI HARROW.

O mihi praeteritos referat si Jupiter annos!


VIRGILIO.

Scene della mia infanzia, la cui cara memoria rende


amaro il presente col contrasto di quello che fu, coi tem-
pi ne' quali la scienza svegliò per la prima volta il mio
pensiero, e in cui contrassi amicizie troppo tenere per
poter esser durevoli;
In cui l'immaginazione mi fa rivedere ancora i volti
dei miei compagni; quanto mi è cara la vostra rimem-
branza che riposa nell'imo petto dal quale la speranza è
sbandita!
Io riveggo col pensiero i monti testimoni dei nostri
ludi, le onde nelle quali nuotavamo, i campi, agone dei
nostri litigi, la classe a cui ne richiamava la squilla, e
nella quale meditavamo gli incresciosi precetti degli
istitutori.
Riveggo la tomba ove soleva assidermi 22 e rammento
le mie veglie meditabonde, e il cimitero a cui andavo
per contemplare gli ultimi raggi del sole al tramonto.
Riveggo ancora la stanza nella quale cinto di spettato-
22
Nel cimitero. di Harrow viene ancora additata una tomba
dalla quale si vede Windsor. È là che Byron andava spesso a pas-
sare ore intere, immerso nelle sue meditazioni. I suoi condiscepo-
li l'hanno chiamata la tomba di Byron.
36
ri, la facevo da interprete ai furori di Zanga 23 e calcavo
sotto i piedi Alonzo intantochè il mio giovanile orgo-
glio, inebbriato dal dolce strepito degli applausi, crede-
vasi vincere in arte lo stesso Mossop24;
O quando nella parte del Re Lear, privato delle figlie,
del regno e dell'intelletto, esalavo le mie imprecazioni
dolorose, e travolto dalla vanità e dall'approvazione del-
l'uditorio mi avevo in conto d'un novello Garrick.
Oh sogni della mia fanciullezza, quanto cari mi ritor-
nate! La vostra ricordanza soppravvive nella mia mente
in tutta la sua purità; nel mio squallore, nell'abbandono
in cui vivo, obbliarvi non posso: de' vostri piaceri col
pensiero ancora godo.
Ida, possa la memoria ricondurmi sovente presso di
te, allorchè il destino volgerà il mio fosco avvenire! Poi-
chè innanzi a me non ho che tenebre, il raggio del passa-
to è doppiamente soave al mio cuore.
Ma se nel corso degli anni che mi aspettano una nuo-
va prospettiva di piaceri dovesse apparirmi, allora nel
mio entusiasmo esclamerei: oh! tali furono i giorni che
la mia infanzia conobbe.
1806.

23
Personaggio di un dramma di Young intitolato La Vendetta.
Nei suoi esercizii di declamazione Byron sceglieva sempre gli
squarci più veementi, come sarebbe il discorso di Zanga sul corpo
di Alonzo e l'apostrofe di Lear alla tempesta.
24
Attore celebre contemporaneo di Garrick.
37
A M....
Oh! se i tuoi occhi avessero invece di fiamma l'e-
spressione di una tenerezza viva, ma dolce, forse sve-
glierebbero meno desiderii, ma amori più che mortali
sarebbero i tuoi;
Perocchè il Cielo ti creò sì divinamente bella, che in
onta di quel tuo sguardo indomabile noi ti ammiriamo,
ma senza speranza.
Allorchè la natura ti fece nascere, tante perfezioni sta-
vano in te, che ella temè che, troppo nobile per la terra,
il Cielo non ti reclamasse.
E per proteggere la sua più bell'opera, per paura che
gli angioli non ti disputassero al suo impero, ella pose
un lampo fulmineo e segreto in quelle pupille prima dol-
cissime.
Fin d'allora esse splenderono di tutti i fuochi del mez-
zodì e tennero in tema anche il Silfo più ardito. Alcuno
non v'è cui la tua beltà non infiammi; ma chi ardirebbe
affrontare il tuo vivido sguardo?
Fu detto che la chioma di Berenice mutata in costella-
zione ornasse la vôlta celeste; ma tu non avresti loco in
quel soggiorno, tu i sette pianeti offuscheresti.
Perocchè se i tuoi occhi splendessero là in alto come
astri, a stento si scernerebbe il chiaror delle stelle tue
compagne: e i Soli stessi, ognuno dei quali presiede a un
sistema sidereo, non vibrerebber più dalle loro orbite
che pallidi raggi.
1806.
38
ALLA DONNA.

Donna, l'esperienza, avrebbe dovuto ammonirmi che


è impossibile di vederti senza amarti; essa avrebbe do-
vuto farmi accorto che le tue più sacre promesse a nulla
tengono; ma da che tu mi apparisci con tutti i tuoi vezzi,
io tutto dimentico, nè so più che chinarmi davanti a te.
Oh! memoria, dono benefico, allorchè si spera o si pos-
siede ancora, oh come tutti gli amanti ti maledicono,
quando l'amore è fuggito e la passione, è estinta! Donna,
oggetto caro e ingannatore, come facile a crederti è la
giovinezza! Come batte il cuore allorchè vediamo per la
prima volta quegli occhi che nuotano nell'azzurro, o
quei lampi che vibra una nera pupilla, o quello splendo-
re più soave che traluce fra le palpebre di un bruno chia-
ro! Quanto di fede noi prestiamo a tutti i giuramenti del-
la beltà! Con quale effusione ascoltiamo le sue promes-
se! Insensati, noi crediamo che quelle promesse avvin-
cano il cuore per sempre, ma al trascorrer d'un giorno
esso è già mutato. Vero sarà sempre l'adagio crudele:
«Donna, i tuoi giuramenti sono scritti sulla sabbia25.»

25
Proverbio spagnuolo.
39
A M. S. G.

Quand'io sogno che tu mi ami, vorrai perdonarmi; il


tuo cruccio non può estendersi fin sul mio sonno, poichè
il tuo amore in sogno solo può essere alimentato. Allor-
chè io mi sveglio, non mi rimane più che da piangere.
Ebbene dunque, Morfeo, affrettati ad assopire i miei
sensi, spandi sopra di me i tuoi dolci papaveri; se il so-
gno di questa notte somiglia quello della notte scorsa,
qual estasi celeste non mi sarà concessa!
Fu detto che il sonno, fratello della morte, ne fosse
pure l'immagine; quanto agogno di esalare l'estremo so-
spiro, se ciò ch'io provo è foriero dei godimenti del Cie-
lo!
Oh! non aggrottare le ciglie; beltà vezzosa; dirada
quella soave fronte, nè invidiarmi la mia felicità. S'io
son colpevole in sogno, ora espio le mie colpe, condan-
nato ad appagarmi della nuda imagine delle gioie.
Bench'io ti discerna sorridermi nei sogni miei, non
credere, donna adorabile, lieve la mia pena! Quando la
tua dolce presenza ha ricreato il mio sonno, il risvegliar-
si è già per sè castigo bastante.

A MARIA, RICEVENDO IL SUO RITRATTO.

Questa debole immagine de' tuoi vezzi (l'artista più


esperto non seppe ritrarti meglio) calma i timori del mio
cuor fedele, ravviva le mie speranze, e mi invita a vive-

40
re. In essa io trovo quelle ciocche d'oro che ondeggiano
intorno alla tua nivea fronte, quelle gote escite dalla of-
ficina della beltà, quelle labbra che mi rendettero tuo
schiavo.
In essa io trovo... ma no! Quegli occhi il cui azzurro
nuota in un fuoco limpido sfidano tutta l'arte de' pittori,
ed è invano che essi tenterebbero di effigiarli. Io ben qui
veggo la loro tinta celeste, ma dov'è il caro raggio che
se ne emana e accresce lo splendore del loro ceruleo,
come la luna la di cui luce scintilla sui flutti
dell'oceano?
Dolce effigie, benchè priva di vita, benchè insensibi-
le, tu mi sei più cara di tutte le bellezze viventi, eccetto
quella che ti pose vicino al mio cuore!
Ella qui ti pose con tristezza e con la tema certamente
vana, che il tempo non mutasse la mia anima, ignorando
che la sua immagine è un talismano che incatena tutte le
facoltà del mio essere.
Ella allieterà le mie ore, i miei anni, la mia vita; nei
momenti di sconforto risveglierà le mie speranze; ella
mi apparirà nell'ultim'ora, e i miei sguardi moribondi in
lei ancora si affiseranno.

A LESBIA.

Lesbia, dacchè mi divisi da te, una stessa affezione


non riscalda più le nostre anime; tu affermi che son io
che ho mutato... vorrei addurtene il motivo, ma l'ignoro.

41
Nessun dolore ha solcata la tua liscia fronte, nè molto
tempo è trascorso, mia Lesbia, dacchè tremando io ti
diedi il cuore, e imbaldanzito dalla speranza l'amor mio
ti dichiarai.
Noi avevamo allora sedici anni. Due soli ne sono
quindi trascorsi, ed eccoci già colla mente piena di pen-
sieri nuovi. Almeno per me, il confesso, proclive io mi
sento al mutamento.
Io solo debbo esserne rampognato, io che colpevole
mi resi di tradimento verso l'amore; e poichè il tuo cuo-
re fedele è ancora lo stesso, è forza che il capriccio solo
mi abbia indotto a mutare.
Io non dubito, o mia amica, della tua sincerità; so-
spetti gelosi non attraversano l'anima mia; la passione di
mia giovinezza fu ingenua e ardente. Essa non lascia
dietro di sè nessuna traccia di simulazione.
No, non fu un'arida fiamma la mia; con tutta la schiet-
tezza della mia anima io ti amai, e benchè il nostro so-
gno sia finito, il mio cuore ti serba ancora un'affettuosa
stima.
Noi non ci incontreremo più sotto ombre amiche; l'as-
senza mi ha reso instabile; ma cuori più provetti e più
fermi dei nostri trovarono monotono l'amore.
La tua guancia mantenne il suo dolce incarnato; ogni
giorno fa risplendere in te nuovi vezzi; i tuoi occhi che
intendono a nuove conquiste vibrano già i lampi irresi-
stibili che accender debbono l'amore.
Con tali sembianze, amabile donna, molti cuori ge-

42
meranno per te, e più di un amante ti offrirà com'io l'o-
maggio dei suoi sospiri: essi potranno mostrarti più co-
stanza di me, non potranno mai maggior amore.

VERSI INDIRIZZATI AD UNA GIOVINETTA.

(Un giorno l'autore tirava di pistola in un giardino;


due signore che passarono a poca distanza udiron
con terrore una palla che fischiò vicino ad esse. Al-
l'indimani l'autore indirizzò a una di loro le seguen-
ti stanze.)
Ah! certo, dolce fanciulla, il piombo che ha sospesa
la morte sui tuoi vezzi e risuonato al disopra della tua
testa leggiadra debba aver riempito il tuo cuore di spa-
vento. Bisogna che un demone geloso, irritato della pre-
senza di tanta beltà, abbia impresso alla palla un moto
invisibile e mutatane la direzione.
Si, in quell'istante, che per poco non fu funesto, la
palla obbedì all'impulso di qualche agente infernale, ma
il cielo interponendo la sua potenza stornò il colpo nella
sua misericordia. Però, come è possibile che una lagri-
ma tremante sia caduta su quel seno commosso? come
son io la causa innocente di quel terrore? e come feci io
sgorgare quella stilla di pianto dalla sua lucida sorgente?
Parla, prescrivi tu stessa il severo castigo che deve
espiare un tale oltraggio! Eccomi umile accusato dinan-
zi al trono della beltà; qual è la pena che vuoi infligger-
mi? – Perchè non poss'io compier le parti di giudice! la

43
sentenza non avrebbe nulla di terribile, essa limiterebbe-
si nel darti un cuore che è già tuo.
Il meno ch'io far possa in espiazione della mia colpa è
di perder la libertà. Omai dunque io non vivo più che
per te, e tutto tu per me divieni. Ma forse di tale espia-
zione non sei paga e un'altra ne chiedi: eleggila qual
ch'ella siasi! Fosse la morte, io giuro che l'affronterò;
però sospendi!... Acconsenti ch'io aggiunga una sola pa-
rola! Infliggimi ogni castigo fuori che il bando.

L'ULTIMO ADDIO DELL'AMORE.

Le rose dell'amore abbelliscono il giardino della vita,


benchè crescano in mezzo ad erbe malefiche fino al dì
in cui colla spietata sua falce il tempo ne sperpera le fo-
glie o le divelle per sempre nell'ultimo addio dell'amore.
Invano noi chiediamo alle affezioni un sollievo con-
tro gli affanni del cuore, invano ci ripromettiamo un
lungo avvenire di dolcezze: il caso può in un momento
separarne, o la morte dividerci nell'ultimo addio dell'a-
more.
Nullameno la speranza ci racconsola; e in mezzo al
dolore che gonfia il nostro petto ella con tuon sommesso
ci dice che forse di nuovo ci rivedremo! Tale speranza
mentitrice blandisce al nostro affanno e non ci lascia
sentire quanto vi sia d'amaro nell'ultimo addio dell'amo-
re!
Mirate quei due amanti nel meriggio della loro giovi-

44
nezza! L'amore gettò intorno alla loro infanzia le sue
ghirlande, e crescendo si amarono. Eccoli già fiorenti
nella stagione del piacere, ma agghiacciati saranno
quando l'inverno verrà dell'ultimo addio dell'amore!
Oh soave bellezza! perchè quella lagrima che trascor-
re una gota, il cui colore gareggia con quello del tuo
seno? Ma a che la dimanda? In preda alla disperazione,
tu hai smarrito l'intelletto nell'ultimo addio dell'amore!
Ah! chi è quel forsennato che fugge il genere umano?
Egli abbandona le città e si ricovera nelle caverne dei
boschi. Là nell'ira sua esala le sue grida al vento, e l'eco
dei monti ripete l'ultimo addio dell'amore!
L'odio regge ora il cuore che assopito un tempo nelle
care immagini di una soave passione gustò le gioie sere-
natrici di ogni tempesta dell'anima; la disperazione ac-
cese ad esso il sangue nelle vene, ei pensa con sdegno
all'ultimo addio dell'amore!
Come invidia il crudele, la di cui anima è coperta
d'acciaio! Ma se ha pochi dolori, ha anche pochi piaceri
quegli che si ride dei tormenti ch'ei non proverà mai, nè
teme il supplizio dell'ultimo addio dell'amore!
La giovinezza trascorre, la vita si logora, la speranza
si ricuopre d'un velo; l'amore smarrisce la sua prima vir-
tù, ei spiega le sue giovani ali, e il vento lo trasporta
lontano; il sudario della passione è l'ultimo addio dell'a-
more!
Astrea vuole che in questa vita di prove noi merchia-
mo la felicità a prezzo di molte pene: quegli che genu-

45
flesse dinanzi alla beltà ha penitenza bastante nell'ulti-
mo addio dell'amore!
Chiunque adora questo dio deve sul suo altare di luce
recare volta a volta il mirto ed il cipresso; il mirto, em-
blema della eterea voluttà; il cipresso, immagine fune-
bre dell'ultimo addio dell'amore.

DAMETA.

Fanciullo per legge, adolescente per età, schiavo d'o-


gni turpe piacere, schernitore d'ogni sentimento di mo-
destia e di virtù, esperto nell'arte del simulare, vero de-
mone di fallacia, ipocrita fin dall'infanzia, volubile
come lo zeffiro, balzáno ne' suoi diporti, trasformante in
trastullo la donna e il suo troppo fidevole amico in stro-
mento d'inganni; già vecchio nel mondo, sebbene escito
appena dai banchi della scuola: tale è Dameta. Egli per-
corse tutto il labirinto degli errori, e tocca la meta ad
una età in cui gli altri stampano appena le prime orme.
Passioni avverse si contendono la sua anima, e trangu-
giar gli fanno fino al fondo la coppa delle voluttà. Ma
fradicio del vizio, ei non tarda a rompere la sua catena, e
amaro gli diviene ciò che gli fu un tempo di gioia.

A MARIA.

Maria, perchè quella fronte pensosa? Qual abborri-


mento della vita nacque in te? Sbandisci quell'aspetto di
46
cruccio; l'ira non si addice alla beltà; non è l'amore che
turba il tuo riposo. L'amore è sconosciuto al tuo petto.
Esso trasparisce in un sorriso, o spande timide lagrime,
o abbassa gli occhi verecondi; ma schiva una freddezza
che il reprime. Riassumi la tua baldanza; molti ti ame-
ranno, tutti ti ammireranno. Finchè non vedremo che
quell'aspetto di ghiaccio, risentir non potremo per te che
una fredda indifferenza. Se tu vuoi incatenare i cuori
sfrenati, sorridi, o fingi almeno di sorridere. Occhi come
i tuoi non furono fatti per nascondersi. Checchè tu possa
dire, essi vibreran sempre splendidi raggi. – Le tue lab-
bra...., ma la musa modesta mi rifiuta il suo aiuto: ella
arrossisce e inarca le ciglia... ella temer sembra che il
soggetto non l'infiammi, e volando dietro alla ragione,
richiama la prudenza; dirò quindi solo, che quelle ama-
bili labbra create non furono per lo sdegno. Se il mio
giudicio è mondo di adulazione, esso è pure disinteres-
sato. Io ti do consigli schietti, in cui lusingherie non si
mescono. Tu puoi prestarvi fede come a quelli di un fra-
tello. Il mio cuore si è dato ad altre, o a dir meglio, inet-
to ad ingannare, ei porta in sè le effigie di molte beltà.
Addio, Maria! Te ne supplico, non dispregiare il mio
consiglio, per quanto spiacevole ti rassembri; e nella
tema che le mie parole non ti offendano, dirotti qual'è
l'opinione del sesso nostro sul dolce impero della donna.
Per quanta ammirazione ne ispiri la vista di due occhi
azzurri e di due labbra vermiglie, per quanto seducenti
ne rassembrino le ciocche di un'ondeggiante capigliatu-

47
ra, quali che si siano le attrattive che troviamo in tutti
questi vezzi, tutto ciò, capricciosi e incostanti come sia-
mo, non basta ad incepparci. Troppo severo non mi re-
puto dicendo che siffatte doti non costituiscono che un
bel ritratto. Ma vuoi tu conoscere qual è la catena segre-
ta che umili al vostro carro ne aggioga, e cos'è che ai
nostri occhi vi dà impero su tutto il creato? Una sola pa-
rola e tel dirò, è l'anima.

AD UNA SIGNORA CHE AVEA MANDATO


ALL'AUTORE UNA CIOCCA DE' SUOI CAPELLI
INTRECCIATI CON QUELLI DI LUI, E GLI
AVEVA DATO RITROVO IN UN GIARDINO NEL
MESE DI DICEMBRE.

Questi capelli, amorosamente intrecciati, legano i no-


stri cuori con catena più solida, che tutte le proteste fri-
vole che fannosi gli amanti. Il nostro amore è stabile;
sperimentato ei fu abbastanza; esso vinse le prove del
tempo, dei luoghi e dell'invidia. Perchè dunque sospira-
re e gemere, perchè tribolarci con una stolta gelosia ed
empierci la mente di strane idee solo per rendere il no-
stro amore romantico? Perchè come Lidia compiangere
il languore e crearci da noi stessi inutili tormenti? Per-
chè condannare il tuo amante ad assiderare in una notte
invernale a far parlare il suo amore fra boschetti sfron-
dati, per avere il piacere di far scena un giardino? Peroc-
chè da Shakspeare in poi, dalla dichiarazione di Giuliet-

48
ta fino ai giorni nostri i giardini sembrano divenuti il
luogo inevitabile di tutti i ritrovi amorosi. Duolmi che il
poeta meglio ispirato, scelto non abbia a preferenza l'an-
golo di un buon caminetto. Se egli avesse scritto il suo
dramma in Natale, e avesse posta la scena in Inghilterra,
io son certo che per un sentimento di pietà avrebbe mu-
tato il luogo della dichiarazione. In Italia, alla buon'ora!
Le notti calde son propizie a' lunghi colloquii; ma noi
abbiamo un clima sì fello, ch'ei comunica all'amore una
parte del suo ghiaccio. Pensa all'inconveniente di gelare
così all'aperto, e poni un freno a questa manìa di imita-
zioni. Appuntiamo un convegno come abbiamo spesso
fatto al chiaror benefico del sole, o se vederti debbo a
mezzanotte, ciò avvenga nelle tue stanze. Là durante la
stagione delle nevi potremo amarci con agio maggiore,
che se posti fossimo nei boschetti più lieti che mai pre-
stassero in Arcadia le loro ombre ad amori campestri.
Allora, se non riesco a piacerti, acconsento a intirizzire
la notte che verrà dopo; acconsento a non rider più per
tutto il resto di mia vita, e a trascorrer quanto della vita
mi avanza nel maledire la mia cattiva stella.

OSCAR D'ALVA (Leggenda).

Come l'astro delle notti, splendendo nell'azzurro dei


cieli, rischiara dolcemente le rive di Lora, in cui s'innal-
zano le torri antiche di Alva, e in cui più non risuona lo
strepito delle armi!

49
Ma i raggi di quell'astro caddero più d'una volta sugli
elmi d'argento dei guerrieri di Alva, allorchè fra il silen-
zio della tenebra essi apparivano coperti della loro scin-
tillante armatura.
E spesso su quelle roccie insanguinate che sporgono
sui flutti sdegnosi dell'Oceano, pallido esso ha veduto la
morte avventare i suoi colpi, e quei prodi mordere la
polvere;
Allorchè più d'un guerriero, i di cui occhi non dovea-
no rivedere l'astro del giorno, stornava tristamente i suoi
sguardi dalla cruenta pianura, per rivolgerli morendo su
quei fiochi raggi della luna.
Oimè! i loro occhi vedeano in lei poco prima il globo
dell'amore, e ne benedivano la luce; ma allora essa non
splendeva più nell'alto dei cieli che come una torcia fu-
neraria.
Ella è estinta la nobile razza di Alva; e le sue torri che
si intravvedono da lungi son coperte di una tinta bruna; i
suoi guerrieri più non si abbandonano al nobile diletto
della caccia, nè suscitano più i turbini della guerra.
Ma chi fu l'ultimo della schiatta di Alva? Perchè l'e-
dera tappezza i suoi baloardi? Le sue torri non risuonan
più del passo de' guerrieri, e non ripetono che il gemito
dei venti.
E quando la brezza spira con impeto, un fragor si sve-
glia nell'ostello abbandonato; quel rauco grido sale ver-
so i cieli, e scuote le mura in ruina.
E quando mugghia il turbine della buféra, ei percuote

50
lo scudo di Oscar; ma il vessillo dell'eroe più non isven-
tola in quei luoghi; nè più vi ondeggia il suo nero pen-
nacchio.
Bello fu il giorno che vide nascere Oscar; in quel
giorno Angus salutò il primo della sua razza. I Vassalli
accorsero al focolare del loro signore, e la loro gioia
inaugurò quell'alba.
La damma delle montagne venne imbandita; la corna-
musa innalzò le sue acute armonie, e una musica guerre-
sca serenò il cuore de' montanari.
E coloro che quella musica intesero sperarono che un
dì il figlio dell'eroe, preceduto da simili accordi, condur-
rebbe alla battaglia i suoi guerrieri vestiti di tartano.
In breve un altr'anno trascorre, e Angus saluta la na-
scita di un secondo figliuolo. Quel giorno fu bello come
il primo, e le feste fino a notte si prolungarono.
Sui neri monti di Alva Angus apprese a' suoi figli a
tender l'arco; fin dall'infanzia essi avvezzaronsi a inse-
guire i cerbiatti, e lasciaronsi indietro di molto i loro le-
vrieri più agili.
E prima che usciti fossero dall'adolescenza, furon vi-
sti a porsi nelle fila de' guerrieri; perchè essi sapevano
trattare alacri la fulgida claimora, e vibrar lontano la
freccia sibilante.
Nera era la chioma che Oscar lasciava scorrere in pre-
da de' venti, quella d'Allan lucida e bionda, e la sua
fronte parea pensosa e pallida.
Ma Oscar, avea l'anima di un eroe; la lealtà splendeva

51
nelle sue negre pupille. Allan apparato avea per tempo a
simulare, e fin dall'infanzia non avea profferite che me-
late parole.
Pure entrambi eran prodi; la loro spada avea più di
una volta rotte le armature dei Sassoni. Il cuore di Oscar
sprezzava il timore, ma accessibile era alla pietà.
Allan avea un'anima che smentiva il suo esteriore,
essa era indegna di sì bella spoglia: rapida come il lam-
po quando infuria la tempesta, la sua vendetta cadeva
sui vinti.
Dalla torre lontana di Southannon giunse una giovane
e nobile dama; era la figlia di Glenalvon, la vergine da-
gli occhi azzurri; le terre di Kenneth dovean costituir la
sua dote.
Oscar chiese la mano della vaga donna, e alla di lui
dimanda sorrise il vecchio Angus: l'orgoglio feudale di
Angus era appagato dell'alleanza della figlia di Glenal-
von.
Udite i concenti soavi del pibroch; udite i canti nuzia-
li! Le voci risuonano con accento gioioso e si protraggo-
no in coro.
Mirate sventolare per le sale di Alva i rossi pennacchi
degli eroi, i giovani guerrieri rivestirono tutti il loro
manto screziato rispondendo all'appello del loro signore.
Pure non è la guerra che li chiama; la cornamusa non
intuonò che canti di pace; fu per assistere alle nozze di
Oscar che tutta quella folla ragunossi e per tutto risuo-
nano gli accordi della gioia.

52
Ma dov'è Oscar? L'ora trascorre. Son queste le solle-
citudini di un novello consorte? Tutti i convitati, tutte le
dame son giunte; ei solo manca, egli e suo fratello.
Alfine il giovine Allan giunge e s'appressa alla fidan-
zata. «A che indugia Oscar? chiede Angus.» Non è egli
qui, risponde il giovine. Ei non mi ha accompagnato
nella foresta.
«Forse nell'ardor della caccia sè dimenticò, o le onde
dell'Oceano il ritengono. Pure avvien di rado che soffra
indugii la barca di Oscar.»
– «Oh! no, sclama il padre atterrito; non è la caccia,
nè il mare che rattengono mio figlio: farebbe egli a
Mora un tale oltraggio? Quale ostacolo potrebbe impe-
dirgli di venirne a lei?
«Guerrieri, ite in traccia di mio figlio. Allan, accom-
pagnali, percorri con essi i dominii di Alva. Non tornate
finchè Oscar, il figlio mio, non abbiate trovato. Affretta-
tevi!»
La confusione regna. – Il nome di Oscar risuona da
lungi per la valle; esso è trasportato dalla brezza che
mormora, finchè la notte abbia stese le sue brune ali.
Fra l'ombra e il silenzio gli echi lo ripetono invano;
invano rimbomba fra i nebbiosi crepuscoli del mattino.
Oscar non è ricomparso nella pianura.
Per tre giorni e tre notti insonni il Sere chiese Oscar a
tutte le caverne della montagna, poi perdè ogni speran-
za, e svellendosi i bianchi capelli, esclamò:
«Oscar! mio figlio! – Dio del cielo, rendimi il soste-

53
gno di mia vecchiaia! o se rinunziar debbo a tale speme,
poni il suo assassino in mia balía.
«Sì, certo ne sono, le ossa del mio Oscar biancheggia-
no su qualche rupe deserta. Oh! mio Dio, per unica gra-
zia io ti chieggo di andar a raggiungere il mio Oscar!
«Eppure chi sa? Forse egli vive ancora! Bandiamo dal
mio petto la disperazione! Calmati, mio cuore. Egli è
forse anche vivo! Non accusiamo il destino. Tu, Dio,
perdona alla mia empia preghiera!
«Ma se egli non vive più per me, ignorato io scenderò
nel sepolcro! Angus ha perduto la speranza de' suoi vec-
chi anni: ho io dunque meritato sì atroci strazii?»
È così che il misero padre davasi in preda al suo dolo-
re. Il tempo alfine che lenisce i mali più crudi restituì la
serenità alla sua fronte e deterse le lagrime da' suoi oc-
chi.
Perocchè ei manteneva ancora in fondo al cuore la se-
greta speranza che Oscar gli sarebbe renduto. Quel lume
di speranza sfolgorava e moriva volta a volta, ed è in tal
guisa che un anno lungo e doloroso trascorse.
Il tempo passò, l'astro della luna percorse di nuovo il
suo cerchio; Oscar non venne a racconsolar gli occhi pa-
terni, e il dolore di Angus diminuì di più in più la sua
crudezza.
Avvegnachè Allan pur gli restasse, e fosse egli che
componesse allora le gioie di suo padre. Il cuore di
Mora non tardò ad arrendersi, perocchè la bellezza sor-
rideva sul volto del giovine dai capelli biondi.

54
Ella disse a sè che Oscar era nella tomba e che Allan
possedeva venuste sembianze. Disse che se Oscar anco-
ra viveva, un'altra donna avea ottenuto il suo cuore in-
costante.
E Angus dichiarò, che se un altro anno ancora trascor-
reva in una vana aspettativa, ogni sua peritanza cesse-
rebbe, ed ei decreterebbe il giorno della cerimonia nu-
ziale.
I mesi si succedettero lentamente, e splendè alfine
l'aurora desiderata: ora che l'anno d'ansietà è trascorso,
il sorriso adorna le labbra degli amanti.
Udite quegli accordi della cornamusa? Udite quel
canto nuziale? Le voci ripetono inni gioiosi e fondonsi
in lunghi cori.
I vassalli in abiti festivi accorrono in folla all'ostello
di Alva; la loro gioia fragorosa prorompe; trovata essi
hanno tutta l'antica gaiezza.
Ma chi è quell'uomo la di cui fronte torva contrasta
col tripudio generale? Dinanzi al suo sguardo il fuoco
del caminetto avventa fiamme turchine, e sembra arder
più concitato.
Nero è il mantello che l'avvolge fra le sue pieghe; la
sua testa è sormontata da un pennacchio color di san-
gue; la sua voce rassembra il sordo rombo precursore
della tempesta; ma il suo passo è leggero, e non sveglia
alcun romore.
È mezzanotte. La coppa circola per la mensa; essa è
vuotata con entusiasmo alla gioia del giovine sposo; le

55
acclamazioni risuonano sotto le volte, e ognuno è solle-
cito di mescervi la propria voce.
D'improvviso lo straniero si alza, la folla tace, la me-
raviglia si dipinge sul volto di Angus, e il seno vezzoso
di Mora è agitato da un subito spavento.
«Vecchio, grida egli, un brindisi fu innalzato, e tu ve-
desti ch'io pure vi partecipai, ch'io l'imeneo propiziai del
figliuol tuo. Ora debbo a mia volta un altro brindisi pro-
porti.
«Mentre tutti si abbandonano qui alla gioia, e ognuno
benedice al destino del tuo Allan, dimmi, non avevi tu
un altro figliuolo? E perchè vorresti ora dimenticarti di
Oscar?»
— «Oimè! risponde lo sfortunato padre lagrimando,
Oscar è lungi da noi, o egli è morto; quand'ei scompar-
ve, il mio cuore si affranse quasi per dolore.
«Tre volte la terra ha compito l'annuo suo corso dac-
chè la presenza di Oscar non ha rallegrati i miei sguardi,
e dopo la morte o la fuga di quel prode, in Allan è ripo-
sta ogni mia speranza.»
— «Bene sta, soggiunse il feroce straniero, e ciò di-
cendo il suo occhio vibrava lampi di collera. Vorrei di-
chiarato mi fosse qual fu il destino del tuo Oscar, peroc-
chè forse quell'eroe non è ancor morto.
«Se la voce di coloro che gli eran cari di più lo richia-
masse, forse il tuo Oscar ritornerebbe! Forse il prode
non si assentò, che per breve tempo, e i fuochi di mag-

56
gio26 possono accendersi per lui ancora.
«Riempite la coppa di un vino generoso, e ognuno
imiti il vostro esempio; egli è alla gioia di Oscar lontano
ch'io vi propongo di bere.»
— «Di gran cuore, sclama il vecchio Angus empien-
do fino all'orlo la tazza. Alla salute del figlio mio! Mor-
to o vivo in non troverò più un figlio simile a lui.»
— «Ben dicesti, vecchio; ma perchè Allan riman egli
tremante? Su, giovine, bevi alla memoria degli estinti,
ed alza la tua coppa con mano più ferma.»
Il rossore che cuopriva il volto di Allan die' luogo su-
bitamente al pallore di una larva, e il sudore della morte
gli irrigò le membra: con goccie di ghiaccio.
Tre volte egli alzò la tazza, e tre volte le sue labbra
non poterono toccarne gli orli, perocchè tre volte scon-
trò lo sguardo dello straniero che lo affissava con mortal
furore.
«È in tal guisa che un fratello onora la memoria di un
fratello? Se con siffatti segni l'affezione si appalesa,
come si appaleserà il timore?»
Inasprito dallo scherno, Allan sollevò la coppa gri-
dando:
«Perchè non è qui mio fratello per essere a parte di
nostra gioia?» Ma improvvisamente un segreto terrore
lo comprese, e la tazza, gli uscì di mano.

26
I montanari scozzesi accendono nei primi giorni di maggio
grandi fuochi chiamati Beltane, fuochi di Baal. È un'antica super-
stizione celtica.
57
«Egli è qui!... odo la voce del mio uccisore,» alta-
mente grida uno spettro che improvviso apparisce. «Del
mio uccisore!» ha ripetuto l'eco delle vôlte, e quel grido
si unisce al muggito della tempesta.
I fanali si estinguono, i guerrieri si arretrano atterriti,
lo straniero è scomparso. In mezzo alla folla discernesi
un fantasma vestito di un tartano verde, di cui la figura è
gigantesca.
Ei portava alla cinta un largo budriere, un nero penac-
chio sventolava sulla sua testa; ma il suo petto era ignu-
do, e mostrava sanguinose ferite; il suo occhio di vetro
avea l'immobilità della morte.
Tre volte egli sorrise sinistramente e piegò il ginoc-
chio dinanzi ad Angus; tre volte aggrottò il ciglio guar-
dando un guerriero che giaceva per terra e che tutti con-
templavano con orrore.
Il rombo della folgore trascorre da un polo all'altro, il
fulmine scoppia nei cieli, il fantasma in mezzo alla notte
tempestosa si dilegua trasportato dalle ali dell'uragano.
La gioia è scomparsa, il banchetto cessò. Chi giace
per terra? Angus ha smarrito l'uso dei sensi, ma in vita
egli alfine ritorna.
«Su, su, il sapiente cerchi di riaprire gli occhi di Allan
alla luce!» Ma la sua ora è giunta. Il suo corso è finito.
Egli non si rialzerà più!
Il petto di Oscar posava scoverto e senza sepolcro. La
sua chioma era trastullo de' venti, e la freccia di Allan
stavagli confitta nel cuore nella cupa valle di Glentanar.

58
Di dove venisse il terribile straniero, chi ei fosse, è
ciò che niuno può dire; ma tutti aveano riconosciuto il
fantasma, avvegnachè i lineamenti di Oscar fossero fa-
miliari ad ogni guerriero di Alva.
L'ambizione armò il fiero braccio di Allan, i demoni
impennaron l'ali alla sua freccia, l'invidia scosse su di
lui l'ardente sua torcia, e versò i suoi veleni nel suo cuo-
re.
Rapida fu la quadrella scoccata dall'arco di Allan;
quel sangue che scorre, a chi appartiene? Il nero pennac-
chio di Oscar è steso per terra; la freccia ha bevuto il
suo sangue e la sua vita.
La bellezza di Mora avea conquistato il cuore di Al-
lan; il suo orgoglio offeso si era ribellato. Oh! gli occhi
in cui splende l'amore possono essi ispirare così i delitti
dello inferno?
Vedete voi quell'umile tomba che ricuopre la spoglia
di un guerriero? Ella travedesi fra le ombre del crepu-
scolo! È quello il nuzial letto di Allan.
Lungi, assai lungi da quel luogo sorge il nobile monu-
mento che cuopre le gloriose ceneri della sua schiatta;
sulla tomba di Allan non sventolano le sue bandiere; il
sangue di un fratello le avea arrossate.
Qual menestrello antico, qual bardo canuto ardirà
cantare sull'arpa le gesta di Allan? I canti son la ricom-
pensa della gloria; ma chi potrebbe esaltare un omicida?
L'arpa resti immobile e scordata; niun menestrello ne
armonizzi le note. I rimorsi agghiaderebbero la sua

59
mano; le sue corde non tramanderebbero che suoni lu-
gubri e funesti.
Niuna lira famosa, niun nobile verso celebrerà le sue
prodezze; intorno al suo sepolcro non risuonano che le
maledizioni di un padre moribondo e il rantolo estremo
di un fratello assassinato.

RIFLESSIONI FATTE IN OCCASIONE DI UN


ESAME DI COLLEGIO.

Innalzato sopra tutti, cinto dai suoi pari, Magnus27


solleva la vasta e sublime sua fronte; seduto nella sua
gran seggiola, lo si direbbe un Dio che fa tremar ogni
cosa al più lieve indizio di sua volontà. Nel silenzio uni-
versale e cupo che lo circonda, la tuonante sua voce
commuove l'ostello sonoro, e dispensa il biasimo ai ta-
pini che inutilmente illividirono sui problemi matemati-
ci.
Felice il giovine esperto negli assiomi di Euclide,
quand'anche ogni altra cosa ignorasse! Felice chi scan-
der sa versi greci con tutta la freddezza di un erudito,
quand'anche scriver non sapesse un verso inglese! Che
vale ch'egli ignori come i suoi padri versarono il sangue
in quelle discordie civili che cuoprirono i nostri campi
di estinti, o in quei giorni gloriosi in cui Eduardo guida-
va alle battaglie le sue intrepide schiere, o in cui Enrico
27
Il dottor William nominato da Pitt direttore del collegio di
Cambridge.
60
si pose sotto ai piedi l'orgoglio della Francia. È vero
ch'ei non sa che sia la nostra Costituzione, ma istrutto è
delle leggi di Sparta, e quantunque non guardasse mai
Blakstone, vi dirà quali editti promulgò Licurgo; egli
ignora fino il nome del bardo immortale dell'Avone28,
ma ricorda l'eterna gloria del teatro dei Greci.
Tale è il giovine il di cui merito otterrà i classici ono-
ri, le medaglie, i tributi; fors'anche il premio dei decla-
matori, se a gloria sì nobile intenda. Ma oimè! Niun ora-
tore volgare potrà ottenere la tazza d'ariento tanto disia-
ta. Non è però che i nostri professori esigan molto in
eloquenza: necessario non è di avere lo stile fulgido del-
l'oratore di Atene o il fuoco di Cicerone. La chiarezza,
l'ardore son quivi inutili doti, perchè l'eloquenza nostra
non si propone di convincere. Altri cerchino di piacere
al loro uditorio; noi parliamo per nostro diporto, e non
per commuover la folla: la nostra gravità preferisce una
salmodia pronunziata con tuono fra lo stridulo e il lan-
guido. Anzitutto non si unisca alla parola l'eloquenza del
gesto, ogni più lieve movimento spiacerebbe, nè i Dot-
tori mancherebbero di volgere in riso quello che non sa-
prebbero imitare.
Colui che conseguir vuole la promessa tazza, restar
debbesi immoto, non alzar gli occhi, non far pause e
parlar sempre checchè ei si dica, purchè non lo si inten-
da. Tutto d'un fiato reciti la sua arringa. Quegli che parla
più presto è sicuro di parlar meglio; quegli che proferi-
28
Shakspeare.
61
sce più parole in minor tempo è certo di mietere la pal-
ma oratoria.
Codesti figli della scienza, che così ricompensati gu-
stano un dolce riposo, sotto le ombre di Granta, stesi
mollemente sulle rive del Cam29, coronati di papaveri,
muoiono sconosciuti senza lasciar dietro di loro nè me-
morie, nè lagrime; cogitabondi come i ritratti che pen-
dono nelle loro sale, essi stimano ogni licenza raccolta
nel ricinto delle loro mura; scortesi ne' modi, rigidi nel
mantenimento di sciocche formule, affettano spregiare
tutte le arti moderne; e grandi ammiratori di Benthey, di
Brunck e di Porson30 reputan più la glosa, che i versi
chiosati; vani come i loro onori, indigesti come la loro
birra, goffi come il loro spirito, noiosi come ogni loro
parola, morti all'amicizia, essi non si commuovono che
quando i loro interessi e quelli della Chiesa dimandano
le dimostrazioni di uno zelo pinzochero. Cortigiani tur-
pissimi del potere, sia Pitt o Petty31 che predomini, essi
si chinano al vincitore con sorriso supplichevole, finchè
egli fa lucere ai loro sguardi le mitrie a cui ambiscono;
ma se il nembo sopravviene, se l'uom del potere è abbat-
tuto, recano il loro incenso al suo successore. Tali son
gli uomini preposti a custodi dei tesori della scienza!
Tali i loro modi, tale la loro ricompensa! Solo evvi una
cosa da osservare; è che il prezzo che ottengono, non
29
Fiume di Cambridge.
30
Celebri chiosatori inglesi.
31
Lord Enrico Petty, poscia marchese di Lansdowne rappre-
sentava allora al Parlamento l'Università di Cambridge.
62
val sempre quello che è costato.
1806.

ALLA BELLA FIGLIA DI UN QUAQUERO.

Fanciulla vezzosa! sebbene non ci vedessimo che una


volta, io non dimenticherò mai quell'istante, e dovessi-
mo non più rivederci, non meno mi resterà scolpita la
immagine tua. Io non oso dire «ti amo» ma mio malgra-
do, i miei sensi lottano contro la mia volontà. Invano per
isbandirti dal mio cuore impongo ognor più silenzio a'
miei pensieri; invano reprimo un sospiro, un altro in
breve gli succede; questo forse non è amore, eppure l'i-
stante in cui t'ho vista dimenticare non posso.
Noi non proferimmo parola; ma i nostri occhi han
parlato un linguaggio più dolce. La parola dice menzo-
gne lusinghiere; essa dice quello che il cuor non sente.
Le labbra colpevoli ingannano, e fan tacere i sentimenti
del cuore; ma gli occhi, interpreti dell'anima, si sciolgo-
no da ogni freno, e sdegnano ogni tradimento. È così
che spesso i nostri sguardi sono stati rivelatori dei nostri
cuori. Però non che il sentimento interno ci rimprove-
rasse qualche cosa, io credo fosse «lo Spirito Santo che
parlasse in noi32.» Io non ripeterò quello che i nostri oc-
chi si dissero, perchè devi avermi abbastanza compreso,
e intantochè la tua ricordanza aleggia sui miei pensieri,
la mia forse ricorre del pari a te. Io il confesso, la imma-
32
Espressione familiare ai quaqueri.
63
gine tua mi sta innanzi dì e notte; svegliato, essa fecon-
da il mio intelletto; in sonno, mi sorride fra larve pas-
seggiere, dolci visioni che rallegrano il corso delle ore, e
mi fan maledire i raggi dell'alba che interrompono tante
delizie. Sì, qual che siasi il mio destino, o la gioia o il
dolore mi vengano riserbati, sospinto dall'amore o battu-
to dalle tempeste, non mai l'immagine tua io potrò di-
menticare.
Oimè! noi non dobbiam più rivederci; il nostro muto
colloquio non si rinnoverà più: fa ch'io sospiri un'ultima
preghiera che il cuore mi dètta. «Il Cielo vegli su di te,
fanciulla amabile! Possa tu ignorar sempre il dolore! La
pace e la virtù non ti abbandonino mai! La felicità ti sor-
rida intemerata! Possa il fortunato mortale, che i più
dolci vincoli a te uniranno, trovare ad ogni istante no-
velle gioie, e possa l'amante fare scomparire lo sposo!
Sconosciute poi ognora ti sieno le amare ambascie e gli
ardenti desii di quegli che non può dimenticare!»
1806.

LA CORNALINA33.

Non è lo splendore apparente di questa pietra che me


la rende cara; il suo splendore non rifulse che una sola

33
La pietra di cui qui si parla, fu data a lord Byron da un fan-
ciullo del coro di Cambridge chiamato Eddlestone che il suo ta-
lento musicale fece conoscere al giovine poeta, e che sembra es-
sere stato da lui molto amato.
64
volta a' miei occhi, e tale splendore è modesto come
quegli che a me la diede.
Coloro che volgono in riso i vincoli dell'amistà, mi
rimproverarono spesso la mia debolezza; ma in gran
conto io ho pur sempre questo semplice dono, perocchè
son certo che quegli che mel fece mi amava.
Ei me l'offerse abbassando gli occhi, come se temuto
avesse un rifiuto; accettandolo io gli dissi che la mia
sola paura era quella di perderlo.
Osservai attentamente il dono, e guardandolo da vici-
no, mi parve che una lagrima ne avesse spruzzata la pie-
tra; da quel tempo le lagrime mi son sacre.
Eppure per ornare la sua umile adolescenza nè la ric-
chezza, nè la nascita gli prodigarono i loro tesori; ma
quegli che cerca i fiori della verità deve abbandonare i
giardini pei campi.
Non è la rosa cresciuta da esperta mano che spiega i
più ricchi colori e esala i più dolci profumi: quelle che a
preferenza posseggono questa doppia dote son quelle
appunto che fioriscono nella selvaggia magnificenza
della natura.
Se la fortuna cessando di esser cieca avesse secondata
la natura e proporzionato i suoi doni al merito di lui,
splendida sarebbe la sua sorte: ma però se la Dea lo
avesse guardato, la sua bellezza avrebbe incatenato il di
lei cuore capriccioso; ella gli avrebbe prodigati tutti i
suoi tesori, e nulla sarebbe rimasto per gli altri.

65
PROLOGO DI CIRCOSTANZA PRIMA DELLA
RAPPRESENTAZIONE DELLA «RUOTA DELLA
FORTUNA» IN UN TEATRO DI DILETTANTI.

Poichè la delicatezza di questo secolo ha espulso dal


teatro le celie immorali; poichè il buon gusto ha ora
sbandito lo spirito licenzioso che avviliva tutto quello
che un autore scriveva; poichè noi cerchiamo adesso di
piacere con scene più caste, evitando con cura tutto
quello che potrebbe far arrossire le giovani bellezze, oh!
abbiate pietà di questa modesta musa, e invece di gloria,
trovi almeno indulgenza. Pure non è per lei sola che gra-
zia chiediamo: gli attori son consapevoli della loro de-
bolezza: voi non vedrete questa sera sagaci Rosci esperti
d'ogni segreto teatrale. Nè Cooke, nè Kemble vi salute-
ranno; niuna Siddons farà cadere da' vostri occhi lagri-
me affettuose; voi venite questa sera ad assistere alla
prima fatica di attori imberbi, nuovi interamente alla
scena. Noi facciam esperimento di ali fornite appena di
penne; non le tarpate prima che gli uccelli possano vola-
re; se cadiamo in questo primo conato, non ci rialzere-
mo più. Non è qui questione soltanto di un povero esor-
diente che trema di paura, all'idea dei vostri applausi.
Son tutti i nostri attori che aspettano in un'ansietà dolo-
rosa che la loro sorte si manifesti. Niun pensiero venale
può fare in noi breccia. Le vostre lodi generose son la
nostra sola ricompensa: è per ottenerle che ognuno dei
nostri eroi spiegherà a voi dinanzi tutti i talenti che gli

66
fornì natura, e che le nostre eroine chineranno timide gli
occhi sotto gli sguardi dei loro giudici. Queste ultime
certo troveranno in voi nobili protettori; niuno di voi
vorrà esser parco di lodi al bel sesso. Quando la donna
entra in lizza, avendo per iscudo la giovinezza e la beltà,
non v'è censore tanto fiero che non le ceda le armi. Ma
se i nostri deboli sforzi fossero inutili; se al postutto do-
vessimo venir meno nel nostro assunto, mostrateci un
po' di compassione, e se non potete applaudirci, voglia-
teci perdonare.

SULLA MORTE DI FOX.

I seguenti quattro versi illiberali erano stati inseriti


nel Giornale della mattina:
«La morte di Fox ha fatto piangere i nostri nemici, ma essi be-
nedirono l'ora in cui Pitt scese nella tomba; questo diverso senso
ne mostra a chi dei due dobbiamo dare la palma.»
L'autore rispose a questi versi così:
Oh, vipera faziosa! il cui dente venefico rode anche
gli estinti e snatura la verità; perchè i nostri nemici ani-
mati da un sentimento generoso piangono la morte di
coloro che furono buoni e grandi; deve la lingua di un
vile adoprarsi per oscurare il nome di un uomo di cui
immortale è la gloria? Allorchè Pitt spirò nella pienezza
del suo potere; sebbene falliti disegni oscurata avessero
la sua ultima ora, la pietà stese dinanzi a lui le sue ali
umide di pianto, perocchè gli spiriti nobili non fan guer-
67
ra ai morti. I suoi amici in duolo innalzarono l'inno della
sventura, e tutti i suoi errori dormirono nella sua tomba.
Terribile Atlante, ei soccombè sotto il peso delle cure e
dei pericoli dello Stato; Fox allora si fe' innanzi, e no-
vello Ercole sostenne per qualche tempo il crollante edi-
fizio. Dopo avere sanate le piaghe dell'Inghilterra, egli
pure è caduto, e con lui si estinse la nostra ultima spe-
ranza; non è solo un gran popolo che il compiange, e
l'Europa intera che indossa brune gramaglie. «Questo
senso dunque ne mostri a chi dobbiamo dare la palma;»
nè l'atroce calunnia si appressi al grande ministro per
velare la sua gloria con un'ombra ingiuriosa. Fox, cui il
mondo intero compiange, i di cui avanzi onorati sotto un
onorato marmo riposano, di cui anche i nemici deplora-
no la morte, e del quale amici e nemici si accordano in
acclamare il divino ingegno, Fox splenderà negli annali
d'Inghilterra, nè cederà pure a Pitt la palma del patriotti-
smo, quella palma che l'invidia, sotto la maschera sacra
del candore, osa rivendicare per Pitt, e per Pitt solo.

LA LAGRIMA.
«O lacrymarum fons, tenero sacros
Ducentium ortus ex animo; quater
Felix! in imo qui scatentem
Pectore te, pia Nympha, sensit.»
GRAY.

Quando l'amicizia e l'amore svegliano i nostri affetti,


quando la verità dovrebbe mostrarsi nel guardo, le lab-
68
bra possono ingannare con un moto o un sorriso; ma la
prova di un'affezione pura è in una lagrima.
Il sorriso non è spesso che una sagacità dell'ipocrisia
per nasconder l'odio o la tema; a me piace un dolce so-
spiro allorchè gli occhi, interpreti dell'anima, sono un
istante oscurati da una lagrima.
È con ardente carità che un'anima benigna si dà a co-
noscere; quando la pietà si manifesta, ella spande la sua
dolce rugiada in una lagrima.
L'uomo che s'abbandona alla foga dei venti, e traversa
i flutti tempestosi dell'Atlantico, si piega sull'onda che
fra breve forse l'inghiottirà, e su quella verde superficie
lascia cadere una lagrima.
Il soldato affronta la morte per un alloro immaginario
nell'agone cavalleresco della gloria; ma egli tende la
mano al suo vinto nemico, e bagna la sua ferita con una
lagrima.
Se fortunato e altero ei ritorna alla sua fidanzata e de-
pone la sua lancia sanguinosa, tutte le sue geste son ri-
compensate, allorchè premendo la sua bella contro il
suo petto, il bacio ch'ei depone sulle sue palpebre si
scontra in una lagrima.
Caro luogo di mia adolescenza34, soggiorno di amistà
e di candore, dove l'anno scorreva sì presto dinanzi all'a-
more, nel lasciarti io era triste; io mi rivolsi per vederti
anche una volta; ma discerner non potei che le tue torri
traverso al velo di una lagrima.
34
Harrow.
69
Io non posso più far udire a Maria i miei giuramenti,
a Maria un tempo sì cara al mio cuore; ma rammento l'i-
stante in cui all'ombra di un boschetto ella ricompensò
quei giuramenti con una lagrima.
Un altro la possiede! Possa ella essere felice! Il mio
cuore continuerà a benedirne il nome. Sospirando io ri-
nunzio a quel cuore che credevo mio, e il suo spergiuro
le perdono, versando una lagrima.
Oh voi, amici della mia anima, prima che ci separia-
mo, lasciate ch'io vi dischiuda un desiderio che mi è as-
sai caro: se mai ci rivedremo in questa dimora campe-
stre, possiam noi rivederci, come ci lasciammo, con una
lagrima!
Quando la mia anima prenderà il suo volo verso le re-
gioni della notte, quando il mio corpo giacerà nel suo
feretro, se avverrà che passiate dinanzi alla tomba che
chiuderà le mie ceneri, oh! miei amici, spargetevi sopra
una lagrima.
Non marmi, non monumenti di un fastoso dolore qua-
li li innalzano i figli della vanità, sorgano sul cenere
mio. Nessun onore menzognero accompagni il mio
nome. Tutto quello ch'io chieggo, tutto che bramo è una
lagrima.
1806.

70
LA FANCIULLA INCOSTANTE; IN RISPOSTA AD
ALCUNI VERSI DI J. M. B. PIGOT SULLA CRUDELTÀ
DELLA SUA AMANTE.

Amico, perchè lagnarti dei dispregii di una fanciulla?


Perchè disperare? Fa prova, se il vuoi, per mesi interi
della potenza dei sospiri, ma credimi, i sospiri non trion-
fano mai di una fanciulla incostante.
Vuoi tu insegnarle ad amare? Simula volubilità. Dap-
prima ella forse ne sarà sdegnata, ma in breve la vedrai
sorridere, e otterrai quanto desideri da una fanciulla in-
costante.
Perocchè queste sono le arti di tali belle. Esse riguar-
dano il nostro omaggio come un delitto; ma negligendo-
le, se ne vince l'orgoglio, e umile si rende la fanciulla
più incostante.
Dissimula il tuo dolore, allenta la tua catena, mostrati
stanco della sua fierezza; quando di nuovo tornerai a so-
spirare per lei, non avrai più a temere i suoi rifiuti: tua
sola diverrà la tua fanciulla incostante.
Se però una falsa alterigia le facesse porre in non cale
i tuoi tormenti, obblía quella capricciosa; rivolgi i tuoi
omaggi ad altre che risponderanno al tuo cuore, e con te
si rideranno di una fanciulla incostante.
Per me molte ne adoro, e teneramente le adoro; ma
sebben regnino su di me, io tutte le lascierei, se elle si
comportassero come la tua fanciulla incostante.
Non contristarti di più; adotta il mio disegno, rompi il

71
fragile filo con cui costei ti ha avvinto. Bandisci la di-
sperazione, nè indugiare a fuggire da una fanciulla inco-
stante.
Abbandonala, fuggi! Afforza il tuo spirito prima di
essere del tutto suo: non aspettare che coll'anima pro-
fondamente ferita tu sia costretto a maledire con ira una
fanciulla incostante.
1806.

ALLO STESSO.

Perdono, mio amico, se i miei versi ti offesero, perdo-


no. Io volli per amicizia sanare le tue ferite; ma più nol
farò, te lo giuro.
Dacchè la tua bella corrispose alla tua fiamma, io non
deploro più la tua follía; ella è ora ciò che v'è di più di-
vino, ed io genufletto dinanzi ad una ravveduta inco-
stante.
Nullameno, il confesso, leggendo i tuoi versi, non
avrei potuto immaginare quel ch'essa valeva. Tu parevi
soffrir tanto! la tua bella spiegava sì crudele freddezza,
ch'io compiangevo la tua sorte.
Ma poichè il bacio balsamico di quella incantatrice
produce si maravigliose estasi; poichè tu dimentichi il
mondo intero dacchè le vostre labbra si sono unite, i
miei consigli non possono essere veduti che sinistra-
mente.
Tu dici ch'io sono volubile, che non conosco l'amore.
72
È vero ch'io molte volte instabile sono e ricordo di aver
molte volte amato; ma anche nel mutare è riposto un di-
letto.
Io non vuo', per compiacere alle fantasie di una bella,
seguire in amore le leggi del romanzo. Un sorriso può
allettarmi, ma uno sguardo severo non potrebbe atterrir-
mi, o rendermi disperato.
Finchè il mio sangue avvamperà, io non mi ravvede-
rò, nè andrò alla scuola dei platonici: io certo sono che
se il mio amore fosse tanto puro, tenuto sarei in conto di
stolto dalla tua amante.
S'io spregiassi tutte le donne per una sola di cui l'im-
magine empiesse il mio cuore, s'io dovessi preferirla a
tutte, e non sospirare che per lei, quale insulto sarebbe
per le altre!
Addio, mio amico. La tua passione, nol dissimulo, mi
sembra insensata; e il tuo amore è certamente l'amor
puro e ideale, poichè non riposa che sulle parole.

A ELISA35.

Elisa, quanta stoltezza in quei Musulmani che niega-


no l'esistenza futura dell'anima della donna? Se essi ti
vedessero, Elisa, riconoscerebbero il loro errore, e tal
dottrina troverebbe fra loro una opposizione universale.
Se il loro Profeta avesse avuto una dramma di buon
35
Miss Elisabetta Pigot di Southwell, alla quale sono indirizza-
te molte lettere giovanili di Byron.
73
senso, non mai avrebbe escluse le donne dal paradiso;
invece delle sue Houris inette ad ogni ufficio, popolato
avrebbe di donne il Cielo.
Pure per accrescere le vostre calamità, non contento
di rifiutarvi un'anima, egli vuole che un povero sposo
faccia ragione di quattro consorti. Forse d'anima fareste
senza, ma quest'ultimo oltraggio è troppo grave.
La sua religione non può piacere a nessuno dei due
sessi; essa è rigida pei consorti e indiscreta per le mogli.

LACHIN Y GAIR.

Lachin Y Gair, che in lingua Ersa pronunziasi Loch


na Garr è un'alta montagna del Nord vicino ad In-
vercauld; forse la più alta della Gran Bretagna. Il
suo aspetto è sublime; la sua cima coronata di nevi
perenni. È uno dei monti più pittoreschi delle no-
stre Alpi Caledoniche. Colà io ho passato una parte
di mia fanciullezza, e tale memoria ha prodotto le
seguenti strofe.
I. Lungi da me, ridenti paesaggi, giardini coperti di
rose; i figli dell'opulenza errino nei vostri boschetti. A
me le rupi che ammanta la neve: la loro solitudine è cara
alla libertà e all'amore. Caledonia, io adoro le tue mon-
tagne, sebbene le lor bianche cime assistano alla lotta
degli elementi. Quantunque la cateratta spumante vi ten-
ga il posto del ruscello, io sospiro per la valle del bruno
Loch na Garr.

74
II. È là che errarono gl'infantili miei passi. Il berretto
copriva il mio capo; il plaid era il mio mantello; e nelle
mie corse quotidiane, fra le foreste dei pini, io evocavo
la memoria d guerrieri da lungo estinti; io non tornavo
al mio ostello, se non quando lo splendor del dì aveva
ceduto il luogo all'astro polare, e in quelle ore solenni la
mia mente pascevasi nei racconti che udivo sulle vette
del bruno Loch na Garr.
III. «Ombre dei trapassati, non ho io inteso la vostra
voce che recata mi era dal soffio della brezza della
sera?» È l'anima dell'eroe che certo gode e aleggia sui
venti al disopra della sua valle nativa. I vapori del nem-
bo s'accumulano intorno a quei luoghi, e l'inverno vi re-
gna assiso sul suo carro di ghiaccio. Là le nubi ravvol-
gono le ombre dei miei padri, esse abitano fra le tempe-
ste del bruno Loch na Garr.
IV. «Guerrieri sventurati, ma prodi, nessun presagio
venne ad ammonirvi che la vostra causa era ripudiata
dal destino?36» Ah! la vostra sorte era di perire a Cullo-
den37, e la vittoria non doveva coronare la vostra morte.

36
Alludo qui ai miei avi materni, i Gordon, parecchi dei quali
combatterono per l'infelice Principe Carlo, più conosciuto sotto il
nome di Pretendente. Questo ramo di mia famiglia era congiunto
cogli Stuardi per vincoli di sangue e di affetto. Giorgio secondo
conte di Huntley sposò la principessa Annabella Stuard, figlia di
Giacomo primo di Scozia. Egli ne ebbe tre figli, ed io ho l'onore
di annoverare il terzo di essi sir William Gordon, fra i miei ante-
nati.
37
Non son sicuro che alcun Gordon sia morto alla battaglia, di
75
Ma voi foste felici di soccombere; voi riposate coi vostri
maggiori nelle caverne di Braemar38; il pibroch intuona
in vostro onore i suoi cantici e ridice le vostre geste agli
echi del bruno Loch na Garr.
V. Loch na Garr, molti anni trascorsero dacchè ti ho
abbandonato; altri anni scorreranno prima ch'io ti riveg-
ga: la natura ti ha rifiutato la verzura e i fiori, eppure io
ti amo più delle pianure di Albione. Inghilterra! le tue
bellezze son volgari e comuni per chiunque vagato ab-
bia fra le montagne; oh! quanto io ad esse preferisco le
roccie selvaggie e dirupate, le cime tremende e scoscese
del bruno Loch na Garr.

ALLA FAVOLA.

Madre dei sogni dorati, Favola lieta regina delle gioie


fanciullesche, che guidi l'aerea danza del tuo corteggio
di giovinette e di fanciulli, io mi sottraggo al tuo giogo,
infrango i vincoli di mia adolescenza; più non mi unisco
ai tuoi balli; lascio i tuoi dominii per quelli della verità.
E nondimeno è duro il rinunziare a quei sogni di un'a-
nima ingenua nei quali ogni ninfa sembra una Dea i cui
occhi diffondano raggi immortali; allorchè l'immagina-
zione regna sopra uno spazio senza limiti, ed ogni cosa

Culloden, ma siccome parecchi morirono nell'insurrezione, mi


son servito del nome del fatto principale; pars pro toto.
38
Evvi nelle montagne un luogo così chiamato. Vi è pure un
castello di Braemar.
76
si tinge di colori svariati, e le fanciulle non son più
vane, e i sorrisi delle donne son pieni di candore.
Devesi forse confessare che tu non sei che un nome, e
dobbiam noi discendere dal tuo palagio incantato? Nè
più trovare in ogni donna una fata, in ogni amico un Pi-
lade? Abbandonare l'aereo tuo regno ai silfi, e dichiarare
che la femina è mendace quanto bella, e che, gli amici
non amano che se stessi?
Lo dico a mia vergogna, io mi son sottomesso al tuo
potere: ora pentito, mi sciolgo da' tuoi ceppi, mi sottrag-
go alla tua legge; non più m'innalzerò a volo sull'ali del-
la fantasia. Stolto ch'io ero ad amare i grandi occhi
splendienti, a prestate fede al loro linguaggio, a credere
ai sospiri di un'incostante, a intenerirmi alla vista delle
sue lagrime.
Favola! stanco di menzogne io fuggo lungi dalla tua
corte, dove siede l'ostentazione, accanto ad una schifa
sensibilità che non s'intenerisce che sui suoi mali, e che
riserbando le sue lagrime pei tuoi dolori bugiardi, una
sola non ne spande sopra dolori veri.
Chiama al tuo fianco la mesta simpatia coronata di ci-
presso, vestita di bruno che mesce a' tuoi sospiri i suoi
sospiri inutili, e il di cui cuore palpita per tutti; ordina al
coro delle tue ninfe boscherecce di piangere un pastore
per sempre perduto, che non ha molto ardeva del tuo
fuoco fatuo, ma che ora più non s'inchina davanti al tuo
trono.
Oh! voi, ninfe sensibili, che avete tesori di lagrime

77
per ogni disavventura, i di cui cuori palpitano di timori
ideali, e alimentano fiamme fittizie e delirii immagina-
rii! dite, piangerete voi l'assenza dell'apostata che diser-
tò il vostro corteggio? rifiuterete un sospiro di affetto a
un bardo adolescente?
Addio, esseri cari, per lungo tempo addio! L'ora fata-
le avvicinasi. Io scerno già l'abisso in cui v'ingoierete
senza lasciarmi tristo. Ecco lo squallido lago dell'obblío
commosso da tempeste che voi non potete calmare, e in
cui colla vostra amabile regina dovrete discendere.

RISPOSTA AD ALCUNI NOBILI VERSI CHE UN


AMICO AVEA MANDATI ALL'AUTORE, E NEI
QUALI GLI RIMPROVERAVA IL CALORE
DELLE SUE DESCRIZIONI.

«Se mi si ristampa, e che cherico, dama o dottore voglia far-


mene un aggravio, non potrò io rispondergli con un rabbuffo della
mia musa?»
Nuova Guida di Bath.
Becher39, l'ingenuità mi sforza a laudare i tuoi versi
che sono in pari tempo di un censore e di un amico. Io
fo eco ai tuoi rimproveri forti, ma meritati, io che ne son
la causa imprudente. Perdona i difetti delle mie rime;
39
Il reverendo John Becher di Southwell, autore di alcuni dise-
gni filantropici pel miglioramento della condizione dei poveri. Il
giovine poeta trovò in lui un critico probo ed arguto, e un amico
sincero: per suo consiglio ei fece diverse correzioni alla seconda
edizione delle Ore d'Ozio.
78
tale perdono l'implorerei io invano? Il saggio si allonta-
na talvolta dalle vie della saviezza: e come la gioventù
potrebbe essa reprimere gl'impulsi del cuore? I precetti
della prudenza intorbidano senza poter vincere le arden-
ti emozioni di un'anima che non ha più freno. Quando il
delirio dell'amore s'impadronisce di uno spirito poetico,
ogni considerazione cessa: la ragione invano si adopera;
sopraggiungere ella non può il pensiero che vola. Gio-
vani e vecchi; tutti portarono le catene dell'amore: colo-
ro che ne furono senza, disapprovino soli i miei canti;
vittima senza difesa, facciano cadere su di me le loro
rampogne, coloro la di cui anima sdegnò di flettere sotto
sì soave potenza.
Oh! quanto io abborro la poesia garrula e sfiancata,
eco eterno del volgo dei rimatori, i cui versi studiati
sgorgano con fredda monotonia e pingono patimenti che
l'autore mai non provò. Per me la mia Elicona senz'arte
è la giovinezza; la mia lira è il mio cuore; la mia musa,
la semplice verità. Non io corromperò l'anima della fan-
ciulla; niuna seduzione sta ne' miei versi. La giovinetta,
il di cui cuor vergine, è senza inganni, i cui desii si tra-
sfondono in un sorriso modesto, il cui occhio pietoso
sdegna uno sguardo disonesto, sicura di sua virtù sen-
z'essere austera, quella cui una grazia naturale abbelli-
sce, quella i miei carmi non potrebbero corrompere. Ma
la donzella che ha il cuore tormentato da precoci deside-
rii e da colpevoli fiamme si offre da sè alla seduzione
senza che agguati le siano tesi, ed essa soccombuto

79
avrebbe quand'anche letto non avesse i miei versi. Ora
la mia ambizione sarebbe di piacere alle anime candide,
che fedeli al sentimento e alla natura, saranno indulgenti
per la mia musa pargoletta, nè condanneranno senza pie-
tà le prime effusioni di un fanciullo inesperto. Non è al
volgo insensato ch'io chiederò la gloria; non mai andrò
altero degli allori immaginarii che esso dispensa. Io
sprezzo i suoi plausi più ardenti, come sprezzo i suoi
biasimi e le sue censure.
1806.

ELEGIA SULL'ABBAZIA DI NEWSTEAD.

«È la voce degli anni che trapassarono! essi ricorrono innanzi


a me con tutti i loro avvenimenti.»
OSSIAN.
Newstead! dimora splendida un tempo, oggi in ruina;
asilo di religione, orgoglio del pentito Enrico40, tomba di
guerrieri, di monaci e di dame, le di cui ombre pensose
errano fra i tuoi ruderi;
Salve, ostello più onorato nel tuo decadimento, che le
moderne magioni nella loro splendida architettura! Le
vôlte delle tue sale s'innalzano altere, e sembrano sfida-
re le ingiurie del tempo.
Tu non vedesti i servi vestiti di ferro obbedienti alla
voce del loro signore venire, falange formidabile, a
40
L'abbazia di Newstead fu fondata da Enrico II poco tempo
dopo l'uccisione di Tommaso Becket.
80
chieder la croce rossa41, o chetamente assidersi, schiera
immortale, al banchetto del loro duce;
Perocchè l'immaginazione ispiratrice, col suo magico
sguardo mi riporrebbe dinanzi le loro geste, ed evoche-
rebbe in me la memoria di quei giovani pellegrini che
andavano a morire sotto il sole della Giudea.
Non è dal tuo recinto, venerabile edifizio, che partiva-
si il Duce bellicoso; la sua gloria feudale splendeva in
altro loco; ma la coscienza agitata fuggendo il malefico
chiarore del dì, veniva a cercarvi un sollievo ai suoi do-
lori.
Entro le tue oscure celle, fra le dense tue ombre il
monaco abiurava una società ch'ei non poteva più rive-
dere: quivi il delitto insanguinato aveva sollievo nel
pentimento; quivi l'innocenza sottraevasi ad un'oppres-
sione crudele.
Un monarca ti fece sorgere in mezzo a questi deserti,
in cui errarono un tempo i banditi di Sherwood.
Là dove la zolla esala una nebbia di vapori, umido
drappo teso sull'argilla dei morti, i monaci venerati fio-
rivano in santità, e le loro pie voci non s'innalzavano
che per orare.
Là dove ora lo squallido uccello della notte spiega le
vacillanti sue ali, appena il crepuscolo stende un'incerta
ombra, il coro risuonava del canto dei vespri o delle pre-
ci mattutine indirizzate a Maria42.

41
La croce rossa era il segno che portavano i Crociati.
42
Il priorato di Newstead era consacrato alla Vergine.
81
Gli anni cedono agli anni, i secoli seguono i secoli; i
monaci da altri monaci son surrogati, fino al giorno in
cui un re sacrilego proferisce la loro condanna.
Un pio Enrico innalzò quest'edificio gotico, e ne fece
pei suoi religiosi abitanti un asilo di pace; un altro Enri-
co43 riprese il dono, e pose fine ai santissimi cantici.
Minaccie, preghiere tutto è inutile; ei li scaccia dal
loro asilo pacifico; li condanna ad errare in un mondo
nemico, senza speranze, senza clienti, non avendo che
Dio solo per rifugio.
Udite! le vôlte sonore della sala rimbombano degli
strani accordi di una musica guerresca! emblemi del re-
gno altero di un soldato, gli alti vessilli dipinti ondeg-
giano sulle sue mura.
Ai gridi dei tornei si mescono le voci lontane delle
scolte, la gioia dei banchetti, il suono delle trombe e dei
tamburi, lo strepito dell'armi.
Chiostro un tempo, poi fortezza reale44 cinta di ribelli,
le terribili macchine di guerra stanno sui tuoi baloardi, e
avventano la morte fra una pioggia di zolfo.
Inutile difesa! Il perfido assalitore, molte volte respin-
to, trionfa dei prodi coll'astuzia. Innumerevoli nemici
opprimono il suddito fedele, e sul suo capo sventola l'ir-
to stendardo della ribellione.
Ma il Barone sdegnato non cade senza vendetta: il
43
Allorchè avvenne la soppressione dei monasteri Enrico VIII
diede l'abbazia di Newstead a sir John Byron.
44
Newstead sostenne un lungo assedio durante la guerra fra
Carlo I e il suo Parlamento.
82
sangue dei traditori arrossa le tue mura. Invitta, la sua
mano brandisce ancora la spada, e giorni di gloria gli
son pur sempre riserbati.
Il guerriero avrebbe desiderato di morire sugli allori
che mietuti avea; ma il genio protettore di Carlo accorse
a salvar l'amico e la speranza del Monarca.
Tremante, ei lo divelse da un combattimento inegua-
45
le per condurlo sopra altri campi di battaglia a far fron-
te al vincitore. La sua vita mantenuta a più nobili impre-
se, guidare dovea le schiere in mezzo a cui cadde il divi-
no Falkland46.
Tristo edifizio abbandonato ad un infame saccheggio!
Un incenso ben diverso da quello a cui eri avvezzo, da
te s'innalza e ascende al cielo fra i gemiti dei morienti e
il sangue delle vittime sgozzate.
I cadaveri di molti ribelli contaminano il tuo suolo sa-
cro; sui cavalli e gli uomini confusamente ammontic-
chiati, cumulo di putredine, i feroci invasori si aprono il
passo.
Le tombe tappezzate da un'erba molle e tenera resti-
tuir debbono le spoglie mortali che racchiudono, onde si
cerchi l'oro sepolto nella terra: avide mani non temono
di turbare il riposo dei trapassati.
45
Lord Byron e suo, fratello sir William comandavano nell'e-
sercito reale. Il primo era generale in capo in Irlanda e luogote-
nente della Torre; il secondo si distinse in molte battaglie.
46
Lucio Cary visconte di Falkland, il cavaliere più compito del
suo tempo, fu ucciso alla battaglia di Newbury mentre dava la ca-
rica col reggimento di Byron.
83
L'arpa tace, il tintinnío della lira cessa; la morte ag-
ghiadò la mano del menestrello; essa non fa più vibrare
la corda tremante per cantar la gloria dei guerrieri.
Gli uccisori alfine, sazi di bottino e di sangue, si riti-
rano. Il rumore dei combattimenti ha posa; il silenzio re-
gna di nuovo nel tetro castello, e l'orrore dal cupo volto
veglia al limitare della porta.
È là che la desolazione impera; quai satelliti fan ma-
nifesto il suo regno fatale? Uccelli di fosco presagio tra-
mandano durante la notte i loro gridi lugubri, e spiegano
le loro ali per l'edifizio abbandonato.
Fra breve i raggi ravvivatori di una nuova alba disper-
dono le nubi che offuscavano il cielo d'Inghilterra. Il fe-
roce usurpatore ripiomba nel suo inferno natale, e la na-
tura applaude alla morte del tiranno.
Essa saluta la sua agonía colla voce degli uragani, le
tempeste rispondono al suo ultimo sospiro; la terra tre-
ma allorchè riceve le sue ossa, avversa ad accogliere
olocausto di morte sì spaventosa47.
Il Sovrano legittimo48 riprende il timone, e guida il
vascello dello Stato sopra un mar tranquillo. La speran-
47
Quest'è un fatto storico. Una tempesta violenta seguì la mor-
te o l'inumazione di Cromwell, lo che cagionò molte dispute fra i
suoi aderenti e i cavalieri: gli uni e gli altri vedendo in ciò un'in-
tervenzione divina. Ch'essa abbia avuto per oggetto l'approvazio-
ne o il biasimo, è ciò che noi lascieremo alla decisione dei casisti
del tempo. Io ho creduto di dovere nel mio poema trar partito da
tal circostanza.
48
Carlo II.
84
za sorride al suo regno pacifico, e cicatrizza le piaghe di
un odio appagato.
Newstead, i tristi abitatori dei tuoi archi, gemendo
grida discordi, abbandonano gli sconci loro nidi; il si-
gnore torna a dimorare nei suoi dominii; e l'assenza ac-
cresce l'incanto del suo possesso.
I vassalli radunati sotto il tuo tetto ospitale benedico-
no in mezzo ad un lieto banchetto il ritorno del loro
capo; la coltivazione si stende abbellitrice della ridente
valle, e le madri squallide prima depongono il lutto.
Mille canti son ripetuti dall'eco armoniosa; gli alberi
si rivestono di spesse foglie. Udite! è il corno che intuo-
na i suoi squilli sonori! è la chiamata del cacciatore che
la brezza tramanda!
Sotto i piedi dei cavalli la terra è commossa. Quanti
timori, quante speranze accompagnano la caccia! Il cer-
vo moribondo cerca un rifugio nel lago; grida di trionfo
annunziano la sua disfatta.
Giorni felici! Troppo felici per poter durare! Erano
quelli gl'innocenti piaceri dei nostri semplici avi! I vizii
seducenti pel loro splendore eran da essi ignorati! Molte
erano le loro gioie, e pochi i loro affanni.
Successori di tali uomini, i figli subentrano ai padri. Il
tempo fugge, e la morte brandisce la sua falce. Un altro
signore preme i fianchi del corsiero biancheggiante di
spuma; altri vassalli s'accalcano dietro al cervo che fug-
ge.
Newstead, come il tuo aspetto è dolorosamente muta-

85
to! I tuoi merli in ruina annunziano i passi della distru-
zione. Il giovine ed ultimo rampollo di una nobile
schiatta è ora signore delle tue torri in procinto di crolla-
re.
Egli contempla le tue antiche vôlte abbandonate; le
tue tombe in cui dormono gli estinti delle età feudali; i
tuoi chiostri sbattuti dalle pioggie del verno; questo egli
vede col cuore pieno di lagrime.
Pure tai pianti non sgorgano per dolore; un candido
affetto li fa solo trascorrere. L'orgoglio, la speranza e
l'amore gli vietano di dimenticare, e accendono nel suo
cuore una vampa inestinguibile.
E te, o Newstead, ei preferisce ai palagi dorati, alle
fulgide grotte di una grandezza pomposa; ei si piace ad
errare fra i tuoi sepolcri umidi e coperti di musco; nè
impreca contro i voleri crudeli del fato.
Il tuo sole, squarciando le nubi, può risplendere di
nuovo; di nuovo ei può irradiarti col fulgore del tuo me-
riggio. Il tuo glorioso passato può ancora evocarsi, e
l'avvenire può renderti i bei giorni di prima.

MEMORIE DELL'INFANZIA.

«Quei bei giorni son cari alla mia memoria; nè da essa potrò
sbandirli.»
SHAKSPEARE.
Quando l'infermità lenta colla sua lunga sequela di
dolori agghiaccia il sangue nelle vene; quando la salute

86
atterrita stende le sue ali di rose e fugge al primo soffio
della brezza di primavera; quando ciò avviene non è il
corpo solo che soffre, ma atroci tormenti opprimono an-
che l'anima sconsolata. Orrendi fantasmi, cortéo del do-
lore, assalgono la natura che peritasi con capo tremante;
fanno guerra alla rassegnazione, intanto che la speranza
s'arretra spaventata e staccasi con ambascia dalla vita.
Ma noi soffriam meno allorchè per deludere la noia del
tempo, la memoria spiega per noi il suo salutare potere;
sia ch'ella ne richiami quei giorni d'ebbrezza già assai
lontani, quando eravamo felici coll'amore, e quando la
bellezza era per noi il Cielo; o che cara alla giovinezza,
ne torni alle cure di nostra adolescenza e a quelle ombre
amene sotto le quali siam tutti passati. Così come l'astro
del dì che perforando le nubi gravide di tempesta svela
poco a poco il suo disco lontano, indora co' fiochi suoi
raggi le perle di cristallo che la pioggia si è lasciata die-
tro, e spande un'incerta luce sulla bagnata pianura; del
pari, allorchè per me l'avvenire è cupo e doloroso, il
sole della memoria splende fra' miei sogni, rischiara coi
suoi raggi quadri già da me lontani, e sommettendo i
miei sensi al suo irresistibile impero, confonde a' miei
sguardi il presente e il passato.
Spesso io mi compiaccio ad abbandonarmi al corso
dei pensieri che d'improvviso in me sorgono; e senza
ch'io li abbia evocati, la mia anima si affida alle dolci
promesse dell'immaginazione; il suo volo etereo sfiora
ogni più lieve cosa; ed è allora ch'io veggo svolgersi in-

87
nanzi a me quei giorni di mia fanciullezza ai quali avevo
dato un lungo addio! Quei luoghi deliziosi che eccitaro-
no le mie giovanili ispirazioni; quegli amici che per me
non vivono più che in sogno; gli uni dormenti sotto il
marmo abbattuti da una morte precoce; altri già innanzi
nell'arringo-scientifico in cui giovanetti entrarono, e che
far dee la loro gloria; o disputanti fra di loro le palme
dello studio. Ecco le immagini che d'ora in ora in me ri-
corrono e che abbagliano, ricreandola, la mia stanca vi-
sta. Ida, luogo beato, asilo della virtù, con quanta gioia
io feci parte un tempo del tuo giovanile corteggio! Par-
mi veder ancora la tua alta guglia, parmi mescere ancora
la mia voce ai canti del tuo coro! Rammento i nostri in-
fantili diporti, i nostri ludi innocenti: in onta degli anni e
della distanza, tutto mi è ancora presente. Non v'è sen-
tiero da te ombreggiato che io non rivegga, e in cui non
riconosca visi sorridenti e aspetti cari; le mie dilette
escursioni, i momenti di gioia o di dolore, le mie amistà
fanciullesche, le mie giovani inimicizie, le nostre paci, i
miei affetti frustrati, tutto, di tutto io mi sovvengo. Ore
di mia giovinezza! nelle quali nudrita in fondo all'anima
l'amicizia di uno straniero mi rendeva felice; l'amicizia,
dolce vincolo della gioventù, quando un cuor sincero
batte nel petto e quando la saviezza mondana non ci ha
ancora insegnato a dissimulare e ad imporci i freni della
prudenza; quando le nostre anime ingenue lasciano in-
travvedere quel che pensiamo, amore ai nostri amici,
guerra ai nostri nemici: avvegnachè le labbra della gio-

88
vinezza non mentano mai, nè con ipocrisia addobbata di
prudenza si abbellino. Ma allorchè l'adolescente passa
allo stato di uomo, la previdenza paterna non manca di
additargli una condotta scaltrita: essa gl'insegna ad evi-
tare il sentiero della franchezza, a parlar melato, a pen-
sar circospetto, ad approvar sempre e non contraddir
mai. La lode del suo patrono il compenserà della men-
zogna; e chi vorrebbe, sordo alla voce della fortuna, per-
dere il proprio avvenire per non proferire una parola,
dovesse il suo cuore ribellarsi contro tal parola, e la sua
onestà impennarsene!
Ma bando a siffatti pensieri! Io lascio ad altri la cura
di strappare all'infame adulazione la sua abbominevole
maschera: bardi più arguti di me attendano ad avventare
le quadrelle della satira. Le ali di un genio detrattore
non potrebbero convenire al volo della mia musa. Una
sola volta le accadde di gittare il guanto a un nemico se-
greto, e già ella meditava contro di lui un assalto feroce;
ma allorchè quel nemico, fosse rimorso o vergogna, fos-
se che cedesse a un consiglio mite, ebbe abbandonata la
lizza, la sua sommissione disarmò la sua collera: per
non opprimere quel debole avversario con crudeli tor-
menti, ella dimenticò il suo cruccio giovanile ed ebbe
perdonato; o se delineò il ritratto di un pedante, fu per-
chè le virtù di Pomposo49 son da molti ignorate. Lo
sguardo di quel giovane usurpatore non mi fe' mai tre-
mare, e quegli che porta la ferula deve talvolta sentirne i
49
Il dottor Butler.
89
colpi. Se poscia le è avvenuto di allegrarsi con ludibrio
dei discepoli di Granta, ciò fu per poco, nè più codesto
le accadrà. Gli accordi della sua giovine lira fra breve
cesseranno, e schernito impunemente potrò essere,
quando dormirò il mio ultimo sonno50.
Sovvengomi della lieta brigata che mi salutò duce e si
schierò sotto il mio comando51; quei gioviali compagni
dell'infanzia mia de' quali ero il sostegno, de' quali mai
lo sguardo non s'inchinò dinanzi all'occhio altero o al
superbo braccio del barbassoro, che inetto a comandare
è succeduto a quello che tutti lodavano, al precettore di-
letto della mia prima età. Probo52, orgoglio della scien-
za, ora per sempre perduto per Ida. Molto tempo sotto di
lui svolgemmo le classiche pagine e se temevamo il

50
Lord Byron compose questi versi in un tempo in cui era sot-
to il peso di un grande abbattimento fisico e morale: «Stavo a let-
to, egli dice, allorchè questa composizione di scolaro fu scritta, o
piuttosto dettata; e non credevo più di rialzarmi.»
51
Allorchè il dottor Drury partì, tre candidati si presentarono
per occupare il posto vacante; Drury, cugino del dottore, Evans e
Butler: «Al primo movimento che fece nascere nel collegio que-
sta lotta dei tre rivali, il giovine Wildman si mise alla testa del
partito Drury; ma Byron si tenne in disparte, e non volle sostenere
alcuno. Bramoso però di farsene un alleato, un membro della fa-
zione Drury disse a Wildman: «So che Byron non si unirà a noi
perchè non vuole il secondo posto; ma nominandolo nostro capo
siam sicuri di averlo. Wildman allora cedè il posto, e Byron prese
il comando.
52
Il dottor Drury. Lord Byron ne parla sempre con molto ri-
spetto.
90
maestro amavamo il sapiente. Egli è ora in un pacifico
asilo, dolce ricompensa delle sue scientifiche fatiche;
Pomposo occupa il seggio magistrale, Pomposo regge 53.
– Ma fermati, o musa: non concedere al pedante che il
tuo disprezzo; il suo nome e i suoi precetti siano del pari
obbliati; la sua memoria non lordi i miei versi: io già gli
pagai il mio tributo.
Fra gli olmi coronati dai loro antichi rami, Ida s'innal-
za, decoro del paese che la cinge; è di là come dal suo
soggiorno favorito che la scienza contempla la valle in
cui l'agreste natura reclama i suoi omaggi; essa le confi-
da un istante il suo giovine corteggio che trascorre pieno
di gioia per la pianura, poi si divide in gruppi sparsi ne'
quali ciascuno si abbandona ai suoi giuochi diletti, gli
antichi ripete, nuovi ne inventa. Questi divisi in batta-
glioni rivali, scaldati dal sole del meriggio, percorrono i
campi, avventano il disco con braccio vigoroso, o con
piede agile ne vincono la celerità; quelli a lenti passi
s'avviano ai luoghi in cui le fredde acque del Brent spie-
gano il lor corso limpido, intantochè altri pur vanno in
traccia di qualche verde grotta, la di cui ombra li proteg-
ga dalle vampe del dì; o fanno bersaglio delle loro face-
zie uno straniero dall'aspetto semplice, cui salutano,
passandogli accanto, colle loro mariuolerie. Nè sempre
53
Ecco come Byron in un'edizione posteriore voleva modifica-
re questo luogo: «Un altro occupa il seggio magistrale: Ida accet-
ta con ripugnanza uno straniero. Oh! possano i medesimi vanti
coronare il suo nome nell'avvenire. S'ei lo eguaglia in virtù, lo
eguaglierà ancora in gloria.»
91
di ciò si appagano; la tradizione ha in serbo fatti di mag-
giore entità: «qui la vendetta armò i foresi sdegnati, e a
caro prezzo ottenemmo la vittoria; là fummo costretti a
fuggire dinanzi a forze superiori; più in giù ricomin-
ciammo una lotta tremenda e sanguinosa.» Ma intanto-
chè passioni precoci agitano così le nostr'anime, la
squilla fa udir da lungi i suoi suoni prolungati; l'ora del-
la ricreazione è trascorsa, e la scienza diritta sulla soglia
del suo tempio ne accenna di entrare. Niuna iscrizione
fastosa decora la semplice sua aula; i muri sconci di pol-
vere han mille rozze cifre. Ivi ogni scolaro incidendo il
suo nome gli assicura l'immortalità classica; ivi il figlio
il suo nome trascrive accanto a quello del padre; l'uno
da lungo scolpito, l'altro segnatovi poco prima. Entram-
bi quei nomi sopravvivranno, allorchè padre e figlio
avran soccombuto sotto la legge comune del destino, e
sarà forse tutto ciò che di loro avanzi. In quel luogo stan
scolpiti a grandi caratteri il casato mio e quello di più di
un amico della mia tenera età. Le nostre geste d'allora
allietano ancora la nuova generazione che procede sul-
l'orme nostre e ci incalza. Non ha guari ella ne obbediva
silenziosa; un nostro cenno era per essa un ordine, una
parola, una legge; ora regna a sua volta, e la sua tirannia
passeggiera tien le redini del potere. Talvolta la storia
degli antichi giorni viene a ricreare per lei le lunghe sere
del verno: «è così, dicono quei giovani, che i nostri pri-
mi padri sostennero le tempeste; così che disputarono
palma a palma il terreno; così che scalarono le antiche

92
mura; e nè catene, nè sbarre poteron loro resistere. Qui
Probo giunse per calmare il nembo in procinto di pro-
rompere; là con voce commossa diede il suo ultimo ad-
dio. Ecco il luogo per cui fuggirono, intantochè il saga-
ce Pomposo li lasciava andare valorosamente senza di
lui.» Essi dicono; e nondimeno il tempo non è lontano
in cui i loro nomi subentreranno ai nostri, e ricordati
solo saranno in tai racconti. Pochi anni ancora, e in un
naufragio generale sommergerassi la debole ricordanza
del nostro comune impero.
Schiatta ingenua ed onesta! sebbene ora più non ci
vediamo, io non posso gittare un ultimo e lungo sguardo
su ciò che un tempo fummo, sui nostri primi colloquii,
sul nostr'ultimo addio, senza che il pianto venga ad inu-
midire questi occhi che fra di voi erano stranieri alle la-
grime. In quei crocchi splendidi in cui regna la moda, in
cui la follía spiega il suo vessillo abbagliante, immerso
io mi sono per far tacere fra lo strepito i miei dolori e le
mie care rimembranze. Tutto quel ch'io chiedevo, tutto
quel che speravo, era l'obblío. Inutile desiderio! Dacchè
un volto conosciuto, un compagno di mia adolescenza
veniva pieno di una gioia sincera a rivendicare al mio
fianco i diritti della sua antica amistà, di subito i miei
occhi, il mio cuore, tutto in me ritornava fanciullo; i mo-
bili gruppi, l'incerto splendore scomparivano appena
trovato avevo il mio amico; il sorriso della bellezza (pe-
rocchè, oimè! io ho conosciuto cosa sia il piegare il
capo dinanzi al trono potente dell'amore), il sorriso della

93
bellezza, sebben caro mi fosse, col mio amico vicino
non poteva più nulla sopra di me. Una dolce sorpresa
commoveva tutti i miei pensieri: i boschetti di Ida si
aprivano a' miei sguardi, e le sollazzevoli sue torme mi
ricomparivano; io mi univo col pensiero all'allegra bri-
gata, ricordavo con emozione i maestosi viali, teatro de'
nostri giuochi, e l'amicizia trionfava dell'amore54.
Ma sono io solo che ricordi con ebbrezza i suoi primi

54
La descrizione di ciò che provava nel 1806 il giovine poeta,
trovando in società uno de' suoi antichi condiscepoli, è di gran
lunga inferiore a quel luogo di una delle sue lettere nella quale
parla dell'incontro che ebbe per caso con lord Clare sulla strada
da Imola a Bologna nel 1822. «Quell'incontro, dice egli, mi tolse
per un momento dalla memoria tutti gli anni trascorsi dacchè io
era escito da Harrow. Quel che provai è inesplicabile. Mi pareva
di uscire dalla tomba. Clare dal lato suo era vivamente commos-
so, più ch'io nol sembravo; perocchè io sentii i battiti del suo cuo-
re all'estremità delle sue dita, a meno che non fossero le pulsazio-
ni del mio stesso ch'io sentivo. Noi non rimanemmo insieme che
cinque minuti, e questi sulla strada maestra; ma io non ho un'ora
di tutta la mia vita da poter paragonare a quei cinque minuti.»
Possiam citare ancora questo brano interessante di una lettera del-
la contessa Guiccioli, ora dama Boissy: «Nel 1812, ella dice, al-
cuni giorni prima di lasciare Pisa, noi stavamo una sera seduti nel
giardino del palazzo Lanfranchi. Un domestico venne ad annun-
ciare Hobhouse: la lieve tinta di malinconia diffusa sul volto di
lord Byron diede luogo di subito alla gioia più viva, tanto ch'ei
stette per svenirne. Un profondo pallore coperse quindi le sue
gote, e i suoi occhi si empierono di lagrime allorchè egli abbrac-
ciò il suo amico; la sua emozione era tanto grande, ch'ei fu co-
stretto di assidersi.»
94
giorni? Non vi è egli in questa parola stessa d'infanzia
un non so che, che parla a tutti i cuori, che sorride a tut-
te le memorie? Ah! qualche cosa evvi che mi dice che
l'amicizia è doppiamente cara a colui che è costretto di
andare così in traccia di cuori amici, e di invocare affe-
zioni che più non scorge intorno a sè. Quei cuori, Ida, io
li ho trovati nel tuo recinto che fu per me una patria, un
mondo, un paradiso. La morte crudele non ha voluto che
la mia sfortunata giovinezza avesse per guida l'affezione
di un padre. Ma forse il grado o un tutore possono tener
vece dell'amore che splende negli sguardi paterni? Può
compensare una tal perdita la ricchezza o il titolo che mi
lasciò la morte prematura di un genitore? Qual fratello
ha cercato l'affetto del mio cuor fraterno? Qual sorella
ha baciata la mia gota di un bacio affettuoso? Ah! per
me nulla v'ha che ricrei la solitudine delle ore! nessun
cuore mi è unito con vincoli dolci! Spesso nell'illusione
di un sogno io credo vedere il sorriso di un fratello; vi-
sione sì soave affascina il mio cuore, e una voce adorata
mormora al mio orecchio. Io ascolto... mi sveglio... quei
suoni diletti rellegrano la mia anima... ascolto di
nuovo... ma oimè! più nulla intendo. Fra la folla proce-
do solo; solo sto fra le migliaia di pellegrini che empio-
no la via. Mentre costoro son ricinti d'innumerevoli
ghirlande, io non ho un solo ramo che possa chiamar
mio. Che debbo io dunque fare? Gemere nell'abbando-
no; vivere nell'amistà, o sospirar solo. La mia mano cer-
ca di premere la mano di un amico; e dove trovarne di

95
più diletti che fra' miei condiscepoli di Ida?
Alousa55, il migliore e il più amato di tutti gli amici
miei, il tuo nome fa l'elogio di quegli che parla così di
te. Questo tributo non può recarti alcuna gloria; la gloria
è per quegli che ti offre ora quest'omaggio. Oh! se le
speranze che fa concepire la tua giovinezza debbono av-
verarsi, una lira più eccelsa canterà il tuo nome, e sulla
tua fama immortale poggierà un dì la sua. Amico del
mio cuore, primo fra quelli la cui compagnia mi allieta-
va, quante volte bevemmo insieme alla sorgente della
saviezza antica, senza potere spegnere la nostra sete!
Quando l'ora dello studio era trascorsa, noi ci rivedeva-
mo di nuovo; avevamo in comune i giuochi come le ani-
me; e uniti percorrevamo l'innocente palestra all'aula
della scienza. Insieme alla pesca e alla caccia di cui di-
videvamo i prodotti; insieme nell'onde spumanti tuffa-
vamo le membra: tutti gli elementi ci trovavano gli stes-
si, fratelli veri del nome solo mancanti.
Nè te obblierò, mio Davus56, il cui aspetto recava fra
noi l'allegria, tu ridente messaggero d'innocenti scherzi;
e in onta di tal tempra, desideroso di piacere con timida
modestia; candido, liberale, opponente al pericolo un
cuor d'acciaio, e pur tanto sensibile. Mi rimembro anco-
ra del dì in cui nel tumulto d'una mischia il moschetto di
un villico minacciò la mia vita57; già l'arma pesante era
55
Wingfield visconte di Powerscourt, morto a Coimbra nel suo
ventisettesimo anno (1811).
56
Tattersall, morto di ventiquattr'anni, l'8 dicembre 1812.
57
Il fatto di cui qui si parla avvenne per l'incontro fortuito de-
96
librata per l'aere; un grido d'orrore sfuggì a tutti i petti.
Intantochè intento a combattere un altro avversario, io
ignorava il colpo che stava per uccidermi: il tuo braccio
intrepido stornò lo strumento micidiale: obbliando ogni
timore, tu innanzi ti avventasti; e disarmato dalla tua
mano vittoriosa lo sciagurato traboccò nella polvere.
Che possono in ricompensa di un tal atto semplici rin-
graziamenti, o il tributo di una grata musa? No no, Da-
vus, il giorno in cui dimenticherò l'opera tua, in quel
giorno il mio cuore rimanga dal dolore infranto.
Lico!58 tu hai alla mia ricordanza titoli meritati. Oh!
se la mia musa potesse ridire le tue amabili virtù, è a te,
a te solo che sarebbero consacrati i deboli canti di que-
sto poema già troppo lungo. Tu veduto sarai un giorno
ad unir nel Senato la fermezza spartana all'ingegno ate-
niese: benchè questi talenti non siano ancora che in ger-
me, tu non tarderai ad eguagliare la gloria di tuo padre.
Allorchè la istruzione alimenta un intelletto eccelso, che
non dobbiamo noi riprometterci dal genio così perfezio-
nato? Quando gli anni avran maturata la tua età, tu do-

gli scolari di Harrow e di alcune reclute che tornavano dall'eserci-


zio. Pare che in quell'occasione la canna di un fucile fosse spiana-
ta contro lord Byron e stesse per ucciderlo, quando l'intervenzio-
ne di Tattersall lo salvò.
58
Fitzgibbon conte di Clare, nato il 2 giugno 1792. Suo padre
al quale successe, era stato per dodici anni lord cancelliere d'Ir-
landa. Il figlio divenne nel 1832 governatore di Bombay. Lord
Byron scriveva nel 1821; «Non odo mai, neppure adesso, proferi-
re il nome di Clare senza un forte palpito di cuore.»
97
minerai sui tuoi contemporanei. In te splendono con-
giunte la prudenza, il retto senso, uno spirito nobile e li-
bero, e un'anima tempio dell'onore.
Dimenticherò io ne' miei canti il bello Eurialo 59, de-
gno rampollo di un'antica schiatta? Sebbene un doloroso
litigio ci abbia divisi, io serbo religiosamente il suo
nome nel mio cuore, e quando pronunziare ascolto tal
nome, questo cuore è commosso, e tutte le sue fibre vi
rispondono. Fu l'invidia non la volontà nostra che ruppe
i nostri vincoli: altra volta amici, parmi che lo siamo an-
cora. In te noi ci compiacevamo di mirare un'anima
pura, unita ad un bel corpo. Però tu non darai corso in
senato ai folgori della tua eloquenza; tu non mercherai
la gloria sui campi di battaglia; tali cure lascierai ad ani-
me avvolte in veste più rude: la tua librerassi più vicino
al cielo sua patria. Forse compiacerti potresti in seno
alle forbite corti; ma la tua lingua non sa ingannare; i
molli saluti del cortigiano, il suo ironico sorriso, le sue
eterne lusingherie, la sua perfida astuzia accenderebbero
il tuo sdegno, e tutti i fulgidi lacci tesi intorno a te non
ecciterebbero che il tuo disprezzo. La felicità domestica,
questo è il tuo destino: la tua vita sarà una vita d'amore,
e alcuna nube non ne offuscherà il sereno. Il mondo ti
ammira, i tuoi amici ti adorano; lo schiavo dell'ambizio-
ne potrebbe solo desiderare di più.
Infine ultimo, ma non meno caro di quel caro cortéo,

59
Giorgio conte di Delaware, succeduto a suo padre nel 1795.
Egli appartiene a una delle famiglie più illustri d'Inghilterra.
98
ecco venir Cleone60 dal cuor schietto, aperto e generoso
come un soave paesaggio di cui niun vapore scema l'in-
canto, nessun vizio degrada l'inalterabile purità della sua
anima. Nel medesimo giorno cominciò la nostra vita
studiosa, nel medesimo finì. Così parecchi anni ci vide-
ro meditare insieme e correr l'arringo l'uno al fianco del-
l'altro. Allorchè giunse in fine il termine di nostra vita di
collegio, niuno di noi si ritrasse vincitore della lotta
classica. Come oratori eravamo eguali, e il voto pubbli-
co concedeva a entrambi una medesima gloria61; per
consolare però soltanto l'orgoglio del suo giovine rivale,
il candor di Cleone l'induceva a dividere fra di noi la
palma; ma giustizia è ch'io confessi ch'essa gli apparte-
neva intera.
Oh! compagni tanto desiderati, oggetti cari, la memo-
ria vostra m'inonda ancora di lagrime! Triste e pensoso,
io evoco colla memoria quei tempi che più non torne-
ranno. Pure tali rimembranze mi son dolci, e l'amarezza
calmano dell'ultimo addio! Io mi ricreo nel tornare a
quei giorni di trionfo di mia adolescenza, allorchè un
giovine alloro cingeva la mia testa, e un elogio di Probo
ricompensava il mio lirico volo, o mi assegnava un po-
sto più elevato in mezzo alla folla studiosa. Il giorno in
cui la mia prima arringa ottenne plausi, di cui i suoi sa-
vii precetti eran soli cagione, qual riconoscenza gli con-
60
Eduardo Long al quale sono indirizzati più innanzi alcuni
versi di questa Raccolta.
61
Allusione ai discorsi oratorii che recitavano gli allievi del
collegio di Harrow in occasione dei pubblici esami.
99
sacrai! perocchè quel poco ch'io sono a lui lo debbo, e
in lui solo il merito ne ricade! Oh! perchè non può la
mia musa più arditamente slanciarsi oltre questi deboli
canti, oltre queste giovanili effusioni della mia prima
età! È a lui ch'essa volgerebbe i suoi più nobili accordi: i
canti morirebbero forse, ma il soggetto vivrebbe. Ma
perchè tentar ciò? il suo nome onorato non ha mestieri
di sì vana lode; caro a tutti i figli di Ida, esso trova un'e-
co in tutti i loro petti. È questa una gloria ben superiore
ai trionfi dell'ambizione, o alle lodi di una folla venale.
Ida! esaurito non è il mio tema; svolto non ho per in-
tero il sogno di mia adolescenza. Quanti amici avrebbe-
ro diritto di essere da me ricordati! Quanti cari oggetti in
silenzio lasciai! Pure sbandiamo queste memorie del
passato, questo canto d'addio, il più soave e l'ultimo, e
gustiamo in segreto la ricordanza di quei giorni di gioia.
Cura romita e cara! Io traveggo l'avvenire senza desii e
senza teme; non penso con diletto che al passato. Sì è al
passato soltanto che il mio cuore si volge; è nel passato
solo ch'io inseguo le larve di ciò che un tempo mi appar-
tenne.
Ida! continua a dominare ridente sulle tue colline e a
trascorrer maestosamente sul fiume dei secoli che tante
vicende reca con sè; e possano i tuoi figli, fiorente gio-
vinezza, riverire il tuo nome, sorridere sotto i tuoi rezzi,
ma lasciarti con lagrime, lagrime d'addio agli ultimi
giorni di felicità, le più dolci forse ch'essi sian per versa-
re! Parlate, o vecchi, scorrete come ombre su questo

100
nuovo teatro del mondo, da cui i vostri amici sono
scomparsi come quelle foglie d'autunno che disperde il
soffio dell'uragano; richiamate alla vostra memoria i
fuggevoli istanti di vostra giovinezza, allorchè i dolori
per anco non vi mordevano col loro dente avvelenato;
dite, se però la memoria di tai giorni può sopravvivere
alle follíe degli anni che vengon dopo, dite se il sogno
febbrile dell'ambizione vi offre un balsamo del pari dol-
ce per alleviare i vostri istanti di amarezza! dite se i te-
sori accumulati per un figlio ingrato, se il sorriso dei re,
se gli allori côlti fra il sangue, se le croci o le gemme,
trastullo dell'età matura, dite, se tutto ciò suscita in voi
memorie così gioconde, come quei giorni nei quali la
giovinezza intrecciava per voi le sue ghirlande? No cer-
to, no; nella mesta calma della vecchiaia, se con mano
tremante svolgete i fogli del libro della vita, se ricorrete
agli annali dei moribondi vostri dì, dolci soli nell'ora
che segnò il nascer vostro, tristamente vi soffermate so-
pra ogni età funesta, e bagnate di lagrime le dolenti li-
nee che parlano di quei momenti sconsolati che le pas-
sioni copersero del loro manto, e in cui la virtù vi diede
piangendo un doloroso addio: ma benedite invece le pa-
gine ove i diti di rosa del mattino della vita vergarono
più diletti caratteri, quando l'amicizia s'inchinava dinan-
zi all'altare della verità e l'amore senz'ali sorrideva alla
leggiadra giovinezza.

101
RISPOSTA A UN POEMA INTITOLATO
IL «DESTINO COMUNE.»

Montgomery! il vero parli, è nelle onde di Lete che


posa il destino comune dei mortali. Pure ve n'ha che ob-
bliati non saranno, v'ha chi vivrà oltre la tomba.
L'eroe che trapassa sul fiume delle battaglie ha forse
ignorato il luogo di sua nascita: ma conosciuta è la sua
gloria guerriera che splende da lungi come una meteora.
La sua gioia o il suo dolore, i suoi piaceri e i suoi tra-
vagli sfuggiranno forse alle pagine della storia; ma na-
zioni che ancora non vennero in luce ripeteranno il suo
nome immortale.
Il corpo caduco del cittadino e del poeta parteciperà
alla universal sorte; ma ciò non avverrà della loro glo-
ria: essa non dormirà, ma librerassi sugli imperi crollati.
Lo splendore degli occhi della bellezza comporrassi
all'orribile immobilità della morte; il bello, il buono, il
prode, morir debbono e scendere nell'aperta tomba.
Ma occhi eloquenti rivivono, e tornano a rifulgere nei
versi di un amante: la Laura di Petrarca esiste ancora.
Ella è morta una volta, ma più non morrà.
Le stagioni nel loro corso passano e scompaiono, e il
tempo scuote la sua ala instancabile; ma le palme della
gloria mai non appassiscono: esse si infiorano di una
primavera eterna.
Tutti, tutti dormiranno di un orrido sonno, immobili
nelle caverne silenziose; giovani e vecchi, amici e nemi-

102
ci, tutti del pari infracideranno nel sepolcro.
Il marmo invecchiando sfida per un po' il tempo, po-
scia va in brani; esso cede ai colpi spietati della distru-
zione e dell'edifizio orgoglioso non restan più che ruine.
E mentre il tempo distrugge un capolavoro di scultura
che protegger doveva dalle tenebre dell'obblío, una luci-
da fama apparterrà a coloro a cui le virtù avran meritato
tale ricompensa.
Non dir dunque che nelle onde di Lete posa il destino
comune dei mortali: havvene che non saranno obbliati e
che infranger sapranno i marmi della sepoltura!
1806.

A UN DONNA CHE AVEVA PRESENTATO


ALL'AUTORE UNA STRISCIA DI VELLUTO CHE
AVVOLGEVA I SUOI CAPELLI.

Questa benda che imprigionava la tua chioma d'oro è


divenuta mia, fanciulla! È un pegno del tuo amore; io lo
serberò con cura gelosa.
Oh! contro al cuore io vuo' portarlo; esso sarà un tali-
smano per avvincere la mia anima alla tua: più non mi
abbandonerà e verrà meco nella tomba.
La rugiada ch'io spremo dalle tue labbra mi è meno
cara di questo dono; essa, io non l'aspiro che un istante,
nè mi comparte che una felicità fugace;
Ma questo dono mi ricorderà i giorni di mia giovinez-
za anche quando la nostra vita sarà sul declivio. Le fo-
103
glie dall'amore verdeggieranno anche allora, e la memo-
ria le farà rifiorire.
Oh! cara ciocca di capelli d'oro, che con tanta grazia
ondeggiavi sopra un'amata testa, perdere non ti vorrei
pel mondo intero,
Dovessero migliaia d'altre ciocche simili a te adorna-
re la tersa fronte in cui dianzi splendevi come il raggio
che indora un mattino senza nubi, sotto il cielo ardente
della Columbia.
1806.

RICORDANZE.

Così è!... io la vidi nei miei sogni. La speranza più


non abbellisce il mio avvenire; brevi furono i giorni di
mia felicità. Assiderato dal freddo aquilone della sventu-
ra, il mattino di mia vita è annebbiato, amore, speranze,
gioie, addio! Perchè non posso io aggiungere ancora ad-
dio ricordanze?
1806.

AL REVERENDO J. E. BECHER, CHE AVEVA


CONSIGLIATO L'AUTORE A FREQUENTARE DI
PIÙ IL MONDO.

Amato Becher, tu mi dici ch'io entri nel mondo. Tal


consiglio è savio, ma la solitudine più si affà al mio spi-
rito. Entrar non vuo' in un mondo ch'io disprezzo.
104
Se il senato o il campo abbisognassero dell'opera mia,
l'ambizione mi spingerebbe forse a farmi innanzi. Allor-
chè la fanciullezza e i suoi anni di prova saran trascorsi,
allora forse cercherò di rendermi degno della mia nasci-
ta.
Il fuoco che arde nelle caverne dell'Etna ribolle invi-
sibile ne' suoi chiusi recessi; ma infine esso si rivela ter-
ribile, immenso, e niun torrente può estinguerlo, niun li-
mite affrenarlo.
Oh! la sete di gloria che arde in mio cuore, me pure fa
rivivere per la posterità. Che non poss'io, come la feni-
ce, innalzarmi sopra ali di fiamme dovessi com'ella, gia-
cer poscia sopra simile rogo?
Per la vita di un Fox, per la morte di un Chatham,
quali biasimi, quai pericoli non affronterei? La loro vita
non è finita col loro alito; la gloria illumina la notte dei
loro sepolcri.
E perchè mi unirei io al gregge della moda? Perchè
andrei a piaggiare i suoi arbitri e a strisciare sotto le sue
leggi? Perchè m'inclinerei dinanzi all'orgoglioso, o ap-
plaudirei lo stolto? Perchè cercherei la felicità in anime
insensate?
Provai le gioie e le amarezze dell'amore; imparai per
tempo a credere all'amistà. Le donne attempate disap-
provarono i miei fuochi; conobbi che un amico poteva
promettere, e nullameno ingannare.
Che è per me la ricchezza? Un istante può toglierla;
da un capriccio dei tiranni essa pende, da un aggrottar di

105
ciglio della sorte. Che è un titolo per me? Una larva di
potere. Che mi cale del mondo? Io non curo che l'onore!
L'ipocrisia è ancora straniera alla mia anima; palliare
io non so per anche la verità. Perchè dunque vivrei sotto
odiosi freni? Perchè affoscherei questi miei giorni della
giovinezza?
1806.

LA MORTE DI CALMAR E DI ORLA.


Imitazione dell'Ossian di Macpherson.62

Cari sono i giorni di gioventù! Il vecchio vi affigge le


sue memorie fra le nebbie del tempo. In mezzo al suo
crepuscolo ei richiama le splendide ore del suo mattino.
Egli solleva con mano tremante la lancia, ed esclama:
«non così debolmente palleggiai io quest'arma dinanzi
ai miei padri!». Passata è la schiatta degli eroi! ma l'arpa
fa rivivere la loro fama; le anime loro trascorrono sulle
ali dei venti, ascoltano i suoi accordi fra i sospiri della
tempesta, e si allegrano nei loro palagi di nubi! Tale è
Calmar. Una grigia pietra indica la sua angusta sepoltu-
ra. Dal mezzo delle tempeste ei contempla la terra; ap-
parisce fra i turbini e vola sull'aquilone delle montagne.
In Morven il Duce viveva; raggio di guerra a Fingal. I
suoi passi nel campo eran segnati dal sangue: i figli di

62
Questo poemetto, come pure l'addio del poeta alla moglie, li
abbiamo riportati tradotti anche in versi nel secondo volume. (Gli
Edit.)
106
Lochlin eran fuggiti dinanzi all'irata sua lancia: ma dol-
ce era l'occhio di Calmar, dolci le ciocche della sua
bionda capellatura... essa svolvevasi come meteora della
notte. Niuna fanciulla era il sospiro della sua anima, i
suoi pensieri eran sacri all'amicizia, a Orla dai crini neri,
distruttore d'eroi! Eguali erano le loro spade in battaglia;
ma feroce era l'orgoglio di Orla, mite solo a Calmar. In-
sieme dimoravano nella caverna di Oithona.
Swaran partì da Lochlin trasportato dagli azzurri flut-
ti; i figli di Erin caddero sotto la sua potenza. Fingal
chiamò i suoi guerrieri a battaglia. I loro vascelli coper-
sero l'Oceano! Le loro schiere accalcaronsi sulle verdi
colline. Essi accorsero in aiuto di Erin.
La notte sorse fra le nubi. Le tenebre velarono gli
eserciti; ma le quercie accese scintillarono per la valléa.
I figli di Lochlin dormivano: i loro sogni erano di san-
gue. Essi trattavan la lancia col pensiero, e fuggir vedea-
no Fingal. Non così l'oste di Morven; Orla vegliava,
Calmar gli stava al fianco; le lancie posavano fra le loro
mani. Fingal chiamò i suoi Duci; e questi gli fecer coro-
na. Il Re stette nel mezzo. Grigi erano i suoi capelli, ma
forte il suo braccio. L'età non gli avea scemato la vigo-
ría. «Figli di Morven, disse l'eroe, dimani ci affrontere-
mo al nemico; ma dov'è Cuthullin, scudo di Erin? Ei ri-
posa nel palagio di Tura; ei non sa di nostra venuta. Chi
vuol ire dall'eroe traversando l'oste di Lochlin per chia-
marlo alle armi? Il sentiero è irto di spade nemiche, ma

107
numerosi sono i miei prodi. Essi son folgore di guerra.
Parlate, Duci! chi di voi sorgerà?»
«Figlio di Trenmor! Sia mia quest'opera, disse Orla
dalla nera chioma, e mia soltanto. Che è per me la mor-
te? Io amo il sonno dell'eroe, e lieve è inoltre il pericolo.
I figli di Lochlin dormono. Io andrò in traccia di Cuthul-
lin, generato su un carro di guerra. Se cado, s'innalzi la
canzone dei Bardi, e venga posta la mia spoglia sulle
rive del Lubar.» – «E cadrai tu solo? disse il ben chio-
mato Calmar; lascerai tu il tuo amico lontano? Duce di
Oithona! non fiacco è il mio braccio in battaglia: potrei
io vederti morire e non alzare la lancia? No, Orla! insie-
me cacciammo il cerbiatto, insieme ci assidemmo al
banchetto, insieme percorreremo il sentiero del pericolo;
divisa fu da noi la caverna di Oithona; divisa sia anche
la tomba sulle rive del Lubar.» – «Calmar, disse il capo
di Oithona, perchè si annerirebbero i tuoi biondi capelli
fra la polvere di Erin? Lascia ch'io cada solo. Mio padre
abita il suo palagio di nubi: ei rallegrerassi rivedendo il
figliuol suo: ma l'occhio-glauca Mora imbandisce in
Morven per suo figlio il banchetto. Ella spia il passo del
cacciatore sulle lande, e il crede di Calmar. Ch'ei non
vada a dirle: cadde Calmar sotto il ferro di Lochlin; ei
morì col bruno Orla, duce dalla cupa fronte. Perchè of-
fuscherebbero le lagrime l'occhio azzurro di Mora? Per-
chè maledirebbe la sua voce Orla distruttore di Calmar!
Vivi, Calmar! vivi per innalzare la mia pietra coperta di
musco; vivi per vendicarmi nel sangue di Lochlin! Uni-

108
sci il tuo canto a quello che i bardi innalzeranno sulla
mia tomba, dolce fia il canto di morte ad Orla, profferito
dalla voce di Calmar. La mia ombra sorriderà agli ac-
centi della tua lode.» – «Orla! disse il figlio di Mora,
potrei io intuonare la canzone di morte del mio amico?
Potrei io ridire la sua gloria ai venti? No; il mio cuore
non spremerebbe che gemiti; fiochi o rotti son gli accen-
ti che tramanda il dolore. Orla! le nostre anime udran
quei cantici unite. Una nube, una stessa nube ci acco-
glierà; i bardi non separeranno i nomi di Orla e di Cal-
mar.»
Essi allontanansi dalla cerchia dei Duci. I loro passi
son volti all'oste di Lochlin. Il morente chiarore della
quercia sfavilla per la notte; la stella del Nord addita il
sentiero di Tura. Swaran, il re, riposa sulla sua solitaria
collina; quivi i guerrieri dormono alla rinfusa, e feroci
sono i loro sogni. Essi inclinano le teste sugli scudi; più
lungi scintillano le loro spade ammonticchiate. Deboli
sono i fuochi; appena un fumo esce da quelle ceneri.
Tutto tace; ma la brezza sospira fra le roccie montane.
Lievemente trapassano gli eroi fra le schiere addormen-
tate. Metà del viaggio è compito, quando Mathon che ri-
posa sul suo scudo è veduto da Orla. Gli occhi di Orla
vibrano fiamme che lumeggiano le ombre: Orla solleva
la sua lancia. «Perchè aggrotti il ciglio, duce di
Oithona? dicegli il ben-chiomato Calmar. Noi siamo fra
i nemici. È questo tempo di indugii? – «Lo è di vendet-
te, risponde Orla dalla cupa fronte; Mathon di Lochlin

109
dorme; vedi tu la sua lancia? La punta ne è rossa del
sangue di mio padre. La mia intingerassi del sangue di
Mathon; ma l'ucciderò io mentre dorme, figlio di Mora?
No, ei sentir dee la sua ferita; la mia fama non ergerassi
sul sangue di un guerriero addormito. Sorgi, Mathon!
sorgi! il figlio di Counal ti chiama; la tua vita gli appar-
tiene: sorgi per la battaglia.» Mathon balza in piedi, ma
si rizza egli solo? No: i raccolti Duci s'avvanzano per la
pianura. «Fuggi, Calmar, fuggi, grida Orla dai neri ca-
pelli: Mathon è mio; io morirò con gioia; ma le falangi
di Lochlin accorrono: fuggi fra l'ombre della notte.»
Orla si volge; l'elmo di Mathon è infranto, il suo braccio
lascia sfuggirsi lo scudo; ei vacilla nel proprio sangue.
Accanto all'accesa quercia ei cade, e Strumon è testimo-
ne di sua caduta: il cruccio di questi si accende; la sua
spada brilla sul capo di Orla, ma una lancia gli trapassa
un occhio; il cervello gli schizza per la ferita, e cuopre
della sua spuma la lancia di Calmar. Come veggonsi le
onde dell'Oceano avventarsi su due potenti palischermi
del Nord, così, sopra i due duci precipitansi i guerrieri di
Lochlin; come rompendo il flutto irato, i navigli del
Nord continuano alteramente la loro via, così s'innalza-
no i duci di Morven sugli sparpagliati cimieri di Lo-
chlin. Lo strepito dell'armi giunge alle orecchie di Fin-
gal; egli percuote il suo scudo: i suoi figli gli si aggrup-
pano intorno; i guerrieri innondano la pianura. Ryno,
trasalta di gioia, Ossian palleggia le armi, Oscar scuote
la lancia, le penne d'aquila di Fillan sventolano a grado

110
dell'aure. Tremendo è il clangore di morte! numerose
son le vedove di Lochlin! Morven prevale in sua forza.
Il mattino splende sulle colline; niun nemico vivo si
mostra, ma molti son quelli che dormono: biechi essi
giacciono sulla terra di Erin. La brezza dell'Oceano sol-
leva la loro chioma: pur non si svegliano. I falchi strido-
no al disopra degli agognati cadaveri.
Qual è quella bionda chioma che ondeggia sul petto
di un guerriero? lucida come l'oro dello straniero essa si
mesce alla capigliatura nera del suo amico.«È Calmar...
egli posa sul seno di Orla; i flutti del loro sangue si con-
fondono: fiero è lo sguardo del cupo Orla; ei più non
vive, ma il suo occhio è anche di fiamma: dischiuso sfa-
villa anche in morte. La sua mano stringe quella di Cal-
mar: ma Calmar vive: egli vive sebben per poco.» Sorgi,
dice il Re, «sorgi, figlio di Mora; a me spetta il sanare le
ferite degli eroi. Calmar trapasserà ancora i monti di
Morven.»
«Non più Calmar caccierà il cerbiatto di Morven con
Orla, disse l'eroe; e solo, che sarebbe a me la caccia?
Chi vorrebbe dividere le spoglie delle battaglie con Cal-
mar? Orla qui posa! fiera era la tua anima, Orla! ma soa-
ve a me come la rugiada dell'alba. Per gli altri essa
splendeva come folgore; per me come raggio argenteo
della notte. Reca la mia spada all'occhio-glauca Mora;
ch'essa l'appenda nella mia vuota sala. Non monda è di
sangue: ma salvar non potè Orla. Ch'io sia sepolto col
mio amico, e s'innalzi il cantico sulle nostre tombe!»

111
Essi riposano sulle rive del Lubar. Quattro grigie pie-
tre additano l'ultima dimora di Orla e di Calmar.
Quando Swaran fu incatenato, le nostre vele spiega-
vansi sui flutti azzurri; i venti sospinsero verso Morven
le nostre prore; i bardi innalzarono il loro coro.
«Che forma è quella che s'innalza sul mugghio delle
nubi? che nero spettro apparisce fra i rossi chiarori della
buféra? la sua voce vince quella del tuono. È Orla; il
bruno duce di Oithona. Ei fu senza eguali in guerra;
pace alla tua anima, Orla! la tua fama non perirà, nè la
tua, Calmar! Bello tu eri, figlio dell'occhio-glauca Mora;
ma nè mite era la spada tua. Essa pende nella tua caver-
na; le ombre di Lochlin stridono intorno al suo acciaio.
Odi la tua lode, Calmar! essa è proferita dalla voce degli
eroi. Il tuo nome sveglia gli echi di Morven. Solleva
dunque la tua bella capigliatura, figlio di Mora; stendila
sull'arcobaleno, e sorridi fra le lagrime della tempesta.»

L'AMICIZIA È L'AMORE SENZ'ALI.

Perchè gemere sulla fuga di mia giovinezza? Giorni


di nuove delizie mi stan forse innanzi: l'affezione non è
morta. Quand'io ritorno col pensiero agli anni di mia
adolescenza, un'eterna verità scolpita in caratteri incan-
cellabili mi reca celesti consolazioni. Zeffiri, portatela in
quei luoghi in cui il mio cuore battè per la prima volta:
«l'amicizia è l'amore senza ali!»
Nei miei anni poco numerosi ma commossi, quali

112
momenti ho trascorsi, ora offuscati da nubi di lagrime,
ora illuminati da raggi celesti! Qual che siasi la sorte
che mi serba l'avvenire, la mia anima inebbriata del pas-
sato si immerge con estasi in un'idea. Amicizia, tale idea
a te sola appartiene, e sola vale un mondo di felicità:
«l'amicizia è l'amore senz'ali.»
Là dove quei pini scuotono lievemente le frondi sorge
un tumulo solitario, monumento del destino che a tutti
ne è comune. Mirate intorno ad esso sollazzarsi inconsi-
derati scolari fino a che risuoni nell'ostello studioso la
squilla abborrita che pone fine ai ludi fanciulleschi. Ma
qui dovunque io volgo i miei passi, i miei pianti silen-
ziosi non provano che troppo, che «l'amicizia è l'amore
senz'ali.»
Amore, da te affascinato io proferii i miei primi voti;
le mie speranze, i miei delirii, il mio cuore, erano tuoi;
ma tutto ciò è ora logoro, perchè le tue ali come quelle
del vento non lasciano alcun segno del tuo passaggio, se
non sono, oimè! i tuoi gelosi stimoli. Ristatti! ristatti!
potere ingannatore; tu non presiederai più ai giorni che
mi aspettano, a meno che sfrondato tu non venga delle
tue ali.
Soggiorno di mia adolescenza! la tua lontana vista mi
ricorda lieti giorni; il mio cuore avvampa de' suoi primi
fuochi, parmi di essere tornato fanciullo. Io godo di ri-
vedere il tuo boschetto di olmi, il verdeggiante tuo colle;
ogni tuo sentiero mi allegra il cuore, ogni tuo fiore mi
reca un doppio profumo, e in gaia conferenza cogli ami-

113
ci della mia prima età, le loro voci sembrano dirmi: «l'a-
micizia è l'amore senz'ali.»
Lico, perchè piangi? detergi le lagrime, l'affezione
può dormire un tempo, ma in breve si sveglia. Pensa,
pensa, mio amico, allorchè ci rivedremo, come dolce
sarà quel colloquio sì a lungo desiderato! È sovr'esso
ch'io appoggio le mie speranze di felicità. Finchè i gio-
vani cuori sanno amare in tal guisa, l'assenza, mio ami-
co, non può che dirci «l'amicizia è l'amore senz'ali.»
Ingannato una volta, ho io una sola volta pianto il mio
errore? No. Svincolato dal ceppo tirannico, lo sciagurato
copersi di disprezzo. Verso coloro me n'andai che cono-
sciuta avean la mia infanzia, cuori onesti e probi; verso
coloro a me con cari vincoli ristretti; e fino che tai vin-
coli non si affrangano, per questi vibreranno nella mia
anima le corde dell'amistà; di questo genio che non ha
ali.
Amici eletti! anima, vita, memoria, speranza; voi sie-
te tutto per me; il vostro merito vi assicura un'affezione
durevole e libera nel suo corso. Figlia dell'impostura e
del timore, l'adulazione dal volto ridente, dalla lingua
melata, s'accalchi sull'orme dei Re; per noi amici ricinti
di lacci, noi resterem lieti, nè mai dimenticheremo «che
l'amicizia è l'amore senz'ali.»
Finzioni e sogni ispirano il bardo che innalza i suoi
canti; l'amicizia e la verità siano la mia ricompensa: al-
tro alloro non richieggo. Le palme della gloria crescono
in seno alla menzogna: s'allontani da me l'incantatrice,

114
perchè è il mio cuore non la fantasia che in me parla.
Giovine e senz'arte, io non so simulare e ripeto questo
semplice detto dell'anima: «l'amicizia e l'amore senz'a-
li.»
1806.
A EDUARDO NOEL LONG63.

«Nil ego contulerim jucundo sanus amico.»


ORAZIO.
Amato Long, in quest'asilo solitario, mentre tutto in-
torno a me dorme, i lieti dì che passati abbiamo, ripro-
duconsi in tutta la loro freschezza alla mia mente. Così
allorchè un nembo si prepara, e dense nubi oscurano il
sole, se d'improvviso il cielo muta aspetto, io saluto l'ar-
co-baleno che spiegando il suo pacifico stendardo fa
cessar la guerra delle tempeste. Ah! benchè il presente
non mi arrechi che dolori, io penso che ritornare posso-
no quei dì; o se in un momento di tristezza qualche tema
maligna insinuandosi nella mia anima viene a sbandirvi
il mio pensiero più diletto e a interrompere il mio bel
sogno, io irrido a quel perverso demone e continuo a pa-
scermi della mia cara illusione. Io so che noi non an-
drem più nella valle di Granta a porgere orecchio ai pre-
cetti dei barbassori; che Ida non ci vedrà più fra i suoi
63
Giovine compagno di studi di Byron nel collegio di Harrow,
che si illustrò nella spedizione di Copenaghen, e morì nel 1809
andando d'Inghilterra in Ispagna, ove voleva unirsi all'esercito
della penisola.
115
boschi correr dietro come un tempo alle nostre chimere
incantevoli; che la giovinezza si dipartì sulle sue ali di
rosa, e che l'età virile reclama i suoi diritti severi; tutto
ciò è vero, ma gli anni non distruggeranno tutte le nostre
speranze, essi ne riserbano ancora istanti di gioie mode-
ste.
Sì, io spero che il tempo, spiegando i larghi suoi van-
ni, lascierà cadere sopra di noi alcune gocciole di rugia-
da; ma se la sua falce deve abbattere i fiori che imbalsa-
mano i magici boschetti in cui piacesi di errare la riden-
te giovinezza ove i cuori son pieni di precoci estasi; se
l'esigente vecchiaia col suo freddo ghiaccio viene ad
inaridire la sorgente delle lagrime negli occhi della pie-
tà, o a soffocare i sospiri della simpatia; se essa esige
ch'io oda senza commuovermi i gemiti della sciagura, e
che tutti i miei affetti in me solo sian vôlti; oh! il mio
cuore non mai apprenda scienza così fatale! nel suo di-
spregio di tai precetti perseveri; nè mai dimentichi gli
altrui affanni. Sì, quale tu mi hai conosciuto in quei
giorni ai quali ci compiacciamo di riportarci colla fanta-
sia, tale possa io essere sempre colla mia selvaggia indi-
pendenza, la mia immaginazione vagabonda e il mio
cuore fanciullo fino alla decrepitezza!
Benchè trasportato ora dalle mie visioni aeree, il mio
cuore è per te sempre lo stesso. Io ho dovuto di frequen-
te sostener perdite amare, e affievolite si sono tutte le
mie gioie antiche. Ma dileguatevi, istanti funesti! le vo-
stre angustie son passate, i miei dolori cessarono: lo giu-

116
ro per le gioie che ha provate la mia gioventù, io più
non penserò alla vostr'ombra. Così quando il furore del-
l'uragano è placato, e i venti rientrati nelle loro caverne
vi concentrano i loro sordi muggiti, noi dimentichiamo
gli aquiloni e la loro rabbia, e ci addormentiamo sulla
fede dei zeffiri. Spesso la mia giovine musa temprò la
sua lira agli appassionati accordi dell'amore; ma ora non
avendo nulla da cantare, i suoi suoni spirano in vaghe
modulazioni. Le mie amate Ninfe, oimè! si sono invola-
te! E.... è fatta sposa; C... divenne madre; Carolina so-
spira sola; Maria si diede ad un altro; gli occhi di Cora
che fissavansi ne' miei non possono più raccendere il
mio fuoco; e tempo era di ritirarmi, dacchè gli occhi
suoi su di tutti ora son rivolti. Io so che il sole dispensa
all'universale i suoi raggi, ma sebben l'occhio della don-
na sia un sole, piacciomi a credere ch'ei non debba ri-
splendere che per un sol uomo; il meriggio dell'anima
non si addice a quella, il di cui sole diffonde il chiarore
di una state perpetua. È così che le mie antiche fiamme
illanguidirono, così che l'amore non è più per me che un
nome. Allorchè una vampa sta per estinguersi, ciò che
ne raddoppiava l'attività e la facea ardere con maggior
forza, non serve più che ad accelerare la sua fine e a far
che si spengano le sue ultime scintille. Debole è la me-
moria dei fuochi dell'amore, quando la lor forza spira e
che essi si inabissano sotto le loro ceneri.
Ma la mezzanotte è vicina, amico; fosche nubi stan
dinanzi all'umido disco della luna, di cui non ridirò le

117
bellezze descritte da tutti i poeti più tristi. Perchè cam-
minerei io nel sentiero battuto nel quale tanti verseggia-
tori procederono prima di me? Pure ti dirò che prima
che la lampada argentea della notte abbia compito tre
volte il suo usato corso e che abbia per tre volte segnata
la sua strada luminosa, io spero di veder con te il suo di-
sco rischiarante il pacifico e amato soggiorno che deli-
ziò un tempo la nostra giovinezza. Allora ci uniremo
alla schiera gioiosa dei nostri compagni d'infanzia; i rac-
conti del passato faran trascorrere piacevolmente le ore;
le nostre anime si effonderanno in dolci colloquii fino
all'istante in cui Febéa, cominciando a impallidire, non
ispargerà più che un'incerta luce fra i vapori del mattino.

A UNA SIGNORA.

Se il cielo avesse congiunta alla tua la mia sorte,


come il pegno che di te tengo me ne avea dato speranza,
io non avrei udito rimproverarmi le mie follíe, perchè
allora la pace del mio cuore non sarebbe mai stata turba-
ta.
Tu sei cagione di questi falli precoci; tu dei rimprove-
ri che fatti mi vengono dai vecchi e dai saggi: essi sanno
i miei torti, ma non sanno che fosti tu che rompesti pri-
ma i vincoli dell'amore.
Perocchè vi fu un tempo nel quale la mia anima era
pura come la tua, e poteva soffocare le sue passioni nel
loro nascere; ma ora tu hai disdetti i tuoi giuramenti, un

118
altro gli ha ricevuti.
Io potrei distruggere il suo riposo e intorbidare la feli-
cità che l'aspetta; ma lascierò che il mio rivale sorrida
nella sua gioia;... per amore di te io non posso odiarlo.
Ah! dacchè la tua bellezza angelica m'è stata rapita,
nessun'altra può calmare le tempeste del mio cuore. Ciò
che altravolta ei voleva trovare in te sola, ei lo cerca ora
in molte invano.
Addio dunque, fanciulla ingannatrice! Stolto sarebbe
il rammaricarsi per te. Nè la speranza, nè la memoria mi
soccorrono; ma la dignità può insegnarmi ad obbliarti.
E nondimeno tanti anni perduti, tanti languidi piaceri
provati, tanti amori, tanti spaventi trasfusi nel cuore del-
le madri, abbandono sì cieco nel turbine delle passioni;
Tutto ciò avrebbe potuto essere represso se tu fossi
stata mia. Le mie guancie ora pallide per le orgie della
notte, anzichè essere accese della febbre delle passioni,
portata avrebber l'impronta della felicità domestica.
Sì, lo spettacolo dei campi mi fu un tempo soave, per-
chè innanzi a te la natura sembrava sorridermi. Il mio
cuore abborriva allora la menzogna, perchè non avea
vita che per adorarti;
Ma ora altre gioie mi si presentano. Dai miei pensieri
io rifuggo; essi mi renderebbero insensato. In mezzo
alla folla frivola e allo strepito, io perdo una metà della
mia tristezza.
E nondimeno in onta di tutti i miei sforzi, un pensiero
entra furtivo nella mia anima; i demoni avrebbero pietà

119
di quello ch'io soffro, sapendo che ti ho perduta per
sempre!

OH! PERCHÈ NON SON FANCIULLO!

Oh! perchè non sono fanciullo, scevro di pensieri e di


pene nella mia caverna dei monti, o errante fra la bruna
solitudine, o trabalzato dalle onde azzurre. La pompa
dell'orgoglio sassone non si addice all'anima libera, che
ama i fianchi diroccati della montagna, e sale le roccie
da cui si scaglia il torrente.
Fortuna! riprenditi queste terre coltivate, riprendi
questo nome splendido! Io odio il contatto di mani ser-
vili; odio gli schiavi che inchinansi intorno a me. Ponmi
fra le rupi ch'io amo, e ai piedi delle quali l'Oceano fran-
ge i suoi flutti mugghianti. Io altro non ti chieggo che di
poter errar di nuovo nei luoghi che vidi in giovinezza.
Pochi sono i miei anni, e nondimeno sento che il
mondo non fu fatto per me. Ah! perchè dense tenebre
nascondono esse all'uomo l'ora in cui egli deve cessar di
vivere? Io ebbi dianzi un bel sogno; parvemi di vedere
l'immagine della felicità. Verità! perchè svegliato dal tuo
odioso lume, mi sono io trovato in un mondo qual è
questo?
Io ho amato; ma quelli che amai più non esistono;
ebbi amici, e i miei amici scomparvero. Qual tristezza
sorprende il cuore, allorchè tutte le sue speranze son
morte! Invano colla tazza alla mano allegri convitati

120
scacciano un istante il sentimento dei nostri mali; inva-
no l'anima si tuffa nell'onda del piacere; il cuore, il cuo-
re non rimane meno isolato.
Oh! quanto è tristo l'udir la voce di coloro di cui l'o-
dio o l'amistà ne è indifferente, e che il grado o il caso,
l'opulenza o il potere ci danno per compagni di diletti.
Concedetemi pochi amici fidi, amici della mia età, i cui
sentimenti non siansi alterati, e lascierò per loro le not-
turne brigate ove lo strepito tien vece di gioia.
E tu, donna vezzosa, mia speranza e mia consolazio-
ne! quanto agghiacciato dev'esser ora il mio cuore se co-
minciò ad essere insensibile anche ai tuoi sorrisi! Io la-
scierei senza rammarico questo rumoroso teatro di
splendidi dolori per possedere quel tranquillo contento
che la virtù conosce o sembra conoscere.
Fuggir vorrei la vicinanza degli uomini: senza ch'io
l'odii, la specie umana mi fastidisce. A me abbisogna il
soggiorno della tetra valle; le sue tenebre si addicono a
quelle della mia anima.Oh! perchè non ho io le ali che
trasportan la tortora verso il suo nido! Il volo prenderei
verso il cielo; là andrei a cercar pace.

QUAND'IO VAGAVO GIOVINE MONTANARO.

Quand'io vagavo giovine montanaro per la bruna


macchia, e m'inerpicava sulla tua cima nevosa, o monta-
gna di Morven, contemplando il torrente che ruggiva ai
miei piedi, o i vapori che si accumulavano al disotto di

121
me, straniero alla scienza, mondo di paure, selvaggio
come le rupi fra cui scorreva l'infanzia mia, un pensiero
unico occupava il mio cuore, e tal pensiero, o Maria,
debbo io dirlo che a te sola si volgeva?
Pure non poteva essere amore, perch'io ne ignoravo
fino il nome: qual passione si alimenta nel cuor di un
fanciullo? E nondimeno io provo ancora la stessa com-
mozione che sentivo adolescente in quella solitudine di
roccie. Una sola immagine era allora scolpita nel mio
cuore: io amava quelle fredde regioni; altre non ne desi-
deravo. Io avevo pochi bisogni, perchè tutti i miei voti
erano paghi; e puri erano i miei pensieri, perchè la mia
anima era con te.
Coll'alba io sorgevo, guidato dal mio veltro scorrevo
di montagna in montagna; il mio petto lottava contro le
rapide onde del Dee; o ascoltavo da lungi il canto del
montanaro. La sera, steso sul mio letto di foglie, tu sola,
o Maria, empivi tutti i miei sogni; le mie preghiere s'in-
nalzavano ferventi al Cielo, perch'esse cominciavano
sempre da una benedizione sopra di te.
Io ho lasciata la mia fredda patria, e le illusioni la-
sciarono me; le montagne scomparvero, la giovinezza
svanì; come l'ultimo di mia schiatta languirò solitario,
nè avrò altre gioie che nel passato. Ah! la grandezza li-
brandosi sul mio destino lo rese amaro. Dove ne anda-
ste, o scene dell'infanzia mia? Le mie speranze appassi-
rono, ma non sono dimenticate; in onta del ghiaccio che
mi avvolge il cuore, esso non è ancora diviso da te.

122
Quand'io veggo un monticello alzar la fronte al cielo
penso alle rupi che fan irta Colbleen; quando veggo due
occhi azzurri atteggiati d'amore, penso agli occhi che mi
faceano amare quei luoghi selvaggi; quando il caso mi
presenta un'ondeggiante capellatura, per poco che il suo
colore ritragga di quella di Maria, penso all'oro di quelle
ciocche che il cielo non concesse che a te.
Pur verrà giorno in cui vedrò di nuovo sorger le mon-
tagne coi loro mantelli di neve. Ma allorchè mi staranno
innanzi le lor cime non mutate, Maria sarà ancora fra
esse per accogliermi? Ah, no! Addio dunque, montagne,
fra cui passò l'infanzia mia; addio, onde del Dee! alcun
asilo della foresta non ricetterà più il mio capo. Ah! po-
trei io abitarvi senza Maria?

AL CONTE GIORGIO DELAWARR.

Oh! sì, il confesserò, cari eravam l'uno all'altro. Le


amistà fanciullesche son fugaci, ma vere. Tu avevi per
me la tenerezza di un fratello, io per te provavo il mede-
simo sentimento.
Ma l'amicizia fugge talvolta dal seggio del suo dolce
impero; una lunga affezione si perde in un istante; come
l'amore essa vola sopra ali rapide, ma come lui non arde
di un fuoco inestinguibile.
Spesso Ida ne vide vagare insieme; e bello era il tea-
tro di nostra gioventù! Come sereno è il cielo nella pri-
mavera della vita! Come crudo il verno che ad essa suc-

123
cede.
La memoria non si unirà più all'amicizia per ricordar-
ne i diletti della nostra infanzia; il cuore armato d'orgo-
glio non si lascia commuovere, e ciò che non saria che
giustizia, gli somiglia un'onta.
Pure, amato Giorgio (dacchè debbo ancora stimarti, e
infierir non posso contro quelli che amo), il caso che mi
ha fatto perderti può ricondurti a me: il pentimento can-
cellerà il voto che hai proferito.
Io non mi lagnerò, e in onta del raffreddato nostro af-
fetto, niun risentimento entrerà nel mio cuore. Rassicu-
rato io sono dal pensiero, che entrambi possiamo aver
fallito, e ad entrambi spetta il perdonare.
Tu sapevi che se il pericolo l'avesse richiesto, la mia
anima, il mio cuore, la mia vita erano a te sacri; tu sape-
vi che sacro all'amicizia e all'amore, il tempo e l'assenza
non mi avevano mutato.
Tu sapevi.....; ma lungi da me sì vane ricordanze. Un
giorno, ma troppo tardi, queste care memorie ti appari-
ranno, e sospirerai allora dietro a quello che fu un tempo
tuo amico.
Per ora noi ci separiamo, ma ho fiducia non per sem-
pre; avvegnachè il tempo e il dolore debbano ritornarti a
me. Sforziamoci entrambi di dimenticare la cagione del
nostro cruccio. Io non esigo riparazione: non chieggo
che giorni simili ai passati.

124
AL CONTE DI CLARE.
«Tu semper amoris
«Sis memor, et cari comitis, ne abscedat imago.»
VALERIUS FLACCUS.
Amico mio, allorchè fanciulli entrambi vagavamo
cari l'uno all'altro, uniti dall'amicizia più pura, la felicità
che impennava le ali a quelle ore di rosa era sì dolce,
che di rado è concesso ai mortali di gustar qui in terra
piaceri piu soavi.
La ricordanza sola di quella felicità mi è più cara di
tutte le gioie che ho provate lungi da te. Sento un dolore
sì, ma un dolore giocondo a rammentare quei giorni e
quegl'istanti, a proferire di nuovo la parola, addio.
La mia memoria errante scorre con delizia su quelle
scene di cui non godrem più; quelle scene per sempre
desiderate. La misura di nostra giovinezza è colma. Il
sogno della sera della vita è pieno di mestizia e di om-
bre, e noi non ci incontreremo forse mai più.
Come si vedono due fiumi, che partiti da una sorgente
comune obbliano la loro fratellanza, si separano, e mor-
morando si aprono un diverso corso fino all'Oceano
dove si ricongiungono;
Così scorrono le nostre due esistenze, miste di beni e
di mali in solchi vicini, ma diversi, senza fondersi come
prima, volta a volta lente e rapide, torbide e trasparenti,
fino a che entrambe siano inghiottite in un abisso in-
scrutabile.
Dolce amico, le nostre due anime che non ebbero che
125
un tempo, che un voto, che un pensiero, trascorrono ora
per regioni differenti. Sdegnando gli umili piaceri dei
campi, il tuo destino ti chiama a vivere in seno alle cor-
ti, a risplendere nei fasti della moda.
La mia sorte è di languire in mezzo agli amori, o di
descrivere i miei sogni con versi sprovvisti di senso. E i
critici ben lo sanno, che il senso e la ragione abbandona-
no ogni poeta innamorato, e non gli lasciano un pensier
netto.
Quel povero Little64, quel bardo tenero e melodioso
già chiaro di fama pei suoi canti, e interprete eccelso
dell'amore, duro trovò che critici spietati lo accusassero
d'immoralità e di stoltezza65.
Ma finchè tu sarai lodato dalla beltà, armonioso alun-
no delle nove Suore, non lagnarti del tuo destino. I tuoi
versi saran letti anche quando il braccio della persecu-
zione sarà di polvere, e i tuoi critici verran obbliati.
Però io lodo coloro che flagellano i cattivi versi e
quelli che li scrivono; e dovessi io ancora esser fra breve
immolato, non perciò me ne sdegnerei66.
Forse essi non farebbero male ad infrangere l'aspra
lira di un discepolo così inesperto. Quegli che comincia
64
È sotto questo nome che Moore pubblicò la sua traduzione
di Anacreonte.
65
Queste stanze furono scritte poco tempo dopo la critica seve-
ra che fu fatta nella Rivista d'Edimburgo di una nuova produzione
dell'Anacreonte Britannico. Vedi l'articolo Epistole, Odi e Poemi
di Tommaso Little (1807).
66
È noto come il poeta mostrasse poi la sua rassegnazione.
126
a peccare di diciannove anni, sarà certo di trenta un mal-
vivente consumato.
Ora, dolce amico, io a te ritorno; e per vero scusare
mi debbo. La mia immaginazione mi trasporta altrove
coi suoi voli; la mia musa nelle digressioni si compiace,
E dicoti che è tuo destino l'aggiungere una stella al
cielo dei troni. Possa il favore dei re essere in te vôlto!
Se un nobile monarca regna che apprezzar sappia il me-
rito, tu non cercherai invano il suo sorriso.
Ma poichè i pericoli abbondano nelle corti, dove sa-
gaci emuli fan risplendere il loro orpello, vogliano i san-
ti preservarti dai loro lacci e possa tu non conceder mai
la tua amistà, che ad anime degne della tua! Possa tu
non deviare un solo istante dalla via diritta e sicura della
verità; nè lasciarti sedurre dalle allettative del piacere.
Possa tu non camminar mai che sopra sentieri di rose!
Tutti i tuoi sorrisi sian d'amore, tutti i tuoi pianti di gio-
ia!
Oh! se tu vuoi che la felicità abbellisca i giorni che ti
son riservati, se vuoi che la virtù intrecci la tua corona,
sii sempre quel che fosti quando io ti conobbi; sii sem-
pre quel che ora, sei.
E per me, benchè un lieve tributo di lode che conso-
lasse i miei vecchi giorni mi fosse caro, per me nelle be-
nedizioni che invoco sul tuo nome diletto per aver la
gloria del profeta rinuncierei volentieri a quella del vate.

127
VERSI SCRITTI SOTTO UN OLMO NEL CIMITERO
DI HARROW67.

Luogo di mia gioventù! i tuoi rami antichi fremono


agitati dalla brezza che rinfresca il tuo cielo senza nubi!
Qui sto solo, e medito; qui calpesto le tue zolle verdeg-
gianti che tante volte calcai con coloro che amavo; con
coloro che dispersi pel mondo rammentano forse, come
me, con tristezza i lieti giorni che un tempo conobbero.
Rivedendo questo colle sinuoso i miei occhi ti ammira-
no, il mio cuore ti adora, olmo venerabile che tante volte
mi vedesti adagiato sotto le tue ombre meditare nell'ora
del crepuscolo. Qui stendo ancora le mie stanche mem-
bra come un tempo feci, ma non più cogli stessi pensie-
ri. I tuoi rami che gemono sembrano invitare il mio cuo-
re ad evocar la memoria del passato, sembrano dirmi
lievemente mormorando sul mio capo: «finchè lo puoi,
danne un ultimo addio.»
Allorchè il destino agghiaccierà alfine questo cuore
divorato da una febbre ardente, e i suoi dolori e le sue
67
Alla morte di Allegra, sua figlia naturale, avvenuta nell'apri-
le 1822, lord Byron fece trasportare ad Harrow il di lei corpo per-
chè vi fosse seppellito: «È là, scriveva egli a Murray, che speravo
io stesso di risposare. Evvi nel cimitero un luogo presso al sentie-
ro sul fianco della collina, da cui si vede Windsor; là è una tomba
sotto un grand'albero, all'ombra del quale solevo assidermi per
ore intere quand'ero fanciullo. Era il mio luogo favorito; ma sic-
come intendo di erigere un marmo funebre alla memoria di questa
fanciulla, sarà bene che si deponga il corpo nella chiesa.»
128
passioni avran tregua nella morte, spesso pensai che un
refrigerio sarebbe alla mia ultima ora il sapere che un'u-
mile tomba racchiuderebbe le mie ceneri nei luoghi da
me diletti; con tale speranza parevami che dolce mi sa-
rebbe stato il sepolcro. Così io poserei laddove volge-
vansi tutti i miei pensieri; dormirei in quel luogo in cui
nacquero tutte le mie speranze, teatro di mia giovinezza,
letto del mio riposo, steso per sempre sotto quell'ombra
protettrice, ravvolto in quel suolo che mi fu caro, pre-
muto dalle zolle che calpestarono i miei piedi, benedetto
dalle voci che fecero lieto l'orecchio mio, compianto dal
piccol numero che la mia anima aveva scelto, e dimenti-
cato dal resto degli uomini.
2 settembre 1807.

_________
La critica acerba che di queste giovanili composizioni (non de-
gne per verità nè di molta lode nè di tanto biasimo) fatta venne
dalla Rivista di Edimburgo, fu da noi inserita nel Saggio di intro-
duzione; la satira che ora segue fu la risposta che Byron mandò ai
suoi detrattori.

129
BARDI INGLESI
E

CRITICI DI SCOZIA
SATIRA.

130
«Avrei voluto essere piuttosto un gatto miagolatore
che uno di que' stupidi poetastri da ballate!»
SHAKSPEARE.

«Se sonvi impudenti poeti, sonvi eziandio critici sciagurati!»


POPE.

131
PREFAZIONE68

Tutti i miei amici dotti e non dotti mi hanno consi-


gliato di non mettere il mio nome in questa Satira. Se
giuochi di parole o fulmini di carta bastassero a mutare
le mie determinazioni, mi sarei conformato al loro avvi-
so; ma le ingiurie non mi spaventano, e non mi lascio
intimidire da redattori di Riviste amici o nemici. Posso
dire in coscienza ch'io non ho attaccato personalmente
alcuno che cominciato non avesse dal prendere l'offensi-
va. Le opere di un autore sono di proprietà pubblica:
chiunque le compra ha il diritto di giudicarle e di far pa-
lese la sua opinione, se gli piace; e gli autori di cui mi
sono sforzato di eternare la memoria, possono far per
me quello che io ho fatto per loro. Io son sicuro ch'essi
riusciranno molto meglio nel criticare i miei scritti, che
nel migliorare i proprii. Lo scopo che mi propongo non
è di provare ch'io so scrivere, ma di obbligare, se è pos-
sibile, gli altri a scriver meglio.
Siccome questo poema ha avuto maggior successo
ch'io non aspettavo, ho cercato in questa edizione di far-
vi aggiunte e mutamenti, che lo rendessero più degno
degli sguardi del pubblico.
La prima edizione di questa Satira, pubblicata anoni-
ma, conteneva sul Pope di Bowles quattordici versi
68
Questa prefazione fu scritta per la seconda edizione di que-
sto poema e venne stampata con esso.
132
scritti da un mio amico, uomo d'ingegno 69 che ha posto
sotto i torchi un volume di poesie; e fu a sua inchiesta
ch'io gli aveva inseriti. In questa ristampa li ho soppres-
si sostituendone altri; in ciò sono stato guidato da un
sentimento a cui molti parteciperanno, cioè la risoluzio-
ne di non mettere il mio nome che in opere interamente
ed esclusivamente mie.
Per ciò che concerne i talenti reali della maggior parte
dei poeti di cui è qui fatta menzione, o ai quali si allude
in questo Poema, l'autore è persuaso non possa esservi
una gran divergenza d'opinioni nella massa del popolo;
ciò che non toglie che a simiglianza d'altri settarii ognun
d'essi non abbia i suoi speciali proseliti che esagerano il
suo merito, chiudon gli occhi sui suoi difetti, e accolgo-
no rispettosamente e senza peritanze i suoi poetici ora-
coli. Ma la dose abbondante d'ingegno che senza dubbio
posseggono molti degli scrittori da me sferzati, rende
più dolorosa ancora la prostituzione a cui han sottoposto
il loro intelletto. L'imbecillità può eccitare compassione,
riso ed obblío; ma l'abuso del talento addimanda un'e-
nergica riprovazione. Nessuno più dell'autore avrebbe
desiderato di vedere uno scrittore conosciuto e provetto,
assumersi il carico di togliere la maschera a costoro; ma
Mr. Gifford è immerso ne' suoi lavori sopra Massinger:
e in mancanza dei dottori della facoltà, è permesso a un
medico di campagna di spacciare il suo balsamo onde
impedire la propagazione di una deplorabile epidemia.
69
Hobhouse.
133
In quanto ai Redattori della Rivista d'Edimburgo ci vor-
rebbe un Ercole per schiacciare quell'idra. Ma se l'autore
riesce soltanto a infrangere una delle teste del serpente,
dovesse anche la sua mano restar ferita nella lotta, ei si
stimerà compensato abbastanza.

134
BARDI INGLESI
E
CRITICI DI SCOZIA
SOMMARIO70.

Il Bardo esamina lo stato della poesia nei secoli pas-


sati. – Da ciò con transizione subitanea passa al
tempo attuale. – Egli sfoga la sua collera contro i
facitori di libri…, rimprovera a Walter-Scott la sua
cupidigia e le sue troppe ballate. – Osservazioni
sopra Southey. – L'autore si lagna che Southey ab-
bia già pubblicati tre poemi epici ed altro. – Insor-
ge contro William Wordsworth; ma loda Coleridge
e la sua elegia sopra un giovine somaro. – È dispo-
sto a criticare Lewis. – Garrisce con forza l'anoni-
mo Little e lord Strangford. – Raccomanda a Hay-
ley di scrivere in prosa..., esorta i Moravi a celebra-
re Grahame...., esprime la sua simpatia pel reveren-
do Bowles..., deplora l'infelice destino di James
Montgomery..., irrompe contro i redattori della Ri-
vista d'Edimburgo...., e li appella con nomi alquan-
to aspri. – Apostrofe a Jeffrey; profezia per lui. –
Episodio di Jeffrey e di Moore, pericolo che corro-

70
È stato trovato fra le carte di Byron questo sommario che
egli avea intenzione di mettere in testa alla sua satira.
135
no e come ne escono; presagi nel mattino in cui
ebbe luogo il duello; il Tweed, il Tosbooth, il Frith
di Forth van soggetti ad una scossa; una Dea scen-
de dal cielo per salvare Jeffrey; evaporazione delle
palle. – Rivista in massa dei critici d'Edimburgo. –
Lord Aberdeen, Herbert, Scott, Hallam, Pillans,
Lambe, Sydney-Brougham, ecc. – Lord Holland
lodato pei suoi pranzi e le sue traduzioni. – Teatro,
Sceffington, Hook, Reynolds, Kenney, Cherry, ecc.
– Invocazione alla penna. – L'autore torna alla poe-
sia. – I lôrdi scrivono qualche volta, e molto me-
glio sarebbe che se ne astenessero. – Hafiz, Rosa-
Matilde e X. Y. L. – Rogers, Campbell, Gifford,
ecc., poeti veri. Traduttori dell'Antologia greca. –
Crabbe..., stile di Darwin. – Cambridge. – Premio
dell'Università. – Smyth..., Hodgson..., Oxford,
Richards. – Il poeta entra in scena. – Conclusione.

Dovrò io tanto ascoltare! L'irto Fitzgerald 71 assorderà


le taverne colle sue rime scordate; ed io dovrò tacermi,
per tema che le Riviste di Scozia non mi chiamino poe-
tastro e non denunzino la mia musa! No, no, apparec-
chiatevi a leggermi. – Scriverò di dritto o di storto; gli
71
Imitazione.
«Semper ego auditor tantum? nunquamne reponam
«Vexatus toties rauci Theseide Codri?»GIOVENALE, Sat. I.
Mr. Fitzgerald chiamato facetamente da Cobbett il poeta della mezza birra,
porge il suo annuo tributo di versi alla Rivista Letteraria, e non contento di
scrivere, rece di persona molte delle sue meraviglie dopo che la compagnia si è
abbastanza avvinazzata per poter tollerare quell'espettorazione.
136
sciocchi son soggetto ai miei carmi; la satira m'infiam-
mi!
Oh! dono i1 più nobile dalla natura.... mia buona pen-
na d'oca! schiava del mio pensiero, obbediente alla mia
volontà, divelta dall'ala materna per essere convertita in
stromento di scrittura, arma onnipossente dei piccoli uo-
mini! Oh tu! che favorisci il parto intellettuale di un cer-
vello inturgidito di prosa o di rime; tu che in onta del-
l'incostanza femminea e dei sarcasmi della critica sei la
consolazione di un amante e la gloria di un autore,
quanti belli spiriti, quanti poeti tu fai pullulare ogni dì!
Come si ripete spesso il tuo officio, ma come è piccola
la tua gloria condannata infine ad un completo obblío, al
pari delle pagine da te vergate! Ma tu almeno, o penna,
che mi appartieni, tu che dianzi io deposi e che ora ripi-
glio: raggiunto il nostro assunto, tu diverrai libera come
quella di Cid Hamet72; e se altri ti disprezzano, io ti
amo. Prendiam dunque oggi il nostro volo; non è un
soggetto tristo, una visione orientale, un sogno strava-
gante che mi empie la mente; la nostra via, benchè irta
di triboli è chiaramente segnata: i nostri versi sgorghino
abbondanti, e il nostro canto sia facile.
In questo tempo in cui il vizio trionfante comanda,
obbedito dagli uomini suoi schiavi volontarii; in cui la
follía troppo spesso precorritrice del delitto, si adorna di

72
Cid Hamet Benengeli promette riposo alla sua penna nell'ul-
timo capitolo del Don Chisciotte. Oh! se il volgo dei nostri scrit-
toruzzi seguisse l'esempio di Cid Hamet Benengeli!
137
vezzi d'ogni paese; in cui i malvagi e gli stolti imperano
riuniti e pesano la loro giustizia in bilancie d'oro; ebbe-
ne, in questo tempo i più arditi temono ancora le beffe
pubbliche; la paura della vergogna è la sola cosa che
loro resti; essi peccano con più mistero tenuti in freno
dalla satira, e tremano dinanzi al ridicolo, se non alla
legge.
Tale è la potenza dello spirito, ma a me non furon dati
i dardi della censura; e per punire le colpe sovrane di
questa età si richiederebbe un'arma più arguta, una
mano più forte. Nullameno sonvi follíe che mi è per-
messo di assalire, e tale esercizio mi sarà una sollazzo.
Ridete con me, altra gloria io non chieggo. Il segnale è
dato, e gli scrittoruzzi sono il mio uccellame. Corri mio
Pegaso! – Sopra voi tutti io mi libro, poemi grandi e pic-
coli, odi, epopee, elegie! Ed io pure al par d'un altro sa-
prei bruttare un po' di carta. E mi accadde un tempo di
inondare la città con un diluvio di versi, vera eruzione di
scolaro, indegna di lode o di biasimo: in luce volli veni-
re.... garzoni più adulti di me fanno altrettanto. È dolce
il vedere il proprio nome stampato; un libro è sempre un
libro, quand'anche non vi sia nulla al di dentro. Non è
già che un nome titolato valga a salvare dal comune ob-
blío, lo scritto o lo scrittore. Lambe se lo sa, egli i di cui
versi spuri furon fischiati, in onta del nome patrizio del
suo autore73. Ciò non impedisce che Giorgio non conti-

73
Quest'ingegnoso giovine è mentovato più particolarmente
insieme colle sue produzioni in un altro luogo.
138
nui a scrivere74, comechè celi il suo nome agli sguardi
del pubblico. Incuorato dal grande esempio, io seguo la
medesima via; solo io fo la mia propria rivista; e senza
ricorrere all'eccelso Jeffrey, come lui, mi costituisco di
mio proprio senno giudice in poesia.
È necessaria una scuola in tutti i mestieri, eccetto in
quello di censore; i critici nascono estemporanei. Ap-
prendete a memoria le scipite facezie di Miller, appren-
dete quanto potete per citare erroneamente; abbiate spi-
rito ben fatto per trovare o per immaginare errori; abbia-
te disposizione ai quolibets, che chiamerete sali attici;
andate da Jeffrey; siate silenzioso e discreto: egli paga
dieci lire il foglio; non temete di mentire; ei darà ai vo-
stri dardi qualche cosa di più acre; la bestemmia non vi
faccia impallidire; sarà avuta in conto di ingegno; di-
sprezzate ogni mite sentimento; siate insensibile e frivo-
lo, e diverrete un critico perfetto; vi si odierà, ma sarete
adulato.
Ma dovrem noi sottometterci a tale giurisdizione? Po-
tenza di Dio! Cercate rose in dicembre, ghiaccio in giu-
gno, chiedete stabilità al vento, grano alla paglia; presta-
te fede a una donna, o a un epitaffio, o ad ogni altro og-
getto mentitore, prima che credere alle parole di un criti-
co arcigno, o lasciarvi distogliere da una sola vostra idea
dal cuore di Jeffrey, o dalla testa beotica di Lambe75.

74
Nella Rivista di Edimburgo.
75
Jeffrey e Lambe sono l'alpha e l'omega, il principio e la fine
della Rivista di Edimburgo; degli altri è parlato in seguito.
139
Finchè soggetti al giogo di questi tiranni 76, da se stes-
si creatisi tali, di questi usurpatori dello scettro del gu-
sto, gli autori curveranno umilmente la fronte, ascolte-
ranno la loro voce come quella della verità, o riceveran
le loro sentenze quasi articoli di fede; finchè la critica
starà fra tali mani, sarebbe colpa l'usar clemenza. Siffatti
censori mertan forse riguardi? Nullameno i nostri mo-
derni ingegni si conseguono così dappresso, che non si
sa eleggere fra di loro; i nostri poeti e i nostri critici si
rassomigliano talmente, che non si sa chi esimer si deb-
ba dai colpi, o chi ferire.
Voi mi chiederete forse perchè mi arrischio in una via
che Pope e Gifford han battuta prima di me 77. Se già
stanchi non siete, continuate a leggere il mio carme;
esso vi darà un'adeguata risposta. «Fermati, grida un
amico, questo verso è negletto; questo e quell'altro sem-
brami che zoppichino;» – Ora che vorreste conchiuder-
ne? Pope eguali falli commise, eguali l'incurevole Dry-
den. – Sì; ma Paye non gli ha commessi. – Oh, egregia
autorità! Che me ne cale? meglio è errare con Pope, che
venire con Pye in rinomanza.
Prima dei nostri giorni degeneri in cui opere ignobili
76
«Stulta est clementia cum tot ubique
«.... occurras periturae parcere chartae.»
GIOVENALE, Sat. I.
77
Imitazione:
«Cur tamen hoc potius libeat decurrere campo
«Per quem magnus eques Auruncae flexit alumnus:
«Si vacat, et placidi rationem admittitis, edam.»
GIOV. Sat. I.
140
ottengono elogi impostori, fu un tempo nel quale invece
delle grazie menzognere, lo spirito e il buon senso si
collegavano alla poesia e fiorivano insieme, traevano le
loro ispirazioni dalla medesima fonte; e coltivati dal gu-
sto splendevano ogni giorno di beltà novella. Fu allora
che in quest'isola fortunata la voce pura di Pope si sfor-
zava di inebriare le anime, e vedeva il successo coronare
i suoi sforzi; aspirava all'approvazione di una terra civi-
le, e fea risplender la gloria del paese insieme con quella
del poeta. Come lui il gran Dryden scorrer vide le linfe
della sua musa con minor dolcezza forse, ma con più
forza. Allora anche Congreve rallegrava la scena, Otway
ci strappava affettuose lagrime; perchè l'accento della
natura scendeva al cuore di un uditorio inglese. Ma a
che giova ricordare tali nomi, o nomi più illustri ancora,
quando il seggio di quei grandi è occupato da bardi ino-
norati? Ah! è verso quei tempi che noi rivolgiamo i no-
stri occhi contristati dalla fallacia del gusto e della ra-
gione. Girate ora gli sguardi intorno a voi; sfogliate que-
ste tante insulse pagine; mirate le opere gloriose che ri-
creano la nostra età. Evvi tuttavia un vero, che la satira
stessa riconosce: è che alcuno lagnarsi non può che siavi
fra noi penuria di vati. Le opere di costoro fan gemere i
torchi, e intisichiscono gli stampatori; le epopee di Sou-
they schiacciano sotto il lor peso le scansie delle biblio-
teche; e le poesie liriche di Little brillano in dorati dodi-
cesimi.
Nulla v'ha di nuovo sotto il sole, dice il predicatore; e

141
nondimeno noi corriamo d'innovazione in innovazione.
Quante meraviglie diverse ne tentano sul nostro passag-
gio! l'inoculazione, l'attrazione, il galvanismo e il gaz
compaiono successivamente per eccitare lo stupore del
volgo, finchè la bolla di sapone scoppia... e tutto si con-
verte in aere! Noi vediamo anche sorgere nuove scuole
poetiche in cui noiosi barbassori pretendono alla palma.
Questi pseudo-bardi fan tacere per qualche tempo la
voce del gusto. Molti club campestri genuflettono inanzi
a Baal, e detronizzando il genio legittimo, innalzano un
tempio e un idolo di loro stampo, qualche vitello di
piombo, poco importa il nome, all'ambizioso Southey e
allo strisciante Stott78.
Mirate! la ciurma scrittrice, in diversi gruppi compo-
sta, sfila dinanzi a voi impaziente di attirarsi la vostra
attenzione: ognuno sprona lo sfiancato suo Pegaso. La
rima e i versi bianchi camminano di conserva. Mirate
78
Stott, più conosciuto nel Morning-Post sotto il nome di Ha-
fiz. Quest'uomo è ora il più profondo esploratore del pathos.
Rammento che quando la famiglia regnante abbandonò il Porto-
gallo, Stott fece un'ode che cominciava così (è l'Irlanda che par-
la):
«Real rampollo di Braganza
«Erin ti offre una stanza, ecc.»
Mi rammento ancora di un sonetto indirizzato ai topi, e ben degno del sogget -
to: come pure di un'ode rimbombante che principiava:
«Fragoroso s'innalza il mio canto
«Come l'onde che i Lapponi batte.»
Dio abbia pietà di noi! Il Canto dell'ultimo Manestrello (a) era un nulla in pa-
ragone di tali quintessenze.
(a) Di Walter-Scott.
142
come si ammonticchiano i sonetti sopra i sonetti, le odi
su le odi. Le storie dei risuscitati, dei morti tornati a
vita, le conseguono dappresso; i versi s'avanzano in mi-
sura smisurata, perchè l'imbecillità ama un ritmo vario,
e ammira ogni poesia che non può intendere. E così che
i canti del Menestrello........ fossero davvero gli
ultimi!...... empiono i venti dei loro tristi gemiti esalati
su lire stuonate, mentre gli spiriti della montagna cicala-
no con quei del fiume, onde le signore possano udirli
durante la notte: e nani portentosi della razza di Gilpin
Horner fan traviare nei boschi i giovani scozzesi inciam-
panti ad ogni passo, e atterriscono i fanciulli. Dio sa per-
chè! ma nelle loro stanze magiche, castellane di alto
pondo inibiscono la lettura a cavalieri che compitare ap-
pena sanno, inviano messaggi alle tombe dei maghi, e
fan guerra all'onesta gente per proteggere i malvagi79.
Mirate in seguito avanzarsi sul suo cavallo di festa
l'orgoglioso Marmione dal cimiero d'oro, ora falsario,
ora primo al combattimento; senz'esser del tutto fellone,
ei non è però che a metà cavaliere egualmente proprio a
fregiare un patibolo o un campo di battaglia, potente mi-
stura di grandezza e di viltà. Credi tu dunque, Scott, nel-
la tua folle arroganza di graduire al pubblico col tuo in-
sipido romanzo! E invano che Murray si unisce a Miller
per pagare alla tua musa una mezza corona ogni verso.
No, quando i figli di Apollo si abbassano a vendere la
loro penna, le loro palme sono sterili, i loro allori avviz-
79
Allusioni a Romanzi e Poemi di quel tempo.
143
ziscono. Rinunzino al sacro titolo di poeta coloro che si
stillano il cervello per un vil salario, e non per la gloria.
Possano essi faticare invano per Mammone, e veder con
dolore l'oro che non han potuto guadagnare! Tale sia la
loro sorte! tale la giusta ricompensa della musa prostitu-
ta del bardo mercenario! È perciò che noi non sentiamo
che disprezzo pel figlio venale di Apollo, per ciò che
con un lungo addio ci congediam da te, Walter Scott.
E nondimeno son queste le opere che eccitano ora i
nostri plausi; questi i poeti dinanzi ai quali la musa ha
da inchinarsi, mentre Milton, Dryden, Pope, cacciati in
un comune obblío, debbono cedere ad essi le palme.
Tempo fu allorchè la musa era giovine ancora, e
Omero faceva risuonar la sua lira, e Virgilio cantava, in
cui per produrre un poema epico dieci secoli bastavano
appena, in cui l'ammirazione dei popoli acclamava con
rispetto l'onorato nome del vate; l'opera di ognuno di
quei bardi immortali apparisce come l'unica maraviglia
di migliaia d'anni. Imperi scomparvero dalla faccia della
terra, idiomi si spensero insieme con quelli che li parla-
vano, senza ottenere l'onore di uno di quei canti ne' qua-
li rivive tutta una lingua estinta. Non è così di noi. I no-
stri poeti, malgrado la loro inferiorità, non vogliono
spendere in un'opera le fatiche di una vita intera: mirate
con volo d'aquila alzarsi al cielo Southey, il mercante di
ballate. Camoens, Milton e Tasso pieghin bandiera di-
nanzi a quest'uomo che fa schierare in battaglia un eser-
cito di poemi. Osservate in prima fila avanzarsi Giovan-

144
na d'Arco, terrore d'Inghilterra e orgoglio di Francia!
perfidamente abbruciata da Bedfort come strega; osser-
vate la sua statua ricinta di un'aureola di gloria; ella ha
rotti i suoi ferri, la sua prigione è aperta, e la vergine fe-
nice rinasce dalle sue ceneri. Mirate poscia venire il ter-
ribile Thalaba80, selvaggio mostruoso, meraviglia d'Ara-
bia, formidabile distruttore di Domdaniel che ha trucida-
ti più maghi rabbiosi, che il mondo non ne abbia mai ve-
duti. Eroe immortale! emulatore di Tom Thumb! regna
per sempre sui tuoi nemici! Poichè la poesia fugge con-
fusa dal tuo aspetto, tu fosti con ragione condannato ad
esser l'ultimo della tua razza! Genii trionfanti han fatto
bene a toglierti da questo mondo, illustre spegnitore del
senso comune! Ecco ora l'ultimo e il più grande eroe di
Southey; Madoc spiega le sue vele, Madoc cacîco al
Messico, e principe nel paese di Galles; come tutti i
viaggiatori, ei ci narra strane storie più rancide di quelle
di Mandeville e non tanto vere. Oh, Southey! Southey,
poni termine alla fecondità della tua musa. Un bardo
può cantar troppo spesso e troppo a lungo: poeta vigoro-
so, abbi pietà di noi! Un quarto poema, oimè! noi nol
sopporteremmo. Ma se, in onta di quanto ti è detto, per-
sisti ad aprirti coi versi un penoso cammino; se nelle tue
80
Thalaba, secondo poema di Mr. Southey, è scritto con mani-
festo dispregio d'ogni poesia. Mr. Southey desiderava di far qual-
che cosa di nuovo, e fece un miracolo. Giovanna d'Arco era abba-
stanza portentosa, ma Thalaba è uno di quei poemi che, per usare
le parole di Porson, verrà letto quando Omero e Virgilio saranno
dimenticati... ma non prima.
145
ballate, oscene piucchè no, continui a mandar al diavolo
tutte le vecchie81, Dio protegga dai tuoi sinistri disegni i
figli che stanno ancora per nascere! Dio ti soccorra,
Southey, e i tuoi lettori pur anche.
Ecco venir poscia il tuo discepolo noioso, l'insulso
apostata delle regole poetiche, il semplice Wordsworth i
di cui canti son dolci come una sera di Maggio, suo
mese favorito; che consiglia al suo amico di abbandona-
re il lavoro e i libri, per tema di non diventar doppio82;
che col precetto e l'esempio mostra che non vi è diffe-
renza fra il verso e la prosa; ne espone chiaramente che
una prosa insensata fa le delizie delle anime poetiche, e
che i racconti del natale, mutilati dalla rima, contengono
l'essenza del sublime. Così allorchè ei ci narra la storia
di Betty Foy; madre idiota di un idiota figliuolo, creatu-
ra goffa e stramba che smarrisce la via, e al par del suo
poeta confonde il dì colla sera83, egli insiste tanto sopra
81
Vedi la vecchia di Bercley, ballata di Southey in cui un'at-
tempata gentildonna è portata via da Belzebub sopra un cavallo
fiammeggiante.
82
«Up up my friend, and clear your looks
«Why all this toil and trouble?
«Up, up my friend and quit your books
«Or surely you 'll grow double.»
83
Mr. Wordsworth nella sua prefazione si studia di provare che
la prosa e il verso sono la stessa cosa, e certamente la sua teoria e
le sue produzioni si conformano al suo assunto.
«And thus to Betty's questions he
«Made answer, like a traveller bold
«The cock did crow, to-whoo to-whoo
«And the sun did shine so cold, ecc.» Ballate liriche.
146
ogni situazione patetica, e descrive ogni avventura in
modo sì terso, che tutti quelli che veggono «l'idiota nel-
la sua gloria» scambiano lo storico nell'eroe della storia.
Passerò io sotto silenzio l'amabile Coleridge, caro alla
turgida ode e alla gonfia strofa? Benchè egli prediliga i
soggetti innocenti, l'oscurità è pur sempre la benvenuta
nei suoi libri. Se talvolta l'ispirazione rifiuta il suo aiuto
a quegli che sceglie una fata per musa, niuno sorpassar
potrebbe in sublimi metri il bardo che adotta un ciuco
per soggetto di elegia. La materia si confà tanto al suo
nobile spirito, che si crede udire ragghiare il poeta della
razza dalle lunghe orecchie.
Oh, Lewis!84 maraviglioso mago, monaco o vate non
importa, tu che far vorresti del Parnaso un cimitero! Il
tasso, foggiato a lauro, compone la tua corona; tu hai
per musa un estinto risorto, e Apollo ti prese per sagri-
stano! Sia che t'assida sopra tombe antiche, salutato dal-
la voce degli spettri, tuo degno corteggio; sia che la tua
penna ne delinei i casti quadri che piaccion tanto alle
donne della nostra età pudibonda; salve, o gran Lewis!
Dal tuo cervello infernale scaturiscono torme atroci di
fantasmi coperti del loro mantello; al tuo comando veg-
gonsi accorrere in folla donne ringhianti, Re di fuoco e
di acqua, nani, stregoni, e non so quali altri esseri posti
sotto l'impero di te e di Walter Scott: salve di nuovo, o
gran bardo! Se romanzi come i tuoi fanno proseliti, è

84
Lewis autore del Monaco, il più bel romanzo inglese dopo
quelli di Walter-Scott.
147
una infermità che solo san Luca può sanare; Satana stes-
so non ardirebbe vivere con te; il tuo cervello gli sareb-
be un inferno più lurido del suo.
Qual poeta vien ora con aspetto mite, ricinto da un
coro di giovinette avvampanti di un fuoco ben diverso
da quello di Vesta? Cogli occhi splendenti, colla gota in-
fiammata ei fa echeggiare gli accenti molli della sua
lira, e le dame silenziose lo ascoltano! È Little85, il gio-
vine Catullo della sua età, dolce com'egli ne' suoi canti,
ma inverecondo del pari! La musa che con avversione
condanna, deve però esser giusta, e non far grazia al me-
lodioso predicatore del libertinaggio. Pura è la fiamma
che divampa sui suoi altari; ella si toglie con isdegno da
un incenso più comune; nullameno indulgente per la
giovinezza, dopo tale espiazione si limita a dirgli: «am-
menda i tuoi versi e non peccar più!»
Quanto a te, traduttore inorpellato, vanitoso Strang-
ford, coi tuoi occhi azzurri e la tua chioma rossa o casta-
na; tu, i di cui queruli canti ammirati sono dalle nostre
Miss infermiccie d'amore che si inebriano di tenerezza
su quei suoni vuoti e armoniosi; tu impara, impara, se il
puoi, a riprodurre il senso del tuo autore, e a non vender
più i tuoi sonetti sotto altrui nome. Credi tu dunque otte-
ner nel Parnaso un posto più elevato, adornando Ca-
moens di pizzi e di fettuccie? Correggiti, Strangford,
correggi il tuo gusto e la tua morale; sii animato, ma
puro; amante, ma casto; desisti dall'ingannarci; restitui-
85
Moore.
148
sci quell'arpa che non è tua, nè convertir più un bardo
lusitano in un copista di Moore.
Ma fermiamoci un istante! Che opera è codesta? L'ul-
tima e la più cattiva produzione di Hayley, fino però ad
una novella: sia che con insulse cicalate egli accozzi
drammi, o infesti i morti col purgatorio delle sue lodi,
giovine o vecchio, ha sempre lo stesso stile, costante-
mente debole e scolorato. Ecco prima d'ogni altro il
Trionfo del sangue freddo che per poco non mi fece per-
dere il mio. Poi il Trionfo della musica, e coloro che
quest'ultimo han letto, possono ben assicurare che la
musica non vi trionfa86.
Moravi, sorgete! offrite una degna ricompensa alla
schifiltosa devozione! – Udite il poeta delle domeniche,
il sepolcrale Grahame87 che esala i suoi nobili accenti in
barbara prosa, e la rima disdegna. Ei traduce in versi
bianchi l'evangelo di san Luca, deruba il Pentateuco con
mano audace e senza il più piccolo affanno di coscienza
falsifica i Profeti e caccia le mani nei salmi.
Salute, o simpatia! Il tuo dolce impero evoca dinanzi

86
Le produzioni poetiche più celebri di Hayley sono il Trionfo
del Sangue Freddo e il Trionfo della Musica. Egli ha anche com-
poste molte commedie in versi, epistole, ecc.; e siccome scrive
abbastanza bene le note e gli articoli di biografia, raccomandiamo
alle sue meditazioni il consiglio dato da Pope a Wycherley, cioè
di convertire in prosa la sua poesia, ciò che è facile: bastando il
togliervi l'ultima sillaba d'ogni stanza.
87
Mr. Grahame ha pubblicato due volumi di gergo religioso
sotto il nome di Passeggiate Festive e Quadri Biblici.
149
a me mille ricordanze, e mi mostra curvato sotto i suoi
sessant'anni di lamentazioni l'ebbro principe dei poeta-
stri di sonetti noiosi. E non sei tu infatti il loro principe,
armoniosissimo Bowles, primo e grande oracolo delle
anime tenere, sia che tu canti colla medesima facilità di
dolore la caduta di un impero o quella di una foglia, sia
che la tua musa ci descriva con flebil tuono gli allegri
tocchi delle campane di Oxford, e sempre vaga di cam-
pane trovi un amico in ogni tintinnio di Ostenda? 88 Oh!
quanto tu saresti più conseguente se adornassi di sona-
gliuzzi il berretto della tua musa! Delizioso Bowles!
sempre benedicente o benedetto, ognuno ama i tuoi ver-
si, e i fanciulli sopratutto ne fan gran caso. Convien ve-
derti, ispirandoti della poesia morale di Little, svegliare
i trasporti dell'amorosa frotta! Con te la fanciulletta
sparge dolci lagrime prima d'aver varcata l'età dell'in-
fanzia; ma di tredici anni ella poi ti sfugge, e abbandona
il povero Bowles pei canti più puri del suo maestro. Al-
travolta sdegnando di circoscrivere ai sentimenti teneri i
nobili suoni di un'arpa come la tua, tu fai risuonare ac-
centi più forti e più alti89, quali alcuno non ne udì, e mai
88
Vedi in Bowles i sonetti ad Oxford, e le stanze scritte dopo
aver udito le campane ad Ostenda.
89
Così comincia il Genio delle Scoperte, epopea nana spirito-
sissima. Fra gli altri versi squisiti vi si trovano i seguenti: «Un
bacio che d'improvviso vi si intese turbò il silenzio di quei boschi
che tremarono come se la potenza» ecc., ecc. Cioè a dire che i bo-
schi di Madera tremarono allo scoppio di un bacio, fenomeno in
vero straordinario, e che dovette farli maravigliare.
150
non ne udirà; e a capitolo per capitolo son da te notate
tutte le scoperte fatte dal diluvio fino al giorno in cui
l'arca marcita si fermò nel fango; dai tempi del capitano
Noè fino al capitano Cook. Non basta: il poeta si arresta,
espone un commovente episodio90 e ci racconta grave-
mente.... uditemi, o belle fanciulle!.... ci racconta come
tremò Madera allo scoccar di un primo bacio. Bowles!
desisti dalle tue follíe: continua coi sonetti che almeno
potrai vendere. Ma se una nuova bizzarria o una pingue
mercede accendono il tuo cervello ignorante e ti pongo-
no in mano la penna; se v'è un poeta che, terrore degli
stolti, sia disceso nella tomba e meriti la nostra venera-
zione, se Pope, la di cui gloria e il di cui genio han
trionfato del più esperto fra i critici, deve lottare ancora
contro il peggiore di tutti; tenta la ventura: fa risaltare il
più piccolo fallo, la più lieve imperfezione; il primo dei
poeti non era al postutto che un uomo. Rovista gl'im-
mondezzai per trovarvi nitide perle; consulta lord Fanny
e confida in Curll91; e tutti gli scandali di un secolo che
passò si librino sulla tua penna e si trasfondano nella tua
carta; affetta un candore che non hai, vesti l'invidia del
mantello di uno zelo sincero; scrivi come se l'anima di
san Giovanni t'ispirasse, e fa per odio quello che Mallet

90
L'episodio a cui qui si allude è quello di Roberto e di Anna.
Fu questa coppia di amanti fedeli che diede il bacio di sopra men-
tovato che fece tremare i boschi di Madera.
91
Curll è uno degli eroi della Dunciada, lord Fanny è il nome
poetico di Harvey autore dei versi ad Orazio.
151
fece per danaro92. Oh! se tu fossi vissuto in quei tempi
così adatti per te; se avessi potuto delirare con Dennis e
far versi con Ralph93, incitato co' suoi nemici contro al
leone vivente, invece di dargli dopo la morte il calcio
dell'asino, qualche ricompensa avrebbe accresciuti i tuoi
guadagni gloriosi, e t'avrebbe per le tue fatiche avvinto
alla berlina della Dunciada94.
Ma ecco un'altra epopea! Chi vien di nuovo a tribolar
co' suoi versi i figli degli uomini? Il beotico Cottle, l'or-
goglio della ricca Bristowa, reca viete storie dalle spon-
de di Cambria, e invia palpitante ancora la sua merce al
mercato! Quarantamila versi! venticinque canti! Oh, fre-
sco pesce di Elicona! Chi ne compera, chi ne compera?
e non e caro. – Ma io non ne comprerò. Insulsi denno
essere i versi di codesti mangiatori di zuppa, pingui del
lardo di Bristol. Se il commercio empie la borsa, per
pena comprime il cervello, e Amos Cottle fa invano ri-
suonar la sua lira. Mirate in lui un esempio degli infor-
tunii che accompagnano il mestiere d'autore: eccolo ri-
92
Lord Bolingbroke pagò Mallet affinchè traducesse Pope
dopo la sua morte, perchè il poeta avea ritenute alcune copie di
un'opera di lord Bolingbroke (Il Re Patriotta), che questo splendi-
do ma malevolo genio aveva ordinato fossero distrutte.
93
Dennis il critico e Ralph il rimatore. «Silenzio, lupi, Ralph
ulula colla luna, e fa più tetra la notte... rispondetegli cuculi!» –
(Dunciada).
94
Vedi l'ultima edizione delle opere di Pope fatta da Bowles,
per la quale ricevè trecento sterline. Così egli sperimentò come
sia più facile il trar profitto dalla riputazione altrui, che il consoli-
dare la propria.
152
dotto a far i libri che un tempo vendeva. Oh, Amos Cot-
tle!.... Febo, qual nome da empier la tromba della rino-
manza! Oh! Amos Cottle, pensa un po' ai magri profitti
che danno la penna e l'inchiostro! Mentre tu sei sì inten-
to ai tuoi sogni poetici, chi vorrà gettar gli occhi sulla
carta che sporchi? Oh, penna distolta dal suo vero uso!
Oh, carta male imbrattata! Se Cottle95 si assidesse anco-
ra sopra il suo banco e si curvasse su la tavola; se nato
per utili fatiche gli si fosse insegnato a far la carta che
ora profonde; a lavorare, a zappare, a remare con brac-
cio vigoroso, egli non avrebbe cantato il paese di Galles,
nè io avrei dovuto impacciarmi delle sue bisogne.
Simile a Sisifo, svolgente perpetuamente per gli abis-
si infernali il suo enorme sasso; così sul tuo colle balsa-
mico, o Richmond, lo stupido Maurizio96 fa cadere il
granito delle sue pesanti pagine; monumento forbito e
solido delle fatiche del suo spirito; petrificazione di un
cervello stolto che prima di aver tocca la cima, precipita
con fragore nella pianura.
Ma io discerno nella valle il melanconico Alceo: la
sua lira è infranta, la sua gota esprime serenità e pallore!
Le sue speranze altra volta sì belle, e che avrebbero po-
95
Mr. Cottle Amos o Giuseppe, non so quale, ma l'uno o l'altro
vendeva libri un tempo che non iscriveva, e scrive ora libri che
non vende. Egli ha pubblicato un paio di poemi epici «Alfredo
(povero Alfredo Pye si è pure interessato ai fatti suoi!)» Alfredo e
la Caduta di Cambria.
96
Mr. Maurizio ha manifatturate le parti costitutive di un enor-
me in-quarto sulle Bellezze del Colle di Richmond.
153
tuto fiorire un giorno, consunte rimasero dai venti del
Nord. Il soffio della Caledonia fe' appassirei suoi ger-
mogli. Il classico Sheffield piange le perdute sue opere,
e alcuna mano temeraria non osi turbare il loro sonno
precoce!97
Ditemi pertanto perchè il poeta ripudierebbe i suoi di-
ritti al favore delle muse? Dovrà egli lasciarsi sempre
atterrire dai ringhi confusi di quei lupi di Scozia che
predano fra le ombre, schiatta vile che per un istinto in-
fernale manomette come preda tutto quello che incon-
tra? Vecchio o giovane, vivo o morto, ad alcuno non si
perdona; tutto serve di alimento a quelle arpíe. Perchè
gli oggetti dei loro oltraggi cederebbero senza combatte-
re il tranquillo possesso del loro campo nativo? Perchè
si arretrerebbero vilmente dinanzi ai loro artigli? Perchè
non ricacciar piuttosto quei cani sanguinosi verso il loro
seggio di Arturo?98
Salute all'immortale Jeffrey! L'Inghilterra ebbe altra
volta la gloria di possedere un giudice che avea quasi lo
stesso nome. Misericordiosi, ma giusti, le loro anime si
somigliano tanto, che sonvi molti che credono che Sata-
na abbia abbandonata la sua preda, e le abbia permesso
97
Il povero Montgomery, sebben lodato da tutte le Riviste in-
glesi, è stato amaramente censurato da quella d'Edimburgo. Il bar-
do di Sheffield però è un uomo di molto genio, e il suo Pellegri-
no della Svizzera vale molte ballate liriche e almeno cinquanta
epopee.
98
Il seggio di Arturo, è il nome della montagna che domina
Edimburgo.
154
di ritornare al mondo per condannare gli scritti, come
aveva un tempo condannati gli uomini. Egli ha la mano
meno potente, ma il cuore del pari perverso, e la sua
voce è egualmente presta ad ordinar la tortura. Creatura
del Foro99, non ha ritenuto della sua scienza legale che
una certa libidine a fare spiccare i cavilli; istrutto alla
scuola del liberalismo, ha appreso a farsi beffe dei parti-
ti politici, benchè egli stesso sia lo strumento di un par-
tito. Ed ei sa che se un giorno i suoi patroni tornano al
posto che perderono, le pagine che ha vergate avran de-
gna ricompensa, e faran salire sul seggio del giudice
questo nuovo Daniele. Ombra di Jeffries, alimenta que-
sta pietosa speranza; presenta una corda a quest'altro te
stesso dicendogli: «erede delle mie virtù, mio degno
emulo, esperto a condannare come a calunniare il gene-
re umano, ricevi questa corda ch'io ti ho con cura serba-
ta, falla porre in opera allorchè avrai proferite le tue sen-
tenze, ed essa ti serva un giorno per appiccarti.»
Salute al gran Jeffrey! Il cielo lo mantenga onde ri-
splenda sulle fertili rive di Fife! Ch'ei protegga i suoi
giorni sacri nelle guerre avvenire, giacchè accade talvol-
ta che i nostri autori ricorrano al giudizio delle armi. Vi
rimembra di quel giorno storico100, di quello scontro glo-
99
Dopo la pubblicazione dei due primi numeri della Rivista
d'Edimburgo Jeffrey ne divenne editore succedendo a Sydney
Smith. Egli lasciò questo posto prima di esser nominato lord av-
vocato della Scozia, carica che occupa ancora.
100
Nel 1806 Jeffrey e Moore convennero di trovarsi a Chalk-
Farm. L'intervenzione dei magistrati impedì il duello. Dopo un
155
rioso che per poco non fu micidiale, allorchè l'occhio di
Jeffrey stette impavido innanzi alla pistola senza palla di
Little, mentre due passi lontani imprudenti mirmidoni di
Bow-Street prorompevano in risa? Oh, giorno funesto!
la fortezza di Dunedin tremò dalle fondamenta; le onde
sensibili del Forth trascorsero annerite; gli uragani del
settentrione fecero udir sordi rugghii; il Tweed inturgidì
la metà delle sue acque per comporre una lagrima, l'altra
metà continuò tranquilla il suo corso101; il monte dirupa-
to di Arturo si commosse nella sua base, e il doloroso
Tolbooth mutò quasi luogo. Esso sentì allora.... peroc-
chè in siffatti momenti anche il marmo è suscettibile
delle emozioni dell'uomo...... Sentì che perduti avrebbe
tutti i suoi pregi, se Jeffrey fosse morto lungi dalle sue
braccia102. Infine in quel mattino solenne, il suo paterno
granaio, quel sedicesimo piano che l'avea veduto nasce-

esame si trovò che le palle delle pistole, come il coraggio dei


combattenti, erano svaporate. Tale incidente diede luogo a molti
commenti dei giornali.
101
Il Tweed si portò bene in quella circostanza: sarebbe stato
del tutto sconveniente che la metà inglese di quel fiume avesse la-
sciato intravvedere il più piccolo sintomo di timore.
102
Quest'attestato di simpatia per parte del Tolbooth (principal
prigione di Edimburgo) che sembra esser rimasto assai commosso
in quell'occasione è molto lodevole. Si sarebbe potuto credere che
il gran numero di rei giustiziati dinanzi alla sua torre gli avessero
indurita l'anima. Si opina che il Tolbooth appartenga al sesso fem-
minino, perchè la sua sensibilità fu in quella circostanza veramen-
te femminina, benchè forse un po' egoistica, come la maggior par-
te degli impulsi nelle donne.
156
re, d'improvviso crollò, e quel fragore fe' rabbrividire la
pallida Edina. Risme di carta bianca innondarono allora
tutte le vie circostanti; ruscelli d'inchiostro sgorgarono
per la Canongate, nero emblema del candore di Jeffrey,
come il bianco incruento lo era del suo coraggio, come
entrambi lo sono del suo spirito forte. Ma la dea della
Caledonia accorse sul campo di battaglia, e il redense
dall'ira di Moore; ella rapì il piombo vendicatore di cui
le pistole erano cariche, e lo rimise nel cervello del suo
prediletto; quella testa per una attrazione magnetica il ri-
cevè come in altri tempi Danae la pioggia d'oro, e il gre-
ve metallo accrebbe una miniera già per se stessa fecon-
da. «Mio figlio, gridò la diva, non aver più sete di san-
gue per l'avvenire; abbandona le pistole e riprendi la
penna; presiedi alla politica e alla poesia; sii l'orgoglio
del tuo paese e la guida della Gran Bretagna. Perocchè
infin che i figli insensati di Albione si commetteranno ai
tuoi decreti, e il gusto Scozzese sarà arbitro del genio
d'Inghilterra, tu regnerai pacificamente e nessuno oserà
prendere invano il tuo nome. Un'eletta schiera ti sussi-
dierà nell'adempimento de' tuoi disegni, e ti acclamerà
capo del clan della critica. In prima fila della falange
nudrita di biada, apparirà quel Thane viaggiatore, l'ate-
niese Aberdeen103, Herbert brandirà il martello di
Thor104, e in ricompensa loderai talvolta i suoi versi sel-
103
Sua Signoria ha molto viaggiato, e fa parte della società ate-
niese. Nel 1822 ei pubblicò un'opera sui principii vigenti nell'ar-
chitettura greca.
104
Mr. Herbert ha composta una canzone sulla Ricupera del
157
vaggi. Le tue pagine amare riceveranno anche il tributo
di Smith il barbassoro105, e di Hallam, celebre pel gre-
co106. Scott acconsentirà forse a prestarti il suo nome e la
sua influenza; e il dispregevole Pillans107 diffamerà i
suoi amici, mentre lo sfortunato discepolo di Talia,
Lambe108, fischiato come un demonio, fischierà a volta
Martello di Thor: la poesia non aveva ancora attinte così cospicue
altezze.
105
Il reverendo Sydney Smith autor supposto delle lettere di
Pietro Plymeley, e di molte altre critiche.
106
Mr. Hallam scrisse un articolo sul Gusto di Payne Knight,
nel quale mostrò un'eccessiva severità per alcuni versi greci che
conteneva quel libro. Dopo breve si scoperse che quei versi ap-
partenevano a Pindaro. II buon Hallam non fu in tempo a soppri-
mer la sua critica, che rimarrà come monumento durevole della
sua perspicacia.
Lo stesso Hallam è sdegnato, e dicesi calunniato da me, perchè
non pranzò mai a Holland-House. Se ciò è vero, me ne duole per
lui, perchè ho udito dire che i pranzi di Sua Signoria valevano più
delle sue opere. Se non ha scritto articoli sul libro di Holland, ne
godo perchè dev'essere un'opera penosa a leggersi, e più penosa
ancora a lodare. Se Hallam vuol dirmi chi ha fatto l'articolo di cui
qui si parla, inserirò nella mia satira il nome del vero colpevole,
purchè tuttavia il nome sia composto di due sillabe ortodosse e
musicali, e possa entrare nel verso senza rompere la misura. Fin-
chè tale rivelazione non mi sia fatta, il nome di Hallam resterà in
mancanza d'altri.
107
Pillans è uno dei precettori di Etton.
108
L'onorabile Giorgio Lamb è autore di un articolo sull'opera
di Baresford, Le Miserie Umane; come anche di una farsa molto
applaudita a Stanmore, e molto fischiata a Covent-Garden. La
quale era intitolata: Fischiate! e questo accadde.
158
sua come un diavolo. Sia celebre il tuo nome, sia il tuo
impero illimitato! I banchetti di Lord Holland ricompen-
seranno le tue gesta, e la Gran Bretagna riconoscente
non mancherà di offrire l'omaggio delle sue lodi ai mer-
cenarii del nobile Lord e ai nemici del buon senso. Ho
un consiglio a darti però: prima che il tuo prossimo nu-
mero109 prenda il suo volo spiegando le sue ali gialle e
turchine, bada che l'improvvido Brougham110 non ne
danneggi la vendita, non muti il manzo in becco, e il
grano in loglio.» Ciò detto, la Dea dalla breve gonna ba-
ciò il suo figlio, e scomparve fra una nebbia di Scozia111.
Prospera dunque, Jeffrey, tu il più arguto della schiera
che ingrassano i campi della Caledonia. Le fortune ser-

109
Della Rivista d'Edimburgo.
110
Mr. Brougham nel venticinquesimo numero della Rivista
d'Edimburgo, nell'articolo su Don Pedro de Cevallos, ha mostrata
più sagacità che prudenza. Molti degni borghesi d'Edimburgo fu-
ron così scandolezzati degli infami principii esposti in quell'arti-
colo, che interruppero la loro associazione.
111
Debbo scusarmi presso alle Divinità di aver osato introdurre
una nuova Dea in veste corta; ma oimè! che doveva io fare? Io
non potevo far apparire il genio della Caledonia: si sa che non vi
son genii da Clackmannan fino a Caithness; e nondimeno senza
un'intervenzione soprannaturale come salvare Jeffrey? Le Kelpies
nazionali son troppo poco poetiche, e le Brownies e i Gude Nei-
ghbours (spiriti di buona disposizione) ricusarono di trarlo d'im-
paccio. Convenne dunque chiamare una Dea in aiuto; e Jeffrey
deve esserne molto riconoscente, dappoichè è la sola comunica-
zione che abbia mai avuta, o che sia mai per avere colle intelli-
genze celesti.
159
bate ad ogni vero Scozzese per te raddoppieranno. Per te
Edina raccoglie i profumi della sera ch'ella spande po-
scia sulle tue candide pagine, e il colore e l'odore con-
giunti al volume che le carte ne fan olezzare, che ne do-
rano la copertina112. Che dico io? La Scabbia, ninfa mo-
desta, invaghita di te, tutto obblii per corroderti, e ingiu-
sta verso gli altri Pitti, solo te investa e ispiri la tua pen-
na.
Illustre Holland!113 ben male sarebbe ch'io parlassi dei
suoi stipendiati, e lui dimenticassi! Holland e il suo aiu-
tante di campo Enrico Petty, incitatore di bracchi. Dio
benedica i banchetti di Holland-House in cui gli Scozze-
si han sempre una coperta, e i critici gavazzano! Possa
Grub-Street pranzar lungamente sotto il suo tetto ospita-
le sicuro dai creditori! Mirate l'onesto Hallam che lascia
la forchetta per la penna, e scrive un articolo sull'opera
di sua signoria, riconoscente delle vivande che stan sul
suo piatto. Udite com'ei dichiara che il suo ospite sa al-
meno tradurre! Edimburgo, superbisci dei figli tuoi! essi
scrivono per mangiare, e mangiano perchè scrivono. Ma
per tema che accesi dall'insolito succo qualche pensiero
troppo vivido loro non isfugga, e non si stampi sicchè
avessero ad arrossirne le belle leggitrici, Mylady assume
la cura di rivedere gli articoli, e in loro trasfonde con un
soffio la sua purezza d'anima, i falli ne ammenda e fa
112
Vedi i colori dei cartoni della Rivista d'Edimburgo.
113
Lord Holland ha tradotto alcuni saggi di Lopez de Vega in-
seriti nella Vita che ha scritta di quel poeta, e molto lodati dai suoi
disinteressati ospiti.
160
per tutto scorrere la lima114.
Attendiamo ora al dramma. – Oh! vista confusa! qua-
le strano quadro si presenta ai meravigliati nostri occhi.
Insulsi bisticci, un principe racchiuso in una botte115, le
assurdità di Dibdin, ecco quel che appaga pienamente il
pubblico. Fortunatamente la Rosciomanía non è più di
moda, e tornato si è agli attori che tali furono fin dall'in-
fanzia. Ma a che varranno gl'inutili sforzi che fanno per
piacerne, finchè siffatte composizioni saran tollerate
dalla critica di Albione, finchè si permetterà a Reynolds
di proferir sulla scena le sue imprecazioni villane116 e di
confondere il senso comune coi luoghi comuni; finchè il
Mondo di Kenny... mi si potrebbe chiedere in qual parte
ne giace l'anima?... annoierà i palchi e farà dormir la
platea, e un dramma di Beaumont vestito da Cataracto
si mostrerà come una tragedia completa alla quale non
mancano che le parole?117 Chi non gemerebbe udendo
applaudite tali nenie, veggendo la degradazione del no-
114
È certo che Sua Signoria ha fatto mostra del suo impareg-
giabile spirito nella Rivista d'Edimburgo: molti articoli di quel
giornale sono preventivamente sottomessi alla sua lettura.... per-
chè vengano corretti.
115
Nel melodramma di Tekely questo principe è cacciato in
una botte sul palco scenico... asilo veramente nuovo per gli afflitti
eroi.
116
Le bestemmie, le imprecazioni e le interiezioni delle com-
medie di Mr. Reynolds sono passate in proverbio.
117
Mr. T. Sheridan, nuovo direttore del teatro di Drury-Lane,
spogliò la tragedia di Bonduca del dialogo, e l'offre sulla scena
col nome di Cataracto. Era ciò degno di suo padre o di lui?
161
stro teatro tanto esaltato? E che! abbiam noi perduto
ogni sentimento di vergogna? ogni talento si è egli dile-
guato? non abbiam più fra di noi alcun poeta di valore?
– Alcuno! – Svegliati, Giorgio Colman! Cumberland118,
svegliati! suonate a stormo! fate impallidir la stoltezza!
Oh! Sheridan, se qualche cosa può ancora animar la tua
penna, fa che la commedia risalga sul suo trono! Abban-
dona le follíe della scuola germanica; lascia tradur Piz-
zarro agli inetti; consacra al tuo secolo un ultimo monu-
mento del tuo genio! danne un dramma classico e rifor-
ma il nostro teatro! Numi! la stupidità alzerà il capo su
quelle asse che Garrick ha calcate, che Kemble calca an-
cora! le buffonerie vi regneranno, e Hooke nasconderà i
suoi eroi entro i barili? I rettori ne daranno le novità tol-
te da Cherry, da Sheffington e da Madre-Oca, mentre
Shakspeare, Otway, Massinger ammuffiranno dimenti-
chi, o fredderanno nelle librerie? Oh! con qual pompa i
giornali acclamano i nomi dei candidati alla palma sce-
nica! Invano Lewis fa apparire il suo orrendo corteggio
di fantasmi, il premio non perciò è tolto a Sheffington e
all'Oca-Madre119. E infatti il gran Sheffington ha diritto
alle nostre laudi, egli che è egualmente illustre pei suoi
abiti senza falde e i suoi drammi senza disegno; e il di
118
Riccardo Cumberland celebre autore del dramma il Creolo
Osservatore, e di una delle più interessanti auto-biografie, è mor-
to nel 1811.
119
La pantomima di Dibdin, conosciuta sotto il nome di Ma-
dre-Oca, ha avuto quasi cento rappresentazioni, e ha fruttato più
di ventimila sterline alla cassa del teatro di Covent-Garden.
162
cui genio non si limita ad abbellire i ridenti quadri di
Greenwood120, nè si addorme colle belle addormenta-
te121, ma sfoga la propria ilarità con cinque atti faceti
con grande stupore del povero John Bull122 che tutto tra-
sognato dimanda cosa diavolo ciò voglia significare. Ma
mani prezzolate rompendo i pubblici sonni, John Bull
piuttosto che ricadere nel suo letargo seconda quegli ap-
plausi.
È a tale stato che noi siamo ora ridotti. Ah! come po-
tremmo senza gemere rivolger gli occhi sopra quello
che furono i nostri padri? Britanni degenerati, smarriste
ogni pudore, o buoni fino alla stupidità temete d'espri-
mere il vostro biasimo? I nostri nobili han ragione di at-
tendere cupidamente ai versacci di un Naldi, di sorridere
a buffoni d'Italia, di esaltarsi alle pantomime di un Cata-
lani123 dacchè il nostro teatro non ci dà più per ispirito
che frizzi, per sali che insulsaggini.
Ebbene dunque l'Ausonia, esporta nell'arte di addolci-
re i costumi corrompendo il cuore, spanda per la capita-
120
Mr. Greenwood è il pittore delle scene di Drury-Lane: come
tale Mr. Sheffington gli ha molte obbligazioni.
121
Mr. Sheffington è l'illustre autore della Beltà Dormente, e di
alcune commedie, fra le quali Le Fanciulle e i Baccellieri, Bac-
calaurei baculo magis quam lauro digni.
122
Il popolo inglese.
123
Naldi e Catalani sono abbastanza conosciuti, perchè il volto
dell'uno e le beffe dell'altro ci ricordino lungamente quei piacevo-
li gabbamondi. Inoltre noi portiamo ancora i lividi della folla che
quasi ci schiacciò la sera in cui quest'ultimo apparve per la prima
volta in mutande.
163
le le sue esotiche follíe per aonestare il vizio e cacciar la
decenza; e spose impudiche si compiacciano nel con-
templare Deshayes, e benedicano ai piaceri che le sue
forme promettono; Gayton accenda gli sguardi di canute
marchese e di duchi giovinetti; illustri libertini ammiri-
no la vaga Presle, danzatrice leggera che sdegna gl'im-
pacci d'inutili veli; l'Angiolini scuopra il suo seno di
neve; sollevi con grazia il bianco braccio e sulla punta
s'arresti del suo flessibile piè; la Collini intuoni i suoi
canti amorosi, protenda il suo amabile collo, e inebrii la
moltitudine attenta. Non aguzzate la vostra falce, rigidi
riformatori che tuonate contro il vizio, santi Senocrati
che per la salute delle nostre anime peccatrici proibite ai
tavernieri di vender birra la domenica e ai barbieri di ra-
dere; che volete che il vino rimanga nelle botti, e ognun
conservi il pelo per rispetto al santo dì del Signore.
Salutiamo in Greville e Argyle il patrono e il puntello
della stoltezza e del vizio124. Vedete questo magnifico
124
A fine di evitare ogni equivoco, e perchè non si cambi una
strada in un uomo, debbo avvertire che è l'istituzione e non il
duca di questo nome di cui io ho qui voluto parlare. Qualcuno
ch'io conosco ha perduto giuocando nelle sale di Argyle parecchie
migliaia di sterline, e per verità debbo dire che il direttore in quel-
la circostanza manifestò qualche disapprovazione. Ma perchè si
permette il giuoco in un luogo di riunione per i due sessi? Qual
piacevole cosa per le mogli e le figlie di quelli che han la fortuna
o la disgrazia di avere siffatti vincoli, di udire il rumore del bi-
gliardo da un lato e quello dei dadi dall'altro! Che ciò avvenga, ne
posso io stesso far fede, come testimonio oculare, sendo stato in
altro tempo membro indegno di una istituzione che deturpa mate-
164
edifizio, santuario della moda, che apre i suoi larghi por-
tici alla folla vario-vestita? è qui che tien sua corte il Pe-
tronio dell'età nostra125, l'arbitro sovrano dei piaceri e
della scena. Qui l'eunuco stipendiato, il coro delle ninfe
di Esperia, il liuto molle, la lira libertina, i canti italiani,
le danze francesi, l'orgia notturna, il sorriso della bellez-
za, e i fumi del vino; qui tutto a gara si unisce per allet-
tare gli insensati, i parassiti, i giuocatori, i furbi e i lordi;
qui ognuno si abbandona ai suoi diletti; qui Como ogni
cosa concede; qui avrete lo sciampagna, i dadi, la musi-
ca, o anche la donna del vostro vicino. Mercatanti affa-
mati, non venite a parlarci della nostra miseria che è
opera vostra. I Beniamini della fortuna si riscaldano al
sole dell'abbondanza; essi non conoscono la povertà che
in maschera, allorchè in una bella sera qualche ciuco ti-
tolato si traveste da mendico, e indossa i cenci che por-
tava il suo avolo. La gaia burletta finita, il sipario cala, e
l'uditorio a volta sua entra in iscena. Da un lato ronzano
le vecchie pulzelle ereditiere; dall'altro le giovinette, lie-
vemente vestite, sfioran correndo la terra ai suoni di un
lascivo waltz. Le prime incedono a torme con passo
maestoso e grave; le altre mostrano membra agili e

rialmente la moralità delle classi superiori, mentre le inferiori non


possono muovere una gamba al suono di un violino o di un tam-
buro, senza esporsi ad essere tradotte in giudizio come aventi tur-
bato l'ordine pubblico.
125
Petronius arbiter elegantiarum al tempo di Nerone, è una
bella faccia d'uomo anche in questo secolo, come dice il baccel-
liere di Mr. Congrève.
165
sciolte. Quelle per abbagliare i robusti figli di Ibernia ri-
parano a forza d'arte agli oltraggi degli anni; queste vo-
lano con ala rapida a caccia di mariti e lasciano alla not-
te nuziale ben pochi segreti da rivelare.
Oh, amabile soggiorno d'infamia e di mollezza! dove
non pensando che a piacere, la giovinetta può lasciar le
redini al suo talento, e l'amante dare o ricevere lezioni di
morale! Là il giovine uffiziale tornato appena di Spagna,
mescola le carte o scuote il corno dei dadi: il giuoco è
fatto; la sorte si è pronunciata: mille lire per quest'altro
colpo! Se disperato per le perdite sostenute, l'esistenza
vi diventa di peso, la pistola di Powel è pronta a liberar-
vene, e ciò che v'è di più giocondo ancora la vostra spo-
sa troverà due consolatori invece di uno. Degno fine di
una vita cominciata nella follía e terminata nel disonore!
non vedendo intorno al vostro letto di morte altro che
domestici per lavar le vostre ferite sanguinenti e racco-
gliere il vostro estremo sospiro; calunniato dai mentito-
ri, dimenticato da tutti, vittima abbominata di una conte-
sa da ubbriaco; vissuto come Clodio126 e morto come
Falkland127.
126
«Mutato nomine de te
«Fabula narratur».
127
Conobbi particolarmente l'estinto lord Falkland. Una dome-
nica sera il vidi far gli onori della sua tavola con una nobile ospi-
talità; il mercoledì mattina a tre ore mirai steso a me dinanzi
quanto restava di un giovine pieno di coraggio, di sensibilità e di
ardenti passioni. Gli era un prode ed abile ufficiale. I suoi difetti
eran quelli di un soldato di marina, e come tali debbono trovar
166
Verità! fa sorgere fra di noi un poeta di genio, e la sua
mano vendicatrice liberi il paese da tal flagello! Io stes-
so, il meno savio di una folla pazza che sa appena quan-
to basta per vedere dov'è il bene e scegliere il male;
donno di me, in un'età in cui la ragione ha perduto il suo
scudo, e costretto ad aprirmi una via fra le innumerevoli
falangi delle passioni; io che ho percorsi tutti i sentieri
fioriti del piacere, e che in tutti smarrito mi sono; or
bene, io stesso mi sento in debito di alzar la voce; io
stesso comprendo quanto siffatte scene, siffatti uomini
sian funesti alla cosa pubblica! Io so che più di un ami-
co mi riprenderà e mi dirà: «Folle, che biasimi gli altri,
sei tu migliore di loro?» Tutti gli sventati pari miei sorri-
deranno e stupiranno udendomi cantar la morale. Non
giova! Allorchè un poeta virtuoso, allorchè un Gifford
farà udire i canti di una musa casta e pura, allora io la-
scierò per sempre dormir la mia penna, non alzerò la
voce che per applaudire e rallegrarmi, che per porgergli
il tributo delle mie lodi; dovessi io stesso essere sferzato
dallo staffile della virtù.

grazia agli occhi d'ogni inglese. Egli morì come muore un genti-
luomo per una causa migliore; e se fosse morto in egual guisa sul
ponte della fregata, al comando della quale era stato posto, i suoi
concittadini l'avrebbero dato in esempio agli eroi avvenire.
(Lord Falkland fu ucciso in duello da Powel nel 1809. In quel-
l'occasione lord Byron non si ristette a sole testimonianze verbali
di affezione. Benchè già molto impacciato allora nelle sue cose
domestiche, egli soccorse efficacemente la vedova e i figli del suo
amico).
167
Rispetto al pesce minuto che ribocca dallo stupido
Hafiz128 fino al semplice Bowles; perchè andremmo noi
a cercar costoro nelle loro oscure abitazioni di San Gil-
les, o di Tottenham, o anche in Bond-Street, poichè infi-
ne sonvi zerbini eziandio che non temono di farsi crea-
tori di versi? Se uomini di alta sfera pongono il loro
nome ad innocenti poesie prudentemente condannate ad
esser tolte dallo sguardo del pubblico, che male vi è in
ciò? Malgrado tutti i cavilli della critica Sir T... può leg-
gere a se stesso le sue stanze, Milles Andrews129 può far
prova del suo valore nelle terzine rimate e cercar di so-
pravvivere nei suoi prologhi alla morte dei suoi drammi.
Soavi Lordi poeti, ciò spesso accade; e in un nobile Pari
è un merito il sapere scrivere. Pure se ai nostri giorni il
buon gusto e la ragione dettassero leggi chi vorrebbe ad-
dossarsi i loro titoli e i loro versi? Roscomon! Sheffield!
dacchè più non siete, gli allori non coronano più le nobi-
li teste, alcuna musa non degnasi incoraggire sorridendo
le paralitiche ispirazioni di Carlisle. Si perdonano al
giovine alunno i suoi canti precoci purchè tal manaí in
lui presto evapori; ma qual indulgenza debbesi avere pei
128
Che direbbe l'Anacreonte della Persia Hafiz, se potesse
escire dal suo splendido sepolcro, a Sheeraz dove riposa con Fer-
douzi e Sadi, l'Omero e il Catullo dell'oriente, e vedere il suo
nome assunto da uno Stott di Dromore, il più impudente cd ese-
crabile fra quanti mercenarii scrivessero mai una gazzetta.
129
Andrews, membro del Parlamento, e autore di molti prolo-
ghi, epiloghi e farse, è uno degli eroi della Baviada. Egli è morto
nel 1814.
168
versi continui di un vecchiardo la di cui poesia divien
più detestabile a misura che i suoi capelli
incanutiscono? A quali onori eterogenei aspira il nobile
Pari! Lord poetastro, galante, scrittor di libelli! 130 Così
noioso in giovinezza, così petulante in vecchiaia, i suoi
drammi soli sarebbero bastati a far cadere la nostra sce-
na; fortunatamente i direttori gridarono Basta, e cessaro-
no di distribuire al pubblico le sue droghe tragiche. Non
vale! sua signoria reclami contro tal giudizio, e una pel-
le di vitello venga a ricoprire opere131 che ne sono tanto
degne! Sì, togliete quella legatura in cui il marocchino
risplende, e ammantate col vello di un capro quei versi
sciagurati.
Per voi, druidi dal cervello di piombo, che guadagna-
te un pane quotidiano colle vostre scritture imbellettate,
a voi non fo guerra: la mano potente di Gifford schiac-
ciò senza pietà la vostra genia numerosa. Sfogate contro
ogni ingegno la vostra ira venale: il bisogno vi è di scu-
sa, e la pietà vi protegge. La vostra schiera si diletti di
monodíe sopra Fox, e il mantello di Melville vi serva di
copertura132. Bardi infelici a cui un obblío comune sta
130
Il conte di Carlisle ha ultimamente pubblicato un libello sul-
lo stato attuale del teatro: in esso espone un disegno per la costru-
zione di una nuova sala. Giova sperare che al teatro si accetterà
tutto di Sua Signoria, fuorchè le sue tragedie.
131
Le opere di lord Carlisle, magnificamente legate, formano il
più bel ornamento della sua biblioteca. Il resto dei volumi di mi-
nor pendo è rusticamente avvolto in cuoio o in brunella.
132
Il Mantello di Melville, parodia del Mantello di Eliseo, poe-
169
innanzi, riposate in pace! è quanto meritate. Una di
quelle egregie riputazioni tali quali ne ha fatte la Dun-
ciada potrebbe sola far vivere i vostri versi per un matti-
no; ma no: le vostre fatiche inosservate si colleghino ai
nomi più illustri! Lungi da me il pensiero scortese di
rimproverare all'amabile Rosa la sua prosa burlesca, a
lei i di cui versi, echi fedeli del suo spirito, lascian lon-
tana dietro di loro la stupita intelligenza133. Benchè i
bardi della Crusca non empian più i nostri giornali colle
loro produzioni, nullameno alcuni più ostinati vanno ba-
daluccando ancora sui fianchi delle colonne, ultimi
avanzi di quell'armata rumoreggiante che Bell comanda-
va; Matilde alza ancora la voce, Hafiz ulula ancora, le
metafore di Merry di nuovo appaiono concatenate colla
segnatura di O. P. Q.134.
Avvien'egli che un giovine vivo e svegliato, generato
in una bottega135, tratti una penna meno acuta della sua
ma.
133
Quest'amabile Jessica, figlia di un ebreo conosciutissimo,
sembra esser seguace della scuola della Crusca. Ella ha pubblicati
due volumi di rispettabili assurdità in versi consentanei ai tempi,
oltre molti romanzi nello stile della prima edizione del Monaco.
Ha poscia sposato il Morning-Post, matrimonio ben assortito, poi
ha cessato di vivere, locchè è stato ancor meglio.
134
È così che si sottoscrivono varii degni scrittori, i cui parti fi-
gurano nelle poetiche regioni delle gazzette.
135
Giuseppe Blackett, calzolaio. Ei morì nel 1810. I suoi poe-
mi furono raccolti da Pratt; e ciò che v'è di strano è che la sua
principal protettrice era Miss Milbank, sconosciuta allora a lord
Byron.
170
lesina, abbandoni il suo ostello, lasci le sue ciabatte, rin-
neghi San Crispino e si installi calzolaio delle muse?
ecco che il volgo spalanca grandissimi occhi, la folla ap-
plaude e le dame leggono! Quanti elogi prodigano i let-
terati! Se un qualche beffardo si abbandona alle risa è
una vera malvagità! Il pubblico non è esso il migliore
dei giudici? Debbe esservi genio al certo nei versi am-
mirati dai belli spiriti; e Capel Lofft 136 li dichiara subli-
mi. Udite dunque, o voi tutti fortunati figli d'un arte
omai superflua! Abbandonate l'aratro, lasciate l'inutile
vanga! Non sapete voi che Burns, Bloomfield e un ge-
nio più grande ancora (Gifford nacque sotto una stella
nemica) rinunziarono alle fatiche di una condizione ser-
vile, lottarono contro le avversità e trionfarono del desti-
no? Perchè dunque ciò più non avverrebbe? Se Febo si è
degnato sorriderti, o Bloomfield, perchè non sorridereb-
be egli ancora al fratello Nathan? La metromanía e non
la musa lo ha investito. Non è l'ispirazione; è una infer-
mità dello spirito che gli fa prender la penna; e se un bi-
folco è portato alla sua ultima dimora; se segata è per
l'ultima volta una prateria, necessaria è un'ode per cele-
brare sì grandi avvenimenti137. Ora dappoichè una civiltà
sempre crescente sorride ai figli della Gran Bretagna e
136
Capel Lofft, il mecenate dei calzolai e lo scrittore generale
di prefazioni dei poeti in bisogno: specie di ostetricante gratuito
di coloro che desiderano partorir versi, ma che non han forze per
metterli in luce.
137
Vedi l'ode o elegia, come si vorrà chiamarla, di Nathaniel
Bloomfield sulla Seganda del Prato di Hunnington.
171
spande i suoi doni sulla nostra paterna isola, la poesia si
slanci a volo, invada tutto il paese, dall'anima del colono
fino a quella dell'artigiano! Continuate, armoniosi cia-
battini, a ricrearne coi vostri accordi! Adopratevi in pari
tempo intorno a una canzone e ad una pianella: la beltà
comprerà le vostre opere; i vostri sonetti piaceranno;
non forse così sicuro sarà che piacciano le scarpe da voi
fatte. Possano i tessitori di Moorland138 divenir perfetti
nella poesia pindarica e i sarti compor poemi più lunghi
delle loro liste! Possano gli onesti dandy ricompensare
la loro musa e pagar quei poemi allorchè pagheranno i
loro abiti.
Ora che ho offerto a questa illustre folla il tributo
ch'io le doveva, ritorno a te, genio dimenticato! sorgi
Campbell139; dispiega i tuoi immensi talenti! Chi più di
te ha diritto di pretendere alla palma? E tu, armonioso
Rogers, svegliati alfine; evoca la lieta memoria del pas-
sato! Vieni: soavi ricordanze ti ispirino ancora; la tua
lira sacra risuoni di nuovo fra le tue mani; fa risalire
Apollo sul suo trono vacante; rivendica l'onore della tua
patria e il tuo! Che dunque! la poesia negletta deve ella
continuare a piangere sulla tomba in cui dormono colle
sue ultime speranze le ceneri del pio Cowper? Deve ella
138
Vedi le Memorie di un tessitore dello Straffordshire.
139
Sarebbe superfluo il ricordar qui gli autori dei Piaceri della
Memoria e dei Piaceri della Speranza, i due più bei poemi didat-
tici della nostra lingua, se se ne eccettua il Saggio sull'Uomo, di
Pope. Ma tanti poetuzzi son comparsi, che i nomi di Campbell e
di Rogers cominciano ad esserci stranieri.
172
non distorsi da quella fredda bara che per inghirlandare
la zolla che cuopre il di lei menestrello Burns? No: ben-
chè il dispregio vada congiunto alla razza bastarda che
si stempera in rime per manía o per mendicità, sonvi
pure poeti veri di cui possiamo andare superbi, che sen-
za manomettere gli affetti sanno commuoverci, che sen-
tono come scrivono, e non iscrivono che quel che sento-
no, e in quella schiera entrano Gifford140, Sotheby141 e
Macneil142.
Perchè dormi tu, Gifford? gli fu chiesto invano non
ha molto143. Perchè dormi tu, Gifford, gli chiederò io di
nuovo? Non sonvi più vizii forse che la tua penna debba
estirpare? Non sonvi più stolti da percuotere? non esi-
stono più colpe che esigano il castigo della satira? Pari e
Principi caminineranno in un sentiero d'immondezze, e
andranno esenti dalla vendetta delle muse come da quel-
la delle leggi! Nè all'avvenire sfolgoreranno di un reo
splendore questi fari del delitto, abbominio dei soggetti
popoli? Sorgi, o Gifford! Adempi alle tue promesse, am-

140
Gifford autore della Baviada e della Meviada, prime satire
del tempo nostro, e traduttore di Giovenale.
141
Sotheby traduttore dell'Oberon di Wieland e delle Georgi-
che di Virgilio, e autore del Saulle, poema epico.
142
Macneil, i di cui poemi hanno ottenuta una meritata celebri-
tà: fra gli altri quello dei Mali della Guerra, di cui si son vendute
diecimila copie in un mese.
143
Mr. Gifford promise pubblicamente che la Baviada e la Me-
viada non sarebbero state le ultime sue opere originali: ch'ei ri-
membri, max in reluctantes dracones.
173
menda i malvagi o falli almeno arrossire!
Sfortunato White144 quando la tua vita era nella sua
primavera e la tua giovane musa tentava il volo sulla sua
ala vivace, la morte venne a infrangere quella lira na-
scente che avrebbe innalzato canti immortali. Oh! qual
nobile cuore noi perdemmo allorchè la scienza stessa
uccise il suo figlio più amato! Sì, ella ti lasciò attendere
troppo ardentemente ai tuoi studi prediletti. Ella seminò,
e la morte venne a raccogliere. Fu il tuo genio stesso che
ti diede il colpo fatale e concorse ad infliggerti la ferita
che cagionò la tua morte. Così l'aquila abbattuta sulla
pianura da cui non deve più alzarsi per tornar fra le
nubi, riconosce la sua penna nella freccia fatale, e vede
che fornì ella stessa le ali al dardo che trema entro al suo
fianco. Atroci sono i suoi dolori, ma più atroci ancora al
pensiero che ella medesima ha dato all'acciaio omicida i
mezzi d'impulsiono e che quella stessa penna che riscal-
dò il suo nido, beve ora il suo sangue che sgorga colla
vita.
Evvi in questo secolo illuminato chi pretende che la
gloria del poeta non viva che di fulgide menzogne; che
144
Enrico Kirke White morì a Cambridge nell'ottobre 1806,
vittima del suo ardore per istudi che avrebbero reso illustre uno
spirito che le malattie e le povertà non avean potuto indebolire, e
che la morte stessa distrusse, prima di averlo soggiogato. I suoi
poemi abbondano di tali bellezze, che il lettore sente col più vivo
rammarico che una esistenza sì corta fosse concessa a talenti che
nobilitato avrebbero anche le sacre funzioni, che era suo proposi-
to di assumere.
174
la fantasia coi vanni sempre tesi può sola sostenere il
volo del bardo moderno. È vero che tutti quelli che ri-
mano e anche tutti quelli che scrivono hanno in orrore il
comune, questa parola funesta al genio; nullameno ve
n'è a cui la verità concede le sue nobili vampe, e di cui
ella adorna i versi da lei stessa dettati. È ciò che prova
Crabbe in nome della virtù; Crabbe, il pittore più seve-
ro, ma più perfetto della natura145.
E qui Shee146 e il genio trovino il loro posto; ei che
tratta il pennello e la penna colla medesima grazia. Di-
letto del pari alla poesia e alla pittura, nelle opere del
pittore apparisce il poeta: ei sa ora far viver la tela con
magico tocco, ora ne ricrea con metri facili e armoniosi,
e un doppio alloro giustamente si riserba al rivale del
poeta o all'amico del pittore.
Felice il mortale che osa appressarsi al boschetto ove
nacquero le muse, e i di cui piedi han calcata, e i di cui
occhi han veduta la patria dei poeti e dei guerrieri, quel-
la terra d'Acaia che fu culla della gloria, e sulla quale la
gloria librasi ancora! Ma più felice colui il di cui cuore
palpita di un nobile affetto per quelle classiche rive; e
145
Questo eminente poeta morì nel 1832 in età di 78 anni. È
l'autore del poema Il Villaggio. Le sue altre opere sono La Biblio-
teca, Il Giornale, il Borgo, una raccolta di poesie che Fox lesse
manoscritte al suo letto di morte, e i Racconti dell'Officina. Egli
ha di più lasciati parecchi poemi, e si sta ora preparando, dicesi,
un'edizione completa delle sue opere.
146
Mr. Shee autore di un poema Sull'Arte e degli Elementi del-
l'Arte.
175
cheo squarciando il velo dei secoli getta sui loro avanzi
sguardi inspirati! Wright147, tu avesti il doppio vanto di
vedere e di cantare quella terra famosa, nè fu cogli estri
di una musa volgare che salutasti la patria degli dei e
degli eroi.
E voi, poeti amici!148 che avete dato in luce perle
troppo a lungo sottratte agli sguardi dei moderni; che
congiunti avete i vostri sforzi per intrecciare quella ghir-
landa in cui i fiori dell'Attica esalano i soavi odori di
Aonia; che profumato avete di freschi olezzi le grazie
della vostra lingua nativa; voi che infiammarvi sapeste
agli spiriti della nobile musa greca, cessate di far udire
suoni dolci, ma non vostri; deponete la lira ellenica e in-
nalzate quella d'Albione.
E a questi o a quelli che loro somigliano, che appar-
tiene di riporre in onore le leggi violate della musa; ma
ch'essi si astengano dall'imitare il pomposo gergo di
Darwin, quel gran vate dai versi pallidi, i di cui suoni
più forti che armonici piacevan non ha molto all'orec-
chio, ma stancavan la mente; e che dopo avere ecclissa-
to col loro splendore la lira modesta, logori ora mostra-
no la vil materia di cui eran composti; mentre tutto il
147
Mr. Wright, non ha molto console generale alle Sette Isole,
è autore di un bel poema intitolato Horæ Jonicæ, in cui son de-
scritte le isole e le coste adiacenti della Grecia.
148
I traduttori dell'Antologia, Bland e Merivale, hanno poscia
pubblicato separatamente parecchi poemi in cui veggonsi i segni
di un genio, che per divenire eminente, non ha bisogno che del-
l'occasione.
176
loro mobile corteggio di silfi aleggianti, svapora in com-
parazioni vane e in suoni vacui di senso. Abbandonate
un tal modello; il suo prestigio muoia con lui: un falso
splendore attrae, ma dopo breve ferisce la vista.
Però non iscendete fino alla semplicità volgare di
Wordsworth, l'infimo della folla dei poeti badiali, egli la
di cui poesia, che non è che un puerile cicaleggio, sem-
bra armoniosamente dolce a Lambe e a Lloyd 149. Sap-
piate piuttosto... ma fermati, o mia musa, e non cercar di
dare precetti che vincono di molto la tua debole forza. Il
genio che un vero poeta ha ricevuto nascendo gli addite-
rà la via ch'ei deve seguire e gl'inspirerà versi che non
morranno.
E tu pure, o Scott150, abbandona a' più triviali mene-
strelli l'inetto racconto di querele oscure; altri per denaro
scriva languidi versi! Il genio trova sempre in sè le sue
ispirazioni! Che Southey canti, benchè la sua musa ferti-
le si sgravi ogni primavera con troppa fecondità; che il
semplice Wordsworth renda sonori i suoi versi puerili, e
l'amico Coleridge addormenti coi suoi i lattanti in culla;
che Lewis colla sua fabbrica di spettri sia soddisfatto al-
lorchè ha atterrite le gallerie ed evocato un fantasma;
che Moore esali nuovi sospiri, e Strangford derubi Moo-
re giurando che ne dà i canti di Camoens; che Hayley
149
Lambe e Lloyd, i più ignobili seguaci di Southey e compa-
gni.
150
Io spero che l'eroe e l'eroina del primo poema che pubbli-
cherà Mr. Scott, saprà un po' più la grammatica della Dama della
Romanza e del suo prode Guglielmo Deloraine.
177
spacci i suoi versi storpi, e Montgomery deliri: che il
pio Grahame salmeggi le sue stupide antifone e Bowles
continui a forbire i suoi sonetti, gridando e lagnandosi

178
fino al quattordicesimo verso: che Stott, Carlisle 151, Ma-
tilde e tutta la brigata di Grub-Street e di Grosvenor-Pla-
ce insudicino fogli fino a che la morte ne abbia liberati
151
Mi si chiederà forse perchè ho criticato il conte di Carlisle,
mio tutore e mio parente, al quale ho dedicato alcuni anni fa un
volume di poesie giovanili. Quella tutela era puramente di nome,
per quanto almeno io abbia potuto avvedermene. Quanto alla pa-
rentela, io non posso rinnegarla, e me ne dolgo; ma siccome piac-
que a Sua Signoria di dimenticarla in una circostanza gravissima
per me, io non veggo perchè dovrei caricarmi la mente di tale me-
moria. Io non credo che gli sdegni personali siano un motivo suf-
ficiente per condannare le opere di un confratello in letteratura;
ma non veggo perchè essi muterebbersi in ragioni preventive,
quando l'autore, nobile o villano, da lungo tempo inganna il pub-
blico illuminato (frase dei manifesti), vendendogli risme di carta
piene di assurdità ortodosse e capitali. D'altra parte non è per via
di digressione che io assalgo il conte; le sue opere cadono sotto la
giurisdizione della critica, insieme con quelle degli altri patrizii
letterati. Se compito appena il mio diciannovesimo anno ho parla-
to favorevolmente di quel cumulo di fogli che Sua Signoria chia-
ma suoi libri, fu in una dedica rispettosa. In ciò io seguii meno il
mio proprio impulso che il giudizio altrui, e mi prevalgo di que-
st'occasione per ritrattarmi pubblicamente. V'ha chi crede ch'io
abbia forti obbligazioni a lord Carlisle; e mi piacerebbe di sapere
di qual natura esse sono, onde apprezzarle convenevolmente e ri-
conoscerle dinanzi a tutti. Quel che umilmente ho espresso sul
conto di lui, è un'opinione fondata sulle sue opere date alla stam-
pa, e son pronto a corredarla, se occorre, con citazioni tolte dalle
sue elegie, apologie, odi, episodii, come anche da certe facete tra-
gedie che portano il suo nome e il marchio suo: Tutto il sangue
degli Howards non può colla sua nobiltà illustrare un paltoniere
o un imbecille! Così dice Pope. Amen.
179
dalle loro rime, o che il senso comune abbia ripreso il
suo impero, bene sta; ma tu, tu i di cui talenti non abbi-
sognano di lodi, lascia gl'ignobili canti a bardi più umili;
la voce del tuo paese, la voce delle nove Suore, dimanda
un'arpa sacra... quest'arpa è la tua. Dimmi, gli annali
della Caledonia non ti porgono essi gesta più gloriose da
celebrare dei combattimenti oscuri di una tribù di ladro-
ni, le cui prodezze più belle fanno arrossire l'umanità?
degli atti perfidi di un Marmione, degni al più di brillare
nei racconti di Robin-Hood, il bandito di Sherwood?
Scozia! rivendica il tuo poeta con orgoglio! I tuoi suffra-
gi siano la sua prima e più bella ricompensa! Ma non è
solo nella tua stima che deve vivere il suo nome; il mon-
do intero sia teatro della sua fama, i suoi canti siano co-
nosciuti anche quando Albione più non sarà; ch'essi nar-
rino ciò ch'ella fu, e trasmettano ai secoli avvenire la ri-
cordanza della sua dileguata grandezza, facendo soprav-
vivere la gloria sua alla caduta della sua potenza.
Ma a che riesciranno le temerarie speranze del poeta?
A che gli varrà di voler conquistare i secoli e lottare
contro il tempo? Nuove ere spiegano le loro ali; nuove
nazioni compaiono, e gli applausi risuonano per nuovi
vincitori152; dopo il cadere di alcune generazioni, quelle
che loro succedono dimenticano il bardo e i suoi canti.
Anche in questa età sonvi poeti amati un tempo che pos-
sono a mala pena reclamare la menzione passeggiera di

152
«Tollere humo, victorque virum volitare per ora.»
VIRGILIO.
180
un dubbio nome! Il suono più fragoroso della tromba
della fama dopo essersi alcun tempo prodotto spira alfi-
ne in un'eco; e la gloria simile alla fenice sul suo rogo di
fiamme spande i suoi profumi, splende un istante e
muore.
La vecchia Granta invocherà ella i suoi figli vestiti di
nero, esperti nelle scienze e più ancora ne' bisticci? Tali
uomini s'avvicineranno essi alla musa? No, no, ella fug-
ge dal loro cospetto, e lo splendore dei premii dell'uni-
versità non può tentarla, sebbene sianvi stampatori che
lordano i loro torchi colle poesie di un Hoare153 o coll'e-
popea in versi bianchi di un Hoyle 154, non quello però il
di cui libro protetto dai giuocatori di whist non ha biso-
gno di genio poetico per farsi leggere155. Voi che aspirate
agli onori di Granta, salite il suo Pegaso; è un ciuco: de-
gno rampollo della sua antica madre di cui l'Elicona è
più trista delle acque stagnanti del suo Cam. È là che
Clarke fa per piacere sforzi pietosi, dimenticando che i
versi cattivi non fan conseguire i gradi accademici. Buf-
fone stipendiato, affettante il contegno di un satirico
scrittor mensile di turpi goffaggini, vile fra i più vili,
creator di menzogne che spaccia alle Riviste; ei consa-
cra alla calunnia il suo spirito degno di tal mestiere, per-

153
Carlo Hoare è autore del Naufragio di San Paolo, poema.
154
Carlo Hoyle è autore dell'Esodo, epopea in tredici canti.
155
V'è un altro Hoyle che ha scritto un poema sul giuoco del
whist, e in cui si raccolgono, come egli stesso dice, tutte le cala-
mità dell'Egitto.
181
chè è egli stesso una satira vivente della specie uma-
na156.
Oh nero asilo di una razza vandalica!157 Orgoglio e
vergogna della scienza! così estraneo a Febo che la tua
fama non può venirne più bella pei versi di Hodgson 158,
nè offuscarsi per quelli del miserabile Hewson 159. Ma la
musa ama i luoghi in cui la bella Iside svolge la sua lim-
pida onda; su quelle verdi rive le sue mani hanno intrec-
ciato un serto anche più verde per coronarne i bardi che
convivono nel suo classico boschetto. Quivi Riccardo
s'innalza sui suoi poetici vanni e rivela ai moderni Bret-
toni la gloria dei padri loro160.
156
Quest'uomo in cui la manía dello scrivere si è manifestata
coi sintomi i più tremendi, è autore di un poema intitolato: l'Arte
di Piacere, come «lucus a non lucendo,» contenente poche cose
piacevoli e mondo di ogni poesia. Egli dà inoltre un materiale
mensile di calunnie ai nostri libellisti.
157
«L'imperatore Probo trasportò nella contea di Cambridge un
corpo considerabile di Vandali.» (GIBBON, Stor. della Dec.) Non
v'è più da dubitare della verità di quest'asserzione; la razza vi si è
maravigliosamente conservata.
158
Il nome di questo gentiluomo non ha bisogno dei nostri elo-
gii: lo scrittore che spiega tanto genio in una traduzione, compor-
rà ancora eccellenti prose originali. Giova sperare che ei non ce le
faccia aspettar molto tempo. Oltre una traduzione di Giovenale,
Mr. Hodgson ha pubblicato Giovanna Grey, Sir Edgardo e gli
Amici, poema in quattro canti. Ha anche tradotto in compagnia
del dottor Butler l'insulsa epopea di Carlomagno, di Luciano Bo-
naparte.
159
Hewson Clarke.
160
I Brettoni Aborigeni, eccellente poema di Richard.
182
Per me, che senza missione ho osato dire al mio paese
quel che i suoi figli non sanno che troppo bene, geloso
del suo onore, io non ho esitato ad affrontare la falange
degli stolti che infestano il nostro reame. Il tuo nome
onorato non perderà alcuno de' suoi veri titoli di gloria,
o terra della libertà! diletta alle muse! – Albione, perchè
i tuoi poeti, emuli della tua gloria, non possono rendersi
più degni di te? Ciò che furono Atene per la scienza,
Roma pel potere, Tiro nel meriggio delle sue prosperità,
bella Albione, tu potevi esserlo, arbitra della terra, regi-
na incantevole dell'Oceano; ma Roma è caduta, Atene
ha sparso la terra de' suoi avanzi, la mole orgogliosa di
Tiro è sepolta sotto le sue onde; come di quella i nostri
occhi possono vedere svanire la tua potenza, e cader
l'Inghilterra, baloardo del mondo. Ma fermiamoci; te-
miamo il destino di Cassandra; temiamo che non si
compiano le predizioni sprezzate; e la mia musa, pren-
dendo un volo meno alto, esorti i tuoi poeti a farsi un
nome come il tuo.
Sfortunata Inghilterra! Dio benedica coloro che ti reg-
gono, oracoli del Senato e ludibrio del popolo! I tuoi
oratori continuino a spargere fiori di rettorica, in man-
canza di senso comune, intantochè Canning merca odio
coll'ingegno, e la vecchia Portland161 occupa il posto di
161
Uno de' miei amici a cui venne chiesto perchè Sua Grazia, il
duca di Portland, fosse accennato sotto il titolo di vecchia, rispo-
se: «perchè ha passata l'età della fecondità.» – Sua Grazia è anda-
ta a raggiungere le sue nonne, vicino alle quali dorme profonda-
mente come soleva in vita; il suo sonno però quando esisteva era
183
Pitt.
Ricevi dunque i miei addii! già s'enfia la vela che
deve trasportarmi lungi da te: fra breve i miei occhi ve-
dran la spiaggia Africana, il promontorio di Calpe162 e i
minareti di Stambul163: di là io volgerò i miei passi nella
patria della bellezza164, nei luoghi dove s'innalza il
Kaff165 col suo mantello di roccie e la sua corona di
nevi. Ma se ritorno, un vano amore di celebrità non to-
glierà dal mio portafoglio il giornale del mio viaggio.
Uomini inetti da lungi venuti si affrettino a stampare e
rubino a Carr la palma del ridicolo; Aberdeen e Elgin 166
inseguano l'ombra della gloria nelle regioni della virtù,
gettino migliaia di sterline per l'acquisto di opere muti-
late, e convertano le loro stanze in un mercato di ruderi
d'arte. Lascio ai dilettanti la cura di parlare delle torri di
Dardano; lascio la topografia al disinvolto Gell167, e ac-
consento volentieri a non infestar più l'orecchio del pub-
blico almeno colla mia prosa.
È così ch'io ho finito tranquillamente il mio corso, pa-
più utile della vigilanza de' suoi colleghi.
162
Calpe è l'antico nome di Gibilterra.
163
Costantinopoli.
164
La Georgia, celebre per la bellezza de' suoi abitanti.
165
Il Caucaso.
166
Lord Elgin si sforza di persuaderci che tutte le statue, coi
naso o senza naso, che ha comprate, sono opere di Fidia! Credat
Judæus.
167
Disinvolto infatti, egli ha misurato in tre giorni i dominii del
re Priamo! L'avevo chiamato classico prima di veder la Troade,
ma ora non voglio più dargli un nome che non gli spetta.
184
rato a far fronte ai crucci, armato contro ogni egoistico
timore. Questi versi io non ho mai sdegnato di ricono-
scerli; la mia voce senz'essere importuna non è del tutto
nuova; ella si è fatta udir un'altra volta, sebben meno
alta, e se il mio libro non portava il mio nome, almeno
io non l'ho mai ripudiato; ora squarcio il velo. – Avven-
tate le mute, la vostra preda vi sta innanzi; nulla l'atterri-
sce, nè i gridi della casa Melbourne, nè la collera di
Lambe, nè la sposa di Holland, nè Jeffrey colla sua pi-
stola senza palla, nè Hallam col suo furore, nè i bruni fi-
gli di Edina colle loro pagine di zafferano. I nostri eroi
scozzesi assaggeran rudi colpi: essi sentiranno che son
fatti di materie penetrabili; e benchè io non pretenda
escir dal combattimento senza una scalfitura, il mio vin-
citore pagherà cara la sua vittoria. Fu un tempo in cui
nessuna parola dura cadeva dalle mie labbra, ora imbe-
vute di fiele; in cui in onta di tutti gli imbelli e di tutte le
mondane stoltezze l'essere più abbietto e più vile provo-
cato non avrebbe il mio dispregio; ma dalla mia giovi-
nezza in poi io sono mutato, son divenuto altero, ho im-
parato a pensare e a dire aspramente la verità, a beffarmi
delle sentenze magistrali del critico e ad attaccarlo sulla
ruota ch'ei mi destinava, a derider la ferula che uno
scrittoruzzo vorrebbe farmi baciare, e a restar indiffe-
rente agli applausi o ai fischi delle corti e della folla; più
anche, affrontando lo sdegno di tutti i poeti miei rivali,
io posso stendere a' miei piedi un insulso verseggiatore,
e armato dal capo alle piante gettar la manopola al de-

185
predatore della Scozia e allo sgherro d'Albione. Ciò io
ho osato: se il mio verso imprudente ha calunniato la
nostra età immacolata, è ciò che altri potran dire, è ciò
che può ora dichiarare il pubblico che sa essere di rado
indulgente, ma che anche più di rado è ingiusto.

186
POST-SCRIPTUM
PUBBLICATO COLLA SECONDA EDIZIONE.

Ho saputo dopo che questa seconda edizione è sotto i


torchi, che i miei degni ed amati cugini della Rivista
d'Edimburgo preparano una critica delle più virulenti
contro la mia povera, dolce e inoffensiva musa, che han
di già voluta avvilire colle loro sozze ribalderie
«Tantæne animis coelestibus iræ!»
Debbo dire di Jeffrey, quello che sir Andrea Mal-di-
Gota168 dice: «se l'avessi creduto sì buon spadaccino lo
avrei voluto veder dannato prima che battermi con lui!»
Che disgrazia ch'io debba essere al di là del Bosforo in-
nanzi che il futuro numero della Rivista abbia passato il
Tweed! ma io spero di poter accendere con esso la mia
pipa in Persia. I miei amici del Nord mi hanno accusato
con giustizia di personalità verso il loro grande antropo-
fago letterario Jeffrey; ma come fare diversamente con
lui e colla sua sconcia muta che vive di menzogne e di
scandoli, e si abbevera di calunnie? Io ho citato fatti già
molto conosciuti, ed ho detto liberamente sopra di lui la
mia opinione senza che gliene venga alcun danno. S'in-
sudicia un nettafogne gettandogli fango? Si dirà forse
ch'io lascio l'Inghilterra perchè vi ho censurato persone
d'intelletto e di onore. Ma io tornerò, e la loro vendetta
168
Personaggio di Shakspeare.
187
potrà tenersi desta fino al mio arrivo. Quelli che mi co-
noscono possono attestare che i motivi che mi fan ab-
bandonar l'Inghilterra non han nulla di comune con ti-
mori letterarii o personali; quelli che non mi conoscono
potran forse convincersene un giorno. Dopo la pubblica-
zione di questo scritto io non ho tenuto nascosto il mio
nome; ho abitato quasi continuamente Londra, accinto a
rispondere per le mie trasgressioni, e vi ho aspettato
ogni giorno cartelli di sfida; ma oimè! i dì della cavalle-
ria son passati, o per dirla in termini volgari, il secolo
prurisce di viltà.
Vi è un giovine chiamato Hewson Clarke. scolaro del
collegio Emanuele, nativo, mi si è detto, di Berwick sul
Tweed, che ho introdotto in queste pagine in miglior
compagnia ch'ei non soglia frequentarne. Ciò non impe-
disce ch'ei non sia furioso contro di me senza ch'io ne
possa allegare altra ragione che una contesa personale
con un orso ch'io allevai a Cambridge per concorrere
agli esami del collegio, e che la gelosia dei suoi rivali ha
frustrato del suo intento. Ebbene, quest'individuo mi ha
ingiuriato nel satirico per un anno e alcuni mesi, e quel
che v'è di peggio l'essere innocente di cui ho parlato è
stato immolato del pari alla sua collera. Io non credo di
avergli dato alcun motivo di malcontento, e non ho ap-
preso il suo nome, a dir il vero, che dal Satirico. Ei non
ha dunque alcuna ragione di lagnarsi; e come sir Fretful
Plagiary169 son sicuro che è piuttosto pago che no. Ora
169
Nome di un personaggio del Critico, commedia di Sheri-
188
ho mentovato tutti quelli che mi han fatto l'onore di par-
lar di me e dei miei, cioè a dire, del mio orso e del mio
libro, ad eccezione del Satirico, che a quel che pare, è
un uomo come va. Dio lo voglia! Sarei contento che egli
insegnasse un po' della sua maniera di vivere agli im-
brattatori di fogli suoi subordinati. Mi si dice che Mr.
Jerningham intende di assumere le difese di Lord Carli-
sle suo mecenate. Io spero che ciò non sia; egli è del
piccol numero di quelli che durante la mia infanzia e le
poche attinenze che ho avute con loro, mi han trattato
con bontà. Checchè egli dica o faccia, sopporterò tutto
da lui. Io non ho più nulla da aggiungere fuori dei miei
ringraziamenti generali ai lettori, compratori e editori; e
per servirmi delle parole di Scott non debbo che con-
chiudere augurando a tutti la buona notte, rosei sogni e
un riposo soave.

dan.
189
POESIE DIVERSE
COMPOSTE
NEGLI ANNI 1807, 1808, 1809 E 1810.

190
POESIE DIVERSE.
PREGHIERA DELLA NATURA.

Padre della luce, gran Dio del Cielo, odi tu gli accenti
della disperazione? Un colpevole, qual è l'uomo, può
egli ottenere perdono? può il delitto essere espiato dalle
preghiere?
Padre della luce, è a te ch'io ricorro! Tu vedi le tene-
bre della mia anima! Tu che noti la caduta del piccolo
augello, tu allontana da me la morte del peccato.
Gli ipocriti innalzino una cupa basilica; la supersti-
zione saluti l'edificio; i sacerdoti per estendere il loro lu-
gubre impero, ingannino gli uomini coi loro pretesi di-
ritti;
Tu insegnami, tu solo il sentiero della verità! Io credo
alla tua tremenda onnipotenza: riforma tu la mia giovi-
nezza obbliandone i falli.
L'uomo restringerà egli l'impero dell'Onnipossente
sotto quelle vôlte gotiche di pietre periture? Il tuo tem-
pio è la faccia del giorno; la Terra, il Cielo, l'Oceano
sono il tuo trono.
L'uomo condannerà esso la sua progenie allo inferno
a meno che non si prostri davanti a' suoi simulacri? Ci
dirà egli che perchè uno fallì, tutti debbono perire nella
medesima tempesta?
Ognuno volendo salire al cielo condannerà dunque

191
alla morte il fratel suo, la cui anima alimenta altre spe-
ranze, che si pasce di dottrine meno severe?
Costoro con dommi che non san deffinire prepareran-
no una felicità o un infortunio eterno? I rettili striscianti
sulla terra entreran ne' consigli del Creatore?
Costoro che vivono per se soli, di cui gli anni trascor-
rono componendosi di giorni colpevoli, colla fede espie-
ranno i delitti? vivranno oltre a' limiti del tempo?
Padre del genere umano, io non cerco le leggi d'alcun
profeta. Le leggi tue si manifestano nelle opere della na-
tura: io me conosco corrotto e debole, e nondimeno
t'implorerò perchè tu mi ascolti!
Tu che puoi guidare la stella errante in mezzo ai regni
insolcati dell'etereo spazio; tu che sedar puoi le guerre
degli elementi, e la cui mano si stende da un polo all'al-
tro;
Tu che nella tua saviezza mi hai qui collocato, che ad
un cenno di qui mi ritrarrai: ah! finchè io calpesterò
questa sfera terrestre, protendi fino a me la tua valida di-
fesa.
A te, mio Dio, io ricorro! Checchè mi avvenga di
bene o di male per tuo volere, io cado o m'innalzo, e
nella tua protezione confido.
Se quando questa polvere alla polvere sarà ritornata,
se allora la mia anima s'invola sopra aeree ali, oh, come
ella adorerà il tuo nome glorioso! quali canti esso ispire-
rà alla sua debole voce!
Ma se questo fuggevole spirito deve partecipare col-

192
l'argilla al riposo eterno della tomba, finchè mi resterà
un battito di vita, io innalzerò verso te la mia prece, do-
vessi estinto non abbandonar più gli estinti.
A te io sollevo il mio umile canto riconoscente di tut-
te le tue grazie passate; e in te io spero, mio Dio, spero
che in te ricader debba questa vita errante dopo il suo
corso mortale.

L'ADDIO.

Scritto in un tempo in cui l'autore credeva di dover


presto morire.

Addio, collina170, dove le gioie dell'infanzia sparsero


di rose la mia fronte, dove la scienza chiama il lento
scolare per compartirgli i suoi tesori; addio, amici o ne-
mici della mia giovinezza, compagni dei miei primi pia-
ceri, delle mie prime pene: non più percorreremo insie-
me i sentieri di Ida; io scenderò fra breve nella bruna di-
mora, i cui abitanti dormono eternamente inconscii del
dì.
Addio, antichi e regali templi, che innalzate le vostre
agili cime nella valle di Granta, in cui regnano la Scien-
za colle sue brune divise e la pallida Malinconia. Com-
pagni delle mie più liete ore, abitanti del classico sog-
giorno bagnato dal Cam171 dalle verdi rive; ricevete i
170
Harrow.
171
È il nome del fiume da cui Cambridge (ponte del Cam) ha
193
miei saluti finchè la memoria mi rimane, perocchè per
me fra poco queste ricordanze si dilegueranno immolate
sull'altare dell'obblio.
Addio, montagne dei paesi che mi videro crescere,
dove il Loch-na-Garr nevoso e sublime alza la gigante-
sca sua fronte. Perchè, regioni del Nord, la mia infanzia
si allontanò essa da voi onde mischiarsi ai figli dell'or-
goglio? Perchè abbandonai io la mia caverna dei monti,
Marr e le sue negre boscaglie, il Dee e i suoi limpidi
flutti?
Dimora de' miei padri, per lungo tempo addio..... ma
a che proferirei questa parola? L'eco delle tue vôlte ripe-
terà il mio annunzio di morte; le tue torri sorgeranno
sulla mia tomba. La voce languida che ha cantata la tua
presente ruina e la tua gloria antica 172, non può più far
intendere i suoi semplici accenti; ma la lira ha conserva-
te le sue corde, e il soffio dei zeffiri vi sveglierà talvolta
i suoni morienti di una melode colica.
Campi che ricingete questa rustica capanna, finch'io
respiro ancora, addio! voi non siete dimenticati, cara mi
è ancora la vostra rimembranza. Fiume173 che mi hai
spesso visto nell'ardore del dì avventarmi nel tuo seno e
fender celere la tua onda fremente, i tuoi flutti non ba-
gneranno più questo corpo ora senza forze.
E dovrò io qui scordare un luogo più caro anche al

ricavato il nome.
172
Vedi le Ore d'Ozio.
173
Il fiume Grete a Southwell.
194
mio cuore? Catene di rupi s'innalzano, fiumi trascorrono
fra me e quel soggiorno che la passione mi abbellì: non-
dimeno, o Maria174, la tua bellezza mi ritorna viva come
un tempo, nel sogno incantevole dell'amore, che un tuo
sorriso avea fatto nascere. Fino a che il lento male che
mi consuma non abbia abbandonata la sua preda alla
morte, madre della distruzione, la tua immagine non po-
trà dileguarsi dalla mia memoria.
E tu, mio amico175, il cui dolce affetto commuove
ogni fibra del mio cuore! oh! quanto la tua amicizia era
al disopra di ciò che le parole possono esprimere! Io
porto ancora sul mio cuore la tua gemma, dono sacro
della tenerezza la più pura, bagnata dianzi da una lagri-
ma de' tuoi occhi! Le nostre anime erano eguali, e la dif-
ferenza de' nostri destini posta in obblío: l'orgoglio solo
potrà farmi di ciò un rimprovero.
Tutto, tutto è ora squallido e senza gioie! Nessuna
memoria di un amore menzognero può raccender più le
mie vene, o rendermi i palpiti della vita: la speranza
stessa di un avvenire immortale non potrebbe coll'allet-
tativa delle sue corone riscuotermi dal mio sonno, disto-
gliermi dal mio sopore. Sarò vissuto senza gloria per
umiliare il mio volto nella polvere, e confondermi nella
folla degli estinti?
Oh! gloria, divinità della mia anima, felice quegli a

174
Maria Duff. Vedi le Ore d'Ozio.
175
Eddlestone, il corista di Cambridge, nominato pure nelle
Ore d'Ozio.
195
cui ti degni sorridere! Infiammato dai tuoi fuochi eterni,
la morte non ha alcuna possa su di lui, e il dardo di que-
sta cade rintuzzato. Ma a me ella accenna di seguirla, ed
io manco oscuro e inonorato. Nissuno rammenterà ch'io
esistessi, la mia vita sarà stato un sogno breve e volgare.
Mischiato alla folla ignobile, in un drappo mortuario ri-
posano le mie speranze; nell'obblío sta il mio destino.
E quando dormirò dimenticato sotto le zolle che cal-
carono un tempo i miei passi fanciulleschi, e in cui deve
ora posare il mio capo, la mia misera tomba non sarà ba-
gnata che dalle rugiade della notte, o dalle lagrime del-
l'uragano. Gli occhi di nessun mortale non verranno ad
inumidire il cespite che cuoprirà un nome ignorato.
Anima irrequieta, dimentica questo mondo! Volgiti al
Cielo, è là che fra breve devi drizzare il volo, se i tuoi
falli ti furono perdonati. Próstrati dinanzi all'Onnipos-
sente, e innalza fino a lui la tua preghiera tremante. Egli
è pio e giusto, e non respingerà un figliuolo della polve-
re, sebbene il più misero oggetto delle sue cure.
Padre della luce, sei tu ch'io chiamo! Un'atra notte mi
sta fitta nel cuore, e tu che osservi la caduta del più pic-
colo insetto, tu allontana da me la morte della colpa. Tu
che guidi l'astro vagabondo, che degli elementi raffreni
il furore, che hai per mantello l'infinito firmamento, per-
donami i miei pensieri, i miei falli, le mie parole, e dac-
chè debbo presto cessare di vivere, tu, tu, gran Dio, in-
segnami come si muore.

196
AD UNA VANA GIOVANE.

Oh! fanciulla imprudente, perchè rivelar quello che


non doveva mai esser noto? Perchè distruggere così la
tua pace, e scavarti per l'avvenire una sorgente di lagri-
me?
Oh! tu piangerai, fanciulla insensata, mentre segreta-
mente sorrideranno i tuoi gelosi nemici: tu piangerai per
avere ripetuto le parole ingannevoli che ti furono rivol-
te.
Vana fanciulla, i tuoi giorni di lutto si avvicinano, se
tu credi a quello che ti dicono i giovani: oh! fuggi i lacci
della tentazione, nè divenir preda di uno scorto sedutto-
re.
E tu ripeti con fanciullesca baldanza le parole che non
ti son dette che per inganno? La tua pace, le tue speran-
ze, tutto che hai di più caro è perduto, se facile troppo
sei ad accoglierle.
Mentrechè fra le tue compagne tu loro narri i tuoi dol-
ci colloqui, non miri tu sulle loro labbra quei sorrisi bef-
fardi che la duplicità vorrebbe invano nascondere!
Le tue memorie seppelliscile nel silenzio; non attirare
sopra di te gli sguardi di tutti: qual vergine modesta po-
trebbe senza onta ritessere le lodi che le fece un adulato-
re?
Un giovine non disprezzerà egli quella che si compia-
ce in ridire le parole dolci che le son vôlte....., che im-
maginandosi il Cielo ne' suoi occhi, non sa smascherare

197
l'impostura sì tenuemente ricoperta?
Perocchè colei che gode nel rivelare quei nulla amo-
rosi che la vanità le impedisce di tenere segreti, deve ne-
cessariamente credere a tutto quello che le si dice, che le
si scrive.
Desisti dunque, se poni qualche prezzo all'impero
della tua beltà, desisti da tai modi! Non è per gelosia che
ti do l'ammonimento: colei che la natura fece tanto
vana, io posso commiserarla; amarla non potrei.

AD ANNA.

Oh, Anna, le tue offese verso di me furono gravi! Ho


creduto che nissuna espiazione valesse contro il mio
cruccio; ma la donna fu creata per comandarci e ingan-
narci; rividi il tuo volto, e ti ho quasi perdonato.
Io avevo giurato che non ti avrei neppur per un mo-
mento più rispettata; e nondimeno un giorno di separa-
zione mi parve lungo: quand'io ti rividi ero risoluto a
non fidarmi più di te; il tuo sorriso mi convinse in breve
dell'errore de' miei sospetti.
Io avevo giurato in un impeto di sdegno giovanile di
consacrarti quinci innanzi al più freddo disprezzo: io ti
vidi... e la mia collera divenne ammirazione; ed ora tutti
i miei desiderii, tutte le mie speranze sono di riconqui-
starti.
Contro una bellezza, quale è la tua, oh, quanto è vano
il contendere! Così io mi inchino umilmente dinanzi a te

198
per ottenere il mio perdono. Per terminare un dissidio
inutile io non aggiungo che una parola; tradiscimi, mia
dolce Anna, quand'io cesserò di adorarti.

ALLA STESSA.

Oh! non dire, fanciulla, che il destino avesse decreta-


to che il cuore che ti adora cercasse di abbandonarti: sa-
rebbe stato per me il destino più spietato, quello che ra-
pito mi avesse per sempre l'amore e la beltà.
I tuoi sdegni, amabile giovane, sono soli i destini che
mi costringeranno a frenare la mia tenera ammirazione;
furon questi che distrussero ogni mia speranza, ogni mio
voto, finchè i sorrisi non vennero a inebbriarmi di nuo-
vo.
Come si vede nella foresta l'edera e la quercia attorci-
gliate affrontare riunite il furore della tempesta, così la
mia vita e il mio amore furon destinati dalla natura a
fiorire insieme, o insieme a mancare.
Non ripeter dunque, mia dolce Anna, che i fati han
decretato che il tuo amante ti lasci; finchè i fati non
avran comandato a questo cuore di cessare di battere, la
mia anima, la mia esistenza saranno assorte in te.

199
ALL'AUTORE DI UN SONETTO CHE COMINCIAVA:
«Tristo è il mio verso, voi dite, e nondimeno non fa
piangere.»

Il tuo verso è triste abbastanza, abbine fede, più triste


che sensato! Io non so perchè dovessimo piangere, a
meno che non piangessimo per compassione di te.
Pure vi è qualcuno ch'io anche più di te commisero, e
credo, oimè! con giustizia; perocchè io son sicuro che
quegli che per sua sventura legge le tue rime deve orri-
bilmente soffrire.
Le tue rime senza un sortilegio non possono passarsi
a rassegna due volte: pure il loro effetto non è in alcun
modo tragico, comechè troppo goffe perchè possano far
ridere.
Ma vuoi tu metterci la disperazione nel cuore, e in-
fliggerci un'angoscia non comune?... se ciò vuoi fare, e
vuoi vederne piangere, dinne che vuoi rileggerci i tuoi
canti.

SOPRA UN VENTAGLIO TROVATO.

In un cuore che sentisse ora come un tempo sentì,


questo ventaglio avrebbe potuto risuscitare una fiamma;
ma ora questo cuore non può più intenerirsi; troppo è
mutato da quello di prima.
Allorchè un fuoco sta per ispegnersi, ciò che ne rad-
doppiava l'attività e lo faceva ardere con maggior forza

200
serve solo ad affrettare l'estinzione delle sue ultime scin-
tille.
Come molti giovani e molte fanciulle il rimembrano,
così addiviene dei fuochi dell'amore quando è morta
ogni speranza, e che essi scompaiono sepolti sotto le
loro ceneri.
La prima vampa, benchè non ne rimanga più vestigio,
può essere raccesa da una mano esperta: così non è,
oimè! dell'ultima; nessuno ha il potere di farla rivivere.
O se per avventura essa si risveglia, se la fiamma non
è per sempre soffocata, è sopra un altro oggetto (così
vuole un bizzarro destino) che si spande il suo primo ca-
lore.

ADDIO ALLA MUSA.

Divinità che regnasti sui giorni della mia prima età,


giovane figlia dell'immaginazione, è tempo che ci divi-
diamo: la brezza rechi seco anche questo mio canto, che
sarà l'ultimo; quest'effusione del mio cuore, la più tepida
di tutte.
Questo cuore, sordo ora all'entusiasmo, imporrà silen-
zio ai tuoi accenti selvaggi, nè ti chiederà più di cantare;
i sentimenti della mia adolescenza che avevan sostenuto
il tuo volo fuggirono lungi da me, sull'ali dell'apatía.
Per quanto semplici fossero i temi della mia rozza
lira, io gli ho obbliati per sempre; gli occhi che avviva-
vano i miei sogni han cessato di risplendere; le mie vi-

201
sioni dileguaronsi, oimè! per non più ritornare.
Allorchè si è bevuto il néttare che empieva la tazza, è
vano il voler prolungare le gioie del banchetto. Allorchè
è fatta gelida la beltà che viveva nel mio cuore, qual po-
tenza della fantasia varrebbe a rianimare i miei metri?
Le mie labbra possono esse parlar di amore nella soli-
tudine; parlar di baci e di sorrisi, ai quali è forza per loro
il rinunziare? Possono esse con diletto riandare le ore
passate? Oh! no, perchè quelle ore non saprebbero più
esser mie.
Parleranno esse di amici, alla cui affezione avevo
consacrata la mia vita? L'amistà senza dubbio nobilite-
rebbe i miei carmi! ma quale interesse desterebbero i
miei versi nella loro anima quando posso appena sperare
di rivederli?
Narrerò io le geste de' miei padri, e innalzerò i suoni
della mia arpa a celebrare la loro gloria? Per glorie quali
sono le loro debole è troppo la mia voce! Molle è la mia
ispirazione a cantar le imprese degli eroi!
Intatta dunque io depongo la lira; lascio ai venti la
cura di farne risuonare le corde: ella tace, e ad un termi-
ne son giunti i miei deboli sforzi. Quelli che l'intesero
mi perdoneranno il passato sapendo che la sua voce non
sarà ascoltata più.
La sua incerta e irregolare melodia verrà fra breve ob-
bliata, ora che dissi addio all'amistà ed all'amore! Felice
sarebbe stato il mio destino, bella la mia sorte, se il mio
primo inno d'amore fosse stato anche l'ultimo.

202
Addio dunque, mia giovane musa, giacchè non dob-
biam più rivederci: se i nostri canti furon languidi, essi
almeno furon pochi: speriamo che il presente ci sarà
dolce... il presente... che pone un suggello alla nostra
eterna separazione.

A UNA QUERCIA DI NEWSTEAD176.

Giovine quercia, allorchè io ti piantai nel terreno,


ebbi speranza che i tuoi giorni sarebbero stati più lunghi
dei miei; che le tue spesse foglie lungo tempo avrebbero
ondeggiato per l'aere e che intorno al tuo tronco vigoro-
so l'edera avrebbe intrecciato il suo manto.
Tale era la mia speranza allorchè nei giorni della mia
fanciullezza io ti vedevo crescere con orgoglio sul suolo
176
Lord Byron allorchè fece la sua prima visita a Newstead nel
1798, piantò una quercia nel giardino, ed ebbe l'idea che finchè
quell'albero fiorisse, fiorito sarebbe il suo destino. Rivisitando
l'abbazia, allorchè lord Grey di Ruthven vi dimorava, trovò la
quercia ricinta di male erbe e quasi inaridita; fu in quell'occasione
ch'egli scrisse questo poemetto. – Qualche tempo dopo che il co-
lonnello Wildman, proprietario di quel dominio, ne ebbe preso
possesso, egli notò un dì quella quercia, e disse al domestico che
lo accompagnava: «È una bella quercia e molto giovine; ma biso-
gna tagliarla perchè questo non è posto da essa.» – «Spero di no,
signore, rispose il servo, perocchè è quella della quale Milord era
tanto vago, perchè l'aveva piantata egli medesimo.» Il colonnello
ne ha per conseguenza presa ogni cura. Essa viene mostrata al fo-
restiere come la quercia di Byron, e promette di eguagliare un dì
la celebrità del gelso di Shakspeare e del salice di Pope.
203
dei miei padri: ma passati sono quei tempi; ed ecco ch'io
bagno il tuo cespo colle mie lagrime. Le erbe da cui sei
ricinta non possono celarmi il tuo destino.
Io ti lasciai, mia quercia, e da quell'ora fatale uno
straniero dimorò nell'ostello de' miei maggiori; finch'io
non sia uomo, nulla potrò fare per te; egli solo potrebbe,
egli che obbliandoti ti ha fatto quasi perire.
Oh! tu eri robusta, ed anche ora poche cure bastereb-
bero a ravvivarti, a sanar le tue margini: ma non eri de-
stinata ad aver parte alla sua affezione: e che poteva uno
straniero sentire per te?
Deh, non piegare il capo, mia quercia! Rialzati un
istante; prima che questo mondo abbia fatto due volte il
giro dell'astro che t'illumina, la mia adolescenza avrà
compiti i suoi anni di prova, e tu sorriderai di nuovo sot-
to le mani del tuo signore.
Vivi dunque, e sollevati al disopra delle erbe parassite
che inceppano il tuo crescere e assistono alla tua deca-
denza; nel tuo seno sono anche i giovani umori della
vita, e i tuoi rami possono ancora spiegarsi in tutta la
loro bellezza.
Sì, anni di maturità ti sono ancora riserbati, sebbene
io dormissi nella caverna della morte; tu sprezzerai il
tempo e il soffio agghiacciato degl'inverni; per molti se-
coli i raggi dell'aurora verranno a incolorir le tue fronde.
Per molti secoli i tuoi rami leggermente ondeggieran-
no sul sepolcro del signor tuo, su di cui sorgerai come
tenda: e mentre le tue foglie proteggeran così il suo se-

204
polcro, il tuo nuovo possessore verrà pure ad adagiarsi
alla tua ombra.
Allorchè seguíto da' suoi figli andrà a visitare quel
luogo, egli dirà loro sommessamente di proceder con ri-
verenza. Oh! sì, il mio nome vivrà nella loro memoria;
le rimembranze santificano le ceneri dei trapassati.
E qui, sclameranno essi, allorchè la sua vita era nella
sua aurora, forse egli ha esalato i suoi primi canti di gio-
ventù; e qui dev'egli dormire infino a che i momenti del
tempo rimangano assorti nelle ore dell'eterno giorno.

RIVISITANDO HARROW177.

Qui gli occhi dello straniero lessero parole semplici,


vergate dall'amistà; quelle parole eran poche, e nullame-
no la mano della collera le distrusse.
Malgrado però le sue incisioni profonde le parole non
vi rimasero cancellate; esse erano ancora tanto visibili,
che un giorno l'amicizia di ritorno vi gettò sopra gli oc-
chi, e le sentì riprodursi con diletto nella memoria.
Il pentimento le ritornò quindi al pristino stato; il per-
dono vi mescè il suo nome soave; tanto bella quell'iscri-
zione alfine ridivenne, che l'amicizia la riputò esser
177
Allorchè Byron viveva ad Harrow, uno dei suoi amici scolpì
in un certo luogo il nome di entrambi loro, aggiungendovi alcune
parole che esprimevano i sentimenti che gli univano. Byron per
qualche ingiuria reale o immaginaria cancellò poscia quell'iscri-
zione prima della sua partenza. Rivisitando quel luogo nel 1807
egli vi scrisse queste stanze.
205
sempre la stessa.
Essa vi sarebbe ancora, ma oimè! in onta degli sforzi
della speranza e delle lagrime dell'amore, l'orgoglio ac-
corse di nuovo e l'ebbe per sempre annullata.

O MIO FIGLIO178.

Queste treccie d'oro, questi occhi azzurri, splendidi


come quelli di tua madre; queste labbra di rosa di sì se-
ducente sorriso, mi ricordano una felicità che più non
esiste, e commuovono il cuore di un padre.
E tu balbutisci già il nome del tuo genitore... ah! Gu-
glielmo, perchè un tal nome non è anco il tuo! ma ab-
bandoniamo gli amari sospetti e le triste memorie. Le
mie cure provvederanno al tuo riposo, l'ombra di tua
madre sorriderà lieta, e mi perdonerà tutto il passato.
Un semplice cespo ha coperto la sua umile tomba, e
tu hai premuto il seno di una straniera; la derisione in-
sultò al nascer tuo, ed è a stento s'ella ti lascia ancora un
nome. Che importa? le tue speranze non svaniranno per
ciò; il cuore di un padre ti rimane, o mio figlio.
Che cale a me del mondo e del suo barbaro rigore?
Debbo io rinnegare i diritti sacri della natura? No, do-
vessero i moralisti disapprovarmi, io ti saluto, cara prole
dell'amore, bel cherubino, pegno di giovinezza e di gio-
ia; un padre protegge la tua culla, mio figlio.
178
Questo figlio non è mai esistito, almeno di cognizione pub-
blica.
206
Oh! prima che gli anni abbiano aggrinzita la mia
fronte, prima che la mia vita sia giunta a metà del suo
corso, quanto mi sarebbe dolce il vedere in te in pari
tempo un figliuolo e un fratello, e il consacrare gli ulti-
mi miei anni al tuo sollievo.
Sebben giovine e imprudente, come è tuo padre, la
giovinezza non attenuerà in lui i sentimenti paterni; e
quand'anche tu gli fossi meno caro, finchè l'immagine di
Elena rivivrà in te, questo cuore ancora palpitante della
sua felicità passata non ne abbandonerà mai il frutto,
mio figlio.

ADDIO, E SE NEL CIELO È UDITA LA PREGHIERA.

Addio, e se nel cielo è udita la preghiera di un'anima


fervida che intercede per la felicità di un'altra, la mia
non si sarà perduta per l'aere, ma recato avrà il tuo nome
oltre il firmamento. Che varrebbe il parlare e il gemere?
Oh! più dolori che non ne saprebbero esprimere lagrime
di sangue, versate da occhi di un colpevole spirante, rac-
chiudonsi in questa parola... Addio!... Addio!
Le mie labbra son mute, i miei occhi asciutti; ma son-
vi nel mio seno, sonvi nel mio cervello spasimi che non
cesseranno, un pensiero che non si assopirà. La mia ani-
ma non osa, nè degna querelarsi, malgrado l'impeto del
mio dolore e della mia passione. Tutto quel ch'io so è
che abbiamo amato invano; tutto quel che sento è l'orro-
re di questa parola... Addio.. Addio!

207
SPLENDIDO SIA IL SOGGIORNO
DELLA TUA ANIMA.

Splendido sia il soggiorno della tua anima! Nessuna


anima più amabile della tua infranse i suoi ceppi mortali
per rifulgere nelle sfere celesti.
Sulla terra per poco non eri divina, come il sarai nel-
l'eternità. Noi possiamo calmare il nostro dolore, pen-
sando che il tuo Dio è teco.
Lieve sia la zolla che cuopre la tua tomba! la sua ver-
zura brilli come lo smeraldo: non deve esservi un'ombra
di tristezza in tutto ciò che ci fa risovvenire di te.
Giovani fiori e un albero sempre verde crescano nel
luogo in cui riposi: ma non vi si vegga ne il tasso, nè il
cipresso; perocchè a che piangeremmo noi per i beati?

QUANDO CI SIAMO LASCIATI.

Quando ci siamo lasciati in silenzio e in lagrime, col


cuore a metà infranto per non rivederci più per lungo
tempo, pallida e fredda divenne la tua gota, più freddi
ancora i tuoi baci: quei momenti presagirono i dolori di
questo.
La rugiada del mattino scese agghiacciata sulla mia
fronte. Quel ch'io provavo allora era l'annunzio di quello
che ora provo. Tu hai violati tutti i tuoi giuramenti, e lie-
ve è la tua fama; io odo proferire il tuo nome e ne divido
l'onta.

208
Taluno ti nomina dinanzi a me; è un annunzio di mor-
te al mio orecchio; e io rabbrividisco. Perchè mi fosti tu
tanto cara? Essi ignorano ch'io t'abbia conosciuta, io che
sì bene ti conobbi! La tua memoria mi rimarrà lunga-
mente e amara troppo, perchè io possa mai dire qual sia.
In segreto ci vedevamo. In silenzio io mi dolgo che il
tuo cuore abbia potuto dimenticarmi; e la tua anima tra-
dirmi. Se mai ti rivedrò, dopo molti anni, in qual guisa ti
accoglierò io? Col silenzio e colle lagrime.

A UN GIOVINE AMICO.

Pochi anni sono trascorsi dacchè amici eravamo, al-


men di nome, e grazie alla lieta sincerità dell'infanzia i
nostri sentimenti rimasero lungo tempo gli stessi.
Ma ora tu sai, come io, quanto poco si richiede spesso
ad alienare un cuore; e quelli che hanno amato di più, in
breve obbliano anche di aver amato.
E così incostante è il nostro cuore, così fragili sono le
nostre prime amicizie, che un mese basterà, un giorno
anche forse, a farti mutare di affetti.
Se ciò è, non sarò io quello che deplori la perdita di
un tal cuore. Nè la colpa è tua, ma della natura che ti
diede un'anima instabile.
A simiglianza dei mobili cavalloni dell'Oceano, i sen-
timenti dell'uomo hanno il loro flusso e riflusso. E chi
potrebbe fidarsi di un cuore agitato sempre da passioni
tempestose?

209
Che vale che, cresciuti insieme, i giorni della nostra
infanzia siano stati giorni felici? La primavera della mia
vita fuggì con rapido volo; tu pure hai cessato di essere
un fanciullo.
E quando noi diciamo addio alla giovinezza, schiavi
delle leggi di un mondo bugiardo, congedo prendiamo
pure dalla sincerità; il mondo può corrompere l'anima
più nobile.
Ah! lieti tempi, quando lo spirito osa far tutto ardita-
mente, fuorchè mentire; quando il pensiero si manifesta
prima della parola che sfavilla in un placido occhio.
Non così avviene all'uomo fatto adulto che ligio di-
venta a mille convenzioni; l'interesse domina le nostre
speranze e i nostri timori; l'odio e l'amore sono assog-
gettati a precetti.
Infine noi apprendiamo ad accoppiare i nostri vizii ai
vizii di insensati che ci rassomigliano; ed è a costoro, a
costoro solo che prostituiamo il bel nome di amico.
Tale è il destino comune dell'umanità: possiam noi
sottrarci alla follía universale? Possiam noi distruggere
quest'ordine generale, nè esser quello che tutti dobbia-
mo essere?
No! per me, in tutti gli stadi della mia esistenza, la
mia sorte fu sì trista, io odio tanto l'uomo e il mondo,
che poco mi cale del momento in cui lascierò questa
scena.
Ma tu, spirito fragile e leggiero, tu splenderai alcun
tempo, e poi ti offuscherai come quei vermi che lucono

210
fra l'ombre della notte, ma non ardirebbero lottare coi
chiarori del dì.
Oimè! dovunque s'asside la follía, dovunque radunan-
si principi e parassiti (perocchè sotto il tetto dei re i vizii
han sempre cortéo);
Ti si vede ogni sera aggiungere un insetto di più alla
folla ronzante; e il tuo cuor vano gode di poter far eco
alla stoltezza e di festare l'orgoglio.
Ivi tu trasvoli di beltà in beltà ardente e sollecito,
come quelle farfalle che in una bella serra sconciano tut-
ti i fiori senza gustarne alcuno.
Ma qual ninfa, dimmi, vorrà apprezzare una fiamma
che simile ai vapori che un padule esala, va e viene dal-
l'una all'altra bella, vero fuoco fatuo dell'amore?
Qual amico, vi fosse egli anche inchinevole, oserà
manifestarti un sentimento di affezione? Chi vorrà invi-
lire il proprio cuore con un'amicizia alla quale ogni stol-
to può prender parte?
Sosta finchè n'è tempo, non mostrarti più così misero;
non condur più vita sì nulla; sii uomo.

VERSI SCRITTI SOPRA UNA TAZZA FORMATA


CON UN CRANIO.

Non fremere... nè stimare il mio spirito da me partito:


mira in me il solo cranio da cui, dissimile dalle teste vi-
venti, non escì mai nulla di tristo.
Vissi, amai, bebbi come te; morto, la terra s'abbia l'al-

211
tre mie ossa; in me mesci,... tu non puoi farmi oltraggio;
il verme ha labbra più sozze delle tue.
Meglio contenere lo spumante succo del grappolo,
che alimentare la turpe numerosa progenie della tomba;
meglio composto a forma di tazza far circolare la bevan-
da dei Numi, che pascere gli ospiti del sepolcro.
Dove un tempo regnò il mio spirito, sia ora una sor-
gente di spirito per altrui; e quando, oimè! i nostri cer-
velli sono andati, qual cosa meglio del vino potrebbe te-
nerne il posto?
Bevi dunque, finchè il puoi: allorchè tu e i tuoi più
non sarete, un'altra razza verrà che ti strapperà forse dal-
la terra, e rallegrerà cogli estinti le sue orgie.
Perchè no... dacchè nel breve giorno della vita sì do-
lorosi effetti producono le nostre teste? Ricompre dai
vermi e dalla terra roditrice, tal sorte è per loro un lieto
avvenimento.
1808.

EBBENE, TU SEI FELICE.

Ebbene, tu sei felice, e sento che io dovrei pure esser-


lo; perocchè la tua felicità è, come un tempo, l'oggetto
di tutti i miei voti.
Beato è il tuo sposo... e doloroso è a me lo spettacolo
della sua gioia; ma svanisca questa ambascia. Oh! quan-
to il mio cuore l'odierebbe s'egli non ti amasse!
Allorchè ho veduto il tuo figliuolo prediletto, ho cre-
212
duto che il cuore volesse scoppiarmi; ma quando il fan-
ciullo innocente mi ha sorriso, io l'ho abbracciato, ricor-
dandomi della madre sua.
Io l'ho abbracciato, ed ho soffocati i miei singulti veg-
gendo in lui i lineamenti del padre; ma gli occhi tuoi, gli
occhi della madre egli aveva, ed essi erano interamente
miei e dell'amore.
Addio, Maria179, forz'è ch'io m'allontani! Finchè tu sa-
rai felice non mi lagnerò, ma non posso restar di più vi-
cino a te, il mio cuore non tarderebbe ad esser di nuovo
tuo.
Io credevo che il tempo, credevo che l'orgoglio aves-
sero spenta alfine la mia giovane passione; e non è che
quando mi son trovato assiso al tuo fianco che ho com-
preso che, tranne la speranza, il mio cuore era sempre lo
stesso.
E nondimeno io ero tranquillo; e fu un tempo in cui
avrei trasalito dinanzi a' tuoi sguardi; ma ora sarebbe un
delitto il tremare... noi ci siam visti, e non una mia fibra
restò scossa.
Io vidi i tuoi occhi rivolti sul mio viso; ma essi non vi
discersero veruna agitazione; tu non potesti intravveder-
vi che un solo sentimento, la cupa calma della dispera-
zione.
Partiamo! La mia memoria non deve più evocare i

179
È quella stessa amante dell'infanzia del poeta, per cui egli
scrisse la canzone: Quand'io giovine montanaro, ecc. Vedi le Ore
d'Ozio.
213
miei sogni... i sogni della mia infanzia! Oh! dove sono i
favolosi flutti del Lete? Cuore insensato, taci, o ti in-
frangi.

VERSI SCRITTI SULLA TOMBA


DI UN CANE DI TERRANUOVA180.

Allorchè un orgoglioso figlio dell'uomo torna alla ter-


ra sconosciuto alla gloria, ma sorretto dalla nascita, l'ar-
te dello scultore si profonde in attestati di un dolor pom-
poso, e urne menzognere ne insegnano chi è quello di
cui contengono le ceneri. Allorchè tutto è finito si legge
sulla sua tomba, non ciò che egli fu, sibbene ciò che
avrebbe dovuto essere: ma il cane che fu il nostro amico
più fido, il primo ad accoglierne colle sue carezze, il pri-

180
Il monumento di cui qui si parla è ancora uno dei più cospi-
cui ornamenti del giardino di Newstead. La seguente iscrizione è
quella che precede i versi.
VICINO A QUESTO LUOGO
SON DEPOSTI GLI AVANZI DI UN ESSERE
CHE EBBE BELLEZZA SENZA VANITÀ
FORZA SENZA INSOLENZA
CORAGGIO SENZA FEROCIA
E TUTTE LE VIRTÙ DELL'UOMO SENZA I SUOI VIZII
QUESTA LODE CHE SAREBBE UNA VILE ADULAZIONE
DOVE INSCRITTA SOPRA CENERI UMANE
NON È CHE UN GIUSTO TRIBUTO ALLA MEMORIA
DI BOATSWAIN, CANE
NATO A TERRANUOVA, MAGGIO MDCCCIII
MORTO ALL'ABBAZIA DI NEWSTEAD
NOV. MDCCCVIII.
214
mo pure a difenderne; il cane la cui affezione appartiene
tutta al suo signore, che fatica, combatte, e vive per lui;
il cane muore senza onore, i suoi servigii sono obbliati e
gli si rifiuta in Cielo quell'anima che sulla terra aveva,
mentre l'uomo vano insetto spera perdono, e il Cielo re-
clama esclusivamente per sè. Oh! uomo, debole creatura
d'un giorno, avvilito dall'oppressione, o corrotto dal po-
tere, vile ammasso di polvere animata, chiunque ti cono-
sce deve lasciarti con disgusto! Non v'è nel tuo amore
che impudicizia, non v'è nella tua amistà che impostura!
Bugiardo è il tuo sorriso, mendaci le tue parole! Abbiet-
to per natura, non avendo di nobile che il nome, animale
non scorgo dinanzi a cui tu non dovessi arrossire. Voi
che per caso vi abbattete in questa semplice urna, passa-
te oltre...., essa non onora alcuno che desideriate di
compiangere: queste pietre cuoprono gli avanzi di un
amico: io ne conobbi un solo... e qui riposa.

A UNA SIGNORA CHE MI CHIEDEVA PERCHÈ


LASCIASSI L'INGHILTERRA DI PRIMAVERA.

Allorchè l'uomo fu espulso dai boschetti dell'Eden,


egli sostò un istante vicino alle porte; tutto quello ch'ei
vedeva gli ricordava il passato, e gli faceva maledire il
suo futuro destino.
Ma dopo aver errato nei climi lontani, egli apprese a
sopportare il suo carico di dolore; e sebben sospirando
talvolta alla rimembranza di dì migliori, trovò un con-

215
forto nell'operosità della sua nuova esistenza.
Così è per me, madonna, ed io non debbo più rivedere
i vostri vezzi, perocchè sino che mi stèssi a voi vicino
sospirerei per tutto quello che prima conobbi.
Il partito più savio è quindi di fuggire, onde sottrarmi
ai lacci delle tentazioni; io non potrei contemplare il
mio paradiso, senza desiderare di abitarlo di nuovo.

NON FARMI RISOVVENIRE,


NON FARMI RISOVVENIRE.

Non farmi risovvenire, non farmi risovvenire di quel-


le ore tanto care, già svanite, in cui la mia anima intera
si dava a te; ore che non saran dimenticate che quando il
tempo avrà irrigidite le nostre facoltà vitali, e tu ed io
avremo cessato di esistere.
Posso io obbliare, lo puoi tu, come il tuo cuore acce-
lerava i suoi battiti, allorchè la mia mano scherzava fra
l'oro della tua capigliatura! Oh! sull'anima mia, io ti
veggo ancora coi tuoi occhi così languidi, col tuo seno
tanto bello, e le tue labbra che, malgrado il loro silenzio,
respiravano l'amore!
Appoggiata sul mio petto, i tuoi occhi mi vibravano
un dolce sguardo che volta a volta reprimeva ed infiam-
mava i miei desiderii; e noi ci avvicinavamo viepiù, vie-
più sempre, e le nostre labbra ardenti incontrandosi ci
sentivamo morire in un bacio.
E allora quei tuoi occhi pensosi si chiudevano; e le

216
palpebre cercando di riunirsi velavano i loro globi az-
zurri, mentre le tue lunghe ciglia, diffondendo la loro
ombra sulle tue vermiglie gote, sembravano la piuma di
un corvo stesa sopra la neve.
Io sognai la notte scorsa che il nostro amore era rina-
to. Te lo dirò io! quel sogno mendace era più dolce, che
se io avessi arso per altri cuori, per occhi che non splen-
deranno mai come i tuoi nell'inebbriante certezza della
gioia.
Non parlarmi più dunque, non farmi risovvenire di
quelle ore, che benchè per sempre dileguatesi possono
ispirare ancora soavi sogni, fino a che tu ed io non sia-
mo dimenticati, e insensibili come la pietra funebre che
dice che non esistiam più.

VI FU UN TEMPO, NON VALE CH'IO IL NOMINI.

Vi fu un tempo, non vale ch'io il nomini, dappoichè


non ne potremmo perdere la memoria; vi fu un tempo in
cui sentivamo entrambi, come io ho continuato a sentire
per te.
E da quell'ora in cui per la prima volta la tua voce mi
rivelò un amore eguale al mio, sebbene molti dolori ab-
biano straziato questo cuore, dolori che il tuo ha ignorati
e non ha potuto sentire.....
Nessuno, nessuno è stato più crudo del pensiero che
questo amore era cessato, passeggiero come i tuoi baci
infedeli, ma passeggiero nella tua anima soltanto.

217
E nondimeno il mio petto ha provata qualche consola-
zione, allorchè dianzi ancora ho intesa la tua bocca con
un accento che un tempo credei sincero richiamare le
memorie dei giorni che furono.
Sì, donna adorata, e tanto crudele; dovessi tu non
amarmi pur più, mi è dolce il vedere che la rimembran-
za di questo amore ti è rimasta.
Sì, è per me un pensiero soave, e la mia anima desi-
sterà dal querelarsi. Quale che tu ti sia ora, o vogli esse-
re, tu fosti mia, mia interamente.

E VORRAI TU PIANGERMI QUAND'IO SARÒ


ESTINTO?

E vorrai tu piangermi quand'io sarò estinto? Dolce


donna, ripetile queste parole. Ma dove ti affliggano, non
ridirle; io non vorrei contristarti.
Il mio cuore è mesto, le mie speranze svanirono, il
mio sangue scorre gelido pel mio petto; e quando io più
non sarò, tu sola sospirerai sul luogo che chiuderà le
mie ceneri.
E nullameno parmi che un raggio di pace splenda fra
le nubi della mia angoscia; e il pensiero che il tuo cuore
ha avuto compassione del mio sospende un istante i
miei patimenti.
Oh! donna, benedetta sia quella lagrima! Essa sgorga
per un amante che non può piangere; tali stille preziose
son doppiamente care a colui i di cui occhi rimangono

218
sempre asciutti.
Dolce donna, fu un tempo in cui il mio cuore era ar-
dente d'ogni affetto come lo è il tuo; ma la bellezza stes-
sa perdè i suoi incanti per un miserabile creato solo per
gemere.
Ma tu, vorrai tu piangermi quand'io sarò estinto?
Amata mia, ripeti queste parole; pure se ti contristano,
non ridirle; io non vorrei addolorare il tuo seno.

EMPITE DI NUOVO LA MIA TAZZA.

Empite di nuovo la mia tazza! Non mai sentii come


ora l'ardore che fino in fondo al cuore mi infiamma. Be-
viamo; chi non berrebbe, poichè nel circolo svariato del-
la vita la tazza è la sola cosa di questo mondo in fondo
della quale non si trovino inganni.
Sperimentai volta a volta tutti i godimenti; mi riscal-
dai ai raggi di un bell'occhio nero; amai... chi non ama?
Ma chi affermerà che il piacere e la passione abitassero
in pari tempo nel seno ch'io diligevo?

STANZE DIRETTE A UNA SIGNORA NEL


LASCIARE L'INGHILTERRA.

Tutto è finito!... al soffio del vento il naviglio spiega


le sue bianche vele, e fischiante sull'albero piegato spira
la fresca brezza: a me conviene di lasciar questa riva,
dacchè non posso amare che te.
219
Ma s'io potessi essere quello che fui, s'io potessi ve-
dere quello che vidi, se potessi riposare sopra quel seno
che una volta appagò i miei voti più teneri, io non andrei
a cercare un'altra zona, perocchè io non posso amare che
te.
È da lungo tempo ch'io non ho veduto quei tuoi occhi
che facevano le mie gioie o le mie sciagure; è invano
ch'io ho cercato di non più pensarvi; sebbene io fugga
da Albione, non posso amare che te.
Come l'uccello solitario che ha perduto la sua compa-
gna, il mio cuore è desolato; io giro lo sguardo a me in-
torno, e in niuna parte veggo un sorriso affettuoso, un
volto amico: anche in mezzo alla folla io son sempre
solo, perchè non posso amare che te.
E io varcherò i flutti spumanti e andrò a chiedere una
patria allo straniero; ma fino a che io non abbia dimenti-
cato una bellezza infedele in niuna parte troverò pace.
Sottrarmi io non posso ai miei tristi pensieri; io son co-
stretto ad amare, e a non amare che te.
L'essere più misero, più gramo trova pur sempre un
tetto ospitale, sotto di cui la dolce amicizia e l'amore an-
che più dolce vengono a sorridere alla sua gioia, o a par-
tecipare al suo affanno; ma io non ho nè amici, nè
amanti, perchè non posso amare che te.
Io parto; e dovunque mi fugga niun occhio piangerà
per me, nessun cuore in cui io abbia ricetto darà il più
lieve palpito; e tu stessa, tu che facesti appassire ogni
mia speranza, tu non mi darai un sospiro, quantunque io

220
non possa amare che te.
Pensare alle gioie di un tempo, a quel che siamo e a
quello che siamo stati, basterebbe ad opprimere cuori
più deboli; ma il mio ha resistito al colpo; nondimeno
esso batte come per lo passato batteva, e non può amare
che te.
Qual è l'oggetto di un sì tenero affetto? È ciò che oc-
chi volgari non potrebbero contemplare. Qual causa
venne a interrompere tale amore? Tu il sai meglio d'ogni
altro, ed io più d'ognuno lo sento, ma ve n'ha pochi sotto
il sole che abbiano amato sì a lungo come io, e non
amato che te.
Ho cercato le catene di altre donne, la cui bellezza
potesse eguagliare la tua; mi sono sforzato di amarle del
pari, ma non so qual prestigio invincibile impediva al
mio cuore straziato di sentire fuori che per te.
Dolce mi sarebbe il rivolgere ancora su di te uno
sguardo indugevole, e benedirti col mio ultimo addio;
ma non voglio che i tuoi occhi versino pianti per me, al-
lorchè io errerò sui mari. Patria, speranza, giovinezza, io
ho tutto perduto; e nondimeno amo ancora, e non amo
che te.

VERSI A MR. HODGSON, SCRITTI SULLA TOLDA


DEL VASCELLO DI LISBONA.

Uzza181! Hodgson, noi partiamo; l'imbarco è fatto, un


181
Evviva.
221
vento propizio gonfia le vele, il segnale è dato. Odi tu il
cannone dell'addio? Le grida delle donne, le bestemmie
dei marinai dicono che è venuto il momento della par-
tenza. Un messo manigoldo della dogana viene a visitar-
ci; i bauli sono aperti, le casse spaccate; non un foro da
sorcio che non sia scrutato in mezzo al tumulto genera-
le, prima che diamo le vele al nostro vascello.
I nostri barcaiuoli staccano le gomene, ogni mano af-
ferra un remo, il bagaglio è trasportato dalla rada; impa-
zienti ci allontaniamo dalla riva. «Badate, quella cassa
contien liquori... fermate il battello... io sto male... oh,
mio Dio!» – «Voi state male, signora? il diavolo mi por-
ti, se non starete assai peggio dopo un'ora di navigazio-
ne.» Così urlano uomini e femine, dame e messeri, val-
letti e marinai; tutti si commuovono, si mischiano con-
fusamente, si stivano, si premono come da cera appicca-
ti; siffatto era il tumulto e le voci che s'innalzavano, pri-
ma che fossimo arrivati sulla tolda del vascello.
Ora vi siam giunti! Mirate! il prode Kidd è il nostro
capitano, e comanda le ciurme; i passeggieri si adagiano
nei loro letti, gli uni per russare, altri per recere! «Dan-
nazione! e chiamate questo un gabinetto? Ma se ha ap-
pena tre piedi quadrati; la regina Mab non vi capirebbe;
chi diavolo può vivere costà?» «Chi, signora? ben molti,
ben molti. Ebbi in questa barca fino a venti nobili...»
Veramente? Oh! Gesù, come ne soffocate! Volesse Dio
che i vostri nobili ci fossero stati anche questa volta,
ch'io avrei evitato il calore e lo strepito del vostro eccel-

222
lente vascello.
Fletcher! Murray! Bob, dove siete? Eccovi stesi sul
ponte come ranocchi! Datemi la mano, allegro navigan-
te. Questo è il termine di una fune pei cani. Hobhouse,
proferendo terribili maledizioni, cade rotolando; ei rece
in pari tempo la sua colazione e i suoi versi, e ci manda
a Belzebù! «Udite una strofa sopra Braganza. – Date-
mi...» «Una strofa?.....» – «No, una tazza d'acqua …..»
– «ma che avete?...» Peste, il fegato mi si squarcia; io
non sopravvivrò al baccano di questo dannato vascello.
Infine, eccoci in via per la Turchia! Dio sa quando ne
ritorneremo. Un cattivo vento, una tempesta nebbiosa
possono calarci in fondo. Ma, come la vita non è alfine
che una beffa (così i filosofi assicurano), il meglio che
v'è da fare è di riderne; ridete dunque, come io fo. Mala-
ti o sani, in mare o in terra, ridete di tutte le cose piccole
o grandi; ridere e bere, chi diavolo chiederebbe di più?
Datene buon vino! In niuna parte ne manca, neppure
sulla tolda del nostro vascello.
Dalla rada di Falmouth, 30 giugno 1809.

VERSI SCRITTI A MALTA SOPRA UN ALBUM.

Come sulla pietra fredda del sepolcro un nome arresta


gli occhi del passeggiero, così quando tu vedrai questa
pagina solitaria possa il mio attirare il tuo sguardo pen-
soso!
E quando da te questo mio nome sarà letto in qualche
223
anno venturo, pensa a me, come si pensa agli estinti, e
di' che il mio cuore è quivi sepolto.

A FIORENZA182.

Oh! donna, quand'io lasciai la sponda, la lontana


sponda che mi diede i natali, non credei che un dì sareb-
be venuto in cui dovessi piangere di nuovo per abbando-
nare un'altra riva.
E nondimeno qui in quest'isola sterile, dove la natura
alitante curva il capo, dove tu sei la sola cosa che sorri-
de, è con terrore ch'io penso alla mia partenza.
Sebbene lungi dalle sponde scoscese di Albione, seb-
ben divisone dall'azzurro mare, dopo breve stagione,
dopo rapidi giorni, io ne rivedrò forse gli scogli.
Ma dovunque mi porti il mio corso, errante sotto cli-
mi ardenti, per mari svariati, quand'anche il tempo mi ri-
conduca alla mia dimora, io non più volgerò i miei oc-
chi sopra di te.
Sopra di te che riunivi tutti i vezzi atti a commuovere
i cuori più indifferenti: sopra di te cui niuno poteva ve-
dere senza ammirare, e, mi si conceda il dirlo... senza
amarti.
Perdona questa parola a quegli che non potrà omai
più offenderti proferendola; e poichè io non debbo aspi-

182
Mistress Spencer Smith a cui il poeta allude nelle stanze di
Zitza e nel Childe-Harold, donna celebre per le sue avventure, la
sua bellezza e i suoi viaggi.
224
rare al possesso del tuo cuore, credi almeno che amante
ti sono.
E qual è il freddo mortale che dopo averti veduta, o
vezzosa pellegrina, non sentirebbe quello che io sento?
E non sarebbe per te quello che ogni uomo deve essere,
l'amico della bellezza infelice?
Ah! chi mai potrebbe credere che quella forma incan-
tevole avesse attraversato tanti pericoli e sprezzato il
soffio delle tempeste dall'ala omicida, e sottratta si fosse
all'ira anche più tremenda di un tiranno?
Donna, quand'io vedrò le mure dove un tempo surse
la libera Bisanzio, e dove ora Stambul dispiega i suoi
palagi orientali, seggio della oppressione musulmana:
Per quanto vasto sia il luogo che occupa quella città
gloriosa negli annali della fama, essa avrà a' miei occhi
un titolo più caro, essendo quella in cui sei nata.
E sebbene io ti dica ora addio, quando contemplerò
quella scena maravigliosa, mi sarà dolce, non potendo
vivere dove sei, il vivere dove sei stata!
Settembre, 1809.

STANZE COMPOSTE DURANTE UNA TEMPESTA183.

Fra le montagne di Pindo il vento della notte è umido

183
La tempesta di cui qui si parla scoppiò durante la notte
dell'11 ottobre 1809 in Albania, fra la catena di montagne che
portavano un giorno il nome di Pindo. Lord Byron andava a Zi-
tza, e le sue guide si erano smarrite per la via.
225
e diacciato, e le nubi sdegnose versano sulle nostre teste
la vendetta del cielo.
Le nostre guide sono partite; alcuna speranza non ci
rimane; lampi abbagliatori ne mostrano le roccie che in-
tercettano la nostra via, o indorano la spuma del torren-
te.
È ella una capanna ch'io discerno al chiaror della fol-
gore? Quanto propizio ne verrebbe quel ricetto!... ma,
oimè! è invece una tomba.
Fra lo strepito della cataratta spumante odo una voce
che grida; è la voce del mio stanco compagno che fa ri-
suonare il nome della lontana Inghilterra.
Un'arma da fuoco è scaricata... da un amico o da un
nemico? Un'altra... è per dire agli abitatori delle monta-
gne di discendere e di condurci dove essi dimorano.
Oh! chi oserebbe in siffatta notte avventurarsi fra le
tenebre? Chi in mezzo al fragore del tuono potrebbe
udire il nostro segnale di angoscia?
E qual è colui che udendo le nostre grida vorrà alzarsi
per tentare una via pericolosa? Non crederà egli prima,
udendo questi clamori notturni, che i banditi errino per
le campagne?
Le nubi si aprono, il cielo è fiammante, oh! terribile
ora. L'uragano ognor più infierisce, e nondimeno anche
in mezzo ad esso un pensiero ha potenza di far ardere il
mio petto.
Intantochè io percorro vagante le rupi e i boschi,
mentre gli elementi sfogano su di me il loro cruccio,

226
Fiorenza mia dolce, dove sei tu?
Non sull'Oceano, non sull'Oceano, il tuo naviglio se
ne è da lungo dipartito: oh! possa la tempesta che cade
sopra di me non far piegare altre teste che la mia.
Il rapido scirocco spirava alacremente l'ultima volta
ch'io premei le tue labbra; e molto prima d'ora egli so-
spinse favorevole il tuo bel vascello.
Ora sei salva; molto prima di ora hai calcate le terre
di Spagna. Quale dolore se una cosa amabile come tu
sei avesse dovuto divenire trastullo dei mari!
E mentre la tua memoria mi è presente in mezzo ai
pericoli e alle tenebre, come in quelle ore di gioia di cui
la musica e l'allegria affrettavano il corso;
Forse tu fra le bianche mura di Cadice, se Cadice è li-
bera ancora, tu forse da' tuoi balconi guardi il mare ce-
ruleo.
E il tuo pensiero ricorrendo a quelle isole di Calipso,
che un dolce passato ti rese care; agli altri concederai
mille sorrisi, ed a me un solo sospiro.
E quando il crocchio de' tuoi ammiratori osserverà il
pallore del tuo volto, una lagrima a metà formata, un
lampo fuggitivo di grazia malinconica;
Di nuovo tu sorriderai, e ti sottrarrai arrossendo alle
improntitudini di uno stolto; nè confessar vorrai di aver
pensato pure una volta a quegli che non cessa di pensare
a te.
Sebbene un sorriso o un sospiro siano del pari vani
quando i cuori sono separati e gementi, nondimeno fra i

227
monti e i mari la mia anima in pianto trascorre e cerca di
riunirsi alla tua.

STANZE SCRITTE TRAVERSANDO IL GOLFO


AMBRACIO.

Dall'alto dei cieli sereni la luna versa la sua argentea


luce sulle coste di Azio. Sopra questi flutti l'antico mon-
do fu guadagnato e perduto per una regina egiziana.
Ed ora i miei sguardi riposano su quell'onda azzurra
in cui perirono tanti Romani, in cui l'ambizione feroce
abbandonò la sua vacillante corona per seguire una don-
na.
Fiorenza! per cui il mio amore, finchè sarai bella ed
io giovine, eguaglierà tutto quanto si è potuto dire o
cantare, da che la lira di Orfeo strappò la sua sposa agli
inferni;
Dolce Fiorenza! leggiadri erano i tempi in cui i mondi
venivano avventurati per due begli occhi. Se i poeti po-
tessero prodigare i regni come i versi, i tuoi vezzi po-
trebbero far sorgere novelli Antonii.
Quantunque il destino impedisca che ciò sia, pure io
lo giuro pei tuoi lumi e per le innanellate tue chiome,
s'io non posso perdere un mondo per te, io per un mon-
do non ti vorrei perdere.
Novembre, 1809.

228
L'INCANTESIMO È ROTTO,
IL PRESTIGIO È TOLTO!

Scritto ad Atene, gennaio 16, 1810.

L'incantesimo è rotto, il prestigio è tolto! Ciò avviene


nella strana febbre della vita. Noi sorridiamo come in-
sensati quando dovremmo gemere; il delirio è il nostro
miglior inganno.
Ogni intervallo lucido del pensiero richiama i mali
conlegati alla nostra natura, e chiunque opera da saggio
vive, come son morti i santi, da martire.

VERSI SCRITTI DOPO AVER NUOTATO DA SESTO


AD ABIDO.

Se nel mese del crudo dicembre Leandro (qual fan-


ciulla non ricorda questo racconto!) soleva ogni notte
traversare i tuoi flutti, o vasto Ellesponto184;
Se quando ruggiva l'invernale tempesta ei nondimeno
andava da Ero, e se anche allora queste onde erano quali
sono adesso, oh! bella Venere, come io compiango quei
due amanti.
Per me, degenere moderno, quantunque maggio spiri
i suoi tepidi soffi, credendo aver operato meraviglie, vo-
lontieri do riposo alle mie membra stanche.

184
L'epiteto è di Omero.
229
Ma Leandro varcava le acque incuorato da un bacio...
e Dio sa anche da che, se vero parla l'incerta storia, e per
l'amore nuotava, come io per la gloria.
Ora duro sarebbe il dire chi di noi avesse più mite
fato: tristi mortali, è così che gli Dei sempre vi mano-
mettono! Egli perdè il prezzo delle sue fatiche, io la mia
allegria: egli si annegò, io ho la febbre calda.
Maggio 9, 1809.

VERGINE DI ATENE, ANZICHÈ CI SEPARIAMO.

Ζὼη μοῦ σάς αγαπῶ185.

Vergine d'Atene, anzichè ci separiamo, ridammi, oh!


ridammi il mio cuore! o dappoichè esso ha lasciato il
mio petto, conservalo ora, e prenditi il resto! La mia di-
chiarazione prima di partirmi è, o mia vita, io ti amo186.
Per quelle treccie disciolte che accarezza ogni zeffiro

185
Espressione romaica di tenerezza: s'io la traduco offenderò i
gentiluomini, quasichè li credessi da ciò insufficienti; e se nol fo
dispiacerò alle dame. Per tema di cattivi sospetti per parte di que-
ste ultime, volgerò nel nostro idioma queste parole chiedendone
perdono ai dotti. Esse vogliono dire: mia vita, io ti amo! che suo-
nano assai bene in ogni idioma, e sono ora di moda in Grecia
come le due prime parole, da quanto ne narra Giovenale, lo erano
fra le signore romane, le cui espressioni erotiche grecizzavano
sempre.
186
Il testo ha queste ultime parole sempre in greco.
230
Egéo; per quelle nere ciglia che blandiscono le tue mor-
bide gote purpuree di un amabile rossore; per quegli oc-
chi vivaci quanto gli occhi della gazzella, o mia vita, io
ti amo.
Per quelle labbra a cui anelo di libare; per quella per-
sona agile e lesta; per quei fiori187 che dicono sommes-
samente quello che le parole non potrebbero mai tanto
bene dire; per le gioie e gli affanni della nostra passione,
o mia vita, io ti amo.
Vergine di Atene, io mi allontano, tu pensa a me, mia
amica, allorchè sarai sola. Quantunque io vada a Stam-
bul188, in Atene rimane il mio cuore e la mia anima. Po-
trò io mai cessare di amarti? Ah! no, io sempre ripeterò,
o mia vita, io ti amo.
Atene, 1810.

187
In Oriente, dove non si insegna di scrivere alle donne per
tema che non mandino biglietti amorosi, i fiori, i carboni, le selci,
ecc. traducono i sentimenti degli amanti coll'intermediario di
quell'universale sostituito di Mercurio.... una vecchia. Un carbone
significa: «io ardo per te;» un mazzetto di fiori legato coi capelli:
«rapiscimi e fuggiamo;» e una selce esprime.., ciò ch'essa sola
può esprimere.
188
Costantinopoli.
231
POEMETTI VARII
SCRITTI
NEGLI ANNI 1811, 1812, E 1813.

232
POEMETTI VARII
VERSI SCRITTI SOTTO UN RITRATTO.

Caro oggetto di una tenerezza che svanì! sebbene ve-


dovo ora dell'amore e di te, per riconciliarmi colla di-
sperazione mi rimane la tua immagine e le mie lagrime..
Si dice che il tempo sa lottare contro il dolore; ma io
sento che questo non può esser vero, perocchè il colpo
di morte che ha abbattute le mie speranze, ha resa im-
mortale la ricordanza che ho di te.
Atene, Gennaio 1811.

LA PARTENZA.

Cara fanciulla, il bacio che la tua bocca ha deposto


sopra la mia, vi rimarrà fino che giorni più lieti non mi
permettano di restituirlo alle tue labbra, puro e inteme-
rato.
Il tenero sguardo che tu mi volgi per addio può vede-
re ne' miei occhi un amore eguale al tuo; i pianti che ba-
gnano le tue palpebre non è la mia incostanza che li fa
sgorgare.
Io non ti chieggo un pegno, che lungi da tutti io possa
contemplare con estasi; una memoria di te non è neces-
saria a un cuore tutti i di cui palpiti ti appartengono.

233
Nè avrei io mestieri di scrivere... onde dirti quello per
cui sento che troppo debole sarebbe la mia penna: oh! a
che varrebbero inutili parole, a meno che il cuore non
favellasse?
La notte, il giorno, nella prosperità o nell'infortunio,
questo cuore non più libero manterrà l'amore ch'ei non
può far palese, e sospirerà in silenzio per te.
Marzo 1811.

ADDIO A MALTA.

Addio, piaceri della Valletta! Addio, scirocco, sole,


traspirazione! Addio, palazzo in cui di rado entrai! Ad-
dio, case di cui ho varcata la soglia! Addio, strade fatte a
foggia di scale, che strappate la bestemmia al passeggie-
ro! Addio, mercatanti, che di frequente fallite! Addio,
ciurme beffarde! Addio, pachebotti..... che non recate
mai lettere! Addio, stolti, che scimieggiate chi più di voi
vale! Addio, dannata quarantena, che mi cagionasti la
febbre e lo spleen! Addio, teatro in cui rimbombano gli
sbadigli! Addio, danzatori di Sua Eccellenza! Addio,
Pietro... che senza che ne avessi colpa non potesti mai
pervenire ad insegnare il walz a un colonnello; addio,
donne ridenti di grazie! Addio, abiti rossi e faccie più
rosse ancora! Addio, militari, che per le vie vi pavoneg-
giate! Io parto..... Dio sa quando e perchè; io vado a ve-
dere città affumicate, cieli nebbiosi, cose (a dir vero) del
pari brutte... ma di una bruttezza differente.
234
A tutto ciò, addio, ma non a voi, figli vincitori delle
azzurre pianure! Mentre l'una e l'altra riva dell'Adriati-
co, i Duci estinti, le flotte annichilite, i notturni sorrisi e
i diurni desinari vi proclamano trionfanti in amore e in
guerra, perdonate al cicaleggio della mia musa e prende-
te i miei versi, perchè sono gratis.
Veniamone ora a Mistress Fraser. Voi credete forse
ch'io voglia lodarla, e affè, s'io avessi la vanità di pensa-
re che il mio elogio valesse l'inchiostro che è nella mia
penna, un verso o due non sarebbe cosa difficile, tanto
più che qui l'adulazione non è punto necessaria. Ma
conviene ch'ella si acconci di ricevere elogii preferibili
ai miei, col suo contegno sciolto, il suo cuore sincero, la
compostezza della moda, senza le sue arti: le sue ore
possono trascorrere lietamente senza l'aiuto dei vani
miei canti.
Ed ora, o Malta, tepido ostello militare, poichè in te
stiamo, io non ti dirò nulla di scortese, ma ponendo il
capo fuori della mia finestra chiederò: a che vale una si-
mile terra? Rientrando poscia nel mio antro solitario, ri-
comincio a lordar carta co' miei scritti, o apro un libro, o
prendo la mia medicina finchè il posso (due cucchiaiate
per ora, secondo il mio precetto), preferisco il mio ber-
retto da notte al mio cappello di castoro, e benedico gli
Dei che mi sia venuta la febbre.
Maggio 26, 1811.

235
A DIVES. – (Frammento).

Sfortunato Dives! in un momento fatale tu tenesti la


natura in dispregio e ti rendesti colpevole verso essa!
Favorito un tempo della fortuna, ora senti i suoi rigori: il
corruccio degli uomini è piombato sull'altera tua testa.
Per ingegno, per ispirito, per opulenza primo, come ful-
gido alzossi il tuo bel mattino! Ma una sete di delitto, e
di un delitto senza nome, si fe' donno di te, e la sera del-
la tua vita deve finire nell'onta e nella solitudine forzata,
il peggiore di tutti i mali.
1811.

SULL'ULTIMA BUFFONATA DI MOORE


CHIAMATA DA LUI «OPERA189».

Le buone produzioni sono rade; è perciò che Moore


scrive le sue buffonate: la fama del poeta, oimè!
vacilla... noi sapevamo prima che Piccolo (Little) era
Moore, ed ora sappiamo che Moore è piccolo190.
Settembre 14, 1811.

189
Quest'opera è intitolata M. P., o La Calza Turchina, e fu ese-
guita al teatro del liceo il 9 settembre.
190
Fu sotto il nome di Little, che vuol dir piccolo, che Moore
pubblicò le sue prime poesie. Vedi i Bardi Inglesi, ecc.
236
EPISTOLA AD UN AMICO191, IN RISPOSTA A CER-
TI VERSI IN CUI SI ESORTAVA L'AUTORE AD
ESSER GAIO ED A SBANDIRE I DISPIACERI.

Sbandire i dispiaceri! sia questa sempre la divisa fra i


tuoi diporti, come fu forse anche la mia in quelle notti di
orgia, colle quali i figli della disperazione lusingano il
cuore contristato e fuggono gli affanni. Ma nell'ora del
mattino, allorchè la riflessione sopraggiunge, allorchè il
presente, il passato, l'avvenire si affoscano, allorchè tut-
to quello che ho amato è mutato o non è più, oh! allora
non venire ad offrire sì amara ironia come un refrigerio
ai mali, dei quali anche il pensiero... ma a ciò non atten-
diamo. – Tu sai ch'io non sono quello che fui. Se però
vuoi occupare un posto nel mio cuore che non fu mai
freddo; per tutto quello che gli uomini onorano, per tutto
quello che ha di caro la tua anima, per le tue gioie terre-
ne, per le tue speranze immortali, parlami, parlami d'o-
gni altra cosa, fuorchè d'amore.
Fora troppo lunga a dirsi, inutile ad essere ascoltata la
storia di un uomo che sdegna le lagrime; e poche cose
sono in tale storia delle quali sentir potessero compas-
sione cuori migliori. Ma il mio ha sofferto più che non
converrebbe alla filosofia di narrare. Io ho veduta la
sposa delle mie speranze divenire sposa di un altro; l'ho
veduta assisa al suo fianco, ho veduto il figlio ch'essa gli
avea dato sorridere come sorrideva sua madre nei giorni
191
Francesco Hodgson.
237
di nostra giovinezza, allorchè ci amavamo puri come il
suo fanciullo; ho veduto i suoi occhi interrogarmi con
superbo sussiego s'io soffrivo, e non mi sono avvilito, e
il mio volto ha smentito il mio cuore, e io le ho ricam-
biato quel freddo suo sguardo; pur nullameno io mi sen-
tivo schiavo di quella donna... allora ho abbracciato
come ignaro di me quel fanciullo che avrebbe dovuto
essere il mio, e le carezze che gli ho prodigate addimo-
stravano che il tempo non avea nulla mutato al mio
amore.
Ma obbliamolo... io non voglio più gemere, nè vuo'
più andare in traccia di sponde orientali; il mondo si ad-
dice a uno spirito preoccupato..... io cercherò di nuovo
rifugio ne' suoi dominii. Ma se un dì, allorchè si sarà di-
leguato il sorriso dell'Inghilterra, tu udrai parlare d'un
uomo sopra cui nulla possano, nè la compassione, nè l'a-
more, nè la speranza della gloria, nè la lode delle anime
oneste; che nell'orgoglio della sua feroce ambizione non
si arretri forse dinanzi al sangue; di un uomo che la sto-
ria schiererà un giorno fra i più temuti anarchisti del se-
colo..... riconosci allora quest'uomo, ma riconoscendolo,
medita; vedendo l'effetto, non dimenticare la causa.
Abbazia di Newstead, 11 Ottobre 1811.

A THYRZA.

Senza una pietra che additi il luogo ove tu giaci, e


dica ciò che la verità avrebbe ben potuto dire, obbliata
238
da tutti, eccetto forse che da me, ah! perchè sei tu estin-
ta?
Separato da te, dai mari e da numerose rive, io ti ho
amata invano; il mio passato, il mio avvenire intendeva-
no a te, miravano a riunirci... ora non più mai!
Se ciò avesse potuto essere..... una parola, uno sguar-
do che mi avessero detto: «noi ci dividiamo amici,»
avrebbero fatto sopportare alla mia anima con minor do-
lore il distacco della tua.
E poichè la morte ti preparava un'agonia dolce e sen-
za patimenti, non hai tu desiderata la presenza di colui
che più non vedrai, che ti teneva e ti tiene anche nel suo
cuore?
Oh! chi meglio di lui avrebbe vegliato accanto a te, e
avrebbe osservato dolorosamente il tuo occhio immoto,
in quel momento terribile che precede la morte, quando
il dolore sopprime i suoi gemiti...
Finchè tutto sia passato? Ma dall'istante in cui ti fossi
sottratta ai mali di questo mondo, le lagrime della mia
tenerezza, aprendosi un varco, sarebbero trascorse ab-
bondevoli come ora fanno.
Come non trascorrerebbero, allorchè io rammento
quante volte, prima della mia assenza passeggiera, in
queste torri ora per me deserte noi abbiam mescolato i
nostri pianti affettuosi!
Nostro era allora lo sguardo che noi soli vedevamo,
nostro il sorriso che niuno fuori di noi comprendeva; e il

239
linguaggio sommesso di due cuori che si rispondono, e
il premersi delle nostre mani tremanti;
Nostro era il bacio così innocente, così immacolato,
che l'amore reprimeva ogni altro desiderio più ardente: i
tuoi occhi annunziavano un'anima tanto casta, che anche
la passione avrebbe arrossito a chiedere di più;
Quell'accento che mi invitava alla gioia, allorchè di-
verso da te io mi sentivo propenso alla tristezza; quei
canti che la tua voce rendeva celesti, ma che in ogni al-
tra bocca mi sono indifferenti;...
Il pegno dell'amore che noi portavamo... io lo porto
ancora; ma dove è il tuo? Ah! dove sei tu? La sciagura si
è spesso aggravata sopra di me, ma è la prima volta che
sotto di lei mi sobbarco.
Tu ben facesti a partire nella primavera della vita, la-
sciandomi vuotar solo il calice dei dolori. Se il riposo
non è che nella tomba, io non desidero di rivederti sopra
la terra.
Ma se in un mondo migliore le tue virtù han cercato
un soggiorno più degno di loro, ponmi a parte della tua
felicità, toglimi alle angoscie che qui provo.
Insegnami (doveva io tal lezione riceverla sì presto da
te?), insegnami a rassegnarmi, sia ch'io perdoni, sia che
a me venga perdonato: tale era il tuo amore per me sulla
terra, che il conseguirlo formerebbe anche in cielo la
mia speranza.
11 Ottobre 1811.

240
STANZE.

Lungi da me, lungi da me accenti di cordoglio! quei


canti, non ha guari per me pieni di dolcezza, cessino, o
io fuggirò da questi luoghi perchè non oso più udirli.
Essi mi ricordano giorni più belli... oh! fate che s'inter-
rompano quei concenti: io non debbo più ora, oimè!
pensare, non debbo meditar più su quello ch'io fui... su
quello che sono.
La voce che rendeva sì dolci quegli accordi tace, e il
loro prestigio si è dileguato: ora i loro suoni più soavi
mi sembrano un canto funebre intuonato sui trapassati.
Sì, Thyrza, essi mi parlano di te, cenere adorata, poichè
tu non sei più che cenere; e tutto quello che un tempo
avevano di armonioso, è fatto aspro, stridulo al mio cuo-
re.
I suoni finirono!... ma al mio orecchio la vibrazione
ne dura ancora; odo una voce che non vorrei intendere,
una voce che ora dovrebbe esser muta: ma spesso ella
viene a commuovere la mia anima incerta; quella dolce
melodía mi segue anche fra i sonni. Io mi sveglio, e pur
sempre la ascolto, benchè tutte le mie visioni siano dis-
sipate.
Dolce Thyrza, dormiente o svegliato, tu non sei più
ora che un amabile sogno; una stella che, dopo aver ri-
flettuto sui flutti la sua tremula luce, ha tolto alla terra il
suo raggio soave. Ma il viaggiatore che s'ingolfò nel
cupo sentiero della vita, allor che il cielo sdegnato avrà

241
velata la sua faccia, dolorerà lungo tempo il raggio sva-
nito che rallegrava il suo cammino.
6 Dicembre 1811.

STANZE.

Anche uno sforzo e sarò libero dai tormenti che stra-


ziano il mio cuore; anche un ultimo e lungo sospiro al-
l'amore e a te, e poi ritorno nel turbine della vita. Io tro-
vo ora piacere a intrattenermi di cose che non mai mi
erano apparse belle: se ogni mia gioia si è di qui invola-
ta, quali dolori potrebbero omai sorprendermi?
Recatemi dunque spumante vino, imbandite il pasto;
l'uomo non fu creato per viver solo. Ch'io divenga l'es-
sere leggiero, frivolo, che sorride a tutti, e con alcuno
non piange. Non così era io in giorni più cari; non mai
così sarei stato, ma tu hai preso il tuo volo lungi da me,
e mi hai lasciato qui solitario: tu non sei più nulla... e
tutto il resto è nulla per me.
Invano la mia lira vorrebbe affettare un tuono leggie-
ro; il sorriso che simula il dolore è uno scherno all'affan-
no che sotto vi si asconde, è simile alle rose sopra un se-
polcro. Invano lieti compagni di tavola colla tazza in
mano dissipano un momento il sentimento de' miei dan-
ni; sebbene il piacere accenda la demenza dell'anima, il
cuore... il cuore è pur sempre solitario!
Quante volte nel silenzio delizioso delle notti io mi
son piaciuto a riguardare il cielo; perocchè allora io pen-
242
savo che la luce celeste splendesse sì dolcemente sul tuo
occhio pensoso! Spesso nell'ora di mezzanotte, vogando
sui flutti del mare Egéo, io dissi all'astro di Cintia: «Ora
Thyrza ti guarda.»... Oimè! esso non rischiarava più che
la sua fossa.
Prostrato dalla febbre sopra un letto insonne, mentre
un fuoco avvampante scorreva per le mie vene, ciò che
mi consola, io dicevo, è che Thyrza ignora ch'io soffro!
In quella guisa che per lo schiavo consunto dagli anni la
libertà è un inutile dono, così è invano che la natura pla-
cata mi ha richiamato alla vita, dappoichè Thyrza ha
cessato di esistere.
Pegno che da lei ricevei in giorni migliori, all'aurora
della vita mia e del mio amore! quanto ti sei trasmutato
ai miei occhi! come il tempo ti ha colorito colle tinte del
dolore! il cuore che insieme a te si diede è silenzioso. –
Ah! perchè non è così anche il mio! Abbenchè freddo
come possono esserlo i morti, il sentimento rimane pur
sempre a questo mio cuore, e con esso le ambascie.
Dono amaro e malinconico! pegno doloroso e caro!
serba, serba il mio amore inalterabile, o infrangi questo
petto contro il quale io ti premo! Gli anni temperano l'a-
more, ma non l'estinguono; esso ha qualche cosa di più
santo ancora, quando le sue speranze sono passate. Oh!
che sono migliaia di affezioni viventi raffrontate a quel-
la che non può staccarsi dai morti?

243
EUTHANASIA.

Quando il tempo tosto o tardi recherà quel sonno sen-


za sogni che culla gli estinti, Obblío, possa tu librarti
dolcemente colle tue languide ali sul mio letto di morte!
Non schiera di amici o di eredi che compianga o in-
vochi il mio ultimo sospiro, non donna coi crini sparsi
che senta o simuli un pomposo dolore.
Ma in silenzio ch'io discenda nella terra senza esservi
accompagnato da un duolo officioso: io non vuo' inter-
rompere un'ora sola di lietezza, nè causare un solo palpi-
to di terrore all'amistà.
L'amor solo, se però l'amore in simile momento po-
tesse nobilmente soffocare i suoi inutili sospiri, l'amore
potrebbe un'ultima volta addimostrare la sua potenza in
quella che sopravvive ed in colui che muore.
Dolce mi fôra, mia Psiche, il contemplare fino all'ulti-
mo istante il tuo volto sereno: obblievole allora delle
passate sue lotte, anche il dolore potrebbe sorriderti.
Ma vano è il desiderio; il cuore della bellezza si arre-
tra secondo che si avvicina il nostro ultimo alito; e le la-
grime che la donna spande a suo senno ci deludono in
vita, e ci sfibrano al momento di soccombere.
Solitaria sia dunque la mia ora suprema, senza amba-
scia, senza gemiti; sopra migliaia di creature la morte ha
perduto il suo impero e il dolore fu per esse passeggiero
o sconosciuto.

244
Sì, ma morire, e andare, oimè! dove tutti sono andati,
e tutti convien vadano! Conta le ore di gioia che ti furo-
no concesse, conta i giorni che passasti senza soffrire, e
apprendi, qual che ti sia stato, che sempre meglio è il
non essere.

STANZE.

«Heu quanto minus est cum reliquis versari quam tui meminisse!»

E tu sei estinta, tu giovine e bella, come mortale nol


fu mai, con forme sì soavi, con grazie tanto inclite, trop-
po presto tornata alla terra! Benchè la terra ti abbia rice-
vuta nel suo letto, e la folla forse incurevole e lieta cal-
pesti la zolla che ti ricuopre, evvi taluno i di cui sguardi
non potrebbero arrestarsi un solo istante su quella tom-
ba.
Io non chiederò dove tu riposi, nè mirerò quel luogo;
vi crescano fiori o erbe parassite, purch'io non le vegga.
È abbastanza per me il sapere che ciò che ho amato, che
ciò che più lungo tempo amar doveva ancora, si decom-
pone come l'argilla più volgare; per me non giova che
una pietra mi dica che l'oggetto di tanto amore era nulla.
E nondimeno infino al termine la mia tenerezza fu
viva come la tua, tu che il passato non vide mutare, e
che ora mutare più non puoi. Quando la morte ha posto
il suo suggello all'amore, gli anni non sanno raffreddar-

245
lo, nè un rivale può rapirlo, nè ripudiarlo la menzogna: e
ciò che sarebbe più crudele ancora, tu non puoi più ve-
dere in me errori o incostanza.
I bei giorni della vita furono nostri; i cattivi a me solo
rimangono; il sole che rallegra, la tempesta che distrug-
ge, ciò tutto è divenuto nulla per te. Il silenzio di quel
sonno senza visioni io l'invidio troppo per poterlo lagri-
mare; nè mi lagnerò che la morte abbia rapito di repente
quei vezzi di cui forse i miei sguardi avrebbero seguito
il lento deperire.
Il fiore, il di cui colore è più fulgido, ha destino più
breve; se divelto non è dallo stelo nel meriggio di sua
beltà, le sue foglie cadono ad una ad una; ed è uno spet-
tacolo meno doloroso il vederlo cogliere oggi, che il mi-
rarlo dimani appassirsi e sfogliarsi lentamente. Niun oc-
chio mortale può seguire senza dispiacere il passaggio
dalla beltà alla bruttezza.
Io non so se avrei potuto sostenere la vista dell'oscu-
rarsi dei tuoi pregi; più fosca sarebbe stata la notte che
avesse seguita una tale aurora. Ma il giorno è trascorso
senza una nube, e tu fosti bella fino al termine; tu ti
estinguesti senza avvizzire, simile a quelle stelle che
veggonsi staccarsi dal cielo, e che non son mai tanto
splendide come nella loro caduta.
S'io potessi piangere, come un tempo piansi, le mie
lagrime sgorgherebbero pensando che non vegliai sui
tuoi ultimi istanti, che non contemplai con tenerezza i
tuoi dolci lineamenti, che non ti strinsi con affetto fra le

246
mie braccia, che non sostenni il moribondo tuo capo, nè
ti attestai, benchè invano, un amore che nè tu, nè io pos-
siam più provare.
Quantunque tu m'abbia lasciato libero agli oggetti più
cari che la terra possiede ancora, oh! come io preferisco
ad essi la tua rimembranza! Tutto quello che di te non
può morire in seno alla cupa e tremenda eternità, tutto a
me ritorna; e nulla, nulla agguaglia l'amore che estinta ti
porto, tranne quello che vivente io ti portavo.
Febbraio 1812.

STANZE.

Se talvolta nei recinti degli uomini la tua imagine


svanisce dal mio petto, io ritrovo nella solitudine la tua
ombra adorata; e in quell'ora di silenzio e di tristezza
ch'io evoco la tua memoria, e che il mio dolore può esa-
lare in segreto l'affanno che nasconde a tutti gli occhi.
Oh! perdona, se per un momento io accordo alla folla
un pensiero che tutto a te appartiene; se me stesso con-
dannando, io sembro sorridere e appaio infedele alla tua
memoria! Non credere ch'ella mi sia meno cara, perch'io
fo sembiante di gemer meno; non vorrei che gli stolti
udissero un solo de' sospiri che debbono essere intera-
mente a te sacri.
S'io vuoto la tazza nei banchetti, non è per isbandire i
miei affanni; contenere deve una bevanda più terribile la
coppa destinata a spargere sulla disperazione i benefizii
247
dell'obblío. E se l'onda del Lete potesse liberar la mia
anima da tutte le sue dolorose visioni, io infrangerei
contro terra la tazza più dolce che rapir ti potesse un
solo dei miei pensieri.
Perocchè se tu fossi fuggita dalla mia mente, chi sa-
prebbe riempiere il vuoto del mio cuore? E chi rimar-
rebbe qui in terra a dolorare sulla tua urna abbandonata?
No, no, il mio dolore si gloria di riempiere questo caro
ed ultimo ufficio; dovesse il restante degli uomini di-
menticarti, giusto è ch'io serbi la tua ricordanza.
Perocchè io so che altrettanto tu avresti fatto per que-
gli che nessuno compiangerà, quando lascierà questa
scena mortale, in cui non era amato che da te sola.
Oimè! io sento che era questo un beneficio che non mi
era destinato; tu somigliavi troppo a una imagine cele-
ste, perchè un amore della terra potesse meritarti.
14 Marzo 1812.

SOPRA UN CUORE DI CORNALINA CHE SI


RUPPE.

Cuore sciagurato! deve dunque esser vero che tu ti sia


così infranto? Tanti anni di cure pei tuoi e per te furon
dunque vani!
Ma ognuna delle tue parti separatesi mi sembra pre-
ziosa, ogni tuo frammento mi è caro, dappoichè quegli
che ti porta sa che sei un emblema fedele del suo pro-
prio cuore.
248
16 Marzo 1812.

VERSI A UNA SIGNORA PIANGENTE192.

Piangi, figlia di re, l'onta di un padre e la decadenza


di un regno; felice se ognuna delle tue lagrime potesse
lavare una macchia dell'autore dei tuoi giorni!
Piangi... perchè le tue lagrime son quelle della virtù, e
saran di buon presagio a queste isole soffrenti: possa
ognuna di quelle stille esserti ricambiata un giorno da
un sorriso del tuo popolo!
Marzo 1812.

«LA CATENA CH'IO TI DIEDI.»

(Imitata dal turco).

La catena ch'io ti diedi era bella, il liuto ch'io vi ag-


giunsi aveva suoni armoniosi; il cuore che offrì l'uno e
l'altra era schietto, nè meritava la sorte che ha trovata.
A quei doni un segreto prestigio andava congiunto per
farmi indovinare la tua fedeltà nella mia assenza; essi
192
Questi versi furono improvvisati alla notizia sparsasi che la
principessa Carlotta di Galles avea pianto udendo che i whigs
avevan trovato impossibile di formare un gabinetto al momento
della morte di Perceval. Essi furono stampati insieme al Corsaro,
ed eccitarono una vivissima sensazione. I fogli ministeriali non
cessarono per due mesi dal bersagliare il poeta.
249
hanno ben adempito al loro dovere, ma oime! non pote-
rono insegnarti il tuo.
La catena era ferma in ogni anello, ma resister non
seppe al tocco di uno straniero; il liuto era dolce, finchè
tu nol riputasti tale fra le mani di un altro.
Che quegli che ha staccata dal tuo collo quella catena
che al suo contatto si franse, che vide quel liuto rifiutar-
gli i suoi suoni, ritempri le corde, riunisca le anella.
Quando tu mutasti, quei suoni pure mutarono; la cate-
na è rotta, l'armonia è muta. Tutto passò... addio ad essi
e a te... cuor mendace, catena fragile, liuto silenzioso.

VERSI SCRITTI SOPRA UN FOGLIO BIANCO DEI


«PIACERI DELLA MEMORIA193.»

Assente o presente, mio amico, un magico prestigio si


unisce a te; è ciò che possono dire tutti coloro che godo-
no volta a volta del tuo eloquio e dei tuoi canti.
Ma quando verrà l'ora temuta che vien sempre troppo
sollecita per l'amistà; e la memoria piangerà sulla tomba
del suo poeta194 la perdita di ciò che vi è in te di mortale;
Con quale affetto essa ricambierà l'omaggio offerto
da te sui suoi altari, e mescolerà nei secoli avvenire per
sempre il suo al tuo nome.
19 Aprile 1812.
193
Poema di Rogers.
194
Il lettore si rammenterà i bei versi di Collins sulla tomba di
Thomson: «In quella tomba un Druido giace» ecc., ecc.
250
VERSI PROFERITI IN OCCASIONE
DELL'APERTURA DEL TEATRO DI DRURY-LANE,
IL SABATO 10 OTTOBRE 1812.

In una notte terribile la nostra città vide con dolore


cadere in polvere questo ostello che il Dramma andava
altero di abitare; un'ora bastò per dare l'edifizio alle
fiamme, detronizzare Apollo e impor silenzio al regno
di Shakspeare.
Voi avete contemplato con ammirazione e affanno
quello spettacolo il cui splendore sembrava coronare
queste ruine di un'aureola insultatrice; quelle nubi di
fuoco che s'innalzavano di mezzo ai ruderi, e simili alla
colonna luminosa d'Israele cacciavan la notte dalla vôlta
dei cieli; quei turbini di fiamme che riflettevano le loro
tinte rossastre nel Tamigi spaventato, intantochè miglia-
ia di spettatori, accalcati intorno all'edifizio che ardeva,
si arretravano pallidi di spavento e tremavano pei loro
lari, scorgendo l'incendio spiegare le sue vampe, e il cie-
lo orribilmente solcato da lampi non meno terribili di
quelli del firmamento, fino a che ceneri annerite e pochi
muri solitarii annunziarono la disfatta della Musa, e pre-
sero possesso del suo impero crollato; dite... questo nuo-
vo edifizio che aspira alla gloria del primo innalzato nel
medesimo luogo, in cui sorgeva il più maestoso teatro
della nostra isola, gli accorderete voi i vostri suffragii
come all'altro che lo precedè? Questo tempio di Shak-
speare sarà egli degno di lui e di voi?

251
Sì, lo sarà, la magía di questo nome sprezza la falce
del tempo e la torcia infiammata; esso è che vuole che la
scena ricompaia in questo recinto consacrato, e che il
Dramma sia dove fu: la creazione di questo edifizio at-
testa la potenza dell'incantesimo,..... scusa il nostro one-
sto orgoglio, e desta la vostra approvazione.
Poichè questo teatro s'innalza per gareggiare con
quello che più non è, possa il passato essere per noi ga-
rante dell'avvenire; un destino propizio alle nostre pre-
ghiere può darci nomi, simili a quelli che fecero la glo-
ria dell'edifizio distrutto. È a Drury che la nostra Sid-
dons fece apparire per la prima volta quella potenza
commovitrice che inebbriava i cuori teneri e inteneriva i
più insensibili. A Drury, Garrick vide crescere i suoi ul-
timi allori, a Drury, Roscio in procinto di ritirarsi per
sempre dalla scena fece scorrere le vostre ultime lagri-
me, proferì i suoi ultimi ringraziamenti e pianse col suo
ultimo addio: ma pei genii viventi possono anche rifiori-
re quelle corone che non esalano ora più i loro profumi
che su le tombe. Quegli attori Drury li ha reclamati e li
reclama ancora. Non gli rifiutate i vostri suffragii che ri-
sveglieranno la sua musa addormita; apprestate i serti
per adornarne la testa del vostro Menandro, e non serba-
te ai soli estinti inutili omaggi.
Cari sono alla nostra memoria quei giorni che fecero
splendidi i nostri annali prima che Garrick ne avesse la-
sciato, o che Brinsley avesse cessato di scrivere. Eredi
delle loro fatiche noi siamo vani dei nostri avi, come i

252
figli di inclite stirpi. Intantochè la ricordanza prende lo
specchio di Banquo195 per notare nel loro passaggio le
ombre coronate, e che noi sosteniamo il vetro fedele in
cui vengono a riflettersi i nomi immortali che splendono
nel nostro stemma, fermatevi; prima di condannare la
loro debole progenie, pensate quanto è difficile il poter
con essi competere.
Amici della scena, la cui indulgenza e i cui elogii
sono umilmente impetrati dagli attori e dalle produzioni:
la di cui voce e il cui sguardo condannano o assolvono
senza appello, se mai la frivolità ha condotto alla gloria,
e ne ha fatto arrossire pel rattenuto vostro biasimo, se
mai il teatro nel suo decadimento si è abbassato fino a
piaggiare il pessimo gusto che non poteva distruggere,
le fatiche presenti disperdano i rimproveri del passato, e
la censura alzando la voce con saviezza, con giustizia
taccia! Poichè nel Dramma il voler vostro è legge, aste-
netevi dal darci applausi ironici e immeritati: un nobile
orgoglio doppierà le facoltà dell'attore, e la nostra voce
sarà l'eco di quella della ragione.
Dopo questo rispettoso Prologo, conforme all'antica
usanza, dopo questo omaggio del dramma offerto dal
suo araldo, ricevete ancora il nostro saluto; esso parte
dal cuore, e vorrebbe conciliarsi il vostro. La tenda si
alza. – Valgano le nostre scene a mostrarvi opere degne
dei bei giorni di Drury! Cogli Inglesi per giudici e la na-

195
Personaggio di Sakspeare nel Macbeth.
253
tura per guida, possiamo noi lungamente piacervi, e pos-
siate voi lungamente qui presiedere!

ALTRI VERSI SULLO STESSO SOGGETTO,


DEL DOTTOR PLAGIARI196.

(Questi versi che debbono essere a metà palliati, verran proferiti


senza articolazioni e con molte riverenze da Messer B. alla
prossima apertura del nuovo teatro. I passi da palliarsi sono ac-
cennati dalle virgole.)

«Allorchè gli uomini hanno in mira grandi oggetti,»


allora Dio sa che cosa è scritto da Dio sa chi. «Voi qui
ascoltate un modesto monologo,» che il teatro fischiò,
«l'altro dì,» come se questi versi «sonniferi» fossero sta-
ti scritti da sir Fretful, e che a suo figlio fosse stata affi-
data la correzione di quest'opera da trivio! «Nullameno
voi non sareste sorpresi della cosa,» se sapeste lo schia-
mazzo che ha fatto l'autore; «qui anche non potreste
astenervi dal sorridere» se conosceste questi versi, di cui
i migliori son detestabili. «Fuoco, fiamma,» parole prese
in prestito da Lucrezio, «metafore spaventose che ria-
196
Fra i versi mandati al comitato di Drury-Lane ve ne era una
serie del dottor Busby, intitolata Monologo, di cui la seguente è
una parodia. Le parole poste fra due virgole sono estratte esatta-
mente dai versi del dottore che cominciavano così: «Allorchè gli
uomini hanno in mira grandi oggetti, quali sono i prodigi che non
possono compiere? Voi qui vedete un magico edifizio risorto l'al-
tro dì dalle sue ruine...»
254
prono le cicatrici e risvegliano i dolori assopiti, e... ma
basta.» Il cielo mi confonda s'io so quel che ora debbo
dire. «La speranza rinasce e spiega le sue ali,» e M. G.
recita quello che canta il dottore Busby! «– Se i piccoli
oggetti ai più grandi si paragonano (tradotto da Virgilio
per far piacere alle Signore!) il genio drammatico preci-
pita il suo carro vittorioso «dopo aver bruciata quella
povera Mosca come un barile di pece.» Il genio Wel-
lington lo ha mostrato alla Spagna «per fornire a Drury
soggetti da melodramma;» un altro Marlborough ci ad-
dita un nuovo Blenheim; «Giorgio ed io ne faremo una
tragedia, se lo desiderate.»
«La nostra isola si è resa chiara nelle arti e nelle
scienze» (questa profonda scoperta mi appartiene
intera). «Oh! poesia Brittanica, la di cui potenza ispira»
i miei versi..... (o sono un imbelle.... e la gloria una
mendace) «noi ti invochiamo, noi imploriamo le arti tue
sorelle coi» sorrisi, le lire, i pennelli ed altra materia d'e-
gual fatta, «onde possiamo conciliarci le» Grazie; «le
disgrazie siam sicuri che non ci mancheranno!» Schiera
inseparabile! «Tre sorelle che han rapito a Cupido i loro
vezzi ammaliatori» (voi comprendete quel ch'io vuo'
dire, a meno che stolidi non siate) «gruppo armonioso»
che ho tenuto in petto, per produrlo ora in un «sestetto
divino!» Intantochè la poesia «coll'aiuto di sì belle prin-
cipesse «compie la sua parte» in tutte le gallerie «supre-
me» così esaltate, voi prenderete il vostro volo nel ma-
gnanimo globo areostatico del poeta Busby. «Voi splen-

255
derete nel burlesco, nelle mascherate e nei drammi,»
(per questo ultimo verso Giorgio ha un giorno di vacan-
za) «non mai, non mai tant'alto innalzossi il vecchio
Drury,» è quel che dice il suo rettore, e così dico anche
io. «Ma fermatevi, voi soggiungete; cessate dalle vostre
iattanze,» è questo il poema che il pubblico perdè? «È
vero... è vero, così è fiaccato di subito il nostro
orgoglio:» sì, ma i giornali stampano quello che voi po-
nete in riso. «Tocca a noi il volger su di voi i nostri
sguardi... il prezzo è nelle vostre mani,» venti ghinee,
secondo il programma! «Le vostre ricompense conferi-
scono un doppio benefizio, – perciò ottenerle vorrei di
cuore aperto.» Un doppio sentimento è prodotto in noi
da una doppia causa, val dire che mio figlio ed io chie-
diamo entrambi i vostri applausi. «I vostri raggi vivifi-
catori ne facciano vivere,» la prossima lista di sottoscri-
zione mi dirà quanto avrete dato.
Ottobre, 1812.

VERSI TROVATI IN UN CASINO DI CAMPAGNA A


HALES-OWEN197.

Quando il pazzo di Dryden «non sapendo quel che


cercasse198,» spendeva le ore fischiando «per mancanza
di pensieri,» quell'innocuo idiota redimeva ampiamente
coll'innocenza sua la mancanza della ragione. Se i nostri
197
Nella provincia di Warwick.
198
Vedi Cimone e Ifigenia.
256
moderni Cimoni impiegassero come lui i loro ozii, le in-
famie che lordano questi verdi viali non ci farebbero ar-
rossire, e non offenderebbero gli sguardi. È crudo il de-
stino dei nostri moderni stolti, fregiati in pari tempo di
vizio e di inettitudine. Simili a rettili malefici sopra puli-
te muraglie le bianche bave che dietro si lasciano atte-
stano il loro passaggio.

AL TEMPO.

Oh! tempo, la di cui ala instabile trasporta le ore con


volo lento o rapido; i cui tardi inverni, o le fugaci prima-
vere ne trascinano a stento o con celerità verso la mor-
te...
Io ti saluto! tu che prodigasti al mio nascere quei doni
noti a tutti quelli che ti conoscono; il tuo peso mi sem-
bra ora meno grave, ora che son solo a portarlo.
Io non vorrei che un cuore amante avesse la sua parte
nei giorni amari che mi hai dati; io ti perdono, poichè tu
hai permesso che il riposo o il cielo fossero conceduti a
tutto quello che ho amato.
Purchè essi riposino in pace o siano felici, i tuoi mali
futuri mi opprimeranno indarno; io non ti debbo che un
breve numero di anni, ed è un debito che io ho già scon-
tato colle mie angoscie.
Ed anche queste non furon senza compensi; io sentiva
la tua potenza, e nondimeno l'obbliavo: l'attività del do-
lore ritarda il corso dei momenti, ma non li annovera.

257
Felice, io ho sospirato pensando che il tuo trascorrere
non tarderebbe a rallentare; tu potevi gettar una nube
sulla mia gioia, ma non potevi accrescere un'ombra al
mio dolore.
Perocchè allora, sebben lugubre e fosco come era il
tuo cielo, la mia anima vi si era avvezza; una sola stella
scintillava ai miei sguardi per provarmi che tu non eri
l'eternità.
Quel raggio si è dileguato, ed ora tu sei per me come
se mai stato non fossi; una cosa che tutti maledicono,
una parte di cui increscioso è ogni particolare, che tutti
si dolgono di dover compiere, e che tutti ripetono.
Vi è una scena in questo dramma però che tu non
puoi contaminare, allorchè non attendendo alla tua fuga
sopra altri mugghia la tempesta che un sonno profondo
non ci permette più d'intendere.
Ed io posso sorridere pensando quanto vani saranno
fra poco i tuoi sforzi, quando tutti i colpi della tua ven-
detta dovran cadere sopra una pietra senza nome.

TRADUZIONE DI UN CANTO ROMAICO.

Ah! l'amore non fu mai senza i dubbi, gli affanni, le


angoscie che spremono dal mio cuore incessanti sospiri,
mentre i giorni e le notti cupamente trascorrono.
Senza un amico che oda i miei gemiti, io languo, io
muoio sotto terribili colpi. Io ben sapevo che l'amore
avea i suoi dardi, e, oimè! sento ancora che essi sono

258
avvelenati.
Uccelli, che siete anche liberi, evitate la rete che l'a-
more tese intorno al vostro nido; o invasi dal suo fatal
fuoco, i vostri cuori arderanno, le vostre speranze do-
vranno spegnersi.
Uccello di libera e incurevole ala io pure mi fui fra
molti sorrisi di primavera; ma preso al laccio fraudolen-
to, divampo ora e debolmente mi scuoto.
Quegli che non ha mai amato, o amato invano, non
può sentire, nè aver pietà delle ambascie che cagionano
una fredda ripulsa, uno sguardo non ricambiato, un lam-
po collerico dell'occhio dell'amore.
Fra sogni dorati io mia ti riputava, ora ogni mia spe-
ranza si discioglie e decade; come molle cera o fiore che
appassisce, io sento la mia passione e il tuo potere.
Luce della mia vita, ah! dimmi, perchè assumesti quel
labbro sdegnoso e quell'occhio alterato? Mia colomba di
amore! mia compagna soave! ti sei tu mutata, puoi tu
odiare?
I miei occhi come ruscello d'inverno son gonfi: quale
sciaurato vorrebbe mutar con me la sua sorte? Mia ami-
ca, desisti: un tuo accento è un prestigio che obbligar
può a vivere il tuo amante.
Il mio sangue agghiacciato, il mio spirito furibondo
con silenziosa angoscia io sopporto; e nondimeno il tuo
cuore senza dividere uno de' miei affanni esulta, mentre
il mio s'infrange.

259
Prodigami il veleno, non temere tu più, chè ora non
potresti darmi la morte: io son vissuto per maledire il
giorno in cui nacqui, e l'amore che tanto lentamente può
uccidere.
Mia anima lacerata, mio straziato cuore, potrebbe la
pazienza consigliarti la calma? Oimè! troppo tardi, e a
troppo gran prezzo io conosco che la gioia è soltanto fo-
riera del dolore.

STANZE.

Tu non sei falsa, ma instabile sei con coloro che hai sì


teneramente amato; le lagrime che tu strappasti, doppia-
mente amare divengono a tal pensiero: è ciò che spezza
i cuori che tu contristi: tu ami troppo... troppo presto ab-
bandoni.
Il cuore abbomina la donna sleale e obblía la perfida e
la sua perfidia; ma quella che non dissimula nessuno dei
suoi pensieri, quella il di cui amore è tanto sincero
quanto dolce, quando mutasi colei che sì veracemente
amava, il cuore prova allora quello che il mio ha trova-
to.
Sognar la gioia e svegliarsi nel dolore è la sorte di tut-
to ciò che vive od ama; e se al mattino noi ci sdegniamo
colla nostra imaginazione, perchè ci ha ingannati anche
in sonno, e perchè lascia la nostr'anima più mesta dopo
il suo svegliarsi;

260
Che debbono dunque sentire coloro cui infiammò non
una visione menzognera, ma la più vera, la più tenera
delle passioni? Tanta sincerità, poi un mutamento sì ra-
pido e sì doloroso, come se un sogno solo mi avesse al-
lietato? Ah! senza dubbio, il mio dolore è opera della
fantasia, e sogno solo fu quello della tua incostanza.

ESSENDO RICHIESTO QUALE ERA L'ORIGINE


DELL'AMORE.

L'origine dell'amore! Ah! perchè farmi sì crudele di-


manda quando tu puoi leggere in mille occhi che esso
viene in vita al vederti?
E se vuoi conoscere il suo fine, il mio cuore mi predi-
ce, i miei timori intravveggono che egli languirà lungo
tempo in silenzioso dolore, e non cesserà... se non quan-
do avrò io pur cessato di vivere.

STANZE.

Rimembrati di colui cui la passione pose a una dura


prova, e che non vi ha soccombuto; rimembrati di quel-
l'ora pericolosa in cui niuno di noi fallì, sebbene entram-
bi ci amassimo.
Quel seno arrendevole, quel molle occhio non mi in-
vitavano che troppo ad essere felice: la tua preghiera
gentile, il tuo sospiro intercessore condannarono il desi-
derio avventato e lo repressero.
261
Oh! lasciami sentire tutto quello che ho perduto; pre-
servandoti da tutto ciò che la coscienza teme; lascia
ch'io arrossisca pensando a quanto mi è costato il voler
togliere agli anni venturi inutili rimorsi.
Non dimenticar ciò allorchè la lingua della maldicen-
za susurrerà contro di me; il suo biasimo vorrà nuocere
al cuore che ti ama, e invilire un nome a metà oscurato
da essa.
Non dimenticare, quale che abbia potuta essere la mia
condotta con altre, che tu mi hai veduto comprimere
ogni pensiero di egoismo; anche ora io benedico la pu-
rezza della tua anima, ora ancora fra la solitudine della
notte.
Oh Dio! perchè non ci vedemmo noi più presto, en-
trambi col medesimo amore e tu più libera; allorchè
avresti potuto amare senza delitto, ed io avrei potuto es-
sere meno indegno di te!
Possa, come un tempo, la tua vita trascorrere lungi
dal mondo e dal suo mendace splendore; e questo mo-
mento, amaro tanto, una volta passato, possa la prova
essere per te l'ultima!
Questo cuore, oimè,! troppo a lungo pervertito, per-
duto egli stesso in mezzo agli uomini vi cagionerebbe
forse la tua ruina; rivedendoti nella garrula folla una
speranza presuntuosa potrebbe farlo traviare.
A quelli che mi somigliano, e le cui sciagure o la feli-
cità insensata non sono avute in cale da nessuno, lascia
questo mondo..... e abbandona un teatro, dove coloro

262
che sentono sono condannati a soccombere.
La tua gioventù, le tue grazie, la tua tenerezza, la tua
anima rimasta pura nella solitudine, da quello che ivi
sentì può indovinar quello che qui il tuo cuore avrebbe a
soffrire.
Oh! perdonami le lagrime supplichevoli che strappò
la mia demenza dai tuoi occhi adorati, e che la virtù non
sparse invano; per me omai i tuoi pianti non saran più
versati.
Sebbene un lungo dolore si unisca al pensiero che noi
non dovrem forse più rivederci, questa cruda sentenza io
la mertai, e stimo quasi dolce la mia condanna.
Se però io ti avessi meno amata, il mio cuore ti avreb-
be fatto minori sagrificii; abbandonandoti esso non ha
provato la metà di quello che sentito avrebbe, se per sua
colpa il delitto ti avesse data a me.
1813.

SUI POEMI DI LORD THURLOW.

Quando Thurlow fece apparire queste dannate stoltez-


ze (spero di non esser violento) nè gli uomini, nè gli Dei
seppero quello ch'egli intendesse di fare.
E di poi neppur gli elogii del nostro Rogers poterono
innalzare i suoi pensieri a livello del senso comune. Per-
chè gli si permise di stampare siffatti versi?...
Oh! divino Apollo, accordami il primo e il secondo
canto di Ermilda... debbo fare una nuova valigia.
263
Per fornirla in modo decente io l'empio delle mie poe-
sie e delle altrui... così, amabile Thurlow, aspetto le vo-
stre.

A LORD THURLOW.

«Io depongo il mio ramo di alloro, o divino Apollo, per forma-


re la tua corona: ogni altro vi rechi il suo.»
Versi di lord Thurlow diretti a Mr. Rogers.

«Io depongo il mio ramo di alloro.» Tu deponi il tuo


ramo di alloro! ma è tuo per cederlo? E imaginando ti
appartenga, chi ne ha più bisogno fra Rogers e te? Tieni
per te medesimo il tuo ramo appassito, o rimandalo al
dottor Donne. Se ad entrambi fosse fatta giustizia im-
parziale, a lui una foglia appena di quell'alloro tocche-
rebbe, e a te... nessuna.
«O divino Apollo per formare la tua corona.» Una
corona! Intrecciala come vuoi, tu non farai mai che il
berretto di un pazzo. La prima volta che ti avverrà di vi-
sitare la città di Delfo, prendi lingua dagli altri viaggia-
tori che là troverai: essi ti diranno che Febo diede la sua
corona a Rogers alcuni anni prima che tu nascessi.
«Ogni altro vi rechi il suo.» Quando si manderanno
come cose rare il carbone a Newcastle, e i gufi ad Ate-
ne; quando il reggente e la sua dama avran fatto divor-
zio, o Liverpool piangerà i suoi falli; quando i Torys e i
Whigs avran cessato di contendere, e la sposa di Castle-

264
reagh gli avrà dato un erede, allora Rogers chiederà al-
lori, e tu in copia potrai recargliene.

A TOMMASO MOORE, SCRITTO LA SERA


INNANZI DELLA SUA VISITA A MR. LEIGH
HUNT NELLE PRIGIONI DI COLDBATH-
FIELDS, 19 MAGGIO 1813.

O tu che menasti gran vanto per la città sotto tutti i


nomi, Anacreonte, Tom Little, Tom Moore, o Tom Bro-
wn..... perocchè mi si appicchi s'io so di quale tu devi
andar più altero dei tuoi gravi in-quarto, o della tua cor-
rispondenza da pochi soldi, eccomi alla mia lettera che è
in risposta alla tua. – Sii dimani con me il più presto che
puoi, vestito e pronto per andare insieme alla prigione di
un uomo di spirito. Prega Febo che le nostre malizie po-
litiche non ci procaccino un albergo in quel palagio! Io
imagino che questa notte tu sia immerso in negozi e che
abbi disertato Sam Rogers per l'azzurro Sotheby; in
quanto a me, sebbene infreddato da morirne, convien
che io mi ponga i calzoni e vada ad Heathcote; ma di-
mani alle quattro entrambi suoneremo la Scurra, e tu sa-
rai Catullo, e il Reggente Mamurra199.
199
Il lettore che desidera d'intendere la forza di questa scanda-
losa insinuazione deve guardare le note di Mureto sopra un cele-
bre poema di Catullo intitolato: In Caesarem; che bistratta d'assai
il favorito Mamurra:
«Quis hoc potest videre? quis potest pati,
Nisi impudicus et vorax, et belluo?
265
IMPROVVISATO IN RISPOSTA AD UN AMICO.

Quando il dolore che ha sede nel mio petto più alta


spande la sua trista ombra, e si diffonde sui lineamenti
alterati del mio viso, e oscura la mia fronte, e riempie i
miei occhi di lagrime, tal tristezza non ti sgomenti, essa
in breve da sè dileguerà: i miei pensieri troppo ben co-
noscono la loro prigione; dopo una scorrería passeggera
essi ripigliano il cammino del mio cuore e rientrano nel-
la loro cella silenziosa.
Settembre 1813.

SONETTO A GINEVRA.

L'azzurro de' tuoi occhi soavi, la tua lunga e bionda


chioma, la tua fronte pensosa e pallida da cui si esala la
dolce serenità del dolore che il tempo alleviò, han diffu-
so sopra di te una tristezza sì eloquente, che s'io non sa-
pessi che il tuo cuore fortunato non racchiude che pen-
sieri puri e senza feccia, in preda ti stimerei a terrestri
affanni. Tale dal pennello di Guido, da quel pennello
ispirato dal genio della bellezza nacque un giorno la
Maddalena... tale tu ci apparisci; ma quanto tu le sei su-
periore! a te non abbisogna il pentimento, in te il rimor-
so non ha nulla da espiare, la virtù nulla da riprendere.
17 Dicembre 1813.
Mamurram habere quod comata Gallia
Habebat unctum, et ultima Brittannia,» etc.
266
SONETTO ALLA STESSA.

La tua gota è pallida di meditazioni, ma non di dolo-


re, ed è così amabile che se l'allegrezza stendesse su
quei gigli il suo incarnato, il mio cuore desidererebbe
che si dissipasse: i tuoi occhi azzurri non abbagliano;
ma oimè! anche gli occhi più severi non possono con-
templarli senza lagrime; ed io sento i miei empiersi di
quei pianti estratti alla mammella di una madre, dolci
come le ultime stelle che accompagnano l'arco del cielo.
Di mezzo alle tue lunghe ciglia nere splende una malin-
conia cara, come un Serafino che scendesse dal firma-
mento, e che al disopra di tutti i dolori tutti li commise-
rasse; vedendo tanta dolcezza mista a tanta maestà, io ti
porgo un culto ognor più sacro, senza poter meno amar-
ti.
17 Dicembre 1813.

DAL PORTOGHESE.

«Tu mi chiamas.»

In momenti consacrati al piacere con dolce tuono tu


mi chiami «Mia vita!» Care parole di cui il mio cuore
s'inebbrierebbe se la giovinezza potesse non decader
mai, nè morire.

267
Ma alla morte convien che riescano anche ore come
queste: ah! non ripeter dunque mai più simili accenti; o
invece di mia vita! dimmi mia anima! che come il mio
affetto esisterà sempre.

ALTRA VERSIONE.

Tu mi chiami sempre tua vita. – Oh! muta tal parola.


– La vita è passeggiera come il sospiro di un incostante:
dimmi piuttosto tua anima; più adeguato fia il nome, pe-
rocchè come l'anima il mio amore non può morire.
1813.

268
IL DEFORME TRASFORMATO
DRAMMA.

269
AVVERTIMENTO

Questa produzione è fondata in parte sul Romanzo


dei Tre Fratelli, pubblicato son già molti anni, e da cui il
Demonio dei Boschi di M. G. Lewis fu pure preso..., e
in parte sul Fausto del gran Goëthe. Il dramma non con-
tiene che le due prime Parti, e il Coro che apre la terza.
Il resto apparirà forse un giorno.

INTERLOCUTORI.

Lo STRANIERO, poscia CESARE.


ARNOLDO.
BORBONE.
FILIBERTO.
CELLINI.
BERTA.
OLIMPIA.
Spiriti, soldati, cittadini romani, sacerdoti, villici,
ecc., ecc.

270
IL DEFORME TRASFORMATO

PARTE PRIMA.

SCENA I.
Un bosco.
Entrano ARNOLDO e sua madre BERTA.
BER. Vattene; gobbo!
ARN. Nacqui così, mia madre!
BER. Vattene, incubo! vituperio! solo aborto di sette
figliuoli.
ARN. Così lo fossi io stato, e non avessi mai veduta la
luce!
BER. Io pure lo desidererei, ma poichè tu l'hai vista.....
vattene, sgombra... e fa del meglio che puoi! Le tue
spalle possono portare la loro soma; esse son più alte di
quelle degli altri, se non son tanto larghe.
ARN. La loro soma ben la portano!... ma il mio cuore
sopporterà egli quella di cui voi l'opprimete, o mia ma-
dre? Io vi amo, o almeno vi amavo: voi sola nella natu-
ra, voi sola potete amare un essere come son io. Voi mi
allattaste... perchè non mi uccideste!
BER. Sì,... ti allattai perchè eri il mio primogenito, nè
io sapevo se avrei avuto un altro figlio che non ti somi-
gliasse, trastullo mostruoso di natura. Ma vattene una
271
volta, e cògli legna.
ARN. Vado..... Ma quando la riporterò, parlatemi con
dolcezza. Sebbene i miei fratelli siano così belli e forti e
agili come le damme che inseguono, non mi respingete:
noi avemmo un latte comune.
BER. Sì, tu hai fatto come il porco spino che viene du-
rante la notte a tettare la madre del giovine torello di cui
la forosetta trova all'indimani le mamme prosciugate e
sconcie. Non chiamar fratelli i tuoi fratelli! non chia-
marmi madre, perocchè s'io ti partorii, feci come l'insen-
sata gallina che avviva talvolta le vipere covando ova
sconosciute. Via, turpe demonio, via di qui! (Berta
esce.)
ARN. (solo) Oh, madre!... ella è partita, ed io debbo
eseguire i suoi ordini... ah! lo farei di buon grado, se po-
tessi soltanto sperare in ricompensa una parola di bontà!
Che farò io? (Arnoldo comincia a tagliar legna, e in far
ciò si ferisce una mano) II mio lavoro per oggi è termi-
nato. Maledetto sia questo sangue che fluisce così cele-
re; perocchè ora una doppia dannazione sarà il guider-
done che mi aspetta a casa... A casa! Qual casa? Io non
ho casa, nè parenti, nè specie... io non son fatto come le
altre creature per dividere i loro sollazzi, i loro piaceri.
Perchè debbo io dunque spargere il sangue come esse?
Oh! così ogni goccia che ne cade in terra potesse crearvi
un serpente che le trafiggesse, come esse mi hanno tra-
fitto! oppure il diavolo, a cui mi assomigliano, venisse
in soccorso della sua immagine! S'io ho in comune con

272
lui la forma, perchè non ne debbo avere il potere? È for-
se perchè non ho la sua volontà? Una sola parola bene-
vola di quella che mi diede la vita varrebbe a riconciliar-
mi anche con questo aspetto odioso. Detergiamo questa
ferita. (Arnoldo si avvicina ad una fonte, si inchina per
lavarsi le mani e si arretra inorridito) Han ragione, e lo
specchio della natura mi mostra quale essa mi ha fatto.
Io non vi guarderò più, e oso appena pensarvi. Schifoso
miserabile ch'io sono! Fino le acque mi scherniscono
per la mia orrida forma, che sembra quella di un Satana
posto al fondo di quella fontana per impedire agli ar-
menti di venire a dissetarvisi. (momento di pausa) E
continuerò io a vivere a carico del mondo e di me, ver-
gogna di quella che mi generò? Tu, sangue, che scorri sì
abbondevole da una lieve scalfitura, io vuo' vedere se
non scorrerai anche in maggior copia onde i miei mali
ritornino con te alla terra a cui io vuo' rendere questo
detestato composto de' suoi atomi. Che esso vi si dissol-
va, e rientri nei suoi primi elementi; che vi assuma la
forma di ogni altro rettile, purchè non sia la mia, e un
mondo divenga per miriadi di nuovi vermi! Questo col-
tello!... vediamo se non porrà fine ad una tale esistenza,
e non reciderà questo stelo appassito di natura, come re-
cise i verdi rami della foresta! (Arnoldo pone il coltello
in terra colla punta all'insù) Ora è fermo, ed io mi vi
precipiterò sopra. Pure anche uno sguardo a questo bel
giorno che non vede nulla di sì orrendo come me, e a
quel dolce sole che mi ha riscaldato, ma invano. Gli uc-

273
celli... come lietamente cantano! Sia!... perch'io non
vorrei essere deplorato; le loro più liete note componga-
no la squilla funebre di Arnoldo: le foglie cadenti siano
il mio mausolèo; e il murmure della vicina fontana la
mia sola elegía. Ora, coltello, sta fermo, com'io su di te
mi precipito! (mentre corre per avventarsi sul coltello,
il suo occhio vien di subito distratto da un movimento
che vedesti nella fontana) Quell'onda si agita senza uno
spiro di vento: ma il muoversi di un po' di acqua altererà
le mie risoluzioni? No. Pure essa ribolle di nuovo! Non
è l'aria che le comunica quell'agitazione, ma qualche po-
tenza sotterranea del mondo interno. Chi è costà? Che
veggo! È un vapore!... e non altro?...
(Una nube s'innalza dalla fontana. Arnoldo la con-
templa; essa si discioglie, e un uomo nero di alta
persona si avanza verso di lui.)
ARN. Che vuoi tu? Parla! Sei uno spirito o un uomo?
STRAN. L'uomo essendo l'uno e l'altro, una parola si-
gnifica entrambe le cose.
ARN. La tua forma è di uomo, nondimeno tu potresti
essere un demonio.
STRAN. Tanti uomini lo sono, o passano per tali, che
puoi pormi senza inconvenienti nell'una o nell'altra delle
due classi. Ma vediamo: tu vuoi ucciderti: termina la tua
opera.
ARN. Tu l'hai interrotta.
STRAN. Che risoluzione è quella che può restar inter-
rotta? S'io fossi il diavolo, come credi, un momento di

274
indugio, e il tuo suicidio ti avrebbe dato a me per sem-
pre; pure colla mia venuta io ti ho salvalo.
ARN. Io non ho detto che tu fossi il demonio, ma che
il tuo modo di avvicinarti era diabolico.
STRAN. A meno che tu non vada in sua compagnia (e
sembri poco proprio a così alto consorzio), tu non puoi
dire in qual guisa ei si avvicini; in quanto al suo aspetto,
guardati in questa fontana, poi guarda me, e giudica
quale di noi due ha più somiglianza coll'essere dal piede
bifido, terrore degli stolti.
ARN. Oseresti tu.... osi tu schernirmi per la mia defor-
mità?
STRAN. S'io rimproverassi al buffalo la sua zampa
spaccata, o all'agile dromedario la sua soma sublime, gli
animali si allegrerebbero del complimento, e nondimeno
l'uno e l'altro sono più agili, più robusti, più operosi e
più pazienti, che tu e tutti gli esseri più alteri e più belli
della tua razza. La tua forma è nella natura: solo essa si
è ingannata nei suoi doni, largendo a un uomo quello
che era destinato ad altre creature.
ARN. Dammi dunque la forza del buffalo e il suo pie-
de tremendo, allorchè all'appressarsi del suo nemico ei
sparge l'arena, o fa ch'io possegga la lunga e paziente
operosità del dromedario, vascello del deserto; e soppor-
terò con santa rassegnazione il tuo infernale sarcasmo.
STRAN. Così farò.
ARN. (con sorpresa) Tu lo potrai?
STRAN. Forse. Chiedi null'altro?

275
ARN. Tu mi deridi.
STRAN. No. Perchè deriderei io colui che tutti derido-
no? Sarebbe un tristo diletto. Per parlarti il linguaggio
degli uomini (perocchè tu non puoi ancora parlare il
mio), il boscaiuolo non va a caccia dello sciagurato co-
niglio, ma del cinghiale, del lupo, del lione, abbando-
nando il minuto uccellame al villano che si mette in
campagna una volta all'anno per far bollire nella sua cal-
daia si miserabile preda. Gl'infimi degli uomini ti scher-
niscono... io mi rido dei più potenti.
ARN. Non gettar dunque il tuo tempo con me: io non
ti cerco.
STRAN. Il tuo pensiero non era da me lontano. Non di-
scacciarmi: non sono così facilmente richiamato per
rendere servigio.
ARN. Che vuoi tu fare per me?
STRAN. Mutar teco forma, se credi, poichè la tua ti è
tanto odiosa; o darti quell'aspetto che più ti piaccia.
ARN. Oh! allora sei certamente il demonio, perocchè
nessun altro vorrebbe rivestirsi della mia bruttezza.
STRAN. Io ti mostrerò le forme più belle che il mondo
ha vedute, e ti darò la scelta.
ARN. A qual condizione?
STRAN. Strana dimanda! un'ora fa avresti data la tua
anima per essere come gli altri uomini, ora vacilli, men-
tre puoi rivestire le sembianze degli eroi.
ARN. No, io non voglio, io non debbo compromettere
la mia anima.

276
STRAN. Qual anima degna di tal nome vorrebbe abita-
re un tal carcame?
ARN. Un'anima ambiziosa, quale che si sia la dimora
in cui fu indegnamente collocata. Ma dimmi qual è il
tuo patto: deve essere segnato col sangue?
STRAN. Non col tuo.
ARN. Con quale dunque?
STRAN. Ne parleremo poi. Ma vuo' essere mite con te,
perocchè in te veggo alte cose. Tu non avrai altro vinco-
lo che la tua volontà, altro obbligo che le tue azioni. Sei
pago?
ARN. Ti ho in parola.
STRAN. All'opera dunque!... (lo Straniero si avvicina
alla fontana, poi si volge ad Arnoldo) Un po' del tuo
sangue.
ARN. A che?
STRAN. Per fonderlo colla magia delle onde e rendere
il fascino efficace.
ARN. (stendendogli il braccio ferito) Prendilo tutto.
STRAN. Non ora. Poche goccie per questo ufficio ba-
steranno.
(Lo Straniero lascia cadere alcune goccie del sangue
di Arnoldo nella sua mano e le getta nel fonte.)
STRAN. ... «Ombre della bellezza, ombre della poten-
za, sorgete ai vostri ufficii, questa è l'ora, obbedite. –
Docili e sottomesse, escite dal fondo di questa sorgente
come il gigante figlio delle nubi che sta a cavaliere della
montagna di Hartz. Venite come eravate, onde possiamo

277
contemplare all'aperta luce il modello della forma ch'io
comporrò; apparite fulgide come l'iride, quando l'etere è
immacolato.» – Tale è il suo desiderio (additando Ar-
noldo), tale è il mio comando! Spiriti eroici, spiriti già
un tempo vestiti delle sembianze dello stoico, del sofi-
sta, o di quelle di tutti i vincitori, dal figlio della Mace-
donia fino a quegli orgogliosi romani che non sorgevano
al mondo che per distruggere... Ombre della bellezza,
ombre della potenza, sorgete ai vostri ufficii... questa è
l'ora, obbedite200»
(Varii fantasmi s'innalzano dalle acque e passano l'u-
no dietro l'altro dinanzi allo Straniero e ad Arnol-
do.)
ARN. Che veggo io?
STRAN. Il romano dagli occhi grifagni che non trovò
chi lo vincesse, che non calcò mai terra che non assoget-
tasse alle leggi di Roma, mentre Roma diveniva sotto-
messa a lui e a tutti quelli che furono eredi del suo
nome.
ARN. Quell'ombra è calva... io chieggo la bellezza. Se
però potessi colle sue mende aver anche la sua gloria...
STRAN. La sua fronte fu ricinta da più allori, che ca-
pelli. Tu vedi il suo aspetto... adottalo o rifiutalo. Io non
posso prometterti che la sua forma: la sua gloria sarà
lungo tempo oggetto di ambizione, e lungo tempo si
combatterà per conseguirla.
ARN. Io pure vuo' combattere, ma non da falso Cesa-
200
Canto lirico nel testo.
278
re. Fa che passi; il suo aspetto sarà bello; ma non mi
piace.
STRAN. Allora tu sei di più difficile contentatura che
la sorella di Catone o la madre di Bruto, o Cleopatra a
sedici anni, età in cui l'amore non è meno negli occhi,
che nell'anima. Ma sia! Ombra, dileguati.
(La larva di Giulio Cesare scompare.)
ARN. Può egli essere che l'uomo che tanto commosse
la terra sia svanito senza che ne rimanga traccia?
STRAN. T'inganni. La sua sostanza lasciò dietro di sè
bastanti sepolcri, bastanti calamità, e più gloria che non
è necessaria per eternare la sua memoria: in quanto alla
sua ombra, essa è simile alla tua, disegnata dal sole, o è
solo un po' più alta e più diritta. Eccone un'altra!
(Passa un secondo fantasma.)
ARN. Chi è questi?
STRAN. Fu il più prode e il più bello degli ateniesi.
Guardalo bene.
ARN. È più amabile dell'altro. Quanto è leggiadro!
STRAN. Tale fu il figlio di Clinia dalla chioma inanel-
lata... vuoi tu vestirti della sua forma?
ARN. Fossi io nato con essa! Ma dappoichè debbo
scegliere, vediamone qualcun'altra.
(L'ombra di Alcibiade scompare.)
STRAN. Osserva! osserva!
ARN. Che! quel satiro abbronzato, camuso, dagli oc-
chi squarciati! colui che ha quelle aperte narici e quell'a-
spetto da Sileno, quei piedi bistorti e quella persona pig-

279
méa! Vuo' piuttosto restare quello che sono.
STRAN. Nondimeno ei fu la perfezione terrestre di
ogni bellezza mentale, la personificazione di ogni virtù.
Ma tu lo ripudi?
ARN. Se colla sua forma avessi anche quello che la re-
dimeva, non la vorrei.
STRAN. Nè io saprei promettertelo; ma tu potresti far-
ne sperimento e trovar la cosa più facile, sia con quella
spoglia, o colla tua.
ARN. No, io non nacqui per la filosofia, sebbene abbia
tutto quello che va con essa. Fa ch'ei scompaia.
STRAN. Svanisci, bevitor di cicuta!
(L'ombra di Socrate si dilegua: un'altra sorge.)
ARN. Chi è costà? Chi è questi di cui la larga fronte,
la barba arricciata e il maschio aspetto ricordano Ercole,
se non che il suo occhio giocondo ha più del Bacco, che
del severo purgatore del mondo inferno rappresentato
come ci viene, poggiante con aria triste sulla sua clave
vittoriosa, come s'ei si dolesse della indegnità di coloro
pei quali ha combattuto?
STRAN. Fu l'uomo che perdè l'antico mondo per amo-
re.
ARN. Io non posso biasimarlo, poichè ho arrischiata la
mia anima, perchè non trovo quello ch'egli preferì al-
l'impero del mondo.
STRAN. Dappoichè tanto di lui ti piaci, vuoi con lui
trasmutarti?
ARN. No, tu mi hai data la scelta, ed io voglio essere

280
difficile, non fosse che per vedere gli eroi ch'io non
avrei mai potuto mirare su questa riva del triste fiume
dell'eternità ch'essi varcarono per venirci innanzi.
STRAN. Vanne, triumviro! La tua Cleopatra ti aspetta.
(L'ombra di Antonio scompare, altre ombre s'innalza-
no.)
ARN. Chi è quegli che ha veracemente l'aspetto di un
semidio, pieno di freschezza, colla sua capigliatura
bionda e la sua persona, che se non è superiore a quella
di un mortale, è celeste per quella grazia di cui si ador-
na, come il sole de' suoi raggi... un'espressione che ri-
splende in lui, e che non è che la emanazione di qualche
cosa anche di più nobile? Fu egli solo un semplice
uomo?
STRAN. La terra risponda se ha conservato un atomo
di lui, o anche del più solido oro che componeva la sua
urna.
ARN. Chi fu questa gloria dell'uman genere?
STRAN. La vergogna della Grecia in pace, la sua fol-
gore in guerra... Demetrio il Macedone, l'abbattitore del-
le città.
ARN. Vediamo un'altra ombra.
STRAN. (indirizzandosi al fantasma che sta loro in-
nanzi) Vattene fra le braccia di Lamia! (l'ombra di De-
metrio Poliorcete svanisce; un'altra ne sorge) Ne trove-
rò una che ti talenti, non dubitarne, mio gobbo. Se le
ombre di quello che è esistito non appagano il tuo gusto
delicato, io animerò il marmo ideale, onde la tua anima

281
si riconcilii col suo nuovo vestimento.
ARN. Ho scelto! Ecco quegli che mi piace.
STRAN. Debbo lodarti per tal elezione. Tu vedi dinan-
zi a te il divino figlio della Dea dei mari, l'inclita prole
di Peléo coi suoi capelli giovanili e lucenti come i flutti
d'ambra del ricco Pattolo che svolgonsi sopra una sabbia
d'oro: vedi come risplendono traverso al cristallo di que-
sta sorgente e si commuovono quai linfe ondeggianti al
soffio della brezza: sacri essi sono al Dio Sperchio! ed
egli..... tale egli era al fianco di Polissena condotto al-
l'altare da un amore puro e intemerato, e contemplava la
sua sposa troiana, mentre i rimorsi cagionatigli dalla
morte di Ettore e i pianti di Priamo si mescolavano nel
suo cuore ai sentimenti profondi della sua tenerezza per
la modesta vergine, la di cui dolce mano tremava in
quella dell'uccisore di suo fratello. È così che esso stava
nel tempio! Tu il vedi quale lo vide la Grecia prima che
la freccia di Paride avesse immolato il più grande de'
suoi figli.
ARN. Lo contemplo come se fossi la sua anima, pen-
sando che il suo corpo servirà fra breve d'inviluppo alla
mia.
STRAN. Hai bene scelto. L'estrema deformità non deve
mutarsi che coll'estrema bellezza, se vero è il proverbio
dei mortali che gli estremi si toccano.
ARN. Su via, affrettati, io sono impaziente.
STRAN. Come una giovine beltà dinanzi al suo spec-
chio che le mostra non quello che è, ma quello che do-

282
vrebbe essere secondo i suoi sogni. Così a te pure acca-
de.
ARN. Debbo io molto attendere?
STRAN. No, sarebbe gran danno. Ma prima una parola
o due. La sua persona è di dodici cubiti; vorrestù innal-
zarti tanto al disopra de' tuoi contemporanei e divenire
un Titano? o (per parlare canonicamente) vorresti tu di-
venire un figlio di Anak?
ARN. E perchè no?
STRAN. Gloriosa ambizione, tu sopratutto mi piaci nei
nani! Un mortale di statura filistèa avrebbe cangiata lie-
tamente la persona di Golia in quella di un piccolo Da-
vid. Ma tu, mio fantoccio, vorresti parere, piuttostochè
essere un eroe. Se tale è il tuo desiderio, esso verrà ap-
pagato, e nondimeno, credimi, scostandoti un po' meno
dalle proporzioni dell'umanità attuale, tu la dominerai
più facilmente; perocchè tutti insorgerebbero contro di
te ora, come per cacciare un nuovo Mammot; le loro
maledette macchine, le loro colubrine e i tanti altri inge-
gni di guerra si aprirebbero una via fra l'armatura del
nostro amico qui presente con più facilità, che la freccia
dell'adultero non gli trafiggesse il tallone che Tetide
avea dimenticato di battezzare nello Stige.
ARN. Sia dunque come meglio estimi.
STRAN. Tu sarai bello come colui che vedi, forte
com'esso era, e...
ARN. Non chieggo di esser prode, dappoichè la defor-
mità è per se stessa audace. È della sua essenza il cerca-

283
re di mettersi a livello degli altri uomini, ed anche di
sorpassarli coll'energia dell'anima e della mente. Vi è in
tutti i suoi goffi moti un pungolo che l'eccita ad ottenere
quello che è rifiutato ad altri negli oggetti di concorren-
za universale, onde compensare l'avarizia di una natura
matrigna. La deformità cerca con intrepide geste i sorri-
si della fortuna, e spesso come Timur, lo zoppo Tartaro,
li consegue.
STRAN. Ben detto! E così senza dubbio resterai quale
sei. Io posso congedare quest'ombra destinata a servir di
modello al materiale inviluppo di cui volevo rivestire la
tua anima ardita, capace di ogni più bell'opra anche sen-
za di esso.
ARN. Se alcuna potenza non mi avesse offerto la pos-
sibilità di un mutamento, la mia anima avrebbe fatto di
tutto per aprirsi una via, malgrado questo peso scorag-
giante e penoso della mia bruttezza che opprime il mio
cuore e le mie spalle come una montagna, e che mi fa
turpe a maledetto dinanzi agli altri uomini più di me fe-
lici. È con un sospiro non di amore, ma di disperazione
ch'io avrei guardato quel sesso, la di cui bellezza è il
tipo di tutto ciò che noi conosciamo o immaginiamo di
più leggiadro al di là di questo mondo che esso tanto
adorna; e avvampante d'amore, io avrei forse rinunziato
all'idea di piacere a quella che non avrebbe potuto ria-
marmi a cagione di questa vil forma che mi condanna ad
esser solo. Sì, io avrei potuto tutto sopportare, se mia
madre non mi avesse da sè scacciato. L'orsa lecca i suoi

284
nati e dà loro una forma..... mia madre ha disperato della
mia. Se come una Spartana ella mi avesse ripudiato pri-
ma che io conoscessi le passioni della vita, avrei fatto
parte del suolo della valle... più lieto di non esser nulla,
che di essere quello che sono. Ma anche nel mio stato
attuale, il più abbietto, il più abbominevole, l'ultimo de-
gli uomini, con coraggio e perseveranza sarei forse di-
venuto qualcosa..... è ciò che è accaduto ad eroi formati
sul mio medesimo stampo. Dianzi tu mi vedesti signore
della mia vita e in procinto di farne il sagrificio: quegli
che è di ciò signore, è signore di chiunque teme di mori-
re.
STRAN. Scegli dunque fra quello che sei stato e quello
che vuoi essere.
ARN. Ho già scelto. Tu hai aperta una prospettiva più
luminosa ai miei occhi, più dolce al mio cuore. Quale io
sono ora, posso essere temuto, ammirato, rispettato,
amato da tutti, eccetto che da quelli che mi stanno vicini
e di cui ambirei l'affetto. Come tu mi hai permesso di
scegliere una forma, io prendo quella che mi sta ora di-
nanzi. Affrettati! Affrettati!
STRAN. Ed io qual forma assumerò?
ARN. Quegli che dispone a suo piacere di tutte, pren-
derà senza dubbio la più bella di tutte, una forma supe-
riore anche a questa del Pelide che vediamo. Forse egli
sceglierà quella del suo uccisore, di Paride: o... meglio
ancora..... quella del Dio dei Poeti, di cui gli stessi con-
torni son poesia.

285
STRAN. Mi contenterò di meno; perocchè io pure desi-
dero di mutarmi.
ARN. Il tuo aspetto è bruno, ma non privo di grazia.
STRAN. Se volessi, potrei essere più bianco; ma ho
una inclinazione pel nero... è un colore sì schietto e che
non teme nè rossori di vergogna, nè pallori di paura; ma
io ne sono stato cosperso gia da troppo tempo, ed ora
vuo' prendere la tua figura.
ARN. La mia?
STRAN. Sì. Tu muterai col figlio di Teti, io con quello
di Berta, prole di tua madre. Ognuno ha i suoi talenti; tu
i tuoi... io i miei.
ARN. Sollecita! sollecita!
STRAN. Sia! (lo straniero prende un poco di terra, la
compone ad una forma e s'indirizza quindi all'ombra di
Achille) «201 Ombra del figlio di Tetide, che dormi sotto
il cespo che cuopre Troia, io ritraggo la tua effigie colla
terra rossa. Argilla, animati; queste gote s'intingano del
vermiglio della rosa, allorchè dischiudendo il suo botto-
ne ella s'imporpora de' suoi primi colori! Viole ch'io
sparpaglio, diffondete il vostro azzurro ne' suoi occhi! E
tu, onda limpida, in cui il sole mescola la sua luce, mu-
tati in sangue: questi steli lunghi e pieghevoli di giacinto
divengano la sua lunga chioma che ondeggi sulla sua
fronte come per l'aere libravansi: questo marmo ch'io
stacco dalla roccia divenga il suo cuore; ma la sua voce
somigli al canto degli augelli che si salutano su questa
201
Brano lirico.
286
quercia. La sua carne estragga la sua sostanza dalla più
pura parte di questa terra che alimentava il giglio e im-
pregnavasi dianzi di una dolce rugiada: le sue membra
siano dotate di tutta la flessibilità che può acquistare la
creta; il suo volto abbagli per la sua bellezza! Elementi
che mi circondate, mischiatevi, animatevi; riconoscete-
mi, obbedite alla mia parola! Raggi del sole, riscaldate
questa salma terrestre!... Tutto è fatto! Egli ha preso il
suo posto nella creazione!»
(Arnoldo cade privo dei sensi; la sua anima passa
nella forma di Achille che si alza da terra; il fanta-
sma essendosi disfatto a poco a poco, a misura che
il corpo al quale ha servito di modello è stato com-
posto.)
ARN. (nella sua nuova forma) Amo e sarò amato! Oh,
vita, alfine io ti sento! Spirito glorioso!
STRAN. Aspetta; che faremo della spoglia che hai ab-
bandonata, di quel corpo deforme in cui dianzi stavi rac-
chiuso?
ARN. Che me ne cale? Lascia che i lupi o gli avvoltoi
se ne cibino, se ne han talento.
STRAN. E se lo fanno (nè se ne allontanano spaventa-
ti), tu potrai dire che la pace regna, e che i campi non of-
frono loro un miglior pascolo.
ARN. Lasciamolo là; non ci curiam più di esso.
STRAN. Questo è poco gentile, se anche non è ingrato.
Quale che esso siasi, in esso stette la tua anima un tem-
po.

287
ARN. Sì, come l'immondezzaio che cela una gemma
che è ora legata in oro, come devono esserlo i gioielli.
STRAN. Ma s'io ti ho data un'altra forma, deve essere
in ragione di un cambio leale, e non di un furto; peroc-
chè quelli che creano gli uomini senza l'aiuto della don-
na han da lungo tempo ottenuto una patente di privativa,
e abborrono i contraffattori. Il diavolo può prendere i
mortali, non farli... sebbene ottenga il benefizio della
fabbricazione originale... convien dunque trovare qual-
cuno che assuma la forma che tu hai lasciata.
ARN. Chi lo vorrà?
STRAN. Questo io non so, e perciò lo farò io stesso.
ARN. Tu?
STRAN. Lo dissi prima che tu abitassi la tua dimora at-
tuale di bellezza.
ARN. È vero. Io tutto dimentico nella gioia di questo
immortale cambio.
STRAN. Fra poco io sarò quale tu eri, e tu mi vedrai
per sempre dietro a te come la tua ombra.
ARN. Vorrei esentarmi da ciò.
STRAN. Ma è impossibile. Che! Essendo quale sei,
fremi tu già all'idea di veder quello che per tanto tempo
fosti?
ARN. Fa ciò che vuoi.
STRAN. (indirizzandosi al corpo di Arnoldo steso per
terra) «202 Argilla non morta, ma senz'anima, sebbene
alcun uomo non volesse sceglierti, un immortale si de-
202
Brano lirico.
288
gna di accettarti. Tu sei creta, e agli occhi di uno spirito
tutta la creta è eguale. Fuoco senza del quale nulla può
vivere! fuoco nel quale nulla può vivere, tranne la favo-
losa salamandra, o quelle anime immortali, che erranti
fra fiamme inestinguibili supplicano quegli che non per-
dona, e implorano con urli una stilla di acqua! – Fuoco,
solo elemento nel quale nè pesci, nè quadrupedi, nè uc-
celli, nè rettili (se non è il verme che mai non muore)
possono conservare un istante la loro forma; tu che li
annienti, e sei per l'uomo una salvaguardia e un perico-
lo; fuoco, primogenito della creazione e minaccioso fi-
glio della distruzione, allorchè il cielo sarà stanco della
terra; fuoco, aiutami a richiamare in vita questo corpo
intirizzito e inerte! la sua risurrezione dipende da te e da
me! Una lieve scintilla, ed esso ritornerà quale era; ma
io occuperò il posto della sua anima!»
(Un fuoco fatuo aleggia pel bosco e viene a posarsi
sulla fronte del cadavere. Lo straniero scompare e
il corpo si alza.)
ARN. (nella sua nuova forma) Oh orribile!
STRAN. (sotto quella forma che aveva prima Arnoldo)
Che! Tu tremi?
ARN. No... agghiaccio soltanto. Dove è ita la forma
che tu dianzi avevi?
STRAN. Nel mondo delle ombre; ma percorriamo noi
questo. Dove vuoi andare?
ARN. Devi tu essermi compagno?
STRAN. Perchè no? Gente che di te più vale frequenta

289
peggior compagnia.
ARN. Che di me più vale!
STRAN. Oh! tu superbisci, lo veggo, della tua nuova
spoglia, e ne son lieto. Eccoti anche divenuto ingrato!
Bene sta; tu incedi rapidamente..... due trasformazioni in
un istante, e hai già invecchiato nelle vie del mondo.
Ma, soffrimi, mi troverai utile nel tuo pellegrinaggio.
Ora di'? Dove andremo noi?
ARN. Dove il mondo è più popolato, onde io lo possa
vedere in azione.
STRAN. Cioè a dire là dove si trova l'attività della
guerra e quella della donna. Vediamo! La Spagna... l'Ita-
lia... il nuovo mondo dell'Atlantico... l'Africa con tutti i
suoi Mori. In verità non v'è luogo a elezione: tutta la
razza degli uomini è, secondo il suo costume, imperver-
sante contro se medesima.
ARN. Intesi grandi cose di Roma.
STRAN. Ottima scelta... sarebbe difficile il farne una
migliore, dappoichè Sodoma più non esiste. Il campo è
anche vasto, perocchè ora Franchi, Unni e la progenie
Iberica degli antichi Vandali infieriscono sulle apriche
rive del giardino del mondo.
ARN. Come vi andremo noi?
STRAN. Da valentuomini sopra buoni corridori. Olà,
miei cavalli! Non ne esisterono mai di migliori, dacchè
Fetonte fu precipitato nel Po. Miei paggi, dico!
(Entrano due paggi con quattro cavalli color d'eba-
no).

290
ARN. Nobile vista!
STRAN. E di più nobile razza. Trovamene i simili in
Barbaria o in Arabia!
ARN. Le nubi di vapore che escono dalle loro altere
narici fanno avvampar l'aria; un nembo di scintille come
sciame di lucciole aleggia sulle loro criniere, in quella
guisa appunto che insetti volgari ronzano intorno a cor-
ridori terrestri al tramonto del sole.
STRAN. Salite, messere: essi ed io siam vostri servido-
ri.
ARN. E questi paggi dagli occhi neri... che nome han-
no?
STRAN. Voi li nominerete.
ARN. Chiamerò quello che porta il corno d'oro ed ha
aspetto sì splendido e fiorente, Huon; perocchè egli so-
miglia all'amabile fanciullo di questo nome perduto nel-
la foresta e non mai più trovato; quanto all'altro il di cui
volto è più fosco e più pensoso, che non sorride, ma è
grave, sebben sereno come la notte, il dirò Mennone dal
re di Etiopia la di cui statua esala armonie una volta al
dì. E tu?
STRAN. Io ho diecimila nomi e due volte tanti attribu-
ti; ma avendo presa una sembianza umana, prenderò un
nome umano.
ARN. Più umano che la sembianza (comechè fosse
mia), io spero.
STRAN. Chiamami dunque Cesare.
ARN. Questo nome non appartiene che agli imperii, e

291
non è stato portato che dai signori del mondo.
STRAN. È perciò che si addice meglio al diavolo ma-
scherato... poichè tale voi mi stimate, a meno che non
voleste credermi il Papa.
ARN. Ebbene, tu sarai Cesare. Per me il mio nome
sarà semplice sempre, Arnoldo.
CES. Noi vi aggiungeremo un titolo: conte Arnoldo:
così suona meglio e starà meglio in un biglietto d'amore.
ARN. O in un ordine del giorno di una battaglia.
CES. (canta) «A cavallo, a cavallo, il mio nero corsie-
re batte col piede l'arena e aspira l'aere! Non v'è corrido-
re arabo che meglio conosca il suo Signore; ei sormon-
terà la montagna senza stanchezza; più ella sia alta, più
celere ei diverrà. Nei paduli ei non rallenterà il suo cor-
so; nelle pianure niuno potrà raggiungerlo; nelle onde
non isprofonderà; sulla riva dei fiumi non fermerassi per
bere; nel corso non diverrà alitante, nelle battaglie non
infiacchirà; le selci non gli faranno ostacolo; il tempo e
la fatica non potranno abbatterlo; ei non diverrà torpido
nelle stalle, e volerà come l'Ippogrifo senza altre ali che
i suoi piedi agili. Un tal viaggio non sarà piacevole?
Lietamente! lietamente! non mai i nostri neri cavalli tra-
boccheranno sulla polvere. – Corriamo, o voliamo dalle
Alpi al Caucaso! Noi ci lascierem dietro quei monti in
un volger d'occhio.»
(Salgono sui loro cavalli e scompaiono.)

292
SCENA II.

Un campo dinanzi alle mura di Roma.

ARNOLDO e CESARE.

CES. Siamo entrati alfine.


ARN. Sì, ma passando sopra cadaveri: i miei occhi
son pieni di sangue.
CES. Detergili dunque e vedici meglio. Come! tu sei
un conquistatore; il favorito cavaliero e il fratello d'armi
del prode Borbone, un tempo contestabile di Francia, ed
ora in procinto di divenir signore della città che dominò
la terra sotto i suoi Imperatori, e che... avendo mutato
sesso, non scettro, Impero ermafrodito, è divenuta ora
regina dell'antico mondo.
ARN. Come antico? Vi son forse nuovi mondi?
CES. Per voi altri uomini sì. Voi saprete bentosto che
vi è un nuovo mondo dalle messi che ne coglierete, da
una nuova malattia e dall'oro che ve ne verrà. Una metà
della terra lo chiamerà mondo nuovo, perciò voi non sa-
pete che quello che possono insegnarvi i sensi imperfetti
e incerti dei vostri occhi e delle vostre orecchie.
ARN. È in essi ch'io voglio credere.
CES. Fatelo! Vi inganneranno dolcemente, e ciò è me-
glio che l'amara verità.
ARN. Cane!
CES. Uomo!
293
ARN. Demonio!
CES. Vostro umile e obbediente servitore.
ARN. Di' Signore piuttosto. Tu mi hai condotto fin qui
fra scene di sangue e di lascivie.
CES. E dove vorresti tu essere?
ARN. Oh, in pace... in pace!
CES. E dove è quegli che lo sia? Dalla stella al verme
che striscia, ogni cosa che ha vita ha movimento; e nella
vita la commozione è l'ultimo grado di essa. Il pianeta si
aggira fino a che divenga cometa, e distruggendo le stel-
le sul suo passaggio si dilegua. Il misero verme si trasci-
na sulla terra vivendo della morte di altri esseri, sebbene
convenga che egli pure esista e muoia sottomesso a
qualche cosa che lo fa vivere e morire. Tu devi obbedire
a quello a cui tutti obbediscono, la norma dell'immutabi-
le necessità; contro i suoi decreti la ribellione è vana.
ARN. E quando non fosse...
CES. Non sarebbe più ribellione.
ARN. Adesso avrà ella buon profitto?
CES. Borbone ha dato gli ordini per l'assalto, e allo
spuntar del dì ferveranno le opere.
ARN. Oimè! e cadrà la città? Io veggo la gigantesca
dimora del vero Dio e del suo santo fedele l'Apostolo
Pietro. Essa innalza la sua cupola e il suo divo simbolo
verso quel medesimo cielo in cui Cristo salì pel cammi-
no della croce divenuta dopo l'effusione del suo sangue
un pegno di tripudio e di gloria, come un tempo lo fu di
torture, per lui, figlio di Dio, Dio egli stesso, solo ed ul-

294
timo rifugio dell'uomo...
CES. Esso è quivi, e qui starà.
ARN. Che cosa?
CES. Il crocifisso al disopra, e molti altari pii al disot-
to. Sulle mura poi colubrine e archibusi, ed ogni altro
arnese micidiale, oltre gli uomini che debbono apporvi
il fuoco per dar morte ad altri uomini.
ARN. E quegli archi sovrapposti, quelle costruzioni
eterne che a mala pena potrebbero credersi opere d'uo-
mini; quel teatro in cui gl'Imperatori e i loro sudditi
(sudditi Romani) contemplavano i combattimenti dei
monarchi del deserto e delle foreste, il leone e l'elefante,
figli della solitudine, infino allora indomiti, che face-
vansi lottare nell'arena, deve egli pure cadere? Non ri-
manendo ai Quiriti più popoli da conquistare, era forza
che le selve pagassero i loro tributi di vite al loro anfi-
teatro; era forza che i guerrieri della Dacia si sgozzasse-
ro fra di loro per ricreare un istante il popolo Re, finchè
stanco questo gridasse: vengano nuovi gladiatori!» Tale
anfiteatro deve dunque essere distrutto?
CES. La città o l'anfiteatro? La gran Chiesa o tutte?
perocchè tu ogni cosa confondi.
ARN. Dimani il segnale dell'assalto sarà dato al primo
canto del gallo.
CES. E se finisce la sera col primo canto del rosignuo-
lo, sarà un nuovo avvenimento negli annali dei grandi
assedii; perocchè dopo lunghe fatiche bisogna bene che
gli uomini abbiano la loro preda.

295
ARN. Il sole tramonta così placido e forse più bello
che il giorno in cui Remo saltò le fossa di Roma.
CES. Io lo vidi.
ARN. Tu!
CES. Sì, messere. Dimenticate voi che io sono o fui
uno spirito prima di prendere la sprezzata vostra forma,
e un nome anche peggiore? Io son Cesare e gobbo ora.
Or bene! il primo dei Cesari era calvo, e, dice la storia,
teneva meno cara la sua corona di alloro come diadema,
che come parrucca. Così corre il mondo; ma non cessia-
mo di esser lieti. Quale voi mi vedete, io vidi il vostro
Romolo, allorchè uccise suo fratello gemello escito dal
medesimo seno, perchè avea varcato un confine. Roma
non aveva mura allora; il primo cemento dell'eterna città
fu il sangue di un fratello, e se dimani il sangue de' suoi
abitanti trascorre a rivi fino a che il Tebro straripi e le
sue acque divengan rosse, come ora son gialle, ciò sarà
nulla appo le carnificine con cui questo popolo, posteri-
tà di un fratricida, ha attristato per tanti secoli l'Oceano
e la terra.
ARN. Ma che cosa hanno fatto questi lontani discen-
denti che son vissuti in pace, nella pace del Cielo e al
lume della Religione?
CES. E che avevano fatto quelli cui opprimevano e
scannavano gli antichi Romani!... Udite!
ARN. Son soldati che cantano nella loro indifferenza
alla vigilia di tante morti e forse della loro.
CES. E perchè non canterebbero, se lo fanno anche i

296
cigni?203 Essi sono però, non vi ha dubbio, cigni neri.
ARN. Veggo che sei istruito.
CES. Nella grammatica, certo. Io fui educato per dive-
nire il monaco di tutti i tempi, e molto versai nelle lette-
re obbliate della lingua etrusca: se volessi potrei rendere
i suoi geroglifici più chiari del vostro alfabeto.
ARN. E perchè nol fai?
CES. Vorrei piuttosto mutar l'alfabeto in geroglifici. Io
sono come i vostri politici profeti, pontefici, dottori, al-
chimisti, filosofi, come tutti quelli che han fabbricate
più Babeli senza nuove dispersioni, che la gente balbet-
tante escita dal fango del diluvio, quei primi uomini che
rimaser tanto scornati e si divisero per non potersi più
intendere. Ma gli abitanti del globo han più senno ora;
le assurdità e la mancanza di senso non son più una ra-
gione per separarsi. All'incontro è questa la base della
loro fratellanza; il loro Shibboleth, il loro Corano, il loro
Talmud, la loro Cabala, la loro pietra migliore sulla qua-
le essi erigono...
ARN. (interrompendolo) Taci, eterno beffeggiatore!
Come il rozzo canto di quei soldati si addolcisce per la
lontananza e acquista la cadenza di un inno armonioso!
Ascolta!
CES. Sì, io ho udito cantar gli angeli.
ARN. E ruggire i demoni.
CES. E l'uomo anche. Ma udiamo! ogni musica mi di-
letta. (Canto dei soldati al di dentro.)
203
È nota la tradizione del cigno nell'ora della sua morte.
297
«Le bande nere hanno varcate le Alpi e le loro nevi;
con Borbone, il proscritto, esse attraversarono il largo
Po. Noi abbiamo vinti tutti i nostri nemici, abbiam fatto
un re prigioniere, non siam mai fuggiti, cantiamo viva
per sempre Borbone!
«Sebbene senza soldo, noi non saliremo meno queste
antiche muraglie; con Borbone ci riuniremo alla punta
del dì dinanzi alle porte, e attraverseremo insieme o at-
terreremo i baloardi: ponendo il piede sulle scale innal-
zeremo un grido di gioia; la morte sola sarà muta.
«Con Borbone saliremo sulle mura dell'antica Roma,
e chi potrà contare allora le spoglie di tutti i suoi edifi-
zii?
«Su, su lo stendardo dei gigli, abbasso le chiavi: nel-
l'antica Roma dai sette colli lautamente ci ciberemo.
«Le sue strade saranno insanguinate, il suo Tebro
scorrerà color di porpora, e i suoi templi venerabili ri-
suoneranno del rumore dei nostri passi.
«Viva Borbone, Borbone, Borbone per sempre! è
questo il ritornello della nostra canzone, e avanti avanti!
«Colla Spagna per vanguardia, la nostra oste svariata
procede, e dietro ai figli di Iberia battono i tamburi di
Germania, poi le lancie d'Italia si appuntano al petto
della loro madre.
«Ma il nostro duce è Francese ed ha combattuto suo
fratello! Viva Borbone, viva Borbone senza tetto, nè pa-
tria, noi seguiremo Borbone nel sacco di Roma204.»
204
Canto lirico.
298
CES. Ecco una canzone, mi sembra, da non dover ta-
lentar molto agli assediati.
ARN. Sì, se costoro son fedeli al loro ritornello; ma
viene il generale coi suoi ufficiali e i suoi più intimi. Un
bel ribelle! (Entra il contestabile di Borbone cum suis,
ecc., ecc.)
FIL. Che avete nobile Principe? Voi non parete con-
tento!
BORB. Perchè lo sarei?
FIL. Alla vigilia di una conquista, quale è la nostra,
molti lo sarebbero.
BORB. S'io ne fossi sicuro!
FIL. Non temete dei nostri soldati. Fossero le mura di
adamante, essi le spezzerebbero. La fame è un'arguta ar-
tiglieria.
BORB. Che possano mancarmi è il minore dei miei ti-
mori; che possano essere respinti, con Borbone per duce
e incitati da tutti gli appetiti che li guidano..... fossero
queste antiche mura montagne e quelli che le difendono
simili agli Dei delle favole, io confiderei nei miei Titani;
pure...
FIL. Non son che uomini che con altri uomini guer-
reggiano.
BORB. È vero: ma quelle mura hanno accolto in secoli
di onore e mostrati al mondo spiriti di eroi. Il passato di
Roma trionfante e l'ombra attuale di quello che essa fu
son popolati da quei guerrieri; e parmi ch'essi errino sui
baloardi dell'eterna città e stendano verso di me le loro

299
mani gloriose e insanguinate accennandomi ch'io me ne
allontani.
FIL. Lasciateli fare! La minaccia di vane larve vi farà
ella recedere?
BORB. Esse non mi minacciano. Io avrei sprezzate,
credo, le minaccie di Silla; ma incrociano e sollevano
verso il cielo le loro mani livide e supplicanti; i loro vol-
ti scarni e i loro sguardi immobili affascinano i miei.
Guarda là!
FIL. Io non veggo che gli alti merli.
BORB. E da quel lato?
FIL. Neppure una scolta: esse si stanno prudentemente
rannicchiate dietro al parapetto per evitare qualche palla
forviata dei nostri lanzichenecchi, a cui talentasse di
esercitare il suo occhio alla freschezza del crepuscolo.
BORB. Tu sei cieco.
FIL. Se è esserlo il non vedere che ciò che è visibile.
BORB. Migliaia di anni hanno riunito i loro eroi su
quelle mura..... l'ultimo dei Catoni è là, e si squarcia le
viscere piuttosto che sopravvivere alla libertà di questa
Roma ch'io vuo' rendere schiava; e il primo dei Cesari,
coronato dalle sue vittorie, corre di spaldo in spaldo.
FIL. Conquistate dunque la città per la quale egli vin-
se, e siate di lui più grande.
BORB. Sì lo farò, o troverò la morte.
FIL. Ciò vi è impossibile. Il morire in una tale impresa
non è morire, ma vedere spuntar l'aurora di un eterno
giorno. (Il conte Arnoldo e Cesare si avavanzano.)

300
CES. E i semplici mortali... debbono essi ancora suda-
re sotto i raggi vividi di questa gloria divorante?
BORB. Oh! salute al caustico gobbo e al suo signore, il
più bell'uffiziale del nostro campo, prode quanto bello,
generoso quanto amabile. Noi daremo da faticare ad en-
trambi prima che aggiorni.
CES. Voi pure non vi adoprerete meno, così piaccia a
Vostra Altezza.
BORB. E se ciò è, non vi sarà più alacre lavoratore di
me, gobbo.
CES. Voi potete ben chiamarmi così avendomi veduto
nelle spalle... nella vostra qualità di generale, posto al
retroguardo nel momento dell'azione... ma i vostri nemi-
ci non ne potrebbero dire altrettanto.
BORB. La risposta è sagace, perocchè io la
provocai..... ma il petto del Borbone si è sempre presen-
tato e si presenterà sempre al pericolo con ardore eguale
al vostro, foste voi il diavolo.
CES. Se lo fossi, avrei potuto dispensarmi dal venir
qui!
FIL. Perchè?
CES. Una metà dei vostri prodi andrà a lui di proprio
moto, e l'altra gli sarà spedita più presto ancora e non
meno sicuramente.
BORB. Arnoldo, il vostro amico dal curvo dorso è un
serpente ne' discorsi, come nelle opere.
CES. Vostra Altezza molto s'inganna. Il primo serpen-
te era un adulatore... io nol sono; e in quanto alle mie

301
opere, io non trafiggo che trafitto.
BORB. Voi siete prode, e ciò mi basta; siete pronto alle
risposte come alle azioni, e ciò è anche meglio. Io non
son solo un soldato, ma il compagno dei soldati.
CES. È una pessima compagnia, Altezza, e peggio an-
che pegli amici, che pei nemici, essendo coi primi la co-
noscenza più lunga.
FIL. Olà, malandrino! Tu divieni insolente più che
non tel permettano i privilegi di buffone.
CES. Voi volete dire ch'io parlo il vero. Orbene, men-
tirò... è del pari facile: allora mi loderete quando vi avrò
chiamato un eroe.
BORB. Filiberto, lascialo, egli è valente, e col suo vol-
to abbronzato e il suo dorso fatto a montagna, fu sempre
veduto per primo nelle battaglie e negli assalti, fu più
d'ogni altro paziente nel sopportare le privazioni; quanto
alla sua lingua si può permetter qualche licenza in un
campo, e i vivi motti di un gioviale furfante son di mol-
to preferibili, a mio avviso, ai giuramenti grossolani e
alle bestemmie di uno schiavo che mormora, triste e af-
famato, a cui per esser contento abbisogna buon pasto,
buon letto, buon vino e alcuni maravedis coi quali egli
si crede ricco.
CES. Sarebbe bene che i principi della terra non chie-
dessero nulla di più.
BORB. Taci.
CES. Sì, ma non per stare in ozio. Parlate voi che ave-
te anche poco da parlare.

302
FIL. Che intende di dire quest'audace cicalone?
CES. Ciancio come gli altri profeti.
BORB. Filiberto, perchè infestarlo? Non abbiamo noi
altre cose a cui pensare? Arnoldo, io darò l'assalto dima-
ni.
ARN. È quanto mi fu detto, signore.
BORB. E voi mi seguirete?
ARN. Poichè non mi sarà permesso di precedervi.
BORB. È necessario per stimolare gli ardimenti del no-
stro esercito consunto dalle privazioni, che quegli che lo
guida ponga primo il piede sulla scala più avanzata.
CES. Speriamo ch'ei pervenga a calcare il baloardo,
come merita il suo valore.
BORB. La gran Capitale del mondo sarà forse dimani
nostra. In ogni vicissitudine la città dei sette colli ha ri-
tenuto il suo potere sulle nazioni, e i Cesari non cedero-
no che agli Alarichi, gli Alarichi ai pontefici. Romani,
Goti o sacerdoti, i sovrani di Roma furon sempre i so-
vrani del mondo! Civili, barbare o sante, le mura di Ro-
molo son sempre state il circolo di un impero. Ebbene!
fu loro destino... ora è il nostro; speriamo che combatte-
remo noi pure egualmente bene e reggeremo meglio.
CES. Senza dubbio: il campo è la scuola dei diritti ci-
vici. Che ne farete di Roma?
BORB. Quello che essa fu.
CES. Ai tempi di Alarico?
BORB. No, miserabile! a quelli del primo Cesare, il di
cui nome tu porti, come tanti altri cani...

303
CES. E tanti re! È un gran nome per ogni essere avido
di sangue.
BORB. Vi è un demonio in quella tua lingua da serpe a
sonaglio. Non diverrai tu mai grave?
CES. Alla vigilia di una battaglia no... non sarebbe da
soldato. Tocca al generale il divenir cogitabondo: noi
avventurieri dobbiamo essere più gai. A che dovremmo
noi pensare? La nostra divinità tutelare, sotto forma di
comandante, prende cura di noi. Tenete lontano i pensie-
ri dagli eserciti: se i soldati cominciano a riflettere, ri-
marrete solo ad atterrare quelle mura.
BORB. Tu puoi schernire, poichè fortunatamente non
combatti meno bene per ciò.
CES. Vi ringrazio della libertà; è il solo soldo ch'io ab-
bia ricevuto al servizio di Vostra Altezza.
BORB. Bene, furfante, dimani ti pagherai da te. Guar-
da quelle torri; esse racchiudono il mio tesoro. Ma, Fili-
berto, andiamo al consiglio. Arnoldo, abbisogneremmo
in esso della vostra presenza.
ARN. Principe, i miei servigi vi appartengono ivi
come sul campo.
BORB. In entrambi i luoghi noi li apprezziamo; e di-
mani alla punta del giorno voi occuperete un posto di fi-
ducia.
CES. Ed io?
BORB. Tu seguirai la gloria con Borbone. Buona not-
te!
ARN. (a Cesare) Prepara la nostra armatura per l'as-

304
salto, e aspettami nella mia tenda.
(Escono il Borbone, Arnoldo, Filiberto, ecc.)
CES. (solo) Nella tua tenda! Credi tu ch'io mi allonta-
ni da te colla mia presenza? o che questo inviluppo che
conteneva il tuo principio vitale sia altro che una ma-
schera per me? E questi sono uomini, pel Cielo! eroi e
duci e fiore dei bastardi di Adamo! Questa è la conse-
guenza di aver dato alla materia la facoltà di pensare. È
una sostanza dura che cogita di sbieco come opera e si
rituffa ad ogni istante nel caos in cui stavano fusi tutti i
suoi primi elementi. Bene; mi divertirò con questi mise-
ri fantocci: è il passatempo di uno spirito nelle sue ore
d'ozio. Quando ne sarò stanco, ho gravi occupazioni fra
gli astri che queste povere creature credono fatti pel pia-
cere dei loro occhi. Sarebbe una bella burla il farne di-
scendere uno fra di loro e l'appiccare il fuoco a questa
loro formicaia: come gli insetti correrebbero allora sulla
loro terra avvampante! cessando di distruggersi gli uni
cogli altri, non innalzerebbero più che una prece univer-
sale! Ah! ah! (Esce.)

PARTE SECONDA.

SCENA I.
Dinanzi alle mura di Roma. – L'assalto: l'esercito è in moto per
dar la scalata ai baloardi; Borbone lo precede con una ciarpa
bianca sulla sua armatura.

305
Coro di Spiriti per aria.
I. «Il giorno si alza, ma tristo e fosco. Dove sen fugge
la lodola silenziosa? Dove si cela il sole annuvolato? È
il giorno cominciato davvero? La natura volge un oc-
chio melanconico sulla città illustre e sacra; intorno a
questa s'innalza uno strepito che potrebbe svegliare i
santi che dormono nel suo ricinto, e rianimare le ceneri
eroiche fra le quali il Tebro volge i gialli suoi flutti. Oh,
sette colli, scuotetevi prima di essere adeguati alla vo-
stra base!
II. «Udite il rumore dei passi nemici! Marte ne regola
il movimento! Essi si avanzano di concerto e in misura
come le maree obbedienti alla luna! Quantunque s'avvii-
no alla morte, procedono come le onde dell'Oceano che
varcano i moli, ma sempre in ordine, e non s'infrangono
che l'una dopo l'altra. Ascoltate il risonar delle armature!
mirate i volti minacciosi dei guerrieri! come essi esami-
nano con aria feroce questi parapetti! Mirate quelle sca-
le di cui ogni gradino è come la striscia che segna il dor-
so di un serpente.
III. «Mirate quei baloardi ispidi di soldati, guarniti
dovunque di cannoni dalla gola nera, di ferri scintillanti,
di miccie accese, di moschetti infernali, presti a recere
la morte? Tutti gli strumenti di carnificina antichi e nuo-
vi son riuniti per questo fatale combattimento, e nume-
rosi sono come sciame di locuste. Ombra di Remo! que-
sto giorno è terribile come quello in cui tuo fratello
commise il suo delitto! I Cristiani sono armati contro gli
306
altari di Cristo... la di lui sorte deve ell'essere simile alla
tua?
IV. «L'esercito conquistatore più e ognor più si avvi-
cina; la terra trema sotto i suoi passi; uno strepito sordo
da prima li accompagna come quello dell'océano a metà
svegliato, fino al momento in cui divenuto più forte e
più fragoroso, l'urto suo polverizza gli scogli... tali si
avanzano le schiere di quell'esercito! Eroi di cui il nome
è immortale! duci potenti! ombre eterne! primi fiori dei
prati cruenti da cui Roma è circondata, Roma, la madre
di un popolo che non ebbe fratelli! dormirete voi intan-
tochè i litigii delle nazioni scerpano i vostri allori? Voi
che piangeste sopra Cartagine in ceneri, non piangete...
Correte! perocchè Roma è in gramaglie.
V. «I guerrieri di venti nazioni diverse, di cui la care-
stia ha da tanto tempo diminuite la razioni, si avanzano:
numerosi, ma più formidabili che branchi di lupi, l'odio
e la fame li sospingono di fronte ai baloardi. Oh! città
gloriosa, diverrai tu un tema di compassione! Romani,
combattete come combatterono i vostri primi padri! Ala-
rico fu un nemico gentile, paragonato ai neri banditi del
Borbone! Svegliati, eterna città, svegliati! Piuttosto dà
alle fiamme tu stessa i tuoi edifizii, che vedere una tal
oste contaminare co' suoi piedi l'infima delle tue vie.
VI. «Ah! rimira quello spettro sanguinoso! I figli di
Ilio non trovano Ettore; i nati di Priamo amavano i loro
fratelli; il gran padre di Roma obbliò sua madre allorchè
uccise il suo prode germano, e si macchiò di una colpa

307
incancellabile. Mira l'ombra gigantesca librarsi in tutta
la sua altezza sui baloardi! Nel giorno in cui egli saltò i
tuoi limiti, la tua fondazione fu contristata dal presagio
della tua caduta. Ora, benchè tu sia altera come una nuo-
va Babele, chi potrà arrestare i suoi passi? Posandosi sui
tuoi templi più alti, Remo reclama la sua vendetta.
VII. «I barbari adesso ti son sopra nel loro furore; il
fuoco, il fumo e infernali clangori ti minacciano, o me-
raviglia del mondo! La morte è nelle tue mura e sotto le
tue dimore. Lo scricchiolare dei ferri incomincia, la sca-
la cede e si rompe sotto il suo fardello di metallo che ve-
desi rilucere da lungi, e a' suoi piedi risuonan le bestem-
mie! Nuovi assalitori compaiono! Ogni guerriero che
soccombe è sostituito da un altro che monta a volta sua
sul baloardo. La mischia divien più feroce: il sangue
dell'Europa innonda le tue fossa. Oh! Roma, se le tue
mura cadono, quei cadaveri arricchiranno almeno i tuoi
campi di un'abbondante messe, ma i tuoi focolari... Non
vale; sii sempre Roma, e combatti nella tua disperazione
come nei giorni dei tuoi trionfi!
VIII. «Anche uno sforzo, o Dei penati, onde i tetti vo-
stri non siano di nuovo dati in preda ad Ate! Ombre di
eroi, non cedete a questi Neroni stranieri! Se il figlio uc-
cisore di sua madre sparse il sangue di Roma, egli era
vostro fratello, era un Romano che opprimeva i Roma-
ni..... Brenno fu risospinto dai vostri baloardi. Santi e
martiri, sorgete, i vostri titoli sono anche più sacri! Po-
tenti Dei di templi crollanti e che anche in ruina empio-

308
no di maraviglia! e voi, fondatori vieppiù potenti della
vera fede e degli altari Cristiani... accorrete per abbatte-
re gli assalitori! Tebro, Tebro, i tuoi flutti addimostrino
lo sdegno della natura. Ogni cuore vivente palpiti di col-
lera come il leone che ridotto agli estremi si rivolge con-
tro il cacciatore! Sebbene dovessi essere atterrata e con-
vertirti in un vasto sepolcro, oh! Roma, sii sempre la pa-
tria dei Romani!»
(Borbone, Arnoldo, Cesare ed altri arrivano a' piedi
delle mura. Arnoldo si dispone ad appoggiarvi la
sua scala, allorchè ne è impedito dal Borbone.)
BORB. Fermati, Arnoldo, io sono il primo.
ARN. No, mio signore.
BORB. Fermati, te lo comando! seguimi, io vo orgo-
glioso di un tal seguace, ma non soffrirò che alcuno mi
preceda. (Borbone pianta la sua scala e comincia a sa-
lire.) Ora, figliuoli, avanti! avanti!
(Una palla di fucile lo colpisce ed egli cade.)
CES. Ed eccolo già andato.
ARN. Potenze eterne! L'esercito rimarrà scoraggito.....
ma vendetta! vendetta.
BORB. Non è nulla... datemi la vostra mano. (Borbone
prende la mano di Arnoldo e si alza, ma mentre mette il
piede sulla scala ricade) Arnoldo, tutto è finito per me.
Cela la mia morte... ogni cosa riescirà bene... cela la mia
morte. Getta il mio mantello su quello che non sarà più
fra breve che polvere: che i soldati nol veggano.
ARN. Conviene trasportarvi lungi di qui; il soccorso

309
dei...
BORB. No, mio valoroso soldato; la morte mi ha toc-
co. Ma che è una vita? L'anima di Borbone continuerà a
guidarvi. Lascia però ignorare ai miei la morte mia fin-
chè non abbiano ottenuta la vittoria... fate quindi come
potrete.
CES. Non vorrebbe Vostra Altezza baciare la croce?
Noi non abbiamo sacerdoti qui, ma l'elsa di una spada
potrà servire come servì a Baiardo.
BORB. Schiavo schernitore! farmi udire un tal nome in
questo momento! Ma io lo merito.
ARN. (a Ces.) Malandrino, taci.
CES. Che! allorchè un cristiano muore? Non potrò io
offerirgli un cristiano Vade in pace?
ARN. Taci! Oh! come si appannano quegli occhi che
dominavano il mondo; gli occhi di colui che non trovò il
suo eguale.
BORB. Arnoldo, se tu dovessi vedere un giorno la
Francia... ma ascolta! ascolta! l'assalto diventa più cal-
do. Oh! un'ora, un minuto di vita ancora per morire su
quei bastioni! Parti, Arnoldo, parti! tu getti qui il tem-
po..... essi conquisteranno Roma senza di te.
ARN. E senza di voi ancora.
BORB. No; la mia anima continuerà a guidare le mie
milizie. Cuopri il mio cadavere e non dire ch'io abbia
cessato di vivere. Parti, e sii vincitore.
ARN. Ma io non debbo lasciarvi così.
BORB. Tu il devi... addio... avanti, avanti! la vittoria è

310
nostra. (Borbone muore.)
CES. (ad Arnoldo) Venite, conte, all'opera.
ARN. Hai ragione, Piangerò poscia. (Arnoldo cuopre
il corpo del Borbone con un mantello e corre a dar la
scalata, gridando:) Borbone! Borbone! Avanti, miei fi-
gli! Roma è nostra!
CES. Buona notte, messer Contestabile; voi foste un
uomo!
(Cesare segue Arnoldo; essi pervengono ai baloardi
e ne son ricacciati.)
CES. Una bella ritirata! rimase lesa Vossignoria?
ARN. No. (Ripiglia la scala.)
CES. Un buon cane da battaglia allorchè il suo sangue
è infiammato! questa non è opera da fanciulli! Che colpi
vibra! Egli afferra un merlo come se fosse un altare; ora
vi pone il piede e... che occorre costà?..... un Romano?
(un uomo cade) Il primo uccello della covata! esso è ca-
duto fuori del nido. Che vi è amico?
L'UOMO FERITO. Una stilla di acqua!
CES. Di qui al Tebro non v'è altro liquido che il san-
gue!
L'UOMO FERITO. Io son morto per Roma! (Muore.)
CES. E così pure Borbone in un altro senso. Oh! que-
sti uomini immortali coi loro grandi moventi! Ma io
debbo seguire il mio giovine allievo; ei dev'essere a
quest'ora al Fôro. Avanti! Avanti!
(Cesare sale la scala; la scena si chiude.)

311
SCENA II.

La città. – Combattimento fra gli assediatori e gli assediati nelle


strade. Gli abitanti fuggono in disordine.

Entra CESARE
Non posso trovare il mio eroe; egli è in mezzo alla
folla gloriosa che insegue ora i fuggiaschi o combatte
contro i disperati. Che veggo io colà? Uno o due porpo-
rati che non sembran molto vaghi del martirio. Oh come
quelle vecchie gambe rosse divennero celeri! Se potes-
sero spogliarsi di quelle calze come dei loro cappelli, sa-
rebbe tanto meglio per loro; essi non sarebbero più tanto
tenuti di mira dai depredatori. Ma fuggano! Il sangue
che scorre a ruscelli non macchierà loro le calze, dap-
poichè sono dello stesso colore.
(Entra una schiera di combattenti. Arnoldo è alla te-
sta degli aggressori.)
CES. Eccolo; egli si avanza tenendo per mano le due
miti gemelle... la gloria e la carnificina. Olà! fermatevi,
conte.
ARN. Avanti! Non diam loro il tempo di raccogliersi.
CES. Io ve ne prevengo, non siate così temerario; a un
nemico che fugge convien fare un ponte d'oro. Io vi ho
data la bellezza esterna e un'esenzione da certe infermità
del corpo, ma non da quelle dell'anima che son fuori del
mio potere. Sebbene io vi abbia rivestito della forma del

312
figlio di Teti, io non vi tuffai nello Stige, e contro la spa-
da di un nemico non garantirei il vostro cuore cavallere-
sco, più che garantito non avessi il tallone del Pelide;
siate dunque cauto e rammentatevi che siete ancora
mortale.
ARN. E qual uomo di onore combatterebbe se fosse
invulnerabile? Credi tu ch'io correrei dietro alle lepri, al-
lorchè vi fosse la caccia del leone? Sarebbe un grazioso
diporto! (Arnoldo si avventa nella battaglia.)
CES. Ecco un bel campione dell'umanità! Bene, il suo
sangue è bollente; e se un poco ne sarà versato, ciò ser-
virà a calmare la sua febbre.
(Arnoldo combatte con un romano che si ritira verso
un portico.)
ARN. Arrenditi, insensato! Ti prometto la vita.
ROM. È ben presto detto.
ARN. E fatto... la mia parola è conosciuta.
ROM. E le mie azioni lo saranno.
(Tornano a combattere. Cesare si avanza.)
CES. Fermatevi, Arnoldo: voi lottate contro un celebre
artista, un abile scultore che sa trattar anche bene il pu-
gnale e la spada. Egli si serve pure con perizia dell'ar-
chibuso; fu egli che uccise il Borbone dall'alto dei ba-
loardi.
ARN. Ah! fu egli? Ebbene, fu il suo monumento che
incise.
ROM. Io posso vivere anche abbastanza per eriger
quello di uomini che valgono più di te.

313
CES. Ben detto, mio uomo dei marmi! Benvenuto, tu
sei esperto in entrambi i mestieri, e quegli che ucciderà
Cellini compirà un'opera non meno difficile della tua,
allorchè sudavi sui massi di Carrara.
(Arnoldo disarma e ferisce leggermente Cellini, che
trae dalla cinta una pistola e gli fa fuoco contro,
poi si allontana e scompare sotto il portico.)
CES. Come va? mi pare che abbiate ottenuto un sag-
gio delle delizie di Bellona.
ARN. (vacilla) Non è nulla..... dammi la tua ciarpa.
Egli non mi fuggirà così.
CES. Dove siete ferito?
ARN. Nella spalla sinistra; mi rimane però libero il
braccio della spada, e ciò basta. Sono assetato: avessi un
elmo di acqua!
CES. È un liquido che è ora in gran richiesta, ma che
non è di sì facile ritrovamento.
ARN. La mia sete cresce.. ma troverò modo di spe-
gnerla.
CES. O di essere voi stesso spento.
ARN. La cosa è eguale; vo a gettare il dado. Ma io
perdo il tempo cianciando; sii sollecito, te ne prego.
(Cesare gli fascia la ferita colla sua ciarpa). E perchè ti
rimani tu così ozioso? Perchè non combatti?
CES. I vostri antichi filosofi guardavano il mondo
come semplici spettatori di giuochi olimpici. Allorchè
troverò un premio degno di essere conquistato, divente-
rò un nuovo Milone.

314
ARN. Sì, contro una quercia.
CES. Contro una foresta dove convenga. Io combatto
le moltitudini, o sto inoperoso. Intanto continuate l'ope-
ra vostra com'io la mia che è di veder fare, poichè tutti
questi faticatori raccoglieranno la mia messe gratis.
ARN. Tu sei sempre un demonio.
CES. E voi... un uomo.
ARN. Sì, e tale vuo' mostrarmi.
CES. Simile... simile agli altri.
ARN. E quali sono essi?
CES. Lo sentite e lo vedete.
(Arnoldo rientra nella mischia che continua sempre
fra i gruppi staccati. La scena si chiude.)

SCENA III.
San Pietro. – L'interno della chiesa. – Il Papa è all'altare. – Cardi-
nali, ecc., in gran confusione; cittadini che corrono in cerca di
un asilo inseguiti dai soldati.

Entra CESARE.
UN SOLDATO SPAGNUOLO. Ferite, compagni. Prendete
quelle lampade! Spaccate quei calvi cranii che han rosa-
rii d'oro!
UN SOLDATO LUTERANO. Vendetta, vendetta! Vendetta
prima, e poscia il sacco... ecco l'Anticristo!
CES. (interponendosi) Che! scismatico! Che vuoi tu
fare?

315
IL SOLDATO LUTERANO. Nel santo nome di Gesù di-
struggere il superbo Anticristo. Io sono cristiano.
CES. Sì, un discepolo che farebbe abbandonar la sua
fede al fondatore medesimo, s'ei vedesse siffatti proseli-
ti. Pensa piuttosto a saccheggiare.
IL SOLDATO LUTERANO. Vi dico che è il diavolo.
CES. Taci. Custodisci questo segreto per tema che ei
non ti riconosca per uno dei suoi.
IL SOLDATO LUTERANO. Vorreste voi salvarlo? Vi ripeto
che è il diavolo, o il vicario del diavolo sul nostro globo.
CES. Ed è appunto per ciò che non devi fargli male:
perchè contendere coi tuoi migliori amici? Faresti me-
glio a calmarti; la sua ora non è ancora venuta.
IL SOLDATO LUTERANO. Ciò si vedrà!
(Il soldato luterano si scaglia innanzi; una delle
guardie lo ferisce ed egli cade ai piedi dell'altare.)
CES. (al luterano) Te l'avevo detto.
IL SOLDATO LUTERANO. E non mi vendicherete?
CES. Io no; tu sai che la vendetta appartiene al Signo-
re, e vedi che gl'intrusi non fan fortuna con lui.
IL SOLDATO LUTERANO (morendo). Oh! s'io lo avessi
potuto uccidere, sarei ito in cielo coronato di un'eterna
gloria! Cielo, perdonami la debolezza del mio braccio
che non potè raggiungerlo, e prendi il tuo servo nella tua
commiserazione. È sempre un onorato trionfo nondime-
no il vedere che più non è la superba Babele; la prostitu-
ta dei sette colli ha mutata la sua veste di scarlatto in tra-
liccio e in cenere! (Il luterano muore).

316
CES. Sì, compresavi la tua. Bene sta, Babilonia anti-
ca!
(Le guardie si difendono disperatamente intantochè il
papa e i cardinali fuggono per un passaggio segre-
to al Vaticano e a Castel Sant'Angelo.)
CES. Ecco una bella battaglia, soldati e ecclesiastici,
le due grandi professioni, sono a capelli. Io non avevo
vista cosa più comica, dacchè Tito abbattè il Giudaismo.
Ma i Romani ebbero allora la meglio; ora conviene si
assoggettino.
I SOLDATI. Egli è fuggito! Inseguiamolo.
UN SOLDATO. Essi hanno abbarrato l'angusto passag-
gio che è stipato di cadaveri fino alla porta.
CES. Godo ch'ei sia fuggito: è a me in parte che lo
debbe. Io non vorrei per tutto il mondo che i suoi decreti
fossero aboliti... io debbo loro una metà del mio impero:
la bontà sua, altra bontà richiede... no, no, ei non debbe
cadere... oltrechè la sua fuga d'ora potrà fornir materia a
nuovi esempli di infallibilità. (ai soldati spagnuoli) Eb-
bene, maledetti, perchè vi rimanete là colle braccia in-
crociate? Se non usate maggior sollecitudine, non toc-
cherete a un solo anello d'oro. Voi siete cattolici! Vorre-
ste tornare da un tale pellegrinaggio senza una reliquia?
I luterani son più devoti: guardate come spogliano gli
altari.
I SOLDATI. Per san Pietro!! ei dice vero: gli eretici ru-
beranno tutto quello che vi è di meglio.
CES. E sarebbe per voi una vergogna! Ite, assisteteli

317
nella loro conversione.
(I soldati si disperdono; molti escono dalla chiesa,
altri vi entrano.)
CES. Sono partiti, ed eccone altri: così si succedono i
flutti ai flutti in ciò che costoro chiamano eternità, repu-
tando se stessi cavalloni dell'Oceano, mentre non ne
sono che la spuma. – Altri ancora!
(Entra Olimpia inseguita dai soldati. Ella corre ad
abbracciare un altare.)
UN SOLD. È mia!
UN ALTRO SOLD. (opponendosi al primo) Menti; fui io
che la scovai; e fosse anche una principessa, non la ce-
derò.
(Combattono.)
3° SOLD. (avanzandosi verso Olimpia) Voi potrete dar
ordine alle vostre pretese; io farò valere le mie.
OLIMP. Sgherro infernale, viva non mi toccherai.
3° SOLD. Viva o morta!
OLIM. (abbracciando un massiccio crocifisso) Rispet-
ta il tuo Dio!
3° SOLD. Sopra tutto allorchè è d'oro. Fanciulla, voi
stringete la vostra dote.
(Mentre egli si avanza Olimpia con un subito e dispe-
rato sforzo rovescia il crocifisso sul soldato, che
cade.)
3° SOLD. Oh, gran Dio!
OLIM. Ah! ora lo riconosci.
3° SOLD. Il mio cervello ne è fesso! Compagni, soc-

318
corretemi. Oh, tutto è tenebre! (Muore.)
ALTRI SOLD. (sopraggiungendo) Uccidetela, avesse
mille vite: ella ha assassinato il nostro compagno.
OLIM. Una tal morte sarà la benvenuta! La vita che
voi mi lasciereste, chi la vorrebbe? Gran Dio, in nome
del vostro Figlio Redentore e della sua santa Madre, ac-
coglietemi ora, com'io vorrei avvicinarmivi, degna di
essa, di lui e di voi! (Entra Arnoldo.)
ARN. Che veggo io? Maledetti sciacali! Fermatevi.
CES. (a parte e ridendo) Ah, ah! Ecco l'equità! Quei
cani hanno i medesimi diritti che ha egli. Ma vediamo il
fine.
I SOLD. Conte, ella ha ucciso il nostro compagno.
ARN. Con qual arma?
SOLD. Con quella croce sotto di cui egli è rimasto
stiacciato. Miratelo disteso per terra più simile a un ver-
me, che a un uomo; essa gliene rovesciò sulla testa.
ARN. Ebbene, questa è una donna degna dell'amore di
un valoroso: se voi lo foste, l'avreste onorata. Ma allon-
tanatevi e ringraziate la vostra bassezza che vi salva la
vita. Se voi le aveste tocco un capello, io avrei diradate
le vostre fila meglio del nemico. Via di qui, sciacali! ro-
dete le ossa che il leone vi lascia, e aspettate anche ch'ei
ve ne dia il permesso.
UN SOLD. (borbottando) Il leone allora potrebbe vin-
cere da se solo.
ARN. (atterrandolo) Malandrino, va a ribellarti in in-
ferno..... sulla terra devi obbedire!

319
(I soldati assaltano Arnoldo.)
ARN. Venite: ne godo. Io vi mostrerò, vili, come vi si
deve comandare; voi saprete chi era quegli che vi prece-
deva sulle mura che esitavate ad ascendere fino a che il
mio vessillo sventolasse sui merli! Arditi ben diveniste
ora che vi siete dentro.
(Arnoldo ferisce parecchi soldati, gli altri gettano le
loro armi.)
I SOLD. Grazia, grazia!
ARN. Imparate dunque voi medesimi ad accordarla.
Conoscete finalmente colui che vi condusse sugli spaldi
dell'eterna città.
I SOLD. Lo conosciamo e il vedemmo; ma perdonateci
un momento di errore nel calore della vittoria alla quale
ci avete condotti.
ARN. Partite! andate ai vostri quartieri che troverete al
palazzo Colonna.
OLIM. (a parte) Nella casa di mio padre.
ARN. (ai soldati) Lasciate le vostre armi, voi non ne
avete più bisogno; la città si è arresa, e ricordatevi di te-
ner deterse le vostre mani, o io vi battezzerò in un'acqua
rossa come lo è ora il Tevere.
I SOLD. (deponendo le armi e partendo) Obbediamo.
ARN. (a Olimpia) Signora, voi siete salva.
OLIM. Lo sarei se avessi un coltello; ma non
importa... mille vie conducono alla morte; qui anche su
questo altare da cui contemplo il mio fine, la mia testa
s'infrangerà contro questo marmo prima che tu fino a

320
me pervenga. Iddio voglia perdonarti!
ARN. Desidero di meritare il suo perdono e il vostro,
sebbene io non vi abbia offesa.
OLIM. No! Tu hai soltanto saccheggiata la mia
patria... non mi hai offesa!... e convertita la casa di mio
padre in un antro di ladri. Nè mi hai offesa!..... Questo
tempio è lubrico di sangue sacerdotale e romano. Nè mi
hai offesa! Ed ora tu vorresti preservarmi per far di me...
ma ciò non sarà mai!
(Ella alza i suoi occhi al cielo, si stringe intorno le
pieghe della sua veste, e si apparecchia a precipi-
tarsi dall'altare dal lato opposto a quello in cui sta
Arnoldo.)
ARN. Fermatevi! fermatevi! Io vi giuro...
OLIM. Risparmia alla tua anima di già abbastanza rea
uno spergiuro che ti renderebbe odioso anche all'infer-
no. Io ti conosco.
ARN. No, voi non mi conoscete, io non fo parte di co-
storo, quantunque...
OLIM. Io ti giudico dai tuoi compagni; spetterà a Dio
il giudicarti da te stesso. Io ti veggo rosso del sangue di
Roma; prendi il mio, è tutto quello che potrai avere di
me; e qui sul suolo di questo tempio i di cui fonti batte-
simali mi videro a Dio consacrata, io a lui offro un san-
gue meno nobile, ma non meno puro dell'acqua benedet-
ta che i santi glorificarono, puro come lo era nel giorno
in cui il battesimo redense la mia infanzia!

321
(Olimpia fa un gesto di disprezzo ad Arnoldo e si pre-
cipita dall'alto dell'altare sul pavimento.)
ARN. Eterno Iddio, io ti sento ora. Soccorso, soccor-
so! Ella è spenta.
CES. (si avvicina) Son qui.
ARN. Tu! Ma... oh sì, salvala!
CES. (aiutandolo ad alzare Olimpia) Ella operava da
senno! La caduta fu grave.
ARN. Oimè! già più non vive.
CES. Se ciò è, io non posso farci nulla: la risurrezione
non è in mio potere.
ARN. Schiavo.
CES. Sì, schiavo o signore, è tuttuno: parmi però che
le buone parole non siano mai intempestive.
ARN. Parole! – Puoi tu soccorrerla?
CES. Proverò. Alcune goccie di quest'acqua santa pos-
sono essere utili.
(Egli porta l'acqua santa nel suo elmo, presala da
uno dei fonti.)
ARN. È mista di sangue.
CES. Non ve n'è della più limpida ora in Roma.
ARN. Come divenne pallida! Come è bella! Ella è
estinta! Ma viva o estinta, io non amo che te, o essenza
di ogni bellezza!
CES. Così pure Achille amò Pentasilea: colla sua for-
ma pare che ne abbiate anche il cuore, che però non era
un cuor tenero.
ARN. Ella respira! Ma no, non fu che il debole ed ulti-

322
mo soffio che la vita contende alla morte.
CES. Ella respira.
ARN. Tu lo dici? Dunque è vero.
CES. Voi mi rendete giustizia. – Il diavolo dice la veri-
tà più spesso che non si crede: è ch'egli ha un uditorio
ignorante.
ARN. (senza badargli) Sì, il suo cuore batte. Oimè!
Perchè deve il solo cuore ch'io ho desiderato di sentir
battere all'unisono col mio palpitare sotto la mano di un
assassino!
CES. Saggia riflessione, ma un po' tarda. Dove la por-
teremo? Io dico che ella vive.
ARN. E continuerà a vivere?
CES. Tanto, quanto il può la polvere.
ARN. Dunque è morta!
CES. Bah! Voi stesso lo siete senza saperlo. Ella tor-
nerà in vita... a quella che voi chiamate vita, allo stato in
cui ora voi siete; ma dobbiamo aver ricorso a mezzi
umani.
ARN. Noi la trasporteremo al palazzo Colonna, dove
ho inalberata la mia bandiera.
CES. Andiamo dunque, sollevatela.
ARN. Dolcemente.
CES. Così dolcemente come si portano gli estinti, for-
se perchè non possono più sentire le scosse.
ARN. Ma vive ella davvero?
CES. Non ne temete; ma se poi ve ne aveste un giorno
a dolere, non ve la pigliate con me.

323
Anse. Ah, ch'ella soltanto viva!
CES. Lo spirito della sua vita è anche nel suo seno e
può rianimarsi. Conte! Conte! io son vostro servo in tut-
to, e questo è un nuovo ufficio: non di frequente in sif-
fatti io vengo impiegato; ma voi vedete qual sincero
amico vi abbiate in quegli che chiamate un demonio.
Sulla terra tenete spesso per amici soltanto i diavoli; io
non abbandono i miei. A bell'agio! trasportiamo questa
leggiadra spoglia metà creta, e più spirito! Son quasi in-
namorato di lei, come gli angeli anticamente lo furono
delle prime del suo sesso.
ARN. Tu!
CES. Io! ma non temete. Non vi sarò rivale.
ARN. Rivale!
CES. Potrei esserlo e formidabile; ma dacchè ho ucci-
si i sette mariti della fidanzata di Tobia (e bastò un po'
d'incenso a discacciarmi) ho rinunziato agli amori: ciò
che vi si guadagna val di rado le cure prese a conseguire
l'intento, e non v'è nulla di più difficile poscia, quanto il
disfarsi di quello che si è ottenuto; questa è la vera diffi-
coltà, il fastidio vero, almeno pei mortali.
ARN. Te ne prego, taci! Fermati, mi pare che le sue
labbra si muovano, che i suoi occhi si aprano.
CES. Simili a stelle, senza dubbio; perocchè questa è
una metafora per Lucifero e per Venere.
ARN. Al palazzo Colonna, com'io ti dissi!
CES. Oh! conosco la mia via per Roma.
ARN. Avanti, Avanti! Dolcemente!

324
(Escono trasportando Olimpia. La scena si chiude.)

325
PARTE TERZA.

SCENA I.
Un castello negli Apennini circondato da un paese selvaggio, ma
ridente.

Coro di paesani cantanti dinanzi alle porte.

I.

«Le guerre sono finite; la primavera è venuta; la fi-


danzata e il suo amante sono di ritorno; essi sono felici,
rallegriamocene; i loro cuori abbiano un'eco in ogni
voce!

II.

«La primavera è venuta; la viola è partita, questa fi-


glia primogenita dei primi raggi del sole: con noi essa
non è che un fiore d'inverno; la neve delle montagne
non può distruggere il suo pergolato; ed ella innalza il
suo occhio azzurro e rugiadoso verso un cielo fresco del
medesimo colore.

III.

«E quando la primavera viene col suo corteggio di


fiori, quel caro fiore scompare dalla folla, fra cui potreb-
bero confondersi le sue virginee tinte e il suo celeste
326
olezzo.

IV.

«Cogliete gli altri fiori, ma rammentatevi di quella


che li precede nel tristo dicembre..... rammentatevi di
quella che fu la loro stella dell'alba, e la cui presenza ne
annunziò l'avvicinarsi dei lunghi giorni; non pur fra le
rose scordate mai la viola, la tenera viola, la viola im-
macolata.»

Entra CESARE.
CES. (cantando) «205 Le guerre son finite. Le nostre
spade sono oziose, il corsiero morde il freno, l'elmo è
sospeso alle muraglie: l'avventuriero si riposa, ma la sua
armatura irruginisce; il veterano divien torbido e sbadi-
glia nei castelli. Egli beve... ma che è il bere? Una mera
pausa al pensiero! Niun corno lo risveglia più colla sua
chiamata di vita o di morte.»

Coro.
«Ma il cane latra altamente, il cinghiale è nella fore-
sta, e il fiero falco anela di esser posto in libertà: eccolo
sul pugno del nobile simile ad un cimiero; e gli uccelli,
abbandonando i loro nidi, assordano l'aere coi loro vagi-
ti.»
CES. «Oh, ombra della gloria! immagine oscura della
205
Questa terza parte è tutta lirica.
327
guerra! ma la caccia non ha annali, i suoi eroi non hanno
astri; da Nembrod, inventore della caccia e della regia
potenza, che primo fe' meravigliare i boschi e li fe' tre-
mare pei loro ospiti, fino a noi. Quando il leone era gio-
vine e in tutto l'orgoglio della sua vigoría, i forti si face-
vano un giuoco di lottare con lui; di andare con un pino
per lancia contro i Mammoth, o di percuotere in mezzo
al burrone il Behemoth spumante. La persona dell'uomo
eguagliava allora in altezza le torri dei nostri templi. Pri-
mogenito della natura, egli era sublime come lei!»

Coro.
«Ma la guerra è finita, la primavera è venuta, la fidan-
zata e il suo amante sono di ritorno: essi sono felici, ral-
legriamocene; i loro cuori abbiano un'eco in ogni voce!»
(i paesani escono cantando).

FINE DEL DEFORME TRASFORMATO.

328
WERNER O L'EREDITÀ
TRAGEDIA.

329
ALL'ILLUSTRE GOETHE

DA UNO DEI SUOI PIU UMILI AMMIRATORI


QUESTA TRAGEDIA È DEDICATA.

330
PREFAZIONE

Il seguente dramma è interamente preso dal Kruitz-


ner, Novella tedesca, pubblicata, son già molt'anni, nei
Racconti di Canterbury. Quei racconti furono scritti da
due sorelle, l'una delle quali, Enrichetta Lee, non fornì
che il Kruitzner ed un altro, che vengono considerati
come i due migliori di tutta la collezione. Io ho adottati i
caratteri, il disegno ed anche il linguaggio di molte parti
di quella storia. Alcuni fra i caratteri sono modificati o
alterati, alcuni nomi mutati, e un nuovo personaggio è
stato aggiunto da me, Ida di Stralenheim: ma nel resto
l'originale è esattamente seguito. Allorchè ero fanciullo
di quattordici anni, credo, io lessi quella novella che mi
fece una profonda impressione, e che conteneva, può
dirsi, il germe di molte cose che ho dipoi scritte. Non
credo che essa sia mai stata molto popolare; o, ad ogni
modo, la sua popolarità è stata poscia oscurata da quella
di altri grandi scrittori del medesimo genere; ma io ho
trovato generalmente che quelli che l'avevano letta con-
venivano con me sulla singolar potenza d'intelletto e di
compimento dell'autrice. Ho detto compimento, piutto-
stochè esecuzione! perocchè questa storia potrebbe esser
forse sviluppata meglio. Fra quelli la di cui opinione
conformossi alla mia, su questo proposito potrei citare
alcuni grandissimi nomi: ma non è necessario, nè sareb-
be di alcun pro, avvegnachè ognuno debba giudicare se-

331
condo i proprii sentimenti. Io invio semplicemente il let-
tore alla storia originale onde egli possa vedere fino a
qual punto ne ho profittato; nè mi dorrei s'ei la leggesse
con maggior piacere, che il dramma che fondai su quel
soggetto.
Nel 1815 aveva cominciato un altro dramma su que-
sta medesima istoria (Ulrico e Ilvina); era la mia prima
composizione di tal genere, se ne eccettuo un'altra che
avevo iniziata all'età di tredici anni e che ebbi il buon
senso di abbruciare. Ne avevo quasi terminato un atto,
quando strane circostanze vennero ad interrompermi.
Quel primo atto deve essere fra le mie carte in Inghilter-
ra, ma non essendosi potuto rinvenire, l'ho rifatto, e vi
ho aggiunto gli atti seguenti.
Questa produzione non è stata scritta, nè è in alcuna
guisa adatta pel teatro.
Pisa, febbraio 1822.

332
INTERLOCUTORI

UOMINI.
WERNER. HENRICK.
ULRIC. ERIC.
STRALENHEIM. ARNHEIM.
IDENSTEIN. MEISTER.
GABOR. RODOLFO.
FRITZ. LUDWIG.

DONNE.

GIUSEPPINA. IDA STRALENHEIM.

La scena è in parte sulle frontiere della Slesia, in par-


te nel castello di Siegendorf, vicino a Praga. – Il
tempo... sul finire della guerra dei Trenta anni.

333
WERNER O L'EREDITÀ
ATTO PRIMO.

SCENA I.
La sala di un palazzo smantellalo vicino ad una piccoli città sulla
frontiera nordica della Slesia. – La notte è tempestosa.

WERNER e GIUSEPPINA sua moglie.


GIUS. Mio amico, calmati!
WER. Sono in calma.
GIUS. Con me sì, ma non teco: il tuo passo è precipi-
toso: ed un uomo il di cui cuore fosse tranquillo non
percorrerebbe a tali passi una stanza come la nostra. Se
fosse un giardino, ti crederei felice di andare di fiore in
fiore insieme coll'ape; ma qui...
WER. L'aria è fredda; le tappezzerie lasciano penetra-
re il vento che le agita: il mio sangue è agghiacciato.
GIUS. Ah no!
WER. (sorridendo). Vorresti tu che lo fosse?
GIUS. Vorrei avesse un corso salutifero.
WER. Ch'ei fluisca fino a che sia versato, o si arresti
da sè... poco importa quando.
GIUS. E non sono io nulla per te?
WER. Tutto... tutto.
GIUS. Come puoi tu dunque desiderare quello che mi
farebbe morire?
334
WER. (avvicinandosi a lei lentamente) Senza di te io
sarei stato... non importa che, ma un misto di molto
bene e di molto male; tu sai quel ch'io sono, quello ch'io
potrei essere tu l'ignori: ma io ti amo ancora, e nulla ci
dividerà (egli si allontana di subito, poi torna ad avvici-
narsi a Giuseppina). Il nembo di questa notte è forse
quello che mi commuove; io sono un essere suscettibile,
e fui gran tempo infermo, come tu sai, oimè! tu che più
di me soffristi, mia amica, vegliando accanto al mio let-
to.
GIUS. Vederti rimesso è molto; vederti felice...
WER. Hai tu mai veduto alcuno che lo fosse? Lascia
ch'io sia misero come tutti gli altri.
GIUS. Ma pensa quanti dei nostri simili in questa ora
di tempesta assiderano al vento e alla pioggia, ogni goc-
cia della quale li curva vieppiù verso terra, che non ha
altri asili per loro fuorchè sotto la sua superficie.
WER. E questo non è il peggio: che vale un asilo? La
calma è tutto. I miserabili di cui tu parli..... sì, il vento
stride intorno a loro, e la greve pioggia s'insinua fino al
loro midollo. Io sono stato soldato, cacciatore e viaggia-
tore, e sono mendico..... devo quindi conoscere tutto ciò
per esperienza.
GIUS. E non vai tu ora esente da tali inali?
WER. Sì, da questi vo'.
GIUS. È già qualche cosa.
WER. È vero per un servo.
GIUS. Gli uomini di alta nascita debbono essi disco-

335
noscere il beneficio di un rifugio che i loro abiti delicati
rendon loro tanto più necessario, allorchè i riflussi della
fortuna li abbandonano fra gli scogli della vita?
WER. Non è ciò, tu lo sai; noi abbiamo sopportata
ogni cosa, non dirò con pazienza, eccetto te... ma ab-
biam tutto sopportato.
GIUS. Ebbene!
WER. Quantunque i nostri esterni patimenti fossero
bastanti ad inasprire le nostre anime, qualchecosa di più
mi ha spesso irritato, ed ora maggiormente che mai.
Senza questa fatale malattia che, trattenendomi su que-
sta desolata frontiera, ha esaurite non solo le mie forze,
ma tutti i nostri mezzi pecuniari, e che ci lascia... no, è
più ch'io non posso soffrirne; senza questa malattia io
sarei stato felice... tu pure lo saresti stata..... lo splendore
del mio grado si sarebbe mantenuto... il mio nome, il
nome di mio padre rialzato, e più che ciò...
GIUSEPPINA (con effusione). Mio figlio... nostro fi-
glio... il nostro Ulric sarebbe stato stretto di nuovo fra
queste braccia che da lungo tempo nol premono più
contro il mio cuore; tutti i voti di una madre sarebbero
stati esauditi. Dodici anni..... egli non ne aveva che otto
allora..... ed era bello, e bello deve anche essere; mio
Ulric, mio figlio adorato!
WER. Io sono stato spesso perseguitato dalla fortuna,
ora ella m'investe, quando il mio coraggio è agli estre-
mi... infermo povero e solo.
GIUS. Solo! mio caro sposo?

336
WER. O peggio... involgendo tutto quello che ho ama-
to nel mio infortunio attuale peggiore di una solitudine
completa. Solo, io sarei morto, e tutto sarebbe finito per
me in una tomba senza nome.
GIUS. Ed io non ti sarei sopravvissuta; ma te ne prego,
calmati. Noi abbiamo lottato lungamente, e quelli che
contendono colla fortuna finiscono per vincerla o per
stancarla: o giungono alla meta, o cessano di sentire le
loro ambascie. Confortati... noi troveremo nostro figlio.
WER. Eravamo alla vigilia di trovarlo e di essere com-
pensati di tutti i nostri dolori... e vederci delusi così!
GIUS. Noi nol siamo.
WER. Non siam noi senza mezzi?
GIUS. Non fummo mai ricchi.
WER. Ma io era nato per le ricchezze, i titoli e il pote-
re; io ne ho goduto, li ho amati; oimè! ne ho abusato e li
ho perduti per lo sdegno di mio padre nella mia focosa
giovinezza: quell'abuso è stato espiato da lunghi pati-
menti. La morte di mio padre mi apriva di nuovo un
sentiero, sebbene seminato di pericoli. Il parente, l'esse-
re freddo e lusinghiero che ha per tanto tempo tenuti gli
occhi rivolti sopra di me come il serpe sull'uccello a cui
lo spavento fa battere le ali, mi avrà prevenuto; si sarà
afforzato dei miei diritti, e le sue usurpazioni gli avran
procurati i dominii e la potenza di un principe.
GIUS. Chi sa? Nostro figlio può essere ritornato dal
suo avolo e avere rivendicati i tuoi diritti.
WER. Vana speranza! Dopo la sua strana fuga dalla

337
casa di mio padre, come se avesse voluto partecipare ai
miei falli, non si sono più avute sue novelle. Io l'avevo
lasciato colla promessa che mi fece l'avolo suo, che il
suo sdegno non si sarebbe steso fino alla terza genera-
zione; ma il cielo par reclamare la sua severa prerogati-
va e visitare sul figlio mio gli errori e le colpe di suo pa-
dre.
GIUSEPPINA. Io nutro migliori pensieri..... fino ad ora
almeno noi abbiamo deluse le immani persecuzioni di
Stralenheim.
WER. L'avremmo fatto senza questa intempestiva in-
fermità più funesta di un morbo mortale, poichè non mi
tolse la vita, ma quello che mi avrebbe reso la vita bella:
fin da ora io già sento il mio spirito avvinto nei lacci di
quell'avaro demonio..... chi sa s'ei non ha seguite fin qui
le nostre orme?
GIUS. Egli non ti conosce di persona, e le sue spie che
da tanto tempo ti sorvegliavano rimasero ad Amburgo. Il
nostro viaggio inaspettato e il tuo mutamento di nome
rendono ogni scoperta impossibile; noi non siam riputati
qui che quello che sembriamo.
WER. Che quello che sembriamo! Che quello che sia-
mo... malati, indigenti... privi fin di speranze... ah, ah!
GIUS. Oimè! perchè quell'amaro riso?
WER. Chi immaginerebbe sotto questo esteriore l'ani-
ma altera del figlio di un'illustre schiatta? Chi sotto que-
ste vestimenta riconoscerebbe l'erede di un dominio
principesco? E in quest'occhio, estinto e fosco, chi po-

338
trebbe vedere l'orgoglio del grado e della nascita..... e
sotto questa fronte avvizzita e questo volto solcato dalla
fame, a cui sarebbe dato di discernere il signore di ca-
stelli dove migliaia di vassalli trovano ogni dì un pasto
abbondante?
GIUS. Tu non pensavi a queste cose mondane, mio
Werner, quando ti degnasti scegliere a sposa la figlia fo-
restiera di un esule errante.
WER. La figlia di un esule era un partito dicevole al
figlio di un proscritto; ma io bene speravo d'innalzarti
alla condizione per cui entrambi eravamo nati. La casa
di tuo padre era nobile, comecchè decaduta, e degna
d'imparentarsi colla nostra.
GIUS. Il padre tuo non pensava così, sebbene sapesse
che nobili eravamo; ma se il mio solo titolo con te fosse
stato la mia nascita, ella non sarebbe stata a' miei occhi
che ciò che è.
WER. E che è essa?
GIUS. Tutto quello che ci ha fruttato... nulla.
WER. Come... nulla?
GIUS. O peggio; perocchè fin dal principio è stata una
ulcere pel tuo cuore; senz'essa noi non avremmo sentita
la nostra povertà che come migliaia di uomini la sento-
no... allegramente. Senza quei fantasmi de' tuoi avi feu-
dali, tu avresti potuto guadagnarti un pane come tant'al-
tri, o se tale necessità ti fosse sembrata troppo fiera,
avresti cercato colla mercatura o con altre civili occupa-
zioni di migliorare il tuo stato.

339
WER. (con ironia) E sarei divenuto borghese di una
città anseatica? eccellente!
GIUS. Qual che tu fossi divenuto, tu sei per me ciò che
alcun stato umile o sublime non potrebbe mutare: la pri-
ma scelta del mio cuore;... che ti elesse senza conoscer
la tua nascita, le tue speranze, il tuo orgoglio, nulla,
tranne i tuoi dolori: finchè essi dureranno, lascia che io
gli allevii o li divida; quando avran fine, i miei abbiano
fine con essi o con te.
WER. Mio buon angelo, tale io ti ho sempre trovata!
Questo impeto, o piuttosto questa debolezza del mio ca-
rattere, non fece mai nascere in me un pensiero ingiurio-
so per te o pei tuoi. Tu non hai prodigate le mie ricchez-
ze; la mia gioventù mi avrebbe potuto far annientare un
impero, s'io l'avessi avuto in retaggio: ora, punito,
domo, abbattuto e fatto conscio di me... perderei tutto
per te e pel nostro figlio! Credimi, quando nella mia
ventiduesima primavera mio padre mi cacciò di casa,
me, ultimo rampollo di mille avoli (perocchè allora io
era l'ultimo), io provai un'ambascia meno trista, che a
vedere, malgrado la loro innocenza, mio figlio e la ma-
dre di mio figlio avvolti nella proscrizione che le mie
colpe han meritata; nondimeno allora le mie passioni
erano altrettanti serpenti vivi che mi cingevano coi loro
lacci come quelli della Gorgone.
(Si ode battere con forza.)
GIUS. Odi!
WER. Battono!

340
GIUS. Chi può essere a quest'ora? noi riceviamo po-
che visite.
WER. La povertà non ne ha, salvo quelle che vengono
a renderla più povera ancora. Bene, io vi son preparato.
(Si mette una mano in seno, come per cercarvi qual-
che arma.)
GIUS. Oh! non comporti a quelle sembianze. Io andrò
ad aprire: non può essere cosa di pondo in questo luogo
solitario, dove l'inverno spiega tutta la sua desolazione...
il deserto mette l'uomo al sicuro dalla sua specie.
(Va ad aprire; entra Idenstein.)
ID. Buona notte alla bella ospite e al degno... come vi
chiamate, amico?
WER. Non siete atterrito a dimandarmelo?
IDENSTEIN. Atterrito! Lo sono in verità. Si direbbe a
vedervi ch'io vi chiedo qualche cosa di meglio del vo-
stro nome.
WER. Di meglio, signore!
ID. Di meglio o di peggio, come il matrimonio: che
dirò io di più? È già un mese che voi albergate nel pa-
lazzo del principe... È vero che da dodici anni Sua Al-
tezza l'ha abbandonato agli spiriti e ai topi... ma è pur
sempre un palazzo. – Dico che voi siete stato nostro
ospite, e nonpertanto noi non sappiamo ancora il vostro
nome.
WER. Il mio nome è Werner.
ID. Un bel nome affè, un nome degno quanto ogni al-
tro che mai risplendesse sull'insegna di un bottegaio. Ho

341
un cugino nel lazzaretto di Amburgo, la di cui moglie
aveva questo stesso nome. E un uffiziale di sanità, chi-
rurgo astante, che spera diventar chirurgo principale un
giorno, ed ha già fatto miracoli nella sua professione.
Forse voi siete suo parente?
WER. Vostro parente?
GIUS. Sì, lo siamo in distanza. (sommessamente a
Wer.) Non potete conformarvi all'umore di questo noio-
so cianciatore finchè sappiamo quello che vuole?
ID. Or bene, io ne son lieto; e ne avevo qualche pre-
venzione; avevo qualche cosa nel cuore che me lo dice-
va!... il sangue non è acqua, cugino; e a proposito di ciò,
fate che ci si rechi un po' di vino, e beviamo alla nostra
più intima conoscenza; i parenti dovrebbero essere ami-
ci.
WER. Pare che voi abbiate di già bevuto abbastanza; e
se pure non fosse, io non ho vino da offrirvi a meno che
non sia il vostro; ma questo voi lo sapete o dovreste sa-
perlo: voi vedete ch'io son povero e malato, e non volete
vedere ch'io vorrei starmi solo; ma al fatto, qual motivo
vi conduce?
ID. E quale potrebbe condurmi?
WER. Nol so, sebbene indovini quello che potrà farvi
escire.
GIUS. (a parte) Calma, mio caro Werner.
ID. Voi non sapete dunque quello che è accaduto?
GIUS. Come lo potremmo noi?
ID. Il fiume è straripato.

342
GIUS. Oimè! per nostra disgrazia lo sappiamo da cin-
que giorni, poichè è ciò che ne ritien qui.
ID. Ma quello che ignorate è che un gran personaggio
che ha voluto attraversarlo, malgrado la corrente e le ri-
mostranze di tre postiglioni, si è annegato di sotto al
guado con cinque cavalli di posta, una scimmia, un cane
e un valletto.
GIUS. Povere creature! ne siete sicuro?
ID. Sì, della scimmia, del valletto e dei cavalli, ma
fino ad ora s'ignora se Sua Eccellenza sia o no perita;
questi nobili difficilmente si annegano, e bene si addice
ad uomini di alto stato: quello però che è certo è che egli
ha inghiottita tant'acqua dell'Oder da far morire due pae-
sani: ed ora un Sassone e un viaggiatore ungherese, che
a rischio della loro vita l'han cavato fuori dalle onde,
han mandato a chiedere per lui un albergo o un sepolcro,
secondo che sarà vivo o morto.
GIUS. E dove lo riceverete? Qui, io spero; se possia-
mo servirvi, non avete che a parlare.
ID. Qui! no; ma nell'appartamento del principe, come
si conviene ad un ospite illustre;... le stanze sono umide,
è vero, non essendo state abitate da dodici anni; ma sic-
come costui viene da un luogo anche più umido, non è
facile che vi si raffreddi, dove fosse pur suscettibile di
raffreddore; e in caso contrario, ei sarà alloggiato anche
peggio dimani; intanto ho fatto accendere il fuoco e pre-
parare tutto il necessario, se alla peggio è pur sempre
vivo.

343
GIUS. Povero signore! io spero con tutto il cuore che
vivrà.
WER. Intendente, non sapete voi il suo nome? (a par-
te a sua moglie) Mia Giuseppina, ritirati: vuo' scrutare
questo stolido. (Giuseppina esce.)
ID. Il suo nome? Oh! signore, chi sa s'egli ha ora
nome? Vi sarà tempo di dimandarglielo allorchè potrà
rispondere, o allorchè si dovrà mettere quello del suo
erede sul suo epitaffio. Mi parve che dianzi mi garriste
per la mia ricerca dei nomi.
WER. È vero, è vero, così feci; voi parlate saggiamen-
te.
(Entra Gabor.)
GAB. S'io sono importuno, chieggo...
ID. Oh no! non lo siete: quest'è il palazzo; quest'uomo
uno straniero come voi; vi prego, accomodatevi: ma do-
v'è Sua Eccellenza? e come sta?
GAB. Bagnato e stanco, ma fuori di pericolo. Ei si è
fermato per mutar abiti in una capanna dove io pure ho
lasciati i miei per questi. È quasi interamente rimesso
dalla sua immersione, e sarà qui fra poco.
ID. Olà! oh! presto, presto! Ermano, Weilburg, Pietro,
Corrado. (Entrano parecchi domestici ai quali Idenstein
dà diversi ordini) Un signore dormirà qui questa
notte..... fate che tutto sia pronto nella camera di dama-
sco... alimentate il fuoco... andrò io stesso in cantina, e
madama Idenstein (è la mia sposa, straniero) ci darà i
drappi pel letto; perocchè, a dire la verità, è una merce

344
maravigliosamente rara nel ricinto di questa dimora,
dacchè Sua Altezza la ha lasciata, son già dodici anni. E
poi Sua Eccellenza vorrà cenare senza dubbio.
GAB. In fede non saprei dirlo; crederei però che il let-
to dovesse piacergli più che la tavola, dopo la sua caduta
nel vostro fiume: ma perchè le vostre provvigioni non
vadano a male, cenerò io, e ho là fuori un amico che
onorerà il vostro banchetto con tutto l'appetito di un
viaggiatore.
ID. Ma siete voi sicuro che Sua Eccellenza... qual è il
suo nome?
GAB. Nol so.
ID. Eppur foste voi che gli salvaste la vita.
GAB. Aiutai il mio amico a farlo.
ID. È strano salvar la vita di un uomo che non si co-
nosce.
GAB. No; poichè vi sono uomini che conosco, e pei
quali difficilmente mi assumerei tale incarico.
ID. Di grazia, buon amico, e voi chi siete?
GAB. Di famiglia ungherese.
ID. E la vostra famiglia si chiama?
GAB. Ciò a nulla monta.
ID. (a parte) Credo che tutti sian divenuti anonimi:
nessuno vuol dirmi come si chiama! In cortesia, Sua Ec-
cellenza ha un gran seguito?
GAB. Sufficiente.
ID. Quanti saranno?
GAB. Non li ho contati. Noi siam sopravvenuti a caso,

345
e appunto in tempo per ritirare la Signoria Sua dallo
sportello della carrozza.
ID. Oh! che non darei io per salvare un grand'uomo?
Voi certo avrete una bella ricompensa.
GAB. Forse.
ID. Quanto direste?
GAB. Non mi sono ancora posto in vendita, e intanto
la mia migliore ricompensa sarebbe un bicchiere del vo-
stro Hockheimer... un bicchier verde, ornato di ricchi
grappoli e di divise di Bacco, pieno fino agli orli del
vino più vecchio delle vostre cave; in ricambio di che,
caso che doveste essere in pericolo di annegarvi, genere
di morte che non sarà probabilmente il vostro, vi pro-
metto di salvarvi per nulla. Presto, mio amico, e pensate
che per ogni sorso ch'io ingoierò, un'onda di meno rug-
girà sul vostro capo.
ID. (a parte) Costui non mi piace..... ei parmi conciso
e asciutto, due cose che non mi vanno; tuttavia gli darò
a bere, e se ciò nol toglie di guardia, io non dormirò tut-
ta notte per curiosità. (Esce.)
GAB. (a Wer.) Questo maestro di cerimonie è l'inten-
dente del palazzo, io credo: è questo un bell'edifizio, ma
in ruine.
WER. L'appartamento destinato a quegli che avete sal-
vato sarà più convenevole per un ospite infermo.
GAB. Stupisco che voi non l'occupaste, perocchè voi
pure mi parete di salute molto delicata.
WER. (con piglio) Signore!

346
GAB. Ve ne prego, scusatemi: ho io detto nulla che vi
offendesse?
WER. Nulla: ma noi siamo stranieri l'uno all'altro.
GAB. Ed è questa la ragione per cui dobbiamo far co-
noscenza; se non erro, il nostro loquace ospite mi disse
che voi eravate qui di passaggio per caso, come lo sono
io e i miei compagni.
WER. È vero.
GAB. Or dunque. come noi non ci siamo mai veduti,
ed è probabile che non ci rivedremo mai, io mi ero pro-
posto di rallegrare un poco per me almeno questa antica
prigione, chiedendovi di assidervi al nostro desco.
WER. Vi prego di scusarmi, la mia salute.....
GAB. Come vorrete. Io sono stato soldato, e forse
sono di maniere rozze.
WER. Io pure ho servito nelle milizie, e so essere rico-
noscente alle accoglienze di un soldato.
GAB. In qual servizio? L'imperiale?
WER. (prima con impeto e poi interrompendosi) Io
comandava... volli dire, io serviva, ma son già molti
anni, al tempo in cui la Boemia innalzò il suo vessillo
per la prima volta contro l'Austria.
GAB. Tutto ciò è ora finito, e la pace ha costretto mi-
gliaia di cuori generosi a cercare come potevano i mezzi
di sussistere: a dir vero alcuni prendono per ciò la via
più corta.
WER. Qual'è essa?
GAB. La prima che loro si presenta. Tutta la Slesia e

347
le foreste della Lusazia son piene di schiere di antichi
militi che mettono il paese a contribuzione: i castellani
son costretti a rimanere nei loro castelli... fuori di quelli
la strada non è molto sicura pel ricco conte o per l'altero
barone. Ciò che mi consola è che in qualunque parte io
mi vada, non ho ora molto da perdere.
WER. Ed io... nulla.
GAB. Ciò è anche più duro. Voi foste soldato, dite?
WER. Fui.
GAB. E ne avete anche l'aspetto. Tutti i soldati sono, o
debbono essere camerati, anche quando nemici. Allor-
chè le nostre spade sono sguainate, convien che s'incro-
cino, allorchè i nostri moschetti son caricati, convien
che si appuntino ai cuori gli uni degli altri; ma quando
una tregua, una pace o qualunque altra cosa fa riporre
l'acciaio nel fodero e lascia dormire la scintilla che deve
accendere la miccia, allora noi siamo fratelli. Voi siete
povero e infermo... io non son ricco, ma ho salute; a me
non manca nulla di cui io non possa far senza; voi pare-
te privo di questo... (trae la borsa) ne volete?
WER. Chi vi ha detto ch'io fossi mendico?
GAB. Voi stesso, dicendomi in tempo di pace che era-
vate stato soldato.
WER. (guardandolo con sospetto) Voi non mi cono-
scete?
GAB. Non conosco nessuno, neppur me medesimo:
come conoscerei un uomo che ho veduto, è appena una
mezz'ora, per la prima volta?

348
WER. Signore, vi ringrazio. La vostra offerta sarebbe
generosa fatta ad un amico, verso uno straniero non è
scortese, sebben poco prudente: ma nondimeno io vi
ringrazio. Io sono mendico in tutto, fuorchè in profes-
sione, e quando dovessi chiedere a qualcuno una limosi-
na, sarebbe a quello che fu primo ad offrirmi ciò che po-
chi ottengono anche dimandandolo. Perdonatemi.
(Esce.)
GAB. (solo) Ecco un uomo di buon aspetto, sebbene
consunto come tanti altri dai dolori o dai piaceri che ne
abbreviano la vita prima del tempo: non so quali dei due
lo facciano di più, ma quell'uomo sembra aver visti
giorni migliori. E chi non può dirne altrettanto, essendo
vissuto anche due soli giorni?... ma il nostro savio inten-
dente si avvicina con un fiasco: per amore della tazza
sopporterò il coppiere. (Entra Idenstein.)
ID. Eccolo il néttare, esso ha venti anni come un gior-
no.
GAB. Età che fa le donne giovani e vecchio il vino, ed
è peccato che di due cose così buone l'una migliori cogli
anni che rovinano l'altra. Empite fino al colmo. – Bevo
alla nostra albergatrice, alla vostra bella sposa.
(Prende la tazza.)
ID. Bella!... Bene, io spero che il vostro gusto nei vini
sarà eguale a quello che addimostrate per la beltà; nulla-
meno vi fo ragione.
GAB. La donna vezzosa che incontrai nella sala vicina
e che mi restituì il saluto con un aspetto, un portamento

349
e due occhi che avrebbero fatto onore a questo palagio
nei suoi giorni più belli, benchè il suo abbigliamento
fosse adatto allo stato attuale di decadenza di questa di-
mora..... quella donna non è vostra moglie?
ID. Vorrei lo fosse! ma v'ingannaste, ella è la sposa
dello straniero.
GAB. E dall'aspetto la si potrebbe prendere per quella
di un principe; benchè il tempo sia trascorso anche su di
lei, essa ritiene però sempre molta bellezza e molta mae-
stà.
ID. E questo è più ch'io non posso dirne per madama
Idenstein, almeno per la bellezza: quanto alla maestà,
essa ha alcuni de' suoi attributi di cui potrebbe far sen-
za... ma poco importa.
GAB. Pochissimo. Ma chi può essere quello straniero?
Egli pure ha un contegno superiore alle sue apparenti
fortune.
ID. Qui io differisco da voi. Esso è povero come
Giobbe, e non tanto paziente; ma chi possa essere, o
quale, o d'ogni altra cosa di lui, tranne il suo nome che
appresi soltanto questa notte, io nulla so.
GAB. Ma come venne qui?
ID. In un carrozzino miserabilissimo e sciancato, sarà
ora un mese; appena giunto, infermò tanto da morirne, e
morire avrebbe dovuto.
GAB. Amabile sensibilità! Ma perchè?
ID. Perchè! Che cosa è la vita senza il vitto? egli non
ha un soldo.

350
GAB. In tal caso stupisco che un uomo di così gran
prudenza, come voi sembrate essere, ammetta ospiti sì
miseri in questa nobile casa.
ID. È vero, ma la pietà, sapete, fa commettere al cuore
siffatte follíe; e poi essi avevano allora alcuni oggetti di
prezzo che gli han fatti vivere fino a questo momento;
così io pensai che potevano essere alloggiati tanto bene
qui come nella piccola taverna, e misi a loro disposizio-
ne alcune stanze fra le più smantellate. Essi han servito
a purificarvi l'aere, almeno finchè poterono abbruciarvi
legna.
GAB. Povera gente!
ID. Sì, estremamente povera.
GAB. E nondimeno non avvezza alla povertà, se io
non erro. Dove se ne andavano?
ID. Oh! il Cielo lo sa, a meno che non fosse nel Cielo
stesso. Alcuni giorni fa questo sembrava il viaggio più
probabile per Werner.
GAB. Werner! Ho udito questo nome: ma può essere
un nome finto.
ID. Verosimilmente! Ma udite! Si sente un rumore di
ruote e di voci, e uno splendore di torcie si avvicina.
Certo, come è certo il destino, Sua Eccellenza viene.
Convien ch'io vada al mio posto: non vi unirete voi a me
per aiutarlo a discendere di carrozza, e presentargli alla
porta i vostri umili doveri?
GAB. Io il trassi dalla carrozza in un momento in cui
avrebbe dato la sua baronia o la sua contea per allonta-

351
nare i flutti gorgoglianti sulla sua gola. Egli ha ora ba-
stanti valetti: essi stavano lontani dianzi scrollando sulla
riva le loro orecchie piene d'acqua, e gridando aiuto,
senza offrirne alcuno; in quanto ai miei doveri (come
voi li chiamate), io li compii allora; compite voi ora i
vostri. Partite, e insegnategli la via colle vostre riveren-
ze e i vostri saluti adulatori.
ID. Io adulare!... Ma perderei l'opportunità... la peste
se lo colga! ei sarà qui prima ch'io sia là.
(Esce frettolosamente; rientra Werner.)
WER. (parlando fra sè) Udii un rumore di ruote e di
voci. Come ogni strepito m'infastidisce! (vedendo Ga-
bor) Ancora qui! Sarebbe costui una spia del mio perse-
cutore? La sua franca offerta, così subita ad uno stranie-
ro, rivelava un nemico segreto: perocchè gli amici van-
no più a rilento in tali materie.
GAB. Signore, voi sembrate concentrato, e il tempo
non è propizio alle meditazioni. Queste antiche mura sa-
ran fra breve piene di rumori. Il barone o il conte, o qua-
lunque ei si sia, questo nobile a metà annegato, per cui
questo villaggio deserto e i suoi solinghi abitatori sento-
no più rispetto che non ne avessero gli elementi, è venu-
to.
ID. (dal di fuori) Di qui... di qui, Eccellenza... badate,
la scala è un po' oscura e un po' in rovina; se noi avessi-
mo potuto immaginare un ospite così segnalato... Ve ne
prego, signore, appoggiatevi al mio braccio!

352
(Entra Stralenheim, Idenstein e séguito, parte suo e
parte del dominio di cui Idenstein è intendente.)
STRAL. Io mi riposerò qui un istante.
ID. (ai domestici) Olà, una sedia, subito, mariuoli!
(Stralenheim si asside.)
WER. (a parte) È egli!
STRAL. Sto meglio ora. Chi sono questi stranieri?
ID. Se vi piace, mio buon signore, uno dice che non è
straniero.
WER. (ad alta voce e con impeto) Chi dice ciò?
(Tutti lo guardano con sorpresa.)
ID. Nessuno parla con voi o di voi, e qui vi è uno che
Sua Eccellenza potrebbe riconoscere con piacere.
(Additando Gabor.)
GAB. Io non volli infestare la sua nobile memoria.
STRAL. Credo che questi sia uno di quei due a cui
debbo la vita. E quello non è l'altro? (indicando Werner)
Il mio stato, allorchè fui soccorso, deve scusare la mia
incertezza nel riconoscimento di coloro a cui ho tanto
obbligo.
ID. Quello!..... no, signore! egli abbisogna piuttosto di
soccorsi, di quello che possa darne. È un povero viag-
giatore malato, che non ha molto lasciò il letto da cui
pensava di non alzarsi più.
STRAL. Mi parve fossero in due.
GAB. E lo eravamo, ma nel servizio reso a Vostra Si-
gnoria, un solo (ed è assente) ha veramente contribuito a
soccorrervi; fu sua fortuna l'essere il primo. Il mio buon

353
volere non la cedeva al suo, ma la sua forza e la sua gio-
vinezza mi stettero innanzi, perciò non profondete i vo-
stri ringraziamenti con me. Io non fui che un volontero-
so padrino di un più nobile principale.
STRAL. E questi dov'è?
UNO DEL SEG. Signore, è rimasto nella capanna dove
Vostra Eccellenza si riposò un'ora, e disse che sarebbe
venuto qui dimani.
STRAL. Fino a che non venga, io non potrò offrire che
ringraziamenti; ma poscia...
GAB. Non chieggo nulla di più, e appena merito tanto.
Il mio compagno potrà parlare per se stesso.
STRAL. (affisando Werner e a parte) Non può essere!
e nondimeno convien tenerlo d'occhio. Son venti anni
ch'io non l'ho veduto, e sebbene i miei agenti l'abbiano
sempre avuto di mira, la politica mi ha costretto a starmi
in distanza per non isgomentirlo e dargli sospetto del
mio disegno. Perchè lasciai io ad Amburgo coloro che
mi avrebbero assicurato se sia o non sia egli? Dovrei es-
sere di già il signore di Siegendorf, ed ero partito per ciò
in fretta, ma gli elementi sembrano in guerra meco, e
quest'impensata inondazione può ritenermi prigioniero
qui fino... (s'interrompe e guarda Werner, quindi conti-
nua) Convien sorvegliare costui. Se è esso, è tanto mu-
tato, che suo padre sorgendo dal sepolcro potrebbe pas-
sargli accanto senza conoscerlo. Molta prudenza mi è
necessaria: un errore potrebbe tutto guastare.
ID. Vostra Signoria sembra pensosa: vorreste entrare

354
nel vostro appartamento?
STRAL. È la stanchezza che mi dà quest'aria abbattuta
e preoccupata. Andrò a riposarmi.
ID. La stanza del principe è preparata coi drappi che il
principe usò, allorchè si fermò qui l'ultima volta in tutto
il suo splendore. (a parte) Le tignuole v'hanno un po' la-
vorato, e una diabolica umidità li investe, ma al lume di
torcia saran belli abbastanza, ed è quanto è necessario a
questi nobili di venti quarti: colui che li porta può ben
adagiarsi oggi sotto coltri del genere di quelle che l'av-
volgeranno un giorno per sempre.
STRAL. (alzandosi e volgendosi a Gabor) Buona not-
te, uomo eccellente, spero che dimani mi troverete più
atto a ricompensare il vostro servigio. Intanto chiederei
la vostra compagnia per un momento nella mia stanza.
GAB. Vi seguo.
STRAL. (dopo pochi passi si ferma e chiama Werner)
Amico!
WER. Messere.
ID. Messere! Dio... oh, buon Dio! Perchè non dite Si-
gnoria o Eccellenza? Ve ne prego, signore, scusate la
mancanza di educazione di questo povero uomo: ei non
è stato avvezzo a trovarsi a tali cospetti.
STRAL. (a Id.) Pace, Intendente.
ID. Son mutolo.
STRAL. (a Wer.) È molto tempo che siete qui?
WER. Molto tempo?
STRAL. Voglio una risposta, non un'eco.

355
WER. Potete cercar l'uno e l'altra dalle muraglie. Io
non sono uso a rispondere a quelli che non conosco.
STRAL. In vero senno! Nondimeno potreste dire con
cortesia quello che cortesemente vi è chiesto.
WER. Quando sarò convinto di sì fatta benevolenza la
ricambierò... vuo' dire parlerò... in conformità.
STRAL. L'Intendente mi disse che eravate stato ritenu-
to qui da una malattia... s'io potessi aiutarvi..... viaggian-
do per la medesima strada?...
WER. (subitamente) Io non viaggio per la vostra stra-
da.
STRAL. Come lo sapete ignorando il luogo a cui sono
diretto?
WER. Perchè non vi è che una via che il ricco e il po-
vero percorrano insieme. Voi da quella via tremenda vi
distoglieste alcune ore fa, io son già alcuni giorni: dopo
di ciò le nostre strade bisogna siano diverse, sebbene
tendano tutte ad un medesimo ostello.
STRAL. Il vostro linguaggio è superiore al vostro stato.
WER. (amaramente) Credete?
STRAL. O almeno al disopra dei vostri vestimenti.
WER. È bene che non ne sia al disotto, come qualche
volta accade a persone meglio acconcie. Ma in una pa-
rola, che volete da me?
STRAL. (con sorpresa) Io!
WER. Sì, voi! Voi non mi conoscete, e m'interrogate e
stupite ch'io non risponda... non conoscendo il mio in-
quisitore. Spiegatevi su quello che volete, ed io vi appa-

356
gherò, o appagherò me stesso.
STRAL. Ignoravo che aveste motivi per tante riserve.
WER. Molti ne hanno... non ne avete voi alcuno?
STRAL. Nessuno che possa interessare uno straniero.
WER. Perdonate dunque a questo straniero, a questo
sconosciuto, se egli desidera di restar tale all'uomo che
non può aver nulla in comune con lui.
STRAL. Signore, io non intendo di farvi sdegnare...
volli soltanto rendervi servigio... ma buona notte! Inten-
dente, insegnateci la strada! Signore, (a Gabor) voi ver-
rete con me
(Escono Stralereheim e il séguito, Idenstein e Gabor.)
WER. (solo) È egli! Son preso al laccio. Prima ch'io
lasciassi Amburgo, Giulio, il suo maggiordomo, mi av-
vertì che aveva ottenuto un ordine dall'elettore di Bran-
deburgo per arrestare Kruitzner (tale era il nome ch'io
allora portava) appena che si fosse mostrato sulla fron-
tiera. I privilegi di città libera salvarono soli la mia li-
bertà... fino ch'io fossi escito dalle sue mura... pazzo
ch'io fui ad abbandonarle! Ma io credevo che questi
umili vestimenti e questa romita strada avessero deluse
le infingarde mute che mi venivano appresso. Che deb-
bo io fare? Ei non mi conosce di persona, ed a me pure
abbisognarono gli occhi del timore per ravvisarlo dopo
venti anni; noi ci eravam visti sì di rado e sì freddamen-
te nella nostra giovinezza. Ma quelli che lo circondano!
Ora indovino la liberalità di quell'Ungherese che senza
dubbio non è che uno strumento, una spia di Stralen-

357
heim incaricato da lui di scandagliarmi e di assicurarsi
di me. Senza mezzi! malato, povero... ricinto dal fiume
straripato, barriera insormontabile anche pel ricco, aiu-
tato da tutti i mezzi che può procurar l'oro per soprastare
ai pericoli avventurando la vita degli uomini... quale lu-
singa mi resta! Un'ora fa la mia situazione mi pareva di-
sperata, ed ora è tale, che il passato mi sembra un para-
diso: un altro giorno ancora, e sarò scoperto... alla vigi-
lia di ricuperare i miei onori, i miei diritti e la mia eredi-
tà, quando poche monete basterebbero a salvarmi favo-
rendo la mia fuga! (Entrono Idenstein e Fritz in dialogo
fra di loro.)
FRITZ. Subito.
ID. Vi dico che è impossibile.
FRITZ. Convien tentarlo almeno, e se un messaggiero
non riesce, spedirne un altro finchè una risposta giunga
da Francoforte dal comandante.
ID. Farò quello che potrò.
FRITZ. E rammentatevi di non risparmiar nulla; sarete
pagato al decuplo.
ID. Il barone si è ritirato al riposo?
FRITZ. Si è gettato sopra una gran poltrona accanto al
fuoco e dormicchia. Ha ordinato che nessuno vada a
sturbarlo fino alle undici; è allora che si coricherà.
ID. Prima che un'ora sia passata avrò fatto quanto po-
tevo per servirlo.
FRITZ. Ricordatevene. (Esce.)
ID. Il diavolo si prenda questi Grandi! essi pensano

358
che tutte le cose siano fatte per loro. Ora convien ch'io
svegli dai loro giacigli una mezza dozzina di vassalli
tremanti di freddo, e che a rischio della loro vita li man-
di a traversare il fiume verso Francoforte. Mi pare che
l'esperienza che ne fece il barone alcune ore fa avesse
dovuto ispirargli un po' più di umanità verso i suoi simi-
li: ma no, bisogna, e tutto è detto. Oh, oh? Siete voi qui,
Mynheer Werner?
WER. Voi avete abbandonato ben presto il vostro no-
bile ospite.
ID. Sì, egli dormicchia, e pare che non voglia lasciar
dormir gli altri. Quest'è un dispaccio che va al Coman-
dante di Francoforte, e ch'io debbo spedire ad ogni ri-
schio e ad ogni spesa; ma non ho tempo da perdere:
buona notte!
(Esce.)
WER. A Francoforte! Il nembo dunque si avvicina! Sì,
il comandante! Ciò s'accorda perfettamente coi passi an-
teriori di questo demone calcolatore e freddo che s'inter-
pone fra me e la casa di mio padre. Senza dubbio egli
scrive per ottenere un distaccamento di milizie, onde
farmi condurre in qualche segreta fortezza. Prima che
ciò... (si volge intorno e afferra un coltello che sta so-
pra una tavola in un angolo) Ora io sono almeno signo-
re di me. Silenzio!... odo un passo! Come sono io sicuro
che Stralenheim voglia pure aspettare questa mostra
d'autorità che deve proteggere l'usurpazione? Ch'ei mi
sospetti, è sicuro. Io sono solo, egli con numerosa scor-

359
ta. Io debole; egli forte per oro, per numero, per cliente-
la, per potenza. Io senza nome, o involvente nel mio
nome la mia perdita finchè non sia ritornato ne' miei do-
minii: egli baldanzoso de' suoi titoli, che abbagliano an-
che più questi oscuri e rozzi villani che non potrebbero
fare altrove. Silenzio! il rumore maggiormente si avvici-
na! Io ne andrò al segreto passaggio che comunica con
la... No! tutto tace... fu la fantasia... tutto tace come nel-
la lacuna tremenda che è posta fra il lampo e la
folgore..... Convien ch'io imponga silenzio alla mia ani-
ma fra i suoi pericoli. Però io voglio ritirarmi per vedere
se è rimasto inesplorato il passaggio che ho scoperto:
alla peggio mi servirà come un luogo di ricovero per al-
cune ore.
(Werner alza una tappezzeria ed esce segretamente
richiudendola dietro di sè; entrano Gabor e Giu-
seppina.)
GAB. Dov'è vostro marito?
GIUS. Lo credevo qui, lo lasciai non ha molto nella
sua stanza. Ma queste camere hanno molte uscite, ed ei
sarà andato ad accompagnare l'Intendente.
GAB. Il barone di Stralenheim ha fatte molte interro-
gazioni all'Intendente intorno a vostro marito, e a dir il
vero dubito s'ei gli voglia bene.
GIUS. Oimè! che può esservi di comune fra l'altero e
ricco Barone e lo sconosciuto Werner?
GAB. Questo lo saprete voi meglio di me.
GIUS. O se ciò è, come v'interessate in suo favore,

360
piuttosto che in favore di quegli a cui salvaste la vita?
GAB. Io mi adoprai a salvarlo mentre era in pericolo,
ma non mi impegnai a servirlo in opere di oppressione.
Io ben conosco questi nobili e i loro mille modi di ma-
nomettere il povero. Ne ho fatta l'esperienza, e il mio
sdegno divampa allorchè li veggo tramare contro il de-
bole..... questo è il mio solo motivo.
GIUS. Non sarebbe facile il persuadere il mio sposo
delle vostre buone intenzioni.
GAB. È egli tanto sospettoso?
GIUS. Non lo era, ma il tempo e le sciagure lo han
renduto quale lo vedete.
GAB. Me ne dolgo; il sospetto è un'armatura pesante
che stanca quegli che la porta più che nol protegga.
Buona notte; spero di rivederlo alla punta del giorno.
(Esce; rientra Idenstein ed alcuni paesani: Giuseppi-
na si ritira in un angolo della sala.)
1° PAES. Ma se mi annego?
ID. Bene! sarete di ciò largamente ricompensato, e
son sicuro che avrete arrischiato spesso di più e per mol-
to meno.
2° PAES. Ma le nostre mogli e le nostre famiglie?
ID. Non potranno star peggio, e possono guadagnarvi.
3° PAES. Io non ho famiglia e arrischierò.
ID. Ben detto. Ecco un valente garzone degno di dive-
nir soldato. Vi farò entrare con un grado nella guardia
del corpo del principe..... se riescite: e inoltre avrete in
luccicante metallo due talleri.

361
3° PAES. Soltanto!
ID. Al diavolo la vostra avarizia! Come può un vizio
sì abbietto mischiarsi a tanta ambizione? Io vi dico, ami-
co, che due talleri, suddivisi in piccole monete, costitui-
ranno un tesoro. Cinquecento mila eroi non arrischiano
ogni giorno le loro vite e le loro anime pel decimo di un
tallero? Quand'avesti tu mai la metà di una tal somma?
3° PAES. Non mai... ma nondimeno ne voglio tre.
ID. Hai tu dimenticato, malandrino, di cui nascesti
vassallo?
3° PAES. No... vassallo del principe e non dello stra-
niero.
ID. Sciagurato! nell'assenza del principe io sono il so-
vrano, e il barone è un mio intimo conoscente: «Cugino
Idenstein, mi disse egli, chiamerete una dozzina di villa-
ni.» E così villani, avanti..... marciate..... marciate, dico;
e se una sola carta di questo dispaccio è bagnata dall'O-
der..... pensateci! Per ogni foglio di carta inzuppato, uno
della vostra pelle sarà steso qual pergamena sopra un
tamburo a simiglianza della pelle di Ziska onde battere
la generale contro tutti i vassalli refrattarii che non pos-
sono fare l'impossibile. – Via, vermi di terra.
(Esce cacciandoli dinanzi a sè.)
GIUS. (avanzandosi) Quanto volontieri mi sottrarrei a
queste scene troppo spesso ripetute di tirannia feudale
esercitata sopra vittime impotenti! io non posso soccor-
rerle, ma non voglio assistere ai loro dolori. Qui anche
in questo remoto paese, in questo canto ignorato e angu-

362
sto si trova l'insolenza della ricchezza indigente contro i
più indigenti di lei... l'orgoglio della nobiltà serva sopra
classi anche più servili, il vizio congiunto alla miseria,
lo splendore sotto i cenci. Quale stato di cose! In Tosca-
na, mia cara terra, amata dal sole, i nostri nobili non era-
no che cittadini e mercatanti come Cosimo. Noi aveva-
mo alcuni mali, ma non come questi; e la povertà non
escludeva la gioia nelle nostre valli vive e feconde, dove
ogni erba è in se stessa un pasto, e per tutto è dovizia di
quella bevanda che rallegra il cuore dell'uomo. Il sole, la
di cui influenza si fa sempre sentire, non ha quasi mai
ivi la fronte oscurata da nubi, o quando ciò avviene, egli
lascia il suo calore come memoria de' suoi raggi e rende
i mortali più felici sotto il mantello leggero o la vesta
volante, che i re nol sono colla loro splendida porpora.
Ma qui i despoti del Nord sembrano voler imitare il ven-
to agghiacciato del loro clima. La loro tirannide penetra
fin sotto gli squarciati abiti del vassallo assiderato per
torturargli l'anima, come i crudi elementi gli torturano il
corpo! Ed ecco i sovrani fra i quali il mio sposo desidera
di ottenere un posto! Tanta è la forza del suo orgoglio
patrizio, che venti anni di una persecuzione, quale nes-
sun altro padre di condizione più umile avrebbe potuta
far subire ad un figliuol suo, non han nulla mutato alla
sua natura primitiva! Ma io, la di cui nascita è nobile del
pari, ho ricevuto dalla tenerezza paterna una lezione dif-
ferente. Oh! mio padre, la tua anima che sperimentò le
lunghe miserie di quaggiù e che gode ora in cielo le sue

363
ricompense, si rivolga verso di noi e sul nostro Ulric
tanto desiderato! Io amo mio figlio come tu mi amasti!
Ma che è ciò? Tu, Werner! è egli possibile? E in tale sta-
to?
(Entra Werner precipitosamente col coltello in mano,
per la tappezzeria segreta che chiude dietro di sè
con impeto.)
WER. (da prima non riconoscendola) Scoperto..... al-
lora pugnalerò... (riconoscendola) Ah! Giuseppina, per-
chè non andasti al riposo?
GIUS. Qual riposo, mio Dio? Che significa ciò?
WER. (mostrandole un cartoccio di danaro) Questo è
oro... oro, Giuseppina: esso ci libererà da questa carcere
detestata.
GIUS. Ma come l'ottenesti?... Quel coltello...
WER. È senza sangue... almen per ora. Esciamo... an-
diamo nella nostra stanza.
GIUS. Ma da qual parte vieni?
WER. Non chiederlo! e pensiamo solo al luogo in cui
andremo..... questo..... questo ci aprirà la via. (mostran-
do l'oro) Io li sfido adesso.
GIUS. Io non oso crederti colpevole di disonore.
WER. Di disonore!
GIUS. Lo dissi
WER. Esciamo: è l'ultima notte, io penso, che avremo
passata qui.
GIUS. E non la peggiore, io spero.
WER. Tu speri! Io ne sono sicuro. Ma andiamo nella

364
nostra stanza.
GIUS. Anche una dimanda... che hai tu fatto?
WER. (fieramente) Mi astenni dal far ciò che avrebbe
dato un termine lieto ad ogni cosa: fa ch'io non vi pensi!
Andiamo.
GIUS. Oimè, ch'io debba dubitare di te! (Escono.)

ATTO SECONDO.

SCENA I.
Una sala nel medesimo palazzo.

Entra IDENSTEIN e altri.


ID. Bel fatto! Buon fatto! Onesto fatto! Un barone de-
rubato nel palazzo di un principe, dove mai fino a que-
sto giorno un tal delitto non era avvenuto,
FRITZ. Nè avvenire poteva a meno che i topi non tra-
fugassero ai vermi qualche lembo di tappezzeria.
ID. Oh! ch'io debba essere vissuto tanto per vedere un
tal giorno! L'onore della nostra città è perduto per sem-
pre.
FRITZ. Bene, ma ora si vuol scuoprire il reo: il barone
è deciso di non perdere quella somma senza ricerche.
ID. E così pure sono io.
FRITZ. Ma su di chi avete sospetto?
ID. Sospetto! Su di tutti, fuori... dentro..... sopra.....
sotto..... il Cielo mi aiuti.
365
FRITZ. Non vi è altro accesso a quella stanza?
ID. Altro.
FRITZ. Ne siete sicuro?
ID. Certo. Son vissuto ed ho servito qui fin dalla na-
scita, e se ve ne fossero altri, ne avrei udito o li avrei ve-
duti.
FRITZ. Dev'essere stato qualcuno allora che poteva en-
trare nell'anticamera.
ID. Senza dubbio.
FRITZ. Quell'uomo chiamato Werner è povero.
ID. Povero come un avaro206. Ma è alloggiato così
lontano nell'altra estremità degli appartamenti, dalla
quale non vi è nessuna comunicazione colla stanza del
barone, che non può essere stato lui. Oltreciò io gli ho
data la buona notte nella gran sala che è quasi a un mi-
glio di qui e che conduce solo alle sue camere, ed io mi
accomiatai presso a poco nel momento in cui questo fur-
to, questo infame furto sembra essere stato commesso.
FRITZ. Vi è un altro, lo straniero...
ID. L'ungherese?
FRITZ. Quegli che aiutò a pescare il barone nell'Oder.
ID. Non è impossibile. Ma aspettate... non potrebbe
essere stato uno del séguito?
FRITZ. Come! noi, signore?
ID. No... non voi, ma qualcuno dei furfanti più umili.
Voi dite che il barone dormiva sulla sua seggiola... la

206
Questa espressione potrà sembrar strana, ma è solo una tra-
duzione del Semper avarus eget. – (Byron, Lettere.)
366
seggiola di velluto... colla sua veste da camera ricamata;
il suo scrittoio gli stava innanzi con sopra lettere, fogli e
alcuni cartocci d'oro di cui un solo è stato tolto; la porta
non era chiusa a catenaccio, e l'accesso era facile.
FRITZ. Buon signore, non correte tanto; l'onore del
corpo che forma il séguito del barone è intangibile dal
maggiordomo fino al guattero, eccetto che nelle prevari-
cazioni oneste e permesse, come nelle liste, pesi, misu-
re, uffizio, cantina, dispensa, dove ognuno può fare pic-
coli profitti, siccome anche nell'importo delle lettere,
nella riscossione dei redditi, nelle provvigioni, nel vino
e nelle alleanze che ci uniscono agli onesti mercanti coi
quali i nostri nobili signori hanno a fare. Quanto a questi
piccoli latrocinii noi li disprezziamo e inorridiremmo a
compierli. E poi se qualcuno dei nostri avesse fatta la
cosa, ei non avrebbe avuto la semplicità di avventurare
il suo collo per un cartoccio solo, ma avrebbe trafugato
tutto e portato via fin lo scrittoio, se fosse stato portabi-
le.
ID. Vi è molto buon senso in queste parole.
FRITZ. No, signore, siatene sicuro, non fu nessuno del
nostro corpo: fu qualche piccolo ladro volgare senza ge-
nio e senza arte La sola questione è... chi altri poteva
aver mezzo di penetrare, tranne l'unghero e voi?
ID. Voi non sospettereste già di me?
FRITZ. No, signore; io onoro di più i vostri talenti...
ID. E i miei principii, io spero.
FRITZ. Vien di conseguenza; ma al punto. Che vi è da

367
fare?
ID. Nulla... ma molto da dire. Noi offriremo una ri-
compensa; commuoveremo terra e cielo; ne informere-
mo la polizia, sebbene la più vicina sia quella di Franco-
forte; dirameremo notizie manoscritte, perchè non ab-
biamo stampatori; e il mio clerco le leggerà, avvegna-
chè, tranne lui ed io, nessun altro lo potrebbe: mandere-
mo villani in volta per denudare i mendici e frugare nel-
le loro saccoccie vuote; faremo arrestare ancora tutte le
zingane, tutta la gente mal vestita e sucida. Se non por-
remo la mano sul colpevole, faremo almeno molti pri-
gionieri; e, quanto all'oro del barone, se egli nol trova,
avrà almeno la soddisfazione di spenderne due volte
tanto nell'evocazione dell'ombra di quel cartoccio. Ecco
una vera alchimia per riparare alle perdite del signor vo-
stro.
FRITZ. Esso ne ha trovata una migliore.
ID. Dove?
FRITZ. In un'immensa eredità. L'ultimo conte di Sie-
gendorf, suo lontano parente, è morto vicino a Praga nel
suo castello, e il signor mio va ora a prendere possesso
dei suoi beni.
ID. Non vi era un erede?
FRITZ. Oh! sì, ma è da lungo tempo scomparso dagli
occhi del mondo, e forse anche dal mondo. Era un figlio
prodigo posto al bando di suo padre per circa venti anni;
che non volle uccider per lui il vitello grasso, e che per-
ciò, se vive ancora, convien si rassegni a masticare le ra-

368
diche. Ma s'ei dovesse mostrarsi, il barone troverebbe
mezzo di farlo tacere: egli è buon politico, ed ha molta
influenza in certe corti.
ID. Uomo fortunato.
FRITZ. È vero che esiste un nipote che l'estinto conte
aveva tolto dalle mani di suo figlio e cresciuto come suo
erede; ma la sua nascita è dubbia.
ID. Come ciò?
FRITZ. Suo padre aveva contratto imprudentemente un
matrimonio d'amore, una specie di matrimonio fatto col-
la mano sinistra, colla figlia dagli occhi neri di esule ita-
liano, nobile pure, dicesi, ma che non era partito degno
di una casa come quella dei Siegendorf. L'avolo mal
patì tale alleanza, e sebben prendesse seco il figlio che
ne nacque, non volle mai vedere nè il padre, nè la ma-
dre.
ID. Se è un giovine di coraggio, ei può far valere i
suoi diritti, e intessere una tela che il vostro barone po-
trà trovar arduo di infrangere.
FRITZ. Quanto al coraggio, egli ne ha abbastanza: e'
dicono siavi in lui una felice fusione delle qualità di suo
padre e di suo nonno... impetuoso come il primo, sagace
come l'altro; ma quel che vi è di più strano è ch'egli pure
è scomparso alcuni mesi fa.
ID. Il diavolo se l'avrà portato.
FRITZ. Sì, dev'esser stato a sua suggestione ch'egli è
partito in un momento così critico, come era la vigilia
della morte del vecchio, il di cui cuore rimase spezzato

369
da quel fatto.
ID. Non fu assegnata alcuna causa di tal partenza?
FRITZ. Molte, non v'ha dubbio, di cui alcuna forse non
è vera. Alcuni dissero che egli era ito in traccia de' suoi
parenti; altri che volle redimersi dall'oppressione del
vecchio, ma questo non può essere perchè ei ne era ido-
latrato; un terzo credeva ch'ei fosse andato a prender
servizio negli eserciti, ma la pace avendo seguito da
presso la sua partenza, ei sarebbe stato di ritorno se que-
sto fosse stato il motivo reale della sua lontananza; un
quarto congetturava caritatevolmente, atteso che vi era
in lui qualche cosa di strano e di misterioso, che nella
selvaggia esuberanza della sua natura, egli fosse corso a
raggiungere le bande nere che infestano la Lusazia, le
montagne della Boemia e della Slesia, dappoichè in
questi ultimi anni la guerra è degenerata in un sistema di
condottieri e di banditi, ogni schiera avendo il suo capo,
e capi e schiere essendo collegati contro il genere uma-
no.
ID. Ciò non può essere. Un giovine erede, allevato ne-
gli agi e nell'opulenza, arrischiare la sua vita e i suoi
onori in compagnia di soldati di avventura, di anime
perdute!
FRITZ. Il Cielo meglio lo saprà. Ma vi sono certe natu-
re così naturalmente portate all'amore selvaggio dell'a-
zione, che cercano il pericolo come un piacere. Io ho
udito dire che nulla potrebbe incivilire l'Indiano o do-
mare la tigre, quand'anche nella loro infanzia fossero

370
nutriti di miele e di latte. Al postutto il vostro Wallen-
stein, il vostro Tilly, il vostro Gustavo, il vostro Banner
e i vostri Torstenson e Weimar non erano che la cosa
stessa in proporzioni più larghe. Ora ch'essi se ne sono
andati e che la pace è fatta, quelli che vogliono abban-
donarsi al medesimo sollazzo convien lo facciano di
proprio conto. Ecco il barone e quel Sassone straniero
che fu ieri il suo principale salvatore, e che non ha la-
sciata che questa mattina la sua capanna dell'Oder.
(Entrano Stralenheim e Ulric.)
STRAL. Generoso straniero, poichè rifiutate ogni ri-
compensa fuorchè ringraziamenti inadeguati, voi mi ri-
ducete quasi a non poter pagarvi il mio debito neppur
con parole; e mi fate arrossire alla sterilità della mia ri-
conoscenza di cui l'espressione è così poca cosa, para-
gonata con ciò che il vostro coraggio ha fatto per me.
ULR. Ve ne prego, non ne parliamo più.
STRAL. Ma non posso io servirvi? Voi siete giovine, e
avete quelle forme con cui si dipingono gli eroi; bello,
fortunato, prode come i giorni ch'io vi debbo me lo atte-
stano. Con tali nobili qualità voi affrontereste senza
dubbio i pericoli della guerra seguendo i passi della glo-
ria collo stesso ardore che dispiegaste a salvare uno sco-
nosciuto da una morte imminente. Voi siete nato per la
professione delle armi. Io pure ho militato; ho un grado
che debbo alla mia nascita e ad alcune battaglie: ho ami-
ci che diverranno i vostri. È vero che questo periodo di
pace non alimenta tali disegni; ma essa non durerà; gli

371
spiriti degli uomini sono troppo turbati; e dopo trent'an-
ni di conflitto la pace non è che una piccola guerra,
come la vediamo in ogni foresta, o una mera tregua ar-
mata. La guerra reclamerà i suoi diritti; e intanto voi po-
trete ottenere un posto che ve ne assicurerà fra breve
uno più cospicuo: mercè la mia influenza salirete alle
prime cariche. Io parlo del Brandeburgo dove sono in
credito coll'elettore; in Boemia sono come voi straniero,
e noi ci troviamo ora sui suoi confini.
ULR. Voi vedete che il mio abito è sassone, nè posso
quindi servire che il mio sovrano. Se non accetto la vo-
stra offerta, è però con quel medesimo sentimento che
ve l'ha ispirata.
STRAL. Ma questa è una vera usura! Io vi debbo la
vita, e voi rifiutate anche i frutti del mio debito per ac-
cumulare su di me maggiori obbligazioni fino a che io
ne rimanga soffocato.
ULR. Direte ciò allorchè reclamerò il pagamento.
STRAL. Bene, signore, dappoichè non volete... voi sie-
te nobile di nascita?
ULR. Ho udito i miei parenti a dirlo.
STRAL. Le vostre azioni lo provano. Posso io chieder-
vi il vostro nome?
ULR. Ulric.
STRAL. Quello della vostra casa?
ULRICO. Quando mi sarò reso degno di essa vi rispon-
derò.
STRAL. (a parte) È certamente un austriaco cui la pru-

372
denza costringe a celare la sua nobiltà in questi tempi
torbidi e su queste frontiere selvaggie e pericolose dove
il nome del suo paese è detestato. (ad alta voce a Fritz e
a Idenstein) E così, signori! a qual punto sono le vostre
ricerche?
ID. Ce ne stiamo occupando, Eccellenza.
STRAL. Dunque io son per credere che il ladro sia sta-
to preso?
ID. Oh!... non poi tanto.
STRAL. O almeno sospettato?
ID. Quanto a ciò sospettatissimo.
STRAL. Chi può egli essere?
ID. Lo conoscereste voi, signore?
STRAL. Come lo potrei? Io era addormentato.
ID. E così pure era io, e questa è la cagione per cui
non lo conosco di più che nol faccia Vostra Eccellenza.
STRAL. Stolido!
ID. Se Vostra Signoria che è stata derubata non rico-
nosce il ladro, come lo distinguerei io, che non lo fui, in
mezzo a tanti altri? Permettetemi ch'io dica a Vostra Ec-
cellenza che fra la folla il vostro ladro ha un aspetto si-
mile a quello dei suoi simili o fors'anche migliore; non è
che alla barra del tribunale e nelle carceri che le persone
di senno riconoscono un colpevole all'aspetto; che que-
gli che vi ha derubato vi compaia soltanto, ed io rispon-
do che colpevole o no, il suo volto sarà da delinquente.
STRAL. (a Fritz) Te ne prego, Fritz, dimmi che cosa si
è fatto per iscoprire il malfattore?

373
FRITZ. In verità, signore, non molto fino adesso, se
non è qualche congettura.
STRAL. Oltre la perdita, che confesso mi è di qualche
danno in questo momento, scoprirei volentieri il colpe-
vole per motivi d'interesse pubblico: un ladro così de-
stro, capace di aprirsi una via fra le mie genti, di attra-
versare tante stanze illuminate e abitate per venirne fino
a me durante il mio sonno e rapirmi il mio oro sotto i
miei occhi appena chiusi, un tal malandrino avrà fra bre-
ve spogliato il vostro borgo, signor Intendente.
ID. È vero, se vi fosse qualche cosa da prendervi, si-
gnore.
ULR. Che è tutto ciò?
STRAL. Voi non ne veniste a noi che questa mattina, e
non avrete saputo che io fui derubato la scorsa notte.
ULR. Ne udii qualche cosa attraversando le stanze
esterne del palazzo; ma non ne so molto.
STRAL. È uno strano avvenimento di cui l'Intendente
potrà bene istruirvi.
ID. Molto volontieri. Voi vedete...
STRAL. (con impazienza) Differite il vostro racconto
finchè siate sicuro della pazienza del vostro uditore.
ID. Di ciò non potrò assicurarmi che alla prova. Voi
vedete.....
STRAL. (interrompendolo di nuovo e indirizzandosi a
Ulric) In breve io era addormentato sopra una sedia col
mio scrittoio dinanzi, su del quale eravi oro in maggior
quantità ch'io non ne vorrei perdere; un destro malandri-

374
no è riuscito ad aprirsi una via fra i miei domestici e le
persone del castello, e mi ha rapiti cento ducati d'oro
che sarei lieto di ritrovare. Siccome mi sento ancora de-
bole, vorreste voi, al servigio importante che mi avete
reso ieri, aggiungerne un altro meno ragguardevole, ma
al quale annetto pure molto prezzo? È di aiutare costoro
che mi sembrano un po' tepidi a ricuperare il mio dena-
ro.
ULR. Molto volentieri e senza perder tempo. – (a Id.)
Venite, mynheer!
ID. Ma tanta fretta predice poca sollecitudine, e...
ULR. E lo starsi immoto non ne mostra alcuna; andia-
mo dunque, parleremo per via.
ID. Ma...
ULR. Mostratemi il luogo, e quindi vi risponderò.
FRITZ. Lo farò io, signore, se me ne dà il permesso
Sua Eccellenza.
STRAL. Andate, e prendete con voi quel vecchio giu-
mento.
FRITZ. Esciamo.
ULR. Vieni, antico oracolo, spiega il tuo indovinello.
(Esce con Idenstein e Fritz.)
STRAL. (solo) Quel giovine ha un aspetto risoluto,
operoso, guerresco, ed è bello come Ercole avanti alla
sua prima fatica; la sua fronte, allorchè è in calma, cela
pensieri non proprii della sua età fino a che il suo occhio
si anima sotto uno sguardo che l'interroga. Vorrei affe-
zionarmelo: ho bisogno di alcuni spiriti di tal tempra vi-

375
cini a me ora, perchè ci vorrà una lotta per conseguire
quest'eredità, e sebbene io non sia uomo da cedere senza
battaglie, tali sono pure anche quelli che verranno ad in-
terporsi fra me e l'oggetto de' miei desiderii. Il giovine
dicono sia audace; ma egli è scomparso in un momento
di capriccio e di follía, lasciando alla fortuna la cura di
sostenere i suoi diritti. Bene sta. Il padre, che fo insegui-
re da qualche tempo come una preda dalle mie mute, mi
si era smarrito, ma lo ritrovo qui ed è anche meglio.
Deve essere egli... tutto me lo dice; e coloro che ho in-
terrogati mi confermano in questa idea, sebbene ignori-
no lo scopo delle mie interrogazioni. – Sì, ne son sicuro
dal suo aspetto, dal mistero che l'avvolge dal tempo del
suo arrivo. Io non ho veduto sua moglie, ma ciò che mi
ha detto l'intendente della sua dignità, della sua aria fo-
restiera, me l'ha fatta riconoscere. Inoltre ne ho a gua-
rante l'antipatia colla quale ci siamo incontrati, come
lioni e serpenti che si arretrano al cospetto gli uni degli
altri, quando un istinto segreto li ammonisce che son
nati nemici mortali, senza essere destinati a servirsi reci-
procamente di preda; tutto... tutto mi tien saldo nella
mia credenza. Sia pure; fra breve ci misureremo. Fra po-
che ore, se come il tempo l'annunzia, le acque non s'in-
nalzano di più, verrà il distaccamento da Francoforte, e
io lo farò chiudere in una carcere dove dovrà palesare il
suo stato e il suo nome vero. Che male vi sarebbe,
quand'anche fosse tutt'altro di quello ch'io lo credo?
Questo furto ancora, posta a parte la perdita ch'io faccio,

376
non è un incidente disgraziato: egli è povero, quindi so-
spetto... sconosciuto, quindi senza appoggi. È vero che
non abbiamo prove di delitto,... ma quali ne ha egli della
sua innocenza? Foss'egli un uomo indifferente ai miei
disegni, io vorrei porre piuttosto la colpa sull'Unghere-
se, che ha in sè qualche cosa che non mi piace; e solo di
tutti quelli che stan qui, eccetto l'intendente e il séguito
del principe e il mio, ha avuto accesso familiare nelle
mie stanze. (entra Gabor) Amico, come va?
GAB. Come va per quelli che si trovano bene dapper-
tutto, allorchè han cenato e dormito, non importa
come... e voi, signore?
STRAL. Meglio di riposo che di borsa: il mio albergo
pare mi costerà molto caro.
GAB. Udii parlare della vostra perdita, ma è un non-
nulla per un uomo del vostro grado.
STRAL. Pensereste differentemente se il perditore fo-
ste stato voi.
GAB. Io non ebbi mai tanto denaro in una volta in tut-
ta la mia vita, e perciò non posso dirlo. Ma venni qui a
cercarvi. I vostri corrieri son tornati indietro..... io li ho
incontrati per strada.
STRAL. Voi! Come?
GAB. Alla punta del giorno sono andato a vedere a
qual altezza erano le acque, impaziente come ero di pro-
seguire il mio viaggio. I vostri messaggeri si son visti
come me nella necessità di aspettare, e trovando il caso
disperato, io mi rassegno al piacere della corrente.

377
STRAL. Fossero quei cani in fondo alle sue acque!
Perchè non tentarono almeno il passaggio? Io lo coman-
dai ad ogni rischio.
GAB. Se aveste potuto ordinare ai flutti dell'Oder di
separarsi come fece Mosè al mar Rosso (che non era
certo più rosso delle acque gonfiate del fiume in furore),
e se l'Oder vi avesse obbedito, essi avrebbero potuto av-
venturarsi.
STRAL. Bisogna ch'io vegga ciò: scellerati!... essi se
ne pentiranno. (Esce.)
GAB. (solo) Eccolo partito il mio nobile feudale egoi-
sta barone! l'epitome di ciò che ne rimane dei prodi ca-
valieri del buon tempo antico. Ieri avrebbe dati i suoi
dominii (se pur ne ha), e più ancora, i suoi sedici quarti
per tanta aria fresca, quanta ne abbisognerebbe ad em-
piere una vescica, allorchè colla testa a metà fuori dallo
sportello della sua carrozza sommersa si dibatteva con-
tro le onde; ed ora si sdegna contro una mezza dozzina
di miserabili, perchè essi pure amano la loro vita! Ma ha
ragione, tale amore è bene strano in loro, quando ogni
uomo, quale è costui, può manometterli a suo senno. Oh
tu, mondo! tu non sei invero che una melanconica deri-
sione! (Esce.)

378
SCENA II.

L'appartamento Werner nel palazzo.

Entrano GIUSEPPINA e ULRIC.


GIUS. Fermati, e lascia ch'io ti guardi di nuovo, mio
Ulric... amato mio!..... può essere ciò vero dopo dodici
anni?
ULR. Mia cara madre!
GIUS. Sì, il mio sogno è avverato... quanto è mai bel-
lo! Al di là di quello che io ho desiderato! Cielo, ricevi i
ringraziamenti di una madre: le lagrime di gioia di una
madre! Questa è bene tua opera! – In tal ora poi egli
giunge non solo come un figlio, ma come un salvatore!
ULR. Se una tal gioia mi si riserba, essa raddoppierà
quella che io ora provo, e alleggerirà il mio cuore di una
parte del suo lungo debito; debito di dovere e non di
amore, perch'io non ho mai cessato di amarvi. Perdona-
temi questo lungo indugio... io non v'ebbi colpa.
GIUS. Lo so; ma non posso pensar ora a cose di dolo-
re; dubito anche s'io ne abbia mai provati, così questa
estasi deliziosa gli ha cancellati dalla mia memoria! –
Mio figlio!
(Entra Werner.)
WER. Che vi è qui... nuovi stranieri?
GIUS. No! guardalo! Che vedi?
WER. Un giovine per la prima volta...

379
ULR. (inginocchiandosi) Passarono dodici lunghi
anni, mio padre!
WER. Oh Dio!
GIUS. Egli sviene.
WER. No... sto meglio ora... Ulric! (Lo abbraccia.)
ULR. Mio padre, Siegendorf!
WER. (con impeto) Taci! giovine... le mura potrebbero
udire questo nome!
ULR. E che perciò?
WER. Che!... ma ne parleremo fra poco. Ricordati
ch'io debbo essere conosciuto qui solo come Werner.
Vieni, vieni, fra le mie braccia un'altra volta! Tu sei tutto
quello ch'io dovrei essere stato e che non fui. Giuseppi-
na, certo non è la tenerezza paterna che mi abbaglia; ma
s'io avessi veduto questo giovine fra dieci mila altri dei
più belli, il mio cuore lo avrebbe scelto per mio figlio!
ULR. E nondimeno non mi avevate conosciuto.
WER. Oimè! ho nella mia anima qualche cosa che al
primo colpo d'occhio non mi fa vedere negli uomini che
il male.
ULR. La mia memoria servì meglio il mio affetto: io
non ho nulla dimenticato, e spesso sotto gli alteri tetti
del principesco castello di... (io non lo nominerò poichè
dite che è pericoloso) ma in mezzo alle pompe feudali
della casa di vostro padre io volgevo spesso i miei
sguardi sulle montagne della Boemia, e piangevo veden-
do un altro sole tramontare per voi e per me, separati
come lo eravamo da quelle alte barriere. Esse non ci di-

380
videranno più.
WER. Io lo ignoro. Sai tu che mio padre ha cessato di
vivere?
ULR. Oh! Cielo, io lo lasciai in una verde vecchiaia
simile a quercia sbattuta, ma imperterrita sempre al coz-
zo degli elementi, intantochè alberi più giovani cadono
intorno a lei. Sono appena tre mesi.
WER. Perchè lo lasciasti?
GIUS. (abbracciando Ulric) Potete voi fargli una tale
dimanda? Non è egli qui?
WER. È vero; egli ha cercato i suoi parenti e li ha tro-
vati; ma oh! come ed in quale stato.
ULR. Tutto migliorerà. Quello che dobbiam fare è an-
dare a sostenere i nostri diritti, o piuttosto i vostri, per-
ch'io rinunzio a tutto, a meno che vostro padre non ab-
bia disposto in mio favore della maggior parte de' suoi
beni, nel qual caso sarei costretto a far valere le mie pre-
tese per la forma: ma spero che la cosa sia altrimenti e
che tutto vi appartenga.
WER. Non hai tu udito parlare di Stralenheim?
ULR. Io gli salvai la vita ieri: egli è qui.
WER. Tu salvasti il serpente che ne trafiggerà tutti.
ULR. Non v'intendo: che è per noi questo Stralen-
heim?
WER. Ogni cosa. È un uomo che pretende le terre di
nostro padre: un nostro parente lontano e un nemico in-
timo.
ULR. Non udii mai fino ad ora il suo nome. Il conte, è

381
vero, parlava qualche volta di un parente che, se la sua
discendenza fosse cessata, avrebbe potuto un giorno ri-
vendicare il suo retaggio; ma i di lui titoli non furono
mai prodotti dinanzi a me. E d'altra parte che importa? I
suoi diritti devono cedere ai nostri.
WER. Sì, se fossimo a Praga: ma egli è in questo luo-
go onnipossente ed ha teso lacci a tuo padre, ai quali se
mi sono fin qui sottratto, è alla fortuna e non alla sua
compassione che debbo renderne grazie.
ULR. Vi conosce egli personalmente?
WER. No; ma nutre sospetti che ha lasciati intravve-
dere la scorsa notte; ed io non debbo forse la mia tem-
poranea libertà che alla sua incertezza.
ULR. Credo che l'accusiate a torto (scusatemi per que-
sta frase); Stralenheim non è quale lo riputate, o se lo è,
mi ha grandi obbligazioni passate e presenti. Io gli sal-
vai la vita, e perciò confida in me. Egli è stato anche de-
rubato da che qui venne, è infermo, forestiero, e come
tale, non può attendere alle ricerche necessarie a scopri-
re lo scellerato rapitore; io mi sono impegnato a farlo
per lui, ed è questo il motivo principale che qui mi ha
condotto: ma io ho trovato, cercando il denaro di un al-
tro, il mio vero tesoro.... voi, miei parenti!
WER. (agitatissimo) Chi ti ha insegnato a proferire
questo nome di scellerato?
ULR. Qual nome più nobile posso dare a un ladro vol-
gare?
WER. Chi ti ha insegnato a coprir così d'obbrobrio un

382
essere sconosciuto con una diffamazione infernale?
ULR. I miei sentimenti mi han fatto sempre qualifica-
re gli scellerati dalle loro azioni.
WER. Chi ti detto, giovine lungamente desiderato e
trovato in mal'ora, che fosse permesso anche a mio fi-
glio di insultarmi impunemente?
ULR. Io parlai di uno scellerato. Che vi è di comune
fra un tal essere e mio padre?
WER. Tutto! quello scellerato è tuo padre!
GIUS. Oh, mio figlio! non credergli... e nondimeno!...
(La voce le manca.)
ULR. (sbalza con impeto, figge cupidamente gli occhi
in Werner, e quindi dice con voce lenta e profonda) E
voi lo confessate?
WER. Ulric, prima che osi disprezzare tuo padre, ap-
prendi a pesare e a giudicare le sue azioni. Giovine te-
merario, nuovo nella vita e cresciuto in grembo all'opu-
lenza, tocca egli a te il misurare la forza delle passioni o
le tentazioni della miseria? Aspetta..... (non sarà per
molto,..... essa viene come la notte e con passo
rapido)..... aspetta! Aspetta finchè tu abbi veduto come
me le tue speranze dileguarsi, finchè il dolore e l'onta
siano divenuti tuoi servi, la fame e la povertà tuoi ospiti,
la disperazione tua compagna di letto... e allora alzati,
ma non dal sonno, alzati, ma non come un uomo che ha
dormito, alzati e giudica! Se mai tal giorno arrivasse...
se tu vedessi il serpente che avesse allacciato colle sue
spire tutto ciò che tu e i tuoi avevate di più caro e di più

383
prezioso, steso addormentato dinanzi a te, e se i suoi
lacci s'interponessero soli fra te e la felicità; se il caso
mettesse in tua balía quegli che non vive che per rapirti
il nome, le ricchezze e fino la vita; se tu ti vedessi con
un coltello in mano, e la notte ti ricoprisse del suo man-
tello, e il sonno chiudesse tutte le palpebre, anche quelle
del tuo più mortale nemico; se tutto ti eccitasse a dargli
la morte, fino quel sonno che ne è l'immagine, e la sua
morte sola potesse salvarti... ringrazia il tuo Dio allora
se contento come me di un piccolo furto tu ti ritraessi:
questo io ho fatto.
ULR. Ma...
WER. (con impeto) Ascoltami! Io non sopporterò la
voce di alcun uomo... è appena se oso ascoltare la mia
(se anche d'uomo è pure questa voce). – Ascoltami! tu
non conosci quest'uomo. – Io lo conosco. Egli è un vile,
perfido, avaro. Tu ti credi in sicuro perchè sei giovine e
valoroso; ma impara che nessuno può esserlo dalla di-
sperazione, pochi dal tradimento. Il mio peggiore nemi-
co, Stralenheim, albergato nel palagio di un principe,
coricato nella stanza di un principe, giaceva sottoposto
al mio pugnale! Un istante... un piccolo moto, un impul-
so lieve mi avrebbero liberato da lui e da tutti i miei ter-
rori sulla terra. Egli era in mio potere..... il mio coltello
era alzato..... io mi ritrassi... ed ora io sono in sua balía.
Non vi sei tu del pari? Chi ti dice ch'ei non ti conosca?
Chi ti dice ch'ei non ti abbia adescato a venirne qui per
immolarti, o per seppellirti coi tuoi parenti in una carce-

384
re? (S'interrompe.)
ULR. Continuate..... continuate!
WER. Per me, egli mi ha sempre conosciuto, seguito,
spiato, malgrado tutti i mutamenti di nome e di fortune;
non lo potrebbe aver fatto anche con te? Sei tu più
esperto degli uomini? Egli mi ha circondato colle sue
reti, ha seminata la mia via di serpenti che in giovinezza
avrei dispersi, ma di cui ora non posso più che alimenta-
re il fatal veleno. Vuoi tu ascoltarmi con più pazienza?
Ulric!... Ulric!.. vi sono alcuni delitti che rimangono at-
tenuati dalle circostanze e da tentazioni, che la natura
non può nè vincere, nè evitare.
ULR. (Lo guarda e si volge quindi a Giuseppina). Mia
madre!
WER. Sì, lo provedevo: tu non hai più ora che la ma-
dre. Io ho perduto in pari tempo e padre e figlio: e resto
solo.
(Esce precipitosamente.)
ULR. Fermatevi!
GIUS. (a Ulr.) Non seguirlo fnchè sedato non sia que-
st'impeto di passione. Credi tu che se fosse bene per lui
io non gli fossi andata dietro?
ULRIC. Vi obbedisco, mia madre, quantunque con ri-
pugnanza. Il mio primo atto non sarà un atto di disobbe-
dienza.
GIUS. Oh, egli è buono! Non condannarlo sulle sue
parole, ma credi a me che ho tanto sofferto con lui e per
lui; tu non vedesti che la superficie della sua anima, l'in-

385
terno contiene cose migliori.
ULR. Non son questi dunque i principii che di mio pa-
dre? Mia madre non li divide?
GIUS. Nè egli pensa come parla. Oimè! lunghi anni di
dolore lo rendono qualche volta così.
ULR. Spiegatemi allora più chiaramente queste prete-
se di Stralenheim, onde dopo avere esaminato questo
soggetto sotto tutti i lati, io sappia quello che debbo dir-
gli, o possa almeno sottrarvi ai vostri pericoli attuali. Io
m'impegno di farlo... ma fossi arrivato poche ore prima!
GIUS. Sì, il Cielo lo avesse voluto!
(Entrano Gabor e Idenstein con alcuni domestici.)
GAB. (a Ulr.) Io vi ho cercato, amico. Ecco dunque la
mia ricompensa!
ULR. Che volete voi dire?
GAB. Per la morte! sono io arrivato a questa età per
ciò! (a Idenstein) Se non fosse la tua vecchiaia e la tua
imbecillità, io vorrei...
ID. Soccorso! non mi toccate! Manomettere un Inten-
dente!
GAB. Non credere ch'io voglia onorarti tanto da salva-
re la tua gola dal Ravenstone207 strozzandoti io stesso.
ID. Vi ringrazio di questo differimento; ma vi sono
certe persone che ne han più bisogno di me.
ULR. Spiega questo strano enimma o...

207
Raven-Stone, in tedesco Rabenstein, Pietra del Corvo, o del
patibolo in Germania, così chiamata dai corvi che vanno a posar-
visi sopra.
386
GAB. Ecco il fatto. Il barone è stato derubato, e il de-
gno personaggio che vi sta innanzi si è degnato far cade-
re i suoi benevoli sospetti sopra di me, ch'egli vide ieri
per la prima volta.
ID. Volevate che sospettassi dei miei conoscenti? Sap-
piate ch'io sto in miglior compagnia.
GAB. Non tarderete a star anche in una migliore, nel-
l'ultima di tutte, quella dei vermi! antro di malizia.
(Lo afferra.)
ULR. (interponendosi.) No, non violenze: egli è vec-
chio, disarmato... calmatevi, Gabor!
GAB. (lasciando andare Idenstein). È vero, sono un
pazzo a sdegnarmi perchè alcuni insensati mi prendono
per un malandrino. Questo è il loro omaggio.
ULR. (a Id.) come va?
ID. Soccorso!
ULR. Io vi ho soccorso.
ID. Uccidetelo, e ne converrò.
GAB. Io sono in calma, e ti lascio la vita.
ID. È più che non vi verrà lasciato, se vi saranno giu-
dici o tribunali in Germania. Il barone deciderà.
GAB. Vi sostiene egli nella vostra accusa?
ID. Come nol farebbe?
GAB. In tal caso ch'ei coli a fondo un'altra volta prima
ch'io gl'impedisca di annegarsi. Ma eccolo!
(Entra Stralenheim.)
GAB. (andandogli incontro) Sono qui, mio nobile si-
gnore!

387
STRAL. Che perciò?
GAB. Avete qualche cosa meco?
STRAL. Che potrei avere?
GAB. Voi lo saprete meglio, se il bagno di ieri non vi
ha tolta la memoria; ma a ciò non vuol pensarsi. Io sono
qui accusato in modo non equivoco da questo intendente
di avervi derubato..... tale accusa procede da voi o da
lui?
STRAL. Io non accuso nessuno.
GAB. Voi mi assolvete dunque, barone?
STRAL. Io non so chi accusare o chi assolvere, so ap-
pena di chi debbo sospettare.
GAB. Ma almeno dovreste sapere di chi non dovete
sospettare. Io sono insultato... oppresso qui da costoro, e
mi volgo a voi per esserne ricompro... Insegnate loro il
dovere; una parte di questo sta nel cercar il ladro fra di
loro, perchè, in una parola, s'io debbo avere un accusa-
tore ch'ei sia degno di me, io sono vostro eguale.
STRAL. Voi?
GAB. Sì, mio signore; e fors'anche vostro superiore:
ma continuate... io non chieggo mezze parole, mezze
congetture, qui non è questione di prove; so bene quello
che ho fatto per voi e quello che voi mi dovete per
aspettare il mio pagamento senza prenderlo da me, se il
vostro oro mi avesse tentato. So che quand'anche fossi il
mariuolo che mi si suppone, il mio servizio recente non
vi permetterebbe di farmi condannare a morte senza co-
prirvi di un'onta che offuscherebbe tutto lo splendore del

388
vostro stemma. Ma ciò è nulla, io vi chieggo giustizia
dei vostri ingiusti servi, chieggo che la vostra bocca ri-
pudii la sanzione di cui pretendono coprire la loro inso-
lenza; è ben il meno che voi dobbiate allo sconosciuto
che non vi chiede di più e che non avrebbe mai pensato
a dimandarvi neppur tanto.
STRAL. Questo tuono potrebbe esser quello dell'inno-
cenza.
GAB. Per la morte! chi oserebbe dubitarne se non gli
scellerati che non l'avessero mai conosciuta?
STRAL. Siete caldo, signore.
GAB. Debbo io trasformarmi in ghiaccio dinanzi al
soffio di alcuni domestici e del loro signore?
STRAL. Ulric, voi conoscete quest'uomo; io lo trovai
in vostra compagnia.
GAB. E noi vi trovammo nell'Oder; così vi ci avessi-
mo lasciato.
STRAL. Vi offro i miei ringraziamenti, signore.
GAB. Li ho meritati; ma altri forse me ne avrebbe ac-
cordati di più se vi avessi abbandonato al vostro destino.
STRAL. Ulric, voi conoscete quest'uomo?
GAB. Non più di voi, se non rende giustizia al mio
onore.
ULR. Posso far fede del vostro coraggio ed anche del
vostro onore, per quanto la nostra breve conoscenza me
lo può permettere.
STRAL. Allora sono soddisfatto.
GAB. (con ironia) Probabilmente mi sembra. Qual fa-

389
scino v'è dunque nella sua assicurazione che non sia nel-
la mia?
STRAL. Io dissi solamente che ero soddisfatto... non
che voi foste assolto.
GAB. Di nuovo! sono io accusato o no?
STRAL. Voi divenite troppo insolente. Se le circostan-
ze e i sospetti generali vi stan contro, qual colpa ne ho
io? Non,basta ch'io mi astenga da ogni scrutinio sulla
vostra reità o la vostra innocenza?
GAB. Signore, signore, quest'è un abuso di parole, un
vile abuso: voi sapete bene che i vostri dubbii divengo-
no certezza per tutti quelli che vi circondano... che il vo-
stro sguardo è una voce... il vostro cipiglio una senten-
za; voi vi prevalete del vostro potere contro di me; ma
siate cauto, non conoscete quello che volete calpestare.
STRAL. Tu minacci?
GAB. Meno che voi non accusiate. Voi movete contro
di me l'imputazione la più vile, io vi rispondo con un'a-
perta dichiarazione.
STRAL. Come voi lo diceste è vero, io vi debbo qual-
checosa; del che sembrate disposto a pagarvi da voi.
GAB. Non col vostro oro.
STRAL. Con una vana insolenza. (a quelli del suo sé-
guito e a Idenstein) Cessate dal molestare quest'uomo;
lasciatelo andare per la sua via. Ulric, addio!
(Escono Stralenheim, Idenstein e il séguito.)
GAB. (andandogli dietro) Lo seguirò e...
ULR. (interponendosi) Fermatevi.

390
GAB. Chi me lo impedirà?
ULR. La vostra ragione, dove vogliate un momento ri-
flettere.
GAB. Debbo io sopportare una tale ingiuria?
ULR. Via! noi dobbiamo tutti sopportare l'arroganza di
coloro che ci stan sopra. I più alti non possono disarmar
Satana, nè i più umili i suoi vicereggenti sulla terra. Io
vi ho veduto disprezzare gli elementi e sostener quello
che avrebbe fatto gettar la sua pelle a questo verme da
seta..... soggiacereste a poche parole ironiche, a pochi
ghigni beffardi?
GAB. Debbo io sopportare che mi si creda un ladro?
Fossi stato riputato un bandito dei boschi, e lo avrei so-
stenuto... v'ha in essi qualcosa di ardito... ma rapire il
denaro ad un uomo che dorme!...
ULR. Par dunque che non siate colpevole?
GAB. Ascolto io bene! Voi ancora?
ULR. Io non feci che una semplice dimanda.
GAB. Se il giudice me la facesse, risponderei: No. A
voi così rispondo. (Snuda la spada.)
ULR. (cavando la sua) Con tutto il cuore!
GIUS. Soccorso, olà! soccorso, soccorso! Oh Dio! Al-
l'omicidio!
(Esce gridando; Gabor ed Ulric combattono; Gabor
è disarmato nel momento in cui Stralenheim, Giu-
seppina, Idenstein, ecc. rientrano.)
GIUS. Oh, cielo glorioso! Egli è salvo!
STRAL. (a Gius.) Chi è salvo?

391
GIUS. Mio...
ULR. (interrompendola con uno sguardo austero e
volgendosi poscia a Stralenheim) Entrambi! Non vi è al-
cun male.
STRAL. Qual fu la cagione di questa controversia?
ULR. Voi, io credo, barone. Ma poichè alcun male non
ne è venuto, non ne abbiate rammarico. – Gabor, questa
è la vostra spada, e allorchè la snuderete un'altra volta,
fate che non sia contro i vostri amici.
(Ulric pronunzia queste ultime parole adagio, enfati-
camente, con voce sottomessa, indirizzandosi a
Gabor.)
GAB. Vi ringrazio meno della vita che del vostro con-
siglio.
STRALENHEIM. Queste contese debbono avere qui un
fine.
GAB. (prendendo la sua spada) Lo avranno. Voi mi
offendeste, Ulric, più coi vostri dubbii ingiuriosi, che
colla vostra spada; mi sarebbe piaciuto più veder que-
st'ultima nel mio cuore, di quello che il sospetto nel vo-
stro. Io avrei potuto sopportare le assurde insinuazioni
di questo nobile... l'ignoranza e la stoltezza diffidente
fan parte dei suoi titoli, che dureranno più a lungo dei
suoi dominii. Ma egli potrebbe aver anche a chi
parlare... se voi non mi aveste vinto. Io fui un pazzo nel-
la mia collera a credere che potevo misurarmi con voi,
ch'io avevo già veduto a trionfare di pericoli maggiori,
che non potevano esservene in questo braccio. Noi po-

392
tremo un giorno rivederci tuttavia..... ma in amicizia.
(Esce.)
STRAL. Io non posso sostenerne di più! Quest'oltrag-
gio aggiunto ai suoi insulti, forse al suo delitto, ha can-
cellato tutto quel poco ch'io dovevo al suo già troppo
vantato aiuto, perocchè è a voi ch'io debbo più partico-
larmente la vita. Ulric, siete voi ferito?
ULR. Neppure una scalfittura.
STRAL. (a Idenstein) Intendente, prendete le vostre di-
sposizioni per assicurarvi di colui: io revoco la mia pri-
ma indulgenza. Egli sarà mandato a Francoforte con una
scorta appena le acque siano calate.
ID. Assicurarmi di lui! Egli ha ripigliato la sua
spada... e sembra conoscerne l'uso; è il suo mestiere
d'altra parte, ed io sto nel civile.
STRAL. Stolto, i venti vassalli che ti vengono alle cal-
cagne non bastano ad arrestare una dozzina di pari suoi?
Su via, seguilo!
ULR. Barone, ve ne supplico.
STRAL. Debbo essere ubbidito. Non più parole.
ID. Ebbene, se deve essere... innanzi, vassalli! Io sono
il vostro duce e formerò il retroguardo: un savio genera-
le non dovrebbe mai esporre la sua preziosa vita sulla
quale tutto riposa. Mi piace quest'articolo del codice
della guerra.
(Idenstein esce col séguito.)
STRAL. Avvicinatevi, Ulric: che fa qui questa donna?
Ah! ora la conosco, è la moglie di quello straniero che

393
alcuni chiamano Werner.
ULR. È il suo nome.
STRAL. Veramente! Non è visibile il vostro sposo, bel-
la dama?
GIUS. Chi lo cerca?
STRAL. Nessuno... per ora; ma avrei bisogno di parlar-
vi da solo a solo, Ulric.
ULR. Verrò con voi.
GIUS. No, voi siete gli ultimi giunti, e vi si devono ce-
dere i posti. (a parte a Ulric mentre esce) Oh! Ulric, sii
cauto... pensa che tutto dipende da una parola temeraria.
ULR. (a Gius.) Non temete. (Esce Giuseppina.)
STRAL. Ulric, io credo di potermi fidare di voi: voi mi
salvaste la vita, e siffatti servigii ingenerano una confi-
denza illimitata.
ULR. Parlate.
STRAL. Circostanze misteriose, che datano da lungo e
che non è ora opportuno di spiegare, han reso quest'uo-
mo mio nemico... e forse mio nemico fatale.
ULR. Chi? Gabor, l'ungherese?
STRAL. No! questo Werner col suo nome ed abito si-
mulato.
ULR. Come può ciò essere? Egli è il più povero dei
poveri, e l'itterizia prese stanza nel suo occhio infossato:
quell'uomo è privo di tutto.
STRAL. Sì..... ma non importa. – S'è l'uomo ch'io so-
spetto, e i miei timori a questo proposito son confermati
da tutto quello ch'io veggo e da molto che non veggo,

394
bisogna che ci assicuriamo di lui, prima che dodici ore
siano trascorse.
ULR. E che ho io a fare in tutto ciò?
STRAL. Ho inviato a chiedere a Francoforte, al gover-
natore che è mio amico, una scorta conveniente (io sono
autorizzato a far ciò da un ordine della casa di Brande-
burgo); ma questo maledetto fiume intercetta ogni co-
municazione, e può continuare ad intercettarle anche per
alcune ore.
ULR. Le sue acque decrescono.
STRAL. Ciò è bene.
ULR. Ma in qual guisa mi concerne questa bisogna?
STRAL. Dopo aver fatto tanto per me, voi non potete
essere indifferente a quello che mi è di un'importanza
maggiore che la vita ch'io vi debbo. Tenetelo d'occhio!
quell'uomo mi evita perchè sa che io lo conosco. Abbia-
telo presente come avreste l'ispido cinghiale ridotto agli
aneliti della morte dai cacciatori... a simiglianza di esso
convien ch'ei soccomba.
ULR. Perchè?
STRAL. Egli sta fra me ed una nobile eredità. Oh! se
voi la poteste vedere! Ma un dì la vedrete.
ULR. Lo spero.
STRAL. È il dominio più ricco della ricca Boemia, e la
guerra nol desolò. Esso è così vicino alla forte città di
Praga, che il ferro e il fuoco non l'han che sfiorato leg-
germente, cosicchè ora, oltre la sua fertilità propria, il
suo prezzo è raddoppiato dal paragone delle terre, dive-

395
nute deserte, che lo circondano.
ULR. Voi ne fate una descrizione fedele.
STRAL. Sì, e se voi poteste vederlo ne converreste...
ma come io vi dissi, lo vedrete.
ULR. Accetto l'augurio.
STRAL. Chiedetemi allora la ricompensa che giudiche-
rete degna di voi e degli obblighi che noi vi avremo, io
ed i miei.
ULR. E quel solo uomo, infermo, povero, abbandona-
to... quello sfinito straniero... s'interpone fra voi e un tal
paradiso (a parte) come Adamo s'interponeva fra il dia-
volo e il suo.
STRAL. Sì.
ULR. Ha egli qualche diritto?
STRAL. Diritti! nessuno. È un prodigo diseredato che
da venti anni disonora la sua schiatta con tutte le sue
opere, e che la disonorò sopra tutto col suo matrimonio
e col suo convivere fra borghesi, mercatanti, bottegai ed
ebrei.
ULR. Egli ha dunque moglie?
STRAL. Voi vi dorreste a dover chiamare una tal donna
vostra madre. Dianzi avete veduto quella che egli dice
sua sposa.
ULR. Non è essa tale?
STRAL. Non più che ei sia vostro padre... è una fan-
ciulla italiana, la figlia di un proscritto che vive di amo-
re e di privazioni con questo Werner.
ULR. Essi son forse senza figli?

396
STRAL. Vi è, o vi era un bastardo, che il vecchio avolo
(la vecchiaia è sempre debole) aveva preso per riscal-
darsene il petto, che gli si assiderava avvicinandosi alla
tomba: ma quel garzone non sta sulla mia via... egli è
fuggito, nessuno sa dove; e se anche non fosse, le sue
pretese sole sarebbero troppo disprezzabili perchè otte-
nessero pure di essere mentovate. – Di che sorridete?
ULR. Dei vostri vani timori: un mendico quasi in vo-
stro potere... un fanciullo di nascita dubbia possono at-
terrire un grande!
STRAL. Tutto è da temersi, laddove tutto può guada-
gnarsi.
ULR. È vero, e si deve far tutto per pervenire al pro-
prio scopo.
STRAL. Avete toccata la corda più vicina al mio cuore.
Posso io fidarmi di voi?
ULR. Sarebbe troppo tardi a dubitarne.
STRAL. Una stolta pietà non intepidisca dunque la vo-
stra anima (perocchè l'esterno di quell'uomo è compas-
sionevole)..... Egli è un miserabile che può avermi deru-
bato come il furfante sopra cui posano i nostri sospetti,
senonchè le circostanze lo compromettono meno, essen-
do egli alloggiato lungi di qui, e la sua stanza non aven-
do alcuna comunicazione colla mia. A dir vero, io ho
troppa buona opinione di un sangue imparentato col
mio, per crederlo capace di discendere ad un tal atto. Poi
egli è stato militare e prode, sebbene alquanto temerario.
ULR. E i soldati, signore, noi lo sappiamo per espe-

397
rienza, non depredano che dopo aver ucciso..... ciò che
li rende eredi, non ladri. Gli estinti che non sentono nul-
la, non possono perder nulla, nè essere derubati: le loro
spoglie sono un legato e nulla più.
STRAL. Voi ridete, ma promettetemi di tener d'occhio
quest'uomo, e di istruirmi di ogni tentativo ch'ei potesse
fare per nascondersi o fuggire.
ULR. Potete esser sicuro ch'io mi porrò in sentinella
vicino a lui, e che voi medesimo non potreste sorve-
gliarlo meglio.
STRAL. Con ciò voi mi obbligate per sempre.
ULR. A questo intendo. (Escono).

ATTO TERZO.

SCENA I.

Una sala nel medesimo palazzo, a cui il passaggio segreto conduce.


Entrano WERNER e GABOR.

GAB. Signore, io vi ho narrata la mia storia: se volete


concedermi un rifugio per poche ore, bene..... se no, an-
drò a tentare la mia fortuna altrove.
WER. Come posso io, tanto sciagurato, offrire un asilo
alla sciagura?... mancandone io stesso come la damma
perseguitata che ha bisogno di un antro...
GAB. O il leone ferito a cui occorre la sua fresca ca-
verna. Voi avete piuttosto l'aspetto d'un leone che, venu-
398
to agli estremi, può essere ancora terribile.
WER. Ah!
GAB. Che ciò sia, non me ne cale, essendo io pure di-
sposto a farne altrettanto. Ma volete voi ricoverarmi? Io
sono come voi oppresso..... povero come voi..... disono-
rato.....
WER. (con impeto) Chi vi disse ch'io fossi disonorato?
GAB. Nessuno; nè io lo dissi; il nostro paragone fini-
sce colla vostra povertà; ma io vi dicevo che era disono-
rato... e volevo aggiungere, con verità, ingiustamente
quanto voi.
WER. Di nuovo parlate di me?
GAB. O qualunque altro uomo onesto. Che diavolo
volete? Senza dubbio voi non mi crederete colpevole di
questo vil furto?
WER. No, no... io nol posso.
GAB. Ecco quello ch'io chiamo un uomo di onore!
Quanto a quel giovine zerbino... e a quell'avaro Inten-
dente e a quello stupido nobile... tutti... tutti han sospet-
tato di me; e perchè? perchè sono il peggio vestito, e
quello fra di loro di nome più umile: nondimeno se la fi-
nestra di Momo fosse nel nostro petto, la mia anima po-
trebbe affacciarvisi più arditamente della loro, ma così
è... voi siete povero e senza aiuti... e ciò più anche di
me.
WER. Come lo sapete?
GAB. Avete ragione: io chieggo un asilo all'uomo, che
chiamo miserabile; se esso mel rifiuta, io lo avrò merita-

399
to. Ma poichè sembra che abbiate sperimentate le prov-
vide amarezze della vita, voi ben sapete per simpatia
che tutto l'oro del nuovo mondo, di cui la Spagna tanto
si vanta, non potrebbe tentar colui che ne conosce il
vero valore, a meno (e in tal caso io riconosco il suo
prezzo) a meno che non lo si sia ottenuto con mezzi che
non intorbidino di spettri il nostro sonno.
WER. Che volete voi dire?
GAB. Solo quello che dico; credevo che le mie parole
non avessero nulla di oscuro. Voi non siete un ladro.....
nè io..... e come uomini onesti dobbiamo aiutarci scam-
bievolmente.
WER. Quest'è un mondo dannato, signore.
GAB. Tale è anche il più vicino dei due avvenire,
come i preti dicono (e senza dubbio essi debbono saper-
lo meglio), perciò io mi attengo a questo..... essendo
poco desideroso di sopportare il martirio, sopra tutto
coll'epitaffio di ladro sulla mia tomba: Io non vi chieggo
asilo che per una notte; dimani le acque del fiume spero
saranno abbassate, e come la colomba dell'arca io ne
tenterò il passaggio.
WER. Abbassate? Vi è speranza di ciò?
GAB. Vi era a mezzogiorno.
WER. Allora saremo salvi.
GAB. Siete voi pure in pericolo?
WER. La povertà lo è sempre.
GAB. Questo io so da lungo per pratica. Non volete
ora promettermi di alleviare la mia?

400
WER. La vostra povertà?
GAB. No, voi non avete l'aspetto di potere portar ri-
medio ad una tale malattia; io parlo soltanto del mio pe-
ricolo: voi avete un tetto, ed io non l'ho; io cerco soltan-
to un ricovero.
WER. Va bene; perocchè in qual modo un miserabile,
quale mi sono io, potrebbe avere oro al suo comando?
GAB. Onestamente, a dir vero, sarebbe difficile, e nondi-
meno io sarei tentato di augurarvi l'oro del barone.
WER. Osereste voi credere?...
GAB. Che?
WER. Sapete voi a chi parlate?
GAB. No, ed io non sono tale da prendermene molto
pensiero. (si ode uno strepito dal di fuori) Ma udite! essi
vengono.
WER. Chi viene?
GAB. L'Intendente e le sue mute che mi inseguono; io
li avrei affrontati... ma sarebbe vano l'aspettarsi giustizia
da simil gente. Dove andrò io? Mostratemi un nascondi-
glio qualunque. Io vi assicuro, per quanto vi è di più sa-
cro, che sono innocente: pensate se fosse il vostro caso!
WER. (a parte) Oh! giusto Dio, il tuo inferno non è
nell'avvenire! Sono io anche in vita?
GAB. Veggo che siete commosso, e ciò vi fa onore: io
potrò vivere per ricompensarvi del vostro servigio.
WER. Non siete voi una spia di Stralenheim?
GAB. No, e se lo fossi, che vi è in voi da spiare? Io mi
ricordo nondimeno le sue spesse interrogazioni su di voi

401
e sulla vostra sposa: esse potrebbero indurre in qualche
sospetto, ma voi sapete meglio di ogni altro quale sia il
vostro stato. Per me io sono il suo nemico più terribile.
WER. Voi?
GAB. Dopo questa ricompensa, ch'io m'ebbi pel soc-
corso datogli, io son divenuto suo nemico: se voi non
siete suo amico, mi assisterete.
WER. Vi acconsento.
GAB. Ma come?
WER. (indicando la tappezzeria) Vi è là un passaggio
segreto: ricordatevi ch'io non l'ho scoperto che per caso,
e che non me ne son valso che per mia salvezza.
GAB. Apritelo, e me ne prevarrò del pari.
WER. Io l'ho scoperto come vi dissi: esso guida fra
muri sinuosi bastantemente grossi, perchè vi si possa
camminare nell'interno, e che tuttavia non han nulla per-
duto della loro forza e della loro solidità. Vi si trovano
cellette e nicchie oscure, ma io non so dove riesca: non
cercate di penetrare troppo innanzi, datemene la vostra
parola.
GAB. È inutile; come volete voi ch'io erri fra le tene-
bre in mezzo alle vie sconosciute di un labirinto gotico?
WER. Sì, ma chi sa dove tal labirinto può condurre? Io
nol so, ricordatevene. Esso potrebbe guidare alla stanza
del vostro nemico, tanto stranamente sono costruite que-
ste gallerie, opera dei Teutoni nostri padri, compite nei
tempi in cui l'uomo nei suoi edifizii cercava meno di
fortificarsi contro gli elementi che contro i suoi simili.

402
Non andate al di là dei due primi anditi: se lo fate, seb-
bene varcati io mai non li abbia, non rispondo più delle
conseguenze.
GAB.. Non dubitate. Vi ringrazio.
WER. Voi troverete più facilmente la molla che apre
quel passaggio dall'altra parte; quando vorrete ritornare,
essa cederà al più lieve impulso.
GAB. Io entro.... addio!
(Gabor entra nel passaggio segreto.)
WER. (solo) Che ho io fatto? Oimè! che avevo io fatto
prima per sentir ora questi terrori? Sia questa una qual-
che espiazione per salvare quest'uomo il cui sagrifizio
avrebbe forse impedito il mio... essi vengono per andar-
ne a cercar altrove quello che sta loro dinanzi.
(Entrano Idenstein ed altri.)
ID. Non è egli qui? È dunque svanito di mezzo ai vetri
gotici col pio soccorso dei santi su di essi dipinti in ros-
so e in giallo. Il sole gli attraversa ogni giorno co' suoi
raggi, al sorger suo e al suo tramonto; e piove la sua
luce su le lunghe barbe bianche, le croci rosse, i pastora-
li dorati, le armi, i cappucci, gli elmi, le corazze e le lun-
ghe spade; egli rischiara tutti i bizzarri ornamenti di
quelle finestre stipate di imagini, di prodi cavalieri e di
onorati eremiti, i di cui ritratti e la cui fama sono affidati
ad alcuni pezzi di vetro quadri che ogni soffio di vento
rivela fragili come ogni altra vita e ogni altra gloria.
Checchè ne sia, è partito.
WER. Chi cercate?

403
ID. Un furfante.
WER. Che bisogno vi era allora di correr tanto?
ID. Cerchiamo quello che ha derubato il barone.
WER. Siete voi sicuro di conoscere il reo?
ID. Così sicuro come che voi ci state contro: ma dov'è
andato?
WER. Chi?
ID. Quello che cerchiamo.
WER. Voi vedete che non è qui.
ID. E nondimeno l'abbiamo veduto entrare in questa
sala. Siete voi complice o praticate l'arte nera?
WER. Io opero apertamente; è questa l'arte più nera
per molti uomini.
ID. Può essere ch'io debba fra poco fare anche a voi
una o due dimande; ma dobbiamo ora continuare le no-
stre indagini per l'altro.
WER. Sarebbe meglio che cominciaste dall'interrogar-
mi: potrei non esser sempre tanto paziente.
ID. Ebbene, vorrei sapere con sincerità se non siete
realmente l'uomo che Stralenheim dimanda.
WER. Insolente, non diceste ch'esso non era qui?
ID. Sì, uno; ma ve n'è un altro a cui egli va dietro con
maggior perseveranza; e a soddisfarsi forse si vedrà fra
breve investito di un'autorità superiore alla sua e alla
mia. Ma venite, figli miei. Qui non v'è nulla da fare.
(Esce Idenstein col séguito.)
WER. In quale labirinto mi ha involto il mio tenebroso
destino! Un atto di viltà mi è stato meno fatale che lo

404
scrupolo che mi ha fatto astenere da un delitto tanto
maggiore. Allontanati, perverso pensiero che ti innalzi
nella mia mente! Tu vieni troppo tardi! Io non voglio
spargere sangue. (Entra Ulric.)
ULR. Io vi cercavo, padre.
WER. Non è pericoloso?
ULR. No; Stralenheim ignora interamente i legami
che ci uniscono; di più egli mi manda a sorvegliare le
vostre opere, credendomi interamente ligio ai suoi inte-
ressi.
WER. Non posso pensarlo: quest'è un laccio che ei ci
tese per accalappiare in pari tempo il padre e il figlio.
ULR. Non so dar peso a tutti questi timori inetti, o va-
cillare per quei dubbii che come spini cuoprono la no-
stra via. Convien ch'io vada innanzi, come un villico di-
sarmato andrebbe se udisse i passi di un lupo nel bosco
dove il lavoro lo chiama. Le reti prendono i tordi e non
le aquile. Noi vi passeremo sopra o le sapremo infrange-
re.
WER. Dimmi come.
ULR. Non potete immaginarlo?
WER. No.
ULR. Strano! Il pensiero non ve ne venne mai la notte
scorsa?
WER. Io non ti intendo.
ULR. Allora noi non ci intenderemo mai più..... Ma
per mutar soggetto...
WER. Per continuarlo, tu vuoi dire: ne va di mezzo la

405
nostra salvezza.
ULR. È vero; ritorno indietro. Io veggo più chiara-
mente la nostra situazione e quello che può migliorarla.
Le acque decrescono; fra poche ore i suoi chiamati
sgherri arriveranno da Francoforte; allora voi diverrete
prigioniero, peggio anche forse io sarò proscritto e di-
chiarato bastardo, perchè subentri nei miei diritti il baro-
ne.
WER. E qual è il tuo riparo? Io pensavo di servirmi di
questo maledetto oro per fuggire, ma ora non ardirei nè
mostrarlo, nè mirarlo io stesso. Mi pare ch'ei porti l'im-
pronta del mio delitto e non quella dello Stato; invece
della testa del sovrano, io vi veggo la mia, ricinta di fi-
schianti vipere che si annodano intorno alle mie tempie
e intronano coi loro sibili tutti coloro che le riguardano.
Ecco uno scellerato!
ULR. Voi non dovete usarne per adesso almeno; ma
prendete quest'anello. (Gli dà una gemma.)
WER. Una gemma? Era di mio padre!
ULR. E come tale, è ora vostra. Con essa corrompere-
te l'intendente, onde metta a vostra disposizione il suo
vecchio calesse e i cavalli; e così potrete partire con mia
madre all'alzarsi del sole.
WER. E dovrei lasciarti nel pericolo nel momento
stesso in cui dopo tanto tempo ti trovo?
ULR. Non temete! Non vi sarebbe da temere che se
fuggissimo insieme, perocchè sarebbe un dar a conosce-
re i nostri concerti. L'inondazione non impedisce che la

406
comunicazione diretta fra questo borgo e Francoforte; in
ciò essa ne è favorevole. La strada della Boemia non è
impraticabile, e quando avrete percorse alcune ore di
via, quelli che v'inseguiranno troveranno gli stessi osta-
coli. Varcata una volta la frontiera, siete salvo.
WER. Mio nobile figlio.
ULR. Tacete, tacete, non prorompete in trasporti: ci
abbandoneremo ad essi nel castello di Siegendorf! Cela-
te l'oro, mostrate a Idenstein solo la gemma. Io lo cono-
sco colui e ho letto nella sua anima: in tal modo otterre-
te un doppio scopo. Stralenheim ha perduto oro, non
gioielli; perciò questo non potrà essere il suo, e quindi
come sospettare il suo possessore di aver rapito l'oro al
barone, quando gli sarebbe stato così facile di convertire
quest'anello in una somma maggiore di quella che Stra-
lenheim ha perduta ieri durante il suo sonno? Non ab-
biate con Idenstein nè troppa timidezza, nè troppa arro-
ganza, ed egli vi servirà.
WER. Seguirò in tutto le tue istruzioni.
ULR. Vi avrei risparmiato un tal fastidio, ma se avessi
mostrato di interessarmi a voi dandovi un gioiello così
prezioso, tutto sarebbe stato scoperto.
WER. Mio angelo custode! ciò mi compensa di tutto il
passato. Ma come farai tu nella nostra assenza?
ULR. Stralenheim ignora i vincoli che ci legano; io
non resterò con lui che un giorno o due per addormenta-
re tutti i sospetti, e quindi raggiungerò mio padre.
WER. Per non dividerci più!

407
ULR. Nol so, ma almeno noi ci rivedremo anche una
volta.
WER. Mio figlio, mio amico, mio unico figlio, mio
salvatore! Oh, non odiarmi!
ULR. Odiare mio padre!
WER. Sì, mio padre mi odiava. Perchè nol potrebbe
mio figlio?
ULR. Vostro padre non vi conosceva come io vi cono-
sco.
WER. Le tue parole mi straziano! Tu mi conosci?
Quale mi vedi, tu non mi conosci; io non son io; nondi-
meno non odiarmi, ridiverrò me stesso fra breve.
ULR. Aspetterò! Intanto siate sicuro che tutto quello
che un figlio può fare pei suoi parenti, io lo farò pei
miei.
WER. Lo veggo e lo provo; nondimeno io sento che tu
mi disprezzi.
ULR. Perchè vi disprezzerei?
WER. Debb'io ripetere la mia umiliazione?
ULR. No. Io l'ho pesata e voi con essa. Ma di ciò più
non parliamo o almeno non ora. Il vostro fallo ha rad-
doppiati tutti i pericoli della nostra casa, in guerra segre-
ta con quella di Stralenheim: tutto quello a cui dobbia-
mo pensare ora è di deluderlo. Io ve ne ho additato un
mezzo.
WER. L'unico, ed io lo accolgo come feci mio figlio
che non si mostrò a me che per essere il mio salvatore.
ULR. Voi sarete salvo; ciò basti. L'apparizione di Stra-

408
lenheim in Boemia potrebbe però essa turbarci nel pos-
sesso dei nostri diritti, quando una volta ne fossimo in-
vestiti?
WER. Sì certo, nella situazione in cui siamo, sebbene
il vantaggio possa rimanere, come è d'uso al primo pos-
sessore, sopra tutto s'ei fonda i suoi titoli sul sangue.
ULR. Sul sangue? È una parola che ha molti significa-
ti: nelle vene e fuori delle vene è una cosa differente... e
tale deve essere quando quelli del medesimo sangue
(come suol dirsi) divengono nemici gli uni degli altri,
come i fratelli di Tebe: quando una parte di questo umo-
re è cattiva, alcune onde sparse purificano il resto.
WER. Non ti intendo.
ULR. Può essere... e deve forse essere... nondimeno...
ma ammanitevi; voi e mia madre dovete partire questa
notte. Viene l'Intendente; scrutatelo con quella gemma;
essa cadrà nella sua anima venale come cade lo scanda-
glio nell'Oceano, e ne trarrà limo e feccia, servendo a far
conscio il nostro naviglio della vicinanza degli scogli. Il
carico è ricco, convien toglier l'áncora senza indugi, ad-
dio..... il tempo incalza, ma nullameno datemi la vostra
mano, mio padre!...
WER. Lascia ch'io ti abbracci!
ULR. Possiamo essere osservati: padroneggiate le vo-
stre commozioni finchè è necessario! Statevi distante da
me come da un nemico.
WER. Maledetto sia quegli che ci obbliga a soffocare i
migliori e i più dolci sentimenti dei nostri cuori anche in

409
un tal momento.
ULR. Sì, maleditelo... questo vi solleverà! Ecco l'In-
tendente. (Entra Idenstein.)
ULR. Messer Idenstein, come vanno le vostre ricer-
che? Prendeste il malandrino?
ID. No, in fede.
ULR. Bene, ve ne sono molti altri: voi avrete miglior
successo in altre caccie. Dov'è il barone?
ID. È ritornato nella sua stanza, ed ora che me ne sov-
vengo, chiede di voi con patrizia impazienza.
ULR. Ai gran signori va risposto subito come il caval-
lo risponde al colpo dello sperone: è bene d'altra parte
che abbiano anche cavalli, perocchè se non ne avessero,
temo che i loro simili dovessero trascinare i loro carri,
come si dice che certi re trascinassero quello di Sesostri.
ID. Chi era costui?
ULR. Un antico boemo... uno zingano imperiale.
ID. Zingano o boemo è lo stesso, entrambi questi
nomi voglion dire la medesima cosa. E quel Sesostri era
uno zingano?
ULR. Così ho udito; ma convien ch'io vi lasci. Inten-
dente, vi son servo! – Werner (a Werner con tuono con-
citato), se questo è il vostro nome, lo sono anche di voi.
(Esce.)
ID. Un bel giovine, ben educato e ben parlante! Egli
conosce il suo posto: avete veduto, messere, come ha
reso ad ognuno quello che gli è dovuto?
WER. Ho veduto, e lodo il suo giusto discernimento e

410
il vostro.
ID. Sta bene..... sta a meraviglia. Voi pure conoscete la
vostra condizione: e nondimeno io non so s'io la cono-
sca.
WER. (mostrandogli l'anello) Varrebbe questo ad illu-
minarvi la mente?
ID. Come!... Che!... Ah! Una gemma!
WER. È vostra ad un patto.
ID. Mia!... Parlate!
WER. A condizione che mi permettiate di riaverla un
giorno comprandola per tre volte quello che costa: è un
anello di famiglia.
ID. Di famiglia!... Vostra!... Una gemma! Io sono sen-
za fiato.
WER. Bisogna che mi forniate un'ora prima dello
spuntare del giorno tutti i mezzi per partire da questo
luogo.
ID. Ma è una pietra buona? Lasciate ch'io la guardi: è
un diamante, per tutto quello che vi è di glorioso!
WER. Su via, a voi mi affido: voi avrete indovinato
senza dubbio che la mia nascita è superiore a quello che
ora il mio esterno dimostra.
ID. Non posso dire di averlo indovinato, sebbene que-
st'anello ne sia un'ottima prova: questi sono i veri indizii
di un sangue nobile.
WER. Ho certi motivi importanti per desiderare di
continuare incognito il mio viaggio.
ID. Così voi siete l'uomo di cui va in cerca Stralen-

411
heim?
WER. Nol sono, ma se fossi preso per quello, ne risul-
terebbero gravi fastidii a me ora, e al barone poscia. È
affine di esimercene entrambi che vorrei allontanarmi
senz'altri indugii.
ID. Che siate o no l'individuo in questione, ciò non
deve premermi; oltrechè io non otterrei mai neppure la
metà da questo nobile orgoglioso e avaro, che vorrebbe
far insorgere tutto il paese per riavere alcune monete
perdute, e che non ha mai voluto assegnare una ricom-
pensa precisa... ma quest'anello... ch'io lo vegga un'altra
volta!...
WER. Esaminatelo liberamente; allo spuntare del gior-
no sarà vostro.
ID. Oh! dolce brillante preferibile alla pietra filosofa-
le, pietra del paragone della stessa filosofia, lucido oc-
chio della mia, astro guidatore dell'anima, vero polo ma-
gnetico verso il quale tutti i cuori si rivolgono come i
tremoli aghi, spirito fiammeggiante della terra collocato
sul diadema dei re, tu ti attiri più omaggi che la maestà
sudante sotto la sua greve corona che porta con dolore, e
con dolore è veduta da milioni di cuori che dan sangue
per mantenerla fulgida! Sarai tu mio? Parmi già di esse-
re un piccolo re, un alchimista fortunato... un saggio
mago, che si è assoggettato il diavolo senza vendergli la
sua anima. Ma venite, Werner, o quale che si sia il vo-
stro nome.
WER. Continuate sempre a chiamarmi Werner; un

412
giorno poi forse mi conoscerete con più nobile titolo.
ID. Vi credo; sotto umili vestimenti voi siete lo spirito
che lungamente ho fantasticato. – Venite, io vi servirò:
voi diverrete libero come l'aria in onta delle acque. Par-
tiamo, vi proverò che sono onesto... (amabile gioiello!)
Io vi provvederò di tali mezzi di fuga, che se anche foste
una lumaca, gli uccelli non potrebbero raggiungervi. –
Lasciate ch'io lo rivegga un'altra volta! Ho un fratello di
latte alla fiera di Amburgo, esperto assai di pietre pre-
ziose. Quanti carati peserà? – Venite, Werner, vi darò le
ali. (Escono.)

SCENA II.
La stanza di Stralenheim.

STRALENHEM e FRITZ.
FRITZ. Tutto è pronto, mio buon signore!
STRAL. Non ho sonno, nondimeno ho bisogno di cori-
carmi, direi volentieri per riposare, ma ho qualche cosa
di troppo pesante sul mio spirito per godere della veglia,
di troppo inquieto per poter dormire: questo mi offusca
la mente come una nube nel cielo che non permette ai
raggi del sole di trapassarla, nè si scioglie in acqua per
svanire, ma si stende fra il firmamento e la terra come
l'invidia fra l'uomo e l'uomo, vapore eterno! – Vuo' ap-
poggiare il capo al guanciale!
FRITZ. Possiate trovarvi una quiete profonda.

413
STRAL. Sento e temo che ve la troverò.
FRITZ. E perchè temete?
STRAL. Nol so, e perciò temo maggiormente non po-
tendo definire... ma è tutta follía. Furon mutati oggi,
com'io desiderai, i chiavistelli di questa stanza? L'av-
ventura della scorsa notte lo rendeva necessario.
FRITZ. Secondo i vostri ordini, ciò fu eseguito, e sotto
l'ispezion mia e di quella del giovine sassone che vi sal-
vò. Credo lo chiamino Ulric.
STRAL. Voi credete, vile, domestico! qual diritto avete
voi per tormentare la vostra memoria, che dovrebbe es-
sere alacre, superba e felice di ritenere il nome di colui
che salvò il vostro signore, come una litanía, che è di
vostro dovere il ripetere ogni giorno? Escite! Voi crede-
te veramente! voi che restavate a gridare e a spremere i
vostri abiti bagnati sulla riva mentre io lottavo contro la
morte, e lo straniero slanciandosi nell'onda mugghiante
veniva a rendermi la vita perch'io il ringraziassi... e vi
disprezzassi! Voi credete! È appena se vi ricordate il suo
nome! Non vuo' gettare altre parole con voi. Svegliate-
mi di buon'ora.
FRITZ. Buona notte! spero che dimani starete meglio e
sarete di miglior tempra. (La scena si chiude.)

SCENA III.
Il passaggio segreto.

GABOR solo.
414
GAB. Ho contato quattro... cinque... sei ore, come la
sentinella d'avanposto... al triste suono della campana,
voce lugubre del tempo, che anche quando annunzia la
gioia, abbrevia i nostri godimenti coi suoi tocchi. Sebbe-
ne festeggi un imeneo, è sempre una squilla di dolore:
ognuno di quei suoni fura una speranza; si direbbe
ch'essa segni i funerali dell'amore disceso nella tomba,
chè tale e non altro è il possedimento, tomba senza ri-
surrezione, mentre quando batte per la morte di un pa-
rente carico di anni, sveglia un eco di felicità nell'orec-
chio avido dei figli. –
Ho freddo... sono fra le tenebre... ho soffiato sulle
mie dita... contati e ricontati i miei passi... ho urtato il
capo contro tutti gli angoli, eccitando fra i topi e i vipi-
strelli una ribellione generale fino a che io sia rimasto
stordito dal sozzo rumore. – Un lume? è lontano (se mi
è permesso di misurare fra le tenebre la distanza): ma
scintilla come fra un pertugio o il foro di una serratura
in quella direzione in cui non debbo andare; per curiosi-
tà, se non altro, bisogna però ch'io mi avanzi. Una lonta-
na lampada notturna è un avvenimento in un luogo
come questo. Prego il Cielo che non mi guidi a nulla che
possa tentarmi! altrimenti... il cielo mi aiuti perch'io ot-
tenga quello che desidero, o me ne scosti salvo! Essa
continua a risplendere! Fosse anche la stella di Lucifero
od egli medesimo ricinto coi suoi raggi, non mi potrei
contenere di più. Adagio... bene sta! ecco un angolo su-
perato... ora, ah! no... a meraviglia! io sempre più mi av-

415
vicino. Ecco un'altra parte tenebrosa..... ma è già passa-
ta. – Fermiamoci. – Se questi anditi dovessero condurmi
in qualche pericolo più grande di quello a cui mi sono
sottratto?... non vale, sarà un pericolo nuovo; e i pericoli
nuovi, come le amanti nuove, hanno un aspetto più ma-
gnetico... vuo' avanzarmi, e ch'io vada dove che sia... ho
la mia daga che potrà proteggermi in ogni mal passo... –
Continua a risplendere piccolo lume! Tu sei il mio ignis
fatuus! il mio fuoco folletto stazionario! – Così! così! ha
udita la mia invocazione e mi seconda.
(La scena si chiude.)

SCENA IV.
Un giardino.

Entra WERNER.
WER. Non ho potuto dormire... e adesso l'ora si avvi-
cina; tutto è pronto. Idenstein ha mantenuta la sua paro-
la; la vettura ci aspetta fuori della città sotto i primi al-
beri della foresta. Ora le stelle cominciano a impallidire
nel cielo, è per l'ultima volta ch'io veggo queste orribili
mura. Oh! non mai non mai le dimenticherò. Qui io ven-
ni povero, ma non disonorato, e le lascio con una mac-
chia, se non sopra il mio nome, almeno sul mio cuore!...
Un verme divoratore vi abita, che tutto il veniente splen-
dore dei dominii e della sovranità di Siegendorf non po-
tranno assopire un istante. Convien ch'io trovi qualche

416
modo di restituzione che sollevi in parte la mia anima;
ma come posso farlo senza essere scoperto? È necessa-
rio nondimeno, e vi penserò appena sia in sicuro. La de-
menza della mia miseria mi trasse a questa vile infamia;
il pentimento deve espiarla: io non voglio aver nulla di
Stralenheim sopra lo spirito, sebbene ei volesse spo-
gliarmi di tutto il mio, delle mie terre, della mia libertà,
della vita... e non pertanto egli dorme tranquillo forse
come la fanciullezza, sotto ricche cortine poste a foggia
di trono, su guanciali di seta come quelli che usavo io
quando... silenzio! che rumore è questo? Oh si ripete! I
rami degli alberi sono scossi, e qualche rude pietra è ca-
duta da quel terrazzo. (Ulric salta giù dal terrazzo) Ul-
ric, sii sempre il benvenuto! Tre volte il benvenuto in un
tal momento! questa filiale...
ULR. Tacete! Prima che vi appressiate a me ditemi...
WER. Perchè mi guardi così?
ULR. Veggo io mio padre o..
WER. Che?
ULR. Un assassino?
WER. Insensato o indegno!
ULR. Rispondete, signore, se vi è in cale la vostra vita
o la mia?
WER. A che debbo io rispondere?
ULR. Siete voi o no l'assassino di Stralenheim?
WER. Io mai non lo fui di alcuno. Che vuoi tu dire?
ULR. Non percorreste voi questa notte, come la notte
scorsa, il passaggio segreto? Non avete voi visitata

417
un'altra volta la stanza di Stralenheim, e... (S'interrom-
pe.)
WER. Continua.
ULR. Non morì egli per vostra mano?
WER. Gran Dio!
ULR. Voi siete dunque innocente! Mio padre è inno-
cente! Abbracciatemi! Sì... il vostro tuono... il vostro
sguardo... sì, sì!... pure ditemelo.
WER. Se mai un tal pensiero venne deliberatamente
ad offrirsi al mio spirito; se allorchè esso mi balenò un
istante, in mezzo all'agitazione della mia anima oppres-
sa, io non l'ho respinto in fondo all'inferno, il Cielo sia
per sempre tolto ai miei sguardi ed alle mie speranze.
ULR. Ma Stralenheim è morto.
WER. È cosa orribile, atroce, spaventosa! Ma che ho
io a fare in ciò!
ULR. Alcun chiavistello non fu forzato; niuna violen-
za può vedersi fuorchè sul suo corpo. Una parte delle
sue genti s'impennò, ma l'Intendente essendo lontano, io
assunsi la cura di andare a prevenire la pulizia. Non v'ha
dubbio che qualcuno non abbia avuto un segreto accesso
nella sua stanza. Scusatemi se la natura...
WER. Oh! mio figlio! Quai mali sconosciuti prodotti
da un nero destino si accumulano come nembi sulla no-
stra casa!
ULR. Mio padre, io vi credo innocente! ma il mondo
lo crederà? lo crederanno i giudici se... convien che par-
tiate in questo momento.

418
WER. No, affronterò il pericolo. Chi oserebbe sospet-
tarmi?
ULR. Pure voi non avevate ospiti... non visitatori...
niuno con voi, tranne mia madre?
WER. Ah l'Ungherese!
ULR. Esso è partito! è scomparso prima del tramonto.
WER. No, lo nascosi io stesso in quella segreta e fatal
galleria.
ULR. Ivi, io lo troverò. (Fa per partire.)
WER. È troppo tardi: egli lasciò il palazzo prima che
io lo lasciassi. Io trovai il passaggio misterioso aperto
così pure come le porte della sala che guidano ad esso:
credei che avesse preso il momento propizio e silenzio-
so per fuggire agli sgherri di Idenstein che lo perseguita-
vano iersera.
ULR. Voi richiudeste le tappezzerie?
WER. Sì, e non senza tremare del pericolo che mi ave-
va fatto correre colla sua stupida negligenza nell'aver
così lasciato scoperto l'asilo di quegli da cui era stato
salvato.
ULR. Siete ben sicuro di averlo rinchiuso?
WER. Sì.
ULR. Sta bene, ma sarebbe stato meglio se non aveste
convertito quella galleria in un antro di... (Pausa.)
WER. Ladri! tu vuoi dire: convien che lo sopporti e lo
merito; ma no...
ULR. No, padre, non parlate di ciò, questa non è ora
da pensare a piccoli delitti, ma di prevenire le conse-

419
guenze dei delitti grandi. Perchè dar asilo a quell'uomo?
WER. Potevo io esimermene? Un uomo perseguitato
dal mio principale nemico, disonorato per un delitto da
me commesso, vittima della mia sicurezza, implorante
un ricovero di poche ore dal miserabile che era cagione
ch'ei ne abbisognasse! Fosse egli stato un lupo, io non
avrei potuto scacciarlo in tali circostanze.
ULR. E a simiglianza del lupo egli vi ha ricompensa-
to. Ma è troppo tardi per dolersene... bisogna che partia-
te prima dell'aurora. Io rimarrò qui per scoprire l'assassi-
no, se è possibile.
WER. Ma la mia fuga subitanea sveglierà sospetti; due
nuove vittime invece di una vi saranno s'io rimango.
L'Ungherese fuggito che sembra il colpevole e...
ULR. Che sembra! E chi altri può esserlo?
WER. Non io, sebbene tu dianzi ne dubitassi... tu, mio
figlio... ne dubitassi...
ULR. E voi avete dubbii sul fuggitivo?
WER. Mio figlio, dacchè io son caduto in questo abis-
so di delitti, sebbene il sangue non abbia mai lordata la
mia mano, avendo veduto l'innocente oppresso per ca-
gion mia, posso ben dubitare dei misfatti di un colpevo-
le! Il tuo cuore commosso da un virtuoso sdegno è pron-
to ad accusare sulle apparenze, e vede un reo in quegli
che non seppe conservare tutta la purezza della sua in-
nocenza.
ULR. E s'io fo ciò, che farà il mondo che non vi cono-
sce, o non vi conobbe che per opprimervi? Voi non do-

420
vete esporvi all'avventura. Partite... io appianerò tutto.
Idenstein per se stesso e per la gemma che gli deste, ta-
cerà... egli pure è complice della vostra fuga... e di più...
WER. Fuggire e lasciare il mio nome unito a quello
dell'Ungherese, o perchè, essendo io il più povero, scel-
to venga a preferenza per essere segnato coll'infamia di
un omicidio?
ULR. Ah! lasciate tutto, fuorchè la sovranità e i castel-
li dei nostri padri, ai quali avete anelato sì a lungo e in-
vano! Qual nome? Voi non lasciate alcun nome, dacchè
quello che portate è finto.
WER. È vero, ma pure io non vorrei s'incidesse in let-
tere di sangue nella memoria degli uomini, non tampoco
in questa oscura contrada... oltrechè le ricerche...
ULR. Io vi premunirò contro tutto quello che potrebbe
concernervi. Niuno sa qui che voi siate l'erede di Sie-
gendorf: se Idenstein lo sospetta, è solo un sospetto, ed
egli è uno stolido: la sua stolidezza rimarrà tanto assor-
ta, che lo sconosciuto Werner dovrà cedere il loco a pen-
sieri di più intimo interesse per lui. Le leggi (se mai fin
qui le leggi giunsero) son tutte sospese, in conseguenza
della guerra dei trent'anni, o compresse, ed è appena se
si sollevano lentamente dalla polvere in cui il passaggio
degli eserciti le ha prostrate. Stralenheim, quantunque
nobile, è sconosciuto qui fuorchè come tale..... senza
terre, senza influenza, eccetto quella che finì con lui; vi
son pochi uomini la cui autorità si prolunghi al di là de-
gli otto giorni che seguono i loro funerali, a meno che

421
non abbiano parenti mossi dall'interesse. Questo non è il
nostro caso: egli morì solo, ignorato... una tomba romi-
ta, oscura come i suoi meriti, senza stemmi, è tutto ciò
che otterrà e di cui abbisogna. S'io scuopro l'assassino,
sarà bene... se no, credetemi, nessun altro lo scoprirà:
quantunque tutti i domestici da lui nutriti urlino intorno
al suo cadavere, come facevano sopra di lui allorchè sta-
va per perire nell'Oder, niuno muoverà un dito, come
niuno allora lo mosse. Partite, partite! io non debbo udi-
re la vostra risposta! – Mirate le stelle, son quasi scom-
parse, e un color grigio comincia a screziare la nera ca-
pigliatura della notte. Non rispondete altro... perdonate-
mi s'io sono così assoluto; è vostro figlio che parla, il
vostro figlio per tanto tempo perduto, ritrovato tanto tar-
di. – Chiamiamo mia madre! camminate alacremente e
in silenzio, e lasciate a me la cura del resto: io risponde-
rò dell'avvenimento per ciò che vi riguarda, e questa è la
cosa principale; è il mio primo dovere, e lo adempirò. Ci
rivedremo al castello di Siegendorf... le nostre bandiere
vi si spiegheranno di nuovo gloriose! Pensate a questo
solo, e abbandonate tutti gli altri pensieri a me che, più
giovine, posso meglio con essi lottare. – Partite, e possa
la vostra vecchiaia essere felice! – Io voglio abbracciare
anche una volta mia madre, quindi il cielo vi soccorra!
WER. Questo consiglio è prudente, ma è esso onore-
vole?
ULR. Salvare un padre è il primo onore di un figlio.
(Escono.)

422
ATTO QUARTO.

SCENA I.

Una sala gotica nel castello di Siegendorf vicino a Praga.

Entrano ERIC e HENRICK, seguaci del conte.

ER. Così tempi migliori sono alla fine venuti; queste


vecchie mura han ricevuto nuovi signori che vi han ri-
portata con essi la gioia; noi avevamo gran mestieri di
entrambe queste cose.
HEN. Sì, di signori, può essere che i partigiani delle
novità se ne rallegrino, sebbene li debbano al sepolcro;
ma quanto alla gioia e ai banchetti, parmi che l'ospitalità
feudale del conte di Siegendorf potesse competere con
quella di ogni altro principe dell'impero.
ER. Pei rallegramenti della tazza e dei conviti, noi sta-
vam bene, non v'ha dubbio, ma per quel che riguarda il
piacere e l'allegria, senza di cui le vivande riescono de-
bolmente condite, la nostra porzione era delle più mise-
re.
HEN. Il vecchio conte non amava la fragorosa gioia
dei festini; siete voi sicuro che questo l'ami?
ER. Fino ad ora s'è mostrato affabile quanto generoso,
e noi gli siamo tutti affezionati.
HEN. Il suo regno ha visto appena un anno seguire la
423
sua luna di miele, e il primo anno di un principato somi-
glia a quello dell'imeneo; fra breve noi conosceremo il
suo vero carattere.
ER. Prego il cielo che rimanga sempre quale è; e poi il
suo prode figlio, il conte Ulric... quello è un cavaliere!
Peccato che le guerre sian finite.
HEN. Perchè?
ER. Guardatelo, e rispondete a voi stesso.
HEN. È molto giovine, forte e bello come un giovine
tigre.
ER. Questa non è la similitudine di un vassallo fedele.
HEN. Ma forse di un vassallo sincero.
ER. Peccato, come dissi, che le guerre siano finite. In
una sala chi meglio del conte Ulric sa dispiegare quella
nobile fierezza che impone senza offendere? Alla caccia
chi tratta come lui la lancia, allorchè nella sua terribile
difesa il cinghiale sventra a dritta e a sinistra le mute la-
tranti, e si apre una via per la foresta? Chi cavalca, chi
porta un falco o una spada com'egli? Qual pennacchio
ha più aspetto cavalleresco del suo?
HEN. Niuno, ne convengo; ma non temete, se la guer-
ra tarda troppo a venire, egli è tale da farla per suo con-
to, se non l'ha di già fatta.
ER. Che volete dire?
HEN. Non potrete negare che quelli che compongono
il suo séguito e dei quali il maggior numero non è nato
su questi dominii, non siano di quella specie di banditi
che...

424
(S'interrompe.)
ER. Che?
HEN. Che la guerra di cui siete tanto patrocinatore la-
scia dietro di sè. A simiglianza di altre madri la guerra
guasta i peggiori dei suoi figli.
ER. Follíe! son tutti uomini di ferro come piacevano
al vecchio Tilly.
HEN. E chi è che piaceva a Tilly? Dimandatelo a
Magdebourg... o anche a Wallenstein... essi sono andati.
ER. Al riposo; non tocca a noi il dire qual sorte li
aspetta di là della tomba.
HEN. Vorrei che ne avessero lasciato qualche cosa del
loro riposo; il paese che dicesi ora in pace è infestato
da... Dio sa chi; costoro si mettono in campagna di notte
e scompaiono all'alzata del sole, ma non fan meno dan-
no (ne fan di più forse) che la più aperta guerra.
ER. Ma il conte Ulric... che ha egli a fare in tutto ciò?
HEN. Egli!... egli potrebbe prevenire tali malefizii.
Come voi dite, egli è vago di guerra; perchè non la fa a
questi depredatori?
ER. Fareste meglio a chiederlo a lui stesso.
HEN. Tanto mi piacerebbe il dimandare al leone per-
chè non si nutra di latte.
ER. Il giovine conte viene.
HEN. Diavolo! frenerete la vostra lingua?
ER. Perchè divenite così pallido?
HEN. Non è nulla... ma tacete.
ER. Tacerò su quello che avete detto.

425
HEN. Vi assicuro che le mie parole non avevano alcun
senso, non erano che vane voci; e d'altra parte avessero
anche mostrata diversa intenzione, egli deve sposare la
gentil baronessa, Ida di Stralenheim, erede dell'estinto
barone. La donzella senza dubbio mitigherà ciò che le
lunghe guerre civili han lasciato di feroce a tutti i cuori,
e principalmente a quelli che nati durante il loro corso
crebbero sui ginocchi dell'omicidio, bagnati quasi in un
battesimo di sangue. Ve ne prego, tacete su tutto quello
che ho detto. (Entrano Ulric e Rodolfo.)
HEN. Buon giorno, conte.
ULR. Buon giorno, degno Henrick. È pronto tutto,
Eric, per la caccia?
ER. Le mute sono partite per la foresta; i vassalli cir-
condano gli antri, e il giorno si annunzia bello. Debbo
chiamare il séguito di Vostra Eccellenza? Qual cavallo
vi piacerà di usare?
ULR. Il baio Walstein.
ER. Temo non sia ancora ristabilito dalle fatiche di lu-
nedì scorso; fu una bella caccia: voi uccideste quattro
animali colla vostra lancia.
ULR. È vero, buon Eric; l'avevo dimenticato. Caval-
cherò dunque il grigio, il vecchio Ziska: son già quindici
giorni che nessuno lo monta.
ER. Sarà in breve sellato. Quanti del vostro séguito
verranno con voi?
ULR. Lascio questa cura a Weilburgh nostro scudiere.
(Esce Eric.) Rodolfo!

426
ROD. Signore!
ULR. Son giunte sinistre notizie da... (Rodolfo gli fa
osservare che vi è Henrick) Ebbene, Henrick, perchè in-
dugiate qui?
HEN. Aspetto i vostri comandi, signore.
ULR. Andate da mio padre e offritegli i miei doveri;
chiedetegli se ha nulla da dirmi prima ch'io salga a ca-
vallo. (Henrick esce) Rodolfo, i nostri amici sono stati
sconfitti sulle frontiere di Franconia, e corre voce che la
colonna mandata contro di loro debba essere afforzata.
Bisogna che io li raggiunga tosto.
ROD. Aspettate altre notizie più sicure.
ULR. È quello che farò... certo, nulla poteva danneg-
giare di più tutti i miei disegni in tal momento.
ROD. Sarà difficile l'adonestare la vostra assenza col
conte vostro padre.
ULR. Sì; ma lo stato incomposto dei nostri dominii
nell'alta Slesia daran ragione e maschereranno il mio
viaggio. Intanto, mentre noi saremo intesi alla caccia,
conducete gli ottanta uomini sotto il comando di Wol-
ffe... passate per la foresta... voi ben la conoscete?
ROD. Tanto bene, come in quella notte in cui noi...
ULR. Non ne parleremo se non quando avremo otte-
nuto un egual successo. Unito che vi sarete ai nostri,
date questa lettera a Rosemberg (gli dà una lettera), e
ditegli che ho mandato quel debole rinforzo con voi e
Wolffe qual araldo della mia venuta, sebbene molto mi
sia costato in tal momento siffatta privazione: mio padre

427
desidera che il castello sia circondato da un numeroso
stuolo di vassalli, fino a che questo matrimonio sia cele-
brato colle sue feste e le sue follíe, e finchè la squilla
nuziale abbia cessato di far udire i suoi tocchi insensati.
ROD. Io credevo che voi amaste la baronessa Ida?
ULR. Sì, certo, l'amo... ma non ne segue ch'io debba
avvincere la mia giovinezza, la mia rapida e ardente vita
di gloria al cinto di una donna, fosse anche quello di Ve-
nere;... io l'amo come una donna deve essere amata sin-
ceramente e sola.
ROD. E con costanza?
ULR. Lo credo, perocchè non ne amo altre. – Ma non
ho tempo per intrattenermi su queste inezie del cuore;
noi abbiamo grandi cose da compiere in breve. Su via,
sollecitudine, buon Rodolfo!
ROD. Al mio ritorno però io troverò la baronessa Ida
trasformata in contessa di Siegendorf?
ULR. Forse... mio padre lo desidera, e invero non è
cattiva politica: questa unione coll'ultimo germe del
ramo rivale distrugge il passato, e lega l'avvenire.
ROD. Addio.
ULR. Fermatevi anche un istante... faremo bene a re-
stare insieme finchè la caccia sia cominciata; allora vi
allontanerete ed eseguirete quello che dissi.
ROD. Obbedirò. Ma per tornare a quello di cui parla-
vamo dianzi... fu un atto molto benevolo nel conte vo-
stro padre il mandare a prendere a Konnisberga questa
bella orfanella del barone, e il volerla ricevere come sua

428
figlia.
ULR. Meravigliosamente benevolo! tanto più che
poca amicizia eravi stata fino allora fra le due case.
ROD. L'ultimo barone morì di febbre, non è vero?
ULR. Che posso saperne io?
ROD. Ho udito bisbigliare che vi era stato qualche
cosa di strano nella sua morte... ed anche il luogo in cui
accadde mal si conosce.
ULR. Qualche villaggio oscuro della frontiera della
Sassonia o della Slesia.
ROD. Egli non ha lasciato testamento... non una paro-
la di ricordo?
ULR. Io non sono nè ecclesiastico, nè notaio, e non
potrei dirlo.
ROD. Ah! ecco la baronessa Ida.
(Entra Ida Stralenheim.)
ULR. Vi alzaste per tempo, mia dolce cugina!
IDA. Non troppo, mio caro Ulric, se la mia presenza
non vi è importuna. Perchè mi chiamate cugina?
ULR. (sorridendo). Non siamo noi cugini?
IDA. Sì, ma questo nome non mi piace; mi pare che
sia così freddo, come se voi pensaste solo alla nostra ge-
nealogia e pesaste soltanto il nostro sangue.
ULR. (trasalendo). Sangue!
IDA. Perchè il vostro scomparisce repentinamente dal-
le vostre gote?
ULR. Ah! è vero!
IDA. Sì... ma ecco che rifluisce di nuovo come un tor-

429
rente fin sulla vostra fronte.
ULR. (riavendosi) S'ei si era dileguato, è solo perchè
la vostra presenza lo aveva respinto nel mio cuore, che
batte per voi, amabile cugina.
IDA. Di nuovo cugina!
ULR. Ebbene vi chiamerò, vi chiamerò sorella.
IDA. Questo nome sempre meno mi piace. – Così non
fossimo noi mai stati parenti!
ULR. (con aria cupa). Così nol fossimo mai stati!
IDA. Oh! Cielo, e potete voi desiderarlo?
ULR. Cara Ida, io non feci che far eco alle vostre pa-
role.
IDA. È vero, ma io non le ho proferite con un tale
sguardo, e sapevo appena quello che dicevo; ma ch'io vi
sia sorella, cugina o quello che vorrete, purch'io vi sia
qualche cosa.
ULR. Voi sarete per me tutto... tutto...
IDA. E voi per me già lo siete; ma io posso aspettare.
ULR. Cara Ida!
IDA. Chiamatemi Ida, la vostra Ida, perocchè vorrei
essere vostra, non di alcun altro. E infatti a me non ri-
mane più alcuno, fuor di voi, dopo che il mio povero pa-
dre.....
(S'interrompe.)
ULR. Vi rimane il mio... avete me.
IDA. Caro Ulric, quanto desidererei che mio padre po-
tesse vedere la mia felicità, alla quale non manca che la
sua presenza.

430
ULR. Veramente!
IDA. Voi lo avreste amato, egli avrebbe amato voi, pe-
rocchè i prodi si amano sempre insieme: i suoi modi
erano un poco freddi, il suo spirito altero (prerogative
della sua nascita), ma sotto quelle gravi apparenze...
Così vi foste conosciuti l'un l'altro! Se un giovane come
voi lo avesse accompagnato nel suo viaggio, ei non sa-
rebbe morto senza un amico per addolcire la solitudine
de' suoi ultimi istanti.
ULR. Chi lo dice?
IDA. Che cosa?
ULR. Che morì solo?
IDA. La voce generale e l'essere scomparsi i suoi do-
mestici che non son più ritornati; quella febbre fu ben
tremenda che li condusse tutti alla tomba!
ULR. Se essi gli stavano vicino, ei non dovè morire
negletto e solitario.
IDA. Oimè! che cosa è un mercenario accanto a un let-
to di morte, quando il moribondo volge invano l'ottene-
brato suo sguardo intorno per cercare quello che ama? –
Dicono che ei morì di febbre.
ULR. Dicono! È così.
IDA. Qualche volta sogno diversamente.
ULR. Tutti i sogni son falsi.
IDA. E non pertanto io lo veggo come veggo voi.
ULR. Dove?
IDA. In sonno... Lo veggo giacer pallido, insanguina-
to, e un uomo con un pugnale alzato gli sta vicino.

431
ULR. Ma non vedete voi il volto di quell'uomo?
IDA. (guardandolo) No! Oh! mio Dio, forse che voi lo
potreste?
ULR. Perchè me lo chiedete?
IDA. Perchè avete l'aspetto di colui che vede innanzi a
sè un assassino.
ULR. (con agitazione) Ida! queste sono mere fanciul-
laggini... la vostra debolezza mi vince, lo dico con mia
vergogna, ma è perchè tutti i vostri sentimenti mi son
comuni. Ve ne prego, mia dolce fanciulla, mutate...
IDA. Fanciulla, veramente! Io ho contato il mio quin-
dicesimo estate. (Si ode il suono di un corno.)
ROD. Udite, signore!
IDA. (con cruccio a Rodolfo) Qual bisogno vi è che ne
lo avvertiate? Non udrebbe egli anche senza il vostro
eco?
ROD. Perdonatemi, bella baronessa.
IDA. Io non vi perdonerò a meno che non mi aiutate a
dissuadere il conte Ulric dall'andar oggi alla caccia.
ROD. Voi non avrete per ciò, signora, alcun bisogno
del mio aiuto.
ULR. Non posso dispensarmi dall'andarvi questa mat-
tina.
IDA. Ma lo dovreste.
ULR. Dovrei!
IDA. Sì, o non siete un vero cavaliere. – Mio caro Ul-
ric, cedete a me per un giorno soltanto: l'aria è greve e
voi siete divenuto pallido e in mal essere.

432
ULR. Celiate.
IDA. No... chiedetene a Rodolfo.
ROD. In verità, signore, da un quarto d'ora in qua vi
siete mutato, più ch'io non vi ho visto mutare in parec-
chi anni.
ULR. Non è nulla, ma se anche fosse, l'aria presto mi
ritornerebbe in me. Io sono il vero camaleonte e non
vivo che nell'atmosfera: le vostre feste nei castelli e i
vostri banchetti non alimentano il mio spirito... io sono
un uomo dei boschi, e non respiro che sugli alti monti
dove amo tutto quello che ama l'aquila.
IDA. Eccetto le sue prede, io spero?
ULR. Dolce Ida, auguratemi una buona caccia, e vi ri-
porterò per trofei sei teste di cinghiale.
IDA. Nè vorrete dunque stare fra di noi? Voi non parti-
rete: venite, io vi canterò.
ULR. Ida, voi diverrete difficilmente la sposa di un
soldato.
IDA. Non desidero tal fato, perocchè spero che le
guerre siano finite e che voi vivrete in pace nei vostri
dominii.
(Entra Werner qual conte di Siegendorf.)
ULR. Padre, vi saluto, e duolmi che sia per lasciarvi
tosto. – Voi udiste il nostro corno; i vassalli aspettano.
SIEG. Aspettino. Dimenticate che dimani è il giorno
fissato per la festa, colla quale si deve celebrare in Praga
la ristabilita pace? L'ardore che ponete nella caccia non
vi permetterà di esser di ritorno oggi, o se ritornate, sa-

433
rete troppo stanco per unirvi dimani al corteggio dei no-
bili.
ULR. Voi, conte, occuperete il posto per entrambi... a
me non piacciono tali cerimonie.
SIEG. No, Ulric, non sarebbe bene che voi solo di tutta
la nostra giovine nobiltà...
IDA. E il più nobile di tutti per l'aspetto e pei modi.
SIEG. (a Ida) È vero, cara figlia, ma per essere una
fanciulla, voi ponete nelle vostre parole un po' troppo di
franchezza. – Ora, Ulric, rammentatevi la nostra situa-
zione; pensate che non siamo che da poco reintegrati nei
nostri diritti. Credetemi, sarebbe notato in ogni casa, ma
più che in tutte nella nostra che uno di noi dovesse man-
care in tal tempo e in tal luogo. Oltre di che, il cielo che
ne restituì quello che era nostro, dandone in pari tempo
la pace, ha doppiamente diritto ai nostri omaggi; noi
dobbiamo ringraziarlo prima pel nostro paese, poscia
per esser noi qui a fruire de' suoi benefizii.
ULR. (a parte) Anche devoto! – Bene, signore, obbe-
dirò. (Ad alta voce a un domestico) Ludwig, licenziate i
vassalli. (Ludwig esce.)
IDA. Così voi gli concedete in un momento quello che
io avrei potuto chiedere in vano?
SIEG. (sorridendo) Voi non sarete gelosa di me, io
spero, vezzosa ribelle? Vorreste dunque approvare la di-
sobbedienza verso di tutti, fuorchè verso di voi? Ma non
temete, lo reggerete per l'avvenire con un potere più dol-
ce e più sicuro.

434
IDA. Ma mi piacerebbe di reggerlo ora.
SIEG. Reggete la vostr'arpa che vi aspetta colla con-
tessa nella sua stanza. Essa si duole delle vostre infedel-
tà alla musica, e chiede la vostra presenza.
IDA. Addio dunque, miei affettuosi parenti! Ulric, voi
verrete e mi udirete.
ULR. Fra poco verrò.
IDA. Siate sicuro ch'io suonerò meglio dei vostri cor-
ni; ve ne prego, mostratevi esatto al ritrovo, ed eseguirò
la marcia del re Gustavo.
ULR. E perchè non quella del vecchio Tilly?
IDA. Di quel mostro! no! crederei estrarre dalla mia
arpa gemiti e non armonie, se lo facessi tema ai miei
canti; ma venite subito; vostra madre sarà lieta di veder-
vi. (Esce.)
SIEG. Ulric, io desidero di parlarvi da solo a solo.
ULR. Il mio tempo vi appartiene.– (A parte a Rodolfo)
Rodolfo, fa quello ch'io ti dissi, affrettati, e coi mezzi
più pronti recami una risposta di Rosemberg.
ROD. Conte di Siegendorf, avete qualche cosa da co-
mandarmi? Io parto per un viaggio oltre la frontiera.
SIEG. (trasalendo) Oh!... dove? qual frontiera?
ROD. Quella di Slesia per irmene..... (a parte ad Ul-
ric) dove debbo dire?
ULR. (a parte a Rodolfo) Ad Amburgo. (Da sè) Que-
sta parola basterà, io credo, a por termine al suo interro-
gatorio.
ROD. Conte! Ad Amburgo.

435
SIEG. (con agitazione) Ad Amburgo! No, io non vi ho
nulla colà, non ho alcuna attinenza con quella città. Così
il cielo vi accompagni.
ROD. Addio, conte di Siegendorf. (Esce.)
SIEG. Ulric, quell'uomo è uno di quegli strani compa-
gni di cui avevo intenzione di discorrervi.
ULR. Signore, esso è nobile per nascita, è di una delle
prime case della Sassonia.
SIEG. Io non parlo della sua nascita, ma della sua con-
dotta. La gente favella di lui leggermente.
ULR. Fa così della maggior parte degli uomini. Anche
i monarchi non vanno esenti dalle calunnie dei loro
ciambellani o dal beffardo sogghigno dell'infimo corti-
giano che han renduto grande ed ingrato.
SIEG. S'io debbo essere aperto, il mondo parla anche
più che leggermente di questo Rodolfo: si dice ch'ei sia
legato colle bande nere che continuano ad infestare le
frontiere.
ULR. E crederete voi tali ciancie?
SIEG. In questo caso sì.
ULR. In tutti i casi io pensavo che conosceste abba-
stanza il mondo, per non prendere un'accusa per una
sentenza.
SIEG. Figlio, vi intendo, voi alludete a... ma il mio de-
stino mi ha talmente avvolto coi suoi lacci ch'io non
posso fuggire, come l'insetto che il ragno prese nelle sue
tele. Badate, Ulric! voi avete veduto a che le passioni mi
condussero; venti lunghi anni d'indigenza e di sciagura

436
non poterono estinguerle... ventimila anni ancora di mo-
menti simili a quelli che ho passati, e che sarebbero anni
se il dolore dovesse calcolarli, non potrebbero cancella-
re o espiare la demenza o la vergogna di un istante. Ul-
ric, badate ai consigli di un padre! Io non attesi al mio, e
voi mi vedete!
ULR. Io veggo il fortunato e amato Siegendorf, signo-
re di principeschi dominii, onorato da quelli ch'ei regge,
così come dai suoi eguali.
SIEG. Potete voi chiamarmi fortunato, allorchè io
temo per voi? Amato quando voi non mi amate? Tutti i
cuori, tranne un solo, possono sentire affetto per me.....
ma se quello di mio figlio è freddo...
ULR. Chi oserebbe dirlo?
SIEG. Niuno, fuori di me che me ne avveggo..... che lo
sento con più dolore, che non sentirebbe nel suo cuore
la vostra spada l'avversario che osasse tenervi un tal lin-
guaggio! Ma il cuor mio sopravvive alla sua ferita.
ULR. V'ingannate: il mio carattere non sa prodursi
esternamente: come il potrebbe dopo dodici anni di se-
parazione dai miei parenti?
SIEG. E non passai io pure quei dodici anni in un'e-
guale assenza? Ma di ciò è inutile intrattenersi... le ri-
mostranze non poterono mai emendare la natura. Mu-
tiam discorso. Io desidererei che pensaste, che se conti-
nuate a frequentare questi giovani nobili di alto nome,
ma di opere tenebrose (sì, delle più tenebrose, se con-
vien credere alla voce pubblica), essi vi condurranno...

437
ULR. (con impazienza) Io non sarò condotto da alcu-
no.
SIEG. Nè vi farete mai Duce di siffatta gente, io spero:
onde togliervi una volta per sempre ai pericoli della vo-
stra giovinezza e della vostra audacia, io aveva stimato
conveniente di farvi sposare Ida..... tanto più che sem-
brate amarla...
ULR. Io ho detto che obbedirò ai vostri comandi, do-
vessi anche unirmi ad Ecate... un figlio può dirne di più?
SIEG. Egli troppo dice così dicendo. Non è proprio
della vostra età, nè del vostro sangue, nè del vostro tem-
peramento il parlare tanto freddamente o l'agire con tale
noncuranza in quello che forma la felicità o la sciagura
di tutti gli uomini; perocchè non vi è riposo sul guancia-
le della gloria, se l'amore non vi pone il capo: qualche
inclinazione funesta, qualche tristo demonio si è posto
al vostro servizio per far traviare il mortale che lo crede
suo schiavo e per dominare su tutti i suoi pensieri, altri-
menti mi avreste detto subito... «io amo la giovane Ida e
voglio sposarla;» oppure, «io non l'amo, e tutte le poten-
ze della terra non me la farebbero amare.» – È così ch'io
avrei risposto.
ULR. Signore, voi vi ammogliaste per amore?
SIEG. Sì, e fu la mia sola consolazione in mezzo alle
sciagure.
ULR. Quelle sciagure non sarebbero mai accadute
senza quel matrimonio di amore.
SIEG. Il vostro linguaggio è sempre in contraddizione

438
colla vostra età e colla natura. Chi mai a venti anni ri-
spose in siffatta guisa?
ULR. Non mi raccomandaste voi di non seguire il vo-
stro esempio?
SIEG. Sofista fanciullo!..... in una parola, amate o non
amate Ida?
ULR. Che vale se son parato ad obbedirvi sposandola?
SIEG. Per voi la cosa può essere nulla, ma è tutto per
lei, la sua vita intera vi e interessata. Ella è giovine, bel-
la, vi adora, è dotata di qualità che possono farvi felice e
mutare la vostra vita in un sogno ineffabile, in quel non
so che che i poeti non possono dipingere e che la filoso-
fia potrebbe cambiare colla saviezza, se non fosse di già
saviezza l'amare la virtù; quella che darà tanto bene ne
merita un poco in ricompensa. Io non vorrei vedere il
suo cuore infrangersi per un uomo senza passione, o ve-
derla appassirsi sul suo stelo come la rosa impallidita
abbandonata dall'uccello che credeva un rosignuolo,
come dicono i racconti dell'Oriente. Ella è...
ULR. La figlia dell'estinto Stralenheim vostro nemico;
io la sposerò nondimeno; quantunque, per dire la verità,
non mi senta ora molto inclinato ad una tal unione.
SIEG. Ma ella vi ama.
ULR. Ed io pure l'amo, e perciò vorrei pensarci due
volte.
SIEG. Oimè! l'amore non si comportò mai così.
ULR. È tempo che cominci a farlo, e che si tolga la
benda dagli occhi e guardi innanzi a sè prima di inoltrar-

439
si: finora ei si è sempre avventurato fra le tenebre.
SIEG. Ma voi acconsentite?
ULR. Come feci e fo.
SIEG. Stabilite allora il giorno.
ULR. L'uso e la cortesia lasciano tale scelta alla don-
na.
SIEG. Risponderò per lei.
ULR. È quello ch'io non farei per alcuna femmina, e
siccome non vorrei veder mutar nulla a quello che ho
decretato, aspetterò la sua risposta per dare la mia.
SIEG. Ma è vostro debito il corteggiarla.
ULR. Conte, questo matrimonio è opera vostra, così
assumetevi ogni cura; ma per compiacervi io andrò
adesso ad offrire i miei rispetti a mia madre, con cui voi
sapete che sta Ida. – Che volete di più? voi mi avete
proibito di abbandonarmi a maschi diporti fuori del ri-
cinto del castello: io vi obbedisco; volete ch'io mi tra-
sformi in amante di gabinetto per raccoglier guanti, ven-
tagli e spille, per ascoltare canti e musica, per ispiare
sorrisi, per sorridere io stesso a ciance frivole, per con-
templare gli occhi di una donna come se fossero stelle,
di cui i nostri sguardi impazienti mirassero il dileguante-
si chiarore, propizio ai nostri desiderii nel mattino di un
giorno di battaglie che dovesse decidere dell'impero del
mondo... che potrebbero far di più un figlio e un uomo?
(Ulric esce.)
SIEG. (solo) È troppo!..... troppa sommissione e trop-
po poco amore! Egli mi paga in una moneta che non mi

440
deve: perocchè tale è stato fin qui il mio contrario fato
ch'io non ho potuto adempiere con lui i doveri di padre;
ma egli mi deve il suo amore, perocchè i miei pensieri
mai non l'abbandonarono, nè mai i miei occhi cessarono
dal piangere pel desiderio di rivedere questo mio figlio
che ora ho trovato! Ma oimè! quale è esso! Obbediente,
ma freddo; sottomesso a me dinanzi, ma indifferente;
misterioso... distratto..... riservato..... allontanantesi
spesso e per lunghi intervalli per andarne dove... niuno
sa... in lega coi più dissoluti dei nostri giovani nobili,
sebbene per fargli giustizia, non si abbassi mai tanto da
dividere i loro piaceri volgari, ma con qualche vincolo
con loro che io non posso conoscere. Essi gli han gli oc-
chi sopra..... fan seco consulte... lo circondano come un
capo: ma in me egli non ha alcuna confidenza! Ah! pos-
so io sperarlo dopo che..... oh! la maledizione di mio pa-
dre si stenderebbe ella fin sul figlio mio? o l'Ungherese
ci sta egli vicino per spargere novello sangue? o,... se
ciò fosse! spirito di Stralenheim, erreresti tu in questi
luoghi per abbattervi con una fatale influenza quelli che
non ti hanno immolato, è vero, ma che spalancata ti han-
no la porta del sepolcro? Non fu nostro il delitto, noi
siamo innocenti della tua morte: tu eri nostro nemico, e
nondimeno io non ti uccisi allorchè la mia ruina dormi-
va con te per risvegliarsi teco! Io mi contentai di pren-
dere... oro infernale, tu sei come un veleno fra le mie
mani; io non ardisco valermi di te, nè da te dividermi; tu
mi giungesti in tal guisa, che parmi dovessi contaminare

441
tutte le mani come la mia. Nondimeno, oro scellerato,
per espiare una debolezza e la morte di quegli a cui ap-
partenevi, sebbene essa non fosse opera nè di me, nè di
alcuno dei miei, io ho fatto come se l'estinto fosse stato
mio fratello! ho raccolta la sua orfanella Ida... l'ho acca-
rezzata come quella che dev'essere mia figlia.
(Entra uno del séguito.)
SIEG. L'abate, se piace a Vostra Eccellenza, che man-
daste a ricercare, aspetta i vostri comandi.
(Esce; entra il priore Alberto.)
PR. Pace sia a queste mura e a tutti quelli che le abita-
no.
SIEG. Siate il benvenuto, siate il benvenuto, santo pa-
dre! e possano tutte le vostre preghiere essere udite! –
Tutti gli uomini ne hanno bisogno, ed io...
PR. Voi avete dritto più di ogni altro a tutte quelle del-
la nostra comunità. Il nostro convento, fondato dai vo-
stri avi, è ancora protetto dai loro figli.
SIEG. Sì, buon padre, continuate le vostre quotidiane
orazioni per noi in questi tristi giorni di eresie e di san-
gue, sebbene lo scismatico svedese Gustavo sia partito...
PR. Per l'eterna dimora degl'infedeli, per quel soggior-
no di dolori senza fine in cui è il fremito dei denti, le la-
grime affuocate, la vampa eterna e il verme che mai non
muore.
SIEG. È vero, padre, e per allontanare queste angoscie
da un uomo che, benchè appartenente alla nostra Chiesa
santa e immacolata, pure è morto privo di quei soccorsi

442
cari e supremi che appianano la via fra i patimenti del
purgatorio, ecco un dono che umilmente io vi offero
onde diciate messe al riposo della sua anima.
(Siegendorf gli dà l'oro che prese a Stralenheim.)
PR. Conte, s'io lo ricevo, è perchè so troppo bene che
un rifiuto vi offenderebbe. Siate sicuro che questo dena-
ro non sarà impiegato che in limosine, senza che esse ci
esimano per ciò dal dire le messe che desiderate. Il no-
stro monastero non ha bisogno di doni, mercè i vostri
avi che anticamente ben lo provvidero. Ma è giusto che
noi vi obbediamo in tutto. Per chi devono esser dette
queste messe?
SIEG. (esitando) Per... per... l'estinto.
PR. Il suo nome?
SIEG. Non è di un nome, ma di un'anima ch'io vorrei
impedire la dannazione.
PR. Non intendevo di penetrare nei vostri segreti. Noi
pregheremo per uno sconosciuto come pel più nobile dei
principi.
SIEG. Segreti! io non ne ho; ma, padre, quegli che è
morto poteva averne; o, in breve, egli ha lasciato..... no,
egli non ha nulla lasciato... ma io consacro questa som-
ma ad un pio proposito.
PR. È un atto lodevole in favore dei nostri amici de-
funti.
SIEG. Quegli di cui parlo non era mio amico; era il più
tremendo, il più fatale dei miei nemici.
PR. Meglio ancora! L'adoperare i nostri mezzi ad otte-

443
nere il cielo per le anime dei nostri nemici che più non
sono, è degno di quelli che sapevano perdonar loro du-
rante la vita.
SIEG. Ma io non gli perdonai. Io lo abborrii fino all'ul-
timo, com'egli me abborrì. Io non l'amo ora, ma...
PR. Meglio, meglio sempre, perocchè questa è vera
religione! Voi vorreste sottrarre all'inferno quello che
odiate... compassione evangelica... e ciò col vostro oro.
SIEG. Padre, non è mio quest'oro.
PR. Di chi è dunque? Diceste che non era un legato.
SIEG. Ciò non importa... vi basti il sapere che quello a
cui appartenne non ne avrà più bisogno, se non chè per
ottenere preci sui vostri altari: egli è vostro o del vostro
monastero.
PR. È forse tinto di sangue?
SIEG. No, ma qualche cosa di peggio..... un'eterna ver-
gogna.
PR. Quegli a cui apparteneva morì egli nel suo letto?
SIEG. Oimè!. Sì.
PR. Figlio, voi ricadete nella vostra vendetta se vi do-
lete che il vostro nemico non sia morto di morte violen-
ta.
SIEG. La sua morte fu orrendamente bruttata di san-
gue.
PR. Voi diceste che morì nel suo letto non in battaglia.
SIEG. Egli morì, io appena so come... ma... fu pugna-
lato fra le tenebre... ora sapete tutto. Egli fu sgozzato
sul suo letto! Sì... Voi potete guardarmi, io non sono l'o-

444
micida. Io posso affrontare il vostro sguardo per ciò,
come affronterò un giorno quello di Dio.
PR. E non entraste voi per nulla nella sua morte?
SIEG. No, per quel Dio che vede e punisce.
PR. Nè sapete chi l'uccidesse?
SIEG. Sospettai di un uomo a me straniero... nissun
vincolo ci univa, ei non agì dietro miei ordini, e io non
lo vidi che un giorno.
PR. Allora siete mondo di colpa.
SIEG. (con ardore) Oh! lo sono io?... Ditelo!
PR. Voi lo avete detto e lo sapete meglio di ogni altro.
SIEG. Padre, io ho detta la verità, null'altro che la veri-
tà, la verità intera. Pure assicuratemi ch'io non sono col-
pevole, perocchè il sangue di quell'uomo pesa su di me,
come s'io lo avessi versato: ma io ne attesto il Dio che
abborre il sangue umano, io non ebbi colpa nella sua
morte! Ben più, io nol trafissi, allorchè avrei potuto e
forse dovuto farlo... sì, dovuto... se però è permesso
d'immolare un nemico onnipossente nell'interesse della
nostra propria difesa: ma pregate per lui, per me e per
tutta la mia casa, perocchè, com'io dissi, sebbene io sia
innocente, non so perchè senta un rimorso come se egli
fosse caduto sotto i miei colpi o per mano di qualcuno
dei miei. Pregate per me, padre! Io pure ho pregato, ma
invano.
PR. Lo farò, racconsolatevi, voi siete innocente e do-
vreste essere tranquillo come l'innocenza.
SIEG. Ma la tranquillità non è sempre l'attributo del-

445
l'innocenza: io lo provo.
PR. Così però sarà allorchè la vostra anima si sia rac-
colta e da se stessa esaminata. Rammentatevi la gran fe-
sta di domani in cui voi dovete prender posto fra i nostri
nobili più cospicui, così come il vostro prode figlio: ab-
biate un aspetto sereno: fra i ringraziamenti offerti da
tutto un popolo pel termine delle stragi a cui giungem-
mo, il sangue che non avete sparso non venga a gettar
una nube sui vostri pensieri... sarebbe troppa sensibilità.
Racconsolatevi, dimenticate l'avvenimento e lasciate il
rimorso ai colpevoli.
(Escono.)

ATTO QUINTO.

SCENA I.

Una grande e magnifica sala gotica nel castello di Siegendorf


decorala di trofei, bandiere ed armi della famiglia.
Entrano ARNHEIM e MEISTER del séguto del conte
di Siegendorf.

ARN. Sollecitate! il conte sta per venire; le signore


son già alla porta. Avete spediti i messaggeri in cerca
dell'uomo accennato?
MEIS. Ho fatto percorrer Praga in tutti i sensi dando la
descrizione la più esatta dei suoi abiti e della sua figura
conformandomi a quello che me ne diceste; al diavolo i
446
banchetti e le processioni! Tutto il piacere (se ve n'ha) è
per gli spettatori e non per noi che facciamo lo spettaco-
lo.
ARN. Ite, ecco le signore contesse.
MEIS. Mi piacerebbe più correr tutto un giorno alla
caccia sopra l'alfana più sciancata, che far parte del sé-
guito di un gran personaggio in queste stupide funzioni.
ARN. Partite, e andate a celiar fuori.
(Escono; la contessa Giuseppina di Siegendorf e Ida
Stralenheim entrano in scena.)
GIUS. Alfine sia lodato il cielo, la cerimonia è finita.
IDA. Come potete voi dir ciò? Io non mi sono mai so-
gnata nulla di così bello. Quei fiori, quelle foglie, quelle
bandiere, quei nobili, quei cavalieri, quelle gemme,
quelle vesti, quelle penne, quei volti contenti, quei ca-
valli, quell'incenso, quel sole raggiante fra gli oscuri ve-
tri, fin quelle tombe rivestite di una maestà si placida,
quegli inni soavi che parevano venir dal cielo, piuttosto-
chè salirvi; quell'organo che faceva risuonare la sua
voce grave come un tuono armonioso; quei candidi ab-
bigliamenti e quegli sguardi levati in su; il mondo in
pace, e tutti in pace fra di loro... oh, mia tenera madre!...
(Abbracciando Giuseppina.)
GIUS. Mia figlia amata, perocchè tale io spero che tu
fra breve diverrai.
IDA. Oh! lo sono di già. Sentite come mi batte il cuo-
re.
GIUS. È vero, mia amica, e possa egli non battere mai

447
con maggiore amarezza.
IDA. Non mai lo farà; come potrebbe ciò avvenire?
qual cosa potrebbe affliggerci? Io non so sentir parlar di
dolore: come potremmo noi esser meste amandoci tan-
to? Voi, il conte e Ulric e la vostra figlia Ida?
GIUS. Povera fanciulla!
IDA. Voi mi commiserate?
GIUS. No, io ti invidio soltanto con un sentimento do-
loroso; la mia invidia però non somiglia a quel vizio ge-
nerale che ne porta il nome, se vi è tuttavia un vizio che
sia più generale di un altro in questo mondo.
IDA. Non vuo' udir nulla contro un mondo che rac-
chiude voi e il mio Ulric. Vedeste voi mai nulla che gli
somigliasse? Come ei grandeggiava su tutti! Come tutti
gli occhi lo seguitavano! I fiori cadevano a nembi gettati
dalle finestre a' suoi piedi, e pareva che l'orma de' suoi
passi, anzichè farli appassire, avesse potuto renderli im-
mortali.
GIUS. Voi lo corromperete, piccola adulatrice, se vi
ascolta.
IDA. Ma non mai mi ascolterà, io non oso dirgliene
tanto... io lo temo.
GIUS. Perchè? Egli vi ama.
IDA. Ma io non posso mai trovare le parole per espri-
mergli quello che sento per lui. Oltrechè egli qualche
volta, mi agghiaccia.
GIUS. E come?.
IDA. Una nube si spande talvolta di subito sui suoi oc-

448
chi azzurri, e però egli non parla.
GIUSEPPINA. Non è nulla: tutti gli uomini, specialmen-
te in questi tempi tenebrosi e torbidi, han molto da pen-
sare.
IDA. Ma io non posso pensare ad altro fuori che a lui.
GIUS. Nondimeno vi sono altri uomini belli quanto lui
agli occhi del mondo. Vi è, per esempio, il giovine conte
Waldorf che non ha mai cessato di guardarvi.
IDA. Io non ho visto che Ulric. L'osservaste voi allor-
chè tutti s'inginocchiarono ed io piangevo? fra le abbon-
danti mie lagrime mi parve ch'ei mi sorridesse.
GIUS. Io non potei vedere che il cielo, verso il quale i
miei occhi e quelli di tutto un popolo erano alzati.
IDA. Io pure pensavo al cielo, sebbene guardassi Ul-
ric.
GIUS. Venite, ritiriamoci; essi verran qui fra poco al
banchetto. Andiamo a deporre queste penne ondeggianti
e queste vesti colla coda.
IDA. E prima di tutto questi pesanti gioielli che mi op-
primono la testa e il cuore, che palpitano dolorosamente
sotto il loro splendore. Mia cara madre vi seguo.
(Escono; entra il conte di Siegendorf in grand'abito
di ritorno dalla cerimonia. Ludwdg l'accompagna.)
SIEG. Non è egli trovato?
LUD. Si fanno le più strette indagini dovunque, e se è
in Praga, siate sicuro che sarà snidato.
SIEG. Dov'è Ulric?
LUD. Ha diretto il suo cavallo per l'altra via con alcuni

449
giovani nobili che ha poi lasciati. Se non m'inganno,
non è passato un minuto dacchè intesi Sua Eccellenza
varcar di galoppo col suo séguito il ponte levatoio che
guarda a Occidente.
(Entra Ulric splendidamente vestito.)
SIEG. (a Lud.) Ite e fate che si continuino senza inter-
ruzione le ricerche dell'uomo ch'io vi ho descritto. (Lud-
wig esce) Oh! Ulric, quanto ho desiderato di vederti!
ULR. Il vostro desiderio è pago... miratemi!
SIEG. Io ho veduto l'omicida.
ULR. Chi? Dove?
SIEG. L'ungherese che uccise Stralenheim.
ULR. Sarà stato un sogno.
SIEG. Quant'è vero ch'io vivo l'ho veduto, l'ho udito...
egli osò perfino proferire il mio nome.
ULR. Qual nome?
SIEG. Werner era il nome che mi appartenne.
ULR. Non deve più esserlo... dimenticatelo.
SIEG. Non mai, non mai! tutti i miei destini sono col-
legati a quel nome: esso non sarà inciso sulla mia tom-
ba, ma potrà condurmivi.
ULR. Al fatto... l'ungherese?
SIEG. Ascoltate! – La chiesa, era piena; l'inno pio sali-
va al cielo; la voce delle nazioni, piuttostochè quella dei
cori, intuonava il Te Deum e rendeva grazie all'Onnipos-
sente di questi giorni di pace ottenuti dopo trent'anni di
guerre, le une più sanguinose delle altre. Io sorsi con
tutti i nobili, e nel momento in cui dall'alto della nostra

450
galleria, ornata di stemmi e di bandiere, volsi i miei
sguardi su tutte quelle teste alzate, vidi..... e' fu per me
come un lampo che m'impedì di vedere ogni altra
cosa.... vidi il volto dell'Ungherese e non discersi più
nulla; il mio cuore palpitò con violenza, le mie idee si
ottenebrarono, e quando la nube che opprimeva i miei
sensi si dissipò e ch'io guardai di nuovo, egli non vi era
più. Il cantico di ringraziamento era finito, e il corteggio
si era riposto in via.
ULR. Continuate.
SIEG. Allorchè arrivammo al ponte di Muldau, tutta la
folla che lo empiva, le barche innumerevoli cariche di
cittadini in abiti di festa che scorrevano le onde al disot-
to di noi; la via decorata, il lungo corteo, la musica ri-
suonante, il tuonar lontano dall'artiglierie che sembrava
dare un addio lungo e fragoroso alle sue grandi gesta;
gli stendardi che sventolavano sopra il mio capo, i ca-
valli che intorno mi saltellavano, le acclamazioni della
moltitudine... nulla... nulla potè scacciare dalla mia me-
moria quell'uomo. che però i miei occhi più non vedeva-
no.
ULR. Voi nol rivedeste dunque più?
SIEG. Io desideravo di rivederlo, come un soldato mo-
ribondo desidera un sorso d'acqua: ma nol vidi; ed in
sua vece.....
ULR. Ed in sua vece?
SIEG. I miei occhi si abbattevano sempre sul tuo on-
deggiante pennacchio, che posto sulla testa più alta e più

451
bella, dominava su tutto quel torrente di penne che inon-
dava le splendide strade di Praga.
ULR. Qual attinenza ha ciò coll'ungherese?
SIEG. Molta; perocchè io lo aveva quasi allora dimen-
ticato per non pensare più che a mio figlio, quando nel
momento in cui l'artiglieria taceva, in cui la musica era
cessata e la folla, interrompendo le sue grida, si abbrac-
ciava, udii una voce sorda e grave, ma più distinta e più
penetrante al mio orecchio, che la voce fragorosa del
bronzo proferire questa parola: «Werner!»
ULR. Chi la proferiva?...
SIEG. Lui! Io mi volsi... lo vidi... e caddi!
ULR. E perchè? foste veduto?
SIEG. Le cure officiose di quelli che mi circondavano
mi tolsero da quel luogo: testimoni del mio svenimento,
essi ne ignoravano la causa. Tu eri troppo lungi nel cor-
teggio facendo parte dei giovani, per poter venire in mio
soccorso.
ULR. Ma io vi soccorrerò ora.
SIEG. In che modo
ULR. Cercando quest'uomo o..... Allorchè l'avremo
trovato che ne faremo?
SIEG. Nol so.
ULR. Allora, perchè cercarlo?
SIEG. Perchè non vi è più riposo per me s'io nol trovo.
Il suo destino, quello di Stralenheim e il nostro sembra-
no strettamente collegati, nè potranno esser divisi fino a
che...

452
(Entra uno del séguito.)
SEG. Uno straniero chiede di Vostra Eccellenza.
SIEG. Chi è egli?
SEG. Non disse il suo nome.
SIEG. Introducetelo non ostante.
(L'uomo del séguito introduce Gabor e poi esce.)
SIEG. Ah!
GAB. È dunque Werner!
SIEG. (alteramente) Quel medesimo, signore, che voi
conoscete sotto questo nome, e voi?
GAB. (Guardando intorno) Vi riconosco entrambi: pa-
dre e figlio mi sembra..... Conte, ho udito che voi o
qualcuno dei vostri era in traccia di me: eccomi.
SIEG. Io vi ho cercato e vi ho trovato: voi siete accu-
sato (il vostro cuore deve dirvi perchè) di un delitto tale
che... (S'interrompe.)
GAB. Finite. Nominatelo, e mi assoggetterò alle sue
conseguenze.
SIEG. Sarà necessario... a meno che...
GAB. Prima di tutto chi mi accusa?
SIEG. Tutte le cose se non tutti gli uomini: la voce
universale..... la mia presenza in quei luoghi..... la scena
del delitto... il tempo e tutte le altre circostanze che si
uniscono per farvi apparire colpevole.
GAB. E me soltanto? Pensate prima di rispondermi:
non v'è altro nome che il mio compromesso in quel fat-
to?
SIEG. Insolente scellerato che ti fai un giuoco del tuo

453
delitto! Di quanti vivono, nessuno meglio di te può atte-
stare l'innocenza di quegli che la tua bocca impura vor-
rebbe denigrare con una calunnia di sangue. Ma io non
vuo' parlar di più con un miserabile, io vuo' limitarmi a
quello che esige strettamente la giustizia. Rispondi e
senza ambagi alla mia accusa.
GAB. Essa è falsa.
SIEG. Chi lo dice?
GAB. lo.
SIEG. E come la smentisci?
GAB. Colla presenza dell'assassino.
SIEG. Nominalo.
GAB. Egli può avere più di un nome. Fu un tempo in
cui Vostra Signoria pure ne aveva parecchi.
SIEG. Se è di me che intendi, io sfido la tua impuden-
za.
GAB. Potete farlo e con sicurezza; io conosco l'omici-
da.
SIEG. Dov'è egli?
GAB. (additando Ulric) Accanto a voi!
(Ulric si scaglia sopra Gabor, ma Siegendorf s'in-
terpone.)
SIEG. Demonio mendace, tu non perirai nelle mura
dove io comando. (Si volge ad Ulric.) Ulric, confuta
questa calunnia com'io feci. Confesso che la trovo così
mostruosa che l'avrei creduta impossibile. Calmati, essa
verrà ribattuta da sè: nol toccare.
(Ulric si studia di ricomporsi.)

454
GAB. Guardatelo, conte, e poscia ascoltatemi.
SIEG. (prima a Gabor e poi guardando Ulric) Ti
ascolto. – Mio Dio! tu sei quale...
ULR. Quale?
SIEG. Io ti vidi in quella notte terribile in cui ci incon-
trammo nel giardino.
ULR. (ricomponendosi) Non è nulla.
GAB. Conte, voi siete obbligato di intendermi. Io ven-
ni qui non per cercarvi, ma cercato. Quand'io m'inginoc-
chiai in mezzo al popolo nella chiesa, non credevo che
avrei trovato l'indigente Werner sul seggio dei senatori e
dei principi; ma voi avete voluto vedermi, ed eccomi.
SIEG. Continuate.
GAB. Prima ch'io lo faccia, permettetemi di chiedervi
chi ha profittato della morte di Stralenheim? Forse io...
povero come sempre fui e cui i sospetti attaccati al mio
nome han reso anche più povero! Il barone non perdè in
quell'ultimo attentato nè gioielli, nè oro; solo la vita gli
fu tolta..... una vita che s'interponeva alle pretese di al-
cuni che ambivano ad un grado e a una fortuna principe-
sca.
SIEG. Queste insinuazioni incerte e vaghe ricadono
tanto su di me, quanto su mio figlio.
GAB. Io non vi ho colpa: ma le conseguenze si faccia-
no sentire a colui che è solo reo. Parlo con voi, conte di
Siegendorf, perchè vi conosco innocente e vi stimo giu-
sto; ma prima ch'io vada innanzi..... oserete voi proteg-
germi? Oserete voi comandarmi di proseguire?

455
(Siegendorf guarda prima l'Ungherese, poi Ulric che
si è staccata dal cinto la sciabola sempre nel fode-
ro e segna con essa il pavimento.)
ULR. (guarda suo padre e dice) Lasciate ch'ei conti-
nui.
GAB. Io son disarmato, conte... comandate a vostro fi-
glio di deporre la sua sciabola.
ULR. (porgendogliela con disprezzo) Prendila.
GAB. No, signore, basta che noi siamo inermi entram-
bi. – Non vorrei portare una sciabola macchiata forse di
un sangue non versato in battaglia.
ULR. (gettando la sciabola con isdegno)
Quell'arma..... o un'altra forse vi salvò un giorno la vita,
allorchè eravate disarmato e in mia balía.
GAB. È vero..... non l'ho dimenticato: voi mi salvaste
perchè servissi alle vostre mire particolari per far pesar
su di me un'ignominia che non mi apparteneva.
ULR. Proseguite; il racconto è degno senza dubbio del
narratore! Ma deve mio padre udirne di più?
SIEG. (prendendo suo figlio per mano) Mio figlio, io
conosco la mia innocenza e non dubito della tua..... ma
ho promesso a quest'uomo di essere paziente; ch'ei con-
tinui.
GAB. Io non vi tratterrò lungo tempo parlandovi di
me; mi produssi di buon'ora nella vita... e sono quale il
mondo mi ha fatto. L'inverno scorso lo passai a Franco-
forte sull'Oder, dove vissi oscuramente. Il caso mi con-
dusse qualche volta, ma non spesso, in luoghi di riunio-

456
ne, dove udii riferita una strana circostanza nel passato
febbraio. Un battaglione mandato dallo Stato era dopo
una viva resistenza riescito ad impadronirsi di una ban-
da di disperati che supponevansi depredatori del nemi-
co; si vide invece che erano banditi, che qualche avveni-
mento ignoto o una cieca ventura avevano trascinati al
di là dei limiti ordinarii del loro campo di operazioni...
le foreste che cingono la Boemia... e condotti fino in
Lusazia. Molti fra di loro, dicevasi, erano di un alto gra-
do... si posero in non cale per un momento le leggi rigo-
rose della guerra, e furono infine scortati alle frontiere e
posti sotto la giurisdizione della città libera di Franco-
forte. Ignoro poscia quel che ne sia avvenuto.
SIEG. E quale attinenza ha ciò con Ulric?
GAB. Fra di loro si trovava, dicevasi, un uomo che la
natura aveva colmato di tutti i doni: nobiltà, ricchezze,
gioventù, forza, beltà più che umana, un coraggio senza
eguale, e a magía si attribuiva il suo ascendente sui suoi
compagni ed anche sui suoi giudici, tanto era grande la
sua influenza;... io non presto molta fede alla magía,
fuorchè a quella dell'oro... lo credei quindi ricco... e la
mia anima fu mossa da vari sentimenti a ricercare que-
sto prodigio, non fosse che per vederlo.
SIEG. E lo vedeste?
GAB. Sentirete. Il caso mi favorì: un tumulto popolare
eccitato in una piazza pubblica fece ragunare una folla
di gente: era una di quelle occasioni in cui l'anima si
mostra intera, in cui gli uomini appaiono quali sono an-

457
che nei loro volti: appena i miei occhi scontrarono i
suoi, io gridai: «eccolo!» sebbene ei fosse allora come
poscia fra i nobili della città. Io ero sicuro che non ave-
vo errato, e lo guardai a lungo e da vicino: notai le sue
forme... i suoi gesti..... i suoi lineamenti, la sua persona,
il suo contegno... e in mezzo a tutto ciò, in mezzo a tutti
questi doni naturali ed acquisiti, credei discernere l'oc-
chio dell'assassino e l'anima del gladiatore.
ULR. (sorridendo) Il racconto è piacevole.
GAB. E potrà diventarlo di più. – Egli mi parve uno di
quegli uomini audaci dinanzi ai quali la fortuna si curva,
e che tengono spesso fra le loro mani il destino degli al-
tri. Un senso inesplicabile inoltre mi attirava verso quel-
l'uomo, come se la mia fortuna dovesse essere creata da
lui... in ciò io m'ingannava.
SIEG. E potreste ingannarvi anche ora.
GAB. Io lo seguii, sollecitai la sua attenzione e l'otten-
ni... ma non la sua amicizia... era sua intenzione il la-
sciare la città segretamente... noi la lasciammo
insieme;... e insieme giungemmo al povero paese in cui
Werner si nascondeva e in cui Stralenheim fu
soccorso..... Ora eccoci alla catastrofe... oserete voi
udirmi?
SIEG. Lo debbo... o ho troppo inteso.
GAB. Io riconobbi in voi un uomo al disopra della sua
situazione... e se non indovinai di subito il grado in cui
ora vi trovo, è che di rado io aveva veduto fra le classi
più nobili uomini dotati di un'anima come la vostra. Voi

458
eravate povero..... quasi in cenci: io vi offrii la mia borsa
comechè leggera... voi la rifiutaste...
SIEG. Il mio rifiuto mi ha indebitito con voi perchè
veniate così a ricordarmelo?
GAB. Voi mi dovete qualche cosa, ma non per questo:
ed io vi dovetti, almeno in apparenza, la mia salute, al-
lorchè gli schiavi di Stralenheim m'inseguivano accu-
sandomi di averlo derubato.
SIEG. Io vi nascosi... e voi, vipera risuscitata, venite a
trafiggere me ed i miei.
GAB. Io non accuso alcuno... fuorchè per mia difesa.
Voi, conte, vi costituiste da voi medesimo accusatore e
giudice: il vostro palazzo è la mia corte; il vostro cuore,
il mio tribunale. Siate giusto, ed io sarò indulgente.
SIEG. Voi indulgente! Voi vile calunniatore!
GAB. Io. Almeno dipenderà da me l'esserlo. Voi mi
nascondeste... in un passaggio segreto noto a voi solo,
voi dite, e a nessun altro. Nel cupo della notte, stanco di
vegliare fra le tenebre e incerto se avrei potuto ritrovar
la mia strada, vidi un lume lontano che scintillava fra le
crepature: mi vi avvicinai e giunsi ad un uscio... un
uscio segreto che dava in una stanza; ivi avendo con
mano prudente e circospetta fatto un debole pertugio,
guardai e vidi un letto insanguinato, e su quel letto Stra-
lenheim!...
SIEG. Dormiente! e foste voi che l'uccideste! misera-
bile.
GAB. Egli era di già stato ucciso e versava il sangue

459
come una vittima. Il mio a quella vista si agghiacciò.
SIEG. Ma egli era solo! Voi non vedeste alcun altro?
Voi non vedeste il... (S'interrompe con agitazione.)
GAB. No, quegli che voi non osate nominare e ch'io
oso appena ricordarmi, non era allora nella stanza.
SIEG. (a Ulric) Allora, mio figlio, tu sei innocente...
ancora... tu una volta mi esortasti a dichiarare ch'io lo
era... oh, fanne ora altrettanto!
GAB. Siate tranquillo! Io non posso adesso più rece-
dere quand'anche le mie parole dovessero far crollare le
mura che sembrano alzarsi minacciose su di noi. Voi vi
rammentate... se non voi, almeno vostro figlio... che le
serrature erano state mutate sotto la sua ispezione spe-
ciale nella mattina di quel medesimo giorno;..... come ei
fosse entrato, tocca a lui a dirlo. Ma in una anticamera,
di cui la porta era a metà dischiusa, io vidi un uomo che
lavava le sue mani sanguinose e volgeva uno sguardo
feroce e inquieto verso il corpo della vittima... quel cor-
po non doveva più muoversi!
SIEG. Oh, Dio de' miei padri!
GAB. Io vidi il suo volto come veggo il vostro... ma
non era il vostro, sebbene vi somigliasse... miratelo in
quello del conte Ulric; quale io lo veggo ora, sebbene la
sua espressione non fosse allora come è adesso..... ma
quell'espressione l'aveva anche dianzi, allorchè lo accu-
sai di questo delitto.
SIEG. Quest'è...
GAB. (interrompendolo) Uditemi sino alla fine, voi

460
ora lo dovete. – Io mi credei tradito da voi e da lui (pe-
rocchè allora mi avvidi che esisteva un vincolo fra di
voi); credei che voi non mi aveste accordato quel prete-
so ricovero che per farmivi sorprendere come reo del
vostro misfatto, e il mio primo pensiero fu di vendicar-
mi. Io aveva lasciata la mia spada, e, sebbene fossi ar-
mato d'un pugnale, non potevo lottare contro di lui per
destrezza o per forza, come ne avevo fatto in quel matti-
no l'esperimento. Io tornai sulle mie orme, e fuggii fra le
tenebre. Il caso mi fece trovare la porta segreta della
sala, poi la stanza in cui voi dormivate. S'io non vi ci
avessi trovato in preda al sonno, il cielo solo può dire
quello che mi avrebbe potuto far fare la vendetta e il so-
spetto; ma il delitto non dormì mai come dormiva Wer-
ner in quella notte.
SIEG. E nondimeno io aveva orribili sogni, e il mio
sonno fu così corto, ch'io mi svegliai prima che le stelle
fossero scomparse. Perchè non mi uccideste? Io mi so-
gnavo di mio padre... ed ora il mio sogno è spiegato!
GAB. Non è mia colpa se io vi ho data un'interpreta-
zione. Or bene, io fuggii e mi nascosi... un accidente
dopo tante lune qui mi condusse... e mi fe' riveder Wer-
ner nel conte di Siegendorf! Werner, ch'io aveva cercato
invano nelle capanne, abitava il palazzo di un sovrano!
Voi mi cercaste e mi avete trovato... ora conoscete il mio
segreto e potete pesare quello che vale.
SIEG. (dopo un momento di pausa) È vero!
GAB. È la vendetta o la giustizia che vi concentra in

461
quella meditazione?
SIEG. Niuna delle due..... io pesava il valore del vostro
segreto.
GAB. Vel darò a conoscere in breve... Quando voi era-
vate povero ed io, sebben povero, poteva pur soccorrere
una povertà che avrebbe avuto di che invidiare alla mia,
vi offersi la mia borsa... voi non voleste dividerla... io
sarò più aperto con voi; voi siete ricco, nobile, in credito
coll'imperatore... mi intendete?
SIEG. Sì.
GAB. Non interamente. Voi mi credete venale, e non
potete riputarmi sincero: non è meno vero però che il
mio destino mi ha reso ora l'uno e l'altro. Voi mi aiutere-
te, ed io vi sarò di soccorso..... d'altra parte io ho soffer-
to nella mia riputazione per salvare la vostra e quella di
vostro figlio. Pesate bene quello che io vi ho detto.
SIEG. Osate voi aspettare il risultato di una delibera-
zione di alcuni minuti?
GAB. (getta un'occhiata a Ulric che si appoggia ad
una colonna) E se vi acconsentissi?
SIEG. Pongo la mia vita a guarante della vostra. Riti-
ratevi in questa torre. (Apre l'uscio di una torre.)
GAB. (con esitanza) Quest'è il secondo ricovero sicu-
ro che voi mi offrite.
SIEG. Il primo nol fu forse?
GAB. Nol so neppur ora... ma sperimenterò il secon-
do. Io ho ancora un'altra difesa... non entrai in Praga
solo, e se dovessi andare a dividere il riposo di Stralen-

462
heim, vi sono lingue che parlerebbero per me. Siate sol-
lecito nella vostra determinazione.
SIEG. Lo sarò. – La mia parola è sacra e irrevocabile
entro il recinto di queste mura, ma non si estende al di-
fuori.
GAB. La prenderò per quello che vale.
SIEG. (accennando la sciabola di Ulric che è sempre
per terra) Prendete anche quell'arma..... io vi ho veduto
guardarla con ardore, ed egli con diffidenza.
GAB. (prendendo la sciabola) Sia; e così potrò vende-
re almeno ad un caro prezzo la mia vita.
(Gabor entra nella torre che Siegendorf richiude.)
SIEG. (si avanza verso Ulric) Ora, conte Ulric, pe-
rocchè io non oso più chiamarvi mio figlio, che avete
da dirmi?
ULR. Quello che ei vi espose è vero.
SIEG. Vero? mostro!
ULR. Vero, padre, e avete fatto bene ad ascoltarlo. Noi
possiamo prevalerci di quello che sappiamo. Egli deve
essere forzato al silenzio.
SIEG. Sì, colla metà de' miei dominii, e potessimo col-
l'altra metà lavare il vostro disonore!
ULR. Non è il momento di dissimulare o di perdersi in
vane parole. Io ho detto che il suo racconto è vero, e che
egli deve essere ridotto al silenzio.
SIEG. In qual guisa?
ULR. In quella con cui lo fu Stralenheim. Siete voi
tanto semplice per non esservi avveduto di nulla fin qui?

463
Quando ci incontrammo nel giardino, a meno d'aver
preso il reo sul fatto, come avrei io potuto conoscere la
morte di Stralenheim? S'io avessi realmente dato la sve-
glia alle genti del principe, è egli a me, ad uno straniero,
che sarebbe stata affidata la cura di avvertire la polizia?
Se la nostra partenza non avesse preceduto di parecchie
ore la scoperta del delitto, avremmo noi potuto fermarci
in istrada? E voi, Werner, voi oggetto dell'odio e dei ti-
mori del barone, avreste potuto fuggire? Io vi cercai, e
vi scortai, incerto se vi fosse in voi dissimulazione o de-
bolezza: conobbi che non eravate che debole, e nondi-
meno vidi in voi tanta fiducia, che dubitai talvolta della
vostra effeminatezza.
SIEG. Parricida non meno che assassino volgare! Qual
opera della mia vita, quale de' miei pensieri vi ha potuto
far credere ch'io era tale da divenirvi complice?
ULR. Padre, non evocate ora la discordia fra di noi;
voi non potreste più sedarla. Quest'è tempo di unione e
di opere, non di litigi intestini. Mentre che voi eravate
alla tortura, potevo io essere tranquillo? Credete voi
ch'io abbia udito il racconto di colui senza
commozione? Voi mi avete insegnato a sentire per voi e
per me; qual altro interesse avete mai ispirato al mio
cuore?
SIEG. Oh! maledizione del mio estinto padre, tu ora
porti il tuo effetto!
ULR. Ch'essa l'abbia! la tomba la conterrà! Le ceneri
dei morti son deboli nemici: è più facile il vincere tali

464
avversari, che il controminare una talpa che si apre sotto
i nostri piedi una strada cieca, ma vivente. Nondimeno
ascoltatemi ancora! – Se voi mi condannate, rammenta-
tevi però di quegli che mi scongiurava un dì di ascoltar-
lo! Chi mi insegnò che vi erano delitti che l'occasione
rendeva scusabili? Che la passione era la nostra natura?
Che i beni del cielo andavano congiunti ai beni della
fortuna? Chi mi mostrò la sua umanità posta sotto la sal-
vaguardia soltanto dei suoi nervi? Chi mi privò di ogni
mezzo di rivendicare me stesso e i miei titoli alla luce
aperta, con un'azione disonorante che imprimeva sulla
mia fronte il marchio dell'illegittimità, e sulla vostra
quello dell'infamia? L'uomo in pari tempo violento e de-
bole, invita a far ciò ch'egli desidera di fare, ma non ar-
disce. È egli strano ch'io compiessi quello che voi ave-
vate pensato? Noi non abbiam più nulla a vedere col
giusto e coll'ingiusto; e pensar dobbiamo solo agli effet-
ti, non alle cause. Stralenheim, la cui vita io salvai per
impulso, senza conoscerlo, come avrei salvata quella di
un villico o di un cane, Stralenheim io uccisi, allorchè lo
conobbi nostro nemico... ma non per vendetta. Egli era
un ostacolo posto sulla nostra via, ed io lo annientai,
come avrebbe fatto la folgore, perchè s'interponeva fra
noi e il nostro vero destino. Come straniero, io lo salvai,
ed egli mi doveva la vita: nel giorno della scadenza ri-
presi quello che mi era dovuto. Egli, voi ed io eravamo
alle sponde di un precipizio in cui io precipitai il nostro
nemico. Voi avete per primo accesa la torcia e rischiara-

465
ta la via: additatemi ora quella della mia salvezza... o la-
sciatemi.
SIEG. La vita è per me finita.
ULR. Sia finito piuttosto quello che corrode la vita...
le discordie interne, le vane recriminazioni su cose che
non possono più essere disfatte. Noi non abbiamo più
nulla da temere o da celare: io sono al disopra di ogni
paura, ed ho anche in questo castello uomini che voi
non conoscete parati a tutto intraprendere. Voi siete in
credito col governo; quello che qui accade non ecciterà
che leggermente la sua curiosità; conservate il nostro se-
greto, abbiate un occhio vigile, non fate moti intempe-
stivi, non parlate... e affidate a me la cura del resto. Noi
non avremo un terzo cianciatore che ci stia di mezzo.
(Ulric esce.)
SIEG. Son io desto? Son queste le stanze di mio
padre? è quello mio figlio? Mio figlio!... Mio!... Io che
sempre abborrii gli arcani e il sangue, eccomi ora im-
merso in un inferno di entrambi! Convien che m'affretti,
o nuovo sangue sarà sparso... quello dell'ungherese! –
Ulric... egli ha pure i suoi seguaci: avrei potuto di già
congetturarlo. Oh, stolto, i lupi depredano a schiere.
Egli ha come io la chiave della porta opposta della torre.
Affrettiamoci dunque, s'io non vuo' divenire padre di
nuovi delitti, non meno che del colpevole! Olà! Gabor!
Gabor!
(Entra nella torre traendosi dietro la porta.)

466
SCENA II.

L'interno della torre.

GABOR e SIEGENDORF.

GAB. Chi mi chiama?


SIEG. Io... Siegendorf! Prendi questo e fuggi! Non
perdere un istante.
(Si toglie dal petto una stella di diamanti ed altri gio-
ielli e li mette in mano a Gabor.)
GAB. Che debbo io farne?...
SIEG. Quello che vorrai: vendili o conservali, e sii fe-
lice; ma fuggi senz'altro, o sei perduto.
GAB. Voi impegnaste il vostro onore per la mia sicu-
rezza.
SIEG. E così adempio alla mia promessa. Fuggi! Io
non son padrone, e' sembra, del mio castello….. del mio
séguito..... nè tampoco di queste mura,..... o altrimenti
ordinerei loro che crollassero sopra di me! Fuggi, o sarai
ucciso da...
GAB. È ella così! Addio dunque! Ricordatevi però,
conte, che foste voi che desideraste questo colloquio fa-
tale!
SIEG. È vero; che esso non divenga perciò più fatale
ancora!... Parti!
GAB. Per la stessa via per cui entrai?
SIEG. Sì; essa è ancora sicura: ma non fermarti a Pra-
467
ga... tu non sai con chi hai a fare.
GAB. Troppo lo so..... e lo sapevo prima di voi, padre
sfortunato! – Addio. (Gabor esce.)
SIEG. (solo e ascoltando) Egli ha già fatta la scala...
ah! io odo risuonare la porta dietro di lui! È salvo! Sal-
vo!..oh! anima di mio padre!... io mi sento mancare.
(Si appoggia dolorosamente sopra un banco di pietra
contro il muro della torre; entra Ulric con alcuni
del suo séguito colle armi alla mano.)
ULR. Sbrigatevi... egli è qui!
LUD. Il conte, signore!
ULR. (riconoscendo Siegendorf) Voi!
SIEG. Sì, se vi abbisogna un'altra vittima, uccidetela!
ULR. (vedendo che non ha più i suoi gioielli) Dove è
lo scellerato che vi derubò? Vassalli, correte in traccia di
lui! Voi vedete s'io vi dissi il vero... il miserabile ha ra-
pito a mio padre quei gioielli che avrebbero potuto co-
stituire la fortuna di un principe! Correte! Io vi seguirò
fra poco.
(Escono tutti fuori di Siegendorf e di Ulric.)
ULR. Come è ciò? Dove è dunque il malandrino?
SIEG. Ve ne son due, signore: quale cercate?
ULR. Non parliam più di questo: è necessario che lo
troviamo. Voi non lo avrete lasciato fuggire?
SIEG. Egli è partito.
ULR. Colla vostra, assistenza?
SIEG. Con quanta dar glie ne poteva.
ULR. Allora..... Addio. (Sta per uscire.)

468
SIEG. Fermatevi, ve lo comando... ve ne supplico... lo
imploro! Oh! Ulric, volete voi pure lasciarmi?
ULR. A che rimarrei? per essere denunziato..... trasci-
nato forse in catene, e tutto per la vostra debolezza, per
la vostra umanità, pei vostri egoistici rimorsi, per una
stolta pietà che immola tutta la vostra schiatta per salva-
re un miserabile che si arricchisce colla nostra ruina!
No, conte, fin da ora, voi non avete più figlio.
SIEG. Io mai non l'ebbi, e così non ne aveste voi mai
portato l'inutile nome! Dove pensate di andare? Io non
vorrei vedervi partire senza protezioni.
ULR. Lasciate il pensiero di ciò a me. Io non son solo
nè sono soltanto il vano erede dei vostri dominii; mille,
sì, più anche, diecimila spade e diecimila cuori e mani
da me dipendono.
SIEG. I banditi della foresta! fra i quali l'ungherese vi
vide per la prima volta a Francoforte!
ULR. Quelli!... uomini... che son degni di tal nome!
Andate a dire ai vostri Senatori che veglino sopra Praga;
la loro festa per la pace fu ben precoce pei tempi che
corrono..... vi sono più seguaci delle nostre bandiere per
le campagne, che non ne ebbe Wallenstein!
(Entrano Giuseppina e Ida.)
GIUS. Che è quello che udimmo? Mio Siegendorf!
Grazie al cielo io vi veggo salvo!
SIEG. Salvo!
IDA. Sì, caro padre!
SIEG. No, no; io non ho più figli: non mi chiamate

469
mai più con questo nome di padre, il peggiore di tutti.
GIUS. Che intende il mio buon signore?
SIEG. Che voi deste la vita ad un demonio!
IDA. (prendendo la mano di Ulric) Chi ardirà dir ciò
di Ulric?
SIEG. Ida, bada! vi è del sangue su quella mano.
IDA. (inchinandosi per baciarla) I miei baci lo deter-
gerebbero, fosse anche il mio.
SIEG. Lo è!
ULR. Allontanatevi! È quello di vostro padre.
(Ulric esce.)
IDA. Oh! gran Dio, ed io ho amato quell'uomo!
(Cade svenuta... Giuseppina rimane immobile di or-
rore.)
SIEG. Il miserabile le ha uccise entrambe! – Mia Giu-
seppina! noi siamo ora soli! Lo fossimo stati sempre! –
Tutto è finito per me! – Ora spalancami la tua tomba, o
mio padre; la tua maledizione è ricaduta sopra di me più
terribile colpendomi nel figlio mio!... la schiatta dei Sie-
gendorf è cessata!

FINE DI WERNER O L'EREDITÀ.

470
COMPOSIZIONI MISCELLANEE
IN PROSA.

471
OSSERVAZIONI
SOPRA UN ARTICOLO DEL BLACKWOOD MAGAZINE

N° XXIX AGOSTO 1819.

A I. D'ISRAELI.
SCUD.
AMABILE E INGEGNOSO AUTORE DELLE
«CALAMITÀ E LITIGI DEGLI AUTORI»
QUEST'ADDIZIONALE CALAMITÀ E LITIGIO
GLI È DEDICATA DA
UNO DEL NUMERO.

Ravenna, 15 marzo 1820.


«La vita di uno scrittore, è stato detto da Pope, è una
continua battaglia in terra;» e per conto mio, e per la
esperienza che ne ho fatto, posso confermare l'esattezza
di questa asserzione. Ma entrato in questa via debbo
percorrerla tutta. È comparso in una raccolta periodica
intitolata: Osservazioni sul Don Giovanni, un articolo
che mi è sembrato così pieno di acrimonia, da non con-
cedermi di lasciarlo passare in silenzio.
In primo luogo io non so con qual diritto lo scrittore
dichiari esser mia quell'opera. Egli dirà che questo appa-

472
re dall'opera stessa, locchè significa che vi sono certi
passi che sembrano essere stati scritti in mio nome e alla
mia maniera. Ma non potrebbe ciò essere stato fatto ap-
posta da qualcun altro? Allora egli dirà, perchè non ripu-
diarlo? A questo rispondo che di tutto ciò che mi si è at-
tribuito in questi cinque ultimi anni... Pellegrinaggio a
Gerusalemme, Morte dal pallido corsiero, Odi alla Gal-
lia, Addii all'Inghilterra, Canti alla Signora della Val-
letta, Odi a Sant'Elena, Vampiri, ecc., opere tutte di cui
il cielo sa che non ho mai composto nè letta una sillaba,
ad eccezione del titolo, io non ho mai creduto di dover
ripudiar nulla, fuori di un racconto sulla mia dimora al-
l'isola di Mitilene in cui non ho mai risieduto, e che mi
parve fatto collo scopo di ricreare le persone che posso-
no servirsi del mio nome un po' al di là dei limiti delle
convenienze.
Se dunque contro il mio uso, e senza essermi mai pre-
so il pensiero di protestare contro scritti pubblicati col
mio nome, e che non mi appartengono, rinnegassi ora
un'opera anonima, ciò potrebbe sembrare un atto di
troppo zelo. Rispetto al Don Giovanni, io non l'ho mai
disdetto nè riconosciuto come cosa mia: ognuno può
farsene quell'idea che vuole: ma se v'è qualcuno che fin
da adesso, o in seguito del poema, supponendo ch'ei
venga continuato, voglia assolutamente avere una rispo-
sta più esplicita, io gliela darò personalmente e in parti-
colare.
Io non mi son mai sottratto alla responsabilità di quel-

473
lo che ho scritto, e più di una volta mi è toccato il biasi-
mo per non aver disconfessato ciò che mi veniva attri-
buito senza alcun fondamento.
La maggior parte nullameno delle osservazioni sul
Don Giovanni non riguardano che poco il poema in sè,
che è molto lodato per quello che sia poema. Ad ecce-
zione di alcune note secondarie, il resto dell'articolo non
è che un assalto personale contro l'autore presunto. Non
è il primo di tal fatta che appaia in quella raccolta, per-
chè mi sovvengo di aver letto, è già qualche tempo, os-
servazioni consimili sul Beppo, attribuite ad un celebre
predicatore Scozzese, di cui la conclusione era che Chil-
de-Harold, Byron, e il conte nel Beppo, componevano
una sola e stessa persona, presentandone secondo l'e-
spressione di Mistress Malaprop come un cerbero, o tre
gentiluomini in uno. Qui l'articolo era sottoscritto Pre-
sbyter Anglicanus, ch'io presumo interpretato significhi
Presbiterano Scozzese; e debbo osservare (è davvero
noioso di esser costretti a ripetere tanto spesso la mede-
sima cosa) che la mia situazione come autore è assai ar-
dua, essendo io sempre frainteso o cambiato ne' miei
protagonisti. È questa un'ingiustizia fatta soltanto a me.
Io non ho mai inteso dire che il mio amico Moore adori
il fuoco a cagione del suo Guebro; che Scott sia stato
identificato con Rodrigo Dhu, o con Balfour di Burley,
o che in onta di tutti i mali del Thalaba Mr. Southey si
sia creduto uno stregone. Da che deriva ch'io a stento
posso togliermi anche alla personalità del Manfredo, il

474
quale, come osservò sagacemente Mr. Southey in un ar-
ticolo del trimestre, scontrò il diavolo sul Jungfrau, e lo
fece fuggire? Risponderò a Mr. Southey (che non è stato
nella sua vita poetica tanto fortunato contro il gran ne-
mico) che in quell'occasione Manfredo segue esatta-
mente il sacro precetto, «resistete al demonio, ed ei vi
lascierà.» Avrei ben molto altro da dire intorno a questo
personaggio... non il diavolo, ma il suo umilissimo ser-
vo Mr. Southey... Ma ora convien ritorni all'articolo del
Magazzino di Edimburgo.
Nel corso dunque di quell'articolo fra molte osserva-
zioni straordinarie leggonsi le seguenti frasi; «e' pare in
fine che quel miserabile, dopo aver esaurito tutti i godi-
menti dei sensi e bevuto alla coppa del peccato fino alla
feccia più amara, sia risoluto di provarci che non vi è
oramai nulla di umano neppure nelle sue frivolezze, ma
ch'egli getta uno sguardo freddo, ironico, indefinibile
sull'insieme dei buoni e dei cattivi elementi di cui si
compone l'umana vita.» In un altro luogo si parla del na-
scondiglio oscuro in cui si è ritirato per celare la sua tur-
pitudine e il suo egoismo. – In fede mia, queste sono
amare parole! Quanto alle prime, mi contenterò col dire
ch'esse sembrano composte per Sardanapalo, Tiberio, il
reggente duca d'Orleans o Luigi XV, e che io le ho tra-
scritte con tutta quell'indifferenza con cui trascriverei un
passo di Svetonio o un estratto di qualche memoria pri-
vata sulla reggenza, stimando siavi la confutazione in
loro stesse, e che sia assolutamente impossibile di appli-

475
carle ad un semplice particolare. Rispetto al nascondi-
glio oscuro e all'esiglio contaminato, dovrò dirne di più.
Io lascio a quelli che han visto Venezia, o che ne hanno
inteso parlare, la cura di decidere se così possa chiamar-
si la capitale di un Governo sopravvissuto alle vicende
di tredici secoli, e che esisterebbe ancora senza il tradi-
mento di Buonaparte e l'iniquità de' suoi imitatori; una
città che mostravasi come l'emporio di tutti i beni del-
l'Europa, allorchè Londra e Edimburgo non erano che
antri di barbari. Quanto il mio esiglio possa essere stato
contaminato non spetta a me il dirlo, perocchè di largo
senso è tal parola, e con essa si possono calunniare le
azioni della maggior parte dei mortali; ma che sia stato
egoistico lo niego. Se, in conformità de' miei mezzi, lo
aver soccorso molti infelici ridotti agli ultimi bisogni dal
decadimento della loro città natale, e privati così della
loro sussistenza, senza aver mai rigettata una domanda,
allorchè pareva fondata e sincera: se, lo avere speso in
tal guisa somme troppo maggiori che non mi concedes-
sero di fare le mie ricchezze, è un essere egoista, allora
io sono stato egoista. Io non chieggo riconoscenza di
quello che ho fatto, ed è doloroso di essere costretti a
riandare queste cose per giustificarsi di accuse del gene-
re di quelle che mi son vòlte, come un soldato che ram-
menta i suoi servigi per ottenere la sua grazia. Se la per-
sona che mi ha accusato di egoismo desidera su tal sub-
bietto più ampi schiarimenti, essa apprenderà non forse
quello che cerca di sapere, ma ciò che la cuoprirà di ver-

476
gogna e la ridurrà al silenzio, rivolgendosi al console
generale Inglese che risiede in Venezia, il quale è in
condizione più di ogni altro di confermare o di negare
ciò ch'io asserisco.
Io non ho mai avuto la pretesa di menare una vita da
santo, ma le mie ricchezze non sono state consacrate a'
miei piaceri particolari nè ora, nè per lo addietro, nè in
Inghilterra, nè qui; e non avrei a soggiungere che una
parola, se ciò stimassi conveniente o necessario, per
produr tosto testimoni autentici di quanto affermo, e
mostrare che vi sono uomini che, appunto per quella to-
tal mancanza di avarizia che mi viene adesso imputata, e
in guisa sì abbietta e sì calunniatrice hanno ottenuto da
me non i momentanei sussidii che vengon dati ad un ta-
pino, ma le somme che bastavano a procurar loro una
felicità immediata, ed una completa indipendenza.
Se fossi stato un egoista, se fossi stato interessato, se
stato fossi un uomo prudente secondo il significato che
il mondo dà a questa parola, io non sarei al passo in cui
mi trovo ora; nè avrei fatto quello che fu la sorgente del-
le sciagure che mi oppressero, e aprirono un abisso fra
me e i miei; ma in tutto ciò la verità sarà un giorno co-
nosciuta: intanto come dice Durandarte nella caverna di
Montesino, «pazienza, e mescoliamo le carte.»
Io sento amaramente tutto quello che vi è di affetta-
zione in siffatte recriminazioni; ed è la prima volta che
affronto questo deplorabile soggetto. Io sento quanta de-
gradazione vi è per me nel discendere a tali discolpe, ma

477
sento altresì che è la verità ed io la ridirei sul mio letto
di morte, se entrasse nel mio destino di dover morir qui.
Sento con egual forza quanto egoismo in tutto ciò vi sia:
ma chi mi ha ridotto a difendermi in tal maniera, se non
coloro che han malvagiamente persistito in prendere le
finzioni per realità; che han trasportata la mia poesia
nella mia vita; che han voluto far passare i prodotti della
mia immaginazione per esseri veracemente esistenti, e
mi han renduto personalmente responsabile di tutte le
creazioni poetiche che la mia fantasia e una certa ten-
denza di idee mi han fatto mettere in luce?
L'articolista continua: «Coloro che sono al fatto, e chi
non lo è, delle precipue particolarità della vita di lord
Byron, ecc....» Certo l'autore delle Osservazioni sul Don
Giovanni al fatto non è di codesti particolari della mia
vita, o usato avrebbe un altro linguaggio. L'avvenimento
al quale egli allude non fu forse un incidente principale,
ma molto secondario, conseguenza naturale e quasi ine-
vitabile di molte circostanze anteriori: fu l'ultima stilla
che fa traboccare il vaso, e la misura per me era ben pie-
na. Ma per tornare all'accusa di quest'uomo, egli acca-
giona lord Byron di aver fatto una satira elaborata del
carattere e delle maniere di sua moglie. Su quale passo
del Don Giovanni egli si appoggi, io non so. Per quanto
posso sovvenirmene fra i caratteri di donne che si scon-
trano in quell'opera, non ve n'ha che uno che sia dipinto
con colori ridicoli, e in cui si possa intravvedere una sa-
tira. Ma è sempre il medesimo sistema di imputarmi

478
personalmente le mie pecche poetiche, supponendo che
questo poema sia mio. S'io dipingo un Corsaro, un mi-
santropo, un libertino, un capo di banditi o un infedele,
è convenuto ch'io fo il mio ritratto; se in un poema, che
non v'è alcuna ragione di attribuirmi, si trova una donna
noiosa, pedante, è convenuto che dev'essere mia moglie.
Dove è la somiglianza, se non nelle parole di quelli che
vogliono vederne una? Per me alcuna non ne scorgo. Io
ho di rado ritrattato nelle mie opere un personaggio rea-
le sotto nomi finti; col loro vero nome ho chiamati quel-
li di cui ho voluto parlare; ed era una satira più forte d'o-
gni altra cosa che avessi potuto dire sotto nomi supposti.
Io ho approfittato, sia nel genere grave, sia nel comico,
di circostanze che son realmente esistite; e che stanno
alla poesia come i paesaggi a un quadro; ma le mie figu-
re non sono ritratti. Sarà avvenuto forse ch'io mi sia val-
so di parecchi avvenimenti che ho potuto osservare, o
che avvenuti sono nella mia famiglia, e ch'io abbia deli-
neato un brano delle mie avventure, allorchè esse pote-
vano far parte del mio subbietto; ma non ho mai pensato
ad introdurre nessuno de' membri di quella sotto aspetti
ad essi sfavorevoli; ciò che d'altra parte mi sarebbe stato
assai difficile.
Il mio dotto confratello continua affermando che «in-
vano lord Byron cercherebbe di giustificare la sua con-
dotta in questo negozio: e poichè egli ha sì apertamente
e sì audacemente provocata un'investigazione pubblica,
noi non vediamo perchè i suoi compatriotti non direbbe-

479
ro di lui tutto quello che ne pensano.» Io non intendo nè
mi curo di sapere come la libertà di un poema anonimo
e l'audacia di un ritratto imaginario, che il critico suppo-
ne esser quello di Lady Byron, possano meritare sì for-
midabili parole per parte di una voce tanto dolce; ma
quando egli mi dice ch'io non saprei in nessuna guisa
giustificare la mia condotta in questa circostanza, io con
lui mi accordo, perocchè nessuno può giustificarsi prima
di sapere quello di cui lo si incolpa, ed io non ho mai
potuto ottenere (sebbene Dio sappia quanto lo desideri!)
che i miei avversari formulassero un'accusa positiva, pa-
tente, manifesta, sceverata da quelle atrocità in cui mi
avvolgono vaghi bisbigli e quel misterioso silenzio che
han creduto dover conservare i consiglieri legali della
signora. Ma il critico non è egli soddisfatto di quello che
è già stato fatto e detto? La voce generale de' miei com-
patriotti non ha ella da lungo tempo proferita la mia sen-
tenza senza processo e la mia condanna senza prove?
Non sono io già stato esigliato coll'ostracismo, eccetto
che i biglietti che mi proscrivevano erano anonimi? Il
critico ignora egli quale fosse in tale circostanza l'opi-
nion pubblica, e come si sia agito verso di me? Se egli
lo ignora io non lo so che troppo: il pubblico lo avrà da
lungo obbliato, prima ch'io possa perderne la ricordan-
za.
L'uomo esigliato da una fazione ha la consolazione di
credersi un martire: egli è sostenuto dalle sue speranze e
dalla bontà reale o imaginaria della sua causa. Quegli

480
che fugge per sottrarsi a' suoi creditori può consolarsi
coll'idea che con un po' di tempo e di prudenza riordine-
rà i suoi affari; colui che è condannato dai tribunali sa
quanto dura il suo bando o può imaginare che un giorno
gli sarà fatta grazia; egli può credere di essere stato con-
dannato ingiustamente, e che si sia mal interpretato il
codice a suo riguardo; ma chi è messo fuor della legge
dall'opinion pubblica, senza l'intervento di alcun motivo
politico, senza che ciò sia il risultato di un giudizio in-
giusto o di cattivi affari, sia egli innocente o colpevole,
quell'uomo prova tutta l'amarezza di un esiglio, senza
speranza, senza orgoglio, senza conforti, e tal caso è il
mio. Su quali fatti si è appoggiata l'opinion pubblica?
Nol so, ma essa è stata unanime, è stata intera. Poche
cose son note della mia vita, o del mio cuore; si sa che
ho scritto poesie, che sono nobile, che mi sono ammo-
gliato, che son diventato padre, che ho avuto qualche
dissenso con mia moglie, e la sua famiglia; il motivo
nessuno lo conosce, perocchè le parti che si lagnano non
han voluto pubblicare le loro ragioni. Il mondo galante
si è diviso in due campi; nel mio non vi era che una pic-
cola minorità; il mondo ragionevole si è schierato natu-
ralmente dal lato più numeroso, che era quello della
donna ciò che formava la parte più convenevole e più
cavalleresca. La folla è stata attiva e rozza, e tale era l'o-
dio a cui io era soggetto a quel tempo, che la sciagurata
pubblicazione di due pagine di versi, piuttosto compli-
mentosi che ostili, è stata interpretata come una specie

481
di delitto, e di premeditato tradimento. Io sono stato ac-
cagionato dalla voce pubblica, e da animosità particolari
di vizi turpi; il mio nome, che era un nome nobile e im-
macolato fin dai giorni in cui i miei padri aiutarono Gu-
glielmo il Normanno a conquistare l'Inghilterra, fu co-
perto di fango. Io compresi che, se quello che si susurra-
va di me e se ne mormorava era vero, io non ero degno
di vivere in Inghilterra; se falso, l'Inghilterra non era de-
gna di me. Io mi ritrassi, ma ciò non bastava. In altri
paesi, in Svizzera, fra le ombre delle Alpi, e accanto agli
azzurri laghi, fui perseguitato e investito dalle stesse ca-
lunnie. Varcai i monti, ma accadde il medesimo; m'in-
noltrai un po' più, e mi stabilii in mezzo ai flutti dell'A-
driatico come un cervo agli estremi che si precipita nelle
onde.
S'io posso giudicarne dalle relazioni dei pochi amici
che mi rimangono, i gridori del tempo di cui favello sor-
passavano ogni cosa di tal genere anche nei casi in cui
motivi politici aveano aguzzata l'invidia, e raddoppiati
gli sdegni. Io fui consigliato di non andare ai teatri per
non essere insultato per le vie; anche nel giorno della
mia partenza, un mio intimo amico mi disse che egli te-
meva di qualche violenza per parte del popolo, che ripu-
tava mi stesse aspettando. Tuttavia questi consigli non
mi distolsero dall'andare a vedere Kean nelle sue più
belle parti, nè di votare secondo i miei principii; e ri-
spetto al terzo ed ultimo timore degli amici miei, io non
potei dividerlo non avendo conosciuto quanto esso fosse

482
fondato, se non qualche tempo dopo aver passato lo
stretto. Però quand'anche saputo l'avessi, io non son tale
da lasciarmi atterrire dallo sdegno degli uomini, sebbene
possa contristarmi il loro abborrimento. Se l'oltraggio
mi è personale posso difendermi, e farmi giustizia; se
debbo lottare contro una moltitudine, potrei forse del
pari riscattarmi coll'aiuto di qualcun altro, come ho già
fatto in simili circostanze.
Io son partito dal mio paese allorchè mi son veduto
oggetto di una maldicenza generale; nè potevo però
imaginare, come Gian Giacomo Rousseau, che tutto il
genere umano cospirasse contro di me, sebbene avessi
forse motivi giusti quanto i suoi per persuadermi della
medesima chimera. Io comprendevo che ero personal-
mente molto odioso all'Inghilterra; forse era colpa mia,
ma ad ogni modo il fatto non poteva negarsi. Il pubblico
non poteva essere stato così terribilmente sollevato in
massa, senza qualche accusa, o qualche calunnia recen-
te, insinuata o chiarita; avvegnachè a mala pena so com-
prendere che una circostanza tanto ordinaria, e che si
presenta tutti i giorni, quella di una separazione fra ma-
rito e moglie, abbia suscitata sola così gran fermento. Io
non ripeterò i lai di convenzione, non griderò contro «la
prevenzione, l'ingiustizia, la parzialità» come si suol
fare nelle difese comunali da tutti i partiti che hanno
avuto, o stan per avere un processo. Io ero nondimeno
alquanto sorpreso veggendomi condannato senza pure
un atto di accusa; veggendo che nella mancanza di

483
un'imputazione mostruosa, ogni delitto possibile, o im-
possibile, inventato dalla voce pubblica, teneva vece di
atto accusatorio, e perorava irrefragabilmente. Circo-
stanza siffatta non poteva aver luogo che per un uomo
interamente diffamato, nè essa ha alcun rimedio. Io feci
quanto potei, fin dove mel consentì la debolezza de'
miei mezzi, per piacere alla società. Nè io ho un partito
fra i galanti, sebbene ne fossi accagionato; meno ancora
ho partiti in letteratura. In politica votai coi Whigs, con
tutta l'importanza che può avere il voto di un Whig, in
quei giorni nei quali dominano i Torì; conosco tanti
membri delle due Camere quanti il grado mio mi pose a
tale di conoscerne, ma senza veruna ambizione, senza
nulla desiderare, se non forse l'amicizia di alcuni giova-
ni, della mia età e della condizione mia, e di un piccolo
numero d'uomini più maturi. Ecco i miei sostegni, la
mia salute in situazioni difficilissime. Non è questo uno
starsi affatto solo? Ed io mi sovvengo che Madama di
Staël mi disse, è già qualche tempo in Svizzera: «Voi
non potete resister solo a tutti..... è impossibile, è al di-
sopra delle forze di un solo individuo; io pure ho voluto
farlo in principio della mia vita, ma ne ho veduto l'im-
possibilità.» – Comprendo perfettamente la verità di
questa osservazione; ma il mondo mi ha onorato inco-
minciando la guerra, e se non si può ottenere la pace che
facendogli la corte, che pagandogli un tributo, io sono
inetto a conseguire il suo favore. Io penso con Camp-
bell, «va, assoggettati all'esiglio, e se il mondo non ti ha

484
amato, tu potrai ben sostenerne la lontananza.»
Mi rammento tuttavia che, profondamente offeso del-
la condotta di Romily (incaricato delle cose mie, che si
era fatto consigliere del mio avversario), osservai che
qualcuno di coloro, che erano così avidi di atterrare la
mia casa, potevano vedere adesso la loro già crollata, e
sentire una parte di quei colpi che mi inflissero. – Quel-
la di colui cadde, e lo schiacciò sotto le sue ruine.
Ho inteso dire, e lo credo senza fatica, che vi sono
certi esseri organizzati in guisa da non sentire le ingiu-
rie, ma io credo, che il miglior modo per non andare in-
contro ad eccessi, è di evitare le tentazioni della vendet-
ta. Io spero che non ne avrò mai i mezzi, perocchè non
sarei sicuro di potervi resistere, avendo ereditato da mia
madre qualche cosa del perfervidum ingenium Scoto-
rum. Non ho cercato però le occasioni, nè le cercherò, e
forse mai non mi si offriranno. Io non parlo qui di quel-
la che può aver torto o ragione, come le piacerà; ma di
coloro che si son giovati della sua querela per disfogare
il loro risentimento. Per lei ella deve da lungo tempo
avermi vendicato nel suo cuore, perocchè, quali che ab-
biano potuto essere i torti che patì (ella non me li ha mai
fatti conoscere), non aveva probabilmente pensato a
quali genti dava le armi per abbattere il padre della sua
figliuola, lo sposo da lei eletto.
In quanto all'opinione generale de' suoi compatriotti,
parlerò ora di alcuni in particolare.
Nel principio dell'anno 1817 comparve un articolo

485
della Rivista del Trimestre scritto io credo da Walter
Scott208 che molto onorava lui senza che me ledesse, e di
troppo favorevole tanto dal lato poetico che personale
all'opera e all'autore di cui trattava. Esso fu scritto in un
tempo, quando un uomo egoista non avrebbe voluto, e
un timido non avrebbe osato dire una parola in favore
dell'uno, o dell'altra; fu scritto da un uomo di cui l'opi-
nion pubblica mi avea fatto per un tempo rivale; distin-
zione gloriosa e non meritata, ma che non ci ha impedi-
to a me di amarlo, a lui di corrispondere alla mia affe-
zione. L'articolo di cui parlo trattava del terzo canto di
Childe-Harold, e dopo molte osservazioni che sarebbe
tanto inconveniente il ripeter qui, quanto impossibile a
me di dimenticare, concludeva, dicendo che sperava che
sarei potuto ritornare in Inghilterra. Come questa espres-
sione fosse accolta in Inghilterra, non so, ma di molta
offesa essa riescì a Roma ai rispettabili dieci o ventimila
viaggiatori inglesi ivi ragunati. Io non visitai Roma che
qualche tempo dopo, cosicchè non ebbi opportunità di
verificare il fatto; ma fui informato in seguito che una
grande ira si era manifestata nell'illuminato crocchio in-
glese di quell'anno che comprendeva... in mezzo ad una
gran quantità di lievito di Welbeck Street e di Devonshi-
re Place, di libertini viaggianti per la loro salute, alcune
famiglie ben note e ben educate che parteciparono ai
sentimenti di quell'istante. «Perchè tornerebbe egli in
Inghilterra?» fu l'esclamazione generale. Io rispondo
208
Vedi la Rivista citata, vol. 16.
486
perchè? È una quistione che mi sono talvolta fatta, e a
cui non ho mai potuto dare una risposta soddisfacente.
Non intendevo allora in nessuna guisa di ritornare nella
mia patria, e se vi penso ora è unicamente per por ordine
a' miei affari, e non per andarvi a cercare sollazzi. Seb-
bene la catena che mi riteneva sia stata infranta, riman-
gono ancora molti anelli intatti; vi sono doveri e obbli-
ghi che possono un giorno richiedere la mia presenza;
perocchè io sono padre. Ho anche alcuni amici che desi-
dero di rivedere, e con essi forse un nemico. Codeste
cose, ed altre meno importanti che riguardano la gestio-
ne de' miei negozi e delle mie proprietà, possono ricon-
durmi, e mi ricondurranno forse in Inghilterra; ma io vi
ritornerò con quei medesimi sentimenti coi quali l'ab-
bandonai rispetto a lei stessa, se non alle persone della
cui condotta sono stato informato dopo la mia partenza;
avvegnachè sia da molto tempo ch'io sono privo d'ogni
specie di schiarimenti, intorno ai loro atti e ai loro scrit-
ti. I miei amici, come tutti gli amici per uno scopo di
conciliazione mi nascondono tutto quello che possono,
ed anche molte cose che avrebbero dovuto svelarmi; tut-
tavia, ciò che è differito non è perduto, ma non è per
colpa mia se tal differimento non è divenuto perpetuo.
Io ho parlato di quello che accadde a Roma, unica-
mente per mostrare che il sentimento al quale mi riferi-
sco non era particolare agl'Inglesi soltanto abitanti in In-
ghilterra, e come per rispondere al rimprovero datomi
pel mio egoistico e volontario esiglio. Volontario sì lo è

487
stato, perocchè chi potrebbe abitare fra gente che tanto
vi abborre? Quanto poi sia stato egoistico, l'ho di già
spiegato.
Vengo ora al passo che mi rappresenta, come avente
esalata la mia bile contro uomini virtuosi di uno spirito
nobile, uomini «le cui virtù ben pochi possiedono;» pa-
role che alludono, io credo, umilmente al triumvirato as-
sai conosciuto sotto il nome di poeti dei laghi, allorchè
lo si riguarda come formante un'unità, e sotto quello di
Southey, Wordsworth e Coleridge, quando lo si conside-
ra nelle fazioni che lo compongono. Desidero dire una
parola o due sulle virtù pubbliche e private di uno di
questi personaggi, per ragioni che sto per manifestare.
Allorchè io lasciai l'Inghilterra nell'aprile 1816, infer-
mo di corpo e di spirito, e in pessime circostanze, stabi-
lii la mia dimora a Coligny, vicino al lago di Ginevra. Il
mio solo compagno di viaggio era un giovine medico
che dovea fare la sua fortuna nel mondo, ch'egli assai
poco conosceva, e che era naturalmente desideroso di
conoscer più gente, che a me non convenisse di vederne
nelle mie abitudini d'allora e colla mia esperienza del
passato. Io lo presentai quindi in parecchie case di Gine-
vra per le quali avevo lettere di raccomandazione, e
avendolo veduto in situazione da aprirsi da sè una via,
mi ritrassi del tutto dalla società, non facendo eccezione
che per una famiglia inglese che viveva a un quarto di
miglio da Diodati, e salvo anche alcune visite a Coppet
per compiacere a Madama di Staël. La famiglia inglese

488
della quale intendo, era composta di due signore, un
gentiluomo, e suo figlio fanciullo di un anno.
Uno di quegli spiriti magnanimi e di quegli uomini
virtuosi, per servirmi delle espressioni del Magazzino di
Edimburgo, fece a quel tempo o un po' dopo un viaggio
in Isvizzera. Al suo ritorno in Inghilterra egli divulgò, e
da quanto ne so inventò la novella, che il gentiluomo, di
cui ho parlato ed io avevamo pubblici vincoli colle due
sorelle, e stretto avevamo una lega incestuosa (cito le
parole come mi sono state riportate); nè si astenne dalle
chiose su quei legami, le quali furono con piacere ripe-
tute in pubblico da un altro membro di quella confrater-
nita poetica, di cui non dirò, se non che quand'anche il
fatto fosse stato vero, egli non avrebbe dovuto riprodur-
lo che con parole di dolore, almeno per riguardo mio.
Una parola bastò per rispondere a quella calunnia; le
due signore non erano sorelle nè affini in nessun grado,
se non pel secondo matrimonio di certi loro parenti, un
vedovo con una vedova essendo entrambe figlie di pri-
mo letto; nè l'una nè l'altra poi avevano diecinove anni
nel 1816. Un commercio incestuoso avrebbe potuto d'al-
tra parte difficilmente scandalizzare il gran patrono della
pantisocrazia. Si rammenta Mr. Southey questo tema?
Ma la cosa era affatto falsa.
Quanto un uomo, che come autore del Wat Tyler è
stato proclamato dal lord cancelliere colpevole di avere
scritto un libello empio e sedizioso che è stato denuncia-
to alla Camera dei Comuni dal dotto deputato di Nor-

489
wick, come un rinnegato bilioso sia atto a farsi giudice
degli altri, voglio che gli altri lo giudichino. Egli ha det-
to che per tale espressione svergogna Guglielmo Smith
come calunniatore, e che la sua condanna sopravvivrà al
di lui epitafio. Quale sarà la durata dell'epitafio di Gu-
glielmo Smith, e in quali termini verrà scritto? io non
so; ma le parole di Smith compongono l'epitafio stesso
di Roberto Southey. Egli ha scritto Wat Tyler, e preso il
posto di poeta laureato; ha nella Vita di Enrico Kirke
White chiamato i giornalisti una razza senza onore, e si
è fatto egli stesso poi un redattore di Riviste. Egli fu uno
dei fondatori della setta denominata pantisocrazia, per-
chè aveva tutto in comune, incluse le donne (o meglio le
bagascie) e la fa ora da moralista. Egli ha diffamato la
battaglia di Blheney, e lodata quella di Waterloo... ha
amata Maria Wolstoncrast, e ha cercato di calunniare il
carattere di sua figlia (una delle giovani menzionate)...
ha benedetto il tradimento, e serve il re... ha servito di
bersaglio all'Antigiacobino, ed è il puntello della Rivista
del Trimestre; leccando le mani che lo battevano, man-
giando il pane de' suoi nemici, e avvilendosi sotto il suo
stesso disprezzo... ora egli vorrebbe, sollevando una
tempesta anonima, riconquistare la stima degli altri
dopo aver perduta per sempre la propria, e celare la leb-
bra della sua degradazione. Che v'è in un tal uomo da
invidiarsi? Chi mai invidiò gl'invidiosi? È la sua nascita,
il suo nome, la sua fama o le sue virtù che desiderare io
debbo? Io nacqui dalla nobiltà ch'egli abborriva; e son

490
disceso, dal lato di mia madre, dai re che precederono
quelli ai quali egli ha venduto le sue lodi. Non sarà dun-
que la sua nascita. Come poeta, rispetto agli otto anni
trascorsi, io non ebbi a temer nulla da altri concorrenti;
e in quanto al futuro «quella vita promessa alla fede di
ogni poeta» esso sta aperto per tutti. Io rammenterò sol-
tanto a Mr. Southey colle parole di un critico, che avreb-
be annichilito, se vivesse ancora adesso e per sempre la
di lui esistenza letteraria, essendo il nemico giurato dei
gabbamondi e degli impostori che «tai sogni furono un
tempo quelli di Settle e di Algilby;» e per conto mio lo
assicuro, che dovunque si parlerà di lui e della sua setta
io mi terrò a gloria di essere dimenticato. Che ei non sia
contento dei suoi successi come poeta, lo si può con ra-
gione credere... egli è stato come il trastullo di tutti i
giornali; quello di Edimburgo lo atterrò; quello del Tri-
mestre il ripose in alto. Il Governo lo trovò utile ai suoi
fini, e raccomandò le sue opere ai compratori, talchè
egli vien talvolta comprato (parlo tanto dei libri, quanto
dell'autore), e lo si può trovare sugli scaffali, se non sul-
la tavola della maggior parte degl'impiegati. Intorno alle
sue private virtù non ne so nulla..... de' suoi principii ho
udito abbastanza. Essendo stato secondo le mie facoltà
caritatevole verso gli altri, io non temo confronti, e per
gli errori delle passioni fu sempre Mr. Southey così pla-
cido e così puro? Non agognò egli mai alla sposa del
suo vicino? Non calunniò mai la figlia della sposa del
vicino suo, la prole di quella che desiderava? Tanto sia

491
detto per l'apostolo della pantisocrazia.
Del «sublime e virtuoso» Wordsworth, un aneddoto
basterà a dimostrare la sincerità. In una conversazione
con Mr... sulla poesia, egli concluse; «al postutto non
darei cinque scellini per tutto quello che Southey ha
scritto.» Forse questo calcolo varrebbe a mostrar prima
la sua stima per cinque scellini, che il poco conto in cui
tiene il Dottor Southey; ma pensando che quando egli
era in bisogno, e che Southey aveva uno scellino, dicesi
traesse da esso sei picciole monete, è una goffa maniera
di computare. Questo aneddoto, mi fu narrato da perso-
ne che, citate coi loro nomi, proverebbero che la genea-
logia è poetica al pari che vera. Io posso appoggiarla
colla mia autorità, e son pronto a farlo per maggior dif-
fusione della calunnia di Mr. Southey.
Di Coleridge nulla dirò, e il perchè egli potrà immagi-
narlo.
Ho parlato di costoro più che non avrei voluto, essen-
do un po' incitato dalle osservazioni che mi indussero ad
entrare in questa materia. Io non veggo nulla in questi
uomini, sia come poeti o come individui, nei loro talenti
o nei loro caratteri, che possa impedire alle persone one-
ste dal mostrare per loro un gran disprezzo, in prosa o in
verso. Mr. Southey ha il Trimestre per campo di difesa,
Mr. Wordsworth i suoi poscritti alle ballate liriche, in
cui i due grandi esempi del sublime son presi da lui e da
Milton. «La colomba cova la sua dolce voce,» cioè a
dire ch'egli ha il piacere di ascoltarsi da sè nella più par-

492
te delle sue produzioni. Quale divinità ci obbliga a ri-
spettare costoro? È forse Apollo? Non sono essi di colo-
ro che chiamavano l'Ode di Dryden un canto da ubbria-
co, che hanno scoperto che l'Elegia di Gray è piena di
difetti (guardate alla vita di Coleridge, tomo primo, nota
sulla bontà che ha avuto Wordsworth di indicarglieli), e
non hanno essi pubblicato ciò che se ne conosce come la
più cattiva prosa che fosse mai dettata, per provare che
Pope non era poeta, e che Guglielmo Wordsworth lo è?
Sotto altri rispetti sono essi venerabili o venerati? È
egli sulla dichiarazione aperta di apostasia, o sulla pro-
tezione del Governo che fondano i loro titoli? Chi vi è
che stimi codesti parricidi dei loro principii? Essi sono
ben consci, che han tutto guadagnato nel loro mutamen-
to, fuorchè l'onore. I secoli han garentito il rispetto alla
costanza politica, e sebbene mutabili, l'onore non è mu-
tato. Guardate a Moore: molto tempo scorrerà prima che
Southey abbia in Londra un trionfo, com'egli ebbe in
Dublino, quand'anche il Governo lo votasse e spargesse
segretamente il danaro per ciò. Non era meno all'uomo
che al poeta; al patriotta tentato ma irremovibile; al con-
cittadina povero ma incorrotto, che l'Irlandese dal cuore
entusiasta pagò il più bello dei tributi. Mr. Southey può
pavoneggiarsi dinanzi a tutti, ma egli ha un disprezzo
sincerissimo per se stesso; e il furore col quale prorom-
pe contro tutti quelli della falange ch'egli ha disertata, è,
come diceva Smith, la bile di un rinnegato, il sozzo lin-
guaggio della prostituta che sta agli angoli delle vie, e

493
avventa le sue imprecazioni a tutti, fuorchè a coloro che
le han dato i piccoli scellini.
Di qui procedono le sue elucubrazioni politiche e let-
terarie della Rivista del Trimestre, ch'egli disse cosa di-
sonorata, e il suo cruccio particolare contro Leigh Hunt,
sebbene Hunt abbia fatto più per la riputazione di Word-
sworth come poeta che tutti i Laghisti colle loro lodi nei
venticinque ultimi anni trascorsi.
E qui desidero di dire alcune parole sullo stato attuale
della poesia inglese. Che questo sia un secolo di decadi-
mento per la poesia nostra, sarà posto in dubbio da po-
chi di coloro che hanno con calma considerato un tale
soggetto. L'esservi alcuni uomini di genio fra i presenti
poeti poco abbatte il fatto, perchè è stato sagacemente
osservato che dopo colui che forma il gusto del proprio
paese, il più gran genio è quello che lo corrompe. Nes-
suno ha mai negato genio al Marini che corruppe non
solo il gusto dell'Italia, ma quello di tutta Europa per
quasi un secolo. La gran cagione dello stato deplorabile
della poesia inglese dei nostri giorni, vuolsi attribuire
allo stolto e sistematico disprezzo di Pope, pel quale in
questi ultimi anni vi è stato una specie di concorrenza
epidemica. Gli uomini delle più opposte opinioni si
sono uniti in ciò. Warton e Churchill cominciarono,
avendo tolta l'idea probabilmente dagli eroi della Dun-
ciada e dalla loro interna convinzione, che la loro ripu-
tazione sarebbe stata sempre nulla, finchè il più perfetto
ed armonioso dei poeti, quegli che non avendo pecche si

494
era attirato il rimprovero di essere ragionevole, non fos-
se ridotto a quello che essi chiamavano il suo giusto li-
vello; ma essi pure non osarono degradarlo al disotto di
Dryden. Goldsmith e Rogers e Campbell fra i suoi di-
scepoli, coloro che ottennero più successi, e Hayle, che
sebben debole, ha lasciato un poema che facilmente non
perirà (il Trionfo del Temperamento), sostennero la ripu-
tazione di quello stile puro e senza errori; e Crabbe, il
primo dei poeti contemporanei, ha quasi eguagliato il
maestro. Poi venne Darwin, che fu atterrato da un solo
poema dell'Antigiacobino; e i Merry e i Jernigham che
furono annichiliti (se può annichilirsi quello che non
esiste) da Gifford, l'ultimo dei buoni autori satirici.
Nel tempo istesso Mr. Southey dava al pubblico il
Wat Tyler, e la Giovanna d'Arco a gran gloria del dram-
ma e dell'epopea. Dimando perdono: Wat Tyler e Peter
Bell erano anche manoscritti, e non fu che dopo che Mr.
Southey ebbe ricevuto la sua botte di malvagia, e che
Mr. Wordsworth fu incaricato di esaminarla, che la gran
tragedia rivoluzionaria fu posta dinanzi al pubblico e al
tribunale della cancelleria. Wordsworth facea girare le
sue ballate liriche, e meditava una prefazione che dove-
va esser seguita, com'è ben giusto, da un postscriptum;
entrambe, fatte con una prosa che avrebbe recato un di-
letto particolare a coloro che hanno letto le prefazioni di
Pope e di Dryden... di poco meno celebri per la bellezza
della prosa loro, che pei vezzi dei loro versi. Wordswor-
th è il rovescio di quel gentiluomo di Molière che aveva

495
parlato in prosa tutto il tempo di sua vita, senza accor-
gersene, perocchè egli crede di avere scritto per tutta la
sua vita sì prosa che versi, e ciò ch'ei riguarda come tale
non può veramente chiamarsi con nessuno di questi due
nomi. Mr. Coleridge, il vates, futuro poeta e veggente
del Morning Post (onore pure reclamato da Mr. Fitzge-
rald che predisse la caduta di Buonaparte alla quale egli
molto contribuì bistrattandolo col nome di Corso), fu al-
lora impiegato ad annunziare la condanna di Mr. Pitt e
la desolazione dell'Inghilterra nelle due migliori copie di
versi ch'egli mai scrivesse, cioè l'infernale egloga, del
Fuoco, Fame e Strage, e l'Ode all'Anno moribondo.
Questi tre personaggi, Southey, Wordsworth e Cole-
ridge sentivano tutti tre un'antipatia naturale per Pope,
ed io perciò li rispetto, pensando che è il solo sentimen-
to o principio che essi hanno saputo conservare. Essi
hanno veduto unirsi a loro in tale odio quelli che non vi
si erano uniti per nessun'altra cosa: gli editori della Rivi-
sta di Edimburgo e tutta la massa eterogenea dei poeti
inglesi viventi, eccetto Crabbe, Rogers, Gifford e Camp-
bell, che e coi precetti e colla pratica han dimostrato la
stima in cui tenevano Pope; e me che nella pratica mi
sono vergognosamente allontanato da' suoi precetti, ma
che ho sempre amato ed onorato con tutta l'anima mia la
sua poesia, e che spero di ciò fare fino alla morte. Io
vorrei piuttosto vedere tutto quello che ho scritto sop-
pannare quell'istesso baule in cui lessi a Malta nel 1811
l'undicesimo libro di un poema epico moderno, che sa-

496
grificare ciò in cui fermamente credo, come nel cristia-
nesimo della poesia inglese, la poesia di Pope.
Ma i redattori della Rivista di Edimburgo, i Laghisti,
Hunt e la sua scuola, e tutti gli altri colle scuole loro ed
anche Moore senza scuola, e i lettori dilettanti delle
classi, gli uomini d'età matura che traducono e imitano,
le giovani dame che ascoltano e ripetono, i baronetti che
disegnano freddi frontispizi per cattivi poeti, e i nobili
che li fan pranzare con loro alla campagna, il piccol cor-
po dei belli spiriti e la gran torma degli azzurri si son da
breve adoprati ad una censura della quale i loro padri sa-
rebbero stati ontosi, come lo saranno i loro figli. Intanto
cosa abbiam noi sostituito? La scuola dei Laghi che co-
minciò con un poema epico scritto in sei settimane (è
così che la Giovanna d'Arco si proclamò da se stessa), e
che finì con una ballata composta in venti anni, come
l'autore, del Peter Bell ha cura d'informarne i pochi che
a lui s'interessano. Cosa abbiamo sostituito? Un diluvio
di floscie e inintelligibili romanze a imitazione di Scott
e di me, che abbiam fatto entrambi quel meglio che po-
tevamo con così cattivi materiali e in così erroneo siste-
ma. Cosa abbiamo sostituito? Madoch che non è nè un
poema epico, nè veruna altra cosa; Thalaba, Kehama,
Gebir e altre simili inezie, scritte in tutti i metri e in nes-
suna lingua. Hunt, che aveva avuto il talento per fare
una Storia di Rimini, perfetta come una favola di Dry-
den, stimò bene il sagrificare il suo genio e il suo buon
gusto ad alcune idee tenebrose di Wordsworth, ch'io lo

497
sfido a spiegare. Moore ha..... ma perchè continuerei?
Tutti, ad eccezione di Crabbe, di Rogers e di Campbell,
che possono considerarsi come aventi ottenuto il loro
posto, sopravvivranno per grazia di Dio alla loro fama,
senza giungere perciò ad una straordinaria longevità. Vi
dev'essere ancora un'eccezione in favore di coloro che,
non avendo conseguita alcuna riputazione, se non presso
i dotti delle campagne e nelle loro famiglie, non ne han-
no alcuna da perdere; e di Moore anche che come il
Burns dell'Irlanda possiede un nome che non può smar-
rirsi.
La più gran parte dei poeti menzionati han potuto tut-
tavia farsi una piccola coorte di seguaci. Un foglio del
Connaisseur, dice, che è stato osservato dai Francesi che
un gatto, un prete ed una vecchia, bastano a costituire
una setta religiosa in Inghilterra. Lo stesso numero di
animali, con qualche differenza nella specie, basterà a
comporre una setta poetica. Se noi prendiamo sir Gior-
gio Beaumont invece del prete, Mr. Wordsworth per la
vecchia, completeremo quasi la serie richiesta; ma io
temo che Mr. Southey a mal in cuore si presterebbe a
rappresentare il gatto, avendo dimostrato troppo chiara-
mente ch'egli era di una specie di cui questa nobile crea-
tura è il nemico maggiore.
Nullameno non andrò tant'oltre, quanto Mr. Word-
sworth, che nel suo postscriptum pretende che nessun
gran poeta ottenne mai vivente un'alta fama; ciò che in-
terpretato significa che Guglielmo Wordsworth non è

498
così letto da' suoi contemporanei, quant'egli lo desidere-
rebbe. Codesta asserzione è falsa al pari che stolta. La
gloria di Omero procedeva dalla popolarità della sua
persona; egli recitava e senza le forti impressioni del
momento, chi avrebbe imparato l'Iliade a memoria, e
chi l'avrebbe affidata alla tradizione? Ennio, Terenzio,
Plauto, Lucrezio, Orazio, Virgilio, Eschilo, Sofocle, Eu-
ripide, Saffo, Anacreonte, Teocrito, tutti i grandi poeti
dell'antichità furono la delizia dei loro contemporanei.
La stessa esistenza di un poeta, prima dell'invenzione
della stampa, dipendeva dalla sua immediata popolarità;
e quando mai nocque alla sua riputazione avvenire?
Quasi mai. La storia ci ammonisce che i migliori son
venuti fino a noi. La ragione è patente; i più popolari
trovavano maggior numero di copisti dei loro mano-
scritti, e male possono i moderni, di cui i più grandi non
si avvicinano a quelli che debolmente, sostenere che il
gusto dei loro contemporanei era corrotto. Dante, Pe-
trarca, Ariosto e Tasso furono il delirio dei loro secoli. Il
poema di Dante venne celebrato assai prima della sua
morte, e quella accaduta, dopo poco tempo, gli Stati
trattarono per avere le sue ceneri, e contesero sui luoghi
in cui era stata composta la Divina Commedia. Petrarca
fu coronato in Campidoglio. I banditi, che avevan letto
l'Orlando Furioso, permisero all'Ariosto di passare libe-
ramente. Io non raccomanderei a Mr. Wordsworth di
fare la stessa esperienza co' suoi Contrabbandieri209.
209
Smugglers. Poema di Wordsworth.
499
Tasso, in onta delle critiche dei Cruscanti, sarebbe pure
stato coronato in Campidoglio senza la sua morte.
È facile a provare la popolarità immediata dei princi-
pali poeti della sola nazione moderna dell'Europa, che
abbia una lingua poetica, gli Italiani. Fra noi Shakspea-
re, Spencer, Jonson, Waller, Dryden, Congrève, Pope,
Young, Shenstone, Thomson, Johnson, Goldsmith, Gray
furon tutti popolari in vita e dopo. L'Elegia di Gray
piacque subito, e piacerà eternamente. Le sue odi non
piacquero, e non piaceranno mai. La politica di Milton
l'oscurò. Ma l'epigramma di Dryden e il grande spaccio
fatto della sua opera, se si pensa al tempo nel quale fu
pubblicata, in cui si leggeva così poco, prova ch'egli fu
onorato da' suoi contemporanei. Io mi avventurerò ad
affermare che la vendita del Paradiso perduto fu mag-
giore nei quattro primi anni dopo la pubblicazione, che
quella dell'Escursione210 nello stesso lasso di tempo, col-
la differenza di quasi un secolo e mezzo trascorso fra
queste due opere, e di molte migliaia di più di lettori.
Nullameno Mr. Wordsworth, volendo citar Milton come
uno di quei poeti che non furono popolari in vita, per
appoggiare la sua tesi che i nostri nipoti leggeranno le di
lui opere (le opere di Mr. Wordsworth), io lo esorterò a
cominciare da prima dalle nostre nonne. Ma ei non deve
crucciarsi: egli può vivere ancora abbastanza per veder
passare gl'invidiosi come Darwin e Seward, Hoole, Hole
e Hoyle sono passati; ma la loro caduta non lo innalzerà:
210
Altro poema di Wordsworth.
500
Wordsworth è essenzialmente un cattivo scrittore, e tutti
gli errori degli altri non possono afforzarlo. Egli potrà
avere una setta, ma non mai un pubblico e il suo udito-
rio sarà sempre piccolo senza essere idóneo... fuorchè a
Bedlam.
Mi si potrà chiedere perchè avendo quest'opinione
dello stato attuale della poesia in Inghilterra, e nutrendo-
la io da lungo tempo, come i miei amici ed altri ben san-
no... possedendo o avendo posseduto, come scrittore,
l'orecchio del pubblico nei tempi presenti... non abbia
adottata una maniera differente nelle mie composizioni,
e non mi sia sforzato di correggere, piuttostochè d'inco-
raggire il gusto del giorno. A ciò risponderò, che è più
facile di vedere il male che di seguire il bene, e che non
mi son mai lusingato di occupare (con Peter Bell; vede-
te la sua prefazione) un seggio permanente nella lettera-
tura del nostro paese. Quelli che da vicino mi conoscono
lo sanno, e non ignorano ch'io mi son molto meraviglia-
to del successo passeggero delle mie opere, non avendo
adulato nessun individuo e nessun partito, ed avendo
espresso opinioni che non son quelle della massa dei let-
tori. Se avessi potuto prevedere il grado d'attenzione che
mi è stata concessa, mi sarei certo sforzato di meglio
meritarla: ma io sono vissuto in paesi lontani e forestie-
ri, o in un mondo turbolento e che non era propizio allo
studio o alle meditazioni; talchè tutto quello che ho
scritto è stato un puro moto dell'anima, un moto, è vero,
di diversi generi, ma sempre soggetto all'influenza della

501
passione; perocchè (se non è una maniera irlandese di
parlare) la mia indifferenza era una specie di passione,
risultato dell'esperienza, e non una filosofia della natura.
Lo scrivere diventa un abito, come la piacenteria nelle
donne; vi sono certe donne che non hanno avuto alcun
amorazzo; ma poche che ne abbiano avuto uno solo;
così vi sono milioni d'uomini che non han mai scritto un
libro, ma pochi che uno solo ne abbiano scritto. Perciò,
avendo cominciato, ho seguitata la mia via incoraggito
dagli applausi del momento, e nondimeno non contando
in veruna guisa sulla durata di quelli, e, oso dirlo, senza
neppure desiderarla. Ma allora, oltre a' miei scritti, io
feci altre cose che menomamente non contribuirono a
migliorare quelle mie opere o la mia prosperità.
È in questo modo che ho pubblicamente espresso sul-
la poesia odierna l'opinione che ne ho da lungo tempo
concepita; ed io l'ho detta a tutti coloro che me la chie-
devano, e ad alcuni che avrebbero preferito il non udir-
la; come dissi a Moore, non è molto, che noi eravamo
tutti sopra una falsa via, eccetto Rogers, Crabbe e Cam-
pbell. Senza essere vecchio di anni, lo sono di giorni; nè
mi sento bastante energia per dettare un'opera che mo-
stri quello ch'io credo buono in poesia, e conviene mi
accontenti coll'aver fatto palese quello ch'io stimo catti-
vo. Sorgeranno, lo credo, giovani illustri che, togliendo-
si al contagio che ha sbandita la poesia dalla nostra let-
teratura, la richiameranno nel nostro paese quale essa fu
un tempo, e quale ancora può essere.

502
Intanto il miglior segno di ammenda sarà il pentimen-
to, e nuove e frequenti edizioni di Pope e di Dryden.
Si troverà una metafisica così confortevole, e dieci
volte più di poesia nel Saggio sull'Uomo che nell'Escur-
sione. Se cercate la passione, dove la volete trovare più
forte che nella Lettera di Eloisa ad Abelardo, o nel Pa-
lamone ed Arcite? Se desiderate l'invenzione, l'immagi-
nazione, il sublime o i caratteri, ammirateli nel Riccio
Rapito, nelle Favole di Dryden, nell'Ode al giorno di
santa Cecilia, nell'Assalonne e Achitofel. Voi scoprirete
in questi due poeti soltanto tutto quello di cui la ricerca
vi costringerebbe a compulsare innumerevoli volumi, e
Dio solo sa quanti scrittori dei nostri tempi senza rinve-
nirvi una sola di quelle qualità. Io non parlo di spirito,
che questi ultimi non sanno neppure cosa sia. Non ho
però dimenticato Tommaso Brown il giovane, nè La fa-
miglia Fuggia, nè Whistlecraft: ma ivi non è spirito..... è
bizzarria. Io non dirò nulla dell'armonia di Pope e di
Dryden in confronto; perocchè non vi è un poeta viven-
te, eccetto Rogers, Gifford, Campbell e Crabbe, che sap-
pia dettare una stanza eroica. Il fatto è, che la squisita
bellezza dei loro versi ha distolta l'attenzion pubblica
dalle loro altre perfezioni, in quella guisa che l'occhio
del volgo si fermerà piuttosto sullo splendore dell'uni-
forme, che sulle qualità delle schiere. È quella grande
armonia specialmente in Pope, che gli ha sollevato con-
tro il gergo volgare e atroce del giorno: perchè i suoi
versi son perfetti, si crede che sia la sua sola perfezione;

503
perchè le sue verità sono chiarissime, si afferma che non
ha invenzione; e perchè è sempre intelligibile, si dice
che non ha genio. Con ischerno ci si assicura ch'egli è il
Poeta della Ragione, come se questa fosse un motivo
perchè ei non fosse poeta. Prendendolo passo a passo, io
vorrei citare più versi di Pope pieni d'invenzione, che di
due poeti viventi quali ch'essi si fossero. Per scegliere
un esempio a caso in una specie di composizione non
molto favorevole all'immaginativa..... la satira; esamina-
te il carattere di Sporo, con quella meravigliosa copia
d'idee sparse in quello scritto, e ponetevi di fronte un
egual numero di versi scelti da due poeti viventi... dove
li troverete?
Cito un esempio fra i molti onde rispondere all'ingiu-
stizia fatta alla memoria di quegli che armonizzò la no-
stra lingua poetica. I novelli autori, i sedicenti genii tro-
vano più facile il moltiplicare le contorsioni, che lo scri-
vere col gusto semplice e simmetrico di colui che deli-
ziò i loro padri; essi godono a dire che la novella scuola
fa rivivere la lingua del secolo della regina Elisabetta, il
vero inglese, dove che al tempo di Anna non si scriveva
che un francese corrotto ciò che era una specie di tradi-
mento letterario.
Il verso bianco serbato al dramma, e che ad eccezione
di Milton nessuno aveva creduto poter sostituire alla
rima, venne all'ordine del giorno; oppure si fecero versi
rimati più prosaici degli stessi versi bianchi. So che
Johnson ha detto, non senza qualche peritanza, ch'egli

504
desiderava che Milton avesse rimato i suoi versi. Le opi-
nioni di quell'uomo veramente grande, cui è pure ora di
moda il disprezzare, saranno sempre accolte da me con
rispetto, e il tempo consacrerà il merito e l'autorità dei
suoi giudizii; ma con tutta umiltà io non sono persuaso
che il Paradiso Perduto fosse passato più nobilmente
alla posterità coi distici eroici, se pure non fossero stati
abilmente variati, colla strofa di Spenser o del Tasso, o
colla terzina del Dante; che il genio di Milton avrebbe
potuto facilmente trasportare nel nostro idioma. Le sta-
gioni di Thomson sarebbero state meglio in rima, quan-
tunque pure inferiori al suo Castello dell'Indolenza; e la
Giovanna d'Arco, di Mr. Southey non vi avrebbe scapi-
tato, sebbene avesse dovuto spendervi sei mesi invece di
sei settimane. Io raccomando anche agli amanti di liri-
che la lettura delle Odi del Laureato, e quella di Dryden
a Santa Cecilia, ma li consiglio a cominciare da quelle
di Mr Southey.
Tutte queste proposizioni sembreranno forse ai genii
divini e ai giovani scrittori ispirati del giorno, strani pa-
radossi: questa sarà anche l'opinione dei nostri più gran-
di critici. Ma tutto ciò non avrebbe dato luogo a dispute
venti anni fa, e fra dieci anni sarà una verità di nuovo ri-
conosciuta. Io vuo' concludere con due citazioni per
istruzione di alcuni amici classici di Cambridge, che si
credono onorati di aver avuto Giovanni Dryden per pre-
decessore nel loro collegio, e per ricordar loro che essi
debbono i loro primi piaceri poetici e inglesi, al piccolo

505
rosignuolo di Twickenhan. La prima è tolta dalle note al
poema degli Amici..
È solo in questi ultimi venti o trent'anni che la critica
ha fatto quelle maravigliose scoperte che hanno inse-
gnato ai nostri moderni verseggiatori a dispregiare quel-
l'armonioso, energico e morale poeta. Le conseguenze
di questa mancanza della dovuta stima ad uno scrittore,
che il buon senso dei nostri predecessori avea posto nel-
l'alta schiera che gli apriva un posto, sono state numero-
se e abbastanza disonorevoli. Questo non è il luogo di
entrare in tale subbietto, quand'anche esso non riguar-
dasse che il nostro modo di far versi, ed ora vi sono altre
materie di più importanza che richieggono le nostre me-
ditazioni.»
La seconda è presa dalle opere di un giovine che im-
para a scrivere in poesia, e che comincia dall'insegnare
l'arte. Ascoltatelo...
«Ma voi eravate morti a cose che ignoravate; eravate
legati strettamente a leggi rancide, guidati da misere re-
gole e da un vile compasso; voi apparavate ad una scuo-
la d'ignoranti a forbire, a leccare, ad aggiustare fino a
che, come i gradini del sogno di Giacobbe, i versi si
adattassero gli uni agli altri: e facile era il vostro carico.
Un migliaio d'artigiani poeti portava la maschera della
poesia, razza empia che bistrattava il gran lirico e nol
conosceva, inalberando uno stendardo decrepito intar-
siato di emblemi e di motti stupidi, e mostrante nel mez-
zo il nome di un Boileau!»

506
Un po' più innanzi egli così definiva la maniera di
Pope:
«Uno scisma alimentato da fatuità e da barbarie, che
faceva arrossire il grande Apollo per questa sua terra.»
Io credevo che la fatuità fosse la conseguenza di uno
stile raffinato; ma non importa.
Quello che ho citato basterà a mostrare i sentimenti
dei nuovi poeti sopra colui che rese la poesia inglese ar-
moniosa, e la gran superiorità delle loro variazioni.
Lo scrittore di questo brano è un piccolo rospo dei la-
ghi, un giovine discepolo di sei o sette nuove scuole, in
cui egli ha appreso a vergare tai versi e ad esprimere i
sentimenti che ho riportati. Egli dice che facile era il ca-
rico d'imitar Pope, e forse di eguagliarlo presumo. Io gli
consiglio di farne la prova prima di essere così positivo
su tale subbietto, e quindi di confrontare ciò ch'egli avrà
scritto, e ciò che ha scritto fino adesso, colle più umili e
più giovanili composizioni di Pope, pubblicate in un'età
anche minore di quella di Mr. Keats, allorchè egli inven-
tò il suo nuovo saggio sulla critica, intitolato Sonno e
Poesia (titolo di mal augurio), e da cui son tolti i canoni
su riferiti. L'opera di Pope fu scritta di diecinove anni, e
pubblicata di ventidue.
Tali sono i trionfi delle nuove scuole, e tali gli allievi.
I discepoli di Pope furono Johnson, Goldsmith, Rogers,
Campbell, Crabbe, Gifford, Matthias, Hayley e l'autore
del Paradiso delle Civette, ai quali si possono aggiunge-
re Richards, Heber, Wrangham, Bland, Hodgson, Meri-

507
vale ed altri che non hanno ottenuta tutta la fama che
meritavano, perchè v'è fortuna nella gloria come in tutto
il resto, e perchè la corsa non è sempre vinta dal più ce-
lere, nè la battaglia dal più forte. Ora in tutte queste
nuove scuole... dico tutte, perocchè, come legioni, esse
son molte... è egli apparso un solo allievo che abbia fat-
to arrossire il suo maestro, a meno che non sia Sotheby
che ha imitato tutti, e che ha talvolta sorpassati i suoi
modelli? Scott ha trovato un favore particolare e molti
imitatori nel bel sesso: vi fu miss Holford, miss Mitford
e miss Framis; ma sia permesso di dire con civiltà, che
nessuno de' suoi imitatori ha fatto molto onore all'origi-
nale, eccetto Hogg, il pastore di Ettrick, fino all'appari-
zione della Fidanzata di Triermain e all'Aroldo l'Intrepi-
do, che, secondo alcuni, lo hanno eguagliato, se non su-
perato. Però oimè! al termine di tre o quattro anni, essi
stessi divengono capi di scuole. Southey e Coleridge
hanno essi un discepolo di vaglia? Wilson non ha fatto
nulla di bene, fino a che non ha camminato, secondo il
proprio impulso, nella Città della Peste. Moore od ogni
altro scrittore di rinomanza, ha egli un solo addetto? In-
vece è da osservarsi, che quasi tutti gli allievi di Pope
che ho nominati hanno fatto belle e grandi opere: e non
fu il numero de' suoi imitatori che finalmente nocque
alla sua fama, ma l'impossibilità di imitarlo e la facilità
colla quale si scrive sottraendosi alle sue norme. Quello
stesso motivo che induceva quel cittadino di Atene a
chiedere l'esiglio di Aristide, perchè era stanco di udirlo

508
chiamare il Giusto, è il medesimo che ha cagionato il
temporaneo bando di Pope dal regno della letteratura.
Ma tale ostracismo avrà un termine, e quanto più presto,
tanto meglio, non per lui, ma per coloro che lo hanno
espulso e per la veniente generazione, che arrossirà che i
suoi padri gli fossero nemici.
Ritorno ora allo scrittore dell'articolo che mi ha mos-
so a fare queste osservazioni, e che credo onestamente
essere John Wilson, uomo di grande ingegno e di molta
dottrina, ben conosciuto dal pubblico come autore della
Città della Peste, dell'Isola delle Palme e di altre opere.
Io mi prendo la libertà di nominarlo con quella stessa
cortesia che lo indusse a chiarirmi quale autore del Don
Giovanni. In quanto al mio disprezzo pei laghisti, egli
può forse ricordarsi ch'io ho già da lungo tempo esterna-
ta e definita la mia opinione, rispetto a loro, in una lette-
ra a Mr. James Hogg; che il detto Hogg, un po' contro le
leggi dell'urbanità, mostrò a Wilson nell'anno 1814,
com'egli stesso me ne informò nella sua risposta, dicen-
domi in via di scusa: «Il diavolo mi porti se potei aste-
nermene!» Io non credo, che allora nulla che sentisse
d'invidia, mi spingesse a pensar meglio o peggio di Sou-
they, di Wordsworth e di Coleridge come poeti, ch'io nol
fo ora, sebbene mi siano state adesso riferite una o due
cose che accrescono il mio disprezzo per loro come in-
dividui. E in risposta alle invettive di Mr. Wilson, mi
contenterò di fargli un'interrogazione: ha egli mai com-
posta, recitata o cantata nessuna parodia, o parodie, sui

509
salmi in certa gioviale ragunata di giovani di Edimbur-
go? Non è già ch'io creda che vi fosse in ciò nulla di
molto riprensibile, perocchè tutto dipende dall'intenzio-
ne colla quale tale parodia era fatta. Se era col fine di
volgere in riso i canti sacri, è un peccato; se intendeva di
farsi beffe di un soggetto profano, o di inculcare una ve-
rità morale, non ve n'è alcuno. Nel primo caso la Pro-
fessione di fede di uno scettico, molte Parodie politiche
su differenti passi della Scrittura, fra le altre una celebre
Preghiera al Signore, e la bella Parabola morale di
Franklin in favore della tolleranza, la quale è stata spes-
so presa per un estratto della Genesi, diverrebbero colpe
delle più infamanti. Ma io desidero di sapere se Mr. Wil-
son ha mai fatto quello di cui lo si accusa; e se lo ha fat-
to, perchè è così scandalizzato di certe parti del Don
Giovanni? Non fu vista in uno dei primi numeri del Ma-
gazzino di Blackwood una imitazione profana?
Chiuderò questa lunga risposta a un breve articolo,
esprimendo il mio pentimento di avere parlato tanto di
me per difendermi, e così poco della decadenza inevita-
bile dell'odierna poesia. Avendo ciò detto, non si crederà
che io voglia sostenere il Don Giovanni, nè alcun'altra
opera di poeti viventi: io nol tenterò neppure. E quan-
tunque io non creda che Mr. Wilson mi abbia in questa
circostanza trattato con candore e moderazione, penso
che il mio linguaggio, parlando di lui personalmente,
proverà ch'io gli voglio così poco male, quant'egli stesso
mi porta poco odio in fondo al cuore; ma i doveri di un

510
editore, come quelli di un collettore di tasse, sono pe-
rentorii, e non possono essere trasandati. Ho detto.

511
DISCORSI PARLAMENTARI

DISCUSSIONE CONCERNENTE GLI OPERAI

27 FEBBRAIO 1812.

L'ordine del giorno per la seconda lettura di questo


Bill, essendo votato, Lord Byron sorge, e parla così:
Milordi, il soggetto sottoposto in questo momento per
la prima volta alle Vostre Signorie, sebben nuovo per la
Camera, non lo è certo pel paese. Questa controversia si
era attirata la seria attenzione di ogni genere di persone,
prima che venisse ventilata dai legislatori, il cui inter-
vento in siffatta materia poteva soltanto esser veramente
utile. Benchè straniero non solo a questa Camera in ge-
nerale, ma anche a quasi tutti coloro di cui oso implora-
re l'attenzione, la cognizione personale che ho delle
sciagure della contea di cui si tratta, mi fa un obbligo di
reclamare un po' dell'indulgenza delle Signorie Vostre,
per le poche osservazioni che ho da sottoporvi in mate-
ria alla quale, lo confesso, mi sento assai interessato.
Sarebbe superfluo l'entrare in minuti particolari ri-
spetto ai torbidi occorsi: la Camera conosce già che, ad
eccezione del sangue, oltraggi ed atti ostili di ogni ma-
niera sono stati commessi, e che l'insulto e la violenza si
sono esercitati sui proprietarii delle macchine proscritte
512
dai perturbatori, come su tutti coloro che avean con essi
qualche attinenza. Nel breve tempo che ho passato nella
provincia di Nottingham, dodici ore non iscorrevano
senza che fierissimi atti non venissero compiuti; e il
giorno in cui abbandonai la contea, seppi che nella pre-
cedente sera quaranta macchine erano state infrante, e
senza resistenza, e senza che i malfattori venissero de-
nunciati.
Tale era allora lo stato di quella contea, e tale ho ra-
gione di credere sia anche adesso: ma ammettendo fero-
cissimi quegli atti, non si può negare ch'essi hanno la
loro origine in una mala condizione, alla quale non po-
trebbe nulla paragonarsi. La perseveranza di quegli scia-
gurati nella loro colpevole condotta, prova che non ci è
voluto meno di una mancanza d'ogni agiatezza per so-
spingere una popolazione numerosa, laboriosa e onesta,
fino a questo dì, a commettere eccessi così pericolosi
per loro, per le loro famiglie e pel paese. Nel momento
di cui ho parlato, la città e la contea erano ingombre di
nuovi presidii, la pulizia era in moto, i magistrati raccol-
ti; nondimeno tutta quella solerzia delle autorità civili e
militari non riesciva a nulla. Impossibile era stato l'arre-
stare in delitto flagrante un solo colpevole vero, contro
il quale sapessero riunirsi le testimonianze necessarie a
proferire una condanna. Non è a dire nondimeno che la
polizia avesse poltrito; molti delinquenti erano stati ac-
cennati uomini evidentemente rei del delitto capitale
della povertà, uomini rei di aver posto al mondo legitti-

513
mamente parecchi figli che, grazie alle sciagure dei tem-
pi, divenivano inetti ad alimentare. Una grave ingiuria è
stata fatta ai proprietari di quelle officine. Quelle mac-
chine riescivan loro vantaggiose in quanto che rendeva-
no inutile l'impiego di un certo numero di operai, i quali
in conseguenza non potevan più che morir di fame. Col-
l'adozione di una specie di macchina particolarmente,
un uomo solo compiva l'opera di molti, e gli altri rima-
nevano abbandonati. Osserviamo però che il prodotto di
un tal lavoro era di qualità inferiore, che non poteva
smaltirsi nel paese, e avrebbe potuto soltanto servire al-
l'esportazione. Quegli articoli col gergo del commercio
venían chiamati tele di ragno. Gli artieri e la cecità della
loro ignoranza, anzichè rallegrarsi di quei perfeziona-
menti nelle arti sì vantaggiose al genere umano, si ri-
guardarono come vittime immolate a' progressi mecca-
nici. Nella loro follía immaginarono che l'esistenza e il
ben essere della classe industriosa, fosse un oggetto di
maggior importanza dell'arricchimento di alcuni indivi-
dui, conseguenza del perfezionamento negli strumenti
del lavoro, che lasciano l'operaio senza collocamento. E
deve confessarsi che s'egli è vero che l'adozione di un
vasto sistema di macchine nello stato in cui si trovava il
nostro commercio, non è gran tempo, ha potuto essere
utile al padrone senza nuocere all'operaio, pure nella
condizione attuale delle nostre fabbriche, allorchè i pro-
dotti delle manifatture infracidano nei magazzini senza
speranza di esportazione, allorchè v'è diminuzione egua-

514
le nelle dimande di opere e di lavoratori, macchine di tal
fatta, non possono che materialmente aggravare la po-
vertà e il malcontento degli sciagurati, di cui inutile di-
venta ogni industria. Ma tale povertà e i torbidi che ne
conseguono hanno una causa più profonda. Allorchè ci
si dice che quegli uomini si collegano non solo per di-
struggere il loro ben essere, ma anche i loro mezzi di
sussistenza possiam noi dimenticare che è la politica fu-
nesta, la guerra fatale degli ultimi dieciotto anni che ha
annientato il loro ben essere, il vostro, quello di tutti?
Tale politica, opera di grandi uomini che più non sono, è
sopravvissuta agli estinti per flagello dei vivi fino alla
terza e alla quarta generazione! Gl'insorti non han di-
strutte le macchine se non quando esse son diventate
inutili, peggio che inutili, se non quando son divenute
un ostacolo reale all'acquisto del loro pane quotidiano.
Stupirete voi quindi che in un tempo, come il nostro, in
cui il fallimento, la frode, la fellonía, trovansi fra perso-
ne poco al disotto delle Signorie Vostre, la parte inferio-
re e tuttavia più utile della popolazione, dimentichi i
suoi doveri nella sua nudità, e si renda soltanto un po'
meno colpevole di qualcuno de' suoi rappresentanti? Ma
intantochè il colpevole di inclita progenie trovava mez-
zo di deluder la legge, forza è che nuove offese capitali
siano create, che nuovi lacciuoli vengan tesi agli operai
che la fame ha incitato al delitto. Quegli insorti non
avrebber chiesto nulla di più che di poter zappare la ter-
ra, ma la zappa stava fra altre mani. Essi non avrebbero

515
arrossito di mendicare, ma niuno si trovava per soccor-
rerli: i mezzi di sussistenza eran loro tolti, nessun altro
lavoro si offeriva, e i loro eccessi, sebben condannabili e
tristi, non possono sorprenderci.
Fu detto, che coloro che possedevano le macchine,
annuissero alla loro distruzione. Se un'indagine riesce a
provare ciò, è necessario che siffatti complici vengan
puniti come autori principali del delitto. Ma io speravo
che le misure, proposte dal governo di Sua Maestà alla
decisione delle Vostre Signorie, avessero la conciliazio-
ne per base: o s'egli era troppo lusingarsi, che un proces-
so informativo, una deliberazione qualunque sarebbe
stata giudicata necessaria. Nè io credevo che senza esa-
me, senza investigazioni ci si avesse a chiedere di profe-
rire avventate sentenze, di segnare ad occhi chiusi con-
danne di morte. Ma supponendo che quegli insorti non
avessero alcun motivo di querelarsi, supponendo che i
loro crucci, e quello dei loro signori, fossero del pari
senza fondamento, che essi non meritassero alcuna gra-
zia, quale imbecillità, quale dappocaggine han presiedu-
to alle misure adottate per reprimere lo scandalo! Se si
volevano far intervenir le milizie, era egli necessario il
rendere tale intervenzione ridicola? Finchè la diversità
delle stagioni lo ha permesso, la campagna d'estate del
maggiore Sturgeon è stata parodiata, e tutte le operazio-
ni civili e militari sembrano aver avuto a modello quelle
del prefetto e della corporazione di Garatt. Quante mar-
cie e contromarcie da Nottingham a Bullwell, da Bull-

516
well a Bauford, da Bauford a Mansfield! e allorchè infi-
ne i battaglioni son giunti al loro destino con tutto l'ap-
parecchio della guerriera pompa, essi sono appunto
giunti a tempo per esser testimoni del male che era stato
fatto, per appurare l'evasione dei colpevoli, per racco-
gliere le spolia opima delle macchine infrante, e rientrar
quindi ne' loro quartieri fra i sogghigni delle vecchie e
gli scherni degli adolescenti. Ora sebbene in un paese li-
bero si possa desiderare che i nostri soldati non sian mai
un oggetto di spavento, almeno per noi, io non veggo
perchè s'abbiano a porre in condizioni in cui non posso-
no essere che ridicoli. Siccome la spada è il peggiore
strumento che possa adoprarsi, così deve esser l'ultimo.
In questa circostanza è stato il primo, ma fortunatamen-
te è rimasto nel fodero. È vero che la misura attuale lo
farà escire. Nondimeno se opportune assemblee si fosse-
ro congregate al principio di quei commovimenti, se i
lagni di quegli operai e dei loro padroni (perocchè que-
sti ultimi pure avevano di che lagnarsi) fossero stati im-
parzialmente pesati ed equamente discussi, io credo che
si sarebbe trovato modo di ridur quegli uomini ai loro
lavori e ristabilir l'ordine nella contea. In questo mo-
mento la contea soffre pel doppio flagello di eserciti
oziosi e di una popolazione affamata. In quale stato di
apatia siam noi dunque rimasti assorti per tanto tempo,
che sia ora la prima volta che la Camera è stata ufficial-
mente avvertita di quelle commozioni? Esse avvenivano
a 130 miglia da Londra, intantochè noi, «buona gente,

517
nella securità della nostra grandezza,» tranquillamente
ci occupavamo a goder dei nostri trionfi in terre fore-
stiere, in mezzo alle domestiche calamità. Ma tutte le
città che voi avete prese, tutti gli eserciti che son fuggiti
davanti ai vostri generali son tristi temi di rallegramen-
to, se la discordia divide il vostro paese, e se v'è forza di
inviare dragoni e carnefici contro i vostri concittadini.
Voi chiamate quegl'insorti un volgo sfrenato, ignorante e
pericoloso, e sembrate credere che il solo mezzo di far
tacere la bellua multorum capitum, sia quello di abbatte-
re alcune teste! Ma il volgo ancora vien più facilmente
ricondotto alla ragione colla mansuetudine, che coi ca-
stighi. Conosciamo noi tutte le obbligazioni che abbia-
mo al volgo? È il volgo che solca i vostri campi e serve
nelle vostre case... che combatte sulle vostre navi e
compone i vostri eserciti... che vi ha posti a tale di far
fronte all'intero mondo, e farà fronte anche a voi, allor-
chè la vostra noncuranza e la sciagura l'avran sospinto
alla disperazione. Voi potete dar al popolo il nome di
plebe, ma non dimenticate che è spesso il popolo che
colla voce della plebe favella; nè qui so astenermi dal
notare con qual sollecitudine voi correte in soccorso de'
vostri alleati infelici, abbandonando gl'infelici della vo-
stra patria contrada alle cure della Provvidenza o... della
parrocchia. Allorchè i Portoghesi si videro agli estremi,
mercè la ritirata dei Francesi, tutte le braccia vennero al-
lungate, tutte le mani si apersero; dagli splendidi doni
del ricco, fino all'obolo della vedova, tutto fu prodigato

518
per metterli in condizione di riedificare i loro villaggi e
di risarcire i loro granai; e in questi momenti in cui mi-
gliaia dei vostri compatriotti traviati, ma in preda alla
più orrenda miseria, lottano contro tutto ciò che la scia-
gura e la fame hanno di più spaventoso, la vostra carità
che pei lontani paesi si e mostrata, deve esser muta fra
di voi? Una somma assai minore, la decima parte di
quei benefizii che furono prodigati al Portogallo,
quand'anche questi insorti non fossero potuti ritornare
alle loro officine (locchè non potrei ammettere senza di-
samine), avrebbe reso inutile il caritatevole ufficio della
baionetta e del patibolo. Ma senza dubbio i nostri amici
stranieri han titoli più numerosi alla nostra benevolenza
perchè si ammetta la possibilità di soccorsi domestici; e
nullameno non mai necessità più incalzanti gli hanno re-
clamati. Ho traversato il teatro della guerra nella Peniso-
la, ho visitate alcune delle più oppresse provincie di
Turchia, ma sotto il più dispotico dei governi infedeli
non ho veduto miserie così orrende, come dopo il mio
ritorno nel cuore medesimo di un paese cristiano. E qua-
le riparo recate voi ad un tale stato di cose? Dopo mesi
interi di inazione, o di una azione anche peggiore, viene
alfine il grande specifico, la ricetta infallibile di tutti i
medici dello Stato dai giorni di Dracone fino a noi.
Dopo che si saranno tastati i polsi agli infermi scrollan-
do la testa, dopochè si sarà ordinata l'acqua calda e la
sanguigua di consuetudine, l'acqua calda della vostra
polizia e la lancetta dei vostri soldati, codeste convulsio-

519
ni debbono terminare colla morte, risultato inevitabile di
tutti i Sangradi politici. Senza parlare dell'ingiustizia pa-
lese e della vanità certa del Bill, la pena capitale non è
essa abbastanza prodigata nei vostri statuti? Non v'è ba-
stante sangue sul vostro codice penale? Se n'ha a spar-
ger altro perchè salga al Cielo e attesti contro di voi?
Come farete eseguire questo Bill? Porrete prigione tutta
una contea? Innalzerete un patibolo in ogni campo per
appendervi uomini a guisa di spauracchi? ovvero (e sarà
necessario), per adempiere a tal misura, procederete per
via di decimazione? Metterete il paese sotto l'impero
della legge marziale? spopolerete tutta una terra per tra-
sformarla in una vasta solitudine? Volete offrire in dono
alla corona la foresta di Shervood, e ristabilirla nella sua
prima condizione di caccia reale e di asilo pei malfatto-
ri? Son questi i vostri rimedii ai mali di un popolo fame-
lico e furioso? Credete che lo sciagurato, che per fame
ha saputo affrontare le vostre baionette, si lascierà atter-
rire da una forca? Allorchè la morte è un sollievo, il
solo, pare, che voi consentiate di concedergli, i vostri
dragoni il riconduranno all'ordine? Quello che non pote-
ron fare i vostri granatieri, lo faranno i vostri carnefici?
Se bramate seguire le forme legali, dove saranno le vo-
stre prove? Coloro che han rifiutato di accusare i loro
complici, allorchè la pena minacciata non era che la de-
portazione, non acconsentiranno certo a deporre con-
tr'essi quando la pena è la morte. Con tutto il rispetto e
la deferenza ch'io debbo ai nobili lordi del lato opposto,

520
credo che alcune investigazioni, qualche esame, mute-
rebbero le loro risoluzioni. Quel ritrovato sì caro ai di-
plomatici, tanto efficace in molte circostanze recenti, il
temporeggiare non sarebbe qui senza utile. Allorchè una
misura di emancipazione o di risarcimento vi è propo-
sta, voi esitate, deliberate per anni ed anni; tenete a
bada, ricorrete a mille stratagemmi, a mille vie impac-
ciate; ma una legge di morte deve votarsi liberamente e
senza pensare alle conseguenze! Io sono certo, da quello
che ho veduto e udito, che nelle circostanze attuali far
passare questo Bill senza disamine, senza deliberazioni,
sarebbe un unire l'ingiustizia allo sdegno, la barbarie al-
l'indifferenza. Gli autori di un tal Bill debbono rasse-
gnarsi agli onori di quel legislatore di Atene le cui leggi
erano, dicesi, scritte non coll'inchiostro, ma col sangue.
Ma supponiamo che un tal Bill sia adottato; supponiamo
uno di quegli uomini, quali io ne ho veduti... emunti dal-
la fame, immersi in una cupa disperazione, incurevoli di
una vita che le Signorie Vostre son forse per apprezzar
meno..... supponiamo quell'uomo circondato da' figli
suoi, ai quali non può dar pane neppure a rischio della
sua vita, in procinto di vedersi strappato per sempre da
una famiglia che la sua pacifica industria aveva fino al-
lora sostenuta, e per la quale non può più far nulla... im-
maginiamo un tal uomo, e ve n'ha delle migliaia in tal
situazione fra i quali potete scegliere le vostre vittime;
immaginiamolo trascinato dinanzi a un tribunale per es-
servi giudicato per questo nuovo misfatto in virtù di

521
questa nuova legge; ebbene, mancheranno ancora due
cose, secondo me, per giudicarlo e condannarlo, cioè...
dodici beccai per giurì, e un Jefferies per giudice!

DISCUSSIONE
SULLA MOZIONE DEL CONTE DI DONOUGHMORE
PER LA NOMINA DI UN COMITATO CHE ESAMINASSE
LE DIMANDE DEI CATTOLICI ROMANI

21 APRILE 1812.

Lord Byron si alza e dice:


Milordi..... la mozione fatta ora alla Camera è stata sì
spesso, sì pienamente, sì espertamente discussa, e in
questa sessione più che in ogni altra, che difficile sareb-
be il trovare nuovi argomenti o pro, o contro. Ma ad
ogni nuova discussione alcuni ostacoli sono stati tolti,
varie obbiezioni esaminate e confutate, e parecchi fra gli
antichi avversarii della emancipazione cattolica hanno
alfine riconosciuto l'opportunità di far ragione alla di-
manda dei petenti. Nullameno anche con tali concessio-
ni una nuova obbiezione s'innalza; non è tempo, si dice,
o improprio è tal tempo, o bastante tempo per ciò rimar-
rà. Per un lato io consento con coloro che dicono, che
proprio non è questo tempo, e infatti il tempo è passato,
e meglio sarebbe stato pel paese che i cattolici possedes-
sero ora la loro parte dei nostri privilegii, che i loro no-

522
bili esercitassero nei nostri consigli la influenza alla
quale hanno diritto, e che congregati non fossimo per
ventilare ora le loro dimande. Meglio sarebbe,
«Non tempora tali
«Cogere concilium cum muros obsidet hostis.»

Il nemico è al di fuori e il dolore è fra noi. Non è tem-


po di cavillare sopra punti di dottrine, allorchè è nostro
dovere l'unirci per la difesa di cose più importanti, che
semplici cerimonie di religione. Strana cosa! noi siam
qui raccolti per deliberare, non sul Dio che adoriamo,
perchè in ciò siam tutti concordanti; non sul re al quale
obbediamo, perchè siam tutti sudditi fedeli; ma per sa-
pere fino a qual punto una differenza di culto, l'atto del
credere non troppo poco, ma troppo (è la più grande ac-
cusa mossa ai cattolici); un eccesso di devozione a Dio
possa essere un ostacolo ai nostri concittadini per servi-
re efficacemente il loro re.
In questo ricinto, così come al di fuori, si è molto par-
lato di Chiesa e di Stato; e benchè queste parole venera-
bili siano state troppo di frequente prostituite ai più di-
spregievoli interessi di parte, noi non potremmo udirle
troppo spesso. Ognuno, è qui, io credo, partigiano della
Chiesa e dello Stato: la Chiesa di Cristo e lo Stato della
Gran-Bretagna; ma non uno Stato di esclusione e di di-
spotismo, non una Chiesa intollerante nè militante, che
vada soggetta alle obbiezioni fatte alla comunione ro-
mana e in grado anche maggiore, avvegnachè la Chiesa
cattolica si limita a privarci della sua benedizione spiri-
523
tuale (e ciò anche è dubbio), ma la nostra Chiesa o il
clero nostro rifiuta ai cattolici non solo la sua spiritual
grazia, ma ogni qualunque vantaggio temporale. Celebre
è il detto del gran lord Peterborough «amo un re parla-
mentare e una costituzione parlamentare, ma non un Dio
parlamentare e una religione parlamentare.» Il lasso di
un secolo non ha indebolita la forza di questa osserva-
zione. È tempo infatti che rinunziamo a queste misere
sottigliezze sopra punti frivoli; a questi lilipuziani sofi-
smi per sapere se sia meglio romper le uova di fianco o
di punta.
Gli opponenti dei cattolici possono dividersi in due
classi, quelli che affermano che i cattolici han già troppo
ottenuto, e quelli che pretendono che gli ordini inferiori
almeno non han più nulla da dimandare. I primi ci dico-
no che i cattolici non saran mai contenti; gli altri che
son già abbastanza tutelati. Quest'ultimo paradosso ri-
mane validamente disdetto dalle dimande attuali e ante-
riori; tanto varrebbe il dire che i Negri non desiderano di
essere emancipati; ma è un cattivo paragone, imperoc-
chè voi gli avete redenti dalla schiavitù senza nessuna
dimanda per parte loro e malgrado le numerose petizioni
dei loro signori; onde è che, quando io ciò considero,
compiango i contadini cattolici di non aver avuto la for-
tuna di nascer neri. Ma i cattolici, v'ha chi afferma, son
contenti, o almeno debbono esserlo; noterò dunque di
volo alcune circostanze che maravigliosamente contri-
buiscono a farli lieti. Nell'armata regolare il libero eser-

524
cizio della loro religione è ad essi tolto; il soldato catto-
lico è costretto di assistere al servizio dell'ecclesiastico
protestante, e, a meno che non sia acquartierato in Irlan-
da o in Spagna, dove troverà l'opportunità per assistere
al culto suo? Cappellani cattolici non furono concessi
alla milizia Irlandese che come un favore speciale e ci
vollero perciò anni di rimostranze, benchè una legge
promulgata nel 1793 lo avesse stabilito come un diritto.
Ma i cattolici sono essi convenientemente protetti in Ir-
landa? La Chiesa può ella comprare una spanna di terra
per erigervi un tempietto? No, tutti gli edifizii del culto
sono stati costrutti dietro permesso dei laici ch'essi pos-
sono ad ogni istante rivocare o violare. Dal momento in
cui il minimo desiderio irragionevole, il più piccolo ca-
priccio futile del benevolo proprietario trova qualche
opposizione, le porte vengon chiuse alla congregazione.
Ciò accade continuamente; ma non mai ve ne ebbe
esempio più forte che nella città di Newton-Barry, nella
Contea di Wexford. I cattolici non avendovi chiese rego-
lari presero provvisoriamente in affitto due fattorie che,
essendo state riunite, servirono al pubblico culto. A quel
tempo dimorava in faccia a quel luogo un uffiziale il di
cui spirito era profondamente imbevuto di quei pregiu-
dizii che fortunatamente, lo veggiamo dalle petizioni
protestanti deposte su questi banchi, sembrano essere
stati sradicati dalla parte più razionale della popolazio-
ne: nel momento dunque in cui i cattolici stavan raguna-
ti la domenica, come sogliono, pieni di sentimenti di

525
pace e di benevolenza per adorare il loro Dio e il vostro,
rimasero sorpresi dal veder chiudersi la porta della loro
chiesa: nel punto stesso un uffiziale della milizia e un
magistrato dichiararon loro che, se non si dipartivano
immediatamente, si sarebbe letta loro la legge sulle
sommosse, e l'assemblea sarebbe stata dispersa a colpi
di baionetta. Fu reclamato di tal violenza all'intermedia-
rio del governo, al segretario del Castello nel 1806, e
questi rispose, che si sarebbe scritto al colonnello onde
impedire per l'avvenire siffatti disordini. Tale e non altro
fu il risarcimento. Da questo fatto non si possono rica-
vare grandi conseguenze, ma esso serve a provare che,
finchè la Chiesa cattolica non avrà il potere di comprare
terreni per costituirvi le sue cappelle, le leggi bandite
per proteggerla saranno come se non esistessero. Nella
condizione attuale delle cose i cattolici sono a discrezio-
ne d'ogni magistrato, per quanto piccolo, a cui può ta-
lentare d'insultare il suo Dio e di oltraggiare i suoi simi-
li.
Ogni scolare, ogni lacchè (perocchè se ne son visti al-
cuni altamente impiegati nei nostri eserciti), ogni lacchè
che può cambiare le sue fettuccie in una spallina, potrà
fare tutto ciò e più anche contro i cattolici in virtù di
quell'autorità stessa che gli ha delegata il suo sovrano,
per l'espresso proposito di difendere i suoi concittadini
sino all'ultima stilla del suo sangue senza cavilli o di-
stinzioni fra cattolici e protestanti.
I cattolici Irlandesi hanno essi pienamente il benefizio

526
di esser giudicati dai giurì? Non l'hanno; nè mai l'avran-
no finchè ammessi non siano a parte del privilegio di
servire come sceriffi e sotto sceriffi. Un grave esempio
in proposito di ciò si vide alle ultime assise di Enniskil-
len. Un benestante fu accusato dell'omicidio di un catto-
lico chiamato Mac Vournagh. Tre spettabili testimoni
deposero che essi avevano veduto caricar l'arma ed era-
no stati presenti a quell'uccisione. Il giudice fece di ciò
un sagace commento, ma con stupore del fôro e sdegno
della corte, il giurì protestante assolse l'accusato. Tale
parzialità era così visibile, che il giudice Osborne credè
suo debito di farsi dare una forte cauzione dall'assassino
assolto, ma non scolpato, togliendogli così momenta-
neamente la facoltà di uccidere i cattolici.
E le leggi pure promulgate in loro favore sono esse
osservate? Esse sono di nessun effetto così nei casi futili
come negli importanti.
Una legge recente ha permesso i cappellani cattolici
nelle carceri; ma nella contea di Fermanagh il gran giurì
ha recentemente persistito nel presentare a tal carica un
ministro anglicano, eludendo per tal modo lo statuto, in
onta delle vive rimostranze di un rispettabile magistrato
chiamato Hetcher. Tale è la legge, tale la giustizia pel
cattolico fortunato, libero e contento! È stato dimandato
altra volta perchè i cattolici ricchi non dotassero stabili-
menti per l'educazione del loro sacerdozio? Perchè non
consentite ad essi di farlo? Perchè tali dotazioni sono
esse soggette alle intervenzioni vessatorie, arbitrarie e

527
frodolenti di commissarii della casa di Orange preposti
alle donazioni di carità?
Quanto al collegio di Maynoth211, se se ne esclude il
tempo in cui fu fondato, allorchè un nobile lord (Cam-
den), alla testa dell'amministrazione Irlandese, parve in-
teressarsi a' suoi progressi; se se ne eccettua il reggi-
mento di un nobile duca (Bedford) che come i suoi avi
si è sempre mostrato amico della libertà e del genere
umano, e non ha adottata la politica egoistica del giorno,
tanto da ripudiare i cattolici dal numero dei suoi simili;
con queste due eccezioni soltanto, quell'istituzione non
è mai stata convenientemente incoraggita. So che vi fu
un tempo in cui si faceva di tutto per blandire il clero
cattolico: era, allorchè ventilavasi la questione dell'U-
nione, quell'unione che non poteva essere ottenuta senza
il loro concorso; e quando la loro cooperazione diveniva
necessaria a conseguire i voti delle contee cattoliche, al-
lora essi furono carezzati, vezzeggiati, temuti, adulati, e
si disse loro che l'Unione era tutto: ma appena la legge
fu passata, risospinti furono con disprezzo nella loro pri-
mitiva oscurità.
Nella condotta tenuta rispetto al collegio di Maynoth,
tutto sembra fatto apposta per irritare e confondere... per
cancellare ogni più lieve impressione di gratitudine dal-
la mente dei cattolici; non vi è fino al fieno, al grasso e
al sego di cui il pagamento e l'iscrizione sui libri non
debbano farsi dietro giuramento. È vero che non si po-
211
Collegio cattolico.
528
trebbe abbastanza lodare tale economia in miniatura, so-
pratutto in un tempo in cui gl'insetti concussionarii del
tesoro, gli Hunt e i Chinnery, sono i soli che sfuggono
all'occhio microscopico dei ministri. Ma quando ad ogni
sessione è forza lo strapparvi, per così dire, una misera-
bile pietanza, e che vi gloriate della vostra liberalità,
non possono i cattolici gridare con Prior: «John mi ha
renduto bei servigii, ma sciaguratamente ad ognuno lo
dice, così io son seco più che sdebitato.»
Alcuni hanno paragonato i cattolici al mendico di Gil
Blas: Chi gli ha resi accattoni? Chi si è arricchito colle
spoglie dei loro avi? E non potete voi sollevare il pove-
ro, allorchè sono i vostri padri che tale lo han reso? Se
siete disposti a sollevarlo, non potete farlo senza gittar-
gli in volto i vostri scellini? Pure, come per contrasto a
questa gretta benevolenza, volgiamo gli occhi alle scuo-
le protestanti privilegiate; voi avete di fresco conceduto
ad esse 41000 lire sterline: così esse sono sostenute, così
provviste. Montesquieu parlando della costituzione in-
glese, osserva, che può trovarsene il modello in Tacito,
laddove lo storico descrive la politica dei Germani, e ag-
giunge: «Questo bel sistema fu preso dai boschi;» e così
parlando delle scuole privilegiate, può dirsi che questo
bel sistema venne tolto dagli zingani. Quelle scuole ven-
gono reclutate, come lo erano i Giannizzeri al tempo di
Amurat, e come gli zingani dei nostri giorni, con fan-
ciulli rubati, tolti ai loro parenti cattolici dai loro ricchi e
potenti vicini protestanti: ciò è noto, e basterà un esem-

529
pio a mostrare come vien condotta la cosa. La sorella di
certo Mr. Carthy (possidente cattolico assai dovizioso)
morì lasciando due figlie che furon tosto adocchiate
come proseliti, e inviate alla scuola privilegiata di Cool-
greny. Il loro zio apprendendo ciò che era avvenuto du-
rante una sua assenza, reclamò le sue nipoti, pronto a
conceder loro un'entrata fissa e bastevole; la sua diman-
da venne rigettata, e non fu che dopo cinque anni di lot-
ta e coll'intervenzione di un'autorità delle più alte, che
quel cattolico potè ritirare le sue parenti prossime da
una scuola privilegiata. Così si ottengono i proseliti mi-
sti ai figli dei protestanti, che han facoltà di approfittare
dei vantaggi dell'istituzione. E in qual guisa vengono
essi istruiti? un catechismo è posto nelle loro mani, e
consiste, io credo, in quarantacinque pagine nelle quali
si trovano tre quistioni relative alla religione protestan-
te: una di tali questioni è, «dove era la religione prote-
stante prima di Lutero?» Risposta. «Nell'Evangelo.» Le
restanti quarantaquattro pagine e mezzo si riferiscono
alla dannabile idolatria dei papisti.
Mi sia permesso di chiedere ai nostri maestri e pastori
spirituali, s'egli è questo il modo di mettere un fanciullo
nella via che deve seguire? È questa la religione dell'E-
vangelo prima di Lutero? Quella religione che grida:
«pace alla terra e gloria a Dio?» È questo un modo d'al-
levare i bambini perchè divengan uomini o diavoli? Me-
glio sarebbe mandarli dovunque altrove, piuttostochè in-
segnar loro tali dottrine; meglio inviarli a quelle isole

530
dei mari meridionali, dove potrebbero più umanamente
apprendere a diventar cannibali; meno turpe sarebbe che
venissero cresciuti nell'uso di divorar gli estinti, che di
perseguitare i vivi. Scuole voi le chiamate? Chiamatele
fogne, dove la vipera dell'intolleranza depone i nati
suoi, onde, quando i loro denti sono spuntati e il loro ve-
leno è maturo, possano escire sconci e mortiferi a pun-
gere i cattolici. Ma son queste le dottrine della Chiesa
d'Inghilterra e del suo Clero? No, i più istruiti ecclesia-
stici sono di diverso avviso. Che cosa dice Paley? «Non
veggo ragione perchè uomini di differenti religioni non
possano assidersi su di uno stesso banco, deliberare in
uno stesso consiglio o combattere in una medesima
schiera, in quella guisa che uomini di differenti religioni
discutono di storia naturale, di filosofia o di etica.» Po-
trà rispondersi che Paley non era molto ortodosso; non
so nulla della sua ortodossia, ma chi potrà negare ch'ei
non fosse un ornamento della Chiesa, della natura uma-
na e della cristianità?
Io non mi intratterrò sulle lagnanze per le decime tan-
to prodigiosamente sentite per le campagne; ma può es-
ser proprio l'osservare che vi è un'aggiunta a questa
soma, un tanto per cento di ragione del collettore, il qua-
le per conseguenza è interessato all'accrescimento di
una tal imposta; e noi sappiamo che in molti ricchi be-
nefizii d'Irlanda i soli possidenti protestanti raccolgono
le decime.
Fra molte cause di sdegno, numerose troppo per esse-

531
re recapitolate, ve n'ha una nella milizia ch'io non debbo
passare sotto silenzio..... vuo' parlare delle loggie Oran-
giste istituite fra i soldati. Possono gli uffiziali negar
ciò? e se tali loggie esistono, sono esse proprie, sapreb-
bero esse mantenere l'armonia fra uomini che, sebbene
uniti nelle schiere, son così tenuti individualmente sepa-
rati in società? Tal sistema generale di persecuzione, de-
v'egli permettersi, e può credersi che di tal sistema i cat-
tolici sappiano o debbano essere contenti? se lo sono,
disdicono alla natura umana; e sono indegni di tutt'altro,
fuorchè della schiavitù in cui gli avete posti. I fatti da
me esposti vengono appoggiati dalle più rispettabili au-
torità, nè io senza ciò mi sarei avventurato in tal luogo o
in qualunque luogo a così parlare. Se essi sono esagera-
ti, non mancheran persone per ismentirli, come che in-
capaci io ne le creda: e se mi si obbietta che non son
mai stato in Irlanda, rispondo: Perchè non potrebbe co-
noscersi l'Irlanda senza esservi stati, dacchè vi son per-
sone nate e cresciute colà, immerse nondimeno in una
completa ignoranza dei suoi veri interessi?
Ma v'ha chi asserisce che troppo miti si è di già stati
coi cattolici. Vedete, gridan costoro, quello che per loro
si è fatto! ad essi dato abbiamo un collegio intero, ad
essi accordato il cibo e le vestimenta, il godimento pie-
no degli elementi, e il permesso di combattere per noi
finchè membra e vita abbiano, e nondimeno non son pa-
ghi! – Generosi e giusti declamatori! A questo, ed a que-
sto soltanto, sale la somma di tutti i vostri argomenti,

532
dove snudati dei loro sofismi. Cotali personaggi mi fan
sovvenire della storia di un certo tamburino, che essen-
do stato per le sue discipline obbligato ad infliggere un
castigo ad un amico legato alle alabarde, fu supplicato
da questo di battere il più in su che poteva, ciò che egli
fece; poi di battere più in giù ciò che ancor fece... di bat-
ter quindi nel mezzo, al che pure aderì; ma battesse egli
in mezzo, in giù o in su, era sempre invano; il paziente
continuava a lagnarsi con intollerabile ostinazione, fin-
chè il tamburino esausto e collerico, cacciò il flagello
gridando: «il diavolo vi abbruci, dovunque vi si batta,
mai non si riesce a contentarvi!» Così avviene con voi;
voi avete sferzati i cattolici in tutte le parti, e stupite che
non sian mai contenti. È vero che il tempo, l'esperienza
e quel disgusto che consegue l'esercizio della barbarie vi
hanno insegnato a battere un po' meno forte; ma sempre
continuate ad alzare il flagello, e continuerete finchè la
verga forse vi venga divelta dalle mani e applicata ai
dorsi vostri e della vostra posterità.
Fu notato da qualcuno in un'altra seduta (non mi ri-
cordo da chi, nè molto bramo di ricordarmene), che se i
cattolici vengono emancipati, non v'è ragione perchè nol
siano anche gli ebrei. Se questo sentimento fosse stato
dettato da compassione per gli ebrei, potrebbe meritare
qualche attenzione; ma come un sarcasmo contro i cat-
tolici, che è esso se non il linguaggio di Shylock tra-
sportato dal matrimonio di sua figlia all'emancipazione
di cui parliamo?... «Così se l'avesse qualunque della tri-

533
bù di Barabba, piuttosto che un cristiano.» Io presumo
che un cattolico sia un cristiano anche nell'opinione di
quegli il di cui gusto soltanto può esser messo in que-
stione dopo una tale preferenza data agli ebrei.
Vi è un'osservazione spesso ripetuta dal dottor John-
son (ch'io riguardo come autorità quasi tanto buona,
quanto il gentile apostolo dell'intolleranza Dr. Duige-
nan): è che l'uomo, capace ai nostri tempi di concepire
timori gravi per la Chiesa, avrebbe «gridato al fuoco du-
rante il diluvio.» Questa è più che una metafora, peroc-
chè si direbbe che un avanzo di quegli antidiluviani è
venuto fino a noi con fuoco in bocca e acqua nel cervel-
lo per turbare e spaventare il genere umano con pazze
grida. Un sintomo doloroso e infallibile della malattia
da cui li credo tocchi (come qualunque medico ne potrà
informare le Signorie Vostre), è di vedere perpetuamen-
te librarsi una fiamma dinanzi ai loro occhi, sopra tutto
quando i loro occhi son chiusi (come lo son quelli delle
persone alle quali accenno); ed è impossibile di persua-
dere a quella povera gente, che il fuoco contro al quale
non cessano di garantirsi, come anche di guarentir noi,
non è altro che un ignis fatuus della loro imbelle imma-
ginazione. Qual rabarbaro, qual senna o qual purgante
può sanare la loro mente? Cosa impossibile! Essi son
fuori di speranza, e può dirsi di loro:

«Caput insanabile tribus Anticyris.»

Questi sono i vostri veri protestanti. Come Bayle che


534
protestava contro tutte le sètte, quali che si fossero, così
essi protestano contro le petizioni cattoliche, contro le
protezioni protestanti, contro ogni risarcimento, contro
tutto ciò che la ragione, l'umanità, la politica, la giusti-
zia e il senso comune possono opporre alle delusioni del
loro assurdo delirio. Siffatte persone capovolgono la fa-
vola della montagna che partorì un topo; sono essi i topi
che credonsi gravidi di montagne.
Per tornare ai cattolici, supponiamo che gl'Irlandesi
fossero paghi delle loro attuali condizioni, supponiamoli
tanto stolti da non desiderar la loro liberazione: non
dobbiamo noi agognarla per essi? Non abbiam noi nulla
da guadagnare colla loro emancipazione? Quanti mezzi
non furono sciupati! Quanti talenti non andarono perduti
per l'interessato sistema delle esclusioni! Voi già cono-
scete il valore della cooperazione Irlandese; in questo
momento la difesa dell'Inghilterra è confidata alla mili-
zia di Irlanda; in questo momento in cui il popolo affa-
mato insorge nella fierezza della disperazione, gl'Irlan-
desi rimangono fedeli ai loro impegni. Ma finchè non
sia comunicato un'eguale energia dappertutto coll'esten-
sione della libertà, voi non potrete godere il pieno bene-
fizio delle forze che siete lieti d'interporre fra voi e la di-
struzione. L'Irlanda ha fatto molto, ma farà di più. In
questo momento il solo trionfo ottenuto, dopo lunghi
anni di continentali disastri, ottenuto è stato da un gene-
rale Irlandese; è vero che non è cattolico; lo fosse egli
stato, e privato lo avremmo de' suoi attributi; ma io non

535
credo che nessuno affermerà che la sua religione avesse
stremati i suoi talenti o diminuito il suo patriottismo;
sebbene in tal caso egli avesse dovuto combattere come
gregario... perocchè non mai avrebbe potuto comandare
ad un esercito.
Ma intantochè quel generale guida le coorti dei catto-
lici alle battaglie al di fuori, il suo nobile fratello ha in
questa assemblea difesa la loro causa con un'eloquenza
che io non cercherò di abbassare coll'umile tributo de'
miei elogi: e in pari tempo ancora un terzo membro del-
la famiglia ha combattuto contro i suoi fratelli cattolici
in Dublino, con lettere circolari, editti, bandi, imprigio-
namenti e dispersioni... con tutti quegl'ingegni infine
che possono usare le guerriglie mercenarie del Governo,
abbigliate colle rugginose armature dei loro vieti statuti.
Le Signorie Vostre vorranno senza dubbio dividere no-
velli onori fra il salvatore del Portogallo e il dispensato-
re di delegati. È strano abbastanza l'osservare la diffe-
renza che v'è fra la nostra politica esterna e domestica;
se la cattolica Spagna, il fedel Portogallo o il non meno
cattolico e fedel re di una Sicilia, (della quale, sia detto
fra noi, voi l'avete da breve spogliato) han bisogno di
soccorso, voi fate partir tosto una flotta e un esercito, un
ambasciatore e un sussidio, qualche volta perchè s'impe-
gnino in forti battaglie, e in generale per negoziare me-
schinamente e sempre per pagare assai caro i nostri al-
leati papisti; ma se vi si presentano le istanze di quattro
milioni di vostri concittadini che combattono, pagano e

536
lavorano per voi, li trattate da estranei, e quantunque «la
schiatta dei loro padri avesse molti ostelli,» non v'ha per
essi un luogo su cui possano riposare il capo. Permette-
temi di chiedervi; non combattete voi per l'emancipazio-
ne di Ferdinando VII, che certamente è un pazzo, e, se-
condo tutte le probabilità, un ipocrita? E avrete più cure
per un sovrano forestiero, che pei sudditi vostri che paz-
zi non sono, perocchè conoscono i vostri interessi me-
glio che non facciate voi; che ipocriti non sono perchè
danno bene per male, comechè gemano in una captività
più dura della prigione di un usurpatore, in quanto che i
ceppi della mente son più intollerabili che quelli del cor-
po?
Io non mi dilungherò sulle conseguenze del vostro ri-
fiuto di accedere alla dimanda dei petizionarii; tali con-
seguenze le conoscete, le sentirete, e i figli dei vostri fi-
gli ancora, quando voi più non siate. Addio a quella
unione così chiamata come lucus a non lucendo; unione
che nulla univa, che per prima opera ha dato il colpo di
morte all'indipendenza dell'Irlanda, e di cui l'ultima re-
cherà forse la sua eterna separazione da questo paese. Se
la si può chiamare un'unione, è l'unione del pesce cane
colla sua preda; il distruttore ingoia la sua vittima, e così
divengono uno e indivisibile. La Gran-Bretagna del pari
ha inghiottito il Parlamento, la costituzione, l'indipen-
denza d'Irlanda, e rifiuta di recere ogni comechè minimo
privilegio, sebbene fosse a sollievo del suo corpo politi-
co troppo gonfio e malsano.

537
Ed ora, miei lordi, primachè io mi assida, vorranno i
ministri di Sua Maestà consentirmi di proferire alcune
parole, non sui loro meriti, ciò che sarebbe soperchio,
ma sul grado di stima in cui son tenuti dal popolo di
questi reami? La stima di cui fruiscono manifestossi in
modo pomposo non ha molto entro queste mura, e una
comparazione venne instituita fra la loro condotta e
quella dei nobili lordi di questa parte della camera.
Qual porzione di popolarità possa essere toccata a'
miei nobili amici (se così mi è lecito il chiamarli), è
quanto non cercherò di esaminare; ma di quella che pos-
siedono i ministri di Sua Maestà, sarebbe vano l'intratte-
nere alcun dubbio. È vero ch'essa partecipa un po' della
natura dei venti che «niun sa di dove vengano, nè dove
vadano,» ma essi la sentono, la godono e se ne gloriano.
Infatti, modesti e senza ostentazione come sono, in qual
parte del regno, per quanto remota, possono essi riparare
per sottrarsi al trionfo che li persegue? se si addentrano
nelle contee meridiane, ivi saran salutati dagli artefici
delle manifatture, che verran loro innanzi colle loro
spregiate petizioni in mano e coi capestri al collo di re-
cente votati in loro favore, e che imploreranno benedi-
zioni sulle teste di coloro che tanto semplicemente e in-
gegnosamente si adoprano a riscattarli dalle loro mise-
rie, inviandoli da questo a un mondo migliore. Se per-
corrono la Scozia da Glascow a Johnny Groats, dapper-
tutto riceveranno simili contrassegni di approvazione.
Se vanno da Potpatrick a Donaghadee, si troveranno fra

538
gli amplessi di quattro milioni di cattolici a cui il loro
voto d'oggi deve renderli per sempre accetti. Quando ri-
torneranno nella metropoli, se possono passare sotto
Temple Bar senza spiacevoli sensazioni alla vista delle
mortuarie nicchie sovrapposte a quella porta di mal au-
gurio, non potranno esimersi dalle acclamazioni dei cit-
tadini e dai più tremuli, ma non meno sinceri, applausi,
dalle benedizioni non fragorose ma profonde dei falliti
mercatanti e dei trafficatori di cedole pubbliche. Se get-
tano gli occhi sull'esercito, quali ghirlande, non di allo-
ro, ma di cipresso si preparano per gli eroi di Walche-
ren! È vero che rimangon ben pochi per dichiarare quali
fossero i loro meriti in quella circostanza; ma «una nube
di testimoni» fu inviata da essi generosamente e pia-
mente nel regno dei Cieli, tolti da quel valente esercito
per andar a ingrossare la «nobile falange dei martiri.»
Che importa se nel corso di tal marcia trionfale (nella
quale coglievan tante selci, quanto l'esercito di Caligola
in un simile trionfo, imagine del trionfo loro) essi non
discernono alcuni di quei monumenti che un popolo gra-
to erige in onore de' suoi benefattori? Che importa se
non pure una insegna di taverna acconsente a deporre la
testa di Saracino per sostituirvi il ritratto dei vincitori di
Walcheren? Mancar non possono di un quadro coloro
che ebbero sempre una caricatura, o dolersi per l'omis-
sione di una statua quelli che si son visti sì spesso in ef-
figie esaltati! Ma la loro popolarità non si ristà agli an-
gusti limiti di un'isola; sonvi altri paesi dove le loro dot-

539
trine, e soprattutto la loro condotta, intorno ai cattolici,
render li debbe maravigliosamente popolari. Se sono qui
amati, in Francia debbono essere prediletti. Non vi ha
cosa che più ripugni ai disegni e ai sentimenti di Bona-
parte, quanto l'emancipazione cattolica; nessuna linea di
condotta più propizia ai suoi divisamenti di quella che si
è seguita, che si segue e che, temo, seguirassi verso l'Ir-
landa. Che cos'è l'Inghilterra senza l'Irlanda, e che cosa
l'Irlanda senza i cattolici? È sulla base della vostra tiran-
nia che Napoleone spera di edificare la propria. Tanto
grata deve riescirgli l'oppressione dei cattolici che, sen-
za dubbio (come egli ha di recente permesso il rinnova-
mento di alcune relazioni), noi vedremo fra breve giun-
gerci inviati da lui carichi di porcellana di Sèvres, e fet-
tuccie azzurre (cose ricercatissime e di un grandissimo
valore in questi momenti), fettuccie azzurre della Le-
gion d'Onore pel Dr. Duigenant e i suoi ministeriali di-
scepoli. Tale è la popolarità sì ben acquisita, frutto di
quelle spedizioni straordinarie così dispendiose per noi
e così inutili pei nostri alleati; di quelle strane disamine
tanto discolpatrici per l'accusato e così uggiose pel po-
polo; di quelle vittorie paradossali così onorevoli, come
ci vien detto, al nome Britanno, e distruttrici dei miglio-
ri interessi della Britanna nazione: sopra tutto tale è la
ricompensa della condotta dei ministri rispetto ai cattoli-
ci.
Debbo rivolgermi ora alla Camera, che spero perdo-
nerà ad uno de' suoi membri, poco avvezzo ad abusare

540
della indulgenza di questo consesso, di aver per tanto
tempo cercato di tenere in sè volta la sua attenzione. La
mia opinione è salda; il mio voto sarà in favore della
mozione.

DIBATTIMENTO
SULLA PETIZIONE DEL MAGGIORE CARTWRIGHT

1 GIUGNO 1813.

Miei Lordi,... la petizione che ho ora l'onore di pre-


sentare alla Camera merita, credo, l'attenzione particola-
re delle Signorie Vostre, imperocchè sebbene non sia
sottoscritta che da un solo individuo, contiene fatti che
(dove non siano contraddetti) richieggono la più grave
investigazione. La cosa di cui si lagna il petente non è
nè personale, nè immaginaria. Essa non risguarda lui
solo, ma ha interessato e interessa molti e molti. Non v'è
alcuno fuori di questo recinto, o anche in esso, che non
possa divenire domani oggetto dei medesimi insulti, e
trovar non possa i medesimi ostacoli all'adempimento di
un imperioso dovere pel ristabilimento della costituzio-
ne di questi regni, chiedendo per via di petizione la ri-
forma parlamentare. Il petente, miei Lordi, è un uomo la
cui lunga vita è stata spesa in un'incessante lotta per la
libertà del suddito contro quell'indebita influenza accre-
sciutasi, accrescentesi, e che deve essere diminuita; e
qualunque differenza di opinione possa esistere nei suoi
541
dommi politici, nessuno negherà l'illibatezza delle sue
intenzioni. Ora anche oppresso dagli anni e non mondo
delle infermità che seguono la vecchiaia, ma sempre in-
domito..... frangas non flectes..... egli ha ricevute molte
ferite combattendo contro la corruzione; e il nuovo in-
sulto di cui si duole potrà lasciargli un'altra margine, ma
non il disonore. La petizione è segnata da John Cartw-
right, ed è, mentre s'adoprava in favore del popolo e del
Parlamento, mentre intendeva alla legittima riforma del-
la costituzione, il più bel servizio che si possa rendere al
Parlamento e al popolo, che patì lo scandaloso oltraggio
che forma il soggetto della sua rimostranza alle Signorie
Vostre. Essa è vergata in un linguaggio fermo e rispetto-
so..... nel linguaggio di un uomo che non dimentica
quello che gli è dovuto, ma che nel medesimo tempo è
memore del rispetto che merita la Camera. Il petente
narra fra le altre cose di eguale, se non di maggiore im-
portanza per tutti quelli che sono inglesi di sentimenti,
come di sangue e di nascita, che nel 21 gennaio 1813 a
Huddersfield egli e sei altre persone che, avendo udito
del suo arrivo, lo avevano seguito per dargli meramente
un attestato della loro stima, furono presi dalla forza ci-
vile e militare, e tenuti in stretta custodia per parecchie
ore, sottoposti alle più rozze e insolenti insinuazioni del-
l'uffiziale comandante, intorno al carattere del petente;
che egli (il petente) fu finalmente condotto dinanzi a un
magistrato, e non venne rilasciato finchè un esame delle
sue carte non provò che non era soltanto ingiusto, ma

542
che neppure poteva sostenersi alcuna accusa contro di
lui; e che malgrado la promessa dei magistrati, che sa-
rebbe stata fatta copia del mandato emesso contro il pe-
tente, tal copia è stata poscia rifiutata, nè si è potuta an-
cora ottenere. I nomi e le condizioni delle parti si trova-
no nella petizione. Degli altri soggetti, di cui essa parla,
io non dirò nulla ora per tema di non abusare dei mo-
menti della Camera, ma invoco sinceramente l'attenzio-
ne delle Signorie Vostre sul suo contenuto in generale...
È nella causa del Parlamento e del popolo, che i diritti di
questo venerabile uomo della libertà sono stati violati,
ed è, secondo me, il più alto contrassegno di rispetto che
possa darsi alla Camera, quello di indirizzarsi alla giu-
stizia vostra, primachè ricorrere a un tribunale inferiore.
Quale che si possa essere il risultato della sua rimostran-
za, è una soddisfazione per me, sebben mista di cordo-
glio, il poter valermi di tale occasione per dichiarare
pubblicamente le opposizioni che si fanno ai cittadini
nel compimento del più legittimo e del più imperioso
dei loro doveri, quello di raggiungere per via di petizio-
ni le riforme del Parlamento. Ho rapidamente espresso il
motivo della sua lagnanza; il petente vi si è di gran cuo-
re abbandonato. Le Signorie Vostre, io spero, adotteran-
no qualche temperamento per accordargli piena prote-
zione e giustizia, e non a lui solo, ma a tutto il popolo,
insultato e manomesso nella sua persona per l'interposi-
zione di una forza militare illegittima fra la nazione e il
diritto di petizione che ella esercita col mezzo de' suoi

543
rappresentanti.

FRAMMENTO212

17 GIUGNO 1816.

Nell'anno 17... avendo da qualche tempo formato il


disegno di visitare paesi sino allora poco frequentati dai
viaggiatori, partii accompagnato da un amico che chia-
merò col nome di Augusto Darvel. Egli era di alcuni
anni più attempato di me, uomo di grandi ricchezze e di
212
Durante una settimana di pioggia a Diodati, nell'estate del
1816, la compagnia essendosi ricreata colla lettura di romanzi te-
deschi esponenti le vicende di spettri e di morti risuscitati, si con-
venne di scriver qualche cosa a imitazione di quelli. «Voi ed io,
disse lord Byron a Mistress Shelley, pubblicheremo i nostri rac-
conti insieme.» Egli quindi cominciò la sua storia del Vampiro, ed
avendola ben ordinata in sua mente, fece parte una sera ai suoi
amici del disegno di quel racconto... ma la narrativa essendo in
prosa, lentamente procedè nel suo lavoro. Il risultato più memora-
bile di quella specie di convenzione fatta fra di loro, fu il roman-
zo pieno di forza e di interesse di Mistress Shelley, il Franken-
stein.
«Cominciai questo frammento, dice lord Byron, in un vecchio
libro di computi di Miss Milbanke ch'io tenevo, perchè contenen-
te la parola Famiglia scritta due volte di sua mano nell'interno
della prima pagina: è la sola parola ch'io posegga di suo carattere,
se ne eccettuo il di lei nome nell'atto di separazione.»
544
famiglia antica, doni che il suo merito gl'impediva di
apprezzar troppo, o troppo poco. Alcune circostanze
particolari della sua vita privata lo avean reso per me un
oggetto di attenzione, di interesse ed anche di ossequio;
che nè la riserva de' suoi modi, nè le manifestazioni tal-
volta di un'inquietudine che pareva toccare ai limiti del-
la demenza potevano spegnere.
Ero giovine ancora nel mondo in cui ero entrato assai
per tempo; ma la mia intrinsichezza con lui datava di
fresco; noi eravamo stati educati nelle stesse scuole ed
università; ma i suoi progressi aveano preceduti i miei,
ed egli era stato profondamente iniziato a quella che
chiamasi società, mentre io ne ero pur sempre digiuno.
Mentre così collegati, io avevo udito parlar molto della
sua vita passata e presente, e sebbene in ciò vi fossero
molte contraddizioni e irreconciliabili, potevo però de-
sumere dal tutto che egli era un essere non comune, e
che, per quante cure si prendesse per non venir notato,
riesciva pur sempre osservabile. Io avevo coltivata la
sua conoscenza e sforzatomi di ottenerne l'amistà, ma
ciò pareva impossibile: quali che si fossero le affezioni
ch'egli avea sentite, pareva ora che alcune se ne fossero
estinte, altre concentrate: che i suoi sentimenti fossero
vivi, io avevo avute bastanti opportunità per osservarlo;
perocchè sebbene ei sapesse raffrenarli, nasconderli del
pari non sapeva, ma pure aveva la potenza di dare ad
una passione l'aspetto di un'altra in guisa, che era diffici-
le il definire la natura di quello che internamente la tra-

545
vagliava. L'espressione dei suoi lineamenti mutava poi
con tale rapidità, quantunque assai leggermente, che sa-
rebbe stato inutile il cercare di rimontare alla sorgente
delle sue passioni. Era evidente che ei stava in preda a
qualche inquietudine incurabile; ma se essa derivasse da
ambizione, da amore, da rimorso, da dolore, da una o da
tutte queste cause, o se meramente provenisse da un
temperamento torbido e infermiccio, io non potei sco-
prire: vi erano circostanze conosciute per giustificare l'i-
potesi di ognuna di queste cagioni; ma come dissi in-
nanzi, eran così contradditorie e contraddette, che nissu-
na avrebbe potuto determinarsi con esattezza. Dove vi è
mistero, si suppone generalmente siavi anche qualche
male: io non so come ciò possa essere, ma in lui certa-
mente eravi l'uno, sebbene non potessi asseverare l'e-
stensione dell'altro..... e mi sentissi anche avverso a cre-
dere, per quanto il concerneva, alla esistenza di questo.
Le mie premure furono accolte con bastante freddezza;
ma ero giovine; e non mi lasciavo facilmente scoraggi-
re, e alfine riescii ad ottenere quelle attenzioni comuna-
li, quella moderata confidenza delle cose quotidiane,
creata dall'omogeneità delle occupazioni, dalla frequen-
za degli scontri; la quale chiamasi intimità o amicizia,
secondo le idee di quegli che adopra queste parole ad
esprimerle.
Darvel aveva già viaggiato immensamente: e a lui
m'era rivolto per aver notizie intorno alla mia escursione
divisata. Io desideravo segretamente che egli s'inducesse

546
ad accompagnarmi: era una speranza fondata sull'om-
brosa irrequietezza che avevo osservata in lui, e a cui
accresceva forza il calore col quale sembrava intratte-
nersi di siffatti soggetti, e la sua apparente indifferenza
per tutte le altre cose da cui era più immediatamente cir-
condato. Io gli diedi un sentore di questo desiderio pri-
ma, e poscia lo espressi: la sua risposta, sebbene l'avessi
in parte presagita, mi cagionò tutto il piacere della sor-
presa... egli aderì; e adottate le necessarie disposizioni
cominciammo i nostri viaggi. Dopo aver percorse varie
contrade del mezzogiorno dell'Europa, la nostra atten-
zione si rivolse all'Oriente conformemente alla nostra
primitiva destinazione: e fu nel mio avanzarmi per quel-
le regioni, che ebbe luogo l'incidente su cui si raggira
quello che ho da narrare.
La tempra di Darvel, che a vederlo doveva essere sta-
to nella prima giovinezza assai robusto, era da qualche
tempo scaduta senza il concorso di alcuna apparente
malattia: egli non aveva nè tosse, nè tisi, e nondimeno si
faceva ogni giorno più debole. Le sue abitudini erano
temperate; non rifiutava le fatiche, nè se ne lagnava, e
nondimeno deperiva in modo sensibile, diveniva ognor
più silenzioso e soggetto alle insonnie, infine subiva sì
grave alterazione, che i miei timori divenivano propor-
zionati a quello ch'io immaginavo suo pericolo.
Noi avevamo stabilito al nostro arrivo a Smirne di
fare un'escursione alle ruine di Efeso e di Sardi, dalla
quale mi sforzai di dissuaderlo in quel suo stato d'indi-

547
sposizione..... ma invano: pareva vi fosse un'oppressione
nella sua mente e una solennità ne' suoi modi, che mal
corrispondeva col suo ardore a far quello ch'io riguarda-
vo come una partita di piacere poco conveniente ad un
valetudinario; ma non mi opposi alla fine più... e fra po-
chi giorni partimmo accompagnati soltanto da un serru-
gi e da un giannizzero.
Avevamo passata metà della via per andare alle ruine
di Efeso lasciando dietro a noi i più fertili contorni di
Smirne, e stavamo per entrare in quei luoghi deserti e
selvaggi, che fra i paduli e i felceti guidano a quelle po-
che capanne che rimangono ancora sulle infrante colon-
ne di Diana... le mura senza tetto dell'espulso cristiane-
simo e la distruzione più recente ancora, ma completa
delle abbandonate meschite... quando la subita e rapida
infermità del mio compagno ci obbligò a fermarci in un
cimitero turco, le di cui tombe, sormontate da un turban-
te, erano i soli segni di vita umana che rimanesse in
quelle triste lande. Noi avevam lasciato dietro a noi di
parecchie ore la sola caravana che avessimo scontrata,
nè discernevamo da nessuna parte il più piccolo vestigio
di una città o anche di una capanna, e «la città dei
morti» pareva il solo asilo offerto al mio sfortunato ami-
co che sembrava in procinto di divenirne l'ultimo degli
abitanti.
In tale situazione guardai intorno per trovare un luogo
dov'egli potesse convenientemente riposare. Contro al-
l'uso dei sepolcreti maomettani i cipressi erano pochi in

548
quello, e disseminati anche a grandi distanze;... le tombe
erano per la maggior parte cadute o logore di
antichità,... sopra una delle più cospicue, al rezzo di uno
degli alberi più fronzuti, appoggiavasi Darvel stando
con difficoltà in un'attitudine a metà curvata. Egli chiese
un po' d'acqua. Io temevo di non poterne trovare, e mi
apprestavo ad irne in traccia con esitanza e scoraggi-
mento, ma mi pregò di restare, e volgendosi a Sulimano,
il nostro giannizzero che ci era vicino e fumava con
gran calma, gli disse: «Sulimano, verbana su,» (cioè a
dire, recaci un po' d'acqua); e descrisse minutamente il
luogo dove avrebbe potuto trovarla: in un piccolo pozzo
cioè pei cammelli alcune centinaia di passi a destra: il
giannizzero obbedì. Io dissi a Darvel: «come sapevate
voi ciò?»... Egli mi rispose: «dal luogo in cui siamo do-
vete accorgervi che qui stettero un tempo abitanti, nè sa-
rebbero potuti starvi senz'acqua: inoltre fui qui un'altra
volta.»
«Foste qui altra volta!... Come è che non me ne avete
mai detto nulla? E che facevate in un luogo, dove alcu-
no non rimane un solo momento di più di quello che vi
sia costretto?»
A tale interrogazione non ebbi risposta. Nel frattanto
Sulimano tornò coll'acqua lasciando il Serrugi e i cavalli
alla fontana. Lo spegnimento della sua sete parve ravvi-
varlo un momento: ed io concepii speranza ch'ei potesse
continuare il viaggio, o almeno tornare indietro, e lo
esortai a provarvisi. Egli tacque... e sembrò raccogliere i

549
suoi spiriti e le sue forze per parlare. Poi cominciò...
«Questo è il termine del mio cammino e della mia
vita; io venni qui a morire, ma ho un'inchiesta da farvi,
un comando... perocchè tali debbono essere le mie ulti-
me parole. L'osserverete voi?»
«Sì certamente; ma abbiate migliori speranze.»
«Io non ho speranze, nè desidero altro che questo.....
celate la mia morte ad ogni creatura umana.»
«Spero non ve ne sarà occasione: spero vi riavrete,
e.....»
«Tacete!..... così deve essere; promettetemi ciò.»
«Lo prometto.»
«Giuratelo per tutto quello che...»
Qui dettò un giuramento assai solenne.
«Non ve n'ha bisogno... io atterrò quanto promisi; il
dubitarne...»
«Non potete esimervene... dovete giurare.»
Feci il giuramento, e ne parve sollevato. Egli si trasse
dal dito un anello in cui stavano alcuni caratteri arabi,
me l'offerse, e continuò:
«Nel nono giorno del mese all'ora in punto del merig-
gio (sia il mese quello che volete, ma siate esatto nel
giorno) getterete questo anello nelle sorgenti salate che
scorrono per la baia di Eleusi: il giorno appresso alla
stessa ora andate alle ruine del Tempio di Cerere e state
colà finchè un'ora sia trascorsa.»
«Perchè?»
«Vedrete.»

550
«Il nono giorno del mese, diceste?»
«Il nono.»
Osservando io che il dì in cui eravamo era appunto il
nono, il suo aspetto cambiossi, ed ei cessò di parlare.
Mentre sedeva e diveniva sensibilmente più debole ad
ogni istante, una cicogna con un serpente nel becco ven-
ne a posarsi sur una tomba accanto a noi, e senza divo-
rar la sua preda, rimase immota ad affisarci. Io non so
che cosa mi sospinse a discacciarla, ma il tentativo fu
inutile; ella fece alcuni circoli per aria, e tornò esatta-
mente nello stesso luogo. Darvel l'additò e sorrise: egli
parlò... non so se seco stesso o con me... ma i suoi detti
furon soltanto questi:
«Sta bene.»
«Sta bene? Di che intendete?»
«Non vale: voi mi abbrucierete qui questa sera, e pro-
prio sulla pietra in cui l'uccello si è ora posato. Conosce-
te il resto delle mie ingiunzioni.»
Allora continuò a darmi parecchi ordini concernenti il
modo con cui la sua morte poteva meglio celarsi. Dopo
che ebbe finito esclamò:
«Vedete quell'uccello?»
«Certamente.»
«E il serpe che si contorce nel suo becco?»
«Sì, nè vi è nulla in ciò di straordinario; è sua preda
naturale. Ma è strano che nol divori.»
Egli sorrise come uno spettro, e disse fiocamente:
«Non è ancor tempo!» Mentre ciò proferiva, la cicogna

551
volò via. I miei occhi la seguirono per un istante... appe-
na il tempo che ci vuole per contar dall'uno al dieci. Io
sentii il corpo di Darvel pesare più gravemente sulla mia
spalla, e volgendomi verso di lui, vidi che era morto!
Fui commosso alla subita certezza sulla quale non po-
tev'essere abbaglio... il suo volto in pochi minuti era di-
venuto quasi nero. Avrei attribuito un sì rapido muta-
mento al veleno, se non fossi stato conscio ch'ei non
aveva avuta alcuna opportunità per riceverne senza che
io il sapessi. Il giorno declinava; il corpo si scomponeva
rapidamente e nulla più restava, fuorchè da aderire alla
sua istanza. Coll'aiuto dell'iatagan di Sulimano e della
mia sciabola scavammo una tomba poco profonda nel
luogo che Darvel ci avea indicato, e la terra facilmente
fu rimossa per aver già ricevute le spoglie di qualche
turco. Noi aprimmo la fossa tanto addentro, quanto il
tempo ce lo permetteva, e gettando la terra secca sopra
tutto quello che rimaneva di quell'essere singolare che
avevamo perduto, tagliammo alcune zolle di una terra
più verde nel suolo un po' meno sterile che ci circonda-
va, e le posammo sul suo sepolcro.
Fra il dolore e la meraviglia, io era senza lagrime.....

552
LETTERE
A GIOVANNI MURRAY

SCUDIERE

SULLE OSSERVAZIONI DEL REVERENDO BOWLES RISGUARDANTI LA


VITA E GLI SCRITTI DI POPE.

«Giuocherà alle palle213 col sole e colla luna.»


Canzone antica.
«Mia madre è vecchia, signore, ed ella ha tra-
scorso nel parlare a Miledi, che non può tollerare
le contraddizioni (come non conosco alcuno che
le possa tollerare se può esentarsene).»
Racconti del mio ostiere.

Ravenna, 7 febbraio 1821.


CARO SIGNORE.
Nei differenti libriccioli che avete avuto la bontà di
mandarmi sulla controversia fra Pope e Bowles, mi av-
veggo che il mio nome è talvolta citato da entrambe le
fazioni. Mr. Bowles si riferisce più di una volta a quella
che si piace di considerare come «un'osservabile circo-
stanza,» non solo nella sua lettera a Mr. Campbell, ma
nella risposta alla Rivista del Trimestre. La Rivista del
213
Giuoco di parole con bowl, palla o boccia.
553
Trimestre anche e Mr. Gilchrist mi hanno fatto il perico-
loso onore di una citazione; e Mr. Bowles indirettamen-
te prorompe ad una specie di appello a me personalmen-
te dicendo: «Lord Byron se si ricorda della circostanza,
sarà testimonio»... (testimonio in italico, carattere di mal
augurio per una citazione dell'età presente).
Io non mi varrò di un non mi ricordo, anche dopo una
così lunga residenza in Italia; «rammento la
circostanza,» e non mi sento avverso a riferirla (poichè
sono invitato a farlo) con tanta esattezza, quanta gli anni
che mi separano da quel tempo, e tutti gli avvenimenti
che hanno avuto luogo di poi mi permetteranno di usar-
ne. Nel 1812, più di tre anni dopo la pubblicazione dei
Bardi Inglesi, ebbi l'onore di trovarmi con Mr. Bowles
nella casa del nostro venerabile ospite, autore della Vita
umana: ultimo Argonauto della poesia classica inglese e
Nestore della nostra inferior razza di viventi poeti. Bow-
les chiama ciò un «poco dopo» la pubblicazione; ma a
me tre anni sembrano un segmento considerabile del-
l'immortalità di un poema moderno. Non ricordo nulla
del «resto della compagnia che andava in un'altra stan-
za,...» nè, sebbene potessi risovvenirmi della topografia,
dell'elegante e classicamente addobbata casa del nostro
ospite, potrei dire qual fosse precisamente la stanza
dove seguiva la conversazione, quantunque «l'aver pre-
so ivi il poema» sembri accennare che era nella libreria.
Fosse esso stato semplicemente «preso,» e probabilmen-
te il luogo del ritrovo sarebbe stata la sala. Io presumo

554
anche che «l'osservabile circostanza» avverossi dopo il
pranzo; siccome immagino che nè la civiltà di Mr. Bow-
les, nè l'appetito gli avrebbero permesso di trattenere «il
resto della compagnia» in piedi «intorno alle loro
sedie,» mentre noi stavam discutendo «sui boschi di
Madera, invece di farne circolare il vino.» Del buon
umore di Mr. Bowles conservo piena e dolce memoria;
come anche dei suoi modi cavallereschi e della sua pia-
cevole conversazione. Io parlo dell'insieme, e non dei
particolari; perocchè s'egli usasse o no quelle precise
parole che stan stampate nel libercoletto, nè io, nè lui
potremmo dire con sicurezza. Quanto «al tuono grave»
non ne rammento nulla: all'incontro avrei creduto Mr.
Bowles disposto piuttosto a trattar la cosa leggermente;
perocchè egli disse (mi condanni se erro) che alcuni de'
suoi allegri amici erano andati da lui ed aveano escla-
mato: «eh! Bowles. come poteste voi far tremare i bo-
schi di Madera ecc.214» e che egli ebbe qualche pena a
convincerli col libro alla mano che non aveva mai fatto
far ai boschi nessuna di quelle cose. Bowles aveva ra-
gione ed io torto, e nel torto sono stato fino ad ora, pe-
rocchè avrei dovuto guardarci due volte prima di scriver
quello che involveva un'inesattezza che poteva offende-
re. Il fatto è che sebbene io avessi certamente letto pri-
ma lo Spirito delle scoperte, tolsi quella citazione dalla
Rivista, ma lo sbaglio era mio e non della Rivista, che
riferiva, io credo, esattamente il passo. Errai... Dio sa
214
Vedi per quest'aneddoto i Bardi inglesi, ecc.
555
come... nell'attribuire il tremito degli amanti ai boschi di
Madera da cui erano circondati. E qui pienamente e li-
beramente dichiaro e assicuro, che quei boschi non tre-
marono per un bacio, ma bensì gli amanti. Cito di me-
moria..... «un bacio scoccò per l'alto silenzio, e gli
amanti ne tremarono come se, ecc.» E dove avessi cre-
duto che questa dichiarazione potesse in qualche modo
soddisfare Mr. Bowles, non avrei aspettato nove anni a
farla, non ostante che i Bardi Inglesi fossero stati sop-
pressi qualche tempo prima del mio incontro con Ro-
gers. Il nostro degno ospite avrebbe potuto dirglielo
come io, poichè fu a sua istanza ch'io li soppressi. Una
nuova edizione di quella satira si preparava per le stam-
pe, quando Mr. Rogers mi fe' osservare che io era dive-
nuto amico di parecchie persone in essa nominate, e che
egli conosceva una famiglia in particolare a cui quella
soppressione avrebbe recato piacere. Non esitai un
istante, tutti gli esemplari di quell'edizione vennero riti-
rati, e non è mia colpa se poscia ripubblicati si sono.
Quand'io lasciai l'Inghilterra, nell'aprile 1816, con inten-
zioni non molto forti di turbar di nuovo il mio paese, e
fra le scene di vario genere che distraevano allora la mia
attenzione... il mio ultimo atto credo fu quello di sotto-
scrivere un mandato di avvocato a voi stesso, onde pre-
venire o annientare ogni ristampa di quella composizio-
ne, edita già parecchie volte in Irlanda. È conveniente
ch'io dica che le persone nominate in quella satira dive-
nute miei amici, lo sono divenute per desiderio loro, o

556
colla non cercata intervenzione di altri. Io non mi ricor-
do di aver mai dimandato di conoscere nessuno. Alcuni
di essi non li ho trattati che per lettera, e ve n'è uno a cui
ho scritto per primo, in conseguenza però di una bella
cortesia usatami col mezzo di un terzo.
Mi son fermato per un momento su queste circostan-
ze, perchè mi si è fatto qualche volta una colpa di aver
tentato di sopprimere quella satira. Io non mi arretrai
mai, come lo sanno quelli che mi conoscono, da alcuna
conseguenza personale che potesse venirmi per quella
pubblicazione. Quanto alla soppressione, siccome avevo
conservato il mio diritto di autore, ero il miglior giudice
e il solo padrone. Le circostanze che recarono la sop-
pressione, le ho esposte; di tai motivi ognuno può giudi-
care secondo il suo candore o la sua malignità. Mr. Bo-
wles mi fa l'onore di parlare della mia «nobile anima» e
«generosa magnanimità,» e tutto ciò perchè la circostan-
za sarebbe stata spiegata senza che vi fosse bisogno di
sopprimere il libro. Non veggo nobiltà d'anima in un
atto di giustizia semplice, e odio la parola magnanimità
perchè l'ho veduta qualche volta applicata ai più vili im-
postori dai più grandi stolidi; ma avrei «spiegata la cir-
costanza,» malgrado la soppressione del libro, se Mr.
Bowles avesse esternato il desiderio ch'io lo facessi.
Come il galante Galbraith dico a Baillie Jarvie: «Il dia-
volo si porti l'errore e tutto quello che l'ha cagionato.»
Ho avuto a lagnarmi di eguali e di maggiori sbagli poe-
tici e personali fatti sopra di me, una volta almeno al

557
mese per questi ultimi dieci anni, e non mi son mai cu-
rato molto di farne fare ammenda, almeno dopo le prime
quarantott'ore.
Debbo ora dire una parola o due intorno a Pope del
quale avete veduta la mia opinione in pieno nella lettera
inedita all'editore del Blackwood... e qui dubito che Mr.
Bowles voglia dividere i miei sentimenti.
Sebbene mi dispiaccia di aver pubblicati i Bardi In-
glesi, la parte per cui meno amari mi ritornano è quella
che riguarda Mr. Bowles e Pope. Mentre io scrivevo
quell'opera, nel 1807 e 1808, Mr. Hobhouse desiderava
che esprimessi la nostra mutua opinione su Pope e l'edi-
zione delle sue opere fatta da Bowles. Avendo terminato
il mio scheletro e sentendomi troppo infingardito per
nulla aggiungervi, pregai lui a ciò fare. E lo fece. I suoi
quattordici versi sul Pope di Bowles stanno nella prima
edizione dei Bardi Inglesi, e son del pari severi e molto
più poetici di quelli ch'io sostituii nella mia seconda edi-
zione. Ristampando quella satira, siccome vi misi il mio
nome, tolsi i versi di Hobhouse e ve ne sostituii altri dei
miei, pel che l'opera guadagnò meno che Mr. Bowles.
Ho dichiarato ciò nella prefazione dell'edizione seconda.
È da molti anni ch'io non ho letto quel poema, ma la Ri-
vista del Trimestre, Mr. Gilchrist e lo stesso Bowles
hanno avuta la gentilezza di rinfrescarmelo alla memo-
ria e a quella anche del pubblico. Mi duole di dire che
rileggendo quei versi sentii cruccio di esser rimasto sì
lungi da quello che avrei inteso di esprimere sulla edi-

558
zione di Bowles. Bowles dice che «lord Byron sa che è
stato ingiustamente oltraggiato.» Di ciò io non so nulla.
Io ho incontrato a caso Mr. Bowles nella migliore socie-
tà di Londra, e mi sembrava un uomo amabile, istruito,
e della più alta intelligenza. Non desidero nulla di me-
glio che di pranzare ogni giorno della settimana in com-
pagnia di uomini di così buone maniere: ma del suo ca-
rattere a me nulla consta personalmente; parlare posso
soltanto de' suoi modi, e questi hanno la mia più calda
approvazione. Ma dai modi io non giudico mai, perchè
una volta mi furon vuotate le saccoccie dal più civile
gentiluomo che mai scontrassi, e una delle persone più
miti da me vedute fu Alì Pascià. Del carattere di Mr. Bo-
wles io non vuo' fargli l'ingiustizia di giudicare dall'edi-
zione di Pope, s'ei l'ha preparata con trascuranza, nè gli
farò giustizia fosse la cosa altrimenti, perchè non vorrei
divenire un carnefice nè per conto mio, nè per conto
della letteratura. Bowles individuo e Bowles editore,
sembrano le due più opposte cose immaginabili. «Ed
egli stesso è una..... antitesi,» non dirò «vile» perchè la
parola è troppo dura, nè «incomprensibile,» perchè con
tal parola non si farebbe il verso: ma ognuno può empire
il bianco come gli piace215.
Quello ch'io vidi di Mr. Bowles accrebbe la mia sor-
presa e il mio dolore perchè egli avesse impiegati i suoi
talenti ad un tale ufficio. Se egli fosse stato uno stolto,

215
And he himself one..... antithesis. E il secondo epiteto è mi-
staken (erronea).
559
avrebbe potuto esservi qualche scusa per lui; se fosse
stato un povero o un malvagio, la sua condotta sarebbe
riescita intelligibile: ma è l'opposto di tutto ciò; e pen-
sando e sentendo com'io penso e sento di Pope, la cosa
mi rimane inesplicabile. Tuttavia debbo chiamar le cose
coi loro giusti nomi, e non posso dir quindi la sua edi-
zione di Pope un'opera candida: credo siavi affettazione
di questa qualità, non solo in quei volumi, ma nei liber-
coletti ultimamente pubblicati. «Pure ei rifiuta di ricono-
scere i suoi prigionieri.» Mr. Bowles dice che «ha vedu-
to certi passi nelle lettere di Pope a Marta Blunt, che
non sarebbero mai stati pubblicati da lui, e che spera
non lo saranno mai da altri; passi così rozzi da racchiu-
dere il più dissipato libertinaggio.» È questo un bel
combattere? Può o non può essere che tai passi esistano,
e che Pope che non era un frate, sebben cattolico, abbia
talvolta peccato in parole ed opere in sua gioventù: ma è
questo bastevole fondamento per una siffatta accusa?
Dove è l'inglese non ammogliato di un certo grado, che
(purchè non abbia preso gli ordini) non abbia a rimpro-
verarsi fra i sedici e i trent'anni più licenze che non se ne
siano mai a Pope rimproverate? Pope visse dinanzi agli
occhi del pubblico fin dalla sua più verde giovinezza;
egli aveva tutti gli stolidi del suo tempo per nemici, e mi
duole di dover aggiungere che ha avuto, dopo la sua
morte, contro di lui alcuni uomini che non hanno la stol-
tezza per iscusa delle loro detrazioni: e nondimeno a che
salgono tutto le loro insinuazioni e le loro accuse?... a

560
un'equivoca liaison con Marta Blunt, che poteva nascere
tanto dalle sue infermità, quanto dalle sue passioni; a
una beffa sciagurata con Lady Maria Montagu, a un
aneddoto di Ciber e a due o tre rapidi versi delle sue
opere. Chi potrebbe escire più puro da un'indagine invi-
diosa in una vita di cinquantasei anni? Perchè rammen-
tarci con tanto zelo quei luoghi delle sue lettere,
quand'anche apocrifi non siano? È conscio Mr. Bowles a
quali conseguenze ciò può condurre? Ho veduto io stes-
so una collezione di lettere di un altro eminente e, direi
anche meglio, preeminente poeta estinto, così abbomi-
nevolmente grossolane e vili, che dubito si potesse tro-
vare nel nostro idioma qualche cosa da starvi al paro.
Ciò che è più strano è che alcune di quelle turpezze
sono nei poscritti di epistole gravi e sentimentali, alle
quali stanno in calce brani di prosa o versi della più
iperbolica indecenza. Il poeta stesso dice che, se «osce-
nità (e adopera anche parola più abbietta) è un peccato
contro lo Spirito Santo, egli certamente andrà dannato.»
Quelle epistole esistono, e sono state vedute da molti ol-
tre di me; ma il suo tipografo avrebbe egli bene adopra-
to alludendo ad una tale corrispondenza? Nulla avrebbe
indotto me, indifferente spettatore, a citarle, senza questi
ripetuti assalti contro Pope.
Che diremmo noi di un editore di Addison, che rife-
risse il seguente passo delle lettere di Walpole a Giorgio
Montagu: «Il dottor Young ha pubblicato una nuova
opera, ecc. Mr. Addison al momento della sua morte

561
mandò a chiamare il giovine conte di Warwick per mo-
strargli con qual calma moriva un cristiano; sgraziata-
mente però moriva di una ubbriacatura di acquavite:
nulla fa morire in pace un cristiano come l'ebbrezza! ma
non dite questo in Gath dove voi siete.» Immaginate che
l'editore si mettesse quindi all'opera con questa prefazio-
ne: «Orazio Walpole riferisce un fatto che, dove sia
vero, sarebbe di gran vergogna. Walpole informa Mon-
tagu che Addison mandò a cercare il giovine conte di
Warwick per mostrargli con qual pace sapesse morire un
cristiano: sciaguratamente quand'egli rendeva l'anima
era ubbriaco, ecc. ecc.» Ora l'editore potrebbe affettare
nelle seguenti pagine, o anche qualche riga più giù, una
santa incredulità condita dell'espressione del medesimo
candore (quel candore che trovasi nel libro del signor
Bowles); ch'io non mi arresterei dal dire, che quell'edi-
tore è uno sciocco, o che è infedele al suo ufficio. Siffat-
ti aneddoti non si ammettono che per aver occasione di
addimostrare il proprio disprezzo, a meno che non siano
completamente provati. A che giova il se è vero? Quel
se non è un paciero. Perchè invocare la testimonianza di
Ciber sul libertinaggio di Pope? A che cosa si riduce
ciò? a dire che Pope, quand'era giovane, fu una volta
trascinato da un gentiluomo e da un commediante in una
casa di carnali ricreazioni. Mr. Bowles non ha avuto
sempre gli ordini, e quand'era adolescente non s'indusse
egli mai a farne altrettanto? S'io fossi in vena di narrare
storie e riferire aneddoti, far potrei un racconto su Mr.

562
Bowles, migliore assai di quello di Ciber e appoggiarlo
su migliori autorità, cioè su quella di Bowles stesso.
Esso non fu esposto da lui in mia presenza, ma in quella
di una terza persona cui Mr. Bowles nomina più di una
volta nel corso della sua replica. Questa persona me l'ha
narrato come aneddoto spiritoso e bizzarro, e tale era,
quali che si fossero i suoi altri caratteri. Ma dovrei io
per una scappata giovanile diffamare Mr. Bowles come
uno scapestrato libertino? È egli meno perciò ora un
pio e onesto uomo perchè non è stato sempre prete? Sì
certo; ed io son disposto a crederlo buono, buono quasi
quanto Pope, ma non migliore.
La verità è che in questi giorni il gran primum mobile
dell'Inghilterra è il gergo216; gergo politico, gergo poeti-
co, gergo religioso, gergo morale, ma sempre gergo dif-
fuso fra tutte le varietà della vita. È la moda che, finchè
dura, sarà troppo potente per coloro che possono esiste-
re soltanto assumendo il tuono del tempo. Io dico gergo,
perchè è cosa di parole che non ha la più piccola in-
fluenza sulle azioni umane; gl'Inglesi non essendo più
saggi, nè migliori, e molto più poveri e più divisi fra di
loro, siccome molto meno morali che non erano prima
della prevalenza di questo verbale decorum. Questo or-
rore isterico per gli amori non ben sicuri, nè ben provati
del povero Pope (perocchè anche Ciber confessa, che
egli prevenne l'avventura alquanto pericolosa a cui stava
per esporsi), tale orrore sembra virtù in un libello di
216
Cant.
563
controversie; ma tutti gli uomini che sanno che cos'è la
vita, o almeno che cosa era per essi quand'erano giova-
ni, rideranno di siffatti documenti valevoli a comprovare
uno scapestrato libertino, intantochè i più gravi riguar-
deranno in coloro che danno tali accuse sopra un fatto
isolato, come fanatici o ipocriti, o forse l'uno e l'altro.
Queste due qualità si fondono talvolta in una bella me-
scolanza.
Mr. Ottavio Gilchrist parla alquanto irriverentemente
di un secondo bicchiere di vin bianco caldo, detto anche
negus. Che vuole egli dire? È un delitto bere il negus?
Riesce forse più cattivo allorchè è caldo? Mr. Bowles
pure beve il negus? Avevo una migliore opinione di lui.
Credevo che, quale che si fosse il vino che egli beveva,
fosse un vino terso; o almeno come quel personaggio
del Jonathan Wild, «che preferisse il punch perchè non
è proibito dalla Scrittura.» Sarei dolente di credere che
Mr. Bowles amasse il negus; è un così candido liquore,
un compromesso così puro fra la passione pel vino e l'a-
more dell'acqua. Ma diversi sono i gusti dei diversi
scrittori. Il giudice Blackstone componeva i suoi Com-
mentarii (egli ancora era stato poeta in giovinezza) con
una bottiglia di Porto dinanzi. La conversazione di Ad-
dison non valeva nulla finchè ingoiato non avea una si-
mile dose. Forse la ricetta di quei due grand'uomini non
era inferiore a quella di un sedicente poeta dei nostri
giorni che, dopo avere vagato per le montagne, ritorna,
va a letto e detta i suoi versi, intantochè un soprastante

564
lo alimenta di pane e burro.
Vengo ora ai «principii invariabili di poesia» del no-
stro critico. Mr. Bowles, e alcuni de' suoi corrisponden-
ti, affermano tali principii incontestabili; e incontestati
essi sono, almeno da Campbell, che sembra essere rima-
sto stordito di quel titolo. Vi fu una volta un sultano che
offerse ad un Re di Francia di unirsi con lui perchè
«odiava la parola lega,» ciò che prova che il Padisha in-
tendeva il francese. Mr. Campbell non ha bisogno della
mia alleanza, nè io presumo di offrirgliela; ma abborro
quella parola invariabile. Che vi è di invariabile fra gli
uomini, sia in poesia, in filosofia, in scienza, in saviez-
za, in potenza, in ispirito, in gloria, in potere, in intellet-
to, in materia, in vita o in morte? Metto le cose divine
fuori di questione. Di tutti i nomi arroganti con cui si
può battezzare un libro, questo, applicato ad un volu-
metto, mi sembra il più audacemente stolto. Tocca a Mr.
Campbell il rispondere a quello che racchiude e il riven-
dicare il suo vascello, che Mr. Bowles grida con trionfo
di aver fatto affondare col suo primo colpo di cannone.
Quella cosa non riguarda me, ma avendo una volta co-
minciato (non certamente per mio desiderio, ma costret-
tovi dalle frequenti citazioni del mio nome nel liberco-
letto), io sono come un Irlandese in una sommossa, «av-
ventore di chiunque mi si faccia innanzi.» Dirò quindi
una parola o due sopra il vascello.
Mr. Bowles asserisce che il vascello di linea di Cam-
pbell trae tutta la sua poesia, non dall'arte, ma dalla na-

565
tura. Togliete le onde, i venti, il sole, ecc., egli dice, e vi
rimarrà un lembo di tela azzurra e un grossolano cana-
vaccio disteso sopra tre pertiche. – Questo è vero, to-
gliete le onde, i venti, e non vi rimarrà più vascello, non
solo per la poesia, ma per nessun altro proposito; toglie-
te il sole, e leggeremo il libercolo di Mr. Bowles a lume
di candela. Ma la «poesia del vascello» non dipende dal-
le «onde, ecc.;.» al contrario, il «vascello di linea» dif-
fonde la sua poesia sulle acque, e quella che hanno rin-
nalza. Io non nego che le onde e i venti, e soprattutto il
sole, non siano altamente poetici; noi lo sappiamo a no-
stro costo per le tante descrizioni che ne abbiamo in ver-
si; ma se le onde portassero soltanto la spuma sul loro
seno; se i venti non gettassero che alghe sulle spiaggie;
se il sole non splendesse nè sulle piramidi, nè sulle flot-
te, nè sulle fortezze, i suoi raggi sarebbero essi tanto
poetici? Credo di no: la poesia è almeno reciproca. To-
gliete il «vascello di linea» galleggiante sulle «placide
acque,» e le placide acque diverranno alquanto monoto-
ne a riguardarsi, specialmente se non avranno molta tra-
sparenza; ne siano testimoni le migliaia che vi passano
accanto senza guardarle. Che cosa è che attira tanti spet-
tatori, allorchè vien posta una nave in mare? Essi posso-
no aver veduto le poetiche acque a Wapping, o nel dock
di Londra, o nel canale di Paddington, o in un pelago, o
in un bacino o in un qualunque altro recipiente. Possono
avere udito il fischio poetico dei venti fra le crepature
dell'uscio di una stalla o della finestra di un granaio;

566
possono aver mirato il sole risplendere sulle divise di un
lacchè o sopra uno scaldaletto di metallo; ma l'onda
tranquilla, il vento o il sole, valevano a rendere poetici
quegli oggetti? Non lo credo. Mr. Bowles ammette che
poetico è il vascello, ma soltanto pei suoi accessori: ora
se questi conferiscono poesia tanta da fare una cosa poe-
tica, altre cose poetiche lo sarebbero di più, e a torto Mr.
Bowles chiama un vascello di linea senz'alberi, senza
vele e senza bandiere, un lembo di tela azzurra, di gros-
solano canavaccio e di pertiche. Tale è però infatti; e la
porcellana è fango, l'uomo polvere, la carne erba, e non-
dimeno queste ultime due cose almeno son soggetto di
molta poesia.
Mr. Bowles ha egli mai contemplato il mare? Credo;
almeno in qualche quadro. Ora un pittore ritrasse egli
mai soltanto il mare senza aggiungervi un naviglio, un
battello, un naufragio o una qualunque altra cosa? Il
mare stesso è esso più attraente, più morale, più poetico,
con o senza un vascello per romperne la faticosa mono-
tonia? E una tempesta è ella più poetica senza un vascel-
lo? o nel poema del Naufragio è la tempesta o il vascel-
lo che interessa di più? Molto entrambi senza dubbio;
ma senza la nave, chi si curerebbe della tempesta? Essa
decadrebbe in mera poesia descrittiva, che non è mai
stata avuta in altissimo conto nell'arte.
Credo di poter parlare di cose navali, almeno ai
poeti:... eccettuati Walter Scott, Moore e Southey forse
che han viaggiato. Io ho fatto a nuoto più miglia, che

567
tutto il resto dei nostri vati contemporanei fatte non
n'abbiano sopra un vascello. Sono vissuto per mesi e
mesi sulla tolda di una nave, e durante l'intera mia vita
all'estero ho a mala pena passato un mese lungi dalla vi-
sta dell'Oceano, oltre all'essere cresciuto dai due ai dieci
anni sulle sue sponde. Io mi ricordo che mentre ero an-
corato al capo Sigéo, nel 1810, sopra una fregata ingle-
se, insorse una violenta tempesta al tramonto del sole,
tanto violenta da farci credere che il vascello stesse per
rompere le sue funi e sferrarsi dall'àncora. Mr. Hobhou-
se ed io ed alcuni uffiziali eravamo stati fino ad Abido
pei Dardanelli, ed eravamo appunto tornati in tempo. Lo
spettacolo di una tempesta nell'Arcipelago è al sommo
poetico, il mare essendo angustissimo, spumante e peri-
coloso; e la navigazione difficile e interrotta da una
quantità di isole e di correnti. Il capo Sigéo, i tumuli
della Troade, Lenno, Tenedo, accresceano il prestigio
colle loro ricordanze. Ma quello che sembrava più di
tutto poetico in quei momenti erano le barche greche e
turche (circa duecento) che erano costrette a correre di-
nanzi al vento e ad abbandonare la loro pericolosa sta-
zione. Alcune tendevano a Tenedo, alcune ad altre isole,
alcune all'alto mare, alcune all'eternità. La vista di quei
piccoli navigli che discernevansi bagnati di spuma al
chiarore del crepuscolo, ora apparenti ora scomparenti
fra le onde coperti dalle nubi della notte colle loro vele
di peculiare bianchezza (le vele del Levante non essen-
do grossolani canavacci, ma bianco cotone), e sfioranti

568
la cima dei flutti con tanta celerità, ma non sicurezza,
quanta ne avevano gli smerghi che svolazzavano intorno
ad essi; i pericoli imminenti che correvano; la loro lon-
tananza che somigliare li fea a macchiette di spuma gal-
leggiante; i loro gruppi che si succedevano gli uni agli
altri; la loro piccolezza in paragone dell'elemento gigan-
te contro il quale lottavano e che cigolar facea la carena
del nostro potente legno da quarantaquattro (era esso
stato costruito in India); i loro movimenti, l'aspetto loro,
tutto mi scosse, e mi parvero assai più poetici di ogni al-
tra cosa che mi stava intorno; e senz'essi i flutti, il mare
e il vento perduta avrebbero molta della loro magía.
L'Eussino è un nobile mare da riguardarsi, e il porto
di Costantinopoli il più bello dei porti; pure io credo che
venti vascelli di linea, alcuni di centoquarantaquattro
pezzi, lo rendevano più poetico di giorno alla vampa del
sole, e di notte anche maggiormente, perocchè i Turchi
illuminano i loro vascelli di guerra nel modo più pittore-
sco: nondimeno tutto ciò è artificiale. Quanto all'Eussi-
no, ho vedute le Simplegadi..... sono stato vicino ad un
altare infranto, esposto tuttavia ai nembi sopra una di
esse... ho sentita tutta la poesia di tale situazione ripe-
tendo i primi versi della Medea; ma tale poesia non si
sarebbe aumentata colla presenza del naviglio Argo?
Essa molto pure doveva al passaggio di ogni naviglio
mercantile proveniente da Odessa. Ma Mr. Bowles dice:
«perchè togliete i vostri navigli dall'arsenale?» Non per
altro, ch'io mi sappia, eccetto perchè i navigli son fatti

569
per esser lanciati in mare. L'acqua, ecc., accresce, senza
dubbio, la poesia, ma non la crea; e il vascello sconta
ampiamente quel che le deve. Mutuamente si soccorro-
no; l'acqua è più poetica col vascello.. il vascello meno
senza l'acqua. Ma anche in un arsenale è grande e poeti-
co spettacolo. Anche una vecchia barca, colla carena al-
l'insù, naufragata sopra una sterile sabbia, è un oggetto
poetico (e Wordsworth, che fece un poema sopra una
tina e un ragazzo cieco, potrà dirvelo al par di me),
mentre una lunga estensione di sabbia e di acqua immo-
bile, senza una barca, sarebbe tanto stupidamente pro-
saica, quanto ognuno dei libercoli da breve pubblicati.
Che cosa è che fa la poesia nell'immagine del Deser-
to di marmo di Tadmor o nell'Ode sulla solitudine di
Granger così ammirata da Johnson? È il marmo o il de-
serto, l'oggetto artificiale o il naturale? Il deserto è si-
mile a tutti gli altri deserti, ma il marmo di Palmira
compone la poesia di quel passo, come di quel luogo.
Il bello, ma sterile Imetto, tutta la costa dell'Attica, le
sue colline, le sue montagne, Pentelico, Anchesmo, Fi-
lopapo, ecc., sono per loro stessi poetici, e poetici saran-
no anche quando il nome di Atene, degli Ateniesi, e di
quelle ruine saranno scomparsi dalla terra. Ma forse mi
si dirà che la natura dell'Attica sarebbe stata più poetica
senza l'arco dell'Acropoli, il tempio di Teseo e tutti i
gloriosi monumenti del genio sì divinamente artificiale
dei Greci? Chiedete al viaggiatore che cosa lo colpisce
come più poetico, se il Partenone o la rupe sulla quale

570
sorge? se le colonne del capo Colonna o il Capo stesso?
se le roccie che deformano la base, o la ricordanza che il
vascello di Falconer vi si infranse contro? Vi sono mi-
gliaia di roccie e di promontorii più assai pittoreschi di
quelli dell'Acropoli e del Capo Sunnio: che sono essi ad
un migliaio di scene di parti più alpestri della Grecia,
dell'Asia minore, della Svizzera, di Cintra in Portogallo
o di molti punti anche d'Italia e delle Sierre Spagnuole?
Ma è l'arte, le colonne, i templi, il vascello naufragatovi
che trasfondono in essi la loro antica e moderna poesia,
non le situazioni per loro stesse. Senza di quelle, quei
luoghi sarebbero sconosciuti, sepolti come Ninive e Ba-
bilonia in un'inestricabile confusione, senza poesia,
come senza esistenza. Ma in qualunque angolo della ter-
ra si trasportassero quelle ruine, se trasportar si potesse-
ro come l'obelisco e la sfinge e la testa di Mennone, esse
vi comparirebbero nella perfezione della loro bellezza e
della loro maravigliosa poesia. Io mi opposi e mi oppor-
rò sempre al furto delle ruine di Atene, onde istruire
gl'Inglesi nella scultura; ma perchè l'ho fatto? Quelle
ruine son tanto poetiche in Piccadily, quanto lo erano
nel Partenone; ma il Partenone e la sua roccia lo son
meno senza di loro. Tale è la poesia dell'arte.
Mr. Bowles pretende anche che le piramidi di Egitto
non siano poetiche che in conseguenza dell'esser asso-
ciate a deserti senza limiti, e che una piramide della
stessa dimensione non sarebbe sublime nella corte del-
l'albergo di Lincoln. Ella nol sarebbe tanto certamente;

571
ma togliete le piramidi, che cos'è il deserto? Togliete la
colonna dalla pianura di Salisbury, e non rimarrà più che
una valle simile alla landa di Hundslof o ad una qualun-
que altra spianata. Secondo me, San Pietro, il Colosseo,
il Panteon, il Palatino, l'Apollo, il Laocoonte, la Venere
dei Medici, l'Ercole, il Gladiatore moribondo, il Mosè di
Michelangelo e tutte le più grandi opere di Canova (ho
già parlato di quelle dell'antica Grecia tuttavia esistenti
nel paese o trasportate in Inghilterra) son tanto poetiche
quanto il Monte Bianco o l'Etna, forse anche di più, pe-
rocchè sono dirette manifestazioni dell'intelligenza, e
presuppongono una poesia già fin dal concetto; come
tali, esse hanno quindi qualche cosa di vita attuale che
non può appartenere a nessuna parte di natura inanima-
ta, a meno che non addottiamo il sistema di Spinosa che
fa del mondo la Divinità. Non vi può esser nulla di più
poetico, nell'aspetto suo, della città di Venezia: dipende
ciò dal mare o dai canali; «la melma e le alghe su di cui
rizzossi l'altera Vinegia?» È il canale che scorre fra il
palazzo e la prigione, o il ponte dei Sospiri, che con-
giunge quegli edifizi, che li rende poetici? È il Canal
Grande o il Rialto che vi bagna i suoi archi, le chiese
che sopra vi dominano, i palagi che lo fiancheggiano e
le gondole che sovr'esso scorrono? sono quelle acque
che fanno quella città più poetica ancora della stessa
Roma? Mr. Bowles dirà forse che il Rialto non è che
marmo, i palagi e le chiese soltanto pietra, e le gondole
un rozzo panno nero gettato sopra alcune asse incavate

572
con un pezzo di ferro di forma fantastica messo a prora.
Io gli dirò che senza tutti quegli accessori i canali non
sarebbero che fosse piene di un fango chiaro; e chiun-
que sostenesse il contrario meriterebbe di esser nel fon-
do di quello in cui gli eroi di Pope vengono abbracciati
dalle ninfe del loto. Non vi sarebbe nulla che rendesse i
canali di Venezia più poetici di quello di Paddington, se
non fossero le cose sopra menzionate, quantunque siano
canali perfettamente naturali, formati dal mare e dalle
innumerevoli isole che circondano quella città straordi-
naria.
Fin le cloache di Tarquinio a Roma son così poetiche,
quanto la montagna di Richmond; molti crederanno an-
che di più: togliete Roma e lasciate il Tebro e i sette col-
li come erano al tempo di Evandro; Mr. Bowles, o Mr.
Wordsworth. o Mr. Southey o ogni altro dei nostri vati
naturalisti facciano un poema su quei luoghi, e guardate
quindi cosa sia più poetico, se il loro lavoro o la guida
più volgare del viaggiatore che vi addita la strada da San
Pietro al Colosseo, e vi ammonisce di quello che vedrete
andandovi. I luoghi interessano in Virgilio perchè si sa
che un giorno diverrà Roma, e non perchè formano il
dominio rurale di Evandro.
Mr. Bowles continua quindi col prendere Omero a'
suoi servigi, onde rispondere a un'osservazione di Mr.
Campbell che Omero era un gran descrittore di oggetti
di arte. Mr. Bowles pretende che la superiorità che egli
ha anche in ciò ha origine dalla connessione che v'è fra

573
quegli oggetti e la natura. Lo scudo di Achille, dice egli,
trae tutto il suo interesse poetico dai soggetti che vi
stanno su effigiati. E da che ricavano l'interesse loro la
lancia di Achille, l'elmo e la corazza di Patroclo, l'arma-
tura celeste, ecc.? È egli soltanto dalle gambe, dal dorso,
dal petto e dal corpo umano che cuoprono? In tal caso
sarebbe stato più poetico il farli combattere nudi, e Gul-
ley e Grexon essendo più prossimi allo stato di natura,
sono più poetici, quando lottano in mutande, di Ettore e
Achille, colle loro fulgide armature e colle loro armi
eroiche.
Invece dello strepito degli elmi, del fragore dei carri,
del fischiar delle lancie, dello scintillar delle spade, del-
l'infrangersi degli scudi e delle corazze, perche non rap-
presentarci i Greci e i Troiani come due tribù selvaggie
battentisi e mordentisi, straziantisi e squarciantisi, fla-
gellantisi e malmenantisi in tutta la poesia della natura
guerriera, senza curarsi di quelle armi grossolane, pro-
saiche, artificiali del pari inutili al guerriero figlio della
natura e al poeta naturalista? V'ha egli nulla di antipoeti-
co nell'azione di Ulisse che percuote i cavalli di Reso
col suo arco perchè ha dimenticata la sua sferza, o vor-
rebbe Mr. Bowles ch'ei gli avesse dato calci o pugni per
esser più naturale?
Nell'elegia di Gray evvi immagine che più colpisca di
quella sua scultura senza forme? La scultura in generale
può osservarsi che è più poetica della natura, in quanto-
chè rappresenta tipi dotati di quella bellezza ideale e di

574
quella sublimità, che nella natura vera mai non si trova-
no. Questa è almeno la comune opinione. Ma, eccet-
tuando sempre la Venere dei Medici, da tale opinione io
differisco, almeno per ciò che riguarda la bellezza fem-
minile; perocchè il volto di Lady Charlemont (quand'io
per la prima volta la vidi, sono ora nove anni) pareva
possedere tutto quello che la scultura potesse richiedere
pel suo ideale. Io mi ricordo di aver osservato ancora
qualche cosa che ad un tal tipo si avvicinava nella testa
di una giovinetta albanese, intenta a riparare una strada
di montagna, in qualche volto greco e in uno o due ita-
liani. Ma del sublime non ho nulla veduto nella natura
umana che si avvicinasse all'espressione della scultura,
sia nell'Apollo, nel Mosè o in qualunque altra delle gra-
vi opere dell'arte antica o moderna.
Esaminiamo un po' meglio questa poesia dei «verdi
prati» e della natura nuda in generale, considerata come
superiore alle immagini artificiali nel dominio delle arti
belle. In un paesaggio un grande artista non ci dà una
copia litterale di una contrada, ma ne inventa e compone
una. La natura nel suo aspetto attuale non gli offre le
scene ch'egli addimanda. Anche dove vi presenta qual-
che famosa città o qualche celebre luogo di montagna o
di pianura, egli lo fa da qualche punto di vista particola-
re, e con quella luce ed ombre, distanze, ecc., che servo-
no non solo ad accrescerne le bellezze, ma a palliarne le
deformità. La poesia della natura, in se sola copiata
esattamente, non gli basta. Il cielo del suo dipinto non è

575
il cielo della natura; è una composizione di differenti
cieli, osservata in differenti temi e non copiata in un
giorno particolare. E perchè? perchè la natura non è pro-
diga delle sue bellezze; esse sono largamente dissemina-
te in certe occasioni onde vengan scelte con cura e rac-
colte con difficoltà.
Della scultura ho parlato Il grande scopo dello sculto-
re è avantutto di aggrandir la natura fino alla bellezza
eroica, cioè a dire in buon inglese, di sorpassare il suo
modello. Quando Canova forma una statua, egli prende
un membro da uno, una mano da un altro, un lineamento
da un terzo, e una forma forse da un quarto, migliorando
probabilmente ancora tutte queste parti, come fece l'an-
tico scultor greco componendo la sua Venere.
Chiedete a un pittore di ritratti gli ostacoli che incon-
tra a far collimare i principii della sua arte colle figure
di cui la natura e i suoi modelli empiono il suo studio:
ad eccezione forse di dieci volti in dieci milioni, non ve
n'ha un solo che possa avventurarsi di riprodurre, senza
molto dissimularvi e senza anche aggiungervi di più. La
natura esatta, semplice, nuda, non farà mai un grande ar-
tista in nessun genere, e soprattutto un poeta..... il più ar-
tificiale forse di tutti gli artisti per la sua medesima es-
senza. Rispetto alle immagini naturali, i poeti son co-
stretti a prendere alcune delle loro migliori illustrazioni
dell'arte. Voi dite che «una fontana è chiara, o più chiara
del vetro,» per esprimerne la bellezza:

«O fons Blandusiæ, splendidior vitro.»


576
Nel discorso di Marco Antonio viene additato il corpo
di Cesare, ma con esso il suo mantello:

«You all do know this mantle, ecc.,


........................
«Look! in this place ran Cassius dagger through.»

«Voi tutti conoscete quel mantello... mirate, costà tra-


scorse il pugnale di Cassio.»
Se il poeta avesse detto che Cassio avea fatto passare
il suo pugno per la squarciatura del mantello, sarebbe
stato, secondo Bowles, più assai conforme alla natura;
ma il pugnale artificiale è più poetico di ogni mano na-
turale senza di esso. In uno dei luoghi più sublimi della
poesia sacra noi leggiamo: «Chi è questi che viene da
Edon? che viene da Bozrah con vestimenta tinte!» sa-
rebbe il veniente poetico senza quelle vestimenta tinte
che colpiscono lo spettatore e lo identificano con quegli
che si avvicina?
La madre di Sisara ci è rappresentata ascoltante il ru-
more delle ruote del di lui carro. Salomone nel suo can-
tico paragona il naso della sua amata ad una torre, loc-
chè a noi sembra un'esagerazione orientale. Se avesse
detto che la di lei persona era come una torre, sarebbe
stato tanto poetico, come se raffrontata l'avesse ad un al-
bero. «La virtuosa Marzia torreggia sopra il suo sesso.»
Ecco in questo verso un esempio di un'immagine artifi-
ciale per esprimere una superiorità morale. Ma Salomo-
ne forse non paragonò il naso della sua amante ad una

577
torre per la sua lunghezza, ma per la sua simetria; e per-
donando alle iperboli orientali e alla difficoltà di trovare
in natura un'immagine efficace a dipingere il naso di
una donna, questa figura è forse buona al par d'ogni al-
tra.
L'arte non è inferiore alla natura dal lato della poesia.
Che cos'è che fa di un reggimento di soldati uno spetta-
colo più nobile che uno stesso numero d'uomini presi fra
il popolo, se non le loro armi, le loro bandiere, l'arte e la
simetria artificiale delle loro posizioni e dei loro movi-
menti? Il plaid di uno scozzese, il turbante di un musul-
mano e la toga di un romano son più poetici che le an-
che screziate o non screziate di un selvaggio delle Sand-
wich, sebbene siano state descritte da Guglielmo Word-
sworth stesso come «l'idiota nella sua gloria.»
Io ho vedute tante montagne, quante ogni altro uomo,
ed ho vedute più flotte, che viste non ne abbiano la mag-
gior parte degli uomini che vivono sulla terra; secondo
me un lungo convoglio, scortato da alcuni vascelli di li-
nea, è uno spettacolo così nobile e così poetico, quanto
tutto ciò che può produrre la natura inanimata. Io prefe-
risco l'albero di una gran nave ammiraglia, con tutti i
suoi cordami, all'abete di Scozia o al pino delle Alpi; e
credo che più poesia se ne sia ricavata. In che consiste
l'infinita superiorità del naufragio di Falconer su tutti gli
altri naufragi? Nella sua ammirabile applicazione dei
termini dell'arte; nella descrizione della sorte dei mari-
nai fatta da un poeta marinaio. Quei termini, per la loro

578
giusta applicazione, fan la forza e la realtà del suo poe-
ma. Perchè? perchè egli era poeta; e nelle mani di un
poeta l'arte non fornisce meno ornamenti della natura. È
precisamente nella descrizione della natura in generale e
venendo fuori dal suo elemento che Falconer decade: è
dove digredisce per parlare dell'antica Grecia e di altri
temi scientifici.
Nella collina di Grongar, su cui riposa la fama di
Dyer, la natura medesima è dipinta con un'immagine ar-
tificiale che la moralizza: «così è tessuto il vestimento
della natura per istruire il nostro pensiero vagabondo; è
così che ella si abbella di verde per dissipare le nostre
tristezze.»
E qui ancora abbiamo il telescopio; il mal uso del
quale fatto da Milton ha reso Mr. Bowles tanto trionfan-
te sopra Campbell: «È così che noi c'inganniamo sulla
forma dell'avvenire, visto traverso alla lente ingannatri-
ce della speranza.»
E ora una parola en passant a Mr. Campbell: «In
quella guisa che le cime si ridenti e sì belle, vestite dei
colori dell'aere, sembrano triste, sterili e discoscese a
coloro che le sormontano, così noi percorriamo una via
faticosa e mesta... il giorno presente è sempre un giorno
tenebroso.»
Non e questo l'originale di quel famoso distico: «È la
distanza che sparge incantesimi sul paesaggio e che
adorna la montagna delle sue tinte azzurre?»
Per tornare un'altra volta al mare, volgete gli occhi

579
sul lungo muro di Malamocco che è diga all'Adriatico, e
giudicate fra il mare e i suoi dominatori. Certo quell'o-
pera romana (intendo romana per la concezione e l'ese-
cuzione) che dice all'Oceano: «tu andrai fin là e non più
oltre,» e che è obbedita, è non meno sublime e poetica
delle onde sdegnose che invano vi si infrangono al di-
sotto.
Mr. Bowles vuole che un vascello ricavi la sua mag-
gior parte di poesia dal vento: allora perchè un vascello
a vela è più poetico di un maiale corrente dinanzi alla
brezza? Il maiale è tutta natura, il vascello tutta arte,
«grossolano canavaccio, tela azzurra ed alte pertiche.»
Entrambi son con violenza sospinti dall'aere, sbalzati
qua e là, e nondimeno non vi sarebbe che un eccesso di
fame che potesse farmi riguardare come più poetico il
maiale, e questo anche solamente sotto la forma di un
presciutto.
Mr. Bowles ci dirà egli che la poesia di un acquidotto
consiste nell'acqua che trasporta? Ch'ei guardi quello di
Giustiniano, quelli di Roma, di Costantinopoli, di Lisbo-
na e di Elva, o anche gli avanzi di quello dell'Attica.
Ci si dimanda, «che cosa è che rende le venerabili
torri dell'Abbazia di Westminster più poetiche, che la
torre in cui è l'officina del piombo, ricinta dai medesimi
luoghi?» Risponderò..... l'architettura. Mutate l'abbazia
di Westminster o San Paolo in un magazzino di polvere,
la loro poesia rimarrà la medesima; il Partenone fu con-
vertito in un magazzino di tal fatta dai Turchi durante

580
l'assedio di Morosini, e una parte di esso rimase per
conseguenza distrutto. I dragoni di Cromwell scelsero a
stalla dei loro palafreni la cattedrale di Worcester; rima-
se ella meno poetica di prima? Chiedete ad un forestie-
re, al suo avvicinarsi a Londra, quali sono le torri che gli
sembrano più poetiche, ed egli additerà quelle di San
Paolo e di Westminster, senza forse conoscere i loro
nomi o le memorie collegatevi, e non penserà alla torre
del piombo;... non che egli sappia che non è nè il mau-
soleo di un monarca, nè una colonna di Waterloo, nè un
monumento di Trafalgar, ma perchè la sua architettura è
palesemente inferiore.
Alla questione, «se la descrizione di un giuoco di car-
te, supponendo l'esecuzione eguale da entrambi i lati,
sia tanto poetica, quanto la descrizione di una passeg-
giata in una foresta?» può rispondersi, che i materiali
non son certamente eguali; ma che l'artista che ha reso
poetico il giuoco delle carte è molto più grande fra i
due. D'altronde questa classificazione dei poeti è pura-
mente arbitraria per parte di Mr. Bowles. Possono o non
possono esservi certamente diverse classi di poesia, ma
ogni poeta deve esser classificato secondo il suo talento
di esecuzione, e non secondo il genere che ha coltivato.
La tragedia è riguardata come una composizione di
primo ordine. Hughes ha scritto una tragedia che ha
avuto un ottimo successo, Fenton un'altra, e Pope nessu-
na. S'è mai sognato alcuno però... non pure il medesimo
Bowles... di porre Hughes e Fenton come superiori a

581
Pope? Furono mai Addison (l'autore del Catone) o
Rowe (uno dei nostri più grandi drammaturgi, per quan-
to il successo vale a dichiararli tali) o Young, o anche
Otway e Southerne alzati pur per un momento alla
schiera di Pope nella estimazione del lettore o del criti-
co, prima della sua morte o di poi? Se Mr. Bowles si
compiace nel classificare, ch'ei rammenti che la poesia
descrittiva è stata posta negli infimi rami dell'arte, e che
la descrizione non può essere considerata che come un
semplice ornamento, e non formerà mai il soggetto di un
poema. Gl'Italiani colla lingua più poetica e il gusto più
difficile in Europa, posseggono ora cinque gran poeti,
Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, e da ultimo Alfieri 217; e
217
Fra questi l'uno deve il suo posto ai suoi sonetti, e due a
composizioni che non appartengono a nessuna classe. Che cosa è
Dante? Il suo poema non è epico; dunque cosa è? Egli stesso lo
chiama Divina Commedia, e perchè? È ciò che i suoi mille com-
mentatori non hanno saputo dire. Il poema di Ariosto non è epico;
e se i poeti debbono essere classificati, secondo il genus della loro
poesia, dove s'ha a portare? Di questi cinque Tasso e Alfieri sol-
tanto appartengono alle regole di Aristotile e agli ordinamenti di
Mr. Bowles. Ma tutta la esposizione è falsa. I poeti debbono esse-
re classificati in ragione della loro esecuzione, e non del genere
che han trattato. In caso contrario gli epici, dimenticati di tutti i
paesi, schierati sarebbero sopra Petrarca, Dante, Ariosto, Burns,
Gray, Dryden e i più grandi nomi. Il titolo di Invariabili principii
di poesia di Mr. Bowles è forse il più arrogante che mai venisse
preposto ad un volume. Tanto son lungi i principii di poesia dal-
l'essere invariabili, che essi mai non furono, nè mai saranno con-
cretati. Tali principii non significano altro che le predilezioni di
una particolare età, ed ogni età ha le sue proprie, diverse dalle
582
quale è quello che essi stimano come uno dei maggiori,
e alcuni italiani come il maggiore? Petrarca il sonettista.
È vero che alcune delle sue canzoni non sono avute in
minor conto, ma non tampoco il sono di più; e chi ha
mai pensato al suo poema latino sull'Africa?
Se Petrarca dovesse essere classificato secondo l'ordi-
ne delle sue composizioni, in qual luogo lo metterebbe il
migliore de' suoi sonetti? con Dante e gli altri? no: ma
come ho già osservato, il poeta che eseguisce meglio è il
migliore, qual che si sia il genere che ha adottato, e sarà
sempre avuto per tale nella stima del mondo.
Se Gray non avesse scritto che la sua elegia, per
quanto alto egli sia adesso, non son sicuro ch'ei non
stesse anche più in su: è la pietra angolare della sua glo-
ria: senza essa le sue odi non basterebbero alla sua
fama. Il disprezzo di Pope è in parte fondato sopra una
falsa idea della dignità del suo genere di poesia alla qua-
precedenti. È ora Omero ed ora Virgilio; Dryden prima e poi Wal-
ter Scott; ora Corneille ed ora Racine; ora Crebillon ed ora Voltai-
re. Gli Omeristi e i Virgiliani disputarono in Francia per un mezzo
secolo. Non son cinquant'anni che gl'Italiani negligevano
Dante..... Bettinelli rimproverava a Monti la lettura di quel bar-
baro; ora essi lo adorano. Shakspeare e Milton hanno avuto il
loro apogéo, e avranno il loro tramonto. Di già hanno oscillato
più di una volta, come avvenir deve a qualunque drammaturgo e
poeta di una lingua viva. Questo non dipende dal loro merito, ma
dalle vicissitudini ordinarie delle opinioni umane. Schlegel e ma-
dama di Staël si sono pure sforzati di ridurre la poesia a due siste-
mi, il classico e il romantico. Gli effetti se ne cominciano a vede-
re.
583
le egli ha in parte contribuito con un ingegnoso vanto,
«che non errava molto nel labirinto dell'immaginazione,
ma si abbassava alla verità e moralizzava i suoi canti.»
Egli avrebbe dovuto dire che si alzava alla v