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1.

LE RIVOLUZIONI DEL 1848


1.1. Una rivoluzione europea
1848: crisi rivoluzionaria in Europa caratterizzata da:
• Rapidità con cui si diffondono i moti;
• Estensione dell’area geografica (escluse Russia e Gran Bretagna).
Cause:
1. crisi ECONOMICA: 1846-’47 in Europa crisi che investe il settore agricolo, successivamente quello
industriale e commerciale → carestia, miseria, disoccupazione.
2. azione dei DEMOCRATICI = intellettuali depositari di una tradizione comune che fonda le sue
origini nella rivoluzione francese:
▪ richiesta di libertà politiche e di democrazia,
▪ emancipazione nazionale (Italia – Germania – Impero Asburgico).
NB: moti simili a quelli del 1820-21 per le richieste e per le dinamiche (da dimostrazioni popolari a scontri armati).
→ PARTECIPAZIONE POPOLARE: artigiani e operai svolgono un ruolo fondamentale nelle sommosse.
Gennaio 1848: Manifesto dei comunisti di Marx ed Engels = testo base della rivoluzione proletaria. Per questo motivo
il ’48 è stato scelto sia come anno della nascita del movimento operaio, sia come anno di passaggio tra la stoia
moderna e quella contemporanea.

1.2. La rivoluzione di febbraio in Francia


FRANCIA = centro propulsore
Monarchia liberale di Luigi Filippo d’Orléans (uno dei regimi europei meno oppressivo) MA i francesi (soprattutto i
democratici) vogliono il suffragio universale maschile. I democratici in netta minoranza in Parlamento trasferiscono la
protesta nel “paese reale” attraverso la CAMPAGNA DEI BANCHETTI (= riunioni private).
22 febbraio 1848: PROIBIZIONE di un banchetto → grande manifestazione di protesta: il governo per sedarla, ricorre
alla Guardia Nazionale, che, però, si unisce alla protesta.
24 febbraio: Luigi Filippo abbandona Parigi e si costituisce un nuovo governo (chiamato ‘Seconda Repubblica’):
• favorevole alla repubblica;
• annuncia la convocazione di un’assemblea costituente da eleggere a suffragio universale;
• formato da democratici - repubblicani + 2 socialisti (Louis Blanc e Alexandre Martin).
→ periodo di entusiasmo (ripristino della libertà di riunione + aumento dei giornali).
La Seconda Repubblica fa scelte moderate:
• abolisce la pena di morte per reati politici,
• rifiuta di sostituire al tricolore la bandiera rossa (= simbolo della rivoluzione socialista) → rifiuta di esportare
la rivoluzione oltre i confini;
• afferma il principio del diritto di lavoro → vengono istituiti gli Ateliers nationaux per i lavori pubblici alle
dipendenze del ministero dei lavori pubblici.
23 APRILE 1848: elezioni per l’assemblea costituente
suffragio universale → partecipa anche l’elettorato rurale → vincono i REPUBBLICANI MODERATI (vengono
esclusi i due socialisti).
15 maggio: dimostrazione del popolo parigino viene repressa.
Giugno: vengono chiusi gli ateliers nationaux + si obbligano i giovani disoccupati ad arruolarsi nell’esercito.

23 giugno: INSURREZIONE operaia → vengono dati pieni poteri al ministro della guerra: repressione.
Novembre: approvazione della Costituzione democratica (modello USA): Presidente della Repubblica + una
Assemblea legislativa (entrambe eletti a suffragio universale).
10 dicembre: ELEZIONI presidenziali. I repubblicani si presentano divisi mentre i conservatori appoggiano Luigi
Napoleone Bonaparte → vittoria dei CONSERVATORI.

1.3 La rivoluzione nell’Europa centrale


IMPERO ASBURGICO
Il moto rivoluzionario di Parigi si propaga in tutta Europa.
13 marzo 1848: insurrezione a VIENNA duramente repressa dall’esercito + fuga del cancelliere Metternich →
precipita la situazione nelle province dell’Impero asburgico:
- 15 marzo: tumulti a Budapest (Ungheria),
- 17-18 marzo: tumulti a Venezia e a Milano,
- 19 marzo: Praga chiede autonomie politiche per i cechi.

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Maggio: l’imperatore abbandona la capitale e promette la convocazione del Reichstag (=
parlamento dell’impero) eletto a suffragio universale.
In UNGHERIA si approfitta della crisi del potere centrale per creare un governo nazionale e diventare autonomi da
Vienna:
• fine dei rapporti feudali nelle campagne,
• elezioni del nuovo Parlamento a suffragio universale,
• organizzazione dell’esercito nazionale.
A PRAGA, in aprile, si forma un governo provvisorio: i patrioti cechi chiedono maggiori autonomie per le
popolazioni slave dell’impero. A giugno si riunisce a Praga un congresso dei delegati dei territori slavi sotto la corona
asburgica: alcuni incidenti diventano il pretesto per l’intervento dell’esercito:
- Praga viene assediata e bombardata,
- il congresso slavo viene disperso,
- il governo ceco viene sciolto.
In LOMBARDIA, a luglio, il maresciallo Radetzky sconfigge i piemontesi e ristabilisce il dominio austriaco.
Agosto: l’imperatore torna a Vienna sotto la protezione dell’esercito.

Il governo cerca di risolvere la secessione in UNGHERIA sfruttando la divisione tra slavi (soprattutto croati) e
magiari. MA in ottobre scoppia a VIENNA un’insurrezione per impedire la partenza delle truppe verso il fronte →
repressione.
L’imperatore Ferdinando I abdica a favore del nipote Francesco Giuseppe.

Marzo 1849: l’imperatore scioglie il Reichstag e promulga una costituzione moderata (=parlamento eletto a suffragio
ristretto con poteri limitati.
GERMANIA
18 marzo 1848: manifestazioni a BERLINO → Federico Guglielmo IV di Prussia concede la libertà di stampa e il
Landtag (=parlamento prussiano).
MA continue agitazioni nella Confederazione germanica → richiesta di un’assemblea costituente rappresentante tutti
gli stati tedeschi: un pre-parlamento convoca l’ASSEMBLEA DI FRANCOFORTE, eletta a suffragio universale.
Questa non ha i poteri per imporre la propria autorità ai sovrani e ai governi degli stati tedeschi e per avviare il
processo di unificazione → tutto dipende dalla Prussia (=lo stato più importante) dove la rivoluzione è in declino.
Assemblea di Francoforte: dispute sulla questione nazionale che vede contrapposi:
1. grandi tedeschi = vogliono un’unione di tutti gli stati germanici attorno all’Austria imperiale,
2. piccoli tedeschi = vogliono uno stato nazionale più compatto da costruirsi attorno al Regno di Prussia.
Vince la seconda posizione MA Aprile 1849: una delegazione dell’assemblea offre al re di Prussia (Federico
Guglielmo) la corona imperiale che egli rifiuta perché gli viene offerta da un’assemblea popolare nata da un moto
rivoluzionario.
→ fine dell’Assemblea costituente di Francoforte.

1.4. La rivoluzione in Italia e la prima guerra d’indipendenza


ITALIA
1848: obiettivo è la concessione di costituzioni/statuti.
12 gennaio: sollevazioni a Palermo → Ferdinando II Borbone concede la costituzione al Regno delle Due Sicilie (29
gennaio).
→ Concedono le costituzioni:
o papa Pio IX
o Leopoldo II di Toscana
o Carlo Alberto di Savoia → lo Statuto albertino (4 marzo) diventerà la Costituzione del Regno d’Italia:
▪ Camera dei deputati
▪ Senato di nomina regia
La rivoluzione di Vienna porta in Italia la questione nazionale.
17 marzo: a Venezia manifestazione popolare → il governatore austriaco libera i detenuti politici, tra cui Daniele
Manin.
Rivolta degli operai → Venezia diventa una repubblica (repubblica veneta).
18 marzo: a Milano assalto al palazzo del governo → le 5 giornate di Milano.
Borghesi + popolari VS austriaci
Guidati da Carlo Cattaneo Guidati da Radetzky
22 marzo: governo provvisorio → Radetzky, temendo l’intervento del Piemonte, si ritira nel quadrilatero (Verona,
Legnago, Mantova, Peschiera).

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23 marzo 1848: PIEMONTE DICHIARA GUERRA ALL’AUSTRIA

Cause:
1. con la crisi dell’Impero Asburgico, liberali e democratici vogliono liberare l’Italia;
2. aspirazione della monarchia sabauda ad estendersi ad est;
3. timore che il regno Lombardo-Veneto diventasse un centro di agitazione repubblicano.
Alla guerra anti-austriaca partecipano anche:
o Ferdinando II di Napoli
o Leopoldo II di Toscana
o Papa Pio IX
MA:
- Carlo Alberto non sa condurre le operazioni militari;
- Pio IX è in guerra contro una grande potenza cattolica → 29 aprile si ritira;
- Si ritira anche Leopoldo II di Toscana;
- A metà maggio di ritira anche Ferdinando II.
→ rimangono a combattere le truppe piemontesi + alcuni dei corpi della spedizione, disubbidendo ai sovrani +
volontari toscani guidati da Giuseppe Montanelli + Garibaldi.
23-25 luglio: battaglia di Custoza (vicino a Verona): le truppe di Carlo Alberto vengono sconfitte.
9 agosto 1848: ARMISTIZIO CON L’AUSTRIA

1.5. Lotte democratiche e restaurazione conservatrice


Dopo l’armistizio rimangono a combattere contro l’Impero asburgico:
• Gli ungheresi con la guerra nazionale;
• I democratici italiani con battaglie locali non coordinate.
NB. Le masse contadine sono entrane (a volte ostili) alle battaglie.
Autunno 1848:
- Sicilia sotto il controllo dei separatisti;
- Venezia rimasta nelle mani degli insorti → Manin proclama la repubblica;
- In Toscana si forma un ministero democratico;
- A Roma viene ucciso il primo ministro pontificio → il papa fugge a Gaeta, sotto la protezione di
Ferdinando II Borbone → prendono il sopravvento gruppi democratici.
Gennaio 1849: nell’ex stato pontificio vi sono le elezioni a suffragio universale per l’assemblea costituente (eletti
anche Mazzini e Garibaldi) → si forma la repubblica romana.
Febbraio 1849: Leopoldo II lascia la Toscana e viene convocata l’assemblea costituente.
20 marzo 1848: PIEMONTE DICHIARA GUERRA ALL’AUSTRIA

Cause:
1. pressioni dei democratici;
2. condizioni pesanti per la firma della pace da parte degli austriaci.
A Novara l’esercito sabaudo viene sconfitto.
23 marzo: Carlo Alberto abdica in favore del figlio Vittorio Emanuele II: NUOVO
ARMISTIZIO CON L’AUSTRIA.
Gli austriaci iniziano a porre ordine nella penisola:
• stroncano un’insurrezione a Brescia;
• Aprile: stringono d’assedio Venezia che si arrenderà solo il 26 agosto;
• Occupano i territori delle legazioni pontificie e pongono fine alla repubblica toscana;
• Ferdinando II Borbone riconquista la Sicilia.
MA continua la Repubblica romana (Mazzini, Garibaldi, Pisacane, Mameli…). Pio IX chiede aiuto alle potenze
cattoliche: Bonaparte invia 35.000 uomini → Luglio: fine della repubblica romana.
• Chiedono aiuto allo zar di Russia e pongono fine alla rivoluzione in Ungheria.
FINE DELLA STAGIONE RIVOLUZIONARIA DEL ‘48

La causa principale della sconfitta democratica è la divisione interna delle forze rivoluzionarie in:
o Democratici radicali
o Liberal moderati, che temendo una rivoluzione sociale si riavvicinano alle vecchie classi dirigenti.

1.6. La Francia dalla Seconda Repubblica al Secondo impero


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FRANCIA
13 maggio 1849: elezioni dell’Assemblea legislativa → maggioranza clerico-conservatrice.
Conseguenze:
1. inviano aiuti al papa per contrastare la repubblica romana;
2. si riaprono le porte della scuola e dell’università al clero;
3. nuova legge elettorale: restrizione del diritto di voto;
4. i conservatori guardano con sospetto Bonaparte.
2 dicembre 1851: COLPO DI STATO DI BONAPARTE

21 dicembre: plebiscito a suffragio universale dà a Bonaparte il compito di redigere una nuova costituzione:
o durata di 10 anni del mandato presidenziale,
o ripristino del suffragio universale,
o senato vitalizio di nomina presidenziale,
o toglie alla Camera il potere legislativo.
Dicembre 1852: plebiscito approva la RESTAURAZIONE DELL’IMPERO → Napoleone III.

2. SOCIETÁ BORGHESE E MOVIMENTO OPERAIO


2.1. La borghesia europea
1848-68: crescita e affermazione della borghesia.
Borghesia:
• portatrice di elementi di novità e trasformazione (sviluppo economico + progresso scientifico);
• fa valere la sua influenza e le sue idee-guida (innovazione tecnica, merito individuale…);
• coincide con una fascia ristretta della popolazione (ceti emergenti: imprenditori, banchieri, dirigenti;
ceto medio: impiegati, insegnanti, commercianti, piccoli professionisti);
• stile di vita basato sulle manifestazioni esteriori (attenzione abbigliamento, arredamento);
• valori tradizionali: austerità, moderazione e propensione al risparmio → la povertà viene considerata
come un peccato: i poveri sono poveri perché non riescono a dominare i bassi istinti → tutti possono
diventare ricchi se rispettano i valori;
• struttura della famiglia patriarcale: autorità del capofamiglia + subordinazione della donna, esclusa dalle
attività lavorative.

2.2. Ottimismo borghese e cultura positiva


La borghesia crede nello sviluppo economico e nel progresso scientifico.
POSITIVISMO = indirizzo filosofico che considera la conoscenza scientifica come la sola valida e applica i metodi
delle scienze naturali allo studio di tutti i campi dell’attività umana (Comte).
Esempio: L’origine delle specie (1859) = teoria dell’evoluzione basata sulla selezione naturale VS le credenze
religiose (Sacre scritture). In ambito politico questa teoria viene utilizzata in due modi opposti:
▪ prova del progresso della specie umana;
▪ diritto del più forte nei rapporti tra le classi e tra gli stati.

2.3. Lo sviluppo economico


Anni ’50: espansione dell’economia europea:
▪ aumento dei prezzi
▪ aumento dei salari
▪ aumento dei profitti
’50-’73: boom dell’industria → vantaggio delle nuove potenze industriali (Francia + Germania) → settori siderurgico
e meccanico.
Innovazioni:
o macchina a vapore,
o filatoi e telai meccanici,
o combustibile minerale.
Costi degli impianti + concorrenza → concentrazioni aziendali + società per azioni.
’57-8 + ’66-7: crisi causate dalla sovrapproduzione = prime crisi cicliche tipiche del capitalismo moderno.
Fattori che rendono possibile il boom degli anni ’50:
1. rimozione dei vincoli giuridici → mobilità del lavoro, innovazione tecnologica, uso della carta-
moneta/assegni;

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2. trionfo del libero scambio = eliminazione delle barriere che non permettono la libera circolazione delle merci
(dazi, imposte…);
3. disponibilità di materie prime = scoperta e sfruttamento di nuovi giacimenti (ex. Ruhr) → minerali ferrosi +
carbone;
4. capitali e banche: 1848 scoperta di nuovi giacimenti auriferi in California → in Europa giungono maggior
quantità di metalli preziosi → circolazione monetaria: le banche promuovono investimenti produttivi;
5. mezzi di trasporto: ferrovia.

2.4. La rivoluzione dei trasporti e dei mezzi di comunicazione


Ferrovie:
o boom della costruzione di ferrovie (’50-’60: triplica l’estensione ferroviaria mondiale);
o raggiungono nuovi territori;
o riducono la durata dei viaggi.
Navigazione a vapore: nel 1860 diventa competitiva in termini di velocità e carico.
Telegrafo elettrico:
o nasce intorno agli anni ’30 ma le prime applicazioni risalgono agli anni ’40;
o ’50-’60: tutti i paesi europei si dotano di un sistema di comunicazioni telegrafiche;
o aumento della velocità delle notizie.
→ rivoluzione delle comunicazioni.

2.5. Il proletariato urbano e il movimento operaio dopo il ‘48


sviluppo della grande industria + decadenza della piccola impresa artigiana = emergere del proletariato di fabbrica.
Condizione operaia:
o salari dell’industria > di quelli agricoli;
o vita dell’operaio non migliora rispetto a quella del lavoratore agricolo.
Coscienza di classe = consapevolezza di una condizione comune e desiderio di cambiare
questa condizione.
Nascono le associazioni operaie (in Europa erano già presenti prima del ’48 ma dopo le repressioni si erano
indebolite):
- Gran Bretagna: anni ’50-’60: trade unions = organizzazioni sindacali di mestiere → trade unions congress
= riunisce i delegati di tutti i sindacati.
- Francia: poche organizzazioni a livello locale che dividono le simpatie tra Blanqui (comunista) e
Proudhon (federalista anarchico).
- Italia: i primi socialisti (Pisacane) sono influenzati dalle teorie di Proudhon; il proletariato di fabbrica
quasi inesistente è organizzato in società di mutuo soccorso influenzate da Mazzini.
- Germania: anni ’50: movimento socialista con a capo Lassalle che fonda Associazione generale dei
lavoratori tedeschi = primo esempio di partito operaio organizzato su scala nazionale.

2.6. Marx e «il capitale»


1848: Manifesto dei comunisti di Marx ed Engels → nuova concezione del socialismo + programma rivoluzionario
europeo MA falliscono i moti del ’48.
1867: Il capitale di Marx:
o Descrizione delle leggi e dei meccanismi del capitalismo;
o Storia del capitalismo + previsioni per il futuro;
o Nuovo soggetto rivoluzionario = il proletariato industriale.
TEORIA DEL VALORE LAVORO = il valore di scambio di una merce è dato dalla quantità di lavoro mediamente
impiegato per produrla. Il lavoro viene considerato come merce MA il lavoro produce un valore maggiore ai costi di
produzione. La differenza tra il valore del lavoro e il valore del prodotto si chiama plusvalore e coincide col profitto
dell’imprenditore.
Perché per Marx il capitalismo è destinato a dissolversi?
1. concentrazione del capitale nelle mani di pochi;
2. > massa proletaria misera;
3. incapacità del sistema di assorbire i prodotti → crisi cicliche;
4. concorrenza “anarchica”.
Per i socialisti Marx è un economista che ha analizzato il sistema capitalistico individuandone le contraddizioni → il
marxismo diventa la dottrina ufficiale del movimento operaio.

2.7. L’internazionale dei lavoratori: marxisti e anarchici


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1862: incontro tra una delegazione di lavoratori francesi e i dirigenti delle Trade unions all’Esposizione universale di
Londra.
Settembre 1864: alla ASSOCIAZIONE INTERNAZIONALE DEI LAVORATORI = PRIMA INTERNAZIONALE
partecipano:
▪ una delegazione inglese,
▪ una delegazione francese,
▪ un emissario di Mazzini,
▪ esuli di vari paesi invitati tra cui Marx.
Statuto provvisorio = autonomia del proletariato + lotta contro lo sfruttamento.
Prima internazionale:
o punto di riferimento ideale per i lavoratori europei,
o funzionamento compromesso dall’eterogeneità dei suoi componenti e delle rivalità tra i suoi capi.

Anni ’60:
SOCIALISTI VS PROUDHONIANI
Coloro che vogliono la socializzazione dei Coloro che vogliono un sistema fondato sulle
mezzi di produzione. cooperative e le autonomie locali → le loro idee
tramontano.
Michail BAKUNIN = teorico dell’anarchismo moderno:
o partecipa ai moti del ’48 in Francia e in Germania;
o trascorre 10 anni in carcere e al confino in Siberia;
o diventa esule in Italia e Svizzera;
o partecipa all’Internazionale e appoggia Marx.
Secondo Bakunin gli ostacoli alla libertà dell’uomo sono lo stato e la religione = strumento delle classi dominanti per
mantenere ad una condizione inferiore il resto della popolazione → primo elemento da abbattere con la rivoluzione,
poi spontaneamente sarebbe caduto anche lo stato e si sarebbe affermato il comunismo.
MARX VS BAKUNIN
Considera stato e religione come sovrastrutture = Considera stato e religione come gli ostacoli
prodotti del sistema capitalistico alla libertà dell’uomo.
Si deve distruggere il sistema capitalistico per Si deve distruggere la religione per distruggere
distruggere lo stato borghese. lo stato.
Prima dell’estinzione dello stato e dell’avvento del
comunismo è necessaria la dittatura del proletariato
= fase transitoria che neutralizza le classi
dominanti.
Protagonisti della rivoluzione = il proletariato Protagonisti della rivoluzione = masse
industriale. diseredate (operai, contadini…)
Si può iniziare a combattere dall’interno il sistema. L’unica forma di lotta è la rivolta armata.
Anni ’70: Marxisti VS Anarchici bakuniani
1872: Congresso di Aja. Marx ed Engels fanno approvare il trasferimento della sede centrale dell’Internazionale da
Londra a New York → fine della Internazionale (di fatto viene sciolta nel 1876).

2.8. Il mondo cattolico di fronte alla società borghese


Papa Pio IX:
- 1854: stabilisce il dogma dell’Immacolata concezione;
- 1855: Lourdes diventa meta di pellegrinaggi;
- 1864: pubblica l’enciclica Quanta cura, in cui condanna il liberalismo, la democrazia e il socialismo → condanna
l’intera civiltà moderna, accompagnata dal Sillabo = elenco degli errori del secolo (sovranità popolare, laicità
dello stato, libertà d stampa…).
- 1870: Concilio Vaticano I = si sostiene l’infallibilità del Papa in materia di fede e morale nelle pronunce ufficiali
→ gli stati cattolici isolano la Santa sede.
Settembre 1870: le truppe italiane entrano a Roma MA nessuno soccorre il papa.

In Austria, Francia, Belgio e Germania nascono movimenti cristiano sociali → associazionismo cattolico, fondato
sulle unioni di mestiere, sulle cooperative, sulle casse rurali e artigiane.

3. CITTÁ E CAMPAGNA

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3.1. Urbanesimo
URBANESIMO = trasferimento della popolazione dei paesi industriali dalle campagne alle città.
Dove? Quando?
- in Gran Bretagna, intorno al 1850;
- in Germania, inizio ‘900;
- in Francia, intorno al 1930;
- in Italia, metà del XX secolo.
‘800: ampliamento delle grandi città → sviluppo impetuoso dovuto all’espansione del commercio nel mondo.
- In Asia: CITTÁ-EMPORIO = centri di scambio situati vicino alle foci dei fiumi navigabili o ai terminali delle linee
ferroviarie (in Cina: Canton; in India: Calcutta, Bombay).
- In Europa: METROPOLI (nell’antichità indicava la città madre che fonda le colonie) si espandono a dismisura
grazie allo sviluppo industriale (nuovi posti di lavoro) e alla rivoluzione dei trasporti (Londra, Parigi, Berlino).
Gran Bretagna: piccoli centri acquisiscono importanza grazie alla posizione geografica (vicino a bacini carboniferi/vie
di comunicazione) (Glasgow, Liverpool, Birmingham, Manchester).
Francia e Italia: ritardo industrializzazione → ampliamento delle città dell’ancien régime.
USA: MODELLO DI SVILUPPO delle città: costruzione di grattacieli + espansione dei sobborghi periferici (New
York, Chicago).

3.2. La trasformazione delle città


Cambia la fisionomia delle città:
• La vita cittadina ruota intono a nuovi centri a fianco di quelli tradizionali (cattedrale, piazza del mercato,
municipio): stazioni ferroviarie, Borsa, centri commerciali, tribunale, palazzi dei ministeri (nelle capitali).
• Nasce il quartiere degli affari (uffici + negozi).
• Separazione tra i quartieri residenziali borghesi e le periferie operaie (sovraffollate, malsane, prive di servizi) → le
periferie vengono costruite senza un piano regolatore (= strumento normativo per dare ordine alla costruzione
delle città) sotto la spinta della speculazione edilizia. MA a causa del sovraffollamento si diffondevano facilmente
le malattie infettive (alta mortalità) → viene migliorata la rete fognaria e viene diffuso l’approvvigionamento
idrico.
• Vengono organizzate reti di trasporto pubblico (ferrovie, tramvie elettriche).
• Sviluppo degli apparati burocratici, creazione di nuovi corpi di polizia, formazione di nuovi quadri tecnici
(architetti, ingegneri, amministratori) → maggior controllo sull’urbanizzazione.

3.3. Quattro esempi di rinnovamento urbano: Parigi, Londra, Vienna, Chicago


Parigi: anni ’60 dell’800, intervento attuato dallo Stato. Su incarico di Napoleone III, Haussmann apre larghi viali
(boulevards) che rendevano maggiormente percorribile il centro cittadino e scoraggiavano il ripetersi di sommosse
urbane come quelle del ’48 (vie larghe difficile creare barricate). Parigi viene anche dotata di 15 ponti, 4 stazioni
ferroviarie, sistema di fognature, parchi ed edifici pubblici.
Londra: no pianificazione generale, iniziativa privata. Leasing = i proprietari terrieri cedevano agli imprenditori edilizi
diritti di superficie e usufrutto per periodi determinati rimanendo in possesso della terra → i quartieri si chiamano con
i nomi delle famiglie proprietarie dei terreni (Hannover, Bedford…).
Vienna: viene riorganizzato il suo nucleo centrale e vengono dislocati edifici connessi alle sue funzioni di capitale
imperiale. 1815-1857: vengono distrutte le antiche mura e al loro posto viene costruita la Ringstrasse = ampia strada
circolare sulla quale sono collocati i principali edifici pubblici.
Chicago: metropoli “nata dal nulla”. Distrutta da un incendio nel 1871 viene ricostruita ed ha uno sviluppo verticale
(=costruzione di grattacieli).

3.4. Il mondo delle campagne


Metà ‘800: lavoratori della terra = maggioranza della popolazione attiva. Il mondo contadino comprende realtà
economiche e figure sociali diverse:
- Gran Bretagna: contadini = lavoratori salariati;
- Russia: contadini = servi della gleba;
- Francia: aumento della piccola proprietà contadina;
- Stati tedeschi ed Impero Asburgico: 1815-1850 leggi di emancipazione che aboliscono le forme di lavoro servile e
avviano i processi di privatizzazione delle terre.
Gli effetti della privatizzazione della terra furono diversi:
• Piccola e media proprietà nella Germania dell’Ovest;
• Grandi latifondisti in Europa orientale.
NB. Per la maggior parte dei contadini si passa da essere servi a braccianti senza terra.
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I lavoratori agricoli occupavano comunque i gradini inferiori della scala sociale: redditi bassissimi, alimentazione
povera, analfabetismo, no partecipazione alla vita politica. Con lo sviluppo industriale molti lavoratori della terra si
allontanano dal luogo d’origine: 1840-1870 milioni di lavoratori dell’Europa centrale emigrano nel Nord America.

4. L’UNITÁ D’ITALIA
4.1. La seconda restaurazione
ITALIA
Fallimento moti 1848-’49 → seconda restaurazione: ritorno dei sovrani legittimi.
Il LOMBARDO-VENETO viene occupato militarmente dagli austriaci (a capo Radetzky) e viene inasprita la
pressione fiscale → malcontento popolare.
Nel GRANDUCATO DI TOSCANA e nei DUCATI DI MODENA E PARMA si accentua il distacco tra le corti e
l’opinione pubblica borghese.
Lo STATO PONTIFICIO viene riorganizzato secondo il vecchio modello teocratico-assolutistico.
Nel REGNO DELLE DUE SICILIE si ritorna al sistema assoluto; in ambito economico si ha un gretto
conservatorismo (alti dazi doganali), pressione fiscale mite si traduce in forte limitazione della spesa statale; unici
lavori pubblici nelle zone intorno a Napoli → forte malcontento e isolamento dal resto dell’Europa.

4.2. L’esperienza liberale in Piemonte e l’opera di Cavour


In PIEMONTE, nell’agosto 1849, quando si conclude la pace di Milano con l’Austria, la Camera elettiva si rifiuta di
approvarla → Re Vittorio Emanuele II e il governo presieduto da Massimo D’Azeglio sciolgono la Camera e indicono
nuove consultazioni. La nuova Camera, composta da moderati, approva la pace. Continua la modernizzazione dello
stato con la legge Siccardi (ministro della Giustizia) del febbraio 1850 che riordina i rapporti Stato e Chiesa (fine dei
privilegi del clero).
Camillo Benso di Cavour (1810-61) è aristocratico ma è stato educato al cosmopolitismo culturale e
all’intraprendenza borghese. A 20 anni abbandona la carriera militare per dedicarsi agli studi, ai viaggi ed agli affari.
1847-8: decide di dedicarsi all’attività politica: il suo ideale è quello del liberalismo moderato. Immagina un sistema
monarchico costituzionale fondato sulla libertà individuale e sulla proprietà privata.
1850: diventa Ministro dell’Agricoltura e Commercio.
1852: quando D’Azeglio si dimette per contrasti col re, viene incaricato di formare il nuovo governo:
• Riesce ad accordare l’ala più progressista dei moderati e l’ala più moderata della sinistra democratica
(connubio con Rattazzi): maggioranza di centro.
• Attua una politica liberoscambista (trattati commerciali con gli altri Stati+ abbassamento dei dazi).
• Inasprisce la pressione fiscale per le opere pubbliche (strade, canali, ferrovie) → stimolo per l’industria
siderurgica e meccanica.
• Le condizioni delle classi subalterne non migliorano.
1849-60: moltissimi esuli politici si trasferiscono nel regno sabaudo, amalgamandosi con la classe dirigente
piemontese → la futura classe dirigente italiana.

4.3. Il fallimento dell’alternativa repubblicana


Nonostante le sconfitte del 1848-49, continuano le strategie di Mazzini (in esilio a Londra) e dei mazziniani.
1851-2: la polizia austriaca colpisce l’organizzazione mazziniana con arresti e condanne.
Febbraio 1853: a Milano pochi operai e artigiani attaccano gli austriaci → repressione.
1853: Mazzini fonda a Ginevra il Partito d’azione e cerca il sostegno nel Nord Italia di operai e artigiani
(appoggiando, ad esempio, le società operaie di mutuo soccorso).
Dagli anni ’50 dissensi interni al movimento democratico mettono in discussione la guida di
Mazzini.
Nelle loro opere Ferrari e Pisacane introducono il tema del socialismo nel dibattito interno del movimento
risorgimentale: la lotta per l’indipendenza avrebbe avuto successo solo se ne avessero preso parte le classi popolari.
Per Ferrari l’iniziativa doveva partire dalla Francia, per Pisacane dall’Italia meridionale.
Giugno 1857: Pisacane si imbarca a Genova verso l’isola di Ponza, dove ingrossa le sue forze con 300 detenuti (dal
carcere borbonico) e sbarca a Sapri (costa meridionale della Campania). Non ottenendo forze dai contadini locali
vengono facilmente sconfitti dalle truppe borboniche. Pisacane si uccide per non cadere prigioniero.
Con la sconfitta di Sapri aumenta il dissidio e nasce un movimento indipendentista
filopiemontese, iniziatore Daniele Manin.
Manin propone l’unione di tutte le correnti moderate e democratiche attorno alla monarchia costituzionale di Vittorio
Emanuele II per unificare l’Italia. Vi aderisce anche Giuseppe Garibaldi.
Luglio 1857: il movimento si dà una struttura organizzativa e si chiama ‘Società nazionale’ (si impegna ad appoggiare
la monarchia sabauda fin quando appoggerà la causa italiana).

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4.4. La diplomazia di Cavour e la seconda guerra di indipendenza
Nei primi anni del suo governo Cavour non aveva come obiettivo l’unificazione d’Italia quanto l’espansione del
Piemonte verso l’Italia settentrionale. Cerca di avvicinare il Piemonte all’Europa più moderna e sviluppata:
1855: governo sabaudo si schiera con Francia e Inghilterra contro la Russia
1856: alla conferenza di Parigi il regno sabaudo siede al tavolo dei vincitori e solleva la questione italiana → la
presenza militare austriaca, lo Stato pontificio e il regno delle due Sicilie erano causa dell’instabilità e delle tensioni
rivoluzionarie interne all’Europa. MA non ottiene nulla di concreto, quindi:
• Mantiene viva l’azione patriottica;
• Si assicura l’appoggio della Francia di Napoleone III (unica potenza europea interessata a cambiare la
situazione).
Gennaio 1858: Felice Orsini, repubblicano romagnolo, attenta alla vita dell’imperatore Napoleone III con tre bombe
ma non raggiunge l’obiettivo e provoca molti morti tra la folla → Cavour ribadisce la necessità di intervento per il
problema italiano.
Luglio 1858: accordi di Plombières che ipotizzavano un’Italia suddivisa in tre regni: d’Alta Italia, centrale e
meridionale.
Cavour cerca la guerra con l’Austria: manovre militari al confine, armamento di corpi volontari, discorso del re…
23 APRILE 1859: AUSTRIA invia un ULTIMATUM al Piemonte che viene respinto.
Dopo un primo scontro a Montebello (sul Po), mentre i volontari di Garibaldi impegnavano l’esercito asburgico
penetrando nel Nord della Lombardia, i franco-piemontesi sconfiggono gli austriaci (primi di giugno) nella battaglia di
Magenta (pressi del Ticino).
!!! Giocano un ruolo fondamentale le ferrovie per gli spostamenti dell’esercito.
24 giugno 1859: l’esercito austriaco viene sconfitto contemporaneamente nella battaglia di Solferino e di San Martino.
MA Napoleone, nonostante la situazione favorevole, chiede l’armistizio agli austriaci.
Perché?
- pressione dell’opinione pubblica francese (costi umani e finanziari troppo elevati);
- minaccia di intervento della Confederazione germanica a fianco dell’Austria;
- insurrezione nell’Italia centro-settentrionali: fuggono i sovrani e gli stati si pronunciano per l’annessione
al Piemonte.
11 LUGLIO 1859: ARMISTIZIO A VILLAFRANCA (vicino a Verona)
o l’Impero asburgico rinuncia alla Lombardia e la cede alla Francia (che l’avrebbe poi passata al Piemonte);
o nel resto d’Italia si sarebbe dovuti tornare allo status quo precedente lo scoppio della guerra.
Cavour, colto alla sorpresa, si dimette e viene sostituito dal generale La Marmora.
Novembre 1859: PACE DI ZURIGO tra Italia ed Austria.
Gennaio 1860: ritorno di Cavour al potere negozia la cessione della Savoia e della Nizza in cambio dell’assenso
francese alle annessioni nell’Italia centrale.
Marzo 1860: Emilia, Romagna e Toscana scelgono con un plebiscito di annettersi al Piemonte.

4.5. Garibaldi e la spedizione dei Mille


Con le nuove cessioni e ed annessioni lo Stato Sabaudo da Stato dinastico diventa Stato nazionale: moderati
soddisfatti MA democratici vogliono approfittare della situazione dell’Italia meridionale e si pensa ad una spedizione
in Sicilia.
Maggio 1859: Regno delle due Sicilie sale al trono il giovane Francesco II.
Francesco Crispi e Rosolino Pilo (mazziniani in esilio) progettano la spedizione in Sicilia:
▪ organizzano una rivolta locale prima dello sbarco;
▪ assicurano alla spedizione un’efficiente guida politica;
▪ si garantiscono l’appoggio del governo piemontese.
1860:
- rivolta a Palermo che viene duramente repressa ma che riesce ad estendersi nelle campagne.
- Crispi convince Giuseppe Garibaldi a prendere il comando della spedizione: Cavour, temendo interventi
internazionali, avversa la spedizione senza impedirla; Vittorio Emanuele II è favorevole ma non può intervenire →
scarso equipaggiamento e pessimo armamento.
- Notte 5-6 maggio: circa mille volontari (metà borghesi, metà operai/artigiani; provenienti da diverse regioni)
partono da Quarto (presso Genova) e sbarcano a Marsala (estremità Sicilia occidentale) e vengono accolti
favorevolmente dalle popolazioni.
- 15 maggio: a Calatafimi i garibaldini mettono in fuga le truppe borboniche nonostante l’inferiorità numerica →
vanno a Palermo, la popolazione insorge, dopo tre giorni i contingenti governativi devono abbandonare il capoluogo
→ Garibaldi proclama la decadenza della monarchia borbonica.

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- In Sicilia si forma un governo provvisorio e Crispi tenta di attuare una riforma sociale; nell’Italia settentrionale si
raccolgono uomini e mezzi da inviare in Sicilia.
- Giugno-luglio 15.000 volontari sbarcano a Palermo → 20 luglio a Milazzo vengono sconfitte e costrette a ritirarsi
nel continente le truppe borboniche.
- Cavour cerca di agevolare l’esito favorevole della spedizione, favorendo l’afflusso di armi e volontari MA vuole
avere un controllo maggiore e vuole l’annessione della Sicilia. Garibaldi si oppone.
- Ben presto nascono contrasti tra contadini insorti (che non volevano liberarsi solo dai borboni ma anche dalla
struttura sociale arcaica e semifeudale) e i garibaldini (che cercavano di assecondare le richieste dei contadini ma al
contempo interessati al loro obiettivo ultimo), sfociati a volte in dure repressioni → i proprietari terrieri si rendono
conto che l’annessione al Piemonte è l’unico modo per mantenere l’ordine sociale.

4.6 L’intervento piemontese e i plebisciti


- 20 agosto: Garibaldi sbarca in Calabria e risale la penisola.
- 6 settembre: Francesco II abbandona la capitale e si rifugia nella fortezza di Gaeta.
- 7 settembre: Garibaldi entra a Napoli.
- Cavour decide di intervenire perché teme che Napoli diventi la base per un attacco allo Stato pontificio con
conseguente intervento francese.
- Dopo aver ottenuto l’assenso di Napoleone III, le truppe sabaude entrano nello Stato della Chiesa: invadono Umbria
e Marche, sconfiggendo le truppe pontificie a Castelfidardo; Garibaldi intanto sconfigge i Borboni a Volturno.
- Il Parlamento piemontese approva una legge proposta da Cavour che autorizza il governo a decretare l’annessione di
altre regioni italiane allo stato sabaudo purché le popolazioni esprimessero la loro volontà tramite un plebiscito
(accettare o respingere in blocco l’annessione allo Stato sabaudo con la sua forma di governo).
- 21 ottobre: plebisciti a suffragio universale maschile in tutte le province meridionali e in Sicilia: maggioranza sì.
- 25 ottobre: incontro tra Garibaldi e il re a Teano, presso Caserta → cede al governo le responsabilità delle province
liberate e si ritira a Caprera in volontario isolamento.
17 MARZO 1861: Primo Parlamento nazionale (eletto secondo la legge vigente in Piemonte
→ su base censitaria) proclama Vittorio Emanuele II re d’Italia.

4.7. Le ragioni dell’unità


L’Unità d’Italia iniziò a coinvolgere tutti i ceti, che seguivano la scia dello stato più avanzato e liberale (il Piemonte).
Essa è stata possibile grazie a una combinazione attiva dall’alto (politica di Cavour e monarchia sabauda) e dal basso
(insurrezioni in Italia e spedizione di Garibaldi). Non va però dimenticato che gli interventi internazionali hanno avuto
il loro ruolo, infatti, la Gran Bretagna è rimasta neutrale, così come l’Impero asburgico, mentre la Francia aveva dato
il suo contributo in passato.

5. L’EUROPA DELLE GRANDI POTENZE (1850-1890)


5.1. La lotta per l’egemonia continentale
Nei decenni successivi al congresso di Vienna (1814-1815) si affermano le cosiddette 5 grandi potenze, ossia quegli
stati che per dimensioni, per capacità economica e per forza militare, potevano avere un ruolo attivo negli affari
internazionali:
o Gran Bretagna,
o Francia,
o Austria,
o Prussia
o Russia.
Nel ventennio 1850-’70 dissidi tra queste superpotenze: la Francia di Napoleone III, temendo che la Prussia potesse
espandersi troppo e acquisire sempre maggiore potenza, decise di dichiararle guerra, sperando così di evitare
un’unione tedesca. Fu però la Germania a vincere ed instaura un giro di alleanze mirato a isolare la Francia.
Cambiamenti delle politiche interne (tranne che per la Russia zarista):
- Gran Bretagna potenzia le sue istituzioni liberali;
- Francia, dopo la sconfitta, diviene una repubblica;
- Francia, Gran Bretagna e Germania danno maggiore importanza agli organi elettivi, allargando l’area degli
aventi diritto di voto, e si interessano ai problemi sociali.
5.2. La Francia del Secondo Impero e la guerra in Crimea
FRANCIA
Il Secondo Impero non appartiene ai sistemi liberal-parlamentari ma nemmeno ai regimi monarchici tradizionali →
nuovo sistema politico: BONAPARTISMO = un omaggio formale al principio della sovranità popolare (tramite
plebisciti), che legittimava in realtà un potere fondato sulla forza delle armi (centralismo autoritario + riformismo
sociale + conservatorismo borghese). Per mantenere il suo autoritarismo, Napoleone III univa la pratica del
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paternalismo al consenso popolare, verificato tramite elezioni regolari della Camera a suffragio universale. Cerca il
consenso non solo dei contadini (metà della popolazione attiva) ma anche della borghesia urbana.
Il secondo Impero è caratterizzato da:
o sviluppo delle banche grazie alla nascita degli istituti di credito mobiliare;
o costruzione di ferrovie e di grandi opere pubbliche → impulso all’edilizia, alle industrie siderurgiche e
meccaniche;
o aspetto tecnocratico: affida potere ai tecnici (scienziati, ingegneri, esperti di economia e finanza);
o Tradizione bonapartista: si impegna in una politica estera ambiziosa.
1853-1854: QUESTIONE D’ORIENTE – GUERRA DI CRIMEA = scontro, tra la Francia (supportata dalla Gran
Bretagna, l’Austria decide di restare neutrale) e la Russia, che voleva impossessarsi dell’Impero ottomano sempre più
debole.
- Novembre 1853: utilizzando come pretesto la tutela dei cristiani ortodossi in Turchia la Russia apre l’ostilità contro
l’Impero Ottomano, ottenendo alcuni successi.
- Estate 1854: Gran Bretagna (per opinione pubblica anti-russa) e Francia (per affermare la sua presenza nel
Mediterraneo) inviano una flotta nel Mar Nero, facendo sbarcare gli eserciti nella penisola di Crimea e assediano la
piazzaforte di Sebastopoli per un anno (grazie al telegrafo l’opinione pubblica è informata giorno per giorno
sull’andamento della guerra). A favore di Gran Bretagna e Francia interviene nel 1955 anche il Regno di Sardegna.
- Settembre 1855: cade Sebastopoli.
- Febbraio 1856: congresso delle potenze europee a Parigi: l’Impero ottomano mantiene i principati autonomi di
Serbia, Moldavia e Valacchia. La Francia non ottiene nulla ma ricopre un ruolo da protagonista nel congresso.
APPOGGIO AI MOVIMENTI NAZIONALI
1858: alleanza col Piemonte → guerra contro l’Austria: vittoria MA contrasti tra imperatore e gruppi cattolico-
conservatori
1870: guerra franco-prussiana + crollo del regime napoleonico

5.3. Il declino dell’Impero asburgico e l’ascesa della Prussia


IMPERO ASBURGICO
anni ’50: l’Impero asburgico tenta di riorganizzarsi sulla base del vecchio sistema assolutistico:
o Viene revocata la costituzione concessa nel ’49 (mai applicata)
o centralismo amministrativo (> burocrazia) MA contribuisce ad esasperare il problema della monarchia asburgica =
la presenza di numerose nazionalità che cercavano di coabitare.
o abolizione della servitù della gleba: i contadini possono riscattare le terre pagando indennizzi modesti.
o alleanza con la Chiesa cattolica – concordato tra Impero e Chiesa (1855) che permisero così di avere l’appoggio
sia dei contadini che della Santa Sede.
→ Così facendo però si trascurava la borghesia produttiva (alla quale venivano imposte tasse sempre più alte):
l’Austria non ebbe né uno sviluppo economico né vittorie militari.
PRUSSIA (stato dell’Impero asburgico)
La Prussia si propone alla guida della nazione tedesca, basandosi sul suo sviluppo industriale e sull’integrazione della
sua economia con quella degli altri Stati tedeschi (uniti dal 834 in una Lega doganale).
▪ Parte occidentale della Prussia (Renania-Westfalia): sviluppo industria + crescita della borghesia;
▪ Parte orientale della Prussia: economia prevalentemente agricola, basata sulla grande proprietà terriera.
Infatti, nonostante fossero stati aboliti gli ordinamenti feudali, il potere dell’aristocrazia latifondista (Junker) era
intatto. Gli Junker erano un gruppo ristretto, compatto, conservatore, ed avevano un ruolo importante nella vita dello
Stato: si occupavano sia degli ufficiali di carriera sia dei più alti gradi dell’amministrazione statale. Lo stesso sistema
elettorale era nelle loro mani, in quanto erano la maggioranza. Tuttavia, il Parlamento non aveva un reale potere sul
Governo, il quale rispondeva direttamente al sovrano. Proprio l’autoritarismo politico e il conservatorismo sociale si
rivelano le due carte vincenti per la ripresa prussiana. La Germania possiede elementi moderni sconosciuta agli altri
stati europei:
o Rete ferroviaria sviluppata;
o Efficiente sistema di comunicazione interna → > scambi commerciali;
o Alta diffusione istruzione elementare;
A tutto ciò segue anche un’adeguata forza militare.
1861: re Guglielmo I vuole una riforma per rafforzare il loro esercito: aumento degli organici, prolungamento della
ferma, potenziamento dei quadri permanenti a scapito della milizia territoriale. Il Parlamento però, fortemente
contrario, non approva la riforma → di ripicca, il re nomina cancelliere (= capo del governo) il conte Otto von
Bismarck, appartenente all’ala più reazionaria degli Junker. Appena sale al potere, Bismarck attua la riforma
dell’esercito e si impegna per risolvere il problema dell’unità nazionale. Il primo ostacolo di questa unificazione era

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costituito dall’Austria che faceva parte della Confederazione Germanica (all’interno della quale aveva un ruolo
primario).
1864-65: Guerra tra Prussia e Austria per l’amministrazione di alcuni ducati (Schleswig, Holstein, Lauenburg)
strappati alla Danimarca (Guerra dei Ducati: Danimarca VS Prussia+Austria). Bismarck si allea con il Regno d’Italia e
ottiene la neutralità della Russia e della Francia; molti Stati minori della Confederazione Germanica si alleano
all’Austria per paura di essere assorbiti dalla Prussia.
giugno1866: scoppiò la GUERRA AUSTRO-PRUSSIANA, durata appena tre settimane, vinta dalla Prussia (3 luglio -
battaglia di Sadowa, vicino a Praga) grazie alla forza del suo esercito e al loro efficiente sistema ferroviario (prima
guerra di movimento).
Agosto 1866: Pace di Praga:
- Austria cede il Veneto all’Italia
- nuova Confederazione germanica, della quale fanno parte solo i paesi a nord del Meno, quelli a sud restano
indipendenti (Confederazione della Germania del nord, diretta da Guglielmo I).
1867: con il COMPROMESSO l’impero asburgico viene diviso in due Stati, quello austriaco e quello ungherese →
avevano un unico sovrano ma parlamenti e governi differenti. Il trionfo di Bismarck dà così l’avvio a una nuova
corrente nazional-liberale, tuttavia, a differenza degli altri stati, era il sovrano ad avere il vero potere e non gli organi
elettivi.

5.4. La guerra franco-prussiana e l’unificazione tedesca


Bismarck avvia l’ultima fase del suo programma: l’unificazione di tutti gli Stati dell’ormai ex Confederazione
germanica, ad esclusione dell’Austria, in un Reich tedesco sotto la corona degli Hohenzollern. L’ultimo ostacolo è
rappresentato dalla Francia: Napoleone III teme la Germania unita (era stata disgregata dal Trattato di Westfalia del
1648).
1868: il trono di Spagna resta vacante dopo un colpo di Stato militare e viene offerta la corona a Leopoldo, un parente
del re di Prussia. Subito Napoleone III vede il pericolo di un accerchiamento e riesce a far rifiutare il trono a
Leopoldo.
19 luglio 1870: Dopo un incontro tra i rappresentanti di Francia e Prussia, e in seguito a un voluto equivoco da parte di
Bismarck (telegramma di Ems: si lascia intendere che l’ambasciatore francese sia stato bruscamente congedato
dall’imperatore tedesco), la Francia, pienamente sostenuta e incitata dai cittadini colpiti nell’orgoglio nazionalistico,
intraprende la guerra contro la Prussia.
I francesi non erano pronti militarmente, erano in minoranza e meno organizzati.
1° settembre: i francesi vengono sconfitti a Sedan (confine col Belgio) e l’imperatore cade prigioniero dei tedeschi.
In pochi giorni, si crea un governo provvisorio a maggioranza repubblicana a Parigi, ormai sotto assedio dei prussiani,
cercando di riorganizzare l’esercito MA il governo è costretto a lasciare la capitale.
Nel frattempo, gli stati tedeschi che avevano ancora dubbi ad unirsi alla Prussia si convincono, visti i risultati in guerra
→ 18 gennaio 1871: Guglielmo I viene incoronato a Versailles imperatore tedesco del nuovo Reich (impero). È
un’unità calata dall’alto, mai ratificata da un plebiscito.
28 gennaio 1871: si firma l’armistizio.
10 maggio 1871: Bismarck fa firmare il trattato di Francoforte, che era una vera e propria umiliazione per la Francia:
- deve cedere Alsazia e Lorena (economicamente vantaggiose) al Reich,
- costretta a una pesante indennità di guerra e finché non l’avesse completamente pagata doveva tenere sul suolo
francese truppe del Reich.

5.5. La Comune di Parigi


FRANCIA
Primavera 1871: dissidi interni, a livello politico e sociale. Era nata infatti la Guardia nazionale, un “organo” che si
pensava potesse ristabilire l’ordine dopo la battaglia di Sedan. Se da una parte i cittadini della capitale erano pronti a
combattere, i contadini e i cittadini dei centri minori erano volenterosi di accettare l’accordo di pace.
8 febbraio 1871: elezioni della nuova Assemblea nazionale, composta (grazie ai voti delle campagne) per la
maggioranza da moderati e conservatori, e viene chiamato Thiers (rappresentante della Francia moderata) a presiedere
il governo. Appena preso il potere, il governo avvia le trattative per la pace, MA viste le durissime condizioni
dell’accordo, il popolo di Parigi scontento insorge.
Marzo 1871: La capitale viene abbandonata a se stessa (i reparti dell’esercito e i funzionari governativi vengono
ritirati dalla capitale) e quando il governo ordina la consegna delle armi, la Guardia nazionale si rifiuta e indice le
elezioni per il Consiglio della Comune (28 marzo).
“Comune” dovrebbe rappresentare un organo di autogoverno cittadino ma ricorda anche la Comune giacobina, infatti
anche questa assume tratti molto rivoluzionari: dopo le elezioni il potere resta nelle mani dell’estrema sinistra
(l’elettorato conservatore si astiene) e si avvia un’esperienza radicale di democrazia diretta, apprezzata da Marx e
Bakunin:

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o viene abolita la differenza tra potere esecutivo e legislativo,
o l’esercito viene sostituito da milizie popolari armate,
o tutti i funzionari sono elettivi e removibili al tempo stesso.
Solo alcuni aspetti sono considerati socialisti (molto pochi), tra cui quello che stabiliva l’uguaglianza di salario tra
impiegati e operai. Il movimento appena nato però, è isolato e limitato alla sola capitale, tutti gli altri piccoli centri e le
campagne sono esclusi → motivo per cui quest’esperienza fallisce nel giro di poco tempo.
21-28 maggio 1871: “settimana di sangue”, nella quale la comune viene repressa dalle truppe governative → il
movimento rivoluzionario francese subisce un’altra sconfitta.

5.6. La svolta del 1870 e l’equilibrio bismarckiano


GERMANIA
Machtpolitik = nuova ideologia di politica di potenza, fondata sullo sviluppo di eserciti permanenti e di armamenti di
terra e mare. Si sviluppa anche una nuova politica economica che prevede il protezionismo e non più i liberi scambi.
Tutto questo, anche se in apparenza è negativo, ha contribuito invece a rendere stabile il paese per molto tempo.
1871-1914: periodo di pace in Europa: i conflitti si concentrano principalmente nell’area balcanica o fuori dall’Europa
per il controllo delle colonie.
L’Impero tedesco, il più potente in ambito militare ed economico, dopo aver sconfitto la Francia, cerca di mantenere
l’equilibrio europeo → il cancelliere Bismarck fa in modo che la Francia rimanga isolata:
o la Gran Bretagna si manteneva come sempre lontana dai conflitti,
o l’Impero tedesco stringe alleanze con la Russia, l’Austria-Ungheria e l’Italia.
1873: viene stipulato il patto dei tre imperatori tra Germania, Austria e Russia, fondato sulla solidarietà dinastica tra
i tre interessati. L’alleanza aveva però un punto debole: l’interesse che avevano Russia e Austria sulla penisola
balcanica.
1875-76: la Turchia interviene in Bosnia, in Erzegovina e in Bulgaria per reprimere una serie di rivolte delle
popolazioni slave.
Primavera 1877: la Russia entra in guerra per proteggere gli slavi e dopo un anno sconfigge la Turchia, imponendole il
trattato di Santo Stefano:
• nasce lo Stato bulgaro,
• si dichiara l’indipendenza della Serbia e del Montenegro,
• Bosnia ed Erzegovina diventano autonome.
Questo accordo provoca timori nell’Austria e nell’Inghilterra.
1878: Bismarck, per placare lo scontento generale, convoca a Berlino un congresso tra le grandi potenza:
• affida provvisoriamente Bosnia ed Erzegovina all’Austria,
• cede Cipro all’Inghilterra.
Bismarck cerca di legare più saldamente Austria e Russia :
• divide la zona dei Balcani in zone di influenza
• 1882: stipulando la Triplice Alleanza = accordo tra Germania, Austria-Ungheria e Italia.
Elementi di fragilità dell’alleanza:
o storica inimicizia tra Italia e Austria per il Trentino e il Friuli,
o controllo dell’area balcanica, per la quale sorsero nuovi contrasti tra Austria e Russia (1885-1886).
Bismarck capisce che non può tenere due potenze rivali nella stessa alleanza:
1. mantiene l’alleanza con l’Austria;
2. 1887: stipula con la Russia, senza informare l’Austria, il trattato di contro-
assicurazione, nel quale la Germania prometteva di non affiancare l’Austria in
un’eventuale guerra contro la Russia, e la Russia prometteva di non aiutare la Francia
in una possibile guerra contro la Germania.
1890: Bismarck si deve dimettere a causa di dissidi con il nuovo imperatore Guglielmo II.

5.7 La Germania imperiale


Il Reich, dal punto di vista istituzionale, è un organismo molto complesso:
▪ I 25 Stati che lo compongono hanno ciascuno un proprio governo e un proprio parlamento, i cui poteri sono
però limitati in campo amministrativo.
▪ Le grandi decisioni spettano al governo centrale, presieduto da un cancelliere che è responsabile solo di fronte
all’imperatore (e non al parlamento).
▪ Il potere legislativo è esercitato da una Camera eletta a suffragio universale (=Reichstag) e da un Consiglio
federale (=Bundesrat), composto dai rappresentanti dei singoli stati, che ha il compito di ratificare o meno le
leggi della Camera, che ha un potere molto ridotto.

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▪ Il potere del cancelliere è dovuto a un’alleanza tra il mondo industriale e bancario, ma anche con l’aristocrazia
terriera e militare → nel Reich sorgono i primi movimenti di massa e nuove fazioni politiche che si
aggiungono al Partito conservatore (Junker) e al Partito nazional-liberale (borghesia industriale e
commerciale):
- 1871: nasce il Centro, un partito di dichiarata ispirazione cattolica → appoggio dei contadini e
dei ceti medi urbani,
- 1875: sorge il Partito socialdemocratico tedesco → adesione operaia.
1879: politica protezionistica a vantaggio dell’industria pesante e della cerealicoltura → Bismarck rafforza il suo
legame con l’aristocrazia terriera e il mondo industriale.
Kulturkampf = lotta di Bismarck contro i cattolici, emanando leggi (1872-75) per rendere laico lo stato e per poter
sorvegliare il clero cattolico. MA questo fa aumentare il numero dei cattolici in parlamento → il cancelliere si vede
costretto ad attenuare la sua linea politica (1887).
Dopo aver fallito con i cattolici si ritrova a dover combattere con la minaccia della socialdemocrazia. Emana leggi
eccezionali per i socialdemocratici, che prevedono per esempio la limitazione della libertà di stampa e di associazione.
MA al tempo stesso cerca di proteggere i lavoratori, istituendo delle assicurazioni obbligatoria in caso di infortuni,
malattie o vecchiaia: questo aspetto è molto innovativo in quanto prima era una prerogativa di privati o della Chiesa.
Tutto questo ha in realtà lo scopo di attrarre a sé le masse lavoratrici, in modo da avere un ulteriore supporto. I
socialdemocratici, alla fine degli anni ’80, riescono a creare un forte movimento sindacale.
Sarà anche l’affermazione dei socialdemocratici a provocare l’allontanamento di Bismarck dal
governo.

5.8 La Terza Repubblica in Francia


FRANCIA
Luglio 1872: instaura il servizio militare obbligatorio.
Settembre 1873: paga in anticipo l’indennità di guerra ai tedeschi.
fine anni ’70: Francia recupera il suo prestigio internazionale, dispone di un forte esercito e vuole conquistare delle
colonie. Grazie al forte patriottismo dei cittadini e alla forte pressione fiscale riesce a sollevare la sua economia in
poco tempo.
Processo di stabilizzazione politica più critico: l’Assemblea nazionale, che ha il compito di scegliere la forma di
governo più adatta, punta a restaurare la monarchia, ma grazie alle divergenze tra legittimisti (fautori del ritorno dei
Borbone) e orleanisti (sostenitori degli eredi di Luigi Filippo), si opta per la repubblica. La costituzione della TERZA
REPUBBLICA (1875) prevede:
▪ il potere legislativo esercitato da una Camera eletta a suffragio universale e da un Senato, costituito da membri
vitalizi ed elettivi.
Il potere esecutivo nelle mani del presidente della Repubblica che veniva eletto dalle camere riunite e al quale
spettavano grossi poteri.
Elezioni 1876: successo per i repubblicani francesi.
Estate 1877: il presidente della Repubblica Mac Mahon scioglie la Camera perché non vuole la maggioranza
repubblicana.
Elezioni 1877: successo per i repubblicani francesi → dopo un anno il presidente si dimette.
Ad avere la meglio, nei primi anni della repubblica, sono i repubblicani moderati, detti anche opportunisti, i quali
hanno un solido legame con l’elettorato “medio” (=commercianti, impiegati e piccoli agricoltori). Aspirano al
progresso senza però dimenticarsi delle loro tendenze sociali conservatrici. Proprio in merito a questo punto nascono
le critiche dei repubblicani più avanzati, o radicali.
1879: il parlamento torna da Versailles a Parigi.
1880: viene approvata un’amnistia per i comunardi incarcerati o deportati.
1884: Il Senato viene reso completamente elettivo e vengono vagliate tre leggi molto importanti:
- Libertà di associazione sindacale,
- Ampliamento autonomie locali, stabilendo l’elettività dei sindaci,
- Introduzione del divorzio.
1880-85: istruzione elementare obbligatoria e gratuita → battaglia per una scuola laica.
Un grave male della Terza Repubblica è la corruzione, diffusa nelle alte sfere, e che aveva contaminato ogni ambiente
→ disagio e sfiducia nell’opinione pubblica (caso Boulanger: capo di un movimento che chiedeva riforme delle
istituzioni viene accusato di complotto ai danni della Repubblica e costretto a fuggire).

5.9. L’Inghilterra vittoriana


GRAN BRETAGNA
Dal 1848: periodo di lunga stabilità politica, tranquillità sociale e prosperità economica per la Gran Bretagna:
o Metà della popolazione attiva lavora nell’industria.

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o sviluppo del sistema ferroviario e della flotta mercantile → diventa il centro commerciale e finanziario cui
facevano capo i traffici di tutti i continenti.
o L’impero coloniale molto vasto e in continua espansione.
o Basso tasso di analfabetismo.
Dal 1848-66 i liberali governano il paese consolidando il sistema parlamentare (nato in Gran Bretagna):
- la corona = ruolo per lo più simbolico occupato dal 1837-1901 dalla regina Vittoria;
- il Parlamento = arbitro indiscusso della vita politica:
▪ Camera alta (Camera dei Lords → maggiori poteri) si accede per nomina regia o ereditaria,
▪ Camera elettiva (Camera dei Comuni) è espressione solo del 15% della popolazione
Il sistema parlamentare non è democratico → lotta per l’allargamento del suffragio universale,
condotta negli anni ’60 da intellettuali radicali come Bright e Stuart Mill.
1865: Gladstone, capo dei liberali, propone una legge per una estensione del diritto di voto MA incontra resistenze
interne al partito → il governo cade e il potere torna nelle mani dei conservatori.
1867: Disraeli, capo dei conservatori, propone ed approva la Reform Act = ammette al voto i lavoratori urbani a
reddito più elevato (questa parte della popolazione era però favorevole ai liberali).
Elezioni 1868: Gladstone diventa capo di un governo progressista:
o Viene migliorato il sistema di istruzione pubblica e ridimensionato il ruolo della Chiesa anglicana nella
scuola.
o Viene affermato nell’amministrazione pubblica il principio di reclutamento tramite concorsi.
o Viene proibita la compravendita di gradi nell’esercito.
o Viene abolita la pratica del voto palese che aveva favorito l’aristocrazia terriera.
1874: ritorna Disraeli al potere, cambiando l’orientamento della politica estera. Dà priorità alla politica coloniale
consolidando i possedimenti indiani, non dimenticandosi di ricercare il consenso delle masse popolari. Vengono
approvate leggi importanti per i lavoratori. MA viene criticato per la sua “alleanza” con i Turchi in merito alla
questione orientale.
1880: sale al potere Gladstone, modificando le linee della politica estera britannica.
1884: nuova legge che allarga ancora il suffragio universale comprendendo la maggioranza dei lavoratori agricoli.
QUESTIONE IRLANDESE: Irlanda = un paese per lo più agricolo, che ha subito grosse perdite a causa della crisi
(fine anni ’70). La reazione del movimento nazione irlandese si esprime sia con azioni terroristiche dell’ala estremista
e repubblicana sia con le richieste in Parlamento per diventare autonoma. Gladstone, per risolvere la questione, cerca
prima di avviare una riforma agraria (1881), poi, rendendosi conto che non era sufficiente, decide di proporre la Home
Rule (1886) = ampia autonomia politica all’Irlanda. MA il Parlamento rifiuta e il governo torna in mano ai
conservatori.

5.10. La Russia di Alessandro II


RUSSIA
la Russia è il paese più arretrato, a livello economico, civile e militare:
o inizio degli anni ’50: esiste ancora la servitù della gleba = uomini legati alla terra che coltivano (vengono
comprati e venduti insieme ad essa) e subordinati ai proprietari cui devono un canone in denaro o un
contributo in lavoro sulle terre patronali.
o L’organizzazione del lavoro fondata sui mir = comunità di villaggio dove assemblee composta da i
capofamiglia assegnano ai contadini i fondi da coltivare e curano le imposte dovute ai signori.
→ Il potere era quindi in mano all’aristocrazia terriera.
o È privo di vere e proprie istituzioni rappresentative: apparato burocratico poliziesco, responsabile dei suoi atti
solo di fronte allo zar.
o Vita intellettuale molto attiva.Gli intellettuali discutono di ogni genere di argomento, ed sono divisi in due
correnti contrapposte: gli occidentalisti, che vedono nell’adozione di modelli politici e culturali offerti dai
paesi più avanzati il mezzo ideale per risollevare il paese, e gli slavofili, che sono contro ogni coinvolgimento
con gli altri paesi in favore delle tradizioni/religioni/antiche istituzioni russe.
1855: sale al trono Alessandro II, che vara una serie di leggi per modernizzare il paese, nella burocrazia, nella scuola,
nel sistema giuridico e nell’esercito. Crea anche un decentramento amministrativo, grazie alla creazione di consigli
distrettuali elettivi.
1861: abolisce la schiavitù della gleba. Inizialmente questo atto riscuote molto successo ma, ben presto, i contadini si
rendono conto che non gli conveniva affatto, in quanto le terre a loro disposizione sono di meno, e per averle devono
pagare molto più denaro di quanto si aspettassero. → il malcontento dilaga molto in fretta e porta a numerose rivolte e
insurrezioni, tra le quali si ricorda quella dei polacchi (1863-1864), che viene (come le altre) duramente repressa. Si
passa ad una politica forzata di russificazione del paese: aumento dei controlli polizieschi e della censura. Aumenta il
contrasto tra stato e borghesia colta, e si diffonde anche il “populismo russo”, formato dagli intellettuali rivoluzionari
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che volevano in qualche modo educare e al tempo stesso svegliare il popolo. Questo periodo di ribellioni termina con
l’attentato ad Alessandro II, che muore per mano di un attentatore anarchico (1881).

6. I NUOVI MONDI: STATI UNITI E GIAPPONE


6.1. Sviluppo economico e fratture sociali negli Stati Uniti
STATI UNITI
Intorno alla metà del XIX secolo, gli Stati Uniti rappresentano uno dei paesi più sviluppati:
o la popolazione è in costante aumento, soprattutto grazie al flusso migratorio proveniente dall’Europa;
o il paese è in crescente espansione: i confini si spostano verso Ovest;
o la produzione agricola progredisce regolarmente, sia mettendo a coltura nuove terre nelle regioni
recentemente colonizzate sia sviluppando una produzione più moderna e capitalistica nel Midwest (stati del
vicino Ovest).
o Nella costa est invece, al nord, crescono sempre più rapidamente numerose industrie.
MA profonde sono le fratture interne, che spaccarono il paese in tre diverse società, diverse a livello economico, di
tradizioni e valori.
- Stati del Nord-Est: sede delle prime colonie britanniche → nucleo originario. È la zona più ricca e progredita,
con i maggiori centri urbani (come NY e Boston). Qui si concentrano i commerci principali con l’Europa e si
indirizza il flusso migratorio. I valori su cui si basa sono quelli del capitalismo imprenditoriale.
- Stati del Sud: società agricola, tradizionalista, fonda la sua economia sulle grandi piantagioni di cotone. La
maggior parte della manodopera è costituita da schiavi neri, mentre il ceto dei grandi proprietari (ristretta
minoranza) conta nella vita sociale, politica e militare: una sorta di aristocrazia.
- Stati dell’Ovest: sono abitati da liberi agricoltori e allevatori di bestiame, la loro è una società in evoluzione:
creano aziende stabili, lo scambio in natura e l’autoconsumo cedono il posto a un’agricoltura mercantile in
grado di fornire derrate alimentari, soprattutto cereali per gli Stati a Nord-Est. I loro valori e la loro etica sono
strettamente legati alla frontiera, quindi basati su iniziativa individuale, indipendenza e uguaglianza delle
opportunità.
L’economia delle piantagioni rappresentava una vera fonte produttiva, funzionante e molto redditizia, che permettono
anche i commerci con l’Europa. Inizialmente il prodotto più prodotto/venduto è il cotone, poi si sviluppa molto anche
quello meccanico e il primo perde un po’ di importanza. I rapporti tra Nord-Est e Ovest sono molto fitti: questo ultimo
riesce a vendere molto bene i suoi prodotti nella zona urbana industriale, mentre l’Est fornisce ai contadini macchine
agricole più avanzate e quindi più utili.
Un problema su cui si scontrano è quello della schiavitù: non è messa in discussione la sua presenza, bensì se potesse
essere introdotta nei nuovi terreni colonizzati:
- Il Sud = vuole estendere nei nuovi territori le piantagioni e quindi la schiavitù;
- Il Nord (anche l’opinione pubblica) = diffusione della coltivazione dei cereali.
I due partiti che avevano dominato la scena fino a questo periodo sono:
- i democratici, con gli ideali della democrazia rurale, del liberismo economico e del rispetto dell’autonomia dei
singoli Stati, che riscuote successo tra piccoli e medi agricoltori, ma anche tra i grandi piantatori del Sud e gli
immigrati al Nord-Est.
- il partito whig è sostenuto dalla borghesia del nord che punta invece alla tradizione del federalismo e quindi al
rafforzamento del potere centrale.
MA anni ’50 entrambi entrano in crisi:
- i democratici si identificano sempre più con gli schiavisti perdendo consensi dal Nord e dall’Ovest.
- Il partito whig si divide in due correnti: una conservatrice e una progressista, mentre la prima scompare, dalla
seconda nasce nel 1854 una nuova formazione politica: il Partito repubblicano, il quale si afferma come
antischiavista e pronto a difendere le rivendicazioni degli industriali (dell’Est) e i coloni dell’Ovest. I
repubblicani acquisirono sempre più successo: vincono le elezioni del 1860 e viene eletto il classico uomo
dell’Ovest, un avvocato dalle solide convinzioni democratiche di nome Abraham Lincoln.

6.2. La guerra di secessione e le sue conseguenze


Lincoln, come quasi tutti quelli del suo partito, non è un abolizionista (non vuole rimuovere la schiavitù dove esiste
già) ma favorendo gli interessi industriali e rafforzando il potere centrale, si sarebbe giunti a un isolamento degli stati
schiavisti. Per questo motivo, tra il ’60 e il ’61, 11 stati del Sud decidono di staccarsi dell’Unione e di costituire una
loro Confederazione indipendente, con capitale Richmond (Virginia). Essendo gli stati del Nord fortemente contrari, la
guerra è inevitabile.
Aprile 1861: le forze confederate attaccano la piazzaforte di Fort Sumter (Carolina del Sud), occupata dall’esercito
unionista. Il Sud punta di ricevere aiuti dalla Gran Bretagna (grande acquirente del loro cotone) oltre che sulla loro

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migliore qualità delle forze armate, il Nord invece punta sulla superiorità numerica e sulle loro grandi risorse
economiche.
Inizialmente i confederati guidati da Robert Lee sono in vantaggio, ma visto la durata della guerra e dovendo contare
solo sulle proprie forza, gli unionisti ottengono presto la meglio grazie alle loro riserve.
1863: gli unionisti sconfiggono il generale Grant e iniziano a conquistare gli Stati del Sud.
9 aprile 1865: gli unionisti occupano ormai gran parte del Sud → i confederati si arrendono.
Pochi giorni dopo il presidente Lincoln viene ucciso da un attentato di un fanatico sudista.
Questa viene considerata la prima guerra totale, in quanto combattuta con nuove tecnologie (come ferrovia e
telegrafo), grandi energie economiche e politiche. Il numero delle vittime fu davvero molto alto, per entrambi gli
schieramenti.
1862: Lincoln approva una legge per assegnare gratuitamente ai cittadini che ne facessero richiesta una parte di terra
del demanio statale.
1863: viene decretata l’ormai vicina liberazione degli schiavi in tutti gli Stati del Sud. Poco tempo dopo però, la legge
per la distribuzione delle terre viene revocata, e gli schiavi liberati non sono in una situazione poi tanto diversa da
quelli russi ai tempi di Alessandro II.
Nonostante la vittoria del Nord, le disuguaglianze e i pregiudizi razziali continuavano a persistere, soprattutto al Sud.
Pochi anni dopo, il Sud viene occupato dai militari e governata da uomini repubblicani dell’ala radicale. Il risultato si
dimostra con la formazione del Ku Klux Klan, un’organizzazione paramilitare e razzista, che è il culmine di una serie
di lotte clandestine. Solo alla fine degli ’70 questi dissidi vengono placati, riportando però i bianchi in una situazione
di supremazia e i neri a una segregazione di fatto.
Nonostante tutti questi avvenimenti, gli Stati Uniti uscirono comunque compatti, con un’economia ancora solida e con
un’intatta capacità di egemonia nei confronti degli Stati vicini.

6.3. Nascita di una grande potenza


ultimi decenni dell‘800: USA conoscono un rapido sviluppo territoriale e uno slancio alla colonizzazione dei territori
dell’Ovest, favorito dallo sviluppo della ferrovia.
Intorno al 1890: la conquista del West è ormai terminata. Principali vittime di questi nuovi insediamenti sono i
pellerossa, che si vedono costretti a vivere nelle riserve, spazi che divengono via via più ridotti.
1866-90: campagne militari contro i pellerossa per proteggere le vie di comunicazione e rendere più sicura l’opera di
colonizzazione dei pionieri. Gli indiani cercano in tutti i modi di resistere e ottengono anche qualche successo (Little
Big Horn), ma nel 1890, dopo la battaglia di Wounded Knee, ogni resistenza cessa.
Lo sviluppo economico è reso possibile dall’abbondanza di risorse naturali e dall’esistenza di un mercato interno in
continua espansione.
1882: le frontiere vengono aperte a tutti, vista la necessità di manodopera. Crescono i centri urbani, grazie agli ideali
di progresso e competizione che si diffondono in tutto il Paese → metropoli. Incerta resta, invece, la situazione sociale
(ricchezza vs povertà), soprattutto per quanto riguarda i rapporti con il Sud, che oltre ad essere limitati sono per lo più
passati nelle mani degli inglesi che si stanno stanziando in Brasile.
Primi anni ’60: Napoleone III, vista la situazione in Messico che aveva sospeso il pagamento dei debiti con l’estero
provocando l’intervento di Francia, Spagna e Gran Bretagna, vuole farne uno stato satellite. 1864: viene proclamato
l’Impero del Messico ma le forze patriottiche iniziano una violenta guerriglia, appoggiata dai repubblicani statunitensi
che forniscono aiuti in armi e denaro. 1867: Napoleone III viene costretto ad abbandonare i territori.

6.4. La Cina, il Giappone e la penetrazione occidentale


Intorno alla metà del XIX secolo, sia la Cina che il Giappone si vedono costretti a uscire dal loro perenne isolamento
per contrastare le forze europee che cercavano di conquistarli. Diverse sono le conseguenze: in Cina si aggrava la crisi
interna già presente, mentre il Giappone raduna le sue forze e si modernizza.
CINA
La Cina è già lo stato più popoloso (400 milioni di abitanti). Il potere è nelle mani dell’imperatore (potere centrale) e
rappresentato in tutto il paese da una classe di potenti funzionari (mandarini), provenienti per lo più dalla nobiltà.
L’agricoltura, dotata di un complesso e avanzato sistema di irrigazione, è legata alla burocrazia imperiale. Fino ad
allora è rimasta inaccessibile ai viaggiatori e commercianti, ad eccezione del porto di Canton, nella Cina meridionale.
Questo isolamento maschera la sua incapacità di modernizzarsi (nel ‘500 primato scientifico e tecnologico). Il ceto
burocratico ostacola mutamenti nelle tecniche produttive e nel sistema economico → primo scontro con l’Occidente.
fine anni ’30: Cina VS Gran Bretagna = Prima guerra dell’oppio. La droga, prodotta soprattutto in India, viene
esportata clandestinamente in Cina, dove è proibita ma se ne fa largo uso. La Cina considera la Gran Bretagna
responsabile.
1839: un funzionario imperiale sequestra un carico nel porto di Canton → la Gran Bretagna interviene militarmente e
dopo due anni vince.

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1842: Trattato di Nanchino = Cina cede alla Gran Bretagna Hong Kong e apre al commercio altri 4 porti cinesi.
1850-60: la Cina deve affrontare la rivolta dei Taiping (contadini) e un nuovo scontro con l’Inghilterra, sostenuta dalla
Francia = Seconda guerra dell’oppio (chiamata così in modo improprio).
1856: attacco ad una nave inglese nel Canton.
1860: vittoria della Gran Bretagna e Francia → la Cina deve aprire al commercio straniero anche le vie fluviali interne
ed a stabilire rapporti diplomatici con gli Stati occidentali.
GIAPPONE
Giappone è anch’esso isolato nel suo sistema feudale:
1. Mikado = imperatore: ha potere religioso e simbolico;
2. i Tokugawa: dinastia di feudatari che governa e che trasmettono per via ereditaria la carica di shogun = carica
militare suprema, che con una specie di vassallaggio lega a sé i grandi feudatari (= daimyo).
3. I daimyo: hanno potere assoluti nei loro feudi, hanno ciascuno un proprio esercito e una propria burocrazia
(pochi).
4. i samurai: piccola nobiltà un tempo dedita alle armi, che privati della loro funzione sociale sono molto
irrequieti (molti: fanno parte dell’esercito o burocrazia; alcuni dediti al brigantaggio, pochissimi alle attività
mercantili).
Mercanti e artigiani sono considerati deboli e politicamente emarginati, le poche industrie sono dedite alle armi e alle
navi da guerra, mentre l’attività più diffusa è l’agricoltura, soprattutto del riso visto il complesso sistema di
irrigazione. Anche in questo caso, uno solo è il porto (Nagasaki) aperto con i commerci internazionali e non esistono
rapporti democratici tra Giappone ed Occidente.
1854: gli USA inviano una squadra navale nelle acque giapponesi chiedendo allo shogun il libero accesso ai porti e
alle relazioni commerciali (presto si aggiungono Gran Bretagna, Francia e Russia).
1858: lo shogun firma una serie di accordi commerciali con le potenze occidentali: trattati ineguali, che assicuravano
ampie possibilità di penetrazioni commerciali.

6.5. La «restaurazione Meiji» e la nascita del Giappone moderno


Firma dei trattati ineguali → sia i samurai che i grandi feudatari si aizzarono contro lo shogun, responsabile
dell’accaduto. I daimyo si rafforzarono sempre di più, anche grazie ai loro eserciti, e finiscono per distaccarsi dal
potere centrale.
1868: le forze dei 6 maggiori feudi occupano Kyoto, dichiarano decaduto lo shogun e nominano il loro “imperatore
illuminato” (=Meiji Tenno), un ragazzo di appena 15 anni. Al potere ci sono quindi intellettuali, militari e funzionari,
appartenenti al ceto samurai, che sono finalmente coscienti della loro situazione di arretratezza, sia a livello
economico che sociale. → la trasformazione da uno stato feudale a uno moderno:
▪ dichiarazione di uguaglianza giuridica dei cittadini,
▪ abolizione dei diritti feudali,
▪ trasformazione dei feudi in circoscrizioni amministrative,
▪ l’obbligo dell’istruzione elementare obbligatoria,
▪ viene unificata la moneta, viene creato un sistema fiscale moderno,
▪ viene organizzato un esercito nazionale con circoscrizione obbligatoria.
Non manca la modernizzazione economica: sia nell’agricoltura che nell’industria, grazie alla rapida importazione di
tecnologia straniera. Si ha un miglioramento delle infrastrutture (dalle ferrovie alle comunicazioni telegrafiche) e una
crescita del prodotto nazionale. La rivoluzione, in questo caso, è avvenuta dall’alto, senza il contributo delle classi
inferiori: rinunciano a dei proprio diritti, senza però perdere la loro posizione, diviene quindi un’oligarchia industriale
e finanziaria.

7. LA SECONDA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE


7.1. Il capitalismo a una svolta: concentrazioni, protezionismo, imperialismo
ultimi trent’anni del secolo XIX: sono avvenuti cambiamenti tali da poter parlare di Seconda rivoluzione industriale.
Conseguenze:
▪ si modificano le tecniche produttive,
▪ nascono nuove banche dell’industria,
▪ cambiano sia i settori della produzione sia il rapporto con l’economia in generale.
▪ Anni ’90: La Gran Bretagna perde il suo primato e viene superata dalla Germania e dagli Stati Uniti.
1873: crisi di sovrapproduzione che provoca una caduta dei prezzi per un lungo periodo, chiamato “grande
depressione”. La caduta dei prezzi, in realtà, è un prodotto delle trasformazioni organizzative e delle innovazioni
tecnologiche che permisero di ridurre progressivamente i costi di produzione. Non c’è un arresto dell’economia ma un
rallentamento (più breve negli USA e in Germania), che giova ai lavoratori salariati (visto l’abbassamento dei prezzi),
ma penalizza le piccole industrie. C’è libera concorrenza, i prezzi calano sempre di più ed è necessario aumentare gli
investimenti, → nascono le grandi consociazioni (holdings) per il controllo finanziario di diverse imprese, i consorzi
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(cartelli) tra aziende dello stesso settore che si accordavano sulla produzione e sui prezzi, le vere e proprie
concentrazioni tra imprese (trusts), che possono essere orizzontali, se coinvolgono aziende del medesimo settore, o
verticali, se comprendono più settori affinché si arrivi alla produzione di un prodotto.
Un ruolo decisivo viene svolto dalle istituzioni finanziarie (grandi banche, o associazioni di banche) che hanno a
disposizione un costante flusso finanziario necessario per dar vita a colossi industriali siderurgici o meccanici, i quali
profitti (da soli) non bastano a creare un capitale di investimento. Tra banche e imprese vi è quindi uno stretto rapporto
di compenetrazione, infatti le banche controllano i pacchetti azionari delle industrie, ma i magnati dell’industria hanno
spesso un posto nel consiglio di amministrazione delle banche. Questo stretto legame tra le due viene chiamato
capitalismo finanziario e diviene in breve il centro motore dell’intero sistema economico.
Il tramonto dei principi liberisti si fa sentire anche nell’azione dei poteri pubblici. Condizionati dalla pressione
crescente dei grandi gruppi di interesse (industriali e agricoli), ma preoccupati di favorire la produzione interna a
scapito di quella dei paesi concorrenti, i governi allargano man mano l’area dei loro interventi: aumento delle tariffe
doganali. Molti paesi decidono di adottare la stessa strategia protezionistica di Bismarck: Russia, Italia, Francia, Usa,
ma non la Gran Bretagna, che resta fedele al suo liberoscambismo. Questo la porta ad avere sempre meno sbocchi di
mercato per le sue merci, motivo per cui decide di concentrarsi sulle colonie e sulla conquista di nuove terre. In poco
tempo tutti i paesi cercano di trovare nuovi mercati per i loro prodotti, nuovi rifornimenti di materie prime fuori dalle
aree industrializzate, nuovi sbocchi per l’investimento di capitali. Questa corsa ai nuovi mercati assunse, già dagli anni
’70, il nome di età dell’imperialismo.

7.2. La crisi agraria e le sue conseguenze


Il settore dell’economia europea che sente maggiormente la caduta dei prezzi è quello agricolo. Negli ultimi decenni
dell’800 l’agricoltura realizza importanti progressi tecnici:
▪ uso di concimi,
▪ primi parziali esperimenti di meccanizzazione,
▪ estensione dell’opera di bonifica,
▪ nuova ingegneria idraulica per l’irrigazione,
▪ introduzione di nuove colture,
▪ sistemi più perfezionati di rotazione.
Questi progressi interessano soprattutto la Gran Bretagna, la Germania, il Belgio, i Paesi Bassi, la Danimarca. Ad
Oriente, invece, il vecchio sistema feudale e la povertà dei coltivatori indipendenti, fa sì che restano in una situazione
più difficile e arretrata, dovuto anche alla situazione sociale. Anche l’agricoltura europea è mossa da squilibri, ma
negli anni ’79-’80 i prezzi calano bruscamente, provocando una situazione favorevole per i consumatori, ma un
declino per molte aziende, piccole e grandi. Conseguenze imminenti della crisi sono l’aumento delle tensioni sociali
entro il mondo rurale e l’intensificazione dei movimenti migratori verso le aree industriali e verso l’America del Nord.
Gli emigranti, che inizialmente sono soprattutto inglesi e irlandesi, sono originari dei paesi latini e slavi. Questo
fenomeno permette ai lavoratori della terra una maggiore forza contrattuale, avendo meno manodopera a disposizione.
Per risolvere la crisi agraria i governi imboccano la strada del protezionismo, stabilendo dazi elevati per numerosi
prodotti agricoli. In parte questi provvedimenti riescono a tamponare la crisi a discapito di costi economici e sociali
molto elevati: l’aumento dei prezzi danneggia i consumatori e si ha un rallentamento nell’ammodernamento delle
tecniche agricole e nella diversificazione delle colture.

7.3. Scienza e tecnologia


1870 -1900: vengono introdotti strumenti, macchine e oggetti di uso domestico molto importanti per la nostra vita
quotidiana (lampadina, motore a scoppio, telefono, macchina da scrivere, telefono, bicicletta..). Per questo si è parlato
di seconda rivoluzione industriale, una rivoluzione che sebbene fosse meno radicale della prima, fa comunque sentire i
suoi effetti, migliorando le nostre abitudini. Alla base di questa rivoluzione ci sono i progressi realizzati dalle scienze
fisiche e chimiche e l’affermarsi della cultura positiva, che esalta la scienza e il progresso. Le scoperte più importanti
sono:
- Onde elettromagnetiche, Hertz, 1885
- Esperimenti di telegrafia senza fili, Marconi, ultimi anni del’800
- Esperimenti sui raggi X, Rontgen, 1895
Ma la vera novità consiste nell’applicare queste innovazioni al campo dell’industria e nello stretto legame tra scienza,
tecnologia e produzione. I fautori della seconda rivoluzione industriale sono scienziati, ingegneri, chimici e fisici.

7.4. Le nuove industrie


Nessun settore produttivo rimane fuori da questa trasformazione, ma quelle maggiormente coinvolte sono le neonate
industrie della chimica, della produzione di acciaio e dell’elettrica. Aumenta l’utilizzo dell’acciaio, una particolare
lega di ferro e carbonio, utile per la sua elasticità e la sua robustezza. Grazie all’invenzione di nuove macchine è

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possibile produrre questa nuova risorsa a costi relativamente bassi e viene utilizzato nel settore ferroviario, delle navi,
degli utensili da cucina e per la costruzione di grandi edifici (Tower building di NY/Tour Eiffel 1889) e di ponti.
La chimica viene utilizzata per diverse produzioni: carta, vetro, medicinali, concimi, gomma, ma viene anche
applicata ad altri settori come la metallurgia (chimica applicata). Si diffondono i “prodotti intermedi”, destinati ad
essere usati come reagenti chimici in altre lavorazioni, come nel caso dell’acido solforico. La chimica venne inoltre
usata per:
- Coloranti artificiali, 1870, Germania e Inghilterra,
- Dinamite, 1875, Alfred Nobel,
- Fibre tessili artificiali,
- Uso farmaceutico,
- Uso alimentare (per conservare e refrigerare meglio i cibi, in modo da poter evitare carestie).

7.5. Motori a scoppio ed elettricità


La seconda rivoluzione industriale è stata caratterizzata dall’invenzione del motore a scoppio e dall’utilizzo sempre
maggiore dell’elettricità.
1885: costruzione delle prime automobili → distillato di petrolio = benzina. Ruolo importante lo ha anche il petrolio,
usato per lubrificare, scaldare e illuminare, anche se è molto costoso. Il progresso in campo elettrico è tra i più
importanti: permette di distribuire l’energia prodotta da altre fonti primarie come il vapore. Ad essa sono legate le
invenzioni della telegrafia via filo, delle batterie, dei motori elettrici e della lampadina.
Inizio anni ’80: nascono le prime centrali elettriche, capaci di fornire energia ed illuminazione (che in seguito diviene
anche pubblica). L’energia elettrica viene usata per i mezzi di trasporto e per usi industriali. Vengono costruite centrali
idroelettriche, soprattutto in paesi come l’Italia del Nord, che sono ricchi del cosiddetto “carbone bianco”, ovvero
dell’acqua (progetto inizialmente troppo ambizioso). Altre invenzioni utili furono: il telefono (Meucci, 1871), il
cinematografo (fratelli Lumiere, 1895) e il grammofono (Edison, 1876).

7.6. Le nuove frontiere della medicina


Negli ultimi decenni del XIX secolo anche la medicina si evolve. Fino alla metà dell’800, la cura e l’idea stessa della
malattia erano legate a concetti quali la superstizione, la tradizione popolare e anche una forte ignoranza diffusa.
Anche le condizioni degli ospedali erano pessime, erano luoghi dove i malati veri, gli incurabili, i poveri e i trovatelli
vivevano nella stessa stanza. La trasformazione scientifica della medicina è possibile grazie a:
- Diffusione di pratiche igieniste, inizialmente in Francia, che permettono di prevenire determinate malattie.
- Sviluppo della microscopia ottica, che permette di identificare i microrganismi responsabili delle malattie infettive, come
la peste, il colera, la tubercolosi (nuovi studi sulle cellule).
- Progressi della chimica, soprattutto per quanto riguarda la farmacologia: si inizia a praticare l’anestesia chirurgica e viene
inventata la nostra attuale aspirina.
- Nuova ingegneria sanitaria, con la conseguente costruzione di grandi policlinici, divisi a seconda delle terapie, ogni
paziente è nel suo reparto specializzato, a seconda delle malattie e delle conseguenti norme igieniche.

7.7. Il boom demografico


La rivoluzione tecnologica avvenuta nel XIX secolo non cambia solo la qualità della vita ma allunga notevolmente la
sua durata media. Il boom demografico colpisce sia l’Europa che l’America in seguito alla rivoluzione industriale,
soprattutto grazie agli sviluppi in medicina e nell’industria alimentare. Epidemie e carestie sembrano definitivamente
eliminati. La mortalità si riduce tuttavia, a causa dell’invenzione dei metodi contraccettivi, diminuiscono anche le
nascite: si programma razionalmente la famiglia e il suo futuro (< controllo delle norme religiose). Asia e Africa
mantengono invece un alto tasso di mortalità, ma hanno anche un incremento della popolazione.

8. IMPERIALISMO E COLONIALISMO
8.1. La febbre coloniale
Negli ultimi decenni del XIX secolo, si sviluppa la tendenza delle potenze europee a costruire imperi coloniali. Questo
movimento raggiunge il suo apice alla fine dell’800 con dimensioni e obiettivi del tutto nuovi a quelli della
colonizzazione tradizionale. Inizialmente questa era un’idea di privati e di compagnie mercantili, ma poi diviene un
obiettivo di politica nazionale da parte dei governi → alla penetrazione commerciale, subentra un assoggettamento
politico e uno sfruttamento economico. Gran parte dei territori dell’Africa e dell’Asia diventano colonie
(=amministrazione diretta dei conquistatori) o protettorati (= controllo esercitato in modo indiretto conservando gli
ordinamenti pre-esistenti).
Questa nuova politica, che inizialmente interessa moltissimo la Gran Bretagna, ben presto diviene una prerogativa
anche di Francia, Germania, Belgio, Italia, Stati Uniti e Giappone. Non tutti sono però favorevoli: per Disraeli, in
principio, le colonie sono solo un peso.
All’origine di questa spinta coloniale ci sono vari motivi:
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o accaparramento di materie prime a basso costo,
o nuovi sbocchi commerciali, molto utili in un’epoca dove il protezionismo è molto sviluppato,
o accumulazione di capitali finanziari disponibili per investimenti ad alto profitto nei territori oltremare.
Oltre a motivazioni economiche, ci sono anche ragioni politico-ideologiche, che trovano le loro radici in una
mescolanza di nazionalismo, politica di potenza, razzismo e spirito missionario. Si diffonde presto il mito secondo il
quale gli europei dovessero esportare la loro cultura: la loro missione è redimere ed educare le popolazioni indigene.
Altri motivi sono poi legati alle esplorazioni in sé, alla curiosità scientifico-geografica e alla moda dell’esotismo. Non
mancano poi i fattori occasionali, come la necessità di prevenire e controbattere le iniziative delle potenze concorrenti.

8.2. Colonizzatori e colonizzati


L’Europa porta in tutto il mondo la sua civiltà, anche se utilizzano in modo sistematico e indiscriminato la forza
contro le popolazioni indigene. Questo avviene soprattutto nell’Africa nera, dove gli europei sono in netta superiorità
a livello di armi tecnologiche, cosa che porta a vere e proprie massacri.
Dal punto di vista economico però, la colonizzazione ha degli effetti positivi sui paesi coinvolti:
o vengono messe a coltura nuove terra,
o vengono introdotte tecniche agricole,
o vengono costruite infrastrutture,
o sono avviate attività commerciali e industriali,
o vengono migliorati i sistemi amministrativi e finanziari.
Ma ciò avviene a prezzo di un continuo depauperamento delle risorse umane e materiali, un vero e proprio
sfruttamento. L’economie dei paesi sottomessi vengono stravolte sempre in funzione degli interessi dei paesi
colonizzatori. L’impatto culturale della colonizzazione ha quindi tanti aspetti positivi quanti però lo erano quelli
negativi, infatti a volte riuscivano ad amalgamarsi, altre c’erano scontri irrisolvibili (se non con la violenza). In Africa
vengono messi in crisi interi sistemi di vita, riti, credenze, costumi e valori che vengono persi senza lasciare alcuna
traccia.
Sul piano politico, però, l’espansione porta a un risveglio di nazionalismi locali, con la conseguente formazione di
nuovi quadri dirigenti nel quale si concentrano ideali democratici e principi di nazionalità → desiderio di diventare
indipendenti.

8.3. L’espansione in Asia


ASIA
In Asia si stabiliscono presto molte colonie europee:
• Gli inglesi:
- in India,
- a Hong Kong,
- a Singapore,
- nell’Oceano Indiano,
- nel Sud-Est asiatico;
• Gli olandesi:
- nell’arcipelago indonesiano;
• I portoghesi:
- in Cina,
- in India;
• Gli spagnoli:
- nelle Filippine;
• I russi:
- In Siberia,
- nell’Asia Centrale,
• I francesi:
- nella penisola indocinese.
1869: viene aperto il canale artificiale che, tagliando l’istmo di Suez, mette in rapido collegamento il Mar Rosso con il
Mediterraneo. La nuova via dell’acqua è gestita da una compagnia internazionale controllata da Francia e Inghilterra e
permette all’Europa l’espansione nel continente asiatico.
INDIA
‘700: La Gran Bretagna ottiene l’India che viene governata dalla Compagnia delle Indie Orientali, (=una compagnia
privata). Gli scambi tra i due paesi sono molto intensi, soprattutto a livello commerciale. L’India si mantiene grazie
all’agricoltura, che è però molto arretrata e povera (risente molto dell’interscambio con la madrepatria). La struttura
sociale è basata su rigide caste; i colonizzatori inglesi ai appoggiano sulle gerarchie sociali pre-esistenti per assicurare
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l’ordine e riscuotere le tasse. L’Inghilterra, da parte sua, cerca di migliorare il paese modernizzandolo, diffondendo la
propria lingue e cultura e mettendo fine a pratiche barbariche legate alla loro religione induista. Queste iniziative
provocano reazioni di stampo tradizionalistico-religioso come la rivolta dei Seypos (1857), originata da un
ammutinamento de reparti indigeni dell’esercito (=sepoys) la quale viene sedata con grande violenza → il governo
britannico decide di sopprimere la Compagnia delle Indie (1858) e il paese passa sottola diretta amministrazione della
corona britannica rappresentata da un vicerè.
1876: la regina Vittoria fu proclamata imperatrice dell’India.
INDOCINA
I motivi principali che spingono la Francia a conquistare la penisola indocinese sono quelli di concorrenza ed
emulazione della Gran Bretagna. L’Indocina è di religione buddista, divisa in una serie di regni, sotto l’Impero cinese.
L’espansione francese, iniziata negli anni ’50, è graduale: inizialmente stabilisce stazioni commerciali e svolge
missioni religiose cattoliche, MA quando iniziano le persecuzioni contro i missionari intervengono militarmente
(1862) e istituiscono il protettorato della Cambogia. Sia la Francia che l’Inghilterra sono in continua espansione: la
prima ottiene l’Annam (dopo due anni di guerra contro la Cina) e il Laos, la seconda il regno di Birmania e, di comune
accordo, decidono di usare il Siam come stato “cuscinetto”.
SIBERIA E ASIA CENTRALE
La Russia invece, ha due linee direttrici, una verso la Siberia e l’altra verso l’Asia centrale. La prima viene realizzata
senza problemi sotto la spinta statale: viene ben presto modernizzata grazie all’incremento di attività commerciali e
produttive. La Russia deve però cedere, per questioni economiche, l’Alaska agli USA. Russia e Gran Bretagna si
fronteggiano a lungo per alcuni territori nell’Asia centrale, solo nel 1885, raggiungono un accordo con quale riescono
a definire le frontiere tra il Turchestan e il regno di Afghanistan (indipendente ma comunque sotto la sfera inglese).
OCEANO PACIFICO
La Gran Bretagna, che possedeva già Australia, Nuova Zelanda, conquista le isole Fiji, le Salomone e le Marianne,
mentre la Nuova Guinea viene spartita tra i tedeschi e i francesi.

8.4. La spartizione dell’Africa


AFRICA
Dalla fine dell’800 è iniziata la vera e propria conquista dell’Africa da parte degli europei: i francesi occupano Algeria
e Senegal, i portoghesi Angola e Mozambico, gli inglesi la Colonia del Capo (= parte meridionale).
Quando la conquista ha inizio, non restava molto delle antiche tribù locali, che erano già in crisi per la decadenza
commerciale, le guerre e la tratta degli schiavi. Anche i regni musulmani entrano lentamente in declino. L’Impero
etiope, cattolico, è il più vasto e solido tra gli stati. Elementi di coesione politica e religiosa sono del tutto assenti in
gran parte degli stati africani, dove le civiltà commerciali e più fiorenti sono il bacino del Congo e quello dello
Zambesi. Per il resto sono solo delle tribù disaggregate, dedite alla caccia, alla pastorizia, ma principalmente nomadi,
con un’agricoltura primitiva.
Tunisia ed Egitto sono già sulla via della modernizzazione, che è però stata ostacolata dalle scarse risorse e
dall’inefficiente amministrazione corrotta. Infatti, per tutelarsi da un’eventuale bancarotta, Francia e Inghilterra, i
principali creditori, decidono di intervenire militarmente. La prima a farlo, dopo aver ottenuto il permesso dal
congresso di Berlino, è la Francia, trovando il pretesto in un incidente avvenuto alla frontiera dell’Algeria: manda il
suo esercito e instaura un regime di protettorato (1881).
1882: in seguito a dei moti insorti ad Alessandria, l’Inghilterra, per volere di Gladstone, inviò il suo esercito per far sì
che, anche se potesse divenire indipendente, l’Egitto sarebbe comunque rimasto una semi-colonia britannica. Vicino
all’Egitto, e quindi agli inglesi, c’era però il Sudan, altro paese pieno di tumulti che dovettero essere fermati. Per
quanto riguarda invece la ricca zona del Congo, fu oggetto di mira del Belgio, in particolare del re Leopoldo II, il
quale con la scusa di fornire aiuti umanitari costruì invece una sorta di impero personale, che si poteva arricchire
grazie ai giacimenti minerari. Anche la questione del Congo fu sottoposta al congresso di Berlino, il quale dopo aver
dato una prima sanzione decise quali fossero le regole per spartirla, prima tra tutte quella dell’effettiva occupazione,
usata appunto per legittimare il possesso del territorio. La conferenza riconobbe quindi la superiorità belga, su quello
che prenderà il nome di Congo belga, concedendo al re anche uno sbocco sull’Atlantico. Alla Francia andarono i
territori sulla riva destra del fiume, la Germania ottenne il protettorato del Togo e del Camerun, mentre l’Inghilterra
ebbe il basso Niger. Quest’ultima puntò anche all’Africa sud-orientale, importante per avere il controllo dell’Oceano
Indiano: si impadronì del Kenya e dell’Uganda. Questo progetto si scontrò però con la Germania, solo dopo un
accordo nel 1890 si stabilì che alla Germania spettasse l’Africa Orientale, e all’Inghilterra Zanzibar. Proprio con
questo nuovo progetto, gli inglesi entrarono in collisione con i francesi, i quali però non erano pronti per una guerra e
decisero di ritirarsi. All’inizio del ‘900 la conquista era quasi del tutto terminata, ad eccezione della Liberia, Etiopia,
Libia e Marocco che erano (solo per il momento) indipendenti.

8.5. Il Sud Africa e la guerra anglo-boera

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Gli avvenimenti che hanno portato alla colonizzazione dell’Africa sono avvenuti principalmente perché
l’imperialismo europeo, in questo caso quello britannico, si scontrò con un nazionalismo locale (di origine sempre
europea in quanto boero), provocando un conflitto tra due popoli entrambi bianchi e cristiani. I boeri infatti erano
discendenti degli agricoltori olandesi, che avevano conquistato la regione di Capo di Buona Speranza e che sono
caduti sotto il dominio inglese al tempo delle guerre napoleoniche. Molti per evitarlo si trasferirono al Nord, dove
fondarono le due repubbliche dell’Orange e del Transvaal. In quest’ultima zona c’erano però grandi giacimenti di
diamanti che fecero gola agli inglesi, i quali lasciarono mano libera alla politica aggressiva della classe dirigente
inglese della Colonia del Capo. A capo di questa classe dirigente c’era Cecil Rhodes il primo ministro della Colonia.
Dopo la scoperta di nuovi giacimenti auriferi nell’Orange e nel Transvaal, i boeri si videro nuovamente a rischio
colonizzazione, o comunque temevano che il loro sistema, compreso di schiavi indigeni, potesse cambiare. Nel 1899 il
Presidente del Transvaal dichiarò guerra agli inglesi e perse, dovendo così annettere entrambe le repubbliche
all’Impero britannico. I boeri combatterono fino all’ultimo e tentarono invano di difendersi, alla fine però ottennero
uno statuto di autonomia, simile a quello di Città del Capo, al quale poi saranno uniti per formare l’Unione
Sudafricana. Inglesi e boeri trovarono così il modo ci collaborare, sia nello sfruttamento delle risorse che nella
politica, il tutto a scapito degli schiavi indigeni.

9. STATO E SOCIETÁ NELL’ITALIA UNITA


9.1. L’Italia nel 1861
ITALIA
Al tempo dell’unità di Italia, l’analfabetismo era molto alto, raggiungeva infatti il 78% della popolazione. Era uno dei
paesi con maggior numero di città, tra cui i centri più importanti erano Milano, Roma, Torino, Genova, anche se la
maggior parte dei cittadini viveva in campagna e nei piccoli centri rurali, mantenendosi quindi con le attività agricole.
L’agricoltura occupava il 40% della popolazione agricola, contro il 18% dell’industria e solo il 12% del settore
terziario. L’agricoltura italiana non era affatto favorita dalle condizioni naturali, era povera e aveva una grossa varietà
di colture. Solo nella zona della pianura padana si erano sviluppate, a fine secolo, le aziende agricole moderne, che
univano all’agricoltura l’allevamento di bovini, ed essendo condotte da criteri capitalistici usavano per lo più
manodopera salariata. In tutta l’Italia centrale dominava invece la mezzadria. La terra era divisa in poderi, di piccole e
medie dimensioni, dove le colture cerealicole si mescolavano a quelle arboree. Ognuno di essi produceva il necessario
per il mantenimento della famiglia e per il pagamento del canone al signore. Il contratto mezzadrile era infatti basato
sulla ripartizione degli oneri e dei ricavi tra il proprietario e il coltivatore: questi gli dava metà del suo raccolto e
doveva anche partecipare ai lavori di manutenzione del fondo, alle spese del bestiame e degli attrezzi agricoli (più
oneri aggiuntivi che erano sempre sfavorevoli per il contadino). In questo modo però, la mezzadria rappresentava un
ostacolo per l’innovazione tecnica e per lo sviluppo di un’agricoltura moderna. Le campagne meridionali e insulari
portavano un’evidente impronta del latifondo: grandi distese coltivate per lo più a grano, con la popolazione
concentrata in pochi e grossi borghi rurali. Le tracce dell’ordinamento feudale si facevano sentire pesantemente nei
contratti agrari, che erano molto arcaici e basati sullo scambio in natura. Autoconsumo e scambio in natura erano
quindi una realtà molto vivida. La nutrizione non era delle migliori, infatti erano diffuse molte malattie da
denutrizione come la pellagra. Condizioni abitative pessime: sovraffollamento e scarso igiene. La classe dirigente non
era all’oscuro della situazione ma di sicuro non pensava fosse così grave. Inoltre, mancava un sistema di
comunicazioni rapide tra le varie parti del Paese: una rete ferroviaria nazionale era ancora inesistente, la rete stradale
era gravemente carente.

9.2. La classe dirigente: Destra e Sinistra


Poche settimane dopo l’unità di Italia, moriva a Torino Cavour. I suoi successori si attennero alla sua politica nelle
linee principali: una politica rispettosa delle libertà costituzionali e al tempo stesso accentratrice, liberista in campo
economico, laica in materia di rapporti tra Stato e Chiesa. A loro però mancava la capacità di iniziativa che era tipica
di Cavour. Il nucleo centrale era composto da piemontesi, cioè dalla vecchia maggioranza della camera subalpina. Si
erano uniti poi i gruppi moderati lombardi, emiliani, toscani e, anche se in presenza nettamente minore, i meridionali.
Essi rappresentavano un gruppo abbastanza omogeneo, sia dal punto di vista sociale, sia da quello politico. Nei primi
parlamenti dell’Italia unita, la maggioranza si collocava a “Destra” (il nome preso quindi dalla posizione in
parlamento). Essa rappresentava però più che altro un gruppo centrale moderato: la vera destra (di clericali e di
nostalgici dei vecchi regimi) si era però autoesclusa, dato che non riconosceva la legittimità delle istituzioni. Una cosa
simile avvenne per la sinistra democratica: qui i mazziniani e i repubblicani intransigenti rifiutarono di partecipare
all’attività politica. In parlamento, insieme alla vecchia sinistra piemontese, si aggiungevano man mano i mazziniani
che volevano la svolta. La sinistra aveva una base meno omogenea, costituita da gruppi piccolo-medio borghesi delle
città. Soprattutto nei primi anni la sinistra combatté per il suffragio universale, il decentramento amministrativo e
soprattutto il completamento dell’Unità, da raggiungere con l’iniziativa popolare. Entrambe erano però espressione di
una classe dirigente molto ristretta. La legge elettorale piemontese, estesa a tutto il Regno, concedeva il diritto di voto
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solo ai quei cittadini che avessero compiuto 25 anni, sapessero leggere e scrivere e pagassero almeno 40 lire di
imposte all’anno. Nelle prime elezioni dell’Italia unita votava solo il 7% dei maschi adulti, e molti di coloro che
avevano diritto al voto si rifiutarono. Era così evidente il carattere oligarchico e personalistico della vita politica,
mancavano inoltre veri e propri partiti organizzati in senso moderno, oltre che una vera e propria lotta politica basata
su programmi definiti. A tutto questo si aggiungeva poi la facile corruzione del governo, che non faceva che
peggiorare la situazione.

9.3. Lo Stato accentrato, il Mezzogiorno, il brigantaggio


I leader della Destra erano disposti a riconoscere un sistema decentrato, basato sull’autogoverno delle comunità locali.
Nei fatti però, prevalsero le esigenze pratiche e immediate, che spingevano i governanti a stabilire uno stretto controllo
e ad orientarsi quindi verso uno stato accentrato, molto vicino a quello napoleonico: basato cioè su ordinamenti
uniformi per tutto il regno e su una rigida gerarchia di funzionari dipendenti dal centro. Salito al potere La Marmora,
emanò nuove leggi, tra cui: legge Casati sull’istruzione, che creava un sistema scolastico nazionale e stabiliva il
principio dell’istruzione elementare obbligatoria; c’era poi la legge Rattazzi sull’ordinamento comunale e provinciale,
che affidava il governo dei comuni a un consiglio eletto a suffragio ristretto e a un sindaco di nomina regia, le
province invece diventavano le circoscrizioni amministrative più importanti, sotto il controllo dei prefetti. Il motivo
principale per cui venne abbandonato il proposito di decentramento era la situazione nel Mezzogiorno: nelle province
meridionali infatti era appena avvenuta la liberazione del governo borbonico, ma ciò nonostante c’era grande
agitazione sia per il malessere delle masse contadine, sia per la diffusa ostilità verso il nuovo ordine politico. I
disordini divennero sempre più frequenti, fino a diventare un moto di rivolta, incoraggiato in parte dal clero e
sovvenzionato dalla corte borbonica in esilio a Roma. Ben presto si diffusero bande di irregolari, dove i briganti mi
mescolavano con contadini insorti, cospiratori ed ex borbonici. Le bande assalivano i piccoli centri, ma la risposta del
governo fu comunque repressiva, aumentando la presenza dei militari al sud. Le forze impegnate nel sud arrivarono a
rappresentare la metà dell’esercito italiano, e in seguito venne passata anche una legge che prevedeva l’affermazione
del regime di guerra: vennero istituiti tribunali militari per giudicare i ribelli e fucilazioni immediata per chi avesse
opposto resistenza con le armi. Sia per le misure repressive, che per la stanchezza della popolazione, la rivolta fu
sedata in pochi anni. Alla politica di destra mancava la capacità di attuare un vero e proprio progetto di miglioramento
del Sud, dove i principali motivi del malcontento erano:
- Divisione dei terreni demaniali: questa proposta non era mai davvero andata a fondo, ed era già presente prima dei
Borbone.
- Vendita dei terreni dell’asse ecclesiastico: non migliorò la situazione dei contadini senza terra.
Come risultato il divario tra Nord e Sud si accentuò pesantemente.

9.4. La politica economica: i costi dell’unificazione


Altro problema della destra era quello di affrontare l’unificazione economica del paese, bisognava quindi unificare il
sistema monetario e quello fiscali, che erano diversi, bisognava inoltre rimuovere barriere doganali tra i vecchi stati,
costruire un efficiente rete di comunicazione, con strade e ferrovie (si svilupparono molto in fretta), premessa
indispensabile per l’unificazione del mercato nazionale. Un vantaggio si ebbe nell’agricoltura, che subì alcuni
progressi, anche in termini di produzione, soprattutto per l’esportazione delle colture specializzate. Nessun vantaggio
immediato ebbe invece il settore industriale, che fu anzi penalizzato: il settore tessile diminuì le sue produzioni,
mentre quelli della siderurgia e della meccanica erano ancora deboli. La decisione di un commercio liberista mostrò
gravi conseguenze nel mercato del Mezzogiorno, che con la caduta dei dazi perse una protezione. La scommessa
liberista ebbe degli effetti positivi, come una rapida integrazione dello stato nel contesto economico europeo. Inoltre
con l’abbattimento dei dazi, si ebbe un’accumulazione di capitali anche se limitata. Questi capitali sono stati prelevati
dallo Stato, in parte come entrate fiscali, in parte per la costruzione di infrastrutture. Nonostante qualche
cambiamento, il paese era però ancora molto arretrato. Responsabile di questa situazione era anche la durissima
politica fiscale, che doveva coprire i costi dell’unificazione. Grosse spese avevano coinvolto il campo della
comunicazione, dell’amministrazione pubblica, dell’istruzione e dell’esercito. Ci fu così una pressione tributaria, che
prevedeva sia le imposte dirette (come quella sulla ricchezza mobile = redditi, e quella fondiaria), sia quelle indirette
(che colpivano i consumi ma anche gli affari e i movimenti di capitale). La situazione si aggravò dopo la guerra con
l’Austria, motivo per cui si accelerarono le operazioni di incameramento e liquidazione dell’asse ecclesiastico, si
introdusse il corso forzoso, ossia la circolazione obbligatoria della carta-moneta emessa dalle banche autorizzate.
Furono infine inasprite le imposte indirette, introducendo la tassa sul macinato. La tassa sul pane, il consumo per
eccellenza colpì le classi più povere, le quali non poterono restare indifferenti e nel 1869 avviarono le prime agitazioni
sociali. La repressione fu durissima. La politica del duro fiscalismo e dell’inflessibile rigore finanziario era legata
soprattutto al nome di Quintino Sella, ministro delle Finanze nel gabinetto Lanza. Le condizioni del bilancio statale
migliorarono fino ad arrivare all’obiettivo del pareggio. Ma la protesta dei ceti popolari, le misure del fiscalismo e del
centralismo amministrativo, aggiunte alle pressioni degli industriali e dei gruppi bancari non fecero che portare alla
caduta della Destra.

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9.5. Il completamento dell’unità
Tra i compiti della Destra c’era anche quello di portare a termine l’unità, annettendo il Veneto, il Trentino, Roma e il
Lazio. La Sinistra invece, mentre la Destra puntava all’inserimento graduale, restava fedele all’idea di guerra popolare
e vedeva nella lotta per la liberazione di Roma, un’occasione per un rilancio dell’iniziativa democratica. Un problema
spinoso era rappresentato dalla figura del papa, che aveva a Roma i militari francesi pronti a difenderlo. Il clero
rappresentava in molte zone rurali l’unica presenza organizzata e l’unico punto di riferimento culturale, infatti si
occupavano anche della scuola pubblica. I primi governi seguirono la strada di Cavour, per questo proposero un
accordo al papa, che gli garantiva la piena libertà di esercitare il suo potere spirituale, in cambio però doveva
rinunciare a quello temporale, riconoscendo il nuovo Stato. Il papa in carica era però Pio IX, intransigente e in piena
rotta con il movimento nazionale italiano la civiltà liberale. Nel giugno del 1862, Garibaldi torna in Sicilia e rilancia il
progetto di una spedizione contro lo Stato pontificio. Quando Napoleone III seppe dell’impresa, si fece acceso
difensore di Roma, e per questo Vittorio Emanuele II dovette sconfessare la spedizione. Ma Garibaldi procedette con
la sua impresa, e fu fermato dalle truppe francesi sull’Aspromonte, in seguito venne arrestato. Nel 1864, con la
cosiddetta “convenzione di settembre” si ottenne il ritiro delle truppe francesi da Roma, in cambio della promessa di
mantenere i confini papali. La capitale fu poi spostata a Firenze. Altro obiettivo era la liberazione del Veneto. L’Italia
si alleò così con la Germania contro l’impero asburgico nella speranza di ottenere il Veneto. Anche se vinsero la
guerra, gli italiani furono battuti a Custoza e a Lissa, gli unici successi si ottennero grazia a Garibaldi. Una volta
raggiunti i suoi obiettivi, la Prussia avviò le trattative di pace, nell’ottobre 1866, con la pace di Vienna, l’Italia ottenne
solo il Veneto, senza il Trentino e la Venezia Giulia. L’esito lasciò però delusi gli italiani che decisero di farsi sentire:
Mazzini intensificò la propaganda e Garibaldi riprese la sua marcia contro Roma, sostenuto da molti più volontari, ma
nonostante questo, appresa la notizia dell’imminente attacco, la Francia mandò subito le sue truppe. Garibaldi fu
sconfitto un’altra volta, presso Mentana. Ma gli italiani non demordono e nel 1870, avendo annullato l’accordo preso
in precedenza con il papa, decisero di attaccarlo, Pio IX rifiutò ogni possibile accordo e il 20 settembre le truppe
italiane entravano a Roma, presso Porta Pia, accolti dai romani, i quali votarono per annettere Roma e il Lazio.
Avvenne anche il trasferimento della capitale a Roma, e furono avviate leggi di trattative con la Santa Sede. La prima
ad essere approvata fu quella “delle guarentigie”, cioè delle garanzie, in quanto con essa il Regno d’Italia si
impegnava unilateralmente a garantire al pontefice le condizioni del libero svolgimento della sua funzione spirituale.
Gli venivano riconosciute prerogative simili a quelle dell’imperatore, tra cui gli onori sovrani e la possibilità di avere
una scorta armata. Pio IX non era però soddisfatto della situazione, per questo nel 1874, emanò la formula del “non
expedit”, che impediva ai cattolici di partecipare alla vita politica e alle elezioni.

9.6. La Sinistra al governo


Nella prima metà degli anni ’70, si verificarono importanti cambiamenti, tra cui l’aumento del numero dei deputati che
non si collocavano né a destra né a sinistra e per questo si definirono il “centro”. Si accentuarono le fratture interne
nella Destra, sempre più divisa sulla base di gruppi regionali. La Sinistra invece, si avvicinò molto di più a posizioni
moderate. Accanto alla vecchia sinistra, la sinistra storica di De Pretis, si aggiunse quella nuova, espressione di una
borghesia moderata, poco sensibile alla tradizione democratico-risorgimentale e più vicina a tutelare i suoi interessi.
Nel 1876 la Destra si divise per una discussione sulla gestione statale delle ferrovie: in seguito a questa spaccatura il
governo fu costretto a dimettersi lasciando il posto alla sinistra di De Pretis, che ebbe una netta maggioranza nelle
elezioni successive. Nel frattempo scomparivano grandi personaggi come Mazzini, Vittorio Emanuele II, Pio IX e
anche Garibaldi. Arrivata al potere la Sinistra non era più del tutto radical-democratica ma si era allargata a fasce più
moderate e persino conservatrici. Non perse di vista il suo lato democratico e riuscì ad andare incontro alle esigenze
della borghesia. Protagonista indiscusso fu De Pretis che rimase al governo per ben 10 anni, mazziniano in gioventù, si
avvicinò poi a posizioni più moderate: riuscì a unire presenze progressiste a quelle conservatrici. Il suo programma si
basava su pochi punti fondamentali:
- Allargamento del suffragio elettorale
- Riforma dell’istruzione elementare, che divenne gratuita e obbligatoria
- Sgravi fiscali soprattutto per le imposte indirette
- Decentramento amministrativo (progetto ben presto accantonato)
Nel 1877 passò la legge Coppino che prevedeva l’obbligo della frequenza scolastica fino a 9 anni, aggiungendo
sanzioni per i genitori inadempienti. La nuova legge elettorale invece, fu approvata nel 1882, essa concedeva il diritto
a tutti i cittadini che avessero compiuto il 21esimo anno di età e avessero dimostrato di saper leggere e scrivere. Le
prime elezioni a suffragio allargato videro l’ingresso alla Camera del primo deputato socialista, Andrea Costa. Con
l’allargamento del diritto al voto però, De Pretis temeva un rafforzamento dell’estrema sinistra, per questo fece un
accordo con il leader della destra, Minghetti, che prese il nome di “trasformismo”, esso prevedeva delle rinunce da
parte di entrambi i partiti (nel caso della sinistra di un punto essenziale del suo programma). A un modello bipartitico
subentrava invece quello basato su un grande centro, che prevedeva quindi lo sviluppo delle forze moderate a scapito
di quelle estremiste. La maggioranza non era quindi basata su dei “programmi” ma su compromessi, motivo per cui si
arrivò a un sostanziale immobilismo dell’azione di governo, oltre che a un netto schieramento in ambito politico. Nella
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sinistra venne così a crearsi una forte spaccatura, che vedeva i più moderati in contrasto con i progressisti che
volevano invece un maggiore equilibrio nel sistema elettorale e una politica anticlericale sempre più forte. Questo
gruppo prese il nome di “radicale”, e rappresentò negli anni ’80 il gruppo più combattivo contro le maggioranze
trasformiste.

9.7. Crisi agraria e sviluppo industriale


Se per la Destra, una delle cause della sua caduta fu il malcontento provocato dalla sua politica economica, per la
Sinistra non fu facile andare incontro a questi problemi, ma riuscì prima a ridurre la tassa sul macinato e poi ad
abolirla del tutto, nell’84. Fu contemporaneamente aumentata la spesa pubblica per coprire le accresciute spese
militari e per accontentare le richieste dei vari gruppi di interesse. Se da un lato questa politica portò a un successivo
sviluppo dell’industrializzazione, portò anche a un crescente deficit nel bilancio statale, senza riuscire a far fronte agli
innumerevoli problemi agricoli. Gli sviluppi nel settore agricolo erano più a carattere quantitativo che qualitativo. I
miglioramenti riguardavano solo i settori più progrediti:
- Nella Pianura Padana furono aumentati i lavori di bonifica
- Nel Mezzogiorno migliorarono le colture specializzate
Nel resto di Italia però la situazione non era delle migliori, nemmeno per i contadini. Nel 1877 fu deliberata
un’inchiesta agraria (presieduta da Stefano Jacini), con la quale si decisero dei lavori di bonifica, di irrigazione, di
avvicinamento a nuove colture, incentrandole su in sistema più differenziato. L’Italia risentì molto della crisi agricola,
che portò a un brusco abbassamento dei prezzi (cereali), un calo della produzione e gravissimi disagi sociali.
Aumentarono i conflitti in campagna e anche le migrazioni, sia verso i centri urbani che verso l’estero. Se da un lato la
crisi portò a un ritardo dello sviluppo industriale, dall’altro lo favorì: la crisi non solo distolse capitali dal settore
agricolo, indirizzandoli verso altri settori, ma fece cadere la disillusione di un progresso economico. Per la Sinistra lo
stato doveva astenersi dalla situazione economica, ma nel frattempo cambiò idea, prendendo esempio dalla Germania.
Nel 1887, con De Pretis, ci fu il varo di una nuova tariffa generale che metteva al riparo dalla concorrenza straniera
importanti settori dell’industria nazionale, colpendo le merci con grandi dazi di entrata. Questa tariffa poneva le basi
per un nuovo blocco di potere economico, fondato sull’alleanza tra industria protetta e grandi proprietari terrieri, e
sull’intreccio tra i maggiori gruppi di interesse e i poteri statali. L’industria non ottenne grossi miglioramenti, sia
quella meccanica che quella tessile. L’agricoltura, colpita dalla tassa sul macinato, non aveva una vita più semplice nel
Mezzogiorno dove, ad essere penalizzate furono le colture specializzate. La tariffa dell’87 ebbe infatti come
conseguenza una rottura commerciale, degenerata poi nella guerra commerciale contro la Francia.

9.8. La politica estera: la Triplice alleanza e l’espansione coloniale


In campo di politica estera, il progetto di De Pretis cambiò, infatti mentre prima si preferiva un rapporto
“preferenziale” con la Francia, ora decise di instaurare un’alleanza con Germani e Austria-Ungheria, siglando il
trattato della Triplice Alleanza (maggio 1882). Questo, non solo non era ben accolto dalla popolazione italiana ma
rappresentava anche una rottura con la tradizione risorgimentale. L’Italia voleva uscire dalla condizione di isolamento
in cui si trovava, per farlo nel 1881, emerse l’affare tunisino. L’Italia considerava la Tunisia, sia per vicinanza
geografica, sia per quantità di italiani presenti là, come il naturale sbocco di una sua eventuale azione coloniale. Ma
non aveva potuto far nulla quando la Francia decise di muoversi contro di essa, se non allearsi con le due grandi
potenze. Quest’alleanza aveva un carattere difensivo, infatti l’Italia sarebbe stata aiutata in caso di attacco dalla
Francia, ma doveva rinunciare alle terre irredente (non redente, non liberate). Questa situazione, anche se non era
molto a cuore allo stato, lo era invece per alcuni insorgenti. La situazione migliorò nel 1887 quando venne rinnovata la
triplice alleanza, inserendo due nuovo clausole: la prima prevedeva che eventuali modifiche nel campo dei Balcani
sarebbero toccate all’Italia e all’Austria, la seconda prevedeva invece l’intervento della Germania in soccorso
dell’Italia se fosse stata attaccata dai francesi dal Marocco o dalla Tripolitania. L’Italia cercò di conquistare una parte
dell’Africa orientale, conquistando così la Baia di Assuan. Questa zona era in prossimità dell’Etiopia, il più grande e
potente stato cattolico. Dopo che gli italiani cercarono di allargare i loro orizzonti, inizialmente con rapporti
commerciali poi con penetrazione commerciale, l’esercito italiano fu del tutto sterminato presso Dogali. Grazie
all’invio di rinforzi dell’Italia, l’esercito riuscì a creare nuovi insediamenti su quella costa.

9.9. Movimento operaio e organizzazioni cattoliche


La crescita del movimento operaio organizzato fu rallentata, della popolazione attiva infatti, la maggior parte erano
lavoranti nelle botteghe artigiane, operai che si alternavano tra il lavoro in fabbrica e quello nei campi e, molto diffuso
nel campo tessile, era il lavoro a domicilio. Fino agli inizi degli anni ’70, l’unica organizzazione operaia importante
era la società di mutuo soccorso., controllato in parte dai mazziniani e in parte dagli esponenti moderati. Erano veri e
propri strumenti per educare il popolo, avevano scopi di solidarietà e rifiutavano la lotta di classe. Man mano però si
andava diffondendo il partito socialista, una nuova minaccia all’orizzonte. La crescita del movimento internazionalista
si doveva soprattutto a grandi agitatori, facendo leva sul proletariato delle campagne. La svolta si ha nell’estate

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dell’81, quando nasce il Partito socialista rivoluzionario di Romagna, che doveva porre le premesse per il Partito
socialista italiano. Questo però non aveva legami con gli operai, lo avranno la società di miglioramento e le leghe di
resistenza, che cercavano di rivendicare i lavoratori. Nell’82 nasce il Partito operaio italiano, che si presentò come
rigidamente classista. Ci furono scioperi agricoli molto grandi (nel Mantovano e nelle Polesine). Tra il 1887 e il 1893
sorsero camere del lavoro (=organizzazioni sindacali su base locale) e le federazioni di mestiere (=organizzazioni
sindacali su base nazionale): la soluzione politica non era comunque delle più facili. Labriola contribuì alla
formazione del pensiero di Marx in Italia ma, la vera svolta si ebbe con Turati, principale esponente della classe
intellettuale milanese ma anche fondatore del Partito socialista italiano. Da giovane aveva militato nelle file della
democrazia radicale, ma su di lui ebbero anche una grossa influenza l’esule russa Kuliscioff, il contatto con l’ambiente
milanese, con il mondo operaio e con il mondo socialista. La sua posizione fu molto chiara nelle scelte di fondo:
- Affermazione dell’autonomia del movimento operaio dalla democrazia borghese
- Il rifiuto dell’insurrezionismo anarchico
- Riconoscimento del carattere prioritario delle lotte economiche
- Esigenza di collegare le lotte economiche con quelle politiche
- Obiettivo finale: socializzazione dei mezzi di produzione
Nel 1892 a Genova si riunirono le leghe contadine e i circoli politici, si delineò così la frattura tra una maggioranza
favorevole all’immediata costituzione di un partito e una minoranza contraria, formata da anarchici e aderenti al
Partito operaio. Vista l’impossibilità di arrivare a un accordo, la maggioranza, capitanata da Turati lasciò la sala del
congresso e si riunirono in un’altra sede per dar vita al Partito dei lavoratori italiani. L’anno seguente il partito prese il
nome di “Partito socialista dei lavoratori italiani” e infine nel 1895 quello di “Partito socialista italiano”. Mentre c’era
chi temeva i socialisti, quest’ultimi temevano l’atteggiamento della massa dei cattolici militanti, fermi nella loro
fedeltà al papa e nel conseguente rifiuto di partecipazione alla vita politica (ma non alle elezioni amministrative). I
cattolici non organizzavano scioperi o insurrezioni ma erano comunque pericolosi, infatti nel 1874 riuscirono a creare
un’organizzazione nazionale chiamata “Opera dei congressi”, controllata dal clero e con il compito di convocare
regolarmente congressi per le associazioni cattoliche attive, assicurandone un collegamento a livello nazionale. Il
programma prevedeva una forte ostilità per il liberalismo laico, la democrazia, il socialismo. Qualche segno di
apertura si ebbe solo dopo il 1878, con l’avvento al pontificio di papa Leone XIII, il cui cercò di ampliare il suo
consenso sociale tra le masse. Man mano che il gruppo cresceva lo Stato si rendeva conto del grosso successo che
riscuoteva e si rese conto che era necessario un accordo con la Chiesa.

9.10. La democrazia autoritaria di Francesco Crispi


Dopo la morte di De Pretis (1887), fu la volta del suo successore Crispi, il quale era il ministro degli Interni. Siciliano,
poteva vantare grosse simpatie da parte di garibaldini e mazziniani, riscuotendo successo sia a sinistra sia tra i
conservatori. Accentuò le spinte autoritarie e repressiva ma si fece anche promotore di una riorganizzazione dello
Stato a livello amministrativo. Nel 1888 approvò una legge per ampliare ulteriormente il voto per le elezioni
amministrative, in modo che potessero votare tutti coloro che erano maggiorenni, sapessero leggere e scrivere, e
pagassero almeno 5 lire di imposte all’anno. Rendeva inoltre elettivi i sindaci dei piccoli comuni. L’anno seguente fu
approvato il codice Zanardelli che prevedeva l’abolizione della pena di morte e non vietava lo sciopero, il che faceva
si che lo ammettesse. Tuttavia, Crispi lasciò grande libertà alla polizia il che fece presto inasprire i rapporti con la
maggioranza fino ad ottenere un distaccamento della sinistra più estremista, dato che questa perseguiva, anche
ingiustamente, cattolici, operai e irredentisti. Non negò mai il suo interesse per la triplice alleanza, in particolare
l’ammirazione per la Germania, che non fece altro che peggiorare i rapporti con la Francia. Decise di intraprendere
una nuova campagna in Africa e conquistò nuove terre come la Colonia Eritrea e non disdegnava una nuova
spedizione verso la Somalia. La politica coloniale di Crispi però suscitava molte perplessità, dato che era molto
costosa e lo Stato era in un periodo di grave crisi economica. Messo in minoranza dalla Camera, Crispi si dovette
dimettere nel 1891. L’anno dopo, salvo un breve intermezzo di Rudinì, lo Stato passò nelle mani del piemontese
Giolitti.

9.11. Giolitti, i Fasci siciliani e la Banca romana


Giolitti nacque nel 1842, era quindi troppo giovane per partecipare alle lotte risorgimentali, avviò la sua carriera
nell’amministrazione statale e divenne un critico severo della politica economica della Sinistra. In politica finanziaria
mirava a una più equa ripartizione del carico fiscale affinché gravasse sui redditi più alti (progressività delle imposte).
Anche in politica interna aveva idee molto avanzate: si astenne infatti dal prendere misure repressive verso il partito
operaio e verso le organizzazioni popolari. Non venne a meno nemmeno a questa linea quando in Sicilia insorsero
delle associazioni popolari in un vasto movimento di protesta sociale, organizzazioni che presero il nome di Fasci dei
lavoratori e si diffusero sia in campagna che in città a causa delle tasse troppo alte e del malgoverno. Nonostante la
pressione della classe dirigente affinché Giolitti prendesse misure più forti, lui era contrario, e, dopo lo scandalo
politico-finanziario della Banca romana la sua caduta era tutta in discesa. La Banca romana era uno dei maggiori
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istituti di credito italiani, uno dei 5 che insieme alla Banca internazionale aveva il diritto/privilegio di stampare
biglietti a corso legale. Si era trovata al centro di una febbre speculativa che, in seguito alla crisi, portò al fallimento di
molte imprese debitrici nel settore delle costruzioni. Per uscire da questa situazione, i dirigenti avevano commesso
gravissime irregolarità. Deputati e giornalisti erano stati finanziati dalla Banca romana per ottenere anticipazioni di
denaro per poter influenzare la stampa e l’opinione pubblica durante le campagne elettorali. Accusato di aver coperto
queste irregolarità durante il governo di Crispi, Giolitti dovette dimettersi. Fu accusato in parte ingiustamente, dato
che la situazione fu manovrata proprio dallo stesso Crispi per poter riottenere il suo posto, cosa che avvenne.

9.12. Il ritorno di Crispi e la sconfitta di Adua


Nel 1893, Crispi tornò al governo e dovette far fronte a una situazione economica e sociale molto grave. Avviò una
politica di risanamento del bilancio, riorganizzò il sistema bancario, con una legge che istituiva la Banca d’Italia,
legge già proposta da Giolitti. Questa avrebbe ottenuto sia il permesso per l’emissione che la possibilità di svolgere
compiti di controllo sull’intero sistema bancario (solo nel 1947). Nel 1894 non esitò a dichiarare lo stato di assedio in
Sicilia, che portò a una durissima repressione militare, accompagnata da opere della polizia contro leghe e
organizzazioni del Partito socialista, che pure non aveva responsabilità dirette nel moto siciliano. Venne limitata la
libertà di stampa, di riunione, di associazione. Leggi che vennero definite “anti-anarchiche” che avevano come
obiettivo principale il Partito socialista, il quale fu infatti dichiarato fuori legge. Gli effetti non furono quelli sperati,
infatti si costituì un’alleanza dei democratici, i quali accettarono alleanze con i progressisti e ottennero di far eleggere
ben 12 dei loro candidati. La questione morale contro Crispi gravava sempre di più, fino al totale fallimento a causa
del tentativo di conciliare la politica di austerità finanziaria col mantenimento di un alto livello di spese militari, e con
una ripresa della campagna coloniale. Già nel suo primo governo ottenne una forma di protettorato sull’Etiopia,
peccato che il documento fu redatto in due versioni differenti, motivo per cui gli italiani pensavano di aver ottenuto un
protettorato, mentre gli etiopi solo una collaborazione. Crispi non esitò a muovere guerra contro l’Etiopia ma fu
accerchiato e sconfitto, per ben due volte, la seconda, definitiva, avvenne ad Adua (1° marzo 1896) e ebbe come
conseguenza la caduta di Crispi. Gli successe il leader dell’opposizione di destra, Rudinì, che affrettò il trattato di pace
con l’Etiopia.

10. VERSO LA SOCIETÁ DI MASSA


10.1. Che cos’è la società di massa?
Con il termine “di massa” ci si riferisce a una moltitudine indifferenziata al suo interno, dove i singoli tendono quindi
a scomparire. Solo alla fine dell’800, con la diffusione dell’industrializzazione, e della conseguente urbanizzazione,
nei paesi più economicamente solidi, si viene a creare un principio di “società di massa”. In questo tipo di società, la
maggioranza dei cittadini vive in grandi e medi agglomerati urbani, entrano più spesso in comunicazione tra di loro,
ma i rapporti sono anonimi e impersonali. Gli apparati statali diventano grandi istituzioni nazionali. Il grosso della
popolazione esce dalla concezione di autoconsumo e sono ormai tutti produttori o consumatori di beni e servizi nel
circolo dell’economia di mercato. Questa è una realtà molto complessa, risultato di un intreccio di processi economici,
trasformazioni politiche e mutamenti culturali. Non poche sono le reazioni contro questo nuovo sistema, l’avvento
della società di massa è un fenomeno che ha segnato come pochi altri la storia degli ultimi 100 anni.

10.2. Sviluppo industriale e razionalizzazione produttiva


Nel ventennio precedente alla prima guerra mondiale, l’economia dei paesi industrializzati conobbe una fase di
espansione intensa, con una breve crisi. Si sono affermati poi i settori giovani, come l’acciaio, la chimica e l’elettricità,
soprattutto nelle nuove potenze industriali come la Germania e gli USA. Il livello dei salari e del reddito pro-capite
aumentò, provocando così l’allargamento del mercato. La domanda assumeva gradualmente dimensioni di massa, si
venivano a creare così prodotti in serie, nuovi canali di vendita a domicilio e per corrispondenza, con nuove forme di
pagamento rateale. Le esigenze della produzione in serie furono soddisfatte dalle imprese che erano in grado di
accelerare i processi di meccanizzazione e di razionalizzazione produttiva, solo nel 1913 sarà introdotta nel mercato la
prima catena di montaggio, per le officine automobilistiche Ford, di Detroit. Così facendo si possono ridurre
notevolmente i tempi di lavoro, frammentando il processo produttivo in serie di piccole operazioni, ciascuna affidata a
un singolo operaio, che rendeva così il lavoro ripetitivo e spersonalizzato. Il cosiddetto “metodo Taylor” venne
realizzato grazie all’introduzione di nuove macchine, e si basava sullo studio sistematico del lavoro in fabbrica, sulla
rilevazione dei tempi standard necessari per compiere singolo operazioni e sulla fissazione, in base ad essi, di regole e
ritmi cui gli operai avrebbero dovuto uniformarsi, eliminando le pause ingiustificate e gli sprechi di tempo. Con questo
metodo si assicurarono notevoli progressi in termini di produttività e permisero alle imprese che le adottarono di
innalzare il livello delle retribuzioni. Il taylorismo creò però anche grande ostilità, soprattutto per coloro che si
sentivano oppressi dalle macchine.

10.3. Le nuove stratificazioni sociali

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La stratificazione sociale era quindi uniformata, e la classe operaia vedeva accentuarsi la distinzione tra manodopera
generica e lavoratori qualificati. L’espansione del settore dei servizi e la crescita degli apparati burocratici facevano
aumentare la consistenza di un ceto medio urbano che andava sempre più distinguendosi dagli strati superiori della
borghesia. La crescita dei lavoratori autonomi fu dovuta in parte alla moltiplicazione degli esercizi commerciali e in
parte all’emergere di nuove attività. La categoria di dipendenti pubblici si allargava di pari passo con l’aumento delle
competenze dello stato e delle amministrazioni locali in materia di sanità, istruzione, trasporti e altri servizi. Più
rapidamente cresceva la massa degli addetti al settore privato, ovvero coloro che non svolgevano mansioni manuali,
come tecnici e impiegati, che erano quindi chiamati “colletti bianchi”. Essi oltre che ad aumentare, venivano sempre
più retribuiti. Se le differenze economiche sembravano appianarsi, quelle sociali erano ancora molto nette, infatti i ceti
medi rifiutavano l’identificazione con le masse lavoratrici. Gli ideali operai erano la solidarietà, lo spirito di classe,
l’internazionalismo, mentre la borghesia puntava all’individualismo, alla rispettabilità, alla proprietà privata, al
risparmio, al senso di gerarchia e al patriottismo. Il “ceto di confine” era invece la piccola borghesia che aveva però un
ruolo importante nell’economia, in quanto era la principale destinataria di una serie di beni di consumo prodotti
dall’industria, ma anche a livello politico in quanto elettorato di massa.

10.4. Istruzione e informazione


Un ruolo fondamentale per i lineamenti della nuova società spettava alla scuola. Questa doveva essere infatti
un’opportunità, un servizio per la comunità al quale nessuno doveva essere escluso. Non era sufficiente l’impegno
della Chiesa, era necessario un intervento laico da parte dello stato e delle amministrazioni locali. La scolarizzazione
poteva quindi essere un modo per una pacifica promozione sociale, un mezzo per educare e ridurre la criminalità, ma
anche uno strumento di nazionalizzazione delle masse. A partire dagli anni ’70 in Europa, si ottenne l’istruzione
elementare obbligatoria e gratuita, per sviluppare quella media superiore e per portare l’insegnamento sotto il
controllo pubblico. Il processo di laicizzazione e di statizzazione del sistema scolastico ebbe risultati diversi. Un
effetto comune fu però l’aumento generalizzato della frequenza scolastica e una riduzione del tasso di alfabetismo.
Strettamente legato ai progressi dell’istruzione fu l’incremento nella diffusione della stampa quotidiana e periodica.
Aumentarono sia le pubblicazioni che i lettori, si allargava così la presenza di coloro che contribuivano all’opinione
pubblica, i cittadini potevano così accedere da soli alle informazioni e farsi una loro idea, per poi far pesare le loro
opinioni sulle scelte di parlamenti e governi.

10.5. Gli eserciti di massa


Un contributo notevole venne anche dalle riforme degli ordinamenti militari. Il principio su cui esse si basavano era
quello del servizio militare obbligatorio per la popolazione maschile, ossia la trasformazione degli eserciti a lunga
ferma, composti da professionisti. Due ostacoli erano però:
- A carattere economico: in quanto le risorse finanziarie degli stati non erano sufficienti a mantenere, armare e
addestrare per un congruo numero di anni tutti gli uomini giudicati abili: da qui la permanenza di criteri di
scelta arbitrari, basati sul privilegio economico.
- A carattere politico: come e per quanto tempo le classi dirigenti moderate avrebbero potuto negare il diritto di
voto a coloro ai quali lo stato chiedeva di mettere a repentaglio la propria vita? Inoltre, tra i borghesi si
sviluppava una tendenza a riluttare la figura del soldato, vista la sua dura condizione: la truppa era quindi di
estrazione popolare, spesso contadina.
Si arrivò a una trasformazione dell’esercito perché:
- Carattere politico-militare: senza le masse non si poteva avere un esercito in grado di assolvere la funzione
deterrente, che ne faceva uno strumento indispensabile anche in tempo di pace.
- Grazie alle nuove industrie e alle nuove tecnologie era possibile armare eserciti interi.
- Grazie alle ferrovie gli spostamenti erano più veloci.
Nacquero, grazie anche all’interesse del governo, veri e propri eserciti di massa, che saranno appunti i futuri
protagonisti della prima guerra mondiale.

10.6. Suffragio universale, partiti di massa, sindacati


Società di massa: questo termine spesso è stato associato a cose negative. Si può affermare che, in Europa, tra la fine
dell’800 e l’inizio del‘900, il cammino verso la società di massa si accompagnò alla tendenza costante verso una più
larga partecipazione alla vita politica. Segno più evidente di questa tendenza fu l’estensione del diritto di voto. Nel
1890 il suffragio universale maschile era praticato solo in Francia, Germania e Svizzera. In Italia, seppure con molte
limitazioni, si ottenne solo nel 1912. Con l’allargamento del voto, cambiarono fin da subito le forme organizzative e i
meccanismi della vita politica, i conservatori soprattutto, dovettero scovare nuovi modi per trovare il consenso
popolare. Si affermò un nuovo modello di partito: quello proposto per la prima volta dai socialisti, basato
sull’inquadramento di larghi strati di popolazione attraverso una struttura permanente, articolata in organizzazioni
locali e facente capo a un unico centro dirigente. Rapida fu in seguito la crescita di organizzazioni sindacali. I
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sindacati, fondati sull’esempio delle Trade Unions inglesi, erano organi nazionali. Tra le più importanti ci fu la
Confederazione generale del lavoro (Cgl), costituita in Italia nel 1906. Grande diffusione ebbero anche le associazioni
cattoliche e le organizzazioni a guida liberale o conservatrice.

10.7. La questione femminile


In questo periodo non mancò la discussione per la “questione femminile”. Il problema dell’inferiorità economica,
politica e giuridica delle donne era rimasto, con poche eccezioni, estraneo, sconosciuto. I primi movimenti nacquero
alla fine del ‘700 nella Francia giacobina e nell’Inghilterra della rivoluzione industriale. Alla fine dell’800 le donne
erano escluse in ogni sfera, dall’elettorato passivo a quello attivo, senza poter accedere agli studi universitari e alle
professioni. Grazie alle agitazioni sociali, ad esperienze collettive, le donne lavoratrici ebbero una maggiore
coscienza dei loro diritti e delle loro rivendicazioni verso la società. Non in tutti i paesi questo movimento ebbe
successo con in Inghilterra dove, le suffragette, con dimostrazioni in piazza, merce sul Parlamento e scioperi della
fame e attentati ad edifici pubblici riuscirono a vincere la loro battaglia. Nel 1918, le donne inglesi poterono
finalmente votare. Molti però avevano paura di questa nuova concessione, in quanto temevano che, almeno all’inizio,
le donne appoggiassero la Chiesa. Inoltre, altri dirigenti ritenevano ancora che il ruolo delle donne era a casa. Quasi
dappertutto i movimenti femminili furono lasciati da soli a combattere le loro battaglie. Restavano infatti fortemente
discriminate sui luoghi di lavoro.

10.8. Riforme e legislazione sociale


Solo perché si ottenne l’estensione del suffragio universale, non vuol dire che le forze progressiste ottennero la
maggioranza. Furono istituiti sistemi di assicurazione contro gli infortuni e di previdenza per la vecchiaia, in alcuni
casi anche sussidi per i disoccupati. Si stabilirono controlli sulla sicurezza e sull’igiene anche se spesso poco
attendibili. Fu proibito ai bambini in età scolare di lavorare, furono introdotte limitazioni agli orari dei operai e fu
anche istituito il diritto di riposo settimanale. All’azione dei governi si affiancò poi quella delle amministrazioni locali:
importante fu infatti l’estensione dei servizi pubblici (acqua, gas) ad opera degli stessi comuni. La loro iniziativa
coinvolse ben presto anche campi come l’istruzione e l’edilizia popolare. Vennero introdotte nuove forme di
imposizione fiscale: si aumentarono le imposte dirette (sul reddito o sul patrimonio di persone e società) mentre si
diminuirono quelle indirette (quelle che colpiscono i consumi e le attività economiche, gravavano soprattutto sui ceti
popolari). Venne infine introdotto il principio di progressività: si aumentavano delle aliquote fiscali in relazione
all’aumento della base disponibile.

10.9. I partiti socialisti e la Seconda Internazionale


Inizialmente i movimenti socialisti erano minoranze isolate, che puntavano allo sconvolgimento rivoluzionario. Verso
la fine dell’800 invece, iniziarono a mostrarsi come gruppo organizzato, grazie alla nascita di partiti socialisti infatti, si
iniziò a vedere la situazione da una prospettiva nazionale. Furono proprio i partiti socialisti a proporre l’idea di
“partito di massa”. Il primo a nascere fu il socialdemocratico tedesco (di ideologia marxista con a capo Bebel), nel
1875, ma ancora molti paesi non vedevano di buon occhio il nuovo partito, soprattutto quelli in cui i movimenti operai
erano ancora molto legati alla tradizione. In Francia si formò un partito di ispirazione marxista nel 1882 ma si divise
fino alla riunificazione nella Sfio del 1908. In Gran Bretagna, unico paese dove era attivo il movimento sindacale, i
gruppi marxisti non riuscirono a imporsi. Acquisì sempre più successo invece, la Società fabiana, formata soprattutto
da intellettuali, che appoggiavano una strategia gradualista e temporeggiatrice. Furono gli stessi dirigenti delle Trade
Unions a prendere l’iniziativa di creare una formazione politica che fosse espressione dell’intero movimento operaio.
Nel 1906, nacque così il Partito laburista, che era composto dalle organizzazioni sindacali ed era privo di una
caratterizzazione ideologica ben definita. Tutti i partiti operai europei si proponevano il superamento del sistema
capitalistico e la gestione sociale dell’economia, tutti si ispiravano a ideali internazionalisti e pacifisti, tutti tendevano
a crearsi una base di massa tra i lavoratori e partecipare attivamente alla lotta politica nel proprio paese, tutti facevano
riferimento a un’organizzazione socialista internazionale, erede di quella che si era dissolta negli anni ’70. La nascita
della Seconda Internazionale risale al 1889, quando i rappresentati dei partiti, per lo più marxisti, si riunirono a Parigi
e approvarono alcune importanti deliberazioni, fra cui quella che fissava come obiettivo primario del movimento
operaio la giornata lavorativa di otto ore e proclamava a tale scopo una giornata mondiale di lotta per il primo maggio
di ogni anno. La ricostruzione della Seconda Internazionale fu sancita a Bruxelles, nel 1891. Essa era più che altro una
federazione di partiti nazionali autonomi e sovrani. Aveva un’importante funzione di coordinamento e i suoi congressi
rappresentavano un importante luogo di incontro per la discussione di problemi che riguardavano tutti. In questi anni,
il movimento operaio ebbe una dottrina: il marxismo, riadattato alle necessità dell’Europa. Tra gli obiettivi:
- Partecipazione alle elezioni
- Lotte per democrazia e riforme
A lungo andare però, vennero a crearsi due schieramenti:
1. la fazione che era consapevole dei cambiamenti avvenuti in campo politico e sociale e voleva valorizzare
l’aspetto democratico-riformistico dell’azione socialista,

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2. c’era chi voleva riprendere l’impostazione originaria rivoluzionaria del marxismo, e quindi bloccare le
tentazioni legalitarie e parlamentaristiche.
Secondo Bernstein, il proletariato non si impoveriva, ma migliorava lentamente la sua condizione, il capitalismo
rivelava una insospettita capacità di modificarsi e superare la crisi, mentre lo stato borghese diventava sempre più
democratico. La società socialista non poteva nascere da una rottura rivoluzionaria, ma tra una trasformazione
graduale realizzata grazie al lavoro quotidiano delle organizzazioni operaie e soprattutto del movimento sindacale.
Secondo Lenin invece, il compito doveva essere assegnato a una ristretta élite, in grado di essere una guida
intellettuale e di avanguardia per le classi lavoratrici. Quando nel 1903, a Londra, durante un congresso della
socialdemocrazia russa, le tesi di Lenin ottennero una seppur ristretta maggioranza, il partito si spaccò in due correnti:
quella bolscevica (maggioritaria) guidata da Lenin e quella menscevica (minoritaria) guidata da Martov. In Francia
ebbe poi origine una dissidenza di sinistra, che prese il nome di sindacalismo rivoluzionario. I sindacati francesi si
muovevano però su una linea anarchico rivoluzionaria, lontana dai principi della Seconda Internazionale. Qui emerge
la figura di Sorel, che esaltò la funzione liberatoria della violenza proletaria e insistette sull’importanza dello sciopero
generale come mito capace di trascinare gli operai alla lotta. Il sindacalismo rivoluzionario non si instaurò nei partiti
socialisti, ma ebbe una grossa influenza su molti intellettuali.

10.10. I cattolici e la «Rerum novarum»


La Chiesa di Roma e il mondo cattolico reagirono in modo articolato all’avanzata dell’industrialismo: rifiutarono la
tradizione della società industriale, condannarono sia l’individualismo borghese che le ideologie socialiste e vi fu
anche il tentativo di lanciare una missione della Chiesa. Per quanto riguarda le pratiche religiose ci fu un declino dei
culti e delle devozioni locali, ma al contrario si svilupparono nuove pratiche più individuali, e allo stesso tempo
meglio controllate dalla gerarchia della Chiesa. A livello sociale, la Chiesa si trovò un po’ spiazzata, ma fu anche
l’unica in grado di porre rimedio ai fenomeni di disgregazione sociale, per farlo istituì le parrocchie, le associazioni
caritative e i movimenti di azione cattolica. L’esistenza di queste strutture permise ai cattolici di impegnarsi di più, e
con un discreto successo nell’inquadramento dei lavoratori in organismi di massa. Leone XIII si mostrò più duttile,
infatti favorì il riavvicinamento tra cattolici e classe dirigente, incoraggiò la nascita di nuovi partiti, ma soprattutto
cercò di dare un nuovo aspetto alla Chiesa nell’ambito sociale. Nel maggio 1891 venne emanata da Leone XIII
l’enciclica “rerum novarum”, dedicata ai problemi della classe operaia. Ribadiva la condanna al socialismo,
riaffermava invece l’idea di concordia tra le classi. Gli operai avevano doveri quali la laboriosità, la frugalità e il
rispetto delle gerarchie, ma gli imprenditori dovevano retribuirli bene, rispettarne la dignità umana, non trattarli come
merce. Ma la parte più interessante riguardava però il movimento associativo dei lavoratori, si creavano infatti società
operaie e artigiane ispirate ai principi cristiani, al quale tutti i cittadini erano invitati a partecipare. Così facendo si
apriva la strada ai movimenti cattolici, anche se fu difficile mettere in atto questo piano, dato che anche i sindacati
cattolici si svilupparono sulla base delle classi, che però erano diverse e addirittura quasi incompatibili con quelle dei
sindacati socialisti. Verso la fine dell’800 venne a delinearsi soprattutto in Italia e in Francia, la democrazia cristiana,
una nuova tendenza politica che mirava a conciliare la dottrina cattolica con l’impegno sociale, non tralasciando le
prassi democratiche. La nascita di questo movimento può essere ricollegata alla nascita di una riforma religiosa che
prese il nome di modernismo, in quanto voleva riproporre la dottrina cristiana in chiave moderna. Aveva quindi scopi
simili a quelli che la democrazia cristiana aveva in ambito politico: conciliare l’insegnamento della Chiesa, depurato
dai rigidi dogmi, con progresso filosofico e scientifico, ma più in generale con la civiltà moderna. Tutta questa
tolleranza terminò non appena, nel 1903, salì al soglio pontificio papa Pio X, più simile a Pio IX che a Leone XIII. Ai
democratici-cristiani venne proibita ogni azione politica che non fosse dettata dalla Chiesa stessa, il modernismo fu
addirittura colpito da una scomunica.

10.11. Il nuovo nazionalismo


Nell’Europa dell’800, la nazione intesa come insieme di valori politici e culturali aveva un ruolo molto importante.
Tra il 1815 e il 1870, il nazionalismo era stato motivo di ispirazione per i movimenti di liberazione che combattevano
contro l’ordine costituito. Spesso il concetto venne però visto come sinonimo di lotta al socialismo, motivo per cui si
legò sempre più spesso alle correnti di destra di matrice per nulla illuministica o democratica. Il successo del nuovo
nazionalismo è strettamente legato agli strumenti tipici della società di massa (stampa, comizi) e a tecniche di lotta
prese a prestito della tradizione sovversiva. In Inghilterra non assunse un tono polemico contro le istituzioni liberali,
mentre in Francia ebbe diverse origini, che portarono alla polemica contro la classe dirigente moderato-repubblicana,
considerata mediocre e corrotta. Il nazionalismo infatti non era orientato tanto verso la politica estera, quanto verso i
cosiddetti nemici interni: protestanti, immigrati ma soprattutto ebrei, spesso collegati all’affarismo e alla speculazione
bancaria. Una forte componente antiebraica, unita a un’impostazione popolareggiante (+ aggiunta di vena
antiborghese) fu presente anche nei movimenti nazionalisti dei paesi di lingua tedesca, dove l’antisemitismo si
appoggiava su presupposti apertamente razzisti. Questo movimento ebbe origine nei movimenti pangermanisti del
compositore Wagner, che prevedevano la riunificazione di tutti gli stati di lingua tedesca sotto uno solo. Movimento

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opposto, ma al tempo stesso simile a quello di Wagner fu il panslavismo, nato in Russia a fine ‘800, che si basava su
ideologie tradizionaliste e leggermente intrise di antisemitismo. Aveva profonde origini popolari e nell’Impero russo
era addirittura sancito da leggi discriminatorie e ufficialmente tollerato, spesso incoraggiato proprio dalle autorità. Da
qui ebbero origine i pogrom, ossia delle periodiche e impunite violenze contro i beni e le persone ebree. A fine ‘800
nascerà invece, grazie allo scrittore ebreo Herzl, il sionismo, un movimento che si proponeva di restituire un’identità
nazionale alle popolazioni israelite sparse per il mondo, affinché si potesse istituire un nuovo stato unico, in Palestina.
Era un movimento complesso, a livello religioso, politico e sociale, che fece molta fatica ad affermarsi (affermazione
avvenuta solo all’inizio del ‘900).

10.12. La crisi del positivismo


Il periodo compreso tra la fine dell’800 e la prima guerra mondiale è un’epoca di cambiamenti. Il positivismo si
dimostrò inadatto a spiegare questi mutamenti, economici, sociali, ma soprattutto politici, fu inoltre inadatto per una
visione del mondo legata all’idea di un progresso necessario e costante. Anche sul piano filosofico ci furono
cambiamenti, come la nascita di nuovi correnti irrazionalistiche e vitalistiche, diverse ma riconducibili a principi di
volontà o slancio vitale. Tra questi si fece strada Nietzsche, che alla concezione lineare del tempo oppose quella
ciclica “dell’eterno ritorno”, alle filosofie borghesi contrappose l’idea dell’uomo nuovo “superuomo”, nato dalle
ceneri della vecchia civiltà e capace di esprimere la propria individualità al di fuori della morale corrente. Anche in
Italia all’inizio del ‘900 ci fu una rinascita idealistica, da Croce a Gentile. Croce partì da una critica del materialismo
marxista, e giunge a elaborare una teoria che risolveva tutta la realtà nella storia, Gentile invece elaborò l’attualismo,
che riconduceva tutta la realtà all’”atto pesante del soggetto”. In Inghilterra e USA si diffuse invece la corrente del
pragmatismo, i cui rappresentati europei più noti sono James e Dewey. Per questa corrente era determinante il
rapporto di reciproca verifica tra teoria e pratica e tra individuo e natura, rivalutava quindi le scienze pratiche come la
psicologia e la pedagogia. Anche gli sviluppi delle “scienze esatte”, come la fisica, subirono progressi come per la
teoria della relatività di Einstein. Altri importanti cambiamenti sono dovuti alla teoria psicanalitica di Freud, che
portava alla scoperta dell’analisi (vedi pag. 192 per approfondimenti). Un’ulteriore riflessione sulla relatività e sulla
soggettività della conoscenza ha permesso di studiare e rappresentare il fenomeno osservato in maniera diversa.
Ultimo cambiamento importante fu quello di Weber per quanto riguarda il metodo delle scienze sociali, che ha
segnato insieme a tutti gli altri un cambiamento in ambito politico. Decisiva fu anche la teoria della classe politica di
Mosca, che era però in netto contrasto con la dottrina democratica della sovranità popolare. Per lui il potere doveva
comunque restare nelle mani di una ristretta minoranza di politici di professione, motivo per cui crebbe la sfiducia e lo
scetticismo verso la politica, e per questo si mossero i primi passi verso una società di massa.

11. L’EUROPA TRA DUE SECOLI


11.1. Un quadro contraddittorio
EUROPA
Anni a cavallo tra ‘800-‘900: Europa visse periodo di grandi contraddizioni:
o Intenso sviluppo economico e crescita impetuosa del commercio,
o Inasprimento delle tensioni internazionali e conflittualità sociale all’interno dei singoli Stati,
o Nazionalismi esasperatamente aggressivi,
o Incessante progresso scientifico e tecnologica,
o Critica nei confronti del progressismo positivista.
Dell’Europa di questo periodo si hanno due rappresentazioni contrapposte:
1. la belle époque = sorta di età dell’oro caratterizzata da progresso e spensieratezza;
2. stagione dominata dal militarismo, dall’imperialismo e dalla spietata logica di potenza.
In realtà era una commistione di entrambi gli aspetti.

11.2. Le nuove alleanze


A partire dal 1890, anno in cui Bismarck diede le sue dimissioni, gli equilibri cambiarono e si venne a creare un
assetto bipartitico fondato sulla contrapposizione di due blocchi di potenze. A mettere in crisi il vecchio sistema
furono principalmente:
- La scelta del nuovo imperatore tedesco Guglielmo II in favore di una linea più dinamica e aggressiva.
- La crescente difficoltà della Germania nel tenere uniti i suoi alleati, la Russia e l’Austria, che trovavano nei
Balcani un continuo motivo di scontro.
I successori di Bismarck decisero quindi di favorire l’alleanza con l’Austria, ritenendo che la Russia non si sarebbe
mai affiancata alla Francia repubblicana. Ma seppure molto diverse tra loro, queste due potenze avevano entrambe
bisogno di un alleato, per questo nel 1891 sottoscrissero un primo accordo franco-russo, che tre anni dopo divenne una
vera e propria alleanza militare. La Francia concedette alla Russia moltissimi prestiti affinché potesse avviare il suo
processo di industrializzazione. Se da un lato si veniva a meno alla decisione di isolamento francese presa da
Bismarck, dall’altro la Germania stava inasprendo i rapporti anche con la Gran Bretagna, dato che stava costruendo
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una potente flotta in grado di sfidare quella indiscussa inglese. L’Inghilterra, temendo di perdere il suo posto di
superiorità navale, avviò una vera e propria corsa agli armamenti navali, processo che durò fino allo scoppio della
prima guerra mondiale. Inoltre, la Gran Bretagna, per assicurarsi un alleato in più contro la Germania, decise di
stipulare l’Intesa cordiale con la Francia, un’alleanza che, anche se non a carattere militare, rappresentava una
sconfitta per la Germania. Quest’ultima aveva quindi un’alleanza solo con Austria e Italia, TRIPLICE ALLEANZA,
mentre Russia, Inghilterra e Francia diedero vita alla TRIPLICE INTESA, che aveva risorse nettamente maggiori.
Tendenze aggressive non erano poi estranee all’estero, soprattutto negli USA, che come tutti risentivano del clima
internazionale molto teso.

11.3. La Francia tra democrazia e reazione


FRANCIA
Negli ultimi anni del ‘900, la Francia compì grossi progressi in campo democratico. Ciò nonostante restavano vive le
forme repubblicane e quelle di nazionalismo esasperato, le quali si riunirono in forze moderate, mettendo seriamente a
rischio la Terza Repubblica. Caso Dreyfus: ufficiale ebreo condannato ingiustamente ai lavori forzati perché accusato
di aver ceduto dei documenti riservati all’ambasciata tedesca. Lo scandalo non fu suscitato tanto dall’errore
giudiziario, quanto dal fatto che una volta scoperto le autorità abbiano proseguito con le loro accuse. Questo non fece
che dividere l’opinione pubblica francese: da una parte c’erano i socialisti, i radicali e una parte di repubblicani
moderati che si battevano perché venisse riconosciuta l’innocenza di Dreyfus, dall’altra invece c’erano clericali,
monarchici e nazionalisti di destra che volevano proseguire con l’accusa. Lo scontro si spostò anche sul piano politico
e, solo grazie alla decisione presa dal presidente della repubblica, Dreyfus fu liberato. In seguito, alle elezioni, vinsero
i progressisti, che formarono una “coalizione repubblicana”, dotata anche di un esponente socialista. Finalmente si
ebbe una rivincita sulla destra: alcune associazioni clericali vennero chiuse, vennero epurati gli alti gradi dell’esercito,
riprese la battaglia contro le posizioni di potere ancora detenute dal clero cattolico, che portò allo scioglimento di oltre
cento congregazioni religiose e alla conseguente rottura tra Francia e Santa Sede. Stato e Chiesa divennero
ufficialmente separati, cosa che fece rafforzare i gruppi radicali cattolici. La Francia era quindi molto avanti in quanto
Stato laico, ma era indietro sul piano della legislazione e su quello dell’ordinamento fiscale. Furono proposte
importanti riforme sociali, che però non vennero mai approvate, motivo per cui ci furono anche delle rivolte da parte
della classe lavoratrice, per nulla soddisfatta della situazione. Lo spostamento a sinistra del movimento sindacale portò
alla rottura tra socialisti e radicali, e alla lunga ridiedero spazio alle correnti repubblicano-moderate.

11.4. Imperialismo e riforme in Gran Bretagna


GRAN BRETAGNA
Negli anni a cavallo tra i due secoli, l’Inghilterra fu governata dalla coalizione tra i conservatori e i liberali “unionisti”,
con Chamberlain, che fu definito il ministro per le Colonie. Furono varate leggi importanti:
- Per gli infortuni sul lavoro
- Per gli aumenti ai finanziamenti per le scuole elementari e medie
- Per i lavoratori disoccupati
A mettere però in crisi la politica di Chamberlain fu il progetto, voluto da una parte degli industriali, di introdurre il
protezionismo doganale, sotto forma di tariffa imperiale, sconvolgendo così la tradizione libero-scambista. Al
momento delle elezioni i liberali ebbero molto successo ed entrarono per la prima volta alla camera un gruppo di
laburisti. I governi liberali erano meno orientati alle lotte per la conquista di nuove colonie, preferendo invece
l’attuazione di riforme sociali: riduzione dell’orario a 8 ore per i minatori, istituzione di uffici di collocamento,
assicurazioni per la vecchiaia a totale carico dello stato. Il vero tentativo innovativo sta però nel tentare di sopperire
alle spese per le riforme con una politica fiscale fortemente progressiva, mirate a colpire soprattutto i grandi patrimoni.
Questa proposta di legge chiaramente non fu accettata dalla Camera dei Lords, che avevano una sorta di diritto di veto
per tradizione, anche se non era scritto da nessuna parte, tuttavia questo diritto non poteva essere esercitato in campo
finanziario, altrimenti ci sarebbe stato il blocco della macchina statale. Quando i Lords non rispettarono le regole per il
diritto di veto, scoppiò una guerra tra le due camere che portò i liberali a proporre un “progetto di legge parlamentare”,
che negava ai Lords il diritto di respingere le leggi di bilancio e lasciava loro, per tutte le altre leggi, solo la facoltà di
rinviarle due volte alla Camera dei Comuni. Dopo due anni di dure lotte, i Lords si trovarono costretti a cedere. Oltre a
questi problemi, c’erano anche le agitazioni mosse dalle suffragette e la tanto discussa questione irlandese: fu proprio
Gladstone ha proporre la Home Rule, affinché Irlanda e Ulster diventassero autonomi, essa fu bocciata ma, in seguito
a rivolte armate, venne accetta anche se dovette poi essere sospesa a causa dello scoppio della guerra.

11.5. La Germania guglielmina


GERMANIA
Dopo Bismarck, ogni speranza di un governo liberale andò perduta, l’imperatore Guglielmo II infatti, dopo le prime
volontà democratiche, mostrò subito uno spirito autoritario. Nessuno dei suoi successori riuscì però a imporsi come

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faceva lui sull’imperatore. Si mantenne la continuità degli equilibri di potere ma ci furono cambiamenti in fatto di
politica estera. La “Weltpolitik” permise di rinsaldare i rapporti tra la casta agraria e quella militare, e gli ambienti
della grande industria, che era sempre più dominata da cartelli e imprese giganti. Così facendo aumentarono però le
coscienze nazionaliste e imperialiste. Pur essendo un paese ricco di risorse naturali, non avendo a disposizione un
vasto impero coloniale, si ritrovava ad averne meno dell’Inghilterra o degli USA. Da qui il desiderio di espandersi,
anche se, dato che i confini erano appena stati definiti, significava guerra aperta. Durante l’impero di Guglielmo II
l’opposizione era costituita dalla socialdemocrazia, che restava tuttavia isolata anche se continuava ad aumentare il
numero dei suoi partecipanti. A lungo andare però, cambiarono un po’ le loro idee, e si ammorbidirono, in modo tale
da poter entrare finalmente nella vita politica del paese. Quella della socialdemocrazia nella Germania di Guglielmo II
fu considerata un’integrazione negativa, in quanto poteva portare a vantaggi materiali solo per le classi operaie (una
parte ristretta) e non alla classe dirigente.

11.6. I conflitti di nazionalità in Austria-Ungheria


AUSTRIA
Nel decennio precedente allo scoppio della guerra, l’Austria vide la sua situazione, economica e sociale, aggravarsi
notevolmente. Il paese era principalmente agricolo, con piccole zone urbanizzate. In questo periodo si svilupparono
però grandi partiti di massa, socialdemocratici e cristiano-sociali, che facevano riscontro soprattutto nelle regioni di
lingua tedesca dove il sistema politico era ormai immobile, e le strutture sociali erano sempre le stesse, legate alle
tradizioni contadine, dominate dalla Chiesa e dai grandi proprietari. Il principale motivo della crisi era però legato ai
contrasti nazionali. Mentre il nazionalismo rappresentava per la Germania un elemento di coesione, in Austria-
Ungheria le divisioni etniche, molto persistenti, non facevano che portare lo Stato a una disgregazione. La monarchia
asburgica aveva scelto la strada del compromesso con il gruppo nazionale. Fino alla fine del secolo XIX, lo stato riuscì
a tenere a bada la situazione grazie all’aristocrazia agraria, ma i movimenti nazionali erano in continua crescita: tutti
erano di per sé l’uno contro l’altro, ma erano accomunati dall’ostilità verso il centralismo imperiale e dalla tendenza a
radicalizzarsi, scivolando dal piano delle rivendicazioni autonomistiche a quello dell’indipendentismo. I più irrequieti
erano gli slavi, che nell’ultimo decennio dell’800 avevano dato vita al movimento dei giovani cechi, che si batteva
contro la politica di germanizzazione del governo di Vienna. Tendenze simili si svilupparono poi per gli slavi del sud,
serbi e croati, che erano soggetti al dominio ungherese. Persino il gruppo magiaro, considerato “privilegiato”, insorse.
In una situazione tale, il compito del potere centrale diventava molto complicato.

11.7. La Russia fra industrializzazione e autocrazia


RUSSIA
Tra le potenze europee la Russia era l’unica che, alla fine dell’800, si reggeva ancora su sistema autocratico. Furono
per questo ridotti i poteri degli organi di autogoverno locale, principale punto di riferimento per la borghesia e per
l’aristocrazia. Fu rafforzato il controllo sulla giustizia e sull’istruzione. Fu intensificata l’opera di russificazione verso
le minoranze e si aggravava sempre di più la situazione degli ebrei. Mentre sul piano politico il paese era in stallo,
cercò di svilupparsi a livello industriale:
- Sviluppo di ferrovie
- Aumento delle misure protezionistiche e moltiplicazione degli investimenti pubblici per aiutare la produzione
locale
- Incoraggiamento dell’afflusso di capitali stranieri per la repressione dei conflitti sociali
Nonostante uno sviluppo industriale fosse evidente, la situazione sociale non cambiò. L’agricoltura era ancora molto
arretrata, la popolazione non era affatto contenta, e per questo nacquero scioperi, atti terroristici e proteste, che
nonostante furono represse con la forza, portarono correnti sempre più rivoluzionarie tra i ceti popolari. Mentre la
classe operaia subiva l’influenza del Partito socialdemocratico, tra i contadini riscuoteva successo anche il Partito
socialista rivoluzionario, nato dalla confluenza di gruppi anarchici e populisti, legati alle tradizioni russe.

11.8. La rivoluzione russa del 1905


Non avendo canali legali con cui esprimersi, la protesta russa sfociò in un moto rivoluzionario: il più ampio e
sanguinoso dalla Comune parigina. A far precipitare gli eventi fu la guerra col Giappone (1904), che provocò tra le
altre cose, un forte aumento dei prezzi. L’anno seguente, a Pietroburgo, quando un corteo di 150.000 persone insorse
verso il Palazzo d’Inverno, residenza dello zar, per presentare a sovrano una petizione, egli rispose col fuoco,
provocando numerose vittime. La brutale repressione della “domenica di sangue” scatenò in tutto il paese grandi
sommosse, che aumentavano man mano che si ottenevano esiti negativi in guerra. Il paese attraversò un periodo di
semi-anarchia, in cui nacquero nuovi organismi rivoluzionari, come i soviet, che tentavano di ristabilire il potere
laddove quello centrale aveva fallito. I soviet erano delle rappresentanze popolari elette sui posti di lavoro e costituite
da membri continuamente revocabili, secondo un principio di democrazia diretta. Il soviet più importante era quello di
Pietroburgo, che era quello con maggiore potere in Russia. A ottobre lo zar sembrava finalmente disposto a cedere a
qualche compromesso, ma nel frattempo le autorità incoraggiavano segretamente la formazione di movimenti

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paramilitari di estrema destra (centurie nere) e organizzavano spedizioni punitive contro i rivoluzionari e pogrom anti-
ebraici. Terminata la guerra con il Giappone, e tornato l’esercito, il governo cercò di sopprimere con la forza i
rivoluzionari. Dopo lo zar convocò come d’accordo la Duma, un’assemblea rappresentativa che avrebbe dovuto aprire
il paese a nuove libertà. I bolscevichi credevano che al potere ci doveva essere la classe operaia e quando questo non
avvenne le aspettative furono nuovamente deluse. Dopo aver eletto la prima Duma, composta da proprietari terrieri,
non appena fu chiaro che rappresentava comunque un ostacolo per il ritorno al regime assolutistico fu abolita. Stessa
cosa successe alla seconda Duma, motivo per cui si vennero a creare ali estremiste. Il governo optò quindi per creare
una nuova assemblea costituita da membri dell’aristocrazia, a causa della quale la Russia tornava ad essere un regime
assolutista. Artefice principale di questa restaurazione fu Stolypin, il quale oltre a reprimere le sommosse con la
violenza, si rese conto che il consenso popolare era necessario, motivo per cui avviò una riforma agraria. Con questa
riforma i contadini potevano uscire dalle comunità di villaggio e diventare proprietari della terra che coltivavano, così
facendo poteva svilupparsi una piccola borghesia rurale, che fosse al tempo stesso fattore di modernizzazione
economica e di stabilità politica. La riforma riuscì solo in parte perché la maggioranza dei nuovi piccoli proprietari
non fece ingrossare il numero dei contadini ricchi o relativamente agiati (kulaki), mentre alcuni non trovarono nel loro
piccolo appezzamento il necessario per vivere. Tutto ciò provoca non solo un inasprimento delle tensioni sociali, ma
anche un esodo dalle campagne.

11.9. Verso la guerra


Nei decenni precedenti lo scoppio della grande guerra, ai vecchi motivi di contrasto, se ne aggiunsero di nuovi, primo
tra tutti quello tra Germania e Inghilterra in merito alla supremazia navale. Due furono i punti più delicati:
1. La situazione nei Balcani;
2. Il Marocco, un terreno indipendente ma voluto dalla Francia e quindi motivo di scontro con la Germania.
Alla fine, grazie ai suoi alleati, a Francia ottenne il protettorato del Marocco, mentre la Germania ottenne in cambio
una parte del Congo francese. I pericoli maggiori venivano però dall’area balcanica, dove il pretesto fu dato dalla
rivoluzione dei giovani turchi (1908), un gruppo di intellettuali e ufficiali che erano stanchi della loro condizione di
arretratezza. Ottennero dal sultano una costituzione, con la quale speravano di modernizzare il paese, ma puntando a
un regime accentrato e autoritario quanto inefficiente, non risolsero nulla, se non di attirare l’attenzione dell’Austria-
Ungheria che pensò di poter approfittare di quella situazione di debolezza conquistando la Bosnia e l’Erzegovina.
Questo provocò l’ira della Serbia che voleva unificare gli slavi del Sud, e con questo anche della Russia. Grazie
all’appoggio della Germania, l’Austria riuscì però a farsi valere. Questo non solo portò alla nascita di nuove tendenze
nazionaliste, ma vide l’Italia estromessa ancora una volta dall’affare dei Balcani. Pochi anni dopo però, l’Italia tornò
alla ribalta e ottenne la Tripolitania da una guerra con la Turchia. Sostenuti dalla Russia, Serbia, Montenegro, Grecia e
Bulgaria si coalizzarono per sconfiggere l’Impero ottomano. Quando c’era però da spartire gli stati, questa alleanza
venne a meno. Il bilancio finale delle guerre balcaniche risultò sfavorevole per gli stati centrali. La Serbia nel
frattempo, aveva raddoppiato il suo territorio, cosa che preoccupava sempre di più l’Austria, che da parte sua voleva
chiudere i conti una volta per tutte.

12. IMPERIALISMO E RIVOLEZIONE NEI CONTINENTI EXTRAEUROPEI


12.1. Il ridimensionamento dell’Europa
Nel primo periodo del ‘900 si avvertirono i cambiamenti dei confini. A preoccupare gli stati europei, non era tanto
l’ascesa degli USA, quanto quella del Giappone, lanciato verso una politica imperiale, ma anche la Cina, sempre più
sofferente per la sua situazione di semi-soggezione. Nuove preoccupazioni erano poi date dallo sviluppo demografico,
il tasso di mortalità era in calo mentre la natalità in aumento. Ma d’altro canto proprio l’aumento demografico in
Oriente, spaventava moltissimo i Bianchi dell’occidente: il “pericolo giallo” (espressione coniata da Guglielmo II)
faceva sempre più paura.

12.2. La guerra russo-giapponese


Il contrasto tra Russia e Giappone prese avvio a fine ‘800 quando quest’ultimo, alla conquista della Cina, si vide a
scontrarsi con l’impero zarista. Dopo essersi assicurati l’appoggio della Gran Bretagna (1903), il Giappone propose un
accordo alla Russia per la spartizione della Manciuria, questa rifiutò e il Giappone mosse guerra. La flotta nipponica
sconfisse quella russa la quale, su consiglio degli USA, dovette accettare il trattato di Portsmouth, secondo il quale al
Giappone spettava la Manciuria, e si vedeva riconosciuto il protettorato sulla Corea. Fu in seguito a questa sconfitta
che la Russia si vide costretta ad affrontare la rivoluzione nel 1905. Per la prima volta un paese asiatico batteva una
potenza europea, mettendo così in discussione anche la supremazia dell’uomo bianco.

12.3. La rivoluzione in Cina


CINA

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La vittoria del Giappone diede il via anche alle lotte nazionali e anticoloniali dei popoli asiatici, oltre che a movimenti
indipendentisti. Nell’India britannica nacque un’organizzazione formata per lo più da notabili e professionisti che
chiedevano una maggior partecipazione dell’elemento indigeno nella vita coloniale, questa associazione prese il nome
di Congresso nazionale indiano. Fu soprattutto la Cina a risentire dell’influsso del Giappone, sia come minaccia sia
come modello d’ispirazione. In Cina, dopo numerosi dissidi interni, si aprì la speranza per l’affermazione di un
movimento di ispirazione democratica. Un medico del Canton, Sun Yat-sen, istituì la Lega di alleanza giurata che
prevedeva un programma basato sui tre principi del popolo:
1. Indipendenza nazionale
2. Democrazia rappresentativa
3. Benessere del popolo
Il medico riscosse un discreto successo, soprattutto tra intellettuali, ufficiali dell’esercito e nuclei del proletariato
urbano. Lo stato cercò, troppo tardi, di avviare un programma di modernizzazione, affidando le opere di istituzione
della ferrovia statale ad un’industria francese, cosa che provocò numerose proteste, che terminarono con la sconfitta
della dinastia in carica (Manciù) e la conseguente elezione del medico come presidente della Repubblica (1912). Molti
furono però i problemi, che portarono all’elezione di un nuovo presidente (1913), che sciolse il Parlamento, mandò in
esilio il medico e avviò una dittatura personale. Cominciò così una grande stagione di lotte civili terminata solo nel
1949 con l’istituzione del regime comunista.

12.4. Imperialismo e riforme negli Stati Uniti


STATI UNITI
Gli USA non facevano che collaudare la propria posizione di egemonia: evidente era lo sviluppo economico e
industriale (siderurgia, meccanica, petrolio). Per evitare il monopolio e il conseguente innalzamento dei prezzi, fu
istituita una legge che vietava accordi tra imprese operanti nello stesso settore. Il risultato fu però che le imprese
avviarono vere e proprie fusioni. Progressi furono fatti in agricoltura e allevamento: la rivoluzione agricola portò gli
USA a diventare il “granaio del mondo” (Midwest). Nonostante questo però non mancavano le tensioni sociali per il
rigido protezionismo, che portò alla nascita del partito populista, di estrazione contadina, che si ispirava a ideali
democratici ed egualitari. Notevole sviluppo ebbero anche le organizzazioni operaie, i sindacati e altri gruppi di
ispirazione socialista e rivoluzionaria (anche se più limitati). Gli USA iniziarono a praticare una sorta di imperialismo
formale fondato sull’esportazione di merci e di capitali. Nel 1985 a Cuba era in atto una violenta rivolta contro i
dominatori spagnoli, che venne duramente repressa. L’affondamento, nel febbraio 1898, di una corazzata americana
nel porto dell’Avana, portò gli USA alla guerra con le Spagna, che fu sconfitta: Cuba divenne una repubblica
indipendente sotto la tutela degli USA. La Spagna fu costretta a cedere Portorico e l’intero arcipelago delle Filippine.
Una svolta in politica si ebbe con Roosevelt, esponente dell’ala progressiste del Partito repubblicano, mostrò grande
interesse nella difesa degli interessi americani nel mondo, alternando la pressione economica alle minacce di interventi
armati. La più importante occasione per mostrare la sua tattica fu quella della questione del canale di Panama, infatti
ottenne dalla Colombia il permesso per creare l’istmo di Panama che mettesse in collegamento l’Oceano Pacifico con
il Mare dei Caraibi. Ma al momento di ratificare l’accordo Panama si rifiutò, motivo per cui Roosevelt avviò una
sommossa che portò Panama a diventare una repubblica indipendente sotto tutela americana. Per quanto riguarda la
politica interna, Roosevelt si preoccupò molto per i problemi sociali, sia per quanto riguarda la legislazione sociale, sia
per i primi interventi dello Stato nell’economia. Cercò inoltre di limitare i poteri dei grandi trusts per avvicinarsi alla
piccola e media borghesia urbana. Dopo che ebbe lasciato la presidenza, il suo partito si spaccò: l’ala più progressista
che lo aveva appoggiato non si riconobbe nella politica più conservatrice di Taft, e, per questa divisione, nelle seguenti
elezioni del 1912 vinse il democratico Wilson, che da Roosevelt riprese l’impegno sociale anche se con modalità
diverse. Infatti, non rafforzò il potere federale, ma in quanto democratico puntò all’autonomia di ogni singolo stato.
Lottò contro i grandi monopoli sull’abbassamento delle tariffe protettive, che furono considerevolmente ridotte. In
politica estera si dimostrò più rispettoso e nel 1917 portò per la prima volta il paese a combattere in un conflitto tra
potenze europee.

12.5. L’America Latina e la rivoluzione messicana


AMERICA LATINA
Nel trentennio precedente la prima guerra mondiale, i paesi dell’America Latina subirono molti progressi grazie
all’esportazione di materie prime e prodotti agricoli, ma anche grazie alla crescita dei centri urbani. L’agricoltura era
basata sulla monocoltura specializzata, che era quella richiesta dal mercato: persistevano il latifondo e le condizioni
semiservili. Assente quasi del tutto era l’industria manifatturiera, l’oligarchia terriera finiva col detenere il potere. Dal
punto di vista istituzionale, c’erano regimi parlamentari e repubblicani, che mascheravano un gran corruzione e una
totale esclusione delle masse dalla vita politica. Questa sorta di equilibrio fu però rotto dalle agitazioni in Argentina e
in Messico. In Argentina si ebbe un rivolgimento pacifico, originato dall’introduzione del suffragio universale, e dalla
successiva ascesa al potere dell’Unione radicale, espressione delle classi medie di orientamento progressista. In
Messico invece, la spinta alla democratizzazione portò a una lotta rivoluzionaria, tra le più lunghe e sanguinose. La

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rivolta contro il regime semidittatoriale di Diaz, mossa da Madero, portò a un’insurrezione anche dei contadini. Diaz
fu costretto ad abbandonare il posto di Presidente che passò a Madero, non mancarono le spaccature sul fronte
rivoluzionario: i borghesi e moderati spingevano per una liberalizzazione delle istituzioni politiche, mentre i contadini
puntavano a una riforma agraria. Madero fu eliminato da un colpo di stato di Huerta, la guerra civile riprese con
numerosi colpi di stato finché il progressista Obregon non aprì le strade per una costituzione laica e democratica,
aperta alle istanze di riforma sociale (1921).

13. L’ITALIA GIOLITTIANA


13.1. La crisi di fine secolo
ITALIA
Negli ultimi anni del XIX secolo l’Italia fu protagonista di una gravissima crisi: anche qui ci fu l’evoluzione del
regime liberale verso forme più avanzate di democrazia, e anche qui si affermarono le forze progressiste, non in
maniera definitiva ma in maniera sufficiente da far evolvere la vita del paese. La caduta di Crispi (1896) non segnò la
fine di governi che volevano restringere le libertà anzi, con Rudinì ci fu un vero e proprio ritorno alle forze
conservatrici, le quali erano divise circa le soluzioni da prendere in politica estera e sulle questioni coloniali. Diffusa
era anche la tendenza a ricomporre un fronte comune, in grado di fronteggiare le minacce portate dai socialisti,
repubblicani e clericali. Questa tendenza fu evidente perché ci fu una restrittiva dello Statuto, lasciando alle camere i
solo compiti legislativi, e anche una ripresa dei metodi di Crispi nel sopprimere ogni tipo di protesta sociale. L’apice si
raggiunse in primavera quando nel 1898 il prezzo del pane arrivò alle stelle e, di conseguenza, ci fu un’insurrezione
popolare generale, che fu repressa, ma che portò il governo a dichiarare lo stato di assedio. A Milano le truppe
comandate dal Generale Bava Beccaris arrivarono a sparare alla folla, provocando centinaia di morti. Una volta
ristabilito l’ordine, moderati e conservatori poterono spostare lo scontro dalle piazze all’aula di Parlamento, dove il
progetto di Rudinì fu bocciato e lui fu costretto a dimettersi. Il suo successore, Pelloux, avviò dei provvedimenti che
limitavano gravemente il diritto di sciopero e le stesse libertà di stampa e di associazione, i gruppi di estrema sinistra
(socialisti, repubblicani, radicali) risposero mettendo in pratica la tecnica dell’ostruzionismo, che ostacolava il
governo in quanto continuava a proporre accuse e prolungamenti delle discussioni in grado di paralizzare l’azione
della maggioranza. Pelloux, non riuscendo a venire a capo dall’ostruzionismo, sciolse la camera ma, alle elezioni
seguenti, perse moltissimi seggi, guadagnati invece dai socialisti. Nonostante la maggioranza, il presidente optò per
dimettersi e lasciare il posto a Saracco. Il re Umberto I era cosciente del fallimento, ma appena un mese dopo fu
vittima di un attentato da parte di un anarchico, Gaetano Bresci, venuto dagli Stati Uniti per vendicare le vittime del
’98.

13.2. La svolta liberale


Il governo di Saracco avviò una fase di distensione, possibile grazie al buon andamento dell’economia. Il nuovo re,
Vittorio Emanuele III si dimostrò molto favorevole alle forze progressiste, e quando Saracco fu costretto a dimettersi
per alcuni comportamenti incerti e contraddittori che aveva avuto durante un grande sciopero generale, fu chiamato il
leader della sinistra, Zanardelli, che affidò il ministero degli Interni a Giolitti. L’idea di Giolitti era molto
rivoluzionaria per quegli anni, infatti favoriva le organizzazioni operaie, senza reprimere le loro attività, anzi
favorendole. In quasi tre anni di vita il ministero Zanardelli-Giolitti fece delle riforme molto importanti:
- Furono estese le norme già varate da De Pretis sulle limitazioni del lavoro minorile e femminile nell’industria
- Fu migliorata la legislazione, introducendo assicurazioni per gli infortuni sul lavoro
- Fu costituito un Consiglio superiore del lavoro, organo consultivo per la legislazione sociale, al quale
partecipavano i funzionari governativi, rappresentanti espressi dalle categorie economiche, compresi
esponenti delle organizzazioni sindacali socialiste
- Fu approvata la legge che autorizzava i comuni all’esercizio diretto di servizi pubblici come trasporti ed
elettricità
Giolitti mantenne poi una linea di rigorosa neutralità nel settore privato, e le conseguenze furono subito evidenti. Le
organizzazioni operaie e contadine, cancellate o ridotte alla clandestinità nel ’98 si svilupparono molto rapidamente.
Al nord si costituirono le Camere del lavoro, mentre crescevano anche le organizzazioni di categoria, nacquero anche
le organizzazioni dei lavoratori agricoli (fenomeno tipicamente italiano costituito da braccianti). Nelle province
padane le leghe rosse si riunirono nella Federazione italiana dei lavoratori della terra (Federterra, nata nel 1901). I
salari aumentarono, gli orari di lavoro furono ridotti, vennero istituiti uffici di collocamento, il tutto seguito però da
un’impennata degli scioperi. Tutti questi sviluppi dovuti alla nuova politica liberale vanno però inseriti in un contesto
di sviluppo economico.

13.3. Decollo industriale e progresso civile


Solo verso la fine del secolo XIX l’Italia conobbe un decollo industriale. La costruzione ferroviaria aveva permesso
gli sviluppi dei processi di commercializzazione dell’economia. La scelta protezionistica aveva reso possibile la
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nascita di un’industria siderurgica, e infine il riordino del sistema bancario aveva permesso una struttura finanziaria
solida ed efficiente. Vennero inoltre istituite nel 1894 due nuovi istituti di credito, Banca commerciale e Credito
italiano, ispirati al modello della banca mista. Anche il settore tessile conobbe degli sviluppi, soprattutto nell’industria
cotoniera. Il settore agro-alimentare ebbe una rapida crescita dell’industria protetta, soprattutto dello zucchero.
Sviluppi importanti si ebbero anche nel settore chimico e meccanico: sia per il materiale ferroviario che per quello
degli armamenti. Nel 1899 a Torino venne fondata la Fiat, da Giovanni Agnelli, una delle prime aziende
automobilistiche. Da non tralasciare l’industria elettrica che come le altre permise di innalzare il tenore di vita. La
qualità di vita migliorò e questo fu evidente soprattutto nelle città, dove si svilupparono i servizi pubblici (come
l’illuminazione), gestite dai comuni. Le condizioni abitative erano ancora precarie, nonostante i miglioramenti
nell’edilizia. La diffusione dell’acqua corrente e lo sviluppo della rete fognaria permise l’abbassamento della mortalità
dovuto a malattie infettive. Anche la mortalità infantile era in calo, così come l’analfabetismo, ma ciò non permise di
migliorare di gran lunga il divario tra l’Italia e gli altri paesi, infatti il tasso di emigrazione verso l’estero era ancora
molto elevato. Questo fenomeno ebbe qualche aspetto positivo come l’allentamento della pressione demografica,
anche se di base rappresentava un impoverimento di forza lavoro e di energie intellettuali.

13.4. La questione meridionale


Ancora una volta gli effetti del progresso economico non si distribuirono uniformemente nel paese, ma si fecero
sentire soprattutto al Nord dove si sviluppò il triangolo industriale Torino, Milano, Genova. Ma il divario con il Sud
era ancora molto forte, pochi sono i progressi fatti in agricoltura e nel miglioramento delle tecniche agricole fatti al
Nord, al Sud erano praticamente impercettibili. I problemi principali del meridione erano: la disgregazione sociale,
l’analfabetismo, la mancanza di una classe dirigente, la subordinazione della piccola borghesia agli interessi della
grande proprietà terriera, il carattere personalistico della lotta politica e la forte disoccupazione.

13.5. I governi Giolitti e le riforme


Nel 1903 Giolitti fu chiamato alla guida del governo, dopo le dimissioni di Zanardelli, e cercò di portare avanti
l’esperimento liberal-progressista, ma anche di allargarne le basi, offrendo un posto nella compagine governativa a
Turati. Il leader socialista rifiutò l’offerta, così Giolitti finì per costituire un governo più orientato verso il centro e
aperto ai conservatori. Questo perché Giolitti era sempre molto attento alla continuità degli equilibri anche se questo
voleva dire significare parti importanti del suo programma, come per esempio il caso della riforma fiscale, che fu
abbandonata nonostante fosse uno dei cardini del programma giolittiano. Nel 1904 furono invece introdotte leggi
importanti per il Mezzogiorno, “leggi speciali”: volte a incoraggiare la modernizzazione dell’agricoltura, lo sviluppo
industriale tramite stanziamenti e agevolazioni fiscali e creditizie. A queste leggi fu aggiunta la statalizzazione delle
ferrovie, progetto criticato sia dalla destra che dalla sinistra dato che prevedeva il divieto di scioperare per i ferrovieri
una volta diventati dipendenti pubblici. Viste le difficoltà incontrate, Giolitti si dimise con un pretesto e la sciò il
governo a Fortis, secondo una tattica che prevedeva di abbandonare il governo proprio nei momenti difficili, per
tornare una volta che questo si sarebbe stanziato. Fortis restò al governo meno di un anno, il tempo di portare a
termina la statalizzazione delle ferrovie, poi, per soli tre mesi, salì al governo Sonnino, il più grande antagonista di
Giolitti in campo liberale, che non aveva però una maggioranza solida. Nel 1906 Giolitti tornò al governo per tre anni
e mezzo: fu realizzata la cosiddetta conversione della rendita, ossia la riduzione del tasso di interesse versato dallo
Stato ai possessori di titoli del debito pubblico, un provvedimento che serviva a ridurre gli oneri gravanti sul bilancio
statale. L’operazione ebbe grande successo, alla quale però seguì un periodo di crisi delle banche, legata a quella
internazionale, che fu superata in breve tempo grazie all’intervento della Banca d’Italia. Le lotte sociali però
s’inasprirono: gli industriali si riunirono in associazioni padronali e diedero vita alla Confederazione italiana
dell’industria (Confindustria), anche se a loro si contrapponevano le classi operaie. Nel 1909 Giolitti attuò una
seconda ritirata strategica, lasciando il posto a Sonnino, seguito da Luzzati che avviò un’importante riforma scolastica.
Nel 1911 Giolitti tonava al governo con un programma decisamente orientato a sinistra, il cui cardine era ancora una
volta l’estensione del diritto di voto (tutti i maggiorenni che sapessero leggere o scrivere o che avevano fatto servizio
militare). Altro punto importante era l’istituzione di un monopolio statale delle assicurazioni sulla vita, i cui proventi
sarebbero serviti a finanziare il fondo per le pensioni di invalidità e vecchiaia per i lavoratori. Queste due leggi non
solo vennero approvate ma riscossero molto successo, anche se furono messe in ombra dalla decisione di procedere
alla conquista della Libia.

13.6. Il giolittismo e i suoi critici


Quella di Giolitti è stata spesso paragonata alla dittatura parlamentare di De Pretis, anche se più aperta nei contenuti.
Giolitti infatti sostenne le forze più moderne della società italiana, il tentativo di condurre nell’orbita liberale i gruppi e
i movimenti che fino a poco fa erano considerati nemici delle istituzioni, la tendenza ad allargare il diritto dello stato
nell’intervenire in questioni sociali. Il controllo del Parlamento era però ottenuto tramite vecchie tattiche trasformiste e
un intervento costante e spregiudicato nelle lotte elettorali, soprattutto nel Mezzogiorno. Per i socialisti rivoluzionari e

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i cattolici democratici Giolitti era colpevole di corruzione, di attentare alle tradizioni risorgimentali, venendo a patti
con i nemici. A questa accuse vennero aggiunte quelle del sud, che lo accusava di favorire l’economia nel nord,
screditando quella al sud. Giolitti dovette quindi fare i conti sia con la crescente impopolarità che con il distacco tra
classe dirigente e opinione pubblica, fattori che, uniti alla questione della Libia lo porteranno a lasciare il governo. Il
fatto di procedere alla conquista della Libia venne infatti vista come una concessione verso i conservatori, per
bilanciare gli effetti del suffragio universale.

13.7. La politica estera, il nazionalismo, la guerra di Libia


Nel 1898 si arrivò a un accordo con la Francia, che poneva fine alla guerra doganale, e fu seguita da un’equa
ripartizione dell’Africa: l’Italia ottenne la Libia, la Francia il Marocco. Questa cessione marocchina però, non piacque
ai tedeschi, e meno ancora all’Austria-Ungheria che rispose annettendo la Bosnia-Erzegovina. Il clima era molto
agitato, in Italia sorse anche un movimento nazionalista, l’Associazione nazionalista italiana, alla quale se ne
contrappose una imperialista e conservatrice. I nazionalisti trovarono alleati nel cattolico-moderati e in particolare nel
Banco di Roma, che da anni voleva penetrare in Libia. Lo sviluppo finale fu però dato dalla seconda crisi marocchina,
nel 1911, quando la Francia affermò la sua supremazia sul Marocco e l’Italia fece lo stesso con la Libia, visto il
precedente accordo, scontrandosi con l’impero turco. I turchi però erano molto forti e non disposti a cedere, ma alla
fine l’Italia ottenne la sovranità politica sulla Libia con la pace di Losanna. A livello economico non fu un buon affare,
i costi della guerra furono pesanti in tutti i sensi e le ricchezze ricavate dal terreno non erano molte. I socialisti erano
contrari a questa guerra, ma l’opinione borghese sosteneva Giolitti.

13.8. Riformisti e rivoluzionari


Il grande sviluppo delle organizzazioni operaie e contadine sembrò dimostrare come il movimento operaio fosse
l’unico capace di assicurare il consolidamento dei risultati appena ottenuti. Le tesi di Turati incontravano sempre più
oppositori, che facevano emergere i limiti del programma liberale di Giolitti. Nel congresso di Bologna del 1904, le
correnti rivoluzionarie riuscirono a strappare ai riformisti la guida del partito. In seguito, fu inaugurato uno sciopero
generale nazionale, il primo, che diede vita sia a manifestazioni violente che a un vero trauma per la borghesia, non
mancarono le pressioni su Giolitti affinché intervenisse militarmente. Lui era però contrario, e aspettò che si esaurisse
da sola, per mettere poi in luce i suoi difetti, ovvero una distribuzione territoriale squilibrata, la mancanza di
coordinamento tra le forze organizzatrici locali, l’assenza di un organo sindacale centrale capace di guidare le
agitazioni. Per questo nel 1906 nacque la Confederazione generale del lavoro (Cgl), controllata da riformisti come il
segretario Rigola. La corrente più estremista, quella sindacalista-rivoluzionaria, fu progressivamente emarginata. I
riformisti assunsero il controllo del partito, ma ebbero anche le prime divisioni interne. Si creò una tendenza
revisionista, che puntava a una trasformazione del Psi in un partito del lavoro privo di connotazioni ideologiche troppo
nette e disponibile a collaborare con le forze democratico-liberali. Nel 1912, nel Congresso di Reggio Emilia, i
rivoluzionari riuscirono a imporre l’espulsione dal Psi dei riformisti di destra, che diedero vita al Partito socialista
riformista italiano. I riformisti rimasti furono ridotti in minoranza e la guida del partito tornò nelle mani degli
intransigenti, fra i quali emerse Mussolini, il quale divenne direttore dell’Avanti e portò nella propaganda socialista
uno stile nuovo, basato sull’appello diretto alle masse e sul ricorso a formule agitatorie prese dal sindacalismo
rivoluzionario.

13.9. Democratici cristiani e clerico-moderati


Anche il movimento cattolico, nell’età giolittiana, subì delle trasformazioni: primo tra tutti fu l’affermazione del
movimento democratico-cristiano, il cui leader era Murri. Avevano un’intensa attività organizzativa, fondarono riviste
e circoli politici. Se tollerato da Leone XIII, questo movimento fu ostacolato da Pio X, che non esitò a scioglierla,
creando al suo posto tre organizzazioni:
1. Unione popolare
2. Unione economico-sociale
3. Unione elettorale
Esse saranno riunite da un organo di coordinamento chiamato Direzione generale dell’associazione cattolica, motivo
per cui Murri fu sconfessato. Queste associazioni avevano l’appoggio di coltivatori, piccoli proprietari e mezzadri. In
Sicilia il movimento si sviluppò grazie a Sturzo. Il papa e i vescovi erano molto preoccupati per le tendenze clerico-
moderate, mentre Giolitti vedeva in questo atteggiamento nuovi alleati. La linea clerico-moderata vinse le elezioni del
1913 quando Gentiloni invitò i militanti ad appoggiare quei liberali che professavano di tutelare l’insegnamento
privato, l’opposizione al divorzio, il riconoscimento delle organizzazioni sindacali cattoliche (erano le prime elezioni a
suffragio universale maschile). Il “patto Gentiloni” rappresentò una battuta di arresto, per questo fortemente criticato
dei democratici-cristiani. Con queste elezioni però, i cristiani mostravano per la prima volta la loro influenza sulla
classe dirigente.

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13.10. La crisi del sistema giolittiano
A parte il “patto Gentiloni”, l’allargamento del suffragio non ebbe risultati sconvolgenti. I liberali conservavano infatti
un’ampia maggioranza, ma nel 1914 Giolitti consegnò le dimissioni per lascia il posto a Salandra, un pugliese liberale
di destra. La situazione era molto cambiata in 5 anni: la situazione in Libia aveva inasprito i contrasti politici, la
situazione economica era peggiorata, alterando quelli sociali. Lo scontro tra una destra conservatrice, rafforzata dai
clerico-moderati e nazionalisti, e una sinistra in cui le correnti rivoluzionarie prendevano il sopravvento su quelle
riformiste e gradualiste. Un sintomo fu la settimana rossa del giugno 1914, in cui la morte di tre dimostranti, in uno
scontro con la forza pubblica durante una manifestazione antimilitarista provocò un’ondata di scioperi. Guidata da
anarchici e repubblicani, ma appoggiata dai socialisti rivoluzionari e dall’Avanti di Mussolini, assunse un carattere
insurrezionale. Priva di sbocchi concreti e non appoggiata dalla Cgl, si esaurì nel giro di pochi giorni. Come risultato
si rafforzarono le forze conservatrici nella classe dirigente. Gli echi della settimana rossa non si spensero nemmeno
con la grande guerra che portò il paese a una svolta irreversibile, dove venne alla luce la politica debole di Giolitti, che
anche con i suoi successi si mostrò alla fine inadeguata alla nascente società di massa.

14. LA PRIMA GUERRA MONDIALE


14.1. Dall’attentato di Sarajevo alla guerra europea
Il 28 giugno 1914, uno studente bosniaco Gavrilo Princip uccise l’erede al trono austriaco, Francesco Ferdinando e sua
moglie, mentre attraversavano la città di Sarajevo (Bosnia). L’attentatore faceva parte di un’associazione irredentista
con base in Serbia. Fu proprio il pretesto che mise in moto una catena di reazioni a livello internazionale, che
sfoceranno nella grande guerra. Nell’Europa del 1914 c’erano tutte le premesse per una guerra: rapporti tesi tra le
grandi potenze, divisione in blocchi contrapposti, corsa agli armamenti, spinte belliciste all’interno dei singoli paesi.
L’Austria compì la prima mossa inviando alla Serbia un ultimatum molto duro, la quale però, essendosi assicurata
l’appoggio della Russia, accettò solo in parte questo accordo, rifiutando soprattutto di tenere funzionari austriaci sul
suo territorio per svolgere le indagini sull’attentato, cosa che fece arrabbiare l’Austria che dichiarò guerra alla Serbia.
Subito il paese ordinò la mobilitazione delle forze armate, una vera e propria premessa di guerra, le quali però vennero
estese, per volere dei russi, fino al confine occidentale. Questo preoccupava molto la Germania, che inviò a sua volta
un ultimatum alla Russia, obbligandola a rinunciare. Questa rifiutò e la Germania le dichiarò guerra. Le Francia,
alleata della Russia, mobilitò le sue forze armate, ricevette per questo un ultimatum dalla Germania e, dopo averlo
rifiutato, una conseguente dichiarazione di guerra. Fu quindi la Germania a far degenerare la situazione,
principalmente perché soffriva da tempo di un complesso accerchiamento, sentendosi quindi limitata a livello
internazionale. La strategia tedesca consisteva nell’attacco rapido e a sorpresa, che aveva già previsto un attacco su
due fronti e che aveva già elaborato il piano Schlieffen. Avrebbe attaccato prima a Francia per poi concentrare tutte le
sue forze contro la Russia, ma ciò implicava un rapido attacco da parte della Francia, che avrebbe portato la Germania
ad attaccare passando tramite il Belgio, anche se era di fatto neutrale. Questa invasione di territorio sconvolse molto
l’opinione pubblica, soprattutto quella britannica, sia perché non voleva che la Germania si rafforzasse, sia perché non
voleva che venisse violata la volontà di un paese che si affacciava sulle coste della Manica. La Gran Bretagna dichiarò
così guerra alla Germania, sconvolgendone i piani. Tutti i paesi avevano sottovalutato la portata di un tale conflitto, e
le forze pacifiste interne ai paesi non erano abbastanza numerose. Nemmeno i socialisti che puntavano alla pace e
all’internazionalismo sapevano rifiutarsi davanti a un clima di unione sacra.

14.2. Dalla guerra di movimento alla guerra di usura


Grazie alla circoscrizione obbligatoria e alle accresciute possibilità dei mezzi di trasporto, i paesi coinvolti riuscirono a
creare eserciti di grandi dimensioni in tempi relativamente brevi. La Gran Bretagna era la sola a non disporre di un
esercito di leva, ma ciò non la fermò. Molte erano le novità a livello tecnologico, prime tra tutte le mitragliatrici
automatiche. Con l’introduzione di nuovi armamenti fu possibile una guerra di movimento, come si erano già
immaginati i tedeschi che ottennero al principio dei grossi successi: si recarono lungo il corso della Marna dove
sconfissero i francesi, si recarono poi verso oriente, dove assestarono qualche duro colpo ai russi, che stavano per
cedere. Ma ecco i francesi, che prendono alla sprovvista i tedeschi, il cui piano fallì e si ritrovarono costretti ad
arretrare. In appena 4 mesi di guerra il numero dei morti, per non contare quello dei feriti, era altissimo. La guerra di
movimento raggiunse però una situazione di stallo, dando vita a una nuova fase della guerra, che nessuno si aspettava:
una guerra di logoramento, di usura, che vedeva le due schiere praticamente immobili, affrontarsi in attacchi sterili
quanto sanguinosi, alternati da lunghi periodi di stasi. Diventò qui importante la Gran Bretagna che, insieme alla
Russia, mostrava di avere moltissimi uomini, cosa ben più importante delle abilità militari mostrate nella prima parte
del combattimento. Molte potenze minori temevano però che, quando sarebbe stato il caso di ridividere i confini,
sarebbero state a loro volta escluse, o spartite, e per questo decisero di dare il loro contributo intervenendo. In questo
modo la guerra assunse dimensioni planetarie. Nell’agosto del 1914 fu la volta del Giappone che, in quanto alleato
della Gran Bretagna, dichiarò guerra alla Germania, con la speranza di approfittarsi dei territori tedeschi in Estremo
Oriente. Nello stesso anno, la Turchia, legata alla Germania con un accordo segreto, intervenne in aiuto degli stati
centrali. Poco dopo, nel maggio 1915, fu la volta dell’Italia, che entrava in guerra contro l’Austria-Ungheria. A fianco
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degli imperi centrali intervenne la Bulgaria, mentre nel campo opposto il Portogallo, la Romania e la Grecia. Decisivo
fu l’intervento a favore dell’Intesa da parte degli Stati Uniti.
TRIPLICE INTESA: FRANCIA, INGHILTERRA, RUSSIA + SERBIA, GIAPPONE, ITALIA,
PORTOGALLO, ROMANIA, GRECIA, STATI UNITI
VS
GERMANIA, AUSTRIA-UNGHERIA, BULGARIA, TURCHIA

14.3. L’Italia dalla neutralità all’intervento


La decisione dell’Italia di entrare in guerra fu molto contrastata, sia come decisione in quanto tale, sia perché si è unita
all’Intesa, avendo però preso in precedenza accordi con l’Austria-Ungheria. Quando il 2 agosto 1914 era scoppiata la
guerra, il governo di Salandra si definì neutrale. Questa decisione fu motivata dallo scopo difensivo della Triplice
Alleanza. Ben presto però, si vide la possibilità di portare finalmente a termine l’operazione risorgimentale di unione
dello stato, e per farlo era necessario schierarsi contro l’Austria. Portavoce di questa linea interventista furono
soprattutto i gruppi e partiti della sinistra democratica: repubblicani, custodi della tradizione garibaldina, i radicali e i
socialriformisti, fortemente legati alla Francia, senza contare le associazioni irredentiste. A questi si aggiunsero poi
esponenti delle alee più estremiste ed eretiche del movimento operaio. Anche i nazionalisti erano convinti dell’entrata
in guerra, ma per motivi differenti, infatti speravano che l’Italia potesse affermare la sua vocazione di grande potenza
imperialista. Più prudente e graduali fu invece l’intervento dei gruppi liberal-conservatori. Salandra e Sonnino erano
però molto preoccupati, soprattutto della possibile sconfitta. L’ala più consistente dello schieramento liberale si era
però schierata dalla parte di Giolitti, ovvero quella neutralista. Per lui infatti, non solo l’Italia non era pronta a una
guerra di logoramento, ma avrebbe addirittura potuto ricevere dagli stati centrali dei territori come riconoscimento per
la sua neutralità. Contrari alla guerra erano sia il mondo cattolico, che il Psi e Cgl, unica defezione fu quella
dell’Avanti di Mussolini, che per questo motivo fu espulso dal partito e dovette creare un nuovo giornale, “Il Popolo
d’Italia”. Anche se la maggioranza votava per rimanere neutrali, questi schieramenti non erano omogenei, mentre il
fronte interventista era unito sia dal fatto di poter finalmente unificare il paese, sia dal mettere fine al potere di Giolitti.
Ma ciò che permise di decidere per la guerra fu l’atteggiamento del capo del governo, del ministro degli Esteri e del
re. Salandra e Sonnino avviarono accordi segreti con l’Intesa, stipularono infatti il patto di Londra che, in caso di
vittoria, assicurava all’Italia, il Trentino, il Sud Tirolo, la Venezia Giulia e l’intera penisola istriana. Restava quindi da
ottenere l’appoggio della Camera, ma quando venne fuori questo accordo di cui Giolitti non sapeva nulla, fu chiesto a
Salandra di dimettersi. Ma il re stesso rifiutò queste dimissioni, mostrandosi quindi a favore del suo progetto, così
come lo erano tutti i manifestanti che scendevano in piazza. La Camera alla fine cedette, nonostante i voti contrari dei
socialisti, e il 23 maggio entrò in guerra.

14.4. La grande strage (1915-16)


Tutti pensavano che sarebbe stata una guerra “lampo”, ma ben presto videro le loro previsioni fallire. Per quanto
riguarda il conflitto con l’Austria-Ungheria, sferrarono 4 sanguinose offensive con a capo Luigi Cadorna senza
successo, presso il fiume Isonzo e sulle alture del Carso, dove gli austriaci erano in netta minoranza. Molti furono i
morti, così come lo erano quelli sul fronte francese. Nel 1916 tedeschi avviarono una lunghissima guerra contro la
Francia, presso Verdun, il cui scopo non era raggiungere l’obiettivo ma dissanguare i francesi che, dal canto loro,
riuscirono a resistere fino all’arrivo degli inglesi, che organizzarono una controffensiva sul fiume Somme, che si
trasformò in una vera e propria carneficina. Nel frattempo, l’esercitò austriaco colse di sorpresa quello italiano, che
però riuscì ad arrestarli ad Asiago; Salandra fu costretto a dimettersi. Furono combattute altre 5 sanguinose battaglie
presso il fiume Isonzo che non diedero alcun risultato.
Tra 1915-16 pochi successi rilevanti:
Primavera-estate 1915: gli anglo-francesi tentano di spostare la guerra in Turchia per alleviare i russi senza successo.
Estate 1915: offensiva tedesca costrinse i russi ad abbandonare buona parte della Polonia.
Autunno 1915: gli austriaci attaccarono la Serbia che fu invasa.
Maggio 1916: la flotta tedesca aveva attaccato quella inglese nello Jutland ma fu costretta a ritirarsi
Giugno 1916: i russi attaccarono gli austriaci impegnati sul fronte italiano; la Romania intervenne a favore dell’Intesa
ma subì la stessa sorte della Serbia.

14.5. La guerra nelle trincee


La trincea è un fossato scavato nel terreno per mettere i soldati al riparo dal fuoco nemico; concepite all’inizio come
rifugi provvisori per le truppe in attesa del balzo decisivo, le trincee divennero la sede permanente dei reparti in prima
linea.
La vita nelle trincee proseguiva lentamente, erano molto rischiosa, monotona, in quanto poteva restare inattivi per
settimane. Le condizioni igieniche erano pessime, erano esposti alle intemperie e ai bombardamenti, uscivano solo per
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perlustrare la zona di notte. Gli attacchi, che iniziavano già dalle prime ore del mattino, fecero passare in fretta il
grande entusiasmo patriottico iniziale. Nell’esercito c’erano due atteggiamenti diversi: quello fedele e patriottico degli
ufficiali di complemento, e quello poco motivato delle truppe. Gran parte dei soldati semplici non sapeva nemmeno
perché combatteva. Le truppe d’assalto (= arditi italiani) avevano il ruolo più pericoloso, obbligati a combattere in
ogni caso perché c’erano gravi punizioni per i disertori. Molti puntavano all’autolesionismo per poter lasciare il
campo, altri a ribellioni collettive, scioperi militari che crebbero, raggiungendo l’apice nel 1917.

14.6. La nuova tecnologia militare


Questa guerra fu senza dubbio anche la guerra delle nuove tecnologie militari, dettate sia dal progresso scientifico, che
da quello economico. Vennero introdotte le nuove armi chimiche, come i gas che erano estremamente letali. La guerra
stimolò anche settori quali l’aeronautica e la radiofonia. Il perfezionamento delle telecomunicazioni permise infatti di
migliorare il coordinamento dei movimenti; senza contare lo sviluppo dei mezzi motorizzati, che consentiva il rapido
spostamento di un gran numero di soldati dalle retrovie al fronte. L’aviazione ebbe sviluppi molto importanti anche se,
non sentendosi ancora del tutto sicuri su questi nuovi mezzi, si preferiva usare gli aerei solo per perlustrazioni, e non
direttamente in battaglia. Lo stesso valeva per il carro armato, il cui uso era all’inizio limitato alle sole strade. Scoperta
importante fu quella del sottomarino che permise hai tedeschi di affondare le navi nemiche e anche quelle neutrali che
portavano rifornimenti all’Intesa. Ma quando un sottomarino tedesco affondò la Lusitania, una nave britannica con a
bordo moltissimi civili americani, gli Stati Uniti si sentirono chiamati in causa e obbligarono i tedeschi a sospendere
l’attacco con i sottomarini.

14.7. La mobilitazione totale e il «fronte interno»


Durante il primo conflitto, i civili non ne restarono esclusi: caso limite fu quello degli armeni in Turchia, vittime di
massacri e persecuzioni perché sospettati di infedeltà verso lo stato, oltre un milione di loro furono deportati e
sterminati. Grossi cambiamenti investirono il settore industriale, che doveva passare di continuo forniture belliche.
Tutto ciò impose una riorganizzazione dell’apparato produttivo e una continua dilatazione dell’intervento statale.
Interi settori dell’industria finirono sotto il dominio dello stato per potere assicurare materie prime ai paesi in guerra.
La manodopera fu sottoposta a disciplina militare o semi-militare. Anche la produzione agricola mutò, dato che c’era
il razionamento dei beni di consumo di prima necessità. In Germania si arrivò addirittura a parlare di socialismo di
guerra. Ovunque il potere esecutivo si rafforzò a spese degli organi rappresentativi, poco adatti allo stato di guerra. La
vita sociale così come quella politica era in breve sottoposta al pieno controllo militare. Uno strumento essenziale lo
aveva la propaganda, che non si rivolgeva solo alle truppe ma anche ai civili. Vennero creati manifesti giganti,
manifestazioni, incoraggiamenti per la nascita di nuove associazioni per la resistenza interna. Nel 1915 e nel 1916 si
tennero in Svizzera due conferenze socialiste che ribadivano la condanna della guerra, alle quali parteciparono sia i
paesi neutrali sia le minoranze pacifiste dei paesi in guerra. Tutti i gruppi socialisti erano d’accordo sul fermare la
guerra, ma diverse erano le decisioni che si volevano prendere nel post-guerra. In una di queste conferenze, il
bolscevico Lenin, capo del suo partito, aveva affermato che gli operai dovevano approfittare di questa situazione di
debolezza per prendere il controllo del sistema capitalistico. La spaccatura tra riformisti e rivoluzionari non faceva che
aumentare.

14.8. La svolta del 1917


Nei primi mesi del 1917, alcuni episodi cambiarono lo svolgimento della guerra: primo tra tutti lo sciopero generale
degli operai russi che manifestarono contro lo zar a Pietroburgo e lo costrinsero ad abdicare, fattore che portò al
collasso militare della Russia. Poco tempo dopo, gli USA entrarono in guerra, dato che la Germania non aveva
mantenuto fede alla promessa sulla sospensione della guerra sottomarina: mentre gli USA entravano, la Russia si
ritirava per problemi interni. Il crollo dello zar aveva portato alla disgregazione dell’esercito, la Germania era riuscita
a penetrare al suo interno e si era assicurata che non desse più sostegno ai suoi alleati. Alle difficoltà militari si
aggiunsero quelle psicologiche, che mostravano grande insofferenza per la guerra, e che portarono il paese a ribellarsi.
Il trattamento dei soldati fu migliorato, affinché la situazione non degenerasse del tutto. Anche la situazione
dell’Austria-Ungheria era molto critica, soprattutto a causa delle minoranze presenti al suo interno, che aumentavano
le preoccupazioni dell’imperatore, il quale, come avrebbe fatto papa Benedetto XV, tentò di avviare un trattato di pace
con l’Intesa, ma fu respinto.

14.9. L’Italia e il disastro di Caporetto


Anche per l’Italia il 1917 fu un anno molto critico, segnato da molte sconfitte, il malcontento dilagava, sia tra i soldati
che erano sempre più insubordinati, sia tra la popolazione, che vedeva i prezzi aumentare a dismisura. Fu proprio di
questa situazione che l’Austria volle approfittare, sferrando un nuovo attacco all’Italia. Dopo aver superato il confine
dell’Isonzo, gli austriaci, il 24 ottobre 1917, arrivarono fino a Caporetto, procedendo con la tattica dell’infiltrazione,

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ovvero entrare il più possibile senza consolidare i terreni presi. La tattica funzionò e solo due settimane dopo l’Italia
riuscì a ricostruire un esercito dimezzato sulla nuova linea difensiva del Piave. Questa situazione fu causata dalla
scarsa organizzazione del comandante Cadorna, che infatti lasciò il posto a Diaz, anche se il tutto fu aggravato da una
stanchezza generale. Paradossalmente dopo la sconfitta di Caporetto, il senso di difesa, di unione e di patriottismo
tornò più vivido che mai negli italiani. Il tutto fu seguito nel 1918 da un’opera di propaganda, attraverso la diffusione
di giornali di trincea e tramite la creazione del servizio P (cioè propaganda). Ci avviava così verso una guerra più
“democratica”, come dimostrerà Wilson.

14.10. Rivoluzione o guerra democratica?


Un’insurrezione russa di bolscevichi, nella notte tra il 6 e il 7 novembre 1917, rivoltava il governo provvisorio. Il
potere passò così a un governo rivoluzionario, con a capo Lenin, che decise di porre fine alla guerra, proponendo
l’armistizio agli stati centrali. Le condizioni furono però gravissime, e comprendevano la perdita di un quarto del loro
territorio. L’idea di una guerra più democratica coinvolse molto Wilson, che dichiarò di lottare, non per estendere i
suoi territori, ma per ridare la libertà dei mari tolta dai tedeschi, per difendere le nazioni oppresse, per instaurare un
nuovo accordo basato sulla pace tra “paesi liberi”. Nel 1918 emanò i famosi 14 punti di Wilson, che prevedevano:
1. Abolizione della diplomazia segreta
2. Ripristino delle libertà di navigazione
3. Abbassamento delle barriere doganali
4. Riduzione degli armamenti
5. Piena reintegrazione del Belgio
6. Piena reintegrazione della Serbia e della Romania
7. Istituzione dello stato polacco
8. Evacuazione dei territori russi occupati dai tedeschi
9. Restituzione alla Francia dell’Alsazia-Lorena
10. Sviluppo autonomo per i popoli soggetti all’Austria-Ungheria
11. Sviluppo autonomo per i popoli soggetti alla Turchia
12. Regolamento liberale per le materie coloniali
13. Rettifica dei confini italiani secondo le nazionalità
14. Istituzione della Società delle nazioni, un nuovo organismo internazionale, per assicurarsi la convivenza tra i
popoli

14.11. L’ultimo anno di guerra


Nonostante il mondo fosse diviso in due blocchi, c’era una situazione di stallo sul piano militare. La Germania
continuava la sua offensiva in Francia, l’Austria-Ungheria in Italia. Mentre la prima fu sconfitta alla Marna
dall’esercito anglo-francese, la seconda sconfisse gli austriaci sul fiume Piave. L’Intesa era ormai superiore sia
numericamente che in fatto di mezzi perciò passò alla controffensiva, battendo una volta per tutti i tedeschi ad
Amiens. I soldati tedeschi capirono che per loro era finita e non poterono che fare intervenire i politici per avviare le
condizioni dell’armistizio, che furono molto repressive, per volere della coalizione democratica, appoggiata da
socialdemocratici e cattolici. A mano a mano crollarono tutti gli stati: Bulgaria, Turchia, Austria. Cecoslovacchia e
Slavi diedero vita a stati indipendenti, mentre le truppe tedesche lasciavano il fronte. La situazione in Germania e
Austria degenerava man mano che passava il tempo, per questo anche i cittadini, stanchi di quella situazione, decisero
di ribellarsi. Tra le condizioni a cui dovevano sottostare i tedeschi c’erano:
- Consegna dell’armamento pesante e della flotta
- Ritiro delle truppe al di là del Reno
- Annullamento dei trattati con Russia e Bulgaria
- Restituzione unilaterale dei prigionieri
La Germania perdeva così una guerra che lei stessa aveva fatto scoppiare.

14.12. I trattati di pace e la nuova carta d’Europa


Gli stati si ritrovarono così presso Versailles per la conferenza di pace (1919). Quando la conferenza si aprì, si pensava
che bisognava tenere fede ai 14 punti di Wilson, che in precedenza avevano riscosso tanti successi quanti insuccessi.
Tuttavia, in Europa convivevano molte etnie, e per questo non era facile basarsi sui principi di autodeterminazione;
inoltre non sempre con questo metodo si riusciva a punire gli sconfitti e privilegiare i vincitori. Questo fu evidente
soprattutto quando bisognava stabilire le condizioni per i tedeschi, infatti la Francia non si accontentava di riavere
l’Alsazia-Lorena. Questo però non era possibile perché se no tutto il potere si sarebbe concentrato nelle mani di un
solo stato, quindi la Germania non vide dimezzati i suoi territori, ma le condizioni erano comunque talmente gravi da
estrometterla dalle grandi potenze. Venne costruita la Polonia, circondata da stati cuscinetto, la Germania perse le sue
colonie, che vennero spartite tra Francia, Giappone e Inghilterra. Ma le condizioni più gravi erano sul piano
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economico-militare: in quanto responsabile, doveva pagare una cifra ancora da definire (per poter sistemare i paesi
vincitori), doveva abolire il servizio di leva, rinunciare alla marina da guerra e doveva smilitarizzare la valle del Reno
(zona molto ambita perché molto ricca), che passava in mano agli avversari, non tutta alla Francia come lei sperava,
ma anche all’Inghilterra e al Belgio. L’Austria vide ridotto, anche se di poco, il suo territorio e venne “affidata” al
controllo della Società delle nazioni, per evitare che si unificasse con lo stato tedesco. L’Ungheria invece perse tutte le
regioni slave e i magiari. A prendere il controllo dell’impero asburgico, oltre all’Italia, furono proprio i popoli slavi. I
polacchi ottennero la Polonia, i boemi e gli slovacchi della Repubblica di Cecoslovacchia, gli slavi del sud si unirono a
Serbia e Montenegro, per dar vita alla Jugoslavia. La Romania veniva ingrandita, la Bulgaria rimpicciolita e il restante
dell’impero ottomano rimase allo stato turco. Restava il problema della Russia, della sua situazione interna, dove
venne abolito il trattato di Brest-Litovsk (non ne riconobbero però la repubblica, anzi cercarono di abbatterla).
Vennero riconosciute repubbliche indipendenti, come Finlandia, Estonia, Lettonia e Lituania. La Russia era così
circondata da stati cuscinetto che le erano del tutto ostili. Nel 1921, con la conferenza di Parigi, venne anche
riconosciuto lo Stato libero d’Irlanda, con una semi-indipendenza, al quale però non faceva parte l’Ulster protestante.
Il nuovo organismo sovranazionale nasceva però tra molte contraddizioni, prima tra tutte l’esclusione della Russia che
non poteva essere operativa. Ma il colpo più grave fu subito proprio dagli USA, il paese che doveva essere il pilastro
della Società delle nazioni. Il Senato americano respinse l’adesione alla Società e dichiarò decaduto Wilson, e portò
così gli USA a una situazione di isolamento, mentre la Società delle nazioni era controllata da Francia e Inghilterra,
anche se non era in grado di prevenire nessuna delle crisi internazionali che avrebbero colpito gli stati membri negli
anni a cavallo tra le due guerre.

15. LA RIVOLUZIONE RUSSA


15.1. Da febbraio a ottobre
Già prima dello scoppio della prima guerra mondiale, si vociferava in Russia che non era più accettabile un regime
zarista, ma che fosse necessario uno più moderno. Nel 1917 lo zar fu cacciato dalla rivolta degli operai e dei soldati di
Pietrogrado, e il governo provvisorio di orientamento liberale, costituito per iniziativa della Duma, venne affidato al
principe L’vov. L’obiettivo era quello di proseguire la guerra al fianco dell’Intesa e di modernizzare il paese, a livello
economico e politico. A condividere questa idea erano sia i liberal-moderati che facevano capo al partito dei cadetti,
sia i menscevichi, che si ispiravano al modello della socialdemocrazia europea, e i socialisti rivoluzionari, che avevano
radici nella cultura rurale russa e tra le masse contadine. I socialrivoluzionari erano divisi in correnti omogenee
(democratico-radicali, anarchici), ma quasi tutti ritenevano inevitabile il passaggio attraverso una fase democratico-
borghese. Per questo accettarono con i menscevichi, di far parte del secondo governo provvisorio costituito da L’vov
nel ’17. Gli unici a rifiutare furono i bolscevichi, convinti che solo la classe operaia, alleata agli strati più poveri delle
masse rurali, avrebbe potuto assumere la guida del paese. Il potere legale del governo si era affiancato fin da subito a
quello dei soviet, soprattutto quello della capitale, che agiva come una specie di parlamento proletario. Questa era la
situazione quando, nel ’17, Lenin rientrò dalla Svizzera, e diffuse un documento in dieci punti (“tesi di aprile”) in cui
rifiutava ogni possibile fase borghese della rivoluzione e puntava alla presa del potere rovesciando la teoria marxista
ortodossa, secondo cui la rivoluzione proletaria sarebbe scoppiata prima nei paesi più industrializzati, come risultato
delle contraddizioni del sistema capitalistico giunto al suo stadio finale: era invece la Russia, in quanto stato debole, a
offrire il terreno giusto per il cambiamento. L’obiettivo era quello di conquistare la maggioranza nei soviet e di
lanciare la parola d’ordine della pace. Man mano si inasprivano però i rapporti con gli altri socialisti che avevano
accettato di partecipare al governo di coalizione e di collaborare nella guerra. Il primo episodio di esplicita ribellione
si ebbe a Pietrogrado, quando degli operai armati e dei soldati scesero in piazza per impedire la partenza al fronte di
alcuni reparti. I bolscevichi, che all’inizio non avevano approvato l’iniziativa, cercarono poi di assumerne il controllo.
L’insurrezione fallì per l’intervento delle forze del governo, che costrinsero alcuni, tra cui Lenin, a scappare. Questo
fu l’ultimo successo del governo provvisorio, perché poi L’vov si dimise per lasciare il posto a Kerenskij, il quale era
però screditato dal fallimento dell’offensiva contro gli austro-tedeschi, e al quale i moderati contrapponevano il
comandante dell’esercito Kornilov. Quest’ultimo lanciò un ultimatum al governo, affinché cedesse i poteri alle
autorità militari, ma Kerenskij reagì facendo appello alle forze socialiste, compresi i bolscevichi, i quali coinvolsero la
popolazione, grazie alla quale il colpo di stato di Kornilov fu evitato. I veri vincitori furono i bolscevichi, che
ottennero l’approvazione dei soviet di Pietrogrado e di Mosca. Lenin rientrato da clandestino, si preparava invece per
il suo colpo di stato.

15.2. La rivoluzione d’ottobre


A voler rovesciare il governo di Kerenskij furono i bolscevichi, che appoggiarono però ben poco Lenin, preferendogli
Trotzkij, proveniente dalla sinistra menscevica, eletto presidente del soviet di Pietrogrado e organizzatore e mente
militare dell’insurrezione. Kerenskij cercò di correre ai ripari, ma fu inutile dato che non ebbe l’appoggio delle sue
truppe, mentre Trotzkij aveva conquistato i punti strategici della città per poi procedere alla presa di Palazzo d’Inverno
(7 novembre 1917), insieme ai soldati rivoluzionari e alle guardie rosse (milizie operaie armate), conquistato la sera
stessa. Mentre cadeva l’ultima resistenza del governo, si riuniva a Pietrogrado il Congresso panrusso dei soviet, cioè
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l’assemblea dei delegati del soviet di tutte le province dell’ex impero russo. La coincidenza delle date era voluta dai
bolscevichi, che speravano così di sanzionare l’avvenuta presa del potere tramite il congresso, dove essi erano in netta
maggioranza. Il congresso approvò due decreti di Lenin, il primo faceva appello a tutti i popoli dei paesi belligeranti,
affinché venisse stabilita una pace equa, senza annessioni o indennità, mentre il secondo stabiliva in forma lapidaria
che la grande proprietà terriera era abolita immediatamente. Il nuovo potere poteva così contare sull’appoggio o sulla
neutralità delle masse contadine, accontentate nelle loro aspirazioni imminenti e semplici. Venne così istituito un
nuovo governo rivoluzionario, composto da bolscevichi, a capo del quale c’era Lenin, chiamato Consiglio dei
commissari del popolo. Non mancarono le opposizioni a questo nuovo governo, menscevichi, cadetti e
socialrivoluzionari non si limitarono a manifestazioni di sabotaggio ma convocarono l’Assemblea costituente, le cui
elezioni erano fissate per la fine di novembre. Alle elezioni ci fu una grande delusione per i bolscevichi e, siccome
menscevichi e cadetti erano quasi scomparsi, restarono i socialrivoluzionari, che vinsero grazie all’appoggio
dell’elettorato rurale. I bolscevichi non vollero rinunciare al potere appena acquisito, per questo sciolsero con la forza
la Costituente, ma così facendo il potere rompeva con le altre componenti del socialismo e con la tradizione
democratica occidentale, avviandosi così verso una dittatura di partito.

15.3. Dittatura e guerra civile


Era stato facile assumere il potere per i bolscevichi, ma era difficile gestirlo: bisognava amministrare un paese
immenso, governare una società arretrata e complessa, affrontare i problemi ereditati dal vecchio regime e la questione
della guerra. Non avevano alcun aiuto, erano soli, dato che si era verificato il più grande fenomeno di emigrazione
politica. Convinti di poter assumere in poco tempo la fiducia delle masse popolari, i bolscevichi dichiararono di voler
agire come per la Comune di Parigi, secondo il modello di Lenin “Stato e rivoluzione”. Secondo questo modello lo
stato doveva essere lo strumento di dominio di una classe che prevaleva sulle altre, e una volta scomparso questo
dominio, lo stato si sarebbe avviato a una rapida estinzione. Nella società creata le masse si sarebbero autogovernate,
secondo i principi di democrazia diretta sperimentati nei soviet. L’idea invece che avevano della guerra, “pace equa
senza annessioni e indennità” era invece impossibile. La pace con la Germania, conclusa nel 1918, e siglata con la
firma di un accordo durissimo, quello di Brest-Litovsk, era per i bolscevichi una scelta obbligata. Per imporla Lenin
dovette far fronte a numerosi oppositori, dai suoi stessi compagni ai socialrivoluzionari, compresa la corrente di
sinistra che ritirò i suoi rappresentanti del Consiglio dei commissari del popolo. Perdendo gli unici alleati rimasti, i
bolscevichi erano ormai isolati. Ma l’Intesa considerava questa pace un tradimento, motivo per cui cominciò ad
appoggiare forze anti-bolsceviche. Nella primavera del 1918 si ebbero sbarchi di truppe anglo-francesi nel Nord della
Russia e poi anche sul Mar Nero, mentre Giappone e USA penetravano nella Siberia. L’arrivo dei contingenti stranieri
servì a rafforzare le opposizioni ai bolscevichi, soprattutto quella dei monarchico-conservatori, i cosiddetti bianchi, e
anche ad alimentare la guerra civile nel paese. La prima minaccia veniva da est dove, per paura che venissero liberati
dai controrivoluzionari, si preferì sterminare la famiglia zarista, per ordine del soviet locale. Ancora più caotica era la
situazione in Ucraina, che era un protettorato tedesco. Nel frattempo, il regime rivoluzionario accentuava i suoi tratti
autoritari, arrivando a creare la Ceka, una sorta di polizia locale, col compito di far cessare chiunque non rispettasse
gli ordini del governo contadino, anche se più di una volta venne usata per giustiziare oppositori e nemici dei
bolscevichi. Nel 1918 tutti i partiti di opposizione vennero messi fuori legge, e fu reintrodotta la pena di morte. Si
procedeva anche alla riorganizzazione dell’esercito, formando l’“Armata rossa degli operai e dei contadini”, il cui
artefice principale fu Trotzkij. Per garantire maggiore fedeltà al governo vennero introdotti dei commissari politici,
distaccati dal partito presso singole unità combattenti. La formazione così forte dell’esercito le permise di battere i
numerosi avversari; ma le forze controrivoluzionarie erano divise e mal coordinate, motivo per cui i contadini non
riuscivano a fidarsi di loro. Nella primavera del ’20, a parte qualche resistenza minima, le armate bianche erano ormai
state sconfitte, e la guerra civile poteva dirsi conclusa. Quando il pericolo interno era passato, fu la volta di quello
esterno: la Polonia, che non era affatto soddisfatta dell’accordo di Versailles, voleva riprendersi i vecchi territori,
motivo per cui decise di invadere la Russia. I bolscevichi riposero fin da subito reprimendo le armate polacche e, le
armate rosse, si spinsero fino a Varsavia, dove però subirono una battuta di arresta dai polacchi. Nel ’20 si giunse così
a un armistizio, che concedeva alla Polonia i vecchi territori della Bielorussia e dell’Ucraina. Questa guerra aveva però
attivato nella Russia istinti di coesione nazionale, riavvicinando anche gli oppositori più duri al regime sovietico.

15.4. La Terza Internazionale


Con l’insurrezione di ottobre e con la vittoria della guerra civile, i bolscevichi fecero nascere il primo stato socialista
in un paese profondamente arretrato. All’inizio del ’19, nonostante la sconfitta in Germania, la prospettiva di una
rivoluzione europea sembrava ancora possibile. Fu in questo clima che Lenin decise di sostituire la vecchia
Internazionale socialista a una nuova Internazionale comunista, che coordinasse gli sforzi dei partiti rivoluzionari in
tutti i paesi, e rappresentasse una rottura definitiva con la socialdemocrazia europea. Già nel marzo del ’18, i
bolscevichi presero il nome di Partito comunista (bolscevico) di Russia. La riunione costitutiva dell’Internazionale
comunista o della Terza internazionale ebbe luogo a Mosca. La sua struttura e i suoi compiti furono però decretati nel

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secondo congresso, che si tenne sempre a Mosca nel 1919. Il problema centrale venne dai singoli partiti che, per
partecipare, dovevano sottostare all’Internazionale comunista. Fu Lenin a stabilire nei suoi “ventun punti” a fissare le
condizioni di ammissione: bisognava ispirarsi al modello bolscevico, cambiare il proprio nome in quello di Partito
comunista, difendere sempre la Russia sovietica, rompere con le correnti riformiste espellendo i principali esponenti.
L’obiettivo era quindi quello di fare della Russia il centro del comunismo, la patria del socialismo per tutti i
movimenti rivoluzionari. Fu invece mancato l’obiettivo di coinvolgere tutte le masse operaie dei vari partiti. In tutta
Europa, i partiti comunisti, che erano legati alla Russia da un rapporto di dipendenza politico-organizzativa, e vincolati
dalle strategie tracciate nel II congresso, rimasero minoritari rispetto ai socialisti.

15.5. Dal comunismo di guerra alla Nep


Quando i comunisti salirono al potere, la situazione economica della Russia era già molto grave, dato che si crearono
migliaia di piccole aziende predisposte per l’autoconsumo. Ancora più difficile era la situazione delle banche che,
dopo essere state nazionalizzate, videro cancellati i debiti dell’estero. Si tornò così al baratto e alle retribuzioni in
natura. Il governo cercò così di avviare una politica più energica e autoritaria, che prese il nome di comunismo di
guerra: si cercò di risolvere il problema degli approvvigionamenti delle città, dove la fame si faceva sentire. Vennero
quindi istituiti comitati per la distribuzione di derrate, squadre di operai e contadini poveri percorsero le campagne
requisendo il grano agli agricoltori benestanti, vennero istituite fattorie sovietiche, gestite direttamente dallo stato o da
soviet locali. In campo industriali il comunismo venne inaugurato con la nazionalizzazione dei settori più importanti,
con lo scopo di normalizzare la produzione. Vennero così reintrodotte nelle fabbriche i criteri di efficienza in netto
contrasto con i principi di egualitarismo salariale. Le città si erano spopolate per la disoccupazione e per la fame, nelle
campagne i raccolti dei cereali erano dimezzati, ma il voler controllare il razionamento dei generi alimentari non fu
risolto con grande successo. Per far fronte alle necessità, le autorità procedevano spesso con requisizioni
indiscriminate, non facendo altro che aumentare il generale malcontento. Alle sommosse si aggiunse poi una terribile
carestia che colpì sia la Russia che l’Ucraina, provocando moltissime morti. Gli operai erano stanchi delle pessime
condizioni in cui vivevano, senza contare che c’erano forze armate anche sui posti di lavoro. A questa situazione
seguirono moltissime rivolte, tra cui una a Pietrogrado che portò all’invocazione di elezioni libere, maggiore libertà
politica e sindacale: la risposta del governo fu una durissima repressione. A Mosca si tenne il X congresso comunista,
dove sul piano politico si arrivò a vietare tutto ciò che non era conforme con il governo, in materia economica fu
abbandonato il comunismo di guerra, e fu avviata una parziale liberalizzazione nella produzione e negli scambi. La
nuova politica economica (NEP) aveva come obiettivo principale quello di stimolare la produzione agricola, ai
contadini si consentiva di vendere sul mercato le eventuali eccedenze, dopo aver consegnato una quota fissa allo stato.
La liberalizzazione si estese anche alle piccole industrie e ai loro commerci. Lo stato mantenne comunque accordi con
le banche i maggiori gruppi industriali. Questo sistema sembrava andar bene, questo perché la situazione del paese era
tra le peggiori. Nelle campagne ci fu una ripresa produttiva dei piccoli coltivatori, mentre per i contadini ricchi
(kulaki), il mercato crollò. La liberalizzazione portò alla nascita di una nuova classe di trafficanti, che commerciava
però beni di consumo nuovi e più ricchi, che erano in contrasto con il resto dell’economia. Man mano che le piccole
industrie si affermavano, lo stato cercava in tutti i modi di controllarle. Ma così facendo l’industria non poteva
crescere, aumentavano i disoccupati, i salari erano sempre più bassi, e fu proprio la classe operaia quella che, a conti
fatti, fu la più colpita dalla NEP.

15.6. L’Unione Sovietica: costituzione e società


La prima costituzione russa, varata nel ’18, in piena guerra civile, rispettava gli ideali bolscevichi. Essa prevedeva che
il nuovo stato avesse un carattere federale, che rispettasse le minoranze etniche. Nel 1922, il congresso dei soviet delle
singole repubbliche diede vita all’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (URSS). La nuova costituzione URSS
venne approvata nel 1924, dava vita a una complessa struttura istituzionale, il cui potere era affidato al congresso dei
soviet dell’unione. Il potere reale era però nelle mani del partito comunista, era il partito a decidere le linee politiche
ed economiche, era il partito a controllare la polizia politica, a proporre i candidati dei soviet, il suo potere era
sovrapposto a quello stato, motivo per cui si parla di rigido centralismo. Il suo sforzo si concentrò sull’educazione
della gioventù e sulla lotta alla Chiesa ortodossa (incompatibile con la dottrina marxista). La lotta per la
scristianizzazione del paese fu condotta con molta durezza e raggiunse molti dei suoi obiettivi. L’influenza della
chiesa non fu eliminata ma indebolita. Nel 1920, sempre per contrastare la chiesa, si approvarono leggi a favore del
divorzio, dell’aborto, fu proclamata la parità dei sessi, la medesima condizione dei figli legittimi e di quelli illegittimi:
si ebbe una liberalizzazione dei consumi. I maggiori progressi si ebbero però nell’istruzione, che fu resa obbligatoria
fino ai 15 anni. Si preoccuparono di iscrivere i giovani al partito, facendo largo spazio all’insegnamento delle dottrine
marxiste. Gli intellettuali molto spesso si opposero, e fu evidente soprattutto in campo artistico con lo sviluppo delle
avanguardie.

15.7. Da Lenin a Stalin: il socialismo in un solo paese

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Nel 1922, l’ex commissario alle Nazionalità, Stalin, fu nominato segretario del Partito comunista dell’Urss,
estromettendo Lenin, che si ammalò gravemente e morì due anni dopo. Con l’ascesa di Stalin si inasprirono i contrasti
interni, soprattutto quelli per la successione. Il primo grande scontro ebbe come motivo la burocratizzazione del
partito e degli enormi poteri che finivano, di conseguenza, nelle mani di Stalin. Il primo a opporsi a Stalin fu Trotzkij,
che riteneva che lo stato dovesse accelerare i ritmi dell’industrializzazione e al tempo stesso estendersi sul fronte
rivoluzionario nello scenario europeo capitalistico, per lui era tutta colpa di un forte isolamento e di un conseguente
arretramento del paese. Contro questa tesi, fu coniata da Stalin l’espressione “rivoluzione permanente”, secondo la
quale lo stato doveva prima raccogliere le forze necessarie per affrontare il mondo capitalistico: solo così era possibile
una vittoria socialista. Ma il principio di socialismo legato al un solo paese, era in contraddizione con quanto
affermato fino ad allora dai bolscevichi. Dopo aver sconfitto il suo avversario, Stalin dovette affrontare una nuova
spaccatura all’interno del suo partito, questa volta in campo di politica economica. Ci fu un’opposizione di sinistra,
che tentò di ostacolarlo, ma ormai era inutile: Stalin era sempre più forte. I leader furono allontanati e addirittura
espulsi dal partito. Trotzkij fu esiliato in Asia. Si chiudeva così la prima fase comunista, con la sconfitta della sinistra,
e iniziava una fase dove Stalin acquisiva sempre più potere tentando di portare l’Urss alla condizione di grande
potenza industriale e militare.

16. L’EREDITA’ DELLA GRANDE GUERRA


16.1. Mutamenti sociali e nuove attese
Oltre a un’enorme perdita di vite, la prima guerra mondiale, fu anche simbolo della prima grande esperienza di massa.
Le persone erano ormai assuefatte dall’uso delle armi, dalla svalutazione della vita umana, per questo quando i soldati
tornarono alla loro vita normale, si dovettero imbattere in una realtà molto diversa: le strutture tradizionali della
famiglia erano state messe in crisi.
Il primo problema fu il reinserimento dei reduci. Sorsero numerose associazioni di ex combattenti che si mobilitavano
per la difesa dei propri valori ed interessi. I governanti fecero loro grandi promesse ma, a causa dei gravissimi
problemi finanziari, le provvidenze in favore dei combattenti (polizze di assicurazione, pensioni per invalidi…) furono
modeste.
La guerra aveva dimostrato l’importanza del principio di organizzazione applicato alle masse → massificazione della
politica. Iniziarono ad aver maggior importanza le manifestazioni pubbliche basate sulla partecipazione diretta dei
cittadini. Si era convinti che la guerra avrebbe portato un nuovo ordine nella società:
o Per alcuni il nuovo ordine era quello che si stava attuando in Russia,
o Per i più numerosi era il raggiungimento di pace e di giustizia sociale.

16.2. Il ruolo della donna


La prima guerra mondiale trasformò il ruolo sociale ed economico delle donne:
▪ Nel mondo del lavoro presero il posto degli uomini arruolati nell’esercito;
▪ Tra le mura domestiche le donne presero le decisioni al posto del capofamiglia che era in guerra.
Le giovani tendevano a rendersi più indipendenti dai padri e fratelli e cambiavano le abitudini e l’abbigliamento (abiti
più corti e leggeri). Questo processo di emancipazione terminò con il riconoscimento sul piano dei diritti: diritto di
voto in Inghilterra (1918), in Germania (1919), Stati Uniti (1920).
Gli uomini faticarono ad accettare il processo di emancipazione delle donne che si concluse dopo la Seconda Guerra
mondiale.

16.3. Le conseguenze economiche


A parte gli Stati Uniti, tutti i paesi che avevano partecipato alla guerra, vincenti o perdenti che fossero, avevano subito
perdite gravissime, umane quanto economiche. Le spese erano enormi, e per questo gli stati non poterono che
aumentare le tasse. Aggiungendo il problema dei debiti, che si dovevano tra stato e stato, l’unica soluzione fu quella di
stampare carta moneta in eccedenza, mettendo così in moto un rapido processo inflazionistico. I prezzi crebbero, gli
unici a guadagnarci qualcosa erano gli speculatori e alcuni industriali: l’inflazione distruggeva posizioni economiche
solide ed erodeva i risparmi dei ceti medi. Gli operai riuscivano a difendere meglio i loro salari rispetto a impiegati o
dipendenti pubblici, tutti fattori che aggravavano le tensioni sociali. Non fu facile passare da un’economia di guerra a
una di pace: alcuni paesi (Giappone e USA) aumentarono le loro esportazioni, altri persero partner nelle loro trattative
come Francia e Inghilterra), mentre il progetto wilsoniano risveglio in alcuni paesi un forte nazionalismo economico e
al tempo stesso un protezionismo doganale, soprattutto in quegli stati che volevano affermare la loro industria.
L’intervento statale era necessario in una situazione così grave, era impossibile ricreare un’economia di mercato, per
questo era necessario mantenere solidi apparati burocratici e la capacità dello stato di intervenire su materie che un
tempo erano riservate alle libertà delle parti sociali. Così facendo l’industria ebbe un primo discreto incremento che fu
però arrestato dalle continue tensioni sociali e della nascita di una nuova fase depressiva, che fece aumentare il
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numero dei disoccupati. Una vera stabilizzazione dell’economia europea, si ebbe solo negli anni ’20, anche se, come
nel caso della Germania, la ripresa poggiava su basi instabili, principalmente perché aveva ancora un grosso debito di
guerra.

16.4. Il biennio rosso


Tra il 1918 e il 1920, il movimento operaio europeo, uscito dalla forzata compressione degli anni di guerra, iniziò a far
parte della vita politica anche se assunse toni molto rivoluzionari. I partiti socialisti ottennero nuove adesioni in tutti i
paesi, i lavoratori invece si muovevano in continue agitazioni per ottenere retribuzioni migliori, una riduzione delle
ore lavorative a 8 h giornaliere. La grande ondata di lotte operaie del biennio rosso non si esaurì, però, nelle
rivendicazioni sindacali: la situazione della Russia, non fece che accrescere aspirazioni più radicali. Mentre in Francia
e in Gran Bretagna, le pressioni del movimento operario furono contenute dalla classe operaia, in Austria, Ungheria e
in Germania si dovette ricorrere una vera e propria repressione armata, dato che a questo malcontento si aggiungeva
quello di un nuovo regime. La rivoluzione d’ottobre in Russia, non aveva fatto altro che aumentare la frattura tra le
avanguardie e il resto del movimento operaio, legato a partiti socialdemocratici. Fu proprio la scissione del partito
operaio a dare il via a una forte spinta conservatrice.

16.5. Rivoluzione e controrivoluzione nell’Europa centrale


Già nel momento della forma dell’armistizio, lo Stato tedesco si trovava in una situazione tipicamente rivoluzionaria.
L’esercito si disgregò e il governo legale era esercitato da un Consiglio di commissari del popolo, presieduto da Ebert,
e composto da socialisti. Ma nelle città i veri padroni erano i consigli operai e dei soldati, che occupavano i vari posti
di lavoro, come le fabbriche. Per questo motivo la popolazione berlinese, stanca della situazione, insorse, un po’ come
in Russia ma con sostanziali differenze: i vincitori erano già posti lungo la linea del Reno, pronti a intervenire se la
situazione fosse precipitata, non c’era la mobilitazione delle masse rurali, la classe dirigente era molto radicata. I
leader socialdemocratici erano contrari a una rivoluzione di tipo sovietico, era più propensi, vista la loro
organizzazione, a un approccio più democratico. Tra gli obiettivi c’era quello di smantellare le strutture militari, per
questo si creò un’obiettiva convergenza tra i capi della Spd e gli esponenti della vecchia classe dirigente, che
vedevano nella socialdemocrazia l’unico mezzo per arginare la rivoluzione. I capi dell’esercito decisero così di
scendere a patti con i socialrivoluzionari, affinché le gerarchie dell’esercito venissero mantenute. La linea moderata
della Spd portava però a uno scontro con le correnti più radicali del movimento operaio tedesco, tra cui gli
indipendenti dell’Uspd e i rivoluzionari della Lega di Spartaco. Questi ultimi non volevano la convocazione della
costituente ma di semplici consigli, loro però erano la minoranza. Quando i berlinesi scesero in piazza per combattere
per i loro diritti, gli spartachisti cercarono di incoraggiare anche il proletario berlinese attraverso la violenza, ma la
risposta non fu quella sperata e il governo, non avendo un esercito ma avendo volontari armati, schiacciò con la
violenza l’insurrezione e uccise i leader spartachisti. Poco dopo si tennero le elezioni della costituente, alla quale erano
assenti i comunisti, e si affermarono i socialdemocratici, i quali cercarono l’appoggio dei cattolici del centro.
L’accordo tra socialisti, cattolici e democratici, rese possibile l’elezione di Ebert a presidente della Repubblica. Venne
applicata una nuova costituzione, più democratica, che prevedeva il mantenimento dello stato federale, il suffragio
universale maschile e femminile, un governo responsabile di fronte al parlamento, e un presidente della repubblica
eletto direttamente dal popolo. Né la Costituente, né l’applicazione della costituzione di Weimar, servirono però a
riportare la pace: ci furono nuovi tentativi rivoluzionari, i comunisti continuavano le loro agitazioni in piazza. Ma la
minaccia più grande veniva dall’estrema destra, dove i militari smobilitati sollecitavano una rapida conclusione
dell’armistizio, diffondendo la leggenda della pugnalata alla schiena, secondo la quale il paese ha perso proprio a
causa di una parte di tedeschi, che avrebbero tradito il paese. La sconfitta dell’Spd fu inevitabile, che cedettero il
potere ai cattolici. Anche in Austria la situazione non era delle più facili, infatti anche qui erano subentrati i cattolici al
posto dei socialdemocratici, i comunisti invece non avevano gran peso. In Ungheria la Repubblica democratica durò
pochissimo, fu seguita da un Repubblica sovietica e una dura repressione verso borghesia e aristocrazia. Il paese si
trovò, dopo un’ondata di terrore bianco (attacco da parte dei rumeni, appoggiati da inglesi e francesi), ad essere
governato dai cattolici.

16.6. La stabilizzazione moderata in Francia e in Gran Bretagna


Scampato il pericolo rivoluzionario, la classi dirigenti cercarono di ricostruire una solida base politica e ed economica.
Sia la Francia che la Gran Bretagna riuscirono a stabilizzarsi, almeno internamente: in Francia il governo passò nelle
mani del centro-destra, molto conservatore, che faceva pesare la situazione soprattutto alle classi popolari. Grazie a
una coalizione di sinistra, il governo passò nelle loro mani per un breve periodo ma, a causa della crisi finanziaria,
tornò alla destra molto in fretta, che riuscì a stabilizzare il corso della moneta e risanare il bilancio statale, e al tempo
stesso a rilanciare la produzione. Più difficile fu la ripresa per la Gran Bretagna, il cui apparato si dimostrava sempre
più invecchiato. Anche qui erano i conservatori a guidare la situazione, ad eccezione di una parentesi del partito
laburista, con una politica di austerità finanziaria e di contenimento dei salari, che portò a molti scontri con i sindacati.
Vietarono gli scioperi e la partecipazione alle Trade Unions, così da poter destabilizzare ancora di più i laburisti.

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16.7. La Repubblica di Weimar
La Repubblica di Weimar rappresentava, tutto sommato, un modello di democrazia parlamentare aperta e avanzata,
tanto è vero che la Germania divenne il centro culturale europeo. Nonostante il clima di grandi libertà, il paese era
però turbato da un’accentuata frammentazione dei gruppi politici, che rendevano instabili le maggioranze del governo.
Le fratture nella società erano sempre più pesanti: l’unica in grado di poter fare qualcosa, sembrava essere la Spd che,
grazie all’unione con Uspd, riuscì ad allargare i suoi consensi, senza però ottenere quelli dell’elettorato operaio. Le
classi medie, che ormai occupavano uno spazio consistente nella repubblica tedesca, si riconoscevano in parte nel
centro cattolico e in parte nella destra conservatrice e moderata, che dava vita al Partito popolare tedesco-nazionale e
al Partito tedesco-popolare. Un terzo partito, che però si ridusse in fretta, fu quello democratico-tedesco. Per le classi
medie, l’età imperiale era quella di pace e tranquillità, mentre quella della Repubblica era associata alla sconfitta di
Versailles. La situazione degenerò quando, il prezzo da pagare per la guerra, fu stabilito a un quarto del prodotto
nazionale: questo portò a ondate di proteste, come quella dell’estrema destra nazionalista, guidata da Hitler, alla quale
seguirono poi molti colpi di stato. I primi governi che si succedettero optarono per ripagare le prime rate dell’accordo,
senza gravare sui cittadini con ulteriori tasse, ma mettendo così in moto il processo inflazionistico.

16.8. La crisi della Ruhr


Nel 1923 furono mandate truppe francesi e belga nel bacino della Ruhr: il governo invitò tutti i cittadini a una
resistenza passiva, affinché non venissero privati delle loro risorse, gli operai smisero di lavorare e organizzarono
anche attentati alle truppe straniere. La situazione era tra le più gravi: il valore del marco era stato annullato, lo stato
stampava troppe banconote, non mancò però lo sviluppo delle grandi industrie, soprattutto quelle di esportazione, che
riuscirono così a risollevare la loro economia, ad essere avvantaggiati furono anche i possessori reali, come i
contadini. Nello stesso anno però, la classe dirigente dovette far fronte al problema della nascita di un governo basato
sulla coalizione di tutti i gruppi costituzionali, e presieduto da Stresemann. Secondo lui era necessario riallacciare
rapporti con le potenze vincitrici, come la Francia, cosa che non era molto apprezzata dai nazionalsocialisti che,
guidati da Hitler, insorsero a Monaco, dove però furono anche repressi. Venne introdotta una nuova moneta, il marco
di rendita, e venne anche avviata una politica deflazionistica. Una soluzione fu trovata grazie al piano elaborato da un
finanziere americano, Dawes, che spiegò come, per poter ripagare il suo debito, la Germania dove prima rimettersi in
sesto al meglio, riprendendo per esempio la Ruhr, e con rate graduate in più tempo avrebbe potuto saldare il suo
debito. Contrarie a questo progetto erano però le alee estremiste, che riscossero un discreto successo.

16.9. La ricerca della distensione in Europa


Visto l’isolamento degli USA e la scelta della Gran Bretagna di non allargarsi, la Francia si sentiva in qualche modo
tradita, e voleva cercare nuove alleanze in quei paesi che erano usciti comunque vincitori dal trattato di Versailles,
come la Polonia, la Cecoslovacchia, la Jugoslavia e la Romania, creando così nel 1921, una sorta di piccola intesa. Ma
la Francia temeva ancora molto la Germania, per questo spinse affinché pagasse quanto doveva e fosse messa una
volta per tutte in ginocchio. La Francia, in un primo momento occupò la Ruhr, poi decise di scendere a patti con la
Germania per il bene della sicurezza collettiva. Nel 1925 venne istituito un accordo franco-tedesco, l’accordo di
Locarno, che prevedeva sia il riconoscimento dei confini dettati da Versailles, sia l’impegno di Gran Bretagna e Italia
a farsi garanti di eventuali insubordinazioni. La Germania rinunciò all’Alsazia-Lorena, e dopo un anno, fu ammessa
alla Società delle nazioni. Un altro finanziere americano elaborò un piano per la Germania e, in seguito, fu liberata la
Renania e, la Germania stessa, promise di mantenerla smilitarizzata. La firma del Patto di Parigi e il piano di Young
(secondo finanziere americano) rappresentarono un momento di distensione a livello mondiale, che fu però interrotto
dalla crisi economica mondiale, motivo che spinse la Francia a fortificare la linea di confine con la Germania,
costruendo la linea Maginot.

17. IL DOPOGUERRA IN ITALIA E L’AVVENTO DEL FASCISMO


17.1. I problemi del dopoguerra
Dopo la guerra, in Italia, i problemi non erano affatto pochi: l’economia era in crisi postbellica, alcuni settori
industriali conobbero uno sviluppo abnorme sconvolgendo il flusso commerciale, il deficit del bilancio statale era
sempre più grave, l’inflazione galoppava. La classe operaia era tornata alla libertà sindacale: chiedeva più libertà nelle
fabbriche e miglioramenti economici, i contadini tornavano dal fronte consapevoli dei loro diritti e pretendevano
quindi un trattamento migliore dalla classe dirigente, i ceti medi erano pronti a difendere i loro interessi e i loro valori
patriottici. I problemi più evidenti in Italia erano dovuti però alla fragilità delle strutture politiche. La classe dirigente
si trovava tuttavia, contestata e isolata, motivo per cui finì per perdere la sua indiscussa egemonia; risultavano però
favorite le forze cattoliche e socialiste.

17.2. Cattolici, socialisti e fascisti


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I cattolici, nel 1919, decisero di uscire dalla loro posizione astensionistica, e crearono il Partito popolare Italiano (Ppi).
Il nuovo partito ebbe come segretario Sturzo, aveva un programma di impostazione democratica, ma era comunque
strettamente legato alla Chiesa e alle sue strutture organizzative. Nelle file del partito c’erano anche gli eredi della
democrazia cristiana, i capi delle leghe bianche, gli esponenti delle correnti clerico-moderate. Altra grande novità fu la
crescita impetuosa del Partito socialista: schiacciante era la corrente di sinistra, chiamata massimalista, su quella
riformista, che aveva comunque un gruppo di forza sia a livello parlamentare che a livello economico. I massimalisti,
il cui leader era il direttore dell’Avanti, Serrati, avevano come obiettivo immediato l’instaurazione della repubblica
socialista, fondata sulla dittatura del proletariato e si dichiaravano entusiasti ammiratori della rivoluzione bolscevica,
anche se di fatto, avevano ben poco in comune con i russi. Si sviluppò però, all’interno del Psi, un gruppo di giovani
estremisti, che si battevano con costante impegno rivoluzionario per una stretta adesione all’esempio dei comunisti
russi. Tra questi gruppi c’erano quello napoletano di Bordiga e quella torinese di Gramsci (Ordine nuovo = rivista).
Mentre il primo era più orientato a creare un partito rivoluzionario in perfetto stile russo, Gramsci e i suoi alleati
(come Togliatti) lavoravano a contatto con gli operai, erano affascinati dall’esperienza dei soviet, visti sia come
contrattacco alla società borghese, sia come embrioni della società socialista. Il Partito socialista era quindi su una
linea rivoluzionaria, ma gli operai vennero lentamente emarginati, anche se di fatto i socialisti non volevano cedere
alla collaborazione con i borghesi, in quanto vedevano la minaccia di una possibile dittatura operaia. Fra questi
movimenti ebbe vita breve quello creato da Mussolini, “Fasci di combattimento”, schierato politicamente a sinistra,
propenso per le riforme sociali e favorevole alla repubblica, ma al tempo stesso professava un forte nazionalismo e
una forte avversione verso i socialisti. Inizialmente il fascismo raccolse scarse adesioni, ma si fece notare fin da subito
per lo stile politico aggressivo e violento. Caso più evidente fu l’incendio all’Avanti, che non fece che inasprire i
contatti con i socialisti.

17.3. La “vittoria mutilata” e l’impresa fiumana


Dopo la guerra l’Italia vide ridimensionati i suoi confini, in senso positivo, e vide anche l’allontanamento del nemico
asburgico. La dissoluzione dell’Austria-Ungheria, fece emergere problemi che non erano stati discussi nel Patto di
Londra, il quale stabiliva che la Dalmazia fosse annessa all’Italia e che la città di Fiume fosse data invece agli
Asburgo. Il presidente del consiglio Orlando, seguito dal ministro degli esteri Sonnino, chiese nella conferenza di
Versailles che Fiume fosse annessa all’Italia, ma sentendo il secco “no” del presidente americano Wilson, decisero di
abbandonare la conferenza anche se poi fu inevitabile il loro ritorno. Questo fatto segno l’insuccesso del governo
Orlando, al quale segui Nitti, un economista e meridionalista di orientamento democratico, il quale subentrò nella fase
in cui il malcontento per la cosiddetta “vittoria mutilata” era molto alto: essa consisteva, come spiegò D’Annunzio che
coniò il termine, in una vittoria parziale, in quanto il territorio italiano non fu unificato per intero. Lo stesso
D’Annunzio si unì poi al gruppo che decise, nel 1919, di occupare Fiume e dichiararla annessa all’Italia.

17.4. Le agitazioni sociali e le elezioni del ‘19


In concomitanza con l’azione fiumana, l’Italia si apprestava a passare un periodo non del tutto semplice: i prezzi
aumentarono, i tumulti diventavano sempre più violenti, le agitazioni sindacali aumentavano man mano che
aumentava il costo della vita. Anche nel settore dei trasporti aumentarono gli scioperi, infatti si parlò di vera e propria
“scioperomania”. Non mancarono poi le lotte dei lavoratori agricoli che, oltre alla Bassa Padana, dove prevaleva il
bracciantato e dove le leghe rosse avevano il monopolio della rappresentanza sindacale, le agitazioni coinvolsero
anche il Centro-Nord, zone in cui dominavano la mezzadria e la piccola proprietà e in cui erano attive le leghe bianche
cattoliche. Entrambe le leghe si battevano per gli stessi motivi ma, le rosse insistevano sulla socializzazione della
terra, mentre le bianche puntavano allo sviluppo della piccola proprietà contadina. Ci furono poi ulteriori agitazioni
per l’occupazione di terre incolte e latifondi da parte dei contadini poveri, spesso ex combattenti. Mancava tuttavia un
vero collegamento. Le prime elezione del postguerra, 1919, misero in evidenza le fratture sociali e politiche. Furono le
prime con il metodo della rappresentanza proporzionale con scrutinio di lista, metodo che prevede il confronto tra le
liste di partito, e che gli assicurava un numero di seggi proporzionati ai voti ottenuti, favorendo così i gruppi su base
nazionale. L’esito fu disastroso per la vecchia classe dirigente, si affermarono socialisti e popolari, ma il Psi rifiutava
ogni accordo con i borghesi, perciò la maggioranza era basata sull’accordo tra popolari e liberal-democratici.

17.5. Giolitti, l’occupazione delle fabbriche e la nascita del Pci


Quando ormai in ministero Nitti si era esaurito, fu nominato ancora una volta Giolitti, il quale aveva un programma
molto avanzato, nel quale proponeva la nominatività dei titoli azionari (ossia l’obbligo di intestare le azioni al nome
del possessore, permettendone la tassazione, progetto mai andato in porto) un’imposta straordinaria sui
“sovrapprofitti” realizzati dall’industria bellica. Nel corso dell’anno in cui restò al potere diede ancora una volta prova
della sua grande energia: i risultati più importanti si ebbero in politica estera, imboccando l’unica strada possibile per
risolvere la questione adriatica: un negoziato diretto con la Jugoslavia, che si concluse con la firma del trattato di
Rapallo, che prevedeva la cessione della Dalmazia alla Jugoslavia, salvo la città di Zara che rimase italiana, il
mantenimento di Trieste, Gorizia e di tutta l’Istria, mentre Fiume era dichiarata, con non poche opposizioni, città

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libera. Le difficoltà maggiori si ebbero in politica interna, dove il governo impose, nonostante le proteste, la
liberalizzazione del prezzo del pane, e avviò il risanamento del bilancio statale. Il progetto che però fallì più di tutti fu
quello del tentativo di ridimensionare le spinte rivoluzionarie del movimento operaio, accogliendone in parte le istanze
di riforma. Il popolo era scontento: socialisti su posizioni differenti e popolari troppo forti per piegarsi, portarono
all’occupazione delle fabbriche, dovuta all’agitazione dei metalmeccanici. Da una parte c’erano gli industriale che si
erano fatti forti con l’industria bellica, mentre dall’altro c’erano i sindacati aderenti alla Cgl (come la Fiom), che
avevano però visto svilupparsi anche consigli di fabbrica: organismi eletti direttamente dai lavoratori e ispirati
all’Ordine nuovo torinese. Anche se il movimento occupò in breve tutte le fabbriche metallurgiche, non seppe andare
al di fuori di esse. Fu allora la volta dei dirigenti della Cgl che proposero di prendere loro il controllo economico,
tramite il controllo sindacale sulle aziende. Giolitti li appoggiò e diede a una commissione paritetica l’incarico di
elaborare un progetto per il controllo sindacale. Se da una parte gli operai poteva dirsi della vittoria sindacale,
dall’altro c’era un’ala riformista della Cgl che accusava i dirigenti di essersi svenduti, di aver svenduto la rivoluzione
per un accordo sindacale. A queste si aggiunsero le caratteristiche necessarie per entrare nell’Internazionale
comunista, come il fatto di assumere il nome di Partito comunista e l’espulsione degli elementi riformisti e centristi,
che non erano affatto ben viste. Nel 1921 a Livorno si tenne un congresso nel quale, i riformisti non furono espulsi,
ma fu la minoranza di sinistra a lasciare il Psi per dar vita al Partito comunista d’Italia, ispirato fortemente a quello di
Lenin.

17.6. Il fascismo agrario e le elezioni del ’21


L’occupazione delle fabbriche e la scissione di Livorno, decretarono la fine del biennio rosso. La classe operaia
accusava ora i colpi della lotta precedente, primo fra tutti quello della disoccupazione, al quale seguì uno sviluppo
improvviso del fascismo agrario. Quest’ultimo però cambiò, accantonò infatti il programma radical-democratico per
lasciare spazio a strutture paramilitari (squadre d’azione) e puntare a una lotta spietata verso il movimento socialista.
Questa situazione va ricollegata alle campagne padane, dove si sviluppò il fascismo agricolo, zone in cui la presenza
delle leghe rosse era forte. Esse in due anni di scioperi, tra cui quello famoso di Bologna, ottennero grossi vantaggi sui
salari, controllavano il mercato del lavoro, una fitta rete di cooperative e anche buona parte delle amministrazioni
comunali. Questo sistema, apparentemente privo di autorità, nascondeva grossi problemi: primo tra tutti il contrasto
tra la difesa dei salariati senza terra e gli interessi delle categorie intermedie, come i mezzadri, che aspiravano a
diventare proprietari. L’atto di nascita del fascismo agrario venne individuato nei fatti di Palazzo d’Accursio, a
Bologna, nel 1920, quando i fascisti si mobilitarono per impedire la nuova amministrazione comunale socialista. Vi
furono scontri e sparatorie, da entrambe le parti. I proprietari terrieri scoprirono nei Fasci lo strumento necessario per
combattere le leghe, infatti si aggiunsero presto nuove reclute, tra cui dei piccolo borghesi. Il fenomeno dello
squadrismo dilagò in tutte le province italiane, arrivando addirittura fino in Puglia. Obiettivo delle spedizioni fasciste
erano i municipi e le camere del lavoro, sedi delle leghe. Molte leghe si dimisero, altre vennero addirittura sciolte. Il
movimento operaio nel 1921-22 si trovò a combattere una lotta impari contro il nemico, che aveva il sostegno della
classe dirigente e degli apparati statali. Nelle elezioni del maggio del ’21, furono favoriti i candidati fascisti nei
cosiddetti blocchi nazionali, cioè nelle liste di coalizione in cui i gruppi costituzionali si unirono per impedire
l’affermazione dei partiti di massa. I fascisti ottennero così l’appoggio della classe dirigente, senza dover rinunciare ai
loro metodi illegali. Tuttavia, i socialisti non subirono grosse perdite, i popolari si rafforzarono e i liberal-democratici
non ottennero la maggioranza parlamentare ma l’ingresso alla camera di 35 fascisti.

17.7. L’agonia dello Stato liberale


Il successore di Giolitti fu l’ex socialista, Bonomi, che tentò di porre una tregua alla guerra civile. Nel 1921 venne
firmato un patto di pacificazione tra socialisti e fascisti. Entrambi rinunciavano alla violenza, i socialisti accettavano di
sconfessare la formazione degli arditi del popolo, ossia quei gruppi militanti di sinistra che si erano organizzati
spontaneamente per opporsi allo squadrismo. Così facendo, Mussolini puntava a infiltrarsi nel gioco politico ufficiale.
I Ras però, rifiutarono questo patto di pacificazione, e arrivarono a mettere in discussione il loro leader, Mussolini, il
quale alla fine cedette e annullò l’accordo. I Ras, capi dello squadrismo, lo riconobbero come leader e trasformarono il
loro gruppo in un partito, il Partito nazionale fascista. Mentre i fascisti riscuotevano sempre più successo, al governo si
succedettero vari capi, da Giolitti a Facta. Il fascismo scagliò così la sua offensiva su due tavoli, quello della violenza
armata e quello della manovra politica, alla quale i socialisti non seppero controbattere. Il 1° agosto dichiararono anzi
uno sciopero generale legalitario, in difesa delle liberà costituzionali, i fascisti approfittarono di questa occasione per
attaccare di nuovo i socialisti, che si trovarono attaccati per ben una settimana dalle camicie nere. Il movimento
operaio era moralmente distrutto. Nel ’22, un congresso tenuto a Roma, stabilì che i rifomisti guidati da Turati, erano
pronti a lasciare il Psi per fondare il Partito socialista unitario.

17.8. La marcia su Roma

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Sbaragliato il problema del movimento operaio, per i fascisti restava però quello dello Stato. Mussolini giocò ancora
su due tavoli: da una parte avviò le trattative con tutti gli autorevoli esponenti liberali in vista di una partecipazione
fascista al governo, rassicurò la monarchia proclamando la sua avversione per la repubblica, si guadagnò le simpatie
degli industriali; dall’altra parte lasciò che l’apparato militare del fascismo si preparasse apertamente alla presa del
potere mediante un colpo di stato. Cominciò così a prendere piede il progetto di una marcia su Roma per ottenere il
potere centrale. Vittorio Emanuele III rifiutò di dichiarare lo stato di assedio, e di cedere quindi il potere alle autorità
militari, motivo per cui Mussolini marciò su Roma (30 ottobre 1922) e ottenne di essere dichiarato lui stesso
presidente del governo. Quasi nessuno si era però accorto di come quel cambio di governo stava invece per diventare
un vero e proprio regime.

17.9. Verso lo Stato autoritario


Assunta la guida del governo Mussolini alternava la linea dura con quella morbida, dalle promesse di normalizzazione
alle minacce di una seconda ondata rivoluzionaria. Nel dicembre del ’22 fu istituito il Gran consiglio de fascismo, che
aveva il compito di indicare le linee guida del programma fascista, e di servire da raccordo tra partito e governo. Le
squadre fasciste furono inquadrate nella Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, un corpo armato di partito che
aveva come scopo dichiarato quello di proteggere gli sviluppi della rivoluzione, ma che in realtà doveva limitare il
potere dei Ras. Non mancavano poi le persecuzioni fisiche agli oppositori, soprattutto comunisti, che venivano
prelevati in pieno giorno. Anche i salari continuavano a ridursi, diminuirono anche gli scioperi, visto le violente
depressioni che ne seguivano. Furono alleggerite le tasse gravanti sulle imprese, abolito il monopolio statale delle
assicurazioni sulla vita, il sevizio telefonico fu privatizzato, i licenziamenti erano in netto aumento. Con la politica
liberista di De Stefani si riuscì a pareggiare il bilancio statale, e ad aumentare la produzione agricola e industriale. Un
appoggio Mussolini lo ebbe anche da papa Pio XI e dalla chiesa, che aveva spinte sempre più conservatrici, questo
perché vedeva nei fascisti la forza necessaria per allontanare la rivoluzione socialista., e per aver restaurato il principio
di autorità. Mussolini riconobbe la missione universale della chiesa, introdusse una riforma scolastica (riforma
Gentile), che oltre che prevedere l’esame di stato al termine di ogni ciclo di studi, introduceva anche l’insegnamento
della religione. Il primo partito ad essere abolito fu il Partito popolare, e il leader Sturzo lasciò la segreteria del Ppi.
Per rafforzare la sua maggioranza, Mussolini introdusse una legge elettorale maggioritaria, la quale avvantaggiava la
lista che avesse ottenuto la maggioranza relativa, assegnandole due terzi dei seggi disponibili. Le forze antifasciste
erano però molto divise, socialisti, comunisti, popolari e liberali si presentarono con le proprie liste, motivo per cui le
liste nazionali (fascisti+cattolici conservatori) ottennero il 65% dei voti alle elezioni del 1924 (grande successo
riscosso soprattutto nel Mezzogiorno).

17.10. Il delitto Matteotti e l’Aventino


Il 10 giugno 1924, Matteotti, allora segretario del Partito socialista unitario, fu rapito a Roma da un gruppo di
squadristi, caricato su un’auto e ucciso a pugnalate. Il corpo fu trovato solo due mesi dopo, ma questo non gli impedì
di suscitare l’indignazione popolare. Dieci giorni prima di essere ucciso, Matteotti aveva pronunciato alla Camera una
durissima requisitoria contro il fascismo, denunciandole le violenze e contestando la sua validità elettorale. I giornali
antifascisti aumentarono le loro vendite, tutto il regime fasciste parve sul punto di crollare. Ma l’opposizione non era
in grado di affrontare Mussolini, né militarmente né in Parlamento. L’unica iniziativa concreta fu quella di astenersi
dal Parlamento, e di riunirsi separatamente finché non fosse stata ristabilita la legalità democratica. La secessione
dell’Aventino aveva un indubbio significato ideale, ma era priva di efficacia. I partiti aventiniani si limitarono a
coinvolgere l’opinione pubblica, il re non intervenne e i fiancheggiatori (destra e cattolici) continuavano a sostenere il
governo. Per venire incontro alla situazione politica, Mussolini accettò di dimettersi come ministro degli Interni.
L’ondata antifascista rifluì e Mussolini decise di contrattaccare, dichiarò, durante il discorso alla camera (3 gennaio
1925), infatti, chiusa la questione morale e minacciò apertamente di usare la forza sugli oppositori. L’ondata di arresti,
persecuzioni e sequestri colpì gli oppositori, la crisi Matteotti aveva quindi determinato la disfatta dei partiti
democratici, sancendo il passaggio a una dittatura.

17.11. La dittatura a viso aperto


Dopo il 1925, la decisione era con o contro il fascismo, dittatura o liberta (= morte). Molti intellettuali sentirono la
necessità di mantenersi neutrali, ma altri, come Gentile e Croce, si schierarono contro il fascismo; altri, come Gentile,
lo sostennero. Molti antifascisti furono costretti all’esilio, gli organi di stampa antifascisti furono proibiti, ma il colpo
mortale venne con il patto di Palazzo Vidoni, con cui Confindustria si impegnava a riconoscere la rappresentanza dei
lavoratori ai soli sindacati fascisti. Il fascismo avviò anche nuove leggi, per stravolgere definitivamente lo stato
liberale:
- Legge costituzionale per rafforzare i poteri del capo del governo, sia rispetto agli altri ministri, sia rispetto al parlamento
- Legge sindacale proibì lo sciopero e stabilì che solo i sindacati fascisti potevano stipulare contratti collettivi
- Furono sciolti tutti i partiti antifascisti
- Furono dichiarati decaduti i deputati aventiniani
- Fu reintrodotta la pena di morte
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- Fu istituito il Tribunale speciale per la difesa dello stato
- Introduzione della lista unica, che poteva essere approvata o respinta in blocco
- Il Gran consiglio diventò un organo di stato, dotato di prerogative importanti come preparare le liste elettorali
Le leggi fascistissime del ’26 avevano messo fine allo stato liberale dando vita a un regime a partito unico, in cui la
separazione dei poteri fu abolita e tutte le decisioni erano concentrate nelle mani di un solo uomo.

18. LA GRANDE CRISI: ECONOMIA E SOCIETA’ NEGLI ANNI ’30 (p.336-354)


18.1. Crisi e trasformazione
Alla fine degli anni ’20, sia l’Europa che il mondo intero stavano attraversando una fase di distensione: il problema
tedesco sembrava essere risolto, l’economia capitalista guidata dagli USA era in netta ripresa. Tuttavia, nel 1929
scoppiò, dapprima negli USA, una grave crisi, che ebbe effetti anche sulla politica e sulla cultura, sconvolse i vecchi
assetti europei e diede l spinta decisiva al crollo dell’Europa liberale. Si affermò il capitalismo diretto (ossia
programmato dall’alto), che portò anche uno sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa e una crescita delle classi
medie.

18.2. Gli anni dell’euforia: gli Stati Uniti prima della crisi
Durante la grande guerra gli USA avevano rinsaldato la loro posizione di primo paese produttore, ma avevano anche
concesso grandi prestiti ai loro alleati in Europa, divenendo esportatori di capitali. Il dollaro era la nuova moneta
dell’economia mondiale, che tra il ’20 e il ’21 conobbe, insieme al sistema economico in generale, un periodo di
grande prosperità. Il sistema del taylorismo favorì l’aumento della produttività, grazie alla sua razionalizzazione del
lavoro in fabbrica. Il numero dei disoccupati era però molto elevato, soprattutto a causa della disoccupazione
tecnologica: la produzione aumentava, ma quasi tutti i passaggi erano svolti dalle macchine, l’intervento dell’uomo era
quasi inutile. Andava invece crescendo per l’espansione delle funzioni organizzative e burocratiche, l’occupazione nel
settore dei servizi. Notevoli mutamenti erano evidenti anche nell’organizzazione della vita quotidiana. Gli anni ’20,
politicamente parlando, furono segnati dall’egemonia del Partito repubblicano, sostenitori di un rigido liberismo
economico e convinti che un’accumulazione delle ricchezze fosse necessario per una maggiore prosperità, i
repubblicani attuarono una politica fortemente conservatrice: ridussero le imposte dirette aumentando quelle indirette,
favorirono la crescita di grosse corporations industriali e finanziarie, non preoccupandosi del forte squilibrio
economico che divideva ancora la popolazione. Vennero poi introdotte leggi limitative dell’immigrazione, per tutelare
la popolazione, e nel sud si inasprirono i pregiudizi nei confronti della popolazione di colore, dove la setta del Ku
Klux Klan raggiunse le dimensioni di un’organizzazione di massa razzista. Nel 1920 fu anche introdotto il
proibizionismo, cioè il divieto di fabbricare e vendere bevande alcoliche, poiché l’ubriachezza era considerata un vizio
tipico dei neri e dei proletari. Non mancò lo sviluppo di ottimismo e speculazione sulla borsa di New York, dove la
speculazione era consistente, anche se basata su fondamenta assai fragili. La domanda sostenuta di beni di consumo
durevoli aveva fatto sì che nel settore industriale si formasse una capacità produttiva sproporzionata alle capacità di
assorbimento del mercato interno: possibilità limitate sia dalla particolare natura dei beni consumo sia dalla crisi del
settore agricolo. Gli USA avevano quindi aumentato le esportazioni nel vecchio continente: le economie dei due
mondi, per una questione di importazioni/esportazioni reciproche, erano ormai molto legate, motivo per cui anche
l’Europa risentì del crollo di Wall Street, 1928.

18.3. Il “grande crollo” del 1929


Il crollo della borsa di New York ebbe effetti catastrofici sul mondo intero. Il corso dei titoli a Wall Street raggiunse i
livelli più elevati all’inizio del settembre 1929, al quale seguirono alcune settimane di incertezza, periodo in cui
agirono gli speculatori per liquidare i propri pacchetti azionari per realizzare i guadagni fin allora ottenuti. Il 24
ottobre è ricordato da tutti come “giovedì nero”, giorno in cui ci furono ben 11 suicidi a NY (speculatori e agenti di
borsa): furono scambiati 13 milioni di titoli, ci fu una corsa alle vendite, la caduta del valore dei titoli fu rapida, ogni
ricchezza era andata perduta. I primi ad essere colpiti furono i ceti ricchi e benestanti, tutto il mondo ne risentì, ma il
problema principale fu che gli USA si rifiutarono di assumersi le proprie colpe, cercarono di diffondere la loro
produzione, aumentando il protezionismo, ma al tempo stesso sospesero l’erogazione di crediti all’estero. Attraverso
la contrazione degli scambi, la recessione economica si diffuse in tutto il mondo, ad eccezione dell’Urss. Le industrie
chiudevano i battenti perché prive di ordini, licenziarono i dipendenti, i lavoratori dovevano ridurre i loro consumi, il
mercato diventava sempre più asfittico. Anche il settore agricolo non fu risparmiato, i prezzi caddero ovunque:
lavoratori urbani e rurali furono colpiti da un grande stato di incertezza e sfiducia.

18.4. La crisi in Europa


Il declino delle attività produttive e la crisi finanziaria erano sempre maggiori. In Austria e in Germania si arrivò al
collasso del sistema bancario, questo preoccupò molto anche la Gran Bretagna che, esaurite le riserve della sua Banca,

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dovette sospendere la convertibilità della sterlina e la valuta inglese fu svalutata. La Gran Bretagna non era più il
banchiere del mondo. Le autorità politiche non erano affatto pronte ad affrontare la situazione, quando la crisi ebbe
inizio tutti i governi dei paesi industrializzati ritennero di potersi affidare al pareggio del bilancio. La spesa pubblica
venne tagliata e vennero imposte nuove tasse, la ripresa fu molto lenta: il rilancio produttivo si ebbe solo alla fine del
decennio grazie anche all’incremento delle spese militari. In Germania ad andare in crisi non fu soltanto il sistema
economico, ma anche quello politico, infatti il governo dei socialdemocratici fu sostituito da quello del Centro
cattolico. Anche la Francia applicò misure molto restrittive, soprattutto perché la crisi coincise con un periodo di grave
instabilità politica, durante il quale si succedettero ben 17 governi. In Gran Bretagna, il ministro laburista Mac Donald,
cercò di fronteggiare la crisi attuando un drastico taglio del sussidio dei disoccupati. Ma le Trade Unions erano
fortemente contrarie, motivo per cui Mac Donald arrivò a lasciare il suo partito, anche se una parte di essi lo seguì per
trovare un accordo con i liberali e i conservatori, che presero poi potere al governo, di cui Mac Donald divenne
presidente. La Gran Bretagna abbandonò la sterlina e adottò una politica più protezionistica, commerciando quindi
principalmente con il Commonwealth, motivo per cui riuscì per prima a uscire dalla crisi.

18.5. Roosevelt e il “New Deal”


Nel novembre 1932 si tennero le elezioni negli USA e dopo che Hoover, non solo non era riuscito a uscire dalla crisi
ma aveva creato anche un clima di forte scoraggiamento, la sconfitta fu evidente, il posto passò al deputato
democratico Roosevelt. Non aveva un programma organico da proporre ma seppe instaurare un rapporto basato sulla
comunicazione con le masse, sapeva inoltre infondergli grande speranza. Già nel suo discorso di apertura, Roosevelt
annunciò di voler iniziare il “new deal” nella politica economica e sociale, che prevedeva quindi l’interventi dello
stato nei vari processi economici. Avviò una sorta di provvedimenti come “terapia d’urto” per arrestare la crisi: il
sistema creditizio fu ristrutturato, fu svalutato il dollaro per rendere più competitive le esportazioni e promosse anche
leggi:
- Agricultural adjustment act (Aaa), che prevedeva la limitazione della produzione nel settore agricolo, assicurando premi
in denaro a coloro che avessero ridotto le coltivazioni e gli allevamenti.
- National industrial recovery act (Nira), che imponeva tasse operanti nei vari settori dei codici di comportamento, volti a
evitare le conseguenze di una concorrenza troppo accanita, ma anche a tutelare i diritti e i salari dei lavoratori.
- Tennessee valley authority (Tva), un ente che aveva il compito di sfruttare le risorse idroelettriche del bacino del
Tennessee, producendo energia a buon mercato a vantaggio degli agricoltori, ed era anche impegnato nell’opera di
sistemazione del territorio e di conservazione della natura.
Le contraddizioni erano però molte, nonostante il successo che fu riscosso: i codici Nira per esempio, suscitavano
molte perplessità nei piccoli e nei medi operatori, mentre la riduzione prevista per l’Aaa arrestò i prezzi, ma causò
l’espulsione di moltissimi contadini dalle campagne, senza aver più alcun lavoro. Il governo varò così nuovi
programmi in grado di fornire lavoro ai disoccupati, e allargò anche il flusso della spesa pubblica. L’azione del
governo si intensificò anche per quanto riguarda le riforme sociali: si concesse infatti ai lavoratori la possibilità della
contrattazione collettiva. Persino la corte suprema cercò di fermare le riforme di Roosevelt (almeno alcune), dato che
anche se da un lato smentiva i dogmi liberisti, dall’altra non riuscì a ridare slancio all’iniziativa economica dei privati.
Fu solo durante la seconda guerra mondiale che ebbe un nuovo sviluppo e una piena occupazione, grazie allo sviluppo
della produzione bellica.

18.6. Il nuovo ruolo dello Stato


L’intervento pubblico nell’economia dei singoli stati fu necessario per uscire dalla crisi, dall’intensificazione delle
tradizionali misure di sostegno esterno alle attività produttive si passò alle radicali misure di controllo, e alla fine
all’intervento vero e proprio dello stato nella vita economica. La grande trasformazione attraversata dal capitalismo
rimase comunque un fenomeno interno al sistema. I sistemi del capitalismo liberale furono sostituiti da quelli del
capitalismo diretto, che comportava alcune limitazioni alle scelte dei privati. Il primo e più importante sforzo di
sistemazione teorica delle trasformazioni in corso, giunse nel 1936 con l’opera dell’economista inglese Keynes,
quando venne un cambiamento importante nella storia della scienza economica, che era distinto per la sua critica
all’osservanza dogmatica dei principi del liberismo. Con questa crisi si è smentito il fatto che il mercato tende a
produrre spontaneamente l’equilibrio tra domanda e offerta per raggiungere la piena occupazione delle unità di lavoro
disponibili. Keynes criticò tutte le politiche deflazionistiche che, riducendo il potere d’acquisto dei privati mediante il
contenimento della spesa pubblica e la restrizione del credito, aggravavano le difficoltà della domanda. Attribuì allo
Stato il compito di accrescere il volume della domanda manovrando in senso espansivo la spesa pubblica. Condizione
necessaria era però l’abbandono del mito del bilancio in pareggio: la spesa pubblica poteva essere finanziata anche col
ricorso ai deficit di bilancio e con l’aumento della quantità di moneta in circolazione. Le linee proposte
dall’economista Keynes, simili a quelle di Roosevelt, sarebbero poi state proposte in tutti gli stati.

18.7. I nuovi consumi


Nonostante il generale impoverimento, dopo il 1929, si affermarono anche nuovi modelli di consumo: la popolazione
urbana non smise mai di accrescere, così come fu lo stesso per il settore edilizio (che ebbe grossi miglioramenti sulla
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qualità della vita). Importanti furono l’introduzione di acqua corrente, elettricità, trasporti pubblici e motorizzazione
privata. Migliori erano anche le retribuzioni e anche i risparmi. Negli anni ’30 si diffusero anche i consumi di massa,
anche se in forma ridotta. Non mancò poi la diffusione di veicoli a motore ed elettrodomestici.

18.8. Le comunicazioni di massa


I primi apparecchi per la trasmissione del suono senza l’ausilio di fili vennero trasmessi a fine ‘800. La tecnica
radiofonica aveva fatto grossi progressi, anche se il vero salto di qualità si ebbe dopo la guerra, dato che la radio
divenne un mezzo di comunicazione di informazione di svago, vennero anche tramessi i primi programmi radiofonici
e crebbe notevolmente la vendita di questi apparecchi, soprattutto in Inghilterra. I notiziari radiofonici erano molto
apprezzati, soprattutto perché erano più tempestivi dei giornali e non richiedevano grandi abilità se non quella
dell’ascolto. Per recuperare un po’ di profitti, si iniziarono a distribuire anche riviste stampate, che erano accessibili a
un pubblico più ampio. Si sviluppò anche un altro mezzo di comunicazione, che era quello del cinema, usato sia per
proporre nuovi modelli di vita che per fare della vera e propria propaganda, oltre che a quella implicita.

18.9. La scienza e la guerra


Il boom delle comunicazioni di massa portò anche a un conseguente sviluppo della tecnologia, che non poté non
coinvolgere il campo bellico. Molto importanti furono le scoperte fatte dai fisici circa gli studi e gli esperimenti sul
nucleo dell’atomo: scoprendo che la scissione poteva essere provocata artificialmente, e che era quindi possibile
liberare grandi quantità di energia, si arrivò alla creazione di un’arma estremamente potente. Solo nel 1942, l’italiano
Enrico Fermi, insieme al suo equipe realizzò il primo reattore nucleare. La corsa alla costruzione della bomba atomica
fu rapida e dalle conseguenze disastrose. Non mancarono importanti sviluppi nella tecnica aviatoria, dove i voli
divennero più rapidi e più sicuri. Gli aerei venivano usati sia in guerra, sia per il trasporto dei civili (anche se era
molto costoso). L’aeronautica militare svolse un ruolo decisivo nella seconda guerra mondiale.

18.10. La cultura della crisi


Le maggiori scuole di pensiero sorte dopo la crisi furono: neopositivismo, esistenzialismo, spiritualismo cattolico e
fenomenologia, tutte molto diverse e non influenzabili l’un l’altra. In letteratura si ebbe una rottura con i canoni
classici e con il conseguente sviluppo delle avanguardie. Non mancarono le nuove correnti artistiche, come il
surrealismo. Il romanzo borghese andò in crisi per lasciare spazio alle rappresentazioni dei problemi dell’uomo, che
consistevano in una generale rottura con gli ideali borghesi. Molti intellettuali restarono imparziali mentre altri
preferirono far sentire la loro voce. In Germania, con l’avvio del totalitarismo, molti dovettero emigrare, intellettuali e
non, soprattutto ebrei, molti scelsero proprio gli USA, culla del liberalismo, ideologico e culturale. Il centro culturale
si stava quindi spostando oltreoceano.

19. L’ETA DEI TOTALITARISMI


19.1. L’eclissi della democrazia
Nel corso degli anni ’30, la democrazia europea aveva subito una netta ricaduta: tra i problemi principali di questo
periodo c’erano senza dubbio la grande crisi e i successi del nazismo in Germania, che portarono l’opinione pubblica a
ritenere che la democrazia non rappresentava più una valida difesa per i cittadini. Ormai si temeva che le alternative
possibili fossero o il comunismo sovietico o i regimi autoritari. Questi ultimi in questo periodo riscuotevano un buon
successo: era una delle loro caratteristiche quella di proporsi come artefici di una rivoluzione in grado di dare un
nuovo assetto politico e sociale. Sul piano dell’organizzazione politica, il fascismo prevedeva di riunire tutto il potere
nelle mani di una sola persona, e di controllare sia l’informazione che la cultura. Sul piano economico e sociale, i
fascismi (= governi autoritari che si affermano in questo periodo) si vantavano di aver creato una terza alternativa (a
metà tra comunismo e capitalismo), anche se di fatto non prese mai corpo perché significava soppressione della
dialettica sindacale e un rafforzamento nell’intervento statale in economia. Questo progetto fu ben visto dagli strati
sociali intermedi, mentre quelli popolari si trovarono costretti ad accettare i nuovi regimi e la classe borghese era più
propensa ad accettare visto i benefici che ne ricavava. A tutti faceva poi piacere il fatto di appartenere a una comunità,
anche se non erano ancora chiare le successive conseguenze, questo perché non si rendevano ancora conto del
processo di massificazione che in realtà era in atto. Se da un lato si cercano di evitare l’omologazione del sistema di
massa, dall’altro era evidente come certi suoi aspetti venivano esaltati. I fascismi seppero capire a fondo le realtà in
cui viveva la società di massa e, riuscendo a controllare anche i suoi meccanismi, era in grado di inserirsi al suo
interno senza che nemmeno si accorgessero di come stessero entrando nel regime totalitarista.

19.2. La crisi della Repubblica di Weimar e l’avvento del nazismo


Nel novembre 1923, dopo essere uscito di prigione, Hitler era un uomo politico di secondo piano, capo di una piccola
organizzazione, chiamata Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi, a metà tra uno paramilitare e uno
nazionalista. Hitler, di origini austriache, ebbe il compito di formare il governo nel gennaio 1933, in seguito all’uscita
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dalla grande crisi. Il partito nazionalsocialista (= nazista) aveva, fino al ’29, pochi seguaci, perché usava
sistematicamente la violenza contro gli avversari politici, e faceva ricorso alle SA (= reparti d’assalto). Anche se di
fatto Hitler aveva rinunciato, dopo il fallito attacco a Monaco, ad alcune sue rivendicazioni, non era intenzionato a
“sistemare” le dure condizioni che derivarono dal trattato di Versailles. I suoi progetti vennero chiaramente esposti nel
Mein Kampf, dove professava tra i suoi cardini il razzismo e il nazionalismo. Fin da giovane credeva nell’esistenza di
una razza superiore, quella ariana, che si era “inquinata” con le razze inferiori”. Per lui gli unici ariani erano i popoli
del nord, soprattutto i tedeschi che avrebbero dovuto conquistare e dominare il mondo. Per realizzare questo proposito
era necessario schiacciare i nemici interni, in primis gli ebrei, che non avendo un posto loro occupavano quello dei
tedeschi. Loro sarebbero il simbolo della disfatta del capitale finanziario e della decadenza della civiltà europea.
L’unico modo per rimediare a questa situazione era ottenere il proprio spazio vitale, espandendosi verso oriente a
danno dei popoli slavi che erano considerati anch’essi popoli minori. I tedeschi ottennero nel giro di poco tempo la
maggioranza, dato che i cattolici di destra non esitarono a rifiutare la repubblica visto lo stato in cui si stava riducendo,
mentre la sinistra stava iniziando a rinnegare la classe dirigente della socialdemocrazia per poter finalmente realizzare
la rivoluzione. Hitler offriva a tutte le classi sociali una scappatoia alla terribile condizione in cui stavano vivendo,
proposte sicuramente molto allettanti vista la situazione. L’agonia della repubblica di Weimar iniziò nel 1930: i partiti
favorevoli alla repubblica subirono grosse sconfitte, mentre i nazisti ebbero un grosso incremento. Due anni dopo si
raggiunse l’apice, mentre la disoccupazione dilagava, i nazisti ingrossavano le loro fila e riempivano piazze con
comizi e cortei. Gli scontri tra comunisti e nazisti sfociavano nel sangue, violenza e morti andavano di pari passo con
il crollo politico. Nel marzo 1932 si iniziò a tentare di sbarrare la strada a Hitler, anche se si riuscì a batterlo nelle
elezioni, in seguito a numerose pressioni militari, Hitler ottenne di essere convocato dal presidente della repubblica
(30 gennaio 1933) poiché il partito nazista era il primo tedesco e non si credeva di poter governare senza il suo
appoggio e accettò di capeggiare il governo anche se la maggioranza spettava ancora alla destra conservatrice e
tradizionale.

19.3. Il consolidamento del potere di Hitler


Per ottenere quello che Mussolini ottenne in 4 anni, a Hitler bastarono pochi mesi. L’occasione per poter abusare della
violenza, gli fu offerta da un comunista olandese che appiccò il fuoco al parlamento, con questa scusa Hitler iniziò la
sua campagna di persecuzioni contro i comunisti, grazie all’aiuto della polizia. Prese delle vere e proprie misure
speciali che gli permisero di limitare sia il diritto di stampa che di riunione. Alle elezioni successive Hitler non ottenne
la maggioranza ma riuscì a far passare, visti tutti i supporti che godeva in parlamento, una legge che prevedeva
l’abolizione del parlamento, e il conseguente passaggio di tutti i poteri al governo, compreso quello di poter
modificare la costituzione. Nel 1933. La Spd fu sciolta definitivamente, con l’accusa di alto tradimento, e questo
significava che il partito operaio, che da sempre lottava con molta determinazione, era stato sconfitto. A breve furono
resi illegali tutti i partiti: alcuni furono sciolti, altri diedero le dimissioni, come risultato il partito nazionalsocialista
finì con l’essere l’unico riconosciuto. Nonostante avesse risolto abbastanza rapidamente il problema della politica
interna, restavano ancora due questioni da sistemare: una era quella degli estremisti nazisti, che volevano a tutti i costi
avviare una seconda ondata di rivoluzione e quindi di terrore, e anche la destra cattolica, che cercava ancora in tutti i
modi di opporsi per tentare di frenare la rapida ascesa dei nazisti. Hitler, che già da qualche anno temeva le SA (≠ SS,
squadre di difesa), decise di risolvere il problema nel modo più drastico possibile: avvenne quella che tutti
ricorderanno come la “notte dei lunghi coltelli”, in cui Hitler commise un vero e proprio colpo di mano, che, dopo
aver ucciso sia il capo Rohn della SA sia i suoi rappresentanti, lo portò ad ottenere le cariche di cancelliere e di capo
dello stato. Hitler aveva in sé tutti i poteri e nel febbraio del ’38 assunse personalmente il comando delle forze armate.

19.4. Il Terzo Reich


Con l’assunzione della presidenza, da parte di Hitler, scomparvero tutte le tracce repubblicane, per lasciare spazio al
Terzo Reich: il capo non era soltanto colui al quale spettavano le decisioni più importanti, ma anche colui che era la
fonte suprema del diritto, il rapporto tra capo e popolo doveva essere diretto senza alcuna mediazione. Esisteva solo
l’organo unico e gli organi ad esso collegati, come per esempio il Fronte del lavoro, che sostituiva i disciolti sindacati,
che aveva il compito di unificare i cittadini contro la razza inferiore, ovvero gli ebrei. Essi erano in netta minoranza,
tuttavia occupavano posizioni alte nella scala sociale, avevano lavori ben retribuiti e spesso per questo venivano
considerati degli usurai. La discriminazione verso questa popolazione cresceva molto in fretta: dapprima furono
passate le leggi di Norimberga, 1935, che tolsero agli ebrei i diritti conquistati e vietarono i matrimoni misti. Ci fu
un’emarginazione dalla vita sociale, seguita da vere e proprie violenze, come la “notte dei cristalli” (9-10 novembre
1938), nella quale i negozi ebrei vennero completamente distrutti. Molte erano le minacce e le percosse rivolte a loro
ogni girono, fin quando Hitler non realizzò che l’unica soluzione possibile era la deportazione di massa e la
conseguente sterminazione di tutti gli ebrei. Per “difendere la razza” si arrivò a compiere atroci sterilizzazioni sui
malati e vennero anche soppressi i malati di mente.

19.5. Repressione e consenso nel regime nazista

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Mentre i comunisti erano stati quasi del tutto sconfitti, i socialdemocratici, impreparati a una battaglia simile, finirono
col emigrare. Per quanto riguarda i cattolici, se in un primo momento accettarono il nazismo, dato che gli permise di
praticare liberamente la loro religione, quando salì al soglio pontificio Pio XI, che iniziò a rifiutare sistematicamente le
pratiche naziste, considerate eccessive e pagane, il governo nazista sconfessò il cattolicesimo. Anche la chiesa
protestante finì con il piegarsi, anche se una piccola minoranza si oppose, motivo per cui finì coll’essere perseguitata.
L’opposizione conservatrice era una delle più forti, ciò non toglie che Hitler usò anche con lei politiche molto severe e
molto repressive. Seppure fosse il regime totalitario più severo mai visto prima, riscosse decisamente molto successo,
per diverse ragioni:
1. Abilità di Hitler in politica estera -> stimolò l’orgoglio patriottico dei tedeschi
2. Riportò la Germania ad essere una potenza nella politica europea
3. Grazie a lui si ebbe una notevole ripresa economica
4. Molti lavori pubblici andarono in porto, come la costruzione di autostrade
5. La disoccupazione divenne solo un brutto ricordo
6. Vennero incoraggiate le iniziative private
7. Vennero istituite leggi per tutelare la piccola e media proprietà terriera
8. I lavoratori videro i loro stipendi aumentare, così come il loro benessere, mentre il costo della vita diminuiva
9. Fondò il mito di come fosse in grado di liberare le masse e gli oppressi
10. Difese e tutelò i contadini, offrendogli l’utopia di una stabile e felice situazione rurale in cui poter vivere, anche se questo
era in netto contrasto con la sua volontà di creare un impero industriale, urbano
11. Avviò una tradizione culturale basata sul legame tra terra e sangue
12. Riuscì a monopolizzare la stampa e la propaganda, un modo diretto per influenzare i cittadini e manipolarli
13. Tutti i momenti pubblici importanti erano sanciti da feste e cerimonie pubbliche, in modo da alleviare, anche se per poco,
la pesantezza in cui erano costretti a vivere
14. Religione laica: il culto cattolico, che da sempre era per molti un problema, non esisteva più

19.6. Il contagio autoritario


Il fascismo non ebbe successo solo in Italia, si diffuse infatti dapprima negli stati dell’Europa orientale, dove il
parlamento era molto debole, e le forza conservatrici potevano affermarsi, come nel caso dell’Ungheria. Qui le libertà
politiche e sindacali vennero lentamente abolite, un po’ come successe in Polonia dove si instaurò un regime
semidittatoriale. Non meno agitata era la situazione negli stati balcanici:
- In Grecia, dopo la sconfitta con la Turchia, venne abolito il regime repubblicano perché non era in grado di contrastare i
continui attacchi militari avversari
- In Bulgaria l’esperimento democratico fu interrotto da un colpo di stato militare
- In Jugoslavia c’erano numerosi conflitti tra i diversi gruppi etnici: per domare la protesta dei croati, che si sentivano
oppressi da serbi, fu messo in atto anche qui un colpo di stato
Questi regimi non erano esattamente fascisti, bensì autoritari di tipo tradizionale, sostenuti dall’esercito e dai
conservatori, e privi d una propria base di massa, molto simili a quelli che si svilupparono anche nella penisola iberica.
- Anche in Spagna fu attuato un attacco di stato, 1923, dal generale Primo de Rivera, con l’appoggio del sovrano Alfonso
XIII. Ma il regime semidittatoriale di Rivera non durò molto a causa delle forti proteste, motivo per cui dovette
dimettersi e l’anno seguente vinsero i repubblicani e i democratici, che formarono una Repubblica (di breve durata e
molto travagliata).
- In Portogallo furono i militari a interrompere l’esperienza della fragile democrazia parlamentare, fu l’economista
cattolico Salazar ad avviare un regime autoritario, cattolico e corporativo.
Con la vittoria di Hitler, ci fu una crisi dei regimi autoritari, anche se molti gruppi che si ispiravano a lui divennero
sempre più estremisti.
- In Austria, dove la democrazia sembrava avere radici più solide, i cristiano-sociali e i conservatori cercarono di
modificare le istituzioni in senso autoritario, scontrandosi con l’opposizione della socialdemocrazia. Ben presto però,
questi ultimi vennero messi fuori legge e a nuova costituzione era di ispirazione clericale e corporativa, molto vicina al
modello fascista.

19.7. L’Unione Sovietica e l’industrializzazione forzata


Negli anni di affermazione del fascismo, non mancavano gli stati che preferivano guardare al modello russo, dove si
affermava il socialismo a discapito del fascismo. Se i paesi, come gli USA, erano stati fortemente colpiti dalla crisi,
l’Urss, essendo stata isolata, non era affatto stata colpita dalla crisi, anzi, stava attraversando un periodo di grande
sforzo di industrializzazione. La decisione di porre fine alle Nep fu presa da Stalin, tra il ’27 e il ’28, subito dopo la
sconfitta dell’opposizione di sinistra. Quasi tutti i comunisti avevano sempre considerato la Nep come un ripiego:
aspiravano, non solo a una forte industrializzazione, ma a un deciso impulso all’industria pesante, che avrebbe fatto
diventare una grande potenza militare l’Urss. Per fare questo, lo stato doveva prendere il controllo dell’aspetto
economico, a discapito della Nep. Il primo ostacolo a questo progetto era rappresentato dai kulaki, i contadini
benestanti, accusati di arricchirsi alle spalle del popolo. Stalin prese delle misure che si rivelarono inefficaci, per
questo nel ’29, optò per un’imminente collettivizzazione del settore agricolo e addirittura per l’eliminazione dei kulaki
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come classe. Nonostante ci furono delle opposizioni, in quanto c’era chi ancora riteneva importante l’appoggio dei
contadini, Stalin diede il via alla collettivizzazione forzata, alla quale non mancarono sanguinose repressioni. Non solo
i contadini ricchi, ma tutti quelli che che si opponevano alle requisizioni e resistevano al trasferimento nelle fattorie
collettive furono ritenuti “nemici del popolo”. In migliaia furono fucilati o deportati in Siberia, chiusi in campi di
lavoro forzati. Dopo la cosiddetta “rivoluzione dall’alto”, i kulaki furono eliminati, non solo come classe sociale, ma
anche come persone fisiche. La disorganizzazione, l’inefficienza e l’opposizione dei contadini, portarono a una vera e
propria carestia. Il vero scopo della collettivizzazione era quello di favorire l’industrializzazione del paese, obiettivo
che seppure non con i mezzi migliori fu raggiunto. Questo fu possibile grazie all’enorme prelievo di ricchezza a spese
dell’intera popolazione, ma anche grazie al forte entusiasmo popolare. I cittadini erano motivati sia a livello materiale
che morale: i lavoratori che contribuivano in misura maggiore alla crescita della produzione venivano promossi e
insigniti di onorificenze. Si sviluppò così un movimento di massa basato su un rapporto competitivo, che prese il
nome di stachanovismo. Questo modello fu molto ammirato anche all’estero, visto che il paese si era risollevato nel
giro di un decennio. Tutti però, Urss compresa, sembravano ignorare i gravi danni umani e politici che erano stati
generati, si sviluppò un clima di esaltazione collettiva e al tempo stesso di dura repressione.

19.8. Lo stalinismo
Stalin riscuoteva grande successo, di venne una guida infallibile per il suo popolo: era l’autorità politica per
eccellenza. Tutto doveva ruotare attorno alla lui, ogni mezzo era buono per fare propaganda. Tutto doveva essere sotto
il suo rigido controllo, come dimostravano le forti misure di censura. Diverse furono le interpretazioni dello
stalinismo:
- Forma inedita di dispotismo industriale = scorciatoia autoritaria funzionale all’esigenza di un rapido sviluppo economico
- Deviazione di destra della rivoluzione
- Legame con la tradizione centralistica e autocratica del regime zarista
- Premesse presenti nel pensiero di Lenin
Tutte queste teorie hanno delle verità al loro interno, è inevitabile comunque, che già nel primo piano quinquennale
era evidente come la macchina del terrore avesse cominciato a funzionare. Anche se i primi ad essere colpiti furono i
contadini, nessuno fu escluso, nel 1934 iniziò il periodo delle “grandi purghe”. L’assassinio di Kirov (avvenuto per
mano dello stesso Stalin), esponente di punta del gruppo dirigente dei comunisti, fornì il pretesto per una serie di
arresti. Da quel momento presero il via una serie innumerevole di purghe, accusando tutti di essere nemici o traditori
dello stato: avvenne una vera e propria repressione poliziesca. Peggiore fu però la sorta di coloro che dovettero subire
veri e propri processi pubblici, durante i quali gli furono estorte confessioni fatte solo perché sotto tortura. Molti dei
vecchi nemici di Stalin, come Bucharin, furono così eliminati, perfino Trotzkij, esule dal ’29 in Messico, fu ucciso da
un sicario di Stalin. Nessuno fu immune alla strage di Stalin, furono colpiti anche i membri della polizia che Stalin
non riteneva adatti a tali ruoli: si conta che le vittime dello stalinismo furono 10-11 milioni di persone. Seppure tutto il
mondo Occidentale si fosse fatto una certa idea delle purghe, delle deportazioni di massa e dei processi degli anni ’30,
nessuno intervenne, principalmente per motivi politici, dato che in molti vedevano un solido alleato nell’Urss.
19.9. La crisi della sicurezza collettiva e i fronti popolari
Tra i primi interventi decisivi di Hitler, ce ne furono due, attuati in politica estera, che fecero molto scalpore: il primo
venne attuato nel 1933, quando decise di ritirare la Germania dalla conferenza internazionale di Ginevra, dove le
grandi potenze erano intente a studiare come ridurre gli armamenti, un secondo conseguente provvedimento fu quello
di ritirare la Germania dalla Società delle nazioni. Entrambe le decisioni provocarono grande allarme in tutta Europa,
persino nell’Italia fascista. Nel ’34, un gruppo di nazisti di Berlino attaccarono l’Austria, uccidendo il cancelliere e
tentando l’unificazione con la Germania: Mussolini, preoccupato, istituì subito 4 divisioni al confine italo-austriaco,
ma Hitler non era pronto per la guerra, motivo per cui fu costretto a fare marcia indietro. Meno di un anno dopo però,
Italia, Francia e Gran Bretagna, si riunirono a Stresa per esprimere il loro disappunto sul governo tedesco per ribadire
la validità del trattato di Locarno e l’indipendenza dell’Austria, ma questo fu l’ultimo momento di alleanza delle tre
grandi potenze, dato che da quando l’Italia attaccò l’Etiopia ruppe il fronte Stresa e trovò un alleato nella Germania.
Nel settembre del ’34 si ebbe una svolta anche per l’Urss che finora era rimasta lontana anche dal trattato di
Versailles, ma poiché Hitler era sempre stato molto chiaro con i suoi progetti inerenti lo stato russo, decise di entrare a
fare parte della Società delle nazioni e di stringere un’alleanza militare con la Francia. Questa nuova decisione porto lo
stato Occidentale a schierarsi contro il fascismo, diventato improvvisamente il primo pericolo. I partiti comunisti
dovettero così ricercare un’alleanza sia negli operai che nelle forze democratico-borghesi, che presero il nome di
“fronti popolari”. In tutti i paesi era evidente questa nuova alleanza, soprattutto in Francia, quando fu avviata una
marcia sul Parlamento per evitare un governo di estrema destra: fu questa la svolta che avrebbe portato ai patti di unità
d’azione tra socialisti e comunisti. Questa nuova alleanza tuttavia, non fermò l’Italia dall’attacca l’Etiopia, e Hitler dal
violare un’altra clausola del trattato di Versailles, che prevedeva il rientro delle truppe tedesche nell’ormai
smilitarizzata Renania. Nelle elezioni seguenti, i socialisti, in seguito alle loro nuove alleanze, trovarono la vittoria, sia
in Spagna che in Francia (governo Bloom) dove grazie agli accordi di Palazzo Matignon, ottennero anche la riduzione
della settimana lavorativa a 40 ore e la concessione di 15 giorni di ferie pagati. Questi accordi tuttavia, crearono anche
grosse difficoltà nell’economia francese che non si era ancora ripresa del tutto dalla grande depressione. L’aumento
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dei prezzi portò a un rapido incremento inflazionistico, con conseguente fuga di capitali all’estero. Per questo motivo
già nel ’38 l’esperienza del Fronte popolare al governo poteva dirsi conclusa.

19.10. La guerra civile in Spagna


Tra il 1936 e il ’39, mentre in Francia si consumava l’esperienza del Fronte popolare, in Spagna ci fu una terribile
guerra civile: un vero e proprio scontro tra democrazia e fascismo. Le origini sono però nazionali, legate a contrasti
nati già agli inizi degli anni ’30. Dopo la fine della dittatura di Primo De Rivera, la Spagna aveva attraversato un
periodo di grave instabilità economia e sociale, che aveva visto succedersi un fallito colpo di stato militare e una
sanguinosa insurrezione anarchica, gravemente repressa. A questo si aggiungeva il fatto che la Spagna era un paese
molto arretrato, basato sull’agricoltura, fortemente legato alle tradizioni. La Spagna era l’unico paese al mondo in cui
la maggior centrale sindacale (Cnt) fosse ancora controllata dagli anarchici. Inoltre, il 40% delle terre coltivate erano
sotto il dominio dell’aristocrazia terriera, che era strettamente legata alla Chiesa. Nel febbraio del ’36, le sinistre si
allearono nel Fronte popolare e si insediarono alle elezioni politiche. Le masse proletarie vissero la vittoria come
inizio di una rivoluzione sociale: un’autentica esplosione di collera popolare si rivolse contro i grandi proprietari, i
nobili conservatori e il clero cattolico. La reazione della vecchia classe dominante si espresse con la violenza
squadristica messa in atto dai gruppi fascisti della Falange. Iniziata nel luglio del ’36, la ribellione ebbe il suo punto di
forza nelle truppe coloniali di stanza nel Marocco spagnolo e fu organizzata da una giunta di cinque generali: fra essi
Francisco Franco, nel ruolo di capo degli insorti. I ribelli assunsero inizialmente il controllo della Spagna: le prime
fasi dello scontro parvero però favorevoli al governo repubblicano che, grazie all’appoggio popolare e all’aiuto delle
forze armate, poté mantenere il controllo delle zone più ricche ed industrializzate. Ciò che fece avvantaggiare Franco,
furono i comportamenti delle Grandi potenze europee. Mentre Mussolini e Hitler (che voleva sperimentare la forza
dell’aviazione tedesca) mandarono un grande contingente in aiuto dei fascisti, le potenze europee democratiche non
mandarono alcun aiuto. L’Inghilterra si mantenne neutrale, mentre i francesi dl Fronte popolare non vollero
immischiarsi. L’unico a dare un valido aiuto fu l’Urss, che non solo inviò un rifornimento di armamenti ma avviò
anche la formazione di Brigate internazionali: reparti volontari composti in buona parte da comunisti e antifascisti,
come Hemingway, Orwell, non mancarono poi gli italiani sollecitati da Rosselli. L’intervento ebbe grossi successi,
non tanto militari (anche se in parte non mancarono), ma principalmente morali. Tuttavia, le grandi divisioni interne
tra i popolari erano sempre più forti, soprattutto quelle contro gli anarchici, mentre dall’altra parte Franco acquisiva
sempre un maggiore appoggio: dalle gerarchie ecclesiastiche, dall’aristocrazia terriera, dalla borghesia moderata, che
riuniva tutte le destre nella cosiddetta Falange nazionalista. Nella primavera del ’37, gli anarchici arrivarono a
scontrarsi con i comunisti del regolare esercito repubblicano, a Barcellona. Questi ultimi adottarono un regime simile
a quello di Stalin, che portò alla scomparsa di un intero partito anarchico. La distrutta dei repubblicani era ormai
vicina, sancita definitivamente nel ’38, quando i nazionalisti divisero Madrid dalla Catalogna. All’inizio del ’39, i
nazionalisti sferrarono l’offensiva finale che si concluse con la caduta di Madrid. Tre anni di guerra portarono a
500.000 morti (accertati), 300.000 emigrati politici e una situazione economica a dir poco disastrosa. Rappresentò un
po’ l’anteprima del secondo conflitto mondiale, non solo per la guerra in senso “ideologico”, quanto per l’uso di
metodi e tecniche (bombardamenti in centri abitati, rappresaglie e rastrellamenti) che si sarebbero manifestati poi, su
scala più ampia, in tutta Europa.

19.11. L’Europa verso la catastrofe


Il fatto che Gran Bretagna e Francia rimasero ferme a guardare, senza dare il loro aiuto, fece accelerare il programma
di Hitler, che prevedeva prima la distruzione dell’assetto europeo uscito da Versailles, con la riunione di tutti i
tedeschi in un unico “grande Reich”, poi l’espansione verso est ai danni della Russia. Anche Hitler, per quanto
contraddittorio, ha sperato fino all’ultimo di poter ottenere ciò che voleva senza dover ricorrere all’uso delle armi,
soprattutto visto che in Inghilterra c’era Chamberlain, con la sua politica dell’appeasement: che prevedeva sia di
sostenere Hitler nelle sue richieste più ragionevoli, sia in qualche modo di ripagarlo da ciò che aveva subito con il
trattato di Versailles. Questa politica, seppure apertamente pacifista, era impossibile da attuare dato che non c’erano
richieste ragionevoli di Hitler. La più coerente opposizione inglese venne da una minoranza conservatrice, che faceva
capo a Churcill, secondo i quali l’unico modo per fermare Hitler era quello di opporsi a tutte le sue pretese, anche
rischiando di scatenare la guerra. La situazione della Francia era molto critica: il paese non voleva che si scatenasse
una nuova guerra viste le gravi perdite della precedente. La paura era maggiore nei confronti della Germania che non
della Gran Bretagna, così la Francia adottò una politica timida e oscillante, subalterna a quella della Gran Bretagna. Il
primo successo, Hitler lo ottenne nel ’38 con l’adesione al Reich tedesco dell’Austria (Anschluss). A questa decisione
non si opposero né la Gran Bretagna, né l’Italia. Dopo una prima vittoria, Hitler puntava a una nuova rivendicazione
fondata su motivi etnici: quella riguardante i sudeti, ovvero i 3 milioni di tedeschi che vivevano entro i confini della
Cecoslovacchia. Seppure inizialmente il governo ceco sembrava accettare alcune dure condizioni di Hitler, presto si
rese conto che lo scopo era quello di distruggere lo stato: uno stato democratico, industrializzato, abbastanza forte
militarmente e legato da trattati di alleanza con Francia e Urss. Ma quest’ultima sarebbe intervenuta solo a farlo

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sarebbe stata anche la Francia, legata alla Gran Bretagna, la quale sembrava disposta ad assecondare “l’ultima
richiesta” di Hitler. Poco prima dello scoppio della guerra, Hitler decise di accettare l’incontro con le grandi potenze
(Urss esclusa), tenuto a Monaco nel settembre del ’38, dove Inghilterra e Francia si dimostrarono favorevoli, come
l’Italia, al progetto di Hitler. L’accordo, che prevedeva anche la definitiva annessione della Cecoslovacchia, era solo
l’inizio del grande conflitto che a breve sarebbe scoppiato.

20. L’ITALIA FASCISTA


20.1. Il totalitarismo imperfetto
A metà degli anni ’20, mentre in Germania si stava ancora affermando il nazismo, in Italia era già avviato uno stato
totalitario: le adunate di cittadini in uniforme, le campagne propagandistiche orchestrate dell’autorità, la parola capo
oggetto di un vero e proprio culto. Caratteristica del regime era la sovrapposizione di due strutture e di due gerarchie
parallele: quella dello stato monarchico (vecchio stampo) e quella del partito con le sue numerose ramificazioni. Il
punto di unione tra le due strutture è rappresentato dal Gran consiglio del fascismo, organo di partito dotato anche di
importanti funzioni costituzionali. Al di sopra di tutti c’era la figura di Mussolini, capo del governo e duce del
fascismo. In Italia il ruolo dello stato si mantenne sempre, soprattutto tramite l’intervento dei prefetti. A controllare
l’ordine pubblico e a reprimere il dissenso era invece la polizia di stato, mentre la Milizia aveva un compito ausiliario.
Il partito fascista continuò ad aumentare la sua presenza nella società civile. Mentre l’iscrizione non era più per l’elite,
ma era quasi un obbligo, una funzione importante venne svolta dal alcune organizzazioni “collaterali” al partito: come
l’Opera nazionale dopolavoro (che si occupava del tempo libero dei cittadini), o il Comitato olimpico nazionale, o
ancora le organizzazioni giovanili come i Fasci giovanili o i Gruppi universali fascisti, nate per diffondere il fascismo
anche tra i ragazzi. L’ostacolo maggiore era rappresentato dalla Chiesa: consapevole della situazione religiosa,
Mussolini aveva cercato un accordo con la Chiesa che fu siglato nel febbraio del ’29, quando vennero stipulati i patti
lateranensi, che si articolavano in tre parti distinte:
1. Trattato internazionale con cui la Chiesa riconosceva l’autorità dello stato e quest’ultimo le riconosceva la sovranità sullo
stato del Vaticano
2. Una convenzione finanziaria, con cui lo stato si impegnava a pagare il papa di una forte indennità per la perdita dello
stato della Chiesa
3. Un concordato che regolava i rapporti interni tra la Chiesa e lo Stato: i preti erano esonerati dal servizio militare,
l0insegnamento cattolico era alla base dell’istruzione, i preti spretati erano esclusi dagli uffici pubblici…
Questi patti ebbero un grosso successo propagandistico, Mussolini riscuoteva sempre maggiore successo, infatti nelle
prime elezioni plebiscitarie, nel marzo del ’29, si registrò un afflusso alle urne senza precedenti, la maggioranza era
chiaramente favorevole al regime fascista. Mentre lo stato ottenne da questi accordi risultati immediati, la chiesa li
ottenne più duraturi, riscuoteva inoltre grande successo nell’area di maggiore interessa per i nazisti, quella giovanile.
Oltre alla chiesa, anche lo stato monarchico rappresentava un ulteriore ostacolo per il fascismo: il re restava comunque
la più alta carica dello stato (non come in Germania, dove invece era Hitler). A lui spettava il controllo delle forze
armate, la scelta dei senatori e il diritto di nomina e di revoca del capo del governo.

20.2. Il regime e il paese


L’Italia ruotava ormai intorno al fascismo, e grazie alla propaganda questo aveva raggiunto ogni ambito. Diverse
furono le conseguenze a questa nuova tendenza: maggiore urbanizzazione, aumentarono i lavoratori dell’industria a
discapito dei contadini, si era sviluppato il commercio e i servizi della pubblica amministrazione, ma nonostante questi
cambiamenti, alla vigilia della seconda guerra mondiale, l’Italia poteva considerarsi ancora un paese fortemente
arretrato. L’arretratezza economica e civile della società era tuttavia in linea con la tendenza fascista orientata a una
tradizione conservatrice, che spingeva i cittadini a fare ritorno alle campagne, anziché favorire l’urbanizzazione.
Vennero esaltati, anche per volere della chiesa, il matrimonio e la famiglia, i quali vennero incoraggiati tramite
assegni familiari e nuove assunzioni per il padre famiglia. Sempre per questi motivi, il regime ostacolò il lavoro delle
donne e la loro emancipazione. Anche le donne avevano le loro organizzazioni, come i Fasci femminili o le piccole
italiane, che però erano strettamente legate a virtù domestiche. Se da un lato c’erano tutte queste conservatrici,
dall’altra c’era però la voglia di creare un “uomo nuovo”, un sistema totalitario moderno, affinché l’uomo fosse
inserito nelle strutture del regime, anche se tutto ciò, vista l’arretratezza, non era facile. Mancavano parecchie risorse,
e non bastava certo una Carta del lavoro in cui si parlava di uguaglianza giuridica tra imprenditori e prestatori d’opera
a sistemare la situazione. I salari diminuirono, e i successi erano legati alla media e piccola borghesia, i quali
sentivano più di tutti l’entusiasmo e la carica del fascismo (perché favoriti dalle scelte economiche del regime). Anche
l’alta borghesia ne fu esclusa, motivo per cui le strutture sociali non furono del tutto stravolte.

20.3. Cultura, scuola, comunicazione di massa


Capendo fin dal principio quanto le motivazioni culturali e ideologiche fossero importanti, il fascismo si dedicò con
grande interesse al mondo della cultura e della scuola. La riforma Gentile, nel 1923, aveva già rivoluzionato la scuola,
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ispirandosi ai principi della pedagogia idealistica, che cercava di accentuare la severità degli studi e sanciva il primato
delle discipline umanistiche su quelle tecniche. Una volta consolidato il regime, ci si preoccupò di fascistizzare
l’istruzione, attraverso un forte controllo su insegnanti e libri (introduzione dei libri unici per le elementari). Non ci
furono grandi opposizioni a queste novità, forse perché, nonostante gli ordini, molti insegnanti proseguirono di fatto
con il loro metodo. L’università aveva maggiori libertà, ciò nonostante non le usò per contestare il regime anzi, tutti i
docenti erano sottoposti al giuramento di fedeltà al regime. Molti aderirono per reale interesse, altri semplicemente per
fare il loro lavoro e ricevere gratifiche materiali, altri ancora si opposero. Per quanto riguarda i mezzi di
comunicazione di massa la situazione era diversa: la stampa politica si intensificò, così come aumentarono le censure
e la sorveglianza di stampa, gestita direttamente da Mussolini. Il controllo fu ampliato a tutti i campi, dalle
trasmissioni radiofoniche, con conseguente diffusione della radio, persino nelle scuole, al cinema (che ricevette grosse
sovvenzioni per mostrare i cinegiornali all’inizio di ogni spettacolo), il quale raggiungeva un numero di cittadini
sempre maggiore e, visti i costi non eccessivi, raggiungeva un target molto ampio.

20.4. Il fascismo e l’economia. La “battaglia del grano” e “quota novanta”


Per far fronte ai vari problemi economici e lavorativi, si cercò di attuare un nuovo corporativismo. Esso trova le sue
origini nelle corporazioni medievali, e avrebbe dovuto significare una gestione diretta dell’economia da parte delle
categorie produttive, organizzate appunto in corporazioni distinte per settori di attività. Questo sistema non trovò mai
la vera attuazione. Nei suoi primi anni di governo (1922-25) il fascismo adottò una linea liberista e produttivista, volta
a favorire l’iniziativa privata. Questa però, oltre ad aumentare la produttività, portò ad un aumento dell’inflazione e a
un deterioramento della lira. Nel ’25 però, con Volpi, si passò a una linea protezionistica, il cui primo intervento
importante fu il dazio sui cereali, la quale fu accompagnata da una campagna propagandistica detta battaglia del grano,
il cui scopo era il raggiungimento dell’autosufficienza nel settore dei cereali (raggiunto). A discapito di questo
incremento furono però altri settori, come quello dell’allevamento. La seconda battaglia di Mussolini-Volpi fu quella
per la rivalutazione della lira, per cui venne fissato l’obiettivo quota novanta (90 lire per una sterlina). Con lo scopo di
ottenere una stabilità finanziaria, grazie a grandi concessioni di capitale anche dalle banche americane, l’obiettivo fu
raggiunto. A rimetterci furono i lavoratori dipendenti, che videro tagliati i loro stipendi, e le industrie che lavoravano
per l’esportazione (prodotti poco competitivi). A uscirne favorite furono invece le grandi imprese e i processi di
concentrazione aziendale. Stessa situazione di crisi toccò anche ai contadini e a molte piccole e medie aziende, che
risentirono molto delle restrizioni di credito.

20.5. Il fascismo e la grande crisi: lo “Stato-imprenditore”


Le conseguenze della grave crisi non tardarono a farsi sentire anche in Italia dove, a sentirne, erano un po’ tutti i
settori: il commercio, l’agricoltura, le industrie, la disoccupazione in generale crebbe moltissimo. Due furono le
direttrici assunte per far fronte alla crisi: lo sviluppo dei lavori pubblici, in modo da poter attutire le tensioni sociali, e
l’intervento diretto o indiretto dello stato, a sostegno dei settori in crisi. Furono realizzate nuove strade, nuovi edifici
pubblici. Fu avviato il risanamento del “centro storico” della capitale, a discapito dei quartieri della “vecchia Roma”, e
la bonifica integrale (attuato in realtà solo parzialmente, sia per i costi che per l’opposizione dei grandi proprietari). A
distanza di tre anni: bonifica dell’Agro Pontino. Ad essere colpite dalla crisi furono le grandi banche miste (caduta
della borsa). Per far fronte a questa situazione, il governo creò inizialmente un istituto di credito pubblico, poi optò per
la creazione dell’Istituto per la ricostruzione industriale, che ebbe talmente successo da passare da semplice organo
transitorio a vero e proprio ente permanente. Lo stato si legò quindi sia alle industrie che alle banche, in modo da
divenire uno stato imprenditore oltre che uno stato banchiere. Non si può parlare né di economia fascista, dato che per
fare questo Mussolini non si servì del suo partito, né di economia statizzata. Se da un lato lo stato si riprese molto
velocemente da questa crisi, dall’altro, appena ci fu la ripresa, Mussolini avviò una serie di dispendiose campagne
militari che accentuarono l’isolamento economico del paese, le uniche a ricavarci qualcosa erano le industrie belliche.
Cominciava per l’Italia un periodo di economia di guerra, destinata a durare fino al secondo conflitto mondiale.

20.6. L’imperialismo fascista e l’impresa etiopica


Fin dall’inizio era presente nel progetto fascista una forte componente nazionalistica. L’Italia non aveva delle pretese
da poter avanzare per rivendicare vecchie terre (come poteva fare invece la Germania), per questo si limitò fin dagli
anni ’30 a contraddire l’assetto generale uscito dal trattato di Versailles. Se da un lato rischiava di scontarsi con la
Francia, dall’altro aveva l’indifferenza della Gran Bretagna, per questo mentre tutti erano presi a contestare il riarmo
tedesco, Mussolini si preparava ad attaccare l’Etiopia. L’intento nasceva dalla voglia di risvegliare la politica
colonialista e al tempo stesso di mobilitare il paese affinché non si concentrasse più sui problemi economico- sociali.
Se in parte, sia Inghilterra che Francia, sostenevano l’Italia, dall’altra, per via dell’opinione pubblica, non potevano
permettere che uno stato indipendente della Società delle nazioni venisse attaccato, per di più “senza motivo”. L’Italia
attaccò senza nemmeno una dichiarazione di guerra, motivo per cui gli altri paesi dovettero opporsi a questa
situazione, proponendo delle sanzioni per l’Italia, la quale, oltre che non rispettarle, si dichiarò vittima di una congiura

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internazionale. Fu in un momento come questo che il popolo improvvisamente si unì, tutti volevano rivendicare quel
territorio, trovando scuse come il razzismo o al contrario la volontà di liberare quei popoli della schiavitù e dalla
corruzione. L’esercito etiope era molto arretrato rispetto a quello italiano, motivo per cui Badoglio, nel maggio del ’36
ad Addis Abeba vinse senza molte difficoltà. Si può dire che dal lato economico, viste le risorse dell’Etiopia, fu un
grande successo, ma ancora più grande fu sul piano politico, con conseguente affermazione del fascismo, che
mostrava ancora una volta quanto fosse forte, anche se in realtà l’Italia non era affatto pronta ad affrontare una guerra
con una delle grandi potenze. Aveva vinto solo perché l’Inghilterra aveva deciso di non intromettersi. Proprio per
aumentare l’astio tra i tedeschi e gli anglo-francesi, Mussolini firmò l’asse Roma-Berlino, nel ’36, rafforzato sia dalla
guerra civile in Spagna sia dall’adesione italiana al cosiddetto Patto anticomintern (1937), stipulato tra Germania e
Giappone, che prevedeva un impegno dei due paesi nella lotta contro il comunismo. Questo patto non aveva garanzie
militari, cosa che ebbe invece il patto d’acciaio, stipulato nel ’39 sempre tra le due potenze, e che prevedeva non solo
un più ampio legame con la Germania ma, visti i precedenti alla firma di questo accordo, anche una sottomissione del
duce a Hitler.

20.7. L’Italia antifascista


A partire dagli anni ’25-’26 quando il dissenso divenne punito con la legge, molti cittadini furono incarcerati,
condannati all’esilio o alla clandestinità. Altri liberali invece, che trovarono una guida in Benedetto Croce, optarono
per il silenzio, in modo da non dover subire le conseguenze di una eventuale opposizione. Quelli che più di tutti
sfruttarono la clandestinità per compiere vere e proprie agitazioni furono i comunisti. Altri furono le associazioni
segrete antifasciste, la più importante si sviluppò in Francia e prese il nome di Concentrazione antifascista: non solo
mantenne contatti con gruppi antifascisti all’estero, ma riuscì anche a riunificare schieramenti separati. Un’altra
associazione simile fu quella fondata da Rosselli e da Lussu, Giustizia e Libertà, che rappresentava un punto di
accordo tra socialisti, repubblicani e liberali, e che voleva unire gli ideali di libertà politica e quelli di giustizia sociale,
ricomponendo la frattura tra marxisti e liberisti. A queste due associazioni si opponevano però i comunisti, che
avevano sede a Parigi, ma che erano capitanati da Mosca. Togliatti, che prese il posto di Gramsci (arrestato nel ’26),
guidò il partito negli anni dell’esilio e della clandestinità. A metà degli anni ’30, la svolta dei fronti popolari avviò
anche per l’antifascismo una nuova fase, che vide il Pci riannodare i legami con l’opposizione e stringere nel ’34 un
patto di unità d’azione con i socialisti. Tuttavia, tutto questo entusiasmo, sia in Francia, che in Spagna e in Italia durò
appena due anni, perché fu sconvolto dall’avvento della guerra. L’antifascismo in Italia non ebbe grosse vittorie, se
non a livello morale, dato che il paese preferiva perdere la guerra piuttosto che piegarsi ai fascisti.

20.8. Apogeo e declino del regime fascista


Nonostante un prima grande entusiasmo per la campagna coloniale in Etiopia, presto i forti costi militari che si
facevano sentire, iniziavano a non convincere più la popolazione. Mussolini optò così per rilanciare la politica di
autarchia degli anni ’20, consistente in una ricerca sempre maggiore di autosufficienza economica, soprattutto nel
campo di prodotti e materie indispensabili per la guerra. I suoi risultati non furono brillanti, soprattutto perché c’era
una forte perplessità nei confronti di una politica che implicava uno stretto controllo governativo sulla produzione.
L’obiettivo, seppure ci furono dei minimi miglioramenti, non fu raggiunto, cosa che provocò sempre maggiore
sconforto per la politica estera. L’amicizia con la Germania non favoriva certo l’immagine di Mussolini, senza contare
che nella sua politica non c’erano risultati soddisfacenti immediati, per questo si iniziava ad auspicare per
un’imminente pace. Ma il duce voleva tutto il contrario, ovvero uno stato guerriero, motivo per cui faceva di tutto per
incitare i cittadini, anche con l’uso della forza. Il regime doveva diventare più autoritario, da qui la necessità di nuove
misure istituzionali che culminarono nel ’38 con l’introduzione delle leggi discriminatorie nei confronti degli ebrei,
leggi che ricalcavano quelle naziste del’ 35, che colpirono sia l’ambito lavorativo che quello sentimentale (matrimoni
misti = proibiti). Il successo riscosso non era certo quello sperato, si parlava infatti di insuccesso, dato che la comunità
ebrea era relativamente piccola e ben inserita nella società. Tutto ciò scandalizzò non solo l’opinione pubblica, ma la
Chiesa che finora era un’alleata. L’unico settore dove queste idee trovarono una base solida era quello giovanile,
poiché era cresciuto legato alla mentalità fascista. Solo con lo scoppio della guerra e con le relative conseguenze,
prima tra tutte l’evidente insuccesso della politica fascista, fu chiaro anche ai giovani come il fascismo fosse una
semplice illusione, e come fosse in realtà negativo, oltre che contraddittorio.

21. IL TRAMONTO DEL COLONIALISMO. L’ASIA E L’AMERICA LATINA


21.1. Il declino degli imperi coloniali
Nella pausa tra le due guerre, le potenze vincitrici Gran Bretagna e Francia, pensavano di aver mantenuto la loro
posizione di forza, soprattutto considerando l’isolazionismo degli Usa e l’espansione coloniale inglese e francese.
Durante la guerra i rapporti con le rispettive colonie erano molto intensi, principalmente perché servivano di continuo
uomini e risorse, motivo per cui in Africa e in Asia si svilupparono nel giro di poco tempo movimenti indipendentisti.
Non bisogna poi trascurare la Russia, che sosteneva gli stati non russi sotto il suo dominio e i movimenti anticoloniali.
A tutto ciò si aggiungeva poi uno dei punti di Wilson, che affermava il diritto di autodeterminazione dei popoli. Senza
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contare che, nella conferenza post guerra, gli Usa affidavano sì i territori alle potenze vincitrici, ma solo
temporaneamente, per far sì che imparassero ad essere autonomi e indipendenti.

21.2. Il Medio Oriente: nazionalismo arabo e sionismo


Le spinte autonomistiche erano state sostenute fin dai tempi della guerra, sia in Africa settentrionale (dove la
Germania pressava affinché si ribellassero ai francesi) che nell’area mediorientale, sotto il dominio dell’Impero
ottomano. Nel 1915 gli inglesi si allearono con lo sceriffo della Mecca, affinché questi, in cambio di collaborazione
militare contro l’Impero ottomano, potessero ottenere un grande regno arabo indipendente. Chiaramente le intenzioni
inglesi erano ben diverse, infatti non appena vinsero la guerra si spartirono i territori con la Francia e, come
“ricompensa” crearono due nuovi stati: Iraq e Transgiordania. In Palestina, il governo inglese aveva riconosciuto il
movimento sionista nel 1917, con creazione di una sede nazionale per il popolo ebreo. Dopo questo riconoscimento,
non mancarono i primi scontri con gli arabi, che si sentivano minacciati (1920-21).

21.3. Rivoluzione e modernizzazione in Turchia


Dopo la sconfitta dell’Impero ottomano, che riuniva diversi popoli e diversi stati, a risentirne di più fu l’Impero turco.
Mentre le potenze europee pensavano a come spartirsi il territorio, c’era chi, dall’interno, pensava a liberarlo.
Inghilterra e Francia rinunciarono ai loro progetti espansionistici e lasciarono la Grecia a vedersela con i nazionalisti
turchi. Questi ultimi vinsero e videro riconosciuta la loro sovranità. Si avviava così la trasformazione della Turchia in
stato laico, repubblicano e nazionale. Il generale Kemal, che aveva gestito la situazione fin qui, si preoccupò anche di
occidentalizzazione e laicizzazione del paese. Non mancarono le opposizioni dei musulmani tradizionalisti.

21.4. L’Impero britannico e l’India


La Gran Bretagna fu la prima potenzia coloniale a capire che la sua posizione doveva essere ridimensionata. Mentre la
Francia reagiva con violenza a ogni tentativo di opposizione, la Gran Bretagna arrivò a rinunciare al protettorato
egizio, molto ricco, mantenendo però il controllo del canale di Suez. Importante fu la conferenza imperiale che si
tenne a Londra nel ’26, nella quale i dominions bianchi (Canada, Sud Africa, Australia) furono dichiarate libere e
autonome, potevano partecipare liberamente al Commonwealth, associazione da sempre importante per mantenere
buoni rapporti tra colonie e madrepatria. Il diverbio si accese maggiormente per la questione dell’indipendenza
dell’India, il paese senza dubbio più ricco e più utile agli inglesi. Qui non mancavano le spinte nazionaliste, che
furono represse con la violenza inizialmente (massacro di Amritsar). Mentre nel 1920 si formò il Partito del congresso,
un’associazione indiana che lottava per la propria indipendenza, in parallelo si sviluppava anche la figura di Gandhi.
Anche lui si opponeva ma con la resistenza passiva, la non violenza, promuovendo sia un distacco dai dominatori che
dalle caste attuali: fu così che in breve tempo il movimento indiano divenne un movimento di massa. Gli inglesi
risposero a tutto ciò alternando interventi repressivi con concessioni moderate, infatti nel 1919 con il Government of
India Act, fu dato maggiore spazio agli indiani anche nei ranghi amministrativi. In seguito, nel 1935, fu allargato
anche il diritto al voto e l’autonomia delle province.

21.5. Nazionalisti e comunisti in Cina


Le conseguenze della crisi Occidentale si riversarono presto anche su Cina e Giappone, ma mentre quest’ultimo era
abbastanza forte, la Cina era lacerata già da diversi anni. Dopo il regime imperiale, quella che doveva essere una
repubblica in grado di far fronte ai vari problemi, si rivelò invece una semianarchia. Il governo non aveva la forza
necessaria per imporsi sulle province, dove governavano i signori della guerra. Seppure fu una delle potenze vincitrici,
fu sacrificato e ceduto in parte al Giappone (controllo economico su Shantung). La situazione era difficile e precaria,
motivo per cui non mancarono le tendenze nazionaliste. Maggio 1919: dimostrazione di protesta iniziata nelle
università e diffusa in tutte le grandi città, formata da gioventù intellettuale e borghesia con a capo Sun Yat-Sen. Si
riunirono così tutti coloro che erano contrari sia all’imperialismo che all’affermazione dei signori della guerra. A
sostenerli c’era anche il neonato partito comunista cinese (1921) che era sostenuto a sua volta dall’Urss, sia
economicamente che militarmente. Ma alla morte di Sun Yat-Sen, il cui successore è Chang Kai-Sheck, la situazione
di alleanza tra nazionalisti e comunisti finì, e quest’ultimi dopo diverse lotte sanguinose, furono dichiarati fuori legge
nel 1927. Vennero sconfitti sia l’opposizione operaia che il governo di Pechino, e si avviò una riforma dell’economia.
Non era facile, in quanto il paese era molto grande e difficile da gestire, senza dimenticare che le forze comuniste non
erano scomparse del tutto, così come non erano spariti i signori della guerra con le loro spinte autonomistiche
sostenute dal Giappone. Nel ’31, con un pretesto (= un incidente di frontiera), i giapponesi conquistarono la
Manciuria, da tempo nel loro mirino. I comunisti, con a capo di Mao Tse Tung, tornarono così all’attacco perché non
volevano vedersi sottrarre un altro stato, e nel loro attacco coinvolsero anche un gran numero di contadini. Il governo
optò per affrontare prima la minaccia interna, poi in un secondo momento i giapponesi, per questo decimò i comunisti.
Nel ’36, dopo la dissidenza di una parte dell’esercito e grazie anche all’intervento dell’Urss, si resero conto ben presto

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che era necessario fare un fronte unito contro il Giappone. Quest’ultimo passò a breve al contrattacco e, nonostante le
forze cinesi si dimostrarono unite, non era sufficiente per ostacolare l’estensione giapponese.

21.6. Imperialismo e autoritarismo in Giappone


Il Giappone, con la sua posizione durante il primo conflitto, rafforzò la sua struttura produttiva e conquistò nuovi
mercati. Ci fu una crescita industriale, demografica e anche politica, che non fecero altro che rafforzare la sua
posizione a livello mondiale. Nonostante le spinte imperialistiche, il Giappone non perse il suo carattere liberale,
anche se già negli anni ’20 nacquero i movimenti autoritari di destra, in parte ispirati ai fascismi occidentali, in parte
legati alla cultura tradizionalista. Alla fine degli anni ’20, queste tendenze si erano diffuse, in parte come conseguenza
alla crisi, in parte in quanto si stava sviluppando una preoccupazione generale verso le tendenze progressiste della
classe dirigente. Piano piano si affermava anche in Giappone un forte autoritarismo, che inizialmente non si dimostrò
legato alle tendenze fasciste (= dura repressione antioperaia, potere dei generali) Ciò non toglie che, nel piano di
attacco era prevista una guerra contro la Cina.

21.7. Dittature militari e regimi populisti in America Latina


Negli anni ’20-’30 anche l’America latina risenti della situazione europea, della grande crisi. Dato che i commerci
furono ridotti, tutti i paesi che vivevano di questi si ritrovarono in una situazione molto difficile. Altri svilupparono
l’industria manifatturiera e quella pesante che, vista la situazione, era sempre molto richiesta. A risentire di questa
situazione economica, era anche la situazione politica, che vedeva alternarsi al potere l’oligarchia terriera e le diverse
dittature personali. Non mancò poi la diffusione e affermazione del partito operaio che portò anche a inevitabili
contrasti sociali. In Argentina, primo paese in cui ci fu di fatto una democratizzazione, ci fu anche un colpo di stato
che portò a una serie di governi conservatori gestiti dalle oligarchie terriere. In Brasile invece, ci fu una rivolta contro
queste ultime, che portò a un regime autoritario e populista, basato sul rapporto diretto tra capo e masse, su un acceso
nazionalismo ma al tempo stesso anche sulla concessione di una legislazione sociale abbastanza avanzata per i
lavoratori urbani.

22. LA SECONDA GUERRA MONDIALE


22.1. Le origini e le responsabilità
Gli undici mesi precedenti allo scoppio della guerra mostrano una “falsa pace”. È chiaro inoltre che, mentre nella
prima guerra il movente dello scoppio fu solo un pretesto (l’uccisione dell’arciduca), nella seconda era evidente che la
responsabilità era dovuta alla politica di conquista e di aggressione della Germania nazista. Le democrazie occidentali
si erano illuse, a Monaco, di aver placato la Germania con la cessione dei Sudeti. In realtà Hitler puntava da diverso
tempo all’occupazione della Boemia e della Moravia, cosa che avvenne nel ’39. In seguito a questo attacco, la Gran
Bretagna pose fine alla sua politica di appeasement, e insieme alla Francia cercò quanti più sostegni possibili per
contrastare la Germania, per questo strinse alleanze con Belgio, Olanda, Grecia, Romania, Turchia, ma la più
importante fu quella della Polonia, che era nelle mire di Hitler, il quale aveva rivendicato il possesso di Danzica e il
diritto di passaggio attraverso il corridoio che univa la città al territorio polacco. Inghilterra, Francia e Polonia si
allearono quindi affinché quest’ultima non subisse la stessa sorte della Cecoslovacchia. Mussolini da parte sua, cercò
di occupare il regno di Albania, considerato una base per un’ulteriore penetrazione nei Balcani. Mussolini, convinto di
una superiorità della Germania nella guerra, decise di firmare il patto d’acciaio, che prevedeva l’intervento in caso di
un qualsiasi attacco. Già nel maggio del ’39, la Germania progettava di invadere la Polonia. Un’incognita era però
rappresentata dall’Urss, alla quale la Polonia non voleva comunque dare libero accesso al corridoio. I sovietici si
convinsero che i governi occidentali non avevano intenzione di offrire nulla in cambio del loro aiuto e cominciarono a
prestare maggiore attenzione alle offerte di intesa che stavano intanto giungendo da parte di Hitler. Nell’agosto 1939, i
ministri degli Esteri tedesco e sovietico, firmarono a Mosca un patto di non aggressione tra i due paesi. Questo
accordo fece molto scalpore, anche se in effetti portava grossi vantaggi a entrambi: l’Urss, non solo vedeva arginate la
minaccia tedesca, ma tramite un protocollo segreto ricevette un riconoscimento territoriale nei confronti degli stati
baltici, della Romania e della Polonia. Il 1° settembre del 1939 le truppe tedesche attaccarono la Polonia, due giorni
dopo Gran Bretagna e Francia dichiaravano guerra alla Germania, mentre l’Italia dichiarava un patto di non
belligeranza. Le dinamiche dello scoppio erano simili a quelle della prima guerra mondiale (volontà della Germania di
espandersi), ma questa volta il conflitto avrebbe influito su una scala nettamente maggiore. Nuove tecniche di guerra e
nuove armi furono adottate e ad esserne coinvolti furono anche i cittadini (civili).

22.2. La distruzione della Polonia e l’offensiva al Nord


Le prime settimane della guerra furono sufficienti alla Germania per sbarazzarsi della Polonia, oltre che per dimostrare
al mondo la sua efficienza bellica, accompagnata da micidiali bombardamenti aerei. Fu questa la prima applicazione
della guerra-lampo, un nuovo metodo di combattere che si basava sull’uso congiunto dell’aviazione e delle forze
corazzate, affidando a queste ultime il peso maggiore. Grazie all’uso dei carri armati era possibile impadronirsi di
vasti territori nel giro di poco tempo. Fu esattamente quanto accadde nella campagna in Polonia: mentre nel giro di un
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mese la Germania riuscì ad insediare Varsavia, stando all’accordo segreto, l’Urss si impossessava della zona orientale.
Mentre l’intera Polonia era ormai stata occupata, il resto dell’Europa era in una situazione di stallo per quanta riguarda
la guerra. Fu l’Urss a prendere l’iniziativa contro la Finlandia, colpevole di aver rifiutato alcune modifiche sui confini,
l’attacco durò tre mesi e alla fine la Finlandia dovette cedere anche se riuscì a mantenere la sua indipendenza. Fu poi
la volta della Germania, che attaccò la Danimarca e la Norvegia: la prima si arrese senza combattere, la seconda,
nonostante gli aiuti ricevuti, finì per capitolare.

22.3. L’attacco a occidente e la caduta della Francia


L’offensiva tedesca sul piano occidentale ebbe inizio nel 1940, e il conflitto si svolse talmente velocemente che la
vittoria della Germania sembrava ormai prossima. La Francia era molto forte, oltre che numericamente molto grande,
tuttavia l’organizzazione fu tra le peggiori (furono troppo fiduciosi nelle fortificazioni della Linea Marginot), cosa che
la portò a subire numerose sconfitte. La Germania invase diversi paesi neutrali, Belgio, Olanda e Lussemburgo,
procedette alla sua avanzata e sconfisse i francesi presso Sedan nonostante l’intervento inglese. I tedeschi dovettero
prendersi una pausa, per fare rifornimenti e per stabilire un decisivo attacco della Francia, senza però intaccare la Gran
Bretagna, con la quale Hitler voleva invece stringere un accordo. Il 14 giugno i tedeschi entravano a Parigi, mentre
interminabili colonne di profughi si riversavano verso il Sud. Quando divenne primo ministro Petain, di destra, non
fece altro che avviare le trattative per un armistizio immediato con la Germania (invano il generale Charles De Gaulle
da Londra incitava i francesi a resistere). L’armistizio fu firmato il 22 giugno. Con questo accordo alla Francia non
restava che la zona centro-meridionale del Paese, il resto venne occupato dai tedeschi. Crollò così anche la Terza
Repubblica. L’opinione pubblica non era poi tanto contraria alla pace, anche se questo portò a un inevitabile ritorno
all’ancien regime (Petain attribuiva le responsabilità della sconfitta alla dirigenza repubblicana), con conseguente
culto dell’autorità, difesa della religione e della famiglia, organizzazione sociale di stampo corporativo. Il regime di
Vichy (= Francia centro-meridionale) si ridusse al rango di Stato-satellite della Germania. Ogni contatto con la Gran
Bretagna fu interrotto, l’ultima flotta francese fu attaccata dagli inglesi per evitare che cadesse in mano ai tedeschi.

22.4. L’intervento dell’Italia


In seguito alle imprese in Spagna e in Etiopia, le riserve (economiche e militari) italiane erano davvero scarse, motivo
per cui decise di dichiarare la propria non belligeranza. Insufficienti erano anche le scorte di materie prime, ma vista la
situazione della Francia, l’Italia di Mussolini era sempre più decisa a prendere una posizione. Anche l’opinione
pubblica, convinta dallo stesso duce, decise di voler entrare in guerra, pensando di poter ottenere grossi vantaggi con
pochi sforzi. Il 10 giugno 1940 l’Italia entra così in guerra affianco della Germania. Nonostante lo scontro con la
Francia non si rivelò dei più efficienti, quest’ultima vista la situazione generale chiese l’armistizio. Le cose non
andarono meglio contro gli inglesi, infatti nel Mediterraneo la flotta italiana subì ben due sconfitte. L’Italia dovette
anche interrompere la sua offensiva in Africa contro gli inglesi, poiché Mussolini era sempre più convinto di dover
combattere la sua guerra in parallelo a Hitler, motivo per cui rifiutò il suo aiuto.

22.5. La battaglia dell’Inghilterra


Dal giugno 1940, la Gran Bretagna fu costretta a combattere da sola contro la Germania e i suoi alleati. Hitler puntava
a un accordo, ma l’Inghilterra, ancora forte per quanto riguardava la sua flotta marina e sostenuta dal Commonwealth
non era disposta a cedere. Con Churchill come ministro la linea intransigente contro le pretese di Hitler divenne
ancora più forte, motivo per portò quest’ultimo ad attaccare la Gran Bretagna per via aerea, visto che quest’ultima
godeva della superiorità sui mari. Questa fu considerata la prima vera e propria battaglia aerea dato che, a contrastare i
tedeschi, c’era la Royal Air Force, dotata di un ottimo sistema di informazione e di avvistamento radar. Nonostante le
gravi perdite inglesi, il paese non era intenzionato a cedere, motivo per cui l’operazione tedesca (chiamata leone
marino) fu sospesa. Questa rappresentava per i tedeschi una prima sconfitta, anche psicologica.

22.6. Il fallimento della guerra italiana: i Balcani e il Nord Africa


Il 28 ottobre del ’40, l’esercito italiano attaccò improvvisamente la Grecia, motivazioni dettate principalmente da
ragioni di concorrenza con la Germania, che aveva appena iniziato la sua penetrazione in Romania. Ma i greci,
nonostante furono presi alla sprovvista reagirono bene all’attacco e seppero difendersi. Le notizie sulla scarsa
organizzazione fecero in breve tempo il giro del paese, con conseguente sconforto.: Badoglio dovette dimettersi. Nel
dicembre del ’40 gli inglesi erano passati al contrattacco, conquistarono la Cirenaica (Libia orientale) e sconfissero
l’Italia, che fu costretta a chiedere aiuto alla Germania. Mentre una parte dell’Africa cadeva lentamente in mani
inglesi, i tedeschi si ripresero la Cirenaica grazie alla loro abilità militare. Jugoslavia e Grecia furono sconfitte nel ’41
solo grazie all’intervento dei tedeschi. L’unico problema era quello del nord Africa, anche se Hitler pensava di più a
conquistare il suo “spazio vitale” ad est, ai danni della Russia.

22.7. L’attacco all’Unione Sovietica

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Nell’estate del ’41, iniziò l’attacco tedesco all’Urss. Seppure il volere di Hitler non era un mistero, l’Urss non si
aspettava un attacco così improvviso, motivo per cui fu colta del tutto impreparata, e vide la penetrazione delle truppe
tedesche. Ma, nonostante l’intervento delle truppe di Mussolini, l’attacco fu sferrato troppo tardi, infatti a inizio
ottobre, il clima cominciava già ad essere molto rigido, e gli europei non erano abituati. Se da un lato i tedeschi non
potevano muoversi a causa delle condizioni climatiche, dall’altro la controffensiva russa si dimostrò molto efficace.
L’Urss riuscì in breve a rifornirsi delle gravi perdite umane subite e trasformò la guerra in una guerra d’usura, il cui
elemento decisivo era stabilito dalla capacità di compensare rapidamente il logorio egli uomini e dei materiali. La
Germania perse così il suo vantaggio iniziale (l’attacco a sorpresa).

22.8. L’aggressione giapponese e il coinvolgimento degli Stati Uniti


Anche se gli Stati Uniti si erano sempre dichiarati contrari ad intervenire negli affari europei, quando Roosevelt fu
eletto per la terza volta, decise di dare un aperto sostegno economico alla Gran Bretagna, poiché era rimasta sola a
combattere la guerra contro la Germania. Fu approvata una legge, detta degli affitti e dei prestiti, che concedeva
grande fornitura bellica a tutti quegli stati ritenuti “necessari” per gli Stati Uniti. Il patto fu suggellato da un incontro
tra Roosevelt e Churchill, che firmarono la Carta atlantica: un documento di otto punti dove veniva ribadita la
condanna al fascismo, e fissavano le linee per definire un nuovo ordine democratico una volta terminata la guerra. Se
da un lato gli Usa stavano per entrare in guerra poiché sembrava una guerra contro il fascismo, dall’altro vi ci fu tirata
dentro da un improvviso attacco del Giappone, che colpì al largo del Pacifico. Quest’ultimo si era legato con Italia e
Germania firmando il patto tripartito. Poiché quest’ultimo mirava ad espandersi, dato che solo la Cina non era
sufficiente, attaccò l’Indocina francese, Stati Uniti e Gran Bretagna reagirono decretando il blocco delle esportazioni
verso il Giappone. L’impero asiatico era tenuto a scegliere: piegarsi alle richieste degli occidentali o scatenare una
guerra che gli avrebbe permesso di ottenere le materie prime necessarie alla sua politica di grande potenza. Il governo
optò per la guerra e il 7 dicembre del ’41 l’aviazione giapponese attaccò, senza una dichiarazione di guerra, la flotta
degli Usa ancorata a Pearl Harbor, nelle Hawaii, distruggendone una buona parte. Avendo raggiunto, nei mesi
successivi, la superiorità navale, il Giappone raggiunse gli obiettivi che si era prefissato: controllo di Filippine,
Malesia, Birmania britannica, Indonesia francese, e puntavano già all’India e all’Australia. Pochi giorni dopo
l’attacco, anche Italia e Germania dichiararono guerra agli Usa.

22.9. Il “nuovo ordine”. Resistenza e collaborazionismo


Se da un lato era considerata una guerra combattuta da Germania, Giappone e Italia, si può dire che, mentre la prima
ricopriva il ruolo più importante, il secondo si espandeva rapidamente, la terza aveva un ruolo per lo più marginale.
Molti erano gli stati coinvolti nell’Asse: Ungheria, Serbia, Romania, Bulgaria, Slovacchia, la Francia di Vichy,
Olanda, Norvegia, Boemia. Sia la Germania che il Giappone cercarono di costruire, nei territori sotto il loro controllo,
un nuovo ordine basato sulla supremazia della nazione e sulla rigida subordinazione degli altri popoli. Mentre il
Giappone, per affermare il suo progetto, si basò sulle rivendicazioni indipendentistiche, la Germania non fece alcun
tipo di concessione. Un trattamento molto duro e inumano fu riservato ai popoli slavi, considerati dei semischiavi,
senza contare che tutto il mondo doveva diventare una colonia del Reich, ogni traccia di industrializzazione e di
modernizzazione doveva essere cancellata, nessuno era superiore al Reich. Oltre 6 milioni di ebrei, considerati una
razza inferiore, vennero sterminati, senza contare l’esilio forzato di molti altri. Gli ebrei, che furono i più perseguitati,
furono rinchiusi nei ghetti, discriminati, costretti a indossare una stella gialla per essere riconosciuti, furono deportati
nei lager, dove venivano sfruttati fisicamente fino al limite estremo, poi usati come cavie, in altri casi condotti
direttamente alle camere a gas. Il progetto di Hitler prevedeva l’eliminazione fisica di tutti gli ebrei. Questo piano, per
quanto inaccettabile, porta grossi vantaggi alla Germania: una inesauribile forza-lavoro, con un costante flusso di
materie prime e di ricchezze provenienti dai deportati. Questi provvedimenti costrinsero però la Germania a mandare
costantemente dei contingenti armati per mantenere il controllo in queste zone, inoltre l’opinione pubblica stava
lentamente prendendo coscienza della situazione e iniziava ad opporsi. Inizialmente ci si limitava a non fare
propaganda, poi si passo alla formazione di veri e propri gruppi fascisti, grazie anche all’aiuto degli inglesi, e si
passava al sabotaggio vero e proprio. Non sempre i piani di Resistenza attuati andavano a buon fine, questo perché,
anche se c’era un obiettivo comune, di fatto c’era una grande divisione interna, poiché in molti temevano
l’affermazione del comunismo, dato che Stalin aveva già sciolto il Komintern. Molti erano i governi che, chi per pura
convinzione, chi per semplice opportunismo, decisero di intervenire.

22.10. 1942-43: La svolta della guerra e la “grande alleanza”


Il primo segnale di svolta di ebbe quando, nel maggio del ’42, l’avanzata del Giappone nel pacifico venne arrestata
grazie a due battaglie, quella del Mar dei Coralli e quella delle isole Midway: le prime battaglie dove le flotte si
affrontarono a grandi distanze, senza nemmeno vedersi, con terribili bombardamenti. Quando nel ’43, i Marines,
ovvero le truppe americane, sbarcarono all’isola di Guadalcanal, i giapponesi rinunciarono all’offensiva e puntarono a
difendere i terreni ottenuti fino ad allora. Anche la Germania continuava a combattere la sua guerra, a livello navale,
infatti nell’Atlantico non perdeva occasione per attaccare le navi inglesi e americane, che portavano solitamente

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approvvigionamenti, ma che erano al tempo stesso molto preparate grazie a radar sempre più perfezionati, bombe in
profondità e razzi antisommergibile. L’episodio definitivo si verificò però con la Russia, quando i tedeschi nel ’42
iniziarono il loro attacco a Stalingrado m finirono per essere chiusi in una morsa, ma anziché ordinare la ritirata Hitler
votò per la resistenza, facendo sì che l’armata venisse così decimata. Quello per la Germania rappresentava un punto
di svolta, mentre Stalingrado divenne il simbolo della riscossa. Nel frattempo, un’altra battaglia veniva combattuta nel
Nord Africa tra italo-tedeschi e inglesi, questi ultimi, superiori sia in fatto di numeri che nei mezzi, costrinsero gli altri
alla ritirata, alla quale seguì anche lo sbarco degli alleati nel ’42 in Algeria e in Marocco. Era sempre più vicina la
necessità di elaborare un piano in grado di sconvolgere una volta per tutte il fascismo e al tempo stesso un progetto
post guerra: già nella conferenza che si tenne a Washington, alla quale parteciparono le tre grandi potenze e i membri
del Commonwealth, venne elaborato il patto delle Nazioni unite, dove i partecipanti giuravano fedeltà alla carta
atlantica e si impegnavano nella lotta al fascismo. Anche se già in questo momento vennero fuori le grosse perplessità
circa l’Urss e il suo capo, Stalin, si preferì puntare a una risoluzione dei problemi in Africa, con conseguente sbarco in
Italia, come venne stabilito nella Conferenza di Casablanca (gennaio ‘43). La guerra sarebbe quindi continuata con il
principio della resa incondizionata, ovvero con l’intenzione di continuare fino alla vittoria, senza alcun patteggiamento
con la Germania o con i suoi alleati.

22.11. L’Italia: la caduta del fascismo e l’8 settembre


La campagna in Italia ebbe inizio il 12 giugno del ’43 con la conquista dell’isola alleata di Pantelleria, un mese dopo
avvenne lo sbarco in Sicilia, e in seguito conquistarono tutta la penisola, dove già precedentemente si erano verificati
numerosi episodi antifascisti: dagli scioperi operi, al disagio popolare a quelli alimentari. A determinare la caduta di
Mussolini, non fu però il semplice volere popolare, fu infatti una vera e propria congiura messa in atto dal re in
persona, infatti Vittorio Emanuele III lo aveva convocato e invitato a rassegnare le dimissioni, in seguito lo fece
arrestare dal maresciallo Badoglio. L’annuncio dell’arresto di Mussolini provocò grande entusiasmo tra la folla e il
suo partito scomparve improvvisamente. Mentre Hitler inviava nuove truppe in Italia, Badoglio si ritrovò costretto a
firmare un armistizio immediato che però, di fatto, non dava alcuna garanzia per il futuro, visto la linea intransigente
adottata dagli anglo-americani. Se da un lato il desiderio di pace era molto forte, dall’altro quando venne comunicata
la notizia dell’armistizio si scatenò il caos e il re fuggì a Brindisi. I tedeschi proseguirono così la loro avanzata senza
trovare grandi opposizioni, anche perché laddove ci fossero (come nel caso dell’isola di Cefalonia) gli avversari
venivano sterminati. Dal momento in cu, l’8 settembre fu reso noto l’armistizio, il paese era in forte subbuglio, e la
situazione sembrava non voler migliorare.

22.12. L’Italia: guerra civile, Resistenza, liberazione


L’Italia poteva ormai considerarsi spezzata in due, da un lato (a sud) risorgeva il governo monarchico, mentre
dall’altro (a nord) risorgeva il regime fascista. I tedeschi liberarono Mussolini, prigioniero al Gran Sasso, il quale
dichiarò di voler creare un nuovo stato fascista che avrebbe preso il nome di Repubblica sociale italiana (Rsi), con
capitale a Salò. La credibilità del duce non era alta, poiché dipendeva chiaramente dai tedeschi, inoltre prese forti
misure nei confronti dei mille ebrei (circa) presenti a Roma, senza contare il numero di risorse umane ed economiche
che spendeva nel tentare di rianimare la sua immagine. La principale funzione del governo di Salò fu quella di
reprimere e combattere il movimento partigiano. Per quanto consisteva in una vera e propria guerra civile, i partigiani
cercavano di agire in maniera isolata, per non coinvolgere altri innocenti, anche se spesso i loro attacchi a sorpresa
finivano con l’essere sconfitti da dure rappresaglie, tra cui quella del ’44, a Roma, dove furono fucilati alle Fosse
Ardeatine 335 detenuti, ebrei, antifascisti e sostenitori di Badoglio. Dopo una prima unione casuale, le truppe
partigiane si riunirono sulla base dell’orientamento politico: le Brigate Garibaldi, che erano le più numerose e formate
per lo più da comunisti, Giustizia e Libertà, legato ai movimenti degli anni ’30 e le Brigate Matteotti, socialiste. Nei
45 giorni che intercorsero tra l’annuncio dell’armistizio e la fine del fascismo, sorsero parecchie nuove formazioni
antifasciste, come per esempio la Democrazia cristiana, che prese il posto del Partito popolare, seguita dal Partito
liberale, da quello repubblicano e da quello socialista, non mancavano poi i comunisti. I vari partiti si riunirono dopo
l’8 settembre a Roma, nel comitato di liberazione nazionale, per prendere decisioni circa l’opposizione al fascismo,
ma anche al governo Badoglio, che invece riscuoteva grande successo tra gli alleati, motivo per cui arrivò a dichiarare
guerra alla Germania. Tornato dall’Urss, il comunista Togliatti, propose di creare un fronte comune antifascista,
dimenticando, almeno temporaneamente le varie differenze politiche, che distraevano soltanto dalla causa principale.
Questa decisione, anche se contrastata, permise di creare il primo governo di unità nazionale, presieduto da Badoglio.
Nel luglio del ’44, dopo che Roma fu liberata degli alleati, Vittorio Emanuele III cedette il suo posto al figlio
Umberto, mentre Badoglio si dimise per lasciare il suo posto a Bonomi (fondatore della Democrazia del lavoro). i
partigiani acquisivano sempre più adesioni, sempre più successi, sempre più città venivano liberate in alcune si
instaurava persino Repubbliche partigiane. Nonostante il difficile inverno ’44-’45 durante il quale i partigiani si
bloccarono sulla linea gotica, tra Rimini e La Spezia, in primavera si riuscì finalmente a battere il contingente tedesco:
la Resistenza era ormai pronta a promuovere l’insurrezione generale.

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22.13. Le vittorie sovietiche e lo sbarco in Normandia
Tra il ’43 e il ’44, l’Urss riprese il suo attacco nel versante orientale e spinse, grazie all’aiuto dell’Armata rossa, fino
alle porte di Berlino. Il ruolo della potenza sovietica, sempre più forte, fu affrontato nella conferenza interalleata di
Teheran, dove i tre grandi rappresentanti Stalin, Roosevelt e Churchill concessero al primo uno sbarco in forze sulle
coste francesi, da attuarsi nella primavera del ’44. L’operazione, che prese il nome di Overlord era gestita dal generale
Eisenhower che, seppure tra diverse difficoltà, riuscì a sbarcare al nord, in Normandia (6 giugno 1944). Dopo due
mesi di intensi combattimenti, gli alleati riuscirono a sfondare le difese tedesche e a spingersi nel Nord della Francia. I
tedeschi si dimostrarono impreparati ma, a causa di una serie di errori degli alleati, i tedeschi ottennero un po’ di
tempo per riorganizzarsi.

22.14. La fine del Terzo Reich


Nell’autunno del ’44, la Germania poteva dirsi sconfitta. Romania e Bulgaria avevano cambiato fronte, mentre
Finlandia e Ungheria chiesero l’armistizio. I russi entrarono a Belgrado, gli inglesi in Grecia. Il territorio del Reich
non era ancora stato toccato da eserciti stranieri, se non sotto bombardamenti. Gli alleati erano inarrestabili, dopo aver
sconfitto le basi militari tedesche, si rivolsero a quelle industriali e infine persino ai civili. L’intransigenza di Hitler era
sempre più forte: non voleva arrendersi, puntava ad armi “segrete” o a una possibile rottura degli equilibri tra gli
alleati. Nella conferenza di Mosca del ’44, Churchill e Stalin abbozzarono una divisione in sfere d’influenza dei paesi
balcanici, che però non teneva alcun conto dell’interesse dei paesi in causa. Nel febbraio del ’45, le grandi potenze si
riunirono a Yalta, in Crimea, dove decisero che la Germania sarebbe stata divisa in 4 zone e sottoposta a un processo
di denazificazione. L’Urss si impegnò poi per entrare in guerra contro il Giappone. Nonostante l’ultima offensiva
tedesca, nelle Ardenne, la fine del Reich era ormai sempre più vicina, grazie all’attacco su più fronti tutti i paesi
venivano lentamente liberati. Il 25 aprile, dopo un’insurrezione generale italiana, Mussolini tentò di scappare ma fu
preso e fucilato. Prima di suicidarsi nel suo bunker sotterraneo, prima dell’arrivo degli alleati (30 aprile), Hitler lasciò
il suo posto a Dönitz che avviò l’armistizio. Il 7 maggio del ’45, nel quartier generale alleato a Reims, fu firmato l’atto
di capitolazione delle forze armate tedesche. Dopo più di 5 anni la guerra era giunta alla sua fine, ad eccezione
dell’estremo oriente.

22.15. La sconfitta del Giappone e la bomba atomica


A partire dal ’43, gli Usa aveva iniziato a riprendersi i territori nel Pacifico, avvalendosi della superiorità numerica,
dei mezzi e dei bombardamenti strategici. Il Giappone non dava segno di arresa, anzi, ricorreva addirittura ai
kamikaze pur di attaccare il nemico, motivo per cui il nuovo presidente Truman decise di impiegare contro il
Giappone la bomba atomica, che era appena stata messa a punto dagli scienziati e provata in un deserto del Messico.
Questa decisione fu dettata sia dalla voglia di mettere fine alla guerra, durata ormai da troppo tempo, sia per
dimostrare la superiorità americana. Il 6 agosto ne fu sganciata una a Hiroshima, tre giorni dopo a Nagasaki. Gli esiti
furono disastrosi, sia per il numero di morti, sia perché tutto fu raso al suolo, sia perché non mancarono gli effetti
conseguenti dovuti a contaminazioni da radiazioni. L’imperatore nipponico finì con l’arrendersi e il 2 settembre 1945
si concludeva il secondo conflitto mondiale.

23. IL MONDO DIVISO


23.1. Le conseguenze della seconda guerra mondiale
La seconda guerra mondiale ha rappresentato, non solo una linea spartiacque che ha dato vita a nuovi confini, ma
anche la fine del nazifascismo e, cosa non meno importante, un vero e proprio punto di rottura, di crisi: anche le
potenze vincitrici non potevano essere definite tali, in quanto le perdite a livello economico e umano erano moltissime.
Le superpotenze rimaste, e che potevano definirsi tali, erano gli Stati Uniti e l’Urss. Il primo era superiore sia
militarmente che economicamente, le seconda, nonostante le gravissime perdite, riusciva a uscire da vincitrice.
Entrambe sono società nuove, non corrispondono più alla vecchia idea di stato: sono multietniche, hanno moltissime
risorse naturali, un solido apparato industriale, entrambe avevano interessi di dimensione mondiale, ciascuna era
portatrice di una propria cultura, che era a sua volta contrapposta a quella dell’altra. Il messaggio americano era quello
dell’espansione della democrazia liberale, in regime di pluralismo politico, di concorrenza economica e di ampia
libertà individuale, in base a un’etica del successo a sfondo individualistico. Il messaggio sovietico invece era invece
quello della trasformazione del vecchio assetto politico-sociale in nome del modello collettivistico, fondato sul partito
unico e sulla pianificazione centralizzata, nonché su un’etica anti-individualista della disciplina e del sacrificio. Si
arrivò così a un evidente distacco mondiale, incentrato su due poli e detto quindi bipolare, da una parte la società
capitalista, dell’altra quella socialista. Sul piano psicologico e morale, la guerra ebbe danni molto significativi: prima
cosa che sconvolse la popolazione fu il numero delle vittime, oltre 50 milioni di morti, di cui due terzi erano civili,
seconda cosa sconvolgente fu la scoperta dei crimini nazifascisti che vennero commessi, terza fu l’introduzione della
bomba atomica, e la conseguente presa di coscienza di come stavano prendendo piede molto velocemente le armi di
massa. Per questo si sentì la necessità di ridare stabilità, oltre che di dare una nuova fisionomia all’Onu. Venne poi
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applicato per la prima volta un cambiamento nel diritto internazionale, fu infatti incluso un settore penale, applicato al
processo di Norimberga (1945-46), nel quali i capi nazisti responsabili del genocidio vennero processati e condannati
a morte. Primi tra tutti a farsi promotori di questo processo furono gli Stati Uniti, che a breve divennero promotori
persino di valori ideali e culturali. Proprio per le varie certezze che l’America riusciva a dare, si venne creando il mito
americano.

23.2. Le Nazioni Unite e il nuovo ordine economico


Di ispirazione americana fu la creazione dell’Onu, avvenuta con la conferenza di San Francisco (1945), al posto
dell’ormai vecchia e screditata società delle nazioni, e con l’obiettivo di evitare un’ulteriore guerra e promuovere il
progresso economico e sociale di tutti i popoli. Ispirato ai principi della Carta atlantica, lo statuto dell’Onu ha due
importanti concezioni:
1- Utopia wilsoniana democratica
2- Utopia rooseveltiana della necessità di un direttorio delle grandi potenze come unico efficiente strumento di controllo per
gli affari mondiali
I principi di uguaglianza e di universalità sono rispecchiati dall’Assemblea generale degli Stati membri, che si riunisce
annualmente e che ha il potere di adottare, a maggioranza semplice, risoluzioni che sono però vincolanti. Il Consiglio
di sicurezza ha invece il ruolo di direttore, un organo permanente che, in caso di crisi internazionale, ha il potere di
prendere decisioni vincolanti per gli stati e di adottare misure che possono giungere fino all’intervento armato. Il
consiglio è composto da 15 membri: le 5 maggiori potenze vincitrici (Usa, Urss, Gran Bretagna, Francia e Cina) sono
membri permanenti, mentre gli altri 10 vengono scelti a turno. Per le 5 grandi potenze, su richiesta dell’Urss che si
sentiva in netta minoranza, fu introdotto il diritto di veto, col quale si aveva la possibilità di rifiutare ogni decisione
qualora la si ritenesse inadatta o non consona con i propri interessi. Altri organi dell’Onu sono:
- Consiglio economico e sociale, da cui dipendono le agenzie specializzate per la cooperazione nei vari campi
- Corte internazionale di giustizia, cui spetta di dirimere le controversie tra gli stati che vi si rimettono volontariamente
Anche se rappresentava un importante punto di incontro, di fatto, l’Onu si è dimostrato molto spesso inadempiente ai
suoi doveri e non in grado di risolvere la crisi come invece aveva sentenziato. Il vero fulcro dell’organizzazione erano
però gli Stati Uniti, che ridimensionarono i vincoli protezionistici, soprattutto per quanto riguarda l’impero britannico.
Con gli accordi di Bretton Woods del luglio del ’44, fu creato il fondo monetario internazionale, con lo scopo di
costituire un adeguato ammontare di riserve valutarie mondiali e di assicurare la stabilità nei cambi di monete. Di fatto
la moneta più importante divenne il dollaro, a seguire la sterlina. Al fondo fu affiancata la Banca mondiale, col
compito di concedere prestiti a medio-lungo termine ai singoli stati per favorirne la ricostruzione e lo sviluppo. Sul
piano commerciale, un sistema fondamentalmente liberoscambista fu instaurato dall’Accordo generale sulle tariffe e
sul commercio, che prevedeva un generale abbassamento dei dazi doganali. Gli Stati Uniti, che di fatto detenevano il
potere sull’economia mondiale riuscirono anche a far sì che gli altri stati potessero svilupparsi.

23.3. La fine della “grande alleanza”


L’atteggiamento delle due superpotenze dopo la vittoria era nettamente diverso: gli USA puntavano a una rapida
ricostruzione, economica, politica e sociale. Volevano risollevare i commerci. Mentre l’Urss, che aveva subito gravi
danni e devastazioni, puntava perlopiù a scagliarsi sugli stati che avevano perso, infliggendogli quindi ulteriori pene.
Stalin voleva espandersi, e Roosevelt, che voleva mantenere pacifici i rapporti con l’Urss e che, al tempo stesso,
riteneva legittime alcune richieste di Stalin, optò per concedergli alcuni stati orientali che erano già stati di fatto
sovietizzati. Mentre Roosevelt credeva che le due superpotenze potessero essere grandi insieme, per Truman
(successore di Roosevelt) non era così. Già alla conferenza di Potsdam emersero chiaramente i fondamentali nodi del
contrasto: i futuri sviluppi della Germania dove stava già lentamente prendendo piede il disegno di Stalin.
Quest’ultimo cercò tramite l’affermazione dei partiti comunisti e persino tramite il ricorso all’esercito, di imporsi in
Germania, cosa che non faceva affatto piacere alle potenze occidentali. Dopo il discorso tenuto da Churchill la fine
dell’alleanza era ormai vicina. Alla conferenza di Parigi vennero risolti molti problemi legati sia ai nuovi confini, sia
ai provvedimenti e agli accordi da prendere con gli stati vinti ma restò ancora di fatto irrisolto il problema della
Germania.

23.4. La “guerra fredda” e la divisione dell’Europa


La conferenza di Parigi fu di fatto l’ultima collaborazione tra Urss e stati occidentali. Nell’agosto del ’46 ci fu anche
uno scontro tra Urss e Turchia circa la questione dello stretto dei Dardanelli. Convinto che con questa cessione l’Urss
avrebbe ottenuto il potere su Turchia e Grecia, decise di intervenire, mandando una flotta americana nel mar Egeo a
sostegno dei turchi. Fu la prima applicazione della teoria del containment, che sosteneva la necessità di contenere
l’espansionismo dell’Urss facendole sentire l’unica voce che si riteneva in grado di intendere, quella della forza.
Questa politica, basata sulla dottrina di Truman, fu ufficializzata in un discorso tenuto da Truman e significava aprire
un confronto globale con l’Urss. Nel giugno del ’47, gli Usa avviarono un programma di aiuti economici, che prese il
nome di Piano Marshall, e che infastidì moltissimo l’Urss, in quanto ci vedeva la possibilità di ostacolo, motivo per
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cui si rifiutò, insieme ai suoi stati “satellite” di accettare questi aiuti. Di fatto questo piano ebbe esiti positivi, dato che
permise la ricostruzione degli stati, il loro rientro nei commerci e l’adozione di una linea più moderata, soprattutto da
parte degli stati con politica protezionistica. Un nuovo motivo di tensione fu causato dalla formazione di un Ufficio
d’informazione dei partiti comunisti (Cominform): una sorta di riedizione in tono minore della Terza Internazionale,
che era stata sciolta in omaggio dell’alleanza antifascista. Ebbe così inizio quella che fu definita Guerra Fredda, così
chiamata perché le due superpotenze non avevano più alcun contatto, e non ricorsero alle armi. A risentirne furono
tutti i partiti comunisti che si trovavano negli stati occidentali, come per esempio in Italia e in Grecia. Il più importante
terreno di scontro fu la Germania, divisa in 4 zone di occupazione, affidate a USA, Francia, Gran Bretagna, URSS.
Berlino, che si trovava in zona sovietica, era a sua volta divisa in 4 zone. Mentre gli Usa con l’aiuto della Gran
Bretagna continuavano a sostenere le zone di loro competenza, l’Urss optò per un blocco di Berlino. Impedendo così
di far arrivare i rifornimenti, ma tramite la costruzione di un ponte aereo si riuscì a sbloccare la situazione, l’Urss
decise di rimuovere il blocco e, senza dover ricorrere alle armi, si decise che le tre zone occidentali della Germania
sarebbero state unificate sotto il nome di Repubblica federale tedesca, con capitale Bonn, mentre quella orientale prese
il nome di Repubblica democratica tedesca, con capitale un sobborgo di Berlino. Nell’aprile del ’49 venne firmato un
accordo tra le potenze occidentali, che prese il nome di Patto atlantico, il cui scopo non era solo il reciproco sostegno,
difesa ma anche una comune professione della cultura occidentale. Venne inoltre introdotta la Nato (organizzazione
del trattato del nord atlantico), che aveva invece carattere militare. l’Urss dal canto suo stipulò il patto di Varsavia con
i suoi stati satellite, un’alleanza che garantiva la difesa. Se per convenzione il periodo della guerra fredda si fa
terminare nel ’53, con la morte di Stalin, di fatto è andata aventi per molto più tempo, infatti ci si riferisce
all’inasprimento dei rapporti con l’Urss, che non cambiò dopo la morte del loro leader.si avviò una rapida corsa agli
armamenti, proprio perché si temeva che da un momento all’altro si rischiasse di ritrovarsi in guerra. A oriente si
instaurarono in fretta regimi repressivi, comunisti, soggetti a frequenti interventi armati (alcuni di essi presenti anche
nei paesi americani).

23.5. L’Unione Sovietica e le “democrazie popolari”


La vittoria in guerra non portò all’Urss una situazione di allentamento, anzi, Stalin intensificò le sue misure repressive,
così come aumentò le purghe. Anche se ufficialmente l’Urss non riceveva aiuti esterni in capitale, di fatto ne riceveva
sotto forma di riparazioni, dalla Germania dell’est, dall’Ungheria, dalla Romania e dalla Cecoslovacchia. La
ricostruzione del paese avvenne in maniera abbastanza rapida, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo
dell’industria pesante, legate principalmente alla costruzione di nuove armi. L’Urss si stava iniziando ad affermare, sia
come potenza industriale, sia come potenza militare, tanto è vero che nel ’49 arrivò a costruire la sua prima bomba
atomica. Per quanto riguarda la politica estera, optò per una radicale trasformazione dei paesi sotto il suo dominio,
che, anche se divennero democrazie popolari, di fatto era solo una scusa per mascherare l’applicazione dello stesso
regime che c’era nell’Urss. Un caso particolare è svolto dalla Polonia: per gli inglesi era un punto di onore, in quanto
erano entrati in guerra proprio per difenderla, mentre per Stalin era un pericolo, poiché per ben due volte in 30 anni
erano entrati in Russia passando di lì. Stalin voleva quindi mantenere un certo controllo sul paese, cosa che finì per
ottenere. Se all’inizio venne instaurato un regime socialista, segretamente manovrato dai comunisti, nelle elezioni
successive i comunisti non si fecero problemi ad assumere il maggiore controllo. In Bulgaria e in Romania il regime
comunista si affermò molto velocemente, mentre l’Ungheria tentò fino all’ultimo di combattere. Caso ancora più
critico fu quello della Cecoslovacchia, economicamente e socialmente sviluppata, non ostile all’Urss. Qui prevaleva
l’alleanza tra i partiti di sinistra, che però fu presto sciolta poiché le decisioni circa il piano Marshall erano differenti: i
socialisti volevano accettarli, i comunisti no. Per questo motivo questi ultimi optarono per una violenta campagna, con
minaccia di una vera e propria guerra civile. I comunisti finirono col prevalere anche qui. In Albania e nella Jugoslavia
di Tito il comunismo si affermò per volontà propria. La collettivizzazione forzata portò a un decollo
dell’industrializzazione nei paesi dell’est, i latifondisti furono cacciati e la collettivizzazione coinvolse anche
l’agricoltura. Proprio per la grande importanza che si dava costantemente all’industria e non all’agricoltura, gli
agricoltori finirono col diminuire, mentre gli operai aumentarono a dismisura. Tuttavia, l’economia degli stati satellite
era tutta in base a quella dello stato guida, venne per questo istituito il Consiglio di mutua assistenza economica. Il
tenore di vita si abbassò enormemente, motivo per cui l’Urss dovette affrontar la situazione con maggiore rigidità, per
evitare disordini interni. Il primo ad opporsi, con successo, ai metodi di Stalin fu Tito, che non era propenso alla
divisione del lavoro all’interno del blocco orientale. Stalin lo condannò e lo escluse dal Cominform. La Jugoslavia non
si arrese e sotto la guida del suo leader riuscì ad avviare una sorta di autogestione delle imprese, si concentrava quindi
sulla politica interna, escludendo i due poli mondiali. Direzioni aziendali e consigli di fabbrica avevano grande
rilevanza nel progetto di Tito, e il sistema si basava su una reciproca concorrenza in un sistema di prezzi liberi. Il
progetto prendeva sempre più forma, si ampliava, e per paura che altri stati comunisti potessero esserne attratti, Stalin
decise di avviare una grande epurazione, e tramite il sistema delle purghe riuscì a ristabilire l’ordine.

23.6. Gli Stati Uniti e l’Europa occidentale negli anni della ricostruzione

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Gli Stati Uniti non avevano nulla da ricostruire, ma si dovevano concentrare sulla riconversione: il sistema economico
doveva essere riorientato a scopi di pace. In questa fase, alla guida del paese c’era Truman, di notevoli capacità
decisionali ma non con lo stesso carisma del suo predecessore. Il suo Fair Deal si proponeva di portava avanti la
politica di Roosevelt, anche se incontrò non poche opposizioni, soprattutto per quanto riguardava l’integrazione
raziale. Il costo della vita aumentò, ci furono rivendicazioni e agitazioni, motivo per cui venne approvata la Taft-
Hartley Act, che concedeva di scioperare solo alle industrie di interesse nazionale. Venne salvaguardato il piano
originario del New Deal e vennero incrementati i programmi di assistenza sociale. In America prese il via una vera e
propria campagna anticomunista, avviata dal senatore repubblicano McCarthy, il quale fece passare la legge per la
sicurezza interna che costituiva lo strumento giuridico per epurare o emarginare tutti coloro che erano anche solo
sospettati di filocomunismo. Per queste sue eccessive accuse indiscriminate, il suo sistema gli si ritorse contro quando
arrivò ad accusare l’esercito. In tutti i paesi si era sviluppata una forte spinta democratica e riformista. In Inghilterra,
Churchill fu battuto nel ’45 dal partito laburista di Attlee, che avviò una serie di riforme:
- Nazionalizzazione della banca d’Inghilterra
- Nazionalizzazione di industrie carbonifere e siderurgiche
- Nazionalizzazione dei trasporti
- Introduzione del salario minimo e del Servizio nazionale sanitario
- Estensione della sicurezza sociale
Tutte queste riforme portarono alla formazione del Welfare State, che, anche se di fatto era una grande innovazione e
poteva riscuotere molto successo, fu avviato nel momento sbagliato, poiché venivano richiesti troppi sacrifici ai
cittadini, motivo per cui nel ’51 favorirono i conservatori. Nella Francia di De Gaulle si erano sviluppati tre grandi
partiti di massa, tra loro coalizzati: il Partito comunista, la Sfio e il movimento repubblicano popolare, di ispirazione
democratico-cristiana. Nel ’46 venne approvato un piano quadriennale, di ispirazione liberista, ma che di fatto
manteneva la vecchia costituzione. De Gaulle non era soddisfatto e, dopo aver lasciato il governo fondò il suo partito,
in modo da poter elaborare una sua riforma della costituzione. Nel frattempo, l’alleanza tra i tre partiti si ruppe e i
comunisti vennero estromessi. La Germania, anche se di fatto era il paese che maggiormente fu colpito dal postguerra,
fu anche quella che riuscì a risollevarsi più in fretta, garantendo una stabilità economica e politica già nel ’51.
Numerosi erano i problemi che aveva dovuto affrontare, ma, mentre l’ala orientale, sotto il dominio dell’Urss era in
una situazione di stallo, se non quasi di arretramento, quella occidentale cresceva rapidamente. Era entrata a tutti gli
effetti nell’ambiente capitalista.

23.7. La ripresa del Giappone


Anche il Giappone, così come la Germania, subì uno sviluppo molto rapido nonostante fosse un paese uscito sconfitto
dal secondo grande conflitto. Anche qui gli americani avviarono un modello di organizzazione politica e sociale di
tipo liberale e occidentale. Nel ’46 venne imposta una nuova costituzione, redatta da funzionari americani, che
trasformava l’autocrazia imperiale in una monarchia costituzionale e introduceva un sistema parlamentare. Unico
freno a questa situazione era mosso dai ceti conservatori. Con la guerra di Corea, il Giappone era diventato base
logistica e fornitore dell’esercito americano, il che favorì una rapida ripresa economica, favorita dall’assistenza degli
Stati Uniti, che oltre a stabilità politica davano al paese anche una vera e propria egemonia dei gruppi moderati,
raccolti nel Partito liberal-democratico. La quasi completa assenza di spese militari imposta dal trattato di pace,
assieme a una politica economica fondata sul contenimento dei consumi e sul rilancio produttivo, consentì già negli
anni ’50 un notevole investimento. I settori più sviluppati dell’industria furono quelli della siderurgia, della
meccanica, della tecnologia e dell’automobile. Negli anni ’60 si può affermare che il Giappone sia diventato
ufficialmente la terza potenza economica mondiale, dopo Usa e Urss.

23.8. La rivoluzione comunista in Cina e la guerra in Corea


Nel 1949 si ebbe un punto di svolta nella lotta tra “mondo socialista” e “mondo capitalistico”, infatti ci fu l’avvento
dei poteri comunisti in Cina. Questo fenomeno è dovuto sia alla guerra fredda che al processo di decolonizzazione che
si verificava un po’ ovunque. Non solo prese piede una rinascita della Cina come stato indipendente e come grande
potenza, ma si affermava anche un modello comunistico ben diverso da quello russo. La precaria alleanza tra i
comunisti di Mao Tse-Tung e i nazionalisti ebbe vita breve. Questi ultimi, che erano al governo, non seppero
affrontare i nemici americani, anche se di fatto per contrastarli avevano messo da parte la loro guerra con i comunisti,
che invece dimostrarono grande potenza e organizzazione, riuscendo infatti a sconfiggere gli americani che tentavano
di occupare anche i loro territori, senza contare il grande successo che stavano riscuotendo, soprattutto grazie
all’avvicinamento con le masse contadine. Quando lo scontro principale tornò ad essere quello tra comunisti e
nazionalisti, quest’ultimi sapevano che avevano ancora diversi aiuti ricevuti dagli alleati, infatti in un primo momento
riuscirono a vincere gli scontri, anche se ben presto, nel ’49, Mao riuscì a imporsi, anche se godeva di uno scarso
appoggio dell’Urss, diventando anche una grande potenza a livello militare. I nazionalisti optarono così per ritirarsi
nell’isola di Taiwan, con l’aiuto degli americani. Il 1° ottobre del ’49 fu proclamata a Pechino la nascita della
Repubblica popolare cinese, riconosciuta da Urss e Gran Bretagna ma non dagli Usa. La nuova repubblica procedette
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con rapide socializzazioni, lasciando fuori in un primo momento il privato. Nel ’50, Mao stipulò un accordo con l’Urss
che prevedeva un’amicizia e una mutua assistenza. La situazione si aggravò sempre di più e fu evidente quando la
Corea fu divisa in due zone, a Nord del 38° parallelo c’erano i comunisti, al Sud gli americani. Lo scontro fu
inevitabile: in un primo momento sembrano vincere i comunisti, poiché aiutati dall’Urss, ma a sua volta gli Usa
mandarono rifornimenti e riuscirono così a penetrare nella Corea del Nord, ma quando intervenne la Cina, la disfatta
degli americani era evidente, senza contare che, accettando l’accordo, si mostrava come il regime comunista stesse
lentamente prendendo piede. Così facendo, non solo i rapporti Asia-America andavano in crisi, ma la minaccia
comunista divenne sempre più forte e costrinse l’America a fare ingenti rifornimenti, soprattutto riguardo alla marina
navale.

23.9. Dalla guerra fredda alla coesistenza pacifica


Il ’52 fu l’anno in cui può dirsi conclusa la guerra fredda, infatti Stalin morì e Truman terminò il suo mandato. Nel
periodo immediatamente successivo non ci furono grandi aperture tra le due superpotenze, anzi, ci furono grosse
rivolte a Berlino est, che furono però represse duramente. La presidenza americana passò nelle mani di Eisenhower,
che finì con l’accentuare il rapporto di sfida con l’Urss anziché migliorarlo. Nonostante le avversità, sembrava quasi
che una coesistenza pacifica fosse vicina, infatti l’Urss riconobbe la grande stabilità americana, gli Usa ammisero il
grande sviluppo sovietico. Nel ’55, con il sovietico Kruscev, venne firmato il trattato di Vienna, col quale i sovietici si
ritiravano dalla città austriaca, a patto che americani la tutelassero e ne garantissero la neutralità. Nella Conferenza di
Ginevra, che fu convocata in luglio per discutere del problema tedesco, non furono raggiunti accordi.

23.10. Il 1956: la destalinizzazione e la crisi ungherese


Dopo la morte di Stalin, un gruppo di suoi stretti collaboratori presero il potere del paese anche se, in breve tempo, se
ne affermò uno dotato di grande carisma, Kruscev. Quest’ultimo, oltre a firmare il trattato di Vienna, si impegnò a
riconciliarsi con i comunisti slavi, sciogliere il Cominform, ad avviare una gestione centralizzata dell’economia e a
rilanciare l’agricoltura. Il nuovo leader non si fece problema nel demolire la figura di Stalin, non tutta, ma la parte che,
molto spesso ha commesso gravi errori, primo tra tutti quello di promuovere il “culto del capo”. Questa affermazione
provocò grande tensione, soprattutto perché gli stati satellite iniziavano a vedere una possibilità di cancellazione
dell’egemonia sovietica. In Polonia, questa tendenza venne soprattutto dagli operai, appoggiati dalla Chiesa, le cui
agitazioni terminarono nel grande sciopero di Poznan. Questo fu represso con la forza, ma quando, ad esso, ne
seguirono altri, l’Urss optò per un cambiamento nel governo del paese. Situazione analoga avvenne in Ungheria, dove
dopo una serie di scioperi e ribellioni, si costituirono consigli operai e l’Urss si ritirò. Nonostante questo, il
comunismo riuscì a prendere il sopravvento e, quando si tentò di fare uscire la Polonia dal trattato di Varsavia, venne
richiesto l’intervento dell’Urss per reprimere la sommossa. Se da un lato il progetto di destalinizzazione cadde in
fretta, dall’altro l’Urss tornò ad affermarsi.

23.11. L’Europa occidentale e il Mercato comune


Nel corso degli anni ’50, la situazione per gli alleati dell’Usa non era facilissima, poiché questi dipendevano da lei in
tutto e per tutto. Mentre la Francia, soprattutto per le questioni algerine, non era soddisfatta della situazione, la Gran
Bretagna era più aperta e disponile. Anche se qui c’erano ormai in prevalenza governi conservatori, il Welfare State
non venne rimosso del tutto ma nonostante questo era evidente il declino dell’economia britannica. I risultati migliori,
soprattutto considerato il punto di partenza, furono quelli che si ottennero nella Germania federale, dove i governi a
economia sociale di mercato si svilupparono moltissimo grazie alla guida cristiano-democratica. Alla base del
miracolo tedesco vi erano diversi fattori:
- Grande manodopera fornita dai profughi
- Moderazione dei sindacati
- Stabilità politica, garantita sia dai piccoli interventi presi nei confronti dei partiti per evitare inutili crisi, sia dagli
interventi legislativi che misero fuori legge il partito comunista.
Si svilupparono due grandi partiti, quello liberale coalizzato con quello cristiano-democratico, contro quello
socialdemocratico. Caso diverso era quello della Gran Bretagna, che perduto il suo impero continuava a sentirsi
esclusa dall’Europa e legata solo al Commonwealth. L’idea di un’Europa unita non era scomparsa del tutto, infatti la
prima manifestazione evidente fu la realizzazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca), 1951, che
aveva il compito di coordinare produzione e prezzi in quelli che erano i grandi settori dell’industria. Nel ’57, dopo
anni di trattative fu firmato il trattato di Roma, firmato dai rappresentati di Francia, Italia, Germania federale, Belgio,
Olanda e Lussemburgo, che istituirono le CEE, comunità economica europea. Scopo primario era quello di creare un
mercato economico comune (mec), mediante l’abbassamento delle tariffe doganali e la libera circolazione della forza-
lavoro e dei capitali, ma anche attraverso il coordinamento delle politiche industriali e agricole. Organi principali della
CEE erano: la commissione, organo tecnico con il compito di proporre piani di intervento e di disporne l’attuazione; il
consiglio dei ministri, cui spettano le decisioni finali; la corte di giustizia, incaricata di gestire le controversie tra due
stati; il parlamento europeo, con funzioni consultive. Il mercato comune ebbe effetti positivi sull’economia, un po’
meno sulla politica.
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23.12. La Francia dalla Quarta Repubblica al regime gaullista
La Francia fu l’unica a subire una grave crisi istituzionale dopo la guerra. Dopo la rottura tra l’alleanza tra i tre grandi
partiti di massa, il paese fu preso in mano da governi instabili. Il culmine della crisi fu dettato dalla questione algerina,
durante la quale fu chiamato a redigere un nuovo governo il generale De Gaulle. La nuova costituzione, con la quale
nasceva la Quinta Repubblica, manteneva le strutture democratico-rappresentative, pur introducendo un rafforzamento
dell’esecutivo. Il capo dello stato poteva eleggere il capo del governo, sciogliere le camere, sottoporre al referendum
questioni per lui importanti. Stroncando ogni tentativo di sedizione, De Gaulle fece cadere tutte le aspettative
riproposte su di lui. D’altro canto, però, De Gaulle voleva che la Francia si affermasse in maniera indipendente, senza
dover dipendere sempre dagli Usa, motivo per cui avviò una propria produzione nucleare e si ritirò dalla Nato. Inoltre,
contestò il valore assoluto del dollaro, voleva avere il diritto di veto circa l’entrata della Gran Bretagna nel Mec, si
oppose a molti progetti di integrazione della CEE, che non erano in linea con la sua politica.

24. LA DECOLONIZZAZIONE E IL TERZO MONDO


24.1. I caratteri generali della decolonizzazione
Tra i fenomeni più importanti del XX secolo ci sono sicuramente la decolonizzazione e l’accesso all’indipendenza dei
popoli afroasiatici. Preparato già dal primo dopo guerra il processo di decolonizzazione ricevette la spinta definitiva
nel secondo conflitto mondiale. Anche in un posto come il Giappone dove, inizialmente, lo stesso governo aveva
favorito le spinte indipendentistiche affinché combattessero contro francesi e inglesi, queste avevano finito col
rivolgersi contro il dominio coloniale. Altro fattore importante per questo fenomeno fu la spinta di Usa e Urss a far sì
che gli europei lasciassero Africa e Asia per tornare ai loro vecchi confini. In realtà le due superpotenze volevano
impossessarsi loro di queste terre, ma ciò non toglie che rappresentano un fattore importante per la decolonizzazione.
Inoltre, come ricorda la carta atlantica del ’41, ogni popolo gode del principio di autodeterminazione. Nonostante
fosse un fenomeno oramai inevitabile, non era facile da attuare, soprattutto per i forti nazionalismi che si erano creati,
inoltre paesi come la Gran Bretagna, seppure non molto convinti, volevano procedere per gradi, in modo da rendere
gli stati capaci di essere indipendenti e, in un secondo, liberi di decidere se far parte del Commonwealth. In altri paesi,
come invece la Francia, la madrepatria non voleva che le colonie si distaccassero anzi, voleva che restassero uno stato
unico, anche se avrebbe concesso maggiori diritti. Il rapporto con l’Europa sarebbe comunque continuato, non solo a
livello commerciale, infatti nelle colonie restavano ormai impresse culture, lingue, tradizioni e abitudini del paese
madre. A livello politico però era difficile instaurare una democrazia, sia perché il paese era molto arretrato sotto ogni
aspetto, sia perché c’erano dei gruppi locali che avevano il dominio sugli altri, per questo si sviluppò più un regime
autoritario, spesso dittature militari, che già conoscevano perché era quello attuato dalla madrepatria.

24.2. L’emancipazione dell’Asia


Il continente asiatico fu il primo a decolonizzarsi, seguito a distanza di 10 anni dall’Africa, questo perché l’Asia era
più avanzata e aveva avuto un ruolo più rilevante nella guerra, che quindi le aveva conferito maggiore forza. Il caso
dell’India prese avvio quando si sviluppò il Partito del congresso e quando si affermò la figura di Gandhi. A guerra
finita la Gran Bretagna avviò le pratiche per la decolonizzazione anche se, mentre Gandhi puntava a un’unione tra
indù e musulmani, il governo inglese optò per dividere le due comunità, come loro stesse avevano richiesto visti i
numerosi conflitti. Vennero creati così due stati, uno indù, l’Unione indiana, e uno musulmano, il Pakistan, tra i quali
le lotte non si affievolirono di certo. Non mancavano poi problemi interni a entrambi, come la povertà o il
sovraffollamento. Se in India si riuscì, grazie anche alla figura di Gandhi (ucciso nel ’48 da un estremista indù), a
instaurare delle istituzioni democratico-parlamentari, in Pakistan vigeva la dittatura militare. Nel sud-est asiatico, oltre
al problema dell’emancipazione, bisognava affrontare quello dei partiti, dove da una parte c’erano le forze
nazionaliste, dall’altra i comunisti. In Birmania e Malesia prevalsero le forze nazionaliste, così come in Indonesia. In
Thailandia prevalevano i moderati, alternati però a governi militari. Nelle Filippine, rese indipendenti dagli Usa nel
’46, prevalse un regime totalitario. I comunisti invece si svilupparono negli stati disciolti dall’Indocina francese, il
Vietnam di Ho Chi-Minh, il quale a guerra finita dichiarò la Repubblica democratica del Vietnam, ma i francesi non
riconobbero il nuovo stato e si presero il sud del paese. Lo scontro tra le due fazioni fu inevitabile, ma i francesi ne
uscirono sconfitti nel ’54. In seguito agli accordi di Ginevra, i francesi dovettero ritirarsi anche dal Laos e dalla
Cambogia, lasciando che il Vietnam si dividesse in due stati: uno comunista al nord e uno filo-occidentale al sud.

24.3. Il Medio Oriente e la nascita di Israele


Il Medio Oriente è da sempre una regione molto importante a livello economico, che ha visto svilupparsi nel corso del
XX secolo un movimento nazionale arabo molto solido. In questo movimento confluivano due tendenze: una
tradizionalista, che puntava a una reislamizzazione della civiltà, e una laica e nazionalista, più attenta alle esigenze di
modernizzazione economica. Quest’ultima, sostenuta sia dai capi di governo che dalle borghesie locali, finì con il
prevalere. Anche qui la seconda guerra mondiale accelerò il processo di emancipazione, costringendo le potenze
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europee a scendere a patti. Nel ’46 la Gran Bretagna riconobbe l’indipendenza della Transgiordania e la Francia ritirò
le sue truppe dalla Siria e dal Libano. Nel ’32 l’avevano ottenuta anche Iraq, Egitto, Arabia Saudita e Yemen, che
unendosi avevano formato nel ’45 la Lega degli Stati arabi, con scopi di cooperazione politica ed economica e con
ambizioni di integrazione federalista che sarebbero peraltro rimaste sulla carta. Restava il problema della Palestina,
che nel ’39 la Gran Bretagna si era impegnata a rendere indipendente entro dieci anni, ma che di fatto ancora non lo
era, ed era contesa tra arabi ed ebrei. Qui nel frattempo proseguiva la formazione di uno stato ebraico, sostenuto sia
dagli Usa, sia dall’opinione pubblica visto cosa era successo agli ebrei nei campi di concentramento. L’Inghilterra era
però un po’ ostile a questa decisione, soprattutto perché temeva di inimicarsi gli stati arabi. Nel frattempo gli ebrei
passarono alla lotta armata, sia contro gli arabi che contro gli inglesi. Visto come procedeva la situazione, l’Inghilterra
decise di tirarsi fuori e di lasciare il compito di gestire la situazione alle Nazioni unite. L’Onu approvò il piano di
spartizione in due stati, che venne però respinto dagli stati arabi. Nel ’48, gli ebrei proclamarono la nascita dello stato
di Israele e gli stati della Lega araba reagirono subito attaccandolo militarmente. La prima guerra arabo-israeliana
(maggio ’48-gennaio ‘49) si risolse con la sconfitta degli arabi, mal equipaggiati e mal coordinati, cosa che segnò
definitivamente l’affermazione dello stato ebraico. Lo stato moderno si ispirava ai modelli delle democrazie
occidentali, dotato di strutture sociali e civili molto avanzate, che erano in contrasto con la complessiva arretratezza
dell’area meridionale, e a un’organizzazione economica in cui il capitalismo conviveva con le comunità agricole. La
forza di Israele derivava sia dalle risorse provenienti dall’estero che dalla preparazione e dall’intraprendenza dei suoi
dirigenti, oltre che dal forte patriottismo dei suoi cittadini. Con la guerra del ’48, lo stato ebraico si ingrandì e occupò
anche la parte occidentale di Gerusalemme. Mentre la Transgiordania, che nel frattempo cambiò nome in Giordania,
sottrasse i territori destinati allo stato arabo, poiché questo non aveva accettato l’accordo.

24.4. La rivoluzione nasseriana in Egitto e la crisi di Suez


All’inizio degli anni ’50, il nazionalismo arabo trovò una guida nello stato d’Egitto, molto forte sia per la sua
posizione per la sua tradizione, il quale però, in seguito a un accordo con gli inglesi per ottenere l’indipendenza aveva
dovuto rinunciare al controllo sul canale di Suez. Tuttavia, di fatto, l’Egitto era ancora legato, anche politicamente
all’Inghilterra, finché un Comitato di ufficiali liberi non rovesciò la monarchia, dove ormai dilagava la corruzione. La
ribellione aveva due guide, Nasser era la più estremista, motivo per cui, dopo aver scacciato il compagno più
moderato, decise di istituire delle riforme in senso socialista e di promuovere un processo di industrializzazione. In
politica estera, non volle che il paese subisse le influenze della madrepatria e puntava inoltre a ottenere il controllo
degli stati arabi, per poi combattere contro Israele. Ottenne lo sgombero degli inglesi dalla zona del Canale di Suez e
strinse accordi militari ed economici con l’Urss per ricevere aiuti. Vista la situazione, gli Usa bloccarono il loro
consueto finanziamento, impedendo la costruzione della diga di Assuan, necessaria per l’elettrificazione del paese.
Nasser rispose nazionalizzando la compagnia del canale di Suez, dove sia inglesi che francesi avevano grossi interessi.
Si aprì una crisi internazionale: Israele attaccò l’Egitto e lo sconfisse, mentre inglesi e francesi occupavano il canale.
Gli usa non diedero alcun appoggio alla missione, anzi la condannarono e con lei tutte le potenze partecipi, ma così
facendo si rafforzò la figura dell’Egitto e di Nasser. Quest’ultimo riscosse grande successo tra il suo popolo, anche tra
la borghesia, motivo per cui la Siria decise di unirsi a lui formando la Repubblica araba unita (esperimento di breve
durata). Ispirandosi all’Egitto, la Libia nel ’69 avviò una rivoluzione che depose la monarchia e portò al potere il
colonnello Gheddafi, il quale nazionalizzò le compagnie petrolifere straniere ed espulse la comunità italiana presente,
per poter formare un’idea di socialismo islamico, una politica che lo avrebbe portato ad appoggiare la causa di tutti i
movimenti di guerriglia anti-imperialisti, e a inserirsi nei conflitti tra gli stati africani, mettendo tensione sia tra loro
che con gli Usa.

24.5. L’indipendenza dei paesi del Maghreb


All’inizio degli anni ’50, nei paesi del Maghreb (la parte occidentale del Nord Africa, comprendente Marocco, Tunisia
e Algeria), lo scontro tra nazionalismo arabo e colonialismo era sempre molto forte. Nei tre paesi l’indipendentismo
era molto forte, motivo per cui i francesi furono costretti a concedere, nel ’56, la piena indipendenza, che avrebbero
mantenuto una posizione moderata, filo-occidentale in politica estera. Ma per l’Algeria, la lotta alla liberazione, fu
decisamente più dura: se da un lato non mancavano le spinte indipendentiste che avevano come modello l’Egitto,
dall’altra non mancava nemmeno un forte nazionalismo francese che non era intenzionato a cedere, per questo si creò
il Fronte di liberazione nazionale, disposto a trovare un compromesso (in realtà era un’organizzazione clandestina che
puntava alla piena indipendenza). Lo scontro culminò nel ’57 con la battaglia di Algeri, che ebbe esiti disastrosi. Alla
fine i francesi riuscirono a piegare la rivoluzione, seppure con metodi talmente brutali da suscitare l’indignazione
pubblica. Se da un lato i rivoluzionari non sembravano voler cedere, dall’altra il governo francese tornò nelle mani di
De Gaulle che voleva a tutti i costi porre fine ad un’ulteriore guerra. Dopo anni di trattative il governo francese si
accordò con l’Fln per proporre un progetto di indipendenza all’Algeria. Gran parte dei francesi emigrarono e gli altri
votarono per l’indipendenza, ottenendo un governo autoritario e centralizzato, con un’economia stabile, senza
rinunciare agli accordi commerciali con la Francia.

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24.6. L’emancipazione dell’Africa nera
Nell’Africa a sud del Sahara, il processo di decolonizzazione fu decisamente più tardivo ma meno conflittuale. Alla
fine degli anni ’50, le potenze si erano ormai arrese al processo di decolonizzazione e finirono con l’assecondarlo. La
grande stagione dell’emancipazione africana si aprì con l’indipendenza del Ghana (’57, colonia inglese), seguita dalla
Guinea (colonia francese). Nel 1960 ottennero l’indipendenza ben 17 nuovi paesi tra cui: Nigeria, Senegal, Somalia.
Non solo il processo fu pacifico, ma si riuscì a stabilire con le ex colonie un rapporto sia economico che culturale. Più
difficile fu invece raggiungere l’indipendenza nei paesi dove c’erano più coloni bianchi o dove c’erano interessi
economici più importanti in ballo, come in Kenya, dove prima di ottenere l’indipendenza ci fu una campagna
terroristica da parte degli inglesi. Ultima roccaforte del potere bianco era l’Unione Sudafricana, dove venne addirittura
inasprito il regime di apartheid (separazione e discriminazione in tutti gli ambiti), tra il ’50 e il ’60. Anche se i bianchi
erano in netta minoranza avevano il monopolio della forza e non erano intenzionati a cedere le ricche risorse minerarie
del paese. Altro caso critico fu quello del Congo, poiché era stato lasciato in una situazione di grava arretratezza dal
Belgio, qui infatti l’indipendenza fu concessa senza una vera preparazione politica o istituzionale, motivo per cui fu
seguita da una sanguinosa guerra civile. Tutto sommato l’Africa dimostrò come in tutti gli stati, chi più chi meno, le
istituzioni statali fossero molto deboli e precarie, come quelle politiche, motivo per cui nel giro di pochi anni
dall’indipendenza molti stati finirono col diventare dei regimi militari. A tutto ciò si univa poi l’instabilità economica,
che rischiava di creare una dipendenza dai paesi industrializzati, dai quali avevano tanto cercato di distaccarsi, ma
ricevendo aiuti economici e commerciali finirono per avviare una sorta di neocolonialismo. Non mancano poi paesi
come la Tanzania o il Benin che si staccarono completamente e drasticamente dall’Occidente industrializzato,
puntando invece sul mercato interno. Angola e Mozambico, dopo essersi liberati del Portogallo nel ’75, avviarono un
processo di seconda decolonizzazione. In ogni caso, problemi come le carestie, l’emarginazione dal mercato mondiale
e la disgregazione sociale non furono mai del tutto risolti.

24.7. Il Terzo Mondo, il “non allineamento” e il sottosviluppo


I paesi di nuova indipendenza pensarono che, una volta decolonizzati potessero godere dell’eredità comune, ma ben
presto si resero conto che ciò non era possibile. Si sviluppò presto il termine “non allineamento” per indicare come, di
fatto, non fossero alla pari delle superpotenze, senza contare che loro divennero presto il terzo mondo, ben diverso
dall’Occidente capitalista o dell’Est comunista. La consacrazione ufficiale di questo indirizzo si ebbe nel ’55, con la
conferenza afroasiatica di Bandung, Indonesia, a cui parteciparono 28 stati, compresa la Cina. Venne proclamata
l’uguaglianza tra tutte le nazioni, il sostegno ai movimenti in lotta contro il colonialismo e il rifiuto delle alleanze
militari egemonizzate dalle superpotenze. Nacque così, oltre al movimento de non alleati, il cosiddetto
terzomondismo, una tendenza a individuare proprio nei paesi di nuova indipendenza il principale fattore di mutamento
e di rinnovamento a livello mondiale. Bandung non doveva rappresentare solo una piattaforma ideologica ma anche un
vero e proprio punto di partenza per una politica di neutralismo attivo, destinata ad erodere l’egemonia delle
superpotenze e a sottrarre il mondo dalla morsa della guerra fredda. Il movimento dei non allineati andava via via
ingrossandosi, aggiungendo sempre più stati: oltre ai filo-occidentali si legavano anche gli stati in stretto rapporto con
l’Urss, come per esempio il Vietnam del nord. La realtà del non allineamento divenne tuttavia una realtà molto varia,
poiché alcuni paesi si stavano legando perlopiù all’Urss. I problemi inoltre erano molto differenti da paese a paese.
Così come il non allineamento rappresentava un carattere distintivo dei paesi del Terzo mondo, ben presto lo divenne
anche il sottosviluppo. I motivi del sottosviluppo economico erano da sempre strettamente legate ai problemi sociali.
Alcune caratteristiche comuni erano:
- Carenza di strutture industriali
- Arretratezza nell’agricoltura
- Crescente emarginazione negli scambi internazionali
- Sproporzione tra risorse disponibili e continuo aumento della popolazione
Dal 1960, tutti i paesi considerati “in via di sviluppo” erano quelli dove il reddito pro capite era di dieci volte inferiore
rispetto a quello dei paesi industrializzati. Altri problemi sorsero quando il paese si trovò a subire la tanto attesa
decolonizzazione e poi, visti i risultati ottenuti, sopraggiunse la necessità di una nuova colonizzazione.

24.8. Dipendenza economica e instabilità politica in america latina


I problemi dell’America latina meritano un discorso a parte poiché riguardavano sia lo sviluppo socio-economico che i
problemi legati alla diffusa arretratezza e, in aggiunta, alla forte dipendenza dagli Stati Uniti. Gli atteggiamenti degli
USA furono differenti, infatti mentre verso il Messico contribuirono alla crescita industriale, in altri paesi del centro-
America trovarono alleati nelle oligarchie terriere locali per combattere ogni forma di rinnovamento. Generalmente gli
USA si limitarono a tutelare gli stati, infatti crearono l’Organizzazione degli stati americani, che aveva scopi di
sostegno economico tra i vari paesi, ma anche scopi politici, come impedire l’aggravarsi dell’instabilità politica e la
penetrazione del comunismo. Il periodo della guerra fu, tutto sommato, considerato un periodo di sviluppo, poiché
questi paesi non erano direttamente coinvolti, inoltre i loro atteggiamenti politici cambiarono: si affermarono i ceti

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medi (su molti fronti, compreso quello economico) e si svilupparono movimenti come il populismo, il liberalismo e
l’autoritarismo. Di stampo autoritario-populista era il regime instaurato nel ’46 in Argentina dal colonnello Peron. Si
concentrò sull’industria, aumentò i salari, lottò contro i monopoli e nazionalizzò i servizi pubblici. Si guadagnò il
consenso delle classi medie e di quelle popolari, soprattutto tra i sindacati operai. Non mancava però una politica
autoritaria, che ricordava per molti aspetti quella dei regimi fascisti: violenze contro le opposizioni, censura sulla
stampa, culto carismatico della figura del capo. Sul piano economico la sua politica era però confusa e maldestra.
Aumentò l’inflazione, ci fu una grave crisi agricola e una diminuzione delle esportazioni. Peron, dopo il colpo di stato
militare, dovette lasciare l’Argentina. A lui si susseguirono dei governi civili e, quando sembravano tornare all’attacco
i seguaci di Peron, fu attuato un altro colpo di stato e venne instaurata una ferrea dittatura di destra. Simili alle vicende
dell’Argentina furono quelle del Brasile, il cui protagonista era Vargas. Anche lui fu colpiti da ben due colpi di stato
che lo portarono ad allontanarsi, e poi addirittura a suicidarsi. I suoi successori tentarono di mantenere una politica
estera di non allineamento e di modernizzare il paese, il quale però era troppo arretrato, motivo per cui non riuscì a
risollevarsi. Dopo diversi problemi, economici, politici, ma anche sociali, fu la volta di un nuovo colpo di stato
appoggiato dagli USA, che portò al potere i militari. Si sviluppò un miglioramento ma, di fatto, gli squilibri sociali
erano ancora molto gravi. Altri regimi militari vennero attuati in Venezuela e in Colombia, ma anche in Paraguay,
Perù, Bolivia. I soli paesi dove c’erano istituzioni democratiche erano Uruguay, Cile e Messico, dove la stabilità
politica era garantita dal Partito rivoluzionario istituzionale. A Cuba, una grande svolta si ebbe quando nel ’59 fu
rovesciata la dittatura di Batista, da un movimento rivoluzionario guidato da Castro. Inizialmente su posizioni
democratico-liberiste, Castro avviò una riforma agraria che colpì direttamente il monopolio esercitato dalla United
Fruit sulla coltivazione della canna da zucchero. Gli USA, che inizialmente avevano riconosciuto questo regime, ben
presto assunsero un atteggiamento ostile. Castro fece così riferimento all’Urss, rompendo ogni accordo diplomatico
con gli Usa e avvicinandosi al socialismo. Venne istituito quindi un regime a partito unico. Per la prima volta un paese
di protezione americana se ne distaccò per avvicinarsi a un orientamento marxista e filosovietico. Che Guevara tentò
in tutti i modi di sollecitare la popolazione dell’America latina ma fu ucciso in Bolivia. I suoi tentativi rivoluzionari
vennero messi in atto con le armi e questo gli costò molto caro. Nel ’61 fu lanciata un’alleanza per il progresso, un
programma di aiuti latino-americani che non bastava comunque a compensare lo strapotere economico esercitato dagli
Usa su buona parte del continente.

25. L’ITALIA DOPO IL FASCISMO


25.1. Un paese sconfitto
Liberata e riunificata, nella primavera del ’45, dall’avanzata degli alleati e dall’insurrezione partigiana, l’Italia si trovò
ad affrontare diversi problemi. Gli stabilimenti si erano salvati, ma la produzione era diminuita. L’agricoltura aveva
subito gravi danni, così come il patrimonio zootecnico. Ad aggiungersi alla lista c’era anche il problema degli
approvvigionamenti alimentari e quello della crescente inflazione. Il sistema di trasporto era disarticolato, non
mancavano poi i danni alle merci. Sfollati, disoccupati ed affamati contribuivano a rendere l’ordine pubblico precario,
instabile. Nell’Italia del nord, la guerra aveva provocato un nuovo slancio alle lotte sociali, soprattutto da parte della
sinistra. Difficile era la situazione per gli ex partigiani, che erano molto riluttanti all’idea di deporre le armi. Nel
Mezzogiorno i problemi non mancavano, a partire dall’occupazione di terre incolte e latifondi, e del conseguente
tentativo di “legalizzarlo”, ma soprattutto dalla malavita comune, legata soprattutto al contrabbando e alla borsa nera.
In Sicilia il fenomeno mafioso era molto diffuso, in alcuni casi sostenuto anche dagli alleati. Ad esso si aggiunsero dei
movimenti indipendentisti, legati agli agrari e alla vecchia classe prefascista, condizionati dalla presenza mafiosa. La
disgregazione morale e politica aveva toccato livelli altissimi, se da un lato c’era chi voleva seguire la linea degli
alleati, con conseguente ripresa della monarchia, dall’altra c’era chi voleva opporsi e preferiva un cambiamento più
netto e più drastico, visto quello che avevano passato prima e durante la guerra. Man mano che le differenze tra nord e
suda aumentavano ci si rendeva conto di come fosse difficile che il paese venisse travolto dall’entusiasmo partigiano:
l’Italia era un paese distrutto e occupato militarmente, dipendente dagli aiuti degli alleati. Risollevarsi non era facile.

25.2. Le forze in campo


Per quanto di fatto le forze politiche non erano poi tanto diverse da quelle che si erano affermate dalla fine della prima
guerra alla dittatura, era cambiata la situazione interna del paese, si era aggravata, ma ciò non toglie che la
partecipazione politica era aumentata. Il dopoguerra apparteneva quindi ai partiti organizzati su basi di massa,
soprattutto quelli della sinistra operaia. In particolare il Partito socialista, con il suo leader Nenni. Il partito era però
ancora una volta diviso, poiché c’erano gli estremisti rivoluzionari che non perdevano occasione per avvicinarsi ai
comunisti, e fazioni invece più moderate, a cui si avvicinavano i borghesi. Il comunismo di Togliatti diveniva via via
sempre più forte, non solo perché era visto come una forza antifascista ma anche perché si presentava come una forza
nazionale. Era un autentico partito di massa, che non aveva il consenso dei soli operai ma anche dei contadini e dei
ceti medi, persino degli intellettuali. Era pronto a inserirsi attivamente nelle istituzioni democratico-parlamentari,
senza tuttavia dimenticare il suo legame privilegiato con l’Urss. L’unico, tra gli altri partiti, che sembrava in grado di
poter competere con i comunisti e socialisti, era la Democrazia cristiana, ben organizzata a livello di masse. La DC
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ereditava da Sturzo il programma, la base contadina e piccolo-borghese. Il partito era costituito sia dal gruppo
dirigente, come De Gasperi, sia da nuove leve prese dall’Azione cattolica. La differenza principale dal partito popolare
di Sturzo era che la DC era più riconosciuta dalla Chiesa, motivo per cui era anche più esplicitamente moderata. Il
Partito liberale aveva tra i suoi sostenitori la classe dirigente prefascista, la grande industria e i proprietari terrieri. Ma
il rapporto tra leader e base elettorale era fortemente compromesso. Tra i partiti laici, quello repubblicano si
distingueva per l’intransigenza sulla questione istituzionale. In una posizione al confine tra l’area liberal-democratica e
quella socialista, era il Partito d’azione, nel quale non solo c’erano nomi illustri tra gli antifascisti, ma anche tra
intellettuali e militanti ex partigiani. Il Pda si mostrava come una forza nuova, moderna, in grado di rivoluzionare il
paese tramite riforme sociali e istituzionali. Il partito era però privo di una base di massa, e faticava a trovare una reale
identità, viste le differenze presenti al suo interno. I partiti di destra erano chiaramente indeboliti, i neofascisti erano
quasi del tutto assenti, anche se di fatto quelli rimasti tendevano a unirsi alla DC o al Pli, sostenendo sempre e
comunque la monarchia. Si sviluppò un nuovo movimento chiamato qualunquista, che rifiutava un’etichetta
ideologica e puntava a difendere l’uomo comune, il cittadino medio che doveva affrontare, con non poche difficoltà la
situazione post-fascista. Un ruolo economico importante lo ebbe la Cgil, che fu ricostruita su basi unitarie, e riuscì a
ottenere il riconoscimento delle commissioni interne, ovvero la rappresentazione del sindacato all’interno delle
aziende, l’introduzione di un adeguamento dei salari al costo della vita e una nuova e più rigida disciplina per i
licenziamenti.

25.3. Dalla liberazione alla repubblica


La prima vera disputa tra partiti, si presentò quando si dovette scegliere il successore di Bonomi. Dopo un lungo
braccio di ferro tra socialisti e democristiani, i partiti si accordarono sul nome di Parri, leader di una formazione
minore come il Partito d’azione, ma investito di un grande prestigio dato che era uno dei capi militari della Resistenza.
Formò un ministero con la partecipazione di tutti i partiti del Cln, cercò poi di promuovere la normalizzazione del
paese, mettendo al primo porto il problema dell’epurazione (applicata a tutti gli ambiti, compreso quello economico,
che era stato compromesso dal fascismo). Applicò poi una serie di provvedimenti affinché venissero colpite dalla
grossa tassazione solo le industrie maggiori e non quelle piccole e medie. Così facendo però, Parri, suscitò
l’opposizione delle forze moderate, in particolare del Pli, che togliendo la sua fiducia ne decretò la fine. Venne eletto
De Gasperi, che ripropose un ministero in cui ci fossero tutti i partiti del Cln, ma applicò importanti cambiamenti. Tra
quelli più rilevanti ci fu la sospensione dei progetti delle riforme economiche e un rallentamento dell’epurazione, cose
che non erano ben viste, e che portarono non solo a una forte delusione ma anche a manifestazioni di protesta. Il
governo aveva fissato il 2 giugno 1946 come data per le elezioni dell’Assemblea costituente: le prime consultazioni
politiche libere dopo 25 anni, e le prime a cui avevano diritto di votare anche le donne. In quello stesso giorno i
cittadini sarebbero stati chiamati a votare tramite un referendum, se tenere o meno la monarchia, in alternativa alla
repubblica. Anche se il monarca Vittorio Emanuele III tentò di favorire la monarchia abdicando in favore del figlio
Umberto II, la repubblica ottenne una netta maggioranza. Umberto II partì per l’esilio in Portogallo e la DC si affermò
come primo partito. Dalle ultime elezioni era evidente come ormai i vecchi gruppi erano stati sostituiti da veri e propri
partiti di massa, e di come i gruppi della sinistra, per quanto fossero forti, non erano però il volere della maggioranza.
Da queste è anche emerso di come la frattura tra nord e sud fosse forte anche a livello politico, infatti mentre a Nord
prevaleva la repubblica e le spinte di sinistra, al Sud votarono per la monarchia e per partiti di destra.

25.4. La crisi dell’unità antifascista


I due che andarono dalla Costituente del ’46 alle consultazioni politiche del ’48 furono decisive, infatti l’Italia finì col
definire il suo assetto istituzionale col varo della Costituzione e riorganizzò la sua economia secondo i modelli tipici
capitalistici occidentali. Come provvisorio presidente della Repubblica fu eletto Enrico De Nicola, che diede vita a un
secondo governo De Gasperi basato sull’accordo tra i tre partiti di massa dalla DC, dei socialisti e dei comunisti (che
di comune accordo votarono la prima). I contrasti da DC e i partiti di sinistra non sembravano però placarsi, poiché lo
scontro sociale si inaspriva man mano che il presagio della guerra fredda diveniva sempre più forte. Mentre la DC
assumeva un carattere sempre più moderato, una sorta di garante, i comunisti non si facevano problemi a propendere
per le lotte agricole e operaie. A fare le spese per questa situazione fu il Partito socialista: alla fine del ’46 c’erano due
schieramenti netti, composti uno da Nenni, che voleva mantenere al partito i suoi caratteri classisti e rivoluzionari, era
favorevole all’unità d’azione col Pci e puntava, a livello internazionale, a un’impossibile alleanza con l’Urss e con le
potenze occidentali di sinistra, mentre il secondo schieramento era guidato da Saragat, e si batteva per un allentamento
dei legami col Pci, non nascondendo le ostilità verso il comunismo sovietico e la politica staliniana nell’Europa
dell’Est. Nel gennaio del ’47, i seguaci di Saragat decisero di lasciare il Psiup e di riunirsi a Palazzo Barberini per
fondare un nuovo partito, chiamato Partito socialista dei lavoratori italiani (Psli), e che qualche anno più tardi, avrebbe
assunto il nome di Partito socialdemocratico italiano (Psdi). Inizialmente la scissione provocò alcuni disagi, ma ben
presto la DC si sentì liberata da una sinistra, motivo per cui, dopo che De Gasperi si dimise e fu in seguito rieletto,
optò per formare un governo di sola DC.

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25.5. La Costituzione repubblicana
L’esclusione della sinistra dal governo non bastò certo ad arrestarle. L’assemblea costituente era incaricata di dare al
paese una nuova legge fondamentale, dopo lo Statuto albertino di cento anni prima, iniziò nel ’46 e un anno dopo
venne approvata con la maggioranza, entrando in vigore il 1° gennaio 1948. Essa si ispirava ai modelli democratici
ottocenteschi per quanto riguardava la parte delle istituzioni e dei diritti politici, si avviava infatti un sistema di tipo
parlamentare, col governo responsabile di fronte alle due camere, titolari de potere legislativo, entrambe elette a
suffragio universale e incaricate anche di scegliere, in seduta congiunta, un capo dello Stato con mandato settennale.
Era anche previsto un Consiglio superiore della magistratura, che garantisse l’autonomia dell’ordine giudiziario, e una
Corte costituzionale che vigilasse sulla conformità delle leggi della Costituzione, tutte sottoponibili al referendum
abrogativo, dietro richiesta di almeno 500.000 cittadini. Per quanto riguarda le norme emanate per i due organi non
legislativi, queste non vennero attuate per molto tempo, e questo portò anche numerosi scontri sociali e un’ulteriore
rottura tra DC e le sinistre. Un’altra critica che fu mossa fu legata al fatto che i partiti divennero arbitri incontrastati
della vita politica, poiché il modello parlamentare unito alla legge elettorale portò a questa conseguenza. Nonostante
fosse, tutto sommato, un buon compromesso, non mancarono gli scontri, primo tra tutti quello legato alla volontà della
DC di mantenere gli accordi tra Stato e Chiesa stipulati in periodo fascista. Con grande sorpresa, pur di non scuotere
troppo le masse, il partito comunista di Togliatti finì per accettare, cosa che non fecero invece i partiti laici e socialisti.

25.6. Le elezioni del ’48 e la sconfitta delle sinistre


Mentre per formare la repubblica le forze antifasciste si unirono, appena raggiunto l’obiettivo di disgregarono. Si
crearono due poli opposti: quello di opposizione, egemonizzato dal Pci, e quello governativo, guidato dalla Dc e
comprendente anche i partiti laici minori come il Psli. Lo scontro si accese quando il Partito socialista decise di
proporre liste comuni con Pci sotto l’insegna di Fronte popolare. Davanti a questa manovra, a sostegno della DC
intervennero sia la Chiesa, in maniera molto diretta, sia gli Usa, che minacciarono di sospendere gli aiuti concessi
tramite il piano Marshall. Se dall’altro lato socialisti e comunisti tentarono in tutti i modi di guadagnarsi la fiducia dei
lavoratori, dall’altra c’era anche un troppo stretto legame con l’Urss che faceva preoccupare molto gli elettori.
Favorivano invece la DC le speranze di pace e benessere che derivavano dall’appoggio degli Stati Uniti. Alle elezioni
seguenti la vittoria della DC fu schiacciante e, chi ci rimise maggiormente fu il Psi, che vide dimezzati i suoi seggi in
Parlamento. Non mancarono le insoddisfazioni, legate a questa scelta, tanto è vero che uno studente di destra arrivò a
compiere un attentato contro Togliatti, notizia che portò a un ulteriore tra gli operai e i militanti comunisti contro le
forze dell’ordine. Un’altra conseguenza fu una rottura definitiva con le forze politiche all’interno del sindacato. Per
questo la maggioranza social-comunista della Cgil proclamò uno sciopero generale per protesta contro l’attentato a
Togliatti, cosa che fornì alla componente cattolica l’occasione per staccarsi dal sindacato unitario e per dar vita a una
nuova confederazione, che avrebbe poi assunto il nome di Cisl. Pochi mesi dopo anche i sindacalisti repubblicani e
socialdemocratici abbandonarono la Cgil, fondando una terza organizzazione, la Uil. Svanendo così ogni strascico del
fascismo, si era definita una nuova netta divisione.

25.7. La ricostruzione economica


Con le elezioni del ’48, oltre che a votare il partito politico, si votava anche per l’andamento economico che si voleva
adattare, anche a livello internazionale. Per quanto riguarda quindi la politica economica, si può affermare che i
liberali ottennero fin da subito un grande successo, riuscendo a bloccare le sinistre. In generale, i governi
nell’immediato dopoguerra evitarono di usare in modo incisivo gli strumenti di intervento sull’economia che erano
stati creati negli anni successivi alla grande crisi. A tutto questo la sinistra non seppe proporre valide alternative, se
non dando un minimo sostegno in più ai sindacati. Anche nel governo successivo, dove il ministro del Bilancio era
Einaudi, impegnato per combattere l’inflazione e risollevare il sistema monetario, le sinistre non ottennero grossi
successi, motivo per cui cercano di bloccare l’impopolare piano Marshall. Nel complesso, il progetto di Einaudi venne
attuato: la lira si risollevò, i capitali esportati tornarono in Italia, i prezzi calarono. Ma questa operazione ebbe gravi
costi a livello sociale, primo tra tutti il rapido aumento del numero di disoccupati. I fondi del piano Marshall vennero
usati per finanziare le importazioni di derrate alimentari e materie prime, ma non per sviluppare la domanda interna.
Non si ebbe nemmeno una “restaurazione liberista”. Gli strumenti di controllo dell’economia non furono cancellati,
l’Iri fu potenziato con nuovi finanziamenti, l’Agip, ente petrolifero di stato, fu rilanciato alla scoperta di nuovi
giacimenti di idrocarburi in Val Padana.

25.8. Il trattato di pace e le internazionali


A Parigi fu firmato il trattato di pace tra Italia e alleati, ratificato poi dalla Costituente. L’Italia era a tutti gli effetti una
nazione sconfitta, doveva impegnarsi a pagare le riparazioni agli altri stati, a ridurre la consistenza delle sue forze
armate. Rinunciava inoltre a tutte le colonie, già perdute durante la guerra. L’opinione pubblica non rimase poi tanto
sconvolta, visto che probabilmente già se lo aspettava, ma si preparava a partecipare alle nuove vicende circa i futuri
confini nazionali. I problemi più delicati per il nostro stato si verificarono sul confine orientale, dove gli jugoslavi

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avevano occupato buona parte della Venezia Giulia e rivendicavano la stessa Trieste. Alla fine del ’46 fu attuata una
sistemazione provvisoria, che lasciava alla Jugoslavia la penisola istriana, escluse Trieste e Capodistria, che facevano
parte del Territorio libero di Trieste. Questo territorio fu poi diviso: la zona A agli alleati, la B agli jugoslavi. Solo nel
’54 si arrivò a una spartizione che garantiva il passaggio di controllo della zona A dagli alleati agli italiani. Solo
vent’anni dopo però, si raggiungerà il trattato di Osimo, nel quale le due parti si riconoscevano reciprocamente la
sovranità sul territorio. Il contrasto tra slavi e italiani, già presente in precedenza, non fece che degenerare, finché ci
furono migliaia di esecuzione nelle quali gli italiani vennero gettati nelle foibe. La situazione era molto grave, ed era
necessario l’intervento di molti giuliani e dalmati affinché la situazione potesse migliorare. Quando nel ’48 furono
gettate le basi per il Patto atlantico, l’ipotesi di un’adesione dell’Italia suscitò non solo una dura opposizione di
socialisti e comunisti, ma anche la perplessità di una parte del mondo cattolico, e dei partiti laici di centro-sinistra.
Prevalse alla fine la volontà di De Gasperi, che vedeva nell’alleanza con il piano Marshall, una vera e propria alleanza
militare con gli Usa, anche se di fatto era solo valida sul piano economico. Nel marzo del ’49 il patto atlantico venne
approvato dal Parlamento.

25.9. Gli anni del centrismo


Gli anni della prima legislatura repubblicana (1948-53) segnano il periodo di massima egemonia della DC sulla vita
politica nazionale. Nonostante avesse di fatto la maggioranza assoluto, la DC continuava a puntare sul sostegno dei
partiti laici minori: appoggiò la candidatura di Einaudi, eletto nel ’48, associò ai suoi governi dei rappresentanti del
Pri, Pli e Psdi. Fu questa la formula di centrismo della DC che escluse invece la sinistra social-comunista e l’estrema
destra monarchica e neofascista. Una caratterista del centro era quella di applicare sì delle riforme ma non del tutto
rivoluzionarie, in modo da non sconvolgere gli equilibri precari. Da questo punto di vista, la riforma più importante fu
quella agraria, che fissava norme per l’esproprio e il frazionamento di una parte delle grandi proprietà terriere di ampie
regioni geografiche. La riforma rappresentava un po’ il primo passo per affrontare il problema fondiario che fino ad
allora era stato trascurato. Questa riforma era un duro colpo per la proprietà assenteista, mentre andava chiaramente
incontro alle attese delle masse rurali del centro-sud. Se l’obiettivo imminente della riforma era quello di placare il
malcontento generale, quello a lungo termine era di incrementare la piccola impresa agricola, nel rafforzare quindi il
ceto dei contadini indipendenti, tramite la Confederazione dei coltivatori diretti. Sempre nel ’50 fu varata un’altra
legge decisamente ambiziosa, ovvero quella di istituire la Cassa per il Mezzogiorno, un nuovo ente pubblico che aveva
lo scopo di diffondere lo sviluppo economico e civile delle regioni del meridione tramite il finanziamento statale per le
infrastrutture. Anche se questi provvedimenti migliorarono la situazione, non servirono certo per fare un grande
cambiamento quale la modernizzazione dell’intero paese. Le riforme varate dai governi centristi furono duramente
avversate dalla destra, così come, per alcune riforme, si trovava contro anche la sinistra. Nonostante la produzione
subì un discreto miglioramento, la disoccupazione restò molto alta, i salari molto bassi. Se da un lato la sinistra
reagiva a questa situazione intensificando gli scioperi e le manifestazioni, lo stato rispondeva aumentando le misure
repressive. Venne intensificata la polizia, venne intensificato l’uso delle armi e persino ridotte le libertà. Visti i
continui attacchi sia da destra che da sinistra, De Gasperi tentò di ostruire il sistema di voti, affinché il centro avesse
sempre la maggioranza. Così facendo, creò un vero e proprio sistema costruito su misura per la maggioranza. Questa
nuova legge, definita dalla sinistra “legge della truffa” non fece passare positivamente la DC agli occhi del popolo,
infatti nelle elezioni del ’53, con grande sorpresa, De Gasperi dovette subire la prima vera sconfitta, poiché non era
riuscito ad ottenere la maggioranza.

25.10. Alla ricerca di nuovi equilibri


Dopo le elezioni del ’53, il paese era alla ricerca di un nuovo equilibrio politico, e nel mentre si attuava la ripresa
economica, basata sulla completa liberalizzazione degli scambi sia con l’Europa che con l’estero, attuata da La Malfa.
De Gasperi dovette dimettersi, e i suoi successori, sempre della DC, non erano in grado di dare una reale svolta alla
situazione. Tutti i governi erano però presi dallo sviluppo dell’economia, poiché solo così si poteva avere un reale
miglioramento. Venne poi introdotta, con una legge, la Corte costituzionale, composta in parte da magistrati e in parte
da membri nominati dal Parlamento e dal presidente della repubblica. Il suo compito era quello di adeguare i principi
costituzionali alla vecchia legislazione, ma al tempo stesso quella di far cadere le norme più obsolete e relative al
periodo fascista. Gli anni della seconda legislatura (1953-58) portarono grossi cambiamenti, anche all’interno dei
partiti più importanti, tra le quali la sconfitta di De Gasperi e l’emarginazione del nuovo gruppo nascente legato
all’Azione cattolica. La nuova generazione, legata alle problematiche del cattolicesimo sociale, era nettamente
favorevole all’intervento dello stato nell’economia, piuttosto che mantenere l’impostazione liberista. Esponenti
principali di questa generazione erano Aldo Moro, Taviani, Rumor e Fanfani. Quest’ultimo cercò di rafforzare il
potere statale e di limitare quello di Confindustria nei confronti del partito. Altra influenza politica di questo periodo
era Mattei, che insieme agli altri, svecchiava le nuove formazioni dei partiti. In questo periodo, poiché l’Urss attaccò
l’Ungheria, il partito progressista si divise, da una parte c’era chi voleva comunque restare fedele al progetto di Stalin
(Pci) dall’altra c’era chi se ne volle distaccare completamente (Psi). Il primo puntava a una rivoluzione drastica, il

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secondo puntava a una serie di riforme più moderate. Alle elezioni seguenti, il Psi venne premiato e i suoi meriti
vennero riconosciuti, motivo per cui si poteva affermare che la sinistra iniziava davvero a farsi strada.

26. LA SOCIETA’ DEL BENESSERE (p.524-539)


26.1. Il boom dell’economia
Tra gli anni ’50 e gli anni ’60 si sviluppò un grande periodo di sviluppo. Rispetto alle altre fasi di espansione della
storia del capitalismo industriale (1850-73 e 1896-1913) questa (1950-73) fu molto più rapida. Non solo lo sviluppo fu
maggiore, ma anche più duraturo, tanto da fare apparire lo sviluppo economico e l’aumento del benessere come una
condizione di normalità. A svilupparsi, non furono solo l’America e le potenze vincitrici, ma anche quelle perdenti che
però ricevevano costanti aiuti americani. Lo sviluppo di questo periodo riguardò soprattutto l’industria, in particolare i
settori legati alle tecnologie avanzate, ma anche la produzione di quei beni di consumo durevoli, che raggiunsero una
diffusione di massa. Il settore agricolo subì uno sviluppo più lento, anche se alla fine ne fu coinvolto, nonostante il
numero degli addetti era in costante calo. Parallelamente si sviluppava sempre di più il settore terziario, che nei paesi
più avanzati aveva più lavoratori che il settore industriale. Tra i fattori che determinarono il boom dopo la seconda
guerra ci furono:
- Esplosione demografica
- Allargamento della domanda di beni di consumo, abitazioni, servizi e strutture
- Forza-lavoro più giovane ed efficiente
- Gli apparati industriali erano in grado di soddisfare l’ingente domanda poiché i prezzi erano più bassi, altre risorse
minerarie erano state scoperte (come il carbone), vennero fatte importanti scoperte scientifiche.
- Liberalizzazione degli scambi internazionali: il mercato era molto più unito grazie agli accordi di Bretton Woods.
- Importanti accordi commerciali tra stati o gruppi di stati
- Il rinnovamento tecnologico permise una razionalizzazione produttiva e di concentrazione aziendale, sempre più aziende
che coinvolgevano diversi settori venivano allargate. Sempre in questo periodo nascono le multinazionali, aziende che
oltre alla realizzazione e distribuzione dei prodotti si occupavano anche della produzione, tramite impianti propri che si
trovavano spesso all’estero.

26.2. Le nuove frontiere della scienza


Scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche furono molto importanti per lo sviluppo nel postguerra. I governi
destinarono quote crescenti alla ricerca, creando veri e propri enti specializzati. La velocità con la quale le nuove
tecnologie si diffusero era davvero impressionante. Tra i campi dove si verificarono le più importanti evoluzioni
troviamo:
- Settore chimico: largo uso delle materie plastiche e delle fibre sintetiche come il nylon
- Medicine: grandi progressi, tra cui l’invenzione degli antibiotici e della penicillina (Fleming). Vitamine, sulfamidici,
ormoni, psicofarmaci e anticoncezionali furono sempre più diffusi
- Chirurgia: nuove apparecchiature e nuovi anestetici + trapianto di organi
- Trasporti: oltre che in Usa e in Europa occidentale si diffusero anche in Giappone, sia la macchina che l’aereo, motivo
per cui vennero un po’ arginati il treno e la nave-passeggeri
- Spazio: nuove invenzioni nella missilistica, usata per la prima volta dai tedeschi. Furono i sovietici a mandare per primi
Sputnik, un satellite artificiale, nello spazio (1957) e in seguito anche il primo astronauta (Gagarin, 1961), gli Usa si
misero subito al lavoro per superarli e, dopo aver formato la Nasa inviarono il primo uomo sulla luna (1969), Armstrong
e Alarin, discesi dalla navicella Apollo 11. Non mancò poi un forte interesse per satelliti e navette spaziali. Introduzione
di missili sempre più precisi e satelliti spia
- Fisica nucleare: bombe sempre più potente e introduzione del laser (1960).

26.3. Il trionfo dei “mass media”


A condizionare e trasformare fortemente la vita quotidiana, furono i mezzi di comunicazione di massa (= mass media).
Radio e cinema sonoro erano già diffusi nel periodo compreso tra le due guerre ma, dopo il secondo conflitto,
seguirono rapidi miglioramenti. Ma la vera protagonista di questo periodo fu la televisione: la prima trasmissione
avvenne in Gran Bretagna anche se il vero e proprio successo lo ottenne negli Usa. Nel corso degli anni ‘ 50 si
affermò anche in Europa occidentale. Gli effetti rivoluzionari dovuti al suo sviluppo non furono pochi: trasformò
radicalmente il mondo dell’informazione, portò nelle case spettacolo e creò nuove abitudini, creò una nuova cultura di
massa, dove l’immagine tende a prevalere sulla parola scritta. Ci fu anche un grandissimo boom della musica leggera.

26.4. L’esplosione demografica


A partire dagli anni ’50 ci fu una rapida crescita della popolazione mondiale. Aumentò la vita media dell’uomo, infatti
nei paesi industrializzati sopravvivevano anche fino a 70 anni, mentre in quelli più arretrati fino a 40-50. Tutto questo
fu possibile grazie ai progressi in medicina, in chirurgia, nell’igiene e nell’alimentazione. Nel Terzo Mondo si abbassò
di poco la mortalità ma la natalità era ancora molto alta. Dopo la guerra si è parlato di baby boom, che di fatto non
durò molto, infatti ci fu presto un rapido calo della natalità. Si iniziarono a controllare le nascite, questo perché sempre
più donne lavoravano, i costi per l’educazione e il mantenimento dei figli era molto alto, gli spazi abitativi erano
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ristretti così come lo era il benessere materiale. La tendenza alla pianificazione familiare fu dettata anche dalla
diffusione degli anticoncezionali, che oltre a garantire una liberalizzazione dei comportamenti sessuali portò, nella
seconda metà degli anni ’60, anche a una riduzione delle gravidanze indesiderate.

26.5. La civiltà dei consumi e i suoi critici


Il livello di vita migliorò nettamente, in particolare per le classi lavoratrici. La società del benessere o civiltà dei
consumi aveva dato il via a una crescita globale dei consumi. Si spendeva sempre meno per i bisogni essenziali, come
il cibo, per poter poi spendere nei cosiddetti bisogni inutili come l’abbigliamento, la casa, i servizi di massa come gli
elettrodomestici. Questo avvenne perché i prezzi calarono, i salari aumentavano, i messaggi pubblicitari si
moltiplicarono. Anche se ci fu questo miglioramento, non mancarono le critiche a questa società, soprattutto quelle di
standardizzazione, ovvero di omologazione. Il processo, definito anche di americanizzazione, portava la gente ad
essere costantemente insoddisfatta, principalmente per il rapido invecchiamento tecnologico. Mutò l’atteggiamento
degli intellettuali, che erano entusiasti dell’affermazione di scienze umane come la sociologia. La nuova società venne
accusata di tirannia psicologica, un posto dove contava solo lo sfruttamento economico e della persona. A questa
reazione seguì una ripresa della filosofia marxista, che criticava soprattutto l’etica della civiltà borghese, del
consumismo, tramite il pessimismo e la ribellione.

26.6. Contestazione giovanile e rivolta studentesca


La contestazione maggiore veniva senza dubbio dai giovani, i quali si erano formati all’università e avevano preso
piena coscienza politica della situazione. Alcuni, come gli hippies, rifiutarono la città industrializzata e scapparono,
creando una loro cultura alternativa, fondata sulle religioni orientali, sull’idea di non-violenza, sull’uso di droghe
leggere e messaggi della nuova musica. Questo si diffuse nell’Università di Berkeley, dove si discusse a lungo anche
della guerra in Vietnam, alla quale erano contrari, così come alla segregazione razziale. Il loro carattere era pacifico,
agivano tramite molti sit-in (come Martin Luther King), ma ciò non toglie che c’era anche un gruppo di rivendicazione
chiamato black power, che era ben più aggressivo. La rivolta giovanile si estese anche in Europa e in Giappone, ma
avevano tutte in comune il fatto di rifiutare l’autoritarismo e l’imperialismo. In Germania le rivolte studentesche
colpirono soprattutto il governo, in Francia ci fu una grande rivolta del Quartiere latino di Parigi, che anche se di fatto
fu molto diffuso, fece numerose vittime. De Gaulle ottenne però grande successo anche alle elezioni seguenti, di
conseguenza finì col restringere le rivolte studentesche, affinché il paese non andasse nel caos più assoluto. Tutto
questo portò però a una maggiore presa di coscienza, si crearono comportamenti individuali e nuove forme di
mobilitazione, anche pacifiche.

26.7. Il nuovo femminismo


Tra gli anni ’60 e ’70 ci fu una ripresa della questione del femminismo, già scattata a fine ‘800 ma ripresa poiché,
ancora una volta, mentre gli uomini erano in guerra a lavorare erano le donne, le quali ottennero il diritto al voto ed
erano pronte a lottare per ottenere diritti politici al pari degli uomini. Vennero esaltati i valori femminili, dapprima
negli Usa poi ovunque, fino a ottenere un collettivo femminista. Il movimento puntava non solo a raggiungere la parità
con gli uomini ma a rivendicare i tratti tipici delle donne, così come a ottenere un’autonomia come gruppo politico e a
rifiutare l’organizzazione tradizionale.

26.8. La Chiesa cattolica e il Concilio Vaticano II


La società consumista aveva però un grande problema da affrontare, quello della Chiesa, che era contraria a questo
nuovo modo di vivere. Le pratiche religiose erano in declino anche se la comunità cristiana era ancora molto
numerosa. La Chiesa voleva agire tramite un rinnovamento interno, accompagnato da una maggiore attenzione per la
realtà che troppo spesso era legata solo alla materialità. Il papa di questo periodo era Giovanni XXIII, che emanò 2
importanti encicliche:
1. Mater et magistra (‘61), nella quale rivendicava il filone cattolico, condannava l’egoismo dei ceti privilegiati e dei paesi
ricchi
2. Pacem in terris (’63), che era dedicata soprattutto ai rapporti internazionali, proponeva la cooperazione e il rispetto tra
tutti i popoli, ognuno dei quali doveva mantenere la sua indipendenza, doveva essere disposta al dialogo
L’atto più importante fu però il Concilio ecumenico Vaticano II (1962), il quale prendeva provvedimenti sia
nell’organizzazione interna che nella liturgia. Fu ribadita l’importanza delle sacre scritture e la Chiesa ne uscì
riformata. Nonostante i numerosi seguaci, non mancavano gli oppositori come il gruppo francese dei cattolici del
dissenso, formatisi anche in Italia, ma condannati dalla Chiesa.

27. DISTENSIONE E CONFRONTO (p.541-555)


27.1. Mito e realtà degli anni ‘60

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Gli anni ’60, come abbiamo già visto, rappresentano momenti di prosperità per l’Occidente, in quanto erano il trionfo
della civiltà del benessere. Tuttavia, in realtà, sul piano degli equilibri internazionali e interni, la situazione era molto
agitata, sia per i conflitti politici che per il rilancio di ideologie rivoluzionarie. La coesistenza di due blocchi politico-
militari non era semplice, si basava su un equilibrio degli armamenti nucleari e sulla consapevolezza che romperli, per
cercare di prevalere sul blocco opposto, significava mettere a rischio l’esistenza dell’intera umanità. Un equilibrio di
questo tipo era di fatto un equilibrio del terrore, dove le tensioni interne erano all’ordine del giorno.

27.2. Kennedy e Kruscev: la crisi dei missili e la distensione


Nel 1960 scadde il mandato di Eisenhower e a seguirlo fu Kennedy, il più giovane presidente americano e il primo
cattolico a entrare alla Casa Bianca. Si riallacciò alle politiche di Wilson e Roosevelt, puntando però alla formazione
di una nuova frontiera spirituale, culturale e scientifica. In politica interna ebbe grossi successi, puntava infatti a un
incremento della spesa pubblica assorbito in parte dai programmi sociali e in parte dall’esplorazione dello spazio, non
mancò poi il tentativo di imporre l’integrazione razziale anche negli stati del sud, meno propensi. In politica esterna
invece, non ebbe un successo eguale, infatti nonostante puntasse a un clima di pace e di distensione con l’est, di fatto
era molto intransigente su questioni legate agli interessi americani nel mondo. Il primo incontro tra Kennedy e
Kruscev, avvenuto nel ’61 a Vienna, era incentrato sul problema di Berlino Ovest, che i sovietici volevano trasformare
in città libera, ma Kennedy si oppose e Kruscev rispose facendo innalzare un muro per impedire che i cittadini dell’est
potessero cambiare zona. Il confronto più grave si ebbe però circa l’America latina. Kennedy tentò fin da subito di
ostacolare il regime socialista di Castro, a Cuba, infatti mandò anche una spedizione armata nell’isola, nel ’61. Questa
si rivelò però un totale fallimento, al seguito del quale l’Urss, avendo offerto un sostegno economico e militare
all’isola, poté in cambio installare dei missili nucleari, puntati direttamente sul Nord America. L’anno seguente
Kennedy avviò il blocco navale attorno all’isola e, alla fine, Kruscev cedette. Smantellò le basi missilistiche a patto
che Kennedy si astenesse da azioni militari contro Cuba. Il compromesso, che era un successo per Kennedy, avviò un
nuovo processo di distensione, infatti nel ’63 i due stati firmarono il trattato per la messa al bando degli esperimenti
nucleari nell’atmosfera, al quale non aderirono stati come Francia e Cina, che avevano in atto delle sperimentazioni.
Venne anche installata la linea rossa, una linea diretta di telescriventi tra Casa Bianca e Cremlino per scongiurare una
“guerra per errore”. Kruscev, che assunse toni più pacifisti, propose di far vincere la guerra a chi, tra le due
superpotenze, fosse stata in grado di mantenere un maggiore periodo di prosperità e di stabilità economica. Questo
progetto, anche se nel futuro avrà vantaggi per l’Urss, nell’immediato si rivelò un fallimento e Kruscev dovette
dimettersi (1964) proprio quando il suo avversario Kennedy era morto da poco in un attentato (22 novembre 1963). A
Kennedy subentrò Johnson, uomo politico di stampo rooseveltiano che si impegnò ad ampliare la legislazione sociale,
nonostante le numerose ribellioni, a dare una spinta decisiva alla segregazione raziale, ma, sarà anche ricordato per le
sue pessime decisioni nella guerra del Vietnam.

27.3. La Cina di Mao: il contrasto con l’Urss e la “rivoluzione culturale”


Tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 si sviluppò un altro contrasto significativo: quello tra Cina e Urss,
principalmente per divergenze politico-ideologiche. La Cina di Mao continuava a contestare il ruolo dell’Urss e ad
appoggiare tutti i vari movimenti rivoluzionari. Dalla rivoluzione del ’49, la Cina assistette a un’accentuazione dei
tratti radicali e collettivistici del regime. La Cina comunista aveva nazionalizzato i settori industriale e commerciale, si
era dotata di una sua industria pesante, aveva proceduto alla collettivizzazione dell’agricoltura. Nel ’50 aveva avviato
la prima riforma agraria, redistribuendo le terre tra i contadini, creando così una miriade di piccole aziende agricole,
che finirono poi per essere radunate in cooperative, controllate dalle autorità statali. I risultati nel settore
dell’agricoltura non furono eccellenti, infatti nel ’58 venne avviata una nuova strategia che prese il nome di “grande
balzo in avanti”, che avrebbe dovuto realizzarsi grazie a una generale razionalizzazione produttiva. Le cooperative
furono forzatamente riunite in unità più grandi, la comuni popolari, ciascuna delle quali doveva raggiungere
un’autosufficienza economica. L’intera popolazione fu sottoposta a controlli sempre più stretti, anche nel privato, e fu
mobilitata una grande campagna di propaganda. Questo però si rivelò un totale fallimento, la produzione agricola
crollò e il contrasto con l’Urss si fece decisamente più forte. Quest’ultima si rifiutò di fornirle aiuti nucleari e, dopo
diversi scontri, i confini di Cina e Urss vennero ridefiniti, a causa degli scontri armati culminati nello scontro sul
fiume Ussuri. Nel frattempo, nella Cina di Mao, si stavano sviluppando forze moderate, motivo per cui Mao tentò di
opporsi, con una forma di lotta nuova: incitava i comunisti, perlopiù i giovani, a ribellarsi a tutti coloro che ritenevano
moderati. Tra il ’66 e il ’68 la mobilitazione culminò della cosiddetta rivoluzione culturale, di tipo giovanile, che
anche se sembrava casuale era in realtà organizzata. Nelle scuole e nei luoghi di lavoro si inserirono le guardie rosse,
costituite perlopiù da studenti. L’intento di Mao era quello di far sparire tutti coloro che tentavano di opporsi al
comunismo, ma la situazione gli sfuggì di mano, e dopo ben un milione e passa di morti, fu lo stesso Mao a mettere un
freno. Cercò di arginare la situazione, escludendo i più estremisti e i capi della rivoluzione. Visti i rapporti con l’Urss
cercò alleanza negli Stati Uniti, infatti entrò a far parte dell’Onu dopo un viaggio del presidente Nixon a Pechino.

27.4. La guerra del Vietnam

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La guerra che si combatté per oltre dieci anni, tra il ’64 e il ’75, fu uno dei momenti peggiori nello scontro tra Usa e
mondo comunista. Gli accordi di Ginevra del ’54 avevano diviso il Vietnam il due repubbliche: a nord c’erano i
comunisti Ho Chi-Minh, mentre al sud era governata dal regime semidittatoriale del cattolico Diem, appoggiato dagli
americani che cercavano di sostituire la loro influenza a quella francese. Contro il governo del sud, inviso alla
maggioranza buddista della popolazione, si sviluppò un movimento di guerriglia (Vietcong) guidato dai comunisti e
sostenuto dallo stato nordvietnamita. Preoccupati dalla prospettiva di un’Indocina comunista, gli Stati Uniti
mandarono rinforzi allo stato del sud, che durante la presidenza di Kennedy arrivarono a 30.000 uomini. Sotto la
presidenza Johnson, la presenza degli Usa in Vietnam divenne un aperto intervento bellico, infatti il numero dei
soldati arrivò a oltre mezzo milione di uomini. Nel febbraio del ’65, senza il minimo preavviso, iniziarono i
bombardamenti contro il Vietnam del Nord. Non fu però sufficiente a placare i Vietcong che erano sostenuti dalle
masse contadine, dalla Russia e dalla Cina. Gli Stati Uniti però entrarono in crisi, poiché il nemico non agiva
direttamente, ma si muoveva tra la popolazione, cosa che non fece che accrescere il disagio morale. Negli Usa inoltre,
le vicende vietnamite erano sotto l’occhio di tutti e, spesso, causavano l’indignazione americana. Si iniziò a pensare
che l’occupazione americana fosse ingiusta, per questo si verificarono importanti manifestazioni di protesta e molti
giovani si rifiutarono di arruolarsi. La presidenza americana venne lentamente isolata dato che tutti, americani e non,
sostenevano i vietnamiti. La svolta si ebbe nel ’68 quando i Vietcong scagliarono un’offensiva contro le maggiori città
del sud. Anche se di fatto potevano essere battuti, Johnson decise di non procedere, e di avviare la ritirata,
sospendendo così i bombardamenti. Il suo successore Nixon, avviò dei negoziati ufficiali con il Vietnam del Nord e
con il governo rivoluzionario provvisorio, espressione della politica del Vietcong, riducendo progressivamente
l’impegno militare americano. Solo nel gennaio del ’73, americani e nordvietnamiti firmarono a Parigi un armistizio,
che prevedeva il graduale ritiro delle forze americane. La guerra proseguì però per altri due anni, finché i vietcong e le
truppe nordvietnamite non entrarono a Saigon, capitale del sud, mentre i membri del governo lasciarono in fretta il
paese. Pochi giorni prima i comunisti avevano conquistato anche la Cambogia, rendendo così l’intera Indocina
comunista. Gli Usa dovettero registrare così la prima sconfitta.

27.5. L’Urss e l’Europa orientale: la crisi cecoslovacca


Dopo l’allontanamento di Kruscev, l’Unione sovietica fu retta da una direzione collegiale, tra cui Breznev, formata da
ex collaboratori del leader rimosso. Il nuovo gruppo dirigente mutò molto lo stile polito di Kruscev, ma ne lasciò
immutata la sostanza. Venne repressa ogni forma di dissenso, soprattutto quella degli intellettuali. In campo
economico venne varata una riforma che accordava alle imprese più autonomia, ma al tempo stesso il governo centrale
aveva più controllo sui singoli settori produttivi. Tutto questo portò a un ulteriore distacco rispetto ai paesi occidentali.
Nella politica esterna non ci furono miglioramenti con la Cina, e la politica del riarmo prese grosse quote del bilancio.
Solo la Romania riuscì ad ottenere più indipendenze nelle scelte economiche e in quelle di politica internazionale. Lo
stesso non si può dire della situazione della Cecoslovacchia, dove nel ’68 si raggiunse il culmine con la cosiddetta
primavera di Praga. Tutto cominciò quando fu rimesso dal governo uno degli ultimi alleati di Stalin, il quale puntava a
un processo di rinnovamento, un vero e proprio programma d’azione varato in aprile dal partito comunista, nel quale
si cercava però di introdurre più libertà di stampa e di opinione. Erano tutte le premesse per un socialismo dal volto
umano, ma nonostante questo era comunque una minaccia per l’Urss, preoccupata da quale effetto avrebbe avuto sugli
altri stati del blocco orientale. Nell’agosto del ’68, l’Urss insieme ad altri 4 paesi del trattato di Varsavia occuparono
Praga e il resto del paese e avviò un governo filoamericano. Venne ripristinato il leader, ma di fatto il potere era nelle
mani degli occupanti. Un’altra crisi si verificò poi in Polonia, dove la situazione fu arginata concedendo un aumento
dei salari, vista la grave insurrezione che stava prendendo piede.

27.6. L’Europa occidentale negli anni del benessere


Per le democrazie occidentali, gli anni ’60-’70 rappresentano un periodo di complessiva prosperità e di importanti
mutamenti politici. In questo periodi in Italia, Gran Bretagna e Germania occidentale presero il governo i socialisti, in
Francia invece, nonostante le opposizioni, si mantenne il governo di De Gaulle. In Germania federale, il monopolio
dei cristiano-democratici si interruppe solo nel ’66, infatti non trovando un accordo tra liberali, si formò la grande
coalizione, insieme ai socialdemocratici, guidati da Brandt. I problemi da affrontare furono principalmente legati a
nuove spinte neonaziste e alle contestazioni giovanili del ’68, che una placate, portarono i socialdemocratici a
sciogliere l’alleanza con i cristiano-democratici e ad allearsi con i liberali. Questo governo produsse diversi progressi,
anche in campo sociale, la cui politica puntava a dei rapporti tra Germania federale e paesi comunisti, che riproponeva
già il problema di riunificazione. Meno fortunata è stato il governo inglese del laburista Wilson, che dovette occuparsi
della questione irlandese. Nell’Ulster, la minoranza cattolica, la parte più povera diede inizio a una serie di agitazioni,
a veri e propri atti di terrorismo, che si mescolavano con la protesta sociale. Nel frattempo la Gran Bretagna entrò in
una crisi economica, che non sembrava migliorare nemmeno quando Wilson fu costretto ad entrare nella Cee.

27.7. Il Medio Oriente e le guerre arabe-israeliane

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Dopo la crisi del canale di Suez nel ’56, il Medio Oriente divenne un focolaio di tensione locale, le ostilità tra Israele e
i paesi arabi erano ormai permanenti. Nel ’67 il presidente egiziano Nasser chiese il ritiro delle forze dell’Onu dal
confine del Sinai, proclamò chiuso il golfo di Aqaba, vitale per gli approvvigionamenti israeliani, e strinse un patto
militare con la Giordania. Israele rispose attaccando Egitto, Giordania e Siria. La guerra, che durò sei giorni, distrusse
l’aviazione egiziana, l’Egitto perse anche il Sinai, la Giordani i territori della riva occidentale del Giordano, la Siria le
alture del Golan. Gli arabi contarono migliaia di vittime, gli israeliani poche centinaia. Alla disfatta seguì il declino di
Nasser, della sua politica di oltranzismo panarabo, indusse un atteggiamento più attento e moderato negli altri stati,
determinò anche il distacco dei movimenti palestinesi di resistenza, che si riunirono nell’Olp (Organizzazione per la
liberazione della Palestina), guidata da Arafat, che pose le sue basi in Giordania, fino a creare una sorta di Stato nello
Stato. Il re di Giordania rispose con una terribile repressione, e i profughi palestinesi sopravvissuti dovettero rifugiarsi
nel vicino Libano. L’olp non smise però di compiere dirottamenti e gravi attentati. Nasser morì, e il suo successore era
determinato a riconquistare il Sinai, ma le truppe egiziane, che sembravano aver sorpreso quelle israeliane, finirono
con l’essere sconfitte. Il canale di Suez venne chiuso e il blocco petrolifero messo in atto dai paesi arabi contro Israele
e i suoi alleati, finì col provocare una crisi di dimensione globale.

28. ANNI DI CRISI (P.557-575)


28.1. La crisi petrolifera
Nel ’71 gli Usa decisero di sospendere la convertibilità del dollaro in ora, che costituiva un pilastro del sistema
monetario di Bretton Woods. Era segno di un grave disagio nell’economia statunitense, esaurita dall’impegno militare
in Vietnam. Questo era solo l’inizio della grande instabilità economica e monetaria che stava prendendo piede. Ancora
più dura fu la decisione arabo-israeliana del ’73 di quadruplicare di colpo il prezzo del petrolio. Lo shock petrolifero
colpì tutti i paesi industrializzati, soprattutto quelli che avevano un costante bisogno di rifornirsi perché non avevano
materie prime proprie, come il Giappone. L’immediata recessione produttiva portò anche a una crescita
dell’inflazione. I lavoratori erano tutelati solo in parte circa l’aumento dei prezzi, questo portò ad un aumento della
disoccupazione.
Gli eventi degli anni ’70 erano un sorta di preavviso alla vera e propria crisi che è scaturita a fine anni ’80, che portò al
collasso di una superpotenza, l’Urss. In questo periodo i cambiamenti furono molti, a livello economico e politico così
come a livello ideologico e culturale. Sul piano politico era la sinistra a prevalere, sia nella versione riformista che
accettava il welfare state, sia in quella rivoluzionaria che oltre a rifiutarla contestava anche. Sempre in questo periodo
vennero a meno diverse certezze, la crisi energetica metteva infatti in crisi la prospettiva di uno sviluppo industriale.
L’Unione sovietica aveva visto l’inizio del suo fallimento già dai fatti di Praga del ’68, sia per le continue denunce che
riceveva, sia per l’intervento militare in Afghanistan, sia per gli insuccessi in campo economico. Il modello del
welfare state, che aveva mostrato solo i suoi pregi fino ad allora, iniziò a mostrare le prime debolezze: i livelli della
pressione fiscale erano molti alti, l’opinione pubblica iniziava a criticare lo Stato assistenziale, era contraria
all’eccessivo stalinismo, puntava invece a un ritorno delle dottrine liberiste e del monetarismo, cosa che avvenne in
Inghilterra con la Thatcher e in America con Reagan.

28.2. La crisi delle ideologie e il terrorismo politico


Le trasformazioni economiche e sociali degli anni ’70 si accompagnano a un mutamento profondo delle ideologie e
della cultura politica corrente.
Anni ’60-’70: cultura di sinistra = cultura egemone:
o Sia nella versione riformista, che accettava la società del benessere e cercava di guidarla verso traguardi di maggiore
giustizia sociale;
o Sia nella versione rivoluzione, che rifiutava quella società e contestava il riformismo gradualista.
Tutte e due si basano sul presupposto di un’illimitata capacità del sistema economico e sulla possibilità di controllare i
processi sociali con gli strumenti della politica. MA a partire degli anni dello shock petrolifero e della crisi economica
queste certezze vengono meno.
L’Unione Sovietica perse il suo ruolo centrale tra i paesi comunisti dell’Europa occidentale in quanto vi erano regimi
rivoluzionari più attraenti come:
- Il riflusso della rivoluzione culturale in Cina,
- I massacri nella Cambogia dei khmer rossi e i caratteri autoritari del regime imposto dai vincitori del Vietnam unificato,
- I conflitti frequenti tra Stati comunisti.
La generale caduta della tensione politica (viene messa in discussione la capacità di grandi sistemi ideologici di fornire
risposte valide alle esigenze reali della gente) finì col lasciare isolate le componenti più estremisti. Alcuni movimenti
rivoluzionari estremi, non contenti della situazione, arrivarono però ad impugnare le armi. Fu così che scoppiò il
terrorismo politico, un fenomeno che era la versione estremizzata del marxismo-leninismo, e che portava a colpire
personaggi o istituzioni segni di questa generazione. Tuttavia questo fenomeno era sconfitto in partenza: non aveva
l’appoggio delle masse lavorative e finirono con l’essere soppressi con la forza tra gli anni ’70 e ‘80, anche se questo
non li arrestò del tutto (ex. 13 maggio 1981 attentato a Papa Giovanni II da un terrorista turco).

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28.3. Gli Stati Uniti e la rivoluzione reaganiana
Per gli Stati Uniti, gli anni ’70 rappresentano una fase tutt’altro che felice: la crisi del dollaro, la guerra del Vietnam,
la crisi interna e il caso Watergate, che ’74 costrinse il presidente Nixon a dimettersi in quanto accusato di ave coperto
i comportamenti illegali di alcuni suoi collaboratori. A lui seguì il democratico Carter, nel ’76, che cercò di risollevare
il prestigio del paese, recuperando i valori della tradizione progressista americana, su una linea di stampo wilsoniano,
fondata sul riconoscimento del diritto di autodeterminazione e sulla difesa dei diritti umani in ogni parte del mondo.
Una linea un po’ incerta, che non solo lasciava aperti dibattiti con l’Urss, ma che lasciava aperti regimi ostili agli Usa
in Africa e in America latina. Tutto ciò portò alla sconfitta di Carter, al quale subentrò Reagan, del Partito
repubblicano: un programma liberista in economia e la promessa di adottare una linea più dura nei confronti dell’Urss
furono due proposte vincenti, che lo fecero rieleggere. Nonostante la ripresa economica, negli anni ’80 ci furono
anche: crisi di numerosi settori agricoli e industriali, perché privati di sussidi governativi, aumento delle
disuguaglianze sociali, incremento della disoccupazione e del deficit del bilancio dello stato. Il mantenimento di un
alto livello degli armamenti, era parte della strategia per combattere l’Urss, ma anche al tempo stesso per far sentire la
presenza americana. Reagan appoggiò l’iniziativa di difesa strategica, un costoso progetto mirante a creare una sorta
di scudo elettronico spaziale, capace di neutralizzare, mediante l’uso dei laser, qualsiasi minaccia missilistica. Per
quanto riguarda la politica estera, si alleò con l’Afghanistan contro l’Urss, fornì massicci aiuti militari ai contras del
Nicaragua, lanciò sfide al Medio Oriente, dalla Libia di Ghaddafi all’Iran di Khomeini. Nel ’86, quando venne
attribuita una serie di attentati terroristici alla Libia, Reagan reagì bombardando il quartier generale di Gheddafi.
Nell’88 riscosse grande successo visti i suoi accordi con il leader sovietico Gorbacev, avviò un nuovo processo di
distensione e terminò il suo mandato con onore. A seguirlo fu la volta del suo vicesegretario, George Bush, il quale
nell’89 fece deporre e arrestare il dittatore locale di Panama, accusato di stretti legami con i trafficanti di droga, e
quello più massiccio del ’90-’91 contro l’Iraq di Saddam Hussein.
28.4. L’Unione Sovietica: da Breznev a Gorbacev
Per tutti gli anni ’70, anni del potere incontrastato di Breznev nell’Urss, si riuscì a mascherare i gravi problemi interni
con un accentuato dinamismo in politica internazionale. Le difficoltà economiche non furono poche, soprattutto nel
settore agricolo, senza contare la corsa agli armamenti che prese il via in un momento di debolezza degli Usa. Alla
fine del ’79 l’Urss invia in Afghanistan delle truppe, nonostante questo fosse uno degli stati cuscinetto, il costo delle
vite umane fu altissimo. La repressione e il tratto autoritario non fece che ispessirsi nell’Urss, soprattutto nei confronti
degli intellettuali dissidenti. Nel ’75 l’Urss partecipò insieme ad altri 35 paesi alla conferenza di Helsinki per la
sicurezza e la cooperazione in Europa, garantendo il rispetto per l’uomo e per i diritti umani e di libertà politica. Il
mancato mantenimento di questi accordi, avrebbe causato ulteriore motivo di protesta per i dissidenti. La svolta
avvenne nell’80 quando, dopo la morte di Breznev, seguito un breve governo da parte degli anziani, prese potere il
“giovane” Gorbacev, deciso a introdurre una serie di novità radicali, sia sul piano interno che su quello internazionale.
In politica economica, la parola chiave del nuovo leader era perestrojka, ossia RIFORMA. Propose una serie di
interventi di liberalizzazione, volti a introdurre nel sistema socialista elementi di economia di mercato. Sul terreno
delle istituzioni propose una nuova costituzione che, senza intaccare il sistema a partito unico, lasciava un limitato
pluralismo. Nel maggio 1990 il Congresso elesse Gorbacev presidente dell’Urss. I tentativi di riforma portarono però
nuovi malumori, emersero movimenti autonomisti, addirittura indipendentisti, le prime a muoversi furono Estonia,
Lettonia, Lituania (le repubbliche baltiche), successivamente si mossero anche le repubbliche caucasiche (Armenia,
Georgia, Arzerbaigian) e nelle regioni musulmane dell’Asia centrale. Nel 1990 anche la Repubblica russa rivendicò la
propria autonomia dal potere federale ed elesse alla propria presidenza il riformista Eltsin.
Importante riforma fu anche la liberalizzazione interna condotto all’insegna della glasnot. (maggiore libertà di
pensiero). Gorbacev e Reagan riaprono i dialoghi tra Urss e Usa :
- 1987: il terzo incontro tra i due portò ad un accordo di riduzione degli armamenti missilistici in Europa;
- Aprile 1988: l’Urss si impegna a ritirare le sue truppe dall’Afghanistan.
- Giugno 1990: (Presidente degli Usa è Bush) pongono le basi per accordi sulla riduzione degli armamenti.
Durante la conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa di Parigi venne sancito nel 1990 un trattato di non
aggressione e di riduzione degli armamenti, non solo tra Usa e Urss, ma tra paesi della Nato e del patto di Varsavia.

28.5. L’Europa occidentale: svolte politiche e nuove democrazie


Gli anni che seguirono la crisi petrolifera del ’73 furono per l’Europa segnati da difficoltà economiche e mutamenti
politici. Tutti i paesi della CEE furono duramente colpiti dal rincaro dei prezzi del petrolio. A risentirne furono sia i
settori industriali, sia l’aspetto sociale, con tentazioni protezionistiche. L’istituzione nel ’79 del Sistema monetario
europeo, ossia un sistema di cambi fissi tra le singole monete nazionali, non fu sufficiente a coordinare in modo
efficace le politiche economiche dei paesi membri della comunità. L’Europa militare non solo perse gradualmente
terreno, ma era sempre più legata all’alleato americano, anche se ci fu un momento di tensione quando quest’ultimi
misero gli euromissili, pronti ad essere sparati contro l’Urss. I laburisti inglesi persero potere nel ’79 a favore dei
conservatori: il governo della Thatcher era contro le trade unions e mise in discussione il welfare state, privatizzando i

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più importanti settori dell’industria. Dopo ben 11 anni di governo, lasciò il posto a Major, poiché non erano state
apprezzate alcune sue manovre fiscali. Anche i paesi scandinavi videro ostacolate le loro social-democrazie, mentre in
Germania la loro era terminò nel ’93 con la rottura dell’alleanza con i liberali e l’ascesa al governo del cristiano
democratico Kohl. Qui non fu dovuto a motivi economici ma politici, infatti venne criticata la politica estera,
soprattutto per quanto riguardava i missili. I Partiti socialisti si affermavano largamente nell’area mediterranea e
latina. In Francia l’Unione delle sinistre sembrava pronta a fare la differenza, portando al potere il socialista
Mitterrand, ma di fatto deluse ogni aspettativa, e a cause delle misure eccessivamente restrittive si ebbe una rottura
con il Partito comunista. Governi sotto la guida socialista si ebbero negli anni ’80 in Europa meridionale:
- Portogallo: dove il processo di democratizzazione fu accelerato dall’insofferenza dell’opinione pubblica. Furono i militari
a compiere il colpo di stato e il potere passò pima a un gruppo di moderati, poi a un governo di sinistra appoggiato dai
comunisti. Quando i militari più estremisti vennero arginati, il potere passò nelle mani di governi di sinistra alternati a
quelli di centro-destra.
- Grecia: qui furono sempre i militari ad avviare la ribellione ma ai danni dell’opposizione democratica. La dittatura dei
colonnelli venne sospesa quando le mire vennero indirizzate a Cipro, dove però i turchi si ribellarono e occuparono
l’isola.
- Spagna: grande esempio di monarchia, il re Juan Carlos di Borbone si insediò nel ’75, dopo la morte del generale Franco,
in questo periodo ci fu finalmente un rinnovamento dell’economia, alla guida del duo governo c’era Suarez, che tra le
altre cose concesse una costituzione democratica. Nonostante l’aumento delle azioni terroriste da parte dei militanti
baschi, la monarchia si consolidò rapidamente.
I tre paesi entrarono nella CEE: la Grecia nell’81, Spagna e Portogallo nell’86.

28.6. Dittature e democrazie in America latina


Anche per l’America latina fu un periodo di crisi e di trasformazioni, soprattutto in campo politico, dove lentamente
caddero le dittature militari.
- Uruguay: il regime liberale fu inizialmente indebolito e la democrazia entrò in crisi.
- Cile: il socialista Allende aveva assunto la presidenza, a capo di un governo di Unità popolare. Tentò di realizzare un
programma di nazionalizzazioni e di ampie riforme sociali, ma dovette scontrarsi con una durissima crisi economica,
oltre che con l’opposizione borghese sostenuta dall’ostilità degli Usa. Nel ’73, in seguito a un colpo di stato il governo
venne rovesciato e Allende ucciso. Il potere fu assunto dal generale Pinochet, che diede vita a un durissimo regime
autoritario. Nell’88 Pinochet fu sconfitto.
- Argentina: nel ’72 il regime militare che vigeva da ormai sei anni non riuscì a ristabilire l’economia e l’ordine pubblico,
per questo si accordo con l’ex dittatore Peron, anche se di fatto, dopo aver ottenuto la presidenza, non concluse nulla.
Dopo la sua morte la presidenza passò alla moglie Isabelita, che aggravò la situazione, scatenando le guerriglie di
sinistra, che finirono col deporre la presidentessa. Si instaurò una dittatura militare molto rigida che eliminava anche
coloro che sospettavano di essere degli oppositori. Al fallimento economico si aggiunse quello militare quando, nell’82,
tentarono di prendere possesso delle isole Malvine (Falkland), ma vennero sconfitti e cacciati dal governo britannico. I
generali furono costretti a farsi da parte e a concedere le libere elezioni, con la vittoria del radicale Alfonsin. L’inflazione
raggiunse livelli altissimi.
- Brasile: i militari avevano allentato la dittatura e concesso nell’85 le elezioni libere. L’inflazione raggiunse livelli
altissimi + crisi istituzionale.
- Paraguay: fu rovesciata la dittatura del generale in carica.
- Colombia: le istituzioni liberal-democratiche erano rimaste in piedi, nonostante le contraddizioni. La minaccia maggiore
era quella dei narcotrafficanti che, oltre a trafficare droga a livello mondiale, si instaurarono nei partiti, con corruzione e
violenza.
- Venezuela: le istituzioni liberal-democratiche erano rimaste in piedi, nonostante le contraddizioni. Fallirono due colpi di
stato militari.
- Equador: le istituzioni liberal-democratiche erano rimaste in piedi, nonostante le contraddizioni.
- Perù: movimento di guerriglia protagonista di sanguinose rivolte, un colpo di stato sospese la costituzione.
- Stati dell’America centrale: fine delle ultime dittature personali, non sempre si tradusse con l’affermazione della
democrazia. Sconvolgimenti dovuti alla situazione del Nicaragua dove, un movimento rivoluzionario di sinistra
(movimento sandinista, dal leader Sandino) prese il potere rovesciando la dittatura di Somoza. Gli Usa che avevano
sempre sostenuto quest’ultimo, non lo difesero. Ma quando il nuovo regime mostrò la sua faccia socialista, in politica
interna ed estera, intervenne Reagan che mandò delle truppe armate (contras), che vennero ritirati solo quando vennero
concesse le elezioni libere, vinte dall’opposizione antisandinista. Cuba veniva lentamente isolata, soprattutto dal collasso
dell’Urss, il regime di Castro era senza il suo sostenitore economico. Per tutti questi stati non mancavano poi i debiti con
l’estero che avviarono una vera e propria crisi finanziaria.

28.7. I conflitti nell’Asia comunista


Negli anni successivi alla vittoria dei comunisti in Vietnam (1975) e alla morte di Mao (1976), l’Asia attraversò molte
trasformazioni e molti contrasti. Dopo la conquista di Saigon, i nordvietnamiti ignorarono le promesse di
autodeterminazione e riconciliazione, avviando invece una politica di puro e semplice assorbimento ed emarginazione.
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La collettivizzazione dell’economia fu condotta con durezza, molti furono espropriati dei propri averi, molti se ne
andarono. Ancora più tragica era la situazione della Cambogia, dove i khmer rossi, sotto la guida di Pot Pot, misero in
atto, tra il ’76 e il ’78, una delle più dure rivoluzioni sociali. Essa prevedeva il massacro, l’eliminazione fisica di
persone, provocando la morte per fame di mezzo milione di persone. Il denaro fu abolito e molti edifici pubblici
distrutti. Questo regime ostacolava la volontà del Vietnam di rendere l’Indocina un protettorato, per questo un gruppo
di soldati vietnamiti e cambogiani, sostenuti dalla Cina, attaccarono il governo. I cinesi organizzarono una spedizione
nel Nord del Vietnam per costringerlo a ritirare le truppe dalla Cambogia, ma questo si oppose. Un accordo si trovò
grazie alla mediazione dell’Onu, che riuscirono a far ritirare i vietnamiti dalla Cambogia. Vennero imposte le elezioni
libere che, avvenute nel ’93, erano controllate dall’Onu e votare per il ritorno alla monarchia.

28.8. La Cina dopo Mao


Dopo la morte di Mao ci fu un processo di damaoizzazione avviata dal comunista Xiao-Ping. Avviò delle profonde
modifiche nell’economia, dalla reintroduzione delle differenze salariali, all’aumento degli incentivi per i lavoratori.
Furono introdotti gli elementi dell’economia di mercato. La trasformazione provocò radicali cambiamenti della
stratificazione sociale, e l’introduzione di un modello più consumistico. Proprio il mantenimento del regime
autoritario, mischiato alla spinta eccessiva alla modernizzazione portò a una protesta, una manifestazione pacifica
organizzata dagli studenti di Pechino a piazza Tienanmen. Il governo, non trovando il dialogo optò per la repressione
armata e la conseguente epurazione. Dopo l’indignazione pubblica, il paese iniziò ad affermarsi economicamente e
diventò un esperimento di liberalizzazione economica, sempre sotto il governo a partito unico comunista.

28.9. Il miracolo giapponese


L’esperienza di modernizzazione lo portò, nonostante la scarsità di materie prime, ad affermarsi come terza potenza
mondiale nel XIX secolo. Si rafforzò a livello commerciale, industriale e finanziario, e le cause furono diverse:
- Organizzazione, disciplina, forte coesione nazionale sono da sempre caratteri principali di questo popolo
- Alto livello di industrializzazione, scolarizzazione, istruzione tecnica
- Stabilità politica data dal Partito liberal-democratico, anche se a fine anni ’80 sarà scosso da numerosi scandali finanziari
e costretto a scindersi
- Superò in fretta la crisi petrolifera del ‘73
- Protetto dagli Usa
- Forte esercito militare
- Grande contributo alla ricerca scientifica e allo sviluppo industriale

29. L’ITALIA DAL MIRACOLO ECONOMICO ALLA CRISI DELLA PRIMA REPUBBLICA
29.1. Il miracolo economico
Tra il ’58 e il ’63 si giunse al culmine del processo di crescita economico iniziato negli anni ’50. Furono questi gli
anni in cui l’Italia aveva un tasso di sviluppo inferiore alla sola Germania, riducendo quindi il divario che la separava
dai paesi più sviluppati, il prodotto interno loro era aumentato, così come lo era il reddito pro-capite, l’industria
manifatturiera subì un grosso sviluppo, soprattutto nei settori siderurgico, meccanico e chimico, le esportazioni
raddoppiarono e con loro la diffusione dei prodotti italiani, la lira si era stabilizzata, così come i prezzi: furono gli anni
del miracolo economico. Molti erano i fattori che avevano promosso il miracolo:
- La congiuntura internazionale favorevole
- La politica di libero scambio sancita dall’adesione alla Cee
- La modesta entità del prelievo fiscale
- Lo scarto che si venne a creare tra l’aumento della produttività e il basso livello dei salari
- Larga disponibilità di manodopera a basso costo
- L’Italia, che era da sempre un paese agricolo, era diventato finalmente un paese agricolo
- Modernizzazione delle attività agricole, anche se molto limitata
- Crescita dei consumi quando, a fine anni ’50, aumentarono le retribuzioni
- Calo della disoccupazione
Tutti questi aspetti, che hanno anche una conseguenza negativa, come l’aumento dell’inflazione, portarono alla battuta
di arresto nel ’63-’64. Gli investimenti si ridussero, l’inflazione cresceva sempre di più e la congiuntura negativa fu
superata in pochi anni.

29.2. Le trasformazioni sociali


In coincidenza con il boom industriale, si verificò anche una serie di profonde trasformazioni, prima tra tutte quella
del passaggio da un paese contadino a una civiltà dei consumi. Il fenomeno più evidente della crisi fu la migrazione
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dal Sud al Nord, dalle campagne alle città. L’urbanizzazione fu rapidissima, anche se segnata da costi umani e sociali.
L’espansione delle città avvenne in maniera abbastanza caotica, senza piani regolatori e senza un adeguato intervento
pubblico, tutte cose che favorirono la speculazione e il disordine urbano. Il processo di integrazione per i meridionali
fu molto duro e avvenne con grande lentezza. Televisione e automobile furono due simboli del cambiamento. La
prima comparve a metà anni ’50, con la Rai, un ente di stato che aveva già il monopolio radiofonico. La televisione
divenne in poco tempo uno strumento di unificazione linguistica e culturale dell’Italia. L’auto invece, divenne presto
simbolo di una nuova indipendenza, si sviluppò sempre a metà anni ’50 con la Fiat. Poco dopo, per favorire la
diffusione delle auto venne iniziato il progetto di costruzione della prima autostrada, terminato negli anni ’70.

29.3. Il centro-sinistra
Negli anni ’60, i socialisti entrarono nel governo, il cambiamento non fu traumatico, eppure suscitò tante speranze
quanti timori. Non furono pochi gli ostacoli all’apertura a sinistra, sia da parte della destra economica che, in parte,
dalla DC. Nel ’60 avvenne la svolta quando, il democristiano Tambroni, non riuscendo a trovare un accordo con i
socialdemocratici e i repubblicani, formò ugualmente un governo monocolore con l’appoggio determinante dei voti
del Movimento sociale, il che suscitò non poche proteste dei partiti laici e della stessa sinistra DC, i cui rappresentanti
si dimisero dal governo. La tensione esplose quando il governo autorizzò il Msi a tenere il suo congresso nazionale a
Genova: la decisione fu subito vista come il prezzo pagato da Tambroni per il sostegno ricevuto dai neofascisti in
parlamento, motivo per cui si creò una rivolta popolare: alla fine il governo cedette e il congresso venne rimandato. Le
manifestazioni di opposizione non cessarono qui e Tambroni fu costretto a dimettersi. Il suo successore, Fanfani,
propose l’astensione dei socialisti in Parlamento, aprendo così la stagione politica del centro-sinistra. La nuova
alleanza fu sancita dal congresso della DC, realizzato grazie alla mediazione di Moro, che riuscì a fare accettare al suo
partito il grosso cambiamento. Andava così formandosi un governo di coalizione tra DC, Pri, Psdi. Il programma di
governo prevedeva: la realizzazione della scuola media unificata, l’imposizione fiscale nominativa sui titoli azionari,
la nazionalizzazione dell’industria elettrica. Un programma quindi che mirava a migliorare l’intervento statale
nell’economia, al fine di ridurre gli squilibri sociali, soprattutto tra Nord e Sud. La nazionalizzazione dell’industria
elettrica avvenne con la creazione dell’Enel, anche se il processo non fu dei più facili. L’attuazione delle regioni,
temuta dalla DC perché pensava potesse rafforzare le sinistre a livello locale, fu rinviata. Molti furono i contrasti circa
la politica di programmazione che si dimostrò molto difficile da attuare, i contrasti nella maggioranza portarono a una
perdita di voti per la DC e il Psi nelle elezioni del ’63, con rafforzamento della sinistra e dei comunisti. Ciò nonostante
si formò un nuovo governo di centro-sinistra che faceva capo a Moro. Ci fu un blocco delle riforme, dovuto sia la
presenza della crisi economica, sia all’aumento delle forze ostili al centro-sinistra. Nonostante il coinvolgimento delle
alte gerarchie militari nell’opposizione preoccupasse il governo, la vera minaccia veniva dall’interno,
dall’atteggiamento della DC di rifiuto ideologico di scelte radicali, tipiche della cultura cristiana. Grazie al leader,
Moro, la DC restò unita, ma lo stesso non avvenne per il Psi, dove i dissidi interni erano più forti e portarono a una
scissione, dove la minoranza di sinistra, non volendo rinunciare all’alleanza con il Pci, formò il Psiup. Nella stessa
maggioranza del Psi si svilupparono due linee: una di Lombardi, che sosteneva che le riforme dovessero cambiare il
sistema economico-sociale, dall’altra parte c’era invece Nenni, che sosteneva maggiormente la modifica degli
equilibri politici e mirava all’unificazione col Psdi. Nel ’64, durante un soggiorno in Urss Togliatti morì, lasciando al
partito il cosiddetto memoriale Yalta, una linea che riaffermava il principio di indipendenza da Mosca. A lui
succedette il leader socialdemocratico Saragat, nonostante le opposizioni, il governo di centro-sinistra sarebbe durato
per oltre un decennio (salvo brevi interruzioni).

29.4. Il ’68 e l’autunno caldo


La fine degli anni ’60 fu caratterizzata in Italia da una radicalizzazione dello scontro sociale, che ebbe come
protagonisti prima gli studenti, poi gli operai. La contestazione giovanile che finì coll’occupare università, piazze e
creare vere e proprie agitazioni, aveva tratti comuni a quelle nel resto nel mondo, come la lotta all’imperialismo, la
protesta della guerra in Vietnam, l’avversione alla civiltà dei consumi, ma in Italia assunse uno stampo marxista e
rivoluzionario, cresciuto nella lotta contro l’autoritarismo accademico. Il movimento studentesco divenne sempre più
avverso alla società borghese, rifiutando la politica tradizionale, esaltando invece la democrazia di base e il
movimento assemblare, dell’egualitarismo e della spontaneità. Anche se il movimento nacque di fatto proprio da una
minoranza borghese, stanca della situazione, subì poi un allargamento a tutta la classe operaia, questo perché, oltre
all’intervento di intellettuali in loro favore, tornò la presenza di seguaci marxisti. L’operaismo, per distinguersi dai
classici partiti presenti in parlamento, divenne un gruppo extra-parlamentare, così come lo erano il Potere operaio, la
Lotta continua e l’Avanguardia operaia. Un altro gruppo che si formò era quello dell’Unione dei marxisti e leninisti,
che aveva però come stato guida la Cina di Mao. Agli studenti poi, seguirono piano piano anche gli operai che,
ribellandosi nelle industrie, diedero il via all’autunno caldo. Le lotte avrebbero come figura chiave l’operaio di massa,
ossia il lavoratore scarsamente qualificato, spesso immigrato, che avanzava in realtà delle pretese abbastanza
ragionevoli. Le tre maggiori organizzazioni sindacali (Cgil, Uil, Cisl) riuscirono a prendere il potere e portare quelle
semplici lotte alla conclusione di una serie di contratti nazionali molto vantaggiosi, con cospicui salari. Con le lotte

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avvenute nell’autunno caldo, tornarono in pista i tre sindacati, unendosi nella Federazione unitaria, che ebbe però vita
breve. I Consigli di fabbrica, in cui i sindacati assunsero un peso crescente nella vita del paese, trattando direttamente
con il governo, e invadendo, non di rado, il campo d’azione dei partiti. Le loro attività vennero riconosciute nel ’70 dal
Parlamento con l’affermazione dello Statuto dei lavoratori, una serie di norme che garantivano le libertà sindacali e i
diritti dei lavoratori all’interno delle aziende. Di fatto però, il movimento degli studenti, non cambiò nulla nelle
elezioni o nei partiti, ma avviò la liberalizzazione degli accessi alle facoltà universitarie. Altre leggi importanti del
’68-’70 furono l’istituzione delle regioni, già previste dalla Costituzione ma non realizzate dalla DC. Fu anche
approvata la legge Fortuna-Baslini, che introduceva l’istituto del divorzio.

29.5. La crisi del centro-sinistra


Nei primi anni ’70, la debolezza dell’esecutivo di fronte alle tensioni della società fu evidente sia dalle crisi
governative frequenti, sia dalla reazione al terrorismo politico. Il 12 dicembre del ’69, in pieno autunno caldo, una
bomba esplose a Milano, a piazza Fontana, nella sede della banca nazionale dell’agricoltura, che provocò 17 morti e
oltre 100 feriti. La stampa di sinistra puntò il dito contro l’estrema destra fascista, accusandola dell’attentato e accusò
anche la sicurezza di aver deviato le indagini verso un’improbabile pista anarchica. Si parlò allora di strategia della
tensione, secondo la quale la destra voleva minare alle basi del governo per proporre soluzioni più autoritarie.
L’esplosione delle tensioni avvenne quando Reggio Calabria non fu designata come capoluogo di regione, ci furono
quindi una serie di violente dimostrazioni guidate da esponenti del Msi. Le tensioni politiche erano quindi inevitabili,
sia tra i partiti di opposizione sia internamente, mentre la destra cercava di farsi strada, il Psi mirava apertamente a
equilibri più avanzati, cioè al progressivo coinvolgimento del Pci nelle relazioni di responsabilità del governo. Nessun
governo era in grado di fornire al momento una stabilità economica, ne tanto meno una politica. Un arresto definitivo
avvenne nel ’73, con la crisi petrolifera e il conseguente blocco, che per un paese come l’Italia, scarso di materie
prime, era essenziale. A tutto ciò si aggiungeva poi il disagio morale, provocato da una serie di scandali secondo i
quali alcuni politici erano immischiati in un giro di tangenti per finanziare i rispettivi partiti. Nel ’74 ci fu una rapida
adozione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti rappresentati in Parlamento, che però non servì a sanare la
frattura tra società politica e società civile. Nello stesso anno ci fu anche il referendum per decidere se introdurre la
legge sul divorzio che, nonostante le numerosi avversità, riuscì a passare, cosa che dimostrò che la società era
effettivamente cambiata, il ruolo della donna non era più confinato agli ambiti della casa e della chiesa, mentre
quest’ultima dimostrava di avere sempre meno influenza. Nel ’75 furono approvate altre due leggi significative:
- Riforma del diritto di famiglia, che prevedeva la parità giuridica tra i coniugi
- Abbassamento della maggiore età: era possibile votare già dai 18 anni
Nel ’78 fu passata la legge per l’interruzione volontaria della gravidanza, che suscitò non poche polemiche. Nel ’68 il
Pci aveva condannato l’intervento sovietico in Cecoslovacchia, il suo segretario Berlinguer, riteneva che era però
necessario arrivare a un accordo, tra le forze comuniste, cattoliche e socialiste, come unica possibilità per scongiurare
ogni possibile instaurazione di governi autoritari. Vennero avviate delle trattative con i comunisti francesi e spagnoli,
per creare una politica comune nell’Europa occidentale, una sorta di eurocomunismo. Come dimostrano le elezioni, la
moderazione di Berlinguer riscuote molto successo. Lo spostamento a sinistra dell’elettorato, non fece che aumentare i
dissidi con DC e Psi. Nel ’75 si arrivò al disimpegno dei socialisti, con conseguente fine dell’esperienza di centro-
sinistra. Sia DC che Pci aumentarono i loro elettori nelle seguenti elezioni, mentre il Psi registrò una sostanziale
sconfitta, che portò all’ascesa alla segreteria di Craxi, leader della corrente autonomista.

29.6. Il terrorismo e la solidarietà nazionale


L’esito delle elezioni del ’76 lasciava aperto il problema di una nuova formula di governo. Visto che i socialisti non
erano disponibili a una riedizione del centro- sinistra, l’unica soluzione possibile era quella di coinvolgere il Pci nella
maggioranza. Si giunse così a un governo monocolore democristiano guidato da Andreotti, che ottenne l’astensione in
parlamento di tutti gli altri partiti. La crisi era ancora presente e come se non bastava c’erano anche spinte
terroristiche, da entrambi i partiti, che sembravano essere casi isolati mentre invece si instaurarono in pianta stabile,
causando la disgregazione della vita politica italiana. Il tratto distintivo del terrorismo di destra furono gli attentati
dinamitardi in luoghi pubblici, che colpivano i civili, senza fare alcuna differenza. Dopo piazza Fontana vi furono altre
bombe in piazza della Loggia, a Brescia, quelle sul treno Italicus (’74), alla stazione di Bologna. Nonostante le accuse
siano chiare, i responsabili sarebbero esponenti di destra sostenuti dalle forze segrete, i responsabili non sono ancora
oggi accertati. Di fatto però, lo stato è debole, volubile alla corruzione, legato al terrorismo, sia di destra che di
sinistra. Gruppi terroristici esistono da sempre, ma in questo caso sono nuclei organizzati, lotta armata e clandestinità
erano diventati una scelta di vita totale, l’intento era quello di smuovere la classe operaia affinché si ribellasse alla
società capitalista e borghese. Da atti di terrorismo di questo tipo, si passò poi a veri e propri rapimenti, come quelli di
Sossi e Coco, avvenuti per mano delle Brigate Rosse, primo nucleo terroristico di sinistra, estremamente pericoloso,
attivo già dell’88. A tutto ciò si aggiunse la crisi economica dovuta a quella petrolifera, all’incremento costante
dell’inflazione, alla crescita della spesa pubblica. Il problema socialmente più grave era però quello della

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disoccupazione giovanile, i quali sempre più insoddisfatti, si univano a gruppi terroristici o tentarono di creare nuovi
movimenti rivoluzionari, sempre nelle piazze e nelle università. Sembrava essere una rinascita del ’68, peccato che nel
’77 mancava l’entusiasmo, e l’obiettivo dei gruppi rivoluzionari erano il Pci, i sindacati e la sinistra tradizionale in
generale, con conseguente impennata del terrorismo da parte di quest’ultima. Da allora avvenne il caso più clamoroso
di cui le Brigate Rosse sono responsabili: il rapimento di Aldo Moro (9 maggio 1978), presidente della DC, e una
prima uccisione delle sue 5 guardie del corpo. Il governo però, presieduto da Andreotti, con l’appoggio del PCI ma
con la totale disapprovazione del Psi, decise di non scendere a compromessi con i terroristi. 55 giorni dopo il
rapimento il cadavere di Moro venne rivenuto in una strada di Roma. Dopo questa tragedia il governo cercò in tutti i
modi di risollevarsi, puntando al miglioramento dell’economia e all’acconsentire a moderate richieste sindacali. Nel
’78 ci furono i primi segni di un miglioramento fiscale, grazie alla riforma fiscale del ’74, che prevedeva un efficiente
sistema della tassazione diretta. La legge del ’78 sull’equo canone aveva lo scopo di regolare il livello degli affitti,
soprattutto nelle grandi città. La riforma sanitaria varata nello stesso anno, sanciva cure gratuite per tutti, e affidava la
gestione della medicina pubblica a organi più competenti. Le aspettative sull’ingresso dei comunisti nella
maggioranza erano però tante, e non furono rispettate. Non mancarono poi scambi legati alla corruzione, come
l’eclatante caso di Leone che lasciò l presidenza a Pertini. Craxi puntava al recupero della tradizione riformista in
aperta polemica col Pci, cosa che rendeva sempre più difficile trovare un accordo nella maggioranza. I comunisti
chiedevano dal canto loro in entrare ufficialmente in Parlamento, mentre il Pci, stanco della situazione e in netta
opposizione con l’adesione al Sistema monetario europeo, abbandonò la maggioranza, cosa che portò alle elezioni
anticipate.

29.7. Politica, economia e società negli anni ‘80


Il panorama politico, con le elezioni del’79 cambiò: il Pci subì una grave perdita, la DC subì a sua volta una sconfitta,
il Psi di Craxi raccolse risultati deludenti. L’unica strada da prendere era il ritorno alla coalizione dei partiti di centro-
sinistra, ma la novità importante non fu l’ingresso del Partito liberale o della forma di governo pentapartitica, ma la
DC per la prima volta cedette il governo, che fu presa prima da Spadolini e poi da Craxi. Se da un lato quest’ultimo
limitava i poteri della chiesa, dall’altro la DC cercava di rinnovarsi dopo la morte di Moro, facendo riferimento a De
Mita. Stessa sorte di sconvolgimento toccò al Pci quando nell’84 morì Berlinguer. Nell’autunno dell’80 i sindacati
subirono una prima reale battuta d’arresto, erano infatti entrati in una discussione con la Fiat, circa la riduzione della
manodopera, ma quest’ultima ne uscì vincente. Per quanto il ruolo dei partiti persistesse, fu in genere limitato. Il
diverbio si inasprì quando, nell’84, Craxi, sostenuto dalle parti non comuniste dei sindacati, varò un decreto-legge che
tagliava alcuni punti della scala mobile. Anche se di fatto quest’ultima subì delle modifiche, le parti sociali non
riuscirono a trovare un accordo generale e il problema di un nuovo modello di relazioni industriali rimase irrisolto.
L’intervento statale si ampliò moltissimo, ma non riuscì a risanare la spesa pubblica. Una ripresa si ebbe nell’84
quando il settore tecnologico iniziò a svilupparsi, permettendo il rinnovamento di alcuni settori industriali. Tutto
sommato, nonostante alcune gravi crisi, il sistema italiano ebbe una discreta economia nel periodo tra gli anni ’80 e gli
anni ’90: molte piccole imprese disseminate ovunque erano in un periodo di grande produttività, i costi erano bassi e
la capacità di adattarsi al mercato era alta. Il settore terziario mantenne una certa vitalità oltre che il primo posto
rispetto agli altri settori. Non mancava però la corruzione politica, accompagnata da un nuovo scandalo, circa la
Loggia P2, ovvero una specie di banca segreta della massoneria, sospettata di perseguire un fine (oltre che a scopo di
lucro) di ristrutturazione autoritaria dello stato (erano coinvolti sia l’ambito burocratico che quello militare). Si
svilupparono poi le associazioni mafiose, dalla mafia alla camorra, che sfidavano apertamente i poteri dello stato,
come nel caso, nell’82, dell’assassinio del generale Dalla Chiesa, un protagonista alla lotta al terrorismo. Non
mancarono attentati ai civili e giri di droga. Lo stato seppe fare ben poco contro la mafia ma seppe prendere una linea
dura contro il terrorismo di sinistra. Alcuni di essi furono arrestati e, in cambio di uno sconto della pena (legge che
fece molto discutere), denunciarono i loro collaboratori. Così si poté finalmente sconfiggere il terrorismo di sinistra.

29.8. Le difficoltà del sistema politico


Il distacco tra classe politica e società civile continuava a persistere, a rafforzare la diffidenza nei confronti dei partiti,
a far salire la polemica contro le disfunzioni del sistema: lentezza delle procedure legislative, instabilità della
maggioranza, mancanza di alternative alla coalizione del governo. Nell’85 venne eletto residente della Repubblica il
democristiano Cossiga, che non riuscì a fermare il sistema pentapartitico e nemmeno il contrasto tra socialisti e
democristiani. Nell’87 prevalsero alle elezioni i membri del Psi, ma la novità fu rappresentata dai nuovi gruppi come
le Leghe regionali, formate dagli ambientalisti, che criticarono il centrismo statale, la fiscalità e la corruzione politica,
facendo anche leve sui pregiudizi xenofobi e antimeridionalisti. Nonostante ciò, la coalizione vinse ancora le elezioni
e presero il potere prima Goria e poi De Mita, esponenti della DC, che a parte la riforma dei regolamenti parlamentari,
non furono in grado di migliorare la situazione. A loro seguì il moderato Forlani, che restò poco alla guida del paese e
fu seguito da Andreotti, ma nemmeno lui riuscì a compattare la maggioranza, perdendo addirittura il Partito
repubblicano. L’intero sistema politico italiano era sotto accusa: ormai l’illusione della realizzazione delle riforme
stava svanendo, fino a quando non entrarono in crisi anche DC e Psi.

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30. SOCIETA’ POST-INDUSTRIALE E GLOBALIZZAZIONE
30.1. Degrado dell’ambiente e sviluppo sostenibile
La crisi petrolifera del ’73-’74 aveva portato a galla diversi problemi, non solo per il fatto che le risorse minerarie
iniziavano ad apparire come beni preziosi in quanto limitati, ma anche dal punto di vista ambientalista, poiché l’azione
degli uomini rappresentava una vera e propria minaccia per il nostro ecosistema. Questa critica viene portata avanti
dai movimenti ambientalisti, attenti alle tematiche dell’ecologia. Il degrado dell’ambiente aveva radici lontane. Il
problema principale era l’utilizzo di combustibili fossili (carbone e petrolio). Il primo passo dei governi fu quello di
promuovere il risparmio energetico, dall’ambito dei trasporti a quello dell’energia, purché si usassero fonti alternative
al petrolio. Alcuni stati, come Usa e Francia, puntarono allo sviluppo delle centrali nucleari, in grado di fornire energia
ma a costi inferiori, anche se contestate dagli ecologisti visti i danni che sono in grado di fare, come ha dimostrato il
disastro di Chernobyl, dalla quale nell’86 si sprigionò una nube radioattiva che contaminò acque e terreni provocando
gravi malattie a tutti coloro che erano esposti alle radiazioni. Altrove si riscoprì il carbone o si provò ad utilizzare
l’energia solare, pulita ed inesauribile. Anche se di fatto questo fu un periodo di crisi, si può anche considerare un
periodo importante poiché vennero ricercate fonti energetiche alternative, cosa che tuttora anche noi stiamo facendo,
per creare meno danni all’ambiente in cui viviamo. I parametri finalmente cambiarono, infatti si iniziò a parlare di
sviluppo sostenibile, ovvero la crescita in rapporto all’integrità dell’ambiente e delle risorse per realizzare uno
sviluppo umano sostenibile, che recuperi la centralità dell’uomo e la qualità della vita.
Nel 1992, in una conferenza dell’Onu a Rio de Janeiro, oltre 140 paesi si impegnarono a limitare l’inquinamento
atmosferico ed a perseguire uno sviluppo economico rispettoso dell’ambiente. I risultati furono limitati. Nel 1997
viene elaborato il Protocollo di Kyoto che aveva lo scopo di obbligare gli Stati a ridurre le emissioni di anidride
carbonica entro un quindicennio MA non fu firmato né da Usa, né da potenze commerciali emergenti come Cina ed
India. All’inizio del XXI secolo una comune azione internazionale per ridurre l’inquinamento e favorire lo sviluppo
sostenibile incontrava difficoltà.

30.2. La rivoluzione elettronica


In questo periodo si assiste a un declino delle industrie che, nell’800 erano essenziali per il paese, si affermavano
invece nuove tecniche produttive, che lasciavano intravedere la speranza di un’economia ben differente. Centro di
questo cambiamento è l’elettronica, quella branca della fisica che studia il movimento degli elettroni, già dalla prima
metà del ‘900. La vera e propria innovazione risale al dopoguerra, quando venne creato il primo computer, che nel
corso degli anni venne migliorato, sia per una questione estetica, poiché era molto ingombrante, sia per una questione
di affidabilità maggiore. Venne introdotto in seguito anche il circuito integrato e, più avanti, questi strumenti uscirono
dai laboratori ed entrarono nella vita dei cittadini. Il centro propulsore della nuova tecnologia era in Usa e in
Giappone, dove vennero fatti grandi progressi: dall’invenzione del pc, a quella del condizionatore termico, degli
orologi e degli apparecchi fotografici. In seguito a tutti questi miglioramenti, anche la cultura subì uno sviluppo con la
nascita di nuove discipline, ossia l’informatica, la cibernetica e la robotica. Importante fu anche la telematica (anni
’70), che permise di applicare l’informatica al mondo delle comunicazione e al tempo stesso di creare nuove reti, delle
quali la più importante era senza dubbio internet, nata negli Stati Uniti, per iniziativa delle forze armate negli anni ‘60.
nel 1991 il Cern di Ginevra creò il primo server www per permettere agli scienziati di scambiarsi informazioni. Da
allora nacquero i primi siti.
Gli sviluppi della rivoluzione elettronica hanno avuto effetti anche sull’industria culturale: sono moltiplicate le
imprese multimediali, si è accentuata la tendenza alla standardizzazione dei prodotti culturali di massa. Nell’ultimo
decennio del ‘900 i nuovi mezzi di comunicazione si sono diffusi anche fuori dall’occidente creando una
mondializzazione della cultura di massa.

30.3. Società post-industriale


Nei paesi più sviluppati la rivoluzione tecnologica ha portato a un rapido sviluppo della società post-industriale. In
grande aumento era senza dubbio il settore dei servizi, che giovò moltissimo dalle nuove tecnologie. Nonostante gli
innumerevoli sviluppi in tutti i campi, si crearono anche impieghi sottopagati e precari, i cosiddetti macjobs. Il motore
della società stava quindi gradualmente cambiando, si stava evolvendo. Anche nelle industrie, già dai tempi del
taylorismo, la situazione era cambiata, ora non poteva che migliorare e permettere un aumento della produzione e
della ricchezza. Questo nuovo modello prese il nome di post-fordismo (avvenuto dopo Ford) e consisteva nel
superamento della produzione standardizzata e del consumo standardizzato. Flessibilità e varietà diventano due
caratteristiche sia della produzione che del consumo di massa. L’industria non ha più il ruolo portante nell’economia,
ad averlo è l’informazione (società post-industriale). Non vennero a meno i conflitti, su vari ambiti, come quello dei
movimenti delle donne.

30.4. La globalizzazione e i suoi critici

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La lingua veicolare comune divenne l‘inglese, che unito allo sviluppo costante delle tecnologie permise comunicazioni
più veloci ed economiche. Questi furono i fattori principali dell’integrazione economica e finanziaria che prese il
nome di “globalizzazione”. La Cina fece il suo ingresso definitivo sui mercati internazionali e alla fine del 2001 entrò
a far parte della World Trade Organization, organismo dell’Onu che dal ’95 ha contribuito alla liberalizzazione degli
scambi internazionali. La dimensione globale dei mercati internazionali ha offerto grandi possibilità di espansione, ma
innesca rischi causati dall’accelerata circolazione dei capitali e da ricchezze artificiali e sopravvalutate (ex. Bolla
speculativa scoppiata negli anni ’90 causata dalla crescita abnorme di valori azionari di imprese legate alla nuova
economia, la rete; cosa che si è ripetuta nel 2007-8 mettendo in crisi sistemi bancari mondiali).La disponibilità di una
manodopera globale ha consentito di decentrare la produzione nei paesi dove il costo del lavoro è minore
(sfruttamento minorile). La crescente consapevolezza di una dimensione globale ha fatto nascere una nuova forma di
coordinamento tra le maggiori potenze industriali. Nel 1975 il presidente francese d’Estaing convoca una serie di
vertici annuali tra i governi dei paesi più industrializzati: all’inizio erano solo 5 (USA, Francia, Giappone, Germania,
Gran Bretagna) poi diventarono 7 con l’annessione dell’Italia e Canada, ed infine 8 con la Russia post-comunista
(G8). Ma la protesta contro gli aspetti economici mondiali e le forme assunte dalla globalizzazione si espresse nel
1999 con la nascita del movimento no-global (inizialmente popolo di Seattle): mirano a sollecitare i governi dei paesi
più avanzati ad attivare nuove forme di sviluppo economico più rispettose dell’uomo e dell’ambiente. Il movimento si
esprime in grandi momenti di riflessione (richiesta di impegnarsi in una distribuzione equa delle ricchezze) sia in
grandi manifestazioni in cui le minoranze violente hanno preso il controllo.

30.5. Le tendenze demografiche


Nell’ultimo trentennio del XX secolo la popolazione mondiale continuava ad accrescere fino a raggiungere, nel 2000,
la cifra di sei miliardi. Esistono due diversi regimi demografici: da un lato quello delle aree ricche e industrializzate,
caratterizzate da bassi tassi di mortalità ma anche di nascite. Dall’altro quello delle aree povere dove, la mortalità è
elevata, così come lo è la natalità. In Nord America e in Europa occidentale, il tasso di fertilità è addirittura sotto la
crescita zero. Non mancano poi le politiche demografiche, come nel caso dell’India o della Cina, dove lo stato tenta di
mantenere sotto controllo le nascite proprio per evitare un ulteriore sovrappopolamento. Laddove ci sono meno
nascite, nei paesi ricchi, non è per il controllo delle nascite ma perché spesso non si vuole rinunciare ad una maggiore
soglia di benessere, senza contare l’arrivo di nuovi modelli culturali, non più incentrati sulla famiglia. Dove invece i
paesi sono più poveri, si tenta di evitare le nascite per far sì che ci sia una parità tra risorse disponibili e popolazione,
cosa che ora non c’è. Con tutte queste nascite, e le minori morti, aumentano anche il numero degli anziani.

30.6. Le migrazioni e la società multietnica


Tra gli squilibri economici e quelli demografici, non mancano certo i flussi migratori che, anzi, sono in continuo
aumento. Il primo vero grande flusso fu quello che vide protagonista l’America, un terreno nuovo da scoprire. Oggi si
tende a migrare verso i paesi più ricchi, ma anche per motivi politici o culturali. Non mancano poi i viaggiatori
d’affari e i clandestini, anche loro in netto aumento. Nelle chiese cristiane, così come in pochi stati, si tende a vedere
l’aspetto positivo di questo fenomeno, infatti con la presenza di immigrati non solo c’è più forza lavoro, ma anche
nuovi ideali, nuove culture, nuovi valori. La società multietnica tende molto ad essere protetta, anche se non sempre è
così. Non mancano però le preoccupazioni legate a questo fenomeno, poiché si teme un eccesso di immigrati.

30.7. Le donne nella società contemporanea


Solo negli anni ’80 in tutti i paesi occidentali viene riconosciuta l’uguaglianza civile tra uomini e donne. I diritti civili
delle donne sono stati dati presto negli Usa e nell’Europa settentrionale, più tardi nell’Europa occidentale.
L’emancipazione economica ha compiuto progressi nella seconda metà del ‘900. Nei paesi industrializzati il tasso di
attività tra le donne è cresciuto rapidamente soprattutto nel periodo dell’espansione economica degli anni ’50-’60 e ha
iniziato a ridursi la differenza salariale tra i sessi. MA negli incarichi più prestigiosi le donne costituiscono ancora una
minoranza. Assai più limitati sono stati i progress nelle condizioni di vita della popolazione femminile in molti paesi
dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina.

30.8. Il proselitismo religioso e i fondamentalismi


È evidente come in questo periodo ci sia un rapido declino delle credenze e delle pratiche religiose: ad aumentare non
sono solo gli atei ma anche le religioni “minori”, senza contare la diffusione dell’Islam. Quello religioso era e resterà
sempre un riferimento culturale, cambia però il grado della sua rilevanza. La Chiesa di Roma continua ad essere la più
sviluppata sia in Europa che in America latina, senza contare tutti i posti, come l’Africa, dove avvengono moltissime
spedizioni missionarie. Grande rilevanza ha avuto al riguardo papa Giovanni Paolo II con i suoi numerosi viaggi
pastorali, a cui è succeduto nel 2005 papa Benedetto XVI. Da non trascurare in questo periodo l’avanzata del
movimento islamico, al di fuori delle aree tradizionali. Si sono verificate anche forme di integralismo, ossia quella
tendenza a seguire alla lettera i precetti religiosi, avviando quindi una subordinazione del potere civile a quello
spirituale. Essi rimangono una componente minoritaria, anche se diventano sempre più visibili e aggressivi.

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30.9. Medicina e bioetica
Molti dei progressi legati al XX secolo solo avvenuti in campo medico, inevitabile fu poi il contrasto tra scienza ed
etica, tra scienza e religione. Grandi sviluppi si ebbero nel campo della diagnostica, in grado di prevenire moltissime
malattie. Altri progressi avvennero nell’ingegneria genetica: nel ’53, due biologi inglesi, Crick e Watson,
individuarono la struttura del Dna, responsabile della trasmissione ereditaria dei caratteri genetici negli esseri viventi.
Questi sviluppi hanno permesso di migliorare sia l’agricoltura che l’allevamento. Hanno anche aperto nuovi orizzonti
in campo farmacologico, producendo farmaci di origine animale ed umana (insulina). Importanti scoperte vennero
fatte sui prioni, microorganismi in grado di resistere a tutti i normali trattamenti antisettici. Mentre alcune malattie,
come i tumori, subiscono progressi importanti, altre sembrano tornare dal passato, come la malaria o la tubercolosi.
Alcune sono degenerative altre arginabili. Una delle più gravi, presente già dall’81 e molto diffusa è l’Aids. La
discussione continua tra i limiti e la liceità di una serie di interventi possibili dalla scienza ha dato origine a una nuova
disciplina, a metà tra la scienza e la filosofia, chiamata bioetica. Essa affronta problemi che derivano dalla generazione
della vita nelle varie forme di procreazione assistita o quelli che investono la possibilità di riproduzione della vita,
come la clonazione (copiare un organismo partendo da una singola cellula), le cellule staminali (cellule primitive non
specializzate) e in particolare quelle embrionali, che sono in grado di curare molte malattie.

31. LA CADUTA DEI COMUNISMI (p.621-632)


31.1. Un sistema in crisi
Anni ’70: declino dell’immagine dei regimi comunisti causato dalla sconfitta dell’Urss nella competizione con
l’Occidente sul terreno dello sviluppo, del benessere economico e della giustizia sociale. La crisi non risparmiava
nemmeno quei regimi comunisti che in passato si erano opposti al modello sovietico (Cina) o che avevano conquistato
le simpatie dell’Occidente pur non distaccandosi dall’Urss (Vietnam). Nel momento in cui il riformismo gorbaceviano
aprì le prime brecce nel sistema, cercando di introdurvi dosi di pluralismo e rinunciando all’uso della forza per gli stati
satelliti, l’intera costruzione crollò.

31.2. La transizione polacca


In Polonia: per contrastare il comunismo, tra il 1980-81 era nato un sindacato indipendente a forte base operaia, di
evidente ispirazione cattolica chiamato Solidarnosc, all’inizio tollerato (1978 viene eletto Papa Karol Wojtyla). Nel
1981 il segretario del Partito operaio polacco, Jaruzelski, aveva attuato un vero e proprio colpo di stato militare,
assumendo i pieni poteri e mettendo fuori legge Solidarnosc. Venne allentato il regime di repressione e avviato un
dialogo con la Chiesa e con il sindacato indipendente, che portò agli accordi di Danzica dell’88, dove il capo dello
stato si impegnava ad avviare una riforma costituzionale che avrebbe consentito l’anno seguente delle elezioni libere
che videro la schiacciante vittoria di Solidarnosc e la formazione di un governo di coalizione.

31.3. La fine delle democrazie popolari e la caduta del Muro di Berlino


Gli avvenimenti in Polonia diedero il via ad una sorta di reazione a catena che mise in crisi il sistema delle democrazie
popolari.
L’Ungheria fu il primo paese a seguire le orme della Polonia. Dopo aver deposto il vecchio Kadar, i nuovi dirigenti
comunisti avviarono il processo riformatore per legalizzare i partiti e procedere con le elezioni libere. Vennero tolte le
barriere e i controlli con l’Austria, così facendo i cittadini della Germania orientale potevano finalmente andarsene da
lì e raggiungere la parte ad ovest. Tutto ciò mise chiaramente caos nel sistema, Gorbacev quindi decise di legalizzare
l’espatrio, permanente e non. Il 9 novembre dell’89 venne finalmente abbattuto il muro di Berlino, poteva avvenire la
riconciliazione. Le elezioni libere in Ungheria portarono l’affermazione di un partito di centro-destra.
In Cecoslovacchia si tornò alla democrazia solo con una lunga serie di manifestazioni popolari. Con le elezioni si
affermò un partito di centro-sinistra.
In Romania il processo di liberalizzazione fu graduale e scosso da drammatici episodi di resistenza dalla dittatura
personale, fino a quando fu catturato e messo a morte. I leader neocomunisti riuscirono a mantenere il controllo.
Anche in Bulgaria e in Albania venne avviato un graduale processo di liberalizzazione. Gli eredi del partito comunista
mantennero il loro potere nella fase di transizione ma vennero poi sconfitti.
In Jugoslavia era in atto una grave crisi economica e istituzionale. Le spinte centrifughe puntarono a uno stato
federativo: in Slovenia e in Croazia vincono i partiti autonomisti, in Serbia prevale il neocomunismo nazionalista.
Nella Germania dell’Est, dopo la caduta del muro, nelle elezioni del ’90, non vennero puniti solo i comunisti ma anche
i socialdemocratici, e i gruppi di sinistra. La vittoria andò così ai cristiano-democratici. I governi delle due Germanie
firmarono un trattato per l’unificazione economica e monetaria, in seguito con l’approvazione di Gorbacev firmarono
anche quello per la vera e propria unificazione (3 ottobre 1990).

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31.4. La dissoluzione dell’Unione Sovietica
La caduta dell’Urss ha avuto delle conseguenze, una delle quali fu l’indipendenza delle repubbliche baltiche.
Nell’agosto del ’91, quando un gruppo di esponenti del Partito comunista, del governo e delle forze armate tentò la
carta del colpo di stato, che però non solo fallì, ma si rivoltò contro i golpisti, che attaccati dal popolo dovettero
ritirarsi. Il fallimento non solo spazzò via ciò che restava del comunismo, ma accelerò la crisi dell’autorità centrale. La
riforma economica non decollò, il pluralismo politico non divenne sinonimo di democratizzazione, emersero anzi
tendenze autoritarie. Dopo le repubbliche baltiche, anche Georgia, Armenia, Moldavia e Ucraina dichiararono la loro
indipendenza. Gorbacev tentò, invano, di riunirle tutte. Il 21 dicembre del ’91, ad Alma Ata (capitale del Kazakistan),
i rappresentanti di 11 repubbliche diedero vita alla nuova Comunità degli stati indipendenti (Csi), e decretarono la
morte dell’Urss. Dopo le dimissioni di Gorbacev, la bandiera dell’Urss presente al Cremlino, venne sostituita da quella
russa.

31.5. L’Europa orientale e la crisi jugoslava


Anche se gli anni ’80 si erano chiusi per l’Europa dell’est con la speranza di riforme, democratizzazione e di
benessere, le attese vennero ben presto deluse. Proprio perché il passaggio all’economia di mercato non era mai tra le
cose più semplici, spesso, si tentò di tornare alla situazione, ridando il potere ai partiti comunisti, che nel frattempo
erano fortemente cambiati (come avvenne in Polonia nelle elezioni del ’93).
In Cecoslovacchia, si svilupparono nella minoranza slovacca tendenze separatiste, che mescolandosi con i contrasti
politici ed economici, portarono, nel ’92, a una sorta di separazione consensuale e alla creazione di due repubbliche:
una ceca, comprendente Boemia e Moravia e governata dai partiti di ispirazione liberale, e una slovacca, egemonizzata
dai gruppi ex comunisti. Più critica fu la situazione della Jugoslavia dove si arrivò a contrasti armati e alla
disgregazione dello Stato federale. Tra il ’90 e il ’91, prima la Slovenia, poi la Croazia, dichiararono la loro
indipendenza, lo stesso fece successivamente la Macedonia. Gli organi federali e i vertici militari, entrambi controllati
dai serbi, accettarono la situazione degli stati, tranne che per la Croazia, dove mobilitarono le forze armate. A partire
dalla primavera del ’92, il conflitto si spostò in Bosnia, che aveva anch’essa proclamato la sua indipendenza. Abitata
da una popolazione mista (musulmani, croati cattolici, serbi ortodossi), la Bosnia divenne teatro di una vera e propria
guerra. Una guerra difficile da fermare, soprattutto perché i serbi avevano messo in atto la cosiddetta “pulizia etnica”,
compiendo vere e proprie stragi. Per mettere fine a tutto questo, poiché né Onu né la Comunità europea erano in
grado, vennero chiamati a intervenire gli Usa, che agirono sotto la copertura dell’Alleanza atlantica. Nel ’95 la Nato
avviò dei raid aerei, ai quali presero parte anche gli aviatori italiani. Solo a ottobre furono avviate le trattative di pace.
Il 21 novembre a Dayton, Usa, venne siglato un accordo che prevedeva il mantenimento dello stato della Bosnia,
diviso però in una repubblica serva e in una federazione croato-musulmana. Delicata poi era anche la situazione della
Jugoslavia, divisa tra spinte nazionaliste ed ex socialiste. Nel ’98 persisteva ancora il problema del Kosovo, uno dei
fattori scatenanti della guerra jugoslava. Il paese rivoleva la sua indipendenza, ma i serbi erano talmente contrari da
intensificare la pulizia etnica, molti furono i bombardamenti in risposta alle repressioni serbe, per tentare di difendere i
diritti della popolazione del Kosovo (ingerenza umanitaria). La prima ad opporsi a questa situazione fu l’alleata di
sempre della Serbia, la Russia, che in questo caso intervenne come mediatrice. Nelle elezioni del 2000 il dittatore
serbo perse contro la coalizione democratica, tentò di ribellarsi ma fu placato da una grande e pacifica rivolta popolare
che lo fece anche arrestare. Nuovo focolaio venne acceso in Macedonia, dove la minoranza albanese era sempre più
forte. Qui dal 2001 iniziarono ad esserci scontri con i guerriglieri venuti dal Kosovo, che furono però placati dalla
Nato. Lo stato serbo perse anche Montenegro e il Kosovo nel 2008. Altre tensioni avvennero in Albania, dove il
fattore scatenante della crisi fu il fallimento di una serie di società finanziarie che, cresciute all’improvviso, avevano
raccolto i risparmi di molti albanesi. Ne seguì un moto di ribellione dove, alla rivolta economica si aggiunse quella
politica. All’inizio del ’97 si assistette al quasi totale crollo del paese. Mentre l’Onu mandò un contingente di pace,
nelle elezioni seguenti vinsero i socialisti, che anche tra le difficoltà portarono il paese non solo a sopravvivere ma a
un nuovo progresso.

32. IL NODO DEL MEDIO ORIENTE


32.1. Un’area strategica
Il Medio Oriente è sempre stato un’area di grande rilievo strategico. Nel ‘900 questo interesse è aumentato per tre
fattori:
1. l’interesse del mondo industrializzato per il petrolio, le cui riserve erano concentrate per il 60% nella regione
mediorientale;
2. l’aggravarsi del conflitto arabo-isaeliano per la Palestina;
3. la rinascita del fondamentalismo islamico.
Il presidente egiziano Sadat si convinse della necessità di trovare una soluzione politica nel conflitto con Israele,
avvicinandosi agli Stati Uniti, cosa che portò a una conseguente espulsione dei membri sovietici dal paese. Il
presidente si recò poi in Israele dove propose una trattativa di pace al Parlamento israeliano. Grazie al tramite, il
presidente americano Carter, i due presidenti arabi trovarono un accordo (accordi di Camp David, ’78), che prevedeva
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anche la restituzione del Sinai all’Egitto. I negoziati prevedevano anche la risoluzione della situazione palestinese, che
però non avvenne, poiché gli stati arabi e l’Olp videro questo gesto come un tradimento e il Presidente egiziano morì
per mano di oppositori, contrari agli accordi di pace.

32.2. La rivoluzione iraniana


Altro scontro che avvenne e avviene tuttora nel mondo islamico, è quello tra le forze integraliste e coloro che invece
sono aperti all’influenza occidentale. Le correnti laiche avevano da sempre la loro roccaforte in Turchia, mentre le
correnti integraliste, minoritarie ma comunque diffuse tra la popolazione, in Iran (un paese molto ricco). Qui lo scià,
prima di lasciare il governo aveva avviato una rapida modernizzazione che provocò veri e propri traumi, motivo per
cui nacquero le opposizioni, sia dalla sinistra che dal clero islamico tradizionalista. Si creò un movimento di protesta
popolare, gli Usa finirono per abbandonare il paese, dove venne a formarsi la Repubblica islamica, di stampo
teocratico, ispirata al riformismo sociale. Lo stato era antiamericano e antioccidentale, motivo per cui entrò subito in
contrasto con gli Usa, facendo prigionieri anche i membri dell’ambasciata americana di Teheran. Nell’80, l’Iran fu
attaccato dall’Iraq che voleva dei territori molti ricchi quanto in posizione strategica. La lunga carneficina durò ben 8
anni e fu interrotta dalla mediazione dell’Onu che però non servì per migliorare la situazione.

32.3. La questione palestinese


Gli accordi di Camp David prevedevano ulteriori negoziati per un regolamento globale nella regione ma questi
negoziati non vennero avviati. Negli anni ’80 gli Stati arabi moderati (Giordania ed Arabia Saudita) e la dirigenza
dell’Olp decisero di trattare con Israele: se avesse liberato i territori occupati (Cisgiordania e striscia di Gaza), dove
avrebbe dovuto nascere lo stato palestinese, avrebbero riconosciuto il suo stato. Ma nel frattempo gli ebrei, poiché
avevano iniziato a colonizzare quella zona, si opposero alla creazione di uno stato palestinese, visto come una
minaccia ulteriore all’esistenza di Israele. I palestinesi si opposero agli occupanti, e diedero vita a una rivolta
(intifada), che fu duramente repressa. Ciò fu visto come un torto ai palestinesi, che iniziarono ad essere aiutati. Anche
il Libano dagli anni ’70 era entrato in uno stato di cronica guerra civile. La situazione si aggravò dopo che nel 1982
l’esercito israeliano invase il paese per cacciarne le basi dell’Olp, che richiese l’intervento di americani e francesi,
alquanto inutile. Solo la Siria, anni dopo, riuscì a fare del Libano un suo protettorato.

32.4. La Guerra del Golfo


Nell’agosto del ’90, il dittatore dell’Iraq, Saddam Hussein già protagonista della guerra contro l’Iran, e per questo
rifornito di armamenti da molti stati, invase il piccolo e confinante Emirato del Kuwait, affacciato sul golfo Persico,
uno dei maggiori produttori di petrolio, e ne proclamò l’annessione alla repubblica irachena. Dopo questa azione, la
Nato, indignata, dichiarò l’embargo verso l’Iraq. Contemporaneamente, gli Usa, mandarono ben 400.000 uomini per
difendere il Kuwait ed eventuali altri stati attaccati da Hussein. A dare sostegno agli Usa c’erano sia molti stati
europei, sia molti arabi. Hussein giustificò il suo attacco come una rivendicazione, come avvenne per i palestinesi con
Israele. Nel ’91, dopo una sorta di ultimatum che costringeva Hussein a ritirarsi, scoppiò un vero e proprio
bombardamento di Iraq e Kuwait, non mancò poi la minaccia di Hussein di ricorrere alle armi chimiche. Dopo 40
giorni, si passò all’offensiva di terra e Hussein fu costretto a ritirarsi dal Kuwait.

32.5. Una pace difficile


Visto l’appianamento della situazione, il presidente Bush e il segretario Baker, promossero a Madrid una conferenza
di pace sul Medioriente (ottobre ’91), in cui i rappresentanti del governo israeliano incontrarono le delegazioni dei
paesi confinanti ed esponenti palestinesi dei territori occupati. Un’ulteriore spinta venne nel ’92 quando il partito
laburista vinse le elezioni politiche israeliane, contrastando l’egemonia del Fronte nazionalista. La svolta si ebbe nel
’93 quando Rabin (nuovo primo ministro) e il ministro degli esteri presero la sofferta decisione di rimuovere il
principale ostacolo che si opponeva al progresso dei negoziati e di trattare direttamente con l’Olp. Un lungo negoziato
portò all’accordo del 19 settembre ’93 a Washington, dove si avviò un graduale autogoverno palestinese nei territori
occupati. L’accordo fece sorgere molte speranze circa una fine dei conflitti israelo-palestinesi. Molte però erano
ancora le questioni irrisolte, dal destino degli insediamenti ebraici nei territori alla sorte di Gerusalemme, dichiarata
capitale indivisibile, dall’atteggiamento ostile di altri stati come Siria e Libia, all’opposizione dell’ala intransigente
dell’Olp e alla destra nazionalista israeliana. L’attività terroristica dei gruppi integralisti si intensificò col frequente
ricorso ad attentati suicidi. Questa spirale ebbe il suo culmine con l’uccisione di Rabin (4 novembre ‘95), per mano di
un giovane estremista israeliano. Nelle elezioni del ’96, crollò il partito laburista e venne sostituito da una coalizione
di destra. Nell’estate del 2000, Clinton convocò nuovamente le parti a Camp David, questa volta gli israeliani si
dimostrarono favorevoli a trattare anche su argomenti mai trattati prima, come Gerusalemme, ma la pace venne
mancata ancora una volta per le opinioni differenti, che riguardavano soprattutto i luoghi santi. A innescare lo scontro
avvenuto a fine settembre fu una visita compiuta da Sharon, leader della destra israeliana alle moschee di
Gerusalemme, una provocazione agli occhi dei palestinesi, che reagirono scatenando una nuova rivolta. La “seconda

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intifada” fu assai più cruenta della prima, sia per lo scontro in sé, sia per la repressione che lo seguì. Ad essere
coinvolte non furono solo Gaza e Cisgiordania, ma molte città israeliane che erano insediate dagli ebrei. A tutto ciò
seguì una crisi di governo e, il premier successivo, fu proprio Sharon, del centro-destra, che aumentò i contrasti
armati. La situazione non faceva che peggiorare, per questo il governo di Gerusalemme decise, nel 2002, di creare una
barriera difensiva, per proteggere i confini storici di Israele dagli infiniti attentati. Altra decisione presa da Sharon fu
quella di ritirare l’esercito e smantellare le colonie nella striscia di Gaza (2005). La decisione fu molto contrastata,
anche all’interno dello stesso partito di Sharon, che infatti dovette spaccarsi, dando vita a una formazione di centro.
Sia Sharon che Arafat, leader dei palestinesi, morirono a distanza di anno. Dopo di loro, l’autorità palestinese vide
l’affermazione degli estremisti dai Hamas alle elezioni, fermi nel rifiuto di riconoscere Israele. Dalla striscia di Gaza,
non più occupata, continuarono a partire missili contro lo stato ebraico, che rispose con pesanti rappresaglie.
Nell’estate del 2006, il centro delle tensioni si spostò al confine con il Libano: Israele reagì con un attacco su vasta
scala al rapimento di due suoi soldati e ai continui lanci di missili sul suo territorio ad opera di un movimento sciita,
Hezbollah, legato all’Iran e alla Siria. La situazione fu temporaneamente bloccata dall’Onu ma gli equilibri erano
precari.

32.6. L’emergenza fondamentalista


Già da tempo presenti, soprattutto in Medio Oriente, le correnti integraliste furono rilanciate negli anni ’80, dagli
sviluppi della rivoluzione iraniana e successivamente dalla gloriosa resistenza all’occupazione sovietica in
Afghanistan, dove erano affluiti volontari da molti paesi musulmani. Tra il ’96-97 gruppi fondamentalisti detti talebani
(studenti delle scuole coraniche), assunsero il controllo di buona parte del paese imponendovi un duro regime,
intollerante oscurantismo, basato su una rigida interpretazione della legge islamica: vittime principali furono le donne
che non potevano più nemmeno andare a scuola o lavorare. In Turchia la situazione non fu facile: qui un partito di
ispirazione islamica si affermò nelle elezioni del ’95, assumendo la guida del governo. L’esperienza si interruppe nel
’97 quando le pressioni dei militari, garanti della scelta filo-occidentale, convinsero i partiti laici a formare una nuova
maggioranza. Pochi anni dopo però, si affermò una nuova maggioranza islamico-moderata. Se da un lato si cercava di
avviare la modernizzazione del paese, dall’altro si era ancora molto indietro, infatti non mancavano le sanguinose
repressioni ai danni dei movimenti separatisti curdi, ulteriore motivo per non fare entrare, nel ’97, la Turchia
nell’Unione. Più drammatico è il caso dell’Algeria, dove già negli anni ’90 a detenere il potere erano gruppi militari
laici, organizzati nel Fronte di liberazione nazionale (Fln), risultava logorata soprattutto dal disagio economico. Nel
gennaio ’92, nelle elezioni, si affermò il Fronte islamico di salvezza, il governo a sua volta annullò le elezioni,
provocando l’ira degli islamici. La ferocia delle frange estreme del fondamentalismo misero in atto una vera e propria
strategia di terrore, che prevedeva massacri indiscriminati della popolazione civile, provocando oltre centomila morti
tra il ’92 e il ’97. I governanti risposero con una dura repressione, con la quale tentarono di legittimarsi, ma fu inutile.
Il problema dell’integralismo islamico, nel frattempo, si espandeva al di fuori dei singoli stati.

33. L’UNIONE EUROPEA (P.648-657)


33.1. Battute d’arresto e progressi
Dopo i trattati di Roma del 1957, il cammino verso l’integrazione politica dell’Europa si arrestò. Nel 1974 si decise
che i capi di governo dei paesi membri si sarebbero incontrati a scadenze regolari, dando vita al Consiglio europeo. Si
stabilì che il Parlamento europeo, con sede a Strasburgo, sarebbe stato eletto direttamente dai cittadini, con scadenza
quinquennale. Le prime elezione a suffragio diretto del Parlamento europeo si ebbero nel 1979. nello stesso anno fu
istituito lo Sme (=Sistema Monetario Europeo), un sistema di cambi fissi tra le monete dei paesi membri.

33.2. Maastricht e l’euro


1985: fu stipulato un altro trattato a Lussemburgo che impegnava i firmatari ad abolire i controlli alle frontiere sul
transito delle persone (fu applicato nel 1995 ma senza l’adesione della Gran Bretagna ed Irlanda)
Febbraio 1986: firma a Lussemburgo dell’Atto unico europeo, che riguardava aspetti legati all’economia e al
rafforzamento della cooperazione politica.
Nel febbraio del ’92, nella città olandese di Maastricht, fu firmato un trattato che istituiva l’Unione europea. Il trattato
di Unione prevedeva, dal ’93, in coincidenza con l’attuazione del mercato unico (= caduta di tutte le residue barriere
che ancora si frapponevano alla libera circolazione di capitali, beni e servizi), una serie di interventi volti ad
armonizzare le legislazioni dei paesi membri in molti importanti materie, non solo economiche: forze armate,
giustizia, politica sociale, istruzione.
I firmatari si impegnavano inoltre a realizzare entro il ’99 il progetto di una moneta comune e di una banca centrale
europea. Si stabiliva infine, come condizione per l’adesione all’Unione monetaria, l’adeguamento a una serie di
parametri comuni che avrebbero dovuto garantire la solidità della nuova moneta e la credibilità finanziaria
dell’Unione: tassi di inflazione contenuti, tassi d’interesse uniformi.

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L’inizio non fu facile, poiché bisognava coordinare le decisioni autonome dei singoli governi nazionali, e la stessa
libertà di circolazione dei capitali favoriva le operazioni speculative contro le valute deboli. Alle politiche restrittive si
aggiungeva la crisi del welfare state, che aggravava continuamente la situazione dei disoccupati. Oltre a questo
problema, se ne andavano creando (o rafforzando) degli altri: economie vecchie e poco competitive, eccesso della
spesa pubblica, insostenibilità finanziaria.
Nel maggio ’98, l’Unione monetaria europea venne così inaugurata ufficialmente con la partecipazione di undici stati:
restarono fuori la Grecia, che non aveva raggiunto i parametri, e la Gran Bretagna, la Danimarca e la Svezia, che
rinviavano la decisione per loro scelta. Contemporaneamente venne istituita la Banca centrale europea e si fissò il 1°
gennaio del ’99 l’entrata in vigore negli scambi finanziari della moneta unica.

33.3. Le vicende politiche


Per quanto riguarda la politica, come al solito, c’era un’alternanza dei governi: i socialisti subirono una sconfitta. In
Germania, la coalizione cristiano-democratica e liberale guidata da Kohl prevalse, in Francia, la coalizione di centro-
destra portò alla presidenza della Repubblica, in Spagna, nel marzo ’96, i socialisti di Gonzalez, dopo 15 anni di
potere lasciarono il posto ad Aznar. Successivamente però, la politica si invertì: le forze socialiste e progressiste
assunsero sempre più potere in Italia, nell’aprile del ’96; in Gran Bretagna, nel maggio ’97, i laburisti di Blair
prevalsero con largo margine sui conservatori di Major; in Francia la coalizione di sinistra (comprendente anche i
comunisti) vinse le elezioni legislative anticipate del maggio-giugno ’97, portando al governo il socialista Jospin. Una
grande sorpresa fu la sconfitta dei moderati in Francia. La vittoria delle sinistre suonò come un’implicita protesta
contro un’applicazione giudicata troppo rigida delle regole stabilite a Maastricht. Nel settembre del ’98, in Germania,
la netta vittoria dei socialdemocratici di Schröder sulla coalizione democratico-cristiana e liberale, che creò un
governo con i Verdi, mise fine al governo di Kohl. Moderati e progressisti continuavano ad alternarsi: nel 2001, in
Italia, vinse il centro-destra, in Francia nel 2002 tornarono i moderati, nel 2004 in Spagna tornarono invece i socialisti
di Zapatero, promotore di radicali riforme laiche nel tempo dei diritti civili. Nel 2005 in Germania, il sostanziale
equilibrio tra i due partiti principali portò ad un accordo programmatico sulle misure necessarie per il rilancio
dell’economia e alla nascita di un governo di grande coalizione presieduto dalla cristiano-democratica Merkel. In Gran
Bretagna nel 2007 si chiudeva l’esperienza governativa di Tony Blair, che si dimise a favore di Brown.
Il problema dell’immigrazione non faceva cenno a scomparire, anzi, non faceva che aumentare. Nel 1985, con gli
accordi di Schengen (attuati 10 anni dopo), era stata decisa la libera circolazione delle persone, il che trasformò l’UE
in uno spazio aperto in cui era possibile muoversi senza controlli di frontiera.

33.4. L’allargamento dell’Unione


Dopo diversi accordi iniziati nel ’97, nel 2004 altri 10 stati entrarono nell’Unione: Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania,
Malta, Slovacchia, Slovenia, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca (25 membri). Nel gennaio 2007 vi entrarono
Bulgaria e Romania: con il loro ingresso, gli stati divennero 27.
Nel 2001, proprio con lo scopo di riformare l’Unione, i paesi membri decisero di dar vita a una Convenzione,
composta da parlamentari e rappresentanti dei governi, con il compito di redigere una carta costituzionale dell’Ue. Nel
giungo 2003, venne presentato un progetto di costituzione con un elenco dei principi generali e uno schema di riforma
delle istituzioni comunitarie. Questo doveva essere il primo passo verso una nuova e piena integrazione politica del
continente, ma in realtà non mancarono i problemi. Nel giugno 2005, gli elettori della Francia e dell’Olanda, chiamati
a decidere mediante un referendum sulla ratifica della costituzione, si pronunciarono per il no, con margini piuttosto
netti.
Altre difficoltà vennero dagli stessi paesi dell’Est Europa, a volte riluttanti ad adeguarsi alle regole imposte
dall’Unione e desiderosi di esercitarvi un peso maggiore.

34. SVILUPPO E DISUGUAGLIANZA


34.1. La geografia della povertà
Le grandi trasformazione hanno abbattuto molte frontiere, rendendo il mondo più unito dal punto di vista delle
informazioni, degli scambi commerciali e delle transizioni finanziarie, ma non lo hanno reso più omogeneo sotto
l’aspetto delle culture e tanto meno sotto quello della distribuzione delle ricchezze. Le disuguaglianze economiche non
fecero che aumentare, i paesi produttori di petrolio continuavano ad arricchirsi, aumentando vertiginosamente i prezzi
della materia prima che era sempre più richiesta. Stati poveri e popolosissimi riuscirono a risolvere problemi urgenti e
a svilupparsi (India). Le economie capitalistiche dei alcuni paesi del sud-est asiatico, le cosiddette “tigri”: Corea del
Sud, Taiwan, Singapore e Malaysia, conobbero una crescita molto rapida, soprattutto del settore manifatturiero,
diventando molto aggressive nei mercati internazionali. Molti paesi però, soprattutto quelli africani, andarono solo
peggiorando. La modernizzazione e l’industrializzazione fallì, tentativo dopo tentativo, le economie di sussistenza non
erano pronte al grande cambiamento poiché erano molto arretrate. La popolazione continuava a crescere e in molti
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stati c’era un forte sovrappopolamento, le spese militari sui bilanci statali erano molto elevate e i ceti dirigenti
impreparati e corrotti. L’analfabetismo era ancora molto diffuso, così come la mortalità infantile. Epidemie e guerre
provocavano regolarmente gravi catastrofi, senza considerare tutte le persone che morivano da fame o di malattie
infettive gravissime come l’Aids. Sia la Chiesa, sia alcuni stati, sia organizzazioni private organizzarono diverse
campagne di solidarietà internazionale, ma gli aiuti non sono mai abbastanza. Ingenti prestiti sono poi stati fatti a
moltissimi paesi bisognosi, il loro debito non fa che aumentare, anche se non mancano le proposte per diminuirlo o
addirittura cancellarlo.

34.2. Il risveglio dell’Asia


Tra l’85 e il ’95, quasi tutti i paesi asiatici fecero registrare tassi si crescita annua del prodotto interno largamente
superiori a quelli dell’Occidente industrializzato.
L’eccezione era costituita proprio dal Giappone, che andava invece verso la recessione. A partire dal ’98-’99 il sistema
bancario dovette affrontare diverse difficoltà, alla crisi economica si aggiungeva poi quella politica, con il declino e la
frantumazione del partito liberal-democratico. Una svolta si ebbe nel 2001 con l’elezione del candidato liberal-
democratico, Koizumi, assai più giovane dei suoi predecessori e appartenente all’ala progressista. Il Giappone
mantenne la sua posizione di seconda potenza economica mondiale, e continuò a rappresentare un modello per l’intero
continente.
Il modello comunista, ben saldo, stava avviando la Cina alla liberalizzazione economica. Riuscì a mantenere alti ritmi
di crescita annua e ad inserirsi nel mercato internazionale. Alla fine di giugno ’97, la Cina ristabilì la propria sovranità
sulla colonia britannica di Hong Kong, molto importante per l’economia e la finanza mondiale. Nel ’99 fu la volta di
Macao, ultima colonia portoghese presente nel territorio asiatico. Visto lo sviluppo cinese, l’Occidente chiudeva un
occhio, per motivi economici e per timore che una rapida democratizzazione potesse portare come nel caso dell’Urss a
un crollo degli equilibri continentali, sia sul dissenso politico, sia sulla violazione di diritti umani.
A parte i regimi comunisti (Cina, Vietnam, Laos e Corea del Nord), molte dittature continuavano ad essere ben
mascherate, infatti paesi in teoria democratici avevano in realtà governi molto autoritari.
- India: la più grande democrazia del mondo, a livello numerico, dove le istituzioni ressero alle tensioni etnico-
religiose che da sempre dividevano il paese, e alla crisi del partito del Congresso, che portò alla vittoria nel
’98 di una formazione di matrice nazionalista e induista, il Partito del popolo.
- Pakistan: vicende ben più travagliate. Presenza di forti correnti integraliste islamiche, dove governi
regolarmente eletti si alternavano a veri e propri regimi militari. Fu appunto con il colpo di stato del ’98 che
venne al potere il generale Musharraf. Tra India e Pakistan c’era poi aperta una questione per il Kashmir, che
non solo era motivo di scontri, ma anche di rifornimenti di armi nucleari.
- Indonesia: nel ’98, un altro grande stato musulmano, vide cadere la triennale dittatura e avviò un processo di
democratizzazione. Non mancavano però le difficoltà economiche e quelle etnico-religiose, scontri che si
verificarono anche nelle isole, come in quella di Timor, abitata per lo più da cattolici, e dove dovette
intervenire l’Onu che permise, grazie anche a un successivo referendum, di rendere l’isola indipendente.
- Filippine: la maggioranza cattolica era costretta a fronteggiare la guerriglia di gruppi islamici, e dove
nonostante la caduta del dittatore non si arrivò alla democratizzazione.
Di fatto però, c’era una continua rinnovata aggressività asiatica, si è sempre parlato infatti del modello asiatico, che
prevede flessibilità, salari bassi, elevata produttività e repressione dei conflitti sociali. Nel ’97-98, questo modello fu
incrinato dalla grave cristi, dovuta principalmente all’eccesso della produzione e alla speculazione finanziaria. Questo
provocò timore anche per l’Occidente, che era legato all’Asia da vincoli finanziari e commerciali.

34.3. Il dramma dell’Africa


L’Africa subsahariana, afflitta da una povertà crescente, una struttura sanitaria drammatica e dalla cronica debolezza
delle strutture statali nate dalla decolonizzazione, vide i suoi mali aggravati da una lunga serie di colpi di stato e di
guerra civili, che giunsero a distruggere ogni autorità centrale.
- Nigeria: paese più popoloso e uno dei maggiori produttori di petrolio, afflitto da un’endemica povertà e attraversato da
continui conflitti interni.
- Sud Africa: dove si concluse la lunga stagione dell’apartheid. Alla fine degli anni ’80, il primo ministro de Klerk, fin
allora esponente dell’ala conservatrice del Partito nazionalista al potere, cominciò a smantellare il regime di
discriminazione razziale e aprì i negoziati con Nelson Mandela (morto il 5 dicembre 2013), leader del movimento
antisegregazionista African National Congress (Anc), liberato dal carcere nel febbraio 1990. Il negoziato venne però
ostacolato da entrambe le parti e dai violenti contrasti tra l’Anc e la più numerosa tribù nera, gli zulu. Nel ’94 si svolsero
le elezioni libere, a suffragio universale, e vennero vinte dall’Anc: Mandela divenne capo dello stato. Un forte contributo
a superare i problemi del passato fu dato dall’istituzione, tra il ’96 e il ’98, di una Commissione nazionale per la verità e
la riconciliazione, davanti alla quale i responsabili dei reati e delle violenze commesse da tutte le parti in lotta, fornirono
ampie testimonianze sull’apartheid, affinché si arrivasse all’amnistia.
- Mozambico: i conflitti trovarono una soluzione già nel ’92, grazie anche alla mediazione dell’Italia.
- Etiopia: grave crisi interna e caduta nel ’91 del regime di Menghistu, portarono alla nascita di un nuovo stato, l’Eritrea.

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- Eritrea: stato indipendente, sancito nel ’93. Dopo una convivenza pacifica con la vicina Etiopia, si arrivò allo scontro per
questioni di confine tra il ’98 e il 2000.
- Somalia: nel ’91 venne abbattuta la dittatura di Siad Barre, ma nuovi scontri tra clan e bande rivali prendono il via, per
questo l’economia appare bloccata, e la popolazione subisce una vera e propria strage. Per porre fine al massacro
intervengono le Nazioni Unite, che alla fine del ’92 inviano un contingente multinazionale, mentre gli Usa facevano
sbarcare le truppe a Mogadiscio. La missione avrebbe dovuto soccorrere la popolazione con viveri e aiuti vari, come
quelli sanitari, ma anche pacificare il paese e porre fine ai conflitti: nel ’95 l’operazione fallì e fu quindi interrotta. In
questo vuoto di potere si inserì il rapido sviluppo di un movimento religioso (“corti islamiche”), che traendo aiuto da
analoghi movimenti fondamentalisti in Medio Oriente, intendevano applicare la legge canonica. Nel 2006 le corti, vista
la grave situazione del paese, riuscirono a riscuotere molto successo, che fu ben presto interrotto dall’intervento
dell’esercito della vicina Etiopia, poiché il paese in maggioranza cristiana temeva la diffusione dell’Islam.
- Sudan: anche qui si sviluppò una guerra civile, i cui motivi politici si mescolarono a quelli etnico-religiosi, qui infatti la
maggioranza era arabo-islamica, la minoranza cristiana e animista. Il paese, il più vasto e uno tra i più poveri, fu segnato
da carestie e scontri armati, che ebbero il loro centro in Darfur, che divenne nel 2003 teatro di una vera e propria
emergenza umanitaria.
- Ruanda: è il paese più piccolo e più povero, dove nel ’94 vennero compiuti terribili massacri per mano delle milizie
hutu, ai danni degli hutu moderati e dei tutsi: migliaia furono i morti (800.000 minimo) e moltissimi i profughi che
vollero ripararsi nei paesi limitrofi.
- Zaire (=Congo): qui si riparavano i profughi del Ruanda, anche se di fatto il paese stava crollando, per la corruzione e
per una mancata economia, si stava inoltre disgregando la triennale dittatura del presidente Mobutu. Nel ’97, un antico
combattente per le lotte di indipendenza, Kabila, seguito da un esercito di ventura composto per la maggioranza da
profughi, prese il potere e ridiede il nome di Repubblica del Congo allo stato. Presto però ci fu un colpo di stato e Kabila,
ucciso, lasciò il posto al figlio. Non bastò a far tornare la pace, solo nel ’99, con l’intervento dell’Onu sembrò essere
possibile. Molti furono i morti, molti ancora i profughi. In questo caso, come in quello dell’Angola, le lotte etniche e
tribali nascondevano scontri di interesse relativi allo sfruttamento delle cospicue risorse naturali del paese, ma celavano
anche contrasti con l’Occidente.
Le lotte etniche e tribali nascondevano scontri di interesse relativi allo sfruttamento delle risorse naturali del paese.
34.4. L’America latina: tra crisi e stabilizzazione
Nel 1992, Stati Uniti, Canada e Messico firmarono un accordo di libero scambio, Nafta (North American Free Trade
Agreement) che sarebbe entrato in vigore due anni dopo. Nel ’91, quattro stati del sud America (Brasile, Argentina,
Paraguay e Uruguay) avevano dato vita a uno spazio commerciale comune, il Mecosur (Mercato comune del sud), che
si sarebbe successivamente allargato a Cile e Bolivia. Nonostante la tipica instabilità delle economie, si tornò alla
democrazia ma anche all’inflazione e alla crescita del debito estero.
- Argentina: qui il governo neo-peronista di Menem attuava un’energetica politica di risanamento finanziario.
Nel ’98 ci fu una nuova crisi, legata all’attenuarsi delle misure di austerità e al ritorno a politiche di spesa
facile, oltre alle continue difficoltà legate al sistema finanziario internazionale. Nel ’99 i peronisti avevano
perso il potere, a vantaggio dei radicali di De La Rua, ma il paese finì comunque in una gravissima crisi
finanziaria: la scelta, attuata già del governo Menem, di scongiurare l’inflazione ancorando la moneta
nazionale al dollaro finì col frenare le esportazioni e col rendere impossibile il pagamento del sempre più
ingente debito estero. Nel 2001, vista la gravità della situazione, il governò arrivò a bloccare i depositi
bancari. De La Rua, vista la protesta, fu costretto a lasciare la presidenza. Nel 2003 gli succedette Kirchner, e
la situazione politica e finanziaria andò stabilizzandosi. Il populismo a sfondo social-progressista andò man
mano rafforzandosi.
- Venezuela: nasce un forte movimento populista, che nel ’99 portò al governo Chavez, e consentì nell’anno
seguente, tramite un referendum, di rafforzare i poteri del presidente della Repubblica. Dopo le rielezioni del
2006, Chavez assunse sempre maggiore sicurezza e andò rafforzando la sua linea violenta in contrapposizione
agli Stati Uniti, a sostegno della Cuba di Castro. Il populismo a sfondo social-progressista andò man mano
rafforzandosi.
- Cile: nuovo slancio già avviato sotto Pinochet e basato sull’apertura agli investimenti stranieri. no tendenze
populiste. Le forze democratiche mantennero il potere nonostante molti seguaci di Pinochet si facevano
sentire mediante le proteste.
- Messico: fragilità messa in mostra nel ’94-’95 quando esplose una grave crisi finanziaria, oltre che la nascita
di un movimento di guerriglia zapatista (da Zapatero, eroe della rivoluzione messicana) animato dalle
popolazioni indie della poverissima regione del Chiapas. no tendenze populiste. Nel 2000, le elezioni
interruppero il governo che durava ormai da settant’anni del Partito rivoluzionario istituzionale, consegnando
la presidenza a Fox, candidato dei moderati.
- Brasile: si realizzò una vera e propria stabilizzazione, grazie anche alla nuova moneta, il real, con la
presidenza del socialdemocratico Cardoso. Nel ’98 ci fu una nuova crisi, legata all’attenuarsi delle misure di
austerità e al ritorno a politiche di spesa facile, oltre alle continue difficoltà legate al sistema finanziario
internazionale. Qui gli effetti della crisi furono “arginati”, grazie all’elezione alla presidenza nel 2002 del

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candidato progressista Silva, ex operaio, ex sindacalista e leader del Partito dei Lavoratori. Il populismo a
sfondo social-progressista andò man mano rafforzandosi.
- Bolivia: nelle elezioni del 2005 prevalse Morales, il cui punto focale del programma era la nazionalizzazione
delle risorse minerali ed energetiche del paese.
- Ecuador: nel 2005 si affermava l’economista progressiste Correa.
- Nicaragua: nel 2006 tornava democraticamente al potere, l’ex leader dei sandinisti, Ortega.
- Perù: no tendenze populiste. Dopo il governo semi-autoritario del presidente Fujimori, terminato nel 2000,
vinse il socialdemocratico Garcia.
- Colombia: devastata dal narcotraffico.

35. NUOVI EQUILIBRI E NUOVI CONFLITTI


35.1. Un mondo inquieto
Dopo il crollo dell’Urss gli equilibri mondiali subirono un radicale sconvolgimento. Nel vuoto aperto dalla crisi
dell’Urss e dall’assenza di un nuovo ordine internazionale, si inserì una generale ripresa dei movimenti nazionalisti e
fu lanciata la sfida del fondamentalismo islamico. Il ruolo di potenza globale rimaneva solo agli Stati Uniti.

35.2. L’egemonia mondiale degli Stati Uniti


Con la scomparsa dell’Urss si pensava che finalmente l’occidente potesse rafforzarsi ancor di più, ma in realtà fu
attraversato da una crisi economica, produttiva e politica. Gli Usa avrebbero dovuto essere in una condizione
privilegiata viste le vittorie contro Hussein e contro l’Urss, ma così non era: Bush non sapeva fronteggiare i problemi
economico-sociali, che si diffondevano rapidamente, soprattutto per quanto riguardava la differenza tra ricchi e poveri,
questioni amministrative irrisolte e un deficit del bilancio statale sempre maggiore. Nelle elezioni del ’92, Bush fu
seccamente sconfitto dal democratico Clinton, abile nello sfruttare le debolezze dell’avversario e nell’interpretare il
desiderio di cambiamento. Se da un lato non cambiò la linea di Bush sia per quanto riguarda gli accordi con Eltsin che
con gli stati arabi, dall’altro puntava a dare un’impronta più democratica ai paesi dove ancora non c’era, come nel caso
di Haiti (1994), dove la giunta militare che aveva preso il potere nel ’91 fu costretta a ritirarsi. L’interventismo che già
prima era tipico di Bush non era ben visto dall’opinione pubblica, soprattutto per la spedizione in Somalia che da
umana divenne apertamente militare. Sebbene fossero stati presi degli accordi, le tensioni erano molte, sia con l’Iraq,
dove Hussein non rispettava a pieno tutti gli accordi, sia con la Russia, dato che gli Usa avevano proposto un
allargamento dei membri della Nato, che avrebbero incluso più stati orientali. La Russia era preoccupata dalla
possibilità di usare i nuovi stati come base di installazione di nuove armi nucleari: scongiurato il pericolo, l’accordo
venne firmato nel ’97 a Parigi. Clinton nel ’96 venne rieletto, questo perché non solo il bilancio statale con lui non fu
affatto negativo ma anche perché il sistema produttivo era migliorato, la disoccupazione scese e il deficit del bilancio
statale diminuì, anche se, per fare tutto ciò, dovette accantonare le riforme sociali, tra cui quella inerente
all’allargamento dell’intervento pubblico nella sanità. Molte furono poi le accuse rivolte al presidente circa la sua vita
privata e i suoi metodi usati durante la campagna elettorale, ma la sua popolarità interna non diminuì, e l’economia
continuava di fatto a prosperare. Nelle elezioni del 2000, a scontrarsi erano il democratico Al Gore e George W Bush,
figlio del predecessore di Clinton: fu quest’ultimo a vincere per appena 100 voti. La sua politica interna era molto
conservatrice, mentre quella estera era mirata a tutelare gli interessi americani. Significativa era la scelta di denunciare
gli accordi sulla limitazione degli armamenti nucleari per rilanciare il progetto dello scudo spaziale: una decisione che
aveva lo scopo di difendere il territorio nazionale dalla minaccia dei cosiddetti stati canaglia (potenze minori, avverse
agli Usa e sospettate di volersi armare a livello nucleare, come la Corea del sud), ma che finiva con l’irritare
soprattutto le altre potenze nucleari, tra cui Russia e Cina. L’impegno di Bush non fu portato a termine perché dovette
concentrarsi sul terrorismo a livello mondiale visto quanto era successo alle Torri Gemelle l’11 settembre 2001.

35.3. La Russia postcomunista


Tra le preoccupazioni maggiori dalla dissoluzione dell’Urss c’erano quelle di che fine avrebbero fatto l’esercito
militare e i rifornimenti nucleari. La Russia cercò fin da subito di prendere il ruolo dell’Urss, e, come nel caso del
seggio all’Onu, le fu riconosciuto. Nel ’93, a Mosca, venne formato un accordo tra Bush e Eltsin circa la riduzione
degli armamenti nucleari strategici. Il ruolo della Russia non era ben visto da tutte le ex repubbliche sovietiche,
soprattutto dall’Ucraina, che non volve cedere la sua quota di armi atomiche. Per quanto riguarda la Csi non era in
grado né di avere una solida organizzazione, né di mettere fine ai contrasti tra gli stati. La Russia dovette affrontare
una grave crisi, economica, politica e sociale, dovuta principalmente alla spinta troppo forte al capitalismo e
all’economia di mercato voluta da Eltsin, tutto ciò era aggravato dall’emergere di tendenze che rivolevano il
comunismo, che portarono alla nascita del Congresso del popolo, il parlamento russo eletto secondo la vecchia
costituzione. Lo scontro tra i due era inevitabile: Eltsin sciolse il parlamento, ma quest’ultimo rispose destituendolo. I
sostenitori del parlamento, sempre nel ’93, assalirono il municipio di Mosca, ma poco dopo Eltsin riprese il controllo,
anche se con molti spargimenti di sangue. Eltsin cercò di rafforzare i suoi poteri varando una costituzione che
100
rafforzasse i tratti presidenziali. Le elezioni portarono però a una crescita dei gruppi ultranazionalisti, e anche in parte
degli ex comunisti, nostalgici del passato. Proprio per non lasciare spazio ai gruppi nazionalisti, Eltsin decise, contro il
volere dei democratici, di intervenire militarmente in Cecenia, una repubblica autonoma situata nel Caucaso, che
aveva proclamato la sua indipendenza. L’attacco fu però mal organizzato, i ceceni resistettero, mentre i russi
avvertirono la sconfitta e, nelle elezioni del ’95, i neocomunisti divennero partito di maggioranza relativa. Nel ’96
tuttavia, Eltsin aveva ancora la maggioranza, che concesse ai ceceni più autonomie. L’economia aveva moltissimi
problemi che non le impedivano di decollare, primo tra tutti quello del calo produttivo. Ad essere avvantaggiati erano
solo gruppi ristretti, spesso legati alla malavita. L’apice venne raggiunto nel ’98 quando il rublo si deprezzò del 60%.
Quando nell’ottobre del ’99, la Cecenia venne accusata di dare ospitalità a truppe di terroristi islamici, i russi non ci
pensarono su due volte prima di invaderla di nuovo. Visto l’aggravarsi della situazione, Eltsin indicò come suo
successore Putin, uno sconosciuto dirigente dei servizi segreti. Egli non solo aveva una grande energia ma, dopo aver
risolto con i ceceni ed essere eletto premier, riuscì a dare una notevole spinta all’economia, nel 2000. Per quanto
riguarda la politica estera, Putin cercò di ristabilire un equilibrio con le ex repubbliche baltiche, ponendosi come un
possibile sostegno, un alleato. Putin favorì anche un avvicinamento tra la Russia e la Nato, nel quale fu firmato un
accordo circa il terrorismo comune e circa le armi di distruzione di massa. Di fatto però, Putin temeva che la Nato si
espandesse nell’Europa dell’est e non gradiva quelle che considerava le ingerenze dei paesi occidentali sui temi della
libertà e del rispetto dei diritti umani. Fra il 2006 e il 2007 la scomparsa di giornalisti non allineati fece salire la
tensione. Insorse anche dissidio con la Nato a causa dello scudo spaziale europeo rivolto verso il Medioriente ma
utilizzabile contro la Russia: nel 2007 Putin sospese gli accordi già sottoscritti contro la proliferazione delle armi non
convenzionali. Poco tempo dopo la Russia pose il suo veto al riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo. Il dialogo
con l’Occidente si allentò. Intraprese la lotta contro i separatisti ceceni di cui erano evidenti i legami con il
fondamentalismo islamico. Nel 2002 i terroristi si impadronirono del teatro di Mosca, per poi essere sopraffatti dalle
forze dell’ordine, anche se questo causò 100 morti tra gli ostaggi. Lo scontro più critico tra terroristi e militari avvenne
però nel 2004, in una scuola elementare di Beslan morirono 400 persone, molte dei quali erano bambini.

35.4. Terrorismo e crisi internazionale


L’11 settembre 2001 è un giorno che non verrà mai dimenticato: due aerei si schiantarono contro le Twin Towers, un
altro contro il pentagono, a Washington, e un quarto tentò di attaccare la Casa Bianca ma cadde prima, in
Pennsylvania, probabilmente grazie alla colluttazione tra terroristi e passeggeri. I responsabili dell’attentato sono i
kamikaze di Osama Bin Laden, che lottava con ferocia contro tutti i nemici dell’Islam. Il gruppo che aveva orchestrato
l’operazione suicida era quello di Al Qaeda, un’organizzazione terroristica internazionale. Le conseguenze per gli Usa
furono chiaramente disastrose. Un senso d paura ed impotenza si diffuse in tutto il mondo: la prospettiva di uno
scontro di civiltà sembrava farsi più concreta. Bush, presidente di allora, non si fece problemi a intraprendere una
guerra contro l’Afghanistan, dove il capo era presumibilmente nascosto. Assicuratosi l’appoggio degli alleati della
Nato e delle ex potenze avversarie (Cina e Russia) si impegnò nel fronte dei paesi musulmani: l’obiettivo generale era
quello di isolare i regimi più estremisti e rinsaldare i rapporti con gli stati moderati, riuscendo ad avere il loro
appoggio o neutralità. Bin Laden, che voleva scatenare gli stati arabi contro l’Occidente, fallì miseramente nel suo
intento. La campagna contro l’Afghanistan iniziò il 7 ottobre e prevedeva bombardamenti aerei e un’azione via terra
svolta dagli afghani che non volevano sottostare al regime integralista. Kabul fu occupata il 13 novembre e il 7
dicembre cadde l’ultima roccaforte del regime: i talebani furono sconfitta ma Bin Laden riuscì a scappare (morirà il 2
maggio del 2011 grazie all’azione “Operation Neptune Spear”, supervisionata dal presidente Obama). Il 22 novembre
si instaurò un nuovo governo a Kabul. Negli anni successivi, i talebani, giovandosi delle basi di cui continuavano a
disporre dal Pakistan e dei proventi del commercio dell’oppio, ripresero il controllo di vaste zone del paese, dando vita
a un’ostinata guerra contro le forze governative e i contingenti stranieri.

35.5. La guerra all’Iraq


Dopo aver rovesciato il regime dei talebani in Afghanistan, gli Usa si concentrarono sull’Iraq di Saddam Hussein,
accusato di fiancheggiare il terrorismo internazionale e di nascondere armi di distruzione di massa. Nel ’98, contro le
norme Onu, l’Iraq espulse gli ispettori internazionali. Nell’autunno 2001, gli Usa vollero aumentare la pressione,
l’Iraq si ostinava a non volere gli ispettori e così Usa e Gran Bretagna cominciarono a preparare l’azione militare
contro Saddam. Il mondo, nel frattempo, si era diviso in due schieramenti: Stati Uniti e Gran Bretagna, convinti che
fosse necessario un intervento imminente, mentre Francia, Russia, Germania, Cina e Stati Arabi ritenevano di dare
ancora tempo a Saddam e di trovare un accordo diplomatico, il quale nel frattempo fece entrare gli ispettori, quasi per
attutire la situazione. Il 18 marzo 2003, Stati Uniti e Gran Bretagna lanciarono l’ultimatum a Saddam. Il 20 marzo, i
primi missili colpirono Baghdad. Pochi giorni dopo, i marines prevalsero e Saddam riuscì a scappare. L’abbattimento
del regime dava la speranza all’Occidente di instaurare una democrazia. Nonostante molti sostenitori di Saddam,
compreso lui (dicembre 2003) vennero presi, non mancarono i gruppi integralisti arabi sostenitori del dittatore, che
diedero il via a un lungo stillicidio di sanguinosi attentati, per lo più suicidi, contro le truppe di occupazione (12

101
novembre 2003, a Nassirya morirono 12 carabinieri, 5 soldati e due civili. Tutti italiani). Si iniziò a sviluppare anche
la pratica dei sequestri di cittadini stranieri, che spesso si concludevano con barbare torture ed esecuzioni riprese con
le telecamere e messe su internet. L’Occidente continuava a dividersi, soprattutto visto che le armi non erano ancora
state trovate. L’11 marzo 2004, a due anni e mezzo esatti dall’attentato alle twin towers, se ne verificò un altro a
Madrid, che provocò 200 morti tra i passeggeri di diversi treni. Il tutto avvenne a tre giorni dalle elezioni dove, con
sorpresa, vinsero i socialisti di Zapatero, che voleva il ritiro dall’Iraq. Mentre l’opinione pubblica continuava a
dividersi al riguardo, in Iraq, nelle elezioni del 2005, si affermarono gli sciiti, che stipularono, nonostante le minacce
sunnite, un accordo con i curdi, per una costituzione federale. Tutti i progressi non bastarono a fermare i terroristi che
colpirono ancora, questa volta Londra, il 7 luglio 2005, con una serie di attentati suicidi simultanei nella rete dei
trasporti urbani, provocando oltre 100 morti. Nell’Iraq, dilaniato dalla guerra civile, non mancavano gli attentati
sunniti, contrari alla situazione politica. L’impiccagione di Saddam, avvenuta nel dicembre 2006, non fece che
aumentare l’astio e il risentimento. Nel frattempo in Iran la situazione non era migliore: aveva minacciato Israele con
rivendicazioni antisemite, e aveva annunciato, nonostante la condanna dell’Onu, la volontà di voler armare il paese
con armi nucleari. Tutto questo mentre in Libano e Palestina si rafforzavano i legami fondamentalisti islamici con
l’Iran.

36. LA SECONDA REPUBBLICA


36.1. La crisi del sistema politico
La seconda repubblica italiana va dal 1992 al 1994 ed è caratterizzata dal crollo del sistema dei partiti, dalla nuova
legge maggioritaria, dal profondo rimescolamento e dalla nascita di un tendenziale bipolarismo. La società civile e le
istituzioni subirono un generale aggravarsi della situazione: nodi antichi e problemi nuovi, come quelli legati
all’immigrazione, vennero a galla. La crescita produttiva si interruppe nel 1990. Perfino le aziende più solide come la
Fiat sentirono la crisi, alla quale si aggiunse l’inefficienza della pubblica amministrazione. L’inflazione era in
continuo aumento, il deficit bancario non diminuiva e in più si svilupparono sempre più frequentemente gli attacchi da
parte della criminalità organizzata, in Sicilia, Calabria e Campania. Le organizzazioni criminali finivano spesso con
l’esercitare un vero e proprio controllo sul territorio, entrando nei partiti, taglieggiando le attività produttive e
bloccando lo sviluppo di un’economia non parassitaria. Sul piano della vita politica ci furono importanti mutamenti,
sia nell’Urss che nell’Europa dell’est in generale, ai quali fu legata la trasformazione del Pci nel nuovo Pds = Partito
democratico della sinistra. Fu proprio quest’ultimo che avrebbe dovuto sbloccare la principale forza di opposizione,
anche se di fatto c’erano molti punti di scontro, e lo stesso Pds era diviso al suo interno e abbandonato dall’ala più
legata all’eredità del vecchio Pci (che diede vita al partito di Rifondazione comunista). Sull’opposto versante politico,
si consolidarono nel Settentrione, i movimenti regionalisti: in particolare la Lega lombarda (1990), sull’onda di una
violenta polemica “nordista” contro lo Stato centralizzatore, il fisco e l’intero sistema dei partiti. Nel frattempo non
mancava la proliferazione di piccoli movimenti, così come non mancava l’ipotesi di una nuova legge elettorale capace
di dare maggiore stabilità all’esecutivo, senza però trovare alcun accordo né sui contenuti né sul metodo di eventuali
riforme. Nel ’91, lo schiacciante referendum abrogativo di alcune parti della legge elettorale fu promosso da un
comitato composto da diversi partiti e presieduto dal democristiano Segni: un risultato importante, per il suo
significato di protesta nei confronti del sistema vigente. Un’altra direzione inattesa veniva poi dal vertice dello Stato, il
presidente della Repubblica Cossiga, trovatosi al centro di una serie di accese polemiche, dichiarava apertamente la
sua volontà di contribuire a cambiare il sistema di cui lui stesso era il più alto rappresentante. Nel febbraio del ’92,
Cossiga scioglieva le camere e avviò le elezioni anticipate, dove DC e Pds furono seccamente sconfitti, mentre le
nuove forze politiche, tendenzialmente antisistema, avevano sempre più successo, come nel caso della Lega Nord,
guidata da Bossi. I Verdi rappresentavano la loro presenza in Parlamento, mentre un risultato più discreto lo otteneva
la Rete, una nuova formazione, polemicamente schierata contro il sistema dei partiti. Cadute le candidature della
coalizione quadripartita, un’ampia maggioranza elesse Scalfaro, democristiano, presidente della camera, parlamentare
dagli anni della Costituente, una figura che per il suo rigore morale era chiamata a rappresentare la tradizione positiva
di una classe politica ormai largamente screditata. Un nuovo scandalo era però in agguato, che vide coinvolti diversi
uomini politici accusati di aver preteso e ottenuto tangenti per la concessione di appalti pubblici. L’inchiesta, avviata
dalla magistratura milanese, svelava un diffusissimo sistema di finanziamento illegale dei partiti e di
autofinanziamento dei politici (Tangentopoli), sostenuto dalla società e da imprenditori privati. Destinatari principali
erano i partiti di maggioranza, Dc e Psi. In una situazione già carica di difficoltà, si inseriva l’improvvisa
recrudescenza dell’offensiva mafiosa contro i poteri dello stato, il 23 maggio, mentre erano in corso alla camera le
votazioni per la presidenza della Repubblica, un attentato dinamitardo lungo l’autostrada fra l’aeroporto di Palermo e
la città uccise il magistrato Giovanni Falcone, direttore degli affari penali del ministero della Giustizia, la moglie e i
tre agenti della scorta. Meno di due mesi dopo, il 19 luglio, il magistrato Paolo Borsellino e i 5 agenti della sua scorta
furono uccisi da un’autobomba in piena Palermo. Entrambi erano da sempre in prima fila per la lotta alla mafia.
Falcone era candidato a dirigere la superprocura antimafia e, dopo la sua morte, si era fatto il nome di Borsellino. A
tutto ciò si aggiungevano i problemi della crisi produttiva e della gravissima posizione debitoria dello Stato. Dopo
Scalfaro, fu la volta di Amato alla presidenza. Il nuovo governo quadripartito affrontò subito il problema finanziario,
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prima con interventi di tipo fiscale sui beni mobiliari e immobiliari dei cittadini, poi con una manovra destinata a
contenere le spese, prime tra tutte quelle inerenti alla sanità. In seguito a una violenta speculazione, la lira era uscita
dal Sistema monetario europeo.

36.2. Una difficile transizione


Mentre il governo Amato continuava ad essere operativo, il Parlamento non riusciva a risolvere il problema delle
riforme istituzionali. Il tema più discusso, che doveva essere risolto, era quello della legge elettorale. L’introduzione di
un nuovo sistema maggioritario uninominale sembrava a molti la via più rapida per la riforma e la moralizzazione
della politica: il voto a favore di singole personalità avrebbe ridotto al minimo l’ingerenza dei partiti e dei loro
apparati. I difensori del sistema proporzionale vigente, con il voto che tutelava al massimo il potere organizzativo dei
partiti, si limitava a suggerire una serie di correttivi in senso maggioritario. Dato il disaccordo delle forze politiche, ci
fu un altro referendum. Il 18 aprile del ’93 i cittadini approvarono un sistema uninominale maggioritario al Senato. Per
opera di altri due referendum venne abolito il finanziamento pubblico dei partiti e furono mitigate le sanzioni penali
contro i consumatori di droga introdotte da una legge varata tra molti dissensi nel 1990. Questa era un’ulteriore secca
sconfitta per il sistema dei partiti. Molti uomini politici, a causa dei reati commessi, furono costretti ad abbandonare le
responsabilità di partito. Indagato per tangenti era l’ex segretario della DC, Forlani e, accusato di collusione con la
mafia era invece Andreotti. Anche Amato, vista la situazione, preferì dare le sue dimissioni. Il Presidente della
Repubblica designò allora il governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, per formare il nuovo governo.
Quest’ultimo inserì figure nuove, ossia tecnici ed esponenti di altre aree: lo stesso giorno 4 ministri del governo,
contrari alle scelte di Ciampi, diedero le dimissioni. Ciampi riuscì a ottenere la maggioranza quadripartita (DC, Psi,
Psdi, Pli) e l’astensione del Pds, Lega, Verdi e Pri. L’impegno del nuovo esecutivo era rivolto in primo luogo a
favorire il varo di una nuova legge elettorale. Ciampi proseguì poi sulla sua linea di privatizzazioni, di riduzione della
spesa pubblica, di riforme sociali. A giugno ci furono le prime elezioni comunali in cui l’elezione del sindaco fosse
diretta. I risultati confermarono l’ascesa della Lega Nord. Ai primi di agosto vennero approvate in via definitiva
alcune leggi elettorali per la Camera e il Senato: introducevano il sistema maggioritario uninominale. Non mancarono
poi il taglio di privilegi corporativi e una maggiore equità fiscale, che portarono, insieme ad altre motivazioni, al
ritorno di gravissimi atti di terrorismo (5 autobombe, tra Roma, Milano e Firenze). Sul piano economico, la recessione
non consentiva il rilancio delle attività produttive nonostante la progressiva diminuzione del costo del denaro, e un
importante accordo con i sindacati sulla riduzione del costo del lavoro.

36.3. L’avvio del bipolarismo


A partire dal 1993, alcune forze politiche, tra cui la Lega e il Pds, cominciarono a reclamare nuove elezioni, mentre i
partiti di maggioranza, soprattutto Dc, puntavano a ritardarle il più possibile. Solo una consultazione elettorale e un
Parlamento depurato dalle responsabilità e complicità con il sistema delle tangenti avrebbero potuto dare una
soluzione ai vari problemi. I partiti della vecchia maggioranza avevano avviato una trasformazione: il Psi aveva
affidato prima a Benvenuti poi a Del Turco, entrambi ex sindacalisti, la segreteria del partito, ma non sembrava in
grado di ridare credibilità alla sua immagine. La Dc, guidata da Martinazzoli, aveva deciso di tornare alle origini e
riprendere il vecchio nome di Partito popolare italiano. Ma quando un’assemblea costituente varò la rinascita del Ppi,
un gruppo di dirigenti democristiani, ostili al predominio delle sinistre nel nuovo partito, si raccolse in una nuova
formazione, il Centro cristiano democratico (Ccd). L’anno seguente, una nuova scissione nel Partito popolare diede
vita ai Cristiani democratici uniti (Cdu). Anche nella destra ci furono cambiamenti importanti. Il segretario del Msi,
Fini, avviò la trasformazione del suo partito in Alleanza nazionale, un processo che si sarebbe concluso nel congresso
di fondazione di Fiuggi nel gennaio del ’95. L’elemento di maggiore novità, era l’ingresso in politica
dell’imprenditore televisivo Berlusconi, proprietario di tre delle maggiori reti televisive private, del Milan, ma anche
impegnato in ambiti dalla finanza all’edilizia. Berlusconi aveva lasciato intendere il suo obiettivo di arginare un
eventuale successo delle sinistre, di ricostituire un centro ormai disperso, di arginare la crisi, di porsi infine come
centro di aggregamento del nuovo centro-destra. Berlusconi poteva contare su una larghissima fascia di consensi,
dovuta soprattutto ai suoi successi di imprenditore. Nel giro di qualche mese riuscì a fondare un proprio movimento,
Forza Italia, e a costituire un cartello elettorale con Lega Nord, nel settentrione, con Alleanza nazionale, nel centro-
sud. Confluirono in questo schieramento anche i radicali di Pannella, il Ccd, altri politici di centro. Sul fronte opposto
il Pds coagulò intorno a sé tutte le forze di sinistra da Rifondazione comunista ai socialisti, dai Verdi alla Rete, nonché
altri gruppi di recente fondazione come Alleanza democratica. Più isolati e più deboli apparivano il Ppi e il gruppo
Segni, collocati al centro tra i due schieramenti. Le elezioni politiche del ’94 decretarono il successo delle forze
raccolte intorno a Berlusconi: il centro-destra aveva la maggioranza in Parlamento e mancava poco per quella al
Senato. I candidati eletti della Lega, furono di più di quelli di Forza Italia. Le ragioni della vittoria di Berlusconi
furono attribuite non solo al sostegno delle sue televisioni, ma soprattutto alla capacità di proporsi come unico in
grado di sostituire il ceto di governo spazzato via dagli scandali di Tangentopoli. Il Psi era quasi scomparso e così lo
erano i partiti laici minori, lo sgretolamento del centro e del partito cattolico si avvertirono, così come l’instaurarsi di

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un meccanismo di alternanza fra maggioranza e opposizione (bipolarismo). Nel maggio del ’94 Berlusconi formava il
nuovo governo con gli alleati della Lega, di Alleanza nazionale, del Ccd e di altri esponenti del centro. Tra i maggiori
problemi del passato, persistevano quelli dell’avviare la ripresa economica, del benessere sociale e della riduzione
della spesa pubblica. Berlusconi fu costretto a dimettersi nel ’95 e a lui seguì Dini, che formava un ministero di tecnici
con l’obiettivo di superare gli antagonismi su alcuni temi nodali, come la riforma del sistema pensionistico. Nell’anno
in cui rimase in carica, nonostante l’originario connotazione tecnica, il governo divenne espressione della
maggioranza di centro-sinistra che lo sosteneva, mentre il centro-destra passava a una netta opposizione. Nel febbraio
del ’95, Romano Prodi, economista, ex presidente dell’Iri ed esponente del Ppi, si candidò come antagonista di
Berlusconi e leader di una nuova alleanza di centro-sinistra (l’Ulivo). 9 regioni andarono al centro-sinistra, 6 al centro-
destra. Nei referendum di giugno sulla riduzione delle reti concesse a un privato e sulla diminuzione delle pubblicità
nei programmi televisivi, c’era in realtà una manovra per ridimensionare il potere televisivo di Berlusconi e la
sconfitta dei proponenti fu interpretata come un successo anche politico per l’imprenditore milanese e della sua
capacità di influenzare il grande pubblico. Avvenne, gradualmente, il ridimensionamento del fenomeno leghista, la
Lega infatti, si staccò dal Polo e si schierò con il centro sinistra nella maggioranza che sosteneva Dini, il quale però si
dimise all’inizio del ’96. Nelle nuove elezioni politiche anticipate si confrontarono la coalizione di centro-destra (Polo
delle libertà) formata da Forza Italia, Alleanza nazionale, Ccd, Cdu e radicali, e la coalizione di centro-sinistra
(l’Ulivo), formata da Pds, Ppi, ex socialisti di vari gruppi, Verdi e da una lista di centro, Rinnovamento italiano,
proposto da Dini. I due schieramenti erano guidati rispettivamente da Berlusconi e da Prodi. La Lega si presentava da
sola, mentre Rifondazione comunista aveva negoziato il suo appoggio all’Ulivo in cambio del sostegno ai propri
candidati in alcuni collegi uninominali. Nelle elezioni del 21 aprile ’96, l’Ulivo ottenne la maggioranza assoluta in
Senato e quella relativa alla Camera, dove diventava determinante l’appoggio di Rifondazione. Il primo partito era
Forza Italia, il suo segretario era Massimo d’Alema. Clamoroso fu anche il successo riscosso dalla Lega, il cui leader
Bossi avrebbe condotto sulla via di una crescente radicalizzazione, passando dall’originaria linea federalista a una
apertamente separatista, con la “dichiarazione di indipendenza della Padania”. Il nuovo governo di Prodi schierava
esponenti del Pds, fra cui Veltroni (vicepresidente), Napolitano (agli Interni), Berlinguer (Istruzione), Di Pietro
(Lavori pubblici). Tra gli obiettivi del governo Prodi c’erano quelli di riscattare i ceti meno abbienti e meno protetti,
rilanciare l’economia e l’occupazione, nonostante le difficoltà persistessero, dato che la maggioranza si estendeva dal
centro all’estrema sinistra.

36.4. L’Italia nell’Unione europea


Tra i primi obiettivi del governo c’era sicuramente quello di ridurre il deficit del bilancio statale entro il rapporto del
3% con il prodotto interno lordo. Non mancava poi la necessità di una serie di interventi fiscali e di tagli alla spesa
pubblica, che consentissero il calo dell’inflazione, per poter rientrare in un primo momento nel Sistema monetario
europeo (alla fine dal ’96) e nel maggio ’98, fare l’ingresso ufficiale nell’Unione monetaria europea. Altri problemi
erano poi legati alla revisione del Welfare State, all’eredità delle inchieste di Tangentopoli e alla questione delle
riforme istituzionali. I correttivi da introdurre nel sistema previdenziale apparivano necessari per evitare di caricare
sulle generazioni future il costo di un numero elevato di pensionati. Il sistema era a grave rischio collasso. I tentativi di
intervento del governo, solo parzialmente attuati, determinavano le resistenze dei sindacati e la risoluta opposizione di
Rifondazione comunista, il cui sostegno era invece necessario per ottenere la maggioranza alla Camera. Altri problemi
rilevanti erano quelli legati all’amministrazione della giustizia. Le inchieste giudiziarie sul sistema delle tangenti, che
avevano avviato il crollo del sistema politico della prima repubblica, pur essendosi tradotte in un numero rilevante di
processi, era ben lontane dal vedere una conclusione. Rimaneva aperto un contenzioso spesso assai aspro fra settori
dell’ordine giudiziario e settori della classe politica, il contrasto era alimentato anche dal coinvolgimento in alcune
inchieste del leader dell’opposizione, Berlusconi. Quest’ultimo aveva favorito la costituzione di una Commissione
bicamerale per delineare in Parlamento un progetto organico di riforme istituzionali. La commissione, presieduta da
D’Alema arrivava così a definire una serie di modifiche costituzionali. La proposta della bicamerale prevedeva
l’istituzione di un sistema semi-presidenziale, caratterizzata dall’elezione diretta da parte del popolo del presidente
della Repubblica e da un capo del governo designato contestualmente alla maggioranza; l’introduzione di una serie di
elementi di federalismo e infine maggiori garanzie per gli imputati nei procedimenti giudiziari. Ma l’improvviso
acutizzarsi delle tensioni fra il centro-sinistra e il centro-destra impose la rinuncia a ogni progetto. Il tema più
controverso restava quello della legge elettorale. Agli inizi del ’98, il centro-sinistra era governato dall’egemonia del
Pds, il centro-destra da Berlusconi e Alleanza nazionale. Nel corso dell’anno poi, Cossiga si aggregò a una nuova
formazione, l’Unione democratica per la repubblica, composta prevalentemente da parlamentari eletti nelle liste del
Polo. Dopo gli ennesimi contrasti, nel ’98, la Rifondazione comunista negò l’appoggio a Prodi, che fu costretto a
dimettersi. Si formò rapidamente un nuovo governo di centro-sinistra presieduto dal leader dei democratici di sinistra
D’Alema, sostenuto dall’Ulivo, da Udr e aveva come opposizione l’ala dissidente di Rifondazione, che aveva dato vita
al Partito dei comunisti italiani, guidato da Cossutta. Nonostante il cambiamento, persistevano microconflittualità
interne al centro-sinistra, che mostravano un’alleanza priva di una larga maggioranza parlamentare. Dai conflitti
nacquero i Democratici, una nuova alleanza lanciata da Prodi, che si proponeva di rilanciare il cartello elettorale

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dell’Ulivo, che aveva ancora caratteri incerti. Le contraddizioni vennero confermate quando, il 18 aprile 1999, venne
promosso il referendum per abrogare la quota proporzionale nelle elezioni della Camera dei deputati e ridurre così il
numero dei partiti. Il 91% dei votanti era favorevole, ma poiché si recarono a votare meno del 50% degli elettori, non
si poté ritenere valido. Tra i partiti maggiori c’erano Forza Italia e i Democratici, anche se in generale si può affermare
un rafforzamento del centro-destra. In due casi si manifestò un largo consenso tra le forze politiche: nel ’99 quando
venne eletto Ciampi presidente della Repubblica al primo scrutinio e quando decisero di entrare in guerra contro la
Jugoslavia per il Kosovo. Dopo il successo del centro-destra, nel 2000 D’Alema si dimise e lasciò il posto ad Amato.
La principale realizzazione del centro-sinistra, nell’ultima fase della legislatura, fu l’approvazione (marzo 2001) di
una legge costituzionale che introduceva modifiche di grande portata all’ordinamento istituzionale italiano in materia
di poteri degli enti locali. Dopo aver minutamente elencato le competenze dello stato, veniva ampliata la potestà
legislativa delle regioni e venivano attribuite ampie autonomie ai comuni, alle aree metropolitane, alle province.
Veniva quindi messa in atto una vera e propria riforma federalista per mano del centro-destra, in particolare della
Lega. Tra il ’96 e il 2001 il governo era nelle mani del centro-sinistra, e nonostante il governo fosse cambiato, certi
problemi come la debolezza dell’esecutivo e la breve durata dei governi non lo erano.

36.5. La società italiana alle soglie del nuovo secolo


L’Italia era decisamente cambiata dagli anni ’50, soprattutto a livello demografico, anche se ormai non era più una
nazione giovane e prolifica, il binomio matrimonio-figli non sembrava essere per molti il perno intorno a cui costruire
il proprio futuro. A favorire questa rottura c’era il cambiamento del ruolo della donna, una sessualità svincolata dalla
riproduzione, il controllo consapevole delle nascite e in genere una complessiva secolarizzazione dei costumi. La scala
dei valori era cambiata, il benessere era salito in cima, vigeva una progettazione razionale e prudente della propria
vita. Il concetto di famiglia cambia, si passa ai singles (uomo o donna + figlio/figli) o alle famiglie allargate. I modelli
di consumo sono cambiati e si sono al tempo stesso omologati, anche per mezzo della televisione e dei mass media. Le
disuguaglianze sociali con gli altri paesi erano però evidenti, basta pensare alla scarsità di diplomati e di laureati o
all’inefficienza e all’improduttività di un sistema formativo che da decenni tentava di rivoluzionarsi. Tutte queste
differenze derivavano principalmente dalla differenza dei redditi. Nel paragone con l’Europa, negli ultimi anni,
emergeva un deficit di etica pubblica che appariva arduo recuperare. Alla diffusa corruzione di ampi settori della
politica, dell’amministrazione pubblica, persisteva la criminalità organizzata e anche un forte disprezzo delle regole.

36.6. Il centro-destra al governo


La battaglia per le elezioni politiche del 2001 era cominciata con largo anticipo e l’obiettivo primario era quello di
definire il quadro delle alleanze. Il centro-sinistra aveva il non facile compito di individuare il candidato premier in
grado di contrastare Berlusconi, alla fine nel 2000, Rutelli la ebbe vinta su Amato. Il leader di Forza Italia guidava la
coalizione della Casa delle Libertà (Cdl) composta da Alleanza nazionale, Ccd, Cdu e Lega Nord. Il centro-sinistra
riproponeva l’alleanza dell’Ulivo con i Ds, la nuova formazione della Margherita (che comprendeva i Democratici, il
Ppi, l’Udeur e Rinnovamento italiano), i Verdi, i Socialisti italiani e il Partito dei comunisti italiani. Il gruppo che
faceva capo all’ex magistrato Di Pietro, si era posto al di fuori della coalizione, uscendo dai Democratici. Nelle
elezioni del 13 maggio 2001, la vittoria della Casa delle Libertà fu nettissima, significativo era però il
ridimensionamento della Lega. Le capacità di persuasione e di coinvolgimento di Berlusconi non erano più un
mistero, il su il successo fu riscosso soprattutto al sud, in Sicilia. Dalle ultime elezioni era uscito che il premier, dotato
di un’investitura popolare, era solo formalmente designato dal Presidente della Repubblica. Il governo di Berlusconi
prese il via, con l’appoggio di Fini e di Bossi, ma presto ci furono delle difficoltà: in occasione del G8 a Genova, con
l’uccisione di un manifestante, si rivelò come la polizia era incompetente e incapace di arginare la situazione di
violenza che stava prendendo piede. Ad aggiungersi a questo problema ci fu il fatto che molte delle leggi che
passavano (come quella dell’attenuazione delle pene previste per il fallimento in bilancio) sembravano volte a tutelare
le posizioni del presidente del Consiglio, che appariva sempre più imputati in procedimenti penali. In politica estera, il
governo diede forte sostegno, anche militare, alle iniziative belliche americane avviate dopo gli attentati dell’11
settembre 2001. Nel 2003 appoggia la linea di intervento in Iraq. Il progetto governativo di modifica dello Statuto dei
lavoratori incontrò l’aspra opposizione della Cgil. In questo clima di forti controversie, tornarono le Brigate Rosse,
che nel marzo 2003, uccisero a Bologna Biagi, uno degli ispiratori della politica governativa nel settore
dell’occupazione. Il conflitto tra Berlusconi e la magistratura non accennava a terminare, così come non avevano
intenzione di farlo i problemi relativi all’economia e alla finanza. Nonostante a perdita di consensi di Berlusconi, il
centro-destra, alla fine del 2005, impose la riforma della legge elettorale, abolendo i collegi uninominali e
reintroducendo un criterio proporzionale nella distribuzione dei seggi, bilanciato da un premio di maggioranza per la
coalizione vincente. Nel 2006, il centro-sinistra vinse con uno scarto inferiore ai 25.000 voti alla camera e ottenne una
ristrettissima maggioranza al Senato. Prodi formò il nuovo governo e Napolitano divenne presidente della Repubblica
(esponente dei Ds). Obiettivi del nuovo governo erano la riduzione del deficit di bilancio e il rilancio dell’economia.
Nel febbraio 2007 si aprì una crisi dopo che le linee di politica estera del governo non avevano ottenuto

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l’approvazione della maggioranza del Senato. Prodi si dimise, ma Napolitano rinviò l’esecutivo al giudizio delle
Camere che concessero la fiducia in tempi brevi. Nell’autunno 2007 nasce il Partito Democratico, risultato della
fusione dei Ds, della Margherita e di altre formazioni minori, guidato da Veltroni. Nel febbraio 2008, a causa di un
nuovo contrasto interno Prodi si dimette e si ritorna alle urne. Nasce Popolo della Libertà, voluto da Berlusconi, nel
quale convergevano Forza Italia e Alleanza Nazionale. Con le elezioni dell’aprile 2008 Berlusconi ha un successo
nettissimo: in Parlamento si siedono le due alleanze maggiori e l’Udc di Casini che si era distaccata dalla Casa delle
libertà. Berlusconi formò un nuovo governo con il programma ambizioso di rilanciare l’economia, ridurre le tasse,
affrontare il disagio sociale e riportare ordine nel paese

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