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Riassunto del libro l'ambiguo

malanno
Storia
10 pag.

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L’ambiguo malanno

Capitolo 1
Le donne nel medioevo
Inizialmente le donne erano importanti come gli uomini e in alcuni casi erano anche superiori agli
uomini però pia pianino persero la loro importanza e divennero inferiori agli uomini.
Matriarcato= è un termine che deriva dal latino mater (madre) e dal greco -άρχης, derivato di ἄρχω άρχης, derivato di ἄρχω
(essere a capo, comandare), indica un'organizzazione in cui l'autorità è detenuta da una matriarca (le
donne sono più importanti degli uomini). Questa forma di organizzazione sociale è il contrario del
patriarcato.
La società micenea assegna alle donne un posto diverso da quello che avevano avuto nella società
minoica.
Le amazzoni erano donne che vivevano senza uomini e le Lemnie invece erano delle donne che
vivevano anche loro senza mariti e avevano un cattivo odore.
Molte città greche d’Italia, nel racconto mitico, sono state fondate da donne come Caulonia fondata
da Caulon figlio dell’amazzone Cleta.
Capitolo 2
In questo capitolo si parla della condizione della donna nella società omerica.
La donna doveva essere bella, doveva curare il suo aspetto e doveva anche fare i lavori domestici e
doveva soprattutto obbedire, non si dovevano immischiare nelle faccende maschili.
In questo capitolo si parla anche di quando Ulisse fa ritorno a Itaca e della condizione di Penelope.
L’unica donna che può immischiarsi nelle faccende degli uomini è la dea Atena.
Si parla anche della condizione delle altre dee e delle schiave di casa o delle prigioniere di guerra.
L’uomo poteva avere anche una coinquilina.
La condizione delle maghe e delle ninfe era diversa.
Capitolo 3
una schiava o con la madre, la figlia o la sorella di un cittadino ateniese con cui l’uomo non era La
condizione della donna nelle polis greche soprattutto ad Atene e la condizione delle schiave.
Draconte, legistratore di Atene, introdusse una legge, in questa legge si parlava di quando un uomo
aveva rapporti illeciti con una donna sposata, con una coinquilina, con sposato.
La legge non si occupava dell’infedeltà delle donne, considerate eterne bambine, nel caso di
infedeltà era l’uomo che si occupava di loro.
Anche nelle altre polis della Grecia la donna che compieva un ’adulterio veniva punita.
Le donne a sparta erano libere, esercitavano un’autorità sui figli e sui mariti e la loro condizione era
differente dal resto della Grecia.
Le donne non ricevevano un ‘educazione, si dovevano sposare a 14-άρχης, derivato di ἄρχω 15 anni con un uomo di 30
anni.

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Il matrimonio durava 3 giorni, molti anni prima del matrimonio c’era la promessa che vincolava la
loro unione.
Il matrimonio tra fratello e sorella dello stesso padre era consentito invece il matrimonio tra fratello
e sorella della stessa madre era vietato.
La donna non poteva uscire di casa quasi mai e non poteva partecipare ai banchetti e dialogava con
persone che appartenevano solo alla sua famiglia.
Il vincolo del matrimonio poteva essere sciolto: con la morte del marito, con il ripudio del marito,
con lo scioglimento del vincolo da parte del padre e l’abbandono del tetto coniugale da parte della
moglie.
Quando la moglie concepiva un bambino il padre della sposa non poteva più sciogliere il vincolo
matrimoniale.
Nel caso che una famiglia avesse solo figlie femmine alla morte del padre il patrimonio della
famiglia passava al marito della figlia.
L’uomo poteva avere tre donne:
1 la moglie per avere figli legittimi
2 la coinquilina per rapporti sessuali stabili
3 la etera per il piacere
Le prostitute erano delle donne di basso livello con cui gli uomini avevano scambi occasionali e
esclusivamente sessuali.
Capitolo 4
Nell’antichità secondo alcuni un bambino nasceva solo dal padre invece secondo, altri nasceva
anche dalla madre.
Sofocle aveva cominciato a dubitare delle differenze tra uomo e donna.
Sofocle si sposo con Aspasia, Sofocle la amava molto e si pensa che il metodo Socratico Infatti
Aspasia era molto abile nel discorso.
Il rapporto tra Senofonte e la moglie invece era uguale agli altri uomini di Atene, la donna aveva
incarichi ben precisi e era inferiore all’uomo.
C’erano delle donne e degli uomini che invece vivevano un rapporto al di fuori della norma.
Secondo Teofrasto una donna non doveva amministrare una città ma doveva organizzare una casa.
Il femminismo di Platone consiste nel concedere alle donne le stesse opportunità degli uomini.
La donna è dotato di una ragione minore e imperfetta.
Socrate venne ucciso perché le sue idee con combaciavano con quelle della città.
Capitolo 5
Alcuni grechi avevano una profonda ammirazione per il sesso femminile.
Agamennone una volta tornato in patria venne ucciso dalla moglie Clitennestra e dal suo amante,
Eschilo, successivamente il figlio di Agamennone ucciderà la moglie e non viene considerato
colpevole cose se le donne non erano niente e importanti, dovevano solo dare alla luce bambini.

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I Danaidi si rifiutano di sposarsi perché loro vedono il matrimonio come morte, alla quale
dichiaravano di preferire la morte.
Antigone rimpiangeva di morire maledetta senza nozze.
Medea non si lamenta di una infelicità personale, lei parla a nome di tutte le donne, si ribella alle
ingiustizie legate alla condizione della femmina.
La donna fra l’altro è piena di paure, vile di fronte alla forza e alla vista di un’arma. Ma quando le
accade di essere offesa nei diritti del suo letto, non esiste più altro essere micidiale.
Alcune donne sono riuscite a rompere il muro del silenzio, a esprimere nelle poesie le loro gioie, le
loro sensazioni, e a esistere a disprezzo di tutti come individui.
A Mitilene la condizione delle donne era differente da Atene, le donne venivano educate quindi
ricevevano un’educazione.
Saffo è stata la più importante poetessa greca ma non fu l’unica poetessa infatti che ne erano altre.
La vita delle donne, tranne ad Atene, era più libera.
Capitolo 6
Il discorso sull’omosessualità è parte integrante del discorso sulle donne. La diffusione di rapporti
omosessuali è infatti circostanza che, a seconda di come sia culturalmente valutata, porta con sé le
ripercussioni tutt’altro che trascurabili sul rapporto uomo-άρχης, derivato di ἄρχω donna e di conseguenza sulla condizione
femminile.
L’omosessualità, si dice talvolta, anche se sempre più raramente, è una pratica importata in Grecia
dai dori, nell’XI secolo, ignota alla cultura acheo-άρχης, derivato di ἄρχω micenea. Miti che, nel loro complesso, mostrano
chiaramente la diffusione dell’omosessualità maschile in diverse zone della Grecia, a partire da
un’epoca molto antica; e che, quantomeno, mettono fortemente in discussione l’idea
dell’inesistenza di questo tipo di amore (o meglio, della sua scarsa diffusione) in età predorica. in
secondo luogo, una serie di indizi fa pensare alla possibilità di amori omosessuali “omerici”.
In altre parole, i riti di passaggio hanno una morfologia tripartita (separazione-άρχης, derivato di ἄρχω segregazione-άρχης, derivato di ἄρχω
aggregazione), il cui significato non è difficile a cogliersi: separandosi dalla classe di età dalla quale
deve uscire, l’individuo muore per questa classe, e un individuo nuovo e diverso lo sostituisce nella
classe superiore.
In numerose zone della Grecia esistevano delle divinità bisessuali e venivano celebrati culti nei
quali uomini e donne si scambiavano abiti e ruoli.
Al di là degli altri, possibili significati dei riti di inversione dei ruoli sessuali, le tracce di una
visione androgina della vita sono evidenti. una cosa sembra accertata: quantomeno fra le classi
elevate, l’omosessualità era non solo diffusa ma, forse, esperienza generale e considerata di alto
valore culturale qualora, legando un adulto a un giovane, svolgesse la funzione pedagogica che le
fonti, come abbiamo visto, gli attribuivano.
Dunque i sessi erano tre e così fatti perché il genere maschile discendeva in origine dal sole, il
femminile dalla terra, mentre l’altro, partecipe di entrambi, dalla luna, perché anche la luna
partecipa del sole e della terra.
A differenza dell’omosessualità maschile, quella femminile, non essendo strumento di formazione
del cittadino, era qualcosa che – in definitiva – riguardava solo le dirette interessate.
Capitolo 7

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L’età ellenistica fu caratterizzata da profondi cambiamenti nelle visioni politiche, filosofiche…E,
con particolare riferimento al problema che ci interessa, fu caratterizzata da un notevole mutamento
nelle condizioni di vita delle donne, che in questo periodo videro crescere la stima nei loro
confronti, ampliarsi le possibilità di partecipare alla vita sociale ed estendersi sensibilmente il
campo delle loro capacità giuridiche. Quali furono le cause di questo mutamento è difficile dire con
certezza. Forse, la fine della città-άρχης, derivato di ἄρχω Stato e il sostituirsi a essa, come forma politica, delle monarchie
macedoni Forse l’influsso su queste monarchie dei sistemi politici ai quali esse si sovrapposero,
alcuni dei quali, come l’Egitto, avevano da secoli riconosciuto alle donne capacità e diritti. Forse,
l’azione “disgregatrice” dei valori classici, iniziata da cinici e stoici. Forse, tutti questi elementi che,
combinandosi, erano inevitabilmente destinati a produrre rivolgimenti profondi, e a contribuire alla
nascita di un mondo nuovo, come fu appunto quello ellenistico.
Certamente, esse erano ancora escluse dalla partecipazione alla vita politica. I casi di partecipazione
femminile alla gestione del potere, infatti, sono eccezionali, e ricordati come tali.
Ma, al di là dell’esclusione in linea di principio dalla partecipazione politica, le donne ellenistiche
videro aumentare non poco le loro possibilità.
Salvo che per la perdurante incapacità di essere testimoni nei contratti conclusi da altri e di
possedere alcuni tipi di terre, la capacità delle donne è insomma praticamente completa. E con i
diritti vengono anche gli obblighi, tra i quali quello della madre di provvedere al mantenimento dei
figli, dopo la morte del padre. L’analfabetismo è più diffuso tra le donne che tra gli uomini.
Trarre da questo la conclusione che una regola dinastica consentiva alle donne di governare sarebbe
però sbagliato. Fatta eccezione per le regine egiziane (la cui successione al trono era comunque
legata al matrimonio con il fratello), le donne che in epoca ellenistica gestirono il potere lo fecero
per lo più come rappresentanti di un sovrano defunto, o grazie ad abusi e violenze che prevalsero
sulle regole istituzionali. Ma questo non toglie che l’esistenza di figure femminili come quelle
ricordate sia significativa, e completi i contorni di un quadro molto diverso da quello dell’età
classica.
L’interesse ai personaggi femminili nell’opera Nea è dunque evidente. La tipizzazione rappresenta
donne di ogni genere e stato sociale, dalla mezzana tesa a ottenere il massimo profitto alla giovane
sposa innocente e passiva; dalla schiava devota al padrone all’etera che, in una situazione nella
quale si rivendica il diritto all’amore, diviene personaggio sempre più rilevante.
È l’amore insomma (nella poesia ellenistica sempre infelice) ciò che è causa di dolore per tutti,
uomini e donne. Oltre a non avere qualità positive, le donne hanno qualità negative, tra le quali
stanno, in primo luogo, l’amore per il vino e il sesso.
Capitolo 8
È stato sostenuto, soprattutto nell’Ottocento, ma viene ancora ripetuto, che anche nell’antico
territorio italico sarebbero esistite organizzazioni “matriarcali”, individuabili in particolare in
Liguria, in Etruria e in alcune zone della Lombardia. Gli argomenti, a ben vedere, non sono diversi
da quelli utilizzati dai sostenitori del matriarcato in Grecia.
Nei primi secoli successivi alla fondazione della città (che la tradizione, come è noto, colloca
nell’anno 753 a.C.) la religione di Roma onorava una figura femminile la cui immagine ricompare
in una serie di culti: quello della Mater Matuta di Satrico (sul quale torneremo), quello della dea
Feronia del monte Soratte, quello di Bona Dea, quello della Fortuna di Preneste e, infine, quello di
Tanaquilla.
Tanaquillauna era una dea domestica, chiusa nel cerchio delle sue attribuzioni familiari, destinate a
servire da modello ed esempio alle matrone romane. Ma secondo i sostenitori dell’ipotesi

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matriarcale, questa sua veste altro non sarebbe che l’esito della trasformazione cui l’avrebbe
sottoposta la società patriarcale, al momento del suo trionfo. Moglie dell’etrusco Lucomone,
destinato a diventare re di Roma col nome di Tarquinio, ella sapeva interpretare i prodigi.
Il greco Teopompo, nel IV secolo a.C., racconta della stupefacente libertà delle donne etrusche,
della cura che esse dedicavano al loro corpo, della loro abitudine di partecipare ai banchetti insieme
agli uomini, di bere vino, e soprattutto di allevare i figli senza preoccuparsi di sapere chi ne fosse il
padre: circostanza quest’ultima che, se vera, potrebbe in effetti far pensare a un’organizzazione
diversa da quella patriarcale. Come provano gli specchi rinvenuti nei sepolcri femminili (sui quali
sono incisi nomi di divinità e figure mitologiche), le etrusche inoltre erano coltivate, e sapevano
leggere e scrivere. Certamente, insomma, siamo di fronte a una società in cui le donne godevano di
una certa libertà di movimento e di un certo prestigio. Ma nulla di più. Nel complesso, sembra di
poter concludere che le etrusche vivevano con grande dignità e con notevole libertà un ruolo che era
sempre e comunque un ruolo familiare.
la cittadinanza si acquistava per via materna. Senonché, a ben vedere, la storia di Lucomone non
solo non prova affatto questa circostanza, ma, nel suo complesso, prova il contrario.
Concludendo: come abbiamo già rilevato, tutto quel che è possibile dire, delle donne etrusche, è che
esse partecipavano di una cultura sociale e giuridica diversa da quella romana, che consentiva loro
una notevole dignità, un’altrettanta notevole libertà di movimento e, presumibilmente, garantiva
loro la titolarità di una serie di diritti (peraltro difficile a precisare) e, probabilmente, la capacità di
esercitarli liberamente. Di matriarcato e matrilinearità, però, nessuna traccia.
Cominciamo dalla couvade, vale a dire dalla prassi, in uso presso molte popolazioni “primitive” (e,
si dice, presso gli antichi italici), secondo la quale il padre, al momento in cui la donna partorisce,
simula i dolori del parto: segno, secondo Bachofen, di un tentativo maschile di impossessarsi di
quella fondamentale leva del potere che era la maternità, espropriandone le donne.
I sistemi di parentela, come è noto, possono essere di due tipi: descrittivi o classificatori. Sono
descrittivi i sistemi nei quali i termini di parentela indicano il rapporto esistente tra due individui.
Sono classificatori, invece, quelli nei quali la terminologia non lega solo due persone, ma un
individuo a una serie di individui, che sono fratelli fra loro.
Le donne che partecipavano ai Matralia (la festa in cui l’11 giugno di ogni anno si celebrava il
culto di Mater Matuta) compivano in realtà due riti distinti: il primo, consistente nell’immettere nel
luogo del culto una schiava, che quindi veniva cacciata a schiaffi e colpi di verga; e il secondo,
consistente appunto nell’allattare il figlio della sorella.
Concludendo: del cosiddetto matriarcato e del sistema matrilineare non esiste traccia neppure in
area italica. E, con questo, l’argomento potrebbe essere chiuso, se non fosse estremamente
interessante e istruttivo.
Riconoscere che non esistono prove storiche della esistenza di un matriarcato in Grecia e a Roma
non significa pensare che l’organizzazione patriarcale sia la sola possibile. Significa dire, molto più
semplicemente, che la società greca e quella romana, sin dal momento in cui è possibile ricostruirne
i lineamenti, sono state patriarcali con la consapevolezza (del resto ormai patrimonio comune che
essendo il patriarcato una delle tante possibili organizzazioni sociali, la subalternità femminile non è
né inevitabile, né naturale, né eterna.
Capitolo 9
A partire dal momento nel quale è possibile seguirne le vicende, l’organizzazione familiare romana
si presenta come un’organizzazione solidamente patriarcale, all’interno della quale non è consentito

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cogliere alcuna traccia di una condizione femminile diversa dalla soggezione a un capogruppo
maschio, e di un ruolo femminile diverso da quello domestico.
All’inizio della sua storia, dunque, il diritto romano considerava soggetti di pieno diritto solo i
cittadini (maschi) capi di un gruppo familiare. Le donne, anche quando non erano sottoposte al
potere di un capofamiglia, avevano una capacità limitata in primo luogo – ovviamente– dal fatto di
non essere titolari dei diritti politici e in secondo luogo dal fatto di poter esercitare i diritti civili solo
col consenso di un “tutore”.
La famiglia, nel diritto romano, era qualcosa di molto diverso dal gruppo cui oggi diamo questo
nome. A Roma, infatti, era detto familia un gruppo di persone, per dirla col giurista Ulpiano,
soggette natura aut iure al potere del pater familias, vale a dire un gruppo di persone la cui
sottoposizione a un comune capo derivava solo per alcuni (figli e discendenti) dalla natura, mentre
per altri (mogli e schiavi) derivava dal diritto.
È evidente che, fra le donne che vivevano a Roma, quelle che si trovavano nella condizione
peggiore, la più dura e la più inumana, erano le schiave. Giuridicamente considerate “oggetto” e
non “soggetto” di diritto (non diversamente dagli schiavi maschi, del resto), le schiave erano
destinate ai lavori più pesanti.
E avevano un dovere ulteriore: quello di essere a disposizione dei membri maschi della familia
qualora questi, come spesso accadeva, preferissero intrattenere i loro rapporti sessuali
extramatrimoniali con le schiave di casa, piuttosto che con le prostitute.
le schiave non avevano alcun diritto sui figli, che ricadevano sotto la dominica potestas del padrone,
anch’essi in condizione di schiavi.
Nell’interesse dei proprietari, era meglio stabilire che la schiava non era una cosa fruttifera
A Roma, insomma, era libero dalla patria potestas solo chi non aveva ascendenti maschi.
È a partire dal momento della nascita, dunque, che le femmine venivano discriminate: anche
simbolicamente, la loro presenza, in famiglia, valeva meno di quella di un maschio.
Raccogliere un neonato, soprattutto se era di sesso femminile, poteva essere un ottimo investimento
economico. Allevata in casa, e utilizzata sin dalla più tenera età per i lavori domestici, una ragazza,
non appena ne aveva l’età, poteva essere venduta (ricavandone un utile tutt’altro che irrilevante) a
chi l’acquistava per utilizzarla come schiava o più spesso per avviarla alla prostituzione.
Ancora molto giovane, la ragazza romana veniva promessa in moglie nel corso di una cerimonia
detta sponsalia (donde i termini attuali “sponsali”, “sposa” e via dicendo) accompagnata da una
serie di riti solenni, tra i quali particolarmente importante la consegna di un anello, che la sponsa
infilava al dito vicino al mignolo della mano sinistra (per questo detto nella bassa latinità anularius),
da cui i romani credevano partisse un nervo che raggiungeva il cuore.8 E da questo momento era
legata al futuro sposoda un vincolo che, pur non essendo ancora matrimoniale, le attribuiva un
preciso ruolo sociale e le imponeva tra l’altro il dovere della fedeltà.
Nell’epoca più antica, in primo luogo, ella passava dalla famiglia originaria alla famiglia del marito,
ove veniva a trovarsi sottoposta a un potere familiare (manus), nei contenuti e nell’estensione non
molto diverso dalla patria potestas alla quale il matrimonio l’aveva sottratta.
Se la moglie, allo scadere di ogni anno, si fosse allontanata dalla casa coniugale per tre notti, il
marito non avrebbe acquistato la manus su di lei. Così aveva stabilito la legge.
Non solo: per essere sicuri che la donna non bevesse di nascosto, i parenti più stretti potevano
esercitare il famoso ius osculi, vale a dire il “diritto di bacio.” A ben vedere, la regola sanciva un

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potere di controllo sulla donna, baciando la quale si controllava –appunto – che ella non avesse
bevuto.
Secondo l’opinione pressoché generale degli storici del diritto romano, le donne, originariamente,
sarebbero state titolari di diritti patrimoniali, esattamente come gli uomini.
In mancanza di disposizioni testamentarie (posto che nel diritto romano la successione testamentaria
prevaleva su quella legittima), le figlie succedevano al pater in situazione di parità con i figli, e le
discendenti in condizioni di parità coi discendenti dello stesso grado. In mancanza di discendenti,
inoltre, quando l’eredità era devoluta ai collaterali, le adgnatae (e cioè le parenti collaterali in linea
maschile) venivano a trovarsi nella stessa situazione degli adgnati, escludendo i parenti, anche
maschi, di grado ulteriore. A favore dell’ipotesi della capacità originaria sta una leggenda, dalla
quale si suole desumere che, alle origini di Roma, le donne non solo erano titolari di diritti
patrimoniali ma, addirittura, erano capaci di disporre liberamente e pienamente di questi diritti,
anche per testamento.
gli onori concessi alle sabine: per la via, esse avevano la precedenza sugli uomini; in loro presenza,
nessuno doveva pronunciare parole indecenti; l’uomo che si fosse presentato nudo a una donna
sabina sarebbe stato punito come omicida; infine, ai loro figli era concesso portare una sorta di
collana, detta bulla, e un abito bordato di porpora.
Queste le scarse notizie sulle donne sabine, dalle quali peraltro vi è chi trae la conclusione che esse
vivessero in condizioni di eccezionale dignità, protette dal costume e dal diritto, e che, nell’VIII
secolo, esse godessero “nella vita pubblica la stessa libertà che l’arte figurativa documenta per la
donna nell’Etruria del secolo VI”
A differenza delle donne romane, che come vedremo più avanti sembra non avessero il nome
proprio, le donne sabine, viceversa, pare lo avessero. Ma esso non doveva essere pronunziato. E la
ragione è molto significativa: il nome individuale era considerato, come presso molti “primitivi”,
una parte della persona, al pari di una parte del corpo. Conoscere e pronunziare il nome di una
donna – quindi – era segno di una riprovevole e inammissibile familiarità.
Ammesso, dunque, che le donne romane, nel momento della formazione della città, avessero
veramente la titolarità dei diritti patrimoniali e la capacità di esercitarli liberamente, è difficile
pensare a un influsso sabino. Se esse ebbero realmente queste capacità, infatti, lo dovettero, se mai,
all’influenza etrusca.
La capacità di essere titolari di diritti (capacità giuridica) è qualcosa di diverso dalla capacità di
esercitarli (capacità di agire). In altri termini, non necessariamente chi è titolare di un diritto è
considerato (dallo stesso ordinamento che glielo concede) capace di disporne liberamente. La
capacità di agire, infatti, è riconosciuta solo a coloro che sono ritenuti capaci di intendere e di
volere. Coloro che invece sono considerati incapaci o nondel tutto capaci di intendere e di volere
sono sottoposti a tutela, vale a dire al controllo di una persona, cui spetta la funzione di impedire
all’“incapace” di compiere atti pregiudizievoli per lui (o per il patrimonio familiare) e donne non
erano in grado di provvedere a sé stesse.
Durante i secoli della repubblica, infatti, mentre per altri versi vedevano migliorare la loro
posizione, le donne subirono, ad esempio, notevoli li provvedimenti volti a riconfermare la
fondamentale importanza del matrimonio e dell’etica matrimoniale vennero presi con due leggi,
rispettivamente la lex Iulia de maritandis ordinibus del 18 a.C., e la lex Papia Poppea nuptialis del 9
a.C., poi fuse in un testo unico (lex Iulia et Papia). Gli uomini fra i venticinque e i sessant’anni e le
donne tra i venticinque e i cinquanta, stabilì Augusto, erano tenuti a sposarsi con persone nei
rispettivi limiti di età. Al matrimonio erano tenuti anche i vedovi e i divorziati, salvo, per le donne,
il tempo intermedio di due anni dalla morte del marito, in casi di vedovanza, e di diciotto mesi dopo
il divorzio. I matrimoni, inoltre, dovevano essere fecondimitazioni alla loro capacità di ereditare.

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Accanto alla repressione criminale restò inoltre il ius occidendi, che Augusto, pur ponendo alcuni
limiti, riconfermò attraverso la previsione di una minuziosa casistica, volta a stabilire le circostanze
che ne giustificavano l’esercizio.
E di conseguenza, indipendentemente dalla loro appartenenza alla famiglia, tutti i cittadini avevano
il diritto di perseguire chi le violava, promuovendo la repressione criminale. i romani avevano tre
nomi: un primo, detto praenomen, che era il nome individuale; un secondo, detto nomen, che era il
nome gentilizio; e un terzo, il cognomen, che indicava il gruppo familiare di appartenenza. Ma le
donne, a differenza degli uomini, non venivano designate con tre nomi, ma solo con due: il nome
gentilizio e quello familiare: in altri termini, non venivano mai indicate con il nome individuale.
Secondo alcuni, la mancanza di prenome non sarebbe originaria. I prenomi femminili, in un primo
momento esistenti, sarebbero scomparsi in un’età “antecedente quella storica”. Secondo altri,
invece, essi non sarebbero mai esistiti. E secondo altri, ancora, essi sarebbero viceversa sempre
esistiti, ma, come presso altri popoli (abbiamo già visto il caso dei sabini), non sarebbero stati
pronunziati per ragioni di convenienza.
A partire dall’età repubblicana la natalità cominciò a calare. Perché? Le massicce proporzioni che il
fenomeno assunse nei secoli successivi hanno fatto avanzare un’ipotesi. Le condutture degli
acquedotti che portavano l’acqua a Roma erano di piombo; le dame romane usavano cosmetici,
nella preparazione dei quali il piombo era ampiamente utilizzato; il vasellame da tavola era in larga
misura di piombo. Pensare a un’intossicazione collettiva provocata da questo metallo è tutt’altro che
insensato: e, in effetti, negli scheletri trovati non solo a Roma, ma in diverse zone dell’impero, sono
state trovate tracce non trascurabili di veleno. Ma l’intossicazione, anche se fu con ogni probabilità
la più rilevante, non fu tuttavia certamente la sola causa del fenomeno. La contraccezione, infatti,
era entrata ormai in uso.
L’aborto, inoltre, era ampiamente praticato. La diminuzione della natalità, insomma, era dovuta in
parte a motivi indipendenti dalla volontà delle donne, ma in parte, certamente, a una loro scelta di
vita, dovuta a motivi diversi, che per le donne delle classi più basse erano motivi economici; e per le
altre, le privilegiate, erano il desiderio di godere più liberamente dei vantaggi che le nuove
condizioni di vita consentivano, e la speranza di trovare un’identità in qualcosa che non fosse, come
era sempre stato, solo ed esclusivamente la maternità.
oggetto di illecito desiderio, una donna muore per affermare il supremo valore della fedeltà
coniugale (Lucrezia), e della verginità (Virginia). E il popolo, che trova nell’oltraggio
insopportabile la forza di reagire al potere, riconferma questo valore, sancendo la fondamentale
importanza di una regola della morale familiare, che è evidentemente uno dei cardini su cui si basa
l’organizzazione sociale e politica.
La donna romana insomma non era legata, come la donna greca, a una funzione puramente
biologica. Non si può dire, onestamente, che i romani considerassero le donne, al pari dei greci,
semplici strumenti di riproduzione. Le donne romane erano anche strumento fondamentale di
trasmissione di una cultura, il cui perpetuarsi era in misura non trascurabile affidato al loro
contributo. A differenza di quelle greche esse educavano personalmente i loro figli. Toccava a loro
prepararli a divenire cives romani, con tutto l’orgoglio che questo comportava. E, se lo facevano,
erano ricompensate dal tributo di un onore che alla donna greca non venne mai tributato. Forse, la
liberalità dei romani verso le loro donne non è del tutto casuale. Dati i loro compiti, esse dovevano
essere in qualche modo partecipi della vita degli uomini: per assimilarne i valori e diventarne le più
fedeli trasmettitrici.
Capitolo 10

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Sul finire della repubblica, Roma aveva visto donne diverse, più libere e più consapevoli. E
l’ordinamento giuridico aveva registrato e in parte assecondato questi fatti, concedendo diritti sino a
quel momento negati.
Questo non significa, però, che i poteri del pater non fossero ancora molto forti. E basterà pensare,
per convincersene, alla persistenza del suo diritto di esporre i neonati.
il padre che dopo aver esposto un figlio lo rivendicava era tenuto a rimborsare chi lo aveva raccolto
delle spese sostenute per gli alimenti? Praticata evidentemente ancora su larga scala, l’esposizione,
come sempre, continuava ad avere le donne come vittime prevalentemente.
inoltre, rispetto ai secoli precedenti la patria potestas aveva subito notevoli limitazioni
L’istituto che registrò la trasformazione più profonda fu il matrimonio. Superato il momento in cui
le donne venivano acquistate, nel matrimonio cum manu era nata la prassi di dare alle donne che si
sposavano una dote (dos), vale a dire una certa quantità di beni che da un canto compensava la
donna della perdita delle aspettative ereditarie nei confronti del gruppo d’origine (conseguenza
automatica del suo passaggio nella nuova familia), e dall’altro rappresentava un contributo al suo
mantenimento.
Ma a partire dall’epoca augustea una serie di provvedimenti stabilì limiti sempre più forti al suo
potere di disposizione, e riconobbe alla donna il diritto di controllare i beni di cui era composta.
Nel 18 a.C. una lex Iulia de fundo dotali (in realtà, un capitolo della lex Iulia de adulteriis) vietò al
marito di alienare i fondi dotali situati in territorio italico. Nel diritto postclassico il divieto fu esteso
a qualunque proprietà immobiliare. E Giustiniano stabilì, infine, che l’eventuale consenso della
moglie alla alienazione fosse inefficace: rivelando chiaramente, con questa norma protettiva, la
dipendenza psicologica delle donne, ma intervenendo decisamente, comunque, per tutelarne gli
interessi.
il marito poteva sempre essere costretto, grazie a un’apposita azione (detta actio rei uxoriae), a
restituire la dote alla moglie, fatto salvo peraltro il suo diritto (molto significativo) di trattenere una
parte per “malcostume” di lei, e in primo luogo, ovviamente, per adulterio.
Contemporaneamente, un’altra importante modificazione del sistema giuridico aveva contribuito a
migliorare la condizione delle donne. Anticamente, l’unica parentela riconosciuta dal diritto era
quella in linea maschile (adgnatio), e pertanto tra madre e figlio non esisteva un rapporto
riconosciuto e tutelato dal diritto. Ma a partire dalla fine della repubblica una serie di provvedimenti
diede inizio a una revisione di questi principi.
Grazie all’intervento del pretore, in caso di indegnità del marito la donna poteva ottenere la custodia
dei figli, e questi (si stabilì formalmente) erano tenuti a rispettare allo stesso modo il padre e la
madre.
Queste, dunque, le innovazioni (determinate in parte da fattori interni e in parte dall’influsso del
diritto ellenistico) che modificarono le vecchie regole del ius civile, favorendo le donne: sintomo
evidente e indiscutibile di profondi mutamenti nella società romana, e di congiunture economiche e
culturali particolarmente felici, da cui anche la popolazione femminile trasse vantaggio.
I secoli fra principato e impero (preparati dagli ultimi secoli della repubblica) furono dunque quelli
dell’“emancipazione” delle donne romane. Divenute titolari di nuovi diritti (eccezion fatta,
ovviamente, per i diritti politici, che a Roma, come in Grecia, furono sempre riservati agli uomini),
le donne – si dice – approfittarono delle possibilità di istruirsi e di coltivare i loro interessi
intellettuali, si cimentarono in attività prima solo maschili, usarono ampiamente del diritto di
interrompere matrimoni non graditi e di contrarre successivi matrimoni. Non solo: praticando
ampiamente la limitazione delle nascite, facendo ricorso all’aborto, intrecciando legami amorosi

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liberamente scelti e vissuti al di fuori del matrimonio, esse godettero di una libertà nuova e prima
assolutamente impensabile: la libertà sessuale.
Le donne di cui conosciamo le abitudini, quelle che godono dei nuovi diritti e combattono per
averne altri appartengono tutte a una sola classe, l’aristocrazia.
Per i romani il lavoro, quando serviva a procurarsi danaro, era indegno di un uomo libero.43 La
presenza femminile in questo mondo, dunque, ben difficilmente può essere intesa come indice di
libertà.44 Il diritto al lavoro non stava e non poteva stare tra le aspirazioni femminili: era piuttosto
una necessità cui alcune donne (così come molti uomini) dovevano piegarsi, e che, anche se portava
inevitabilmente con sé una maggior libertà di movimenti, sarebbe sbagliato interpretare, alla luce di
valutazioni odierne, come momento di realizzazione personale.
L’emancipazione fu un processo difficile, assecondato in parte dalla legislazione, ma accettato con
enormi difficoltà dalla coscienza sociale, come chiaramente rivela l’immagine che delle donne
emancipate avevano gli uomini.
A partire dal III secolo a.C., una serie di culti di provenienza diversa venne ad affiancare quelli
tradizionali dei romani, o a innestarsi su di essi (e quindi a trasformarli), aiutando le donne a uscire
dalla prigionia che gli antichi culti additavano loro come inevitabile.
Il diffondersi dei nuovi culti, insomma, turbava l’ordine costituito, gettava lo scompiglio nelle case
dei romani, era visto come causa di una inammissibile licenziosità.
Per Gesù il matrimonio era monogamico e indissolubile.
Una delle cause fondamentali della crisi di Roma, infatti, sarebbe stata quella diminuzione delle
nascite (della quale abbiamo già avuto modo di parlare) che, iniziatasi negli ultimi secoli della
repubblica, toccò le punte massime nel II secolo d.C., con conseguenze politicamente disastrose. La
classe dirigente romana venne decimata.
La società romana, dunque, anche nel momento della massima espansione dei diritti femminili,
aveva mantenuto saldi alcuni principi fondamentali, oltre i quali l’emancipazione femminile non
poteva andare. In primo luogo, come abbiamo visto, i principi della morale familiare. In secondo
luogo, il principio che sanciva l’incapacità “pubblica” delle donne, e cioè l’incapacità di partecipare
al governo dello Stato.
Capitolo 11
È stato detto che nella società bizantina le donne, tutelate dal diritto come, se non più degli uomini,
avevano un’importanza che nella storia “è stata raramente superata”.1 Ma una verifica, sia pur
breve e quindi necessariamente sommaria (come quella che qui cercheremo di fare), sembra
mostrare che, lungi dall’essere privilegiate, le donne, in questo periodo, si trovavano in condizioni
di subordinazione particolarmente pesanti.
la condizione delle donne andò inesorabilmente peggiorando. I secoli dell’emancipazione erano
lontanissimi. L’inversione di tendenza, determinatasi in concomitanza con la crisi dell’impero
bizantino, aveva proseguito inevitabilmente il suo corso. Di nuovo, le donne erano state rinchiuse
nei confini di un ruolo al quale, per un breve momento, avevano creduto di poter sfuggire. La
famiglia, la casa, la maternità (senza peraltro i diritti che la maternità dovrebbe dare) erano tornati a
essere l’unico orizzonte della loro vita. L’alternativa, come la “bella favola” di Casia insegna, era
solo il convento.

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