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Indice

Copertina
L’immagine
Il libro
L’autore
Frontespizio
Prologo. Storia del bambino che tratteneva il respiro
Introduzione. L’impossibile è un’opinione
1. Cosa sono i limiti. Conoscerli, misurarli, affrontarli, superarli. E spostarli un po’ più in là
2. «Fa’ un bel respiro e rilassati». Respirazione, concentrazione, rilassamento
3. Pressione, imprevisti, paure. La gestione delle difficoltà
4. Sott’acqua non si è mai da soli. L’importanza delle relazioni: la squadra, i maestri, i rivali
5. La memoria dell’acqua. L’apnea si impara, l’apnea insegna
Conclusione. L’apnea è guardarsi dentro
Biografia dell’autore
Inserto fotografico
Copyright
Il libro

C osa può insegnare l’apnea? Cosa possiamo apprendere dall’esperienza di un uomo


che decide di sfidare le leggi della natura per capire fin dove può arrivare?
Umberto Pelizzari dall’apnea ha imparato molto e molto continua a imparare, e
durante la sua lunga carriera, costellata di record mondiali e successi, non ha fatto altro
che misurarsi con i propri limiti per cercare di spostarli un po’ più in là, fedele alla
convinzione che qualcosa può apparire impossibile, ma solo finché non si dimostra il
contrario. Per lui ogni tuffo ha il sapore irresistibile della scoperta, è un’occasione per
guardarsi dentro e confrontarsi con le speranze, i limiti e le ambizioni.
Nelle pagine di questo libro, ripercorreremo l’avventura sportiva e umana dell’autore e
leggeremo storie di uomini intraprendenti che sono riusciti a smentire la scienza e le
convinzioni diffuse. Ci immergeremo in un mondo affascinante, quasi magico, e capiremo
come il corpo sia in grado di trovare risorse nascoste per adattarsi alle situazioni più ostili;
impareremo a sfruttare la forza di ogni singolo respiro, poiché i grandi traguardi si
raggiungono curando gli aspetti all’apparenza più semplici; comprenderemo come gestire
lo stress e le paure senza esserne sovrastati; coglieremo l’importanza del lavoro di squadra
e di un team per conseguire un obiettivo e fronteggiare gli imprevisti.
E durante questo viaggio, l’apnea diventerà una potentissima metafora della vita capace
di parlare a tutti, anche a chi non ha mai indossato una muta per spingersi verso le
profondità marine. Perché tra le imprese di uno tra i più forti apneisti al mondo e le sfide
che ognuno di noi deve affrontare quotidianamente possono esserci davvero moltissimi
punti in comune.
L’autore

UMBERTO PELIZZARI (Busto Arsizio, 1965) è tra i più importanti apneisti a livello
internazionale.
Durante l’attività agonistica ha stabilito record mondiali in tutte le discipline dell’apnea
ed è stato il primo a infrangere il muro dei 150 metri di profondità.
Dopo il ritiro, ha creato la scuola Apnea Academy per la diffusione, la didattica e la
ricerca dell’apnea subacquea a livello mondiale. Inoltre ha lavorato in tv come conduttore
e inviato di programmi di successo, tra i quali Pianeta Mare, Lineablu, Lo show dei record
e Sai xché?
www.umbertopelizzari.com
Umberto Pelizzari

CON LA FORZA DEL RESPIRO


Da 0 a 100 metri e poi ancora più giù, a precipizio negli abissi: le pulsazioni rallentano, il corpo svanisce,
ogni sensazione galleggia dentro nuove forme. Resta soltanto l’anima. Un lungo tuffo nell’anima che
sembra assorbire l’universo. Ogni volta risalire è una scelta: sono io che torno a riappropriarmi della mia
dimensione umana, metro dopo metro, per venire di nuovo alla luce. Spesso mi chiedono cosa c’è da vedere
laggiù. Forse l’unica risposta possibile è che non si scende in apnea per vedere, ma per guardarsi dentro.
Negli abissi cerco il mio io. È un’esperienza mistica, ai confini col divino.
Sono immensamente solo con me stesso, ma è come se mi portassi dentro tutta l’essenza dell’umanità. È
il mio essere umano che supera il limite, che si cerca fondendosi col mare, che si immerge in se stesso e si
ritrova.
Quando ho pensato per la prima volta a un mio libro mi sono messo a ridere. Scrivere non è mai stato il
mio sport preferito. Ma avevo qualcosa da dire.
Quello che provo in apnea non passa attraverso le parole e neanche attraverso il pensiero. È
un’esperienza mentale unica. Eppure non potevo prendere tutti per mano e trascinarli con me, nel mio
mare. Allora ho cominciato a concentrarmi sulle mie emozioni: a ogni allenamento le decifravo, me le
imprimevo dentro e poi correvo a scriverle per bloccarle ancora vive, nei segni sulla carta. Ogni volta che
ripercorro quelle parole, sensazioni forti mi si animano davanti esplodendo in mille particolari. E resto a
guardare le mie emozioni, che si fanno decise e trasparenti come un mondo d’acqua. Mi lascio colmare e
ogni cosa mi appare in un’intensità semplice e spontanea.
Adesso posso raccontare quello che vedo nel profondo.
UMBERTO PELIZZARI
Prologo
Storia del bambino che tratteneva il respiro

PRIMA metà degli anni Settanta del Novecento. In un’aula di scuola elementare
un ragazzino biondo – avrà sì e no otto anni – è seduto al banco dell’ultima fila.
Non respira. Non è un modo di dire: non sta respirando non perché stia fermo,
immobile, per sfuggire allo sguardo severo della maestra. No, trattiene il fiato,
letteralmente. È un gioco che quel ragazzino fa spesso, e si diverte pure.
Ha gli occhi fissi sull’orologio che scandisce lo scorrere dei secondi. Sta
provando a battere il proprio record personale: due minuti e mezzo senza
respirare. Quel giorno – chissà perché proprio quel giorno, poi, e chissà perché
proprio a scuola – il ragazzino biondo ha deciso che vuole superare i tre minuti.
Alla televisione ha visto gente che si immerge in mare e, senza respirare,
arriva a oltre settanta, ottanta metri di profondità. Ha scoperto che si chiamano
apneisti e che l’apnea è quell’esercizio che ti fa trattenere volontariamente il
respiro. Quelli bravi e allenati riescono a farlo per parecchi minuti.
Il ragazzino biondo prima si è preparato, come ha visto fare in tv. Ha iniziato
a fare iperventilazione, gli esercizi di ripetuta e sempre più veloce e profonda
inspirazione ed espirazione. L’apneista famoso che ha visto alla televisione,
quando fa iperventilazione, produce un rumore strano che ricorda un asino che
raglia. Lì in classe però non è il caso: attirerebbe l’attenzione della maestra.
Quando sente che i suoi polmoni sono sufficientemente ventilati e pieni
d’aria, inizia a trattenere il respiro e fa partire il cronometro del suo bell’orologio
nero al quarzo con i numeri digitali rossi, che qualche mese prima aveva chiesto
in regalo ai genitori per la Comunione.
Il tempo scorre. Passa un minuto, un minuto e mezzo. Tutto bene. Ma in aula,
dal fondo, comincia a salire un certo brusio. Com’è possibile stare calmi e zitti –
senza fiatare… – quando un tuo compagno di classe sta tentando di migliorare il
proprio record personale di apnea? La maestra si accorge di qualcosa e chiede
che in fondo si faccia silenzio, ma niente da fare: nonostante il richiamo
l’agitazione in classe aumenta.
Il tempo continua a scorrere. Ormai siamo oltre i due minuti: due minuti e
dieci, due minuti e venti. Il record si avvicina, ma ormai è impossibile
nascondere «l’impresa», e il trambusto aumenta. I compagni si girano verso il
ragazzino biondo, qualcuno lo vorrebbe incitare, dai, dai che ce la fai. Due
minuti e mezzo, record personale superato!
Intanto la maestra si è alzata dalla cattedra e sta arrivando a passo deciso
verso il fondo dell’aula con una faccia per nulla rassicurante. Capisce che la
causa di tutta quella confusione è il ragazzino biondo seduto all’ultimo banco.
Lo vede rosso, paonazzo, quasi viola. E si spaventa.
«Mio Dio, cosa succede? Stai male?!» si mette a urlare.
Il ragazzino mugola qualcosa in modo convulso. Indica l’orologio. Mancano
soltanto dieci, nove, otto, sette, sei, cinque secondi ai tre minuti. Non può
mollare proprio adesso, a un soffio dal suo record. Non può rispondere alla
maestra, che ormai è terrorizzata e si mette le mani nei capelli. Sta per chiamare
aiuto quando, allo scoccare dei tre minuti sul display, il ragazzino biondo apre la
bocca e respira. È sulla soglia dello svenimento, della sincope, ma riesce lo
stesso a esultare.
«Tre minuti, maestra! Tre minuti! Record! Il mio record!»
Non si ricorda molto altro di quel momento, se non la formidabile sberla che
gli rifila la maestra per sfogare d’impulso il suo grande spavento e che lo fa
rinvenire dallo stordimento e dall’euforia. Un sacrosanto schiaffone.
«Ma come ti viene in mente di fare certi scherzi, e per di più a scuola?!»
Il ragazzino biondo non fa neanche in tempo a realizzare quello che sta
succedendo che si ritrova trascinato in presidenza. La maestra, ancora trafelata,
racconta al preside la bella trovata dell’apprendista apneista. Ne seguono
predica, reprimenda e punizione, più convocazione dei genitori. A quei tempi
genitori e insegnanti erano una cosa sola: se a scuola ricevevi un brutto voto, se
prendevi una nota disciplinare o, peggio, come in questo caso, venivi sospeso, la
colpa, giusta o sbagliata che fosse, era certificata dall’autorevolezza della
maestra. E di solito a casa mamma e papà rincaravano la dose. Così, anche
quella volta alla punizione si aggiunse il castigo dei genitori.
Ma lui, tutto sommato, era un bravo ragazzino, e le punizioni si trasformarono
presto in raccomandazioni.
«Ti prego, prometti di non farlo mai più!»
Il ragazzino biondo promise.
Ma non mantenne.
Introduzione
L’impossibile è un’opinione

QUEL ragazzino biondo, in quell’aula di una scuola elementare, ero io: Umberto
Pelizzari. Quasi cinquant’anni fa, o giù di lì, promisi alla maestra, al preside e ai
miei genitori che trattenere il respiro, o mettere alla prova i miei limiti in apnea,
era una cosa che non avrei mai più fatto. Ma già allora sapevo che non sarebbe
stato così, che non avrei potuto mantenere quella promessa. Proprio non potevo.
L’apnea, o meglio l’immersione in apnea, è stata la mia vita e continua a
esserlo anche oggi nonostante da vent’anni mi sia ritirato dalle competizioni. Ma
da allora non ho mai smesso di fare dell’apnea, se non la mia ragione di vita – ce
ne sono e ne conosco molte altre, in particolare da quando ho la mia famiglia,
mia moglie e i miei tre figli –, sicuramente uno stile di vita. Soprattutto, è un
modo per conoscere me stesso, il mio corpo e la mia mente, una disciplina a cui
ancora oggi non posso rinunciare.
È come una ricerca continua che mi ha spinto fin da quegli anni lontani, da
quella che al tempo era una pratica che somigliava poco più che a un gioco, a
spostare in là i miei limiti e a misurarmi con essi.
Questo aspetto quasi filosofico l’ho scoperto proprio negli ultimi anni, da
quando ho lasciato l’agonismo. Se prima l’obiettivo era vincere in gara e
stabilire dei record, adesso mi dedico a far capire agli altri quanto il rilassamento
mentale e fisico, la gestione delle proprie capacità mentali e l’uso corretto della
respirazione possano portare a risultati incredibili non solo nell’ambito
dell’apnea subacquea ma anche e soprattutto nella vita di tutti i giorni, nella
realtà lavorativa e nella quotidianità.
Dopo aver lasciato l’attività agonistica mi sono cimentato nel campo della
divulgazione e della comunicazione, mettendo a disposizione la mia esperienza
di uomo di mare e la mia passione per le sfide sportive in alcuni programmi
televisivi che hanno riscosso un buon successo, come Sai xChé?, Pianeta Mare,
Linea Blu, Lo show dei record, il docu-reality Vite in apnea e Ritorno alla
natura. Quel contesto così particolare, a metà tra l’informazione e lo spettacolo,
mi ha divertito molto.
Oggi però mi coinvolge e mi appassiona maggiormente essere chiamato a
portare la mia testimonianza in congressi, simposi e conferenze motivazionali,
davanti a platee eterogenee e composte certamente non da «uomini di mare». In
queste situazioni racconto come l’atleta si prepara per affrontare e superare i
propri limiti, e come l’apnea e l’attività subacquea estrema – con tutto quello che
riguarda questo mondo che ben conosco, dalla preparazione fisica alla
motivazione psicologica, dalla gestione dello stress all’importanza di poter
contare su un team ben affiatato – possano essere prese a modello anche in
ambiti molto diversi, se non addirittura lontani, dall’immersione in apnea.
Spesso vengo invitato da società e aziende di vari settori a tenere interventi
motivazionali, durante i quali racconto la mia storia, che è appunto la storia di
chi si è sempre confrontato con i limiti: limiti che innanzitutto devono essere
individuati, capiti, studiati e poi superati. In ogni caso sempre rispettati, avendo
riguardo prima di tutto di se stessi, degli altri e del mondo che ci sta intorno.
Questo libro va in stampa nei giorni in cui la tremenda pandemia di Covid-19,
o Coronavirus, sta scuotendo le nostre esistenze. Giorni attraversati dalla paura,
individuale e collettiva, e da un senso di indefinita impotenza di fronte a un
fenomeno estremo che la maggior parte di noi può affermare di non aver mai
vissuto prima, che solo ad alcuni tra i più anziani può richiamare alla memoria la
drammatica esperienza degli anni, ormai lontani, della guerra. Giorni in cui ci
troviamo improvvisamente a confrontarci con limiti – così straordinari da
sembrare inconcepibili – che vengono imposti alle nostre vite quotidiane, al
lavoro, agli affetti, alle consuetudini. Anche questi sono limiti che per prima
cosa bisogna sforzarsi di conoscere, capire e misurare, per poterli rispettare,
come dicevamo, rispettando se stessi, gli altri e ciò che ci circonda.
Paradossalmente, in questa condizione, accettare un limite, rispettarlo, può
significare migliorare la propria esistenza e quella degli altri.
Proprio intorno al concetto di limite, come metafora di un senso relativo del
nostro essere uomini, ho voluto allora immaginare la struttura del libro che avete
tra le mani. Magari non vi ha mai sfiorati, e mai vi sfiorerà, l’idea di diventare
apneisti, di immergervi nel fantastico mondo sommerso dei fondali marini.
(Credetemi: se mai vi convincerete a farlo, anche per voi diventerà quasi
impossibile farne a meno…) Leggendo queste pagine, però, non vi sarà difficile
trovare parecchie analogie tra l’esperienza dell’apneista e la vita di tutti i giorni.
Respirazione, rilassamento, pressione e compensazione sono prove o
momenti con i quali, più o meno consapevolmente, tutti noi abbiamo a che fare
nella quotidianità: il lavoro, le relazioni e il confronto con gli altri, le
conseguenti situazioni di stress, il dover rispondere a richieste del mondo
professionale e privato, la preoccupazione di non essere all’altezza delle
aspettative e la ricerca di un proprio benessere per compensare o, meglio,
equilibrare le pressioni a cui veniamo sottoposti.
Sono tutte esperienze che hanno in qualche modo a che fare con limiti,
personali e interiori, collettivi e condivisi, determinati dalla natura o stabiliti
dalle convenzioni, con cui, di volta in volta, dobbiamo misurarci nella loro reale
dimensione.

Per spiegarmi meglio faccio ancora un passo indietro nel tempo, riportandovi
con me in quell’aula di scuola elementare di quasi mezzo secolo fa. Quando
tornai a scuola, la maestra mi prese da parte e mi disse che, se avessi promesso
di non ripetere più quelle prove di apnea in classe, alla fine dell’anno scolastico
mi avrebbe fatto un regalo. Ma non un regalo qualsiasi: mi avrebbe fatto avere
l’indirizzo di Enzo Maiorca.
Era il mio mito, lei lo sapeva. Nei primi anni Settanta Maiorca rese popolare
l’immersione in apnea. Siciliano di Siracusa – anche la mia maestra era di
Siracusa –, aveva ingaggiato con altri specialisti, in primis il francese Jacques
Mayol, una vera e propria «corsa alla profondità», una gara infinita tra chi fosse
stato capace di raggiungere il punto più profondo del mare, strappando un
cartellino con indicato il numero dei metri raggiunti, per poi risalire in superficie
e tornare a respirare.
Diventò un vero e proprio personaggio pubblico quando, il 22 settembre
1974, la Rai trasmise in diretta per la prima volta il tentativo di record mondiale
di apnea, nelle acque del mare di Sorrento. Tra l’altro è paradossale, e anche un
po’ ingiusto, che sia diventato famoso non tanto per un successo o per i numerosi
record conquistati in decenni di immersioni, quanto per un clamoroso incidente.
Quel giorno il suo tentativo di raggiungere i 90 metri di profondità fu vanificato
dallo scontro, avvenuto a una ventina di metri dalla superficie, con un maldestro
operatore televisivo che si trovava in un punto in cui non si sarebbe dovuto
trovare.
Maiorca, in piena fase di discesa, andò a sbattere con la testa contro le
bombole del sommozzatore. Lo scontro fu violento. Maiorca si fece male ma
riuscì comunque a ritornare in superficie. Appena sbucò dall’acqua era una furia!
Mentre il suo sguardo di fuoco girava tutto intorno per cercare il responsabile di
quel disgraziato incidente, Maiorca si lasciò andare a uno dei più celebri
turpiloqui in diretta della storia della televisione. Nella litania di parolacce
s’infilarono anche un paio di bestemmie che tutti i telespettatori fecero in tempo
a sentire prima che i tecnici del suono riuscissero a disattivare l’audio. Gli
sarebbero costate un paio d’anni di interdizione dalla televisione di Stato.
Motivo di ulteriore scandalo fu il fatto che lo sbadato operatore tv non era una
persona qualsiasi: si chiamava Enzo Bottesini ed era un esperto subacqueo. La
Rai lo aveva scritturato come inviato speciale dopo che pochi anni prima era
divenuto noto al grande pubblico televisivo per aver partecipato come
concorrente a Rischiatutto, il famosissimo telequiz condotto da Mike Bongiorno,
e per aver vinto una considerevole somma «in gettoni d’oro» rispondendo
proprio a domande sul mondo sottomarino.
Maiorca ritentò il record pochi giorni dopo e arrivò a –87 metri. Risalendo in
superficie accusò una sincope: il record non venne omologato e Maiorca pensò
seriamente di ritirarsi. Quattordici anni dopo, però, nel 1988, spinto dalle figlie
Patrizia e Rossana, anche loro grandi apneiste, sarebbe tornato a immergersi per
stabilire il suo ultimo record a –101 metri.
Al di là dei numeri e delle prestazioni – nonché di quella sua improvvisa
popolarità – Enzo Maiorca è stato davvero un mito dell’immersione in apnea.
Appartiene a quella generazione di pionieri, avventurieri un po’ romantici, che
affrontavano il mare e le sue profondità, e di conseguenza i nostri limiti,
conservando però un profondo rispetto sia per l’essere umano, sia per il mare.
Il biglietto che mi diede la mia maestra, con l’indirizzo di Maiorca all’Ortigia,
l’ho conservato. A dire il vero quell’anno, finita la scuola, non scrissi nessuna
lettera; lo riposi in un cassetto della mia scrivania e aspettai un bel po’ di anni
prima di riprenderlo in mano. Continuai le scuole, finii le elementari, poi le
medie, quindi le superiori, e mi iscrissi all’università. Ma l’apnea entrò sempre
di più a far parte della mia vita; da gioco, con il cronometro in mano, divenne
una vera e propria passione e attività sportiva.
E dire che all’inizio avevo un brutto rapporto con l’acqua. Da piccolissimo
addirittura la sola idea di andare sotto la doccia e che l’acqua potesse bagnarmi
la testa ed entrarmi negli occhi mi terrorizzava. Bastava la sola vista del
flaconcino dello shampoo per farmi strillare a più non posso. Anche per questo,
per farmi superare questo blocco – ero anche un po’ paffutello, e imparare a
nuotare mi avrebbe fatto bene –, mia mamma, verso i quattro, cinque anni,
decise di mandarmi in piscina. Credo che abbia rimpianto per tanti anni quella
decisione, tutte le volte che è rimasta anche lei «con il fiato sospeso» quando
tentavo di battere un record.
L’esperimento riuscì e la paura dell’acqua mi passò in fretta. Altrettanto
presto scoprii che la cosa che più mi piaceva era trattenere il respiro sott’acqua.
Durante gli allenamenti mi divertivo a nascondermi ai piedi della scaletta della
piscina per saltare qualche vasca e stare a guardare i miei compagni che
facevano avanti e indietro nuotando in superficie. A ogni virata cercavo di
emergere il più lontano possibile dal bordo percorrendo la massima distanza
senza respirare. Nei percorsi di rana subacquea, non potendo ancora nuotare
un’intera vasca sott’acqua, contavo le piastrelle per migliorarmi ogni volta di
più.
Non sapevo quasi nulla di apnea, ma quel mondo mi affascinava. A metà anni
Settanta stava iniziando la sfida tra i due grandi nomi del «profondismo» di
allora: Enzo Maiorca, appunto, e il rivale, il francese Jacques Mayol. Un duello
affascinante, fatto di record continuamente migliorati, ora da uno ora dall’altro.
A diciassette anni smisi con il nuoto agonistico e decisi di dedicarmi
completamente all’apnea. Non potevo però che farlo in piscina. Già, non ve l’ho
ancora detto: sono nato a Busto Arsizio, tra Milano e Varese, in piena Pianura
Padana. Anche dal nome della mia città si capisce che la sua storia ha più a che
fare con il fuoco che con l’acqua. L’origine di Busto potrebbe essere il latino
combustum, «bruciato, rinsecchito» o perlomeno asciutto. La seconda parte del
toponimo, Arsizio, non è da meno: pare che rimandi alla memoria di un
incendio, forse dei tempi delle guerre tra i Celti insubri e i Romani, o dei secoli
successivi, durante le lotte comunali contro il Barbarossa, noto appiccatore di
roghi. Insomma, lo sanno anche i muri che Busto Arsizio non è esattamente una
repubblica marinara.
Eravamo all’inizio degli anni Ottanta, e chi avesse voluto saperne di più su
come immergersi in apnea doveva arrangiarsi: non c’erano manuali, i rari articoli
che si potevano leggere su questo argomento erano disquisizioni mediche che
invitavano alla prudenza e mettevano in guardia dai rischi fisiologici dell’apnea.
Di corsi per imparare, migliorare o allenare questa disciplina neanche a parlarne.
Ovviamente eravamo ancora lontanissimi da Internet e dai tutorial online. Si
doveva fare tutto in autonomia, lunghi percorsi da autodidatta e ricerca su se
stessi e incontri con chi ne sapeva più di te.
In quegli anni, nonostante Maiorca si fosse ritirato dalle competizioni, era
ancora viva la disputa con Jacques Mayol, amplificata e spettacolarizzata dalla
trasposizione cinematografica della loro rivalità: nel 1988 uscì nelle sale Le
Grand Bleu, un film di Luc Besson che avrebbe avuto un grande successo di
pubblico in Francia, ma che in Italia innescò numerose polemiche che avrebbero
portato alla causa per diffamazione intentata da Maiorca. Il campione siracusano
aveva contestato il modo in cui la sua figura era stata rappresentata nella
sceneggiatura e la pellicola poté essere distribuita nelle sale italiane solo nel
2002, dopo alcune modifiche.
Enzo Maiorca e Jacques Mayol possono essere considerati, a pieno titolo, i
padri dell’apnea moderna. Nonostante il significato agonistico della loro sfida
sia ormai stato superato da anni, le loro figure spiccheranno per sempre nella
loro dimensione leggendaria, perché le personalità di questi due grandi uomini,
affascinanti, complesse e contraddittorie, vanno ben oltre i confini dello sport e
dei semplici record.
Ho avuto modo di conoscerli molto bene e da entrambi ho imparato
moltissimo, dal punto di vista tecnico ma soprattutto per quello che mi hanno
insegnato sotto l’aspetto umano. Di Maiorca mi rimarrà per sempre impresso il
significato che attribuiva al concetto di limite. Fin dalle sue prime esperienze in
apnea fu il primo a lanciare la sfida al limite invalicabile imposto dalla scienza.
Negli anni Sessanta un medico, il professor Gabarrou, massimo esponente
mondiale della fisiologia subacquea e membro dell’équipe dell’oceanografo
francese Jacques-Yves Cousteau, dopo alcuni esperimenti aveva stabilito un
limite fisico che non avrebbe permesso all’essere umano di superare certe
profondità in apnea. Sosteneva infatti che il nostro corpo non avrebbe potuto
sopportare le condizioni di pressione atmosferica a profondità maggiori di 50
metri. Per affermare questa teoria, il professor Gabarrou aveva fatto costruire un
contenitore che replicava le caratteristiche meccaniche e volumetriche di un
essere umano con una capacità polmonare di circa 6 litri e mezzo. Tutte le volte
che il contenitore veniva calato alla profondità di oltre 50 metri, la sua struttura
implodeva e si schiacciava, tanta era la pressione cui veniva sottoposta.
In fisica, la legge dell’isoterma, o legge di Boyle, afferma che in un gas a
temperatura costante pressione e volume sono inversamente proporzionali: più
aumenta l’uno, più in proporzione diminuisce l’altro. Tradotto in numeri, quando
si scende sott’acqua, ogni 10 metri di profondità la pressione aumenta di 1
atmosfera, e i volumi del nostro corpo si devono necessariamente ridurre in
modo proporzionale. Il volume aereo più importante che portiamo sott’acqua
con noi in apnea sono i polmoni (circa 6 litri), che sono sottoposti alla più
importante riduzione di volume. A 50 metri di profondità la pressione è pari a 6
atmosfere, quindi il volume dei nostri polmoni sarà un sesto di quello iniziale,
ovvero 1 litro. Secondo Gabarrou, proprio lo spazio vuoto creatosi in seguito alla
riduzione del volume polmonare avrebbe provocato l’implosione del torace e
quindi la morte per l’uomo che avesse osato sfidare il mare, superando la fatidica
soglia dei 50 metri. Da qui il famoso detto «après l’homme s’écrase», oltre
l’uomo si schiaccia… e muore.
Enzo Maiorca non era per nulla convinto di questo assunto. Non aveva le
competenze scientifiche per contestare la teoria del fisiologo francese, ma sapeva
per esperienza, e sulla base di quello che il suo corpo gli indicava non lontano da
quella profondità, che quel limite era tutt’altro che invalicabile.
Dei molteplici record infranti nella sua carriera di apneista, quello che lo
portò ad abbattere il «muro dei 50 metri» è secondo me quello simbolicamente
più significativo. Quando mi capitava di incontrarlo non mi stancavo mai di
chiedergli che mi raccontasse proprio quell’impresa. Lui spiegava, con il suo
spiccato accento siciliano e con la passione che trasmetteva da quel suo sguardo
acceso e penetrante, che non poteva accettare che qualcuno, anche il più
autorevole medico, potesse chiuderlo in una gabbia, limitandolo nelle sue
potenzialità. Nessuno di quegli scienziati era mai sceso a quelle quote
sott’acqua. Nessuno di loro poteva conoscere le sensazioni che lui provava
quando si avvicinava a quelle profondità; nessuno poteva conoscere i messaggi
che il suo corpo inviava nelle discese verso l’abisso. Lui si rendeva conto che
esisteva ancora margine, che poteva spingersi a toccare quel limite considerato
impossibile per l’essere umano e, probabilmente, a superarlo.
Provate a immaginare come ci si può sentire nel momento in cui si sta per
effettuare la capovolta per iniziare un tuffo in apnea, con l’obiettivo di
raggiungere una quota dalla quale, secondo la medicina mondiale, non si potrà
fare ritorno in superficie! Immaginate lo stato d’animo di Maiorca che si trova lì,
sul pelo dell’acqua, con la muta e la maschera stretta sul viso, e sta ventilando
negli ultimi secondi prima dell’inizio di un’immersione che lo porterà a una
profondità dove un illustre medico gli ha detto che troverà la morte certa,
schiacciato dal peso dell’acqua!
Ecco, Maiorca era quel tipo di uomo, l’uomo che voleva misurare il proprio
limite, non per sentito dire ma per conoscenza diretta.
Una delle ultime volte che lo incontrai – Maiorca ci ha lasciati non molto
tempo fa, nel 2016 – gli chiesi per l’ennesima volta di raccontarmi quel tuffo a
50 metri. Era con me un amico paracadutista, e usai un esempio per fargli
comprendere la grandezza di quel momento per Maiorca, per la storia dell’apnea
e, senza esagerare, per la storia della fisiologia umana. Gli dissi che per capire
quello che Enzo aveva vissuto nel momento della partenza avrebbe dovuto
immaginare la sua sensazione da paracadutista al momento del lancio, affacciato
al portellone dell’aereo, pronto a fare il balzo nel vuoto, con un paracadute che
secondo i migliori ingegneri aeronautici del mondo non si sarebbe mai aperto.
Gabarrou, pochi giorni prima del tentativo di superamento dei 50 metri di
profondità, andò a trovare Maiorca in Sicilia. Era un ultimo, forse disperato,
tentativo per dissuaderlo. Si incontrarono e parlarono di quello che stava per
succedere. La chiacchierata, in inglese, durò un paio d’ore. Alla fine Gabarrou
sapeva di non aver convinto Maiorca a rinunciare, ma prima di accomiatarsi
ribadì che quello che avrebbe tentato da lì a un paio di giorni era semplicemente
impossibile. Maiorca lo guardò negli occhi, lo salutò e stringendogli la mano
disse, in un inglese elementare ma efficacissimo: «Impossible is an opinion».
Due giorni dopo, quando Maiorca emerse in superficie stringendo tra le mani
il cartellino dei 50 metri, tutte le convinzioni scientifiche e gli studi di medicina
subacquea che si basavano sulla teoria che «l’homme s’écrase» a –50 metri di
profondità saltarono in un colpo solo.
Dopo quella prova incredibile di Enzo Maiorca, Gabarrou e la sua équipe non
si diedero tuttavia per vinti: rifecero i loro calcoli fisiologico-strutturali,
adattarono il famoso contenitore e riaggiornarono il limite: i 75 metri di
profondità erano le nuove «colonne d’Ercole» per l’uomo in apnea. Ma questa
volta fu Jacques Mayol ad abbatterle. Spostarono ancora un po’ più in là il
confine, portandolo a 100 metri, ma Maiorca con 101 e Mayol con 105 metri
dimostrarono che anche quel limite era solo un’opinione.
Solo qualche anno dopo la comunità scientifica avrebbe scoperto e testato che
anche gli uomini possono beneficiare in parte dell’automatismo fisiologico del
blood shift, il richiamo di sangue che è proprio dei mammiferi marini come le
foche, le balene e i delfini, e di cui parleremo meglio nel Capitolo 2.

* * *

Partiamo allora proprio da qui, da come ho imparato, attraverso l’esperienza


diretta e l’insegnamento di questi due grandi maestri, a scoprire e a conoscere
meglio i miei limiti, che in fondo – non necessariamente in fondo al mare – è il
modo migliore per conoscere se stessi.
Dimenticavo. Volete sapere come andò a finire con quell’indirizzo
dell’Ortigia scritto sul biglietto dalla mia maestra? Quando intorno ai vent’anni
avevo ormai capito che volevo dedicarmi all’apnea in modo serio, finalmente
decisi di contattare Maiorca. Scrissi la mia lettera e la spedii. Non mi arrivò mai
alcuna risposta.
Anni dopo, quando io ed Enzo eravamo diventati amici, durante un incontro
pubblico in cui mi era stato chiesto come avevo incominciato a praticare l’apnea,
spiegai tutte le mie difficoltà iniziali. Rivolgendomi a Enzo dissi, con un po’ di
ironia, che nessuno mi aveva aiutato, nonostante la mia lettera di richiesta di
aiuto. Maiorca rispose con un colpo di teatro, da vero genio qual era. Col suo
bell’accento siciliano spiegò che di quella lettera si ricordava benissimo e che
non mi aveva risposto perché avevo fatto un errore imperdonabile: mi ero
presentato come apneista emergente. «Miiii! Ma gli apneisti s’immergono, non
emergono!»
Qualche anno dopo mi scrisse una bellissima lettera, quasi a scusarsi per
quella sua mancanza. La ripropongo qui, in chiusura di questa introduzione.

Tanti anni fa, ricevetti la garbatissima lettera di un ragazzo, «un apneista emergente», che mi
chiedeva consigli sui criteri di allenamento e altro che avrebbero potuto migliorare le sue
prestazioni. Dissi a me stesso: «Al diavolo! Ho faticato tanto per arrivare agli attuali risultati
(fatica, freddo, dolore ai timpani, paura, critiche, previsioni infauste), e questo, appena giunto,
vuole già sedersi al tavolo dei successi». Non risposi alla missiva, prescindendo dal tono.
Oggi, a distanza di tanti anni che pesano sul groppone come mai avrei creduto, quell’apneista
emergente è diventato capostipite di una scuola affermatissima, Apnea Academy, libero
docente nella scuola del mare: per meriti suoi e solamente suoi.
A Umberto Pelizzari, con l’ammirazione che meritano i grandi, da parte di Enzo Maiorca.
Con il disappunto di non avere distinto un «battito di mare» da «un’onda che fraia».
1
Cosa sono i limiti
Conoscerli, misurarli, affrontarli, superarli. E spostarli un po’ più in là

LA parola «limite» deriva dal latino limes, ovvero il segno che indicava che in
quel punto finiva un territorio e ne iniziava un altro. Il limite come linea
immaginaria, come margine che separa due parti distinte: la proprietà di un
podere da un altro confinante, la fine di un campo prima dell’inizio del bosco,
ma anche, in senso più esteso, la discontinuità di spazio geografico tra due
territori, tra due Stati. Un confine, insomma.
Nel linguaggio quotidiano la parola «limite» viene usata assai più
frequentemente con significato astratto e generico per stabilire un livello
raggiunto, oppure superato il quale accade qualcosa di diverso rispetto alla
situazione di partenza. Di solito riferirsi a un limite contiene in sé un’accezione
di avvertenza, di richiamo alla prudenza: un limite può essere di velocità per un
mezzo di locomozione, di carico per un mezzo di trasporto e via dicendo. Quel
segno viene posto per indicare che non si può andare oltre, o comunque per
avvisare che il suo superamento comporta rischi dei quali ci si deve assumere la
responsabilità.
In ambito sportivo un limite è più propriamente un traguardo da tagliare, un
obiettivo da oltrepassare. In certe discipline, in cui l’atleta deve confrontarsi con
lo spazio o con il tempo, il senso ultimo e specifico dell’attività agonistica è
proprio quello di raggiungere i limiti e di superarli. Possiamo migliorare un
limite incrementando una distanza, se si tratta di misure spaziali, come per
esempio il salto in alto o in lungo in atletica leggera, o il record dell’ora su pista,
nel ciclismo. Possiamo migliorare un limite abbassando un tempo, come nel
podismo o nelle gare di nuoto, sempre per fare esempi facili.

Gli uomini no limits


Nel mio caso, ovvero nella mia carriera di apneista, si è spesso trattato di
affrontare, e provare a superare, entrambi i limiti intesi nell’accezione sportiva:
quello temporale, come abbiamo visto nel mio ricordo di bambino in quell’aula
di scuola elementare, e quello spaziale, quando la mia attitudine all’apnea mi ha
portato a stabilire record di profondità in mare.
Si può dire, insomma, come del resto è capitato e continua a capitare alla
maggior parte degli sportivi, che la mia storia di atleta sia stata scandita dalla
costante e ripetuta presenza di limiti da raggiungere e migliorare.
Durante gli anni Novanta ho fatto parte del No Limits Team, che annoverava
grandi campioni degli sport estremi. Grazie alla straordinaria macchina
comunicativa e di marketing che accompagnava le imprese di quella squadra,
contribuimmo in modo determinante alla diffusione del concetto di «avventura
estrema». Facevano parte di quel team atleti eccezionali: Hans Kammerlander,
l’alpinista ed esploratore che ha scalato senza ossigeno dodici dei quattordici
ottomila, e che per primo ha realizzato la discesa sugli sci dal Nanga Parbat (nel
1990) e dall’Everest (nel 1996); Patrick de Gayardon, il paracadutista acrobatico,
pioniere del volo libero ad alta quota; Mike Horn, il campione di hydrospeed
diventato famoso nel 1999 per aver fatto il giro del mondo a «latitudine zero»,
ovvero lungo la linea dell’equatore, senza alcun supporto motorizzato (a piedi, in
trimarano, in piroga e in mountain bike); Guy Delage, il nuotatore che tra il 1994
e il 1995 ha nuotato per 55 giorni, e per circa 3.700 chilometri, attraversando
l’Atlantico da Capo Verde a Barbados; Maurizio Montalbini, lo speleonauta che
nel 1992 ha vissuto per un anno e un giorno in isolamento spazio-temporale in
un laboratorio allestito nelle grotte di Frasassi; Maurizio Zanolla, meglio
conosciuto come «Manolo», ancora oggi uno dei miti assoluti del free climbing,
l’arrampicata libera a mani nude. E tanti altri «pazzi»!
Ogni tanto capitava di ritrovarci tutti insieme in occasione di qualche
manifestazione o convention. Quando venivano proiettate le nostre imprese
succedeva talvolta che, seduti comodi sulle nostre poltrone, qualcuno di noi
commentasse, non senza ironia, le imprese degli altri. Un giorno, osservando
Manolo appeso per un dito a una roccia sopra uno strapiombo di mille metri,
diedi di gomito a un mio vicino sussurrando: «Ma questo è tutto matto!» Non mi
ero accorto che Manolo era seduto dietro di me. Lui mi batté un dito sulla spalla
e mi disse: «Sì, perché tu invece che vai sott’acqua, senza respirare, a più di
cento metri di profondità sei tutto sano, eh?»

Il «fattore Ulisse»
Dietro l’istinto che porta a sfidare i limiti della «normale condizione umana» c’è
da qualche anno una spiegazione scientifica. Studi congiunti di ricercatori
israeliani prima e statunitensi poi hanno rilevato, attraverso indagini
psicoattitudinali e analisi di laboratorio, che esiste una relazione tra il rilascio di
dopamina, un neurotrasmettitore endogeno presente nel nostro cervello, e
l’impulso innato a confrontarsi e superare i limiti convenzionali e ad assecondare
attitudini che portano a vivere esperienze che provocano forti emozioni.
I ricercatori dell’Università Ben Gurion di Gerusalemme hanno esaminato un
campione di volontari per sondarne, attraverso un dettagliato questionario, le
attitudini ad affrontare situazioni non abitudinarie. Le domande poste
interrogavano i volontari su quali fossero le reazioni dei soggetti quando
venivano messi di fronte a compiti mai svolti prima di allora; oppure come si
comportavano in situazioni che per la maggior parte delle persone erano fonte di
preoccupazione o addirittura di ansia; o ancora quali fossero i loro
comportamenti nei momenti in cui la routine quotidiana prendeva il sopravvento
nelle loro vite.
Un’indagine condotta sul dna di quegli stessi volontari, tramite prelievo del
sangue, ha rilevato nel 15 per cento di loro la presenza di un gene in grado di
produrre la proteina che intercetta e si combina più facilmente con la dopamina.
Incrociando i dati del questionario con quelli delle analisi genetiche, si è visto
che i soggetti che rientravano in questo 15 per cento avevano ottenuto un
punteggio medio più alto nelle risposte che dovevano individuare le più spiccate
attitudini al cambiamento.
Come si sa, la vita di un essere umano è solo in parte scritta nei suoi geni,
mentre il resto viene determinato dalle condizioni ambientali in cui il soggetto si
trova a vivere: cultura, economia, alimentazione eccetera. Di sicuro ci sarà stato
un motivo, una causa scatenante che portò i lontani antenati del genere umano, i
primati, a scendere dalle piante, dove vivevano in una condizione di maggior
protezione e, affrontando l’ignoto e il pericolo, a mettere i piedi a terra per poi
scegliere gradualmente la posizione eretta.
Si può ben dire che fu il superamento di un limite da cui abbiamo tratto in
seguito enormi benefici rispetto alle altre specie animali.
Questa innata predisposizione all’avventura che, senza saperlo, possediamo
tutti, in proporzioni diverse, e che può essere innescata o meno da particolari
condizioni ambientali, non è nient’altro che l’ancestrale spinta a modificare una
condizione di comfort per andare alla ricerca di un limite e del suo superamento.
Insomma, ce lo insegna la storia evolutiva: se la nostra specie non avesse
sentito il bisogno di cambiare il proprio status quo, e quindi di esplorare nuovi
territori e assumersi rischi e pericoli per conoscere nuovi orizzonti, forse
saremmo ancora appesi ai rami. Fa parte della nostra natura e della nostra storia.
Gli scienziati hanno chiamato questo istinto umano «fattore Ulisse». Il
riferimento è all’eroe greco reso famoso dai poemi omerici, ma ancora di più dal
mito letterario che lo ha accompagnato nella cultura occidentale a partire dal
Medioevo.

«Non plus ultra»: il mito delle colonne d’Ercole


Ricordate il Canto XXVI dell’Inferno di Dante e l’ultimo viaggio di Ulisse?
Tornato a Itaca dopo le decennali peripezie nel Mediterraneo raccontate
nell’Odissea, Ulisse non resiste a lungo al richiamo dell’avventura e si rimette in
mare. Questa volta non è più spinto dal nostos, il desiderio di tornare a casa, ma
dall’irresistibile istinto di conoscere mondi nuovi, mai esplorati prima. L’istinto
di superare un limite.
Una leggenda dice che convinse allora i vecchi compagni di navigazione a
rimettersi in mare aperto per andare a varcare quello che gli stessi dèi avevano
imposto come confine tra il mondo noto e l’ignoto. All’epoca in cui scrive
Dante, tale limite invalicabile si trovava convenzionalmente all’estremità
occidentale del Mediterraneo, presso lo stretto di Gibilterra, dove Europa e
Africa quasi si toccano. Tra i due capi, Gibilterra a nord e Jebel Musa a sud,
quello stretto braccio di mare per secoli e secoli è stato la porta verso l’aperta
distesa d’acqua dell’Oceano Atlantico. Qui Ercole, secondo un altro celeberrimo
mito dell’antichità, nel corso di una delle sue leggendarie dodici fatiche aveva
posto sulle rispettive sponde due colonne a segnare il confine che nessun mortale
avrebbe dovuto superare. Per questo vi fece scolpire alla base il famoso motto
latino «Non plus ultra», «non oltre».
Nella tradizione culturale del Medioevo, e ancora per molti secoli a seguire, il
mare rappresentava per eccellenza il limite che l’essere umano doveva superare
per poter dire di essere il «padrone del mondo». Solcarne la sterminata distesa
alla ricerca di approdi sconosciuti, di terre di cui non si aveva neppure la
certezza dell’esistenza, era la sfida più nobile che il genere umano potesse
lanciare alla natura. Un’impresa che, per quelle epoche così profondamente
condizionate dalla presenza del soprannaturale, era una sfida al volere di Dio.
Secondo la visione teologica della Divina Commedia, Ulisse aveva infranto la
legge degli dèi – i suoi dèi, perché l’eroe di Itaca era vissuto ben prima
dell’avvento del Cristianesimo – e commesso il peccato di empietà. Colpa assai
più grave di quella per cui era stato collocato nel girone dei fraudolenti, ovvero
degli uomini che in vita erano ricorsi all’inganno e alla frode per prevalere sui
nemici (il più grande inganno di Ulisse era stato infatti la costruzione del cavallo
di Troia, l’astuto stratagemma per penetrare le difese nemiche).

Alla ricerca della conoscenza


Da come lo rappresenta nel Canto XXVI si capisce però che anche Dante
subisce la forte suggestione del mito di Ulisse e, seppure in un contesto di
condanna eterna, ne celebra il valore. Che cos’è infatti quell’insopprimibile
voglia di navigare verso l’ignoto se non la vera essenza umana del cercare la
conoscenza delle cose del mondo?
Il mito di Ulisse come campione di quella virtù umanissima che è la curiosità,
il desiderio di sapere, era già stato alimentato dagli scrittori classici dopo Omero.
Il poeta latino Orazio, nelle sue Epistole, lo aveva definito «modello di virtù e di
sapienza» perché «soffrì molte asperità nel vasto mare» e «conobbe i costumi
degli uomini». Seneca, nel dialogo La costanza del sapiente, lo aveva accostato
proprio a Ercole e lo celebrava come «vincitore di ogni genere di paura». Ancora
prima, Cicerone aveva ricordato, nel suo dialogo filosofico I confini del bene e
del male, che già nel famoso episodio delle sirene narrato nell’Odissea l’eroe
greco a stento era riuscito a non essere affascinato dal loro canto, che lo invitava
«a sapere più cose».
Dante, poeta cristiano, non poteva certo ammettere che si potesse sfidare la
divinità, forzandone l’ordine dell’universo; infatti la sfida ai confini della
conoscenza che Ulisse porta agli dèi verrà punita. La nave che aveva varcato
«l’alto passo», lo stretto di Gibilterra, per seguire il corso del sole nella sua rotta
verso sud-ovest, avrebbe fatto «l’esperienza […] del mondo sanza gente». Dopo
cinque interminabili mesi di navigazione, Ulisse e compagni giungono al
cospetto di una montagna altissima, la montagna del Purgatorio. La loro euforia
per aver raggiunto questo approdo ha però brevissima durata: la nave, investita
da una formidabile tempesta, sprofonda negli abissi «come altrui piacque»,
secondo la volontà di chi determina il destino degli uomini e ne punisce la
presunzione. Ovvero, sempre nella visione cristiana di Dante, per volontà di Dio.
C’è però un motivo se alcuni dei versi più famosi di quel canto, se non
addirittura di tutta la Divina Commedia, Dante li fa pronunciare proprio a Ulisse.
Arrivati sul limitare del mondo conosciuto, «a quella foce stretta / dov’Ercule
segnò li suoi riguardi», l’eroe greco rivolge ai suoi compagni un’«orazion
picciola», un breve discorso. Sono solo nove versi, ma tre di questi, l’ultima
terzina, rappresentano, nella tradizione letteraria occidentale, uno dei più famosi
«slogan» a favore del potere intellettuale dell’umanità: «Considerate la vostra
semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e
canoscenza». Pensate a chi siete, alla vostra natura: non siete stati creati per
vivere come bestie, ma per coltivare la virtù e ricercare il sapere.

Conoscenza e misura del limite


Fin dalle origini della storia dell’umanità, seguire la conoscenza significa
dunque andare oltre i limiti. L’essere umano è veramente tale solo se si spinge a
esplorare sempre di più il mondo che lo circonda, partendo da se stesso, dalla
conoscenza del proprio corpo e della propria mente.
Nel corso dei millenni non abbiamo fatto altro che spostare sempre un po’ più
in là i confini dello scibile, un istinto che non si potrà mai sopire. Le esplorazioni
geografiche planetarie che si sono susseguite per secoli, a partire dal Novecento
si sono indirizzate alle missioni spaziali e ai viaggi interplanetari. La scienza
della materia si è inoltrata sempre di più nelle dimensioni dell’infinitamente
piccolo. In generale, nelle frontiere del sapere ci siamo avventurati verso
orizzonti semplicemente inimmaginabili.
Oggi, il più delle volte, siamo portati a considerare la sfida al limite una
condizione estrema, un’esperienza per poche (e spesso un po’ scombinate)
persone: l’attraversamento dei deserti o degli oceani, le ascese alpinistiche sui
tetti del mondo, il salto nel vuoto e via dicendo. Nel mio caso, per quindici anni
ho passato la vita a misurarmi con i limiti della profondità e dell’apnea, e per
certi aspetti anch’io ho fatto parte di quel mondo della ricerca dell’estremo.
Ma è proprio grazie a quell’esperienza agonistica ad alta intensità che oggi
posso affermare che le ragioni profonde di quell’istinto a superare i limiti e,
prima di tutto, se stessi, si possono ritrovare anche nella quotidianità.
Al di là del conseguimento del risultato o dell’abbattimento di un record, il
percorso atletico e soprattutto mentale per perseguire quegli obiettivi è
replicabile nella vita di ognuno, senza bisogno di essere campioni o fuoriclasse
dello sport estremo. La mia storia racconta proprio questo.

Primi passi nell’apnea


Anche la mia passione per l’apnea ha dovuto affrontare un lungo e complesso
percorso di formazione. Dal bambino che per gioco tratteneva il respiro sono
passati tanti anni, e sono successe tante cose prima di diventare un campione.
Fin da subito mi sono dovuto confrontare con dei limiti per provare a
superarli. Ho già detto che le mie origini padane di certo non mi hanno facilitato.
Dopo gli anni passati in piscina, prima nel nuoto agonistico e poi, passato
all’apnea, a costruirmi il percorso di allenamento per diventare sempre più forte
in apnea statica (la disciplina in cui l’atleta deve restare sott’acqua il più a lungo
possibile) e in apnea dinamica (l’atleta percorre la maggior distanza possibile
pinneggiando, con le due pinne o con la monopinna), lo spazio circoscritto delle
piscine e l’odore del cloro cominciavano a starmi troppo stretti. Eravamo tra la
fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, e praticavo l’apnea
sostanzialmente da autodidatta. Ho già detto che all’epoca non esistevano corsi o
scuole e che ci si doveva arrangiare con molta pratica e tanta buona volontà.
All’inizio mi ero avvicinato a Enrico Arcelli, un fisiologo sportivo che in
quegli anni aveva legato il suo nome e la sua grande competenza di preparatore
atletico alle imprese sportive di Francesco Moser nel ciclismo (faceva parte del
team che seguì il campione trentino nel record dell’ora del 1984), di Manuela Di
Centa nello sci di fondo e dei più forti maratoneti italiani, gli olimpionici
Gelindo Bordin e Stefano Baldini.
I primi risultati arrivarono anche per me: per due volte, tra il 1988 e il 1990,
migliorai il record di apnea statica. In quegli anni stavo anche per terminare gli
studi universitari. Mi ero iscritto alla facoltà di Scienze dell’Informazione alla
Statale di Milano e durante l’ultimo anno di università partii per il servizio di
leva: venni assegnato al Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, e dopo una breve
permanenza a Roma di circa due mesi arrivai al Comando Provinciale di Varese,
per essere impiegato presso il distaccamento dell’aeroporto di Malpensa. Non
poteva andarmi meglio: mi trovavo a un quarto d’ora da casa, potevo continuare
gli studi e preparare la tesi di laurea e, grazie al fatto di appartenere a un gruppo
sportivo, continuare ad allenarmi in piscina.

La ricerca della profondità


Il mio obiettivo continuava però a essere il mare e le immersioni in profondità. I
quindici giorni di licenza previsti dalla legge per preparare la discussione della
tesi di laurea non li presi prima, ma dal giorno della tesi in poi, così riuscii a
regalarmi una fuga di due settimane all’isola d’Elba. Siccome però mi laureai
con ottimi voti, per di più in un campo come l’informatica dove in quegli anni
c’era molta richiesta, le offerte di lavoro cominciarono a fioccare fin da subito.
Il giorno stesso della mia partenza per l’Elba mi venne fissato l’appuntamento
per un colloquio in Italtel, l’azienda presso cui avevo sviluppato la tesi,
organizzato da uno dei miei co-relatori. Proprio non me la sentii di declinare.
Arrivai a Settimo Milanese e parcheggiai la mia Uno bianca carica di pinne,
maschere, mute e fucili subacquei. Mi sentivo pronto per il colloquio anche se
forse si vedeva che ero un po’ impaziente. Avrei voluto fare il più in fretta
possibile e correre al mare.
Il mio curriculum di studi presentava buone credenziali. Credo anche di aver
fatto un’ottima impressione all’ingegnere responsabile dell’ufficio del personale.
Mi scappò un’unica debolezza. Mi era stato detto che al primo colloquio non sta
bene chiedere informazioni sullo stipendio offerto, e fin qui seguii il consiglio,
ma a un certo punto non riuscii a trattenermi dal chiedere quanti giorni di ferie
all’anno prevedeva il contratto di assunzione, cosa che a pensarci bene è stata
peggio che chiedere quanto sarei stato pagato! «Venticinque giorni», mi
risposero. Ci salutammo cordialmente con l’impegno che ci saremmo risentiti
alla fine del servizio militare. Non successe.
Facevo ancora fatica ad ammetterlo, ma era evidente che fin d’allora non mi
vedevo proprio a passare la giornata, e la vita, chiuso in un ufficio davanti a un
computer, aspettando i venticinque giorni di ferie per andare a fare apnea. Avevo
portato a termine il mio percorso di studi, ma sentivo che, per quanto fossi
lusingato dalle offerte di lavoro, avrei desiderato costruirmi la vita in un altro
modo, e tutta quella voglia di scappare con la mia Uno bianca zeppa
all’inverosimile di attrezzatura per l’apnea era lì a dimostrarmelo. Ancora non lo
sapevo, ma quella breve vacanza all’Elba, nell’estate del 1990, che poco tempo
dopo sarebbe diventata quasi la mia seconda casa, avrebbe ridisegnato il mio
destino. Vi basti sapere che durante quei giorni sull’isola conobbi Renzo
Mazzarri, che già all’epoca era un vero mito della pesca subacquea, oltre che
fortissimo apneista. Con lui, cinque anni dopo, nel 1995, avrei fondato Apnea
Academy.
In quel breve periodo elbano capii che quello che mi interessava davvero era
il richiamo degli abissi, scendere in profondità, toccare a ogni tuffo quote via via
superiori. Ma per potermi adattare alla pressione dovevo uscire dalla piscina e
iniziare ad allenarmi in profondità. Avevo individuato il mio primo obiettivo, un
limite che ero pronto a sfidare, anche se ancora non sapevo come!

Fuga all’Elba
Al mio ritorno a casa, come prima cosa, per terminare il restante periodo di leva
militare, decisi di chiedere il trasferimento al Comando dei Vigili del Fuoco di
Livorno, nella speranza di essere distaccato alla sede di Portoferraio. A dire il
vero non tutti erano d’accordo, soprattutto i miei genitori. Anche quello era un
limite da superare. Ma come, rinunciare alla comodità di fare quei pochi mesi di
militare vicino a casa, alla famiglia, agli amici? Quella scelta sembrava davvero
una follia. Speravano che la mia passione per l’apnea rimanesse al massimo un
hobby da coltivare nel tempo libero, non che andasse a interferire con la mia
strada professionale di informatico. Forse in quelle settimane mia mamma
cominciò davvero a maledire il lontano giorno in cui aveva deciso di portarmi
per la prima volta in piscina per farmi superare la paura della doccia.
La richiesta di trasferimento venne accettata di lì a poco e partii, ma all’inizio
di questa nuova avventura non andò tutto liscio. Dovetti fare i conti con le
apparenze che, come si sa, sono limiti ingannatori. Il giorno in cui arrivai il
capoturno della caserma pensò che, per essere stato trasferito dalla caserma sotto
casa a una a centinaia di chilometri di distanza, molto probabilmente l’avevo
combinata grossa. In altre parole, erano convinti che fossi stato trasferito per
punizione e non per espressa richiesta. Così, appena giunto in caserma fui
mandato con altri ragazzi nelle cucine a lavare montagne e montagne di piatti e
padelle. A poche ore dal mio arrivo a Livorno ero già disperato: avevo lasciato la
mia città alla ricerca del mare e mi vedevo annegare in un oceano di pentole
sporche.
L’equivoco durò poco. L’indomani chiesi un incontro al comandante, a cui
spiegai i motivi del mio trasferimento: volevo farmi destinare al distaccamento
dell’Elba per potermi allenare con il nucleo sommozzatori dei Vigili del Fuoco.
L’ufficiale fece un controllo al Comando di Varese, dove confermarono la mia
versione. Nel giro di poche ore mi imbarcai da Piombino sul traghetto in
direzione Portoferraio. Ma ero letteralmente stravolto: la mia personale battaglia
con piatti, pentole e padelle era durata tutta la notte, avevo dormito poco e male,
per cui appena mi sdraiai sulla panca del ponte di prua mi addormentai
profondamente. Mi risvegliai solo perché un mozzo addetto alle pulizie della
nave mi diede un colpetto sulla spalla: «Ancora un po’ che dormi e ti riportiamo
a Piombino!» mi disse. Non appena capii quello che stava per succedere,
trafelato presi il mio borsone, mi precipitai in tutta fretta giù per le scalette e
imboccai di corsa l’uscita del traghetto.
Al molo, ad aspettarmi, con qualche chiaro segno di impazienza per il ritardo,
c’era un istruttore del nucleo sommozzatori dei Vigili del Fuoco di Portoferraio.
Mi squadrò con aria severa. A vederlo sembrava più un pugile che un subacqueo.
Balbettai qualcosa per scusarmi, e dovevo avere anche una faccia non poco
sconvolta. Lui non sorrise, non disse quasi nulla, solo poche parole. Il benvenuto
fu una vigorosissima stretta di mano. Così, in quel pomeriggio di fine agosto del
1990, incontrai per la prima volta Massimo Giudicelli, la persona che forse più
di chiunque altro mi avrebbe cambiato la vita.

Dalla padella… al gommone


Ero arrivato dove mi ero prefissato di arrivare. Per me l’Elba era qualcosa di più
di un’isola e di un mare dove poter allenare le mie potenzialità di apneista: era il
luogo dove il mitico Jacques Mayol, dalla metà degli anni Settanta, aveva scelto
di piantare la sua tenda di nomade planetario per iniziare una strepitosa corsa
agli abissi.
Non feci nemmeno in tempo a realizzare bene quello che mi stava
succedendo e nel giro di pochi giorni mi trovai già al lavoro. Le quotidiane
uscite in mare prevedevano di caricare il gommone di tutte le mie attrezzature di
apnea, quelle subacquee, il materiale di ancoraggio, cavi, boe e quant’altro. Di
solito eravamo soltanto io e Massimo, ma nei giorni fortunati potevamo anche
essere in tre: un assistente restava in superficie mentre Massimo mi aspettava in
immersione a poco più di metà della quota, per poi accompagnarmi sul fondo.
L’obiettivo era quello di migliorare le mie performance in profondità nella
specialità dell’assetto costante, la prova in cui l’apneista scende e risale usando
solo le pinne. Volevo incrementare di una ventina di metri le mie quote migliori,
che erano di 35-38 metri, ma non pensavo assolutamente alla possibilità di poter
stabilire un record mondiale. Il detentore di tutti i record di profondità era il
cubano Pipín, al secolo Francisco Ferreras: si diceva che avesse iniziato a
scendere in apnea ancor prima di camminare! Io ero di Busto Arsizio e da
piccolo avevo paura persino della doccia; non avevo la minima esperienza di
apnea profonda… Confesso che in quel momento l’idea di allenarmi per stabilire
un record mondiale in profondità non mi sfiorava minimamente.
Di fronte a me c’erano circa quattro mesi in cui finalmente mi sarei potuto
mettere alla prova. Non avevo ancora idea di quanto valessi davvero, quali
fossero i miei limiti di atleta e di uomo. Avrei cominciato a scoprirli proprio a
partire da quei giorni, grazie soprattutto a Massimo, che credette in me e nelle
mie potenzialità prima ancora che lo facessi io. Fu lui a «sondare il terreno» e a
chiedermi che cosa mi sarei aspettato dall’esperienza che stavo per iniziare.
Risposi che ero lì per conoscere il mare, prendere confidenza con le profondità e
allenarmi per incrementare le mie quote.
Mostravo un’ottima predisposizione all’adattamento alla pressione, alla
compensazione e alla pinneggiata, ma sapevo poco di apnea profonda e di tutte
le tecniche legate a questa specialità. Scendevo e risalivo seguendo
fondamentalmente l’istinto, quello che mi veniva più facile e che mi permetteva
di arrivare al risultato nel modo più semplice. Massimo, sempre attento alle
condizioni di sicurezza, mi lasciava fare per capire quali fossero i miei limiti
naturali. Tempo per correggere la tecnica ce ne sarebbe stato.
Preparò una tabella di allenamento che nei quattro mesi previsti della mia
permanenza all’Elba avrebbe dovuto portarmi intorno ai –55 metri. Ma accadde
qualcosa che nessuno aveva previsto, tantomeno io. Nel corso della prima
settimana di allenamenti, esclusivamente pomeridiani, perché la mattina dovevo
svolgere in caserma le mansioni di routine che toccano a un militare di leva,
arrivai con apparente semplicità a quota –57 metri.
Ricordo ancora quello splendido allenamento. Nelle uscite in mare l’obiettivo
era incrementare progressivamente le quote di profondità. Massimo giocava
molto sull’aspetto psicologico e per far questo, a mia insaputa, «barava» sulle
misurazioni. Era lui a calare in mare il cavo di discesa, ed erano sempre misure
superiori rispetto a quelle previste dalla tabella di allenamento. Quel giorno lo
scoprii: l’allenamento prevedeva una quota di –48 metri, ma dopo il tuffo,
rientrando verso il porto, vidi il profondimetro al polso di Massimo che segnava
–57 metri!
Gli chiesi: «Ma come? Allora c’ero anch’io a –57?»
Con il capo chino esitò per un attimo, poi sollevò il viso, mi guardò negli
occhi quasi congratulandosi, mi strinse la mano e mi disse: «Sì, c’eri anche tu a
–57! Complimenti!» Un attimo dopo ritornò subito al suo atteggiamento di
sempre e continuò: «Non farci troppo caso, però, perché i numeri rompono le
scatole!»
Con Massimo succedeva spesso che i record venissero superati già durante gli
allenamenti, ma senza che io lo sapessi. Nella specialità dell’assetto costante,
ogni quota tentata il giorno della gara era già stata raggiunta e superata più volte
in allenamento. Questo aiutava tantissimo l’autostima, e il giorno della gara
soprattutto mi rassicurava e mi dava una carica in più.
Massimo aveva quattro mesi a disposizione per capire se ci fosse del reale
talento su cui lavorare, se valesse davvero la pena dedicare del tempo a quel
giovane bustocco pieno di entusiasmo e di voglia di andare profondo. Con i suoi
metodi così pratici e diretti era riuscito a capirlo in meno di una settimana! Non
so chi dei due sia rimasto più sorpreso da quel risultato: in pratica in soli sei
giorni, dal lunedì al sabato, avevamo portato a termine il programma di
incremento preventivato per il resto della mia permanenza all’Elba.
La mattina seguente arrivò in caserma prima del solito, mi prese da parte e mi
disse che secondo lui era il caso di fare le cose più seriamente. «Che ne diresti di
tentare di superare il record di immersione in assetto costante? Secondo me puoi
battere Pipín!»
Non credevo alle mie orecchie. Era il sogno che da dieci anni coltivavo a
occhi aperti, la grande occasione per entrare a tutti gli effetti nel «grande circo
blu», il mondo delle immersioni e dei record. Ovviamente accettai la sfida,
nonostante la fortissima emozione che non mi fece dormire per tutta la notte
seguente.

Sotto gli occhi del Corsaro


Il pomeriggio di quello stesso giorno decisi che era giunto il momento di
compiere un primo passo, pieno di timore e soggezione, verso il mondo di
Jacques Mayol. In realtà si trattava ancora di un avvicinamento indiretto. Sulla
spiaggia di Pareti, una piccola baia sotto Capoliveri, c’era il Centro Sub Il
Corsaro. Ci andai per incontrare Alfredo Guglielmi, in arte, appunto, «Il
Corsaro».
Alfredo, oltre ad aver battuto tutti i fondali del mare toscano alla ricerca di
relitti sommersi, era una specie di enciclopedia vivente del mare. Soprattutto, era
stato l’allenatore e l’assistente di tutti i record realizzati da Mayol nelle acque
dell’Elba. Insomma, si trattava di un pezzo importante di storia dell’apnea
profonda.
Quando arrivai a Pareti mi dissero che il Corsaro era uscito per
un’immersione con la sua barca. Mi sedetti sulla spiaggia e aspettai. Nel
momento in cui lo vidi arrivare, mi sembrò di conoscerlo da sempre: avevo letto
tutti i libri di Mayol e la sua figura leggendaria appariva spesso come quella di
un personaggio da romanzo. Mi feci coraggio e mi presentai. Sulle prime fu
abbastanza sbrigativo, mi chiese di dargli una mano a trasportare le bombole
dalla spiaggia al centro sub. Non me lo feci ripetere due volte. Poi, finalmente,
riuscii a scambiare due parole. Gli spiegai che ero lì perché mi stavo allenando
con i sommozzatori dei Vigili del Fuoco di Portoferraio per tentare il record in
assetto costante. Da come mi guardava, il Corsaro non faceva nulla per
nascondere tutti i suoi dubbi e perplessità nei miei confronti. Per di più, il mio
forte accento lombardo non mi aiutava: fino a quegli anni l’apnea italiana era
stata una questione tra siciliani e toscani.
Mi guardò e mi chiese a che profondità ero arrivato. Io tolsi due metri al
massimale stabilito il giorno prima con Giudicelli e gli dissi: «A –55 metri». Lui
diede un’alzata di spalle e con il suo accento da pirata elbano mi rispose: «A –55
ce ne sono cinquemila al mondo. Torna quando vai più giù».
Io incassai, un po’ abbacchiato, e me ne andai. Ma sono un tipo testardo.
Intensificai gli allenamenti e migliorai le quote. Qualche giorno dopo tornai dal
Corsaro e con un certo entusiasmo gli dissi: «Corsaro, ho fatto –60!»
«A –60 non ce ne sono cinquemila ma ce ne sono cinquecento! Torna quando
vai più a fondo!»
Mi grattai un’altra volta la testa, un po’ perplesso: il record di Pipín, –63
metri, non era poi così lontano, ma sapevo anche che quei tre metri sarebbero
stati i più duri.
Comunque non mi lasciai demoralizzare. Continuai ad allenarmi con
Massimo e finalmente arrivai a quota –65. Ora vediamo cosa mi dice il Corsaro,
dissi tra me e me.
Sembra una favola, ma andò davvero così. Tornai per la terza volta a Pareti e,
con malcelato orgoglio, gli spiattellai il mio nuovo limite.
Mi guardò dritto negli occhi. «Oh, a –65 un ce n’è miha tanti! Torna però
domani che ti voglio vedere in acqua.»
Il Corsaro era come san Tommaso: non credeva se non vedeva. Così il giorno
dopo, accompagnato da Massimo, dalla spiaggia di Pareti mi ritrovai a salpare
verso il largo sulla barca del Corsaro, la stessa che è servita da appoggio a tutti i
record di Mayol. Intorno a me c’erano gli assistenti più volte menzionati nei libri
del campione francese. Di nome li conoscevo tutti. Tra i molti altri componenti
della squadra di Mayol c’erano Marco, Angelo, Jurgen il Tedesco e il mitico
Gianfranco Carletti, che tutti però chiamavano «Pomp’acqua» perché lavorava
all’acquedotto. Dicevano che fosse lui il vero regista organizzativo delle squadre
di Mayol, e per questo lo guardavo con una certa soggezione.

Sulla coperta di Mayol


Il momento più emozionante fu quando il Corsaro preparò a poppa lo spazio
dove avrei dovuto condurre le ultime fasi di respirazione e rilassamento prima
del tuffo: lo vidi stendere la coperta bianca e gialla con quei segni neri che
sembrano ideogrammi giapponesi. Era la stessa che usava Jacques Mayol per i
suoi esercizi di yoga e di respirazione e che si vedeva in tutte le foto nei suoi
libri più belli: Apnea a meno cento e Homo delphinus. Mi vennero i brividi. Mi
guardai intorno come per dire: «Ma siamo sicuri? Sarò degno di tutte queste
attenzioni?»
Massimo, a cui non sfuggiva nulla, intercettò quel mio momento di
smarrimento. Si avvicinò e rassicurandomi mi disse di stare tranquillo e di fare
tutto quello che avevo già fatto prima e che sapevo fare. Come al solito poche
parole che però andarono a segno. Era questo in fondo uno dei punti di forza del
nostro allenamento: sapere di poter fare le cose perché erano già state fatte.
Dopo alcuni esercizi di rilassamento e di respirazione, mi sentii pronto. Ero
carico e motivato, e soprattutto volevo far vedere anche al Corsaro di cosa ero
capace. Se avessi convinto anche lui delle mie potenzialità, la squadra del
Corsaro e quella di Giudicelli si sarebbero unite per tutta la restante parte di
allenamenti fino al giorno del record. Entrai in acqua, visualizzai mentalmente
tutto il tuffo, continuai a respirare e a mantenere alta la concentrazione. Una
volta pronto effettuai la capovolta e cominciai la mia discesa nel blu che mi
avrebbe portato a –68 metri! Un tuffo perfetto per il mio nuovo record personale.
Il Corsaro era sul piattello d’arrivo ad attendermi; mi diede il cinque
nell’attimo in cui, con la girata, stavo per ripartire verso la superficie. Quando
riemerse, dopo tutta la fase della decompressione, mi mise una mano sulla spalla
e disse: «Bravo! Un c’è barba d’omo!» che nel suo gergo significava: «Non ce
n’è per nessuno». Anche per lui ero pronto ad affrontare tutte le prossime sfide.
Per il momento la sfida era una sola: battere ufficialmente il record di Pipín,
cioè migliorare i –63 metri. Si trattava di farlo non in allenamento o per mostrare
al Corsaro che ci sapevo fare, ma davanti a tutto il mondo e in un unico
tentativo. E questa era una sfida nella sfida.

La sfida a Pipín
Francisco Ferreras era sceso a –63 metri in assetto costante. Dopo gli anni del
lungo duello tra Maiorca e Mayol, da qualche tempo era ormai lui il dominatore
della scena mondiale. Oltre al record nella specialità dell’assetto costante, aveva
stabilito i record anche nelle altre due discipline dell’apnea profonda: l’assetto
variabile (discesa con zavorra e risalita a braccia) e il no limits (discesa con
zavorra e risalita con pallone), rispettivamente –92 e –112 metri.
Avevo conosciuto Pipín l’anno prima, nel 1989, quando ero stato a Cuba, a
Cayo Largo, e avevo avuto il privilegio di nuotare e fare pesca subacquea con
lui. Per me fu un’esperienza unica e un’emozione fortissima: non solo perché era
la prima volta che facevo immersioni in acque diverse dal Mediterraneo, ma
soprattutto perché avevo avuto la fortuna e l’onore di condividere dei tuffi con il
grande campione cubano. Grazie a quell’incontro, io e Pipín diventammo amici,
anche se lui rimaneva per me un mito, una leggenda irraggiungibile.
Ma torniamo ai miei giorni elbani. La preparazione di un record non prevede
solo allenamenti duri e sacrifici, ma anche un’enorme quantità di impegni e
incombenze burocratiche e organizzative. Si doveva mettere in piedi la squadra
di supporto, e nella caserma dei Vigili del Fuoco tutti quanti cominciarono a
darsi da fare, anche chi magari non aveva mai messo la faccia sott’acqua.

10 novembre 1990
Finalmente arriva il giorno della prova, il 10 novembre 1990. Mi confronto per
la prima volta con la pressione dell’evento. Già dalla vigilia, la caserma di
Portoferraio brulica di gente, e non sono solo gli amici e i parenti che sono
venuti per starmi vicino e incoraggiarmi. Ci sono giornalisti, fotografi, c’è la
televisione.
Roberto Sparnocchia, anche lui vigile del fuoco, tra i primi insieme a
Massimo ad avermi accolto mesi prima a Portoferraio, e poi assistito negli
allenamenti, mi suggerisce di sparire da tutta quella confusione. Mi allontano
dalla folla usando il palo da cui i pompieri si calano per salire sui mezzi di
soccorso, e me la svigno.
Roberto mi accompagna a casa di Massimo, dove trascorro la notte. Il giorno
dopo, quello del tentativo di record, arrivo con la mente più sgombra. Mi sento
rilassato. Passeggio sulla spiaggia di Porto Azzurro, mentre Roberto mi segue a
distanza; sarà un rito che da lì in avanti ripeteremo a ogni record.
Arriva la chiamata che segnala che tutto è pronto e che posso raggiungere il
punto di immersione. Salgo sul gommone dei sommozzatori dei Vigili del Fuoco
e il pilota, non esattamente un mental trainer o uno psicologo, mi urla,
guardandomi fisso negli occhi, che è presente la Rai e che quindi non posso
assolutamente sbagliare. Forse l’ha fatto con il sincero proposito di caricarmi,
ma quello che ha ottenuto è stato l’esatto contrario! Anche se non era in
programma la diretta televisiva, quel giorno una troupe della Rai avrebbe
realizzato e poi mandato in onda un servizio speciale su di me. Di questa notizia
rimasi sorpreso. Felice ma sorpreso: non ero nessuno, uno sconosciuto in uno
sport che non era assolutamente popolare, e alla mia prima uscita ufficiale avevo
la Rai?!
Con questi pensieri prendiamo il largo, fuori da Porto Azzurro. Giunti al
punto di immersione, il gommone si affianca alla barca del Corsaro. Salgo a
bordo e vedo ancora la coperta bianca, gialla e nera di Mayol, dove concluderò
la fase di rilassamento prima dell’immersione.
Ci siamo, finalmente. Fa molto freddo, il mare è spazzato da un maestrale
gelido, ma io mi sento perfettamente calato nella mia parte. Non ho esitazioni,
sono calmo e determinato. So che quei 65 metri di profondità li ho nelle gambe e
li ho nella testa. Ripeto mentalmente dentro di me i numerosi tuffi che si sono
susseguiti nelle settimane precedenti. Mi rivedo nell’effettuare la capovolta,
pinneggiare verso il fondo, compensare progressivamente i timpani, arrivare alla
massima quota dove trovo il cartellino-testimone attaccato al cavo che indica i
65 metri. È già tutto dentro di me. Sono pronto! Do l’ok alla partenza del conto
alla rovescia. Cinque minuti alla partenza. Da questo momento non posso più
cambiare nulla.
Quattro minuti.
Tre minuti.
Trenta secondi.
Cinque secondi.
Quattro.
Tre.
Due.
Uno.
Zero.
Mi immergo deciso.
Tutto va per il meglio, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Stacco il
cartellino e ritorno in superficie stringendolo nel pugno. All’uscita dall’acqua il
finimondo! Vedo dalla loro barca i miei compagni pompieri che urlano,
strepitano, si abbracciano fra di loro. Vedo i fotografi che scattano foto a
ripetizione. Vedo le telecamere della tv. Vedo i miei famigliari sorridenti e
commossi: li raggiungo per primi, esco dall’acqua e li abbraccio. È il mio primo
record. La misura, paragonata ai primati attuali, fa sorridere, ma è la prima volta
che provo queste emozioni e posso dire che rimarrà nella mia memoria, se non
come il più importante, di certo come il record più emozionante.
Cercavano una sincope e trovarono un record
Un paio d’anni dopo incontrai a Ustica il giornalista che aveva realizzato il
servizio televisivo il giorno del record al largo di Porto Azzurro. Tra una
chiacchiera e l’altra mi fece una confidenza: in quel periodo la Rai stava
producendo un documentario di medicina e salute sul tema delle sincopi e degli
svenimenti. Siccome non avevano immagini di repertorio, mandarono una troupe
all’Elba ad assistere al tentativo di record: se qualcosa fosse andato storto, le
immagini della mia uscita privo di conoscenza sarebbero tornate utili alle loro
esigenze di produzione.
Ci facemmo sopra una risata, ma quell’aneddoto mi fece capire quali fossero
le aspettative degli addetti ai lavori sul mio valore di apneista. Era la conferma
che fino a poco prima del record del 10 novembre 1990 ero davvero un totale
sconosciuto e nessuno sarebbe stato disposto a scommettere una lira su di me.
Nessuno però sapeva che avevo un sogno e che ero determinatissimo a
realizzarlo. Avevo uomini che mi aiutavano, straordinari professionisti, abili
sommozzatori e amici sinceri che sapevano come mettermi nelle migliori
condizioni fisiche e mentali per tentare qualcosa di grande che avrebbe potuto
cambiare – come in effetti è stato – la storia della mia vita. Se così non fosse
stato, probabilmente non sareste qui, in questo momento, a leggere questo mio
libro.
Ricordate? Lo aveva detto anche Maiorca al fisiologo francese che voleva
convincerlo a non scendere al di sotto dei 50 metri: «Impossible is an opinion».
L’impossibile è un’opinione, non esiste, come non esistono i limiti, che sono fatti
per essere superati. E come i limiti, anche i record sono transitori.
Del resto le colonne d’Ercole, fin da quando vennero «inventate dal mito»,
non sono mai rimaste sempre nello stesso posto. I limiti sono relativi, nel tempo,
nello spazio ma anche nella storia dell’essere umano. Quel giorno, andando
contro ogni previsione e aspettativa, ho dato una prima posizione alle mie
personali «colonne d’Ercole».
Da lì in poi sarebbe stata una continua ricerca per poterle spostare
ulteriormente.

Un respiro diverso
Tornando a quel 10 novembre 1990, nel momento in cui misi la testa fuori
dall’acqua e ricominciai a respirare, provai per la prima volta la sensazione che
Maiorca aveva descritto in uno dei suoi libri: «Il primo respiro che fai quando
riemergi dal fondo del mare è come il primo respiro che hai fatto quando sei
uscito dal ventre di tua madre».
Quel respiro rappresenta davvero il confine, la linea di demarcazione tra la
vita acquatica e quella per cui siamo stati fatti e creati. A quello ne seguiranno
milioni di altri, ma il primo ha un sapore e un significato davvero particolari. E
lo senti.
È così ogni volta che riemergi da tuffi importanti. Quando sei sul fondo sei
molto più acquatico che terrestre, e d’altronde se non fosse così non si
sopravvivrebbe alle condizioni che ci sono «là sotto». Poi, risalendo, ti
riappropri lentamente, progressivamente, della tua natura umana, e ritorni a
essere quello di sempre solo dopo questo primo respiro, quando con il viso
rompi la superficie del mare.
Anche per me quella boccata d’aria conquistata alla fine del mio primo record
è stata davvero un respiro diverso. Quella sensazione ha però continuato ad
accompagnarmi negli anni, tutte le volte che provavo sul mio corpo la
sensazione ancestrale di appartenere a una natura marina; una natura lontana
nell’archivio genetico delle nostre cellule di uomini e animali terrestri, eppure
incredibilmente sempre presente, se non altro come memoria dei nove mesi in
cui, nella nostra breve ma intensa esistenza prenatale, abbiamo vissuto protetti e
alimentati dal liquido amniotico nel grembo di nostra madre.
L’atto del non respirare, del trattenere il respiro, o perlomeno di respirare in
un modo diverso dalla consuetudine ormai paleontologica di bipedi terrestri, non
è poi così estraneo alla nostra natura.
Lo scopriremo meglio nelle prossime pagine.
2
«Fa’ un bel respiro e rilassati»
Respirazione, concentrazione, rilassamento

RESPIRARE. Nel linguaggio di tutti i giorni, e nella sua accezione estesa,


respirare vuol dire «vivere». Quando una persona ha smesso di vivere diciamo,
allarmati se non terrorizzati: «Non respira più». Già, non si può vivere senza
respirare, e dirlo sembra una banalità: l’atto di respirare è da sempre strettamente
connaturato alla vita, addirittura è alle origini di essa, all’azione creatrice di un
Dio. Sono lì a testimoniarlo alcuni grandi miti della creazione. Pensate per
esempio alla Bibbia e alle prime pagine del libro della Genesi (2,7): «E allora il
Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un
alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente».

In principio era un soffio


Dio per trasformare in un uomo quel simulacro, forse una statua di terra
impastata con acqua, come quelle che i bambini fanno sulla spiaggia, gli soffia
nelle narici: il gesto che dà la vita è un alito, un soffio. Spiritus, dicevano i latini:
la parola deriva infatti da spirare, «soffiare», per poi acquisire un significato
figurato. Per il fatto di essere leggero e invisibile, lo spirito si avvicina al
concetto di anima, qualcosa che va al di là del corpo e della materia, qualcosa di
metafisico.
Il prefisso «re-» messo davanti al verbo «spirare» indica il senso di azione
continuata e ripetuta nel tempo che è propria di un’attitudine fisiologica
involontaria, un processo vitale scontato al quale non si fa nemmeno più caso.
Non ci si fa più caso fino al momento in cui il respiro viene a mancare, quando
non si riesce più a respirare e si va incontro alla morte; oppure quando si blocca
il respiro volontariamente, come nel caso dell’apnea.
Apnea deriva dal greco ápnoia, che significa «senza respirare». Sempre in
greco, pneuma era il soffio, il respiro, e già i pensatori presocratici, che
andavano alla ricerca del principio della materia e cercavano di spiegarne la
natura e i motivi del suo evolversi nel mondo, dalla creazione al cambiamento
delle sue forme fino alla scomparsa, lo associavano al principio originario, a
quell’elemento impalpabile e invisibile che tuttavia muove le cose, le rende vive
e le anima. Come vedete, anche in questo caso tra aria, respiro e vita il legame è
antichissimo, e originariamente filosofico.

Respirare, meditare
Non avete certo bisogno di un apneista per capire quanto sia fondamentale
respirare. Sicuramente, però, chi pratica apnea può insegnarvi qualcosa di questo
gesto così apparentemente banale e scontato. A dire il vero non è solo una
prerogativa degli apneisti. Anni fa, in occasione del festival di divulgazione
scientifica Bergamo Scienza, assistetti a una conferenza di Simone Moro,
l’alpinista che ha conquistato otto dei quattordici ottomila al mondo. Simone
raccontava di come la conquista di una vetta lo avesse spesso portato a
confrontarsi in modo profondo, quasi meditativo, con la dimensione della
respirazione. Nel momento in cui descriveva le sensazioni e le emozioni che
provava ad alta quota, per esempio l’aria fredda che entra nei polmoni ma che
non porta ossigeno, mi ritrovai in sintonia con le sue parole. Erano le stesse
sensazioni e le stesse emozioni che avrei potuto restituire io nel descrivere le mie
esperienze di apneista.
Le due pratiche, l’alpinismo e l’immersione in apnea, stanno agli antipodi: ma
come spesso accade gli estremi si toccano, o perlomeno si somigliano. Quello
che lui trova nelle rarefatte altitudini degli ottomila io lo ritrovo nella profondità
del mare. Il rapporto che Simone ha con il suo respiro quando si trova sulle vette
delle montagne più alte al mondo è lo stesso che ho io con l’aria che mi riempie i
polmoni negli istanti immediatamente precedenti un’immersione: le particelle di
ossigeno che inali sono la vita, l’energia, le senti in tutto il corpo, ti pervadono e
ti permettono di sopravvivere a quelle situazioni al limite dell’impossibile. Tutto
forse si spiega così: entrambi, nelle nostre attività «estreme», sviluppiamo una
propensione a indagare nel profondo di noi stessi, del nostro corpo e della nostra
mente.
Respirare, come ho detto, è un’attività talmente spontanea che la sua
volontaria interruzione, anche soltanto per un periodo di tempo limitato, può
sembrare una forzatura, una violenza al nostro corpo. Chi non fa apnea mi
chiede spesso come si possa essere attratti da una cosa così innaturale per un
essere umano, per di più praticata nelle profondità del mare, in ambienti così
poco compatibili con la nostra natura di esseri terricoli.
Di solito a questi interrogativi si possono dare due risposte. La prima apre
scenari più ampi e complessi che rimandano indietro nella storia dell’essere
umano, alle sue origini e all’evoluzione della specie. La seconda è di tipo, per
così dire, tecnico e rende ragione del «come si fa».
Cominciamo dalla prima.

La memoria emotiva dell’acqua


Si dice che conserviamo una memoria ancestrale della nostra lontanissima natura
acquatica. Milioni di anni fa siamo stati animali marini, e tutte le volte che ci si
immerge nell’acqua, o meglio ancora sott’acqua, qualcosa ce lo ricorda: si
ritrova una sensazione di «già vissuto», non tanto nell’archivio della memoria
quanto nelle percezioni emotive, forse nell’inconscio. L’acqua, del resto, fa
ancora parte di noi in maniera preponderante: il nostro corpo è composto per il
60 per cento da elementi liquidi, una percentuale che nei neonati sale all’80 e
raggiunge il 97 per cento nell’embrione umano.
Secondo le ipotesi scientifiche dei paleontologi, la composizione chimica del
sangue umano non sarebbe molto diversa da quella che caratterizzava i grandi
oceani che ricoprivano gran parte del pianeta nelle ere in cui la vita animale
cominciò a colonizzare le terre emerse. Ma ci sono altre analogie: come il
sangue irrora le cellule del nostro corpo per alimentarle di ossigeno e di proteine,
così il mare trasporta il plancton, quell’universo galleggiante di micro-organismi
animali e vegetali che costituisce una delle basi principali della catena alimentare
degli animali marini. E come il sangue è il veicolo dell’ossigenazione cellulare,
così il mare distribuisce l’ossigeno necessario alla respirazione dei pesci, che lo
assorbono e, attraverso le sottili membrane delle branchie, lo distribuiscono nei
loro capillari sanguigni; funzione analoga a quella che nel corpo umano
svolgono i polmoni.
In verità non serve risalire fino alle origini della nostra storia evolutiva per
ritrovare la natura acquatica dell’essere umano. Per nove mesi, i primi nove mesi
della nostra esistenza, viviamo in un ambiente acquatico. Il feto è
completamente avvolto, protetto e nutrito da liquidi amniotici e placentari, e si
sviluppa nel ventre materno. In questa prima fase di vita si formano i polmoni,
anche se non entrano ancora in funzione. Lo faranno solo al momento del parto,
quando verrà tagliato il cordone ombelicale. Da questo intimo, sottile e delicato
legame passa infatti la circolazione sanguigna condivisa tra madre e figlio,
alimentata dalla placenta che trasporta ai milioni di piccole cellule del feto
l’ossigeno necessario alla loro «respirazione».
Per rendere meno traumatico il passaggio al momento della nascita dal
familiare ambiente amniotico del feto a quello asciutto della vita terrestre, da
anni si è diffusa con successo la tecnica del parto acquatico. In realtà si tratta di
una pratica già adottata da numerose civiltà appartenenti a culture diverse e assai
distanti tra loro, a testimonianza del fatto che si tratta di una soluzione naturale e
istintiva dei processi umani. Da sempre ricorrono al parto in acqua le
popolazioni maori della Nuova Zelanda così come alcuni gruppi etnici della
foresta amazzonica e alcune tribù pigmee dell’Africa equatoriale. Non solo:
durante il parto acquatico si riducono i traumi del neonato dovuti alla prima
spinta gravitazionale verso il basso, in quanto egli viene accolto, quasi
abbracciato e sospinto dall’acqua verso l’alto. Alcuni psicologi sostengono che
questa primissima esperienza agisca in modo profondamente positivo sulla
personalità del neonato.
Un altro aspetto fisiologico spiega come l’acquaticità sia più spiccata nei
neonati che negli adulti. Nei primi tre mesi di vita l’emoglobina, la proteina
presente nei globuli rossi responsabile del trasporto di ossigeno dal sangue ai
tessuti, ha una concentrazione nel sangue molto più alta. I neonati hanno, per
questo motivo, una migliore predisposizione all’apnea.

Respirare in modo diverso


Proviamo adesso a rispondere alla seconda domanda: come si fa ad andare
sott’acqua, bloccare la naturale respirazione e trarre da questa pratica un piacere
tale che quasi non si vorrebbe smettere di provarlo?
Innanzitutto questo risultato non lo si ottiene dall’oggi al domani, ma è il
frutto di un lungo percorso di preparazione e allenamento. Ovviamente una certa
predisposizione aiuta, quella particolare inclinazione all’acquaticità che tutti noi
possediamo anche se in proporzioni differenti da soggetto a soggetto. Anche tale
predisposizione più o meno spiccata, però, dev’essere coltivata, educata e
allenata. L’allenamento nell’apnea non è solamente una questione atletica. Certo,
è importante preparare il proprio corpo a determinate sollecitazioni fisiche, a
essere elastico e resistente allo sforzo; ma la differenza la farà sempre la
preparazione mentale, cioè applicarsi sul miglioramento della concentrazione,
sulla ricerca del rilassamento e sul controllo delle emozioni. Tutto questo lo si
ottiene esplorando nuove tecniche di respirazione, per renderla più efficiente di
quanto non sia la sua quotidiana, e per l’appunto poco percettibile, funzione
vitale.
Il primo passo per preparare l’apnea, ovvero l’assenza di respiro, è imparare a
respirare in modo corretto. Respirare non significa semplicemente «fare il pieno
d’aria». Quando per esempio vedete un apneista che prima di un tuffo fa
iperventilazione, ovvero forza il ritmo e l’intensità di inspirazione ed
espirazione, sappiate che quella non è una tecnica di respirazione corretta, e di
sicuro in quel modo non può rilassare completamente né il corpo né la mente.
Per capirci: se osservate la tecnica di respirazione di Enzo Maiorca, vi
renderete conto che sta imponendo alla propria ventilazione un ritmo alto e
potente, forzando entrambe le fasi del respiro. Come già detto, a volte questo
gesto ricorda il raglio dell’asino. Enzo mi raccontava che questa tecnica gli era
stata consigliata dai medici perché, secondo loro, favoriva l’innalzamento dei
livelli di ossigeno con conseguenti effetti positivi sull’apnea. Si capì poi che con
l’iperventilazione l’ossigeno non si alza minimamente, mentre si abbassa in
misura considerevole il livello di anidride carbonica. Insieme ad altri
componenti, la CO 2 permette di avvertire la tipica contrazione diaframmatica, il
fondamentale campanello d’allarme grazie al quale il nostro corpo ci avvisa che
ha bisogno di respirare.
Se abbassiamo il livello dell’anidride carbonica stabiliamo una situazione
fisiologica e chimica che per noi apneisti è molto pericolosa: non significa infatti
che non stiamo consumando ossigeno, ma semplicemente che non ce ne
rendiamo conto. È come se l’indicatore della benzina della macchina che
guidiamo ci segnalasse sempre il pieno. In un primo momento potremmo anche
essere felici di questa cosa, pensando che la nostra auto consumi davvero poco,
ma basterà restare per la prima volta senza benzina a metà del percorso per
accorgerci che c’è qualcosa che non va. L’auto che resta senza carburante
equivale all’apneista che si «spegne» per un black out prima di arrivare in
superficie per mancanza di ossigeno.

Il controllo ritmico del respiro


Sulla respirazione si potrebbe scrivere un intero libro, ma qui vorrei darvi solo
alcune indicazioni di base su come ventilare in modo corretto. Sono consigli
molto semplici ma applicabili alla vita di tutti i giorni, soprattutto per gestire
situazioni di stress e di ansia. È importante concentrarsi sulle due fasi della
respirazione: l’inspirazione, quando si immette aria nei polmoni, e l’espirazione,
quando la si elimina.
Nella prima fase si attiva il sistema nervoso simpatico, quello che regola la
prontezza adrenalinica dei riflessi, la velocità, la rapidità e l’attenzione reattiva.
Quando espiriamo viene interessato invece il sistema nervoso parasimpatico, la
nostra centrale di controllo del rilassamento: nel momento in cui viene attivato,
si rallentano le pulsazioni, la pressione sanguigna scende e induciamo in noi uno
stato di calma, di quiete e di rilassamento mentale e fisico. Del resto non è un
caso che, senza sapere nulla di cosa ci sia dietro alla fisiologia della respirazione,
di fronte a una situazione di particolare preoccupazione o di stress qualcuno ci
dica: «Fai un bel respiro».
Tra gli straordinari benefici dell’avvicinarsi alla pratica dell’apnea c’è proprio
questo aspetto: imparare a conoscere il proprio respiro. Predisporsi all’apnea
significa soprattutto abituarsi a respirare in modo più corretto ed efficiente: non
si possono ottenere performance importanti e vivere belle e profonde sensazioni
se non ci si prepara con una ventilazione ottimale. Come ho già raccontato nel
capitolo precedente, quando ho iniziato a praticare questa disciplina non c’erano
manuali che introducessero in modo corretto a questa esperienza, né tantomeno
scuole o corsi di formazione. Per me – lo vedremo meglio nel capitolo dedicato
all’importanza della condivisione e del confronto con gli altri – è stato
fondamentale l’incontro con Jacques Mayol, tra i primi a unire il mondo
dell’immersione a quello dello yoga, pratica orientale millenaria di meditazione
che fa del controllo ritmico del respiro uno dei suoi punti cardine.
L’insegnamento più grande di Mayol fu quello di respirare nel modo corretto,
per preparare al meglio il corpo all’apnea, per rilassarmi completamente,
mentalmente e fisicamente, per arrivare a sentire ogni singola particella del mio
corpo. Imparai a ventilare secondo le regole del pranayama. La sostanza delle
parole, anche in questo caso, aiuta sempre a capire le cose: ayama indica la
lunghezza, l’espansione di qualcosa; prana invece contiene in sé il concetto di
soffio, di fiato, ma anche di forza, di energia. Qualcosa che ci riporta al pneuma
greco o allo spiritus latino, insomma, e che va al di là del semplice meccanismo
materiale per richiamare piuttosto il senso vitale delle cose, e quindi anche la
loro origine soprannaturale.
Il pranayama, che quindi può intendersi come «controllo ed espansione del
respiro», prevede fasi di inspirazione ed espirazione lente, profonde e ritmiche.
Assai importante è il ricorso alla respirazione addominale, che coinvolge la parte
inferiore dei polmoni e il muscolo del diaframma. In questo modo nella fase di
inspirazione l’aria penetra più in profondità, il diaframma si abbassa e l’addome
si gonfia.
Nella vita di tutti i giorni la nostra respirazione è completamente diversa.
Dopo circa quattro mesi dalla nostra nascita, in modo del tutto naturale, a ogni
inspirazione muoviamo la parte alta della gabbia toracica, sollevando il
diaframma. Immaginate, in questo momento, di effettuare un’inspirazione
massima, cercando di riempire completamente i polmoni. Noterete che:

state gonfiando al massimo il torace nella parte alta;


avete alzato le spalle e contratto tutta la zona della gola e del trapezio;
appena sotto il torace avete creato un rigonfiamento legato all’innalzamento
del diaframma.

Se il nostro obiettivo è quello di fare il pieno d’aria, questo tipo di


respirazione è decisamente sbagliata. Cercherò di spiegarvi il motivo attraverso
un esempio. Immaginate una siringa: quando il pistoncino viene spinto verso
l’interno l’aria fuoriesce dalla siringa; quando lo si tira verso l’esterno, l’aria
entra. Se immaginiamo che il nostro diaframma svolge, nella respirazione, lo
stesso ruolo del pistone, sarà facile capire che lo stiamo alzando nel momento in
cui cerchiamo di portare aria dentro i nostri polmoni. Meccanicamente il
diaframma spinge l’aria fuori dai polmoni, e noi dalla bocca cerchiamo di
portarla dentro. Per questo motivo siamo costretti a contrarre completamente la
parte alta del torace e della gola, chiudendo la glottide (la porta di accesso
dell’aria dalla cavità orale verso i polmoni e viceversa). Se dovessimo rilassarci,
invece, il nostro diaframma-pistone spingerebbe fuori l’aria appena inspirata.
Adesso azzerate tutto e, chiudendo gli occhi, cercate di creare una manovra
respiratoria diversa. Inspirate dal naso, cercando di non muovere il torace, e
sentite la vostra zona addominale che spinge progressivamente e lentamente
verso l’esterno grazie al diaframma che si abbassa. Dopo una breve pausa,
iniziate la fase di espirazione: il diaframma sale, l’addome si sgonfia e fa sì che
l’aria venga spinta nella cassa toracica e successivamente esca dal naso. Fate
tutto questo cercando di mantenere un tempo di espirazione doppio rispetto al
tempo di inspirazione: far durare più a lungo possibile il momento in cui l’aria
esce dai polmoni prolunga i benefici del rilassamento emotivo.
Grazie a questo semplice esercizio vi renderete conto, da un punto di vista
mentale, della calma e del rilassamento che siete riusciti a raggiungere. Con
questa tecnica di respirazione profonda la quantità di aria scambiata è massima,
il che consente di ottenere una migliore ossigenazione del sangue arterioso. Allo
stesso tempo gli organi interni vengono interessati da una benefica azione di
pressione, una sorta di massaggio intimo con effetto rilassante. L’organo più
importante per noi apneisti è la milza: quando respiriamo correttamente, il
diaframma si muove e insiste su questo organo (la splenocontrazione) e riesce a
stimolarlo, provocando un aumento della produzione di globuli rossi. Ma c’è
anche un aspetto psicologico da non sottovalutare: concentrarsi su un’azione
involontaria che altrimenti daremmo per scontata ci aiuta a prendere coscienza
del nostro corpo e a individuare eventuali fenomeni di irregolarità – senso di
fatica, rumori – che sono l’indice di un malessere psicofisico del nostro
organismo.
Fate questo semplice esercizio quando vi sentite stressati, mentalmente
stanchi, prima di un’importante riunione, di una presentazione in pubblico o in
generale prima di affrontare un momento particolare in cui avete bisogno di
lucidità, controllo e concentrazione.
Respirazione, concentrazione, rilassamento: sono queste le prospettive che si
rivelano in modo più interessante e spesso sorprendente alla maggior parte di chi
si avvicina per la prima volta al mondo dell’immersione in apnea. Normalmente
chi si iscrive a un corso è spinto da motivazioni di miglioramento delle proprie
performance: acquisire maggiore acquaticità, aumentare i propri livelli di
resistenza in acqua, raggiungere quote più profonde.
A conti fatti, però, e a corso concluso, ciò che si riscontra nei questionari di
customer satisfaction – per dirla in termini di marketing – che vengono compilati
alla fine dell’esperienza è l’incredibile interesse, quasi una fascinazione, per gli
aspetti che riguardano la scoperta del controllo della respirazione e dei suoi
effetti sulla concentrazione e sul rilassamento psicofisico.
L’apprezzamento è direttamente proporzionale al grado di consapevolezza
che la padronanza di questi nuovi strumenti può tornare utile in contesti
completamente diversi dalla pratica subacquea e molto più vicini alle esigenze di
tutti i giorni.

L’adattamento
La pratica apneistica può essere considerata una buona lezione in materia di
adattamento. La storia della vita sulla Terra, e dell’essere umano in particolare, è
stata segnata dalle capacità di adattamento degli esseri viventi all’ambiente in
trasformazione: trovare, volta per volta, attraverso processi di mutazione e
selezione, le soluzioni migliori per sopravvivere nelle condizioni più diverse.
L’apnea, anche al di fuori del suo ambito sportivo o agonistico, insegna anche
questo: sapersi adattare, procurarsi risorse proprie e utilizzarle, attivare le proprie
capacità di difesa o sopportazione in condizioni difficili.
Se prima ci si è preparati in maniera adeguata, quando si va sott’acqua il
corpo si adatta e si predispone al nuovo contesto. C’è una spiegazione fisiologica
a tutto questo. Vi ricordate quello che sosteneva il professor Gabarrou, il medico
dell’équipe di Cousteau, a proposito del tentativo di Maiorca di scendere oltre i –
50 metri? Quando Enzo superò quella soglia, si pensò che sì, forse le previsioni
mediche erano state troppo pessimistiche e quel limite era troppo cautelativo,
quindi doveva essere rivisto di qualche decina di metri più in basso; ma
fondamentalmente si volle dare una spiegazione al nuovo record di Maiorca
ricorrendo all’eccezionalità del caso e a non meglio specificati determinanti
«fattori ereditari», oltre che agli effetti di uno straordinario allenamento
progressivo.
Come stavano davvero le cose lo si capì soltanto qualche anno dopo. Anche
in questo caso, le precedenti frontiere delle conoscenze biomediche vennero
superate grazie al coraggio e allo spirito d’avventura di un altro grande pioniere
dell’apnea. Nel 1974 Jacques Mayol accettò di sottoporsi a un esperimento nei
fondali marini a lui ben noti dell’isola d’Elba. Nel corso di un’immersione, dal
gomito gli venne infilato un catetere fino a raggiungere la vena cava superiore
che convoglia al cuore il sangue proveniente dalle braccia e dalla testa. In questo
modo i medici poterono misurare la pressione venosa intratoracica a due diverse
profondità, –40 e –60 metri, e notarono che in quell’intervallo la quantità di
sangue nel torace aumentava progressivamente, passando da 1 a 2,2 litri. Era la
dimostrazione sperimentale di una teoria ipotizzata per la prima volta alcuni anni
addietro: il fenomeno del blood shift, o emocompensazione toracica.
Sott’acqua la pressione, che al livello del mare è di 1 atmosfera, aumenta di
un’unità ogni 10 metri: a –20 metri sarà di 3 atmosfere, a –50 di 6, a –100 di 11.
L’effetto pressorio tende a comprimere tutti i volumi aerei presenti nel nostro
corpo, e gli effetti si fanno sentire soprattutto su quelli più importanti, i polmoni.
La legge di Boyle, già incontrata nel capitolo precedente, dice che, a parità di
temperatura, la pressione e il volume di un gas sono inversamente proporzionali:
più aumenta la pressione più diminuisce il volume del corpo gassoso. I nostri
polmoni a 50 metri di profondità, dove c’è una pressione di 6 atmosfere,
diventano dunque sei volte più piccoli del normale. Ma cosa ne è dello spazio
rimasto libero nella gabbia toracica?
Secondo il professor Gabarrou, questa riduzione di volume avrebbe
comportato un’implosione, un violento cedimento delle pareti di un corpo cavo
sottoposto a una forte pressione esterna. In realtà questo non succede per effetto
del blood shift, che letteralmente significa «spostamento di sangue». Si tratta di
un automatismo fisiologico: il nostro corpo, in maniera del tutto involontaria,
richiama il sangue dalle zone periferiche dove non risiedono organi vitali,
soprattutto braccia e gambe, e lo spinge nella cavità toracica a occupare lo spazio
lasciato vuoto dalla riduzione del volume dei polmoni. A differenza del gas il
sangue, in quanto liquido, è incomprimibile, quindi la gabbia toracica non
implode con l’aumentare della pressione esterna.
Questa è la ragione per cui Maiorca non è morto a 50 metri di profondità, ed è
lo stesso motivo per cui io non sono imploso a –150. Il blood shift è una forma di
adattamento spontaneo del nostro corpo alle mutate condizioni di pressione.
Certo, non sappiamo ancora bene quali siano i limiti entro cui il flusso sanguigno
può sopperire all’aumento di pressione. Si presume che a determinate quote di
profondità un’elevata quantità di sangue possa non essere gestita in modo
efficiente dal muscolo cardiaco che, come la pompa di un motore, potrebbe
«ingolfarsi».

Come i mammiferi marini


Il blood shift è un fenomeno ben presente, e ovviamente molto meglio sviluppato
rispetto al corpo umano, nei mammiferi marini. I delfini e gli altri cetacei
raggiungono notevolissime profondità. Il capodoglio, per esempio, può
immergersi fino a 2.000 metri e la sua fisiologia, adattatasi nei millenni a queste
condizioni, gli permette addirittura di ingaggiare negli abissi lotte furibonde con
i calamari giganti, che sono le sue prede preferite.
I grandi mammiferi marini hanno adattato il proprio corpo fino ad avere
strutture interne che possono sopportare meglio la straordinaria pressione
atmosferica: un esempio sono gli anelli cartilaginei collassabili della trachea,
oppure le costole fluttuanti, vale a dire non saldate anteriormente allo sterno. La
principale risorsa contro gli effetti iperbarici resta tuttavia quella del
trasferimento di sangue dalla periferia verso i centri vitali, il cuore e il cervello,
con il conseguente risparmio di ossigeno e il drastico abbassamento della
frequenza cardiaca. L’apparato cardio-circolatorio riduce notevolmente il proprio
raggio d’azione, quindi il cuore può abbassare le proprie pulsazioni
(bradicardia).
Quando si scende in apnea oltre i 60 metri, questa sensazione è ben
percepibile. È come se improvvisamente venisse meno il bisogno di respirare. Il
poco ossigeno presente nel corpo viene distribuito il più lentamente possibile.
Per questo il battito cardiaco si riduce a 30 pulsazioni al minuto, e più si va in
profondità, oltre i 100 metri, più questo valore scende: 14, 12, 10 battiti al
minuto. Ogni battito del cuore lo senti solo nella testa: è come se il resto del
corpo scomparisse, si sciogliesse nell’acqua tutt’intorno. Il mio corpo è la mia
testa.

Il pescatore di spugne
La cosa eccezionale è che trattenere il fiato fuori dall’acqua è per il nostro
organismo molto più difficile che farlo in acqua. Questo aspetto non è ancora
stato del tutto spiegato dalla scienza. Nella storia dell’apnea è divenuto
leggendario il nome di un pescatore di spugne greco, Stathis Haggi. Nel 1913, a
causa di un incidente che provocò la morte del comandante in seconda e il
ferimento di alcuni marinai, una corazzata della Regia Marina Italiana, la Regina
Margherita, perse l’àncora e la catena sul fondale della baia di Pigadia, nell’isola
di Karpathos, tra Rodi e Creta. All’epoca si trattava di un problema serio, perché
una nave senza àncora era assolutamente ingovernabile.
Alcuni giorni dopo, mentre la nave aveva trovato riparo nel porto, un curioso
personaggio che di mestiere faceva il pescatore aveva saputo del problema e si
era offerto di recuperare il materiale disperso in fondo al mare. Inizialmente gli
ufficiali della Regina Margherita non presero seriamente in considerazione
questa possibilità, in quanto si trattava di scendere in apnea per le ricerche a oltre
80 metri di profondità. Quest’uomo però sosteneva di essere in grado di arrivare
anche a –110 metri e di poter resistere fino a sette minuti senza respirare. Le
operazioni di recupero durarono alcuni giorni e furono assai laboriose. Il curioso
pescatore di spugne, tra immersioni progressive di allenamento e successivi
tentativi di localizzazione e di aggancio della catena dell’àncora, fu impegnato in
21 immersioni tra i –45 e i –84 metri, ma alla fine la sua impresa ebbe successo.
Stathis Haggi disponeva di strumenti a dir poco rudimentali: all’epoca non
esistevano né pinne né maschera. Per poter vedere sott’acqua, metteva delle
gocce d’olio negli occhi. Per poter scendere usava come zavorra una pietra piatta
di ardesia, di 14 chili e mezzo, legata a una sagola; il suo polso sinistro era
collegato alla sagola per mezzo di un capocorda all’interno del quale la cima
scorreva liberamente. Prima dell’immersione il pescatore greco faceva una sorta
di respirazione forzata – oggi la chiameremmo iperventilazione – e introduceva
acqua marina in bocca e nel naso.
Il medico della Regia Marina scrisse una relazione in cui riferiva, con grande
meraviglia, come alla fine di ogni immersione il pescatore greco dimostrasse di
essere nel pieno del vigore delle forze: dopo essere salito senza alcun aiuto sulla
barca di appoggio, si liberava energicamente dell’acqua entrata nel naso e nelle
orecchie. Al termine dell’impresa, Stathis venne sottoposto a una visita medica: i
suoi parametri fisiologici non indicavano nulla di eccezionale – battito nella
norma, tutt’altro che bradicardico, e frequenza respiratoria regolare –, ma
dall’auscultazione polmonare si constatava una notevole forma di enfisema
polmonare.
Oltre a questo era praticamente sordo: in un orecchio aveva perduto del tutto
la membrana del timpano, e nell’altro era quasi completamente lacerata. Questo
spiegava il fatto che nel corso delle immersioni Stathis non aveva alcuna
necessità di compensare la pressione sui timpani. (Vedremo in seguito che la
compensazione dei timpani è l’ostacolo principale per poter raggiungere grandi
profondità.) Ma quello che strabiliò gli ufficiali medici fu che, invitato a
trattenere il respiro, dimostrò di non saper resistere in apnea «a secco» per più di
40 secondi. Durante le operazioni di immersione si era invece trattenuto
sott’acqua per tempi variabili tra il minuto e mezzo e i 3 minuti e 35 secondi.
Sono molti gli apneisti, me compreso, che possono confermare questa
apparente stranezza. Durante i test medici di laboratorio, per esempio, riesco a
trattenere il respiro con molta fatica per cinque minuti. Quando mi alleno in
acqua, nei periodi di forma migliore, arrivo a seguire tabelle che prevedono dieci
apnee di sei minuti, con un recupero tra una e l’altra di un solo minuto. Oppure
quindici apnee di cinque minuti con un recupero, tra l’una e l’altra, di 40
secondi. E via così, aumentando la sequenza delle apnee, di minore durata, e
accorciando i recuperi.
Non credo, come affermano i medici, che questa differenza di prestazione si
possa spiegare solo con il fatto che durante l’immersione l’assenza di forza
gravitazionale facilita una condizione di massimo rilassamento muscolare
rispetto all’ambiente «asciutto». Non può essere solo questo. Ritengo piuttosto
che, come ho scritto prima, ci sia qualcosa di non ancora chiaro a livello
scientifico che ci restituisce, anche se solo per un breve lasso di tempo,
un’ancestrale condizione di benessere, come se vivessimo nell’ambiente
acquatico una sorta di «profonda regressione» che ci riporta alla condizione di
pace e quiete vissuta nello stato prenatale.

Predisporsi al rispetto
Un proverbio eschimese dice: «Quando decidi di trasferirti in un altro Paese
porta con te le tue armi e tua moglie. Lascia dietro di te le leggi del posto da cui
provieni e accetta le leggi del popolo che ti accoglie». Lo ricordava spesso
Jacques Mayol, in quel suo modo sapienziale, da guru, che aveva di trasmetterti
la sua conoscenza del mondo.
Quando ci si avvicina al mare è sempre una buona regola ricordarsi di questo
proverbio. Lo stesso vale per la montagna, ovviamente, e per ogni altra
circostanza che ci porta a venire a contatto con la natura. Apparentemente
impassibile e indifferente alle vicende umane, la natura – sia essa un oceano
profondo o una vetta innevata, un deserto o una foresta – ha una forza superiore
che si deve rispettare. Così dev’essere il nostro rapporto con l’acqua, con il
mare: bisogna mettere da parte le leggi che vigono nel mondo terrestre e
predisporsi al mondo subacqueo.
Come abbiamo visto con il fenomeno del blood shift, la natura ci viene
incontro, se ci prepariamo in modo corretto a questa esperienza. Si innescano
automatismi fisiologici, il corpo si adatta e reagisce fisicamente e chimicamente
in modo sorprendente. Ma bisogna assecondarlo.

La compensazione
Di solito si pensa che ciò che più ci limita nella pratica di immersione in
profondità sia il tempo di permanenza sott’acqua senza respirare. Non è
assolutamente così. Nel mio record più profondo, quello a 150 metri nella
specialità dell’assetto variabile no limits, sono sceso e risalito in meno di tre
minuti. Sapevo che sarebbe stato l’ultimo mio tentativo in quella specialità,
quindi come si suol dire «me la sono presa con calma».
Sul fondo ho salutato e ringraziato i due sommozzatori in assistenza; poi, a 60
metri, ho lasciato il pallone che mi portava verso la superficie e ho continuato la
mia risalita a braccia, lentamente, per avere il tempo di guardare negli occhi i
miei angeli custodi e ringraziarli con uno sguardo o un gesto per tutto quello che
avevano fatto per me. Questo è possibile perché nelle prove no limits, in cui si
scende trascinati da una zavorra e si risale appesi a un pallone, non si fa quasi
alcuno sforzo fisico. Il mio miglior tempo in apnea statica è di 7’58”: in otto
minuti potrei teoricamente raggiungere i 400 metri di profondità.
Il vero limite da superare è quello della resistenza alla pressione idrostatica,
che si sente soprattutto sui timpani. Infatti, oltre alla cavità della gabbia toracica
(che come abbiamo visto, a profondità elevate resiste alla forte pressione esterna
grazie al sangue che viene richiamato dalla circolazione periferica per colmare il
vuoto lasciato dalla riduzione del volume polmonare), tutte le altre zone aeree
nel nostro corpo sono sottoposte all’effetto pressorio: l’orecchio è una di queste
e scendendo in profondità dovrà essere oggetto di particolari attenzioni.
Come abbiamo visto, più si scende in profondità più l’acqua esercita una
pressione maggiore sul nostro corpo: la membrana timpanica, che ha uno
spessore di 0,1 millimetri e una superficie di circa 85 millimetri quadrati, si
introflette progressivamente. A 150 metri di profondità ogni centimetro quadrato
di superficie del nostro corpo deve sopportare un peso di 16 chilogrammi e il
timpano, schiacciato verso l’interno, rischia di spaccarsi.
Per ristabilire la sua posizione normale bisogna eseguire una manovra di
compensazione. In questo caso non si attiva un fenomeno fisiologico di
protezione, come avviene con il blood shift per i nostri polmoni; siamo noi a
dover ripristinare volontariamente la posizione di equilibrio dei nostri timpani
attraverso una manovra specifica. La compensazione prevede lo spostamento di
aria dai polmoni alla tromba di Eustachio, quindi il riposizionamento del
timpano dalla posizione introflessa a quella naturale. Durante tutta la discesa,
dalla superficie alla massima profondità, si deve compensare ininterrottamente.
Tuttavia, come abbiamo visto, l’aria all’interno dei nostri polmoni si riduce
proporzionalmente all’aumentare della profondità e quindi della pressione. A
150 metri, per esempio, dove abbiamo 16 atmosfere di pressione, il volume
polmonare è pari a un sedicesimo di quello normale in superficie. Con i polmoni
in queste condizioni, grandi quanto una mela, è sempre più complicato
recuperare altra aria da mandare verso i timpani per effettuare la manovra di
compensazione.

La ricerca dell’equilibrio
A livello fisico la compensazione è dunque determinante nell’apnea. Ma in senso
più lato, da un punto di vista semantico e concettuale, tale tecnica non è altro che
una relazione di scambio tra un più e un meno, la ricerca di un equilibrio tra le
parti. Questa tendenza all’equilibrio totale, all’adattamento per eliminare
progressivamente le situazioni che sono in contrasto tra loro, fino
all’annullamento delle forze opposte, è l’essenza dell’apnea.
Nel mare, in profondità, senza respirare, ci si cala in una dimensione
particolare: viene a mancare la luce, si azzerano i rumori e la forza
gravitazionale agisce in modo completamente diverso. Si sente forte la pressione
sul corpo, i polmoni si ridimensionano, la circolazione sanguigna si riduce, il
cuore batte più lentamente. Le sensazioni di fatica, paura e schiacciamento
devono essere compensate a livello emotivo e mentale dal desiderio di
abbandonarsi, di lasciarsi andare in uno stato di quiete e rilassamento.
È questo il segreto dell’apnea, un segreto che si conquista, che fa scoprire un
mondo completamente diverso che non si vorrebbe mai più abbandonare; come
Elliot, il bambino protagonista del film E.T., che scopre il piccolo essere
extraterrestre e lo nasconde nella sua cameretta per viverne in modo esclusivo la
sua compagnia, per prendersene cura ogni giorno, con pazienza, attenzione e
dedizione.
L’apnea, vissuta in questo modo, diventa una pratica a cui tieni
profondamente, e che vorresti continuare a vivere. La spinta ad andare oltre il
limite, a stabilire il record, diventa secondaria. Ho smesso da quasi vent’anni di
gareggiare, eppure non riesco a immaginare una vita senza apnea. Pratico da
sempre la pesca subacquea, che mi regala molte emozioni: mi piace la sfida che
mi pone di fronte e mi piace cucinare il pesce che catturo. Ma anche qui ciò che
mi dà la più piena sensazione di benessere è sentire la colonna d’acqua sopra di
me, che mi sovrasta, il senso progressivo di profondità, la percezione del mutare
e dell’adattarsi del mio corpo.
Quando si usa la zavorra per scendere ci si lascia andare, non si fa alcuno
sforzo. Si sente il corpo svanire: gambe, braccia, tutto. Alla fine resta solo la
testa. Tutto si riduce alla testa. Il battito cardiaco è ridotto al minimo, lento, un
battito ogni quattro, cinque, sei secondi. Lo senti dentro la testa, fortissimo.
Un’esplosione: boom!

Come il primo respiro


Quando ho cominciato a praticare l’apnea non era ancora stata messa a fuoco
questa forte connessione tra la performance atletica e la preparazione mentale.
Oggi, dopo oltre trent’anni, è proprio l’indagine sul proprio corpo e sulla propria
mente, sulle proprie inespresse potenzialità, ad attirare maggiormente
l’attenzione di chi si avvicina a questa disciplina. Jacques Mayol è stato il primo
a interpretare le immersioni subacquee in apnea come strumento di conoscenza
del proprio essere, prima ancora che come sfida sportiva alle profondità. Ma
anche un personaggio non particolarmente «mistico» come Enzo Maiorca,
sfidando se stesso prima di ogni record, era riuscito a individuare nella
respirazione il punto essenziale della pratica apneistica.
Si potrebbero scrivere pagine e pagine per cercare di raccontare l’unicità
dell’esperienza di un’immersione, ma non sarebbe certo la stessa cosa di
provarla di persona. Non serve del resto andare a 50 metri di profondità, o
addirittura oltre. Queste sensazioni di pienezza, di riappropriazione della
conoscenza del proprio corpo attraverso il respiro nella fase di preparazione al
tuffo, e poi in immersione, la percezione della pressione, la trasformazione e
l’adattamento del proprio organismo, l’abbassamento del battito cardiaco, si
possono raggiungere anche a 10 o 20 metri di profondità.
Sotto il mare si ridiventa acquatici. Grazie all’allenamento si ritrovano
situazioni ancestrali che non pensavamo di poter rivivere, e ci si può riavvicinare
a questa specie di «paradiso perduto», non terrestre ma acquatico. In questo
modo si scopre che non solo l’apnea, ma tutto quello che la precede (le fasi di
respirazione e rilassamento mentale e fisico) può tornare utile anche per
affrontare con più consapevolezza di sé, psichica e corporea, la vita di tutti i
giorni.
Chi partecipa a un corso di apnea non lo fa certo per stabilire il record del
mondo: viene perché dopo una giornata di lavoro, stress e conflitti emotivi si ha
voglia di aprire una finestra del nostro corpo e cambiare aria, per scoprire che il
corpo nell’acqua trova la dimensione migliore per rilassarsi e vivere sensazioni
che pensava di non poter provare.
Questo è il bello dell’apnea.
3
Pressione, imprevisti, paure
La gestione delle difficoltà

NEL capitolo precedente abbiamo parlato della pressione, di quanto sia un fattore
fondamentale nell’immersione in apnea e di come il nostro corpo, in modo
automatico o indotto, attraverso il blood shift e la compensazione provveda ad
affrontarla, modificandosi e adattandosi.
Esistono tuttavia ben altri tipi di pressione alle quali, nella mia storia di atleta
e di recordman, ho dovuto far fronte. Non c’entrano con il variare della
pressione idrostatica legata all’incremento della profondità: sono di natura
diversa e riguardano in particolare la gestione delle emozioni. Anche in questo
l’esperienza sportiva può essere un buon modello di riferimento per altri campi
di azione e interesse.

L’avvicinamento al record
La preparazione di un record richiede un lungo e accurato percorso di
avvicinamento. Non si tratta semplicemente di arrivarci nelle migliori condizioni
fisiche e mentali, ma di saper trovare giorno per giorno le motivazioni giuste per
fare sempre un passo avanti. Il che, badate bene, non è esclusivamente un
miglioramento quantitativo, un incremento di quota di profondità o di resistenza
in apnea. Paradossalmente, per trovare l’equilibrio necessario a tenere alta la
concentrazione e la determinazione verso il raggiungimento dell’obiettivo finale,
a volte è utile dimenticarsi l’obiettivo. Il rischio infatti è quello di trasformarlo in
un’ossessione, oppure nella meccanica ripetitività delle tabelle di allenamento, di
inaridire la motivazione, la spinta ideale verso il traguardo.
Più la data del giorno stabilito è lontana, più nel percorso degli allenamenti
esiste il pericolo di andare a logorare l’aspetto psicofisico, a causa della noia e
della ripetitività, e di allentare l’intensità dell’allenamento stesso.
Il mio allenatore, Massimo Giudicelli, nella sua meticolosa pianificazione,
cercava di evitare la routine. Gli allenamenti erano massacranti: nelle fasi di
massimo carico duravano anche sei ore al giorno. Massimo mi invitava ad
andare alla ricerca di obiettivi intermedi e, soprattutto, a provare a ogni
immersione lo stimolo della scoperta di qualcosa di nuovo. Mi incoraggiava a
sperimentare nuove tecniche e ad analizzare gli effetti su di me: per esempio,
testare diversi modi di compensazione per capire quale potesse essere quello a
me più congeniale, anche per poter avere a disposizione, in caso di necessità,
soluzioni alternative a cui ricorrere nelle più varie circostanze.
Nel 1991 un’équipe medica seguiva i miei allenamenti e mi sottoponeva a test
per due o tre ore al giorno. Un giorno programmarono dieci immersioni ripetute
a 50 metri. Avrebbero monitorato le mie prestazioni con un holter, effettuando
elettrocardiogrammi in profondità. Inoltre, a ogni uscita dai miei tuffi mi
avrebbero fatto un prelievo dei gas espirati. Massimo mi disse che quelle due ore
«dedicate alla scienza» non dovevano rappresentare una perdita di tempo: voleva
trasformare quell’esigenza in un’opportunità e mi chiese, per ognuno di quei
tuffi, di compensare con una tecnica diversa.
Voleva sempre che scoprissi, che esplorassi mondi sconosciuti. Era il suo
mantra: allenati per migliorare la tua prestazione ma anche la tua conoscenza.
Solo così sfuggirai alla routine. A volte non capivo cosa intendesse, quindi mi
portava degli esempi. Sosteneva che se da sempre si compensa in un certo modo,
non significa che quello sia l’unico, o il migliore, per compensare, e finché non
ci porremo come obiettivo quello di inventare o scoprire nuove tecniche, forse a
queste novità ed evoluzioni non ci si arriverà mai; nella compensazione come in
qualsiasi altro ambito. Questo approccio non aveva solo l’obiettivo di migliorare
la performance. Secondo lui, introducendo nuove tecniche avrei lasciato un
segno indelebile nel mio mondo, sarei rimasto un punto di riferimento in questa
disciplina anche dopo il mio ritiro, quando altri avrebbero superato le mie misure
e i miei record.
«Arriveranno sicuramente quelli che faranno meglio di te, e allora la più
grande soddisfazione sarà proprio quella che chi ti avrà battuto sarà partito dal
segno che tu hai lasciato, da quello che in questo sport hai insegnato. E se sarà
così non sarai mai dimenticato», mi diceva.
I record passano, il modo in cui si arriva a batterli resta: «Quando si supera un
limite, quando si vince una gara, si mette sempre in gioco il proprio talento. Ma
può non bastare per lasciare un segno nella storia. Non basta centrare il bersaglio
per dire di essere i migliori. I veri campioni, quelli che al talento uniscono la
genialità, puntano a bersagli che gli altri neppure riescono a immaginare».
Massimo mi stava insegnando la mentalità vincente, che credo sia qualcosa di
più di uno strumento per arrivare al successo, al risultato. È una pratica che ha a
che vedere con l’etica personale e con quello che uno può, o deve, aspettarsi da
se stesso e dagli altri.

Alla ricerca dei traguardi intermedi


Così ho evitato che anche un lavoro necessariamente impostato sulla gradualità e
sulla durata si trasformasse proprio in quello da cui ero scappato il giorno dopo
la mia laurea in informatica: una tranquilla routine. Se avessi ritrovato in palestra
e in mare la stessa ripetitività e gli stessi automatismi che avevano
contraddistinto la mia esperienza del lavoro d’ufficio, nel laboratorio in Italtel
per la mia tesi di laurea, sarei scappato a gambe levate.
Massimo mi spingeva quotidianamente a cercare e fissare obiettivi intermedi:
in questo modo la distanza dal traguardo finale si spezzettava in tante mete
graduali grazie alle quali commisurare le mie capacità, avendone un riscontro
parziale ma immediato. In altri termini, lavorare con Massimo è stata
un’esperienza che univa uno scrupoloso percorso di preparazione fisica e atletica
allo stimolo a innescare la fantasia, l’immaginazione e l’intuito, partendo
dall’esperienza fin lì elaborata per tenermi lontano dallo sterile perseguimento
del limite inteso solo come quantità.
I numeri rompono le scatole, ricordate? E allora spesso era meglio
dimenticarseli, i numeri, e concentrarsi su altri dettagli, magari per scoprire solo
dopo che il limite a cui pensavi di dover ancora arrivare l’avevi già raggiunto,
libero dalla pressione emotiva di dovergli attribuire troppa importanza.
Solo più tardi, avvicinandomi ed entrando in stretto contatto con l’approccio
tutto mentale e quasi filosofico di Jacques Mayol, mi resi conto di quanto questa
mia prima fase di formazione non esclusivamente atletica all’apnea mi sarebbe
servita nel corso della mia carriera di recordman. E poi ancora di più, quando,
terminata l’attività agonistica, ho iniziato a trasferire, oltre alla mia tecnica, la
mia esperienza umana per formare altri apneisti.

Molto più di un allenatore


Nella dozzina di anni in cui mi ha seguito e allenato, Massimo è stato più di un
semplice allenatore: non solo uno scrupoloso programmatore e uno straordinario
organizzatore di situazioni complesse, ma anche un formatore, forse senza che
nessuno dei due se ne rendesse conto. Ha cambiato profondamente il mio modo
di essere atleta e soprattutto uomo.
Quando lo incontrai ero nel pieno della mia esuberante giovinezza, un mix di
voglia di spaccare il mondo e ingenuità. Sapevo di dover imparare ancora tutto –
ed era quello il motivo per il quale avevo lasciato Busto Arsizio e le comodità di
un servizio di leva militare a quattro passi da casa – ma ero insofferente alla
routine, alla regolarità delle circostanze. Mordevo il freno, perché sentivo dentro
di me la forza e la determinazione, ma anche un’inquieta impazienza, che mi
spingevano a dare di più per raggiungere obiettivi che volevo ottenere il più in
fretta possibile. Molto probabilmente tutta quella potenziale energia da «cavallo
selvaggio» sarebbe andata dispersa, o male indirizzata, se non avessi incontrato
Massimo. Lavorare per otto, nove mesi avendo come riferimento delle semplici
tabelle di allenamento che prevedono esercizi e immersioni finalizzate al
progressivo raggiungimento dell’obiettivo che ci siamo posti può essere
un’esperienza alienante. È facile ritrovarsi dopo poche settimane con la voglia
sotto i tacchi e l’entusiasmo azzerato.
Bisogna evitare di considerare l’obiettivo troppo lontano nel tempo e non
farsi quindi coinvolgere emotivamente, ma allo stesso tempo bisogna evitare il
pericolo opposto, ovvero entrare troppo presto nella fase adrenalinica che
anticipa la prestazione, con l’effetto di bruciare troppe energie fisiche e
psicologiche prima del necessario. Ecco, Massimo Giudicelli mi ha insegnato a
inquadrare con il giusto fuoco l’obiettivo, sapendo che, per l’appunto, il fuoco
dev’essere continuamente regolato nell’approssimarsi del traguardo finale.
Soprattutto mi ha sollecitato, giorno per giorno, tuffo dopo tuffo, ad affrontare
le cose sempre in modo differente, cercando la varietà dell’azione, la qualità
dell’esperienza, la curiosità della scoperta. A non dare mai per scontati i risultati
ottenuti il giorno prima, ma nello stesso tempo ad archiviarli come un vissuto
«intelligente», ma mai compiuto o fine a se stesso.

Emoglobina e bistecche
Si dice sempre che la cosa più difficile per un atleta non sia raggiungere il
grande risultato per cui ci si è impegnati a lungo, bensì la capacità di mantenere
quello standard di eccellenza nel tempo, che è la vera dimensione che
contraddistingue un campione.
L’anno più importante nel mio percorso sportivo è stato il 1991, quando, dopo
essermi rivelato l’anno prima con il record in assetto costante, ho dovuto
dimostrare a tutti che non ero una meteora, un fenomeno di passaggio. Per
sancire il mio potenziale e il mio talento, quell’anno ci ponemmo un obiettivo
molto ambizioso, anzi tre! Ci saremmo allenati per conquistare tutti e tre i record
mondiali nelle diverse specialità dell’apnea profonda. All’inizio di quel fatidico
1991, infatti, Pipín aveva fallito il tentativo di superare il mio primato in assetto
costante (–65 metri), ma aveva portato il record dell’assetto variabile da –87 a –
92 metri.
Normalmente la preparazione parte a fine novembre dell’anno precedente,
circa dieci mesi prima dei tentativi di record. È un periodo lungo e complesso, in
cui agli allenamenti di preparazione atletica e condizionamento fisico si
sommano quelli in piscina, in profondità, di respirazione e yoga. Dopo l’estate
però ero pronto, e in ottobre vennero stabilite le date dei tre tentativi di record
mondiali.
Come spesso capita, il percorso nasconde insidie e difficoltà impreviste. Dopo
aver battuto il record a –67 in assetto costante, una troupe medica mi raggiunse
per sviluppare un programma di ricerca sugli adattamenti umani in profondità e
monitorare dal punto di vista scientifico le mie prestazioni. Infatti stavo
continuando i miei allenamenti in profondità per i record in assetto variabile e no
limits. La sorpresa fu che dopo alcune analisi del sangue scoprirono un
preoccupante calo dei valori dell’emoglobina: rispetto ai normali 15-16, avevo
circa 9 grammi per decilitro, un numero molto basso che può causare un forte
senso di spossatezza e fatica.
Io, tuttavia, continuavo ad allenarmi senza alcun sintomo di malessere; anzi, i
miei allenamenti andavano a gonfie vele, gli incrementi di quota erano migliori
del previsto e io, all’uscita da ogni tuffo, stavo benissimo.
I medici non si capacitavano: con quell’emoglobina così bassa, secondo loro,
avrei potuto a malapena scendere dal letto. In attesa di capirci qualcosa di più dal
punto di vista fisiologico, per compensare quella strana carenza il mio staff mi
obbligava a mangiare ogni giorno enormi bistecche; con mio dispetto, peraltro,
dal momento che da sempre non sono un grande appassionato di carne. Un
giorno io e il Corsaro eravamo in macchina sulla strada da Capoliveri a
Portoferraio. Davanti a noi viaggiava un furgone con cella frigo per trasporti
alimentari. All’uscita da una curva imboccata con un po’ troppa foga, si spalancò
il portellone che, evidentemente, l’autista non aveva chiuso bene: dalla guidovia
della cella frigorifera si sganciò un quarto di manzo che finì sull’asfalto. Il
Corsaro con una sterzata fece appena in tempo a evitarlo, ma subito dopo
inchiodò l’auto a bordo strada.
«Corsaro, cosa fai? Guarda che dobbiamo avvertire il macellaio che ha perso
un pezzo!» gli dissi io.
Il Corsaro mi guardò e poi mi rispose: «Te se’ matto! Codesto l’è il Signore
che ce l’ha mandato, con tutte le bistecche che ci costi! Da’ retta a me: scendi e
caricalo in macchina. Questo ce lo portiamo a casa noi!»

Ascoltare il proprio corpo


Oltre al Corsaro, e al suo senso pratico, per fortuna al mio fianco c’era anche
Jacques Mayol. Fu lui a dirmi di non dare troppo peso a quello che dicevano i
medici e alle loro analisi. Meglio ascoltare il corpo, e soprattutto la mente. «I
dottori non capiscono certe cose. La scienza ancora non sa spiegare tutto quello
che succede al corpo umano quando scendi a quelle profondità.»
Il grande Mayol sosteneva che la differenza tra apneisti stava tutta qui:
acquisire una nuova dimensione che alla forza e alla preparazione atletica
associa la giusta predisposizione mentale. Secondo lui io ero pronto a fare il
salto di qualità, anche se le mie analisi del sangue me lo avrebbero sconsigliato.
Jacques aveva ragione.
Dopo il record in assetto costante stabilii infatti anche quello in assetto
variabile (–95 metri) e nel no limits (–118 metri). Quando riemersi in superficie
da quest’ultima prova, sabato 26 ottobre 1991, nel trambusto dell’esultanza
collettiva di amici e addetti ai lavori, vidi un signore già in là con gli anni che a
larghe bracciate nuotò verso di me, mi raggiunse, mi abbracciò e rise felice. Era
Jacques Mayol, che mi disse: «Sono ‘profondamente’ fiero di te!» Quale
migliore investitura per un giovane uomo di appena ventisei anni? Sono il
recordman mondiale di tutte e tre le specialità, e ricevo i complimenti di Mayol:
sono forse davvero il più forte apneista al mondo?

Con i piedi per terra (anche sott’acqua)


Per farmi ricordare che non era così, successero due cose. Dopo l’ultimo record,
sulla barca del Corsaro, nell’entusiasmo generale, qualcuno pensò bene di
spingermi in mare. Non avevo il cappuccio della muta, caddi in mare, il mio
orecchio impattò sulla superficie dell’acqua e il conseguente colpo d’ariete mi
sfondò un timpano. Ero appena risalito da –118 metri di profondità sano come
un pesce e mi feci male per colpa di un tuffo maldestro! L’incidente mi costò tre
mesi di inattività lontano dall’acqua.
Ma a riportarmi con i piedi per terra ci pensò anche Massimo Giudicelli. La
sera dopo il terzo record, prima dell’inizio dei festeggiamenti, mi chiese di
seguirlo perché mi voleva parlare a quattr’occhi. Ci allontanammo dal resto della
squadra e dagli amici e mi disse: «Complimenti per quello che hai e che abbiamo
fatto fino a oggi. Sei stato grande, e vedrai che il timpano si sistemerà al meglio
e tornerai a compensare meglio di prima.
«Ma non è il timpano che mi preoccupa. È piuttosto il potenziale
atteggiamento che potresti avere all’inizio della prossima stagione. Ricordati che
quelli che hai appena superato, domattina saranno in acqua per colmare il divario
che c’è tra te e loro. Quindi tu, già da domani, ti devi dimenticare quello che è
successo. Riparti da zero. Non pensare di essere il campione, il recordman,
quello che ha vinto ‘tutto quello che c’era da vincere’. Ritorna in acqua con lo
stesso entusiasmo della prima volta, con la stessa determinazione e cattiveria che
sono necessari per affrontare un lungo periodo di allenamento. Ritorna con la
voglia di sacrificarti, ma anche con la smania di scoprire nuove cose e
conquistarne altre ancora diverse».
Anche questo era Massimo: tutte le volte che insieme abbiamo raggiunto un
risultato, conquistato un traguardo o superato un limite, mi spronava a non
adagiarmi sugli allori.

Il valore del sacrificio


Oltre al senso molto relativo dei record e all’etica dell’impegno, come rispetto di
se stessi e di quelli che lavorano con te, Massimo mi ha insegnato il valore del
sacrificio, l’importanza della capacità di sopportazione della fatica, la resilienza,
senza mai ricorrere alle prediche. Lui agiva, creava la situazione e mi portava a
riflettere.
Un giorno, al termine di un allenamento, sentivo un freddo terribile: era fine
ottobre, tirava un vento gelido di tramontana e vestivo una muta sottile da 3
millimetri che non riusciva ad asciugarsi. Tremavo, letteralmente. Chiesi che si
facesse in fretta a ritornare in porto perché sentivo di non poter resistere ancora a
lungo. Massimo mi guardò dritto negli occhi e com’era suo solito disse poche
ma essenziali parole: «Devi abituarti al freddo. Quando sei là sotto, in
profondità, avrai molto più freddo. Non puoi lamentarti di una muta bagnata».
In un’altra occasione eravamo in trasferta in Giappone per una competizione
internazionale. Ero partito con due borsoni, uno dei quali riempito di buon cibo
mediterraneo: olio, pasta, sughi e così via. Una volta in hotel salii con Massimo
in camera. Quando iniziai a svuotare le mie valigie, con immenso stupore vide
che quello che usciva da una delle due borse non erano pinne, maschere e mute
ma ottimo cibo italiano. Anche quella volta mi guardò con aria severa e mi
chiese come avrei potuto controllare una situazione di stress, fatta di condizioni
avverse, tifo contrario e tensione pre-gara se non ero capace di resistere per poco
più di una settimana mangiando qualcosa che non mi piaceva.
Massimo non faceva prediche, buttava lì le parole, le sue idee, senza fare
sermoni o processi. Questo non voleva dire che sentirmi dare del pappamolla
viziato mi facesse piacere. Al momento ci rimanevo male: che gran rompipalle,
pensavo. Poi, a mente fredda, realizzavo che aveva sempre ragione lui.
Potrei raccontare decine di questi aneddoti. Non sempre capivo dove volesse
arrivare. Quando il tuo allenatore ti dice che devi resistere e che va bene così,
che devi soffrire perché tutto questo un giorno tornerà utile, che la fatica o il
freddo o la paura non sono nulla rispetto a quello che arriverà, non capisci bene a
cosa tutto ciò possa portare. Ti senti abbattuto, un po’ frustrato, ti verrebbe
voglia di mollare tutto e andartene. Poi, però, tiri fuori l’orgoglio, la grinta, e
decidi di mostrargli cosa sei capace di fare… E così Giudicelli raggiungeva il
suo obiettivo!
Massimo non è stato soltanto un grande coach. Non mi ha solo migliorato
come atleta, mi ha cambiato come uomo, mi ha fatto crescere come persona e
soprattutto, con il senno del poi, dopo un po’ di anni trascorsi al suo fianco ho
capito che mi ha insegnato il vero valore del sacrificio, nello sport e di
conseguenza nella vita.
Tom Landry, giocatore e poi allenatore di football americano, diceva: «Un
allenatore è qualcuno che ti dice quello che non vuoi sentire, che ti fa vedere
quello che non vuoi vedere, in modo che tu possa essere quello che hai sempre
saputo di poter diventare». Ecco, Massimo è stato esattamente così!
Quando entri in acqua, in un contesto ufficiale per un tentativo di record,
magari con la diretta televisiva, l’adrenalina a mille e sicuramente in situazioni
logistiche e mentali ben peggiori rispetto a quelle a cui sei abituato nei normali
allenamenti, quando tutto diventa più difficile e qualche pensiero negativo inizia
a farsi largo nella tua mente, allora pensi a tutto quello che hai fatto per essere lì.
In quel momento ti arriva una carica impressionante, una motivazione unica, e
ritrovi un’energia che non pensavi minimamente di avere. Ricominci a vedere
tutto con occhi positivi, ti convinci che ogni piccolo inconveniente è superabile,
ritrovi il massimo delle tue potenzialità. In una parola, vai e vinci!
I materassi di Pizzolato
Lo spirito di sacrificio è una carta formidabile che si gioca nei momenti di
maggiore difficoltà, una specie di asso nella manica. Non ci si nasce: bisogna
conquistarlo un po’ alla volta, con fatica e determinazione.
Alcuni anni fa ebbi il piacere di assistere a una conferenza di Orlando
Pizzolato, uno dei più forti maratoneti degli anni Ottanta. Ha vinto per due anni
consecutivi, nel 1984 e nel 1985, la maratona di New York, oltre a una medaglia
d’argento ai Campionati Europei nel 1986, alle spalle di un altro grande
campione azzurro, Gelindo Bordin; più numerosi piazzamenti in altre maratone
prestigiose del circuito internazionale.
Mi colpirono molto alcune sue parole che volevano spiegare come si possono
trovare, soprattutto nei momenti di massima difficoltà, le risorse fisiche e
mentali che servono per uscire da una situazione di crisi. Pizzolato raccontava
delle sue origini. La sua era una famiglia umile: i genitori, a Thiene, in provincia
di Vicenza, facevano i materassai. Era una vita dura, senza orari. Da ragazzino
non aveva voglia di studiare, aveva in mente solo la corsa. Allora il padre gli
disse: «Va bene, corri pure. Però se non vuoi più andare a scuola, vieni a lavorare
con noi. Ti puoi allenare prima di venire in bottega».
E così ha fatto. Da ragazzo per anni si svegliava tre ore prima per avere il
tempo di allenarsi e poi presentarsi, puntuale alle otto, nel laboratorio di
materassi di famiglia. «Corsa e materassi. Una vita difficile!» diceva Orlando. E
ricordò poi che cos’era successo nella sua prima vittoria a New York.
L’edizione del 1984 viene ricordata negli annali come una delle più terribili.
L’organizzatore, oltre che mitico fondatore di uno dei più celebri appuntamenti
sportivi planetari, la definì «il disastro del 1984»: quel 24 ottobre la temperatura
a New York era incredibilmente alta, 26°C, ma quello che mise in croce gli oltre
16.000 partecipanti fu un tasso di umidità eccezionale: alla partenza si registrava
quasi il 95 per cento, una terribile cappa di piombo che avvolgeva l’intera città.
Orlando Pizzolato era alla sua seconda partecipazione; l’anno precedente
aveva chiuso al ventisettesimo posto, piazzamento che gli era valso l’iscrizione
per il 1984. Non partiva tra i favoriti, quindi, anche se sapeva di poter fare una
buona gara. Il caldo tropicale non lo disturbava, e tra la sorpresa di tutti a metà
gara si ritrovò in testa. Molti pensavano che fosse un fuoco di paglia e che si
trattasse solo di aspettare il fatidico muro dei 30 chilometri, perché i grandi
favoriti si mettessero alle costole di quell’italiano dal nome quasi
impronunciabile per i telecronisti americani: «Orlendo Pisolatou».
E infatti, come da copione, arrivò la crisi del trentesimo chilometro; il resto
della corsa fu una vera e propria via crucis. Orlando poteva ancora contare su un
buon vantaggio sugli inseguitori, nonostante le ripetute soste per tenere a bada
nausea e crampi muscolari. A ogni rifornimento faceva razzia di bicchieri
d’acqua, non tanto per bere quanto per versarseli in testa e attenuare la
sensazione di calore che lo stava cuocendo a fuoco lento. Più volte si fermava,
portandosi le mani allo stomaco e voltandosi indietro per misurare quanto
vantaggio gli rimaneva. A due chilometri dal traguardo, mentre il più immediato
inseguitore, David Murphy, portandosi a soli 10 secondi di distacco mise nel
mirino Pizzolato, il telecronista che commentava la gara sentenziò: «Ciao
Orlendo!»
Sembrava la fine di un bel sogno. Pizzolato raccontò così quei momenti
cruciali della sua maratona: «Mi sentivo ormai i serpenti nello stomaco, e dopo
quaranta chilometri non sapevo dove trovare le energie sufficienti per coprire gli
ultimi duemila metri. L’unica cosa che mi venne da fare fu pensare a tutti i
materassi della mia vita, ai miei e a tutti quelli cuciti da mia madre e da mio
padre. Era il ricordo di una sofferenza più grande di quella che stavo vivendo in
quel momento. Con mia stessa sorpresa, ripresi a correre». Il suo vantaggio,
ormai esiguo sull’inseguitore, tornò a crescere: 10, 20, 40 secondi. Quando
tagliò il traguardo le gambe erano un tremito incontrollabile. Quasi per
dissimulare quello stato di estrema sfinitezza, s’inginocchiò e baciò l’asfalto. Le
condizioni ambientali erano così al limite che un concorrente francese venne
stroncato da un infarto. Orlando Pizzolato vinse quell’incredibile maratona
grazie al ricordo dei suoi materassi.

Ognuno ha i propri «materassi»


Ecco, anch’io nei momenti di maggior difficoltà tiro fuori i miei «materassi».
Quando sono a un passo dal momento cruciale di un’immersione, pochi istanti
prima di fare la capovolta e scivolare di sotto, penso a tutto quello che ho messo
alle spalle, alle rinunce fatte per potermi preparare al meglio, a tutte le volte che
mi sono tuffato con il freddo e la tramontana che spazzava il mare. Tutto questo
mi aiuta a dare un senso a quello che sta per succedere, a trovare quella
motivazione ed energia residua che all’ultimo momento temi di non riuscire più
ad avere.
Ma non solo gli sportivi, gli atleti e i campioni hanno i loro «materassi» a cui
pensare nel momento critico di una performance. Capita a tutti di chiedersi il
perché, di domandarsi «Chi me lo fa fare?» di fronte alle difficoltà di un lavoro o
di un impegno che paiono insormontabili o insopportabili. Eppure in quei casi
facciamo appello alle risorse più impensate per andare avanti e «scalare la
montagna» ai cui piedi siamo arrivati: pensiamo alla strada compiuta per arrivare
fino a lì, alle rinunce, ai sacrifici, al tempo faticosamente sottratto alle persone a
cui vogliamo bene o alle cose che più ci piacerebbe fare. E capiamo che sarebbe
ancora più assurdo e insensato fermarsi proprio adesso, rendendo vani tutti gli
sforzi e il tempo dedicati a perseguire un obiettivo che in quel momento ci
spaventa.
Sono quelle le circostanze in cui tornano buoni i «materassi», non per
adagiarsi sugli allori ma per prendere un’insospettata spinta verso l’obiettivo.

La gestione dell’imprevisto
Tra i fattori di stress cui ho dovuto spesso far fronte nella preparazione e nella
realizzazione dei record, c’è stata la gestione dell’imprevedibilità meteorologica,
un’incognita che può giocare brutti scherzi. E io – saranno state le probabili
macumbe che mi indirizzava Pipín! – dal 1993 in poi non ho mai realizzato un
record in cui ci fossero condizioni meteo favorevoli. Voglio raccontare solo due
di queste esperienze e di come ho dovuto fare i conti con continui e snervanti
cambiamenti di programma.
Nel 1993 decido di andare all’attacco del record no limits che nel frattempo,
dopo il 1991, è tornato nelle mani di Pipín. L’obiettivo è scendere a –123 metri.
Il campo gara è sempre il mare dell’Elba, con la mia squadra ormai collaudata da
tre anni. Sperimentiamo però alcune novità tecniche. Per esempio, questa volta
ricorrerò a una slitta-zavorra che mi consentirà di immergermi in piedi, con la
testa in alto e faciliterà la manovra di compensazione, dal momento che l’aria
immagazzinata nei polmoni tende naturalmente a salire verso l’alto.
Tuttavia, questa nuova zavorra nelle prime settimane di allenamento crea non
pochi problemi: una volta non funziona il dispositivo per il gonfiaggio del
pallone per la risalita; un’altra è il pallone a sganciarsi in modo anomalo; le
correnti poi rendono instabile l’assetto della zavorra, il che provoca sgradevoli
effetti di sbilanciamento; un curioso effetto di aquaplaning tra il cavo e il
sistema frenante rende difficoltose le operazioni di frenata, situazione da
prevedere in caso di eventuali problemi di compensazione o altro. Insomma, la
messa a punto della nuova slitta-zavorra ci fa perdere il passo sulla tabella di
marcia. Massimo allora cambia programma: mentre si approntano le modifiche
necessarie allo strumento, mi chiede di impegnarmi in una lunga serie di
allenamenti in assetto costante. Ritiene infatti, e con ragione, che la preparazione
in questa specialità, in cui l’apneista scende e risale spinto solo dalle sue gambe,
senza l’aiuto di braccia, palloni, zavorre e via dicendo sia la migliore per
garantire all’atleta di acquisire tranquillità e sicurezza fisica e mentale anche in
tutte le altre specialità.
Finalmente i problemi tecnici sembrano risolti, ma nel frattempo a cambiare
sono le condizioni meteorologiche. Il 1° ottobre, in conferenza stampa, subito
dopo il cerimoniale della misurazione del cavo con i giudici e i commissari
internazionali, viene annunciato ufficialmente il limite da raggiungere: –123
metri.
Ed ecco l’imprevisto. L’indomani il mare è in tempesta: forza 8 di libeccio, e
le condizioni non migliorano neppure nelle giornate successive, al punto da
permettermi di fare solo qualche sessione di allenamento. Fortunatamente il no
limits richiede molta meno condizione fisica, poiché non prevede quasi alcuno
sforzo muscolare. Passo però quattro giorni di completa inattività, e l’energia che
viene meno è inversamente proporzionale allo stato di nervosismo che mi assale
a ogni rinvio. Nonostante tutto mi devo tenere pronto, come se il giorno dopo
potesse essere quello buono. Mangio pochissimo e dormo ancora meno. In
questo caso la vicinanza di Mayol, con il suo atteggiamento da filosofo fatalista
– «Se a un problema c’è rimedio, non ti arrabbiare. Se non c’è rimedio, non ti
arrabbiare» – non mi è di molto aiuto.
Finalmente c’è una schiarita, così, dopo tutti quei giorni senza entrare in
acqua, torno in mare per un allenamento intorno ai 100 metri. Ma niente da fare,
nel pomeriggio il tempo si rimette al brutto. A questo punto non posso rimandare
a un’ulteriore uscita il mio allenamento per puntare ai –115 metri: decidiamo
quindi di provare al calar del sole, quando il moto ondoso si sarà un po’ calmato.
Fa freddo ed è buio. Vengono applicati dei fari alla zavorra per illuminare il
mio passaggio. I profondisti in assistenza sanno che in quelle condizioni
dovranno poi affrontare una decompressione al buio completo per circa tre ore.
C’è molta tensione, ma io mi sento pronto e do il via al conto alla rovescia.
Scendo come una torcia che illumina l’abisso più nero, e chi mi sta a guardare,
facendo attenzione che vada tutto bene, mi dirà che è stata un’immersione
perfetta.
L’allenamento è andato bene; non resta che sperare che domani, domenica 10
ottobre, il tempo regga. E invece, ancora una volta, il meteo sembra averci preso
di mira: tira uno scirocco infernale e il mare è tutto una schiuma. La squadra
aspetta a bordo dello Squalo, l’imbarcazione più grande che, preso il posto del
Corsaro, consente di rimanere al largo di Punta Calamita anche quando c’è mare
grosso. Il vento non si placa, e sono allo stremo delle forze e nervosissimo.
Nel pomeriggio annuncio a tutti – la squadra, i giudici, i giornalisti e l’équipe
medica – che se l’indomani le condizioni non cambieranno rinuncerò al
tentativo. So che significa mandare all’aria dieci mesi di preparazione e un’intera
stagione agonistica, ma da un punto di vista mentale sono al limite e non potrei
resistere oltre. Però proprio in quelle ore ci viene in mente la soluzione. Dallo
Squalo si vede in lontananza, a sud, in mezzo alle onde alte, la sagoma scura e
alta dell’isola di Montecristo, resa celebre dal romanzo di Dumas, i cui fondali
profondi e le pareti strapiombanti potrebbero fare al caso nostro. A differenza
dell’Elba, infatti, si può trovare sufficiente profondità molto vicini alla costa,
quindi protetti dal vento.
All’alba della mattina seguente salpiamo verso Montecristo e dopo quattro
ore di burrascosa navigazione gettiamo l’ancora a Cala Maestra, protetta dal
moto ondoso e con un fondale sufficientemente profondo per farne l’ideale
campo di gara di quella giornata. Scortati dalla motovedetta della Guardia
Costiera – i fondali di Montecristo fanno parte di una riserva naturale integrale –
nel pomeriggio siamo pronti per il tentativo di record. Siamo stati a un passo
dall’annullarlo ma finalmente il momento è arrivato.

Tecniche di visualizzazione
Era l’atto finale di una lunghissima preparazione psicofisica, un lavoro di
squadra articolato e complesso, reso ancora più difficoltoso dalle situazioni
meteorologiche degli ultimi giorni. Non potevo certo dire che fossi arrivato nelle
condizioni migliori: non avevo in me quella sorta di nirvana, di tranquillità
interiore e senso di sicurezza assoluti di cui sarebbe auspicabile godere prima di
un passo così impegnativo. Ma sapevo quello che dovevo fare, cioè isolarmi,
rilassarmi e concentrarmi sull’obiettivo. Da un lato andare alla ricerca della mia
storia personale, delle motivazioni più profonde, quelle che mi avevano portato
fino a lì; dall’altro ripercorrere quello che mi aspettava: si chiama «tecnica di
visualizzazione», ed è un potentissimo strumento immaginativo per trovare la
migliore concentrazione poco prima di entrare in azione.
Si tratta di un esercizio di creatività mentale che proietta virtualmente dentro
di noi ogni dettaglio dei gesti che stiamo per fare. Lo si pratica a integrazione e
affiancamento del costante allenamento fisico, ma serve anche a favorire il
processo di apprendimento di determinate tecniche e, ripercorrendole
mentalmente, a correggere i propri gesti motori. Soprattutto, nell’imminenza di
un impegno agonistico, visualizzare la sequenza di azioni che ci si accinge a
compiere serve ad aumentare la concentrazione, eliminando i fattori di
distrazione, a potenziare l’autostima, ripercorrendo esperienze che la nostra
storia personale conferma che siamo in grado di affrontare con successo, e a
mettere un argine all’ansia da prestazione, ricreando un senso generale di
benessere fisico.
Quel pomeriggio dell’11 ottobre 1993, in vista delle pareti scoscese di Cala
Maestra, al riparo dalla burrasca che sferzava il Tirreno, afferrai la zavorra e mi
lasciai trascinare sul fondo. E sentii la certezza che avrei «timbrato il cartellino»
alla profondità prevista. In effetti andò così, e il giorno dopo mi meritai un titolo
di due colonne di spalla sulla prima pagina della Gazzetta dello Sport.

–150: un record simbolico


Anche il record dei –150 metri no limits, conquistato nel 1999 nel mare di
Portofino, fu ottenuto in condizioni estreme, ma questa volta non solo per il
mare agitato. I –150 erano un limite che avevo a lungo sognato e immaginato, e
avevano per me un valore particolare. Il primo a scendere sotto i 50 metri era
stato Maiorca, mentre il muro dei 100 era stato infranto da Jacques Mayol.
Volevo che il record dei 150 metri venisse affiancato dal mio nome: Umberto
Pelizzari. Perché ci sono record e record: delle misure intermedie ci si può anche
dimenticare, ma ce ne sono altre, tonde e simboliche, che invece restano nella
storia.
Ottobre 1999. Il programma era ambizioso: come già successo nel 1991, nel
giro di pochi giorni avrei dovuto realizzare un filotto di record su tutte e tre le
specialità dell’apnea profonda. Lunedì 18 avevo fatto segnare la nuova misura in
apnea in assetto costante, –80 metri, togliendo il primato al cubano Alejandro
Ravelo, che l’anno prima aveva stabilito un contestatissimo –76, dal momento
che era riemerso in uno stato di evidente sincope, fatto che comunque non aveva
impedito alla giuria del CMAS (Confédération Mondiale des Activités
Subaquatiques) di ratificare il risultato.
La mia era stata una discesa perfetta, proprio come me l’ero visualizzata
pochi minuti prima di chiamare il conto alla rovescia dei cinque minuti, fare
l’ultimo profondissimo respiro e poi immergermi nel blu: la capovolta e la spinta
decisa di gambe fino ai 35 metri.
Poi smetto di pinneggiare e scendo in caduta libera, seguendo il cavo che
tiene fissato, a 80 metri, il cartellino bianco da staccare: il mio traguardo.
Mantengo una posizione il più possibile idrodinamica, il minimo movimento del
palmo delle mani mi fa da timone. Ecco il limite, lo vedo, lo tocco, lo afferro, lo
strappo via: 80 metri sotto il livello del mare.
Ora che quel limite sta letteralmente nel mio pugno, posso ricominciare a
salire. Finora tutto bene, ma mi aspetta la parte più dura e difficile: chiudo gli
occhi, devo mantenere la concentrazione, la pinneggiata fluida e veloce. Anche
se le gambe si fanno sempre più dure gioco con la mente, rassicurandomi che il
movimento è quello di prima, fluido e veloce. Mi parlo e mi convinco che quel
tuffo a –80 metri l’ho già fatto una decina di volte, quindi perché non dovrei
farlo ora?! Addirittura, secondo la «filosofia di allenamento» di Massimo, ho già
toccato anche i –81 e –82 metri. A –40 non devo pensare che sono solo a metà,
ma già a metà della risalita. E quando buco con la faccia il pelo dell’acqua, la
mia gioia esplode. Sono felice e molto soddisfatto, non solo per la vittoria ma
anche perché ho incrementato di ben 4 metri il record precedente, un fatto
abbastanza inedito nella progressione dei limiti stabiliti in assetto costante.
Non c’è tempo da perdere in festeggiamenti. Il programma prevede che dopo
un paio di allenamenti di avvicinamento alla misura (il martedì e il mercoledì) e
un giorno di riposo (il giovedì), venerdì 22 ottobre io vada all’attacco del record
dei –125 metri in assetto variabile. Dopo due allenamenti, soprattutto grazie alla
preparazione in assetto costante, sono già a quota record, ma il giovedì si leva
una gran burrasca, con onde alte fino a 7 metri. L’Anteo, la grande nave
d’appoggio della Marina Militare che ci assiste per l’occasione ed è ancorata a 7
miglia al largo di Portofino, è costretta a riparare nel porto di Genova. Le
previsioni meteo non sono incoraggianti: nei giorni seguenti ci sarà un continuo
susseguirsi di perturbazioni. È stata persino allertata la Protezione Civile.
Dobbiamo rivedere i nostri programmi. Nella riunione del team, su
indicazione del comandante dell’Anteo, ci rendiamo conto che sarà impossibile
tentare i due record in programma. Bisogna scegliere: o il variabile o il no limits.
Indipendentemente dalla scelta della specialità, il tentativo di record sarà
effettuato nella finestra di passaggio tra le due forti perturbazioni in arrivo,
quando il mare dovrebbe calmarsi un po’. Io propendo per puntare tutto sul no
limits e tentare i –150 metri. Alcuni però esprimono perplessità: sono già pronto
per l’assetto variabile, e in più sono ben tre anni che non mi cimento nel no
limits.
Devo assolutamente riprovare in allenamento la manovra di apertura del
pallone di risalita, ma soprattutto la compensazione dai 120 ai 150 metri. Inoltre
l’incremento che voglio tentare è notevole: il limite da battere è –138 metri, e 12
metri sono un bel salto, soprattutto senza poter contare su un allenamento
graduale. Insisto: come ho già detto, per me quella misura ha un valore
«profondamente» simbolico e sento di potercela fare.

La rottura del timpano


La sera di venerdì 22 ottobre, sfruttando un lieve miglioramento delle condizioni
meteo, l’Anteo riguadagna la rada al largo di Portofino e io posso effettuare, di
notte, con condizioni meteomarine leggermente migliori, l’unico allenamento. Il
programma prevede un’immersione a –130 metri, che è anche la quota in cui
dovrò effettuare l’ultima compensazione del no limits.
Decidiamo di fermarci lì, e di non scendere a quote superiori perché quella
profondità sarebbe stata sufficiente a testare la compensazione, ma anche per
evitare di costringere i sommozzatori in assistenza a due ore in più di
decompressione prima di risalire. (Più avanti, quando vi parlerò della mia
squadra di subacquei e della loro importanza, vi spiegherò cos’è la
decompressione.) Abbiamo a disposizione poco tempo e dobbiamo rischiare.
Intorno alle dieci di sera salgo sulla slitta-zavorra che mi porterà a 130 metri. Il
buio è totale e i fari dell’Anteo puntano proprio sulla zona di mare in cui sto
effettuando gli ultimi esercizi di respirazione e rilassamento. Sulla mia muta e
sulla slitta sono posizionate delle barrette fluorescenti colorate per permettere ai
miei uomini di assistenza di vedermi sott’acqua.
Do il segnale di partenza. Sprofondo nel nero più assoluto del mare,
accompagnato solo dalle luci colorate delle starlights. Tutto va per il meglio e la
zavorra mi trascina senza problemi alla quota stabilita. Qui devo compensare,
fermarmi per trenta secondi, effettuare la manovra di gonfiaggio del pallone e
poi iniziare la risalita. Succede però qualcosa di strano. Sento di non riuscire a
portare aria al timpano sinistro. Riprovo ma continua a non succedere nulla.
Allora tento un’ultima compensazione, spingendo con più forza. Percepisco un
sibilo acuto. Non capisco bene cosa stia succedendo: non mi era mai capitato.
Non perdo la calma, attendo i trenta secondi prestabiliti e poi, dopo il segnale di
ok ai sommozzatori in assistenza, avvio la manovra di risalita. Il pallone si apre e
come una mongolfiera mi riporta in superficie.
Alla riemersione racconto al mio medico cosa è successo a –130, durante
l’ultima compensazione. Insieme al suo collega ufficiale medico dell’Anteo
andiamo in infermeria: a un primo controllo clinico dell’orecchio sembra che ci
sia solamente un arrossamento della membrana timpanica. Sono le quattro di
notte, rientriamo a terra alle cinque. Ci restano poche ore di sonno: la sveglia è
infatti prevista per le sette, nella speranza di poter riprendere il mare per tentare
il record. Vado a dormire con qualche perplessità: continuo a percepire una
strana sensazione nell’orecchio, come se i suoni esterni mi giungessero attenuati,
ovattati.
Dormo pochissimo e male. Al risveglio guardo fuori dalla finestra e vedo che
il mare è ancora molto mosso. L’Anteo ha mollato gli ormeggi e si è ridossata nel
porto di Genova. Niente da fare, il record è posticipato. La tensione per i
continui rinvii comincia a salire. Sono ancora poco convinto della diagnosi della
sera prima sul mio orecchio, e nell’attesa decido di andare in piscina a fare una
prova accompagnato da Giudicelli e Umberto Berrettini, il medico. Mi immergo
e, con la testa sott’acqua, compenso. In quel momento dal mio orecchio esce una
fila di piccole bolle che salgono verso la superficie. Massimo e Umberto
impallidiscono. Ora è chiaro: mi sono perforato il timpano.
Il medico è irremovibile: in quelle condizioni, per la letteratura medica e dal
punto di vista otorinolaringoiatrico, con un timpano bucato non è pensabile fare
un’immersione, tantomeno a quelle profondità. Si rischiano labirintiti, giramenti
di testa, perdita di equilibrio, vomito… e tutto questo a –150 metri! Ma io non ci
sto: non accetto che sia un minuscolo forellino nella membrana dell’orecchio a
fermarmi, dopo un’intera stagione di allenamenti passata a inseguire quel sogno,
un lavoro di squadra di dieci mesi e la mobilitazione della Marina Militare.
Mi tornano alla mente i racconti del Corsaro, che aveva conosciuto corallari
che si immergevano con il dito nell’orecchio per ovviare al problema della
pressione sui timpani bucati. Mi ricordo dei pescatori polinesiani, che ai propri
figli ancora piccoli foravano di proposito i timpani perché non avessero dolori
alle orecchie durante le apnee. Mi ricordo di Stathis Haggi, lo spugnaro greco
che quasi un secolo prima aveva recuperato l’àncora di una corazzata italiana a
Karpathos: non aveva forse un timpano forato e l’altro del tutto inesistente?
Spiego le mie motivazioni a Massimo e a Umberto. Sarebbero stati gli unici a
sapere del problema con cui mi apprestavo a tentare il record. Per un apneista la
lacerazione di un timpano è come la lussazione di un polso per un tennista o una
distorsione alla caviglia per un podista. Il fatto che quell’incidente mi sia
successo a –130 metri mi dà la sensazione di poter comunque raggiungere quei
20 metri in più.
Domenica 24 ottobre finalmente è tutto pronto, nonostante il mare sia ancora
molto agitato. Partiamo presto la mattina e con i grandi e veloci gommoni
impieghiamo un’ora per coprire le poche miglia che separano l’Anteo dalla
fonda al largo di Portofino. Mentre tutto viene approntato, io mi isolo sul ponte
più alto della nave. È un momento decisivo: come spesso mi diceva Mayol,
l’immersione comincia molto prima del tuffo. Vado alla ricerca della migliore
concentrazione: respiro, mi rilasso, faccio appello a tutte le motivazioni positive.
Oggi credo che sia stata proprio la determinazione a gestire la situazione
negativa che si era inaspettatamente creata a portarmi a lavorare al meglio a
livello mentale. Ho pensato ai miei avversari, che si sarebbero sfregati le mani
per il mio insuccesso; ho pensato a tutti gli uomini della squadra e a tutto quello
che avevano sopportato in quei mesi per affiancarmi nella preparazione; ho
pensato agli investimenti dei miei sponsor; ho pensato ai miei sacrifici e a quelli
fatti dai miei genitori tanti anni prima, ancora prima di sapere che io sarei stato
lì, quel giorno, a tentare un record davvero storico perché realizzato in
condizioni estreme, con un allenamento minimo, senza aver mai raggiunto prima
la quota stabilita e, soprattutto, con un timpano perforato. Ero così immerso in
questa sorta di training mentale che sono arrivato a visualizzarmi addirittura
senza un orecchio.
Tutto è ormai pronto. Scendo in acqua, evito immersioni di riscaldamento per
evitare di sollecitare e infiammare il timpano forato, ma soltanto un’apnea statica
in superficie di 4 minuti. Il mare è agitato. Quando mi sento pronto salgo sulla
zavorra e do il segnale dei 5 minuti alla partenza: il punto di non ritorno. Scorgo
tutti i sommozzatori in superficie che, uno dopo l’altro, spariscono sotto il pelo
dell’acqua per andare a coprire la quota loro assegnata.
Intanto continuo a parlarmi, a motivarmi positivamente, a caricarmi: stai
facendo la cosa giusta, non esiste mollare proprio ora… Sento Roberto
Sparnocchia annunciare lo zero. Devo partire. Do il segnale di sgancio e inizio la
discesa. Nei primi metri ho il freno inserito per ridurre la velocità. Con molta
cautela compenso: il timpano risponde bene, anche se qualche bollicina esce. E
questa è un’ottima cosa! Continuo a parlarmi. Sorrido, ritorno a vedere la
situazione positiva e caricatissimo mi dico: ho 9 litri d’aria nei miei polmoni,
non li finirò certo per qualche bollicina che esce a ogni compensazione.
Mollo il freno e riparto alla massima velocità. È una delle immersioni più
belle della mia vita. Arrivo a –150 metri. Sono l’uomo più felice del mondo.
Guardo negli occhi Massimo e Alberto che mi stanno aspettando a quella quota.
Stringo il pugno e faccio loro un segno di vittoria. Mi indicano di ripartire. Mano
sinistra sull’impugnatura del pallone, mano destra che apre la bombola per
gonfiarlo, mano destra che sgancia. Riparto verso la superficie. Sono talmente
gasato che saluto e mando baci a tutti i miei sommozzatori che incrocio
risalendo e che mi guardano tra l’allibito e l’eccitato.
Sono il primo uomo a essere sceso a 150 metri sotto il livello del mare. Una
pietra miliare, come i –50 di Maiorca e i –100 di Mayol.

Il valore dell’errore
Ancora adesso, ventun anni dopo, quello che più mi dà soddisfazione ripensando
a quell’impresa è il fatto che sono riuscito a trasformare una condizione negativa
di partenza in una positiva. Da un mio errore, potenzialmente molto grave, ho
saputo trarre una motivazione in più. Sì, era un errore, ed è fondamentale
ammetterlo. Gli errori si possono commettere, sono inevitabili in ogni ambito
della vita. Come dice il proverbio: «Chi non fa non sbaglia». L’importante è
riconoscere l’errore, analizzarlo per capire se e come si può rimediare.
Soprattutto, se da quella condizione di difficoltà non prevista si riesce a venirne
fuori nel migliore dei modi, il risultato è enorme: per noi stessi e per chi ci sta
intorno.
Una sera, a cena da amici, ho avuto il piacere di conoscere Riccardo Pittis,
dalla metà degli anni Ottanta e per i vent’anni successivi uno dei più forti
giocatori italiani di basket. Mi raccontava che, a un certo punto della sua
brillante carriera, ebbe un grave problema: per una patologia sconosciuta di tipo
tendineo-cerebrale, nel momento in cui stava per effettuare il tiro a canestro la
mano destra restava bloccata, quasi paralizzata. Nonostante decine di visite dai
migliori ortopedici e neurologi, l’origine del problema non venne trovata.
L’unica cosa certa era che Pittis non avrebbe potuto continuare a giocare a
basket. Riccardo mi raccontò che non riusciva proprio a immaginare la sua vita
lontano dai campi di pallacanestro.
Un giorno, quando la sua carriera da giocatore sembrava essere arrivata al
capolinea, si disse: «Se con la destra non posso più tirare, imparerò a farlo con la
sinistra!» Passò tre mesi ad allenare nel tiro un braccio che praticamente non
aveva mai usato nella sua vita e, con la ripresa del campionato, era di nuovo in
campo con la sua squadra. Questo adattamento tecnico lo portò a ottenere
sorprendenti risultati, tanto che il suo rapporto tiro-canestro migliorò rispetto ai
campionati precedenti. La cosa che più lo fece riflettere – e arrabbiare allo stesso
tempo – è che se avesse immaginato quel suo potenziale, se avesse imparato a
tirare anche di mancino quando aveva la destra in piena efficienza, sarebbe
potuto diventare un cestista ancora più forte. Mi ha confessato che se non fosse
stato costretto dall’incidente non avrebbe mai scoperto quelle insospettate
potenzialità tecniche.
Andare alla scoperta dei propri limiti che, appunto, possono essere migliorati
anche quando pensiamo che sia ragionevolmente impossibile farlo, è un
eccezionale arricchimento di conoscenza di se stessi. Uno straordinario carico di
autostima. Nessuno, durante quel tentativo a –150 metri, sapeva che ero sceso
con un timpano perforato, tranne Massimo Giudicelli, il medico e ovviamente io.
Avevamo preferito non comunicarlo per non provocare ulteriori problemi al
team. Era troppo tardi per cambiare i protocolli di intervento e avremmo solo
generato una situazione di stress.
Da quell’errore e dalla conseguente situazione di difficoltà sono uscito ancora
più forte. Il fatto di aver raggiunto quell’obiettivo – considerato impossibile dalla
medicina, difficilissimo da me e addirittura una pazzia da mia mamma – dopo
essere «caduto all’inferno» per un errore che avrebbe potuto compromettere
un’intera stagione, mi ha permesso di ripartire, con un bagaglio di esperienza
ancora più grande e una forza ancora più incredibile. Ti rendi conto che quello
che fino al giorno prima era un numero che consideravi inarrivabile è il punto di
partenza per una nuova avventura, per alimentare la voglia di continuare e
provare a migliorarsi.

Avere un piano B
L’immersione a –150 metri non è stato il mio ultimo record. Nel 2001 avrei
salutato la mia carriera agonistica di apneista tentando di superare il record
nell’assetto variabile a cui, come ricordate, avevo dovuto rinunciare per avverse
condizioni meteomarine nell’ottobre 1999, a Portofino. Non che due anni dopo il
maltempo mi abbia lasciato in pace!
Era il 3 novembre 2001, e quella volta il palcoscenico fu lo spettacolare
paesaggio dei faraglioni di Capri; proprio per il fatto che avevo annunciato che
sarebbe stato il mio ultimo record, c’era una grande attesa. Era prevista persino
una diretta Rai tra le 13.30 e le 14.00, in coincidenza con un programma molto
seguito, Dribbling. Già dalla mattina si era alzato un fortissimo vento da nord-
est, quindi all’ora stabilita per la diretta fu impossibile tentare il record. Il campo
gara era instabile perché il grecale faceva scarrocciare i corpi morti e gli
ancoraggi. L’appuntamento venne rimandato di qualche ora, in corrispondenza
delle disponibilità del collegamento via satellite.
Trovare il rilassamento e la massima concentrazione in quei continui cambi di
programma fu difficilissimo, ma era il mio «passo d’addio» e non potevo
deludere gli amici e i compagni che mi avevano seguito per oltre dieci anni fino
a quel momento. Ancora una volta, con sempre più determinazione per arrivare
nel miglior modo possibile all’appuntamento con l’ultimo record, ho dovuto
cercare le motivazioni dentro di me, ripercorrendo a ritroso la mia storia.
Nel corso della mia carriera di apneista mi è capitato di dovermi adattare
rapidamente e con molta flessibilità a cambiamenti di programma, e non solo per
colpa delle bizze della meteorologia o dei vincoli dei collegamenti della diretta
televisiva. Per questo avere un piano B è sempre stato fondamentale. Quando
parte una stagione e si decide quale sarà il traguardo da battere, il limite da
infrangere, la strada da tracciare insieme a tutto lo staff è lunga e complessa: le
tabelle di allenamento, le progressioni di incremento, l’alternanza di carichi e
scarichi di lavoro e così via.
Parallelamente a questo programma, incentrato sulla preparazione atletica e
mentale, c’è la pianificazione dei protocolli di assistenza, che devono essere
organizzati per garantire la massima sicurezza sia nelle diverse fasi di
allenamento sia nel momento fatidico della prova del record. Capita tuttavia che
questa complessa architettura organizzativa debba essere rivista a causa di un
fattore esterno, per esempio il fatto che nel frattempo un altro atleta abbia
raggiunto o superato il limite che avevi deciso di infrangere. Mesi e mesi di
lavoro non possono essere vanificati: avere un piano di riserva che preveda nel
dettaglio come resettare la programmazione in funzione di un obiettivo diverso è
di vitale importanza.
I cambi di programma nella mia storia di recordman non sono tuttavia mai
stati dettati dall’essere stato anticipato da un avversario. Abbiamo dovuto tirar
fuori dal cassetto il famoso piano B quando abbiamo capito, tutti insieme, che
era necessario aggiornare l’obiettivo. In un paio di occasioni, infatti, durante la
preparazione mi sono accorto, sempre grazie al fatto di aver ascoltato il mio
corpo e le sensazioni che mi dava, che il limite programmato settimane prima era
diventato «stretto» e che avrei potuto fare di meglio. In quei casi ho deciso di
aumentare le quote, di mirare a un limite più profondo, pur sapendo che questo
avrebbe comportato un gravoso cambio di programma, per me e per tutta la
squadra. Ma ero convinto che fosse la cosa giusta da fare, e che avrei avuto
l’approvazione di tutti i collaboratori che condividevano con me il piacere e
l’orgoglio non semplicemente di superare un limite, ma di farlo con la migliore
prestazione possibile, senza fare calcoli al risparmio.
Senza risparmiarsi mai
Appartengo infatti a quella schiera di atleti che non sono mai riusciti a speculare
sulle proprie prestazioni, che non hanno mai saputo gestire le proprie
performance come dei ragionieri. Se fossi stato un podista mi avrebbero
etichettato come front runner, quelli che stanno sempre davanti, incapaci di
strategie attendiste.
Ho molti amici nel mondo del nuoto. Io e Massimiliano Rosolino, per
esempio, ci frequentiamo spesso: anche per lui, le vittorie che si ricordano con
maggiore soddisfazione sono quelle nelle quali si è consapevoli di avere dato
tutto e di non potersi rimproverare nulla. A volte queste prestazioni che lasciano
il segno non sono neppure vittorie. Tra i campioni del nuoto ho conosciuto
Milorad Čavić, il serbo che alle Olimpiadi di Pechino nel 2008 contese allo
statunitense Michael Phelps l’oro nei 100 metri farfalla in una memorabile
finale, decisa da uno scarto temporale di 1 centesimo di secondo (a favore dello
statunitense).
Anche Milorad, atleta straordinario e grande appassionato di pesca
subacquea, è uno di quei campioni che non sanno risparmiarsi, magari a scapito
del successo finale. Così è stato proprio a Pechino quella mattina del 16 agosto
2008, quando scesero in piscina i più forti specialisti del mondo: lo statunitense
Ian Crocker, detentore del record mondiale, il kenyano Jason Dunford e lo stesso
Čavić, che nelle rispettive batterie avevano fatto segnare a poca distanza il
record olimpico di specialità, che Phelps aveva siglato ad Atene quattro anni
prima; senza dimenticare la presenza di altri pezzi da novanta, come
l’australiano Andrew Lauterstein, il giapponese Takuro Fujii e l’ucraino Andrij
Serdinov.
La vigilia della finale era stata caratterizzata da aspre polemiche, montate un
po’ ad arte dai giornalisti, tra Čavić e Phelps, i due grandi favoriti, circa i
presunti vantaggi che il serbo avrebbe tratto dall’indossare un particolare
costume integrale. La tensione ai blocchi di partenza si tagliava con il coltello,
anche perché in caso di vittoria Phelps avrebbe eguagliato il record di medaglie
d’oro (sette) in una sola Olimpiade stabilito da un altro americano, il mitico
Mark Spitz, ai Giochi di Monaco di Baviera nel lontano 1972.
Milorad partì a bomba dai blocchi e al giro dei 50 metri fece segnare un
tempo inferiore al record mondiale in vasca unica. Purtroppo era solamente a
metà gara. Mi ha raccontato che la vasca di ritorno sono stati i 50 metri più
lunghi della sua carriera: le gambe e le braccia erano attanagliate dall’acido
lattico che lo stava aggredendo, mentre con la coda dell’occhio intuiva nella
corsia alla sua sinistra la rimonta di Phelps, che aveva virato soltanto settimo. A
5 metri dalla fine Phelps era a pochi centimetri da Čavić, e sullo slancio toccò la
piastra 1 centesimo di secondo prima. Phelps affiancò il «mito Spitz», e anzi
qualche giorno dopo fece anche meglio, perché ottenne l’ottava medaglia d’oro.
Per Milorad fu invece una delusione immensa, ma paradossalmente, come ebbe
modo di confessarmi, non poteva rimproverarsi nulla. Aveva dato tutto quello
che poteva dare e non avrebbe potuto fare di meglio, neppure di quel centesimo
di secondo che decise le sorti di quella finale.
Ecco, io mi riconosco in questo approccio senza calcoli, senza risparmiarsi
mai.

Talento, preparazione fisica e gestione mentale


Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Adriano Panatta, un grande
campione, anche di simpatia e di comunicatività. Racconta spesso di quando
negli anni Settanta, nel pieno della sua carriera agonistica che lo ha portato ai
vertici del tennis mondiale, incontrava Pietro Mennea, un altro «mostro sacro»
della storia dello sport italiano, al centro federale di Formia dove abitualmente si
allenava.
Con molta sincerità e ironia Panatta sottolineava come loro due
rappresentassero due esempi completamente diversi di atleta: mi diceva che
aveva la fortuna di possedere un talento naturale, ma nessuna voglia di allenarsi.
A differenza sua, Pietro era un drago nella preparazione, un faticatore
instancabile. Quando Panatta arrivava la mattina al centro, Mennea era già da ore
sulla pista oppure in palestra, e Adriano con la sua ironia romanesca gli diceva:
«A Pie’… e rilassate!»
Mennea, pur avendo un notevole talento, non era certo avvantaggiato dalla
sua prestanza fisica. Ma sopperiva con un’applicazione feroce, una dedizione al
lavoro che avrebbe stroncato anche un mulo. Panatta ammette con grande onestà
che se avesse destinato all’allenamento e in particolare alla preparazione fisica la
metà della costanza e della determinazione che ci metteva Mennea, sarebbe stato
un tennista ancora più forte.
Si dice che lo sport sia una metafora della vita perché è un modello di come si
perseguono gli obiettivi. In effetti la storia dello sport dimostra che i limiti
vengono continuamente spostati nel tempo. Un secolo fa i 100 metri piani si
correvano in 10 secondi e 6 decimi. Oggi il record mondiale è stato portato da
Usain Bolt a 9 secondi e 58 centesimi: un secondo in un secolo. In questo lasso
di tempo l’uomo non è cambiato, si è soltanto adattato. A essere cambiata è la
modalità con cui un atleta allena il proprio corpo e la propria mente, grazie ai
progressi delle conoscenze tecnico-scientifiche.
Purtroppo anche lo sport oggi è fonte di grandissimo stress a causa di fattori
che con lo sport spesso non hanno niente a che fare: soldi, business,
comunicazione. Ai tempi di Panatta e Mennea forse poteva bastare il talento
oppure, quando non si aveva questo dono, la perseveranza nell’allenamento. Ai
nostri giorni è molto più difficile; e chi vuole diventare e soprattutto restare
campione deve disporre di entrambe le caratteristiche, talento e dedizione. Ma
non solo di quelle. Una terza componente è infatti indispensabile tanto quanto le
prime due: la capacità di gestire la pressione e affrontare le ansie e lo stress da
performance. Oggi più di allora è una caratteristica fondamentale per un atleta.
Talento, preparazione fisica e mentale: ci devono essere tutte e tre queste qualità.
Non parlo solo dell’ambito sportivo. Per emergere nel mondo del lavoro,
dello studio o dell’arte serve sì il talento, ma anche la volontà di coltivarlo,
allenarlo, affinarlo con l’applicazione, l’aggiornamento e il confronto. Inoltre
bisogna saperlo usare al momento giusto, per esempio quando si è chiamati ad
assumere responsabilità in prima persona, o a convincere dei partner, o a gestire
un imprevisto. Questa preparazione mentale dev’essere coltivata e curata
attraverso la concentrazione e il rilassamento, cioè gli strumenti che permettono
di trasformare un’abilità in un risultato concreto. Si possono avere tutte le
tecniche e le conoscenze di questo mondo, ma senza gli strumenti mentali per
renderle efficaci in una «prova ufficiale», non si raggiungerà mai l’eccellenza.

Superare le paure
Affrontare la pressione, gestire e valutare l’errore, adattarsi all’imprevisto. Fin
qui abbiamo analizzato alcuni aspetti che possono essere fortemente limitanti
nell’attività sportiva, ma anche nell’esperienza di tutti i giorni. Esiste, però, un
altro fattore che in alcuni casi può addirittura trasformarsi in un blocco: la paura
o la paura di fallire.
La mia carriera di apneista è stata caratterizzata da ben sedici tentativi di
record, tutti conclusi con esito positivo. Questo «archivio storico» di positività,
ottenuto grazie a uno strepitoso lavoro di squadra, che non ha mai lasciato nulla
al caso, dalla perfetta organizzazione a una minuziosa attività di motivazione
collettiva, mi ha consentito volta per volta di beneficiare di un bagaglio di
esperienza e autostima che mi ha sempre aiutato nelle situazioni difficili.
Raramente ho avuto momenti di paura, per questo mi ritengo fortunato: so
bene quanto sia provvisoria e precaria la sorte di chi si confronta con una
potenza naturale così straordinaria come il mare. Averne un infinito rispetto mi
ha sicuramente permesso di non incorrere in incidenti fatali che tuttavia hanno
segnato la mia vita per conoscenza indiretta: molti amici mi hanno lasciato a
causa dell’imponderabile e imperscrutabile destino degli uomini che sfidano il
mare.
In due momenti della mia vita però mi sono confrontato con la paura, anche
se di diversa natura. La prima volta è stata per una sciocchezza: è proprio in
questi casi, quando i livelli di attenzione si abbassano ed è richiesta la
concentrazione dell’impegno agonistico, che si corrono i rischi maggiori. Era il
1° maggio 1993 e mi trovavo in Martinica, dove stavo facendo degli allenamenti.
Una sera per rilassarci organizzammo una festa con grigliata sulla spiaggia. A
me toccava il compito di procurare le aragoste. Avevo scoperto in quei fondali
una grotta intorno ai 20 metri di profondità. Sapevo che brulicava di crostacei,
così mi immersi sicuro di fare bottino pieno.
L’imboccatura della cavità era alta poco meno di un metro e portava in una
specie di corridoio interno che si inoltrava per una ventina di metri. Lo spazio
però era angusto; non c’era modo di girarsi per tornare indietro, quindi per uscire
dovevo retrocedere. Avevo già fatto più di un’immersione, con buon successo di
pescato, quando forse per effetto dell’intorbidamento dell’acqua mi smarrii in
una grotta laterale. Non trovavo più l’uscita. Sono abituato a fare le mie
immersioni in apnea avendo sempre una riserva di fiato per risalire senza
complicazioni, ma in quel caso il tempo stava passando e stava salendo la
tensione, mentre io continuavo a brancolare nel buio.
Istintivamente mi misi a pinneggiare in avanti e, quando ormai sentivo che le
energie stavano per finire, vidi un chiarore azzurrino, poi una luce: avevo
ritrovato l’uscita. Spinsi in quella direzione, la imboccai e risalii. A sette metri
intravidi la faccia di Feliz, il ragazzino meticcio che mi faceva assistenza in
superficie. Poi non ricordo più nulla. Non so come abbia fatto a salire sul
gommone, mentre Feliz nuotava per chiedere soccorso. Per fortuna mi sono
ristabilito in fretta, senza subire alcuna conseguenza fisica. Per alcune notti però
mi sono svegliato di soprassalto in preda all’incubo di rimanere intrappolato in
quella grotta.
È un’esperienza che non dimenticherò mai, soprattutto per la sua natura
accidentale che mi spinge a considerare quanto, in particolare in un’attività come
l’apnea, l’attenzione al rischio e alla sicurezza debba essere sempre altissima.
Anche nei momenti di relax e divertimento non si deve mai dimenticare il
rispetto per se stessi e per l’ambiente che ci ospita.
Il secondo momento in cui ho dovuto vincere uno stato di emotività negativa
che rischiava di bloccarmi si è verificato durante il periodo di pausa forzata dopo
un incidente avuto il 22 settembre 1994. Mi stavo allenando nel tentativo di
migliorare il record dei –130 in assetto no limits, e utilizzavo per la prima volta,
nella manovra di risalita, un pallone di nuova concezione con una spinta molto
rapida. Non appena misi piede sulla barca, non sentivo più una gamba. Era
paralizzata. Per tre ore non riuscii a muoverla, poi ripresi gradualmente la
mobilità. Il timore a quel punto era che si trattasse della pericolosa sindrome di
Taravana, che colpisce gli apneisti che si immergono frequentemente a grandi
profondità.
Fortunatamente gli accertamenti medici esclusero questa eventualità: avevo
«solamente» subìto la rottura di un microcapillare cerebrale a causa dalla forte
pressione sanguigna provocata a sua volta dalla velocità di risalita. Dovevo
fermarmi per quattro mesi: riposo assoluto. Niente mare, niente apnea. Fu un
momento terribile.
Intorno a me erano molti a incoraggiarmi, a dirmi di tenere duro, che si
trattava solo di avere pazienza, ma dentro di me continuava a lavorare il tarlo del
dubbio: tornerò quello di prima? Potrò ancora misurarmi con i miei limiti? Non
mi restava che aspettare e, ancora una volta, cercare la via del rilassamento e
della concentrazione interiore. Devo però dire che, terminato il periodo di
inattività forzata, avvertii un senso di tensione ed emozione all’idea di scoprire
quale fosse diventato il mio stato atletico e mentale. Scelsi di ricominciare ad
allenarmi lontano da tutto e da tutti, in un’isoletta della Polinesia, a migliaia di
chilometri dal mio mondo. Solo lì, e solo confrontandomi con me stesso, sarei
riuscito a capire quello che volevo davvero. Fu un percorso graduale: tornai in
contatto con il mio corpo, ascoltandone le sensazioni, cercando di capire cosa
non andava e, allo stesso tempo, riscoprendo le vecchie emozioni. Mi accorsi
che poco a poco la paura di non essere più lo stesso svaniva: non vivevo più la
paura del limite, ma assaporavo nuovamente il gusto di andare a conoscerlo.
Finché non le si affrontano, le paure, come i limiti, sono dei pesi opprimenti.
Nel momento in cui ti ci avvicini e accetti il confronto, cominci gradualmente e
con serenità a non vederle più come tali. Quando ero piccolo avevo paura del
buio; mio nonno allora mi chiedeva sempre di scendere in cantina a prendere il
vino. Non mi piaceva farlo, ma non dicevo di no e ho accettato il confronto.
Quando mia mamma mi metteva sotto la doccia strepitavo come un’aquila; poi
abbiamo visto com’è finita. Ancora, quando per la prima volta ho messo la
maschera e dalla superficie ho guardato il fondo a 10 metri, mi sono venute le
vertigini. Ma ho scelto di continuare.
Paure, imprevisti ed errori: se si decide di affrontarli e si trovano le risorse per
ottenere un successo, questo risultato vale molto di più. Può anche non essere un
successo assoluto, ma soltanto un miglioramento della situazione preesistente.
Quando si esce vincenti da un’esperienza negativa si ha una diversa e più
consolidata coscienza dei propri mezzi: una carica diversa che può essere d’aiuto
anche per gli altri.
4
Sott’acqua non si è mai da soli
L’importanza delle relazioni: la squadra, i maestri, i rivali

L’APNEA è uno sport individuale, un confronto tra il singolo atleta e la profondità


marina. Tuttavia, come avrete già avuto modo di notare leggendo le pagine di
questo libro, il successo di uno solo è il frutto del lavoro di molti. Il record viene
siglato da un singolo atleta, il cui nome viene mandato a futura memoria negli
annali della disciplina, ma alle sue spalle esiste una squadra senza la quale ogni
risultato sarebbe impossibile.

Noi: il valore del collettivo


Per me è naturale, quando parlo della mia carriera di apneista, ricorrere alla
prima persona plurale, al noi. Ancora oggi se dovessi confessare cosa mi manca
di più del mio passato di agonista, di quegli anni formidabili, non avrei
esitazioni: non tanto le vittorie, il superamento dei limiti o l’attenzione dei media
per ogni impresa portata a termine, quanto il senso di appartenenza a una
squadra. Credo infatti che niente riesca a rendere il senso di unità, complicità,
affiatamento e fiducia reciproca più di un’esperienza condivisa a contatto con il
mare. Anche una semplice convivenza in barca, magari per una vacanza, fa
nascere relazioni che diventano più strette e profonde di una normale amicizia.
Tutto questo è ancora più forte e vivido in un rapporto intenso di
collaborazione come quello che si crea nei mesi di preparazione di un record in
apnea. Io, Umberto Pelizzari, stavo al centro del progetto e il lavoro di tutti
confluiva sulla mia prestazione. Ogni volta erano ore, giorni, settimane, mesi di
allenamento massacrante. Non mi risparmiavo: sapevo di dover essere un
esempio per tutti e non mi sottraevo a questa responsabilità. Ero al centro
dell’attenzione e nel momento in cui raggiungevo l’obiettivo venivo ripagato
dalla vittoria, dalla notorietà, dai riconoscimenti pubblici e così via. I
componenti della mia squadra di assistenza sopportavano sacrifici enormi, pur
sapendo che nessuno li avrebbe mai intervistati, mai si sarebbe parlato di loro e
non gli sarebbe mai stato riconosciuto il ruolo reale svolto nel conseguimento di
questo ambizioso risultato.
Nelle prossime pagine racconterò i sacrifici cui sono andati incontro i ragazzi
della mia squadra di assistenza: un omaggio a questi grandi professionisti e
uomini, senza i quali i miei record sarebbero stati impossibili.
Il lavoro della squadra è un lavoro oscuro, ma non per questo meno
importante. Molti di loro, in dodici anni di gare, non hanno mai vissuto il
momento clou di un mio record: quando riemergevo in superficie i miei angeli
custodi, i miei sommozzatori di assistenza, dovevano rimanere ancora a lungo
sott’acqua per le lunghe e interminabili tappe di decompressione. Solo dopo
molte ore potevano abbracciarmi e festeggiare con me la vittoria.

La piramide dell’assistenza
Una squadra di assistenza che segue un apneista nel programma di
avvicinamento al record è formata da un numero variabile di persone a seconda
della tipologia del record da battere. Più aumentano le profondità, maggiori sono
le misure di sicurezza che si devono approntare, più complicate sono le modalità
di intervento in caso di emergenza.
L’assetto variabile no limits è il più difficile dal punto di vista organizzativo e
tecnico. Alle quote meno profonde, fino ai 30 metri, operano gli apneisti di
assistenza che, in caso di bisogno, possono intervenire e riportarmi in superficie
rapidamente. Per le quote più importanti si ricorre invece ai sommozzatori (o
subacquei), che in caso di emergenza assicurano l’apneista a un pallone e lo
«sparano» in superficie.
Per i sommozzatori, che respirano sott’acqua con l’ausilio delle bombole, si
pone il problema della decompressione. Bisogna fare attenzione a non
confondere la decompressione con la compensazione. Quest’ultima, che
abbiamo descritto nel Capitolo 2, è la manovra che apneisti e sommozzatori
devono effettuare durante la discesa per evitare il problema del timpano
schiacciato verso l’interno a causa dell’aumento della pressione esterna. Per un
subacqueo che scende con le bombole la compensazione non è un problema
importante, perché ha a disposizione qualche migliaio di litri di aria, contenuta
nelle bombole, da mandare verso le orecchie. Per l’apneista invece, come
abbiamo visto, la compensazione può essere un problema serio, soprattutto a
quote importanti.
La decompressione è una procedura che dev’essere seguita soprattutto da chi
presidia le quote più profonde. In un’immersione con le bombole, a seconda
della profondità toccata e dal tempo di permanenza sul fondo, nel momento in
cui avviene la risalita, con la conseguente diminuzione della pressione, l’azoto,
che è un gas sciolto nel sangue, forma delle piccole bolle. Lo scopo della
decompressione, attraverso una o più soste, è proprio quello di eliminare queste
microbolle ed evitare che entrino nel circolo ematico dei tessuti. La mancata
sosta di decompressione può portare anche all’embolia, ovvero l’ostruzione dei
vasi sanguigni da parte di un corpo gassoso (l’azoto); nei casi più gravi si
rischiano ischemie cerebrali, polmonari o cardiache con esiti il più delle volte
letali, o comunque la paralisi.
Vi faccio un esempio per rendere più chiaro questo concetto. Immaginate una
bottiglia d’acqua: quando è chiusa non possiamo sapere se la bottiglia contiene
acqua frizzante o naturale. Nel momento in cui tolgo il tappo, e quindi riduco la
pressione all’interno della bottiglia, nell’acqua si formano tante bollicine che
salgono verso la superficie; solo allora capisco che si tratta di acqua gasata. Se
lascio aperta la bottiglia per molte ore, alla fine l’acqua si sarà «sgasata», cioè
avrà eliminato completamente tutte le sue bollicine. Allo stesso modo, nella fase
di risalita i sommozzatori devono «sgasare» il loro sangue dall’azoto che si è
accumulato durante l’immersione, facendo delle soste vincolati al cavo.
I miei due sommozzatori alla massima profondità di 150 metri, per
un’immersione della durata di circa cinque minuti, durante la risalita si dovevano
fermare per intervalli di decompressione complessivi di quasi sei ore! E non è
tutto: oltre certe quote, respirare aria (quindi una miscela composta da circa l’80
per cento di azoto e il 20 per cento di ossigeno) porta all’ebbrezza da profondità,
detta anche «narcosi da azoto». Si tratta di una specie di ubriacatura che non
permette al subacqueo di essere mentalmente lucido. Per ovviare a questo grosso
problema, nella bombola viene inserito dell’elio, che permette al sommozzatore
di restare vigile sott’acqua e ridurre notevolmente il problema della narcosi. C’è
però un aspetto negativo: l’elio ha un peso atomico molto basso, quindi innesca
dispersioni caloriche incredibili. I sommozzatori, nelle lunghe ore di
decompressione, soffrono un freddo terribile, non a causa della bassa
temperatura dell’acqua – indossano delle speciali mute – ma perché il loro corpo
disperde calore, raffreddandosi rapidamente.
Quando arrivano alla tappa di decompressione dei 15-16 metri di profondità,
per evitare l’ipotermia, dalla barca vengono passate delle manichette di acqua
calda che, infilate tra muta e pelle, portano un po’ di sollievo.
Più le quote di profondità sono elevate, maggiore è la presenza di
sommozzatori in assistenza lungo le quote intermedie. Per tutti loro, in ogni
caso, sono ore e ore di permanenza sott’acqua. Tenete presente oltretutto che
questo non avviene solamente il giorno del record, ma tutte le volte che la tabella
di allenamento prevede immersioni di avvicinamento o anche di raggiungimento
della quota stabilita. Mentre per me che scendevo in apnea il tutto si risolveva
nel giro di tre o quattro minuti, per i sommozzatori del mio team di assistenza
l’allenamento o il record si traduceva in un’attesa di tre, quattro, cinque e più ore
a causa del fattore decompressione.
Vi rendete conto, ora, a cosa andavano incontro i miei angeli custodi? E
ripeto, non lo facevano per la gloria, per il prestigio o per apparire: erano lì, pur
sapendo di dover affrontare enormi sacrifici, perché con orgoglio e dedizione
sapevano di lavorare tutti insieme a un progetto ambizioso che avrebbe avuto
come obiettivo quello di portare un atleta a una profondità dove nessuno prima
era mai arrivato. Lo facevano dando il massimo di quello che a ognuno di loro
veniva richiesto, con entusiasmo, rispetto reciproco, professionalità e ricerca
dell’eccellenza in ogni gesto.
La loro presenza era per me fondamentale: potevo scendere con la massima
tranquillità, serenità e concentrazione perché sapevo di poter contare su di loro.
Sapevo che là sotto non sarei mai stato solo: a seconda della quota a cui mi
trovavo, in discesa o in risalita, in caso di emergenza avevo sempre un
sommozzatore pronto a intervenire con un pallone che, una volta gonfiato e
vincolato al mio polso, mi avrebbe portato in superficie.

Gli altofondalisti e la saturazione


La «catena assistenziale» nell’organizzazione di un record di apnea non finisce
qui. Ci dev’essere un’ulteriore rete di protezione che si attiva nel caso siano i
sommozzatori in assistenza ad avere un problema. In quel caso entrano in azione
i palombari.
Gli altofondalisti, come vengono anche chiamati, sono professionisti che
lavorano su piattaforme petrolifere o su navi con centri iperbarici di saturazione
per effettuare interventi, con lunghe permanenze a elevate profondità, su
condotte di gas, oleodotti, impianti subacquei di ogni genere, lavori di saldatura
e costruzione, recupero relitti eccetera.
Per capire cos’è la saturazione vi faccio un esempio. Se mettiamo
continuamente dello zucchero nel caffè, per un po’ si scioglierà; poi, a un certo
punto, inizierà ad accumularsi sul fondo della tazzina. Da quel momento il caffè
è saturo ed è quindi impossibile potervi sciogliere altro zucchero. Torniamo ora
ai palombari del mio team di assistenza. Questi uomini, per entrare in
saturazione, vengono messi in camera iperbarica all’interno della quale viene
progressivamente aumentata la pressione fino a un certo valore che corrisponde
a una specifica quota. All’interno della camera i palombari presenti al mio
record no limits avevano una pressione di 16 atmosfere, quella che si trova
appunto a 150 metri di profondità. È come se facessero un’immersione continua
a 150 metri, ventiquattr’ore al giorno ma all’asciutto.
Respirando a questa quota «virtuale», il loro sangue si carica di azoto fino a
riempirsi del tutto. Nel momento in cui il livello di questo elemento non cresce
più, significa che l’altofondalista è in saturazione, cioè il suo sangue è pieno di
azoto ed è impossibile aumentarne ulteriormente il livello. In questa condizione,
che un operatore ci stia un minuto o una settimana, la decompressione è sempre
la stessa. Visti i pericoli potenziali di un’errata decompressione, gli altofondalisti
rimangono in saturazione per tutto il periodo degli allenamenti profondi fino al
giorno del record, e iniziano la decompressione, che può durare anche qualche
giorno, solo dopo la mia uscita e al termine della decompressione dei miei
sommozzatori.
Per i palombari essere in saturazione significa vivere ventiquattr’ore in una
camera iperbarica, una specie di pentola a pressione, un cilindro orizzontale di
una decina di metri di lunghezza e un paio in altezza. La loro «ora d’aria», o
momento di svago, avviene quando io e i miei sommozzatori di assistenza
entriamo in acqua per l’allenamento o per il record. In quel caso entrano in una
campana iperbarica (una specie di cupola con l’apertura verso il basso e
pressurizzata all’interno), si portano alla massima quota e fanno assistenza. Al
termine dell’allenamento risalgono e tornano nel loro «lussuoso appartamento»,
la camera iperbarica, in attesa della mia prossima uscita in mare.
Quindi, se dovessi avere un problema interverrebbero i miei uomini di
assistenza (che nel peggiore dei casi hanno sei ore di decompressione prima di
uscire dall’acqua), ma se uno dei sommozzatori del mio team avesse bisogno di
aiuto, andrebbe in soccorso uno dei palombari che escono dalla campana,
farebbe l’intervento sul subacqueo che ha chiamato riportandolo nella campana e
successivamente, senza traumi pressori, in camera iperbarica, dove
interverrebbero i medici. Per il mio record a –150 metri due palombari hanno
vissuto per quasi tre settimane in condizioni difficilissime, in una camera
iperbarica, adattandosi a vivere in spazi angusti e a condizioni pressorie al limite
della sopportazione. Tutto questo per permettere ai miei uomini di operare in
sicurezza e in tranquillità.
Sguardi e silenzi: la forza della squadra
Questo è un vero team, una squadra con la S maiuscola, mossa da uno spirito di
vittoria e da una motivazione incredibile, che non si scalfisce minimamente
neppure di fronte alle difficoltà più grandi.
Davvero sono sincero quando dico che della mia trascorsa carriera di
recordman quello che più mi manca è la mia squadra, il rapporto stretto e intimo
con i miei angeli custodi. Certo, ci sentiamo ancora, e spesso ci ritroviamo per
delle belle rimpatriate, ma le emozioni che si provano nel momento della
vittoria, le sensazioni che uniscono nei momenti in cui si soffre tutti insieme, la
tensione adrenalinica condivisa che arriva nel momento in cui si sta per tentare
un’impresa che nessuno ha mai realizzato prima, la stima, la riconoscenza e la
fiducia ricambiata. E tutto questo è irripetibile, irriproducibile.
Loro pensavano a tutto mentre io dovevo concentrarmi esclusivamente
sull’obiettivo sportivo da raggiungere, senza distrazioni o preoccupazioni di
sorta. Affidavo a loro la mia sicurezza, diciamo pure la mia vita. Per questo
sapevo che non potevo deluderli: avrei fatto il massimo per vincere e perché il
mio successo fosse anche il loro.
Sott’acqua, in quel mondo di silenzio e poca luce, non puoi parlare e non ti
puoi spiegare, eppure bastava un segno per capirsi. Un rituale perfetto, senza
bisogno di parole.
Ogni volta, terminato il tuffo, che si trattasse di allenamento o di record,
salivo a bordo della barca d’appoggio, toglievo le lenti a contatto, mettevo la
maschera e ritornavo in acqua per ringraziare e stringere la mano a tutti i miei
uomini che erano ancora in decompressione. Erano attimi molto intensi: ci
guardavamo fissi negli occhi, serravamo forte la mano o il braccio con scambi di
energia e allo stesso tempo di adrenalina. E sempre attraverso gli sguardi ci si
salutava quando, a pochi minuti dall’inizio del tuffo, in una situazione di
religioso silenzio, i miei uomini dalla superficie mi mandavano un ultimo
accenno di sorriso prima di sparire sotto il pelo dell’acqua. Ogni volta sembrava
quasi volessero dirmi: «Ti aspetto là sotto. Tranquillo, ci sono io. Vedrai che
anche stavolta ce la farai».
Ricordo un saluto in particolare, subito dopo il mio ultimo record, i –131
metri di Capri. Ero sceso a salutare come sempre tutti i ragazzi in
decompressione, partendo dal meno fondo fino ad arrivare a quello che
presidiava la quota maggiore. Quando mi avvicinai a Massimo vidi che per la
prima volta aveva gli occhi lucidi. Quella volta non è bastata una stretta di mano:
ci siamo dovuti abbracciare. I record vanno e vengono, ma gli uomini della
squadra resteranno per sempre.

L’orchestra e il suo direttore


Una vera squadra, un team così perfetto e motivato, non nasce per caso. Esiste
una persona che lo compone, lo mette insieme, lo amalgama, dà gli obiettivi, lo
carica di stimoli ed entusiasmo e lo fa crescere. Questa persona, il team leader,
ancora una volta è Massimo Giudicelli, l’ufficiale istruttore dei Vigili del Fuoco
di Portoferraio, il vero «direttore d’orchestra». Nessuno come lui sapeva ottenere
il meglio da ciascun membro della squadra: da tutti, anche da chi aveva il ruolo
più marginale.
In questo – come in molti altri aspetti, in verità – Massimo dimostrava tutta la
sua straordinaria abilità. Sempre attento a ogni minimo dettaglio, tecnico e
umano, aveva il giusto mix di autorevolezza, sensibilità e carisma. Era un uomo
di pochissime parole, ma sapeva usarle al momento giusto. Infine, ma cosa non
meno importante, era un abilissimo psicologo: conosceva i modi per stimolare
l’iniziativa dei singoli, per ottenere il meglio dai suoi collaboratori, per
responsabilizzare quando serviva e, in altre circostanze, per alleggerire la
pressione. Lui stesso sosteneva che la parte più difficile del suo lavoro non era
tanto approntare il programma e far rispettare la tabella di allenamento, quanto
far funzionare la squadra nel migliore dei modi attraverso la continua verifica dei
requisiti e delle motivazioni dei componenti. Un anno, verso fine stagione
avevamo stabilito due record mondiali, superando Pipín. Una sera,
chiacchierando con Massimo, ancora nel pieno entusiasmo per i risultati ottenuti
e ancor più felice di ricominciare con gli stessi amici e compagni la nuova
stagione, gli dissi: «Squadra che vince non si cambia! Immagino riconfermerai
tutti i ragazzi dello scorso anno».
«Ti sbagli», mi rispose secco. «Squadra che vince si cambia eccome, se i
componenti non sono più motivati per vincere di nuovo. Quello che conta è
capire se i ragazzi hanno voglia di sacrificarsi ancora tutte le volte che gli
chiederò di farlo, pur sapendo che non saranno mai i protagonisti di questa
storia.»
Poi proseguì: «E ricordati che questo vale anche per te: io continuerò a
seguirti anche se sarai il numero due perché qualcun altro è più forte di te, ma
smetteremo di lavorare insieme se sarai il numero due perché non hai più voglia
di lottare per essere il numero uno. Quando mi accorgerò che ti accontenterai di
essere semplicemente ‘tra i migliori’, ecco, da quel momento smetterò di stare al
tuo fianco. Io e i ragazzi stiamo dando il massimo per te, perché il nostro sogno è
quello che tu vinca. Tu devi fare lo stesso per te e per noi».
All’inizio ci rimasi un po’ male, per quelle parole rivolte sia a me sia alla
squadra, ma aveva ragione: le motivazioni e gli stimoli vanno continuamente
messi alla prova.
Mi è capitato di dire che forse quegli uomini non erano i migliori
sommozzatori al mondo. Però nessuno al mondo, per determinazione,
professionalità, stima reciproca e fede nella squadra avrebbe potuto ricoprire
meglio quel ruolo che era stato assegnato a ognuno di loro. Si era creata una
combinazione perfetta, e il merito di tutto questo era in gran parte da attribuire a
Massimo, che faceva nello stesso tempo da modello e da collante: modello per
esempio, integrità, dedizione e spirito di sacrificio; collante per la capacità di
ascoltare, di dare rari ma lucidi e misurati consigli, di coinvolgere tutti, a diverso
livello, nei processi di perfezionamento della performance, di saper prendere
decisioni nei momenti difficili e saperle poi motivare.
Tutti dovevano sentirsi parte integrante dell’operazione. A tutti chiedeva di
segnalare quello che, a loro modo di vedere, poteva essere migliorato nella mia
prestazione o nell’organizzazione. Era un leader naturale, un capo carismatico:
una di quelle persone a cui il gruppo concede spontaneamente il privilegio di
scegliere e di decidere per il bene di tutti.
C’è una frase del Piccolo principe che secondo me descrive perfettamente
l’atmosfera che si respirava all’interno del mio team: «Se vuoi costruire una
barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire
ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito». Ogni ragazzo
della squadra era mosso da un obiettivo comune, e viveva quell’obiettivo come
fosse il suo, con entusiasmo e completa dedizione, senza che ci fosse bisogno di
impartire ordini, regole severe o raccomandazioni. Un bestseller internazionale
di coaching, scritto da James Kerr e ispirato agli All Blacks, la nazionale
neozelandese di rugby, una delle squadre più vincenti della storia dello sport, ha
un titolo che, nella traduzione italiana, recita così: Niente teste di cazzo.
Uno slogan che sarebbe andato a pennello anche per la nostra squadra. Anche
per questo grazie a Massimo!

La famiglia dell’apnea
L’apnea è un percorso personale, intimo, che però non puoi fare a meno di
condividere con chi ti accompagna tra le braccia del mare. Perché il mare ti
forma, ti segna e ti insegna; il mare è più forte di te, decide per te. Se anche
qualche volta hai l’impressione di averlo conquistato, di averlo fatto tuo, sappi
che è solo una concessione temporanea.
Anche in questo gli uomini della mia squadra mi hanno sempre aiutato: mi
hanno caricato quando ero un po’ demotivato o sotto tono per problemi
inaspettati, ma soprattutto mi hanno riportato con i piedi per terra nei momenti di
particolare esaltazione.
Le perdite in mare degli amici più cari sono lì a ricordarti che devi sempre
avere umiltà, tanta umiltà e rispetto, e riconoscere che quella forza è di gran
lunga superiore a te, e devi comportarti di conseguenza. È quando perdi quel
rispetto e ti senti troppo sicuro che ti sorprende l’incidente, che accade il
dramma. Il mare, con la sua incommensurabile potenza, è una scuola di vita.
Per questo affidare la tua vita a un’altra persona quando vai sott’acqua si
trasforma in una relazione fortissima che dura nel tempo. Tra gli amici di una
vita, quasi tutti arrivano dall’esperienza dell’apnea. Con l’apnea non puoi
mentire, non puoi mistificare.
Devi giocare in trasparenza, devi essere sincero con te stesso e con gli altri,
mettendo in campo i valori fondamentali: onestà, umiltà e amicizia.

Uno per tutti, tutti per uno: lo spirito dei GIS


Quello stesso spirito di gruppo e di sacrificio, quella stessa determinazione e
passione le ho ritrovate nei membri del reparto del GIS, il Gruppo di Intervento
Speciale dell’Arma dei Carabinieri. Li ho conosciuti in occasione della
realizzazione di un documentario. In seguito, dopo avermi osservato e studiato,
mi hanno coinvolto per portare la mia esperienza di apneista all’interno dei loro
corsi: per loro è molto importante capire come gestire l’ansia, come concentrarsi
unicamente sull’obiettivo lasciando da parte ogni dubbio o paura, come
recuperare rapidamente da uno sforzo utilizzando la respirazione corretta, come
liberare la propria mente da ogni pensiero perturbante per mantenere lucidità e
controllo totale.
Sono persone di una professionalità straordinaria, preparatissime. La prima
cosa che mi ha colpito è la forza della squadra: non esiste individualità, esiste
solo il team. Un GIS non è mai da solo anche se non ha il contatto diretto con il
collega, in un’operazione di intervento sa di poter contare in ogni istante sulla
protezione e sul controllo della squadra, che non si vede ma c’è e si preoccupa
che intorno a lui tutto sia sotto controllo. Sapere di dover affidare la propria vita
gli uni agli altri crea un legame fortissimo. E non fanno quel mestiere per soldi:
per loro è una missione, un servizio da rendere al proprio Paese, alla gente,
svolto per di più in maniera assolutamente anonima. Ricercano continuamente
l’eccellenza per essere sempre al meglio.
Ho rivisto in loro quello che c’era nella mia squadra: un senso di coesione,
fiducia, rispetto, sostegno e confronto, un legame che andava ben oltre la
professione. Essere stato chiamato a collaborare con questi uomini, che fanno
parte di uno dei migliori reparti speciali al mondo, per poter trasmettere loro
quello che in tanti anni l’apnea mi ha insegnato, è per me motivo di sincero
orgoglio.

Enzo e Jacques
Il mare in generale e l’apnea in particolare mi hanno consentito di conoscere il
mondo attraverso le persone, le stesse persone che sono state la mia grande
famiglia. Come ho detto fin dalle prime pagine di questo libro, sono diventato
apneista grazie al fascino che hanno esercitato su di me da ragazzino due grandi
campioni come Enzo Maiorca e Jacques Mayol. Nel 1988 avevo appena
affrontato la mia prima prova ufficiale da apneista in una piscina di Busto
Arsizio. Tutto quello che sapevo di profondità lo avevo letto sui libri in cui
Maiorca e Mayol raccontavano le loro vite e le loro imprese.
Maiorca e Mayol sono stati il Bartali e il Coppi dell’apnea mondiale, hanno
segnato l’era eroica dell’apnea e soprattutto hanno avuto il merito di diffondere a
livello popolare una disciplina sportiva che era considerata una pazzia per pochi.
La gente pensava che il mare fosse qualcosa di misterioso, di pericoloso, e la
medicina poneva dei limiti rigidissimi relativamente alle possibilità dell’uomo di
«diventare delfino».
Enzo e Jacques erano molto diversi l’uno dall’altro, per carattere e
formazione. Conobbi Enzo Maiorca nel 2001 prima dell’inizio di un convegno di
medicina iperbarica a Pisa. Ricordo che nella pausa pranzo non esitò a
prendermi da parte e a parlarmi a quattr’occhi. Io ancora gli davo del lei ed ero
non poco in soggezione.
«Ho un nipote, Giuseppe. Te lo devo presentare», mi disse. «Devi insegnargli
l’apnea.»
«Ma come, signor Maiorca, e lo manda da me?»
Lui si guardò intorno, con aria circospetta. Poi, stringendomi il braccio, mi
rispose a mezza voce: «Io, di questa apnea moderna, non ci capisco una
minchia…»
Questo era Maiorca, un uomo schietto, semplice, immediato. Da allora
nacque una sincera simpatia e amicizia, anche se lui sapeva che io ero
considerato l’allievo di Mayol.

Nelle mani di un guru


Jacques Mayol era il vecchio saggio che non si lasciava mai avvicinare più di
tanto. Era nato a Shanghai, figlio di un diplomatico francese e di una cinese. Fin
da ragazzino aveva scoperto il fascino delle immersioni subacquee, ma aveva
vissuto nel frattempo tante vite in tanti luoghi: tra Giappone, Francia, Marocco,
Svezia e Stati Uniti aveva fatto l’aviatore, il pianista, il taglialegna, il deejay,
l’attore. A Miami era rimasto incantato dalla vita dei delfini. Da qui la decisione
di dedicare il resto della sua vita a esplorare le capacità umane di immergersi
nelle profondità degli abissi senza respirare. Per i suoi esperimenti e record
scelse l’isola d’Elba, in particolare la base del Corsaro a Pareti, vicino a
Capoliveri, senza però smettere durante l’inverno di girare il mondo per
soddisfare la sua insaziabile curiosità e voglia di scoperta.
Conobbi Mayol la prima volta al Nautic, il salone nautico di Parigi, nel
dicembre del 1990. Avevo stabilito da poche settimane il mio primo record in
assetto costante. Cenammo insieme. Il Corsaro gli aveva parlato di me e del mio
record e mi promise che dopo l’inverno, una volta rientrato all’Elba, mi avrebbe
chiamato.
Sinceramente non diedi molto credito a quelle parole, pensando che quella
grande leggenda dell’apnea si sarebbe presto dimenticato della promessa fatta a
un giovane apneista. Non fu così! La primavera successiva ricevetti una
telefonata a casa. Rispose mia madre e mi disse: «C’è un signore con uno strano
accento francese che ti vuole parlare. Se non ho capito male si chiama Jacques
Mayol». Pensai fosse uno scherzo. Andai a rispondere: invece era proprio lui. Mi
invitò all’Elba, a casa sua, voleva vedermi in acqua. Quasi non credevo alle mie
orecchie.
Mi precipitai. Ricordo ancora la prima uscita con lui: era il 13 aprile 1991. Mi
sembrava di vivere un sogno. Non poteva essere vero: stavo facendo apnea con
la leggenda Jacques Mayol. Lui scendeva mentre io lo guardavo dalla superficie,
estasiato. Poi anch’io iniziai a immergermi, spingendo le mie quote sempre più
in profondità. Volevo farmi vedere da lui, dimostrargli il mio valore. Alla fine,
una volta rientrati a terra, gli chiesi cosa ne pensasse di me, delle mie
potenzialità da apneista, della mia tecnica.
Lui, con disarmante sincerità, mi disse: «Tu di apnea non capisci proprio
niente! Non hai la percezione di quello che hai intorno. Per te scendere in
profondità è solo un conquistare metri, secondi. Sei concentrato esclusivamente
sulla performance, e in questo modo non hai la minima possibilità di scoprire e
vivere quelle particolari sensazioni che un tuffo in apnea ti può offrire. Usi solo i
muscoli, ma non usi la testa. Se vuoi restare qui con me ad allenarti, non voglio
più vederti in acqua con orologi, profondimetri, computer subacquei. Non voglio
vedere su di te nulla che ti leghi alla prestazione. Dovrai avere un solo obiettivo:
provare a ogni tuffo una sensazione migliore rispetto al tuffo precedente».
Confesso che ci rimasi male. Caspita, avevo fatto il record mondiale in
assetto costante e lui mi diceva che non capivo nulla di apnea? Però per la prima
volta mi fece riflettere su quello che stavo facendo. Per me Mayol era «il
Maestro», così accettai le sue condizioni: «Ok, va bene, ci provo».
Per cambiare il mio modo di fare apnea immaginavo che Mayol mi avrebbe
portato in acqua con lui, mi avrebbe corretto tecnicamente durante i miei tuffi
profondi in mare, saremmo andati al largo e spariti nel blu totale degli abissi, con
lui in superficie a guardarmi. Invece per giorni e giorni non accadde nulla di
tutto questo.
Ogni mattina mi accompagnava in una baia sotto casa sua. Era un’insenatura
con il fondale basso, circa 10-12 metri. Quando c’era risacca, la posidonia sul
fondo si muoveva in continuazione e fissarla mi faceva venire il mal di mare.
Mayol mi accompagnava lì e se ne andava. Tornava solo dopo tre o quattro ore,
o almeno a me sembrava così: non potevo saperlo con certezza perché non
voleva che indossassi l’orologio. Anche se non potevo misurare le mie
performance scendevo, raggiungevo il fondo e cercavo di restare il più possibile
in apnea, resistendo alle contrazioni e al bisogno di respirare. Mi cronometravo
mentalmente. Dopo un po’ però quel tipo di allenamento iniziò a pesarmi: ero
già sceso a poco meno di 80 metri e non vedevo l’utilità di quei tuffetti a 10
metri di profondità! Passarono tre settimane e io ero ancora lì. Non capivo cosa
stava succedendo, né cosa Mayol mi stesse chiedendo di fare e perché. Mi
sembrava di vivere nella famosa scena di Karate Kid: «Metti la cera, togli la
cera».
A un certo punto mi stancai di continuare a trattenere il fiato soffrendo come
un cane su quel fondale e iniziai a ingannare quelle ore in mare, facendo tuffi
rilassati e senza obiettivo. Ero demotivato, rassegnato, senza stimoli, e presi in
considerazione l’idea di andarmene e lasciare Mayol. Ma fu proprio in quel
momento che avvenne la trasformazione. Staccato completamente dalla
necessità di soffrire per resistere ogni volta un po’ di più al bisogno di respirare,
scoprii per la prima volta il mio corpo in acqua. Durante la discesa e la risalita
iniziai a «sentirmi», a osservarmi da fuori. Individuavo quelle parti del mio
corpo che potevano essere rilassate. Mi vedevo pinneggiare, rendevo più dolce
questo movimento, mi abbandonavo completamente, con un’armonia che non
avevo mai provato prima. Scoprivo e annullavo tutte le tensioni muscolari che
mi accompagnavano.
Era un cambiamento tecnico, ma come se mi fosse stato indotto dall’interno,
da una nuova predisposizione mentale. Come d’incanto, quello che Mayol mi
aveva chiesto fin dal primo giorno – cercare in ogni tuffo una «sensazione
migliore» rispetto al tuffo precedente – iniziava a rivelarsi, e più mi lasciavo
andare più questa sensazione veniva fuori. Era come se quell’inatteso senso di
distensione, nato da un principio di rassegnazione, mi facesse vedere le cose in
altro modo.
Se ci penso, ancora adesso odio quella baia. Eppure, probabilmente senza
rendermene davvero conto, ho imparato molto più in quelle settimane a Costa
dei Gabbiani che in tutti gli anni precedenti. Quel che forse più conta è che ci
sono arrivato da solo. In realtà in seguito scoprii che non ero mai stato
veramente solo: Mayol si fermava a guardarmi dall’alto della scogliera, e aveva
capito da come mi muovevo in acqua che qualcosa era cambiato in me. Mayol
era fatto così, ti insegnava mantenendo le distanze. Non aveva metodo, non ti
consegnava il sapere, la password per accedere a nuove conoscenze. Ti dava
delle indicazioni e ti portava a trovare la soluzione, ad arrivare all’obiettivo per
conto tuo.

La strada e i sogni di Mayol


Da quel momento per me è cambiato tutto. Mayol mi avviò alle tecniche di
respirazione e di rilassamento che negli anni seguenti mi hanno permesso di
raggiungere i risultati migliori. L’apnea non è una disciplina di muscoli e
potenza, è innanzitutto una preparazione mentale e psicologica che comincia
molto prima dell’immersione.
Questo è stato il suo insegnamento fondamentale: imparare a respirare in
maniera diversa fuori dall’acqua, entrare in intima corrispondenza percettiva con
il corpo per poterlo poi adattare al cambiamento. Respirazione, rilassamento e
abbandono del proprio essere a una condizione diversa. Farsi accogliere da una
nuova dimensione. Quando riesci a vivere questo tipo di apnea non puoi più
tornare indietro: sono sensazioni positive, di benessere. Per questo a distanza di
anni continuo ad andare sott’acqua, anche se non lo faccio più per agonismo.
Prima che stabilissi il record a –150 metri tutti dicevano che sarebbe stato
impossibile resistere a quelle pressioni e soprattutto compensare a quelle quote.
Io invece sentivo di poter attingere dai miei polmoni l’aria necessaria per
rimettere i timpani in posizione neutra. Non sapevo spiegarne il motivo, ma
d’altronde l’aspetto puramente meccanico nemmeno mi interessava. Inoltre il
corpo non mi dava segni di cedimento o di superamento del limite. Ci riuscivo
con il rilassamento, indotto da determinate tecniche di respirazione e training
autogeno fuori dall’acqua. Oggi sappiamo come avviene la manovra di
compensazione, possiamo contare su conoscenze scientifiche precise e accurate,
ma all’epoca era una continua ricerca personale, sul proprio corpo, euristica.
Come un vero maestro yogi, Mayol indicava la strada, il suo modello di
conoscenza. Aveva una curiosità infinita.
Nei periodi invernali spariva senza lasciare traccia di sé. Spesso si rifugiava
come un eremita in monasteri buddisti per praticare la meditazione e lo yoga.
Quando rientrava e ci si ritrovava per allenarsi insieme, dentro e fuori l’acqua,
mi faceva da filtro per tutto quello che della pratica yoga poteva essere utile per
un apneista. Se lo stavi ad ascoltare, lui traduceva per te quelle sue esperienze in
funzione dell’apnea e dello stare bene sott’acqua.
Mayol affascinava anche per la sua visionarietà. Dava grandissima
importanza all’immaginazione, al sogno. Diceva spesso che «l’uomo diventa
vecchio quando il numero dei ricordi è superiore a quello dei sogni».

I ricordi uccidono i sogni


Il 23 dicembre 2001 ero in Brasile per un documentario. Stavamo girando nella
foresta amazzonica. Quel giorno, da una piccola cittadina a circa cinquecento
chilometri da Brasilia, decisi di telefonare a casa per salutare la mia famiglia e
fare gli auguri di Natale. Rispose mia sorella, che mi diede una notizia
agghiacciante: Mayol il giorno prima si era suicidato. Si era stretto intorno al
collo un cappio annodato con le sue mani e si era impiccato nella sua casa
all’Elba.
La prima reazione fu di rabbia irrefrenabile. Non me ne capacitavo. Com’era
possibile? Lui che aveva fatto della meditazione e dell’autocontrollo la propria
filosofia di vita, che aveva sempre cercato la ragione profonda del mondo, che
aveva spinto la sua curiosità oltre i limiti, come aveva potuto cedere alla
depressione, a un cupo desiderio di annichilimento? E se proprio avesse voluto
farla finita, perché morire in quel modo e non perdere se stesso nelle profondità
del mare, che era stato una parte fondamentale della sua vita?
Non avevo risposte, non le trovavo. Con il passare dei giorni provai però la
pietà per un uomo che forse non aveva saputo accettare l’inevitabile declino
della vecchiaia. Lo sconcerto per la sua perdita lasciò il posto ai ricordi: gli
esercizi di respirazione al tramonto, nella sua casa del Calone, rivolti al sole che
calava dietro Montecristo, le lunghe notti ad ascoltare i racconti delle sue
avventure, delle sue esperienze e dei suoi incontri in giro per il mondo. Di lui mi
rimane proprio quel suo modo di insegnare le cose senza dispensare consigli
pratici, ma invitando a compiere un percorso personale verso la conoscenza. E
soprattutto mi rimane l’insegnamento a essere curiosi del mondo.

La curiosità del mondo


Anch’io, come Mayol, ho provato a non pormi limiti nell’imparare da tutte le
occasioni di incontro. Sono stato fortunato. Per seguire la mia formazione di
apneista ho girato il mondo, ho vissuto in posti meravigliosi, facendo
conoscenza con figure singolari: uomini, donne ma anche animali.
Molti dei racconti ascoltati dalla voce di Mayol hanno ispirato le mie scelte di
viaggio. Alle Maldive, nei pressi dell’atollo di Felidhoo ho incontrato Brisbé, un
vecchio pescatore dagli occhi chiarissimi che sembravano luci in mezzo alla sua
faccia scura segnata dal sale e dal sole. Mi aveva visto immergermi nei fondali
trasparenti di quel mare e un giorno si era avvicinato per parlarmi. In un inglese
assai stentato, e più a forza di gesti che di parole, aveva voluto darmi un
singolare consiglio, che non ho mai dimenticato.
Aveva preso dalle tasche un pezzetto di corallo e lo aveva buttato in acqua.
Poi aveva versato qualche goccia di latte di cocco direttamente da una noce.
Infine mi aveva detto: «Tu puoi immergerti in mare come il corallo o come il
latte di cocco. Il corallo in acqua resta corallo, il latte di cocco invece si scioglie
e diventa lui stesso mare. Ecco, tu devi fare come il latte di cocco e diventare
mare». Era la stessa filosofia di Mayol: abbandonarsi alla nuova eppure non del
tutto ignota dimensione, non opporre un’inutile resistenza terrestre al dominio
del mare.
Con Jo-Jo e Tuffy alle Bahamas
Mayol mi aveva parlato molto dei pescatori di aragoste delle isole Turks e
Caicos, un arcipelago a sud delle Bahamas. Non potevo farmi mancare questa
esperienza, così decisi di trascorrere un periodo di allenamento proprio lì, tra
l’isola di Provo e South Caicos. Lì feci amicizia con Jo-Jo, un fenomenale
delfino selvatico che per tre mesi memorabili mi accompagnò nei tuffi di
allenamento. All’inizio, subito dopo averlo incontrato, i risultati non furono
entusiasmanti: mi sembrava di essergli assolutamente antipatico, perché ogni
volta che cercavo di avvicinarlo lui, insofferente, si girava e se ne andava. Non
mi rassegnai e dopo qualche giorno le cose iniziarono ad andare meglio. Nel giro
di tre settimane Jo-Jo divenne il mio fedele e inseparabile compagno
d’immersione: mi conosceva, mi riconosceva.
Al mattino molto presto, quando correvo lungo la spiaggia per allenarmi, lui
seguiva le mie falcate nuotando a poca distanza, un po’ più al largo. Quando,
terminata la corsa, mi tuffavo per cominciare una lunga nuotata, lui nuotava
accanto a me, alla mia ridicola velocità umana. Spesso con Jo-Jo raggiungevo a
nuoto il vicino isolotto di Pine Cay, dove ci aspettava Tuffy, un cane bellissimo:
appena ci vedeva arrivare si gettava in acqua e giocava con noi. Jo-Jo, con il suo
potentissimo «naso», spingeva in alto Tuffy, il quale dopo un paio di giravolte in
aria ripiombava in acqua e, per vendicarsi, mordeva delicatamente la pinna
dorsale al delfino.
Jo-Jo e Tuffy erano amici da molto tempo prima del mio arrivo sull’isola, e
dal momento in cui mi aggiunsi loro si adattarono subito alla nuova situazione.
Nuotare con quei due animali, o anche solo osservarli nelle loro evoluzioni, mi
regalava emozioni fortissime: mi sentivo perfettamente integrato nell’ambiente,
libero.
Un giorno stavo facendo una serie di tuffi lungo la barriera corallina quando
scorsi un’aragosta fuori dalla tana. La catturai, la spezzai e la diedi da mangiare
a Jo-Jo come premio per tutti quei momenti magici che mi aveva fatto vivere.
Per tutto il resto della giornata non fece altro che chiamarmi: mi toccava con il
suo naso, mi indicava di seguirlo e mi guidava all’imboccatura di tane stracolme
di aragoste, nella speranza che ne catturassi altre.
Divenne anche molto geloso di me. Quando, durante le mie apnee in mare
aperto, qualche animale di grossa mole – come barracuda, squali o tartarughe –
mi si avvicinava incuriosito, lui partiva deciso contro il malcapitato finché non
riusciva ad allontanarlo. Poi tornava da me con aria fiera e piena di orgoglio, mi
guardava attraverso la maschera, si girava a pancia in su e non riprendeva la
posizione normale se non lo accarezzavo un po’.
Il giorno dell’ultimo allenamento, alla vigilia della mia partenza, ero
comprensibilmente triste. Avevo la netta sensazione che Jo-Jo si fosse reso conto
del mio stato d’animo. Dopo l’ultima immersione fatta insieme mi avviai
nuotando verso la barca che mi avrebbe riportato a terra, e poi via per sempre. Il
delfino mi spinse a colpi di «naso» nella direzione opposta, tentando di
impedirmi di raggiungere l’imbarcazione, come se sapesse che una volta salito a
bordo non mi avrebbe rivisto mai più. Se qualcuno mi avesse raccontato una
storia del genere avrei faticato a credergli. Eppure a me è successa, e mi ha
procurato una commozione indicibile: favole come questa possono diventare
realtà per chi sa abbandonarsi alla natura del mare.

Tra le ama giapponesi e i badjaos filippini


Un’altra meta del mio peregrinare per il mondo alla ricerca di acque e fondali da
esplorare fu ancora una volta dettata dalla voglia di ripercorrere le tracce di
Mayol. In Giappone, nella regione sud-orientale di Ise-Shima, nella baia di Toba
e nelle prospicienti isole di Toshijima, Sugashima e Kamishima, vivono le ama,
le donne del mare. Sono donne pescatrici che, coltivando una tradizione
millenaria, si immergono in apnea per catturare ostriche, molluschi o raccogliere
alghe. Scendono a profondità variabili tra i 15 e i 30 metri, per una media di oltre
un minuto di apnea, e si muovono sott’acqua con una grazia e un’eleganza
inconfondibili.
Un tempo era una pratica assai diffusa, che aveva anche un profondo
significato sacrale, mentre ora è poco più di un’attrazione turistica cui si
dedicano solo qualche centinaio di donne, di età compresa tra i trenta e i
settant’anni. Anni fa si immergevano quasi nude, vestite solo da un ridotto
perizoma e da una sorta di velo bianco che si diceva tenesse lontano gli squali.
Oggi sulle mute di neoprene vestono una sorta di camicione bianco, in
osservanza della tradizione.
Un’altra volta andai alla ricerca dei badjaos, le tribù nomadi di pescatori delle
Filippine. Per Mayol i badjaos erano i migliori apneisti che avesse mai visto
all’opera. Feci conoscenza con un pescatore di Snake Island che girava su una
piroga a bilanciere accompagnato da uno stuolo di figli piccoli. La sua
attrezzatura, assai rudimentale, consisteva in un pesantissimo fucile di legno
lungo due metri, occhialini di legno di balsa, due tavolette rotonde, sempre di
legno, che usava come pinne, e un paio di slip larghissimi. Eppure riusciva a
immergersi fino a 20 metri di profondità e a fare un bottino di pesca decisamente
ricco. Il pescato veniva sfilettato e mangiato crudo, accompagnato da grossi
spicchi d’aglio sgranocchiati come se fossero noccioline. Mi ricordai allora delle
lodi sperticate di Mayol alle virtù taumaturgiche dell’aglio crudo: straordinario
vasodilatatore, l’aglio in effetti porta effetti benefici alle vie respiratorie, ma
anche inevitabili e nefasti effetti collaterali. Ben presto infatti venni dissuaso dal
seguire le prescrizioni del maestro Mayol.

A lezione dagli shaolin


Continuai a seguire i passi di Mayol andando a far visita, questa volta lontano da
mari e oceani, alla comunità dei monaci buddisti shaolin, che vivono nella
regione dell’Henan, in Cina. I monaci prendono nome da quella che è ancora
oggi la scuola di riferimento per tutte le tecniche del kung fu, la più nota delle
arti marziali cinesi.
Quella degli shaolin è una tradizione antichissima che risale al VI secolo,
epoca in cui un monaco indiano, Bodhidharma, introdusse l’idea della pratica
delle arti marziali come fondamento per uno sviluppo armonioso di corpo e
spirito. I monaci studiano per comprendere l’essenza del qi, termine che indica
l’energia vitale presente in natura, nei grandi spazi incontaminati. Il qi gong è la
pratica che porta a saper controllare questa energia vitale, incanalandola nella
migliore direzione.
Al centro di tutto c’è il controllo della respirazione, combinata a una
gestualità lenta e coordinata, che serve a trovare concentrazione e rilassamento
del corpo e della mente. Dai monaci shaolin, suggestionato dai racconti di
Mayol, ho imparato tecniche di respirazione che consentono di eliminare le
tensioni e aumentare le proprie capacità di concentrazione. Anch’io quando
respiro mi applico per sentire di più il diaframma e attivare le parti basse dei
polmoni, quelle più capienti e importanti. È qui che pongo le basi dei migliori
risultati in apnea. Mayol, anche in questo caso, aveva ragione.

Da Cousteau ai delfini
Girare il mondo significa anche andare alla ricerca delle mie vecchie passioni
d’infanzia. Da piccolo mi appassionava guardare in televisione i documentari di
Jacques Cousteau. Quando erano in programma nessuno doveva disturbarmi.
All’epoca avevo deciso che da grande avrei fatto il veterinario o il biologo
marino. Al largo delle coste sudanesi del Mar Rosso, a Sha’ab Rumi, sono
andato alla ricerca di Précontinent II, il piccolo villaggio sottomarino costruito
nel 1963, a circa 10 metri di profondità, dal comandante Cousteau.
Si trattava di un esperimento per studiare le reazioni fisiologiche e
psicologiche del corpo umano. Sui fondali di Sha’ab Rumi sono rimaste le
vestigia di quel programma di ricerca, molto simili a relitti di navicelle spaziali
ormai un po’ arrugginiti. Proprio in quell’occasione, Cousteau e la sua équipe
sperimentarono i primi incontri ravvicinati con gli squali, attraverso la
costruzione di apposite gabbie. L’osservazione scientifica di questi straordinari
esseri marini ci consente oggi di conoscerli meglio e di poterli avvicinare e
addirittura nuotare con loro.
Ma come mi ha insegnato Mayol, cultore del visionario concetto di Homo
delphinus, sono proprio i delfini gli animali che più mi hanno affascinato e anche
insegnato di più. A parte l’amicizia con Jo-Jo, alle Bahamas, sono stati numerosi
gli incontri con questi animali che hanno lasciato un segno indelebile nella mia
storia di apneista. Nel 1996, in uno dei primi corsi di Apnea Academy, in
Spagna, riservato ai bambini, tra i miei piccoli allievi c’era un ragazzino
sordomuto. Uno degli ultimi giorni portai la classe in un’insenatura naturale
chiusa, dove viveva in cattività un delfino, che tra tutti i ragazzini sott’acqua
scelse proprio il piccolo sordomuto. I due sembravano capirsi a meraviglia.
Avevamo tutti la netta sensazione che il ragazzino si trovasse a suo agio con il
delfino proprio perché, nel suo mondo senza suoni, era abituato a comunicare in
modo diverso e sott’acqua aveva trovato un ambiente a lui congeniale. Ebbi la
conferma che i delfini sono creature dalla sensibilità davvero speciale, capaci di
stabilire dei notevolissimi gradi di comunicazione con gli esseri umani.
In un’altra occasione è stato sempre un bambino a sottolineare l’eccezionalità
del carattere dei delfini. Eravamo sul Great Bahama Bank, un vasto fondale
sabbioso, con acque poco profonde, al largo di Miami, che attraversa il
Northwest Providence Channel, formando un’ampia curva lunga più di 500
chilometri, tra Cuba e l’isola di Andros. Il bordo del banco precipita di netto
nell’abisso oceanico per 2-3.000 metri di profondità. Qui viveva una colonia di
delfini, che si avvicinarono all’imbarcazione e cominciarono a giocare. Io e i
miei compagni di navigazione ci tuffammo con loro. Insieme a noi c’era una
coppia con un bambino di cinque o sei anni, che si stava divertendo un mondo e
non voleva uscire dall’acqua. Quando finalmente riuscirono a convincerlo a
salire in barca, il piccolo mi spiegò, raccontandomi un favola, la ragione per cui i
delfini sorridono. «Quando Dio creò la Terra e la popolò, nel mare ci mise i pesci
e i mammiferi marini. Si sbizzarrì con tutti i colori che aveva a disposizione per
dipingere tutte le specie, ma quando arrivò ai delfini si accorse di aver finito i
colori. Si sentì un po’ in colpa, e per farsi perdonare disse che i delfini sarebbero
rimasti grigi, senza colore, ma sarebbero stati gli unici animali marini dotati di
sorriso.»

Salvare il delfino Stefania


L’esperienza che più mi ha avvicinato alla singolare «umanità» di questi
mammiferi marini è stata la lunga e complessa operazione di salvataggio del
delfino Stefania, un esemplare femmina che da dodici anni viveva nell’angusto
recinto di un delfinario, a San Andrés, un’isola della Colombia. Il programma,
tutto documentato da riprese televisive, prevedeva un percorso rieducativo del
mammifero per restituirlo alla vita selvaggia. L’operazione però si rivelò ben
presto assai complicata: quando arrivammo sull’isola, infatti, ci rendemmo conto
che il primo obiettivo non era più cambiare le abitudini di Stefania per riportarla
in mare, ma salvarla.
Due settimane prima gli altri due delfini che vivevano in quella piscina erano
morti per malattie e denutrizione, così Stefania aveva deciso che avrebbe fatto la
stessa fine: non mangiava più e rifiutava ogni cura. La trovammo in uno stato di
salute decisamente precario, debole, disidratata e con parecchie infezioni.
Fortunatamente le cure la salvarono, così iniziò una lunga e graduale fase di
riambientamento. Stefania, con molte precauzioni e fatiche, fu trasferita in una
«zona protetta», nella piccola baia recintata di un’isoletta a una cinquantina di
miglia da San Andrés.
Doveva a poco a poco riprendere a nuotare con le sue pinne atrofizzate;
doveva anche imparare a riattivare il proprio sistema naturale di ecolocazione
con cui, attraverso l’emissione di onde sonore, un esemplare riesce a stabilire le
coordinate dello spazio in cui si trova: una facoltà completamente abbandonata
durante la lunga permanenza in cattività. Soprattutto – e questo rappresentava
l’obiettivo più difficile – doveva tornare a procurarsi il cibo da sola.
Durante tutto questo tempo vissi in acqua a fianco di Stefania: la osservavo,
tenevo nota di quanti pesci mangiava al giorno, come cambiavano le sue
tecniche di caccia, scrivevo quelli che secondo me erano i progressivi
cambiamenti nella sua vita di tutti i giorni che l’avrebbero portata molto
lentamente a diventare un delfino selvatico, e infine esultai per il suo felice
ritorno allo stato di piena libertà in mare aperto. Vivere tutti i giorni questa
straordinaria rigenerazione è stata per me un’esperienza entusiasmante e
commovente, per il coinvolgimento sentimentale che mi legava a quella creatura
restituita alla sua dimensione naturale.

Il tuffo greco
Ricordate Stathis Haggi, il pescatore di spugne greco che nel 1913 recuperò
l’àncora e la catena della corazzata italiana Regina Margherita nella baia di
Karpathos? Nel 1998 decisi di raccogliere una sfida, lanciata nientemeno che da
Filippo Giardiello, presidente di un’azienda di orologeria che allora era uno dei
miei sponsor tecnici. Fu lui durante una cena a raccontarmi l’incredibile impresa
di Stathis Haggi. Decisi così di cimentarmi in qualcosa di simile, a metà tra
l’esibizione e la rievocazione storica. Mi preparai a scendere a –100 metri, 20 in
più della profondità raggiunta più di ottant’anni prima dal pescatore greco,
utilizzando le sue stesse rudimentali attrezzature. Mi sarei immerso senza pinne
e senza muta, soltanto in costume da bagno, e mi sarei fatto trascinare da una
pietra di sette chili.
Il difficile era proprio questo: da un lato affrontare i repentini cambiamenti di
temperatura senza la protezione termica della muta, dall’altro gestire la
compensazione senza poter frenare la zavorra che ti spinge in basso a una
velocità elevata, senza neppure poter ricorrere alle pinne per opporre resistenza
al trascinamento. Ma era questo il gusto della sfida: riprovare le stesse
sensazioni che aveva avvertito il mio eroico predecessore.
A settembre tutto era pronto a Karpathos: il cavo di 100 metri, la pietra e il
resto. Non c’erano giudici, perché non era una prova ufficiale, ma della mia
squadra non mancava nessuno. Il tuffo fu bellissimo, sentivo il mio corpo, libero
dalle sovrastrutture tecnologiche, completamente in sintonia con il mare. Arrivai
in fondo, lasciai la zavorra, mi aggrappai al cavo e risalii in superficie a grandi
bracciate. A impresa terminata, proprio come era avvenuto nel 1913, una grande
festa ci accolse nella piazza del paese.
Sono molto felice di aver legato il mio nome a quello di Stathis Haggi, il
primo recordman dell’apnea a sua insaputa.

La rivalità con Pipín


Una parte importante delle relazioni umane nasce anche dalle rivalità. Come con
i limiti, si tratta di una forma di confronto, di conoscenza di un altro diverso da
te, nel quale, magari, alla fine scopri molte più affinità e simpatie che «gradi di
separazione».
Ascoltai una volta Maiorca affermare in una conferenza che il suo rapporto
con Mayol era stato di aspro antagonismo, ma che a distanza di anni poteva
affermare di aver provato per l’eterno rivale un sentimento di rispetto che
sconfinava nell’affetto e addirittura nell’amore. In quell’occasione pensai che
Enzo fosse un inguaribile romantico. Sapevo di come le loro carriere di
recordman fossero sempre state un continuo rilancio di duelli, e che non erano
mancate vivaci polemiche e accuse reciproche. Conoscevo Maiorca come un
uomo estremamente sincero, senza infingimenti, ma quell’affermazione mi
sembrava davvero esagerata. Oggi posso però dire che è capitata la stessa cosa a
me.
Negli anni Novanta la mia rivalità con Pipín, il cubano Francisco Ferreras,
arrivò al culmine. I media avevano ritrovato in noi lo stesso acceso dualismo che
aveva contraddistinto vent’anni prima l’infinita sfida tra Maiorca e Mayol. Si sa
che gli sport alimentano la loro popolarità grazie ai duelli individuali: pensate al
ciclismo e alle sfide tra Girardengo e Binda, Bartali e Coppi, Moser e Saronni e
così via; alla Formula 1, con James Hunt e Niki Lauda, Alain Prost e Ayrton
Senna; o il tennis, con Borg e McEnroe e in anni più recenti Federer e Nadal.
Come nel caso di Maiorca e Mayol, anch’io e Pipín ci eravamo conosciuti ed
eravamo diventati amici, prima di trasformarci in rivali a viso aperto. Ancora
prima di laurearmi e terminare il servizio militare, mi ero concesso una vacanza
a Cuba, a Cayo Largo. Quando non era impegnato negli allenamenti, andavamo
insieme in mare per fare pesca subacquea. Immergendomi insieme a Pipín mi
resi conto di non essere molto distante da lui, pur senza avere quasi nessuna
esperienza di profondità. Nacque subito una sincera amicizia, e confesso che gli
devo molto per quanto riguarda i miei inizi di apneista: è stato lui infatti a
presentarmi al mio primo importante sponsor tecnico.
Poi, quando ho cominciato a misurarmi con i record, è scattata una forte ma
sincera rivalità sportiva, indispensabile se vuoi rimanere al top. Non facevamo
nulla per mascherarci dietro quell’iniziale amicizia, anche se molto del nostro
antagonismo venne montato ad arte dalla stampa.

Uno contro l’altro


Io e Pipín, come già Mayol e Maiorca, eravamo figure contrapposte. Io ero
considerato allievo di Mayol, Pipín di Maiorca. Io, secondo i dettami del
francese, mi affidavo molto di più alle tecniche di rilassamento e di respirazione;
il cubano era più atletico, aveva un approccio molto fisico all’apnea.
Al di là delle nostre due spiccate personalità, che non facevano sconti quando
si trattava di mettersi in competizione, Pipín e io incarnavamo davvero due
scuole antagoniste, due pensieri antitetici rispetto al mondo dell’immersione in
apnea.
Anche le formazioni che ci assistevano nei nostri tentativi di record erano la
continuazione dei team di Maiorca e Mayol. Ricordo che nel 1992, a Ustica,
venne organizzato una sorta di duello incrociato: io andavo alla ricerca del suo
record in assetto costante, lui del mio record in assetto variabile e no limits. Uno
era detentore del record che l’altro voleva superare. Ci incontrammo nella
riunione pregara: io ero con Giudicelli e con il Corsaro, Pipín con il suo
allenatore, Nuccio Di Dato, che era già stato allenatore di Maiorca. Per anni
avevano curato nei minimi dettagli la preparazione dei loro rispettivi campioni.
Ebbene, Nuccio e il Corsaro, uno di fronte all’altro, con lo sguardo di sfida,
sembravano usciti da un film di Sergio Leone, uno spaghetti-western alla
marinara. I veri duellanti, tanto per continuare a usare similitudini
cinematografiche, erano loro due: era la prima volta che si incontravano di
persona dopo quarant’anni di sfide e sacrifici.
La tensione si poteva tagliare con il coltello. Seduti uno di fronte all’altro,
Nuccio e il Corsaro si guardavano e si lanciavano parole di sfida, come se
Maiorca e Mayol fossero ancora in acqua ad allenarsi per stabilire dei record. Per
questi due lupi di mare, in un periodo ben preciso della loro vita, la loro
missione era alzarsi la mattina e allenare un uomo affinché scendesse più in
profondità dell’altro.
Io stesso dovevo fare attenzione a come mi comportavo e a cosa dicevo. Il
Corsaro e gli altri mi guardavano in cagnesco tutte le volte che mi avvicinavo a
salutare qualcuno dello staff di Pipín. Reagivano come una fidanzata gelosa
quando ti vede andare a parlare con una tua ex. Una volta, all’Elba, al termine
dell’allenamento, la squadra era particolarmente carica e soddisfatta della mia
prestazione e mi incitava con grandi pacche sulle spalle: «Dai! Dai, che gliela
facciamo vedere noi al cubano!»
Io ebbi la malaugurata idea di fare la parte del saggio e avanzare
un’obiezione: «Non sarà così semplice come dite voi. Mica si può vendere la
pelle dell’orso prima di averlo ucciso. Pipín è forte, non sarà facile batterlo!»
Non feci in tempo a terminare la frase che il Corsaro diede l’ordine di
spegnere il motore e fermare la barca, e mi disse in modo secco e risoluto di
infilarmi le pinne e gettarmi in acqua. Quel giorno sarei tornato a casa a nuoto,
perché su quella barca nessuno poteva dire o pensare che Pipín fosse forte,
tantomeno io. Provai a spiegarmi meglio, ma non ebbi neppure il tempo di farlo.
Mi ritrovai a fare quattro miglia a nuoto per raggiungere la costa.

Ocean Men
Insomma, questa era l’apnea venticinque, trent’anni fa. Eravamo ancora uomini
che vivevano intensamente il mare; anzi, la cui vita coincideva con il mare. Io e
Pipín abbiamo fatto da trait-d’union tra l’età pionieristica e la nuova
generazione, e credo che abbiamo svolto una funzione importantissima nella
«democratizzazione» dell’apnea. Oggi, a livello sportivo, molte cose sono
cambiate: gli apneisti sono degli atleti fortissimi, vere e proprie macchine da
guerra. Si è però perso quel romanticismo e quello spirito di avventura che
circondava il nostro mondo. Non ci sono più squadre di sommozzatori di
assistenza, il cui ruolo viene svolto da speciali sistemi di contrappeso che, in
caso di bisogno, riportano l’apneista in superficie. Non si respira più lo stesso
«odore del mare», la stessa filosofia, quelle situazioni uniche che
caratterizzavano la storia di un record di apnea, le sfide all’ultimo metro tra due
apneisti e le sfide tra i team.
L’antagonismo ha fatto la fortuna del nostro sport, e anche di noi due. Nel
1999 fummo coinvolti nella produzione cinematografica di Ocean Men, che
voleva essere il remake de Le Grand Bleu, il grande successo che portò alla
ribalta le vite parallele di Maiorca e Mayol. Questa volta chiesero a me e a Pipín
di raccontare le nostre storie e la nostra rivalità di «uomini dell’oceano».
Francisco che dice di aver scoperto il mare ancor prima di imparare a
camminare, quando su una spiaggia cubana venne «sacrificato» a Olokun, il dio
degli abissi, una specie di Nettuno caraibico; io che racconto della mia iniziale
paura della doccia, fino alla prima volta in cui ho trattenuto il fiato, in una molto
meno esotica piscina di Busto Arsizio.
All’inizio del film, che venne girato in versione IMAX, ovvero per essere
proiettato su grandi schermi speciali che rendono più spettacolare e coinvolgente
l’ambientazione sottomarina, compare Jacques Mayol, che racconta a modo suo
la storia dell’apnea. Ma durante le riprese del film, dalle Bahamas all’Honduras,
dalla Cina a Capo Testa, in Sardegna (che nel frattempo è diventato il mio luogo
dell’anima), io e Pipín non ci siamo mai incontrati. Le nostre storie parallele
sono raccontate a distanza, e in luoghi differenti. Solo dopo sono state montate in
sequenza alternata. Anche questo fa parte del mito della nostra rivalità.

Rispetto, stima e qualcosa di più


Per venticinque anni non ho visto Pipín. Per due settimane, nel 1992, eravamo
stati a Ustica, in occasione di una gara internazionale, poi più nulla; ci
pensavano la stampa e la televisione a «farci parlare». Decisi di scrivergli alla
fine del 2002, quando in un tragico incidente durante un tentativo di record
femminile, Audrey Mestre, sua moglie, anche lei forte apneista, perse la vita.
Entrambi avevamo già chiuso con l’attività agonistica. Lui mi rispose, mi
chiamò al telefono e così dieci anni dopo Ustica ci parlammo di nuovo. Era
molto triste: durante quella telefonata scoppiò spesso a piangere e mi disse che
uno dei desideri di Audrey era quello di vederci di nuovo insieme, magari in
mare, come due vecchi amici. Gli promisi che se fossi passato da Miami, dove
lui viveva, lo avrei chiamato.
Ci sono voluti altri quindici anni, ma finalmente ci siamo ritrovati a Bologna,
il 4 marzo 2017, in occasione dello European Dive Show, una manifestazione
dedicata al mondo della subacquea. Sul palco eravamo imbarazzati come due ex
fidanzati che si incontrano dopo una vita e a cui viene da ammettere una cosa
che mai avremmo pensato vent’anni prima: dopo tutto non eravamo tanto male,
insieme. Forse un giorno, e solo per noi due, senza i riflettori puntati addosso,
rinnoveremo il nostro duello sotto il mare, per il semplice gusto di farlo e per
confermare il rispetto, la stima e – proprio come diceva Maiorca di Mayol – quel
qualcosa di più che proviamo l’uno per l’altro.
5
La memoria dell’acqua
L’apnea si impara, l’apnea insegna

COME avete letto nelle prime pagine di questo libro, mi sono trovato a fare
l’apneista nonostante le condizioni di partenza non fossero proprio le più
naturali: un «uomo di mare» originario di Busto Arsizio non si era mai visto.
Certo, alla base c’era una grande passione, l’irresistibile attrazione per l’acqua,
per quel mondo sommerso che mi aveva affascinato fin da bambino quando i
documentari di Jacques Cousteau mi incollavano davanti alla televisione. C’era
indubbiamente una buona predisposizione fisica e – forse ancora di più –
mentale che mi ha permesso di confrontarmi con il mondo dell’immersione.
Però c’è voluta anche una buona dose di casualità, di situazioni favorevoli, di
incontri, di coincidenze. Cosa sarebbe stato di me se non mi avessero concesso,
durante il servizio militare, il trasferimento all’isola d’Elba? E se, una volta
arrivato lì, non avessi avuto la fortuna di incontrare una persona come Massimo
Giudicelli, che come credo abbiate capito è stato per me molto più di un
semplice allenatore? Probabilmente sarei rimasto, o sarei tornato, a fare
l’informatico… Ma non è andata così: da quel momento in poi ci sono stati altri
incontri e altre opportunità di crescita. Da parte mia posso dire di non essermi
mai risparmiato nel dare il meglio di me stesso in tutte le situazioni che ho
vissuto, portando ogni volta a casa un nuovo bagaglio esperienziale.
Parlando più in generale, credo tuttavia che la più grande occasione che ho
colto sia stata l’aver saputo trasformare una passione in un lavoro e di averla poi
coltivata e fatta crescere ed evolvere con totale dedizione e tenace senso di
responsabilità in tutti gli anni della mia carriera agonistica.

Insegnare l’apnea
Ho sempre saputo che non avrei potuto «fare il campione» per tutta la vita. Per
questo, nel 1995, a trent’anni, pur sapendo di poter dare ancora molto dal punto
di vista agonistico e dei risultati sportivi, ho pensato che fosse giunto il momento
di smettere di inseguire record e di iniziare a programmare il mio futuro.
Insieme a Renzo Mazzarri, tre volte campione mondiale di pesca subacquea, a
Marco Mardollo, all’epoca uno dei rarissimi istruttori di apnea, e ad alcuni altri
professionisti del settore ho fondato Apnea Academy. Quelli della mia
generazione che volevano avvicinarsi al mondo dell’apnea dovevano arrangiarsi
da soli: eravamo tutti più o meno autodidatti, e non esistevano metodi né
tantomeno corsi che insegnassero la preparazione, la tecnica e l’approccio
soprattutto mentale a quella disciplina. Se eri fortunato potevi trovare sulla tua
strada un maestro, come è capitato a me con Jacques Mayol; ma non esisteva
una vera e propria organizzazione didattica dell’apnea.
Con Apnea Academy si è pensato di colmare questa lacuna. Insieme a
Mazzarri, Mardollo e a figure professionali come fisiologi, psicologi e
nutrizionisti, abbiamo messo in campo le nostre esperienze pratiche e le abbiamo
fatte dialogare con le conoscenze scientifiche di allora, che non sono neppure
lontanamente paragonabili a quelle attuali. Abbiamo così iniziato a offrire dei
corsi per formare istruttori, figure che potessero a loro volta avviare al mondo
dell’apnea altri praticanti.
In venticinque anni di attività l’apnea è cambiata tantissimo: un’evoluzione
che difficilmente trova un paragone con gli altri sport. L’acquisizione di nuove
conoscenze nel campo della fisiologia e le molteplici attività di ricerca e studio
delle performance hanno innovato sia le tecniche di preparazione sia gli
strumenti per le prestazioni come mute, pinne e maschere, evolvendo
straordinariamente il mondo dell’apnea subacquea. Se leggessi ora quel
manualetto che pubblicammo a metà degli anni Novanta, mi verrebbe da
sorridere, ma a quei tempi costituì, nel suo piccolo, una pietra miliare, il primo
passo di un lungo cammino. Negli anni lo abbiamo continuamente cambiato,
arricchito, aggiornato, reso più approfondito, e alcuni capitoli sono diventati
singole monografie. Quella che non è cambiata è la nostra filosofia di fondo:
l’apnea intesa non solamente come pura performance atletico-agonistica, che
punta al raggiungimento delle quote di profondità, ma piuttosto come esperienza
più completa di sintonia con l’ambiente acquatico.
A questo principio di base si ispirano tutte le attività di Apnea Academy, dalla
didattica alle linee di ricerca scientifica, che vedono importanti collaborazioni
con istituti universitari nazionali e internazionali – dall’Istituto di Fisiologia
Clinica del CNR di Pisa al DAN (Divers Alert Network) – fino al
coinvolgimento nell’organizzazione di eventi sportivi. Con Apnea Academy
abbiamo voluto diffondere la visione che mi ha insegnato Mayol: l’immersione
senza respirare è un’esperienza che riporta a contatto con una dimensione
ancestrale di benessere fisico e mentale, che ci fa acquisire un senso perduto di
rilassatezza, che ci induce a meditare su noi stessi e il mondo attraverso la
compenetrazione del nostro corpo e della nostra mente con l’ambiente acquatico.

Trasmettere la passione
Venticinque anni dopo possiamo dire di esserci riusciti. Confesso che quando
fondammo Apnea Academy non mi sarei mai immaginato di ottenere i risultati
che oggi balzano agli occhi di tutti. In Italia ci sono attualmente più di 600
istruttori abilitati nei nostri corsi, e sono stati più di 1.000 quelli passati
attraverso il nostro percorso di formazione. Non solo: ve ne sono oltre 400 nel
mondo, perché abbiamo da tempo raggiunto una dimensione internazionale. Pur
non essendo né un’azienda né tantomeno una federazione, siamo una realtà
riconosciuta e stimata in tutto il mondo per la professionalità, l’autorevolezza e
la credibilità dimostrate sul piano della didattica e della ricerca scientifica.
La nostra forza sono i corsi per istruttori che teniamo ogni due anni, al
termine di una lunga e probante selezione. La procedura di ammissione è molto
rigorosa: ai candidati che vogliono accedere al corso viene richiesto un avanzato
livello di preparazione ed esperienza. Al termine di un percorso di tirocinio e di
affiancamento con un istruttore, ogni candidato viene sottoposto a prove tecniche
e d’insegnamento. Seguirà, quindi, una graduatoria nazionale con i migliori
candidati: nell’ultimo corso, dei 200 che avevano superato le prove, vengono
ammessi 50 futuri istruttori. Queste persone concludono il percorso di
formazione con una sessione molto impegnativa di due settimane: la prima,
intensissima, in un college a Lignano Sabbiadoro, la seconda con una settimana
dedicata al mare e alla profondità. Ogni due anni Apnea Academy certifica
nuovi istruttori pronti a loro volta a trasmettere le migliori e più aggiornate
tecniche di apnea.
Nelle due settimane finali del corso lo staff è composto da circa 25 istruttori
con elevata esperienza, per avere un rapporto di due candidati per ogni membro
dello staff. Quello che notiamo è che se un candidato all’inizio non eccelle
tecnicamente in tutto, durante il corso riesce a migliorarsi raggiungendo il livello
previsto. Il problema non è migliorare gli aspetti tecnici dell’apnea, dall’assetto
alla pinneggiata, dalle tecniche di compensazione a quelle di respirazione, dai
risultati «metrici» al rilassamento: le difficoltà maggiori si hanno nel trasmettere
e nel far acquisire ai futuri istruttori le tecniche e le modalità su come rapportarsi
con le persone, con gli eventuali futuri «clienti apneisti».
Quello che cerchiamo di insegnare è che l’allievo che si iscrive al loro corso
di apnea lo fa perché ha scelto quell’istruttore come persona prima ancora che
come professionista. Al primo approccio con un potenziale cliente dobbiamo
mostrare tutto il nostro entusiasmo in quello che stiamo proponendo, dobbiamo
cercare di convincerlo che tenere un corso di apnea, insegnare a una persona a
trattenere il fiato sott’acqua e far vivere belle sensazioni è davvero quello che ci
piace fare. Solo così lo conquisteremo, e solo dopo il nostro allievo scoprirà
anche quanto siamo bravi nell’insegnare la tecnica di una disciplina così
particolare. Insomma, credo che, ancor prima del prodotto che dobbiamo
proporre, conti mostrare la nostra umanità, la nostra persona, il nostro
entusiasmo. Il cliente sceglierà l’uomo, e poi l’istruttore di apnea per quello che
conosce e sa fare.
Insegnare «come si fa» è dunque l’ultimo dei problemi. Molto più difficile è
insegnare agli istruttori come relazionarsi e proporsi alle persone che vogliono
imparare e devono scegliere a chi affidarsi. Ma se non si riesce a catturare
l’anima, il cuore, il pensiero, la curiosità di chi chiede informazioni perché vuole
imparare, se non lo si «conquista», probabilmente sceglierà qualcun altro.
La bravura sta tutta qui: convincere chi ti sta di fronte che quella cosa che lui
cerca tu la possiedi e gliela puoi dare. Solo dopo arriva il know-how, la tecnica,
la parte apneistica. Nei nostri corsi puntiamo molto sul capitale umano che
ognuno di noi ha a disposizione. Credo fortemente nel valore delle relazioni
umane: me lo ha insegnato la mia squadra, il lavorare in gruppo, il contributo del
mio team di sommozzatori durante gli anni in cui ho gareggiato.
Tutti, da Massimo Giudicelli fino all’ultimo addetto al rimessaggio e alla
pulizia dei gommoni, condividevamo questi principi: l’umanità nel proporsi, la
disponibilità all’interno del gruppo, il valore dell’ascolto, dell’apertura al
confronto, del sapersi assumere le diverse responsabilità in un lavoro di squadra,
la credibilità carismatica nella costruzione di un rapporto.

Non basta il protocollo


Questo, evidentemente, è un buon modello di riferimento anche in altri contesti,
che vanno dal mondo dell’istruzione – quanto è importante per un educatore
affascinare i propri allievi, catturarne l’attenzione e la stima a prescindere dalla
materia insegnata? – a quello aziendale, dove spesso è decisivo l’approccio
interpersonale.
Ricordo che un giorno ero a cena con tre amici e raccontavo, con un tono
quasi da supereroe, i miei record, le difficoltà che improvvisamente ti trovi ad
affrontare e le soluzioni che devi mettere in pratica rapidamente se vuoi
raggiungere quell’obiettivo su cui stai lavorando da tempo. Uno dei miei amici,
che di mestiere fa l’agente di commercio nel settore dei pezzi di ricambio per
meccanici, mi interruppe e mi disse: «Guarda che io quasi tutti i giorni sono
molto più no limits di te!»
Mi raccontò che anche per loro, in azienda, esistono corsi di formazione in
cui vengono addestrati a puntino su quali sono gli standard di efficienza e le
caratteristiche su cui si deve puntare per i nuovi prodotti da vendere. Esistono
tabelle, procedure, schede tecniche da seguire. Però poi le cose non vanno mai
nel modo previsto dal protocollo. «In riunione i miei formatori mi dicono che per
presentare bene i punti di forza di un mio prodotto ho bisogno di trenta minuti.
Allora io, carico e motivato, parto per andare a trovare un mio cliente che fa il
meccanico. Tra code, traffico, incidenti autostradali e imprevisti arrivo
all’officina con un’ora di ritardo. Il cliente mi viene incontro, mi saluta
porgendomi il gomito perché ha le mani sporche e mi spiega che mi può
dedicare solo cinque minuti del suo tempo. Ha ancora tante auto da sistemare e
consegnare entro sera. Io in quel momento devo dimenticare tutto quello che mi
è stato insegnato nelle riunioni tecniche formative e, guardando negli occhi il
mio cliente, capire cosa vuole sentirsi dire da me in quei pochi minuti. Solo così
potrò vendere il mio prodotto. La mia bravura, in quei casi, è saper attivare
quella capacità di relazione umana che mi consente di portare a casa un risultato
non in mezz’ora, ‘secondo procedura’, ma in cinque minuti. Bisogna resettare il
programma e applicarlo al meglio nelle nuove condizioni. Ti assicuro», mi
racconta sorridendo, «che queste sono le situazioni all’ordine del giorno. I
protocolli sono fatti per una realtà virtuale che si verifica assai raramente.»
E proprio a questo proposito, mi ricordo una frase illuminante di Mike Tyson:
«Tutti hanno un piano, finché non si prendono un pugno in faccia». Niente di più
vero: finché tutto va come da copione ogni cosa è facile, prevedibile e scontata,
ma è nel momento in cui «salta il banco», quando all’improvviso giunge
l’ostacolo inaspettato, che vedi la capacità di gestire la nuova criticità, di
controllare l’ansia per trovare con lucidità e rapidità la soluzione migliore,
adattandosi alla situazione che si è creata.
In Apnea Academy siamo convinti che curare la dimensione relazionale,
essere se stessi e interfacciarsi con sincerità ed entusiasmo consenta di fare la
differenza nel servizio che si fornisce. Un altro aspetto a cui diamo particolare
importanza è essere molto attenti alle esigenze di tutti. In un corso basico open,
il primo livello, è fondamentale saper intervenire nel modo corretto in base al
tipo di allievo. Spesso avviene che i livelli di competenza siano molto diversi:
c’è chi si approccia per la prima volta all’immersione in apnea e chi invece ha
già esperienza e ci ha scelto per migliorare specifici dettagli tecnici. Alla fine del
corso l’obiettivo è conseguito se ciascun partecipante ha aggiunto qualcosa in
più alle proprie attitudini e abilità, se ogni allievo ti stringe la mano
ringraziandoti per quello che ha imparato.
Per quasi tutti, dal principiante all’apneista esperto, la maggior soddisfazione
è scoprire i benefici che respirazione e rilassamento possono dare. Molti infatti
tornano per proseguire un percorso che, proprio attraverso l’acquisizione di un
nuovo modo di respirare e la capacità di rilassarsi in acqua, diventa una vera e
propria rigenerazione corporea e mentale.

«L’omino dello stress sportivo»


Nel Capitolo 3 ho raccontato il mio ultimo record. Nel 2001, a Capri, non
lontano dai faraglioni, con i –131 metri in assetto variabile ho chiuso la mia
carriera sportiva di apneista. Era il momento giusto. Chiudevo in bellezza,
detentore di tutti i primati nelle tre specialità dell’apnea profonda. Molti mi
hanno chiesto che cosa si prova quando si smette di essere un campione e che
cosa spinge un campione a dire basta.
Di certo è stata la consapevolezza che tutte le belle storie hanno un inizio e
una fine. Quegli anni sono stati il periodo più bello della mia vita. Sapevo che
quella del campione era una condizione transitoria, e mi rendevo conto che non
poteva durare per sempre: viaggi, mare, spiagge, apnea… Stavo vivendo un
sogno, ma prima o poi sarei dovuto tornare alla realtà. Poter decidere in totale
autonomia, senza costrizioni o cause di forza maggiore, quando chiudere
un’esperienza così magica è un grande privilegio che è meglio non lasciarsi
scappare. Quello che mi ha portato a decidere di smettere non è stato il
prevedibile calo fisiologico di motivazione, di «cattiveria sportiva», la mancanza
della ferrea determinazione a perseguire gli obiettivi: la verità è che avevo voglia
di dedicarmi ad altri progetti, volevo iniziare nuove avventure, e se avessi
continuato a fare l’atleta professionista sarebbe stato impossibile.
Il ritorno alla normalità non è mai un passaggio semplice. Dopo anni vissuti
con il pensiero quotidiano di avere un successo da perseguire, un traguardo da
tagliare, sapendo di aver quasi sempre passato le giornate, le settimane e i mesi
in funzione di quell’obiettivo, reinventare la propria vita può essere traumatico.
Lo sportivo porta con sé, seduto sulla spalla, il cosiddetto «omino dello stress»:
anche nei momenti di tranquillità, lontano dalla scadenza delle gare, è sempre
pronto a suggerire scelte e a condizionare i comportamenti.
Anche se mancano mesi di lavoro e allenamento prima di arrivare al prossimo
tentativo di record, più volte al giorno torni con il pensiero a quell’impegno. Si
chiama «stress sportivo», questo omino che ti porti sempre dietro, che si sveglia
e va a dormire con te. Diventa il tuo inseparabile compagno di viaggio, una
presenza allo stesso tempo assillante e familiare: una specie di amico rompiballe
che non molla mai la presa e ti ricorda in continuazione cosa devi e non devi
fare. E anche se a volte sei arrivato a odiarlo, la mattina in cui ti svegli e per la
prima volta scopri che lui non è più lì, sulla tua spalla, capisci che ti manca
qualcosa di importante. Di molto importante: solo quando lo stress sportivo
scompare definitivamente perché hai deciso di smettere con il professionismo, ti
accorgi che quello era il motore della tua vita.
Per questo, quando l’omino smette di fare il suo onesto lavoro, l’ex atleta
rischia di perdersi e non trovare più la ragione della propria esistenza. Quanti
grandi campioni, dopo aver abbandonato l’attività agonistica, sono tornati alle
competizioni per un inguaribile senso di abbandono, di malinconica crisi di
astinenza dall’adrenalina delle gare? Il grande Mark Spitz, nuotatore recordman
di medaglie d’oro alle Olimpiadi di Monaco del 1972, provò senza successo a
qualificarsi per i Giochi di Barcellona del 1992, a oltre quarant’anni. Michael
Schumacher, dopo aver abbandonato la Formula 1 nel 2006, tornò alle corse,
anche lui con poca gloria, nel 2010. Lo stesso è successo a Lance Armstrong:
ritiratosi nel 2005 dopo aver vinto il suo settimo Tour de France consecutivo,
rientrò tra i professionisti ancora per tre stagioni, dal 2009 al 2011, prima di
essere travolto dallo scandalo doping che fece annullare gran parte del suo
straordinario palmarès.
Personalmente ho messo in gioco i miei antidoti alla tentazione di tornare a
gareggiare. Ho saputo tenere a bada la nostalgia dell’omino dello stress sportivo,
dedicandomi anima e corpo ad altri progetti. Anche in questo ho cercato di
seguire quello che mi diceva Jacques Mayol e che ho già ricordato in questo
libro. Ecco, io sono uno straordinario «coltivatore di sogni»: ogni anno, a
Capodanno, faccio un bilancio di tutto ciò che sono riuscito a fare nel corso dei
dodici mesi appena trascorsi, ma allo stesso tempo ho la buona abitudine di
mettere in cantiere nuovi progetti. È sempre stato così: ho trasferito la
determinazione e la dedizione con cui perseguivo i record di apnea nel
raggiungimento di altri obiettivi, come Apnea Academy e molti altri sogni che
sono diventati concrete realtà.
Metterci la faccia
Oltre ai sogni, comunque, ci sono state anche inaspettate svolte. Non avrei mai
immaginato di diventare un personaggio televisivo, e neppure di salire su un
palco, con un microfono in mano, per raccontare la mia vita a persone distanti
anni luce dal mondo delle immersioni in apnea.
Andiamo con ordine. Poco più di vent’anni fa, alla fine degli anni Novanta,
fui invitato da uno sponsor a partecipare a un weekend in barca tra Portofino e la
Costa Azzurra. Durante quella crociera avrei dovuto raccontare che cos’era
l’immersione subacquea a un pubblico in gran parte formato da manager di
aziende. Un dirigente di Fiat alla fine mi chiese se ero disposto ad andare a
Torino per raccontare ai suoi collaboratori cos’era l’apnea e in cosa consisteva il
mio «lavoro». Secondo lui la mia esperienza di apneista aveva numerose
analogie con i compiti e le responsabilità di un manager e più in generale con le
logiche d’impresa, soprattutto quando raccontavo di come si programma un
obiettivo, come si affronta una sfida, come si organizza e si motiva un team.
All’epoca non capivo come potessi essere utile al mondo manageriale, ma
decisi di accettare. Per prepararmi al meglio mi confrontai prima con alcuni
amici, che avevano una certa abitudine a parlare in pubblico e in contesti simili;
non tanto perché pensassi di non riuscire a raccontare la mia storia di atleta, ma
perché ero convinto che avrei dovuto dire qualcosa di più di una semplice storia
personale. Fu di grande conforto sentirmi dire dal mio amico Alberto
Meomartini, all’epoca amministratore delegato di Snam, che dovevo
semplicemente essere me stesso e raccontare la mia esperienza di atleta con
semplicità, entusiasmo e trasparenza.
Alcuni giorni dopo andai al Lingotto, in una sala ad anfiteatro, di fronte a una
nutrita platea di manager di prima e seconda linea del gruppo Fiat. All’inizio ero
un po’ in soggezione, ma andò tutto molto bene. Mi resi conto di quanto
interesse avessi suscitato dalle domande che mi posero per approfondire
determinati concetti. Quel risultato, in buona parte inaspettato, mi riempì
d’orgoglio e mi fece capire quanti punti in comune si potessero trovare tra
attività all’apparenza così distanti come essere un campione d’apnea e dirigere
un’azienda.
Dopo quel promettente esordio, l’esperienza degli speech motivazionali è
continuata e si è intensificata negli ultimi anni. Sempre più aziende e agenzie di
comunicazione mi chiedono di portare la mia testimonianza a eventi e
convention, e così il ruolo di comunicatore è entrato a far parte stabilmente delle
mie attività. Mi interfaccio con un pubblico sempre differente – dal mondo
assicurativo a quello bancario, da quello farmaceutico all’automobilistico – al
quale racconto la mia esperienza. Col tempo ho imparato a cogliere, sia dalla
mia vita agonistica sia dalla quotidianità, situazioni e aneddoti che possono
aiutarmi a spiegare meglio quello che è stato ed è il mio lavoro di apneista. Non
sono un formatore, perché non mi faccio mai portatore di una visione teorica.
Non ho ricette o soluzioni da vendere. Racconto solo la mia esperienza, la mia
vita e l’importanza del lavoro di squadra.
È un’attività diversa rispetto a quando sono in acqua con i miei allievi, ma
non è meno affascinante e coinvolgente, e mi permette di incontrare persone
molto interessanti. Una volta, a Cannes, in occasione di uno speech per conto di
una multinazionale, condivisi il palco con Julio Velasco, per un decennio
commissario tecnico della nazionale di pallavolo italiana e grande comunicatore.
Alla fine dell’intervento affermò di avere apprezzato molto il mio racconto e che
gli sarebbe piaciuto conoscere il mio allenatore; ne fui ovviamente molto
soddisfatto.

Essere sempre se stessi


Fedele a quanto suggeritomi dall’amico Meomartini, ho sempre cercato di essere
me stesso anche quando ho indossato i panni del personaggio pubblico. Sempre
grazie a una serie di fortuite coincidenze, subito dopo aver lasciato l’apnea
sportiva ho avuto l’opportunità di lavorare per la televisione.
Anche quella è stata un’esperienza significativa che, inutile dirlo, mi ha reso
più popolare di quando mi immergevo a 150 metri sotto il livello del mare.
All’inizio ero molto perplesso, facevo fatica a vedermi nel ruolo di
personaggio televisivo, ma in realtà ho imparato tantissimo. Soprattutto questa
occasione mi ha dato l’opportunità di trasferire ad altri, e a un pubblico molto
vasto ed eterogeneo, la passione per il mare. Grazie ad alcuni programmi, come
Sai xChé?, Pianeta Mare e Linea Blu, ho viaggiato molto. Facevo parte di una
troupe molto agile – l’autore, il produttore, uno o due cameramen, il fonico e io
– con la quale si creò subito una forte sintonia, un po’ come quando si faceva
squadra per preparare un record.
Insieme all’esperienza del viaggio, la condivisione del lavoro era la parte che
più mi divertiva. Inoltre i documentari a cui prestavo la voce e il volto ci
portavano alla scoperta di luoghi normalmente poco accessibili ai turisti: una
situazione di enorme privilegio, che ha stimolato la mia curiosità e arricchito il
mio bagaglio culturale.
Per un altro programma, Lo show dei record, commentavo le prove sportive
degli atleti che si esibivano in trasmissione: ginnasti, free climber, nuotatori,
mountain biker estremi, stuntmen, piloti di trial su percorsi acrobatici e via
dicendo. Passavo del tempo con loro, li intervistavo, chiacchieravo e mentre
commentavo la prova raccontavo le loro storie. Anche in quell’occasione ho
conosciuto gente interessante: sportivi che facevano del sacrificio, della tenacia,
della maniacale programmazione e della prova atletica la loro ragione di vita.
Spesso mi riconoscevo nelle loro storie, e mi è capitato di rievocare la mia
esperienza di recordman. Mi sono divertito molto meno, però, perché a
differenza degli altri programmi che mi avevano portato in giro per il mondo, Lo
show dei record era realizzato totalmente in studio, e non condividevo la frenesia
della produzione. Mi mancava il viaggio.
Girare il mondo è la cosa che più mi stimola e arricchisce. Lo dico spesso
anche ai miei figli che viaggiare è un’esperienza imprescindibile, una
straordinaria scuola di vita: gli incontri e il confronto continuo con persone
diverse portano ad avere una grande apertura mentale. La mia predisposizione
naturale alla comunicazione è stata coltivata e migliorata negli anni proprio
attraverso i viaggi; se adesso parte della mia attività è incentrata sulla
trasmissione verbale delle mie passioni e dei principi in cui credo, lo devo
proprio al mio continuo viaggiare.

Ancora a proposito di sogni e progetti: Cibecco


Come ho già scritto, amo coltivare sogni, anche se magari passano molti anni
prima che si realizzino. Bisogna lasciare alle cose il tempo di maturare. Da
qualche mese ho concretizzato un’idea che inseguo da lungo tempo: si chiama
Cibecco, una startup digitale che permette di acquistare i migliori prodotti tipici
del patrimonio enogastronomico italiano (formaggi, salumi, tartufi, vini, olio,
carni, conserve eccetera) direttamente dai piccoli produttori locali. Si tratta di un
sistema di acquisto etico che garantisce la qualità e la genuinità del cibo e, allo
stesso tempo, sostiene e promuove le piccole economie delle aree rurali a
spiccata vocazione artigianale. Le potenzialità del network digitale e una
rivoluzionaria concezione logistica fanno sì che anche la più remota attività
rurale possa avere un proprio pubblico e un commercio che le consenta di
continuare a lavorare sulla qualità dei propri prodotti senza essere strozzata dalle
filiere della distribuzione.
Cibecco è una piattaforma di vendita online che virtualmente mette a
disposizione di chiunque un mercato agroalimentare di qualità. Non solo, perché
oltre alle certificazioni di garanzia di autenticità c’è molto di più: Cibecco è una
società benefit, cioè un’impresa che ha l’obiettivo prevalente di generare un
impatto positivo per le persone e per l’ambiente e che integra già nel suo statuto
la scelta di operare in modo responsabile, trasparente e sostenibile. Una missione
a lungo termine che vede la società come strumento per costruire un futuro
migliore attraverso donazioni e iniziative a sostegno del territorio e delle
persone.
Cibecco è nata dalla mia amicizia con Leonardo Gatti, il motore informatico
del progetto, e dalla mia passione per l’autenticità delle cose buone. Il piacere è
quello di andare alla scoperta di realtà produttive locali che possono sostenersi
economicamente soltanto se riescono ad avere una relazione commerciale diretta
con il consumatore, in una sorta di patto di qualità e solidarietà. La nostra idea è
una versione avanzata e digitale dei gruppi di acquisto solidale, a cui
aggiungiamo valore attraverso l’adesione a campagne per la riduzione delle
emissioni di CO 2 gestite da Rete Clima e Treedom. Nel primo caso partecipiamo
al progetto CO 2-Web Emissioni Zero, che prevede che i consumi energetici
prodotti dalla gestione del sito vengano compensati finanziando la
piantumazione di alberi sul territorio italiano. Aderendo al programma Treedom
Friend, invece, avviene la stessa cosa ma su scala internazionale. Al momento
venti alberi, appositamente geolocalizzati, stanno contribuendo, con altre attività
simili a Cibecco, alla riforestazione e allo sviluppo di una regione africana. E
tanti altri alberi seguiranno per concretizzare anche questo aspetto del nostro
ambizioso progetto.
Infine, Cibecco sostiene il Banco Alimentare, e nel 2019 è riuscita a
contribuire, attraverso le donazioni, alla fornitura di quasi tremila pasti per
famiglie che vivono in condizioni difficili. Dall’inizio del 2020 aderisce anche al
Patto mondiale delle Nazioni Unite (United Nations Global Compact),
un’iniziativa che incoraggia le aziende di tutto il mondo a promuovere una
responsabilità sociale d’impresa rispettosa dei diritti umani e del lavoro, della
salvaguardia dell’ambiente e della lotta alla corruzione, rendendo pubblici i
risultati delle azioni intraprese.
A questa mia nuova avventura imprenditoriale – che nella sua dimensione
digitale mi riporta in parte indietro alle mie origini di informatico –
probabilmente non ci sarei arrivato se non avessi alle spalle il mio percorso di
apneista, educato al rispetto del mondo marino e allenato al raggiungimento
consapevole, responsabile e condiviso degli obiettivi sportivi. Mayol mi ha
sempre esortato a pensare globalmente, senza barriere e senza pregiudizi, e ad
agire localmente, nel rispetto delle cose di tutti i giorni, ponendo attenzione agli
equilibri della vita, precari tanto in natura quanto nei sistemi sociali.
E i sogni non finiscono qui. In un prossimo futuro mi piacerebbe tornare a
viaggiare e navigare per riavvicinarmi al mondo dei grandi animali marini.
Penso a un’importante produzione televisiva che si occupi dei «giganti del
mare». Lo farei non da etologo o da ricercatore biomarino, ma da esploratore e
conoscitore delle profondità, per restituire in maniera esperienziale le emozioni
che l’animale-uomo – legato al mondo sommerso da una memoria ancestrale –
prova, per esempio, venendo a stretto contatto con la balena, con il capodoglio e
con lo squalo bianco. Farsi umilmente accettare dal loro mondo, e sapersi
comportare più da pesce che da essere umano nell’osservazione, nei movimenti e
nell’avvicinamento alla loro aspettativa e al loro orizzonte di attesa; è una
dimensione estetica (ed etica) che mi ha sempre affascinato. In fondo è ancora
una volta l’insegnamento di Mayol e la sua visionaria teoria dell’Homo
delphinus. Il mare è una continua lezione di vita.

Come una danza


Non nascondo che tra i sogni che avrei voluto realizzare c’era anche questo
libro, così il fatto che ora lo stiate leggendo è la prova che si è avverato! Da
tempo avevo in programma di riordinare idee e appunti intorno a cosa è stata e
continua a essere per me l’apnea, tanto più da quando mi capita di parlarne a chi
di questo mondo non sa nulla, o quasi, e di raccontare i momenti salienti della
mia vita di sportivo e di uomo.
Sono sempre di più le persone che scoprono nella pratica dell’apnea gli effetti
di una ritrovata condizione di rigenerazione. In questo libro ho cercato di
condividere quel bagaglio personale di esperienze che possono insegnare
qualcosa a chi si è affacciato da poco a questo mondo e a chi non ne ha quasi
mai sentito parlare.
Il fascino dell’apnea somiglia a quello che la danza riesce a esercitare su chi
la guarda e ancor di più su chi la pratica. Si tratta di un’esperienza di perfetta
armonizzazione tra il corpo e la mente, di ideale sintonia tra dinamismo e
meditazione, di abbandono totale di noi stessi al ritmo ancestrale del nostro
essere più profondo e autentico. Come nella danza, infatti, non basta la tecnica,
la bravura nell’esecuzione di passi e figure e l’eleganza delle forme. Solo chi fa
risuonare il proprio corpo e la propria anima come uno strumento al servizio
della musica può capire fino in fondo il senso della danza. Allo stesso modo,
l’immersione in apnea diventa un inno all’armonia dell’essere quando
rilassamento e abbandono dentro l’elemento acquatico riescono a liberare
un’irripetibile sensazione di compiuta felicità interiore.
Il mare sta all’apnea come la musica sta alla danza.
Conclusione
L’apnea è guardarsi dentro

OGNUNO di noi ha bisogno di perdersi in un’emozione, in un’attività che assorba


e soddisfi i propri sensi. Così possiamo vivere la vita appieno e comprendere
quali siano i nostri veri bisogni, le nostre reali priorità.
Sono rimasto a lungo a fissare lo schermo del computer in cerca delle parole
giuste per concludere questo libro, così come si prova a concludere un viaggio
pieno di attese e significati. Avrei potuto terminarlo con il capitolo precedente,
lasciandovi liberi di trarre le vostre conclusioni, ma non volevo salutarvi senza
prima dirvi ancora una volta che non è solo di «tecnica» e «record» che
possiamo nutrire la nostra anima. Questo libro è un lungo tuffo nell’anima,
perché, come scrivo nel brano posto all’inizio del volume, non si scende in
apnea per vedere, ma per guardarsi dentro.
Ho immaginato queste pagine come un percorso. Ho cercato di farvi capire
qual è stata la fonte della mia determinazione per aiutarvi a riflettere sul
potenziale che avete a disposizione, sui vostri sogni, sulle soddisfazioni e sulla
felicità che potrete trarre dalla vita.
Mi auguro che la mia storia contribuisca a farvi individuare la forza che avete
e come potreste impiegarla. C’è chi quella forza se l’è sempre portata dentro (i
testardi); c’è chi l’ha conosciuta dopo un evento chiave (i folgorati); c’è chi non
è mai riuscito a reprimerla (i ribelli); c’è chi la dimostra ogni giorno (i resistenti).
Ma c’è anche chi, guardandosi dentro, ha trovato un mondo di cui ignorava
l’esistenza: a questa «specie» appartengono gli apneisti, ma anche tante persone
assolutamente normali che hanno scoperto l’apnea anche senza bisogno di
diventare campioni.
La vita è come una spirale: siete voi a scegliere in quale direzione farla
avanzare. Per capire quale direzione prendere, dovete imparare a conoscere voi
stessi, da dove venite e che cosa siete in grado di fare. Nulla ci appartiene dalla
nascita!
Con questo libro ho voluto regalarvi delle analogie tra le mie storie di
apneista e le situazioni della vita di tutti i giorni, augurandomi che vi aiutino a
riflettere oltre la razionalità. Tutti abbiamo un dovere, soprattutto verso noi
stessi, ed è quello di non fermarci alla prima difficoltà, di individuare le nostre
passioni e continuare ad alimentarle con la voglia di migliorare, esprimendole al
meglio di tutto il nostro potenziale.
Ci sono mille cose su cui non abbiamo potere di decisione, ma possiamo
impegnarci a mantenere il controllo di noi stessi. Non siate timorosi di scoprire
nuove passioni e a seguire quelle che già avete. Occorre determinazione per
avere successo, sì, ma anche idee chiare e principi solidi. Ci vuole la
consapevolezza di quello che siamo e che possiamo dare e ottenere da noi stessi.
Il successo non riguarda solo il risultato, ma tutto ciò che si impara lungo la
strada. È umano sentirsi demotivati in un momento difficile, ma non bisogna mai
smettere di essere curiosi, di esplorare, di interrogarsi, di mettersi alla prova e
soprattutto di continuare a imparare. «Il talento da solo vale poco. Ciò che separa
il talentuoso dalla persona di successo è il duro lavoro», ha scritto Stephen King.
Il cambiamento comporta sbagli, sviste e ripensamenti, il successo senza
passi falsi è solo un’illusione. Non esistono soluzioni magiche. È del tutto
naturale, di fronte all’incapacità di immaginare il proprio futuro, smettere di
costruirlo. Ma non dobbiamo rimanere impotenti di fronte agli eventi. Non
possiamo controllare i pensieri o le emozioni, ma possiamo controllare le azioni.
Scegliete con cura quello che potete fare, focalizzatevi su un orizzonte temporale
e liberate i vostri sogni un gradino alla volta.
Lavorate su voi stessi, sulla vostra serenità mentale e sul vostro benessere
fisico. Per quanto particolare possa essere il momento che stiamo vivendo, c’è
sempre qualcosa di più che è possibile fare. La situazione da sola non cambierà,
a meno che non siamo disposti a cambiare noi stessi.
Spesso il mondo costruisce attorno a noi limiti che tendono a soffocare i
nostri sogni e le nostre idee, ma è proprio davanti a queste realtà che non
dobbiamo chinare il capo facendo finta di niente. Spesso bisogna essere dei
«ribelli». Quando si è guidati da un grande sogno al quale non si è disposti a
rinunciare, è la fede in se stessi che spiana il cammino, spazzando via ostacoli
che sembravano insormontabili. A volte è sbalorditiva la rapidità con cui può
cambiare la marea. Per capire quale direzione prendere, dovete conoscere non
solo le vostre radici ma anche le vostre potenzialità.
Come dice Michael Dell, imprenditore di successo e fondatore della ditta di
computer che porta il suo nome: «Non passare tanto tempo cercando di scegliere
l’occasione perfetta, rischi di perdere l’occasione giusta». Ogni momento è
un’occasione, bisogna solo innamorarsi delle infine possibilità che la vita ci
offre. Dovete continuare a provare e, se non funziona, si può sempre tornare a
quello che si faceva prima.
Abbracciate il cambiamento: vi farà respirare aria nuova, ritrovare la vostra
centralità e riconquistare una mente libera. Non aspettate segnali e rivelazioni
che potrebbero non arrivare mai o che potrebbero essere talmente deboli da
risultare impercettibili. Guardatevi intorno e poi guardatevi dentro; se il vostro
esame di coscienza sarà sincero, capirete come migliorare la vostra condizione e
quella di chi vi sta vicino. Se non abbiamo l’onestà di riconoscere le nostre
debolezze, non riusciremo mai ad affrontarle e a migliorarci. Abbracciare la
verità è il più creativo atto di ribellione che possiamo compiere. Non saprete mai
di cosa siete capaci, finche non lo starete già facendo. Un viaggio di mille miglia
inizia con il primo passo.
Voglio salutarvi con una vecchia storia giapponese.
Una volta un uomo stava camminando sul bagnasciuga quando notò un
monaco chino sulla sabbia, intento a raccogliere qualcosa e a gettarlo
nell’oceano.
L’uomo si avvicinò e gli chiese: «Che cosa state facendo?»
Il monaco si interruppe, alzò gli occhi e rispose: «Sto gettando nell’oceano le
stelle marine. Il sole è alto e la marea le ha lasciate qui a morire».
L’uomo fece correre lo sguardo lungo la costa che si perdeva a vista d’occhio,
poi disse al monaco: «Ma non vedete per quante miglia si estende la costa e
quante stelle marine si sono arenate? Il vostro gesto non potrà fare la
differenza».
Il monaco ascoltò educatamente, poi gettò un’altra stella marina in acqua,
oltre le onde che si infrangono, e disse: «Ha fatto la differenza per quella».
Questo mio libro non cambierà l’umanità, mai ho pensato che lo potesse fare,
ma se domani, dopo averlo letto, deciderete di iniziare un percorso diverso…
be’, sarete le mie stelle marine ributtate in mare!
Ecco, mi piacerebbe che chiunque leggesse questo libro riuscisse a sentire la
passione e l’impegno che ho messo in ogni metro che ho guadagnato, in
profondità e nella vita. Io sto ancora continuando in questo percorso, e spero che
per voi possa essere l’inizio di un nuovo, bellissimo cammino.
Non mollate mai! La storia vera che vi ho raccontato, a me cercavano di far
credere che era impossibile!
Biografia dell’autore

UMBERTO Pelizzari è nato il 28 agosto 1965 a Busto Arsizio, in provincia di Varese. Da piccolo aveva
paura dell’acqua: per sua madre metterlo sotto la doccia costituiva un vero problema. Per superare questo
blocco venne iscritto a un corso di nuoto, e tutto cambiò. Ma più che alle vasche da percorrere avanti e
indietro, il piccolo Umberto si appassionò all’apnea. Erano gli anni della rivalità tra Enzo Maiorca e
Jacques Mayol, che resero popolare quella che prima di allora era solamente una bizzarra pratica sportiva
per pochi folli.
Dopo i primi record in apnea statica, disciplina praticata in piscina, Umberto ha iniziato a dedicarsi alle
immersioni in mare aperto. Nonostante la laurea in scienze informatiche e alcune offerte di lavoro, il
richiamo del mare è stato per lui irresistibile. Durante il servizio militare svolto presso il Corpo Nazionale
dei Vigili del Fuoco, ottenne il trasferimento presso il distaccamento di Portoferraio, all’isola d’Elba. Era
l’estate del 1990, e venne assegnato alle cure di Massimo Giudicelli, istruttore del nucleo sommozzatori dei
Vigili del Fuoco. Nel giro di poche settimane, Giudicelli si accorse delle straordinarie capacità apneistiche
di Pelizzari e pianificò per lui un intenso programma di allenamenti che prevedeva il tentativo di migliorare
il record mondiale di immersione in apnea in assetto costante (la specialità in cui un atleta scende in
profondità e risale in superficie solo pinneggiando).
Con la collaborazione di Alfredo Guglielmi, detto «il Corsaro», titolare dell’omonimo diving center di
Pareti di Capoliveri, e storico riferimento tecnico e logistico di molti campioni di apnea, primo fra tutti
Jacques Mayol – che proprio all’Elba dalla metà degli anni Settanta aveva stabilito la propria dimora –,
Giudicelli preparò la squadra che avrebbe portato Pelizzari all’appuntamento del 10 novembre. Nelle acque
di Porto Azzurro, Umberto stupì ottenendo, al suo esordio, il nuovo record mondiale: –65 metri, 2 metri più
del limite fatto segnare dal cubano Francisco «Pipín» Ferreras. Da quel momento Umberto e Pipín si sono
contesi per oltre un decennio la corona di miglior apneista del mondo, sfidandosi a distanza e portando
sempre un po’ più in là i limiti da superare.
Se il 1990 è stato l’anno della rivelazione, il 1991 è stato quello della consacrazione. Sempre all’Elba,
Pelizzari ha conquistato tutti i record: il 3 ottobre è sceso in assetto costante e ha migliorato di 2 metri il suo
precedente limite (–67 metri); il 22 dello stesso mese ha stabilito anche il nuovo record mondiale in assetto
variabile (si scende utilizzando una slitta-zavorra, si risale con i propri mezzi, a pinne o tirandosi al cavo a
braccia), toccando i –95 metri (3 metri in più rispetto al limite di Pipín); il 26 ottobre ha fatto suo anche il
primato in assetto variabile no limits (discesa con una slitta-zavorra e risalita con un pallone): –118 metri.
La carriera di recordman di Pelizzari è continuata negli anni seguenti. Il 17 settembre 1992, a Ustica, ha
riconquistato il record mondiale in assetto costante (–70 metri), che gli era stato strappato a maggio dello
stesso anno da Pipín. L’11 ottobre 1993, al largo di Montecristo, ha stabilito un nuovo primato in assetto no
limits, scendendo a –123 metri. Il 24 luglio 1994, a Cala Gonone, in Sardegna, ha conquistato il nuovo
record mondiale in assetto variabile, portandolo a –101 metri.
Nel 1995 presso l’Università di Medicina del Nuoto di Chieti è stato sottoposto a una serie di test medici
dall’équipe del professor Piergiorgio Data. Dopo 8 minuti di ventilazione a ossigeno, Pelizzari ha trattenuto
il fiato per 19 minuti e 56 secondi. Nel luglio 1995, a Villasimius in Sardegna, ha ottenuto due nuovi record
mondiali: –72 metri in assetto costante e –105 metri in assetto variabile. Nel 1996, sempre a Villasimius, ha
messo a segno un’altra doppietta mondiale: il 9 settembre con –110 metri ha riconquistato il primato in
assetto variabile, e il 16 dello stesso mese, con –131 metri, ha strappato a Pipín quello in assetto no limits.
Il 13 settembre 1997, a Porto Venere, in Liguria, si è riappropriato del record in assetto costante con la
profondità di –75 metri, migliorando di 2 metri il limite di un altro atleta cubano, Alejandro Ravelo; e il 20
settembre, scendendo a –115 metri, ha riconquistato il record nel variabile, superando di 4 metri il primato
ancora di Ravelo.
Il 12 settembre 1998 si è impegnato in una singolare esibizione: emulando l’impresa che nel 1913 aveva
compiuto un pescatore di spugne greco, Stathis Haggi, Pelizzari, senza muta né pinne, e aiutandosi nella
discesa con una rudimentale pietra di poco più di 7 chilogrammi, ha raggiunto i –100 metri in un tempo di 2
minuti e 43 secondi.
Nel 1999 è tornato protagonista nelle competizioni: il 18 ottobre, al largo di Portofino, ha stabilito il
nuovo record mondiale in assetto costante, scendendo a –80 metri; otto giorni dopo, il 24 ottobre, col
supporto tecnico scientifico della nave Anteo della Marina Militare Italiana, ha compiuto la storica impresa
di raggiungere i –150 metri in assetto variabile no limits. Impiegando 2 minuti e 57 secondi, Pelizzari ha
toccato il limite mai raggiunto dall’uomo in apnea, abbattendo il precedente record di ben 12 metri.
Durante il 2000 Umberto Pelizzari è stato impegnato nella realizzazione di Ocean Men, docu-film girato
con la tecnologia IMAX, che racconta la sua carriera in parallelo a quella di Pipín, sulla falsariga del grande
successo cinematografico di Le Grand Bleu di Luc Besson (1988), che aveva raccontato con taglio
romanzesco la sfida tra Jacques Mayol ed Enzo Maiorca.
Il 2001 è stata l’ultima stagione agonistica di Umberto. In ottobre, con la nazionale italiana, insieme a
Davide Carrera e a Gaspare Battaglia, ha conquistato la medaglia d’oro al campionato mondiale di apnea a
squadre. Il 3 novembre, nelle acque di Capri, ha fatto segnare il nuovo primato mondiale di apnea in assetto
variabile regolamentato con –131 metri, e ha dedicato questo ultimo record a tutti coloro che in undici anni
di attività agonistica gli sono stati vicini.
Con questa impresa si è ritirato dalle competizioni come detentore di tutti i record nelle tre specialità
dell’apnea profonda. In undici anni di carriera agonistica ha stabilito 16 record mondiali in tutte le
specialità.
È stato il primo uomo a superare il muro degli 80 metri in assetto costante, dei 130 metri nel variabile e
dei 150 metri in assetto variabile no limits.
Nel 1995, insieme ad altri partner, tra i quali Renzo Mazzarri, tre volte campione mondiale di pesca
subacquea, ha fondato Apnea Academy, scuola di formazione, sviluppo e ricerca per l’apnea subacquea.
Attualmente conta oltre 700 istruttori qualificati che operano in Italia e all’estero. Dal 2000, all’attività
didattica si è affiancato un gruppo di ricerca scientifico, Apnea Academy Research, composto da medici
iperbarici, specialisti in otorinolaringoiatria, nutrizionisti e altri esperti di fisiologia subacquea che, in
collaborazione con centri universitari, si occupa di studiare e analizzare le reazioni e il comportamento del
corpo umano nell’immersione in apnea. Apnea Academy organizza anche eventi agonistico-sportivi, dal
livello dilettantistico fino a eventi di risonanza internazionale.
Negli ultimi anni di attività agonistica, e sempre di più dopo il ritiro dall’agonismo, Pelizzari è diventato
un volto noto e apprezzato della televisione. Nel 2000 e 2001 ha collaborato, in veste di reporter, con Linea
Blu, programma Rai di divulgazione culturale su temi ambientali e marini. Dal 2003 al 2006, sulle reti
Mediaset, è stato conduttore di Sai xChé?, programma di divulgazione culturale incentrato sulla proposta di
documentari di archivio di televisioni straniere sui temi scientifici più curiosi o «misteriosi». Negli anni
seguenti, sempre per Mediaset, ha collaborato con Lo show dei record, programma di intrattenimento
dedicato ai primatisti delle più singolari specialità nel mondo. Nel 2013 è stato il volto e la voce di Vite in
apnea, docu-reality che ha seguito le vite quotidiane degli atleti della Rari Nantes Savona durante la
preparazione in vista dei mondiali di nuoto di Barcellona.
A questa attività legata al mondo dello spettacolo ha affiancato quella della formazione e della libera
docenza. Dal 2006 è docente, presso la Scuola Normale Superiore Sant’Anna di Pisa, per il master di
secondo livello di Medicina subacquea e iperbarica. Dal 2013 tiene lezioni al master in Medicina subacquea
e iperbarica del Consorzio Universitario di Trapani, polo didattico dell’Università di Palermo.
Nel 2010 è stato nominato dal Ministero degli Interni componente del corpo docenti dei corsi per
sommozzatori dei Vigili del Fuoco, e dal 2014 fa parte dello staff nei corsi di formazione per operatori del
GIS (Gruppo di Intervento Speciale dell’Arma dei Carabinieri).
La sua esperienza di atleta e di recordman, in un ambito così particolare come l’apnea, sport individuale
che tuttavia non può prescindere da una lunga e meticolosa preparazione e organizzazione di squadra, da
alcuni anni è stata trasferita in numerose conferenze motivazionali. Attraverso narrazioni e filmati, Umberto
racconta la sua storia di atleta e dimostra come i principi e i valori che stanno alla base del successo
sportivo – dalla pianificazione degli obiettivi allo spirito di responsabilità e di sacrificio, dalla gestione dello
stress e delle paure al senso di appartenenza alla squadra – possano essere applicati dalle persone «normali»
nell’affrontare le sfide del quotidiano, nella vita privata come nel mondo del lavoro.
Nel 2019, con l’amico fraterno Leonardo Gatti, Pelizzari ha fondato Cibecco, portale di e-commerce
dove si possono acquistare i migliori prodotti tipici del patrimonio enogastronomico italiano direttamente
dai produttori locali. Un sistema di acquisto etico che garantisce la qualità e la genuinità del cibo al miglior
prezzo e, allo stesso tempo, sostiene e promuove le piccole economie delle aree rurali, con una particolare
attenzione all’ambiente, attraverso campagne di riforestazione per la riduzione delle emissioni di CO 2, e
alle persone, attraverso iniziative a favore della lotta alla povertà e alla fame.
Dal 2005 vive a Parma, con la moglie Irene e con i loro tre figli, Tommaso, Niccolò e Giulio.
Inserto fotografico
A lezione da Jacques Mayol.
Con il maestro Enzo Maiorca.
Immensamente solo con me stesso. Le pulsazioni rallentano, il corpo svanisce, ogni sensazione galleggia
dentro nuove forme. Resta soltanto l’anima (foto di Jon Borg).
L’esplosione di gioia all’uscita da un record.
Un lento ritorno alla superficie, alla luce, alla vita (foto di Jon Borg).
Violare il silenzio dei relitti, immergendomi in apnea, è una mia grande passione (foto di Jon Borg).
I delfini mi indicano la direzione da seguire (foto di Fabrice Dall’Anese).
Con Pipín nel Mar Rosso, 1991.
Con Pipín a Bologna, allo European Dive Show, 2017. Ci si rivede dopo venticinque anni!
Ballando con una tartaruga marina. Tenerife, Isole Canarie (foto di Sergio Hanquet).
Apnea con un capodoglio a Mauritius (foto di Fabio Ferioli).
Con una megattera in Polinesia (foto di Lilì Cottier).
Quando sono in apnea, cerco di diventare tutt’uno con il mare. So di essere un uomo che deve respirare…
Ma sento di non averne bisogno (foto di Paolo Zanoni).
A –42 metri sul fondo di Y-40, una delle piscine più profonde al mondo. Montegrotto, Padova (foto di Fabio
Ferioli).
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consenso, tale ebook non potrà avere alcuna forma diversa da quella in cui l’opera è stata
pubblicata e le condizioni incluse alla presente dovranno essere imposte anche al fruitore
successivo.
Si ringrazia Marco Rizzo per la foto di copertina.
Le foto dell’inserto sono state gentilmente fornite dall’autore che ne ha autorizzato la
pubblicazione. L’editore rimane a disposizione degli aventi diritto per eventuali crediti fotografici
non identificati.
Si ringrazia Gino Cervi per la preziosa collaborazione.

www.sperling.it
www.facebook.com/sperling.kupfer

Con la forza del respiro


di Umberto Pelizzari
© 2021 Mondadori Libri S.p.A., Milano
Pubblicato per Sperling & Kupfer da Mondadori Libri S.p.A.
Ebook ISBN 9788892740693

COPERTINA || FOTO © MARCO RIZZO | ART DIRECTOR: FRANCESCO MARANGON | GRAPHIC DESIGNER: CARLO MASCHERONI

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