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Il libro

D opo il celebre saggio La scimmia nuda, in queste pagine


Desmond Morris, l’etologo più famoso del mondo, «spo-
glia» la femmina umana, trasformandosi in cicerone d’ec-
cezione di un dettagliatissimo tour guidato del corpo femminile,
pieno di rivelazioni e curiosità. Tappa dopo tappa, l’autore spiega
la funzione, dal punto di vista evoluzionistico, dei vari tratti bio-
logici: perché capelli, natiche, bocca sono fatti proprio così? Dopo
averci rivelato gli insospettabili «retroscena» fisiologici di ombeli-
co, sopracciglia, schiena, gambe, Morris racconta come le diverse
società hanno nel tempo esaltato o represso il corpo della donna.
Con precisione maniacale, distacco da scienziato e sense of humour
tutto britannico, l’autore offre un trattato senza precedenti sul cor-
po femminile. E soprattutto un nuovo punto di vista sulla donna,
né maschilista né ruffiano, ma scientificamente imparziale.
L’autore

Desmond Morris (Swindon, Whilshire, 1928), noto antropologo ed


etologo, è stato a lungo responsabile della sezione mammiferi del-
lo zoo di Londra. Ha creato documentari televisivi di successo e
pubblicato oltre quaranta libri dedicati al comportamento dell’uo-
mo e degli animali, tra cui i grandi bestseller La scimmia nuda
(1974), con oltre dodici milioni di copie vendute in tutto il mondo,
e L’uomo e i suoi gesti (1981), che hanno inaugurato un modo tutto
nuovo di guardare alla specie umana.
Desmond Morris

L’ANIMALE DONNA
La complessità della forma femminile

Traduzione di Cecilia Scerbanenco


L’animale donna
Ringraziamenti

Un grazie speciale a mia moglie Ramona per i suoi incessanti inco-


raggiamenti e le sue critiche costruttive; al mio collega Clive Brom-
hall per le molte preziose discussioni; a Marcella Edwards, Caroline
Michel, Dan Franklin e Ellah Allfrey della Random House per la loro
professionalità; a Nadine Bazar per la sua instancabile ricerca icono-
grafica e a David Fordham per i suoi disegni.
Introduzione

Questo libro accompagna il lettore in un tour guidato del corpo fem-


minile, illustrandone i molti tratti insoliti. Non è un testo di medici-
na, o lo studio in laboratorio di uno psicologo, ma il ritratto di uno
zoologo, che vuole celebrare le donne, come esse sono nel mondo
reale, nel loro ambiente naturale.
La femmina umana ha subito mutamenti radicali nel corso dell’e-
voluzione, assai più del maschio. Si è lasciata alle spalle molte delle
qualità femminili degli altri primati e, nelle sue vesti di donna mo-
derna, è diventata un unicum di un genere straordinario.
Ogni donna ha un bel corpo, bello perché è il brillante risultato di
milioni di anni d’evoluzione. È ricco di stupefacenti adattamenti e
impercettibili perfezionamenti che lo rendono il più rimarcabile tra
gli organismi del pianeta. Nonostante ciò, in momenti e in luoghi di-
versi, le società umane hanno cercato di imporsi sulla natura, modifi-
cando e adornando il corpo femminile in migliaia di modi diversi.
Alcune di queste elaborazioni culturali erano gradevoli, altre doloro-
se, ma tutte tendevano a rendere la femmina umana ancora più
bella.
Le concezioni locali della bellezza possono variare enormemente,
e ogni singola società umana ha elaborato delle idee precise su che
cosa sia più attraente. Alcune culture amano figure snelle, altre le
preferiscono più rotonde; alcune amano i seni piccoli, altre quelli
grandi; alcune preferiscono i denti bianchi, altre addirittura li lima-
no; alcune rasano le teste, altre adorano le chiome lunghe e folte. Per-
sino all’interno della cultura occidentale vi sono contrasti stridenti, a
mano a mano che il volubile mondo della moda muta le sue priorità.
Di conseguenza, ogni capitolo (il libro scorre dalla testa ai piedi)
non soltanto spiega gli interessanti tratti biologici che tutte le femmi-
ne umane condividono, ma affronta anche i vari modi in cui questi
tratti sono stati esagerati o soppressi, sottolineati o sfumati nelle di-
verse epoche e culture, cercando così di dare un ritratto a tutto tondo
del soggetto più seducente al mondo: l’animale donna.

Una nota personale. Questo libro riflette la fascinazione di una


vita per l’evoluzione e lo status della femmina umana. Alcuni anni
fa, la mia ossessione mi ha portato a realizzare una serie per una tele-
visione americana intitolata The Human Sexes, dove esaminavo alcuni
dettagli della natura delle relazioni tra maschi e femmine umani, in
tutto il globo. Più viaggiavo, più ero offeso e arrabbiato dal modo in
cui le donne sono trattate in molti paesi. Nonostante le conquiste
della ribellione femminista in Occidente, vi sono ancora milioni di
donne in altre parti del mondo considerate «proprietà» dei maschi e
membri inferiori della società. Per loro, il movimento femminista
non è mai esistito.
Per me, in quanto zoologo e studioso dell’evoluzione umana, que-
sta tendenza verso la dominazione maschile significa semplicemente
deviare dalla strada lungo la quale l’Homo sapiens si è evoluto nel
corso di milioni di anni. Il nostro successo in quanto specie fu dovu-
to alla divisione dei compiti tra maschi e femmine, dove i maschi si
sono specializzati nella caccia. Quando si vive in piccole tribù, que-
sto significa che, mentre i maschi sono via a cacciare, le femmine ri-
mangono al centro della vita sociale, a raccogliere e preparare il cibo,
allevare i piccoli, a occuparsi dell’organizzazione generale del villag-
gio. Mentre gli uomini diventavano sempre più bravi in quell’unico,
loro compito, le donne diventavano sempre più brave nell’affrontare
diversi problemi allo stesso tempo. E questa differenza della perso-
nalità è ancora con noi, oggi. Nell’evoluzione non si è mai posto il
problema se un sesso dominasse sull’altro. Contavano l’uno sull’al-
tro per la sopravvivenza comune. C’era un equilibrio primigenio tra
i sessi umani, erano diversi, ma uguali.

Questo equilibrio è andato perduto quando la popolazione è cre-


sciuta, quando sono apparse città sempre più grandi, quando i mem-
bri delle tribù sono diventati cittadini. La religione, in quanto centro
delle società umane, ha svolto un ruolo importante. Nei tempi anti-
chi, la divinità principale è sempre stata femminile, ma poi, con il
diffondersi dell’urbanizzazione, la Grande Dea ha subito un disa-
stroso mutamento di sesso e, per dirla in termini semplici, la benigna
Dea Madre si è trasformata in un autoritario Dio Padre. Con un Dio
maschio e vendicativo a supportarli, nel corso dei secoli spietati sa-
cerdoti di sesso maschile hanno assicurato il potere e uno status so-
ciale più alto a se stessi e agli uomini in generale, a spese delle don-
ne, cadute nella scala sociale assai più in basso del loro diritto di na-
scita e di evoluzione. È questo diritto di nascita che le suffragette e
poi le femministe hanno cercato di riottenere. Si può pensare che
queste donne abbiano chiesto un nuovo rispetto sociale, nuovi dirit-
ti. Ma in realtà hanno semplicemente cercato di farsi restituire il loro
antico, primitivo ruolo. In Occidente vi sono ampiamente riuscite,
ma altrove la subordinazione femminile continua a prosperare.
Dopo aver completato The Human Sexes, ho continuato a pensare
sempre di più a questo argomento, e quando l’editore mi propose di
preparare una nuova edizione di un mio libro del 1985, Bodywatching
(Il nostro corpo, Milano, 1986), decisi che, invece di seguire il testo ori-
ginale e affrontare entrambi i sessi, avrei dedicato il nuovo libro sol-
tanto al corpo femminile. In Bodywatching avevo esaminato il corpo
umano dalla testa ai piedi, affrontando un sesso alla volta. Ho man-
tenuto lo stesso schema in questo libro, accompagnando il lettore in
un tour anatomico, dalla testa ai piedi, o per essere più preciso, dai
capelli agli alluci. Alcuni passi dell’originale Bodywatching sono stati
incorporati, ma molto poco: cominciata come la revisione di un vec-
chio libro, L’animale donna si è rivelato un lavoro quasi del tutto
nuovo.
In ogni capitolo presento gli aspetti biologici di una parte specifica
del corpo femminile, quegli aspetti che tutte le donne condividono, e
poi continuo esaminando i diversi modi in cui diverse società hanno
modificato quelle qualità biologiche. È stato un viaggio di scoperta
coinvolgente. Mi sarebbe davvero piaciuto sapere quando avevo di-
ciotto anni tutto quello che so adesso, dopo aver scritto questo libro,
sulla complessità della forma femminile.
I
L’evoluzione

Per uno zoologo, gli esseri umani sono scimmie senza coda con dei
cervelli molto grossi, ma il tratto più sconcertante è la portata del
loro incredibile successo. Mentre le altre scimmie tremano nei loro
ultimi rifugi, in attesa dell’arrivo delle motoseghe, sei miliardi di
umani infestano quasi l’intero globo, diffondendosi con una velocità
e capillarità tali da aver trasformato la natura in modo drammatico,
come un’invasione di locuste giganti.
Il segreto del loro successo è la capacità di vivere in popolazioni
sempre più numerose in luoghi dove, persino alla massima densità,
riescono ad adattarsi agli stress della vita e a continuare a riprodursi
in condizioni intollerabili per qualsiasi altra scimmia. Unita a questa
abilità, c’è un’insaziabile curiosità che li spinge a cercare sempre
nuove sfide.
Questa magica combinazione di socialità e curiosità è stata resa
possibile da un fenomeno evolutivo chiamato neotenia, grazie al qua-
le gli esseri umani mantengono anche nella vita adulta caratteristi-
che giovanili. Gli altri animali amano giocare quando sono piccoli,
ma perdono questa proprietà quando crescono. Gli esseri umani gio-
cano per tutta la loro vita, sono la specie di Peter Pan, che non cresce
mai. Naturalmente, una volta diventati adulti, chiamano il giocare in
modi diversi: ne parlano come di arte o ricerca, sport o filosofia, mu-
sica o poesia, viaggi o intrattenimenti. Come i giochi dell’infanzia,
tutte queste attività coinvolgono innovazione, rischi, esplorazione e
creatività. E sono queste attività che ci hanno resi davvero umani.
Gli uomini e le donne non hanno seguito il cammino evolutivo
nello stesso modo. Entrambi hanno percorso un bel tratto lungo il
sentiero degli «adulti-bambini», ma sono avanzati a velocità lieve-
mente diverse in alcuni tratti: gli uomini sono un po’ più infantili nel
loro comportamento, le donne nella loro anatomia. Facciamo qual-
che esempio.
All’età di trent’anni, gli uomini sono quindici volte più soggetti
agli incidenti delle donne. Questo perché l’elemento di rischio ha
una presenza ben diversa nel gioco degli uomini che in quello delle
donne. Anche se questa caratteristica fa facilmente finire gli uomini
nei guai, era preziosa nei tempi passati quando, per poter aver suc-
cesso nella caccia, gli uomini dovevano essere pronti ad affrontare
situazioni rischiose. Le donne primitive, invece, erano troppo prezio-
se perché potessero correre dei rischi cacciando, mentre i maschi del-
la tribù erano spendibili, e quindi hanno fatto del pericolo la loro
professione. Se qualcuno di loro fosse morto, non ci sarebbero state
conseguenze sul tasso di natalità di una piccola tribù, ma se fossero
morte delle donne, allora quel tasso sarebbe calato drasticamente. Va
ricordato che, in epoca primitiva, c’erano così pochi esseri umani
vivi sul pianeta che un alto tasso di nascite era fondamentale.
Questo è anche uno dei motivi per cui ci sono più inventori che
inventrici. Il correre rischi non è qualcosa di solo fisico, è anche men-
tale. L’innovazione comporta sempre dei rischi, significa provare
qualcosa di sconosciuto, piuttosto che affidarsi a delle tradizioni soli-
de e sicure. Le donne dovevano essere caute. Nel loro ruolo primiti-
vo di centro della società tribale, responsabili di quasi tutto a parte la
caccia, non potevano permettersi di compiere errori costosi. Nel cor-
so dell’evoluzione, hanno imparato a fare diverse cose nello stesso
tempo; sono diventate più fluenti nella comunicazione verbale; il
loro senso dell’olfatto, l’udito, il tatto e la visione a colori erano più
raffinati di quelli dei maschi; divennero migliori nutrici, genitori più
sensibili. Infine, acquisirono una maggiore resistenza alle malattie: la
salute di una madre è di vitale importanza.
Tutto questo ha portato a una differenza tra il cervello del maschio
e quello della femmina: gli uomini mantengono di più le caratteristi-
che da “ragazzino” di quanto facciano le donne con le qualità da “ra-
gazzina”. Gli uomini diventarono più ricchi di immaginazione, e a
volte perversi. Le donne più sensibili e generose. Queste differenze si
adattavano ai loro ruoli nella società. Si completavano l’un l’altra, e
quel completamento si rivelò un successo.
Fisicamente, le cose sono andate piuttosto diversamente. A causa
della nuova divisione dei compiti che si stava evolvendo, gli uomini
dovevano essere più forti e più atletici per poter cacciare. In media, il
corpo di un maschio comprende 28 chili di muscoli, quello di una
femmina soltanto 15. Di conseguenza, sempre in media, un maschio
è del 30 per cento più forte, del 10 per cento più pesante, del 7 per
cento più alto di una femmina media. Il corpo femminile, centrale
per la riproduzione, deve essere meglio protetto contro la fame. Di
conseguenza, il corpo ricco di curve di una donna contiene il 25 per
cento di grasso contro il 12,5 per cento di un maschio nerboruto.
Questa consistente presenza di grasso nella femmina rappresenta
una caratteristica fortemente infantile, accompagnata da un’intera
schiera di altri tratti giovanili, assai utili. I maschi adulti sono stati
programmati dall’evoluzione a essere molto protettivi verso i propri
figli. Per crescere bene, i piccoli degli umani, con il loro lento accre-
scimento, richiedono l’assistenza di entrambi i genitori. Le risposte
paterne ai corpicini grassi e rotondi dei piccoli umani erano così forti
da poter essere sfruttate anche dalle femmine adulte. Più tratti infan-
tili mostrano le donne, più risposte protettive possono stimolare nei
loro compagni.
Il risultato fu che la voce femminile restò più alta di quella ma-
schile. Le voci maschili profonde raggiungono i 130-140 Herz al se-
condo; quelle acute femminili i 230-255 Herz al secondo; in altre pa-
role, le donne conservano delle voci infantili. Le donne, inoltre, han-
no tratti del viso più bambineschi e, soprattutto, mantengono la capi-
gliatura dell’infanzia. Mentre i lineamenti dei maschi adulti si indu-
riscono e appesantiscono tra baffi, barbe e petti villosi, le donne
mantengono le loro facce infantili, lisce e con i lineamenti delicati.
Quindi, per riassumere, a mano a mano che i sessi umani progre-
divano sul cammino dell’evoluzione verso una neotenia sempre
maggiore, i maschi si comportavano sempre più come bambini, mo-
strando invece minori mutamenti fisici, mentre le femmine sviluppa-
vano sempre più caratteristiche fisiche infantili, mostrando invece
minori qualità mentali infantili.
In questo capitolo ho elencato le differenze tra i sessi umani, ma è
cruciale ricordare che entrambi sono cento volte più «infantili» in
ogni aspetto degli individui di entrambi i sessi delle altre specie. Le
differenze tra uomini e donne, è importante sottolinearlo, sono molto
reali e molto interessanti, ma ciò nonostante sono lievi. Mi sono sof-
fermato qui su di esse soltanto perché è importante stabilire, fin dal-
l’inizio, che il corpo di una femmina umana è più avanzato (cioè più
«neotenico») di quello del maschio. Comprenderlo aiuterà a chiarire
molti elementi dell’anatomia femminile che incontreremo nel nostro
viaggio dalla testa ai piedi. Non spiega tutto, certo, perché vi sono
stati molti altri mutamenti evolutivi altamente specializzati nel corpo
femminile, soprattutto in ciò che riguarda la sessualità e la riprodu-
zione. Tutto questo rende il corpo della donna un organismo alta-
mente evoluto e incredibilmente raffinato. Come vedremo…
II
I capelli

Oggi, non c’è una donna al mondo che lasci crescere i suoi capelli se-
condo natura. Se lo facesse, si ritroverebbe con una massa lunga fino
alle ginocchia o, se di pelle scura, con un enorme cespuglio lanoso a
dominarle il cranio. Come i nostri antenati più remoti e primitivi do-
massero questa stravagante peluria, prima di inventare coltelli, forbi-
ci, pettini e altri attrezzi per pettinarsi, non è mai stato discusso dagli
antropologi, forse perché non hanno risposta. Spesso, quando in un
libro si descrive un popolo preistorico, le illustrazioni mostrano, in
una ricostruzione di fantasia, delle donne che sembrano essere mi-
steriosamente state dal parrucchiere, prima di posare. I capelli sono
sempre troppo corti. A meno che il mestiere più antico del mondo
non sia stato quello di parrucchiere, invece che di prostituta, c’è
qualcosa di sbagliato qui, e l’errore nasconde uno dei grandi misteri
dell’anatomia femminile. In termini espliciti: perché la femmina
umana ha dei peli così ridicolmente lunghi? Nel mondo tribale, un
tale esagerato, ondeggiante manto di capelli si sarebbe rivelato assai
d’impiccio, sul genere della coda dei pavoni. Qual era il vantaggio
evolutivo di una simile crescita eccessiva?
Ancora più strano è il fatto che, a parte la testa, le ascelle e i geni-
tali, la tipica femmina umana è virtualmente priva di peli. È vero
che, con una lente di ingrandimento, è possibile individuare una pe-
luria sottile e debole su tutta la sua pelle, tuttavia da lontano questa
è invisibile e, da un punto di vista funzionale, la sua pelle è nuda.
Ciò rende i suoi capelli lunghi anche più di un metro assai più
vistosi.
Non è troppo difficile rintracciare le origini di questo tipo di pelo.
Quando un feto di scimpanzé raggiunge le ventisei settimane, la di-
stribuzione della peluria è molto simile a quella di un nostro adulto.
Il fatto che, negli esseri umani, questo schema permanga anche nel-
l’età adulta è un altro esempio di neotenia. A differenza delle scim-
mie, che sviluppano la loro pelliccia prima della nascita, noi mante-
niamo la peluria del feto per tutta la vita. Gli uomini sono meno evo-
luti sotto questo aspetto, e sfoggiano corpi più pelosi, con baffi e bar-
be lunghe, ma, funzionalmente, entrambi i sessi sono pressoché
nudi. Persino il più peloso dei maschi non troverebbe alcun conforto
nel suo petto villoso durante una notte gelida, e neppure si evitereb-
be una scottatura sotto un sole bollente.
La natura sembra averci dotato di uno «stile pilifero» alquanto
strano, se paragonato a quello delle altre specie. Il riferimento alla
vita fetale può forse spiegarci da dove provenga la bizzarra distribu-
zione della nostra peluria, ma non ci spiega quali vantaggi ne rice-
viamo dal punto di vista della sopravvivenza. Inevitabilmente, dove
non c’è una spiegazione ovvia, le speculazioni abbondano.
I sostenitori della teoria delle origini acquatiche della razza uma-
na hanno suggerito che abbiamo perduto la nostra pelliccia per adat-
tarci alla vita acquatica, ma che abbiamo conservato i capelli per pro-
teggere le nostre teste dai raggi del sole. Hanno anche ipotizzato che
i lunghi capelli delle femmine fornissero utili appigli ai neonati,
quando le loro madri nuotavano. Per i critici di questa teoria, si tratta
di ipotesi alquanto azzardate. Se le madri nuotavano in cerca di cibo,
è alquanto improbabile che portassero con sé i loro piccoli. Inoltre, i
nostri antenati si sono evoluti nel caldo clima africano, di conseguen-
za probabilmente i loro capelli non erano lunghi e fluenti, ma crespi,
simili a quelli che si vedono oggi sulle teste degli africani.
L’idea che i capelli abbiano una funzione protettiva ha però qual-
che merito, con o senza l’ambiente acquatico. Quando gli uomini pri-
mitivi diventarono cacciatori/raccoglitori diurni nelle savane africa-
ne, ebbero bisogno di uno schermo contro l’intenso calore del sole
tropicale. Una densa peluria sul cranio poteva provvederlo, mentre
mantenere nudo il resto della pelle avrebbe enormemente facilitato
la termoregolazione via sudorazione. (Il sudore permette di rinfre-
scarsi cinque volte più efficacemente, sia sulla pelle nuda sia su quel-
la ricoperta di pelliccia.) Se altri animali africani hanno mantenuto la
loro pelliccia, ciò è probabilmente avvenuto perché erano più attivi
all’alba e al tramonto, quando il sole non è così forte. Gli uomini pri-
mitivi erano tipici animali diurni, come gli altri primati, superiori e
inferiori.
Questo può spiegare la tipica capigliatura degli africani (un folto
cespuglio che ricopre lo scalpo, isolando con efficienza il cervello dal
sovrariscaldamento), ma non aiuta a spiegare il mistero dei capelli
lunghi e fluenti degli umani originari delle più fresche regioni del
nord. Qualche antropologo ha suggerito che i capelli molto lunghi
aiutassero a mantenere il corpo più caldo in inverno, come una spe-
cie di mantello naturale gettato sulla schiena, dietro le spalle. Quan-
do si accucciavano per la notte, la massa di capelli poteva fungere da
coperta contro il freddo pungente. Ma se era questo il motivo, perché
gli esseri umani delle regioni più fredde non hanno fatto ricrescere
una spessa pelliccia per proteggersi? Come prima, anche questo ar-
gomento ha diverse pecche.
La spiegazione più probabile è che la bizzarra distribuzione della
peluria umana serva come una specie di bandiera, una caratteristica
che ci distingue dai nostri parenti più stretti (parenti che da molto
tempo abbiamo eliminato). Immaginiamoci un piccolo gruppo dei
nostri remoti antenati, prima che inventassero gli indumenti o qual-
siasi utensile da taglio: è chiaro che dovevano apparire molto diversi
da qualsiasi altra cosa sul pianeta. Con i loro corpi nudi sormontati
da lunghe cappe ondeggianti o giganteschi cespugli lanosi, sarebbe-
ro immediatamente stati identificabili come membri della nuova spe-
cie che se ne va in giro sulle zampe posteriori. Potrebbe sembrare un
modo assai strano per etichettare una razza, ma un rapido sguardo
agli altri primati ci rivelerà quanto sia frequente la comparsa di una
nuova disposizione del pelo, proprio come segno di identificazione
di una nuova specie. Tra i nostri parenti troviamo una grande varietà
di creste, mantelli, cappe, barbe, baffi e chiazze di pelo a colori viva-
ci. I primati sono animali visuali, e ne consegue che esibire segnali
visivi cospicui è il modo più rapido e più efficiente di distinguere
una specie dall’altra.
Nelle loro condizioni primitive, i nostri remoti antenati umani,
con i loro corpi nudi e le teste ricoperte di lunghi capelli, potevano
essere identificati da lontano, facilmente distinti dai loro cugini con i
corpi coperti di pelliccia. Un po’ più vicino, e sarebbe stato possibile
anche distinguere i sessi. Il maschio, con la sua faccia pelosa, non po-
teva essere confuso con la femmina, dal viso nudo.
Comunque, nella disposizione del pelo dell’Homo sapiens c’è più
che una semplice differenza di specie e di genere. A mano a mano
che gli esseri umani hanno cominciato a diffondersi dalla loro terra
d’origine in Africa, e sono stati costretti ad adattarsi a diversi am-
bienti, queste nuove popolazioni hanno cominciato a differenziarsi
sempre più da quelle tropicali che si erano lasciati alle spalle. Il biso-
gno di adattarsi a climi differenti li ha spinti su dei sentieri evolutivi
che hanno portato allo sviluppo di tipi razziali distinti. Trovandosi a
lottare per sopravvivere in deserti aridi e bollenti, o in zone tempera-
te, o nelle gelide terre del nord, i loro corpi hanno dovuto modificar-
si per poter sopravvivere. Una volta che queste modificazioni erano
avvenute, era importante che non andassero perdute, mantenendo,
per esempio, le unioni all’interno delle rispettive tribù. Le diverse
razze dovevano essere il più diverse possibile. E uno dei modi per
ottenerlo era mutare la natura del pelo. Capelli crespi, ricci, ondulati,
lisci, biondi; varianti di questo tipo potevano facilmente etichettare
un gruppo umano come diverso da un altro.
Questo processo aveva acquistato velocità già a uno stadio inizia-
le, quando gli esseri umani presero a diffondersi in lungo e in largo
per il globo. Stavamo per evolverci come un nuovo gruppo di specie
strettamente correlate; esseri umani dei tropici, dei deserti, delle re-
gioni temperate e di quelle polari, e così via, e il primo segno di que-
sto processo furono proprio le nostre capigliature differenti. Ma pri-
ma che questo processo potesse andare troppo lontano, la storia
umana fece una svolta drammatica. Grazie alla nostra evoluta intelli-
genza, diventammo incredibilmente mobili. Inventammo barche e
navi, addomesticammo i cavalli e imparammo a montarli, inventam-
mo la ruota e costruimmo carri, poi treni e auto, ferrovie e autostra-
de, e infine aeroplani. Le differenze razziali che avevano cominciato
ad apparire erano ancora a uno stadio iniziale. Soltanto due si erano
affermate: l’adattamento al calore e all’umidità (differenza nella pig-
mentazione della pelle, densità delle ghiandole sudoripare e tratti
simili), e le differenze visive, ovvero i capelli.
Oggi, l’adattamento climatico del corpo non è più di grande utili-
tà per le moderne popolazioni umane. Si tratta di specializzazioni
che sono diventate quasi obsolete. Abbiamo imparato a addomesti-
care il nostro ambiente con l’abbigliamento, il fuoco e il riscaldamen-
to centrale, i frigoriferi e l’aria condizionata. Le differenze che ancora
sopravvivono tra le razze non hanno più imporanza. Per ciò che ri-
guarda le diverse capigliature, che nacquero come meccanismo di
isolamento, per aiutare a distinguere i diversi tipi, oggi non sono al-
tro che un fastidio fuori moda. Dato che non vogliamo più distin-
guerci, ma mescolarci, queste differenze portano soltanto disarmo-
nia. In futuro, a mano a mano che le popolazioni si mischieranno
sempre di più, questi meccanismi di isolamento alla fine spariranno,
ma nel frattempo dobbiamo cercare di comprenderli. Se, erronea-
mente, crediamo che riflettano differenze più profonde tra le razze,
continueranno a provocare un sacco di guai. Possono essere vistose,
ma ciò nonostante sono differenze triviali e superficiali, e così do-
vrebbero essere viste.
Concentrandoci adesso su una capigliatura femminile, è chiaro
che le lunghe chiome e il viso glabro della femmina primitiva costi-
tuivano un marcato contrasto agli occhi di chi guardava. Se, come
sostengo, l’eccessiva crescita dei peli sulla testa si è evoluta soprat-
tutto come segnale visivo, non dovrebbe sorprendere affatto che, nel
corso dei secoli, i capelli siano stati oggetto di continue attenzioni,
sia in positivo sia in negativo. Sono stati rasati, nascosti, acconciati,
tagliati, accorciati, allungati, lisciati, arricciati, ondulati, raccolti, la-
sciati sciolti, colorati e decolorati in migliaia di modi diversi. Sono
stati tutto, dalla corona di gloria di una donna, alla causa di stretti
tabù religiosi. Nessun’altra parte del corpo femminile è stata sogget-
ta a una tale varietà di interventi culturali.
Prima di esaminare questa varietà nei dettagli, vale la pena dare
un’occhiata più da vicino ai capelli stessi. Ve ne sono circa 100.000 su
ogni testa umana. Le bionde li hanno più fini, e compensano con un
numero lievemente superiore alla media, di solito circa 140.000. Le
castane ne hanno circa 108.000, mentre le rosse, che hanno i capelli
più grossi, ne possiedono soltanto 90.000.
In media, ogni capello cresce per circa sei anni. Poi entra in una
fase di riposo di tre mesi prima di cadere. In ogni momento, il 90 per
cento dei capelli sono in crescita attiva, mentre il dieci per cento è a
riposo. Nell’arco di una vita umana, ogni follicolo produce dodici ca-
pelli, uno dopo l’altro. Unici tra tutti i mammiferi, gli esseri umani
non hanno una muta stagionale: la nostra capigliatura ha la stessa
densità in tutte le stagioni.
Mediamente, ogni capello cresce circa 13 centimetri l’anno. Ma in
un giovane adulto in buona salute può crescerne anche diciotto.
Quindi, ogni capello, se non tagliato, può raggiungere più di un me-
tro di lunghezza prima di cadere, una lunghezza sconosciuta a tutti
gli altri primati, che rappresenta il solo tratto davvero tipico della
specie umana.
In rari casi c’è una eccezione a questa regola. I capelli, invece di
cadere dopo sei anni, continuano a crescere sempre più lunghi, fino
ad arrivare a terra. A volte, crescono anche di più, e alcune donne
hanno dei capelli così lunghi da poterli calpestare. Una giovane don-
na americana aveva chiome lunghe più di quattro metri, ma persino
questo risultato straordinario fu battuto da una cinese, i cui capelli
da record del mondo misuravano quasi cinque metri. È come se la
spinta evolutiva che fa crescere i capelli umani sempre più lunghi
avesse preso uno slancio tale che, di tanto in tanto, sfugge al suo
stesso controllo, creando degli esseri umani dai super-capelli.
Anche senza questi estremi è chiaro che, con così tanto sulla testa
con cui giocare, il sempre inventivo essere umano prima o poi avreb-
be cominciato a sperimentare acconciature e stili diversi. Sappiamo,
da alcune delle più antiche figurine di Veneri, che questo accade al-
meno 20.000 anni fa. Sono stati trovati disegni rupestri dell’Età della
pietra che mostrano chiaramente diverse pettinature, comprese delle
elaborate «righe» al centro della testa e, in un caso, una treccia sulla
spalla destra.
Rivolgendo l’attenzione a periodi storici più recenti, vediamo
come le mode predominanti mutino lentamente, come ogni epoca
possegga uno stile caratteristico di quel tempo. Nell’era moderna,
con l’arrivo dei saloni professionali e dei sistemi di comunicazione
globale, la velocità di questi mutamenti di costume ha subito una
drastica accelerazione.
Oggi, nel XXI secolo, ci sono così tante influenze rivali che un sin-
golo tema non esiste più. Con l’individualità all’ordine del giorno, vi
sono più stili in giro di quanto sia mai accaduto prima. Il desiderio
di imitare le celebrità crea ancora delle minimode di breve durata,
ma vi sono così tanti modelli tra cui scegliere che nessuno può emer-
gere e affermare: «Questo è lo stile dominante del XXI secolo». I ca-
pelli corti, efficienti, della donna in politica, i lunghi capelli fluenti
della stella del pop, quelli accuratamente spettinati dell’attrice di
Hollywood, le creste a porcospino del ribelle, tutti e di più possono
essere visti fianco a fianco nelle pagine di una qualsiasi rivista. E per-
sino etichettare così questi stili rivali significa banalizzarli perché, al
loro stesso interno, si trovano infinite variazioni minori.
Questo non è il luogo dove entrare nei dettagli, ma vale la pena
ricordare che, comunque, nel corso dei secoli, è sempre esistito un
numero ristretto di «strategie femminili dell’acconciatura». Queste
sono legate non ai capricci della moda, ma alla natura stessa di una
capigliatura femminile. Alcune di queste strategie sono svanite nella
storia e oggi sembrano davvero strane. Altre sono ancora con noi.
La strategia più semplice è il Look Naturale. In questo caso la
donna porta i capelli sciolti, così come sono, sempre, sia in pubblico
sia in privato, sia in occasioni importanti sia durante la vita di tutti i
giorni. Può lavarli, spazzolarli e pettinarli, ma non li mette in piega,
né li raccoglie. Anche se questa è la più semplice di tutte le strategie,
oggi è piuttosto rara. La si ritrova ancora in società poco sofisticate, o
in culture dove la semplicità è diventata una dottrina sociale. La po-
vertà potrebbe espanderla, ma anche dove non ci sono soldi da spen-
dere in prodotti di bellezza per i capelli, o per l’intervento di un pro-
fessionista, le donne amano acconciarsi i capelli. Intrecciarli costa
poco o nulla, e aiuta a passare il tempo.
Per le donne che svolgono lavori pesanti, per esempio nei campi o
in una fabbrica, ecco il Look Pratico. I capelli sono raccolti sulla
nuca, per comodità, per impedirgli di cadere sugli occhi o di anno-
darsi. Quando la donna avrà concluso il suo lavoro, li slegherà e li
lascerà sciolti. Questa è stata una popolare strategia delle donne con-
tadine nei tempi passati, ed è ancora usata oggi da molte donne che,
sebbene non debbano svolgere compiti fisicamente gravosi, trovano
che raccogliere i capelli in una coda sia un modo efficace di control-
lare delle chiome ribelli, sia a casa sia al lavoro.
Per la maggioranza delle donne, soprattutto quelle che vivono in
società urbane, i Look Naturale e Pratico non sono mai bastati. Per
secoli, esse hanno adottato un Look alla Moda, in cui i capelli sono
acconciati in un qualche modo: accorciati, messi in piega, colorati,
ondulati, lisciati, scalati, schiariti a ciocche o decolorati. Questa è la
strategia più comune, soprattutto in quei paesi dove sono diffusi i
saloni di parrucchiere, ma è proibita negli stati dove le norme reli-
giose, rigidamente applicate, vietano l’esibizione della bellezza
femminile.
Le due principali strategie nell’acconciare i capelli consistono nel-
l’aumentarne il volume o nel ridurlo. Aumentandolo si accresce an-
che la forza dell’impatto visivo e, qualsiasi acconciatura si scelga, la
donna appare più alta e più appariscente. Per ottenere questo effetto
sono molto apprezzate le parrucche.
Indossare capelli finti è una strategia vecchia di almeno 5.000
anni. Nell’Antico Egitto, le femmine di alto rango si radevano com-
pletamente la testa e poi indossavano in pubblico elaborate parruc-
che. Le dame romane non si radevano, ma anche loro amavano in-
dossare fantasiosi posticci come simbolo del loro status. Questa for-
ma di vanità prese una piega sgradevole quando divenne di moda
confezionarli con i capelli dei popoli conquistati, i cui paesi erano
stati sconfitti dall’esercito romano. Una versione Antica Roma dello
scalpo dei nemici.
Le parrucche furono messe al bando dalla Chiesa in epoca medie-
vale, ma ricomparvero nel periodo Elisabettiano, soprattutto perché i
cosmetici dell’epoca danneggiavano in modo tale la pelle e i capelli
da richiedere una pesante copertura. Ma le parrucche non avrebbero
raggiunto il loro apice che nel XVIII secolo quando, esagerazione
dopo esagerazione, le donne alla moda arrivarono a sfoggiare arma-
mentari mai visti prima e neppure dopo. Alcune di queste parrucche
erano alte più di 75 centimetri e pesantemente decorate. Fu necessa-
rio alzare le porte per permettere il loro passaggio. I sedili nelle car-
rozze dovettero essere abbassati. Furono studiati speciali supporti
per il letto, in modo che le donne potessero distendersi e riposare,
pur indossando le loro enormi acconciature. All’Opéra di Parigi le
parrucche erano permesse soltanto nei palchi; altrove, avrebbero
oscurato il palcoscenico. Mai una moda ebbe un impatto tale sulla
società. Fu anche un esempio di un genere particolare di bene di con-
sumo: a causa dell’alto costo della loro realizzazione e manutenzio-
ne, i mariti delle donne che amavano indossare le parrucche doveva-
no essere insolitamente generosi nel finanziare questa moda. Di con-
seguenza, le vanitose acconciature delle loro mogli sono state indica-
te come un esempio di «bene di consumo surrogato», un modo per il
marito di mostrare quanto fosse ricco.
L’unica che riuscì a porre fine a questa moda estrema e oltraggiosa
fu Madama Ghigliottina, che tagliò via di netto le aristocratiche teste
degli appassionati di posticci. Dopo la Rivoluzione francese le par-
rucche non tornarono mai più davvero in auge. In certi momenti
riapparvero brevemente, in una forma o nell’altra (pensiamo, ad
esempio, alle parrucche fantasia degli anni Sessanta, fatte di materia-
li sintetici e in colori vivaci e artificiali), ma i giorni d’oro erano finiti.
In tempi più moderni, quando si indossano delle parrucche, queste
sono così realistiche da negare la loro stessa esistenza.
Alcune donne (soprattutto quelle la cui capigliatura si va assotti-
gliando a causa dell’età) non apparirebbero mai in pubblico senza
una parrucca dall’aspetto assolutamente naturale. Un discreto nume-
ro di celebrità adotta questa strategia, non per dei problemi estetici,
ma per comodità; anche se i propri capelli sono in ottimo stato, è as-
sai più facile indossare una parrucca che sprecare del tempo prezioso
a farsi una messa in piega. Il grande vantaggio di questa soluzione è
che un’intera serie di eleganti acconciature può essere curata e petti-
nata in assenza del suo proprietario.
Ritornando alle strategie per aumentare la massa dei capelli, un
ottimo esempio è rappresentato dalla moda delle teste gonfie diffu-
sasi negli anni Ottanta. In questo caso, invece di indossare una par-
rucca, si rendevano i capelli veri il più voluminosi possibile. Per far-
lo, «li si asciugavano a testa in giù, si arricciavano con le mani, si
riempivano di mousse e poi si spruzzavano di lacca in abbondanza».
La sfida alla gravità che ne risultava è stata descritta da un critico
come «una delle meraviglie architettoniche dei nostri tempi». A volte
chiamato anche «Pettinatura alla Dolly Parton» (la popolare cantante
folk americana), questo stile vistoso fu molto popolare soprattutto
nelle cittadine americane e negli stati del Sud, dove è ben conosciuto
il detto: «Più alti i capelli, più vicini a Dio». Una delle ragioni del
successo di questa pettinatura è che le sue dimensioni facevano ap-
parire più delicati i lineamenti un po’ grossi, e quindi più attraenti.
Inoltre dava un’aria estroversa e piacevolmente decisa, regalando
più sicurezza a chi l’indossava. Ai suoi avversari, invece, appariva
uno stile sfacciato e volgare, null’altro che un modo per compensare
la propria inadeguatezza. E ha un notevole difetto; per le donne po-
teva veicolare con efficacia un messaggio, ma per un uomo è uno sti-
le poco erotico, perché non può certo far scorrere la mano tra dei ca-
pelli così acconciati, né spettinarli o accarezzarli.
Più di recente, ha preso piede una forma più sofisticata per au-
mentare la massa dei capelli: estensioni da aggiungere ai capelli na-
turali per farli apparire molto più lunghi. Si applicano sia per abbre-
viare i tempi di ricrescita dei capelli, sia quando i capelli non cresco-
no lunghi come si vorrebbe. L’abilità dei parrucchieri moderni ha
reso quasi impossibile accorgersi della presenza di queste extension,
anche se in alcuni casi sono lasciate visibili, deliberatamente false, e
agiscono quasi come una parrucca parziale.
La seconda delle strategie base consiste nel ridurre il volume della
capigliatura, sia tagliandone una parte, sia raccogliendola. La versio-
ne meno estrema prende la forma di una pettinatura severa e con-
trollata in alcune occasioni speciali, un simbolo di status, mentre si
tengono i capelli sciolti nella vita di tutti i giorni e in privato. Nelle
decadi più recenti, molte donne amano apparire «casual» la maggior
parte del tempo, ma si pettinano scrupolosamente in occasioni molto
speciali, come funerali, matrimoni, serate o altre cerimonie. Per evi-
denziare il proprio status sociale e la propria disciplina di solito rac-
colgono i capelli in uno dei molti stili possibili, comunicando così a
chi guarda: «Io sono importante, sono seria, non prenderti
confidenze».
Alcune donne vanno oltre, e non si presentano mai in pubblico
con i capelli sciolti. Li tengono sempre confinati in uno chignon seve-
ro o in un’altra acconciatura simile, a meno che non siano nell’intimi-
tà della loro casa. Questa è quella che si potrebbe chiamare la strate-
gia della «governante» o della «preside». Le donne che devono im-
porre la propria autorità su altri tendono a sottolineare la loro aura
di controllo e potere raccogliendo il più strettamente possibile i ca-
pelli. Questo li de-femminizza e li libera di ogni accenno alla libertà
personale o alla natura. I capelli sono così perfetti che non possono
essere spettinati, così strettamente raccolti da non poter essere acca-
rezzati. In questo modo, sia letteralmente sia metaforicamente, non
c’è un capello fuori posto, e diventano inavvicinabili e intoccabili.
Alcune donne si tagliano i capelli così corti da non poterli più rac-
cogliere, e neppure lasciarli fluenti! Ciò che ne rimane può essere la-
sciato libero, non ha più bisogno di essere trattenuto in qualche
modo se si affrontano lavori pesanti, ma neppure si può cambiare
pettinatura a seconda delle occasioni sociali. Le “Maschiette” degli
anni Venti furono le prime ad adottare questo stile alla moda, che poi
riapparve negli anni Sessanta, per opera dello stilista Vidal Sassoon.
Chiaramente, il messaggio dei Capelli Corti è che la donna che li
porta è attiva e indipendente, che ha scelto di ridurre la sua capiglia-
tura a una elegante ma assai accorciata acconciatura da ragazzino,
invece di sfoggiare una elaborata femminilità. Il lato negativo, co-
munque, è che, sebbene in teoria abbia senso, in realtà il caschetto
degli anni Venti e Sessanta si rivelò piuttosto difficile da gestire, una
volta lasciato il salone di bellezza.
I Capelli Corti riapparvero alla superficie negli anni Settanta in
una forma più severa, quando divennero una comune strategia delle
femministe, di solito uno sfoggio di assertività con il quale le donne
sui posti di lavoro chiedevano di essere trattate con più rispetto dai
loro colleghi maschi. Entro gli anni Novanta il corto si era addolcito,
adesso aveva un tocco più femminile. La strategia della donna d’af-
fari postfemminista diceva: «Sono ancora affidabile, ma non devo
più rinunciare alla mia femminilità per vincere in questo mondo». Il
capello corto degli anni Novanta si muoveva sul filo del rasoio tra
essere troppo belligerante o troppo decorativo. Il suo fine era unire
un accurato controllo con un senso di erotismo e libertà. Questa di-
venne la nuova sfida per i parrucchieri professionisti in Occidente
mentre il XX secolo si avvicinava al suo tramonto.
Alcune donne preferiscono tagliarsi le chiome cortissime, una for-
ma ancora più drastica di riduzione dei capelli. A questo punto, non
si possono certo più definire «fluenti». Per una donna bella si tratta
di un gesto di sfida: «Guardami, non ho bisogno di bei boccoli per
essere attraente». E, in questo caso, paradossalmente, può essere let-
ta come un atto di vanità. Ma i capelli corti sono anche la bandiera di
una ribelle, che ignora le convenzioni e rifiuta di seguire le mode, a
differenza delle donne più conformiste o à la page. Le donne che non
amano i capelli corti lo vedono invece come un tentativo deliberato
di mettersi in mostra con una tattica scioccante. Gli uomini, sempli-
cemente, si sentono minacciati, derubati di quei boccoli lunghi e
fluenti che sognano di accarezzare.
Certe donne, infine, arrivano a radersi il capo, un gesto estremo,
rimuovendo ogni traccia di capelli. In alcune culture, la rasatura del
cranio nelle donne è utilizzata come punizione. In altre, è un segno
di schiavitù, o di volontaria subordinazione a una divinità. In altre
ancora, è imposta a tutte le donne in alcuni casi di lutto. Tra gli anti-
chi Fenici, se una donna in lutto non si radeva la testa, doveva offrir-
si come prostituta in un tempio. In tempi recenti, uno stilista france-
se ha convinto le sue modelle a raparsi a zero sostenendo che le don-
ne moderne non devono «essere imprigionate dai propri capelli».
Per gli uomini, una testa femminile rasata è sempre stata alquanto
poco invitante e (da Giovanna d’Arco alle punk rockers femmine)
ben poco o nulla erotica, dato che si tratta di una negazione totale di
tutto ciò che vi è di sensuale in una lunga capigliatura femminile.
In alcune culture, ogni esposizione dei capelli femminili, acconcia-
ti o meno, è proibita a causa della loro capacità di eccitare gli uomini.
In questi casi si impone di coprire o celare i capelli per eliminarne la
natura di segnale potenzialmente erotico. La forma più lieve di que-
sto puritanesimo consiste nell’indossare un qualche tipo di coprica-
po. La richiesta che le donne indossino un cappello o un foulard
quando entrano in una chiesa cattolica è una reliquia di epoche in
cui erano obbligate a nascondere completamente i capelli durante la
messa. Un altro moderno residuo di questa antica pratica è la con-
venzione sociale che impone di indossare cappelli nelle occasioni
formali, come i matrimoni e i funerali.
Nelle comunità religiose più ligie, passate e presenti, alle donne è
imposto di coprirsi sempre la testa quando sono in pubblico, e di
scoprire i capelli soltanto nell’intimità delle loro case, in assenza di
estranei. Nelle società dove vige una rigida legge islamica, per esem-
pio, è questo l’unico look concesso. Alcune donne sono state percos-
se da dei religiosi persino a causa di una sola ciocca di capelli inav-
vertitamente sfuggita da sotto il velo tradizionale mentre erano per
strada. Anche certe comunità cristiane più conservatrici hanno impo-
sto delle regole sui capelli femminili. In passato, spesso riguardava-
no le mogli devote, i cui capelli non dovevano essere visti in pubbli-
co, una regola ancora oggi valida per le suore.
Uno straordinario esempio di norme religiose che impongono di
nascondere i capelli si può trovare ai nostri giorni a New York, nelle
comunità degli ebrei ortodossi. Le donne di queste comunità devono
coprirsi completamente i capelli in pubblico, capelli che possono es-
sere visti soltanto dal loro marito nell’intimità della camera nuziale.
Ciò nonostante, anche queste ebree ortodosse desiderano condurre
l’esistenza delle tipiche newyorkesi e hanno risolto il dilemma in un
modo ingegnoso. Si fanno preparare delle costose parrucche assai
realistiche, che riproducono esattamente i loro capelli naturali.
Quando indossano una di queste parrucche, dette sheitel, sulla testa,
il loro aspetto non cambia affatto. Per un passante sarebbe difficile
dire se i loro capelli siano oppure no naturali. In questo modo, si ob-
bedisce alla regola religiosa senza sacrificare la propria immagine
personale.
È chiaro che i capelli invitano a sperimentare più di qualsiasi altra
parte del corpo femminile. Questo perché è facile, rapido e, volendo,
non permanente apportarvi dei cambiamenti: quando i capelli ricre-
scono, si possono provare nuove pettinature. Soprattutto, i capelli
sono assai visibili e persino la minima alterazione è immediatamente
evidente persino a un osservatore superficiale.
Nel simbolismo dei capelli femminili vi è una semplice dicotomia,
un contrasto tra i capelli lasciati naturali, lunghi, fluenti, accarezzabi-
li e i capelli corti o raccolti. I capelli lunghi sono stati visti come sim-
bolo di impudicizia, sessualità, libertà di spirito, ribellione pacifica e
creatività. I capelli corti o raccolti sono sempre stati associati con la
disciplina, l’auto-controllo, l’efficienza, il conformismo e l’autorità.
Naturalmente, si tratta di generalizzazioni eccessive, ma è sorpren-
dente osservare come in molti casi si rivelino vere. Il valore principa-
le dei capelli, per una femmina umana, comunque, sta nel fatto che
le permettono di esprimere il suo stile personale e la sua individuali-
tà, oltre al suo carattere. Se il cupo mondo delle pratiche religiose e
sessiste non interferisce, può usare i suoi capelli come un’appendice
meravigliosamente espressiva per presentarsi agli altri.
Oltre all’ampio ventaglio di tagli e pettinature esistenti, è anche
possibile giocare con il colore. Le sfumature naturali dei capelli, da
molto scuro a molto chiaro, sono, come il colore della pelle, forme di
adattamento alle condizioni climatiche dell’ambiente. Ogni colore,
sia nero, castano, rosso o giallo, ha il suo significato adattivo e il suo
appeal particolare. Di conseguenza, è sorprendente scoprire che,
quando le donne decidono di cambiare il colore dei propri capelli,
c’è una scelta che predomina su tutte le altre. Di ogni cento donne
che prendono la decisione di modificare in modo radicale il proprio
colore, si può dire che il 90 per cento scelga di diventare bionda. A
prima vista può sembrare sconcertante. Perché mai così tante brunet-
te devono voler apparire delle bionde scandinave, quando così po-
che scandinave si tingono i capelli di castano o di nero? Di certo, non
ha nulla a che fare con il clima. E neppure con la razza, dato che la
maggior parte dei caucasici sono scuri di capelli. E allora qual è la
particolare attrattiva del biondo, un’attrattiva così forte che oggi al
mondo vi sono più finte bionde che bionde naturali, una situazione
davvero bizzarra?
Una parte dell’attrattiva del biondo sta nelle dimensioni dei capel-
li. Insolitamente sottili, le ciocche bionde sono oggettivamente più
morbide al tatto, e di conseguenza più sensuali nei momenti di inti-
mità. Sotto le dita, o contro una guancia maschile, la morbidezza dei
capelli riecheggia la morbidezza del corpo femminile. Quindi, in
questo senso, le bionde sono più femminili delle rosse o delle brune.
In effetti, la femminilità del biondo si estende all’intero corpo. Le
bionde hanno una peluria morbida e sottile, mentre le brune devono
armarsi di rasoi e cerette. In particolare, le ascelle e il pube delle
bionde sono assai poco irsuti. La morbidezza setosa dei peli pubici
contrasta in modo stridente con l’aggressivo cespuglio delle brune.
Nei momenti più intimi, quindi, le bionde sono in lieve vantaggio
sulle donne dai capelli più scuri.
Se si sostiene che è la morbidezza dei capelli biondi a far sì che
molte donne si schiariscano le loro chiome, bisogna sottolineare che
l’eventuale vantaggio ottenuto è soltanto per associazione: schiarire i
capelli non significa renderli più fini o più soffici. Semplicemente,
sembrano più fini.
C’è, comunque, un altro vantaggio nell’essere bionde, e questo di-
pende da un messaggio puramente visivo: essere bionda dona
un’immagine più giovanile che essere scura. E questa immagine,
proiettata da un adulto umano, aiuta a incrementare il proprio sex
appeal, trasmettendo con forza il messaggio «prenditi cura di me». Il
motivo per cui il biondo suggerisce giovinezza è che, in una larga
fetta di umanità, i bambini sono più biondi dei loro genitori, e gli oc-
chi azzurri e i riccioli dorati sono saldamente associati all’infanzia.
Inutile dirlo, questa è un’ottima cosa per i parrucchieri e i fabbri-
canti di parrucche. Dagli imperi del mondo antico, ai salotti dell’Eu-
ropa barocca, generazione dopo generazione, le donne dai capelli
scuri o color topo sono corse dai professionisti per l’ultimo stile e po-
zione, decise a rendersi un poco, o molto, più bionde di quanto la na-
tura le avesse fatte. Dall’alba dell’industria, schiarire i capelli delle
donne è sempre stata una delle attività più remunerative.
Alcuni dei sistemi escogitati erano assai rischiosi e persino, in cer-
ti casi, letali. Gli antichi Greci usavano una pomata a base di petali di
fiori gialli, una soluzione di potassio e polveri colorate che «velavano
i capelli», per ottenere quell’erotico aspetto biondo. Le dame romane
si tingevano i capelli con «sapone germanico», appositamente im-
portato dal nord, ma più spesso sceglievano una strada più facile e
indossavano delle parrucche bionde. Queste prime parrucche erano
fatte con i capelli chiari degli europei del nord che i romani avevano
conquistato nella loro grande espansione. La moda divenne così dif-
fusa che il poeta romano Marziale la prese in giro nei suoi versi:

I biondi capelli di Galla


Sono suoi – chi lo avrebbe mai detto?
Lei giura che sono i suoi, e giura il vero
Perché io so dove li ha comprati.

Nel corso dei secoli, furono scoperti sempre nuovi modi per deco-
lorare i capelli. Ceneri di piante, gusci, bacche e il sedimento dell’a-
ceto furono molto popolari in passato. Oppure si sfregavano i capelli
con lo zafferano. Si tentò il rosso d’uovo bollito con il miele selvatico,
aiutati da una prolungata esposizione ai raggi del sole. Le donne del-
l’epoca elisabettiana si incipriavano i capelli di polvere d’oro o, più
economicamente, con del rabarbaro grattugiato immerso in vino
bianco. A volte, ricorrevano ai più rischiosi oli di vetriolo o allume.
Per alcune, questi trattamenti risolvevano in modo radicale il proble-
ma degli indesiderati capelli scuri: le rendevano completamente cal-
ve, obbligandole a indossare delle parrucche bionde per il resto delle
loro vite alla moda.
Le ricette si fecero sempre più complicate e dispendiose. Nel 1825,
un dotto trattato intitolato L’arte della Bellezza, offriva alle sue lettrici
un infuso che, una volta distillato, avrebbe permesso loro di sfoggia-
re i tanto desiderati capelli biondissimi: «Fate bollire un quarto di li-
sciva, aggiungete mezza oncia di radice di celidonia sotto sale e cur-
cuma; due dracme di zafferano e radici di giglio, e una dracma
ognuno di tasso, elicriso, ginestra ed erba di San Giovanni». La po-
zione risultante doveva essere applicata con regolarità sul cuoio
capelluto.
Ciò prova come, nel corso degli anni e dei secoli, molte donne so-
cialmente consapevoli fossero pronte a tutto pur di ottenere il tono
di biondo desiderato. Ma, come spesso accade con le mode, schiarirsi
i capelli ben presto sviluppò un’associazione secondaria con lo sfog-
gio eccessivo. Persino in epoca romana perse rapidamente la sua at-
trattiva di virginale gioventù. L’artificialità delle parrucche e delle
tinture sminuì il valore simbolico dei colori più chiari. A un certo
punto, divenne segno non di innocente femminilità, ma di sessualità
professionale: divenne l’emblema delle prostitute.
Le prostitute romane erano accuratamente organizzate. Dovevano
avere una licenza, pagare le tasse, e la legge stessa imponeva loro di
schiarirsi i capelli. La terza moglie dell’imperatore Claudio, Messali-
na, selvaggia e ninfomane, amava così tanto accoppiarsi brutalmente
con degli sconosciuti che usciva di soppiatto la notte con una parruc-
ca bionda e passeggiava per la città. Si racconta che i suoi incontri
sessuali fossero talmente aggressivi, che spesso tornava a corte con la
sua parrucca tutta storta e in ben misere condizioni, le cui cause era-
no facilmente comprensibili.
Presto, altre dame romane del bel mondo presero a imitarla, e la
legge si ritrovò impotente. Le norme sulla prostituzione furono vani-
ficate dall’uso non più ristretto delle parrucche bionde, ma quell’ele-
mento di malignità e mancanza di freni inibitori da allora associato
ai capelli chiari era destinato a sopravvivere nei secoli, ricomparendo
ogni tanto in superficie, in opposizione e in contrasto con l’immagine
di bionda, virginea innocenza. Di solito, la distinzione era che le vere
bionde sono angeli, mentre quelle false sono promiscue. Il fatto che
le bionde artificiali facessero molti sforzi per apparire desiderabili,
significava che il sesso era molto importante per loro; la finta bion-
dissima divenne così l’archetipo della ragazza per divertirsi, la bom-
ba bionda, la pin-up, la pupa e la ragazza facile. Ogni generazione
l’ha chiamata con un nome diverso, e ogni generazione ha avuto le
sue super-bionde.
Sulla scia della Prima guerra mondiale, il biondo platino apparve
sulla scena. Quando Jean Harlow morì all’età di ventisei anni, nel
1937, aveva già messo in moto una lunga successione di star del
cinema bionde, ragazze d’oro che avrebbero continuato a dominare
lo schermo da allora a oggi. La grande maggioranza delle stelle hol-
lywoodiane di prima grandezza erano bionde, di solito artificiali,
piuttosto che grazie ai loro geni. Alcune hanno sopportato di tutto
pur di perfezionare il biondo dei loro capelli. Marilyn Monroe si de-
colorava stoicamente i peli del pube perché non stridessero con le
sue chiome platino. Molte erano fedeli all’antica associazione tra il
sole e l’oro dei loro capelli, erano estroverse e gentili, donatrici di
vita e di energie. Spesso incappavano in qualche fiasco, ma anche
questo faceva parte delle loro attrattive naturali, di quel biondo in-
fantile e vulnerabile.
In difesa delle castane, verso la fine degli anni Sessanta, un com-
mentatore disse: «Se un uomo ha delle intenzioni serie verso una ra-
gazza, vuole che lei sia naturale. Gli artifici non attraggono un uomo
serio… In generale, preferisce una bionda come amante, ma una bru-
na come moglie. Le brune hanno maggiore integrità».
III
Le sopracciglia

In un viso, la regione delle sopracciglia svolge un ruolo fondamenta-


le nel linguaggio del corpo. Un esperto del XVII secolo di espressioni
facciali disse che la fronte: «di tutte le parti del viso, è la più impor-
tante e la più caratteristica». Oggi, ad alcuni questa affermazione
può apparire sorprendente, perché si rivolge molta attenzione al
trucco degli occhi e della bocca, con il risultato che questi tendono a
dominare sul viso femminile, oscurandone le altre parti. Ciò nono-
stante, è assai dubbio che qualcuno abbia mai avuto una conversa-
zione viso a viso senza, inconsciamente, leggere i segnali della fron-
te: i movimenti delle sopracciglia e le rughe d’espressione hanno en-
trambi una vitale importanza nel comunicare i mutamenti di umore.
Prima di esaminare questi segnali e il modo in cui le sopracciglia
femminili si differenziano da quelle maschili, vale la pena chiedersi
perché mai abbiamo una fronte. Se studiamo il muso di uno scim-
panzé, fianco a fianco con una faccia umana, la differenza è notevole.
Nel caso della scimmia, la fronte quasi non esiste. Negli umani, la
fronte si innalza verticalmente sopra gli occhi, un’ampia distesa di
pelle nuda, decorata soltanto dalle macchie, piccole ma vistose, delle
due sopracciglia. In netto contrasto, l’attaccatura dei capelli dello
scimpanzé scende fino alle sopracciglia le quali sono invece quasi
prive di peli. In effetti, la regione sopracciliare della scimmia è il
completo opposto di quella umana.
Quando si guarda il muso di uno scimpanzé, o quello di una qual-
siasi altra scimmia, l’impressione è che abbiano delle arcate sopracci-
liari enormi e prominenti, creste ossee sporgenti che aiutano a pro-
teggere gli occhi da eventuali danni, mentre noi le abbiamo perse.
Ma è un’illusione. Se tocchiamo con la punta delle dita la regione os-
sea proprio sopra le orbite, avvertiamo subito che quell’ispessimento
del cranio è ancora lì per proteggerci. La cosa è meno ovvia negli es-
seri umani non perché sia scomparsa, ma perché la fronte al di sopra
è cresciuta in modo drammatico per alloggiare un cervello molto più
grande. Le arcate sopracciliari umane non sono svanite, sono sempli-
cemente state fagocitate dalla fronte. Il cervello di uno scimpanzé ha
un volume di soli 400 centimetri cubici, mentre il cervello umano ha
un volume medio di 1,350 centimetri cubici, più del triplo. È stata
questa espansione del cervello umano, soprattutto nella regione
frontale, a darci «una faccia sopra gli occhi».
Possedere un’area nuova di pelle sopra gli occhi, esclusivamente
umana, ha fornito ai nostri antenati una zona ulteriore per inviare
segnali visuali. La pelle della fronte, infatti, benché tesa sul davanti
del cranio, non è del tutto immobile. È capace di lievi movimenti,
piccoli ma chiaramente visibili. Questi movimenti sono facilmente
leggibili perché, quando la pelle si sposta, crea una trama di rughe
ben visibili. Inoltre, ancora più importante, il viso umano ha conser-
vato due piccole macchie di peli su una fronte per il resto glabra.
Questi peli, conosciuti tecnicamente come zone sopracciliari, ma co-
munemente chiamate sopracciglia, agiscono da indicatori, che aiuta-
no a rendere ancora più evidenti i movimenti della pelle, anche da
lontano.
Una volta si credeva che lo scopo principale delle sopracciglia fos-
se quello di impedire che il sudore e la pioggia finissero negli occhi.
Sebbene possano essere di un qualche aiuto anche in questo, come
«grondaie» discendenti alla base della fronte, oggi si pensa che il loro
ruolo principale sia quello di strumenti di segnalazione, che trasmet-
tono in tempo reale informazioni ai compagni sul mutare dell’umore
del loro proprietario.
Se si studia un viso femminile in tutte le sue diverse emozioni, si
distinguono cinque diversi tipi di movimento delle sopracciglia,
ognuno collegato a un particolare stato emotivo. Sono i seguenti:

Abbassare le sopracciglia. Questa azione, l’aggrottare le sopracciglia,


non è solamente verticale. Quando le sopracciglia si muovono verso
il basso, si muovono anche lievemente verso l’interno, avvicinando-
si. Questo fa sì che la pelle tra di esse venga schiacciata e costretta a
disporsi in una serie di corte pieghe verticali. Il numero di queste
pieghe varia da un individuo all’altro e ogni adulto ha un suo sche-
ma caratteristico di rughe, una, due, tre o quattro. Spesso sono asim-
metriche: le rughe su un lato dello spazio tra le sopracciglia (una
zona conosciuta come glabella) sono più lunghe o più marcate che
sull’altro.
Le rughe orizzontali sulla fronte tendono a spianarsi quando si
abbassano le sopracciglia, ma possono anche non scomparire del tut-
to. L’invecchiamento, nell’animale umano, fa sì che le rughe
d’espressione, prima soltanto temporanee, divengano a poco a poco
permanenti. Rughe che, nei giovani, appaiono e spariscono con il
mutare delle emozioni, restano impresse in modo indelebile sulla
pelle con il passare degli anni. La profondità delle rughe tra le so-
pracciglia in un individuo che non le stia aggrottando sono un metro
piuttosto accurato di quante volte nella sua vita quello stesso indivi-
duo le abbia effettivamente abbassate.
Si aggrottano le sopracciglia in due situazioni assai diverse, che
potremmo sommariamente etichettare come aggressive e protettive.
Nei contesti aggressivi, l’azione può avere un intero ventaglio di in-
tensità diverse, dalla lieve disapprovazione o determinazione ad af-
fermarsi, fino all’irritazione e alla rabbia violenta. Nei contesti pro-
tettivi, accade ogni volta che qualcosa minaccia gli occhi.
Nel momento del pericolo, però, abbassare le sopracciglia non è
sufficiente, e in genere in circostanze simili si assiste anche al solle-
varsi delle guance. Queste due azioni insieme forniscono agli occhi
la massima protezione possibile, pur mantenendoli ancora aperti e
attivi. «Strizzare gli occhi» è l’espressione del volto tipica di chi anti-
cipi un’aggressione fisica, oppure di una faccia esposta a una luce ec-
cessiva, tale da causare sofferenza.
Lo «strizzare gli occhi» a scopo protettivo accade di frequente an-
che quando si ride, si piange e nei momenti di intenso disgusto, tutti
stati che possono essere a loro volta considerati come delle specie di
esposizioni eccessive.
È la funzione protettiva a spiegare l’antica origine di questo movi-
mento verso il basso delle sopracciglia. Movimento che, nei contesti
aggressivi, appare secondario, basato su un bisogno di difendere gli
occhi dal contrattacco che un umore aggressivo può provocare. Spes-
so, descriviamo un viso con le sopracciglia abbassate come «minac-
cioso», e quindi ben lontano dall’idea di protezione, eppure si tratta
di un errore. Può essere minaccioso, ma non tanto da dimenticarsi di
proteggere organi così importanti come gli occhi. Al contrario, il vol-
to davvero aggressivo mostra in contrasto occhi che fissano, senza
traccia di paura o di sopracciglia corrugate, ma si tratta di casi relati-
vamente poco frequenti, perché raramente un atto di aperta ostilità
sfugge a una risposta vendicativa.

Alzare le sopracciglia. Come il precedente movimento, anche questa


azione non è soltanto perpendicolare. Quando le sopracciglia si inar-
cano, si muovono lievemente in fuori, allontanandosi. Questo tende
la pelle tra di esse, appiattendo le piccole rughe verticali. Nello stes-
so tempo, la pelle della fronte è spinta verso l’alto, creando un retico-
lo di lunghe pieghe sporgenti orizzontali, più o meno parallele l’una
all’altra, in genere in numero di quattro o cinque. Possono anche es-
sere soltanto tre, oppure arrivare a dieci, ma è difficile essere precisi
perché di solito la linea superiore e quella inferiore sono frammenta-
te. Nella maggior parte dei casi, solo le rughe centrali attraversano
l’intera fronte.
Nel linguaggio popolare è l’espressione di qualcuno che è rimasto
«di stucco». Il suo significato, però, è assai più ampio. Diversi autori
l’hanno descritta come segno di: meraviglia, stupore, sorpresa, felici-
tà, scetticismo, negazione, ignoranza, arroganza, anticipazione, do-
manda, incomprensione, ansietà e paura. Un critico musicale in un
suo famoso commento disse che una certa cantante lirica «doveva
prendere ogni nota più alta del la con le sopracciglia». Con tutte que-
ste diverse interpretazioni, l’unico modo per comprendere il signifi-
cato di questo movimento è tornare indietro nel tempo, alle sue anti-
che origini.
Sollevare le sopracciglia è un’azione che condividiamo con altre
specie di primati e per loro, come per noi, sembra essere cominciato
come trucco per migliorare la visione. Spingere in alto la pelle della
fronte e sollevare le sopracciglia ha come effetto immediato l’amplia-
mento del campo visivo. Per usare un’espressione ben conosciuta, fa
«aprire gli occhi». Aumenta la quantità di segnali visuali percepibili.
Tra le scimmie sembra essere una reazione di emergenza, messa in
atto ogni volta che devono confrontarsi con qualcosa che le spaventa
e le spingerebbe a fuggire; certo, soltanto se non vi è qualcos’altro in
quella stessa situazione che glielo impedisca. Questo «qualcosa d’al-
tro» può essere diverse cose. Un contrastante impulso ad attaccare, o
una bruciante curiosità di restare e di guardare quella cosa così spa-
ventosa, o ogni altra spinta a restare che confligga con l’urgenza di
fuggire e la blocchi.
Se adesso adattiamo il concetto di «fuga frustrata» al contesto
umano, questo si rivela assai adatto. Esseri umani e primati si com-
portano più o meno allo stesso modo. La persona che rimane «di
stucco» è, generalizzando, qualcuno che vorrebbe fuggire ma, per
qualche motivo, non può farlo. Chi ride con la stessa espressione, è
anche lievemente allarmato. In questa postura vi sono alcuni ele-
menti che rivelano il ritrarsi del corpo. La risata può essere sincera,
ma ciò di cui si ride è anche piuttosto disturbante. Non è così raro.
Molto umorismo ci porta verso i confini della paura, e ci fa ridere
soltanto perché non ci spinge oltre. Anche la persona arrogante con
le sopracciglia inarcate vorrebbe sfuggire dalla volgarità che la cir-
conda. Individui simili in Inghilterra sono chiamati con l’appropriato
nomignolo di “highbrow”, superciliosi.
Se confrontiamo questa espressione con l’abbassamento delle so-
pracciglia, sorge un problema. Supponiamo di vedere qualcosa di
pauroso davanti a noi: possiamo abbassare le sopracciglia per pro-
teggerci gli occhi, oppure alzarle per ampliare il nostro campo visi-
vo. Entrambe le azioni sono utili, ma dobbiamo scegliere. Il cervello
dovrà decidere quale sia la richiesta più importante e mandare gli
ordini conseguenti al viso. Se osserviamo le scimmie, vediamo che
durante le minacce più violente le sopracciglia sono abbassate: quan-
do sono più spaventate che minacciose, sono alzate; e durante i mo-
menti di avvilita sottomissione sono di nuovo abbassate. Questo vale
anche per gli umani.
Quando un essere umano agisce in modo molto aggressivo, tale
da poter provocare una risposta violenta immediata, o se è stato pic-
chiato e teme un attacco imminente, sacrifica l’ampliamento del cam-
po visivo per proteggere gli occhi abbassando le sopracciglia. Quan-
do un essere umano è poco aggressivo, ma anche spaventato, o
quando, pur essendoci un conflitto, non sembra esserci pericolo di
un attacco fisico imminente, sacrifica la protezione degli occhi per il
vantaggio tattico di vedere più chiaramente quello che sta accadendo
attorno a sé e inarca le sopracciglia.
Stabilito e affermato il ruolo primario di questi due movimenti
delle sopracciglia, adesso li possiamo utilizzare in contesti meno im-
pegnativi, e cioè come segnali artificiali. Possiamo sollevare le so-
pracciglia deliberatamente, anche quando non siamo preoccupati,
semplicemente per dire a qualcun altro: «Che scocciatura per te!».
Ma simili raffinatezze e modificazioni non sarebbero possibili senza
il primitivo, originale significato di queste azioni.
Come con le rughe d’espressione sulla fronte, le rughette che si
creano sollevando le sopracciglia possono diventare permanenti con
l’età. La pelle della nostra fronte si ricopre delle cicatrici di tutte le
smorfie che abbiamo fatto durante gli anni. Se siamo spesso nervosi
o ansiosi, la cute della fronte, ripetutamente sollevata, resterà segna-
ta in modo permanente da sottili lineette arcuate. L’elasticità della
pelle diminuisce con l’invecchiamento e, come un pezzo di carta
spiegazzata che si cerchi di stirare, la fronte si rifiuta di tornare del
tutto liscia, di riprendere la sua condizione giovanile, persino quan-
do siamo rilassati e calmi.
Una fronte femminile così segnata è un buon indizio che la sua
proprietaria non è più giovane. Suggerisce anche una personalità ec-
cessivamente ansiosa. «Vecchia e nervosa» non è esattamente quello
che una femmina consapevole della propria immagine desidera co-
municare, e quindi deve fare qualcosa per rimediare al danno o, per-
lomeno, per nasconderlo.
Un trucco pesante può aiutare, ma soltanto fino a un certo punto.
Una spessa frangia può essere una copertura utile, ma non se c’è
vento! Per quelle donne che si guadagnano da vivere con la propria
bellezza c’è però bisogno di azioni più drastiche. Per molti anni, or-
mai, l’opzione chirurgica è stata il lifting. È drastico ma efficace, la
pelle viene così tesa sul cranio che persino la più piccola delle rughe
scompare.
Un’alternativa più moderna per eliminare le rughe, disponibile
dagli anni Novanta è, naturalmente, un’iniezione di Botox sulla fron-
te. Questo ha l’effetto di paralizzarne i muscoli, impedendone qual-
siasi movimento, per quanto emotivo sia il suo proprietario. Il Botox
è, a tutti gli effetti, un veleno, una proteina neurotossica prodotta da
un batterio, il Clostridium botulinum è iniettato direttamente nei mu-
scoli che producono le rughe, inattivandoli per un periodo di tre,
cinque mesi. In questo tipo di trattamento cosmetico la neurotossina
è usata in quantità così piccole che il pericolo è minimo o nullo, an-
che se non tutta la classe medica lo considera innocuo. Ciò nonostan-
te, si dice che il Botox sia diventata la seconda forma di chirurgia
estetica più popolare ai nostri giorni.
Il problema con queste drastiche soluzioni, è che lasciano la fronte
fin troppo liscia, incapace di mostrare qualsiasi emozione. Questo
può dare un’aria da maschera, un viso giovane, ma rigido. Dobbia-
mo ancora trovare una soluzione medica perfetta.

Drizzare un sopracciglio. È un miscuglio delle due azioni preceden-


ti, con un sopracciglio abbassato mentre l’altro si alza. Non è un’e-
spressione molto comune, molte persone trovano difficile compierla.
Il messaggio trasmesso da questa azione è una via di mezzo, come
una via di mezzo è l’espressione stessa. Metà viso ha un’espressione
aggressiva, mentre l’altra metà appare spaventata. Per qualche moti-
vo, questa risposta contraddittoria si nota con minor frequenza nelle
femmine adulte che nei maschi. L’emozione espressa da questo volto
è, di solito, lo scetticismo. L’unico sopracciglio alzato funziona come
punto di domanda, in relazione con l’altro occhio minaccioso.

Corrugare le sopracciglia. Le sopracciglia vengono allo stesso tempo


sollevate e avvicinate. Come quella precedente, anche questa è un’a-
zione complessa composta di due elementi presi dall’alzare e dal-
l’abbassare le sopracciglia. Il movimento verso l’interno è ripreso
dalla prima, e produce le rughette verticali nello stretto spazio tra le
sopracciglia. Il movimento verso l’alto è preso dalla seconda azione,
e produce delle rughe orizzontali sulla fronte. Corrugare le sopracci-
glia, quindi, dà origine a una doppia serie di rughe.
Questa è un’espressione associata a un’ansia e a un dolore intensi.
Si osserva anche in alcuni casi di dolore cronico, opposto a quello
acuto. Un dolore improvviso produce una smorfia, un’espressione
con le sopracciglia abbassate, ma un dolore sordo e continuo porterà,
assai più probabilmente, a corrugare fronte e sopracciglia. Un buon
esempio di questa espressione si trova sui volti degli attori nelle
pubblicità di medicine contro il mal di testa.
In origine, questa azione appare come tentativo delle sopracciglia
di rispondere a un doppio segnale proveniente dal cervello. Un mes-
saggio dice: «Alza le sopracciglia» e l’altro: «Abbassale». Differenti
gruppi di muscoli cominciano a spingere in direzioni diverse. Il pri-
mo gruppo riesce a sollevare un po’ le sopracciglia, mentre il secon-
do, pur tentando di tirarle in giù e in dentro, riesce soltanto ad avvi-
cinarle un po’ l’una all’altra.
In alcuni casi, ma senza un significato specifico, le estremità inter-
ne delle sopracciglia si alzano più di quelle esterne, dando come ri-
sultato «un aggrottamento obliquo». Questa forma esagerata è singo-
larmente marcata in coloro che hanno visto più tragedie del dovuto.
Se una donna con una storia meno tragica cercasse di spingere le sue
sopracciglia in questa posizione obliqua, avrebbe minor successo,
pur sentendo i muscoli sforzarsi. In teoria, dovrebbe essere possibile
capire quante sfortune vi siano state nel passato di una donna sem-
plicemente studiando la facilità con la quale le sue sopracciglia si
mettono oblique.

Abbassare e sollevare rapidamente le sopracciglia. Le sopracciglia si al-


zano e poi si abbassano in una frazione di secondo. Questo rapido
movimento è un gesto di saluto importante e universalmente diffuso
tra gli esseri umani. È stato registrato non soltanto tra gli europei di
zone diverse, ma anche tra popolazioni così distanti come quelle di
Bali, della Nuova Guinea e del bacino del Rio delle Amazzoni, persi-
no in zone dove non vi è stata alcuna influenza europea. E ha sempre
lo stesso significato; indica un amichevole riconoscimento della pre-
senza di un altro.
Questo rapido movimento delle sopracciglia si svolge di solito a
una certa distanza, all’inizio di un incontro, non fa parte dei rituali
della vicinanza, come la stretta di mano, i baci e gli abbracci che se-
guono. È spesso accompagnato da un movimento della testa e da un
sorriso, ma può anche comparire da solo.
In origine, è chiaramente un’adozione momentanea della postura
di sorpresa, indicata dall’alzarsi delle sopracciglia. Unita a un sorri-
so, diventa un segnale di piacevole sorpresa. L’estrema brevità di
questa azione, non più di una frazione di secondo, indica che la sor-
presa svanisce rapidamente, lasciando un sorriso amichevole a do-
minare la scena.
Come già menzionato, l’alzarsi delle sopracciglia contiene un ele-
mento di timore, e può sembrare strano che un simile sentimento
debba giocare un qualunque ruolo nell’incontro tra amici. Tuttavia,
persino i saluti, non importa per quanto amichevoli, comprendono
un elemento di imprevedibilità; infatti non sappiamo mai come gli
altri si comporteranno, o quanto possano essere cambiati dall’ultima
volta che li abbiamo incontrati. Inevitabilmente, questa tensione
dona all’incontro una lieve, fuggevole sfumatura di timore.
Oltre al suo ruolo di segnale di benvenuto, il rapido movimento
delle sopracciglia si usa spesso durante una normale conversazione
come segno di enfasi. Ogni volta che si sottolinea una parola, le so-
pracciglia si alzano e si abbassano all’istante. Molti di noi lo fanno
soltanto di tanto in tanto, ma in alcuni individui questo gesto è parti-
colarmente frequente ed esagerato. È come se dicessimo: «Ecco, que-
sto è un punto esclamativo» durante la comunicazione verbale.

«Un’alzata» di sopracciglia. Le sopracciglia si sollevano, restano


per un istante in posizione e poi si riabbassano. È il breve istante di
immobilità delle sopracciglia nella posizione alzata che distingue
questa azione dal rapido movimento delle sopracciglia in segno di
saluto o per aggiungere enfasi.
Qui, il movimento delle sopracciglia è uno dei molti che fanno
parte di quella reazione complessa chiamata «alzare le spalle», e che
coinvolge anche una speciale postura della bocca, della testa, delle
spalle, delle braccia e delle mani. Quasi tutti gli elementi di questo
gesto composto possono avvenire separatamente, isolati l’uno dal-
l’altro, oppure assieme a uno o due degli altri elementi. Per esempio,
l’alzata delle sopracciglia, anche se a volte può sembrare un gesto
isolato, di solito è sempre accompagnata da una smorfia della bocca,
un rapido e momentaneo abbassarsi degli angoli. Questi due movi-
menti appaiono di frequente da soli, in assenza degli altri elementi
che compongono l’alzata di spalle.
A differenza del rapido movimento delle sopracciglia, questa
azione è di solito unita a una bocca triste, invece che contenta, come
a indicare una sorpresa lievemente sgradevole, e infatti è così che la
troviamo usata oggi. Se, per esempio, due persone siedono vicine e
una terza fa qualcosa di socialmente imbarazzante, uno dei due ami-
ci può indirizzare all’altro un’alzata di sopracciglia, accompagnata
dal corrispondente movimento della bocca, per indicare sorpresa e
disapprovazione.
Quest’espressione si vede spesso in certi individui mentre dialo-
gano. Quasi tutti noi, quando parliamo animatamente, compiamo
piccoli, ripetuti movimenti del corpo per sottolineare quello che stia-
mo dicendo. A ogni punto di enfasi verbale aggiungiamo un’enfasi
gestuale. Nella maggior parte dei casi, sono le mani o la testa che
continuano a muoversi, ma alcuni individui preferiscono le sopracci-
glia. Mentre parlano, alzano ripetutamente le sopracciglia a tempo
con gli argomenti più importanti. Questo è tipico delle persone la-
mentose, che sembrano sempre sorprese dalle difficoltà della vita,
benché non sia affatto confinato a questo tipo di personalità.

Accantoniamo adesso i movimenti delle sopracciglia e rivolgia-


moci alla loro anatomia. Troviamo subito un’importante differenza
di genere: le sopracciglia femminili sono più fini e meno folte di
quelle dei maschi. Questa differenza ha portato a molti interventi di
«miglioramento», il cui fine era rendere le sopracciglia super-femmi-
nili assottigliandole artificialmente.
È una pratica vecchia di secoli, eseguita con varie tecniche, come
la rasatura, la depilazione a cera o con le pinzette e il trucco. In origi-
ne, si credeva che queste procedure aiutassero a tenere lontano il
male; più avanti, si pensò che proteggessero il corpo dalle malattie e,
in particolare, dalla cecità; ancora più tardi, si continuò a depilarle
semplicemente per motivi estetici. In ogni caso, il fine celato era far
apparire le sopracciglia ancor più marcatamente femminili.
Nel XX secolo, la depilazione delle sopracciglia raggiunse i suoi
vertici nel periodo tra le due guerre, negli anni Venti e Trenta, quan-
do: «la matita per le sopracciglia si trovava in ogni beauty-case, di-
sponibile in cinque seducenti sfumature». Dopo aver ridotto lo spes-
sore delle sopracciglia con le pinzette, si usava la matita per enfatiz-
zare la sottile linea arcuata di peli rimasta.
Per alcuni esperti, l’uso delle pinzette è troppo brutale. Le punte
di metallo possono facilmente rompere il pelo, che quindi ricrescerà
in pochissimo tempo. Si preferisce allora estirpare ogni singolo pelo
legandogli attorno un filo sottilissimo, tecnica che dà la certezza di
estrarre anche la radice. È un sistema popolare soprattutto in Asia e
nel Medio Oriente.
Se una donna trova che le sue sopracciglia siano in una posizione
particolarmente sgraziata, può rimuoverle del tutto e dipingere una
linea artificiale in un punto della fronte più di suo gusto. Quando si
arriva a questo passo, quasi sempre le nuove sopracciglia appaiono
più in alto della loro posizione naturale, dando al viso un’espressio-
ne meno severa. C’è un detto del tardo Ottocento che dice: «Delle so-
pracciglia dall’arco gentile si accordano alla modestia di una giovane
fanciulla». Ed è certamente vero che delle sopracciglia artificiali dise-
gnate più in alto della loro posizione originale danno un’aria inno-
cente e fanciullesca, a occhi sbarrati. Una donna che abbia di natura
le sopracciglia troppo basse, quelle che non a caso a volte sono chia-
mate «le sopracciglia della strega», può infatti avere un aspetto al-
quanto sinistro.
La forma secondo la quale si sfoltiscono e si disegnano le soprac-
ciglia muta di era in era e da individuo a individuo. In genere si cer-
ca di disegnarle in modo che obbediscano alla moda del periodo pur
adattandosi a quel volto particolare. Un virtuoso del campo afferma
che la forma ideale: «È data per due terzi da una curva che sale deli-
catamente verso l’alto, e per un terzo da una che discende verso il
basso», anche se bisogna adattarla alle facce individuali. Tali sono le
sottigliezze dell’estetica delle sopracciglia.
Forse, l’esempio più strano di sopracciglia finte si trova nell’In-
ghilterra di inizio Settecento. All’epoca, era di moda raderle comple-
tamente e sostituirle con dei posticci, ma era la natura di questi sosti-
tuti a essere molto bizzarra: erano fatti di pelle di topo. Lo scrittore
Jonathan Swift registra questa strana moda con le parole: «Le sue so-
pracciglia dalla pelle di un topo, incollate ad arte su ogni lato».
Poiché tutte queste attenzioni mirano a migliorare l’aspetto fem-
minile, ne consegue che lasciare le sopracciglia nel loro stato natura-
le, non depilato, fu spesso visto come un’affermazione di una natura
fortemente «non sensuale». Le donne che lavoravano in condizioni
dove ci si aspettava che rinunciassero alla loro sessualità, dovevano
anche rinunciare a ogni correzione alle sopracciglia. Nel 1930 ci fu
un vivace dibattito che coinvolse un ospedale di Londra. Una capo-
reparto aveva proibito a una infermiera di depilarsi le sopracciglia.
La donna presentò un ricorso, perché questo divieto interferiva con
le sue libertà personali, ma il County Council di Londra confermò la
decisione della caporeparto. In questo modo, i pazienti dell’ospedale
furono protetti dagli stimoli erotici che la visione di sopracciglia ele-
gantemente depilate avrebbe potuto scatenare in loro mentre giace-
vano nei loro letti di dolore. (Qualcun altro che avrebbe approvato
questa decisione è il profeta Maometto. Uno dei suoi detti afferma:
«Possa Dio maledire le donne che… si depilano le sopracciglia».)
Infine, dobbiamo fare un accenno al viso femminile che sfoggi un
drammatico «monosopracciglio» o «unisopracciglio». Qui le due so-
pracciglia si uniscono all’estremità interna per creare un’unica, lunga
e continua striscia di peli. Non è un tratto comune, e dove esiste è ra-
ramente lasciato al suo stato naturale. Una donna che nasca con que-
sta caratteristica, estirperà senza pietà alcuna i maligni peli che le ri-
coprono la radice del naso. E vi sono diverse ragioni per farlo. Pri-
mo, l’eccessiva pelosità della regione sopracciliare è fastidiosamente
mascolina. Secondo, c’è qualcosa di animalesco nell’avere dei peli
dove di solito non ve ne sono. Terzo, se i peli centrali sono lasciati lì,
danno l’impressione di una fronte permanentemente corrucciata. E
quarta, un’antica superstizione sostiene che una donna con simili so-
pracciglia sarebbe una vampira.
Messi assieme, sono quattro motivi sufficientemente sgradevoli
per spingere qualsiasi donna di mondo a cercare un paio di pinzette.
Per mantenere il sinistro unisopracciglio, una donna deve essere al
di sopra della moda. E una donna simile è davvero esistita nel XX
secolo, la famosa, bisessuale artista messicana Frida Kahlo. Per lei, la
glabella pelosa divenne un marchio personale, riprodotto con fedeltà
in tutti i suoi autoritratti. Descritto come: «Un uccello in volo che in-
dugiava al disopra dei suoi penetranti occhi scuri», quell’unico so-
pracciglio nero corvino fu anche paragonato a una pietra miliare.
Nelle parole di un critico: «Frida Kahlo può essere stata una donna
interessante e creativa, ma aveva un unico sopracciglio. Si distende-
va da un lato all’altro della sua fronte, come la Grande Muraglia in
Cina, e, come quella Muraglia, era probabilmente visibile dalla
luna».
È divertente notare che queste reazioni estreme sono state tutte
provocate dalla presenza di qualche pelo scuro in cima al naso della
signora Kahlo, ed è interessante notare come quel minimo eccesso di
sopracciglia umane possa produrre una risposta così potente. In ge-
nere, non facciamo mai caso alle sopracciglia, e le notiamo soltanto
quando hanno qualcosa di bizzarro.
A parte l’eccentrica Frida Kahlo, negli anni recenti soltanto in un
altro momento le sopracciglia folte e naturali sono state considerate
accettabili su un viso femminile e, per un po’, sono persino diventate
alla moda. È stato negli anni Ottanta, quando il movimento femmini-
sta e le donne decisero che assomigliare fisicamente di più agli uomi-
ni era un buon modo per competere con loro. Questa fu l’era che
vide la giovane star di Hollywood Brooke Shields apparire nei film
con quelle che vennero chiamate «sopracciglia a bruco». Forse non si
incontravano al centro della faccia, come quelle della Kahlo, ma era-
no folte come quelle di qualunque uomo, e le davano uno sguardo
fiero e deciso. Da allora, poiché le donne hanno concluso che è assai
più appropriato e soddisfacente avere successo come donne piutto-
sto che come pseudo-maschi, le loro sopracciglia sono tornate ancora
una volta a quella forma arcuata e curata amata nei secoli. Come
scrisse Shakespeare nel Racconto d’inverno: «Si dice che le sopracciglia
nere donino più alle donne, se lassù non vi sono molti peli, ma un
semicerchio o una mezza luna tracciata in punta di penna».
IV
Le orecchie

Le orecchie femminili non sono mai state trattate molto bene. O sono
ignorate, o sono vittime di mutilazioni. La cipria e il fondotinta che
le donne applicano con tanta cura sui loro visi, si fermano sempre
prima delle orecchie. Al centro delle nostre attenzioni c’è il volto, con
il suo trucco meticoloso, mentre le orecchie restano ignorate, spesso
nascoste sotto i capelli. E quando emergono dal loro nascondiglio,
sono considerate adatte soltanto a essere forate per appendervi dei
gioielli. Nei rari casi in cui diventano oggetto di chirurgia plastica, è
soltanto per renderle ancora meno evidenti, come, per esempio,
quando delle orecchie lievemente sporgenti vengono rese più ade-
renti ai lati di una testa femminile. Ma prima di esaminare più nel
dettaglio gli abusi culturali che si sono riversati sulle povere orecchie
delle donne, vale la pena soffermarsi sulla biologia e sull’anatomia
di questa parte del corpo.
La parte visibile dell’orecchio umano è piuttosto misera. Nel corso
dell’evoluzione ha perso l’originale forma lunga e appuntita e la sua
mobilità. Anche i margini sottili e sensibili sono scomparsi, arrotola-
tisi su se stessi. Ma non vanno certo liquidati come un’inutile
reliquia.
La funzione principale dell’orecchio esterno resta quella di racco-
gliere il suono, un amplificatore di carne e sangue. Magari non sare-
mo più in grado di drizzare le orecchie, come gli altri animali, oppu-
re di torcerle e di girarle in cerca della direzione di un rumore im-
provviso, ma siamo ancora capaci di individuare la sorgente di un
suono con un minimo margine di errore. Quello che noi uomini ab-
biamo perso in mobilità dell’orecchio, lo abbiamo guadagnato in mo-
bilità della testa. Quando un cervo o un’antilope odono un suono al-
larmante, alzano la testa e ruotano le orecchie da una parte e dall’al-
tra. Quando noi sentiamo un rumore simile, ruotiamo la testa, eppu-
re funziona ugualmente.
Sebbene le nostre orecchie ci sembrino immobili, hanno ancora un
fantasma dei movimenti che una volta potevano vantare. Se tendete
con forza i muscoli della regione dell’orecchio, guardandovi in uno
specchio, potrete intravedere la traccia di un movimento protettivo;
le vostre orecchie cercheranno di schiacciarsi contro il cranio. Gli ani-
mali che hanno grandi orecchie mobili, quasi sempre le appiattisco-
no quando combattono, cercando di metterle al riparo, e noi lo fac-
ciamo ancora automaticamente quando tendiamo la pelle del cranio
nei momenti di panico, benché le nostre orecchie siano già appiattite
nella loro normale posizione di riposo.
La forma del nostro padiglione auricolare svolge un ruolo impor-
tante nel condurre il suono al timpano senza distorcerlo. Una perso-
na che sia così sfortunata da ritrovarsi senza il padiglione auricolare,
scoprirebbe di avere parecchie difficoltà di ascolto. Il canale uditivo e
il timpano formano un sistema di risonanza dove alcuni suoni ven-
gono enfatizzati a spese di altri. La forma apparentemente bizzarra
dell’orecchio, le sue pieghe e le sue cartilagini, è in realtà disegnata
apposta per prevenire ogni distorsione.
Una funzione secondaria delle nostre orecchie è la regolazione ter-
mica. Gli elefanti agitano le loro orecchie enormi quando sono surri-
scaldati e ciò li aiuta a rinfrescarsi. Infatti, nelle orecchie, sotto la su-
perficie della pelle, c’è una profusione di vasi sanguigni, e disperde-
re calore attraverso questa via è un meccanismo importante per mol-
te specie. Per noi, può giocare soltanto un ruolo triviale nella termo-
regolazione, ma è diventato un segnale sociale. Se una donna si ri-
scalda in un momento di conflitto emotivo, le sue orecchie possono
diventare rosso fuoco. Questo arrossire delle orecchie è stato oggetto
di commenti sin dai tempi antichi. Quasi 2000 anni fa, Plinio il Vec-
chio scrisse: «Quando le nostre orecchie scintillano e pizzicano, qual-
cuno sta parlando di noi in nostra assenza». E Shakespeare fa chiede-
re a Beatrice: «Quale fuoco si è acceso nelle mie orecchie?», quando
altri stanno discutendo di lei.
In ultimo, le nostre orecchie hanno acquisito una nuova funzione
erotica con lo sviluppo di lobi morbidi e carnosi. I lobi sono assenti
nei nostri parenti più prossimi e sembrano essere una caratteristica
unicamente umana, evolutasi come parte della nostra complessa ses-
sualità. I primi anatomisti li etichettarono come privi di funzione:
«Un nuovo tratto che apparentemente non ha alcuna utilità, a parte
quella di forare i lobi per appendervi degli orecchini», ma recenti os-
servazioni del comportamento sessuale hanno rivelato che durante
l’eccitazione i lobi delle orecchie si gonfiano di sangue, diventando
insolitamente sensibili al tatto. Accarezzare, succhiare e baciare i lobi
durante l’atto sessuale è un forte stimolo erotico per molte donne. In
rari casi, secondo Kinsey e i suoi colleghi dell’Institute for Sex Re-
search dell’Indiana, una donna può persino raggiungere l’orgasmo
grazie alla stimolazione delle sole orecchie.
Al centro dell’orecchio esterno si apre il canale uditivo, stretto e
lungo circa un paio di centimetri. Il canale è lievemente inclinato, in
modo da mantenere l’aria all’interno tiepida, cosa importante per ga-
rantire l’adeguato funzionamento del timpano, posto all’estremità
più interna. Il timpano stesso è un organo estremamente delicato e il
canale non solo lo tiene al calduccio, ma lo protegge anche da danni
fisici. Il prezzo che dobbiamo pagare per questa protezione è la pre-
senza nei nostri corpi di una nicchia profonda che non possiamo pu-
lire con le dita. Riusciamo a lavare il resto del nostro corpo con relati-
va facilità, liberandoci dallo sporco e dei piccoli parassiti; possiamo
soffiarci il naso, pulendo così quelle altre profonde nicchie aperte del
nostro corpo, le narici; ma se un intruso si infila in uno dei nostri
condotti uditivi, siamo nei guai. Il tentativo di rimuoverlo con un ba-
stoncino può facilmente danneggiare il timpano. Quindi, abbiamo
bisogno di una difesa ad hoc contro invasioni di questo tipo. L’evolu-
zione ci ha fornito una risposta sotto forma di peli che tengono lonta-
ni gli insetti più grandi, e di cerume che sconfigge le creature più pic-
cole. Il cerume, con il suo colore arancio, ha un sapore amaro, repel-
lente per gli insetti. Questa specie di cera è prodotta da quattromila
minuscole ghiandole ceruminose, le quali non sono altro che ghian-
dole apocrine drasticamente modificate, dello stesso tipo che produ-
ce il sudore dall’odore pungente alle ascelle e all’inguine.
Passiamo ora a descrivere l’orecchio più interno, brevemente per-
ché non è questo il posto dove entrare in dettagli. Allora, le vibrazio-
ni sonore che colpiscono il timpano sono convertite in impulsi ner-
vosi e trasmesse al cervello. Il timpano è incredibilmente sensibile,
capace di individuare una vibrazione così debole da alterarne la su-
perficie solo per un miliardesimo di centimetro. Questa alterazione è
poi trasmessa attraverso tre ossicini dalla forma bizzarra (il martello,
l’incudine e la staffa) all’orecchio medio, che ne amplifica la pressio-
ne di ventidue volte. Il segnale potenziato passa all’orecchio interno,
mettendo in azione uno strano organo a forma di chiocciola, pieno di
liquido. Sono le vibrazioni trasmesse a questo fluido a consegnare il
segnale a cellule nervose sottili come capelli. Vi sono migliaia di que-
ste cellule nervose, ognuna accordata su una particolare vibrazione,
e sono loro a mandare i messaggi al cervello attraverso il nervo
uditivo.
L’orecchio interno contiene anche alcuni organi fondamentali per
l’equilibrio: tre canali semicircolari, uno dei quali si occupa dei movi-
menti verso l’alto e verso il basso, un altro dei movimenti in avanti e
indietro, e un altro ancora di quelli laterali. L’importanza di questi
organi aumentò drammaticamente quando i nostri antenati comin-
ciarono ad alzarsi sulle zampe posteriori e si trasformarono in crea-
ture bipedi. Un animale che stia sulle quattro zampe è piuttosto sta-
bile, ma vivere in verticale richiede un torrente quasi incessante di
piccoli aggiustamenti dell’equilibrio. Sebbene noi si dia tutto ciò per
scontato, questi piccoli organi dell’equilibrio sono in effetti assai più
cruciali per la nostra sopravvivenza della parte dell’orecchio che si
occupa dei suoni. Una persona sorda può sopravvivere più facilmen-
te di chi abbia completamente perso il senso dell’equilibrio.
Sfortunatamente, il nostro udito comincia a declinare poco dopo
la nascita. Un neonato umano percepisce onde sonore tra i 16 e i
30.000 Herz al secondo. Nell’adolescenza, il limite superiore è già
sceso a 20.000 Herz. All’età di 60, il declino ha raggiunto i 12.000
Herz e continuerà a calare sempre di più a mano a mano che diven-
tiamo anziani. Per le persone molto vecchie, ascoltare una conversa-
zione in una stanza affollata può diventare un problema, anche se
magari riescono ancora a seguire una singola voce in un posto tran-
quillo. Questo perché, a causa del continuo restringersi delle loro
percezioni sonore, trovano difficile distinguere tra diverse voci quan-
do molte parlano contemporaneamente.
I moderni stereo emettono frequenze anche di 20.000 Herz al se-
condo e se una donna di media età ha appena speso una bella cifra
per installare un sistema all’ultima moda… Be’, l’unico famigliare
che potrà apprezzarlo appieno sarà il figlio minore. Lei sarà fortuna-
ta se riuscirà a percepire qualche emissione al disopra dei 15.000
Herz.
Le nostre orecchie hanno una grave debolezza in relazione al vo-
lume del suono. Noi, come altre specie, ci siamo evoluti in un mondo
relativamente tranquillo, dove i suoni più forti che potevamo sentire
erano i versi e le grida degli altri animali. Non vi era nulla di più for-
te che potesse danneggiare i nostri timpani sensibili, e così non ab-
biamo sviluppato alcuna protezione contro i rumori molto forti.
Oggi, a causa della nostra irresponsabilità, abbiamo macchinari fra-
cassoni, esplosivi potenti e un’intera varietà di supersuoni che pos-
sono facilmente danneggiare il nostro udito. Le nostre orecchie ser-
vono anche per ricordare a tutti noi che viviamo in un mondo molto
diverso da quello in cui ci siamo evoluti.
Tornando al padiglione auricolare, si discute già da molto tempo
se sia possibile identificare ogni individuo dalla forma del suo orec-
chio. Nell’ultimo secolo si tentò di usare questa caratteristica per
schedare i criminali, ma il metodo rivale, le impronte digitali, vinse
la gara, e le impronte delle orecchie furono dimenticate. È vero, co-
munque, che è impossibile trovare due persone con le orecchie ugua-
li fin nei dettagli. Sono state individuate tredici zone dell’orecchio, e
due di esse meritano una menzione speciale.
La prima è il lobo carnoso. A parte le sue variazioni di grandezza,
può essere classificato secondo una caratteristica principale: può es-
sere libero oppure attaccato. I lobi liberi pendono lievemente dal loro
punto di contatto con la testa; quelli attaccati no. Uno studioso che si
prese la briga di esaminare 4171 orecchie europee, scoprì che il 64
per cento di esse avevano i lobi liberi, e il 36 per cento attaccati.
La seconda è una piccola protuberanza sul bordo dell’orecchio,
chiamata il «tubercolo di Darwin». È presente nella maggior parte
delle orecchie ma è spesso così lieve che è difficile individuarla. Se
seguite con le dita la piega interna del bordo del vostro orecchio co-
minciando dall’alto, lo incontrerete a circa un terzo della discesa.
Sentirete come un piccolo rigonfiamento, poco più di un brufoletto.
Darwin era convinto che si trattasse di una significativa vestigia dei
nostri giorni preistorici, quando avevamo lunghe orecchie appuntite
che potevano muoversi liberamente in cerca dei suoni più deboli.
Nelle sue parole, questi: «tubercoli sono le reliquie delle punte di
orecchie che in passato erano erette e aguzze». Studi accurati hanno
rivelato che sono presenti in forma cospicua in circa il 26 per cento
degli europei. Sono dettagli simili che rendono le orecchie adatte al-
l’identificazione dei criminali, ma l’uso delle impronte digitali ha or-
mai raggiunto un livello tale che difficilmente avremo bisogno anche
di altre impronte. Sfortunatamente, le uniche persone che ancora
oggi studiano con passione le orecchie sono i lombrosiani fuori
moda con la loro romantica pretesa di poter identificare il carattere e
la personalità attraverso le proporzioni del viso. I loro commenti fan-
tasiosi, che persero quasi del tutto credibilità già all’inizio del XX se-
colo, riapparvero incredibilmente negli anni Ottanta. Allora fu di
nuovo possibile leggere affermazioni tipo: un’orecchia grande indica
un vincitore; un’orecchia piccola e ben formata appartiene a un con-
formista; un’orecchia a punta un opportunista. Questa e altre centi-
naia di letture simili, spesso assai dettagliate, sono un insulto all’in-
telligenza umana, ed è difficile comprendere come abbiano potuto
riacquistare popolarità ancora alla fine del XX secolo.
I criminologi che hanno studiato le fisionomie nei dettagli ne han-
no concluso che il disegno delle orecchie non può essere dedotto dal
disegno della faccia. Davanti a un viso rotondo e a un viso triangola-
re, è impossibile predire quale dei due avrà orecchie più rotonde o
più triangolari. Gli esperti di tipologia somatica non sono d’accordo.
Affermano che gli endomorfi (i più rotondetti tra noi) e gli ectomorfi
(quelli più longilinei) hanno diversi tipi di orecchie. Le orecchie degli
endomorfi aderirebbero strettamente alla testa e avrebbero il lobo e
la pinna (la parte libera del padiglione) di uguale misura. Le orecchie
degli ectomorfi, in contrasto, avrebbero le pinne meglio sviluppate
dei lobi, e che si proiettano lateralmente. Forse, la spiegazione di
questa differenza di opinioni è che i criminologi considerano soltan-
to la regione del capo, mentre i somatologi esaminano l’intera forma
del corpo.
Simbolicamente, le orecchie hanno ricevuto diversi ruoli. Dato che
si tratta di un’ala di pelle che circonda un orifizio, sono sempre state
viste come simboli dei genitali femminili. In Iugoslavia, per esempio,
un termine gergale per la vulva è: «l’orecchio tra le gambe». In alcu-
ne culture, la mutilazione delle orecchie è utilizzata come sostituto
della circoncisione femminile. In certe zone dell’Oriente, le ragazzi-
ne, alla pubertà, devono affrontare un rituale iniziatico durante il
quale si forano loro le orecchie. Nell’Antico Egitto, la punizione per
un’adultera era l’amputazione dei padiglioni auricolari con un col-
tello affilato, un altro esempio di orecchie come sostituto dei genitali.
Poiché le orecchie sono viste come genitali femminili in molte cul-
ture, non è particolarmente sorprendente scoprire che alcuni indivi-
dui eccezionali siano nati proprio attraverso di esse. Si racconta che
Karna, il figlio del dio sole Hindù, Surya, sia emerso da quest’orga-
no, ed è stato sottolineato che, tecnicamente, se Karna è nato attra-
verso l’orecchio, allora sua madre, Kunti, ha avuto un parto virgina-
le. Alcune leggende sostengono che anche Buddha sia nato dall’orec-
chio di sua madre.
Nell’opera satirica di François Rabelais, pubblicata nel 1653, pure
Gargantua entra nel mondo in questo strano modo. Gargamella sentì
di essere vicina al parto: «Il bambino schizzò verso l’alto e saltò, e
così entrò nella vena cava, si arrampicò su per il diaframma, e persi-
no su per le spalle, dove quella vena si divide in due, e da lì si dires-
se a mancina, uscendo poi dall’orecchio sinistro della madre». L’au-
tore ammette che è difficile crederlo, ma si difende sottolineando che
non vi è nulla nella Bibbia che contraddica una simile forma di nasci-
ta e che, se Dio lo volesse: «Tutte le donne potrebbero partorire i loro
figli dall’orecchio».
Una forma completamente diversa di simbolismo fa rappresenta-
re alle orecchie la saggezza. Questo perché è l’orecchio che ascolta la
parola di Dio. Ciò è stato usato come scusa per tirare le orecchie dei
bambini quando si comportano male; l’idea è che stimolando i loro
padiglioni si risveglierà l’intelligenza nascosta lì dentro.
Alcune di queste strane superstizioni hanno portato all’antica
usanza di bucare i lobi per poter indossare degli orecchini. Questa
primitiva forma di mutilazione si è rivelata assai tenace ed è uno dei
pochi tipi di deformità artificiale ad aver mantenuto un’ampia popo-
larità perfino nel mondo moderno. Oggi, la maggior parte delle don-
ne che si fanno i buchi alle orecchie lo fa per scopi puramente deco-
rativi, senza sapere che cosa significasse in passato. E nel passato
c’erano diverse spiegazioni. Si pensava che portare degli amuleti alle
orecchie fosse il modo migliore per difendersi da una possessione
demoniaca, questo perché: «il diavolo e gli altri spiriti maligni cerca-
no sempre di entrare nel corpo umano per impossessarsene, ed è ne-
cessario proteggere tutti gli orifizi attraverso i quali potrebbero
farlo».
Poiché le orecchie sono la sede della saggezza, ne consegue che i
saggi hanno orecchie molto grandi, soprattutto i lobi. Degli orecchini
pesanti che deformino i lobi allungandoli devono di conseguenza
aumentare la saggezza e l’intelligenza naturale di chi li indossa. Uno
studio sulle immagini religiose dell’Induismo e del Buddhismo cine-
si ha rivelato che, quando i ritratti riguardavano personaggi reali,
questi possedevano sempre lobi allungati.
Secondo altre antiche credenze, portare gli orecchini curava la
miopia, o proteggeva dall’annegamento.
Da molto tempo queste diverse e originali motivazioni sono state
dimenticate. Nell’era moderna, quasi tutti gli orecchini, sia quelli tri-
bali sia quelli urbani, hanno uno scopo puramente decorativo e sono
indossati soltanto per motivi di estetica o di status. Nelle culture tri-
bali che amano i lobi allungati, il processo di mutilazione di solito
comincia nell’infanzia, quando si forano le orecchie alle neonate.
Questi buchi vengono poi gradualmente allargati, anno dopo anno,
in modo che il lobo si estenda sempre più verso il basso. Alla puber-
tà, soltanto le ragazze con i lobi molto lunghi saranno considerate
belle. Quelle davvero stupende hanno le orecchie che scendono fino
al seno. Se, in questo processo, l’ampio cerchio di carne si spezza per
la continua trazione e il peso, la bellezza di una fanciulla è rovinata
in un istante: in alcune culture sarà considerata troppo brutta per
sposarsi.
Sorprendentemente, esempi di questo estremo allungamento dei
lobi femminili si trovano sparsi in tutto il mondo. Quest’usanza sem-
bra essere apparsa indipendentemente, da un’era all’altra e da un
luogo all’altro, in Borneo e in Brasile, in Africa e in Cambogia. Tra gli
abitanti delle isole Trobriand, se una ragazza avesse osato ignorare
quest’usanza, l’intero villaggio avrebbe riso di lei per le sue orecchie
da maiale selvatico.
In alcune tribù esiste persino una cerimonia speciale associata con
questo rituale. In altre culture, una donna sposata può rimuovere i
pesanti ornamenti che pendono dai suoi lobi allungati soltanto se
suo marito muore: durante la cerimonia funebre se li sfila in segno di
lutto.
Le dimensioni di un ornamento per le orecchie possono anche es-
sere sconcertanti. In alcune tribù, si appendono a ogni lobo fino a
cinquanta anelli di ottone di dieci centimetri di diametro. In un’altra,
si aggiungono grossi anelli di rame fino a raggiungere il peso totale
di quasi un chilo su ogni lobo. In un’altra ancora, interi vasetti di
marmellata o lattine, sottratti agli occidentali, vengono inseriti negli
enormi fori dei lobi.
Nei secoli precedenti, il mondo occidentale restò turbato e scanda-
lizzato da queste eccessive forme di mutilazione. John Bulwer, che
scriveva nel 1654, dedicò un intero capitolo del suo libro A View of
the People of the Whole World per attaccare: «Le mode auricolari, o cer-
te strane invenzioni dei popoli, nel modificare le loro orecchie»,
prendendosela con le donne che: «Pensano che sia di grande bellezza
avere le loro orecchie vergognosamente acconciate», forandole e «In-
serendovi del piombo che con il suo peso estende i lobi fino a farli
pendere sulle spalle, il foro così grande che potreste infilarci un brac-
cio». Per Bulwer e la sua epoca, ogni tentativo di migliorare o modi-
ficare la forma umana era un insulto a Dio.
La sua disapprovazione poco poté contro questi costumi tribali.
Erano troppo radicati nella storia culturale di quei popoli per essere
abbandonati alla leggera. In alcuni casi, l’influenza straniera può
aver smussato le forme più estreme di mutilazione, ma in molte di
queste società più remote, le mutilazioni rituali sono sopravvissute
intatte persino nel XXI secolo.
Nonostante le sue mode spesso stravaganti, il mondo occidentale
non ha mai sfoggiato nulla che potesse competere con i lobi allungati
delle società tribali. L’esempio più estremo che possiamo offrire può
essere la breve fioritura del punk rock negli anni Settanta. Nel tenta-
tivo di scandalizzare i benpensanti, i punk si infilavano oggetti biz-
zarri nei lobi malamente forati. Le preferite erano grandi spille da
balia, ma anche catene con appesa qualsiasi cosa, da lame da rasoio a
lampadine furono usate dalle truppe d’assalto della nuova ondata.
Ma la natura dei punk era troppo irrequieta perché potessero imbar-
carsi nel graduale e prolungato allungamento dei lobi che si ritrova
nelle società tribali.
Poco più tardi, quando la moda del piercing cominciò a diffonder-
si verso la fine del XX secolo, fu possibile vedere orecchie femminili
occidentali con più di un orecchino. Invece di un solo foro, le orec-
chie venivano perforate ancora e ancora, lungo tutto la loro circonfe-
renza, per appendervi una serie di anellini.
La maggioranza delle donne, comunque, ancora oggi preferisce
adornarsi i lobi in modo semplice, con orecchini facilmente rimovibi-
li, fissi o pendenti, infilati in un piccolo foro, o serrati da una sempli-
ce clip. A differenza degli orecchini tribali, non sono indossati in
continuazione e si possono cambiare anche ogni giorno per adeguar-
li all’abbigliamento. Alcune donne ne possiedono soltanto poche
paia, altre un gran numero. La detentrice del record (secondo il Guin-
ness Book of Records) è una signora americana della Pennsylvania che
ne possiede una collezione di 17.122 paia. Se ne indossasse uno di-
verso ogni giorno, le ci vorrebbe quasi mezzo secolo per portarli
tutti.
V
Gli occhi

Da molti secoli gli occhi femminili sono l’oggetto di grandi attenzio-


ni. Il trucco per occhi esiste da più di 6000 anni e già nell’Antico Egit-
to si usava colorare di nero le palpebre. Lo scrittore satirico romano
Marziale, che scriveva nel I secolo, già poteva fare questo pungente
commento: «Fai ancora l’occhiolino agli uomini da sotto una palpe-
bra uscita questa stessa mattina da uno dei tuoi cassetti». Le palpe-
bre, le ciglia e la pelle attorno agli occhi sono state colorate in tutte le
sfumature possibili, ombreggiate e decorate in ogni civiltà nella sto-
ria del mondo. Ombretti, matite, piegaciglia, ciglia finte e lenti a con-
tatto colorate sono state usate per abbellire gli occhi delle donne. Ma
prima di guardare più da vicino questi miglioramenti della natura,
cosa possiamo dire dell’occhio in sé?
Gli occhi sono il principale organo di senso del corpo umano. È
stato calcolato che l’80 per cento delle nostre informazioni sul mon-
do esterno ci arrivano attraverso queste notevoli strutture. Nono-
stante tutto il parlare e ascoltare, noi restiamo essenzialmente degli
animali visivi. In questo non siamo molto diversi dei nostri parenti
più vicini, le scimmie. L’intero ordine dei primati è un gruppo domi-
nato dalla vista, con due occhi posti frontalmente nella testa che for-
niscono una visione binoculare del mondo.
L’occhio umano ha un diametro di soli 2,5 centimetri, eppure fa
apparire anche la più sofisticata delle cineprese come uno strumento
dell’Età della pietra. La retina, sensibile alla luce, posta sul retro del
globo oculare, contiene 137 milioni di cellule che rinviano i messaggi
al cervello, informandolo su ciò che vediamo. Di queste cellule, 130
milioni si chiamano, per la loro forma, bastoncelli e consentono la
visione in bianco e nero; i restanti 7 milioni sono conici, i coni, e per-
cepiscono i colori. In ogni momento, queste cellule sensibili alla luce
sono capaci di gestire un milione e mezzo di messaggi simultanei.
Data la sua complessità, non sorprende affatto che l’occhio sia la par-
te del corpo che cresce meno tra la nascita e l’età adulta. Persino il
cervello cresce di più.
Al centro dell’occhio c’è la pupilla nera, l’apertura attraverso la
quale passa la luce che cade sulla retina. La pupilla aumenta le sue
dimensioni quando l’illuminazione è debole e si restringe quando è
forte, controllando così la quantità di stimoli che raggiungono la
retina. In questo senso, l’occhio funziona in modo molto simile a una
macchina fotografica con un diaframma, ma ha anche uno strano si-
stema di ridondanza. Quando l’occhio vede qualcosa che gli piace
molto, la pupilla si dilata assai più del normale, mentre se vede qual-
cosa che lo disgusta, si riduce a una capocchia di spillo. È facile com-
prendere la seconda di queste due risposte, perché la contrazione
della pupilla riduce l’illuminazione della retina e offusca l’immagine
sgradevole. La dilatazione della pupilla, che accompagna la visione
di qualcosa di attraente, è più difficile da motivare. Va a interferire
con l’accuratezza della nostra visione, permettendo a una quantità
eccessiva di luce di raggiungere la retina. Il risultato è essere una
macchia luminosa, invece di una immagine perfettamente contrasta-
ta. Questo, comunque, può essere un vantaggio per i giovani amanti,
quando si guardano intensamente negli occhi dalle pupille dilatate.
Non è affatto male vedere l’altro lievemente sfuocato e immerso in
un bagno di luce, l’esatto opposto di un’immagine precisa fin nei
dettagli!
Nei secoli passati, in Italia, le cortigiane avevano l’abitudine di la-
sciar cadere qualche goccia di belladonna nei loro occhi prima di ri-
cevere un visitatore. Ciò provocava una massiccia dilatazione delle
pupille che le rendeva più attraenti, perché dava la falsa impressione
che fossero affascinate da colui che vedevano (anche se si trattava
soltanto di un anziano cliente, dal volto gonfio e segnato).
Attorno alla pupilla c’è l’iride, ricca di muscoli e colorata, il disco
che contraendosi è responsabile per il mutare di dimensioni della
pupilla. Questo compito è svolto da muscoli involontari, noi non
possiamo mai deliberatamente o coscientemente influenzarne i mo-
vimenti. È per questo che la dilatazione e la contrazione della pupilla
sono un segno così affidabile delle nostre risposte emotive a degli sti-
moli visuali: non possono mentire.
Il colore dell’iride varia considerabilmente da persona a persona,
ma non è dovuto alla varietà dei pigmenti. Le persone con gli occhi
azzurri non possiedono pigmenti azzurri; hanno semplicemente
meno pigmenti degli altri e questo dà l’impressione dell’azzurro. Se
avete un anello castano scuro attorno alle vostre pupille, questo si-
gnifica che possedete una generosa quantità di melanina nello strato
superficiale della vostra iride. Se, invece, in quegli strati superiori la
melanina è poca, e il pigmento è confinato negli anelli più profondi,
allora i vostri occhi appariranno più chiari, castani dorati o verdi,
fino al grigio e al blu, a mano a mano che il pigmento diminuisce. Il
colore viola è dovuto al sangue che trasluce attraverso gli strati
dell’iride.
Negli esseri umani, quindi, gli occhi chiari sono una specie di illu-
sione ottica. Indicano una perdita di melanina, e sembrano far parte
di un generale impallidimento del corpo che si incontra avanzando
dall’equatore verso le zone polari meno soleggiate. Questo effetto è
ancora più sorprendente se si paragonano i bambini dei popoli bian-
chi con quelli a pelle scura. Quasi tutti i bambini bianchi hanno gli
occhi azzurri quando nascono. I bambini di colore invece li hanno
scuri. Poi, crescendo, la maggior parte dei figli dei popoli di pelle
chiara accumula melanina negli strati superficiali dell’iride, e i loro
occhi si scuriscono. Soltanto in una piccola percentuale ciò non av-
viene, e gli occhi restano chiari.
A coprire la pupilla e l’iride c’è una membrana trasparente, la cor-
nea, e attorno a essa c’è quella parte che chiamiamo il bianco degli
occhi, tecnicamente la sclera. È questa parte non ottica dell’occhio
umano a rappresentare il suo tratto più insolito. Stranamente, parte
del bianco dei nostri occhi è visibile a chi ci guarda. La maggior par-
te degli animali hanno occhi circolari, a bottone. Lo stesso è vero per
i primati inferiori, mentre nelle scimmie la pelle attorno agli occhi è
lievemente tirata all’indietro, a sinistra e a destra, formando degli
«angoli». Questi occhi sono ancora più vicini per forma a un cerchio
che a un ovale. Ma questa tendenza evolutiva compie un passo in
avanti nelle scimmie antropomorfe, dove gli occhi sono più ellittici,
avvicinandosi alla forma di quelli umani. Neppure qui però si vede
il bianco; le aree esposte attorno all’iride ne hanno lo stesso colore
castano scuro. Negli esseri umani, è proprio il bianco di queste stesse
zone a renderle altamente visibili. Questo piccolo mutamento evolu-
tivo fa sì che durante gli incontri sociali i movimenti dello sguardo
siano facili da leggere, persino a una certa distanza.
Le palpebre, che circondano la parte visibile dell’occhio, sono or-
late da ciglia ricurve e hanno i margini grassi e lucidi. Il grasso è do-
vuto alle secrezioni di una fila di minuscole ghiandole, visibili come
capocchie di spillo proprio dietro le radici delle ciglia. Il regolare bat-
tito delle palpebre serve a tenere la cornea inumidita e pulita. Il pro-
cesso è aiutato dalla secrezione delle lacrime, a opera della ghiandola
lacrimale nascosta sotto la palpebra superiore. Il liquido scende at-
traverso due piccoli condotti, a loro volta visibili come punture di
spillo sui bordi più interni delle palpebre, verso il naso, uno in quella
superiore e uno in quella inferiore. I due condotti si connettono in un
singolo tubo che porta le lacrime usate all’interno del naso, dove
vengono disperse. Quando un’irritazione o un’emozione intensa
spinge la ghiandola lacrimale a produrre lacrime più velocemente di
quelle che il condotto può portar via, noi piangiamo. Le lacrime in
eccesso si rovesciano sulle nostre guance dove noi le asciughiamo.
Questo è il secondo tratto peculiare dell’occhio umano, perché noi
siamo gli unici animali terrestri a piangere.
Tra i due condotti lacrimali, nell’angolo dell’occhio più vicino al
naso, c’è una piccola pallina rossa. È il residuo della nostra terza pal-
pebra che ora sembra non avere più alcuna funzione. In molte specie
è un organo di discreta importanza. Alcune la usano come un tergi-
cristallo diagonale che aiuta a pulire l’occhio; altre hanno questa ter-
za palpebra colorata e la impiegano come un segnale lampeggiante;
altre ancora le hanno completamente trasparenti e se ne servono
come occhiali da sole naturali. Le anatre acquatiche vanno oltre, e ne
possiedono di particolari, trasparenti e spesse, con le quali proteggo-
no le cornee sensibili quando nuotano sott’acqua. Se i nostri antenati
primitivi avessero avuto abitudini più acquatiche, oggi sarebbe assai
più divertente dedicarsi al nuoto subacqueo.
Le ciglia, che ci forniscono una frangia protettiva sopra e sotto
l’occhio, hanno un tratto eccezionale: non diventano bianche con
l’età, a differenza degli altri peli della testa e del corpo. Ogni occhio
ne ha circa 200, più sulla palpebra superiore che su quella inferiore, e
ogni ciglia dura tra i tre e i cinque mesi prima di cadere ed essere so-
stituita da un’altra. Anche i peli delle sopracciglia hanno lo stesso ci-
clo vitale.
Un’altra forma di protezione degli occhi è presente negli orientali.
Questi popoli possiedono una piega di pelle chiamata «plica mongo-
lica» posta sopra la palpebra superiore: è questa a dargli il caratteri-
stico taglio. La «plica», in realtà, è presente nei feti umani di tutte le
razze, ma si è conservata nell’età adulta soltanto nel ramo orientale
della famiglia umana. Alcuni bambini occidentali nascono con la pie-
ga ancora presente, ma scompare gradualmente a mano a mano che
il naso si fa più sottile e cambia forma con la crescita. Tra gli orienta-
li, la plica mongolica sembra essersi conservata come parte di un ge-
nerale adattamento al freddo. Tutto il viso, infatti, ha più strati di
grasso, è più piatto, meglio attrezzato ad affrontare il gelo, mentre
quell’ulteriore plica di pelle sopra gli occhi aiuta a riparare questa
delicata parte del viso in situazioni ambientali estreme.
La forma dell’occhio orientale è innegabilmente attraente, ma
molte donne orientali non la pensano così e oggi gli ospedali sono
pieni di giovani figure con gli occhi bendati che si sottopongono al
bisturi del chirurgo per farsi rimuovere la plica mongolica, perché i
loro occhi abbiano un aspetto più occidentale.
Ci sono alcune lievi differenze di genere negli occhi. L’occhio fem-
minile è un poco più piccolo di quello maschile, e mostra una più
alta percentuale di bianco. In molte culture le ghiandole lacrimali
sono più attive nelle femmine emotive che nei maschi emotivi, ma se
questo sia dovuto all’influenza culturale che richiede agli uomini di
mostrare meno le loro emozioni, o se si tratti di una differenza biolo-
gica è difficile da dire. Sembra però che questa discrepanza sia trop-
po ampiamente diffusa per essere semplicemente il risultato di
un’influenza culturale.
Una parola sulle lacrime: non sono soltanto dei lubrificanti per la
superficie esposta dell’occhio, sono anche battericide. Contengono
un enzima chiamato lisozima che uccide i batteri e protegge gli occhi
dall’infezione.
La miopia deve essere stata una maledizione per molti dei nostri
antichi antenati, non soltanto a causa della mancanza di precisione
nell’ottenere informazioni visuali, ma anche perché il continuo sfor-
zo per cercare di vedere meglio in presenza di un difetto visivo porta
a emicranie e gravi mal di testa. E la miopia è stata una maledizione
anche durante le prime civiltà, quando l’invenzione della scrittura
non fece che peggiorare le cose, costringendo molti anziani studiosi a
impiegare dei giovani perché leggessero per loro.
Seneca, il grande conoscitore romano dell’arte della retorica che
visse all’epoca di Cristo, pare essere stato il primo a cercare una solu-
zione per questo grave problema. Si narra che nonostante la sua mio-
pia riuscì a farsi strada attraverso le biblioteche di Roma usando un
globo d’acqua come lente d’ingrandimento. Questa ingegnosa trova-
ta avrebbe potuto portare a un precoce sviluppo degli occhiali, inve-
ce cadde nel nulla. Fu soltanto nel XIII secolo che il filosofo inglese
Ruggero Bacone osservò: «Se qualcuno esaminasse le lettere o altri
oggetti minuscoli attraverso un cristallo o un vetro… e se questo
avesse la forma del segmento minore di una sfera, con il lato conves-
so verso l’occhio, vedrebbe le lettere assai meglio e gli apparirebbero
più grandi». Continuò sostenendo che un simile vetro avrebbe potu-
to essere molto utile per coloro che erano deboli di occhi, ma ancora
una volta nessuno pensò di sviluppare questa intuizione, così impor-
tante per la vista umana. Soltanto alla fine del secolo, in Italia, appar-
vero finalmente dei veri occhiali da lettura, anche se l’influenza di
Bacone non è certa. Nel 1306, a Firenze, durante un sermone, un mo-
naco affermò: «Non è neppure da vent’anni che è nata l’arte di co-
struire gli occhiali, una delle più utili sulla terra…». Più o meno alla
stessa epoca, Marco Polo raccontava di aver visto degli anziani cinesi
usare delle lenti per leggere. Entro il XIV secolo l’uso di occhiali ave-
va preso ormai piede; nel XV secolo fecero la loro comparsa delle
lenti speciali per correggere la miopia, e nel XVIII Benjamin Franklin
inventò le lenti bifocali. Le prime lenti a contatto furono realizzate
con successo in Svizzera nel 1883.
La breve storia degli occhiali non ha soltanto un interesse medico,
perché ha anche modificato l’aspetto dei nostri occhi. La loro forma,
infatti, diventa parte dell’espressione facciale di chi li indossa. Una
montatura pesante, soprattutto nella parte superiore, si trasforma in
una faccia supercorrucciata, e fa apparire il proprietario minaccioso e
autoritario. Una montatura ampia e circolare dà l’impressione di uno
sguardo a occhi sbarrati, come se la curva della montatura rappre-
sentasse un sopracciglio molto arcuato. Nessun inganno, come nel
caso di un abile trucco; gli occhiali, chiaramente, non fanno parte
della faccia, eppure è impossibile non essere influenzati dalle loro li-
nee, proprio come una maschera sugli occhi altera l’intera espressio-
ne di chi la porta.
L’effetto delle lenti scure è particolarmente potente. I movimenti
rivelatori degli occhi, resi ancora più visibili dal bianco della sclera,
come ho accennato prima, forniscono una costante sorgente di infor-
mazione durante gli incontri sociali, ma gli occhiali scuri la soffocano
completamente. Gli occhi inquieti, sfuggenti, distratti, ansiosi, dilata-
ti, sono tutti nascosti agli altri da chi indossa degli occhiali da sole.
Non si potrà far altro che tentare di indovinare quello che accade
dietro la maschera delle lenti.
Che cosa si perde con gli occhiali da sole? Immaginiamo una riu-
nione sociale di un gruppo di donne. Esattamente, che cosa ci rac-
contano i movimenti dei loro occhi? In ogni gruppo simile, i subordi-
nati tendono a guardare la figura dominante, mentre la figura domi-
nante tende a ignorare i subordinati, tranne che in circostanze spe-
ciali. Per esempio, se un individuo amico e sottomesso entra in una
stanza, i suoi occhi salteranno qua e là, controllando tutti i presenti.
Quando troverà un individuo dominante e di status superiore conti-
nuerà a guardarlo. Ogni volta che verrà fatta una battuta, o un’affer-
mazione polemica, oppure ogni volta che verrà espressa un’opinione
personale, gli occhi del subordinato voleranno in direzione della per-
sona dominante per controllare eventuali reazioni. La figura domi-
nante, tipicamente, resta sulle sue durante questi scambi, senza pre-
occuparsi di guardare i suoi subordinati durante la conversazione
generale. Ma se pone una domanda a uno di essi, lo farà con uno
sguardo diretto. L’individuo sul quale si fisserà, non sarà capace di
sostenere quello sguardo e, mentre risponde, guarderà quasi sempre
altrove.
Questo accade in situazioni dove vige un chiaro ordine gerarchi-
co, e dove alcuni individui hanno il controllo sopra gli altri e deside-
rano esercitarlo. Quando amici di uguale status si incontrano, i mo-
vimenti degli occhi sono assai differenti. Qui ognuno usa movimenti
degli occhi subordinati anche se non è un subordinato. Questo acca-
de perché il modo più semplice di dimostrare amicizia con il lin-
guaggio del corpo è esibire non-ostilità e non-dominanza. Quindi,
noi prestiamo attenzione ai nostri amici, e li trattiamo con i nostri oc-
chi come se fossero dei dominanti. Quando parlano o agiscono li
guardiamo; quando parliamo e loro ci guardano, noi distogliamo lo
sguardo e lo riportiamo su di loro soltanto per pochi secondi, di tan-
to in tanto, per controllare la loro reazione a quello che stiamo dicen-
do. In questo modo, ognuno dei due amici si rivolge all’altro come se
fosse quello dominante, trattandolo con rispetto e mettendolo a suo
agio.
Se una femmina dominante desidera ingraziarsi qualcuno, può
farlo adottando deliberatamente l’amichevole linguaggio del corpo
di un eguale. Quando si rivolge a un dipendente o un domestico può
mostrarsi attenta, per manipolare questa persona, fingendo di ascol-
tare ogni parola del sottoposto. Simili trucchi però sono usati rara-
mente dagli individui dominanti, tranne che in contesti speciali (per
esempio, le campagne elettorali).
Un prolungato contatto oculare avviene soltanto nei momenti di
intenso amore o odio. Per la maggior parte delle persone, nella mag-
gior parte delle situazioni, uno sguardo diretto sostenuto per più di
pochi istanti è troppo minaccioso, e si distoglie immediatamente lo
sguardo. Tra gli amanti, c’è una tale fiducia reciproca che diviene
possibile sostenere lo sguardo dell’altro senza neppure un’ombra di
timore. Mentre si fissano negli occhi, controllano inconsciamente il
grado di dilatazione della pupilla dell’altro. Se vedono profondi poz-
zi neri, sapranno per istinto che i loro sentimenti sono ricambiati. Se
vedono minuscole capocchie di spillo si sentiranno a disagio, perce-
piranno che qualcosa non va nella loro relazione.
Passando dagli amanti a coloro che si odiano, lo sguardo fisso del-
la persona infuriata ha un notevole potere intimidente. In passato,
quando regnava la superstizione, si credeva che gli esseri sopranna-
turali osservassero gli eventi umani e potessero influenzarli. Per po-
ter guardare, questi poteri divini o divinità, dovevano avere degli oc-
chi. E dato che dovevano guardare molte cose contemporaneamente,
si pensò che dovessero avere molti occhi e che fossero onniveggenti.
Quando si trattava di divinità buone e protettive, poteva anche esse-
re un grande vantaggio per gli esseri umani. Ma c’erano anche divi-
nità cattive, demoni e diavoli, spiriti malvagi con occhi malvagi, e un
loro sguardo poteva portare al disastro.
La credenza nel potere del malocchio è diffusa ovunque e soprav-
vive persino oggi in alcune parti del mondo. L’occhio malevolo è di-
ventato il malocchio, un’influenza maligna, dannosa e persino fatale
che può piombare sulla vittima senza preavviso. Se questo sguardo
cade su una persona, a costui o costei può accadere qualcosa di terri-
bile. Si riteneva che a volte persino una donna normale potesse esse-
re portatrice del malocchio, anche contro la sua volontà: bastava che
guardasse qualcuno, anche involontariamente, perché entro breve
tempo al poveretto capitasse una disgrazia. Molti talismani della for-
tuna sono stati escogitati e impiegati per proteggere la gente da que-
ste minacce. Alcuni di questi oggetti protettivi, indossati, tenuti in
borsa, o appesi in casa, sfruttano la convinzione che un’immagine
intensamente erotica abbia il potere di distrarre il malocchio.
E, per quanto possa sembrare sconcertante, è proprio per questa
convinzione che molte chiese cristiane dell’Europa medievale sfog-
giavano delle raffigurazioni di genitali femminili incisi nella pietra
sopra le loro porte, per impedire ai malvagi di entrare nell’edificio.
Per intensificarne il potere, di solito questi genitali erano raffigurati
divaricati da delle mani. Non sorprenderà certo sapere che la mag-
gior parte di questi bassorilievi sia stata rimossa o nascosta durante
la pudica età vittoriana, ma alcuni sopravvivono ancora oggi. È an-
data meglio al ferro di cavallo, anch’esso inchiodato sulle case come
portafortuna. Se diventasse di dominio pubblico che, in questo con-
testo protettivo, il ferro di cavallo è a sua volta un simbolo dei geni-
tali femminili, anch’esso potrebbe scomparire.
In passato, era anche costume non lodare troppo qualcuno che po-
tesse essere vulnerabile, perché si credeva che le azioni peggiori del
malocchio fossero causate dall’invidia. Una madre, per esempio, si
sarebbe spaventata se uno straniero avesse ricoperto di lodi il suo
bimbo appena nato, e avrebbe appeso un talismano sulla sua culla
per difenderlo, oppure avrebbe celebrato qualche altro rituale di pro-
tezione. Persino oggi, soprattutto nella regione del Mediterraneo,
queste precauzioni superstiziose sono prese assai seriamente e da
molte persone.
Passando dagli occhi fantastici degli spiriti maligni agli occhi reali
delle femmine umane, vi sono molti messaggi visuali che possono
essere letti nelle loro mutevoli espressioni:

Gli occhi si abbassano. Formalmente, abbassare gli occhi è a volte


usato come un segnale di modestia. Si basa sul naturale comporta-
mento dei subordinati che non possono guardare i loro superiori, ma
in questo caso la direzione non è scelta a caso. Il fiore della modestia
non lascia vagabondare lo sguardo a sinistra o a destra, ma soltanto
in giù, a terra. Vi è, in quest’azione, l’accenno a un inchino, o all’ab-
bassare la testa in segno di sottomissione.

Alzare lo sguardo. Alzare lo sguardo è talvolta usato deliberata-


mente come segnale. Se si mantiene questa posizione per un po’,
l’espressione è di pretesa innocenza, oggi assunta soltanto in senso
ironico. In ogni caso, il significato di questo movimento degli occhi si
basa sull’idea di guardare al cielo per invocarlo come testimone della
propria innocenza.

Lo sguardo torvo. Questo sguardo è spesso usato dalle madri quan-


do cercano di ridurre all’obbedienza un bambino senza parlare. Lo
sguardo torvo è una versione complessa del fissare. L’occhio si con-
centra sulla vittima con le sopracciglia corrugate ma le palpebre spa-
lancate. È una contraddizione perché di solito quando si spalancano
gli occhi si alzano le sopracciglia, e quindi due parti della faccia de-
vono lavorare l’una contro l’altra. Per questo motivo, non è un’e-
spressione che si possa mantenere per molto. Quando si dà un’oc-
chiataccia, le palpebre superiori si schiacciano verso l’alto fin quasi a
scomparire sotto le sopracciglia, che invece scendono al punto che la
linea di demarcazione non è più segnata dalle palpebre, ma dalla
pelle dell’arcata sopracciliare. Questo dà un’aria strana all’occhio, un
aspetto inconfondibile. Un’occhiataccia veicola un messaggio di sor-
presa e di rabbia.

Guardare di sottecchi. Si usa per guardare qualcuno senza farsi ve-


dere. È anche un deliberato segnale di timidezza, e allora diventa un
segno di timore. Il messaggio qui è: «Ho troppa paura per guardarti
dritto negli occhi, ma non posso evitare di farlo». Gli inglesi hanno
una frase appropriata per descrivere quest’azione: «Guardare qual-
cuno come una pecora».

Uno sguardo sognante. Gli occhi sembrano «fuori fuoco» quando


siamo molto stanchi, o quando stiamo sognando a occhi aperti.
Qualcuno che desideri segnalare di avere qualcosa di speciale da so-
gnare persino di giorno (un nuovo amore, per esempio) può delibe-
ratamente fissare fuori da una finestra o l’altro lato di una stanza con
un’espressione sognante, per impressionare i suoi compagni.

Spalancare gli occhi. Spalancare gli occhi fino al punto di mostrare il


bianco sotto e sopra l’iride è una elementare risposta di moderata
sorpresa. Quest’azione amplia il campo visivo, permettendo di au-
mentare la risposta agli stimoli visuali. Come con molti altri di questi
movimenti automatici degli occhi, una versione deliberata di que-
st’azione viene oggi spesso usata per manifestare finta sorpresa.

Socchiudere gli occhi. Anche socchiudere gli occhi può essere fatto
deliberatamente. Di base, è una risposta protettiva contro un eccesso
di luce o un possibile danno, ma ne esiste anche una versione altez-
zosa in cui la persona che socchiude gli occhi chiaramente non sta
soffrendo per eccessiva esposizione alla luce e neppure è minacciata.
Questa artificiale espressione di dolore implica che sono i presenti la
causa di quell’angoscia. È un’espressione di disgusto, uno sguardo
di altezzoso disprezzo sul mondo circostante. La plica mongolica de-
gli orientali genera talvolta una falsa impressione di superbia, perché
può sembrare che gli occhi siano deliberatamente strizzati.

Occhi lucidi. Gli occhi lucidi trasmettono un segnale del tutto diffe-
rente, uno che è difficile falsificare (tranne che per gli attori profes-
sionisti). Quando la superficie degli occhi diviene scintillante, lucci-
cante o brillante è perché è lievemente sovraccaricata di secrezione
dalle ghiandole lacrimali a causa di emozioni intense, non però suffi-
cientemente forti per produrre delle vere lacrime. Questi sono gli oc-
chi scintillanti dell’amante appassionato, del fan adorante, della ma-
dre orgogliosa e dell’atleta trionfante. Sono anche gli occhi lucidi
dell’angoscia, della tensione e della disperazione, di qualsiasi condi-
zione emotiva forte abbastanza da portarci vicini alle lacrime.

Piangere. Anche il pianto è un potente segnale sociale. Il fatto che


noi piangiamo e gli altri primati no ha risvegliato considerevole inte-
resse, ed è stato suggerito che questa differenza sia da ricercare nella
fase acquatica attraversata dalla specie umana, ma non dagli altri
primati, diversi milioni di anni fa. Le foche piangono quando sono
turbate emotivamente, e anche alcune otarie che avevano perso i loro
cuccioli sono state viste piangere. Di conseguenza, si è ipotizzato che
una lacrimazione così importante sia un sottoprodotto della funzio-
ne di pulizia degli occhi svolta dalle lacrime nei mammiferi tornati
alla vita marina.
Questa spiegazione è abbastanza logica. Se gli uomini hanno pas-
sato una fase acquatica diversi milioni di anni fa, e hanno aumentato
la loro produzione di lacrime in risposta alla prolungata esposizione
all’acqua marina, e poi sono tornati sulla terra ferma come cacciatori
nella savana, è assai probabile che abbiano conservato la capacità di
piangere, di sfruttare il pianto emotivo come un nuovo segnale so-
ciale. Questo spiegherebbe perché l’uomo sia l’unico primate a pian-
gere. Una teoria alternativa sostiene che è stato il polveroso mondo
della savana a far aumentare la produzione di lacrime, e che il copio-
so pianto emozionale sia un sottoprodotto del miglioramento delle
capacità di autopulizia dell’occhio. E gli altri mammiferi? Pur viven-
do in ambienti polverosi, non piangono quando sono sotto stress. È
stato risposto che hanno tutti guance pelose, nelle quali le lacrime si
perderebbero. Soltanto sulla pelle nuda della specie umana lo scintil-
lio delle lacrime agisce come un potente segnale visivo per i compa-
gni più vicini.
Una spiegazione completamente diversa della capacità di piange-
re si basa sull’idea che le lacrime, come l’urina, abbiano la loro fun-
zione principale nell’escrezione delle tossine. L’analisi chimica delle
lacrime prodotte sotto stress e di quelle prodotte da una irritazione
della superficie dell’occhio ha rivelato che i due liquidi che discendo-
no lungo la faccia contengono proteine diverse. L’ipotesi è che il
pianto emozionale sia fondamentalmente un modo di liberare il cor-
po dall’eccesso di stress chimico, il che spiegherebbe perché «un
buon pianto faccia sentire meglio». In questo caso il miglioramento
dell’umore sarebbe biochimico. Il segnale visuale delle guance ba-
gnate di colui che piange, poiché incoraggia i compagni ad abbrac-
ciare e a confortare l’individuo sotto stress, può essere visto allora
come uno sfruttamento secondario di questo meccanismo di rimo-
zione delle tossine. Ancora una volta, però, è difficile vedere come
questa teoria possa conciliarsi con l’assenza del pianto in animali
come gli scimpanzé, che pure conoscono momenti di grande stress
durante le loro dispute sociali nella foresta.

Ammiccare. Lasciamo il triste argomento del pianto e rivolgiamoci


alla più lieve azione dello sbattere le palpebre, oggi usata per comu-
nicare deliberatamente diversi segnali. Il normale battito delle palpe-
bre, quell’azione «tergicristallo» che pulisce e inumidisce la superfi-
cie della cornea a intervalli frequenti durante il giorno, si svolge ap-
prossimativamente in un quarantesimo di secondo. Negli stati di
tensione emotiva, quando la produzione di lacrime comincia ad au-
mentare, anche la frequenza dei battiti aumenta, rivelandosi anch’es-
sa un buon indicatore dell’umore.
Forme modificate del battito delle palpebre includono il battito
multiplo, il battito esagerato, sbattere le palpebre e l’occhiolino.
Multi-battito. Le palpebre vengono sbattute più volte in rapida se-
quenza quando qualcuno è sul punto di mettersi a piangere. È un di-
sperato tentativo di allontanare le lacrime dagli occhi prima che co-
mincino a sgorgarne. Proprio per questo può anche essere usato
come un segnale conscio di solidarietà e compassione.
Il battito esagerato. È un unico battito molto esagerato, più lento in
velocità e più grande in ampiezza di quello normale. È usato come
segnale meno drammatico, di finta sorpresa, e lo si impiega esclusi-
vamente come azione teatrale. Il messaggio è: «Non credo ai miei oc-
chi, e allora li ripulisco sbattendo con forza le palpebre per essere
certo che quello che vedo sia davvero lì».
Sbattere le palpebre. Qui gli occhi vengono aperti e chiusi rapida-
mente, come nel battito multiplo, ma con una maggiore apertura,
fino a raggiungere lo sguardo innocente dell’occhio sbarrato. È un’al-
tra azione di stampo teatrale e seduttivo, che più o meno vuol dire:
«Non puoi essere davvero arrabbiato con me, piccolina!».
L’occhiolino. Quando si fa l’occhiolino si strizza deliberatamente
un solo occhio, significando che esiste una qualche collusione tra co-
lui che fa l’occhiolino e colui che ne è il destinatario. Il messaggio è:
«Tu e io siamo momentaneamente coinvolti in un’azione che segreta-
mente esclude gli altri». Fatto tra amici a una riunione sociale impli-
ca che chi fa l’occhiolino e chi lo riceve sono segretamente d’accordo
su qualche argomento, o che sono più vicini l’uno all’altro di quanto
entrambi siano alle altre persone. Fatto tra estranei, il gesto di solito
veicola un forte invito sessuale, qualunque sia il sesso coinvolto.
Dato che suggerisce un patto privato tra due persone, l’occhiolino
può essere usato apertamente come un gesto di provocazione per far
sentire una terza persona esclusa. Sia che venga usato di nascosto o
apertamente, questo gesto è considerato improprio dal galateo, e
un’autorità in fatto di etichetta ha dichiarato che in Europa l’occhioli-
no fatto da una donna non è affatto un gesto elegante, e può essere
classificato come la gomitata nelle costole. Molte donne trovano dif-
ficile ammiccare in modo convincente, e appaiono buffe quando ten-
tano di farlo. Per qualche ragione ancora sconosciuta (a meno che la
causa non sia il trucco sugli occhi) per gli uomini è molto più facile
che per le donne esibirsi in una strizzata d’occhi convincente.
In origine, l’occhiolino poteva essere descritto come la chiusura
direzionale di un occhio. Chiudere un occhio suggerisce che il segre-
to è diretto soltanto alla persona che si sta guardando. L’altro occhio
è tenuto aperto per il resto del mondo, che è escluso da questo scam-
bio privato.

Dato che l’occhio femminile trasmette così tanti importanti segnali


visivi, non può sorprendere che sia stato oggetto di infiniti interventi
cosmetici. Già 5000 anni prima di Cristo, il trucco per gli occhi del-
l’Antico Egitto era diventato alquanto sofisticato. Si usava la galena,
un antenato del kohl composto di minerale di piombo, per tracciare
delle linee nere che esageravano la forma dell’occhio. Si importava
appositamente la malachite, un ossido del rame, la base del famoso
trucco verde che veniva applicato sulle palpebre sotto forma di pa-
sta. Non aveva uno scopo soltanto decorativo, ma agiva anche come
protezione contro il riflesso del sole. Macinando uova di formica si
otteneva un trucco per gli occhi più elitario e puramente decorativo.
Per la donna egiziana alla moda dei tempi antichi, truccare gli oc-
chi richiedeva molto tempo e molto denaro. Nuove ricerche hanno
rivelato che, nel secondo millennio prima di Cristo, divenne ancora
più complicato di quanto si pensasse. Oltre al nero e al verde, colori
ben conosciuti, ora sappiamo che, 4000 anni fa, la signora egiziana à
la page aveva a sua disposizione il viola, il giallo, il blu e tre diversi
tipi di bianco, grazie a una chimica piuttosto avanzata. Due dei bian-
chi funzionavano anche come antibiotici. Inoltre, il nero poteva esse-
re opaco oppure lucido, a seconda di quanto finemente era tritato.
Per applicare questi cosmetici, si usavano dei bastoncini dalle
punte arrotondate, accuratamente intagliati, fatti in legno, in bronzo,
ematite, ossidiana o vetro. Alcuni di questi bastoncini e di vasetti di
cosmetici elegantemente decorati sono stati ritrovati in elaborati mo-
biletti da trucco e scatole da toeletta risalenti a più di 3000 anni fa.
Il disegno vero e proprio del trucco per gli occhi della donna egi-
ziana includeva uno strano elemento, una linea nera orizzontale che
si estendeva dall’angolo esterno di ogni occhio verso l’orecchio. Que-
sto elemento decorativo, assai caratteristico, aveva un significato ma-
gico, perché era un’imitazione della forma degli occhi del gatto, ani-
male sacro per gli antichi Egizi.
L’Antico Egitto fu ossessionato dal trucco per diverse migliaia di
anni. Persino verso la fine di quella grande civiltà, la regina Cleopa-
tra ancora sperimentava nuove combinazioni di colori, dipingendosi
le palpebre superiori di blu scuro e quelle inferiori di verde brillante.
Le cose erano assai diverse nell’antica Grecia, dove ci si aspettava
che le donne rispettabili mostrassero la purezza della grazia di una
carnagione naturale. Nonostante sia stata la lingua greca a darci la
parola cosmetici (da kosmetikos, raffinata decorazione), nella Grecia
antica solo le cortigiane potevano abbellire i loro volti grazie alla
trousse del trucco. Per loro, era accettabile enfatizzare le palpebre
con un pennello immerso nel nero e incenso, e sottolineare gli occhi
con il kohl. Sebbene molti maschi greci godessero della compagnia
di queste donne, le cortigiane dipinte erano disprezzate dagli autori
puritani dell’epoca, uno dei quali dichiarò che, se si vedessero quelle
donne alzarsi dal letto al mattino: «Le si troverebbe meno attraenti di
una scimmia».
Gli antichi romani non erano così austeri in questo campo. Ovi-
dio, che scrisse il primo libro della storia sui cosmetici, annota l’uso
sia dell’ombretto nero, ottenuto dalla cenere di legno, sia di uno do-
rato, ottenuto dallo zafferano. Il drammaturgo Plauto commenta che:
«Una donna senza colore è come cibo senza sale».
Dopo la caduta di Roma, il trucco femminile praticamente scom-
parve in Europa, per non riapparire più per molti secoli. E anche
quando, occasionalmente, tornò alla superficie, fu ristretto alle signo-
re di dubbia virtù. In questo caso l’Europa seguì la tradizione dei
Greci. Il trucco riapparve davvero soltanto all’inizio del XX secolo,
quando montò un’onda di rivolta contro l’ipocrisia vittoriana. Il 1910
vide la pubblicazione di un volumetto alquanto interessante intitola-
to The Daily Mirror Beauty Book, nel quale si suggeriva coraggiosa-
mente l’uso di una matita per allungare gli occhi. Vi si descriveva an-
che un attrezzo per piegare le sopracciglia, «per farle apparire come
stelle».
Dopo la Prima guerra mondiale, gli anni Venti e Trenta videro
questi germogli edoardiani sbocciare nel vasto commercio mondiale
dei cosmetici di massa. Le giovani donne appena emancipate di que-
sto periodo erano decise a decorare i loro corpi secondo i loro gusti,
respingendo ogni interferenza di autoritarie figure maschili. A in-
fluenzarle fortemente furono anche i primi film. Le attrici che appari-
vano sugli schermi d’argento tecnicamente primitivi di allora erano
costrette a enfatizzare i tratti del volto perché fossero chiaramente
visibili al pubblico.
Un’attrice in particolare, Theda Bara, ebbe una grande influenza
sullo sviluppo della cosmetica di massa quando apparve con gli oc-
chi pesantemente bistrati, dando vita a una nuova moda. Quel trucco
inusuale era nato dalla mente di Helena Rubinstein, la prima grande
pioniera della cosmetica moderna. La Rubinstein aveva preso in pre-
stito l’idea di colorare le palpebre dal teatro francese e, con una certa
conoscenza dell’antico Egitto, fece degli esperimenti con il kohl per
creare il vistoso mascara di Theda Bara nel ruolo cinematografico di
Cleopatra.
Fu l’inizio di una rivoluzione cosmetica. Nel giro di poche decadi,
gli eccessi di Hollywood erano diventati la quotidianità del mondo
intero. Nei primi anni Sessanta l’antico Egitto ebbe di nuovo un’in-
fluenza determinante sul trucco delle donne. Questa volta fu Eliza-
beth Taylor a indossare i panni di Cleopatra. Nel filmone del 1963, i
suoi occhi pesantemente truccati divennero una fonte d’ispirazione
per moltissime giovani donne e la vendita degli ombretti, degli eyeli-
ner e delle ciglia finte esplose.
Verso la fine degli anni Sessanta, lo sfacciato e artificiale trucco
alla Cleopatra lasciò il posto a un aspetto più naturale, ma i prodotti
cosmetici per gli occhi non erano destinati a scomparire. Quell’aspet-
to più naturale, infatti, era altamente artificiale. Il vistoso trucco dei
primi anni Sessanta fu rimpiazzato da un altro furbo e raffinato, che
creava l’illusione di un’innocenza infantile. Un annuncio pubblicita-
rio proclamava che «per un occhio nudo è un viso nudo». Il trucco?
Quella faccia nuda era ottenuta attraverso la più lunga e la più com-
plicata procedura cosmetica nella storia del make-up.
Da allora, il trucco per gli occhi è diventato un elemento sempre
presente nella routine di una donna moderna, a volte lieve, a volte
meno; le palpebre, la forma dell’occhio e le sopracciglia hanno sem-
pre ricevuto varie attenzioni, a seconda delle mutevoli imposizioni
della moda. Nel mondo occidentale non vi è alcun segno di una
qualche incombente censura nel campo della cosmetica femminile.
Persino nei paesi dove un dogma religioso impone la sottomissione
delle donne al punto che devono coprirsi i loro volti in pubblico, il
trucco agli occhi (se soltanto i suoi persecutori religiosi e maschi po-
tessero vederlo) continua a esistere, e a ricevere la stessa attenzione
di prima, pur potendo essere mostrato soltanto in privato. Come
scrisse un’autrice iraniana, i capi della Repubblica islamica possono
costringere le donne ad apparire modeste, ma: «Ironicamente, l’indu-
stria cosmetica iraniana non è mai stata così florida». Il desiderio
femminile di enfatizzare la bellezza degli occhi è forte oggi quanto lo
era ai tempi delle più antiche civiltà.
VI
Il naso

Il naso è soltanto una minuscola parte dell’anatomia di una donna,


ma ha un significato sproporzionato rispetto alle sue dimensioni. È
una parte poco espressiva del viso, al massimo può arricciarsi per il
disgusto. Eppure, è sempre stato oggetto di un’insolita attenzione.
La sua forma ha sempre avuto grande importanza nel determinare la
bellezza di una donna, al punto che gli interventi di rinoplastica
sono i più richiesti da oltre mezzo secolo. Ma perché? Cosa c’è di così
speciale in questa parte dell’anatomia femminile? Perché Tennyson
descrisse liricamente: «Il suo naso sottile, con la punta all’insù come i
petali di un fiore»?
Nell’evoluzione della nostra specie è evidente perché tratti come i
fianchi larghi, una carnagione sana e trasparente, un seno grande,
possano avere avuto un grande impatto come segnali primari fem-
minili, ma quale possibile vantaggio evolutivo può esserci nella for-
ma di un naso femminile? Per comprenderlo, è prima necessario esa-
minarne la biologia elementare.
Se paragoniamo il naso umano con quelli dei nostri parenti, di-
venta ben presto chiaro che il nostro naso, con il suo profilo promi-
nente, la sua punta allungata e le narici rivolte all’insù, è unico. Le
scimmie, anche quelle antropomorfe, non hanno nulla di simile.
Quelle che hanno un naso lungo hanno anche un muso lungo. Noi
invece abbiamo un naso prominente su una faccia piatta; questa stra-
na caratteristica richiede una spiegazione ad hoc.
Alcuni anatomisti hanno offerto la poco convincente spiegazione
che, a mano a mano che il viso umano si è fatto più piatto nel corso
dell’evoluzione, il naso è semplicemente rimasto com’era, come un
ampio scoglio sempre più esposto dall’arretrare delle maree. È diffi-
cile accettare questa spiegazione. C’è qualcosa di così evidente nel-
l’indipendenza del nostro naso dagli elementi del viso che lo circon-
dano, che «quest’organo missile», come è stato chiamato, deve forni-
re qualche specifico vantaggio biologico ai suoi proprietari. Ne sono
stati suggeriti diversi.
Il primo vede l’orgogliosa proboscide umana come un amplifica-
tore. La sua grandezza viene qui interpretata come una conseguenza
della sempre crescente importanza della vocalizzazione negli esseri
umani. A mano a mano che la voce si è evoluta ed è nato il linguag-
gio, sostengono costoro, altrettanto ha fatto il naso. Per averne una
prova, basta cercare di parlare tenendosi chiuso il naso tra pollice e
indice. La perdita di qualità espressive è incredibile. Ecco perché i
cantanti lirici sono così terrorizzati dall’idea di prendersi un raffred-
dore. Ma forse, la voce umana ha bisogno soltanto di ampi seni, le
cavità nasali nascoste, per risuonare in modo efficace? Se sì, abbiamo
bisogno di un’altra spiegazione per il nostro naso esterno e
prominente.
Una seconda ipotesi vede il naso umano come uno scudo, un ele-
mento di armatura ossea che aiuta a proteggere gli occhi. Se si ap-
poggia la punta del pollice sugli zigomi, un dito sulle sopracciglia e
un altro sul dorso del naso, sentirete che la vostra mano preme con-
tro tre rilievi difensivi che circondano l’occhio. Questo triangolo
d’ossa protegge i tessuti molli e vulnerabili dell’occhio dai colpi
frontali.
Una terza, piuttosto fantasiosa, teoria vede il naso ancora come
uno scudo, ma contro l’acqua. Se i nostri antenati hanno attraversato
una fase acquatica diversi milioni di anni fa, allora i nostri corpi de-
vono aver subito numerosi adattamenti. Il naso è diventato una spe-
cie di scudo contro l’ingresso dell’acqua nelle vie aeree quando si
nuota. Infatti, quando saltiamo in acqua ci teniamo il naso chiuso,
mentre non abbiamo bisogno di farlo quando nuotiamo con la testa
già nell’acqua. Tutto questo è indubbiamente vero. Tuttavia, se gli
esseri umani hanno effettivamente attraversato una prolungata fase
acquatica, perché le nostre narici non si sono piuttosto evolute in val-
vole, come quelle delle foche? Un naso che può chiudersi ermetica-
mente sott’acqua è soltanto un piccolo passo nel cammino dell’evo-
luzione. Se lo avessimo compiuto, non ci sarebbe stato alcun bisogno
di sviluppare un naso lungo e con le narici rivolte all’ingiù: delle na-
rici a valvola sarebbero state assai più utili a una scimmia acquatica.
Ma forse il naso umano, con la sua insolita forma, è davvero uno
scudo, benché di diverso tipo: uno scudo contro la polvere e lo spor-
co portati dal vento. Abbandonando la pace degli alberi e scendendo
nelle pianure aperte e in altri ambienti più ostili, i nostri più lontani
antenati devono aver incontrato condizioni climatiche dure e vento-
se, dove delle narici rivolte all’ingiù sarebbero state molto utili. In
questa teoria, il naso è visto come un impianto di aria condizionata
sottoposto a un carico di lavoro sempre maggiore, a mano mano che
i nostri antenati si sono diffusi nelle regioni più fredde e più secche
della Terra. Per comprendere, è necessario dare un’occhiata all’inter-
no del nostro naso.
Quando inaliamo l’aria esterna attraverso le narici, raramente è
nelle condizioni ideali per passare nei nostri polmoni. I polmoni
sono alquanto pignoli sul genere di aria che ricevono, idealmente
dovrebbe avere una temperatura di 35 gradi, una umidità del 95 per
cento, e dovrebbe essere libera da polvere. In altre parole, dovrebbe
essere tiepida, umida e pulita, per impedire che il delicato rivesti-
mento dei polmoni si essicchi o si danneggi. Il naso vi riesce con
grande efficacia, fornendo più di 14 metri cubi di aria condizionata
in modo regolare ogni ventiquattr’ore.
Se un essere umano, per malattia o incidente, perdesse l’uso del
naso, i suoi polmoni si ritroveranno nei guai nel giro di un giorno
solo. Ancora oggi, i tentativi di produrre dei nasi artificiali incontra-
no molte difficoltà, che sottolineano l’incredibile complessità inge-
gneristica della nostra appendice.
L’intera superficie interna delle complesse cavità nasali è ricoperta
di una membrana mucosa che secerne circa un litro di acqua al gior-
no. Questa superficie umida non è statica: è sempre in movimento,
perché ospita milioni di minuscoli peli, chiamati ciglia, che battono
circa 250 volte in un minuto, spostando il rivestimento mucoso di
mezzo centimetro al minuto. Con l’aiuto della gravità, lo strato mu-
coso scivola verso il retro della gola, dove si disperde. Contempora-
neamente, l’aria che passa attraverso queste cavità diventa sempre
più calda e sempre più umida. La polvere e lo sporco che trasporta si
raccolgono sulla mucosa e vengono eliminati. I polmoni possono in-
spirare senza pericolo.
Ne consegue che, mentre i nostri antenati si allontanavano dal
loro ambiente di origine, le umide zone tropicali, muovendosi nelle
savane per cacciare, le richieste fatte ai loro nasi andarono gradual-
mente crescendo. Per esempio, in un clima caldo umido, il 76 per
cento dell’umidità proviene dall’esterno, e il naso deve contribuire
soltanto per il 24 per cento. In un clima caldo secco, d’altra parte, sol-
tanto il 27 per cento dell’umidità proviene dall’aria, mentre il 73
deve arrivare dal rivestimento nasale. Questo significa che per man-
tenere la propria efficienza, il naso degli abitanti della savana o del
deserto deve esser assai più alto e assai più prominente di quello di
coloro che abitano nelle foreste tropicali.
Oggi, i moderni esseri umani che abitano ancora nelle zone in cui
nacquero i loro antenati hanno nasi adatti al loro ambiente. Una
mappatura attenta rivela che è possibile classificare le persone dal
loro indice nasale, e mostra come ognuno di noi ricada entro gruppi
regionali distribuiti secondo la temperatura e l’umidità. Questo non
significa che possiamo essere classificati in quelle che di solito si
chiamano «razze» umane. Le persone di pelle scura che vivono, per
fare un esempio, nelle aree caldo-umide dell’Africa occidentale,
avranno nasi più piatti e più larghi delle persone dalla pelle persino
più scura che vivono nelle savane aride dell’Africa orientale. La for-
ma del naso è semplicemente un’indicazione del tipo d’aria che i no-
stri antenati respiravano, e null’altro.
Per riassumere, allora, un naso umano è una cassa di risonanza e
uno scudo osseo cresciuto in altezza e in lunghezza, a mano a mano
che le nostre specie si sono diffuse e allontanate dal nostro caldo e
umido giardino dell’Eden, mantenendo però sempre la sua funzione
di condizionatore d’aria. Ma c’è più nel naso di questo, naturalmen-
te, perché esso è anche il nostro principale organo dell’olfatto e del
gusto. La funzione olfattiva è svolta da due piccole aree di cellule
specializzate nel riconoscere gli odori, più o meno delle dimensioni
di una monetina, e situate in alto nelle cavità nasali. Queste chiazze
contengono circa 5 milioni di cellule giallastre che ci danno una sen-
sibilità alle fragranze e agli odori assai maggiore di quanto normal-
mente realizziamo. Siamo capaci di distinguere alcune sostanze in
diluizioni inferiori a una parte in diversi milioni di parti d’aria. E gli
esperimenti hanno provato che il naso umano è abbastanza abile da
seguire la traccia fresca di un’invisibile impronta di piede umano su
un tappeto di carta pulita.
Il naso femminile è assai più sensibile agli odori di quello maschi-
le. Alcune ricerche svolte negli anni Settanta hanno identificato più
di 200 diversi composti chimici che possono essere trovati nei fluidi
corporei, come il sudore, la saliva, il sebo della pelle e le secrezioni
genitali. Con grande sorpresa, scoprirono che le donne che avevano
rapporti sessuali più frequenti (attività durante la quale, inevitabil-
mente, un complesso bouquet di fragranze maschili si insinua nelle
loro cavità nasali) avevano una fisiologia più equilibrata, cicli me-
struali più regolari e meno problemi di fertilità. Tale è il potere del
naso.
Le madri, inoltre, sono capaci di identificare i propri figli anche
grazie al loro odore corporeo. Se, in un semplice esperimento, un
gruppo di madri viene messo in fila e bendato, e poi si avvicinano
alla fila i loro bambini, uno per uno, ogni madre è capace di indicare
il proprio figlio e di distinguerlo da tutti gli altri. Le madri giovani si
sorprendono sempre di riuscirci, perché si tratta di una sensibilità
che non si erano mai accorte di possedere; ancora una volta, l’abilità
del naso umano è stata sottostimata. (Per gli atti, soltanto il 50 per
cento dei giovani padri c’è riuscito.)
Il motivo per cui siamo inconsapevoli della grande efficienza del
nostro naso è perché sempre più ignoriamo e interferiamo nelle sue
operazioni. Viviamo in città e in paesi dove i profumi naturali sono
soffocati, indossiamo abiti che modificano gli odori naturali di un
corpo sano, e riempiamo il nostro mondo di deodoranti e profumi.
Addirittura, pensiamo che avere un certo odore sia qualcosa di pri-
mitivo e di brutale, una caratteristica antica da dimenticare e lasciare
alle spalle. Soltanto in alcuni settori specializzati, i sommelier, i nasi
dell’industria dei profumi, troviamo ancora un tentativo di educare
il naso moderno sviluppandone al massimo il suo straordinario
potenziale.
Il ruolo del naso nel gusto oltreché dell’olfatto richiede una qual-
che spiegazione. Il vero organo del gusto è la lingua, ma questa è
molto elementare nelle sue abilità. Sa distinguere soltanto quattro sa-
pori: dolce, acido, amaro e salato. Tutti gli altri aromi della nostra va-
ria cucina sono infatti riconosciuti non dalla superficie della nostra
lingua, mentre mastichiamo e ingoiamo i nostri pasti, ma dalle picco-
le zone di cellule sensibili agli odori nelle nostre cavità nasali. Le
particelle odorose le raggiungono o direttamente attraverso il naso
mentre ci portiamo il cibo alla bocca, o indirettamente dalla bocca
stessa. Un piatto può avere un buon sapore, sulla lingua, ma avrà un
odore delizioso soltanto nel naso.
Questa, allora, è la biologia del naso, ma come può aiutarci a com-
prendere il forte legame che esiste tra la forma del naso femminile e
la bellezza femminile? La risposta si trova nell’ossea prominenza del
naso umano, nel modo in cui il dorso sporge sulla faccia umana, al-
trimenti piuttosto piatta. Se, come è stato suggerito, questo aiuta a
proteggere gli occhi dai colpi violenti, allora ne consegue che i ma-
schi cacciatori primitivi avrebbero avuto bisogno di più protezione
delle femmine primitive raccoglitrici di cibo. Nelle tribù primitive, le
femmine adulte erano troppo preziose per mandarle a caccia. I ma-
schi adulti erano sacrificabili, ma anche così, se dovevano affrontare i
pericoli fisici della caccia, avevano bisogno di tutta la protezione
possibile. Un modo per ottenerla fu sviluppare crani più pesanti, con
ossa più spesse, zigomi più forti e un dorso del naso più largo. Tutte
assieme queste caratteristiche offrono una migliore protezione agli
occhi. E un dorso del naso più largo significa che, in media, i nasi
maschili sono più grandi di quelli femminili.
Inoltre, l’aumentare delle prestazioni atletiche richieste ai maschi
per inseguire a piedi le prede significava anche che il loro naso sa-
rebbe diventato più importante come unità per il condizionamento
dell’aria: una ulteriore pressione evolutiva perché il naso dei maschi
diventasse più grande di quello delle femmine.
Questa differenza di genere creò l’equazione: naso più
piccolo=naso femminile. Ne consegue che ogni femmina nata con un
naso di dimensioni insolitamente modeste è vista come super-fem-
minile. Ogni femmina nata con un naso insolitamente grande è desti-
nata a sentirsi a disagio.
Ma questo non è tutto. Vi era un’altra influenza al lavoro, in favo-
re del piccolo naso femminile. Da bambini, noi possediamo dei na-
setti minuti, a patatina. Mentre procediamo attraverso l’infanzia,
queste piccole estensioni crescono in proporzione con il resto della
faccia e raggiungono il loro massimo livello con l’età adulta. Ne se-
gue che un naso piccolo è un naso giovane. Aggiungeteci il culto per
la gioventù e la conseguenza è chiara: più piccolo è il tuo naso, meno
anni dimostri.
Così, per apparire giovane e femminile, è doppiamente importan-
te avere un naso piccolo. Per la maggior parte delle donne questo
non è un problema, la natura le ha equipaggiate in modo appropria-
to. Alcune, invece, si sentono geneticamente sfortunate per aver rice-
vuto un naso inutilmente largo e mascolino. Vi sono due possibili ra-
gioni per questo. Una è che siano state semplicemente sfortunate, al-
l’interno delle varianti individuali che sempre occorrono in una po-
polazione. L’altra è che i loro antenati più recenti provengano da una
parte del mondo dove i nasi grandi erano un prezioso adattamento
alle condizioni climatiche estreme laggiù prevalenti. I nasi delle re-
gioni desertiche, come il Medio Oriente e il Nord Africa, sono più
alti della media; quelli delle regioni umide, come certe parti dell’A-
frica tropicale, sono più larghi. Se delle persone che provengono da
queste regioni si ritrovano a vivere in altre parti del mondo, dove il
clima è più temperato, alcune di loro giudicheranno i loro nasi non
abbastanza femminili, e ne desidereranno di più piccoli. Fino al seco-
lo scorso si poteva fare ben poco, ma poi l’introduzione di tecniche
di chirurgia plastica più avanzate è venuta in loro soccorso: era nata
la plastica al naso.
La chirurgia plastica ha acquisito la sua maturità ricostruendo le
facce devastate dei soldati nelle guerre mondiali del XX secolo. Rag-
giunta una nuova raffinatezza chirurgica, ci si rese conto che le stesse
procedure potevano essere utilizzate per scopi puramente estetici,
quando qualcuno era insoddisfatto del volto che la natura gli aveva
dato. Ridurre le dimensioni di un naso femminile, da allora, è l’ope-
razione più diffusa.
Il nome tecnico di una plastica al naso è rinoplastica, termine gre-
co che significa «modellare il naso». Si opera dall’interno per evitare
cicatrici esterne e, nella maggior parte dei casi, si opera per rimuove-
re una gobbetta che rende il naso troppo prominente e rapace. Una
sega speciale pialla questa irregolarità ossea, affinando notevolmente
il profilo. Modifiche meno comuni comprendono la riduzione di una
punta insolitamente bulbosa, riduzione delle narici e sollevamento
di una punta cadente.
Come spesso accade con ogni novità estetica, le prime a sottoporsi
alla rinoplastica furono le stelle del mondo dello spettacolo. Nel
1923, una attrice teatrale americana, allora molto famosa, Fanny Bri-
ce convocò un famoso chirurgo plastico nel suo appartamento al
Ritz, dove il medico eseguì una rinoplastica per ridurle il naso pro-
minente a dimensioni più eleganti. Il suo impresario, orripilato,
esclamò che il naso precedente era stato inimitabile, un’appendice da
un milione di dollari. Dorothy Parker, una giornalista famosa per i
suoi caustici commenti sulle celebrità dell’epoca, affermò acida che
Brice (la quale era ebrea) si era: «Tagliata via il naso in disprezzo alla
sua razza», ma l’attrice difese con vigore la sua scelta. Più tardi, negli
anni Sessanta, quando Barbra Streisand interpretò il ruolo di Fanny
Brice nel film Funny Girl, rifiutò coraggiosamente di modificare il
suo naso imponente, e l’episodio della rinoplastica fu omesso dalla
sceneggiatura.
La Streisand, la sua decisione rafforzata dalla sua potente perso-
nalità, è stata, comunque, un caso eccezionale. Nella seconda metà
del XX secolo la rinoplastica è diventata sempre più popolare nel
mondo occidentale, a mano a mano che attrici, modelle e, in realtà,
donne di ogni condizione si sono fatte ridurre i loro nasoni a propor-
zioni più modeste. Con l’arrivo del XXI secolo, il numero di nasi che
sono stati modificati chirurgicamente ha raggiunto le centinaia di
migliaia.
Questa usanza ha cominciato a diffondersi persino nelle terre na-
tali dei nasi grandi. Per esempio, in Israele, i chirurghi plastici hanno
un gran daffare per soddisfare le crescenti richieste. Oltre alla popo-
lazione locale, volano in massa verso le cliniche israeliane anche le
giovani donne consapevoli della propria immagine dell’Egitto, della
Giordania, dell’Arabia Saudita e degli Stati del Golfo.
La rinoplastica si è diffusa persino nei luoghi più inaspettati. Sotto
il rigoroso regime islamico imposto in Iran, dove le donne devono
coprirsi i capelli in pubblico ed esporre soltanto il viso, o parte del
viso, stupisce scoprire che anche qui fioriscono gli interventi di chi-
rurgia estetica al naso. All’inizio del XXI secolo, la rinoplastica è di-
ventata una vera e propria ossessione per le giovani donne iraniane
alla moda; oggi nel paese vi sono più di cento chirurghi plastici che
svolgono 35.000 operazioni al naso all’anno. Come ha commentato
un’adolescente di Teheran: «È così di moda che certe donne arrivano
persino a bendarsi il naso, anche quando non si sono fatte operare».
La loro scusa è che, secondo l’insegnamento islamico, «Dio ama colo-
ro che sono belli», ma la ragione vera, naturalmente, è che, con quasi
tutto il resto della loro anatomia nascosta secondo le norme islami-
che sull’abbigliamento, il naso è diventato uno dei principali punti
di attenzione.
In alcune regioni dell’Africa tropicale, si sta diffondendo un’ope-
razione di tipo diverso. In questo caso, i nasi piatti e larghi delle don-
ne locali sono resi più sottili, con un dorso più marcato. Questo è
l’equivalente nasale dello stirare i capelli crespi, ed è un tentativo
delle giovani donne africane alla moda di apparire più europee. Ten-
denze simili sono state di recente registrate anche nel lontano Orien-
te. Oggi, anche in Vietnam e in Cina un gran numero di nasi viene
occidentalizzato.
Come sede per dei gioielli, il naso femminile non è mai stato po-
polare come le orecchie, il collo, il polso o le dita. In alcune società
tribali, talvolta, il setto nasale è stato perforato per appendervi degli
ornamenti, ma si tratta di episodi sporadici. La perforazione delle
narici, invece, ha una storia più lunga, dato che è cominciata in Me-
dio Oriente circa 4000 anni fa. È ancora praticata tra le popolazioni
nomadi berbere e i beduini del Nord Africa e del Medio Oriente,
dove i mariti donano alla loro sposa un anello d’oro da naso. Le di-
mensioni indicano la ricchezza della famiglia e, se i due coniugi do-
vessero più tardi divorziare, la moglie ripudiata potrà usare quell’o-
ro per garantirsi un po’ di sicurezza.
L’usanza di bucare il naso si diffuse dal Medio Oriente all’India
durante il periodo dei Mogol, nel XVII secolo, dove divenne tradi-
zione forare la narice sinistra. Fu scelta la sinistra perché, secondo le
superstizioni locali, è connessa con la riproduzione e la nascita. Si
credeva che, se si indossava un orecchino al naso (a volte legato al-
l’orecchio sinistro con una catenella d’oro) il parto sarebbe stato
meno doloroso.
Negli anni Sessanta i giovani «capelloni» occidentali cominciaro-
no a viaggiare in Africa alla ricerca di se stessi e, quando videro le
narici forate delle donne locali, molti decisero di adottare questa for-
ma esotica di mutilazione del corpo. Forma che, di nuovo in Gran
Bretagna, fu ripresa dal movimento punk degli anni Settanta, come
una forma piuttosto esotica, e brutale, di body piercing. Più tardi,
verso la fine del XX secolo, forse sotto la crescente influenza dei film
di Bollywood, hanno cominciato a diffondersi orecchini da naso pic-
coli e preziosi. Ci sono stati diversi casi di reazioni feroci di datori di
lavoro che hanno licenziato le impiegate perché indossavano questo
nuovo tipo di gioiello femminile, ma alla fine anche questa moda è
stata accettata, al punto di perdere parte della sua aurea di ribellione
che oggi, nel XXI secolo, è quasi del tutto scomparsa.
I contatti nasali sono sempre stati rari nei contesti sociali. In Euro-
pa, i contatti interpersonali, in pubblico, con il naso, sono di solito
sempre brutali e sgradevoli. Il meglio che un naso possa aspettarsi è
un pizzicotto o un buffetto. Il peggio è una forma particolarmente
selvaggia di punizione, la lacerazione del naso, in cui si inserisce un
coltello nelle narici per poi aprirle. Questa forma di mutilazione fu
introdotta nel IX secolo per coloro che non pagavano le tasse. Anche
se oggi i funzionari del fisco hanno riposto i coltelli, conserviamo
una reliquia di questi antichi metodi nel detto popolare: «Spremere
fino all’ultima goccia di sangue».
Nel mondo occidentale, il naso riceve un trattamento più gentile
soltanto tra gli amanti e in privato. Durante i rapporti sessuali, titilla-
re, accarezzare con il naso, baciarlo, sono gesti comuni, ma non sono
mai usciti al di fuori del contesto dell’intimità sessuale. Tra gli abi-
tanti di alcune isole del Pacifico, questi gesti accadono sia in situazio-
ni sessuali sia non sessuali. Ecco la traduzione di Malinowski della
descrizione che un abitante di Trobriand fece dei suoi rapporti ses-
suali: «… l’abbraccio, la stringo con tutto il mio corpo, strofino il mio
naso su quello di lei. Ci succhiamo il labbro inferiore, cosicché la pas-
sione si infiamma. Ci succhiamo le lingue. Ci mordicchiamo il naso,
ci mordicchiamo il mento, ci mordiamo le guance, ci accarezziamo le
ascelle e l’inguine…».
In contesti puramente sociali, le genti del Pacifico utilizzano i con-
tatti naso-naso più o meno nello stesso modo in cui noi usiamo il ba-
cio sociale. Di solito si parla di questa azione come «sfregare» il naso,
ma è un errore. Lo sfregamento è di solito riservato per gli incontri
erotici del genere descritto da Malinowski. In pubblico, l’azione è
poco più di una lieve pressione sulla punta del naso. Si basa sul con-
cetto di annusarsi reciprocamente, inalando la fragranza del corpo
dell’altro.
Talvolta, anche come forma di saluto, il contatto naso-naso è sog-
getto a rigide regole di status. In una cultura, i Tikopia, nelle Isole
Salomone e nel Pacifico meridionale, c’è un intero elenco di parti del
corpo che possono o non possono essere toccate dal naso di colui che
saluta. Il contatto naso-naso o naso-guancia è permesso soltanto tra
eguali. Quando un giovane incontra un anziano, il contatto deve es-
sere naso-polso. Quando un seguace saluta un grande capo, deve es-
sere naso-ginocchio.
Oggi, queste tradizioni stanno svanendo. Lo stile più cosmopolita
di vita, l’aumento dei viaggi e degli incontri tra culture, la crescita
del turismo e del commercio internazionale, hanno tutti contribuito a
diffondere una grande uniformità anche nei gesti di saluto, con l’on-
nipresente stretta di mano a ricoprire quasi l’intero globo. Oggigior-
no, quando dei Maori di alto rango si incontrano, uniscono una rigo-
rosa stretta di mano con un rapido contatto naso-naso: il nuovo che
scaccia l’antico.
VII
Le guance

Fin dai tempi antichi le lisce, morbide guance femminili sono state
considerate come un punto focale della bellezza umana, dell’inno-
cenza e della modestia. In parte perché l’esagerata rotondità delle
guance del neonato, un tratto esclusivo degli esseri umani, agisce
come potente stimolo infantile, capace di scatenare un forte amore
parentale. Questo primo legame tra le guance morbide e un amore
intenso lascia una traccia profonda nelle nostre relazioni di adulti.
Nei nostri momenti più teneri, tocchiamo, baciamo, accarezziamo o
pizzichiamo con gentilezza le guance di una persona amata, goden-
do di quella parte dell’anatomia proprio grazie alle sue associazioni
con il puro affetto che lega un genitore al suo bambino. Proprio come
una giovane madre appoggia la sua guancia contro quella del neona-
to, così gli amanti danzano guancia a guancia, e i vecchi amici si ab-
bracciano guancia a guancia. Simbolicamente, la guancia è la parte
più gentile dell’intero corpo femminile.
La guancia è anche la regione del corpo che più probabilmente
mostrerà le vere emozioni del suo proprietario, perché è qui che i
mutamenti di colore dovuti alle emozioni sono più evidenti. Il rosso-
re della vergogna o dell’imbarazzo sessuale comincia al centro delle
guance, due piccoli punti che diventano d’un rosso cupo, per esten-
dersi rapidamente al resto delle guance e poi, se il rossore si intensi-
fica ulteriormente, ad altre zone come il collo, il naso, i lobi delle
orecchie e la parte superiore del petto. Mark Twain, una volta escla-
mò che: «L’uomo è l’unico animale ad arrossire. O che ne abbia biso-
gno…», come se fossero le terribili malvagità degli esseri umani il
motivo per cui le nostre guance diventano rosso fuoco. Ma questo
non è il contesto principale in cui si osserva il rossore. Colui che ar-
rossisce di solito è giovane, insicuro, piuttosto timido socialmente, e
di solito non ha molto di cui vergognarsi, a parte la propria inespe-
rienza personale e la propria sgradita innocenza in un’atmosfera di
sofisticato cinismo.
Il fatto che il rossore sia piuttosto frequente nelle situazioni eroti-
che lo fa apparire un particolare segnale di innocenza virginale. Il
rossore della sposa è un popolare cliché delle cerimonie di matrimo-
nio, e qui è il risultato della consapevolezza che tutti i presenti sanno
perfettamente che quella giovane donna sta per perdere la sua vergi-
nità. Poiché il rossore è (o era, prima che la moderna educazione ses-
suale portasse a grande apertura e franchezza sull’argomento) stret-
tamente legato al corteggiamento e all’amore tra giovani adulti, è
stato legato all’attrattiva sessuale. La donna che non arrossisce è o
inconsapevole della propria sessualità, o piuttosto vissuta sull’argo-
mento. La donna che arrossisce davanti a un commento sessuale è
chiaramente consapevole della propria sessualità, ma non ancora so-
fisticata. Di conseguenza, si potrebbe sostenere che il rossore sia, di
base, un segnale umano che denota la verginità. È significativo che le
giovani donne esposte anticamente nei mercati degli schiavi e desti-
nate agli harem, raggiungessero prezzi molto più alti se arrossivano
quando venivano fatte sfilare davanti ai potenziali acquirenti.
Le guance femminili fungono anche da indicatori della rabbia,
quando diventano di un rosso luminoso. Qui entra in opera uno
schema diverso, una diffusione generale del colore piuttosto che il
diffondersi dal centro delle guance. L’ira, in una donna, è un attacco
inibito. Può pronunciare terribili minacce, ma il rossore indica che le
sue emozioni in quel momento sono comunque frustrate. Le guance
di una donna davvero aggressiva diventano molto pallide, perché il
sangue si ritira dalla pelle, nei muscoli, per prepararli a entrare in
azione. Un viso pallido appartiene a una donna che può passare alle
vie di fatto in qualsiasi momento. Ma anche una profonda paura farà
impallidire le guance, secondo un meccanismo simile, per permetter-
le di scappare o di difendersi con prontezza, se si trova con le spalle
al muro.
In tempi recenti, le guance abbronzate dei turisti (caucasici) rap-
presentano un segnale di status, indicano una donna che ha potuto
prendersi del tempo libero per starsene distesa al sole su una spiag-
È
gia. È uno sviluppo relativamente recente. Nei secoli precedenti nes-
suna giovane donna di alto rango o giovane signora alla moda, come
allora sarebbe stata chiamata, si sarebbe mai fatta vedere con la pelle
abbronzata. In quei giorni una pelle scura significava una sola cosa:
manovali al lavoro nei campi. Le giovani signore delle classi alte
avrebbero giudicato una pelle abbronzata come profondamente ripu-
gnante, e avrebbero fatto qualsiasi cosa per evitare anche la minima
doratura durante una passeggiata nel parco, indossando cappelli a
tesa larga o portando parasole.
In certi periodi della storia, questo atteggiamento portò a imbian-
carsi le guance con l’aiuto del trucco. Nei casi più estremi, le donne
arrivarono persino a provocarsi delle emorragie per apparire più
pallide. Nessuna di queste pratiche era priva di pericoli. Il trucco
bianco del XVI secolo era particolarmente pericoloso perché contene-
va ossido di piombo. L’uso continuo di questo tipo di tintura provo-
cava un accumulo di veleno nel corpo che alla fine portava alla para-
lisi dei muscoli e a volte persino alla morte.
In altre epoche, quando si pensava che delle guance rosate, ben
diverse da quelle abbronzate, fossero un segno di buona salute e vi-
gore naturale, si prese a dipingere in rosso il centro delle guance. E
se non si poteva farlo, le giovani signore si davano dei pizzicotti per
richiamare il sangue al viso prima di entrare a una festa o in una
qualsiasi riunione sociale.
I fard sono sempre popolari tra i cosmetici femminili, nonostante
l’altalenare delle mode, sempre spinti dagli sforzi delle case di co-
smetici per produrre continuamente novità e mantenere vivo il com-
mercio. Questa forma di trucco dona non soltanto un segnale di
pseudo-salute, ma anche una sfumatura di rossore e innocenza ado-
lescenziale, dando un doppio vantaggio nei contesti sessuali.
Nel XXI secolo, in seguito alla campagna medica contro l’eccessi-
va esposizione al sole (indicata come causa diretta del cancro alla
pelle), le guance abbronzate sono di nuovo fuori moda. Molte giova-
ni donne adesso non si arrostiscono più sulle spiagge e usano pesan-
ti schermi solari, oppure evitano del tutto il sole. Le guance pallide
sono di nuovo un simbolo popolare, ma questa volta di attenzione
per la propria salute. Alcune donne, comunque, insistono ancora
nell’adorare il sole, e oggi le folle di vacanzieri sono divise tra le cau-
te pelli chiare e le bronzee avventurose. Resta da vedere quale grup-
po prevarrà alla fine.
Se l’abbronzatura può talvolta provocare dei problemi medici,
questi appaiono prosaici con gli effetti di una crema per le guance
che fu venduta in Italia, nel XVII secolo, sotto il nome di «Aqua Tof-
fana» o «Manna di San Nicola di Bari». Una certa signora Giulia Tof-
fana mise in vendita questo speciale trattamento per il viso per le
dame alla moda, raggiungendo immediatamente una discreta popo-
larità tra le mogli che desideravano liberarsi dei loro mariti. Venduta
come crema o polvere, era una mistura altamente velenosa a base di
arsenico e altri ingredienti letali. Si racconta che la signora Toffana
insistesse sempre perché ognuna delle sue clienti venisse a trovarla,
per poterla istruire di persona. Spiegava loro che non dovevano mai
ingerire la crema, ma applicarla sulle guance prima dei rapporti co-
niugali. In questo modo, quando la bocca del marito si sarebbe pre-
muta sulle loro guance il pover’uomo ne avrebbe assorbita una
quantità sufficiente a ucciderlo. Dopodiché, il referto diceva sempre:
«Morte per eccessi sessuali», e l’inganno funzionò per molti anni.
Toffana fu responsabile di più di seicento morti e della creazione
di un numero pari di ricche vedove, diventando così la più grande
avvelenatrice di tutti i tempi. I suoi crimini furono scoperti soltanto
nel 1709, quando fu arrestata, torturata e strangolata in prigione.
A parte il colore, anche la forma delle guance è importante. In Eu-
ropa, le fossette sulle guance sono sempre state considerate attraenti,
perché si dice che siano un segno impresso dal dito di Dio. Oggi le
fossette non sembrano più molto comuni, e probabilmente sono sem-
pre state piuttosto rare, il che può spiegare l’insolita quantità di leg-
gende e racconti folcloristici che le circondano. Vi sono molte fila-
strocche e in diversi dialetti. Nei paesi anglosassoni, per esempio, si
dice: «Una fossetta nella tua guancia, e molti cuori che la cercheran-
no». E ancora: «Se hai una fossetta sulla guancia, non ucciderai mai
nessuno».
Anche tra gli antichi Greci la forma della guancia era importante,
era uno standard della bellezza, che si misurava con un gesto specia-
le. Si appoggiavano il pollice e l’indice di una mano sulle guance, il
pollice su uno zigomo e l’indice sull’altro. Da qui, la mano scendeva
gentilmente lungo le guance verso il mento e oltre. Durante questo
movimento, il pollice e l’indice si avvicinano gradualmente l’uno al-
l’altro, suggerendo la forma ovale del viso. È il viso a uovo che i Gre-
ci consideravano l’ideale della bellezza femminile. I greci moderni
interpretano ancora questo gesto nello stesso modo.
Il termine inglese cheeky, con il significato di impudente, nasce dal
gesto con il quale si segnala incredulità, premendo la lingua contro
l’interno di una guancia fino a distorcerne la forma. A sua volta, que-
sto gesto vuol dire che chi lo compie si sta trattenendo a stento dal
ribattere qualcosa, così a stento che è costretto a premere con forza la
lingua contro una guancia. Questa smorfia era considerata assai ma-
leducata, soprattutto se fatta da dei bambini e così, nel primo perio-
do vittoriano, i termini cheek e cheeky entrarono nella lingua inglese.
Vi è poi un altro gesto, perlopiù limitato all’Italia: in questo caso si
preme l’indice in una guancia e lo si fa girare come se si avvitasse
qualcosa nella carne. Lo conoscono quasi tutti, da Torino nel nord
alla Sicilia nel sud del paese. Ha sempre lo stesso significato: «Buo-
no!». In origine è un complimento al cuoco che significa che la pasta
è al dente, cioè al punto giusto di cottura, come suggerisce l’indice
che indica l’interno della guancia. Ma, con il passare del tempo, lo si
è usato in contesti sempre più ampi per includere qualsiasi cosa fos-
se buona. Quando è riferito a una giovane donna, vuol dire che è
piuttosto appetitosa.
Se si uniscono le mani palmo contro palmo e poi si appoggia una
guancia sul dorso di una mano, ecco un gesto assai diffuso che signi-
fica «Ho sonno», basato sul fatto che il momento più caratteristico
del dormire è appoggiare la guancia sul cuscino. È interessante nota-
re che quando le persone sono stanche o annoiate, ma devono restare
sedute a una scrivania o a un tavolo, adottano assai di frequente una
postura di riposo in cui una mano supporta una guancia, come se
dovessero reggere una testa pesante. Quando un conferenziere o un
insegnante cominciano a vedere posizioni simili tra il loro pubblico,
dovrebbero capire di essere nei guai. Un segno ancora esistente di
noia è la Guancia Rugosa, quando un angolo della bocca è tirato così
indietro da distorcere la guancia. Questo gesto significa anche incre-
dulità, ed è essenzialmente un segnale di pesante sarcasmo.
In alcune parti del Mediterraneo, darsi un buffetto sulla guancia
significa che qualcosa è eccellente o delizioso. Quasi ovunque altro-
ve, questa questa stessa azione, ma eseguita sulla guancia di un al-
tro, è un segno di affetto. È usata in questo senso da più di 2000 anni,
dato che era già popolare nell’antica Roma. Di solito la usano gli
adulti verso i bambini (che spesso la odiano), ma la si trova anche,
scherzosamente, tra adulti.
La Pacca sulla Guancia con il palmo della mano è usata come una
alternativa un po’ meno irritante, ma può essere altrettanto fastidio-
sa quando è eseguita con troppo vigore. Nei casi di falso affetto, la
pacca può facilmente trasformarsi in un quasi schiaffo, lasciando le
vittime nell’imbarazzante stato di sapere di essere state insultate, ma
di non poter fare nulla, perché l’azione è troppo vicina a un gesto
amichevole.
Lo Schiaffo sulla Guancia ha una lunga tradizione. È la classica
azione di una donna che risponde alle sgradite attenzioni di un ma-
schio. Nella sua essenza, lo schiaffo è un colpo di avvertimento, un
colpo che fa un sacco di rumore ma un danno fisico così irrisorio da
non provocare un’immediata reazione difensiva o aggressiva da par-
te della vittima. Benché blocchi immediatamente chi lo riceve, il suo
significato appare chiaro soltanto più tardi.
Sull’altra estremità della scala emozionale c’è il bacio sulla guan-
cia, il tocco e la carezza. Il bacio sulla guancia è un’azione reciproca
adatta soltanto tra persone dello stesso status. È un bacio sulla bocca
distolto, depotenziato, ed è diventato assai diffuso in molti paesi
come parte dei rituali di saluto alle riunioni sociali. Quando chi lo fa
porta il rossetto, si trasforma in un contatto guancia a guancia unito
al rumore di un bacio, ma senza contatto guancia-labbra. Ci sono di-
verse variazioni sub-culturali nella sua frequenza. Nei circoli teatrali
e nelle sfere sociali più vivaci è praticamente sempre usato, mentre
nelle aree più povere è spesso estremamente raro, tranne che tra pa-
renti. Questa differenza varia a mano a mano che ci si muove da un
paese all’altro. In alcune zone dell’Europa orientale, per esempio,
l’originale bacio di saluto sulla bocca è ancora comune, e non è stato
spostato sulle guance.
Raramente le guance hanno subito mutilazioni, data la necessità
di conservare la mobilità facciale. Nei tempi antichi c’era, comunque,
l’abitudine tra le donne in lutto di graffiarsi le guance fino a farle
sanguinare, come modo evidente di comunicare la propria angoscia.
John Bulwer riferì che il senato fu costretto ad approvare una legge
per la salvaguardia delle guance: «Le dame romane del passato ave-
vano l’abitudine di lacerarsi e graffiarsi le guance in segno di lutto…
al punto che il senato dovette intervenire, ed emise un editto contro
questa tradizione, ordinando che nessuna donna si lacerasse o graf-
fiasse con le mani, per il dolore o il lutto, perché le guance sono la di-
mora della modestia e della vergogna».
Gli ornamenti tribali delle guance includono pitture, tatuaggi, sca-
rificazioni e fori. Tranne il semplice uso di cipria e fard al quale ho
accennato prima, il mondo occidentale è relativamente libero da que-
sti decori facciali, sebbene alcuni siano brevemente comparsi negli
anni Settanta, con il movimento punk rock inglese, quando fu possi-
bile vedere delle ragazze con delle spille di sicurezza inserite nella
carne delle guance, di solito vicino alla bocca. Le selvagge mutilazio-
ni che si infliggevano i primi punk si ammorbidirono gradualmente,
fino a che non apparvero in vendita delle finte spille da balia, che da-
vano l’impressione di trafiggere la pelle senza in realtà farlo.
L’unica altra forma di decorazione delle guance che merita una
menzione speciale è il neo di bellezza, che raggiunse il vertice della
sua fama nel XVII e XVIII secolo. Esordì come copertura per piccole
imperfezioni, ma ben presto assunse una vita cosmetica tutta sua. Si
cominciò a raccontare che Venere fosse nata con un neo di bellezza
sulla guancia, e che ogni signora alla moda che la emulasse avrebbe
soltanto guadagnato in beltà. Questo fornì una scusa per coprire una
verruca o la cicatrice di qualche malattia con una piccola pezza nera
circolare, oppure con una matita da trucco scura.
Ma ben presto i nei posticci divennero così popolari che donne
dalla carnagione perfetta li adottarono a solo scopo estetico. Alla
fine, negli ambienti di corte non fu più possibile presentarsi senza
nei e, a un certo punto, si poté affermare che: «Tutte le donne alla
moda dovevano indossarli sempre, a meno che non fossero in lutto».
Alla fine del XVII secolo, un francese dalla lingua tagliente in visita a
Londra fu spinto a commentare: «In Inghilterra, le giovani, le vecchie
e le brutte sono tutte ricoperte di nei fino a quando non si ritirano
per la notte. Ne ho spesso contati quindici sulla faccia cerea e rugosa
di una vecchia di 46 anni o più…».
All’arrivo del XVIII secolo, la moda era diventata così intricata che
la posizione dei nei aveva assunto persino significati politici; le dame
Whig (di destra) decoravano la guancia destra e le dame Tory (allora
di sinistra) decoravano la guancia sinistra. I nei di bellezza avevano
anche smesso di essere semplici nei, e si erano evoluti in stelle, mez-
ze lune, corone, losanghe e cuori. Questi eccessi sarebbero presto
scomparsi, ma in qualche occasione, di tanto in tanto, si può ancora
incontrare un neo di bellezza, un semplice sopravvissuto di un pas-
sato complesso.
Nei tempi moderni, con poche caratteristiche eccezioni, la moda
dei nei di bellezza è svanita, e oggi una guancia femminile non del
tutto liscia ha a sua disposizione diversi trattamenti. Poiché una pel-
le di pesca parla di gioventù e salute, è importante per ogni giovane
donna che voglia essere attraente nascondere le cicatrici dell’acne,
brufoletti, irregolarità, rughette, o imperfezioni varie. Se il trucco
normale non basta, c’è bisogno di qualcosa di più drastico. A questo
scopo, la chirurgia plastica offre alcuni trattamenti innovativi.
Il primo è l’abrasione del derma, o, per darle il suo termine tecni-
co, la microdermoabrasione, durante la quale si smerigliano le guan-
ce fino a renderle lisce. Un torrente di cristalli di ossido di alluminio
simile a sabbia è puntato contro il viso per rimuovere lo strato più
superficiale della pelle. Dopo la guarigione, se il trattamento ha avu-
to successo, questa si presenterà assai più morbida.
Un’altra procedura è il peeling chimico. Si applica uno strato sotti-
le di un gel speciale sulle guance e poi, dopo circa cinque minuti, lo
si toglie con attenzione. Anche questo gel acido rimuove gli strati
più superficiali della pelle, quelli più danneggiati.
Un terzo metodo utilizza una combinazione altamente tecnologica
di ultrasuoni, microcorrenti, aspirazione e laser.
In tutti e tre i casi, i trattamenti devono di solito essere ripetuti di-
verse volte, e i risultati non sono sempre perfetti. Tuttavia, ogni gior-
no si compiono passi in avanti in questo tipo di cosmetica per mi-
gliorare la grana della pelle, e ben presto arriverà il momento in cui
qualsiasi donna potrà acquistare delle guance perfettamente lisce…
pagandone il giusto prezzo.
VIII
Le labbra

Le labbra umane hanno qualcosa di molto strano. Unico caso nel


mondo animale, sono rivoltate verso l’esterno. La maggior parte del-
le persone non lo nota perché diamo per scontate le nostre labbra e
non andiamo certo a confrontarle con quelle dei primati più vicini a
noi. Ma se guardiamo con attenzione la bocca di uno scimpanzé o di
un gorilla ci accorgiamo subito che la superficie carnosa, morbida e
lucida che vediamo quando guardiamo una qualsiasi bocca umana
qui è nascosta.
Perché gli esseri umani hanno queste labbra estroflesse? Ancora
una volta, la risposta si trova nella nostra evoluzione in adulti «in-
fantili». A mano a mano che la nostra anatomia e i nostri comporta-
menti di adulti si sono fatti progressivamente più infantili, noi abbia-
mo mantenuto sempre più caratteristiche da bambini, e le nostre lab-
bra visibili e carnose fanno parte di questo trend. Poiché la femmina
umana è lievemente più evoluta dal punto di vista anatomico, cioè è
più infantile del maschio sotto l’aspetto fisico, ne consegue che le sue
labbra sono, in media, più visibili ed estroflesse. Come risultato,
sono diventate il centro di grandi attenzioni.
Ma dove possiamo rintracciare le origini di queste super-labbra?
Non in un bambino umano, e neppure in un cucciolo di scimpanzé,
ma in un minuscolo embrione di scimpanzé. Quando il feto della
scimmia ha soltanto 16 settimane, ha una bocca tipicamente umanoi-
de, con labbra grosse e gonfie. Due mesi più tardi, a 26 settimane cir-
ca, sono già scomparse. Si sono ridotte fino a diventare quelle labbra
sottili che caratterizzeranno la scimmia per il resto della sua vita.
Così, per essere precisi, le labbra umane non sono soltanto infantili,
sono embrionali. A differenza di un cucciolo di scimpanzé, il bambi-
no umano mantiene le sue labbra fetali e alla nascita gorgheggia alla
madre con una boccuccia imbronciata, delle piccole labbra rivolte al-
l’infuori che ben presto si attaccheranno felici ai corti capezzoli ma-
terni, per succhiarne il latte dai seni rotondi. Il piccolo scimpanzé,
invece, attaccherà la sua bocca dalle labbra sottili e muscolose alle
lunghe mammelle della madre e ne estrarrà il latte come farebbe un
fattore con una mucca.
Si può dire che l’estroflessione tipica e unica delle labbra umane le
renda ben adatte al loro primo compito, come strumento per spreme-
re latte dai seni femminili, a loro volta dotati di una forma unica. Le
labbra estroverse possono sigillarsi sulla superficie rotonda che in-
contrano. Ma la storia non finisce qui, altrimenti non si spiegherebbe
perché le labbra del bambino non si ripieghino su se stesse, dopo lo
svezzamento, per poi trasformarsi gradualmente nelle labbra sottili
tipiche dei primati. In effetti, nel maschio adulto umano le labbra di-
ventano lievemente più strette e sottili e, in condizioni primitive, alla
fine scompaiono dalla vista nascoste dai baffi.
Una tipica femmina umana, invece, continua a esibire un paio di
labbra piene e morbide per il resto della sua vita adulta, o almeno
fino a quando non diventa molto anziana, quando anche lei entrerà a
far parte del gruppo di quelli che hanno le labbra sottili. Ma quando
è giovane, interessata al sesso, comincia a trattare le labbra come un
nuovo tipo di segnale, un segnale fortemente erotico. Le inumidisce,
fa il broncio, manda baci e le abbellisce con il trucco. Ancor prima di
essere deposte sulla bocca del primo amore, le labbra avranno assun-
to un ruolo chiave nell’aspetto e nel modo di presentarsi di una gio-
vane donna.
Che cosa rende le labbra così sensuali alla vista? La risposta è che
la loro forma, la loro consistenza e il loro colore ricordano le altre
labbra delle femmine, quelle che possiedono una valenza sessuale
così intensa che, ancora oggi, si preferisce chiamarle con un termine
latino, labia.
Quando una femmina umana è sessualmente eccitata, le labia, o
meglio le grandi e piccole labbra della vulva, si arrossano e diventa-
no tumefatte. Nello stesso tempo, sul suo viso, anche le labbra si
gonfiano, diventando più rosse e più sensibili. Questi cambiamenti
avvengono all’unisono, come parte della tempesta fisiologica che ac-
compagna un’eccitazione sessuale intensa. Uno dei fattori chiave in
questo processo è il sangue, che viene richiamato dagli organi più
profondi alla superficie. La pelle di un individuo sessualmente attivo
è più luminosa perché i capillari sono riforniti da una maggiore
quantità di sangue. Sangue che arriva più rapidamente di quanto poi
possa allontanarsi e, come risultato, la superficie del corpo diventa
sempre più sensibile al tatto. Questo è particolarmente vero per le
labbra. I capillari dilatati rendono inoltre più vistose sia le labbra sia
le labia, e il loro rossore contrasta sempre di più con la pelle
circostante.
Seguendo il loro intuito, le femmine delle società più antiche co-
minciarono a sfruttare questo richiamo labbra/genitali. Le prostitute
nell’antico Egitto usavano l’ocra rossa per ravvivare il colore delle
labbra. Un disegno su un papiro del 1150 a.C. raffigura una scena in
un bordello egiziano, dove una giovane donna seminuda si colora le
labbra con un lungo bastoncino tenendo in mano uno specchio. Un
cliente assai ben dotato è ritratto nell’atto di allungare una mano ver-
so i suoi genitali. La connessione tra le labbra arrossate delle femmi-
ne e l’attività erotica è quindi più antica di 3000 anni.
L’uso di colorare le labbra è persino precedente, perché sono state
trovate prove della sua esistenza già 4500 anni fa, nella città di Ur, in
quello che oggi è l’Iraq meridionale. Una potente regina, la regina
Puabi, fu sepolta con un’ampia fornitura di trucco da usare nell’Ol-
tretomba: in grandi conchiglie naturali e in imitazioni in argento e
oro, sono state ritrovate delle paste cosmetiche, una rossa per le lab-
bra, e altre bianco, verde e nero, presumibilmente per gli occhi.
I più antichi colori per le labbra erano ottenuti triturando con pe-
stello e mortaio dell’ocra rossa fino a ridurla in una polvere sottilissi-
ma e poi mescolandola con dei grassi animali. Più tardi, nel IV secolo
a.C., gli antichi Greci fecero qualche esperimento in più, e aggiunse-
ro alla mistura piante essiccate, saliva umana, sudore di pecora e
persino feci di coccodrillo. Nel II secolo d.C., le donne in Palestina
potevano disporre di una scelta di colori, un rosso-arancione vivace,
oppure un color lampone cupo.
Da allora, l’industria cosmetica non ha più smesso di sfornare
prodotti per intensificare artificialmente il rosso delle labbra femmi-
nili, anche se a volte ha incontrato l’opposizione delle autorità più
puritane. Nelle culture in cui i regimi restrittivi sono riusciti a impor-
re se stessi e la propria rigida morale, le labbra sono rimaste nude.
Nei casi estremi, persino le labbra nude sono state considerate trop-
po eccitanti per essere mostrate in pubblico, e quelle donne sfortuna-
te sono state costrette a nasconderle sotto strati di tessuto.
Il velo, che nasconde le labbra delle donne, è di solito ritenuto una
norma della fede islamica, ma non è così. È vero che questo masche-
ramento è ampiamente diffuso nei paesi musulmani, ma non ha nul-
la a che fare con gli insegnamenti di Maometto. È stato imposto alle
donne da società dominate dagli uomini. Non è un comandamento
religioso, ma uno sessista, in cui le donne sono brutalmente trattate
come proprietà maschile.
La Chiesa cristiana ha avuto un atteggiamento ambivalente verso
le labbra rosse delle donne. A volte si è mostrata di mente aperta, al-
tre volte spietatamente repressiva, arrivando ad affermare che colo-
rarsi artificialmente le labbra era un male, una volgare offesa all’ope-
ra di Dio, il corpo umano. Un pastore del XVII secolo condannò le
labbra dipinte come il marchio della prostituta, un trucco che dà fuo-
co alla lussuria nel cuore degli uomini così sfortunati da posare gli
occhi su quelle bocche scarlatte.
In genere, i politici si sono tenuti lontani da questioni simili, tutta-
via nell’Inghilterra del XVIII secolo si sono sentiti obbligati a varare
una legge che bandiva l’uso di cosmetici colorati per le labbra, per-
ché certi maschi ansiosi temevano di lasciarsi convincere a convolare
a nozze da quelle donne con le labbra rosse. L’assurdità della situa-
zione creò qualche problema per le giovani signore dell’epoca. Come
soluzione, presero a succhiare delle mele granate o a darsi dei pizzi-
cotti sulle labbra proprio prima di entrare a un ricevimento.
Nonostante i ripetuti bandi della Chiesa e dello Stato, i cosmetici
per le labbra rifiutarono di scomparire e continuarono a ritornare di
moda, in uno stile o nell’altro. Se sfogliamo un «Lady’s Magazine»,
datato più o meno 1820, salta all’occhio un particolare disegno delle
labbra, «l’arco di Cupido». In quest’arco, le labbra si sviluppano ver-
ticalmente, invece che lateralmente. Il labbro inferiore diviene più
profondo, ma non più largo, e sul labbro superiore si accentua l’inse-
natura sotto il naso. Questo dava alla bocca femminile un’aria infan-
tile, e trasmetteva un segnale particolarmente appetibile per il ma-
schio galante dell’epoca, e cioè che quelle belle fanciulle avevano bi-
sogno della sua protezione.
In epoca moderna, sui cosmetici per le labbra è cresciuta una
grande industria che ha raggiunto i suoi vertici nel corso del XX se-
colo. Alla fine dell’era vittoriana, le labbra di un rosso vivace erano
perlopiù confinate nelle infami case di piacere, rinchiuse lì dalla pru-
derie e dall’ipocrisia dell’epoca. Innumerevoli clienti maschi si la-
sciavano eccitare da donne dai colori violentemente invitanti, prima
di tornare a casa dalle loro mogli dalle labbra pallide.
Poi, durante la Prima guerra mondiale, il rossetto cominciò lenta-
mente a risalire la scala sociale, diffondendosi dai bordelli ai teatri, e
dai teatri alle ragazze «Bohémien» più coraggiose. Dopo la guerra,
nei ruggenti anni Venti, le labbra rosse si diffusero anche tra le giova-
ni fanciulle nelle sale da ballo. Negli anni Venti e Trenta, il rossetto fu
adottato dalle grandi stelle del cinema, che si andava rapidamente
diffondendo, e ben presto entrò a far parte della normale vita sociale.
Una delle prime stelle del cinema, Clara Bow, reintrodusse l’arco
di Cupido, ma in una forma ancora più sfacciata. Con la sua faccia
da bambina, ricevette l’appropriato soprannome di “Hottest Jazz
Baby” del cinema, e nel 1925 fu la protagonista di un film intitolato
My Lady’s Lips. Negli anni Trenta, sempre più femmine dominanti
salirono in scena con un nuovo disegno di labbra, ora un vistoso ta-
glio rosso che lanciò una nuova moda. Da allora, il bambinesco arco
di Cupido è scomparso.
Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, perlomeno tra le
giovani, colorarsi le labbra di un rosso vivace era visto come un ge-
sto patriottico, per sollevare il morale ai coraggiosi soldati. I poster
del reclutamento mostravano labbra femminili di un rosso sfacciato,
la chiara promessa di supporto femminile per chiunque avesse dife-
so il paese.
Nel 1945, alla fine del conflitto, cominciò un periodo di austerità.
La pace poteva anche essere ritornata, ma adesso i rossetti erano un
lusso volgare, ed erano disponibili soltanto in pochi colori, sempre
rossi accesi di una sfumatura o di un’altra. Non si era mai sentito
parlare di altre tonalità. Negli anni Cinquanta tutto questo cambiò.
Più o meno a quell’epoca, in Francia e in Italia i chimici introdussero
nei rossetti il bianco di titanio, che permise di produrre colori più
chiari. Così il numero di sfumature disponibili cominciò ad aumen-
tare vertiginosamente. All’epoca, le riviste di moda avevano una
grande influenza. Avevano il potere di introdurre un nuovo colore
ogni anno, facendolo diventare il «must» dell’intera stagione, per poi
svanire ed essere rimpiazzato da un nuovo «ultimo grido».
Negli anni Sessanta, con l’arrivo della pillola contraccettiva, giun-
se anche la possibilità di godere liberamente della propria sessualità,
e le donne cominciarono a esprimersi come individui con maggior
decisione. Invece di un solo, dominante colore di rossetto, adesso
avevano a loro disposizione un’intera serie di sfumature scandalose
e ribelli tra le quali scegliere, comprese alcune molto chiare.
Con l’arrivo del femminismo negli anni Settanta, si assistette a un
nuovo, rapido cambiamento. Per un po’, truccarsi le labbra fu visto
come asservimento al desiderio maschile, e apparve un nuovo tipo
di puritanesimo al femminile: le labbra femministe restavano nude.
Sempre in quegli anni, la protesta contro la guerra del Vietnam co-
minciò a diffondersi anche tra le donne e in quei circoli, al di fuori
del movimento femminista, presero ad apparire rossetti dai colori
scuri, luttuosi e poco attraenti, come blu, viola e persino nero gotico.
Quando la guerra del Vietnam finì e le giovani donne ottennero
una maggiore parità sociale, gli abiti da battaglia più severi furono
abbandonati. Adesso le donne di successo si sentivano libere di ap-
parire di nuovo donne. Negli anni Ottanta e negli anni Novanta i
rossetti rossi e vivaci tornarono ancora una volta di moda.
All’inizio del XXI secolo, le giovani femmine sanno esprimere i
loro desideri sessuali più sinceramente di quanto abbiano mai fatto
prima. Questa grande confidenza e apertura verso il sesso è accom-
pagnata da un uso sempre più erotico del trucco per le labbra. Vi
sono tre strategie di base; labbra rosso intenso, più lucide di quanto
siano mai state prima; labbra naturali rese luccicanti dal gloss; oppu-
re una combinazione delle due, labbra molto rosse e molto lucide.
Adesso la chiave è l’individualità. Le donne non sono più schiave
della moda. Ognuna può fare le sue scelte. A un concerto pop, una
artista può apparire prima con le labbra rosso sangue, e poi rosa luci-
do, o anche senza alcun rossetto.
I pubblicitari sono sempre più ossessionati dalla descrizione di
labbra ultra-lucide, labbra succose, labbra lussuriose, labbra tumide,
dalle sfumature appetitose. Le foto a colori che accompagnano que-
ste definizioni mostrano labbra femminili così umide e scintillanti
che è impossibile sfuggire al sottostante messaggio biologico, e cioè
che se un’intensa eccitazione sessuale provoca una secrezione nelle
zone genitali, i nuovi rossetti devono, in qualche modo, accennare a
questo evento fisiologico. Questi produttori di rossetti non creano
delle labbra più vistose, ma creano delle super-labia. Adesso il mes-
saggio è chiaro, e chiunque lo può vedere: le donne mostrano senza
vergogna di gradire il sesso, e non gli importa che tutti lo sappiano.
Per quanto possano essere impressionanti, tutte queste tecniche
occidentali per sottolineare le labbra femminili impallidiscono fino
all’insignificanza se paragonate alle mutilazioni in uso presso alcune
società tribali. Tra i Surma dell’Etiopia sudoccidentale vivono le così
dette «Donne del piattello». Poco dopo i vent’anni, sei mesi prima
del matrimonio, il labbro inferiore o quello superiore sono tagliati e
distaccati dal resto della faccia, e nell’incisione viene inserito una
specie di piattino, il piattello appunto. Questo piattello tende il lab-
bro, trasformandolo in un anello rigonfio di carne distaccato dal
viso. Non appena è possibile, queste giovani donne rimuovono il
primo piattino e lo sostituiscono con uno lievemente più grande, poi
con uno ancora più grande, fino a che non riescono a inserirne uno
che ha quasi le dimensioni di un nostro piatto. In passato, questi or-
namenti erano a forma di cuneo e intagliati nel legno, ma più di re-
cente sono diventati di moda quelli di forma circolare fatti di argilla
cotta. Quando le donne sono sole, o devono mangiare o dormire, op-
pure si trovano in compagnia di altre donne, hanno il permesso di
togliere i piattelli, lasciando penzolare dai loro volti le labbra incise e
allungate. Ma se gli uomini sono presenti, i piattelli, che sono dei
simboli di status, devono essere sempre indossati. Ogni ragazza si
sforzerà di portare il piattello più grande possibile, perché saranno le
sue dimensioni a decidere il suo valore, a misurare la sua bellezza e a
determinare anche quanti capi di bestiame valga, al momento di of-
frire la sua mano in matrimonio.
Questa forma bizzarra di ingrandimento delle labbra esiste in di-
verse tribù africane, non soltanto i Surma, ma anche i Makonde del
Kenia, i Lobi del Ghana, i Sara-Kaba e gli Ubangi del bacino del Con-
go. Sorprendentemente, questa decorazione così estrema del corpo,
fu scoperta anche dai primi esploratori in una zona completamente
diversa del mondo, sulla costa occidentale del Canada, dove le don-
ne degli indiani Tlingit, nella Columbia britannica, sfoggiavano
grandi dischi labiali. Ancora una volta, era la donna con il disco più
grande a godere dello status più alto.
Le caratteristiche precise variano di tribù in tribù. Alcune modifi-
cano un solo labbro, altre entrambi, mentre altre inseriscono pioli di
legno in fori aperti sia sotto sia sopra le labbra. In tutti i casi, l’effetto
è quello di aumentare di volume la zona delle labbra e di renderla il
centro dell’attenzione. Nel caso degli Ubangi, è stato sostenuto che i
capi tribali abbiano favorito questa procedura per contrastare i com-
mercianti arabi di schiavi i quali, trovando poco appetibili le ragazze
con i piattelli, si rivolgevano da qualche altra parte in cerca di schia-
ve. Sebbene questa storia sia piuttosto diffusa, sembra avere poco
fondamento. È assai più probabile che gli Ubangi, come le altre tribù
dove si ritrova questa tradizione, vedano le labbra deformate delle
loro donne come un segno di bellezza, e che il poco gradimento dei
commercianti di schiavi sia stato soltanto un vantaggio aggiunto.
Altre tribù usano tecniche differenti. I Shilluks del Sudan preferi-
scono macchiare di blu le labbra delle loro donne. Gli Ainu del Giap-
pone prediligono invece le labbra tatuate. Il tatuaggio comincia nel-
l’infanzia e quando le ragazze diventano adulte, il disegno in blu
scuro si è diffuso dalla bocca fin quasi alle orecchie. In alcune tribù
delle Filippine, le donne usano masticare una pallina di noce di betel
per dare un colore rosso carminio alle loro labbra.
Quando i primi esploratori videro queste stravaganze, trovarono
difficile credere che fossero auto-inflitte, e pensarono che quelle lab-
bra fossero state il frutto dell’evoluzione. Le donne di quelle tribù:
«… nascono con le labbra inferiori di tale grandezza che si avvolgo-
no su se stesse e coprono la gran parte del loro petto, e si vede la car-
ne che pende, ancora soggetta, dato l’estremo calore del sole, alla pu-
trefazione, e così non hanno altro modo per curarsi che coprirla con-
tinuamente di sale». Questo resoconto fu scritto da John Bulwer nel
1654, in uno dei primi libri di antropologia mai pubblicati. Il nostro
pioniere non fu neppure sfiorato dal sospetto che i problemi di salute
provocati da queste labbra enormi fossero il risultato di una resezio-
ne chirurgica, dove le labbra erano state distaccate dalla bocca per
inserirvi i dischi, lasciando la carne viva esposta.
La chirurgia cosmetica delle labbra, una volta così comune nelle
società dell’Africa tribale, avrebbe dovuto aspettare diversi secoli
prima di comparire nelle società urbane. Adesso però, sebbene in
una forma radicalmente diversa, sta spopolando in California. Le at-
trici di Hollywood, ben consapevoli del sex appeal di labbra carnose
e voluttuose, sono state le prime a sfruttare l’ampio ventaglio di pro-
cedure chirurgiche disponibili per aumentare la loro bellezza natura-
le. Senza entrare in dettagli tecnici, ecco un breve elenco dei princi-
pali interventi estetici alle labbra (anche se bisogna sottolineare che
ogni giorno vengono inventate nuove cure).
L’intervento meno drastico prevede una serie di iniezioni, di colla-
gene o di gel, in diversi punti lungo il margine delle labbra, sia supe-
riore sia inferiore. L’effetto dura da tre a sei mesi, e un’attrice può
scegliere questo tipo di intervento anche soltanto per interpretare un
ruolo specifico in un film.
Filling più permanenti richiedono lo scavo chirurgico di un minu-
scolo tunnel nelle labbra della paziente, da un angolo della bocca al-
l’altro. In questo spazio viene inserito del materiale per gonfiare i
tessuti delle labbra, in genere fili di materiale sintetico, oppure der-
ma sottoposto a un particolare trattamento di congelamento; oppure
ancora, grasso del paziente stesso, estratto dai glutei e purificato.
La forma più estrema è una vera e propria plastica delle labbra. In
questo caso si dona una nuova forma permanente alla bocca grazie
al bisturi del chirurgo, naturalmente in una sala operatoria. Questa
procedura richiede circa un’ora e ha lo svantaggio di lasciare delle
cicatrici, invisibili, perché poste all’interno della bocca, ma comun-
que percepibili al tatto.
In ognuno di questi casi, le labbra possono essere modificate per
aumentare una di due qualità: una generale pienezza, o una loro
maggiore proiezione verso l’esterno. Quali di queste due caratteristi-
che sarà aumentata, dipende dal punto in cui verranno poste le so-
stanze di riempimento. A volte, rendere le labbra più piene ha lo
strano effetto di eliminare la conca a triangolo sul labbro superiore.
Invece di abbassarsi al centro, il labbro superiore traccia una curva
uniforme sotto il naso, dando un’aria vagamente artificiale.
Un altro rischio di queste procedure chirurgiche è che le labbra,
dopo essere state modificate, non si adattino più alla faccia che le cir-
conda. Si vedono già certe attrici le cui labbra gonfie sono così visto-
se da prevalere su tutti gli altri lineamenti (e, in certi casi, sono state
crudelmente etichettate come «labbra a canotto»). Gli esperti pensa-
no che, a meno che una giovane donna non abbia davvero delle lab-
bra eccessivamente sottili, sia più saggio rifletterci due volte prima
di sottoporsi a questo tipo di chirurgia. Ma consigli simili rimangono
spesso inascoltati e il XXI secolo ha visto un rapido diffondersi del
filling alle labbra, dai suoi inizi in California, attraverso tutti gli Stati
Uniti, fino all’Europa e oltre. È però vero che, se il chirurgo specializ-
zato fa bene il suo lavoro, ed evita gli errori ai quali ho accennato, un
viso femminile può all’improvviso diventare molto più sexy, tale è
l’impatto erotico delle labbra in una femmina umana.
Fino a questo punto, le labbra sono state considerate soltanto
come un segnale visivo, ma, naturalmente, non sono lì soltanto per
essere guardate. In una recente ricerca sui dieci punti più importanti
di contatto di un corpo femminile (per un uomo durante
preliminari), la zona erogena numero uno sono risultate le labbra.
Non i seni o i genitali, ma le labbra. È vero che, negli stadi avanzati
dell’accoppiamento, è la stimolazione della clitoride a portare all’or-
gasmo ma, secondo le donne intervistate per lo studio, durante i pre-
liminari è il contatto con le labbra il fattore più eccitante. Questo può
spiegare perché, tradizionalmente, le prostitute non bacino, pur per-
mettendo ogni tipo di contatto. Quando si domanda loro una ragio-
ne di questo tabù del bacio, rispondono che non è perché il contatto
bocca a bocca sia poco igienico, ma perché è troppo personale, un
commento che dice molto sul significato delle labbra femminili. Può
anche spiegare perché, in alcuni paesi come il Giappone, sia tabù ba-
ciarsi in pubblico.
Il bacio erotico sulla bocca ha un’origine intrigante. Quando due
amanti uniscono le loro labbra aperte e si stimolano reciprocamente
l’interno della bocca con la lingua (è quello che si chiama bacio pro-
fondo, o bacio alla francese), stanno imitando un’azione che risale ai
tempi primitivi. Prima della nascita degli omogeneizzati, le donne
delle tribù usavano svezzare i loro piccoli pre-masticando il cibo nel-
le loro bocche, fino a quando non diventava morbido e semiliquido.
Poi, appoggiavano la bocca aperta su quella dei loro bambini e,
usando la lingua, passavano un po’ di cibo nelle loro boccucce. A
mano a mano che il bambino si abituava, cominciava a cercare lui
con la sua lingua il cibo ammorbidito, non appena la bocca della ma-
dre si avvicinava alla sua. Così, questa azione è diventata inestrica-
bilmente associata a un atto d’amore.
Da questo antico inizio, è nato il bacio profondo degli adulti che si
amano. Noi abbiamo dimenticato la sua storia perché oggi è estrema-
mente raro trovare esempi sopravvissuti di questo bacio primitivo e
nutritivo. Lo si trova ancora in alcune remote società tribali, ma a
parte queste poche oasi è stato completamente dimenticato.
Vale la pena sottolineare che, a causa dell’alta sensibilità tattile
delle labbra femminili, quando sfiorano il corpo maschile durante i
preliminari e il rapporto sessuale, compiono un’azione meno altrui-
stica di quanto possa sembrare. Secondo il classico studio sulla ses-
sualità femminile di Kinsey e dei suoi colleghi, pubblicato mezzo se-
colo fa, alcune donne riescono persino a raggiungere l’orgasmo du-
rante prolungate sedute di baci profondi, nonostante l’assenza di
ogni tipo di contatto genitale.
Alcune donne riescono a raggiungere il climax sessuale anche du-
rante i rapporti orali, e cioè quando stimolano con le labbra il fallo di
un maschio. Potrebbe sembrare che qui la donna stia semplicemente
servendo il suo compagno, eccitandolo, ma le terminazioni nervose
delle mucosa labiale femminile sono così raffinate che ogni stimola-
zione data al corpo del proprio amante invia potenti stimoli anche a
colei che stimola. Sotto questo aspetto, come molti altri, la femmina
umana è il più evoluto di tutti primati.
I contatti oro-genitali (che adesso sappiamo non essere un’inven-
zione della moderna e decadente società occidentale ma, al contrario,
hanno giocato un ruolo importante nell’attività sessuale di molte cul-
ture per migliaia di anni) sono strettamente correlati ai piaceri orali
dell’allattamento. Quando una donna bacia il pene del suo compa-
gno, i movimenti della sua bocca ricordano molto quelli che compiva
da piccola, quando la madre la allattava. Le piacevoli sensazioni pro-
vate in quel primo stadio orale della vita rimangono con lei, seppure
in forme diverse, attraverso buona parte della sua vita adulta.
Bisogna aggiungere che secondo Freud i piaceri orali negli adulti
rifletterebbero una deprivazione infantile. L’idea sottostante è che i lat-
tanti ai quali è stata negata la ricompensa orale normalmente donata
dalle madri, passeranno il resto della loro vita cercando di compen-
sare quella perdita. In casi estremi, questo può anche essere vero, ma
quello che Freud trascurò è che i piaceri sperimentati in qualunque
stadio della vita assai facilmente costituiscono degli schemi compor-
tamentali per il futuro. Un individuo che da bambino abbia provato
piacere succhiando il seno della madre, come accade alla maggior
parte dei piccoli, assai difficilmente da adulto si lascerà sfuggire la
possibilità di ricatturare quel piacere, semplicemente perché non ha
patito alcuna deprivazione infantile. L’atteggiamento negativo di
Freud sugli adulti che amano baciare, fumare, mangiare dolci e sor-
seggiare bevande dolci e tiepide non è però difficile da comprendere,
dato che la sua bocca gli provocò incessanti tormenti. Freud, infatti,
era affetto da un cancro del palato, la cui asportazione richiese ben
33 operazioni. E allora possiamo perdonare il suo atteggiamento ver-
so gli adulti che lui chiamò oralmente arrestati, con la fissazione del
seno, e infantili semplicemente perché, a differenza di lui, erano in
grado di godere dei piaceri orali della maturità.
In ultimo, è importante esaminare le labbra femminili come fonte
di espressioni facciali. Il cambiamento di umore della loro proprieta-
ria influenza le labbra in quattro modi diversi: aperte e chiuse, sporte
in fuori o tirate in dentro, alzate o abbassate, tese o rilassate. Combi-
nate in diversi modi questi quattro movimenti e avrete un ventaglio
enorme di espressioni. Qui di seguito descriviamo, molto schemati-
camente, questi movimenti, resi possibili da un gruppo assai com-
plesso di muscoli.
Attorno alle labbra c’è un potente muscolo circolare, il muscolo
orbicolare della bocca, che si contrae per chiuderle. È il muscolo che
lavora quando si fa il broncio, o si assume una qualche espressione
con le labbra serrate. Si è tentati di vederlo come un semplice musco-
lo sfinterico, ma questo significherebbe sottostimarlo. Se l’intero mu-
scolo si contrae, le labbra si chiudono, ma se le sue fibre inferiori
sono attivate con più forza, allora le labbra chiuse sono schiacciate
contro i denti. Se invece sono le fibre superficiali a essere più attive,
le labbra si chiudono e sporgono all’infuori. Quindi lo stesso musco-
lo, operando in modi diversi, può produrre il delicato broncio di
un’amante che invita un bacio, oppure le labbra tese e serrate di una
donna che si aspetta di essere colpita.
La maggior parte degli altri muscoli lavorano contro l’orbicolare
per aprire la bocca, o tirare le labbra in una direzione o nell’altra.
Semplificando notevolmente, i muscoli elevatori alzano il labbro su-
periore per creare l’espressione di dolore e disprezzo. Il muscolo zi-
gomatico spinge le labbra in su e indietro nella felice espressione del
sorriso e della risata. Il muscolo triangolare tira le labbra in giù e al-
l’indietro, nella cupa espressione della tristezza. Il muscolo depresso-
re abbassa il labbro inferiore, in un’espressione di disgusto e di iro-
nia. C’è anche il muscolo elevatore del mento, che solleva quest’ulti-
mo, proiettando il labbro inferiore all’infuori in un’espressione di sfi-
da, e il buccinatore, o muscolo del trombettiere, che comprime le
guance contro i denti. Quest’ultimo si usa non soltanto per suonare
strumenti a fiato, ma anche per masticare il cibo. Quando si prova un
dolore acuto, o orrore, o una collera estrema, entra in azione un altro
muscolo ancora, il platisma della regione del collo, che trascina la
bocca in giù e di lato, un elemento nel tendersi del collo quando si
anticipa un attacco fisico.
Per complicare ulteriormente la questione, vi sono le diverse vo-
calizzazioni che accompagnano le espressioni della bocca. Queste ag-
giungono una certa apertura o chiusura delle labbra che, a sua volta,
introduce un nuovo elemento nelle sfumature della mimica facciale.
Prendiamo, per esempio, le contrastanti facce della rabbia e della
paura. La differenza chiave è quanto gli angoli della bocca siano ar-
retrati. Nella rabbia sono spinti avanti, come se avanzassero contro il
nemico; nella paura sono indietro, come a ritrarsi da un attacco. Que-
sti movimenti opposti degli angoli della bocca sono possibili sia se la
bocca è aperta e produce un suono, sia se è chiusa e silenziosa. Nella
rabbia silenziosa, le labbra sono serrate assieme, gli angoli della boc-
ca in avanti; in una collera rumorosa, ruggiti o grida di scherno, la
bocca è aperta, fino a scoprire gli incisivi superiori e inferiori ma, an-
cora, gli angoli della bocca sono in posizione avanzata, dandole una
forma vagamente quadrata. Nella paura silenziosa, le labbra sono
tese e ritratte fino a formare un’ampia fessura orizzontale, con gli an-
goli delle labbra arretrati; in una paura rumorosa, singhiozzi o urla,
la bocca è spalancata, le labbra tese nello stesso tempo in alto e all’in-
dietro. Poiché la paura fa ritrarre le labbra, chi grida espone molti
meno denti di chi minaccia.
Anche i volti felici hanno una versione aperta o chiusa. Quando le
labbra si alzano e arretrano possono restare in contatto tra loro pro-
ducendo un ampio sorriso silenzioso. Alternativamente, possono se-
pararsi in un sorriso a tutta bocca dove i denti superiori diventano
visibili. Se si aggiunge il suono di una risata, e se la bocca è spalanca-
ta, anche i denti inferiori saranno visibili ma, a causa della curva ver-
so l’alto delle labbra tese, questi denti inferiori non sono mai esposti
tanto quanto quelli superiori, per quanto rauca possa diventare la
risata. Se una donna ride esponendo tutti i denti inferiori, possiamo
dubitare della sincerità della sua espressione facciale.
Un’altra caratteristica di un viso felice sono le rughe di espressio-
ne che compaiono tra le labbra e le guance. Queste linee diagonali,
provocate dal sollevarsi degli angoli della bocca, sono le pieghe
naso-labiali, e variano considerevolmente da un individuo all’altro.
Aiutano a personalizzare i nostri sorrisi e le nostre risate, un impor-
tante fattore visivo nello stringere il legame dell’amicizia.
Esiste anche un’espressione contraddittoria, il sorriso triste, che
illustra un’altra sottigliezza delle espressioni femminili, e cioè l’abili-
tà di combinare elementi apparentemente incompatibili per comuni-
care un umore complesso. Nel sorriso triste, l’intera faccia assume le
caratteristiche del buonumore, tranne gli angoli della bocca, che ri-
fiutano di tendersi verso l’alto nella posizione appropriata. Al con-
trario, cadono verso il basso per creare il «sorriso coraggioso» dell’-
hostess spazientita, o il sorriso sardonico della preside che rifiuta
qualcosa. Vi sono molte altre espressioni miste o complesse che, in-
sieme a quelle semplici, forniscono al volto femminile il più ricco re-
pertorio di segni visuali del mondo animale.
IX
La bocca

La bocca femminile fa sempre gli straordinari. Altri animali usano


molto la loro bocca, per mordere, leccare, succhiare, assaggiare, ma-
sticare, ingoiare, tossire, sbadigliare, minacciare, gridare e grugnire,
ma la femmina umana ha fatto delle aggiunte ulteriori a questa lista.
La usa anche per parlare, sorridere, ridere, baciare, fischiare e fuma-
re. Non è quindi affatto sorprendente che la bocca sia stata descritta
come: «Il campo di battaglia della faccia».
All’interno delle labbra, la bocca racchiude un elemento essenzia-
le: la lingua. Senza la lingua le donne non potrebbero parlare e sareb-
bero private di una delle loro supreme qualità: l’abilità di comunica-
re verbalmente meglio di qualsiasi altro animale al mondo, meglio
persino del maschio umano. Studi sul cervello hanno confermato ciò
che molti hanno sempre sospettato, e cioè che le donne sono, per na-
tura, più fluenti nel parlare degli uomini. E questo è un risultato evo-
lutivo, non culturale. Quando si trovano davanti a un compito ver-
bale, per esempio registrare una domanda, nelle donne si attiva una
parte assai maggiore di cervello che negli uomini. D’altra parte, le
donne primitive erano gli organizzatori e i comunicatori della vita
tribale (mentre gli uomini, alla periferia, continuavano a cacciare le
loro prede con a malapena qualche grugnito per rompere il silenzio),
e le donne di oggi hanno ereditato questa qualità, a loro grande
vantaggio.
Il ruolo della lingua nel parlare è spesso sottostimato, si tende a
dare tutto il credito alla laringe, ma per correggere quest’errore basta
cercare di parlare tenendo la lingua ferma sul palato inferiore.
Chiunque sia mai stato da un dentista capirà cosa voglio dire.
La lingua, inoltre, svolge un ruolo importante anche nell’atto del
nutrirsi, dato che è attivamente coinvolta nell’assaggiare, nel masti-
care e nel deglutire. La sua ruvida superficie è coperta di papille, per
un totale tra i nove e i diecimila sensori del gusto. La lingua è capace
di individuare quattro sapori: dolce e salato sulla punta; acido sui
lati e amaro sul fondo. Una volta si pensava che fosse soltanto la su-
perficie superiore della lingua a percepire i sapori, ma adesso si sa
che non è così. Vi sono papille in grado di distinguere il dolce e il sa-
lato in altri punti della bocca, specialmente nella parte superiore del-
la gola, mentre sapori primitivi come l’acido e l’amaro sono percepiti
nella parte alta, dove il palato duro incontra quello molle.
Oggi si pensa che l’uomo possegga queste particolari risposte ai
sapori perché per i nostri antenati era importante poter giudicare la
maturità, e di conseguenza la dolcezza, dei frutti, mantenere un giu-
sto equilibrio dei sali; evitare alcuni alimenti pericolosi, di solito ca-
ratterizzati da un gusto molto amaro o acido. Tutti i delicati aromi
dei nostri cibi derivano da un miscuglio di questi quattro sapori
base, aiutati da altri profumi che sentiamo nel naso.
Oltre ai sapori, la superficie della lingua percepisce anche la consi-
stenza del cibo, il calore e il dolore. Durante la masticazione fa roto-
lare il cibo dentro la bocca, controllandone la consistenza. Quando
decide che ogni parte acuminata è stata frantumata o espulsa, parte-
cipa nel cruciale atto dell’inghiottire. Per farlo, la punta della lingua
si schiaccia contro il palato superiore, e poi la sua parte posteriore si
solleva per catapultare il bolo di cibo e saliva nella gola, diretto verso
lo stomaco. Questa azione muscolare estremamente complessa è
quasi sempre data per scontata, perché è del tutto automatica. È così
basilare, infatti, che i bambini sono capaci di svolgerla assai prima
che ve ne sia un reale bisogno: quando sono ancora nell’utero.
Una volta finito il pranzo, la lingua svolge il compito di un grosso
stuzzicadenti, balzando di qua e di là, cercando di scacciare fastidio-
se particelle di cibo incastrate tra i denti.
Data la sua posizione protetta all’interno della bocca, raramente la
lingua è stata oggetto di «abbellimenti». Comunque, verso la fine del
XX secolo, è finalmente giunto il suo momento, e ha dovuto subire
una strana, inedita intrusione: il piercing. Le adolescenti ribelli, sem-
pre alla ricerca della disapprovazione degli adulti, hanno ben pensa-
to di sopportare il dolore necessario per farsi bucare la lingua e inse-
rirvi un orecchino di metallo. Nonostante renda più confusa la dizio-
ne, il piercing alla lingua è stato adottato anche da alcune cantanti
pop.
Escludendo il suo ruolo di simbolo di ribellione sociale, questo
piercing sembra offrire un solo vantaggio: secondo il compagno di
una di queste ragazze, il bacio profondo senza orecchino è come una
bistecca senza senape.
Uno svantaggio imprevisto di questo tipo di monili fu scoperto
nell’estate del 2003, quando una donna inglese in vacanza fu colpita
da un fulmine. Il fulmine fu attratto dall’orecchino di metallo infisso
nella sua lingua, le trapassò il corpo e se ne andò attraverso i piedi.
La poveretta quasi morì, riportò gravi ustioni alla lingua, il suo cor-
po tremò per dieci interi minuti, rimase cieca e incapace di parlare
per tre giorni. Come disse più tardi, aveva effettivamente bisogno di
una vacanza per ricaricarsi le batterie, ma il suo piercing sulla lingua
aveva preso la cosa troppo alla lettera.
All’interno delle labbra ci sono i denti che, nella specie umana,
sono usati quasi esclusivamente per nutrirsi. Occasionalmente, una
donna può impiegarli per recidere un filo di cotone, ma il loro uso
non alimentare è assai più raro che in altre specie. Date a una scim-
mia uno strano oggetto da esaminare, ed essa se lo porterà quasi im-
mediatamente alla bocca per esplorarlo con le labbra, la lingua e i
denti. Poi lo manipolerà con le dita degli arti superiori, ma nell’insie-
me, pur dipendendo sia dal contatto digitale sia da quello orale, è
quest’ultimo a svolgere il ruolo principale. È questo è vero anche per
i bambini della specie umana: lo sanno bene i genitori che devono
stare sempre attenti perché non si portino oggetti pericolosi alla
bocca.
Quando cresciamo, comunque, la bocca perde gradualmente il
suo ruolo investigativo, assunto quasi esclusivamente dalle nostre
mani evolute. Questo mutamento vale anche per la lotta. Una scim-
mia inferocita afferrerà il suo avversario e lo morderà. Un essere
umano inferocito colpirà il suo avversario alla testa, lo prenderà a
pugni e a calci, lotterà con lui. Tuttavia, lo morderà soltanto come
extrema ratio. Lo stesso è vero durante la caccia. Anche qui le mani,
con l’aiuto di armi, hanno preso il ruolo del morso letale così comu-
ne tra i carnivori. Durante questo passaggio dalla bocca alle mani, i
denti umani sono diventati più corti, e appaiono piuttosto modesti in
paragone a quelli di altre specie. I nostri canini non sono più delle
zanne lunghe e appuntite. Sono soltanto lievemente più lunghi degli
altri denti, le estremità spuntate in ricordo dei nostri distanti
antenati.
La dentatura di un essere umano adulto è composta da trentadue
denti, ventotto dei quali appaiono entro la pubertà, rimpiazzando
gradualmente il più piccolo numero dei denti da latte, che usiamo
durante l’infanzia. Gli ultimi quattro denti, i denti del giudizio all’in-
terno del palato, emergono quando diventiamo dei giovani adulti. A
volte alcuni di questi ultimi, oppure tutti, non appaiono, e di conse-
guenza una bocca adulta può avere dai 28 ai 32 denti.
Vi sono delle lievi differenze tra i denti maschili e femminili, spe-
cialmente in quelli anteriori superiori. I denti di una donna hanno di
solito una curva più gentile di quelli di un uomo, che sono più squa-
drati. Inoltre, dato che le donne hanno delle mascelle più delicate de-
gli uomini, i denti tendono in media a essere un po’ più piccoli.
Oltre a mordere e masticare il cibo, i denti si serrano, digrignano,
tritano e tremano per il freddo. Di solito si serrano i denti nei mo-
menti di intenso sforzo fisico, o quando ci si aspetta di provare dolo-
re. È un’azione che si vede sul viso dei lottatori o del bambino che
sta per subire un’iniezione, ed è una risposta primitiva a un possibile
attacco. Se un pugno colpisse una bocca aperta provocherebbe molto
più danno, farebbe collidere i denti l’uno contro l’altro, scheggiando-
li o lussando la mandibola.
Digrignare i denti è più o meno la stessa cosa che serrarli, ed è dif-
ficile comprendere perché il linguaggio abbia bisogno di più parole
per indicare la stessa azione, azione che, per altro, si compie così ra-
ramente nella vita reale. Comunque, durante il sonno molti indivi-
dui tendono a digrignare lievemente i denti, esprimendo rabbia re-
pressa. Di nuovo, questa è una risposta primitiva che ritorna alla su-
perficie come una specie di sogno dei muscoli, dove l’individuo fru-
strato tritura simbolicamente i suoi nemici nella sicurezza del sonno.
Sebbene lo smalto dei denti sia la sostanza più dura dell’intero
corpo umano, la carie è il male più comune oggi al mondo tra gli es-
seri umani. La causa è piuttosto ovvia. Un batterio presente nella
bocca, il Lactobacillus acidophilus, è ghiotto di carboidrati e se delle
particelle di zucchero o di amido restano attaccate ai denti o alle gen-
give dopo aver mangiato, le fa rapidamente fermentare in acido latti-
co. Allora il batterio, che è ancor più ghiotto di quest’acido, comincia
a riprodursi freneticamente, aumentando in modo esponenziale l’in-
tero processo fino a che la saliva in bocca non diviene insolitamente
acida. Quest’acidità corrode la superficie dei denti, provocando pic-
coli fori nello smalto che poi si sviluppano in cavità infette. È una
teoria che ha avuto diverse conferme. Per esempio, i bambini cre-
sciuti nell’Europa del tempo di guerra, quando c’era ben poco zuc-
chero o amido disponibile, avevano un numero minore di carie. Inol-
tre, anche gli animali nutriti con alimenti ricchi di zucchero svilup-
pano carie se si nutrono per le vie naturali, ma non se gli stessi ali-
menti sono loro somministrati attraverso delle sonde, senza mai toc-
care i denti. E ancora, gli scimpanzé selvatici che vivono nel profon-
do delle foreste hanno denti eccellenti, mentre quelli che brancolano
vicino agli insediamenti umani hanno i denti guasti.
Eppure, non sappiamo tutto dei nostri denti: vi sono delle stranez-
ze che non comprendiamo. Alcuni individui, per esempio, sembrano
essere quasi immuni dalla carie, anche se mangiano i dolci più terri-
bili. Altri, pur prestando grande attenzione alla loro dieta e all’igiene
dentale, si ritrovano i denti cariati. Inoltre, secondo logica, dovrebbe-
ro essere i denti anteriori inferiori i più contaminati dai residui di
cibo, a causa della gravità, e di conseguenza quelli più attaccati dal-
l’acido. Sorprendentemente, questi sono i più resistenti alla carie di
tutti denti. Nel mondo occidentale, quasi il 90 per cento degli indivi-
dui ha gli incisivi inferiori sani. In stridente contrasto, più del 60 per
cento ha perso uno dei molari superiori per la carie. Nonostante i
grandi progressi della scienza, i denti possiedono ancora alcuni
misteri.
L’occhio occidentale ha sempre visto una dentatura bianca e scin-
tillante come un segno essenziale di bellezza, ma molte culture han-
no avuto pareri diversi. In alcune, si rimuovono gli incisivi centrali
per enfatizzare i canini appuntiti, il che fa apparire la bocca più mi-
nacciosa, più ferina, quasi da Dracula. Questa tecnica è stata impie-
gata in alcune parti dell’Asia, dell’Africa e del Nord America.
Un altro metodo per dare ai denti un aspetto più minaccioso, con-
siste nel limarli fino a renderli affilati. Anche questa tendenza è piut-
tosto diffusa, dall’Africa all’Asia sud-orientale, all’America. A volte
si incastonavano pietre preziose o metalli nei denti per abbellirli e
per mostrare il proprio status sociale. Molte di queste operazioni e
mutilazioni sui denti erano eseguite in momenti particolari della vita
delle popolazioni tribali, soprattutto la pubertà e il matrimonio, uti-
lizzando quindi la bocca come «genitali sostitutivi» simbolici.
In altre aree del mondo, invece, si è preferito ridurre l’impatto vi-
sivo dei denti piuttosto che esagerarlo. A Bali, per esempio, i giovani
adulti erano sottoposti a dolorose limature dei denti per appiattire le
punte dei canini e rendere la bocca umana meno simile a delle fauci
animali. In altre culture orientali, le donne anneriscono i denti o li
colorano di rosso scuro, facendoli virtualmente scomparire e creando
un’espressione infantile, come se fossero improvvisamente regredite
alla prima infanzia con le sue gengive prive di denti. In questo
modo, appaiono ai loro maschi più sottomesse, meno aggressive.
Poiché oggi, nel mondo occidentale, un’ampia dentatura bianca e
luminosa è considerata parte essenziale della bellezza femminile
(bellezza che può essere esaltata dalle moderne tecniche di sbianca-
mento), per gli occidentali è difficile comprendere le attrattive di una
dentatura nera. Il bianco, dopo tutto, è il colore naturale dei denti
giovani e sani, e allora come è possibile che annerirli sia considerato
un segnale visivo attraente?
La risposta, all’epoca di Elisabetta I, era il prezzo dello zucchero.
Soltanto i ricchi potevano permettersi di riempirsi la bocca di cara-
melle, rovinandosi e scurendosi i denti. Ne seguì che, se si era troppo
poveri per guastarsi i denti in questo modo, bisognava fingere. E così
i denti scuri furono collegati a un alto status sociale, cosa che aumen-
tava la bellezza delle loro proprietarie in termini sociali. Dopo tutto,
la regina in persona aveva i denti scuri, a causa di un eccessivo con-
sumo di violette candite e confetture.
I denti neri erano considerati alla moda anche nell’antico Giappo-
ne. Facevano parte dell’elaborato trucco usato dalle donne delle clas-
si alte. Si diceva che i denti neri (chiamati ohaguro) rendessero una
dama particolarmente bella. La tintura era preparata lasciando in in-
fusione del ferro nel sakè o nel tè. Questa pratica raggiunse i suoi
vertici nel XVIII secolo e continuò fino al XIX quando, nel 1873, l’im-
peratrice si mostrò in pubblico con i denti bianchi, e a quel punto la
moda dei denti neri andò incontro a un rapido declino.
In altre parti dell’Oriente, era diffuso il vizio di masticare il betel,
sostanza che, come effetto collaterale, scurisce i denti. Si mescolava-
no assieme foglie di betel, un rampicante, noci di palma e pasta di
calcare ottenuta triturando delle conchiglie, per formare un bolo da
tenere in bocca, come si faceva in Occidente con il tabacco. Infine,
alla pasta si aggiungevano dei frammenti di noce e la si avvolgeva in
una foglia di betel. Questo pacchetto era chiamato «quid». Spinto al-
l’interno di una guancia e masticato ripetutamente, agiva come blan-
do stimolante, arrossando in più le labbra e annerendo i denti. Il suo
uso era così diffuso nell’Asia sud-occidentale che le ragazze locali
esclamavano: «Soltanto i cani, i fantasmi e gli europei hanno i denti
bianchi». La sua popolarità cominciò a declinare nel XX secolo, pri-
ma nelle città e più tardi nelle zone di campagna.
Masticare il betel però dà ai denti una sfumatura marrone scuro e
in alcuni paesi, il Vietnam per esempio, le dame che desideravano
perfezionare la loro bellezza con dei denti neri come il carbone dove-
vano ricorrere a qualcosa d’altro. Potevano, per esempio, dipingersi i
denti con una lacca nera, ma non era una cosa semplice perché la sa-
liva continuava a scioglierla. Per questo motivo, l’applicazione della
lacca si trasformò in una cerimonia speciale che includeva diversi
trattamenti e speciali restrizioni: tra di esse, niente cibo solido per
una settimana, bere i liquidi soltanto con una cannuccia. Per le ado-
lescenti era un rituale di maturità, dopo il quale erano considerate
sufficientemente belle per sposarsi. Se si chiedeva loro cosa ci fosse
di sbagliato nei denti bianchi, avrebbero risposto che una bocca simi-
le era adatta soltanto ai selvaggi e agli animali feroci.
Verso la fine del XX secolo, anche nel mondo occidentale, tra le
donne moderne, apparvero le prime interferenze con il puro bianco
dei denti femminili. Niente denti neri in vista, comunque: la nuova
moda erano i denti gioiello. Le pioniere di questa follia arrivarono a
farsi trapanare dei piccoli fori nei quali incastonare minuscoli dia-
manti. Il sorriso luminoso diventava abbagliante. Ma tutto ciò appar-
ve troppo drastico alla maggior parte delle donne e questa moda non
si diffuse. Poi alcune celebrità, compresa una delle Spice Girls, fecero
la scelta radicale di esibire un bel dente d’oro. In breve tempo diven-
ne possibile acquistare delle capsule temporanee in metalli preziosi.
Poi, la moda di incollare minuscole pietruzze sulle unghie arrivò
fino alla bocca, ed ecco che divennero popolari i denti (momentanea-
mente) ingioiellati. Come disse un pubblicitario: «Una volta limitati
al ghetto e agli ergastolani, i denti gioiello sono diventati di gran
moda». La loro attrattiva sta nel fatto che applicare queste pietruzze,
usando una colla specifica, richiede soltanto tre minuti e, poiché non
sono permanenti, quando ci si stufa si possono facilmente rimuove-
re. Generalmente, si usano minuscoli cristalli a forma di cuore, fiori,
cerchi, o stelle, tra i 2 e i 4 millimetri di dimensioni, tenuti al loro po-
sto per un solo giorno o anche un anno. Variano da accecanti a di-
screti, a seconda del dente sul quale sono applicati. Sebbene siano
piuttosto decorativi, interrompono l’omogeneità di un bel sorriso, il
che significa che probabilmente si tratta soltanto di una moda
passeggera.
I due elementi principali della bocca, i denti e la lingua, sono
mantenuti umidi dalla secrezione di tre paia di ghiandole salivari. Le
due situate nelle guance sono conosciute come ghiandole parotidi e
producono circa un quarto della saliva; quelle sotto la mandibola,
sotto i molari, le ghiandole submandibolari, sono le più produttive, e
raggiungono circa il 70 per cento; quelle sotto la lingua, le ghiandole
sublinguali, contribuiscono per il restante 5 per cento. La quantità
totale di saliva prodotta ogni giorno da una persona varia tra mezzo
litro e un litro e mezzo. Più cibo significa più saliva. Paura ed eccita-
zione intensa significano meno saliva.
Quando la saliva lascia i condotti delle ghiandole salivari è priva
di ogni batterio, ma quando comincia a circolare per la bocca, già
dopo poche volte ha raccolto tra i 10 milioni e un miliardo di batteri
per centimetro cubico. Li prende dai minuscoli frammenti di «forfora
umida» sempre presenti all’interno della nostra bocca, a mano a
mano che le superfici mucose perdono gli strati più vecchi sostituen-
doli con tessuti nuovi.
La saliva ha diverse funzioni. Ammorbidisce il cibo quando entra
nella bocca, rendendolo accessibile alle papille gustative, perché il
cibo secco non può essere gustato. Inoltre, lubrifica il bolo di cibo
masticato prima che sia inghiottito, facilitandone il passaggio per
l’esofago. La sua efficacia come lubrificante è aumentata dalla pre-
senza di una proteina chiamata mucina. Se il cibo è masticato a lun-
go, un enzima della saliva, la ptialina, comincia a scindere gli amidi
in maltosio. La ptialina agisce anche come battericida orale, come al-
tri lisozimi che contribuiscono a mantenere puliti la bocca e i denti.
Inoltre, la saliva contiene delle sostanze chimiche che aiutano a crea-
re un ambiente leggermente alcalino per aiutare a ridurre l’attacco
degli acidi sullo smalto dei denti. Infine, l’azione lubrificante della
saliva migliora la qualità dei toni vocali, come chiunque abbia cerca-
to di gracchiare con la gola secca sa bene.
X
Il collo

In Occidente, gli uomini vedono il collo femminile semplicemente


come qualcosa che sostiene la testa di una donna. Sanno che la pelle
del collo è molto sensibile alle carezze e che baciarla con delicatezza
può eccitare la partner durante i preliminari dell’incontro sessuale
ma, a parte questo, al collo non viene data molta importanza. Di cer-
to, non è visto come una fondamentale zona erotica. La situazione è
assai diversa in Giappone, dove l’esposizione di una nuca femminile
è considerata estremamente provocante, l’equivalente dell’esposizio-
ne del seno in Occidente. È qualcosa che ci si aspetta da una geisha,
ma che sarebbe aspramente condannato in una rispettabile moglie
giapponese, la quale, al contrario, indossa castigati colletti alti fino
all’attaccatura dei capelli.
Tradizionalmente, ogni geisha era istruita nell’arte di denudare
con eleganza il collo, cosa che si può ancora osservare nelle poche
geishe rimaste a Kyoto. I loro costumi sono alti sul davanti e più bas-
si sul dietro, con il collo staccato per esporre la pelle sia del collo sia
dell’inizio della schiena, «ben al di sotto della prima grande verte-
bra». Come sottolineò un commentatore, ovunque nel mondo gli uo-
mini amano vedere delle belle scollature, ma soltanto in Giappone le
preferiscono al contrario.
Quando si applica il suo trucco bianco e morbido (che include
come ingrediente fondamentale le deiezioni dell’usignolo), una gei-
sha lascia sempre una piccola zona di pelle nuda attorno all’attacca-
tura dei capelli sulla nuca. Serve per enfatizzare l’artificiosità del
trucco ed eccitare un uomo attirando la sua attenzione sulla pelle
nuda sotto la maschera di bianco. Secondo un osservatore, il signifi-
cato erotico di questa usanza è aumentato dal particolare disegno,
«una perfetta V di pelle nuda sulla nuca della donna, che rimanda
alle sue parti intime».
C’era una frase giapponese per descrivere l’eleganza di un’attac-
catura dei capelli sulla nuca, komata no kereagatta hito, ma il suo signi-
ficato è cambiato. Poiché il trucco è applicato deliberatamente per
mimare la forma dei genitali, questa frase oggi ha assunto il signifi-
cato di: «una geisha con dei bei genitali».
È stata avanzata un’ipotesi intrigante per spiegare lo spostamento
dai seni al collo nella cultura giapponese, come centro dell’attenzio-
ne erotica. Si è sottolineato che, tradizionalmente, i bambini giappo-
nesi passano più tempo legati sulla schiena delle loro madri che al-
lattati al seno. Questo, e il fatto che i seni delle donne giapponesi
sono relativamente modesti per dimensioni, si crede possa essere la
ragione della fissazione per il collo.

Anatomicamente, il collo è stato definito come la parte più com-


plicata del corpo umano. Oltre a contenere le connessioni vitali tra la
bocca e lo stomaco, il naso e i polmoni, il cervello e la colonna verte-
brale, ospita anche vasi sanguigni cruciali tra il cuore e il cervello.
Attorno a queste «linee di connessione» vi sono gruppi complessi di
muscoli che permettono alla testa umana di chinarsi in avanti, scuo-
tersi, ruotare, girarsi di qua e di là, e svolgere un intero ventaglio di
movimenti che trasmettono importanti messaggi durante le intera-
zioni sociali.
Tradizionalmente, una figura eccezionalmente femminile è dotata
di un grazioso collo di cigno, mentre una figura eccezionalmente ma-
schile ha un collo taurino. Sono differenze tratte dalla realtà. Il collo
femminile è più lungo, più sottile e più elegante, mentre il collo ma-
schile è più corto e massiccio. Questo avviene in parte perché le don-
ne hanno un torace più breve, e quindi l’estremità superiore dello
sterno è più bassa in relazione alla colonna vertebrale di quella del
maschio, e in parte a causa della muscolatura, che è più forte nell’uo-
mo. È una differenza di genere sviluppatasi durante la lunga fase
della caccia, quando i maschi con il collo più forte, e quindi più diffi-
cile da spezzare, erano avvantaggiati nei momenti di violenza fisica.
Un’altra differenza di genere presente nel collo riguarda il pomo
di Adamo, che è assai più evidente di quello di Eva. Le donne, infat-
ti, con le loro voci più acute, hanno corde vocali più corte che richie-
dono una cassa di risonanza più piccola. Le corde vocali femminili
sono lunghe soltanto 13 millimetri, mentre quelle dei maschi arriva-
no ai 18. La laringe femminile è circa del 30 per cento più piccola di
quella del maschio, e inoltre si trova lievemente più in alto nella
gola, cosa che la rende meno sporgente. Questa differenza laringea
tra i due sessi non appare fino alla pubertà, quando la voce maschile
si fa più bassa, o «si rompe». La voce e la laringe di una femmina
adulta sono essenzialmente più infantili di quelle del maschio, e
mantengono un’estensione vocale tra i 230 e i 255 cicli al secondo,
mentre la voce di un maschio adulto può abbassarsi tra i 130 e 145
cicli al secondo.
Per qualche motivo, le prostitute più anziane hanno una laringe
più larga e un registro vocale più profondo di quello delle altre don-
ne. Perché la loro professione debba portare a questa mascolinizza-
zione della voce non è chiaro, anche se è stato suggerito che il loro
insolito stile di vita possa in qualche modo disturbarne l’equilibrio
ormonale.
Dato che il collo femminile è più sottile di quello del maschio, gli
artisti hanno frequentemente esagerato questo tratto per creare delle
immagini super-femminili. I disegnatori, quando creano una donna
attraente, invariabilmente le assottigliano e le allungano il collo oltre
le possibilità di ogni normale anatomia. Anche le agenzie per model-
le, quando selezionano delle ragazze, scelgono quelle i cui colli sono
più sottili e lunghi della media.
In una cultura questa predilezione per le donne dal collo lungo ha
raggiunto degli estremi davvero notevoli. Il ramo Padaung dei Ka-
ren, una popolazione delle regioni più interne della Birmania, è di-
ventato famoso in Europa come il popolo delle donne giraffa. La pa-
rola padaung significa «portatrici di anelli». Gli usi locali impongono
alle femmine di questo gruppo di indossare degli anelli di ottone at-
torno al collo fin dall’infanzia. Si comincia con 5 anelli, per poi au-
mentarne gradatamente il numero, anno dopo anno. Da adulte, sfog-
giano di solito tra i 20 e i 30 anelli, ma l’obiettivo finale è raggiungere
i 32, un mito raramente realizzato. Gli anelli di ottone sono utilizzati
per ornare anche le braccia e le gambe, cosicché una femmina adulta
può portarsi in giro fino a venti o trenta chili di metallo. Nonostante
l’ingombro, la loro tribù si aspetta che queste donne percorrano a
piedi lunghe distanze e lavorino nei campi.
L’aspetto più sconcertante di questa tradizione è quanto questi
anelli riescano ad allungare artificialmente il collo di una donna: il
record documentato è di 40 centimetri. I muscoli del collo sono diste-
si a tal punto da questa pratica che le vertebre vengono separate
l’una dall’altra in un modo completamente innaturale. Si dice che se
si togliessero a una di queste donne, i suoi muscoli non sarebbero
più in grado di sostenerle la testa. In passato gli europei, affascinati
da questa drastica distorsione culturale del corpo umano, esibirono
nei circhi alcune di queste donne dal lungo collo, fino a quando simi-
li esposizioni di esseri umani non furono più considerate socialmen-
te accettabili.
Per le donne Padaung, oggi la preoccupazione principale non è,
come si potrebbe immaginare, la distorsione fisica dei loro corpi, o le
restrizioni nei movimenti imposte loro da questi bizzarri monili ma,
più volgarmente, come trovare abbastanza denaro per pagare i co-
stosi anelli d’ottone. Una recente soluzione è scivolare oltre il confi-
ne, in Thailandia, dove possono chiedere 10 dollari alla volta per far-
si fotografare dai turisti. Ad alcuni osservatori questo sembra un de-
precabile ritorno agli spettacoli circensi del passato, ma si può soste-
nere che, dato il costo crescente degli anelli di ottone, così, se non al-
tro, si mantiene in vita un antico costume tribale.
Se chiedete a uno storico delle società tribali come sia cominciata
questa tradizione delle donne giraffa, vi risponderà che, nei tempi
antichi, le donne erano minacciate dall’attacco delle tigri e così co-
minciarono a indossare attorno al collo spessi anelli metallici per
proteggersi. Le moderne donne giraffa ignorano questa leggenda, e
rispondono semplicemente che portano gli anelli attorno al collo per-
ché le fanno apparire più belle. E chi siamo noi nell’Occidente, con i
nostri piercing alla lingua, all’ombelico e ai genitali, per criticarle?
Nei circoli occulti il collo ha sempre avuto grande importanza
come zona del corpo, e non è un caso che, nella mitologia dei vampi-
ri, il morso rituale sia inflitto sempre lì. In alcuni culti, come il Voo-
doo ad Haiti, si crede che l’anima umana risieda nella nuca, e si deve
ancora agli antichi significati occulti del collo l’ampia diffusione del-
l’uso delle collane, fin dal più lontano passato. Erano più che sempli-
ci monili, avevano lo speciale compito di proteggere questa parte vi-
tale dell’anatomia umana da influenze ostili, come il malocchio.
La collana più antica conosciuta era indossata non da un Homo sa-
piens moderno, ma da un Neandertal a riprova che le collane sono
davvero un’antichissima forma di decorazione del corpo. Delle due
collane preistoriche che possediamo, entrambe ritrovate in Francia,
una a La Quina, fatta con denti di animale e perline di ossa, è stata
fatta risalire a 38.000 anni a.C., e una proveniente dalla grotta di Ren-
ne, fatta di denti animali intagliati, è stata datata al 31.000 a.C. Nel-
l’Australia occidentale, in un luogo chiamato Mandu Mandu, è stata
ritrovata un’altra collana incredibilmente antica, risalente al 30.000
a.C. In ultimo, a Patnia, nella regione del Maharashtra, in India, è
stata scoperta una collana di dischetti, risalente a 23.000 anni prima
dell’era Cristiana, ricavati da gusci di olive e pezzi di uova di struz-
zo. Questi pochi esempi ci mostrano chiaramente che indossare una
collana non era un isolato costume locale, ma che già 30.000 anni fa
era un’abitudine assai diffusa.
Alcune delle collane più primitive erano fatte con materiali sem-
plici, come vertebre di pesce, ma una di queste, ritrovata in Francia e
creata più di 11.000 anni fa, nell’Età della pietra, era composta da 19
frammenti d’osso elegantemente incisi. A diciotto di questi era stata
data la forma di testa di gazzella e a uno di testa di bisonte: il che di-
mostra quanta importanza fosse data già all’epoca a ciò che si indos-
sava nella regione del collo.
Il collo è diventato anche il centro di certe pratiche rituali occulte.
Si scoprì che applicando una pressione sulle grandi arterie carotidee
che scorrono lateralmente portando sangue al cervello, si può far
sentire un individuo intontito e confuso, una facile preda della sug-
gestione. Ciò che accade, naturalmente, è che il cervello di quel sog-
getto soffre di deprivazione di ossigeno; ma nel gran carnevale dei
rituali religiosi, quelle condizioni potevano essere convenientemente
attribuite al soprannaturale.
Una forma più salutare di manipolazione del collo fu sviluppata
da Matthias Alexander, che inventò quella che sarebbe poi stata co-
nosciuta come la tecnica Alexander. Questa si basa sull’idea che mo-
dificando la posizione del collo sulle spalle è possibile curare non
soltanto certi sintomi fisici, ma anche una grande varietà di disturbi
psicologici. Alcuni critici hanno sostenuto che questo concetto dà al
collo un potere quasi mistico sul resto del corpo, ma c’è una spiega-
zione più semplice. Poiché gli abitanti dei centri urbani passano così
tanto tempo ingobbiti su una scrivania o un tavolo, oppure accasciati
su una sedia, il collo a poco a poco perde la sua naturale postura ver-
ticale. Se attraverso gli esercizi Alexander si riesce a ristabilire alme-
no in parte questa postura corretta, il resto del corpo seguirà auto-
maticamente, riprendendo il suo equilibrio naturale. La scena è allo-
ra pronta per la ricomparsa di un tono muscolare salutare, il quale, a
sua volta, può portare a uno stato mentale più salubre. Non vi è nul-
la di più mistico qui che negli esercizi posturali ai quali si sottopone
ogni ballerino classico; in entrambi i casi il collo è la chiave che sbloc-
ca la posizione del corpo.
Tornando ai gesti, ne esistono relativamente pochi concentrati
esattamente sul collo. Il più diffuso è quello che mima il taglio della
gola, in cui chi lo compie usa la mano come un finto coltello. Questo
gesto ha due significati correlati. Se è compiuto in un momento d’ira,
indica ciò che chi lo compie vorrebbe fare a qualcun altro. Se è fatto
in segno di scusa, mostra ciò che chi lo compie vorrebbe fare a se
stesso. In contesti differenti, per esempio da un’attrice quando una
scena non sta venendo bene, significa semplicemente: «Taglia!».
Altrettanto diffuso è il gesto con il quale si mima un auto-strango-
lamento, quando cioè ci si portano entrambe le mani al collo e si fin-
ge di soffocarsi. Come nel caso del finto taglio della gola, anche qui
si hanno due significati strettamente correlati: «Voglio strangolarti»,
oppure «Potrei strangolarmi».
Un altro gesto popolare che riguarda il collo è «Ne ho fin qui»,
quando si picchietta con la mano diverse volte contro la gola. L’im-
plicazione è che colei che compie il gesto ha ormai raggiunto il limite
della propria pazienza.
Più importanti che questi gesti regionali sono però le molte azioni
del collo che risultano in un movimento o in una postura della testa.
Ve ne sono di due tipi. Primo, vi sono le azioni che adeguano il corpo
di una donna all’ambiente che la circonda, come quando la testa si
muove per guardare qualcosa, o si inclina di lato per ascoltare un
suono, o si solleva per annusare l’aria. Secondo, vi sono le azioni la
cui unica funzione è trasmettere dei segnali visivi ai compagni. Que-
sti includono movimenti come annuire, inchinarsi, scuotere la testa e
indicare. In questi e nella maggior parte degli altri movimenti del
collo non ci sono differenze tra maschi e femmine, ma vi sono tre
casi in cui si trasmette un segnale specificatamente femminile.
Uno è il richiamo con il capo, con il quale una donna, rivolgendosi a
una compagna, china rapidamente di lato e all’indietro la testa per
poi riportarla in verticale. Questo gesto dice: «Vieni con me», o «Vie-
ni qui», ed è il sostituto di un richiamo con la mano o l’indice. È più
facile a vedersi quando colei che richiama non vuole che il suo gesto
sia troppo evidente. È il tradizionale movimento della testa rivolto,
in modo quasi impercettibile, da una prostituta in strada a un poten-
ziale cliente, quando questo esita ad avvicinarsi. Oggi è usato anche
tra partner di antica data come scherzoso invito al sesso, dove la
partner femminile assume un atteggiamento provocante comportan-
dosi come una prostituta.
Un secondo movimento è il capo chino, nel quale il collo di una
donna china la testa in avanti e la mantiene in questa posizione. È un
modo per tagliarsi fuori dal mondo esterno ma, poiché provoca an-
che una riduzione dell’altezza, ha in sé una sfumatura di sottomis-
sione. La testa inclinata un po’ di lato può essere altera, ma quella
china no. La modestia e la timidezza sono segnalate da questo im-
provviso abbassarsi della testa per nascondere la faccia, e la sotto-
missione femminile può essere indicata dall’unione di un capo chino
e di uno sguardo obliquo.
Un terzo movimento del collo, spesso visto quando una donna è
di umore socievole o amoreggiante, è l’inclinazione del capo. Qui la te-
sta è chinata da un lato e resta lì. È tipica di una donna che si trova di
fronte il suo compagno, a breve distanza. Questa azione deriva da
un contatto infantile e confortevole nel quale, da bambina, appoggia-
va la testa sul corpo del genitore protettivo. Quando, da adulta ap-
poggia la testa sulla propria spalla, è come se si appoggiasse di nuo-
vo a un custode adesso immaginario. Questa azione infantile è con-
traddetta dai maturi segnali sessuali del corpo adulto di chi compie
questo gesto, che dà alla testa reclinata un elemento di seduzione. Se
usata come elemento dell’amoreggiare, la testa piegata assume un’a-
ria di pseudo-innocenza o malizia. Il messaggio dice: «Sono soltanto
una bambina nelle tue mani, e mi piacerebbe appoggiare la testa sul-
la tua spalla, così». Se usato come espressione di sottomissione, il ge-
sto significa: «Sono come una bambina in tua presenza, dipendo da
te adesso, come dipendevo dai miei genitori quando ero più piccola
e mi appoggiavo a loro». Si tratta comunque di un segnale debole,
che non afferma con forza questo elemento infantile, ma semplice-
mente vi accenna.
Vi sono molti altri movimenti e posture della testa creati dai mu-
scoli del collo umano come specifici segnali sociali, ma i pochi men-
zionati qui sono già sufficienti per sottolineare la sottigliezza e la
complessità dei movimenti del collo. Chiunque abbia sofferto di tor-
cicollo, o sia stato costretto a portare un collare ortopedico, sa quanto
ci si senta limitati quando non ci si può esprimere con questa parte
del corpo.
XI
Le spalle

Le spalle femminili sono più rotonde, più morbide, più lisce, più
strette e sottili di quelle maschili. Possono non essere forti come le
più ampie spalle dei maschi ma la loro forma dolcemente arrotonda-
ta, il risultato di un cuscinetto di grasso sottocutaneo, dona loro una
qualità erotica ogni volta che appaiono nude. E una scollatura che
scenda dalle spalle ha un vantaggio aggiunto: la promessa che, in
qualsiasi momento, possa scivolare e rivelare il seno.
Grazie ai loro «angoli» morbidi, le spalle di una donna hanno una
forma quasi sferica, descritte poeticamente da un autore come: «Due
orbite rotonde, una perla erotica su ogni lato», di conseguenza è ine-
vitabile che trasmettano quel primitivo segnale sessuale femminile
che ha la sua origine nella forma sferica delle natiche. Il segnale delle
«due emisfere», con il suo potente impatto sui maschi sessualmente
sensibili, trova altri echi nel corpo, non soltanto nel seno femminile,
ma anche nelle ginocchia e nelle spalle, soprattutto in certe posture.
Per esempio, quando una giovane donna ripiega le gambe al petto,
le ginocchia, se nude, presentano all’occhio maschile un paio di se-
misfere lisce. Allo stesso modo, le spalle, spinte all’insù, mimano il
segnale della «coppia di emisfere», rivestendosi di un’attrattiva par-
ticolare per il maschio. Una tipica posa da foto di moda, con il mento
che appoggia sulla spalla alzata e nuda, enfatizza e attira l’attenzione
proprio sulla rotondità di quella carne liscia. In questo modo, le spal-
le, pur prive di ogni primaria funzione sessuale, riescono a trasmet-
tere deboli segnali erotici.
Prima di esaminare il modo in cui le diverse culture hanno modi-
ficato la naturale linea delle spalle femminili, vale la pena dare una
breve occhiata alla biologia di questa parte del corpo.
La funzione principale delle spalle è fornire solide fondamenta
alle molte attività delle braccia. Da quando i nostri antenati hanno
adottato uno stile di vita verticale, le nostre zampe anteriori sono di-
ventate sempre più versatili e il cinto toracico ha dovuto adeguarsi a
quella versatilità diventando più flessibile. La clavicola e le scapole
sono capaci di movimenti di circa 40 gradi e, con i loro muscoli com-
plessi, aiutano il braccio a dondolare, torcersi, girare e ruotare in un
numero impressionante di modi.
In media, le spalle di una donna sono i sette ottavi in larghezza di
quelle di un maschio. Più significative sono le loro dimensioni dal
davanti al dietro. In questa direzione la differenza è ancora più gran-
de, e riflette la comparativa debolezza della muscolatura delle spalle
femminili.
Inevitabilmente, questa differenza sessuale ha portato a una varie-
tà di sfruttamenti culturali. Se le spalle femminili sono sottili, allora
renderle iper-sottili aumenterà la femminilità della donna in questio-
ne. Anche se, naturalmente, un intervento simile, forse possibile in
altre parti del corpo, qui è difficile da ottenersi, e infatti raramente lo
si è tentato. Un’eccezione è illustrata nel volume di antropologia del
XVII secolo di John Bulwer, intitolato A View of the People of the Whole
World, dove l’autore ci mostra una giovane donna con le scapole
anormalmente contratte. Scrive: «Le spalle strette erano a tal punto
considerate appropriate nelle donne da modificare la postura delle
spalle, e a insegnarla con diligenza, come segno di grande eleganza e
bellezza…».
In completo contrasto, le donne che desiderano imporsi hanno
sempre adottato spalle artificialmente più larghe, e questo è accadu-
to diverse volte nel passato recente. Era evidente, per esempio, nel-
l’abito della donna emancipata del 1890. Nel suo tentativo di rag-
giungere un’eguaglianza sessuale, mostrava il proprio umore adot-
tando «l’uguaglianza delle spalle». Gli storici della moda hanno regi-
strato questo cambiamento: «Le spalle lievemente imbottite si svi-
lupparono prima in spalline, e poi in qualcosa che assomigliava a
delle borsette, fino a che, nel 1895 erano diventate un paio di grandi
palloni che tremavano sulle spalle». Queste donne dalle spalle larghe
entrarono in competizione con gli uomini e cominciarono a laurearsi,
a uscire per andare a lavorare e a praticare sport che fino a quel mo-
mento erano stati loro proibiti. Sotto il loro abito mascolino, comun-
que, indossavano ancora corsetti e sottovesti. Erano maschili in pub-
blico, ma femminili in privato.
La seconda ondata di donne dalle grandi spalle apparve negli
anni Quaranta, durante la Seconda guerra mondiale, quando uno sti-
le di abbigliamento squadrato e militare fu adottato persino dai civi-
li. Questo includeva un rigido supporto della spalla che spesso si
estendeva ben oltre il limite naturale dell’articolazione. Era una
moda particolarmente adatta a quel periodo di guerra, quando le
donne svolsero un ruolo nelle ostilità assai maggiore che in passato.
La terza ondata arrivò negli anni Settanta con il movimento di li-
berazione delle donne. All’inizio, prese la forma di quello che può
essere descritto come «terrorista chic». Giacche e maglie da pseudo-
battaglia sostenute da spalline imbottite provvedevano a fornire la
voluta aura di durezza femminile, e di nuovo le spalle divennero
squadrate per dare un’aria di forza maschile. Anche le figure alla
moda si modificarono in accordo. Le attrici principali nei film non
erano più bamboline aggraziate, ma donne decise. Le ragazze con le
spalle naturalmente larghe scoprirono delle possibilità che sarebbero
state loro negate negli anni Sessanta o prima. Alcune di loro preferi-
rono diventare dure come maschi. Come conseguenza di questa
moda, fece la sua comparsa il body-building femminile, guadagnan-
dosi un considerevole seguito. Soltanto poche decadi prima una
donna muscolosa sarebbe stata vista come una rarità da circo, ma nel
clima femminista divenne il simbolo della nuova forza delle donne,
dotata di potenti spalle per provarlo.
Gli anni Ottanta videro l’arrivo del completo da dirigente anche
per le donne. Fu l’epoca in cui i primi abiti femministi da battaglia
cedettero il passo ai completi grigi. Gli scrittori del periodo descrivo-
no questi tailleur come dotati di «spalle alla Joan Crawford», riferen-
dosi alle severe spalle imbottite degli anni Quaranta. Ma queste im-
bottiture erano ancora più esagerate, mentre la nuova, dura genera-
zione di donne manager cominciava ad affollare le stanze dei botto-
ni. Le spalle degli anni Ottanta ebbero un tale impatto che i giornali-
sti dell’epoca lottarono l’uno contro l’altro per coniare nuove frasi.
«Lo spallismo» scrisse uno «sta rendendo difficile trovare spazio in
un ascensore.» Tutti indossano spalle «non osare spingermi» scrisse
un altro.
Altri commentatori della metà degli anni Ottanta aggiunsero: «I
laboratori che producono spalline nel Bronx stanno cominciando a
espandersi, dopo anni di sopravvivenza»; le donne oggi sono così
aggressive che: «sono tornate alle spalle tipiche del periodo di guer-
ra»; le donne chiedono: «abiti stile Dynasty, con una imbottitura tipo
idrovolante»; le modelle con le spalle larghe oggi «incontrano gran-
de favore», e la cantante Grace Jones ha «un taglio di capelli che le fa
delle spalle persino sulla testa»; le donne con le spalle larghe sono
«delle dure che vogliono spazio»; oggi le donne preferiscono indos-
sare «quelle cose stile Star Trek con delle spalle ingegneristiche che si
elevano e si allontanano di centimetri e centimetri dal corpo»; infine:
«le donne non possono più tornare a casa. Non riuscirebbero a far
passare le loro spalle attraverso la porta».
Quando gli anni Ottanta lasciarono il posto agli anni Novanta, le
spalle femminili si arrotondarono di nuovo. Il movimento femmini-
sta (almeno in Occidente) aveva ottenuto suf–ficienti risultati da per-
mettere alle donne di godersi l’uguaglianza come femmine, invece
che come finti maschi. Adesso, la forma delle spalle dipendeva dallo
stile di quel particolare abito, piuttosto che da un bisogno onnipre-
sente di affermazione sociale.
È interessante notare che, sebbene negli anni Novanta le donne
fossero libere di vestirsi come preferivano, l’immagine delle donne
con le spalle larghe ha continuato a vivere come etichetta verbale,
anche se non è più una realtà del costume. Ancora nel 1994, un arti-
colo che parlava del crescente dominio delle donne ai piani più alti
dell’industria editoriale fu intitolato: «Perché le spalle larghe sono
tornate al potere». A quella data, un abito con le spalle imbottite sa-
rebbe apparso piuttosto fuori moda, eppure il termine stesso è riusci-
to a sopravvivere come metafora del trionfo delle donne in un mon-
do maschile.
Un aspetto delle spalle maschili che è difficile imitare per le donne
è la loro altezza rispetto al terreno. Il maschio medio è circa 13 centi-
metri più alto della femmina media, il che significa che i maschi han-
no sempre potuto offrire una spalla su cui piangere, non perché sia
larga, ma perché è alta abbastanza da porgere un confortevole ap-
poggio alla guancia di una femmina turbata. Una volta uscite di
moda le lacrime e la vulnerabilità, la femmina moderna si trova co-
munque a confrontarsi con delle spalle alte. Dato che la maggiore al-
tezza del suo compagno si è evoluta attraverso il primitivo ruolo di
cacciatori, appare ingiusto a molte donne che anche il maschio mo-
derno, destinato a una scrivania, possa comunque esibire questa me-
daglia di superiorità fisica.
Sfortunatamente, l’evoluzione lavora molto lentamente. Un altro
milione di anni alla scrivania potrà forse risolvere il problema, ma
nel frattempo le spalle maschili restano cocciutamente all’altezza
della testa femminile. A meno che non si taglino le gambe agli uomi-
ni, l’unica speranza di raggiungere un’uguaglianza nell’altezza sta
nell’indossare scarpe con tacchi da 10 centimetri in su. Il problema è
che le scarpe coi tacchi molto alti portano instabilità e rendono ne-
cessario l’intervento di una solerte mano maschile, il che è l’esatto
contrario di ciò che si vorrebbe ottenere. Per il momento sembra che,
fisicamente, le donne dovranno continuare a guardare gli uomini dal
basso in alto, anche se mentalmente hanno adottato un punto di vi-
sta molto diverso.
La mobilità delle spalle umane è tale che, anche quando non sono
coinvolte in un movimento delle braccia possono essere alzate o ab-
bassate, incurvate o raddrizzate, ingobbite o scosse. Alcuni di questi
movimenti sono stati modificati in segnali particolari del linguaggio
del corpo, ma per comprenderli è necessario guardare alle ragioni
più elementari che stanno alla base delle posture delle spalle che
adottiamo.
Semplificando, le spalle sono tenute giù e indietro quando si è cal-
mi e attenti, e sono portate su e in avanti nei momenti di ansia, allar-
me o ostilità. La donna estroversa, risoluta e dominante tiene le spal-
le rilassate e dritte. Le donne che sono state dominate, o che sono
spaventate o arrabbiate, tendono a ingobbire le spalle in un gesto di
autodifesa. Se qualcuno minaccia di colpirci sulla testa, noi cerchia-
mo automaticamente di proteggere il capo e la regione del collo in-
cassandolo tra le spalle, e questa posizione contratta è diventata si-
nonimo di sgradevolezze di ogni genere.
Ne consegue che se una donna ha avuto una giornata stressante,
piena di delusioni o irritazioni, continuerà a tenere le spalle in ten-
sione. Questa azione potrebbe essere utile se qualcuno la stesse pic-
chiando con un bastone, ma è del tutto inutile quando si è colpiti da
parole dure. Alla fine di una giornata simile, si ritroverà con le spalle
un po’ più arrotondate di quanto le avesse al mattino, prima degli
eventi della giornata. Se questo si ripete giorno dopo giorno, settima-
na dopo settimana, può alla fine acquisire una postura marcatamente
curva, con le spalle permanentemente ingobbite. Il lungo elegante
collo che aveva da bambina, a poco a poco si rintana tra le spalle fin
quasi a scomparire. Una volta anziana, il mento le poggerà sul petto.
Le donne di successo (e cioè, di successo per se stesse, oltre che
per il mondo esterno) non conoscono questo processo di ingobbi-
mento, e ci sono molte novantenni dritte come fusi a provarlo. Piene
di confidenza in se stesse e di ottimismo, hanno ricevuto pochi colpi
nelle loro vite e di sicuro non tentano di schivarli in anticipo chinan-
do il capo per tutta la vita. Per altre, e sono la maggioranza, ci sono
troppe ansie nella vita moderna per evitare almeno un po’ di tensio-
ne alle spalle durante le ore di veglia.
Ci sono due movimenti delle spalle che devono la loro origine a
questo ingobbimento difensivo. Sono lo Scrollare le spalle e lo Strin-
gersi nelle spalle. Scrollare le spalle è una vistosa aggiunta alla risata.
Se qualcosa ci fa ridere quando siamo da soli di solito emettiamo un
verso o un risolino, senza aggiungere alcun movimento del corpo.
Questi li teniamo per le occasioni sociali, quando non solo siamo di-
vertiti, ma vogliamo anche comunicare il nostro divertimento ai
compagni. Poiché quando ridiamo solleviamo lievemente le spalle,
possiamo rendere più evidente il nostro buonumore esagerando que-
sta azione di ingobbimento, ripetendola e ampliandola, in modo che
le spalle si alzino e si abbassino rapidamente con la nostra risata.
La ragione per cui le persone «tremano dal ridere», è che la base
dell’umorismo è la paura. L’umorismo deve turbarci lasciandoci al
sicuro, e noi segnaliamo la nostra sorpresa e il nostro sollievo simul-
tanei ridendo. Il complesso movimento delle spalle che accompagna
questa vocalizzazione fa parte del timore primitivo. L’alzarsi e ab-
bassarsi ripetuto delle spalle quando tremano per il ridere dice, in
effetti, che c’è della paura, ma che non è seria. Se fossimo seri, le spal-
le resterebbero alzate.
Anche stringere le spalle ha un’origine simile. In questa azione, le
spalle sono alzate in una posizione realmente ingobbita per un breve
istante, e poi lasciate ricadere. Le mani vengono girate con i palmi
all’insù, come si fa per implorare o supplicare, e gli angoli della boc-
ca si abbassano. A volte gli occhi guardano in alto, come se volessero
evitare lo sguardo dell’altro. La combinazione di queste azioni indica
un momentaneo abbassamento del proprio status, un’impotenza
simbolica, una momentanea accettazione della propria incapacità.
La maggior parte delle volte ci si stringe nelle spalle per segnalare
ignoranza (non lo so); indifferenza (non me ne frega nulla), impoten-
za (non posso farci nulla), o rassegnazione (non c’è nulla da fare).
Sono tutte negative ammissioni di inabilità, e con quella inabilità ap-
pare anche la rapida perdita di status. E dato che lo status momenta-
neamente diminuisce, le spalle momentaneamente si alzano. L’ado-
zione formale di una posizione di tensione non significa che si sia
davvero sotto stress, o che ci si senta davvero inferiori o minacciati
da colui che parla. Significa semplicemente che non si è in grado di
affrontare quella questione o quel commento specifici.
La frequenza di questo gesto varia considerabilmente da cultura a
cultura, ma ha sempre le stesse basi. In alcuni paesi del Mediterra-
neo la sua soglia d’uso è molto bassa. Basta soltanto fare un com-
mento superficiale sulle nuove leggi del governo, le tasse, o l’aumen-
to del traffico, per ricevere come risposta un immediato, prolungato,
silenzioso stringersi nelle spalle. Così, chi compie questo gesto espri-
me la sua completa impotenza di fronte a quella incomprensibile fol-
lia. Lo stringersi nelle spalle qui dice: «Questi colpi cadono sulle mie
povere spalle, e io le sollevo come per proteggermi, ma che cosa ci
posso fare?». Nei paesi più a nord stringersi nelle spalle, come ogni
altro gesto-risposta, è considerato poco gentile e lo si vede più rara-
mente, ma quando appare ha motivazioni simili.
Non sempre, quando si alzano le spalle, si compie un movimento
difensivo. Ve ne sono diversi tipi che non coinvolgono un elemento
protettivo. Sollevare e arrotondare le spalle in avanti, con le braccia
che si stringono al proprio corpo, è una forma di «abbraccio vuoto».
Con questa azione si abbraccia se stessi in assenza di qualcun altro
da abbracciare. Qui le spalle alzate e arrotondate mimano la postura
che adotterebbero se la persona amata fosse davvero presente per es-
sere abbracciata. Un’altra versione di questo si ha quando si alza una
spalla per metterla in contatto con il mento o la guancia. La testa ri-
posa sulla spalla, come se compisse un gesto di tenerezza verso la
persona amata. Qui la spalla «sta» per la spalla assente di qualcuno a
cui si è legati affettivamente.
XII
Le braccia

Le braccia sono una parte poco erotica del corpo femminile. Quando
un uomo desidera toccare il corpo di una donna in un modo non ses-
suale, per esempio per attrarre la sua attenzione, o per guidarla in
una direzione, il punto più sicuro di contatto sono le sue braccia.
Qualsiasi altra zona sarebbe troppo intima.
Vale la pena ricordare che, in termini evolutivi, le braccia umane
sono le nostre zampe anteriori. In realtà, a ogni creatura dotata di
quattro zampe devono sembrare una coppia di arti inutili che penzo-
lano nell’aria. Ma quando i nostri antenati si sono alzati sulle zampe
posteriori, i nostri arti inferiori non hanno più dovuto sostenere al-
cun peso e hanno potuto specializzarsi come manipolatori multifun-
zionali. Le nostre zampe anteriori hanno così potuto diventare sofi-
sticati strumenti prensili, mentre i nostri arti anteriori si sono trasfor-
mati in servitori incredibilmente mobili.
Le braccia agiscono in due modi: con la loro forza e con la loro
precisione. Se le mani devono agire con energia, per esempio quando
ci si arrampica, quando si getta qualcosa, quando si percuote o si
sferra un pugno, i forti muscoli delle braccia, come bicipiti e tricipiti,
si contraggono e si ingrossano entrando in azione. Se il pollice e l’in-
dice sono impegnati in un’azione delicata e precisa, allora il braccio
opera proprio come il braccio di una gru, muovendo e sorreggendo
la mano nella posizione ideale per svolgere anche il lavoro più
minuto.
Il braccio è formato da tre lunghe ossa: il pesante omero del brac-
cio vero e proprio, il radio e l’ulna, più leggeri, nell’avambraccio.
Queste ossa emergono alla spalla, al gomito e al polso, ma per il re-
sto sono avvolte dai muscoli. Le due ossa dell’avambraccio si incro-
ciano l’una sopra l’altra quando la mano ruota con il palmo verso
l’alto, il che significa che la posizione più rilassata per il braccio è con
il palmo in giù. Per chi non ricorda quale sia l’ulna e quale il radio,
l’ulna è l’osso appena più sottile in linea con il mignolo, mentre il ra-
dio è quello più grosso in linea con il pollice.
I muscoli principali del braccio, accompagnati dai rispettivi movi-
menti, sono i seguenti: il deltoide è il muscolo massiccio che avvolge
la sommità del braccio, là dove incontra la spalla. La sua funzione è
alzare e allontanare il braccio dal fianco del corpo. I bicipiti sono i
muscoli che si gonfiano sulla parte anteriore dell’avambraccio e ser-
vono a piegare il braccio. I tricipiti sono i potenti muscoli sulla parte
posteriore e permettono all’avambraccio di estendersi.
Le tecniche di body-building consentono di gonfiare i muscoli del
braccio fino a raggiungere dimensioni incredibili, così che le braccia
muscolose delle concorrenti alle gare di body-building femminile
danno un’impressione di immensa forza. Molti uomini, però, non
trovano simili spettacoli sessualmente attraenti. Il motivo principale
sembra essere che gli sforzi necessari per sviluppare i muscoli delle
braccia fino a quel punto parlano di un grado di ossessione per il
proprio corpo rasente il narcisismo: una body-builder sembra meno
interessata al suo compagno che al fisico che vede nello specchio.
Ma braccia femminili eccessivamente sviluppate presentano an-
che un altro problema: appaiono troppo mascoline. In genere, le
braccia femminili sono più corte, più deboli e più sottili del tipico
braccio maschile, di conseguenza quando il body-building le ingros-
sa, perdono inevitabilmente le loro normali qualità femminili.
Le braccia più lunghe del maschio sono una conseguenza evoluti-
va del suo ruolo primitivo di cacciatore, specializzato nel puntare e
nel tirare. Infatti, i lanciatori di giavellotto maschi ottengono risultati
migliori delle atlete donne. Il record del mondo maschile in questa
disciplina è di 96,72 metri, quello femminile di 72,40 metri. Si tratta
di una differenza assai più grande, il 33 per cento, di quelle che si ri-
scontrano negli altri sport su pista, in media del 10 per cento.
Un’altra differenza di genere riguarda l’articolazione del gomito.
Nelle donne, il braccio è più vicino al fianco che nei maschi. Le spalle
più larghe degli uomini fanno sì che le loro braccia caschino più di-
stanti dal corpo. Lasciate ondeggiare, danno una forte coloritura ma-
schile alla camminata, ma se un uomo le tenesse strette ai fianchi la-
sciando penzolare verso l’esterno l’avambraccio, acquisterebbe subi-
to un’aria effemminata. Questo perché l’angolo formato dal gomito è
maggiore di circa 6 gradi nelle donne. Di conseguenza anche la po-
stura delle braccia ci fornisce un significativo segnale di genere che
non può essere ascritto soltanto ai condizionamenti culturali.
Se il gomito urta un oggetto duro, proviamo una sensazione pun-
gente, di perdita della sensibilità, accompagnata da un notevole do-
lore. Questo accade perché sulla testa dell’omero, all’estremità infe-
riore, il nervo ulnare scorre appena sotto la pelle. Quando questo
nervo riceve un colpo, proviamo una specie di scossa e per qualche
istante il braccio è come paralizzato.
Un altro dettaglio anatomico del braccio che merita una breve de-
scrizione è la molto criticata, molto depilata e molto deodorata ascel-
la. Questa piccola zona pelosa gioca un ruolo importante nei segnali
chimici e riflette un grande cambiamento delle abitudini sessuali del-
la specie umana. Quando i nostri remoti antenati si accoppiavano,
con la femmina a quattro zampe, le ascelle erano lontane dal viso del
partner. Con l’adozione della posizione eretta e il passaggio all’ac-
coppiamento faccia a faccia, gli amanti che si abbracciano si trovano
con i nasi in prossimità delle spalle del loro partner. Nelle vicinanze
c’è anche l’ascella, parzialmente chiusa, la sede ideale per lo svilup-
po di ghiandole odorifere specializzate. La loro abbondante presen-
za, in entrambi i sessi, è specifica della specie umana.
Le femmine possiedono un numero maggiore di queste ghiandole
odorifere dei maschi, e l’odore che producono è diverso a seconda
dei sessi, cosa che fa pensare che il loro ruolo sia quello di segnali
sessuali tra partner. Infatti, recenti esperimenti hanno rivelato che
degli uomini bendati si eccitano di più annusando gli effluvi di un’a-
scella femminile, che qualcuno dei costosi profumi in commercio.
Le ghiandole odorifere dell’ascella sono chiamate ghiandole apo-
crine, e le loro secrezioni sono un po’ più oleose del normale sudore.
Non si sviluppano fino alla pubertà, quando l’arrivo degli ormoni
sessuali le attiva, provocando allo stesso tempo la crescita della pelu-
ria ascellare. I peli agiscono come trappola per l’odore, mantenendo
la secrezione delle ghiandole all’interno della regione ascellare e aiu-
tando a intensificare il segnale.
C’è una vecchia tradizione popolare in Inghilterra, passata di ge-
nerazione in generazione, secondo la quale se un giovanotto deside-
ra sedurre una ragazza a una festa da ballo, deve mettere un fazzo-
letto pulito sotto l’ascella, dentro la camicia, prima di cominciare a
ballare. Poi, lo tirerà fuori e lo userà per farle vento, come se volesse
rinfrescarla. In effetti, quello che sta facendo è riversare su di lei il
suo profumo apocrino, nella speranza che ne sia sedotta.
Nell’Austria rurale il trucco funziona al contrario. Le giovani don-
ne nascondono una fetta di mela nelle loro ascelle mentre danzano, e
quando la musica si interrompe l’offrono al loro compagno. Quando
lui, obbediente, la mangerà, si esporrà automaticamente alla fragran-
za sessuale di quella ragazza. Questo trucco era ben conosciuto an-
che nell’Inghilterra elisabettiana, quando le giovani dame nasconde-
vano nell’ascella un’intera mela sbucciata, conosciuta come «mela
dell’amore», perché si imbevesse del loro sudore. Poi, l’avrebbero
donata al loro fidanzato, perché ne inalasse il profumo.
Nel XVI secolo, si racconta che l’impatto sessuale della fragranza
di un’ascella femminile abbia fatto sentire i suoi effetti persino alla
corte francese. Una bellissima giovane principessa, Maria di Clèves,
la moglie del brutto principe di Condé, accaldata dopo un ballo par-
ticolarmente vivace, si era ritirata per cambiarsi la camicia macchiata
di sudore in una delle stanze di servizio adiacenti alla sala da ballo
del Louvre. Il duca di Anjou, che ben presto sarebbe diventato re En-
rico III di Francia, anche lui accaldato, entrò in quella stessa stanza e,
pensando che la camicia abbandonata fosse un asciugamano, la usò
per detergersi il volto. Secondo i cronisti dell’epoca, i suoi sensi ne
furono profondamente colpiti. Già segreto ammiratore della princi-
pessa adolescente, dal momento in cui ne inalò la fragranza, svilup-
pò un’incontrollabile passione per lei che lo portò a rompere il suo
silenzio e a rivelarle i suoi intensi sentimenti. Fu un’infatuazione in-
felice che, negli anni a seguire, gli avrebbe procurato molte sofferen-
ze e un cuore spezzato.
Considerando quale industria oggi fiorisca sulla vendita dei deo-
doranti, queste storie potrebbero sembrare piuttosto strane. Se gli es-
seri umani nascondono uno stimolo sessuale così potente sotto le
loro braccia, perché molti di essi si affannano a rimuoverlo, lavando,
sfregando, deodorando e, nel caso delle donne, depilandosi? La ri-
sposta sono i vestiti. Il giovane uomo del racconto popolare inglese,
ben lavato e con indosso la sua camicia buona pulita per il ballo, pro-
duce secrezioni apocrine fresche dalle sue ghiandole odorifere. Imbe-
vuto di queste, il suo fazzoletto pulito sparge davvero un forte se-
gnale sessuale olfattivo. Qui vediamo all’opera un sistema di segnali
primitivo. Tristemente, con i corpi avvolti in strati e strati di indu-
menti, oggi la nostra pelle sudata può facilmente diventare una serra
dove milioni di batteri cominciano il loro lavoro di corruzione. In
questo ambiente innaturalmente ristretto, le secrezioni del nostro
corpo irrancidiscono rapidamente e i nostri profumi si trasformano
in odori sgradevoli. La cosa, soprattutto quando riguarda noi, è così
imbarazzante che preferiamo deodorare fino a una abbietta sottomis-
sione le nostre ghiandole ascellari piuttosto che rischiare di puzzare,
un evento socialmente temuto.
Ancora nel I secolo a.C., il poeta romano Ovidio, nel suo manuale
di seduzione L’arte di amare, avvisava le dame che: «Nelle loro ascelle
poteva nascondersi una capra».
Ricerche recenti hanno rivelato che la secrezione delle ascelle dei
maschi e delle femmine è chimicamente diversa, studiata per attrarre
specificatamente il sesso opposto. La secrezione dell’uomo è più mu-
schiosa, e vi gioca un ruolo significativo l’androsterone, uno degli
ormoni maschili. Comunque, nella sua pura, fresca forma, né la se-
crezione maschile, né quella femminile, sono facilmente percepite a
livello conscio da un naso umano. Sembrano agire a un livello incon-
scio, facendoci sentire eccitati ma senza che noi ne comprendiamo il
perché.
Gli orientali, invece, sono quasi del tutto privi di questi segnali
odoriferi delle ascelle. Tra i coreani, quasi la metà della popolazione
non ha alcuna ghiandola apocrina ascellare. Queste ghiandole sono
rare anche tra i giapponesi, dove il 90 per cento della popolazione
non ha alcun odore percepibile. Al contrario, avere un’ascella forte-
mente odorosa in Giappone è considerata una malattia, alla quale è
stato dato il nome tecnico di osmidrosis axillae. In un certo periodo,
chi soffriva di questa malattia era persino esentato dal servizio mili-
tare. In Cina, la situazione è ancora più estrema, soltanto il 2, 3 per
cento della popolazione ha un odore ascellare percepibile. A causa di
queste differenze razziali, gli orientali trovano l’odore delle ascelle
degli europei e degli africani soffocante, persino offensivo.
La rimozione della peluria ascellare (radendola o depilandola, con
una cera o una crema) è una pratica relativamente recente, introdotta
per la prima volta nel mondo occidentale negli anni Venti dalla nuo-
va fiorente industria dei cosmetici. Gli annunci pubblicitari comin-
ciarono a dire alle giovani donne che sarebbero state più attraenti e
profumate se avessero eliminato la «trappola per odori» rappresen-
tata dalla loro peluria ascellare. Queste pubblicità ebbero un forte
impatto e in breve tempo la maggior parte delle donne occidentali si
adeguò. Oggi si dice che meno dell’un per cento delle donne non si
depili le ascelle come procedura igienica di routine.
Occasionalmente, c’è stata qualche piccola ribellione contro questa
forma di depilazione. Una famosa guida per gli amanti, La gioia del
sesso, pubblicata nel 1972, era fortemente contraria a questa pratica e
sosteneva: «Ascelle; luogo classico per i baci. Non devono mai essere
depilate». Depilarle: «Può essere scusabile in un clima caldo senza
servizi igienici, ma oggi si tratta semplicemente di ignorante vanda-
lismo». Aggiungeva poi un curioso consiglio: «(l’ascella) può essere
usata al posto del palmo per zittire il vostro compagno nel momento
del climax», presumibilmente per assicurarvi che i vostri segnali
odorosi ascellari siano pienamente apprezzati.
Non si sa quante giovani donne abbiano smesso di depilarsi in se-
guito a questo consiglio, anche se La gioia del sesso sembrava ritenere
che, all’inizio degli anni Settanta, fosse già in atto una tendenza anti-
depilazione. Vi si leggeva: «Una nuova generazione ha cominciato a
comprendere che (le ascelle lasciate al naturale) sono sexy». Doven-
do giudicare dalle foto dei giornali e dai film apparsi nelle decadi
trascorse da allora, il mondo della moda sembra avere ignorato que-
sta tendenza, e la maggioranza delle giovani donne sembra aver con-
tinuato a depilarsi. Quando una famosa attrice di Hollywood di re-
cente ha alzato un braccio per salutare la folla a una première affolla-
ta di stelle, rivelando così un’ascella pelosa, è stata aspramente criti-
cata sulle pagine delle riviste scandalistiche per giorni e giorni.
Ciò nonostante, gli ultimi anni del XX secolo hanno visto la nasci-
ta di una rivista chiamata «Hair to Stay», peli per restare, sottotitola-
ta: «l’unica rivista al mondo per gli amanti delle donne naturalmente
pelose», un gesto coraggioso, dato che si tratta di una battaglia per-
duta in partenza. «Le donne che negli anni Novanta scelsero di non
radersi le ascelle sono state criticate, ridicolizzate e messe in imba-
razzo. Sono considerate delle lesbiche, delle femministe radicali, del-
le povere immigrate, o delle hippies sopravvissute agli anni Sessan-
ta». Ed è sbagliato, insiste la rivista, perché: «Da un punto di vista
psicosociale, depilarsi i peli del corpo è un atto contrario alla sessua-
lità». I peli ascellari, si afferma: «Agiscono come una antenna di tra-
smissione che invia messaggi per invitare ai rapporti sessuali». Con
grande passione, la rivista continua dicendo che quando una donna
adulta mostra un’ascella depilata, sta simbolicamente offrendo se
stessa come una bambina, e di conseguenza incoraggia un’attitudine
perversa verso il sesso. Si evita però accuratamente di sottolineare
che questo argomento estremo porterebbe ad accusare ogni maschio
con il viso rasato di incoraggiare la pedofilia, perché i ragazzini non
hanno la barba.
La realtà è che la rimozione dei peli in un adulto, di entrambi i
sessi, lo fa apparire più pulito e più giovane e aiuta a ridurre i segna-
li odoriferi. Dato che gli adulti moderni, specialmente nelle affollate
condizioni urbane, si ritrovano frequentemente in una prossimità in-
naturale con altri adulti, in situazioni del tutto non sessuali, vi sono
infiniti motivi per voler soffocare i primitivi segnali sessuali. Perciò,
è assai probabile che continueremo a depilarci, qualunque cosa i ri-
belli sociali abbiano da dire sull’argomento. Solo se dovessimo torna-
re alla seminudità di una condizione tribale le loro teorie riacquiste-
rebbero validità.
Tornando alla postura delle braccia, dobbiamo considerare le
quattro principali. Braccia in basso, Braccia in alto, Braccia aperte e
Braccia in avanti. La postura con le braccia abbassate è neutra, i mu-
scoli rilassati e inattivi. All’interno dei movimenti necessari a mante-
nersi in equilibrio durante la locomozione su due piedi, noi lasciamo
ondeggiare lievemente le braccia, modificando appena questa posi-
zione di riposo ma, a meno che non siamo costretti a marciare in un
vistoso stile militare, non mettiamo molto sforzo in questa azione.
Anche dopo una lunga camminata in campagna, quando i piedi ci
fanno male e i muscoli delle gambe sono esausti, le nostre braccia
sono ancora fresche e rilassate. È soltanto quando cominciamo ad al-
lontanarle dal corpo che avvertiamo lo sforzo richiesto da questo
movimento.
La posizione con le braccia in alto è la più difficile da mantenere
per lungo tempo. È la tipica posizione del trionfo e della vittoria,
molto amata dai politici e dalle stelle dello sport. Con le braccia tese
in alto salutano i loro fans, e celebrano il loro elevato status con una
posizione elevata. Sollevare le braccia li fa sembrare più alti e più
forti, inoltre li rende più visibili nel momento in cui più vogliono es-
sere visti. Comunque, anche politici e sportivi tengono questa posi-
zione soltanto per qualche secondo. Se cercassero di farlo per delle
ore, o anche soltanto per dei minuti, ben presto il dolore sarebbe
insopportabile.
Quando un teppista ci punta contro un’arma e grida «Mani in
alto!» queste hanno un significato completamente diverso. Anche
qui le braccia sono alzate, ma in segno di sconfitta invece che di vit-
toria. Tra i due casi c’è una differenza sottile nell’angolo delle brac-
cia. Di solito, nella posizione vittoriosa le braccia sono tenute diritte
o, se sono piegate, formano un lieve angolo in avanti. Sotto la minac-
cia di un’arma, le braccia si piegano al gomito e su un piano verticale
piuttosto che in avanti. L’essenza della posizione di sconfitta è che le
braccia e le mani diventano inefficaci, allontanate il più possibile dal
corpo, dove potrebbe nascondersi un’arma di qualche tipo.
La postura con le braccia tese è un gesto che invita all’abbraccio
da lontano. Una donna che saluta una vecchia amica ancora ad alcu-
ni passi di distanza può spalancare le braccia e tenerle così fino a
quando non potrà avvolgerle attorno alle spalle dell’altra in un ab-
braccio affettuoso. Questa è la stessa posizione che assume un’artista
del circo dopo aver completato un esercizio difficile. Spalanca le
braccia e il pubblico risponde immediatamente con un applauso.
L’artista ha invitato un abbraccio e il pubblico l’ha esaudita con l’uni-
co gesto possibile restando seduto al suo posto in platea. Infatti, bat-
tere le mani è, in origine, una forma altamente modificata di «abbrac-
cio vuoto», in cui la sensazione dell’abbraccio è stata convertita nel
suono di una stretta simbolica.
La posizione con le braccia in avanti è più complessa. Può essere
sia un segnale di rifiuto, se i palmi spingono in avanti, sia di aggres-
sione, se i pugni sono chiusi, sia di supplica, se i palmi sono rivolti
verso l’alto. Come le braccia aperte, può essere un gesto che invita
all’abbraccio, e può trasmettere un’intera varietà di altri segnali, a
seconda della posizione delle mani.
Gesti specifici delle braccia comprendono le diverse forme di salu-
to e di richiamo, ognuno con il suo particolare significato. Quando
una femmina importante fa un gesto da un balcone, il movimento
delle sue braccia può essere visto da una grande distanza, mentre la
forma e lo stile ci raccontano qualcosa del suo umore. Il saluto reale
di una regina è il gesto piuttosto debole, appena elevato, del potere
passivo. In contrasto, il saluto a pugno chiuso della donna leader dei
ribelli è il segno fiero di un potere attivo e rivoluzionario. Il saluto
dei nazisti era la mano rigida e piatta di una rigida lealtà. Il saluto
militare, gomito piegato e mano alla visiera, è il movimento stilizza-
to dell’alzare la visiera o rimuovere l’elmo, un gesto codificato che
voleva cancellare il segnale ostile altrimenti trasmesso dall’aspetto di
colui che lo compiva. E potremmo continuare con molti altri esempi.
Le braccia sono usate per compiere dei gesti ogni volta che abbiamo
bisogno di segnalare qualcosa a una distanza tale che l’espressione
facciale o i movimenti delle dita non sarebbero leggibili. In questo
caso, le braccia femminili agiscono come preziose bandiere.
Nel contatto diretto, la regione delle braccia è spesso al centro di
azioni amichevoli non sessuali. Se aiutiamo un’anziana sconosciuta
ad attraversare la strada, la sosteniamo per il braccio. Se guidiamo
qualcuno attraverso una porta, lo dirigiamo gentilmente per il gomi-
to. Se desideriamo attirare l’attenzione di un estraneo, gli sfioriamo il
braccio. Se in uno qualsiasi di questi contesti toccassimo la vita, il
petto o la testa, le nostre azioni risulterebbero immediatamente so-
spette. Le braccia sono la parte più neutra del corpo, libere di ogni
speciale significato intimo quanto può esserlo una zona corporea. Gli
amici possono tenersi sottobraccio quando camminano, qualunque
sia il loro sesso, ma qualsiasi altro tipo di contatto durante una pas-
seggiata segnalerebbe immediatamente un’intimità di tipo speciale.
Le braccia sono spesso state tatuate; ma la forma più comune di
decorazione sono sempre stati i braccialetti, perlopiù indossati dalle
donne, al punto che si è pensato che questa tradizione sia nata come
modo per sottolineare la maggior snellezza del braccio femminile:
un braccialetto sottile enfatizza la sottigliezza del diametro del brac-
cio al suo interno. Una ipotesi concorrente afferma che i braccialetti
piacciono ai maschi perché sono delle manette simboliche, che sug-
geriscono l’asservimento delle femmine ai loro uomini.
XIII
Le mani

Le mani femminili sono superiori alle mani maschili per un aspetto


importante: sono più flessibili. Sono più piccole delle zampone di un
maschio adulto, e se anche non possiedono la stretta potente d’una
mano maschile, hanno una finezza assai maggiore quando si tratta di
oggetti piccoli e delicati; quando si richiede un intricato lavoro di
dita, la mano femminile è imbattibile. Per fare un esempio: la tastiera
del pianoforte è stata creata per una mano maschile, di conseguenza
una musicista si trova immediatamente svantaggiata nel raggiungere
i tasti. Il risultato è che la maggior parte dei grandi pianisti sono ma-
schi. Ma se si costruisse una tastiera un po’ più piccola, adattata alle
dimensioni di una mano femminile, allora la maggior flessibilità del-
le dita femminili permetterebbe alle pianiste di sorpassare facilmente
la loro controparte maschile. Allo stesso modo, gli scalatori afferma-
no che la flessibilità femminile eguaglia la forza maschile, dando lo
stesso potenziale ai due sessi quando si tratta di scalare pareti roccio-
se difficili.
Come è accaduto? Qual è la storia evolutiva delle mani femminili?
Cosa è avvenuto quando, milioni di anni fa, i nostri antenati si sono
alzati sulle zampe posteriori permettendo a quelle anteriori di svi-
lupparsi in una direzione assolutamente nuova?
L’elemento chiave in questa storia, il segreto del successo della
mano umana, è lo sviluppo di un pollice opponibile. Liberata dai
compiti della locomozione, sia sul terreno sia altrove, la struttura
della mano ha potuto, per la prima volta, specializzarsi esclusiva-
mente nella manipolazione. Questo è stato uno dei passi più impor-
tanti nel cammino evolutivo della nostra specie. La specie umana è
divenuta abile, e ha attraversato una soglia fondamentale in un mon-
do dove nulla più è stato al sicuro dalle sue dita prensili.
In senso fisico, i maschi sono assai più «prensili» delle femmine:
una mano maschile ha, in media, circa due volte più forza di una
mano femminile. Si tratta di una delle differenze di genere più pro-
nunciate, e riflette la grande importanza che delle mani forti avevano
per il cacciatore primitivo. Una mano media maschile può esercitare
una stretta di circa 40 chili, arrivando con speciali esercizi fino a 54
chili o più. Una stretta da tenaglia era particolarmente utile per affer-
rare armi e altri utensili primitivi, per gettarli con forza, e per altre
attività che coinvolgevano azioni come martellare, torcere, lacerare,
afferrare e trasportare. Ancora oggi, i compiti che necessitano di
mani ampie e potenti sono in gran parte maschili: ci sono poche don-
ne muratrici.
La Stretta potente è soltanto metà della storia del successo della
mano, comunque. L’altra metà, ugualmente importante, è la precisio-
ne. La forza si tiene opponendo l’intero pollice contro tutte le altre
dita. La precisione si ottiene opponendo soltanto la punta delle dita.
In quest’azione, la femmina è superiore al maschio. La grande mano
maschile, sebbene sia capace di grande precisione se paragonata con
le mani dai piccoli pollici degli altri primati, quando si tratta di mo-
vimenti minuti non può competere con la delicata, agile mano della
femmina umana, con le sue piccole ossa. Come risultato, in passato,
le donne hanno sempre eccelso in compiti come cucire, fare la ma-
glia, tessere, e le forme più minute di decorazione. Prima che fosse
introdotto il tornio, le donne dominavano anche nell’importante arte
della ceramica, dove delle dita minuscole erano importanti per dare
forma e decorare il vasellame. Dato che la terracotta fu la principale
forma d’arte del periodo preistorico, ne consegue che durante quella
lunga fase della storia umana gli artisti furono donne, e non maschi,
un fatto di solito trascurato dagli archeologi e dagli storici dell’arte.
La situazione è mutata poco ancora oggi, anche se la natura esatta
dei compiti coinvolti è cambiata, almeno in alcuni casi. Diamo un’oc-
chiata all’interno di una fabbrica dove, per esempio, si assemblino
complicate e minuscole parti di apparecchiature elettroniche, e trove-
remo le sale piene di mani femminili. Ago e filo possono essere meno
importanti, ma l’abilità manuale femminile resta un tratto
fondamentale.
Questa differenza nella precisione manuale non è soltanto dovuta
al fatto che le donne hanno dita più leggere e sottili: le articolazioni
delle falangi di una mano femminile sono anche più flessibili, una
caratteristica che si pensa sia dovuta a fattori ormonali. Forse si è
trattato di una mutazione particolare, radicata nella specializzazione
della femmina primitiva come raccoglitrice di cibo, in opposizione al
maschio cacciatore. Attività questa che comprendeva l’estirpazione
di radici, la raccolta di semi, noci e bacche, la selezione di frutti, e che
quindi richiedeva le dita agili e veloci dalle ossa sottili, dalle articola-
zioni elastiche della mano femminile piuttosto che la presa potente
del maschio muscoloso.
Questa divisione fisica del lavoro, avvenuta durante la nostra evo-
luzione, ha reso gli uomini e le donne meno simili, ognuno migliore
in certi campi. E naturalmente questo processo di specializzazione
non è mai andato troppo lontano. Le mani delle donne sono rimaste
ragionevolmente forti, e le mani degli uomini sono capaci di lavori
piuttosto fini. La più forte delle donne può sempre lacerare un pezzo
di carne o, oggi, aprire un tappo ribelle meglio del più debole degli
uomini in qualsiasi gruppo; e i marinai si sono sempre mostrati abili
con ago e filo. Ci sono persino alcuni suonatori d’arpa di sesso ma-
schile, con dita notevolmente flessibili. Ma fin dai primi giorni del-
l’antica Età della pietra, la mano ha rivelato una importante doppia
natura: potere per gli uomini e precisione per le donne.
Di tutte le parti del corpo umano, le mani sono forse le più attive,
eppure raramente si sente qualcuno lamentarsi di avere le mani stan-
che. Come macchinario assai complesso, le mani sono superbe. È sta-
to stimato che durante la vita le dita si piegano e si tendono almeno
25 milioni di volte. Persino i bambini appena nati hanno una discreta
forza nelle loro ditta, e le loro manine non restano quasi mai ferme.
Distesi nella culla, flettono e agitano le loro minuscole dita come se
anticipassero i piaceri del toccare. E più tardi nella vita quanto abili
si riveleranno! Quelle mani saranno capaci di scrivere a macchina
centinaia di parole al minuto, di premere tasti a rotta di collo, oppure
azioneranno macchinari complessi, eseguiranno interventi di neuro-
chirurgia, dipingeranno capolavori, leggeranno l’alfabeto Braille con
i polpastrelli, e potranno persino recitare discorsi politici nel linguag-
gio dei segni per i sordi. A confronto con la Rolls-Royce delle mani
umane, le altre specie non possiedono neppure una bicicletta.
Un paio di mani umane contiene non meno di cinquantaquattro
ossa. In ogni mano vi sono quattordici ossa nelle dita, cinque nel pal-
mo e otto nel polso. La sensibilità della mano al calore, al dolore e al
tatto è elevata grazie alla presenza di migliaia di terminazioni nervo-
se per centimetro quadrato. La forza muscolare della mano e delle
dita proviene non soltanto dalla muscolatura della mano stessa, ma
anche dai più lontani muscoli dell’avambraccio.
Sulla superficie della mano vi sono tre tipi di linee, le linee di fles-
sione, le linee di tensione e le creste cutanee. Il primo tipo, le linee di
flessione, o pieghe della pelle, sono delle increspature che riflettono i
movimenti della mano. Variano lievemente da individuo a indivi-
duo, cosa che ha garantito per secoli una sicura fonte di reddito per i
chiromanti. Come quelle altre pseudoscienze che giocano sulla no-
stra insicurezza, la frenologia e l’astrologia, la chiromanzia ha perso
rapidamente terreno nel XX secolo, e ora finalmente non è altro che
quel divertimento da luna-park che merita di essere. La sua sola utile
eredità sono i suggestivi nomi delle varie linee di flessione. Le quat-
tro linee principali sono la linea della testa e la linea del cuore, che
attraversano il palmo, la linea della vita e quella del destino, che cor-
rono attorno alla base del pollice. Nelle scimmie, la linea della testa e
quella del cuore sono una sola, ma negli esseri umani l’indipendenza
dell’indice è tale che questa linea si divise in due. Alcune persone,
comunque, mostrano ancora questa antica, unica linea, o «piega
scimmiesca», che attraversa l’intero palmo. È presente più o meno in
un individuo su venticinque.
Le linee di tensione sono delle piccole rughe che aumentano con
l’età e diventano permanenti quando la pelle perde elasticità. Le mi-
nuscole creste cutanee sono le linee di presa che formano le impronte
digitali. Il sudore fa gonfiare queste piccole papille e le rende più
prominenti, aiutando la mano a trattenere gli oggetti con maggior
fermezza. Che la mano sudi non è affatto inusuale. Quando dormia-
mo, le ghiandole sudoripare del palmo cessano la loro attività, per
quanto possa far caldo nel nostro letto. Infatti, queste non rispondo-
no affatto all’aumento del calore, come le ghiandole sudoripare del
resto del corpo. Reagiscono soltanto all’aumento dello stress. Se i vo-
stri palmi sono asciutti come il deserto, siete rilassati. A mano a
mano che diventate più ansiosi, i palmi diventeranno sempre più
umidi, preparandosi per l’azione fisica che il vostro sistema nervoso
sta anticipando. Sfortunatamente, il corpo umano ha evoluto questa
reazione in un’epoca in cui la maggior parte dello stress era di natu-
ra fisica, ma oggi è assai più facile che le nostre tensioni siano psico-
logiche, con il risultato di ritrovarsi i palmi appiccicosi e nulla da
stringere. Il sudore palmare è una reliquia del nostro passato di cac-
ciatori della quale molti cittadini moderni farebbero a meno.
Durante la famosa crisi dei missili di Cuba negli anni Sessanta,
quando il mondo occidentale trattenne il fiato temendo una guerra
nucleare, tutti gli esperimenti di laboratorio sulla sudorazione delle
mani dovettero essere temporaneamente abbandonati. L’aumento
dello stress aveva accresciuto la produzione di sudore al punto tale
che era diventato impossibile ottenere delle letture rilassate da tutti i
soggetti sottoposti ai test. Tale è la sensibilità delle mani umane.
Le impronte digitali formano tre disegni di base: anse, che sono
piuttosto comuni; vortici, che sono moderatamente comuni; e archi,
piuttosto rari. Non sono mai state trovate due impronte digitali uma-
ne con dettagli identici. Nonostante un’opinione diffusa, persino i
gemelli monozigoti hanno impronte digitali diverse. L’uso delle im-
pronte digitali per identificare un individuo è vecchio di secoli. Più
di 2200 anni fa, i cinesi utilizzavano le proprie impronte personali
come sigilli ufficiali. E, vista la facilità con cui si può falsificare una
firma, è davvero strano che anche noi non si segua questa antica tra-
dizione cinese. Oggi, le moderne tecnologie anticrimine per la sche-
datura delle impronte digitali sono assai sofisticate; si adotta una tec-
nica di conteggio delle creste, e si fa grande attenzione ai dettagli più
minuscoli, chiamati laghi, isole, speroni, incroci e biforcazioni. Un
criminale non può sfuggire a questo tipo di identificazione alterando
le sue impronte. Anche se riuscisse a cancellarle dolorosamente, ben
presto ricrescerebbero identiche, inalterate persino dall’età.
Esistono alcune differenze razziali nel disegno delle impronte di-
gitali. I caucasici, per esempio, hanno un numero minore di vortici
degli orientali e più anse; ma le differenze sono minime.
La mano umana ha tre specificità nella colorazione che hanno atti-
rato l’interesse degli studiosi. Quando le persone di pelle chiara si
abbronzano, il dorso delle mani si scurisce, ma i palmi si rifiutano di
abbronzarsi. Si pensa che questo tratto particolare dei palmi umani
sia dovuto alla necessità di mantenere i gesti delle mani assai visibili.
Persino le razze con la pelle scura hanno palmi chiari.
Chiunque abbia mai partecipato a una battaglia a palle di neve ha
scoperto che dopo un certo tempo i palmi delle mani diventano ros-
so brillante. È un meccanismo di risposta per impedire che il freddo
danneggi la sensibile pelle di quella zona. Una prolungata esposizio-
ne alle basse temperature produce un notevole aumento del flusso
sanguigno, che riscalda le mani. È una risposta piuttosto complessa.
L’iniziale reazione delle mani alla neve fredda è la vasocostrizione,
che riduce l’afflusso di sangue alla superficie. Questa è la reazione
usuale del corpo e serve a impedire che il sangue disperda alla su-
perficie il calore vitale dell’organismo. E il corpo, per quanto a lungo
possa essere esposto al freddo, reagisce sempre in questo modo:
tranne le mani, che possiedono una risposta particolare.
Dopo circa cinque minuti, si assiste a un passaggio dalla vasoco-
strizione al suo esatto contrario, una forte vasodilatazione. I vasi san-
guigni del palmo e delle dita all’improvviso si espandono e la mano
diventa rosso fuoco. Poi, dopo altri cinque minuti, il processo si ripe-
te. Se il giocatore è sufficientemente stoico da continuare a giocare a
palle di neve per un’ora con le mani senza guanti, scoprirà che le sue
mani passano dal blu al rosso e di nuovo al blu e poi di nuovo al ros-
so ogni cinque minuti. È un sistema di protezione d’emergenza che
noi probabilmente abbiamo acquisito durante i periodi di glaciazio-
ne, quando ritrovarsi le mani indebolite dai geloni poteva avere fa-
cilmente degli esiti fatali. Riscaldando ripetutamente la superficie
delle mani per breve tempo, si impedisce che il freddo prolungato
possa causare dei seri danni. Permettendo loro di raffreddarsi a in-
tervalli di cinque minuti si conserva il prezioso calore del corpo.
Una delle leggende più straordinarie del folclore umano sostiene
che alcune persone particolarmente pie possano mostrare le stimma-
te, ferite spontanee che appaiono sul palmo della mano, simili a
quelle che Cristo avrebbe sofferto sulla croce. La maggior parte delle
330 persone che, secondo i registri, sono state colpite da stimmate
sanguinanti erano cattolici romani, compreso un certo numero di
suore. Il rapporto tra le donne colpite dalle stimmate e gli uomini,
curiosamente, è addirittura di 7 a 1. Il fenomeno è conosciuto da più
di 700 anni, dal XIII secolo a oggi.
Le autorità ecclesiastiche si sono sempre mostrate a disagio da-
vanti a questi episodi. Non sono le ferite in se stesse a essere in dub-
bio, ma la loro origine, se sia o no miracolosa. In un caso tipico, le fe-
rite sulle mani cominciavano a sanguinare all’improvviso per poi
guarire, e poi riprendere a sanguinare. Alcuni di coloro che hanno le
stimmate sanguinano a orari precisi: tra l’una o le due del pomerig-
gio ogni venerdì, e poi di nuovo tra le quattro e le cinque.
La spiegazione più ovvia delle stimmate, assumendo che non si
tratti di lesioni deliberatamente auto-inflitte, è che siano causate da
infezioni virali localizzate. I bambini che frequentano le piscine pub-
bliche presentano spesso piccole lesioni della pelle causate da un vi-
rus. Queste lesioni, che devono essere rimosse chirurgicamente, pos-
sono localizzarsi anche sui palmi delle mani, benché non sia molto
comune. Inoltre, queste verruchette sono pruriginose e, se grattate,
magari sovrapensiero, come è facile che accada, sanguinano, per poi
guarire molto più lentamente del normale. Tra l’altro, a causa del vi-
rus, la guarigione è imperfetta, e presto o tardi queste verruche ri-
prendono a sanguinare, ingrandendosi nel frattempo. Per rimuover-
le definitivamente è necessario un piccolo intervento chirurgico. È
facile comprendere come questa affezione, pur lieve, possa scatenare
la fervida immaginazione di una monaca e trasformarsi in una mira-
colosa ripetizione delle sofferenze di Cristo.
Sfortunatamente, c’è quasi sempre una pecca sostanziale: i segni
appaiono al centro del palmo della mano, mentre nella vera crocifis-
sione i chiodi sono piantati nel polso. La causa di questo errore sono
gli artisti specializzati in soggetti religiosi i quali, nei loro dipinti e
sculture, dal IX secolo a oggi, hanno sempre mostrato i chiodi infissi
nella mano di Cristo. E questa imprecisione, una licenza artistica, è
stata servilmente e dolorosamente copiata da molti aspiranti stigma-
tizzati. È significativo che i pochi casi di stimmate ai polsi siano ap-
parsi soltanto di recente, quando il punto esatto dell’inserimento dei
chiodi durante la crocifissione è diventato noto anche alle masse.
Rivolgiamoci adesso alle dita, ognuna delle quali ha le sue
qualità.
Il primo dito, il pollice, è senza alcun dubbio il più importante
delle cinque dita, dato che è esso a rendere prensile la mano. Il suo
ruolo vitale è stato riconosciuto sin dal Medioevo, quando il com-
penso per la perdita di un pollice era di quattro volte maggiore di
quello del mignolo. Se oggi si perde un pollice, la chirurgia moderna
può sistemare l’indice in modo che lavori in opposizione alle altre
dita, riuscendo in qualche modo a restaurare le capacità prensili del-
la mano.
In latino, il pollice era conosciuto come pollex. Nei tempi antichi
era dedicato a Venere, probabilmente per il suo significato fallico.
Nell’Islam è il dito di Maometto. Ha tre significati chiave: indica una
direzione, invia un insulto fallico e afferma che tutto va bene.
Il secondo dito, l’indice, è il più indipendente e importante delle
quattro dita. È quello più spesso usato in opposizione con il pollice
per azioni delicate e precise. È l’indice che preme il grilletto, che in-
dica la strada, che compone i numeri sul telefono, che richiama con
un cenno, che chiede attenzione, che colpisce le costole di un avver-
sario, che schiaccia i pulsanti.
È stato chiamato in molti modi e il suo nome, indice, deriva pro-
prio dal fatto che è il dito usato per indicare. In altre epoche, è stato
chiamato anche il dito del grilletto, dato che è quello che fa sparare le
armi, e ancora il dito napoleonico, il dito dell’ambizione, quello che
tocca e il dito del mondo. Il soprannome più strano è quello di dito
del veleno. Nei tempi antichi era proibito usare questo dito per qual-
siasi terapia medica perché si credeva che fosse velenoso, una cre-
denza nata probabilmente dai significati aggressivi dell’indice, per
esempio minacciare o colpire, il che gli dà un ruolo simbolico di pu-
gnale o di spada, qualcosa di pericoloso che può ferire, come i denti
acuminati di un serpente.
I cattolici dedicano l’indice allo Spirito Santo, l’Islam a Fatima.
Nonostante la sua importanza, l’indice è soltanto terzo per lun-
ghezza delle quattro dita, dato che in molti casi è superato sia dal
medio sia dall’anulare. Nel 45 per cento delle donne, però, l’indice è
più lungo, retrocedendo l’anulare al terzo posto. Sorprendentemen-
te, questo è vero soltanto per il 22 per cento dei maschi. Perché qui ci
debba essere una significativa differenza di genere è un mistero.
Il terzo dito, il medio, è il più lungo delle dita, e ha avuto un inte-
ro ventaglio di nomi nell’antichità, conosciuto di volta in volta come
Medius, Famosus, Impudicus, Infamis e Obscenus. In generale, il motivo
di tutti questi soprannomi è che era proprio il medio a essere utiliz-
zato nel più famoso dei gesti volgari romani. Si ripiegavano le altre
dita sulla mano, mentre il medio restava eretto e lo si agitava con vi-
gore verso l’alto. Le dita ripiegate a entrambi i lati simbolizzavano i
testicoli, mentre il medio era un fallo attivo. Questo gesto sopravvive
da ben 2000 anni, da quando fu compiuto le prime volte nelle strade
dell’antica Roma. Nell’America moderna è conosciuto semplicemen-
te come «il dito». Negli ultimi anni, almeno nel mondo occidentale, è
enormemente aumentato il numero di donne che si lasciano andare a
questo gestaccio. Si direbbe che la conquista di una maggiore ugua-
glianza sessuale abbia portato con sé anche una maggiore uguaglian-
za nei gesti. In passato, i gesti osceni con le dita erano dominio quasi
esclusivamente maschile, ma oggi le donne più sicure di sé non si
vergognano affatto di esprimersi anche così.
Nelle più rarefatte atmosfere della religione, il medio ha un signi-
ficato alquanto diverso. Nel cattolicesimo è dedicato a Cristo e alla
salvezza; nell’Islam ad Ali, il marito di Fatima.
Il quarto dito, l’anulare, è stato usato in riti di guarigione per più
di 2000 anni. Negli antichi rituali degli Egei veniva rinchiuso in un
grande ditale di ferro magnetico e usato in pratiche di «magia medi-
ca». Quest’idea fu adottata anche dai Romani, che lo chiamarono di-
gitus medicus, il dito medico. Credevano che dall’anulare partisse un
nervo che correva fino al cuore. Usavano sempre questo dito per me-
scolare le misture medicinali perché pensavano che nulla di velenoso
avrebbe potuto inquinarlo senza dare un qualche avvertimento al
cuore. Questa superstizione durò per secoli, durante i quali il nervo
che lo avrebbe unito al cuore diventò ora una vena, ora un’arteria.
Ancora in epoca medievale, i farmacisti usavano scrupolosamente
questo dito per mescolare le loro pozioni, e insistevano perché ogni
balsamo fosse applicato solo con l’anulare. L’indice invece veniva
evitato a tutti i costi. Per alcuni, bastava passare l’anulare sopra una
ferita per guarirla, e per questo fu chiamato anche dito guaritore, o
dito sanguisuga. In alcune parti d’Europa è considerato ancora oggi
l’unico dito con il quale ci si possa grattare.
Ma qualcosa di vero c’è in tutte queste superstizioni: l’anulare, tra
tutte le dita, è quello meno usato e di conseguenza è probabilmente
il più pulito. Il motivo della sua relativa inattività è la sua muscola-
tura, che lo rende il meno indipendente di tutte le dita. Se chiudete le
mani a pugno e poi cercate di raddrizzare e ripiegare ognuna delle
dita una alla volta, l’unico dito che rifiuterà di raddrizzarsi comple-
tamente sarà l’anulare. Se invece lo solleverete assieme al medio e al
mignolo non incontrerete nessuna difficoltà, ma da solo è troppo de-
bole e legato. Questo significa che è meno probabile che sia proprio
l’anulare a toccare qualcosa di pericoloso e, di conseguenza, è il dito
più sicuro per l’uso medico. Certo, non doveva essere facile usarlo
per mescolare, a meno che non si tenessero le altre dita schiacciate
contro il palmo per mezzo del pollice!
È sempre a causa di questa mancanza di indipendenza che l’anu-
lare è diventato il dito dell’anello. L’antica tradizione di indossare la
fede matrimoniale sul terzo dito della mano sinistra si basava sul fat-
to che da quel momento in poi la sposa rinunciava alla sua indipen-
denza, proprio come quel dito simbolico. E, di nuovo, si sceglieva la
mano sinistra perché era ritenuta più debole e sottomessa, come do-
veva essere una buona moglie. Oggi usiamo ancora questo dito come
parte rituale della cerimonia di matrimonio soltanto perché ne abbia-
mo dimenticato il simbolismo. Se il significato sessista e maschilista
dell’anulare fosse conosciuto, molte spose moderne si ritroverebbero
in crisi.
L’anulare, d’altra parte, si chiama così proprio perché è il dito sul
quale si porta l’anello; era il digitus anularis dei Romani. Nell’Islam
era dedicato ad Hassan; e per i cristiani era il dito dell’Amen, basato
sul fatto che il gesto della benedizione veniva fatto con il pollice, il
padre, l’indice, il figlio, e il medio, lo spirito santo, seguito dall’amen
dell’anulare.
Il quinto dito, il mignolo, era chiamato in latino minimum o auricu-
laris, minimo perché è il più piccolo, e auricolare per la sua associa-
zione con l’orecchio. Si crede che sia chiamato così perché è abba-
stanza piccolo da poter essere impiegato utilmente per pulire le orec-
chie, ma questa è probabilmente una razionalizzazione moderna. In
passato, si credeva che bloccando le orecchie con il mignolo fosse
possibile aumentare le possibilità di ricevere una visione profetica, o
qualche altro messaggio soprannaturale. Chiunque abbia mai parte-
cipato a una seduta spiritica, avrà probabilmente ripetuto un moder-
no relitto di questa superstizione al momento di unire le mani in cer-
chio con quelle dei suoi compagni. Solitamente i medium insistono
perché sia la punta del mignolo a entrare in contatto con quella del
vicino, perché questo è un modo antico di creare un legame psichico.
In America, il nome popolare per questo dito è «pinkie». Questo
termine fu dapprima usato dai bambini di New York, ma più tardi si
diffuse agli adulti e alle altre città. Si crede che abbia avuto origine in
Scozia, dove i ragazzini chiamano tutto ciò che è piccolo «pinkie», e
si pensa che sia giunto a New York assieme agli immigrati scozzesi.
Tuttavia, il nome originale di New York era New Amsterdam e, si-
gnificativamente, la parola olandese per mignolo è pinkje. E questa
parole è ripetuta più volte in una filastrocca usata dai bambini di al-
lora per stringere un patto: bisognava cantarla agganciando i migno-
li e il patto era suggellato. Questo è un’altra sopravvivenza dell’anti-
co ruolo di legame psichico del mignolo. In alcuni paesi europei,
quando due persone pronunciano casualmente la stessa parola nello
stesso esatto momento esclamano «Snap», agganciano i mignoli ed
esprimono silenziosamente un desiderio, che si avvererà se lo si
mantiene segreto fino a quando non si liberano le dita. Ancora una
volta, questo riflette l’antica credenza nei poteri psichici del mignolo
e nella sua abilità di trasmettere forze soprannaturali. Il motivo per
cui si dice «Snap» ha anch’esso a che fare con le dita, perché è un so-
stituto verbale dell’azione di schioccarle, un altro atto che ha origini
nella superstizione. Si pensava che il forte schiocco prodotto dall’in-
dice e dal pollice potesse scacciare gli spiriti malvagi (ecco perché è
da maleducati schioccare le dita per attrarre l’attenzione), e si ritene-
va che fosse necessario farlo quando due persone pronunciavano si-
multaneamente la stessa parola.
In un contesto completamente non magico, arricciare il mignolo
quando si beve da una tazza o da un bicchiere è stato per lungo tem-
po ritenuto il vertice dell’affettazione e dello snobismo. In origine,
nulla poteva essere più lontano dalla verità. I più antichi dipinti reli-
giosi spesso mostrano il mignolo separato dalle altre dita, anche
quando la figura femminile in questione non sta bevendo. Fu letto
come un segno dell’inusuale indipendenza sessuale delle modelle in
carne e ossa di quelle figure religiose. Questa convinzione che un mi-
gnolo indipendente simbolizzasse la libertà sessuale fu all’origine di
una nuova moda che si diffuse tra le prime femministe alla fine del
XIX secolo. Queste arricciavano deliberatamente il mignolo quando
bevevano per mostrare di essere a favore dell’uguaglianza sessuale
tra uomini e donne. Questo gesto si diffuse lentamente come postura
delle dita alla moda, perdendo così gradualmente il suo significato
originario, e diventando semplicemente «la cosa da fare» quando si
era in compagnia e si voleva apparire eleganti. Diventò un segno di
aristocratica gentilezza per poi finire con l’assumere un significato
quasi opposto a quello originale.
Usate assieme le cinque dita della mano sono capaci di un enorme
numero di gesti e di segni, alcuni volontari e simbolici, altri inconsci
ed espressivi. In tutto il mondo, persino oggi, le donne usano assai
meno degli uomini gesti simbolici, ma è probabile che siano loro, in-
vece degli uomini, a sfruttare appieno i «gesti di appoggio» che ac-
compagnano le conversazioni ed enfatizzano le parole pronunciate.
Allora, la mano femminile può trasformarsi in un artiglio, in una for-
bice, in una punta pericolosa, in un pugno, in un ventaglio aperto, a
seconda dell’emozione del momento. È difficile ricordare, alla fine di
una conversazione, che cosa abbiano fatto le dita, tuttavia, a livello
subliminale, il messaggio delle mani che si muovono arriva con
grande efficacia a chi ascolta.
Adornare le dita femminili è di moda da almeno 6000 anni, e pro-
babilmente da molto più tempo. Già nel 2500 a.C. gli orefici del Me-
dio Oriente avevano raggiunto uno stadio avanzato nella lavorazio-
ne di pietre e metalli preziosi, e gli anelli, da allora fino a oggi, sono
sempre stati dei grandi favoriti. In origine, li si indossava per motivi
tutt’altro che estetici. Si credeva che possedessero grandi poteri pro-
tettivi, che portassero fortuna a chi li indossava, difendessero dagli
spiriti maligni, e offrissero ricchezze e persino immortalità, perché
un anello non ha né un inizio, né una fine.
Un vantaggio particolare degli anelli antichi, e uno al quale noi
non penseremmo mai oggi, è che, prima che vi fossero degli specchi
efficienti, erano più apprezzati degli altri monili perché chi li indos-
sava poteva vederli.
Più avanti, gli anelli si rivelarono particolarmente utili per liberar-
si dei maschi sgraditi. Anelli molto grandi ed elaborati erano perfetti
per nascondere piccole camere segrete piene di veleni letali.
La pelle delle mani femminili ha ricevuto relativamente poca at-
tenzione, con l’attraente eccezione dei disegni a base di hennè, una
tradizione assai popolare da secoli in Nord Africa, in Medio Oriente
e in alcune parti dell’Asia, e che ha il suo momento clou nelle ceri-
monie nuziali. L’hennè, prodotto dalle foglie polverizzate di un pic-
colo cespuglio, colora la pelle di rosso arancio. Si crede che gli intri-
cati disegni che vengono pazientemente dipinti sulle mani della pro-
messa sposa possano proteggerla dal malocchio, uno spirito malevo-
lo sempre pronto a rovinare ogni occasione felice. Si ritiene inoltre
che l’hennè possa purificare la sposa da tutte le pecche terrene e ren-
derla immune dagli assalti del diavolo e dei suoi agenti.
La notte precedente il matrimonio, la sposa, circondata dalle sue
amiche più care, deve sottomettersi alle attenzioni di una particolare
donna artista, chiamata hennaria. Costei passerà ore a tracciare sulla
sua pelle i disegni tradizionali, dopodiché le benda le mani e le av-
volge in due sacchetti ricamati per assicurarsi che il disegno asciughi
senza rovinarsi. Questa cerimonia si chiama «Notte dell’hennè», dal-
la quale sembra sia nata la definizione «hen party». Poco prima del
matrimonio, le mani decorate sono liberate dalle loro protezioni e
tutti possono ammirarne lo splendido disegno. Di solito, l’hennè
dura per circa quattro settimane, dopo le quali lo si può o rinnovare
o lasciar svanire. Oggi, quest’uso dell’hennè è timidamente compar-
so anche in Europa e in America, ma le difficoltà di questa tecnica ne
impediscono una più vasta diffusione.
Al naturale, la pelle del dorso delle mani può porre un grosso pro-
blema a una donna anziana. Se il viso è ammorbidito dalle creme o,
più drasticamente, da un lifting che la fa apparire di vent’anni più
giovane, può essere un terribile colpo scoprire che sono le mani a ri-
velare la sua vera età. Nei tempi passati, avrebbe potuto indossare
un paio di guanti vezzosi, ma questa utile forma di trucco non è più
di moda. Ci vogliono misure più drastiche per riportare le mani in
linea con il suo aspetto giovanile, e oggi ha a sua disposizione una
sconcertante pletora di costose procedure che comprendono dubbie
delizie come la micro-dermoabrasione, il peeling acido, gli ultrasuo-
ni, l’infusione di vitamine e di ossigeno, la cera calda, mini-iniezioni
di acidi e il trattamento laser. La procedura più radicale offerta è
l’equivalente di un lifting al viso: si prende del grasso dalla coscia e
lo si inietta nel dorso della mano. Ciò la fa apparire notevolmente
più giovane, ma il trattamento deve essere ripetuto diverse volte e,
anche così, dura soltanto un anno.
Infine, ci sono le unghie, dei tessuti morti che crescono da una ma-
trice viva di circa un millimetro ogni dieci giorni, una velocità quat-
tro volte superiore a quella delle unghie dei piedi. Ciò significa che
le unghie delle mani, se non tagliate, si allungano di circa un centi-
metro in 100 giorni. Nei tempi primitivi questa crescita sarebbe stata
contrastata dall’usura. Nei tempi moderni, è necessario tagliare e li-
mare con regolarità le unghie per mantenerle di una misura
conveniente.
Molte donne in epoche diverse e in diverse culture hanno ignora-
to la convenienza e hanno lasciato crescere le loro unghie come pro-
va che non svolgevano alcun lavoro manuale. Questo sfoggio del
proprio alto status sociale può essere sottolineato anche dall’applica-
zione di vernici in colori vivaci sull’unghia, per attrarre l’attenzione
sul fatto che queste sono mani che non hanno mai dovuto lavorare.
Era esattamente per questo che nell’antica Cina le donne nobili si fa-
cevano crescere le unghie e le dipingevano d’oro. Più tardi, poiché le
unghie molto lunghe rendevano difficili persino i normali movimen-
ti della mano, si limitarono a lasciar crescere l’unghia del mignolo,
tagliando le altre unghie molto più corte. Un’altra soluzione, oggi
molto diffusa in Europa, è avere unghie corte per tutti i giorni e poi
applicare delle unghie false esagerate per le occasioni speciali. Molte
donne usano unghie finte che incollano sulle loro per le occasioni so-
ciali, e poi le rimuovono per andare al lavoro.
Alcuni individui eccentrici lasciano crescere le loro unghie fino a
lunghezze sconcertanti, che rendono estremamente difficile compie-
re anche le azioni più banali con le mani, come, per esempio, com-
porre i numeri del telefono (bisogna farlo con le nocche). Una fanati-
ca di Dallas si vantò di avere un totale di 380 centimetri di unghie
sulle sue mani, la più notevole lunga ben 71 centimetri. Impiegava
tra le otto e le dieci ore per darsi lo smalto su quegli artigli incredibi-
li. Dopo essersene presa cura per ventiquattro anni, decise di farsele
tagliare. Finalmente poteva provare di nuovo il piacere di grattarsi e
abbracciare qualcuno!
Oltre una certa lunghezza, le unghie femminili non crescono più
diritte, ma si incurvano, e questo può provocare dei problemi. I poli-
ziotti di Augusta, in Georgia, dovevano prendere le impronte digitali
a una donna del luogo, accusata di molestie. Ma, quando cercarono
di farlo, scoprirono che le sue unghie di 15 centimetri, ricurve su se
stesse, rendevano la cosa impossibile e le ordinarono di tagliarsele.
Lei rifiutò, e per salvare le sue spettacolari mani da un accorciamen-
to fu costretta a passare quattro notti in cella, mentre la polizia esco-
gitava un modo speciale per ottenere le sue impronte.
Le lunghe unghie femminili possono facilmente diventare stru-
menti di distruzione maschile. Una donna del Connecticut si sentì
così oltraggiata quando trovò il suo compagno a letto con un’altra
che usò le sue mani ben curate per vendicarsi. Ci vollero 24 punti per
richiudere le ferite allo scroto del poveretto.
In anni recenti, la moda delle unghie lunghe e decorate ha subito
un grande impulso dalla nascita di decorazioni specifiche per le un-
ghie, grazie alle quali si possono aggiungere dei disegni di fantasia
al semplice smalto. Cosa sconcertante, oggi esistono 61.400 siti web
su Internet che trattano di questo argomento, e c’è persino una Nail
Art Encyclopedia per coloro che desiderano approfondire. Esistono
disegni a tema, a mano libera, in rilievo; e sono disponibili pietruzze
adesive, unghie in materiale plastico scolpite, ologrammi per le pun-
te, e piccoli pendenti per unghie forate. La lista è infinita.
Molte donne trovano queste unghie troppo esotiche e vistose, e
preferiscono un altro stile, altrettanto nuovo, la manicure alla france-
se, che dà all’unghia un aspetto naturale enfatizzando però le punte
bianche. Ma si sono viste anche unghie tagliate corte e dipinte con
uno smalto quasi nero, dato che la moda continua a cercare nuove
strade.
È facile sorridere di queste esagerazioni culturali e di unghie così
addobbate, ma è assai difficile che una tradizione che dura da più di
6000 anni, in una forma o nell’altra, scompaia nel corso di una notte.
Se non si interferisce con la mobilità e la flessibilità delle mani fem-
minili, non vi è nulla di male. E anche se le unghie molto lunghe
ostacolano un po’ i movimenti della mano, il loro impatto sociale
può essere così lusinghiero per la loro proprietaria da compensare la
perdita in destrezza manuale. Certo, a patto che non si subisca il de-
stino di una donna del Massachusetts, le cui lunghe unghie si inca-
strarono nella fessura di un parchimetro: fu necessario l’intervento
della polizia e dei vigili del fuoco locali per liberarla.
XIV
Il seno

Il seno ha ricevuto più attenzioni erotiche dai maschi di qualsiasi al-


tra parte del corpo femminile. Concentrare un’attenzione simile di-
rettamente sui genitali sarebbe troppo estremo; su altre parti dell’a-
natomia non abbastanza estremo. Il seno è il perfetto mezzo, una
zona tabù, ma non troppo.
Per questo, il seno è sempre stato chiamato con un sorprendente
numero di eufemismi. Nel corso dei secoli, nella sola lingua inglese,
sono stati contati non meno di 74 epiteti coloriti, compresi alcuni as-
sai esotici come «grandi occhi castani», «gatta e gattini», «Timpani di
Cupido», «Mele d’oro», «Mae West», «Lune del paradiso» e «Globi
Gemelli». Ne esistono infiniti altri nel gergo di ogni paese e di ogni
secolo.
Il seno della femmina umana ha due funzioni biologiche, una pa-
rentale e l’altra sessuale. Dal punto di vista parentale i seni si com-
portano come gigantesche ghiandole sudoripare che producono una
forma di sudore altamente modificato chiamato latte. Il tessuto
ghiandolare che produce il latte aumenta durante la gravidanza, ren-
dendo i seni un po’ più grandi del normale, mentre i vasi sanguigni
che nutrono questi tessuti diventano sempre più evidenti sulla su-
perficie del seno. Quando il latte si forma, si muove lungo dei dotti
verso particolari zone di immagazzinamento chiamate seni lattiferi.
Questi sono posizionati al centro della mammella, dietro le macchie
marrone scuro delle areole che circondano i capezzoli. Da questi seni
partono quindici o venti piccoli condotti, i dotti lattiferi, che giungo-
no ai capezzoli.
Quando un bambino succhia, prende in bocca l’intera areola oltre
al capezzolo, e schiaccia la pelle scura tra le sue gengive, facendo
uscire il latte. Se prende in bocca soltanto il capezzolo, allora c’è un
problema, perché premere il solo capezzolo non fa uscire il latte desi-
derato e il piccolo può reagire alla frustrazione masticando il capez-
zolo, cosa che non fa alcun bene né alla madre, né al suo figlioletto.
Anche una madre inesperta scoprirà ben presto di poter evitare il do-
lore provocato da queste fameliche attenzioni premendo una parte
maggiore del seno nella bocca del bambino.
Le areole che circondano il capezzolo sono un dettaglio anatomico
intrigante della specie umana. Nelle femmine vergini e nelle nullipa-
re sono più o meno rosa, ma durante la gravidanza si modificano
Circa due mesi dopo il concepimento cominciano a diventare più
grandi e molto più scure, e quando comincia la lattazione di solito le
areole sono diventate marrone scuro. Anche dopo lo svezzamento,
non torneranno mai al loro originale, virginale rosa. La funzione del-
le areole sembra essere protettiva. Sono piene di ghiandole specializ-
zate che secernono una sostanza grassa. All’occhio nudo, queste
ghiandole ricordano la pelle d’oca, ma durante l’allattamento si in-
grossano notevolmente, e allora vengono chiamate tubercoli del
Montgomery. La loro secrezione aiuta a proteggere la pelle del ca-
pezzolo e quella che lo circonda, una sorta di crema di bellezza bio-
logica assai necessaria.
Il latte prodotto dalle mammelle femminili contiene proteine, car-
boidrati, grasso, colesterolo, calcio, fosforo, potassio, sodio, magne-
sio, ferro e vitamine. Contiene anche diversi anticorpi che rendono il
neonato più resistente alle malattie. Il latte di mucca è un buon sosti-
tuto del latte materno, ma i suoi livelli di fosforo sono piuttosto alti e
possono interferire con l’assorbimento del calcio e del magnesio.
Inoltre, alcuni bambini possono avere una reazione allergica alle pro-
teine bovine. Saggiamente, oggi sempre più madri allattano al seno,
cosa che offre il beneficio aggiunto di formare un legame d’amore
più forte tra la madre e il bambino.
Mentre il latte materno è ideale per la crescita di un bambino, bi-
sogna ammettere che la forma del seno è tutt’altro che adatta per il
suo compito. La tettarella di un biberon è assai più adatta a riversare
il latte in una bocca infantile che il capezzolo sul seno della madre.
Potrebbe sembrare un difetto evolutivo, ma bisogna ricordare che il
seno femminile ha un doppio ruolo, parentale e sessuale, e che è il
fattore sessuale la causa del problema. Per comprenderne il perché,
può aiutare dare un’occhiata ai seni dei nostri parenti più stretti.
In tutte le altre specie di primati le femmine, quando non allatta-
no, hanno il petto piatto. Quando invece allattano, la regione attorno
al capezzolo si gonfia di latte, ma anche allora è raro trovare qualco-
sa che anche solo si avvicini alla forma semisferica del seno della
femmina umana. Nei rari casi in cui accade, e cioè quando vi è una
quantità particolarmente generosa di latte, il gonfiore scompare non
appena l’allattamento è completato. Le mammelle dei primati, infe-
riori e superiori, sono esclusivamente parentali.
I seni della femmina umana sono diversi. Anche se aumentano di
dimensioni quando sono pieni di latte, mantengono la loro forma
sporgente per tutto il periodo della giovinezza, al di là di ogni consi-
derazione parentale. Anche una suora ha dei seni pronunciati, ben-
ché restino inutilizzati per tutta la sua vita.
Un esame dell’anatomia del seno rivela che la maggior parte della
massa è formata da tessuti grassi, mentre il tessuto ghiandolare coin-
volto nella produzione del latte ne è soltanto una piccola parte. La
forma rotonda del seno, creata da questo tessuto grasso, richiede di
conseguenza una spiegazione separata, che va al di là dell’allatta-
mento. Sebbene sia chiaro ai biologi che la causa non possa che esse-
re un segnale sessuale, alcune donne hanno sollevato obiezioni a
questa interpretazione. Trovano offensiva l’idea che il corpo femmi-
nile possa essersi evoluto fino alla forma presente soltanto per allet-
tare il maschio umano. Ignorando il fatto che l’attrazione sessuale ha
avuto un ruolo nella loro stessa concezione, queste donne insistono
nel sostenere che il seno femminile deve avere una funzione unica-
mente parentale e, rivelando una profonda ingenuità, si sforzano di
trovare delle spiegazioni non sessuali all’evoluzione di seni rotondi.
Hanno formulato sette ipotesi:

I tessuti grassi proteggono le ghiandole lattifere. Questo può essere


vero durante l’allattamento, ma non spiega la persistente rotondità
del seno. Inoltre, non spiega perché gli altri primati non abbiano bi-
sogno di questa protezione.
Il tessuto grasso mantiene il latte tiepido. Di nuovo, è una necessità
presente soltanto durante l’allattamento.

La forma rotonda del seno lo rende più adatto ad allattare un bambino.


Questo non è vero. Basta pensare alla forma di un biberon.

La rotondità agisce da segnale visuale, e dice al maschio che la proprieta-


ria di un grande seno avrà anche molto latte per i suoi figli. Di nuovo, non
è vero. Le donne con un seno piccolo in genere hanno più facilità ad
allattare di quelle con un seno grande.

I tessuti grassi agiscono da preziosa riserva di grasso per i periodi di


scarsità alimentare. Sì, è vero, ma perché concentrare queste scorte nel
petto, dove dei grandi seni sporgenti rendono più difficile correre in
fretta? Il corpo femminile ha un generoso strato di grasso sulla mag-
gior parte della sua superficie, e questa ampia diffusione delle zone
di immagazzinamento è l’assicurazione più efficiente contro i rischi
di una breve carestia. Inoltre, in un corpo femminile il grasso del
seno rappresenta soltanto il 4 per cento del grasso totale, ed è l’ulti-
mo grasso disponibile quando si perde davvero peso.

Il tessuto grasso compensa l’assenza di uno strato di pelliccia materna,


alla quale il piccolo può tenersi stretto quando succhia. Anche questo non
è vero. Come qualsiasi madre sa, il neonato umano deve essere tenu-
to contro il seno e, in ogni caso, un largo emisfero di carne liscia non
può certo rendere più accessibile il capezzolo.

La forma semisferica del seno è, secondo un autore, così poco funzionale


da diventare funzionale. Quando tutte le altre spiegazioni parentali
sono state confutate, questa è l’ultima difesa di coloro che rifiutano
di accettare la natura sessuale della forma del seno.

La conclusione inevitabile è che la forma semisferica dei seni non


è legata alle cure parentali, ma all’attrazione sessuale. Questo signifi-
ca che le ipotesi secondo le quali l’interesse degli uomini per il seno
femminile sia «infantile» o «regressivo» sono infondate. Il maschio
che risponde al seno sporgente di una vergine o di una donna che
non allatta reagisce a un primitivo segnale sessuale della specie
umana.
L’origine della coppia di emisferi come segnale sessuale della fem-
mina umana non è difficile da scoprire. Le femmine degli altri pri-
mati, che camminano a quattro zampe, espongono i loro segnali ses-
suali sulla schiena, nella regione del posteriore. Le tumide zone geni-
tali sono lo stimolo chiave che eccita i maschi della loro specie. Nella
femmina, questo segnale consiste in un paio di emisferi, le natiche, le
quali sono dei potenti segnali erotici quando è vista da dietro, ma
oggi la femmina umana non va più in giro a quattro zampe, come le
altre specie, con la regione frontale nascosta alla vista. Adesso sta
eretta e si presenta frontalmente nella maggior parte dei contesti so-
ciali. Quando si trova faccia a faccia con un maschio, i segnali della
zona genitale sono nascosti alla vista, tuttavia l’evoluzione di un
paio di finte natiche sul petto le permette di continuare a trasmettere
quel primitivo segnale sessuale senza voltare la schiena al suo
compagno.
Questo elemento sessuale è stato così importante nell’evoluzione
del seno da arrivare a interferire con la primitiva funzione parentale.
I seni, per imitare le natiche, sono diventati così sferici da rendere
difficile al bambino attaccarsi al capezzolo. Nelle altre specie, il ca-
pezzolo delle femmine è allungato e lo scimmiotto non ha alcuna dif-
ficoltà a prendere in bocca quella lunga tettarella e nel succhiare il
latte. Ma il neonato di una madre dal seno ben rotondo può quasi
soffocare nella grande curva di carne che circonda il relativamente
piccolo capezzolo umano, rendendo necessario prendere precauzioni
sconosciute a tutte le altre specie. Il dottor Spock consigliò: «A volte
sarà necessario schiacciare il seno con un dito, in modo che il piccolo
abbia sufficiente spazio attorno al nasino per respirare». Un altro ma-
nuale commenta: «Potrà sorprendervi che il vostro piccolo prenda in
bocca anche l’areola oltre al capezzolo. Tutto quello che dovrete fare
è assicurarvi che possa respirare. Nella sua avidità, potrebbe ostruir-
si le narici schiacciandole contro il seno o il suo stesso labbro supe-
riore». Precauzioni come queste non lasciano alcun dubbio sul dop-
pio ruolo del seno umano.
Spesso, le donne che hanno il seno piccolo temono di non poter
allattare. È invece assai probabile che riusciranno a farlo più facil-
mente delle loro amiche più rotonde. Le donne con il seno piccolo
hanno meno tessuti grassi, e sono questi che danno al seno la sua
forma emisferica, pur avendo ben poco a che fare con la produzione
di latte. Quando restano incinte, il tessuto ghiandolare aumenta in
dimensioni, come in tutte le donne gravide, senza però raggiungere
le dimensioni esagerate delle donne più pesanti, e i loro bambini riu-
sciranno a succhiare più facilmente e con meno problemi di
respirazione.
In campo sessuale, i seni femminili operano dapprima come sti-
molo visivo e poi tattile. Persino a grande distanza sono normalmen-
te sufficienti per distinguere una femmina adulta da un maschio. Più
da vicino, questo rozzo segnale di genere lascia spazio a una più sot-
tile indicazione di età. La forma del seno cambia gradualmente dalla
pubertà alla vecchiaia. Questa lenta alterazione del profilo mamma-
rio può essere esemplificata nelle sette età del seno femminile:

Il capezzolo dell’infanzia. In questo stadio prepuberale soltanto il ca-


pezzolo è prominente.

Il bocciolo di seno della pubertà. Nei primi momenti della fase ripro-
duttiva, quando fanno la loro comparsa le mestruazioni e i primi i
peli pubici, la regione attorno al capezzolo comincia a gonfiarsi.

I seni a punta dell’adolescenza. Durante gli anni dell’adolescenza c’è


un ulteriore aumento delle dimensioni del seno. A questo stadio, sia
il capezzolo sia l’areola si proiettano all’insù, dando al seno una for-
ma più conica e appuntita.

Il seno sodo della gioventù. Fisicamente, l’età ideale dell’animale


umano è attorno ai 25 anni. È questo il momento in cui tutti i proces-
si di crescita sono completati e il corpo è ai vertici della sua condizio-
ne. Tra i venti e i trent’anni, il seno femminile si riempie, fino a rag-
giungere la sua forma più arrotondata e soda: gli effetti della gravità
non si sono ancora fatti sentire.
Il seno pieno della maternità. Con la maternità e l’improvviso addi-
zionale fardello di tessuto ghiandolare ingrossato, i seni pieni di latte
si gonfiano e cominciano a rivolgersi in giù sul petto. I margini infe-
riori si appoggiano sulla pelle del torace creando una piega nascosta.

Il seno morbido della mezza età. Quando la fase riproduttiva della


maturità si avvicina alla fine, il seno si abbassa ancora di più sul pet-
to, anche se ha perso la pienezza della lattazione.

Il seno pendulo della vecchiaia. Con l’avanzare dell’età, il generale


rinsecchirsi del corpo porta anche all’appiattirsi del seno sul petto,
mentre la sua pelle si fa sempre più rugosa.

Vi sono molte varianti in questi stadi tipici dell’invecchiamento


del seno. Nelle donne più sottili, questo processo rallenta almeno in
parte, mentre in quelle più formose si accelera. La chirurgia plastica
può sollevare i seni e prolungare artificialmente la fermezza della
gioventù. Indumenti di supporto, come i corsetti e i reggiseni, posso-
no dare la stessa impressione, certo se i seni non sono direttamente
visibili. Nel corso dei secoli le donne hanno cercato in infiniti modi
di prolungare l’impressione di seni sodi e rotondi, per trasmettere il
più a lungo possibile quel primitivo segnale sessuale della specie
umana.
A volte, la società ha imposto che la sensualità del busto femmini-
le fosse soppressa. I puritani lo fecero costringendo le giovani donne
a indossare corpetti stretti che appiattivano i seni e davano una si-
lhouette innocente e infantile anche alle donne adulte. Nella Spagna
del XVII secolo, le giovani dame subirono un’umiliazione ancora più
grave; i loro seni furono appiattiti da una piastra di piombo stretta al
petto, nel tentativo di impedire alla natura di fare il suo esuberante
corso. Imposizioni così crudeli servono soltanto a sottolineare l’in-
tenso significato sessuale della forma emisferica del seno, che deve
essere davvero potente perché una società arrivi a estremi simili pur
di negarlo.
Per fortuna, la maggior parte delle società hanno ritenuto suffi-
ciente coprire il seno piuttosto che schiacciarlo. In questo caso, basta
ridurre le dimensioni degli indumenti per rendere più intenso il
messaggio erotico, come ben sanno artisti e fotografi. Per gli artisti, è
piuttosto facile produrre un seno perfetto; possono inventare qual-
siasi forma di seno gli piaccia, basta che sia verosimile. Se si allonta-
nano troppo dalla natura, il segnale primitivo diventa distorto e per-
de il suo impatto. Ma se l’emisferica forma base è resa più emisferica
del solito, è possibile creare un superseno forse persino più stimolan-
te di quello reale.
I fotografi hanno un compito più difficile. Confinati ai seni reali,
possono migliorarne la loro forma con un’illuminazione speciale, o
mettendo le modelle in posizioni che ne evidenzino le curve. Natu-
ralmente, il fotografo sceglierà modelle che siano sia metaforicamen-
te sia letteralmente ai vertici… dello sviluppo del seno. Per catturare
un superseno c’è bisogno di una modella i cui seni adolescenti abbia-
no raggiunto il massimo dello sviluppo, appena prima che l’effetto
della gravità cominci a farsi sentire. Qui c’è un conflitto di forze, per-
ché è l’aumento delle dimensioni a dare al seno quella forma piena-
mente emisferica, ma questo, inevitabilmente, ne fa aumentare il
peso ed è proprio il peso a far calare le mammelle. C’è un solo mo-
mento nella vita di una donna in cui i suoi seni hanno il massimo
della prominenza e il minimo della caduta, ed è quello il momento in
cui l’obiettivo deve scattare per produrre le immagini più erotiche.
È interessante notare che i fotografi esperti, quelli che lavorano
per le riviste patinate specializzate in immagini erotiche, cercano tut-
ti un unico tipo di ragazza. Costei avrà un’età un po’ inferiore a
quella che uno si aspetterebbe, l’adolescenza inoltrata, i suoi seni
avranno raggiunto la maturità un po’ prima della media: avranno
quindi la perfetta rotondità richiesta, pur conservando tutta la consi-
stenza dell’estrema gioventù. Questa speciale combinazione fornisce
il genere di immagine che ha fatto la fortuna dei paginoni e delle ri-
viste per uomini.
Una volta che il segnale visuale di un seno femminile, assieme ad
altre virtù fisiche e mentali, ha attratto un partner maschile e il con-
tatto sessuale è cominciato, sono le qualità tattili del seno a entrare in
gioco. Nei preliminari, il maschio spesso accarezza a lungo il seno,
sia con le mani sia con la bocca. Questo eccita il maschio più di quan-
to ecciti la femmina, ed è possibile che qui agisca uno stimolo ulte-
riore. Ho menzionato prima che le areole attorno ai capezzoli conten-
gono delle ghiandole che secernono una sostanza grassa durante la
lattazione. Si pensa che si tratti di un lubrificante per la pelle dell’a-
reola, molto sfruttata in quel periodo, e io non ho alcun motivo per
dubitarne. Ma in realtà le ghiandole dell’areola sono in origine
ghiandole apocrine, e questo suggerisce che durante l’attività sessua-
le la zona del capezzolo possa in realtà trasmettere segnali olfattivi al
naso maschile. Le ghiandole apocrine sono responsabili della parti-
colare fragranza sessuale delle ascelle e delle regioni genitali. I ma-
schi non sono coscientemente consapevoli degli odori erotici prodot-
ti da queste ghiandole, eppure queste secrezioni hanno un potente
impatto inconscio che aiuta l’eccitazione sessuale. Anche le ghiando-
le dell’areola potrebbero far parte di questo primitivo sistema di se-
gnali olfattivi, il che può spiegare perché i maschi, quando esplorano
i corpi delle loro compagne, passino così tanto tempo ad annusare le
zone mammarie.
A mano a mano che l’eccitazione sessuale aumenta, il petto fem-
minile subisce diversi, marcati mutamenti. I capezzoli si erigono, au-
mentando di lunghezza fino a un centimetro. I seni stessi si riempio-
no di sangue, accrescendo le loro dimensioni anche del 25 per cento.
Questa tumescenza ha l’effetto di rendere la loro intera superficie più
sensibile e rispondente al contatto corpo a corpo dell’accoppiamento.
Con l’avvicinarsi dell’orgasmo avvengono due ulteriori cambia-
menti. Le areole si gonfiano al punto di mascherare il capezzolo,
dando la falsa impressione che una femmina molto eccitata perda
l’erezione del capezzolo. Inoltre, sulla superficie dei seni, e anche sul
resto del petto, appare uno sfogo simile a quello del morbillo. Questo
rossore sessuale è stato osservato nel 75 per cento delle donne nel
corso di un attento studio delle loro abitudini sessuali. È assai meno
comune negli uomini, circa il 25 per cento di coloro che hanno preso
parte alla stessa indagine. È più facile che compaia nei momenti im-
mediatamente precedenti l’orgasmo, in entrambi i sessi. Nelle fem-
mine, comunque, può apparire anche un po’ prima dell’orgasmo,
mentre nei maschi non appare mai fino all’ultimo momento. Sebbene
non sia possibile sviluppare questo rossore se non si prova un’inten-
sa eccitazione sessuale, il contrario non è vero: molti individui di en-
trambi i sessi non «arrossiscono» mai, nonostante vite sessuali vigo-
rose e soddisfacenti. Perché debbano esserci differenze simili tra gli
esseri umani non si sa. Un fattore importante che favorisce la com-
parsa di questo rossore è la temperatura atmosferica. Se questa è bas-
sa, anche individui che altrimenti arrossirebbero non lo fanno. Quan-
do è molto caldo, d’altra parte, l’arrossamento può estendersi ben
oltre la regione del petto, coprendo un’area che va dalla fronte alle
cosce.
Tutti noi diamo per scontato che le femmine umane abbiano sol-
tanto due seni, ma non è sempre così. Una donna su duecento ne ha
più di due, una anomalia definita polimastia. Non c’è nulla di sinistro
in questo, e i seni in eccesso di solito non sono funzionali. A volte,
c’è poco più di un capezzolo addizionale, altre volte dei piccoli bot-
toni di seno senza capezzolo. Molto raramente si trova una donna
che abbia più di due seni capaci di produrre latte. Il caso più straor-
dinario riguarda una donna francese, e fu presentato all’Accademia
francese di medicina nel 1886 da un ben conosciuto professore. Co-
stei aveva non meno di cinque paia di seni perfettamente funzionan-
ti. Pochi mesi più tardi, in una delle più strane gare mediche mai
svoltesi, un’accademia rivale riuscì a presentare una donna polacca
che aveva dieci seni funzionali.
Questi seni in più sono delle reliquie del nostro più antico passa-
to: come la maggior parte degli altri mammiferi, i nostri più antichi
predecessori avevano diverse coppie di mammelle con le quali pote-
vano nutrire la loro numerosa prole. Quando la nostra prole si ridus-
se a un solo piccolo per volta, o raramente due, il numero di capez-
zoli diminuì in parallelo.
Diverse donne famose avevano più di due seni. Giulia, la madre
dell’imperatore romano Alessandro Severo, aveva diverse mammelle
e per questo era chiamata Julia Mamaea. Più sorprendentemente, un
attento esame ha rivelato che la famosa statua della Venere di Milo,
al Louvre, mostra tre seni. Di solito non lo si nota perché il terzo non
ha il capezzolo ed è poco più di un bocciolo. Si trova sopra il seno
destro, vicino all’ascella. Si racconta che anche una delle sfortunate
mogli di Enrico VIII, Anna Bolena, possedesse un terzo seno, una
voce coscientemente registrata nei libri di anormalità mediche. In
questo caso, comunque, la notizia di un terzo seno può essere vista
come un elemento dell’accusa di stregoneria che le fu rivolta. In pas-
sato, infatti, si credeva che le streghe avessero dei capezzoli in più
con i quali allattavano i loro familiari, e le donne accusate di strego-
neria erano spesso perquisite in cerca di segni rivelatori della loro
malvagità. I pii cacciatori di streghe erano pronti a frugare anche nel-
le pieghe più private del corpo di una donna alla ricerca di un capez-
zolo nascosto. Una verruca, un grosso neo, e a volte persino una cli-
toride un po’ più grossa del normale, erano sufficienti per far finire
la poveretta sul rogo. Di conseguenza, le voci su un terzo seno di
Anna Bolena potrebbero essere state deliberatamente diffuse al mo-
mento della sua esecuzione, per suggerire che era malvagia e che
meritava quella fine.
La più famosa figura dalle molte mammelle nella storia è la Dia-
na, o Artemide, di Efeso. Il suo grande petto scolpito mostra diverse
file di mammelle ammassate assieme. Alcune versioni della statua ne
mostrano più di venti. Ma è davvero così? A uno sguardo più attento
si nota che nessuno di questi seni ha un capezzolo o un’areola. Sono
tutti seni «ciechi». Di recente, il culto di quest’antica Dea Madre del-
l’Anatolia è stato studiato con maggior attenzione ed è emersa un’in-
terpretazione completamente nuova. Per usare un eufemismo, il pet-
to di Diana è apparso un luogo assai meno amichevole di quanto si
fosse pensato per molto tempo. Sembra che l’arciprete di questa dea
dovesse essere un eunuco: per poterla servire doveva castrarsi e sep-
pellire i suoi testicoli vicino all’altare. Sono state trovate delle iscri-
zioni che rivelano che, dopo un certo tempo, furono usati dei tori al
posto dei sacerdoti durante le cerimonie di castrazione. I loro enormi
testicoli venivano rimossi e conservati in oli profumati, poi cerimo-
niosamente appesi sul petto della statua sacra, che era fatta di legno.
Di questo originale furono fatte delle copie in pietra, con tanto di
grappolo di testicoli di toro. È stato lo studio di queste inaccurate co-
pie di pietra che ha dato origine al mito di una Grande Madre con
molti seni. Ma perché si ricopriva il petto di una divinità con dei te-
sticoli? Perché si riteneva che i milioni di spermatozoi in essi conte-
nuti potessero fecondarla. In questo modo, Diana avrebbe potuto di-
ventare madre pur restando vergine, un tema che sarebbe riapparso
con la nascita di Cristo.
Un mito sul seno di una natura completamente diversa circonda
l’antica nazione di guerriere conosciute come Amazzoni. Non si sa se
siano mai esistite davvero, ma secondo alcuni antichissimi scrittori
erano una temibile comunità di sole donne, abilissime con l’arco,
sempre in lotta con i loro nemici. Si diceva che, per poter scagliare le
frecce con maggior efficienza, si bruciassero il seno destro al rag-
giungimento della pubertà. Altri scrissero che il seno in questione
fosse amputato. Sfortunatamente per queste storie, tutte le antiche
riproduzioni artistiche che ritraggono queste feroci femmine le di-
pingono con entrambi i seni. Se le Amazzoni sono mai esistite, è as-
sai più probabile che indossassero una tunica di pelle con una spalla
sola, che appiattiva il seno destro durante la battaglia. Il nome amaz-
zoni significa letteralmente «senza seno» (a-mazos).
Curiosamente, in anni recenti, le donne occidentali hanno comin-
ciato a mutilare i loro seni a scopo puramente estetico. I casi sono an-
cora rari, ma sufficientemente diffusi da allarmare i sociologi, uno
dei quali ha dichiarato che questa nuova moda di «body-piercing ai
capezzoli, all’ombelico e ai genitali, con l’inserzione di catenelle, gio-
ielli eccetera…» può creare gravi problemi di coerenza a tutte quelle
leggi che, sensibilmente, proibiscono la circoncisione femminile,
un’antica pratica tradizionale dell’Africa. Il moderno piercing del
seno fa essenzialmente parte della sindrome sado-maso e del mondo
delle pratiche sessuali esotiche. Nelle società tribali la mutilazione
del seno è estremamente rara, per l’ovvio motivo che interferirebbe
con l’allattamento, un peccato capitale là dove l’allattamento artifi-
ciale non è disponibile.
Meno pericolose erano le decorazioni del seno in voga nei tempi
passati. 3000 anni fa, nell’antico Egitto, le donne di alto rango ama-
vano ricoprire i loro capezzoli di una costosa tintura d’oro. Nell’anti-
ca Roma, 2000 anni fa, si preferiva decorarli di rosso, per rendere più
piccanti gli incontri erotici. L’imperatrice Messalina, la moglie ninfo-
mane del povero Claudio, era famosa per i suoi capezzoli dipinti di
rosso, come lo scrittore satirico Giovenale fu felice di sottolineare con
efficacia:
Di notte indossa il suo scialle e con la sua cameriera lo lascia, per an-
dare a interpretare la sua vergognosa mascherata…
Denuda i suoi capezzoli dipinti e apre quelle cosce che hanno
dato vita al nobile Britannico.

Tra le azioni compiute deliberatamente per trasmettere un segnale


sessuale ci sono i diversi modi in cui una donna può sostenersi il
seno con le mani, raccogliendolo come in una coppa, lo sporgere in
fuori il petto e tutti quei passi di danza che scuotono o enfatizzano la
forma del seno. Tutti questi gesti attirano l’attenzione sugli emisferi
sessuali della femmina. La più estrema di queste era una danza tipi-
ca dell’avanspettacolo di una volta, durante la quale le ballerine, ve-
stite di costumi succinti e pieni di nappine, ruotavano il busto da
una parte e dall’altra, con grande agitarsi delle nappine.
La forma più semplice di esposizione sessuale del seno è, natural-
mente, la sua esibizione in un contesto dove dovrebbe restare coper-
to. Andarsene in giro in topless è un’azione rischiosa in tutte le socie-
tà urbane del mondo, destinata ad attrarre sempre molta attenzione
maschile. A volte, sfortunatamente, i maschi in questione indossano
uniformi di polizia, come accadde sulle spiagge del sud della Francia
negli anni Sessanta, quando alcune giovani donne decisero che era
venuto il momento di sfoggiare come costume da bagno soltanto
delle mutandine, il cosiddetto mono-bikini o monokini, per ottenere
un’abbronzatura più estesa. Furono viste lottare con dei poliziotti
imbarazzati, che cercavano di afferrare delle donne pressoché nude,
ma ben presto le autorità si arresero e a poco a poco prendere il sole
in topless è diventato normale.
Il monokini fu introdotto dalla discussa stilista austriaca Rudi
Gernreich nel 1964. Negli Stati Uniti, una ballerina di night-club si
procurò uno di questi costumi e lo indossò durante i suoi spettacoli,
realizzando così la prima performance in topless. Altri club si affret-
tarono a imitarla, ma l’anno successivo l’opposizione religiosa au-
mentò e la polizia intensificò i controlli nei night arrestando le balle-
rine in topless, per «condotta immorale». Appena rilasciate, tornaro-
no immediatamente al lavoro. Nel 1966, alcuni ristoranti di New
York introdussero delle cameriere in topless, ma nel giro di pochi
giorni il sindaco della città li mise fuori legge. Nel 1969 Ronald Rea-
gan prese una decisione simile in California. Fu soltanto negli anni
Settanta che l’opposizione alle performance in topless cominciò a in-
debolirsi. Anche allora, furono posti dei limiti e delle regole su come,
quando e dove potessero svolgersi.
Curiosamente, qualcosa di così naturale e privo di riferimenti ses-
suali come l’allattamento al seno a volte crea scandalo negli ambienti
urbani, quando viene fatto in un luogo pubblico. Nel 1975 tre donne
americane furono arrestate per aver allattato i loro piccoli in un par-
co di Miami. Il reato fu etichettato come «atti osceni». Ma l’opposi-
zione a questi arresti crebbe sempre più negli anni seguenti, e oggi
allattare in pubblico è legalmente permesso nella maggior parte del-
l’America del Nord.
Negli anni Ottanta, l’atteggiamento verso le donne che si presen-
tavano in pubblico a seno scoperto cominciò a cambiare. Gruppi di
ragazze che domandavano piena eguaglianza sessuale cominciarono
a esporre deliberatamente il seno in pubblico, insistendo che doveva-
no essere trattate esattamente come i ragazzi, ai quali è permesso to-
gliere la camicia senza alcuna critica. (Sulla stessa falsariga, alcuni
giovani rifiutarono di indossare camicie e cravatte nei ristoranti di
lusso, perché le donne non erano obbligate a farlo.) Questa forma
estrema di uguaglianza sessuale non era esattamente ciò che i rifor-
matori sociali avevano in mente quando cercarono di cancellare le
discriminazioni sessuali.
A mano a mano che il XX secolo si avvicinava alla fine, i seni nudi
apparvero sempre più spesso sui giornali e sulle riviste, al cinema e
anche in televisione. Nei club di lap dancing, erano letteralmente
sbattuti sotto il naso dei clienti maschi. Così a poco a poco l’impatto
visuale del seno femminile, pur ancora attivo, perse una parte del
suo allettante mistero.
Va sottolineato che quest’atteggiamento più rilassato verso il to-
pless è quasi esclusivamente limitato al mondo occidentale. Persino
nel XXI secolo, degli occidentali in vacanza in paesi stranieri si sono
ritrovati in difficoltà per aver dimenticato questo particolare. Ancora
nel 2003, un’adolescente inglese è stata condannata a otto mesi di
prigione, o a una multa di 2800 euro, per aver esposto i seni durante
È
una gara di bellezza in una discoteca sull’isola greca di Rodi. È stata
accusata di «aver insultato i valori e la morale locali». Il tabù
continua.
Prima di lasciare questo argomento, vale la pena soffermarsi su
una clamorosa eccezione: una legge che imponeva alle donne di mo-
strare i loro seni nudi in pubblico, l’esatto opposto di tutti gli altri
passi legali presi in materia di nudità femminili. Questa legge fu ap-
provata a Venezia nel XV secolo, e riguardava le prostitute che sede-
vano alla finestra cercando di attrarre i clienti. L’omosessualità era
così diffusa all’epoca, che alcune donne avevano preso a vestirsi da
uomini per attirare anche i giovanotti in cerca di partner maschili.
Ciò offese a tal punto le autorità, che stavano cercando di eliminare
la sodomia (punibile con la morte), da introdurre una norma secon-
do la quale, quando lavoravano, le prostitute dovevano sempre
esporre i loro seni nudi come prova del loro sesso. Quando lasciava-
no le loro case, dovevano passare su un ponte particolare, mostrando
i loro corpi nudi dalla vita in su. Questo ponte divenne così famoso
da essere chiamato il «Ponte delle tette».
Una breve nota sulle antiche figure che si strizzano i seni tra le
mani e sulle leggende che le circondano. Sono sempre state descritte
come immagini della Dea Madre, e si è sempre supposto che enfatiz-
zassero i seni a scopo erotico. Adesso sappiamo che non era così.
Queste figure, di solito trovate in tombe antiche, erano figure di la-
mentatrici. Nei tempi lontani, il rituale funebre richiedeva alle donne
di battersi e stringersi il petto. Un effetto collaterale di queste azioni
è che, se una donna sta allattando, il latte schizzerà dai capezzoli in
lunghi getti. È probabile che quest’azione sia stata incorporata in cer-
ti rituali. Gli antropologi hanno scoperto, con loro sorpresa, che in
certe remote società tribali, le donne che allattano reagiscono in
modo simile a uno shock improvviso, afferrano il seno in preda al
panico e lanciano il latte a una discreta distanza.
Infine, c’è l’inevitabile questione di come le donne possano mi-
gliorare l’aspetto estetico dei loro seni, per apparire più giovani e più
sexy. Per secoli, sono stati usati degli stretti corsetti per spingere i
seni in dentro e in alto, ma questi indumenti, anche se miglioravano
le forme, limitavano anche i movimenti. Quando le giovani donne
hanno cominciato a pretendere un ruolo fisicamente più attivo nella
società, fu necessario trovare un abbigliamento che glielo permettes-
se. Uno dei primi passi in questa direzione fu compiuto all’inizio del
XX secolo, quando il soffocante corsetto fu diviso in una parte supe-
riore e una inferiore, la brassière e la guaina. Più tardi, in quello stesso
secolo, anche la guaina sarebbe scomparsa, ma la brassière sarebbe
rimasta. Nel 1935 divenne semplicemente il reggiseno, e la combina-
zione di reggiseno e mutandine è a tutt’oggi l’abbigliamento intimo
preferito dalle donne.
Gli storici della moda ancora discutono su chi abbia inventato il
reggiseno. Una signora del bel mondo di New York, Mary Phelps Ja-
cob (conosciuta professionalmente come Caresse Crosby), afferma di
essere stata lei a inventarlo, ottenendo un brevetto nel 1914. L’idea le
era venuta l’anno precedente quando, mentre si stava vestendo per
partecipare a una serata, aveva scoperto che il suo corsetto, irrigidito
con ossa di balena e rivetti metallici, non era compatibile con la scol-
latura del suo lussuoso abito da sera. In un lampo di creatività, usan-
do due fazzoletti e dei nastri rosa, era riuscita a mettere insieme
quello che affermò essere il primo reggiseno.
In realtà, lo stava semplicemente reinventando, perché delle for-
me di supporto per il seno erano apparse in Francia alla fine del XIX
secolo e già nel 1907 erano state battezzate brassière. Il couturier fran-
cese Paul Poiret insisteva che l’onore della creazione del reggiseno
fosse in realtà suo, dichiarando che «In nome della libertà, io procla-
mo la caduta del corsetto e la vittoria della brassière…. Io ho liberato
il busto». E non era l’unico. La stilista inglese Lucile (Lady Duff-Gor-
don), che introdusse il termine «chic» nel mondo della moda, ribatté
che era stata lei, nel 1911, «a introdurre la brassière in opposizione
all’odioso corsetto».
La verità è, semplicemente, che tutti e tre i nostri sarti facevano
parte di un trend generale che vide, con l’inizio del XX secolo, la gra-
duale liberazione del corpo femminile dalle sue antiche costrizioni. E
che ottenne un aiuto inaspettato. Durante la Prima guerra mondiale,
l’associazione delle industrie militari fu allarmata dalla quantità di
metallo che andava sprecato per realizzare le stecche destinate a irri-
gidire i corsetti. Cominciò allora una campagna per spingere le don-
ne a non indossarli, accelerando così il passaggio al reggiseno. Le in-
dustrie belliche affermarono di aver salvato 28.000 tonnellate di me-
tallo in questo modo, «abbastanza per costruire due navi da
battaglia».
Il nuovo reggiseno aveva due funzioni alquanto distinte. Proteg-
geva i seni grandi, impedendogli di ballonzolare goffamente durante
i rapidi movimenti del corpo, inoltre li facevano apparire più sodi e
più rotondi, e di conseguenza più sexy. Quando alcune delle prime
femministe bruciarono i loro reggiseni verso la fine degli anni Ses-
santa, era la seconda di queste due funzioni che volevano
combattere.
Alcune storiche femministe hanno affermato che quei roghi di
reggiseni sono stati soltanto una trovata antifemminista per sminuire
e ridicolizzare il movimento. Un’affermazione sorprendente perché,
anche se la portata reale del fenomeno può essere stata esagerata
dalla stampa, c’è stato un periodo tra la fine degli anni Sessanta e
l’inizio degli anni Settanta durante il quale è effettivamente esistito
un forte movimento antireggiseno che procedeva in parallelo alla ri-
bellione contro il trucco elaborato, i rossetti vivaci, le scarpe alte e al-
tre forme dirette di messaggi sessuali femminili. All’epoca, quando
le femministe lottavano duramente per l’uguaglianza sociale delle
donne, si pensava che gli uomini dovessero accettare i corpi femmi-
nili così come sono, senza alcun abbellimento, e tutto ciò che «abbel-
liva», come i reggiseni, dovesse scomparire. Questa fase, comunque,
non durò a lungo perché andare in giro senza reggiseno è troppo
scomodo per la maggioranza delle donne, e i roghi di reggiseni furo-
no rapidamente accantonati.
Nel suo ruolo erotico, il reggiseno è quasi sempre stato disegnato
per dare una forma pressoché emisferica alle mammelle, ma negli
anni Cinquanta, per un breve periodo, gli stilisti crearono curiosa-
mente dei reggiseni non rotondi ma appuntiti, rinforzati con tessuto
rigido, che conferivano al seno un aspetto «a missile, in completo
contrasto con la natura e la gravità». L’effetto era aumentato dall’ag-
giunta di piccole imbottiture. Il risultato era un petto quasi aggressi-
vo nel suo protendersi in avanti, ben presto abbandonato in favore
delle rotondità più soffici degli anni Sessanta, e destinato a non ri-
comparire più nell’abbigliamento quotidiano. Si sono potuti intrave-
dere di nuovo dei reggiseni a missile nel 1994, durante una perfor-
mance della cantante Madonna. Allora due seni appuntiti hanno po-
tuto ricomparire per un istante sulla scena, con tutta la dimenticata
femminilità di un paio di testate da guerra.
Secondo una leggenda di Hollywood, uno di reggiseni più sofisti-
cati mai disegnati fu quello creato dal miliardario Howard Hughes
per l’attrice Jane Russell. In un famoso film della star, il produttore
voleva esporne in modo supererotico il procace seno senza che la
donna restasse a petto nudo. Per ottenere questo effetto, ricorse ai
servigi di un ingegnere strutturale specializzato nella progettazione
di ponti. Costui progettò una serie di prototipi dai quali fu possibile
sviluppare un reggiseno con rinforzi particolari che permettevano di
sollevare e nello stesso tempo separare le mammelle. Il risultato fu
così impressionante che vi furono diversi tentativi di bandire il film
come osceno. Questa, almeno, è la storia continuamente ripetuta, ma
di recente un’anziana Jane Russell ha sostenuto di non aver mai in-
dossato quel famoso reggiseno.
I corsetti stretti come morse e i moderni reggiseni possono aiutare
a enfatizzare il décolleté, ma una volta tolti gli abiti, il trucco non
regge più e c’è bisogno di qualcosa di molto più drastico. Entra in
scena la chirurgia plastica. L’introduzione di protesi per permettere
anche a un seno completamente nudo di apparire rotondo e fermo,
cominciò a diffondersi negli anni Sessanta. Le prime protesi di gel di
silicone furono impiantate in Texas, nel 1963. Questo tipo di opera-
zione è diventata sempre più popolare negli anni Settanta, poi negli
Ottanta, e infine nei Novanta, quando si è assistito a una vera esplo-
sione di richieste: 100.000 donne nella sola America si sono sottopo-
ste al bisturi del chirurgo pur di ottenere un seno prominente. È stato
calcolato che, entro il 2002, più di un milione di donne americane
hanno aumentato le dimensioni del loro seno grazie alla chirurgia. È
un numero considerevole per qualsiasi tipo di chirurgia plastica, e
rivela quanto profondo sia il bisogno di molte donne di esibire que-
sto primitivo segnale femminile.
Sfortunatamente, questi seni chirurgicamente rassodati non sono
mai del tutto convincenti alla vista e al tatto. C’è qualcosa di troppo
perfetto, e non si muovono con la libertà e la morbidezza con cui do-
vrebbero quando la loro proprietaria sposta il suo corpo da una posi-
zione all’altra. Come risultato, il XXI secolo ha visto la nascita di un
trend contrario. Nel 2001, non meno di 4000 donne americane si sono
sottoposte a un altro po’ di chirurgia per farsi rimuovere le protesi di
silicone, allarmando diversi chirurghi plastici, arricchitisi come crea-
tori di superseni. Eppure, sembra proprio che ci sia un certo ritorno
al seno naturale, anche se più piccolo della media.
È stata espressa la speranza che, nella fase postfemminista, gli uo-
mini scelgano le loro compagne basandosi più sulla personalità che
sulla forma del seno, ma, tristemente, non è sempre così. Alcune
donne hanno ammesso sinceramente di essersi fatte togliere le prote-
si al seno semplicemente perché avevano svolto il loro lavoro, le ave-
vano aiutate a trovare un compagno di alto livello, ma una volta che
gli sposi si erano piacevolmente assestati nella loro vita coniugale,
non c’era più bisogno di simili potenti segnali sessuali, che potevano
essere gettati via senza rimpianti.
Alcune donne, comprensibilmente, risentono di doversi sottopor-
re a questo tipo di chirurgia per compiacere un possibile compagno.
Una avvocatessa ha riassunto il suo pentimento chirurgico dicendo
che, dopo il divorzio, «La prima cosa ad andarsene, oltre al suo cane
puzzolente, sono state quelle maledette tette… Mi sono sentita come
se il mio quoziente intellettivo avesse fatto un balzo in alto di venti
punti».
XV
La vita

Uno dei segnali chiave di genere che identificano una femmina uma-
na adulta è la forma a clessidra del suo torso. Questa silhouette è do-
vuta a una caratteristica particolare del corpo femminile; la vita più
sottile, evidenziata, in parte, dalla maggiore ampiezza del corpo so-
pra e sotto di essa, i seni sporgenti e gli ampi fianchi. Ma anche senza
questo contrasto, la vita femminile è più sottile di quella del maschio
adulto.
Il modo più semplice per definire «l’insenatura della vita» di una
persona è dare il rapporto vita-fianchi. Una femmina adulta umana è
considerata attraente quando questo rapporto è di 7:10; per un ma-
schio, 9:10. La differenza tra questi due numeri si è rivelata notevol-
mente resistente alle modifiche culturali. Se una società, per esem-
pio, trova più attraenti figure più piene, e un’altra figure insolita-
mente snelle, questo non influenza la differenza di genere del rap-
porto vita-fianchi. Gli uomini e le donne, che siano massicci o esili,
mostrano comunque una notevole differenza all’altezza della vita.
Questa caratteristica del corpo umano sembra avere un significato
antico e molto semplice.
Oggi le donne, perlopiù libere da ogni forma di contenimento del-
la vita, hanno una misura media attorno ai 71 centimetri. Le giovani
donne selezionate per la loro magrezza e bellezza, come le modelle,
le concorrenti dei concorsi di bellezza e le pin-up, hanno una vita di
61 centimetri circa. Le moderne atlete, selezionate per una forza mu-
scolare simile a quella maschile piuttosto che per la loro bellezza,
hanno vite più grosse, in media sui 74 centimetri.
Naturalmente, per poter apprezzare il fisico definito da questi nu-
meri bisogna metterli in relazione con la misura del busto e dei fian-

È
chi. È la relazione tra queste tre misure che dà «l’insenatura della
vita», un fondamentale fattore della tipica silhouette femminile.
La concorrente di un severo concorso di bellezza avrà una figura
perfettamente equilibrata, con un’identica misura di fianchi e di
seno. Tipicamente, una regina di bellezza misurerà 90-60-90 centime-
tri. Una modella più magra, del genere molto amato dagli stilisti di
oggi, avrà probabilmente altre misure: 76-61-84. Questa modella po-
trà avere un viso squisito e un fisico adatto a indossare gli abiti, ma
non avrà quel contorno a clessidra che attrae l’occhio primitivo del
maschio.
La tipica donna inglese ha un problema leggermente diverso. Le
sue misure medie sono 94-71-99; con i fianchi di cinque centimetri
più larghi del busto, ha quella che si chiama una figura a trapezio.
Questa linea spiovente è ancora più accentuata in altri paesi europei.
In Germania e in Svizzera i fianchi sono più larghi di sei centimetri, e
in Svezia e in Francia di otto.
Questa silhouette è l’esatto contrario di quella di una pinup, le cui
misure medie sono 94-60-89. Anche qui c’è un trapezio, ma è rove-
sciato. I suoi seni hanno le stesse dimensioni di quelli di una tipica
donna europea, ma sembrano più grandi perché vita e fianchi sono
più piccoli. Inevitabilmente, si dirà di lei che ha dei grandi seni, ma è
soltanto un’illusione, creata dall’esilità della vita e dei fianchi.
Si potrebbe sostenere che statistiche fisiche femminili come queste
sono vecchie e irrilevanti. Gli organizzatori di molti concorsi di bel-
lezza non osano più neppure accennarvi nella nostra società post-
femminista. Ma rimane il fatto che queste misure continuano a gio-
care un ruolo importante nelle relazioni umane. In un recente esperi-
mento, in un centro commerciale sono state esposte alcune silhouette
a grandezza naturale di donne di diverse proporzioni, poi a dei pas-
santi maschi e adulti è stato chiesto di indicare quale preferivano. La
gran maggioranza ha selezionato quella dove le curve e la vita erano
in perfetto equilibrio. Il verdetto di questi maschi scelti a caso confer-
ma l’importanza di una vita sottile. È qualcosa di troppo profonda-
mente incuneato nella psiche maschile per essere spazzato via da
moderni atteggiamenti culturali.
Come è accaduto per altre parti del corpo femminile, la differenza
di genere nelle dimensioni della vita ha portato a esagerarle artifi-
cialmente; se una vita sottile è femminile, allora una vita minuscola
sarà superfemminile. Molte giovani donne, in passato, hanno accet-
tato di soffrire pur di ottenerla. La speciale attrattiva di una vita in-
solitamente sottile si trova nel suo doppio messaggio: la sua esilità
sia relativa, in contrasto con il seno e i fianchi prominenti, sia
assoluta.
Ma perché una vita sottile è così attraente? La risposta è semplice
e biologica. Quando una donna ha partorito il suo primo figlio, la
vita si ingrossa sempre almeno un poco. Anche se riesce, con una
dieta stretta, a recuperare la linea che aveva da ragazza, la sua vita
non tornerà mai com’era prima, a causa dei mutamenti irreversibili
avvenuti nella zona addominale durante la gravidanza. È stato sti-
mato che la vita media di una donna, madre di diversi figli, se lascia-
ta libera da indumenti stretti, aumenterà in dimensioni di 15-20 cen-
timetri. Di conseguenza, per secoli una sottile vita femminile è stata
simbolo di gioventù e verginità, di una donna pronta per il sesso, ma
che ancora non l’ha conosciuto. Questa condizione possiede una tale
enorme, primitiva attrazione per il maschio riproduttivo della specie
che molte donne, anche quelle che se la sono lasciata alle spalle da
molto tempo, sono pronte a fare qualsiasi cosa per ricrearla, seppure
in modo soltanto simbolico.
Per centinaia di anni, le vite femminili sono state schiacciate e
strizzate da cinture, fasciature strette o busti, facendo sorgere un di-
battito appassionato attorno all’uso di questi indumenti restrittivi. Le
tesi sono assai complesse. Non si tratta semplicemente di puritani
contro edonisti, come accade con molte mode femminili. Qui, en-
trambe le parti sostengono più di una tesi.
Nelle file degli estremi oppositori del culto delle vite sottili ci sono
sia i pii sia i libertini. Nel XVII secolo, furono i pii a condurre l’attac-
co. Sostennero con vigore che ogni tentativo di alterare il corpo uma-
no era un’offesa a Dio. John Bulwer, che scriveva nel 1654, tuonò
contro: «Le mode pericolose e volgarmente affettate che riguardano
la vita». Descrisse i busti come «Una moda perniciosa oltre ogni im-
maginazione», e lanciò terribili minacce contro le giovani donne che:
«si strizzavano tra i lacci per ottenere un vitino di vespa, ritenendosi
sufficientemente belle soltanto quando potevano misurare la loro
vita con le mani». Se avessero ignorato i suoi consigli, ben presto si
sarebbero ritrovate: «Con l’alito pesante e… avrebbero spalancato la
porta alla tisi e alla consunzione».
La sua opinione fu più volte ripresa negli anni che seguirono. Il
sottotitolo di un libro sui pericoli dei busti stretti, scritto dall’ameri-
cano Orson Fowler e pubblicato nel 1846, si riferisce a: «I danni inflit-
ti alla mente e al corpo dall’eccessiva pressione sugli organi della
vita animale, con il conseguente ritardo e indebolimento delle fun-
zioni vitali». Al posto della consunzione di Bulwer, Fowler agitava
davanti alle donne strette nei busti gli spettri della follia e della
depravazione.
Altri critici, meno estremi, hanno comunque espresso preoccupa-
zione per le possibili complicanze mediche causate dalla forte com-
prensione dei busti. Tra gli acciacchi elencati c’erano: mal di testa,
svenimenti, ernie, danni al fegato, aborto e difficoltà sia nel respiro
sia nella circolazione del sangue. Alcuni arrivarono al punto di inclu-
dere deformità dello scheletro, cancro, malattie renali, malformazioni
fetali, epilessia e sterilità. Un autore vittoriano elencò non meno di
novantasette disturbi che secondo lui potevano essere provocati dai
busti stretti.
Tutte queste raccomandazioni erano perlopiù inutili, dato che la
maggior parte delle giovani donne che portavano i busti erano abba-
stanza intelligenti da non eccedere nello stringerli, o da non indos-
sarli in continuazione per lunghi periodi di tempo. Chiaramente, un
busto strettissimo poteva rendere difficile sia la respirazione sia la
circolazione del sangue, provocando mal di testa, svenimenti e respi-
ro affannoso. E, se indossato a lungo, poteva anche indebolire la mu-
scolatura della schiena, causando dolori una volta che lo si toglieva.
Ma un busto poteva essere indossato per ottenere una vita sottile e
attraente in occasioni speciali senza provocare alcun danno fisico, ed
era questo l’uso, moderato e limitato, che ne facevano la maggior
parte delle giovani, nonostante le storie dell’orrore che sostengono il
contrario.
Un attacco completamente diverso al busto giunse dalle donne li-
berate dei tempi moderni. Per costoro, l’idea di indossare ogni tipo
di costrizione era un insulto alla libertà femminile. Subire una limita-
zione nei movimenti non era soltanto un problema atletico, ma era
anche un simbolo della sottomissione al maschio. Il busto era uno
strumento di tortura imposto alle donne dai maschi oppressori per
sottometterle.
Se una donna di oggi, edonistica e moderna, desidera ancheggiare
provocatoriamente su una pista da ballo, non tollererà certo indu-
menti rigidi. Se vuole partecipare ai preliminari di un incontro ses-
suale in perfetta eguaglianza, deve essere flessibile e nuda come il
suo compagno maschio. Se vuole una vita sottile, dovrà ottenerla in
palestra, correndo, con severi regimi salutistici, piuttosto che attra-
verso la passiva soluzione di avvolgersi in un busto stretto. Nella sua
ricerca dell’ammirazione maschile, dovrà sostituire l’abbigliamento,
una disciplina inattiva, con una disciplina attiva e atletica.
Le femministe intelligenti hanno sempre desiderato la libertà del
corpo, ma per un altro motivo. Per loro, lo scopo era distrarre l’atten-
zione maschile dalla sessualità del corpo e concentrarla invece sulle
qualità del cervello femminile. Per far colpo su un maschio possibile
compagno, privilegiavano le capacità intellettuali e non il potenziale
riproduttivo del corpo. Quindi, ogni tentativo di esagerare la si-
lhouette femminile era considerato tabù.
Abbiamo elencato le voci anti-busto, levatesi contro ogni tentativo
di alterare il corpo femminile, con le sue curve naturali. A queste
voci si oppongono i sostenitori dei busti, anche loro con diversi pun-
ti di vista.
Per prima, ecco l’opinione secondo la quale il busto mostra un’or-
gogliosa autodisciplina e, simbolicamente, parla di un lodevole auto-
controllo. Dopotutto, è proprio da qui che viene il termine inglese
«straitlaced», legato stretto, che significa preciso, puritano.
Secondo, si riteneva che una vita stretta in un busto dimostrasse
rispettabilità e alti valori morali perché aiutava a rendere inaccessibi-
le colei che lo indossava, armandola virtualmente contro ogni atten-
zione maschile. Il vitino di vespa potrà anche eccitare l’occhio del
maschio, ma il busto con i suoi complicati lacci rende irraggiungibile
il corpo nudo rinchiuso al suo interno.
In passato, il busto aiutava anche ad avere un portamento aristo-
cratico. La giovane che lo indossa è costretta a tenere una posizione
rigida ed eretta, che le dà un’aria di graziosa alterigia. Non ci si può
ingobbire o rilassare con un busto addosso. Per mantenere il torso
verticale c’era persino una stecca d’osso lunga e appiattita, che si in-
filava nel davanti del busto. (Si diceva anche che potesse essere un’u-
tile arma per difendersi da qualsiasi ammiratore avesse perso il con-
trollo dei suoi istinti sessuali.) La condizione opposta, una donna
senza busto, con la sua voluttuosa libertà di movimento, divenne
presto sinonimo di donna perduta.
Una giovane con indosso un busto stretto dava anche l’impressio-
ne (nonostante il torace ben nascosto) di essere lievemente vulnera-
bile, come un animale in trappola. Con il corpo ingabbiato, non pote-
va correre molto velocemente e ciò era attraente per il suo spasiman-
te, il quale, in una fantasia inconscia, poteva gioire della facilità con
la quale l’avrebbe catturata, semmai avesse deciso di inseguirla.
Alcuni uomini nutrono una passione feticistica per i busti stretti,
proprio grazie a questo elemento di imprigionamento, con la sua
vaga sfumatura «bondage». In questo caso, l’attrattiva del busto non
è tanto dovuta alla silhouette femminile che crea, quanto alla non
detta verità che la femmina ammirata sta soffrendo una tortura fisica
per il suo ammiratore. È facile capire perché i busti più esagerati sia-
no diventati parte integrante della scena sado-masochista.
Quindi, per riassumere, nei ranghi di coloro che si oppongono ai
busti e di coloro che ne sono favorevoli si possono trovare sia i puri-
tani sia i libertini. Indossare un busto può rendere una donna sia
fredda e distante sia tremendamente sexy; non indossarlo può ren-
derla sia una donna priva di sofisticazioni, sia liberata, sia, infine,
perduta.

La curiosità che circonda i vitini di vespa del passato è tale che, in


epoca moderna, sono nati due miti alquanto popolari. Il primo so-
stiene che, in passato, grazie all’uso dei busti, le donne avessero una
vita molto più stretta. Si sente spesso affermare che, nella tarda età
vittoriana, verso la fine del XIX secolo, una ragazza per essere at-
traente dovesse avere una misura di vita in pollici (e un pollice corri-
sponde a circa 2,5 centimetri) uguale ai suoi anni. Un proverbio spa-
gnolo afferma che una giovane donna deve avere una vita sottile
come quella di un cane da caccia. E c’è un vecchio detto che sostiene
che la vita femminile ideale deve essere così sottile da non proiettare
ombre sotto il sole.
Si crede che al tempo dei busti vitini di soli 38-41 centimetri fosse-
ro comuni, e che le donne li ottenessero cominciando a stringersi nei
busti da giovanissime e continuando spietatamente attraverso la pu-
bertà e la gioventù. Le vignette del XVIII e XIX secolo mostrano don-
ne nell’atto di farsi allacciare il busto, stringendo brutalmente fino a
far diventare la vita sottilissima, pressoché inesistente. Di recente,
studi più attenti hanno confutato queste idee. Il primo colpo arrivò
nel 1949, quando si esaminarono degli abiti di epoca vittoriana e si
scoprì che la vita più piccola rinvenuta in un’enorme collezione di
vestiti misurava 61 centimetri. Nel 2001 un nuova ricerca, lunga e ac-
curata, confermò i dati precedenti. La vita più piccola misurata in un
abito del XVIII secolo era di 61 centimetri. È vero che le cose si fecero
più estreme nel XIX secolo, grazie all’invenzione degli occhielli di
metallo che permettevano di stringere ancor di più i busti, ma anche
allora la vita più sottile ritrovata fu di 46 centimetri. I vitini vittoria-
ni, al culmine di questa moda, andavano dai 46 ai 76 centimetri.
Questo non significa che le vite di vespa non esistessero, ma dove-
vano essere delle isolate rarità piuttosto che delle caratteristiche co-
muni. Persino oggi, in tempi moderni, si sono registrati casi estremi.
Il Guinness dei primati menziona una donna inglese del XX secolo che
riuscì a ridurre la sua vita a soli 56 centimetri nel 1929, quando aveva
ventiquattro anni, e poi a 33 sconcertanti centimetri nel 1939. Dato
che visse per altri 43 anni, è chiaro che, almeno in questo caso, la
brutale pressione sui suoi organi interni non le fece alcun danno. Ma
è importante vedere questa donna come una strana eccezione alla re-
gola generale, piuttosto che l’esempio di una moda diffusa. Le donne
possono desiderare una vita sottile in virtù del primitivo segnale di
genere che trasmette, ma non sono disposte a tutto. Eccedere signifi-
ca mettere in pericolo la propria vita per un’ossessione. Certo, in
passato alcune di queste donne hanno ecceduto, proprio come acca-
de con il loro equivalente moderno, le maniache della dieta. Ma la
grande maggioranza della popolazione femminile non cercò mai di
raggiungere questi sconcertanti estremi e sostenere il contrario è sol-
tanto uno dei grandi miti della storia della moda.
Il secondo mito afferma che, alla ricerca della vita perfetta, le don-
ne dell’epoca vittoriana arrivavano a sottoporsi a una orribile e peri-
colosa operazione per rimuovere le costole. Quest’idea è stata soste-
nuta con decisione anche in testi seri di storia del costume; alla fine
del XIX secolo, alcune giovani donne ottennero una perfetta figura a
clessidra facendosi rimuovere chirurgicamente le costole inferiori. In
questi studi non sono mai stati dati dettagli, ma a volte sono state in-
cluse delle fotografie per illustrare la sconcertante sottigliezza di viti-
ni ottenuti chirurgicamente. Molti autori più tardi (compreso me
stesso in La scimmia nuda e Germane Greer in L’eunuco femmina) han-
no accettato e ripetuto quest’affermazione, usandola come esempio
di cosa fossero disposte a fare le donne pur di migliorare la loro
natura.
Adesso sembra che siamo stati tutti fuorviati. Un’approfondita ri-
cerca svolta da Valerie Steele del Fashion Institute di New York è
giunta alla conclusione che: «Non c’è alcuna prova che questa prati-
ca sia mai esistita». La studiosa sottolinea che non si accenna alla ri-
mozione chirurgica delle costole in nessuna storia della chirurgia
plastica. Inoltre una simile operazione, alla fine del XIX secolo, sareb-
be stata estremamente pericolosa. All’epoca, le procedure mediche
non erano abbastanza evolute. Se guardiamo di nuovo le fotografie
che dovrebbero mostrare delle donne de-costolate, appare probabile
che l’immagine sia stata ritoccata per far apparire i loro vitini di ve-
spa ancora più sottili.
Ciò nonostante, il desiderio di credere nella rimozione a scopo co-
smetico delle costole è così forte che in anni recenti è nata una nuova
leggenda urbana, secondo la quale alcune grandi stelle di Holly-
wood si sarebbero sottoposte a questa operazione. Ora che possedia-
mo tecnologie chirurgiche avanzate, non solo è possibile rimuovere
le costole, ma si dice che sia già stato fatto per donare vitini invidia-
bili ad alcune donne famose. Tra coloro che, secondo questa voce,
avrebbero sacrificato le loro costole inferiori alla ricerca di una figura
perfetta ci sarebbero anche sette star di fama mondiale.
La realtà è che non vi è alcuna prova, e nemmeno un sospetto, che
neppure uno di questi difficili interventi chirurgici abbia mai avuto
luogo, e la maggior parte delle stelle coinvolte ha semplicemente
ignorato, come ridicole, queste dicerie. Tuttavia, le voci che circola-
vano attorno a una di loro, la cantante e attrice Cher, erano così per-
sistenti che la diva è stata obbligata a una smentita ufficiale, sotto-
mettendosi a un esame medico e citando per danni una famosa rivi-
sta francese che aveva riportato il pettegolezzo.
Ora sembra certo che né le dame vittoriane, né le moderne celebri-
tà si sottopongono di routine a questa soluzione estrema, eppure, è
mai stato fatto uno di questi interventi? Si sono mai rimosse le costo-
le inferiori a scopo estetico? È difficile saperlo con sicurezza, ma vi
sono alcune prove che suggeriscono una risposta positiva, almeno in
casi molto rari. Una descrizione delle procedure chirurgiche offerte
ai maschi transessuali che desiderano apparire più femminili include
la seguente affermazione: «È anche possibile sottoporsi a una rimo-
zione delle costole per ottenere una vita più segnata». Ma subito se-
gue un avviso: «In generale, però, i medici lo sconsigliano». Lo stes-
so testo acclude un elenco di chirurghi plastici americani che parre-
bero disposti a eseguire questa operazione, dietro una parcella di
4500 dollari.
Una giovane donna di Amburgo afferma di aver ridotto la sua
vita da 51 a 36 centimetri grazie a una serie di cinture strette, busti, e
alla rimozione di alcune costole, durante un ricovero in ospedale du-
rato tre giorni. L’operazione ha avuto successo, e le ha permesso di
apparire in televisione in Germania, Australia e America per mostra-
re il suo fisico straordinario. Le sue affermazioni possono forse esse-
re vere, ma possiamo essere certi che, anche se lo sono, rappresenta-
no un caso isolato ed estremo. Affermazioni come: «La rimozione
delle costole era un’operazione estetica piuttosto comune negli anni
Cinquanta», e altre simili sono prive di ogni fondamento. La rimo-
zione delle costole, oggi appare come nulla più che un pettegolezzo
ripetuto all’infinito. Il significato della sua persistenza sta nel fatto
che questo pettegolezzo riflette non una verità della medicina, ma la
tenacia di una fantasia maschile. L’immagine di una sottile vita fem-
minile sembra essere indelebilmente impressa nel cervello del ma-
schio umano.
XVI
I fianchi

Gli ampi, materni fianchi della femmina umana costituiscono uno


dei segnali chiave della figura femminile. Che la vita sia stretta o no,
i fianchi larghi diffondono il primitivo messaggio che questa donna è
capace di generare. Soltanto quando una società umana è in una fase
in cui preferisce una giocosità adolescenziale alla fecondità e alla ri-
produzione, abbandona le attrattive dei fianchi ampi per un look più
esile, da ragazzo.
Dato che il bacino di una donna è più largo di quello di un ma-
schio, i fianchi sono uno dei principali segnali di genere. Per essere
precisi, un bacino femminile ha una larghezza di circa 39 centimetri,
mentre quello del maschio soltanto di 36. Da questa differenza biolo-
gica tra i sessi è nata una grande varietà di valorizzazioni e alterazio-
ni. Oggi, la maggior parte delle donne si affida ai segnali comunicati
dai loro fianchi naturali, senza sottolinearli, ma nel passato spesso
sono state schiave di super-fianchi, e vittime della strumentazione
necessaria ad averli. È difficile credere fino a che punto alcune fanati-
che siano riuscite ad arrivare.
Nel XVI secolo, i sarti dell’intera Europa erano occupati a vendere
enormi, ingombranti, «cuscini per i fianchi», che assomigliavano a
pneumatici imbottiti, ed erano quasi altrettanto grandi. Venivano le-
gati sotto delle ampie gonne raddoppiando la normale larghezza del
bacino. Rendevano impossibile qualsiasi movimento vigoroso o atle-
tico e rendevano l’abito così pesante e stancante che le dame dell’e-
poca erano incapaci di qualsiasi attività un po’ vivace.
Il XVIII secolo vide l’invenzione delle «crinoline», sottogonne di
rete rigida simili a campane. Queste strutture, spesso di ferro, erano
studiate per dare l’impressione che chi le portava avesse degli ampi
fianchi materni, ed erano così larghe che per passare attraverso le
porte era necessario voltarsi di lato.
Ma rivolgiamo adesso la nostra attenzione ai movimenti e alla po-
stura. A questo punto non ci sorprenderà più scoprire che la maggior
parte dei movimenti dei fianchi hanno un forte carattere femminile.
Ogni camminata caratterizzata da un marcato ondeggiare di fianchi
è così fortemente femminile da essere spesso impiegata come ele-
mento di caricatura negli spettacoli comici dei teatri erotici. Ogni dea
del sesso ancheggia un po’, di tanto in tanto. Ma soltanto i maschi
che impersonano delle femmine, o qualche oltraggioso travestito,
permetterebbe a dei fianchi maschili di ondeggiare allo stesso modo.
Stare in piedi con un fianco sbilanciato di lato è altrettanto femmi-
nile, o effemminato. Questa postura è l’equivalente del camminare
ancheggiante, ed è una posizione lievemente contraddittoria, dato
che è sia contratta sia rilassata. Dice: «Guarda che bei fianchi che
ho», ma la posizione sbilanciata, asimmetrica del corpo trasmette un
messaggio confuso sull’umore di chi l’assume.
Molte danze comprendono tra i propri passi vigorosi movimenti
dei fianchi, come la «mossa», rapidi spostamenti di lato e rotazioni,
di solito territorio più delle donne che degli uomini. Nella hula, la
famosa danza hawaiana, le ragazze, con la regione pelvica enfatizza-
ta da un gonnellino di paglia, eseguono diversi movimenti ritmici
del bacino, ondeggiandolo, muovendolo di scatto e facendolo ruota-
re a tempo con la musica. Due movimenti particolari di questa danza
sono l’Ami e Attorno-all’isola. L’Ami è una rotazione del bacino, du-
rante la quale si muovono le anche in un movimento circolare, prima
in senso orario e poi in senso antiorario tenendo una mano alzata
mentre l’altra riposa sui fianchi. Il movimento chiamato Attorno-all’i-
sola è simile, solo che il corpo ruota di un quarto di cerchio con ogni
rullio dei fianchi, girando attorno all’isola in quattro tempi.
Forse, il più importante tra i gesti che riguardano il bacino è la po-
stura con le mani ben piantate sui fianchi. Si ritiene che indichi auto-
rità, sfida, o un umore sovraeccitato, ma è molto più complessa. Es-
senzialmente, è un gesto ostile. È l’opposto di tendere le braccia per
invitare a un abbraccio. In effetti, è piuttosto difficile abbracciare
qualcuno che mantiene testardamente le mani sui fianchi. Con le
mani appoggiate fermamente sulle anche, i gomiti sporgono in fuori
come punte di frecce, lontane dal corpo. È come se stessero dicendo:
«Stai lontano, stai lontano o le prendi». Quando l’umore è quello
giusto, la si assume senza pensarci, in modo automatico, raramente
consapevoli di quello che si sta facendo. È anche un gesto distribuito
sull’intero pianeta.
Si incontra questa posizione ogni volta che la persona che l’assu-
me è di umore repulsivo, ecco perché è un gesto caratteristico della
sfida e dell’autorità. La donna che sta sulla porta di casa sua, le mani
sui fianchi, sta silenziosamente dicendo: «State lontani, che nessuno
osi entrare». La persona che possiede autorità e che desidera mo-
strarla deve essere vista come isolata dagli altri, con uno spazio e
una postura tutti suoi. Quindi, le mani sui fianchi di un membro do-
minante di un gruppo dicono agli altri di stare al loro posto.
Le mani sui fianchi sono anche usate da individui che hanno ap-
pena subito una sconfitta. Possono anche non essere in una posizio-
ne dominante, ma di sicuro non stanno cercando il conforto dei loro
simili. La sportiva che ha appena perso una gara, adotterà immedia-
tamente la postura con le mani sui fianchi, di solito con la testa leg-
germente abbassata, a riflettere il suo spirito. Il messaggio che invia
è: «State lontani da me, sono così arrabbiata che non voglio nessuno
vicino».
Se una donna desidera dissociarsi da un gruppo di persone, per
esempio alla sua sinistra, allora soltanto il braccio sinistro si appog-
gerà sui fianchi. Se c’è un gruppo alla sua destra con il quale sente
una qualche affinità, il braccio da quel lato resterà giù. Questa mezza
posizione, che si incontra spesso alle feste o in altre riunioni sociali,
rivela rapidamente i legami tra alcuni individui e gli altri presenti.
Una strana caratteristica della posizione con le mani sui fianchi è
che, nonostante sia diffusa in tutto il mondo, in molte lingue non ha
un nome preciso. Spesso viene semplicemente descritta con una fra-
se, come, appunto, mani sui fianchi oppure «la teiera con due mani-
ci», ma non con una singola parola. Ciò rivela fino a qual punto sia
data per scontata. È uno di quei comuni schemi di comportamento
umano che vediamo ogni giorno, ai quali reagiamo in modo sublimi-
nale senza neppure analizzare il messaggio fisico che stiamo riceven-
do. Se si trattasse di un gesto più cosciente, come un saluto o un cen-
no, vi sarebbe una parola per descriverlo in ogni lingua.
Infine, c’è il contatto interpersonale dell’abbraccio con i fianchi. I
giovani amanti spesso camminano a lungo assieme, stretti fianco a
fianco, con le anche che si sfiorano, abbracciati l’uno all’altra, la
mano che riposa sui fianchi del compagno. È come se volessero con-
cedersi un vero abbraccio e camminare assieme nello stesso tempo, e
allora abbracciare i fianchi è una soluzione di compromesso. Non è
un’azione semplice e intralcia la deambulazione, ma in occasioni si-
mili la mobilità della coppia è meno importante dell’esibizione di in-
timità, fatta sia per se stessi, sia per gli altri. È un abbraccio che
esclude drasticamente chiunque li accompagni o li osservi.
Come segno di legame, questo tipo di abbraccio invia un messag-
gio più potente dell’altrettanto comune abbraccio alle spalle. Due
maschi possono indulgere in un abbraccio alle spalle, sia da fermi sia
mentre camminano. È un gesto amichevole, ma non vi è nulla di così
intimo in esso da suggerire un legame sessuale. Abbracciare ai fian-
chi un’altra persona, invece, porta la mano che abbraccia molto più
vicina alla primaria zona sessuale e carica l’azione di un maggior si-
gnificato sessuale. Per questo motivo, i maschi abbracciano ai fianchi
soltanto le femmine, a meno che, naturalmente, non abbiano inten-
zione di dichiarare apertamente la propria omosessualità.
Analizzando un certo numero di abbracci ai fianchi in cerca di dif-
ferenza di genere, si scoprì che nella maggioranza dei casi in campio-
ne soltanto uno dei partner abbracciava attivamente. L’altro partner
permetteva l’abbraccio ma non lo ricambiava. Nel 77 per cento dei
casi era un maschio ad abbracciare una femmina; nel 14 era una fem-
mina ad abbracciare un maschio; e nel 9 era una femmina con un’al-
tra femmina. (I genitori che abbracciano i loro bambini piccoli erano
stati esclusi dal campione.) Come già accennato, i maschi in genere
non abbracciano altri maschi, ma sembra che il tabù dell’abbraccio
sui fianchi tra persone dello stesso sesso sia meno forte tra le donne
che tra gli uomini. Sotto questo aspetto, comunque, non differisce
molto da altre forme di intimità pubbliche, come i baci di saluto.
La grande differenza in percentuale tra gli abbracci maschio-fem-
mina e femmina-maschio riassume efficacemente l’attitudine degli
adulti verso il bacino. I maschi, naturalmente, sono molto più inte-
ressati ad abbracciare le anche femminili che viceversa. Visto in ter-
mini sociali, è un’ulteriore prova di come i fianchi siano un attributo
essenzialmente femminile. Grazie alle ampie pelvi materne che li
rendono un tratto fondamentale del corpo delle donne, sono carichi
di femminilità quasi quanto il seno. Soltanto nell’accoppiamento,
quando i movimenti del bacino del maschio si fanno frenetici, i fian-
chi acquistano un sapore più mascolino.
XVII
La pancia

La pancia femminile è sempre stata una zona tabù, non perché in se


stessa sia insolitamente erotica, ma perché è in stretta relazione con
la primaria regione sessuale, che si trova proprio al disotto. Abiti che
mostrano la pancia attraggono lo sguardo verso il basso, verso la re-
gione genitale. Nel mondo occidentale, tradizionalmente, gli abiti
normali hanno sempre coperto questa zona, ma in anni recenti (dalla
fine del 1998, per essere esatti) è nata una moda che espone la pancia
unendo jeans dalla vita bassa con magliette insolitamente corte. Ciò
ha portato la pancia femminile fuori del suo nascondiglio e l’ha tra-
sformata in un nuovo centro dell’attenzione maschile. In Giappone
questa moda ha persino un nome speciale: heso dashi.
La ragione per l’esposizione e la scelta di questa nuova «zona ero-
tica» è interessante, ed è legata a un mutamento epocale dell’abbi-
gliamento femminile. Come ho già detto altrove, nel mondo occiden-
tale, di recente, le giovani donne sono passate in massa dall’indossa-
re gonne all’indossare pantaloni. Oggi, più dell’80 per cento delle
donne che possiamo vedere lungo le strade cittadine indossano dei
jeans o un altro tipo di pantaloni. Il risultato è che le gambe femmini-
li hanno perso il loro ruolo di aree di carne esposta, e quindi c’era bi-
sogno di una nuova zona per sostituirle. Camicie e magliette scollate
che espongono le spalle e l’incavo dei seni sono state spesso usate in
passato, diventando tutto sommato familiari e ormai poco intriganti.
Ci voleva qualcosa di nuovo, e da qualche parte qualcuno ha avuto
la brillante idea di indossare delle maglie troppo corte per raggiun-
gere la cintura dei pantaloni. All’improvviso, era nata una nuova
zona erotica e la moda si è diffusa rapidamente. Le gambe sono an-
cora tristemente ben coperte, ma, come compensazione, adesso è il
bacino femminile a offrirsi all’ispezione maschile. (Per un po’, alme-
no, fino a quando i cicli della moda non riprenderanno a muoversi.)
La teoria che sta dietro queste mie considerazioni sulla moda fu
introdotta per la prima volta da alcuni analisti del costume nella
Germania degli anni Venti. Spiegarono che, nella moderna moda
femminile, esiste una legge del Mutamento delle Zone Erotiche.
Questa legge afferma che le giovani donne desiderano sempre espor-
re una parte particolare dei loro corpi, ma che questo desiderio conti-
nua a spostarsi da una regione del corpo all’altra. Se una parte viene
coperta, un’altra è scoperta. Vi sono due motivi per questo. Il primo
è la novità, ogni nuova esposizione è eccitante perché non si è vista
di recente, la familiarità non ha ancora portato all’indifferenza. La
seconda è la modestia; se si espone più di una parte del corpo alla
volta, l’impatto è troppo volgare. Quindi, per mantenere l’esposizio-
ne interessante, ma non esagerata, il ruolo di zona erotica passa in
continuazione da un’area all’altra del corpo, secondo i cicli della
moda. Al momento, all’inizio del XXI secolo, l’enfasi è sulla pancia.
Un vantaggio speciale di questa moda è che un’altra recente pas-
sione, il piercing all’ombelico, non è più nascosto. Infatti, uno svan-
taggio di avere dei piercing dal collo in giù è che sono visibili soltan-
to per gli amici più intimi. Ma ora, finalmente, gli orecchini di ogni
tipo applicati all’ombelico possono uscire allo scoperto. Come risul-
tato, stanno diventando sempre più popolari e sono passati da essere
la stranezza di una minoranza specializzata a una moda diffusa in
ogni strato sociale.
L’orecchino all’ombelico ha un grande impatto estetico, ma sor-
prende un po’ che delle giovani donne sessualmente attive possano
voler indossare un gioiello in una posizione così vulnerabile. Un rap-
porto sessuale faccia a faccia vigoroso potrebbe diventare un proble-
ma, con un alto rischio di lacerarsi l’ombelico quando i corpi si muo-
vono l’uno sull’altro. Alcuni scrittori l’hanno chiamato «Vandalismo
ombelicale», tuttavia, dall’inizio del XXI secolo, l’orecchino all’ombe-
lico è diventato secondo in popolarità soltanto a quello classico
all’orecchio.
E in passato, come era vista questa parte dell’anatomia femmini-
le? Nell’epoca vittoriana divenne volgare persino usare la parola
pancia e fu necessario trovare un sostituto. Poiché la pancia contiene
lo stomaco, e poiché lo stomaco è posizionato in alto, lontano dagli
innominabili genitali, i vittoriani decisero che un mal di pancia do-
vesse diventare un mal di stomaco. Questa inaccuratezza anatomica
è diventata così radicata nella cultura inglese che sopravvive ancora
nell’epoca moderna, anche se ci siamo lasciati ormai alle spalle l’ipo-
crisia vittoriana. Nelle nursery di quegli anni perfino la parola «sto-
maco» era considerata troppo anatomica, e fu modificata in
«tummy».
Mentre una classe spostava educatamente la pancia verso l’alto,
verso la regione dello stomaco, un altro gruppo sociale l’abbassava
rudemente, verso i genitali. Con identica ma opposta inadeguatezza,
le classi più basse parlavano della pancia per riferirsi alla regione
sotto il pelo pubico, invece che al di sopra. Così, nell’Inghilterra del
XIX secolo, il pene maschile era chiamato «belly-ruffian», il ruffiano
della pancia. Un «prurito alla pancia» era il desiderio sessuale; un
«lavoro di pancia», l’accoppiamento.
Una terza inaccuratezza vede il termine pancia usato come sinoni-
mo di utero. Quando le criminali venivano ancora condannate a
morte per certi reati, esisteva una ben conosciuta strategia, chiamata
in Inghilterra «la supplica della pancia». Si basava sulla norma che
una donna incinta non poteva essere giustiziata. Nella maggior parte
delle prigioni c’erano degli uomini chiamati «fornitori di bambini», il
cui compito tutt’altro che difficile era assicurarsi che le ospiti potes-
sero presentare la loro «supplica di pancia».
Il corretto significato anglosassone del termine «belly» è la parte
anteriore inferiore del corpo, sotto il petto e al di sopra dei genitali,
che contiene lo stomaco, l’intestino e, nella donna, l’utero; in termini
medici, l’addome.
Questa regione del corpo ha pochi punti salienti. A parte l’ombeli-
co (del quale parleremo più avanti), vi si trova una depressione cen-
trale chiamata linea alba. Normalmente, in un adulto, questa corre
verticalmente dall’ombelico su fino alla parte inferiore del petto. In
un corpo sottile e atletico, visto in una illuminazione adatta, la linea
alba appare come un solco sottile ma definito nella carne, che segna
il punto dove i muscoli del lato sinistro del corpo si incontrano con
quelli di destra. In un giovane muscoloso questa linea può essere in-
dividuata anche sotto l’ombelico, oltre che sopra. Invece se si ingras-
sa, a qualsiasi età, diventa difficile individuarla sia sopra sia sotto.
La pancia della femmina è più arrotondata nella parte inferiore di
quella del maschio, ed è, in proporzione, più lunga, con una maggior
distanza tra l’ombelico e i genitali. Inoltre, l’ombelico femminile è
più profondo di quello maschile, anche quando due individui hanno
la stessa costituzione. Riassumendo: la femmina umana ha un addo-
me più ampio e più curvo di quello del maschio, un tratto spesso
esagerato dagli artisti.
Invecchiando, tendono a ingrassare, e la loro pancia si fa più ab-
bondante. Se eccedono nel mangiare, ben presto diventeranno molto
panciute, con loro disappunto od orgoglio. In passato, in epoche più
povere, la pancia era spesso motivo di vanto e ostentazione, e le ra-
gazze tribali venivano fatte ingrassare per i loro sposi. Il nuovo puri-
tanesimo del corpo, con il suo desiderio di una gioventù eterna, ha
cambiato tutto questo. Adesso, una pancia piatta è un dovere a ogni
età.
Questo mutamento nei gusti ha avuto uno strano effetto collatera-
le: ha alterato la forma dell’ombelico femminile. Sulle figure più pie-
ne l’ombelico è più o meno circolare, ma in quelle sottili assomiglia
di più a una fessura verticale. Un esame di un campione di opere
d’arte ha mostrato che le femmine dalle proporzioni più generose
del passato mostravano nella gran maggioranza dei casi, il 92 per
cento, un ombelico circolare. Uno studio uguale svolto su foto di mo-
derne modelle ha rivelato che questa percentuale scende al 54 per
cento. Le femmine più magre di oggi hanno sei volte di più la possi-
bilità di avere un ombelico verticale che le loro più voluttuose
antenate.
Comunque, dietro la nuova forma dell’ombelico si nasconde qual-
cosa di più della mera perdita di peso. La magrezza rende semplice-
mente possibile un ombelico verticale. Che poi lo si abbia oppure no,
dipende dalla posizione della modella. Persino la più magra delle
femmine può mostrare un ombelico circolare se lascia scivolare il
corpo in avanti. Quindi, nelle pose moderne, consciamente o incon-
sciamente, si tende a mantenere l’ombelico il più verticale possibile.
La ragione non è difficile da scoprire. L’ombelico, con la sua forma
simile a un orifizio, ha sempre svolto un ruolo minore come eco dei
genitali. Infossato al centro della pancia, ha una vaga affinità con i
veri orifizi situati sotto di esso. L’orifizio genitale femminile è una
fessura grosso modo verticale, mentre quello anale ha una forma più
circolare. Ne consegue che questo spostamento verso l’ombelico ver-
ticale ne rafforza il simbolismo genitale. Nelle foto di moda dove la
vera fessura verticale è nascosta, il fotografo e la sua modella posso-
no riuscire a offrire uno pseudoorifizio subliminale, come sostituto
di quello vero.
Se tutto questo sembra piuttosto fantasioso, basta soltanto guar-
dare ciò che accadde all’ombelico nelle fasi più puritane del XX seco-
lo. Nelle foto più antiche era accuratamente cancellato, ritoccando le
immagini per dare l’assurda impressione che il ventre femminile fos-
se completamente liscio. Lo si faceva perché l’ombelico era troppo
«evocativo». Evocativo di cosa, non fu mai menzionato.
In uno dei primi film, quando una ballerina espose per la prima
volta questa parte anatomica, la reazione fu di turbamento e di orro-
re. Una lettera ufficiale della censura ai produttori di Le mille e una
notte dichiarava: «Si concede il visto per la visione a un pubblico
adulto, a patto che tutte le scene di danza nelle quali si vede l’ombe-
lico delle ballerine siano tagliate». Una seconda ondata di censura
cinematografica, negli anni Trenta e Quaranta, riportò in auge la sop-
pressione dell’ombelico. Il famigerato codice di Hollywood mise gli
ombelichi scoperti fuori legge. Se non potevano essere celati da degli
abiti, allora dovevano essere nascosti con dei gioielli o altre forme di
abbigliamento esotico. Quello che in particolare offendeva i puritani
in questi film era che le ballerine sembravano capaci di muovere il
loro ombelico, di farlo allargare e tendere mentre ondeggiavano i
loro corpi semisvestiti. Questo significava esaltarne fino all’estremo
il simbolismo genitale, che invece si voleva spietatamente cancellare
per evitare ogni isteria sessuale tra il pubblico.
Il mondo occidentale aveva appena rilassato la censura sull’ombe-
lico cinematografico che cominciò a montare un nuovo assalto. Que-
sta volta nella patria natia della danza del ventre, il Medio Oriente.
Lì, mentre nuove spinte culturali e religiose si diffondevano per il
mondo arabo, alle ballerine dei nightclub fu imposto di coprire l’ad-
dome quando eseguivano quelle che da allora furono chiamate
«danze tradizionali».
Tutte queste restrizioni provano che l’ombelico ha realmente il po-
tere di trasmettere forti segnali erotici, anche se alla maggior parte di
noi oggi appare come un dettaglio relativamente innocuo dell’anato-
mia umana. I manuali sul sesso si sono accorti di questa attrattiva, e
hanno sottolineato come l’ombelico affascini i giovani amanti quan-
do esplorano reciprocamente i propri corpi. I commenti che si trova-
no in libri simili ne rinforzano il ruolo erotico come eco dei genitali.
Per esempio: «L’ombelico… ha una notevole, e coltivabile, sensibilità
erotica; è adatto per ospitare un dito, il glande o l’alluce, e merita di
essere baciato o accarezzato con grande attenzione» (da: La gioia del
sesso). Una foto che si vede di frequente in questo tipo di manuali
mostra un uomo che stimola l’ombelico della sua compagna con la
lingua, uno pseudo-pene che si inserisce in una pseudo-vagina.
Per alcuni, questo interesse nelle possibilità erotiche dell’ombelico
femminile ha raggiunto delle proporzioni feticistiche. Una organiz-
zazione che si chiama Osservatorio americano sull’ombelico ha con-
cepito una vera e propria classificazione per questo piccolo dettaglio
dell’anatomia femminile. A costoro non basta la semplice separazio-
ne tra ombelichi verticali e rotondi. In uno studio intitolato Architet-
tura dell’ombelico, riconoscono non meno di nove diverse forme, che
sono le seguenti:

La fessura verticale, raro, grazioso, femminile ed erotico.

L’ombelico a navetta, fortemente allungato, verticale, ma più ampio


al centro. Ricorda il taglio del diamante che porta lo stesso nome.

L’ombelico triangolare, comune, ma considerato bello; ha la forma


di un triangolo capovolto con i lati convessi. Spesso con un profondo
solco dal vertice verso l’interno.

L’ombelico a mandorla, ritenuto dai giapponesi il vertice della bel-


lezza ombelicale.
Il cerchio, oggi raro, è l’ombelico perfettamente rotondo.

L’ovale, una delle forme più comuni.

L’occhio di gatto, più orizzontale che verticale nella forma, il che gli
dà l’aspetto di un occhio di felino.

Il chicco di caffè, un ombelico ovale poco profondo, con due protru-


sioni di carne all’interno.

Il piercing, è il moderno ombelico mutilato.

Anche se questo studio vuole essere un esame divertito dell’om-


belico femminile, la sua accuratezza rivela il livello di interesse ses-
suale che l’umile ombelico può generare. Per la verità, questa non è
l’unica classificazione che si possa trovare. Uno psicologo tedesco ha
compilato la sua lista personale, affermando bizzarramente che si
può capire se stessi attraverso il proprio ombelico. Troviamo: l’ombe-
lico orizzontale, quello verticale, quello sporgente, quello concavo,
quello fuori centro e quello rotondo.
Lasciamo ora la sfera sessuale, per rivolgere la nostra attenzione
ai circoli religiosi, dove l’ombelico ha talvolta rappresentato un pro-
blema nei circoli religiosi. Per coloro che credono nella verità lettera-
le degli antichi testi religiosi, c’è una domanda assai stimolante: i pri-
mi esseri umani possedevano oppure no un ombelico? Se sono stati
creati da una divinità, piuttosto che nascere da una donna, presumi-
bilmente non avevano alcun cordone ombelicale, e di conseguenza
nessun ombelico. Gli artisti del passato hanno dovuto confrontarsi
con il dilemma se includere oppure no l’ombelico nei loro ritratti di
Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden. Molti di loro lo hanno fatto, e
senza alcun dubbio motivatamente. Ma la loro decisione ha fatto na-
scere un problema ancora maggiore: dato che Dio ha creato gli esseri
umani a sua immagine e somiglianza, allora anche Dio deve avere
un ombelico. Naturalmente, questo ha portato a una domanda anco-
ra più appassionante: da chi è nato Dio?
I Turchi hanno trovato una soluzione personale e insolita al pro-
blema del primo ombelico. Una loro antica leggenda spiega che,
quando Allah creò il primo essere umano, il Diavolo era così infuria-
to che sputò sul corpo del nuovo arrivato, colpendolo proprio al cen-
tro del ventre. Allah reagì con prontezza e scacciò la macchia inqui-
nante, per prevenire che quella contaminazione si diffondesse. Gra-
zie al suo intervento risolutivo, restò soltanto un piccolo foro dove lo
sputo aveva toccato la pelle dell’uomo, e quello divenne il primo
ombelico.
Un simbolismo del tutto diverso vede l’ombelico come il centro
dell’universo, ed è in questo suo ruolo più alto che è contemplato da-
gli asceti buddisti. «Contemplare il proprio ombelico» è stato spesso
erroneamente interpretato come una forma di meditazione centrata
su di sé, tutta interiore, quando in realtà è l’esatto contrario. È un
tentativo di cancellare l’individuo concentrandosi sull’intero univer-
so attraverso il suo punto centrale.
Tornando all’ombelico e alla pancia in generale, dobbiamo ancora
indagare come sia nata la famosa «danza del ventre». Più sopra, ho
raccontato come oggi sia chiamata, con una certa ipocrisia, «danza
tradizionale», ma, per una volta, ci troviamo di fronte a una tradizio-
ne le cui origini non si sono perse nella nebbia del tempo, anche se
forse i puritani moderni lo avrebbero preferito.
La danza del ventre è composta da tre movimenti principali: sob-
balzi, rotazioni e ondulazioni. I sobbalzi sono rapidi movimenti in
avanti del bacino; le rotazioni, naturalmente, rotazioni complete dei
fianchi; e le ondulazioni, un complesso movimento a onde della re-
gione della pancia che richiede notevole controllo muscolare. I primi
due movimenti sono facili da eseguire e piuttosto diffusi. Il terzo è
terreno riservato soltanto alle ballerine più abili. Tutti e tre sono atti-
vi movimenti sessuali, nati nell’harem, il cui signore era di solito al-
quanto grasso, per nulla atletico e sessualmente annoiato. Per stimo-
larlo eroticamente, le sue giovani femmine dovevano sedersi sopra il
suo corpo ingombrante, inserire dentro di sé il suo pene e poi scuote-
re i loro corpi in modo eccitante per fargli raggiungere l’orgasmo.
Quei movimenti sono diventati un’attività speciale, accompagnati da
rotazioni particolari del bacino femminile e contrazioni dei muscoli
addominali per massaggiare il pene del signore dell’harem. Un atto
di copula che è stato descritto come «masturbazione fertile».
Con il passare del tempo, i movimenti pelvici femminili si sono
trasformati in uno spettacolo visivo per stuzzicare ed eccitare il ma-
schio prima di cominciare l’accoppiamento vero e proprio. Libere dal
contatto con quel corpo massiccio, le donne dell’harem potevano
esagerare i movimenti e renderli più ritmici. Arricchito dalla musica,
questo spettacolo si stilizzò in breve tempo nella «danza dei
muscoli», quella che noi chiamiamo danza del ventre.
Alcune fonti hanno aggiunto un altro elemento. Affermano che
certi movimenti rappresentano non l’accoppiamento, ma la nascita.
Sottolineano che in molte culture, prima che una donna incinta fosse
trasformata in una paziente per un dottore, la partoriente non veniva
fatta distendere, costretta a spingere dolorosamente contro la gravità,
ma, al contrario, adottava una posizione accovacciata, sfruttando la
gravità per mettere al mondo il suo bambino più facilmente. Lo aiu-
tava a nascere ruotando dolcemente l’addome, spingendo contempo-
raneamente in giù con forza. È un elemento del parto che sarebbe
stato incorporato nella danza del ventre nel corso dei secoli, facendo-
la diventare non soltanto una danza che mima la copula di una gio-
vane femmina vigorosa con un maschio indolente e corpulento, ma
una riproduzione simbolica sia del concepimento, sia della nascita,
l’intero ciclo riproduttivo in un solo spettacolo.
Se questa interpretazione modificata della danza del ventre sia
corretta, o se sia un tentativo di purificare una danza solo copulato-
ria e di riportarla in linea con altre attività «folcloristiche», è difficile
dirlo. In ogni caso, il processo di purificazione è continuato anche in
anni recenti. Un manuale sulla danza del ventre pubblicato negli
anni Ottanta introduce il suo argomento con le seguenti parole: «Nel
suo nuovo ruolo di salutare forma d’arte, l’enfasi va sull’efficacia
(della danza del ventre) nell’aiutarvi a mantenere una forma fisica
ottimale». La ragazza che balla nell’harem è diventata una maestra
di ginnastica.
Nonostante oggi la danza del ventre sia promossa come «una for-
ma eccellente di terapia contro le tensioni e la depressione», i nomi
assegnati ai suoi movimenti ci rivelano ancora le sue antiche origini
erotiche. Troviamo: la rotazione dell’anca, la rotazione completa del-
la pelvi, l’ondulazione del bacino, la spinta fianchi-piedi, l’inarca-
mento, la mossa, e l’ondulazione del cammello. Chiaramente, non
tutto è andato perduto.
Nel suo simbolismo non sessuale, la pancia, come l’ombelico, ha
diversi ruoli. La sua associazione più diffusa è con gli aspetti più ter-
reni, animali della vita umana. Poiché la pancia è connessa con il no-
stro desiderio di cibo, è connessa anche con i nostri appetiti animali.
C’è un proverbio greco che dice: «La più vile di tutte le bestie è la
pancia». E un altro antico detto greco invoca: «Possa Dio guardare
con disprezzo la pancia e il suo cibo; è colpa loro se la castità è in-
franta». Questo poco lusinghiero simbolismo occidentale è in com-
pleto contrasto con il simbolismo orientale, che vede la pancia come
il centro della vita. In Giappone la pancia è ritenuta il centro del
corpo.
I movimenti ordinari e quotidiani della pancia sono pochi e rari, e
a causa della sua vicinanza con la regione genitale il ventre svolge
raramente un ruolo nei contatti interpersonali. Quando qualcuno
tocca la pancia di qualcun altro, i due sono di solito membri della
stessa famiglia, amanti o amici di lunga data. I genitori possono dare
una pacca sulla pancia dei loro bambini quando hanno mangiato
bene; un marito orgoglioso può dare un tocco gentile sulla pancia
sporgente della moglie incinta per mostrare la sua gioia; e gli amanti
possono giacere tranquillamente insieme con la pancia dell’uno che
riposa sulla pancia dell’altra.
A parte queste azioni e i rari pugni al ventre di un nemico, c’è sol-
tanto un altro importante contatto interpersonale: è quello pancia a
pancia, intimo, della copula frontale. Stranamente, questa posizione
è l’oggetto di una delle battute più antiche conosciute dal genere
umano. In un antichissimo testo sumerico, che risale al terzo millen-
nio prima di Cristo, lo scrittore annota con triste umorismo: «Matto-
ne su mattone fu costruita questa casa; pancia su pancia è stata
abbattuta».
XVIII
La schiena

La schiena femminile è spesso ignorata, sia dalla sua proprietaria sia


da chi guarda. Altre parti del corpo, soprattutto la testa, i seni e le
gambe, ricevono molta più attenzione e attraggono molto più inte-
resse. Eppure, la schiena femminile possiede un’innegabile bellezza.
Persino in posizione di riposo, è di natura più arcuata di quella del
maschio, e se questa curva della spina dorsale femminile è delibera-
tamente aumentata, spingendo più in fuori le natiche, la silhouette
diviene davvero sexy.
Vista da dietro, la schiena appare notevolmente differente nei due
sessi, perché il bacino è più largo nella femmina mentre le spalle
sono più ampie nel maschio. Quindi, anche nella schiena vi è una
marcata differenza di genere.
Qualche volta però anche la schiena femminile ha svolto un ruolo
potente nel mondo dell’immaginario erotico. Come ho già accennato
quando ho parlato della nuca, i giapponesi amano particolarmente
questa regione. Il kimono scende sulla schiena alla base del collo fino
a un punto preciso, a seconda dello status di chi lo porta. Se si tratta
di una donna sposata, l’attraente linea della colonna vertebrale si la-
scia appena intravedere, ma se si tratta di una geisha, il kimono è ta-
gliato in modo da allontanarsi dal collo. Quando si inchina davanti a
un cliente, questi può intravedere l’intera lunghezza della sua schie-
na, rivelata dalla rigidità del vestito, in un eccitante vedo-non vedo.
Anche in Occidente, di tanto in tanto gli stilisti hanno enfatizzato
l’erotismo della schiena. Se un vestito è molto accollato, perché non
spostare l’interesse sul dietro, con scollature che espongono la mag-
gior parte della schiena? A Hollywood, questa moda furoreggiò nel
1932, quando l’attrice Tallulah Bankhead apparve con un vestito che
le lasciava il dorso nudo, rapidamente copiato da tutte le signore più
coraggiose.
Versioni estreme di questo stile, che rivelano l’intera schiena fem-
minile, sono apparse in rare occasioni, quando gli stilisti hanno tro-
vato delle clienti così coraggiose da essere pronte a turbare un’intera
serata di gala. Uno di questi esempi fu la famosa tuta di Ungaro del
1967, in cui l’intera schiena era esposta, fino alla fessura tra le nati-
che, un’«eco» che lega il fondo schiena femminile al seno. Scollature
simili danno la possibilità a chi le porta di esibire anche le fossette
sacrali e il romboide di Michaelis.
Le fossette sacrali sono dei dettagli del bacino femminile che in
passato hanno spesso risvegliato l’ardore maschile fino a trasformar-
lo in un’ossessione appassionata. Uno scrittore le descrive così:
«Quella zona setosa, succolenta, che fa venire l’acquolina, proprio lì
dove ci sono le piccole fossette…».
Le fossette sono meno evidenti sulle esili figure femminili oggi
popolari ma, quando erano di moda forme più voluttuosa, erano
uno degli argomenti di conversazione preferiti tra i libertini più sofi-
sticati. Le due fossette, due piccoli avvallamenti a entrambi i lati del-
la base della colonna vertebrale, sopra la regione delle natiche, sono
presenti in entrambi i sessi, ma sono molto più evidenti nella femmi-
na grazie ai suoi depositi di grasso in questa zona. Nei maschi sono
così poco differenziate da essere visibili soltanto nel 18-25 per cento
dei casi.
Il mondo classico era affascinato da queste fossette femminili e gli
antichi poeti ne cantavano le lodi. Anche gli scultori greci vi dedica-
vano grande attenzione. È possibile che l’attrattiva sessuale esercita-
ta dalle fossette sulle guance debba qualcosa alla presenza di queste
altre fossette sulle natiche.
Il romboide, o losanga, di Michaelis ha più o meno la forma di un
diamante e si trova tra le fossette sacrali. Anch’esso, in passato, ha
suscitato un discreto interesse. Deve il suo nome a un ginecologo te-
desco, Gustav Michaelis, che passò una eccessiva quantità di tempo
a studiarlo. A volte, è circondato e definito da quattro fossette invece
che due, una sopra e una sotto il rombo, in aggiunta alle due sui lati.
Non sempre, però, l’esposizione della schiena femminile ha avuto
successo. Un critico, di fronte a delle ballerine che indossavano co-
stumi scollati sul dietro, commentò: «Le loro schiene appaiono mute
e spaventate dall’esposizione, come chiocciole che abbiano perduto
la loro conchiglia». Chiaramente, i corpi emaciati e muscolosi delle
moderne ballerine non traggono beneficio da un’esposizione totale
della schiena. Questa, senza il suo morbido, formoso strato di grasso
sottostante, rischia di apparire troppo nerboruta e fibrosa. Le schiene
più sexy sono quelle che appartengono a figure più piene e rotonde.
Passando dalle attrattive erotiche alla biologia, la schiena femmi-
nile è la regione del corpo di una donna che più lavora, eppure è la
meno conosciuta. Da quando i nostri antichi antenati sono passati
alla posizione eretta, i muscoli della schiena sono stati costretti a fare
gli straordinari, ed è raro incontrare un individuo che durante la sua
vita non abbia sofferto di mal di schiena, almeno qualche volta. Per
la maggior parte delle donne, un attacco di mal di schiena è l’unico
momento in cui possono davvero fermarsi per riflettere sulla loro co-
lonna vertebrale come parte separata della loro anatomia. In altri
momenti, vale il detto «lontano dagli occhi, lontano dal cuore» e ci
sono poche donne che identificherebbero se stesse con la propria
schiena.
Se una donna desse un’occhiata più attenta alla sua povera schie-
na, troverebbe un brillante insieme di muscoli e ossa con la doppia
funzione di sostegno del corpo e protezione per il midollo spinale. Il
midollo, lungo circa 46 centimetri e con un diametro di poco più di
un centimetro, ha certamente bisogno di protezione. Se gli accadesse
qualcosa di serio, finiremmo su una sedia a rotelle. La schiena lo av-
volge in una protezione sicura, dapprima in una guaina a tre strati,
poi in un fluido che assorbe gli urti, e infine in una armatura dura,
resistente ai colpi, che chiamiamo colonna vertebrale. In realtà non si
tratta di una struttura indifferenziata bensì di trentatré ossa in una
lunga serie. Queste, le vertebre, sono di cinque diversi tipi. Le sette
vertebre cervicali, le vertebre del collo, hanno un grado stupefacente
di mobilità, e permettono alla testa tutti quei vari movimenti di vita-
le importanza nell’osservare il mondo e proteggere la faccia. Le do-
dici vertebre dorsali, nel petto, sono molto meno mobili, perché il
loro compito principale è fungere da ancoraggio per le costole. Le
cinque vertebre lombari, le più pesanti e massicce, supportano gran
parte del peso del corpo. È qui che ha più facilmente origine il temu-
to mal di schiena.
Le vertebre sacrali si trovano sotto la regione lombare dove for-
mano il sacro ricurvo. Questo consiste di cinque vertebre che però
funzionano come fossero una sola. Può sembrare curioso che questo
osso triangolare alla base della colonna vertebrale debba essere con-
siderato sacro, ma nei circoli occulti è ritenuto il più importante del
corpo e gioca un ruolo speciale nei rituali di divinazione compiuti
con «ossa sacre». Anche se oggi la maggior parte delle persone giu-
dicherebbe stranamente perverso localizzare l’anima in fondo alla
schiena, nell’antichità si riteneva che il sacro ospitasse lo spirito im-
mortale; e infatti le streghe durante i loro sabba baciavano cerimo-
niosamente proprio l’osso sacro.
Le vertebre coccigee sono le più piccole e le più basse. Sono fuse
assieme a formare il coccige, ciò che resta della nostra coda primiti-
va. Il nome di questo minuscolo osso appuntito è ancora più strano
di quello del sacro, perché la parola coccige significa cuculo. È più
che naturale domandarsi quale possibile connessione vi sia tra i resti
di una coda e un uccello come il cuculo. La risposta si trova nell’in-
solita forma dell’osso che, secondo i primi anatomisti, ricordava il
becco di un cuculo. Non c’è che dire: alcune parti del nostro corpo
sembrano aver trovato un nome in modi davvero bizzarri!
Il sistema muscolare della schiena è estremamente complesso, e
consiste di tre principali unità: il trapezio nella parte superiore della
schiena, i muscoli dorsali in quella centrale, e i glutei nella parte infe-
riore. Buona parte dei dolori al dorso sono dovuti a un eccessivo af-
faticamento di questi muscoli. Tralasciando speciali problemi medici,
la maggior parte delle donne soffre di dolori dorsali per un’unica ra-
gione: la mancanza di esercizio in un ambiente civilizzato e urbano.
Se i muscoli della schiena si indeboliscono per la poca attività fisica,
è facile che subiscano dei danni, e li subiscono ogni volta che assu-
miamo posture errate, compiamo improvvise, insolite azioni violente
o, semplicemente, siamo tesi.
Le posture sbagliate nascono da alcuni tipi di lavoro, dove si chie-
de al corpo di mantenere una particolare posizione per ore e ore.
Un’altra causa è il sempre più abbondante tempo libero associato ai
morbidi divani che, nel mondo occidentale, si trovano in ogni casa.
Durante le molte ore che passa a guardare la televisione, a chiacchie-
rare o a leggere, l’umano urbanizzato e poco sportivo si accascia su
una poltrona avvolgente, o si distende in un letto morbido per stare
più comodo, come un neonato alla ricerca della sicurezza del corpo
della madre. Psicologicamente, queste sedute morbide e avvolgenti
donano un senso di sicurezza e di calma, ma fisicamente pongono
molte richieste ai muscoli della schiena, che lottano coraggiosamente
per tenere la spina dorsale letteralmente «in buona forma». Questo è
particolarmente duro quando la figura accasciata, o allungata, o in
posizione fetale su una superficie soffice è sovrappeso. Le donne in-
cinte sanno che il mal di schiena è un effetto collaterale quasi inevita-
bile del peso del bambino, ma gli individui eccessivamente grassi,
che portano un carico quasi identico nella stessa regione, spesso si
sorprendono di soffrire degli stessi disturbi.
Sollevare oggetti pesanti chinandosi in avanti e utilizzando la
schiena come una gru, è un altro classico esercizio che mette a dura
prova la schiena umana. Benché per delle donne atletiche, in forma
grazie alla palestra, questo tipo di manovra presenti solo un minimo
rischio, quelle che conducono una vita meno attiva fisicamente cor-
rono un discreto pericolo.
La tensione mentale è un altro acerrimo nemico della schiena
umana. La tensione fisica causata dall’angoscia e dall’ansia mentale
può portare a una tensione prolungata dei muscoli dorsali. Alla fine,
cominciano a dolere, e questo provoca maggior ansia, il che provo-
ca… e così via, fino a quando non c’è bisogno di un dottore. All’ini-
zio, questo processo passa quasi inosservato, e può essere scatenato
da problemi emotivi che preoccupano il cervello così tanto da igno-
rare ogni effetto collaterale fino a quando non è troppo tardi. Secon-
do alcuni, un’altra causa del mal di schiena è la frustrazione sessua-
le; in questo caso, come terapia, si suggerisce di incrementare le pro-
prie attività erotiche.
Nel mondo del simbolismo, la schiena svolge soltanto un piccolo
ruolo, a parte il fatto di ospitare il midollo spinale. Il midollo spinale
in se stesso è una replica del primitivo albero cosmico che si innalza
fino al paradiso del cervello. I Macedoni credevano che, quando un
corpo andava in decomposizione, la spina dorsale si trasformasse in
un serpente. Altre interpretazioni della colonna vertebrale umana la
vedono come una fune, una scala di corda o un ramo. In epoca me-
dievale, la spina dorsale era ritenuta di natura benefica, e chiunque
avesse più vertebre del normale era considerato fortunato. Per que-
sta ragione si credeva che portasse fortuna toccare la deformità di un
gobbo. Questa credenza sopravvive ancora in alcune zone del Medi-
terraneo, dove è possibile acquistare piccoli talismani che riproduco-
no un gobbo sorridente. Sopravvive anche nella frase «Un colpo gob-
bo», con il significato di un colpo di fortuna.
La schiena non è una delle parti più espressive del corpo femmini-
le. Persino il detto «inarcare la schiena» non si basa sulla postura
umana, ma sul comportamento di un gatto infuriato. Una donna
può, comunque, chinarsi, irrigidirsi, inarcarsi, ingobbirsi, o contorce-
re la schiena a seconda dei suoi umori, e i campioni di body-building
riescono anche a muoverla muscolo per muscolo.
L’ingobbirsi in avanti, postura che in alcune donne anziane è di-
ventata permanente, è una parte essenziale dell’atto subordinato di
inchinarsi, inginocchiarsi, e prostrarsi. L’elemento centrale di tutte
queste azioni è l’abbassamento del corpo, a immagine del basso sta-
tus di chi compie quest’azione. In passato, questo movimento dove-
va essere così estremo da esporre l’intera schiena all’individuo domi-
nante. Questo era, in effetti, l’unico modo in cui si potesse mostrare
la schiena senza offendere. Voltare le spalle in posizione eretta era
considerata una maleducazione imperdonabile, perché era un attivo
gesto di rifiuto. Per questa ragione i subordinati si allontanavano
dalla presenza di un sovrano camminando all’indietro. Persino oggi
resta qualcosa di questa procedura formale, per esempio quando, in
una festa affollata, uno degli ospiti torce il collo e dice: «Scusa la
schiena» a un amico al quale, nella folla, si è ritrovato vicino. E volta-
re bruscamente le spalle in faccia a qualcuno al quale si è appena sta-
ti presentati resta ancora oggi un grave insulto.
Se girare la schiena è rude perché così si ignora deliberatamente
l’altro, irrigidirla è minaccioso perché suggerisce una preparazione
fisica all’azione violenta. Per questa ragione i militari, allenati a man-
tenere la schiena un po’ rigida anche quando sono rilassati e a loro
agio, appaiono sempre un po’ più aggressivi del cittadino medio. Ir-
rigidire la schiena ha anche l’effetto di aumentare lievemente l’altez-
za totale del corpo, un cambiamento che aiuta a imporre la propria
autorità. Ingobbirsi, postura tipica della depressione (e che, inciden-
talmente, ha dato il suo nome a questa malattia), trasmette un segna-
le di perdita di dominanza, perché il corpo si abbassa lievemente,
quasi come se si fosse sul punto di inchinarsi in un atto di
subordinazione.
Quando una donna entra in contatto con la sua schiena, compie
diverse azioni caratteristiche. La più semplice è stare in piedi o cam-
minare con le braccia dietro il dorso. Lo si fa stringendo le nocche di
una mano nel palmo dell’altra, ed è una postura popolare tra gli in-
dividui di status sociale alto, soprattutto sovrani e leader politici in
occasioni formali, di fronte a qualcosa messo in mostra proprio per
loro. Questa postura parla di dominanza estrema perché è l’esatto
contrario dell’abbracciarsi da sé, un gesto ansioso in cui le braccia si
uniscono sul davanti del corpo, come una specie di barriera di sicu-
rezza. Le mani dietro la schiena dicono che la persona che assume
questa postura è così dominante e sicura di sé da non aver alcun bi-
sogno di una protezione frontale, neppure minima. Anche le inse-
gnanti assumono la stessa postura quando camminano per la scuola,
per dimostrare il loro dominio su quel particolare territorio.
Un’altra occasione di contatto con la schiena sono i gesti nascosti,
come quando, soprattutto tra adolescenti, si porta una mano dietro
la schiena e si incrociano le dita mentre si dice una bugia.
Tra gli altri possibili contatti con la schiena, il più comune è la pro-
verbiale pacca. È un modo universale di dimostrare conforto, amici-
zia, di congratularsi o di scherzare assieme. Il motivo per cui è così
diffuso, e sempre con lo stesso significato, è che è una versione in mi-
niatura del più elementare dei contatti interpersonali: l’abbraccio.
Quando è molto piccola, una ragazzina gode dell’abbraccio della
madre, che le parla di totale sicurezza e amore, e quelle mani gentili
appoggiate alla sua schiena diventano uno dei primitivi segnali fisici
di affetto e attenzione. Quando diventerà adulta, abbraccerà ancora
se la situazione sarà sufficientemente intensa e carica di emotività,
ma nei momenti meno appassionati sceglierà la versione minore, la
pacca sulla spalla, che ricorda con efficacia al corpo il gesto maggio-
re. Persino una rapida, lieve pacca data a qualcuno turbato può con-
fortare, con un’efficacia fuori scala rispetto alla semplicità e brevità
del contatto fisico, e questo grazie alla eco proveniente dalla nostra
infanzia.
Un’altra forma comune di contatto con il dorso è quando si guida
qualcuno appoggiandogli lievemente una mano sulla schiena invece
che sul gomito o l’avambraccio, come è più comune. Questo gesto di
guida è un po’ più intimo, perché porta i due corpi più vicini. Una
forma correlata di contatto con la schiena, che non coinvolge una
vera e propria azione di guida, è la lieve pressione con la mano con
la quale si dice: «Voglio farti sapere che sono qui», quando due per-
sone stanno in piedi assieme, una dietro l’altra o fianco a fianco.
A causa della sua ampiezza, la schiena è una delle zone più popo-
lari per tatuaggi elaborati. In tutto il mondo, si possono vedere ma-
gnifiche dimostrazioni di quest’arte dolorosamente incise sulla schie-
na di donne coraggiose. Un disegno particolarmente popolare mo-
stra una scena di caccia, dove cavalli e cani inseguono lungo l’intera
lunghezza della schiena una volpe, della quale si intravede soltanto
la coda che scompare tra le natiche.
XIX
Il pelo pubico

Per tutta la loro infanzia, le ragazzine si godono la semplicità di ave-


re un corpo praticamente privo di peli, con l’unica eccezione di lun-
ghi capelli sulla testa. Poi, con l’arrivo della pubertà, le cose si fanno
più complesse. Come le loro ovaie cominciano ad aumentare in di-
mensioni e a produrre ormoni, appaiono dei cambiamenti visibili,
compresi i primi peli pubici, proprio sopra i genitali esterni. Di soli-
to, questo accade tra gli undici e i dodici anni, anche se in rari casi
può presentarsi già a otto, oppure ritardare fino a quattordici.
Nei casi tipici, tra i dodici e i tredici anni si assiste a uno scurirsi e
infittirsi dei peli pubici. Poi, tra i tredici e i quattordici, la quantità di
peli sul pube aumenta e comincia ad assumere una forma triangola-
re. All’età di quindici anni, la crescita di questi peli è pressoché com-
pleta, e ricorda quella di un’adulta.
Alcune ragazze trovano questi mutamenti un po’ sgradevoli. L’i-
dea di avere dei genitali pelosi le colpisce come «animalesca» o «ma-
scolina». Da bambine, i loro corpi erano lisci e morbidi, e poi, all’im-
provviso, diventano: «sporchi e pelosi». Un vero shock, anche per-
ché, spesso, prima non hanno mai visto davvero dei peli pubici, na-
scosti loro da genitori pudichi e dai censori dei film. Inoltre, sapran-
no che in genere sono gli uomini ad avere corpi pelosi, e anche que-
sto può contribuire a metterle a disagio.
Forse le mie parole possono sembrare esagerate a chi è cresciuto
in culture e famiglie dove regna un’atmosfera libera, ma sono vere
per un gran numero di adolescenti. Una prova la si trova, inaspetta-
tamente, in una ricerca scientifica sugli animali preferiti e su quelli
più odiati dai bambini. Si è scoperto che, tra i bambini inglesi sulla
soglia della pubertà, si registra un enorme aumento del ribrezzo per
i ragni tra le ragazzine, ma non tra i ragazzini. All’età di quattordici
anni, nel momento preciso in cui i loro peli pubici crescono più in
fretta, la repulsione per i ragni si innalza drammaticamente, fino a
diventare due volte più alta nelle femmine che nei maschi.
A prima vista, questo non sembra avere alcuna ovvia connessione
con il pelo pubico, ma quando alle ragazzine in questione fu chiesto
di spiegare perché odiassero così tanto i ragni, la risposta più comu-
ne fu che erano delle cose: «brutte e pelose». I ragazzi, che sanno che
i loro corpi diventeranno pelosi, come quelli dei loro padri, sono as-
sai meno preoccupati dai ragni. Se gli si chiede perché non gli piac-
ciono, probabilmente risponderanno: «Perché possono essere
velenosi».
La pelosità del ragno è più simbolica che reale. Quello che una ra-
gazzina di quattordici anni vede, quando un ragno corre sul pavi-
mento, è il movimento delle lunghe zampe che si irradiano da un
corpo centrale morbido. Sono queste zampe che vengono viste come
peli, e l’intero ragno è inconsciamente visto come una specie di ciuf-
fo di peli in movimento. Il fatto che il timore di quest’animaletto rad-
doppi nel momento esatto in cui le ragazze devono confrontarsi con
la presenza di un ciuffo di peli tra le loro gambe, è chiaramente si-
gnificativo. Di conseguenza, per ogni ragazzina orgogliosa della sua
nuova peluria corporea, ce n’è un’altra che ne è disturbata.
Nelle diverse parti del mondo, le donne possiedono tipi diversi di
pelo pubico: lungo o corto, rado o folto, liscio e morbido oppure ric-
cio e duro. Spesso poi, per colore e consistenza, i peli pubici non
sempre corrispondono ai capelli. Molte donne dai capelli scuri han-
no peli pubici più chiari, spesso con una sfumatura rossastra. La
maggior parte delle donne ha peli pubici mossi o ricci, anche quando
i loro capelli sono dritti. L’eccezione principale si trova nell’Estremo
Oriente, dove a capigliature dritte e nere corrispondono peli pubici
che sono stati descritti come: «neri, corti, dritti e non folti, ma piutto-
sto radi… che formano un triangolo sottile con la punta verso il
basso».
Una delle prime domande che una ragazzina alle soglie della pu-
bertà porrà sui peli pubici è: «Perché li ho? A che cosa servono?». Ci
sono tre risposte.
Anzitutto, i peli pubici agiscono da segnale visuale. Nei tempi
nudi e primitivi, avrebbero indicato che una ragazzina si stava tra-
sformando in una donna adulta. Non a caso, questa peluria completa
la sua crescita verso i quindici anni, età che coincide con l’inizio del-
l’ovulazione e la capacità biologica di generare. Per un maschio prei-
storico, l’assenza di pelo pubico in una ragazzina più giovane avreb-
be rappresentato un segnale importante della sua incapacità a gene-
rare. La presenza di un pelo pubico visibile avrebbe aiutato a solleci-
tare la sua risposta sessuale, al contrario inibita dalla sua assenza. (È
questa inibizione che stranamente e innaturalmente manca nei
pedofili.)
Una seconda funzione del pelo pubico è che agisce da trappola
per gli odori. Le ghiandole della pelle della regione genitale secerno-
no dei particolari umori, un profumo naturale che i maschi adulti
trovano inconsciamente erotico e attraente, e quella fragranza persi-
ste più a lungo tra dei peli folti e ricci che su una pelle liscia e nuda.
C’è, comunque, uno svantaggio in questo primitivo sistema di se-
gnale olfattivo. Nei tempi preistorici, quando la pelle nuda era espo-
sta all’aria, la fragranza naturale rimaneva fresca. Ma oggi, quando
gli abiti rinchiudono strettamente la regione pubica, è fin troppo faci-
le che, per mancanza di igiene, i batteri facciano fermentare le secre-
zioni prodotte dalle grandi ghiandole odorifere. Il risultato è un odo-
re corporeo tutt’altro che attraente. Ecco perché i moderni esseri
umani, avvolti nei loro bei vestiti, devono lavarsi più spesso di quelli
tribali e privi di indumenti, se vogliono che i loro antichi segnali ol-
fattivi lavorino con successo.
Una terza funzione del pelo pubico è che, in teoria, dovrebbe agire
come cuscinetto tra la pelle del maschio adulto e quella della femmi-
na durante il vigoroso contatto sensuale, proteggendo il mons pubis
della donna da possibili abrasioni. Questo ruolo protettivo è spesso
menzionato, e forse contiene un elemento di verità, ma la femmina
adulta moderna abituata a depilarsi i peli pubici non sembra soffrire
in modo inusuale della loro assenza quando il suo corpo è sottoposto
alle spinte di un bacino maschile.
In aggiunta a queste tre ipotesi serie, vi sono altre funzioni assai
improbabili proposte in passato. Tra queste una sostiene che il pelo
pubico agirebbe come «velo di modestia» per nascondere i genitali.
Oppure, al contrario, che sia un allettante velo erotico che infiamma
l’immaginazione. È stato anche affermato che il pelo pubico proteg-
gerebbe i genitali dal freddo e dagli incidenti, che assorbirebbe il su-
dore che scende dal corpo, e che «facilita l’accumulo e l’interscambio
reciproco di elettricità tra due individui di poli opposti al momento
della copula», qualunque cosa questo significhi.
Forse, la più bizzarra tra tutte le osservazioni stravaganti sull’uti-
lità del pelo pubico è quella registrata da uno dei primi antropologi
tedeschi che visitò le popolazioni tribali dell’arcipelago Bismarck, nel
sud Pacifico, dove le donne si puliscono le mani sui loro peli pubici,
quasi fossero strofinacci, ogni volta che sono sporche o umide.
Come nel caso di molte altre parti del corpo umano, i peli pubici
non sono mai stati lasciati in pace nel loro stato naturale. Sia nei tem-
pi antichi sia in quelli moderni si ama modificarli. E cioè: colorarli,
dargli una forma diversa, decorarli o estirparli. Come sempre, anche
in questo caso si sono formati due schieramenti opposti sulle accetta-
bilità o meno di queste modificazioni.
Tra i contrari a ogni alterazione dello stato naturale dei peli pubi-
ci, vi sono sia i puritani sia gli amanti del divertimento. I primi pen-
sano che intervenire su questa parte del corpo in qualsiasi modo
suggerisca una insana ossessione con l’anatomia sessuale. Qualun-
que intervento sulla sua forma o sul suo colore, implica un interesse
nell’aspetto visivo di una parte del corpo che dovrebbe restare stret-
tamente intima. Ancora, i puritani vedono la rimozione dei peli pu-
bici come la rimozione di qualcosa che aiuta a mascherare e oscurare
la fessura genitale verticale. Quando il pube è depilato, questa fessu-
ra è completamente esposta, esaltando le caratteristiche di genere del
corpo femminile.
Le prime femministe videro qualunque intervento sui peli pubici
come un modo per stuzzicare i maschi, e lo rifiutarono, assieme a
tutte le altre forme di trucco o di miglioramento cosmetico.
Gli edonisti, in completo contrasto, trovano i peli pubici partico-
larmente erotici al naturale perché presentano al maschio un primiti-
vo segnale visuale di disponibilità femminile all’accoppiamento. Nel
suo ruolo di trappola dei profumi sessuali, offre anche la promessa
di una più forte concentrazione delle fragranze erotiche prodotte
dalle ghiandole apocrine femminili.
Anche la depilazione del pube ha prodotto reazioni completamen-
te contrastanti. I puritani, quando sono favorevoli, lo sono perché ve-
dono il pelo pubico come qualcosa di potenzialmente sporco e puz-
zolente. Di conseguenza, la sua estirpazione è giudicata un atto di
igiene e di pulizia. Inoltre, un inguine completamente liscio, privo di
peli, come quello di una bambola, è non sessuale, e di conseguenza
non erotico. È su questo concetto che si basano i pubi lisci delle sta-
tue femminili del passato, senza alcuna traccia di pelo o di altri tratti
dei genitali. Per questo le modelle degli artisti si depilavano: in teo-
ria per rendere più chiari i dettagli delle loro pelvi, ma in realtà per
assomigliare di più alle pure statue classiche.
Uno studioso vittoriano, ingenuo e intensamente romantico, soffrì
terribilmente proprio a causa della artificiale purezza delle statue
classiche. John Ruskin, famoso critico d’arte inglese, aveva ventotto
anni quando cominciò a corteggiare la sua futura moglie, sapendo
ben poco della sessualità. La sposò l’anno seguente e la donna fu as-
sai turbata quando scoprì che il marito non riusciva a fare l’amore
con lei. Dopo anni di tentativi, Ruskin ammise finalmente di trovare
repellente il pelo pubico della consorte. Come ardente studioso della
scultura classica, credeva di conoscere intimamente la forma femmi-
nile e l’amava esteticamente, ma non aveva mai visto dei peli pubici,
e apparentemente sembrava ignorarne persino l’esistenza. (Nell’arte
classica, le statue dei maschi riproducono il pelo pubico, ma quelle
delle femmine no.) Il suo orrore nello scoprire che la sua amata com-
pagna aveva un ciuffo peloso tra le gambe era stato così intenso da
impedirgli di consumare il matrimonio, e sua moglie alla fine lo co-
strinse ad annullarlo, nonostante l’imbarazzo di dover provare, at-
traverso un esame medico, di essere ancora vergine.
Se alcuni puritani hanno mostrato una marcata preferenza per un
pube femminile igienicamente depilato, è forse sorprendente scopri-
re che molti maschi licenziosi hanno mostrato un interesse simile.
Proprio come un inguine peloso piace sia al puro sia all’impuro, così
è per quello nudo.
L’attrattiva sessuale di un pube depilato ha altre origini. La prima
è che la rimozione del pelo pubico denuda la fessura verticale dei ge-
nitali. Nelle statue classiche questo dettaglio è omesso in nome del
buon gusto; tradizionalmente, nei ritratti delle modelle questa fessu-
ra è spesso oscurata dalla posa adottata, oppure è omessa dall’artista
nel lavoro finito. Nella vita reale, comunque, questo dettaglio intimo
(impresso dall’ascia d’oro di Dio) è completamente esposto e tra-
smette a un maschio che guarda un segnale visuale ancora più forte
di quello del ciuffo di peli.
La seconda è che un pube depilato diffonde un segnale di inno-
cenza verginale. È l’immagine fisica di una ragazzina troppo giovane
per iniziare una vita sessuale e, simbolicamente, troppo giovane per
aver avuto una vita sessuale. I commenti dei maschi che hanno rispo-
sto positivamente alla vista di un pube femminile depilato, sono de-
cisamente rivelatori: «È liscia come una bambina», «È la fantasia del-
la scolaretta», «Ricorda Lolita». I critici hanno ribattuto che è: «Un
passo in direzione della pornografia infantile». Ma costoro trascura-
no il fatto che gli uomini eccitati da un pube privo di peli sono ben
consapevoli che il resto del corpo della loro compagna è adulto. Il
fatto che siano attratti da un tratto fisico simbolicamente verginale
non significa che risponderebbero sessualmente a una vera ragazzi-
na in età prepuberale. Una donna, in difesa del suo pube depilato,
sottolineò che: «Quando una donna sostiene che un uomo al quale
piace una vulva depilata sia una specie di pedofilo, rischia di ritro-
varsi la sua stessa logica ritorta contro, a meno che tutti i suoi amanti
non siano barbuti e baffuti». Se nessuno ha mai accusato le donne
che preferiscono partner dal volto glabro come ragazzini di avere
tendenze pedofile, perché un pube femminile glabro dovrebbe essere
visto così?
Oltre a questa sua qualità di innocenza, vi sono altri diversi van-
taggi nella depilazione del pube. Per esempio, la zona genitale di-
venta molto più sensibile alla stimolazione tattile. In particolare, il
piacere del sesso orale aumenta notevolmente per entrambi i partner.
Alcune donne hanno riferito che persino il semplice camminare si fa
più erotico: «Anche fare una passeggiata è più divertente, perché ci
si muove con più morbidezza», rende «ancora più elastico il passo».
Altre trovano eccitante «avere un segreto sexy, conosciuto soltanto
da te e dal tuo compagno».
Per concludere, i puritani vedono i peli pubici femminili sia natu-
rali, e quindi modesti, sia licenziosi in quanto segnali di maturità
erotica e fonti di odori eccitanti; e considerano la depilazione sia igie-
nica sia licenziosa, dato che i genitali vengono esposti e resi più sen-
sibili. Anche qui, come per molti altri aspetti del corpo femminile
adulto, esistono punti di vista altamente conflittuali.
Se ci rivolgiamo alla storia della depilazione del pube femminile,
scopriamo subito che non si tratta affatto di una moda moderna e
passeggera, ma che era già conosciuta nell’antico Egitto, come testi-
moniano alcuni antichi documenti. Le donne egiziane infatti si depi-
lavano completamente, con grande scrupolo, utilizzando una specie
di ceretta a base di olio e miele.
Si racconta che re Salomone non amasse affatto il pube peloso.
Quando la regina di Saba andò da lui, nel X secolo a.C., il re le do-
mandò di depilarsi prima di fare l’amore, chiedendole «di aprirsi a
lui rimuovendo il velo della natura».
Un po’ più tardi, nella Grecia antica, gli uomini preferivano che le
donne «estirpassero i peli dalle loro parti intime». Questo perché «la
folta peluria delle donne del meridione avrebbe altrimenti impedito
loro di ammirarne le parti intime…». Anche nell’antica Grecia, quin-
di, la norma era la depilazione, praticata in tre modi diversi: estir-
pando i peli, bruciandoli con una candela, o applicando delle ceneri
bollenti
Nell’antica Roma era pratica diffusa depilare il pube, ma con delle
tecniche leggermente diverse. Come i greci, si eradicavano i peli pu-
bici uno a uno, usando delle pinzette speciali chiamate volsella. I ro-
mani però sostituirono le pericolose tecniche di bruciatura con più
sicure creme depilatorie. Si utilizzava anche una forma di ceretta,
composta di pece o resina. Tra le famiglie di ceto alto, le ragazzine
cominciavano a usare uno di questi metodi non appena i peli pubici
facevano la loro comparsa.
Quando i Crociati giunsero in Terra Santa scoprirono che le donne
arabe si depilavano il pube. Colpiti da quello che avevano trovato
laggiù, riportarono quella moda con loro, in Europa, dove alcuni ari-
stocratici l’adottarono durante il Medioevo. Ma, dopo una breve dif-
fusione, la depilazione del pube scomparve dal mondo occidentale.
Nel XVI secolo, in Turchia, si pensava che fosse peccaminoso per-
mettere ai peli pubici di crescere. Le donne erano così abituate a de-
pilare la loro regione pubica che nei bagni pubblici c’erano delle
stanze speciali riservate a questo scopo.
Ancora all’epoca vittoriana, in Europa, nessuno parlava di depila-
zione del pube, tranne, forse, alcune signore della notte. Riapparve
come pratica comune per le donne soltanto all’epoca della liberazio-
ne sessuale, negli anni Sessanta. Allora, all’improvviso, tutto diven-
ne possibile e alcune figure leader si ribellarono contro norme ritenu-
te ipocrite e antiquate. Una delle più famose ribelli fu la stilista Mary
Quant, la quale scandalizzò tutti annunciando pubblicamente che si
era fatta depilare i peli pubici a forma di cuore da suo marito. Altre
la imitarono.
Durante gli anni Sessanta, il vittorioso movimento femminista
teorizzò un ritorno alla natura e ogni intervento sui peli pubici fu di
nuovo malvisto. Alla fine del XX secolo, comunque, la depilazione
del pube era già tornata, con un’intera varietà di stili diversi. Questa
moda nacque assieme ai nuovi costumi da bagno, molto sgambati,
per dare l’impressione che le gambe fossero più lunghe. Inevitabil-
mente però, la striscia di tessuto sempre più stretta tra le gambe la-
sciava emergere qualche pelo pubico. Questi peli non erano certo
eleganti e si cominciò a eliminarli. Da qui prese le mosse una depila-
zione sempre più drastica del pube. Si escogitarono stili sempre più
estremi fino a che, alla fine, si arrivò alla depilazione totale, con
l’asportazione di ogni singolo pelo. All’inizio del XXI secolo, il pube
glabro era diventato l’ultima moda femminile, uno sfacciato trend
moderno che, paradossalmente, ci ha riportati ancora una volta alle
tradizioni delle nostre civiltà più antiche.
Intorno a questa mania di depilare il pube è nata un’intera nuova
terminologia, dove ogni salone di bellezza ha i suoi nomi per diffe-
renti gradi di nudità del pube. Questi nomi non sono sempre gli stes-
si, da salone a salone, ma approssimativamente troviamo:
Bikini: questa è la forma meno estrema. Tutti i peli pubici coperti
dal bikini sono lasciati al loro posto. Soltanto quelli ribelli da entram-
bi i lati vengono strappati, in modo che non vi siano peli in vista
quando si indossa un bikini, anche se sgambato.

Bikini completo: si lascia soltanto una piccola quantità di peli, sul


monte di Venere (il mons pubis).

All’europea: si tolgono tutti i peli, «tranne una piccola zona sul


monte di Venere».

Il triangolo: si tolgono tutti i peli pubici tranne un triangolo molto


ridotto con il vertice che punta verso i genitali. È stato descritto come
«una freccia che indica la strada del piacere».

I baffi: si toglie tutto tranne un’ampia zona regolare proprio sopra


il cappuccio che ricopre la fessura verticale. A volte è chiamata «i
baffi di Hitler», altre volte «i baffi di Charlot».

Il cuore: il ciuffo di peli è depilato fino a formare un cuore, e può


anche essere tinto in rosa. È uno stile amato soprattutto per San Va-
lentino, come sorpresa erotica per il proprio partner sessuale.

La pista di atterraggio: si lascia soltanto una striscia verticale sottile.


È uno stile particolarmente diffuso tra le modelle, che di solito pos-
sono coprire le regione dell’inguine soltanto con indumenti molto
stretti.

La pista del playboy: si toglie tutto tranne un lungo, stretto rettango-


lo di peli, di quattro centimetri di larghezza. Questa misura così pre-
cisa può sembrare strana, ma ha una storia legale. Nello Stato ameri-
cano della Georgia, alle danzatrici erotiche era imposto di lasciare
una striscia di pelo pubico larga almeno due dita (circa quattro centi-
metri), se si esibivano nude. Secondo i legislatori di Atlanta, questo
forniva una copertura sufficientemente modesta della fessura genita-
le. Una striscia larga soltanto un paio di centimetri era considerata
oscena e proibita dalla legge. I poliziotti locali erano costretti a spen-
dere faticose notti controllando la larghezza delle strisce di peli pubi-
ci e rispedendo a casa ogni ragazza disobbediente. Dopo un po’, si
fece l’abitudine anche a questa bizzaria della legge e le regole si
rilassarono.
Per alcuni saloni di bellezza, però, pista del playboy significa «via
tutto».

Brasiliana: il più famoso dei nuovi stili, anche se vi è un po’ di con-


fusione sulla sua forma esatta. Per alcuni è uguale alla striscia di at-
terraggio, per altri è una forma più estrema di quest’ultima, che la-
scia soltanto un filo verticale di peli. Per altri ancora, indica la depila-
zione completa del pube. Ha avuto origine sulla spiaggia di Copaca-
bana, a Rio, dove si indossano i monobikini più ridotti al mondo,
poco più di perizomi. Quando sette sorelle brasiliane (conosciute
come le Sorelle J.) si trasferirono a New York e aprirono un salone di
bellezza a Manhattan, cominciarono a proporre questo tipo di depi-
lazione del pube, riscuotendo grande successo tra le stelle del cine-
ma e le top model. In poco tempo, il salone delle Sorelle J. divenne la
Mecca della depilazione del pube. Proprio a causa della loro crescen-
te fama, lo stile delle sette sorelle è stato battezzato «brasiliano».
Quando altri saloni le hanno copiate, non sempre hanno ripreso an-
che il disegno esatto della loro depilazione, da qui la confusione. Ma
le Sorelle J. hanno spiegato chiaramente che cosa fanno, descriven-
dolo in termini succinti come: «Via tutto, a parte una minuscola
striscetta».

La Sfinge: questo significa, senza ambiguità, «via tutto», la regione


pubica è completamente denudata. Il nome nasce da una razza di
gatti privi di pelo originaria del Canada. Il gatto Sfinge, un felino
glabro, dalla pelle liscia, è una stranezza genetica scoperta a Toronto
nel 1966. Alcuni saloni di bellezza chiamano la Sfinge «Hollywood».

Questi sono gli stili di depilazione del pube più in voga all’inizio
del XXI secolo. Naturalmente ve ne sono altri. Per esempio, depila-
zioni particolari. Alcuni stilisti alla moda offrono esotiche varianti,
come un marchio di fabbrica, occhi di animali, stelle e strisce, un ber-
saglio o il blasone di famiglia. Uno stilista particolarmente fantasioso
ha introdotto quello che può essere chiamato «kitsch pubico», con
titoli come: sorpresa della luna di miele, torrente alpino, squadra
d’assalto, regina di diamanti, cha-cha-cha e bocciòlo. Un altro offre
punti interrogativi, foglie a tre punte, corone, stelle, tagli alla Moica-
na, fulmini colorati o l’iniziale del proprio compagno.
Per ottenere disegni simili bisogna utilizzare pinzette, rasoi, tintu-
re, creme depilatorie, apparecchi per l’elettrolisi e cerette di diverso
tipo. La tecnica oggi più diffusa è comunque la ceretta, grazie alla
quale il pube resta privo di peli per diverse settimane, il tempo ne-
cessario a quelli nuovi per ricrescere.
In completo contrasto con la depilazione del pube c’è la curiosa
tradizione dei toupet pubici, delle parrucche per il pube fatte di ca-
pelli umani, fibre sintetiche o pelo del ventre di yak. Si indossano sia
con una specie di tanga, sia incollandole ai veri peli pubici
sottostanti.
I toupet pubici hanno una lunga storia, che risale a centinaia di
anni fa, e si trovano ancora in vendita oggi. La loro funzione origina-
le era mascherare i danni inflitti dalla sifilide o da altre malattie ve-
neree che sfiguravano i genitali esterni. In seguito, furono usate dalle
prostitute per i loro clienti che trovavano eccitante una folta peluria
pubica. Più di recente, nel mondo del cinema, sono state usate come
«velo pudendo» per le attrici che devono apparire nude in scene ero-
tiche. Sono anche scelti come soluzioni temporanee e alternative alla
depilazione. Infatti, questi toupet possono avere forme e colori esoti-
ci, e quindi sono adatti per essere indossati in occasioni speciali, una
soluzione più conveniente e temporanea, che alcune donne preferi-
scono all’affrontare una reale depilazione, colorazione e messa in
piega dei peli pubici.
Le parrucche pubiche si possono decorate con gioielli, fiori o na-
stri colorati, decorazioni per il pube conosciute da secoli, e usate sia
sui posticci sia sui veri peli pubici. Sappiamo, per esempio, che erano
già popolari alla fine del XVI secolo. E lo sappiamo grazie a una
coincidenza piuttosto inusuale. Una marchesa francese fu assassina-
ta e il suo cadavere fu abbandonato in una strada pubblica con i ge-
nitali deliberatamente esposti. Lì, davanti agli occhi di tutti, c’era il
suo ciuffo di peli pubici, «adornato con nastri di colori diversi». Al-
l’epoca, il re di Francia aveva insistito perché le dame di corte frenas-
sero lo splendore dei loro abiti. Queste, all’apparenza, avevano obbe-
dito, ma avevano compensato quell’imposizione indossando una
biancheria particolarmente elaborata. All’esterno, pubblicamente, se-
guivano i desideri del re, ma segretamente continuavano a indulgere
in ornamenti eccessivi, rivaleggiando l’una con l’altra a colpi di peli
pubici, adornandoli alcune di nastri, altre di fiori e altre ancora addi-
rittura di gioielli. In quest’ultimo caso, la zona del pube diventava
davvero la parte più preziosa del corpo femminile. Da qui è nato un
popolare eufemismo per indicare i genitali femminili: «la cassaforte»
di una donna, o, semplicemente, «il suo tesoro».
XX
I genitali

Eccoci arrivati alla parte davvero tabù del corpo femminile. Come
sorgente di grande piacere sessuale, i genitali dovrebbero essere cele-
brati, eppure tra persone educate si evita persino di accennarvi (la
commedia I monologhi della vagina è un’unica eccezione a questa re-
gola). Ma perché è così? Perché siamo così riluttanti a parlare di que-
sta importante zona dell’anatomia femminile? Per trovare la risposta
è necessario far scorrere a ritroso l’orologio, fino a tornare nelle epo-
che primitive.
Quando i nostri antichi antenati assunsero la posizione eretta, sco-
prirono di offrire, loro malgrado, una visione frontale di se stessi
ogni volta che si avvicinavano a dei compagni. Prima, quando avan-
zavano su quattro zampe, i genitali erano completamente nascosti e
ben protetti. Per mostrarli, dovevano assumere una postura partico-
lare. Adesso erano in mostra ogni volta che un animale umano si
volgeva verso un altro. Era impossibile per un adulto avvicinarsi a
un altro adulto senza che ciò avesse un carattere sessuale. Per celare
questi segnali, sia i maschi sia le femmine presero a indossare un
qualche tipo di copertura sopra le regioni genitali: nacque così il
perizoma.
Il perizoma ha tre vantaggi. Non solo riduce la forza dell’esibizio-
ne sessuale quando ci si trova in contesti pubblici non sessuali, ma,
secondo, intensifica la sessualità dei momenti intimi in cui viene tol-
to. Terzo, aiuta a proteggere le delicate regioni genitali dalle superfici
dure dell’ambiente naturale.
Oggi, ogni volta che ci si spoglia per il caldo, l’ultimo capo di ab-
bigliamento a resistere è sempre un equivalente del perizoma. A
meno di non essere dei nudisti convinti, noi riserviamo l’esibizione
dei nostri genitali quasi esclusivamente ai nostri partner sessuali.
Soltanto con i bambini molto piccoli, in una fase chiaramente preses-
suale, passiamo sopra a questa regola.
Nella maggior parte delle culture, non ci si affida soltanto alle
consuetudini, ma si impone anche un controllo formale del pudore: è
contro la legge esibire i propri genitali in pubblico. Generazioni di pii
frequentatori di chiese hanno risposto alla chiamata dal pulpito: «Il
nudismo è… privo di vergogna come il diavolo stesso… lo zenit del-
la ribellione umana contro Dio».
Ma che cos’è, esattamente, che dobbiamo assolutamente nascon-
dere? Nel caso della femmina adulta, c’è assai poco da vedere. Sotto
il pelo pubico, e in parte oscurata da esso, c’è una piccola fessura
verticale creata da una coppia di grandi labbra, pieghe di carne che
proteggono le più delicate labbra interne, le quali circondano l’aper-
tura vaginale. Sul vertice della fessura c’è un piccolo cappuccio di
pelle che copre parzialmente la clitoride, un minuscolo bottone di
carne altamente sensibile, proprio sopra l’apertura urinaria, l’uretra.
E questo è tutto. A confronto con l’equipaggiamento sessuale ma-
schile può essere soltanto descritto come visivamente modesto. Ep-
pure, l’attenzione che attrae è enorme, e gli sforzi fatti per nasconde-
re questa zona sono stati davvero stravaganti, per non dire altro.
La causa dell’eccitazione che questa zona del corpo genera non si
trova tanto nelle sue qualità visive quanto in quelle tattili. Nessun’al-
tra parte del corpo femminile è così sensibile al tatto durante i rap-
porti sessuali, sia che si tratti di dita, labbra, lingua o pene. La strut-
tura del pene maschile, per parte sua, ha alcuni aspetti significativi.
Se paragonata al pene delle altre scimmie, l’organo umano è alquan-
to inusuale. Gli manca l’os penis, il piccolo osso che scatta in posizio-
ne per fornire ai primati inferiori e superiori una rapida erezione. Al
contrario, il membro umano la raggiunge grazie alla vasodilatazione.
Quando il suo proprietario è sessualmente eccitato, il sangue entra
nel pene più rapidamente di quanto possa uscirne. Questo non sol-
tanto irrigidisce il pene, ma ne aumenta anche notevolmente la lun-
ghezza e, soprattutto, la larghezza. Il risultato è che, quando viene
inserito nella vagina, preme sulle pareti interne e sulle labbra, susci-
tando una forte risposta erotica nella femmina che le permette di
condividere il crescente eccitamento sessuale del maschio a mano a
mano che la copula procede.
Questo può sembrare un ovvio e inevitabile meccanismo dell’ac-
coppiamento, ma differisce notevolmente da ciò che accade tra gli
altri primati. La scimmia femmina riceve alcune rapide spinte dal
sottile e ossuto membro del suo maschio, e nel giro di un attimo l’ac-
coppiamento è terminato. Tra i babbuini, per esempio, l’accoppia-
mento normalmente richiede soltanto otto secondi, e l’eiaculazione si
verifica dopo solo sei spinte pelviche. Persino un accoppiamento in-
solitamente lungo non richiede più di 15-20 secondi. Di conseguen-
za, una scimmia femmina non conosce la lenta, crescente eccitazione
sessuale e l’esplosivo orgasmo sperimentato dalla femmina umana.
Infatti, il pene umano ha uno spessore tale da scatenare sensazioni
intense quando si muove sulla superficie dei genitali femminili, du-
rante le protratte spinte pelviche della nostra specie. L’orifizio ses-
suale femminile, circondato da pieghe di pelle altamente sensibili,
riceve un massaggio ritmico e ripetuto dal pene, a sua volta stretto
dalle pareti interne. A mano a mano che l’eccitazione femminile cre-
sce, sia le piccole sia le grandi labbra divengono ipersensibili al tatto
e si gonfiano di sangue, fino a raddoppiare le loro dimensioni nor-
mali. Dopo una stimolazione prolungata, la femmina raggiunge un
climax che, unico caso tra i mammiferi, è fisiologicamente molto si-
mile a quello del maschio. Questo significa che entrambi i partner
ricevono una congrua ricompensa per le loro fatiche sessuali e l’in-
contro, a differenza di quello delle scimmie, può portare a un forte
legame emotivo tra i due partner. Il fatto che la femmina umana (a
differenza della femmina delle scimmie) non dia alcun segnale chia-
ro al maschio quando è in ovulazione, significa anche che la maggio-
ranza degli accoppiamenti non hanno uno scopo procreativo, ma
servono invece a stringere ulteriormente il legame affettivo. Quando
gli esseri umani fanno l’amore, fanno letteralmente l’amore.
I genitali esterni femminili, nel loro insieme, sono chiamati vulva.
Vale la pena guardarli più da vicino, uno per uno:

Il monte di Venere. Chiamato anche pube, è formato da un cuscinet-


to di tessuti grassi, ricoperto di peli. È situato proprio sopra le lab-
bra, dove protegge l’osso pubico dall’impatto del corpo maschile du-
rante i momenti più vigorosi del rapporto sessuale. Svolge anche un
ruolo importante nell’eccitazione sessuale perché è ben fornito di ter-
minazioni nervose. Ogni massaggio accidentale o deliberato di que-
sta regione provoca intense sensazioni erotiche, e alcune donne affer-
mano di poter raggiungere l’orgasmo semplicemente così. Il pube
diventa più sensibile se si rimuove la sua copertura di pelo pubico, il
che può in parte spiegare la popolarità delle cerette all’inguine.
Il monte di Venere non appare fino alla pubertà, quando l’improv-
viso aumento del livello degli estrogeni dà il via alla sua formazione.
A ogni modo, le donne eccessivamente magre, fanatiche delle mode,
talvolta non sviluppano questi tessuti grassi e, di conseguenza, la
vulva sembra essere posizionata più in avanti del solito.

Le grandi labbra. Conosciute anche come labia majora, le carnose


labbra esterne di solito coprono le labbra interne, a meno che le gam-
be non siano tenute spalancate. Quando sono chiuse, creano una fes-
sura verticale che è chiamata velo genitale o «pudendo». La loro pel-
le, dalla quale spunta qualche rado ciuffetto di peli, è simile a quella
del resto del corpo, oppure può essere di una sfumatura più scura.
Le grandi labbra, ricche di ghiandole odorose, si possono considera-
re l’equivalente femminile dello scroto del maschio.
Durante un’intensa eccitazione sessuale, le grandi labbra spesso si
arrossano e si scuriscono. Hanno dimensioni variabili, a seconda del-
la quantità di grasso presente che, in alcuni individui, può rendere
queste labbra più arrotondate e prominenti.

Le piccole labbra. Le labia minora, conosciute anche come nymphae.


Posizionate all’interno delle carnose grandi labbra, queste labbra più
piccole, più piatte (prive di tessuti grassi) hanno la forma di un paio
di ali delicate, ricoperte da una membrana mucosa completamente
priva di peli e altamente sensibile, mantenuta umida da un fluido se-
creto dai vasi sanguigni appena sotto la superficie. Durante l’accop-
piamento, queste piccole labbra ricevono una stimolazione tattile
così prolungata dal pene eretto che si gonfiano e si riempiono di san-
gue fino ad assumere una colorazione rosso intenso. L’assenza di
questo rossore in una donna che sembrerebbe provare un orgasmo è
di solito un segno di inganno.
C’è una discreta varietà nella forma di queste piccole labbra, che
possono essere minuscole e lisce, oppure increspate, rugose, ad ala o
pendenti. Tra i Boscimani dell’Africa del sud le piccole labbra posso-
no essere così lunghe da sporgere dalla vulva simili a due dita di car-
ne. Secondo alcuni studi, nelle donne di questo popolo possono arri-
vare a misurare anche 15 centimetri e possono essere ripiegate nella
vagina. Uno studioso afferma che raggiungono persino i 20 centime-
tri, e c’è un poco credibile resoconto del 1860 secondo il quale una
madre boscimana: «Poteva ripiegare indietro le sue nymphae fino a
farle incontrare sui glutei». Per questo, sono state chiamate anche «il
grembiule degli Ottentotti», o il «Tablier Egyptien». A lungo si è di-
battuto se le loro dimensioni siano una caratteristica genetica o il ri-
sultato di una pratica culturale di allungamento artificiale.
Le tecniche per allungare le piccole labbra sono ricomparse in Oc-
cidente in anni recenti, insegnate come modo per aumentare il piace-
re sessuale. Comunque, le opinioni sull’argomento non sono univo-
che, alcuni critici affermano che delle piccole labbra lunghe possono
creare problemi negli abiti stretti. Inoltre, delle piccole labbra spor-
genti sono considerate brutte da alcuni scrittori, i quali sostengono
che: «Una donna perfetta avrà sempre le piccole labbra simmetriche,
e che non sporgono dalle grandi labbra; inoltre saranno lisce e senza
eccessive pieghe, fessure o rughe».
I chirurghi plastici si direbbero d’accordo con quest’ultimo parere,
dato che una delle operazioni più richieste sulla zona genitale è volta
a ridurre le dimensioni delle piccole labbra o a renderle uguali, se
una delle due è più grande dell’altra. La labioplastica, come è stata
chiamata, è diventata la forma più comunemente richiesta di questa
«chirurgia intima».

La vagina. Il canale vaginale è un tubo di carne di circa 8-10 centi-


metri di lunghezza, quando la donna non è eccitata sessualmente,
perché allora raggiunge i 10-15 centimetri. A riposo, le sue due pareti
si toccano reciprocamente. Durante la fase adulta, tra la pubertà e la
menopausa, il rivestimento mucoso della vagina è lievemente rugo-
so. Prima e dopo è liscio.
Nelle vergini, all’esterno della vagina, una sottile membrana di
pelle, simile a un colletto, chiude parzialmente l’ingresso. La presen-
za dell’imene ha avuto una grande importanza in passato, quando
gli uomini pretendevano delle spose illibate. Quando questa mem-
brana è lacerata dalla prima inserzione del pene maschile (la prima
notte di nozze, secondo la tradizione), si ha una certa perdita di san-
gue. In alcune culture esporre le lenzuola macchiate di sangue è un
rituale importante, la prova visibile della verginità della sposa nel
letto matrimoniale. Le donne esperte, per fingere la loro castità, in
passato usavano inserire delle piccole spugne imbevute di sangue di
piccione nella vagina, oppure nascondevano una fiala di sangue ani-
male sotto il cuscino per rovesciarla sulle lenzuola al momento
adatto.
In epoca moderna, quando le ragazze amano praticare ogni tipo
di sport, anche vigoroso, per non parlare dell’uso dei tamponi inter-
ni e della masturbazione, spesso l’imene si lacera prima della pene-
trazione sessuale. Come risultato, soltanto il 50 per cento delle donne
moderne presenta il tradizionale sanguinamento quando ha rapporti
completi per la prima volta. È stato di conseguenza sottolineato che,
nella nostra società: «La verginità è un attributo spirituale e non
fisico».
In termini evolutivi, l’esistenza dell’imene è bizzarra. Il suo effetto
è di rendere il primo atto sessuale sia doloroso sia difficile. Quale va-
lore può avere in termini di sopravvivenza? L’unica spiegazione pos-
sibile è che l’imene serva a porre un ostacolo agli incontri sessuali
precoci. Grazie a questo passo evolutivo, deflorare una ragazza è
una soglia importante da varcare per un ragazzo, il primo incontro
sessuale tra due giovani amanti è diventato significativo dal punto
di vista emozionale. E per una specie sociale come l’uomo, questo ha
un senso.
All’interno della vagina vi sono due zone di inusuale sensibilità,
dei «punti caldi sessuali» che discuteremo più avanti. Il terzo inferio-
re della vagina, la parte più vicina all’apertura, è circondata da tessu-
to muscolare. Questi muscoli controllano le dimensioni dell’apertura
vaginale, rendendola più stretta nelle donne giovani. Nelle donne
più grandi, che hanno già partorito, questi muscoli diventano più
deboli, e parte dell’aderenza vaginale va perduta. Poiché una vagina
stretta è particolarmente gradita ai maschi, esiste oggi una nuova
operazione di chirurgia plastica che riporta il canale vaginale alle sue
dimensioni originali, creando l’equivalente genitale di un lifting fac-
ciale. I due terzi superiori della vagina, la sua sezione interna, è
meno muscolare e può espandersi facilmente per accogliere il pene
maschile. All’estremità più interna c’è la cervice, il collo dell’utero.
Durante l’atto sessuale, l’eccitazione intensa fa aumentare le di-
mensioni della vagina, ma anche al suo massimo è sempre abbastan-
za corta da permettere al pene di raggiungere la sommità, dove lo
sperma può essere eiaculato sull’apertura cervicale. È attraverso
questa che gli spermatozoi nuotano, compiendo il loro grande viag-
gio attraverso l’utero fino alle tube di Falloppio. Qui, se i tempi coin-
cidono, incontreranno un minuscolo uovo in discesa, e uno degli
spermatozoi si unirà a esso per dare inizio a una nuova vita.
Anche se le ovaie femminili contengono letteralmente migliaia di
uova, ne matureranno non più di 400 durante la vita riproduttiva.
Maturano al tasso di una al mese, e sono fertili soltanto quando scen-
dono lungo le tube di Falloppio, un viaggio di 10 centimetri che ri-
chiede diversi giorni.
Oltre al passaggio vaginale e alle labbra che lo circondano, i geni-
tali femminili vantano anche quattro «punti caldi» sessuali. Queste
sono piccole zone di accresciuta sensibilità erotica, la stimolazione
delle quali durante l’accoppiamento aiuta a portare la femmina al-
l’orgasmo. Questi sono: la clitoride, il punto U, il punto G e il punto
A. I primi due si trovano all’esterno della vagina, e gli ultimi due
all’interno.

La clitoride. Questa è il più conosciuto dei quattro punti erogeni


dei genitali femminili.
È situata alla sommità della vulva, dove le piccole labbra si uni-
scono. La parte visibile è piccola, grande come un capezzolo, l’equi-
valente femminile della punta del pene maschile, ed è parzialmente
coperta da un cappuccio protettivo. Essenzialmente, è un fascio di
8000 fibre nervose, che la rendono il punto più sensibile dell’intero
corpo umano. Ha una funzione puramente sessuale e aumenta di
sensibilità e dimensioni (diventa più lunga, più gonfia, più eretta)
durante l’accoppiamento. Nel corso dei preliminari è spesso stimola-
ta direttamente dalle carezze, e molte donne che non raggiungono
facilmente l’orgasmo vaginale, trovano più facile ottenerlo attraverso
la stimolazione tattile, orale o meccanica della clitoride.
Un chirurgo australiano ha recentemente riferito che la clitoride è
più grande di quanto si pensasse, perché la maggior parte di essa è
nascosta sotto la superficie. La parte visibile è semplicemente la pun-
ta, il resto della sua lunghezza, il membro, giace al di sotto della su-
perficie e si estende fino a circondare l’apertura vaginale. Questo si-
gnifica che, durante le spinte pelviche, la sua parte nascosta viene
massaggiata con vigore dai movimenti del pene inserito. La clitoride,
quindi, è sempre stimolata durante il rapporto sessuale, anche quan-
do la sua punta non è toccata direttamente. Il corpo della clitoride,
comunque, è meno sensibile della punta esposta, di conseguenza il
diretto contatto con questa ha sempre un forte impatto sull’eccitazio-
ne femminile. Alcune donne affermano che, con un ritmico rullio
verso il basso del bacino, possono creare una frizione diretta sulla
clitoride durante le spinte pelviche del maschio, e che in questo
modo amplificano la loro eccitazione, ma questo richiede un ruolo
predominante della femmina, cosa che non è sempre accettata dal
maschio.

Il punto U. È una piccola zona di sensibile tessuto erettile localiz-


zato sopra e ai lati dell’apertura uretrale. È assente al disotto dell’u-
retra, tra questa e la vagina. Meno conosciuta della clitoride, il suo
potenziale erotico è stato soltanto recentemente studiato da alcuni
ricercatori americani. Hanno scoperto che se questa regione viene ac-
carezzata gentilmente, con le dita, la lingua, o la punta del pene, si
ha una risposta erotica di inaspettata intensità.
A proposito dell’uretra, è importante accennare alla così detta
«eiaculazione femminile». Nel maschio, il canale uretrale trasporta
sia l’urina, sia il liquido seminale che contiene lo sperma. Nella fem-
mina di solito si crede che trasporti soltanto l’urina, ma non è così.
Alcune donne, quando provano un orgasmo insolitamente potente,
emettono un liquido dall’uretra che non è urina. L’uretra è circonda-
ta da alcune ghiandole specializzate, dette ghiandole di Skene, o
ghiandole para-uretrali, simili alla prostata maschile, le quali sotto
uno stimolo estremo producono un liquido alcalino chimicamente
simile al fluido seminale maschile. Le donne che sperimentano que-
sta eiaculazione (la quale può andare, in quantità, da alcune gocce ad
alcuni cucchiai) a volte pensano che l’estrema fatica muscolare del-
l’orgasmo le porti a urinare involontariamente, ma lo pensano sol-
tanto perché non comprendono la loro stessa fisiologia. E neppure,
incidentalmente, la comprendono alcune autorità mediche, secondo
le quali queste donne soffrirebbero di una forma di incontinenza uri-
naria sotto stress, e suggeriscono delle cure chirurgiche. Un uomo, di
recente, ha chiesto la separazione, accusando la moglie di urinare su
di lui, tale è l’ignoranza sui genitali femminili.
Non è chiaro quale sia il valore di questa eiaculazione femminile,
dato che avviene chiaramente un po’ tardi per servire come lubrifi-
cante. La lubrificazione vaginale, infatti, è svolta dalle pareti della
vagina stessa, le quali si coprono rapidamente di un film liquido, fin
dai primi istanti dell’eccitazione sessuale.

Il punto G o punto di Grafenberg. È una piccola zona altamente sen-


sibile situata 5-8 centimetri all’interno della vagina, sulla parete fron-
tale o superiore. Battezzata secondo il suo scopritore, un ginecologo
tedesco di nome Ernst Grafenberg, è talvolta romanticamente chia-
mata come «il punto della dea». Grazie ad alcune ricerche sulla natu-
ra dell’orgasmo femminile svolte negli anni Quaranta, si scoprì che
l’uretra femminile è circondata, lungo il suo corso, da tessuti erettili
simili a quelli che si trovano nel pene maschile. Quando la femmina
è sessualmente eccitata, questi tessuti si gonfiano. Nella zona del
punto G questa tumescenza fa sì che una piccola zona della parete
vaginale si protenda nel canale vaginale. E proprio questo tratto di
parete, secondo Grafenberg, sarebbe: «Una primaria zona erogena,
forse più importante della clitoride.» Spiegò anche che il suo signifi-
cato era andato perduto quando la posizione del missionario era di-
ventata dominante nel comportamento sessuale umano. Altre posi-
zioni sessuali sono assai più efficienti nello stimolarla e quindi nel
favorire il raggiungimento dell’orgasmo vaginale.
Bisogna sottolineare che il termine punto G non fu mai usato da
Grafenberg. Come menzionato sopra, lo chiamò una zona erogena, il
che è una descrizione assai migliore di esso. Sfortunatamente, il mo-
derno uso del termine «punto G» ha portato ad alcuni fraintendi-
menti. Alcune donne sono state spinte a credere, con grande ottimi-
smo, che esista un bottone del sesso che si può premere come un pul-
sante, in qualsiasi momento, per scatenare un’esplosione di piacere.
Deluse, ne hanno concluso che l’intera idea di un punto G sia falsa, e
che non esista nulla di simile. La verità, come già spiegato, è che il
punto G è una zona sessualmente sensibile di parete vaginale che
sporge lievemente nel canale vaginale quando i tessuti erettili che
circondano l’uretra si gonfiano. Le prime volte che se ne parlò ai con-
vegni medici, diversi importanti ginecologi ne negarono l’esistenza,
scatenando un’aspra controversia, ma più tardi, grazie a una serie di
esaurienti dimostrazioni, anche costoro cambiarono opinione. Nel
dibattito entrò anche la politica sessuale, quando alcune attiviste ri-
fiutarono per partito preso l’idea stessa di orgasmo vaginale. Per
loro, l’orgasmo clitorideo era l’unico politicamente corretto. Come
avrebbero reagito alla recente messa in vendita di vibratori dotati di
accessori specifici per stimolare il punto G non è registrato.
Cosa stupefacente, si è saputo di recente che alcune donne si sa-
rebbero sottoposte a delle operazioni plastiche sul punto G. Si sareb-
bero, cioè, fatte iniettare del collagene in questa zona per aumentar-
ne le dimensioni. Secondo una fonte: «Una delle ultime procedure
più alla moda sono le iniezioni nel punto G. Sostanze simili a quelle
utilizzate per aumentare le dimensioni delle labbra possono adesso
essere iniettate anche nel vostro punto G per accrescerne la sensibili-
tà. Proverete maggior piacere!». Suona più come una leggenda urba-
na che una realtà chirurgica, ma per quanto riguarda il miglioramen-
to della sessualità femminile, quasi tutto è possibile.

Il punto A, Zona AFE, o Zona Esogena del fornice anteriore. Chiamata


anche Epicentro, è una zona di tessuto sensibile che si trova all’estre-
mità interna della vagina, tra la cervice e la vescica, descritta tecnica-
mente come la prostata degenerata della femmina. In altre parole,
sarebbe l’equivalente femminile della prostata maschile, proprio
come la clitoride è l’equivalente femminile del pene maschile. La sti-
molazione diretta di questo punto può indurre violente contrazione
orgasmiche. A differenza della clitoride, si pensa che questa zona
non soffra di ipersensibilità post-orgasmo.
La sua esistenza fu scoperta da un medico malese di Kuala Lum-
pur soltanto negli anni Novanta. Vi sono stati alcuni fraintendimenti
sull’argomento, soprattutto riguardo all’esatta posizione del punto
A, che spesso è stata descritta erroneamente. Si trova proprio sopra
la cervice, nel punto più interno della vagina. La cervice dell’utero è
la parte sottile che sporge lievemente nella vagina, formando attorno
a sé una nicchia circolare. La parte vaginale di questa nicchia è chia-
mata fornice anteriore. Una pressione su di essa produce una rapida
lubrificazione della vagina anche nelle donne che non sono normal-
mente sessualmente sensibili. Adesso, per stimolare questa zona, è
possibile acquistare vibratori speciali, lunghi, sottili e ricurvi verso
l’alto.

Gli studiosi della fisiologia sessuale femminile affermano, forse


con un po’ troppo entusiasmo, che se questi quattro centri erotici
vengono stimolati di seguito, uno dopo l’altro, una donna può speri-
mentare molti orgasmi in una stessa notte. Si sottolinea, comunque,
che ciò richiede un amante estremamente esperto e sensibile.
Due donne su tre non riescono a raggiungere l’orgasmo con la
semplice penetrazione sessuale. Come ho detto più su, per la mag-
gior parte di loro soltanto la stimolazione digitale o orale della clito-
ride garantisce il raggiungimento del climax. Questo significa che,
per loro, i due «punti caldi» all’interno della vagina non tengono
fede al loro nome. Il motivo sembra nascondersi nella monotonia
delle posizioni sessuali. A un gruppo di ventisette coppie fu chiesto
di variare, a scopo scientifico, le posizioni del coito, assumendo quel-
le che consentono una maggior stimolazione dei due punti erotici va-
ginali: in questo modo tre quarti delle donne coinvolte nel test riusci-
rono a raggiungere regolarmente l’orgasmo vaginale.
In ultimo, i mutamenti dei genitali femminili durante l’eccitazione
sessuale possono essere così riassunti:

Fase 1: l’inizio dell’eccitamento


Entro il primo minuto comincia la lubrificazione vaginale.
I due terzi più interni del canale vaginale cominciano a
espandersi.
La cervice e l’utero sono spinti più in alto.
Le grandi labbra cominciano ad aprirsi.
Le piccole labbra cominciano a gonfiarsi.
La punta della clitoride aumenta di dimensioni.
Fase 2: eccitazione piena
Continua la lubrificazione vaginale.
I due terzi più interni della vagina sono adesso completamente
espansi.
Il tratto più esterno delle pareti vaginali si gonfia per la
vasocongestione.
L’apertura vaginale diminuisce di circa il 30 per cento, a causa del
gonfiarsi delle pareti vaginali.
Le grandi labbra sono così aperte che l’orifizio vaginale diviene
molto più evidente.
Le piccole labbra hanno adesso raddoppiato il loro spessore.
Le piccole labbra mutano colore, dal rosa al rosso.
La clitoride è completamente eretta.
Fase 3: l’orgasmo
La fascia muscolare che avvolge il terzo più esterno della vagina
comincia a contrarsi ritmicamente.
Le prime, più potenti contrazioni, avvengono al ritmo di una ogni
otto decimi di secondo.
Il numero di contrazioni per orgasmo varia dalle tre alle quindici.
Le contrazioni muscolari si propagano attraverso la regione pelvi-
ca (e altrove).
Può verificarsi anche perdita dall’uretra di un liquido che non è
urina, la così detta eiaculazione femminile.
Il tempo necessario a una donna per raggiungere l’orgasmo può
essere anche di soli cinque minuti, ma il tempo medio, basato sullo
studio di 20.000 orgasmi femminili, si è rivelato di circa venti minuti.
Dopo l’orgasmo, la clitoride, le grandi e le piccole labbra, la vagina e
l’utero tornano nella loro condizione normale e rilassata. Alcune
donne riescono a provare anche orgasmi multipli, uno dopo l’altro in
una rapida successione, mentre altre raggiungono un primo climax
così intenso da non sentire il bisogno di ripeterlo per un certo tempo.
Secondo un’indagine svolta in Gran Bretagna nel 2003, una donna
su quattro raggiunge sempre l’orgasmo quando fa l’amore; una su
due spesso, una su otto raramente, e una su venti mai. Numeri come
questi sono stati usati in passato per sostenere che le donne hanno
una natura biologicamente meno sessuale degli uomini. È assai più
probabile, invece, che gli uomini e le donne possiedano lo stesso po-
tenziale sessuale, ma che a causa di pressioni culturali e sociali, gli
uomini non siano più capaci di eccitare appieno le loro compagne. Il
fatto che, nella stessa indagine, il 60 per cento delle donne abbia det-
to di raggiungere l’orgasmo con la masturbazione, suggerisce che
l’inadeguatezza si trova non nei loro istinti sessuali, ma nelle tecni-
che sessuali dei loro compagni.
Vista la grande delicatezza, complessità e sensibilità dei genitali
femminili, si immaginerebbe che una specie intelligente come la no-
stra li tratti con cura. Tristemente, non è sempre stato così. Per mi-
gliaia di anni, in molte culture diverse, i genitali femminili sono stati
vittime di una sconcertante varietà di mutilazioni e restrizioni. Que-
sti organi capaci di dare così tanto piacere, hanno sofferto una scia-
gurata quantità di dolore.
La forma più comune di aggressione che hanno subito è la circon-
cisione. Questa mutilazione si trova raramente in Occidente, sebbene
ancora nel 1937 un dottore del Texas sostenesse la rimozione della
clitoride come cura per la frigidità. Questa fu una stranezza isolata,
ma in molte parti dell’Africa, del Medio Oriente e dell’Asia, la cir-
concisione femminile è stata una pratica comune e diffusa per molti
secoli. E, ben lontana dall’essere ormai un ricordo, questa tradizione
che prevede l’asportazione totale dei genitali esterni nelle fanciulle è
ancora presente in più di venti paesi.
Diverse sono le motivazioni date per giustificare quest’operazio-
ne. Per esempio, si crede che se il pene di un uomo tocca la clitoride
di una donna, l’uomo possa ammalarsi, diventare impotente o mori-
re. E può morire anche il neonato se, al momento della nascita, entra
in contatto con la clitoride della madre. La clitoride può rendere ve-
lenoso il sangue di una donna che allatta. I genitali esterni femminili
emanano un cattivo odore e rendono insaziabili i desideri sessuali
delle donne, spingendo i loro uomini a prendere droghe illegali per
soddisfarle. La rimozione dei genitali esterni preverrebbe molti pro-
blemi femminili, come la pelle gialla, il nervoso, la bruttezza, proble-
mi neurologici e il cancro vaginale. La ragione vera è, naturalmente,
che ridurre il piacere sessuale di una donna aiuta a sottometterla alla
tirannide del suo compagno.
Come si svolge quest’operazione? Nei casi peggiori, si asportano
le grandi e le piccole labbra e la clitoride alle ragazzine tagliandole
alla bell’e meglio e chiudendo poi l’orifizio vaginale con della seta,
del filo animale o delle spine, lasciando soltanto una minuscola aper-
tura per l’urina e il sangue mestruale. Dopo l’operazione, le gambe
della ragazzina vengono legate strette per assicurarsi che si formi del
tessuto cicatriziale permanente. Più tardi, quando si sposeranno,
queste donne dovranno sopportare ulteriori sofferenze, quando i
loro orifizi artificialmente ridotti saranno lacerati dal pene dei loro
mariti. E come se questo non fosse già abbastanza, se i loro uomini si
devono allontanare per un lungo viaggio, possono pretendere che la
moglie sia di nuovo ricucita.
Questa forma estrema di mutilazione genitale femminile, l’infibu-
lazione, è chiamata talvolta Circoncisione Faraonica. Una forma ap-
pena meno mostruosa prevede soltanto la rimozione della clitoride e
delle grandi e piccole labbra. Infine, una forma più moderata, a volte
chiamata Circoncisione Sunnita (perché si dice sia stata raccomanda-
ta dal profeta Maometto), prevede la sola rimozione della punta del-
la clitoride e/o del suo cappuccio.
La natura antisessuale di quest’operazione è stata chiaramente
espressa da uno di coloro che la praticano: «Per prima cosa le esami-
no intimamente. Se la clitoride delle ragazze sporge in fuori e le ecci-
ta sessualmente sfregandosi contro la biancheria, allora è il momento
di tagliarla».
Ogni anno non meno di due milioni di ragazzine sono tenute fer-
me con la forza, mentre urlano e si divincolano, e sono sottoposte a
questa brutale operazione senza alcun tipo di anestesia. Gli strumen-
ti utilizzati sono barbarici, lame di rasoio, coltelli o forbici, le condi-
zioni igieniche pessime, le morti frequenti, ma sempre insabbiate. È
una pratica difesa da tutti coloro che la sostengono con queste paro-
le: «La circoncisione femminile è sacra, e la vita senza di essa sarebbe
priva di significato».
I numeri di questo oltraggio contro le donne sono alti. Si stima che
oggi vivano più di 100 milioni di donne in qualche modo circoncise.
Alcune cifre, paese per paese: Nigeria, 33 milioni; Etiopia, 24 milioni;
Egitto, 24 milioni; Sudan, 10 milioni; Kenya, 7 milioni; Somalia, 4,5
milioni. In più, il 90 per cento delle ragazzine che vivono a Gibuti, in
Eritrea, e in Sierra Leone, e il 50 per cento di quelle che vivono nel
Benin, Burkina Faso, Repubblica Centroafricana, Ciad, Costa d’Avo-
rio, Gambia, Guinea-Bissau, Liberia, Mali e Togo hanno subito muti-
lazioni ai genitali. E la lista continua. Anche se l’Africa sembra essere
la sorgente originale di quest’operazione, da lungo tempo si è diffusa
anche in Medio Oriente, dove è praticata in Bahrein, Oman, Yemen e
negli Emirati Arabi Uniti, e nel resto dell’Asia, dove è comune tra le
popolazioni musulmane della Malesia e dell’Indonesia.
Persino in quei paesi dove le mutilazioni ufficialmente sono state
messe fuori legge, tutto continua quasi come prima. In Egitto, dove
fu proibita senza alcun risultato, la messa al bando fu cancellata nel
1997 da un fondamentalista musulmano che portò in tribunale il suo
caso contro il governo e vinse.
Di fronte a questa situazione, i diplomatici e i politici maschi delle
Nazioni Unite e di altre importanti organizzazioni si nascondono
dietro frasi di convenienza come: «Mostrare rispetto per le tradizioni
e i costumi locali». C’è poco da meravigliarsi della loro scarsa
autorevolezza.
Poiché di recente l’opinione pubblica si è posta qualche dubbio su
questo rituale, i mutilatori (che guadagnano discretamente da queste
operazioni) si sono messi assieme e hanno costituito una associazio-
ne per proteggersi. Insistono che la circoncisione è, per una ragazzi-
na: «… un modo semplice per limitare quella naturale promiscuità
sessuale che genera sempre tensioni tra mariti e mogli». E hanno do-
mandato ai loro governi di imporre una multa di mezzo milione di
dollari a chiunque osi criticare l’infibulazione sui media locali. Le au-
torità mediche, va da sé, sono assolutamente contrarie.
In Egitto, dove ogni giorno sono circoncise tremila ragazzine, uno
dei principali teologi musulmani ha emesso una fatwa contro chiun-
que si opponga all’infibulazione, descrivendo questa operazione
come: «Una pratica lodevole che fa onore alle donne». Poiché soltan-
to il 15 per cento della popolazione mondiale segue l’Islam, e tutti al
di fuori dell’Islam (per tacere dei molti al suo interno) condannano
questa pratica, significa che quest’uomo, lo sceicco di Al Azhar, ha
ordinato l’esecuzione di almeno l’85 per cento dell’intera razza uma-
na. Tra l’altro, questo sant’uomo non ha alcuna autorità per emettere
una condanna, dato che non vi è alcuna menzione della circoncisione
femminile nel Corano, e che la presunta affermazione di Maometto:
«È permesso tagliare, ma se tagli, non eccedere», è stata dichiarata
non autentica da altri studiosi musulmani.
I seguaci dello sceicco sostengono i suoi atteggiamenti violenti.
Quando una giornalista egiziana pose una domanda imbarazzante,
le fu risposto di tacere, altrimenti: «Ti taglierò la lingua, e le lingue di
quelli che ti hanno fatto nascere», e in un altro bizzarro sfogo, le fu
anche detto che se si fosse fatta rimuovere la clitoride, avrebbe avuto
una pelle migliore, in omaggio alla falsa credenza secondo cui la cir-
concisione femminile migliorerebbe la carnagione di una donna.
Per finire, vale la pena menzionare brevemente una recente prati-
ca alla moda, il piercing ai genitali. Questa pratica si differenzia per
due importanti motivi dalla mutilazione genitale che di solito si chia-
ma infibulazione. Anzitutto, è volontaria ed è praticata soltanto su
adulti consenzienti. Secondo, il suo scopo è decorare, sottolineare,
stimolare e aumentare l’interesse sessuale nei genitali femminili, e
non distruggerli.
Perché poi qualcuno possa desiderare di avere un orecchino o un
anellino di metallo inserito in minuscoli fori praticati nelle parti più
sensibili della vulva è difficile da comprendere per la maggior parte
delle persone, ma per una piccola minoranza è diventata una ecci-
tante nuova moda nella lunga storia dell’estetica umana.
Le principali forme di piercing ai genitali sono:

Piercing verticale del cappuccio della clitoride. È il più popolare. Una


sottile barretta di metallo chiusa alle estremità da delle piccole sfere
attraversa verticalmente il cappuccio di pelle situato proprio sopra la
clitoride. La sfera inferiore è in contatto con la clitoride e può stimo-
larla durante alcuni movimenti del corpo. Oppure, può trattarsi sem-
plicemente di un anellino di metallo prezioso inserito verticalmente
attraverso il cappuccio.

Piercing orizzontale del cappuccio della clitoride. In questo caso, il foro


passa da un lato all’altro del cappuccio della clitoride. Di nuovo, si
possono inserire o delle barrette di metallo con delle sfere alle estre-
mità o degli anellini. Si dice che l’effetto sia più decorativo ma meno
stimolante.

Piercing della clitoride. È estremamente raro, per ovvi motivi. La cli-


toride è troppo sensibile e, nella maggior parte dei casi, troppo pic-
cola come efficace supporto per un orecchino.

Piercing del triangolo. È un piercing orizzontale alla base del cap-


puccio della clitoride. Se il piercing verticale al cappuccio della clito-
ride stimola la parte anteriore della clitoride, il piercing al triangolo
ne stimola quella inferiore.

Piercing delle grandi o piccole labbra. Si inseriscono degli orecchini


nelle grandi o nelle piccole labbra, su entrambi i lati della clitoride o
dell’apertura vaginale.

Anche se questa nuova mania per la mutilazione decorativa di ge-


nitali femminili è probabilmente destinata a passare rapidamente, è
un evento sfortunato in un momento in cui si stanno facendo così
tanti sforzi per cercare di scoraggiare ogni mutilazione antisessuale
imposta con la forza su milioni di ragazzine.
Se alcune donne moderne sono disposte a farsi perforare doloro-
samente i genitali per seguire una moda triviale e passeggera, allora
diventa più difficile protestare contro altre, più serie forme di mani-
polazione dei genitali, come l’infibulazione. Ma, anche se entrambe
le attività sono un’aggressione chirurgica contro la sensibile vulva,
bisogna ricordare che, in un caso, si desidera accrescere il piacere
sessuale, mentre nell’altro si vuole distruggerlo.
XXI
Le natiche

Le natiche, seppur ingiustamente, sono il soggetto preferito della


maggior parte delle battute sul corpo femminile. Fanno ridere; sono
l’argomento di molte battute sporche. Il culo (XI secolo), il sedere e la
coda (XIV secolo), il posteriore (XV secolo), il fondo schiena (XVI se-
colo), la seduta (XVII secolo), il didietro e il derrière (XVIII secolo),
dove ci si siede (XIX secolo) fino ai più fantasiosi nomi del XX secolo,
comunque siano chiamate, le natiche sono sempre viste come ridico-
le o oscene. Anche quando sono considerate una zona erotica, data la
loro prossimità ai genitali, è assai più probabile che ricevano un piz-
zicotto o uno schiaffo, piuttosto che una carezza.
Bisogna cercare diligentemente attraverso l’intera letteratura per
trovare parole di lode per questa regione dell’anatomia femminile.
Nell’Amante di Lady Chatterley D.H. Lawrence spende qualche parola
lirica sulla «procace, rotonda fermezza delle natiche», e Rimbaud le
ammirò come «due archi che si protendono nel vuoto», mentre By-
ron ammise che una donna vista da dietro «è una cosa strana e bella
d’ammirare».
Di recente, alcuni autori hanno dichiarato, in modo piuttosto
oscuro, che: «Il culo è la faccia dell’anima del sesso», e che offre «un
buffet di delizie». Il regista italiano Federico Fellini commentò, in
modo altrettanto oscuro, che: «La donna con un sedere procace è
un’epica molecolare della femminilità», una frase il cui significato ci
sfugge. L’artista spagnolo Salvador Dalí andò anche oltre, insistendo
che: «È attraverso il culo che i più grandi misteri della vita possono
essere conosciuti».
Questi sono comunque esempi isolati, ed è più facile trovare le na-
tiche trattate in termini comici o volgari, un’attitudine negativa per-
sistente, nonostante siano un tratto particolare e unico dell’essere
umano. Infatti, i glutei nacquero quando i nostri antenati compirono
quel passo gigantesco nell’evoluzione che li portò ad alzarsi eretti
sulle zampe posteriori. I potenti, massicci muscoli del gluteo aumen-
tarono drammaticamente le loro dimensioni, permettendo ai nostri
corpi di restare sempre e davvero eretti. Sono questi muscoli che for-
mano la coppia di rotonde emisfere alla base della schiena che oggi
noi, ingrati, troviamo così ridicole.
È facile vedere come sia accaduto. Le natiche non sono sole. Tra di
loro fa capolino l’ano, attraverso il quale passano, giorno dopo gior-
no, tutti i nostri rifiuti solidi e, ancor più infamante, occasionali emis-
sioni di gas. E non è tutto: se ci pieghiamo in due, appaiono in piena
vista i genitali, incorniciati dalle curve gemelle delle natiche. Quindi,
per le natiche non c’è modo di sfuggire ad associazioni escretorie o
sessuali.
Di conseguenza, l’esibizione delle natiche è vista sia come un in-
sulto volgare, un simbolico defecare su un nemico, sia come una roz-
za oscenità, il mettere in mostra senza vergogna i propri organi ses-
suali. Nella società moderna, mostrare il sedere in pubblico può pro-
durre reazioni che variano da risate imbarazzate a seria deprecazio-
ne, oltraggio e persino denuncia. Di recente, in Svizzera, la Corte su-
prema federale si è trovata ad affrontare la difficile questione se
l’esposizione di un particolare sedere fosse offensiva o indecente. Ed
era su questa sottile distinzione che poggiava la possibilità o meno di
una condanna. Una donna svizzera, durante una lite furibonda con
un vicino, aveva all’improvviso denudato il suo posteriore. Dato che
c’erano dei bambini presenti, la donna era stata arrestata con l’accusa
di atti osceni in luogo pubblico e condannata in un grado minore di
giudizio. Dopo lungo dibattito, la Corte suprema liberò la donna e le
concesse persino il rimborso delle spese legali. I giudici giunsero alla
conclusione che: «Il gesto rappresentava certamente un comporta-
mento insultante e in quanto tale punibile, ma non lo si poteva consi-
derare indecente perché nessuno organo della procreazione era stato
coinvolto in quell’atto». Probabilmente, se si fosse piegata un po’ di
più quando aveva compiuto quel gesto di sfida la sua condanna sa-
rebbe stata confermata.
Risposte così estreme a un sedere sono rare oggi, in Occidente.
Chi si denuda durante degli eventi sportivi di solito scatena soltanto
delle risate, come i goliardi delle università americane che espongo-
no i loro fondoschiena dalle finestre dei dormitori. Come strumento
di protesta, la nudità non è più quello che era una volta.
Lo sfoggio delle natiche è a volte reso più offensivo dalla frase:
«baciami il culo». Presa alla lettera, questa frase è insultante perché
chiede un umiliante atto di subordinazione. Ma c’è di più. Anche se
probabilmente né colui che insulta né colui che è insultato lo sanno,
si ritrovano presi in una versione moderna di una pratica occulta an-
tica come il tempo. Per comprenderla, dobbiamo prima tornare alla
Grecia antica.
La nostra visione delle natiche come di qualcosa di ridicolo non
era affatto condivisa dagli antichi Greci. Per loro era un elemento in-
solitamento bello dell’anatomia umana, in parte per la loro elegante
curvatura, ma anche per il potente contrasto con il posteriore dei pri-
mati. Gli emisferi umani erano così diversi dalle zone di pelle induri-
ta (le callosità ischiali) sui magri sederi delle scimmie, che i Greci le
videro, assai giustamente, come supremamente umane, affatto ani-
mali. Si diceva che la formosa dea dell’amore, Aphrodite Kallipygos,
letteralmente la dea dalle belle natiche, avesse un sedere più estetica-
mente piacevole di qualsiasi altra parte della sua anatomia. Era og-
getto di una tale adorazione che fu costruito un tempio soltanto in
suo onore, rendendo i glutei l’unica parte del corpo umano ad aver
mai ricevuto un tale onore.
Da questa antica considerazione delle natiche come squisitamente
umane, nacque un’interessante leggenda. Se i glutei arrotondati era-
no il segno che distingueva gli umani dalle bestie, allora i mostri del-
l’oscurità dovevano mancare di questo particolare elemento anato-
mico. Fu così che il diavolo si guadagnò la reputazione di essere sen-
za natiche. Gli antichi europei erano convinti che il diavolo, benché
potesse assumere forma umana, non riuscisse mai completamente
nella trasformazione, perché, per quanto tentasse, le sue natiche re-
stavano sempre imperfette. La parte più gloriosa, più esclusivamente
umana del corpo, era al di là persino del suo enorme potere.
Si pensava che questa debolezza provocasse grande angoscia al
diavolo, offrendo così una opportunità per tormentarlo. Per infiam-
mare la sua invidia, tutto ciò che bisognava fare era mostrargli il se-
dere nudo. Quell’improvvisa apparizione, ricordandogli la sua ina-
deguatezza, l’avrebbe costretto a distogliere il suo sguardo malvagio.
Così, mostrare il sedere nudo divenne un modo per difendersi dal
tanto temuto malocchio, un gesto prezioso ed efficace per scacciare le
forze del male.
Usato a questo scopo, il sedere non fu mai visto come volgare o
dissoluto. Fortificazioni e chiese antiche spesso sfoggiavano incisioni
di femmine umane che puntavano le loro natiche arrotondate verso
l’ingresso principale per scacciare gli spiriti maligni. Nella Germania
di quei tempi, quando di notte si scatenava un temporale particolar-
mente pauroso, le donne sporgevano i loro sederi nudi dalla porta
nella speranza di allontanare il potere del male ed evitare una tem-
pesta catastrofica.
È assai probabile che questa sia l’origine del gesto moderno, e che
oggi i buontemponi portino avanti un’antica tradizione cristiana sen-
za saperlo. Con il diavolo fuori moda come grande nemico, sfoggiare
il sedere è diventato semplicemente un gesto volgare. Da un atto di
sfida religiosa è scivolato tra le esibizioni oscene di zone tabù del
corpo.
Ma come si spiega la frase «baciami il culo»? Per comprenderlo è
necessario esaminare antiche incisioni che ritraggono il diavolo. Se
non ha le natiche, allora che cosa ha sopra le zampe posteriori? Ri-
sposta: là dove dovrebbero esserci le natiche, c’è un’altra faccia. Que-
sta seconda faccia è quella che si credeva baciassero le streghe duran-
te i sabba. Secondo i documenti dell’epoca, queste donne si difesero
dalla disgustosa imputazione di aver baciato il posteriore del diavo-
lo, sostenendo di averne soltanto baciato la bocca sulla sua seconda
faccia.
Si tratta, naturalmente, di invenzioni della fertile immaginazione
medievale, ma non è questo il punto. Le leggende e le credenze giun-
te a noi attraverso generazioni e generazioni superstiziose spiegava-
no che «baciare il culo» era un atto ripugnante compiuto dai seguaci
di Satana e che, come tale, era un abominio. Quando la superstizione
cominciò a svanire e infine a morire, si perse il ricordo delle sue ori-
gini ma, come spesso accade, quella frase popolare sopravvisse per
essere incorporata in un insulto moderno.
Finora, abbiamo esaminato l’esposizione delle natiche soltanto
come atto ostile, un antico gesto di sfida o un moderno insulto. Ma
c’è un altro aspetto. In contesti completamente differenti, le natiche
trasmettono anche un potente segnale di attrattiva sessuale. Le fem-
mine di molti primati non solo hanno il posteriore vivacemente colo-
rato, ma questo diventa sempre più vistoso e gonfio a mano a mano
che l’ovulazione si avvicina, per poi tornare alla normalità. Questo
significa che a un maschio basta uno sguardo per dire se una femmi-
na della sua specie è sessualmente ricettiva. I primati infatti si accop-
piano soltanto quando la femmina mostra questi esagerati gonfiori
sessuali.
Le femmine umane sono diverse. Il loro posteriore non si gonfia e
sgonfia seguendo il ciclo mestruale. Le loro natiche restano sempre
sporgenti e la loro ricettività sessuale è sempre alta. Tra le strategie
per creare un legame di coppia, la femmina umana ha esteso la sua
disponibilità sessuale verso il maschio. Si unirà persino quando non
può concepire, perché la funzione dell’accoppiamento umano non è
più soltanto procreativa. Come sistema di ricompensa, aiuta a ce-
mentare l’attaccamento tra il maschio e la femmina, tenendo assieme
quella unità vitale che è la famiglia umana. Come già sottolineato,
per gli esseri umani accoppiarsi significa davvero fare l’amore, ed è
importante che il corpo della femmina sia capace di trasmettere sem-
pre segnali erotici.
Si potrebbe ribattere che se la funzione principale dei glutei nel-
l’essere umano è quella di mantenerci eretti, le femmine non possono
evitare di esibire sempre delle natiche sporgenti. Tuttavia, nella loro
sessualità, le natiche femminili vanno oltre le richieste di un sempli-
ce meccanismo muscolare. Relativamente alle dimensioni del corpo,
sono più grandi di quelle dei maschi, e non perché siano più forti,
ma perché incorporano molto più tessuto grasso. Questo grasso ad-
dizionale è stato descritto come una scorta per i periodi di emergen-
za, più o meno come la gobba di un cammello, ma che questo sia
vero oppure no, il fatto è che la sua natura così legata al genere ses-
suale lo rende un potente segnale femminile.
Questo segnale è accentuato da due altre caratteristiche femminili.
La rotazione all’indietro della pelvi e l’ondeggiamento dei fianchi
durante la camminata. Come menzionato in precedenza, la femmina
tipica (che non deve essere confusa con l’atleta di sesso femminile, il
cui corpo è stato profondamente mascolinizzato da un allenamento
specifico) ha una schiena più arcuata di quella del maschio. In posi-
zione di riposo le natiche sporgono di più all’indietro nella donna
che nell’uomo, qualunque siano le loro dimensioni. Quando una
donna cammina, la diversa struttura della gamba e dell’anca produ-
ce una maggiore ondulazione della regione delle natiche. Per dirla
brutalmente, le femmine ancheggiano.
Quando queste tre qualità, più grasso, maggior sporgenza, e mag-
gior ondulazione, si uniscono, il risultato è un potente segnale eroti-
co per il maschio. Questo non avviene perché la femmina spinga de-
liberatamente in fuori il sedere e ancheggi consapevolmente davanti
a dei maschi in ammirazione, ma semplicemente perché il suo corpo
è stato disegnato così. Può, naturalmente, esagerare questo segnale
naturale, se accetta di correre il rischio di apparire una caricatura, e
agitare oltraggiosamente il sedere. Di recente, uno zelante osservato-
re ha calcolato che, durante uno spettacolo, la cantante Kylie Mino-
gue ha agitato il sedere per 251 volte. Ma anche se una femmina non
fa assolutamente nulla, la sua stessa anatomia trasmetterà costante-
mente dei segnali di genere.
Segnali che oggi, forse, sono meno vistosi che in passato; è infatti
probabile che le femmine dei nostri antenati fossero assai più dotate
di sedere delle loro controparti moderne. Le prove, naturalmente,
non ci giungono dagli scheletri preistorici, ma dai dipinti e dalle sta-
tuine dell’Età della pietra, dove le donne sono rappresentate con
fianchi enormi. Questa caratteristica ha resistito dall’Età della pietra
all’arte preistorica di molte culture, ma poi è gradualmente scompar-
sa, attestandosi su proporzioni più moderne che, anche se sempre
più ampie di quelle del maschio, sono meno estreme. Su queste pri-
mitive supernatiche sono nate numerose ipotesi.
Una sostiene che i nostri primitivi antenati si accoppiassero da ter-
go, come gli altri primati, quindi i segnali sessuali della femmina
umana erano concentrati nel posteriore, come nelle altre specie.
Quando guadagnammo la stazione eretta e i nostri muscoli posterio-
ri si trasformarono in natiche, questa forma rigonfia divenne un nuo-
vo segnale sessuale umano. Le femmine con i posteriori più grandi
inviavano segnali sessuali più forti, di conseguenza le natiche conti-
nuarono a crescere fino a diventare enormi. Grazie a queste nuove
supernatiche, alcune femmine potevano inviare dei segnali sessuali
superiori alla norma, ma alla fine queste divennero così grandi da
interferire proprio con l’atto sessuale che invitavano. Il maschio ri-
solse il problema passando alla copula frontale. Allora furono i seni a
diventare permanentemente gonfi, mimando gli ampi emisferi delle
natiche. Adesso erano le donne con dei superseni a inviare potenti
segnali sessuali, dividendo il peso, per così dire, con le natiche, che
potevano ora diminuire le loro dimensioni. Questa versione più tar-
da della femmina umana, meglio equilibrata e più agile, aveva un
considerevole vantaggio sul più antico modello rivestito di abbon-
dante grasso, e a poco a poco lo sostituì.
Se questa ipotesi è corretta, dovremmo aspettarci di trovare qual-
che sopravvivenza che la supporti. E qualcosa in effetti sopravvive
ancora nei deserti sud-occidentali dell’Africa, dove le femmine dei
Boscimani sfoggiano le supernatiche ritratte nelle figure dell’Età del-
la pietra. Alcune donne dei Boscimani hanno dei sederi di dimensio-
ni davvero sorprendenti, mostrandoci bene oggi quale dovesse esse-
re l’aspetto di tutte le femmine umane migliaia di anni fa.
È stato sostenuto che paragonare gli europei della preistoria, che
presumibilmente furono i modelli dei ritratti dell’Età della pietra,
con i Boscimani di oggi, che vivono nel sud dell’Africa, è un contro-
senso, ma questa obiezione trascura la vera storia dei Boscimani. Le
tribù di oggi non vivono in quei remoti deserti perché sono il loro
ambiente naturale preferito. Vivono lì perché quello è l’ultimo ango-
lo della Terra dove hanno potuto rifugiarsi, come ramo in estinzione
della famiglia umana. I loro antenati possedevano la maggior parte
dell’Africa, e hanno lasciato delle bellissime pitture sulla roccia a
provarlo. Ma essi rappresentano l’antica Età della pietra, il periodo
caratterizzato dalla caccia e dalla raccolta come forme di sussistenza.
Con l’arrivo dei popoli della nuova Età della pietra dediti all’agricol-
tura, i primi contadini, i Boscimani furono scacciati dai loro territori,
e oggi ne sopravvivono soltanto 50.000, un numero appena sufficien-
te per popolare una piccola città. In passato, invece, erano una delle
forme dominanti della nostra specie, e non vi è alcuna ragione per
pensare che quelle natiche molto ampie, una caratteristica chiamata
steatopigia, fossero un’oscura bizzaria del deserto. È assai più proba-
bile che nella primitiva fase della caccia della preistoria umana, le
donne avessero di norma delle natiche enormi, e che gli artisti dell’E-
tà della pietra scolpissero le loro figurine basandosi sulla realtà, piut-
tosto che su delle fantasie erotiche.
Quando le femmine più sottili e più agili arrivarono a dominare
sulla scena, l’antica immagine con le grandi natiche non svanì com-
pletamente dalla mente umana inconscia. Ricompare di tanto in tan-
to in modi piuttosto inaspettati. Molti costumi popolari e movimenti
della danza esaltano una regione delle natiche. Persino nella timida
epoca vittoriana, con l’introduzione delle crinoline, allo sguardo ma-
schile fu offerta una nuova, artificiale versione di steatopigia. Sellini,
imbottiture, reti di filo metallico e molle di acciaio, tutto fu utilizzato
per ricreare una regione posteriore dalle proporzioni da lungo tempo
perdute. Le dame eleganti che portavano i sellini di crinolina nell’e-
legante società vittoriana sarebbero senza alcun dubbio rimaste scan-
dalizzate da una simile opinione sul loro abbigliamento, ma oggi
questo parallelo ci appare incontestabile. Nel XX secolo lo strumento
più diffuso per far risaltare le natiche femminile sono le scarpe con il
tacco alto. Questo genere di calzatura distorce la camminata delle
donne in modo tale che i glutei sono spinti in alto e in fuori più del
normale, e più del normale oscillano quando la loro proprietaria è in
movimento.
Anche senza esagerazioni non necessarie, le natiche continuano a
rappresentare ancora oggi uno dei principali punti erotici del corpo
femminile. Abiti lunghi che nascondono le gambe sono spesso ta-
gliati in modo da mostrare i contorni del sedere, seguendone con
morbidezza i movimenti. Gli abiti corti, come la minigonna degli
anni Sessanta, mostrano le natiche più direttamente, e i pantaloni
stretti, anche se nascondono la carne, non lasciano alcun dubbio sul-
la precisa forma degli emisferi.
All’inizio degli anni Ottanta, vennero di moda dei jeans accurata-
mente disegnati, molto stretti e molto costosi, appositamente studiati
per mostrare al meglio le natiche, come orgoglioso segnale sessuale
della femmina appena liberata. L’autore di un libro intitolato Rear
View (Vista sul retro), pubblicato all’epoca e dedicato esclusivamente
all’impatto erotico delle natiche femminili, etichettò questa nuova
moda in termini memorabili: «L’era delle natiche cominciò nel 1979,
quando una portavoce sfoggiò il suo deretano vibrante e accurata-
mente disegnato sulla faccia sconcertata della televisione… Fu l’ini-
zio di un nuovo fenomeno conosciuto come il jeans firmato».
Nel giro di pochi anni, i jeans si ritrovarono in competizione con
pantaloni più larghi e informi, che riprendevano la loro linea dalle
tute degli astronauti. Tuttavia, entrambi gli stili sono riusciti a so-
pravvivere l’uno a fianco dell’altro. Poiché i pantaloni femminili di
un tipo o di un altro ormai dominano il mondo della moda, e le gon-
ne perdono sempre più terreno tra le giovani, anche i vecchi jeans da
lavoro, rozzamente tagliati, sono diventati un ricordo lontano. Oggi
si fanno molti sforzi per rivestire le gambe femminili con qualcosa
che sottolinei ed enfatizzi la regione delle natiche.
Una forma estrema di questa moda apparve nel 1992, quando un
giovane stilista inglese introdusse quelli che lui chiamò «Bumster».
Sono pantaloni con la vita così bassa da esporre la fessura tra le nati-
che. Così è cominciata una fase di enfasi sul sedere che ha dato origi-
ne a termini come «bassa couture», «guancia chic», e «derrière décolle-
tage». Comunque, non tutti nel mondo della moda si sono divertiti
quando un critico ha rimarcato che l’alta moda era caduta a livelli
piuttosto bassi.
Nonostante queste riserve, le natiche femminili erano sul punto di
godersi una nuova fase di apprezzamento erotico, invece dei soliti
sberleffi e villanie e, quando il XX secolo finì, era questa la regione
del corpo ad attirare più di ogni altra l’attenzione dei giovani. Un
commentatore giunse a dire che: «Il sedere è diventato il nuovo
seno».
Negli Stati Uniti è nato un nuovo stile musicale, chiamato Booty
Rap, in origine un ramo del Southern Rap nero, che si è allontanato
dalle sue radici a Miami con accattivanti canzoni dal titolo: «Libera
la tua mente e il tuo culo seguirà», tanto per fare un esempio.
La parola «booty», bottino, è un altro eufemismo per le natiche.
Nata nel XX secolo, allora rimase dapprima limitata allo slang dei
neri americani. È diventata un termine comune soltanto all’inizio del
XXI secolo, quando, nel 2002, apparve per la prima volta in un dizio-
nario assieme all’aggettivo «bootylicious», definito come «sessual-
mente attraente, soprattutto per le natiche generose».
Nel 1999, la cantante attrice Jennifer Lopez divenne il centro di
questa nuova attenzione per i glutei, quando i giornali sia in Europa
sia in America annunciarono che aveva assicurato il suo molto am-
mirato didietro per un miliardo di dollari. Sebbene l’attrice abbia for-
malmente smentito, il fatto stesso che sia stato possibile inventare
una storia simile e metterla in prima pagina sui giornali è un indizio
del grado di interesse conquistato da questa parte dell’anatomia
femminile, mentre il XX secolo arrivava alla sua conclusione e co-
minciava il XXI. In Brasile hanno persino inventato una nuova paro-
la per descrivere una donna con grandi e belle natiche, popuzuda, e
sulla scena musicale brasiliana si assiste a un crescente culto del Po-
puzuda Rock’n’Roll. Le modelle ossute, con il loro così detto «heroin
chic» e natiche indicibilmente più piccole di quelle di una donna co-
mune, all’improvviso non sono più di moda.
In Gran Bretagna, sta diventando sempre più popolare un concor-
so annuale per la premiazione del “Didietro dell’Anno”, natural-
mente femminile. Cominciato in sordina negli anni Ottanta, a mano
a mano che si avvicinava l’alba del XXI secolo ha ricevuto sempre
maggiore pubblicità. Su entrambi i lati dell’Atlantico, la domanda di
prodotti cosmetici destinati a migliorare i glutei è in costante cresci-
ta. Esistono già alcuni indumenti femminili tagliati in modo da solle-
vare ed evidenziare il sedere. Infine, anche i chirurghi plastici riferi-
scono di un improvviso aumento delle richieste di sederi più volut-
tuosi, ottenibili sia attraverso iniezioni di grasso sia impianti di sili-
cone. Sono interventi che possono costare anche 10.000 dollari, ma la
cosa non sembra aver fatto da deterrente.
Le donne non desiderano soltanto glutei più grossi, li vogliono
anche più fermi e compatti, per apparire più giovani oltre che più
voluttuose. Vogliono un didietro doppiamente migliorato. Uno dei
centri mondiali per questo tipo di chirurgia è il Brasile, dove si stima
che oggi lavorino non meno di 1600 chirurghi plastici. Pare che sia
un intervento così diffuso laggiù che, se si soggiorna in un albergo a
Rio, è facile ritrovarsi dei dépliant pubblicitari di chirurghi plastici
rivali assieme alla inevitabile Bibbia Gideon.
Quanto a lungo durerà questa moda per natiche generose, ma fer-
me e ben proporzionate, è difficile dirlo, ma è chiaro che il mondo
della moda e la cultura popolare continuano a tornare sulla primiti-
va regione delle natiche come focus erotico. Certo, abbiamo abban-
donato da molto tempo la locomozione a quattro zampe, ma il poste-
riore delle femmine, con il suo richiamo sessuale, rifiuta di svanire
dalla mente inconscia del maschio. È stato persino suggerito che
l’universale simbolo dell’amore, quel cuoricino stilizzato, sia in real-
tà basato sulle natiche. Di certo, assomiglia assai poco al vero cuore,
ma con la sua fenditura nella parte superiore ha una rassomiglianza
birichina con le natiche femminili viste da dietro. Forse anche qui
troviamo di nuovo al lavoro una immagine primitiva della mente
umana.
Fino a ora abbiamo analizzato le natiche come strumenti di insul-
to e come oggetti sessuali, ma c’è un terzo modo in cui questa parte
del corpo è stata messa in mostra, e cioè la sottomissione. La presen-
tazione delle natiche in una posizione umilmente china ha rappre-
sentato per molto tempo un gesto di pacificazione. Sotto questo
aspetto non vi è alcuna differenza tra il comportamento di un indivi-
duo umano che si sottomette e un primate nella stessa condizione. In
tutti i casi, chi presenta il posteriore dice: «Offro me stesso nel passi-
vo ruolo femminile. Per favore, mostra la tua dominanza montando-
mi, invece che attaccandomi». Le scimmie subordinate di entrambi i
sessi presentano il posteriore alle scimmie dominanti, di nuovo di
entrambi i sessi. L’individuo dominante raramente attacca un subor-
dinato, o lo ignora, o altrimenti lo monta brevemente accompagnan-
do l’atto con alcuni stilizzati movimenti delle pelvi. Come esibizione
di sottomissione, mostrare il posteriore è un’azione preziosa perché
consente a un debole subordinato di restare vicino a un potente do-
minante senza essere attaccato.
In alcune società tribali è stato osservato che l’inchino, come ceri-
monia di saluto, è fatto dando le spalle alla persona che si saluta.
Questo assomiglia così tanto a una presentazione del posteriore che è
difficile non vederne la correlazione con la tipica azione di sottomis-
sione dei primati. Una forma molto più comune di presentazione del
posteriore si vede quando un bambino viene punito con una sculac-
ciata. La vittima deve prima chinarsi nella stessa posizione di sotto-
missione dei primati e poi, una volta adottata proprio la posizione
che, se fosse una scimmia, lo salverebbe dall’attacco, è ingiustamente
assaltato con una mano o una frusta. Per alcuni esseri umani domi-
nanti si direbbe che l’umiliazione di questa posizione non sia
sufficiente.
A causa delle loro implicazioni sessuali, i contatti interpersonali
sulle natiche sono sottoposti a rigide restrizioni. Al di fuori della sfe-
ra della coppia, una pacca o uno schiaffetto sul retro possono essere
usati in tutta sicurezza come segnale di amicizia soltanto quando
non vi sia alcun pericolo di implicazione sessuale. Utilizzato tra ami-
ci a una normale riunione sociale può facilmente essere frainteso, e si
preferisce allora dare una pacca sulla schiena, invece che sul sedere,
a meno che non si voglia deliberamente inserire una sfumatura ses-
suale. La pacca sul sedere è di conseguenza limitata a contesti speci-
fici, per esempio genitore e figlio piccolo; oppure tra sportivi durante
violenti giochi di squadra. In entrambi i casi, si tratta di relazioni così
lontane da ogni coinvolgimento sessuale che nessun fraintendimento
è possibile. Per contrasto, parenti e anziani o amici di famiglia che
sfruttano la differenza di età per palpare il sedere delle ragazzine
adolescenti, godendosi un contatto sessuale mascherato da innocuo
contatto pseudo-parentale, possono essere la fonte di notevoli fastidi.
Tra amanti, afferrare le natiche è un gesto comune, sia nel corteg-
giamento sia nella copula. Accompagna di frequente gli stadi più
avanzati del baciarsi e dell’abbracciarsi, quando l’abbraccio scende
dalla schiena alle natiche, a mano a mano che l’eccitazione cresce.
Nelle sale da ballo all’antica, dove gli estranei possono abbracciarsi
mentre danzano, un partner maschile può approfittare della situazio-
ne lasciando cadere la mano giù per la schiena della sua compagna
fin sulle natiche. Nella classica caricatura di questa strategia che si
vede nei film, ben presto si ritrova la mano malandrina rimessa nella
sua posizione originale.
Durante gli avanzati stadi della copula, la stretta alle natiche si fa
sempre più serrata, a mano a mano che le spinte pelviche si fanno
più vigorose. È durante questa fase di contatto fisico che la forma se-
misferica dei glutei si lega intimamente nella testa degli amanti con
intense sensazioni sessuali.
Ed è ancora questa connessione con la sessualità a causare violen-
te reazioni verso l’antico e una volta famoso passatempo italiano del-
la manomorta. Qualsiasi ragazza giovane e carina che si avventurava
per le strade di una città italiana aveva alte probabilità di ritrovarsi
le natiche pizzicate da qualche sconosciuto ammiratore. A seconda
del suo retroterra culturale, avrebbe potuto rispondere con orgoglio,
divertimento, irritazione od oltraggio. L’autore di un lavoro satirico
intitolato How to be an Italian elencò i seguenti tre fondamentali tipi
di pizzicotto:

Il Pizzicato: un rapido pizzicotto eseguito con pollice e medio. Rac-


comandato ai principianti.

Il Vivace: un pizzicotto più vigoroso, fatto con più dita, ed eseguito


diverse volte in rapida successione.

Il Sostenuto, un pizzicotto prolungato, fatto ruotando la mano e da


usarsi su «crinoline viventi».

Le moderne femministe non trovano affatto divertente questo ar-


gomento, e sono arrivate persino a scendere in strada a caccia di na-
tiche maschili da pizzicare in gruppo come forma di vendetta.
Come area potenziale per la decorazione del corpo, le natiche non
offrono grandi possibilità. Sono troppo intime per mostrare l’abilità
dei tatuatori e, dato che ci si siede sopra, sono inadatte per attaccarvi
degli ornamenti. Le natiche tatuate non sono comuni, tranne che tra i
veri fanatici. L’unico esempio di natiche ingioiellate viene da uno
studio del XVII secolo, Man Transformed, di John Bulwer, nel quale
l’autore descrive un indigeno dall’aria particolarmente infelice con
dei gioielli che gli pendono dalla natica sinistra. Bulwer commenta:
«Tra le altre sconcertanti tradizioni di alcune nazioni, ricordo… un
certo popolo, che in un assurdo sfoggio di coraggio, si trafiggeva le
natiche per appendervi delle pietre preziose». Cosa che deve essere
assai sconveniente e fastidiosa, oltre che pregiudizievole a una vita
sedentaria.
In ultimo, c’è la questione dell’ano femminile usato come orifizio
sessuale. È stato stimato che circa il 50 per cento delle donne occi-
dentali ha sperimentato un rapporto anale almeno una volta nella
vita. Soltanto una su dieci lo ha trovato sufficientemente gradevole
da farlo diventare un elemento regolare della propria attività sessua-
le. In altre parti del mondo questi numeri sono molto più alti. Una
indagine svolta presso 5000 famiglie in Brasile ha rivelato che più del
40 per cento delle coppie rurali e del 50 per cento delle coppie urba-
ne: «Considerano i rapporti anali un elemento normale della
sessualità».
Anatomicamente, l’ano è ricco di terminazione nervose, e quindi
ha un discreto potenziale come sorgente di piacere fisico. Comun-
que, dato che fisiologicamente è un’uscita e non un ingresso, l’evolu-
zione non l’ha disegnato per accogliere una penetrazione. Biologica-
mente parlando, il sesso anale non è una attività naturale, e non è
aiutata da una lubrificazione prodotta da ghiandole specializzate o
da altri adattamenti, come quelli che giungono in aiuto della pene-
trazione vaginale. Ciò nonostante, nel corso della storia, l’ano è stato
spesso costretto a giocare il ruolo di vagina simbolica. E ciò per quat-
tro ragioni principali.
In passato, prima che fossero disponibili i profilattici, il sesso ana-
le era usato come forma primitiva ma efficiente di controllo delle na-
scite. Questo è esplicitamente mostrato nelle figurine precolombiane
di terracotta provenienti dall’antico Perú. Ogni volta che l’artista
scolpisce una coppia unita in un rapporto sessuale, la penetrazione è
vaginale, a meno che non vi sia un neonato che dorme di fianco a
loro. Quando c’è un neonato presente, il modo dell’artista per mo-
strare che i due hanno già una famiglia, la penetrazione maschile è
chiaramente anale.
Questa forma di contraccezione è sopravvissuta fino a oggi in
molte parti del mondo, soprattutto in America Latina, in parte del-
l’Africa e in Oriente. Dove, per qualsiasi motivo, i profilattici non
sono disponibili (povertà, ignoranza o dogmi religiosi) è assai proba-
bile che, nonostante i rischi per la salute, si usi la penetrazione anale
come semplice forma di controllo delle nascite.
Un secondo motivo è che questo tipo di penetrazione permette
alle giovani coppie di indulgere in incontri sessuali prima del matri-
monio senza che la partner femminile perda la verginità. Ciò accade
soprattutto in certe culture del Mediterraneo, dove l’esposizione del-
le lenzuola macchiate di sangue la mattina dopo il matrimonio è una
prova ancora richiesta dell’illibatezza della sposa.
Un terzo motivo riguarda la diffusa repulsione maschile per il
sangue mestruale. Dato che la femmina umana è sessualmente ricet-
tiva anche durante il ciclo, e poiché spesso il maschio desidera gode-
re del sesso anche in quei giorni, ma è inibito dal sangue, il sesso
anale fornisce una possibile alternativa.
Infine, oltre a evitare gravidanze indesiderate, lacerazioni all’ime-
ne prima del matrimonio, o contatti con il sangue mestruale, il sesso
anale è impiegato anche come variante erotica tra le coppie in cerca
di novità. Tutte assieme, queste ragioni spiegano l’ampia frequenza
di un’attività spesso soggetta a violenti tabù.
XXII
Le gambe

Il valore erotico delle gambe è riconosciuto ormai da molto tempo.


Quando l’innocente principessa austriaca, la quindicenne Marianna,
stava per sposare Filippo IV di Spagna, tra gli altri doni di nozze ri-
cevette un paio di calze. Queste furono bruscamente rifiutate da un
segretario di corte con il tagliente commento che: «La regina di Spa-
gna non ha le gambe». Quando la giovane principessa lo seppe,
scoppiò a piangere, temendo che, dopo il matrimonio, le fossero ta-
gliate le gambe. In realtà, naturalmente, tutto quello che il segretario
voleva dire era che, dato che le gambe di una regina non possono es-
sere mai viste, non vi era alcun motivo per adornarle con delle calze
decorative. In quel tempo, marinai e simili potevano parlare di gam-
be, ma per una dama di alto rango era come un invito sessuale
esplicito.
Che cosa c’è nelle gambe femminili che le fa considerare così
sexy? La loro funzione primaria consiste nel permetterci di stare in
piedi e camminare. Si sono evolute in strutture di locomozione, ep-
pure in tutto il mondo gli uomini sono ossessionati dalle gambe
come da elementi erotici del corpo femminile. Una tradizionale di-
scussione da spogliatoio maschile è se si preferiscono le gambe o il
seno. Quest’idea è così radicata nel pensiero maschile che esiste per-
sino una rivista interamente dedicata ai maschi fissati con le gambe e
ai loro interessi, come proclama orgogliosamente la sua pubblicità:
«Se sei un uomo che ama le gambe, “Leg World” è la rivista per te».
Per alcuni uomini, l’ossessione per le gambe femminili si trasfor-
ma in un vero e proprio feticismo. Tecnicamente, si parla di «parzia-
lismo», intendendo che in questi casi basta un’unica parte del corpo
femminile per ottenere soddisfazione sessuale. Un uomo estrema-
mente fissato con le gambe non ha alcun interesse nel resto del corpo
femminile, e può gratificarsi anche solo accarezzando, per esempio,
un paio di calze di nylon.
Comportamenti simili sono relativamente rari, ma persino tra gli
ordinari maschi eterosessuali interessati eroticamente a tutte le parti
del corpo femminile, sembra esserci un’inspiegabile tendenza a pre-
ferire le gambe. Quindi, prima di esaminare le gambe femminili
come strumento di locomozione, vale la pena investigare i motivi
della loro attrattiva sessuale.
La prima, e forse la più ovvia connessione sessuale, giace nel
modo in cui sono unite l’una all’altra. Ogni volta che una donna
muove le gambe, le apre, le chiude, le accavalla, inevitabilmente at-
trae attenzione verso il punto dove si incontrano, il quale è, natural-
mente, il punto focale dell’interesse sessuale maschile. È come se, nei
recessi più profondi della mente maschile, le gambe femminili agi-
scano da frecce che indicano la terra promessa sessuale dell’inguine
femminile.
In questo contesto, l’aprire le gambe è sempre stato considerato,
in una donna, un’azione carica di significato sessuale, anche quando
si tratta semplicemente di cercare una posizione più comoda. Questo
perché l’accoppiamento faccia a faccia richiede che la donna allarghi
le gambe, e l’umorismo maschile ha spesso equiparato la generosità
sessuale femminile con questa postura (per esempio, di una femmi-
na sessualmente molto attiva: «Hanno dovuto seppellirla in una bara
a forma di y», oppure: «Le sue gambe non temono uguali: non sanno
cosa voglia dire essere parallele»).
Inevitabilmente, i libri di etichetta hanno insegnato alle giovani
donne a evitare ogni postura a gambe larghe. Amy Vanderbilt, anco-
ra nel 1972, ritenne necessario informare le donne americane che: «È
elegante sedere con l’alluce di un piede nascosto nell’incavo dell’al-
tro e con le ginocchia unite». Tutte le posizioni a gambe unite, in pie-
di o sedute, possiedono un’aria di formalità, gentilezza, ricercatezza
o subordinazione. Una giovane signora perbene, che siede in modo
decoroso sulla sua sedia a una riunione mondana, con il ginocchio
sinistro che tocca il ginocchio destro, espone una posizione delle
gambe essenzialmente neutra, con una sfumatura di educata
inibizione.
L’unica alternativa alle gambe larghe o alle gambe strette sono le
gambe incrociate. Questa terza posizione di base ha invece un’aria di
informalità. Nel XIX secolo, nei circoli educati, alle donne era proibi-
to adottare in pubblico questa postura, e ancor oggi i manuali di ga-
lateo più rigidi la disapprovano. Ecco di nuovo Amy Vanderbilt,
maestra dell’etichetta nell’America di oggi: «Sedere a gambe incro-
ciate non è più considerato un gesto mascolino in una donna, ma vi
sono buoni motivi per evitarlo il più possibile. Primo, crea dei rigon-
fiamenti poco attraenti sulla gamba e sulla coscia. Secondo, se indos-
sate una gonna corta, le gambe incrociate possono essere indecenti, o
almeno immodeste. Terzo, si dice che favorisca l’insorgenza delle
vene varicose perché interferisce con la circolazione». La nostra si-
gnora mette anche in guardia dall’accavallare le gambe durante un
colloquio di lavoro, perché l’informalità di questa postura può dare
un’impressione di immodestia, o di poca precisione.
La differenza fondamentale tra l’educata e composta posizione a
gambe chiuse e quella rilassata a gambe incrociate sta nella maggiore
o minore prontezza ad alzarsi dalla posizione seduta che comunica-
no. Le gambe unite mostrano una rispettosa prontezza all’azione. Le
gambe incrociate indicano che chi siede si è ben sistemato e non ha
alcuna intenzione di balzare in piedi tutto attento.
Osservando più da vicino l’azione dell’incrociare una gamba sul-
l’altra, scopriamo che vi sono diversi modi di farlo. E sono:

L’incrocio caviglia-caviglia. Questa è la forma più modesta e formale


di incrocio delle gambe. L’accavallamento è davvero ridotto e la po-
sizione è solo lievemente diversa da quella formale, a gambe unite.

L’incrocio polpaccio-polpaccio. È una variante poco comune. Ha la


stessa aura dell’incrocio caviglia su caviglia, formale e corretta. Que-
ste due versioni di gambe incrociate sono le uniche messe in mostra
da individui di alto rango in occasioni pubbliche. La regina d’Inghil-
terra, per esempio, non è mai stata fotografata con le gambe incrocia-
te sopra il polpaccio.
L’incrocio ginocchio-ginocchio. Questa è la prima delle posture dav-
vero informali, ed è la più comune nelle ordinarie occasioni sociali.
Nelle donne che indossano una gonna, è una delle azioni che posso-
no portare a una involontaria esposizione delle cosce. Di conseguen-
za, è utilizzabile per giochi sessuali consci o inconsci.

L’accavallamento coscia-coscia. È una versione più estrema della pre-


cedente, in cui una gamba è incrociata il più possibile sull’altra. A
causa della struttura del bacino femminile, più ampio, questa parti-
colare posizione è frequente nelle donne, ma rara negli uomini.

L’accavallamento polpaccio-ginocchio; caviglia-ginocchio; e caviglia-co-


scia. In queste tre posizioni correlate, si spinge una gamba sull’altra.
Se chi l’assume indossa una gonna, esporrà non soltanto le cosce, ma
persino l’inguine. Di conseguenza, è limitata ai maschi e alle donne
che indossano i pantaloni. Per il suo carattere mascolino, è preferita
dai machi, che desiderano enfatizzare il loro genere (o dalle femmine
che desiderano mostrare di essere anche loro dei ragazzacci).

Le gambe intrecciate. In questa forma di incrocio, una gamba viene


avvolta attorno all’altra e tenuta così da un piede a gancio. Questa
posizione trasmette un potente segnale femminile, perché è impossi-
bile da realizzare per la maggior parte dei maschi. Il responsabile è
ancora il bacino femminile, più ampio.

Contatto piede-polpaccio. In questo particolare tipo di incrocio, il


piede che incrocia si appoggia sul polpaccio dell’altra gamba. Anche
questa è una posizione perlopiù femminile, dato che risulterebbe
estremamente scomoda per un maschio, di nuovo a causa del dise-
gno della pelvi.

Queste forme di accavallamento delle gambe sono visibili in ogni


riunione sociale formale, e rappresentano una forma di linguaggio
del corpo che trasmette messaggi subliminali sull’umore da una per-
sona all’altra. Oltre ai segnali di genere già menzionati, possono
esprimere anche affinità mentale tra due amiche. Se due donne la
pensano allo stesso modo su un argomento particolare, è assai pro-
babile che adottino una posizione simile delle gambe quando chiac-
chierano assieme. Se l’una è predominante sull’altra, comunque, e
desidera affermare il suo status, quasi certamente adotterà una for-
ma diversa di incrocio delle gambe dalla sua subordinata. Le sue
gambe trasmetteranno il messaggio non detto: «Sono diversa da te».
Quando le donne siedono fianco a fianco, è significativa anche la
direzione dell’incrocio. Se i loro rapporti sono amichevoli, la gamba
sovrastante punterà verso la compagna. Se sono ostili, questa gamba
indicherà altrove, e aiuterà a spostare l’equilibrio del corpo in quella
direzione negativa.
C’è un ultimo, significativo elemento dell’incrociare le gambe: ri-
guarda quanto è stretto l’incrocio. In generale, si può dire con una
certa sicurezza che più sono strette, più sulla difensiva è la loro pro-
prietaria. La posizione a gambe larghe della quale abbiamo parlato
prima rivela una buona confidenza in se stessa di chi l’assume. In un
certo senso, la posizione a gambe incrociate è l’opposto della posi-
zione a gambe larghe, e qualcuno è arrivato ad affermare che tutti
coloro che incrociano le gambe sono sulla difensiva. Si tratta però di
una semplificazione eccessiva, perché molte persone si sentono co-
mode con le gambe incrociate, e adottano questa posizione persino
quando sono sole. Ma è vero che quando qualcuno si sente a disagio
in compagnia, è più probabile che incroci le gambe l’una sull’altra
con più forza di quanto farebbe in un contesto rilassante. Questo ele-
mento nella sua postura non sfugge certo ai suoi compagni, anche se
sembrano non reagire consciamente. Le gambe intrecciate e l’acca-
vallamento coscia-coscia sono le varianti che mostrano più chiara-
mente questo tipo di difesa dell’inguine.
Se una donna eccede in questo genere di azione e comincia a ser-
rare le gambe in modo estremo, o ad attorcigliarle quasi dolorosa-
mente una sull’altra, questo cessa di essere un atto protettivo e co-
mincia a sviluppare un tipo speciale di richiamo sessuale perché «la
signora protesta troppo». Infatti, il segnale sessuale trasmesso dalle
gambe femminili è così forte che soltanto un intermedio rilassato tra
i due estremi di serrato e spalancato può essere usato senza attrarre
attenzioni sessuali su di esse.
Un altro aspetto sessuale delle gambe è il modo in cui sono nasco-
ste dagli abiti. Nel corso della storia, le principali religioni hanno
sempre preferito vedere completamente coperte le gambe femminili,
un’altra ammissione del loro potenziale erotico. Dove le donne han-
no combattuto contro questo dogma, hanno potuto accorciare sem-
pre di più le loro gonne. Ogni centimetro di gamba esposta è stato
denunciato come licenzioso dalle autorità puritane, anche se poi
spesso è diventato una norma accettata. Per scandalizzare, di conse-
guenza, bisogna esporre sempre di più, fino a quando una gamba in-
tera non diviene visibile a occhio nudo, lasciando soltanto la zona
dell’inguine coperta da una sottile striscia di tessuto.
Nei diversi momenti della cultura occidentale, i centimetri di
gamba femminile visibili all’occhio maschile sono aumentati o dimi-
nuiti considerevolmente. Nell’ultimo secolo, le gambe femminili
sono scomparse del tutto per lunghi periodi, e persino lasciar intra-
vedere una caviglia era considerato scandaloso. La soppressione del-
l’erotismo delle gambe fu così intensa e completa che persino la pa-
rola stessa fu proibita nei circoli eleganti. Negli Stati Uniti le gambe
sono chiamate arti. Altri eufemismi includono estremità, parte infe-
riore, sostegni, eccetera. A tavola, le zampe del pollo sono diventate
carne scura.
Oggi per noi è difficile comprendere un clima sociale in cui possa
fiorire una forma così estrema di pruderie, ma resta il fatto che le
gambe sono state un argomento tabù per molto tempo. Soltanto
dopo la Prima guerra mondiale sono emerse dal loro nascondiglio, e
anche allora provocarono più che un’alzata di sopracciglia. Le giova-
ni ribelli degli anni Venti esposero con coraggio i polpacci e persino
le ginocchia. Troppo, per alcuni uomini; sostennero che la nuova
moda provocava il declino degli standard morali e che le ragazze
moderne si comportavano come prostitute di strada. Vi furono molti
casi di impiegate alle quali fu proibito di indossare al lavoro queste
nuove gonne più corte. Un uomo, un avvocato di fama, si lamentò
che «delle gambe rivestite di seta e delle cosce mezze nude erano
troppo provocanti, devastanti e travolgenti».
Commenti simili rivelano, ancora una volta, quale potente segnale
sessuale emani dalle giovani gambe femminili. La ragione è piutto-
sto ovvia. Quanti più centimetri di una gamba sono visibili, tanto
più è facile immaginare il punto dove si incontrano. Sarebbe però un
errore concludere che i mutamenti nella lunghezza delle gonne nel
corso del XX secolo non riflettano null’altro che le fluttuazioni nel vi-
gore sessuale di una società. Se guardiamo ai cicli dell’orlo delle gon-
ne nel XX secolo, decade dopo decade, ci accorgiamo che le gonne si
accorciano nei periodi di boom economico e si allungano nei periodi
di crisi. Le gonne corte dei ruggenti anni Venti furono sostituite dalle
gonne lunghe dei depressi Trenta. Le gonne austere del dopoguerra
dei tardi anni Quaranta furono sostituite dalle minuscole minigonne
dei vivaci anni Sessanta. Le quali, a loro volta, lasciarono il posto alle
gonne lunghe della recessione negli anni Settanta. È come se le gio-
vani donne, influenzate dall’umore della società, rivelino con gli orli
delle loro gonne il livello di ottimismo e di sicurezza in se stesse. Se
si crede che un atteggiamento ottimistico accompagni sempre una
sessualità più vitale, allora si può sostenere che le gonne più corte
riflettono davvero una società con un’energia sessuale maggiore, ma
si tratta chiaramente soltanto di una parte della storia. La fase di
gonne lunghe che caratterizzò gli anni Settanta, per esempio, non fu
certo un effetto di eccessiva modestia.
Infatti, sia le gonne corte, sia quelle lunghe hanno un forte poten-
ziale sessuale che riguarda l’esposizione delle gambe. La gonna corta
ha il vantaggio di mostrare gli arti inferiori in continuazione, espo-
nendoli ripetutamente allo sguardo dei maschi; ma ha anche lo svan-
taggio della familiarità, che tende a esaurire la risposta maschile.
Come qualsiasi spogliarellista sa, si comincia sempre il proprio nu-
mero tutte vestite, ed è il lento rimuovere della gonna a dare all’ap-
parizione delle gambe quel forte valore sessuale. La gonna lunga, di
conseguenza, provoca un impatto più forte quando è sollevata o tol-
ta, e questo è il suo vantaggio, ma ha lo svantaggio di schermare per
la maggior parte del tempo i messaggi sessuali delle gambe.
Quello che le gonne corte simboleggiano, più di un fattore sessua-
le, è un senso di libertà. Le donne che indossano le gonne corte pos-
sono muoversi con dei passi più lunghi e uscire nel mondo. Quelle
che indossano gonne lunghe oppure strette sono rinchiuse in esse,
trattenute. L’esplosione delle ragazze in microgonna degli anni Ses-
santa fu il risultato di una libertà appena provata, che nasceva dal-
l’invenzione della pillola contraccettiva e dal boom economico. Quel-
le gambe lunghe ben esibite trasmettevano un messaggio sociale:
«Anche noi ragazze vogliamo salire sul palcoscenico».
Quando arrivarono gli anni Ottanta, fu chiaro che il palcoscenico
era stato conquistato dal movimento femminista e da una rinnovata
lotta per una vera eguaglianza sessuale. Con quest’ultimo passo
giunse un altro cambiamento. Mentre il quadro economico alquanto
confuso del periodo generava una moda altrettanto confusa, con
gonne a volte lunghe, a volte medie, a volte corte, le avanguardie
della popolazione femminile risolsero una volta per tutte la questio-
ne scegliendo l’uguaglianza delle gambe: indossarono un abito ma-
schile, i pantaloni, fossero essi sportivi, classici o jeans. Questi indu-
menti, come le minigonne, provocarono grande scandalo quando fu-
rono introdotti per la prima volta, portando perfino all’allontana-
mento di alcune ragazze dai locali pubblici, ma ben presto divennero
accettabili in ogni contesto. In questo inizio del XXI secolo, l’80 per
cento delle ragazze che cammina per le strade di Londra indossa dei
pantaloni invece di una gonna.
Proprio come le gonne lunghe e corte, i pantaloni femminili han-
no un vantaggio e uno svantaggio. Per la prima volta rivelavano la
forma precisa del punto dove la gamba sinistra incontra quella de-
stra. Questo dà loro un forte potenziale erotico. Ma allo stesso tempo
interferiscono con la morbida forma della gamba, aggiungendo delle
pieghe antiestetiche ai contorni altrimenti armoniosi. Danno anche
l’impressione di un’armatura protettiva, di rinchiudere le gambe
rendendole meno vulnerabili. Nella mente dell’uomo sollevare una
gonna è facile, rimuovere un paio di jeans è una lotta.
Se il mondo occidentale è diventato sempre più tollerante verso
l’esposizione delle gambe, cosicché le donne possono indossare gon-
ne corte o lunghe, pantaloni larghi o stretti seguendo i loro desideri,
senza alcuna pressione che le obblighi a conformarsi a rigide leggi
sociali, in altre parti del mondo le norme sono assai restrittive. I pae-
si musulmani sottoposti alla tirannide di leader religiosi maschi non
permettono ancora alcuna esposizione delle gambe femminili in
pubblico. Anche nella Cina comunista, per la maggior parte del XX
secolo erano in vigore severe restrizioni, ma oggi tutto questo sta
cambiando, in virtù di ciò che talvolta è chiamato la «mercatizzazio-
ne» dell’economia cinese. Un sintomo di tutto questo è che, verso la
fine del XX secolo, gambe femminili e attraenti hanno cominciato ad
apparire anche sugli schermi della televisione cinese.
Ciò nonostante, l’aria di modernizzazione che spira nella società
cinese del XXI secolo non ha potuto spirare senza incontrare qualche
resistenza. Ancora nel 1998, per esempio, un gruppo di studenti pre-
sentò una protesta formale chiedendo «che la televisione fosse ripuli-
ta della spazzatura commerciale che esponeva il corpo femminile per
vendere prodotti di bellezza o altro». Le autorità erano così preoccu-
pate dall’argomento che misero al bando ogni inappropriata esposi-
zione di gambe femminili dalla televisione, ma nel giro di poche set-
timane queste attraenti estremità ritornarono, assieme ai prodotti che
pubblicizzavano, come prima. Oggi, la tanto attesa liberalizzazione
della Cina moderna appare irrefrenabile.
Un altro aspetto della qualità degli arti inferiori riguarda la loro
morbidezza. Un poeta del XVI secolo, riflettendo sulle gambe della
sua amata scrisse: «Con dolcezza bacerei le esili gambe della mia Ju-
lia, bianche e prive di peli come un uovo». La morbidezza della pelle
delle gambe femminili, a volte perfezionata con un qualche aiuto,
contrasta vivacemente con la pelosità della gamba maschile, e questa
differenza agisce come un potente segnale di genere.
L’uso di calze di seta o di nylon è spesso stato pubblicizzato come
un modo per accrescere la bellezza della gamba femminile. In questa
stessa direzione si muovono le calze spray. Si tratta di bombolette
che producono una rugiada di polvere di seta, la quale aderisce alle
gambe creandovi una versione assai lucida di una calza vera. Ha il
vantaggio di essere più fresca, a prova d’acqua e di non smagliarsi
mai. Questo prodotto ha ottenuto grande successo soprattutto in
Giappone, dove ci sono più di dodici milioni di donne lavoratrici
alle quali è proibito mostrare le gambe nude sul posto di lavoro, e
per loro le calze spray sono l’ideale. Dona alle loro gambe un aspetto
elegante e vestito per il lavoro, senza nessuno degli svantaggi delle
calze o dei collant.
Un altro contrasto di genere è la forma ricca di curve della gamba
femminile paragonata con quella maschile muscolosa e bitorzoluta.
Le morbide curve ascensionali piacciono molto all’occhio dell’uomo,
di nuovo perché differiscono dal disegno della gamba maschile, ma
anche perché parlano di un corpo vigoroso e sano. Le gambe ossute
ed emaciate, seppur apprezzate dal mondo dell’alta moda, e le gam-
be spesse e grosse, sono entrambe poco attraenti per un occhio ma-
schile perché nessuna delle due suggerisce una giovane donna ai
vertici della sua prestanza fisica. Delle gambe morbide, non troppo
sottili, non troppo grosse, sono associate, nella mente primitiva del-
l’uomo, con condizioni fisiche adatte alla riproduzione. Ed è stato
mostrato che, in tutte le culture umane, l’essere in grado di procreare
è uno degli elementi chiave dell’attrattiva femminile.
Infine, delle gambe femminili molto lunghe hanno un altro van-
taggio speciale. Curiosamente, quando gli uomini descrivono una
femmina sessualmente attraente spesso dicono che «ha le gambe
lunghe fino alle orecchie». Quando a mille uomini è stato chiesto di
indicare l’attrice con le gambe più belle, la più votata è stata Nicole
Kidman, famosa per avere delle gambe particolarmente lunghe. La
ragione per l’attrattiva sessuale delle gambe lunghe non è difficile da
trovare. Le femmine adulte possiedono gambe sia relativamente, sia
in termini assoluti più lunghe di quelle delle bambine. La crescita de-
gli arti inferiori accelera alla pubertà e delle gambe più lunghe, di
conseguenza, segnalano l’arrivo della maturità sessuale. Una donna
con delle gambe particolarmente lunghe trasmetterà quindi dei se-
gnali superfemminili. Negli anni Quaranta, gli illustratori comincia-
rono a sfruttare questa caratteristica, aumentando anche di una volta
e mezzo nei loro disegni la lunghezza reale delle gambe delle loro
modelle. Chiaramente, se avessero ecceduto, le loro donne avrebbero
assunto un’aria da insetto, grottesca, ma un adeguato miglioramento
dà innegabilmente alle femmine dei fumetti una maggiore
sensualità.
Da quell’epoca in poi, attraverso la seconda metà del XX secolo e
l’inizio del XXI, si direbbe che anche le gambe delle donne in carne e
ossa siano diventate sempre più lunghe. In realtà si tratta semplice-
mente dei gusti estetici delle case di moda, dei fotografi e dei registi,
che sempre più hanno privilegiato individui con gambe più lunghe
della media. Questo processo è andato avanti, anno dopo anno, e
oggi per una ragazza con le gambe corte sarebbe impossibile lavora-
re non solo per uno stilista, ma anche nell’intero mondo della moda.
Per riassumere, le gambe femminili sono sessualmente eccitanti
perché (1) il punto in cui si incontrano è il centro dell’attrazione ero-
tica maschile, (2) perché le loro diverse posizioni, da spalancate a
strettamente accavallate, suggeriscono attività erotiche, (3) perché a
seconda di quanto sono vestite, permettono l’esposizione sensuale di
tratti di carne solitamente nascosti, (4) perché le loro morbide curve
enfatizzano la forma femminile del corpo e (5) perché la rapida cre-
scita degli arti durante la pubertà fa sì che le gambe più lunghe tra-
smettano un messaggio di maturità sessuale.

Abbandonando la questione delle attrattive sessuali delle gambe


femminili, cosa possiamo dire della loro biologia e anatomia? Le
gambe sono responsabili di metà dell’altezza del corpo. Quando
un’artista si prepara a ritrarre un corpo umano lo divide in quattro
parti più o meno uguali: dalla pianta dei piedi al ginocchio, dal gi-
nocchio alla regione pubica, dal pube ai capezzoli e dai capezzoli alla
testa. In altre parole, le gambe occuperanno nel ritratto metà dell’al-
tezza dell’intero corpo. Queste, normalmente, sono le proporzioni di
un corpo adulto.
L’adolescente con le gambe più lunghe del mondo, 124 centimetri
su un’altezza di 190 centimetri, ha arti inferiori più lunghi della me-
dia di 30,5 centrimetri, una prova di quanto possano variare in di-
mensioni le gambe femminili.
La struttura scheletrica della gamba è composta da quattro ossa: il
massiccio osso della coscia, il più lungo del corpo umano, il femore;
la rotula, che protegge la parte anteriore dell’articolazione del ginoc-
chio; la tibia, l’osso più anteriore del polpaccio, che si articola con il
femore; e la fibula o perone sul lato più esterno.
Spinto dalle sue gambe forti e armoniose, il corpo femminile si è
innalzato per più di due metri nell’aria ed è riuscito a saltare in lun-
go per quasi otto metri. Le maratone di danza hanno raggiunto, set-
timana dopo settimana, con i partecipanti in uno stato di quasi esau-
rimento, i 214 giorni. Simili risultati di forza e di resistenza sono
un’importante testimonianza dei risultati raggiunti dall’evoluzione
della gamba femminile durante milioni di anni di storia.
Molto è stato scritto sull’andatura. Le diverse camminate dei sin-
goli individui e delle singole culture hanno sempre affascinato gli os-
servatori. In genere, il passo femminile è più corto di quello del ma-
schio, ma le differenze personali sono enormi e molte donne famose
hanno camminate così particolari da poter essere facilmente imitate;
basta citare i nomi di Mae West o Marilyn Monroe. A livello cultura-
le, vi sono enormi differenze tra, per esempio, la camminata delle
donne giapponesi e di quelle americane. Le giapponesi eccellono
nelle andature più formali, mentre le americane sono più brave a
muoversi sportivamente.
Ciò nonostante, sono stati identificati trentasei diversi tipi di an-
dature nella specie umana, dalla passeggiata lenta, circa un passo
per secondo, alla passeggiata, due passi per secondo, alla camminata
veloce, quattro o cinque passi per secondo, ma soltanto nove di esse
sono correlate alle differenze tra i sessi e di conseguenza meritano di
essere rapidamente elencate qui:

Andatura a passi molto brevi. Le gambe sembrano incapaci di com-


piere un intero passo con facilità, e quindi si limitano a movimenti
brevi. È tipica delle donne che indossano gonne molto strette o scar-
pe scomode.

I passettini. È una camminata formata da passi brevi ma veloci. In


effetti, è un’esagerazione della tipica andatura femminile, dove i ca-
ratteristici passi corti sono ancora più accorciati. È stata descritta
come: «precisa e affettata».

Andatura scivolata. È una versione elegante dei «passettini». Grazie


a dei movimenti brevi e delicati dei piedi, il corpo sembra avanzare
silenziosamente, come su dei pattini. Una volta comune tra le fem-
mine di alto status in alcune parti dell’Europa, è oggi confinata al
Giappone. Per creare l’effetto voluto richiede che si indossi una gon-
na lunga, per nascondere i movimenti dei piedi.
Andatura a balzi. Tipica delle ragazze adolescenti, che camminano
a passi saltellanti, facendo sobbalzare il corpo a ogni movimento. È
una camminata gioiosa che parla di salute e ottimismo.

Andatura a grandi passi. È una camminata elegante ma dominante,


caratterizzata da passi insolitamente ampi. È tipica delle femmine
che vogliono imitare l’effetto di forza del più energico passo
maschile.

Andatura ancheggiante. È una camminata erotica tipica della fem-


mina che desidera esibire i suoi segnali di genere. Il peso viene pri-
ma portato su un’anca e poi sull’altra. Se enfatizzata eccessivamente,
si ottiene un effetto caricaturale. Marilyn Monroe accentuava il suo
famoso ancheggiare indossando una scarpa con il tacco lievemente
più corto dell’altra.

Andatura a scatti. Tipica di una femmina ansiosa, è piena di movi-


menti laterali rapidi, brevi e indecisi, che ricordano gli svolazzi e i
cambiamenti di direzione di un uccellino.

Andatura a salti. Camminata rapida e gioiosa in cui i piedi si esibi-


scono in spinte e saltelli non necessari mentre avanzano. È una ver-
sione veloce dell’andatura a balzi, con un’azione più vigorosa delle
gambe.

La corsa ha un interesse particolare perché il disegno del corpo di


una donna la costringe a svolgere questa azione in un modo lieve-
mente diverso da un uomo. Ciò è dovuto al modo in cui le gambe
femminili si uniscono al bacino. Proprio come questa struttura fisica
consente alle donne di incrociare le gambe intrecciandole, così dà
loro uno stile particolare di corsa, aggiungendo un elemento di rota-
zione che manca nella corsa del maschio. Questa differenza è oscura-
ta dal fatto che noi vediamo in genere correre delle atlete, e non delle
donne normali. Le velociste femminili sono selezionate tra milioni di
donne proprio in virtù della loro corsa insolitamente mascolina. I
loro corpi sono privi delle normali curve femminili e di seni promi-
nenti, gli strati di grasso sono estremamente ridotti e quando queste
donne corrono, le loro gambe si muovono su un piano frontale, sen-
za alcuna traccia della rotazione tipicamente femminile. Sono queste
le centometriste che vediamo così spesso sugli schermi delle nostre
televisioni. Ma se osservassimo correre una donna meno muscolosa,
più voluttuosa, quando, per esempio, cerca di prendere un autobus,
la tipica rotazione delle gambe femminili ci sarebbe immediatamente
evidente. Questa corsa poco efficiente ci dice che il corpo femminile,
specializzandosi come struttura materna, ha sacrificato parte delle
sue potenzialità atletiche, le quali, al contrario, si sono sviluppate
pienamente come specializzazione del maschio cacciatore primitivo.

Alcune andature femminili sono originate da condizioni emotive


mentre altre sono il risultato di pressioni sociali. In epoche più for-
mali, esistevano regole strette su come una signora dovesse cammi-
nare in pubblico. Un secolo fa, si insegnava a evitare il passo atletico,
salti e balzelli, a non ciabattare e a non correre. Uno dei primi galatei
descrive così una donna che cammina in modo socialmente appro-
priato: «Il suo corpo è perfettamente in equilibrio, si tiene diritto, ep-
pure non c’è nulla in esso che suggerisca un manico di scopa. Cam-
mina con passi di media lunghezza, muovendosi dai fianchi e non
dal ginocchio. Mai, assolutamente mai, farà ondeggiare le braccia, e
neppure agiterà le mani gesticolando mentre cammina».
Le società cambiano e queste regole del buon portamento ci sem-
brano bizzarre oggi, quando una donna esce di casa senza rivolgere
neppure un pensiero al modo in cui pone un piede davanti all’altro
per strada. Questa nuova informalità ha permesso alle camminate
personali di svilupparsi senza alcuna restrizione, aumentando il nu-
mero delle andature osservabili.
C’è un ultimo movimento delle gambe femminili che merita di es-
sere menzionato, nonostante stia rapidamente scomparendo nella
società moderna, ed è la riverenza, un saluto in cui si porta un piede
dietro l’altro, e poi entrambe le gambe si piegano al ginocchio. In ori-
gine, era un mezzo inginocchiarsi, un accenno di inchino. Oggi que-
sto postura si adotta quasi esclusivamente per rendere omaggio agli
appartenenti a famiglie reali, ma in passato era ampiamente usata,
spesso accompagnata da un inchino del capo. La riverenza era ese-
guita da entrambi i sessi ma poi, nel XVII secolo, i due elementi che
la componevano, piegare le gambe e abbassare la testa, si sono sepa-
rati l’uno dall’altra. La riverenza divenne esclusivamente femminile
e l’inchino esclusivamente maschile. L’unico contesto in cui questa
differenza di genere sparisce è il teatro, dove oggi le attrici tendono a
copiare gli attori e offrono al loro pubblico un inchino piuttosto che
una riverenza. Qualche eccezione si vede durante le rappresentazio-
ni di opere in costume, sulla Restaurazione, per esempio, che appar-
tengono a epoche in cui la forma corretta di saluto era una combina-
zione di inchino e riverenza. Allora può capitare di vedere un’attrice
ringraziare il pubblico con la versione composta di questo saluto, ri-
verenza più inchino, nel tentativo di restare aderente al periodo sto-
rico della commedia appena interpretata.
XXIII
I piedi

Il piede umano è un altro elemento dell’anatomia che funge da se-


gnale di genere; grande nel maschio, piccolo nella femmina. Il piede
delle donne è sia più corto sia più sottile di quello dell’uomo. La lun-
ghezza media del piede maschile è di 26,8 centimetri, mentre quello
femminile è di 24,4 centimetri. Più nel dettaglio, il tallone femminile
è più stretto in relazione alla pianta del piede di quello del maschio.
Come con altre parti del corpo, anche questa differenza in dimen-
sioni è stata sfruttata ed esagerata in molti modi. Se un piede piccolo
è un tratto femminile, ne segue che un piede minuscolo sarà alta-
mente femminile, e nel corso della storia un numero infinito di don-
ne ha sofferto a causa di questa equazione. I loro piedi sono stati
strizzati, schiacciati, stretti e fratturati alla ricerca del piedino perfet-
to. Ma prima di esaminare queste dolorose modifiche, qual è la strut-
tura del piede?
Stare in piedi è per noi una cosa scontata, eppure è un atto estre-
mamente raro tra i mammiferi. Il piede umano, un capolavoro di in-
gegneria, come lo definì Leonardo da Vinci, è ciò che ci rende possi-
bile la stazione eretta. Strutturalmente, il piede contiene 26 ossa, 114
legamenti e 20 muscoli, e grazie a questi ci mantiene in equilibrio, ci
permette di camminare, correre, saltare, ballare e dare calci. È stato
calcolato che, in una donna mediamente attiva, il piede colpisce il
suolo più di 270 milioni di volte durante la sua vita. È un compito
formidabile, eppure raramente pensiamo ai nostri piedi. Con la gui-
da degli occhi, le nostre estremità ci servono incessantemente, per-
mettendoci di percorrere un ambiente continuamente mutevole. L’u-
nico momento in cui ci ricordiamo della loro abilità è quando i nostri
occhi ci abbandonano e, nella semioscurità, cerchiamo un gradino
che non c’è, salendo o scendendo delle scale. Quando cerchiamo una
superficie dove non c’è, oppure la troviamo mentre non ce l’aspettia-
mo, perdiamo l’equilibrio per la sorpresa. È in queste occasioni che ci
ricordiamo di quanto siano intelligenti i nostri piedi in tutti gli altri
momenti.
Quando camminiamo, il piede svolge tre compiti a ogni passo.
Per prima cosa, assorbe l’impatto, quando tocca il terreno; secondo,
sostiene il corpo, caricando su di sé il nostro peso; terzo, ci dà pro-
pulsione, aiutandoci a spingerci in avanti. Il piede ha quindi tre fun-
zioni, riunite e ripetute in ogni nostro passo. Nel corso della nostra
evoluzione, per poter camminare con efficienza abbiamo dovuto af-
frontare un piccolo sacrificio: non abbiamo più gli alluci opponibili,
come gli altri primati. L’alluce umano è in linea con le altre dita più
piccole e non può più essere usato per afferrare gli oggetti, come fac-
ciamo con i nostri pollici. Questo ci rende assai poco acrobatici se
cerchiamo di arrampicarci su un albero, ma è una piccola perdita ri-
spetto a ciò che abbiamo guadagnato nel correre e nel camminare in
posizione eretta.
Naturalmente, per il maschio umano specializzato a cacciare in
gruppi di pari avere dei piedi più grossi era un notevole vantaggio:
erano necessari all’inseguimento. Il piede femminile, invece, non ha
conosciuto una simile pressione evolutiva, ed è rimasto più piccolo e
più delicato. Nel tentativo di esagerare questa qualità femminile, le
donne per secoli hanno infilato i loro piedi in scarpe strette e poco
confortevoli.
Sono tre i trucchi utilizzati dal calzolaio per far sì che i piedi delle
loro clienti sembrino più piccoli di quello che sono in realtà. Il primo
è fare le scarpe troppo strette, il secondo è farle a punta, e il terzo è
munirle di tacchi alti. Così il piede è compresso, affusolato e appare
più corto grazie alla posizione sollevata del tallone. Tutte insieme,
queste modifiche alla condizione naturale possono creare un piede
più sexy, ma gli impongono uno sforzo notevole. E non è certo un
caso che l’80 per cento di coloro che si sottopongono a operazioni di
chirurgia al piede siano donne.
Le scarpe alla moda, nelle loro forme più estreme, disturbano l’in-
tero equilibrio del corpo femminile, provocando mal di schiena, do-
lori alle gambe e persino alla testa, ma il radicato preconcetto contro
i «piedoni» spinge le donne a continuare. Espressioni come «scarpe
da zitella» aiutano ben poco.
Una donna così sfortunata da avere dei piedi grossi e mascolini è
guardata come una stranezza, così strana che il jazzista americano
Fats Waller compose una canzone dedicata a una «piedona», dove
però non si trova altro che ridicolo e rifiuto. Dice: «Giù ad Harlem, a
un tavolo per due, eravamo in quattro, io, i tuoi piedoni e tu. Dalle
caviglie in su direi che sei una dolcezza, da lì in giù hai troppi piedi.
Sì, i tuoi piedi sono troppo grossi. Non mi interessi con quei piedo-
ni… oh, le tue estremità sono davvero colossali. Mi sembri una crea-
tura della preistoria…».
Non c’è da meravigliarsi che molte donne siano state disposte a
tutto pur di minimizzare le loro estremità. La passione per i piedini
raggiunse un’intensità tale nei secoli passati che alcune dame alla
moda si fecero amputare il mignolo del piede per poterli infilare in
scarpe sempre più appuntite.
L’accenno all’amputazione richiama inevitabilmente alla mente la
crudele storia di Cenerentola. La versione di Disney è innocua, ma
quella originale è sanguinaria e barbara. Un principe era alla ricerca
di una sposa ma, per soddisfare il suo desiderio di femminilità, ne
voleva una con dei piedi piccolissimi. Scelse allora una minuscola
pantofola di pelliccia per mettere alla prova le aspiranti spose. Tra
queste, c’erano due sorelle disposte a tutto pur di farsi scegliere. La
maggiore cercò di infilare il piede a forza nella pantofola, ma non vi
riuscì, e allora la madre le suggerì di tagliarsi via l’alluce; una volta
che avesse sposato il principe, non avrebbe più avuto bisogno di
camminare, e quindi non aveva nulla da perdere. La ragazza si am-
putò il dito e infilò il piede sanguinante nella pantofola, ma mentre
si allontanava con il principe, questi notò il sangue sgocciolare e sco-
prì il trucco. La restituì alla madre, che gli offrì l’altra figlia. Questa
volta la sfortunata ragazza si fece tagliare il tallone fino a far entrare
il piede nella pantofola. Di nuovo, fu il sangue a smascherare l’in-
ganno e anche lei fu rifiutata. Soltanto allora il principe trovò Cene-
rentola, i cui piedi minuscoli si adattavano perfettamente alla scarpi-
na, e che divenne la timida sposa di un feticista di sangue reale.
La bizzarra premessa di questo racconto, che un maschio di alto
rango scelga una femmina soltanto in virtù dei suoi piedini minusco-
li, ignorando ogni altra sua qualità, sembra essere stata trascurata
dal pubblico moderno. Questo perché nella versione disneyana di
Cenerentola le due sorelle sono state trasformate in due brutte sorel-
le, mentre Cenerentola è bellissima. Ma è un inganno. Il principe
vuole una sola cosa dalla sua sposa; che il suo piedino entri in una
minuscola pantofola di pelliccia (non di vetro, a proposito, che è una
traduzione errata dal francese di vair, pelliccia, come verre, vetro).
Per comprendere perché il principe mettesse una tale enfasi su un
semplice piede, basta ricordare che questa storia è nata in Cina, dove
è pratica comune da molti secoli tra le famiglie di alto rango fasciare
i piedi delle bambine. In Cina, la piccolezza di un piede è uno degli
attributi più importanti della bellezza.
L’usanza di fasciare i piedi è nata nel X secolo ed è durata per più
di 1000 anni. Sorprendentemente per un costume così barbarico, è
stata messa fuorilegge soltanto all’inizio del XX secolo. Fino a quan-
do una bambina era molto piccola, le era permesso correre in tutta
libertà, ma ben presto, di solito tra i sei e gli otto anni, la tradizione
imponeva di legarle le dita sotto la pianta del piede, sottoponendola
a una agonia incessante. La tecnica era la seguente: dopo un pedilu-
vio in acqua molto calda, le si massaggiavano i piedi e poi si avvol-
geva una benda larga cinque centimetri e lunga 305 attorno alle
quattro dita più piccole ripiegandole con forza su se stesse. Infine si
girava diverse volte il resto della lunghezza attorno al tallone, per
avvicinare il più possibile le dita ripiegate alla pianta. Ciò che rima-
neva della benda era fissato attorno al piede, per assicurarsi che le
dita non potessero riprendere la loro posizione naturale. Soltanto
l’alluce sfuggiva a questa tortura ed era lasciato libero.
Ma la tortura non era finita: se qualche ragazzina piangeva, era
picchiata; nonostante il dolore, la si costringeva a camminare sui pie-
di fasciati per forzarli a adattarsi a quella forma mostruosa. Ogni
due settimane le si faceva indossare un nuovo paio di scarpe, più
corto di quello precedente di un quarto di centimetro. L’incredibile
scopo era ridurre la lunghezza del piede a un terzo del normale, ai
preziosi sette, otto centimetri del «Loto d’oro».
Diventate adulte, queste ragazzine erano ormai deformi, incapaci
di camminare normalmente e severamente limitate nelle attività fisi-
che che potevano svolgere. Nella società cinese dell’epoca, la loro de-
formità era molto apprezzata: non soltanto così avevano dei piedini
minuscoli e superfemminili, ma erano letteralmente impossibilitate a
sottrarsi ai loro mariti. I piedi fasciati erano anche un simbolo incan-
cellabile del loro alto status sociale, dato che così ridotte non erano in
grado di svolgere alcun lavoro manuale. Soltanto con la modernizza-
zione della Cina nel XX secolo e la fine della società dei Mandarini
questa terribile forma di mutilazione femminile fu cancellata.
Un’altra ragione per la fasciatura del piede era sessuale. Il «Loto
d’oro», come era chiamato il piedino dai suoi ammiratori maschi,
aveva diversi bizzarri significati erotici. Si dice che gli appassionati
del genere non soltanto amassero baciare i piedi durante i prelimina-
ri sessuali, ma che arrivassero a infilarsi in bocca l’intero piede per
succhiarlo avidamente. I più sadici godevano della facilità con la
quale potevano far gridare le loro donne durante le attività sessuali
semplicemente schiacciando i loro piedi deformi. E ancora, unendo i
due piedi assieme, la loro forma concava dava origine a uno pseudo
orifizio che poteva essere utilizzato come vagina simbolica. Si diceva
anche che la vera vagina migliorasse grazie alla particolare andatura
imposta dai piedi fasciati: «Più piccolo è il piede di una donna, più
meravigliose sono le pieghe della sua vagina».
In aggiunta a queste e altre idee ancor più eccentriche sul «Loto
d’oro», i maschi, in generale, trovavano la vulnerabilità di una fem-
mina con i piedi fasciati sessualmente eccitante. Questa forma di bon-
dage localizzato metteva le donne alla mercé dei loro uomini, e infatti
per mano loro hanno sofferto per secoli.
Lasciando la Cina, il simbolismo generale del piede è spesso ses-
suale anche altrove, pur senza le fasciature. Secondo una credenza
piuttosto diffusa, un uomo con i piedi insolitamente grandi dovreb-
be avere anche un pene grande, e una donna con dei piedi piccoli
avrà anche una vagina piccola. Ma queste non sono altro che esten-
sioni semplicistiche delle differenze biologiche e di genere nelle di-
mensioni del piede.
La scarpa è stata frequentemente utilizzata come simbolo dei ge-
nitali femminili. Questo spiega perché si leghino delle scarpe dietro
l’auto di una coppia di novelli sposi, e perché un amante romantico
possa bere champagne dalla scarpa della sua dama. Un’antica tradi-
zione francese vuole che la sposa conservi le scarpe del giorno del
matrimonio e non le dia mai via se desidera vivere felice con suo ma-
rito. Le ragazze siciliane che cercano marito dormono con una scarpa
sotto il cuscino. Queste e molte altre usanze simili confermano il le-
game simbolico della scarpa con il sesso.
Sia la scarpa sia il piede giocano un ruolo importante nello strano
mondo del feticismo sessuale. Per quei maschi che hanno una fissa-
zione erotica per le calzature femminili, le scarpe in questione hanno
sempre tacchi a spillo e punte esagerate. Nel mondo bizzarro della
fantasia sessuale, la struttura di queste scarpe è vista come una bru-
tale arma di tortura praticata su un compiacente maschio masochi-
sta, che si lascia calpestare da una femmina dominatrice con indosso
scarpe appuntite.
Il piede nudo ha un diverso ruolo nel feticismo. Lo si può baciare,
accarezzare, leccare e succhiare. Il maschio ossessionato può essere o
non essere in un ruolo subordinato. Può essere in ginocchio ai piedi
di una femmina dominante, obbedire ai suoi ordini e prendersi cura
delle sue estremità. Oppure può, in completo contrasto, assumere lui
stesso il ruolo dominante, con una femmina vulnerabile che può tor-
turare gentilmente stimolandole i piedi con la bocca fin oltre il piace-
re. Ma ogni elemento sado-masochistico può anche essere assente, e
il piede nudo femminile può essere accarezzato e baciato all’interno
di normali preliminari.
Per la maggior parte delle persone, tutta questa attrattiva sessuale
dell’umile piede sembra decisamente strana. I piedi, dopotutto, sono
rinchiusi per la maggior parte del giorno in un involucro di pelle che
incoraggia lo sviluppo di batteri e persino di funghi. Il loro odore,
poi, rappresenta per molti un problema, e infatti si trovano in vendi-
ta prodotti speciali per combatterlo. Questo non facilita certo un ruo-
lo erotico dei piedi. Perché allora alcuni individui trovano questa
parte del corpo anatomicamente non sessuale così stimolante erotica-
mente? Perché addirittura Casanova dichiarò che: «Gli uomini con
robusti appetiti sessuali sentono una forte attrazione per il piede
femminile»?
Vi sono due risposte. Una ha a che fare con le ghiandole che pro-
ducono odori, e l’altra con il simbolismo sessuale. Nei piedi vi sono
delle ghiandole specializzate che trasmettono dei segnali personali.
Se noi camminassimo a piedi nudi, lasceremmo una scia odorosa
ovunque andassimo. Ancora oggi, in alcune tribù, certi cacciatori
sono in grado di percepire queste fragranze e dire chi abbia percorso
un certo sentiero soltanto annusando il terreno. Se vi sembra strano,
ricordate che un cane da caccia può trovare e seguire una traccia
umana vecchia di ventiquattr’ore su una distanza di tre miglia in
meno di diciotto minuti, ignorando ogni altro odore più forte che at-
traversi il suo cammino.
Nel nostro antico, muto passato, questo sistema di segnalazione
olfattiva aveva indubbiamente una qualche utilità, ma nella moder-
na vita urbana tutto questo è cambiato. All’interno delle nostre scar-
pe prive di aria, i batteri si sviluppano rapidamente facendo fermen-
tare le nostre secrezioni odorose. Se non cambiamo scarpe e calze e
non ci laviamo i piedi ogni giorno, il loro odore naturale e piacevole
deteriora rapidamente, diventando sgradevole. Durante la nostra
vita moderna, piena di stress e agitazione, a volte ci accorgiamo che
ci sudano le mani, ma dimentichiamo sempre che sudano anche i no-
stri piedi rinchiusi nelle scarpe. Questa umidità non può evaporare,
come natura vorrebbe, e i nostri piedi ne risentono.
Non è quindi sorprendente che per molte persone l’idea di baciare
i piedi o succhiare un alluce sia ripugnante, piuttosto che eccitante
ed erotica. Stanno pensando al piede moderno come troppo spesso è,
invece di come dovrebbe essere. Quando è libero dalla prigione delle
scarpe nella camera da letto, dopo essere stato lavato e pulito in ba-
gno, presentato a un amante per essere accarezzato, la storia è del
tutto diversa. All’improvviso, torna quell’oggetto profumato che la
natura ha voluto creare e il contatto ravvicinato con esso può essere
eccitante sia per la proprietaria del piede sia per il suo amante.
Qui vediamo al lavoro anche un’attrattiva simbolica, oltre a una
primitiva. Succhiare un alluce femminile dà al maschio innamorato
la sensazione di chiudere le proprie labbra sopra un capezzolo gi-
gante, una clitoride enorme, o anche una lingua femminile. Di nuo-
vo, per alcuni, queste equazioni simboliche possono sembrare im-
probabili. Ma è stato provato da molti studi psichiatrici che, durante
l’eccitamento sessuale, alcune parti del corpo diventano «echi anato-
mici» di altri organi. Per un cervello sessualmente eccitato, le labbra
diventano labia; la cavità orale una vagina; le dita peni; il seno
natiche.
Inoltre, durante i preliminari sessuali, i piedi femminili non sono
neutri, ma si rivelano molto sensibili ai baci, alle carezze e all’essere
succhiati. Liberate dalle scarpe, le dita rivelano una capacità di rispo-
sta al tatto intensamente erotica. Durante l’orgasmo, le dita dei piedi
si distendono o si arricciano, come se anche le nostre estremità cer-
cassero di fare del loro meglio per unirsi alla generale reazione del
corpo al climax.
Per concludere, nonostante il modo orribile in cui sono stati tratta-
ti in tempi recenti, i piedi femminili restano una zona potentemente
erotica, sia per la loro proprietaria sia per il suo partner maschio.
Lasciando gli aspetti erotici dei piedi, in un contesto non sessuale
il piede femminile è stato frequentemente sfruttato per sfoggiare il
proprio alto status sociale. Questo avviene in diverse forme, per
esempio, rivestendolo con scarpe insolitamente costose, oppure or-
nandolo con cavigliere d’oro, anelli per le dita dei piedi, e dispendio-
se decorazioni delle unghie.
Alcune donne di altissimo status hanno scelto di mostrare il loro
potere e la loro ricchezza anche attraverso la dimensione della loro
collezione di scarpe. In tempi recenti, Imelda Marcos, la «Farfalla
d’acciaio» delle Filippine, ne è stata un esempio sconcertante, sem-
pre in viaggio attraverso il mondo per comprarsi nuove scarpe. Si
diceva che ne possedesse più di 3000 paia, e che ospitasse la sua col-
lezione in cinque diverse stanze nel palazzo presidenziale di Manila.
Dopo che lei e suo marito furono rimossi dal potere, fu accusata di
mettere il diletto dei propri piedi al di sopra delle necessità più ele-
mentari dei suoi sudditi. Imelda contrattaccò sostenendo che quella
collezione era il frutto di regali, pegni di affetto e riconoscenza. In
ogni caso, continuò, ne aveva soltanto 1060 paia, non 3000. Curiosa-
mente, di queste 1060 paia, 1200 sono ora in mostra nel museo filip-
pino della scarpa, di recente aperto, mentre oggi la signora Marcos si
consola con la sua nuova collezione di più di 2000 paia.
Ancora più estremo fu il caso della principessa Eugénie, moglie di
Napoleone III, che rifiutava di indossare un paio di scarpe più di una
volta. Per fortuna, aveva dei piedi molto piccoli, e quindi le scarpe
scartate potevano essere raccolte e donate agli orfanotrofi, per la gio-
ia delle ragazzine più povere.
Forse il più straordinario esempio di calzature di lusso femminile
si è visto da Harrods, a Londra, nella primavera del 2003. Un paio di
sandali rossi con il tacco altissimo disegnati dallo stilista Stuart Wei-
tzman, che sfoggiavano 642 rubini racchiusi in speciali castoni di
platino, ispirati dalle magiche scarpette di rubino indossate da Doro-
thy nel Mago di Oz. I sandali furono messi in vendita al prezzo di un
milione di sterline.
Infine, bisogna ammettere che l’antica passione per i piedi femmi-
nili anormalmente piccoli è, dolorosamente, ancora viva oggi. I mo-
derni stilisti di scarpe pongono tuttora penose richieste alle loro
clienti alla moda disegnando scarpe dalle forme sempre più affilate.
Nel 2003, alcuni esperti hanno affermato che le calzature dei prossi-
mi anni saranno del 20 per cento più strette e più appuntite. Ciò ha
spinto alcune donne americane a chiedere, ancora!, l’amputazione
del mignolo del piede. Fino a oggi, i chirurghi specializzati nel piede
si sono rifiutati, ma alcuni di loro hanno accettato di praticare ridu-
zioni meno drastiche, rimuovendo un frammento di osso al secondo
o al terzo dito del piede per accorciarlo. Questo permette alla corag-
giosa paziente di infilare il suo nuovo piedino nella più raffinata del-
le scarpette alla moda. Cenerentola è ancora tra noi.
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Inserto fotografico
CAPELLI
Ognuno dei 100.000 capelli di una giovane donna ha un ciclo vitale di almeno
sei anni, e cresce diversi centimetri all’anno. Una simile chioma deve aver dato
alla donna primitiva, che non si tagliava mai i capelli, un aspetto davvero
singolare. © Aquarius Library
Soltanto una minima percentuale dei tre miliardi di donne al mondo è
costituita da bionde naturali, ma molte si schiariscono i capelli per ottenere
questa tonalità, in grado di donare un aspetto più dolce e giovanile. I capelli
biondi sono spesso portati lunghi e sciolti, a simboleggiare la mancanza di
inibizioni. © Perou/www.perouinc.com
Una ribellione estrema richiede qualcosa di eccessivo, in questo caso la testa
accuratamente rasata di una punk. Nei tempi antichi, la testa femminile rasata
era associata alla schiavitù, alla punizione per un crimine o al lutto. ©
Powerstock.com/E. Bernager
Questa moderna acconciatura a treccine è l’ultimo esempio di una lunga storia
di pettinature elaborate, che richiedono molto tempo per essere realizzate.
Eppure quella delle trecce è una tradizione che risale all’Età della pietra, 21.000
anni fa. © Magnum Photos/Ferdinando Scianna
Negli anni Sessanta, Vidal Sassoon reintrodusse il “look alla maschietta”, che
ebbe breve popolarità durante l’epoca del Charleston, negli anni Venti. Era uno
stile sbarazzino che enfatizzava l’atmosfera vivace e libera del periodo. ©
Gettyimages/Hulton Archives
Un esempio delle voluminose acconciature degli anni Ottanta, una strategia
per aumentare l’altezza. A differenza delle alte parrucche dei secoli scorsi,
questa pettinatura si ottiene cotonando i capelli della donna e laccandoli fino a
trasformarli in una rigida torre. © Rex Features/Still Press Agency
SOPRACCIGLIA
Sull’onda della ribellione femminista, alcune donne cominciarono a
enfatizzare le sopracciglia – talvolta chiamate per questo motivo “a bruco” –
per avere un’espressione del viso più risoluta, aggressiva e determinata e,
nello stesso tempo, per sottrarsi a elaborati trattamenti di bellezza. ©
Rapho/Françoise Huguier
La forma più estrema di sopracciglia femminili è quella scelta dall’artista
latino-americana Frida Kahlo, con il suo celebre monosopracciglio. ©
Corbis/Bettmann
Le sopracciglia femminili, meno folte di quelle maschili, vengono spesso
ulteriormente assottigliate per renderle ancora più sensuali, come si nota in
questa foto di Mae West. © AKG Images
Oggi, in Occidente, non sono molte le donne che sfoggiano piercing alle
sopracciglia, ma nelle società tribali la scarificazione delle sopracciglia è stata
una pratica comune per secoli. © Hutchison Library/Sarah Errington
Le sopracciglia alzate per esprimere sorpresa… © Rex Features
… e il quasi occhiolino dell’espressione tra l’interrogativo e il divertito sono
soltanto due dei movimenti sopracciliari che denotano i differenti stati
d’animo. © Gettyimages/Maurizio Cicognetti
ORECCHIE
Le orecchie femminili sono state maltrattate in varie culture del mondo, che ne
hanno forato, allungato e decorato i lobi in centinaia di modi. In origine ciò
mirava a rendere la donna più saggia o a proteggerla dalla sfortuna, oggi viene
praticato soprattutto per motivi estetici. © Robert Estall Photo Library/Carol
Beckwith/Angela Fisher
In alcune tribù africane e asiatiche, i lobi vengono dilatati il più possibile. ©
Royal Geographical Society/C. Boulanger
E oggi, in tutto il mondo, alcune donne si sottopongono a piercing multipli. ©
Rex Features/Mark Campbell
OCCHI
Cleopatra era famosa per gli azzardati accostamenti di colore nel trucco degli
occhi, soprattutto il blu e il verde. Quando Elizabeth Taylor interpretò il ruolo
della regina egiziana nel 1963, il suo trucco elaborato e pesante diede inizio a
una moda destinata a durare per anni. © Aquarius Library
Strizzare l’occhio, fare l’occhiolino, è un vivace segnale di complicità che per
alcune donne non si riduce alla casualità di un gesto. © Photolibrary.com
Spesso le donne orientali ricorrono alla rimozione chirurgica della “plica
mongolica” per ottenere un aspetto più occidentale. © Rex Features/Richard Jones
Ogni donna possiede circa 400 ciglia. Le ciglia finte sono spesso impiegate per
enfatizzare le dimensioni dell’occhio e per accrescere l’impatto visivo del
battito delle palpebre. © Colin Campbell
Gli occhi raramente passano inosservati: il contatto visivo è infatti l’elemento
chiave di ogni interazione sociale. © Powerstock.com/Baldomero Fernandez
Di conseguenza, il trucco elaborato è oggi molto amato nel mondo dell’alta
moda. © Topham Picturepoint/IMAS
NASO
Come naturale destinazione di ornamenti e gioielli, il naso è sempre stato
meno amato delle orecchie perché, se l’ornamento non è di dimensioni
contenute… © Robert Estall Photo Library/Angela Beckwith/Carol Beckwith
… finisce per pendere inevitabilmente sulla bocca, ostacolando le azioni di
mangiare, bere e parlare. Ciononostante, in alcune tribù, le donne si perforano
il setto nasale per sfoggiare preziosi gioielli in particolari occasioni. © Eye
Ubiquitous/Bennett Dean
GUANCE
La morbida bellezza di una guancia femminile è di solito mantenuta integra;
quando toccata, è solo per incipriarla o sfumarla in tinte delicate, perché sia
ancora più vellutata. Ma, nelle varie epoche, essa è stata oggetto di forme più
esasperate di attenzione, come, per esempio, tingere l’intero viso (in
Madagascar)… © Magnum Photos/Bruno Barbey
… decorarlo con motivi tribali (in Kenia)… © Robert Estall Photo Library/Carol
Beckwith
… ricoprirlo di bianco (in Giappone)… © Eye Ubiquitous/Frank Leather
… o persino adornarlo con i simboli della Coppa del Mondo di calcio (Corea).
© Popperfoto.com
LABBRA
L’arco di Cupido è un particolare disegno delle labbra in cui la fossetta al
centro del labbro superiore viene accentuata, mentre si abbassa la linea del
labbro inferiore, dando alla donna un’espressione da bambina. Negli anni
Venti, l’arco di Cupido fu di gran moda tra le attrici di Hollywood, come Clara
Bow, un nome, un destino, che ne fece un tratto caratteristico della propria
figura. © Kobal Collection
In Oriente le geishe giapponesi adottano un trucco simile, ma con un’enfasi
ancora maggiore sul labbro inferiore. © Hutchison Library/Michael Macintyre
© Gettyimages/Paul Chesley
Le labbra della donna trasmettono un potente richiamo sessuale perché
evocano il colore, la forma e la consistenza dei genitali femminili. Le grandi e
piccole labbra della vulva si arrossano nella fase dell’eccitazione, ed è per
questo che il rosso è sempre stato il colore dominante tra i rossetti, nonostante i
ripetuti tentativi dell’industria cosmetica di introdurre nuove tonalità. ©
Gettyimages/Robert Daly
Le decorazioni tribali per le labbra includono l’inserzione di piattelli (in
Africa)… © Gettyimages/Jaques Jangoux
… e il tatuaggio delle labbra (tra gli Ainu giapponesi). © Corbis/Hulton Deutsch
Collection
In alcune tribù africane, il valore di una donna è commisurato alle dimensioni
del suo piattello labiale.
Nella società occidentale una recente moda ha spinto alcune donne a
sottoporsi a dolorosi interventi di chirurgia estetica per rendere più carnose le
labbra, ottenendo talvolta quelle che sono state cinicamente definite “labbra a
canotto”. © Rex Features
BOCCA
La bocca umana, indispensabile ad alcune funzioni vitali come parlare,
cantare, masticare, leccare, assaggiare e deglutire, raramente è stata oggetto di
mutilazioni a fini estetici. Eccezione recente il piercing alla lingua, apprezzato
da alcune giovani donne occidentali. Benché crei qualche problema di
pronuncia, piace agli spiriti più ribelli perché scandalizza le vecchie
generazioni. © Rex Features
COLLO
Il collo femminile è più lungo e sottile di quello maschile. © Corbis/Jeremy
Horner
Ciò lo rende perfetto per indossare collane, come nel caso delle donne Karo…
© Robert Estall Photo library
… e delle Paduang birmane. © Photolibrary.com
In Giappone, la nuca è oggetto di grandi attenzioni erotiche. Le geishe
truccano con cura questa parte del loro corpo, maliziosamente esposta. ©
Hutchison Library/Michael Macintyre
SPALLE
Il contorno dolcemente arrotondato delle spalle femminili trasmette un
delicato segnale erotico, soprattutto quando è enfatizzato dalla posizione del
“mento sulla spalla nuda”. La forma semisferica della spalla sollevata richiama
quella dei seni e delle natiche femminili. © Perou/www.perouinc.com
Negli anni Ottanta l’abbigliamento femminile scoprì il potere e, di
conseguenza, l’introduzione di alte spalline, che creavano un aspetto più
squadrato e mascolino. Questa strategia dava alle donne un’aria più
aggressiva, scomparsa dalle passerelle dal periodo della guerra, nei duri anni
Quaranta. © Corbis/Pierre Vauthey
BRACCIA
I braccialetti sono ornamenti diffusi da migliaia di anni. © Hutchison
Library/Michael Macintyre
Quando l’attrice Julia Roberts sfoggiò un’ascella non depilata in occasione
della recente prima di un film, creò un vero e proprio caso nel mondo della
cosmetica. © Rex Features
Le body-builder sviluppano braccia massicce e muscolose, ben poco attraenti
per gran parte degli uomini, non solo per l’aspetto decisamente mascolino, ma
anche perché l’enorme sforzo richiesto per sviluppare simili muscoli rivela una
forma di narcisismo estrema. © Katz Pictures
MANI
La mano femminile è molto più flessibile di quella maschile, come dimostra la
danzatrice orientale, che ne enfatizza l’agilità tramite ditali allungati in grado
di accentuare i suoi gesti. © Hutchison Library/Michael Macintyre
Alcune donne moderne si fanno crescere le unghie fino a conferire alle dita
l’aspetto di artigli. Unghie così lunghe sono di impedimento a qualsiasi forma
di lavoro manuale, diventando quindi simbolo di un alto status sociale. ©
Topham Picturepoint/Image Works
Sempre impegnate in varie attività, le mani vengono raramente decorate.
Un’eccezione è rappresentata dai disegni eseguiti con l’henné. In diverse
regioni del Nordafrica, del Medio Oriente e dell’Asia, alla vigilia del
matrimonio sulle mani delle spose sono disegnati motivi geometrici, nel corso
di un rito particolare. Si ritiene che i complessi disegni astratti, che si
conservano per settimane, le proteggeranno dal malocchio. © Topham
Picturepoint/Image Works
SENO
Il bikini non è un’invenzione recente, come mostrano queste raffigurazioni di
giovani donne del III secolo a.C. © theartarchive
Fu necessario ricorrere alle competenze di un ingegnere strutturista per
disegnare un reggiseno a tiranti speciali per Jane Russell. © Kobal Collection
Negli anni Cinquanta, le attrici indossavano spesso reggiseni di forma conica,
che rendevano i seni aggressivi e appuntiti, quasi fossero missili. ©
Gettyimages/Hulton Archive
Questa moda singolare è riapparsa per breve tempo in uno spettacolo della
cantante Madonna, nel 1994. © Gettyimages
Negli ultimi anni oltre un milione di donne si sono sottoposte a operazioni di
chirurgia plastica per aumentare le dimensioni del seno. © Corbis
Sygma/Stephane Cardinale
VITA
Il rapporto fra la circonferenza della vita e quella dei fianchi è nella donna
significativamente diverso che nell’uomo: 7:10 contro 9:10. © Mary Evans Picture
Library
Per accentuare tale differenza, nei secoli passati, ossessionate dall’idea di una
silhouette esasperatamente femminile, le donne indossavano busti così stretti
da richiedere interventi brutali per essere allacciati. © Corbis/Archivo
Iconografico, S.A.
Ancora oggi, di tanto in tanto, i corsetti fanno la ricomparsa come novità
erotica. © Corbis/Eric Robert
FIANCHI
I sinuosi movimenti del corpo delle ballerine hawaiane ne enfatizzano gli
ampi fianchi, attirando l’attenzione sulla flessibilità della regione pelvica,
destinata a un ruolo fondamentale durante la gravidanza. © Gettyimages/Ron
Chapple
La posizione delle mani sui fianchi esprime sostanzialmente ostilità, con i
gomiti che sporgono come a dire: “Stai lontano da me”. Si tende ad assumere
questa posizione antitetica all’abbraccio quando si rivendica maggiore spazio.
© Topham Picturepoint
PANCIA
Tra le ragazze occidentali, l’ultima moda della pancia scoperta ha incoraggiato
la diffusione del piercing all’ombelico. Più raro in passato perché nascosto, ora
ha acquistato grande diffusione. © Rex Features/Yael Tzur
Tra le popolazioni tribali, come i Karo dell’Etiopia, dove è consuetudine esibire
l’intero addome, si ritrova una decorazione molto estesa, sotto forma di
scarificazioni geometriche. © Robert Estall Photo Library/Carol Beckwith
SCHIENA
Gli ornamenti destinati alla schiena sono piuttosto rari, tranne in quelle regioni
del mondo in cui le donne esibiscono interamente questa parte del corpo. ©
Rapho/Laurent Monlau/Marie-Jose Crespin’s jewellery ornaments, fashion stylist from
Dakar, Senegal
In Occidente la schiena femminile fu messa a nudo dalla moda per la prima
volta nel 1932, e da allora ricompare periodicamente come esibizione
coraggiosa ma garbata di un’ampia distesa di pelle nuda. © Magnum Photos/Eve
Arnold
Nel corpo umano, la schiena rappresenta la migliore superficie per gli artisti
del tatuaggio: sulle schiene femminili oggi se ne possono trovare esempi
straordinari. © Photolibrary.com
PELI PUBICI
Mostrare in pubblico i peli pubici è sempre stato un tabù della società urbana,
e per evitarne l’esposizione anche accidentale si ricorre a diverse forme di
depilazione. © Rex Features
Tuttavia, neppure le cure più attente ottengono sempre l’effetto desiderato,
soprattutto quando una ragazza è sorpresa da uno scatto in un momento di
distrazione in discoteca. © Rex Features
Le donne di Hanga Roa (Isola di Pasqua) durante la festa di Tapati risolvono il
problema del pudore riprendendo l’antica tradizione di indossare un toupé
pubico. © Magnum Photos/Thomas Hoepker
NATICHE
Le ampie e morbide natiche femminili trasmettono un potente richiamo
sessuale, sia nelle sportive come Serena Williams… © Rex Features/Juergen
… sia nelle artiste come Kylie Minogue… © Rex Features/Edward Hirst
… e Jennifer Lopez. La prominenza delle natiche è enfatizzata dalla rotazione
posteriore del bacino. © Rex Features
Il ben noto simbolo del cuore, con le marcate curve superiori, ha davvero
poche analogie con l’organo anatomico che rappresenta, mentre curiosa è la
sua somiglianza con le natiche femminili. © Katz Pictures/FSP
GAMBE
Quando le ragazze raggiungono la maturità sessuale, le gambe diventano più
lunghe rispetto al resto del corpo. Per questo, gambe eccezionalmente lunghe
hanno uno straordinario sex appeal. © Topham Picturepoint/PA
Le gambe di Wren Scott, le più lunghe del mondo, misurano 124 centimetri. ©
Rex Features
Parte del fascino esercitato dalle gambe risiede nel fatto che esse focalizzano
l’attenzione sul loro punto di congiunzione, effetto più che mai scontato nella
celebre scena che ha come protagonista Sharon Stone. © Topham Picturepoint
PIEDI
In Cina per migliaia di anni le bambine delle classi alte sono state obbligate a
costringere i piedi in fasciature strettissime, fino a deformarli in modo
permanente. © AKG Images
Alcune donne amano fare sfoggio di potere e ricchezza attraverso
monumentali collezioni di scarpe. Imelda Marcos ne possedeva oltre 3000
paia. © Rex Features/SIPA Press
Gli stilisti sembrano preoccuparsi ben poco delle necessità pratiche della
camminata femminile. Alcune scarpe sono così sfacciatamente scomode che
persino le modelle più esperte perdono l’equilibrio. © Rex Features
L’esempio più straordinario di calzature di lusso femminili si è avuto nel 2003:
un paio di sandali con il tacco a spillo disegnati da Stuart Weitzman,
ispirandosi alle magiche pantofole del Mago di Oz, sfoggiavano 142 rubini
incastonati nel platino. Sono stati messi in vendita al prezzo di un milione di
sterline (circa un milione e mezzo di dollari). © Topham Picturepoint/PA
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L’animale donna
di Desmond Morris
Copyright © 2004 Desmond Morris
First published by Jonathan Cape 2004
Titolo dell’opera originale: The Naked Woman. A Study of the Female
Body
© 2005 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano
© 2016 Mondadori Libri S.p.A., Milano
Ebook ISBN 9788852072895

COPERTINA || ART DIRECTOR: GIACOMO CALLO |


PROGETTO GRAFICO: GIANNI CAMUSSO | GRAPHIC
DESIGNER: PITIS | NUDE, 1934, PHOTOGRAPH BY EDWARD
WESTON, COLLECTION CENTER FOR CREATIVE
PHOTOGRAPHY © 1981 ARIZONA BOARD OF REGENTS