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SCRIVERE E SOPRAVVIVERE

Author(s): Jan De Volder


Source: La Rassegna Mensile di Israel , Maggio-Dicembre 1989, terza serie, Vol. 55, No.
2/3, Scritti in memoria di Primo Levi (Maggio-Dicembre 1989), pp. 233-244
Published by: Unione delle Comunitá Ebraiche Italiane

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SCRIVERE E SOPRAVVIVERE*

Jan De Voider

Levi scrittore

A un certo punto nella sua vita, il lettore Primo Levi si e fatto scritto-
re: puo darsi che l'uno sia incoscientemente legato all'altro:

Forse, leggendo, mi sono inconsapevolmente preparato a scrivere, cosi


come il feto di otto mesi sta nell'acqua ma si prepara a respirare; forse le
cose lette riaffiorano qua e la nelle pagine che poi ho scritto, ma il noc-
ciolo del mio scrivere non e costituito da quanto ho letto.

Infatti, per stimolarlo a scrivere, ci voleva l'esperienza del Lager di


Auschwitz. Lo afferma lui stesso:

[...] se non avessi vissuto la stagione di Auschwitz, probabilmente


non avrei mai scritto nulla. Non avrei avuto motivo, incentivo, per
scrivere: ero stato uno studente mediocre in italiano e scadente in sto-
ria, mi interessavano di piu la fisica e la chimica, ed avevo poi scelto
un mestiere, quello del chimico, che non aveva niente in comune col
mondo della parola scritta. E stata l'esperienza del Lager a costringer-
mi a scrivere.

II motivo per diventare scrittore derivava dunque dal desiderio di ri-


cordarsi, e soprattutto di «fare gli altri partecipi» di questa sua esperienza.
Questa spiegazione pero non basta. II fatto che la sua attivita letteraria
non si e esaurita dopo la stesura delle sue prime opere, dette di testimo-
nianza, sembra provare che Levi cercava anche altre soddisfazioni nello
scrivere.

* II testo e parte di una tesi di laurea («Primo Levi: Scrivere e sopravvivere. Dalle ra-
dici ebraiche in Se questo e un uomo alia scrittura impegnata») redatta nel 1989 presso il
Dipartimento di Filologia Romanza dell'Univcrsita di Anversa. Jan De Voider, autore;
Prof. Dr. W.Geerts, relatore. (Mancano le note).

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234 la rassegna mensile di Israel

Perche si scrive?

Un saggio, che porta lo stesso titolo, di mano di Levi stesso, propone


almeno nove motivi che possono indurre alio scrivere. Non si tratta affat-
to di un elenco esaustivo, ma ci limiteremo alle nove motivazioni selezio-
nate da Levi. Verificheremo brevemente ogni ragione alia luce dell'insie-
me della produzione letteraria leviana.

1) Perche se ne sente l'impulso o il bisogno.


Certo questo motivo appare nella prefazione di Se questo e un uomo :
«il bisogno di raccontare [...] aveva assunto [...] il carattere di un impul-
so immediato e violento».
Osserva Levi che e questa «la motivazione piu disinteressata», ma ag-
giunge: «e dubbio che mai sia esistito uno scrittore, o in generale un arti-
sta, cosi puro di cuore». Anche per lui, ci sono stati quindi altri interessi.

2) Per divertire o divertirsi.


Senza alcun dubbio, Levi stesso provava piacere nello scrivere, ma
non e mai diventato uno scrittore «gratuito» neanche nei suoi libri fanta-
scientifici, che si sforzano pero qualche volta di conservare ancora «alme-
no apparentemente, il tono scanzonato del divertimentos L'opera leviana
presenta dappertutto le tracce della forte impronta etica, mostratasi in S e
questo e un uomo.

3) Per insegnare qualcosa a qualcuno.


Levi si distacca da questa motivazione, stimando che «a meno di rare
eccezioni [...] l'intento didattico corrode la tela narrativa dal di sotto, la
degrada e la inquina».
Tuttavia, il dissenso di Levi con una tale attitudine va sfumato, visto
che, in un certo senso, un aspetto didattico e inerente ad ogni testo di te-
stimonianza.

4) Per migliorare il mondo.


«Come si vede, ci stiamo allontanando sempre piu dall'arte che e fine
a se stessa». Questa motivazione si avvicina di piu all'impegno etico del-
l'opera leviana. Comunque, Levi si mostra abbastanza riluttante rispetto a
una tale attitudine:

Provo personalmente una certa diffidenza per chi «sa» come migliora-
re il mondo; non sempre, ma spesso, e un individuo talmente innamo-
rato del suo sistema da diventare impermeabile alia critica. C'e da au-
gurarsi che non possegga una volonta troppo forte, altrimenti sara ten-

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tato di migliorare il mondo nei fatti e non solo n


fatto Hitler dopo aver scritto il Mein Kampf, ed ho
molti altri utopisti, se avessero avuto energie suffi
scatenato guerre e stragi».

II rifiuto di Levi davanti a un tale comportament


paura verso chi e abbagliato dalla convinzione di aver
Levi sceglie il metodo scientifico di chi, tramite ipot
si avvicina alia verita. Per analizzare il ruolo attribuito da Levi alia lette-
ratura, e opportuno osservare qui che Primo Levi preferisce di gran lunga
il dialogo al monologo. Di questa strategia fa parte il motivo seguente:

5) Per fare conoscere le proprie idee.


Levi lo giudica «una variante piu ridotta, e quindi meno pericolosa del
caso precedente». Difatti, un tale atteggiamento consiste nel presentare le
proprie idee, senza il tentativo di convincere. Qui pero va osservato che e
dubitabile se l'uno vada mai isolato dell'altro. NeH'insieme dell'opera di
Levi, sembrano presenti ambedue segnalate sotto 4) e 5), su cui ci dovre-
mo soffermare ancora nel prossimo capitolo.

6) Per liberarsi da un'angoscia.


Con questo motivo, Primo Levi abbandona il punto di vista di chi rice-
ve il messaggio, per fare la parte di chi l'emette: qui la letteratura assume
il ruolo di una terapia per lo scrittore, che si libera da un'angoscia, scri-
vendo:

Spesso lo scrivere rappresenta un equivalente della confessione o del


divano di Freud. Non ho nulla da obiettare a chi scrive spinto dalla
tensione: gli auguro anzi di riuscire a liberarsene cosi, come e accadu-
to a me in anni lontani.

E importante questa motivazione, anche perche e Tunica con la quale


Levi si identifica completamente. Scrivendo queste frasi, stima che le sue
opere come Se questo e un uomo e La Tregua siano state per lui come una
terapia, aiutandolo a liberarsi dal trauma concentrazionario. Egli giudica
l'esito positivo, ragione per cui sostiene che il motivo della «liberazione
interiore», confessato nella prefazione di Se questo e un uomo, e stato ab-
bandonato. Qui dovremo porci la domanda se questo sia del tutto vero.

7) Per diventare famosi.


Motivo di gran lunga secondario nella sua carriera di scrittore:

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236 LA RASSEGNA MENSILE DI ISRAEL

Credo che solo un folle possa accingersi a scrivere unic


ventare famoso; ma credo anche che nessuno scrittore,
modesto [...] sia stato immune da questa motivazione.

8) Per diventare ricchi.


I soldi non sembrano entrare nel caso di Levi, perche h
nuato a esercitare il suo mestiere di chimico, anche dopo
rari.

9) Per abitudine.
Levi giudica triste questo motivo. E importante la sua osservazione fi-
nale, su cui torneremo quando parleremo della fine della sua vita:

Badi a quello che fa: su quella strada non andra lontano, finira fatal-
mente col copiare se stesso. E piu dignitoso il silenzio, temporaneo o
definitivo.

Nelle nove motivazioni proposte da Levi, abbiamo rapidamente indi-


cato quelle che importano, a nostro parere, nella produzione letteraria di
Levi. Riassumendo: la funzione della scrittura si capisce soprattutto in un
modello comunicativo. II messaggio influisce sui due poli di questa co-
municazione: sullo scrittore, speditore del messaggio (si veda soprattutto
le motivazioni accennate 1, 6, 9) e sul lettore-destinatario (n° 3, 4, 5).
Ora bisogna esaminare le implicazioni, stilistiche e altre, di un tale
concetto di lettura.

«Dello scrivere oscuro»

Dal capitolo precedente emergeva la simpatia di Levi verso gli scritto-


ri per i quali la letteratura non e mai fine a se stessa. In effetti, anche per
Levi lo scrivere non puo essere un atto gratuito, ma ha uno scopo esplici-
to; nel saggio «dello scrivere oscuro», Levi sostiene che «la scrittura ser-
ve a comunicare, a trasmettere informazioni o sentimenti da mente a
mente». Ma Levi prova orrore per chi vuole limitare la liberta altrui, im-
ponendo le proprie convinzioni. Quindi non considera questa sua convin-
zione una norma per tutti, bensi un suo modo preferito di scrivere.

Allora, la comunicazione e come un ponte fra gli uomini: «Poiche noi


vivi non siamo soli, non dobbiamo scrivere come se fossimo soli». Levi
avendo vissuto la solitudine in modo estremo ad Auschwitz, si pone lo

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SCRIVERE E SOPRAVVIVERE 237

scopo di rompere la solitudine umana tramite la le


tuale doveva «capire» le orribili vicende di Ausc
veva «farsi capire»: «sta alio scrittore farsi capire
e il suo mestiere, scrivere e un servizio pubblico,
non deve andare deluso». A partire da questo suo
che attinge profondamente, per quanto riguarda S
quattro caratteristiche analizzate prima, possiamo
Levi davanti a chi sostiene che «il solo scrivere
'viene dal cuore'. . .».
II linguaggio del cuore infatti non e uguale per tutti, e quindi non favo-
risce la comunicazione, anzi pone un ostacolo:

Lungi dall'essere universali nel tempo e nello spazio, il linguaggio del


cuore e capriccioso, adulterato e instabile come la moda, di cui in ef-
fetti fa parte [...]. Percio, a chi scrive nel linguaggio del cuore pud ac-
cadere di riuscire indecifrabile, ed allora e lecito domandarsi a che
scopo egli abbia scritto[...].

Lo scrivere non deve mai essere oscuro, poiche l'oscurita, voluta o


causata dall'incapacita dello scrittore, stravolge il senso della parola stes-
sa, che deve essere «segno» e quindi carica di significato. Da qui la dura
invettiva di Levi contro poeti come Ezra Pound, Georg Trakl e Paul Ce-
lan.

Personalmente, sono stanco anche delle lodi elargite in vita e in morte


a Ezra Pound, che forse e pure stato un grande poeta, ma che per esse-
re sicuro di non essere compreso scriveva a volte perfino in cinese, e
sono convinto che la sua oscurita poetica aveva la stessa radice del suo
superomismo, che lo ha condotto prima al fascismo e poi aH'autoemar-
ginazione: l'una e l'altro germinavano dal suo disprezzo per il lettore.

Quando il razionalista Levi abbandona il suo tono sobrio e naturale da


ricercatore scientifico, come succede in questo passo, bisogna stare attenti
perche in quel caso le parole rivelano la sua passione e le sue paure. In
questo giudizio su Ezra Pound, vengono infatti citati alia stessa stregua lo
scrivere oscuro, il fascismo e l'autoemarginazione, tre componenti pertur-
banti per Levi. Prima si e gia presentata l'occasione di chiarire il legame
tra incomunicabilita e fascismo, basato appunto su principi incomunicabi-
li perche irrazionali. A questo punto va invece precisato il rapporto fra lo
scrivere oscuro e «l'autoemarginazione».
Per Levi il non-vole-comunicare prefigura un «non-voler-essere»:

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238 LA RASSEGNA MENSILE DI ISRAEL

L'effabile e preferibile all'ineffabile, la parola umana al m


mate. Non e un caso che i due poeti tedeschi meno decifr
Celan, siano entrambi morti suicidi, a distanza di due g
loro comune destino fa pensare all'oscurita della loro poet
un pre-uccidersi, a un non voler-essere, ad una fuga dal m
la morte voluta e stata coronamento.

Nel caso di Celan, anch'egli ebreo scampato per miracolo alia strage
tedesca, Levi non prova che compassione, poiche «la sua oscurita non e
disprezzo del lettore», ma «e veramente un riflesso dell'oscurita del desti-
no suo e della sua generazione». Tuttavia Levi sostiene che quest'ultima
non e una via che conduce alia vita, bensi all'infelicita e al suicidio. Per
questo, Levi cerca anche di rompere un principio letterario fondamentale,
quello della conispondenza tra forma e contenuto:

Neppure e vero che solo attraverso l'oscurita verbale si possa esprime-


re quell'altra oscurita di cui siamo figli, e che giace nel nostro profon-
do. Non e vero che il disordine sia necessario per dipingere il disordi-
ne; non e vero che il caos della pagina scritta sia il miglior simbolo del
caos ultimo a cui siamo votati; crederlo e vizio tipico del nostro secolo
insicuro.

In questo caso la scrittura rischia di essere talmente oscura da risulta-


re, come nel caso di Celan, un «ultimo disarticolato balbettio, [che] co-
sterna come il rantolo di un moribondo, ed infatti altro non e».

Chi non riesce scrivendo a comunicare con il lettore, si trova su una


strada che porta inesorabilmente all'isolamento e alia morte, appunto co-
me avveniva ad Auschwitz. Per Levi, infatti, «chi non sa comunicare o
comunica male, in un codice che e solo suo o di pochi, e infelice, e span-
de infelicita intorno a se».

Dello scrivere «lucido»

Si e parlato del giudizio negativo di Levi davanti alia parola oscura.


Ora bisogna vedere quale esito ha la strada opposta, quella che vorremmo
chiamare lo scrivere «lucido».
Dopo la sua inaspettata sopravvivenza nei campi di sterminio nazisti,
Levi cerca nella letteratura un nuovo senso della vita. E corregge Adorno
che aveva detto che «dopo Auschwitz non c'e piu poesia», affermando

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SCRIVERE E SOPRAVVIVERE 239

che «non c'e piu poesia che su di Auschwitz». La le


a Levi un'altra strada per la sopravvivenza. A1 sile
pone i suoi scritti di testimonianza; Contro il sens
comprensione, propone un messaggio universale; c
scrittori e la loro rassegnazione mentale, Levi dife
zionale e lucido, avido di capire e di far capire; Inf
alia letteratura «gratuita», Levi, cosciente dell
quanto scrittore, valorizza una letteratura etica, c
vezza del lettore e dello scrittore tramite il capire.
re oscuro porta all'infelicita e alia morte, la scrittu
vrebbe permettere di raggiungere la felicita e una
crede Levi. E in qualche modo si & verificato nella
proprie vicende dopo la traumatica esperienza c
salvato la vita, come ne testimonia lo stesso autor
periodico nel 1975:

II ritorno a casa era coinciso con mesi durissim


che nel Lager l'offesa che avevo ricevuto, e ca
di salvarmi era raccontare. Lo scrivere e stato un
non avessi scritto probabilmente sarei rimasto un

Lo scrivere dunque viene inteso da Levi come te


ca positivo l'esito di questa operazione, augura
spinto da una tensione interiore di riuscire a liber
era anche accaduto a lui. Come scienziato e come
di vista religioso, era pure convinto della forza sa
mana di ragionare. Ecco come dodici anni dopo i
Primo Levi e stato pronto a sostenere che parados
glio di memorie atroci era diventato una 'ricchezz
assume i caratteri di una vera e propria «risurrezi
male nel bene, la morte nella vita. Questo ottimis
ratteristica dell'ebraismo di Primo Levi, secondo S
sperienza di Levi a quella ebraica in generale:

[...] Levi non e stato il solo tra gli ebrei della su


dare le proprie sofferenze con un paradossale sen
'Le epoche tragiche hanno un loro particolare pr
psicanalista coetaneo di Levi dalla sua nuova patr
si di speranza e un certo fascino». «Perche l'ebre
le speranze fiorissero come rose in un giardino?
vare lo spazio per qualcos'altro oltre alle erbac

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240 LA RASSEGNA MENSILE DI ISRAEL

II rabbino di una piccola comunita piemontese aveva trov


sta. «Molte volte», egli disse a suo figlio, «rottimismo
dalla disperazione. Solo per i prigionieri della speranza c'e
sicuro».

In fondo, la speranza del popolo ebraico e soprattutto un sentimento


religioso. L'ottimismo per gli ebrei credenti non e espressione della fidu-
cia nella propria capacita di salvarsi, ma testimonia la fiducia in un Altro
Potere, tante volte vicino alia storia del Suo popolo, allorquando anche
l'ultimo barlume di speranza sembrava sparito. In questo senso e diverso
rottimismo di Levi. Giustamente Hughes paragona l'esperienza di Levi a

quella dell'alpinista, quale era stato Primo Levi nella sua giovinezza,
che non puo tornare indietro, che non ha altra alternativa se non quella
di continuare a lottare, cercando un appiglio sicuro per il piede, senza
mai permettere a se stesso di dimenticare il pericolo, eppure fiducioso
del proprio potere di salire sempre piu in alto verso la meta.

La fiducia di Levi in questo suo proprio potere lo porta, grazie alia sua
razionalita e un forte senso etico, ad un'esperienza quasi religiosa. Uno
scrittore cattolico, Sergio Quinzio, scrive sulla fede di Primo Levi: «Non
era credente, ma della sua fede si deve dire quel che Dostoevskij ha detto
dell'ateo assoluto: Sta nel penultimo gradino della fede perfetta».

II silenzio di Levi

Abbiamo descritto la vita di Primo Levi dopo Auschwitz come un au-


tentico tentativo di salvarsi tramite lo scrivere «lucido», strumento preferi-
to del «razionalista». Oggi, a due anni dalla morte di Levi, e forse lecito
chiederci se Levi sia riuscito in questo suo progetto e se abbia trovato la
salvazione nel suo scrivere razionale. L'ipotesi di suicidio, finora ne prova-
ta ne negata, e stata oggetto di una viva discussione nel mondo letterario i-
taliano. Come si puo accettare che uno scrittore come Levi, con una mora-
le tanto dichiarata, costruitosi un senso della vita dopo Auschwitz, abbia
deciso a un certo punto di togliersi la vita, che amava cosi profondamente?

La risposta forse sta nel fatto che proprio verso la fine della sua vita,
Levi ha vissuto consapevolmente i limiti del suo «lucido» ragionare e in
ultima analisi della sua produzione letteraria.
«Prigioniero della speranza» ad Auschwitz.

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SCRIVERE E SOPRAVVIVERE 24 1

L'esperienza di Auschwitz, momento centrale


ha mostrato in un certo senso per la prima volta
tenza della sua capacita di ragionare. Si e gia s
meglio «non cercar di capire», proprio perche c
quindi non era che uno spreco di energia e di for
ducia in se stesso, Levi ha sentito la mancanza de
spaventosa del Lager l'abbia confermato nella su
fatti come ha vissuto la tentazione di rivolgersi

Devo ammettere tuttavia di aver provato [...]


di cercare rifugio nella preghiera. Questo e av
1944, nell'unico momento in cui mi e accadu
mente l'imminenza della morte: quando, nudo
pagni nudi, aspettavo di sfilare davanti alia
un'occhiata avrebbe deciso se avrei dovuto andare subito alia camera a
gas, o se invece ero abbastanza forte per lavorare ancora. Per un istan-
te ho provato il bisogno di chiedere aiuto ed asilo; poi, nonostante
l'angoscia, ha prevalso l'equanimita: Non si cambiano le regole del
gioco alia fine della partita, ne quando stai perdendo. Una preghiera
in quella condizione sarebbe stata non solo assurda [...] ma blasfema,
oscena, carica della massima empieta di cui un non credente sia capa-
ce. Cancellai quella tentazione: sapevo che altrimenti, se fossi soprav-
vissuto, me ne sarei dovuto vergognare.

Da queste affermazioni si deduce che Levi non si e convertito per


principio, perche «le regole del gioco non si cambiano alia fine della par-
titas Anche se stranamente, insieme a Jean Amery, afferma che «i cre-
denti vivevano meglio» nel Lager. Levi lo attribuisce al fatto che «aveva-
no una chiave ed un punto di appoggio, un domani millenario per cui po-
teva avere un senso sacrificarsi, un luogo in cielo o in terra in cui la giu-
stizia e la misericordia avevano vinto». Fatto sta che i credenti, che aspet-
tavano la loro salvezza da un «Altro», agli occhi di Levi hanno «anche
sopportato meglio la prova del Lager, e sono sopravvissuti in numero pro-
porzionalmente piu alto».

Ci si pud chiedere allora come mai l'autore abbia resistito a quel punto
all'idea del suicidio. Su tale argomento Levi sostiene, e cio viene anche
provato da fonti storiche e da altri sopravvissuti, «che in Lager il suicidio
era un fatto assai raro. II suicidio e un fatto filosofico, e determinato da u-
na facolta di pensiero. Le urgenze quotidiane ci distraevano dal pensiero.

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242 LA RASSEGNA MENSILE DI ISRAEL

[...] Io sono stato vicino al suicidio, all'idea del suicidio,


Lager, mai dentro il Lager». Contrariamente a cio che
Levi dice:

[...] non ho quasi mai avuto tempo da dedicare alia morte; avevo ben
altro a cui pensare, a trovare un po' di pane, a scansare il lavoro mas-
sacrante, a rappezzarmi le scarpe, a rubare una scopa, a interpretare i
segni e i visi intorno a me. Gli scopi di vita sono la difesa ottima con-
tro la morte: non solo in Lager.

Riassumendo, si puo dire che Levi abbia vissuto ad Auschwitz i limiti


della salvazione attraverso il capire. Respingendo la fede che non aveva
mai condiviso, non ha scelta la via del suicidio. Gli mancava il tempo per
pensarci, e il suo senso di dignita umana e il suo desiderio di portare testi-
monianza sono i motivi principali della sua volonta di sopravvivere.

Prigioniero della disperazione?

I primi testi di Primo Levi trattavano tutti della sua esperienza durante
la guerra: quest'ultima aveva dato la spinta decisiva per trasformare Levi
in uno scrittore. Ed e proprio questa parte della sua vita l'argomento di
Se questo e un uomo e La tregua. Nel 1967 invece esce un volume di rac-
conti intitolato Storie naturali. Levi, adottato lo pseudonimo di Damiano
Malabaila, sottolinea nella prefazione che tra questi «racconti-scherzi» e
gli altri suoi libri esiste un legame:

[...] non le pubblicherei se non mi fossi accorto, (non subito, per la


verita) che fra il Lager e queste invenzioni una continuita, un ponte e-
siste: il Lager, per me, e stato il piu grosso dei «vizi», degli stravolgi-
menti di cui dicevo prima, il piu minaccioso dei mostri generati dalla
ragione.

Da una parte l'autore si stacca dai suoi primi libri autobiografici (e l'u-
so dello pseudonimo testimonia della sua riserva sul cambiamento dell'ar-
gomento), ma dall'altra insiste sulla continuita delle sue opere. Seguono
Vizio di forma (1971), pubblicato col suo nome e La chiave a Stella, en-
trambe opere che si allontanano ancora dalla tematica della seconda guer-
ra mondiale. In Lilit e altri racconti (1981) riappare il ricordo dell'incubo
concentrazionario, e cosi anche in Se non ora, quando?, detto 1'unico «ve-
ro» romanzo leviano. Anche nelle sue poesie, raccolte in Ad ora incerta,

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SCRIVERE E SOPRAVVIVERE 243

(1984) ritroviamo questo oscillare fra il ritorno al tema d


tativi di staccarsene. II titolo della raccolta e ripreso dalla
perstite» (4 febbraio 1984), e i versi parlano appunto di que
roce, che torna sempre e di cui non ci si puo liberare:

Dopo di allora, ad ora incerta,


Quella pena ritorna,
e se non trova chi lo ascolti
Gli brucia in petto il cuore.

La poesia inglese «The rime of the Ancient Mariner», sulla quale sono
basati questi versi di Levi, figura come epigrafe per I sommersi e i salva-
ti. L'opera rappresenta la summa delle riflessioni suggerite dall'esperienza
del Lager. Nell'insieme delle opere leviane, costituisce l'ultimo tentativo
di capire cio che e stato Auschwitz. Proprio nell'ultimo capitolo «Lettere
di tedeschi», l'autore ritorna sulla domanda «se sia possibile capire i tede-
schi». Comunque si puo ritenere che in questo caso «i tedeschi» rappre-
sentano per Levi il male nel mondo. Infatti, il suo era piuttosto un tentati-
vo (fallito, come emerge dallo stesso testo) di capire il male.

Non e impossibile che Primo Levi abbia vissuto in modo molto con-
crete i limiti della comprensione umana verso la fine della sua vita, come
avvenne ad Auschwitz anni prima. Li, il desiderio di raccontare l'aveva
mantenuto in vita. Quasi quarant'anni dopo, aveva detto e ripetuto tutto,
gli mancava la dimensione del capire. Anche la stesura de I sommersi e i
salvati, caratterizzata da una estrema lucidita, non gli e bastato. Neppure
lo scrivere lucido gli aveva fornito la soddisfazione del capire. Quest'e-
sperienza concorda in qualche modo con quella di quell'altro reduce Jean
Amery, il quale scrive che «chi raggiunge la soglia [...] a un certo punto e
costretto a riconoscere di non capire piu il mondo». Jean Amery si suici-
do nel 1978.

Ci sembra che anche Levi sia arrivato a quel punto della rassegnazio-
ne. La sua ultimissima poesia, nella quale ripete le parole che gli erano
venute in mente nel momento della vicinanza della morte in Lager «le re-
gole del gioco non si cambiano alia fine della partita», sembra segnare la
sconfitta della sua capacita di capire ed annunciare la sua scomparsa. Ri-
prendiamo l'intera poesia perche puo essere utile per capire lo stato d'ani-
mo di Levi:
Cosi vorresti, a meta partita
a partita quasi finita,

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244 LA RASSEGNA MENSILE DI ISRAEL

rivedere le regole del gioco?


Lo sai bene che non e dato.
Arroccare sotto minaccia?
O addirittura, se ho capito bene,
rifare i tratti che hai mossi all'inizio?
Via, le hai pure accettate, queste regole,
Quando ti sei seduto alia scacchiera.
II pezzo che hai toccato e un pezzo mosso:
il nostro e un gioco serio, non ammette
contratti, confusioni e contrabbandi.
Muovi, che il tuo tempo e scarso;
Non senti ticchettare Torologio?
Del resto, perche insistere?
Per prevedere i miei tratti
ci vuole altra sapienza che la tua.
Lo sapevi fin dal principio.
Che io sono il piu forte.
(23/6/'84).

Non e questo il vero testamento del razionalista Levi, che ammette di


aver perso la partita? Riemerge l'idea che Levi stava meditando da tempo:
l'uomo non puo spiegare il male, non pud cambiare «i pezzi mossi all'ini-
zio», e allora tutti i tentativi di salvarsi tramite la lucidita risultano vani.
Puo darsi benissimo che Levi verso I'll aprile del 1987 si sentisse depres-
so a causa dell'operazione subita e della malattia di sua madre. Ma sap-
piamo anche che produrre nuove opere non gli veniva piu cosi facilmente
come prima, appunto perche era cosciente che neanche lo scrivere «luci-
dissimo» l'avrebbe salvato. Quindi la morte di Levi, suicidio premeditato
o meno, puo essere vista come la conclusione logica del razionalista Levi:
per salvarci ci voleva «un'altra sapienza». Levi, in quel momento crucia-
le, era diventato un prigioniero della disperazione.

In un certo senso si potrebbe considerare la sua morte, quindi, come il


fallimento dell'impresa letteraria. Ma per noi, i suoi scritti rimangono co-
me un autentico tentativo di conservare la propria umanita in un mondo
corrotto. Le sue parole continuano a raccomandare al lettore di non di-
menticarle e di scolpirle nel cuore. La portata drammatica dei suoi testi e
la loro forza ammonitiva vengono ormai accentuate dalla sua inaspettata
morte, come decine di anni fa dalla sua altrettanto inaspettata sopravvi-
venza. In questo modo, la morte dello scrittore non toglie nulla a cio che
ha scritto. Anzi, il silenzio di Levi costituisce il suo ultimo grido.
Jan De Voider

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