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Il mistero della genesi delle antiche civiltà

La verità sconvolgente sulle origini dell’umanità


INDICE

Premessa importante
1. Credere l’incredibile
LE MONTAGNE DELLA CONOSCENZA
MITI BIBLICI
DIO O DÈI?
IL CONDIZIONAMENTO MONOTEISTA
I MITI ANTICHI
IL VICOLO CIECO INTELLETTUALE
PROSPETTIVE TECNOLOGICHE
LA PAURA DEGLI ANTICHI ASTRONAUTI
CONCLUSIONI
2. L’uomo, il disadattato dell’evoluzione
IDEE PERICOLOSE
IL DARVINISMO OGGI
ALLA RICERCA DELL’ANELLO MANCANTE
IL MIRACOLO DELL’UOMO
CONTRO TUTTE LE PROBABILITÀ
UN ROMPICAPO PER DARWIN
LE BARRIERE DEL LINGUAGGIO
UNA RIVOLUZIONE SESSUALE
INGEGNERIA GENETICA
CONCLUSIONI
3. I segni degli dèi
UNA RASSEGNA DELLE PROVE
BAALBEK
TIAHANACO
CHAVIN DE HUANTAR
I SEGRETI PERDUTI DEGLI INCA
LE LINEE DI NAZCA
CONCLUSIONI
4. Le piramidi di Giza
DÈI E FARAONI
PRIME IMPRESSIONI
LE NICCHIE MISTERIOSE
ECCELLENZA MATEMATICA
TECNICHE DA XX SECOLO
LA FRODE DI CHEOPE
TOMBE DEI FARAONI?
UNA NUOVA TEORIA
IL VIAGGIO NELL’ALDILÀ
CONCLUSIONI
5. La scienza impossibile
LE ASSURDITÀ DEGLI ESPERTI
I MIRACOLI DEI CARTOGRAFI
IL COMPUTER DI ANTIKYTHERA
STONEHENGE
ASTRONOMIA IN SUDAMERICA
IL CALENDARIO MAYA
IL SEGRETO DI SIRIO
LEZIONI DI ASTRONOMIA
LA SCIENZA IMPOSSIBILE
CONCLUSIONI
6. La civiltà, dono degli dèi
IL SEGRETO DEI SUMERI
LA PRIMA CIVILTÀ
L’EREDITÀ DEI SUMERI
ASTRONOMIA E MATEMATICA
GLI DÈI DEGLI SHEM
ENKI ED ENLIL
LE GUERRE DEGLI DÈI
INANNA, DEA DELL’AMORE E DELLA GUERRA
SUMER È ATLANTIDE?
CONCLUSIONI
7. Due passi sul Pianeta X
L'EPICA DELLA CREAZIONE
CICATRICI DELLA “GENESI”
EVOLUZIONE E CATASTROFISMO
LE PROVE DEL DILUVIO
NIBIRU, VENERE E IL DILUVIO
IL PIANETA DELLA CROCE
ALLA RICERCA DEL PIANETA X
LA CASA DEGLI DÈI?
CONCLUSIONI
8. Le prove di una guida divina
LA CITTÀ DEGLI DÈI
BAALBEK RIVISITATA
SEGNALI VERSO BAALBEK
IL DESTINO DELLA GRANDE PIRAMIDE
GEOMETRIA DEGLI DÈI
IL CENTRO SPAZIALE DEL SINAI
GERUSALEMME
INDIZI DA GERICO
UN MESSAGGIO DALLA SFINGE
CONCLUSIONI
9. La Grande Piramide rivisitata
UN APPROCCIO FUNZIONALE
LE FALSE PISTE
L’IMPRIGIONAMENTO DI MARDUK
IL RILASCIO DI MARDUK
LA SVOLTA DI GANTENBRINK
FUOCO NELLA CAMERA DEL RE
LA SOLUZIONE È L’ACQUA!
LA CAMERA A GAS
VALVOLE E UGELLI
COMBUSTIBILE PER IL FUOCO
IL SEGRETO DELLA CAMERA NASCOSTA
LO SFIATATOIO ATTORCIGLIATO
ONDE RADIO ED ELETTRONICA
LA CRONOLOGIA DI GIZA
CONCLUSIONI
10. 2024 a.C.: la catastrofe
IL CROLLO IMPROVVISO DI SUMER
SODOMA E GOMORRA
PROVE GEOGRAFICHE
LA TORRE DI BABELE
LE CONQUISTE DI INANNA
LE BATTAGLIE DEI RE
IL RITORNO DI MARDUK
ABRAMO LA SPIA
UN RIFUGIO A PETRA
CONCLUSIONI
11. L’orologio stellare
SEGRETI DELLO ZODIACO
IL DILUVIO, LA SFINGE E LE PIRAMIDI
HA INIZIO IL DOMINIO
SEGNI DEGLI DÈI
COS’È IL TEMPO?
L’ERA DI MARDUK
STONEHENGE RIVISITATA
L’OROLOGIO STELLARE DI MACHU PICCHU
COLUI CHE CONTA LE STELLE
VERSO UNA NUOVA CRONOLOGIA
QUANDO È COMPARSO L’“HOMO SAPIENS”?
CONCLUSIONI
12. I geni manipolati di Adamo
GLI DÈI DELL'EDEN
L’IDENTITÀ DEGLI DÈI-SERPENTE
IL SIGNIFICATO DEL SERPENTE
GLI DÈI SONO IMMORTALI?
COS’È L’INVECCHIAMENTO?
LA SCIENZA DELLA LONGEVITÀ
I GENI PURI DEGLI DÈI
I GENI MANIPOLATI DI ADAMO
L’EDEN E IL FRUTTO PROIBITO
CONCLUSIONI
13. Una nuova cronologia
PATRIARCHI, RE E FARAONI
CRONOLOGIA ANTIDILUVIANA
UNA DATA PER IL DILUVIO
CALCOLI DI LONGEVITÀ
IL FIUME DEI GENI PURI
LA MALEDIZIONE DEL SIGNORE
LE ORIGINI DELLE DIVERSIFICAZIONI RAZZIALI
UNA SCISSIONE NEI GENI
ANCORA INGEGNERIA GENETICA
DIMOSTRARE L’IMPOSSIBILE
LA CRONOLOGIA EGIZIA E IL COLLEGAMENTO CON I
MAYA
CONCLUSIONI
14. La fatica degli dèi e degli uomini
NIMROD LO SCHIAVO
I MISTERIOSI OLMECHI
TEOTIHUACAN, CITTÀ DEGLI DÈI
I COSTRUTTORI DI TEOTIHUACAN
TIAHANACO E I CASSITI
L’EPISODIO DI NAZCA
ESILIO SULL’ISOLA DI PASQUA
I GIGANTI CADUTI
GENESI AFRICANA
CONCLUSIONI
15. Dèi di un nuovo ordine mondiale
SOLLEVANDO IL VELO
TORNIAMO ALL’INIZIO
LE GRANDI MIGRAZIONI NEL 2000 A.C.
UN NUOVO ORDINE MONDIALE
ITTITI, HURRITI E ORIGINI INDOEUROPEE
SOLUZIONI DA SANTORINI
CATASTROFE A CRETA
MASSACRO A MOHENJO-DARO
UNA NUOVA ONDATA MIGRATORIA
L’IDENTITÀ SEGRETA DI YAHWEH
GLI DÈI ASSENTI
IL TEMPIO DI GERUSALEMME
IL MISTERO ASSIRO
EZECHIELE E IL NUOVO TEMPIO
IL GIORNO DEL GIAGUARO
UN ALTRO NUOVO ORDINE MONDIALE
CONCLUSIONI
16. Dèi del nuovo millennio
IL RITORNO DI NIBIRU
STELLE A ORIENTE
PARADISO E INFERNO
ANIME IMMORTALI?
IL GIORNO DEL GIUDIZIO
LA CAUSA INTERVENTISTA IN TRIBUNALE
LE PROVE CHE MANCANO
IL PARADIGMA È SBAGLIATO!
GLI DÈI RITORNERANNO?
Appendice A
CRONOLOGIA DA ABRAMO ALL'ESODO
Appendice B
CRONOLOGIA DEGLI DÈI E DEGLI UOMINI
Report Fotografico
Titolo originale: Gods of the new Millennium
© 1996 by Alan F. Alford
The right of Alan F. Alford to be identified as the Author of the Work has been
asserted
by him in accordance with the Copyright, Designs and Patents Act 1988
Prima edizione inglese 1996 by Eridu Books

Traduzione di Marina Furci


© 2013 Newton Compton editori s.r.l.
Roma, Casella postale 6214

Prima edizione ebook: agosto 2013

ISBN 978-88-541-5560-2

www.newtoncompton.com

Edizione digitale a cura di geco srl


Questo libro è dedicato alla Razza Umana,
affinché possiamo capire da dove siamo venuti
e dove stiamo andando

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Bauval; 34 Copyright Egyptian Museum, Cairo; Copyright Dean Conger,
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Tutte le altre fotografie sono dell’autore.
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Copyright American Philosophical Society; 21 Copyright Rudolf
Gantenbrink; 28 Copyright Wania e Mark Liddell.
PREMESSA IMPORTANTE
Circa 200.000 anni fa l’ominide noto come Homo erectus si trasformò
improvvisamente in Homo sapiens: aumentò del 50% la dimensione del suo
cervello, acquisì la capacità di parlare e un’anatomia moderna. Però, come
poté accadere all’improvviso, dopo 1,2 milioni di anni di totale mancanza di
qualsiasi progresso? Sono anomalie come questa che hanno provocato
notevole disagio a insigni scienziati evoluzionisti quali Noam Chomsky e
Roger Penrose. Quando i princìpi dell’evoluzionismo così come oggi li
conosciamo vengono applicati all’ Homo sapiens, la conclusione logica è
questa: noi non dovremmo neppure esistere!
Il concetto religioso di una creazione divina attira altrettanto scetticismo.
Chi riesce a prendere alla lettera la storia del Giardino dell’Eden? Scienza e
religione non fanno che girare a vuoto in un vicolo senza uscita. Ma il
genere umano esiste, ed è una realtà che esige una spiegazione.
L’evoluzione del genere umano è soltanto uno dei molti misteri che la
scienza convenzionale non sa spiegare. Negli ultimi anni le classifiche dei
best seller sono state contraddistinte dalla presenza sempre maggiore di libri
alla portata di tutti, libri che trattano proprio questi misteri. Uno dei fattori
alla base del fenomeno è la serie di scoperte fatte in Egitto. Il ritrovamento
di una porta segreta nella Grande Piramide nonché gli studi condotti da
esperti che fanno risalire le piramidi di Giza e la Sfinge a un periodo
compreso tra il 10.500 e l’8000 a.C. hanno fatto presa sull’immaginazione
del pubblico. Ma anomalie storiche del genere non si limitano all’Egitto.
Dovunque nel mondo troviamo località - quali Stonehenge, Tiahanaco,
Nazca e Baalbek - che non aderiscono ai nostri schemi storici. Grazie alla
tecnologia del XX secolo, una preistoria rimasta sinora avvolta nell’ombra
sembra stia affiorando sotto forma di pietre, antiche mappe e mitologie.
Essendo questa la situazione, molti autori si sono aggrappati al fuscello di
Atlantide per proporre delle spiegazioni, e possiamo capirli e scusarli. Ma in
realtà le conoscenze molto profonde dei Maya e degli Egizi possono essere
fatte risalire ai Sumeri, un popolo che 6000 anni fa si presentò alla ribalta in
modo misterioso e improvviso. I Sumeri sostennero sempre che la loro
cultura proveniva non da Atlantide, ma dagli dèi. Alla luce di tutte le prove
e delle documentazioni che ci circondano, possiamo davvero permetterci di
non dare credito a ciò che i Sumeri asserivano?
L’establishment scientifico nutre un’avversione congenita per ogni teoria
che si riferisca a “dèi”, ma si tratta soltanto di un problema di terminologia e
di condizionamento religioso. Oggi disponiamo della tecnologia genetica
che può permetterci di creare degli esseri “a nostra somiglianza”. Ed essi
potrebbero ben definirci dèi. I testi sumeri e altri documenti mesopotamici
che sono stati rinvenuti e tradotti soltanto negli ultimi cento anni,
attribuiscono la creazione dell’uomo proprio a degli dèi in carne e ossa.
Questi testi dicono ciò che anche la Bibbia ci racconta nel libro della Genesi,
sebbene essa sia tutta impostata su un’interpretazione monoteistica.
Il mistero della genesi delle antiche civiltà ha per tema le divinità che ci
hanno creato, e pertanto contrasta completamente con altri libri che
abbelliscono i loro titoli con la parola dèi pur continuando a trattare queste
divinità come personaggi mitologici. Questi libri sono spesso il risultato di
un lavoro di ricerca e di redazione portato avanti in meno di un anno da
scrittori con scarsa esperienza in campo specifico. Non sorprende scoprire
che questi esperti dell’ultima ora si sono limitati a riciclare materiale già
elaborato da altri e che dunque offrono spiegazioni soltanto superficiali
dell’alta tecnologia adoperata in tempi molto antichi.
Questo libro, per contro, è il risultato di ricerche che ho condotto lungo
un arco di dieci anni con il desiderio di trovare la verità e non certo un
immediato guadagno. Sono stati anni in cui mi sono recato personalmente
sui luoghi “anomali” descritti nelle pagine di questo libro, e pertanto non mi
sono basato su documenti di seconda mano come invece hanno fatto molti
autori. Ho anche avuto il tempo di esaminare personalmente e in modo
esauriente tutto ciò che sull’argomento è stato sinora pubblicato, mentre altri
per poter rispettare le scadenze editoriali hanno dovuto ricorrere per le
ricerche a dei collaboratori. Il risultato è un libro che quanto meno fornisce
alcune risposte agli interrogativi che tutti si stanno ponendo.
Il progresso scientifico è quasi sempre impossibile se non si costruisce sul
lavoro compiuto in precedenza da altri studiosi, e Il mistero della genesi
delle antiche civiltà non fa eccezione. In modo particolare, sono
riconoscente a uno studioso americano, Zecharia Sitchin, di cui scoprii il
primo libro - Il pianeta degli dèi - nel 1989. Il lavoro di Sitchin per
dimostrare l’intervento di dèi in carne e ossa nella creazione del genere
umano non potrà mai essere elogiato abbastanza. Quel suo primo libro, che
scaturisce da ben trent’anni di ricerche, non soltanto spiega chi fossero
quegli dèi, ma anche da dove provenivano e perché. Sitchin aveva
ammassato una tale quantità di prove a sostegno delle sue tesi, che non gli
fu possibile pubblicarle tutte subito. Diede pertanto alle stampe altri quattro
libri, noti collettivamente come le Cronache della Terra.
Come mai, allora, i libri di Zecharia Sitchin hanno avuto un impatto così
limitato? La prima ragione è la sovrabbondante attenzione che egli dà ai
particolari, con esiti che possono apparire ostici a molti lettori. La seconda
ragione va ricercata nell’immenso spazio coperto dalle sue ricerche - un
fatto che si è tradotto in un virtuale monopolio di conoscenze. Per dirla
semplicemente, non è facile star dietro a Sitchin. Lasciando pochissimi
anfratti ancora nell’ombra, ha creato un bel dilemma per gli altri autori: se
infatti essi ammettono il valore del suo contributo, c’è ben poco che
possano aggiungere o modificare; se invece non tengono conto della sua
teoria, si rendono colpevoli nel migliore dei casi di trascuratezza
intellettuale, e nel peggiore di tradire la verità. Purtroppo, sono pochi i
recenti best seller che non si limitano ad accennare frettolosamente a
Sitchin, mentre altri sembrano addirittura fare di tutto per non nominarlo
arrivando in certi casi ad attribuire ad altri le idee che invece sono sue.
Per contro, la mia ricerca ha avuto l’unico scopo di appurare la verità per
soddisfare la mia propria curiosità. Non ho pertanto mai avuto la tentazione
di ignorare Zecharia Sitchin; anzi, ho voluto impostare - ed è forse la prima
volta che viene fatto - un esauriente esame critico della sua teoria. È subito
apparso chiaro che in molti settori le sue idee andavano riviste. Inoltre, ho
cominciato a esaminare come la cronologia da lui elaborata - un pilastro
centrale della sua teoria - può conciliarsi con quelle che la Bibbia fornisce a
proposito dei patriarchi. Secondo me, proprio questo avrebbe fornito la
prova irrefutabile che Sitchin ha ragione. Ma con mio sommo dispiacere
non sono riuscito, nonostante ci abbia tentato in ogni maniera, a far
coincidere la cronologia da lui elaborata con quelle bibliche…
È stato allora che ho scoperto la semplice chiave matematica che ha risolto
il problema, e che mi ha costretto a modificare completamente la cronologia
di Zecharia Sitchin. Grazie a questo passo in avanti possiamo per la prima
volta disporre di una cronologia che:
• fa coincidere la creazione del genere umano con i più recenti calcoli
scientifici;
• concilia la venuta degli dèi e la creazione dell’umanità con la data
altrove verificabile del Diluvio universale;
• concilia le date che si riferiscono ai patriarchi biblici da Adamo a Noè;
• concilia le date per i patriarchi successivi, da Noè ad Abramo;
• concilia i dati con il famigerato Elenco dei re sumeri che si riferisce ai
monarchi dell’epoca precedente il Diluvio.
Questa mia scoperta mi costrinse anche ad affrontare l’incerta questione
della leggendaria longevità dei patriarchi (che sarebbero vissuti centinaia di
anni) e dei re sumeri (vissuti ciascuno migliaia di anni!). Fortunatamente la
mia ricerca coincise con alcune scoperte significative nel campo della
scienza genetica, che mi hanno consentito di spiegare scientificamente la
longevità dei patriarchi, e anzi degli stessi dèi. Diveniva sempre più
evidente che mi ritrovavo con notizie nuove e importanti, che dovevano
essere rese pubbliche.
Siccome la nuova cronologia da me elaborata è una componente
determinante del discorso (e lo è per qualsiasi analisi storica), ho deciso di
scrivere Il mistero della genesi delle antiche civiltà come dimostrazione
scientifica dell’esistenza di antichi dèi in carne e ossa. L’aver deciso di
scrivere questo documento con il desiderio di evitare superficialità di
qualsiasi genere mi ha portato a indagare in tutta una serie di campi, e
rimanevo continuamente stupito per la possibilità che mi ritrovavo di
proiettare nuova luce sui misteri dell’antichità. Sono felice di poter
condividere con i lettori le spiegazioni che ho elaborato a proposito delle
linee di Nazca, dell’Isola di Pasqua e della perduta città di Petra e - fatto
soprattutto importante - a proposito della Grande Piramide. Gli studi che ho
compiuto a proposito della piramide, contenuti nelle pagine di questo libro,
hanno lo scopo di convalidare ciò che di essa affermavano i testi antichi -
che fu progettata dagli dèi come “congegno” dalle molte funzioni. La mia
analisi offre per la prima volta una spiegazione convincente, dal punto di
vista funzionale, dei corridoi, delle sale e dei pozzi di ventilazione che
contiene, e va considerata pertanto un importante passo avanti dal punto di
vista scientifico.
Il cuore di questo libro è una nuova teoria sull’importanza del ciclo di
precessione di 25.920 anni. Altri autori hanno accennato ai possibili
collegamenti tra la Sfinge e l’Era precessionale del Leone risalente a 13.000
anni fa, ma il significato pieno di questi collegamenti va molto al di là della
Sfinge. Mentre questo libro era in fase di elaborazione, le autorità inglesi
hanno diffuso notizie riguardo la datazione di Stonehenge, un fatto che si è
dimostrato assai significativo. Sono ora in grado di offrire una soluzione
esaustiva al mistero di Stonehenge - come mai sia stato progettato in
maniera tanto complessa se il suo scopo era solo quello di fungere da
calendario lunare, come di solito si sostiene. Forte di questa nuova
intuizione, mi sono recato a Machu Picchu nel Perú, e ho potuto trovare
conferma che questo luogo ritenuto sacro veniva usato per gli stessi scopi di
Stonehenge - entrambe le località facevano infatti riferimento al
cambiamento dall’Era del Toro a quella dell’Ariete avvenuto 4000 anni fa.
Le conclusioni di questo libro si dimostreranno sicuramente controverse,
giacché sfidano i punti di vista sanciti dalla scienza. I cinici chiederanno
come possa essere sbagliato il pensiero dell’establishment elaborato in
centinaia di anni. Mi basta segnalare come Tolomeo abbia collocato la Terra
al centro del sistema solare e come questa teoria sia stata accettata per 1300
anni prima che venisse corretta da Copernico. Purtroppo, una delle nostre
più grandi debolezze in quanto specie umana sta nella tendenza che
abbiamo di costruire in fretta e furia paradigmi che poi difendiamo a tutti i
costi.
Le prove e le documentazioni contenute in questo libro comprendono
fatti scientificamente verificabili. Queste prove provengono dal mondo
intero (anzi, da tutto il sistema solare) e si riferiscono a una scienza
multidisciplinare, che copre campi quali la geologia, la geografia,
l’astronomia, la matematica, l’antropologia e la genetica. Ho collegato tra
loro tutte le località misteriose del mondo secondo un approccio integrato.
Non ci sono sfilacciature e nessun fatto contraddittorio nascosto sotto il
tappeto. Come ho già accennato, il mio studio sugli dèi indica come il ciclo
precessionale avesse per loro un’importanza simbolica. Una delle
implicazioni è che le attuali attese per il nuovo millennio (nelle svariate
forme che assumono) possono trovare qualche base scientifica, dato che
l’arrivo del Duemila coincide pressappoco con l’avvento dell’Era
precessionale dell’Acquario. Sono certo che i miei lettori rimarranno quanto
me affascinati dalla prospettiva di cambiamenti determinanti riguardanti la
Terra nell’epoca che nasce.
Questo per quanto riguarda la scienza. Ma le nostre religioni
istituzionalizzate? Le religioni occidentali potranno mostrarsi assai sensibili
davanti alle mie conclusioni che il “dio” ebraico della Bibbia era in realtà un
dio in carne e ossa. Ma nell’individuare questo dio e le sue motivazioni non
intendo assolutamente offendere nessuno. Ho perseguito l’unico obiettivo
di inquadrare l’esodo degli Israeliti dall’Egitto, in quanto evento reale, in un
suo proprio contesto storico. Così, non ho l’intenzione di criticare la
religione monoteista laddove indico che il suo avvento ci ha reso ciechi a
proposito delle realtà del passato.
Quanto poi alla questione di un Essere Supremo, non intendo affatto
asserire che l’intervento di dèi in carne e ossa debba distrarre la fede di
chiunque in una Divinità soprannaturale che possiamo chiamare Dio con la
“D” maiuscola. La creazione dell’Universo è tuttora avvolta nel mistero,
mentre la creazione dell’uomo va riportata al seme degli dèi. Questi arcani,
insieme ad altri aspetti paranormali quali la reincarnazione e gli ufo,
rimangono fuori dall’ambito di questo libro, che tratta di ciò che possiamo
sapere e non di ciò che non possiamo sapere. Comunque sia, credo che se
riusciremo a eliminare i miti prevalenti negli ambiti della scienza e della
religione, potremmo tutti beneficiare di una più chiara visione di quelli che
continuano a essere i maggiori misteri della nostra esistenza.
NOTA DELL’AUTORE
In tutto il volume ho utilizzato pronomi personali maschili e me ne scuso
con le femministe e con chiunque si ritenesse offeso da questa scelta. L’ho
fatto soltanto per evitare la noia di dover ripetere sempre “lui o lei”, “suo o
sua” e così via. Il lettore potrà per parte sua invertire la scelta, se lo desidera.
Non è mia intenzione, in ogni caso, suggerire una disparità tra i sessi. A
conferma di ciò, posso dire che, ad esempio, le dee Inanna e Ninharsag
hanno un ruolo di primo piano negli avvenimenti di cui il libro dà conto.
Esiste un sito Internet per discutere e per aggiornare i temi e i dati esposti
in questo libro. Per ogni ulteriore informazione gli interessati possono
riferirsi al seguente indirizzo Internet, http://www.eridu.co.uk. Inoltre, i
lettori possono liberamente scrivermi al seguente indirizzo di posta
elettronica: alford@eridu.co.uk.
L’Associazione Ancient Astronaut Society è un’organizzazione non a
scopo di lucro gestita esclusivamente a scopi scientifici, letterari e di
formazione. Le sue attività comprendono la pubblicazione di un periodico
bimestrale, «Ancient Skies», e spedizioni ad aree archeologiche e altri
luoghi di interesse specifico. Per informazioni riguardanti le adesioni
contattare Gene Phillips c/o 1921 St John Avenue, Highland Park, Illinois
60035-3178, USA.
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CREDERE L’INCREDIBILE
LE MONTAGNE DELLA CONOSCENZA

Da dove siamo venuti e perché siamo qui? Qual è la natura del sentiero
che stiamo percorrendo e dove ci sta portando? Interrogativi complessi,
questi, che siamo soliti affidare alla religione e alla scienza, le fondamenta
della società moderna: ma esse ci offrono davvero la via alla verità? Siamo
il risultato di un atto creativo divino, ci siamo evoluti grazie alla selezione
naturale, o esiste qualche altra risposta?
Il progresso evolutivo di un organismo viene talora paragonato alla
rischiosa scalata di una montagna. Mutazioni genetiche casuali determinano
il fatale cedimento degli individui più deboli, mentre i più forti continuano a
inerpicarsi. Non c’è alcuna possibilità di fare marcia indietro, di disfare quei
processi evolutivi che alla fine consentono all’organismo di arrivare in vetta
alla montagna. Le conoscenze dell’uomo funzionano allo stesso modo.
Come può la scienza andare avanti se non costruendo sopra ciò che è già
stato? Ed è così per la teologia, lo studio della religione. Lo scienziato si
arrampica su una delle cime della conoscenza, il filosofo religioso si
inerpica su un’altra di quelle stesse vette.
Nell’epoca moderna, il moto ascensionale della religione sembra essersi
impantanato nei dogmi, mentre la scienza, al contrario, continua a salire
rapida verso cime sempre più elevate. L’impazienza degli scienziati è tale
che non si concedono soste né intravedono vantaggi nell’andare a esplorare
la base della montagna.
Cinquecento anni or sono Niccolò Copernico venne praticamente linciato
perché osò suggerire che la Terra ruota intorno al Sole. 1 Se Religione e
Scienza dovessero un giorno vedere qualcuno che, come Copernico, si
sbraccia per richiamare l’attenzione da una più alta cima, da una più elevata
forma di verità, difficilmente restituirebbero il saluto. Quella Montagna
della Verità verrebbe bollata come Montagna del Mito, o forse come
Montagna delle Fantasticherie.
Il che ci introduce al dilemma dei cosiddetti miti e delle cosiddette verità -
c’è un giochino assai semplice che può aiutarci a inquadrarlo. Qui di
seguito sono elencati tre concetti: quali rientrano tra i miti, e quali tra le
verità?

1. La narrazione biblica della Creazione divina.


2. La teoria di Darwin dell’evoluzione mediante selezione naturale, così
come si applica al genere umano.
3. La narrazione andina della creazione del genere umano operata dalle
divinità sul lago Titicaca in Bolivia.

Gli scienziati sosterrebbero che soltanto la teoria darvinista può essere


provata scientificamente, e che pertanto gli altri due concetti sono miti. I
teologi a loro volta asserirebbero che la storia andina della creazione è
ovviamente un mito, mentre la teoria di Darwin è probabilmente una falsità,
un errore o nella migliore delle ipotesi una mera ipotesi, e che dunque
l’unica verità è costituita dalla rivelazione divina.
Sia gli uni sia gli altri sbaglierebbero, in quanto tutti e tre i concetti
elencati sono miti! Sebbene il termine “mito” sia sinonimo di “falso”, la
definizione che ne dà il vocabolario è «cosa o persona fittizia o non
dimostrata». Ma nell’opinione di chi deve risultare fittizia o non dimostrata?
La verità sta sempre tutta nella mente di chi osserva, e dipende per intero dai
suoi paradigmi, ovverosia dai suoi modelli di riferimento. Esaminiamoli
allora brevemente, questi paradigmi.
Se siete stati educati secondo la religione, il vostro paradigma - o insieme
di credenze - sarà parecchio determinante nel farvi respingere tutto ciò che
può contraddire la ben radicata idea che esiste un solo Dio Onnipotente, il
quale ci ha creato dalla polvere.
Se invece provenite da una formazione di tipo scientifico e siete spinti a
ricercare una spiegazione razionale per ogni cosa, allora l’idea di una
Creazione divina non rientra nei vostri preconcetti di un mondo logico e
sondabile. Forse, in quanto principio generale, vi rientra il darvinismo, ma
come avremo modo di vedere, anch’esso rimane una teoria assai
controversa se riferita al genere umano.
D’altra parte, se invece siete un peruviano che non ha mai letto la Bibbia
o la teoria evoluzionistica, è sulla leggenda andina che poggerà la vostra
fede suprema.
Quando ricorriamo al termine mito dobbiamo inoltre ricordare che i punti
di vista si modificano nel tempo. Un buon esempio di questo è l’ateismo.
Oggi la parola “ateismo” viene riferita alla convinzione che Dio non esiste.
Ma per i Greci che vissero intorno al 400-200 a.C., atei erano gli Ebrei la
cui fede si rivolgeva a un Dio unico! Analogamente, i primi Musulmani, i
quali credevano soltanto in Allah, venivano definiti atei. I loro
contemporanei, quali appunto i Greci, avevano sempre ricercato la
protezione di molte e diverse divinità.2 Dunque, la definizione di ateismo
cambia secondo i diversi contesti storici.
Nessuno crede che un mito sia la verità, questo per definizione! Però, se
definissimo le civiltà antiche come «società che credevano nei miti»,
saremmo nei loro confronti parecchio poco obiettivi. La fede di quelle
antiche popolazioni si basava su intuizioni che trovavano i giusti riscontri
nel loro particolare momento storico.
Ma ecco un’altra definizione del vocabolario a proposito del termine
mito: «Storia di esseri sovrumani di epoca antichissima ritenuta, da una
comunità preletteraria, resoconto corrispondente a realtà; di solito una storia
di come si siano prodotti i fenomeni naturali, i costumi sociali ecc.».3
In effetti, nel linguaggio comune definiamo miti proprio storie del genere,
tramandate dalla tradizione, che ci narrano di esseri sovrumani (o dèi), e le
definiamo miti unicamente a motivo dei nostri enormi pregiudizi. Come
abbiamo visto, miti e verità in realtà risiedono nella mente di chi osserva, il
quale dipende dai suoi propri punti di vista e dal proprio contesto storico.
Qual era il punto di vista dei Sumeri, evoluti abitanti di zone urbanizzate,
quando 6000 anni fa adorarono una schiera di dèi e di essi scrissero?
Inventarono quelle storie per “spiegare i fenomeni naturali”?
Prima di definire i Sumeri un branco di primitivi ignoranti, dovremmo
riflettere per un istante sul fatto che la loro cultura e le loro istituzioni erano
talmente simili a quelle dell’attuale Occidente che sarebbe arduo trovarvi
delle differenze. Furono i Sumeri ad adoperare per primi la ruota e, ben
lungi dall’essere “preletterari”, inventarono anche la scrittura su tavolette di
argilla. Avrò molto, molto altro da dire sui Sumeri più avanti. Quanto ai
loro dèi, i Sumeri erano convinti che fossero reali, non figure mitiche. Solo
che obbedivano a paradigmi diversi dal nostro. Saremmo proprio degli
arroganti se li bollassimo semplicemente come un popolo mal consigliato.

MITI BIBLICI

In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era una massa informe e
vuota e le tenebre erano sulla superficie dell’abisso e lo spirito di Dio
aleggiava sulla superficie delle acque.4
In questa descrizione, quanto risponde a verità e quanto è mito? Stando a
una recente indagine demoscopica, il 48% degli americani intervistati ritiene
che il Libro della Genesi riferisca in modo letterale la verità, e che dunque il
genere umano sia stato creato da Dio. Ma cosa significa dire che la Genesi è
“verità letterale”? Abbiamo, della Bibbia, diverse versioni moderne,
pertanto, qual è la vera? Vi sono anche delle versioni cosiddette
“progressiste”, che si rivolgono a gruppi di persone con interessi specifici:
si tratta di versioni che sovente distorcono proprio il significato letterale. Ma
ancora più determinante è il fatto che persino la versione più tradizionalista
della Bibbia è comunque una traduzione dall’ebraico, e quanti di noi hanno
letto la Bibbia nella versione originale? Dunque, siamo tutti alla mercé dei
traduttori.
Eppoi, se anche fossimo in grado di leggere la Bibbia in ebraico,
leggeremmo comunque una scelta molto selettiva e rielaborata di eventi. È
assodato che furono i vescovi dei primi concili a decidere quali testi
andassero accolti e quali no. Quei testi biblici che, per un motivo qualsiasi,
venivano considerati inaccettabili da allora sono sempre stati definiti non
canonici e pertanto “apocrifi” - e in quanto tali non libri “sacri” canonici.5
Sussistono pochi dubbi sul fatto che i 39 libri dell’Antico Testamento sono
il risultato di un lungo processo di revisione e di collazione di testi. Certo,
gli esponenti religiosi lo negano, ma i primi quattro libri, riuniti sotto il
nome di Pentateuco, sono in effetti una collazione di testi sottoposti a
pesanti interventi di riscrittura.6
Nel XIX secolo alcuni studiosi tedeschi esaminarono diverse
contraddizioni contenute nella Bibbia, giungendo alla conclusione che il
pentateuco proveniva da quattro diverse fonti. Questa spiegazione è
considerata da molti la più attendibile. Le parole di Mosè, presumibilmente
trascritte nel Sinai nel XIV o XV secolo a.C., sono state “rivedute” centinaia
di anni più tardi, mentre il Libro della Genesi è quasi sicuramente tratto da
testi assai più antichi, riscritti e rielaborati.7 Il che può risultare
traumatizzante per chi considera la Bibbia pura rivelazione di Dio - in realtà,
essa è stata riveduta e corretta dall’uomo. E se in proposito sussistessero
dubbi, basterebbe andare a vedere quante asserzioni contenute nella Bibbia
si contraddicono a vicenda, oppure le cronache tra loro divergenti di
medesimi episodi chiave, quali la Creazione e il Diluvio universale.8
Pertanto, un primo mito biblico riguarda proprio l’affermazione che la
Bibbia è rivelazione divina. Il secondo è che la Bibbia si riferisca a un unico
Dio spirituale. Al contrario, il tenero e compassionevole Dio del Nuovo
Testamento contrasta enormemente col Dio collerico e vendicativo
dell’Antico Testamento - un’incongruenza che ha provocato ai cristiani non
poche notti insonni. Prendiamo per esempio il seguente episodio che
introduce alla storia del Diluvio:
Vide pertanto il Signore che la malvagità degli uomini sulla terra era
grande e che le aspirazioni dei pensieri del loro cuore erano volte di
continuo al male, e il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra, se ne
dolse nel suo cuore e disse: «Sterminerò dalla faccia della terra l’uomo che
ho creato, dall’uomo fino agli animali domestici, fino ai rettili e fino agli
uccelli del cielo, perché sono pentito di averli fatti».9
Qui abbiamo un Dio, che si presume sovrannaturale, il quale però
esprime ira e che si dimostra spietato; esempi del genere ce ne sono a
dozzine, specie nell’Esodo, dove il Signore palesa una vena collerica e
crudele. Fatto ancora più importante, se questo Dio è onnipotente e
onnisciente, com’è che continua a commettere errori?
Nell’Antico Testamento ci sono diversi episodi in cui il Signore si
manifesta sul piano fisico piuttosto che su quello spirituale. Nel racconto di
Sodoma e Gomorra ha bisogno, per rendersi conto della situazione,10 di
discendere fisicamente nelle città. Poi, invece di vaporizzare le persone con
un cenno della Sua Divina Mano, ricorre a mezzi fisici (come indicato dallo
zolfo ardente e dal fumo) per distruggere non soltanto gli abitanti di quei
territori, ma anche la vegetazione. È un Dio che, stando alla Bibbia, dopo
l’esodo ha personalmente aiutato gli Israeliti a conquistare terre e a
eliminare i nemici.11
Pertanto, è assolutamente un mito che il Dio dell’Antico Testamento sia il
medesimo Dio, amorevole e misericordioso, descritto in quello Nuovo. Ma
perché è sorto un mito del genere? Semplice: secondo l’insegnamento
religioso che si rifà alla Bibbia, può esserci un Unico Dio Spirituale. Ma la
verità ci indica un Dio dell’Antico Testamento che si comporta talvolta
come un uomo, che ha emozioni quali la gelosia, l’ira e il piacere; un Dio
che cammina e parla,12 fa la lotta;13 un Dio imperfetto, che non è onnisciente;
un Dio duro, crudele e intollerante;14 un Dio che esercita fisicamente il
proprio potere.
Ma il mito nasconde una verità più fondamentale, nell’Antico Testamento
il Signore non è l’unico Dio. Attingendo alla Bibbia e ad altre fonti, Karen
Armstrong ha chiaramente dimostrato che gli Ebrei antichi erano pagani che
adoravano anche altre divinità:
L’idea del patto [con Mosè] ci spiega che gli Israeliti non erano ancora
monoteisti, poiché quel patto poteva avere senso soltanto in un contesto
politeista. Gli Israeliti non credevano che Yahweh, il Dio del Sinai, fosse
l’unico Dio, però si impegnarono, con quel patto, a non tenere in alcun
conto tutte le altre divinità e ad adorare soltanto lui. In tutto il pentateuco è
difficilissimo trovare una sola asserzione monoteista…I profeti
sollecitavano gli Israeliti a rispettare il patto ma la maggioranza di essi
continuava ad adorare Baal, Aherah e Anat secondo la tradizione.15
Karen Armstrong ci ricorda che l’espressione ebraica Yahweh ehad
significava “solo Yahweh”, la sola divinità che fosse “permesso” adorare. 16
È pertanto implicito che altri dèi esistevano in quanto rivali pericolosi di
Yahweh. Ma questi altri dèi erano meramente idoli e immagini, come la
Armstrong sembra supporre in base al suo proprio modo di vedere, o erano
rivali del Dio dell’Antico Testamento “che camminavano e parlavano”?
E Dio [Elohim] disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la
nostra somiglianza, e abbia potere sui pesci del mare e sui volatili del Cielo,
sugli animali domestici, su tutte le fiere della Terra e sopra tutti i rettili che
strisciano sulla Terra».17
Vale un milione di dollari la domanda se ci sia un nocciolo di verità in
queste parole. Comunque, per ora vorrei solo guardare più da vicino quello
che definisco il “Mito di Elohim”. Può sembrare strano che Elohim adoperi
il “noi” nonché espressioni quali “nostra somiglianza”, ma la gran parte
delle persone ha inteso quel “noi” come un pluralis maiestatis o come la
stranezza di un qualche traduttore dall’ebraico. Effettivamente, una
stranezza c’è nella traduzione del brano citato, però non è quella che la
gente è solita ritenere tale. È infatti assodato che la parola ebraica Elohim è
il plurale di El, “il Signore”. Un fatto, questo, ben noto negli ambienti
teologici, ma la gran parte dei fedeli è lasciato nell’ignoranza a proposito di
questo straordinario particolare.
Un più approfondito studio dell’Antico Testamento rivela l’ampio utilizzo
del termine plurale Elohim: è adoperato in più di cento occasioni laddove il
Signore non viene chiamato specificatamente Yahweh. Quasi sempre nella
Bibbia questo termine sembra riferirsi a un solo essere divino. Ma come e
dove è emerso il concetto di Elohim, e quale era il significato del suo
evidente pluralismo? Secondo Armstrong, fu durante l’esilio degli Ebrei in
Babilonia, nel vi secolo a.C. che il concetto monoteista basato su Yahweh
venne ampliato in modo da comprendere il Dio creatore dei cieli, della terra
e del genere umano.18 La risultante divinità venne detta appunto Elohim.

DIO O DÈI?

Ma quale verità si cela dietro l’identità di Elohim? A chi stava parlando


quando disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza»? C’era
forse più di un dio presente all’atto della Creazione? E chi erano gli “dèi” la
cui adorazione era vietata agli Israeliti?
Negli ultimi 100 anni, decine di migliaia di tavolette di argilla sono state
riportate alla luce nell’antica Mesopotamia (l’Iraq di oggi).19 Risalgono a
6000 anni fa. Queste tavolette contengono moltissime informazioni risalenti
alle prime civiltà, le quali tutte credevano in una sbalorditiva varietà di dèi.
Grazie agli studi linguistici, oggi viene ampiamente riconosciuto che la
fonte originaria di queste antiche tavolette (che chiamerò “testi”) erano le
cronache sumere risalenti agli albori di quella civiltà, cioè a qualcosa come
3800 anni a.C. Nessuno, oggi, contesta che quella civiltà sia esistita, né che
esistano le migliaia di tavolette di argilla e la traduzione dei loro contenuti.
Grazie alle ricerche archeologiche e linguistiche, l’origine del concetto di
Elohim può ora essere fatto risalire a un testo epico babilonese noto come
Enuma Elish. Questo racconto epico, una tavoletta del quale è riprodotta
nella tavola 64, tratta della creazione dei cieli e della Terra a opera di una
divinità babilonese chiamata Marduk.20 Ciò che colpisce, confrontando la
Genesi e l’Enuma Elish, è il fatto che la prima attribuisce la creazione dei
cieli e della Terra a Dio, mentre l’altro l’attribuisce a Marduk. 21 Entrambi i
resoconti sono dunque dei tentativi di divulgare l’operato di un dio
onnipotente e parrebbe quasi che un testo faccia concorrenza all’altro. Non
ci sono dubbi sul fatto che gli Ebrei, esiliati in Babilonia, siano venuti a
conoscenza dell’Enuma Elish - in quell’epoca già da oltre un millennio il
testo cerimoniale più importante dei Babilonesi - e ne siano stati influenzati.
Non deve dunque stupirci scoprire che il racconto biblico della creazione
del genere umano presenti analogie notevoli con gli antichi testi della
Mesopotamia, uno dei quali descrive le direttive impartite dalla divinità
incaricata della creazione:

Mescola in una noce l’argilla


presa al cuore della Terra
appena sopra l’Abzu,
plasmala nella forma di una noce.
Io procurerò giovani dèi, bravi a capaci
che lavoreranno quell’argilla al giusto punto.22

Qual è il significato dell’“argilla” da cui è stato creato l’uomo? Anche la


Bibbia spiega che l’uomo è stato formato «dalla polvere del suolo»:23 una
spiegazione assurda dal punto di vista scientifico, ma era davvero di
“polvere” o “argilla” ciò da cui siamo stati creati? Uno studioso di fama
internazionale ha indicato come il termine ebraico adoperato nella Genesi
sia tit, che proviene dal più antico degli idiomi sumeri conosciuti. E in
quest’idioma, il termine ti.it significava “ciò che è con la vita”.24 Adamo fu
dunque creato da una materia che era già viva?
Cosa accadde dopo la creazione di Adamo, il primo uomo? La Bibbia
dice che Dio creò l’uomo prima, poi “maschio e femmina”, e indica che il
procedimento avvenne a livello fisico:
Allora il Signore Iddio fece cadere un sonno profondo sull’uomo che si
addormentò; gli tolse quindi una delle costole, rinchiudendo la carne al suo
posto. Poi il Signore Iddio con la costola tolta all’uomo formò una
donna…25
Ma si trattò davvero di una “costola”? Nell’idioma sumero la parola ti
stava a indicare sia “costola” sia “vita”.26 Parrebbe piuttosto che fu l’essenza
vitale di Adamo a essergli tolta per creare la prima donna. Oggi
definiremmo quell’essenza vitale il dna presente nelle cellule umane.
Un antico testo comunemente conosciuto col nome del suo protagonista,
Atra-Hasis, dedica cento righe alla creazione del genere umano, fornendo
molti più particolari di quanti ce ne dia la Genesi.27 Invece di un’unica
divinità ne troviamo diverse, impegnate in una molteplicità di ruoli.
Secondo l’Atra-Hasis, un dio chiamato Enki impartisce le direttive ed è
coadiuvato da una dea il cui nome, Ninti, in sumero significa “Signora della
Costola” o “Signora Vita”:

Ninti staccò quattordici pezzetti d’argilla;


sette li depose sulla destra,
sette li depose sulla sinistra.
Tra essi mise la forma.
…i peli lei…
…l’arnese per recidere il cordone ombelicale.
Il saggio e sapiente
due volte sette dee della nascita aveva riunito;
sette partorirono maschi,
sette partorirono femmine.
La Dea della Nascita recò
il Vento dell’Alito della Vita.
A coppie vennero completati,
a coppie vennero completati al suo cospetto.
Le creature erano Persone
creature della Dea Madre erano.28

Solo adesso, sul finire del XX secolo, siamo in grado di capire quanto sia
possibile che la produzione di maschi e di femmine descritta nei testi antichi
sia stata il risultato del procedimento scientifico noto come clonazione (vedi
Capitolo 2).
Secondo i testi sumeri, alla nuova creatura venne attribuito il nome
LU.LU., termine il cui significato letterale è “Il Mescolato”.29 Il già citato
accenno all’argilla portata al giusto punto da “bravi e capaci giovani dèi”
sembra suggerirci che il genere umano è stato creato da una mescolanza di
divinità e di ominide primitivo.
Ma a quale scopo è stato creato il genere umano? La Bibbia si limita a dire
che prima della creazione non «c’era l’uomo a coltivare il suolo».30 Ma
l’Atra-Hasis ci offre ulteriori particolari:

Quando gli dèi, come gli uomini,


si affannavano a lavorare
e sopportavano la fatica
grande era la fatica degli dèi,
pesante il loro lavoro,
e immensa la pena.31

L’Atra-Hasis racconta come gli dèi si ribellarono a Enlil, il loro capo. Il


padre degli dèi, Anu, venne allora invocato affinché discendesse dal “Cielo”
per presenziare a un concilio degli dèi. Fu a quel punto che il dio Enki
(chiamato anche Ea) suggerì la soluzione:

Mentre è con noi la Dea della Nascita,


che crei un Operaio Primitivo
e sia lui a portare il giogo,
sia lui a fare il lavoro degli dèi!32

Anche le versioni più antiche del racconto del Diluvio universale ci


forniscono un maggior numero di particolari rispetto alla Bibbia, e situano
quell’evento in un contesto nel quale molti sono gli dèi. Uno di questi testi è
L’epopea di Gilgamesh, un frammento del quale è mostrato nella tavola
65.33
Il protagonista dell’episodio del Diluvio qui si chiama Utnapishtim e non
Noè, ma la storia rimane fondamentalmente la stessa. L’unica differenza sta
nel fatto che un dio, Enlil, decide di distruggere l’uomo mentre un altro dio,
Enki, decide invece di salvarlo. Gli studiosi di questi antichi testi non
mettono in dubbio il ruolo di tali divinità, dato che sono oggetto di
frequenti e coerenti riferimenti, ma è difficile trovare anche una sola
pubblicazione che, in modo implicito o esplicito, non etichetti queste storie
come mitologia.
Ma può essere che alcuni di noi siano colpevoli di pregiudizio quando
definiscono mitologia quel che da 5000 anni sta scritto sulle tavolette di
argilla, oppure quando invece considerano realtà storica ciò che 2500 anni
fa ci è stato proposto dalla Genesi? Dopo tutto, l’argomento è lo stesso, e
sono identici gli aspetti salienti. Le diversità sono puramente teologiche: nei
testi antichi il genere umano risulta “creato a immagine e somiglianza” non
di Dio, ma di dèi.
Cos’è che spinse un antico popolo ragionevole e civile a credere in una
molteplicità di dèi? Quale nocciolo di verità si nasconde dietro questi miti
biblici e mesopotamici? I nostri paradigmi, propri del XX secolo, rendono
difficile porre questi interrogativi, e tanto più dare delle risposte.

IL CONDIZIONAMENTO MONOTEISTA

Come mai troviamo così difficile accettare l’idea di molteplici “divinità”?


Il problema sta nel nostro modo di intendere e nella nostra terminologia,
che abbiamo ereditato da due millenni di monoteismo. L’avvento della fede
in un solo Dio non soltanto ha distorto il significato originario dell’Antico
Testamento, ma - fatto ancora più importante - ha offuscato il nostro modo
di pensare.
Lo stesso problema esiste nella religione islamica, che si dimostra ancora
più rigida. Il Dio dei Musulmani è un Dio concreto che ha nome Allah; non
è, come in Occidente, una nozione piuttosto astratta della divinità. Il libro
sacro dei Musulmani, il Corano, sostiene d’essere parola di Dio, rivelazione
divina consegnata da Gabriele al profeta Maometto. Ma gli esordi dell’Islam
sono tutt’altro che facili. Sorprende scoprire che non è solo in Occidente
che il concetto religioso monoteista ha dovuto lottare per farsi accogliere.
Karen Armstrong spiega:
Si può dire che nei primi tre anni della sua missione Maometto non abbia
troppo enfatizzato il contenuto monoteista del suo messaggio. La gente,
probabilmente, ritenne di poter continuare come sempre aveva fatto a
venerare non solo Lah, l’Altissimo, ma anche le divinità tradizionali
dell’Arabia. Però quando Maometto condannò questi culti antichi bollandoli
di idolatria, perse di colpo la gran parte dei suoi seguaci e l’Islam diventò
una minoranza disprezzata e perseguitata.34
Tutti, in Occidente, siamo condizionati sin dall’infanzia a credere in un
solo Dio. Grazie allo studio catechistico a scuola e, per molti di noi, grazie
alle prediche e ai sermoni domenicali, l’idea di un unico Dio onnipotente ci
è stata martellata dentro. La mente di un bambino è curiosa, affamata di
conoscenza, desiderosa di compiacere e pertanto particolarmente
suggestionabile. Secondo i sociologi, assimiliamo la gran parte dei nostri
riferimenti culturali e morali prima dei dieci anni di età. E, da bambini, non
veniamo certo incoraggiati a mettere in discussione ciò che ci viene detto.
Superati gli studi elementari cominciamo ad acquisire conoscenze di tipo
scientifico, che in certi casi queste sembrano entrare in conflitto con le
nozioni religiose già acquisite. Ahimè, si tratta di contraddizioni intorno alle
quali pochi indagano. Dopo tutto, chi di noi può permettersi il lusso di
filosofeggiare quando siamo già sfiancati dai doveri professionali,
famigliari e dalle mille piccole incombenze d’ogni giorno? È inevitabile che
il concetto di Dio venga accantonato. Così, quasi sempre arriviamo all’età
adulta con la consolidata idea che Gesù Cristo sai il figlio dell’unico Dio, e
con nozioni assai vaghe del Dio dell’Antico Testamento. Il paradigma di un
unico Dio viene dunque acquisito per mancanza di alternative, e in questo
modo si tramanda di generazione in generazione. Il che contrasta
vivacemente con la realtà di altre culture, dove religioni quali l’induismo
continuano a riconoscere l’esistenza di un’ampia varietà di dèi.
Data la situazione, come meravigliarsi se i nostri preconcetti ci rendono
poco accettabile l’idea che siamo stati creati da una molteplicità di dèi? È un
concetto che ci appare estraneo e privo di significato. Ma il problema è
proprio terminologico. I vocabolari occidentali offrono due principali
definizioni di Dio. La prima si rifà al concetto del Dio Spirituale Supremo
ed Eterno, che noi tutti intendiamo in modi sottilmente diversi ma
fondamentalmente simili. La seconda definizione di dio - laddove la parola
è scritta con la “d” minuscola - indica un “essere soprannaturale” oppure
una immagine o idolo del medesimo. Lo stesso termine di “soprannaturale”
ci suggerisce qualcosa di non scientifico, di irreale. Se proviamo a
concepire l’idea di “essere divini” che agiscono sulla scena della Creazione
o del Diluvio universale, la nostra mente istintivamente si rifiuta di
accoglierla.
Per riuscire a superare la barriera terminologica, consideriamo
brevemente un mito moderno riguardante divinità presunte - la storia
incredibile ma vera nota come il fenomeno del “Cargo Cult”.35
In momenti diversi degli anni Trenta, militari americani e australiani si
addentrarono in zone remote dell’isola della Nuova Guinea, ed ebbero
contatti con comunità primitive da sempre completamente isolate dal resto
del mondo. I rifornimenti per queste truppe venivano paracadutati nella
giungla da aerei da carico - nel gergo militare, “cargo”. Grazie a questi
rifornimenti, i militari poterono donare agli indigeni gomma da masticare,
Coca-Cola e altri prodotti della società moderna. Questa loro generosità
lasciò un segno indelebile in quella gente, ormai convinta che i “grandi
uccelli” avrebbero continuato ad arrivare con i loro carichi, o “cargo”, di
prodotti industriali. Quando i soldati se ne andarono, gli indigeni tentarono
di indurli a ritornare costruendo rozze piste di atterraggio. E per quanto
possa sembrare sorprendente, costruirono con i bambù anche imitazioni di
ricetrasmittenti radiofoniche e rozzi modelli in legno di aerei.
Cominciarono, quegli indigeni, a raccontare leggende di dèi venuti dal
cielo recando doni e che poi se ne erano andati. Si svilupparono credenze
simili a quelle religiose, e quegli dèi finirono con l’essere riunificati in
un’unica divinità chiamata “John Frum”. È una storia vera! Parrebbe che il
nome di questa divinità provenisse dai nomi dei militari arrivati sull’isola, i
quali si presentavano come “John from [da] Boston”, “John from [da] New
York”, e via dicendo. Sebbene in anni più recenti quegli indigeni abbiano
avuto contatti con le culture occidentali, molti di loro continuano a credere
nel loro dio “John Frum”. Ma un numero ancor maggiore di loro ha
sicuramente capito il nesso tra il culto al simulacro di aeroplano e gli aerei
veri del mondo moderno, e ha così potuto rendersi conto che il loro dio e i
loro dèi in realtà erano solo uomini.
Quale lezione possiamo imparare dalla singolare ma verissima storia del
Cargo Cult? Forse, che gli idoli, i miti e le leggende possano essere le tracce
di fenomeni molto reali e che uomini in carne e ossa possono venire
scambiati per dèi da altri uomini meno evoluti. Del resto, il termine usato
dagli Ebrei per la loro divinità unificata, Elohim, proviene dalla parola
accadica Ilu, che significa “coloro che sono nobili, elevati”. La barriera
terminologica ha offuscato ciò che gli antichi hanno forse tentato di dirci,
qualsiasi cosa fosse.
Da qui in avanti, l’uso che farò del termine “dèi” va riferito a esseri in
carne e ossa come noi, ma tecnologicamente più progrediti. D’altronde, se
dovessimo inviare qualche astronauta tra gli abitanti culturalmente arretrati
di un altro pianeta, possiamo dubitare che finirebbero con l’essere venerati
come “dèi”?

I MITI ANTICHI

A questo punto vale la pena soffermarsi su alcuni miti antichi che


riguardano gli dèi. Quasi tutti noi conosciamo le storie non poco romanzate
dei pantheon greco e romano, ma le loro origini hanno radici nelle più
antiche e assai più comprensibili versioni egizie e mesopotamiche. Ai
resoconti mesopotamici dedicheremo attenzione più avanti, e quindi per ora
concentriamoci sugli Egizi.
Non è sbagliato dire che i faraoni dell’antico Egitto erano ossessionati
dall’idea della vita dopo la morte - un’idea ispirata da dèi quali Râ e Horus,
considerati immortali a tutti gli effetti. Oggi questo può sembrarci quanto
meno curioso, ma la loro comprensione era questa e dobbiamo rispettarla.
Certo, non vissero abbastanza a lungo da appurare se quegli dèi fossero
davvero immortali, cosicché possiamo tranquillamente definire mito la
realtà in cui credevano. Forse conteneva un briciolo di verità, forse no.
I re-faraoni d’Egitto credevano in un viaggio verso un luogo chiamato “il
Duat” - un viaggio che li portava a solcare le acque per poi passare tra due
montagne sino a un posto che definivano “Scala che sale al Cielo”. Erano
convinti di conquistare l’immortalità ascendendo al Cielo, proprio come i
loro dèi. Ma cosa poteva avere inculcato nei faraoni idee del genere?
Gran parte delle nostre conoscenze del culto egizio dell’aldilà proviene
dai geroglifici,36 in particolare dai cosiddetti Testi delle Piramidi. 37 Una delle
più celebri immagini in essi contenuta è quella del Papiro Ani (Il libro dei
morti), che mostra il defunto faraone mentre viene preparato per il suo
viaggio con accanto un veicolo a forma di razzo (tav. 66).
I Testi delle Piramidi descrivono il Duat come dotato di una serie di sale
sotterranee, che il faraone deve attraversare prima di ascendere al Cielo. In
una di queste sale sotterranee egli ode «un rumore immane, come quello
che si sente nelle altitudini quando sono perturbate da una tempesta». In un
altro momento si imbatte in porte che si aprono da sole e, dentro dei
cubicoli, in diversi dèi «ronzanti come api».
A volte gli succede di incontrare dèi che si nascondono il volto, ed è in
una sola occasione che riesce a vedere in faccia una dea. Poi il faraone vede
altri dèi che hanno il compito di procurare «fiamme e fuoco» alla
«imbarcazione celeste di Ra di milioni di anni», e scorge altri dèi ancora che
«dirigono il corso delle stelle».
Quindi il faraone si avvicina alla destinazione finale, dove gli viene
chiesto di togliersi gli abiti e di indossare gli indumenti divini. Sono ora
presenti i «sacerdoti degli Shem», coloro cioè che conducono la misteriosa
cerimonia «dell’apertura della bocca». Il testo prosegue descrivendo un
lungo tunnel chiamato “Alba alla Fine” e una caverna «nella quale viene
portato il vento».
Il faraone raggiunge un punto detto la “montagna dell’ascesa di Râ”,
dove scorge un oggetto chiamato “Ascensore al Cielo”. Sale su una “nave”
la cui lunghezza viene definita in 770 cubiti (circa 300 m) e si siede su un
“posatoio”.38 Dopo diverse altre procedure che potremmo definire tecniche,
la “bocca” della montagna viene spalancata e la Nave ascende:
La porta del Cielo è aperta!
La porta della Terra è aperta!
L’apertura della finestra celeste è spalancata!
La Scala del Cielo è aperta;
si mostrano i Gradini di Luce…
I doppi Portali del Cielo sono aperti;
i doppi portali di Khebhu sono aperti
all’Horus dell’Oriente, all’alba.

Il Cielo parla; si scuote la Terra;


la Terra trema;
i due distretti degli dèi gridano;
il suolo si divide…
quando il re ascende al Cielo,
quando naviga sopra la volta [verso il Cielo].39

Può un viaggio del genere essere frutto dell’immaginazione? La


descrizione contiene indizi che possono assumere significato soltanto ora,
nel XX secolo. Non ci è infatti difficile visualizzare un moderno centro di
controllo della nasa, con i computer che ronzano e le videate che
consentono di verificare i diversi aspetti di una missione spaziale. Gli altri
particolari si spiegano da soli.
Certo, i nostri paradigmi vengono messi a dura prova quando sulle pareti
delle piramidi leggiamo testi del genere, testi risalenti a più di 4000 anni fa.
Potremmo tranquillamente non tenerne conto se si trattasse di un caso
isolato, ma non è così. Vediamo per esempio il seguente episodio
proveniente da una diversa cultura, accaduto non lontano, a est dell’Egitto:
Il terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni e lampi, una densa
nube sulla montagna e un suono fortissimo di tromba […] il Monte Sinai
era tutto fumante, perché vi era sceso il Signore nel fuoco […].40
…e la gloria del Signore abitò sul Monte Sinai e la nube lo coprì per sei
giorni […] Ora l’aspetto della gloria del Signore era come un fuoco
divorante sulla cima del monte agli occhi dei figli d’Israele.41
Di nuovo, abbiamo un esempio di troppa fervida immaginazione? Non
direi proprio. Dopo uno dei suoi incontri sul Sinai con il Signore, Mosè
ritorna tra gli Israeliti «con la pelle del suo volto raggiante» ed essi si
intimoriscono.42
Cos’era accaduto? Un indizio è contenuto in Esodo 33, 21-23:
Il Signore disse ancora: «Ecco un luogo vicino a me. Tu starai in piedi
sulla roccia e avverrà che, quando passerà la mia gloria, io ti metterò in una
buca della roccia e ti coprirò con la mia mano, finché io non sia passato. Poi
ritirerò la mia mano e vedrai la mia spalla, ma la mia faccia non sarà vista».
Il racconto riferisce anche le chiare direttive impartite a Mosè da Yahweh,
che lo avvertono del pericolo che incombe su chiunque voglia avventurarsi
sul monte.43
Un altro passo interessante dell’Esodo riguarda l’Arca dell’alleanza. Il
Signore dice infatti a Mosè:
Ed essi mi faranno un santuario, perché io abiti in mezzo a loro […]
Conforme a tutto ciò che sto per mostrarti riguardo al modello del
tabernacolo e al modello di tutti i suoi arredi, così lo farete.44
E seguono istruzioni assai esplicite. La copertura [detta anche
“propiziatorio”] dell’Arca dovrà avere due “cherubini” fatti di oro indurito,
uno per ciascuna estremità, con le ali che si protendono l’una verso l’altra:
«Io mi incontrerò là con te e parlerò con te dal propiziatorio, fra i due
cherubini che sono sull’Arca della testimonianza, per dirti tutto quello che ti
ordinerò per i figli di Israele».45
Come mai è così importante “incontrarsi” a quel modo e in un momento
prestabilito? Il Signore spiega che non può accompagnare personalmente gli
Israeliti alla terra promessa;46 adopererà invece l’Arca per far arrivare loro le
sue direttive. Qualcosa qui sembra proprio fuori tempo! Quella che ci viene
descritta è pura tecnologia da XX secolo! E non è tutto: all’Arca dovranno
provvedere sacerdoti muniti di “vesti sante” e dovrà esserci un “velo di
protezione”.47 Inoltre, Mosè viene avvertito che qualora le direttive non
venissero scrupolosamente osservate, gli effetti potrebbero rivelarsi fatali.48
È dunque una coincidenza che l’Arca vada rivestita di oro dentro e fuori -
in pratica, due superfici conduttrici d’elettricità, isolate da una intercapedine
di legno?
E ancora: è per caso che l’Arca vada portata appesa a lunghe aste di
legno, isolanti per chi la trasportava?
Si rimane scossi leggendo particolari del genere nell’Esodo, una cronaca
scritta 2500 anni fa di avvenimenti già allora antichi di più di mille anni.49
Come non tenere conto di questi ovvi accenni a mezzi volanti e a fenomeni
radioattivi sul Sinai, quando poi troviamo una descrizione altrettanto
sorprendente di un mezzo di comunicazione progredito attivato un
potentissimo congegno elettrico? È davvero logico supporre che gli Ebrei
queste precise descrizioni tecniche se le siano semplicemente sognate?
In questa sezione ho illustrato la mia tesi citando due soli esempi - tratti
dalla Bibbia e dagli antichi Testi delle Piramidi - ma avrei potuto riferire di
molte altre leggende del genere provenienti da culture di tutto il mondo.50
Un unico filo sembra legare questi miti e queste leggende degli antichi
dèi. Può essere che in queste storie si nasconda un nocciolo di verità? E se
così fosse, di quale verità?

IL VICOLO CIECO INTELLETTUALE

Il darvinismo è un mito? Tutte le religioni vorrebbero farcelo credere, ma


quanto può essere attendibile il loro parere, evidentemente prevenuto? Le
motivazioni che spingono le religioni ad attaccare la scienza evoluzionistica
appaiono ovvie: scaturiscono dal concetto che soltanto Dio è stato il
creatore di tutto ciò che esiste, genere umano compreso. Ma sebbene queste
convinzioni provengano da quella che gli scienziati definiscono “fede
irrazionale”, occorre ammettere che alcune delle argomentazioni che
criticano il darvinismo appaiono altamente razionali. Una di esse segnala
come la selezione naturale mai avrebbe potuto produrre qualcosa di così
complesso come il cervello umano. Dal punto di vista delle religioni, il
darvinismo non è dunque un insieme di fatti scientificamente provati, ma
piuttosto una teoria che poggia su indizi deboli - per il teologo è un mito
che l’evoluzione sia un fatto!
Possiamo davvero ritenere che la scienza - in quanto raziocinante
ricercatrice di verità e pietra angolare della moderna fede - possa averci
fuorviati? È un’accusa davvero pesante. Come dubitare che sia giusto avere
fiducia nella scienza, nei suoi metodi di osservazione sistematica, di
sperimentazione, di analisi? Possiamo forse mettere in dubbio che le sue
teorie siano sottoposte agli opportuni test prima di essere tradotte nelle leggi
che governano il mondo fisico? E d’altra parte, come si fa a testare il
darvinismo? Gli scienziati possono dimostrare che in teoria c’è stata, in una
data specie, mutazione e cambiamento, ma in assenza di specifiche prove
fossili, come fanno a sentenziare che è stato davvero così?
Allora, qual è la verità a proposito del darvinismo? Per trovare una
risposta dobbiamo andare a esaminare le diatribe che divampano tra gli
stessi evoluzionisti, nonché un libro che vuole «spiegare le attuali
controversie» e «denunciare le brame filosofiche e persino religiose che
hanno fuorviato i dibattiti tra gli scienziati».51 Daniel C. Dennett, autore di
Darwin’s Dangerous Idea , è tra i massimi filosofi del nostro tempo, con
approfondite esperienze nei campi evoluzionistico e della genetica. In
questo suo libro egli tenta di smentire il “mito” (di nuovo questo
temutissimo termine) secondo cui i concetti base del darvinismo, enunciati
chiaramente da scienziati della portata di Richard Dawkins, siano stati
confutati dall’insigne scienziato americano Stephen Jay Gould. Il concetto
generale del libro è che il darvinismo è vivo e vegeto; in realtà, però,
Dennett ci mostra le divisioni in atto tra gli uomini di scienza.
Appare significativo che uno dei settori di maggiore controversia sia
quello del cosiddetto “adattavismo” - che non è un processo genetico bensì
un approccio utilizzato da taluni darvinisti per giungere, mediante
ragionamenti deduttivi a efficaci conclusioni scorciatoia. Il problema è se
questo genere di approccio sia scientificamente valido. Dennett sostiene in
modo eloquente che nel campo evoluzionistico l’adattavismo è un
approccio valido e utile - ma il fatto che sia oggetto di discussione ci fa
capire che non si tratta di un approccio normalmente accettabile nell’ambito
di altre discipline scientifiche.
La controversia intorno all’adattavismo riguarda la semantica, ma nel suo
libro Dennett si preoccupa soprattutto di accusare alcuni dei più eminenti
uomini di scienza contemporanei - tra i quali Stephen Jay Gould, Roger
Penrose e il linguista Noam Chomsky - di una intrinseca incapacità di
accettare finanche i criteri basilari della teoria darvinista. Un’accusa
esplosiva.
Cominciamo da Gould. Dennett sostiene che i suoi commenti sono stati
presi e manipolati allo scopo di attaccare il darvinismo ortodosso. Nel
tentativo di capire perché mai Gould non sia intervenuto per correggere tali
fuorvianti interpretazioni, giunge alla conclusione che, in fondo, Gould non
ha sufficientemente fede nelle idee darviniste laddove intendono spiegare
l’evoluzione nella sua interezza. Dennett segnala analoghe riluttanze in
Chomsky e in Penrose, ma qui bisogna scendere nei particolari.
Noam Chomsky è il massimo esperto mondiale di linguistica. Il suo è un
lavoro pionieristico che ha dimostrato come la struttura linguistica - la
capacità di acquisire un linguaggio attraverso la comunicazione dei genitori
- è innata nell’infante. Con grande disappunto degli psicologi, Chomsky ha
spostato la questione della lingua dalla teoria dell’apprendimento alla teoria
evoluzionistica - cioè, ha posto l’interrogativo di come abbia potuto la
grammatica universale evolvere in quanto funzione biologica cerebrale?
Come sottolinea Dennett, non esiste di per sé alcun motivo che possa avere
impedito alla facoltà di acquisizione del linguaggio di affermarsi mediante la
selezione naturale. Eppure, Chomsky prende le distanze da una simile
conclusione. Come mai?
Secondo Roger Penrose, il cervello nel suo insieme è un mistero
evolutivo. Il darvinismo ortodosso attribuisce tutte le funzioni cerebrali a un
insieme di algoritmi (procedure meccaniche che si susseguono fase dopo
fase), simili a quelle di un computer intelligente. Penrose, però, ritiene che il
cervello funzioni a un livello assai più elevato: «Sono assolutamente
convinto della potenza della selezione naturale. Ma non vedo come la
selezione naturale, di per sé, possa far evolvere algoritmi in grado di
detenere giudizi coscienti della validità di altri algoritmi di cui sembriamo
essere dotati».52
Per quanto incredibile possa sembrare, Roger Penrose ha abbandonato la
selezione naturale e sembra essersi messo a studiare un approccio
radicalmente nuovo al mistero del cervello umano passando per la fisica
quantistica.
Dunque, non è tutto rose e fiori nel darvinismo. Questo vuol forse dire
che è defunto? Niente affatto, giacché ha molto da offrire nel campo
dell’evoluzionismo in genere. È soltanto quando viene applicato al genere
umano che incominciano le diatribe. Come si spiega che eminenti scienziati
quali Gould - a suo tempo addirittura definito «il poeta laureato americano
dell’evoluzionismo» - si sentono così a disagio quando si tratta di affrontare
temi quali l’evoluzione del genere umano? La grande forza del darvinismo,
stando a sostenitori quali Dawkins, sta nel fatto che avendo sufficiente
tempo la selezione naturale può spiegare tutto e qualsiasi cosa. Allora il
problema di fondo è la mancanza di tempo?
Stephen Jay Gould ha accennato alla «frastornante improbabilità
dell’evoluzione umana».53 Se come punto di avvio prendiamo una scimmia,
per farla evolvere in un uomo sono necessari molti ed enormi balzi
evolutivi (il prossimo capitolo tratterà a fondo questo aspetto). I genetisti
concordano sul fatto che la mutazione è il meccanismo evolutivo, ma
concordano anche nell’asserire che nella stragrande maggioranza le
mutazioni sono negative. E che al meccanismo della mutazione occorre
parecchio tempo, giacché le mutazioni che sfociano in grandi cambiamenti
sono particolarmente pericolose per una specie, e dunque è improbabile che
perdurino nel tempo. Inoltre, dicono, se una mutazione positiva deve finire
col caratterizzare una specie, lo farà soltanto nelle migliori circostanze,
laddove un piccolo numero di individui si isola dagli altri. È dunque questo
insieme di fattori improbabili, associato al breve periodo di 6 milioni di anni
attribuito all’uomo per evolvere dalla scimmia, che provoca tanto disagio ai
nostri massimi scienziati? Come sostiene un vecchio adagio irlandese, da un
bottiglia di mezzo litro non ci cavi un litro.
Un fatto è certo: il genere umano esiste. Ed è un fatto che va spiegato. Gli
uomini di religione hanno sollevato svariati e validi interrogativi intorno
all’idea darvinista; per esempio, si sono chiesti come sia possibile che
organi incredibilmente complessi quali l’occhio, l’orecchio e il cervello si
siano evoluti simultaneamente. Poi si rivolgono ai loro libri sacri e scoprono
che l’uomo è stato creato da Dio. Ma le religioni non hanno un solo
argomento scientifico, razionale e positivo a sostegno di questa asserzione.
Esse accusano gli scienziati di prestare fede al mito darvinista, ma a loro
volta sono colpevoli di credere in un mito, quello della “verità rivelata”
riguardante la creazione divina.
La scienza non può ignorare il fatto che l’uomo sul pianeta Terra c’è.
L’unico meccanismo che sia stato proposto per spiegare questa realtà è la
teoria di Darwin sull’evoluzione mediante selezione naturale. E siccome
sembra essere l’unica alternativa alla creazione divina, gli scienziati hanno
istintivamente costretto la teoria ad adeguarsi ai fatti e viceversa. Un
paradigma scientifico piuttosto comodo. Senza alcun dubbio, il darvinismo
propone molte verità quando si riferisce al mondo animale, ma è subito
assediato da seri dubbi quando viene applicato all’uomo.
Questi due opposti e arroccati schieramenti ci pongono dritti in un vicolo
cieco intellettuale. Le tesi e controtesi religiose e scientifiche si rincorrono in
un incessante girotondo, e non approdano a nulla. E allora, come spiegare il
fatto che siamo qui? Esiste un’alternativa che possa farci uscire dal vicolo
cieco? Sovente, un problema apparentemente senza soluzioni ha invece
risposte semplici, tali da far evaporare il problema stesso come nebbia al
sole. Ma questo comporta inevitabilmente un modo nuovo di guardare al
problema, nonché la rimozione di presupposti errati o di costrizioni. Forse è
arrivato il tempo di tornare a considerare, per risolvere il mistero, l’esistenza
di dèi in carne e ossa.

PROSPETTIVE TECNOLOGICHE
[Il Signore] gli disse ancora: «Esci e fermati sulla montagna dinanzi al
Signore: ecco che il Signore sta passando». Un vento impetuoso e forte da
fondere le montagne e spezzare le pietre andava davanti al Signore: non era
nel vento il Signore. E dopo il vento, un terremoto: non era nel terremoto il
Signore. E dopo il terremoto, un fuoco: non era nel fuoco il Signore. E
dopo il fuoco, una voce, un sussurro sottile. E avvenne che, appena Elia
l’ebbe inteso, si coprì la faccia con il suo mantello, quindi uscì e si fermò
all’ingresso della grotta […].54
È il resoconto del primo incontro di Elia con il Signore, che per fortuna la
Bibbia ha tramandato fino a noi anche se il suo significato non è stato
certamente capito bene. Non meraviglia che racconti del genere siano stati
bollati come miti. Ma nella nostra generazione, per la prima volta, proprio
in miti come questi possiamo cogliere indizi di tecnologie progredite. È
soltanto nel XX secolo, infatti, che siamo arrivati a sviluppare il motore a
reazione e l’aeroplano, invenzioni che ci consentono di interpretare la
“visione di Elia”. Certo, non dobbiamo pretendere che migliaia di anni fa
fossero in grado di ricorrere all’odierna terminologia tecnologica, anche i
pellerossa chiamavano “cavallo di ferro” il treno. Provate per un attimo a
immaginare come ve la cavereste se vi chiedessero di descrivere un
computer adoperando il vocabolario in uso cento anni prima che il
computer fosse inventato!
Rileggiamo la visione di Elia da un punto di vista tecnologico, e
chiediamoci quale sia il fenomeno che ci viene descritto. Fossimo vissuti a
quel tempo, privi delle terminologie del XX secolo, non avremmo trovato
un modo migliore per descrivere l’atterraggio in verticale di un jet.
Insieme alla caterva di storie di divinità volanti, ce ne sono di altrettanto
abbondanti che riguardano la creazione operata dagli dèi, non da Dio. Un
secolo fa la genetica era una scienza sconosciuta, e sarebbe quindi stato
ridicolo suggerire che la creazione divina in realtà è avvenuta mediante
procedimenti fisici, genetici. Oggi quest’idea non può essere accantonata
con la stessa facilità. Nel XX secolo si è avuto un grande incremento di
persone che ritengono plausibile l’esistenza di intelligenze extraterrestri. I
nostri sempre più perfezionati telescopi, le scoperte rese possibili dalle
nostre sonde spaziali, l’utilizzo di potentissimi computer in grado di
elaborare la molteplicità dei dati raccolti, ci hanno consentito di esplorare la
nostra galassia e di capirla come mai prima era potuto accadere.
Scettici del passato, quali il celebre scienziato Carl Sagan, ora si
dichiarano convinti della possibile esistenza di forme di vita intelligenti
extraterrestri. Sappiamo adesso dell’esistenza di miriadi di stelle e di pianeti
simili alla Terra, e abbiamo potuto capire che l’universo contiene in
abbondanza gli ingredienti fondamentali necessari alla vita. Nel 1989
l’agenzia spaziale americana nasa annunciò un progetto per la prima ricerca
sistematica di forme di intelligenza extraterrestri (progetto seti), con
investimenti di cento milioni di dollari su un periodo di dieci anni.55
Possiamo capire quanto seriamente questo progetto venga preso dal fatto
che un preciso codice di comportamento seti è stato predisposto
dall’Accademia Internazionale di Astronautica.
Cosa scoprirà seti? Probabilmente nulla: la sua è la ricerca del proverbiale
ago nel pagliaio. Ma, se come asserisce la Bibbia, furono Elohim - gli Ilu
ovvero “coloro che sono nobili, elevati” - a crearci a loro immagine e
somiglianza, allora non ci sarà da stupirci se seti troverà nello spazio la
nostra specie e non qualche mostriciattolo con gli occhi da scarafaggio. Può
ben essere che l’evoluzione capace di portare alla consapevolezza di sé sia
talmente improbabile da essere accaduta una volta soltanto nella nostra
galassia, e che noi si sia dunque un ramo e non la fonte primaria. Può
addirittura essere che il concetto di “alieni” e di “extraterrestri” si basi su
una falsa premessa.
Anche nel Libro di Ezechiele nell’Antico Testamento troviamo resoconti
di strane visioni tecnologiche.56 Ezechiele era sacerdote tra gli Ebrei
deportati in Babilonia al tempo del primo esilio, nel 597 a.C. Cinque anni
più tardi ebbe la prima di una straordinaria serie di “visioni”, che si
ripeterono lungo un arco di diciannove anni. Possiamo immaginarci il senso
di frustrazione che dovette provare quando, con la terminologia di cui
disponeva, tentò di descrivere qualcosa che andava ben oltre ogni sua
capacità di comprensione:
Guardai, ed ecco un vento di uragano che veniva dal nord, una grande
nube e un fuoco turbinoso, che emetteva bagliori all’intorno e in mezzo al
quale era qualcosa, come il balenio del fulmine. Al centro, appariva la
sagoma di quattro esseri viventi. Questo era il loro aspetto: avevano figura
d’uomo, con quattro sembianze ciascuno e quattro ali. Le loro gambe erano
dritte e la pianta dei loro piedi simile alla pianta dei piedi di un vitello e
risplendevano come il fulgore di un lucido bronzo. Sotto le loro ali
apparivano delle mani d’uomo, ai loro quattro lati; e tutti e quattro avevano
le loro sembianze e le loro ali. Nel loro andare avanti non si giravano;
ciascuno andava diritto davanti a sé.
Guardai, ed ecco, una ruota al suolo presso i viventi, accanto a tutti e
quattro. L’aspetto delle ruote e la loro struttura era come lo splendore del
crisolito: avevano tutte e quattro una medesima forma, per la loro struttura
apparivano come se una ruota fosse dentro l’altra. Si muovevano nelle loro
quattro direzioni: nel loro muoversi non si voltavano. I loro cerchi erano
imponenti e incutevano timore e i loro assi erano pieni di occhi all’intorno,
per ognuna delle quattro ruote.
Quando quelli si muovevano, si muovevano anche le ruote; quando quelli
si fermavano, si fermavano anch’esse; e quando quelli si innalzavano da
terra, si innalzavano le ruote insieme ad essi, poiché lo spirito dei viventi era
nelle ruote.57
Succede qualche volta che uno scienziato prenda le distanze dal modo
tradizionale e accademico di vedere le cose. Nel 1968, in seguito alla
pubblicazione del libro di Erich von Daniken Chariots of the Gods, un
ingegnere della nasa, Josef Blumrich, decise di esaminare a fondo tutti dati
disponibili allo scopo di smentire la tesi di Daniken, laddove sostiene che
Ezechiele aveva visto una nave spaziale:
Lessi Chariots of the Gods con la presunzione di chi ha già deciso che
quelle erano tutte emerite sciocchezze. Ma grazie all’abbondante
documentazione fornita da von Daniken, quando giunsi alla descrizione
delle caratteristiche tecniche della visione di Ezechiele, mi ritrovai su un
terreno che mi vedeva buon interlocutore, per così dire - molto difatti, ho
dedicato gran parte della mia vita alla progettazione e alla costruzione di
veicoli e navi spaziali. Così, ho tirato fuori una Bibbia e mi sono letto tutto
il testo, convintissimo che sarei riuscito a smentire e a distruggere Daniken
nel giro di pochi minuti.58
Quanto a credenziali Josef Blumrich non difettava certo: ingegnere capo
alla nasa, era molto coinvolto nella progettazione dello Skylab e dello Space
Shuttle. Nel 1972 aveva perfino ricevuto - fatto non certo frequente - la
decorazione della nasa per eccezionali meriti di servizio, accordatagli per il
suo particolare contributo ai progetti Saturno e Apollo. Dopo un lungo
periodo di ricerche a cui si dedicò nel tempo libero, lo scettico Blumrich
diventò Blumrich il convertito, e nel 1973 pubblicò il suo libro intitolato
The Spaceships of Ezekiel.
Grazie alle sue ricerche Blumrich poté elaborare sia la forma sia le
dimensioni della nave osservata da Ezechiele, e individuò molte
caratteristiche determinanti, quali le lame dei rotori, le carenature, i sostegni
di atterraggio e le ruote retrattili.
Concluse inoltre che la forma della nave era essenzialmente quella che gli
ingegneri della nasa definiscono come la più compatibile con gli
spostamenti orbitali, ascensionali e discensionali all’interno dell’atmosfera
descritti da Ezechiele. Il disegno che egli ha fatto della nave (fig. 1) la
mostra simile a una capsula Gemini o Apollo, con l’aggiunta di congegni
tipo elicottero che avevano lo scopo di rendere più dolce la discesa e il volo
nell’atmosfera.

Fig. 1. La nave descritta da Ezechiele è simile a una capsula Gemini o


Apollo.
Blumrich ha scritto:
I congegni tipo elicottero sono caratterizzati da aspetti quali le ali
pieghevoli che possono mutare posizione, e la particolare disposizione dei
razzi di controllo. Tutte queste proprietà sono in grado di interagire e non
paiono lasciare spazio a problemi non risolti, segnalano in modo
inconfutabile una progettazione di elevata competenza […].59
Dispositivi moderni del genere osservato da Elia e da Ezechiele non li
troviamo descritti soltanto nei testi antichi, ma anche in disegni, dipinti e
riproduzioni in metallo. Influenzati dal loro proprio sistema sociale e dalla
loro peculiare cultura, gli Ebrei - usi a vivere sulla terraferma - descrissero
quei velivoli come “carri”, mentre gli Egiziani abituati a solcare le acque li
definirono “barche celesti”. Ancora, i Cinesi li scambiarono per draghi.
Con il passare del tempo tutti questi riferimenti assunsero connotazioni
religiose, quali “gloria” o “spirito” del Signore. In passato è stato comodo
etichettare come “mito” tutto ciò che non si riusciva a capire, ma oggi non
possiamo accampare scuse del genere. Se continueremo a ignorare
ciecamente le prove che abbiamo sotto gli occhi, il nostro modo di pensare
non sarà più evoluto di quello che nella Nuova Guinea ha reso possibile il
Cargo Cult.
È ormai tempo di ammettere che i miti sono le cronache della prima
preistoria del genere umano, e di andare a cercarvi le verità che vi si
nascondono.

LA PAURA DEGLI ANTICHI ASTRONAUTI

Si pensa di solito che l’ipotesi di interventi da parte di dèi extraterrestri -


la teoria cosiddetta degli “antichi astronauti” - sia stata totalmente screditata.
C’è da chiedersi come abbia fatto una menzogna del genere a diffondersi.
Se ci fermiamo un istante a considerare come veniamo influenzati nelle cose
in cui crediamo - mediante i libri, i giornali, le riviste, la televisione - ci
appare subito evidente come in molti campi, soprattutto in quello
scientifico, le nostre percezioni si basino sul parere di “esperti”, i quali - di
solito scienziati importanti - sono esseri umani esattamente come noi e
hanno carriere a cui dare attenzione e famiglie da mantenere.
Sin dai suoi esordi, il giovane scienziato è costretto a scegliersi una
specializzazione in un settore che si fa sempre più specialistico man mano
che si amplia la conoscenza scientifica dell’uomo. Diventa un esperto in un
campo di solito ben consolidato, nel quale le attività procedono secondo
paradigmi assai rigidi. In ogni campo esistono pubblicazioni e teorie
talmente “ufficiali” che non c’è nulla da guadagnare (e tutto da perdere) per
il cane sciolto che si prova a mettere in discussione lo status quo. Il
progresso scientifico si ottiene dunque costruendo sopra ciò che è già da
tempo sancito. Non giova alla carriera disfare la Montagna della conoscenza
per ricominciare da capo.
Gli scienziati che ci parlano dei media sono di norma ambiziosi, esperti
all’interno di un ristrettissimo settore della loro disciplina. Non sono
persone ottuse, hanno solo poco tempo da dedicare agli interscambi con le
altre discipline della scienza. Questa gente, a quali credenze si rifà? Quasi
tutti i campi della scienza sono da centinaia di anni soggetti a studio e hanno
costruito un certo numero di leggi rigide e di granitici presupposti. Per
esempio: la vita ha avuto inizio sulla Terra, e tutto ciò che esiste sulla Terra
si è evoluto da quell’inizio; la vita sulla Terra è l’unica possibile, quindi non
può esserci vita intelligente su altri pianeti; ogni aspetto che oggi
riscontriamo sul pianeta e nel sistema solare si è gradatamente formato
lungo un arco di milioni di anni, senza l’intervento di alcun cataclisma
improvviso.
Questi pochi, semplici presupposti influenzano in modo fondamentale
dozzine di vitali settori scientifici - biologia, genetica, geologia, geografia,
per menzionarne solo qualcuno. Siamo giunti a un momento della storia
dove ormai è sin troppo evidente che taluni di questi presupposti sono
errati. Per esempio, diventa sempre più chiaro che sono stati proprio i
cataclismi a plasmare molte parti della Terra e del sistema solare. Ma anche
lì dove le prove di ciò appaiono evidentissime, l’ establishment scientifico si
dimostra incredibilmente conservatore nell’affrontare idee nuove, idee
capaci di sovvertire quelle vecchie.
Quando diamo la nostra fiducia all’esperto che compare in televisione, in
realtà la stiamo dando alle rigide leggi e ai granitici presupposti che da
qualche secolo a questa parte strutturano il suo specifico settore scientifico.
Non possiamo incolpare lo scienziato per l’insieme di credenze a cui deve
dare voce se vuole meritarsi il rispetto dei suoi colleghi. D’altronde, gli
studiosi che spaziano su più campi della scienza hanno una mentalità più
aperta, ma per definizione non sono scienziati; pertanto, non vengono
considerati esperti e non vengono invitati ai dibattiti. Ecco allora che la
nostra dose quotidiana di conoscenza è fatta di paradigmi - paradigmi e
ancora paradigmi.
Non è certo stato arduo, in passato, screditare la teoria cosiddetta degli
“antichi astronauti”. Il nome stesso evoca immagini di alieni di vario genere
chiusi nelle loro tute spaziali che arrivano per fuggevoli visite e poi se ne
ripartono come tanti frettolosi turisti intergalattici. Un’immagine che troppo
semplifica e sminuisce il lavoro costruttivo e vario compiuto in questo
settore. Resisterò in questo libro alla tentazione di ricorrere all’espressione
“antichi astronauti”, e adopererò il meno controverso termine di
“interventismo”, tanto per prendere a prestito un vocabolo dalla politica.
Definisce il ruolo degli dèi laddove fecero geneticamente progredire
l’ominide (uomo scimmia) a Homo sapiens (uomo sapiente).60
Il più celebre assertore dell’interventismo è Erich von Daniken, il cui
libro Chariots of the Gods nel 196961 catturò la fantasia dei media mondiali.
Molti di noi ricordano quei giorni pieni di eccitazione e si chiedono cosa sia
mai accaduto a von Daniken. C’è chi pensa che alcune delle prove da lui
prodotte fossero dei falsi o quanto meno degli errori, ma chi può dire se ciò
sia mito o verità? Pare che per più di dieci anni von Daniken sia stato messo
all’indice dagli editori inglesi e americani - sino a pochissimo tempo fa i
suoi libri sono stati stampati unicamente in tedesco.
Le idee di von Daniken provocarono immediati e violentissimi attacchi
provenienti da ogni direzione. Chi li orchestrò? L’ establishment religioso -
per ovvi motivi - e gli esperti scientifici sorretti da tutte le loro ben
consolidate idee conservatrici. Del resto, chi avrebbe osato scendere
nell’arena per sostenere von Daniken? Soltanto i milioni di lettori che
acquistavano i suoi libri; dopo tutto, loro non rischiavano preziose carriere!
Non sorprende certo che il “dilettante” von Daniken sembri essere uscito
sconfitto dallo scontro, sopraffatto dal formidabile schieramento degli
“esperti”. Non ci fu mai un dibattito equo e approfondito, solo insulti a
raffica. Da allora, esiste un forte pregiudizio riguardo la teoria interventista.
Provatevi a visitare alcune delle misteriose località di cui scrisse von
Daniken; nelle guide turistiche troverete descritte tutta una serie di teorie,
compresa quella degli “astronauti”, trattata però come una stramberia. Così,
anche molti libri di storia accennano a dèi arrivati in aiuto delle prime
comunità umane, ma solo per bollare queste storie come mitologia.
Vorrebbero farci credere che i nostri antenati primitivi nutrivano un grande
timore reverenziale verso i fenomeni naturali, e che erano dotati di una
immaginazione sfrenata forse resa ancora più tale dall’assunzione di
allucinogeni. Ma quegli stessi libri ci dicono anche quanto quelle società
fossero progredite.
Ecco dunque che oggi celebri scienziati e filosofi dichiarano
ardimentosamente che non esiste alcuna prova a sostegno dell’ipotesi di
interventi extraterrestri. Ma una palese menzogna del genere come fa ad
affermarsi e a diffondersi? In parte grazie ai paradigmi e al pregiudizio, ma
anche grazie alla pura e semplice ignoranza. Nell’ultimo ventennio gli
interventisti se ne sono rimasti tranquilli. A eccezione di von Daniken nei
paesi di lingua tedesca, la teoria interventista non ha avuto voce. Scoperte
importanti non sono state pertanto prese in considerazione dalla comunità
scientifica internazionale. Non si tratta di una cospirazione, ma proprio di
un caso di ipotesi ben documentate sommerse da una marea di macchinose
teorie.
Ciò nonostante, l’opposizione all’ipotesi interventista non è motivata
soltanto dall’ignoranza. Uno dei suoi aspetti più discutibili consiste nel fatto
che può essere utilizzata per spiegare praticamente tutto. Il che è
sicuramente una buona cosa - dopo tutto stiamo cercando la verità
definitiva, giusto? Purtroppo, non è così semplice.
Torniamo alla nostra Montagna della conoscenza e proviamo a fare un
gioco che si chiama “sincerità”. L’uomo sulla vetta più alta dice ai suoi
rivali: «Venite con me e vi mostrerò una montagna ancora più alta, la
Montagna degli dèi!». Poi, rivolgendosi al teologo gli dice: «Puoi portarti
tutti i tuoi libri sacri e tutte le cose in cui credi». Ma cosa risponde l’onesto
teologo? «Mi spiace, ma se ti seguo sulla Montagna degli dèi, tu
comprometti le fondamenta stesse della mia religione. Il mio strumento di
lavoro è la Bibbia; se la riscrivo ho chiuso!».
L’uomo rivolge lo stesso invito allo scienziato. E cosa replica l’onesto
scienziato? «Spiacente, ma su questo pianeta ci siamo da 4,6 miliardi di
anni, il che mi dà una solido apparato cronologico su cui basare le mie
teorie scientifiche. Se dovessi accettare l’interventismo, la mia cronologia
posso anche buttarla dalla finestra. E allora, come farei a elaborare le mie
teorie, le mie prove scientifiche? Mi toccherebbe chiudere bottega! La
scienza mi permette di guadagnarmi bene da vivere, quindi preferisco
rimanermene qui dove sono».
Darwin ha messo in moto proprio un bel treno della cuccagna. Le
controversie sull’origine della specie, particolarmente riguardo l’Homo
sapiens, continuano a promuovere la vendita di milioni di libri e rendono la
vita agevole a non poche persone. È commercialmente comprensibile che si
voglia far perdurare il mistero. I darvinisti si sono intrappolati in un vicolo
cieco intellettuale, ma questo non fa che renderli ancora più accaniti - la loro
inventiva non conosce limiti. D’altra parte, in quel vicolo cieco c’è ancora
parecchio spazio e occorrerà parecchio tempo prima che qualcuno si
accorga che stanno tutti rincorrendosi la coda.
Erich von Daniken ha messo in pericolo il treno della cuccagna
minacciando di fermarlo: non subito, ma prima o poi. Le sue idee forse
apparivano congetturali, ma era solo questione di tempo e qualcuno sarebbe
intervenuto per dare ordine alle risposte. Giacché le risposte non mancano.
E dunque non lasciamoci risucchiare nel mito secondo il quale la vita deve
rimanere un grandissimo mistero.
Vi siete mai chiesti come mai gli scaffali delle librerie sono pieni zeppi di
misteri irrisolti? Non vi pare strano il fatto che siamo in grado di far arrivare
l’uomo sulla Luna, ma non sappiamo da dove provenga la Luna stessa?
Non è curioso che stiamo mappando il genoma dell’uomo, ma non
sappiamo spiegare l’origine delle diverse razze umane?
Le indagini di tipo tradizionale non sono servite granché nella soluzione
di questi misteri.
Che dire delle piramidi, di Stonehenge, dell’origine delle antiche civiltà e
della loro notevole sapienza? Che dire della stessa Terra e del sistema solare
- tutta un’industria editoriale si è sviluppata grazie a questi misteri. Ma è
un’industria che ha da tempo rinunciato a cercare di risolverli, ripiegando
su mere descrizioni e congetture. Oggi è raro trovare un qualche serio
tentativo di spiegare l’origine di tutti questi misteri; fa comodo un po’ a tutti
apporre un bel timbro di “senza soluzione” sulla pratica e chiudere il caso.
È tempo di rivedere i nostri paradigmi. Scienza e religione, le pietre
angolari della società odierna, stanno fossilizzandosi. A volte una
rivoluzione scientifica è necessaria. Tolomeo, astronomo in Alessandria nel
ii secolo, pensò che il Sole, la Luna e cinque pianeti ruotassero intorno alla
Terra. Questa sua teoria “scientifica” è rimasta salda per ben 1300 anni
prima che Copernico la smantellasse. Un bell’esempio della fallibilità
umana.
Nei quindici capitoli che seguiranno, correggerò il mito riguardante
l’interventismo riunendo in un unico volume la migliore documentazione a
favore di questa teoria. Non sarà affatto una trattazione generica.
Diversamente dal darvinismo, che si è concentrato sulla domanda «poteva
succedere?», la teoria interventista è sufficientemente progredita da potersi
chiedere «è davvero accaduto?». Porrò interrogativi precisi: chi, dove,
quando e perché. Data la controversia che sicuramente esploderà, questo
approccio è l’unico possibile.
Ma si può dire scientifico il mio approccio? Il termine “scientifico” trova
diverse definizioni, come abbiamo già potuto vedere nella contrapposizione
all’interno del darvinismo tra adattavisti e puristi. Preferisco pensare a
questo libro come a un processo all’interventismo. Ho scelto l’approccio
della persuasione e dell’accumulo di prove che vadano “oltre ogni
ragionevole dubbio”. Sta poi a voi tutti - alla giuria - decidere.
CONCLUSIONI

⊕ Ogni mito - sia esso scientifico, religioso o riferito alle tradizioni


antiche - racchiude elementi di verità storica.
⊕ La Bibbia e i Testi delle Piramidi contengono riferimenti a una
molteplicità di dèi in carne e ossa, che utilizzavano una tecnologia simile a
quella del XX secolo.
⊕ La selezione naturale funziona nella teoria, ma nella pratica il periodo
entro il quale viene collocata la comparsa dell’Homo sapiens provoca seri
disagi ai nostri massimi scienziati.
⊕ Il termine “dèi” è usato nel prosieguo di questo libro per indicare esseri
in carne e ossa, tecnologicamente progrediti, i quali ci crearono a loro
immagine e somiglianza, e che pertanto sono fisicamente simili a noi.
1 N. Copernico, De revolutionibus orbium coelestium (1543).
2 K. Armstrong, Storia di Dio, Padova, Marsilio, 1998, Capitolo 5.
3 Collins Dictionary of the English Language, London-Glasgow, 1979.
4 Genesi 1, 1-2.
5 Esempi di testi apocrifi sono il Libro di Enoch, gli ulteriori libri di Ezra, l’Ascensione di Mosè,
il Libro dei Giubilei, gli Atti e il Vangelo di Tommaso.
6 Il Pentateuco comprende Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio. Un quadro storico
del Pentateuco si trova in Armstrong, Storia di Dio, cit., Capitoli 1 e 2.
7 Vedi Capitolo 7 che tratta le analogie con l’Enuma Elish babilonese.
8 Vedi per esempio il Capitolo 12 dove si tratta della creazione dell’uomo e della donna.
9 Genesi 6, 5-7.
10 Ivi, 18, 20-21.
11 Vedi Giosuè. Nei Numeri, 21,14 ci sono persino riferimenti dell’esistenza in quel tempo di un
Libro delle guerre del Signore.
12 Vedi Genesi 18 (con Abramo), Esodo (con Mosè), Genesi 26, 24 (con Isacco).
13 Il Signore lotta con Isacco in Genesi 32, 24-30.
14 Il Signore manifesta quelle che oggi definiremmo inaccettabili discriminazioni verso gli
omosessuali (Levitico 20), i gobbi e i nani (Levitico 21, 18-23).
15 K. Armstrong, Storia di Dio, cit., Capitolo 1. Vedi anche Giosuè 24.
16 K. Armstrong, Storia di Dio, cit., Capitolo 2.
17 Genesi 1, 26.
18 K. Armstrong, Storia di Dio, cit., Capitolo 2.
19 Il nome Mesopotamia ha origine greca e significa “la terra tra i fiumi”.
20 L’Enuma Elish è noto anche come Epica della Creazione. La tavoletta illustrata nella tavola 64
si trova presso il British Museum, reperto W A K 3473, Later Mesopotamia Gallery.
21 Enuma Elish, tavoletta V, riga 65.
22 Citato in Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, Edizioni Piemme, 1998, Capitolo 12.
23 Genesi 2, 7.
24 Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 12.
25 Genesi 2, 21-22.
26 Z. Sitchin, Genesis Rivisited, New York, Avon Books, 1990, Capitolo 9, p. 185. L’operazione
sembra essere stata assai complessa, e viene avanzata l’opinione che qualcosa d’altro, forse
midollo osseo, sia stato necessario.
27 Il testo Atra-Hasis è stato ricavato da fonti sia babilonesi sia assire. Vedi A. Heidel, The
Gilgamesh Epic and Old Testament Parallels, University of Chicago Press, 1949, p. 106.
28 Ivi, pp. 115-6.
29 Z. Sitchin, Genesis Rivisited, cit., Capitolo 8, pp. 161-2.
30 Genesi 2, 5.
31 Citato in Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 11.
32 Ivi, p. 334.
33 Per un’analisi particolareggiata dell’Epopea di Gilgamesh, vedi A. Heidel, The Gilgamesh
Epic, cit. La tavola 65 mostra la tavoletta 11 che si trova presso il British Museum, reperto W A
K 3375, nella Later Mesopotamia Gallery.
34 K. Armstrong, Storia di Dio, cit., Capitolo 5.
35 Per ulteriori particolari riguardanti il Cargo Cult, vedi P. Worsley, The Trumpet Shall Sound -
A Study of ‘Cargo’ Cults in Melanesia, New York, Schoken Books, 1968; e anche K. Calvert,
Cargo Cult Mentality and Development in the New Hebrides Today, in A. Mamak - G. McCall (a
cura di), Paradise Postponed, Oxford Pergamon Press, 1978.
36 La parola geroglifico proviene dal greco hieros, “sacro” e glufos, “segno inciso”.
37 I Testi delle Piramidi sono versi che si ripetono, scolpiti o dipinti su muri e corridoi delle
piramidi di Unas, Teti, Pepi I, Merenra, e Pepi II (c. 2350-2108 a.C.).
38 La parola egiziana tradotta con “posatoio” significa un sostegno elevato usato di solito per i
volatili.
39 Per diversi altri esempi del genere, vedi R. Faulkner, The Ancient Egyptian Coffin Texts
Volume II, Aris-Warminster, Phillips Ltd, 1977. In particolare, questi versi sono citati in Z.
Sitchin, The Stairway to Heaven, New York, Avon Books, 1980, Capitolo IV,pp. 63-4.
40 Esodo 19, 16-18.
41 Ivi, 24, 16-17.
42 Ivi, 34, 29-30.
43 Ivi, 19, 12-13.
44 Ivi, 25, 8-9.
45 Ivi, 25, 22.
46 Ivi, 33, 3.
47 Ivi, 40, 21.
48 La potenza dell’Arca viene percepita da Uzzah in Samuele II, 6, 6-7; dai Filistei in Samuele I,
4 e 5, 10-12; e dagli uomini di Beth Shemesh in Samuele I, 6, 19.
49 Talune religioni asseriscono che l’Esodo è stato scritto proprio al tempo dell’esodo, vale a dire
intorno al 1400 a.C., ma studiosi meno di parte fanno risalire il testo a circa l’VIII secolo a.C.,
cioè al medesimo periodo del Pentateuco che ebbe la sua definitiva collazione intorno al 500 a.C.
50 Etana, Adapa, Enoch, Elia, Ezechiele, Mosè e Sansone: tutti questi personaggi hanno sostenuto
di aver potuto ascendere al Cielo con l’autorizzazione della loro divinità. Vedi anche le antiche
storie indiane dei “vimana” volanti: R. Thompson, Alien Identities, San Diego, Govardhan Hill,
1993.
51 D. C. Dennet, Darwin’s Dangerous Idea, London, Penguin, 1995, commento introduttivo.
52 R. Penrose, The Emperor’s New Mind Concerning Computers, Minds, and the Law of Physics,
Oxford University Press, 1989, p. 414.
53 S. Gould, Wonderful Life: The Burgess Shale and the Nature of History, New York, Norton,
1989, commento introduttivo.
54 I Re 19, 11-13.
55 Il progetto SETI incontrò in seguito problemi di finanziamento e venne ridotto nel 1993. Oggi
prosegue grazie soprattutto a contributi privati.
56 Taluni esperti ritengono che il Libro di Ezechiele possa essere opera di più di un autore, e ciò a
causa dell’alternanza tra strane visioni tecnologiche di Dio e profezie riguardanti Israele,
apparentemente slegate dalle prime.
57 Estratti da Ezechiele 1, 4-21. La crisolite è un cristallo naturale, duro, di colore giallo
verdastro.
58 J. Blumrich, The Spaceships of Ezechiel, Bantam Books, 1973.
59 Ibid.
60 Il termine Homo sapiens è collegato a capacità craniche più evolute (vedi Capitolo 2).
61 E. von Daniken, Chariots of the Gods, Souvenir Press, 1969. Vedi anche Brinsley Le Poer
Trench, The Sky People, Neville Spearman, 1960 e W. Drake, Gods or Spacemen?, Amherst
Press, 1964.
2
L'UOMO, IL DISADATTATO
DELL'EVOLUZIONE
IDEE PERICOLOSE

Nel novembre 1859 Charles Darwin pubblicò un’idea pericolosissima -


ipotizzò che tutte le creature viventi si sono evolute grazie a un processo di
selezione naturale.1 Sebbene la dissertazione di Darwin non contenesse
quasi alcun riferimento al genere umano, le implicazioni erano inevitabili e
condussero a un mutamento radicale nel modo che l’uomo ha di
considerare se stesso. In un solo colpo Darwin ci trasformò da esseri creati
da Dio a scimmie che si sono evolute grazie al freddo meccanismo della
selezione naturale.
Quest’idea era talmente pericolosa per l’establishment religioso, che nel
1925 un maestro di scuola del Tennessee, John Scopes, venne processato
con l’accusa di avere insegnato proprio la nuova “teoria dell’evoluzione” di
Darwin. In quello che è rimasto un caso famoso, i teologi di allora
riportarono una vittoria schiacciante. Ma poi il pensiero darvinista si è preso
delle belle rivincite. Non possono esserci molti dubbi sul fatto che gli
odierni evoluzionisti, guidati con grande zelo da esponenti del rango di
Richard Dawkins, stanno trionfando diatriba dopo diatriba. Questi scienziati
hanno considerevolmente affinato la teoria di Darwin, e sono in grado di
offrire prove sempre più approfondite del processo di selezione naturale.
Adoperando esempi presi dal mondo animale hanno gettato discredito su
tutta l’esposizione biblica riguardante la creazione.
Ma gli scienziati hanno ragione quando applicano questo stesso concetto
di evoluzione all’ominide a due gambe noto come uomo?
Lo stesso Charles Darwin si mostrò stranamente reticente su questo
punto,2 ma il suo collaboratore Alfred Wallace fu assai meno riluttante
nell’esporre le sue tesi.3 Wallace sospettò chiaramente un intervento di
qualche sorta, e difatti dichiarò che «una qualche potenza intelligente ha
guidato o determinato lo sviluppo dell’uomo». Un secolo di scienza non è
riuscito a dimostrare che aveva torto. Gli antropologi hanno miseramente
fallito nel loro tentativo di produrre testimonianze fossili del cosiddetto
“anello mancante” tra uomo e scimmia, e si è sempre più dovuto
riconoscere la complessità di organi quali il cervello umano. È come se la
scienza avesse chiuso il cerchio giungendo a un punto in cui molti scienziati
si sentono a disagio a proposito della teoria evoluzionista riferita all’ Homo
sapiens.
Ed ecco allora un’altra idea pericolosa. Se interponiamo all’idea della
creazione divina avvenuta in un ambito sovrannaturale l’ipotesi di una
modifica migliorativa di tipo genetico operata sul piano fisico da dèi in
carne e ossa, riescono gli evoluzionisti a superare indenni un dibattito
razionale sul piano puramente scientifico?
Oggi quattro americani su dieci hanno difficoltà a credere che gli uomini
siano imparentati con le scimmie. Come mai? Provate a paragonarvi a uno
scimpanzé! L’uomo è intelligente, ignudo e spiccatamente sessuale, una
specie distinta dalle scimmie sue presunte parenti. Questa può anche essere
un’osservazione intuitiva ma poggia in realtà su studi scientifici. Nel 1911
Sir Arthur Keith elencò le caratteristiche anatomiche peculiari per ciascuna
delle specie dei primati e le chiamò “caratteri generici” distintivi di ciascuna
di esse. Ottenne i seguenti risultati: gorilla 75; scimpanzé 109; orangutan
113; gibbone 116; uomo 312. 4 Keith dimostrò così che il genere umano
presenta caratteristiche distintive sue proprie in numero tre volte maggiore
di qualsiasi altro primate.
Ma come conciliare lo studio di Sir Arthur Keith con le risultanze
scientifiche che dimostrano un 98% di analogie tra uomo e scimpanzé?5
Vorrei capovolgere la domanda, e chiedere in quale modo una differenza
del 2% nel DNA può spiegare la stupefacente diversità tra l’uomo e i
primati suoi “cugini”. Dopo tutto, il cane condivide il 98% dei suoi geni con
la volpe e le due specie si assomigliano moltissimo.
Occorre in qualche modo capire come un mero 2% di diversità genetica
possa spiegare la presenza, nel genere umano, di un così elevato numero di
“valori aggiunti” - il cervello, il linguaggio, la sessualità - tanto per fare
qualche esempio. Inoltre, appare strano che l’Homo sapiens abbia soltanto
46 cromosomi mentre gli scimpanzé e i gorilla ne hanno 48.6 La teoria della
selezione naturale è stata incapace di indicare come il fondersi insieme di
due cromosomi - che costituirebbe un mutamento strutturale di primaria
importanza - abbia potuto prodursi.
È credibile che la selezione naturale, secondo un processo algoritmico
casuale, abbia concentrato il nostro 2% di mutazioni genetiche proprio nei
settori più vantaggiosi? Francamente, sembra piuttosto assurdo. È un’idea
che scaturisce dal paradigma secondo il quale, dato che esistiamo e dato che
lo scimpanzé è il nostro parente genetico più prossimo, ne consegue che
dobbiamo essere evoluti da un antenato comune a noi e allo lo scimpanzé.
Ciò che non viene preso in considerazione, e che potrebbe invece spiegare
l’estremamente mirato mutamento nel DNA umano, è l’impensabile ipotesi
di un intervento genetico da parte degli dèi. Ma perché ci risulta tanto
impensabile? Poteva apparire tale forse cinquanta anni fa, prima della
scoperta del codice genetico, ma adesso, col chiudersi del XX secolo,
sappiamo di avere la capacità genetica di comportaci a nostra volta come
“dèi” creando la vita su qualche altro pianeta.
In questo capitolo, propongo come prova di questo lo stesso genere
umano. Come una volta disse un saggio: «siccome noi siamo il risultato di
eventi che cerchiamo, la gran parte delle risposte verrà trovata in noi
stessi».7 Valuteremo le asserzioni delle antiche civiltà a fronte delle teorie di
un’evoluzione umana ininterrotta e graduale. Scopriremo allora quanti
anelli evolutivi mancano, una tabella di marcia troppo svelta e, infine,
caratteristiche biologiche incoerenti con la storia evolutiva sul pianeta Terra
quale la conosciamo.
È mia intenzione che questo capitolo rafforzi la selezione naturale in
quanto teoria generale. Ma, spostando l’evoluzione dell’Homo sapiens
nell’ambito degli dèi, in effetti il più grosso dilemma dei darvinisti dal loro
stesso ambito.

IL DARVINISMO OGGI

Per poter gettare il guanto della sfida agli evoluzionisti è essenziale


portare il combattimento sul loro stesso terreno. Una certa comprensione
della situazione vigente nell’ambito del pensiero darvinista diventa pertanto
necessaria.
Quando Darwin enunciò per la prima volta la sua teoria dell’evoluzione
per selezione naturale, non poteva sapere il meccanismo che la rendeva
possibile. Fu quasi un secolo dopo, nel 1953, che James Watson e Francis
Crick scoprirono che quel meccanismo era costituito dal DNA e
dall’ereditarietà genetica. Watson e Crick scopersero la struttura a doppia
ellisse della molecola del DNA, l’elemento chimico che racchiude il codice
genetico. I ragazzi che oggi frequentano le scuole sanno che ciascuna
cellula del corpo contiene 23 paia di cromosomi sui quali sono fissati
centomila geni che costituiscono ciò che definiamo genoma umano. Le
informazioni contenute in questi geni vengono a volte attivate per essere
lette, altre volte no, a seconda della cellula e del tessuto (muscolo, osso o
altro ancora) che dev’essere prodotto. Oggi possiamo capire anche le norme
che regolano l’ereditarietà genetica, il cui principio base è la
riorganizzazione di metà dei geni materni e di metà di quelli paterni.
Come può la genetica aiutarci a capire il darvinismo? Attualmente siamo
in grado di comprendere che i nostri geni vengono sottoposti a mutazioni
casuali a mano a mano che si trasmettono di generazione in generazione.
Alcune di queste mutazioni sono negative, altre sono buone. Qualsiasi
mutazioni che offra vantaggi alla sopravvivenza della specie prima o poi,
lungo l’arco di moltissime generazioni, si diffonde in tutta la popolazione.
Un fatto, questo, che va a braccetto con l’idea darvinista della selezione
naturale, cioè di una lotta incessante per esistere nell’ambito della quale gli
organismi che meglio si adattano all’ambiente hanno più probabilità degli
altri di sopravvivere. Grazie alla sopravvivenza diventa molto più probabile,
da un punto di vista statistico, che i loro geni passino alle generazioni
successive mediante il meccanismo della riproduzione sessuale.
Una diffusa errata interpretazione della selezione naturale è che sia
possibile ai geni modificarsi in meglio direttamente, reagendo all’ambiente
e provocando modifiche ottimali dell’organismo. È ormai assodato, invece,
che tali processi di adattamento sono in effetti mutazioni casuali intervenute
per adeguarsi all’ambiente e quindi per sopravvivere. Come scrive Steve
Jones, «noi siamo i prodotti dell’evoluzione, una serie di errori che hanno
avuto successo».8
Ma quanto è rapido il processo evolutivo? Tutti gli esperti concordano
con l’idea base di Darwin, secondo cui la selezione naturale è un processo
incessante e lentissimo. Oggi uno dei maggiori esponenti dell’idea
evoluzionistica, Richard Dawkins, spiega: «...nessuno ritiene che
l’evoluzione sia stata tanto instabile da inventare in un’unica fase un nuovo
e fondamentale progetto per il corpo».9 Difatti gli esperti ritengono che un
grande balzo evolutivo, noto come macromutazione, abbia scarsissime
probabilità di incontrare il successo, poiché probabilmente si rivelerebbe
nocivo per la sopravvivenza di una specie che si è già bene adattata al
proprio ambiente.
Ci ritroviamo pertanto con un procedimento genetico casuale e con gli
effetti cumulativi delle mutazioni genetiche. Ma anche queste mutazioni
minori vengono considerate, di solito, nocive. Daniel Dennett illustra bene
questo punto tracciando un’analogia: prendiamo il caso che si voglia
rendere migliore un’opera letteraria classica introducendo un unico
cambiamento tipografico, mentre la gran parte dei cambiamenti, per
esempio le virgole omesse o gli errori di ortografia, avrebbero un effetto
trascurabile, i cambiamenti visibili in quasi tutti i casi danneggerebbero il
testo originario. È raro, anche se non impossibile, che un cambiamento
casuale possa invece migliorare il testo.10
Già le probabilità si schierano contro i miglioramenti genetici, ma va
aggiunto un ulteriore fattore. Una mutazione positiva potrà attecchire
soltanto se subentra in piccole popolazioni isolate.11 È il caso delle isole
Galapagos, dove Charles Darwin portò avanti parecchie delle sue ricerche.
Altrove, le mutazioni positive si sperderebbero e verrebbero diluite
all’interno di popolazioni più ampie, e gli scienziati ammettono che il
processo diverrebbe parecchio più lento.
Se dunque l’evoluzione di una specie è un processo che si porta via molto
tempo, allora la divisione di una specie in due specie diverse va vista come
un processo ancor più lungo. La speciazione - che Richard Dawkins ha
descritto come «il lungo addio» - è definita come il punto dove due gruppi,
all’interno di un’unica specie, non sono più in grado di incrociarsi per la
riproduzione. Dawkins paragona i geni di specie diverse a fiumi di geni che
scorrono attraverso il tempo per milioni di anni.12 La sorgente di tutti questi
fiumi è il codice genetico, identico per tutti gli animali, piante e batteri che
sono stati sin qui studiati.13 Il corpo dell’organismo muore presto ma, grazie
alla riproduzione sessuale, funziona come un meccanismo che i geni
possono adoperare per viaggiare attraverso il tempo. I geni che lavorano
bene con altri geni, e che più contribuiscono alla sopravvivenza dei corpi
attraverso cui passano, finiranno per prevalere nell’arco di diverse
generazioni. Ma cosa fa sì che i fiumi, ovvero le specie, si dividano in due
rami? Per citare Richard Dawkins: «I particolari sono controversi ma
nessuno dubita che l’ingrediente più importante sia la casuale separazione
geografica»14 (il corsivo è mio).
Per quanto possa sembrare statisticamente improbabile che si determini
una nuova specie, oggi sulla Terra ci sono qualcosa come 30 milioni di
specie diverse e si stima che altri 3 miliardi di specie possono essersi estinte
in passato.15 Il che diventa credibile soltanto nel contesto di una storia
cataclismatica del pianeta Terra - un punto di vista che sta divenendo
sempre più diffuso.16 Ma oggi è impossibile citare anche un solo esempio di
specie che recentemente (cioè, nell’ultimo mezzo milione di anni) sia
migliorata grazie alla mutazione o che si sia divisa in due specie distinte.17
Eccezion fatta per i virus, l’evoluzione sembra rispondere a un processo
incredibilmente lento. Recentemente, Daniel Dennett ha suggerito che un
periodo di 100.000 anni per la formazione di una nuova specie animale
verrebbe considerato “improvviso”.18 Per contro, l’umile granchietto a ferro
di cavallo è rimasto praticamente immutato per 200 milioni di anni.19
L’opinione comune è che un normale ritmo evolutivo stia nel mezzo. Per
esempio, il famoso biologo Thomas Huxley ha dichiarato:
Grandi mutazioni [nelle specie] avvengono lungo un arco di decine di
milioni di anni, mentre quelli veramente importanti [i macromutazioni]
hanno bisogno di qualcosa come un centinaio di milioni di anni circa.20
Ciò nonostante, si ritiene che l’uomo abbia potuto beneficiare non di una
ma di parecchie macromutazioni nell’arco di appena 6 milioni di anni!
In assenza di prove fossili ci troviamo ad avere a che fare con aspetti
estremamente teorici. Ciò nonostante, in taluni casi la scienza moderna è
riuscita a fornire spiegazioni plausibili di come un processo evolutivo
graduale possa produrre quel che sembra essere un perfetto organo od
organismo. Il caso più celebre è la simulazione al computer dell’evoluzione
dell’occhio elaborata da Nilsson e Pelger. Prendendo l’avvio da una
semplice fotocellula, a cui è stato consentito di intraprendere mutazioni
casuali, il computer di Nilsson e Pelger ha generato uno sviluppo plausibile,
sino alla condizione di un obiettivo fotografico completo - in ciascuna fase
intermedia è intervenuto un gradiente di cambiamento apportatore di un
miglioramento.21
L’idea del cambiamento a gradiente - o incrementale - occupa una
posizione centrale nel moderno modo di vedere l’evoluzione. Il punto
chiave è questo: affinché una mutazione possa diffondersi con successo in
una popolazione, ciascuna fase sarà perfetta nella misura in cui ha bisogno
di esserlo per offrire un margine di sopravvivenza. Richard Dawkins
adopera l’esempio dei ghepardi e delle antilopi per dimostrare come
funziona la rivalità genetica. Il ghepardo sembra essere stato perfettamente
progettato per seminare quante più morti possibili tra le antilopi, mentre le
antilopi sembrano altrettanto ben progettate per evitare di morire ad opera
del ghepardo.22 Ne risultano due specie in equilibrio, dove gli individui più
deboli muoiono ma dove, anche, entrambe le specie sopravvivono. Questo
principio venne spiegato per la prima volta da Alfred Wallace: «la natura
non conferisce a una specie qualità che vanno oltre il fabbisogno per
l’esistenza di ogni giorno».23 È la stessa situazione che riscontriamo in una
fitta foresta, dove su un lunghissimo periodo di tempo gli alberi si sono
sviluppati in altezza facendosi concorrenza per la luce.
E così ritorniamo alla dibattuta questione dell’evoluzione umana, e
gettiamo il guanto della sfida a Dawkins e a Dennett nel loro stesso terreno
accademico. Giacché, in ciò che rimane di questo capitolo, incontreremo
esempi stupefacenti di come ci siamo evoluti ben oltre i requisiti necessari
alla quotidiana esistenza, e in totale assenza di rivali intellettuali. Secondo le
moderne teorie del mutamento per gradienti e della selezione naturale,
diversi aspetti dell’Homo sapiens sono dunque una impossibilità evolutiva.

ALLA RICERCA DELL’ANELLO MANCANTE

Secondo gli esperti, i fiumi dei geni umani e di quelli degli scimpanzé si
divisero da una comune sorgente ancestrale tra i 5 e i 7 milioni di anni fa,24
e si ritiene che il fiume dei geni dei gorilla si sia ramificato dalla sorgente
comune in un periodo di poco antecedente. Affinché questa speciazione
potesse avvenire, tre popolazioni di primati antenati comuni (i futuri gorilla,
gli scimpanzé e gli ominidi) avrebbero dovuto dividersi geograficamente e
pertanto essere soggette a deviazioni genetiche influenzate dai rispettivi
diversi ambienti. La ricerca per l’anello mancante è in effetti la ricerca per
l’ominide più antico, cioè per la scimmia antropomorfa capace di stare eretta
e di deambulare su due piedi, la quale diede così il suo lungo addio ai
compagni quadrupedi.
Molti studiosi hanno una grande difficoltà ad accettare il fatto che i nostri
parenti più prossimi siano gli scimpanzé, culturalmente così diversi da noi.
Ma recenti studi hanno dimostrato che una particolare specie di scimpanzé
pigmeo, nota come bonobo, ha un carattere straordinariamente simile a
quello umano.25 Diversamente dalle altre scimmie, i bonobo si accoppiano
faccia a faccia, e hanno una vita sessuale che farebbe arrossire gli abitanti di
Sodoma e Gomorra! Si ritiene che i bonobo si siano separati dalla specie
degli scimpanzé 3 milioni di anni fa, e pare probabile che il nostro comune
antenato, che ci collega alle scimmie, possa essersi comportato più come i
bonobo che come gli scimpanzé.
Ora mi proverò a riassumere brevemente ciò che sappiamo
dell’evoluzione umana.
La ricerca per l’anello mancante ha prodotto tutta una serie di contendenti
fossili al titolo, risalenti a circa 4 milioni di anni fa, ma il quadro rimane
assai incompleto, e queste il campione è troppo limitato per poter trarre
delle conclusioni statisticamente valide. Ci sono comunque tre contendenti
per il titolo di primo ominide perfettamente bipede, tutti scoperti nella valle
tettonica che attraversa l’Etiopia, il Kenya e la Tanzania.
Il primo di questi contendenti, scoperto nel 1974 nella provincia etiope di
Afar, si chiama Lucy, sebbene il suo più scientifico appellativo sia
Australopithecus afarensis. 26 Si calcola che Lucy sia vissuta tra i 3,6 e i 3,2
milioni di anni fa. Purtroppo il suo scheletro è risultato completo solo al
40%, il che ha provocato una controversia: c’è chi ha contestato che si tratti
effettivamente di un una bipede, e si è finanche messo in discussione il suo
sesso!
Il secondo contendente è l’Australopithecus ramidus, una creatura simile
allo scimpanzé pigmeo, antica di 4,4 milioni di anni, scoperto ad Aramis in
Etiopia dal professor Timothy White nel 1994. Nonostante che lo scheletro
sia completo al 70%, non è stato possibile dimostrare in modo categorico se
avesse due o quattro gambe.27
Il terzo contendente, che risale a 4,1-3,9 milioni di anni fa, è
l’Australopithecus anamensis, scoperto nei pressi del lago Turkana in
Kenya dal dottor Meave Leakey nell’agosto 1995. Una tibia dell’Anamensis
è stata utilizzata a sostegno della tesi che questa creatura camminava su due
piedi.
Le prove che si riferiscono ai nostri antenati più antichi provocano
confusione, giacché non sembrano essere tra loro imparentati da vicino.
L’Anamensis, per esempio, non presenta segni di parentela con il Ramidus.
L’inspiegabile mancanza di prove fossili riguardanti i precedenti 10 milioni
di anni, hanno reso impossibile confermare in modo esatto la data di
separazione di questi primi ominidi dalle scimmie quadrupedi. È anche
importante sottolineare che molti di questi fossili presentano crani simili più
a quelli degli scimpanzé che non a quelli dell’uomo. Possono forse essere
state le prime scimmie che hanno camminato, ma se esaminiamo il periodo
che va da 4 milioni di anni fa a questa parte siamo ancora ben lontani
dall’aver trovato creature che abbiano una somiglianza sia pur remota con
l’uomo.
Se ci spostiamo in avanti nel tempo, troviamo prove di numerosi generi di
uomini primitivi, ma sono anch’esse fonte di grande confusione. Abbiamo
Robustus, giustamente chiamato così, vecchio di 1,8 milioni di anni;
Africanus, apparentemente più leggero e che risale a 2,5 milioni di anni fa; e
l’Australopithecus progredito che risale a 1,5-2 milioni di anni fa.
Quest’ultimo, come suggerisce il nome, assomiglia più degli altri all’uomo e
viene talora chiamato “quasi uomo” o Homo habilis. Si ritiene
comunemente che questo Homo habilis sia stato la prima creatura davvero
simile all’uomo, capace di camminare in modo efficiente e di adoperare
utensili di pietra molto primitivi. Le prove fossili non ci rivelano se in
questa fase si fosse già sviluppata una qualche rudimentale forma di
linguaggio.
Intorno a 1,5 milioni di anni fa comparve sulla scena l’Homo erectus.
Questo ominide aveva una scatola cranica considerevolmente più ampia di
quella dei suoi predecessori, e cominciò a concepire e ad adoperare utensili
in pietra più sofisticati. Tutta una serie di fossili indica come gruppi di
Homo erectus abbandonarono l’Africa e si sparpagliarono attraverso la
Cina, l’Asia australe e l’Europa in un periodo che va da 1 milione a
700.000 anni fa; poi, inspiegabilmente, scomparve del tutto intorno a 300-
200.000 anni fa. Procedendo per eliminazione, sussistono pochi dubbi che
l’Homo sapiens discende da questo ceppo.
Ma l’anello mancante rimane un mistero. Il «Sunday Times», nel 1995,
riassunse così le prove a favore della teoria evoluzionistica:
Gli stessi scienziati sono confusi. Una serie di scoperte recenti li ha
costretti a buttare nel cestino le tabelle semplicistiche che sinora avevano
utilizzato per stabilire gli anelli di congiunzione[...] il classico albero
genealogico che indica la provenienza dell’uomo dalle scimmie, che
abbiamo imparato a conoscere a scuola, ha ceduto il campo al concetto delle
isole genetiche. Come queste isole siano collegate tra loro è un
bell’indovinello.28
Quanto ai vari contendenti per il titolo di antenato del genere umano,
sempre il «Sunday Times» dichiarò:
Il rapporto che hanno l’un con l’altro rimane avvolto nel mistero e
nessuno ha definitivamente individuato in qualcuno di loro l’antico ominide
da cui proviene l’Homo sapiens.
La gara per trovare l’anello mancante prosegue. Antropologi rivali hanno
raccolto milioni di dollari per finanziare le loro ricerche. Con poste di
questo genere, possono esserci pochi dubbi che prima o poi verrà
annunciata una qualche scoperta risolutiva. Ciò nonostante, dobbiamo
conservare il nostro senso della prospettiva. Come ha fatto presente un
commentatore, non esiste garanzia alcuna che queste scoperte fossili
abbiano davvero lasciato dei discendenti.29 Le prove sono talmente scarse
che se anche dovessero intervenire alcune nuove e sensazionali scoperte, gli
scienziati continuerebbero comunque a dover rovistare in un bel pagliaio.
La storia dell’evoluzione del genere umano continuerà a starsene avvolta
nelle nebbie. Solo una cosa appare chiara: i fossili che provengono da 6
milioni a 1 milione di anni fa dimostrano che le ruote dell’evoluzione
girano molto, molto lentamente.

IL MIRACOLO DELL’UOMO

Come mai l’Homo sapiens ha sviluppato l’intelligenza e la


consapevolezza di sé mentre le scimmie sue cugine hanno trascorso quanto
meno 6 milioni di anni in uno stato di stagnazione evolutiva? Come mai
nessun’altra creatura nel regno animale ha sviluppato un’intelligenza
progredita?
La risposta che viene comunemente data è che noi ci siamo messi ritti,
liberando pertanto le braccia, e questo singolo fatto ci ha portato a utilizzare
degli utensili. Questo è stato un passo in avanti che ha reso più celere il
nostro apprendimento grazie a un sistema di raccolta di “informazioni di
ritorno” stimolante per lo sviluppo mentale. Le più recenti ricerche
scientifiche confermano effettivamente che processi elettrochimici possono
talora stimolare la crescita di dendriti, i minuscoli ricettori di segnali che si
attaccano ai neuroni (cellule nervose). Esperimenti condotti su ratti hanno
dimostrato un più ampio sviluppo della massa cerebrale quando le gabbie
sono non vuote bensì piene di giocattolini.30
Ma questa risposta è forse troppo semplice? I canguri, per esempio, sono
estremamente abili nell’usare gli arti e avrebbero potuto adoperare utensili,
però non l’hanno mai fatto; inoltre, il regno animale è pieno di specie che
adoperano utensili ma che non sono mai divenute intelligenti. Ecco qualche
esempio: l’avvoltoio egiziano butta pietre contro le uova di struzzo per
spezzarne il guscio molto resistente; il fringuello picchio delle Galapagos
adopera stecchetti o spine di cactus in cinque modi diversi per estrarre
insetti dagli alberi marcescenti; la lontra marina della costa del Pacifico, in
Nordamerica, adopera una pietra come martello per sloggiare il suo
alimento preferito, l’orecchia di mare, e adopera un’altra pietra come
incudine per spezzare il guscio.31
Questi sono esempi di uso semplice di utensili, però non ci sono
indicazioni che queste consuetudini stiano portando a chissà quali risultati.
Anche i nostri parenti prossimi, gli scimpanzé, costruiscono e fanno uso di
utensili semplici,32 ma la loro intelligenza non sta certo evolvendo al nostro
livello. Ma allora, perché noi siamo diventati intelligenti e gli scimpanzé no?
Forse il fatto che ci siamo messi eretti ha determinato tanta diversità? In
genere gli antropologi concordano nel ritenere che un gruppo di scimmie
deve avere abbandonato i propri cugini abitanti delle foreste per andarsene
nella aperta savana, probabilmente sulla spinta di mutamenti climatici. Lì, il
calore del Sole ha favorito mutazioni genetiche che hanno reso queste
scimmie capaci di alzarsi sugli arti inferiori per proteggersi il cervello dalle
elevate temperature che si sviluppano sulla superficie del terreno.33 La
vulnerabilità di questi ominidi nella savana aperta può aver favorito
mutazioni casuali nel cervello che hanno incrementato la possibilità di
sopravvivenza grazie al ricorso all’astuzia.
La nuova posizione eretta può anche aver provocato mutamenti fisici
nell’evoluzione del cervello. I sostenitori della teoria del “radiatore cranico”,
quali il professore Dean Falk, sostengono che i resti fossili evidenziano un
sistema occipitale marginale ingrandito, oltre che a minuti fori nel cranio
noti come forame escretorio, i quali consentono alle vene di accedere al
cranio e quindi al cervello.34 Si presume che questi mutamenti abbiano in
qualche modo accelerato l’evoluzione dell’intelligenza. Ma questi
cambiamenti non possono essere intervenuti da un giorno all’altro. È
improbabile che un gruppo di scimmie sia diventata all’improvviso bipede,
ciò le avrebbe rese meno agili e più vulnerabili nei confronti degli animali
predatori. Come suggerisce un adagio popolare, «se metti un leone
affamato, un uomo, uno scimpanzé, un babbuino e un cane in una grande
gabbia, è ovvio che il primo a essere divorato sarà l’uomo».35
Cosa ci dicono i ritrovamenti fossili a proposito delle nostre capacità
cerebrali in evoluzione? Purtroppo, questi dati fossili non soltanto sono
scarsi, ma ci raccontano anche solo metà della storia. Si presume di solito
che un cranio più grande significhi una capacità cranica più grande, e
pertanto un cervello più grande ed efficiente. Questo può in linea generale
anche essere vero, ma la dimensione non è tutto. Per esempio, proviamo a
paragonare l’intelligenza sviluppata dal cervello di 5 kg dell’elefante con il
nostro, che pesa appena 1,5 kg circa. Se si guarda soltanto alle dimensioni
si perde di vista il fatto che le migliorie possono provenire anche da un più
efficace impianto di trasmissione. Una buona analogia la troviamo nel
computer, che è stato perfezionato moltissimo nelle funzioni soprattutto
grazie a migliori software. Sfortunatamente, il nostro “software”, costituito
dai tessuti celebrali, non rimane lì disponibile per essere studiato dai
paleoantropologi.
Cosa ci attendiamo di vedere nell’evoluzione della capacità cranica?
Secondo gli evoluzionisti, lo sviluppo del nostro cervello sarebbe avvenuto
per gradienti, cioè si sarebbe avuta una modifica in meglio grazie a un
numero estremamente elevato di piccolissime fasi. La selezione naturale
avrebbe favorito soltanto quei geni capaci di determinare un incremento
nella produzione neurale utile ad ampliare il margine di sopravvivenza.
Vedremmo allora i cambiamenti incrementali di dimensione ed efficienza
andare a braccetto, o prima aumenterebbe l’efficienza sino a raggiungere un
limite di capacità? Quest’ultima ipotesi parrebbe logica, ma la selezione
naturale comprende una mutazione genetica casuale e non sempre ottiene i
propri obiettivi seguendo la via più diretta. Comunque, a prescindere dalla
via intrapresa, possiamo aspettarci un lentissimo aumento nelle dimensioni
cerebrali e dunque nella capacità cranica.
Vediamo ora di passare in rassegna le documentazioni fossili riguardo
alla capacità cranica. I dati variano considerevolmente e vanno trattati con
attenzione (giacché la dimensione della campionatura è limitata), dunque
quella che segue è una guida approssimativa. L’antico ominide Afarensis
aveva circa 500 cc di capacità cranica, e Habilis/Australopithecus qualcosa
come 700 cc. Mentre non è affatto certo che uno sia il prodotto dell’altro, è
possibile vedere in questi due dati gli effetti evolutivi prodotti dal nuovo
ambiente frequentato dagli ominidi nell’arco di 2 milioni di anni.
Proseguendo nel tempo fino a 1,5 milioni di anni fa, ci imbattiamo in un
improvviso balzo in avanti della capacità cranica di Homo erectus e
arriviamo a 900-1000 cc. Se consideriamo, come fanno quasi tutti gli
antropologi, la possibilità che questo balzo sia stato accompagnato da un
aumento di intelligenza, esso rappresenta una macromutazione altamente
improbabile. Alternativamente potremmo spiegare questa anomalia vedendo
nell’erectus una specie a se stante, i cui antenati non sono ancora stati
trovati a motivo della scarsità di dati fossili.
Alla fine, dopo essere sopravvissuto da 1,2 a 1,3 milioni di anni senza
nessun apparente cambiamento, e dopo essersi con successo diffuso
dall’Africa alla Cina, all’Australia e all’Europa, ecco che all’ominide Homo
erectus succede qualcosa di straordinario. Forse a motivo dei mutamenti
climatici, la sua popolazione comincia ad assottigliassi, sino a scomparire. E
ciò nonostante, mentre la gran parte degli Homo erectus morivano,
all’improvviso uno di loro si trasforma in Homo sapiens e palesa un grande
incremento della capacità cranica, che passa dai 950 cc ai 1450 cc. È
convinzione comune che siamo i discendenti di Homo erectus (da chi altro
avremmo potuto discendere?), ma l’improvviso mutamento sfida ogni legge
conosciuta dell’evoluzione.
Ecco allora che l’evoluzione ci appare come una clessidra, con una
popolazione di Homo erectus che diminuisce forse portando a un unico
mutante, i cui geni modificati introducono a una nuova era di progresso
senza precedenti. La trasformazione dal fallimento al successo è
stupefacente. Mentre i darvinisti possono in questo caso individuare la
piccola popolazione isolata richiesta, occorre d’altra parte un bello sforzo di
immaginazione per credere che il nostro antenato fosse un “superman super
erectus” il quale all’improvviso aumenta la dimensione del proprio cervello
del 50%!
Secondo me, i paleoantropologi stanno concentrando le loro ricerche
sull’anello mancante nello spazio di tempo sbagliato. Continuiamo a leggere
di ricerche per la scimmia nostra prima antenata, ma è l’anello mancante
Super-Erectus che ci incuriosisce di più.

CONTRO TUTTE LE PROBABILITÀ

Nel lontano 1954 si pensava che l’ominide antenato del genere umano si
fosse separato dalle scimmie 30 milioni di anni fa, e che si fosse quindi
evoluto fase dopo fase sino ad assumere la forma che abbiamo
attualmente.36 È un arco di tempo che dà una chiara indicazione di quanti
millenni avrebbero dovuto essere necessari al processo evolutivo. Ma in
seguito alla scoperta che la separazione è avvenuta appena 6 milioni di anni
fa, gli evoluzionisti sono stati costretti a prendere in considerazione un
ritmo evolutivo molto più rapido per spiegare le nostra esistenza.
Fig. 2. L'evoluzione dell'intelligenza umana dall'Homo erectus all'Homo
sapiens.
L’altra scoperta sconcertante avvenuta dopo il 1954 è l’estrema lentezza
del progresso evolutivo compiuto dall’Homo erectus e dai suoi predecessori
sino a qualcosa come 200.000 anni fa. Abbiamo dunque visto lo schema
evolutivo cambiare da una bella linea retta a un’esplosione improvvisa (fig.
2).
Gli antropologi hanno continuamente tentato di dimostrare un’evoluzione
per gradienti da Homo erectus a Homo sapiens, sia pure con talune brusche
fasi in avanti. Ma i tentativi che hanno compiuto per costringere i dati ad
adeguarsi ai loro preconcetti sono stati sempre annullati dalle nuove
indicazioni via via emerse.
Per esempio, si riteneva originariamente che l’Homo sapiens
anatomicamente moderno (l’Uomo di Cro-Magnon)37 fosse comparso
soltanto 35 mila anni fa, e che fosse quindi disceso dall’Uomo di
Neandertal e che si era estinto pressappoco nello stesso periodo.38 A quel
tempo intervenne uno degli avvenimenti più drammatici della storia umana:
l’Uomo di Cro-Magnon arrivò all’improvviso in Europa dove si costruì
rifugi, si organizzò in clan, indossò pelli di animali per vestirsi e si procurò
utensili e armi mediante l’uso di legno e ossa. È a questa fase dell’Homo
sapiens che attribuiamo i bellissimi dipinti trovati nelle caverne per esempio
a Lascaux, in Francia, e che risalgono a 27.000 anni fa.39
È oggi accettato che, nonostante le diversità comportamentali, gli Uomini
di Cro-Magnon europei non erano diversi, dal punto di vista anatomico,
dall’Homo sapiens trovato in Vicino Oriente e che risale a 100 milioni di
anni fa. Se oggi indossassero abiti moderni, sarebbe difficili distinguerli
dalle popolazioni attuali. Ormai appare anche chiaro che l’Homo sapiens
non discende dall’Uomo di Neandertal come si era pensato. Diverse recenti
scoperte in Israele hanno confermato senz’ombra di dubbio che l’Homo
sapiens è coesistito con gli Uomini di Neandertal tra i 100.000 e i 90.000
anni fa.40
Allora, qual è il nostro legame con l’Uomo di Neandertal? Siamo abituati
a vederlo raffigurato nelle illustrazioni: il corpo è rozzo, ma tutto il resto,
compresa la pelosità, è soltanto ipotesi. Lo scopo rimane quello di darci
l’impressione di una sequenza evolutiva ininterrotta. Le più recenti scoperte
hanno portato a riconsiderare l’Uomo di Neandertal. In particolare, i resti di
un Uomo del Neandertal risalenti a 60.000 anni fa sono stati rinvenuti nella
caverna di Kebara, sul monte Carmelo in Israele: presentavano un osso
ioide praticamente identico a quello che oggi abbiamo.41 Poiché quest’osso
consente all’uomo di parlare, gli scienziati sono stati costretti a concludere
che il Neandertal aveva la capacità di esprimersi parlando. E molti scienziati
considerano il linguaggio la chiave del maggior balzo in avanti compiuto
dal genere umano.
La gran parte degli antropologi oggi riconosce che l’Uomo di Neandertal
era un Homo sapiens a tutti gli effetti - per parecchio tempo fu l’equivalente
quanto a comportamento di altri Homo sapiens. È del tutto possibile che il
Neandertal fosse altrettanto intelligente di noi oggi, e avesse il nostro
aspetto. È stato suggerito che i rozzi e massicci lineamenti evidenziati dai
crani potevano essere provocati da disordini genetici simili all’acromegalia,
che si sarebbero poi diffusi rapidamente in piccole e isolate popolazioni a
motivo di incroci tra consanguinei.42
Grazie all’inoppugnabile datazione di resti di Uomini di Neandertal e
Homo sapiens tra loro contemporanei, emerge una nuova teoria secondo la
quale entrambi debbono essere discesi da un precedente Homo sapiens
“arcaico”. Sono stati travati numerosi fossili di questa cosiddetta specie
arcaica, i quali evidenziano diversi aspetti di erectus primitivi e di anatomia
umana moderna. Viene spesso dichiarato, nelle pubblicazioni, che questi
esseri arcaici vissero intorno a 300.000 anni fa - ma, di nuovo, si tratta di
mere supposizioni basate su piccole campionature, sui preconcetti e su un
sostanziale tirare a indovinare. Ma quali sono i fatti veri?
Nel 1989 si tenne un congresso su The Origins of Modern Adaptation,
che trattò in modo specifico l’interfaccia arcaico-moderna. Riassumendo i
risultati degli interventi, Erik Trinkhaus riferì che:
Il punto di accordo raggiunto nel corso del seminario è stato questo: a un
certo punto del tardo Pleistocene [l’ultimo milione di anni], in un tempo
relativamente breve di transizione, si verificò una trasformazione da
creature arcaiche a esseri umani moderni - una trasformazione che si
manifestò sia in ambito culturale sia in quello biologico[...] la
trasformazione da essere umano arcaico a essere umano moderno vide non
soltanto una riorganizzazione del cervello e del corpo e un progresso nella
lavorazione della pietra da tecnologia semplice a manufatti complessi ed
eleganti, ma anche la prima comparsa di arte e di un simbolismo vero e
proprio nonché la fioritura di sistemi linguistici formali43 (il corsivo è mio).
Erik Trinkhaus riferì che il tema più importante del seminario aveva
riguardato la distinzione tra creature umane tardo arcaiche e le prime
moderne, però sul periodo di questa trasformazione ebbe a dire che:
[...]il nostro controllo delle cronologie risulta ancora inadeguato per
periodi precedenti ai limiti dalla datazione al radiocarbonio (circa 35.000
anni Avanti il Presente) e da lì, andando a ritroso, per la gran parte del
Pleistocene mediano.
Un seminario analogo tenutosi nel 1992 si concentrò anch’esso sulla
questione della transizione dall’arcaico al moderno.44 Una delle relazioni
comprendeva il seguente commento: «La cronologia di questa transizione
va oltre l’arco del C14 e pertanto ha avuto bisogno dell’impiego di una
batteria di nuove tecniche di datazione».45
Le diverse relazioni presentate al seminario vennero pubblicate da Aitken,
Stringer e Mellars nel 1993. Si concentravano in modo particolare sui
migliorati metodi di datazione cronologica. Vennero riportati progressi
importanti in un ampio arco di nuove tecnologie di datazione, che utilizzano
l’uranio, la luminescenza (termale o ottica) e l’esr (Electron Spin
Resonance) - ma ciascuno di questi metodi palesa varie limitazioni nelle
diverse circostanze. Ciò nonostante, vennero presentate molte datazioni
attendibili basate su questi metodi (piuttosto che radiocarbonio e C14).
Significativamente, venne riferito che tutti i fossili degli arcaici erano datati
precariamente e non potevano essere comprovati da nessuna delle nuove
tecnologie.46
Quanto ai moderni, la data definitiva e affidabile più antica veniva fatta
risalire a 120.000-110.000 anni Avanti il Presente (ap), per ritrovamenti
effettuati a Qafzeh in Israele. Nessuna delle altre date pubblicate da quel
prestigioso gruppo di scienziati era antecedente ai 200.000 ap. La data della
comparsa dei moderni poteva essere ipotizzata all’interno di un enorme arco
di tempo, vale a dire dai 500.000 ai 200.000 anni ap.
Questa è la reale situazione delle conoscenze scientifiche sull’argomento.
Non esiste prova che un Homo sapiens arcaico sia esistito 300.000 anni fa,
né esiste prova che l’Uomo di Neandertal risalga a 230.000 anni fa.47 La
realtà è che i fossili di Homo sapiens compaiono all’improvviso nell’arco
degli ultimi 200.000 anni, senza nessuna chiara indicazione circa le loro
origini.
L’Atlas of Ancient Archaeology riassume la situazione così: «La storia
contemporanea di Homo sapiens (sapiens) rimane oscura[...] pochissimo
sappiamo dell’approccio a uno dei grandi momenti di svolta della nostra
storia globale».48
Intanto, Roger Lewin, scrivendo nel 1984 affermava: «L’origine di
creature umane perfettamente moderne, segnalate dal nome di sottospecie
Homo sapiens (sapiens), rimane uno dei grandi arcani della
Paleontologia».49
La comparsa dell’Homo sapiens è assai più di un indovinello
sconcertante; statisticamente, è quasi una impossibilità. Dopo milioni di anni
di progressi trascurabilissimi che lo hanno visto utilizzare utensili di pietra,
l’Homo sapiens all’improvviso, circa 200.000 anni fa, emerse presentando
una capacità cranica cresciuta del 50% e con la capacità di parlare e una
anatomia piuttosto moderna. Per motivi mai spiegati, continuò a vivere in
uno stato primitivo, adoperando per altri 160.000 anni utensili di pietra.
Poi, 40.000 anni fa è sembrato attraversare quella che potremo definire una
transizione verso un comportamento moderno. Dopo essere andato verso
settentrione, 13.000 anni fa si diffuse in quasi tutto il pianeta. Dopo altri
mille anni scoprì l’agricoltura, e 6000 anni dopo formò delle grandi civiltà
dotate di conoscenze astronomiche molto progredite (vedi Capitoli 5 e 6) -
ed eccoci qua dopo altri 6000 anni a scrutare le profondità del sistema
solare.
Il quadro che abbiamo appena descritto pare del tutto improbabile e
contraddice platealmente tutto ciò che abbiamo capito in fatto di teoria
evoluzionistica intesa come un processo lento e graduale. Il buon senso ci
dice che sarebbe stato necessario un altro milione di anni perché l’Homo
sapiens potesse emanciparsi dall’uso di utensili di pietra all’uso di altri
materiali, e forse altri 100 milioni di anni perché potesse impadronirsi della
matematica, dell’ingegneria e dell’astronomia.
UN ROMPICAPO PER DARWIN

Ho già fatto presente come le dimensioni non siano tutto, nel caso del
cervello.
Questo non significa che non siano un chiaro vantaggio se unite a un
elevato livello di efficienza operativa. Una bmw di quattro litri è sempre in
grado di superare una bmw di due, a meno che quest’ultima non appartenga
a una generazione più recente, non sia il risultato di una migliore
progettazione tecnica. In questo paragrafo vedremo che l’Homo sapiens ha
il meglio delle due cose: un cervello relativamente voluminoso e un disegno
molto efficiente.
Negli ultimi dieci anni gli scienziati hanno impiegato nuove tecnologie
per la formazione di immagini (quali la tomografia a emissione di positroni)
allo scopo di saperne più che mai a proposito del cervello umano. Risulta
sempre più evidente la complessità dei suoi miliardi di cellule. Oltre alla
complessità fisica del cervello, anche il suo funzionamento non sembra
conoscere limiti - matematica e arte, pensiero astratto e concettualismo e,
soprattutto, la coscienza morale e la consapevolezza di sé. Se molti dei
segreti del cervello umano rimangono avvolti nel mistero, ne sono stati
svelati abbastanza da spingere il «National Geographic» a descriverlo come
«l’oggetto più complesso che sia conosciuto nell’universo conosciuto».50
Gli evoluzionisti vedono nel cervello nulla più d’una serie di algoritmi,
ma sono costretti ad ammettere che esso è talmente unico e complesso che
non esiste possibilità di ripercorrere i processi evolutivi che l’hanno creato.
Per questi motivi, sono i filosofi che tendono a porsi all’avanguardia nella
formulazione delle teorie riguardanti l’evoluzione del cervello.
I teologi, a loro volta, hanno avuto di che brindare alla scoperta che il
cervello umano è un organo talmente complesso e perfetto. Ma, lasciando in
disparte le teorie irrazionali che si riferiscono alla creazione divina, come
possiamo sconfessare la teoria di una evoluzione graduale? Dopo tutto, non
possiamo sottoporre i primi ominidi a dei test sul loro quoziente di
intelligenza. E nemmeno possiamo valutare la loro intelligenza basandoci
semplicemente sul loro comportamento, poiché è del tutto possibile avere
un livello di intelligenza molto sviluppato senza per questo adottare la
cultura materialistica che caratterizza la nostra odierna civiltà. Per fortuna
possiamo appoggiarci a una buona dose di logica basata sul buon senso, un
approccio che è stato talora impiegato dal celebre Richard Dawkins.
Il cervello umano si presenta alla nascita approssimativamente un quarto
più piccolo del cervello di un adulto. La necessità di disporre di un cranio
grande per ospitare il cervello adulto fa sì che i bambini, quando nascono,
abbiano delle teste particolarmente grosse (se paragonate a quelle di altri
primati). Far passare la testa del bambino nel canale di nascita è dunque uno
degli aspetti più difficili, nei parti, e provoca dolori lancinanti alle madri.
Molti biologi, ginecologi e anatomisti considerano un mistero il motivo
per cui la femmina non abbia sviluppato un canale di nascita più ampio. La
risposta è semplice: progettazione. Un mutamento del genere avrebbe
richiesto una radicale riprogettazione della struttura ossea, cosa impossibile
in un corpo che era stato progettato per un bipede in grado di camminare.51
Il canale di nascita è dunque il fattore che limita la capacità cranica
dell’uomo.
Se andiamo indietro nel tempo di centinaia di migliaia di anni, a un’epoca
in cui non esistevano ospedali o levatrici, non ci riuscirà difficile capire
come mai un gran numero di neonati siano venuti alla luce morti, oppure
perché molti parti abbiano provocato il decesso delle madri. Appare quindi
estremamente dubbio che sia stata la selezione naturale a favorire un gene
responsabile dell’incremento nelle dimensioni del cervello, poiché
potenzialmente questa innovazione avrebbe avuto conseguenze nocive sia
per la madre sia per i neonati. Per dirla in parole semplici, un gene siffatto
non avrebbe incontrato alcuna possibilità di diffondersi.
È assai più probabile, piuttosto, che la selezione naturale avrebbe
deselezionato il cervello più grande, sviluppando invece un sistema neurale
migliore o, alternativamente, un modo per far aumentare la scatola cranica
non nel periodo prenatale bensì dopo la nascita.
Il fatto che ciò non sia accaduto e che il sistema neurale alla base del
funzionamento celebrale appaia altamente efficiente, indica con forza due
requisiti evolutivi essenziali. Primo, un periodo incredibilmente lungo; e poi
un pressante bisogno di svilupparne il massimo potenziale. Nessuno di
questi due requisiti trova riscontro nelle circostanze evolutive assodate.
Gli evoluzionisti moderni concordano sul fatto che la selezione naturale
accetta tendenze migliorative sul piano fisico nella misura in cui sono
necessarie alla sopravvivenza. Il ghepardo e l’antilope, di cui ho già detto,
sono tipici del mondo di Richard Dawkins, dove il progresso scaturisce da
una costruttiva tensione tra le specie, un equilibrio critico tra sopravvivenza
ed estinzione. Stando a questo quadro, i geni che producono buoni cervelli
vengono favoriti dalla selezione naturale unicamente in quanto
indispensabili alla sopravvivenza.
Richard Dawkins illustra questo punto raccontando come il magnate
dell’industria automobilistica Henry Ford istruisse il proprio staff a passare
in rassegna i depositi di rottame per scoprire le componenti del “modello T”
che non si erano deteriorate; poi, queste componenti venivano riprogettate
secondo standard di qualità inferiori. Secondo Dawkins, il medesimo
principio si applica all’evoluzione per selezione naturale. Vale la pena citare
Dawkins, giacché poi replicheremo alle sue asserzioni:
È del tutto possibile che una componente di un animale risulti troppo
buona, e possiamo allora attenderci che la selezione naturale favorisca uno
scadimento della qualità sino a un livello, ma non oltre, di equilibrio con la
qualità delle altre componenti del medesimo corpo.52
Ecco dunque l’aspetto decisivo dell’evoluzionismo. Per quanto efficiente
possa essere il cervello, la creatura media umana l’adopera in minima parte.
Allora, come spiega Dawkins tutta la sovrabbondanza di qualità nel cervello
umano? Quale utile apporto alla sopravvivenza è dato dall’abilità musicale e
matematica dei nostri antenati cacciatori?
Gli evoluzionisti risponderanno che gli algoritmi del cervello non sono
stati sviluppati per la musica e la matematica, ma “predisposti” per altri
scopi. Nessuno, però, riesce a spiegare quali potessero essere questi altri
scopi che hanno portato a sviluppare un elevatissimo grado di capacità
mentale. Alfred Wallace, il collega di Charles Darwin, riconobbe
chiaramente questa contraddizione quando scrisse: «Uno strumento [il
cervello umano] è stato sviluppato in anticipo sui bisogni del suo
possessore».
Se arretriamo di un milione di anni sino al tempo in cui l’uomo lottava
per sopravvivere, come può Richard Dawkins spiegare una evoluzione che
sembra aver favorito lo sviluppo di talenti non essenziali quali la capacità di
fare arte, musica e alla matematica? Come mai il cervello, che doveva essere
quanto meno già evoluto parzialmente, non ha beneficiato di nessuno dei
talenti immediatamente utili alla sopravvivenza, quali un olfatto sviluppato,
la visione a raggi infrarossi, un miglior udito ecc.? La teoria dell’evoluzione
dovrebbe poter spiegare tutto, ma chiaramente non spiega il cervello
umano. Ecco perché alcuni prestigiosi scienziati moderni hanno cominciato
a ricercare un diverso meccanismo per la selezione naturale.53 Alfred
Wallace per primo avviò questo dibattito quando espresse il sospetto che un
altro fattore, «un qualche sconosciuto elemento spirituale», fosse necessario
per spiegare gli insoliti talenti dell’uomo per l’arte e per la scienza.
L’ultimo chiodo da conficcare nella bara degli evoluzionisti è questo: chi
era il contendente che costrinse il cervello dell’Homo sapiens a evolvere a
tali estremi di dimensione e di complessità? Quale rivale costrinse la
capacità intellettuale dell’Homo sapiens a proporsi come essenziale
elemento di sopravvivenza? Chi dovevamo vincere in astuzia?
La spiegazione sta forse nella competitività all’interno della specie?
Nell’epoca moderna i nostri successi più importanti, quali i viaggi spaziali o
le armi nucleari, derivano dalla concorrenza tra superpotenze. Forse che
l’uomo primitivo si divise in gruppi rivali? Può essere che l’Uomo di
Neandertal rappresentasse una minaccia per il suo simile Homo sapiens? Al
contrario, le prove indicano che l’Uomo di Neandertal e l’Uomo di Cro-
Magnon coesistettero pacificamente. Scoperte fatte nella caverna di St.
Cesaire in Francia mostrano che vissero vicini per migliaia di anni, senza
mai scontrarsi. Inoltre, i primi ominidi continuarono ad adoperare semplici
utensili di pietra per milioni di anni fino a circa 200.000 anni fa - non c’è
segno di una escalation nell’uso degli utensili provocata da conflitti
all’interno della specie. In assenza, dunque, di un rivale intellettuale
collocabile nel giusto arco di tempo, lo scenario evolutivo per il cervello
umano rimane completamente non plausibile.

LE BARRIERE DEL LINGUAGGIO

Molti scienziati ritengono che il linguaggio costituisca la chiave per


spiegare il grande balzo in avanti compiuto da noi uomini, giacché ci
concede, unici nel creato, di comunicare e di trasferire idee ed esperienze da
una generazione all’altra.54 Fino a poco tempo fa, questo balzo in avanti
veniva attribuito ai mutamenti comportamentali che si verificarono in
abbondanza in Europa intorno a 40.000 anni fa. Poi, nel 1983, si ebbe la
traumatica scoperta dell’osso ioide dell’Uomo di Neandertal, antico di
60.000 anni, a cui ho già accennato, il quale osso dimostra come
quell’uomo fosse in grado di parlare.
L’origine delle capacità di linguaggio dell’uomo rimangono un
argomento controverso, e sollevano più interrogativi che risposte. Daniel C.
Dennett riassume così questa situazione confusa:
[...]i lavori portati avanti dai neuroanatomisti e dagli psicolinguisti hanno
mostrato che i nostri cervelli presentano aspetti assenti nei cervelli dei nostri
più prossimi parenti ancora in esistenza, aspetti che hanno avuto un ruolo
cruciale nella percezione e nella produzione del linguaggio. Ci sono
opinioni diversissime su quando, negli ultimi sei milioni di anni circa, la
nostra stirpe acquisì questi aspetti, in quale ordine e perché.55
Quasi tutti gli scienziati ritengono ormai che l’Homo sapiens fosse dotato
della capacità di parlare sin dai suoi esordi. Studi compiuti sul DNA
mitocondrio (mtdna) suggeriscono che, data l’ampia diffusione attuale della
capacità di parlare, essa deve essersi sviluppata da una mutazione genetica
nel “mitocondrio Eva” (MTDNA Eva), 200.000 anni fa (vedi Capitolo 11).
Il lavoro pionieristico compiuto da Noam Chomsky mostra che i neonati
ereditano geneticamente un’innata e assai progredita struttura del
linguaggio. Secondo la recente e applauditissima teoria di Chomsky sulla
grammatica universale, il bimbo è capace di azionare in modo subconscio
alcune leve per capire e per parlare il linguaggio dei genitori, qualsiasi sia la
parte del mondo in cui possa nascere. È altamente significativo che
Chomsky, la massima autorità mondiale di scienza linguistica, non riesca a
comprendere come il sistema di acquisizione del linguaggio umano possa
essersi evoluto per selezione naturale.56
Uno dei massimi evoluzionisti, Stephen Jay Gould, riconosce le difficoltà
riguardanti l’evoluzione del linguaggio ammettendo che si è trattato di uno
sviluppo anomalo o casuale:
Gli universi del linguaggio sono così diversi da qualsiasi altra cosa
presente in natura, e così anomali nella struttura, da indicare che la loro
origine vada considerata un prodotto derivato della maggior capacità
celebrale, e non come un semplice progresso nell’ambito di una continuità
dai grugniti ancestrali e dalla gestualità.57
Perché l’uomo ha acquisito capacità linguistiche tanto sofisticate? Stando
alla teoria darvinista, pochi grugniti sarebbero sufficienti per l’esistenza di
ogni giorno, ma eccoci qua ormai con più di ventisei suoni dell’alfabeto e
un vocabolario medio di 25.000 parole.
Oltre tutto, l’abilità a parlare non era un obiettivo semplice o scontato per
la selezione naturale. La capacità di parola dell’uomo risiede sia nella forma
sia nella struttura della bocca e della gola, oltre che nel cervello. Negli
uomini adulti la laringe è situata più in basso che in altri mammiferi e
l’epiglottide (la protuberanza cartilaginosa alla radice della lingua) non
raggiunge la superficie superiore della bocca. Pertanto, non possiamo né
respirare né deglutire contemporaneamente se non vogliamo rischiare di
rimanere soffocati,58 pericolo che noi solo corriamo. Questo insieme di
caratteristiche che non ha riscontri in altre creature può avere un unico
scopo: rendere possibile il linguaggio umano. In tutti gli altri aspetti è uno
svantaggio evolutivo. A parte il rischio di rimanere soffocati, provoca
complicazioni ai denti, tanto che, prima dell’avvento degli antibiotici, i
molari intasati da elementi tossici si rivelavano sovente un problema fatale.
Se è difficile ripercorrere, spiegandolo, lo sviluppo del cervello e della sua
capacità di acquisire il linguaggio, è altrettanto difficile ripercorrere lo
sviluppo della capacità di parola.
Torniamo ancora una volta al mistero del cervello umano. Ci viene
chiesto di credere che, in appena sei milioni di anni, la selezione naturale ha
fatto sì che il nostro cervello potesse espandersi fino ai limiti fisici del
canale di nascita. Un bel ritmo, per quanto riguarda l’evoluzione. E, nel
contempo, il cervello ha acquisito una struttura incredibilmente efficiente
con capacità anni luce distanti dai nostri bisogni di sopravvivenza
quotidiana. Scrive Arthur Koestler: «La corteccia celebrale degli ominidi si
sviluppò negli ultimi 500.000 anni[...] con una rapidità esplosiva, per
quanto ne sappiamo senza precedenti».59
E qui ci troviamo di fronte al più grande mistero fra tutti. Ci viene
indicato che non dovremmo avere acquisito l’intelligenza da un giorno
all’altro, e che l’evoluzione procede a un passo assai lento. Pertanto, se
arretriamo di uno o due milioni di anni dovremmo trovare delle creature
semi intelligenti, che adoperano le loro nuove capacità per sperimentare
forme primitive di scrittura, di arte allo stato elementare e di moltiplicazioni
aritmetiche semplici. Invece, non c’è niente. Senza eccezione alcuna, tutte le
testimonianze trovate indicano che l’uomo continuò ad adoperare i suoi
semplicissimi strumenti di pietra per sei milioni di anni, nonostante
l’aumento della sua capacità cranica. Questo è un fatto curioso ed
estremamente contraddittorio. Abbiamo diritto a una spiegazione migliore.

UNA RIVOLUZIONE SESSUALE

Vorrei concludere la mia rassegna riguardante l’uomo, questo disadattato


dell’evoluzione, richiamando l’attenzione su alcuni altri misteri e su altre
tabelle di marcia del tutto improbabili.
Esiste per prima cosa il mistero del pelo scomparso. Alcuni antropologi
sostengono che noi creature umane continuiamo a essere ricoperti di sottile
peluria, ma sono asserzioni che eludono il problema. Nel suo studio assai
approfondito, La scimmia nuda, Desmond Morris sottolinea proprio questa
strana anomalia:
Dal punto di vista funzionale, siamo completamente nudi e la nostra
epidermide è totalmente esposta al mondo esterno. È una situazione che
deve ancora essere spiegata, a prescindere da quanti sottilissimi peli sia
possibile contare utilizzando una lente di ingrandimento.60
Desmond Morris mise a confronto l’Homo sapiens con 4237 specie di
mammiferi, la grande maggioranza delle quali pelose o parzialmente tali. Le
uniche specie non pelose erano quelle che vivono sottoterra (e che quindi
possono rimanersene calde senza bisogno di peli), oppure specie acquatiche
(che beneficiano di strutture corporee aerodinamiche) e specie ricoperte di
armature quali l’armadillo (nel qual caso i peli sono chiaramente superflui).
Morris commenta:
La scimmia nuda [l’uomo] è dunque l’unica caratterizzata dalla sua nudità
rispetto a migliaia di mammiferi terrestri pelosi, irsuti o ricoperti di
pelliccia[...] se i peli hanno dovuto scomparire, deve sicuramente esserci un
motivo importantissimo per la loro abolizione.61
Il darvinismo non ha ancora offerto una risposta soddisfacente sul come e
sul perché l’uomo abbia perduto la sua pelosità. Sono state suggerite le
teorie più fantasiose, ma nessuno ha presentato una spiegazione veramente
accettabile. L’unica conclusione che possiamo trarre, e che si basa sul
principio del mutamento per fasi successive, è che l’uomo ha trascorso un
lungo periodo di tempo evolvendo in acqua62 o in ambienti molto caldi.
Un altro fattore caratterizzante il genere umano può forse darci un indizio
sui motivi della perdita di pelosità: la sessualità. Quest’argomento è stato
spiegato in modo assai coinvolgente da Desmond Morris, il quale ha messo
in luce caratteristiche umane uniche, quali i lunghi giochi sessuali, la
copulazione protratta e l’orgasmo.63 Una anomalia assai particolare la
troviamo nel fatto che la femmina umana è sempre “in calore”, ma può
concepire soltanto pochi giorni al mese. Come Jared Diamond ha indicato,
si tratta di un enigma evolutivo che non può essere spiegato ricorrendo alla
selezione naturale:
Il problema più dibattuto per ciò che concerne l’evoluzione della
riproduzione umana, consiste nel riuscire a spiegare come mai ci siamo
comunque ritrovati con una ovulazione nascosta, e quali benefici possiamo
trarre dalle nostre copulazioni asincrone.64
Molti scienziati hanno anche commentato l’anomalia del pene maschile, di
gran lunga il pene eretto più grande di qualsiasi primate vivente. Il genetista
Steve Jones ha ricordato come questo rimanga un mistero «non spiegato
dalla scienza»,65 un aspetto che trova eco nelle parole di Jared Diamond:
[...] ci ritroviamo ad avere a che fare con un evidente fallimento:
l’incapacità della scienza del XX secolo di formulare un’adeguata “teoria
della lunghezza del pene”
[...] per quanto stupefacente possa sembrare, funzioni importanti del pene
umano rimangono oscure.66
Desmond Morris descrive l’uomo come «il primate eroticamente più
evoluto», ma come mai l’evoluzione ci ha fatto un dono tanto generoso?
Tutto il corpo umano sembra essere stato progettato alla perfezione per
suscitare eccitazione sessuale e unioni di coppia. Morris vede gli elementi di
questo progetto nelle ampie dimensioni del seno femminile, nei lobi delle
orecchie, nelle labbra sensibili e nell’angolazione vaginale che incoraggia
una copulazione faccia a faccia di tipo molto intimo.67 Egli sottolinea anche
l’abbondanza delle nostre ghiandole odorifere, la nostra mobilità facciale
che non trova eguali nel mondo animale e la nostra peculiare facilità a
produrre lacrime copiose, tutte caratteristiche che rafforzano il particolare
legame emotivo di coppia tra maschio e femmina.
Questo grande progetto non potrebbe essere stato immaginato se le
creature umane non avessero perduto la loro pelosità, e con ciò potremmo
anche pensare che il mistero del pelo scomparso sia stato risolto. Purtroppo,
non è così semplice, giacché l’evoluzione non elabora grandiosi progetti. I
darvinisti rimangono stranamente muti a proposito delle fasi evolutive
necessarie per tutto questo, ma qualunque sia il modo in cui è avvenuto,
dovrebbe aver richiesto tempi molto, molto lunghi.
Nessuno ha saputo spiegare adeguatamente le fasi che hanno reso
possibili tutti questi cambiamenti in un arco di tempo di appena sei milioni
di anni. Invece di una lunga evoluzione sessuale sembra che abbiamo
intrapreso una rivoluzione sessuale da un giorno all’altro, in barba a tutte le
leggi del darvinismo.
Esistono tre altre anomalie interessanti degne di nota. La prima è la
spaventosa inettitudine della pelle umana a proteggersi.68 Nel contesto della
necessità di muoversi in aperta savana, l’uomo bipede divenne una preda
vulnerabile, e tenuto conto della graduale perdita di pelo protettivo pare
inconcepibile che la pelle umana possa essere diventata fragile come in
realtà è, se paragonata a quella dei nostri cugini primati.
La seconda anomalia è l’assenza, che non ha riscontri nel regno animale,
dell’osso del pene nei maschi. Questo è in totale contrasto con le
caratteristiche degli altri mammiferi, i quali adoperano l’osso del pene per
riuscire ad accoppiarsi con brevissimo preavviso. La deselezione di questo
osso determinante avrebbe potuto porre in pericolo l’esistenza della specie
umana, sempre che non fosse avvenuta in un ambiente caratterizzato da un
lunghissimo periodo di pace.
La terza anomalia consiste nelle nostre abitudini alimentari. Mentre gli
altri animali inghiottono il cibo istantaneamente, noi ci concediamo il lusso
di sei secondi per trasportare il cibo dalla bocca allo stomaco. Anche questo
indica un lungo periodo di evoluzione pacifica.
Sorge allora la domanda sul dove questa lunga e pacifica evoluzione
abbia avuto luogo, giacché mal si adatta al quadro attualmente elaborato per
l’Homo sapiens.

INGEGNERIA GENETICA

Esaminiamo ora l’alternativa all’improbabile evoluzione del genere


umano. È possibile che noi si sia stati geneticamente creati dagli dèi a “loro
immagine”? I testi citati nel Capitolo 1 suggeriscono effettivamente che una
operazione fisica sia stata effettuata e che abbia visto anche l’utilizzazione
del DNA di Adamo per creare Eva. Inoltre, quei testi suggeriscono che gli
umani vennero successivamente prodotti in massa secondo un
procedimento che oggi definiremmo di clonazione. Quanto al primo
Adamo, tutto suggerisce che fosse un ibrido di dio e Homo erectus. Se ciò
può sembrare troppo incredibile, fermiamoci un momento a riflettere sulla
scienza genetica. È una disciplina che incontreremo di nuovo, più volte, nei
capitoli successivi. Il gene, essenzialmente, è un insieme di informazioni
chimiche che consistono di dna. Oggi siamo in grado di capire come le
caratteristiche di una specie siano determinate dall’alfabeto di quattro lettere
del dna: a, g, c e t,69 combinate in parole di tre lettere con la possibilità
dunque di elaborare 64 parole. Queste parole quasi sempre codificano
aminoacidi che si combinano per formare proteine, costruendo i “mattoni”
del corpo. In anni recenti gli scienziati hanno cominciato a “leggere” queste
“lettere” e “parole” del codice genetico, e così facendo hanno isolato molti
geni individuandone le loro specifiche istruzioni.
Il genoma umano comprende tutti i geni che fanno parte delle nostre 23
paia di cromosomi. Si stima che ci siano 3 miliardi di “lettere” chimiche in
tutto il genoma umano, corrispondenti a dati che equivalgono a un elenco
telefonico di un miliardo di pagine. Gli scienziati parlano di «messaggio
genetico che abbiamo ereditato» oppure di «ricetta genetica dell’uomo». Un
dato sovente citato spiega che il DNA contenuto in ciascuna cellula, se
dipanato, si estenderebbe per 1,8 metri, e che il DNA di un intero corpo
umano si estenderebbe sino alla luna e ritorno ottomila volte.
Da quando nel 1953 Watson e Crick scoprirono il DNA, i progressi nel
campo della genetica sono stati numerosissimi e frequenti. Due grandi
svolte si sono avute nel 1980, e hanno meritato il premio Nobel per la
chimica. Walter Gilbert della Harvard e Frederick Sanger della Cambridge
University lavorando insieme hanno sviluppato metodi rapidi per leggere
ampi segmenti di DNA, mentre Paul Berg della Stanford University ha
compiuto un lavoro pionieristico nei processi di giunzione genetica.
Ma come avrebbero potuto gli dèi in carne e ossa ricorrere alla genetica
per intervenire fisicamente nella creazione del genere umano? Vediamo di
riassumere brevemente le tre maggiori linee di scienza genetica applicata,
scoperte nell’ultimo ventennio del XX secolo: la clonazione, la giunzione
genetica, e la fusione cellulare.
La clonazione degli esseri umani è divenuta una possibilità scientifica già
da molti anni, sebbene per motivi etici la pratica si sia finora limitata agli
animali. Il processo funzionerebbe così: si toglierebbe un insieme di 23
cromosomi dall’ovulo femminile.70 L’ovulo potrebbe a quel punto essere
impiantato con un insieme completo di 46 cromosomi presi a una qualsiasi
cellula umana. Questo porterebbe al concepimento e alla nascita di un
individuo predeterminato, una replica esatta della fonte dell’insieme
indiviso di cromosomi. Un’alternativa alla rimozione dei cromosomi
femminili consiste nel disattivare il nucleo dell’ovulo sia chimicamente sia
per radiazione.
La giunzione di geni, nota anche come tecnica del DNA ricombinante,
può prevedere l’inserimento di un nuovo gene oppure la rimozione di un
gene indesiderato, da un filamento DNA. Il procedimento comprende l’uso
di enzimi che consentono ai filamenti DNA di essere sezionati ai punti
voluti, e poi di rimuovere una “frase” che costituisce un gene, o di inserire
un gene “estraneo”; dopodiché il DNA è ricombinato. Un esempio di
giunzione dei geni è il “supertopo” creato dai ricercatori delle università di
Washington e della Pennsylvania nel 1982 mediante il trasferimento del
gene della crescita da un ratto a un topo; il topo crebbe fino a due volte le
sue dimensioni normali. Molte piante “perfezionate” sono state ottenute in
questo modo affinché potessero resistere alle malattie, compresa il
famigerato esempio del pomodoro che non marcisce. Più recentemente
abbiamo visto il “supersalmone” ottenuto dagli scienziati svedesi, mentre
futuri sviluppi possono persino far pensare a pecore che si autotosano!
Mentre la giunzione genetica tenta di valorizzare un aspetto selezionato
senza mutare la specie, la fusione cellulare prevede, in modo ancor più
controverso, la creazione di una nuova specie ibrida. Il processo funziona
mediante la fusione di due cellule provenienti da due diverse fonti, così da
formare una “supercellula” comprendente due nuclei di un doppio insieme
di paia di cromosomi. Quando queste cellule si dividono, ne risulta una
mescolanza ingarbugliata. Per esempio, nel 1983 gli scienziati mescolarono
una pecora e una capra (che in natura non possono accoppiarsi) creando
una nuova specie che presentava un mantello lanoso e corna di capra.
Sinora non è stata dimostrata la possibilità di predeterminare i risultati di
fusioni del genere, quindi gli esisti di questi esperimenti sono imprevedibili.
Nel 1989, lo Human Genoma Project venne ufficialmente varato negli
Stati Uniti, allo scopo di coordinare le ricerche internazionali per un costo
previsto di 3 miliardi di dollari. L’obiettivo di questo progetto
internazionale consiste nell’individuare, analizzare e registrare i 3 miliardi di
“lettere” chimiche del genoma umana e di mappare i nostri centomila geni
assegnandoli a regioni specifiche dei nostri cromosomi. Nel dicembre 1993
una “mappa fisica del genoma umano” venne pubblicata dal Centre d’Etude
du Polymorphisme Humain ( ceph) di Parigi, ed è stato uno dei più
importanti successi di questa ricerca. Rendendo disponibile
internazionalmente questa mappa attraverso Internet, il ceph ritiene che
consentirà ai cacciatori di geni di procedere in futuro dieci volte più
rapidamente, con reali prospettive di riuscire a decifrare tutti i tre miliardi di
lettere chimiche del codice genetico umano entro la prima parte del XXI
secolo. Il dottor Daniel Cohen direttore del ceph, ha dichiarato: «Prima di
oggi una mappa fisica esisteva solo per il 2% del genoma umano; la nostra
mappa copre qualcosa come il 90%».71
Quando questa ricerca sarà stata completata, il genere umano avrà forse il
potere di creare a propria immagine, persino a propria somiglianza. Allora,
se dovessimo trovare su altri pianeti una specie che avesse un DNA simile
al nostro, potremmo incrociarci con essa e selezionare quelle caratteristiche
che vorremmo comprendere ovvero escludere. Quella specie potrebbe
allora vedere in noi degli “dèi”.
Cento anni fa sarebbe stata fantascienza suggerire che il genere umano
avrebbe potuto essere progettato geneticamente come ibrido e poi clonato.
Sarebbe anche stato scandaloso suggerire che l’Elohim biblico aveva in
realtà adoperato mezzi fisici di tal sorta. Oggi queste possibilità hanno un
riscontro scientifico e risultano perfettamente plausibili. La domanda è:
stiamo semplicemente riscoprendo una tecnologia già impiegata 200.000
anni fa?
CONCLUSIONI

⊕ L’ Homo sapiens è comparso improvvisamente circa 200.000 anni fa,


presentando un incremento del 50% delle dimensioni del cervello, insieme
alla capacità di adoperare il linguaggio e a un’anatomia moderna. Stando
alle teorie della selezione naturale, questo è statisticamente impossibile.
⊕ Il DNA umano mostra i segni di avere attraversato una evoluzione
estremamente lunga e relativamente pacifica. Il che non è coerente con
l’idea di una divisione evoluzionistica dalle scimmie intercorsa non più di 6
milioni di anni fa.
⊕ Le anomalie evolutive presenti nell’uomo sono del tutto coerenti con
l’idea di un intervento concentrato di tipo genetico operato da dèi in carne
ed ossa.
⊕ Secondo i testi antichi, il primo Adamo era un bambino in provetta,
creato dagli dèi da materiale vivente che già esisteva. Il DNA di Adamo
(non la sua costola) venne usato per creare la prima donna. Gli umani
vennero quindi clonati per alleggerire il “lavoro” degli dèi.
1 C. Darwin, On the Origin of Species by Means of Natural Selection, London, Murray, 1859
(trad. it. L’origine delle specie, Roma, Newton Compton, 1995).
2 Darwin riconobbe di avere delle difficoltà a spiegare organi altamente complessi quali l’occhio
e il cervello dell’uomo.
3 Alfred Wallace, che condivise con Darwin la messa a punto della teoria evoluzionistica, lasciò
che questi si prendesse tutti gli onori pubblici.
4 Sir A. Keith, in «Nature», 85, 2155 (1911), p. 59.
5 Il 2% di differenza nel DNA comprende mutamenti nei DNA cosiddetti di scarto, di per sé
ininfluenti. Dalle circa nove catene proteiche sinora confrontate con quelle degli scimpanzé, gli
scienziati non sono riusciti a stabilire con esattezza dove nel genoma umano sia avvenuto uno
qualsiasi dei mutamenti importanti del DNA.
6 S. Jones, The Language of the Genes, Flamingo, 1993, Capitolo 6, p. 128.
7 U. Knatterbusch, in «Ancient Skies» 20, 2 (1993).
8 S. Jones, The Language of the Genes, cit., Capitolo 4, p. 95.
9 R. Dawkins, River Out of Eden, London, Weidenfeld-Nicolson, 1995, p. 11.
10 Dennett cita il famigerato esempio di Am I my brothel’s keeper? (“Sono forse il custode del
mio bordello?”), laddove la l sostituisce la r del testo originario trasformando brother, “fratello”,
in brothel, “bordello” (n.d.t.).
11 D. Dennett, Darwin’s Dangerous Idea, cit., pp. 292 e 296.
12 R. Dawkins, River Out of Eden, cit.
13 Questa straordinaria analogia viene vista come una prova a supporto dell’idea di Darwin
sull’origine comune di ogni forma di vita sulla Terra. Vedi il Capitolo 7.
14 R. Dawkins, River Out of Eden, cit., p. 6.
15 Ivi, p. 8.
16 Vedi per esempio R. Leakey - R. Lewin, The Sixth Extinction, Weidenfeld 1996.
17 Darwin stesso non riuscì a trovare nessun esempio di specie mutante. Dovunque si siano
riscontrati mutamenti importanti in una specie, sono attribuibili a cambiamenti ambientali non
naturali, per esempio alla presenza di fumo o di pesticidi.
18 D. Dennett, Darwin’s Dangerous Idea, cit., p. 292.
19 J. Gorman, The tortoise or the hare?, in «Discover», ottobre 1980, p. 89.
20 T. Huxley, citato in N. Macbeth, Darwin Retried, Boston, Gambit Inc., 1971, p. 141.
21 R. Dawkins, River Out of Eden, cit., pp. 79-80.
22 Ivi, pp. 105-106.
23 A. Wallace, citato in M. Flindt - O. Binder, Mankind - Child of the Stars, Fawcett, 1974,
Capitolo 1.
24 Alan Wilson e Vincent Sarich, della University of California a Berkeley, hanno adoperato la
genetica molecolare per dimostrare che la separazione dagli scimpanzé è avvenuta 5 milioni di
anni fa. Altri scienziati ritengono che sia avvenuta tra i 6 e gli 8 milioni di anni fa.
25 Ricerca del 1995, condotta dal prof. Frans de Waal della Emory University presso lo Yerkes
Regional Primate Centre, Atlanta, Georgia (USA).
26 È stata denominata Lucy in onore della canzone dei Beatles Lucy in the Sky with Diamonds,
che risuonava quando i resti vennero portati al campo da Donald Johanson.
27 «The Sunday Times News Review», 19 marzo 1995.
28 «The Sunday Times», 20 agosto 1995.
29 S. Jones, The Language of the Genes, cit., Capitolo 6, p. 127.
30 «National Geographic», 187, 6 (1995).
31 Ibid.
32 «The Sunday Times», 20 agosto 1995.
33 La posizione eretta espone il cervello alla frescura dei venti. Consente anche al corpo in genere
di raffreddarsi riducendo l’esposizione al sole del 40%.
34 D. Falk, Braindance, Holt, 1992.
35 O. Lovejoy, anatomista della Kent State University.
36 J. Diamond, The Rise and Fall of the Third Chimpanzee, Vintage, 1991, Capitolo 1, p. 20.
37 Il nome Cro-Magnon proviene da quello della zona francese dove vennero per la prima volta
scoperti i suoi resti.
38 L’Uomo di Neanderthal trae il suo nome al luogo vicino a Düsseldorf dove nel 1856 vennero
scoperti per la prima volta i suoi resti. F. Clark Howell e T. White, della University of California
a Berkeley, spiegano che «la totale e pressoché improvvisa scomparsa degli Uomini di
Neanderthal rimane uno degli enigmi e degli aspetti critici negli studi sull’evoluzione umana».
Mentre taluni antropologi ritengono che geni del Neanderthal siano oggi presenti in noi per via
degli incroci con altri Homo sapiens, la maggior parte di essi, come per esempio Chris Stringer
del British Museum, pensano che si sia trattato di una specie a sé, che si è semplicemente estinta.
39 Wonders of the Ancient World, in «National Geographic Society», 1994, pp. 28-9.
40 Vedi E. Trinkhaus - P. Shipman, The Neanderthals: Changing the Image of Mankind, London,
Jonathan Cape, 1993.
41 B. Arensburg et al., A Middle Palaeolithic Human Hyoid Bone, in «Nature», 338, 27 (1989).
L’osso ioide si colloca tra il mento e la laringe e ancora tra i muscoli che muovono la lingua, la
mascella inferiore e la laringe.
42 Vedi F. Hoyle, The Intelligent Universe, London, Michael Joseph, 1983. Hoyle descrive un
errore genetico, riscontrato in una piccola tribù africana nota come “popolo struzzo”, che dà ai
piedi umani l’aspetto di zampe di uccello.
43 E. Trinkhaus (a cura di), The Emergence of Modern Humans, Cambridge University Press,
1989.
44 M. Aitken - C. Stringer - P. Mellars (a cura di), The Origin of Modern Humans and the Impact
of Chronometric Dating, Princeton University Press, 1993 (dibattito tenutosi il 26 e 27 febbraio
1992).
45 H. Schwarcz - R. Grun, ESR Dating of the Origin of Modern Man, in Aitken - Stringer -
Mellars, The Origin of Modern Humans..., cit., p. 40.
46 J. Desmond Clark, Africans and Asian Perspectives on the Origins of Modern Humans, in
Aitken - Stringer - Mellars, The Origin of Modern Humans..., cit.
47 Datazione di Neanderthal citata nel «National Geographic», 189, 1 (1996). Per un quadro più
chiaro riguardo all’incertezza di una loro datazione, vedi J. Diamond, The Rise and Fall..., cit., p.
35.
48 J. Hawkes (a cura di), Atlas of Ancient Archaeology, Michael O’Mara, 1994, p. 9.
49 R. Lewin, Human Evolution, Oxford, Blackwell Scientific Publications, 1984, p. 74.
50 «National Geographic», 187, 6 (1995).
51 Secondo l’ing. Max Flindt, in Flindt - Binder, Mankind - Child of the Stars, cit., Capitolo 11,
p. 157.
52 R. Dawkins, River Out of Eden, cit., p. 124.
53 Roger Penrose sta esaminando a questo riguardo la fisica quantistica. Vedi D. C. Dennett,
Darwin’s Dangerous Idea, cit., pp. 444 e 446.
54 Ivi, p. 371, e J. Diamond, The Rise and Fall..., cit., Capitolo 2, p. 47 e Capitolo 8, p. 127.
55 D. C. Dennettt, Darwin’s Dangerous Idea, cit., p. 389.
56 Ivi, pp. 384 e 387. Le idee di Chomsky a proposito di un piano genetico per il linguaggio sono
condivise dal linguista D. Bickerton, vedi Diamond, The Rise and Fall, cit., Capitolo 8.
57 S. Gould, Tires to Sandals, in «Natural History», aprile 1989, p. 14.
58 P. Lieberman, Uniquely Human: The Evolution of Speech, Thought and Selfless Behaviour,
Harvard University Press, 1991.
59 A. Koestler, Man. One of Evolution’s Mistakes?, in «New York Times Magazine», 19 ottobre
1969, p. 112.
60 D. Morris, The Naked Ape, Triad Grafton, 1977, Capitolo 1, p. 38.
61 D. Morris, citato in Flindt - Binder, Mankind. Child of the Stars, cit., Capitolo 7, p. 111.
62 Si è detto che l’uomo può avere attraversato una fase acquatica nell’arco della sua evoluzione.
Letture proposte: Sir Alaister Hardy, Was Man More Aquatic in the Past?, in «The New
Scientist», 17 marzo 1960; E. Morgan, The Aquatic Ape - A Theory of Human Evolution, London,
Souvenir Press, 1982; E. Morgan, The Scars of Evolution: What Our Bodies Tell Us About
Human Origins, London, Souvenir, 1990; M. Roede - J. Wind - J. Patrick - V. Reynolds (a cura
di), The Aquatic Ape: Fact Or Fiction, London, Souvenir, 1991.
63 D. Morris, Man - One of Evolution’s Mistakes?, cit. Capitolo 2, pp. 49 e 56.
64 J. Diamond, The Rise and Fall..., cit., Capitolo 3, p. 66.
65 S. Jones, The Language..., cit., Capitolo 5, p. 109.
66 J. Diamond, The Rise and Fall..., cit., Capitolo 3, pp. 63-4.
67 D. Morris, Man - One of Evolution’s Mistakes?, cit., Capitolo 2.
68 M. Flindt - O. Binder, Mankind - Child of the Stars, cit., Capitolo 8, p. 123.
69 A, G, C e T stanno per adenina, guanina, citosina e tiamina.
70 Normalmente la natura unificherebbe due serie di cromosomi tratti dalle cellule sessuali di
maschio e femmina, il che condurrebbe a una combinazione casuale dei geni.
71 «Financial Times», 20 dicembre 1993.
3
I SEGNI DEGLI DÈI
UNA RASSEGNA DELLE PROVE

Secondo la storia tradizionale del genere umano, non dovrebbe essere


possibile trovare esempi di tecnologie del XX secolo in uso migliaia di anni
fa. Eppure, esempi di simili tecnologie, che sfidano ogni tradizionale
spiegazione scientifica, possono essere individuati in diverse parti del
mondo Il fatto che documentazioni fisiche di simili tecnologie esistano
realmente suscita non poca perplessità, e conferisce forza all’idea che una
razza progredita di dèi in carne e ossa possa averci creato a “loro
immagine”.
Questo capitolo si occupa di una serie di località che rappresentano
altrettante anomalie storiche, e si basa su viaggi che ho compiuto in anni
recenti. Molti lettori hanno già familiarità con località quali Tiahanaco e
Nazca, mentre altri non le conoscono affatto. Tenterò quindi un approccio
equilibrato, senza dilungarmi troppo, attenendomi all’essenziale ma anche
offrendo nuove intuizioni. Come ben sanno coloro che hanno visitato questi
luoghi, nulla può equivalere all’andarci. Per quel che mi riguarda, non so
contare le volte in cui mi sono stupito nel vedere come tutto appariva
diverso dall’idea che me ne ero fatto.
Includerò in questo capitolo anche alcune località meno note. Chavin de
Huantar, per esempio, è interessante per la sua particolarissima rete di
acquedotti molto progrediti, e traccerò un paragone affascinante tra essi e
gli acquedotti di Tiahanaco. Un’altra località non molto nota è Baalbek nel
Libano. A causa della guerra e del terrorismo, Baalbek è stata negli ultimi
vent’anni zona “vietata”. Però, nel maggio del 1995 sono finalmente
riuscito a visitare il tempio di Giove a Baalbek, e sono felice di poter
condividere le mie impressioni riguardo alle straordinarie pietre, pesanti più
di 800 t, che sono state miracolosamente trasportate e quindi inserite in uno
dei muri portanti. Le difficoltà insite in queste manovre - anche per tecnici
del XX secolo - sono davvero illuminanti. Alcuni dei luoghi non citati in
questo capitolo vengono trattati altrove. Le piramidi di Giza, per esempio,
meritano un intero capitolo (Capitolo 4), mentre l’antico osservatorio
astronomico di Stonehenge è trattato nel Capitolo 5. Una esaustiva
discussione degli aspetti astronomici di Tiahanaco e di Machu Picchu trova
spazio nel Capitolo 5.
Nelle pagine seguenti cercherò di dimostrare l’esistenza di un unico
schema che inquadra le incongruenze tecnologiche individuate nella
preistoria del genere umano.1 In particolare, esaminerò le lacune nelle
spiegazioni scientifiche di anomalie, laddove le spiegazioni ci sono.
Per talune località, quali Nazca, troviamo un’ampia divergenza di
opinioni tra gli scienziati, che equivale a una vera e propria ammissione di
ignoranza. In gran parte delle altre località, però, esiste una totale assenza di
opinioni scientifiche, nonché la tendenza a non voler tenere conto di prove
cruciali. Puma Puncu è un esempio classico di questo approccio, dato che le
sue pietre tagliate con estrema precisione vengono di solito escluse dai
rapporti degli archeologi riguardanti la vicina località di Tiahanaco.
Uno degli aspetti più frustranti dell’antica tecnologia riguarda i metodi di
costruzione. Quasi ogni ingegnere edile ha una sua teoria su come i suoi
precursori antichi possano aver ricavato ed eretto enormi massi tagliati con
grande precisione, ma pochi di questi tecnici sono stati coraggiosi al punto
di rimboccarsi le maniche e mettere le loro teorie alla prova pratica. Le
poche volte in cui hanno osato avventurarsi sul campo, i risultati sono stati
veramente scoraggianti. Per esempio, uno dei più noti egittologi, Mark
Lehner, ha recentemente guidato una squadra nel tentativo di erigere un
obelisco egiziano adoperando utensili e materiali antichi.2 Quegli uomini
hanno avuto non poche difficoltà a dimostrare come l’obelisco fosse stato
trasportato dal Nilo, giacché caricarlo su un battello è parso fisicamente
impossibile. Hanno anche dovuto lottare strenuamente per innalzare
l’obelisco che è soltanto un decimo, quanto a dimensioni e peso, di quello
originario!
Mark Lehner appartiene a un gruppo di esperti convinti che gli antichi
tagliapietre lavorarono il granito (una delle pietre naturali più dure)
martellandolo continuamente con sassi più piccoli. Questi esperti di solito
dimostrano come la tecnica di martellamento riesca, dopo alcune ore di
sforzi, a produrre qualche intaccatura nel granito. Secondo loro questo
conferma che i metodi di martellamento funzionano. Sfortunatamente,
nessuno di loro ha mai portato il lavoro a compimento dimostrando
veramente come i tagliapietre ottennero margini tanto perfetti, specialmente
quelli all’interno dei fori scavati nella pietra. In questo capitolo
incontreremo diversi straordinari esempi di lavorazioni del genere, che non
possono assolutamente essere stati prodotti da semplici utensili di pietra o di
rame quali si presume che gli antichi adoperassero.
Non è mia intenzione elaborare congetture sull’esatto genere di tecnologia
impiegata per tagliare quei massi, né è mia intenzione rispondere
all’interrogativo di come sia stato possibile trasportarli su distanze e
dislivelli “impossibili”. Probabilmente non lo sapremo mai. La domanda
che mi sembra più pertinente, e altrettanto affascinante, è: «perché lo hanno
fatto?». È intorno a questo punto che la scienza accademica e gli storici
tentano di mascherare le loro lacunose conoscenze con generici riferimenti a
credenze religiose primitive. Alcune delle più singolari anomalie del mondo
vengono quindi comodamente spacciate come templi, altari o vasche
cerimoniali, quando in effetti il loro scopo e la loro funzione originaria
rimangono totalmente oscure.
Se non comprendiamo il significato di un oggetto, chiederci perché è
stato fatto non ci porta da nessuna parte. Per esempio, chiederci perché
qualcuno ha costruito il tempio di Stonehenge è molto diverso dal chiedere
perché qualcuno ha costruito l’osservatorio astronomico di Stonehenge. È
dunque essenziale mettere da parte le interpretazioni religiose e cominciare a
osservare le cose dell’antichità con una mentalità più aperta.
Ciò non toglie che il significato di taluni manufatti è sufficientemente
chiaro e consente di formulare interrogativi pertinenti. Tra quelli che
proporrò posso anticipare questi: come mai in un muro a Baalbek sono stati
inseriti massi di più di 800t quando pietre più piccole si sarebbero
dimostrate altrettanto adeguate? Come mai i progettisti originari di
Tiahanaco e di Chavin hanno dato tanta importanza ad acquedotti altamente
sofisticati? E come mai le figure disegnate a Nazca sono predisposte per
essere viste soltanto dall’alto?
Certo, non posso evitare di lasciar trasparire subito qualche aspetto delle
risposte che ho trovato. Ma i lettori debbono capire che risposte complete
richiedono una serie di riferimenti fondamentalmente diversi da quelli
attualmente disponibili - riferimenti che verranno gradatamente introdotti
nei capitoli successivi. Al momento opportuno torneremo in quasi tutti i
luoghi menzionati in questo capitolo, per confermarne le cronologie e per
dare forma alle mie spiegazioni a proposito delle loro funzioni o dei loro
significati. Nel frattempo, vi invito a condividere i miei pensieri preliminari
a proposito del nostro misterioso passato.

BAALBEK

Le imponenti rovine di Baalbek, in Libano, sono situate nella fertile valle


di Bekaa, ai piedi delle montagne, a 85 km a nord-est di Beirut. Baalbek era
una delle località più sacre al mondo, e i suoi templi venivano annoverati tra
le meraviglie del monto antico. Ora, però, Baalbek giace dimenticata,
cancellata dalle carte geografiche da più di vent’anni di guerre e di
terrorismo. Questa località è stata trascurata al punto che alcuni libri di
archeologia non la menzionano neppure.
Un bel contrasto dalla realtà di duemila anni fa, quando gli imperatori
romani intraprendevano viaggi di 2500 km per raggiungere questo luogo
remoto allo scopo di recare offerte ai loro dèi e di ricevere gli oracoli sui
destini dell’impero. Anzi, fu proprio qui che i Romani costruirono i loro
templi più grandi, culminati nel magnifico tempio dedicato alla loro divinità
maggiore, Giove. Soltanto sei pilastri di quel tempio sono sopravvissuti alla
sequela di terremoti che hanno ridotto in rovine il luogo, ma questi pilastri -
illustrati nella tavola 1 - costituiscono ancor oggi una visione imponente con
i loro 20 m di altezza. Le dimensioni del tempio sminuiscono, letteralmente,
il Partenone di Atene.
Però, per quanto magnifico possa essere, il Tempio di Giove poggia su
una terrazza antecedente l’epoca romana costruita con massi colossali. In
basso nella tavola 1 possiamo vedere nella parete di sud-est della terrazza
una fila di nove massi, ciascuno dei quali misura pressappoco 10 x 4,2 x 3
m, con un peso di più di 300 t ciascuno. Sullo stesso livello ma
nell’adiacente parete di sud-ovest, troviamo sei altri massi di 300 t, sopra i
quali sono situati tre enormi blocchi megalitici, noti come il “trilite”, ovvero
“la meraviglia delle tre pietre”. La tavola 2 mostra questi tre blocchi di
granito (la fila più chiara) che costituiscono il sesto strato visibile del muro.
Ciascuno di queste tre enormi pietre misura sorprendentemente 19,5 m in
lunghezza media, con una altezza di 4,5 m e uno spessore di 3,6 m.3 Si
ritiene che pesino qualcosa come 800 t ciascuno. Michel Alouf, l’ex
sovrintendente alle rovine, osserva che:
[...] nonostante le loro dimensioni enormi [le pietre del trilite] sono
posizionate con accuratezza e combaciano perfettamente, al punto che non è
possibile inserire tra l’una e l’altra neppure un ago. Non esiste descrizione
che possa dare un’idea precisa del sorprendente e stupefacente effetto che
questi straordinari blocchi di pietra hanno su chi le osserva.4
L’angolazione della foto della tavola 2 - ostacolata dalla recinzione
perimetrale - non rende l’idea dell’immensa dimensione del trilite, che può
però essere valutata grazie a un blocco leggermente più grande, noto come
“Pietra del Sud”, che giace in una cava a qualche minuto di cammino verso
sud-ovest. La tavola 3 mostra l’enorme dimensione di questa pietra che
misura in lunghezza 21 m per una larghezza di 4,8 e un’altezza di 4. Si
ritiene che questo blocco pesi qualcosa come 1000 t, più o meno
l’equivalente di tre jumbo Boeing 747. 5
Come è stato possibile trasportare quei macigni dalla cava all’acropoli?
Non è una distanza enorme, essendo pari a poco più di 400 m, né il
dislivello è considerevole tra i due punti. Eppure, se si considerano le
dimensioni e il peso di queste tre pietre, e il fatto che il tragitto dalla cava
all’acropoli non è sempre piatto, si può capire come il trasporto con mezzi
tradizionali possa presentare difficoltà apparentemente insormontabili. Ma
un mistero ancora maggiore circonda il modo con cui le pietre del trilite
sono state incastrate per più di 6 m nella parete, senza uso di malta e con
precisione perfetta.
Taluni esperti vorrebbero farci credere che sono stati i Romani a costruire
questa vasta terrazza di pietra a Baalbek come fondamento per i loro templi.
Rimane però un fatto: nessun imperatore romano ha mai sostenuto di aver
compiuto un’opera così fantastica e, come un esperto ha osservato, esiste un
enorme contrasto di dimensioni tra i templi romani e la terrazza su cui si
ergono.6 Né abbiamo documentazione alcuna di tecnologie romane capace
di spostare massi pesanti 800 tonnellate. Anzi, non ci sono prove di nessuna
civiltà a noi nota che abbia avuto a disposizione la tecnologia necessaria per
erigere le pietre colossali che possiamo vedere a Baalbek.
Ma chi può aver costruito quelle enormi fondamenta di pietra, e a quale
scopo? È un mistero che ha solleticato l’immaginazione degli uomini per
migliaia di anni.
Gli Arabi ritenevano che Baalbek appartenesse al leggendario Nimrod,
che dominò questa zona del Libano. Secondo un manoscritto in arabo
rinvenuto proprio a Baalbek, Nimrod inviò dei giganti per ricostruirla dopo
il Diluvio,7 mentre un’altra leggenda riferisce che Nimrod si ribellò contro il
suo dio e costruì a Baalbek la torre di Babele.
Altre leggende associano Baalbek al personaggio biblico di Caino, il
figlio di Adamo, e sostengono che fu lui a costruire Baalbek come rifugio
dopo che il suo dio Yahweh lo aveva maledetto. Secondo Estfan Doweihi,
il patriarca Maronita del Libano:
La tradizione ci dice che la fortezza di Baalbek... è la costruzione più
antica del mondo. Caino, il figlio di Adamo, la costruì nell’anno 133 della
creazione, durante una crisi di demenza feroce. Le diede il nome di suo
figlio Enoch e la popolò con i giganti che erano stati puniti con il Diluvio
per le loro iniquità.8
Anche gli abitanti Musulmani di quei luoghi ritenevano che il trasporto
delle enormi pietre di Baalbek andasse ben al di là delle capacità umane. Ma
invece di attribuire quell’opera ai giganti dicevano che i costruttori erano
stati dei demoni o djinn.9 Il viaggiatore inglese David Urquhart era
dell’opinione che i costruttori impiegarono dei mastodonti - dei mammiferi
simili a elefanti ora estinti - come gru mobili per spostare le pietre!10
C’è chi sostiene che neppure gru moderne potrebbero sollevare pietre
pesanti come i monoliti di 800 t di Baalbek.11 Ho posto il problema alla
Baldwins Industrial Services, una delle principali industrie inglesi
costruttrici di gru. Ho chiesto loro se se la sentirebbero di spostare la Pietra
del Sud, del peso di 1000 t, e di collocarla accanto al trilite.
Bob MacGrain, il direttore tecnico della Baldwins, mi ha spiegato che
diverse gru mobili sarebbero attualmente in grado di sollevare e di collocare
un masso di 1000 t su una struttura di supporto alta 6 m. La stessa Baldwins
ha in uso una Gottwald ak912,12 una gru capace di lavorare con pesi di
1200 t, mentre altre aziende sono in grado di sollevare oggetti di 2000 t.
Sfortunatamente, queste gru non hanno la capacità di muoversi mentre
sollevano pesi del genere. Quindi, come trasportare la Pietra del Sud fino
all’acropoli?
La Baldwins suggerisce due possibilità. La prima consisterebbe nell’uso
di una gru capace di sollevare mille tonnellate munendola di cingoli. Lo
svantaggio di questo metodo consisterebbe nel bisogno di grandi opere sul
terreno per predisporre una via compatta e piatta che consenta lo
spostamento della gru.
Un’alternativa alla gru potrebbe consistere in una serie di rimorchi
idraulici modulari, uniti tra loro in modo da creare una massiccia
piattaforma di carico mobile. Questi rimorchi sollevano e abbassano i loro
carichi adoperando dei cilindri idraulici incorporati nelle sospensioni.
L’iniziale operazione di sollevamento verrebbe ottenuta scavando una
sezione sotto il masso, nella quale entrerebbe il mezzo di trasporto. La
messa in loco definitiva nel muro, a un’altezza di 6 m, si otterrebbe
impiegando una rampa in terra battuta.
Naturalmente, un piccolo problema c’è nella soluzione proposta dalla
Baldwins. Nessuna di queste tecnologie tipiche del XX secolo era
disponibile, per quanto ne sappiamo, quando Baalbek fu costruita.
Cosa succede allora se ritorniamo ai metodi non tecnologici? L’opinione
comune è che le pietre megalitiche venivano spostate adoperando un
sistema di rulli lignei. Ma gli esperimenti moderni hanno dimostrato che
rulli del genere rimarrebbero schiacciati da pesi assai più leggeri di 800 t. Se
anche un sistema del genere fosse attuabile, smuovere la Pietra del Sud
avrebbe richiesto lo sforzo collettivo di 40.000 uomini.13 Ed è rimasto
assolutamente non dimostrato che un masso di 800.000 t possa essere
spostato con metodi tanto primitivi.
Un altro aspetto debole della spiegazione solitamente offerta è questo:
perché i costruttori avrebbero dovuto darsi tanto da fare con un peso del
genere, quando sarebbe stato per loro assai più agevole dividere il monolite
in diversi blocchi più piccoli? Secondo i miei amici tecnici era in ogni caso
assai rischioso impiegare grandi blocchi nel trilite in quanto qualsiasi difetto
in verticale della pietra avrebbe significato pericolosissime debolezze
strutturali. Per contro, difetti del genere in blocchi più piccoli non avrebbero
influenzato negativamente la costruzione complessiva.
Non ha quindi molto senso immaginare decina di migliaia di uomini che
tentano di spostare e di sollevare tre massi di 800 t ciascuno. Come
possiamo risolvere questo dilemma e cosa possiamo capire delle
motivazioni dei progettisti di Baalbek? Da una parte, sembra che fossero
assolutamente certi che il loro materiale non era difettoso. Pertanto, può
essere che abbiano preferito utilizzare i grandi massi per dei specifici motivi
strutturali, vale a dire per fornire una piattaforma più stabile, in grado di
sopportare enormi forze verticali. Un’ipotesi intrigante. D’altro canto, è
possibile che quei costruttori avessero semplicemente fretta e che pertanto
per loro fosse un espediente tagliare e spostare un unico grande masso
piuttosto che due più piccoli. Questo naturalmente presuppone la
disponibilità di un elevato livello di tecnologia.
Sebbene la prima di queste due alternative sia la più solleticante, secondo
me è la seconda che fornisce la spiegazione più attendibile. Ho
l’impressione - ed è un’impressione condivisa da altri - che la grande
terrazza di Baalbek sia incompleta. Lo strato del trilite, per esempio, si
innalza sopra gli altri megaliti e non costituisce parte di una terrazza
livellata. È come se formasse parte di un baluardo difensivo incompiuto.
Questa teoria è rafforzata dalla Pietra del Sud, un’estremità della quale è
ancora parte del fondo roccioso della cava. Sono tutti segni di un
abbandono improvviso del progetto di costruzione.
Però, se lo strato del trilite rappresenta un’aggiunta successiva, eretta
grazie all’impiego di alta tecnologia in un periodo a noi ignoto, allora gli
strati sottostanti ci portano ancora più indietro nella preistoria. Questi strati
inferiori della parete sud-occidentale sono stati costruiti con pietre più
piccole, sulle quali è stato predisposto un ulteriore strato di massi di 300 t
che s’assottigliano verso l’esterno (tav. 2). Se poi ci spostiamo allo stesso
livello dell’adiacente parete di sud-est (tav. 1), notiamo uno strato di
megaliti che, per quanto simili per dimensioni, risultano male accoppiati:
alcuni infatti s’assottigliano ma altri no, e il taglio nella parte più sottile non
aderisce neppure ai blocchi contigui.
L’inevitabile conclusione è che questo strato superiore della piattaforma
originaria è stato ricostruito, avendo in un certo momento riportato danni
gravi.
Torniamo ora all’importanza sacra attribuita a Baalbek. Michel Alouf
commenta che «da nessuna parte viene chiaramente detto a cosa sia dovuta
l’importanza religiosa di questa città».14 D’altronde, i Romani vi hanno
lasciato i loro templi dedicati a dèi quali Giove, Mercurio e Venere. Perché,
come del resto anche precedenti civiltà del Vicino Oriente, adoravano
questa triade di dèi? Un indizio importante ci arriva dai Greci, i quali
chiamavano Baalbek “Heliopolis”, la città di Helios. Secondo l’antica
leggenda, Helios era una divinità del Sole che attraversava la volta celeste
sul suo “carro”, e Baalbek veniva considerato la “rimessa” proprio di quel
carro.
Può questa leggenda spiegare la necessità di avere fondamenta
mastodontiche nella piattaforma originaria di Baalbek?

TIAHANACO

Sull’altra faccia del globo, le rovine di Tiahanaco in Bolivia sono state


descritte come la “Baalbek del Nuovo Mondo”.15 Questa località si trova in
un’ampia pianura nella valle del Rio Tiahanaco, uno dei molti corsi d’acqua
che deviano dalle rive meridionali del lago Titicaca per immettersi nel vasto
altopiano della Bolivia. I colossali blocchi di pietra che possono essere
osservati tra queste rovine non sono forse pari, quanto a dimensioni a quelli
di Baalbek, ma giacciono a quasi 4000 m di altitudine. Qui l’aria è talmente
rarefatta che i turisti debbono prendere ripetutamente fiato, e l’alta
frequenza di raggi ultravioletti rappresenta un continuo pericolo per gli
occhi e per l’epidermide umana.
Migliaia di anni fa quelle che oggi appaiono come le rovine incrostate di
licheni di Tiahanaco erano uno dei più civilizzati insediamenti urbani del
mondo antico. Verso il 200 d.C., per motivi che non sono del tutto chiari,
Tiahanaco si impose come centro religioso. Verso il 500 d.C. era la capitale
di un impero in espansione, il primo delle antiche Americhe. Questo impero
però non fu il risultato di conquiste militari ma di un potere economico
dovuto alle enormi eccedenze agricole. Fu il crollo del sistema agricolo,
provocato da mutamenti climatici, che fecero precipitare il potere di
Tiahanaco dopo un mezzo millennio di supremazia.16
Il fatto che Tiahanaco potesse usufruire di eccedenze agricole è del tutto
stupefacente. Oggi, sono pochi i contadini che riescono a ricavare una
magra esistenza sull’altopiano boliviano, poiché tutto lì appare ostile
all’agricoltura e in media ogni cinque anni i raccolti vanno a male.17 Ma nei
tempi antichi questo territorio arido e frustato dai venti era stato trasformato
in una vera e propria oasi, grazie a una tecnologia agricola molto avanzata.
Gli archeologi hanno trovato i resti di cosiddetti “campi alzati” che
proteggevano i raccolti dal pericolo delle gelate e consentivano una
sovrabbondanza del prodotto agricolo. Test sperimentali hanno dimostrato
che queste antiche metodologie erano di gran lunga superiori a quelle
moderne che ricorrono ai fertilizzanti.18
Fig. 3. Pianta delle principali strutture di Tiahanaco.
All’apice della sua gloria, la città sacra di Tiahanaco copriva più di 3
kmq.19 Il centro cerimoniale era circondato da un fossato e la terra e l’argilla
scavati per crearlo erano stati impiegate per innalzare un enorme cumulo,
noto come Acapana. Gli abitanti di Tiahanaco costruirono anche diversi
templi semi sotterranei a fianco di un tempio più grande noto come
Calasasaya. Vicino, un tempio anch’esso enorme, noto come Puma Puncu,
venne costruito secondo una progettazione del tutto diversa. La figura 3
mostra lo schema di tutte queste strutture principali.
Diamo ora un’occhiata più da vicino a questi presunti templi di
Tiahanaco, cominciando dalla struttura più imponente, l’Acapana. Questa
collinetta artificiale misura alla base 183 per 183 m e ha un’altezza di 15 m.
Sebbene venga a volte descritta come una piramide tronca, in effetti ha
forma irregolare, con sette terrazze e un’ampia depressione al centro.
All’interno dell’Acapana gli archeologi hanno rinvenuto una sorprendente
rete di condotti a zig-zag in pietra per l’acqua. Scrivendo nel 1993,
l’antropologo Alan Kolata, che aveva trascorso diversi anni lavorando agli
scavi a Tiahanaco, precisava: «I recenti scavi compiuti nell’Acapana hanno
rivelato un insospettato, sofisticato e monumentale sistema di canali di scolo
sia di superficie sia sotterranei tra loro collegati».20
Si ritiene comunemente che questo sistema di “scolo” fosse stato
progettato per raccogliere l’acqua piovana nella depressione centrale della
Acapana, e canalizzarla poi nei tunnel sotterranei facendola passare
attraverso le diverse terrazze. Il primo componente di questo sistema era un
canale principale che correva intorno ai lati dell’Acapana. Alan Kolata
descrive questo condotto di pietra come un «manufatto assai fine» e
«strutturato con precisione», capace di accogliere un «flusso enorme».
Questo condotto alimentava l’acqua verso la terrazza sottostante, dove
scorreva per circa 3 m in un canale esterno, sempre in pietra, prima di
rientrare nell’Acapana. Il sistema interno-esterno proseguiva alternandosi,
finché l’acqua non veniva fatta fuoriuscire 3 m sottoterra attraverso dei
«tunnel magnificamente costruiti» ( tav. 67 ). Da qui l’acqua veniva
immessa nel Rio Tiahanaco per poi finire nel lago Titicaca.21
Impianti idrici altrettanto sofisticati sono stati individuati nella vicina
località di Puma Puncu e a Lucurmata (vicino al lago Titicaca), sebbene
questi cosiddetti “templi” sembrino di progettazione assai diversa.22 Di
nuovo, l’acqua fluiva nei canali che si immettevano nel lago. Questi
complicati impianti idrici erano stati progettati solo allo scopo di far defluire
le acque?
Alan Kolata ammette che gli impianti di Acapana non rispondevano a
un’esigenza strutturale:
Un sistema di canali più semplice e più piccolo avrebbe risposto alle
esigenze di base, consistenti nel far defluire dalla sommità l’acqua piovana
che vi si accumulava. In effetti, gli impianti installati dagli architetti di
Acapana, sebbene siano funzionali al massimo, vanno assolutamente al di là
delle esigenze specifiche ed evidenziano una tecnica nel taglio della pietra e
nelle giunture che possiamo definire puro virtuosismo.23
Sono stati davvero gli abitanti di Tiahanaco a costruire questi impianti
idrici, come gli archeologi vorrebbero farci credere, o li hanno ereditati da
una cultura di cui non sappiamo nulla, ma molto più antica e più
progredita? Le prove indicano in quest’ultima ipotesi la giusta risposta. Un
indizio, che ha disorientato gli archeologi, è il fatto che gli impianti idrici di
Acapana hanno cessato di funzionare qualche tempo prima del 600 d.C.,
quando quell’impero era ancora all’apice dei suoi splendori. Questo fatto è
stato dimostrato dalla scoperta di resti umani e animali integri sepolti in
punti chiave della struttura, dove le acque, qualora avessero fluito, li
avrebbero sicuramente disturbati.24 Un ulteriore indizio riguarda la
datazione degli insediamenti umani a Tiahanaco, fatta risalire dal 1580 a.C.
al 2134 a.C., effettuata con l’uso delle procedure al radiocarbonio e
all’ossidiana. Entrambe le date indicano che Acapana era un importante
centro già prima dell’avvento, nel 200 d.C., del popolo di Tiahanaco.
Le anomalie si ripropongono quando ci spostiamo nella vicina località di
Puma Puncu, quasi a 1,5 km a sud-ovest dalle rovine principali. Qui
troviamo i massi più grandi di Tiahanaco, alcuni dei quali superano le 100 t,
che costituiscono i resti di una struttura in parte oggetto di scavi ma non
ancora ben capita. La tavola 4 dà un’indicazione delle dimensioni di questi
enormi blocchi di arenaria rossa, le cui dimensioni sono di circa 8 × 5 m ×
60 cm, con un peso stimato in 120 t. Sebbene molto erosi, le linee perfette
di questi e di altri blocchi circostanti possono ancora essere apprezzate. Lo
spagnolo Pedro de Cieza de Leon per esempio osservava:
[...] alcune di queste pietre sono molto consunte e danneggiate, altre sono
così grosse che ci si domanda come sia stato possibile per delle mani umane
portarle dove ora si trovano... quando considero tutto questo non riesco a
capire o a immaginare quale tipo di strumenti e utensili siano stati adoperati
per lavorarle questi massi, giacché appare evidente che prima di venir
predisposti e portati alla perfezione, dovevano essere stati molto più grandi
di quanto ora ci appaiano... direi che queste sono le vestigia più antiche di
tutto il Perú.25
Altre pietre di Puma Puncu contengono delle inspiegabili nicchie e
scanalature, mentre altre illustrate per esempio alla tavola 68 recano le
intaccature lasciate dai morsi in metallo utilizzati per unire insieme le pietre.
Alcuni di questi morsi sono stati rinvenuti, sebbene ora non si sappia dove
siano conservati.26 Erano di bronzo, un metallo sconosciuto alle culture
sudamericane di quel tempo.
Una delle pietre più imponenti di Puma Puncu è illustrata nella tavola 5.
Questo blocco, alto alcuni metri, presenta una scanalatura di grande
precisione, larga 6 mm. Dentro questa scanalatura, dalla cima alla base, si
possono notare dei fori equidistanti prodotti mediante trapanazione. Sorge
una domanda: com’è possibile che scanalature tanto sottili e fori così minuti
possano essere stati prodotti da rozzi martelli di pietra o da utensili fatti di
rame, che è un metallo piuttosto malleabile? Per tagliare e trapanare la pietra
con quel grado di accuratezza sarebbe stata necessaria una tecnologia
propria del XX secolo.
Tornando alle costruzioni principali di Tiahanaco troviamo, all’interno
del Tempio Calasasaya, una delle più famose sculture del mondo antico. Il
“Portale del sole”, coi suoi poco meno di 3 m, è più piccolo di quanto forse
ci si immagina. Ciò nonostante è un monumento che fa impressione,
essendo ricavato da un unico blocco di andesite grigia del peso di circa 15 t.
Questa pietra è, come il granito, tra le più dure e difficili da lavorare. Su una
facciata si nota la figura scolpita della divinità Viracocia e dei suoi
accompagnatori alati, ma vorrei attirare l’attenzione sull’altra facciata. La
tavola 8 mostra una serie di enigmatiche nicchie, che nelle parti inferiori
presentano rientranze per l’alloggiamento di due cardini. Queste nicchie
sono state intagliate nella pietra con estrema precisione, e hanno orli
interiori perfetti, che non possono essere stati scolpiti con utensili rozzi e
primitivi. L’ultimo esempio che vorrei citare della straordinaria abilità
tecnica riscontrabile a Tiahanaco lo troviamo a est del Calasasaya, in un
tempio semisotterraneo noto come il Cantatayita. La tavola 9 mostra alcune
pietre, visibili in questo luogo, tagliate con precisione e anch’esse dotate di
orli interni perfettamente tagliati. Sullo sfondo della tavola 9 è possibile
notare un insolito esempio di costruzione ricurva, anch’essa di durissima
andesite grigia. La facciata appare scolpita e circondata da fori per chiodi,
ma il retro risulta stupefacente. È difficile trovare le parole per descriverne
la perfetta simmetria, illustrata nelle tavole 6 e 7. I lati perfetti si uniscono in
una forma curva che si slancia simultaneamente verso il basso e verso
l’interno. Provatevi a scolpire qualcosa del genere con utensili di pietra!
Ho accennato soltanto ad alcune delle molte incredibili pietre che
giacciono a Tiahanaco, e vale la pena ricordare quante altre se ne stiano
sepolte sotto gli strati di materiali accumulati nei millenni di insediamenti
umani e di ricorrenti alluvioni alimentate dal lago Titicaca.
A quando può risalire Tiahanaco? Purtroppo non è rimasto alcun
documento scritto (sempre che ne siano esistiti) che ci possa aiutare a
individuare le prime fasi di vita di questa località. Utilizzando però gli
allineamenti astronomici del Calasasaya, si è pensato che quel tempio, e
quindi Tiahanaco nel suo insieme, siano stati costruiti o nel 4050 a.C.
oppure nel 10050 a.C..27 Non disponiamo di stime scientifiche sull’età dei
pilastri del Calasasaya, ma la loro condizione porta molti a ritenere che
risalgano alla più antica delle due date. La mia impressione personale è che
questi pilastri alti oltre 3,5 m siano più antichi di quelli di Stonehenge (che
risalgono al 2700-2300 a.C.), ma non più di 7500 anni. D’altra parte, gli
enormi blocchi di Puma Puncu possono essere parecchio più antichi dei
pilastri della Calasasaya, giacché hanno trascorso gran parte della loro
esistenza immersi nel fango e dunque protetti dall’azione degli agenti
atmosferici.
Quel po’ della storia di Tiahanaco che conosciamo è filtrata attraverso le
culture successive, dagli Inca e dai conquistadores spagnoli che li
soggiogarono nel XVI secolo. Cieza de León, che già ho citato, era
incuriosito da Tiahanaco e annotò i miti raccontati dagli abitanti del luogo:
Si crede che prima che regnassero gli Inca, molto prima, alcune di queste
costruzioni esistevano già... ho chiesto agli indigeni se fossero state erette al
tempo degli Inca, e hanno riso a questa domanda ripetendo appunto quanto
ho detto, che esistevano già prima che loro regnassero ma che non potevano
dire o affermare chi le avesse costruite. Ma avevano sentito dire dai loro avi
che tutto ciò che in quel luogo esisteva era comparso all’improvviso.28
Altre leggende sostengono che Tiahanaco è stata costruita in una sola
notte, dopo il Diluvio, da una misteriosa razza di giganti - una spiegazione
che ci ricorda Baalbek. Altri miti descrivono il lago Titicaca come il luogo
sacro dove il dio Virococha creò il mondo. Un’altra leggenda, che fa eco
alla Bibbia, sostiene che il Titicaca era la casa della coppia patriarcale
sopravvissuta al grande Diluvio e che aveva dato vita al popolo delle Ande.
Tutti questi racconti vengono comunemente citati per spiegare la mistica
religiosa che poi consentì alla civiltà di Tiahanaco di diffondersi.
Ma diversamente da tali leggende, gli scienziati non sanno spiegare come
mai Tiahanaco si sia all’improvviso imposta come centro sacro, 29 o come gli
enormi massi siano stati trasportati per decine di chilometri dalle cave più
vicine. Né sanno spiegare lo scopo dei canali che circondano la zona,30 o
degli avanzatissimi impianti idrici all’interno dell’Acapana e altrove. Non
riescono proprio a spiegare la presenza di pietre tagliate e trapanate con
sistemi tecnologici moderni.
CHAVIN DE HUANTAR

I ruderi di Chavin de Huantar si trovano a un’altitudine di 3200 m nelle


Ande peruviane, stretti tra due catene montuose - una che li separa dalla
costa, l’altra dalla giungla amazzonica. È difficile trovare una località più
remota e meglio nascosta di Chavin de Huantar. Ciò nonostante, tra il 500 e
il 200 a.C. Chavin si impose come la città più sacra del Sudamerica, ed
esercitò un’influenza profonda anche su zone costiere lontane del Perú.
Da Chavin si esportava una religione basata sul culto di un giaguaro dalle
lunghe zanne. Grazie a questo strano culto, la remota città di Chavin si
sviluppò in un improbabile centro commerciale, che diffuse la peculiare arte
di quella città in tutto l’antico Perú. Al suo apice, Chavin de Huantar
copriva un’area di quasi 43 ettari, con qualcosa come 3000 abitanti - non un
granché in termini moderni, ma insolitamente ampia e popolosa per il Perú
di quei tempi.31
L’area principale per le cerimonie si estendeva su 4 ettari. Sebbene gli
abitanti del luogo oggi la chiamino “El Castillo”, Chavin non fu mai una
potenza guerriera.32 I suoi ruderi sono stati fantasiosamente definiti piramidi
anche se le ricostruzioni archeologiche mostrano una serie di templi dal tetto
piatto, che attorniano a loro volta i tre lati di un piazzale quadrato e
infossato. Questi “templi” peculiari vanno annoverati tra gli edifici più
vecchi del mondo antico.
Il tempio principale, noto anche come “Tempio vecchio”, è rivolto a
levante e presenta una forma a U. Racchiude un labirinto di angusti corridoi
sotterranei molti dei quali, inspiegabilmente, sono ciechi. Però uno di questi
stretti passaggi consente di accedere a un insolito sotterraneo a volta, dalla
forma a croce. In questo crocevia di corridoi, proprio nel cuore più sacro
del tempio, si erge una pietra sagomata a coltello o lancia, che dal soffitto si
proietta al pavimento. Questa pietra intagliata, che possiamo vedere nella
tavola 69a, è nota come El Lanzon, “la Lancia”.
Si ritiene che il monolite El Lanzon, ricavato da un unico masso di
granito alto 4,5 m, fosse considerato la maggiore divinità della religione di
Chavin. La tavola 69b mostra una scultura le cui incisioni fanno
chiaramente vedere zanne e artigli di questa divinità. Sebbene le zanne
sembrano collegarsi al culto del giaguaro di Chavin, nell’insieme
l’immagine scolpita presenta sembianze sia umane sia di toro, con dei
serpenti che fuoriescono dalla testa. Il dio tiene il braccio destro sollevato e
quello sinistro abbassato, come per convogliare un qualche messaggio.
Taluni commentatori hanno notato l’assenza di linea della vita nella mano
sollevata, quasi a suggerire che quella divinità rappresentasse la morte. Altri
vedono l’immagine come benevola e la definiscono il «dio sorridente di
Chavin».
Sebbene il significato preciso di El Lanzon rimanga incerto, è chiaro che
la statua aveva una grande importanza. Il fatto che la sezione superiore,
stretta, e che sale assottigliandosi, aderisca esattamente a un foro
appositamente predisposto nel soffitto sembra indicare che il tempio sia
stato progettato in funzione proprio della statua. Parrebbe dunque che
questo oggetto sacro fosse stato volutamente nascosto nelle profondità del
tempio, in modo da non poter essere rimosso. Perché i sacerdoti si diedero
tanto da fare per nascondere e proteggere il loro idolo divino? Una
spiegazione può essere riscontrata nella forma irregolare del granito
(specialmente sul davanti), che sembra indicare come la pietra sia stata
danneggiata prima che ne venisse ricavata la scultura. In tal caso, forse la
pietra era già considerata sacra. È possibile che i sacerdoti di Chavin
scolpirono El Lanzon e poi lo nascosero per proteggerlo da ulteriori danni.
I muri esterni del Tempio vecchio in passato erano ornati con più di 200
terrificanti teste di pietra, alcune di animali ma quasi sempre umane.
Soltanto una di queste paurose teste rimane nella sua posizione originaria
(tav. 10 ). Le zanne e il largo naso sono tipici delle teste di Chavin, così
come la curiosa protuberanza in alto. Il significato di queste sembianze
rimane un mistero. Ciò che appare particolarmente strano è che delle facce
di pietra così poco accattivanti siano state predisposte per accogliere i
pellegrini che compivano l’arduo viaggio fino a Chavin.
Come mai Chavin de Huantar si impose all’improvviso come centro
religioso? E perché i pellegrini si avventuravano per 160 km su un
impervio territorio montagnoso pur di recarvisi? Chiaramente, doveva
esserci qualcosa di molto particolare, qualcosa che non traspare
immediatamente dalle rovine dei templi che sono state datate intorno al 500
a.C. Forse Chavin ha un passato ancor più antico rimasto segreto?
Gli archeologi hanno trovato prove di insediamenti più antichi attribuibili,
secondo le datazioni al radiocarbonio, al 1400 a.C. - il che sembra suggerire
che l’importanza del luogo è precedente di 800 anni alla costruzione dei
templi.33 Cosa accadeva in questa remota località di montagna? Forse
possiamo scorgere la risposta nelle primissime fasi di costruzione: una rete
sotterranea di canali in pietra finemente costruiti, che portavano l’acqua dal
vicino fiume facendola passare sotto la città grazie a uno straordinario
impianto idraulico. Nel suo libro Chavin de Huantar - A Short Eternity,
l’archeologa Nancy Abanto de Hoogendoorn descrive: «[...] l’ampio e
complesso impianto di canali all’interno e intorno al tempio. Uno di questi
canali convoglia l’acqua direttamente dal fiume Wacheqsa [...] l’acqua si
diparte dal tempio attraverso un altro canale sotterraneo per arrivare al
fiume Mosna».34
La figura 4 mostra il flusso dell’acqua che dal Wacheqsa si dipana da una
breve distanza a occidente fin sotto il tempio per poi arrivare al fiume
Mosna immediatamente a est. Diversi canali facevano confluire le acque in
una galleria sotterranea per portarla poi sotto il piazzale infossato. Lungo un
lato di questo piazzale a forma quadrata si ergeva un’ampia costruzione
rettangolare nota come la Piattaforma settentrionale. Hoogendoorn ha
descritto l’interno della Piattaforma come «un ampio passaggio fatto
completamente di pietre scolpite e di un impianto idraulico assai
profondo».35 Si ritiene che la Piattaforma meridionale, assai danneggiata e
che si trova sull’altro lato del piazzale, avesse una funzione simile a quella
settentrionale. Entrambe possono essere osservate nella tavola 11, ai due lati
del piazzale infossato. Infine, tutte le acque convogliate convergevano
sottoterra in un punto appena sottostante il piazzale, da dove venivano
portate mediante un canale sino al fiume Mosna.
Come mai qualcuno si prese la briga di avviare un insediamento umano
cominciando con un impianto idraulico sotterraneo talmente avanzato?
L’ovvia risposta sta nell’acqua potabile e nel sistema fognario, ma se era
questo il motivo, allora si arrivò veramente a eccessi, che non trovano
precedenti nel mondo antico.
Fig. 4. Il flusso dell'acqua che dal Wacheqsa arriva fino al fiume Mosna.
Un’altra teoria sostiene che i costruttori progettarono l’impianto idraulico
per prevenire il rischio di alluvioni, regolando il flusso del fiume Wacheqsa.
È difficile vedere come ciò possa aver funzionato nella pratica; e poi, se il
pericolo di alluvioni è noto in anticipo, perché decidere di insediarsi proprio
in un luogo così a rischio? Ci sono nelle vicinanze moltissime altre e più
sicure zone.
Ma d’altra parte è stato indicato come uno dei pochi vantaggi offerti da
quella particolare zona stia nella sua prossimità a due corsi di acqua. Il che
ci porta a chiederci se i costruttori di Chavin abbiano volutamente scelto
quel luogo proprio per poter utilizzare la corrente dei fiumi. È difficile
credere che gestissero il flusso delle acque tra i due fiumi senza un motivo
evidente, e quindi cos’è che stavano facendo? L’acqua è assolutamente
essenziale per quasi tutti i processi industriali. Non sono certo molti gli
indizi rimasti che possono aiutarci a stabilire con esattezza quali fossero
quei processi attuati in quel luogo, ma un esperto ha suggerito recentemente
che forse si trattava di estrazioni di oro.36 Un’antica leggenda inca parla
effettivamente di oro, argento e pietre preziose nascoste da qualche parte
sotto quei templi.37 Purtroppo, i primi scavi regolari a Chavin de Huantar
iniziarono nel 1919 a opera di Julio Tello, e non furono mai completati
perché nel gennaio 1945 un’enorme alluvione ricoprì tutta la zona sotto ben
tre metri di fango e di pietrisco. Da allora, gli sforzi archeologici si sono
concentrati nel restauro della località per riportarla alle condizioni
precedenti quell’alluvione.
Gli scavi si fermarono dunque al livello del piazzale infossato al centro
dei sistemi idrici di Chavin. Questo piazzale risale al tardo periodo di
Chavin, intorno al 400-300 a.C., e c’è da chiedersi quali costruzioni
precedenti possano esserci sotto. È possibile che Chavin sia stato in un
lontano passato un centro industriale, e può essere che la chiave per
comprendere la sua sacralità giaccia proprio in quel passato misterioso?
Forse, non è una coincidenza che la sovrabbondanza di progettazione
dedicate ai sistemi idrici di Chavin trovi la sua controparte nella
apparentemente non necessaria complessità degli impianti idrici
dell’Acapana a Tiahanaco...

I SEGRETI PERDUTI DEGLI INCA

Nel 1532 d.C. giunsero in Perú i conquistadores spagnoli guidati da


Francisco Pizarro. L’Impero inca che essi trovarono era enorme e
straordinariamente ricco, con riserve auree che andavano ben oltre il sogno
più ingordo degli Spagnoli. Ma era anche un impero afflitto da lotte
intestine che lo rendevano estremamente vulnerabile. L’Oro degli inca si
tradusse in una tentazione che mutò veramente il corso della storia, giacché
portò a una lunga guerra con la quale gli Spagnoli soggiogarono
brutalmente le popolazioni indigene. Sembra incredibile, ma l’Impero inca
che essi distrussero era totalmente privo di documenti scritti, e dunque con
il suo crollo una gran parte della storia precedente del Sudamerica precipitò
in un’oscurità rischiarata solo in parte dalle tradizione orali.
Da quanto tempo gli Inca governavano sulle Ande prima dell’arrivo degli
Spagnoli? Il loro impero viene comunemente attribuito a un periodo
compreso tra il 1100 e il 1532 d.C. ma la sua cruenta espansione avvenne,
si ritiene, dopo il 1438 sotto la guida di un Inca famoso con il nome di
Pachacuti. È detto che questo Inca sia andato in pellegrinaggio sino a una
leggendaria caverna montana nota come Tampu-Tocco, e che da quel
viaggio sia ritornato nella capitale Cuzco assumendo il nome di Pachacuti,
“lo scuotitore o modificatore della terra”.
Da quel momento gli Inca si tramutarono in dittatori oppressivi, e
costruirono il loro impero opprimendo spietatamente le tribù circostanti.
Come mai la località di Tampu-Tocco era così importante nella tradizione
Inca? Secondo la leggenda, il primo Inca, di nome Mancho Capac era nato
proprio a Tampu-Tocco da dove a un certo punto scomparve, si dice
portato via dal Dio Sole. Quando tornò indossava indumenti d’oro e
sosteneva di aver ricevuto dalla divinità l’ordine di dare vita a Cuzco a una
nuova dinastia di monarchi. Mancho Capac divenne così il primo Inca della
dinastia stabilita nel 1100 d.C. a Cuzco.
Però, secondo un’esauriente analisi elaborata dallo storico spagnolo
Fernando Montesinos, l’Inca Mancho Capac deve il suo nome a un
precedente Mancho Capac, che aveva dato l’avvio a Cuzco a una civiltà
migliaia di anni prima degli Inca. Montesinos annotò le credenze locali,
stando alle quali 62 re avevano regnato a Cuzco per un arco di circa 2500
anni, e 28 re avevano invece regnato a Tampu-Tocco per circa un
millennio. Questo, che è l’unico elemento cronologico della preistoria
andina, ci porta a una data pari al 2400 a.C., periodo in cui il primo Mancho
Capac era arrivato a Cuzco dal lago sacro di Titicaca per ordine del dio
Viracocha, dal quale aveva ricevuto uno scettro d’oro. Ma cosa esattamente
rappresentava quello scettro? Secondo una versione della leggenda, gli
ordini impartiti a Mancho Capac riguardavano la costruzione di una città nel
punto in cui fosse affondato nel terreno lo scettro, mentre un’altra versione
racconta come Mancho Capac usasse lo scettro per colpire una particolare
pietra.
Alcuni storici ritengono che gli Inca successivi si siano appropriati del
racconto di Mancho Capac incorporandolo nella storia della propria
dinastia, insieme alla leggenda della creazione sul lago Titicaca che
assimilarono dopo avere conquistato Tiahanaco. Le implicazioni sono
queste: che il Perú abbia conosciuto un lungo periodo, non documentato, di
occupazioni da parte di popolazioni precedenti gli Inca. Nel caso di Cuzco,
questa idea è stata confermata dalle ricerche archeologiche38, mentre alcuni
studiosi hanno sostenuto con forza che Cuzco aveva funzioni astronomiche,
il che consentirebbe di datare le sue origini a un’epoca pari al 2200 a.C. o
anche anteriore.39
Alla luce di tutto questo è forse precipitoso attribuire agli Inca tutte le
imponenti strutture megalitiche del Perú, anche se è proprio ciò che viene
comunemente asserito. Stranamente, i partigiani di questa teoria non
riescono a spiegare come mai gli spagnoli, dopo la conquista, non abbiano
impiegato esperti tagliapietre inca per costruire i loro palazzi. È un fatto
storico che quando nel 1650 e poi ancora nel 1950 i terremoti colpirono
Cuzco, la gran parte delle strutture spagnole crollò, mentre le presunte
strutture inca rimasero salde. Una di queste strutture è un muro megalitico
che presenta una straordinaria pietra con 12 angoli ( tav. 12 ). Aderisce alle
pietre circostanti in modo perfetto e senza uso di malta, una tecnica che
trova numerosi esempi in tutto il Perú - massi tra i quali è impossibile
inserire anche un ago sottilissimo o una lama di rasoio. Le cronache
spagnole ricordano più volte l’ammirazione dei conquistadores per i muri
megalitici delle fortificazioni inca. Possiamo davvero pensare che gli
Spagnoli non avrebbero cercato di far uso della maestria degli Inca? Questi
provetti tagliapietre inca scomparvero all’improvviso, o forse non
esistettero mai? In altre parole, quelle tecniche appartengono a un periodo
precedente a quello inca?
Come è stato possibile tagliare e poi far aderire l’un l’altro blocchi di
pietra come quello dai dodici angoli? Nel 1996 una serie di esperimenti
condotti sul campo ebbero l’obiettivo di mettere alla prova una teoria
secondo la quale era stato utilizzato il metodo detto “punta e seghetto”.40
Questa tecnica impiega un semplice utensile di legno con un peso a piombo
che consente di profilare un blocco di pietra pretagliato, in modo che
aderisca poi perfettamente a una contigua pietra non tagliata. Il blocco
contiguo può essere poi tagliato in modo da dargli una superficie adeguata,
utilizzando pietre più piccole come martelli e scalpelli. Questo esperimento
riuscì a produrre risultati ragionevoli nel caso di piccoli blocchi di pietra,
ma se poi ci si sposta da Cuzco alla vicina località di Sacsayhuaman
troviamo pietre di dimensioni completamente diverse.
Le rovine di Sacsayhuaman occupano un crinale che si affaccia sulla città
di Cuzco. I manufatti più in evidenza qui sono tre muri paralleli, a zig-zag,
illustrati nella tavola 13. Questi muri, insieme allo strapiombo naturale che
si apre nella parte opposta, creavano una zona completamente fortificata
impiegata con buon successo dagli Inca contro gli Spagnoli. Ma potevano
gli Inca aver costruito queste massicce fortificazioni adoperando soltanto
martelli di pietra e muscoli?
Le pietre più grandi di Sacsayhuaman si trovano nel muro inferiore,
svettante per 6 m, dove una pietra in particolare (tav. 14 ) ha un peso
presunto di 120 t. Questi muri a zig-zag, lunghi più di 360 m, sono
giustamente stati definiti «una delle più stupefacenti strutture megalitiche del
mondo antico».41 Uno storico spagnolo, Garcilaso de la Vega, scrisse:
[...] eretti per magia, da demoni e non dall’uomo, dato il numero e le
dimensioni dei massi che li costituiscono [...] è impossibile pensare che
siano stati estratti dalle cave, giacché gli indiani non disponevano né di ferro
né di acciaio per estrarle e dare loro forma.42
Tralasciamo pure gli enormi sforzi che sarebbero stati necessari per
trasportare più di mille massi a molti chilometri dalla cava, e torniamo alla
teoria della “punta e seghetto”. Per far aderire l’una all’altra le pietre di
Sacsayhuaman con questa tecnica, numerose pietre del peso di 10-20 t
avrebbero dovuto essere sollevate a mezz’aria per consentire la lavorazione
della pietra sottostante. A fronte di queste procedure pericolose e
meticolose, viene da chiedersi non tanto se gli Inca fossero in grado di
utilizzarle, ma perché mai avrebbero dovuto rendersi la vita così difficile.
Perché non adoperare pietre di dimensioni inferiori? Ho posto questa
domanda già a proposito di Baalbek, e ho dovuto rispondermi che
evidentemente c’era disponibile una tecnologia avanzata.
Una tecnologia del genere sembra essere stata impiegata anche su
un’altura rocciosa di Sacsayhuaman, di fronte ai muri a zig-zag. Vi
troviamo il cosiddetto “Trono di Inca” (tav. 15 ) dove, per nessun motivo
apparente, una piattaforma e una serie di scalini sono stati scavati con
estrema precisione nella collina stessa. Gli “esperti” sostengono che gli
angoli e gli orli perfetti del Trono di Inca siano stati ottenuti mediante l’uso
di piccole pietre adoperate come strumenti di precisione. Ma se si osserva di
persona l’esattezza di quel lavoro, pare ridicolo pensare che siano stati
utilizzati dei metodi tanto primitivi. Le superfici levigate di quei gradini,
insieme alle molte enigmatiche nicchie che si riscontrano intorno a
Sacsayhuaman, sembrano piuttosto essere state lavorate grazie a tecnologie
simili a quelle che abbiamo elaborato nel XX secolo.
Ora, spostiamoci nella valletta di Urubamba, la cosiddetta “Valle sacra”
degli Inca: inizia appena a nord di Cuzco e segue in direzione nord-ovest il
fiume Urubamba. Tra le molte curiosità che si incontrano lungo questo
tragitto vorrei concentrarmi in modo particolare su due di esse:
Ollantaytambo e Machu Picchu.
Ollantaytambo è situata circa 65 km a nord-ovest di Cuzco. Come anche
Sacsayhuaman, consiste in una serie di stratificazioni a terrazzo, difese da
enormi pareti megalitiche. Come Sacsayhuaman e Tiahanaco è un luogo in
cui abbondano grandi blocchi di pietra nei quali sono state ricavate nicchie
che presentano angoli precisi e orli interni perfetti. La tavola 19 mostra a
mo’ di esempio una straordinaria pietra che si erge alla base di questi ruderi.
Alcuni dei muri megalitici di Ollantaytambo (tavv. 18 e 20 ) sono tra i più
perfetti del Perú. Curiosamente, uno di quelli inferiori è stato riparato con
pietre di qualità scadente poste sopra i megaliti di maggior qualità. Nessuno,
se non gli Inca, avrebbe potuto eseguire quelle riparazioni. È un aspetto che
troviamo in altri luoghi quali Pisac e ci dà un’ulteriore indicazione dei limiti
di qualità delle costruzioni inca, una qualità assai inferiore a quella dei
manufatti risalenti al periodo pre-inca.
Sopra la terrazza fortificata di Ollantaytambo, si erge un misterioso
edificio noto romanticamente come “Tempio del Sole”. Questo “tempio” ha
davanti sei enormi monoliti (tav. 16 ), i più grandi dei quali hanno
un’altezza di circa 4 m. Questi massi presentano caratteristiche uniche: i lati
diritti e gli insoliti distanziatori che contrastano totalmente con le giunture e
gli spigoli smussati degli altri muri megalitici del Perú. Come queste pietre
siano state sagomate in modo tanto perfetto non possiamo neppure
ipotizzarlo essendo ricavate dal porfido rosso, una pietra dura quanto il
granito.
Il grande mistero di Ollantaytambo è questo: come hanno fatto a
trasportare sei massi di oltre 50 t dalla cava da cui provengono, individuata
a Chachicata, lontana 6,5 km e situata nella valle che si estende dall’altra
parte della montagna!43 Dopo aver tagliato le pietre, sarebbe stato necessario
farle scendere dalla china, attraversare un fiume, per poi farle risalire
sull’altro lato della montagna fino al cantiere. Parrebbe davvero un compito
impossibile.
Ciò nonostante, nel 1996 un gruppo di esperti si mise coraggiosamente in
viaggio verso Ollantaytambo per dimostrare che si potevano adoperare
muscoli umani e materiali tradizionali per un lavoro di quella portata.44 Il
primo compito consisteva nel dimostrare che una pietra relativamente
piccola, di una tonnellata (un quinto delle dimensioni dei massi in
questione), poteva essere calata dalla montagna adoperando delle funi. Il
macigno impiegato per l’esperimento precipitò e fu una fortuna se non si
ebbero vittime. Il secondo compito consisteva nel portare un masso analogo
attraverso il fiume in un punto in cui l’acqua è bassa. Qui la squadra
incontrò un successo sorprendente, giacché il masso si mosse rapidamente
sul letto ghiaioso del fiume. La pietra venne allora spostata molto
rapidamente lungo una superficie a ciottoli già predisposta. A questo punto
il progetto venne abbandonato e si disse che gli esperti avevano dimostrato
che i massi potevano essere trasportati dalla cava su per la montagna. Be’, è
una conclusione che non mi trova d’accordo: il tentativo fu certamente
generoso, ma continuo a non capire come un masso di 50 t possa vincere la
forza di gravità e saettare su per una china di 50° - sia pure su un
acciottolato e con il contributo di mille sollevatori di peso.
I sostenitori di queste teorie dello spingi e tira segnalano che esistono
realmente i resti di una rampa che risale la montagna, a Ollantaytambo, e
inoltre che numerose pietre (le cosiddette “pietre stanche” che non ce
l’hanno mai fatta ad arrivare in cima) sono ancora lì, ai piedi di quella
rampa. Purtroppo, queste prove spiegano soltanto che le pietre non ce
l’hanno fatta a salire e non ci spiegano come invece ci siano riuscite le pietre
che troviamo sulla cima. Non è dunque improbabile il fatto che le strutture
megalitiche esistevano già prima dell’epoca inca, e che la rampa e le pietre
stanche rappresentano gli sforzi degli Inca di emulare ciò che avevano
trovato. Parrebbe anche che non ci siano riusciti, come non c’è riuscita la
squadra del 1996. Questa interpretazione è sostenuta da Garcilaso de la
Vega, il quale riferisce che uno degli Inca aveva sul serio provato a
consolidare il proprio prestigio ordinando a ventimila uomini di portare un
masso su per la montagna. Il tentativo terminò in tragedia, e mille persone
rimasero uccise quando non riuscirono più a controllare l’enorme pietra.45
Il maggiore mistero del “tempio” di Ollantaytambo, però, è la sua
apparente mancanza di scopo. Non sembra aver fatto parte di un edificio,
giacché la zona racchiusa tra quei muri è roccia pura. Può essere che si
volesse erigere una superstruttura, giacché ci sono chiari segni che una
costruzione a un certo punto è stata abbandonata. Ma l’obbiettivo ultimo dei
costruttori rimane oscuro, giacché il crinale su cui si ergono i massi è troppo
stretto per un qualsivoglia utilizzo strategico. Il cosiddetto “tempio” mi
ricorda il monumento alla memoria di J. F. Kennedy a Dallas ( tav. 17 ),
proprio perché nessuna delle due strutture sembra avere uno scopo preciso.
Può essere questa la soluzione; forse la struttura è stata eretta come
monumento? È degno di nota il fatto che la quarta pietra da sinistra è stata
ornata con il rilievo di una piramide quadrilatera a gradoni, il genere che
spesso veniva associata all’aldilà, comune nella località sacra boliviana di
Tiahanaco (tav. 9 ). La mia ipotesi che si trattasse di un monumento vale
quanto qualsiasi altra di cui abbia sentito parlare.
Machu Picchu, 40 km a nord-ovest di Ollantaytambo, dal punto di vista
della tradizione andina sfida quanto a importanza la stessa Cuzco. L’antica
città è situata su uno stretto crinale a forma di sella tra due picchi grandiosi:
Machu Picchu e Huayna Picchu (tav. 21). A oltre 457 m dal fondo valle, la
città di Machu Picchu era particolarmente ben nascosta e quindi si sottrasse
alla scoperta da parte dei conquistadores spagnoli. Venne ritrovata nel 1911
dall’esploratore Hiram Bingham.
Ufficialmente Machu Picchu è una città perduta, priva di qualsivoglia
storia ufficiale, ma si suppone comunemente che sia stata costruita dagli
Inca nella seconda metà del XV secolo. Vi troviamo però il “Tempio delle
Tre Finestre”, unico nel suo genere: ha consentito a studiosi quali Hiram
Bingham di riconoscere nel luogo la leggendaria Tampu-Tocco, il “Luogo
di Riposo delle Tre Finestre”, nota anche come “Porto delle Tre Finestre”.
Se questa identificazione è giusta, allora 28 re pre-inca vissero a Machu
Picchu tra il 100 e il 1100 d.C., e questo spiegherebbe il gran numero di
edifici presenti nonché la grande varietà di stili impiegati. La storia ufficiale,
per contro, suppone (poco realisticamente) che tutto lì sia stato costruito in
meno di cento anni.
Come abbiamo già avuto modo di dire, l’arte della pietra nel tardo
periodo inca non equivaleva in qualità a quella che produsse i megaliti più
antichi, e Machu Picchu è un ulteriore esempio di questa verità. Se
trascuriamo le molte costruzioni più recenti, sono non pochi i monumenti
importanti che si distinguono per la loro superiore qualità. Il Tempio delle
Tre Finestre (tav. 22), è certamente il più bello tra tutti e si erge su un rilievo
che guarda a oriente. Lì accanto c’è una misteriosa struttura a tre lati nota
come “Tempio principale”, che contiene una serie di nicchie e di pioli ( tav.
23). Questo tempio è costruito soprattutto con blocchi molto grandi, e una
delle pareti appare caratterizzata da una pietra che presenta addirittura 32
angoli nelle superfici visibili.
Dietro il Tempio principale una ripida scalinata conduce a un belvedere
naturale, dove dalle rocce affioranti è stata ricavata una piattaforma
triangolare. Qui si erge un masso scolpito con precisione, noto come
Intihuatana (tav. 24 ). Dall’altro lato del Tempio principale, a una distanza
analoga, si erge il Torreon (o Tempio del Sole), una torre molto ben
costruita, dotata di due finestre e di un’entrata, come si può vedere nella
tavola 25.
Qual era lo scopo di queste strane costruzioni di Machu Picchu, con tutte
le loro finestre e nicchie? Perché sono state erette in luoghi così
inaccessibili? L’opinione generale è che Machu Picchu non fosse una
fortificazione difensiva o strategica, giacché ci sono poche prove a questo
proposito. Taluni studiosi hanno sostenuto che Machu Picchu serviva come
osservatorio e come calendario, e hanno citato come prove proprio le
finestre, le nicchie e i pioli di cui altrimenti non si capirebbe la funzione. Ma
non sono sinora riusciti a spiegare come mai fosse necessario per gli antichi
astronomi darsi tanto da fare in una località così fuori mano.
L’opinione che incontra maggiori consensi è che Machu Picchu, così
come Cuzco, fosse una località sacra con scopi religiosi e cerimoniali.
L’antropologo Johan Reinhard è uno dei maggiori sostenitori di questa
teoria, e spiega che Machu Picchu «...è situata al centro di montagne sacre e
in prossimità di un fiume considerato a sua volta sacro, legato al passaggio
del sole. Costituisce un centro geografico, cosmologico, idrologico e sacro
per quella regione».46
Questa interpretazione religiosa collega Machu Picchu e Cuzco ad altri
luoghi già menzionati in questo capitolo: Baalbek, Tiahanaco e Chavin de
Huantar. Sono tutte località divenute oggetto di pellegrinaggi, e tutte
mostrano segni di alte tecnologie impiegate in tempi preistorici. Esiste forse
un fattore comune che ha reso sacri questi luoghi? Ora ci recheremo a
Nazca dove incontreremo un altro importante indizio.

LE LINEE DI NAZCA

Negli anni Trenta, gli archeologi che studiavano la civiltà di Nazca del
Perú meridionale, antica di 2000 anni, si imbatterono in stranissimi solchi
nel terreno. Esaminandoli rimasero stupefatti nell’accorgersi che la
superficie brunastra e dura del deserto era stata volutamente scavata per
creare solchi profondi dai 10 ai 15 cm. Il sottosuolo, di colorazione più
chiara, era stato esposto in modo da formare delle linee nitide che correvano
lungo la pianura desertica. Col tempo divenne evidente a quegli archeologi
di essere di fronte a un fenomeno di ampie proporzioni: le cosiddette “linee
di Nazca”, le quali coprono una fascia che corre per quasi 50 km ai piedi
delle Ande. Sono trascorsi più di sessant’anni da quella scoperta ma
nessuna teoria è stata avanzata per spiegare le linee tracciate a Nazca. Uno
scienziato famoso le ha definite «uno degli enigmi più misteriosi
dell’archeologia».47
Come mai le linee di Nazca continuano a essere un mistero insolubile? La
ragione la troviamo nella varietà dei disegni che tracciano, qualcosa come
300 immagini comunemente definite “geoglifi”. Alcune delle più note di
queste immagini sono mostrate in scala nella figura 5. Le reali dimensioni
del ragno, della scimmia, del condor, della lucertola (tra le altre) possono
essere percepite se paragonate alla figura più grande, un airone stilizzato,
con un collo a zig-zag, lungo qualcosa come 275 m. Ma per quanto diversi
tra loro i geoglifi qui riprodotti possano apparire, ce ne sono altri ancora più
diversi, che rappresentano forme totalmente astratte. E anche tra i disegni
astratti la varietà è notevole. Mentre un disegno in particolare contiene non
meno di 365 angoli, altri con forma a spirale non ne contengano alcuno.
Fig. 5. I famosi geoglifi di Nazca da M. Reiche, Mystery on the Desert,
1968.
Sebbene i geoglifi che mostrano immagini di animali riconoscibili siano
quelli che più hanno attratto l’attenzione, risultano di gran lunga più piccoli
degli enormi disegni a trapezio (alquanto cuneiformi) del genere mostrato
nella tavola 27. Alcune di queste immagini hanno lati lunghi quasi 800 m. E
le forme cuneiformi sono molto inferiori alle linee che si prolungano
perfettamente diritte anche per 8 km.
Quale potrebbe essere stata la funzione di queste linee e di questi geoglifi?
Nell’insieme, le linee di Nazca appaiono disordinate, come tracciate lì a
caso: nella pianura desolata si incrociano e si intersecano senza motivo
apparente. In certi punti i geoglifi, tracciati con molta attenzione, sono stati
in parte cancellati dagli enormi segni cuneiformi. C’è inoltre un notevole
contrasto tra alcune immagini tracciate alla perfezione e altre che sembrano
essere state appena abbozzate. Fatto ancora più curioso, molte immagini
sono così grandi che possono essere osservate soltanto dall’aria, da un
altitudine di almeno 300 m.48 Queste linee, queste immagini da chi
dovevano essere viste?
Nel 1969, Erich von Daniken ventilò l’idea che degli extraterrestri
potessero aver tracciato quelle linee come piste di atterraggio per i loro
mezzi volanti.49 Ma questa fantasiosa teoria si scontra con diversi aspetti
problematici. Anzitutto, c’è chi osserva che il suolo non è abbastanza
consistente per sopportare ripetuti atterraggi di mezzi volanti pesanti.50 In
secondo luogo, perché mai i presunti extraterrestri non hanno disegnato
qualcosa di più sofisticato? Terzo, molte linee sono larghe appena 1 m,
dunque troppo strette per un mezzo aereo. Infine, von Daniken non spiega
il significato o l’utilità delle immagini di animali.
Il massimo esperto delle linee di Nazca è indubbiamente Maria Reiche,
una matematica tedesca che ha dedicato più di cinquant’anni allo studio e
alla salvaguardia delle linee. La Reiche ha coordinato un’azione per
screditare la teoria degli extraterrestri proposta da von Daniken. La strategia
di questo attacco consiste nello spiegare che gli indiani nazca hanno
costruito le linee in tempi relativamente recenti, dal 300 a.C. all’800 d.C.
Per rafforzare questa teoria taluni studiosi hanno espresso idee ingegnose su
come i geoglifi possano essere stati disegnati a terra.51 Ma l’argomento più
importante si riferisce al collegamento di queste linee con la cultura di
Nazca. Però, nessuna delle due prove chiave riesce a superare un esame
attento.
La prima prova è una serie di datazioni al radiocarbonio compiute su resti
di ceramica e di legno lasciati da popolazioni nazca in prossimità delle linee.
Si sostiene che ciò dimostrerebbe che sono stati gli indigeni nazca a
tracciare le linee. Ma le datazioni di questi materiali ci dicono soltanto che i
Nazca vivevano nell’area in cui si trovano le linee, e poiché esse non
possono essere datate al radiocarbonio rimane possibile che siano preesistite
all’avvento della cultura nazca.
La seconda prova sarebbe la presunta somiglianza tra i geoglifi e talune
caratteristiche riscontrabili su ceramiche prodotte dalla cultura nazca.
Questo è un aspetto importante, giacché potrebbe dimostrare che i Nazca
avevano disegnato le immagini sul terreno oppure le avevano potute
osservare dall’aria.
La tavola 70 mostra quattro esempi di ceramiche nazca esposte al museo
della vicina città di Inca. La prima pare riproporre la lucertola della figura 5;
la seconda il ragno; la terza sembra analoga al colibrì (in alto a sinistra
nella figura 5); la quarta riproporrebbe la balena (in basso a destra nella
figura). Però in tutti questi esempi le somiglianze sono deboli e taluni
importanti particolari dei geoglifi, che sono disegni molto stilizzati,
appaiono diversi o mancano nei manufatti. Cinque altri esempi sono
altrettanti esili. Nella loro ansia di dimostrare errata la teoria di von
Daniken, gli esperti sembrano avere dimenticato quanto sia normale per gli
artisti dell’antichità riprodurre figure di uccelli, insetti, rettili e creature del
mare. Ma se la valutazione di questi esperti non fosse stato così offuscata,
avrebbero potuto chiedersi come mai i Nazca non abbiano decorato i propri
manufatti con i disegni più insoliti presenti nella pianura di Nazca: le
immagini cuneiformi, le linee che si intersecano e le forme astratte.
Come spiega Maria Reiche la funzione delle linee di Nazca? Sebbene dica
di non avere ancora raggiunto una conclusione certa, tende a far sua la
teoria che possano rappresentare un calendario astronomico.52 Sostiene che
il popolo nazca adoperava le linee e le immagini per fissare i punti rilevanti
dell’anno solare in modo da coadiuvare il lavoro agricolo. Ma la teoria della
Reiche, così come quella di von Daniken, è crollata davanti alla
sovrabbondanza di ragionamenti logici degli oppositori.
Nel 1968, uno studio condotto dalla National Geographic Society chiarì
che mentre talune linee di Nazca si allineano effettivamente con le posizioni
del Sole, della Luna e di certe stelle così come si disponevano duemila anni
fa, la frequenza con cui lo fanno può essere attribuita a casualità.53 Nel 1973
il dottor Gerald Hawkins esaminò al computer 186 linee e appurò che
soltanto il 20% presentava orientazioni astronomiche, di nuovo una
percentuale che può essere attribuita al puro caso.54 Nel 1982 Anthony
Aveni ottenne risultati analoghi, 55 mentre nel 1980 Georg Petersen indicò
come la teoria della Reiche non spieghi la diversità nelle lunghezze e nelle
larghezze delle linee stesse.56 Più recentemente, Johan Reinhard ha osservato
che le montagne circostanti possono fornire un mezzo assai più efficace per
calcolare i movimenti del Sole; le linee quindi sarebbero state, se create per
questo scopo, del tutto superflue.57 Oltre a questa valanga di opinioni
scientifiche dovremmo poi considerare il fatto che la Reiche, così come von
Daniken, non riesce a spiegare il significato delle immagini di animali.
Esiste un altro modo per spiegare le linee di Nazca? Certamente non
erano strade inca, giacché molte iniziano e finiscono nel bel mezzo del
deserto; e nemmeno erano canali di irrigazione, dato che quasi tutte non
hanno collegamento alcuno con sorgenti d’acqua. Se quindi non esistono
scopi pratici allora, come molti autori hanno cominciato a fare, occorre
guardare al simbolismo di queste linee e figure. Sono state chiamate in
causa numerose espressioni religiose: culto degli antenati, culto dell’acqua,
culto della fertilità, culto delle montagne.
Il maggior propugnatore della teoria del culto è Johan Reinhard, il quale
fa presente come molte linee portino a templi, sorgenti o montagne aventi
significato religioso.58 Reinhard ha spiegato in modo convincente come il
popolo nazca venerasse le montagne, ma perché avrebbero dovuto adorare
degli oggetti inanimati? Reinhard nota come nelle antiche culture andine
esistesse una diffusa convinzione che diverse divinità - che veneravano
come antenati - risiedessero nelle montagne. Questi dèi controllavano il
tempo meteorologico e quindi la disponibilità dell’acqua da cui dipendeva
la fertilità dei campi e degli armenti. Reinhard soggiunge che la divinità
maggiore, Viracocha (già menzionata a proposito di Tiahanaco), era
strettamente collegata sia alle montagne sia all’acqua.
Come può il culto delle divinità della montagna spiegare le linee di
Nazca? Johan Reinhard ha fatto riferimento ai contenuti di diverse antiche
tradizioni, secondo le quali le divinità delle montagne si levavano al cielo in
forma di aquile o di condor. 59 Come Reinhard spiega, la teoria del culto
religioso chiarirebbe il più importante aspetto delle linee di Nazca: «Il fatto
che le figure possano essere meglio viste dall’alto è spiegabile con la
capacità delle divinità della montagna di dominare la zona dall’alto,
comparendo sotto forma di uccelli o del felino volante».60 (Il corsivo è mio).
Può questo essere l’indizio vitale per risolvere il mistero? Gli antropologi
attribuiscono la fede nelle divinità della montagna a una motivazione
ecologica, giacché dalle montagne provengono i fiumi e le nuvole che
portano la pioggia. Ma se queste divinità montane non fossero il prodotto
della fantasia umana? Se fossero stati dèi in carne e ossa che arrivavano
ogni tanto sulle loro macchine volanti? Sarebbe prematuro svelare a questo
punto la mia proposta per una soluzione al mistero di Nazca, ma mi sembra
necessario chiarire subito due cose: primo, non sostengo che le linee di
Nazca hanno avuto funzioni di piste di atterraggio; secondo, affermo che
per osservarle era evidentemente necessario disporre di tecnologie che
consentissero il volo. Può sembrare un’idea fantasiosa se non fosse per il
livello di elevata tecnologia già incontrata a Baalbek, a Tiahanaco e in
diverse località peruviane sorte prima del periodo inca.
Una forte costante emerge da questo capitolo. I luoghi che abbiamo
esaminato indicano l’esistenza di due diversi livelli di cultura, tra loro
distinti, una cultura preistorica caratterizzata da alta tecnologia, e una
successiva cultura che osservava con rispettosa meraviglia le miracolose
opere in pietra che le più antiche e più avanzate culture si erano lasciate alle
spalle. Possiamo supporre che tutte queste località sono state adottate in
quanto luoghi sacri dalle culture che si sono succedute, le quali hanno
creato oppure conservato le leggende che fanno riferimento agli dèi?
Le prove già citate suggeriscono che il popolo di Tiahanaco non ha
costruito l’Acapana, ma l’ha adottata. Non ne capivano la funzione, ma ne
hanno fatto il loro luogo più sacro. Nazca presenta una situazione analoga:
può non essere una coincidenza che Cahuachi, la capitale del popolo nazca,
avesse soprattutto la funzione di centro religioso e che risalga a circa il 200
d.C., esattamente il periodo in cui anche Tiahanaco emerse come centro
sacro.61 Così come a Tiahanaco, anche il popolo nazca può aver “adottato”
le linee, senza capirne ne l’origine né lo scopo, adorandole però come segni
sacri degli dèi. Come ha notato Johan Reinhard, questo popolo eresse
templi religiosi assai semplici alle estremità di molte di queste linee, e
venerò, in quanto antenati, le divinità della montagna.62 Se ammettiamo che
questi dèi erano le stesse creature in carne ed ossa che avevano progettato
gli impianti idrici a Tiahanaco e a Chavin, la fortezza di Sacsayhuaman e la
piattaforma di Baalbek, ecco allora che le linee di Nazca segnalano la
presenza in quei tempi di un’altra importantissima tecnologia: quella che
consentiva agli dèi di volare...

CONCLUSIONI

⊕ Le prove materiali suggeriscono l’esistenza di un’antichissima cultura


che non ha lasciato documenti, la quale adoperò tecnologie progredite a
Baalbek, Tiahanaco e in varie località del Perú. Le culture successive
considerarono i prodotti di queste tecnologie come opere di “dèi” e quei
luoghi come sacri.
⊕ Le linee di Nazca indicano che una delle tecnologie in possesso di
questi dèi era l’aeronautica. L’esistenza di enormi piattaforme preistoriche a
Baalbek, e le leggende associate al “carro” del dio Sole, sostengono questa
ipotesi.
1 Il termine preistoria si riferisce ai tempi precedenti le cronache scritte; pertanto, può riferirsi a
periodi diversi nelle diverse aree geografiche.
2 M. Barnes et al., Secrets of Lost Empires, BBC Books, 1996, pp. 95-135; trasmesso anche dalla
rete televisiva BBC2 il 5 giugno 1996.
3 M. Alouf, History of Baalbek, 25a ed., p. 92.
4 Ibid.
5 Un aeroplano Boeing 747 pesa 337.840 kg.
6 Prof. Daniel Krencker, Missione Archeologica Tedesca, citato in Alouf, History of Baalbek,
cit., p. 80.
7 Ivi, pp. 27-8.
8 Ivi, p. 26.
9 N. Jidejian, Baalbek Heliopolis “City of the Sun”, Beirut, Dar El-Machreq, 1975, p.7 E anche
M. Alouf, History of Baalbek, cit., p. 26.
10 D. Urquhart, The Lebanon Diary, citato in M. Alouf, History of Baalbek, cit., p. 26.
11 G. Hancock, Fingerprints of the Gods, Mandarin, 1995, Capitolo 39, p. 362. Vedi anche Z.
Sitchin, The Stairway to Heaven, cit., Capitolo IX, p. 179.
12 La gru Gottwald AK912 impiega un sopporto di base quadrato di 10,7 m, un braccio di 35 m,
un montante di 43 m, un contrappeso superiore di 118 t e un maxicontrappeso di 400 t.
13 Stima di Monsieur Caignart de Saulcy, citato in M. Alouf, History of Baalbek, cit., p.101.
14 Ivi, p. 32.
15 Ephraim George Squier, Tiahuanaco - Baalbek del Nuevo Mondo, 1909.
16 A. Kolata, The Tiwanaku: Portrait of an Andean Civilisation, Blackwell, 1993, Capitoli 6 e 8.
17 Ivi, pp. 179-80, dove cita T. Weil, Area Handbook for Bolivia, Washington DC, US
Government Printing Office, 1974.
18 A. Kolata, The Tiwanaku..., cit., Capitolo 6, soprattutto alle pp. 190-8.
19 Ibid., dove cita Carlos Ponce Sangines.
20 Ivi, p. 111.
21 Ivi, p. 115.
22 Ivi, pp. 129 e 131.
23 Ivi, p. 115.
24 Ivi, pp. 133 e 160.
25 Pedro de Cieza de Leon, citato in A. Kolata, The Tiwanaku..., cit., p. 3.
26 Vedi A. Posnansky, Tiahuanacu: The Cradle of American Man, 2 voll., New York, J.J.
Augustin, 1945.
27 L’inclinazione della Terra (l’angolo tra il piano dell’orbita terrestre e quello dell’equatore
celeste) muta nel tempo, cosicché la posizione del sole all’orizzonte si sposta. Gli scienziati hanno
elaborato tabelle minuziose delle trascorse inclinazioni terrestri, e in base a esse la Calasasaya
doveva risultare allineata con il sole o nel 4050 a.C. o nel 10.050 a.C. Queste date hanno trovato
concordi sia Posnansky (Tiahuanacu..., cit.) sia il dott. Rolf Müller dell’Osservatorio astrofisico di
Potsdam.
28 Pedro de Cieza de León, citato in A. Kolata, The Tiwanaku..., cit., pp. 3-4.
29 A. Kolata, The Tiwanaku..., pp. 83 e 85.
30 Ivi, pp. 90 e 93-4.
31 N. Abanto de Hoogendoorn, Chavin de Huantar - A Short Eternity, Lima 1990, p. 39.
32 Ivi, p. 13.
33 Ivi, p. 54.
34 Ivi, p. 30.
35 Ivi, p. 74.
36 Z. Sitchin, The Lost Realms, New York, Avon Books, 1990, Capitolo 9, p. 189, Capitolo 11,
p. 248 e Capitolo 12, p. 174.
37 N. Abanto de Hoogendoorn, Chavin de Huantar..., cit., pp. 48-9.
38 J. Rowe, The Incas, sezione di The Handbook of South American Indians, Washington 1946.
39 S. Hagar, Cuzco the Celestial City; anche R. Muller, Sonne, Mond und Sterne über dem Reich
der Inka, Berlin, Springer Verlag, 1982.
40 M. Barnes et al., Secrets of Lost Empires, cit., pp. 181-221; trasmesso anche dalla rete
televisiva BBC2 il 19 giugno 1996. Vedi anche P. Frost, Exploring Cuzco, Nuevas Imagenes,
1989, pp. 67-71.
41 Ivi, p. 58.
42 Garcilaso de la Vega, Royal Commentaries of the Incas, New York, Orion Press, 1961.
43 P. Frost, Exploring Cuzco, cit., pp. 103 e 106.
44 M. Barnes et al., Secrets of Lost Empires, cit., pp. 190-9; trasmesso anche dalla rete televisiva
BBC2 il 19 giugno 1996.
45 Garcilaso de la Vega, Royal Commentaries..., cit.
46 J. Reinhard, Machu Picchu The Sacred Center, Lima, Nuevas Imagenes, 1991, p. 6.
47 S. Waisbard, Enigmatic Messages of the Nazcas, in The World Last Mysteries, Reader’s
Digest, 1988, pp. 281-7.
48 Soltanto poche delle immagini di Nazca possono essere osservate dalla torre di osservazione o
dalle circostanti alture.
49 E. von Daniken, Chariots of the Gods, cit.
50 La tesi è sostenuta da Maria Reiche, sebbene non sia stata mai provata.
51 J. Nickell, The Nazca Drawings Revisited: Creation of a Full-Sized Duplicate, in «The
Skeptical Inquirer», 7, 3 (1983), pp. 36-44; e anche A. Aveni, The Nazca Lines: Patterns in the
Desert, in «Archeology», 39, 4 (1986), pp. 32-9.
52 M. Reiche, Mystery on the Desert, Stuttgart, Heinrich Fink GmbH, 1968.
53 «National Geographic», maggio 1975, p. 716. Inoltre, va notato che la posizione delle stelle
all’orizzonte non è stabile, e pertanto qualsiasi allineamento riscontrato può essere illusorio
giacché nessuno può dire quando siano state tracciate le linee.
54 G. Hawkins, Beyond Stonehenge, New York, Harper & Row, 1973.
55 A. Aveni, Report on the Analysis of Data Obtained on the Nazca Project, National Geographic
Society, 1982.
56 G. Petersen, Evolución y Desaparición de las Altas Culturas Paracas-Cahuachi, Lima 1980.
57 J. Reinhard, The Nazca Lines, Lima 1993, p. 31.
58 Ivi, pp. 12-56.
59 Ivi, p. 17 (aquile) e pp. 41-2 (condor).
60 Ivi, p. 56.
61 H. Silverman, Cahuachi: Non-Urban Cultural Complexity of the South Coast of Peru, in
«Journal of Field Archaeology», inverno 1988.
62 J. Reinhard, The Nazca Lines, cit., pp. 22-32.
4
LE PIRAMIDI DI GIZA
DÈI E FARAONI

Nel capitolo precedente abbiamo incontrato costruzioni meravigliose che


non possono essere spiegate secondo i tradizionali schemi storici.
Nonostante tutti gli sforzi per convincerci che sono opera dei popoli di
Tiahanaco, Inca e di Nazca, un alone di mistero continua a circondare la
vera identità dei progettisti originari, i quali adoperarono tecnologie
equivalenti a quelle del XX secolo. Fatto ancora più importante, gli esperti
non sanno dirci come mai monumenti enormi e inspiegabilmente complessi
siano spesso stati costruiti in luoghi particolarmente isolati. E poiché non
sanno che spiegazioni dare, risolvono il problema etichettando queste
misteriose costruzioni come “templi”.
Questo capitolo tratta il più celebre esempio di antica alta tecnologia, le
piramidi di Giza in Egitto. Così come agli Inca sono state attribuite le opere
in pietra preistoriche del Perú, agli antichi Egizi sono state attribuite le
piramidi di Giza. L’unica differenza sta nel fatto che queste piramidi
vengono etichettate come “tombe” e non come templi. Ci viene quindi
spiegato che le tre piramidi di Giza (tav. 28), furono costruite da tre faraoni
del terzo millennio a.C.: Cheope (“Chufu” in egiziano), Chefren (“Chafra”)
e Micerino (“Mencaura”).
In questo capitolo mi occuperò soprattutto della piramide di Cheope. È
quella che viene comunemente definita Grande Piramide, l’ultima rimasta
delle Sette meraviglie del mondo antico. Ma questa piramide apparteneva
veramente al faraone Cheope, ed è mai stata una tomba?
Nel 1980 venne dimostrato che il faraone Cheope non costruì la Grande
Piramide - eppure, oggi continuiamo a sentirci dire il contrario. In questo
capitolo passeremo in rassegna le prove (non ancora smentite) che
dimostrano come l’attribuzione a Cheope della Grande Piramide sia stata
una vergognosa frode archeologica. Ma cominciamo con l’esaminare le
piramidi e lo schema storico in cui sono state racchiuse.
Secondo una diffusissima idea, le piramidi egizie sono tutte eguali tra
loro. Se pochi di noi si rendono conto di quanto peculiari siano quelle di
Giza, è semplicemente perché nessuno fornisce le giuste spiegazioni. Un
libro di consultazione definisce genericamente tutta la zona di Giza come
un’ampia necropoli,1 ed è difficile trovare opere che rendano piena giustizia
ai suoi aspetti straordinari, in particolare quelli peculiari della Grande
Piramide. Questo capitolo cercherà di fare chiarezza, e apparirà evidente
come questa piramide non sia stata affatto eretta dagli Egizi per essere una
tomba.
A motivo degli stupefacenti aspetti matematico-geometrici in base ai quali
è stata progettata, la Grande Piramide è stata definita «la costruzione più
accuratamente e minuziosamente esaminata al mondo».2 Ciò nonostante,
continua a sorprenderci. La porta segreta scoperta da Rudolf Gantenbrink
nel 1993 - e che vedremo in seguito in questo capitolo - dovrebbe
sollecitarci a mettere in dubbio ciò che ci viene comunemente raccontato.
Ma tutto lascia supporre che noi, il pubblico, non avremmo neanche dovuto
sapere di quella piccola scoperta. Le autorità egiziane di Giza, che
controllano ogni flusso di notizie, erano talmente irritati con Gantenbrink
per l’annuncio da lui fatto alla stampa, che da allora gli hanno impedito di
ritornare nella piramide.
Chi di noi visita l’Egitto se ne riparte assolutamente perplesso. Ci risulta
impossibile, nella totale assenza di un chiaro contesto storico, inquadrare in
modo razionale l’insieme di confuse immagini di quell’antica cultura. Spetta
all’egittologia (lo studio della storia egiziana) fornirci quel contesto, ma per
quanto ci sia dato capire, in questo suo compito l’egittologia fallisce
miseramente. I suoi esperti sostengono con orgoglio di rappresentare
l’archeologia scientifica più antica, ma se è davvero tanto antica, e tanto
scientifica, come mai non sa neppure spiegare come sia nata la civiltà
egizia?
Come chiarisce un autore di cose egizie, John Anthony West:
...ogni aspetto delle conoscenze egizie sembra presentarsi completa sin
dall’inizio. Le scienze, le tecniche artistiche e architettoniche e il sistema dei
geroglifici non mostrano i segni di una fase di “sviluppo”; anzi, molti dei
risultati ottenuti nel corso delle prime dinastie non sono mai stati superati...3
Secondo la cronologia ortodossa, la civiltà egizia emerse autonomamente
rispetto ad altre civiltà. Ciò accadde intorno al 3100 a.C. sotto il primo
faraone Menes, il quale unì, o forse riunì, l’Alto e Basso Egitto (il
meridione e il settentrione). Chi era Menes? Gli esperti non sanno dirci nulla
di lui. Qual era il contesto in cui affrontò le guerre per unificare l’Egitto?
Non sanno dircelo. E come mai la cultura dell’antico Egitto ha tanto in
comune con la civiltà sumera che la precedette di 700 anni? Questo loro lo
negano! E d’altronde è veramente ingenuo ritenere che i Sumeri, che erano
grandi viaggiatori ed esploratori, non abbiano influenzato la cultura egizia.
Mentre le guide turistiche egiziane e gli esperti tentano di stordirci con
tutte le loro specialistiche nozioni sull’antico Egitto, in verità ne sanno assai
poco. Ricorrono a una cronologia che si basa ampiamente sull’Elenco dei
Re di Manetone, elaborato parecchio tempo dopo gli eventi, e che a sua
volta attinge a documenti frammentari vecchi di migliaia di anni.4
L’archeologia moderna ci fornisce scarsissime prove a conferma delle
identità e delle date che si riferiscono a questi monarchi. Possiamo dunque
dire che l’intera cronologia riguardante la storia antica egiziana si basa su
pochi fatti e su molte ipotesi. Ma non è certo nell’interesse degli egittologi
ammettere una simile abbondanza di incertezze.
È interessante notare che l’Elenco dei Re di Manetone segnala una lunga
serie di regnanti esistiti prima di Menes. Secondo Manetone, infatti, il regno
di Menes è stato preceduto da un periodo di 350 anni di caos (finalmente un
po’ di storia!) e, prima ancora, da una dinastia di trenta semidei che aveva
regnato per 3650 anni. Il che ci riporta pressappoco al 7100 a.C., molto
prima dell’inizio di qualsiasi civiltà. Ma siamo appena agli inizi, giacché
Manetone elenca due altre dinastie di dèi che ancor prima avevano regnato
per 13.870 anni. Questa importante pagina della storia del genere umano
viene di solito lasciata in disparte, semplicemente perché gli accenni agli dèi
non rientrano nei paradigmi storici degli esperti.
Eppure, quest’ampia gamma di dèi è il perno sia dell’arte sia della
religione egizie. Alcune delle leggende egiziane relative agli dèi sono
determinanti per capire le consuetudini culturali di quel popolo, ma
vengono tutte studiate come mitologia.5 Né è stato solo Manetone a
riconoscere questi dèi come figure storiche. Anche storici romani e greci
quali Erodoto e Diodoro Siculo ci hanno lasciato cronache particolareggiate
di regni divini risalenti a migliaia di anni prima dei faraoni. Tutti questi
storici antichi vengono derisi da quelli moderni per essere stati così ingenui
da credere alle storie raccontate dai sacerdoti egiziani.
Sperando di avere acceso almeno qualche dubbio sulla credibilità della
storia egiziana come ci viene raccontata, vorrei ora guardare più da vicino le
piramidi di Giza, e in modo particolare la Grande Piramide. Dobbiamo
domandarci se appartennero davvero a Cheope, a Chefren e a Micerino.

PRIME IMPRESSIONI

Situate sul margine nord orientale dell’altopiano libanese, le piramidi di


Giza si stagliano nitide all’orizzonte: dal Cairo, lontana appena pochi
chilometri, le cime delle due piramidi maggiori appaiono in direzione nord-
est e sovrastano l’ampia città. Da quella distanza è difficile apprezzarne le
dimensioni davvero enormi. Soltanto avvicinandosi si può coglierne
appieno la straordinaria mole. La Grande Piramide, a cui manca la pietra di
coronamento, venne progettata per una altezza di 122 m, e ha dunque la
medesima altezza della piramide di Chefren però partendo da una base
alquanto più bassa. Questa base copre addirittura 5,2 ettari, e ha lati di 230
m.
L’esterno della Grande Piramide appare oggi molto eroso e ferrato a
ramponi, ma in passato era rivestito da blocchi di calcare bianco che davano
alla piramide l’aspetto levigato caratteristico di queste costruzioni. I blocchi
di rivestimento erano ancora intatti quando Erodoto nel v secolo a. C. visitò
Giza, ma in seguito la gran parte di essi venne rimossa per costruire le
moschee del Cairo. Oggi ne rimangono soltanto alcuni nei musei e nella
parte superiore della piramide di Chefren. Queste pietre a sei facce, pesanti
15 t ciascuna, erano levigate e sagomate in modo da aderire perfettamente
l’una all’altra e con quelle sottostanti - le congiunture misuravano meno di
0,5 cm!
Sotto lo strato che è stato rimosso, il corpo della piramide conta qualcosa
come 2,5 milioni di pietre squadrate, quasi tutte di calcare giallo, ma certe
parti interne sono di duro granito. Il volume totale della Grande Piramide è
valutato in qualcosa come 2,5 milioni di mc, con un peso tra i 6 e i 7 milioni
di tonnellate. Per meglio renderci conto della portata di questi numeri,
immaginiamo che la navata più alta di una cattedrale europea starebbe tre
volte nella Grande Piramide, il cui volume complessivo supera quello di
tutte le cattedrali, le chiese e le cappelle costruite in Inghilterra dall’inizio del
Cristianesimo. La Grande Piramide viene spesso indicata come la più
grande costruzione della terra, e difatti ha due volte il volume e trenta volte
il peso del celebre Empire State Building di New York.
La piramide poggia su una piattaforma livellata artificialmente, spessa
meno di 56 cm e ciò nonostante perfettamente piatta, con dislivelli su tutta
la superficie inferiori ai 2,5 cm nonostante che da migliaia di anni sostenga
quel peso colossale.6 La base della piramide è perfettamente quadrata - di
per sé un esempio di elevata ingegneria.
Si ritiene che la struttura interna della piramide sia a gradoni, progettata in
modo superbo affinché potesse reggere fortissime tensioni verticali. I
blocchi di pietra risultano squadrati con precisione e combaciano così
perfettamente che tutta la piramide sta insieme senza uso di malta. Le pietre
vanno da un peso di 2-2,5 t per i blocchi di calcare centrali, alle 50-70 t
degli enormi blocchi di granito, i quali sono stati trasportati dalla cava di
Assuan, situata circa 965 km più a sud. Inutile dire che gli studiosi hanno
tentato disperatamente di spiegare come gli antichi Egizi abbiano potuto
spostare e sollevare monoliti di quelle dimensioni, ma non sono riusciti a
dare risposte convincenti. Come già abbiamo visto nel Capitolo 3, la
moderna tecnologia delle gru industriali potrebbe affrontare questi
problemi, ma nessuno se la sente di suggerire che i faraoni abbiano
progettato e costruito macchinari del genere. Va comunque anche detto che
le tecnologie di cui oggi disponiamo avrebbero difficoltà a eguagliare
l’incredibile precisione raggiunta nella costruzione della Grande Piramide.
Pari alla precisione tecnica è la precisione geografica con cui tutte e tre le
piramidi di Giza sono state predisposte. Sir William Flinders Petrie appurò
che la Grande Piramide venne allineata con il vero nord con un margine di
errore pari ad appena un dodicesimo di grado!7 I libri di consultazione che
si degnano di menzionare questo fatto straordinario sono costretti ad
ammettere che l’allineamento è troppo preciso per essere dovuto al caso.8
L’accuratezza nell’orientamento della Grande Piramide è comprovato dal
fatto che gli esperti di Napoleone la adoperarono come punto di riferimento
per triangolare e mappare l’Egitto settentrionale.9 Inoltre, la Grande
Piramide è collocata quasi esattamente sul trentesimo parallelo nord - un
fatto, come vedremo, di particolare importanza.

LE NICCHIE MISTERIOSE

Mentre l’esterno della Grande Piramide incombe su di noi con la


grandiosità delle sue dimensioni, l’interno ci colpisce per la precisione e per
le insolite caratteristiche (fig. 6). Un autore lo ha descritto come «bizzarro e
di evidente progettazione aliena» - un’affermazione curiosa, per la quale
qualsiasi visitatore intelligente può essere capito e perdonato.10
Un’entrata a porta girevole è stata nascosta tanto astutamente da non
essere mai stata scoperta dall’esterno: i visitatori oggi adoperano l’entrata
artificiale aperta nella facciata nord dal califfo musulmano Al-Ma’mun
quando nell’820 d.C. forzò la piramide. Da questa entrata si accede
direttamente al Corridoio Discendente e al Corridoio Ascendente, entrambi
con una pendenza di 26°. Quando Ma’mun penetrò nella Grande Piramide,
lo fece praticando una galleria nella facciata sino al Corridoio Discendente,
che portava a una misteriosa Camera sotterranea ricavata dalla roccia
naturale proprio sotto l’apice della piramide (tav. 33). Per caso gli uomini di
Ma’mun fecero cadere un blocco di pietra dal soffitto del Corridoio
scoprendo un’ampia lastra rettangolare di granito che si proiettava verso il
basso con un’insolita inclinazione. Continuarono a scavare la galleria
intorno a quello che in seguito divenne noto come il Tappo di granito e
furono così i primi a scoprire il Corridoio Ascendente che conduce alle
camere superiori della piramide.
Il Corridoio Ascendente non ha riscontro in altre piramidi egizie.
Procedendo chini è possibile risalirlo sino alla Grande Galleria (tav. 32 ) -
un’altra peculiarità di questa piramide. Spostandosi dalla Grande Galleria,
una camera squadrata denominata romanticamente “Camera della Regina”
giace precisamente nel mezzo dell’asse nord-sud della piramide. La sua
caratteristica maggiore è una nicchia incredibilmente grande ricavata nella
parete est. Questa nicchia è sta descritta in termini tecnici come una cavità
ad aggetto, ma né questa definizione né il termine “nicchia” rendono l’idea
della sua straordinaria forma e dimensione: presenta infatti un’altezza di
oltre 4,5 m (tav. 30 ). Cosa possa aver contenuto non lo sappiamo, giacché
quando è stata scoperta la Camera della Regina era del tutto vuota. Inutile
dire che questa nicchia è una delle peculiarità che non trovano riscontro
nelle altre piramidi egiziane.
La Grande Galleria continua a salire per quasi 47 m con una pendenza di
26°. È difficile trovare le parole per descriverne la struttura complessa e
minuziosa. Si può definirla una volta a telescopio, simile nel disegno alla
Camera della Regina ma di proporzioni assai più ampie, con sette corsi di
muratura invece di cinque. Ognuno di questi corsi rientra di circa 7,5 cm
rispetto a quello subito inferiore, cosicché la Galleria si restringe salendo.
Appena sopra il terzo strato di muratura una strana e inspiegabile fenditura
corre lungo tutta la lunghezza della Galleria mentre sul pavimento due
rampe, una su ogni lato, contengono delle nicchie misteriose (tav. 32 ). La
scanalatura e le nicchie vengono raramente menzionate dagli esperti, data
l’impossibilità di precisarne il simbolismo e dato che, sempre secondo
questi esperti, non potevano avere alcuno scopo pratico. Si ignora cosa
contenessero, ma i guasti riscontrabili sulle pareti della Galleria in
corrispondenza di ognuna delle nicchie sembrano indicare che in tempi
antichi qualcosa da lì sia stato asportato a viva forza.
La Grande Galleria termina in un angusto passaggio che immette in una
complessa Anticamera, la quale protegge l’accesso alla cosiddetta Camera
del Re. Le pareti dell’Anticamera mostrano scanalature intagliate con
precisione, e si è visto che una di esse contiene una soletta (o foglia) di
granito, lì cementata per motivi che ignoriamo. Tre altre lastre di granito,
per le quali risultano predisposte delle scanalature verticali, sono state
presumibilmente asportate. Se abbassate, quelle lastre dovevano penetrare
per quasi 8 cm nel pavimento. La parte più alta dell’Anticamera presenta
delle insolite rientranze semicircolari che hanno portato persino gli esperti
più cauti a ipotizzare una qualche forma di sofisticato congegno a
saracinesca, in grado di far scendere le lastre di granito per bloccare
l’accesso alla Camera del Re.
Dopo avere attraversato l’Anticamera, per poter accedere alla Camera del
Re occorre nuovamente piegarsi in due. In questa camera troviamo un
misterioso contenitore di granito, detto “Cofano” (tav. 31 ), che misura 228
per 99 per 104 cm: privo di copertura - che peraltro si ritiene sia stata
presente in passato - e di ornamenti, viene spesso definito come il sarcofago
di Cheope.
Fig. 6. Schema della sezione della Grande Piramide.
Quanto a dimensioni potrebbe effettivamente contenere una salma, ma è
stato trovato vuoto. Un libro di consultazione sostiene appunto che in
passato questo sia stato il sarcofago della mummia di Cheope, deposta lì con
una maschera d’oro, gioielli e altri oggetti personali.11 Ma sono tutte fantasie
ed è deprimente riscontrare tanta irresponsabilità in libri di testo prestigiosi,
che molti lettori accettano senza discutere.
Sia la Camera del Re sia quella della Regina contengono un paio di
cosiddetti “pozzi di aerazione” - piccoli sfiatatoi rettangolari 20 cm per 20.
Anche questa è una caratteristica assente in altre piramidi egiziane. Mentre i
pozzi di aerazione nella Camera del Re si estendono alla muratura esterna
della piramide, quelli della Camera della Regina no, smentendo il mito che
la loro funzione fosse appunto quella di portare aria.
Recentemente alcune di queste aperture sono state accuratamente misurate
ed è stato di conseguenza suggerito che al tempo della costruzione della
piramide fossero forse allineate a certe stelle. Le prove di ciò appaiono
labili, e le tratteremo in un capitolo successivo. Basti dire, per il momento,
che la piccola porta con maniglie metalliche scoperta da Rudolf
Gantenbrink in uno degli sfiatatoi della Camera della Regina ne suggerisce
la funzione non simbolica ma pratica.

ECCELLENZA MATEMATICA

Le piramidi di Giza sono talora chiamate le uniche “vere” piramidi,


essendo le sole in Egitto i cui lati si innalzano con inclinazioni “perfette” di
52°.
Perché sono così importanti i 52°? Questo angolo esprime nella piramide
il fattore matematico 12 ma, cosa ancora più importante, è soltanto a 52°
che il rapporto dell’altezza della piramide con il perimetro di base è
esattamente il medesimo di quello del raggio di un cerchio con la sua
circonferenza.13 Inoltre, la piramide a 52° incorpora anche la peculiare
caratteristica geometrica nota come “sezione aurea”.14
Quanto sia difficile erigere manufatti con inclinazioni di 52° è dimostrato
dalla Piramide Crollata di Meidum e di quella Inclinata di Dahshur -
quest’ultima portata, a metà costruzione, a un più tranquillo angolo di 43,5°
(tav. 29). Anche quest’angolo esprime π, però non in modo così perfetto
come nella piramide a 52°.15
La simmetria matematica della Grande Piramide è tale che gli angoli dei
Corridoi Ascendente e Discendente, sommati insieme, si avvicinano molto
all’angolo di 52° con cui la piramide stessa si innalza dal terreno.
Tutti gli studi compiuti sulle piramidi hanno confermato l’uso del π nella
progettazione, il che ha portato a una rivalutazione delle conoscenze
matematiche degli antichi Egiziani. Purtroppo, più verranno effettuate
misurazioni e più si produrranno coincidenze e interpretazioni arbitrarie, il
che è certamente già successo nel caso della Grande Piramide, dove molti
ricercatori hanno fatto di tutto pur di scovare riferimenti a sostegno delle
loro teorie preconcette.16 Ciò nonostante, le pretese più arzigogolate e
fantasiose non debbono distrarre dai molti aspetti genuini di questa
piramide, aspetti che appaiono invero stupefacenti. Abbiamo già trattato
l’allineamento polare che presenta straordinarie caratteristiche dimensionali
e strutturali. Ora vediamo di andare al succo del discorso.

TECNICHE DA XX SECOLO

Il nostro primo esempio di tecniche da XX secolo sono i blocchi di


rivestimento di calcare a sei lati, levigati e tagliati con estrema precisione
affinché combaciassero l’un l’altro e con le pietre di sostegno, con giunture
che misurano meno di 5 mm. Non solo: si è visto che questi massi sono stati
uniti insieme con un cemento fine ma molto forte applicato uniformemente
sulle superfici semiverticali corrispondenti a circa nove ettari nella sola
Grande Piramide.17 Sir William Flinders Petrie, uno tra i più celebri
archeologi che hanno studiato Giza, commenta: «Soltanto il mettere questi
massi in contatto esatto l’uno con l’altro richiede un lavoro della massima
attenzione, ma farlo con del cemento nelle giunture pare quasi impossibile:
un’impresa che può essere equiparata al lavoro degli ottici più esperti».18
Il secondo esempio sono i Corridoi interni della Grande Piramide. Questi
passaggi sono stati misurati innumerevoli volte e sono sempre stati trovati
perfettamente rettilinei, con una deviazione, nel caso del Corridoio
Discendente, di meno di 5 mm lungo la parte in muratura, il che su una
lunghezza di quasi 46 m ha dell’incredibile. Se si comprendono gli altri 61
m scavati nella solida roccia, l’errore risulta di poco superiore ai 6 mm.
Questa è tecnica di altissima precisione, paragonabile a una tecnologia del
XX secolo utilizzata però 4500 anni fa.
Il nostro terzo esempio è la lavorazione meccanica del granito all’interno
delle piramidi. Uno dei primi archeologi a eseguire un’ispezione esaustiva
della Piramide è stato Petrie, il quale rimase colpito dal cofano di granito
nella Camera del Re, in modo particolare dalla precisione con cui è stato
ricavato da un unico blocco di granito estremamente duro. Petrie valutò che
per scavare una pietra del genere sarebbe stato necessario applicare una
pressione pari a due tonnellate a trapani a punta di diamante.19 Non
intendeva con questo indicare il metodo effettivamente impiegato, ma solo
segnalare l’impossibilità di creare un manufatto del genere con tecnologie
proprie del xix secolo. Del resto, sarebbe un’impresa ardua anche
impiegando tecnologie del XX secolo. Eppure, ci viene chiesto di credere
che Cheope ottenne quel risultato quando gli Egiziani utilizzavano
unicamente strumenti a mano quasi sempre di rame.
Nel 1995 un ingegnere inglese di nome Chris Dunn visitò l’Egitto con il
preciso proposito di capire come quei manufatti di granito fossero stati
prodotti. Secondo me Dunn aveva i giusti requisiti per quel compito,
compresa una mentalità aperta. Scrisse:
Quando osservo un manufatto per capire come sia stato prodotto non
parto mai dal presupposto di rifiutare in anticipo talune possibilità solo
perché non appaiono coerenti con determinati criteri storici o cronologici.
Avendo dedicato gran parte della mia carriera professionale alla lavorazione
meccanica di manufatti moderni, per esempio di parti di aerei a reazione,
sono abbastanza preparato per analizzare e per determinare quali siano i
metodi necessari a riprodurre il manufatto in esame. Sono anche stato tanto
fortunato dall’aver avuto a che fare con metodi non tradizionali di
fabbricazione, quali ad esempio l’uso di laser e le lavorazioni mediante
scariche elettriche.20
Dunn visitò il museo del Cairo, le piramidi nonché la cava di granito di
Assuan, nel tentativo di capire i metodi di produzione che erano stati
impiegati. Gli fu subito chiaro che molti dei manufatti presi in esame non
potevano essere stati prodotti se non con l’impiego di macchinari che oggi
definiremmo di alta tecnologia:
Avremmo difficoltà, oggi, a produrre molti di questi manufatti, sia pure
impiegando metodi di fabbricazioni avanzati. Gli utensili che vengono
messi in mostra quali strumenti utilizzati per creare questi incredibili
manufatti non sono assolutamente in grado di produrre molti dei manufatti
in questione.21
Chris Dunn trovò che molti di quei manufatti evidenziavano gli stessi
segni riscontrabili su manufatti prodotti con macchinari del XX secolo -
seghe automatiche, torni e fresatrici.22 Trovò particolarmente interessanti i
segni propri di una tecnica moderna nota come punzonatura cava, che viene
impiegata per ottenere una cavità in un blocco di pietra dura prima
trapanando e quindi frantumando ciò che resta del materiale. Petrie aveva
esaminato sia le cavità sia i materiali che le avevano riempite, ed era rimasto
stupito nel riscontrare una serie di incisioni a spirale indicanti un’azione
trapanante pari a 2,5 mm per ogni rivoluzione del trapano. Il che sembrava
impossibile. Nel 1983 Dunn aveva potuto appurare che i trapani industriali
a punta di diamante sono in grado di tagliare il granito con una velocità
rotatoria di 900 rivoluzioni al minuto, e dunque con un ritmo di lavoro di 5
mm per rivoluzione. Sono aspetti tecnici che indicano come gli antichi
Egiziani tagliassero il loro granito con un ritmo di trapanazione 500 volte
maggiore di quello della tecnologia in uso nel 1983.
Dunn si trovò costretto, pertanto, a prendere in considerazione metodi di
lavorazione più recenti e meno tradizionali. Si chiese quale singolo metodo
potesse spiegare tutti i particolari osservati nelle cavità e nel materiale,
comprese le misteriose scanalature a spirale che non si capiva come
avessero potuto incidersi più profondamente nel contenuto di quarzo del
granito, di per sé più duro del materiale roccioso circostante (feldspato).
Dunn sottopose il problema a un altro tecnico e finirono entrambi col
raggiungere la medesima conclusione: l’unico metodo possibile in grado di
spiegare “tutti” gli aspetti era la lavorazione mediante ultrasuoni.
Sul finire del XX secolo punte di trapano ultrasoniche si sono rivelate
particolarmente adatte, nei lavori di alta precisione, per produrre fori di
forma insolita in materiali duri e friabili quali certi acciai, materiali a base di
carburo, ceramiche e semiconduttori. Chris Dunn paragona questo
particolare metodo di trapanazione all’azione di un martello pneumatico su
un pavimento di cemento armato, ma con un ritmo così veloce da risultare
impercettibile all’occhio umano (19.000/25.000 cicli al secondo).
Coadiuvato da una pasta abrasiva, il trapano incide grazie a un’azione
macinante e oscillatoria: questa caratteristica, e solo questa, può spiegare i
solchi incisi più profondamente nella parte più dura della pietra, cioè nel
quarzo:
Nella lavorazione del granito mediante sistemi a ultrasuoni, il materiale
più duro, il quarzo, non offre necessariamente una resistenza maggiore
come avviene nelle lavorazioni tradizionali... il quarzo [nel granito]
verrebbe indotto a reagire e a vibrare coerentemente con le onde ad alta
frequenza [ultrasoniche], amplificando l’azione abrasiva mentre lo
strumento incide.23
La conclusione inevitabile è che chiunque abbia costruito le piramidi di
Giza aveva a disposizione macchinari eccezionali e la capacità di adoperarli.
Inoltre, il grado di precisione è tale che l’utensile da solo non basta. Questi
strumenti devono essere manovrati non dall’occhio umano, ma da
computer.

LA FRODE DI CHEOPE

Nell’aprile 1988 i telespettatori americani dovettero sorbirsi un


programma dedicato alle piramidi di Giza davvero vergognoso. Si intitolava
Mysteries of Pyramids - Live ed era presentato da Omar Sharif, il quale
intervistava degli egittologi dati come esperti. Davanti a milioni di persone
questi esperti dichiararono: «noi sappiamo che le piramidi sono state
costruite dagli antichi Egiziani cinquemila anni fa».
Questa perentoria affermazione venne accompagnata dalla presunta prova
documentata: un cartiglio reale del nome di Cheope dipinto all’interno della
Grande Piramide. Dopo avere ascoltato le spiegazioni in proposito fornite
dall’esperto, Sharif esclamò con riconoscenza: «Bene. Questa è la prova che
è stato proprio Cheope a erigere la piramide; ecco sistemata la diceria degli
antichi astronauti».
Come avremo presto modo di vedere, al pubblico americano venne
propinata in quella circostanza una vera e propria informazione deviante.
Ma prima di andare a vedere la presunta prova del cartiglio, esaminiamo le
altre che vengono citate spesso a sostegno dell’ipotesi “Cheope”.
Nel v secolo a.C. lo storico greco Erodoto tornò da una visita in Egitto
sostenendo che le tre piramidi di Giza erano di Cheope, Chefren e Micerino.
Erodoto era senza dubbio un grande storico, ma evidentemente si affidò
quella volta alla parola dei suoi ospiti, i sacerdoti egiziani. Possiamo essere
certi che gli dissero la verità?
Le asserzioni di Erodoto vengono considerati fatti in tutti i nostri libri di
storia, ma i fatti veri quali sono? Primo, non esiste prova alcuna che ci
permetta di supporre che Cheope fosse un faraone particolarmente
importante. I libri di testo ammettono che «sappiamo assai poco di
Cheope».24 Un’asserzione niente affatto coerente con quella che attribuisce
proprio a questo faraone la costruzione della Grande Piramide la quale,
come ho dimostrato, si impone su qualsiasi altra eretta in Egitto. Una
struttura di quel genere non avrebbe forse dovuto apportare a Cheope
duratura fama e ben più di un frettoloso accenno nella storia egiziana?
Eppure, non ci sono speciali applausi per lui, nessuna cronaca che ci dica
delle sue gesta importanti, neppure una statua che possa con certezza essere
attribuita a questo faraone.
In secondo luogo, appare curioso che nessuno degli altri storici antichi
che visitarono l’Egitto menzioni un faraone di nome Cheope, e che nessuno
di essi asserisca di conoscere il nome del
costruttore della Grande Piramide.
Terzo fatto sospetto, sebbene Erodoto abbia dato un nome ai costruttori
delle piramidi di Giza, e abbia anche precisato l’arco di tempo necessario
alla costruzione della Grande Piramide e della sua via di accesso, non porge
alcuna spiegazione convincente sul come sia stata costruita e nemmeno sul
perché.25 Lascia quindi gli interrogativi più interessanti senza risposta.
A parte la parola di Erodoto, c’è un’unica altra testimonianza a proposito
dell’appartenenza a Cheope della Grande Piramide: appunto un cartiglio
dipinto, con il nome di Cheope in geroglifici, trovato all’interno della
piramide da un archeologo inglese, il colonnello Howard Vyse.
Quando nel 1835 il colonnello Howard Vyse si recò per la prima volta in
Egitto, l’idea che la Grande Piramide appartenesse a Cheope era già ben
radicata, sebbene non ci fosse nessunissima prova in proposito. Possiamo
dunque immaginare la frustrazione di Vyse quando, dopo due anni, non
aveva trovato nessuna iscrizione all’interno delle piramidi di Giza che
consentisse di collegarle a uno qualsiasi dei faraoni. Spinto dunque dalla
frustrazione e dall’ambizione, Vyse fece inserire un falso cartiglio del nome
di Cheope in un punto davvero improbabile, in uno spazio chiuso tra le
gigantesche lastre di granito sopra la Camera del Re della Grande Piramide.
Come facciamo a saperlo? Grazie a un’ormai più che necessaria indagine
condotta nel 1980 da Zecharia Sitchin.26 Riassumerò ora le prove
schiaccianti portate da Sitchin.
Come essere sicuri che Vyse organizzò una frode? Le prove più certe a
suo carico appaiono essere una serie di errori riscontrabili nei diversi segni
e cartigli, trovati imbrattati di vernice rossa. Per quanto incredibile possa
sembrare, i primi sospetti di frode vennero avanzati nel 1837, poco tempo
dopo la “scoperta”. Vyse aveva inviato copie dei cartigli al British Museum
per una verifica. Si è sempre ritenuto che l’esperto di geroglifici del
Museum, Samuel Birch, avesse confermato la lettura del cartiglio trovato da
Vyse. In realtà Birch espresse invece diversi dubbi. Notò in particolare che
molti dei segni erano stranamente poco visibili e che taluni simboli
apparivano insoliti, di un genere mai prima (né dopo) riscontrato in Egitto.
Birch era perplesso per lo stile del cartiglio, uno stile che cominciò ad
affermarsi in Egitto soltanto alcuni secoli più tardi; taluni dei simboli
potevano essere rapportati soltanto ad altri che comparvero 2000 anni dopo
l’epoca di Cheope. Birch trovò persino un simbolo per un aggettivo
adoperato come numero - un pacchiano errore grammaticale.
Non molti sanno, poi, che Birch trovò i nomi di due faraoni nelle
iscrizioni, un fatto che non riuscì assolutamente a spiegare. Concluse che
«la presenza nella Grande Piramide di questo (secondo) nome, usato come
marchio della cava, è un punto di perplessità in più» (il corsivo è mio). E
rese davvero perplessi gli egittologi, poiché metteva chiaramente in
discussione l’autenticità dell’iscrizione e quindi le loro stesse asserzioni che
attribuivano a Cheope la Grande Piramide. La questione è stata poi lasciata
comodamente irrisolta per più di 150 anni.27
Esposto dunque a tutti questi fatti, Birch concluse che il cartiglio reale
poteva essere letto come quello di Cheope.
Il più grave errore compiuto dai falsari stava nello stesso cartiglio reale di
Cheope. Negli anni immediatamente successivi al 1830, l’egittologia era
agli esordi e i falsari dovevano basarsi sui pochi libri specialistici pubblicati
fino ad allora. Nessuno sapeva esattamente che aspetto potesse avere il
cartiglio di Cheope. Un’opera di consultazione molto usata a quell’epoca,
Materia Hieroglyphica di Sir John Gardener Wilkinson, viene
costantemente citata nei diari di Vyse. Purtroppo per lui, l’opera di
Wilkinson si è poi rivelata zeppa di inesattezze. In particolare, fa confusione
tra il segno per Kh e il segno del disco solare che rappresenta Râ. Il nome
reale trovato nella Grande Piramide contiene proprio questo errore.
Grazie alle conoscenze nel frattempo acquisite, siamo in grado di capire
oggi che il nome trovato da Vyse usa in modo errato il disco solare e dà il
nome di Râ-ufu e non di Kh-ufu (“Cheope”). Come ha segnalato Zecharia
Sitchin, questo non solo sarebbe stato un errore inconcepibile per uno
scriba egiziano dell’epoca, ma sarebbe stato anche un errore blasfemo
giacché Râ per gli antichi Egiziani era la massima divinità! Sitchin riassume
così la questione:
Chiunque abbia lasciato le tracce di vernice rossa segnalate da Vyse aveva
quindi impiegato un metodo di scrittura (lineare), stili (semi-ieratici e
ieratici) e attribuzioni di titoli provenienti da epoche diverse, nessuno però
risalente a quella di Cheope, e tutti a periodi successivi. Il loro autore non
era poi molto uso a scrivere: parecchi dei suoi geroglifici apparivano o poco
chiari o incompleti, oppure fuori contesto se non addirittura adoperati in
modo sbagliato. Ce n’erano di totalmente sconosciuti... La confusione tra
Râ e Kh era un errore che non poteva essere stato commesso all’epoca di
Cheope... soltanto una persona poco usa ai geroglifici... avrebbe potuto
commettere un errore tanto madornale.28
Questa innegabile prova di avvenuta contraffazione spiega parecchi altri
eventi verificatisi durante il soggiorno di Vyse in Egitto: il licenziamento
apparentemente senza motivo di taluni componenti chiave della sua squadra
di assistenti; le direttive poco logiche impartite in certi momenti al suo staff;
la sua prima “scoperta”, in presenza di due testimoni “neutri”, di segni in
qualche modo non visti quando invece era solo; discrepanze tra le sue
scoperte e ciò che registrò nei diari; manipolazioni di date nei suoi diari;
circostanze sospette riguardanti una sua successiva scoperta del nome di
Micerino nella terza piramide, che molti ritengono essere stata una frode.
Spiegherebbe anche come mai nessuna epigrafe sia stata trovata nel primo
scomparto sopra la Camera del Re scoperto dall’archeologo Nathaniel
Davison già nel 1765, ma soltanto negli scomparti più alti aperti da Vyse.
Zecharia Sitchin segnala un paio di altri punti. Primo, le marcature trovate
da Vyse sono molto grandi e rozze se confrontate con i geroglifici nitidi e
compatti normalmente usati dagli Egizi. In secondo luogo, suscita parecchi
sospetti il fatto che nessuna marcatura sia stata trovata sulle pareti orientali
dei comparti che Vyse aprì impiegando esplosivi. La storia così come
Sitchin la svela è un atto d’accusa nei confronti di Vyse e del suo fedele
assistente Mr Hill. Perché mai Vyse abbia escogitato una frode del genere
non è difficile da capire, se si tiene conto che era ormai a corto sia di tempo
sia di fondi. Non riusciva a trovare niente e, come scrisse lui stesso, «era
naturale che desiderassi compiere delle scoperte prima di ritornare in
Inghilterra».29
Rimangono allora due sole possibilità: o quei segni vennero messi al
tempo della costruzione della Grande Piramide da un operaio che non
sapeva scrivere - un operaio che non sapeva neppure bene chi fosse il re -
oppure tutto questo episodio è una vergognosa frode archeologica.
Avendo dimostrato che il cartiglio di Cheope (anzi dovremmo dire di Râ-
ufu!) è un falso, non esistono assolutamente altre prove se non la parola di
Erodoto per attribuire la Grande Piramide a Cheope. Lo stesso vale per le
altre due piramidi che si presume siano di Chefren e di Micerino. E non
sorprende pertanto che le prove presentate da Zecharia Sitchin siano state
non respinte ma semplicemente ignorate dagli egittologi. Chi può
biasimarli? Se ammettessero che la Grande Piramide non è di Cheope,
dovrebbero anche riconoscere di non sapere a chi appartenga:
un’ammissione imbarazzante per dei cosiddetti esperti.

TOMBE DEI FARAONI?

La stupefacente Grande Piramide dovrebbe contenere tre tombe, previste


per far fronte all’eventualità che il faraone fosse morto durante la
costruzione - questo è quanto i libri di testo ci raccontano! Il British
Museum spiega «l’insolita struttura interna» della Grande Piramide come il
«risultato di modifiche al progetto originario apportate durante la
costruzione»: un chiaro riferimento alla teoria ortodossa secondo la quale
ciascuna delle camere era stata destinata a fungere da tomba e che pertanto i
costruttori dovevano aver cambiato idea nel corso della costruzione.
Ma ci sono prove per sostenere che, come si dice comunemente, la
Grande Piramide fosse davvero una tomba, sia pure una tomba dotata di
alta tecnologia? Un’asserzione del genere non corrisponde affatto alle prove
di cui disponiamo. Sorprende molti di coloro che hanno accettato senza
discutere l’ipotesi della tomba, che in essa non siano mai stati rinvenuti
cadaveri, o mummie, e comunque nulla che abbia un sia pur lontano legame
con sepolture o con una tombe - mai nulla di tutto ciò è stato trovato dentro
la Grande Piramide
Gli storici arabi, che ci hanno lasciato le cronache dell’entrata di Ma’mun
nella Piramide, dichiarano che non si trovarono tracce di tombe, e neppure
di ladri di tombe, giacché la parte alta della Piramide era stata efficacemente
chiusa e nascosta. Nessun ladro potrebbe aver chiuso a quel modo una
tomba dopo averla depredata; semmai, avrebbe pensato a darsela a gambe il
più in fretta possibile. L’inevitabile conclusione potrebbe essere questa: la
Grande Piramide è stata progettata per rimanere vuota.
Per di più, l’idea che le camere superiori della Grande Piramide fossero
progettate per una sepoltura non va d’accordo con il fatto che nessun
faraone egiziano ha mai fatto situare la sua tomba in posizione elevata
rispetto al suolo. Anzi, uno studio delle molte altre piramide egizie indica
che nemmeno una è mai stata usata come sepoltura.
Secondo le ipotesi più ortodosse, l’ossessione per le piramidi e il
costruirle cominciò con Djoser, un faraone vissuto intorno al 2630 a.C.,
vale a dire parecchie centinaia di anni dopo l’avvio della civiltà egizia. Per
motivi che non sappiamo, decise di abbandonare la tradizione delle semplici
tombe di mattoni e malta dei suoi predecessori ed eresse la primissima
piramide di pietra, a Saqqara. Si trattò di un progetto estremamente
ambizioso e senza precedenti in Egitto (sebbene delle ziggurat simili fossero
state costruite secoli prima in Mesopotamia). Djoser venne coadiuvato
dall’architetto Imhotep, un personaggio di cui poco sappiamo.30 La piramide
di Djoser venne eretta con una inclinazione di circa 43,5°.
All’inizio del xix secolo, due Camere funerarie furono scoperte sotto la
piramide di Djoser, e ulteriori scavi portarono alla ritrovamento di gallerie
sotterranee contenenti due sarcofaghi vuoti. Da allora si è sempre pensato
che quella piramide fosse la tomba di Djoser e anche di altri membri della
sua famiglia, ma in realtà i suoi resti non sono mai stati rinvenuti e non
esistono prove certe che Djoser fosse stato sepolto lì.31 Anzi, molti eminenti
egittologi oggi sono convinti che Djoser abbia trovato sepoltura in una
magnifica e decoratissima tomba scoperta nel 1928 a sud della piramide.
Questi studiosi si sono convinti che la piramide stessa non è mai stata
progettata per essere una tomba vera e propria, ma che rappresentava o una
tomba simbolica o un complicato modo per ingannare i ladri di tombe.
Si ritiene che il successore di Djoser sia stato il faraone Sekhemkhet.
Anche la sua piramide presentava una Camera di sepoltura contente un
sarcofago vuoto. Mentre si dice ufficialmente che la tomba è stata depredata,
in realtà lo scopritore di quella camera, Zakaria Goneim, trovò il sarcofago
munito di una porta scorrevole verticale che era stata ermeticamente sigillata
con la malta. Di nuovo non esiste alcuna prova che questa piramide sia stata
costruita per servire come sepoltura.32
Altre piramidi meno note della terza dinastia obbediscono allo stesso
schema: la piramide a gradoni di Khaba è stata trovata completamente
spoglia; nelle vicinanze è stata scoperta un’altra piramide incompiuta con
una camera interna misteriosa, con una forma ovale e simile a quella di una
vasca da bagno, sigillata e vuota; altre tre piramidi più piccole non
contenevano nessun segno di sepolture.
Il primo monarca della quarta dinastia (intorno al 2575 a.C.), fu Snefru. E
con lui la tesi delle piramidi tomba riceve un ulteriore brutto colpo, giacché
si ritiene che Snefru abbia costruito non una ma addirittura tre piramidi. La
prima di queste, a Meidum, fu costruita con un’inclinazione eccessiva e
crollò. Nulla è mai stato trovato nella camera funeraria se non i frammenti
di una bara di legno, che si ritiene risalga a un periodo più recente. La
seconda e la terza piramide di Snefru vennero erette a Dahshur. La seconda,
nota come Piramide Romboidale (tav. 29), è stata presumibilmente costruita
nello stesso periodo di quella di Meidum, giacché a metà costruzione
l’inclinazione è stata improvvisamente cambiata da 52° circa ai più tranquilli
43,5°. La terza piramide, nota come la Piramide Rossa, a motivo del calcare
rosa impiegato per costruirla, svetta con una costante e sicura angolazione
di 43,5°. Queste piramidi avevano rispettivamente due o tre Camere
funerarie, tutte trovate assolutamente vuote.
Come mai Snefru costruì due piramidi così vicine, e cosa dovevano
rappresentare le camere vuote? E dopo tutto quel lavoro, perché si sarebbe
fatto seppellire altrove? Forse un’unica falsa tomba non è sufficiente a
ingannare i ladri?
Si ritiene oggi che Cheope fosse il figlio di Snefru, e possiamo dunque
arrivare alla presunta data di costruzione della Grande Piramide senza aver
trovato nei periodi che l’hanno preceduta neppure l’ombra di prove che una
qualsiasi delle piramidi sia stata eretta come sepoltura.33 Eppure tutti i libri,
tutte le guide turistiche, tutti i documentari televisivi asseriscono in modo
categorico, sempre e comunque, che le piramidi di Giza e tutte le altre
piramidi egizie erano tombe.
Riassumendo, ci troviamo con un chiaro esempio di come una teoria
senza senso possa mettere radici. Gli esperti alla fine si sentono costretti a
difendere le loro teorie di turno con spiegazioni sempre più arzigogolate,
tipo quella che vede i costruttori di Giza cambiare idea. Gli esperti sono
troppo presuntuosi per dirci sinceramente «non sappiamo», e troppo deboli
per sfidare il paradigma in vigore. Dobbiamo allora continuare a credere
ciecamente a ciò che ci raccontano?

UNA NUOVA TEORIA

Non c’è dubbio che gli egittologi continueranno ad aggrapparsi al


discorso secondo cui la Grande Piramide deve per forza essere di Cheope
perché risale al 2550 a.C., quando invece l’unica prova che risalga
effettivamente a quel periodo è proprio l’asserzione che a costruirla sia stato
Cheope. Se tralasciamo questo ragionamento che insegue la propria coda,
ed esaminiamo piuttosto i fatti così come stanno delineandosi, tutta la
questione di chi abbia costruito le piramidi di Giza e in quale periodo
l’abbia fatto rimane aperta. L’unico indizio certo che abbiamo è questo: in
quelle costruzioni sono state impiegate tecnologie da XX secolo.
La cronologia ufficiale delle piramidi inizia con quella a gradoni di
Djoser, dotata di un’angolazione di 43,5°, seguita da altre quali le piramidi
di Sekhemkhet e di Snefru. Ci viene chiesto di credere che dopo circa cento
anni dalla costruzione della piramide di Djoser, un enorme salto tecnologico
consentì a Cheope e ai suoi successori di costruire, con una precisione
incredibile, le piramidi a 52° di Giza. Non solo costruirono piramidi di
impianto totalmente diverso dalle precedenti ma vi aggiunsero anche
particolari che non trovano l’eguale nelle costruzioni precedenti. L’insieme
dei corridoi e delle camere superiori nella Grande Piramide non ha riscontro
altrove.
A questo punto gli egittologi “saltano” per convenienza il figlio di
Cheope, Radjedef il quale, per motivi che rimangono senza spiegazione,
scelse di non adoperare Giza bensì una località alcuni chilometri più a
Nord.34 Ma poi Chefren e Micerino tornarono a Giza per le loro piramidi.
Secondo la cronologia ortodossa lo straordinario livello tecnologico
riscontrabile a Giza venne immediatamente seguito, per motivi non spiegati,
da un declino tecnologico definitivo. Gli egittologi riconoscono come un
mistero il motivo per cui Shepseskaf (il successore di Micerino) costruì
soltanto una semplice tomba di mattoni e malta.35 Seguirono la quinta e sesta
dinastia di faraoni, i quali costruirono alcune belle piramidi (di nuovo
caratterizzate da Camere funerarie vuote), per esempio quella di Sahure, che
però non raggiunsero mai il livello di quelle di Giza. La sesta dinastia marcò
un cambiamento di stile riscontrabile nelle piramidi di Unas, Teti, Pepi i,
Merenre e Pepi ii, tutte dotate di vasti ornamenti - i famosi Testi delle
Piramidi - ma contenenti anche i soliti sarcofagi vuoti.36
Vorrei a questo punto esporre una teoria assai più plausibile: le piramidi
di Giza precedettero tutte le altre piramidi egiziane che in effetti le presero a
modello. Voglio inoltre ipotizzare che qualcuno in passato conosceva il
perché del sarcofago vuoto nascosto nella sezione alta della Grande
Piramide. I faraoni successivi copiarono i sarcofaghi vuoti attribuendo loro
un significato simbolico. Ma ci sono prove a sostegno di questa teoria della
“primogenitura” di Giza?
Recenti scoperte effettuate da una spedizione archeologica americana
hanno dimostrato che la piramide di Djoser, a Saqqara, era in origine
rivestita di rozzi mattoni di fango imbiancati per imitare il calcare bianco.
Questi mattoni ben presto si sgretolarono dando l’idea di una piramide a
gradoni.37 La piramide originaria di Djoser sarebbe dunque stata somigliante
a quelle di Giza con le loro risplendenti rivestiture di candido calcare.
Sembra ragionevole supporre che Snefru abbia poi tentato di superare
Djoser costruendo due piramidi a imitazione delle due grandi piramidi di
Giza. Il tentativo di adoperare un’angolazione di 52° fece crollare la prima
piramide di Meidum ma indica chiaramente una buona conoscenza delle
piramidi di Giza. Questa teoria trae ulteriore motivazione dal fatto che
l’angolazione della Piramide Romboidale di Dahshur è stata modificata a
metà costruzione, quasi che le opere edili fossero simultanee a quelle della
piramide a Meidum. 38 Si più pertanto pensare che quando la piramide di
Meidum crollò, Snefru andò avanti nel suo proposito di costruirne due
erigendo lì vicino la Piramide Rossa. Talune sporgenze su un lato di questa
piramide indicano che possa anch’essa essere stata progettata per reggere un
rivestimento di calcare bianco a imitazione delle piramidi di Giza.
Se la Grande Piramide esisteva già, ne consegue che non possiamo
attribuire nessuna piramide nota a Cheope, il figlio di Snefru. Si è suggerito
che a fronte dei problemi nel riproporre l’angolazione a 52°, Cheope possa
essersi deciso a non costruire una sua propria piramide e avrebbe scelto di
adottare come sua la Grande Piramide costruendovi accanto un tempio, e
facendo nascondere la propria tomba da qualche parte nelle vicinanze.39
Il figlio di Cheope, Radjedef, può aver giudicato sacrilega l’azione del
padre, e questo spiegherebbe la sua decisione di costruirsi una piramide,
anche se di scarsa qualità. Chefren e Micerino copiarono poi l’idea di
Cheope adottando la seconda e terza piramide di Giza.40
Il manifesto declino tecnologico verificatosi dopo Cheope, Chefren e
Micerino, e che tanto ha disorientato gli egittologi, ora diventa più
comprensibile giacché non ci fu mai una punta
massima di sviluppo tecnologico, ma soltanto un declino rispetto ai
modelli originari a 52° a Giza. Quando le piramidi di Giza vennero
definitivamente adottate dai faraoni, quelli successivi scelsero di
costruirsene di proprie.
La prova definitiva, naturalmente, consiste nel dimostrare che la Grande
Piramide è antecedente al 2550 a.C. Ritorneremo su questo punto in un
capitolo successivo. Per adesso vorrei segnalare la celebre tavoletta della
vittoria del primo faraone Menes (noto anche con il nome di Nar-Mer).
Questa tavoletta, che si può vedere presso il Museo Egizio del Cairo,
raffigura l’unificazione dell’Alto e del Basso Egitto ottenuta con la forza da
Menes intorno al 3100 a.C. La tavoletta è stata esaurientemente esaminata
dagli esperti, i quali concordano sul fatto che i simboli indicano in modo
preciso i diversi luoghi e i diversi nemici che Menes ha incontrato durante la
campagna di riunificazione. Ma, come sottolinea Zecharia Sitchin, uno di
quei simboli è stato non per caso trascurato.41 È un simbolo a forma di
piramide che si trova in alto a sinistra nella tavoletta (tav. 34 ) e che
rappresenta il Basso Egitto - un preciso riferimento alla Grande Piramide.
Un segnale, questo, che non costituisce una prova ma che sembra indicare
come le piramidi di Giza esistessero già in Egitto intorno al 3100 a.C.
Infine, come possiamo spiegare il fatto che Erodoto attribuisse la Grande
Piramide a Cheope? Se le piramidi esistevano già prima che la civiltà
prendesse l’avvio in Egitto, può essere che i sacerdoti egiziani non
sapessero, semplicemente chi le avesse costruite, ma solo che erano state
adottate da Cheope e dai suoi successori. Può allora essere che il troppo
entusiasta Erodoto, come tutti gli storici assetato di conoscenze, sia caduto
nella trappola di avere in un certo senso “costretto” i sacerdoti a raccontargli
qualche bugia tanto per farlo stare tranquillo. La natura umana non cambia,
neppure nell’arco di un paio di millenni. Dovremmo ricordarci che Erodoto
non ha mai fornito una risposta all’interrogativo davvero importante di
come le piramidi siano state costruite. Era relativamente semplice per i
sacerdoti dargli delle risposte sul “chi”, ma assai più difficile - se le risposte
a loro volta non le conoscevano - spiegargli il “come” e il “perché”.
IL VIAGGIO NELL’ALDILÀ

Ora facciamo un passo indietro e riappropriamoci di una visione globale.


In Inghilterra Stonehenge venne costruita in un periodo antecedente ogni
insediamento umano conosciuto. In Sudamerica, Tiahanaco è stata costruita
migliaia di anni prima che iniziasse la storia quale la conosciamo. In Libano
la grande piattaforma di Baalbek non è stata mai datata, ma le leggende la
situano anch’essa in un’epoca antecedente la storia scritta. Le piramidi di
Giza appartengono alla medesima categoria - nascono prima dell’avvento in
Egitto della storia scritta. Tutti questi manufatti condividono una
caratteristica precisa: non recano alcun genere di riferimenti scritti ai loro
costruttori.
È come se - in tutto il mondo - ci fosse un’oscura preistoria che precede
la storia ufficiale dell’uomo civile. Questa preistoria ci consegna un’eredità,
un patrimonio di pietre, di mitologia, di tecnologia che può essere
interpretato soltanto alla luce delle conoscenze del XX secolo. Non
sorprende pertanto che molte persone siano state attratte dall’idea di
Atlantide per trovare delle spiegazioni. Ma che genere di persone erano mai
questi abitanti di Atlantide che non hanno lasciato i loro nomi né quelli dei
loro dèi?
Non è per caso che l’esame da noi compiuto della Grande Piramide ci
abbia catapultati indietro nel tempo fino a un’epoca antecedente quella di
Menes, verso quella dinastia di dèi di cui ha scritto Manetone. Il che però ci
lascia con molti interrogativi irrisolti. Perché la forma a piramide,42 perché le
sue scanalature, le sue nicchie e camere che non trovano riscontri altrove? E
quale contenuto o funzione aveva la Camera del Re, così importante da
richiedere di essere protetta mediante l’uso di saracinesche?
I testi degli antichi Egizi raccontano leggende di dèi in carne e ossa. In
una di queste leggende viene descritto il “disco alato” di Râ, fatto
intervenire in battaglia da Horus. C’è anche un riferimento a una fonderia di
“ferro divino” a Edfu e a una struttura sotterranea nota come Duat, dalla
quale i faraoni potevano partire in volo verso i cieli. Questi racconti sono il
prodotto di superstiziose fantasie, o memorie di accadimenti e di luoghi
veri?
Il papiro di Ani, conservato al British Museum, illustra il viaggio
nell’aldilà del faraone. Il momento più importante del viaggio prevede la
cerimonia di “apertura della bocca”, a cui faccio riferimento nel Capitolo 1
che potrebbe essere la “bocca” di una camera sotterranea. Il Papiro Ani
mostra, a proposito di questa cerimonia, il corpo mummificato del faraone
insieme a ciò che sembra essere un razzo (tav. 66).43
I nostri preconcetti sono talmente radicati che ci viene da ridere a un’idea
del genere, ma come possiamo non tener conto dell’incredibile tecnologia
riscontrabile all’interno delle piramidi di Giza, “una tecnologia da era
spaziale”, per adoperare le parole del tecnico inglese Chris Dunn?
Quest’alta tecnologia non è certo in contrasto con la capacità di costruire
razzi o veicoli aerei. Se teniamo conto anche delle prove provenienti da
Nazca e Baalbek, ecco che si fanno meno assurde le teorie che considerano
le piramidi altrettanti punti di riferimento per la navigazione aerea.
Prendiamo di nuovo in considerazione il culto dell’aldilà praticato dai
faraoni. Si raccontava che il defunto dio Osiride avesse intrapreso un
viaggio tra due montagne sino al Duat, e che fosse asceso alle stelle per poi
ritornare in vita. I Testi delle Piramidi, citati nel Capitolo 1, sembrano
descrivere gli aspetti tecnici di una vera e propria visita nel Duat
sotterraneo. E se gli Egiziani sapevano che le piramidi di Giza erano
strumentali per la navigazione fino al Duat, dove dèi in carne ed ossa, visti
come immortali, ascendevano al cielo? Una religione avrebbe potuto
prendere l’avvio proprio da questi aspetti (com’è accaduto per il Cargo
Cult), un culto religioso che richiedeva la costruzione di una piramide (o
due) a emulazione di Giza, e di una cassa in granito vuota a imitazione di
quella contenuta nella Camera del Re.
Se tutto questo sembra poco realistico, allora prendiamo brevemente in
considerazione la migliore tra le teorie alternative, l’idea che la Grande
Piramide fosse una tomba simbolica e che oggi ottiene i maggiori consensi
scientifici. Stando a questa teoria, i condotti della piramide puntavano verso
le stelle così che l’anima del faraone potesse essere guidata al cielo e alla
vita eterna. Ma perché quattro condotti? Il nostro misterioso faraone doveva
farne parecchi di viaggi cosmici! E perché Snefru si sarebbe costruito ben
tre piramidi? A cosa servono tre vite eterne quando se ne ha già una?
Tutte le teorie hanno radici nella mitologia egizia, ma queste stesse teorie
negano nel contempo a tale mitologia qualsivoglia attendibilità. Negandola,
risultano ben poco credibili quando poi vogliono spiegare come mai siano
nati questi potentissimi culti. Ci viene quindi chiesto di credere che la paura
degli egiziani per la morte fosse talmente forte che inventarono un modo
per usufruire di una vita dopo la morte. Ma davvero questa paura li avrebbe
spinti a mettere insieme milioni di massi di calcare uno sull’altro? E da dove
sarebbe provenuta l’idea senza precedenti delle strutture a piramide, e quale
possibile legame esiste, in senso astratto, tra una piramide e la vita eterna?
Torneremo in uno dei capitoli successivi al tema delle piramidi di Giza, ed
anche alla Sfinge che ha ricevuto recentemente una datazione che la fa
risalire a migliaia di anni prima dei faraoni. Poi riassumerò le prove che
stabiliscono senz’ombra di dubbio il collegamento tra queste piramidi e il
Duat. Preciserò anche la data di costruzione di queste piramidi e spiegherò
le motivazioni degli dèi che le costruirono. Infine, presenterò una teoria che
spiega tutte le caratteristiche della Grande Piramide secondo una
interpretazione funzionale e non simbolica.

CONCLUSIONI

⊕ Le piramidi di Giza sono del tutto diverse da qualsiasi altra piramide


egizia, con caratteristiche del tutti originali quali i corridoi, le nicchie, gli
sfiatatoi e la Grande Galleria nella parte superiore della Grande Piramide.
⊕ La Grande Piramide non era una tomba. Anzi, nessuna prova esiste che
qualsiasi altra piramide egizia sia stata in origine eretta per essere una
tomba.
⊕ Le prove che collegano la Grande Piramide a Cheope poggiano su una
frode archeologica. L’individuazione dei costruttori e la sua datazione
rimangono pertanto aperte a qualsiasi risposta.
⊕ Le piramidi mostrano segni innegabili di tecnologie proprie del XX
secolo, per esempio quelli lasciati da trapani ultrasonici.
1 J. Hawkes (a cura di), Atlas of Ancient Archaeology, cit., p. 150.
2 P. Lemesurier, The Great Pyramid Decoded, Element, 1977, p. 23.
3 J. West, The Serpent in the Sky: The High Wisdom of Ancient Egypt, New York, Harper &
Row, 1979.
4 Manetone era un sacerdote egiziano vissuto intorno al 300 a.C. Il papiro su cui era scritta la sua
storia dell’Egitto venne probabilmente distrutto nell’incendio della grande biblioteca di
Alessandria (642 d.C.); per fortuna, attinsero a quel documento diversi altri storici contemporanei
i cui resoconti sono giunti sino a noi.
5 In particolare la pratica della mummificazione, che si basa sulle storie di Iside e Osiride. Vedi i
capitoli successivi.
6 Secondo l’Indagine Cole, commissionata nel 1929 dal governo egiziano.
7 Sir W. Flinders Petrie, Pyramids and Temples of Gizeh, 1881. Il vero Nord viene calcolato
lungo l’asse polare, contrariamente al Nord magnetico che è fluttuante.
8 The World’s Last Mysteries, cit., p. 196.
9 Si è anche sostenuto che la piramide sia posizionata nell’esatto centro geometrico e
sull’estremità meridionale del quadrante costituito dal delta del Nilo, e che la sua posizione stia
nel centro geografico dell’intera massa terrestre del pianeta.
10 E. Powell, in «Ancient Skies», 21, 2 (1994).
11 The World’s Last Mysteries, cit., p. 192.
12 In realtà quest’angolo si esprime appena sotto i 52°.
13 Questo rapporto viene espresso matematicamente come 1/(2 π). L’altezza può anche essere
espressa come A = 4 X L/(2 ), dove A è l’altezza e L è il lato.
14 La sezione aurea è nota come phi, ed è definita «parte di un segmento che sia media
proporzionale fra l’intero segmento e la parte complementare». Questo rapporto matematicamente
elegante è eguale a circa 0,618 espresso talora con il suo opposto di 1,61803.
15 L’angolo di 43,5° risulta dalla formula riportata alla nota 13, dove il fattore moltiplicante di 4
è sostituito da 3.
16 Non accetto, per esempio, l’interpretazione che vede nella piramide una profezia espressa con
la pietra, come viene invece sostenuto da P. Lemesurier, The Great Pyramid Decoded, cit.
17 Ivi, p. 4.
18 Sir W. Flinders Petrie, Pyramids and Temples of Gizeh, cit.
19 Ibid.
20 C. Dunn, Hi-tech Pharaohs? (prima parte), in «Amateur Astronomy & Earth Sciences», 2
(1995).
21 Ibid.
22 Ibid. Segni inconfondibili erano gli orli e i solchi provocati dall’inesatto riallineamento del
tornio tra due operazioni distinte.
23 Ivi (seconda parte), 3 (1996).
24 The World’s Last Mysteries, cit., p. 196.
25 In realtà Erodoto riconosce che la vera sepoltura di Cheope è altrove: «L’acqua del Nilo,
portata da un canale artificiale, circonda un’isola ove si dice giaccia la salma di Cheope».
26 Z. Sitchin, The Stairway to Heaven, cit., Capitolo XIII, pp. 266 e 276. Aggiornato in Z.
Sitchin, The Wars of Gods and Men, Avon Books, 1985, Capitolo 7, p. 136.
27 L’egittologo inglese Martin Stower ha pubblicato una smentita a proposito del presunto errore
grammaticale, ma il duro attacco che rivolge a Sitchin mette in dubbio la sua imparzialità. Se
l’errore grammaticale dovesse un giorno essere dimostrato inesistente, ne conseguirebbe che Vyse
ha davvero trovato un geroglifico genuino, però all’esterno della piramide, e che lo ha poi copiato
all’interno (cioè, ci ha messo un falso).
28 Z. Sitchin, The Stairway to Heaven, cit., Capitolo 13, pp. 266 e 276.
29 Diario di Vyse, 27 gennaio 1837, vedi Sitchin, The Stairway to Heaven, cit., Capitolo XIII, p.
261.
30 Il contributo di Imhotep è indicato da un’iscrizione trovata vicino alla piramide.
31 Si ritiene ora che le mummie rinvenute nella piramide di Djoser siano state introdotte da
generazioni successive.
32 L’attribuzione della piramide a Sekhemkhet è stata messa in dubbio dai processi di datazione
al radiocarbonio, i quali fanno risalire i fiori secchi trovati sul sarcofago a sei secoli prima del
periodo in cui visse questo faraone.
33 A proposito delle piramidi di Giza occorre dire che quella di Cheope era stata saccheggiata
dagli arabi prima che venisse “scoperta” dagli archeologi; quindi non è possibile sapere se nel
sarcofago ci sia stato qualcosa. Quanto alla piramide di Micerino, pare contenesse un sarcofago
vuoto meravigliosamente decorato, poi rimosso e perduto in mare.
34 Anche questa piramide conteneva una camera funeraria vuota.
35 Gli egittologi hanno invano cercato una piramide attribuibile a questo faraone.
36 L’attribuzione di queste piramidi più recenti è molto più sicura che non quella relativa a
piramidi più antiche prive di iscrizioni.
37 La spedizione archeologica diretta da Gorge Reisner della Harvard University.
38 La teoria alternativa sostenuta da R. Bauval e A. Gilbert è che «presumibilmente fu costruita in
fretta e furia» (The Orion Mystery, p. 30).
39 Così suggerisce Z. Sitchin, The Stairway to Heaven, cit., Capitolo XIII, p. 255.
40 Sebbene nessuna documentazione faccia risalire le piramidi a Chefren e a Micerino, esistono le
prove che Micerino fece costruire la strada che porta alla terza piramide.
41 Z. Sitchin, The Wars of Gods and Men, cit., Capitolo 7, p. 137.
42 Mentre nella Mesopotamia le piramidi a gradoni erano note, non esiste una traccia di piramidi
a superficie liscia paragonabili a quelle egizie.
43 Questo non è l’unico esempio: una raffigurazione trovata nella tomba di Huy mostra un razzo
in un sito sotterraneo. Vedi Sitchin, The Stairway to Heaven, cit., Capitolo V, p. 88.
5
LA SCIENZA IMPOSSIBILE
LE ASSURDITÀ DEGLI ESPERTI

Nel III secolo d.C. Flavio Filostrato dichiarò che «se la terraferma
dovesse essere considerata nel suo rapporto con l’intera massa delle acque,
potremmo dimostrare che ha una superficie inferiore a essa».1 Come poteva
questo fatto essere noto se non grazie a un rilevamento aereo? In questo
capitolo, passerò in rassegna alcuni degli esempi irrefutabili e meglio
documentati di scienza antica, esempi che possono essere fisicamente
osservati in loco o nei musei.
Mi concentrerò soprattutto su alcune civiltà antiche che possedevano
profonde conoscenze di tipo astronomico. Questa straordinaria sapienza
può anche essere lasciata in disparte, ma non può essere negata. Alcuni
scienziati hanno cercato di spiegare l’esistenza di simili conoscenze
suggerendo che le antiche civiltà avevano bisogno dell’astronomia per
capire quando seminare e quando mietere. Non sto scherzando! È un’idea
che viene ripetuta fino alla nausea nei nostri libri di testo. Per esempio, ecco
una citazione riguardante gli antichi Maya:
L’ossessione per i calendari, sebbene non sempre in questa misura, è un
aspetto comune di società in cui le festività dedicate all’agricoltura e alla
religione predominavano. La conoscenza il più possibile esatta delle
stagioni e dei periodi di massima precipitazione piovosa era ovviamente
essenziale per capire quando seminare e quando raccogliere.2
Quale assurdità! Sono certo che i contadini di oggi si sentirebbero
parecchio offesi se qualcuno gli dicesse di consultare un astronomo per
capire quando cambiano le stagioni. Comunque, ecco alcuni fatti che
dovrebbero far fuori definitivamente questo mito: primo, dovunque nel
mondo sono state trovate delle comunità umane, erano sempre in grado di
alimentarsi e di sopravvivere senza bisogno dell’astronomia o di calendari.
Secondo, il calendario è stato inventato da una società urbana a Nippur di
Sumer, e non da una società agricola. Terzo, l’allineamento astronomico
osservabile a Stonehenge in Inghilterra risale a un’epoca in cui in quei
luoghi non esisteva una società agricola organizzata.
La necessità è la madre dell’inventiva. Non c’è dubbio che quell’ipotetica
comunità umana avrebbe badato a seminare, non a trasportare pietre di
cinquanta tonnellate attraverso centinaia di chilometri. E poi, come hanno
del resto fatto presente diversi esperti, perché i calendari dei Maya danno
così tanta attenzione ad archi di tempo lunghissimi, di centinaia e persino di
migliaia di anni, dobbiamo forse pensare che volessero ottenere delle
previsioni meteorologiche a lungo termine per scopi agricoli?3
Lascia altrettanto perplessi l’ipotesi che l’uomo abbia sviluppato
un’astronomia molto progredita e costruito osservatori complessi per motivi
“religiosi”. Ci viene chiesto di credere che i nostri antenati più antichi
adoravano il vento, la pioggia, il sole, la luna e via dicendo, e che
costruirono osservatori e templi sofisticati per guardare e per adorare i
movimenti di queste “divinità”.
Certo, le popolazioni primitive hanno probabilmente pregato le loro
immaginarie divinità affinché concedessero buoni raccolti, non
diversamente da come oggi fanno le tribù aborigene, ma è davvero questo il
motivo che ha spinto i Maya a spostare cinque milioni di tonnellate di
materiale per costruire l’acropoli di Copan, tanto per fare un esempio?
Utilizzare e organizzare tutta la mano d’opera necessaria è caratteristica di
una società progredita, che non si lascia sedurre da divinità del vento e della
pioggia. I Maya meritano molto più rispetto, così come gli Egizi e i Sumeri.
Mentre intraprendiamo il nostro giro attraverso le “impossibili” scienze
dell’antica geografia e dell’antica astronomia, dobbiamo domandarci come
e perché esse nacquero, e dobbiamo rivalutare le motivazioni dei nostri
antenati più antichi.

I MIRACOLI DEI CARTOGRAFI

La cartografia moderna iniziò con l’età delle scoperte - un periodo


durante il quale gli esploratori ottennero grande fama grazie alle loro
spedizioni in territori sconosciuti. L’epoca prese l’avvio con i tre viaggi di
Colombo alle Bahamas, Portorico e Haiti tra il 1492 e il 1498. Nel 1500-
1501 ci fu il viaggio dell’esploratore fiorentino Amerigo Vespucci (a cui il
continente americano deve il suo nome), il quale costeggiò l’attuale
Venezuela e il Brasile per poi tornare indietro non appena raggiunse le coste
dell’Uruguay. Tra il 1519 e il 1522, il navigatore portoghese Magellano
costeggiò praticamente tutta l’America meridionale.4 E nel 1530 Francisco
Pizarro, un avventuriero spagnolo, salpò da Panama ed arrivo in Perú; anni
dopo tornò per conquistare ed esplorare questo territorio sia verso l’interno
sia lungo la costa.
Si attribuisce a questi grandi viaggi la scoperta di nuovi mondi mai prima
esplorati o mappati (ci viene chiesto di non badare troppo al fatto che lì,
comunque, c’erano già delle popolazioni). Ma nel Museo TopKapi di
Istanbul ci sono due mappe straordinariamente precise note come “Piri
Re’is”, contemporanee dell’età delle scoperte e che dunque, secondo i
paradigmi storici, non dovrebbero nemmeno esistere.
La prima mappa reca una data musulmana equivalente al 1513 d.C.,
accompagnata da un’annotazione che fa riferimento alle carte adoperate da
Colombo. Questa mappa copre la penisola iberica, la
costa occidentale dell’Africa, le Isole Canarie, le Azzorre, l’Oceano
Atlantico, le Indie occidentali, la costa orientale del Sudamerica e quella
antartica fin quasi all’Africa.
La seconda mappa Piri Re’is, datata 1528, riguarda Groenlandia,
Labrador, Terranova, la costa orientale canadese, la costa orientale del Nord
America sino alla Florida, e Cuba. Si ritiene che possa essere esistita una
terza carta geografica riguardante Europa, Asia e Oceano Indiano.5
L’aspetto straordinario delle mappe Piri Re’is è il loro livello di
accuratezza. La costa orientale del Sudamerica, nella mappa del 1513, arriva
alla punta della Patagonia, una costa che nella sua interezza avrebbe dovuto
essere sconosciuta, a quel tempo.
Uno studio compiuto da Charles Hapgood conferma che questa carta
geografica mostra in modo corretto la catena delle Ande e i fiumi che
scendono a est da essa (per esempio il Rio delle Amazzoni), zone che
nessuno degli “scopritori” di quei tempi aveva tentato di esplorare.6
Hapgood riscontrò che erano state disegnate talune zone della costa pacifica
del Sudamerica, e dichiarò che «i disegni delle montagne indicano che esse
sono state osservate dal mare, da navi che costeggiavano quelle zone e
dunque che non sono state immaginate».
Ancor più notevole è il fatto che le mappe Piri Re’is raffigurano in modo
accurato le caratteristiche fisiche del continente antartico - isole, fiumi e
coste. Ma il continente antartico è da millenni ricoperto da ghiaccio spesso
qualcosa come 1500 m.7 Ufficialmente questa terra è stata scoperta soltanto
nel 1820, ed è tra il 1957 e il 1960 che un’esaustiva esplorazione sismica ha
rivelato la natura vera di quel continente, descrivendolo appunto dotato di
alte montagne.8 Dato che le mappe Piri Re’is sono state scoperte nel 1929,
28 anni prima che la scienza moderna fosse in grado di appurare cosa ci sia
sotto quei ghiacci, non possono certo essere il prodotto di inganno.
Non meno incredibile della raffigurazione di Antartica si è dimostrata
l’eccezionale accuratezza del posizionamento in quelle mappe delle diverse
aree geografiche. Per esempio, Gibilterra viene data a 35° di longitudine
nord e a 7° di latitudine ovest; a fronte degli studi geografici moderni la
differenza è non più di uno o due gradi rispettivamente. Analogamente, le
Canarie venivano segnalate con differenze di un grado in entrambe le
direzioni rispetto alle carte moderne.9
Un’indagine svolta dal cartografo americano Arlington Mallerey trovò
inizialmente che tutte le caratteristiche fisiche indicate nelle Piri Re’is erano
giuste ma situate nei posti sbagliati. Successivamente, con l’aiuto di Walters,
dell’ufficio idrografico della Marina Americana, Mallerey elaborò un
reticolo ricavato dalle mappe e lo traspose su un globo. L’accuratezza della
mappa risultante indicò una conoscenza della trigonometria sferica così
profonda da lasciare sbalorditi gli scienziati.10 In seguito agli ulteriori studi
compiuti su queste mappe venne tenuta il 28 agosto 1958 una conferenza
stampa, sponsorizzata dal cartografo della Marina. Gli organizzatori
dichiararono:
[...]non riusciamo a capire come abbiano potuto ottenere delle mappe di
tale precisione senza l’aiuto di mezzi aerei. Rimane il fatto che queste mappe
le hanno effettivamente disegnate e che, inoltre, hanno calcolato i gradi di
longitudine in modo totalmente esatto, qualcosa che noi siamo riusciti a fare
soltanto da 200 anni a questa parte.11
Ma le mappe Piri Re’is non sono un caso isolato. Altre carte geografiche
antiche del mondo, quali la mappa Oronteus Finaeus del 1531 e la mappa
Zeno del 1380, sono state sottoposte a studi analoghi e hanno dato analoghi
risultati. A proposito della mappa di Oronteus Finaeus, che mostra anche
caratteristiche geografiche e fisiche del continente antartico oggi invisibili, il
capitano Burroughs, capo della us Air Force Cartographic Section, ha
dichiarato: «È nostra opinione che l’accuratezza delle caratteristiche
cartografiche mostrate dalla mappa di Oronteus Finaeus indica, oltre ogni
dubbio, che è stata disegnata traendo notizie precise da altre mappe esistenti
del continente antartico».
Alcuni degli antichi cartografi attribuivano in modo esplicito le loro
conoscenze a mappe ancora più antiche, ed è del tutto possibile che queste
risalissero al tempo dei Fenici, i grandi navigatori del i millennio a.C..12 Ma i
Fenici dove attinsero queste conoscenze? Tutte queste carte geografiche
hanno provocato una profonda rivalutazione di ciò che le antiche civiltà
sapevano. Charles Hapgood ha riassunto così i risultati delle sue ricerche:
Appare evidente che gli antichi navigatori andavano da polo a polo. Per
quanto incredibile possa sembrare, tutto lascia intendere che taluni popoli
antichi esplorarono il continente antartico in un epoca in cui le sue coste
erano libere dai ghiacci[...] le documentazioni rappresentate dalle mappe
antiche sembrano suggerire l’esistenza, in tempi remoti, cioè prima del
sorgere delle culture a noi note, di una vera e propria civiltà progredita che
aveva sede in una precisa zona ma con commerci che interessavano tutto il
mondo, oppure che rappresentava una vera e propria una cultura di tipo
mondiale.13

IL COMPUTER DI ANTIKYTHERA

Non c’è, dunque, dubbio alcuno sull’esistenza di sofisticate carte


geografiche antiche, e ciò nonostante vengono compiuti tentativi per
minarne la credibilità, suscitando dubbi sul fatto che gli antichi navigatori le
abbiano davvero adoperate.
La corretta navigazione sui mari dipende dalla precisa conoscenza della
latitudine e della longitudine. Si ritiene che prima dell’avvento del sistema
globale satellitare nell’ultimo decennio del XX secolo, e prima
dell’introduzione del cronometro marino nel 1761,14 calcolare la posizione
longitudinale rappresentava un problema insolubile. Mentre le carte
geografiche sono ovviamente utili laddove la terra è visibile, come potevano
aiutare i navigatori nel bel mezzo dell’Atlantico? Charles Hapgood è stato
aspramente criticato per aver suggerito che «è altresì evidente che
disponevano di uno strumento per determinare in modo accurato le
longitudini, assai superiore a qualsiasi altro utilizzato dall’uomo in epoche
antiche, medievali o moderne sino alla seconda metà del XVIII secolo».
Ma nel 1979 Maurice Chatelain, uno scienziato che aveva lavorato alla
nasa, ha proposto una geniale soluzione al mistero, suggerendo che gli
antichi marinai dovevano avere a disposizione tavole già predisposte giorno
per giorno per tutto l’anno utili al calcolo delle variazioni nei tempi del
tramonto e del sorgere della luna.15 Stabilivano quindi in mare aperto la
posizione longitudinale confrontando gli intervalli del tramonto e del
sorgere della luna con quelli calcolati nel porto di partenza. Il tempo veniva
misurato mediante batterie di clessidre. In questo modo, secondo Chatelain,
«gli antichi navigatori potevano facilmente determinare la loro longitudine
adoperando ogni due minuti la differenza tramonto-sorgere della luna per
ogni 15° di longitudine dall’inizio del viaggio».16
Nel Museo Archeologico Nazionale di Atene c’è un manufatto che
potrebbe essere stato impiegato per i metodi di navigazione descritti da
Maurice Chatelain. Lo strano oggetto è stato scoperto nell’ottobre del 1900
poco al largo dell’isoletta di Antikythera, a ovest di Creta nel Mediterraneo
orientale. Alcuni pescatori di spugne greci trovarono, a una profondità di
55 m, il relitto di una nave antica piena ancora del suo carico che
comprendeva un’ampia collezione di oggetti d’arte quali anfore e statue di
marmo e di bronzo; il tutto venne recuperato e inviato al museo in Atene.
Nel 1902 Valerio Stais, un giovane greco studente di archeologia che
lavorava presso quel museo, ricevette l’ordine di catalogare diversi
frammenti di oggetti che avevano fatto parte di quel carico. Scoprì un pezzo
di bronzo piccolo e calcificato che, mentre asciugava, si era spezzato in due
rivelando ciò che poteva anche sembrare la parte interna di un orologio
completo di ingranaggi, pignoni, quadranti e iscrizioni in greco antico.
Dopo ulteriori ricerche il giovane archeologo trovò che c’erano quattro
pezzi principali e alcuni altri più piccoli. Li ripulì e poi li riassemblò.
Sebbene talune parti del congegno fossero andate perdute probabilmente in
fondo al mare, Stais fu in grado di capire che quello era un meccanismo
sofisticato e complesso, formato da qualcosa come quaranta rotelline
dentate di varie dimensioni che interagivano tra loro, nove bilancieri
regolabili e tre assi su una base. Possiamo avere un’idea della precisione del
congegno dal fatto che la ruota centrale aveva 240 denti, ognuno dei quali
alto appena 1,3 mm.
Le iscrizioni risalivano all’82-65 a.C., mentre la nave, a giudicare dal suo
carico, era affondata tra l’83 e il 75 a.C. La nave stessa risaliva al 200 a.C.
Inevitabilmente l’opinione di Stais, che vedeva in quel congegno una sorta
di complesso orologio astronomico, venne messa in ridicolo poiché si
riteneva impossibile che tecnologie del genere potessero essere esistite
duemila anni fa. L’oggetto venne pertanto catalogato dal museo
semplicemente come un astrolabio, sebbene gli astrolabi medievali
fabbricati un millennio dopo paiono essere meri giocattolini al suo
confronto.17 L’elevato numero di ingranaggi non venne affatto preso in
considerazione, così come non si tenne conto del fatto che l’oggetto era di
bronzo e non del più malleabile ottone adoperato per gli astrolabi medievali.
Nel 1958 il semplice astrolabio di Antikythera venne sottoposto a un
approfondito esame dal professor Derek de Solla Price, uno scienziato
inglese che lavorava per l’Institute for Advanced Study at Princeton, New
Jersey. Price pubblicò i risultati del suo studio nei periodici «Natural
History»18 e «Scientific American» e in seguito in un libro intitolato Gears
from the Greeks. Grazie a tecniche avanzate fotografò i singoli strati del
congegno che non potevano essere smontati, scoprendo che ciascuno strato
era, incredibilmente, spesso appena un paio di millimetri.

Fig. 7. Gli ingranaggi dell'astrolabio.


Trovò anche che gli ingranaggi, i quadranti e le piastrine graduate erano
costituite da almeno dieci parti diverse; le ruote dentate aderivano l’una
all’altra secondo differenziali che comprendevano i cicli del Sole e il ciclo di
diciannove anni della Luna; i congegni aderivano l’uno all’altro grazie a
minutissime dentature che si muovevano su diverse assi, e il tutto
consentiva una precisione incredibile (fig. 7). La decifrazione dei quadranti
e delle piastrine graduate lasciò capire che il congegno veniva adoperato per
indicare la posizione del Sole nello Zodiaco, le fasi della Luna e i
movimenti dei pianeti. Price riassunse così i risultati così ottenuti: «Parrebbe
che questo fosse davvero un meccanismo per calcolare, in grado di
elaborare e indicare i movimenti del Sole e della Luna e probabilmente
anche dei pianeti».19
Non è chiaro se fosse effettivamente un congegno per la navigazione,
utile a determinare la longitudine, oppure un calendario o un planetario, ma
ciò che appare certo è che racchiudeva una conoscenza assai profonda
dell’astronomia, impossibile duemila anni fa. E fabbricare un congegno del
genere in bronzo, a quel tempo, avrebbe dovuto essere altrettanto
impossibile. Chi ha costruito il computer di Antikythera e, fatto ancora più
importante, chi l’ha inventato? Era forse la copia di un congegno
precedente, molto più antico?
Qualsiasi sia la sua origine, il computer di Antikythera continuerà a
incuriosire gli scienziati come ha fatto dall’inizio del XX secolo a questa
parte. Nel frattempo può essere visto presso
il Museo di Atene, dove una targhetta informa arditamente: «Si ritiene che
questo meccanismo sia una macchina per il calcolo delle posizioni del sole e
della luna databile, secondo gli ultimi studi, a circa l’80 a.C.».20

STONEHENGE

Nella piana di Salisbury nel Wiltshire, circa 130 km a sud-ovest di


Londra, si erge un altro calcolatore di tempi e stagioni, questa volta di
pietra. Mi riferisco al più celebre monumento preistorico di tutta Europa, e
forse anche del mondo: Stonehenge.
Secoli di studi non sono riusciti a risolvere il mistero di chi abbia
costruito Stonehenge e perché, ma in ogni caso la scienza moderna ha
potuto svelare molti dei suoi segreti. È ormai ampiamente assodato che sin
dalle sue origini è stato un osservatorio astronomico, allineato esattamente
con i punti fissi di Sole e Luna. Esami al radiocarbonio hanno da tempo
confermato che Stonehenge risale a qualcosa come 4800 anni fa. Questa
sorprendente datazione è stata inizialmente messa in ridicolo, poiché
secondo i paradigmi storici nessuno in quell’epoca poteva avere in
Inghilterra le conoscenze necessarie per progettare o per costruire un simile
complesso.
Nel marzo 1996, l’«English Heritage» annunciò i risultati di un
approfondito studio riguardante Stonehenge. Vennero impiegate analisi
matematiche innovative e i più recenti procedimenti al radiocarbonio che
danno margini di errore di non più di 80 anni.21 Questo recente studio
colloca il monumento a circa il 2965 a.C. (+/- 2%), quindi a una data
antecedente a quelle sino ad allora ipotizzate.
Dopo attenti esami gli archeologi sono giunti alla conclusione che la
disposizione del monumento è stata modificata più volte nel corso della
storia. La versione più antica presentava un’area circolare, nota come
“henge”, aveva più di 91 m di diametro e tutt’intorno correva un fossato ad
argine rialzato. Uno degli aspetti più interessanti di Stonehenge risale
proprio a questa sua prima fase. Quattro pietre angolari, posizionate ai
margini del cerchio in modo da costituire un rettangolo, segnavano una
serie di allineamenti relativi al complesso ciclo lunare di 19 anni.
Probabilmente contemporanea a questa prima fase è anche una serie di 56
misteriosi buchi che formano una sorta di cerchio appena all’interno
dell’argine.22 Uno dei misteri più avvincenti di Stonehenge è come mai
questi buchi, noti come Buchi di Aubrey - in onore di John Aubrey che li
scoprì nel XVII secolo - siano stati riempiti immediatamente dopo essere
stati scavati.
La costruzione iniziale rimase praticamente inalterata per 300 anni, ma poi
fu sottoposta a una serie di drastiche modifiche. Intorno al 2700 a.C. 80
pietre a base di solfato di rame, pesanti ognuna 4 t, vennero trasportate dal
Galles lungo un percorso di oltre 400 km e collocate a doppio cerchio
all’interno dell’area circolare. Fu proprio l’introduzione di queste pietre a
rendere il luogo, per la prima volta, un “stone henge”, ovvero una rotonda
in pietra.
Non è però chiaro se i cerchi in pietra siano mai stati completati, giacché
verso il 2665 a.C. (+/- 7%) i costruttori adottarono un approccio totalmente
nuovo.23 Le pietre vennero rimosse e sostituite con enormi massi di arenaria,
noti come pietre “sarsen”. Questi massi, pesanti dalle 40 alle 50 t ciascuno,
vennero in qualche maniera trasportati dai Marlborough Downs, dodici
miglia più a nord, attraverso un fiume e superando salite. Vennero quindi
eretti in modo da formare il “Sarsen Circle”, costituito da 30 massi posti in
verticale e uniti tra loro da architravi sagomate in modo da formare, una
volta messe insieme, un anello continuo la cui stabilità era garantita da un
sistema di mortase del genere usato dai carpentieri. Molte di queste enormi
pietre sono ancora oggi nella loro posizione verticale e ci permettono di
immaginare come Stonehenge dovesse essere al tempo della sua massima
gloria (tav. 37).
Una pietra di 35 t, nota come “Heel Stone”, può anch’essa essere fatta
risalire alla prima fase di Stonehenge. Si ritiene che questa pietra, alta 4,5 m
e conficcata nel terreno per 1,2 m, venisse impiegata per scopi astronomici,
probabilmente per osservare il sole. Questo potrebbe spiegare l’origine del
suo strano nome, Heel, che molti ritengono derivi dalla parola greca helio.
Esattamente come venisse adoperata è ancora tema di discussioni, ma la sua
attuale collocazione a una trentina di metri dal cerchio, in un punto opposto
all’entrata, è in linea con l’asse che si riferisce al tramonto nel solstizio
d’inverno.
In seguito, i costruttori decisero di trasportare sul luogo massi ancora più
grandi. Cinque paia di enormi pietre sarsen, unite nella parte superiore da
architravi, vennero erette nel centro del cerchio sarsen in modo da formare
una sorta di ferro di cavallo. La costruzione di questi triliti alti 4 m, che
hanno reso celebre Stonehenge, risale a circa il 2270 a.C. (+/- 7%), e alcuni
di essi appaiono tuttora in ottime condizioni (tav. 35).
Le pietre a base di solfato di rame, dette “pietre azzurre”, vennero
reintrodotte a Stonehenge intorno al 2155 a.C. (+/- 6%). Una di esse, la
“pietra dell’altare”, alta 4,8 m, venne collocata in posizione verticale al
centro del complesso. Due cerchi concentrici di pietre simili vennero
disposte tra il “Sarsen Circle” e i triliti. Infine, verso il 2100 a.C. (+/- 8%),
diciannove di queste pietre vennero disposte in modo da formare un ferro
di cavallo all’interno del complesso di triliti.
Verso il 2000 a.C., i costruttori pensarono di costruire un’ampia strada,
nota come “Avenue”, il cui segmento più antico è lungo 600 m. In tempi
successivi furono aggiunti altri due segmenti fino a raggiungere il fiume
Avon distante 3,2 km. Nessuno ha mai spiegato a cosa servisse una via di
accesso così estesa. È possibile che il primo segmento, rettilineo, fosse un
ampliamento di una via di accesso precedente oppure di un sentiero databile
al periodo iniziale di Stonehenge, vale a dire a 1000 anni prima.
Dopo questa fase di intense attività, tutto si acquietò per qualcosa come
500 anni; quindi vennero aggiunti i cosiddetti buchi “Y e Z”. Da quel
momento il luogo fu abbandonato.
Stonehenge è un posto insolito, nel senso che sono stati gli astronomi più
che gli archeologi ad avviarvi delle ricerche. Già nel 1740 William Stukeley
scoprì che l’asse centrale di Stonehenge dalla pietra dell’altare alla Heel
Stone e alla Avenue sono allineate con il punto del sorgere del sole nel
solstizio d’estate. Questo allineamento è stato inequivocabilmente
confermato da Sir Norman Lockyer nel 1901.24 Le discussioni tra gli esperti
si sono spostate su altri possibili allineamenti astronomici, soprattutto a
motivo del fatto che molte delle caratteristiche di Stonehenge rimangono
oscure. Nel 1963 si è pensato che il complesso forse serviva per osservare e
prevedere gli equinozi e non soltanto i solstizi. Poi, nel 1964, Cecil
Newham sbalordì il mondo accademico asserendo che Stonehenge poteva
essere stato usato anche come osservatorio lunare, come faceva supporre il
rettangolo formato dalle quattro pietre angolari.25 I suoi studi vennero
confermati dal professor Gerald Hawkins, il quale compì diverse ricerche
negli anni 1963-65:26 adoperando analisi al computer dimostrò che
Stonehenge non presentava soltanto allineamenti ai cicli lunari, ma che era
stata predisposta per predire anche le eclissi della Luna. Queste conclusioni
sconcertarono l’establishment scientifico, poiché i cicli lunari sono assai più
complessi di quelli solari e non era pensabile che un popolo neolitico
potesse disporre di tali avanzatissime conoscenze astronomiche.
Il critico più acceso fu Richard Atkinson, dello University College di
Cardiff, il quale ritenne che qualsivoglia allineamento lunare doveva essere
preso come pura coincidenza. Ma persino lui dovette cedere in seguito ad
ulteriori studi compiuti prima da Alexander Thom, un professore di
ingegneria della Oxford University, e poi dal prestigioso astronomo e
matematico Sir Fred Hoyle.
Alexander Thom pubblicò un’approfondita analisi di Stonehenge intorno
alla metà degli anni Sessanta, confermando le funzioni originarie di
Stonehenge sia in chiave lunare sia solare; era evidente, scrisse Thom, che
Stonehenge era stato costruito in un punto senza eguali, giacché in nessuna
altra parte le linee formate dal rettangolo delle pietre angolari poteva puntare
esattamente verso gli otto punti chiave dell’osservazione della Luna. Se
Stonehenge fosse stato eretto soltanto pochi chilometri più a Nord o più a
Sud, questi rapporti geometrici non avrebbero funzionato.27
Quando Sir Fred Hoyle confermò questi risultati, il che avvenne intorno
alla fine degli anni Sessanta, la teoria lunare si fece improvvisamente
accettabile. Hoyle dichiarò che Stonehenge non soltanto era stata un
osservatorio, ma anche un mezzo per predire eventi astronomici; difatti:
È possibile che i costruttori di Stonehenge siano arrivati sulle Isole
Britanniche da altrove, proprio con il proposito di ricercare questo
allineamento rettangolare[...] così come il moderno astronomo sovente
cerca lontano dalla sua usuale sede di lavoro i luoghi migliori per costruire i
suoi telescopi.28
La conclusione incontestabile è che chiunque abbia progettato
Stonehenge doveva conoscere in anticipo la precisa estensione dell’anno
solare nonché quella del ciclo lunare. Ciò che soprattutto colpisce è il fatto
che questi antichi astronomi avevano l’abilità di individuare precise località
dalle quali fosse possibile misurare il ciclo lunare di diciannove anni. Oggi
molti testi di consultazione si mostrano comprensibilmente riluttanti a citare
le prove raccolte a proposito di Stonehenge, in quanto la storia
convenzionale semplicemente non sa spiegare l’avanzata tecnologia in
possesso di coloro che arrivarono in quei luoghi 5000 anni fa.

ASTRONOMIA IN SUDAMERICA

Su un altro continente a migliaia di chilometri da Stonehenge troviamo le


testimonianze di conoscenze astronomiche altrettanto progredite. A Machu
Picchu, nel Perú, c’è una strana pietra incisa, nota come Intihuatana (tav.
24), parola che significa letteralmente “l’Attracco del Sole”. Questa pietra è
stata ricavata con grande precisione da un unico pezzo di roccia naturale, ed
è stata quindi collocata nel punto più elevato dell’antica città, su una cima
rocciosa lavorata a piattaforma. Negli anni Trenta il dottor Rolf Muller,
professore dell’Istituto Astrofisico di Potsdam, in Germania, compì il primo
studio approfondito di Machu Picchu e pubblicò i risultati che riguardavano
anche altre località del Sudamerica.29 Poté stabilire che le diverse superfici
inclinate e le sporgenze ad angolo dell’Intihuatana erano progettati
coerentemente con la posizione geografica e con l’altitudine di quella
località, in modo da consentire il calcolo del tramonto nel solstizio
d’inverno, del sorgere del sole nel solstizio d’estate, e del tramonto in
entrambi gli equinozi.
Spostandosi nel vicino Torreon (significa “la torre”), Muller scoprì che le
due finestre a trapezio aperte nel muro semicircolare (tav. 25 ) consentiva
l’osservazione del sorgere del Sole in concomitanza dei solstizi d’estate e
d’inverno.
Applicando l’allora controversa teoria dell’archeoastronomia, Rolf Muller
arrivò alla scioccante conclusione che gli allineamenti astronomici
dell’Intihuatana e del Torreon apparivano coerenti con una inclinazione di
24° dell’asse terrestre, il che li faceva risalire al 2300-2100 a.C.
I risultati ottenuti da Muller vennero in seguito confermati da altri studi
compiuti con strumentazioni ancor più precise, in particolare negli anni
Ottanta dagli astronomi Dearborn e White dell’Università dell’Arizona.30
Un altro studioso ha più recentemente espresso l’opinione che anche il
Tempio delle Tre Finestre ( tav. 22 ) presentava allineamenti astronomici -
verso il levarsi del Sole nel giorno del solstizio, dell’equinozio e in quello
del solstizio d’inverno.31 È stato anche suggerito che il numero di pioli in
pietra presenti nel Torreon e nel Tempio Principale ( tav. 23 ) indicano il
meccanismo di calcolo per un calendario solare e lunare.32
560 km circa a sud di Machu Picchu c’è la località boliviana di Tiahanaco
(vedi Capitolo 3). Uno degli edifici principali di Tiahanaco è un tempio
noto con il nome di Kalasasaya, eretto a 4,5° ovest di un esatto asse est-
ovest. Questo tempio è stato progettato incorporandovi delle linee di
osservazione che consentono di determinare con precisione gli equinozi e i
solstizi mediante l’osservazione del sorgere del Sole e dei tramonti lungo le
linee stesse (ancorate agli angoli dei templi e ai pilastri retti lungo le pareti
occidentali e orientali). Parrebbe che Kalasasaya fosse un ingegnosissimo
osservatorio celeste. Inoltre, la presenza di tredici e non di dodici pilastri
lungo la parete occidentale ha portato qualcuno a ritenere che non fosse
soltanto un osservatorio solare, ma anche un calendario solare e lunare.
La maggior controversia riguardo a Kalasasaya si riferisce alla datazione.
Arthur Posnansky, colui che nella prima parte del XX secolo ha compiuto
le più importanti ed esaustive ricerche a Tiahanaco, trovò che gli
allineamenti del tempio non si conformavano all’inclinazione di 23.5° della
Terra così come oggi si presenta. Impiegando le allora appena pubblicate
teorie di archeoastronomia di Sir Norman Lockyer, e le formule fissate da
un Congresso Internazionale di astronomia tenutosi a Parigi nel 1911,
Posnansky fece risalire l’origine di Tiahanaco a circa il 15000 a.C.!
Data la curiosità suscitata da questi risultati, una commissione
astronomica tedesca venne inviata nel 1926 a Tiahanaco. Ne facevano parte
il dottor Hans Ludendorff, il dottor Arnold Kohlschutter e il dottor Rolf
Muller, i quali confermarono i risultati ottenuti da Posnansky: Kalasasaya
era stato un osservatorio astronomico per calcolare stagioni e fasi, ma la
data di costruzione risaliva, secondo loro, al 15000 a.C. oppure al 9300
a.C., a seconda dei sistemi di calcolo adottati.33 Ma sia l’una sia l’altra di
queste datazioni era scioccante per la comunità scientifica che aveva sino ad
allora ritenuto che Tiahanaco non fosse antica più di un paio di millenni.
Muller si unì allora a Posnansky nel tentativo di risolvere una volta per
tutte la disputa sulle datazioni. Alla fine concordarono una data che poteva
essere o il 10050 a.C. o il 4050 a.C - quest’ultima data è ritenuta la più
probabile e coinciderebbe con quella stabilita per l’inizio dell’agricoltura e
dell’allevamento del bestiame in quella regione.34
Parrebbe dunque che gli esperti costruttori e agricoltori di Tiahanaco
fossero anche astronomi provetti.

IL CALENDARIO MAYA

Verso il settentrione del Sudamerica, in una regione nota come


Mesoamerica, esisteva una civiltà molto sviluppata che non ebbe mai
contatti con il mondo esterno prima dell’arrivo dei conquistadores nel XVI
secolo. Durante il periodo di massima prosperità, dal 250 al 900 d.C., la
civiltà dei Maya fiorì in una regione che si estende dagli attuali Stati Uniti
meridionali all’Istmo di Panama, coprendo un territorio che oggi
comprende il Messico sud-occidentale, il Guatemala, il Belize e zone di El
Salvador e dell’Honduras. Ma quando vi arrivarono gli Spagnoli, questa
civiltà era misteriosamente scomparsa. I Maya avevano le vestigia di
un’incredibile cultura che gli Spagnoli fecero del loro meglio per
distruggere. In una terribile notte a Mani, nel luglio 1562, il vescovo Diego
de Landa ordinò di raccogliere e di dare alle fiamme tutti i manoscritti e le
opere d’arte maya, un atto vandalico che trova il suo pari soltanto
nell’incendio della Grande Biblioteca di Alessandria:
Trovammo un gran numero di libri[...] e poiché non contenevano nulla
che non potesse che essere attribuito a superstizione e menzogne del
demonio, tutto bruciammo, un atto che lamentarono in modo davvero
straordinario.35
Fu probabilmente una fortuna che la giungla avesse già carpito una gran
parte delle città maya, nascondendole agli Spagnoli.
Trascorsero più di 250 anni prima che l’interesse per il popolo maya si
ridestasse, e lo fece in seguito ai racconti di grandi esploratori quali Lord
Kingsborourgh e Lloyd Stephens.36 Fu solo allora che le straordinarie
imprese dei Maya cominciarono a essere riconosciute. Stephens vide nelle
vestigia soffocate dalla giungla «[...]ciò che rimaneva di un popolo colto,
raffinato e peculiare che aveva attraversato le diverse fasi dell’avvento e del
crollo delle nazioni, giacché aveva conosciuto la sua età dell’oro ed era poi
scomparso ignoto al resto del mondo».
Attratti dalle descrizioni di Stephens, gli archeologi cominciarono a
estrarre dalla foresta pluviale dei tropici una serie di straordinarie città maya
dotate di palazzi imponenti e di sbalorditivi templi a piramide che si
innalzavano dalla coltre della giungla. Sforzandosi di decifrare gli
insolitamente complessi geroglifici dei Maya, il cui significato si era perduto
nel tempo,37 questi archeologi erano sempre più colpiti da ciò che
cominciavano a percepire: mentre l’Europa aveva conosciuto l’epoca buia
dell’Alto Medioevo, i Maya, nelle parole di George Stuart, «avevano creato
una delle più splendide civiltà di tutto il tempo antico».38
Oggi è risaputo che la civiltà Maya comprendeva una serie di città stato
dipendenti da imponenti capitali religiose quale Copan nell’Honduras, Tikal
nel Guatemala, e Palenque nel Chiapas in Messico. Queste città erano
governate da re-sacerdoti e controllate da dinastie famigliari legate tra loro
per commerci e alleanze sancite dai matrimoni. I bellissimi templi dei Maya
hanno l’eguale nelle straordinarie opere artistiche. Oltre al loro sistema di
scrittura (costituito da complessi geroglifici dipinti), gli archeologi hanno
rinvenuto squisiti gioielli di giada, sculture e ceramiche molto raffinate,
opere d’arte di squisita lavorazione di rame e oro.
Ma ciò che più colpisce è la conoscenza dei Maya in fatto di astronomia.
Mentre gli studiosi hanno fatto carte false pur di non attribuire importanza
alle indicazioni di profonde conoscenze astronomiche riscontrate in località
quali Machu Picchu e Tiahanaco, nel caso dei Maya queste indicazioni sono
talmente abbondanti e particolareggiate da non poter essere negate da
nessuno. Dobbiamo ringraziare per questo tre libri Maya originali
sopravvissuti sino a oggi.39 Si tratta di codici (libri illustrati), e recano il
nome delle città nei cui musei oggi sono conservati: il codice Madrid, il
codice Dresda e il codice Parigi. I primi due trattano di astronomia e
divinizzazione, mentre l’ultimo tratta di cerimoniali, dèi e astrologia.
Gli esperti ammettono che i Maya erano al corrente di fatti sorprendenti
riguardo la Luna e il pianeta Venere, e ritengono che queste conoscenze
fossero il risultato di lunghi periodi di osservazione. Difatti, sono stati
trovati osservatori astronomici maya quali l’El Caracol a Chichen Itza (tav.
38), nel quale le aperture a mo’ di finestra della torre venivano utilizzate per
studiare gli equinozi. Vale la pena descrivere brevemente due esempi che
spiegano la stupefacente precisione dei dati maya. Anzitutto, le
testimonianze provenienti da Copan (il centro astronomico) dimostrano che
i Maya avevano calcolato 149 cicli lunari, attribuendo loro una durata di
4400 giorni; oggi gli astronomi attribuiscono a quei cicli 4400,0575 giorni.
Poi, nel codice di Dresda lo spostamento di Venere intorno al sole è stato
calcolato in 584 giorni, mentre i calcoli moderni danno 583,92 giorni.
Il perno della religione e della scienza maya era un calendario
incredibilmente complesso, che impiegava tre diverse scale temporali per
datare gli avvenimenti relativi alla storia di quel popolo. L’uso molto
diffuso di questo sistema di datazione con l’impiego di stele di pietra
consentiva calcoli piuttosto rapidi. Il primo di questi sistemi, noto come
“Lungo Computo”, esprimeva la data sotto forma di numero di giorni
trascorsi dal Giorno Zero, fissato nel 3113 a.C.. 40 Il significato di questa
data che si riferisce a un’epoca anteriore a quella della civiltà maya non è
mai stato spiegato (ma lo sarà adesso nel Capitolo 13).
Il secondo sistema adoperava il più tradizionale Calendario lunare di 365
giorni, però con dodici mesi di 30 giorni cadauno e un terzo mese di soli
cinque giorni.
Lo scopo del terzo sistema, il “Calendario sacro” di 260 giorni, rimane un
mistero. Sembra essere stato formulato intorno al numero 52, giacché non
soltanto è divisibile cinque volte per 52, ma anche coincide ogni 52 anni
con il Calendario solare di 365 giorni.41 Risulta evidente dal Codice Madrid
che i Maya erano perfettamente consapevoli di questo ciclo incrocio dei due
calendari. Rimane comunque un mistero il significato pieno del numero 52.
Nonostante usassero l’impreciso anno solare di 365 giorni, risulta chiaro
che i Maya conoscevano l’opportunità di correggerlo, non diversamente da
quel che facciamo noi ricorrendo agli anni bisestili. È dimostrato che
disponevano di calcoli precisi che davano l’anno solare pari a 365,2420
giorni. Poiché gli astronomi moderni calcolano l’effettiva lunghezza
dell’anno in 365,2422 giorni, possiamo dire che il calendario Maya era in
effetti alquanto più accurato del gregoriano in uso oggi, basato su 365,2425
giorni.
Per operare il Computo Lungo i Maya adoperavano un complesso sistema
matematico a “base 20”, che comprendeva il concetto dello zero e anche il
concetto di posto, laddove un “1” può rappresentare 1, 20, 400 e via
dicendo (analogamente al nostro sistema a base 10). Così come oggi
abbiamo parole particolari per descrivere “milione” e “miliardo”, i Maya
impiegavano una serie di immagini che culminavano nel termine alau-tun
che rappresentava il numero 23.040.000.000. L’unica spiegazione
apparente per un sistema matematico talmente avanzato è l’ossessione dei
Maya per la misurazione del tempo, ma gli studiosi non riescono a spiegarsi
perché fossero necessari numeri così elevati. La parola alau-tun, applicata al
Computo Lungo, rappresenta un periodo di oltre 63 milioni di anni.
Gli accademici non sanno dirci come abbiano fatto i Maya a ottenere
misurazioni astronomiche così precise, ne cosa li abbia spinti a farlo. Un
libro osserva:
Un tale grado di precisione[...] rimane misterioso in una cultura che non
aveva modo alcuno di misurare il tempo, neppure un sistema elementare
quale la clessidra o l’orologio ad acqua, e neppure disponeva di telescopi
astronomici o di altri strumenti ottici.42
Un altro libro dedicato ai Maya ricorda la loro “ossessione per il tempo” e
descrive i loro complicati calendari incrociati come:
[...]una delle supreme imprese intellettuali del Nuovo Mondo, la loro
complessità rifletteva l’importanza esoterica attribuita alla divinizzazione e
una importanza che andava ben oltre quella che può essere attribuita a un
semplice metodo per registrare il trascorrere del tempo.43
Oggi, la lingua maya è la lingua principale per qualcosa come 250.000
mila persone, ma la straordinaria cultura del passato è scomparsa. È come se
una élite sapiente fosse svanita dalla scena, lasciandosi alle spalle successi
destinati ad essere consumati dalla giungla. Quanto alle origini dei Maya,
anche questo rimane un mistero intrigante. Non furono i Maya la prima
grande cultura della Mesoamerica. Si sono rinvenute tracce di una cultura
ancora precedente, attribuita al popolo degli Olmechi: capace di esprimere
forme di arte (ceramica e gioielleria) assai avanzate. Pochi libri parlano
degli Olmechi perché poco si sa del loro avvento e della loro caduta, ma
James e Oliver Tickell ci dicono del loro «[...]calendario complesso
derivato da osservazione astronomiche che stavano alla base della loro
religione, della loro matematica e delle loro discipline scientifiche».44
Gli Olmechi, analogamente ai Maya, comparvero come dal nulla con la
loro profonda maestria astronomica. Ma poiché la cultura degli Olmechi è
databile a circa il 1500 a.C., può essere che insieme ai Maya fossero gli
eredi di una sapienza che va indietro quanto meno al 2100 a.C. in Perú, e al
4050 a.C. o ancor prima a Tiahanaco?

IL SEGRETO DI SIRIO

Nel 1976, uno studioso americano interessato all’astronomia e alle civiltà


antiche pubblicò un libro sorprendente. Nel suo The Sirius Mystery, infatti,
Robert Temple esibì un’abbondante insieme di dati stando ai quali la tribù
africana dei Dogon possedeva una conoscenza straordinaria del sistema
stellare di Sirio.45
Temple avviò le sue ricerche dopo avere letto un rapporto redatto da due
antropologi francesi, Marcel Griaule e Germaine Dieterlen, nel quale
sostenevano di aver riscontrato conoscenze riguardanti Sirio in quattro tribù
sudanesi.46 Questi scienziati francesi avevano concentrato le loro indagini su
una popolazione di Mali, nell’Africa occidentale, nota come i Dogon. Tra il
1946 e il 1950 raccolsero informazioni da quattro esponenti religiosi Dogon
a proposito delle loro tradizioni sacre, che sembravano basarsi su un mito
tramandato oralmente di generazione in generazione.
Ogni sessant’anni i Dogon praticavano una cerimonia detta Sigui che
commemorava la ricreazione del mondo da parte del dio Amma, la sconfitta
del primitivo Ogoman, e la successiva concessione di civiltà da parte di
Nommo, il figlio di Amma. Il giorno dell’arrivo degli dèi era denominato
dai Dogon il “giorno del pesce” e gli dèi venivano descritti come creature
anfibie.
Secondo la loro tradizione, i Dogon provenivano da un pianeta che
orbitava intorno a Sirio B, una delle tre stelle del sistema stellare di Sirio.47 I
Dogon descrissero con precisione l’orbita di 50 anni di Sirio B intorno a
Sirio A. Ed è un fatto sorprendente poiché Sirio B è un “nano bianco” - la
forma più piccola di stella percepibile nell’universo. In quanto tale è
invisibile a occhio umano, e può essere a malapena osservata con un buon
telescopio. Se il racconto dei Dogon è un mito, come mai non adoravano
Sirio A, la cosiddetta “stella cane” che è una delle più risplendenti stelle nel
firmamento?48
Robert Temple fornisce prove indiscutibili del fatto che i Dogon
conoscevano l’esistenza dell’invisibile Sirio B. Come può essere? Taluni
cinici hanno attribuito questa conoscenza ai missionari capitati in quei
luoghi, ma come fa presente Temple questi missionari arrivarono più di un
secolo prima che Sirio B venisse fotografata per la prima volta nel 1970.
Né le conoscenze astronomiche dei Dogon si limitavano a Sirio. Robert
Temple dimostra anche che conoscevano la rotazione terrestre sul suo asse
nonché l’orbita intorno al sole di 365 giorni che suddividevano in un
calendario di 12 mesi. Quanto alla Luna, i Dogon sapevano che era arida e
morta. E tra le loro sorprendenti conoscenze c’è, a quanto si dice, quella
dell’esistenza dell’anello intorno a Saturno e dei quattro satelliti maggiori di
Giove. Da dove provenivano queste nozioni? Temple conclude così il suo
studio:
Il risultato, nel 1974, vale a dire sette anni più tardi, è che sono stato in
grado di dimostrare che le informazioni in possesso dei Dogon sono
vecchie di più di cinquemila anni e che erano in possesso degli antichi Egizi
in epoca pre-dinastica cioè prima del 3200 a. C.49 (il corsivo è mio).

LEZIONI DI ASTRONOMIA

Poche persone si rendono conto che i sette giorni della settimana - dal
lunedì alla domenica - hanno nomi di origine astronomica, che provengono
dall’epoca di Tolomeo nel ii secolo a.C. e dalle sue errate teorie riguardanti
Sole, Luna e cinque pianeti che giravano intorno alla Terra. Pertanto, i
giorni hanno il nome del Sole (domenica), della Luna (lunedì), di Marte
(martedì), di Mercurio (mercoledì), di Giove (giovedì), di Venere (venerdì)
e di Saturno (sabato). Per quanto le nozioni di partenza siano sbagliate, c’è
comunque una certa giustizia nel fatto che le nostre esistenze siano anche
nella loro quotidianità strettamente legate così all’astronomia, giacché essa
ha continuato a essere l’hobby - anzi, l’ossessione - del genere umano sin
dalle prime civiltà nate 6000 anni fa.
È dunque anche un nostro dovere comprendere quanto meno gli aspetti
basilari di questa scienza, aspetti che si dimostreranno cruciali per capire gli
dèi. Nel corso di questo capitolo ho fatto rapidi riferimenti agli equinozi, ai
solstizi, alle precessioni e all’archeoastronomia. Ma questi termini cosa
significano?
Il punto d’avvio è la rotazione della Terra sul proprio asse, che ci dà le
fasi a noi note della notte e del giorno. Il passo successivo consiste nel
capire che l’asse della Terra è inclinato sul suo piano orbitale intorno al Sole
(noto come obliquità dell’ellittica). Questa caratteristica porta all’esistenza
delle quattro stagioni. Le prime civiltà furono tutte molto perspicaci nel
riconoscere quattro punti chiave, osservando l’alzarsi e il calare del Sole in
rapporto all’orizzonte terrestre. Questi quattro punti comprendono i solstizi
d’estate e d’inverno (punti fissi solari) laddove il Sole, raggiunte le sue più
distanti posizioni a nord e a sud, pare esitare e poi ritorna indietro; e gli
equinozi di primavera e d’autunno (quando giorno e notte hanno eguale
estensione) nei due momenti dell’anno in cui il Sole attraversa l’equatore
terrestre.
Inoltre, la Terra oscilla un po’ come una trottola. In genere si ritiene che
un’ipotetica freccia fatta passare per l’asse terrestre, per poi puntare al cielo
sopra il Polo Nord,50 rimanga fissa nella sua posizione. Ma non è proprio
così. Su un arco di tempo piuttosto esteso (pressappoco 25.920 anni),
l’oscillazione fa sì che quella freccia si sposti nel cielo sino a tracciare un
cerchio di 360° (fig. 8).

Fig. 8. Schema che illustra l'oscillazione dell'asse terrestre.


Per via di questa oscillazione il punto iniziale delle quattro stagioni -
quando la Terra conosce i due solstizi e i due equinozi - arriva ogni anno
sempre un po’ in anticipo. Questo effetto, noto come “precessione”, si
accumula in 30 giorni ogni 2160 anni, quindi non è qualcosa che possiamo
percepire. Ma un effetto importante del fenomeno è questo: altera la visione
delle stelle in quei quattro punti del calendario.
È consuetudine misurare la precessione al punto degli equinozi; pertanto,
la giusta terminologia astronomica è “precessione degli equinozi”. Dai
tempi più antichi, questo cerchio a 360° nei cieli rappresentante un periodo
di 25.920 anni viene diviso in dodici sezioni di 2160 anni, ognuna associata
a una casa dello zodiaco.51 Quindi, possiamo adoperare il sorgere del sole
nel giorno dell’equinozio di primavera come punto di riferimento per
osservare e misurare lo spostamento da una casa zodiacale all’altra. Ci
troviamo attualmente nell’Età dei Pesci, e stiamo per entrare nell’Età
dell’Acquario (fig. 9, in alto), mentre tra qualcosa come 13.000 anni i nostri
discendenti saranno nell’Età della Vergine e staranno per entrare in quella
del Leone (fig. 9, in basso).
Fig. 9. I due schemi mostrano gli effetti della precessione degli equinozi.
Nel XIX secolo l’astronomo Sir Norman Lockyer notò che taluni templi
antichi venivano sovente riallineati dopo essere stati costruiti. Incuriosito da
questo continuo riallineamento che interveniva a mano a mano che
trascorreva il tempo - in modo particolare a Karnak in Egitto - Lockyer
cominciò a mettere insieme un dossier sugli allineamenti astronomici di
numerosi templi e cattedrali. La sua conclusione, contenuta nel libro del
1 8 9 4 The Dawn of Astronomy, provocò una tempesta di controversie,
giacché sosteneva non solo che gli antichi possedevano conoscenze
astronomiche, ma anche che l’allineamento dei templi poteva essere
adoperato come metodologia scientifica per datare le loro costruzioni. Così
come succede alla gran parte delle scoperte scientifiche rivoluzionarie, ci
volle quasi un secolo prima che quelle di Lockyer venissero accettate dai
più.
Qual è il funzionamento del meccanismo di datazione? Oltre che a
produrre la precessione degli equinozi, l’oscillazione della Terra influisce
anche sulla sua inclinazione. Restando ai calcoli di Norman Lockyer,
l’inclinazione della Terra muta di un grado ogni 7000 anni. Successivi
aggiornamenti del lavoro di Lockyer indicano che l’inclinazione terrestre
varia tra i 21 e i 24 gradi rispetto alla perpendicolare (attualmente è di
23,5°). Questo movimento è stato paragonato al rollio di una nave, però
come al rallentatore, così che l’orizzonte si alza o si abbassa quasi
impercettibilmente. Grazie all’attento esame dell’esatto allineamento dei
templi antichi, la scoperta di Lockyer ci consente di approssimare con
sufficiente esattezza alcune date di costruzione. Quei templi che risultano
allineati con i solstizi (e quindi che subiscono l’effetto dell’inclinazione
terrestre) possono essere datati adoperando particolareggiate tabelle di stima
dell’inclinazione della terra negli ultimi millenni.
Nel suo libro, Sir Norman Lockyer cita una serie di templi che denotano i
più diversi tipi di allineamento celeste. Come esempio di Tempio del Sole
solstiziale, cita il “Tempio della Preghiera per i Buoni Raccolti”, la più bella
e famosa costruzione di Beijing in Cina. Qui, nell’altare a sud, la più
importante cerimonia di Stato veniva tenuta, tradizionalmente, proprio nel
giorno del solstizio d’inverno. Come esempio di templi equinoziali, cita il
tempio a Zeus in quel di Baalbek nel Libano, orientato al tempo della sua
costruzione su un preciso asse est-ovest (tav. 1 ), poi anche il Tempio di
Salomone a Gerusalemme e la basilica di San Pietro in Vaticano.
La scoperta di Lockyer ha fatto nascere una nuova scienza,
l’archeoastronomia, grazie alla quale è possibile datare quei templi in pietra
che erano rimasti al di fuori dell’arco di tempo coperto dalle procedure al
radiocarbonio.52 È significativo notare che questa scienza non potrebbe
esistere se non riconoscendo implicitamente la sapienza astronomica delle
antiche civiltà.

LA SCIENZA IMPOSSIBILE

C’è qualcosa che non funziona nel modo con cui la storia del genere
umano ci viene di solito raccontata. La convinzione che gli antichi fossero
popoli arretrati sta sgretolandosi a mano a mano che approfondiamo le
conoscenze sulla loro realtà. Gli scienziati non possono più negare che
civiltà del passato quali i Sumeri, gli Egiziani, i Cinesi e i Maya erano in
possesso di straordinarie conoscenze astronomiche: come abbiamo già
avuto modo di dire, una nuova disciplina scientifica - l’archeoastronomia -
si basa su queste realtà.
Il fatto che più ci colpisce è questo: pare che i nostri più antichi antenati
erano a conoscenza del ciclo precessionale di 25.920 anni. In uno dei
capitoli successivi daremo un’occhiata all’ampia conoscenza che avevano
già 4000 anni fa a proposito dello spostamento precessionale dal Toro
all’Ariete. Per ora, ci basti prendere nota del fatto che nel ii secolo a.C.,
Ipparco accennava allo «spostamento dei segni relativi a solstizi ed
equinozi», un chiaro riferimento alla precessione. Ma queste nozioni
Ipparco da dove le aveva tratte? Nei suoi scritti, riconosce di avere avuto
diversi maestri, soprattutto «gli astronomi babilonesi di Erech, Borsippa e
Babilonia». Adesso noi sappiamo che gli antichi Babilonesi, noti come
Caldei, erano parecchio avanti in fatto di astronomia ma che a loro volta
avevano acquisito queste conoscenze da una civiltà ancora più antica.
Fu in Sumer - la primissima civiltà - che nacque l’astronomia, ed è in
Sumer che i diversi segni vennero per la prima volta attribuiti alle dodici
case dello zodiaco. Parrebbe che questa astronomia - la più antica di cui
sappiamo - sia sorta già in forma completa, proprio all’inizio della civiltà
sumera quasi 6000 anni fa. Ma, invece di progredire, queste conoscenze
declinarono. Le ricerche hanno dimostrato che i Babilonesi, i quali in
Mesopotamia succedettero ai Sumeri, adoperarono effemeridi (tabelle che
codificano i movimenti planetari) assai meno accurate.
Poi, in qualche fosca piega della storia umana, queste conoscenze
conobbero un declino ancora maggiore, a tal punto che 2000 anni dopo il
declino di Sumer, i Greci e poi i Romani svilupparono l’idea che la Terra
fosse piatta e se ne stesse al centro dell’universo. Può sembrare un’idea
buffa, ma in realtà questa abissale ignoranza dominò il pensiero ortodosso
per qualcosa come due millenni.
Quando Copernico collocò il Sole al centro del sistema solare, questo
poté sembrare all’epoca un pensiero rivoluzionario. In realtà, Copernico
non era affatto il primo uomo a individuare questa realtà, stava soltanto
riscoprendo ciò che già era noto nei tempi antichi. Può essere abbia tratto
queste cognizioni direttamente da fonti antiche, giacché è certo che nicchie
contenenti sapienze del passato erano sopravvissute, custodite
clandestinamente all’interno di tradizioni religiose segrete. Ad esempio, lo
Zo’har del XIII secolo - una delle opere fondamentali della mistica ebraica
nota come Kabbalah53 - afferma con estrema chiarezza che la Terra gira sul
proprio asse: «Tutta la Terra gira, come una sfera gira su se stessa. Quando
una parte è giù, l’altra parte è su. Quando per una parte c’è la luce, per
l’altra è oscurità. Quando per questa è giorno, per quella è notte». Lo
Zo’har ha le sue radici nel lavoro del Rabbino Hamnuna vissuto nel iii
secolo.
Altre epiche antiche, per esempio quella indiana intitolata Vishnu Purana ,
ripropongono le loro più antiche tradizioni stando alle quali «il Sole è
sempre al suo medesimo posto», mentre la Surya Siddhanta descrive la
Terra come «un globo nello spazio».
Nel vi secolo a.C. Pitagora insegnava ai suoi allievi che la Terra era una
sfera, e nel v secolo a.C. il filosofo greco Anassagora spiegava che nel
corso di una eclissi solare la Luna oscurava il Sole, mentre in un’eclissi di
Luna era l’ombra della Terra che si proiettava sul satellite. Nel iii secolo a.C.
Aristarco di Samo dedusse che la Terra girava intorno al Sole, mentre il
geografo Eratostene impiegò la geometria associata alle conoscenze
astronomiche per calcolare la circonferenza del nostro pianeta con un
margine di errore di meno di 320 km rispetto ai dati della geografia
moderna. In Cina, durante il ii secolo d.C., Chang Heng descrisse la Terra
come “un uovo” spiegando che il suo asse puntava verso la stella polare. E
l’elenco potrebbe continuare ancora.
Si è sempre trovato comodo nascondere sotto il tappeto questi
sorprendenti esempi di scienza antica; riconoscerli significa inevitabilmente
chiedersi come quei popoli di un lontano passato abbiano potuto acquisire
conoscenze del genere; in particolare, come i Sumeri abbiano potuto
acquisire una conoscenza dell’astronomia talmente perfetta senza che ci sia,
nell’ambito della loro storia, alcun segno di fasi di evoluzione intellettuale.
La misteriosa origine dell’astronomia sumera lascia spazio a diversi altri
interrogativi: chi può aver mappato il continente antartico prima che venisse
coperto dai ghiacci? Chi può aver progettato lo stupefacente computer di
Antikythera? Chi, intorno al 4050 a.C., può aver progettato il tempio di
Tiahanaco? Chi possedeva le conoscenze necessarie per scegliere il preciso
punto su cui erigere Stonehenge, l’osservatorio che risale al 3000 a.C.? E
chi fu, intorno al 2300-2100 a.C., che progettò le strutture “astronomiche”
di Machu Picchu? Questi sono solo alcuni dei misteri che la scienza
accademica non sa chiarire.
Ma se ci chiediamo lo “scopo” di tutte queste realtà antiche, allora il
mistero si fa ancor più affascinante. Come mai i Sumeri - e quasi tutte le
altre culture antiche - erano talmente ossessionati dall’idea di arrivare a un
calendario in grado di registrare con accuratezza il movimento della Terra
nei cieli? I Sumeri non avevano bisogno di un livello così avanzato di
conoscenze astronomiche solo per scopi agricoli. Al contrario, il loro
ossessivo desiderio di riuscire a dare inizio a ciascun anno in un particolare
giorno dell’equinozio di primavera era qualcosa che atteneva alla religione.
La nostra escursione tra le cose “impossibili”, e la nostra ricerca di una
qualche potente forza motivante ci ha riportato chiaramente a quanto tutte le
antiche civiltà ci hanno detto: che erano governate da una razza
tecnologicamente progredita di dèi. I Sumeri attribuivano loro nomi quali
Anu, Enlil ed Enki. Gli Egiziani li chiamavano Iside, Osiride e Horus. I
Babilonesi concentravano la loro attenzione su un dio, Marduk. E agli
Israeliti fu detto di adorare un solo dio, Yahweh. Le antiche popolazioni
delle Americhe si inchinavano a dèi quali Quetzalcoatl e Viracocha. E in
tutte queste terre esistevano miti di dèi intenti a creare gli uomini e a donare
loro civiltà e scienze.
Come avremo modo di vedere nei prossimi capitoli, questi dèi in carne e
ossa erano il motivo fondamentale dell’interesse dell’uomo antico per
l’astronomia.

CONCLUSIONI

⊕ Le mappe Piri Re’is possono essere state prodotte soltanto mediante


l’uso di tecnologie avanzate quali i rilevamenti aerei e la trigonometria
sferica. Queste mappe furono tracciate prima che i ghiacci antartici si
formassero 6000 anni fa oppure si fece ricorso alle tecnologie di
rilevamento sismico.
⊕ Il paradigma storico non può spiegare la straordinaria sapienza
scientifica dei Maya, degli Olmechi, dei Dogon e dei costruttori di Machu
Picchu, di Tiahanaco e di Stonehenge.
⊕ Tutte le civiltà antiche avevano un’ossessione per l’astronomia e
registravano gli spostamenti della Terra nel cielo, ma certamente non per
scopi agricoli.
1 Flavio Filostrato di Atene (175-249 d.C.), Vita di Apollonio di Tiana.
2 The World’s Last Mysteries, cit., p. 271.
3 Il Calendario lungo dei Maya.
4 Magellano prese la via più breve passando per lo stretto che porta il suo nome invece di
costeggiare l’estremità della Patagonia a Capo Horn.
5 Si può dedurre l’esistenza di questa mappa andata perduta dal fatto che le altre due sono in parte
strappate, e paiono essere state parti di una carta geografica più grande.
6 C. Hapgood, Maps of the Ancient Sea Kings, Philadelphia-New York, Chilton Books, 1966.
7 Si ritiene che i ghiacci antartici si siano formati intorno al 4000 a.C. Vedi ivi, pp. 96 e 98.
8 All’esplorazione condotta nel 1957 (l’Anno geofisico internazionale) fece seguito quella della
spedizione antartica anglo-svedese del 1960.
9 Queste piccole differenze possono forse essere spiegate dal fatto che le mappe sono state più e
più volte ricopiate nei secoli; è possibile che la carta originale fosse invece del tutto esatta.
10 La trigonometria sferica è il metodo per proiettare caratteristiche sferiche su una superficie
piana.
11 Warren, l’organizzatore della conferenza, citato in E. von Daniken, In Search of Ancient Gods,
Souvenir Press, 1973, pp. 136-7.
12 I Fenici abitavano i territori del Libano e della Siria attuali; si dice che nei loro viaggi
raggiungessero la Cornovaglia, le Isole Scilly e che circumnavigassero l’Africa.
13 C. Hapgood, Maps of the Ancient Sea King, cit.
14 Il primo cronografo marino utile e funzionante venne progettato e costruito in Inghilterra da
John Harrison e venne testato con successo, nel 1761, durante un viaggio verso la Giamaica.
15 Tavole astronomiche assai complesse sono documentate già 6000 anni fa presso i Sumeri. Le
tavolette comprendono i calcoli per i movimenti di Sole e Luna previsti per archi di tempo fino a
cinquant’anni.
16 M. Chatelain, Our Ancestors Came from Outer Space, Pan Books, 1979, Capitolo 6, p. 116.
17 Un astrolabio è costituito semplicemente da un disco diviso per gradi con un congegno mobile
di puntamento. Veniva usato dagli antichi astronomi per misurare l’altitudine delle stelle e dei
pianeti.
18 D. de Solla Price, in «Natural History», marzo 1962.
19 Ibid.
20 L’oggetto è esposto presso il Museo di Atene, numero di catalogo X.15087.
21 R. Cleal - K. Walker - R. Montague, Stonehenge in Its Landscape: The 20th Century
Excavations, in «English Heritage», 1995. Vedi anche in Internet:
http://www.engh.gov./uk/stoneh.
22 Non risulta sia stato possibile datare questi buchi.
23 La datazione si basa su un unico campione ma gli esperti si dicono certi che questa costruzione
è successiva alla messa in opera delle “pietre azzurre” ed è precedente a triliti.
24 Sir N. Lockyer, Stonehenge and Other British Stone Monuments, 1906.
25 C. Newham, The Enigma of Stonehenge, 1964; The Astronomical Significance of Stonehenge,
1972; e successivamente Supplement to the Enigma of Stonehenge and Its Astronomical and
Geometrical Significance.
26 G. Hawkins, Stonehenge Decoded, 1965.
27 A. Thom, Megalithic Sites in Britain, 1967; e anche Megalithic Lunar Observations.
28 Sir F. Hoyle, Stonehenge - An Eclipse Predictor, in «Nature».
29 R. Muller, Sonne, Mond und Sterne über dem Reich der Inka, cit.; e anche Die Intiwatana
(Sonnenwarten) in Alten Peru.
30 D. Dearborn - R. White, Archaeoastronomy at Machu Picchu.
31 Z. Sitchin, When Time Began, Avon Books, 1993, Capitolo 9, p. 226.
32 Ivi, pp. 227 e 234.
33 Va osservato che calcolare all’indietro nel tempo la mutevole inclinazione del nostro pianeta
non è una scienza esatta!
34 A. Kolata, The Tiwanaku, cit., p. 57.
35 Il vescovo Diego de Landa, Relación de las cosas de Yucatán, 1562.
36 Lord Kingsborough raccontò i suoi viaggi (1839-1848) in Antiquities of Mexico. John Lloyd
Stephens raccontò le spedizioni da lui compiute nel 1839 e nel 1842 in Incidents of Travel in
Central America, Chiapas and Yucatan; e Incidents of Travel in Yucatan.
37 Oggi i testi maya risultano tradotti per il 70%. I progressi compiuti sono incoraggianti, grazie
soprattutto alle iniziative del Dottor David Stewart. Ma molti segni maya debbono tuttora essere
decifrati.
38 G. Stuart - G. Stuart, The Mysterious Maya, National Geographic Society, 1977, risvolto di
copertina.
39 Un quarto libro “originale” viene messo in dubbio; esistono inoltre due libri di tradizioni orali
scritti secondo l’alfabeto latino: il Chilam Balam (“Pronunciamenti di Balam”); e il Popol Vuh
(“Libro del consiglio”).
40 Z. Sitchin, The Lost Realms, cit., Capitolo 5, p. 97.
41 La coincidenza avviene su 73 cicli di 260 giorni e 52 cicli di 365 giorni.
42 The World’s Last Mysteries, cit., p. 272.
43 J. Tickell - O. Tickell, Tikal, City of the Maya, London, Tauris Parke Books, 1991.
44 Ivi, p. 16.
45 R. Temple, The Sirius Mystery, St Martin’s Press, 1976.
46 M. Griaule - G. Dieterlen, A Sudanese Sirius System, in «Journal de la Société des
Africanistes», fascicolo I (1950); e degli stessi autori, Le Renard Pale, Paris 1965.
47 Quanto a Sirio C, la terza stella menzionata dai Dogon, la sua esistenza non è stata ancora
dimostrata dall’astronomia moderna.
48 Sirio A è chiaramente visibile nella costellazione Canis Major, appena sotto Orione.
49 R. Temple, The Sirius Mystery, cit., p. 1.
50 Questo punto nel cielo viene talora denominato “punto celeste”, e la stella a esso più vicina è
la Stella Polare.
51 Questo è il concetto originario di zodiaco; adesso viene adoperato in modo assai più semplice
per dividere l’orbita annuale che la Terra compie intorno al Sole in dodici case mensili.
52 I procedimenti di datazione al radiocarbonio adoperano materiale organico e dunque non si
applicano alle costruzioni in pietra; è scaturita spesso molta confusione dal fatto che si sono
esaminati materiali organici lasciati nei templi molto tempo dopo la loro effettiva costruzione.
53 Il significato letterale del termine Kabbalah è “ciò che è stato ricevuto”.
6
LA CIVILTÀ,
DONO DEGLI DÈI
IL SEGRETO DEI SUMERI

L’Homo sapiens intraprese un’incredibile trasformazione circa 6000 anni


fa. L’uomo cacciatore e agricoltore si trasformò all’improvviso in uomo
cittadino, e nell’arco di poche centinaia di anni si ritrovò a praticare la
matematica avanzata, l’astronomia e la metallurgia!
Il luogo dove all’improvviso sorsero queste prime città era l’antica
Mesopotamia, una pianura fertile tra i fiumi Tigri ed Eufrate dove oggi si
estende il moderno Iraq. Quella civiltà si chiamò Sumer, «luogo di nascita
della scrittura e della ruota»,1 e sin dai suoi inizi mostrò una straordinaria
somiglianza con la civiltà e con la cultura odierni.
La prestigiosa rivista scientifica «National Geographic» riconosce senza
difficoltà il primato dei Sumeri e l’eredità che ci hanno lasciato:
Lì, nell’antica Sumer [...] la vita urbana e l’alfabetismo fiorirono in città
che si chiamavano Ur, Lagash, Eridu e Nippur. I Sumeri furono i primi a
impiegare veicoli a ruota e furono tra i primi a usare la metallurgia, a creare
leghe metalliche, a estrarre l’argento, a lavorare il bronzo per fabbricare
oggetti anche complessi. I Sumeri furono anche i primi a inventare la
scrittura.2
Il «National Geographic» riconosce anche:
[...]l’eredità dei Sumeri, i quali[...] stabilirono la prima società conosciuta
in grado di leggere e scrivere... in tutti questi aspetti - nelle leggi e nelle
riforme sociali, nella letteratura e nell’architettura, nell’organizzazione
commerciale e nella tecnologia - i conseguimenti raggiunti dalle città sumere
sono tra i più antichi di cui sappiamo.3
Tutte le ricerche compiute riguardo ai Sumeri hanno sottolineato il breve
arco di tempo che è stato loro necessario per raggiungere elevatissimi livelli
culturali e tecnologici. Un autore ha descritto questa evoluzione come «una
fiammata che scaturì all’improvviso»,4 mentre Joseph Campbell ha
eloquentemente spiegato che «con stupefacente rapidità [...] compare nella
piccola fangosa aia dei Sumeri [...] quella sindrome culturale che ha
rappresentato il seme delle civiltà evolute del mondo intero».5
Ma allora come si spiega il diffuso scarso interesse per i Sumeri? Un
motivo sta forse nel fatto che per la scienza tradizionale l’origine di quella
civiltà rimane un mistero.6 I libri di storia sono costretti a glissare sulle
origini dei Sumeri indicando semplicemente che sono comparsi in quanto
civiltà, come se non ci fosse necessità di ulteriori spiegazioni. Questo è
l’approccio che troviamo anche nel prestigioso The Times Atlas of World
History, dove l’imbarazzo per la mancanza di cognizioni è tale che si fa a
meno di menzionare i Sumeri (la più importante tra tutte le civiltà) e si
accenna alquanto vagamente all’ emergere di una «prima civiltà
mesopotamica».7 Questo mistero lo troviamo riassunto in questo modo in
una delle pubblicazioni della National Geographic Society: «Molto è stato
scritto sulle possibili origini del popolo sumero, ma nessuno conosce la
verità».8
In effetti sono stati compiuti diversi tentativi per spiegare l’origine della
cultura sumera in quanto evoluzione di culture preesistenti nella
Mesopotamia.9 Questi studi si concentrano sui ritrovamenti di terraglie e
dimostrano che il popolo sumero viveva in quelle zone già da migliaia di
anni. Ma queste spiegazioni non offrono risposta all’interrogativo del
perché fosse divenuto improvvisamente necessario a quegli uomini vivere
in città organizzate. Anche le migliori spiegazioni si mostrano
inevitabilmente vaghe e stentate: «Civiltà più complesse scaturirono dalla
sempre maggiore organizzazione necessaria per gestire le folte popolazioni
che traevano sostentamento dai regimi agricoli delle pianure».10
Sono spiegazioni, queste, che appaiono altrettanto macchinose delle teorie
sulla evoluzione improvvisa del genere umano. Se il cervello umano è il
tallone di Achille degli evoluzionisti, così la tecnologia dei Sumeri è quello
degli storici. L’ossessione accademica che vuole delineare uno sviluppo
graduale e lineare della cultura, trascura gli stupefacenti aspetti della
metallurgia, della matematica e della astronomia presenti in Sumer,
perfettamente strutturati già all’inizio di quella civiltà. E per quanto riguarda
le origini di tali conoscenze, pare proprio che soltanto i Sumeri possano
dare una risposta al mistero che continua a confondere i nostri scienziati.
Ebbene, i Sumeri attribuirono quei loro progressi, e anzi la loro stessa
origine, agli dèi in carne ed ossa. Non c’è dunque da meravigliarsi se i libri
di testo continuano a mostrarsi così vaghi a proposito dell’origine di quella
civiltà! Il paradigma della moderna scienza esige che qualsiasi riferimento
agli dèi venga classificato come mitologia. Pertanto, al cospetto di una
simile e scomoda spiegazione sulle origini della prima civiltà, non può certo
sorprendere che i libri di testo non sappiano bene cosa dire.
Questo capitolo, che tratta appunto del mistero sumero, tocca un tema
appropriato per concludere il nostro giro di ispezione dei misteri del Cielo e
della Terra nonché per avviare la ricerca di possibili risposte. Inteso
superficialmente, il discorso sui Sumeri rappresenta per gli studiosi uno dei
tanti misteri irrisolti, ma quando si vanno a esaminare i particolari, ci si
rende conto che contengono indizi importantissimi per spiegare molti dei
misteri e delle stranezze presenti oggi nel mondo. Questo capitolo è la storia
di Sumer e dei suoi dèi.

LA PRIMA CIVILTÀ

Sumer fu la prima di tre “grandi” civiltà del mondo antico, e sorse in


un’area fertile nella pianura tra i fiumi Tigri ed Eufrate; altre civiltà si
costituirono lungo il Nilo (c. 3100 a.C.) e l’Indo (c. 2800 a.C.). Senza alcun
dubbio, l’influenza dei Sumeri sulle altre civiltà fu intensa, giacché erano
grandi viaggiatori ed esploratori. Non è lo scopo di questo libro dimostrare
che le prime civiltà della Terra originarono dalla cultura di Sumer, ma
possiamo comunque asserire che ci sono ampie prove in tal senso.
La scoperta dell’antica Sumer è una storia davvero avvincente. Prende
l’avvio nel XIX secolo, un periodo felice per l’archeologia interessata alle
antichità del Vicino Oriente. Nelle lande della Mesopotamia, una volta
fertilissime, sorsero le prime città che il mondo conobbe. Non restavano, di
esse, che cumuli enormi di terra. Per chi disponeva del tempo e dei soldi per
viaggiare, la fama giaceva pochi metri sotto terra, l’unico problema era
capire dove bisognava scavare. Guidati da accenni contenuti nella Bibbia,
dalle cronache di viaggio di esploratori più antichi e dalle storie
folcloristiche locali, archeologi quale l’inglese Sir Austen Henry Layard
trovarono veramente, in quei luoghi, celebrità e ricchezza.
Fu un francese a compiere la prima scoperta importante. Nel 1843, Paul
Emile Botta scoprì alcuni splendidi templi, palazzi e una ziggurat (piramide
a gradoni) in un luogo individuato come Dur-Sharru-Kin, la capitale (viii
secolo a.C.) del re assiro Sargon ii. Oggi quel luogo viene chiamato
Khorsabad. Botta verrà per sempre ricordato come lo scopritore della civiltà
assira.
Mentre archeologi come Botta e Layard continuavano a cercare e a
esplorare nuove località quali Nimrud e Ninive, studiosi del rango di Sir
Henry Rawlinson e Jules Oppert iniziavano a proiettare luce sulle numerose
tavolette d’argilla che gli scavi archeologici avevano permesso di
recuperare. Fu presto evidente che gli antichi abitanti della Mesopotamia
avevano redatto cronache molto particolareggiate, e che avevano conservato
informazioni e notizie sotto forma di scritture cuneiformi incise in tavolette
di argilla. Nel 1835 Rawlinson copiò con grande cura un’iscrizione in tre
lingue su una lastra di pietra rinvenuta a Behistun nella Persia; nel 1846
riuscì a decifrare il testo e quelle lingue: una di esse era l’accadico, comune
tra gli Assiri e i Babilonesi che avevano ereditato il governo di quelle
regioni mediorientali dopo la caduta di Sumer (c. 2000 a.C.).
La scoperta di Sir Henry Rawlinson arrivò al momento giusto. Infatti,
pochi anni dopo Sir Austen Henry Layard avviò gli scavi archeologici
nell’antica capitale assira di Nineveh, 400 km a nord dell’attuale Baghdad.
Oltre a stupendi templi e palazzi, ritrovò nel 1850 la biblioteca di
Ashurbanipal, che conteneva una raccolta di trentamila tavolette di argilla.
A mano a mano che queste tavolette venivano tradotte l’entusiasmo degli
archeologi cresceva, quelle erano tutte conferme di fatti riferiti dalla Bibbia
a proposito di regnanti e di città. Uno di questi scritti, che elencava i
successi dell’antico monarca, Sargon i, lo definiva il «Re di Akkad, Re di
Kish» che in battaglia aveva sconfitto le città di «Uruk, Ur e Lagash». Gli
studiosi furono stupiti nell’apprendere che questo Sargon aveva preceduto
il suo più recente omonimo di quasi 2000 anni: la civiltà mesopotamica
andava dunque fatta risalire quanto meno al 2400 a.C.
Fu soltanto l’inizio di una serie di straordinarie scoperte che fecero
arretrare nel tempo l’inizio della civiltà, e che arricchirono i musei d’Europa
e d’America. A quel tempo i Sumeri neanche esistevano nei libri di storia,
ed è soltanto ora, grazie alle nuove cognizioni, che possiamo capire che la
biblica “Shinar” è in effetti Sumer.11
Nel 1869 Jules Oppert ipotizzò per la prima volta l’esistenza di una
perduta lingua e di un perduto popolo di Sumer. Come tutte le nuove idee,
ci volle del tempo perché venisse accolta. Mentre la cosiddetta “questione
sumera” divampava nell’ultima parte del XIX secolo, le prime città di quel
popolo cominciavano a essere riportate alla luce e le congetture
cominciarono pertanto a trasformarsi in fatti scientifici.
La prima località sumera venne individuata nel 1877 da una spedizione
archeologica francese. Si trattava della città di Lagash. Anche archeologi
americani furono attratti dai ruderi della civiltà di Sumer, e tra il 1887 e il
1900 riportarono alla luce la città di Nippur, una delle località religiose di
maggiore importanza. Oggi i cumuli di Nippur, con le loro ziggurat in
rovina, si intravedono già a 150 km a sud-est di Baghdad. Ancora più a
sud, nella riarsa e polverosa distesa di Uruk, è stata riportata alla luce una
ziggurat ancora più grande, anzi la maggiore del mondo, dedicata alla dea
Inanna, e lì sono anche stati rinvenuti alcuni dei primi esempi di scrittura
cuneiforme.12
La ziggurat meglio conservata di tutta la Mesopotamia è stata rinvenuta a
Ur, il luogo di nascita del patriarca biblico Abramo. I ruderi parzialmente
restaurati di questa ziggurat (tav. 39) dominano tutt’oggi la moderna città di
Muqayyar, situata a 300 km a sud-est di Baghdad. Fu a Ur che l’archeologo
inglese Sir Leonard Wolley scoprì alcune bellissime opere in oro, argento e
lapislazzuli, tra le quali L’ariete nel boschetto (tav. 77 ), la bellissima arpa
della regina (l’arpa più antica che sia mai stata trovata, risalente al 2750
a.C.) e uno splendido copricapo, tutti reperti che oggi possono essere visti
al British Museum.
Fu comunque a Eridu, 320 km circa a sud-est di Baghdad, che venne
trovata la più antica delle città sumere. Oggi essa è una località abbandonata,
battuta dai venti, sulla quale domina la ziggurat Ur-Nammu. Le rovine della
città ricoprono un’area di 400 per 300 m. Sotto le fondamenta del tempio
maggiore, dedicato al dio Enki, gli archeologi hanno scoperto suolo
vergine, il punto di inizio della civiltà sulla terra. Questo tempio è stato
datato 3800 a.C., proprio il periodo in cui nacque a Nippur il primo
calendario.
Già agli inizi del XX secolo tutte le città menzionate nell’Antico
Testamento, salvo una, erano state ritrovate. Anche la città di Babilonia era
stata riportata alla luce, sebbene poco restasse della ziggurat dedicata alla
sua principale divinità, Marduk. E anche la città reale di Kish era stata
scoperta insieme a località sumeriche importanti quali Larsa, Shuruppak,
Sippar e Bad-Tibira.
Quali esattamente siano stati i legami tra Sumer, Accad, l’Assiria e
Babilonia rimane un mistero per gli storici, ma gli studi delle antiche
scritture cuneiformi hanno comunque confermato la supremazia sumerica.
Molti testi accadici confermano chiaramente di essere copie di documenti
più antichi; per esempio, una tavoletta trovata da Layard a Nineveh fa
riferimento «alla lingua di Sumer che non è cambiata». Gli studiosi hanno
potuto capire che trattando di astronomia, di scienza e di dèi, la lingua
accadica impiegava molti termini presi a prestito, che si rifanno a un sistema
di scrittura più antico e fondamentalmente diverso,13 noto come
“pittografia”, dove i singoli segni o immagini rappresentano oggetti o
concetti. Si è ora potuto appurare che la scrittura originaria dei Sumeri si
basava effettivamente su segni pittografici, simili a quelli che vennero in
seguito impiegati in Egitto.
Dopo un secolo di traduzioni di testi sumerici gli studiosi non hanno però
trovato parole prese a prestito o indicazioni di sistemi di scrittura precedenti.
L’invenzione della scrittura è dunque tutta dei Sumeri. È ormai
ampiamente accettato, quindi, che la civiltà di Sumer è stata la prima sulla
terra, e che il suo inizio risale al 3800 a.C.

L’EREDITÀ DEI SUMERI

Le tavolette di argilla scoperte dagli archeologi nell’antica Mesopotamia


sono così numerose, che molte non sono ancora tradotte. Parecchie trattano
di questioni di tutti i giorni, registrazioni di matrimoni e divorzi, oppure
questioni scolastiche quali la grammatica e i vocabolari, o ancora contratti
commerciali riguardanti i raccolti, il calcolo dei prezzi e il movimento delle
merci. Registri di questo genere hanno dato agli studiosi la possibilità di
capire profondamente la cultura sumerica.
Uno dei maggiori esperti di questa cultura è il professore Samuel Noah
Kramer, che ha viaggiato in lungo e in largo per studiare, copiare e tradurre
quei testi. Nel suo libro History Begins at Sumer, ha elencato trentanove
scoperte attribuibili ai Sumeri.14 Oltre al primo sistema di scrittura, che
abbiamo già avuto modo di vedere, altre invenzioni comprendono la prima
ruota, le prime scuole, il primo parlamento bicamerale, il primo storico, il
primo “almanacco dell’agricoltore”, la prima cosmogonia e la prima
cosmologia, i primi proverbi, i primi detti popolari, i primi dibattiti letterari,
il primo “Noè”, il primo catalogo di biblioteca, la prima moneta (lo shekel
d’argento), il primo sistema fiscale, le prime riforme legislative sociali, la
prima scienza medica, e la prima ricerca per l’armonia e la pace nel mondo.
Nella civiltà sumerica possiamo riconoscere, nel bene e nel male, molte
delle istituzioni proprie della nostra società. I primi istituti scolastici che il
mondo abbia conosciuto trattavano una gran varietà di temi, e avevano una
disciplina molto rigorosa; gli allievi pigri, disordinati o poco attenti
venivano puniti con la frusta. Il sistema legislativo era simile al nostro e
promulgava norme per la protezione dei disoccupati, dei lavoratori, i più
deboli, e c’erano tribunali e giurie simili a quelle che oggi anche noi
abbiamo. Era una società che soffriva di molti dei mali che sono anche i
nostri, e difatti nel 2600 a.C. un re che si chiamava Urukagina dovette
ordinare la prima riforma legale per porre rimedio agli abusi da parte dei
poteri statali e a situazioni di monopolio. Urukagina sosteneva che era stato
il suo dio Ningirsu a ordinargli di «restaurare i decreti del passato».
Nel campo della medicina, gli standard sumeri furono fin dall’inizio
estremamente elevati. La biblioteca di Ashurbanipal, scoperta da Layard a
Ninive, era organizzata con grande cura e la sezione medica conteneva
migliaia di tavolette di argilla. Tutti i termini medici erano parole prese a
prestito dalla lingua sumerica. Le procedure mediche venivano spiegate in
libri di testo che trattavano argomenti come l’igiene, le operazioni
chirurgiche quali la rimozione di cataratte, o l’uso dell’alcool per
disinfettare. La medicina sumerica era caratterizzata da un approccio
diagnostico altamente scientifico, e le prescrizioni si riferivano sia a terapie
sia a interventi di chirurgia.
Anche l’architettura era altamente sviluppata, sia pure entro i limiti posti
dai materiali a disposizione.15 Sin dall’inizio, nel 3800 a.C., case, palazzi ed
edifici religiosi venivano costruiti con mattoni di argilla rafforzati con
canne.
I Sumeri, poi, erano dei grandi viaggiatori ed esploratori, e a loro viene
attribuita l’invenzione delle prime imbarcazioni. Un dizionario accadico di
termini sumeri contiene non meno di centocinque parole che si riferiscono a
diversi tipi di imbarcazioni suddivise per dimensioni, destinazioni e carico.
Un testo, scoperto a Lagash, fa riferimento ai servizi portuali ed elenca i
materiali che il monarca Gudea aveva importato per costruire, intorno al
2200 a.C., un tempio al suo dio Ninurta. La varietà di questi materiali è
stupefacente, e comprende oro, argento, rame, diorite, corniola e legno di
cedro. In taluni casi questi materiali venivano trasportati da luoghi lontani
ben oltre 1500 km.
In Sumer è stata trovata anche la prima fornace. L’uso di grandi forni, o
fornaci, consentiva ai manufatti di argilla di essere cotti e di ottenere una
particolare elasticità senza che venissero contaminati da polvere o ceneri.
Una tecnica simile veniva adoperata per estrarre metalli quali il rame
utilizzando temperature superiori a 815°C in fornaci chiuse caratterizzate da
scarso ossigeno. Questi cosiddetti procedimenti di fusione divennero
necessari quando il rame allo stato puro cominciò a scarseggiare. Gli studi
compiuti sulle antiche tecniche metallurgiche hanno dato esiti sorprendenti e
anche sconcertanti riguardo alla rapidità con cui il popolo sumero divenne
esperto nella fusione dei metalli e nella loro lavorazione.16 Queste tecnologie
avanzate trovarono pratico impiego appena poche centinaia d’anni dopo
l’avvio di quella civiltà.
Ancor più sorprendente è l’evoluzione nel campo delle leghe metalliche,
che permise ai Sumeri di produrre per primi il bronzo, un metallo che
cambiò il corso della storia umana. Le leghe di rame e stagno furono a loro
volta una conquista di incredibile importanza, per tre motivi: primo, era
necessario adoperare una mistura molto precisa di rame e di stagno (le
analisi compiute sul bronzo sumero hanno evidenziato un rapporto ottimale,
costituito dall’80% di rame e 15% di stagno); secondo, lo stagno non era
reperibile in quantità sufficienti in Mesopotamia; terzo, lo stagno non si
trova allo stato naturale e occorre impiegare delle procedure complesse per
estrarlo dal minerale di cassiterite. Queste non sono procedure tecniche che
si possono scoprire per caso. I Sumeri impiegavano trenta parole diverse
per descrivere le diverse qualità o tipi di rame, e la loro parola per lo stagno,
an.na, significava letteralmente “pietra celeste”, un’ulteriore indicazione che
la tecnologia sumera era un dono degli dèi.

ASTRONOMIA E MATEMATICA

In drastico contrasto con il periodo buio intercorso tra Tolomeo e


Copernico, i Sumeri capirono con chiarezza che la Terra girava intorno al
Sole, e che i pianeti si muovevano mentre le stelle rimanevano fisse. I
documenti indicano che i Sumeri conoscevano i pianeti del sistema solare
molto prima che li scoprisse l’astronomia moderna (vedi Capitolo 7).
Migliaia di tavolette d’argilla, ritrovate a Ninive, a Nippur e in altre
località sumere contengono centinaia di termini astronomici. Alcune di
quelle stesse tavolette contengono anche formule matematiche e tavole
astronomiche grazie alle quali i Sumeri potevano predire le eclissi solari, le
fasi della Luna e i movimenti dei pianeti. Gli studi compiuti riguardo
l’antica astronomia hanno dimostrato la notevole precisione di queste tavole
(note come “effemeridi”). Nessuno sa come abbiano fatto a calcolare dati
così complessi, e sarebbe anche il caso di chiedersi che necessità avevano di
elaborarli.17
Diversi studi hanno indicato che le ziggurat, tipiche dell’architettura
sumera, servivano probabilmente anche per scopi astronomici. Queste
strutture comprendevano una base quadrata con gli angoli perfettamente
allineati rispetto ai quattro punti cardinali della bussola. Uno studioso ha
pertanto fatto presente come fossero ideali per le osservazioni astronomiche:
Ogni livello della ziggurat forniva un punto di osservazione più alto e
pertanto un orizzonte diverso, adattabile alla situazione geografica; la linea
tra gli angoli che puntavano a est e a ovest davano gli orientamenti
equinoziali; i lati gli aspetti solstiziali sia verso levante sia verso ponente,
per il solstizio d’estate e quello d’inverno.18
I Sumeri misuravano il levarsi e il tramontare dei pianeti visibili e delle
stelle all’orizzonte terrestre adoperando un sistema ellittico, come viene fatto
anche oggi. Dobbiamo ai Sumeri anche la divisione del firmamento in tre
fasce: le regioni settentrionali, centrali e meridionali (corrispondenti, nella
terminologia sumerica, alle “via di Enlil”, “via di Anu” e “via di Ea”). Il
concetto dell’astronomia sferica nel suo insieme - compreso il cerchio di
360°, lo zenit, l’orizzonte, l’asse celeste, i poli, l’ellittica, gli equinozi -
comparvero all’improvviso tra i Sumeri.
Le conoscenze sumere su Sole e Luna consentirono a quel popolo di
elaborare il primo calendario di cui sappiamo, un calendario solare e lunare
che iniziò a essere usato a Nippur nel 3760 a.C..19 I Sumeri suddividevano
l’anno in dodici mesi lunari corrispondenti a circa 354 giorni, e poi
aggiungevano undici altri giorni per adeguarlo all’anno solare. Questo
metodo, noto come “intercalazione”, veniva ripetuto ogni anno, sinché i
calendari solare e lunare coincidevano dopo 19 anni.20 Il calendario
sumerico venne dunque elaborato con estrema attenzione in modo da
garantire che giorni importanti quali il Capodanno intervenissero
nell’equinozio di primavera e non arretrassero come succede in altri
calendari.21
È difficile immaginare un calendario più complesso, tant’è vero che quelli
elaborati in seguito si mostrano molto più elementari.22 Può sembrare assai
strano che il calendario più complesso fosse proprio il primo, quello di
Nippur, e d’altronde non c’è dubbio che è così. Anzi, intrigante è tutta la
questione dell’astronomia sumerica, se non altro perché non costituiva una
necessità per una società emergente.
Insieme all’interesse dei Sumeri per l’astronomia si sviluppò il primo
sistema matematico a noi noto. Era estremamente progredito e comprendeva
il concetto di “posto”, in base al quale un numero poteva assumere un
valore diverso a seconda del posto che occupava nella totalità del numero
(così come “1” può significare 1, 10, 100 e via dicendo). Però,
diversamente dal nostro sistema decimale, quello sumerico era
sessagesimale: invece di avere come base 10 aveva come quasi base il 60,
che curiosamente si alternava con il 10, poi il 6, poi il 10 e così via. I
numeri quindi ascendevano secondo questa progressione: 1, 10, 60, 600,
3.600, 36.000, 216.000, 2.160.000, 12.960.000.
Per quanto macchinoso possa sembrare il sistema sumerico basato sul 60,
consentì a quel popolo di dividere in frazioni e di moltiplicare per milioni,
di calcolare radici o di elevare il numero esponenzialmente. Per molti aspetti
è un sistema migliore di quello che ha per base il 10, a motivo del fatto che
il 60 è divisibile per 10 numeri interi, mentre il 100 è divisibile solo per
sette numeri interi. Inoltre, è l’unico sistema perfetto per la geometria, il che
spiega come mai continui a essere usato anche oggi: il cerchio, per esempio,
viene diviso in 360°.
Pochi di noi si rendono conto che dobbiamo al sistema sumerico del 60
non soltanto la nostra geometria, ma anche il nostro modo di misurare il
tempo. L’origine dei 60 minuti l’ora e dei 60 secondi ogni minuto non è
arbitraria, ma è elaborata intorno al sistema sessagesimale. Il sistema
sumerico è evidente anche nella misura delle 24 ore al giorno, dei 12 mesi
l’anno, dei 12 pollici in un piede e della dozzina come unità di misura.
Questa eredità che i Sumeri ci hanno lasciato la troviamo anche nel
moderno sistema che prevede numeri separati e distinti dall’1 al 12, seguiti
da espressioni per 10 + 3, 10 + 4, e via dicendo.
Non dovremmo sorprenderci, a questo punto, apprendendo che anche lo
zodiaco è stata una elaborazione sumerica poi trasmessa ad altre civiltà.
Comunque, i Sumeri non adoperavano lo zodiaco su basi mensili come
facciamo oggi noi per gli oroscopi. Lo adoperavano in un senso
astronomico, basandolo sull’oscillazione della Terra, dividendo il grande
ciclo precessionale di 25.920 anni in dodici periodi o fasi di 2160 anni.
Come possiamo vedere nella figura 9 il viaggio che la Terra compie intorno
al Sole in 12 mesi forma un grande cerchio di 360°. Lo zodiaco venne
elaborato dividendo questo cerchio in dodici parti uguali (case zodiacali) di
30° ciascuna. Le stelle in ciascuna casa vennero quindi raggruppate in
costellazioni a cui fu attribuito un nome. I nomi originari sumerici per
ciascuna di queste case sono ora stati trovati, e dimostrano oltre ogni
ragionevole dubbio che i Sumeri furono i primi ad adoperare lo zodiaco. La
natura dei segni zodiacali (a cui vengono attribuite raffigurazioni stellari
arbitrarie), insieme alla suddivisione in 12, indicano che gli identici zodiaci
adoperati in culture successive e diverse non sono stati elaborati
autonomamente. Diversi studi compiuti intorno al sistema matematico dei
Sumeri ha indicato, suscitando non poca meraviglia, che i numeri sono
intimamente collegati al ciclo precessionale.23 L’insolita struttura alternante
del sistema sessagesimale sumero proietta un’enfasi particolare sul numero
12.960.000 che rappresenta esattamente cinquecento grandi cicli
precessionali di 25.920 anni ciascuno. L’assenza di qualsivoglia
connotazione che non sia astronomica per i multipli di 25.920 e di 2160
può solo suggerirci che siamo in presenza di uno scopo astronomico
preciso.
La scomoda domanda che gli scienziati sinora hanno evitato è questa:
com’è possibile che i Sumeri, la cui civiltà è durata soltanto 2000 anni,
possano avere osservato e registrato un ciclo celeste che è di 25.920 anni? E
perché la loro civiltà iniziò nel bel mezzo di un periodo zodiacale?24 Può
essere un indizio del fatto che la scienza astronomica dei Sumeri fu eredita
degli dèi?

GLI DÈI DEGLI SHEM

Come si spiega che la prima civiltà terrestre abbia mostrato fin dai suoi
esordi un’attenzione ossessiva per lo studio dei cieli? Perché i Sumeri si
presero tanta briga nel costruire ziggurat allineate con i punti cardinali?
Come mai il ruolo dell’astronomo e del sacerdote coincidevano? Inoltre,
perché era per loro tanto importante dividere il ciclo celeste della Terra per
12? È un numero che ci riconduce all’asserzione basilare della civiltà
sumera: «qualsiasi cosa appaia bella, noi l’abbiamo fatta per grazia degli
dèi». E quegli dèi, così come gli dèi ellenici millenni dopo, erano
organizzati in pantheon di 12.
L’influenza degli dèi nella cultura sumera era profonda al punto che un
archeologo si sentì in dovere di commentare: «sono gli dèi che hanno
consegnato la terra al genere umano»,25 mentre il professor Samuel Kramer,
uno dei maggiori studiosi al mondo di cultura sumera, osservò: «con l’aiuto
dei loro dèi, particolarmente di Enlil, il “re del Cielo e della Terra”, i Sumeri
trasformarono una regione piatta, arida e battuta dal vento in un regno
lussureggiante e fertile».26
Naturalmente non dovremmo prendere alla lettera il commento di Samuel
Kramer. Osservazioni del genere le ritroviamo spesso nelle pubblicazioni
accademiche, catalogate quasi senza eccezione come riferimenti alla
mitologia e alla fede religiosa.27 Una fede che, come del resto tutto ciò che
riguarda i Sumeri, era strutturata in modo incredibilmente particolareggiato
e complesso. Tutta l’esistenza dei Sumeri ruotava intorno ai loro dèi, che
venivano considerati esseri immortali ma in carne e ossa. I re venivano
scelti e potevano salire al trono solo con il permesso degli dèi, per ordine
dei quali vennero combattute vere e proprie guerre. Sempre gli dèi
fornirono anche istruzioni specifiche su come e dove costruire e ricostruire i
templi.
Come mai i Sumeri dedicarono migliaia di anni e di uomini alla
costruzione e conservazione di centinaia di templi e di ziggurat dedicati a
questi loro dèi? La spiegazione ufficiale è che si inventarono queste divinità
come reazione psicologica a un ambiente ostile e che appariva loro
incomprensibile. Pertanto, le credenze religiose dei Sumeri vengono
catalogate come classico esempio del bisogno del genere umano di avere
una religione. Risposte così superficiali, però, non spiegano l’origine della
conoscenza scientifica del popolo sumero. Inventarsi degli dèi va bene, ma
inventare la tecnologia per misurare il movimento dei pianeti e delle stelle è
ben diverso.
Se dunque ammettiamo le origini “impossibili” della scienza di Sumer e
di altri misteri del mondo discussi nei primi cinque capitoli di questo libro,
allora comincia a delinearsi una possibile risposta. Può essere che queste
tecnologie “anacronistiche” abbiano tutte un’unica origine? Possiamo
davvero continuare a non dar credito all’asserzione dei Sumeri secondo i
quali la loro civiltà era un dono degli dèi?
Osserviamo dunque un po’ più da vicino questi dèi sumeri. Se a noi il
termine dèi suona strano, non era certo un problema per i Sumeri, che
definivano questi dèi con la parola an.unna.ki, il cui significato letterale è
“Coloro che dal cielo alla terra vennero”.28 Li descrissero anche
pittograficamente come DIN.GIR.
Ma il termine DIN.GIR cosa significa? Nel 1976 Zecharia Sitchin
pubblicò uno studio etimologico particolareggiato di questo e di altri termini
adoperati dai Sumeri e da civiltà successive per descrivere i razzi e i veicoli
aerei degli dèi.

Fig. 10. Segni pittografici sumeri.


Il segno pittografico per gir (fig. 10a) è un’immagine che viene di solito
interpretata come raffigurante un oggetto tagliente, ma si può intenderne
meglio il significato osservando il segno per ka.gir (fig. 10b) che parrebbe
mostrare il gir di forma aerodinamica contenuto in una camera sotterranea.
Il segno per la prima sillaba din (fig. 10c) non ha molto senso se non
quando la si unisce al gir per formare din.gir (fig. 10d). Le due sillabe
insieme diventano chiare e rappresentano, per adoperare le parole di
Sitchin:
[...] una vera navetta spaziale con razzo propulsore, munita di un modulo
di atterraggio perfettamente agganciato: un meccanismo, dunque, non
dissimile da quello dell’Apollo 11.29
Così come nei razzi propulsori dell’Apollo, nel segno pittografico din.gir
possono essere osservate tre sezioni: più in basso l’unità di propulsione con
i motori principali, poi lo stadio mediano per i rifornimenti e l’equipaggio,
quindi lo stadio superiore con il modulo di comando. Il significato
complessivo di din.gir, tradotto di solito in “dèi”, può meglio essere inteso
grazie alla traduzione che ne ha fatto Sitchin: «I puri dei razzi
fiammeggianti».30
Lo studio di Sitchin individua anche un secondo e diverso tipo di veicolo
aereo. Mentre il gir sembra descrivere una nave dotata di razzi per i viaggi
oltre l’atmosfera terrestre, un diverso veicolo, definito come mu, era
impiegato per volare all’interno dell’atmosfera terrestre. Sitchin indica che il
termine originale shu-mu significa «ciò che è un mu»; in seguito questo
termine è stato riproposto nel linguaggio semitico con la parola shem (e con
la sua variante sham). Attingendo a precedenti studi di G. Redslob, 31 Sitchin
spiega che i termini shem e shamaim (quest’ultimo significa “cielo”)
provengono entrambi dal radicale shamah, che significa «ciò che va verso
l’alto».32
Siccome la parola shem ha anche il significato di «ciò che consente di
essere ricordati», finì con il venire tradotto con il termine “nome”. Pertanto,
la traduzione di una scritta trovata nel tempio di Gudea è «il suo nome
riempirà i territori»,33 mentre, più letteralmente, dovrebbe leggersi come «il
suo mu abbraccerà i territori da orizzonte a orizzonte». Intuendo che shem o
mu possono indicare un oggetto, taluni studiosi hanno preferito sorvolare
sulla traduzione di questo termine.
Anche la Bibbia ha tradotto la parola shem in “nome” e ha quindi
mascherato il significato originario del testo. Un esempio particolarmente
importante di ciò, evidenziato da Zecharia Sitchin, lo troviamo nella storia
biblica della Torre di Babele. Se noi traduciamo shem in “veicolo celeste”,
la storia contenuta nella Genesi (il significato della quale ha sempre destato
perplessità negli studiosi) comincia ad assumere un significato assai diverso:
Si dissero quindi gli uni agli altri: «Venite facciamo dei mattoni e
cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume servì loro da
calce. Dissero ancora: «Venite, fabbrichiamoci una città con una torre la cui
cima tocchi il cielo; facciamoci così un veicolo celeste per non disperderci
sulla faccia della terra».34
Il corretto significato di shem proietta luce nuova anche su un altro brano
della Genesi che ha sempre lasciato perplessi gli esperti e che è importante
per il nostro studio degli dèi. Qui la traduzione ortodossa di shem in
“nome” è sostituita dal termine “rinomato”, concetto che trae spunto dal
fatto che se una persona rende onorato il proprio nome diviene “rinomato”.
Il brano che segue comprende anche un accenno ai misteriosi Nefilim, un
termine ebraico spesso mal tradotto in “giganti” ma che in realtà proviene
da un radicale il cui significato è “coloro che sono discesi”.35 Questo
significato corrisponde da vicino alla parola sumerica an.unna.ki ovvero
“Coloro che dal cielo sulla terra giunsero”.
Quando gli uomini cominciarono ad aumentare di numero sulla terra e
cominciarono ad avere figlie, i figli di Dio videro che queste figlie degli
uomini erano belle, e così sposarono tutte quelle che vollero scegliere [...] i
Nefilim erano in quei giorni sulla terra, e anche in seguito, quando i figli di
Dio si recarono presso le figlie degli uomini ed ebbero figli da esse. Erano
gli eroi dell’antica storia, uomini rinomati36 (il corsivo è mio).
Quindi, i Nefilim non erano gli uomini rinomati, bensì “il popolo dello
shem”, gli dèi dei veicoli celesti.
Questo è soltanto un ennesimo esempio della confusione linguistica che
vorrei prendere in considerazione, e che riguarda il male inteso legame tra
gli dèi e i corpi celesti. L’associazione fatta a suo tempo tra dèi e Sole, Luna
e pianeti visibili ha consentito agli studiosi di bollare gli dèi in carne e ossa
come personaggi di miti primitivi. Un esempio classico è la confusione
sorta a proposito del culto al dio Sole sviluppatosi sia nell’antico Egitto sia
nel Vicino Oriente.
Secondo la leggenda greca, Helios era un dio del Sole che su una biga
attraversava il firmamento. I Greci rinominarono la città sacra egizia di
Leopolis in suo onore, chiamandola Heliopolis: “la città di Helios”. Nel
Vicino Oriente il medesimo nome, Heliopolis, venne attribuito dai Greci alla
città di Baalbek. Gli storici definiscono l’antica fede religiosa di queste due
città sacre come una forma primitiva di culto a Helios/Sole. Ma proviamo a
guardare più da vicino da dove proviene la leggenda di Helios, il dio del
Sole.
Entrambe le città di Heliopolis rappresentavano località importanti per gli
dèi, per motivi che chiariremo nel Capitolo 8; entrambe erano legate a un
dio noto agli Accadi come shamash. I testi Sumeri lo chiamano utu - un dio
che controllava le località dedicate agli shem e alle “aquile”.37 Il nome
shamash, quando viene scritto shem-esh, assume il significato di “fuoco
shem” e pertanto viene spesso tradotto in “colui che è risplendente come il
sole”. Il nome sumero utu significa effettivamente “colui che splende”,
mentre i testi mesopotamici descrivono Utu/shamash come “innalzarsi” e
“attraversare i cieli”.38 Non è difficile capire come i resoconti di queste
traversate possono essere stati successivamente male interpretati e dunque
associati al movimento giornaliero del Sole.

ENKI ED ENLIL

È arrivato il momento di sollevare il velo della mitologia e di dare una


identità ad alcuni dei componenti chiave del pantheon sumerico di dèi in
carne e ossa.
Negli ultimi cento anni gli studiosi sono rimasti travolti dall’abbondanza
di testi epici recuperati in Mesopotamia dagli archeologi, e hanno intrapreso
sforzi meticolosi e caparbi per ricomporre testi a volte riportati alla luce solo
in forma frammentaria: spesso i testi originari sumerici sono stati integrati
da versioni più tarde ma analoghe contenute in testi accadici, un
procedimento che ha permesso di ricostruire completamente molte delle
antiche storie. Il risultato è un quadro coerente e particolareggiato di dèi
aventi sembianze ed emozioni simili a quelle dell’uomo, profondamente
coinvolti nelle vicende del genere umano. Gli studiosi non hanno pertanto
più potuto sollevare dubbi sul fatto che l’origine di storie greche come
quelle che si riferiscono a Zeus, all’Olimpo e al pantheon delle dodici
divinità scaturisca dalla tradizione sumerica.
I nomi, le parentele familiari, i poteri e i ruoli degli dèi sumeri sono
emersi dai calcinacci archeologici formando un quadro altamente
particolareggiato. Ogni grande città sumera era associata a uno e talvolta a
due dèi. Se passiamo in rassegna queste località incontriamo i nomi più
importanti, ai quali venivano dedicati gli edifici religiosi: Enki a Eridu, Anu
e Inanna a Uruk, Nannar a Ur, Enlil a Nippur. Questi stessi nomi, o i loro
equivalenti accadici, rispuntano fuori volta dopo volta nelle città assire e
babilonesi di epoche successive. È evidente che questi nomi riflettevano ciò
che gli uomini percepivano di quegli dèi; le denominazioni per ciascuno
variavano a seconda che si volesse fare riferimento a un particolare attributo
o potere da essi esercitato.
Il padre degli dèi veniva chiamato an (o Anu in lingua accadica), che
significa “cielo”. Questo nome è conservato oggi nella parola latino-inglese
annum. an influenzava da lontano la storia sulla Terra, giacché risiedeva in
“cielo” e compiva soltanto qualche occasionale visita insieme alla sua sposa
Antu. Il suo tempio, a Ur, era chiamato il e.anna, ovvero “casa di an”. I
Sumeri lo chiamavano talvolta “la casa per la discesa dal cielo”. Nell’epoca
in cui gli dèi assegnarono per la prima volta a un uomo il ruolo di re (fu la
nascita di quelle che anche oggi chiamiamo dinastie reali), il tempio veniva
chiamato “nave-Anu”.
Anu aveva due figli che vennero sulla Terra. Sebbene fossero fratelli, a
volte si scontravano ed erano molto rivali tra loro. Enki, il primogenito, fu il
primo a governare sulla Terra, ma poi venne sostituito per ordine di Anu
dal secondogenito Enlil. Possiamo vedere le antiche raffigurazioni degli dèi
Enki ed Enlil (seduti) nelle figure 11a e 11b rispettivamente, dove appare
evidente la loro natura di persone in carne e ossa e il loro aspetto umano. La
rivalità tra i due fratelli scaturiva dalle regole di successione in vigore tra gli
dèi, basate sul concetto di purezza genetica. Enlil, nato da Anu e dalla sua
sorellastra, preservava i geni paterni per linea maschile assai più di Enki.39
Questa consuetudine di sposare le sorellastre oggi ci appare piuttosto
incestuosa, ma non è stato sempre così. Per esempio, era pratica comune
nelle dinastie reali egizie, mentre nella Bibbia anche Abramo si vanta del
fatto che sua moglie era anche sua sorella.40 L’origine di questa pratica va
indubbiamente ricercata nell’ambito degli dèi, e ne spiegherò i presupposti
scientifici in uno dei capitoli successivi.
Il nome en.lil viene di solito tradotto in “Signore del vento”, soprattutto
da quegli studiosi che desiderano sminuire le credenze sumere definendole
mitologia. Ma una traduzione più letterale è “Signore del comando”,41 un
nome confacente a colui che divenne il dio più importante sulla Terra e che
aveva l’autorità di attribuire a degli uomini il titolo di re.

Fig. 11. Antiche raffigurazioni dei due figli di Anu: Enki (a) ed Enlil (b)
che vennero sulla Terra. I due dèi sono seduti sui loro troni e ricevono
offerte.
La città di Enlil era Nippur, nella quale venne eretto un magnifico e.kur,
una “casa come una montagna”,42 che alloggiava delle attrezzature
misteriose in grado di scrutare i cieli e la terra. I ruderi alti cinque piani
possono essere visti a circa 160 km a sud di Baghdad.
Suo fratello en.ki - nome che significa “Signore della Terra” - era noto
anche come e.a, “colui la cui casa è acqua”.43 La sua città era Eridu, che si
affacciava sull’acqua laddove il Tigri e l’Eufrate si incontrano per
immettersi nel Golfo Persico. Era l’ingegnere capo e il principale scienziato
degli dèi, uno dei grandi benefattori del genere umano. Spesso difendeva
l’uomo nelle assemblee degli dèi, e salvò Noè e la sua famiglia dal Grande
Diluvio.
Come mai Enki era così disponibile nei confronti del genere umano?
Secondo i Sumeri, proprio lui aveva avuto un ruolo basilare nella creazione
dell’uomo.44 Sebbene gli studiosi considerino tutto questo mitologia, i
Sumeri credevano fermamente che gli dèi avessero creato l’uomo affinché
lavorasse in loro vece. I testi antichi descrivono una rivolta degli dèi a
motivo del troppo lavoro a cui erano costretti (l’esatta natura di questo
lavoro sarà discussa nel Capitolo 14). Fu Enki a sbloccare la situazione
proponendo di creare un lavoratore primitivo e «di affiggervi l’immagine
degli dèi» affinché potesse esercitare intelligenza sufficiente all’uso di
utensili e a seguire le direttive.
Enki venne coadiuvato nella creazione dell’uomo dalla sua sorellastra
nin.har.sag, un nome che significa “Signora della montagna principale”. 45
Era la responsabile dei servizi sanitari degli dèi, e da qui proviene uno dei
suoi soprannomi, nin.ta, che significa “Signora Vita”. Lei ed Enki assieme
eseguirono degli esperimenti genetici, ottenendo successi e insuccessi. I testi
raccontano che Ninharsag a un certo punto produsse un uomo incapace di
trattenere l’urina, una donna incapace di procreare e un altro essere privo di
organi sessuali. Anche Enki conobbe dei fallimenti, tra i quali un uomo di
scarsa vista, dotato di mani che tremavano continuamente, di un fegato
malato e di cuore debole. Ora che nel XX secolo abbiamo decodificato il
genoma umano possiamo meglio capire l’entusiasmo e il senso di potere di
Ninharsag, la quale in un testo esclama: «Quanto buono, quanto cattivo è il
corpo di un uomo? Così come mi suggerisce il cuore, io posso rendergli il
destino o buono o cattivo».46
Alla fine venne creato l’uomo perfetto. Ninharsag esclamò: «L’ho creato!
Le mie mani l’hanno creato!». Un testo dichiara in modo assai esplicito che
Ninharsag diede alla nuova creatura «una pelle simile alla pelle di un dio».
Avendo dunque perfezionato l’uomo ideale dotandolo di un cervello più
voluminoso, dell’abilità di adoperare mani e dita e di una pelle liscia, il
passo successivo era semplice: adoperare la clonazione - oggi un
procedimento scientifico stabilito - per produrre un esercito di operai
primitivi. Questo evento fantastico venne consegnato alla memoria d’ogni
tempo tramite il simbolo di Ninharsag, lo strumento a forma di ferro di
cavallo adoperato per tagliare il cordone ombelicale, uno strumento che
veniva appunto impiegato dalle levatrici nell’antichità. Divenne anche nota,
Ninharsag, come la “dea madre”, e in quanto tale fu venerata in numerosi
culti religiosi del mondo antico. Gli archeologi per molto tempo si sono
chiesti a cosa si riferisse la rappresentazione sacra della forma femminile
gravida presente nelle prime società umane.
Nel primo capitolo ho spiegato il significato di termini quali
“argilla/polvere”, “costola” e dell’essere appena creato che i Sumeri
chiamavano appunto lu.lu, un termine che ha il significato letterale di “Colui
che è stato mescolato”. Alla luce delle profonde contraddizioni che
caratterizzano il discorso sull’evoluzione del genere umano (vedi Capitolo
2) il resoconto dei Sumeri assume un significato illuminante. Possiamo
dunque pensare davvero che 200.000 anni fa Enki impresse l’immagine (la
forma genetica originaria) degli dèi nell’Homo erectus, il quale di
conseguenza compì un incredibile balzo evolutivo diventando Homo
sapiens? Uno studio assai particolareggiato dei testi antichi suggerisce che
ciò è esattamente quel che accadde.47

LE GUERRE DEGLI DÈI

Il nome Sumer veniva scritto ki.en.gir, 48 che significa “Terra dei Signori
dei Razzi” ma anche “Terra dei Guardiani”. Quest’ultimo termine è
praticamente identico alla parola neter (ntr) che gli Egiziani attribuivano ai
loro dèi.49 Sono attribuzioni che indicano chiaramente il ruolo degli dèi in
quanto guardiani o signori del genere umano. Gli studiosi sono sempre stati
inclini a vedere le civiltà sumera ed egiziana indipendentemente l’una
dall’altra, ma come avremo modo di capire, la preistoria del genere umano
non conosce confini di questo genere.
Una delle più conosciute e affascinanti leggende egizie riguarda Osiride e
Iside. Sebbene questa leggenda sia generalmente considerata un mito, taluni
importanti studiosi hanno di quando in quando ipotizzato che possa basarsi
su eventi storici. Secondo Manetone, sacerdote egiziano e storico del III
secolo a.C., il dio Osiride e la sua sorella-moglie Iside regnavano sull’Egitto
settentrionale più di 6000 anni prima dell’inizio della civiltà. Come avremo
modo di vedere, la tragica storia di Osiride proietta molta luce sull’evento
chiave della preistoria umana.
Questa vicenda drammatica ebbe inizio quando Osiride fu ingannato da
suo fratello Seth, che lo convinse a sdraiarsi in un’ampia cassa che poi
chiuse e gettò nel mare. Iside, sopraffatta dal dolore, si mise in cerca del suo
sposo scomparso. Allora un “vento” divino la informò che la cassa era stata
trasportata sulle rive di Biblo in Libano. Mentre lei attendeva che il dio
Thoth intervenisse per fare resuscitare il corpo di Osiride, Seth ricomparve
e smembrò il corpo del fratello in quattordici pezzi che poi sparpagliò su
tutto il territorio egiziano. Iside si rimise in cerca del marito e alla fine riuscì
a trovare tutte le parti del corpo fuorché il pene. Talune leggende
raccontano che Iside allora seppellì le parti laddove le aveva trovate, mentre
altre dicono che le riunì insieme avviando così la tradizione della
mummificazione. La storia prosegue con quello che appare essere il
resoconto di una procedura di clonazione, laddove Iside estrae l’“essenza”
dal corpo di Osiride e l’adopera per autofecondarsi. In seguito, mette
segretamente alla luce il figlio Horo, che divenuto adulto ritorna per
vendicare la morte di suo padre.
La storia di Horo e del disco alato con cui dà battaglia a Seth è un
ulteriore affascinante esempio delle tecnologie impiegate in tempi molto
antichi, e merita di essere esaminato più attentamente.50 La battaglia si
conclude con la sconfitta e con l’esilio di Seth, un dio che da allora viene
identificato con il caos.
Prima del 1976 le storie egiziane e mesopotamiche venivano studiate
separatamente, quasi sempre da un punto di vista mitologico. Poi lo
studioso Zecharia Sitchin cominciò a leggere le traduzioni per quel che
dicevano, le mise insieme, le collegò e ne ricavò una coerente e credibile
sequenza di eventi.51 Nel far questo, portò la mitologia egiziana al livello di
cronistoria del periodo più antico dell’umanità, e mostrò come il conflitto
tra Horo e Seth sia sfociato in una guerra feroce tra gli dèi seguaci di Enlil e
quelli che obbedivano a Enki.
Come mai quest’odio tra i due fratelli Osiride e Seth? Applicando le
norme di successione riscontrate nei racconti sumerici, Sitchin dimostrò che
sposando Iside, Osiride aveva efficacemente impedito al suo rivale Seth di
figliare un erede proprio con quella loro sorellastra. Sino a quel momento la
rivalità tra Osiride e Seth era stata risolta mediante la spartizione del
territorio egiziano. Poi, Osiride aveva fatto in modo che fosse un figlio suo
e non di Seth a diventare il futuro monarca di tutto l’Egitto.
Come mai la sconfitta di Seth a opera del vendicatore Horo sfociò in una
guerra totale tra gli dèi egiziani e gli dèi orientali della Mesopotamia? La
chiave per interpretare il conflitto sta nella divisione dei territori e nelle
località strategiche spartite tra i due divini fratelli Enlil ed Enki. I testi
dichiarano che dopo il diluvio - un vero e proprio evento storico secondo i
Sumeri - la Terra venne suddivisa in regioni: una zona neutra degli dèi sulla
penisola del Sinai, affidata alla dea madre Ninharsag; le terre africane
supervisionate dagli dèi fedeli a Enki; e le terre dell’Asia, in particolare della
Mesopotamia e del Levante,52 governate dagli dèi seguaci di Enlil.
Come ha dimostrato Zecharia Sitchin, questa suddivisione territoriale
conferma la leggenda di un grande dio chiamato Ptah il quale arrivò in
Egitto da oltremare e si assunse il compito di bonificare le terre liberandole
dall’acqua. È per questo che gli antichi Egizi chiamarono il loro paese “la
terra innalzata”. Tutto lascia pensare, che quel dio fosse Enki.53
È importante qui notare a questo punto che i discendenti del figlio di Noè,
Cam, vennero destinati dagli dèi di Enki alle terre africane, mentre le terre
del Vicino Oriente e dell’Asia settentrionale furono affidate agli altri due
figli di Noè, Sem e Iafet.54
È stato suggerito da Zecharia Sitchin che la misteriosa maledizione di
Canaan, il nipote di Noè (figlio di Cam, vedi Genesi 9), ha a che fare
proprio con la divisione delle terre.55 Gli studiosi sono sempre rimasti
sconcertati da questa storia biblica la quale, pur di ardua interpretazione,
appare essere importantissima. Un commentatore osserva che Genesi 9
«riferisce una qualche abominevole azione in cui Canaan sembra essere
implicato».56 Citando l’apocrifo Libro dei Giubilei, Sitchin ipotizza che
l’azione abominevole compiuta da Canaan consistesse nell’essersi
allontanato dai territori a lui assegnati: «Canaan vide i territori del Libano
sino al fiume dell’Egitto, vide che erano molto buoni [...] non andò dunque
nella terra da lui ereditata a occidente del mare; abitò la terra del Libano, a
oriente e a occidente del Giordano».57
Ma come poté disobbedire tanto facilmente alle direttive ricevute dagli dèi
che assegnavano le terre alla stirpe camitica? Spiega Sitchin che il suo
comportamento non sarebbe certo stato possibile senza la connivenza di un
qualche importante “dio”. Ed è pertanto assai probabile che l’azione
abominevole di Canaan coincise con l’occupazione territoriale da parte del
dio Seth e dei suoi seguaci in fuga dopo lo scontro con Horo.
Secondo Zecharia Sitchin, fu questa occupazione illegale della terra
affidata agli Enliliti che condusse alla guerra, con la conseguenza che gli
Enliliti scacciarono gli dèi Enkiti da Canaan. Questa guerra è descritta in
numerosi testi sumerici, accadici e assiri che gli studiosi riuniscono sotto
l’etichetta di “miti di Kur”. A questa guerra alludono anche taluni testi
religiosi egizi, uno dei quali ricorda «Seth il ribelle in quel giorno della
tempesta sopra le due terre».58 Ma ben lungi dall’essere dei miti, questi
racconti rappresentano una vera e propria cronaca di eventi cruciali nella
storia dell’uomo quando per la prima volta venne chiamato a combattere
per le proprie divinità.
L’eroe del clan enlilita era il dio Ninurta, il primogenito di Enlil, che
guidò i suoi nella battaglia in un “uccello della tempesta” dotato di armi
potenti. Aiutato da suo fratello Ishkur e da sua nipote Inanna, sconfisse le
forze avversarie guidate a loro volta dal “grande serpente”. I testi
descrivono uno scontro bellico probabilmente più violento di quanto
previsto, che ebbe come conseguenza lo spietato sterminio di eserciti umani
nei territori africani.59 La battaglia ebbe come ultimo palcoscenico l’e.kur, la
“Casa come una montagna”, in cui si rifugiarono gli dèi enkiti, guidati da
Enki, Râ e Nergal (e in seguito raggiunti da Horo). Sebbene al sicuro dietro
il potente scudo protettivo di Ekur, gli Enkiti erano a tutti gli effetti sotto
assedio, con scarso cibo e poca acqua.
Come si spiega che un gruppo di dèi scatenasse una guerra così crudele e
sanguinosa contro altri dèi loro simili? Anzitutto, dobbiamo considerare il
profondo antagonismo che divideva la progenie di Enlil da quella di Enki.
Come già abbiamo spiegato, il primogenito Enki era particolarmente geloso
di suo fratello Enlil, erede confermato di Anu. Occorre anche ricordare che
quando gli dèi scesero per la prima volta sulla Terra (millenni e millenni
prima che al genere umano, a Sumer, venisse concesso di regnare e di
creare civiltà), Enki venne sostituito con Enlil e, come spiega il testo
dell’epica Atra-Hasis, mandato in una regione detta “Abzu”. Come avremo
modo di approfondire in uno dei capitoli successivi, la parola Abzu
descriveva i territori africani, Egitto compreso. Enki era ricolmo di
risentimento per essere stato destituito e relegato nelle terre dell’Africa.
Il secondo importante aspetto all’origine del conflitto stava
nell’importanza delle terre che Seth aveva occupato. Come vedremo nel
Capitolo 8, queste erano di importanza strategica per gli dèi che
progettavano di costruirvi nuovi insediamenti per i loro shem e le loro
aquile, così da sostituire quelle distrutte dal grande Diluvio. Le località
scelte comprendevano un territorio su cui sarebbe sorta la città di
Gerusalemme, e includevano anche la penisola del Sinai.
La guerra terminò con una resa umiliante e con conferenza di pace
imposta, che ebbe ripercussioni determinanti per il futuro. Quanto a Canaan
e al suo clan, l’Antico Testamento racconta che invece di essere rispediti nei
territori a loro originariamente assegnati, ebbero il permesso di rimanere in
Vicino Oriente ma con ruoli inferiori, 60 cioè come servi del popolo semita.61
Venne inoltre deciso che le terre di Iafet sarebbero state ampliate.62
INANNA, DEA DELL’AMORE E DELLA GUERRA

Una delle divinità più importanti del Vicino Oriente era una dea che i
Sumeri conoscevano come in.anna (che significa “beneamata di Anu”). Le
sue promiscuità amorose erano argomento di conversazione tra gli antichi
scribi, e i suoi attributi fisici estremamente popolari presso gli antichi artisti.
Sono stati trovati centinaia di testi che raccontano le imprese amorose di
Inanna, uno dei migliori esempi è l’Epopea di Gilgamesh. In quanto dea
archetipo dell’amore, è conosciuta in tutte le antiche civiltà sia pure con
nomi diversi. Per gli Assiri e i Babilonesi era Ishtar, per il popolo di Canaan
era Astarte, per i Greci Afrodite e per i Romani Venere. Secondo i testi
sumerici era figlia di Nannar, nipote di Enlil e discendente di Anu. Era nota
anche con una varietà di soprannomi tra i quali ir.ni.ni, “Signora forte dal
dolce profumo”.
Le passioni sessuali di Inanna trovavano l’eguale soltanto nella sua abilità
sui campi di battaglia, tanto che divenne nota come la dea archetipo della
guerra oltre che dell’amore, e per molti aspetti queste due qualità andavano
a braccetto. La sua storia, raccontata da Sitchin in The Wars of Gods and
Men, è una vicenda drammatica che inizia con il matrimonio con Dumuzi,
figlio di Enki. Non possiamo essere certi se sia stato un matrimonio
d’amore o un tentativo di Inanna di ottenere potere nelle terre rivali degli
Enliliti. In quell’epoca antichissima, il potere tra gli Enliliti era sicuramente
nelle mani dei maschi. Non occorre essere dei femministi per comprendere
quanto potessero risultare frustrate le ambizioni di Inanna. Suo nonno Enlil
era il capo di ogni cosa; suo fratello Utu deteneva il comando nella località
chiave di Gerusalemme; suo padre Nannar comandava sul Sinai e suo zio
ish.kur (significa “Terra della lontana montagna”) era responsabile
dell’importante località di Baalbek. Quanto a lei, nella terra di Sumer
comandava solo sulla città di Uruk, che a quel tempo non aveva particolare
importanza.
Poco dopo il suo matrimonio con Dumuzi, Inanna lo sollecitò a
procurarsi un erede mediante il tradizionale sistema della sorellastra, che in
questo caso si chiamava Geshtinanna, un gesto certamente motivato dalle
norme degli dèi riguardo gli eredi.63 Quando la sorellastra rifiutò, Dumuzi,
preso dalla rabbia, le usò violenza: un’offesa grave perfino per gli dèi che a
quel tempo avevano una condotta piuttosto liberale.64 Râ, il fratello più
anziano di Dumuzi, che non vedeva di buon occhio quel legame con la dea
rivale Inanna, ordinò il suo arresto. Il dramma della cattura, fuga e
sfortunata morte di Dumuzi è narrato nel testo sumerico Il suo cuore era
colmo di lacrime. Inanna andò in Africa (il “mondo inferiore”) e questo suo
viaggio è raccontato in uno dei testi sumerici più famosi, copiato
diligentemente dagli antichi scribi. La tavola 71 mostra una tavoletta della
versione accadica.
La morte di Dumuzi e la collocazione dell’Africa nel “mondo inferiore”
(cioè nell’emisfero meridionale) hanno naturalmente fatto pensare che la
“discesa” di Inanna fosse un viaggio mitologico nell’aldilà, nel regno dei
morti.65 Questa interpretazione è stata consolidata da leggende che narrano
come fosse, quello, un luogo da cui gli uomini non ritornavano, ma nel
caso di Inanna era una terra dei vivi da cui tornò eccome! La furibonda
Inanna attribuì a Râ la colpa della morte di suo marito, e volle vendicarsi.
Sappiamo da uno dei testi che Râ si rifugiò dentro una “montagna” descritta
come e.bih, “Residenza del richiamo dolente”;66 un altro testo la descrive
come quell’e.kur in cui gli dèi enkiti erano stati assediati da Ninurta.
Zecharia Sitchin, una volta ancora, toglie il velo al mito e ci racconta un
evento storico - il conseguente processo di Râ, la sua prigionia in e.kur
senza cibo e acqua e la successiva sua fuga.
Sussistono pochi dubbi intorno al fatto che Inanna si riempì di rancore e
di amarezza per la morte di Dumuzi e per il brusco arresto impresso alle sue
ambizioni africane. Il suo premio di consolazione, come suggerisce Sitchin,
consistette nella gestione a lei affidata di una nuova civiltà nella valle
dell’Indo (il moderno Pakistan).67 Questa misteriosa civiltà attecchì in
diverse località intorno al 2800 a.C. per poi fiorire intorno al 2500 a. C..68
Ciò che più colpisce di questa cultura, nota come Harappan, è la sua
omogeneità, per esempio nell’architettura, nell’arte della ceramica, nel
sistema religioso. Le sue città principali, Harappa e Mohenjodaro, erano
organizzate urbanisticamente in una maniera che ha portato gli archeologi a
pensare che «fossero concepite nella loro interezza ancor prima di essere
costruite».69 È significativo il fatto che le credenze religiose di quella civiltà
erano assai diverse da quelle sumeriche ed egizie che adoravano numerosi
dèi. Invece, gli Harappani adoravano un’unica dea femminile (tav. 72 ), la
cui descrizione reca una straordinaria somiglianza a immagini che si
riferiscono alla dea Inanna.
Ma Inanna si stancò ben presto delle sue nuove responsabilità e tornò a
dare attenzione a Sumer. Durante una visita a Enki nella sua residenza di
Abzu, lo fece ubriacare e lo ingannò inducendolo a consegnarle certi oggetti
sacri noti come “me”.70 Esattamente cosa fossero questi oggetti non lo
sappiamo, comunque conferirono a Inanna grande sapienza e molto
potere.71 Mentre la sua civiltà di Harappan era tutta impegnata a riparare i
danni derivanti dalle ricorrenti alluvioni, la città sumera di Inanna, Uruk,
diventò all’improvviso potentissima e Inanna stessa divenne una dea di
primo piano.
Fu allora, secondo gli antichi testi, che Inanna trovò l’uomo che era
destinato a diventare lo strumento delle sue ambizioni, colui che fondò la
città di Agade e successivamente l’Impero accadico. Quest’uomo era
Sargon il Grande, vissuto intorno al 2400 a.C. Stava per avere inizio l’era di
Inanna, e sia in amore sia nella guerra questa dea si sarebbe confermata più
che mai pericolosa.

SUMER È ATLANTIDE?

Cosa pensare della civiltà sumera e delle sue favolose cronache degli dèi?
Sumer non ci colpisce come fanno le piramidi egizie - le sue antiche
ziggurat sono ormai dei cumuli pressoché informi - ma il lascito della
tecnologia sumera continua a influenzarci al di là del tempo. Ogni volta che
guardiamo l’orologio, dovremmo pensare al sistema matematico sumerico
del 60 e alla sua provenienza dalla scienza astronomica di Sumer. Quando
guidiamo l’automobile, dovremmo ricordarci la prima ruota sumera. E in
tutte le nostre istituzioni dovremmo intravedere l’eredità dei Sumeri. Quelle
migliaia di piccole tavolette sumere che se ne stanno tranquillamente nei
nostri musei ci raccontano la storia con più lucidità dei geroglifici esibiti in
Egitto. E quella che ci narrano è una storia coinvolgente e consistente, che
rischiara persino gli anfratti più scuri del genere umano.
Proviamo a esaminare taluni fatti. Anzitutto è una realtà archeologica che
la civiltà sumera nacque improvvisamente, quasi 6000 anni fa. In secondo
luogo, è un fatto che i Sumeri avevano raggiunto un incredibile livello di
conoscenze scientifiche, le quali non sembrano essere il risultato di una
evoluzione nel tempo (chi, per esempio, era in grado di osservare e di
capire il ciclo precessionale dei 25.920 anni?). Terzo, i Sumeri spiegavano
ogni cosa nel contesto dei loro dèi. Quarto, i racconti Sumerici di dèi in
carne ed ossa trovano una eco in quelli ebraici di Yahweh e in quelli
egiziani di Râ, per non parlare dei cosiddetti miti provenienti dal
Sudamerica e dal resto del mondo.
Di fronte a quali alternative ci troviamo?
O i Sumeri hanno detto la verità, oppure hanno mentito.72 Se i Sumeri
hanno mentito (o si sono comunque lasciati andare alla fantasia), allora
dobbiamo comunque spiegare dove abbiano potuto acquisire la loro
tecnologia. Se i loro maestri non sono stati degli “extraterrestri”, vuol dire
che erano terresti. Il che implica una civiltà ancora più antica, e qui forse il
riferimento va all’idea della perduta civiltà di Atlantide, che si dipanò per
decine di migliaia di anni prima di venire spazzata via da un cataclisma. Ci
troviamo allora di fronte a una scelta semplice: o gli dèi o Atlantide.
Proviamo a esercitare un po’ di buon senso. Anzitutto, se i maestri dei
Sumeri furono gli abitanti di Atlantide, loro da dove provenivano? Rimane
da risolvere, comunque, il mistero dell’Homo sapiens, cosa che invece i
Sumeri spiegano benissimo. In secondo luogo, non esiste alcuna prova
diretta dell’esistenza di Atlantide, soltanto molte ipotesi e un mito
raccontatoci dal filosofo greco Platone. La dimostrazione dell’esistenza di
Atlantide, basata su tradizioni orali che risalgono al 350 a.C., sono
infinitamente meno determinanti delle prove fornite dai testi sumerici
rimasti sepolti e indisturbati sin dal 2000 a.C. Infine, se anche dovessimo
trovare sotto i mari le vestigia di Atlantide, potremmo addirittura
individuare testi indicanti che anche quella civiltà adorò dèi in carne e ossa
chiamati Anu, Enlil ed Enki.
Nei precedenti capitoli abbiamo esaminato diversi esempi di tecnologie
antiche; li abbiamo incontrati in mappe del lontano passato, nelle piramidi,
in diverse altre costruzioni e nei loro allineamenti astronomici. Questi
ragionamenti vengono affrontati anche dai sostenitori della teoria di
Atlantide, una teoria secondo la quale tutto può essere spiegato in chiave di
una perduta civiltà. Ma giunti a questo punto, cioè al Capitolo 6, dobbiamo
prendere le distanze dai partigiani di Atlantide, giacché è intenzione di
questo libro limitarsi alle prove certe, tralasciando miti, dicerie o congetture.
Come possiamo, piuttosto, adottare un approccio scientifico per trovare
conferme alle cronache di Sumer riguardanti gli dèi? Come ebbe a dire il
celebre Carl Sagan: «Una dimostrazione del tutto convincente di trascorsi
contatti con una civiltà extraterrestre sarà sempre difficile da provare sulla
base unicamente di testi».73
I capitoli che seguiranno si concentreranno dunque su prove fisiche in
grado di confermare i testi dei Sumeri. Ci sono diversi interrogativi cruciali
che dobbiamo porci.
Il primo è questo: «Da dove arrivarono gli dèi?». A questa cruciale
questione viene data priorità nel capitolo che segue.
La seconda domanda è: «Quali prove fisiche sorreggono i resoconti
sumerici della presenza di dèi sulla Terra?». Questa domanda viene discussa
nei Capitoli dall’8 al 10.
Il terzo interrogativo: «Qual era l’obiettivo degli dèi?» Lo affrontiamo nel
Capitolo 14.
Il quarto e più arduo interrogativo riguarda la presunta immortalità degli
dèi. La possibilità che l’idea della loro immortalità abbia origine nella loro
longevità è esaminata nei Capitoli 12 e 13, e si basa sulle scoperte più
recenti della genetica.
Infine, allo scopo di stabilire il ruolo degli dèi in carne e ossa nell’ambito
della storia umana, dobbiamo poter disporre di una cronologia che leghi
insieme i diversi eventi in una forma che esca indenne dal più rigoroso degli
esami. Il criterio per una simile cronologia è spiegata nel Capitolo 11 e poi
viene ulteriormente sviluppata nel Capitolo 13.
Se riusciamo a rispondere positivamente a tutti questi interrogativi, allora
possiamo mettere in disparte l’ipotesi Atlantide e concentrarci sull’ultima
domanda: «Adesso questi dèi dove sono?». È un interrogativo che
affrontiamo nei Capitoli 15 e 16.

CONCLUSIONI

⊕ I Sumeri possedevano conoscenze avanzate nei campi della metallurgia


e dell’astronomia. Queste ultime comprendevano il ciclo precessionale
terrestre di 25.920 anni.
⊕ Gli scienziati non riescono a spiegare come poté la civiltà sumera
apparire all’improvviso, e acquisire la sua stupefacente tecnologia. I Sumeri
definivano le loro conoscenze «un dono degli dèi».
⊕ L’origine dell’antica tecnologia può essere spiegata soltanto con
l’esistenza di una razza progredita di dèi o di una perduta civiltà quale
Atlantide. Ma pare probabile che la leggenda di Atlantide sia una
derivazione del più ampio mistero di Sumer e dei suoi dèi.
1 Splendors of the Past, National Geographic Society, 1981, p. 6.
2 Wonders of the Ancient World, NGS, cit., p. 48.
3 Splendors of the Past, cit., pp. 39-40.
4 A. Parrot, Sumer, 1981.
5 J. Campbell, The Masks of God - Primitive Mythology, Capitolo 3.
6 T. Jones (a cura di), The Sumerian Problem, New York 1969; A. Parrot, Archéologie
Mésopotamienne, II, p. 308-31, Paris 1946-53. Questa mancanza di interesse è dovuta certamente
anche alla difficile situazione irachena che scoraggia il turismo e al pessimo stato di
conservazione delle vestigia sumere.
7 The Times Atlas of World History, BCA/Times Books, 1993, pp. 52-5.
8 Splendors of the Past, cit., p. 41.
9 G. Roux, Ancient Iraq, Penguin Books, 1992, Capitoli 4 e 5.
10 The Times Atlas of World History, cit., p. 52.
11 Shinar è menzionata in Genesi 11, 2 come la località dell’episodio della Torre di Babele.
12 Il nome moderno di Uruk è Warka. Il nome biblico (Genesi 10,10) è Erech.
13 Del resto, non sono poche le parole inglesi che provengono dal latino antico. E l’inglese a sua
volta influenza altre lingue, per esempio con parole come “weekend”, “computer” ecc.
14 S. Kramer, History Begins at Sumer, New York, Penguin, 1954.
15 I generi di pietra disponibili in loco erano scarsi, quindi Sumer importava materiali di qualità e
di più facile trasporto.
16 R. Forbes, Studies in Ancient Technology, I, Leiden 1955; R. Forbes, Bitumen and Petroleum
in Antiquity, Leiden 1936; L. Aitchison, A History of Metals.
17 O. Neugebauer, Astronomical Cuneiform Texts, 3 voll., London 1955.
18 Z. Sitchin, When Time Began, cit., Capitolo 3, pp. 72-3.
19 Il calendario elaborato dai Sumeri viene tuttora utilizzato come calendario ebraico, stando al
quale, per esempio, l’anno 1996 corrispondeva al 5756.
20 L’ammanco ogni anno è di 10 giorni, 21 ore, 6 minuti e circa 45, 5 secondi, cosicché
esattamente sette mesi lunari corrisponderanno a 19 anni solari.
21 Per esempio, le festività nel calendario musulmano scorrono indietro di un mese ogni tre anni.
22 Calendari più semplici si riferirono sia ai cicli lunari (per esempio, quello musulmano) o a
suddivisioni dell’anno solare in 12 mesi per un totale di 365 giorni.
23 T. Pinches, Some Mathematical Tablets of the British Museum; prof. H. Hilprecht, The
Babylonian Expedition of the University of Pennsylvania.
24 A. Jeremias, The Old Testament in the Light of the Ancient Near East, 1911.
25 W. Andrae, citato in C. Walker, Wonders of the Ancient World, Popular Press, 1988, p. 44.
26 S. Kramer, citato in E. von Daniken, Signs of the Gods, New York, Putnam’s, 1980, Capitolo
6, p. 199.
27 Letture consigliate: S. Kramer, Sumerian Mythology, New York 1961; T. Jacobsen, The
Treasure of Darkness: A History of Mesopotamian Religion, London, 1976.
28 Z. Sitchin, When Time Began, cit., Capitolo 1, p. 10.
29 Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 5.
30 Ivi, p. 169.
31 G. Redslob, in Zeitschrift der Deutschen Morgenländischen Gesellschaft, scritto più di un
secolo prima.
32 Secondo Redslob, laddove l’Antico Testamento spiega che re Davide aveva fatto uno “sham”
per commemorare la sua vittoria contro gli Aramei, aveva in effetti eretto un monumento che
puntava verso il cielo.
33 G. Barton, The Royal Inscriptions of Sumer e Akkad.
34 Genesi 6, 1-4.
35 Z. Sitchin, Divine Encounters, Avon Books, 1995, Capitolo 4, p. 73.
36 Genesi 6, 1-4.
37 Riferimenti del genere confermano l’ipotesi che l’aquila (GIR) era diversa dallo shem (MU).
38 Z. Sitchin, The Stairway to Heaven, cit., Capitolo X, p. 203.
39 Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 4.
40 Genesi 20, 12.
41 Si confronti G. Roux, Ancient Iraq, cit., Capitolo 6, p. 88 con Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi,
cit., Capitolo 10, 10, pp. 297-8.
42 La parola sumera KUR significa “montagna”; vedi G. Roux, Ancient Irap, cit., Capitolo 7, p.
105.
43 Ivi, Capitolo 6, p. 89; Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 10.
44 La creazione dell’uomo fu un’idea di Enki il quale, stando a un testo sumero, offrì persino la
sua sposa, Ninki, come prima madre o dea della nascita. Citato in Z. Sitchin, Genesis Revisited,
cit., Capitolo 8, p. 169.
45 I termini sumeri sono NIN (“signora”), HAR o HUR (altro termine per “montagna”) e SAG
(“testa” o “principale”).
46 Citato in Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 12.
47 Per una esaustiva discussione delle particolareggiate prove etimologiche, vedi Z. Sitchin,
Genesis Revisited, cit.
48 G. Roux, Ancient Iraq, cit., note al Capitolo 5.
49 Z. Sitchin, The Stairway to Heaven, cit., Capitolo VI, p. 111; neter è un termine usato in
accadico con il significato di “guardiani”.
50 E. Wallis-Budge, Egyptian Literature Volume I, 1912, p. XI.
51 Z. Sitchin, The Wars of Gods and Men, cit., Capitolo 6, pp. 126-8.
52 Il Levante comprende gli attuali territori di Israele, Libano, Giordania e Siria.
53 Z. Sitchin, The Wars of Gods and Men, cit., Capitolo 6, pp. 126-8.
54 Ivi, Capitolo 7, e Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 15 dove viene citata l’Epica di Etana.
55 Z. Sitchin, The Wars of Gods and Men, cit., Capitolo 8.
56 J. Hertz (a cura di), The Pentateuch and Haftorahs.
57 Z. Sitchin, The Wars of Gods and Men, cit., Capitolo 8, p. 157.
58 R. Faulkner, The Ancient Egyptian Coffin Texts Volume II, cit., p. 2.
59 Z. Sitchin, The Wars of Gods and Men, cit., Capitolo 8, pp. 160-1.
60 Il nome Canaan, proveniente dall’ebraico kana, significa “essere umili”.
61 Uso il termine “semita” per riferirmi alla razza che discese dal figlio di Noè, Sem.
62 Genesi 9, 25-27.
63 Z. Sitchin, The Wars of Gods and Men, cit., Capitolo 10, pp. 216-9.
64 L’offesa di Dumuzi fu molto tempo dopo imitata da Annone che violentò sua sorella Tamar,
vedi Samuele II, 13.
65 G. Roux, Ancient Iraq, cit., Capitolo 6, pp. 92-3.
66 S. Kramer, Inanna and Ebih, citato in Z. Sitchin, The Wars of Gods and Men, cit., Capitolo
10, p. 221.
67 Ivi, Capitolo 11, pp. 232-3.
68 Letture consigliate: Sir M. Wheeler, The Indus Civilization, Cambridge Press, 1968; S. Rao,
Lothal and the Indus Civilization, Asia Publishing House, 1973.
69 The World’s Last Mysteries, cit., p. 123.
70 Questo episodio è forse all’origine delle festività inebrianti egiziane, come quella annuale di
Dendera.
71 G. Roux, Ancient Iraq, cit., Capitolo 6, p. 89. Un elenco dei “ME” lo si trova in S. Kramer,
The Sumerians, Chicago 1963, p. 116.
72 Per il momento sorvoliamo sugli inevitabili pregiudizi soggettivi sempre presenti inqualsiasi
resoconto storico; qui ci occupiamo del concetto fondamentale che vede negli dèi i nostri creatori
e i nostri maestri.
73 C. Sagan - I. Shklovskii, Intelligent Life in the Universe, New York, Dell, 1967.
7
DUE PASSI SUL PIANETA X
L'EPICA DELLA CREAZIONE

Gli dèi da dove giunsero? Secondo i Sumeri, arrivarono sulla Terra da un


pianeta chiamato Nibiru. Le loro descrizioni di quel pianeta corrispondono
in modo preciso alle specifiche del cosiddetto “Pianeta X”, che gli
astronomi moderni stanno attualmente ricercando all’interno del nostro
stesso sistema solare. Si ritiene che questo pianeta abbia un’orbita ellittica
che lo porta nelle profondità dello spazio, ben oltre l’orbita di Plutone: ecco
perché non è stato possibile osservarlo in tempi recenti. Le prove
scientifiche e la ricerca in atto del Pianeta X verranno trattati in seguito in
questo capitolo, ma dobbiamo anzitutto passare in rassegna una caterva di
prove che tracciano la storia di quel pianeta dai primi giorni del sistema
solare sino al leggendario Diluvio universale, che colloco intorno a 13.000
anni fa.
La nostra ricerca di Nibiru/Pianeta X comincia da una fonte straordinaria
- un testo babilonese di 4000 anni noto come Enuma Elish. Nel 1876
George Smith, del British Museum, pubblicò la sua traduzione di questa
sacra epica babilonese, ricavata da tavolette di argilla spezzate come quella
mostrata nella tavola 64.1 Smith aveva già ottenuto l’attenzione della stampa
internazionale grazie a una sua precedente traduzione di un testo riguardante
il Diluvio che corrispondeva al racconto biblico. L’ Enuma Elish suscitò
altrettanto scalpore - venne infatti accolto come un mito riguardante la
creazione assai più particolareggiato del breve resoconto contenuto nella
Genesi.
Comunque, per oltre un secolo l’Enuma Elish è stato appunto bollato
come mitologia, il fantasioso resoconto di uno scontro cosmico tra il bene e
il male, e il rituale del Capodanno babilonese che si era costituito intorno a
questo testo venne anch’esso considerato una vuota superstizione.
Per l’occhio poco attento, l’Enuma Elish non è che il racconto di battaglie
tra una “divinità” e l’altra: l’eroe è Marduk, il capo degli dèi babilonesi. Ma
lo studioso sa bene che i babilonesi erano gli eredi della cultura sumera, e
che la gran parte dei miti babilonesi sono versioni politicizzate delle versioni
originali di Sumer. La domanda chiave dunque è questa: se dall’Enuma
Elish vengono tolti l’aspetto rituale assai poco sumero e le implicazioni
politiche, allora rappresenta davvero un più antico documento di origine
sumera sorretto da valide credenziali scientifiche?
Nel 1976 Zecharia Sitchin si fece avanti con una ipotesi straordinaria,
rimasta inconfutata. Affermò infatti che l’Enuma Elish è un’epica
cosmologica, e che descrive in modo particolareggiato la formazione del
sistema solare così come avvenne 4,6 miliardi di anni fa!2 Sitchin, un
esperto di lingue mediorientali, si rese conto che i riferimenti agli “dèi”
erano in effetti riferimenti a “pianeti”, che il termine “venti” poteva essere
letto come “satelliti”,3 e che il ruolo di Marduk nel racconto corrispondeva a
quello di un pianeta conosciuto dai Sumeri come Nibiru.
L’epica babilonese comincia così: Enuma Elish la nabu shamamu -
“quando nell’alto il Cielo non aveva ancora un nome”. Poi elenca gli dèi
generati da ap.su (il Sole),4 con descrizioni che corrispondono in modo
straordinario alle caratteristiche dei pianeti del nostro sistema solare. Poi,
“nel cuore del profondo”, un nuovo e più potente dio, chiamato Marduk,
venne creato:

Perfette erano le sue membra oltre ogni comprensione...


impossibili da comprendere, difficili da percepire.
Quattro i suoi occhi, quattro le sue orecchie;
quando muoveva le labbra, il fuoco fuoriusciva...
era il maggiore degli “dèi”, e tutti sovrastava la sua
statura;
le sue membra erano enormi, era indicibilmente alto.5

Marduk viene inteso da Sitchin come un pianeta vagante, sospinto


all’interno del sistema solare da un evento cosmico ignoto, forse dopo
essere stato espulso da un sistema solare e planetario altrettanto instabile. Il
suo corso, che prima passa per Nettuno e poi per Urano, indica un moto
orario, contrario a quello antiorario che è proprio delle rotazioni intorno al
Sole degli altri pianeti. Questo è un fattore che si dimostrerà estremamente
importante in seguito. L’effetto gravitazionale degli altri pianeti sviò
Marduk facendolo entrare nel cuore del nostro nascente sistema solare - in
rotta di collisione con un pianeta particolarmente ricco di acque chiamato
Tiamat:

Tiamat e Marduk, il più saggio tra gli “dèi”,


avanzarono l’uno contro l’altro;
si preparavano a un duello,
si avvicinavano alla battaglia.6

Armato con “la fiamma divampante” e dopo aver acquisito diversi “venti”
o satelliti, Marduk “verso il furioso Tiamat volse la faccia”:

Il signore distese la sua rete per avvilupparla;


il vento del male, che gli stava dietro, le scatenò contro.
Quanto Tiamat aprì la bocca per divorarlo
egli la spinse contro il vento del male,
in modo che non potesse più chiudere le labbra.
I feroci venti di tempesta quindi caricarono il suo ventre;
il suo corpo si gonfiò, la bocca si spalancò.
Egli scagliò una freccia che le dilaniò il ventre;
penetrò nelle sue viscere e le si conficcò nel grembo.
Dopo averla così domata, egli spense il suo soffio vitale.

Una volta uccisa Tiamat, la guida,


la sua banda fu dispersa , distrutta la sua schiera.
Gli dèi, i suoi aiutanti che marciavano al suo fianco,
tremanti di paura,
batterono in ritirata per salvarsi
e mantenersi in vita.
Gettati nella rete, essi si ritrovarono prigionieri...
tutta la banda di demoni che prima marciavano al suo
fianco
egli la gettò in ceppi, legò loro le mani...
così strettamente avvinti, essi non potevano scappare.7

Il pianeta Tiamat venne così “estinto”, ma l’atto della creazione non era
ancora terminato. Marduk fu preso nell’orbita del Sole, destinato a ritornare
in eterno sul luogo della celeste battaglia con Tiamat. Al primo incontro, i
satelliti-venti di Marduk si erano proiettati contro Tiamat, ma un’orbita
dopo Marduk stesso “ritornò a Tiamat, che aveva sottomesso”, e i due
pianeti entrarono in collisione:

Il Signore si fermò a vedere il suo corpo senza vita.


Ingegnosamente concepì un piano per dividere il
mostro.
Quindi l’aprì in due parti come si fa con un mitilo.

Il Signore calpestò la parte posteriore di Tiamat;


con la sua arma gli tagliò di netto il cranio;
recise i canali del suo sangue;
e spinse il vento del nord a portare la parte ormai
staccata
verso luoghi che ancora nessuno conosceva.8

Zecharia Sitchin individuò nella parte alta (il “cranio”) dell’acquosa


Tiamat la futura Terra, deviata da uno dei satelliti di Marduk in una nuova
orbita insieme al suo satellite maggiore Kingu (che significa “grande
emissario”). L’atto finale della creazione si compì quindi al secondo ritorno
di Marduk sul luogo dello scontro celeste. Questa volta Marduk entrò in
collisione con la metà che restava di Tiamat:

L’altra metà di lei egli innalzò come un paravento nei


cieli:
schiacciatala, piegò la sua coda sino a formare la grande
fascia,
simile a un bracciale posto a guardia dei cieli.9
Fig. 12. Le orbite planetarie prima e dopo la battaglia celeste.
La figura 12 mostra l’effetto complessivo di questa battaglia celeste.
Nell’arco di due orbite, il pianeta Marduk/Nibiru aveva creato sia i Cieli (la
Fascia di asteroidi), sia la Terra, sia le comete. Come fa presente Sitchin, ciò
corrisponde al giorno primo e al giorno secondo del libro biblico della
Genesi.10 Non menziona il libro sacro dei Musulmani, il Corano, che pure
ripropone anche esso i contenuti dell’Enuma Elish: «Non si rendono conto i
miscredenti che i cieli e la Terra erano un’unica solida massa che Noi
abbiamo strappato a pezzi, e che dall’acqua Noi abbiamo fatto ogni
cosa?11».

CICATRICI DELLA “GENESI”

Gli scienziati sono poco propensi ad ammettere che un testo antico di


4000 anni possa spiegare le origini del sistema solare; se lo facessero
lascerebbero affiorare scomodi interrogativi su come i Babilonesi avessero
acquisito tali conoscenze. Resta il fatto che l’Enuma Elish spiega
effettivamente tutte quelle anomalie del nostro sistema solare che
continuano a confondere i moderni astronomi.
L’esempio migliore ce l’abbiamo proprio sotto i piedi: il pianeta Terra.
Per migliaia di anni non abbiamo badato più di tanto al fatto che il nostro
pianeta ha le masse terresti concentrate su una parte del globo, con la cavità
profonda dell’oceano Pacifico che occupa l’altra metà. Ora, grazie alle
sonde inviate nello spazio sul finire del xx secolo, c’è una crescente presa di
coscienza che la distinzione tra continenti e oceani così come si presenta
sulla Terra non ha riscontri sugli altri pianeti del sistema solare.
Un mistero tutto particolare riguarda la crosta terrestre - vale a dire lo
strato di materiali che costituisce la superficie della Terra. Sulla terraferma la
crosta continentale è spessa una trentina di chilometri, ma le “radici” delle
montagne sprofondano per oltre 60 km.12 Sotto gli oceani, invece la crosta è
spessa appena 8 km. Questa anomalia è stata resa ancor più evidente dalla
scoperta di grandi lastroni di crosta, che misteriosamente si sono “tuffati”
oltre 400 km sotto la superficie terrestre. Pur prendendo in considerazione
queste lastre, considerata la situazione degli altri pianeti, la Terra presenta
comunque meno della metà della crosta che dovrebbe avere.13 E tanto per
rendere le cose ancor più complicate, la crosta oceanica risulta essere
vecchia di 200 milioni di anni, mentre quella continentale risale a 4 miliardi
di anni.
Come mai la crosta oceanica è relativamente più nuova e quale forza ha
spinto quella continentale a “tuffarsi”? Gli scienziati hanno escogitato le
teorie più incredibili per spiegare queste misteriose anomalie. Per esempio,
si dice che la giovane età della crosta oceanica possa spiegarsi con il fatto
che si tuffa periodicamente in una “zona di controllo” nel mantello
sottostante, dove in qualche modo viene riciclata. L’ Enuma Elish, d’altra
parte, è in grado di chiarire ogni cosa in modo perfetto, giacché descrive la
Terra come la metà di un pianeta che in seguito a una catastrofe è stato
diviso in due: la Terra sarebbe dunque la metà sopravvissuta dell’acquoso
pianeta Tiamat. Il fenomeno della deriva continentale diviene assai più
comprensibile se inteso come la conseguenza di un cataclisma. Gli antichi
Sumeri avevano ben presente questo fatto: come ha sottolineato Zecharia
Sitchin, chiamavano la Terra ki, che significa “tagliare via, amputare,
infossare”.14
Sono trascorsi vent’anni da quando Sitchin ha proposto la soluzione
sumera al problema delle origini della Terra, e da allora gli scienziati non
hanno compiuto alcun progresso nel proporre spiegazioni alternative. Anzi,
le prove continuano a suffragare le affermazioni di Sitchin. I progressi
intervenuti nelle metodologie di datazione geologica hanno dimostrato una
disorientante assenza di rocce crostali attribuibili all’Era terrestre più antica,
la cosiddetta Era archeozoica risalente a 4,6-3,96 miliardi di anni fa.
Scrivendo per il prestigioso periodico scientifico «Nature», J. Vervoort si è
recentemente riferito a «un antico ed esteso impoverimento chimico del
mantello (il risultato, presumibilmente, di estrazioni di crosta continentale)»,
15
mentre un altro ricercatore, Richard Carlson, ha scritto:
Perché mai la Terra non ha formato una estesa e più antica crosta o, se
l’ha fatto, dov’è finita questa antica crosta?... i dati ottenuti all’inizio degli
anni Ottanta... hanno chiaramente dimostrato che 3,8 miliardi di anni fa il
mantello terrestre era già stato impoverito a motivo di estrazioni di crosta.16
Anche le prove fornite dalla Luna confermano un evento catastrofico
avvenuto 4 miliardi di anni fa. Le missioni di Apollo hanno permesso di
trovare un gran numero di rocce, note come breccia, che sono state
frantumate e poi fuse insieme da un improvviso ed elevatissimo calore. Nel
contempo, lo strato esterno della Luna si è improvvisamente liquefatto e il
suo campo magnetico è calato a livelli trascurabili.17 Sappiamo che i crateri
lunari, che prima si supponeva fossero vulcani estinti, sono il risultato di
massicci impatti risalenti a circa 4 miliardi di anni fa.18
Secondo l’Enuma Elish, così come è stata decifrata da Zecharia Sitchin, la
Luna (Kingu) era originariamente il satellite principale di Tiamat, e si trovò
pertanto al cuore dello scontro celeste. Si spiegano in questo modo le
cicatrici lasciate dalla battaglia. L’origine della Luna, in quanto satellite di
un pianeta più grande della Terra, spiega anche uno dei più grandi Arcani
del sistema solare. Per quanto possa risultare sorprendente gli scienziati si
scontrano con molta asprezza a proposito della questione di come la Terra
abbia potuto acquisire un satellite così grande.
Rispetto al rapporto esistente tra gli altri pianeti e i loro satelliti, la Luna
della Terra è di gran lunga troppo grande, e questo ha provocato un
problema particolare per quanto concerne le teorie sulle sue origini.
Proprio le sue dimensioni sembrano escludere la possibilità di una
“cattura” da parte della gravità terrestre.19 La teoria della fissione (secondo la
quale la Luna è stata espulsa dalla Terra a motivo di una situazione di
un’eccessiva spinta nella rotazione intorno al proprio asse) non riesce a
spiegare come una massa così grande di materiale possa essere stata espulsa,
il che ha portato alla formulazione di una teoria ibrida, in base alla quale un
pianeta di dimensioni analoghe a quelle di Marte può avere urtato di striscio
la Terra. 20 La teoria della fissione viene tuttora considerata la meno astrusa,
però se la Luna è stata espulsa dal più grande pianeta Tiamat, allora il
problema della dimensione insito nell’ipotesi della fissione non ha più
motivo di essere.
Taluni esperti hanno ipotizzato, sulla base delle dimensioni e della
composizione della Luna, che sia stata una volta un pianeta vero e proprio.21
Come indicato da Zecharia Sitchin, l’Enuma Elish sostiene che appena
prima dello scontro con Marduk la Luna stava effettivamente per diventare
un pianeta a se stante.22 Non è quindi una coincidenza che i Sumeri abbiano
sempre annoverato la Luna tra i pianeti, come corpo celeste a se stante.
L’Enuma Elish spiega anche una serie di apparenti contraddizioni nella
composizione della Terra e della Luna. I sostenitori della teoria della
fissione hanno notato certe proprietà che accomunano la crosta terrestre e
quella lunare, difficili da ritenere solo una coincidenza, per esempio la
scarsità di tungsteno. Ma altri studi hanno invece messo in luce differenze
importanti nella crosta e nel mantello,23 mentre elementi radioattivi reperiti
vicino alla superficie lunare sono presenti nella Terra soltanto a grandi
profondità.
L’inevitabile conclusione è che la Luna comprende materiali terresti e
materiali provenienti da una fonte esterna, di solito fatta risalire a un pianeta
che si sarebbe scontrato con la Luna.24 Il che è esattamente ciò che l’epica
babilonese spiega.
Le teorie scientifiche riguardo le origini della Fascia di asteroidi non
risultano molto più attendibili di quelle sull’origine della Terra e della Luna.
Le tesi ufficiali asseriscono che gli asteroidi sono piccoli corpi preplanetari
(costituiti da detriti risalenti alla nascita del sistema solare) che non hanno
mai concluso il loro processo di formazione in pianeti. Una teoria indica che
invece di formarsi in pianeta, questi corpi si sono scontrati a velocità
eccessive frantumandosi. Ma non c’è una teoria scientifica a sostegno di una
spiegazione del genere.
Esistono invece prove a sostegno della tesi che gli asteroidi sono i
rimasugli di una qualche catastrofica collisione. A parte il fatto che ciò può
anche apparire ovvio, esiste una equazione astronomica nota come la Legge
di Bode la quale prevede l’esistenza di un pianeta esattamente alla distanza
in cui la Fascia di asteroidi orbita intorno al Sole.25 Quando all’inizio del xix
secolo vennero scoperti i primi asteroidi, si ritenne effettivamente che
potessero essere spiegati facendoli risalire a un pianeta esploso. Ma nel xx
secolo gli astronomi hanno fatto marcia indietro rispetto all’ipotesi
catastrofica, a motivo della mancanza di masse asteroidi sufficienti a
indicare un pianeta di opportune dimensioni.26 Come ha indicato Zecharia
Sitchin, l’Enuma Elish risolve il problema indicando nella massa mancante
proprio la Terra.
Anche le comete rimangono un mistero per la scienza moderna.
Nonostante la ricchezza di dati e tutte le ricerche sinora effettuate, sono
tuttora uno degli Arcani del sistema solare. Questi corpi ghiacciati girano
intorno al Sole secondo orbite ellittiche oblunghe, diversamente dai pianeti
che invece hanno orbite pressoché circolari. Talune comete ritornano verso
la Terra soltanto ogni qualche migliaia di anni, e l’orbita più estesa è quella
di Kohuotek, stimata in 75.000 anni. Vengono considerate le “ribelli” del
sistema solare perché orbitano intorno al Sole su molti piani diversi, e in
direzione opposta a quella oraria dei pianeti.
Si riteneva in passato che anche le comete, come gli asteroidi, fossero il
risultato dell’esplosione di un pianeta.27 Poi la scienza è regredita iniziando a
elaborare teorie secondo le quali le comete altro non sarebbero che i detriti
del processo di formazione del sistema solare. Stando ai libri di testo, le
comete sarebbero state scagliate fuori dai campi gravitazionali dei pianeti in
formazione, generando nelle profondità dello spazio, ben oltre il pianeta
Plutone, uno sciame noto come Nube di Oort:28 dopo essere state
“immagazzinate” nel serbatoio costituito dalla Nube di Oort, talune comete,
senza motivo apparente, «si ritrovano su traiettorie che le riportano
all’interno del sistema solare.29»
Uno dei pochi astronomi moderni dotati di mentalità aperta, Tom Van
Flandern, ha recentemente messo in discussione «certi aspetti poco
plausibili delle teorie convenzionali» riguardo le comete, e in particolare la
«improbabile ipotesi della Nube di Oort».30 Van Flandern mette in dubbio
taluni aspetti della vigenti convinzioni che non spiegano come mai certe
comete orbitano intorno al Sole mille volte più velocemente di Plutone;
nemmeno spiegano come mai tutte orbitano in senso orario. Le teorie
correnti, inoltre, non riescono a spiegare in modo accettabile come un
fenomeno altamente improbabile come quello della Nube di Oort possa
essersi verificato.
Van Flandern esamina l’ unica possibile alternativa all’ipotesi della Nube
di Oort - l’esplosione di un pianeta - e osserva come i modelli matematici
dimostrino che le comete hanno un punto di origine comune.31 Conclude
quindi: «[Le] comete hanno origine nella frantumazione energetica di un
corpo orbitante intorno al Sole nella zona, o vicino a essa, in cui si trova
attualmente la Fascia degli asteroidi...». Esattamente come descritto nella
Enuma Elish! Sitchin ha dimostrato che la direzione seguita dal pianeta
Marduk lo portò nella direzione opposta a quella dell’orbita dei pianeti. È al
primo passaggio di Marduk, come descritto precedentemente, che i satelliti
di Tiamat si “frantumarono” e numerosi corpi planetari (dèi) vennero
proiettati dall’impatto in orbite nuove, fecero dietrofront per seguire il
movimento orario di Marduk stesso.
Anche gli studi delle meteoriti hanno portato alla conclusione che questi
frammenti di comete erano una volta parte di un pianeta più grande. Nel
1948, Brown e Patterson portarono a termine una ricerca che consentì loro
di affermare: «Le conclusioni mostrano in modo irrefutabile che le meteoriti
in passato erano parte integrante di un pianeta».32 Conclusioni che non sono
state mai dimostrate errate.
Oltre alle prove appena citate, altre anomalie presenti nel sistema solare
vengono ora attribuite all’ipotetica intrusione di un pianeta. Queste
anomalie comprendono l’insolita inclinazione di Urano,33 la grande Macchia
Rossa di Giove,34 la rotazione retrograda di Venere 35 e l’orbita eccentrica di
Plutone.36 Ci sono poi le lune di Marte, Urano, Nettuno, Saturno e Giove, le
quali tutte mostrano segni di un’evoluzione non naturale, mentre Caronte, la
piccola luna di Plutone, può essere spiegata soltanto mediante la teoria
dell’impatto.37 Diviene ovvio che il sistema solare reca in sé le conseguenze
di trascorsi assai violenti. Tom Van Flandern riassume le prove a favore del
catastrofismo (e dunque di Enuma Elish) come segue:
L’ipotesi di una frantumazione planetaria spiega bene e agevolmente le
osservazioni che vengono compiute. I modelli convenzionali richiedono
invece l’invenzione di tutta una serie di nuove spiegazioni per tutte le molte
nuove osservazioni.38
EVOLUZIONE E CATASTROFISMO

Nibiru/Pianeta X (alias Marduk) completò i suoi atti creativi e poi venne


proiettato nello spazio, o rimase per sempre catturato in un’orbita intorno al
Sole? Potrebbe l’eventuale sua perenne appartenenza al sistema solare
spiegare l’evoluzione per fasi della vita sulla Terra, e può essere che proprio
quel pianeta abbia seminato sulla Terra le prime forme di vita?
Si ritiene che il pianeta Terra sia vecchio 4,6 miliardi di anni, ma i
ritrovamenti fossili indicano una totale mancanza di “vita” nei primi 600
milioni di anni.39 Poi, qualcosa come 4 miliardi anni fa cominciarono a
comparire le prime forme di vita costituite da singole cellule (esattamente
come ciò sia potuto accadere è uno dei problemi più dibattuti dalla scienza).
Queste creature unicellulari erano sorprendentemente evolute40 e, nell’arco
di altri 500 milioni di anni, fecero la loro comparsa organismi multicellulari
dotati di materiale genetico altamente progredito.
La rapidità di questi sviluppi evolutivi ha spinto molti scienziati a ritenere
che la vita non si sia generata spontaneamente sulla Terra, ma sia discesa da
forme di vita che si erano già sviluppate altrove. Inoltre, dato che esiste un
codice genetico comune a tutte le forme di vita sulla Terra, gli scienziati
ritengono che la fonte sia stata una sola. Nel 1973 il premio nobel Francis
Crick, insieme al dottor Leslie Orgel, suggerì che «la vita sulla Terra può
essersi sprigionata da minuscoli organismi provenienti da un lontano
pianeta».41 Quell’opinione, accolta dapprima con scetticismo trova adesso
ampio consenso,42 sebbene in genere si preferisca considerare come
sorgente della vita sulla Terra l’impatto con una cometa o con una
meteorite.43
Nel 1989 un gruppo di lavoro della Stanford University arrivò alla
conclusione che la vita sulla Terra si è sviluppata in un arco di tempo
piuttosto breve, tra i 4 e i 3,8 miliardi di anni fa.44 La causa fu forse la
collisione con Nibiru e i suoi satelliti? I testi antichi descrivono Nibiru come
un pianeta acquoso, e pertanto adatto ad avere sviluppato la vita quale oggi
noi la conosciamo. Nibiru viene anche descritto come “risplendente” e
“brillante”, dotato di una “corona luminosa”45 - un riferimento evidente a
una fonte di calore interna che avrebbe determinato un clima temperato
anche quando fosse stato lontano dai raggi solari.46
Il mistero dell’origine della vita sulla Terra è pari a quello della sua
successiva evoluzione. Recentemente è divenuto evidente come fenomeni
catastrofici hanno avuto un ruolo importante nelle mutazioni o
nell’estinzione di diverse specie. Un recente libro pubblicato da Richard
Leakey e Roger Lewin suggerisce che in cinque diverse circostanze
catastrofi di grandi proporzioni hanno estinto più del 65% delle specie
viventi.47 Inoltre, Leakey e Lewin fanno riferimento a dieci o più processi di
estinzione minori. La più recente delle cinque grandi catastrofi è fatta
risalire a 65 milioni di anni fa, un evento che segnò la scomparsa dei
dinosauri.
Adesso le scoperte scientifiche sostengono la teoria, enunciata nel 1979
dal fisico Premio Nobel Luis Alvarez, stando alla quale i 200 milioni di anni
di regno dei dinosauri cessò di esistere a motivo dell’impatto di un’enorme
meteorite.48 Le immagini prese dallo space shuttle americano hanno
individuato sotto il golfo del Messico grandissimi cerchi concentrici, dal
diametro di circa 175-300 km. Le dimensioni di queste depressioni ad
anello indicano in impatto 20 volte più potente di tutte le armi nucleari del
mondo. Le misurazioni della densità della roccia e la presenza di iridio negli
strati cretacei/terziari hanno consentito di datare quel cratere a 65 milioni di
anni fa.
Leakey e Lewin, inoltre, fanno risalire altre significative estinzioni a 440,
365, 225 e 210 milioni di anni fa. Nel più drammatico di questi eventi il
95% delle specie marine rimase annientato alla fine del cosiddetto periodo
Permiano, 225 milioni di anni fa. C’è parecchia controversia sul perché si
siano verificate queste estinzioni: le opinioni spaziano dal mutamento del
livello dei mari, ai cambiamenti climatici globali, a eccezionali onde di
marea, a incendi delle foreste. Ma va sempre più diffondendosi l’opinione
che la causa prima di questi fenomeni possa essere stata un impatto con
qualcosa proveniente dallo spazio. Nel febbraio del 1996 lo scienziato russo
V. Alekseev dimostrò che un gruppo di meteoriti proveniva da un unico
corpo che aveva subito una collisione nello spazio circa 380-320 milioni di
anni fa.49 Il che dà sostegno alla teoria di un impatto nello spazio come
causa delle estinzioni verificatesi alla fine del periodo Devoniano, 365
milioni di anni or sono.
L’emergente teoria del cataclisma si adegua bene alle leggi darviniste
riguardanti l’evoluzione. Come abbiamo avuto modo di vedere nel Capitolo
2, il progresso evoluzionistico dovuto a mutazioni dipende dall’isolamento
geografico di piccole popolazioni. Nel libro già citato, Leakey e Lewin
passano in rassegna le prove più recenti a sostegno dell’ipotesi che le prime
forme di vita semplice esistevano da miliardi di anni (per qualcosa come i
sei settimi della storia della Terra) con mutamenti minimi; poi, 530 milioni
di anni fa, la vita all’improvviso esplose diversificandosi moltissimo. Anche
altri autori hanno notato questa cosiddetta esplosione cambriana, che vide
«l’incremento più spettacolare, quanto a diversità, mai registrato sul nostro
pianeta».50 A quel tempo un’ampia gamma di organismi multicellulari
complessi comparve all’improvviso, senza che le documentazioni fossili
testimonino la presenza di specie precorritrici.
È curioso notare che la grande maggioranza di organismi cambriani
scomparve in un arco di tempo relativamente breve, pari a pochi milioni di
anni, mentre si ritiene che quelli che sopravissero finirono con l’evolvere
nelle specie quali le conosciamo oggi. Gli organismi scomparsi erano forse
poco adatti all’ambiente terrestre, e se ciò è vero come mai comparvero
all’improvviso? Venne forse la Terra seminata una seconda volta, 530
milioni di anni fa, così come era accaduto 4 miliardi di anni fa? E, dato il
codice genetico identico, entrambe le seminagioni provengono dalla stessa
fonte?
L’esistenza di Nibiru, in orbita di collisione con il sistema solare interno,
è coerente con i misteri delle estinzioni di massa e della evoluzione rapida?
Daniel Whitmire, un astrofisico della University of South-Western
Louisiana, è convinto che il Pianeta X spiega la scomparsa dei dinosauri.
Secondo lui, quando nella traiettoria di avvicinamento il pianeta attraversò
l’anello di comete, avrebbe mandato frammenti di cometa verso la Terra,
rendendo assai probabile una collisione catastrofica.51 Può un evento del
genere avere dato origine al leggendario Diluvio universale?

LE PROVE DEL DILUVIO

Emergono da quasi tutte le culture del mondo più di cinquecento


leggende del Diluvio universale, tutte straordinariamente simili l’una
all’altra.52 Queste leggende hanno tutte un medesimo tema: come l’umanità
sia stata spazzata via, fatta eccezione per un uomo e per la sua famiglia, che
sopravvissero. Noi occidentali chiamiamo comunemente quel sopravvissuto
Noè, ma per gli Aztechi era Nene, mentre nel Vicino Oriente lo chiamarono
Atra-Hasis, Utnapishtim o Ziusudra. Il mezzo di salvezza viene descritto
nella Bibbia come un’Arca o battello, mentre i documenti mesopotamici lo
danno come un vascello sommergibile; la versione azteca fa riferimento a
un tronco d’albero scavato. Secondo la leggenda azteca, gli uomini vennero
salvati perché tramutati in pesci.
Antichi testi del Vicino Oriente parlano del Diluvio come di una grande
catastrofe - non come di un evento circoscritto o secondario, ma proprio
come di un episodio che divise il tempo. Il re assiro Ashurbanipal ci ha
lasciato in proposito la seguente scritta:
Io so leggere persino le intricate tavole dei Sumeri;
Io so capire le parole enigmatiche scavate nella pietra, provenienti dai
giorni antecedenti il Diluvio.
La gran parte degli scienziati ritiene che il Diluvio universale raccontato
dalla Bibbia sia un mito. Come mai? La profonda divisione tra scienza e
religione ha portato molti scienziati a esternare scetticismo verso qualsiasi
cosa che la Bibbia esprima. Ed è un peccato: la Bibbia contiene un solido,
anche se succinto, resoconto storico - una cronaca che purtroppo è stata
mutilata dagli interventi dei religiosi. Il Diluvio è uno dei grandi esempi di
come un evento fisico possa venire mascherato da pesanti simbolismi
monoteistici. Come possiamo pensare che Dio abbia provocato il Diluvio
universale per punire l’umanità dai suoi peccati? Se Dio è un essere
spirituale, che bisogno avrebbe avuto di ricorrere a un Diluvio? Per fortuna,
l’attendibilità di questa particolare storia può essere meglio inquadrata
grazie a altri testi antichi che ripropongono i contenuti della Bibbia.
Come ho segnalato nel Capitolo 1, il poema di Atra-Hasis53 chiarisce il
concetto del “Dio” biblico, definendolo con il “loro” piuttosto che il “Lui”.
Inoltre, quest’epopea, incisa in modo particolareggiato su tavolette come
quella mostrata nella tavola 73, dichiara che “loro” non provocarono ciò di
proposito. Fu piuttosto un’assemblea degli dèi a decidere di tenere nascosto
al genere umano il sopraggiungere del Diluvio che appunto “loro”, gli dèi,
erano impossibilitati a impedire.
Il ruolo degli dèi nelle storie mesopotamiche del Diluvio universale è
coerente con quello loro attribuito in altri resoconti. Enlil, il “signore”
biblico, per il quale il genere umano era diventato un fastidio, desidera
vederlo distrutto. Suo fratello Enki, coinvolto personalmente nella creazione
del primo Adamo (l’operaio LU.LU), è invece solidale con l’uomo mentre
da sempre è antagonista di Enlil. Nonostante sia stato indotto a giurare
segretezza, Enki decide di avvertire dell’incombente Diluvio un fedele
seguace e la sua famiglia. L’uomo prescelto è un sacerdote della città di
Shurappak (la città della sorella di Enki, Ninharsag), il cui nome in lingua
accadica è Atra-Hasis, che significa “l’eccezionalmente saggio”. Vale la
pena osservare che lo stesso esatto significato viene riferito all’eroe
Utnapishtim nella cronaca del Diluvio contenuta nell’ Epopea di
Gilgamesh.54
dio Enki, noto anche come Ea, si rivolge ad Atra-Hasis da dietro una
cortina di giunchi, un particolare che troviamo anche nel testo sumero
originale dove l’eroe ha nome ZI.U.SUD.RA. Vengono impartiti da Ea
direttive minuziose su come costruire una nave sommergibile. L’ Epopea di
Gilgamesh fornisce un resoconto drammatico e vivido degli ultimi
preparativi, quando all’eroe viene detto di stare all’erta in attesa della
partenza degli dèi stessi:

Quando Shamash
che ordina un tremito al crepuscolo,
farà precipitare una pioggia di eruzioni;
allora tu sali sulla nave,
e spranga bene l’accesso!55

Esistono prove tangibili che il Diluvio universale sia realmente accaduto?


A mano a mano che gli archeologi hanno trovato indicazioni di avvenute
alluvioni, che però si sono dimostrati eventi locali, ci sono stati molti falsi
segni in questo senso. Ma possiamo davvero aspettarci che gli archeologi
rinvengano testimonianze concrete del Diluvio universale quando in realtà
scavano e compione ricerche in città risalenti a dopo il Diluvio? In realtà,
sono le altre discipline scientifiche che hanno fornito gli indizi più
significativi. Ed essi puntano tutti a una catastrofe globale intervenuta circa
13.000 anni fa.
Sebbene non rientrino tra le grandi cinque annoverate da Leakey e Lewin,
le estinzioni globali intercorse 13.000 anni or sono furono parecchio
drammatiche. Nelle Americhe gli scienziati hanno datato all’11000-9000
a.C. la scomparsa di circa 50 specie importanti di mammiferi.56 Per contro, i
precedenti 350.000 anni evidenziarono un ritmo di estinzione di soltanto
una specie ogni 15.000 anni. Estinzioni massicce analoghe si verificarono
in Europa, Asia e nell’Australasia di nuovo intorno all’11000 a.C..57
Nell’Alaska settentrionale gli scavi per la ricerca dell’oro hanno portato
alla scoperta di migliaia di animali sepolti sotto la superficie gelata del
terreno. Gli esperti non sono stati in grado di spiegare come questi animali,
tipici abitanti delle regioni temperate, siano finiti in Alaska. 58 Ulteriori esami
hanno mostrato che quegli animali giacciono in uno scenario di colossale
carneficina: le loro carcasse sono state trovate in uno strato di sabbia fine,
contorte e smembrate, mescolate ad alberi, piante e altra fauna. Un esperto
della University of New Messico ha osservato che: «Vere e proprie orde di
animali sembrano essere state uccise insieme, sopraffatte da una qualche
forza immane [...]. Simili ammassi di carcasse di animali o di uomini non
sembrano potersi verificare per motivi naturali».59
La distruzione di questi animali in Alaska fu talmente improvvisa che i
loro corpi si congelarono istantaneamente, senza che intervenisse alcun
processo di decomposizione, come è dimostrato dalla tendenza degli abitanti
locali a estrarre quelle carcasse e ad adoperarle come cibo.60
Troviamo situazioni del genere anche in Siberia, dove i resti di numerose
specie, la maggior parte delle quali proprie dei climi temperati, sono state
rinvenute sotto la superficie congelata del terreno. Di nuovo, queste
carcasse appaiono mescolate ad alberi e vegetazione divelta, tra i segni di un
cataclisma imprevisto e improvviso: «I mammut perirono all’improvviso, in
un freddo intenso, numerosissimi. La morte giunse così rapidamente che la
vegetazione da loro trangugiata risulta ancora non digerita...».61
Sono molti gli indizi che portano a ipotizzare un sostanziale mutamento
climatico e un’immensa alluvione intervenuti intorno all’11000-10000 a.C.,
e che probabilmente segnarono la fine dell’Era glaciale:
Gli ultimi 100.000 anni dell’espansione glaciale - così come risulta
documentata dal rapporto ossigeno-isotopo nei nuclei terrestri dell’Atlantico
e del Pacifico Equatoriale - terminarono di colpo circa 12.000 anni fa. Uno
scioglimento estremamente veloce dei ghiacci provocò un rapido aumento
del livello dei mari[...] (i corsivi sono miei).62
Più recentemente, nel gennaio 1993, il prestigioso periodico «Science» ha
a sua volta fatto riferimento alla «più grande alluvione sulla Terra avvenuta
alla fine dell’ultima epoca glaciale». Si ritiene comunemente che proprio la
conclusione dell’Era glaciale segnò un improvviso e drammatico
mutamento climatico, avvenuto qualcosa come 12.000 mila anni or sono.63
Nel suo insieme, però, la documentazione pare indicare che non si sia
trattato di un’alluvione provocata dallo scioglimento dei ghiacci polari, ma
di qualcosa di assai più drastico.
Nella catena montagnosa delle Ande, in America del Sud, i geologi hanno
riscontrato tracce di sedimenti marini a un’altitudine di 3800 m. Nella
medesima regione talune rovine di Tiahanaco (a un’altitudine di 4000 m)
sono state trovate sommerse sotto quasi 2 m di fango portato da
un’alluvione la cui origine rimane sconosciuta. Non lontano, le acque del
lago Titicaca sono leggermente salate e gli studi hanno mostrato che i pesci
e i crostacei che vi risiedono sono in predominanza oceanici, non d’acqua
dolce.64 Inoltre, nel 1980 l’archeologo boliviano Ugo Boero Rojo trovò
estese rovine, simili a quelle della precedente cultura di Tiahanaco, ben 18
m sotto la superficie del lago Titicaca non lontano dalla costa di Puerto
Acosta.65 Tutti questi fatti si scontrano con la teoria secondo cui le acque del
lago Titicaca si sono sollevate al tempo della formazione della catena andina
cento milioni di anni fa. Al contrario, l’origine dell’acqua marina del
Titicaca deve risalire a un evento assai più recente.
Un altro importante indizio sulla natura del cataclisma prodotto dal
Diluvio sono le prove di attività vulcaniche simultanee, che possono essere
state provocate soltanto da tensioni tettoniche sotto la superficie della Terra.
Sparsi in spessi strati di fango e a volte all’interno di cumuli di ossa e
crani, si trovano spessori di cenere vulcanica. Non esiste dubbio alcuno che
in concomitanza con le [estinzioni] si siano avute eruzioni vulcaniche di
terrificanti proporzioni.66
Quale forza può aver prodotto un tale sconvolgimento tettonico al tempo
in cui le acque del mare si sollevarono al di sopra delle Ande? Lo
scioglimento delle calotte di ghiaccio polari non è una spiegazione
soddisfacente, e comunque, cosa può aver provocato quello scioglimento?
Qui abbiamo a che fare con un improvviso e violento avvenimento che
spazzò piante e animali da un’estremità del globo all’altra. L’inevitabile
conclusione è che la Terra sia stata spostata da una forza esterna di
straordinaria potenza.

NIBIRU, VENERE E IL DILUVIO

Se le prove del Diluvio avvenuto 13.000 anni fa sono così evidenti, come
mai non viene riconosciuto come un fatto scientifico? La risposta la
troviamo nei ben radicati principi della scienza moderna: nulla è “possibile”
in assenza di una teoria scientifica che lo spieghi. È per questo motivo che
l’idea di Alfred Wegener sulla deriva dei continenti non venne presa in
considerazione per qualcosa come sessant’anni, prima che fosse convalidata
dalla teoria della tettonica a zolle. Il fatto che non sia stato riconosciuto
come reale il cataclisma a cui diamo il nome di Diluvio universale è spiegato
dall’incapacità degli scienziati di trovare una causa plausibile alle
devastazioni che abbiamo appena preso in esame.
Ma la traduzione dell’Enuma Elish e le prove riguardanti Nibiru/Pianeta
X adesso ci propongono una possibile causa proprio del Diluvio universale.
Zecharia Sitchin suggerisce che proprio Nibiru, dopo essere stato
“catturato” in un’orbita solare, abbia provocato il Diluvio destabilizzando le
calotte polari. Del resto, gli scribi sumeri avevano affermato ripetutamente
che il Diluvio era stato provocato dal pianeta Nibiru, con effetti tali che la
Terra venne descritta come un pianeta scosso fin nelle fondamenta. Un
testo, citato da Sitchin, individua Nibiru molto chiaramente:

Quando il saggio griderà: «Alluvione!»


È il dio Nibiru;
È l’eroe, il pianeta a quattro teste.
Il dio che ha per arma la tempesta che inonda, si volterà
indietro;
e scenderà al suo luogo di riposo.67

Ma è scientificamente possibile che Nibiru sia stato la causa del Diluvio


universale, innalzando le acque terrestri sopra le Ande e sopra il monte
Ararat (dove Noè finì con l’approdare)? L’esperienza comune dimostra che
gli effetti gravitazionali di Sole e Luna sono sufficienti a spingere gli oceani
terresti di lato, creando un gonfiore globale che noi definiamo alta marea.
Sebbene queste maree non superino in altezza i 9 m circa, dimostrano però
un principio importante: l’effetto potrebbe essere di molto incrementato dal
passaggio a poca distanza di un altro pianeta, e fu proprio ciò che accadde,
se badiamo al resoconto biblico del Diluvio laddove afferma che «le valli
del mare erano scoperte e le fondamenta della Terra nude».68
L’orbita di Nibiru, così come l’ha elaborata Sitchin, tocca normalmente
un punto nella Fascia degli asteroidi distante dalla Terra oltre 300 milioni di
chilometri. A una distanza del genere è certamente visibile dalla Terra
(com’è confermato in un testo che descrive la visita sul nostro pianeta di
Anu e di Antu) ma una tale distanza sarebbe sufficiente a provocare il
Diluvio? Secondo me, la risposta è no. Ma prima di mettere da parte la
teoria di Sitchin vediamo di considerare un’altra possibilità.
È un fatto scientifico accertato che le orbite dei corpi planetari sono
influenzate dalla prossimità di pianeti vicini. Quindi, quando Nibiru compie
le sue regolari visite di ritorno alla parte interna del sistema solare,
interagisce con gli altri pianeti e ogni volta segue pertanto un percorso
lievemente diverso dai precedenti. È possibile che Nibiru, invece di
percorrere il suo normale tragitto vicino alla Fascia degli asteroidi, sia stato
sospinto più vicino alla Terra?
Un testo mesopotamico tradotto da Alfred Jeremias riferisce un
allineamento di pianeti che, una volta, portò Nibiru molto vicino a Venere e
alla Terra. Il testo, che attribuisce simbolicamente alle divinità i diversi
pianeti, dichiara che sette pianeti esterni (Marte, Giove, Saturno, Urano,
Nettuno, Plutone e Nibiru) «irruppero nella fascia celeste» che li separava
dai quattro “pianeti” interni (Sole, Mercurio, Venere e Luna). 69
Conseguentemente, Ishtar/Venere tentò di diventare «regina del cielo» in
una «residenza gloriosa insieme ad Anu/Nibiru». E la Luna (Sin) venne a
sua volta «assediata con violenza». Il testo conclude dicendo che Nibiru
salvò l’oscurata Luna e le rese possibile «risplendere nei cieli» come prima,
mentre Ishtar/Venere fallì nel suo tentativo di avere gloria. Leggendo
attentamente questo testo, si può capire che, analogamente all’ Enuma Elish,
descrive eventi celesti e non battaglie tra gli dèi.
Un’ulteriore prova di ciò la troviamo in una dichiarazione del sacerdote e
storico babilonese Berosso, che nel iii secolo a.C. scriveva:
Io, Berosso, interprete di Belo, affermo che tutto ciò che la Terra ha
ereditato verrà consegnato alle fiamme quando i cinque pianeti si riuniscono
in Cancro, così disposti in un’unica fila, talché una linea retta può
attraversare le loro sfere. Quando questo stesso allineamento avrà luogo nel
Capricorno, allora noi correremo il pericolo del Diluvio.70
David Fasold, nel suo esauriente studio del Diluvio, cita qualcosa di
molto interessante che ci arriva dalla tradizione cinese. Una pittografia
tradotta dagli studiosi cinesi C. Kang e E. Nelson recita enigmaticamente
«otto + uniti + Terra = totale [...] + acqua = Diluvio». 71 Fasold interpreta ciò
come l’indicazione di otto sopravissuti, ma a me pare invece un riferimento
a otto pianeti compresi Nibiru e Venere. Il riferimento “uniti” suggerisce un
allineamento dei pianeti in linea retta, come aveva indicato Berosso e come
viene anche indicato dal riferimento mesopotamico all’ «assalto della fascia
celeste».
Taluni autori hanno suggerito un passaggio ravvicinato del pianeta
Venere come causa del Diluvio, e in questo contesto appare curioso il fatto
che l’orbita di Venere sia stata studiata con estrema attenzione e registrata
anche dai Maya, oltre che dagli astronomi Sumeri. L’idea di un passaggio
ravvicinato di Venere deriva forse dalle molte anomalie di quel pianeta, in
particolare, la sua superficie di recente formazione, il suo inspiegabile calore
interno, e la sua insolita rotazione retrograda (in senso orario).72 L’ipotesi
del passaggio ravvicinato di Venere presenta però un lato debole, di per sé
fatale: cosa ne avrebbe provocato l’improvviso spostamento dall’orbita
normale?
Abbiamo quindi una serie di indizi che sembrano indicare come Nibiru di
tanto in tanto compia un passaggio particolarmente vicino sia alla Terra sia a
Venere. Può questa ipotesi offrire una base scientifica per spiegare il
Diluvio? Se la accostiamo alla teoria di Zecharia Sitchin, Nibiru si sarebbe
avvicinato molto più dei 300 e oltre milioni di chilometri di distanza a cui si
pone la Fascia degli asteroidi. Nella sua congiunzione alla Terra, Venere ne
dista appena 46 milioni di chilometri. Se, poniamo, Nibiru fosse passato
lungo una traiettoria equidistante dai due pianeti, si sarebbe avvicinato alla
Terra di circa 38,5 milioni di chilometri, cioè una distanza sufficiente perché
quel pianeta, tre volte più grande del nostro, potesse influire su di esso in
modo drammatico.
Ma come venne effettivamente scatenato il Diluvio? Quasi tutti gli studi
indicano che si trattò di una colossale onda di marea, e si è quindi cercato di
trovarne il motivo scatenante nel nostro stesso pianeta. Stando a una delle
teorie che sono state formulate, il rivestimento di ghiaccio dell’Antartico si
distacca periodicamente e scivola nelle acque.73 Un’altra teoria prende in
considerazione il riferimento biblico «tutte le sorgenti delle grandi
profondità irruppero»74 e quindi suggerisce che ci sia stata una violenta
fuoriuscita di nuove acque oceaniche attraverso le fenditure presenti sul
letto degli oceani.
Ma se ricerchiamo una causa esterna, celeste, per spiegare il Diluvio,
allora emerge una teoria assai più plausibile. Gli scienziati ritengono che
quando due pianeti sono molto vicini tra di loro provocano una sorta di
campo energetico che coinvolge un insieme di eccezionali forze
elettromagnetiche. Il passaggio di Nibiru, un pianeta tre volte più grande
della Terra, avrebbe dunque provocato uno sconvolgimento notevolissimo
a livello tettonico, il che spiegherebbe i segni di attività vulcaniche
associabili al Diluvio. Effetti secondari possono aver compreso lo
scioglimento o lo scivolamento in acqua delle calotte polari, e anche
l’espulsione violenta di nuove acque oceaniche. Quanto al Diluvio in sé, le
acque della Terra possono essere state spinte di lato da una attrazione
gravitazionale provocata proprio da Nibiru mentre passava accanto alla
Terra. Infine, quando Nibiru si allontanò le acque ricaddero sulla Terra
scagliando in una precisa località masse di alberi e di carcasse, esattamente
come è stato prima descritto.
Si potrebbe anche pensare che l’incontro con il pianeta Nibiru abbia
influenzato sia la rotazione, sia l’inclinazione, sia il movimento rotatorio del
nostro pianeta. Un testo antico, l’Epopea di Erra, allude chiaramente a
mutamenti dell’orbita terrestre al tempo del Diluvio, laddove il dio Marduk
si lamenta perché a motivo del Diluvio «[Le] regole del Cielo-Terra si sono
scardinate e le sedi degli dèi celesti, le stelle del cielo, sono mutate e non
sono ritornate alle loro originarie collocazioni».75
Parrebbe che anche il campo magnetico sia rimasto influenzato da questi
fenomeni. Nel 1972, alcuni scienziati svedesi, dopo aver preso in esame una
serie di campioni geologici, si convinsero che 12.450 anni fa si ebbe un
capovolgimento del campo magnetico terrestre.76 In effetti, si ritiene che
molti capovolgimenti del genere siano occorsi nella lunga storia del nostro
pianeta, ma nessuna spiegazione scientifica di questi fenomeni viene
espressa.77
Un incontro ravvicinato con il Nibiru avrebbe avuto effetti drammatici
anche per il pianeta Venere, di per sé un fenomeno nell’ambito del sistema
solare, avendo un movimento retrogrado, ovvero orario. Anche la velocità
della sua rotazione è insolita, giacché questo pianeta impiega 243 giorni per
ruotare sul proprio asse. La gran parte dei pianeti ruotano su se stessi in un
giorno oppure meno, fatta eccezione per Plutone (6,4) e per Mercurio
(58,6). La combinazione di queste due stranezze suggerisce che, per
ricorrere alle parole dell’astronomo Tom Van Flandern, «qualcosa di
diverso dal Sole ha tolto a Venere gran parte del suo impeto rotatorio». 78
Secondo me, sono state le forze elettromagnetiche di Nibiru, nel senso che
in un tempo assai remoto hanno anzi tutto rallentato il moto rotatorio di
Venere, e in seguito l’hanno portato a ruotare lentamente all’incontrario.
L’Enuma Elish conferma che Nibiru/Marduk aveva un movimento orario,
diverso quindi da quello degli altri pianeti. Un incontro come quello
ipotizzato spiegherebbe anche il livello estremo di calore all’interno del
pianeta Venere, che per gli astronomi rimane un totale mistero.
Dobbiamo pensare che la turbolenza tipica di Venere sia una sua
caratteristica originaria, oppure che si tratti di un fenomeno relativamente
recente? Uno scienziato, il dottor Stuart Greenwood, ha indicato che la
coltre di nubi intorno a Venere è aumentata drasticamente negli ultimi
millenni.79 Adoperando i dati astronomici lasciati dai Maya e dai Babilonesi,
Greenwood ha potuto dimostrare che il periodo di invisibilità di Venere
nella sua “congiunzione superiore” (quando cioè non può essere vista
perché rimane dietro il Sole) si è abbreviato in modo significativo, da 90
giorni agli attuali 50. La conclusione di Greenwood è che in un periodo
piuttosto recente Venere doveva essere stata dotata di una atmosfera
contenente una copertura nuvolosa assai meno importante di quella attuale.
Il che suggerisce con forza che quel pianeta si trova al presente sotto gli
effetti di un recente incontro con Nibiru.
È forse assai significativo che gli Aztechi abbiano sempre tenuto in vita
una leggenda secondo la quale Venere era “la stella che fumava”. 80 È del
tutto possibile che questa antica leggenda si basi su testimonianze oculari
databili al tempo del Diluvio, nel qual caso Venere potrebbe avere perduto
la propria atmosfera in seguito all’incontro con Nibiru, ricostituendola poi
negli ultimi 13.000 anni. La leggenda azteca assomiglia non poco a un’altra
leggenda, questa volta greca, secondo la quale una “stella fiammeggiante”
quasi distrusse il mondo, lo allagò e finì quindi trasformata in Venere.
Perciò possono esserci precisi riferimenti storici per la paura
apparentemente irrazionale dei Maya che Venere potesse infliggere la morte
quando raggiungeva un determinato punto della sua orbita.
Dunque scienza e leggenda si incrociano per fornirci ulteriori conferme
del fatto che il Diluvio è stato evento storico, provocato da un fenomeno
esterno che coinvolse anche Venere. Il pianeta Nibiru è l’anello mancante
che può offrirci le prove a lungo ricercate dell’attendibilità delle leggende
sul Diluvio.81

IL PIANETA DELLA CROCE

Ma Nibiru è stato osservato dopo il Diluvio? La risposta parrebbe essere


affermativa in quanto a quel pianeta viene dato notevole risalto nelle
cronache della civiltà sumera sorta 6000 anni fa.
I Sumeri chiamavano il pianeta degli dèi nibiru, cioè “Pianeta che
attraversa”.82 Per capire bene il significato di questo nome occorre tornare
all’antica epica babilonese della creazione. Secondo l’Enuma Elish, Nibiru
era per sempre destinato a ritornare sul luogo della battaglia celeste, dove
aveva attraversato la traiettoria di Tiamat; è per questo motivo che venne
denominato “pianeta che attraversa”. In effetti, nei primi sistemi di scrittura
pittografica, Nibiru era indicato con il segno della croce. Il significato
religioso della croce, un simbolo sacro non solo dei cristiani ma anche dei
buddisti, deve dunque la sua origine all’episodio celeste da cui scaturì la
creazione della Terra e del firmamento.
I testi sumeri sembrano affermare che il capo degli dèi, An (Anu),
risiedeva in realtà su Nibiru, da dove compiva visite periodiche sulla Terra
accompagnato da sua moglie Antu. Le cronache sumere descrivono in
modo particolareggiato il grande fasto e le cerimonie che caratterizzarono
una di quelle visite. Secondo Zecharia Sitchin quella visita ebbe luogo nel iv
millennio a.C., quando gli dèi decisero di concedere all’umanità civiltà e
autogoverno. Il diciassettesimo giorno della loro visita, Anu e Antu vennero
intrattenuti, appena prima della loro partenza, nella città di Uruk. Gli dèi che
si erano riuniti per l’occasione si detersero le mani in catini d’oro, e venne
servito un grande banchetto portato su sette vassoi d’oro. Poi, un sacerdote
salì sul tempio-ziggurat per osservare la comparsa di Nibiru.
Vennero poi offerti diversi canti che recavano titoli quali Il pianeta di
Anu si innalza nel cielo e L’immagine del creatore si è alzata . Quando
Nibiru comparve, in tutta la nazione vennero accesi grandi falò per
festeggiare e si levarono altri inni quali Il pianeta del creatore, Il pianeta
che è l’eroe del cielo. Finalmente gli dèi accompagnarono Anu e Antu in
una grande processione fino al loro «santuario d’oro per la notte». La
mattina successiva gli dèi condussero Anu e Antu al «sacro molo», al
«luogo della barca di Anu», dove si svolse un complesso commiato
cerimoniale.
L’antica credenza in Nibiru è sottolineata non soltanto dalle cronache
scritte, ma anche da numerose raffigurazioni che lo mostrano come un disco
dotato di due enormi ali (tav. 74). Il simbolo del disco alato era venerato da
Sumeri, Assiri, Babilonesi, Egiziani e da altri imperi esistiti nei millenni
successivi. Adornava templi e palazzi degli dèi e dei regnanti, ed era spesso
simbolicamente raffigurato mentre sovrasta i luoghi di battaglia. Il
significato delle ali ha lasciato sempre perplessi gli studiosi, che hanno
spiegato la cosa in funzione dei loro preconcetti e cioè adducendo una
religione adoratrice del Sole tipica di queste antiche civiltà. Ma le ali
assumono significato alla luce di un pianeta il cui re era la massima autorità
sui regnanti umani della Terra.
Se qualcuno ritiene che i testi sumeri e babilonesi siano frutto di mera
fantasia, e che tutte le analogie riferite al sistema solare siano solo
coincidenze, allora può essere utile riflettere su un altro “documento”
decifrato da Sitchin. Si tratta dello scettro cilindrico accadico del III
millennio a.C., attualmente presso il Museo Statale di Berlino (numero di
riferimento va 243).
Questo scettro accadico raffigura undici globi i quali attorniano un più
grande globo a sei raggi che chiaramente rappresenta il Sole (tav. 40 ).
Partendo dal punto corrispondente alle ore 3 e per poi procedere in senso
orario, riscontriamo una straordinaria analogia con il sistema solare sia per
quanto riguarda le misure relative sia per quanto riguarda i pianeti. Fatta
eccezione per Plutone, indicato nella sua originaria situazione di satellite di
Saturno,83 questa antica rappresentazione mostra i pianeti così come si
disposero dopo la collisione tra Nibiru e Tiamat. Si nota però tra Marte e
Giove un grande globo di dimensioni pressappoco tre volte quelle della
Terra, non riferibile a pianeti a noi noti. Non può certo essere una
coincidenza che l’Enuma Elish individui in modo accurato la posizione di
questo pianeta o “dio”:

Pianeta Nibiru:
è lui che senza mai stancarsi
continua a passare in mezzo a Tiamat.
“Pianeta che attraversa” sia il suo nome,
colui che occupa il centro.84

Una posizione tra Marte e Giove costituisce effettivamente “il centro”,


con cinque pianeti interni e cinque esterni (la Luna è annoverata tra i pianeti
interni giacché si era sviluppata come corpo celeste autonomo).
Cosa dicevano questi antichi testi a proposito dell’orbita di Nibiru?
L’Enuma Elish, che si riferisce a Nibiru attribuendogli il nome del dio
Marduk, descrive due “abitazioni” che possono essere considerate come il
perielio e l’afelio dell’orbita del pianeta. Queste “abitazioni” erano chiamate
dai Sumeri per il perielio, il punto più vicino al Sole, an.ur che significa
“base celeste”, e e.nun, “grande/signorile abitazione”, per l’afelio. Zecharia
Sitchin ha chiaramente individuato il cielo, e quindi il perielio, nella Fascia
degli asteroidi. Ma la grande abitazione signorile, d’altro canto, veniva a
volte definita “il Profondo”, un termine adoperato anche per descrivere la
posizione di Plutone, e che vuole significare un punto lontanissimo.85 I testi
mesopotamici, infatti, descrivono Marduk/Nibiru come il “controllore” dei
pianeti, dotato di un’orbita più “signorile” o “grandiosa” di quella degli altri
pianeti, grazie alla quale «egli scruta la sapienza nascosta... e vede ogni
quartiere dell’universo».
Queste descrizioni indicano un’orbita planetaria del tutto insolita, che a
un’estremità si avvicina al Sole e all’altra va al di là di Plutone: un’orbita
dunque estremamente ellittica. L’unico precedente di orbite tanto ellittiche
lo troviamo nelle comete, che passano nel cuore del sistema solare, ma che
poi possono scomparire per migliaia di anni prima di essere riviste.
L’Enuma Elish attribuisce l’orbita ellittica irregolare delle comete alla
frantumazione di Tiamat. È possibile, per un grande pianeta, avere un’orbita
così strana? La risposta non può che essere sì, però in presenza di
condizioni molto particolari, e dovremmo a questo punto osservare che
qualsiasi fenomeno abbia provocato l’entrata di Nibiru nel sistema solare 4
miliardi di anni fa, fu di per sé un avvenimento estremamente insolito.
Quanto è estesa l’orbita di Nibiru, e come mai questo pianeta non è stato
visto in epoca moderna? La risposta suggerita da Sitchin è racchiusa nel
termine sumero sar talora riferito a Nibiru. La parola sar significava
“governante supremo”, un riferimento al dio supremo Anu, ma questa
parola indica anche il numero 3600, raffigurato come un grande cerchio.86
Inoltre, in taluni contesti, questo termine assume anche il significato di “un
ciclo completato”. Basandosi dunque su ciò, e su altre prove a sostegno,
Sitchin conclude che l’orbita di Nibiru è pari a qualcosa come 3600 anni
terrestri. Il che spiegherebbe perché non è stato avvistato in tempi recenti.

ALLA RICERCA DEL PIANETA X

Può la scienza moderna confermare l’esistenza di Nibiru, un pianeta con


una dimensione che si colloca tra quelle di Urano e di Giove, dotato di
un’orbita ellittica di 3600 anni, e con un perielio normalmente prossimo alla
Fascia degli asteroidi?
Negli ultimi 200 anni la scoperta di nuovi pianeti è dipesa più dalla
matematica che non dalla progettazione di telescopi sempre più grandi e
perfezionati. Per esempio, l’esistenza di Nettuno era stata originariamente
dedotta dalle irregolarità dell’orbita di Urano. In modo analogo, Plutone è
stato trovato in seguito alle osservazioni di sconosciute forze gravitazionali
che influivano sull’orbita di Nettuno.
Applicando questo stesso principio, gli astronomi si sono convinti che
talune altrimenti inspiegabili irregolarità nelle orbite di Urano, Nettuno e
Plutone (e in minor misura di Giove e di Saturno), segnalano l’esistenza di
u n altro pianeta non ancora scoperto. Gli astronomi sono talmente certi
dell’esistenza di questo pianeta che gli hanno già dato un nome, “Pianeta
X”, il Decimo Pianeta.87 Nonostante i recenti tentativi per sgonfiare questa
ipotesi, la teoria del Pianeta X rimane viva e vegeta, tant’è vero che nel
1978, dopo decenni di stagnazione, ha effettuato un gigantesco balzo in
avanti grazie alla scoperta del satellite di Plutone. Difatti, Caronte ha
consentito di effettuare misurazioni accurate della massa di Plutone, che è
risultata molto minore di quanto si supponesse. Questo ha reso possibile
confermare matematicamente, con grande certezza, le deviazioni nelle orbite
di Urano e Nettuno. Due astronomi dello us Naval Observatory di
Washington d.c. hanno di conseguenza risuscitato l’idea del Pianeta X. Ma
questi astronomi, Robert Barrigton e Tom Van Flandern, si sono spinti
ancor più avanti, impiegando modelli matematici per suggerire che il
Pianeta X ha espulso Plutone e Caronte dalle loro precedenti situazioni di
satelliti di Nettuno.88 I due studiosi hanno teorizzato che il Pianeta intruso
era tre-quattro volte più grande della Terra e che probabilmente è stato
catturato in un’orbita solare «altamente eccentrica e inclinata, caratterizzata
da un lungo periodo».89 Parrebbe quasi che abbiano seguito alla lettera i
dettami dell’Enuma Elish.
Nel 1982 la stessa NASA ha ufficialmente ammesso la possibile esistenza
del Pianeta X, annunciando che «una qualche sorta di oggetto misterioso là
fuori esiste davvero, assai oltre i pianeti più distanti».90
Un anno dopo, l’IRAS (satellite astronomico a raggi infrarossi), da poco
lanciato nello spazio, rilevò nelle profondità dello spazio un oggetto
misterioso di grandi dimensioni. Il «Washington Post» riassunse così
un’intervista con il capo degli scienziati IRAS:
Un corpo celeste possibilmente grande quanto il gigantesco pianeta Giove
e possibilmente così vicino alla Terra da essere parte del nostro sistema
solare è stato osservato da un telescopio in orbita, in direzione della
costellazione Orione... «Posso solo dirvi che non so di cosa si possa
trattare», ha detto Gerry Neugebauer, un importante esponente degli
scienziati al lavoro sul pianeta iras.91
Negli anni che seguirono la ricerca del Pianeta X produsse poche altre
novità. Ma gli scienziati erano evidentemente convinti della sua esistenza
giacché continuarono a elaborare modelli matematici delle sue
caratteristiche. Le loro conclusioni hanno confermato la teoria secondo cui
il Pianeta è da tre a quattro volte più grande della Terra; indicano inoltre che
possa avere un’orbita inclinata all’ellisse di addirittura 30° e che la sua
posizione è tre volte più lontana dal Sole di quella di Plutone.92
Nel 1987, la NASA diramò una dichiarazione ufficiale sulla possibile
esistenza del Pianeta X. La rivista americana «Newsweek» scrisse:
La NASA ha tenuto la settimana scorsa una conferenza stampa presso
l’Ames Research Center in California. Lo scopo è stato quello di diramare
un curioso annuncio: un eccentrico decimo pianeta forse - ma forse no - sta
orbitando intorno al Sole. John Anderson, uno scienziato che compie
ricerche per la NASA e che ne è stato il portavoce in questa circostanza, ha
detto di ritenere che nello spazio ci sia il Pianeta X, sia pure lontanissimo
dagli altri nove. Se avesse ragione, si risolverebbero così due dei misteri più
intriganti della scienza spaziale: cosa nel XIX secolo ha provocato le
misteriose irregolarità delle orbite di Urano e Nettuno, cosa ha ucciso i
dinosauri 26 milioni di anni fa.93
Sul finire degli anni Ottanta accaddero due cose. La prima, i periodici
scientifici cominciarono una campagna per screditare la teoria del Pianeta X;
e, seconda cosa, la NASA prese a investire sempre più fondi nella
progettazione e nella costruzione di telescopi spaziali.94
La campagna per screditare la teoria era guidata da scienziati quali K.
Croswell,95 M. Littman,96 E. Standish jr., 97 e D. Hughes.98 Le loro critiche
andavano dalle accuse di irrazionalità a quelle di bizzarrie. Croswell
sosteneva che il pianeta non poteva esistere a motivo dell’assenza di effetti
anomali sui veicoli spaziali Pioneer e Voyager, ma non teneva conto della
possibilità che il Pianeta X fosse sotto l’eclittica e quindi vicino alla sua più
distante posizione afelia più lontana. Nonostante l’assenza di ogni
fondamento per poter definire errati quei dati, Littman tentò di tralasciare
tutte le osservazione astrometriche antecedenti il 1910 così da eliminare le
anomalie.99 Standish invece le modificò quel tanto che gli consentisse di
ridurre ogni discrepanza utile a segnalare la presenza di un decimo pianeta,
ma per sua stessa ammissione le anomalie erano state solo ridotte e non
completamente eliminate. Infine, Hughes tentò di screditare ogni idea del
Pianeta X mediante un discorso complicato, secondo il quale, quando è nato
il sistema solare, non c’era sufficiente materiale per la costituzione di un
altro pianeta. Non aveva, è chiaro, letto l’ Enuma Elish, laddove descrive
Marduk/Pianeta X come originario non del sistema solare.
Tutte queste critiche si concentrano unicamente sulle anomalie
matematiche e trascurano le altre prove a favore dell’esistenza del Pianeta
X. Nel suo aggiornamento del 1993, Tom Van Flandern richiama
l’attenzione sul fatto che il Pianeta X rimane l’unica spiegazione per la
strana origine dei satelliti di Nettuno e per le insolite caratteristiche di
Plutone e Caronte.100 Inoltre, presenta nuove prove riguardanti le deviazioni
di molte orbite di comete. Egli sottolinea come le perturbazioni nelle orbite
sia delle comete sia planetarie aumentino progressivamente a mano a mano
che ci si allontana dal sistema solare, il che suggerisce con forza la presenza
di un corpo possibilmente due volte più lontano dal Sole di Plutone.101
Van Flandern continua a essere un sostenitore della ricerca del Pianeta X.
Una ricerca ora condotta nei cieli meridionali, ma individuare un oggetto
lontano che si muove così lentamente rispetto alle stelle sta dimostrandosi
indicibilmente arduo.102 È significativo il fatto che in termini di dimensioni,
di caratteristiche orbitali e di posizionamento direzionale, le specifiche del
Pianeta X siano identiche a quelle di Nibiru così come vennero descritte dai
Sumeri e dai Babilonesi.
Mentre gli astronomi stavano dando la caccia al Pianeta X, il governo
americano cominciò a destinare come non mai stanziamenti per lo sviluppo
del costosissimo telescopio Hubble. Questo telescopio, da collocare nello
spazio, venne finalmente lanciato il 20 aprile 1990, ma si rivelò difettoso.
Nel novembre 1993 la sua capacità di vedere venne corretta mediante una
gigantesca “lente a contatto”, introdotta nello spazio con un costo di 700
milioni di dollari.
Intanto l’Agenzia Spaziale Europea stava costruendo un proprio
osservatorio spaziale a infrarossi, che varò con successo nel novembre
1995. Diversamente da Hubble, che è un telescopio ottico, il telescopio
dell’ase è stato progettato per riconoscere radiazioni infrarosse. Può dunque
scrutare nelle profondità più oscure dello spazio, e gli si attribuisce la
capacità di riconoscere il calore proveniente da un uomo di neve a una
distanza di 110 km.
Se tutto questo sembra innovativo, allora cosa dire degli ultimi
programmi NASA? Nel dicembre 1995, la rivista «Nature» informava di un
progetto NASA per lanciare un telescopio nello spazio profondo, forse
dalle parti di Giove. La NASA tentò di motivare una collocazione così
distante riferendosi alla necessità di ridurre il degrado provocato alle
immagini dalle perturbazioni atmosferiche. Ufficialmente il progetto ha lo
scopo di individuare grandi pianeti in sistemi solari “vicini”, ma trasportare
un telescopio dalla Terra a Giove significa colmare una differenza assai
marginale rispetto ai 42 anni luce di distanza spaziale (circa un sesto di
millesimo dell’1% di differenza, a essere precisi), il che ci porta a chiedere
perché mai la NASA desideri spendere in questa maniera 1000 milioni di
dollari o più. D’altra parte, se la ricerca non riguarda pianeti lontani 42 anni
luce, bensì un pianeta lontano però interno al nostro sistema solare, allora il
progetto comincia ad avere una sua logica.

LA CASA DEGLI DÈI?

Sinora abbiamo costruito un discorso assai solido a sostegno


dell’esistenza di Nibiru. Abbiamo capito quanto Nibiru abbia influito nella
formazione del nostro sistema solare, e anche nelle successive fasi evolutive
sulla Terra, così come nel Diluvio 13.000 anni fa. Lo abbiamo ritrovato in
epoca a noi ancor più vicina, quella dei Sumeri, e abbiamo passato in
rassegna le ricerche che oggi vengono effettuate nello spazio per
individuarlo. Ma nonostante la stretta relazione tra Nibiru e il capo degli dèi
Anu presente nei testi Sumeri,103 possiamo davvero affermare che quel
pianeta è, o era, la casa degli dèi?
Un riscontro importante sta forse nel numero “12”, considerato sacro dal
genere umano sin dai tempi più remoti. Lo troviamo nel giudaismo (le
dodici tribù di Israele), nel Cristianesimo (i dodici apostoli) e nell’induismo
come numero considerato di buon auspicio.
Data la totale assenza di qualsiasi altra spiegazione della sacralità del
numero 12, è stato suggerito che l’origine vada cercata nell’ambito degli
dèi, più particolarmente nell’astronomia.104 Come abbiamo già potuto
vedere, il pianeta Nibiru porta il numero totale di corpi celesti nel nostro
sistema solare a dodici (contando il Sole e Luna); secondo i Sumeri, il
consiglio degli dèi consisteva anch’esso di dodici “anziani”. L’importanza
simbolica di questo numero si ripropone anche oggi nella divisione celeste
in dodici costellazioni che segmenta il ciclo precessionale della Terra in
dodici periodi di 2160 anni ciascuno. Parrebbe che l’ossessione degli dèi
per il 12 e per l’astronomia in genere, e con Nibiru in particolare, assumesse
un significato pressoché religioso, ed è dunque possibile concludere che gli
dèi non erano affatto estranei al sistema solare, bensì dei suoi abitanti.
Una possibile convalida del fatto che Nibiru fosse l’origine degli dèi scesi
sulla Terra la troviamo nel significato del numero “7”. Così come il 12,
anche il 7 era importante per gli dèi, e da allora è rimasto sacro al genere
umano. Questo numero assume particolare rilievo nei sette giorni biblici
della creazione, mentre nel Nuovo Testamento abbiamo L’Apocalisse con i
suoi sette sigilli, i sette candelabri, i sette angeli con le sette maledizioni, e i
sette colpi dell’ira di Dio. Il 7 compare anche in altre religioni e negli scritti
apocrifi. Il Corano e il Libro di Enoch descrivono i viaggi nei sette cieli
compiuti da Maometto e da Enoch, mentre ancor oggi i pellegrini
musulmani devono camminare sette volte intorno alla Ka’bah nella Mecca.
Le nostre culture moderne hanno anche fatto proprie espressioni quali “le
sette meraviglie del mondo antico” (anche se potrebbero esserne contate
molte altre) e “i sette peccati capitali” (anche se probabilmente potremmo
annoverarne qualcuno in più!).
L’aspetto divino del 7 viene espresso anche nell’altrimenti inspiegabile
origine dei sette giorni della settimana. La gran parte di noi dà per scontato
il fatto che la settimana sia formata da sette giorni e suppone trattarsi un
ciclo naturale. In realtà non si tratta affatto di un ciclo fisso e gli scienziati
per anni si sono dati da fare per spiegare da dove abbia tratto origine una
tradizione del genere. I teologi sosterrebbero che la risposta sta nei sette
giorni della creazione biblica, ma l’origine dei “sette giorni biblici” va quasi
sicuramente attribuita alle sette tavolette su cui è scritto l’ Enuma Elish. Ciò
appare evidente dal contrasto tra le prime sei tavolette babilonesi che
descrivono gli atti creativi di Marduk, e la settima dedicata a una generale
esaltazione di quel dio (e che quindi ripropone il settimo giorno biblico
quando Dio ha potuto riposarsi).
La settimana di sette giorni divide l’anno solare in cinquantadue
settimane, e introduce quindi un altro numero mistico nelle tradizioni sia
egizie sia maya. Secondo un antico papiro trovato in una tomba di Tebe,
Toth, il dio egizio della magia, era solito sfidare i mortali a un misterioso
“gioco del 52”, dal quale di solito gli esseri umani uscivano sconfitti.105
Questo numero compare anche nell’enigmatico Cerchio Sacro dei 52 cicli
(18,980 giorni) dei Maya, laddove il loro anno sacro di 260 giorni
coincideva esattamente con il loro anno solare di 365 giorni.
Ma qual è l’origine del 7 come numero sacro? Come mai i Babilonesi
scrissero l’epica della creazione su sette tavolette? Mentre le sette stelle delle
Pleiadi possono anche essere in questo senso importanti, Zecharia Sitchin
ha avanzato una teoria alternativa piuttosto interessante, che si basa su di
una accettazione letterale degli antichi testi. Avendo già individuato
l’associazione tra le dodici divinità e i dodici pianeti, Sitchin fu incuriosito
dai continui riferimenti al dio Enlil, noto come il maggiore tra gli dèi della
Terra ma anche chiamato enigmaticamente “Signore del 7”. Questo ha dato
a Sitchin l’idea che la Terra fosse in qualche modo considerata il settimo
pianeta, e si rese rapidamente conto che era effettivamente il settimo pianeta
incontrato dagli dèi quando viaggiarono da Nibiru sin nel cuore del sistema
solare.106
Tra le prove citate da Zecharia Sitchin c’è un planisfero d’argilla
danneggiato, ritrovato tra i ruderi dell’antica biblioteca di Ninive. Questo
disco ricurvo, che si ritiene essere la copia di un originale sumero, reca un
arcano e singolare insieme di segni e di frecce cuneiformi (tav. 41 ).107 Gli
studi compiuti su questo disco hanno portato alla conclusione ch’esso
rappresenta informazioni di genere tecnico oppure astronomico. Uno dei
segmenti mostra due forme triangolari, collegate tra di loro da una linea
lungo la quale stanno sette punti. Uno di questi triangoli contiene altri
quattro punti. Riconoscendo la divisione 7/4 come quella antica tra i pianeti
interni ed esterni del sistema solare, Sitchin esaminò con maggior attenzione
il disco.
Lungo i lati di ciascun segmento risultano ripetuti dei segni senza
significato per gli Accadi, ma che acquisirono improvvisa luce se letti con
sillabe sumere. Zecharia Sitchin trovò così riferimenti a Enlil, a
caratteristiche geografiche quali “cielo” e “montagne”, e ad attività quali
“osservazioni” e “discese”. Un riferimento viene fatto alla “divinità ni.ni,
supervisore della discesa”. C’erano anche numeri corrispondenti a un
matematicamente perfetto approccio per l’atterraggio di uno space shuttle.
Sitchin non ebbe dubbi sul fatto che il disco era dunque «una mappa di
rotta, che illustra la via per la quale il dio Enlil andava per i pianeti, e
include alcune istruzioni operative».108 Questo disco sembra confermare che
Nibiru era la residenza degli dèi e che la Terra è il settimo pianeta contando
da quello più interno.
Questo viaggio degli dèi verso la Terra viene anche commemorato
dall’antico rito babilonese della “processione di Marduk”, l’evento più
importante nel corso delle festività del nuovo anno che duravano dodici
giorni. Importanti scavi compiuti in Babilonia, e poi rapportati ai testi
cerimoniali babilonesi, hanno consentito agli studiosi di ricostruire il recinto
sacro del dio Marduk e di far rivivere l’antico rituale. La cerimonia
comprendeva sette diverse “stazioni” in corrispondenza delle quali il dio
Marduk veniva lodato con nomi diversi. Rendendosi conto che i Babilonesi
avevano attribuito al pianeta Nibiru il nome della loro divinità nazionale,
Zecharia Sitchin fu in grado di decifrare i nomi delle stazioni e i nomi di
Marduk (che il testo fornisce sia in lingua accadica sia in lingua sumera). A
questo punto vale la pena citare Sitchin stesso:
A nostro avviso le sette stazioni della processione di Marduk
rappresentavano il viaggio spaziale dei Nefilim dal loro pianeta alla Terra.
La prima stazione, la “casa delle fulgide acque” rappresentava il passaggio
vicino a Plutone; la seconda (“dove il campo si separa”) corrispondeva a
Nettuno; la terza a Urano; la quarta - un luogo di tempeste celesti - a
Saturno; la quinta, dove “la Strada” diventava più chiara; “dove appare la
parola del pastore” era Giove; la sesta, “la nave del viaggiatore”, era Marte.
E la settima stazione era la Terra: la fine del viaggio, dove Marduk creava la
“casa del riposo”, che per il dio era “la casa della costruzione della vita sulla
Terra”.109
Tutto questo indica davvero che Nibiru era la casa degli dèi, oppure
veneravano quel pianeta per il ruolo centrale che aveva avuto nella
formazione del sistema solare così come lo conosciamo? Zecharia Sitchin ha
sostenuto che Anu regnava veramente su Nibiru, ma cerchiamo di vedere se
questo può ritenersi plausibile. Per esempio, Nibiru ha un clima ospitale? La
sua orbita lo porta così distante dal Sole che la luce sarebbe forse un sesto di
quella che riceviamo sulla Terra; ma è scientificamente possibile che dei
pianeti generino molto calore internamente. Come abbiamo già menzionato,
Nibiru è stato descritto come dotato di grande calore (oltre che di acqua).
Basandoci sulle poche indicazioni di cui disponiamo, il clima di Nibiru può
essere paragonato a quello di un caldo Jacuzzi in un crepuscolo stellato:
forse non così ostico come ci si può immaginare, ma certamente non
attraente quanto quello della verdeggiante Terra. Perché allora Anu, il capo
degli dèi, desiderava viverci?
Può essere che Zecharia Sitchin abbia interpretato male gli antichi testi? Si
propongono subito due possibili alternative. Anzitutto, non è affatto certo
che gli dèi rappresentassero una dinastia reale ed è dunque possibile che
agissero sulla base di direttive che ricevevano; se questo fosse il caso, la
presenza di uno o più dèi su un Nibiru poco ospitale può essere spiegata.
Inoltre, è possibile che i riferimenti a decisioni emanate da Anu su Nibiru si
riferiscano a un trasmettitore situato su Nibiru per inviare i messaggi di Anu
il quale si trovava da qualche altra parte.
Il mio punto è questo: può essere che gli dèi siano giunti sulla Terra non
da Nibiru ma passando per Nibiru? Può essere che Nibiru sia stato usato
come una sorta di nave spaziale per attraversare il sistema solare a una
velocità di qualcosa come 19,500 km l’ora senza dover consumare
carburante? Questa ipotesi esce rafforzata proprio dalla ricreazione
babilonese del viaggio. È nella sesta stazione, Marte, che il viaggio
coinvolge “la nave del viaggiatore”. È esattamente ciò che ci si potrebbe
aspettare se Nibiru stessa fosse la nave spaziale sino al suo perielio tra
Giove e Marte. Altrimenti, perché cambiare nave?
Portando il ragionamento un tantino oltre, è parecchio improbabile che
questi dèi si siano evoluti su Nibiru, per due motivi. Primo, le condizioni
ambientali di Nibiru sarebbero molto diverse da quelle sulla Terra, eppure
quegli dèi, stando a tutti i resoconti, si adattarono molto, molto bene al
nostro pianeta. Inoltre, gli inevitabili cataclismi che dovevano intercorrere
quando Nibiru attraversava la Fascia degli asteroidi avrebbero reso difficile
a qualsiasi specie di evolvere in un lasso di tempo maggiore di poche decine
migliaia di anni.110 Invece, sulla Terra i cataclismi avvenivano soltanto a
intervalli di milioni di anni, e quindi agivano nella massima parte come
fenomeni evolutivi positivi.
Allora gli dèi, ovverosia “l’intelligenza”, dove evolsero? Secondo me più
che a Nibiru occorre pensare a un pianeta tipo Terra, appartenente a qualche
vicino sistema stellare situato in direzione dell’orbita di Nibiru (i cieli
meridionali). Sulla base dei dati relativi al nostro stesso sistema genetico,
così come è descritto nel Capitolo 2, occorre pensare a un ambiente in cui
l’evoluzione possa evolvere pacificamente su lunghi periodi di tempo.
D’altra parte, non dobbiamo affatto trascurare la possibilità che specie
intelligenti si siano evolute sulla Terra oppure su Marte, se ne siano andate
dal sistema solare per poi ritornarvi.
È ormai appurato che Marte aveva in passato un clima assai diverso
dall’attuale, con molta acqua e quindi con la capacità di dare sostentamento
a forme di vita. Inoltre, le immagini della NASA che paiono segnalare
caratteristiche artificiali sulla superficie di Marte hanno provocato molte
ipotesi sulla possibilità che sia esistita su quel pianeta una civiltà evoluta.111
Le conferme più affascinanti provengono dagli americani Vincent Di Pietro
e Gregory Molenaar i quali, lavorando insieme, hanno ingrandito le
immagini del monumentale “volto” nella zona di Cidonia su Marte: da esse
si trae proprio l’impressione che lì ci siano dei manufatti.112 È quindi assai
possibile che gli antichi abitanti di quelle zone siano emigrati centinaia di
milioni di anni fa proprio a motivo di mutamenti ambientali.
Ma è anche possibile che l’intelligenza possa essersi sviluppata
originariamente qui sulla Terra. Se facciamo un passo indietro e
riconsideriamo la scienza del sistema solare, vediamo che la Terra si trova
probabilmente in un angolo dell’universo assai particolare. I periodici,
cataclismatici ritorni di Nibiru nel centro del sistema solare possono aver
influito in modo molto significativo sulla rapidità del processo evolutivo
sulla Terra. Il ripetersi periodico di parziali estinzioni potrebbe aver portato,
stando alle leggi del darvinismo, a uno sviluppo accelerato di quegli
organismi che fossero sopravvissuti. Se mai c’è stato un luogo ideale per
l’evoluzione dell’intelligenza, allora il sistema solare è senza dubbio uno dei
maggiori candidati per questo ruolo.
Nel 1993 Michael Cremo e Richard Thompson pubblicarono una critica
di 900 pagine sull’archeologia e sull’antropologia tradizionali, intitolata
Forbidden Archaeology: The Hidden History of the Human Race.113 Gli
studi compiuti nell’arco di otto anni da Cremo e Thompson hanno
consentito di dimostrare che degli ominidi hanno vissuto sulla Terra per
centinaia di milioni di anni. Il lavoro di questi due studiosi, ottimamente
documentato, comprende una massa enorme di materiali anomali, quali
manufatti e resti umani rinvenuti in strati rocciosi risalenti a milioni di anni
fa. I ricorrenti cataclismi descritti in questo capitolo possono aiutarci a
capire come quei reperti siano finiti nella roccia. Il lavoro di Cremo e
Thompson merita una seria attenzione. Può proiettare luce non soltanto
sugli antenati dell’umanità, ma anche su quelli dei nostri creatori.
CONCLUSIONI

⊕ L’ Enuma Elish descrive un quadro scientificamente plausibile della


formazione della Terra e della Fascia degli asteroidi, dell’origine della Luna,
delle comete e di molte altre insolite caratteristiche del sistema solare che la
scienza moderna non ha ancora saputo spiegare.
⊕ Il sistema solare comprende un decimo pineta, scoperto
matematicamente dagli astronomi e chiamato Pianeta X.
⊕ I Sumeri chiamavano il Pianeta X Nibiru, il pianeta da cui gli dèi erano
scesi sulla Terra. È molto probabile che gli dèi siano arrivati mediante
Nibiru e che non vivessero né si fossero evoluti su quel pianeta.
⊕ Nibiru ha un’orbita ellittica estremamente lunga, della durata di 3600
anni, e i suoi periodici ritorni nella parte interna del sistema solare hanno
seminato la vita sulla Terra e ne hanno sveltito l’evoluzione.
⊕ Il Diluvio è stato un evento storico reale, accaduto circa 13.000 anni fa
e provocato da un raro allineamento dei pianeti esterni, che costrinse Nibiru
a un incontro ravvicinato con la Terra.
1 G. Smith, The Chaldean Genesis, 1876. La versione più completa dell’Enuma Elish è un testo
accadico scoperto a Ninive da Layard; sono state trovate anche altre copie, compresi i frammenti
di una più antica versione sumera.
2 Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 7.
3 Il termine comunemente tradotto con “venti” ha come significato letterale “coloro che stanno
accanto”, da cui “satelliti”.
4 Apsu ha il significato letterale di “Colui che esiste sin dall’inizio”.
5 Citato in G. Roux, Ancient Iraq, cit., Capitolo 6, p. 97.
6 Citato in Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 7, p. 223.
7 Ivi, pp. 223-6.
8 Ivi, pp. 226-7.
9 Ivi, p. 227.
10 Z. Sitchin, Genesis Revisited, cit., Capitolo 3, pp. 40-50. Il resoconto biblico è in Genesi 1, 1-
8.
11 Il Corano, 21, 30, Roma, Newton & Compton, 1999.
12 E. Larson - P. Birkeland, Putnam’s Geology, 1982, p. 66.
13 Z, Sitchin, Genesis Revisited, cit., Capitolo 5, p. 95.
14 Ivi, pp. 88-90. La parola geo, da cui provengono “geografia”, “geologia” ecc., deriva dal
termine sumero KI.
15 J. Vervoort, in «Nature», 379, 6566 (1966), pp. 624-7.
16 R. Carlson, Where Has All the Old Crust Gone?, in «Nature», 379, 6566 (1996), pp. 581-2.
17 R. Hutchinson, The Search for Our Beginning, Oxford University Press, 1983.
18 La portata di tali impatti può essere valutata riferendosi al cratere provocato da un meteorite in
Arizona e che ha un diametro di 1,550 m. Sulla Luna, il cratere noto col nome Teofilo ha un
diametro di 103 km. Mentre un altro cratere, meno profondo, ha un diametro di ben 290 km!
19 T. Van Flandern, Dark Matter, Missing Planets & New Comets, Berkeley, California, North
Atlantic Books, 1993, p. 262; questo genere di “cattura” è possibile soltanto se è coinvolto un
altro corpo di idonee dimensioni.
20 Ivi, pp. 264-5.
21 P. Moore, Guide to the Moon, Guildford-London, Lutterworth Press, 1976.
22 Z. Sitchin, Genesis Revisited, cit., Capitolo 6, pp. 125-31.
23 P. Lucey - G. Taylor - E. Malaret, Abundance and Distribution of Iron on the Moon, in
«Science» (USA), 268, 5214 (1995), pp. 1150-3.
24 T. Van Flandern, Dark Matter..., cit., p. 264.
25 Ivi, p. 157. La Legge di Bode venne proposta da Daniel Titius, ma prese il nome da Johann
Bode che la pubblicò nel 1778; questa Legge comprende una progressione aritmetica e geometrica
che predice con ragionevole accuratezza le distanze dal Sole dei pianeti. Z. Sitchin, Genesis
Revisited, cit., Capitolo 2, p. 39, cita una modifica alla Legge di Bode che sposta la Terra dalla
sua posizione indotta artificiosamente e che produce risultati ancora migliori basati solo su una
progressione geometrica.
26 Nel 1972 l’astronomo Michael Ovenden propose un dotto sostegno per la Legge di Bode,
secondo il quale il pianeta mancante nella Fascia degli asteroidi avrebbe dovuto avere le
dimensioni di Saturno, quindi con una massa assai superiore a quella di tutti gli asteroidi messi
insieme.
27 È la teoria espressa nel 1814 dall’astronomo francese Louis Lagrange.
28 La Nube di Oort prende il nome dal suo scopritore (1950), l’astronomo olandese Jan Oort.
29 W. Hartmann, Astronomy, The Cosmic Journey, Wadsworth, California, 1987.
30 T. Van Flandern, Dark Matter..., cit., p. 179.
31 Ibid. Van Flandern in effetti trae la conclusione che un’esplosione si verificò 3 milioni di anni
fa (pp. 159-60), ma cita prove che non appaiono coerenti con questa datazione (pp. 234-6). Van
Flandern fatica a spiegare quale forza abbia provocato l’esplosione del pianeta.
32 H. Brown - C. Patterson, The Composition of Meteoritic Matter III: Phase Equilibria, Genetic
Relationships and Planet Structure, in «Journal of Geology», 56, pp. 85-111.
33 T. Van Flandern, Dark Matter... cit., pp. 298-300. Inoltre, A. Brunini, A Possible Constraint
to Uranus’ Great Collision, in «Planetary and Space Science» (GB) 43, 8, agosto 1995, pp. 1019-
21.
34 T. Van Flandern, Dark Matter..., cit., p. 293.
35 Ivi, Capitolo 13.
36 Ivi, p. 252.
37 A proposito di Caronte, vedi ivi, p. 312; inoltre, H. Levison - S. Stern, Possible Origin and
Early Dynamical Evolution of the Pluto-Charon Binary, in «Icarus» (USA), 116, 2 (1995), pp.
315-39. A proposito di altri sistemi di satelliti, vedi T. Van Flandern - Z. Sitchin, Genesis
Revisited, cit., Capitoli 1-3.
38 T. Van Flandern, Dark Matter..., cit., p. 213.
39 Cosa intendiamo dire con il termine “vita”? Non la mera esistenza, ma la capacità di un
organismo di riprodursi.
40 Per esempio, il batterio primitivo E. coli è formato da quasi 4000 diversi geni!
41 F. Crick - L. Orgel, in «Icarus», settembre 1973.
42 F. Hoyle - C. Wickramasinghe, Evolution from Space, London, J. M. Dent & Sons, 1981;
inoltre, F. Hoyle, The Intelligent Universe, cit.
43 Questo genere di “seminagione” era in passato ritenuto impossibile a motivo dell’ambiente
ostile costituito dallo spazio esterno all’atmosfera, ma gli scienziati ora ammettono l’esistenza di
microrganismi, sulla Terra, in condizioni ambientali estreme; per esempio, negli strati rocciosi a
profondità di centinaia di metri, oppure nelle sorgenti vulcaniche con temperature elevatissime.
44 Vedi «Nature», 9 novembre 1989.
45 Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 14.
46 Molti pianeti del sistema solare hanno temperature più elevate di quelle che possono essere
causate dai raggi del Sole. Nettuno, per esempio, è molto più distante dal Sole di Urano, ma ha
temperature simili. Gli scienziati ritengono che questo calore si emani dall’interno in rapporto alle
sue dimensioni. Pertanto è possibile che un pianeta di grandi dimensioni, come parrebbe essere
Nibiru, possa contenere calore generato internamente sufficiente a determinare un clima ospitale.
Va notato anche che l’evento cataclismatico necessario per espellere Nibiru nelle profondità dello
spazio più di 4 miliardi di anni fa può avere dotato il pianeta di un eccezionale calore interno.
47 R. Leakey - R. Lewin, The Sixth Extinction, London, Weidenfeld & Nicolson, 1996.
48 S. Gould, Dinosaurs in a Haystack, 1996.
49 V. Alekseev, A Catastrophe in Space: 520 or 350 Million Years Ago?, in «Solar System
Research» (USA) 29, 5 (1995), pp. 412-6.
50 S. Luria - S. Gould, A View of Life, 1981, pp. 638 e 649.
51 D. Whitmire, in «Newsweek», 13 luglio 1987, p. 45.
52 L’argomento è ampiamente trattato in G. Hancock, Fingerprints of the Gods, cit., pp. 201-14.
53 A. Heidel, The Gilgamesh Epic and Old Testament Parallels, cit.; W. Lambert - A. Millard,
Atra-Hasis. The Babylonian Story of the Flood, Oxford 1969.
54 G. Roux, Ancient Iraq, cit., Capitolo 7, p. 111.
55 The Epic of Gilgamesh, tavoletta XI, citata in Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 14,
p. 397.
56 P. Martin - R. Klein (a cura di), Quaternary Extinctions: A Prehistoric Revolution, University
of Arizona Press, 1984, pp. 360-1.
57 Ivi, p. 358.
58 D. Hopkins et al., The Palaeoecology of Beringia, New York, Academic Press, 1982.
59 F. Hibben, The Lost Americas, citato in C. Hapgood, Path of the Pole, cit., p. 275.
60 Ibid.
61 I. Sanderson, Riddle of the Quick-Frozen Giants, in «Saturday Evening Post», 16 gennaio
1960, p. 82. Vedi anche le opere di C. Hapgood. La portata dei decessi dei mammut fu tale che
dal dissotterramento delle loro zanne nacque un enorme commercio d’avorio; vedi D. Patten, The
Biblical Flood and the Ice Epoch: A Study in Scientific History, Seattle, Pacific Meridian, 1966,
pp. 107-108.
62 P. Martin - R. Klein (a cura di), Quaternary Extinction..., cit., p. 357.
63 J. Imbrie - K. Palmer Imbrie, Ice Ages: Solving the Mystery, Enslow Publishers, New Jersey,
1979. Vedi anche C. Langway - B. Lyle Hansen, The Frozen Future: A Prophetic Report from
Antarctica, New York, Quadrangle, 1973. Inoltre, C. Hapgood, Path of the Pole, cit.
64 A. Posnansky, Tiahuanacu: The Cradle of American Man, cit., vol. I, p. 28.
65 G. Phillips, Titicaca - Cradle of Civilization?, in «Ancient Skies», 7, 6 (1981).
66 C. Hapgood, Path of the Pole, cit. Inoltre, I. Velikovsky, Earth in Upheaval, New York,
Pocket Books, 1977, p. 63; G. Price, The New Geology, 1923, p. 579.
67 Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, cit. Capitolo 14.
68 Samuele II, 22, 16. Inoltre, Salmi 18,15.
69 A. Jeremias, The Old Testament in the Light of the Ancient Near East, cit., citato in Z. Sitchin,
Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 9.
70 Berosso, citato in S. Burstein, The Babyloniaca of Berossus, in «Sources of the Ancient Near
East», 1, 5 Malibu, California, 1978.
71 Citato in C. Kang - E. Nelson, The Discovery of Genesis, St. Louis, Concordia Publishing
House, 1979.
72 Gli scienziati supponevano che il pianeta Venere avesse attraversato una breve fase di intense
attività tettoniche e vulcaniche in un tempo relativamente recente: 500-300 milioni di anni fa.
73 J. Hollin della University of Maine, citato in Z. Sitchin, Il pianeta degli dei, Capitolo 14.
74 Genesi 7, 11.
75 Citato in Z. Sitchin, When Time Began, cit., Capitolo 11, p. 314. Ci sono molte prove a
sostegno di tali cambiamenti: vedi I. Velikovsky, Worlds in Collision, 1950.
76 N. Morner - J. Lanser - J. Hospers, in «New Scientist», 6 gennaio 1972, p. 7.
77 P. Warlow, The Reversing Earth, JM Dent & Sons, 1982.
78 T. Van Flandern, Dark Matter..., cit., p. 251.
79 S. Greenwood, Babylonian Venus Observations, in «Ancient Skies», 19, 5 (1992).
80 Sovente Venere viene definita una “stella” per via della sua atmosfera ricca di anidride che
riflette le radiazioni solari determinando un effetto visivo particolarmente luminoso.
81 Va notato che l’elaborazione al computer delle posizioni dei pianeti intorno all’11.000 a.C.
non confermano necessariamente gli allineamenti discussi in questo capitolo; le effemeridi per i
pianeti si basano sulle orbite calcolate in epoca moderna; queste orbite sarebbero rimaste
influenzate dall’incontro 13.000 anni fa con Nibiru; pertanto, gli attuali rapporti tra i pianeti non
sono indicativi della posizione che questi stessi pianeti avevano immediatamente prima della
comparsa, 13.000 anni fa, di Nibiru.
82 Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 8.
83 Secondo l’interpretazione dell’Enuma Elish di Z. Sitchin in Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo
7.
84 Ivi, Capitolo 8.
85 Z. Sitchin, Genesis Revisited, cit., Capitolo 2.
86 Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 8.
87 Per una storia delle prime ricerche, vedi C. Tombaugh, Plates, Pluto and Planet X, in «Sky
Telescope» (USA), 81, 4 (1991), pp. 360-1. Il nome Pianeta X venne proposto per la prima volta
da Lowell in Memoir on a Trans-Neptunian Planet, Mem. Lowell Observatory, 1915.
88 R. Harrington - T. Van Flandern, The Satellites of Neptune and the Origin of Pluto, in
«Icarus», 39 (1979), pp. 131-6. Vedi anche T. Van Flandern, Dark Matter..., cit., pp. 305-14 e
416.
89 Ivi, p. 312.
90 Comunicato Stampa NASA, Ames Research Centre, 17 giugno 1982.
91 «Washington Post», 30 dicembre 1983.
92 R. Harrington, in «The Astronomical Journal», ottobre 1988; vedi anche le Note del convegno
dell’American Astronomical Society, Arlington, Virginia, 16 gennaio 1990.
93 «Newsweek», 13 luglio 1987, p. 45.
94 La contemporaneità di queste azioni è significativa, ma va oltre gli intenti di questo libro.
95 K. Croswell, The Hunt for Planet X, in «New Scientist» (GB), 128, 1748-9 (1990), pp. 34-7.
96 M. Littman, Where is Planet X?, in «Sky Telescope» (USA), 78, 6 (1989), pp. 596-9.
97 E. Standish jr, Planet X: No Dynamical Evidence in the Optical Observations, in «The
Astronomical Journal» (USA), 105, 5 (1993), pp. 2000-6.
98 D. Hughes, Some Cosmogonical Reasons why Planet X Does Not Exist, in «Quarterly Journal
of the Royal Astronomical Society» (GB), 34, 4 (1993), pp. 461-79.
99 I dati più vecchi sono di importanza determinante per via del lungo arco di tempo necessario a
Urano e a Nettuno per orbitare intorno al Sole. T. Van Flandern cita prove a sostegno delle
osservazioni più vecchie in Dark Matter..., cit., p. 322.
100 Ivi, p. 312.
101 Ivi, p. 322.
102 I pianeti si muovono più velocemente a mano a mano che si avvicinano al Sole; ilPianeta X
può ora trovarsi nel punto più lento della sua orbita.
103 Vale la pena sottolineare che gli dèi non consideravano Anu un essere divino; era infatti
elencato come il più recente di una serie di 21 monarchi residenti su Nibiru.
104 Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, cit.
105 Il papiro si trova presso il Museo del Cairo, riferimento 30646.
106 Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 9.
107 Il disco si trova presso il British Museum, Later Mesopotamia Gallery, reperto WA K 8538.
108 Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 9.
109 Ibid.
110 McGraw-Hill Encyclopedia of Astronomy, 1983, descrive “buchi” nella Fascia degli asteroidi
provocati probabilmente da “collisioni catastrofiche”. Vedi anche T. Van Flandern, Dark
Matter..., cit., pp. 186-7.
111 Si veda per esempio R. Hoagland, The Monuments of Mars, Berkeley, California, North
Atlantic Books, 1987.
112 V. Di Pietro - G. Molenaar - J. Brandenburg, Unusual Mars Surface Features, 1982.
113 M. Cremo - R. Thompson, Forbidden Archaeology: The Hidden History of the Human Race,
San Diego, Bhaktivedanta Institute, 1993.
8
LE PROVE
DI UNA GUIDA DIVINA
LA CITTÀ DEGLI DÈI

Poche persone sanno perché il nostro pianeta si chiama Terra (in inglese
Earth, n.d.t.). L’origine di questo nome risale alla città di Eridu, dove gli
archeologi hanno trovato i segni più antichi della civiltà di Sumer. Ma Eridu
non era soltanto la prima città eretta dai Sumeri, era anche la prima in cui si
stabilirono gli dèi. Il nome e.ri.du ricorda proprio questo: il suo significato
letterale è “La casa lontana da casa”, un nome appropriato per i visitatori
provenienti da pianeta Nibiru.1 Le cronache sumere affermano che Eridu
apparteneva al dio Enki, a cui era stato affidato il governo della Terra prima
dell’arrivo di suo fratello Enlil. La costruzione del primo edificio sulla Terra
è commemorata nel poema sumero Il mito di Enki ed Eridu:

Il Signore degli abissi d’acqua, il re Enki[...]


Costruì la sua casa [...]
A Eridu egli costruì la Casa della riva dell’acqua [...]
Il re Enki [...] costruì una casa:
Eridu, come una montagna,
elevò dalla terra;
in un luogo adatto l’aveva costruita.2

Allora come mai gli archeologi non hanno trovato alcun segno di
precedenti insediamenti degli dèi? La spiegazione è semplice: l’Eridu
originaria venne spazzata via dal Diluvio universale e ricoperta da uno
strato di fango talmente alto che se anche gli archeologi avessero saputo
dove scavare, sarebbe occorsa una vita intera per farlo. In realtà, nulla
restava che potesse indicare un più antico insediamento in quei luoghi e
quindi si lavorò al livello dell’Eridu sumera risalente a circa il 3800 a.C.

Fig. 13. Lo "schema perenne degli dèi" (da Z. Sitchin, The Stairway to
Heaven, 1980).
Anche gli altri insediamenti degli dèi vennero travolti dal Diluvio e
sommersi dal fango. Come facciamo a trarre queste conclusioni? Nel 1976
Zecharia Sitchin pubblicò un eccezionale studio a sostegno delle
affermazioni sumere secondo le quali le loro città erano state erette secondo
“lo schema perenne degli dèi”.3 Si era reso conto che l’ubicazione delle
antiche città sumere corrispondeva a un attento schema geografico
posizionato in modo equidistante su tre linee che convergevano a Sippar
(fig. 13).4 Eridu era la città più meridionale, situata vicino alla testa del
Golfo Persico.
Se questo schema non andava certo oltre le conoscenze geometriche che i
Sumeri detenevano 6000 anni fa, c’è però un particolare che sembra
indicare l’intervento di una conoscenza più elevata: la linea che attraversa
Bad-Tibira, Shuruppak, Nippur e Larak e arriva a Sippar interseca a 45°
esatti un meridiano dal monte Ararat, un evidentissimo punto di riferimento
a più di 800 km in direzione nord!
Il significato di questo schema geografico risultò evidente a Sitchin
quando si mise a studiare il significato dei nomi assegnati alle città.

Fig. 14. Il segno pittografico di Enlil somiglia a una torre munita di


radar.
Al centro dello schema c’era Nippur, la città di Enlil, il capo degli dèi. Il
suo nome sumero era NIBRU.KI il cui significato è “crocevia della Terra”. I
Sumeri lo consideravano il luogo del DUR.AN.KI, il “legame Cielo-Terra”.
Indizi riguardanti la funzione di Nippur sono riscontrabili nei riferimenti a
un “alto pilastro che punta al cielo raggiungendolo”, e nel segno
pittografico per Enlil “Signore del Comando”, che somigliava a una torre
munita di radar (fig. 14).
Si ritiene che la città successiva, situata a nord-ovest di Nippur, sia stata
LA.RA.AK. Sebbene gli archeologi non l’abbiano individuata, viene
menzionata negli antichi testi insieme ad altre città che invece sono state
scoperte. Il significato letterale del nome era “che vede l’alone luminoso”.
Sippar, una delle città chiave dello schema, era la città dedicata al dio
sumero utu, chiamato Shamash dagli Accadi. Il significato del nome era
“Colui che risplende”, “Colui che si accende”. Negli idiomi mediorientali
più recenti “Sippar” ha assunto anche il significato di “uccello”. Non è certo
una coincidenza che simili riferimenti al volo siano legati a Utu/Shamash,
giacché questo era il dio delle Eliopoli, colui che sorgeva e attraversava i
cieli nel suo mu, e che quindi diventò noto come Helios, il dio Sole che
volava su una biga risplendente.
E le altre città? Larsa ovvero LA.AR.SA significava “Che vede la luce
rossa”. Lagash, o LA.AG.ASH voleva dire “Che vede l’alone a sei”, forse
un riferimento al vicino centro industriale di BAD.TIBIRA (“Luogo
rilucente dove il minerale è fatto metallo”). C’era, infine,
Shuruppak/SHU.RUP.PAK, “Luogo del benessere supremo”, in quanto
città di Ninharsag, doveva indubbiamente essere il centro medico degli dèi.
Grazie a questi nomi, e alla disposizione delle città, Sitchin concluse che
prima del Diluvio era stato attivato un «corridoio di atterraggio triangolare»
con un «aeroporto spaziale» situato a Sippar e un «centro di controllo» a
Nippur. Ma quest’asserzione è in grado di uscire indenne da uno esame
approfondito?
È difficile per noi, oggi, appurare l’idoneità di quella zona agli atterraggi
di navicelle spaziali tipo shuttle, dato che i detriti lasciati dal Diluvio ne
hanno certamente sconvolto le caratteristiche originarie. Sappiamo
comunque che la regione era ricca di quel carburante naturale che filtrava in
superficie anche in epoca sumera. L’idea che Sippar sia stato un antico
centro spaziale, dove i razzi ascendevano al “paradiso”, è sostenuta dal fatto
che fosse associata a quell’Utu/Shamash che in seguito divenne noto come
il dio dei razzi. Sitchin osserva che quando la città di Utu fu ricostruita dopo
il Diluvio a Sippar, gli scribi sumeri riferirono di un enorme a.pin
all’interno del suo tempio, un “oggetto che avanza fendendo”. Questo
termine sembra descrivere un razzo moderno, collocato lì forse per
commemorare il ruolo di Sippar come primo centro spaziale. Se Zecharia
Sitchin ha ragione, allora le città di Sumer erano situate in località specifiche
nella parte meridionale della Mesopotamia. Ed è sorprendente notare come
ciò darebbe una risposta a uno degli interrogativi più intriganti che si
riferiscono alla civiltà sumera: difatti, gli storici si sono sempre chiesti come
mai i territori settentrionali delle Mesopotamia non abbiano condiviso
l’iniziale prosperità del meridione. 5

BAALBEK RIVISITATA

Dopo che il Diluvio ebbe distrutto gli impianti spaziali prediluviani, e


dopo che le acque si erano ritirate, gli dèi fecero ritorno sulla Terra. Stando
alla Bibbia ciò avvenne sul monte Ararat, quando Noè uscì dall’Arca. Il suo
primo atto fu quello di arrostire alcuni animali come offerta sacrificale, e il
Signore discese “quando odorò il piacevole aroma”. Anche L’ epica di
Gilgamesh afferma che gli dèi «colsero il dolce profumo» e si «radunarono
come mosche» per il banchetto.6 Una storia che suona poco credibile se
consideriamo che Noè aveva fatto di tutto per salvare le specie di animali e,
comunque, come potevano gli dèi atterrare con i loro mezzi volanti sul
fianco di una montagna? Quindi, tra il momento dell’uscita dall’Arca e
quello dell’offerta sacrificale è probabile che passasse del tempo.
Probabilmente il banchetto avvenne in un luogo più distante e diverso. Non
sappiamo quali vicende portarono Noè e la sua famiglia dal monte Ararat ai
territori più a sud, ma secondo me la risposta a questo interrogativo può
essere trovata nella misteriosa località di Baalbek, in Libano.
Come già discusso nel Capitolo 3, Baalbek era ritenuta antica quanto il
tempo, e la leggenda la considerava il luogo dove Helios metteva a riposo la
sua biga. Il fatto che non sia allineata con i punti cardinali (diversamente da
altre località antiche) indica forse che venne eretta in tempi prediluviani, in
un periodo antichissimo. Le pietre tra loro diverse di Baalbek (tav. 1 )
possono forse indicare interventi di ricostruzione dopo i danni apportati dal
grande Diluvio o Diluvio universale.
Mentre nulla ci è dato sapere della storia più antica di Baalbek, il suo
utilizzo nel periodo sumero da parte di veicoli aerei è ampiamente descritto
nell’Epopea di Gilgamesh. Si tratta di un testo che racconta le gesta di
Gilgamesh, un monarca della città sumera di Uruk (circa 2900 a.C.), e del
suo amico Enkidu. Gilgamesh, che considerava se stesso due terzi dio e un
terzo uomo, era molto preso dall’idea della morte e dell’immortalità.
L’epica si dilunga nel descrivere i suoi viaggi in cerca della dimora degli dèi
sulla “montagna dei cedri”. Il suo obiettivo traspare chiaramente dalle sue
parole: «è uno shem eterno che stabilirò per me stesso!».7
Quando Gilgamesh e il suo compagno raggiungono la foresta di cedri la
trovavano protetta da un reticolato percorso da corrente ad alta tensione:

Enkidu aprì la bocca per parlare, e disse a Gilgamesh:


«amico mio, non scendiamo nella foresta.
Quando ho aperto la cancellata la mano mi si è
paralizzata».8

Facendosi coraggio i due eroi vanno avanti finché non si para loro
davanti un mostro meccanico, Humbaba, la cui «bocca è fuoco», il cui
«alito è morte»:

Rimasero immobili osservando la foresta.


Videro quanto erano alti i cedri.
Videro della foresta il limitare.
Dove Humbaba era solito camminare si apriva un
sentiero;
diritto il percorso e buono il passaggio.
Guardarono la montagna dei cedri, la dimora
degli dèi, il trono di Irnini/Inanna.9

La destinazione di Gilgamesh è chiaramente individuabile grazie al


riferimento alla foresta di cedri. Oggi il cedro è il simbolo nazionale del
Libano (anche se solo pochi esemplari di quest’albero sopravvivono in quei
territori) ed è certo che nei tempi antichi il Libano andava famoso per il
gran numero di cedri, adoperati per esempio nella costruzione del Tempio
di re Salomone. I lettori di quest’epica antichissima si sono sempre
domandati come mai fosse necessario 5000 anni or sono fare la guardia a
questi alberi, ma la citazione che segue chiarisce che è una dimora degli dèi
vicino alla foresta dei cedri che viene protetta. La natura di questa dimora
diventa evidente quando Gilgamesh viene svegliato dal suo sonno e dice a
Enkidu:

Amico mio, ho visto un terzo sogno;


e il sogno che io ho visto era del tutto spaventevole.
I cieli ruggivano, la Terra echeggiava.
La luce del giorno si affievolì e scese il buio;
saettarono i lampi, divampò il fuoco;
le nubi si addensarono piovendo morte.
Svanì ogni lucore, si spensero i fuochi;
e ciò che dall’alto cadde, diventò cenere».10

Shamash, il dio dei razzi, compare allora sulla scena e aiuta Gilgamesh a
sopraffare il possente Humbaba. Ma l’eroe è destinato a non andare oltre la
montagna dei cedri. Nella tavoletta vi dell’epica la dea Inanna tenta di
sedurre Gilgamesh, ma lui resiste alle profferte della dea e fa un lungo
elenco degli ex amanti di lei. L’avventura poi si conclude con un’Inanna
adirata che scaccia Gilgamesh ed Enkidu costringendoli a fare ritorno a
Uruk.
L’Epopea di Gilgamesh non soltanto conferma l’uso di Baalbek nel
Libano come base per veicoli aerei, ma è coerente con tutto ciò che a
proposito degli dèi apprendiamo dai Sumeri. È coerente con l’attribuzione
di Baalbek al dio Ishkur (noto anche come Adad), giacché Utu/Shamash, il
dio dei razzi, era suo nipote. Prevedibile è anche la presenza di Inanna, anzi
tutto in quanto è famosa come dea volante e poi perché era la sorella
gemella di Utu. Inoltre, questa triade (Ishkur, Utu e Inanna) è stata venerata
per millenni in tutto il Vicino Oriente, e i templi di Baalbek sono dedicati a
loro sia pure con i nomi di Giove, Mercurio e Venere rispettivamente.
Qual è quindi il legame tra Baalbek e la leggenda del Diluvio universale?
Sebbene si dica che l’Arca abbia toccato terra sul monte Ararat, tutte le
indicazioni scientifiche e tutte le leggende suggeriscono che l’agricoltura
dopo il Diluvio ha avuto inizio nella valle di Bekaa, dove si erge Baalbek. Il
che dà sostegno alla teoria secondo la quale Baalbek era sopravvissuta al
Diluvio e divenne un sicuro approdo per gli dèi che stavano ritornando. Ma
Noè e la sua famiglia come poterono compiere il tragitto tra l’Ararat e la
valle di Bekaa? Una versione dell’incontro sul monte Ararat vede
l’intervento della dea Ishtar/Inanna. Nella versione babilonese dell’ Epopea
di Gilgamesh troviamo un’analogia degna di nota con il resoconto biblico
dell’arcobaleno e del patto con il genere umano. Ma non è il Signore bensì
la dèa Ishtar che:
[...] sollevò in alto le grandi gioie che Anu aveva fatto secondo i desideri
di lei [e disse] «O voi dèi qui presenti, con la medesima certezza che io non
scorderò i lapislazzuli che porto al collo, ricorderò questi giorni e mai li
dimenticherò!».11
Può quindi essere stata Ishtar che, mentre ispezionava la Terra coperta
dalle acque, vide per prima l’Arca che aveva toccato terra. Fu lei a portare
Noè e la sua famiglia al sicuro a Baalbek?
Si dice che un’insolita tomba nella moschea di Karak Nuh, a una trentina
di chilometri a sud da Baalbek, sia la sepoltura di Noè (tav. 42). Una
leggenda del luogo narra che Noè era di statura altissima e poteva sovrastare
la valle di Bekaa tenendo un piede sulla catena montuosa del Libano a ovest
e l’altro sulle montagne dell’Antilibano a est. Stando a questa leggenda,
nella “tomba” è sepolta una delle gambe di Noè, ma ufficialmente viene
spiegato che la tomba contiene «soltanto il frammento di un antico
acquedotto».12 Considerata la leggenda, e il favore di cui Noè godeva presso
gli dèi, è del tutto possibile che questa “tomba” dalla forma insolita, lunga
18 e larga alcuni metri, contenga l’ala di un antico velivolo.
Che Noè e i suoi discendenti si siano inizialmente insediati nella regione
della valle di Bekaa traspare dal fatto che lì si ebbe la prima agricoltura. Gli
scienziati si sono sempre domandati come mai l’agricoltura si sia avviata
sulle montagne del Vicino Oriente, ma non è poi così inspiegabile dopo un
fenomeno come quello del Diluvio che dovette lasciare le pianure allo stato
di acquitrini e paludi. La stessa Bibbia asserisce che «Noè cominciò a fare
l’agricoltore e piantò una vigna».13 Il professor Samuel Kramer tradusse una
tavoletta sumera che riconosce chiaramente nei monti libanesi il luogo di
origine dell’agricoltura dopo il Diluvio:

Enlil salì sulla vetta e alzò lo sguardo;


guardò poi verso il basso: lì le acque erano colme come
un mare.
Guardò in alto: lì c’era una montagna di cedri profumati.
Portò dunque l’orzo e sul monte lo piantò in campi a
terrazza.
Ciò che può germogliare trasportò lassù,
nei campi a terrazza seminò i cereali.14

Sussistono pochi dubbi circa il fatto che Baalbek e non l’Ararat fu il


punto di riferimento degli dèi e degli uomini nel periodo successivo al
Diluvio universale.

SEGNALI VERSO BAALBEK

La conferma che Baalbek era la principale località di atterraggio degli dèi


sta in una straordinaria particolarità geografica individuata da Zecharia
Sitchin. Considerandola col senno di poi sembra ovvia, ma prima di Sitchin
nessuno aveva mai notato che l’enorme piattaforma di pietra a Baalbek è in
un punto equidistante rispetto alle piramidi di Giza e al monte Santa
Caterina nella penisola del Sinai (fig. 15).
Fig. 15. La piattaforma di Baalbek si trova in un punto equidistante sia
dalle piramidi di Giza che dal monte Santa Caterina.
Che importanza poteva avere il monte Santa Caterina? Oltre a essere una
delle località religiose più venerate del mondo, è – fatto assai più rilevante –
la cima più alta del Sinai con i suoi oltre 2600 m sopra il livello del mare.
L’importanza religiosa di questa montagna risale al 330 d.C. quando, per
ordine di Elena, madre dell’imperatore Costantino, una piccola cappella
venne eretta sopra le radici di un cespuglio. La tradizione vuole che quello
fosse stato il cespuglio ardente col quale 3400 anni fa Dio si rivelò a Mosè,
un cespuglio talmente sacro che tutti i tentativi di trapiantarne i rami sono
falliti. Il nome dato alla montagna proviene da una martire cristiana,
Caterina, una convertita che per la sua fede fu torturata e decapitata agli inizi
del IV secolo. Si narra che il suo corpo scomparve e venne ritrovato
centinaia di anni dopo da alcuni monaci proprio sulla montagna che ora
reca il nome della santa.
Vicino al monte Santa Caterina, a sud, si erge il monte Sinai con i suoi
2286 m. Insieme al monte Santa Caterina forma un possente complesso a
due vette, che rispecchia quello formato dalle due piramidi più grandi di
Giza. Dato il rapporto geometrico con Giza passando per Baalbek, può
questa corrispondenza montagne/piramidi essere una mera coincidenza?
Com’è spiegato nel Capitolo 4, le piramidi di Giza erano originariamente
ricoperte da un rivestimento di calcare bianco levigato, che doveva renderle
visibili a occhio nudo da grandi distanze. Maurice Chatelain, uno scienziato
che ha lavorato alla NASA e che ha ricoperto incarichi importanti
nell’ambito del Progetto Apollo, osserva che:
[...] nello spazio, la Grande Piramide appare su uno schermo radar assai
più lontana a motivo dei lati inclinati, i quali riflettono i segnali dei radar
perpendicolarmente se l’angolo di avvicinamento è di 38° sopra
l’orizzonte.15
Maurice Chatelain calcolò che la piramide poteva essere stata in passato
«per esempio, un riflettore radar con un fattore direzionale di più di 600
milioni per lunghezza d’onda di 2 cm». Detta in parole comuni, significa un
riflettore di eccezionale potenza.
Il pensiero di Chatelain trova eco nella parole di un antico poema sumero
che sembra descrivere la Grande Piramide come punto di riferimento per la
navigazione, “equipaggiata” di un “segnale pulsante” per gli spostamenti
“dal cielo alla Terra”:
Casa degli Dèi la cima puntuta;
per Cielo alla Terra grandemente munito.
Casa il cui interno risplende della rossastra Luce del Cielo,
segnale pulsante che giunge lontano e ampio;
la sua straordinarietà tocca la carne.
Casa di meraviglia, grande montagna tra le montagne,
la tua creazione è grande e immane,
non possono capirla gli uomini.16
Quanto alla piattaforma di Baalbek, non è difficile capire come mai siano
stati utilizzati massi tanto enormi (vedi Capitolo 3) se la consideriamo nel
contesto dei pesi immensi e delle forze verticali che doveva sopportare. Le
prove fornite dai testi, le prove geografiche e quelle fisiche si sostengono a
vicenda e confermano che Baalbek venne progettata come piattaforma di
atterraggio e di lancio per i razzi degli dèi.

IL DESTINO DELLA GRANDE PIRAMIDE

Grazie al contributo di Zecharia Sitchin ricostruiremo adesso alcuni dei


momenti chiave nella storia della Grande Piramide. La ricerca che Sitchin ha
compiuto sugli antichi testi indicano come i ripetuti richiami a una e.kur
(“Casa come una montagna”) si riferiscono a due luoghi distinti. Uno di essi
era evidentemente la ziggurat (piramide a gradoni) e.kur di Enlil a Nippur.
Ma l’altra era situata nei territori africani del Mondo inferiore. La prova di
ciò è contenuta in un testo accadico noto come Ludlul Bel Nemeki, che
menziona un dio malvagio che «esce dall’Ekur, attraversa l’orizzonte sino
al Mondo inferiore».17 Possiamo ritenere che l’Ekur del Mondo inferiore
fosse proprio la Grande Piramide? Un poema dedicato alla dea Ninharsag lo
dichiara in modo esplicito:

Casa lucente e oscura di Cielo e Terra,


per gli shem messi insieme;
E.KUR, Casa degli Dèi con la cima puntuta.18

Poiché la parte più alta delle ziggurat della Mesopotamia era piatta,
soltanto la Grande Piramide risponde alla descrizione «cima puntuta».
Inoltre, chiunque abbia ammirato la Grande Piramide dal vero potrebbe
definirla «casa come una montagna».
Il poema prosegue descrivendo l’Ekur con parole che non lasciarono
dubbi, a Sitchin, sul fatto che quelle elencate erano caratteristiche proprio
della Grande Piramide.19 Le sue fondamenta: «vestite di meraviglia». La sua
entrata: «come la bocca spalancata di un grande drago in attesa». Le due
pietre spioventi sopra la porta di pietra girevole: «come daga a due lame che
tiene a bada i nemici». La Camera della Regina: protetta «da daghe che si
proiettano dall’alba al tramonto». Il Grande Corridoio: «la sua volta è come
l’arcobaleno, lì ha termine l’oscurità; di grande meraviglia è drappeggiato;
le sue giunture sono come l’avvoltoio i cui artigli sono pronti a ghermire».
L’Anticamera: «il portale che accede alla cima della montagna» con
«chiavistello, spranga e serratura [...] che scivolano in un posto che incute
sgomento». Tutto sommato, una descrizione perfetta dell’interno della
Grande Piramide.
L’identificazione della Grande Piramide come una delle due Ekur ha reso
più agevole capire gli antichi testi, in particolare il cosiddetto Miti di Kur, di
cui sono state rinvenute versioni in sumero, in accadico e in assiro. Questi
testi descrivono una grande battaglia tra gli dèi seguaci di Enki e quelli
fedeli a Enlil, battaglie avvenute in diversi “kur” o territori montagnosi, con
un finale drammatico che avviene all’Ekur ovvero alla Grande Piramide.
Come abbiamo avuto modo di chiarire nel Capitolo 6, questa battaglia fu
conseguente all’occupazione dei territori degli enliliti da parte del dio egizio
Seth e dei suoi seguaci che fuggivano da Horus assetato di vendetta.
Ora possiamo meglio capire come mai Seth avesse provocato tutti quei
problemi. Occupando il Libano aveva praticamente portato sotto il controllo
degli enkiti tutte la basi aeree: Baalbek, Giza e il monte Santa Caterina. E
come vedremo tra poco, così facendo aveva compromesso i progetti per la
costruzioni di basi spaziali a Gerusalemme e nel Sinai centrale. L’aspro
scontro che risultò da questa situazione fu un riflesso delle tensioni esistenti
tra Enlil ed Enki, e tra i loro eredi Ninurta e Marduk: la posta era il governo
degli dèi sulla Terra.
Più che di una guerra sembra sia si sia trattato di un macello. Appoggiato
da Adad (Ishkur) e da Ishtar (Inanna), Ninurta impiegò armi potentissime
per distruggere gli insediamenti di dèi e uomini, rendendo i fiumi rossi di
sangue. I testi descrivono la ritirata dei suoi avversari nei territori
montagnosi del Sinai e in quelli di Kush (nell’attuale Sudan), dove vennero
inseguiti ed eliminati senza misericordia.20 Fu dunque una campagna
militare spietata, che aveva lo scopo di cancellare ogni presenza umana dai
territori del Sinai e di emanare un chiaro avvertimento: il Vicino Oriente era
e doveva rimanere territorio enlilita.
La battaglia finale ebbe luogo all’Ekur, alla Grande Piramide. Stando ai
testi mesopotamici, gli dèi sotto assedio eressero uno scudo protettivo
impenetrabile alle armi di Ninurta. Poi, in un drammatico finale, il giovane
dio Horus venne accecato mentre tentava di sgusciare via dall’Ekur. 21 Fu a
questo punto che intervenne la dea madre Ninharsag, negoziando con
successo la resa. Questa conferenza di pace è descritta in ogni particolare
nel testo Io canto l’inno della Madre degli Dèi.22
Quali prove abbiamo per poter asserire che la guerra degli dèi è storia e
non un mito? Mentre un giorno stavo leggendo il «National Geographic»
notai la fotografia davvero insolita di un’altura nel Sudan. La montagna,
che si chiama Jebel Barkal, sembrava essere stata sconquassata da una forza
immane, come si può notare nella tavola 43.
Jebel Barkal è una collinetta strana e paurosa. Alta una novantina di metri,
si staglia nella piatta pianura desertica del Sudan, a circa un chilometro e
mezzo dal Nilo e non lontano da Napata, la capitale e centro religioso
dell’antica Nubia (nota anche come Regno di Kush). Questa montagnola
viene considerata particolarmente sacra. Ai suoi piedi ci sono le rovine di
un antico tempio, venerato come la residenza meridionale del dio egizio
Amen.
Gli inviati della National Geographic Society rimasero incuriositi da un
pinnacolo isolato sulla collina, dove a un’altitudine di 80 m trovarono delle
iscrizioni incise «nel punto più elevato e inaccessibile del pinnacolo».23
Stando ai commenti di Timothy Kendall, si trattava «di una stupefacente
impresa tecnica»: difatti, le iscrizioni erano state incise in un punto
pressoché impraticabile.
Cosa poteva avere spinto qualcuno, in un tempo remoto, a erigere un
monumento commemorativo su quello sperduto monticello? Kendall e la
sua squadra riscontrarono su un lato una raffigurazione di Amen seduto
dentro la collina. Non rilasciarono commenti riguardo gli eventi catastrofici
che dovevano aver praticamente sventrato l’altura proprio al centro,
annerendone l’interno. Notarono comunque che la collina presentava «una
cima larga e ondulata, coperta di ghiaia». Questi sassolini anneriti sono ciò
che rimane di una potentissima esplosione che devastò quel luogo.
Le altre indicazioni che confermano la guerra degli dèi le riscontriamo
nello stato della stessa Grande Piramide. Abbiamo già avuto modo di
vedere come le sue caratteristiche combacino con i particolari descritti in un
poema sumero. Ora troviamo ulteriori indizi che questa piramide fu proprio
l’Ekur che vide la guerra degli dèi concludersi in un esasperante assedio.
Il primo di questi indizi consiste in un pozzo misterioso rinvenuto nella
Sala sotterranea della Grande Piramide. Un testo babilonese conferma che
questo pozzo venne scavato durante l’assedio da Nergal, fratello di Râ, allo
scopo di consolidare le difese della piramide:

La pietra dell’Acqua, la pietra dell’Apice,


la [...] -Pietra, la [...]
[...]il signore Nergal
ne consolidò la forza.
Per protezione la porta egli [...]
Al cielo il suo Occhio levò,
nel profondo ha scavato ciò che reca la vita [...]
[...]nella Casa
diede loro cibo.24

I testi antichi descrivono come, dopo la resa degli dèi enkiti, il vittorioso
Ninurta sia entrato nell’Ekur disattivandola. Una descrizione
particolareggiata delle sua gesta, decifrata da Sitchin, fornisce ulteriore
sostegno all’individuazione dell’Ekur nella Grande Piramide e dunque
nell’autenticazione storica della guerra degli dèi.25
Risulta chiaro dall’antico testo, noto col nome abbreviato di Lugal-e, che
a Ninurta piacque poco il fatto che il conflitto terminasse con un accordo di
pace e non con una vittoria schiacciante. Scatenò quindi la sua rabbia contro
gli strumenti abbandonati nell’Ekur. Ispezionandone le “pietre” (cristalli?),
Ninurta ne decise il destino: distruzione o asportazione. In quella che era
probabilmente la Camera della Regina trovò la pietra SHAM o “del
Destino” che emanava un lucore rossastro. Ninurta ne ordinò lo
smantellamento e la distruzione, sostenendo che i poteri della pietra erano
stati impiegati «per carpirmi e per uccidermi, con un puntamento che uccide
rivolto a me».26 La pietra viene descritta nel poema a Ninharsag come dotata
«di un riversamento leonino, che nessuno osa attaccare». Oggi l’enigmatica
nicchia nella Camera della Regina appare vuota, e inspiegabile la sua
funzione.
Ninurta poi attraversò il Grande corridoio verso la Camera del Re. Lì
trovò il gug ovvero la “Pietra per determinare la direzione”: «allora da
Ninurta fautore dei destini, quel giorno, fu la pietra GUG tolta alla sua
nicchia e frantumata». Ordinò anche la rimozione della triplice saracinesca:
la “Pietra verticale” su, la “Pietra superba e pura che apre” KA.SHUR.RA, e
la “Pietra robusta che sta davanti” SAG.KAL.27
Ritornando giù nel Grande Corridoio, Ninurta distrusse o rimosse, a
seconda dei casi, le pietre multicolori che creavano l’effetto arcobaleno. Il
testo nomina chiaramente 22 di queste paia di pietre o cristalli, mentre altri
sono purtroppo illeggibili. Oggi ci sono 27 paia di nicchie vuote nelle pareti
sopra le rampe del Grande Corridoio, e un altro paio di nicchie vuote sulla
Grande Scala.
Infine, venne rimossa la pietra di volta della Grande Piramide, l’ul o
pietra “alta quanto il Cielo”.28 Alla luce del testo Lugal-e risulta buffo che
taluni autori abbiano interpretato l’assenza della pietra di volta come voluta
dai progettisti della Grande piramide.
Nell’insieme i particolari del testo si rapportano con notevole precisione a
quanto ancor oggi può essere osservato nella piramide.
Si concluse così l’era della Grande Piramide. Un destino che era stato
predetto da Ninharsag in quanto necessario prezzo per la pace tra gli dèi in
lotta. Nel testo Lugal-e esclama:

Alla Casa Ove la Misurazione della Corda ha avvio,


ove Asar lo sguardo su Anu innalzò,
io vorrò andare.
La Corda spezzerò
per il bene degli dèi in guerra.29

Qual era la funzione di misurazione della corda a cui si riferiva


Ninharsag? Una corda viene definita come linea retta che unisce due punti
su una superficie ricurva, quale è la superficie terrestre. La linea dalla
Grande Piramide a Baalbek era una corda dell’esatta misura della corda fra
il monte Santa Caterina e Baalbek.
L’inevitabile conclusione è dunque questa: le piramidi erano punti di
riferimento per i piloti che si avvicinavano a Baalbek, ma avevano un ruolo
certamente più complesso che non quello di meri riflettori radar. In qualche
punto nella piramide, come spiegano i testi, c’era un sistema di segnalazione
e/o radar che apriva una “rete” sul Cielo e sulla Terra. Proprio come
sostenevano i Sumeri, era davvero una “Casa come una Montagna”, “messa
insieme per gli shem”.
Lasciamo l’ultima parola alla dea Ninharsag:

Io sono la signora; Anu ha fissato la mia sorte;


figlia di Anu io sono.
Enlil mi ha dotato di un ulteriore grande destino;
sua sorella-principessa io sono.
Gli dèi hanno consegnato in mano mia
gli strumenti di guida di Cielo-Terra;
Madre degli shem io sono.
Ereshkigal mi ha assegnato il luogo di apertura
degli strumenti-guida dei piloti;
il grande riferimento a terra,
il monte dove Utu (Shamash) sorge,
ho stabilito io come mia rampa.30

GEOMETRIA DEGLI DÈI

La disabilitazione permanente della Grande Piramide rese indispensabile e


urgente un nuovo punto di riferimento per gli shem (“Camere del Cielo”) in
arrivo. Baalbek aveva avuto una sua funzione in seguito al Diluvio, ma gli
dèi ora progettavano qualcosa di assai più innovativo.
Mentre fervevano i lavori Baalbek continuò a fungere da punto di
riferimento centrale e un nuovo aerofaro venne stabilito a Eliopoli, 25 km a
nord-est di Giza.31 Il segnale di Eliopoli era situato in modo da poter
rimanere in funzione anche dopo il completamento della nuova base, ma
intanto veniva impiegato per controllare le discese verso Baalbek; questo
rendeva indispensabile il temporaneo impiego di un equidistante ulteriore
punto di riferimento sulla costa orientale della penisola del Sinai.
Non soltanto una coincidenza che Eliopoli sia stata una volta la città più
sacra dell’Egitto, la stessa in cui venivano consacrati i monarchi. C’era in
questa cittadina l’enigmatica pietra “benben”; è inoltre il luogo dove la
leggendaria fenice si levò dalle ceneri. Così come avveniva nella cultura
sumera, anche in quella egizia la potente casta sacerdotale salvaguardava la
conoscenza scientifica donata dagli dèi, e con essa le cronache delle dinastie
divine che discendevano da Râ.
Gli avvenimenti turbolenti susseguitisi nell’Egitto settentrionale hanno
risparmiato poco di Eliopoli: oggi rimane un unico obelisco di granito
rosso, alto quasi 52 m e pesante circa 355 t. Si ritiene che questo obelisco,
attribuito a Senuseret I vissuto all’inizio del ii millennio a.C., sia stato
collocato in sostituzione di un più antico manufatto.32
Il nome Eliopoli, di origine greca, significava “Città del Sole” con
riferimento al dio solare Shamash. Nell’attribuire questo nome alla città i
Greci ne riconobbero l’originario collegamento con l’altra città detta
Eliopoli, cioè Baalbek. Il nome originario dell’Eliopoli egizia era Annu, un
evidente riferimento all’AN sumero che rappresentava sia “Cielo” sia Anu,
il padre celeste degli dèi. Diversi autori hanno osservato che Annu
significava “Città del pilastro”,33 tant’è vero che il suo segno geroglifico
assomigliava a un’alta torre che si assottiglia (fig. 16), sormontata talvolta
da un mu o Camera del Cielo.

Fig. 16. Il geroglifico di Annu, la "Citta del pilastro", somiglia a un'alta


torre che si assottiglia.
Anche l’originaria funzione della “Città del pilastro” può forse aiutarci a
capire il misterioso simbolo spesso associato a Eliopoli. Gli egittologi di
solito si riferiscono a questo strano oggetto (tav. 75) come alla “spina
dorsale di Osiride”, un’espressione che lascia il tempo che trova. In realtà il
simbolo somiglia alquanto a una torre o a un faro, ed è talora raffigurato
doppio,34 a volte nella misteriosa Duat a fianco della Porta del Cielo. Forse
in passato esisteva un secondo pilastro con funzioni analoghe? La seconda e
temporanea rotta aerea potrebbe far pensare che un riferimento del genere
abbia potuto esserci nella penisola del Sinai. Fu quasi sicuramente per
questo motivo che i Testi delle Piramidi si riferivano agli dèi di Eliopoli
come ai “Signori dei due santuari”.

Fig. 17. Le rotte aeree degli dèi (da Z. Sitchin , The Stairway to Heaven,
1980).
Torniamo adesso alla definitiva e più sorprendente rotta aerea degli dèi,
laddove una volta ancora Sitchin ha scoperto una serie stupefacente di
rapporti geometrici e geografici (fig. 17). La nuova rotta aerea si riferiva
alle due cime coniche del monte Ararat: il Piccolo Ararat alto 3962 m e il
Grande Ararat con i suoi 5180 m. Queste due montagne sono assai
caratteristiche. Coronano un massiccio largo 40 km prossimo al confine tra
Turchia e Iran, e svettano ai lati di una profonda depressione naturale. La
parte superiore di queste vette è perennemente ricoperta di neve: facili
quindi da osservare per i piloti degli shem.
La rotta di avvicinamento definitiva continuò a comprendere Eliopoli ma
vi aggiunse un equidistante punto di avvistamento: il monte di Umm
Shumar, a una quindicina di chilometri a sud del monte Santa Caterina.
Come mai gli dèi optarono per Umm Shumar e non continuarono a
usufruire del Santa Caterina che è la più alta vetta della penisola del Sinai?
In realtà, i due monti differiscono poco quanto ad altezza: Umm Shumar
tocca i 2500 m ed è dunque di poco inferiore al Santa Caterina. In
compenso, l’Umm Shumar rimane isolato rispetto alle altre alture e
risplende come un faro grazie alla presenza nella sua roccia di insolite
particelle di mica.
A parte la geometria, di quali altri indizi disponiamo per capire che
l’Umm Shumar era una montagna degli dèi? Un fatto curioso, che gli
esperti non sono riusciti a spiegare è che Umm Shumar è un nome sumero:
significa “Madre di Sumer”. Perché mai i Sumeri avrebbero dovuto
attribuire un nome a una montagna distante da loro oltre 1200 km?
Un’analisi condotta da Zecharia Sitchin ha posto in luce il fatto che l’Umm
Shumar aveva in realtà tre picchi principali, e i nomi attribuiti dai Sumeri
agli altri due picchi ne chiariscono le funzioni. Uno era chiamato KA
HARSAG, ovvero il “Picco dell’Ingresso”; l’altro harsag ZALA.ZALAG, il
“Picco che Emana lo Splendore”.35 Non ci vuole molto a capire quale
contenesse le strumentazioni di riferimento per i piloti.
Avendo stabilito il riferimento focale sull’Ararat e gli altri a Eliopoli e nel
Sinai, gli dèi intrapresero la costruzione di un centro spaziale che sostituisse
la relativamente rozza piattaforma di Baalbek. Allo scopo di individuare
queste località, Sitchin andò dietro a una serie di indizi contenuti nei testi
antichi, e rimase sbalordito davanti alle scoperte che gli consentirono di
fare. Inutile qui spiegare nei particolari le sue indagini, giacché il preciso
allineamento delle località illustrato nella figura 17 si spiega da sé.36
Secondo il piano geometrico, la base spaziale era costruita su una linea
latitudinale nota come 30° parallelo nord, una linea simbolicamente
significativa per gli dèi.37 Ma dove, esattamente, lungo il 30° parallelo?
Decisi a un certo punto di controllare io stesso la geometria della base
spaziale, Eliopoli e Umm Shumar (sollecito i miei lettori a prendere anche
loro righello e carte geografiche). Fui in grado di individuare il punto in cui
sorgeva la base spaziale, alla quale Sitchin allude, a una longitudine di 33°,
22’ est, a 196 km di equidistanza da Eliopoli e dall’Umm Shumar. La città
attuale più vicina è Nakhl, nota anticamente come El Paran. La parola Paran
ha radice ebraica e significa “ricca di caverne o grotte”, il che ci ricorda la
convinzione degli antichi Egiziani dell’esistenza delle camere sotterranee del
Duat.
Come viene mostrato nella figura 17, gli dèi trovarono nel monte Zion in
quel di Gerusalemme un punto esattamente equidistante dalla base spaziale e
da Baalbek (secondo i miei calcoli, l’equidistanza era di 267 km), ed
esattamente equidistante, anche, dall’Umm Shumar e da Eliopoli. Era
dunque lì, a Gerusalemme, che costruirono il centro di controllo. Ma prima
di studiare Gerusalemme, andiamo a verificare gli indizi che ci inducono a
situare nel Sinai la base spaziale.

IL CENTRO SPAZIALE DEL SINAI

La penisola del Sinai è un luogo inospitale e desolato. Dalle montagne di


granito del sud al calcareo altopiano centrale, c’è solo arido e spoglio
deserto. Ma sebbene abbia un clima che rende la terra inadatta a essere
coltivata, il Sinai occupa una posizione strategica, e per migliaia di anni è
stato un crocevia per i commerci di tutto il mondo. Non soltanto si proietta
come un ponte tra Africa e Asia, ma funge anche da congiunzione tra il
Mediterraneo e il Mar Rosso.
In un lontano passato esistette nella pianura centrale del Sinai un centro
spaziale degli dèi? Oggi non rimangono tracce che ce lo dimostrano (per i
motivi chiaramente esposti nel Capitolo 10), ma l’ampia fascia che si
estende per una quarantina di chilometri, il Wadi El Agheidara e il Wadi El
Natila, avrebbe potuto offrirsi come pista di atterraggio naturale, compatta e
piatta.
Sebbene oggi il Sinai faccia parte dell’Egitto, gli antichi autori non
nutrivano dubbi sul fatto che in un passato lontano era stata zona riservata
esclusivamente agli dèi. In proposito, il documento più probante è quello di
Gilgamesh, il re sumero ossessionato dall’idea della vita eterna. Dopo il
fallito tentativo di accedere alla piattaforma di Baalbek, Gilgamesh effettuò
una seconda spedizione nel Sinai. Il suo obiettivo era di erigere uno shem
ottenendo in tal modo l’immortalità.

Il signore Gilgamesh verso la Terra dei Viventi rivolse


la sua mente [...]
«D’Enkidu al cospetto,
anche i più potenti perdono vigore e incontrano il triste
fato.
[Pertanto] la Terra vorrò penetrare,
il mio shem vorrò innalzare [...]
Nel luogo ove gli shem sono stati eretti,
io, uno shem vorrò innalzare».38

La via dalla Mesopotamia al Sinai non è diretta: procede infatti dal Mar
Morto verso nord in direzione delle montagne che proteggono il fianco
sinistro del Sinai. L’ Epopea di Gilgamesh descrive effettivamente il suo
viaggio attraverso un «mare dalle acque basse», dove chiede a un battelliere
di nome Urshanabi di portarlo sulla sponda opposta. Nessun dubbio che
queste acque basse appartenevano a quello che oggi conosciamo come Mar
Morto, che l’Epopea di Gilgamesh descrive come il «mare delle acque della
morte». Dopo aver attraversato il mare, Gilgamesh arriva a un passo di
montagna con a guardia “la Gente Scorpione”.39 Questa montagna reca un
nome sumero, ma.shu, che significa “Monte della Barca Suprema”; un altro
testo lo chiama il “Monte Massimamente Supremo”40 e “Luogo da cui i
Grandi Ascendono”:

Il nome della montagna è MA.SHU,


egli giunge alla montagna di MA.SHU,
che giorno dopo giorno sta a guardia del sorgere e del
calare di Shamash.41

Dopo aver chiesto a Shamash l’autorizzazione, Gilgamesh può procedere


verso il luogo in cui Shamash stesso ha eretto i suoi shem, ma una volta
ancora il tentativo è destinato a fallire, tant’è che il resto della vicenda non
interessa ciò che qui stiamo sviluppando. Difatti, stiamo cercando di
stabilire se il monte Mashu era davvero un’altura del Sinai. Per trovare la
risposta dobbiamo attraversare il Sinai e studiare i Testi delle Piramidi
lasciati dagli antichi Egizi.
I Testi delle Piramidi rappresentano la religione dei faraoni. Nell’essenza
sono una enunciazione delle loro ossessive convinzioni circa l’esistenza
della vita dopo la morte, e in modo particolare dell’esistenza di un luogo
chiamato Duat. Si pensa di solito al Duat come al regno del morto re
Osiride, un luogo nel firmamento a cui il faraone defunto ascese. Il suo
scopo era rappresentato chiaramente dal geroglifico di una stella e di un
falco. Ma il viaggio del faraone verso il Duat veniva descritto in termini di
viaggio fisico, attraverso terre e acque. Questo viaggio, che i Testi delle
Piramidi descrivono, portava a Oriente; iniziava con l’attraversamento di
uno specchio d’acqua (un canneto e un battelliere divino) e poi continuava
sulla terraferma tra due montagne. A questo punto il faraone si addentrava
nel mondo dei morti, in un luogo dove la “bocca” della montagna veniva
spalancata e l’anima del re defunto poteva ascendere al cielo. Un poema
sumero quasi certamente si riferisce proprio a quel luogo come alla
“Montagna delle Gallerie Ululanti”.42
Il viaggio del faraone verso oriente rispecchia quello verso ovest di
Gilgamesh, con il Sinai nel mezzo. Così come Gilgamesh raggiunge un
passo montano, anche il morto faraone viaggia tra due montagne, e in effetti
il Sinai è attorniato da sette monti e da sette passi montani. La meta comune
a entrambi non era un mitico mondo dei morti, bensì un centro spaziale
sotterraneo. Il viaggio verso il Duat e quindi verso le stelle era, per gli
Egiziani, una mera imitazione dei viaggi degli dèi, con destinazione Nibiru,
Baalbek o quant’altro ancora. Veniva dunque associato con quella che si
riteneva essere l’immortalità degli dèi. Le piramidi di Giza, e in seguito
Eliopoli, erano considerate parte dell’accesso al Duat e divennero pertanto
una componente fondamentale del culto dell’Aldilà praticato dai faraoni. La
storia del Duat proietta luce nuova sulla misteriosa cerimonia “dell’apertura
della bocca” che si svolgeva intorno alla salma del faraone. E proietta una
nuova luce sul significato dello scarabeo come simbolo sacro egizio di vita
e di immortalità: si tenga presente la capacità dell’insetto di penetrare
sottoterra; per questo, veniva associato simbolicamente con la base
sotterranea del Duat.
Gli indizi che troviamo nei testi della trascorsa esistenza di un centro
spaziale nel Sinai vengono integrati da Sitchin, laddove individua nel Sinai
la leggendaria Tilmun (talora chiamata Dilmun): gli studiosi di solito
collocavano Tilmun nel Bahrain, dove effettivamente si era scoperto un
antico centro di commerci.43 Ma leggendo con attenzione i testi sumeri,
Sitchin giunse alla conclusione che in realtà esistevano due Tilmun: una
Tilmun città e un Tilmun territorio. 44 Per di più, le ricerche compiute a est
per ritrovare questa città sono state un errore, giacché era situata non “nella
terra dove sorge il Sole”45 bensì “nella terra dove sorge Shamash”: Sitchin
pertanto identifica la terra di Tilmun come quella degli dèi, una zona vietata
agli uomini stabilita dopo il Diluvio. Il nome, in sumero, era til.mun, che
significa “Terra dei missili”. 46 Un poema sumero intitolato Enki e
Ninharsag: un Mito del Paradiso descrive Tilmun come un posto silenzioso
e desolato, con parole che ben si adattano al deserto del Sinai:

Il corvo non grida,


l’uccello-ittidu non emette il grido dell’uccello-ittidu,
il leone qui non uccide,
né il lupo ghermisce l’agnello,
sconosciuto è il cane selvatico che divora il capretto.47

Il significato di Tilmun trova eco nel nome “Paese dell’Aquila” che venne
in seguito attribuito al Sinai.48 L’associazione che è stata fatta tra questi
veloci, imponenti volatili col Sinai e il suo centro spaziale la dice lunga: il
termine ebraico per la parola “aquila” (nesher) reca anche il significato di
“suono impetuoso” o di “lampo lucente”.49
Come abbiamo osservato nel Capitolo 6, va fatta una distinzione
importante tra gli shem, che volavano nell’atmosfera terrestre, e le “aquile”,
che erano dei razzi che viaggiavano oltre l’atmosfera del nostro pianeta. C’è
poco da dubitare sul fatto che gli antichi accenni alle aquile si riferivano ai
razzi degli dèi: nell’Epica di Etana, per esempio, il re sumero Etana viene
trasportato verso l’alto da «un’aquila» ed egli descrive con vivezza la Terra
che diviene sempre più piccola sinché gli oceani assumono le dimensioni di
«un cestino per il pane».50 L’aquila di Etana (presumibilmente il pilota)
discorre con Etana durante il volo, un particolare che non possiamo più
ascrivere a miti prodotti dalla fantasia.
Dopo il Diluvio il territorio del Sinai venne inizialmente assegnato a
Ninharsag, la sorella di Enlil e di Enki. In lingua sumera, il suo nome
veniva scritto nin.har.sag, “La Signora della montagna principale”, quasi
sicuramente un riferimento al monte Santa Caterina quale punto di
riferimento strategico nel Sinai.51 Sitchin ha dimostrato che Ninharsag è la
medesima dea che gli Egizi chiamavano Hathor, anch’essa associata al
Sinai. Il nome Hathor significava letteralmente “Colei la cui dimora è dove
stanno i falchi”,52 un nome che di nuovo echeggia il significato di Tilmun.
Dopo la guerra degli dèi il Sinai passò in altre mani. L’intervento di
Ninharsag per rendere più lieve l’assedio contro gli Enkiti aveva messo in
discussione la sua imparzialità. Così, gli Enliliti cercarono di portare sotto il
loro completo controllo il Sinai e la progettata base spaziale. Il poema
sumero Io canto la canzone della madre degli dèi descrive il dibattito che
portò alla nomina di Nannar (un figlio di Enlil e padre di Utu/Shamash)
come responsabile del Sinai.
Il dio Nannar era noto anche come Sin, un nome accadico che proviene
dal sumero su.en che significa “Il Signore che si moltiplica”.53 Un
soprannome, questo, che quasi sicuramente si riferisce al fatto che Nannar
procreò dei gemelli, Inanna e Utu. Fu così che il territorio riservato agli dèi
divenne la Terra di Sin, un nome che ritroviamo nell’appellativo attuale:
Sinai. Vale anche la pena notare che il monte Umm Shumar (“Madre di
Sumer”), nel Sinai, venne così chiamato in onore di Ningal, moglie di Sin,
che veniva chiamata così anche a Ur. E la città di Nakhal, nell’oasi del Sinai
centrale, reca anch’essa il nome di Ningal nella forma semitica di, appunto,
Nikhal. Quanto a Ninharsag, la sua precedente presenza nel Sinai non fu
dimenticata: difatti, continuò a essere chiamata “Signora del Sinai”.54

GERUSALEMME

Gerusalemme è la più santa tra le città della Terra, un luogo considerato


sacro da tre grandi religioni: il Giudaismo, l’Islam e il Cristianesimo. Il suo
punto più venerato, il colle Moriah, oggi è dominato dalla dorata Cupola
della Rocca eretta dai Musulmani. La Rocca del Moriah è in realtà un’ampia
piattaforma orizzontale nota come Colle del Tempio. I Musulmani lo
accostano a El Aksa, il luogo dove Maometto venne trasportato verso l’alto
dall’arcangelo Gabriele che gli fece attraversare i “sette cieli” sino a
giungere al cospetto di Dio.55
Secondo la leggenda ebraica, Gerusalemme è “l’ombelico della Terra” e il
Moriah è dove Abramo vide una colonna di fuoco salire dalla terra al cielo e
una densa nube in cui era la Gloria di Dio. La Bibbia asserisce che qui, sul
Moriah, Abramo più di 4000 anni fa si dispose a sacrificare a Dio suo figlio
Isacco. E fu in quest’esatto luogo che il Signore ordinò 3000 anni fa a
Salomone di erigere il primo “tempio” dedicato al Signore. Quel tempio
venne poi distrutto ricostruito e nuovamente distrutto. Oggi il luogo è
segnato dalla cupola d’oro dei Musulmani. Ma cos’è che ha alimentato tutte
queste leggende imperniate su Gerusalemme, e come mai questa città è
diventata oggetto di un culto religioso talmente esteso?
Oggi la Gerusalemme antica giace nascosta sotto la città moderna. Tutto
ciò che resta del secondo tempio degli Ebrei è il famoso muro occidentale o
Muro del Pianto, più della metà del quale rimane sepolto. Analogamente, la
Rocca del Colle del Tempio rimane praticamente celata alla vista. Ma
qualcosa di essa affiora e può essere osservata proprio sotto la Cupola della
Rocca, dove presenta una serie impressionante di piani e nicchie artificiali
(tav. 52). Si ritiene che questa rocca possegga poteri magici tant’è vero che
viene considerata sacra sin dai tempi antichi. Si dice che la parte nascosta
contenga un insolito numero di gallerie e di camere sotterranee.56 Leggende
più recenti narrano di scavi segreti che hanno coinvolto i Templari e la
ricerca dell’Arca dell’Alleanza.
Sia le leggende sia la storia danno sostegno agli indizi geografici che
indicano in Gerusalemme una località degli dèi coinvolta nei voli spaziali.
Una particolareggiata analisi etimologica effettuata da Zecharia Sitchin
fornisce ulteriori segnali. Per prima cosa, i nomi delle tre colline di
Gerusalemme recano significati indicativi. A nord, il Colle Zofim è anche
noto come Scopus, che significa letteralmente “Monte degli osservatori”; il
nome della collina di mezzo, Moriah, significa “Monte della direzione”. E
infine, a sud, il monte Sion ha un nome che vuol dire “Monte del segnale”57
Anche le valli intorno a Gerusalemme forniscono indizi significativi: una
di esse è menzionata in Isaia come Valle di Hizzayon, che vuol dire “Valle
della visione”. Il nome di un’altra valle, Kidron, proviene da una parola che
vuol dire “rilucere, ardere, irradiare calore” e difatti questa valle era nota
come “Valle del fuoco”. La sua parte inferiore oggi è chiamata Uadi-en-Nar
ovvero “Uadi del fuoco”.
La Valle di Hinnom, in ebraico Geh Hinnom, è anch’essa associata al
fuoco: per questo il greco geenna viene di solito tradotto come “inferno”.58
Stando alla leggenda, la Valle di Hinnom contiene un porta che si apre sul
mondo dei morti, contrassegnata da una colonna di fumo che si innalza tra
due palme.
Dai tempi più remoti Gerusalemme è sempre stata una località sacra e
importante, ma il perché rimane oscuro. La sua importanza non può essere
fatta risalire alla sua collocazione geografica. E nemmeno ha avuto
importanza come centro di commerci. Anzi, giaceva ai bordi di una zona
spoglia e desertica, piuttosto distante dalle principali vie di scambi.59 Le sue
riserve naturali di acqua erano limitate, eppure i suoi primi abitanti si
sobbarcarono fatiche notevoli per costruire “cisterne per l’acqua”
sotterranee insolitamente grandi. Esplorazioni archeologiche non di ampia
portata hanno individuato 37 di queste cisterne per una capacità
complessiva di circa 37.850.000 litri. Una di esse era in grado di contenere
da sola qualcosa come 7.570.000 litri d’acqua.60
Queste enormi cisterne dell’antica Gerusalemme eccedevano qualsiasi
necessità urbana, infatti la città non si estese mai oltre il chilometro quadrato
o poco più. Oltre tutto, che motivo poteva avere avuto quella gente per
stabilirsi in quel luogo quando ne esistevano molti altri assai meno ostili?
Detta altrimenti, dal punto di vista meramente geografico la dislocazione di
Gerusalemme costituisce una notevole anomalia storica.
Ma se utilizziamo un approccio scientifico meno convenzionale, allora il
motivo della posizione di Gerusalemme diviene subito ovvio. Dal punto di
vista degli dèi, infatti, quel luogo era l’ideale per un centro di controllo di
voli spaziali. L’ambiente ostile contava poco giacché non occorreva tener lì
molte persone. La topografia era perfetta: un piccolo altopiano circondato
su tre lati da valli profonde. Parecchio difendibile, quindi. Infine, c’erano
diverse sorgenti che rendevano possibile avere i quantitativi d’acqua
necessari sia per uso industriale sia per le necessità di volo.
Se esaminiamo la storia di Gerusalemme, troviamo che il suo nome più
antico, citato in Genesi 14, era Salem. Nello stesso passo della Bibbia viene
fatto il nome del re di Gerusalemme al tempo di Abramo (circa 4000 anni
fa): Melchisedec, sacerdote del Dio Altissimo. 61 Cosa sappiamo di
Melchisedec e della sua dinastia che ha regnato su Gerusalemme?
Praticamente nulla: lui e i re suoi successori costituiscono un vuoto storico.62
Ma un indizio sul significato del nome Melchisedec ci viene fornito da
Paolo, che lo nomina come “Re di giustizia”.63 Pertanto, Melchisedec era
quasi certamente un re enlilita.
Da tutto ciò, in particolare dalla posizione del Moriah al centro della rotta
di volo, è ragionevole accogliere l’indicazione di Sitchin, secondo cui la
funzione di Gerusalemme era quella di centro di controllo per i voli spaziali.
Non aggiungerò altro, se non per citare il non-biblico Libro dei Giubilei:

Il Giardino dell’Eternità, il molto sacro,


è la dimora del Signore;
e il monte Sinai, nel mezzo del deserto;
e il monte Sion, nel mezzo dell’ombelico della Terra.
Questi tre vennero creati come luoghi sacri,
l’uno di fronte all’altro.64

INDIZI DA GERICO

Quando circa mezzo secolo fa gli archeologi cominciarono a scavare la


biblica città di Gerico, non pensavano certo che stavano per riportare alla
luce il più antico insediamento fortificato del mondo. A mano a mano che
scavavano la montagnola alta 22 m, nota come Tell es Sultaan, trovarono
nello strato inferiore oggetti risalenti all’8000 a.C..65 Si trattò di una scoperta
eccezionale, che riguardava un periodo che aveva preceduto di più di 4000
anni la civiltà sumera, dunque un’epoca che si riteneva abitata da uomini
semplici e nomadi.
Ancora più strano risultò il fatto che sin dai primi insediamenti quella
località fosse stata pesantemente fortificata. Gli archeologi scoprirono tra
l’altro una torre di pietra alta 9 m dotata di scala interna, mura della città alte
fino a 6 m, e un fossato profondo 2,5 m che si apriva per 6 m oltre le mura
esterne. Si trattava di manufatti di ottima qualità, con pietre ben squadrate
che aderivano l’un l’altra senza che fosse stata impiegata malta.
L’antica Gerico era stata costruita in corrispondenza di una sorgente
naturale (Ain es Sultaan) che ancor oggi elargisce 4500 litri d’acqua al
minuto, un fattore che dovette risultare determinante. Ma cosa aveva spinto
quella gente antica a formare una comunità di qualcosa come 2000 persone
e poi a erigere quelle fortificazioni? Da chi o da cosa intendevano
proteggersi? Come mai gli archeologi trovarono quasi soltanto mura e ossa,
ma nulla che indicasse l’invenzione della scrittura o l’uso della ruota? Esiste
un qualche legame tra Gerico, il più antico insediamento urbano, e
l’avvento della civiltà in Sumer 4000 anni dopo? Il mistero viene
chiaramente esposto in un libro che fa riferimento a Gerico come all’anello
mancante che attende ancora di essere scoperto.66
Un anello mancante che invece ora è stato scoperto. Così come la Grande
Piramide indica le attività degli dèi migliaia di anni prima che la civiltà fosse
concessa ai Sumeri, Gerico segnala la medesima realtà. Le fortificazioni di
Gerico occupavano una importante posizione strategica appena 24 km a est
di Gerusalemme, che abbiamo appena individuato come il centro di
controllo per i voli spaziali degli dèi. Sembra dunque che fosse un presidio
militare per proteggere il fianco orientale degli importantissimi impianti.
Come abbiamo potuto dedurre dall’ Epopea di Gilgamesh, Gerico stava
proprio lungo l’itinerario che un esercito avrebbe dovuto percorrere per
raggiungere Gerusalemme, o il centro spaziale nella penisola del Sinai.
Come ha fatto presente Sitchin, il nome di origine di Gerico era Yeriho, che
significa letteralmente “Città Luna”. Poiché la Luna è il satellite della Terra,
così Gerico era il satellite a guardia di Gerusalemme, l’ombelico della Terra.
Un altro centro fortificato si ergeva a 19 km circa in direzione nord da
Gerusalemme. L’attuale città di Beitin segna il luogo dell’antica Beth-El, la
“Casa di Dio” dove Giacobbe vide gli angeli del Signore scendere e
discendere una scala che arrivava al Paradiso.67 800 m a nord di Beitin la
località detta Borj Beitin è descritta come uno dei grandi punti di riferimento
della Palestina,68 dove il patriarca Abramo una volta piantò la sua tenda. Lì
vicino l’attuale villaggio di Deir Diwan segna il luogo in cui sorgeva
l’antica Ai, dove gli scavi archeologici hanno datato i livelli inferiori ad
almeno il 3000 a.C. Tutti questi luoghi si trovano su un altopiano sassoso
che riceve acqua da quattro sorgenti: l’ideale per erigervi una fortificazione
a protezione del fianco settentrionale di Gerusalemme.
Lasciamo ora Gerusalemme e puntiamo a sud, verso il centro spaziale del
Sinai. Anche qui troviamo una città fortificata che fungeva da difesa. Era
nota come Kadesh-Barnea, obiettivo di un’anomala spedizione militare di
Khedorlaomer (circa 2100 a.C.), descritta nella Genesi 14. Zecharia Sitchin
trae la conclusione che Kadesh-Barnea nel Sinai era la medesima città a cui
si riferivano gli Accadi chiamandola Dur-Mah-Ilani nella terra di Tilmun. Il
nome accadico significa “Il Grande luogo fortificato degli dèi”.69 La sua
posizione corrisponde al luogo dove Gilgamesh fu costretto a chiedere
l’autorizzazione della “Gente scorpione” per poter procedere verso
l’obiettivo di innalzare un suo shem. Gli studiosi della Bibbia si sono
sempre domandati come mai un luogo sperduto nel deserto del Sinai
dovesse essere l’obiettivo di una forza militare di invasione, ma la
spiegazione data da Sitchin, alla luce di un centro spaziale nel Sinai,
fornisce un indizio importante.
Riassumendo, parrebbe che le basi spaziali degli dèi erano protette da una
serie di postazioni fortificate che altrimenti non trovano motivazioni per la
loro esistenza, neppure nelle ricerche di studiosi e archeologi.

UN MESSAGGIO DALLA SFINGE

A fianco delle piramidi di Giza troviamo la raffigurazione di un leone dal


volto umano: è un monumento scavato nel calcare. Lunga 73 m. e alta 20
m, la Sfinge (tav. 47 ) si qualifica indubbiamente come il più grande
manufatto artistico che il mondo conosca.
Per riuscire a ottenere quelle monumentali dimensioni lo scultore ha
scavato migliaia e migliaia di tonnellate di solida roccia. Gli esperti non
sono in grado di spiegarci cosa spinse lo sconosciuto artista a compiere
quell’opera, né esistono indizi o segni, iscrizioni o altro che ci aiutano a
capire a quando risale il monumento. Ma nonostante la mancanza di
documenti di qualsivoglia natura, i cosiddetti esperti si sentono in grado di
dirci che la Sfinge fu scolpita dall’uno o l’altro dei costruttori delle vicine
piramidi.
Recentemente si è dedicata molta attenzione, con simulazioni al computer,
al volto della Sfinge, nel tentativo di attribuirlo a uno dei faraoni di Giza. Il
candidato preferito è Chefren, mentre una minoranza attribuisce quelle
sembianze a Micerino. Ma nessuno potrebbe smentire l’asserzione che
quello è il volto dell’artista, né si possono valutare le modifiche apportate
nel tempo dagli interventi di restauro.70 La dimensioni della testa, nella
Sfinge, sono piccole rispetto al resto del corpo e ciò potrebbe indicare che
vi sono stati interventi importanti che ne hanno modificato l’aspetto.
Diversi studiosi hanno richiamato l’attenzione sull’unicità della Sfinge,
giacché non esiste precedente alcuno del concetto di rappresentare il corpo
di un animale dotandolo di una testa umana. L’arte egizia si concentrava
anzi sul concetto opposto e mostrava gli dèi dell’Egitto con corpi umano e
teste di animali. Inoltre, altre rappresentazioni della Sfinge rinvenute in
Egitto mostrano una testa di ariete su un corpo di leone (tav. 49 ). Mai
comunque appare il volto di un faraone. C’è anche da dire che molti
commentatori si sono detti meravigliati per il fatto che il concetto di sculture
di grandi dimensioni ricavate dalla viva roccia non è mai stato riproposto,
nonostante sia tecnicamente semplice e che lungo il Nilo ci siano
abbondanti e idonee formazioni rocciose.71 Sono proprio questi fattori che
hanno reso la Sfinge il mistero che è: infatti, appare totalmente disgiunta dal
resto dell’antica cultura egizia.
Già abbiamo riconosciuto le piramidi di Giza come componenti della
seconda rotta di volo degli dèi. Può allora essere che anche la Sfinge sia
opera degli dèi e non degli uomini? Così come sulle piramidi, sulla Sfinge
non ci sono iscrizioni. La sua perfetta forma artistica, come la perfetta
angolazione di 52° delle piramidi di Giza non sono state replicate da
nessuna altra parte. Non dovremmo certo restare meravigliati se dovessimo
scoprire che questi monumenti senza data precedono di migliaia di anni
l’epoca dei faraoni egiziani. Nel caso della Sfinge, questo è adesso un fatto
scientificamente assodato.
Nell’ottobre 1991 il dottor Robert Shoch, un geologo della Boston
University, ha presentato prove del fatto che la Sfinge risale a migliaia di
anni prima del 2500 a.C., datazione sinora ritenuta giusta.72 Le sue
conclusioni si basavano sugli effetti delle attività meteorologiche nel fossato
di calcare che circonda la Sfinge (tav. 48). Questa erosione, stando alla
scienza della geologia, può essere soltanto il risultato di prolungate
precipitazioni piovose, contrastanti con il clima asciutto che caratterizza
l’Egitto dal 2500 a.C. Sulla base dunque dei dati climatici, Shoch stima che
la Sfinge deve risalire a un arco di tempo compreso tra i 9000 e i 12.000
anni fa, quando il clima in Egitto era assai più umido.73
Una tale datazione è ovviamente sacrilegio per gli esperti: quegli stessi
esperti che dichiarano recisamente che la Grande Piramide è la tomba di
Cheope. Non essendo in grado di confutare i dati geologici (che hanno
incontrato l’ampio sostegno dei colleghi di Schoch), gli egittologi hanno
ripiegato sul ragionamento secondo cui i risultati ottenuti da Shoch non
vanno accettati in quanto contraddicono tutto il resto che si sa sull’antico
Egitto. Zahi Hawass, curatore della Sfinge e delle piramidi, ha dichiarato:
«Non abbiamo nessuna prova architettonica né abbiamo prove scritte che ci
dimostrino che in Egitto in quell’epoca ci fosse qualcuno in grado di
scolpire una statua del genere». Una volta di più, prove chiare, basate sui
fatti, vengono nascoste sotto il tappeto per conservare integro il paradigma e
per evitare di dover riscrivere i libri di storia.
Questi scettici farebbero bene a riflettere, ora, sul fatto che la Sfinge
guarda a oriente esattamente lungo il 30° parallelo nord in direzione del
Sinai, a sostegno delle prove scritte e geografiche che un centro spaziale è
esistito in quella medesima latitudine. Forse in passato la Sfinge recava il
volto di un dio? Sembra assai probabile. Esiste effettivamente una lunga
tradizione che attribuisce alla Sfinge le sembianze di Hor-Akhiti, il “Falco
dell’orizzonte”, e uno dei più antichi dèi egizi, Râ, era noto con questo
nome. Non è certo una coincidenza che l’orizzonte orientale segnava
davvero la direzione di atterraggio dei falchi.
CONCLUSIONI

⊕ Prove scritte e geografiche particolareggiate suggeriscono con forza


l’antichissima esistenza di centri spaziali costruiti dagli dèi a Giza, Eliopoli,
Baalbek, Gerusalemme e nella penisola del Sinai.
⊕ Gerico, Beth-El e Kadesh-Barnea furono costruite come presidi
fortificati che avevano lo scopo di impedire l’accesso alle basi spaziali.
⊕ Le analisi geologiche compiute sulla Sfinge e le datazioni
archeologiche dell’antica Gerico dimostrano che queste località precedettero
di diverse migliaia di anni le prime civiltà.
⊕ Le prove fisiche raccolte a Jebel Barkal nonché la Grande Piramide
confermano nei particolari le cronache degli dèi presenti nei testi sumeri.
1 Z. Sitchin, Genesis Revisited, cit., Capitolo 5, p. 88.
2 S. Kramer, citato in Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 10.
3 Ibid.
4 Ivi, p. 303. Oggi queste località si chiamano: Shuruppak è Tell Fara, circa 64 km a sud-est di
Diwaniyah; Larak potrebbe essere Tell el Wilaya, vicino a Kut-el-Imara; Larsa è Senkereh, 48 km
a nord-ovest di Nasriyah; Bad-Tibira è Tell Medain vicino a Telloh; Lagash è al-Hiba; Sippar è
Abu Habba, a circa 32 km a sud-ovest di Baghdad e 10 km a est di Mahmudiya; Eridu è Abu
Shahrain, 19 km a sud-ovest di Ur (el-Mughayir).
5 G. Roux, Ancient Iraq, cit., Capitolo 5, p. 66.
6 Ivi, p. 111.
7 The Epic of Gilgamesh, tavoletta III, colonna IV, versione antico-babilonese. Vedi A. Heidel,
The Gilgamesh Epic and Old Testament Parallels, cit., p. 36.
8 The Epic of Gilgamesh, tavoletta IV, colonna VI, versione assira. Vedi A. Heidel, The
Gilgamesh Epic..., cit., p. 45.
9 The Epic of Gilgamesh, tavoletta V, colonna I; A. Heidel, The Gilgamesh Epic..., cit., p. 45.
10 The Epic of Gilgamesh, tavoletta V, colonna IV; A. Heidel, The Gilgamesh Epic..., cit., p. 48.
11 R. Rogers, The Religion of Babylonia and Assyria, New York-Cincinnati 1908, p. 205. Vedi
anche A. Heidel, The Gilgamesh Epic..., cit., pp. 256 e 259.
12 The Middle East, Hachette, 1966, p. 209.
13 Genesi 9, 20.
14 S. Kramer, Sumerische Literarische aus Nippur, citato in Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit.,
Capitolo 6, p. 121.
15 M. Chatelain, Our Ancestors Came from Outer Space, cit., Capitolo 3, p. 73.
16 Citato da Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 7, p. 143. Vedi anche A. Sjoeberg – E.
Bergmann, The Collection of the Sumerian Temple Hymns.
17 Ludlul Bel Nemeqi (“Lodo il Signore della saggezza”). Vedi W. Lambert, Babylonian Wisdom
Literature, Oxford 1960. Il Mondo inferiore era l’emisfero meridionale.
18 Citato in Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 7, p. 143.
19 Ivi, pp. 143-5.
20 Ivi, Capitolo 8.
21 L’accecamento di Horus sta quasi certamente all’origine dei culti dell’occhio “onnivedente”,
per esempio associato a una piramide nel retro delle banconote americane da un dollaro. Vedi
anche Samuele I, 11 laddove Nahas, re degli Ammoniti, aderisce al progetto di pace a condizione
che venga tolto l’occhio destro a ciascuno dei suoi nemici.
22 Io canto l’inno della Madre degli Dèi; vedi P. Dhorme, La souveraine des Dieux.
23 «National Geographic», 178, 5 (1990), p. 107.
24 G. Barton, Miscellaneous Babylonian Texts, citato in Z. Sitchin, The War of Gods..., cit.,
Capitolo 8, pp. 163-4.
25 Tavolette 10-13 del testo Lugal-e Ud Melam-bi; noto anche come Libro delle gesta e delle
imprese di Ninurta; vedi la collazione edita da S. Geller in Altorientalische Texte und
Untersuchungen; inoltre, in Barton, The Royal Inscriptions..., cit. Menzionate da Z. Sitchin, The
Wars of Gods..., cit., Capitolo 8.
26 Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 8, p. 168.
27 Ivi, p. 171.
28 Ibid.
29 Ivi, p. 165.
30 Ivi, Capitolo 7, p. 145 (dal poema a Ninharsag).
31 Matariyah è l’attuale nome del villaggio sorto dove c’era Eliopoli.
32 Si sostiene che una linea che attraversi gli angoli sud-orientali della prima e della terza
piramide di Giza porti esattamente all’obelisco di Eliopoli. A Roma, New York e Londra si
trovano obelischi appartenuti in passato a Eliopoli.
33 S. Mercer, The Religion of Ancient Egypt, p. 127.
34 Per esempio nel bassorilievo del Tempio di Hathor a Dendera.
35 Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 9, p. 182.
36 Per i particolari di questo lavoro di ricerca si veda Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit.
37 Gli dèi dividevano la superficie terrestre in tre zone latitudinali: la Via di Anu, la Via di Enlil e
la Via di Ea: ciascuna era di 60° e la fascia centrale si estendeva dal 30° parallelo nord al 30°
parallelo sud.
38 The Epic of Gilgamesh, citato in Z. Sitchin, The Stairway to Heaven, cit., Capitolo VII, p. 131.
39 A. Heidel, The Gilgamesh Epic..., cit., p. 65.
40 Z. Sitchin, The Stairway to Heaven, cit., Capitolo XI, p. 208.
41 The Epic of Gilgamesh, tavoletta IX, colonna II, citato in A. Heidel, The Gilgamesh Epic...,
cit. p. 65.
42 Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 14, p. 338.
43 M. Rice, Egypt’s Making, Guild Publishing, 1990, pp. 247-54.
44 Z. Sitchin, The Stairway to Heaven, cit., Capitolo X, pp. 197-207.
45 Vedi A. Heidel, The Epic of Gilgamesh, cit., p. 105; inoltre M. Rice, Egypt’s Making, cit., p.
247.
46 Taluni testi antichi descrivono un TIL adoperato per sconfiggere il dio volante Zu, mentre il
suo segno pittografico somiglia a un missile; vedi Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 4.
47 S. Kramer, Enki and Ninhursag: a Paradise Myth, in J. Pritchard (a cura di), Ancient Near
Eastern Texts Relating to the Old Testament, Princeton, NJ, 1950, pp. 37-41.
48 Aid to Bible Understanding, Watchtower Publications, 1971, p. 472.
49 Ibid.
50 J. Kinnier Wilson, The Legend of Etana: A New Edition, Warminster 1985. Vedi anche G.
Roux, Ancient Iraq, cit., Capitolo 7, pp. 114-5.
51 È per questo motivo che gli studiosi si imbattono in riferimenti sumeri a un monte “Har Sag”
nel Sinai.
52 Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 7, p. 145.
53 Ivi, Capitolo 9, p. 179.
54 Z. Sitchin, The Stairway to Heaven, cit., Capitolo X, p. 194.
55 Fu l’ultima fase del “viaggio notturno” di Maometto (sura 17 del Corano), avviato alla Mecca
con tappa al Monte Sinai!
56 Z. Sitchin, The Stairway to Heaven, cit. Capitolo X, p. 194.
57 Ivi, p. 291.
58 Aid to Bible Understanding, cit., p. 633.
59 Ivi, p. 908.
60 Ivi, p. 909.
61 È insolito che la Bibbia si riferisca a Dio con questo appellativo. Definisce la massima
posizione gerarchica, probabilmente Enlil stesso.
62 Stando a una leggenda ebraica, contenuta nei Targum, Melchisedec era Sem, figlio di Noè, ma
nessun indizio storico corrobora questa ipotesi.
63 Lettera agli Ebrei 7, 1-2
64 Libro dei Giubilei, citato in Z. Sitchin, The Stairway to Heaven, cit., Capitolo XIV, pp. 296-7.
65 Wonders of the Ancient World, cit., pp. 36-7.
66 The World’s Last Mysteries, cit., p. 152.
67 Genesi 28, 19. Beth-El si chiamava in origine Luz, ma ricevette il nuovo nome da Giacobbe
dopo che egli vide la “Scala”.
68 Encyclopaedia Britannica, Vol. I, col. 552.
69 Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 12, p. 277.
70 Per esempio, quelli intrapresi da Thutmosi IV intorno al 1400 a.C.
71 M. Rice, Egypt’s Making, cit., p. 203.
72 Annual Meeting of Geological Society of America, 1991; Annual Meeting of the American
Association for the Advancement of Science, Chicago 1992. Quasi 300 geologi hanno fatto
proprie le conclusioni raggiunte da Schoch.
73 M. Hoffman, Egypt Before the Pharaohs, Michael O’Mara Books, 1991, pp. 86-98.
9
LA GRANDE PIRAMIDE
RIVISITATA
UN APPROCCIO FUNZIONALE

Quando incominciai a scrivere questo libro l’ultima cosa che mi sarei


aspettato era di trovare una soluzione al mistero della Grande Piramide. Ma
dopo avere esaminato tutte le prove elencate nel Capitolo 8, capii di dover
affrontare un compito che non potevo ignorare. Rapportare
geograficamente la Grande Piramide a una rotta di volo per gli shem degli
dèi va bene, ma come motivare la costruzione di una struttura tanto enorme
e complessa, quando sarebbe risultato sufficiente, come punto di
riferimento, una semplice struttura del genere presente a Eliopoli? Come
spiegare l’impressionante Grande Galleria, l’enorme nicchia nella Camera
della Regina e la serie di saracinesche all’esterno della Camera del Re? Tutti
questi particolari mi sono sembrati suggerire una funzione sconosciuta: non
simbolica, bensì prettamente funzionale.
Se ci rivolgiamo ai testi antichi, troviamo diverse descrizioni delle
funzioni attribuite alla Grande Piramide/Ekur. Per esempio la funzione di
aerofaro viene molto sottolineata, con numerosi accenni a «apertura della
rete», «ispezione di Terra e cielo», e a «raggio pulsante» nel suo «settore di
supervisione».
Ma ci sono anche ampi riferimenti al potere straordinario della piramide. I
testi che trattano le guerre degli dèi raccontano come gli Enkiti si ritirassero
all’interno dell’Ekur, che era inespugnabile. Parrebbe che questi testi
facciano riferimento a uno scudo protettivo, ed è curioso che il nome
mesopotamico dell’Egitto fosse “Magan”, cioè “Terra dello scudo”. 1
Secondo un’altra interessante fonte di riferimento, il dio Ninurta sosteneva
che i poteri della piramide erano stati impiegati nel corso del conflitto per
afferrarlo con lo scopo di ucciderlo. Infine, ci sono testi che, se letti
attentamente, indicano che la piramide conteneva forse anche dispositivi per
le comunicazioni con il pianeta Nibiru.
Mi sono pertanto accinto a esaminare la Grande Piramide da un punto di
vista esclusivamente funzionale: un approccio raramente, e forse mai,
adottato prima. Mi sono attribuito il compito di adoperare le prove materiali
contenute nella piramide per confermare ciò che risulta scritto nei testi
antichi, offrendo di conseguenza ulteriori e più solide prove dell’esistenza
degli dèi in carne e ossa.
La gran parte delle teorie elaborate a proposito della Grande Piramide
sono, a mio avviso, del tutto bizzarre. Dobbiamo lasciar perdere qualsiasi
idea che la Grande Piramide fosse una tomba e che nella nicchia della
Camera della Regina ci stesse una statua di Cheope. Né dobbiamo badare
alla semplicistica teoria che la piramide sia una rappresentazione simbolica
dei raggi del Sole che calano sulla terra, o alle romanticherie di chi ritiene
che in quei labirinti siano nascosti tesori o archivi segreti. Ciò che ci
accingiamo a scoprire è molto più entusiasmante.
Gli antichi cronisti riferiscono che dopo il Diluvio il Mondo Africano
Inferiore venne assegnato a Enki e al suo clan. E fu lì, in Egitto, che Enki
ricevette l’ordine di erigere gli aerofari che avrebbero guidato gli shem fino
a Baalbek. E fu lì, ritengo, che Enki decise di usufruire dell’opportunità di
costruire qualcosa di assai più innovativo di un semplice aerofaro, qualcosa
che potesse consolidare il suo prestigio e il suo potere.
Se i testi la raccontano giusta, dovremmo trovare all’interno della Grande
Piramide un aerofaro e un impianto radar, un sistema di comunicazione e
una potente fonte di energia che poteva tradursi in potenzialità offensiva. Se
pensiamo alla Grande Piramide come a una macchina o a una fabbrica,
allora il suo sistema energetico dovrebbe esprimersi in una fonte di
carburante, in un impianto per la raffinazione, in un sistema direzionale e in
un altro di controllo. Vediamo dunque di esaminare obiettivamente le
prove.

LE FALSE PISTE

Prima di incominciare la nostra ispezione della Grande Piramide in cerca


di indizi riguardanti le sue funzioni, è essenziale far fuori tutte quelle
caratteristiche che non appartengono al progetto di partenza. Gli eventi che
per millenni si sono susseguiti hanno lasciato i loro segni, creando
parecchie false piste che hanno fuorviato altri ricercatori. Allo scopo di
eliminare questi aspetti è necessario conoscere la storia della Grande
Piramide. Molti ricercatori, per esempio, segnalano come la Grande
Piramide sia estremamente calda e umida ma dimenticano che in origine era
rivestita di blocchi levigati di calcare bianco i quali riflettevano,
allontanandolo, il calore solare. Allo stesso modo si dà molta importanza
all’allineamento dei pozzi che si aprono tra la Camera del Re all’esterno
della piramide, ma nessuno può dire se essi in origine penetravano
attraverso la copertura esterna in seguito rimossa dagli Arabi di Al-
Ma’mun.
Un’altra falsa pista riguarda l’abbondanza di sale rinvenuto all’interno
della Grande Piramide, soprattutto nella Camera della Regina e nel timpano
di pietra calcarea sovrastante la Camera del Re. Questa presenza di sale ha
dato adito ad alcune interessanti teorie, ma secondo me è lì solo a motivo
delle precipitazioni piovose, quelle stesse che in tanti millenni hanno
pesantemente eroso la vicina Sfinge. Questa mia ipotesi si basa sui testi
antichi che raccontano la rimozione della pietra di coronamento della
Grande Piramide dopo la vittoria di Ninurta sugli dèi Enkiti. Il gesto di
Ninurta espose la parte interna della piramide all’azione degli elementi:
pertanto, il sale è fuoriuscito dai blocchi di calcare chimicamente impuri.2
Quando venne asportata la pietra di coronamento, vennero distrutte o
rimosse da Ninurta parecchie altre cose contenute nella Grande Piramide,
così come è spiegato nel Capitolo 8. Per poter capire la funzione della
piramide è necessario reinserire mentalmente tutte queste cose nella giusta
posizione. È cronaca scritta che il dio Ninurta smantellò una “pietra” nella
Camera della Regina, e che distrusse o rimosse altre “pietre” dalla Grande
Galleria: ecco perché oggi vi troviamo delle nicchie vuote. Ninurta fece
asportare anche la triplice saracinesca dall’anticamera della Camera del Re -
oggi le sue scanalature sono ancora lì, vuote. Vanno probabilmente attribuiti
a quei giorni i danni al cofano nella Camera del Re, o forse anche la
rimozione del suo coperchio. Dobbiamo dunque essere disponibili a credere
agli antichi resoconti, dato che un gran numero di particolari coincide con la
situazione che oggi troviamo nella piramide.

L’IMPRIGIONAMENTO DI MARDUK
Una serie importante di indizi riguardanti le caratteristiche e le funzioni
della Grande Piramide proviene da un testo antico che descrive
l’imprigionamento del dio babilonese Marduk. Il racconto di questo
avvenimento, e della successiva fuga di Marduk da una tomba simile a una
montagna, è sempre stato visto in un contesto mitologico.3 Nessuno ha mai
pensato seriamente che potesse descrivere un avvenimento storico, finché
Sitchin non ha collegato questa storia a un’altra tragedia epica sumera, e
non ha individuato nella Grande Piramide la tomba in questione.
La tragedia sumera a cui mi riferisco è stata paragonata a quella di Romeo
e Giulietta: nei ruoli principali Inanna, una dea enlilita, e Dumuzi, un dio
enkita. Questi due innamorati divennero i protagonisti di molti poemi
d’amore sumeri. Come abbiamo avuto modo di vedere nel Capitolo 6,
Dumuzi aveva violato le leggi degli dèi stuprando la propria sorellastra nel
troppo zelante tentativo di procurarsi un erede maschio. Suo fratello, Râ,
forse considerò questo comportamento come una minaccia per la futura
sovranità dei suoi discendenti in Egitto, e prese la fatale decisione di
arrestare Dumuzi. Come Zecharia Sitchin ha ben dimostrato, il dio egizio Râ
può senz’altro essere identificato nel dio babilonese Marduk.4 Pertanto,
Râ/Marduk fu responsabile della morte accidentale di Dumuzi avvenuta nel
corso del suo arresto. Da quel momento Inanna divenne l’acerrima nemica
di Marduk a cui attribuiva la responsabilità della morte di suo marito.
Si rifà a questo quadro una misteriosa storia conosciuta con il nome di
Inanna e Ebih, una storia che ha una sua logica se inserita nel periodo
successivo alla morte di Dumuzi.5 Possiamo cioè capire perché Inanna
esprima tutta la sua furia contro un dio maligno che se ne sta nascosto in
una montagna piuttosto strana, e possiamo riconoscere quella montagna
come l’Ekur ovvero come la Grande Piramide. La dolente Inanna esclama:

Montagna, tu sei talmente alta, tu sei stata innalzata


sopra ogni altra [...]
Tu con la tua punta tocchi il cielo [...]
Eppure io ti distruggerò,
al suolo di farò cadere [...]
E dolore nel tuo cuore, dolore ti causerò.

Mio nonno Enlil mi ha permesso di entrare dentro la


Montagna!
Dentro la Montagna io penetrerò [...]
Dentro la Montagna stabilirò la mia vittoria.

Non si fermò di colpire i fianchi di E-bih


e ogni suo angolo,
finanche la moltitudine delle sue erette pietre.
Ma all’interno [...] il Grande Serpente che vi era entrato,
il suo veleno non cessò di sputare.6

Inanna verrà poi persuasa a permettere al Grande Serpente (chiaramente


identificato nei testi babilonesi in Marduk) di uscire dall’Ekur per essere
processato. Parrebbe che Marduk venisse poi effettivamente riconosciuto
responsabile della morte di Dumuzi, forse per averne impropriamente
autorizzato l’arresto. Un altro testo babilonese annota il verdetto di
colpevolezza e la pesante condanna inflitta a Marduk:

In una grande busta che sta sigillata,


con nessuno che possa offrirgli nutrimento;
solo nella sofferenza,
la fonte d’acqua potabile chiusa.7

Come avvenne questa carcerazione? Avendo individuato la prigione con


la montagna, E.KUR o Grande Piramide, la risposta sembra stare nei
blocchi di granito che impedivano l’accesso alle camere superiori della
piramide. Uno di questi blocchi oggi può essere chiaramente visto alla
sinistra accedendo alla piramide dall’entrata attuale. È uno dei tre blocchi di
granito rosso comunemente chiamati “Tappo di granito”. Quello superiore è
insolito, in quanto presenta una parte superiore rozzamente sagomata, quasi
che la pietra fosse stata frantumata da una forza poderosa.
L’egittologia convenzionale attribuisce al Tappo di granito funzioni di
sicurezza a protezione della tomba del faraone. Altri commentatori
ritengono che fosse una componente della piramide sin dall’inizio, forse per
scopi simbolici. Ma la risposta più pratica è questa: i blocchi di granito
vennero collocati per imprigionare il dio Marduk. Ma qual era la funzione
originaria del Tappo?
Si ritiene generalmente che i tappi di granito siano stati effettivamente
posti nell’attuale posizione per sigillare la piramide. La perfetta aderenza di
questi blocchi sul fondo del Corridoio Ascendente ha spinto molti tecnici a
pensare che siano stati sagomati sul posto, esattamente dove si trovano
adesso.8 Ma è una teoria poco logica dal punto di vista progettuale. Un
esperto della piramide, Peter Lemesurier, ci aiuta a risolvere la questione:
spiega infatti che il Corridoio si restringe bruscamente da 104 cm a 96,5
cm, e che il Tappo di granito è sagomato esattamente per aderire alla parte
più ristretta.9 Il fatto che siano adesso interrati nella parte inferiore del
corridoio non è fortuito. Per di più, la parte superiore danneggiata del
Tappo pare indicare che dev’essere stato calato a forza nel passaggio.
Dov’era situato originariamente? La larghezza di 104 cm del Tappo
corrisponde a quella del Corridoio delle Camere della Regina e del Re e
dunque forse è lì che si trovava. D’altra parte, il pavimento della Grande
Galleria, tra le rampe laterali, ha esattamente la medesima larghezza.
È difficile capire perché mai il Tappo di granito sia stato usato per
sigillare la Camera della Regina: perché ricorrere al granito quando la
camera è di calcare? Era allora impiegato per sigillare la Camera del Re?
Sebbene essa sia costruita interamente con il granito, la sua entrata era già
dotata d’una serie di saracinesche di granito, quindi ha poco senso pensare
che il Tappo servisse a chiuderla.
Il Grande Gradino all’esterno della Camera del Re va preso in
considerazione: la grande piattaforma di calcare ha chiaramente riportato
danni da esplosione, oggi sanati per consentire l’accesso ai turisti. Profonda
qualcosa come 1,5 m e larga 2 m, costituiva una soluzione possibile, ma di
nuovo non sono riuscito a vedere alcuno scopo nel dotare la Camera del Re
di ulteriore protezione oltre all’esistente sistema di saracinesche.
Procedendo per eliminazione sono arrivato alla conclusione che la
posizione originaria del Tappo era in corrispondenza del pavimento della
Grande Galleria. Ne consegue che veniva spostato verso l’alto o verso il
basso per impedire o per consentire l’accesso al Corridoio Ascendente.
Rapportando le caratteristiche fisiche ai testi antichi, ho dedotto che il Tappo
superiore era stato probabilmente predisposto con un orlo sporgente per
sigillare l’entrata del Corridoio Ascendente. L’imprigionamento di Marduk
venne ottenuto mediante l’esplosione del Tappo probabilmente con una
corta miccia, cosicché precipitasse dalla parte alta del Corridoio già nel
varco di accesso. L’esplosione aveva reciso l’orlo sporgente e asportato
circa 192 mc di calcare dal Grande Gradino (i lievi danni riscontrati in
corrispondenza dell’entrata dell’Anticamera dietro il Gradino, e del soffitto
in cima al varco di salita, offrono sostegno a questa ipotesi). Come vedremo
in seguito, il Tappo forse era stato progettato in due parti distinte, una per
sigillare la parte superiore del varco e una per sigillarne quella inferiore. Le
due componenti del Tappo, in tal caso, dovevano in origine essere collegate
mediante un grosso cavo.
Ci sono due punti che vorrei esaminare brevemente per dimostrare come
tutto ciò sia verosimile. Primo, dov’è il congegno grazie al quale questi
pesanti tappi di granito possono essere stati sollevati e poi abbassati? Una
misteriosa ma poco conosciuta caratteristica all’interno della Grande
Galleria consiste in un paio di scanalature larghe una quindicina di
centimetri che si prolungano per tutta la lunghezza delle pareti. Il libro di
Lemesurier le spiega in funzione di un pavimento “scorrevole”,10 e sono
evidentemente un motivo di notevole imbarazzo per coloro che nella
struttura della piramide vedono obiettivi simbolici e non funzionali. Io
penso piuttosto che le due scanalature sopportavano una gru sospesa e
mobile, come ne vediamo nei moderni stabilimenti. Non sappiamo perché il
congegno sia stato poi rimosso dalla piramide, ma probabilmente faceva
parte di ciò che Ninurta distrusse o eliminò.
Secondo punto: come hanno fatto questi blocchi di granito a superare
l’apertura sopra il Corridoio dove il pavimento in salita si interrompe per
consentire di accedere alla Camera della Regina? Questa “apertura” è ampia
quasi 5 m e costringe il visitatore a salire lungo le rampe laterali prima di
poter proseguire verso le parti alte della piramide mediante la scala centrale
(in origine una superficie perfettamente liscia). Dentro l’apertura, dove il
pavimento manca, si riscontrano cinque paia di fori perfettamente allineati
dal varco di salita alla pavimentazione del Corridoio, come mostra la figura
18. C’è persino un gradino di sostegno scavato dove ha inizio il pavimento.
Le descrizioni particolareggiate della Grande Piramide hanno dato per
scontato che sia esistita in passato una “lastra di collegamento” di calcare
spessa 20,5 cm, che completava la pavimentazione.
Fig. 18. Rappresentazione dei fori allineati dal varco di salita alla
pavimentazione del Corridoio.
Riassumendo, non sussisteva problema nel far scivolare il Tappo di
granito dall’estremità superiore della Grande Galleria giù fino alla parte
inferiore del Corridoio Ascendente.

IL RILASCIO DI MARDUK

Secondo il rito d’inizio anno dei babilonesi, Marduk venne salvato


soltanto dopo l’imprigionamento, cioè dopo l’individuazione e la cattura del
vero colpevole. La sorella-sposa di Marduk, Sarpanit, e suo figlio Nabu
compaiono a un certo momento sulla scena e viene escogitato un piano per
liberarlo. Viene deciso che si sarebbe scavato un pozzo e che dunque
Marduk sarebbe stato tratto in salvo attraverso un SA.BAD, “un’apertura
superiore cesellata”:

Al vertice dell’incavo, dentro le interiora,


un’apertura che essi girando girando faranno.
Avvicinandosi, poi nel mezzo irromperanno.11

La descrizione del salvataggio corrisponde esattamente a due misteriose e


altrimenti inspiegabili caratteristiche della Grande Piramide.
La prima prova della fuga è visibile chiaramente nell’incavo che si apre
laddove manca l’originaria pietra: si tratta di un’ampia apertura ora chiusa
da assi di legno in fondo al lato occidentale della Grande Galleria. Gli
esperti che hanno esaminato le pietre circostanti hanno concluso che la
pietra mancante è stata frantumata da un’esplosione avvenuta da sotto.12
La seconda prova cruciale è la cosiddetta “Tromba del Pozzo” -
purtroppo inaccessibile ai turisti - ma che è documentata fin nei particolari.
La Tromba del Pozzo, denominata così dagli Arabi, è in realtà una serie di
aperture verticali che collegano le parti superiori e inferiori della Grande
Piramide (fig. 6). Comprende sette sezioni: quattro lunghe sezioni levigate,
una inspiegabile sezione ruvida, e due sezioni corte che si collegano
rispettivamente al Corridoio Discendente e alla Grande Galleria. È stato
dimostrato con certezza che le sezioni diritte della Tromba del Pozzo erano
incluse nel progetto originario della piramide.13 L’unica sezione che rimane
non spiegata è dunque il tunnel ruvido. Questo tunnel corrisponde alla
descrizione: «un’apertura che essi girando girando faranno».
Le probabilità che due prove fisiche del genere - il tunnel e la pietra
esplosa - combacino coi contenuti di un antico testo babilonese sono
infinitamente scarse. Sembra esserci scarso dubbio sul fatto che il testo
antico descrive un reale tentativo di salvare Marduk imprigionato nella
Grande Piramide.
Quando nel XIX secolo gli Arabi irruppero nelle Camere Superiori della
piramide proprio sopra il Tappo di granito trovarono quantitativi di detriti
di calcare; trovarono anche uno strato di polvere bianca all’interno della
Grande Galleria, che rese alquanto scivolosa la loro salita. Questi particolari
adesso possono essere spiegati. I detriti di calcare e la polvere furono
causati anzitutto dai danni apportati al Grande Gradino, pezzi del quale
precipitarono nel varco insieme al Tappo; e poi dall’esplosione della pietra
mancante effettuata per liberare Marduk; terzo, dalla probabile
contemporanea distruzione della lastra di congiunzione.
Ma dove era stato rinchiuso Marduk? Viene istintivo pensare alla Camera
del Re, e in effetti lì intorno si riscontrano guasti notevoli che potrebbero
appunto indicare un tentativo di irruzione. Ma quei danni possono essere
stati causati da altri eventi?
La Camera del Re ha subito un cedimento strutturale che ha provocato
tutta una serie di crepe minute nelle travi di granito. Ma più che di
cedimento strutturale dovremmo parlare di esiti di una esplosione, ma non è
detto che
siano la conseguenza del tentativo di liberare Marduk. Possono, quelle
crepe, essere attribuite a esplosioni avvenute molto tempo dopo a opera di
esploratori quali Vyse che sappiamo essersi aggirato per la piramide a forza
di deflagrazioni. Esplorò anche sopra la Camera del Re nel 1837.
Esiste anche una terza possibilità. Stando agli antichi testi, Ninurta
rimosse le saracinesche di granito dall’Anticamera della piramide. Nel
settore più meridionale di questa Anticamera si notano evidenti
danneggiamenti nella parte superiore del passaggio che conduce alla
Camera del Re, come mostrato nella figura 19. Probabilmente la causa è la
rimozione ordinata da Ninurta della lastra di granito più grande la quale, a
motivo delle sue dimensioni, poteva essere sloggiata solo con degli
esplosivi.

Fig. 19. L'Anticamera della Grande Piramide. Sono visibili i danni nella
parte superiore del passaggio che conduce alla Camera del Re.
Alla luce di tutto ciò, e delle precedenti spiegazioni riguardo i danni al
Grande Gradino e all’entrata dell’Anticamera, poco esiste a dimostrazione
del fatto che Marduk fosse stato rinchiuso nella Camera del Re. L’unica
possibile prova è costituita dai danni in un angolo del Cofano della Camera
del Re, ma è probabile che sia il risultato dell’ennesimo atto vandalico di
Ninurta.
Ritengo quindi, per due motivi, che Marduk non fosse stato relegato nella
Camera del Re. Primo, non era necessario rinchiuderlo in un settore della
parte alta della piramide, che era di per sé totalmente sigillata. Secondo, il
già citato testo descrive l’imprigionamento dentro una «grande busta»,
un’ottima descrizione della parte superiore della piramide nel suo insieme e
non di una sua specifica camera. Questa conclusione si dimostrerà più
avanti assai importante.
Dopo la fuga, Marduk riparò in Egitto divenendo un dio leggendario
ricordato con il nome di Amen-Râ, “Colui che rimane nascosto”. 14 In
seguito diventò il dio dei Babilonesi, il cui rito d’inizio anno descrive il suo
esilio e ne sottolinea l’innocenza.
Ma resta da spiegare un’anomalia nella fuga di Marduk. Perché i suoi
soccorritori scelsero una via che li costrinse a scalare la Tromba del Pozzo e
poi a trivellare attraverso quasi 10 m di calcare, quando avrebbero potuto
raggiungere il loro obiettivo più direttamente adoperando il metodo in
seguito adottato dagli Arabi? Un tunnel scavato nel calcare intorno al Tappo
di granito avrebbe ridotto della metà la distanza e dunque i tempi.
L’unica logica risposta è il sotterfugio. La meno evidente penetrazione
attraverso la Tromba del Pozzo (una via di accesso nota solo a coloro che
avessero familiarità con la struttura della piramide) voleva garantire che
nessuno si sarebbe accorto della fuga sinché Marduk non fosse al sicuro in
Egitto. Marduk non era affatto un dio esiliato, come venne fatto credere ai
Babilonesi, bensì un dio considerato un criminale in fuga.

LA SVOLTA DI GANTENBRINK

I cosiddetti pozzi di aerazione della Grande Galleria in anni recenti sono


stati al centro di intense attività di ricerca, e hanno offerto lo spunto per
molte teorie revisionista sul significato della piramide stessa. Nel 1994
Robert Bauval e Adrian Gilbert hanno proposto una teoria stando alla quale
quando la piramide venne eretta i pozzi erano allineati con certe stelle.
Discuterò le loro scoperte più avanti, nel contesto della data di costruzione
della piramide. La teoria di Bauval e Gilbert è zeppa di simbolismi mistici
riguardanti l’ascesa al cielo dell’anima del faraone, e dunque segue una
scuola di pensiero tradizionale. Ma se lasciamo in disparte tutti i simbolismi,
le caratteristiche fisiche dei pozzi cosa ci raccontano?
La Camera del Re contiene due pozzi di aerazione, uno verso nord e uno
verso sud. L’esistenza di questi pozzi, o sfiatatoi, è nota sin dall’820 d.C.
Nel 1872, però, il modo che abbiamo di capire la piramide ebbe una svolta
con la scoperta da parte del tecnico inglese Waynman Dixon di due pozzi
sigillati nella Camera della Regina. Questi pozzi uscivano dalla camera
verso nord e verso sud, ma diversamente da quelli della Camera del re non
perforavano la superficie esterna della piramide. Così, la teoria che vedeva
in questi tunnel dei pozzi di aerazione venne provata falsa. Una conclusione
assai imbarazzante poiché significava che la vera funzione rimaneva un
mistero. La definizione di “pozzi di aerazione” è rimasta in uso perché
nessuno sa come sostituirla.
Un’altra importante svolta a proposito dei pozzi si ebbe nell’aprile 1933,
quando venne annunciato che una porta misteriosa era stata trovata nel
pozzo meridionale della Camera della Regina.15 Una équipe dell’Istituto
Archeologico Germanico del Cairo, guidata dall’ingegner Rudolf
Gantenbrink, aveva ricevuto il compito di rendere migliore la ventilazione
all’interno della Camera del Re. Il lavoro della squadra si era dapprima
concentrato nel migliorare il flusso di aria liberando il pozzo settentrionale
all’interno della Camera del Re. Il che aveva portato alla progettazione e alla
costruzione di un minuscolo robot che poteva essere mandato su per queste
apertura larghe appena 50 cmc. Fu un successo: le ostruzioni vennero
eliminate, venne messo un ventilatore e l’umidità scese dal 90 al 60%.
Ma per motivi non del tutto chiariti, Rudolf Gantenbrink trasferì il suo
lavoro nella Camera della Regina. Parrebbe che grazie al suo minuscolo
robot avesse cominciato a misurare i pozzi con una precisione mai prima
raggiunta. Il pozzo a nord risultò ostruito e allora Gantenbrink si concentrò
su quello meridionale. Dopo aver percorso la sezione orizzontale lunga 214
cm, il suo robot UPUAUT 2 (“Apritore di piste” in lingua egiziana antica)
cominciò a salire a un angolo di quasi 40°. Dopo essere andato avanti per
una quarantina di metri s’imbatté in una misteriosa lastra metallica. Infine,
dopo 64 m il robot fu costretto a fermarsi da una lastra di calcare munita di
due impugnature di metallo (tav. 76).
UPUAUT 2 riuscì a puntare un raggio laser sotto la porta, consentendo
così di capire che non aderiva bene al pavimento. Infatti, nella parte in
basso a destra del vano un piccolo pezzo appariva trapanato, e una striscia
di polvere nera correva lungo l’orlo del pozzo.
Bauval e Gilbert si entusiasmarono intorno a questa strana porta quanto
per l’allineamento con le stelle da loro scoperto, ma in realtà ciò che il robot
aveva trovato proiettava notevoli ombre proprio sulla loro teoria di un
allineamento solo simbolico. Quella porta suggeriva funzioni assai più
pratiche. La sua posizione, a circa 25 m dalla superficie esterna della
piramide, e una ventina di metri sopra la Camera del Re, indicava
inevitabilmente l’esistenza di una camera nascosta.
Tuttora non sappiamo cosa ci sia dietro quella porta, giacché gli Egiziani
si sono dimostrati stranamente riluttanti a condurre ulteriori indagini, quanto
meno pubbliche. Gantenbrink, però, è convinto che dietro quel vano ci sia
una camera nascosta, e cita una serie di indizi tecnici a sostegno della sua
tesi. I dati raccolti dal robot comprendono: modifiche negli ultimi 5 m, dove
il calcare grezzo lascia il posto a un calcare bianco e levigato (che non ha
riscontro in nessun altro punto dei 180 m di pozzi sinora esplorati); segni di
danni strutturali (senza riscontro altrove) che paiono indicare sollecitazioni
interne possibilmente dovute a una cavità; e la presenza di accorgimenti per
l’alleggerimento di tali sollecitazioni, quali l’uso di blocchi di pietra disposti
verticalmente nelle pareti vicino alla porta.
Ancor più curioso è il fatto che le pareti del pozzo meridionale sembrano
includere blocchi di pietra cementati, nonostante che le pietre siano sempre
bene aderenti l’una all’altra. Come mai i costruttori della piramide si sono
presi la briga di sigillare proprio le pareti di questo pozzo? Cosa veniva
incanalato nel pozzo da richiedere una simile cementazione? Era un indizio
importante che mi avrebbe consentito di risolvere il mistero della Grande
Piramide.

FUOCO NELLA CAMERA DEL RE

Nel corso dell’estate del 1995 mi ritrovai all’improvviso con un indizio di


primaria importanza. In seguito a un articolo che avevo scritto proprio sui
pozzi di aerazione della Grande Piramide ricevetti dal Canada un plico
interessantissimo. Il mittente, Bernd Hartmann, sosteneva di avere risolto il
mistero della piramide grazie a un approccio tecnico.16 La sua inedita teoria
suggeriva che la piramide era una gigantesca spugna di calcare che in
qualche modo succhiava acqua dal Nilo per poi trasformarla in idrogeno e
in ossigeno; lo scopo consisteva nel bruciare l’idrogeno per creare energia
sotto forma di calore.
Questa teoria poggiava su uno sconosciuto processo di “gassificazione”
che avveniva nella Grande Galleria, basato sui particolari poteri dei
“cristalli” della piramide stessa. La teoria pareva assai poco scientifica e
lasciava senza spiegazione diverse caratteristiche della piramide, né aderiva
a quanto dicevano gli antichi testi mesopotamici. Eppure c’era qualcosa di
particolarmente intuitivo nella tesi di Hartmann. Sentivo che forse era vicino
alla soluzione, e ero soprattutto affascinato dalla sua interpretazione della
Camera del Re.
L’interrogativo che si era formulato nella mente di Hartmann era il
seguente: perché costruire con il granito la pavimentazione, le pareti, il vano
d’entrata e il soffitto della Camera del Re, e impiegare per tutto il resto della
piramide il calcare?
La risposta che formulò proveniva dalle differenze tra i due tipi di pietra;
il granito è più duro ed è perciò un miglior conduttore di calore. Hartmann
considerava la Camera del Re un enorme forno. Un aspetto particolarmente
convincente della sua teoria era questo: le cinque cosiddette Camere di
Costruzione, situate sopra la Camera del Re, erano state progettate in quanto
camini per ridurre il calore a un livello sopportabile per il calcare
circostante.
Le cinque travi di granito che formano le Camere di Costruzione sono le
pietre più grandi e pesanti di tutta la struttura, con un peso che arriva a circa
70 t. Hanno estremità inferiori lisce e levigate ed estremità superiori scabre.
Pare inconcepibile che i costruttori della piramide non abbiano completato il
lavoro su queste travi. D’altronde, può essere che non l’abbiano fatto per
uno scopo preciso. Come sottolinea Hartmann, il granito è un eccellente
conduttore di calore e la combinazione di un’estremità levigata e dell’altra
scabra consentirebbe a ciascuna trave di incanalare via il calore molto
efficacemente. Le dimensioni gradatamente calanti delle travi costituiscono
un perfetto meccanismo per disperdere il calore grazie al contributo di
quattro spazi per l’aria aventi un’altezza media di circa 70 cm tra una trave e
l’altra.
Pur non accettando per buona la teoria di Hartmann nella sua interezza,
intuivo che aveva colto qualcosa di importante a proposito della Camera del
Re. Nessuno aveva mai avanzato un’ipotesi migliore sul perché fosse stato
necessario predisporre le Camere di Costruzione. Per esempio, se come si
ritiene generalmente queste camere erano state progettate per conferire forza
alla struttura, come mai non compaiono nella Camera della Regina, più in
basso nella piramide? La Camera della Regina ha un unico soffitto formato
da dodici blocchi di calcare, senza che ciò abbia comportato conseguenze
negative. Soprattutto, perché impiegare cinque strati di granito sopra la
Camera del Re quando uno sarebbe bastato?

LA SOLUZIONE È L’ACQUA!

Mentre riflettevo sulle possibilità di fuochi alimentati da idrogeno e di


condotti forse cementati per convogliare gas, subentrò il fato sotto forma
del programma televisivo Equinox trasmesso dal canale 4 della televisione
inglese. Il 17 dicembre 1995 Equinox passò in rassegna il lavoro di diversi
ricercatori che stavano tentando di produrre un congegno superefficiente:
una macchina capace di produrre più energia in uscita che in entrata, e
pertanto più del 100% efficiente. Il che ovviamente va contro le sancite
norme della fisica, in particolare quella riguardante la “conservazione di
energia”. Ciò nonostante, diversi ricercatori sostenevano di aver escogitato
importanti innovazioni.
Tra i ricercatori c’è l’inventore americano Stan Mayer, che ha progettato
la cosiddetta “cella per combustibile a base di acqua”. Mayer sostiene che il
suo congegno separa le componenti idrogeno/ossigeno dell’acqua.
L’energia del calore creato dall’idrogeno che brucia è stato misurato a più
del 100% dell’energia immessa per stimolare la separazione delle
componenti dell’acqua. La macchina di Mayer è uno strano assemblaggio di
aste in lega metallica immerse in acqua all’interno di un contenitore in
perspex. La reazione chimica viene stimolata dal passaggio attraverso
l’acqua di impulsi elettronici.
Nonostante le inevitabili critiche del mondo accademico per il lavoro di
coloro che non vi appartengono, Mayer prende molto sul serio il suo lavoro
e ha ottenuto dozzine di patenti in tutto il mondo per salvaguardare la sua
invenzione. Sostiene inoltre di collaborare con scienziati della nasa nello
sviluppo delle future tecnologie nell’ambito dei programmi spaziali
americani. La cella di Mayer non soltanto rivoluzionerebbe il programma
spaziale, ma renderebbe disponibile una fonte senza limiti di energia. Inutile
aggiungere che costituirebbe una minaccia agli investimenti multimiliardari
dell’industria petrolchimica; per di più, il pericolo potenziale derivante dalla
disponibilità per i terroristi di una fonte illimitata di energia a fatto calare il
velo della sicurezza nazionale sulle ricerche di Mayer e della nasa.
È possibile che una simile cella per ottenere energia dall’acqua sia esistita
all’interno della Grande Piramide? Si spiegherebbe così l’enorme potenziale
di questa costruzione. La vedevo come un’eventualità entusiasmante che
ben si collegava alla teoria secondo cui la Camera del Re era stata impiegata
per bruciare gas idrogeno. Andai con la mente al pozzo meridionale della
Camera della Regina, dove il robot di Gantenbrink aveva rilevato l’insolita
cementazione. Era l’indicazione riguardante il luogo di produzione del gas?
Decisi di studiare i testi antichi per vedere se vi fossero riferimenti all’uso di
acqua all’interno della Grande Piramide. Ed ecco, in effetti i riferimenti
c’erano!
Il primo lo troviamo in un testo che racconta l’assedio, dove si dice che
Nergal, uno dei fratelli di Râ/Marduk, tentò di rafforzare le difese dell’Ekur.
La tavoletta, parzialmente danneggiata, si legge così:

La Pietra d’Acqua, La Pietra-Apice,


la pietra [...], la [...]
[...] il signore Nergal
ne consolidò la forza.
La porta di protezione egli [...]
Al Cielo i suoi occhi levò,
nel profondo scavò ciò che dona vita [...]
[...] nella Casa
il cibo loro diede.17

Oltre a questo riferimento a una Pietra d’Acqua, risulta significativo che


l’assedio abbia avuto termine solo quanto l’aggressore Ninurta ordinò a
Utu/Shamash di interrompere la fornitura d’acqua alla piramide - un
torrentello che scorreva vicino alle fondamenta della piramide.18 In tutti gli
altri casi i testi mesopotamici si sono mostrati accurati e anche qui
l’indicazione di una fornitura di acqua appare del tutto plausibile giacché il
livello del Nilo sottostà solo marginalmente la località su cui si ergono le
piramidi di Giza.
In un poema dedicato a Ninharsag ho riscontrato un altro indizio
sull’importanza dell’acqua sotto la piramide. Il testo, qua e là illeggibile, si
riferisce alla Grande Piramide, alla quale Ninharsag era in origine legata, e
dice:

Casa degli Strumenti, grande Casa dell’Eternità;


le sue fondamenta sono pietre che [...] l’acqua.19

E infine ho trovato un altro vitale indizio nel testo che racconta il


processo a Marduk, già citato:

In una grande busta che sta sigillata,


con nessuno che possa offrirgli nutrimento;
solo nella sofferenza,
la fonte d’acqua potabile chiusa.20

Come abbiamo già avuto modo di vedere, la “busta” era costituita dalle
Camere Superiori della piramide e dalla Grande Galleria. Perché mai gli dèi
decisero di annotare la chiusura della fornitura d’acqua ai danni di Marduk
se non ne fosse esistita una in quella zona della piramide? È possibile che
l’acqua venisse pompata dal torrente che proveniva dal Nilo e spinta su
all’interno della piramide? E dove si trovava la Pietra d’Acqua la cui forza
Nergal aveva consolidato? Mentre ispezionavo ogni angolo della piramide
di cui si ha notizia, mi si prospettò una soluzione: la nicchia vuota nella
parete orientale della Camera della Regina.
Questa nicchia (tav. 30 ) è alta addirittura 4,5 m e profonda 1 m.
Potremmo descriverne la forma come una cavità a modiglione telescopico,
composta di sei sezioni ciascuna delle quali più piccola di quella sottostante.
La sua funzione ha sempre confuso gli esperti. Secondo me vi troviamo due
importanti caratteristiche che suggeriscono immediatamente che proprio in
questa nicchia era collocata la cella per produrre energia dall’acqua. Primo,
le dimensioni. Se doveva trattarsi di un congegno in grado di produrre la
potenza di cui la colossale struttura della piramide era capace, allora doveva
essere un congegno davvero potente, dotato di tutto il volume del caso.
Secondo, la nicchia è la caratteristica più a est che sia stata scoperta in tutta
la piramide ( fig. 20), e l’est è la direzione della corrente del Nilo. Inoltre,
tirando una linea dalla nicchia direttamente verso il basso, essa arriva a poca
distanza al nord-est del pozzo nella Grande Camera Sotterranea - un pozzo
scavato per cercare l’acqua.
Fig. 20. Schema della Grande Piramide dal quale si può ipotizzare la
funzione della nicchia nella parete orientale della Camera della Regina.
In assenza di ulteriori scavi all’interno della Grande Piramide, possiamo
solo chiederci quali acque venivano pompate fino alla cella nella Camera
della Regina, e le possibili risposte sono molte. Quanto alla tubazione che
doveva portare l’acqua, pare significativo il fatto che il retro della nicchia
nella Camera della Regina sia stato oggetto di un preciso scavo che ha dato
come risultato un buco di circa 2787 cmc, profondo 9 m. Questo scavo
viene attribuito a “sconosciuti cacciatori di tesori” di un’epoca non meglio
precisata. La domanda è: cosa li spinse a scavare in quell’esatto punto, e in
direzione est?

LA CAMERA A GAS

È giunto il momento di mettere alla prova la mia emergente teoria a fronte


delle prove fisiche osservabili nella piramide, cominciando dalla Camera
della Regina, dove un congegno per la trasformazione dell’acqua in energia
veniva impiegato per separare l’acqua nelle sue componenti chimiche,
l’idrogeno e l’ossigeno. Ma prima di procedere è indispensabile precisare
brevemente alcuni fatti a proposito di questi due gas.
L’ossigeno è un gas privo di colore e di odore, che ha una struttura
atomica più ampia e complessa dell’atomo dell’idrogeno che è piuttosto
semplice. L’ossigeno è molto reattivo ed essenziale per quasi tutti i generi di
combustione conosciuti.
L’idrogeno è un gas incolore infiammabile, ed è il più leggero elemento
dell’universo che si conosca, 14,4 volte più leggero dell’aria. Quando
brucia produce una fiamma con una temperatura molto elevata ed è
comunemente impiegato nell’industria per saldare e tagliare i metalli. Sono
stati costruiti dei motori d’auto sperimentali che bruciano gas idrogeno
naturale; lo scarico è acqua pura e protossido d’azoto (gas esilarante),
quest’ultimo prodotto dall’azoto contenuto nell’aria.
È anche importante capire che quando per esempio accendiamo un fuoco
con la legna, non è la legna che brucia ma l’idrogeno attaccato alla legna
che adopera come combustibile l’ossigeno dell’aria. Per contro, bruciare
puro idrogeno, non produce effetti collaterali quali il fumo e le scorie solide
che di solito associamo al fuoco. Inoltre, la fiamma prodotta dall’idrogeno è
praticamente invisibile giacché il fuoco non contiene carbonio e altre
impurità.
Quando questi due gas venissero inizialmente prodotti nella Camera della
Regina, il più leggero gas idrogeno di solito si innalzerebbe sopra
l’ossigeno, ma la turbolenza del procedimento provocherebbe il
mescolamento dei due gas. Come sappiamo, il pozzo meridionale della
camera è cementato e conduce verso l’alto fino a una porta e, come molte
cose lasciano intuire, a una camera nascosta. Parrebbe dunque che uno dei
gas fosse destinato a essere incanalato e immagazzinato. È possibile
riempire di gas una camera di 19,5 m più in alto della Camera del Re? Non
sarebbe stato un problema, poiché la lastra di raccordo che in origine stava
nella Grande Galleria avrebbe potuto essere impiegata come valvola per
sigillare la camera e il suo corridoio. Il che avrebbe determinato una
sufficiente retropressione per costringere il gas verso l’alto lungo i pozzi o
sfiatatoi della Camera della Regina. Le piccola porta scoperta da Rudolf
Gantenbrink avrebbe potuto essere aperta o chiusa a distanza, agendo così
come un’ulteriore valvola nel sistema. Le maniglie di questa porta
avrebbero potuto servire per manovre di emergenza in caso di guasti
elettronici.
Tornando alla lastra di raccordo e alla sua funzione di valvola, quando
fosse stata aperta avrebbe consentito al gas di affluire nella Grande Galleria:
ma come veniva azionata questa lastra? Invece di spostarla fisicamente, un
sistema assai più efficace poteva essere quello di trapanarvi dei fori e di
usare il Tappo di granito per otturare o sturare i fori stessi. Un sistema
ingegnoso. L’apertura di questa valvola poteva essere ottenuta sollevando la
parte superiore del Tappo di granito in modo che non aderisse alla lastra. La
parte inferiore del Tappo, a cui era collegata mediante un cavo metallico,
avrebbe così continuato a sigillare il fondo del varco per ottenere nella
Grande Galleria una pressione gassosa utile.
Sotto la lastra di raccordo, come ho già fatto presente, ci sono cinque paia
di fori probabilmente destinati a tenere travi incrociate di sostegno. Le paia
di fori nel centro della lastra di raccordo risultano assai più grandi degli
altri. Il che va a sostegno della mia teoria, giacché sarebbe stato necessario
sorreggere la lastra nel suo punto più debole affinché sopportasse un
pesante Tappo di granito, funzionando quindi da valvola.
Ma questa teoria può corrispondere alla realtà? Il Tappo di granito in
origine doveva essere lungo qualcosa come 4,5 m. Il varco della Grande
Galleria dove sarebbe stata situata la lastra di raccordo misura circa 5 m.
Sono realtà non contraddittorie rispetto alla mia ipotesi. Come ho già fatto
presente, è probabile che il Tappo fosse formato da due sezioni, vale a dire
da un tappo superiore e da uno inferiore che bloccavano il fondo e il vertice
del varco ascensionale. Se così era, la Grande Galleria necessitava di uno
spazio sufficiente per spingere sopra il varco entrambe le sezioni del Tappo
collegate da un cavo metallico, in modo da consentire l’accesso per
riparazioni e manutenzioni. Le misure riscontrate confermano questa
possibilità, giacché la lunghezza complessiva della Grande Galleria è pari a
47 m rispetto ai 38 m del varco ascensionale.

VALVOLE E UGELLI

Prima di prendere in considerazione la destinazione finale del gas


idrogeno nella Camera del Re, vale la pena esaminare gli importanti indizi
presenti nell’Anticamera che è situata nel corridoio di entrata.
Fig. 21. Serie di saracinesche che si trovano nell'Anticamera della
Camera del Re.
L’Anticamera è lunga circa 2,8 m e alta 3,8 m. Di solito molta attenzione
viene data al sistema di saracinesche che lì esisteva (fig. 21). Oggi rimane
soltanto la prima porzione detta “Foglia di granito”. La parte superiore si è
rotta ma le sue altre dimensioni sono queste: spessore 40 cm, larghezza
104,6 cm. È curioso il fatto che non sia mai stata progettata per calare sul
pavimento. La posizione delle tre altre saracinesche è segnata da tre grosse
scanalature nelle pareti laterali di granito - esse proseguono per quasi 8 cm
sotto la pavimentazione. Il loro compito era quello di tenere lastre di
granito, ciascuna delle quali con uno spessore di 54,6 cm e una larghezza di
104,6 cm. Le rispettive altezze rimangono ignote.
La caratteristica più interessante dell’Anticamera, a cui si accenna di rado,
è l’insieme di scanalature verticali che corrono dalla parete sud al soffitto
del corridoio interno della Camera del Re (fig. 19). Queste quattro
scanalature tondeggianti, larghe 10 cm e profonde 7 cm non fanno parte,
data la loro posizione, del sistema di saracinesche. Se unite a una lastra di
granito bene aderente posta davanti alla parete, formerebbero piuttosto
un’efficace serie di tubi che immetterebbero l’idrogeno nella Camera del
Re. La lastra lì situata doveva dunque rimanere in posizione fissa fuorché
dove era necessario accedere per le manutenzioni. La sua funzione
corrisponde alle descrizioni della pietra SAG.KAL (“Pietra robusta che sta
davanti”) rimossa con difficoltà da Ninurta (vedi Capitolo 8).
Una legge fondamentale della fisica asserisce che un gas viaggerà più
rapidamente (in base alla pressione) quand’è costretto in un foro più
piccolo. È il principio grazie al quale le pistole ad acqua spruzzano molto
lontano. Pertanto, se una sufficiente pressione veniva applicata per spingere
il gas presente nella Grande Galleria in alto verso la Camera del Re,
l’angusto varco sopra il Corridoio avrebbe reso più veloce l’accesso del gas
nell’Anticamera. Secondo questo medesimo principio, ciò avrebbe
determinato un ulteriore grande aumento di velocità. Non è una coincidenza
che tra le tubature e l’accesso al varco troviamo quattro lastre di granito o
saracinesche, che potevano essere sollevate per restringere l’apertura: in
questo modo la velocità del gas poteva essere variata ottenendo cinque
diverse velocità per ciascuna misura di pressione. Va anche notato che un
prodotto secondario del sistema a valvola dell’Anticamera sarebbe stato il
calore, proprio come la pompa di una bicicletta si surriscalda se adoperata
vigorosamente. Il che spiega come mai anche le lastre esterne
dell’Anticamera della Camera del Re erano di granito.
Come facevano a sollevare e ad abbassare le saracinesche? Il meccanismo
non esiste più, ma rimangono ampie prove della sua trascorsa esistenza.
Sopra le scanalature che tenevano le saracinesche c’è uno spazio vuoto alto
circa 96 cm nella parte ovest e 117 cm in quella est, e che corre lungo tutti i
2,8 m dell’Anticamera. L’unico indizio che permane sulla natura del
congegno che lì era situato consiste in una serie di incavi semicircolari sulla
parete ovest, ciascuno del diametro di 43,8 cm (fig. 19).

COMBUSTIBILE PER IL FUOCO

All’interno della Camera del Re troviamo solo due cose di una certa
particolarità. La prima è un cofano rettangolare di granito, trovato privo di
coperchio e vuoto. Le sue dimensioni all’interno sono pressappoco 198 ×
68 × 86 cm, e le sue pareti e la base hanno uno spessore di 15/18 cm. Si
ritiene generalmente che questo cofano abbia avuto un tempo un coperchio
di 228 × 99 cm.
Un altro aspetto interessante è il paio di pozzi o sfiatatoi che si trovano
alla medesima altezza del presunto coperchio del cofano. Gli esperti
spiegano che questi sfiatatoi penetrano la parte esterna della piramide, cosa
che oggi effettivamente fanno, ma questi esperti tendono a dimenticare che
la piramide aveva un rivestimento di pietra, e quindi nessuno è in grado di
dire se effettivamente entravano a contatto oppure no con l’aria esterna.
Sebbene il cofano oggi sia situato in fondo alla camera, risulta essere mobile
e quindi non sappiamo quale fosse in origine la sua posizione.
Di cosa avremmo bisogno se bruciassimo puro gas idrogeno per generare
energia? Per prima cosa ci servirebbe un ricettacolo per bruciare il gas in
condizioni controllabili. Poi, ci servirebbe una sorgente di ossigeno senza la
quale non potrebbe esserci combustione. Infine, ci servirebbe un modo per
rimuovere il risultato dell’energia, vale a dire il calore.
Il cofano era evidentemente il punto dove veniva acceso il fuoco, come
facevano i gas a entrarvi in modo controllato? Il procedimento per far
penetrare nella Camera del Re l’idrogeno può essere paragonato
all’inserimento del dito pollice in un tubo di gomma per innaffiare: l’acqua
esce con una rapidità maggiore ma non con una maggiore quantità. Sulla
base di questo stesso principio non ci sarebbe alcun motivo nel far penetrare
l’idrogeno a forza nella Camera del Re se non per immetterlo direttamente
nel cofano. Dobbiamo quindi presumere o che il cofano fosse situato
proprio all’entrata della Camera del Re,o che esistesse un qualche impianto
incanalante poi rimosso.
Ci sono segni indicanti che il cofano fosse munito di apparati per l’entrata
di gas e per la fuoriuscita di calore? Un indizio importante è costituito dai
danni presenti in un angolo del cofano. Non si è mai capito cosa possa
averli provocati giacché il granito è una pietra estremamente dura. Si tratta
comunque di un aspetto che corrobora l’ipotesi del cofano come ricettacolo
di gas idrogeno sottoposto a combustione. I fori di incanalamento
avrebbero costituito un punto potenzialmente debole nell’angolo di
raccordo, e dunque un punto esposto ad atti vandalici. I danni che oggi
possiamo osservare non furono provocati dai turisti (come a volte viene
detto) ma dall’iroso dio Ninurta.

Fig. 22. Schema dello sfiatatoio della Camera del Re.


Se ipotizziamo che il gas nella Grande Galleria era l’idrogeno, allora da
dove arrivava l’ossigeno, e come faceva a penetrare nel cofano?
Lo sfiatatoio meridionale della Camera del Re ha la bocca più insolita di
qualsiasi altro della piramide. Oggi è munito di un ventilatore, ma era stato
prima “mutilato” da sconosciuti cacciatori di tesori. Mentre lo sfiatatoio
superiore presenta una sezione rettangolare standard di 23 × 23 cm, la
bocca inferiore ha una forma a cupola senza riscontri altrove, come
possiamo vedere nella figura 22. La profondità di questa cupola è notevole,
pari a ben 178 cm, mentre l’altezza varia da 30,5 cm a un massimo di 71
cm; l’altezza va dai 15 cm a un massimo di 46 cm. Si ritiene che
quest’apertura pesantemente mutilata sia stata rotonda, con un diametro di
una trentina di centimetri.
Le prove fisiche sostengono con forza l’idea di una grande valvola o di
un apparato filtrante inserito originariamente nello sfiatatoio meridionale,
che avrebbe avuto lo scopo di controllare la pressione dell’ossigeno, e forse
anche di purificarlo. Avrebbe dovuto esserci, in tal caso, un raccordo tra
questa valvola e il cofano, ma un tubo del genere è stato rimosso molto
tempo fa.
È interessante confrontare tutto questo con i testi mesopotamici laddove
spiegano che in seguito al conflitto e all’assedio a Giza, Ninurta entrò nella
Camera del Re: «Allora da Ninurta fautore dei destini, quel giorno, fu la
pietra GUG tolta alla sua nicchia e frantumata».21
Il significato letterale di GUG, come interpretato da Zecharia Sitchin, è
“Che determina la direzione”. Ritenne, sbagliandosi, che riguardasse un
qualche congegno direzionale asportato dal cofano. Come abbiamo visto, il
cofano serviva a uno scopo diverso e dentro non c’erano “pietre”.
Risolviamo il mistero immaginando Ninurta che chiede ai suoi avversari
quali siano le funzioni della misteriosa valvola nel muro. Forse gli avranno
risposto che dirigeva l’ossigeno nel cofano, e diventò così nota come la
pietra che determina la direzione.
Come veniva eliminato il calore proveniente dal fuoco, e che utilizzo se
ne faceva? Sebbene adesso non ci sia più, il coperchio del cofano conteneva
probabilmente un ugello di uscita che eliminava il calore. Parecchie indagini
compiute nella Camera del Re hanno indicato l’aspetto annerito dello
sfiatatoio nord, e dunque poteva servire a trasportare via l’energia/calore.22
In qualche punto sopra lo sfiatatoio settentrionale della Camera del Re il
calore proveniente dall’idrogeno che bruciava veniva convertito da un
generatore in una forma di energia utilizzabile. Non possiamo essere certi
dell’esatto procedimento impiegato, ma forse non era molto differente dalla
tecnologia così come si è sviluppata sul finire del XX secolo. Il generatore
avrebbe potuto essere situato vicino alla superficie esterna oppure nella
punta della piramide. Non conosciamo la natura della pietra di coronamento
che è stata tolta da Ninurta: forse non si trattava affatto di una pietra.
Possiamo solo affermare che la piattaforma quadrata sulla sommità della
piramide ha quattro lati di quasi 5 m ciascuno e che la pietra di coronamento
mancante doveva pertanto essere alta circa 9 m. Quanto importante fosse la
sua funzione è indicato dal fatto che è stata rimossa.

IL SEGRETO DELLA CAMERA NASCOSTA

Se Rudolf Gantenbrink ha ragione e esiste una camera dietro la misteriosa


porta di pietra, quale può essere stata la sua funzione? Coloro che
progettarono la piramide previdero di adoperarla come serbatoio per un gas,
in modo da disporre di riserve di idrogeno e di ossigeno, così come può
fare un qualsiasi moderno stabilimento? L’idea ha una sua plausibilità.
Il robot di Gantenbrink trovò l’entrata alla camera nascosta 19,6 m sopra
la Camera del Re. Bauval e Gilbert, nel loro dettagliato studio degli sfiatatoi
della piramide, hanno indicato che lo sfiatatoio meridionale correva
pressoché parallelamente a quello che saliva dalla Camera del Re. Una
coincidenza? Non doveva essere poi così complicato munire il serbatoio del
gas con una bocca di uscita, una pompa e una valvola a cerniera per
collegarlo allo sfiatatoio della Camera del Re, così da consentire al gas di
essere convogliato in tale camera.
Ma nello sfiatatoio meridionale della Camera del Re esiste una simile
giunzione? Stranamente, questo sfiatatoio è proprio quello che Gantenbrink
aveva avuto l’incarico di sbloccare. La natura dell’ostruzione e la sua esatta
posizione non sono stati mai rivelati, ma basta considerare che qualsiasi
materiale estraneo che fosse caduto in uno sfiatatoio dalle pareti lisce
tenderebbe a cadere sul fondo, da dove potrebbe poi essere agevolmente
rimosso. Possiamo allora supporre che l’ostruzione fosse provocata
dall’antica valvola.
Che genere di gas veniva conservato nella camera nascosta? A forza di
pensarci mi sono convinto che questa camera non era usata per tenerci un
gas. La risposta mi giunse di colpo. Nelle sue funzioni di ogni giorno alla
piramide bastava adoperare solo una frazione del suo potenziale. Il
complesso sistema che ho fin qui descritto è quello che spinge l’idrogeno
nel fuoco con la possibilità di controllarne la velocità di immissione.
Un sistema più semplice e diretto, d’altra parte, potrebbe essere attivato
con una minor pressione, cioè con una minore e costante velocità, per
garantire un generale, normale funzionamento, Più ci pensavo e più
percepivo l’indispensabilità di un sistema del genere. Fossi stato io il
progettista, avrei fatto così. Avrei predisposto una fortissima pressione
gassosa nella Grande Galleria e poi avrei conservato l’energia sotto forma
di idrogeno compresso, proprio come nelle stazioni di servizio si ha una
scorta di aria compressa per gonfiare i pneumatici degli automobilisti.
Quando poi fosse stato necessario avere una più accentuata potenza, allora
si sarebbero sollevate le saracinesche e il notevole incremento della
pressione avrebbe provocato un grande afflusso di idrogeno nel cofano
della Camera del Re.
Esaminando tutte le possibilità disponibili per ottenere un sistema del
genere, mi fu chiaro che la camera nascosta doveva rappresentare un aspetto
cruciale della soluzione che stavo cercando.
Torniamo brevemente all’avvio del procedimento, laddove la cella nella
Camera della Regina produce i due gas. Inizialmente si immetterebbe
idrogeno nella Grande Galleria impiegando un filtro per consentire il
passaggio solo ai minuscoli atomi dell’idrogeno.23 Quando il corridoio fosse
stato a piena pressione, si sarebbe chiusa la lastra di raccordo e la
retropressione avrebbe costretto l’ossigeno e l’idrogeno a entrare negli
sfiatatoi della Camera della Regina. Se si fosse inteso separare i due gas per
attivare un sistema a bassa pressione, cosa si sarebbe fatto? Poiché l’atomo
dell’idrogeno è molto più piccolo della molecola dell’ossigeno, il primo
passo consisterebbe nel inserire un filtro in uno degli sfiatatoi per consentire
il passaggio solo all’idrogeno. L’altro sfiatatoio convoglierebbe l’ossigeno,
inevitabilmente mescolato a idrogeno a motivo della turbolenza del
processo produttivo. Ma questo ossigeno potrebbe essere purificato
consentendo ai gas così mescolati di “fissarsi”, rilasciando quindi il gas più
leggero (idrogeno) nell’atmosfera. È alquanto divertente pensare che uno
degli sfiatatoi possa, dopo tutto, essere stato proprio questo: uno sfiatatoio.
La soluzione mi si presentò dunque con una sua precisa logica. La camera
nascosta veniva usata per lasciare che i gas si fissassero, e lo sfiatatoio
meridionale della Camera del Re lasciava fuoriuscire l’idrogeno in eccesso.
Rimaneva l’ossigeno puro che attraverso quello stesso sfiatatoio poteva
allora passare nella Camera del Re.
Per attivare questo sistema a bassa pressione, l’altro sfiatatoio nella
Camera della Regina doveva convogliare l’idrogeno filtrato su nella Camera
del Re. Esistono prove a dimostrazione di ciò? È arrivato il momento di
andare a dare un’occhiata alla Camera della Regina.
LO SFIATATOIO ATTORCIGLIATO

Si ritiene comunemente che lo sfiatatoio settentrionale nella Camera della


Regina proceda direttamente verso l’alto in direzione nord. Ma questa è
un’idea mai confermata dai fatti, anche se viene data per scontata. La verità
è che questo sfiatatoio non è mai stato esplorato completamente e siccome
non raggiunge la parte esterna della piramide nessuno sa dove arrivi
veramente.
Nel 1993 Rudolf Gantenbrink fece il primo tentativo di esplorare
completamente questo sfiatatoio. Il suo robot cominciò a salire verso l’alto
in direzione nord. Dopo una breve distanza, lo sfiatatoio curvò
provvisoriamente verso ovest per evitare di impattare con la Grande
Galleria.24 Ma a quel punto upuaut si imbatté in qualcosa di molto strano.
Invece di ritornare nel suo corso rivolto a nord, lo sfiatatoio compì una
svolta a U e tornò indietro, poi verso l’alto ma in direzione sud.25 A motivo
di un’ostruzione sul pavimento dello sfiatatoio, Gantenbrink non consentì al
robot di continuare temendo che potesse restare incastrato. Quindi, la
funzione dello sfiatatoio nella Camera della Regina rimane un mistero e tutte
le teorie espresse finora si trovano nella più totale confusione. Si è trattato di
una scoperta la quale, sia pure non eclatante come quella della porta nello
sfiatatoio meridionale, suscita comunque molteplici interrogativi.
Inutile aggiungere che gli esperti si dimostrano fiduciosi e predicono che
lo sfiatatoio tornerà a dirigersi verso nord. Ma stando alla mia teoria, questo
sfiatatoio porta alla Camera del Re.
A questo punto gli esperti della piramide obietteranno due cose. Primo,
che il mio sfiatatoio attorcigliato non può collegarsi alla Camera del Re
perché manca un punto di entrata. Seconda obiezione: entrambi gli sfiatatoi
della Camera della Regina erano in origine sigillati.
Affrontiamo anzi tutto questa seconda obiezione. Gli esperti ci dicono che
gli sfiatatoi della Camera della Regina sono stati scoperti nel 1872, e che i
primi 12 cm non fuoriuscivano nella camera. Cerchiamo di capire meglio
come questi sfiatatoi vennero scoperti. Charles Piazzi Smith, astronomo
scozzese della reale casa, ci spiega:
Essendosi accorto di una screpolatura [...] nella parete meridionale della
Camera della Regina, che in un punto gli consentì di spingere un fil di ferro
profondamente all’interno, Waynman Dixon chiese al suo uomo tuttofare,
che si chiamava Bill Grundy, di aprire un buco adoperando il martello
proprio in quel punto.26
Trovo difficile pensare che un pozzo di aerazione permanentemente
sigillato possa essersi screpolato e venire scoperto in questo modo. A mio
avviso è assai più probabile che questi pozzi siano stati chiusi da Ninurta
deciso a far cessare ogni funzione della piramide. La scoperta della camera
nascosta sopra il pozzo di aerazione “sigillato” conforta questa
interpretazione che si basa proprio sul mio approccio funzionale. La
chiusura dei pozzi è soltanto l’ennesima falsa pista.

Fig. 23. Schema del flusso dell'acqua e dei gas che costituiscono il
sistema energetico della Grande Piramide.
Quanto ai collegamenti tra le Camere del Re e della Regina, l’argomento è
sempre stato oggetto di dibattito e inizialmente anch’io ero scettico. Ma
invece di giudicare in partenza la cosa impossibile decisi di andarmi a
rivedere il tutto. Subito rimasi colpito da qualcosa di talmente ovvio che di
solito non viene neanche preso in considerazione. In un angolo della
Camera del Re c’è una scavatura sul pavimento attribuita al califfo Al-
Ma’mun (820 d.C.). Nella camera rimane un pezzo di granito rimosso
durante le operazioni di scavo, mentre il buco è ora ricoperto da una grata
metallica, come possiamo vedere nella tavola 31. Questo buco si trova
accanto all’angolo nord-ovest della Camera del Re - la giusta posizione per
un collegamento con lo sfiatatoio attorcigliato.27
Per quanto straordinario possa sembrare, la mia ricerca di una risposta
funzionale al mistero della piramide ha localizzato due importanti sfiatatoi
(o tubature) di connessione in due precisi punti danneggiati dai “cacciatori
di tesori”. Cosa spinse Al-Ma’mun a scavare in quel punto della Camera del
Re? Perché pensava che lì ci fosse nascosto qualcosa? E cosa spinse degli
sconosciuti cacciatori di tesori a scavare con tanta determinazione dietro la
nicchia nella Camera della Regina? Perché hanno scelto proprio quel punto?
Come mai, quindi, scavare in quei punti e non in altri?
L’unica incongruenza è un’insolita caratteristica nella Camera della
Regina: il pavimento infossato di circa 54 cm rispetto al livello del
corridoio. Nessuno è stato in grado di spiegare come mai questo pavimento
appare scabro e non finito, diversamente dal resto della piramide. La mia
opinione è che il pavimento serviva a far defluire l’acqua che talora doveva
formarsi dai gas dell’ossigeno e dell’idrogeno surriscaldati. La ruvidezza
del pavimento poteva avere lo scopo di favorire l’assorbimento dell’acqua
da parte del pavimento di calcare così che non venisse allagato l’accesso alla
Grande Galleria.
Facciamo ora un passo indietro e riassumiamo quanto sin qui esposto nel
presente capitolo. La figura 23 è uno schema che mostra chiaramente il
flusso verso l’alto dell’acqua e dei gas che costituivano il sistema energetico
della Grande Piramide. Il fine di questo processo era la produzione di calore
e di vapore acqueo, che attraverso uno sfiatatoio (o tubo) partivano dalla
camera di combustione per attivare il congegno di fuoriuscita situato
all’apice della piramide.

ONDE RADIO ED ELETTRONICA

All’inizio di questo capitolo ho indicato che dovremmo trovare all’interno


della piramide un sistema capace di produrre un’enorme quantità di energia
comprendente una fonte di combustibile, un sistema di lavorazione, un
sistema di fuoriuscita del prodotto e un sistema di controllo. Sin qui
abbiamo individuato il carburante nell’acqua mentre i corridoi, le camere,
gli sfiatatoi o pozzi di aerazione e la galleria rappresentano il sistema di
lavorazione, e la pietra di coronamento mancante è il probabile sistema di
fuoriuscita o di distribuzione del prodotto. Dobbiamo ancora individuare il
sistema di controllo così come un sistema di comunicazione e un aerofaro.
Sebbene proprio la forma del Grande Corridoio possa essere stata
funzionale nel creare il sistema d’alta pressione dell’idrogeno, si riscontrano
nella galleria altre e diverse caratteristiche che non sono spiegabili in termini
di un sistema per la produzione di energia. Queste caratteristiche sono
l’insolita struttura della galleria stessa e le misteriose nicchie.
Un paio di queste nicchie si trovano sul Grande Gradino in cima alla
galleria. Si trovano cioè parecchio vicine alla linea centrale della piramide,
direttamente sotto l’apice. Di queste due nicchie quella più a est e
posizionata sopra la nicchia della Camera della Regina o della cella ad
acqua, in corrispondenza della metà della profondità della cella ma
leggermente decentrata. Forse era utilizzata per fornire impulsi elettronici
utili al processo di scomposizione dell’acqua.
Quanto alla nicchia ovest del Grande Gradino, risulta posizionata
esattamente sopra un piccolo scavo nel lato destro della Piccola Camera
Sotterranea (appena all’esterno della Grande Camera Sotterranea nella parte
inferiore della piramide). Torneremo tra poco a questa nicchia. Sotto il
Grande Gradino, la Grande Galleria contiene altre 27 paia di nicchie tagliate
verticalmente nelle pareti della galleria (Tav. 32 ). Ciascuna nicchia è un
buco largo 15 cm, profondo 25, 5 cm e lungo 52 cm. Sopra le nicchie si
notano delle forme a croce, ciascuna formata da un segno verticale
incrociato da una depressione obliqua che corre parallela alla rampa. Questi
segni suggeriscono con forza che un qualche oggetto che stava affisso alla
parete è stato strappato via. I testi mesopotamici ci spiegano che questi sono
danni attribuibili a Ninurta.
Mi auguro che dei tecnici dell’elettronica possano fornirmi i loro pareri,
ma io interpreto così questi segni. Dato il livello delle tecnologie impiegate
dagli dèi, la trasmissione di messaggi destinati a zone della Terra o a Nibiru
avrebbe richiesto non più di una piccola scatola contenente dispositivi
elettronici, e i messaggi sarebbero stati diramati verso l’alto dall’apice della
piramide. Ma la ricezione di messaggi provenienti da enormi distanze
richiede accorgimenti assai diversi.
Risulta evidente dai grandi radiotelescopi impiegati nelle ricerche seti di
segnali extraterresti che le dimensioni hanno la loro importanza. Il motivo
sta nel fatto che le onde radio sono un milione di volte più lunghe di quelle
della luce. Le dimensioni e la forma della Grande Galleria mi fa quindi
pensare a un potentissimo punto di ascolto per l’amplificazione dei segnali
in arrivo. È probabile che le nicchie posizionate lungo questa postazione di
ascolto contenessero attrezzature (forse cristalli) capaci di reagire alle
diverse frequenze. Le informazioni venivano quindi trasmesse
elettronicamente dalla cima della Grande Galleria (nicchia ovest) a un
ripetitore situato direttamente sotto la Piccola Camera Sotterranea.
Dove si trovava l’emittente del segnale di direzione che i testi descrivano
come la principale funzione della piramide? Quasi certamente si trattava di
un piccolo trasmettitore posizionato nella pietra di coronamento rimossa
tanto tempo fa.
Dobbiamo infine domandarci dov’era la base da cui venivano monitorate
tutte queste funzioni? Procedendo per eliminazione l’unica camera che non
è compresa nelle funzioni sin qui descritte è la Grande Camera Sotterranea,
chiusa in origine da una porta di pietra in fondo al Corridoio Discendente.
Alcuni antichi disegni confermano i danni causati molto tempo fa da
qualcuno che con gli esplosivi eliminò l’ostruzione.28 La parte ovest della
Grande Camera Sotterranea comprende un basamento di calcare in cui sono
state intagliate strane scanalature e anche sporgenze che risultano ora erose
forse da millenni di infiltrazioni di acqua piovana. Sebbene sfigurate, queste
sono caratteristiche inserite da qualcuno. Appare quindi probabile che
proprio qui ci fossero il centro di controllo e tutte le sue attrezzature.
Oltre al centro di controllo potevano esserci altri punti di monitoraggio.
Uno dei quali potrebbe essere ancora all’interno della piramide. Per motivi
che solo raramente si è cercato di chiarire, la Foglia di granito, già
menzionata, è stata cementata nelle pareti scanalate nella sua posizione più
bassa, e ha una forma irregolare come se fosse stata spezzata dall’alto.
Mentre il danno in sé può essere attribuito a Ninurta, la cementazione
rimane un mistero. Così come è un mistero il funzionamento del sistema di
saracinesche. Un’anomalia è poi la Foglia di granito formata da due parti
giacché non è mai stata progettata per scendere sul pavimento ma rimane
invece nella sua posizione più bassa ad altezza di torace. Contiene inoltre
nella parte superiore una inspiegabile “borchia”, o “sigillo”. Quando si
mettono insieme tutte queste cose, e le si considera alla luce di una
spiegazione funzionale della piramide, si arriva all’ovvia conclusione che
queste due lastre di granito contengono un pannello di controllo nascosto.
Pare strano che nessuno abbia mai tentato di separare le due parti e di
aprirle [...]

LA CRONOLOGIA DI GIZA

Come promesso eccomi con alcuni commenti a proposito delle


dichiarazioni di Robert Bauval e di Adrian Gilbert, secondo i quali i pozzi
di aerazione erano allineati con determinate stelle e quindi avevano una
funzione simbolica. Adoperando le misurazioni di Rudolf Gantenbrink
dell’inclinazione dei pozzi, riscontrarono che intorno al 2450 a.C. il pozzo
meridionale della Camera della Regina era allineato con Sirio, il pozzo nord
della Camera del Re con Alfa Draconis e il pozzo meridionale, sempre della
Camera del Re, era allineato con la stella più bassa della Fascia di Orione.
Il primo punto da tenere presente è che la data 2450 a.C. non ha alcuna
particolare importanza, giacché il regno di Cheope viene di solito fatto
risalire al 2550 a.C. Ancora più determinante è il fatto che bisogna
riconoscere che la data 2450 a.C. è una conveniente data media adottata da
Bauval e Gilbert; il preciso risultato dei loro calcoli indicava infatti tre
diverse date: 2400 per l’allineamento della Camera della Regina, e 2425 e
2475 a.C. per gli allineamenti della Camera del Re. Il che non è molto
convincente. Prima cosa: la parte bassa della Camera della Regina
dev’essere stata costruita per prima e dovrebbe dunque allinearsi alla data
più antica non a quella meno antica. Secondo: i pozzi di aerazione della
Camera del Re, che dovrebbero essere stati costruiti contemporaneamente,
si allineano in date diverse con una non spiegata differenza di mezzo secolo.
C’è comunque uno dei risultati ottenuti da Bauval e Gilbert che trovo
interessante: cioè l’esatta immagine delle tre piramidi di Giza con la Fascia
di Orione nell’anno 10450 a.C., sia quanto a posizione e dimensione
relative.29 Diversi autori hanno sostenuto che la piramide presenta
allineamenti con talune stelle, la le loro tesi non convincono giacché
l’oscillazione terrestre fa sì che ci siano spostamenti nella posizione delle
stelle. E dunque allineamenti casuali nel tempo sono inevitabili. La scoperta
di Bauval e Gilbert è però un discorso ben diverso, giacché quello che
hanno trovato è un’immagine speculare e non un allineamento casuale. Il
fatto che abbiano trovato quell’immagine speculare esattamente in
corrispondenza dell’anno 10450 è tanto più convincente poiché non è
quello l’esito che cercavano. Tant’è vero che non sono riusciti a fornire una
spiegazione soddisfacente per una data così remota.30
Secondo Cheope, il presunto costruttore della piramide, essa apparteneva
alla dea Iside, che egli chiama “Signora della Piramide”. Il riferimento a
Iside si trova in una iscrizione su una stele trovata intorno al 1850 nel
tempio, o “Casa”, di Iside vicino alla Grande Piramide. L’iscrizione è stata
così tradotta:

Eterna vita a Horus Mezdau.


Al Re dell’Alto e Basso Egitto,
Cheope, eterna vita è concessa!
Egli fondò la Casa di Iside,
Signora della Piramide,
accanto alla Casa della Sfinge!31

La stele che reca l’iscrizione è divenuta nota come “Stele dell’Inventario”


e oggi può essere vista presso il Museo del Cairo. È curioso che gli esperti
l’abbiano dichiarata un falso, giacché contraddice la falsa iscrizione
introdotta da Vyse un decennio prima! È vero che lo stile di scrittura sulla
stele può indicare che risale a un’epoca alquanto successiva a quella di
Cheope, ma è del tutto possibile che sia una copia del più antico originale.
Gli studiosi non sono stati in grado di indicare perché un falso del genere
sia stato predisposto 4000 anni fa a lode di Cheope e non per attribuire la
piramide all’antica dea Iside.
Se da una parte non costituisce una prova cronologica, la Stele
dell’Inventario ha tutte le prerogative dell’autenticità, giacché la storia
dell’Egitto lasciataci da Manetone fa risalire il regno di Iside e di Osiride in
Egitto intorno all’anno 10000. Il che dà sostegno alla datazione di Bauval e
Gilbert laddove attribuiscono le piramidi di Giza al 10450 a.C.
Come abbiamo visto nel Capitolo 7, il Diluvio avvenne intorno all’11000
a.C., poco prima delle date citate per Iside e per le piramidi di Giza. Tutte
queste prove hanno riscontro nei testi antichi così come interpretati da
Zecharia Sitchin, i quali collegano le piramidi alla rotta di volo degli dèi
subito dopo il Diluvio.
CONCLUSIONI

⊕ Gli antichi testi che descrivono l’assedio e il saccheggio di un “Ekur”,


nonché l’imprigionamento e la liberazione del dio Marduk da quello stesso
Ekur, spiegano in maniera straordinariamente particolareggiata molte delle
cose riscontrate all’interno della Grande Piramide.
⊕ La Grande Piramide era dotata di una potentissima sorgente di energia,
e poteva essere adoperata per scopi aggressivi. Inoltre, fungeva da punto di
riferimento per i voli e da complesso sistema di comunicazioni.
⊕ Le enigmatiche camere e gli indecifrabili pozzi di aerazione della
piramide possono essere spiegati adottando un approccio funzionale. La
nicchia della Camera della Regina conteneva una cella per estrarre energia
dall’acqua, mentre il cofano nella Camera del Re veniva usato per bruciare
il gas idrogeno. La Grande Galleria fungeva come contenitore di gas
idrogeno compresso, e i pozzi di aerazione erano in realtà tubazioni per
trasportare o l’idrogeno o l’ossigeno. La porta misteriosa scoperta da
Rudolf Gantenbrink è una valvola che introduce a una camera di
stabilizzazione per i gas.
1 Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 9, p. 177.
2 Il calcare si forma lungo un arco di milioni di anni grazie all’azione del corallo e di altre forme
di vita marine. Contiene quindi sale che, a contatto con l’umidità, affiora in superficie. Il
medesimo processo riguarda la Sfinge. Vedi «National Geographic», 179, 4 (1991), p. 38.
3 S. Langdon, The Death and Resurrection of Bel-Marduk, 1923. Inoltre, H. Zimmern, 1921.
4 Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit.
5 S. Kramer, Inanna and Ebih, in Sumerian Mythology, New York 1961.
6 Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 10, pp. 221-2.
7 Ivi, p. 223, citando un testo frammentato pubblicato dalla Sezione Babilonese del Museum of
the University of Pennsylvania.
8 Argomento discusso in G. Hancock, Fingerprints of the Gods, cit., Capitolo 37.
9 P. Lemesurier, The Great Pyramid Decoded, cit., pp. 49-51.
10 Ivi, pp. 86 e 88.
11 Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 10, p. 226.
12 A. Rutherford, Pyramidology (4 voll.), Institute of Pyramidology, dal 1957 in poi.
13 Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 10.
14 Aid to Bible Understanding, cit., p. 69.
15 «The Independent», 16 aprile 1993.
16 B. Hartmann, The Great Pyramid - The Way to the Fire Within, Alberta, Canada, 1991.
17 Citato in Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 8, p. 164.
18 Ibid.
19 Ivi, Capitolo 7, p. 143.
20 Ivi, Capitolo 10, p. 223.
21 Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 8, p. 169.
22 R. Bauval - A. Gilbert, The Orion Mystery, William Heinemann, 1994, p. 97, laddove cita J.
Greaves, Pyramidographia, 1646, p. 73.
23 P. Lemesurier, The Great Pyramid..., cit., p. 72, osserva la presenza di un “pilastro” scabro
(una colonna rettangolare poco spessa) all’entrata della Camera della Regina, in corrispondenza
della parete ovest. Questo a suo avviso indicava che in passato lì c’era stata un’ostruzione.
24 R. Bauval - A. Gilbert, The Orion Mystery, cit., pp. 208-209.
25 Una fotografia che illustra questo “contorcimento” può essere vista in R. Bauval - G. Hancock,
Keepers of Genesis, William Heinemann, 1996, Tavola 16.
26 C. Smyth, The Great Pyramid, p. 248.
27 Poiché tre dei “pozzi di aerazione della piramide” sono stati manomessi (due sigillati, e a uno è
stata rimossa la valvola), è assai probabile che sia stato manomesso anche questo, per esempio
mediante il versamento di cemento. Purtroppo non ci sono state ispezioni nel buco scavato, né è
possibile eseguirne una in modo non autorizzato.
28 P. Lemesurier, The Great Pyramid..., cit., p. 121.
29 R. Bauval - A. Gilbert, The Orion Mystery, cit.; vedi anche le spiegazioni di R. Bauval in
«Amateur Astronomy & Space Sciences», 4 (1996), p. 14.
30 R. Bauval mette d’accordo le due date (10450 e 2450 a.C.) suggerendo che la costruzionepossa
essere stata iniziata nel 10450 a.C. e che per terminarla siano occorsi 8000 anni! (citato in G.
Hancock, Fingerprints of the Gods, cit., Capitolo 49).
31 Z. Sitchin, The Stairway to Heaven, cit., Capitolo XIII, p. 256.
10
2024 A.C.: LA CATASTROFE
NUCLEARE
IL CROLLO IMPROVVISO DI SUMER

La misteriosa nascita della civiltà di Sumer quasi 6000 anni or sono trova
corrispondenza nell’altrettanto improvviso e misterioso suo declino. Le
circostanze di questa fine non vengono di solito affrontate nei libri di storia.
Ci spiegano che questa meravigliosa civiltà finì con l’avere una rivale nel
vicino e altrettanto misterioso impero di Accad, e che intorno al 2000 a.C.
sia i Sumeri sia gli Accadi scomparvero senza un motivo apparente. Ci
viene poi detto che due nuove civiltà, quella babilonese e quella assira,
spuntarono dal nulla e assunsero il controllo della Mesopotamia. Tutti questi
semplicismi sembrano servire solo ad addormentare la questione.
Eppure, esistono abbondantissime documentazioni che descrivono la
caduta di Sumer: come mai, allora, non compaiono nei libri di storia?
La risposta è questa: la natura del definitivo disastro che colpì i Sumeri
disorientò loro tanto quanto oggi disorienta gli studiosi. La descrizione
lasciata dai Sumeri della catastrofe è talmente strana che si è scelto di
considerarla mitologia. Ma è una realtà archeologica il fatto che la morte di
Sumer sia giunta all’improvviso.
Nel 1986 Zecharia Sitchin propose un’ipotesi plausibile relativamente
all’uso di armi nucleari a ovest di Sumer, in un’epoca che coincide proprio
con il misterioso crollo di quella civiltà.1 Discuteremo più avanti questa
ipotesi, ma intanto proviamoci a considerare l’asserzione di Sitchin,
secondo il quale i Sumeri vennero decimati dalla ricaduta sulla superficie
terrestre di polvere e di materiale radioattivo. Le prove sono racchiuse in
diversi testi noti come “lamentazioni” per la distruzione di molte città
sumere. Le traduzioni che seguono sono state pubblicate dal massimo
esperto di Sumer, il professor Samuel Kramer.2

Sulla Terra [Sumer] cadde una calamità,


sconosciuta era all’uomo;
una che mai prima fu vista,
una che non poté essere sopportata.
Una grande tempesta dal Cielo [...]
Una tempesta che uccideva la Terra [...]
Un vento maligno, come un torrente impetuoso [...]
Una cruenta tempesta unita a un calore divampante [...]
Privava di giorno la terra di sole splendente,
la sera le stelle non rilucevano [...]

Le persone terrorizzate a malapena respiravano;


le ghermiva il vento maligno
senza concedere loro un altro giorno [...]
Le bocche erano piene di sangue,
le teste nel sangue sguazzavano [...]
Il volto era reso pallido dal Vento Maligno.

Provocò la desolazione nelle città,


la desolazione entrò nelle case;
le stalle divennero desolate,
e vuoti gli ovili [...]
I fiumi di Sumer fece scorrere
con un’acqua amara;
i campi bene arati diedero gramigna,
nei pascoli crebbe erba appassita.

La natura del disastro fu tale che neppure gli dèi poterono farvi fronte.
Una tavoletta intitolata Il lamento di Uruk racconta:

Così gli dèi tutti evacuarono Uruk;


lontano si tennero;
si nascosero nella montagna,
fuggirono nelle lontane pianure.3

In un altro testo, intitolato Il lamento di Eridu, Enki e sua moglie Ninki


fuggono dalla città di Eridu:

Ninki la sua grande signora, volando come un uccello


lasciò la sua città [...]
Padre Enki rimase della città all’esterno [...]
Per il destino della sua città ferita pianse lagrime amare.4

Negli ultimi cento anni sono state rinvenute numerose tavolette sumere
contenenti lamentazioni riguardanti Uruk, Eridu, Ur e Nippur. Esse
indicano che tutte le città vennero colpite contemporaneamente dal
medesimo fenomeno. Ma non c’è accenno ad azioni di guerra, un
argomento assai consueto per i cronisti di Sumer. Al contrario, il disastro
viene presentato non come “distruzione” bensì come “desolazione”. Uno
studioso, Thorkild Jacobsen ha tratto la conclusione che Sumer fu colpita
non da degli aggressori, bensì da una catastrofe pura e semplice, di natura
inspiegabile.5
Come i testi spiegano, ciò che colpì le città sumere era un «vento
malvagio» che recò morte con un invisibile fantasma, cosa «che mai prima
fu vista». Nessuna meraviglia che taluni abbiano interpretato questa
sciagura come il risultato della ricaduta di polvere e di materiale radioattivo.
Quali alternative potrebbero esserci? È possibile che si sia trattato di
un’epidemia senza precedenti? Certo, è possibile ma non scordiamo le
descrizioni lasciate dai Sumeri, che raccontano di acque divenute amare, di
persone che vomitano sangue, di vittime tra gli animali oltre che tra gli
uomini, tutte cose che indicano come non si sia trattato di malattie quali
oggi le conosciamo.
Inoltre, diversi testi contenenti le lamentazioni, come quello già citato,
fanno riferimento a una «tempesta» che si accompagnava all’invisibile
fantasma. Coloro che hanno esperienza con l’invisibile radioattività
conseguente a una esplosione nucleare non potrebbero descriverla meglio.
Vediamo dunque le prove che si trattò di una esplosione.
SODOMA E GOMORRA

Per la gran parte di noi è piuttosto familiare il racconto biblico della


distruzione operata su Sodoma e su Gomorra dal fuoco e dallo zolfo. Ma
quanti di noi prendono questo racconto alla lettera? Come è accaduto a
molti altri importanti eventi della storia umana, questa storia è stata relegata
tra i miti e i simbolismi religiosi. Ma il resoconto contenuto in Genesi 18-19
descrive un’azione premeditata e gestita portata avanti da un dio che non
faceva distinzione tra le persone e la vegetazione della pianura. Si trattò di
un evento reale, com’è indicato dalla descrizione del fumo denso che il
mattino seguente si levava da quelle zone.
Se leggiamo la storia di Sodoma e Gomorra come il resoconto di un
testimone oculare, allora dobbiamo pensare che ci fosse stata un’esplosione
talmente potente da poter essere paragonata all’uso di ordigni nucleari, nel
1945, su Hiroshima e su Nagasaki.
La storia viene trattata come un mito per il semplice motivo che i nostri
paradigmi non ammettono l’esistenza di armi nucleari migliaia di anni fa. La
tentazione di considerare la storia un mito viene poi rafforzata dal
riferimento alla moglie di Lot, che si volse a guardare e venne tramutata in
una «statua di sale». Ma il racconto perde molto della sua apparente
assurdità quando apprendiamo che diversi studi hanno segnalato che il
termine “sale” è un probabile errore di traduzione. Infatti, se leggessimo una
versione originale sumera del resoconto, troveremmo la parola nimur, che
significa sia “sale” sia “vapore”.6 E dunque la moglie di Lot può essersi in
realtà tramutata in una “statua di vapore”.
Sono ormai stati scoperti numerosi testi antichi che raccontano ciò che la
Bibbia racconta, ma che sono stati scritti assai prima. Queste cronache ci
forniscono particolari che mancano nell’Antico Testamento. Uno dei più
antichi testi sumeri anticipa in modo evidente i contenuti della Bibbia
laddove descrive la distruzione di città inique mediante il fuoco e lo zolfo:

Il Signore, Portatore di Ciò che Arde


e che ha arso l’avversario;
che ha cancellato la landa disobbediente;
che ha avvizzito la vita dei seguaci del Mondo del Male;
che ha fatto piovere pietre e fuoco sugli avversari.7
Chi erano gli avversari disobbedienti, e qual era il Mondo del Male di cui
erano seguaci? Il significato pieno dell’episodio di Sodoma e Gomorra è
stato svelato nei particolari da Zecharia Sitchin nel 1985.8
I fatti che precedettero la distruzione di Sodoma e Gomorra sono questi:
una feroce contesa riguardante il diritto del dio Marduk di ritornare nella
sua città, Babilonia, e di assumersi il comando degli dèi. Mentre Enki, il
padre di Marduk, difese i diritti del suo primogenito, gli altri dèi si
schierarono all’opposizione per motivi che ci risulteranno chiari più avanti.
Uno degli dèi, di nome Erra, giurò di adoperare la forza contro Marduk. Un
lungo testo noto come L’epopea di Erra,9 descrive cosa successe dopo che
il furibondo Erra abbandonò il consiglio degli dèi lanciando la sfida:

La Terra distruggerò,
di loro farò un cumulo di polvere;
le città scardinerò,
le tramuterò in desolazione;
appiattirò le montagne,
farò scomparire gli animali:
dei mari farò un tumulto
e ciò che in essi vive io decimerò:
la gente farò svanire,
le anime loro di tramuteranno in vapore;
nessuno verrà risparmiato [...]10

Gli dèi, bloccati dalla disputa, chiesero ad Anu di trovare una soluzione al
conflitto. Anu approvò l’utilizzo di sette armi potenti per attaccare Marduk,
ma Gibil, fratello di Marduk, lo informò del piano di Erra:

Quei sette, in una montagna stanno,


in una cavità dentro la terra risiedono.
Da quel luogo con grande fulgore si scaglieranno
innanzi
dalla Terra al Cielo, rivestiti di terrore.11

Un dio di nome Ishum, che significa “Portatore di ciò che arde”, venne
incaricato di unirsi a Erra nel Mondo Inferiore (l’Africa) per predisporre le
armi e indirizzarle sugli obiettivi. Zecharia Sitchin ha individuato in questo
dio Ninurta.12 In quanto figlio di Enlil, avuto dalla di lui sorellastra
Ninharsag, Ninurta era il rivale diretto di Marduk, figlio di Enki. Quanto a
Erra, sussistono pochi dubbi che questo dio fosse Nergal, un dio sovente
menzionato negli antichi testi come il «dio furioso», «il violento» e,
soprattutto, «colui che brucia», un dio della guerra e della caccia, nonché un
apportatore di pestilenze.13
Fu dunque Erra/Nergal, un astioso e geloso fratello di Marduk, che si
assunse il compito più aggressivo, giurando di distruggere non soltanto
Marduk e i suoi sostenitori, ma anche suo figlio Nabu. Erra chiese che le
armi venissero impiegate contro le città di Sodoma e di Gomorra, dove si
pensava stessero nascosti Marduk e suo figlio Nabu, e per ragioni che
chiariremo in seguito, anche contro la base spaziale del Sinai:

Da città a città un emissario [arma] io invierò;


il figlio, il seme del padre suo, non potrà sfuggire;
sua madre spegnerà ogni suo riso [...]
Al luogo degli dèi non potrà accedere;
il luogo dal quale i Grandi ascendono
io sconvolgerò.14

Ninurta tentò di calmare Erra con parole pressoché identiche a quelle che
Abramo rivolge a Dio nel resoconto biblico:

Valoroso Erra,
distruggerai tu i virtuosi con i malvagi?
Distruggerai tu coloro che contro di te hanno peccato,
insieme a coloro che contro di te nulla hanno fatto?15

Dopo aver concordato un piano, i due dèi scatenano l’attacco devastante:


Ishum lo porta alla base spaziale, ed Erra a Sodoma e a Gomorra:

Ishum sul Monte Più Supremo punta la rotta;


i terribili sette, senza uguali,
in fila lo seguivano.
Al Monte Più Supremo giunse l’eroe;
la mano levò
il Monte fu schiantato.

La pianura intorno al Monte Più Supremo


poi egli cancellò;
nelle sue foreste non un ramoscello restò intatto.

Poi, emulando Ishum,


Erra la Rotta del Re seguì.
Le città annientò,
in desolazione le trasformò.
Nelle montagne portò la carestia,
gli animali che vi vivevano distrusse.16

I Testi di Khedorlaomer 17 confermano i particolari dell’Epopea di Erra e


riassumono le distruzioni:

Il Portatore di ciò che arde,


e lui del vento maligno,
insieme misero in atto la loro malvagità.
I due misero gli dèi in fuga,
li costrinsero a fuggire dal fuoco.

Ciò ch’era innalzato verso Anu per essere lanciato


fu da loro avvizzito:
il suo volto fecero sbiadire,
il suo luogo resero desolato.18

Stando all’Epopea di Erra, l’attacco di Erra non distrusse soltanto le città


malvagie di Sodoma e di Gomorra ma creò anche il Mar Morto quale oggi
lo conosciamo:

Scavò attraverso il mare,


la sua totalità egli separò.
Ciò che in esso vive,
persino i coccodrilli,
egli spense alla vita
giacché con il fuoco arse gli animali,
le sue granaglie condannò a essere polvere.19

Ma in passato c’erano i coccodrilli nel Mar Morto? Non è una


coincidenza che 900 anni prima Gilgamesh ricevette l’avvertimento di non
permettere alla sua mano di «toccare le acque della morte».20 Oggi il luogo è
noto come Mar Morto per un diverso motivo: contiene una percentuale di
sale talmente elevata che nessuna forma di vita marina può viverci.

PROVE GEOGRAFICHE

Dove ebbero luogo gli avvenimenti descritti nell’episodio di Sodoma e


Gomorra? La Bibbia cita chiaramente la valle di Siddim contenente il Lago
Salato, e pare suggerire che dove ora c’è acqua una volta esisteva una
vallata.21 I moderni libri di testo dichiarano che le città distrutte erano in
effetti situate nella regione del Mar Morto, e traggono questa conclusione
dagli storici greci e romani che a loro volta sostenevano che quella valle
venne ricoperta dall’acqua dopo i tragici eventi. Non è per caso che il nome
Gomorra ha finito col significare, in ebraico, “sommersione”, e neppure che
la Bibbia faccia riferimento al Mare Salato come al Mare di Arabah, termine
ebraico che significa “arido” o “riarso”, con riferimento, perciò,
all’attacco.22 Può essere che tutte queste fonti siano in errore?
Gli studiosi collocano le città malvagie nella regione meridionale del Mar
Morto, ancor oggi nota come Mare di Lot, per commemorare l’uomo a cui
venne concesso di salvarsi dalla catastrofe. La Bibbia ci fornisce ulteriori
indizi per individuare il punto esatto: i riferimenti al sale e ai pozzi di bitume
e catrame confermano la regione meridionale del Mar Morto.23 Anzitutto,
questa zona è tuttora in molti punti un acquitrino salmastro. Poi, ancor oggi
pezzi di bitume salgono alla superficie del Mar Morto, che per questo
motivo veniva anticamente chiamato il Lago dell’Asfalto. Infine, le rive
sudorientali del Mar Morto sono davvero ricche di acqua e di vegetazione,
proprio come descrive la Bibbia.
Ma quali prove materiali possono dimostrare che un’esplosione nucleare
ha avuto luogo, anticamente, nella regione del Mar Morto?
La geologia del Mar Morto è insolita. Risulta divisa in due parti da una
grande penisola chiamata Lisan (“la Lingua”), che si prolunga fino a 3,2 km
dalla riva occidentale. A nord della Lisan, il Mar Morto scende fino a 400
m, la maggior profondità raggiunta al mondo da uno specchio d’acqua
chiuso da terre. A sud, invece, le acque sono basse, giacché non superano la
profondità di 4,5 m. Questa insolita caratteristica geologica può essere
attribuita a un’esplosione che ha aperto un varco nella Lisan originaria
provocando l’allagamento o sommersione della “valle dei campi”?
Ancor oggi inconsueti livelli di radioattività vengono riscontrati nelle
acque sorgive intorno alla porzione più meridionale del Mar Morto. Uno
studio conferma che questa radioattività risulta tanto elevata da «indurre
sterilità e afflizioni collegate in quegli animali o in quegli esseri umani che
ne assumono nel corso degli anni».24 Ulteriori prove di un’avvenuta
esplosione risultano riscontrabili nel livello in continuo calo del Mar Morto,
che in anni recenti è sceso da 390 a 408 m sotto il livello del mare.25 La
riduzione dell’area di superficie ha reso visibili delle strane fenditure,
descritte da un osservatore come «fenditure rocciose strutturate quasi
architettonicamente».26
Che dire dell’elevata concentrazione di sale che supera di più di cinque
volte la normalità? In realtà la causa è l’assenza di uno sbocco per le acque
del Mar Morto costrette a disperdersi solo per effetto della vaporizzazione.
Le 6,6 t di acqua dolce che ogni giorno si immettono dal Giordano erodono
il sale dal fondo del Mar Morto, che non può evaporare, e quindi si accresce
la concentrazione salina. Ma c’è un fatto strano. Nell’ottobre 1993 venne
annunciato che scienziati israeliani e tedeschi, impiegando le più recenti
tecniche, avrebbero tentato di trarre dai fondali del Mar Morto dei campioni
di materiali sedimentati. Ogni precedente tentativo era fallito a motivo di
uno strato di roccia salina estremamente resistente situato pochi metri sotto
il fondo.27 Quale evento naturale poteva aver formato una crosta di sale
talmente dura che la moderna tecnologia aveva difficoltà a penetrare?
Ora andiamo a vedere una prova ancor più eclatante dell’esistenza di
antiche armi nucleari. Sitchin ha indicato la presenza di una enorme cicatrice
geologica nella penisola del Sinai, esattamente dove doveva trovarsi la base
spaziale degli dèi.28 Questa cicatrice è visibile da un’altitudine molto elevata
e assume l’aspetto di una inesplicabile chiazza bianca. Sulla scia
dell’indicazione di Sitchin mi sono procurato l’ingrandimento di una foto
della chiazza scattata da un satellite: evidenzia un’area di 180 × 180 km
(tav. 44 ). Mentre le migliaia di sottili righe sono degli uadi (letti di fiume
asciutti), non esiste spiegazione scientifica per la cicatrice situata in basso, a
sinistra.
Nel Sinai orientale sono state trovate milioni di pietre annerite sparse su
un’area di decine di chilometri. Non c’è dubbio che lo stato di queste pietre
non è dovuto a cause naturali. Le spedizioni nel Sinai di Nelson Glueck
negli anni Cinquanta hanno rivelato l’esistenza di numerose rocce annerite
sparpagliate un po’ dovunque. 29 Queste rocce sono state più recentemente
oggetto di esame da parte di Emmanuel Anati, attratto da quella zona a
motivo del suo interesse nell’uso artistico di pietre. In seguito alla sua prima
spedizione nel 1955, Anati organizzò diversi viaggi a Har Karkom (Jebel
Ideid), una montagna ritenuta sacra nel iii millennio a.C. Il libro di Anati,
The Mountain of God, mostra diversi macigni del diametro di vari metri, sui
quali gli antichi viandanti hanno inciso vari segni e simboli (tav. 45 ). Le
fotografie di Anati mostrano chiaramente che le rocce sono annerite solo in
superficie.30
Anati descrive anche l’ampio altopiano di Har Karkom, coperto da uno
spessore di frammenti di pietra nera noti come “hamada”. In certi punti gli
hamada sono stati rimossi moltissimo tempo fa, formando dei cosiddetti
“cerchi delle capanne”. Di nuovo, le fotografie di Anati (tav. 46 ) mostrano
che le pietre annerite costituiscono uno strato di superficie non molto
spesso. Sotto, c’è uno strato di terra dura color marrone che, se osservata
dall’alto, riflette la luce solare dando l’impressione che ci siano delle chiazze
luminose e bianche.
Cosa hanno da dire i geologi a proposito delle pietre annerite del Sinai?
Ammettono la loro somiglianza alle rocce vulcaniche, il che non ha molto
senso poiché non esiste vulcano alcuno nelle vicinanze del Sinai. Queste
pietre costituiscono una anomalia, vale a dire una impossibilità che la
scienza convenzionale non riesce a spiegare. E dato che si ritiene
“impossibile” l’esistenza 4000 anni fa di armi nucleari, il dibattito si trova in
un vicolo cieco.
Però non è possibile negare che le rocce annerite e carbonizzate nel Sinai
ci sono, così come l’enorme cicatrice. L’unica spiegazione possibile è quella
fornita da Zecharia Sitchin: un’esplosione non naturale. In un tale contesto
tutto comincia ad avere senso. Le irrefutabili prove fisiche non soltanto
confermano l’attendibilità dell’Epopea di Erra, ma anche quella di tutte le
altre prove elencate nel Capitolo 8, che riconoscono nel Sinai il luogo dove
sorgeva la base spaziale.
Da un punto di vista cronologico, la distruzione della base spaziale, quella
di Sodoma e di Gomorra e il crollo di Sumer possono essere fatti risalire a
circa il 2000 a.C. (l’epoca di Abramo). I testi sumeri delle lamentazioni
collegano chiaramente il «vento malvagio» agli eventi nel Sinai laddove si
riferiscono a una immane tempesta diretta da Anu, «una cruenta tempesta
unita a un calore divampante» generata a ovest.31 Il Mar Morto e la località
della base spaziale del Sinai sono effettivamente a ovest di Sumer. Altri
riferimenti indicano il Sinai in modo preciso: «dal mezzo delle montagne è
sceso sui territori, dalla Pianura di Nessuna Pietà è provenuto».32
Rimane solo da trovare una spiegazione convincente sul perché gli dèi
abbiano permesso l’utilizzo di una forza tanto estrema. Ma per capire nella
sua globalità la storia del perché gli dèi decisero di sabotare la loro stessa
base spaziale, dobbiamo cominciare dall’episodio della Torre di Babele, che
vede il dio Marduk che tanta di ricostruire in quel di Sumer la sua città
distrutta dal Diluvio.

LA TORRE DI BABELE

Nei capitoli precedenti ho descritto le regole che stabilivano i diritti di


successione tra gli dèi e che provocarono un profondo risentimento tra i
fratelli Enki ed Enlil e dunque tra i loro discendenti. Prima del Diluvio,
questo risentimento non sembra essere mai esploso in un conflitto aperto.
Ma dopo il Diluvio, quando la Terra venne ridivisa, si ebbero dispute per i
territori che sfociarono in una feroce guerra tra gli dèi, prove della quale
abbiamo potuto incontrare nella Grande Piramide e a Jebel Barkal.
L’esito di quel conflitto consegnò la supremazia tra gli dèi a Enlil e in
modo particolare al suo primogenito Ninurta. Col tempo, quando gli effetti
del Diluvio si alleviarono sufficientemente nelle pianure tra il Tigri e
l’Eufrate, soltanto a Enki, come concordato, venne permesso di ricostruire
la sua città antidiluviana (Eridu). Le richieste di Marduk di ricostruire la sua
città antidiluviana (Babilonia) non incontrarono reazioni favorevoli.
Parrebbe che la storia biblica della Torre di Babele abbia le sue radici in
questo conflitto.33 Marduk, in quanto dio più importante di Babilonia in
tempi successivi, è il probabile ideatore, ma qual era la natura della “torre”?
Ricordando (dal Capitolo 6) che shem significava “veicolo spaziale”
piuttosto che “nome”, riesaminiamo ciò che stavano predisponendo i
sostenitori di Marduk, correggendo la traduzione del resoconto biblico:
«Venite, fabbrichiamoci una città e una torre la cui cima tocchi il cielo,
facciamo così uno shem [...] ».34 Diventa dunque evidente che i piani di
Marduk erano sia ambiziosi sia controversi. Inoltre, Zecharia Sitchin
segnala l’esistenza di un testo accadico che ripropone i resoconti biblici di
come poi andarono le cose.35 Diverse indicazioni nel testo confermano che
Marduk era il ribelle, mentre un versetto individua il “Dio” biblico come
Enlil, il quale:

Nella loro fortificata torre, nella notte,


una totale fine egli fece.
Nella sua ira, un ordine anche emise:
di sparpagliare lontano era la sua decisione:
lanciò un ordine per confondere i loro consiglieri.
[...] il loro corso dunque arrestò.36

Non è affatto chiaro se gli idiomi dell’uomo vennero effettivamente


cambiati nel corso di quell’episodio, ma il racconto accadico conferma che
la gente di Marduk venne effettivamente sparpagliata. Ma diversamente dal
concetto generale contenuto nella Bibbia, la Torre di Babele va qui
inquadrata come un episodio circoscritto, che ebbe effetto su un gruppo di
individui relativamente piccolo.
Qual è la datazione dell’episodio della Torre di Babele? Zecharia Sitchin
lo colloca in un momento di poco antecedente il ritorno di Marduk nelle sue
terre egiziane, dov’era conosciuto con il nome di Râ: ciò avvenne intorno al
3450 a.C., quando l’Egitto entro nei 350 anni di caos prima dell’avvio della
sua civiltà intorno al 3100 a.C..37 L’episodio babilonese non dev’essere
accaduto prima di quello delle città sumere di Eridu e di Nippur. Possiamo
quindi collocarlo tra il 3800 e il 3450 a.C.
La guerra degli dèi, che aveva visto Marduk condottiero delle forze
enkite, era sfociata in un trattato di pace che imponeva il fratello pacifista,
Thoth, al governo dell’Egitto. Ma ormai Thoth era da tempo sceso dal trono
consentendo a diversi altri dèi e semidei di gestire i territori. Esistevano
dunque le condizioni per il ritorno di un iroso Marduk in Egitto, dove
avrebbe potuto sfogare le sue frustrazioni. È assai probabile che il ritorno in
Egitto di Marduk/Râ sia coinciso con la morte di Dumuzi, la cui tragica
storia è stata narrata nel Capitolo 6. Se Marduk riprese il potere in Egitto in
quel periodo, lo fece in offesa al trattato di pace e dunque la sua autorità era
ampiamente illegale. Possiamo ora incominciare a capire perché la morte
accidentale di Dumuzi ebbe come conseguenza l’aspra condanna di
Marduk.
Parrebbe dunque che dopo la sua fuga dalla piramide, Marduk si impose
l’esilio come Amen (“Colui che sta nascosto”) per i suoi seguaci, e come
persona non grata per i suoi nemici. La sua principale avversaria era Inanna,
che in seguito alla morte del marito Dumuzi si era tramutata da dea
dell’amore in dea della guerra, nutrendo un odio profondo per Marduk.
Inanna ambiziosa lo era stata sempre, ma ora le sue mire si intensificarono.
Come descritto nel Capitolo 6, non le bastava regnare sulla nuova civiltà
sorta nella valle dell’Indo, e tanto meno le bastava l’allora sua poco
importante città sumera di Uruk. Intorno al 2350 a.C. le sue grandi
ambizioni trovarono soddisfazione. Armata con i misteriosi “ me” che
aveva strappato a Enki, trovò un uomo che chiamò Sharru-kin (“Monarca
Giusto”). Costui, a noi noto come Sargon, fondò l’Impero accadico e la sua
capitale, Agade.
Mentre Inanna si dava da fare per costruire un potente nuovo regno in
Mesopotamia, Marduk se ne stava in disparte con le sue frustrazioni.
Convinto della propria innocenza, e furente per il rifiuto degli dèi di
consentirgli di ricostruire Babilonia, si consolava nella convinzione che “il
momento del destino” sarebbe alla fine arrivato e allora avrebbe fatto
ritorno a Babilonia, avrebbe rovesciato Inanna e si sarebbe assunto la
sovranità sugli dèi.
Come avremo modo di apprendere nel prossimo capitolo, questo
“momento del destino” non era un sogno ad occhi aperti, bensì una realtà
scientifica. E la datazione dell’Impero accadico può dunque essere visto
come il programmato tentativo di Inanna di contrastare le ambizioni del suo
acerrimo nemico.

LE CONQUISTE DI INANNA

Intorno al 2350 a.C. Sargon, aiutato da Inanna, cominciò a costruire un


potente Impero mesopotamico. Si diede molta cura per non alienarsi gli altri
dèi del Vicino Oriente. All’inizio le sue conquiste evitarono la città di Enlil,
Nippur, e quella di Ninurta, Lagash, la terra oggetto di dispute, Babilonia, e
le basi strategiche degli dèi a Gerusalemme e a Baalbek. Poi, quando già era
anziano, fece il fatale errore di asportare “terra sacra” da Babilonia per
rendere in qualche modo legittima la città di Inanna, Agade.
Questo atto sacrilego sollecitò il ritorno di Marduk a Babilonia. I testi
antichi dichiarano che Marduk distrusse i seguaci di Sargon facendo patire
loro la fame, e afflisse Sargon stesso con una “irrequietudine” che ne
provocò la morte dopo un regno di 54 anni.38
Marduk riunì i suoi dispersi seguaci, ricostruì Babilonia e, stando ai testi
antichi, diede vita a un innovativo sistema di acquedotti. Si tratta di un
particolare interessante, giacché la località in cui si trovano le vestigia della
Babilonia risalente al XVIII secolo a.C. giace davvero sotto l’acqua che ne
impedisce gli scavi.39 Secondo me Marduk evitò il problema pompando
l’acqua dalla città e facendola giungere nelle aree circostanti. Le città
intorno a Babilonia ben presto dipesero dalle forniture d’acqua che
giungevano da Babilonia, dato che le precipitazioni piovose a Babilonia
sono irrisorie sin dai tempi più remoti.40 Senza i canali di irrigazione e lo
straripamento dei fiumi, Babilonia sarebbe stata un deserto.
I sostenitori di Marduk continuarono a scontrarsi violentemente con i
successori di Sargon, e il consiglio degli dèi, nel tentativo di evitare ulteriori
scontri armati, inviò Nergal, uno dei fratelli di Marduk, affinché lo
convincesse ad abbandonare Babilonia. Nergal fornì a Marduk prove
convincenti del fatto che il suo “momento del destino” ancora non era
giunto.41 Alla fine Marduk accettò di andarsene, ma a condizione che
nessuno interferisse con il sistema idrico di Babilonia:

Nel giorno in cui lascio il mio trono,


l’inondazione dal suo pezzo cesserà di fluire [...]
Le acque non s’innalzeranno [...]
Il chiaro giorno oscuro diverrà [...]
La confusione s’innalzerà invece [...]
I venti della siccità ululeranno [...]
La malattia si propagherà.42

Dopo la partenza di Marduk, Nergal entrò nelle camere segrete di


Babilonia e in un gesto sorprendente di animosità recò danno al prezioso
sistema idrico. Come era stato avvertito, si ebbe una grande siccità nelle città
circostanti. Nergal finì con l’essere severamente punito dagli dèi più
anziani.
Verso il 2250 a.C., dopo la partenza di Marduk da Babilonia, e la
conseguente siccità, Inanna decise una volta ancora di flettere i muscoli,
questa volta con il nipote di Sargon che si chiamava Naram-Sin.43 Come
indica il suo nome, Inanna aveva ottenuto l’appoggio di suo zio, il dio
Nannar/Sin.
Questa volta Inanna pareva veramente decisa a vedere sin dove sarebbe
riuscita a far arrivare il suo potere. I testi mesopotamici ci danno un lungo
elenco delle conquiste di Naram-Sin, comprese Gerico, Baalbek, il Sinai
(Dilmun) e infine l’Egitto.
Ci sono riscontri storici di questi trionfi di Naram-Sin? L’archeologia ha
confermato che l’epoca di Gerico nel iii millennio a.C. terminò nella
distruzione.44 L’attacco a Baalbek , dove si racconta che Inanna abbia
bruciato le porte della città tenendo i difensori sotto assedio, potrebbe ben
spiegare i lavori abbandonati a metà che ancor oggi possono essere visti in
loco: un aspetto che nessuno mai si è provato a spiegare. Anche per quanto
concerne l’Egitto troviamo conferme di incursioni straniere in quel periodo
in un lungo poema intitolato Le ammonizioni di Ipuwer.45
Quanto alla presunta conquista da parte di Naram-Sin della base spaziale
nel Sinai, può trattarsi forse dell’episodio commemorato nella famosa stele
di Naram-Sin che può essere ammirata al Louvre di Parigi?46 L’immagine
centrale nella tavola 51, che molti ritengono essere una montagna, sembra
riferirsi piuttosto ai razzi coi quali la terra di Dilmun era associata. La tiara
dotata di corna, indossata dal vittorioso Naram-Sin, era un simbolo degli
dèi, il che suggerisce che quella fu una vittoria riportata in un territorio
considerato sacro, dove solo gli dèi potevano governare.
Comunque, sembra che alla fine Naram-Sin abbia fatto una conquista di
troppo. Non possiamo essere certi se si sia trattato della base spaziale, dei
territori enkiti o di entrambe le cose, fattostà che il consiglio degli dèi risolse
di arrestare Inanna ponendo così fine ai suoi espansionismi. Un poema
sumero noto come La maledizione di Agade narra che Inanna fuggì dalla
sua città di Agade. Poi gli dèi spogliarono la città dei suoi poteri,
probabilmente anche di alcuni dei me rubati a Enki:

La corona della signoria, la tiara della monarchia,


il trono consegnato al comando
Ninurta si portò nel suo tempio;
Utu si prese l’“Eloquenza” della città,
Enki la sua “Saggezza”.
La sua Maestosità che poteva salire al Cielo
Anu innalzò fin nel fondo del Cielo.47

I testi affermano che Nergal, fratello di Marduk, aiutò Naram-Sin nelle


sue conquiste, e quindi stabilì una improbabile alleanza con Inanna per
impedire il ritorno di Marduk.48 Possiamo solo cercare di indovinare il
motivo di questa inimicizia tra i due fratelli. Poco tempo dopo, Inanna e
Nergal organizzarono una ribellione contro l’autorità degli dèi anziani, una
rivolta che si concluse in un fallimento e nella catastrofica distruzione di
Agade.
La maledizione di Agade attribuisce quella distruzione a Naram-Sin,
incolpandolo di avere aggredito Nippur, la città di Enlil, violandone il sacro
Ekur.49 Grazie a un poema sumero intitolato Ode a Enlil, sappiamo che
questo
Ekur era il luogo di riposo «di un uccello velocissimo» dalla cui «presa
nessuno può fuggire»; era, quell’Ekur, il punto dal quale poteva «innalzare
il raggio per cercare nel cuore dei territori tutti».50 L’attacco non fu dunque
solo un’offesa simbolica al più importante degli dèi sulla Terra, ma un
tentativo di ridurne le forze.
Secondo La maledizione di Agade, gli dèi cancellarono quella città dalla
faccia della Terra. Le orde dei Guti ricevettero quindi l’ordine di Enlil di
lasciare i loro territori sui monti Zagros e di sottomettere i sostenitori di
Inanna. L’Impero accadico di dissolse e il governo centrale cadde in preda
all’anarchia. Fu davvero opera degli dèi? È certo che Agade è una delle
poche antiche città della Mesopotamia che gli archeologi non sono mai
riusciti a trovare,51 mentre gli storici non sanno spiegarsi il crollo di un
impero tanto potente, finito intorno al 2200 a.C. altrettanto all’improvviso
di come era sorto.52

LE BATTAGLIE DEI RE

I Guti occuparono la Mesopotamia per circa un secolo ma lasciarono


scarse tracce della loro cultura.53 Nel frattempo, tra il 2200 e il 2100 a.C.
diverse città sumere ed elamite proclamarono la loro indipendenza, entrando
in un’epoca di prosperità che si sarebbe poi dimostrata un canto del cigno.
Lo stato elamita di Ninurta fu il primo ad affermarsi come potere
dominante accentrato nella sua capitale Susa, nelle Mesopotamia
sudorientale. Le sue potenti difese e il fortissimo esercito avevano
consentito di sfuggire alle mire di Naram-Sin stringendo con lui un’alleanza
militare.54 Ma dopo la morte di Naram-Sin il suo re, Puzur-Inshushinak
dichiarò l’indipendenza e conferì forza al pronunciamento assumendo il
titolo di “Re dell’Universo”.
Il rinascimento sumero ebbe inizio a Lagash, il cui famoso monarca
Gudea regnò nella prima parte del XXII secolo a.C. avviando un massiccio
programma di recupero dei templi e portando la cultura sumera a livelli
elevatissimi.55 Ma Lagash era destinata a rimanere un centro religioso che
non aspirava a esercitare potere politico su un nuovo Impero sumero.
Poco dopo la città di Ur si impose come nuova capitale sumera. La
celebre (e ultima) Terza Dinastia di Ur portò i Sumeri a livelli mai prima
raggiunti nei campi dell’arte, dei commerci e della costruzione di templi. Il
dio in comando era Nannar/Sin, una mossa decisa forse per tener sotto
controllo sua nipote Inanna.
Entriamo così in un’epoca nella quale le date storiche possono essere
fissate con molta precisione. Il primo re di Ur fu Ur-Nammu, intorno al
2112 a.C..56 Ur-Nammu diede vita a nuovi codici legali e morali e avviò un
programma in tutta Sumer che ricondusse i templi degli dèi, compreso
l’Ekur a Nippur, agli antichi fasti. Non dovevano essere ricostruiti soltanto i
templi, ma anche la fiducia del popolo nei suoi dèi. Dopo duecento anni di
caos, il popolo della Mesopotamia era divenuto indipendente e difficile da
governare. I testi sumeri spiegano che Ur-Nammu ricevette da Enlil
l’incarico di riportare all’ordine le città sediziose.57
Ma proprio mentre i Sumeri stavano rinnovando la loro fede negli dèi
tornò a colpirli la catastrofe. Il loro re, Ur-Nammu, cadde dalla biga nel
mezzo di una battaglia e venne «abbandonato sul campo di battaglia come
un vaso rotto».58
Il nuovo monarca di Ur (c. 2094-2047 a.C.) assunse il nome di Shulgi.59
Verso la fine del suo regno affiorano le prime avvisaglie dei problemi che
colpiranno l’ultima dinastia sumera. Shulgi fu coinvolto in una serie di
scontri per sedare i ribelli di province lontane. Ciò accadde intorno al 2054-
2047 a.C. Allo scopo di consolidare la propria posizione ottenne, grazie al
matrimonio di sua figlia, un’alleanza con gli Elamiti.60 In cambio del
controllo della città di Larsa, Shulgi assoldò le famigerate truppe elamite
come una sorta di legione straniera, il cui comando venne affidato a
Khedorlaomer.61
Dov’era Marduk in quel periodo? Secondo la cronologia elaborata da
Sitchin, nel 2048 a.C. Marduk stava per entrare nella terra di Hatti (la terra
anatolica degli Ittiti) dove avrebbe riposato per 24 anni in attesa di un segno
favorevole per il suo ritorno a Babilonia.62 La presenza in Anatolia, in
quell’epoca, di un dio egiziano è confermata dai documenti archeologici.
Ad Alaca Huyuk (un’importante città risalente almeno al 2500 a.C.) fu
rinvenuta l’entrata alla città con sfingi di stile egiziano databili a circa il
2000 a.C..63
Dopo la scomparsa di Shulgi verso il 2047 a.C., suo figlio Amar-Sin 64
dovette far fronte a continue lotte per imporre l’autorità di Ur, e i testi
sumeri danno notizia che nel settimo anno del suo regno (c. 2040 a.C.)
avviò una importante azione militare per soffocare una sommossa in quattro
territori occidentali.65 L’invio da parte di Amar-Sin di truppe agli ordini di
Khedorlaomer per soffocare la sommossa viene raccontato sia nell’Antico
Testamento sia nei Testi di Khedorlaomer, ed entrambe queste fonti
confermano che la sommossa ebbe luogo nel tredicesimo anno del dominio
di Ur.66
Quale fu il motivo della sommossa? I Testi di Khedorlaomer dicono
chiaramente che la rivolta segnò il cambiamento dall’alleanza con Sin, dio
di Ur, all’alleanza con Nabu figlio di Marduk. Il figlio di Sin, Shamash,
accusò il popolo di avere infranto il patto stretto con suo padre:

La lealtà del suo cuore [del re] tradita


nel tempo del tredicesimo anno
un voltafaccia contro il padre mio;
alla sua lealtà il re smise di badare;
tutto ciò ha provocato Nabu.67

La nuova alleanza con Nabu viene oggi commemorata a Canaan con i


diversi nomi che ritroviamo nella regione: il monte Nebo a nord-est del Mar
Morto, la città di Nabulus a nord-ovest. Il nome Nabu assunse poi il
significato di “portavoce, annunciatore, profeta”,68 quasi a ricordare il ruolo
che il figlio di Marduk ebbe nel fomentare la rivolta.
Qual era la natura di questa rivolta che rimase nella storia come un evento
di primaria importanza? La risposta ci proviene dall’esame della battaglia
che ebbe luogo l’anno successivo. Secondo la Genesi 14:
Fig. 24. La scena raffigurata nel sigillo cilindrico citato da Sitchin
potrebbe fornire il resoconto visivo di quanto avvenne nella base spaziale
del Sinai.
Pertanto, nell’anno decimoquarto vennero Khedorlaomer e i re che erano
con lui e batterono i Refaim ad Astarot-Carnaim, i Zuzim ad Am, gli Emim
nella pianura di Chiritaim e gli Orrei nelle loro montagne di Seir, sino a El-
Paran che è presso il deserto. Tornando poi indietro, arrivarono ad En-
Mispat ossia Cades e devastarono tutto il territorio degli Amelaciti come
pure quello degli Amorrei [...] 69 (il corsivo è mio).
Questa sequela di battaglie è confermata anche dai Testi di Khedorlaomer.
Fu soltanto dopo tutti questi scontri che i re dell’Est si scontrarono
finalmente con i re delle città malvagie che dovevano punire. Ma allora
perché il ritardo, e perché perdere tempo con una escursione nel deserto?70
Come indica Sitchin, l’unica possibile importanza di El Paran (Nakhl) e di
Kadesh Barnea era la loro posizione strategica nel territorio riservato agli
dèi: la base spaziale del Sinai. Per quale altro motivo gli invasori avrebbero
dovuto convergere verso una cittadina sperduta nel deserto?
Un sigillo cilindrico citato da Sitchin (fig. 24) fornisce un resoconto
visivo notevolmente preciso degli avvenimenti alla base spaziale, sebbene la
mia interpretazione differisca da quella di Sitchin.71 Secondo me, i re
cananei, incitati da Nabu, avevano marciato verso sud per occupare la base.
Poi, informati della forza formidabile degli alleati orientali che stavano
approssimandosi al comando di Khedorlaomer, ripararono verso Kadesh-
Barnea. Fu così che gli invasori precedettero Nakhl a Kadesh, come
descrive la Genesi 14, per inseguire il nemico in fuga.
Da Kadesh i re dell’Est inseguirono i re dell’Ovest fino alla valle di
Siddim, dove le truppe in fuga furono costrette a difendersi nei loro territori
subendo una dura sconfitta.72 Il sigillo cilindrico della figura 24 identifica la
base spaziale mediante il segno di Sin della luna crescente e di una torre con
le ali. Ma non c’è indicazione di battaglia (come invece suggerisce Sitchin)
ma solo l’immagine di quattro re in marcia e di cinque re che marciano in
direzione opposta.
Secondo la mia interpretazione, gli eventi evidenziano il desiderio di
Marduk di impossessarsi della base spaziale oltre che di fare ritorno a
Babilonia. Questo particolare è essenziale per comprendere le drastiche
azioni portate contro di lui e contro suo figlio Nabu. Stando allo schema
cronologico di Zecharia Sitchin, fu appena 16 anni dopo che Marduk tornò
in Babilonia e che vennero impiegate le armi nucleari. Nel corso di quei 16
anni, gli ultimi due re di Ur, Shu-Sin 73 (c. 2037-2029 a.C.) e Ibbi-Sin74 (c.
2028-2024) ricorsero a misure difensive disperate per proteggere l’impero
che stava andando in pezzi.
È significativo il fatto che Shu-Sin abbia soffocato una rivolta a Mardin,
nella Turchia meridionale, che a quel punto era territorio di Marduk. Verso
il 2034 costruì una fortezza in appoggio alle difese contro gli Amorrei.75
Agli esordi del regno di Ibbi-Sin, la Terza Dinastia di Ur praticamente si
disintegrò.76 Le ultime cronache sumere descrivono numerosi oracoli di
imminenti invasioni da occidente, la cessazione del pagamento di tributi da
parte delle province lontane e infine, nel terzo anni di regno di Ibbi-Sin, la
cessazione di ogni commercio con gli altri paesi.77 Non sono state rinvenute
iscrizioni attribuibili al suo regno successive al quinto anno (c. 2024 a.C.),
quando un principe di nome Ishbi-Irra istigò una rivolta nella città chiave di
Mari che proteggeva il fianco occidentale di Sumer. Le ultime cronache di
Ibbi-Sin parlavano di una penetrazione profonda degli Amorrei nei territori
di Sumer.78

IL RITORNO DI MARDUK

I testi sumeri sostengono che la caotica ultima battaglia per la conquista di


Sumer venne combattuta e perduta dalle truppe elamite contro le forze
preponderanti degli invasori Amorrei, i quali erano destinati a divenire la
prima dinastia del nuovo regno di Babilonia. Chi erano dunque questi
Amorrei, e perché appoggiavano Marduk?
Poiché l’invasione di Sumer arrivò da occidente non aiuta molto
apprendere che il termine Amorrei (o “Amorriti”), proveniente
dall’accadico Amarru, significa semplicemente “occidentali”. Ma gli studi
biblici hanno identificato gli Amorrei come la tribù dominante tra i Cananei;
appartenevano dunque al lignaggio di Cam.79 La battaglia decisiva si basò
pertanto su lealtà di tipo razziale: orientali Semiti80 che difendevano il loro
territorio dagli africani Camiti che sostenevano un dio africano, Marduk.
Potremmo allora aspettarci lo schieramento degli Egiziani con Marduk.
Ma cosa stava succedendo in Egitto intorno al 2024 a.C.? Questa data cade
tra la fine del Vecchio Regno (c. 2100 a.C.) e l’inizio del Regno di Mezzo
(c. 2000 a.C.).81 Gli esperti di cose egiziane si riferiscono a questo periodo
di transizione come al Primo Periodo Intermedio (ppi) attribuendogli
contenuti di caos che videro il paese diviso tra dinastie rivali. Il crollo del
Vecchio Regno viene di solito attribuito a una rivoluzione sociale, 82 e come
indicherò in un successivo capitolo, è probabile che questi primi faraoni
egiziani fossero in realtà sumeri. Il ppi intervenne per caso, o significava
una rivolta intestina da parte degli Africani per preparare il ritorno al potere
di Marduk?
Uno sguardo più attento alla situazione in Egitto conferma che i ribelli
facevano base a sud di Tebe, che era in effetti il centro del culto a Marduk
in quanto Amen, “Colui che sta nascosto”. La fedeltà a Marduk è ricordata
nella parola aman, conservata nell’ebraico con il significato di “costruire,
sostenere” e, in senso figurato, di “fermezza, fedeltà”. Geograficamente,
questi sostenitori stavano spingendosi a settentrione, verso la zona del delta
e la penisola del Sinai. Marduk stava ritentando di prendere il controllo
della base spaziale?
L’esilio di Marduk viene descritto in una tavoletta parzialmente
danneggiata, rinvenuta nella grande biblioteca di Ashurbanipal. La sua
importanza non è stata mai colta prima che Sitchin non la ponesse nel giusto
ambito storico – un arco di 24 anni, dal 2028 al 2004 a.C., quando infine
Marduk rientrò in Babilonia.

Io sono il divino Marduk, il grande dio.


Fui allontanato per i miei peccati,
alle montagne sono andato.
In molte terre sono stato vagabondo:
da dove si leva il sole a dove cala mi sono recato.
Sulle altitudini della terra Hatti sono andato.
Nella terra di Hatti ho chiesto un oracolo
per il mio trono e lo mia Signoria;
nel suo mezzo ho chiesto, «Sin quando?»
24 anni lì ho riposato.

I miei giorni [dell’esilio] si conclusero;


mi sono levato per Babilonia,
attraverso le terre sono andato alla mia città;
dei re di Babilonia per essere il sommo,
lì per edificare al cielo la mia montagna-tempio.83

I testi antichi registrano la vittoria di Marduk come un successo di breve


durata. Nel caos della battaglia vennero distrutti molti templi, compreso il
tempio sacro a Enlil a Nippur. Enlil, che se ne stava da qualche parte sul suo
trono, si affrettò a tornare in Sumer e pretese spiegazioni. Per quanto le
cronache babilonesi abbiano attribuito il sacrilegio al dio Erra (Nergal), altri
dèi accusarono Marduk.
Fu allora che il consiglio degli dèi si riunì per decidere sul da farsi, e fu
appunto in quell’occasione che il dio Erra se ne andò furibondo giurando
vendetta. E, procedendo cronologicamente, fu a quel tempo e in quel
contesto che un altro dio, il “Dio” biblico, decise di calare sulla città di
Sodoma: «Ora scenderò e vedrò se agiscono in tutto secondo il clamore che
è giunto a me».84 L’esito, come già abbiamo visto, fu la distruzione di
Sodoma e di Gomorra, e della base spaziale nel Sinai.
A questo punto è bene ricordare che il cambiamento nelle alleanze delle
«città malvagie» era avvenuto 17 anni prima, nel 2041 a.C., e che era stato
affrontato da Khedorlaomer. Pertanto la distruzione di Sodoma e Gomorra
fu una punizione per qualcosa d’altro.
Quale fu il secondo delitto di Sodoma e di Gomorra, l’eco del quale era
giunta all’orecchio di Dio? Visto il precedente tentativo dei re cananei di
prendersi la base spaziale, e vista la minaccia espansionista dei sostenitori di
Marduk nell’Egitto settentrionale, la conclusione può essere solo questa: i re
di Sodoma e di Gomorra stavano una volta ancora predisponendo un
esercito per marciare sulla base spaziale.
Questo è dunque il quadro nell’ambito del quale va collocata la decisione
degli dèi di ricorrere alle armi nucleari per fermare Marduk e suo figlio
Nabu. Ci si può domandare cosa se ne sarebbe fatto Marduk della base
spaziale, ma i testi dicono chiaramente che lui e suo figlio andavano fermati
a ogni costo.
Cosa accadde a Marduk e a Nabu? Uno degli obiettivi di Erra/Nergal era
di ucciderli entrambi, ma secondo gli antichi testi vennero entrambi
preavvertiti dell’attacco su Sodoma e Gomorra, e dunque riuscirono a
fuggire. Ma parrebbe che Nergal ci abbia poi riprovato. Appena 80 km a
nord ci fu un episodio che risale anch’esso al 2000 a.C. circa: la città di Tell
Ghassull venne totalmente distrutta. Per farlo venne impiegata una forza tale
che si pensò a lungo che la località su cui sorgeva fosse quella dell’antica
Sodoma.85 Gli archeologi non sono mai stati in grado di spiegare i danni
estesi e le migliaia di pietre annerite che hanno trovato in quella zona. Ma
anche questa volta Marduk e Nabu riuscirono a porsi in salvo. Secondo la
leggenda, Nabu diventò il dio di un’isola mediterranea, mentre a Marduk
venne finalmente concesso di prendersi il governo supremo degli dèi dal
suo trono di Babilonia.

ABRAMO LA SPIA

Abbiamo già avuto modo di notare la presenza a Sodoma e a Gomorra di


Abramo; ed era anche a Canaan durante la Battaglia dei re. Ma chi era
esattamente questo patriarca biblico di nome Abramo, e quale fu il suo
ruolo in quel periodo cruciale della storia del mondo? La gran parte degli
studiosi non ha preso in considerazione la possibilità che venendo egli da
Ur, potesse essere nativo di Ur. Molte ricerche hanno in effetti concluso che
Abramo era sumero.86
Un’importante riscontro sta nel suo nome originario, ab.ram, il cui
significato in lingua sumera la dice lunga: “Il Beneamato del padre”.87 Un
altro indizio lo troviamo nel termine biblico “Ibri” col quale si identificava
la famiglia di Abramo.88 Questo termine, che è l’origine della parola “Ebrei”
viene di solito tradotto come “Coloro che vagano” oppure “Coloro che
hanno attraversato”, ma in lingua sumera significava “Nativi di IBR”.89 Il
toponimo IBR si collega effettivamente al verbo ibri, che significa
“attraversare”, ma come uno studioso ha fatto presente, è anche strettamente
collegato all’originario nome sumero della città di Nippur, NI.BI.RU, che si
traduce letteralmente in “Il Luogo dell’attraversamento” o “Il Crocevia”.90
Abbiamo avuto a che fare con questa città nel Capitolo 8, attribuendole il
ruolo di centro di controllo originario degli dèi, e dunque essa prende il
nome dal pianeta Nibiru.
Gli Ibri biblici, pertanto, sono gli “ni-ib-ri” sumeri: i nativi di Nippur. E
Nippur era la città più sacra di Sumer. Abramo, comunque, non
apparteneva a una famiglia qualsiasi di quella città. Al contrario, tutto lascia
pensare che facesse parte della casta più nobile, sacerdotale.91 La facilità con
cui Abramo otteneva rispetto, anche in terre straniere, pare dare sostegno a
questa ipotesi.92
Che ci faceva un sacerdote di Nippur a Ur? L’ovvia risposta è questa: la
sua presenza coincideva con l’avvento della Terza Dinastia di Ur sotto Ur-
Nammu, nel 2113 a.C. I testi sumeri spiegano che Enlil, il dio di Nippur,
aveva affidato la salvaguardia della sua città a Sin, il dio di Ur. La partenza
da Ur di Terah e di Abramo, che erano diretti a Harran, è prossima al tempo
in cui Ur-Nammu morì verso il 2095 a.C.
Osserviamo meglio il ruolo di Abramo dopo che ebbe lasciato Ur. Anzi
tutto, la sua famiglia ebbe l’ordine di recasi a Harran, una città che gli
archeologi hanno individuato ai piedi dei monti Taurus. 93 Quindi, all’età di
75 anni, Abramo ricevette da “Dio” l’ordine di lasciare Harran. 94 Attraversò
Canaan, dove gli apparve Dio e lì eresse un “altare” dove «invocò il nome
del Signore».95 Il suo viaggio proseguì fino al Neghev, l’arida regione che
confina con il Sinai, e da lì arrivò nell’Egitto settentrionale.96 Secondo il
Libro dei Giubilei, rimase in Egitto cinque anni. Calcolando che nel 2024
Abramo aveva 99 anni (era nato nel 2123 a.C.), possiamo dire che il suo
soggiorno in Egitto andò dal 2048 al 2043 a.C.
Stando all’Antico Testamento, la prima cosa che Abramo fece dopo
essere ritornato a Canaan fu di andare davanti all’altare che vi aveva eretto e
«invocare il nome del Signore».97 L’anno era all’incirca il 2042, appena
prima che i re cananei si rivoltassero contro Sin. Era dunque il periodo in
cui Nabu stava dandosi da fare per ottenere il loro appoggio.
Nel 2042, in seguito alla Battaglia dei re, Abramo esibì l’alleanza che
aveva costruito con l’aristocrazia locale. Prese 318 soldati bene addestrati e
trasse Lot in salvo dai re delle regioni orientali che stavano ritornando a
casa. Una bella impresa per un uomo di ottantatré anni! Tre anni dopo Agar
gli diede un figlio, Ismaele. La Bibbia lascia poi vuoto un periodo di 13
anni: ritroviamo infatti Abramo che all’età di 99 anni stringe un patto con
Dio, che gli promette un figlio nell’anno successivo (altra bella impresa!). E
nell’ambito di quello stesso anno98 Sodoma e Gomorra furono distrutte.
L’anno era il 2024 a.C.
Quindi mentre gli Amorrei invadevano da est la terra madre di Abramo,
Dio promise per i suoi discendenti le terre a ovest. Abramo fu
semplicemente una pedina, o quei premi se li guadagnò? Andiamo a vedere
cosa fece nel contesto della minaccia proveniente da Marduk.
Anzi tutto, Abramo si spostò a Harran, l’avamposto più settentrionale di
Ur, proprio sul confine delle terre degli Ittiti dove Marduk non avrebbe
tardato a giungere. Nel 2048, lo stesso anno in cui Marduk arrivò per il suo
soggiorno di 24 anni, Abramo se ne partì da Harran lasciandovi però suo
padre. Una mossa sollecitata forse dalla morte di Shulgi, re di Ur, e dalla
prospettiva di ulteriori disordini nelle province occidentali del suo impero.
Comunque sia, Abramo si diresse in Egitto e tenne consultazioni con i
faraoni dei territori settentrionali che, a sud, stavano opponendo una strenua
resistenza contro i sostenitori di Marduk. È solo una coincidenza che
Abramo abbia fatto ritorno a Canaan soltanto un anno prima della rivolta
dei re?
Non concordo con l’interpretazione di Sitchin, laddove attribuisce ad
Abramo un ruolo militare nella Battaglia dei re.99 Come ho già avuto modo
di proporre, nel Sinai non ci furono scontri armati ma soltanto una ritirata
tattica. Il coinvolgimento militare di Abramo, così come viene spiegato nella
Bibbia, si limita al successivo salvataggio di suo nipote Lot in quello che fu
probabilmente un vero e proprio raid. Non c’è nulla che ci consenta di
pensare a qualcosa di diverso. Ma esistono invece indizi che suggeriscono
che Abramo era impegnato in attività di spionaggio.
In un tempo di grandi incertezze per la Terza Dinastia di Ur, il suo dio,
Sin, avrebbe certo tratto grandi vantaggi dall’avere occhi e orecchie fidati
nelle instabili terre occidentali, soprattutto in quanto temeva un ritorno
imminente di Marduk da ovest. Nessun dubbio che una spia del genere in
quel di Canaan ci fosse. Dice infatti la Bibbia:
Disse dunque il Signore: «Il clamore di Sodoma e Gomorra è grande e
assai grande è anche il loro peccato. Ora scenderò e vedrò se agiscono in
tutto secondo il clamore che è giunto a me; voglio rendermene conto»100 (il
corsivo è mio).
Dopo avere ottenuto la fiducia dei re di Canaan, Abramo si trovava nella
posizione ideale per poter riferire sulla situazione politica e sui possibili
movimenti di truppe. Ho suggerito in precedenza che nel 2041 a.C. Nabu
aveva convinto i re occidentali a organizzare un esercito per impossessarsi
della base spaziale del Sinai. Proprio il momento che vide il ritorno di
Abramo a Canaan, dove poteva rendersi conto di quel che stavano
tramando. L’altare che Abramo aveva costruito in quel di Canaan, dove
invocava il nome di Dio, era dunque il mezzo per tenere Sin informato.

UN RIFUGIO A PETRA

Dopo la distruzione di Sodoma e Gomorra, delle altre città della piana, e


della stessa base spaziale, si ebbero ripercussioni a non finire. Le scorie
radioattive su Sumer trasformarono i superstiti in profughi e nelle loro
migrazioni si portarono appresso le loro conoscenze culturali e
tecnologiche, il che spiega il fiorire ovunque di scoperte intorno all’anno
2000 a.C. Discuteremo alcune di queste migrazioni nel Capitolo 15.
Comunque, mentre i Sumeri fuggivano lontano migliaia di chilometri, altri
scelsero di rimanere più vicini alle loro terre. Uno di questi profughi fu Lot,
nipote di Abramo:
Poi Lot salì da Soar e andò ad abitare sulla montagna insieme con le sue
due figlie, perché temeva di rimanere a Soar, e dimorò in una spelonca, lui e
le sue due figlie. Ora, la maggiore disse alla minore: «Nostro padre è
vecchio e non vi è uomo sulla terra che si unisca a noi, secondo l’usanza di
tutta la terra. Vieni, diamo da bere del vino a nostro padre e poi giacciamo
con lui: così daremo vita a una discendenza da nostro padre».101
Questo episodio incestuoso di Lot e delle sue figlie ci aiuta a capire la
vastità della catastrofe che aveva colpito la regione. Sebbene gli dèi
praticassero talvolta simili incesti, non era una consuetudine diffusa tra le
popolazioni di allora. È dunque un episodio da inquadrare nell’ambito delle
conseguenze di una esplosione nucleare. Noi stessi saremmo capaci di
ricorrere ad azioni impensabili solo in situazioni veramente estreme; gli
episodi di cannibalismo tra i sopravvissuti di incidenti aerei in zone remote
ne sono una dimostrazione. Lot e le sue figlie, testimoni dell’olocausto
nucleare, pensavano probabilmente di essere gli unici sopravvissuti.
Dove si trovano le “montagne” e la “spelonca” che accolsero Lot e le
figlie? Per quanto io ne sappia nessuno si è mai provato a cercarle, forse
perché l’episodio, collegabile a Sodoma e Gomorra, viene considerato un
mito biblico. Ma in realtà c’è davvero un luogo nascosto nel profondo delle
montagne di quella regione che potrebbe essere quello giusto: un luogo che
ho potuto visitare nel 1994.
La misteriosa città perduta di Petra sorge a meno di 100 km a sud del Mar
Morto meridionale, dove si pensa ci fossero Sodoma e Gomorra. Era
dunque raggiungibile, e però a distanza di sicurezza, dall’iniziale meta di
Lot: Soar, la cittadina risparmiata dalla distruzione. 102 Esaminando le carte
geografiche della zona mi resi conto che Petra sorgeva in una catena
montuosa che si estendeva dal Mar Morto quasi al golfo di Aqaba, a sua
volta circondato da montagne. Chiunque stesse fuggendo verso sud non
aveva alternativa, se non quella di rifugiarsi su quelle alture. L’ Hachette’s
Guide to the Middle East descrive Petra come:
[...] non tanto un centro urbano quanto una roccaforte naturale dove ci si
potrebbe riparare senza dover erigere muri, e dove si potrebbe vivere in
caverne altrettanto comodamente che in case costruite dall’uomo103 (il
corsivo è mio).
Petra, che significa appunto “pietra”, è accessibile attraverso un Siq lungo
circa 1,5 km e in certi punti non più largo di 1,8 m. Ai lati si innalzano
pareti che raggiungono gli 80 m. Questo sentiero polveroso ha avuto un
suo ruolo nel film Indiana Jones e l’ultima crociata. Quando si esce dal Siq
si entra in quella che giustamente è stata descritta come «una città fiabesca
di arenaria rosa».104 Su un’area di circa 21 kmq un fantastico mondo di
templi e di tombe è stato ricavato dalle pietre di arenaria.
A mano a mano che studiavo i libri di storia che parlavano di Petra, mi
sono trovato a un punto morto. Scoperta nel 1812 da un giovane
esploratore svizzero, Johann Ludwig Burckhardt, poco si è riusciti ad
appurare a proposito di questo luogo una volta importante. Come riconosce
un libro, «quasi nulla si può dire delle sue origini o della sua natura».105
Ciò nonostante, il gran numero di templi e di tombe scavate nella roccia
viene di solito attribuito ai Nabatei, un polo di misteriosa origine che si
introdusse a poco a poco nella regione tra il 500 e il 400 a.C..106 Questi
Nabatei si arricchirono grazie alla situazione di Petra in quanto crocevia di
due importanti vie dei commerci, ed è dunque ingenuo supporre che i
viaggiatori e gli abitanti precedenti non vi avessero lasciato i loro segni. E
del resto Petra presenta un’incredibile miscuglio di stili e di culture diverse.
Da una parte ci sono molte raffigurazioni di piramidi a gradoni, che
indicano i legami con la Mesopotamia; dall’altra troviamo obelischi e
serpenti che segnalano un collegamento con l’Egitto. Neppure i Romani si
sono trattenuti dal costruirvi un grande anfiteatro.
Ciò che mi ha impressionato è l’evidente disparità nella qualità dei
manufatti. Quasi tutte le tombe e i templi sono di struttura assai semplice:
anfratti naturali ingranditi fino a diventare antri, sormontati all’esterno da
rilievi di qualità mediocre. Molte di queste facciate sono state corrose dagli
elementi.
L’Ed Deir (“il Monastero”), invece, con i suoi 41 m di altezza e quasi 48
di ampiezza è davvero imponente. Le parti in alto sono scavate
tridimensionalmente e il pezzo artistico più importante è una splendida urna
alta 9 m.
Il Monastero si fa risalire al 40 d.C., il che può sembrare ragionevole
giacché presenta scarsi segni di erosione nonostante sia ben esposto sul lato
della montagna. Ma per quanto ben scolpito e ben conservato lo stile del
Monastero, nel suo semplice stile e nelle dimensioni pur imponenti, è poca
cosa rispetto al “Tesoro”.
Per quanto mi riguarda, El Khazneh (“il Tesoro”) risalta nell’insieme di
Petra come un’opera di qualità indicibilmente superiore. Come illustrato
nella tavola 53, i rilievi tridimensionali sono stupefacenti, impossibili per un
artista d’oggi. C’è somiglianza con la Sfinge egizia. Di nuovo, un’urna è la
sua caratteristica di spicco e dà il nome al manufatto.
Altrove a Petra ci sono moltissimi bassorilievi malamente erosi che
paiono essere copie del tesoro. Ma diversamente da ciò che è stato fatto con
queste copie, i costruttori del tesoro provvidero anzitutto a scavare
profondamente nella montagna prima di cominciare a incidere nella roccia.
Questa tecnica, unita all’attento posizionamento del Tesoro in un punto ben
riparato da ogni lato, ha reso minimi i pericoli di erosione. È dunque
possibile che gli archeologi ne abbiano sottostimato l’età di più di mille
anni.
Può essere che il Tesoro segni il luogo della caverna in cui vissero Lot e
le sue figlie intorno al 2000 a.C.? All’interno c’è effettivamente una grande
caverna naturale, molto alta, che è stata squadrata e che potrebbe facilmente
essere eletta a dimora di una piccola famiglia. L’interno è spoglio e
funzionale: le uniche aggiunte sono delle ampie nicchie vuote. Per contro, la
facciata esterna del Tesoro è incredibilmente ricco di ornamenti: un’opera
amorevole costruita per perdurare nel tempo. La domanda è questa: chi
poteva avere motivo per dedicare tutto quel tempo e quella fatica a un luogo
così isolato?
Se si tenta di approfondire la storia di Petra, ogni considerazione
riguardante i suoi abitanti comincia sempre dagli Edomiti, i discendenti di
Esaù che si ritiene abbiano occupato la regione intorno al 1000 a.C.
Nessuno attribuisce loro la fondazione di Petra, ma comunque gli storici
paiono riluttanti a cercare più indietro nella storia. Come mai?
Ho una mia teoria a proposito di Petra. Dopo la distruzione nucleare del
2024 a.C., Lot e le sue figlie andarono a sud e scoprirono l’accesso a queste
montagne. A quei tempi Petra era circondata da foreste di cedri e di pini e
non c’era il deserto che oggi conosciamo.107 In fondo al Siq trovarono la
grotta in cui, stando alla Bibbia, presero dimora. Dopo la morte di Lot i suoi
figli (avuti dalle figlie) Moab e Ben-Ammi si dedicarono alla
commemorazione del padre (e forse anche a quella della moglie del loro
padre trasformata in vapore) intagliando l’edificio oggi noto come il
Tesoro. L’urna (il cui simbolismo nessuna ha mai spiegato) era per le ceneri
del loro padre morto e fors’anche un monumento a ricordo della di lui
sposa.
Dopo aver completato questo lavoro, i figli furono sospinti dalla curiosità
verso il mondo al di là delle rocce. Come precisa la Genesi, Moab formò la
tribù dei Moabiti, che vissero sulle montagne di Petra. L’altro figlio, Ben-
Ammi, divenne il capostipite della tribù degli Ammoniti: la città di Amman
oggi sorge ad appena 145 km a nord di Petra.
Più tardi giunsero nella regione gli Edomiti e i Nabatei. Alcuni di loro
cominciarono a imitare quello che vi avevano trovato a volte filtrandolo con
le proprie conoscenze artistiche e culturali, ma nessuno seppe riproporre
tutta l’arte degli artisti originari. Col trascorrere dei millenni il luogo perse
di importanza e la conoscenza delle sue origini rimase sapienza di pochi
prescelti. Le poche notizie che trapelavano vennero incorporate nel mito
biblico della distruzione di Sodoma e Gomorra. E forse per questo motivo
che gli scienziati sono così riluttanti a ricercare le origini di Petra?
CONCLUSIONI

⊕ La biblica distruzione mediante “fiamme e zolfo” di Sodoma e di


Gomorra e delle altre città “malvagie” della pianura, venne provocata nel
2024 a.C. dalle armi nucleari degli dèi. Un attacco nucleare simultaneo
distrusse la base spaziale nel Sinai lasciando cicatrici geologiche e pietre
annerite che possono essere viste ancora oggi. Intorno al 2000 a.C. le scorie
radioattive misero la civiltà di Sumer in ginocchio.
⊕ Il “peccato” di Sodoma e Gomorra era il cambiamento di alleanze a
favore di un dio “forestiero”, Marduk. Le armi nucleari vennero impiegate
contro la base spaziale allo scopo di impedirne la cattura da parte di
Marduk. Alla base di questi eventi c’era l’ambizione di Marduk, il quale
voleva assumersi il governo della città di Babilonia.
⊕ Abramo svolse il ruolo di spia a favore del suo Dio. La sua ricompensa
fu il “patto” biblico che prometteva prosperità alla sua discendenza.
⊕ La “spelonca” nella quale Lot e le sue due figlie si rifugiarono dopo
l’attacco contro Sodoma e Gomorra oggi è nota a Petra come il “Tesoro”.
1 Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit.
2 S. Kramer, Lamentation over the Destruction of Ur, in J. Pritchard (a cura di), Ancient Near
Eastern Texts Relating to the Old Testament, Princeton NJ, 1955, pp. 455-63. S. Kramer,
Lamentation over the Destruction of Sumer and Ur, in ivi, pp. 611-9. Vedi anche Id., The
Weeping Goddess: Sumerian Prototype of the Mater Dolorosa, in «Biblical Archaeologist»
(1983), pp. 69-80.
3 Il lamento di Uruk, citato in Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 14, p. 339.
4 Il lamento di Eridu, citato in Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 14, p. 340.
5 T. Jacobsen, The Reign of Ibbi-Suen, in «Journal of Cuneiform Studies», VII (1953), pp. 36-44.
6 Saggio di P. Haupt in «Beitrage zur Assyriologie», 1918, citato in Z. Sitchin, The Wars of
Gods..., cit., Capitolo 14, p. 313.
7 Testo sumero K-5001, pubblicato in The Oxford Edition of Cuneiform Texts, vol. VI, citato in
Z. Sitchin The Wars of Gods..., cit., Capitolo 14, p. 330.
8 Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitoli 13 e 14.
9 Esistono due ampie traduzioni dell’Epopea di Erra: P. Gossman, Das Erra-Epos, Warzburg
1955; e L. Cagni, L’epopea di Erra, Roma 1969.
10 Citato in Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 14, p. 326.
11 Ibid.
12 Ivi., p. 327.
13 Aid to Bible Understanding, cit. Da notare che ER.RA è termine umiliante che significa “il
servo di Râ”, il che segnala il pregiudizio dell’autore babilonese del testo.
14 L’epopea di Erra, citata in Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 14, p. 328.
15 Ivi, p. 327. Cfr. con Genesi 18, 23-25.
16 Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., p. 329.
17 Si tratta di testi babilonesi che narrano le gesta del famoso capo elamita Khedorlaomer.
18 I Testi di Khedorlaomer, citati in Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 14, p. 331.
19 L’Epopea di Erra, citata in ivi, p. 329.
20 The Epic of Gilgamesh, tavoletta X, colonna IV, versione assira. Vedi A. Heidel, The
Gilgamesh Epic..., cit., p. 77.
21 Genesi 14, 3. Valle di Siddim vuol dire “valle dei campi”.
22 Deuteronomio 3, 17. Significato ebraico da Aid to Bible Understanding, cit. Il nome Arabah
venne in seguito attribuito all’intera valle. Un ulteriore legame etimologico esiste con l’Arabia,
ma a motivo del clima secco di quel paese.
23 Genesi 19, 26 (sale), 14, 10 (bitume), 13, 10 (acqua abbondante che irriga).
24 I. Blake, Joshua’s Curse and Elisha’s Miracle, in «The Palestine Exploration Quarterly»,
citato da Z. Sitchin,
25 «Accountancy», dicembre 1995, pp. 34-5. Il livello del Mar Morto continua regolarmente a
calare a causa dell’acqua continuamente sottratta dal fiume Giordano; la superficie del Mar Morto
si è adesso ridotta del 30%.
26 E. von Daniken, The Gold of the Gods, New York, Putnam’s, 1973, Capitolo 5, p. 131.
27 J. Siegel, Scientists to Probe Dead Sea Bed, in «The Jerusalem Post», 30 ottobre 1993.
28 Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 14, soprattutto le illustrazioni 105-107.
29 N. Glueck, Rivers in the Desert, 1959, pp. 236-8.
30 E. Anati, The Mountain of God, Rizzoli, New York 1986.
31 Testi sumeri delle lamentazioni, citati in Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit. Capitolo 14, pp.
337-9.
32 Ibid.
33 Babele è il termine ebraico per “Babilonia”.
34 Genesi 11, 4.
35 Testo accadico, tavoletta K-3657, traduzione di G. Smith, The Chaldean Genesis, 1876;
inoltre, traduzione di W. Boscawen in «Transactions of the Society of Biblical Archaeology»,
volume V.
36 Ivi, citato in Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 9, p. 199.
37 La data 3100 a.C. viene di solito accettata come data di avvio della civiltà egizia. Gli
antecedenti 350 anni di disordine sono stati raccontati da Manetone.
38 B. Lewis, The Sargon Legend, Cambridge, Mass. (USA), 1980.
39 Wonders of the Ancient World, NGS, cit., p. 52.
40 A. Heidel, The Gilgamesh Epic..., cit., p. 262: qualcosa come 15 cm l’anno.
41 Z. Sitchin, When Time Began, cit., pp. 311-4.
42 Id., The Wars of Gods..., cit., Capitolo 12, p. 253.
43 Il significato letterale di Naram-Sin è “Beneamato di Sin”, da G. Roux, Ancient Iraq, cit.,
Capitolo 9, p. 156.
44 J. Hawkes (a cura di), Atlas of Ancient Archaeology, cit., p. 198.
45 M. Rice, Egypt’s Making, cit., p. 226; inoltre, R. Bauval – A. Gilbert, The Orion Mystery, cit.,
pp. 214-15.
46 Alta quasi 2 m la stele descriverebbe la vittoria riportata da Naram-Sin sui Lullubu, una
popolazione dei Monti Zagros. Ma non si conoscono montagne che abbiano quel profilo.
47 The Curse of Agade, citato in Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 12, p. 259; vedi
anche J. Cooper, The Curse of Agade, Baltimore-London 1983.
48 Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 12, p. 258-9.
49 J. Cooper, The Curse of Agade, cit., citato in Roux, Ancient Iraq, cit., Capitolo 9, pp. 158-9.
50 Hymn to Enlil, in J. Pritchard (a cura di), Ancient Near Eastern Texts Relating to the Old
Testament, cit.
51 Per un elenco delle possibili posizioni di Agade, vedi Répertoire Géographique des Textes
Cunéiformes, I, p. 9 e II, p. 6, Wiesbaden.
52 G. Roux, Ancient Iraq, cit., Capitolo 9, p. 158.
53 Per informarsi sui Guti: C. Gadd, Cambridge Ancient History (ed. riv.), Cambridge, I, 2, pp.
457-63.
54 G. Roux, Ancient Iraq, cit., Capitolo 9, pp. 157-8.
55 Ivi, Capitolo 10, p. 166.
56 Ivi, Capitolo 5, p. 68, e Capitolo 10, pp. 161-5.
57 Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 12, p. 276.
58 S. Kramer, The Death of Ur-Nammu and His Descent in the Netherworld, in «Journal of
Cuneiform Studies», XXI (1967), pp. 104-22.
59 G. Roux, Ancient Iraq, cit., Capitolo 10, p. 168.
60 Ivi, p. 169.
61 Ibid.
62 Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 14, pp. 321-2.
63 J. Hawkes, Atlas of Ancient Archaeology, cit., p. 141.
64 Amar-Sin significa, letteralmente, “giovane toro del dio Sin”, vedi G. Roux, Ancient Iraq, cit.,
Capitolo 10, p. 170.
65 Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 12, p. 280.
66 Genesi 14. Nel resoconto biblico, il re di Senaar (Shinar o Sumer) è “Amrafel”. Z. Sitchin lo
ha identificato come Amar-Sin e ha pertanto datato la ribellione contro il suo regno al 2046-2038
a.C.; vedi The Wars of Gods..., cit., Capitolo 13, pp. 281-303.
67 Khedorlaomer Texts, citati in Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 13, pp. 306-307.
68 Aid to Bible Understanding, cit.
69 Genesi 14, 5-7.
70 Uno studio particolareggiato si trova in H. Trumbull, Kadesh-Barnea (fine Ottocento).
Trumbull non riusciva a spiegarsi come mai una spedizione militare fosse stata mandata contro
una remota oasi nel Sinai.
71 Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 13, p. 308. Sitchin ritiene che ci sia stata una
battaglia nella base spaziale e che il patriarca Abramo riuscì a respingere gli aggressori.
72 Genesi 14, 8-12.
73 G. Roux, Ancient Iraq, cit., Capitolo 10, p. 175. Shu-Sin significa, alla lettera, “Colui del dio
Sin”.
74 Ibid. Ibbi-Sin ha il significato letterale di “il dio Sin ha chiamato”.
75 Ibid.
76 Ivi, pp. 176-7. Vedi anche T. Jacobsen, The Reign of Ibbi-Suen, in «Journal of Cuneiform
Studies», VII (1953), pp. 36-44.
77 P. Michalowski, Foreign Tribute to Sumer during the Ur III Period, in «Zeitschrift für
Assyriologie», LXVIII (1978), pp. 34-49.
78 G. Roux, Ancient Iraq, cit., Capitolo 10, p. 177.
79 Aid to Bible Understanding, cit., e Genesi 10, specialmente 10, 15-16. Per saperne di più sugli
Amorrei: A. Haldar, Who Were the Amorites?, Leiden 1971.
80 Gli Elamiti appartenevano al lignaggio di Sem (vedi Genesi 10, 22).
81 Sebbene secondo la “nuova cronologia” dell’Egitto di David Rohl, il PPI risale a circa il 1830
a.C.
82 J. Hawkes, Atlas of Ancient Archaeology, cit., p. 146.
83 Citato in Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 13, p. 298 e Capitolo 14, p. 322;
inoltre, Id., When Time Began, cit., Capitolo 12, p. 339.
84 Genesi 18, 21.
85 The Middle East, cit., p. 573.
86 A. Jeremias, Das Alte Testament im Lichte des Alten Orients; inoltre, Z. Sitchin, The Wars of
Gods..., cit.
87 Al nome di Abramo venne poi attribuito il significato di “Padre di una Moltitudine di Nazioni”
mediante il patto e la circoncisione, Genesi 17.
88 Il termine Ibri viene per esempio usato in talune versioni di Genesi 14, 13.
89 Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 13, pp. 294-5.
90 Ivi, p. 295.
91 Ivi, p. 296. Il nome del padre di Abramo, Terah, significava in sumero “Colui che emana
oracoli”.
92 Genesi 12, 4.
93 Harran era la città gemella di Ur, e Sin era dio di entrambe le città. Forse Harran trasse il suo
nome dal fratello di Abramo, Haran (Genesi 11). È curioso notare che haran significa
“montanaro”, vedi Aid to Bible Understanding, cit.
94 Genesi 12, 4.
95 Ivi, 12, 6-7.
96 Ivi, 12, 9-10.
97 Ivi, 13, 3-4.
98 Ivi, 21, 5.
99 Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 13, pp. 301, 307-8.
100 Genesi 18, 20-21.
101 Ivi, 19, 30-32.
102 Ivi, 14.
103 The Middle East, cit., p. 560.
104 Ivi, p. 558.
105 C. Walker, Wonders of the Ancient World, cit., p. 48.
106 I. Browning, Petra, Jordan/Chatto & Windus, 19893.
107 S. Jones, The Language of the Genes, cit., Capitolo 9, p. 176.
11
L'OROLOGIO STELLARE
SEGRETI DELLO ZODIACO

Migliaia di anni fa gli antichi astronomi divisero il firmamento in dodici


sezioni, e adoperarono gli stessi simboli e gli stessi nomi di fantasia che
usiamo anche oggi. I Greci chiamarono tutto ciò “zodiaco”. E oggi le
posizioni del Sole e della Terra nel giorno di nascita di una persona
vengono usate per determinarne il segno astrologico che serve a tracciare il
quadro caratterologico della persona e a formulare un oroscopo
particolareggiato. Si tratta di pratiche molto diffuse e divertenti, prive però
di qualsivoglia appiglio scientifico. L’astrologia si è dunque parecchio
allontanata dalle sue radici.
Se riandiamo indietro, ai tempi dei Sumeri e degli Egizi, troviamo che lo
zodiaco apparteneva a tutt’altra disciplina. Non sussistono infatti dubbi:
queste antiche civiltà usavano i segni dello zodiaco in ambito scientifico. Per
quanto possa sembrarci incredibile, ormai è assodato che gli antichi
conoscevano il ciclo di 25.920 anni delle precessioni degli equinozi, e che
lo dividevano in 12 periodi di 2160 anni ciascuno. Come facciamo a
esserne certi?
Nel Capitolo 6 abbiamo potuto osservare che il sistema matematico
sumero era stato attentamente organizzato intorno al numero 3600, cosicché
il suo numero più elevato - 12.960.000 - era eguale a esattamente 500 cicli
precessionali di 25.920 anni. Mentre 25.920 anni rappresentano 360° del
“cerchio” celeste, 2160 anni ne rappresentano i 30°, e 72 anni appena un
grado. Il numero “72” ha dunque una particolare importanza e la rilevanza
in un’antica leggenda egiziana ha spinto un’egittologa, Jane Sellers, a
suggerire che anche gli Egizi erano a conoscenza del sistema precessionale.
La leggenda è quella di Osiride, laddove 72 cospiratori agli ordini di Seth
complottano per uccidere Osiride. La Sellers è una persona eccezionale, una
scienziata multidisciplinare che conosce bene l’astronomia oltre che
l’archeologia. Si dice convinta che i Testi delle Piramidi risalenti a 4000
anni fa evidenziano inconfondibili conoscenze astronomiche, anche se gli
Egiziani forse non ne coglievano tutta l’importanza. Jane Sellers dichiara:
«Sono convinta che per l’uomo antico i numeri 72... 2160 e 25.920
significavano tutti il concetto del Ritorno Eterno».1
Sellers non è l’unica scienziata di prestigio che ammetta le conoscenze
egizie in fatto di precessione. Carl Jung (1875-1961) si prese una raffica di
critiche quando asserì che a suo avviso gli antichi Egiziani conoscevano le
transizioni da una casa zodiacale all’altra.2 Jung era rimasto particolarmente
colpito dal caos intervenuto in Egitto con il crollo del Vecchio Regno, che
coincise con il termine dell’Era del Toro e l’inizio di quella dell’Ariete.
Descrisse questi periodi come «transizioni tra gli eoni» che segnano
talvolta eventi calamitosi, e interpretò anche le incertezze del suo stesso
tempo come conseguenze del passaggio dai Pesci all’Acquario.3
Gli astronomi moderni datano l’Era del Toro al 4360-2200 a.C., il
periodo in cui ebbe inizio la civiltà egizia. Agli esordi i faraoni egiziani
veneravano appunto il toro.4 Poi, in seguito al grande disordine del Primo
Periodo Intermedio, in Egitto prese l’avvio una nuova epoca (c. 2000 a.C.).
I faraoni cominciarono a raffigurare sfingi con teste di ariete (tav. 49 ),
riferite all’Era dell’Ariete che era da poco iniziata. I monumenti dell’antico
Egitto testimoniano dunque ciò che Carl Jung asseriva.
Colpisce apprendere che l’ariete egiziano aveva una sua controparte in
Sumer. Una delle più rilevanti scoperte fatte nella città reale sumera di Ur è
il cosiddetto Ariete nel boschetto (tav. 77 ),5 ma a un attento esame questo
ariete risulta coperto di piume. Va dunque inteso come il simbolo di un dio
in attesa dell’Era dell’Ariete. Una interpretazione coerentissima con i testi
sumeri risalenti al 2100 a.C. circa, che descrivono segni di imminenti
invasioni da occidente. Inoltre, poco dopo il 200 a.C., la diffusione dei riti
che vedevano il sacrificio di tori voleva significare in modo simbolico che
finalmente si era conclusa l’Era del Toro.
Quale possibile importanza poteva avere un’era zodiacale di 2160 anni
per l’uomo che stava entrando in nuove civiltà? È un interrogativo
apparentemente senza risposta. Dunque, risulta inevitabile concludere che lo
zodiaco era stato elaborato non dall’uomo ma dagli dèi per loro uso e
consumo.
Un ragionamento, questo, sostenuto da ciò che possiamo avere appurato.
Sebbene lo zodiaco sia dapprima comparso in Sumer dopo il 3800 a.C., ci
sono degli studi che ne dimostrano l’esistenza precedente.6 Una tavoletta
sumera elenca le costellazioni zodiacali cominciando dal Leone, il che
induce a pensare a un’origine parecchio anteriore, databile all’11000 a.C.
quando l’uomo era a malapena un agricoltore.7 Inoltre, il numero 12,
impiegato per dividere il ciclo precessionale nelle 12 “case” dello zodiaco, si
basava sui 12 corpi del sistema solare. Conoscenze, queste, non scoperte
dall’uomo ma concesse dai suoi dèi.
Nel capitolo precedente ho spiegato che Marduk aspettava un momento
del destino per ritornare a Babilonia. Un testo che tratta di questo suo
ritorno descrive come Nergal l’abbia persuaso a lasciare Babilonia
segnalandogli che vi aveva fatto ritorno troppo presto. Può forse essere solo
una coincidenza che questa discussione sia sorta proprio mentre l’orologio
precessionale stava per annunciare l’inizio di una nuova era precessionale?
In questo capitolo dimostrerò come lo zodiaco, nella sua accezione
astronomica, sia un “orologio stellare” che oltre tutto ci aiuta a datare il
Diluvio, la Sfinge e le Piramidi. E rivelerò inoltre come questi indizi mi
abbiano consentito di elaborare una nuova cronologia che consente
finalmente una totale riconciliazione tra scienza, il libro biblico della Genesi
e l’Elenco dei re di Sumer.

IL DILUVIO, LA SFINGE E LE PIRAMIDI

Nel Capitolo 7 ho presentato abbondanti prove che dimostrano che il


Diluvio c’è stato qualcosa come 13.000 anni fa. Secondo i moderni
astronomi, l’era zodiacale che allora ebbe inizio era quella del Leone. Se
uno dei nostri remoti antenati avesse voluto tramandare a noi la data
approssimativa del Diluvio, quale metodo migliore poteva scegliere se non
quello di collegare l’evento alla posizione delle stelle nell’Era del Leone?
In proposito sono venuti alla luce due indizi. Il primo affiora dagli antichi
riti babilonesi di Capodanno, dove ci si riferiva alla «costellazione del
Leone che misurava le acque dell’abisso».8 L’altro, presente in una tavoletta
cuneiforme piccolissima, si riferisce al Diluvio come a un fenomeno
concomitante con la presenza del pianeta Nibiru nella costellazione del
Leone:
Supremo, Supremo, Unto;
il Signore la cui corona brillante e carica di terrore.
Supremo pianeta: un seggio egli ha posto
di fronte all’orbita del pianeta rosso [Marte].
Ogni giorno egli arde entro il Leone;
la sua luce sancisce la sua fulgida sovranità sopra le
terre9 (il corsivo è mio).

È possibile che la grande Sfinge egiziana, costruita con un corpo di leone,


voglia indicare la prima era dello zodiaco (c. 10900-8700 a.C.)?
Abbiamo già passato in rassegna le documentazioni geologiche che
provano come la Sfinge sia stata costruita tra i 9000 e gli 11.000 anni fa.
Abbiamo così potuto capire che questa scultura, del tutto scollegata dal resto
della cultura egizia, può essere stata opera degli dèi. Abbiamo anche visto,
nel Capitolo 8, che la Sfinge era allineata con una base spaziale nel Sinai, a
sua volta geometricamente in rapporto con un centro di controllo a
Gerusalemme. A sua volta Gerusalemme era geograficamente protetta da
Gerico che, stando agli archeologi, fu fondata nell’8000 a.C. Quindi, i dati
cronologici che si riferiscono a Gerico e alla Sfinge si sostengono
vicendevolmente, con datazioni comprese tra l’8000 e il 9000 a.C.
Potrebbero le piramidi di Giza risalire a quella stessa epoca? L’assenza in
esse di danni prodotti dal Diluvio indica che sono state erette dopo il
cataclisma dell’11000 a.C. D’altra parte, l’iniziale rotta di volo, di cui le
piramidi erano una componente chiave, era precedente alla più recente base
spaziale con la quale la Sfinge stava allineata lungo il 30° parallelo.
Pertanto, le piramidi debbono risalire a prima del 9000-8000 a.C., ma non a
prima dell’11000 a.C. Il che restringe notevolmente l’arco di tempo da
prendere in considerazione.
Gli esperti sono sempre stati ossessionati dal proposito di attribuire la data
delle piramidi all’epoca di Cheope. Qualsiasi tentativo di suggerire una data
più antica viene accolta da sorrisetti sarcastici e dall’asserzione che in tempi
più antichi non c’era in Egitto nessuno in grado di erigere le piramidi. E gli
archeologi che vanno controcorrente si trovano emarginati. Tutto ciò
significa che indizi importanti riferibili all’origine delle piramidi vengono
continuamente trascurati. Come ho accennato nel Capitolo 9, questi indizi
comprendono un’iscrizione che attribuisce la piramide a Iside, una dea il cui
regno è fatto risalire, da Manetone, al 10000 a.C.; e l’inattesa scoperta di
Robert Bauval e di Adrian Gilbert secondo cui nel 10450 a.C. le tre
piramidi di Giza erano tutte allineate esattamente con le tre stelle della Fascia
di Orione.
Come abbiamo visto, un particolareggiato studio di Zecharia Sitchin ha
portato alla conclusione che la rotta di volo basata su Giza (fig. 12) era stata
fissata dagli dèi subito dopo il Diluvio, in sostituzione della rotta
antidiluviana che era stata resa impraticabile. Gli indizi assumono così
coerenza. Le mie conclusioni, pertanto, sono queste: il Diluvio è avvenuto
intorno all’11000 a.C., all’inizio dell’Era del Leone, proprio come indicano
i testi sumeri; le piramidi sono state costruite poco tempo dopo, nel 10450
a.C.; e la Sfinge fu a sua volta costruita per segnare l’Era del Leone.
Parrebbe dunque che la Sfinge dal corpo leonino è l’indizio più
appariscente di quell’orologio stellare che venne adottato dagli dèi, e che si
basava sul ciclo precessionale terrestre: un’oscillazione probabilmente
innescata proprio dal Diluvio.

HA INIZIO IL DOMINIO

Come e perché diventò necessario dividere il ciclo precessionale di


25.920 anni in 12 case di 2160 anni ciascuna? E perché Marduk credeva nel
fatto che gli fosse stato promesso il dominio divino sopra Babilonia a
iniziare dall’Era dell’Ariete? E perché fu stipulato un accodo del genere? La
mia teoria è questa.
Dopo il Diluvio il capo scienziato degli dèi, Enki, assunse il dominio
dell’Egitto e dei territori africani. Era l’11000 a.C. Nibiru aveva appena
incrociato la Terra e la sua forza gravitazionale aveva provocato un enorme
spostamento degli oceani che si erano gonfiati per poi ricadere provocando
una colossale ondata. La conseguenza fu la creazione, o quanto meno la
modificazione, del moto oscillatorio della Terra, che determinò l’effetto
precessionale quale lo conosciamo oggi.10
Affascinato dall’astronomia, e grande maestro delle scienze quale era,
Enki si mise subito al lavoro per calcolare l’effetto che Nibiru aveva avuto
sul moto terrestre. Come sappiamo, il “ritardo” delle stelle equivale a circa
un grado ogni 72 anni. Quindi, nell’arco di 108 anni Enki poteva avere
calcolato esattamente un grado e mezzo: abbastanza per poter fare un
annuncio al consiglio degli dèi. E si trattò di un annuncio piuttosto
eclatante: il ciclo di 25.290 anni che aveva scoperto corrispondeva come per
miracolo ai cicli lunghi di Nibiru.
Poi cosa accadde? Come abbiamo visto nel Capitolo 6, la disputa per la
successione tra Osiride e Seth, e l’occupazione di Canaan da parte di
quest’ultimo, scatenarono un conflitto che vide Ninurta vittorioso sugli dèi
enkiti. Sappiamo dagli antichi testi che questa guerra degli dèi si concluse
con una resa e una conferenza di pace. Una delle condizioni imposte dagli
Enliliti riguardava l’affidamento del dominio sull’Egitto a Thoth (un
pacifista).11 Quest’importante particolare ci consente di datare la guerra degli
dèi sulla base della storia dell’Egitto scritta da Manetone. Addizionando il
regno di Thoth e dei suoi successori (5570 anni) alla data approssimativa
dell’avvento di Menes, il primo faraone (c. 3100 a.C.), la guerra degli dèi
può essere datata a circa l’8700 a.C.
Merita attenzione il fatto che la guerra degli dèi sia avvenuta esattamente
2160 anni dopo l’annuncio di Enki riguardante il ciclo di 25.920 anni. Può
essere che Ninurta, il figlio di Enlil, abbia impiegato il sacro numero 12 e
abbia dunque deliberatamente fatto in modo che la guerra coincidesse con
un dodicesimo del ciclo celeste?
Come abbiamo avuto modo di vedere a proposito di Osiride e di Seth, il
Diluvio aveva simbolicamente segnato l’avvio di una nuova era sulla Terra,
un periodo nel quale gli dèi più giovani, quali appunto Ninurta, palesarono
ambizioni di potere. Gli dèi più anziani si erano forse resi conto che era
giunto per loro il momento di mettersi un po’ in disparte. Fu così, secondo
me, che il grande ciclo di 25.920 anni venne diviso in dodici periodi: per
dare a ciascuno degli dèi più giovani, quelli delle prime due generazioni
dopo Enlil ed Enki, un’equa opportunità di dominio.
Enlil ed Enki erano gli dèi più anziani, e fu Enlil a conservare il comando
supremo della Terra, pur delegando ampiamente. Quanto a Enki, essendo
egli lo scopritore del ciclo precessionale, si identificò con la prima casa
zodiacale: adottò il segno del Leone, il re degli animali nei territori africani.
Ne consegue che la Sfinge fu dedicata a Enki, in ricordo della guerra che si
era conclusa a Giza poco dopo l’8700 a.C.
Tornando alla conferenza di pace, proprio come succede anche ai nostri
giorni servì più che altro a precisare cosa lo sconfitto cedeva al vincitore.
Nonostante la decimazione del popolo e il saccheggio della Grande
Piramide, si voleva che Enki rinunciasse a qualcosa ancora. Venne così
deciso che nessuno degli enkiti che aveva preso parte alla guerra avrebbe
potuto governare l’Egitto. Bastava? Un testo informa che Enki negoziò il
diritto di ricostruire la propria città nei territori enliliti, e anche il diritto dei
suoi discendenti di andare e venire a loro piacere.12 Ma ci fu forse un aspetto
dell’accordo che non risulta nelle antiche cronache degli scribi?
Un riferimento presente nel testo Lugal-e pare indicare che la resa degli
Enkiti era legata a un futuro «momento del destino».13 Secondo me si trattò
di un accordo in base al quale Enki concedeva tre periodi zodiacali
consecutivi di “dominio” agli Enliliti. Il «momento del destino», vale a dire
quello in cui il “dominio” sarebbe ritornato a Enki mediante il suo
primogenito Marduk, era dunque assegnato a circa il 2000 a.C.

SEGNI DEGLI DÈI

I segni zodiacali confortano la mia teoria che vede l’epoca di Marduk


seguire tre periodi zodiacali assegnati agli Enliliti? Secondo me, sì. Molti
indizi in questo senso possono essere decodificati adoperando i segni stessi
(vedi le versioni egizie nella figura 25), la storia conosciuta degli dèi, e il
significato che i Sumeri attribuivano a ciascuna era.
La prima era, quella del Leone, veniva chiamata dai Sumeri ur.gula, “Il
Leone”. Come abbiamo già visto, rappresentava simbolicamente Enki, il
“re” delle terre africane. La dèa Inanna, che aveva sottratto i me a Enki, era
spesso ritratta dai suoi sostenitori intenta a cavalcare un leone, quasi a
significare che aveva sottomesso l’imperiosa fiera. In Egitto Enki veniva
chiamato Ptah, e la dèa sua consorte Sekhmet era rappresentata con la faccia
di una leonessa.
L’Era del Cancro, che iniziò intorno all’8700 a.C., venne simboleggiata
dal granchio che i sumeri chiamavano DUB, che significa “pinze,
tenaglie”.14 Un nome che ben si adegua al ruolo guerresco di Ninurta figlio
ed erede di Enlil, che vinse la Guerra della piramide e che fu anche il
trionfatore di un precedente mitico scontro con un dio chiamato
Ullikummi/Zu.15 Gli Egizi raffiguravano il segno del Cancro con lo
scarabeo, indicando così il ruolo che Ninurta doveva avere avuto nella
costruzione degli spazi sotterranei della base spaziale del Sinai intorno
all’8000 a.C. in seguito all’abbandono della Grande Piramide.
Fig. 25. I segni zodiacali adoperati nell'antico Egitto.
L’Era del Cancro fu seguita da quella dei Gemelli, che i Sumeri
chiamarono MASH.TAB.BA, che significa appunto “gemelli”. Appare
evidente l’associazione a Nannar/Sin, il primogenito di Enlil e padre a sua
volta dei gemelli Inanna e Utu (Shamash), nati dopo il suo arrivo sulla
Terra. Il segno zodiacale egizio mostra effettivamente i gemelli come
maschio e femmina.
Poi viene il Toro, GU.ANNA in sumero, “toro celeste”. 16 Questo segno
rappresenta il dio Ishkur, noto anche come Adad e Teshub (“dio della
tempesta”). Il nome Ishkur voleva dire in sumero “lontane contrade
montagnose”, coerentemente con il fatto che questo dio aveva il suo
dominio sui monti Taurus (“toro, appunto) e - come vedremo in seguito - in
Sudamerica. Il segno zodiacale egizio mostrava il toro con un disco sul
dorso, simboleggiante il ritorno di Nibiru e una visita cerimoniale di Anu
alla Terra che coincise con questa era.
Pertanto, i primi tre segni dello zodiaco successivi a quello del Leone di
Enki, possono essere rapportati ai tre figli di Enlil.
L’era di Marduk, rappresentata dall’Ariete, pare a prima vista un enigma,
giacché l’ariete non ha riferimenti evidenti a Marduk. Ho l’impressione che
il segno stesse in origine in qualche altro punto della sequenza zodiacale, e
che sia stato spostato. L’arcano può essere chiarito ammettendo l’eventuale
colpevolezza di Marduk nella morte di suo fratello Dumuzi verso il 3450
a.C. Come abbiamo potuto osservare, si trattò di un episodio determinante
nella storia degli dèi, tanto che spinse la vedova Inanna a distogliersi
dall’amore per dedicarsi alla guerra. Le sue conquiste ambiziose ebbero
termine verso il 2200 a.C. con la distruzione di Agade, ma non abbiamo
ancora spiegato come l’implacabile Inanna venne rappacificata. Difatti non
risulta coinvolta nella diatriba tra Ninurta e Marduk del 2024 a.C. Come
mai?
Ritengo che la risposta stia in una concessione fatta da Marduk: nominare
il successivo segno zodiacale così da ricordare in eterno Dumuzi, lo sposo
defunto di Inanna. L’associazione di Dumuzi con l’ariete è chiara: aveva
per soprannome “Il Mandriano o Pastore” (a motivo dei suoi domini nelle
terre africane dell’attuale Sudan). Questo soprannome si avvicina molto al
sumero “ariete”: KU-MAL, che significa “Abitatore dei campi”.17 Una
concessione politica di questo genere, fatta per neutralizzare Inanna, può
essere stata un aspetto chiave della strategia di Marduk nel preparare il
proprio ritorno a Babilonia. Inoltre, costituiva un onorevole e generoso atto
di rispetto per il fratello morto.
Che dire degli altri sette segni zodiacali? I cinque che abbiamo esaminato
sin qui possono essere spiegati con grande precisione. Ma dopo il 2000 a.C.
dobbiamo andarci piano, giacché è del tutto possibile che Marduk o i suoi
rivali abbiano interferito politicamente con la sequenza della ere successive.
Comunque, sembrano esserci indicazioni di alternanze di dèi enliliti e dèi
enkiti, com’è logico che sia stato.
Il segno dei Pesci è detto in sumero sim.mah (“pesci”), spesso
rappresentato da due pesci che sovrastano un ruscello o un fiume.18 Ritengo
che questo segno fosse attribuito a Ereshkigal, una sorella di Inanna sposa
di Nergal, il fratello di Marduk. Viveva insieme a Nergal nei suoi domini
africani in un luogo che non è stato individuato ma che nei testi viene
descritto come «la prateria del Porto Fluviale», il «fiume dei pesci e degli
uccelli».19 Diversi altri indizi paiono indicare una località forse nei pressi del
lago Vittoria o del lago Malati. I pesci cichild di questi laghi sono ben noti
agli studiosi perché contraddicono le leggi di Darwin essendosi evoluti
negli ultimi 200.000 anni in centinaia di tipi diversi.20 Ma si tratta proprio di
un fenomeno inspiegabile, o può essere il risultato di un programma di
selezione artificiale voluto da Ereshkigal, la dea dei pesci?
Il segno dell’Acquario costituisce una stranezza. Raffigurato come il
“portatore d’acqua”, nel suo termine sumero GU non c’è nulla che abbia a
che fare con l’acqua. Può essere che il segno sia stato usato da Marduk per
inserire nello zodiaco il fedele figlio Nabu prima di altri e più anziani dèi
Enkiti. Nabu in effetti era collegato all’acqua a motivo di un’isola
mediterranea sulla quale si era rifugiato dopo l’attacco nucleare alle città
cananee.21
Il Capricorno era per i Sumeri SU-HUR.MASH, il “pesce capra”. Quasi
certamente è il simbolo di Ninharsag, la Dea Madre soprannominata anche
NIN.MAH che significa “Signora pesce”. In Egitto era nota come Hathor e
veniva raffigurata anche come “La Mucca”, che ha una qualche somiglianza
all’immagine del pesce-capra; gli artisti egizi a volte collegavano il segno
del Capricorno con lo strumento per tagliare il cordone ombelicale, un
simbolo di Ninharsag risalente al tempo del suo ruolo di dea madre. Nelle
diatribe tra Enlil ed Enki si tenne sempre neutrale.
Il successivo segno del Sagittario è chiaramente un segno enkita. I Sumeri
lo definivano PA.BIL, cioè “Difensore”, 22 simboleggiato dall’immagine
dell’arciere. Riferimenti rapportabili a Nergal, il fratello di Marduk, che
aveva difeso eroicamente la Grande Piramide e che ebbe il ruolo di arciere
in quanto Erra, il dio che aveva scagliato gli ordigni nucleari contro
Sodoma e Gomorra.
Il segno dello Scorpione era chiamato GIR.TAB, dove la prima sillaba,
GIR, si riferisce ai razzi e dunque al dio enlilita Utu/Shamash, responsabile
del centro spaziale e di Baalbek. Gli antichi Egizi raffiguravano il segno
appunto con uno scorpione completo di tenaglie e di coda dalla punta
velenosa. I soldati che avevano difeso il centro spaziale sono effettivamente
descritti nei testi antichi come «uomini scorpione», le cui armi talora
«pungevano» chi entrava senza autorizzazione.23
Il segno della Bilancia era detto ZI.BA.AN.NA, “destino celeste”.
Raffigura un dio tra i due piatti di una bilancia, il che pare indicare Thoth,
un fratello di Marduk. Come avremo modo di vedere fu proprio Thoth ad
avere un ruolo importante nell’indicare a Marduk il suo momento del
destino.
Infine, il segno della Vergine è raffigurato come una bellissima fanciulla.
I Sumeri la chiamavano AB.SIN, un evidente riferimento a Inanna, “colei il
cui padre era Sin”. Quando Agade, la sua città, venne distrutta anche il suo
nome fu spersonalizzato, forse come parte della punizione per essersi
eccessivamente ribellata. Può inoltre essere che in cambio dell’introduzione
del segno dedicato a Dumuzi, quello di Inanna sia stato spostato, finendo
ultimo tra i dodici.
COS’È IL TEMPO?

Secondo la teoria che ho esposto, il passaggio del comando a Marduk


intorno al 2200 a.C. era senza precedenti: era cioè il primo cambiamento di
tal sorta nella storia del genere umano. Era anche il primo cambiamento del
genere all’inizio della civiltà ed è per questo che esiste in proposito una
profusione di documenti. La conseguenza, come abbiamo potuto vedere
nell’ultimo capitolo, fu una catastrofe nucleare, ma gli anni che portarono a
quel tragico momento possono spiegarci molto della cultura degli dèi e del
processo che reggeva l’orologio stellare.
Per quanto riguarda il ritorno di Marduk a Babilonia e il “dominio” sugli
dèi, una lettura attenta degli antichi testi indica l’importanza proprio
dell’orologio stellare. Tutti gli scritti riguardanti il ritorno di Marduk
implicano che erano temi controversi sia il suo diritto di regnare sia il tempo
di questo suo regno. La questione dei suoi diritti al comando aveva
probabilmente a che fare con la sua evasione dalla prigionia. Alcuni lo
consideravano appunto un evaso. Vorrei però dare attenzione all’aspetto
tempo.
Quando Marduk tornò a Babilonia la prima volta, la data (calcolata
sull’epoca di Sargon i) era circa il 2320 a.C. I testi antichi informano che
Nergal, fratello di Marduk, si recò a Babilonia per persuadere Marduk che
non era ancora arrivato il momento giusto. Parrebbe che Marduk si lasciasse
convincere senza troppa difficoltà, ma nel corso di quelle discussioni
lamentò «dov’è la pietra dell’oracolo degli dèi che dà il segnale del
dominio?».24 Cos’era la “pietra dell’oracolo” e come mai il mero conteggio
di 2160 anni diventava tanto problematico?
Consideriamo un attimo come potevano essere misurate le ere
precessionali. Anzitutto c’era bisogno di avere un punto di osservazione
fisso, di solito l’equinozio di primavera quanto la durata della notte è eguale
a quella del giorno. Poi occorreva registrare la posizione, in ciascun anno in
quel giorno, delle stelle che si levano sopra un punto fisso all’orizzonte. Il
completamento di una casa zodiacale veniva quindi misurato dal ritardo
delle stelle attraverso 30° (un dodicesimo del cerchio zodiacale di 360°). Per
poter calcolare con precisione il movimento da una casa all’altra divenivano
essenziali due cose: anzitutto, un punto di inizio; poi, una mappa celeste. Il
punto di inizio era fissato nel Diluvio, o in un momento successivo (ho
suggerito un ritardo di 108 anni)? Proprio questo aspetto può avere dato
adito a incomprensioni. Quanto alla mappa celeste, poteva essere questa la
pietra dell’oracolo che era andata smarrita?
Comunque sia, i lettori a questo punto possono ragionevolmente
domandarsi come mai gli dèi non avessero semplicemente inventato un
orologio al quarzo così da poter calcolare elettronicamente i 2160 anni.
Buona domanda, che va proprio al cuore del discorso! La risposta che tra
breve proporrò fornisce anche una soluzione definitiva ai misteri di
Stonehenge e di Machu Picchu.
Gli dèi adoperavano l’orologio stellare a fini pratici? Zecharia Sitchin
indica che l’insolita struttura del sistema matematico sumero, che eleva i
fattori alternati di 10 e 6, è legato al rapporto 10:6 di 3600:2,160 laddove
3600 rappresenta il periodo orbitale di Nibiru, il pianeta degli dèi. Sitchin
propone che, per poter registrare il tempo sul loro pianeta, gli dèi abbiano
elaborato sulla Terra un ciclo lungo in grado di rapportarsi ai 3600 anni. 25
Indica, Sitchin, che il numero 2160 rappresenta la misura convenzionale, e
che il ciclo precessionale è stato pertanto diviso per 12 proprio per ottenere
2160. Purtroppo questo approccio non prevede la soluzione “orologio al
quarzo”.
Al contrario, tutti gli indizi puntano al fatto che l’orologio stellare aveva
una funzione rigorosamente simbolica e non pratica. L’ossessione quasi
religiosa che gli dèi mostravano per il sistema solare, evidente nell’impiego
di 12 corpi celesti come numero sacro, dimostra che erano ossessionati dal
concetto di equilibrio cosmico. Il pulsare perpetuo di un orologio al quarzo
avrebbe costituito per loro una misurazione del tempo priva di significato.
Intendevano piuttosto il tempo in termini di grandi cicli cosmici, nell’ambito
dei quali il ciclo precessionale terrestre di 25.920 anni era soltanto una
rappresentazione di cicli cosmici ancora più ampi. Il tempo inteso
simbolicamente in questa maniera non era un costante ritmo di mutamento;
era calcolato in base al movimento della Terra rispetto alle stelle, e dunque
teoricamente i suoi cicli potevano variare.
Il concetto di tempo degli dèi non poteva venire distillato magicamente in
semplici numeri o tabelle, perché era manifesto soltanto nei cieli ed era
dunque determinabile soltanto dall’osservatorio mobile costituito dalla
Terra. Il tempo era un concetto di estetica bellezza, un riflesso della natura,
anzi, della natura divina dell’universo. Costruire un orologio al quarzo
sarebbe equivalso a mettere il carro davanti ai buoi, giacché non era il
tempo a determinare i cieli, era il movimento dei cieli a determinare il
tempo.
L’ERA DI MARDUK

Come fece Marduk a determinare il momento delle suo ritorno in


Babilonia? La prima mossa si ebbe verso la fine del regno di Sargon, e può
quindi essere datata intorno alla fine del XXIV secolo a.C. Ma come ho
indicato nell’ultimo capitolo, il periodo delle conquiste di Inanna sotto
Sargon segnala con forza una manovra voluta per impedire il ritorno di
Marduk. È dunque possibile che il suo ritorno fosse programmato per
l’inizio del XXIV secolo a.C.
Può dimostrarsi utile a questo punto tentare di elaborare qualche data che
in seguito confronteremo con gli sviluppi a Stonehenge. Mentre il numero
2160 è un’approssimazione matematicamente conveniente di un’era
precessionale, i più recenti calcoli scientifici propongono 2148 anni.26
Adopererò quest’ultimo numero negli esempi che seguono, sottintendendo
però che non erano necessariamente costanti essendo nella pratica
determinante l’oscillazione della Terra teoricamente soggetta a variazioni.
Stando alla mia analisi, Marduk calcolò quattro cicli precessionali
partendo dal Diluvio, e ottenne così una prima data per il suo ritorno,
corrispondente a circa il 2400 a.C. Ma gli sviluppi militari e politici del
momento, nel Vicino Oriente, lo dissuasero dal tornare. Quando poi tornò,
intorno al 2320 a.C., gli dèi enliliti coadiuvati da Nergal fecero di tutto per
persuaderlo a ripartire. Gli fecero presente che lo zodiaco era iniziato 108
anni dopo la data del Diluvio a cui Marduk era ricorso. Ritengo anche che
abbiano elaborato qualcosa per penalizzarlo di ulteriori 3° del tempo celeste.
Questa penalizzazione di 3°, aggiunta alla suddivisione standard dei cieli in
12 segmenti di 30° ciascuno, può avere originato il valore mistico dei 33°
che oggi ritroviamo nell’ambito della massoneria.27 A quel punto venne
raggiunto un compromesso che faceva del Diluvio il momento di partenza
zodiacale, ma che rimandava il ritorno di Marduk di 3° (215 anni) rispetto
al 2400 a.C., spostandolo a c. il 2185 a.C.
Potrebbe sembrare che quando infine nel 2024 a.C. Marduk si installò
nuovamente a Babilonia, lo fece con un ritardo di 160 anni. Come mai, se
era così ansioso di ritornare? La risposta, per una volta, non sta nelle stelle
ma sulla Terra. Abbiamo visto nell’ultimo capitolo che si era preso con la
forza il controllo del Vicino Oriente, mediante un’invasione degli Amorrei
suoi sostenitori. Nella battaglia finale si scontrò con la strenua resistenza di
Ninurta e degli Elamiti. Il suo ritardo va dunque attribuito ai preparativi
militari e alle esigenze della diplomazia, per esempio alla mossa che riuscì a
tenere Inanna fuori dallo scontro finale. L’oracolo che Marduk volle nella
terra di Hatti era certamente di natura pratica: una indicazione su quando
lanciare l’invasione. Nel frattempo suo figlio Nabu stava dandosi da fare
per ottenere appoggi politici e militari in quel di Canaan.
Possiamo ora capire perché la Terza Dinastia di Ur si sentiva tanto
insicura, perché subiva una tragedia dopo l’altra, perché era così
ossessionata dai presagi di invasioni, perché doveva impiegare truppe
elamite per soffocare le ribellioni nelle province più lontane, e perché si era
reso necessario inviare Abramo di qua e di là nell’impero affinché riferisse
sulla forza militare e sulle intenzioni di Marduk.

STONEHENGE RIVISITATA

In quale modo Marduk tentò di determinare il suo “momento del


destino”? Si trattava di un momento scritto nelle stelle, forse racchiuso nelle
mappe stellari, tale comunque da consentire a Marduk di conoscere in
anticipo quale stella doveva levarsi nel giorno dell’equinozio di primavera.
Ma per poter impostare progetti riguardanti la nuova era, doveva poter
conoscere quando il giorno sarebbe arrivato: quanto tempo doveva
aspettare? Come ho già spiegato, il concetto di tempo degli dèi rientrava in
un ambito celeste, e dunque l’unico modo per misurare il tempo consisteva
nel costruire un osservatorio mediante il quale fosse possibile misurare con
molta accuratezza il ritardo delle stelle, e anche predire i movimenti futuri di
quelle stesse stelle. La chiave per tali predizioni era il ritmo di cambiamento
di quelle stelle. Solamente misurando la velocità delle precessioni era
possibile prevedere il futuro. Esiste una località del mondo molto antico che
presenta tutti questi requisiti. È il momento di tornare a far visita a
Stonehenge, in Inghilterra.
Un nuovo, particolareggiato studio promosso dalle autorità inglesi ha
potuto determinare che la prima fase di Stonehenge ebbe inizio verso il
2965 a.C. (+/- 2%).28 In assenza di altre spiegazioni plausibili su chi abbia
potuto progettare un osservatorio tanto avanzato, dobbiamo tener conto
delle esigenze di Marduk, che in quel periodo doveva già star pensando
all’incombente nuova era. Ma a Stonehenge accadde qualcosa di assai
strano. Non appena furono avviati i lavori ecco che le 56 buche Aubrey
tanto attentamente scavate vennero immediatamente riempite di nuovo, e la
località venne inspiegabilmente abbandonata per qualcosa come tre secoli.
Il segreto di questo mistero sta, ritengo, in un mito egiziano male
interpretato riguardante la diatriba tra Marduk e Thoth. Il 175° capitolo del
Libro dei morti descrive il “ritorno” di Râ e la sua conseguente collera nei
confronti di Thoth: «O Thoth, cosa mai è accaduto?» prorompe Râ. Egli
accusa Thoth di avere «distrutto le cose nascoste», sembrerebbe collegate al
calendario, e lo incolpa dunque di avere raccorciato gli anni e trattenuto i
mesi.29 Il significato calendrico dell’incontro è stato posto in luce da Sitchin,
che però si è sbagliato nel ritenere che segnasse il ritorno in Egitto di
Râ/Marduk.30 Al contrario, non ci sono dubbi che quell’incontro avvenne a
Stonehenge.
La presenza a Stonehenge di Thoth può essere determinata dalle funzioni
lunari del luogo, che agiscono da “impronte digitali” virtuali di questo dio,
noto come dio della Luna e al quale viene attribuita l’introduzione in Egitto
del primo calendario, che era lunare.31 Come è stato osservato nel Capitolo
5, Stonehenge venne scelta per la sua peculiare posizione che consentiva di
segnare gli otto punti della Luna nel suo ciclo di 18,6 anni. E Thoth era in
effetti noto in Egitto come il Khemen-nu, vale a dire il “Signore di Otto”.32
In fatto di astronomia Thoth era l’esperto a cui Marduk poteva rivolgersi
per avere consiglio. Ritengo dunque che Thoth sia stato colui che progettò
l’osservatorio di Stonehenge.
Quando Marduk arrivò a Stonehenge per vedere come andavano i lavori
al suo osservatorio, scoprì che Thoth l’aveva progettato in funzione di
misurazioni e previsioni lunari. Marduk trovò un fossato, 4 pietre centrali
disposte a rettangolo per marcare i movimenti della Luna, e i 56 buchi di
Aubrey che possono anch’essi aver avuto una funzione rapportata alla Luna
(giacché tre cicli lunari di 18,6 anni danno un totale approssimativo di 56).33
Il fatto che Thoth avesse ingegnosamente collocato i buchi per un duplice
scopo34 era di scarsa consolazione per Marduk, al quale serviva, e l’aveva
detto chiaramente, un calendario solare.35
Come spiegato nel Libro dei morti, Thoth aveva effettivamente
“trattenuto” i mesi, riducendoli da 30 giorni ai 29,5 del mese lunare, e aveva
quindi “ridotto” l’anno ai 354 giorni lunari (12 mesi di 29,5 giorni). Inoltre,
i l Libro dei morti ci informa che dopo la lite Thoth partì per una terra
lontana. Ciò che rimane a Stonehenge ci consente di capire che i buchi di
Aubrey vennero effettivamente riempiti in tutta fretta e che il luogo venne
abbandonato.
Come mai il calendario lunare costituiva un problema per Marduk? Ciò
che egli si attendeva da Thoth era una previsione in termini di tempo
stellare, traducibile in cicli di tempo terrestre agevolmente misurabili.
Marduk voleva un orologio portatile e consultabile in qualsiasi luogo della
Terra - un semplice scadenziario in anni solari era dunque la cosa più
idonea. Come poteva eseguire un conteggio a scalare in termini di cicli
lunari di 18,6 anni senza dover ogni volta ritornare a Stonehenge?
E come mai Thoth era talmente ossessionato dal tempo espresso in
termini lunari? La risposta la troviamo nell’esigenza del perfezionista di
avere delle accurate predizioni precessionali. Infatti, per poter predire future
precessioni occorreva anzi tutto misurare il corrente ritmo di variazione
rispetto a un parametro stabile. Se però la misurazione si basa sul parametro
dell’osservazione del Sole (da un equinozio di primavera a quello
successivo), allora essa contiene proprio ciò che si sta cercando di misurare.
Viene così introdotto un errore sistematico, pari a un mese ogni 2160 anni.
Se avete difficoltà a seguire questo ragionamento, oppure se considerate
questa sorta di errore secondario, allora state provando la medesima
frustrazione che provò Marduk 5000 anni or sono!
Ma spostiamoci alla seconda fase di Stonehenge, quando vennero
costruiti il Cerchio Sarsen e la “Avenue”. Le ultime ricerche dimostrano che
le prime pietre Sarsen cominciarono ad arrivare intorno al 2665 a.C. (+/-
7%), e che alla Avenue si lavorava intorno al 2500 a.C. Il numero di pietre
Sarsen in posizione verticale (30) e l’allineamento della Avenue rispetto al
solstizio di estate indicano che i lavori di questa fase non avvenivano sotto
Thoth bensì sotto Marduk. La datazione di questi ulteriori lavori è molto
significativa date le aspettative di Marduk di tornarsene a Babilonia verso il
2400 a.C. Dovremmo osservare che tutte le opera relative a questa fase
vennero completate prima del ritorno di Marduk a Babilonia verso il 2300
a.C.
La successiva fase di Stonehenge è contrassegnata dalla posa in opera
degli enormi triliti ormai datati c. 2270 a.C. (+/- 7%). È significativo il fatto
che questa data è immediatamente successiva a quella della partenza di
Marduk dalla Babilonia dopo che aveva accettato il compromesso di una
nuova scadenza per il suo ritorno. Nessuno è mai riuscito a spiegare come
mai questi triliti dovessero essere tanto enormi ma forse era una misura
contro eventuali atti vandalici suggeriti dai danni già provocati al Cerchio
Sarsen (talune pietre Sarsen risultano asportate).
Inoltre, intorno a quell’epoca, si stava lavorando alla Avenue che veniva
riallineata al solstizio d’inverno. Colpisce molto il fatto che si sia dedicata
poca attenzione all’Avenue di Stonehenge, poiché il suo primo segmento,
lungo 600 m, sembra eccessivo rispetto allo stesso cerchio di pietra. La
lunghezza della Avenue va vista in funzione della necessità di una estrema
precisione nella misurazione delle variazioni precessionali, così come la
canna molto lunga di un fucile rende più precisa la mira.
Ho calcolato che la nuova data-compromesso di Marduk possa essere
stata il 2185 a.C. circa. Di nuovo, la data corrisponde a uno sviluppo a
Stonehenge, e sembrerebbe che questa volta ci fosse tornato Thoth con la
suprema precisione del suo calendario lunare. Come facciamo a saperlo?
Perché il numero lunare 19 affiora nelle 38 pietre del cerchio di pietre
azzurre e nelle 19 pietre del ferro di cavallo sempre di pietre azzurre.
L’ultima datazione del cerchio di pietre azzurre lo fa risalire a circa il 2155
a.C. (+/- 6%), mentre il ferro di cavallo viene datato a circa il 2100 a.C. (+/-
8%). Forse Thoth aveva pensato di cominciare il processo di registrazione
della nuova era di Marduk.
Dopo questi sviluppi Stonehenge venne abbandonata sino al xvi secolo
a.C. Di nuovo, la data dell’abbandono (c. 2100 a.C.) risulta significativa,
dato che Marduk fece infine ritorno a Babilonia nel 2024 a.C.
Dobbiamo aggiungere un ulteriore aspetto riguardante il ruolo di
Stonehenge come orologio stellare. Nel giugno 1996, la English Heritage
annunciò la scoperta di un’altra fase di Stonehenge, risalente all’8000 a.C.
Una tesi pubblicata del capo archeologo dottor Geoffrey Wainwright
suggerisce che intorno a quella data erano stati eretti e fatti oggetto di culto
“pali totem” di legno alti 6 m.36 Le prove consistono in carbone di legno di
pino trovato in numerose fosse rotonde larghe 1,2 m e profonde 1,5.
Questo carbone è stato datato secondo il procedimento al radiocarbonio a
circa l’8000 a.C. Pur concedendo un giusto margine di errore, la data di
questo luogo di culto risalirebbe allora all’8600-8700 a.C. Come abbiamo
visto nel Capitolo 4, Stonehenge è situata in una posizione particolarissima
per quanto riguarda gli otto punti chiave dell’osservazione lunare; quindi, i
“pali totem” dovevano essere dai segni di riferimento astronomici. Non è
chiaro se prima dell’osservatorio in pietra in questa località venissero
misurato anche il tempo stellare, ma cronologicamente si situa proprio nel
periodo in cui agli dèi vennero assegnate le ere precessionali (c. 8700 a.C.).

L’OROLOGIO STELLARE DI MACHU PICCHU

A prima vista può sembrare che la posizione di Machu Picchu nelle Ande
abbia poco da spartire con Stonehenge che sta in una pianura
dell’Inghilterra meridionale. Invece, come avremo modo di vedere,
entrambe le località avevano esattamente la stessa funzione.
A Stonehenge il ritmo di variazione precessionale veniva misurato
mediante l’osservazione del levarsi delle stelle nel lontano orizzonte, con
una Avenue lunga 3,2 km che garantiva la precisione delle osservazioni. A
Machu Picchu non c’era bisogno di una Avenue giacché lì madre natura
aveva predisposto una serie di vette che formavano punti di riferimento
ideali per le osservazioni delle stelle.
Come facciamo a sapere che Machu Picchu venne effettivamente usata
per questo scopo? La prova sta nella enigmatica pietra Intihuatana (tav.
24), collocata su un esatto asse nord-sud rispetto alle montagne Huayna
Picchu e Salcantay.37 Il Salcantay domina l’orizzonte, a Machu Picchu: con i
suoi 6279 m è una delle due più imponenti montagne di tutta la regione. È
stata considerata sacra ancor prima dell’avvento degli Inca ed è ancor oggi
venerata dagli abitanti della regione.38 Si trova esattamente a sud
dell’Intihuatana.
La montagna Huayna Picchu si erge appena a nord di Machu Picchu, e
sovrasta la località essendo quasi 215 m più alta (tav. 21 ). Si colloca
all’interno di un ferro di cavallo formato dal fiume Urubamba. La gola
profonda intorno a Huayna Picchu è nota sin dai tempi più remoti come il
“Portale del Salcantay”, quasi a voler sottolineare lo stretto legame con
quella montagna sacra.39 Huayna Picchu si erge esattamente a nord
dell’Intihuatana.
Sul punto più elevato del Huayna Picchu c’è una piattaforma artificiale
(ora in rovina) e nella pietra una scanalatura a forma di V (tav. 26 ). Questa
scanalatura punta esattamente sia verso l’Intihuatana sia verso la lontana
vetta del Salcantay. 40 Appena sotto la scanalatura c’è un’altra piattaforma
triangolare artificiale il cui angolo punta anch’esso esattamente verso il sud.
Fig. 26. Schema che mostra il funzionamento dell'orologio stellare di
Machu Picchu.
La figura 26 fa capire come funzionava l’orologio stellare di Machu
Picchu. Anzitutto occorre identificare la stella che compare sopra la punta
del monte Salcantay. Poi, in un determinato momento fisso nel corso
dell’anno, può essere effettuata una misurazione per mostrare di quanto la
stella si sia spostata a sinistra a motivo della precessione. Le vicine vette
forniscono punti di riferimento ideali per determinare quando sia stato
raggiunto un dato numero di gradi celesti. Coordinando queste osservazioni
con un calendario solare o lunare, la variazione precessionale può essere
espressa in termini di tot gradi in tot anni (approssimativamente un grado
ogni 72 anni solari).
Poiché il Salcantay non può essere visto dall’Intihuatana, la funzione di
quest’ultima sembra essere duplice. Anzitutto, può aver conservato, in un
luogo opportuno, una registrazione delle posizioni stellari viste dal Huayna
Picchu. Poi, può essere stata utilizzata per stabilire un allineamento
preciso delle attrezzature di misurazione usate su Huayna Picchu. Mi
riferisco alla necessità di garantire che l’angolazione della variazione
precessionale venisse misurata esattamente dalla posizione iniziale. Questo
poteva essere ottenuto adoperando un segnale elettronico dall’ Intihuatana,
per confermare l’esatto rilevamento che era stato usato dal Huayna Picchu
per le misurazioni precedenti. Oltre a queste funzioni, va anche notato che
l’Intihuatana è stata intagliata così da produrre una rappresentazione
simbolica del profilo del Huayna Picchu, in modo particolare del modo con
cui Sole e ombre formano contrasto sulle montagne se osservate dal basso.41
Cosa dovremmo dunque dire dei presunti allineamenti solari delle
sfaccettature dell’Intihuatana (“Attracco del Sole”) così come spiegati nel
Capitolo 5? La loro validità non viene smentita, giacché le funzioni solare e
stellare possono certamente coesistere nell’ambito della medesima pietra.
Anzi, le misurazioni del ciclo solare annuo sarebbero risultate indispensabili
per determinare l’esatto giorno in cui erano state effettuate le osservazioni
stellari. Devo comunque sottolineare che lo scopo primario dell’Intihuatana
era stellare. Dovremmo forse attribuire a questa pietra una nuova
definizione: “Attracco delle Stelle”.
Le tradizioni sacre della regione del Machu Picchu forniscono un solido
sostegno alla mia teoria dell’orologio stellare. Primo, va notato che gli Inca
e i loro predecessori andini veneravano le stelle in due diversi generi di
costellazioni.42 Le prime comprendevano formazioni stella a stella, a cui
venivano dati nomi di animali in modo analogo a quello impiegato per lo
zodiaco. Il secondo si basava sulle così dette “nubi oscure”, le nubi di
polvere interstellare presenti tra due grandi stelle. Il culto di cui queste
ultime costellazioni erano oggetto ci risulta davvero assai insolito e indica
un interesse ossessivo nei movimenti precessionali.
I nomi dati dagli Inca alle costellazioni, usati ancor oggi, sono di per sé
significativi. Una delle più importanti che noi conosciamo come Scorpione,
veniva chiamata “Serpente che si muta in Condor”,43 forse un riferimento a
Marduk che andava e tornava da Babilonia. È poi straordinario il fatto che il
nome quechua per il Serpente sia Amaru, 44 che ripropone il nome degli
Amarru, i sostenitori occidentali o Amorriti di Marduk (vedi al Capitolo
10). Vicino a quella costellazione c’erano l’Alfa e Beta Centauri, che i
Quechua chiamavano “Occhi del Llama”.45 Può essere un riferimento a
Marduk che osserva e attende l’Ariete per dare inizio alla propria era? Le
analogie ci sono tutte.
La conferma più eclatante della funzione di orologio stellare del Machu
Picchu arriva comunque da Johan Reinhard, un esperto di mitologia andina.
Reinhard affronta la tradizione sacra del Perú in un contesto simbolico e
propone il seguente commento quasi per inciso, ma a me suona come una
conferma squillante di quanto illustrato nella tavola 85: «Ancor oggi si
ritiene... che le stelle acquisiscano una grande potenza quando vengono
rapportate a una montagna sacra».46
Chi era la mente dietro l’ingegnosa scelta di Machu Picchu in quanto
osservatorio stellare? Come spiegato prima, l’unico manufatto rapportabile
a Machu Picchu si trovava a Stonehenge, che ho anche detto essere stato, a
mio avviso, progettato da Thoth. Un indizio riguardante il coinvolgimento
di questo dio anche a Machu Picchu è stato rinvenuto nel tempio principale,
dove gli archeologi hanno scoperto 56 recipienti e un misterioso strato di
finissima sabbia bianca.47 Il numero 56 sta per i tre cicli lunari,
analogamente ai 56 buchi di Aubrey a Stonehenge. È dunque altamente
probabile che i recipienti e la sabbia fossero usati per le misurazioni del
Calendario lunare, che avevano in Thoth un maestro.
Un antico testo egizio racconta che in seguito alla lite con Marduk/Râ,
Thoth abbandonò Stonehenge per andarsene in una terra lontana, qui
chiamata Hau-nebut.48 Si trattava forse di Machu Picchu? La data
dell’abbandono di Stonehenge da parte di Thoth coincise probabilmente
con la fase dei primi scavi, che gli archeologi fanno risalire al 2965 a.C.
circa. Sorprende scoprire che le tradizioni pre-inca annotate dallo storico
spagnolo Montesinos collocano l’inizio del Calendario andino alla
pressoché identica data del 2900 a.C..49 Secondo me non si tratta affatto di
una coincidenza.

COLUI CHE CONTA LE STELLE

Sussistono pochi dubbi intorno al fatto che Thoth era la mente dietro
Stonehenge e Machu Picchu, ma lo era anche dietro alcuni degli altri
leggendari calendari e osservatori astronomici del mondo antico?
L’egiziano Libro dei morti racconta di un viaggio effettuato da Thoth
«nel deserto, la landa silenziosa” dove «i piaceri sessuali non vengono
goduti».50 Può questa segnalazione spiegare un altro misterioso calendario
che ebbe inizio in Cina nel 2698 a.C.? Le leggende cinesi rapportano il loro
antichissimo calendario al regno leggendario di Huang Ti e all’arrivo dei
“Figli del Cielo” in “navi-dragone fiammeggianti”.51
Il luogo più sacro della Cina è Tian Tan (“i Templi Celesti”) a Pechino.
Mentre Stonehenge è allineata con il solstizio di estate, Tian Tan lo è con
quello d’inverno. In tale periodo dell’anno una processione spettacolosa
partiva dalla Città Proibita e portava l’imperatore all’Altare del Cielo, una
terrazza circolare a tre piani di bianco marmo chiamata “Huanki”.
L’imperatore recitava parole risalenti a una tradizione antica di 5000 anni e,
secondo una pratica che si riferiva senza dubbio al cambiamento nello
zodiaco, veniva sacrificato un giovane toro.52
Un confronto tra Tian Tan e Stonehenge è particolarmente interessante.
Come a Stonehenge, il tempio principale di Tian Tan ha forma circolare con
cerchi concentrici di colonne all’interno, una struttura insolita nei tempi
antichi. Anche l’Altare Huanki ha forma circolare ed è situato a sud in
fondo a un viale lungo 304 m, altra caratteristica che lo avvicina a
Stonehenge. A nord-ovest si trova un Tempio della Luna, detto “Yuetan”. 53
Tutto questo è stato costruito e ricostruito innumerevoli volte, con grande
devozione e maestria, per segnare il luogo dove ebbe inizio il calendario
cinese.
Spostandoci avanti nel tempo, nel XXII secolo a.C. troviamo in
Mesopotamia Thoth intento alla costruzione di un altro osservatorio
astronomico. Thoth, in guisa di Ningishzidda,54 apparve in una “visione” al
re sumero Gudea e gli diede le istruzioni per erigere una favolosa
costruzione conosciuta come E.NINNU.55 Nel 1887 l’archeologo tedesco
Koldeway scoprì l’Eninnu, una struttura misteriosa costruita su una
piattaforma circolare a Lagash (la moderna Al Hiba/Tello). Sebbene si
discuta parecchio sulla funzione di questa struttura enigmatica, le
particolareggiate descrizioni contenute nei testi antichi non ci lasciano
dubbio alcuno sul fatto che servisse per scopi astronomici.56
Come mai Thoth trovava necessario costruire così tanti osservatori? Pare
che la risposta stia nella necessità di dare soddisfazione agli dèi sia enliliti
sia enkiti riguardo alle posizioni più recenti dell’orologio stellare.
Stonehenge era stata costruita per Marduk, l’Eninnu per Ninurta e Machu
Picchu, assai probabilmente, per Ishkur. 57 Thoth rivestiva dunque un ruolo
imparziale e si limitava a dare consigli e strutture specialistiche a quei dèi
che gliele chiedevano. Per questo motivo il suo nome egiziano era Tehuti,
che significa “Colui che equilibra”.58 I Testi delle Piramidi sono ancora più
espliciti, poiché descrivono Thoth come «Colui che scandaglia i cieli, che
conta le stelle, il misuratore della terra».
Il numero massimo di osservatori sembra sia stato raggiunto al tempo del
ritorno di Marduk a Babilonia, intorno al 2200 a.C. È la data attribuita agli
allineamenti del Calendario solare a Machu Picchu; è anche la data attribuita
all’Eninnu di Gudea in Mesopotamia; ed è in quel periodo che il cerchio
delle pietre azzurre e il ferro di cavallo a Stonehenge vennero costruiti; ed è
la data in cui uno strano tempio “rotondo” venne eretto a Barbar nel
Bahrain.59
Questa eccezionale serie di osservatori sembra essere sfuggita agli storici,
per il semplice fatto che sono addestrati a non cogliere i collegamenti
esistenti tra località distanti tra loro. Ogni singolo luogo di importanza
archeologica viene pertanto sbrigativamente attribuito a qualche culto
religioso primitivo. Un esperto, per esempio, indica che l’Intihuatana era
«forse impiegata in rapporto col culto del Sole».60 Invece, tutti questi luoghi
erano rapportati alle stelle poiché coincidevano con il passaggio
precessionale dal Toro all’Ariete (c. 2200 a.C.). Risulta chiaro che in tutto il
mondo gli dèi stavano osservando i cieli. Non c’è altra teoria che possa
spiegare queste vestigia del passato.

VERSO UNA NUOVA CRONOLOGIA

Il mio spirito non contenderà per sempre con l’uomo, perché è carne; il
suo tempo sarà di centoventi anni.61
Sono parole pronunciate dal Signore prima del Diluvio e nel contesto del
suo desiderio di distruggere totalmente il genere umano. E sono parole che
hanno sempre lasciato interdetti gli studiosi di cose bibliche, i quali come
migliore loro spiegazione sentenziano che in tal modo il Signore stava
offrendo all’uomo un periodo di grazia affinché potesse correggere se
stesso.62 Eppure, nulla nella Bibbia o in altri testi antichi indica che all’uomo
venne concesso un simile periodo di tregua. Fosse stata questa l’intenzione,
allora a Noè sarebbe stato indicato di lanciare l’avvertimento anche agli altri
uomini. Sappiamo invece che soltanto la famiglia di Noè venne salvata e
che subito dopo ricevette in offerta un patto eterno. Stando alla Bibbia, Noè
visse 950 anni e non i 120 che si dice venissero concessi all’uomo.
Ma se il versetto della Bibbia viene tradotto letteralmente nel suo
significato originario, troviamo che il riferimento è al passato, non al futuro.
Pertanto: «il suo tempo è stato di centoventi anni».63
Nel 1976 Zecharia Sitchin giunse alla conclusione che quel conteggio di
anni andava applicato non al genere umano ma alla divinità. La Bibbia stava
cioè registrando i periodi che il Signore aveva trascorso sulla Terra. Questa
straordinaria intuizione concettuale consentì a Sitchin di tentare
l’elaborazione di una cronologia degli dèi.
Come poteva un dio essere vissuto solo 120 anni quando Adamo, che era
soltanto un uomo, era vissuto per 939 anni? La spiegazione è questa: nella
Bibbia erano registrati non 120 “anni” ma 120 “periodi”. E quanto lunghi
erano questi periodi? I Sumeri calcolavano degli archi di tempo sacri
chiamati “sar” che raffiguravano con un cerchio e che rappresentavano il
3600, il numero centrale del loro sistema matematico. Sitchin ha tratto da
ciò la logica deduzione che il sar sumero rappresentava l’orbita di 3600
anni del pianeta degli dèi, Nibiru.64
Il successivo importante passo avanti nella cronologia degli dèi elaborata
da Sitchin venne con la decifrazione delle tavolette accadiche che
descrivono la creazione del genere umano. Gli esperti definiscono un mito
puro e semplice la storia di dèi che creano un primitivo operaio “lu.lu” che
sostituisca nei lavori faticosi altri dèi, ma gli antichi scribi facevano
ripetutamente riferimento ad avvenimenti occorsi quando sulla Terra
c’erano solo gli dèi perché l’uomo non era stato ancora creato. Se
accettiamo alla lettera queste affermazioni. Allora troviamo che la creazione
dell’uomo è stata preceduta da 40 periodi di sofferenza da parte degli dèi
minori.65 Gli eventi risultano minuziosamente registrati nel testo intitolato
Quando gli dèi come gli uomini si affannavano a lavorare:
Per 10 periodi patirono la dura fatica;
per 20 periodi patirono la dura fatica;
per 30 periodi patirono la dura fatica;
per 40 periodi patirono la dura fatica.66
Fu dopo questi 40 periodi che gli dèi “della manovalanza” inscenarono
una rivolta che coincise con una visita alla terra di Anu. Allo scopo di
placare i ribelli Enki e Ninharsag proposero l’ingegnosa soluzione di creare
geneticamente uno schiavo lavoratore.67
Il testo suddetto, insieme ai “120 periodi” biblici, fornisce la base per
l’elaborazione di una cronologia che consente di attribuire una data alla
creazione dell’Homo sapiens. Quanto duravano i 40 periodi di faticoso
lavoro? Il termine adoperato nei testi mesopotamici era “ma”, che la gran
parte degli studiosi traduce in “anno”; il termine ha però il significato
letterale di “ciclo ripetitivo che completa se stesso”.68 Zecharia Sitchin ha
pertanto tratto la conclusione che il ma altro non era che l’ennesima
manifestazione del ciclo di 3600 anni di Nibiru.
Andando a ritroso dalla data del Diluvio fissata nell’11000 a.C. (a
proposito della quale concordo), Sitchin adoperò i 120 sar e i 40 ma per
attribuire una data sia all’arrivo degli dèi sia alla creazione del genere
umano. Fu il primo serio tentativo in epoca moderna di datare le vicende
degli dèi, e merita pertanto tutto il nostro plauso.
Ma Sitchin procedette in modo corretto? Apparentemente era riuscito a far
combaciare le sue date a quelle degli elenchi dei regnanti sumeri e
babilonesi, che coprono anch’esse un arco di 120 sar; e aveva molto
approssimativamente legato la sua cronologia alle ultime scoperte
paleontropologiche riferite all’Homo sapiens. Ma nel tentativo di dimostrare
la giustezza della teoria di Sitchin, quanto meno per mia propria
soddisfazione, mi fissai alcuni ulteriori obiettivi. Primo, la cronologia di
Sitchin doveva poter rapportarsi alle ere dei patriarchi biblici da Adamo a
Noè. Secondo, doveva combaciare anche con gli elenchi dei re sumeri.
Terzo, doveva andare d’accordo con i regni antidiluviani degli dèi in Egitto
così come registrati da Manetone. Sitchin aveva tenuto conto solo
superficialmente di questi aspetti.
La Bibbia riporta con molta attenzione la filiazione di Adamo sino a Noè.
Si tratta di un ciclo, che pur concedendo margine per l’età di Noè al tempo
del Diluvio, dà un totale di 1656 anni, il che lascia pensare che l’uomo sia
stato creato 1656 anni prima del Diluvio. Inoltre, la Bibbia registra anche la
linea ancestrale dopo il Diluvio, da Noè ad Abramo - un periodo di 292
anni. Sia che si usi il 2123 a.C. come data di nascita di Abramo (vedi
Appendice A) o qualsiasi altra data comunemente proposta, i risultati non
paiono coerenti, poiché indicherebbero come data del Diluvio il 2415 a.C. e
come data della creazione dell’uomo il 4071 a.C. Le documentazioni
scientifiche (circa l’esistenza di civiltà progredite nel 3800 a.C. e dell’Homo
sapiens 200.000 anni fa, oltre all’assenza di qualsiasi indicazione
archeologica relativa al Diluvio riferibile al 4000 a.C. circa), sembrano
suggerire che i dati proposti dalla Bibbia sono fondamentalmente imprecisi.
Sitchin sospettò che le età dei primi patriarchi possono essere state ridotte
di un fattore pari a 60.69 Ne ho tenuto allora conto, e comunque i dati non
paiono coerenti. Un altro commentatore suggerisce che le cifre espresse
nella Bibbia si riferiscono a mesi e non ad anni, ma per sua stessa
ammissione i risultati continuano a essere “contraddittori”.70 Se i numeri
vengono intesi come riferiti a “giornate”, i risultati sono comunque
deludenti.71 Evidentemente non ero certo io il primo a ricercare una
soluzione a uno dei più grandi misteri presenti nella Bibbia. Cominciai
comunque a darmi da fare intorno alla teoria che i dati registrati nella Bibbia
potessero provenire da più antiche fonti sumere, e che a un certo punto
qualcuno avesse male interpretato l’insolito sistema sessagesimale (base 60)
dei Sumeri.
Mentre sperimentando col sistema sessagesimale sumero scoprii la
soluzione a tutti i dilemmi cronologici. Per poter capire bene, e per seguire
il mio ragionamento in un capitolo successivo, è essenziale che adesso il
lettore presti attenzione a una rapida lezione di matematica sumera.
Il sistema di numerazione decimale in uso oggi consiste di unità che si
elevano ogni volta secondo il fattore 10. Quindi, per esempio, il numero
5000 è scritto come segue:

E fin qui va bene. Vediamo ora il sistema sessagesimale sumero, che


eleva il numero per fattori di 6 e di 10 che si alternano. Così, il numero
5000 diventa 1 -2 -3 -2 -0:

Per quanto il sistema sumero possa sembrare dapprima un poco strano, è


l’ideale per calcoli geometrici e per lavorare con le frazioni. Si è anche
scoperto che è coerente con la sfera celeste, sia per l’uso del 3600, periodo
orbitale di Nibiru, sia nell’espressione del ciclo precessionale. Per illustrare
rapidamente il concetto, man mano che le unità si alternano sopra il 3600,
avremo: 36.000... 216.000... 12.960.000. L’ultimo numero, altamente
simbolico per i Sumeri, rappresentava esattamente 500 cicli precessionali di
25.920 anni. Le unità che lo precedono rappresentavano 100 e 1000
moltiplicati per il periodo precessionale di 2160 anni.
E se ciò può apparire miracoloso, ecco una vera e propria magia. Se noi
scriviamo il numero 2160 con cifre sumere, otteniamo:

Questi due numeri, 3600 e 2160, corrispondono ai due più importanti


cicli degli dèi. Uno si riferiva al periodo orbitale del loro pianeta, che nella
pratica significava una visita cerimoniale del loro capo Anu e dunque una
opportunità di trasferire le risorse tra i due pianeti. L’altro determinava la
rotazione del dominio tra gli dèi sulla Terra. Sorprendentemente, queste due
cicli coincidevano esattamente ogni 18.000 anni terrestri, quando cioè si
completavano esattamente 5 ere precessionali ed esattamente tre orbite di
Nibiru.
Tornando alla base su cui poggia la cronologia proposta da Zecharia
Sitchin, troviamo che le misurazioni-chiave del tempo (vale a dire i 40
periodi di duro lavoro e i 120 periodi del Signore) possono essere
esattamente convertiti tra sar di 2160 e di 3600 anni. Per esempio, 10, 20,
30, 40 e 120 sar di 2160 anni si traducono esattamente in 6, 12, 18, 24 e 72
sar di 3600 anni. Che importanza ha tutto questo? Significa che le date del
ritorno di Nibiru che segnavano i punti-chiave in un calendario, potevano
tradursi esattamente in periodi precessionali che conservavano in un altro
calendario le medesime date-chiave. E come già ho avuto modo di
suggerire, l’orologio stellare cominciò a essere usato soltanto dopo il
Diluvio, quando cioè si determinò l’attuale oscillazione della Terra. Fu
allora, dopo che la civiltà venne consegnata agli uomini, che gli dèi
ordinarono ai sacerdoti di prendere le tavolette e di scrivere.
Poiché il significato di “sar” (“Signore/Monarca”) si applicava a entrambi
i cicli, poteva essere che la storia degli dèi venne registrata usando sar di
2160 anni che erano divenuti persino più sacri dei sar di 3600 anni? E
poteva essere che in un qualche successivo momento i sar di 2160 anni,
scritti 3-6-0-0 siano stati confusi con i sar di 3600 anni? Decisi pertanto di
elaborare una nuova cronologia basata su un sar di 2160 anni e di metterla
alla prova:

QUANDO È COMPARSO L’“HOMO SAPIENS”?

Zecharia Sitchin colloca l’arrivo degli dèi al 443000 a.C., e spiega ciò
dichiarando che l’arrivo ebbe luogo nell’Era dei Pesci. Ma secondo la mia
analisi, le ere precessionali così come le conosciamo iniziarono 13.000 anni
fa. Pertanto, è un errore contare a ritroso oltre quel tempo ricorrendo a
periodi precessionali di 2160 anni. Può ben essere che gli dèi siano arrivati
nell’Era dei Pesci (le indicazioni in questo senso sono poco consistenti), ma
è impossibile darle una datazione.72
Come risulta evidente, il mio sistema di datazione propone una data assai
più recente per la creazione del genere umano: intorno a 184.000 anni fa
contro i 299.000 di Sitchin. Di queste due date, quale può essere la più
giusta?
Come discusso nel Capitolo 2, la questione verte intorno alla comparsa
del cosiddetto Homo sapiens arcaico, che secondo gli esperti rappresenta
una fase evolutiva verso l’anatomicamente completo Homo sapiens
moderno. Poiché quest’ultimo viene fatto risalire a circa 200.000 anni fa, si
presume che quello arcaico risalga a qualcosa come 100.000 anni prima.
Una datazione, quest’ultima, che va d’accordo anche con la data “accettata”
per la scomparsa dell’Homo erectus. Si potrebbe cinicamente pensare che
gli scienziati abbiano interpretato i dati in modo da renderli coerenti con i
loro preconcetti che vedono il processo evolutivo svolgersi senza intoppi.
Quanto affidabile è la datazione che si riferisce agli esemplari arcaici?
Come ho già segnalato nel Capitolo 2, la precisione delle datazioni col
sistema del radiocarbonio non va oltre i 40.000 anni fa. Quindi, non esiste
alcuna datazione affidabile che ci dica che gli arcaici siano venuti prima dei
moderni. Inoltre, gli esemplari degli arcaici sono talmente pochi che
nessuno sa dire con certezza cosa siano esattamente. Presentano
caratteristiche dell’uomo moderno insieme ad altre e più arcaiche, ma con
molte variazioni nella combinazione di caratteristiche moderne e non.73 Il
che può significare una di tre cose: o questo gruppo era in evoluzione da
moltissimo tempo (nel qual caso, dove sono le prove fossili?), o è il
risultato di riproduzioni incrociate (geneticamente impossibili?), o
rappresenta sperimentazioni artificiali da parte degli dèi, come
effettivamente spiegano gli antichi testi.
Per ciò che concerne l’Homo sapiens, di quali datazioni affidabili
disponiamo? Una conferenza che si è tenuta nel 1992 ha riassunto le
documentazioni più affidabili allora esistenti.74 Tutte le date che citerò si
riferiscono agli esemplari rinvenuti in ciascuna località, e tutte queste date
hanno una accuratezza del +/- 20%. La datazione più precisa è 115.000 anni
AP (Avanti il Presente) a Qafzeh in Israele. Altri esemplari a Skhul e monte
Carmelo, sempre in Israele, sono datati 101-81000 ap. In Africa esemplari
trovati negli strati inferiori della Border Cave sono datati 128000 ap (data
confermata ad almeno il 100000 ap adoperando la datazioni di gusci
d’uovo di struzzo). In Sudafrica, alla Klasiaes River Mouth le date vanno
dal 130 al 118000 ap. Infine, a Jebel Irhoud, sempre in Sudafrica, le date
retrocedono dal 190 al 105000 AP. Si può così ritenere che l’ Homo sapiens
comparve meno di 200.000 anni fa, e non esiste nessunissima prova che
attribuisca datazioni più antiche a fossili moderni o parzialmente moderni.
Diamo ora un’occhiata alle prove genetiche. Nel 1987 Allan Wilson,
Mark Stoneking e Rebecca Cann, dell’University of California a Barkeley,
dichiararono che tutte le donne oggi viventi dovevano avere un comune
antenato genetico vissuto 250-150.000 anni or sono.75 Come giunsero a
questa conclusione?
Questa datazione genetica è stata resa possibile dalla scoperta di
mitocondri, i minuscoli organismi delle cellule, responsabili della
produzione di energia attraverso la scomposizione degli zuccheri.
Diversamente dagli altri nostri DNA, che si ricombinano sessualmente, il
DNA mitocondrio (mtDNA) viene ereditato praticamente senza mutazione
per discendenza femminile ed è dunque un riscontro perfetto per risalire ai
legami ancestrali.76 Inoltre, le mutazioni intervengono a scadenze
prevedibili. Il numero di differenze tra mtDNA in un campione riguardante
il mondo intero costituito da 135 donne ha consentito a Wilson, Stoneking e
Cann di riconoscere quando gli antenati di quelle donne avevano
cominciato a divergere.
Per poter calibrare le divergenze, i ricercatori sono ricorsi a una
comparazione tra uomo e scimpanzé basata su una separazione 5 milioni di
anni fa. Il che ha portato a concludere che un antenato comune chiamato
“Eva Mitocondria” dev’essere vissuta 250-150.000 anni fa.
La prove genetiche sono state messe in discussione da altri studiosi, per il
motivo che si calibrano rispetto agli scimpanzé, la cui data di separazione
dall’uomo non è affatto certa. Conseguentemente, nel 1992, i genetisti si
sono ripresentati con una metodologia perfezionata. Lavorando insieme ad
altri colleghi, Mark Stoneking questa volta ha impiegato una calibratura
intraspecifica basata su diverse popolazioni umane.77 Per rendere validi i
risultati, questo gruppo di lavoro ha usato due approcci diversi che hanno
dato risultati notevolmente simili. La data modificata per il comune antenato
mtDNA è ora 133.000 anni oppure 137.000 anni fa, a seconda che sia
impiegato il metodo 1 o il metodo 2.
Queste nuove risultanze di tipo genetico non negano le prove fossili
risalenti al 190000 ap, ma dimostrano semplicemente che le variazioni
femminili presenti risalgono a un’antenata che visse un certo tempo dopo.
Come ha evidenziato Richard Dawkins, ciò non significa che Eva fosse
l’unica donna sulla Terra a quel tempo, ma solo che è l’unica ad avere una
linea ininterrotta di discendenti di sesso femminile.78 Non è improbabile che
molte altre più antiche Eve hanno discendenti che vivono attualmente, ma a
un certo punto la loro linea ancestrale si è trasmessa soltanto attraverso i
maschi.
Nonostante le nuove datazioni riguardanti mtDNA, la gran parte degli
studi continua a citare il comune antenato del 200000 AP. Dopo tutto è una
data notevolmente simile a quella dei ritrovamenti fossili che segnano la
comparsa dell’Homo sapiens. Quanto alla datazione 137-133000 AP, ci
ritorneremo nel Capitolo 13. Può infatti avere un’importanza enorme.
Come commento finale vorrei segnalare come la Bibbia dichiari che gli
dèi hanno «creato l’uomo a loro immagine». Sarebbe dunque impossibile
riconoscere lo scheletro di un dio da quello di un uomo. Le aree
geografiche in cui l’Homo sapiens cominciò ad apparire sono state
identificate come l’Etiopia, il Kenya e il Sudafrica. Nel Capitolo 14
spiegherò che il “duro lavoro” a cui erano costretti gli dèi si svolgeva
proprio in quei territori. Pertanto, se i paleoantropologi a un certo punto
hanno scoperto qualcosa che sembra essere attribuibile all’Homo sapiens, e
lo datano in modo sicuro a circa 300.000 anni fa, può ben essere che stiano
prendendo per quelli di un uomo i resti di un dio. Gli antichi testi
riferiscono che alcuni degli dèi lavoratori effettivamente morirono. Proprio
in occasione del loro ammutinamento lamentarono che «la fatica eccessiva
ci ha ucciso».79
Stando alla mia cronologia, questo lavoro durissimo ebbe inizio 272.000
anni fa. 40 SAR più tardi la ribellione degli dèi lavoratori portò alla
creazione genetica del genere umano. A tempo debito adopererò le
informazioni contenute nella Bibbia per dimostrare che questi sar ebbero la
durata di 2160 anni, e che quindi l’uomo venne creato un po’ meno di
184.000 anni fa. Ma ora diviene indispensabile andare a rivedere le nostre
origini genetiche riconsiderando i criteri della longevità che la Bibbia
attribuisce ai patriarchi. È appunto il tema del prossimo capitolo.
CONCLUSIONI

⊕ Il Diluvio avvenne intorno all’11000 a.C., e le piramidi vennero


costruite a Giza poco tempo dopo, verso il 10450 a.C.
⊕ La colossale onda prodotta dal Diluvio influenzò l’oscillazione terrestre
dando l’avvio a un ciclo precessionale di 25.920 anni. Gli dèi misuravano il
tempo mediante il movimento della Terra e crearono un “orologio stellare”
dividendo il ciclo precessionale in 12 periodi di 2160 anni ciascuno.
⊕ La Sfinge venne costruita verso l’8700 a.C. per commemorare la fine
della guerra tra gli dèi e per segnare retrospettivamente la prima era
precessionale, quella del Leone. La guerra sfociò nella resa degli dèi enkiti, i
quali accettarono che gli avversari assumessero il “dominio” sulla Terra per
tre consecutivi periodi precessionali.
⊕ Il passaggio dal Toro all’Ariete (c. 2400-2300 a.C.) segnò il momento
in cui Marduk avrebbe dovuto (ma non tutti erano d’accordo) riprendere il
comando a nome degli dèi enkiti. Le antipatie nei confronti di Marduk
portarono a dispute sulla data segnata per l’inizio del suo regno.
⊕ Stonehenge venne costruita da Thoth per conto di Marduk ed era un
osservatorio molto avanzato. Serviva a misurare i cambiamenti nel ciclo
precessionale e a predire le future posizioni delle stelle.
⊕ Un secondo orologio stellare venne costruito a Machu Picchu nel Perú,
dove Thoth nel 2900 a.C. diede l’avvio al Calendario andino. Altri
osservatori vennero costruiti a Tian Tan (Cina), a Lagash (antica Sumer) e a
Barbar (Bahrain).
1 J. Sellers, The Death of Gods in Ancient Egypt, London, Penguin, 1992, p. 193.
2 Citato in M. Rice, Egypt’s Making, cit., p. 274.
3 C. Jung, Letters, Vol. 2, p. 225 (trad. it. Opere di C. G. Jung, Torino, Bollati Boringhieri).
4 L’Era del Toro sta forse all’origine del culto di Api, dio solare venerato a Menfi sotto forma di
toro.
5 Reperto WA 122200 presso il British Museum.
6 A. Jeremias, The Old Testament in the Light of the Ancient Near East, 1911. Vedi Z. Sitchin,
When Time Began, cit., Capitolo 7, p. 187.
7 Presso il Berlin Vorderasiatisches Museum, reperto VAT.7847.
8 Citato in Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 14.
9 Ibid., dov’è citata una tavoletta proveniente da Ashur, tradotta da E. Ebeling, Tod und Leben.
10 Z. Sitchin indica che i segni zodiacali sono forse stati impiegati anche prima del Diluvio. Nel
qual caso (ma le prove avanzate sono esili) l’oscillazione della Terra doveva essere
sostanzialmente diversa da quella attuale.
11 Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 9.
12 Ivi, p. 192.
13 Ivi, Capitolo 8, p. 165.
14 Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 6.
15 Id., The Wars of God..., cit., Capitolo 5.
16 Id., Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 6.
17 Ibid., e Id., The Wars of Gods..., cit., Capitolo 6, p. 127.
18 Id., Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 6.
19 A. Heidel, The Gilgamesh Epic..., cit., p. 172; e Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo
11.
20 J. Diamond, The Rise and Fall..., cit., Capitolo 1, p. 23 e Capitolo 19, pp. 322 e 334.
21 Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 14, p. 325.
22 Id., Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 6.
23 The Epic of Gilgamesh, tavoletta IX, colonna II, versione assira. Vedi A. Heidel, The
Gilgamesh Epic..., cit., p. 65. Il re sumero Amar-Sin venne ucciso nel Sinai dalla puntura di uno
scorpione, vedi Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 12, p. 280.
24 Citato in Z. Sitchin, When Time Began, cit., Capitolo 11, pp. 315-6.
25 Ivi, Capitolo 1, pp. 23-4.
26 J. Sellers, The Death of Gods..., cit., p. 205.
27 Nutro anche il sospetto che un angolo di 33° possa essere stato utilizzato quando un
temporaneo segnale di riferimento venne messo in funzione accanto al segnale di Eliopoli intorno
all’8700 a.C.
28 R. Cleal - K. Walker - R. Montague, Stonehenge in Its Landscape, cit., e indirizzo Internet
http://www.eng-h.gov/uk/stoneh.
29 Libro dei morti, noto anche come Papiro di Ani, citato in Z. Sitchin, When Time Began, cit.,
Capitolo 11, p. 308.
30 Ibid.
31 Le ricerche hanno potuto dimostrare che il primo calendario egiziano si basava sulla Luna, con
12 mesi che contavano in media 29,5 giorni, più un 13° mese che veniva intercalato.
32 Z. Sitchin, When Time Began, cit., Capitolo 11, p. 207.
33 La teoria sui buchi di Aubrey venne suggerita per primo da G. Hawkins.
34 I 56 buchi di Aubrey erano marcati per sezioni come segue: 10-7-22-7-10; i primi 10 buchi
fungevano da numeratore decimale con un valore da 1 a 10; i successivi 36 consentivano la
registrazione di unità di 10 sino a un valore di 360; e gli ultimi 10 consentivano la registrazione di
unità di 360 sino a un valore di 3600. Si trattava di un meccanismo di conteggio multifunzionale,
valido cioè sia per gli anni solari sia per quelli lunari.
35 Vedi in Z. Sitchin, When Time Began, cit., Capitoli 8 e 11.
36 «Daily Mail», 28 giugno 1996.
37 J. Reinhard, Machu Picchu the Sacred Centre, cit., pp. 33 e 49.
38 Ivi, pp. 13-20 e 76.
39 Ivi, p. 33.
40 Ivi, pp. 34 e 51.
41 Ivi, pp. 49 e 53.
42 Ivi, pp. 21-5; vedi anche P. Frost, Exploring Cuzco, cit., pp. 76-8.
43 J. Reinhard, Machu Picchu The Sacred Centre, cit., pp. 20 e 22.
44 Ivi, p. 20.
45 Ivi, pp. 20-21.
46 Ivi, p. 30.
47 Ivi, pp. 45-6.
48 Z. Sitchin, When Time Began, cit., Capitolo 11, pp. 308-309.
49 F. Montesinos, Memorias Antiguas del Peru, citato in Z. Sitchin, The Lost Realms, cit.,
Capitolo 7, p. 138.
50 Libro dei morti, citato in Z. Sitchin, When Time Began, cit., Capitolo 11, p. 308.
51 A. Tomas, Cosmic Tradition in the Cultures of Asia, in «Ancient Skies», 18, 3 (1991). Altre
autorità citano la data del 2852 a.C.: vedi A. Christie, Chinese Mythology, Chancellor Press,
1996, p. 15.
52 C. Thubron, Behind the Wall, Penguin, 1988, Capitolo 2, p. 55; inoltre, D. Maitland, The
Insider’s Guide to China, Merehurst Press, 1987, pp. 153-4.
53 Ibid.
54 Ningishzidda significa letteralmente “Signore dei manufatti della vita”; per una discussione
sulla sua identità in quanto Thoth, vedi Z. Sitchin, The Wars of Gods..., cit., Capitolo 9, e When
Time Began, cit., Capitolo 6.
55 Vedi G. Roux, Ancient Iraq, cit., pp. 165-8.
56 Z. Sitchin, When Time Began, cit., Capitolo 6, pp. 140-58 e 164-6.
57 Il nome della montagna che sovrasta Machu Picchu è Salcantay, che proviene dal termine
quechua salqa, che significa “selvaggio, non civilizzato”. Il dio di questa montagna era un dio
iroso, un dio della tempesta. Indizi, questi, che suggeriscono che il dio di Machu Picchu era
Ishkur.
58 Z. Sitchin, When Time Began, cit., Capitolo 7, pp. 196-7.
59 M. Rice, Egypt’s Making, cit., pp. 261-2 e illustrazioni fotografiche.
60 Mankind’s Search for God, Watchtower Publications, p. 58.
61 Genesi 6, 3.
62 A. Heidel, The Gilgamesh Epic..., cit., p. 230.
63 Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 8.
64 Ivi, pp. 251-2.
65 Queste cronache sono probabilmente la fonte del detto “40 giorni e 40 notti” per significare un
lungo periodo di tempo.
66 When the Gods Like Men Bore the Work, citato in Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo
12; e informazioni relative nel Capitolo 11.
67 Vedi W. Lambert - A. Millard, Atra-Hasis: The Babylonian Story of the Flood, 1970.
68 Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 12.
69 Id., Divine Encounters, cit., Capitolo 2.
70 F. Ruehl, What Was the Secret of Methuselah’s Longevity?, in «Ancient Skies», 17, 3 (1990).
71 D. Fasold, The Ark of Noah, New York, Wynwood, 1988, p. 61.
72 I pesci citati come prova da Sitchin rappresentano più probabilmente un ammaraggio degli dèi
(vedi le missioni spaziali dell’Apollo).
73 J. Desmond Clark, African and Asia Perspectives on the Origins of Modern Humans, in Aitken
- Stringer - Mellars, The Origin of Modern Humans and the Impact of Chronometric Dating, cit.
74 M. Aitken - C. Stringer - P. Mellars, The Origin Of Modern Humans..., cit.
75 R. Cann - M. Stoneking - A. Wilson, Mitochondrial DNA and Human Evolution, in «Nature»,
325 (1987), pp. 31-6.
76 Purtroppo il mtDNA non può dirci nulla in chiave maschile; sono state avviate ricerche anche
per quanto concerne la datazione di un comune antenato maschio impiegando cromosomi-y come
marker genetico.
77 M. Stoneking - S. Sherry - A. Redd - L. Vigilant, New Approaches to Dating Suggest a Recent
Age for the Human mtDNA Ancestor, in Aitken - Stringer - Mellars, The Origin of Modern
Humans..., cit.
78 R. Dawkins, River Out of Eden, cit., p. 42.
79 Z. Sitchin, Il pianeta degli dèi, cit., Capitolo 11.
12
I GENI MANIPOLATI
DI ADAMO
GLI DÈI DELL'EDEN

Il nostro viaggio ci ha riportato indietro nel tempo di quasi 200.000 anni,


a quando gli dèi lavoratori si ribellarono e venne allora creato il genere
umano. Questi eventi, però, come si ricollegano al racconto biblico del
Giardino dell’Eden, e cosa veramente accadde nell’Eden? Chi era il
“serpente” che si rivolse a Eva? Qual era il frutto che Adamo ed Eva colsero
dall’Albero della conoscenza? E come mai diventò così impellente impedire
loro ogni ulteriore accesso a quell’albero? In questo capitolo solleveremo il
velo della mitologia e metteremo in disparte i simbolismi religiosi così da
poter accedere a una piena comprensione scientifica di quegli eventi.
Cominceremo dalla collocazione geografica e dal significato dell’Eden. In
Genesi 2 si afferma che l’Eden era bagnato da due fiumi. Due di questi
fiumi vengono nominati come Tigri ed Eufrate, il che ha portato molti
studiosi a collocare la storia del Paradiso terrestre in Mesopotamia. Ma gli
altri due, il Pison e il Ghion paiono avere connotazioni africane. Ciò ha
portato per molto tempo gli esperti della Bibbia a una notevole confusione.
Possibile che ci fossero stati due Eden?
Nel Capitolo 6 abbiamo visto che il nome che i Sumeri davano ai loro dèi,
din.gir, significa “i puri dei razzi fiammeggianti”. In lingua sumera e.din
significa “casa dei puri”. Ci sono pochi dubbi sul fatto che e.din ed Eden
sono la stessa cosa. L’Eden era il luogo degli dèi.
Dopo aver così chiarito il significato di Eden, possiamo ben aspettarci che
di luoghi del genere gli dèi ne avessero più di uno. Sempre nel Capitolo 6
ho descritto la suddivisione della Terra tra i due grandi gruppi di dèi, cioè
tra i discendenti di Enlil e quelli di suo fratello Enki. Abbiamo anche visto
che gli Enliliti occupavano le terre della Mesopotamia, a oriente, e gli Enkiti
le terre del Mondo Inferiore, cioè dell’Africa, a occidente. Il concetto di due
Eden ci consente di risolvere talune incongruenze che da tempo sono state
riconosciute nel resoconto biblico della creazione. Per esempio, sia in
Genesi 1 sia in Genesi 5 si dice che l’uomo e la donna sono stati creati
insieme da Elohim il “sesto giorno”: «Li creò maschio e femmina, li
benedisse e, quando furono creati, diede loro il nome di uomini».1 Ma in
Genesi 2 troviamo detto che l’uomo venne creato per primo, e che la donna
venne creata in seguito con una parte di lui per aiutarlo e tenergli
compagnia.
Inoltre, si intuisce quasi che l’uomo esisteva già quando venne messo da
Dio nell’Eden: «Poi il Signore Iddio piantò un giardino in Eden, ad oriente,
e vi collocò l’uomo che aveva modellato».2 Questi testi non paiono molto
coerenti col successivo resoconto nella Genesi 2, laddove la creazione di
Eva sembra aver luogo nella parte orientale dell’Eden.
Può essere che questo brano della Bibbia sia stato inserito fuori sequenza?
Ci fu in effetti una precedente creazione a ovest sia dei maschi sia delle
femmine?
A questo punto dobbiamo ricordare l’Atra-Hasis che abbiamo citato nel
Capitolo 1, nella quale è affermato che 14 dee della nascita hanno prodotto
simultaneamente sette maschi e sette femmine così da alleggerire la fatica
degli dèi.3 E dobbiamo anche prendere nota del fatto che i testi
mesopotamici attribuiscono la creazione dell’uomo a Enki, il massimo dio
delle terre africane.
Fu dunque dall’Eden occidentale dell’Africa che il Signore Iddio prese
l’uomo per poi collocarlo nell’Eden orientale? Un testo chiamato dal
professor Samuel Kramer Il mito del piccone incomincia a proiettare una
certa luce sulla questione, e identifica il Signore Iddio come Enlil:

Gli Anunnaki [gli dèi lavoratori] vennero davanti a


Enlil...
Quelli della testa nera gli richiedevano
che a quelli dalla testa nera
venisse dato il piccone da tenere.

Il Signore Enlil,
le cui decisioni non possono essere alterate,
in verità si affrettò a separare il Cielo dalla Terra;
nel dur.an.ki egli aprì un varco,
cosicché i creati potessero farsi avanti
dal Luogo-Dove-La-Carne-È-Scaturita.

Il Signore chiamò l’AL.A.NI e impartì i suoi ordini.


Mise il piccone come una corona sulla sua testa,
e lo guidò nel luogo dove nasceva la carne.
Nel foro c’era la testa di un uomo;
da terra, la gente usciva e si dirigeva verso Enlil.
Egli osservava con piglio deciso quelli dalla testa nera.4

In altri testi, il luogo dove nasceva la carne viene detto Bit Shimti, cioè
“Casa” di Shimti. Le sillabe sumere shi.im.ti si traducono in “Respiro-
Vento-Vita”. Bit Shimti era pertanto la “Casa Dove Viene Soffiato Dentro il
Vento della Vita”.5 Una espressione che ricorda molto da vicino Genesi 2, 7
laddove il Signore Iddio dà forma all’uomo e gli alita nelle narici il respiro
della vita.
Perché Enlil dovette ricorrere alla forza per procurarsi quelli dalla testa
nera? I testi lasciano intendere chiaramente che c’era una disputa tra Enlil e
suo fratello Enki, che voleva tenersi l’uso esclusivo degli operai per
alleviare le fatiche degli dèi nei territori africani, mentre Enlil si sentiva in
dovere di alleviare le fatiche degli dèi in Mesopotamia.
Fu così che Adamo venne preso, con la forza, e messo nel Giardino
dell’Eden. Tracciato questo quadro, potremo meglio comprendere gli
avvenimenti successivi.

L’IDENTITÀ DEGLI DÈI-SERPENTE

Chi o cosa era il Serpente nel Giardino dell’Eden? Poiché parlò a Eva
pare logico supporre che non si trattasse di un serpente, ma di un dio - un
dio rivale di Enlil. Risponde a realtà il fatto che in tutto il mondo ci sono
esempi di popoli antichi che veneravano il serpente in quanto forza
positiva. A noi questo può sembrare strano soltanto perché i teologi
occidentali hanno usato il racconto nella Genesi per attribuire al serpente
una forza satanica.
Nelle Americhe i miti aztechi descrivono la creazione di un uomo da parte
di Quetzalcoatl, il dio piumato a forma di serpente che si fece assistere dalla
Donna Serpente Cihuacoatl. Nell’antica capitale azteca di Tenochtitlan
(l’attuale Città del Messico) , il recinto sacro era decorato con le teste di
serpenti piumati e, nel centro, l’entrata al tempio di Quetzalcoatl era protetto
dalle zanne di un serpente gigantesco. Le raffigurazioni azteche di serpenti
dominano numerosi altri luoghi considera